(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "Opere inedite"

Google 



This is a digitai copy of a book that was prcscrvod for gcncrations on library shclvcs bcforc it was carcfully scannod by Google as pari of a project 

to make the world's books discoverablc online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subjcct 

to copyright or whose legai copyright terni has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 

are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other maiginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journcy from the 

publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with librarìes to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to 
prcvcnt abuse by commercial parties, including placing lechnical restrictions on automated querying. 
We also ask that you: 

+ Make non-C ommercial use ofthefiles We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commerci al purposes. 

+ Refrain fivm automated querying Do noi send aulomated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a laige amount of text is helpful, please contact us. We encouragc the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attributionTht GoogX'S "watermark" you see on each file is essential for informingpcoplcabout this project and helping them lind 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are lesponsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countiies. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we cani offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
anywhere in the world. Copyright infringement liabili^ can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps rcaders 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full icxi of this book on the web 

at |http: //books. google .com/l 



Google 



Informazioni su questo libro 



Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 

nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. 

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyriglit e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 

un libro clie non è mai stato protetto dal copyriglit o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 

dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 

culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 

percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 

Linee guide per l'utilizzo 

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. 
Inoltre ti chiediamo di: 

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Googìc Ricerca Liba per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 

+ Non inviare query auiomaiizzaie Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall'udlizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di fame un uso l^ale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 

Informazioni su Google Ricerca Libri 

La missione di Google è oiganizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e finibili. Google Ricerca Libri aiuta 
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed edito ri di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 
nell'intero testo di questo libro da lhttp: //books. google, comi 



I 



^/- 



& . Zi) 



^ 



/$/l/ 



p^p^ 



OPERE INEDITE 



DI 



PIETRO 




SCRITTE NELLA SUA LINGA PRIGIONIA IN PIEMOMK 



BIVEDUTE El> OBOIJVATE 



DAL CAVALIERE 



PASQUALE STANISLAO MANCINI 



Professore di Dirillo IiUernazionale nella R. Uulvcrsitù di Torino 



VOLUME SECONDO 



TOiuiirtt 

CUGINI POMBA ECOMP. EDITORI 

1852 



LA CHIESA 



SOTTO IL PONTIFICATO 



DI 



GREGORIO IL GRANDE 



PER 



PIETRO «AMONE 



AI LETTORI 



Chi conosce la Storia civile del Regno di Napoli del Gian- 
none, e particolarmente le pregevolissime dissertazioni sulla 
politica ecclesiastica, che stanno in fine di ciascuna epoca, 
può agevolmente immaginare l'importanza dell'opera inedita 
del medesimo Autore, che or rendiamo di pubblica ragione. 

L\ Chiesa sotto il pontificato di Gregorio il Grande non è 
un lavoro solamente di erudizione, ma anche di severa cri- 
tica e di vigorosa polemica. L'opera è divisa in quattro libri: 
contiene il primo le relazioni della Sede Ronftina con le 
chiese di Oriente e d'Africa; tratta il secondo delle relazioni 
della Sede Romana fuori d'Italia colle chiese della rimanente 
Europa : nel terzo libro si dimostra quale fosse sulle chiese 
d'Italia l'autorità del romano pontificato; e nel quarto ed 
ultimo, descritta la disciplina ecclesiastica, nella quale lasciò 
Gregorio la chiesa d'Occidente, si deplora il difetto di una 
accurata, generale e compiuta storia ecclesiastica. 

Nel tempo in cui scriveva il Giannone s'era già accesa tra 
il civile imperio e il supremo sacerdozio quella contesa, che 
nella fine del secolo xvm divampò in tutta Europa; e delle 



ragioni del ttmporale principato, come tutti sanno , fu il no^ 
stro Autore, non meno vittima illustre, che dottissimo difen- 
sore. Dopo di aver quindi nella sua Storia civile del Regno di 
Napoli mostrato come la Chiesa a poco a poco sorgesse dal- 
l'umile stato in cui era nata, e divenuta nel decorso de' tempi 
potentissima per le concessioni de' principi , volesse sovra- 
stare alla podestà civile anche nelle cose temporali, con 
questa sua opera volle il Giannone far conoscere quale fosse 
la disciplina ecclesiastica sotto il pontificato di quel Gregorio, 
che per moltissimi riguardi meritò il soprannome di Grande. 
Ed avvegnaché egli dica « che la religione cristiana eserci- 
tandosi non fra gli angeli, ma tra gli uomini, doveva per con- 
seguenza, in quel che risguardasse la sua disciplina, variare 
stati e regolamenti ; e che meritano d'essere derisi coloro i 
quali, facendo confronto dell'antica disciplina colla nuova , e 
trovandola cotanto diversa, subito condannano questa , ripu- 
landola corrotta , depravata e deforme » ; nondimeno è evi- 
dente ch'egli intendeva descrivere e porre in luce, quasi 
diremmo, l'età dell'oro della Chiesa, e così dimostrare quanto 
dall'antica la moderna disciplina si discostasse. 

Del resto qualunque sia per essere il giudizio, che gl'inten- 
denti daranno sullo scopo finale della presente opera , noi 
crediamo ch'essa non sarà letta dagli studiosi di queste ma- 
terie senza grandissinaa loro utilità, non trovandosi alcuna 
monografia anteriore o posteriore al Giannone, che dar possa 
un'idea più completa ed ordinata di ciò che fosse la Chiesa 
nella sua gerarchia, giurisdizione e disciplina in quel memo- 
rabile pontificato. 



La Società Editrice 



— 1 — 



L\ CfflESA 



SOTTO 



IL P0KTIFIG4T0 DI GREGORIO IL GRAKDE 



A' JLeitori 



Non è dubbio che i libri delle Epistole di Gregorio il Grande 
debbano reputarsi un tesoro, nel quale è riposto quanlo dell'an- 
tica disciplina ecclesiastica de' suoi tempi oggi si sa. Ma mollo 
più sono da pregiarsi, poiché in essi si vede, per quali mezzi 
questo grande pontefice innalzasse il vescovato di Roma a tanta 
eminenza quanta prima di lui non erasi veduta giammai. Essi 
ci somministrano eziandio molti lumi dell'istoria civile di qee' 
rozzi secoli, ne' quali cessate le buone lettere , e ristrette ne' 
monaci per lo più idioti e nudi d'erudizione , d' istoria e di 
altre scienze, non abbiamo scrittori così savi ed esatti come 
quelli che fiorirono ne' secoli precedenti quando la ignoranza e 
la barbarie non avevano ancor posto piede in Italia. Ne'oiedesimì 
altresì trovansi conservati i nomi di molte città e provincie, i 
quali fino a' tempi di Gregorio furon conformi all' antica geo- 
grafia de' romani , sebbene dapoi si correggessero , onde ne 
surse la geografia media , necessaria per intendere lo stato ed . 
i nomi nuovi delle città e province del periodo barbarico : e ne 
rimane pure illustrata la bassa ed infima geografia dell'epoche 
moderne , poiché col lume di questi libri e dalle soscrizioni 
de' vescovi in più concilj convocati a que' tempi facilmente si 
possono mostrare e designare le regioni e le città antiche le 
quali ora hanno altro nome. Da questi libri apprendiamo , 
quali fossero le città ch'ebbero antichi vescovi, per poterli con 
Tom. IL 2 



facilità distinguere da' nuovi creati dal principio del vii secolo 
sino al presente, le efitìoziem di'alcutte aedi unite poi ad altre 
vicine, e tante altre utili notizie intorno alla civiltà di que' 
secoli ed all' antica disciplina ecclesiastica , per farne con- 
fronto con la nuova ed attuale. 

I compilatori di questi libri non badarono se non alla cro- 
nologia secondo la quale le lettere furono da Gregorio, essendo 
pontefice, scritte, seguendo l'ordine degli anni e delle indizioni; 
onde confusero le materie, le città , le province e tutto. Noi 
abbiam sostenuto la fatica, fórse i primi, di disporle in altra 
guisa, perchè collocate in miglior ordine, maggiormente riluca 
la loro utilità, e quanta dovizia in sé contengano di documenti 
e di materiali autentici e sicuri per la illustrazione di uno de' 
più importanti periodi della Storia Ecclesiastica e di quella del 
Papato. 



— 8^ 



LIBRO PRIMO 

RELAZIONI DELLA SEDE ROMANA 

CON LE CHIESE 

DI ORIENTE E DI AFRICA 



CAPO L 

Innalzamento del Pontiilcato Romano^; ed antorìtà esercitata 
da CFregoriò. sopra U Patriarcato di Costantinopoli ed il 
sao vescovo. 

V 

^ 1 

La chiesa di Roma , per avere il principe degli apostoli 
S. Pietro da Antiochia trasferita ivi la sua sede^ fu riputata 
sempre la prima sede sopra tutte le altre anche maggiori 
di Antiochia y di Alessandria , di Gost^^ìtinopoli e di Gerusar 
lefiune , non che delle altre minori chiese non men d^oeci- 
dente che d'oriente. A ci^ si aggiunse esser dessa collocata 
in Roma citta primaria e capo del monda ; e Taver Costantino 
Magno e gli altri imperatori d'oriente suoi snocessori innah 
zata cotanto Costantinopoli non derogò punto alle sue jxre- 
minenze, anzi al pairagone le rese più chiare ed illjmstri ; poi- 
ché a Costantinopoli, per elevarla nel più aHo grado, sopra tutte 
le altre città d'oriente, non si pensò dare altro nome che di 
seconda Roma , ciò che^ maggiormente fece risplendere la prima. 
L'imperatore Giustioiano Magno, quando Costantinopoli era wl 
cdmo delle sue grandezze, nel tempo stessa che la priooia 
Roma andava in declinazione , per quel che riguardava la 
sede del suo vescava non cessò di riputarla sempare la prima», 
chiamandola nelle sue Nobile la sede di S. Pietro , ^dts 



Petri. Ed i patriarchi stessi di Gostantioopoli , siccome que' 
di ÀDliochia , di Alessandria e di Gerusalemme , ne ebbero 
sempre lo stesso concetto. 

Ma questo primato ne'più remòti tempi della Chiesa, ed anche 
nel quarto e nel quinto secolo, i vescovi non meno d'oriente che 
di occidente volevano ristretto al solo onore ed alla preferenza: 
fòsse il romano pontefice il primo fra i vescovi, degno di mag- 
gior rispetto e riverenza: nelF occasione di convocarsi gene- 
rali concilj tenervi il primo luogo : ne' dubbj insorti intorno 
alla dottrina o disciplina doversi a lui ricorrere per consiglio , 
e sentirne il parere, e simili prerogative; ma non già che ei 
potesse impacciarsi nel governo delle altrui chiese commesso 
a'proprj vescovi, siccome questi non s'ingerivano negli afifari 
del vescovado di Roma che sì appartenevano al solo vescovo 
di quella chiesa ; poiché a tutti era sfata promessa l'assistenza 
del santo spirito nel reggerle, e della loro amministrazione 
dovevano render, conto a Dio solo. Celestino I romano pon- 
tefice fu il primo, che co' vescovi di Africa volle sopra di loro 
esercitar sua autorità, pretendendo che in vigor del primato 
della cattedra nella quale sedeva potessero gli africani appel- 
lare dalle sentenze de' loro vescovi a Roma, ed il papa in grado 
di appellazione esaminar le loro cause e deciderle, e da Roma 
mandar in Africa suoi chierici con carattere di delegati per 
-soprai ntendere ivi- a^li affari ed alle cause delle loro chiese ; 
ma i vescovi 4' Africa si opposero, ed un nazionale lor concilio, 
nel quale fra gli altri intervenne S. Agostino , condannarono 
le appellazioni d'oltremare, e scrissero una lettera sinodica al 
papa esortandolo a non mandar in Africa chierici suoi delegati, 
ed a non impacciarsi del governo delle loro chiese. 

Non perciò si risietiero Celestino e i suoi successori dall'im- 
presa di far valere le loro pretensioni, durando le contese più 
e più anni. 

Assunto dapoi nel 440 al pontificato S. Leone Magno, questi 
per la grande sua probità ed eminente dottrina fece rilucere 
Ja cattedra di Roma assai più che i suoi predecessori. Dalle 
dotte, savie e prudenti sue opere , che ci lasciò, ben si 
conoi&ce quanto lustro, autorità e venerazione ei desse alla sua 
-sede, cui le chiese minori ricorrevano per la risoluzione de' 



— s- 

dubbj riguardanti la dottrina e la disciplina , riputandola loro* 
maestra e conduttrice. » 

. Ma innalzato Gregorio nel fine del sesto secolo a quella 
cattedra, quando per la morie di Giustiniano Magno Timperia 
d'oriente era caduto in Aìantì d' inettissimi principi , ì quali 
non pur non seppero conservarlo in quella grandezza nella 
quale Giustiniano lo avea posto , ma tuttavia declinando e 
perdendo in Italia quel potere che egli aveasi per le sue con- 
quiste rivendicato sottraendola dal giogo de' goti, videro ivi^ 
ridotta la loro autorità ad un' ombra d' imperio : tali rivolu- 
zioni di cose, avendo preso Europa : nuòvo stato e sistema^ 
diedero a questo pontefice nuove occasioni ed opportunità di- 
stendere fl pontificato romano con più vigore sopra le chiese^ 
non meno occidentaili che orientali. Noq solo egli stabilì la sua 
autorità sopra la chiesa di Africa, ma eziandio in oriente sopra 
i patriarcati d'Antiochia, di Alessandria e di Gerusalemme, fina 
a restituire i vescovi deposti alle loro chiese e trasferirgli da una 
sede all'altra; anzi fece valere la sua autorità benanche sopra 
il patriarcato di Costantinopoli ìnnabato dagH imperatori d'o- 
rieìite nel più. alto e sublime grado, sicché era riputato il se-- 
còndo dopo il romano, quando prima era preceduto da quelli 
di Alessandria e di Antiochia , come sì rende manifesto da 
questi libri. 

Dell'autorità esercitala da Gregorio sopra il vescovo di Costantinopoli 

, ed il suo Patriarcato. 

Fece valere Gregorio la sua giurisdizione sopra gli stessi 
patriarchi di Costantinopoli , ricevendo le accuse e le querele 
che da' preti costantinopolitani eran portate in Roma contro 
Giovanni lor patriarca, siccome faceva pe' vescovi di tutte le 
altre chiese di quel patriarcato, esercitando sua autorità sopra, 
quelli di Giustiniana prima e seconda, città dall'imperator Giu- 
stiniano fondate , su (|uelli della Tracia , di Macedonia, del- 
l'Illirico, della Dalmazia, d'Epiro e di quanti al trono di Có^ 
stantinopoli eran sottoposti , siccome è attestato da varie sue 



Epistde delle quali a suo luogo farem memoria. E per cièche 
riguarda il vescovo di Costantinopoli, sono degne di notarsi 
le parole di Gregorio, il quale rispondendo al vescovo di Ra- 
venna (1), con molta asseveranza lo assicura della giustizia 
delle sue preminenze. Il vescovo di Ravenna , dolendosene', 
gli dava avviso delle querele, delle mormorazioni e de' lamenti 
che il clero ed il popolo di Ravenna facevano per aver egli 
avocata a sé e giudicata in Roma la causa della sua chiesa e 
di Claudio Abate. Gregorio gli dice ; il ricorso essersi avuto 
in Roma ad un tribunal maggiore, e tanto bastare per ripu- 
tarlo giusto e competente : e doversi ricordare che eziandio i 
ricorsi da Costantinopoli venuti in Roma eran da lui ricevuti 
e giudicati, siccome era avvenuto nella càusa del prete Gio- 
vanni costantinopolitano contro il suo patriarca Giovanni : 
Ntimquid non ipse nosti, gli scrive, quia in cavsa quae a 
Joanne presbytero cantra Joannent costantinopolitamim ,■ 
fratrem et coepiscopmn nostrum, orta est, sectmdtm ca- 
nones ad Sédem Apostolicam recurrit et ìiostra est sententia 
dt^nita? Si ergo de illa civitate, nòiprinceps est, ad nò- 
stram causa cognitionem deducta est; quantomagis negotinm 
quod cantra vos est, hic est veritate cognita terminandum? 
E nella epistola scritta a Giovanni vescovo di Siracusa (1) 
costantemente e come di cosa posta fuori dubbio afferma , la 
chiesa costantinopolitana esser soggetta alla sede apostolica 
di Roma: Nam de costantinopolitana ecclesia, e' dice, quis 
eam dubitet sedi apostolicae esse subjectam? Quod etpiis- 
simus dominus imperator, et frafer noster Eusebius ejusdem 
civitatis Episcopus assidue profitentur. 

Delle dispnte dj Gregorio con Giovanni e Ciriaco patriarchi di Costantinopoli 

sopra il titolo di Ecim^enico. 

Tentò pure Gregorio francar sopra i patriarchi di Costanti- 
nopoli quest'altro passo^ di far cioè abolire e cassare ne' loro 



fi) Lfb. V. ep, 21. 
/2}Lib.VlUln(!.ii,ep. 64. 



- 7 — 

tìtoli quello di vescovo Ecumenico ovvero Universale^ il che 
Eetogro mo predeeessorei -aveva cominoìato a pretendere da 
Giovanni. Usò tutti! suoi sferzi, ed adoperò ogni me^zo. perchè il 
patriarca Giovanni a£EaUode{Kmess^ quel tìtolo. Mane con Gio- 
varmi, né eoa Citiaeo suo successore dò gli riusci , così pel fa- 
vore che ebbero dagr imperatori Tiberio e Maurizio, i quali mai 
volentieri ascoltavano le querele di Pelagio e di Gregorio che 
volevaxi togliere un tal pregio a quei patriarchi^ come anche 
perchè non importava quel che Gregorio voleva Che dinotasse, 
cioè che tutti gli altri non fossero più vescovi essendovene 
uno universale : nel senso che davano gli orientali a quelP 
^oime^^^odic^vasijuniversale il vescovo .a riguardo della grande 
estensione del patriarcato, al quale più province d'oriente 
erano aggiunte e sottoposte. Né era titolò nuovo, poiché sic- 
come è manifesto da pixi Novelle dell' imt>erator Giustiniano, gli 
altri patriarchi predecessori di Giovanni se ne valevano, Que' 
che non reputano finta,, ma vera Tepistola che Niceforo Ca- 
listo narra avere scritto rimperatore Teodosio a S. Giovanni 
Crisostomo 55 anni dopo esser morto (i), non possono negare, 
questo tìUAo di Ecumenico esser antico ne' vescovi di Costan- 
tinopoli y giacché cosi a quella lettera danno princìpio: OEcume- 
nico patriarchae et dactori, religio&oque patri suo Joanni 
ChrisostomOy Theodosius Imperator. Yeggansi pure nel Lau- 
noj (2) .più documenti» pe'quaU si rende manifesto che molto 
tempo prima di S. Gregorio questo titolo fu attribuito a'patriarchì 
costantinopolitani. Con tutto ciò Gregorio da per tutto in 
quelle sue epistole lo predicava ntaot'O,. altiero, ambizioso e de- 
testabile. Egli scrisse una prolissa e virulento, lettera a dirittura 
ditto stesso Giovanni (3) , acremetite riprendendolo di avere usur- 
pato un titolo nKot76>esuperbo> per isconvolgeree metter sossopra 
tutta la gerarchia ecclesóastica ; il quale aggiunto alle guerre 
niosse da' longobardi e da altre barbare nazioni, alle pestilenze, 
ed a'iJien)uoti co' quali eran flagellanti, gli semrbrava, per li 

(i) lUgistxMa parola p^r pacola d^l medeeiiuo nel lib. iiy deHa sua Istoria 
al cap. 43; e creduta aiiohe veca e trascriUa dal P. Menochio aella Centurja.V, 
cap. 60: ' \, ' 

(2) Epistol. tom. I. "^'' ' 

(3) Lib. IV., ep. 38, 



_8 — 

segni espressi che doveano precedere, presagir già vicino 
rultimo giórno, e potersi dire con S. Giovanni: Filioli^ no^ 
dissima hor a est; omnia enim quaepraedicta mnt^ fiunt. 
Rex snperòiae prope est, et quod dicinefaSy^ sacerdotnm est 
praeparatus exitm: quia cervici militant elationis, qui ad 
hoc positi fuerant ut ducatum praeberent humilitatis. Lo 
minaccia in fine , se non si eoiendasse , di scomunicarlo : 
Sed si in mea correptione despicior, restàt ut ecclesiam 
debeam ad hi ber e. 

Allàraente ancora se ne querelò con l'imperatore Maurizio , 
scrivendogli fra le altre cose (1) ch'egli difendeva la causa 
non sua ma di Dio, poiché non solo a lui, ma con questo 
nuovo, superbo, pomposo e profano titolo veniva a recarsi tur- 
bamento a tutta la €hiesa. Gli reca in mente l'esempio di S. 
Pietro, il quale ancorché gli fosser date da Cristo le chiavi del 
regno de'cieli ed ampia potestà di pascere le sue pecorelle , e che 
quello che avesse sciolto e legato in terra, lo stesso sarebbe 
approvato in cielo; nondimeno non si chiamò giammai apostolus 
universàlis ; e soggiunge , parlando del patriarca Giovanni 
(il quale veramente era reputato un santo , rigido ed austero 
uomo, onde era soprannomato il digiunatore) : Et nunc vir 
sanctissimus consacerdos meus Joannes vocari Vniversalis 
Episcopus conatur. Exclamare compellor : tempora, o 
mores! Fa vedere che quanto per questo profano titolo si ac- 
cresceva al vescovo di Costantinopoli, tanto si scemava a 
tutti gli altri vescovi, ji quali sarebber ridotti a nulla; e ciò 
poter recare alla Chiesa perniciose conseguenze, essendosi 
nella cattedra di Costantinopoli veduti sovente sedere patriarchi , 
i quali caduti nella voragine di detestabili errori , divennero 
non pur eretici, ma eziandio eresiarchi, rammentando Nestorio 
e Macedonio. Or se inai un vescovo universale venisse a con- 
taminarsi di eresia, non porterebbe la ruioadi tuttala Chiesa, 
con pericolo di spandere dovunque pestifere dottrine, siccome 
fu veduto dell'eresia di Ario, che appestò quasi tutto il mondo 
cattolico? Narragli ancora, che ad onore di S. Pietro principe 
degli apostoli un Sinodo di Calcedonia offerì questo titolo al 

(i) Lib. IV, ep. 32. 



romano pontefice : ma ninno de' proprj predecessori avea vo- 
luto accettarlo, poiché credevano che dandosi ad un solo ve- 
scovo, tutti gli altri sarebbero rimasi spogliati dell* onore e 
della dignità loro : Sed nullus eorum unquam, e' dice , hoc 
^ingulàritatis nomen assnmpstt^ nec nti consensit , nedum 
privatimi atii/uid daretur uni^ honori debito sacerdotes pri- 
varentur v/niversi. Né altrimenti scrisse ad Eulogio ve- 
scovo di Alessandria (4) ed a quel di Antiochia (2) , come 
qui appresso diremo. Prega in fine Tiroperatore di costrìnger 
Giovanni ad abolire tal nome ed a toglier dalla chiesa un si 
grave scandalo. > ^ 

Non contento di ciò scrisse pure all' imperatrice Gostan- 
tina (3), descrivendole il reato di Giovanni per enorme ed or- 
rèndo, quasi che volesse insuperbirsi come Lucifero, super 
astra coeli exaltabo solium meum; ed esser chiamato egli solo 
vescovo, solus cófietur appellari 6/?iscoptt«; linstantemen te 
perciò la priega e scongiura di resistere ad un sì temerario 
ardire , neque tam pervèrso vocaòulo ullum quoquo modo 
praebeatis^ assensum. Ma poiché Y imperatore Maurizio e 
l'imperiai corte di Costantinopoli riputarono tante querèle e 
rumori farsi per una cosa frìvola, e volersi attaccar brighe 
per insignificanti parole e titoli vanì, questi sforzi di Gregorio 
non ebbero alcun successo in quella corte; anzi l'Imperatore 
gli fece sentire , che dovesse esser pacifico e non mostrarsi 
cotanto duro e fiero per si lieve cagione con un patriarca così 
buono, santo e adorno dì rare, belle e xjristiane virtù. 

Gregorio scorgendo il poco profitto che ricavava dalla corte 
di Costantinopoli, si voltò ad infiammar gli altri patriarchi di 
oriente, perchè prendessero le sue parli , e non consentissero, 
anzi detestassero in Giovanni un titolo superbo e profano. 
Scrisse perciò la lunga lettera sopra menzionata ad Eulogio e 
ad. Anastasio patriarchi di Alessandria è dì Antiochia , dove 
fra le altre cose lor dice , che il sinodo, di Calcedonìa oflferi 
questo titolo al romano ponXe&ce: sed mllus umquam deces-- 
'Sorum meorum hoc tam profano vocaòulo uti eonsénsit ; 

(ì) Uh. VII, Ind. 1, ep. 30. 

(2) Lib. IV, ep. 56. 

(3) Lib. IV, ep. 34. 



— éO — 

^uia mdelicet d mnw patriarcha miversalis dicitur , por 
iriarcAarum nomM ceterÌ8 den^gaiw* Perciò premurosa*- 
fD^Bte ad es&i ìnculoa che oe'Ioro alU o epiistote non nooiinassero 
quel di GostantiuopoU veaoovo uaiversale^ né si sgomentaaaero 
4eUa corte imperiale ^néeJiaù in V€ile-HrefkissimÌ9 dùminis 
Mimum vestrum ììiankat sinistrai swpieio j^ confoilaodoU 
a stare strettaBoenle in ciò uniti insieme: Unita ergo menU^ 
msequpmnr in àomine maUum superHae^ ut ab koste suo ^ 
widelicet errore ,. prius ip$e homo liberetw^ Loro dà co- 
raggio ad esser forti, e bisognando ^ afidar incontro con in- 
trepidezza alla morte istessa , incaricandoli di esortare i ve- 
^soovi sottoposti alla lor cura 4i star vigilanti, a non per- 
mettere tanta iniquità nelle loro diocesi, nka resistìere al superbo 
« profano titolo : State forte» , state aecuri , $€riptaque 
eum univer&alis nomine falsitate necdaréutt^/namnec smei^ 
pereprmmmatis. Omne^ Episcùpos curae ve^rae subjectos 
0Ì> hujm elationis iniguitate prohibete. Ad Eulogio pa- 
triarca di Alessandria nell' altra epistola torna a ripetere Io 
4»tesso, dicendogli che a ragione, i suoi predecessori rifiutarono 
questo tìtolo offerto dal sinodo oalcedonese ^ poidbiè mem 
Monor e$t fratrum meorum solidus vigor. Twnc ego vere Im- 
noratus sum, cum singulis quibusque honor deòitus non 
negatur. Si emm Universàuem me Papa^m vestra sanctitas 
éÀcity negai se hoc esse quod me fatetur universum. 

Una lettera scrisse ancora a Sabiniano suo diacono, che ri- 
sedeva in Costantinopoli per gli affari della chiesa di Roma (1); 
e con molta cura lo incaricava d'invigilare presso V impera- 
Wte^ perchè que&ti non fosse preso nella rete del patriarca 
Oìis^vanni per sue ingannevoli è vafre maniere, non ritenen- 
<losai dal chiamar costui ipocritaì ambizioso. Lo esorta di star 
lorte ed intrepida , perchè qui. sì trattava del pericob di per*- 
^er la fede: nimis ignominiosuià e&t, ut fidémperdamws. In 
isto enim soelesto vocùbudo consentire mikU ^ aliad quam 
fidem, perdere^^ Emftt ìu fine tutto il mondo di i|iierele e 
4i esecrazioni contro ^<)UeL tìtolo eh' ^ credette nitovo^ pomposo, 
profano ed ambizioso, e tale che riducesse a niente tutti, i pa- 

iì) Lib. IV, ep. 39, 



— 11 — 

triarchi e vescovi delle altre cfaìese. £d a questi tempi fu e 
nel fervore di queste contese ^ che Gregorio per opporsi ad un 
titolo sì fastoso prese qtiello di Servus servomm Dei ser* 
bato dappoi dagli altri sommi pont^ci suoi successori. 

Ma il patriarca Giovanni non per ciò si smosse, e prosegui 
a chiamarsi Ecumenico finché visse, né l'imperatore Maurizio 
e la corte dì Costantinopoli se ne preser più cura. Morta òhe 
fa Giovanni/ e rifatto in suo luogo il nuovo patriarca Ciriaco, 
ad imitazione de' suoi predecessori continuò questi a valersi 
di quel tìtolo in tutti i suoi atti ed epistole. Gregorio, saputa 
l'eleziome di Ciriaco, per conosciuta probità e dottrina ben 
degno di quella carica, se ne rallegrò, e gli scrisse due care 
ed amorevoli epistole che si leggono nel libro VI (1), commen- 
dando l'eledone e dicendo che da uom si saggio e prudente 
ciascuno poteva promettersi la con^rvazione di tranquilla pace 
e di riposo nella chiesa. Scrisse ancora all'imperatore Mauri- 
zìo , rendendogli molte grazie di aver dopo moltk) pensare eon 
tanta maturità e sapienza deliberata la elezione dì un tanto 
uomo ; onde non dubitava dalla mano divina essersi ciò di- 
sposto: 5«/^er«ia dispositiont gestuM non imbigor. Ma quando 
poi. intese ehe Ciriaco ndn aveva lasciato il nóme di ecume- 
nico , allora cominciò a mutare stile. Gli scrisse una grave 
lettera (2), nella quale seriamente lo ammoniva a toglier 
questo scandalo dalla Chiesa e ad affrettarsi di lasciar quel ti-^ 
tolo ambizioso e s-ùperbo: e continuava che il giorno estremo 
essendo già prossimo ad arrivat^e , desiderava che l'anticristo 
niente trovasse ne' sacerdoti da accusare , e non solo corru- 
zione di costumi ma eziandio superbia ne' vocaboli : Quia 
hostis omnipotentis Dei Antiehristm juxta est, studiose cupio 
ne propriymquod invernai nonsolum inmoribus, sed etiam 
nec in vocabulo sacerdatum. Con altra sua lettera dri^ata 
ad Anastasio patriarca di Antiochia (3) , a costui che il pre- 
gava^ per si lieve cagione non altftccasse lite con un patriarca 
dì tanta probità e dottrina, e non rompesse la pace e concordia 
&a k>ro^ risponde risplutamenle ch'egli non avrebbe avuto mal 

(i) i:p.4,s. 

(2) Lib. VI, ep. 28. 
(5) Llb. VI, ep. 24. 



- li- 
pace con Ciriaco se noa quando ei lasciato avesse quel superbo 
titolo : ciò non doversi reputare cagione leggera^ anzi doversi 
stimare gravissima, perchè capace di portar seco la ruìoa della 
fede e lo sconvolgimento di tutta la Chiesa, la quale per sé 
stessa cadrebbe se uno volesse dirsi vescovo universale: Si 
nnus episcopus vocatur univprsalis, universa Ecclesia cor- 
ruit: si untis univèrsus, cadit. Inoltre scrisse al suo dia- 
cono che teneva in Costantinopoli per gli affari della chiesa dì 
Roma, che non intervenisse nella celebrazione della messa e 
di altri divini ufficj che si sarebbe fatta da Ciriaco , se questi 
non lasciasse quel suo stolto tìtolo. Scrisse benanche in Costan- 
tinopoli a Maurizio Patrizio, ed a que' vescovi ch'erano in- 
tervenuti nella solennità dell'intronizzazione di Ciriaco , acre- 
mente riprendendoli perchè in quella celebrità fosser trascorsi 
a lodar sì eccessivamente il nuovo patriarca, gridando tutti di 
essere apparso nella loro chiesa un nuovo sole , e valendosi di 
quel motto dèi salmo: Haec dies quamfecit Dominus; exul^ 
temm et taetemur in ea (1). È pure Gregorio stesso nel- 
l'epistola scritta all'Imperatore Foca (2) , rallegrandosi dell'in- 
nalzamento di costui al trono di oriente ove pervenne dappoi 
con tante stragi è scelleratezze, non si ritenne di valersi del 
motto : Gloria in exaelsis Dea , e dell'altro : Laetentur coeli , 
et exultét terra. 

Queste aspre ed incivili maniere usate da Gregorio con un 
patriarca cotanto da' greci venerato ed avuto in molla stima per 
la santità di dua vita , pel candore de' costumi e p^r la eccel- 
lenza della dottrina, gli alienarono l'animo dell'imperatore Mau- 
rizio, della, corte e di lutti i costantinopolitani, siccome comin- 
ciò Gregorio a perder fra gli orientali quel concetto che prima 
ne aveano , e questi presero a riputarlo ostinato, duro ed ine- 
sorabile, ed i maligni a riguardarlo per un ipocrita ambizioso, 
il quale sotto il manto di umiltà ed affettata religione coprisse 
sentimenti di principato e di dominazione. Tal che l'impera- 
tore lo tenne poi per indiscreto, caparbio ed amator di risse , 
che per un frivolo nome volesse accender brighe e rompere- 
quella pace ed armonia ch'era tra la chiesa dì Roma e quella 

{ì) Lib. IV, ep. 7. 
(2; Lib. I, ep. 38. 



— i5 — 

di Gostantioopolì , onde con sua imperiai precetto gli comandò 
che tacesse: Ut prò appellatione frivoli nominis inier nos 
seandaltm generari nom debeat. Ma Gregorio non per ciò 
si ristette: rispose all'imperatore con somma audacia ed in-* 
trepidezza , dicendogli non trattarsi di cosa frivola e da 
poco , e paragonarulo la superbia di Ciriaco a quella dell' An- 
ticrisl<o(l): Numguid non, Cwm seAntichristìis vèniens Derni 
dixerit, frivotum valde erit, sed tamen nimis perniciosum? 
Si (juantitatem sermonis attendimus, duae sunt syllaòae: 
si vero pondm iniguitatis, universa pernicies. Ego autem 
fidenter dico, quia qmsquis se universalem sacerdotem 
vocat^ vel vocari desiderai, in elatione sua Antichristum 
praecurrit, quia superbiendo se caeteris praeponit. Nec 
dispari superbia ad ertorem ducitur: quia sicut perver- 
susUte DenAS videri vult super omnes homines; ita quis- 
quis iste est, qui solus soccer dos appellari appetii, super ce- 
teros sacerdotés se extollit. E pratese e fortemente insistè 
che l'imperatore,. per toglierlo scandalo, ptù tosto dovesse co- 
mandare a Ciriaco di astenersi dall'altiero titolo che imporre a 
lui silenzio, la quale ^iltima cosa non otterrebbe giammai. : 

Per tanta ostinazione maggiormente cadde dàlia grazia del- 
l'imperatore, il quale cominciò poi a contrariarlo, e negli ul- 
timi anni del suo imperio gli fu sempre avverso; il perchè 
Gregorio siccome prima si lodava di luì, da poi mutò stile , 
ciò scorgendosi dalle vsue lettere, e si rallegrò tanto, ucciso 
Maurizio, dell'esaltazione al trono imperiale del menzionato 
Foca suo successore. Intanto il. patriarca Ciriaco fin che visse 
proseguì, ad avvalersi del tìtolo di Ecumenico. E da questo 
cominciarono le male intelligenze e le brighe della chiesa di 
Roma con quella dì Costantinopoli ; ed. avvenne che ì papi 
successori dì Gregorio volendo portar le cose più innanzi , ed 
all'incontro que' patriarchi col favore degl'imperatori successori 
di Foca essendosi maggiormente resi fastosi e possenti, final- 
mente si arrivò a tale estremità che la chiesa greca fu divisa 
dalla latina. ^[ . 

Quindi i greci declamavano contro Gregorio lacerandone la 

(i) Lib. VI, ep, 50. 



— 14 — 

niemoria, ed opinarono che fosse slato uà superbo velato d'rpOi* 
crisia 9 il quale voleva abolito q[uel tìlok) di ecumenico nel loro 
patrìarca pevdiè fcBse stata sedo di lui e de'ponlefioi romaM 
suoi successori, qnantupqite egli k> biasimasse ne' patriarcM 
di Coslantinop(rii : poiché mentre afSettava^ umiltà eoa so$(^i» 
versi ^rvm- sermrum Dei , ed altamente detestatva c(uel 
titolo come ingiurioso per gli altrr vescovi ; non percij^ egli 
laadava nelle, sue bolle, ne' brevi ed in tutti i pubbliGi atti di 
valersi del titola schietto e nudo di Episcopm senza reistrm- 
gerlo al suo vescovado di Roma, dicendo cioè Epismpm urbÌÈ 
Romae. Il che è manifesto da pareccfaìe sue bolle d^immunita^ 
esenzioni e privilegi, e da altri atti pubblici sinodali inseriti 
in questi libri (1), e specialmente dagli atti di un sinodo n>« 
mano in cui Gregorio, si soscrisse cosi: Gregorim Dei ^atia 
Episcopus ; pretendendosi che il pontefice romano, come suc^ 
cessore di S. Pietro, fosse da per tutto vescovo e non sola nej 
suo distretto. Aggiungevano i greci che gli avvenimenti , i 
quali poscia ebber luogo , dimostralo avessero un tal secondo 
fìne^ poiché i successori di Gregorio arditamente smentirono 
ne' secoli posteriori ciò che da principio le stesso Gregorio van- 
tava della moderazione ed umiltà de' papi di Roma . per aver 
essi rifiutata uà tal titolo loro offerto dal sinodo dì Calcedoma 
e per non essersi appellati ^ammai papi wtiversaii; e beriehé 
xitenessero l'umil denominazione ài Servi servorum Dei^ non 
fecero difficolta di riceversi neH' intronizzazione e nelle altre ce- 
lebrità le acclamazioni di Pa^i Universali. 

Biasimavano altresì i greci la memoria di Gregorio , perchè 
aveva introdotto presso la chiesa di Roma nelle bolle, ne'brevi 
ed in tutti gli atti quella stile ipocrita e capzioso , ed il co- 
stume di velare sotto il manto di pietà , religione ed umiltà 
sensi ambiziosi ed avari di mondani onori e ricchezze , e di 
coprire sotto dimesse e speziose parole lo spirito di signoria e 
di domìnio. Queste imputazioni ed altre cagioni di discordie 
portarono sotto. Lione Isaurico ed ì suoi successori quel cangie^ 
mento, del quale più innanzi favelleremo. - 

Ma non si era ancor giunto a tanto a' tempi di Gregorio. 

(1) Lib. IV, ep. 4.-Lib. U, ep. 3. 



— t5 ~ 

Sebbene Qon potesse otteo^ l'^abcdirione di quel titolo: ne' re^ 
seovL còstanliuioj^li^aQi ; iiofì d però- ehe iì medesinso nel ìmy 
patriarcato! non. esercitasse leatare e ^upreme^ prerogative del 
mo prìmalD^ siceoine verraoao mvvìsandfò. 

P(^stà ;d3tnaiata: da Onorio nslld province 
'di fllffl- compDiiévaji : fl Patriercató- di GostanllnBpoll. 

Si è veduto poc'^anzi, qhe sSn dientro le ntura di GosCantf- 
nopoli e se^ra lo istessoi patriarca esercitò Gregorio la suagiq- 
ris^ìzione, riceveBdb le accuse- e giudicando nelle cause a 
quello appartenenti r lo stesso mostreremo ora^ lui aver pratì- 
cato sulle provinée che Goniponevaao quel vasto patriarcato , 
il quale, olirei ad avei^ lattò passare sotto la sua obbedienza le 
tre diocesi autoocfele, l'Asiana^ quella di Ponto e la Tracia, 
in discorso dti' teolpo osdurò benanche i tne celebri patriarchi 
di oriente, Fal^ssandrino , l'antìodieno e- rullimo di Gerusa- 
lemme, ed a sé sottopose non ^mono ih Asia dhe in Europa 
numerose province. 

La Tracia, dove era collocata la* città di Bisanzio , ora Co- 
stantinopoli, sotto i romani ebbe confini assai dilatati ed ampj ,. 
ma Bisanzio antibamente detta Lygos non era che una pie-- 
ciola città, rinomata più per ragione del felice suo elima ed 
ameno sito, e per essere il limStetra? l'Europa e l'Asia comodo 
a' traffichi ed utite a*cominerci, che per magnificènza ^ 
estensione di edificj. Il suo vescovo era sottoposto al vescovo 
di Eraclea esarca nella Tracia, ed aveva una. ben angusta e 
kreve Paroecia. La Tracia, vastissima provìncia^ romana, era 
composta di cinquanta- Swategiae ovvero Dinastie ; stendeva i 
suoi confini verso settentrione fino a' Sarmati ed agli Sciti ìbk 
torno a' lidi di Ponto dove s'immerge Tlstro ossia Danubio ad 
oriente nel mare Eusim) ed a mezzogiorno nel mare Egeo , e 
verso occidènte efibe per confine la.Maoedonìa. Innalzala dapoi 
BIzansio da CostaE^ino Magno, da lui costituita capo e sede 
dell'imperio d'oriente, e ad imitazione .di Roma istituitivi il 
senato, i consoli ed altri supremi ufficiali dell' orientale im- 



— 46— ' 

perió, sicché pareggiandosi coll^antica fu poi chiamata la se- 
conda Roma ; il suo vescovo ad egual^ misura della grandezza 
deiriinperio innalzò la condizione del suo sacerdozio : ji perchè 
distese la sua autorità non pur nella Tracia, ma ancora nelle 
province vicine, nella diocesi di Ponto e nell' Asiana. E ne' 
due secoli seguenti , sotto Lione Isaurico e gli altri imperatori 
di lui successori , la sua ambizione lo portò ad occupare molte 
altre provinole dell'Asia, la Bitinia, Tlsauria, la Gilicia; ed in 
Europa la Grecia, la Tessaglia^ l'Acaja , il Peloponneso e più 
isole del mare Egeo ; e verso occidente la Macedonia, la Dal- 
mazia, l'Illirico e l'Epiro; là dove prima a' tempi di Gregorio 
questo pontefice eéercilava le sue ragioni e preminenze. 

L'esteijisione di cotal patriarcato non ebbe altro appoggio 
che il favore degl'imperatóri di oriente, e l'incremento della sua 
autorità esso dovette alla nuova politica dell'imperio, e quindi 
la acquistò per titoli umani, e da coneesi^ioni imperiali. All'in- 
contro il vescovo, dell'antica Roma, oltre all'avere stabilita la 
sua cattedra nella prima città del mondo, vantava non umani 
titoli ma divini, i quali Gregorio nelle sue epistole deduce 
dall'aver S. Pietro da Antiochia trasferita ivi la sua sede, dove 
egli mori e Ju sepolto, a cui da Cristo fu commesso di pascere 
la sua greggia, sopra le cui spalle N. S. disse voler fondare 
la, sua Chiesa, ed a cui diede le chiavi del regno de' cieli. 
Le quali cose Gregorio rammentava, ripetendo ed inculcando 
sovente a tult' i patriarchi que' luoghi del Vangelo : Tiòi 
dado claves tegni coelorum, swper hanc petram aedificaóo 
ecctesiam meam: Pasce oves meas: Et tu aliguando con" 
versus con firma fratres tuos , e simili; siccome si legge 
nelle epistole scritte a' patriarchi di Alessandria, dì Antiochia 
e di Costantinopoli, all'imperatore Leonzio, e secóndo le occa- 
sioni a' più alti e sublimi ministri di quella imperiai corte (1). 
A ragione adunque a questi titoli divini dóvean cèdere que' 
titoli umani , sopra i quali unicamente elevavano i patriarchi 
di Costantinopoli il loro diritto e la giurisdizione; dovendo 
anche qui aver luogo ciò che Pietro stesso disse alla sinagoga 
ed a' magistrati di Gerusalemme : Obediremagis Beo oportet, 

(1) Lib. VI, ep. 37. — Lib. XI, ep. 46 — e pamm. 



— 17^ 

quam hominióus. È noto pertanto che Gregorio non fon- 
dava le preminenze della sua Sede sulP esser questa collocata 
nella città capo del mondo secondo là disposizione dell'imperio, 
ma unicamente sul passaggio di S. Pietro principe degli apo- 
stoli da Antiochia in Roma, dove fissò la sua cattedra e dove 
mori. Quindi fermo e costante in questi principj non trascu- 
rava occasione di far valere la sua autorità non solo nelle prò- 
vince che componevano il patriarcato di Costantinopoli , ma 
anche più oltre per tutta l'Asia, l'Africa e l'Europa, e sovente 
non invano, ma con effetti e con prosperi secessi. 



1^ » 



Tom,JL 



CAPO IL 

I 

Aaa. 

L'Asia sopra le altre parti del moAdo ta uà tempo la più 
immerosa di chiese ; perchè gli ebrei dofK) tante (Uc^^ersiom 
dalla prima babilonica sino all'ultima che successe all' eccìdia 
di Gerusalemme per Tito Vespasiano 9 vagaudo per TÀsìa, in 
più città istituirono lor «nagoghe^ sieoune si jraccqglie dagli 
Atti degli Àposton di S. Luca e dalle Antichità Giudaiche di 
Flavio Giuseppe , e ' siccome da noi fu ampiamente esposto 
nella seconda parte de' Discorsi sopra gli Annali di Tito Livio. 
Ed è manifesto dagli stessi Atti e dalle Epistole di S. Paolo , 
che l'evangelio fu predicato prima nelle sinagoghe, le quali in 
gran parte si trasformarono poscia in chiese. 

La città d' Isaura , posta al confine della Cilicia , la quale 
prende il nome, dalla provincia che conquistata da' romani per 
Servilio ^ diede a costui il soprannome d'Isaurico , ebbe anti- 
chissimi vescovi. Sopra questi stese Gregorio il suo potere , 
osservandosi (1) lui aver sentenziato nelle loro cause , spezial- 
mente in quella che il vescovo d' Isaura ebbe con Alcisono 
vescovo di Corcira pel castello di Cassiopo. Leggasi a tal uopo 
anche l'epistola (2) scritta a Giovanni patriarca di Costantino- 
poli, nella quale acremente riprende costui della sua indolenza 
e poca curanza per avere tollerato che fossero percossi con verghe 
alcuni preti e monaci della diocesi d' Isaura i quali aveano a 
lui fatto ricorso. Leggasi l'altra (5) indirizzata al prete ed 
abate Elia della provincia d'Isaura ; e quella scritta (U) ad 
Anastasio prete d'Isaura , il quale avuto per sospetto d'eresia, 
da Giovanni patriarca di Costantinopoli ebbe ricorso a Roma , 
e ritrattando avanti Gregorio i suoi errori , e facendo profes- 
sione d'una sincera fede , fu dal pontefice assoluto e rimesso 
nel suo grado ; e questi con sua epistola ne avvisò il pa- 

{1} Lib. Xn, ep. % 3, 8. 

(2) Uh. n, Ind. XI, ep. 52. 

(3) Lib. lY, ep. 36. 

(4) Lik ym, ep. 64. 



— •! ~ 

triaroa perdio neU'aweoird noa gli desse alcuna mdestia ; 
ideeome ta astrailo » poidià^ Gragorio eXo staBso ÀDastasio 
aeiiaae iodi altra Hittava (i) , hnponendogU dt pone paee e cooh 
cordia tra il suo moonstero ed il veaeoTo di Gierusaleoune. 

Nella Bittnia, come qudia che adorna era di mKdtó nobili 
città (il che è mamfastD dal X libro delle epìstole di Pliiiio il 
giovane), in ciascuna delle quali gli ebrei aveano lor sina*' 
gog^e , furono pu vescovi, dappoi che quella ove fu predicato 
il Vaogelo venaero ìb gran parte convertite in chiese. Or sopra 
que|sti vescovi dilatò pure Gregorio l'esercido di sue premi-» 
xìmze. Ma egli è da avvertire , (^e il medesimo la queste 
aue epistole) ove parla del veeoovo Nicopolitano, non iatende 
di Nioopoli della Bìtima, ma di qudla di Epiro. Furono più 
Nicopoli neUa Ktinia e neUa minore Armenia^ dette quali non 
Uitese Gregario, ed un'altra in Epiro, chiamata da Strabene (2) 
Nicopolis e da Plinio Nioi^Uigna. Del vescovo dì questa Ni- 
oopoli, ch'era Metropolitano di E^iro^ parla Gregorio, ed a lui 
iftviò la. legge deirimperatore AHauriào vietante^ dì a^rivere 
^dati nelle chiese (S) y e {nreacrisse inoltre di opporsi al 
fastoso Utok) di Ecumenico del patriarca di CositantinopoU (k). 
Di che più a lungo diremo, quanda trattereino dejla provincia 
di Epiro, 

Nella Lìcaonìa (5) fu da lui mandata sua assoluzione al 
monaco Anastasio prete del monas.tero di S. Mìle. Quanto 
alla città chiamata Metropoli , a' cui vescovi Gregorio scrisse 
due lettere, una indirizzata Dominico Domiziano Episcopo Me- 
tropolitano (6) , l'altra Domiziano Episcopo Metropolitano (7) , 
non può di fermo stabilirsi dì qual Metropoli egli intenda ; 
poiché ve ne fu una nella Frigia memorata da Tolomeo (8) , 
ch'ebbe vescovo, sìccom'è manifesto dalla Notitia de' vescovi 
dell'Asia; e ve ne fu un'altra uelU Jonìa memorata anche da 

(i) Uh. VI, ep. 29. 

(2) Lib. VII. 

(3) Lib. Vn, ep. li, 

(4) Lib. VII, Ind. II, ep. . 

(5) Lib. V, ep. 64. 

(6) Lib. Vni, ep. so. 

(7) Lib. XU, ep. 14. 

(8) Lib. V, cap. 2.' 



— 80 — 

Tolomeo nel citato luogo, benché, questi la attribuisca alla 
ladìa. Pure nella iVofì^ia de' vesKÓvi della provincia di Asia 
si fa menzione del vescovo di questa Metropoli; laonde non si 
sa di quale delle due Gregorio fovellasse. 

Ma è evidente che de' vescòvidella ^provincia di Lidia, spe* 
ziaimente di quello di Sardica, Gregorio non si dimenticasse , 
leggendosi nell'epistola (1) indirizzata a Felice Episcopo Sardicae 
una esortazione a prestar obbedienza al vescovo di Giustiniana 
Prima suo superiore , altrimenti ei sarebbe costretto per pu- 
nire la sua superbia dar di piglio alle censure canoniche : 
Nam si, quod non teredimus te in superbia permanere coniin- 
gerii, distrietam canonicamque disciplinae correetionem 
eontnmaciae iuae nos scito ulciscmte imponere. De'Ve- 
scovi di Sardica, siccoine degli altri vescovi della Lidia, della 
Caria e di altre vicine i»*ovìnce dell'Asia, si leggono lunghi cap- 
laloghi nella Notitia episcoporum provinciae Lidiae , Cariae 
«^c. ; è possono anche vedersi presso Carlo da S. Paolo nella 
Geografia SacTA.^Ìiè obbliò Gregorio il vescovo di Efeso , leg- 
gendosi una sua epistola indirizzata a Rufino Episcopo Ephesi^ 
^ cui oltremodo commenda la cura pastorale che teneva della 
sua chiesa,' speziaT.mente con la predicazione, e gli raccomanda 
un chierico, affinchè )o facesse istruire, non sapendo nemmeno 
leggere. 

Hi Lib. IV, ep. iO. 
(^) Lib. VI, ep. li. 



— 24 — 

CAPO III. 

* ■ ' * • * 

Grecia, Peloponneso, ed Isole del lare Egeo. 

Nella Grecia e nelle sue isole , siccome in Creta , Corcira ed 
altre, esercitò Gregorio pienamente il suo primato, siccom'è 
chiaro dalla sua lettera indirizzata Vniversis Episcopis per 
Helladiam provinciam constitutis ^ dove prescrive a que' ve- 
scovi di non ricevere nelle ordinazioni premio o cosa alcuna dagli 
ordinandi, né dar luogo alla grazia o alle raccomandazioni. Dà 
ad essi anche notizia di aver mandato il Pallio al vescovo di 
Corinto per poter esercitar nella sua provincia il diritto di me- 
tropolitano , acciò gli dovessero in tal qualità obbedire. 

La Grecia anticamente era chiamata Hellas, la quale ebbe 
proprj re , uno de' quali chiamato Greco diede poi il nome di 
Grecia alla regione, siccome rapportano Plinio (1), Stefano, e 
più antichi autori : alcuni scrissero che la Eliade comprendesse 
anche il Peloponneso, ond' è che i vescovi della provincia El- 
ladia furono sottoposti al vescovo di Corinto ; ciò che sembra 
aver voluto intendere Gregorio, quando nella cennata epìstola 
loro scrisse che l'obbedire al vescovo di Corinto fosse conforme 
all'antica consuetudine: cui vos magnopere convenit obe- 
dire^ praesertim dum hoc sibi et antiquae consmtudinis 
orda, defendat. Per questa ragione leggiamo più lettere di 
Gregorio indirizzate al vescovo di Corinto , decorandolo del lì- 
toìo diarcìvemìvó^ Anastasio Archiepiscopo CormMi(2), e da 
quelle scritte ad altri successivi vescovi di Corinto è evidente 
quanto sopra i medesimi facesse valere Gregorio la sua auto- 
rità (3). In una di esse indirizzata Joanni Episcopo Corinthio- 
rum più cose gl'impone dover eseguire, cioè restituire ne' loro 
luoghi alcuni chierici deposti , pagare alcuni debiti , e cose 
jsimili. Con un'altra (4) ammonisce lo stesso Giovanni ^ e gl'in- 

V 

{{) Lib. IV, cap. 7. 

(2) Lib. 1, ep. 26. 

(3J Lib IV, ep. 5i . • 

(4) Lib. IV, ep. 55. 



<;ulca la esatta vigilanza della cura pastorale , e come debba re- 
golarsi nel pascere la sua greg^: ^i dà avviso di avergli 
mandato il pallio : quo ita vos uti necesse est^ sicut praede^ 
cessores veatri mii eoncedentibm nostrU praedeeessori^ 
bus, appròòantur. È poiché era pervenuto a sua notizia, nelle 
chiese di quelle parti non conferirsi alcun ordine sacro senza 
doni, ovvero se tìon per grazia e favore; replicando ciò 
che a' vescovi della Grecia avea scritto , con molta premura 
gnmpone dì estirpare un vizio si enorme , detestabile e pe- 
stifero ; minacciando che se ciò fosse trascurato e si seguitasse il 
reo costume, ricorrerebbe alle censure: ISom si tale atiquid 
détnceps fieri senserìmus^ jam non veròis sed canonica hoc 
uttione corrtgemus; et de voòis^ quod non oportet , aliud 
incipiemus naòere judicium : soggiungendogli che prima 
in Roma anche i pontefici non davano il pallio senza dono , 
ma ch'egli, convocato un sinodo, aveva tolto un si biasime- 
vole abuso. Prai vescovi a'^ quali Gregorio mandò la legge 
deirimperatore Maurizio , che proibiva a' vescovi di ricever 
soldati e que' eh* erano astretti a* pubblici uffic] nelFordine ec- 
clesiastico , vedesi compreso il vescovo di Corinto (1). Sic- 
come egualmente di lui non sì dimenticò , quando scrisse a' 
vescovi di Tessalonica, di Durazzo, dì Nicopoli, di Corinto, 
di Giusliniana T, dì Creta, dì Larìssa e ad altri vescovi della 
Grecia, perchè stesser forti e costanti in rifiutare al patriarca 
dì Costantinopoli TaUiero titolo dì Ecumenico (2). Ed in fine 
una lettera (5) scrive Universi^ Episcopis Corinthiis^ a'quali 
avvisa, che sebbene per la pace seguita tra il vescovo Adriano 
ed ì suoi accusatori si fosser terminate le discordie; nuUadi- 
meno ciò a luì non bastava, poiché la concordia poteva essersi 
fatta non per cristiana carità , ma forse comperata con doni o 
danari ; ond'eglì mandava ad essi un diacono della sua sede 
perchè investigasse con accuratezza la verità , imperocché sic- 
com' egli è inclinato a rìsecare con piacevolezza i mali pas- 
sati, così commissam postmodum cutpam sine vindicta nulla 
ratione dimittimus. 

(1) Lib. VU, ep. 2. 
(2)Lìb. Vn, Ind. 2,ep.70. 
(3)Lib. II, Ind. i1,ep.38. 



Som q}ui tam ì^évàariA chs OregorkB eseydtata ttdlft 
Greda e mA Fetepomad. Ed è cb aTTertÉm die et rato i^ 
m<finnale queste Afte cfÉoAdet Utàvinit Epi$€0fii per Mékh 
dàum pr^mmiam const^wHs^j ed (fiià^6r»> ipi^iiipiìi €S#^ 
timthm t sAbene atti avesse avuto oeeaìnona di Mniiiara 
pactìeolacBi^ile fe. proprifi dlft alk qeifi oiaseiiiio^pviestediii^ 
(se ne'l ferofio aeìb ahi» me eprbtde smarrite^ le qieaU aftì^ 
girooo aHa notina de* eoHeUori, o io qotife dke a' tompi di 
Gaflo MagBo si oaa^rvvfam adKora DeU'arebiiio Yattottio ^ se^ 
conda le tcatudoeiaaae die ne ceede Gàcyrannl diaeono 8cril>^ 
tore delb di Ini TÌta); qglk è però certo che queste ppaYiMie 
abbondavano dì vescovi ; poiché in esse le sinagoglie de^ gnutei 
furoiu) inaumerabilà y e querto hL Macedonia , Dalmana , Illi- 
rico ed Epiro per la ptdéktaziDne cB S. Paold) e de? suoi disee^ 
poli divei^nuro pel atocMante diìese : ddfe quali può avenl 
oontezea d«Ba sidsse Geegraia Sacra più vohe rammentata con 
le dotte note delL'CMstcob e del Qnveria. 

£ manifesto aeoora ds queste letteFe die k> slessor potete 
eaeveitasso: sofifa i veacovì di Tebe e di Larissa« Ma di qual 
Tebe e di qud Laiìssa^ ioteodesse Gtegorìo, è d^uopo qui esa^ 
minare. 

Non poche città dell'oriente ambirono decorarsi del imne 
dèlia Tebe eotanlo rkiomata e làlsuosa dà Egitto. Lai Beozia elbe 
la sua Tebe : la Tessa^yea andi'cssa. Furvi la Tebe Corsica , 
e fino la nostra Lucania ebbe la sua , disirutta però fino da'* 
tempi dì Calofie.. Tuttavia è facile . coimncersi che G^regorià 
parlasse de' vescovi di Tebe della Tessaglia. Nella epistola da lui 
indirizzata a. Gws^anm vesoevoidi* Giustìniistna V (1) rspporle^ 
Adiiano vescovo di Ttèe. esser i ioofancb iu Roma pdr le vioteilze 
che soffirim dagli aKrl Xficiin vescosri suca ccunsacerdoli , fot td*^ 
mentei quecdandosi di esso Giav^umi vescovo di Givstniiatfa e 
deffallrp* Gàevamd vescovo di Larìsitoc.r dal: cui giudìciòi e sen-« 
teoza povtAr l'appeSaziaMt in Roma, iissume; Gregorio la eogkii-^ 
zione delle sue cause ed accuse, e le decide ; rìvoca la con-^ 
danna profferita contro Adriano da que' vescovi; Io reWitufetìe 
al suo ordine e luogo, e punisce il vescovo dì GiustiniaoS: > 

(1) Lib. U, Ind. il, ep. 6. 



— J* — 

ca$s^n<lo tiitt' i suoi. atti come invalidied.illegittimi.iNeila epi- 
stola seguente.drizzata al vescovo di.Larìssa acremente poi lo 
li^rende.deiriDgiiisto modo usato contro Adrian riprova i 
capitoli ddle accuse fattegli; e rigettando la. querela ^i^ non 
l^yer colui dato. battesimo ad> alcuni infanti e di av^li f^tU 
Qìorire non battezzati, con tale occasione fa menzione della vicina 
chiesa di Demetria dove si trovò essere stati quelli veramente 
battezzali. Certamente Demetria era^ nella Tessaglia prossima a 
Tebe, siccome ne rendono testimonianza Strabòne(l) e Plinio 
il vecchio (2). Quindi negli Atti del Concilio di Sardica si legge 
la: soscrizione del vescovo di questa Tebe cosi : Modestus a 
Thessalia de Thebis. 

Similmente del nome di Larìssa si appellarono più città. 
NeirEolide furono. due Larìsse. L'Arabia anche l'ebbe; la Ma- 
cedonia ancoria ; e finalmente la Tessaglia, nomandosi la città 
da Stefano e da Solino (3) Larìssa Tbessala. Or non è. dubbio 
che Gregorio parlando de' vescovi di Larìssa , intenda di La- 
rissa della Tessaglia ; poiché nella stessa già mentovata epi- 
stola drizzata a Giovanni suo vescovo parla di Larìssa , come 
di città prossima a Demetria posta nella Tessaglia. Fassi da 
lui menzione anche altrove del vescovo di Larìssa fra gli altri 
di quella regione (4). 

. Fra le isole di quel mare dettò Cretico sorge la Creta cotanto 
lagli antichi celebrata, ora détta Candia^ La città metropoli 
prende il nome dell'isola la quale da antichissimi tempi si ebbe 
il suo vescovo. Fra que' vescovi, a' quali Gregorio mandò 
la legge dell' imperatore Maurizio perchè nelle loro chiese non 
ammettessero soldati agli ordini sacri , ed a cui impose. di ri- 
fiutar costantemente al costantinopolilano patriarca il superbo 
titolo di Ecumenico, fu anche il vescovo di Creta Giovanni (5). 

Abbiamo in queste epistole anche memoria di vescovi del- 
l'isola di.Corcira, celebrala ne' carmi di Omero sotto il nòine 
di Scheria è di Feacia, ed oggi chiamata Gorfù , sottoposti al 

ii) Geogr., lib. IX. x 

<2) Lib. IV, cap. 8, Hist. Naturai. 

(3) Cap. 8. 

(4) Lib. Vn, ep. il e 70. — Lib. IV, cp. S5. 

(5) Lib. VH, ep. 11 e 70. 



-88 - 

pontefice Gregorio , leggendosi una sua lettera (1) indirìtta 
Alcysono Episcclpo Carcyrae, con la quale s'impone di resti- 
tuirsi al medesimo il castello di Gassiopo nella di lui diocesi 
dal vescovo d' Isaurica , dichiarandosi questo vescovo mancante 
di qualsivoglia giurisdizione su quel castello e confermandosi 
la sentenza di Andrea vescovo di Nicopoli metropolitano di 
Epiro* Nella seguente epìstola ordina al suo diacono, che rise- 
deva in quelle parti delegato della S. Sede , di non far tur-* 
bare le rfigioni , i diritti ed i privilegi che alla chiesa di Cor- 
eira ^appartenevano su quel castello, e dì ricorrere air impe- 
ratore per la imperiai sua assistenza affinchè la sentenza del 
metropolitano venisse esattamente eseguita. Altra lettera di 
Gregorio indrizzata allo stesso vescovo Alcisono (2) gli pre- 
scrive di far collocare il corpo di S. Donato dal clero di Isaura 
nel suddetto castello, senza che questo atto debba portare 
alcun pregiudizio alla giurisdizione della sua chiesa. Ma se di 
questa Gorcira, o delFaltra posta nelP interno seno del mare 
Adriatico parlasse Gregorio, si dirà più innanzi. 

(i) Lib. XII, ep. 2. 
fi) Lìb. tu, ep. 8. 



CAPO IV. 

lacedonia, Dalmazia^ mirice, l^iro. 

La Tracia verso occideiate ebbe per confine la Hacedoaia | 
indi seguono la Dalmazia, eh' è quella parte della Pannoxpa che 
guarda il mare Adriatico , e riUirìco e l'Epiro , che si stea-^ 
dono fino a' lidi dell'Adriatico. La Macedonia, l'Ùlirico e l'Epiro 
ebbero un tempo proprj re; ma questi tre regni furon poi dopo 
la romana conquista estinti e ridotti in forma di province , 
ìntroducendovisi nuova politica e dandosi loro altro aspetta e 
disposinone, nella maniera che fu da noi ampiamente esposto 
ne' Discorsi sopra gli Annali di Livio. 

. Nella Macedonia esercitò Gregorio il suo primato, avendosi 
ei soggettati i vescovi che reggevano le chiese di questa pio^ 
vincia. Il vescovo di Tessalonica era il metropolitano, al quale 
Gregorio scrisse più sue lettere (1). In una di queste egli com- 
mette ad Eusebio Archiepiscopo Thessalonicensi^ che riduca a 
dovere alcuni della sua chiesa i quali non volevano accettare 
il concilio calcedonense , altrimenti gli scomunichi ; e che con 
sommo studiò debba eseguire ciò che gli scrive : summo quae 
scripsimus servare studio debeatis^ ne rectam fidem quam 
^eritis duòiam aliorvm consortium faciat ; nam quis 
non corrigit resecanda , committit. Allo stesso arcivescovo 
Eusebio mandò pure la legge di Maurizio più volte memorata ^ 
e gl'ingiunse di opporsi al superbo titolo di Ecumenico (2). 

In altra epistola (3) scritta al medesimo sono da notare più 
cose. Gli narrale scelleraggini del monaco Andrea, solenne fal- 
sario , il quale aveva divolgati alcuni sermoni da lui composti 
in idioma greco sotto il nome di esso Gregorio ; siccome non 
mancarono a que' tempi e ne' seguenti secoli d'ignoranza mo^ 
naci che ciò aveano in costume , onde or ben fa d' uopo di 



(1) Lib. Vn, Ind. 2, ep. 6. 

(2) Lib. VII, ep. 2 e 70. 

(3) Uh. IX, ep. 79. 



ndta crUion |^r dìwaiieK gii scritti ^veri dagfi apocrifi. 6ie^ 
godo aitantante «e ne quierela, tà knpQiie ad Easébra éi far 
si che b3ì sermofii stano sopimmi ,11011 essendo suoi <9osi per^ 
dìo Bdoecbi e da pood y eome fim^hd egfi igmro era dì greciie 
lettere , e «96 di se oiedemno testifica: nee fraeóum iu>n- 
mus, itec aiiqvùé ofmt ^iqumdo graeee canseripgimw. 
Lo iooariea nnovameirte di for aooelUtfe da'suoi pneti i quattro 
generali ooneil] dalb «de n^oBtofiea venerati , soggiaDg*ei!do 
die atii^dameDle podere sopra dò ogm cura , affinchè kao 
de causa dewm aé not ffuerda. non redeat. Anche netla 
lettera (1) ìndirisEatea Bonilacio dìaeooo, diserà in quelle parti 
delegato ddia sede romana, £as9i menzioDe di qtiesto Easebfd^ 
metropotitatu) di Tessalonica; ed a qoet diacono impone , che 
per mèglio veriflcare ìe usurpaiioni del vescovo dlsaura sopra 
il càstdio di Caasiopo ed aliri suoi falli , facesse a sé venire il 
rei^onsale ddtadùesadi lesdtdoniea, e smvesse airarcìve* 
scovo EuiBebìo alfin di rk«verne mncere retazioni per la ded«- 
Siene di quelhi caosa. 

Nella Dalmazia eserdiò pure Gregorio la sna giurisdizione, 
siccome è manifesto dairepistda (2) diretta Mdtho Episc&po 
Daimatienèi^ ndla quale gti ddega la causa di Giovanni conira 
Stefano ve^eovo di Soodra ora detta Scalari : Propterea , gli 
dice, fratemiiatem tuam pramenti praeeeptione eumvinmsf 
admonendamy ut praedieUm épiseopum ad eligmdu^ com- 
pellas vmirt juditmm,. Et qùidguid mter prmdictum 
Joannem virum magni fiemn, et Mepefatum Episcopn'mr Scu-^ 
troraro fuefit eententia éefiwétum , m effectum perdueerei 
non omittae. Di questlstesiSK> Maloo fasiA mmiorla nell'ei»^ 
stola (5) ad Antonino sottodiacono, in quelle parti anche de^ 
legato della dede aposiétìea. 

Da utfatìra epistola (*) <firétta iwiiVer^i> Epi$eòpis per 
Datmatiam ecnst^tais d rènde diìaro quanto fosse vigorosa 
Pantorità esefdlata hv DdiMda da' pontefici romani . Si ret^'^ 

(i) Lib. XU, ep. 3. 

(2) Ub. I, ep. 56. .^ 



(3) Uh. U, ep. 16. 

(4) Lib. lì, ep. i5. 



1 



tuìsce rarcidjacono Onorato oella sua carica, dalla quale em 
stato deposto da Natale vescovo di Salona ; e di €8»sa vien pri-* 
vatp il surrogato da questo .vescovo : si ouDaccia costui, se non 
obbedisca, di togliergli il pallio; ed ostinandosi, di separarlo 
dalla comunione del corpo e del sangue del Signore: e gli 
s'impone, che mandi in Róma persona per difendersi da' falli 
de' quali era imputato. Al connato Antonino sottodiaconb (1) 
si scrive lo stesso, perchè abbia cura della' esecuzione: 

In una lettera simile, indirilta pure uniVerm episcopisper 
Dalmatiam comtitutis (2), acremente riprende costoro di vo- 
lersi senza sua licenza mescolare nell'ordinazione del nuovo ve- 
scovo di Salona, che doveva succedere a Natale; e loro ordina che 
se ne astenessero, altrimenti rimanessero privati della partecipa- 
zione del corpo e del sangue del Signore : ex B. Petri prin- 
cipis apostolorum auctoritate^ sono sue parole, praecipintus, 
ut nullo penitm extra consemum permissionemque nostrani, 
quantum ad episcopatus ordinationem pertinet, in Saloni- 
tana civitate manus praesumatis imponere, nec quemquam 
in civitate ipsa aliter quam diximu^ ordinare. Quod si 
cantra haec quispiam vel sponte vestra, vel a quolibet 
coacti praesumpseritis vel tentaveritis agere; decernimus 
vos a Dominici corporis et sanguinis participatione pri- 
vatos...., nec is quem ordinaveritis haòeatur Episcopus. 
Quindi dichiara, che dopo l'elezione fatta dal clero e dal po- 
polo, se la persona ne fosse degna , avrebbe egli delegata ad 
essi la ordinazione, purché però non si fosse eletto Massinào ^ 
ch'egli avrebbe rifiutato come accusato di enormi delitti ; e 
poiché Massimo s'intruse per violenza -nella sede di Salona , 
contraddicente il papa , fu severamente da Gregorio punito , 
come vedremo. 

Una nuova lettera somigliante fu indirizzata pure Vniversis 
Spiscopis per Dalmatiam^ nella quale lor si ripete il me- 
desimo divieto d'impacciarsi senza sua delegazione nell' ordi- 
nazione del nuovo vescovo ; e che se mai fosse eletto Mas- 
simo , egli lo riprovava finché non si fosse purgato da' delitti 

(1) Epist. seguent. 

(2) Lib, UI, ep. 15. 



— J9 - 

de^ quali era accusato. Ed in altra si duole , e riprende Mar- 
cellino proconsole 'di Dalmazia dì aver 'prestalo aiuto e fa- 
vóre a Màssimo, e di essère stato la cagione di tanti mali ac- 
caduti in Salona; di esser rimasta quella chiesa spogliata, della 
presunzione e temerità di Massimo, e di essersi tante aninfe 
perdute ; onde Io esorta, se brama la sua grazia , di cangiar 
costume e dì porsi nella vìa del giusto e deirónesto (1). 

Salona, detta ora Spalatro, fu riputata sempre metropoli 
della Dalmazia, e perciò al suo vescovo si mandava il pallio , 
avendo egli nella sua provincia più vescovi suffraganei : essa 
diede a Gregorio molta pccasione di tenerne cura e pensiero j e 
nel registro di queste sue epistole se ne leggono molte appar* 
tenenti al suo governo , indrizzate a' suoi arcivescovi ed alle 
dignità di quella dhiesa. Se he legge una (2) scritta ad Onorato 
arcidiacono di Salona che litigava col suo vescovo Natale^ e gli 
s'impone di venire a Roma, e che il vescovo ^nch'egli da sua 
parte mandi persona, affinchè potesse Gregorio esaminare la 
causar e con due altre lettere (5) indrizzate a Natale gli ^Mm- 
prae di restituire intanto Onorato nei suo grado , e di mandar 
persona in Roma perchè si potesse' con cognizione matura fi* 
fiire illitigìo. Ma Natale mostrandosi contumace , sdegnossì 
siffattamente Gregorio, che gli tornò a scrivere una forte e 
dura lettera (4^^) , minacciando, se non obbedisse, di torgli il 
pallio, di escluderlo dalla comuùione del corpo e del sangue del 
Signore^ ed imperversando, di deporlo anche dal vescovado. 
Allo stesso Natale scrisse pur^ altra più diffusa epistola (5) , 
nuovamentid inculcando la )*estituzione di Onorato nella sua 
idrica di arcidiacono della quale era stato privato. 

Jtf òrto Natale, dovendosi provvedere la chiesa di successore, 
Massimo óon un rescritto surrettiziamente ottenuto dall'impera- 
lore, e col favore de* vescovi di Dalmazia acquali Gregorio avea 
proil»lo d'ordinarlo^ non ostante il suo divieto venne poi di fatti 
intróhiiszùio; onie Gre^QVÌQ scrive a Massimo (6) che fino a 



1.. 



(i) Lib. VII, Ine. II, cp. 3. 
(i) Lib. I, ep. 7. 

(3J Lib. I, ep. 19, 20. 

(4) Lib. II, ep. U. 

(5) Lib. Il, ep. 37. 
16) Lib. Ili ^ ep. io. 



quafldoi egli wn abbia esamionto la caina» é Mfteoga d'eiMrmtar^ 
il suo A3l&ào, avendo h suai cooftawnwBOPie per dJt^ttìma come 
fatta da' vescovi da kii soomaoieatì ; nuUatenm tu orc^tuo^ 
toresque iui attrectéwe qmdqwm praeswnatU 9ac€rdotéii$ 
0ff^u , negm wqw ad re^ùriii^tym m^trvm ad cuiium 
sacri altaris. accedere. Qtwl «i cantra hoe ager^ praeMm*- 
pseritis^ anathema vobù sit a Jko, etaBn ?Uro i^iotio- 
lorim principe^ Con d^e altre lettere iadirkasaae allo slesso 
Massimo (1) , per i molli, delitti de' qoaU ^a stato accusato , 
e per quello ^ezìalmeate d'essere stato ordinato per simonia , 
io cita a comparire ia Roma a purgarsene , ed. intanto ^ 
prescrìve di astenersi da' divini aifBcij e dalla celebrazione: 
donec omnia ^quae cmtra te dieta mnt^ suòfilitir in*- 
^ui9ita fv£rint ao discussa. Parimente al clero ed a' no* 
bili di SalcHia (2) dà avviso di aver citata in Roma Massimo ; 
^d intanto cbe non sarà esaminata la sua eausa^ vucde che lo 
abbiano per intruso, e non gli prestino alcuna obbedienza, ne 
intervengano nelle di lui solenni e pubbliche ecclesiastiche 
funzàoni. E poiché Massimoai lagnava che Gregorio con troppo 
livore ed animosità lo affliggesse 9 Gregorio mostrando in ciò 
laia moderazione, per far conoscere ch'egli esa mosso da puro 
:selo9 delegò la cai^us^a a Mariniano aroiveaeovo di Ravenna ed 
a Costan^ìQ arcivescovo di Milano, imfM^nendQ a quest'ultimo 
die portatosi in Ravenna inàema con: Marìniano conoscesse 
ddJa causa, ed al loro giudizio egli si rimetteva (3);. In seguito 
di che, essendosi Massimo portato ia RavenM,, avendo ivi date 
manifeste pruove del suo peoitìmei^ta, e &tta irigorosa penitewa 
al cospetto di Mariniano e di tatto il popolo ; fu assc^i^,. dopo^ 
aver gii tenuta, p^ seitta $nnL la sua sede» e da Q^9g9m. ^lla 
ÙQd^ima re$titwt<x ed ammesso alla ci»miUfiMn^ , 9^. oMmw 
^ob^i'usa del pallio (i(>, SA ^ ìm poscia Gfio^^riQ ^vìs^, 
^a 9ffQtJluQ$a lettera ($>« ia m mostira sQoxmaf a^i^Wpv«. di 
^nti^e «b9 gli schiavom deva^asser^ ^Ua F^^WM^ ^ ^ 

|)er l'Istria foss^gro già entrati io Italia. 



Ci) Lìb. V, ep. 3, 23; 
f{2J Lib. VI, ep. 26. 
<3) Lìb. VII, Ind. 2, ep. 69. 
<4} Lib. Vn, ep. 85. 
<5} Lib. VIU, ep. 36. 



— it — 

Troviamo m queati libri fatta memoria da Gregorio di altri 
parlioQlari veficovi della Dalmazia* Due lettere A , veggono 
scrìtte al vescovo lUaiftenfle (i) Sa^ioM Epueapa Rhizi^ 
mèmi% iuvilaiuieio, »fm fosaedisuo ^aeere, di passare in 
Sicilia a reggere una di qudle chiese , poiché essendovene 
parecchie vacanti, volentieri lo avrebbe ivi trasferito. Rhizi^ 
mw» è collocata da ninio (2) nella Dalmazia; vien roemoi^ata 
da Strabene (3)^ da Tolomeo e da Stefano; ed è oggi appel- 
lata Risine posta nell'intimo recesso del gdfo di Cattaro. Al 
vescovo di Scodra (anntvverata para da Plinio e da Tolomeo fra 
le città delia Dalmazia) si le^e da Gregorio indirizzata pure una 
epistola {k)j Costantia episcopo Seodritano; ed a lui s'impone 
insieme col vescovo di Gktstiniana Prima d' inquireré sopra i 
delitti de' qu^i veniva accusato Paolo vescovo Docleanino , 
del quale si dirà i»ù innanzi. Di Stefano ^ altro vescovo di 
Scodm t fftssi anche memoria nella lettera indirizzata a Malco 
vescovo similmt»ite^ della Dalmazia (5). 

Ma quanto ad Epidauro , del cui vescovo Fiorenzo parla 
Gregorio (6), è dl'nopo qui avvertire, che questi non intende 
Epidauro pc^ nell' Acaia» cotanto rinomata pei famoso tempio 
di Esculapìo, e di cui ampiamente scrissero Pausania (7) e Stra- - 
bone (S) ; ma di Epidanro oollocata da Plinio e da Tolomeo 
nella Dalmazia, da' cui ruderi surse dappoi Ragusi vecchia , 
alla quale succede Ragusi nuova. Leggasi questa epistola 
diretta ad Antonino ^ottodiacono delegato della sede apostolica 
ijl quale ivi dimorava: Crregorìo lo inoarica di far din Na- 
tale arcivéscovo di Sakma convocare un concilio di vescovi di 
quella provincia) e quivi esaminaj: di nuovo le accuse che Qoptro 
Fiorenzo vescova di Epidauro si trovavano defiftite,. acQio^ 
che nel caso che fosse assfolujbo i si rivocasse J'^li|(^ \i)flHj(()gU 
6 gli sa restituissero le sue sostanze ; se coAjito^^td % ¥i^t9r 



i 



1) Lib. I, ep. 27. — Lib. FV, cp, 35. 

2) Lib. Ili, cap. n. 

(3) Lib. VII. 

(4) Lib. X, ep. 34. 

(5) Lib: I, ep. 36. 
6) Lib.II,Ind. lltep« 9. 



§Lib. Ih In< 
Ub. II.. 
Lft. V1H. 



cesse alla pena. Impone poi a SàKiiiimo arcivescovo Jadertino 
che ricercaDdo gli abitanti. di Epidauro il lor vescovo Fiorenzo 
ìDgiustamente da Natale mandato in esilio; conosca egli de^ 
meriti di questa causa, e ne faccia accurata^ reazione, ut quid-^ 
quid de eo statuendum 9it eerti, dèliòerare, adiutore Do- 
mino, valéamm {l). 

Gregorio commette pure al vescovo dì Giustiniana Prima la 
cognizione della causa di Paolo vescovo di Dodea (2). Quindi 
collocando alcuni Giustiniana Prima nell^lllirico, sembra che i 
vescovi Doclealinae civitatis (come Gregorio li chiama) anche 
alla medesima provincia^si appartenessero. Altri, poiché Plinio 
annovera i popoli docleati nella Dalmazia (3) , in questa situano 
la città di Doclea , tanto maggiormente che Gregorio incarica 
anche Costanzio vescovo di Scodra d'invigilare sopra le accuse 
portate contro Paolo (i!^). Checché ne sia, non vi è dubbio die 
Gregorio sopra i vescovi di Doclea e$jercitò piena autori là; e 
lo stesso dobbiamo per fermo tenere quanto a tutti gli altri 
vescovi della Dalmazia, benché spezialmente non memorati in 
queste epìstole , come quelli di Seóenieo da Plinio detta Sicum, 
di Trax dal medesimo nomata Tragurium , di Narenta detta' 
anticamente Narona , di Cattaro da Plinio (5) e Tolomeo (6) 
chiamata Ascrivium , e di altre città che avrebbero avuto ve-- 
scovi (7). 

Neirillirìco la prima città spesse volte da Gregorio memorata 
è Giustiniana Prima, i cui vescovi come metropolitani ebbero 
ben ampia provincia ed autorità. Questa città non é da ricer- 
carsi ne^ geografi antichi : essa fu fondata da Giustiniano Ma- 
gno, come anche Tialtra detta perdo Seconda; e di tutte le due 
questo imperatore & sovente memoria nelle aue Novelle. Favo- 
rita adunque GiusSuiiana Prima dal suo fondatore , essa ebbe à*^ 

(1) Lib. VII, ep. li, Ind. I. 

(2) Lib. X, ep. 33. 

(3) Lib. Ili, cap. 22. 

(4) Lib, X, ep. 54. 

(5) Lib. IH, cap. 22. 
(6)Ub. IL 

(7) Se ne ha distinta contessa dalla più volte citata GwMf^ Sooradi Carlo 
da S. Paolo. 



— 5& — 

tempi dì Gregorio suoi arcivescovi , a' quali questo ponleOce 
indirizzò più sue lettere , donde si conosce quanto fosse sta* 
bilita r autorità di Gregorio sopra i vescovi di quella provincia^ 
parte della quale ora diciamo Morlachia: 

In una indirizzata Joanni episcopo PrimosJustinianoe (ly 
Gregorio si duole di lui per l'ingiusta condotta tenuta nella 
causa di Adriano vescovo di Tebe, cassa tutt' i suoi alti, e lo- 
priva per trenta giorni della sacra communione : cassatis pritis- 
atque ad nihilum reductis praedictae sententiae tuae de- 
cretis; ex B. Petri principis Apostotorum auctoritate de-- 
cernimus triginta dierum spatio te sacra communione pri-- 
vaimi, comandando che Adriano fosse restituito nel suo luogo 
ed ordine. Allo slésso Giovanni, dopo che fu assoluto da un^ 
concilio tenuto da' vescovi di quella provincia , al quale Gre- 
gorio consentiva, mandò il pallio : Pallium vero ex more 
transmiÈimìis, et vices vo$ Apostoticae sedis agere iterata^ 
innovatione decernimus (2) . _ Anche a questo Giovanni sp 
inviò la legge di Maurizio altre volle menzionata (3) e fu» 
scritto altresì che fosse costante in rifiutare ,al patriarca di 
Costantinopoli il superbo titolo di Ecumenico (4). Altra se ne- 
legge (5) scritta al medesimo, dove gli delega la causa contro- 
Paolo vescovo di Dodea , imponendogli che trovandolo con- 
vinto confesso de' delitti che gli s'imputavano , lo privasse- 
della communione del corpo e sangue del Signore, in monor- 
sterium eumusqm ad diem obitus sui ad agendam curet 
poenitentiam retrudèiidfUm. ' 

Di tJrbico vescovo di Durazzo neirillìrico , da' latini dettai 
Dyrachium^ fassi anche menzione nelle poc'anzi cennate epi- 
stole (6).: a costui Gregorio manda benanche la legge dell'im- 
peratore Maurizio , e gl'inculca d'esser forte in rifiutare il- 
nome di Ecumenico al patriarca di Costantinopoli. 

De' vescovi di ladera, da Plinio (7) e da Tolomeo posta nel-- 

(i) Lib. II, Iftd. XI, ep. 6. 

(i) Lib. IV, ep. 8 — /oan. episcopo Justiniarm Primw Illirici. 

(3) Lib. VII, ep. li. 

(4t) Ejus. lib. Inét. II, ep. 70 * 

(5) Lib. X/ep. 33. 

(6) Lib. VII, ep. il e Ind. 2, ep. 70. 
(7J Lib. Ili, cap. 2i. 

TomJI. * 



— 8»~ 

rniirico, oggi detta Zara vecchia , leggiamo sovente farsi me- 
moria da Gregorio. Egli io fatti con un' epistola proibisce a' 
preti, diaconi, al clero, nobili e popolo di Jadera di comuni- 
care col prevaricatore Massimo, e di prender da lui i sacramenti 
i quali non comunicano col medesimo (i). Con altra epistola 
drizzata a Sabinia/m Episcopo Jadertino a costui proibisce di 
comunicare col medesimo Massimo, e di far menzione del suo 
i^ome fra le solennità sacre delle messe ; e Io chiama in Roma, 
ordinandogli di condur seco altri vescovi e religiosi per esa- 
minar la causa di quelli ohe a colui avessero aderito (2)« As- 
solve il medesimo Sabiniano per la penitenza fatta, e lo rein- 
tegra nella sua grazia ; e quindi loda la sua obbedienza e Io 
conforta a non turbarsi per la contumacia di Massimo (3). 

Altri vescovi ebbe l'Illirico, non memorati in qu^ti libri da 
Gregorio forse perchè non n'ebbe occasione, siccotDe quello di 
Senta cosi da PHnio chiamata, oggi deità Segna ^ di Enona 
detta óra Nonày ed altri che possono leggersi presso Carlo 
da S. Paolo* 

L' Epiro ebbe per metropoli Nicopoli , siccome V appella 
Strabene (k) : ma questa città da Plinio è in vece detta Nico- 
potitana (5) ed il suo nome è Provenza: quivi la loro sede 
tennero gli arcivescovi memorati da Gregorio in questi libri , 
sopra i quali egli esercitò la sua autorità. Si conosce da un'e- 
pistola drizzata al vescovo di Cordra, che ad Andrea Metro- 
polita Nicopolitano (siccome lo chiama Gregorio Andreas vene- 
ràbilis inemoriae frater noster NtMpoUtanus Metropolita) 
fosse stata anche dall'imperatore fòtta premura per la deci- 
sione della lite insorta sopra il castello Cassiopo tra il. vescovo 
d'Isaurìa e quello di Coreira ; che Andrea avesse giudicato 
a favóre del vescovo di (Pereira ; e che Gr^orìo, confermando 
la sentènza, si valse dell'eminente sua autorità, dicendo: for- 
mam ejusdem sententiaé comproba/ntes ^ Apostolicae sedis 
auctoritate eam [avente jmtitia cùmprobaftiùs , confir- 

(ì) Lib. V, ep. 48. 

(2J Lib. VIep. 17. 

(5) Lib. VII, Ind. 1, ep. 12 e 2§. 

(4) Lib. VIL 

(5j Lib. IV, cap. 1. 



— 5» — 

mamus^ atqm per omnia róùìistam manere decemimus {i) . 
Dall'essersi decisa questa lite del metropolitano dell'Epiro come 
appartenente alla sua cognizione, non dee dubitarsi che Gre- 
gorio in queste epistole per Corcira non intende già l'isola 
dì Corcira , oggi detta Curzola , posta nel seno interiore del 
mare Adriatico, e memorata da Plinio (2) , ma l'altra Corcira 
detta Corfù : poiché siccome sono due Melile , una presso Ra- 
gusi, detta ora Melada, FaHra in faccia alK Africa detta al pre- 
sente Malta; così presso i ; geografi 'si riconoscono pure due 
isole Corcire. In fatti neU*èpistola drizzata a' vescovi dell'Epiro 
fra gli altri si legge il nome di Alcisono eh' ebbe la lite col 
vescovo d'Isaura : ór se questi fu uno de' vescovi d*Epiro, cer- 
tamente di toif ù , non dì Ctìrzola inlese parl^ Gregorio. Del 
resto sia libero a ciascuno di seguitare ciò eie giudicherà più 
conforme al buon criterio ed alla Vagone. A questo Andrea 
arcivescovo Nicopolitano rimise anche la legge di Maurizio, 
ed e^sortoMo airailmente a rifiutare il titolo di Ecumenico al pa- 
triarca di Costantinopoli (3), 

Questa provincia uti tempo fu ornata di parecchie illustri 
città , come quelle di Ambracia,, Eraclea, Attio (colonia ro- 
mana, dedotta ivi da Augusto dopo la famosa pugna Attiaca , 
e celare anche per lo famoso tempio ad Apollo dì cui ora 
non restano più i vestigi) , Thesamis ora detta Calama , 
Buthrotum oggi ÌButrinto^ ed altre : quindi in questi libri si 
legge una epistola di Gregorio drizzata a più vescovi di Epiro, 
Theodora , et Demetrio ^ Philippo, Zenoni et Alcissono 
Episcòpis Epyri^ a* quali impone che ad Andrea già consa- 
crato vescovo di Nicppoli , al quale avea mandato il pallio , 
prestassero come a loro metropolitano tutta robbedìenza , di- 
vozióne e fedeltà.; è che fosser solleciti ed attenti a non con- 
ferir ordiiii ecclesiastici per dono , raccomandazione , o per 
grazia di chi che sia, ma unicamente riguardàss(^.ro la gravità 
de' costumi ed i meriti della persona ; e soggiunge che óve 

(1) Lib. XII ep. 2 — Di questo stesso Arcivescovo ADdrea>fassi anche men- 
zione Della seguente epistola drizzata a Bonifacio diacono. 

(2) Lib. HI, cap. 26. 

(3J Lib. VU, Ind. l, ep. 11; et Ind. H, ep, 70. 



— 36 — 

fatto avessero altrimenti , canonica illud ^ ut dignum est , 
severitate corrigemus (1). 

Ecco quanto a' tempi di. Gregorio stendessero i pontefici ro- 
mani lor potere ed autorità sopra le chiese di tante province 
dell'Impero d'Oriente, la maggior parte delle quali compone- 
vano il patriarcato costantinopolitano. Ma si considerino in- 
tanto ]e varie vicende delle mondane cose , e quanto sieno 
imperscrutabili i giudicj del Signore ed incomprensibili le oc- 
culte vie con le quali regge e governa questo basso mondo. 
Tutte queste chiese furon dappoi da' seguenti imperatori di 
Oriente tolte a' pontefici romani con intento che non dovessero 
<juelli impacciarsene,, ed unicamente attribuite al trono di Co- 
stantinopoli. Fin%al pontificato »di Gregorio sotto l'imperatore 
Maurizio, siccome si è di sopra accennato^ , cominciarono a 
germogliare semi di discordia tra i romani pontéfici e gì' im- 
peratori di Oriente; ma per la controversia da poi insorta* in- 
torno all'adorazione delle immagini, le cose proruppero in più 
scandalose ed aperte contenzioni. Lione Isaurìco incominciò , 
ma Costantino Copronimo suo figliuolo e successore imper- 
versò molto più, e Lione Porfirogenitò non mostrò minor li- 
vore ed animosità di suo padre e dell'avo. Si venne in 'fine 
ad una separazione della chiesa greca dalla latina , ed i pa- 
triarchi approfittando del favore loro accordato , non pur si 
sottrassero all'antica obbedienza, ma esclusero affatto i ponte- 
fici romani dalla cura pastorale di tutte le chiese delloro pa- 
triarcato ; e perchè fossero di tale esclusione in ogni futuro 
tempo sicuri, ed essi nella loro autorità bene stàbifiti, fecero 
che gì' imperatori stessi per loro costituzioni desser nuova 
forma e disposizione alla loro ecclesiastica polizia. Leggesi 
presso Leonclavio una Novella dell' imperatore Lione detto il 
sapiènte o il .filosofo^ nella quale fassi lungo catalogo delle 
chiese tolte al trono romano ed attribuite al trono costantino- 
politano , ed appartenenti non pure a queste provincie dì 
Orieote delle quali finora si è detto, ma eziandio a quelle di 
Occidente, ed a tutte le regioni e città ch'erano in Italia ed 

lì) Lib. V, ep. 7. 



-37 — 

altrove rimase sotto Titóperìo d' Oriente , non occupate da' 
Longobardi , né da altre straniere nazioni. Cosi la Sicilia, con 
molte chiese della vicina Calabria e con quasi tutte le chiese 
delle città u\arìttime delle province onde ora si compone il 
regno di Napoli (non conquistate da' Longobardi, poiché questi 
non aveano armate di mare), furono al trono Costantinopoli* 
tano attribuite. Alla separazione della chiesa greca dalla latina 
seguì dappoi l' invasione de' saraceni maomettani , in man 
de' quali per la maggior parte queste province passarono. 
A' quali tenner dietro i feroci conquistatori turchi, che a guisa 
di torrente inondarono tutto l'Oriente, e finalmente presa Ck)- 
stahtinopoli, trasferirono quell'imperio da' greci ad essi sotto 
grimperatori ottomani. Così restano ancor oggi tante chiese 
oppresse dal grave peso dell'imperio turco , dove la relìgion 
dominante è la maomettana, se ben si lasci^issero vivere i greci 
nell'antica lor religione cristiana: ma questi non riconoscono 
più ne' pontefici romani quella sovranità e preminenza che i 
loro maggiori anticamente confessavano , e vivono sotto i loro 
proprj pastori,, che di essi e delle loro chiese prendono cura 
e governo. 

Lo stesso ravviseremo essere accaduto negli altri tre patriar- 
cati di Oriente, nell'Alessandrino , Antiocheno e Gerosolimi- 
tano, ciò che sarà il soggetto del Capitolo seguente. 



— 38- 

CAPO V. 

De' Patriarcati Alessandrino, Antiocheno 

e Gerosolimitana 

Il mondo conosciuto dagli antichi geografi non era di- 
viso che in tre sole parti , Oriente , Mezzogiorno ed Occidente,, 
che vuol dire nell'Asia, nell' Africa e nell'Europa. Nell'oriente 
si rese chiara ed illustre la chiesa di Antiochia della Siria ; 
nel mezzogiorno quella . di Alessandria di Egitto ; nell' occi- 
dente quella di Roma in Italia. Questi tre patriarchi, a dif- 
ferenza del patriarca di Costantinopoli , il quale per lo suo 
innalzamento non aveva altro sostegno che il favore degl'im- 
peratori d' oriente , e l' essere stata Biaanzio da piociola città 
resa poscia sede imperiale da Costantino Magno, cui piaciuto 
era contro il corso del sote trasferir l'aquila imperiale dall'oc- 
cidente all'oriente ; appoggiavano la loro eminenza sopra altre 
sedi minori a più stabili fondamenta, ed a titoli più antichi 
procedenti anche da divina istituzione. 

L'Alessandrino, oltre il pregio di riconoscere Alessandria a suo 
fondatore un eroe qual fu. Alessandro il Grande, e di essere stata 
la prima città del mezzogiorno , si gloriava essere stata decorata 
la sua sede dall' evangelista Marco che ne fu il primo vescovo , e 
dalla scuola di Alessandria essere usciti i primi teologi che die- 
dero esempio agli altri , onde surse la nuova cristiana teologia. 

L'antiocheno vantava Antiochia essere stata la città (secondo 
è manifesto dagli atti di s. Luca) tra le altre la più numerosa 
de' primi fedeli, dove da ogni parte e da Gerusalemme con- 
correvano i nuovi convertiti per esser meglio istrutti della cri- 
stiana religione , come in luogo dove risedevano i più saggi 
dottori ed i più illuminati nella vera fede ; Antiochia essere 
stata la prima che diede a' credenti il nome di cristiani, per 
testimonianza dell' istesso s. Luca; e finalmente in Antiochia 
aver collocata la sua sede il principe degli apostoli s. Pietro. 
Sebbene Gregorio , appunto dall' aver Marco seduto in Ales- 
sandria e s. Pietro in Antiochia prendesse argomento del pri- 
mato della chiesa di Roma, come si dirà più innanzi; pur 



- 89 - 

confessava che le preminenze de^ patriarchi di Alessandria e 
di AaAx^a,^ coiofi dipeodeati da s. Pietro , fossero appog- 
giate a titoli dmni e non umem. fy» (c^H dice parlando 
di s. Pietro e delia Chiesa di Alessandria) decorami sedem 
in qua Evsangelhtam discipulum misit. Ipse (parlando 
delia chiesa di Antiochia) firmavi t sedem ^ in qua septem 
annis , quarnvis discessurus , sedit. Cnm ergo nnim atque 
una sit sedeSy cui ex auctoritate divina tres nunc episcopi 
prtzsidenty quidquid ego de vobis boni audio ^ hoc mihi 
imputo (1). 

La chiesa di Gerusalemmer meritamente fu innalzata a pa- 
triarcale, poiché essa fu la prima di tutte le altre chiese, e 
quella dalla quale fu propagata da per tutto la cristiana reli- 
gione: fu quella dove il nostro buon Redentore la seminò 
conversando ' con gli uomini, dove morì, dove fu sepolto e 
dove risuscitò. La chiesa Gerosolimitana, nella quale presedeva 
l'apostolo Giacomo, ci diede la norma de' concili: ella spe- 
diva le lettere sinodiche per regola di tutte le altre chiese , 
non esclusa quella di Antiochia , siccom' è manifesto dagli 
Atti stelli dì s. Luca. A ragione adunque doveva esser pre- 
ferita a tutte le altre. 

Gregorio in pruova della sua preminenza sopra queste 
chiese, valevasi de* cotanto inculcati testi del Vangelo già 
riferiti; e nella citata lettera indrizzata ad Eulogio vescovo dì 
Alessandria li ripete, dicendo : Qiiis enim nesciat S. Eccle- 
siam in apostotorum principis ^liditate firmatam^ qui 
firmitatem mentis traxit in nomine ^ ut Vmvccs a petba 
vocaretnr? €ni veritatis voce dicitnr: Tibi dabò ctaves 
Regni Ccetorum ? Cui rursus dicitnr : Et tu aliquando 
cowfrersus confirmà frafres tuos? Iternmque: Simon 3oan^ 
nf>, amas m^r Pasce oves meas? Itaque cum multi sint 
Apostoli, prò ipso famen principatu sola aposiolorum 
principis sedes in auctoritate convalnit, qum in iribns 
tocis unius est. Ipse enim sublimavit sedem , in qua etiam 
qniescere et prmsentem vifam finire dignafus est. 

Nelle chiese di Alessandria e di Antiochia , come si è detto, 
si aggiungevano adunque per cotal preminenza del pontefice 

ii) Uh. VI, ep. 37, 



- 40 — 

4ì Roma due altre particolari ragioni ; in quella di Alessan- 
dria, che s. Pietro fu colui il quale vi mandò Marco evange- 
lista suo discepolo a reggerla ; nell' altra di Antiochia , che 
egli stessso la stabili dimorandovi sette anni, ancorché vi 
stesse di passaggio per doverne indi partire e trasferir sua sede 
jn Roma. Nella chiesa di Gerusalemme, ancorché si vedesse 
Giacomo primo suo vescovo , nulladimanco eravi anche s. Pie- 
tro , al quale come principe degli altri apostoli doveano tutti 
ubbidire ; ed in quel concilio gerosolimitano rammentata da 
s. Luca, che fu il primo, egli pria d'ogni altro parlò, e 
secondo il suo voto seguì la decisione. Sopra queste basi elevò 
Gregorio le ragioni della preminenza della sede dei Sommi 
Ponteflci verso i menzionali tre patriarchi : e vedremo in qual 
modo egli le sostenesse e propugnasse. 

delazioni del Pontefice col Patriarcato di Alessandria. 

11 patriarcato di Alessandria abbracciava la maggior parte 
delle chiese di Egitto. Questa provincia, come posta nel 
mezzo tra l'Asia e l'Africa , dagli antichi geografi ora si attri- 
buisce all' una , ora all'altra. Pomponio Mela chiamò l'Egitto 
prima pars AsÌ(b (4). Plinio né all'una né all'altra l'aggiunse, 
ma l'ebbe per confine, che dividesse l'Asia dall'Africa. Altri 
vogliono, che siccome il Tanai divide l'Aaia dall'Europa, 
così il Nilo divida l'Africa dall'Asia. Checché ne sia, sopra 
i patriarchi di Alessandria Gregorio esercitò il suo primato , 
sovente ammonendoli, esortandoli, ed inculcando loro l'osser^- 
yanza de' canoni ne' generali concili stabiliti , e di aver esatta 
cura della greggia loro commessa (2). Ed è da notare, che 
nel privilegio q)edito da Gregorio al monastero di s. Medardo 
((del quale parleremo al suo luogo) (3), fra gli altri vescovi 
che si sottoscrissero vi fu anche Eulogio vescovo di Alessan- 
dria. A questo istesso Eulogio si legge aver Gregorio indriz- 

[(ì) Desiiu orbis — Lib. I, cap 9. 

^) Lib. I, ep. 24. 

<3) Lib. n, Ind. XI, ep. 38. 



— 41 — 

zata un'amorevole lettera, nella quale fra le altre cose gli dice : 
Est tamen aliquid quod nos erga Alexandrinam Eccle- 
siam quadam peculiaritate constringit, et. in ejus amore 
proniores existere speciali quodamfifiodo lege compellit. 
Nam sicutomnibm liquet, quod beatus Evangelista Mar- 
cus sancto Petra apostolo magistro suo Alexandriam sit 
transmissuSy sic hujus nos magistri et 'discipuli unitate 
constringimur , ut et ego sedi prcesidere videar propter 
magistrum^ et vos sedi magistri propter discipulum (1): 
il cbe , come si è detto , gli ripete pure altre volte (2). 

Son degne di memoria due altre epistole anche al medesi- 
mo indirizzate (3). In una di esse (4) è da notare, che ri- 
chiesto da Eulogio di trasmettergli il codice, in cui Eusebio 
Cesariense aveva raccolti gli Atti de' martiri de' tempi di Co- ^ 
stantino Magno , Gregorio gli risponde che né nelP archivio 
delia sua chiesa, né nelle biblioteche di Roma si trovava un 
tal libro , e che non altro rinvenivasi se non un codice dove 
erano notati i nomi, il luogo ed il giorno de' transiti di quasi 
tutt' i martiri , il quale si leggeva per venerazione tra le 
solennità delle messe. Osservasi ancora^ che mand^dogli 
Edlogio la benedizione di s. Marco Evangelista, Gregorio la 
riceve , ma soggiunge che in verità quella reputar si dovesse 
più tosto di s. Pietro che- di s. Marco suo discepolo: Bene- 
dictionem autem s. Marci Evangelistm ^ imo quod est 
verius 5. Petri apostoli, in ea aulcedine qua est trans- 
missa suscepimu^; quasi volesse indicargli che il fonte di 
queste benedizioni lesse s. Pietro^ e ch'egli qtial successore 
di lui la ricevesse, cóme il mare riceve tutte le acque dei 
fiumi. All'incontro Gr^orio mandò ad. Eulogio la benedi- 
zione di s. Pietro, Queste benedizioni non erano altro che 
relìquie di que' santi : la bjenedizione di s. Pietro era una 
croce dentro la qua^le racebiudevasi una rasura di. ferro li- 
mata dalle catene de' ss. Pietro e Paolo , le quali allora si 
conservavano in Roma. Di queste croci sovente Gregorio 

.(i) Lib. V, cp. 60. . 

(2) Uh. VI, ep. 31 et 37. 

(3) Lib. VII, Ind. I, ep. 29 d 30 
(4; Fp. 29. 



— 42 — 

inviava a' primi personaggi di Europa, specialmente alle 
imperatrici , regine e prìndpesse, essendo il femmineo sessa 
più devoto del virile. Ad Eulogio la mandò ^ «vendb sa- 
puto essersi a costui si fattamela affievolita la vista che si 
temeva non rimanesse del tutto cieco ; e gli scrisse che se 
la ponesse sopra gH occhi, perciocché quella rasura avea 
guariti molti infermi di mali gravissimi , e più miracoli ope* 
rati quando alle parti offese erasi applicata (1). 

Nell'altra delle due oennate epistole (2) gli dà ragguaglio 
della conversione di migliaia d'inglesi dal gentilesimo al cri- 
stianesimo mercè de' tanti miracoli ivi seguiti per suoi missio* 
nari : quindi fortemente si duole che Eulogio nella sua lettera 
dato gli avesse il superbo titolo di Papa. Universale, quia, 
^ egli continua, vobis subir ahitur quod alteri plus quam 
ratio exigit prcebetur; e soggiunge: Nec honorem esse 
deputo y in quo fratres meos honorem, suum perdere co- 
gnosco; e poco dopo: Si enim Univebsalem me Papam ve- 
stra sanctitas dicit , negai se lioc esse quod me fatetur 
universum; e qui gli rammenta l'offerta fatta a' suoi pre- 
decesp)ri di un tal titolo dal eoncilio dì Calcedonia, ed il 
rifiuto del quale già sì è parlalo (3). 

Leggonsi ancora altre lettere scritte al medesimo (4). Ma 
al nostro proposito giova notar quella (5), nella quale seria- 
mente Io esorta ad esser più attento nella cura della sua chie* 
sa , dicendo essergli stato riferito che nelle chiese del suo pa- 
triarcato non si conferivano ordini sacri se non per preao, 
ovvero per grazia e per raccomandazione; e che nella stessa 
città di Alessandria un fanciullo pessimamente educalo e di 
cattiva indole era stato simoniacamente ordraato diacono: 
gP ingiunge perciò di voler sollecitamente funditus evellere 
aique eradicare una pianta sì rea e velenosa , poiché la cat- 
tedra di Alessandria , dove sedeva un discepolo di s. Pietro , 
ivi da costui mandato, dovea reputarsi anche sca: togliete, 

(1) Lib. XI, ep. 49. 

(2J Lib. VII, Ind. I, ep. 30. 

(3jNel Gap. I. 

(4) Lib. VIII, ep. 42 — Lib. X, ép. 54 - Ub, XI, ep, 49. 

(5) Lib. XI, ep.' 48. 



— 43 — 

soggiimge) la simonia a mnctisHma ^de vestra^ qucB 
NOSTRA est. 

L'Egitto èWbe molte Btobili è preclare città che P illustra- 
rono , àpecfelmente le marittime e quelle fondate alle porte 
del Nilo. Oltre la tanto celebrata ne' carmi di Omero famosa 
Tebe dalle cento porte, MenlS un tempo sedfe degli antichis- 
simi re di Egitto , le inolte città a dii o (Jee dedicate , onde 
presero il nome , siccome Apolline da Apollo , Afroditopoli da 
Venere, Ermopoli da Mercurio, feide da Cerere (poiché 
presso gli egizi Iside era la stessa che presso i ^reci Cerere ), 
Busiri ," Afrodite ed altre; ebbe pure la illustre città di Leu- 
cotea, e dal lato dell' Arabia queHa famosa Diospoli , ora 
(come alcuni vogliono) chiamata Minio, non molto lontana 
da Copto. Ebbe la città di Copio, la quale (secondo la testi- 
monianza dell'illustre viaggiatore Ramnosìo) oggi "si appella 
Cana , la cui chiesa divenne da pm sede de' patriarchi dei 
Copti scismatici. Ebbe eziandio Arsinoe non molto lontana da 
Menfi, Cinopoli, Sais^ Nàucratis e molte altre. 

Assai più rinomate furono nondimeno le città collocate alle 
porte del Nilo. Questo gran fiume metteva in mare per dodici 
ampie porte oltre quattro aitile minori , le quali non essendo 
navigabili da grosse navi , ma solo per i^iccole barche , furQn 
chiamate rami ignobili del issilo. Tra le dodici, le più vaste 
furono selfe, denominate dal nome delle sette più cospicue 
città fondate loogo il loro eqrsò. Là prima che sMnconlra da 
chi da ponente si muove verso lèvatìté è la città dì Canopo, 
fondata dal greco Canopo rettore delta nave di Menelao ,sdove 
fu sepolto, della - qoal dttà inlese il nostro Torquato quando 

disse: - . . 

E naviga oltre la città, dal forte * ^ 
Greco fondata.a' greci abitatori (1). 

La seconda fa fet città di Bolbifo , dalla quale presero iì 
nome quella porta oggi chiamata Baschet , ' ed il suo porto 
detto Braccio di Raschet ovvero di Rassetto. La terza fu Se- 
bennico, i ruderi della quale ritengono ancor oggi il nome 
di Sebenit, La quarta fu Fatniti , ora- detta Migny, e la sua 

(1) Gerusat. cant. XV. 



foce Braccio di Migny. La quinta fu Mendesia, da cui. prese il 
nome il porto Meodesico , ora detto il Braccio di Baraùgoer, 
La sesta fu Tanite, da Pomponio Mela (1) chiamata Tanicum 
prossima alla porta dì Pelusio. Non fu questa Damiata, come 
alcuni credettero, la quale era più. oltre, ma appunto Tanite. 
Pelu3Ìo era l'ultima porta , e Damiala era posta più in dentro^ 
non neir ultima foce, ma nelF anteriore. Qui era Tanite, da 
cui prese il nome quella riviera , oggi detta Braccio di Tacari. 
La settima ed ultima porta era Pelasìo ^ ed il suo seno ri- 
tiene ancor oggi il nome di Braccio di Pelusio. Tra queste 
città ve n'erano altre marittime, siccome Butos, vicina al 
seno Sebennitico : Faretos tra il Mendesio e quello di Tanite . 
il cui Nomo da Strabene (2) è chiamato Leontopotin , dal 
quale sono pure collocati altri Nomi vicini, ovvero altre pre- 
fetture , siccome di Atribite , Busirì , Cinopoli , Prosopiten , 
dov'era la città di Venere, Saite e Neucratite. 

Molti vescovi presiedevano a queste città , poiché l' Egitto 
siccome da tempi antichissimi abbondava di sinagoghe giudai- 
che, così dappoi quelle, predicalo essendovi il Vangèlo, da 
sinagoghe si trasmutarono m tante chiese (3) : e per questa 
stessa cagione l'Africa si vide anche cotanto abbondar di ve- 
scovi , specialmente 4^ quasi tutte le città marittime , dove 
maggiormente le altre nazioni accorrevano a mercatare. 

Pure Gregorio non fa di esse' alcun motto in queste sue 
epistole che ci son rimaste : forse e' non ebbe occasione di 
farne memoria , o parlonne in altre che si sono smarrite , o 
nelle altre che a' tempi di Carlo Magno si conservavano ac- 
cora nel Valicano. Si leggono bensì nel lib. Il i nomi de' 
vescovi di Tebe ; ma siccome fu avvertito , quivi egli non 
intese de' vescovi' di questa Tebe di Egitto, ma di quella di 
Tessaglia. 

lu una epistola indirizzata Maximiniano Episcopo Araóm 
^esorta costui a • pregar Dio per lui, perchè lo liberi dagl'in- 
<^essanti dolori di podagra da' quali era .tormentato; ma è 

^1) Lib, I, cap. 9. - 

(2) V. Hierocl. Notit. delle Chiese— Provincia August. pag. 155. 

(3) Lib. IX, ep. 27. * ' ^ 



— 48 - 

incerto se intenda di qualche vescovo dell' Arabia appartenente 
al patriarcato di Gerusalemme , ovvero a quello di Alessandria. 
Potrebbe essere appartenente air uno o all'altro, essendo del 
pari che il patriarcato gerosolimitano confinante con l' Arabia 
anche quello di Alessandria, poiché secondo Plinio e gli altri 
geografi, più in là di Pelusio, ultima porla del. Nilo, sMn* 
centra l'Arabia lungo il mar rosso,' cioè T arabico seno di 
quel mare dove comincia T Arabia felice; eia città di Dìospoli 
era posta Don molto lontana dall'Arabia. Checché ne sia, 
esercitando Gregorio le preminenze che gli recava il suo pri- 
mato sopra il patriarca alessandrino, molto più poteva eserci- 
tarlo sópra i vescovi da questo patriarcato dipendenti. 

§•2. 

Relazioni del Pontellee col Patriarcato di.Antiocliia. 

Antioelua della Siria , divisa dal fiume Oronte (poiché vi 
furono più Antiochie) ebbe il pregio di essere sovente fre- 
quentata da S. Pietro e dagli altri apostoli e discepoli di N. S., 
e secondo gli Atti di S. Luca, in essa più che in qualunque 
altra città il numero de' fedeli fu grande non meno di gentili 
che dì giudei convertiti, dalla .quale venne a' medesimi il 
nome di cristiani. Gregorio previene il dubbio , che avendo 
prima in questa cattedra seduto S. Pietro, e dappoi trasferita 
la sua sede in Roma, al suo successore quivi rifatto potessero 
essere per avventura trasferite le ragioni del primato; poiché 
egli dice, in prima quelle preminenze non furono attaccate 
alla cattedra di Antiochia, ma alla persona stessa di S. Pietro, 
sicché avendo poi fermata la sua sede in Roma , ed essendo 
quivi morto, ne'suoi successori di Roma, non in quelli di Antio- 
chia le preminenze stesse si trasfusero (1). Gregorio aggiunge, 
che S. Pietro non ebbe animo* di permanere quivi , ma di 
dimorarvi sol di passaggio ^ discessurm sedit ; al che non 
osta che per sette anni vi si fosse fermato ^ giacché il transito 
degli ebrei dall' Egitto nella terra di Canaam durò non per 

(l)V.Ja citata ep. 57, lib.VL 



-46 — 

I 

sette ma per quaranta anni, e pure dicesi passaggio. Né vi è 
dubbio che questo pontefice sopra il patriarcato antiocheno 
avesse esercitato la sua preminenza, siccom^è manifesto da più 
sue epistole ad Anastasio (1). 

A questo patriarca egli inculca di rifiutare a Ciriaco pa- 
triarca di Costantinopoli il titolo di ecumenico (2) • Con rive 
istanze lo esorta ancora a togliere dalle sue chiese di Oriente 
il pravo costume di conferire i sacri ordini per doni o rac* 
comandazione , e ad estirpare ogni simoniaca ordinazione. 
Lo avverte a star cauto drca gli esemplari del ooncilk) Efe- 
sino, poiché ne giravano attorno alcuni falsificati da Pelagio , 
da Celestino e da altri eretici ; ond'egli ricercasse i sinceri 
esemplari dalle chiese di Alessandria ovvero di Roma, dove si 
conservavano i più antichi e fedeH (5). 

Le città che componevano il patriarcato di Antiochia , an- 
corché Gregorio in queste sue epistole non avesse occasione 
dì farne menzione , non furono meno illustri e numerose 
di vescovi ; poiché in es^ furono più sinagoghe , € non è 
dubbio che queste dappoi, divennero chiese; in fra 1' altre 
Ostracine, da Antonino posta tra il monte Cassio dove bx se- 
polto il gran Pompeo^ e Binocolura , del eui vescovo abbiam 
memoria negli atti del concilio di Calcedonia , leggendosi tra 
le altre soscrizioni de' vescovi che v'intervenirpno la segneote 
Abraamius Ostraciensis. Oltre ÌUnocoIura, poi detta Rinoura, 
noq molto lontana fuvvi Raphea poi dbiamat^ Baffa : indi 
Gaza nel confine della Giudea; siccome non forono in minor 
numero le città mediterranee , ciascuna {U'eseduta da proprj 
vescovi. , come Damasco ed al^e noverate parimenti da Carlo 
a S. Paulo nella sua Geografia Sacra. 

Relazioni del Pontefice col Patriarcato di Gerasalemme. 

Gerusalemme, óltre i pregi di sopra rammentati, fu ripu- 
tata dagli scrittori non meno greci che latini una delle più il- 

(1):Lìb.I,ep. 7e2i. . 

(2)'Lib.VI, ep.24e31. 

(3J Lib. VII, ep. 5, e sopra tutto uell'ep. 48 dello stesso libro, Ind. IL 



- 47 -- 

luslrì città deir oriente. Plinio di lei così scrisse: Hieroso- 
lyma longe clarissima urùium orientisi non Judeod modo (1); 
e Gornelio Tacito si dififonde a descriverne l'orìgine, perchè dovea 
rapportare il fine ed abbattimento d'una si preclara città : 8ed 
quia , e' dice , famosae vróis supremum diem tradituri 
mmus, congruem videtur primordia ejm aperire (2). Do- 
vevasi adunque anche per qi^psto riguai*do alla sua chiesa l'o- 
norò di esser innalzata a sede patriarcale , ma i suoi confini 
furono in confronto degli altri patriarcati pur troppo brevi ed 
angustia Nondimeno la sola Palestifia comprendendo la Giudea, 
la Galilea 9 la Samaria y l'Iturea , e le altre tetrarchie, ebbe 
molte città decorate di sedi vescovili sottoposte al patriarca 
di Gerusalemflie , sopera il quale si ravvisa aver Gregorio eser- 
citata la sua giurisdizione. 

• Ad Amos vescovo di Gerusalenmie Gregorio impone (3) , 
ch'essendo fuggito dal sua diacono che teneva alla corte di Co- 
stantinopoli un aócotìto e rifuggitosi nella città di Gerusa- 
lemme,, usasse ogni mezzo per arrendo , e lo mandasse in 
Roma, e se mai avutone sospetto, il medesimo latitai^e in altri 
luoghi della sua parrocchia , ponesse ogni diligenza a farlo 
cercare, e tròvatok), a lui lo inviasse^ ordinando parimente che 
si privasse intanto lo stesso aocdito della comunione del corpo 
e del «angue del Signore, a meno che non si rattrovasse nel-, 
l'imminente pericolo di morte. 

Ad Isìdo nuovo vescovo, risppodendo Gregorio alla sinodica 
lettera da costai mandatagli (secondo il costume osservato da 
tuU' i nuovi patriarchi di comunicarsi a vicenda la profes- 
sìon di lor fede) dà incarico con molta premura di estirpare dalle 
sue chiese il pestifero veleno della . simonia , che aveva inteso 
, essersi sparso per le chiese di oriente, non pervenendo alcuna 
a' sacri ordini se non per doni, grazia e raccomandazioni : ed 
a tal uopo gli dice che pensasse esser questa la prima, la più 
grata e la più importante oblaziotìe che potesse fare a Dio. 
De' vescovi di Gerusalemme fassi anche memoria da Gregorio 

(1) Lib. V, cap. 14. 

(2) Hist. lib. V. 
(5) Lib, VII, ep. 7, 



— w — 

nelle sue lettere sinodiche agli altri patriarchi le quali appressa 
ad altro proposito saran memorate. 

La Palestina ebbe dal lato che riguarda il mare mediter* 
rdneo più cospicue eittà marittime. Nella Samaria Ascalona 
ora detta Scalona : Azoto chiamato oggi Alcelte : due lamnie ^ 
una al mare, l'altra mediterranea, che ora ritiene il nome di 
Zenia : loppe , ora laffa , pos^ sopra un colle sì elevata 
d'onde puossi vedere Gerusalemme ; essa, secondo Strabene (1), 
sarebbe slata un tempo metropoli della Giudea ; e presso noi 
ora è più celebrala pe' miracoli ivi adoperati da S. Pietro che 
per la favola di Perseo che quivi avrebbe salvato Audromeda 
dalle fauci della I)alena : Apollonia , ora detta Alzufo : torre di 
Stratone, detta dappoi Cesarea di Palestina , (per distinguerla 
dall'altra Cesarea di Filippi), la quale Erode Magno in onore 
di Cesare Augusto avendo cinta di muri dandole forma di città, 
volle che dalsuo iioine fosse chiamata Cesarea, ora detta 
Casair capo d'una provincia: poscia FI. Vespasiano la rese 
colonia romana, e fu chiamata (ìal,^suo nome Flavia : di questa 
intese Ul piano, quando in un suo responso disse : Divus Vespa^ 
sianns caesarienses cotoìios fedi etc. (2). 

La Samaria ebbe pure illustri città mediterranee. Ebbe Na- 
poli, oggi delta Naplosa ovvero Napoli di Palestina. A'ierapi 
.di Cristo rende testimonianza Beniamino nel suo Itinerario (3) 
che fosse chiamala Sichem. Flavio Giuseppe (^) scrive , ohe- 
i naturali del luogo la chiamavano ancora a' suoi tempi col 
nome antico di Maòortha^ sebbene Plinio (S) pretenda anti- 
camente esser detta Mamortha^ Ebbe Sebaste nel monte : 
questa città fu pure còsi chiamata in grazia di Augusto ,' poi- 
ché prima aveva il nome didla regione Samaria. Fra gli altri 
vescovi intervenuti nel concilio Niceno I e nel costantinopolitano 
furonvi anche gli episcopi seòastenses ovvero ^eòastefyi^ sic- 
come è manifesto dalla Notitia Provincie Palestinm. Oggi 
anfeOTchè tutta andata in rovina, vien detta ancora Sebastia. 

(l)Lil). XVL 

(2) 2). De censibus 

(3JPag,38. 

(4) Op./it., lib. V, cap. 4. 

{5)Lib. Y. cap. 15. 



— 49 — 

Ebbe in fine Gamalà , diversa dall'altra posta oltre il GiordaDo; 
memorata da Plinio, da Svetonio (1) e da FI. Giuseppe (2). 
Nella Giudea^ ed in quella sua parte che si congiunge alla 
Siria detta Galilea , come pure nell'altra parte confinante con 
l'Arabia e con l'Egitto, detta Perca e divisa dal Giordano , 
altre città famose pur si trovavano che avevano i loro vescovi. 
Il rimanente della Giudea era diviso in Toparchie , le quali o 
presero o diedero il nome alle città metropoli : lerico , il cui 
distretto è fertilissimo di procere palme : Emaus poscia , presa 
Gerusalemme, da Tito chiamata Nìcopoli, memorata da Plinio 
e da FI. Giuseppe (3) : Lidda, chiamata dappoi Diospoli, ond'è 
che nel concilio costantinopolitano I si legge il nome del suo 
vescovo Dionysim Dio&politanm , provinciae Patestinae ; 
città al ' presente distrutta secondo là testimonianza che ne 
rende Pietro della Valle ne' suoi viaggi (4): loppe, di cui già 
si è detto: Acrabatena, memorata da FI . Giuseppe (b), e chia- 
mata ne' Macabei (6) Acrdbatane Gofmti : Tamnitica men- 
zionata dallo stesso FI. Giuseppe (7): Betlemme di cui anche 
questo scrittore fa memoria (8) , città pure distrutta , e resa 
oggi picciola villa, secondo che scrisse il Della Valle (9). Orine, 
nella qual Tetrarchia era collocata Gerusalemme ; e la decima 
Erodio di cui parla altresì FI. Giuseppe (10). Oltre le altre città 
poste d'intorno al lago Tiberiade son da commemorarsi Juliade 
fondata da Filippo, tetrarca della Galilea, e così chiamata in 
grazia di Giulia moglie di Tiberio, la qual città è rammentata 
anche da FI. Giuseppe (H); siccome Hippo e Tarichea da Plinio, 
Svetonio (12) e da Giuseppe (15) non omesse ; e Tiberiade^ 

<2J De bello lud, Lib. IV, cap, 1, 
<3J Ibjd., tib. Ili, €ap. II. 

(4) Parte I, ep. 13. 

(5) Luogo cit. 

(6) Lib. I, V. 5. 

(7) De bello Jud., lib. V, cap. 4. 

(8) Loc. cit« 

(9) Loc. cit. 

(10) Op. cit., Lib. II, cap. 2. 

(11) Op. cit,, Lib. cap. 8. 
(i2)IuTito 

(13) Op. cit. lib. HI, cap. 2 e cap. 16. 

Tom. //. 5 



— 80- 

fondata da Erode tetrarca, e così nomiiìata in grazia di Tiberio, 
poiché prima diceasi Cenereth. 

Sebbene non si legga in questi libri alcuna epistola diretta 
da Gregorio a qualche vescovo di queste città, perchè forse 
a lui ne mancò l'occasione ; nulladimanco se ne leggon due 
indirizzate una a Palladio^ prete del monastero del monte 
Sinai, al quale Gregorio dà salutari ammonimenti , e manda 
della benedizione di S. Pietro una cocolla ed una tonica (1). 
L'altra a Giovanni abate di quel monastero, al quale , avendo 
inteso non essere il monastero provveduto abbastanza di letti 
e di altri utensili, ei li manda, raccomandandosi alle ora- 
zioni di lui (S) . Evvene un'altra (3) a Rustica Patrizia , la 
quale da Costantinopoli erasi per devozione portata a visitar 
quel monastero, ma tosto ritornossene in sua patria ; di che 
Gregorio la riprende come tiepida, poco amante delle cose ce- 
lestiali e troppo delle terrene e mondane. Il monte Sinai non 
è, siccome alcuni credettero, lo stesso che il monte Casio 
posto sul confine dell' Egitto e della Siria , del quale parla 
Plinio (4). Esso in vece è lo stesso che il monte Oreb, dove 
pasceva Mosè la gregge del suo suocero, ne' confinì dell'Arabia: 
è detto Sinai per esser quasi tutto coverto di rubi , poiché 
presso gli ebrei il rubo chiamavasi sioa ; della qual cosa con- 
vengono i più dotti cementatori dell'Esodo di Mosiè. Questo 
monastero, del quale narrasi essere stata fondatrice Elena madre 
di Costantino Magno, non solo a' tempi di Gregorio fu in gran 
reputazione e stima appo gli orientali per la santità de' monaci; 
ma passate dappoi tutte queste province sotto la dominazione 
de' saraceni maomettani , ritenne benanche presso di loro la 
stessa venerazione : ed il dìligentissimo viaggiatore Pietro della 
Valle (5) narra che a'suoi tempi vi abitassero ancora monaci 
greci, e che ritenesse fi'a i turchi là stessa venerazione ; i quali 
somministravano a que'monaci quanto loro bisognasse , dicendo 
Maometto ìstesso averli avuti cari ed aver loro conceduto àmpj 

(1) Lib. Vili, ep. 45. 

(2) Lib. XU, ep. 16. 

(3) Lib. Ili, ep. 44. 

(4) Lib. V, cap. 12: 
(5j Parie I,ep. 11. 



-SI — 

poderi intorno con molli villani ascritti e con aUri spe^ 
ciali favori. Quivi anche credasi essere il sepolcro di S. Ca- 
terina. 

Ma ecco qui nuova cagione onde stupirsi de' profondi ed 
inoperscrutabili giudiej del Signore. Questi tre patriarcati anch' 
essi si perderono come quello di Costantinopoli . L' Egitto ri- 
bellandosi si sottrasse dall' imperio greco; e siccome prima 
riconobbe i Faraoni e dappoi i Toloraei , così poscia i califì , 
pigliando questo nome dà quel primo califo , il quale disceso 
dal sangue di Maometto , se ne fece signore . Il regno sotto i 
successori calili' fti prodigiosamente ampliato , siccome con 
verità il nostro Torquato cantò: 

Ed accresduto in guisa tal che viene 

Asia e Libia ingombrando al Sirio lito 

Pa marmòrici fini e da Cirene, 

E passa addentro Incontro alFlnfinito 

Còrso del Nilo assai sovra Siene. 

E quinci alle campagne^ inabitate 

Va della Sabbia, e quindi al grande Eufiate. 
A destra ed a sinistra in se comprende 

L'odorata maremma e il ricco mare, 

E fuor dell' Eritreo molto si estende 
* Tncontr' al sol che mattutino appare (1). 

Ressero i califii PEgìtto fino all'anno 1450. Dappoi succedet- 
tero i saladiai j cosi chiamati perchè Saladino uccise l'uHimo 
califo, e da lui preser poi il nome gli altri successori signori 
di Egitto. I saladini distesero più oltre le conquiste: occupa- 
rono Damasco e tutta la Scria. Si resero padroni della- Giudèa 
e di Gerusalemme, tolta a' cristiani nel 1487 dopoché questi 
per 89 anni l'avean tenuta, e s'impadronirono di gran parte 
delFAsia. Si videro a questi tempi in oritentee nel mfezzogiomo 
tre potentissimi monardii : grimperatori dei turchi, i re di 
Persia ed i saladini di Egitto: T saladini ufon regnarono che 
intorno a cento anni, a' quali nei 1250 successero i' soldani. 
Neil'oriepte e meirogiòmo la rdigione dòrainaiUedà per tutto 

(1) Gerus. lib. e. 17. 



s. 



— 88 — 

^era la maomettana, poiché dod altramente che i califi , i sala- 
mini e i soldani, e non meno che i torchi, i re di Persia, di 
altra stirpe che l'antica , professavano la stessa religione ; 
anzi i re dì Persia pretendevano che il primato della mede- 
rsima si appartenesse non a' califi , ma a loro soli come più 
prossimi e legittimi discendenti di Ali, da Maometto adottato e 
iasciato suo erede. Narra Pietro della Valle (1) che trovan- 
«dosi egli nel 16 SO in Persia, il re che alteravi regnava, osti- 
natamente pretendeva che il primato nelle cose di religione , 
« spezialmente quanto alla custodia del sepolcro del loro pro- 
feta Maometto nella Mecca , a lui si appartenesse come al più 
prossimo discendente di Ali, figliuolo adottivo ed erede di quel 
profeta. All'incontro ì califi, e dappoi in lor vece i ^ladini ed 
i soldani pretendevano appartenersi loro un cotal primato , 
perchè il primo califo fu del vero sangue di Maometto. 

I turchi dopo aver vinti e debellati i soldani ed essersi resi 
signori di Egitto, della Scria, di Damasco, dell'Armenia, del- 
l'Arabia , di Gerusalemme e dì tante ampie province in Asia 
ed in Europa , entraron poi essi in questa pretensione, non già 
perchè fossero del suo sangue, ovvero dì stirpe araba^ ismaelita o 
saracinesca, siccome i predetti. Furono i turchi di altra nazione, 
e la loro origine deriva da quegli antichi popoli , che abita- 
rono intorno la Meotide presso i Dandari e Tussageti, de'quali 
Plinio non si dimenticò (2) dicendo Dandari , Thussagetae , 
Tiircae, usque ad solitudines saltuosis convalliims aspera^: 
jultra quos Arimphaei qui ad B^iphatos pertinent montes. 
Non vi è dubbio che fra gli sciti si annoverano gli Arinfeì , i 
quali ora compongono parte dell'imperio moscovitico, e nella 
Tartaria ancor oggi si trova un paese chiamato Turkestan. 
furono i turchi la prima volta chiamati dall'imperatore Era- 
clio come stipendiar} nel 667 : dappoi licenziati si restituirono 
ne' loro paesi ; ma più tardi, nel 766 , vi fecer ritorno , e 
nell'Asia minore, ora detta Natòlia^ si fermarono e s'unirono 
co' saraceni, de'quali poi da servi ed ausiliarj divenner si- 
gnori. Non pretendono dunque 1 turchi il prinìato della religione 
maomettana, se non perchè avendo vinti e debellati tsaladini 

(1) ^iaggh Pcurte U , ep. 8. 
{2} Lib. VI, cap. 1. 



— 85 — 

ed i soldani di Egitto e di Damasco, sottentraroDo nelle ragionf 
de' califi ; siccome vinti i greci , presa Costantinopoli , estinti 
gl'imperatori greci di oriente e resi padroni di quell' imperio y 
avendo collocata gl'imperatori loro sede in-Costantinopoli, van- 
tano rappresentare le ragioni di quegl'imperatori, e si reputano^ 
successori di Costantino Magno. 

Passate. adunque tutte queste ampie regioni di oriente e di 
mezzogiorno sotto la dominazione de'turchi , la religione domi-- 
nante in esse addivenne la maomettana : onde rimasero estinti , 
non men di quello di Costantinopoli, anche questi tre patriarcati,, 
e la religion cristiana in essi pressoché abolita ; perciocché , 
quantunque da'turchi lasciati fossero i cristiani nell'antica loroi 
religione, nulladimeno questi come che contaminati di varj er- 
rori ed eresie e la maggior parte scismatici , vivono ancor oggi 
divisi in tante sètte sì fattamente varie e fra loro discordanti, che- 
presentano in quelle parti una mostruosa confusione, un caos. 
I cristiani di oriente, che propriamente si dicono greci , riten- 
gono tuttavia i quattro patriarchi, il costantinopolitano, l'ales- 
sandrino, l'antiocheno ed il gerosolimitano; ina tutti sono 
scismatici e non riconoscono il papa. Le altre sette , quant^^ 
sono, altrettanti patriarchi differenti riconoscono. Così i gia- 
cobiti hanno il loro patriarca : hannolo i maroniti ; e l'uno e 
l'altro prende il nome di patriarca di Antiochia. I cophti hanno 
ancora il loro patriarca , che si fa chiamare alessandrino , e 
tien la sua sede in Alessandria. Gli abissini hanno il loro che 
regge tutta l'Etiopia, benché questi al patriarca de' cophti sia 
in qualche maniera soggetto. I giorgìani hanno un arcivescovo 
autocefalo a ninno sottoposto. Gli armeni hanno due generali 
patriarchi : il primo risiede in Arad città dell'Armenia ; l'altro 
in Cis città di Caramania. I viaggiatori concordemente osser- 
vano, ed infra gli altri l'accuratissimo Pietro della Valle , inr 
quelle regioni trovarsi cristiani greci scismatici, armeni , ma- 
roniti, nestoriani, ariani, pelagìani, e tanti e tanti altri. Lo 
stesso Pietro della Valle (1) narra avervi trovati alcuni cri- 
stiani caldei, chiamati di S. Giovanni, ovvero Sabei, i quali 
non hanno altra chiesa che la casa di un solo sacerdote , dovo- 

(i) Parte III, ep. 10. 



— 8* — 

craireDgoiBo ; Boa hanno alcun digiano , né astinenza della 
carne^ né evangelj , né altri libri sacri , e de' sacramenti noa 
hanno se non un'ombra. Fino , quanto al loro battesimo , si 
dubita se sia piuttosto quello di S. Giovanni che quel di 
Cristo^ anche perchè il primo hanno in gran venerazione : 
onde credesi che costoro sieno avanzi di quegli ebrei, cui S. 
Giovanni somministrava con l'acqua il battesimo di penitenza. 
Dall'oriente rivolgendo il nostro cammino al mezzogiorni , 
dopo l'Egitto si perviene nell'Africa, da' greci Libia appellata, 
della quale ci conviene far parola , come quella che un tempo 
fu numerosa di vescovi sopra i quali Gregorio esercitò ampio 
potere in virtù del primato della sua cattedra. 



— wt — 



CAPO VI. 

4 

Delle Chiese di Africa sottoposte a' tempi di Gregorio 

al Primato iì Roma. 



./- 



Avvegnaché, siccome abbiam pur ara veduto, si ravvisassero 
Bel cristìanesirao cinque patriarcati , non è però da inferire 
ohe in essi tutto il mondo cristiano fosse compreso; imperoc- 
ché vi furono alcune province le cui chiese erano governate 
per se stesse da' proprj vescovi ovvero dal solo presbiterio ; e 
fra' vescovi eravi maggiore o minor grado , secondo la mag- 
giore minore estensione della regione o provincia dov'erano 
preposti. E siccome da' semplici vescovi si distinguevano i me- 
tropolitani, soprastàndo questi a più vescovi della stessa pro- 
vìncia ; cosi vi furono gli Esarchi^ i quali aveano la soprani 
tendenza fra più metropolitam della loro diocesi , poiché 
anticamente la dioce^ comprendeva più province, e cotal nome 
non attribuìvasi che alle chiese rette dagli esarchi , non già j 
come ora, a quelle sottoposte a' vescovi. La città poi insienìe 
ool distretto, ove propriamente l'esarca teneva sua residenza , era 
chiamata parwcia. Questi esarchi aveano qualche simiglianza 
a' Primati che ora diciamo di Spagna, di Francia, di Germania 
e di altri regni, :i quali jsq)rantendono come metropolitani bou 
pure ìiella propria provìncia , ma anche nelle vicine. 

L'Africa si vide 'Un tempo (come più sopra abbiamo avvertito) 
numerosa di vescovi, fra' quali risplendeva quello di Cartagine; 
né a cotale abbondanza vuoisi attribuire cagion diversa, che 
quella altre volte notata della moltiplicilà delle sinagoghe^ 
Perocché le tante dispersioni degli ebrei fecero che prima 
nelle oittà marittime di quel paese molte se ne istituissero ; 
e non vi é dubbio che l' Africa in quella lunga estenaone 
che guarda il mar fffèditexraiieo ebbe frequenti città, nelle quali 
il cOQunerdo delle altre nmmi^ spezialmente, de' femcj, fioiiva; 
e quanto la mediterranea é sterile o feconda sol dì mostri e 
di fiere, cotanto la marittima pejr traffichi, per iarte iiautica e 



— 56 — 

per ubertà di terreno è doviziosa e fertile : basta rammeotar 
Cartagine la quale un tempo contese a Roma l'imperio del 
mondo. 

A' tempi di S. Agostino l'Africa sì apparteneva all' im- 
perio di occidente ; ma invasa poi da' vandali, e riacquistata 
quindi per l'opera di Belisario da Giustiniano Magno , fu attri- 
buita all'imperio di oriente, trovandosi già in Augustolo estinto 
quello di occidente. I tanti vescovi africani (poiché il clioia 
caldo e fervente produsse in certo qual modo ingegni a sé con- 
formi, fervidi , acuti e sottili) altieri per l'antica fama della 
loro Cartagine , contrastarono , a' pontefici romani , siccome 
di sopra si é accennato, quelle preminenze , che Celestino I e 
gli altri pontefici suoi successori intendevano esercitare sopra 
le chiese africane: proibirono, ragunati in concilio , le appel- 
lazioni oltre mare: scrissero al pontefice una lettera sinodica 
perché si astenesse dal mandare in Africa suoi chierici delegati; 
e pretendevano in somma con indipendenza governare le lora 
chiese, riconoscendo nel pontefice romano per ragione della 
cattedra nella quale sedeva il primato sol per quanto riguardasse 
l'onore e la riverenza che gli si dovea come al primo fra tutti i 
vescovi. Ma laddove per l'acutezza de' loro ingegni si resera 
alcuni celebri ed illustri, a' quali la Chiesa dee molto, siccome 
fa un Cipriano vescovo di Cartagine, ed un Agostino vescovo 
d'Ippona; così sotto questo clima sursero altri ancora , i quali 
turbarono ]a Chiesa e la posero in iscompiglio e confusione : 
onde fu data occasione a S. Agostino per resistere a costoro di 
scrivere tanti dotti e profondi libri polemici , dei quali si è 
parlata da noi nel nostro libro delle Dottrine degli antichi 
Padri della Chiesa (a). Molti vescovi africani furono illusi 
dalla dottrina de' manichei , e fra gli altri Fausto , il quale 
per la sua gravità avea tratto molti ne' medesimi errori. 
La turbarono assai più i donatisti^ ì quali riputando tutte 
le altre chiese guaste e corrotte , si separarono dalla lora 
comunione , e ristretti fra loro fecero una chiesa a parte , 
che credevan la vera , pura ed incontaminata , siccome 
Cristo la voleva ; e valendosi de' sensi mistici e profetici di 

(a) Da questo luogo s^inferisce che quell'opera fu dettata avanti di questa. 



— 87 — 

Salomone (1) appoggiavano la fantastica lor credenza a quel 
detto dell' innamorata al suo dilettò sposo , la quale ricer- 
cava da luì, per non andar raminga dietro le orme d'altri 
pastori, dove pascesse la sua gregge e dove nel fitto meriggio 
si giacesse : Indica mihi^^ qutm diligit anima mea^ ubi pascas^ 
ubi cubes in meridie, ne vagari incipiam, post greges sodalium 
tuorum: e vantavano perciò, il vero sposo della Chiesa^ che 
era Cristo, non doversi eercare altrove che presso la loro chiesa 
posta nel mezzogiorno. ÀI che per dare una risposta S. Ago- 
stino lungamente si affanna : ma in vero la cosa non meritava 
tanta pena » poiché nella Divina Scrittura può ciascuno, che 
abbia fecondo ingegno, a suo talento trovar tutti que' sensi mì- 
stici e profetici che vuole , quando ad essi non porga altro so* 
stegno che la propria immaginazione. 

Ma finalmente tanta ripugnanza nelle chiese dì Àfrica a sot- 
toporsi alla sede apostolica di Roma fu vinta da'romani pontefici, 
e sotto il pontificato di Gregorio esse sì resero in gran parte 
tranquille ed ubbidienti ; e sebbene non si fossero affatto estinti 
gli antichi errori, non ne rimasero però a' tempi di questo pon- 
tefice che poche reliquie e rari vestigi. Solo i donatisti, i quali 
cominciarono a' suoi tempi a ripullulare e ad acquistar forza , 
gli diedero mollo da fare per reprimerli, siccome sarà mani- 
festo dalle seguenti sue epistole ,' che anderemo notando in 
pruova che l'Africa riconobbe in fine nella cattedra di Roma 
un primato non solo di onore ^ ma di potestà e giurisdizione* 

§•1. 

Delle Provfece onde rAfrica era composta, e de' loro vescovi 
jnemorati da Gregorio in queste sue Epistole. 

La prima provincia che dopo Canopo , ultima porta del 
Nilo che divide l'Egitto dall'Africa, s'incontri da chi da levante 
muovesi verso ponente, è la provincia Marmarica, così chiamata 
da Tolomeo (2) e da Plinio (3) Marcotis Lybia , posta nel mezzo 

(l)Ga]itl, V. 6. 

(2) Lib. IV, cap. 5. 

(3) Lib. V, cap. 6. 



tra Alessandria di Egitto e la provìncia Cirenaica, la quale oggi 
forma una gran parte orientale del regno di Barca. Fra le città 
che novera fuvvi Paretonio, ora detta Raxa, la quale ebbe il 
suo vescovo, memorato nel concilio Niceno Titus Paretanii. 

La seconda fu la provìncia Grenaica la quale ora dicesi il 
regno di Barca. Un tempo la illustrarono più nobili città e fra 
ie altre le più cospicue furon cinque : Berenice, Arsinoe , To- 
lemaide, Apollonia e Cirene stessa. Di Berenice rimangono i 
ruderi ed eziandìo qualche vestìgio del nome antico , chia- 
mandosi ora la città Bernichio. Arsinoe ora è delta Trochara. 
Tdemaide non è la stessa che la dttà di Barca d' onde prese 
nome il regno, ma città marittima la quale anche oggi chia- 
masi Tolemeta. Apollonia, famosa anche pel suo porto, è 
detta ora Bonandré. Tutte queste città ebbero i loro vescovi , 
de' quali conservasi ancora il nome fra' titolari , siccome di- 
remp nel Capo seguente. Ebbe pure questa provincia altre città 
mediterranee, siccome, oltre a Barca , Utina del cui vescovo 
hafisi memoria (1) : Tuburto, memorata da Vittore Vitense 
parlando de' vescovi provinciali (2) : ed Aboriense , dd cui 
vescovo fassi similmente ^memoria (5). 

La terza fu la provincia TripoUtana^ la quale oggi forma il 
re^no di Tripoli, detta di Barberia per distìnguerla dall' altra 
Tripoli di Soria. Questa {Nrovincia ^be per sua metropoli la 
città di Napoli, la quale ora chiamai Tripoli. Ebbe altre 
(dttà decorate da' proprj vescovi, infra le altre Lepti^ diversa 
da quella posta nella provincia Bizacena (k). 

Restaci ancora a favellare dì tre altre province , l'Africa 
strettamente presa, la Numidia e la Bizacena. Ma poiché a' 
primati^ vescovi di queste più epistole di Gregtrio trovansi di- 
rette, separatamente uopo è ohe se ne traili. 

(i) €oilat. Cartfaag. p. 119 Isààc EpiseopmplebisVrunEìnuSf e nel Conc. S. 
Cypriani de ha&ret, haptisi. Foelix sb Utina. 

(2} Benenoius TuBtmBiTGinis. 

V i9) GoSat. Gartiìag., pag. 12d, Trifolius Episeqms piM$ Abohersìs. 

(4) Presso Vittore fra' vescovi della provincia di Tripoli si annov«rano Gal- 
Lip^DES Leptimagmensis ed altri. 



-89 — 

8 2 

ri* 

Della Provincia di Africa strettamente presa. 

1 ■ 

SicGooie per l'Asia géaeralmente presa s'iatendeva liilta una 
terza f)ar.te del moodo allor ooooscuito , sebbene vi fosse una 
pariioolar provincia sbr ettamente Asia appellata , cosi pure 
l'Africa ebbe una particolar provincia Africa nomata , della 
quale era capo Cartagine, ove risedeva il suo Primate vescovo 
di quella città, Essa è posta nel mezzo Ixa la provincia Tripo- 
litana e la Numidia; ed il fiume Tusca^ oggi detto Guadilbar- 
baro, divide la Namidia da questa provincia propriamente detta 
Africa , donde ora comincia il regno di Tunisi. Essa , oltre 
i vescovi da Gregorio ranunentati, ne d^be altri Aelle sue città. 
Ebbe il suo vescovo Tendalo , città mediterranea; del quale 
fessi memoria neUa NotUia Africae (1). Ebbe Maxulla^ pros* 
sima a Tunisi , il suo vescovo , ancor ivi memorato fra gli 
altri di questa provincia (2). L'ebbero Carpi città vicina (5), 
Ittisua (4) , Clypen (3) ora detta Zafarad , Curubi città posta 
tra Clypen e Napoli (6). L'ebbero Napoli (7) , Ucilana (8), 
Uzala (M)lonia vicina ad litica il cui vescovo Esodio fu cotanto 
caro ad Agostino (9).. 

(i) Victor Theudalensis e nella GoUat. pag. 109 U&saj<us Epi$copus Theu- 
dalensis. 

(2) Carsadius Màxulitanus. 

(3) Nella eit. Net. Afr. Foelix Garmtaitds, e nel Gonc. di S, Gipr. Secundìnus 
A Garpis. 

(4) Presso Vittore Yitense tra' Vescovi di questa provincia si legge IIirun- 
Qiaus MissDENSis e nel Gonc Garth. di Bonifacio Servus Dei Missuensis. 

(5) Trovasi annoverato tra' vescovi di questa provincia anche àurelius Gly- 

PIENSIS. 

' (6) Essa è chiara anche per Tesilio di S. Gipriano, ne' cui atti si legge Civitas 
Cformòitana. 

.{7) il vescovo di Napoli è rammentato fra gli altri di questa provincia da 
Vittore Vìtense : Glehbntinus N^politanvs. 

(8) Si fa moncone del suo vescovo nella GoUat jCarthag., pag. 131 : Octa- 
viÀNus Episcopus plebis Ucitanensis. 

(9J £p. ii7 e Sem. 35 de divmi$-—\eggm anche Net. Afr« Sagganius 
UzALEHSis ed altri. 



— 60^ 

Che Gregorio abbia esercitato le sue preminenze sopra i ve- 
scovi di questa provincia e sopra lo stesso Primate vescovo di 
Cartagine, è manifesto da queste sue epistole. Scrive egli ia 
fatti a Domenico, Primate della provincia d'Africa, incari- 
candolo della vigilanza e della carità da usare nella cura ve- 
scovile , e sopra tutto nello attendere alla predicazione della 
parola di Dio : e dimandato dal medesimo intorno a' privi- 
legi delle chiese , gli risponde che stesse fermo in farli va- 
lere, poiché egli siccome non voleva che si offendessero le 
ragioni delle altre chiese, così gli dice nostra defendimus (1). 
E nel privilegio conceduto da Gregorio al monastero di S. Me- 
dardo si legge la soscrizione di questo Domenico, il quale, 
quando quello fu conceduto, trovavasi forse in Roma (2). Avendo 
poi questo stesso Domenico inviata a Gregorio una sentenza * 
da lui proferita contro alcuni eretici, secondo il consiglio da- 
togli, acciocché il pontefice si rendesse certo con quanto vigore 
attendesse alla sua cura pastorale ; questi caldamente lo loda e 
soggiunge: maanme autem quia ita studuit fraternitas destra 
africanam inconcussatn serbare prmndam^ ut nullatenus dmas 
haereticorum sectas cum ferwre sacerdotali co&rcere negligeret. 
De quibus etiam omnibus sopiendis^ etantequam charitatis vestrae 
consuleremur apicibus, in tantum nós subtilius definisse memi- 
nimus^ ut nihil rursus de his po&t^ responderi necessarium cre^ 
damus. Lo avverte nondimeno ad esser cauto , ad usar con 
prudenza il suo fervore e zelo , ed a convincer più con ragioni 
gli eretici, che con pene temporali, affinché non fosse cagione 
di scandalo agli altri primati, poiché Domenico alla pronun- 
ziata privazione delle dignità aveva aggiunto anche la perdita 
delle loro sostanze. Quamquam ergo haec se ita habeant , et 
desideremus omnes haereticos a catholids sacerdotibus rigore 
semper rationeque compesci^ tamen subtiliter intuentes omnino 
nos tetigit^ ne per ea quae apud tm gesta sunt aliorum Consilio- 
rum Primatibus^ quod avertat Dominus , generetur scandalum. 
Sententia namque a i^obis prolata est in conclusione gestorum. 

(1) Gregcfius Dominieo Episcopo Carthaginensi, Vedi lib. Il, ep. 39 
(lDdict.X);e lib. V, ep. 19 e 62. 

(2) Nel Lib. n, Ind. XI, dopo l'ep. 58 Leggesi Domtntcus Carthaginensis 
Episcopus subscripsit. 



^ 6i - 

In qua dura prò imesttgandis illis haereticis admonetis^ subin- 
tulistis eos^ qui negligunti substantiarum dignitatumque^ priva- 
tione plectendos (!)• 

E Gunquodeo abate^ querelandosi che i suoi monaci lasciando 
il monastero andavan vagando di qua e di là senza avere chi 
lor ponesse freno, anzi che alcuni vescovi prendevano la Jor 
difesa, Gregorio scrive allo stesso Domenico una grave lettera 
ortatoria , inculcandogli di reprimere una tanta dissolutezza 
e di avvertire que' vescovi ad astenersi da simi^iante difesa 
ed a costringerli di ubbidire a' loro superiori (2). Al mede- 
simo Domenico dirige un'altra lettera, molto commcDdandolo 
per la riverenza ed ossequio che presta alla S. Sede, e dicen- 
dogli : scientes praeterea unde in Africanis partibus sumpserit 
ordinatio sacerdotalis exordium, laudabiliter agitis quod sedem 
apostolicam diligendo ad officii vestri originem prudenti recor- 
datione recurritis^ et probabili in ejm affectum constantia per- 
manetis (3). Gon altra lettera lo consola nell'afflizione per la 
pestilenza che devastava l'Africa, e gli dice, essendo questi segni 
manifesti della line del mondo, e del prossimo avvento del Si- 
gnore per giudicare i vivi ed ì morti, che prendesse da ciò 
argomento di predicare a' fedeli la penitenza , e là necessità di 
menare una vita pur^ ed incorrotta, affinchè avanti quel giu- 
dice comparir potessero mondi e conseguire la possessione 
del regno celeste (4). Ed in fine v' ha una epistola in cui si 
rallegra col medesimo per la ricuperata sua salute , soggiun- 
gendo che impiegasse il tempo che avanzava a purgarsi di 
tutte le terrei^e impurità , perchè essendo imminente il giorno 
estremo , si potesse comparire immacolato al cospetto di quel 
tremendo giudice ; e gli rende grazie di avergli mandata la be- 
•nedizione del B. Agileó martire (5). 

Non pur Gregorio al primate della provincia d'Africa inviò 
sue lettere , perchè tenesse savia condotta nella cura pastorale; 



(1) Lib. l\. ep. 3, 

(2) Lib. IV. ©p. 52. 
(5) Lib. VU, ep. 32. 
(4)Lib.Vm, ep.ii. 
(5) Lib. 1, ep. 1. 



— tó- 
ma per sollievo de' veseovi della roedesifna provincia appressi 
da' maestri de'soldati imperiali ivi commoranti (essendo coloro 
per tal motivo a lui ricorsi), non si astenne di rivcdgersi enaor 
dio aW Esotica d'Africa al quale era oommesao dagl'imperatori 
di oriente il governo di quella. regione,. perchà gii prot^gese. 
In fatti egli scrive a Gennadio Esaroa di Africa narrandogli di 
avere avuto a lui ricorso Mariniano vescovo Turritano, quere* 
landosi e dolendosi di Teodoro maestro de'soldati, che figgeva 
con aogarie, carcerazioni ed altre ingiurie corporali i poveri di 
quella città ed i religiosi uomini deUa sua chiesa , frapponeva 
ancora varj impedimenti^ e s'impacciava nelle cause ^dla sua 
chiesa appartenenti ; onde Gregorio insiste perdiè faccia emen^ 
dare tali gravezze ed abusi: Eocposco^ gli dice, ut ea ulterius fieri 
non sinalif . . . Haec omnia praeceptionis nostrae «mannàia^ 
tione corrigite ^ ui si non rectitudini^ cofOemplatione , saHm 
formidine nostrae jussionis^ a talibus se gloriosus Theodorus 
vel homines ejus abstineant. Gregorio ra^uagfiando l' Esarea 
del ricorso avuto a lui dal vescovo Mariniano lo indica cosi : 
Marinianus siquidem Turritanae cwiuitis fraier et coepiscopas 
noster nobis lacrymabiliter indica^nt^ dvitatis suae paupere^ 
etc. (1). Ma qual si fosse in Africa questa città di Turrita tao 
ciono i geografi antichi. Persesi potr^be dire^che questa città 
fosse, stata ivi costrutta, in- vicinanza delle Torri di Annibale , 
delle quali Plinio fa menzione, chiamandole Turre& Anm- 
balis (^) , e che ne avesse preso il nome. Se pure non sia piò 
verisimile , che intendesse qui Gregorio della città Turritaaaa 
dell'isola di Sardegna^ il governo della quale a que' tempi si 
apparteneva all'Esarca di Africa, non a quello d'Italia, siccome 
dirassi trattandosi de' vescovi di Sardegna. 

Al medesimo Gennadio Esarca di Africa con nuova lettera' 
raccomanda un altro vescovo africano, il quale soffriva grandi 
persecuzioni dai donatisti^ onde sL risolse di venire a Roma) 
scrivendone a Gregorio ; e questi 1' aspettava , affinchè co- 
gnita meritate , sono le sue parole , fraterna ei mnpas$ione 
potuissemus ferre consultum, et salubri dispositione quid cantra 
pestiferae praesumptionis insaniam debuisset fierii^ itactare»(u$' 

(1) Lib. I, ep. 59. 
(2JLib, II,cap. 7i. 



— 65 — 

Ma al vescovo'erasi impedito lo andare in Roma, el'Esarea avjsa 
data notizia a Gregorio che quel vescovo era stato scomuni^ 
cato, di che il pontefice, forfè si maravigliava, per non esserne 
stato avvisato dal suo primate : wilde mirati sumus , cur nobis 
hoc non primatis ejus sed excellentiae {^estrae epistola indi- 
cavit (1). Allo stesso- Esarca in fine con altra epistola racco- 
mandò il conte Ruferio , ed il tribuno Anastasia , i quali es- 
sendo imputati di alcune mancanze , erano stati dall' Esarca 
chiamati dalla Corsica in Africa per darne conto (2). Da questa 
epistola ricavasi y che anche i governadori dì queir Isola 
erano sottoposti all'EsarcardeirAfrica, come il primo ministro 
che gl'imperatori di oriente tenevano in quella provincia con 
la soprantendenza delle isole del Mediterraneo. 

. §• 3. 

Nùmidia. 

Nella Numidia i donatisti avean preso cotal baldanza e vi- 
gore che perseguitavano i vescovi cattolici impedendo loro di 
potersi radunare in concilio ; onde Gregorio scrive allo stesso 
Esarca Gennadio, che con ogni sforzo procuri toglier gli osta- 
coli, e far sì che que*" vesce vi con affetto possano unirsi in- 
sieme per resistere ed abbattere gli errori dei donatisti, e che 
se alcuni dei vescovi cattolici volessero venire in Roma, ciò 
loro si permetta : Ex concilio 9ero NUmidiae^ gli scrive, si qui 
desiderarint ad apostolicam sedem venire, permittite ; et si qui- 
libet eorum tnae contra dicere votuerit^ ohviate (3). Nella se- 
guente epistola allo stèsso Gennadio (4) rende grazie de* be- 
nefizi conferiti in Africa a'patrimonj di S. Pietro , i quali 
prima eràn rimasi senza afeuno che potesse coltivarli ; donde si 
dimostra che fino in Africa la chiesa romana avea patrìmonj. 
Scrive ancora a Gaudioso, maestro de*^^ soldati in Africa (5), al 

(1) Lib. V,ep.«l. 

(2) Lib. VI, ep. 3. 

(3) Lib. I, ep. 72. 

(4) Lib.I, ep. 73. 

(5) Lib. ly ep. 74 Gaudicm Jifagìétro MiUtum Africàe, 



— 64 — 

quale raccomanda un suo cartulario^ che mandava nella Nu~ 
midia per riordinare le cose di quel patrimonio e soccorrere 
a' poveri di quella provincia, e gli dice : quem Ulne ad ardi- 
nandas re$ pauperum direximus^ vestrae gloriae commenda- 
4nust qtmtenus ei quae necessaria fuerint , salva justitia , tri- 
itmtis. Parimente esorta Pantaleone prefetto dell' Africa , 
perchè si opponesse a' perfidi donatisti , i quali erano perve- 
nuti a tanta audacia , ut non solum , e' dice, de suis Ec- 
clesiis auctoritate pestifera qiciant catholicae fidei sacerdotes; 
sed et quos vera confessione aqua regenerationis abluerat , 
rebaptizare non metuunt. Lo riprende ancora dicendogli : 
quale de vobis judicium hominibus relinqtMtis , attendite : si 
hi qui aliorum temporibus justa ratione compressi sunt , oobis 
administrantibus^ inam suiexcessus imeniant. Lo incarica quindi 
di mandargli il vescovo Paolo, ut {>eritatem plenius agnoscentes, 
qualiter tanti facinoris ultio debeat provenire^ Beo adju9ante , ra- 
tionabili possimus tractatu disponere (1). 

Ma quel che manifesta in più chiara luce la potestà che 
Gregorio esercitò in questa provincia è l'epistola che scrive a 
tutti i vescovi di Numidia , in cui alle dimande fattegli per 
mezzo del suo cartulario Ilario per sapere quali consuetudini 
dovessero ritenere nelle loro chiese , risponde loro che os- 
servassero quelle qum a B. Petri apostolorum principis ordina- 
tionum initiis hactenus vetustas longa servaint: e soggiunge che 
se alcuno de' donatisti ridotto nella communione della chiesa 
cattolica fosse assunto al vescovado, non permettessero d'innal- 
zarlo alla dignità di primate, poiché egli espressamente il vietava: 
sufficiat autem illis commissae sibi plebis tantummodo curam gè- 
rercj non autem etiam illos Àntistites, quos catholica fides in Ec- 
clesiae sinu et edocuit et genuit ad obtinendum culmen primatus 
anteire(Ì). Inoltre al suddetto Ilario, suo car^ti/ario che teneva 
nell'Africa, avendo avuto a lui ricorso Felicissimo e Vincenzo 
diaconi della chiesa Lamigense contro Argentio vescovo di quella 
città (il quale oltre d'ingiustamente opprimergli e d'esser carico 
di delitti, avea per doni preposto i donatisti nette chiese della 

(1) Lib, III, ep. 32 Pantaleoni praefecio Africae. 

(2) Lib. I, ep. 75 Universis Episeopis Numidiae, 



-65- 

sua diocesi) ordina di far convocare in que' luoghi un concilia 
di vescovi per conoscere e* decidere su tali accuse, quaecunque 
eorum judicio fuerint terminata , te exeqnmte , modis omnibus 
compleantur (1). Qual si fosse nell'Africa questa città, la cui 
chiesa appellavasi Lamigense, è incerto^ non essendo rammen- 
tala da alcuno degli antichi geografi. 

Altra lettera dì Gregorio si legge iodìrizzata Columbo Epi- 
scopo Numidiae^ a cui scrive che essendo a lui ricorsi Costanzio 
e Mustello diaconi Ecclesiae Pudentianae in Numidia provincia 
constitufae, aveangli dato notìzia che Massimiano vescovo di 
quella chiesa corrotto da' doni dei donatisti avea loro permesso 
in quel luogo ordinare un altro vescovo ; per la qua] cosa in- 
carica Colombo che unito con Ilario suo cartulario facciano 
convocare un concilio di vescovi, nel quale,. esaminata la causa , 
provata la nuova simoniaca ordinazione, sia il nuovo vescovo 
degradato; e coloro che avesser partecipato del denaro fossero 
privati dell'amministrazione del sacramento dell'altare. Inoltre 
avendogli i medesimi diaconi riferito, che sempre più si molti- 
plicavano e dilatavano in quelle parti i donatisti , anzi che con 
denaro corrompevano i cattolici a ricercare da e^si nuova 
battesimo; premurosamente Io esorta ad ovviare ad un cosi 
grave e detestabile misfatto (2). Ma qual fòsse nella Numidia- 
questa città di Pudentìa è presso gli antichi geografi benanche 
ignoto. Il medesimo Colombo àda lui incaricato (3) di usare 
versoli suo Friniate attenzione e vigilanza, acciocché non siena 
così presto ì giovani promossi agfi ordini sacri , e dalle ordi- 
nazioni siano lontane la venalità le raccomandazioni , la grazia , 
i favori; e Gregorio gli inanda le chiavi di S. Pietro, nelle 
quali era racchiusa la lioaatura di ferro tratta dalle sue catene. 

Nella seguente epìstola scrive Gregwio al vescovo Primate 
della \Numidia (k) ; e vivamente gl'inculca del pari di esser cauto 
nelle ordinazioni, di non amniettere.a'sacri ordini che. i pro- 
vetti di età, di non ordinare alcuno per venalità, per favori ,^ 

(l)Lib. I,ep. 82édult. 

(2}L!b. II, iDd. X, ep. 33. 

f3) Lib. II, Ind. XI, ep. 47. 

14) Lib. et Ind. cit. ep. 48 ; Adeodato Hpiscopo Primati Provinciae NumiUae. 

Tom. IL 6 



— 66- 

per potenza o preghiere , ma unicamente per meriti e probità 
di costumi , ed a valersi finalmente del consiglio e prudenza 
del vescovo Colombo da lui conosciuto per uomo probo, d'in- 
corrotta vita e d'innocenti costumi. 

A Vittore succeduto ad Adeodato nel Primato, ed al medesimo 
Colombo dirige Gregorio un'altra epistola (i), nella quale cal- 
damente inculca loro di presto estirpare la mala pianta de' dona- 
tisti, già ripullulante; ed avendo costoro avuta l'audacia di 
scacciare i cattolici* e di costringerli a farsi di nuovo, da essi 
battezzare, convocato un concilio vi dessero pronto ed' efficace 
rimedio, e sollecitassero l'andata del vescovo Paolo in Roma, 
qimtentiSj soggiunge ab eo causas subtilitts tanti fadnoris agno- 
^enlesjhuic nefandissimae pra^tati cum creatoris nostri solatio 
tnedicinam dignae passimtis eorreptionis imponere. Due altre 
separate epistole scrive (Grregorio a' medesimi Colombo e Vit- 
tore Primate (4) , nelle quali così all'uno come all'altro con 
premura ingiunge, che ragunatì in concilio o per se stessi ò 
con altri vescovi della provincia giudichino sopra le accuse 
fatte contro Paolino Regensis ci9itatis episcopum d'avere eoa 
ingiurie reali malmenato il suo dero , e d'aveir promossi agli 
ordini ecclesiastici alcuni per simonia, e che secondo le })ene 
eanonicbe il puniscano e privino degli ordini quelli che furono 
simoniacamente ordinati , e che si valgano anche del suo car- 
ttdario Ilario, ^1 quale ei n'aveva eziandio scritto, é bisognando, 
cbe il Chiamino quatenm simul cum ipso tractantes melius de- 
cernere quae statumda smit dehatis. Ma di questa città Regeni^ 
della l^umidia né men trovasi fatto cenno presso i geografi an- 
tichi, se pure non voglia qui Gregorio intendere di Ippona Regio 
della l^umidia^ delta quale fu vescovo S. Agostino. Merita 
anch'essere avvertita l'epistola scritta a Bonifacio , magnifico 
dell' A&iea, al quale impooe di venire di persona a Roma, se 
ha carata salute della sua anima, e di non giustificarsi per let- 
tiera: per nps mni^j et U. Petri, apostolorum principis liminibus 
i>osmet praesentate (p). 

(i) Victoriet Cùlumbo, Episcopis Africae, Lib. HI^ Qp. 95. 

(2) Lib. X, ep. 31 e 32. In alcune edizioni qi^ta epistola. 32 trovasi con 
manifesto errore indirizzata Victori episcopo Panormitano, 

(3) Bonifacio^ magnifico Africae, Lib. IIL ep. 41, 



-67 — 

Più lettere ancora si leggono indirizzate a' vescovi di Afri- 
ca (f). Scrive a' vescovi Adeodato € Maurizio, molto commen- 
dando la loF cm'a pastorale, della quale era stato informato àal 
vescovo Paolo, e li esorta a perseverare nelle buone òpere ; rac- 
comandando loro di aver caro, perchè beoemerito, lo stesso Paolo 
che in Africa, rimandava (2). Nella seguente epistola scrive a* 
già menzionati Vittore e Colombo vescovi della Numidia intorno 
a' ricorsi avuti dal vescovo Crisconio che dolevasì, Valentione vi- 
cino vescovo avere a sé approprialo alcune parrocchie apparte- 
nenti al distretto del suo vescovado, ed avere usurpate anche le 
sostanze del suo predecessóre : mcarica perciò gli anzidetti ve- 
scovi di esaminare attentamente la causa , et si querela ejus ma- 
nifesta esseconstiterit^ ablatarum rerum et oocupatarum parochia- 
rum restitutione diléctio vestra sine mora succurri prc^ideat (3). 
Lo stesso vescovo Colombo , rimandandone il vescovo Paolo , 
esorta che gli sia ben raccomandato , ed avendo costui sofferto 
molti travagli, lo consoli e gli dia sicura pace e riposo (4). 

La Numidia vien distinta in due : la nuova che Pomponio 
Mela (5) attribuisce alla provincia di Africa strettamente presa , 
e la tieccAia cotanto rinomata per Siface e Massinissa. Non dee 
quindi recar naaraviglia se i vescovi della Numidia muova si 
chiamino anche vescovi di Africa. Ebbe la Numidia molte 
altre città decorate di sedi vescovili , ancorché non men- 
tovate da Gregorio. Ebbe Macomada (6) , la ({uale bisogna 
dtslinguere dall' altra Macomada posta nella provincia Biza- 
cena, siccome avvertiremo a suo luogo. Ebbe Cullo che ri- 
tiene ancora il nome vetusto di ChoUum (7); e Rusicade (8). 
Ma la città più illustre di quésta provincia fu Cirta, un tempo 
sede regia di Sitace: credesi oggi esser la slessa che Cacun- 

(4)Lib. VII. 
\ (2)Ind. I, c?p.U.; s 

(3) Lib. Ind. cit., ep. IS. 

(4) Lih. Ind. ctC., ep. 16. 

(5) Lib. I, cap. VII. 

(6) Nella Nótitia Africae leggesi fra' vescovi di questa prorinda Pardaìius 

(7) Collat. Carth, Victor episcopus Cullitensis — pag. 167. 

(8) Op. Cit. Junior Episo(>pm Rwicadimsis. 



- 68 - 

lina non molto lontana da Tabracca. Di questa città fu vescovo 
Petilìano donatista contro il quale S. Agostino scrisse un suo 
libro. Fra le città mediterranee della stessa provincia sono 
annoverate anche Sicca (del cui vescovo vediam fatta me- • 
moria nella citata CoUat. Garth. (1)) e Bulla Regia (2). In 
essa rese pur celebre la città d' Hippo Regia per Agostino suo . 
vescovo. Questa ha l'aggiunto di Regia, così per distinguerla 
dall'altra Ippona. della quale parla Plinio il giovane (3), 
come perchè fu regal sede degli antichi re di Numidia ; onde 
Silio Italico cantò 

Tum vaga et antiquis dilecttis Regibus Hippo {k). 
Oggi chiamasi Bona di Africa , per distinguerla da Benna di 
Colonia in Germania. Tabraca , ora ancor detta Tabarca , ebbe 
essa pure il suo vescovo (5). 

§.4. 



Martino vescovo bizacenp , Primate della provincia Biza- 
cena erasi portato in Siracusa , e segretamente abboccatosi 
con quel vescovo, per mezzo del medesimo procurava l'ami- ' 
cizia di Gregorio : il pontefice narra in risposta a Giovanni 
vescovo siracusano ciò eh' era occorso in questo affare (6) . 
Era stalo accusato Martino di certo delitto presso l'impera- ' 
tore ; et piissimus Imperator , sono parole di Gregorio , eum 
juxtq statuta canonica per nos 9oluit jttdicari ; ma essendo 
stato corrotto per denaro Teodoro , maestro de' soldati , questi 
si oppose perchè nulla se ne facesse : ed ancorché l' im- 
peratore replicasse i suoi comandi , Gregorio scorgendo le 

(ì) Vag. Si : Paulus Siccensis. 

(2) Collat. Garth. pag, 155: Episcopus plebis Bellicasium Regiorum. 

(3) Lib.9, ep.Si. 

(4) De bello Ital., Lib. m. 

(^) Tra' vescovi di questa città menzionati cella citata Coliate Garth. trovasi 
ClarmtimTabracensis pag, ili, 

i6) Lib. yir, ind. II, ep. 65. 



- 69 — 

-contrarietà degli uomini, non volle insistere: sedvidentes con- 
irarietates hominum , eamdem eausam inire nolmmtis. E Mar- 
lino (come testé dicevamo) poiché da' suoi vescovi costretto 
a stare in giudìzio , avendo, ricorso al vescovo dì Siracusa 
perchè fosse intercessore col pontefice, Gregorio gli risponde , 
che trattasse ciò che: fosse da farsi: Vosenim tractate quid agere 

'debeat; e che egli sarebbe contento di quanto stabiliàse: quae 
<mtem vos agitis, nos egisse non dtibitetis 

< Altra lettera di Gregorio si legge indirizzata a tutti i vescovi 
della provincia Bizacena (1). Era succeduto a Martino per 
Primate di questa provincia Glemenzio , il quale veniva im- 

'PUtato di alcuni delitti, onde i vescovi comprovinciali uniti 
in concilio si disponevano ad esaminar le accuse per giudi- 

.cario : Gregorio li incarica di disbrigar l'esame , di condan- 
narlo se i delitti saranno provati, ovvero di assolverlo se fai- 

- samente a lui imputati , , affinchè fratris nostri , loro dice , 
innocentia diti sub nefandae opinionis dilaceratione non jaceat. 
La provincia Bizacena fu per la fecondità del suo terrena, 
e per le nobili città che Fìllustravano assai celebrata dagli an- 
tichi scrittori ; e fra gli altri Plinio scrisse : fertilitatis exi- 
miae, cum centesima fruge agricolis fenus reddente terra (2) : 
ed altrove: /n Byzacio Africae^ itlum centena quinquagena 
fruge fertilem campum etc. (5), Le città libere che l'adornarono 
(decorate anche de' loro vescovi) secondo lo stesso Plinio (A), 
Tolomeo (5) ed altri antichi geografi , furono Leplì , eh' ebbe 
anche il suo vescovo (6) : non molto da Lepti lontana Adru- 
inento, ora chiamata Mahometa: Ruspina ad Adrumento vi- 
cina , i cui fertilissimi campi furono anche da Plinio commen- 
dati (7) , oggi detta Susa ; del suo vescovo Ruspense bassi 
memoria nella Notizia di Africa (8). Furonvi la città di Tapso, 

(i) Universis Episcopis Concila Byzacii — h\h. Xi ep. 35. 
(2) Lib. V, cap. 4. 
(3)Lib. XVII. 
^4) Lib. V. cap. 4. 
(5; Lib. IV, cap. 3. 

(6) Fortunatianus Leptimiensis, presso Vittore VilCDse. 

(7) Lib. XV. 

(8) ProY. Byzac, ove si legge Stephanus Ruspensis. 



— 70 — 

ora detta Comingeras da' naturali del luogo , la quale anche 
ebbe il suo vescovo (1): la città dì Tene , nell'Itinerario di 
Antonino delta Thenas Coltmia ; e fira' vescovi delia provincia 
Bizaoena è annoverato da Vittore Yitense anche quello di 
cotesla città (2) , la quale si crede la stessa che l'odierna 
Casar : Macomada , da Plinio , Tolomeo ed Ànfamino posta 
in questa provincia aUa minor Sirli presso Tene. Non bi- 
sogna adunque confonder questa con l' altra Macomada posta 
nella Numidia, della quale già abbia» iatto memoria : tanto 
ciò è vero, che nella Colica. Carihag^ (3) dove si legge Pro* 
ficentius Macomazensis j domandato lo stessa vescovo, de qua 
Macomadia f rispose, Rusiicianes; al presente è chiamata Afek», 
ed è situata in una penisola* Ebbe Tacape andi'essa pros^ma 
alla minor Sirti, collocata da Plinio pure nella Bizaoena , oggi 
detta Capulia ; se bene neiritinerarìo d'Antonino venga posta 
nella Tripolìtana^ ond'è che nella Notizia de' vescovi detta pro- 
vincia Tripolitana si legge Servilius Tucofiiaims. È pure anso- 
verato il vescovo Acolitano nella Ncaiiia Afirkm^ col nome di 
Restitutus Acólitanus : ed altn. 

§.5. 

iaiiritaiiia e Tlngitm. 

Proseguendo il cammino da levante a ponente , le ultime 
province dell'Africa rivolte al mar mediterraneo sono la Mau- 
litanìa e la Tingitana, le quafi per numero di vescovi non fu- 
rono alle altre inferiori. Ebbe la provincia Mauritana i suoi 
vescovi , siccome è manifesto dalla Notitia Afrieae , dove tra' 
vescovi della Mauritania Cesariense , oggi detta il regno di 
Algeri , si legge Idonius Rtisaditantis. Rusadir è collocata da 
Plinio (4) nella Mauritania, della qual provinda era capo e me- 
tropoli la città di Siga, un tempo sede regia del mauritano re 
• 

(i) NellaiVot. Afrieae leggesf Virgilius Tapsitanus o Tapmmsis. 

(2) Paschasius Themtam», 

(3) N. 197. 

(4} Lib. V, cap. 2. 



— li — 

Siface (poiché ndla NumìSia ebbe l'alira sede regale Cirta) : 
oggi,, secondo Mariana , (1) Siga è chiamata Àrìsgoi ^ an^ 
cerche altn vogliano che sìa Velez. Ebbe Cartenna del em 
vescovo fassi memoria fra gli altri della Mauritania Cesa* 
riense nella Notitia Africm (2): credesi oggi essere Mesgraim. 
Ebbe Tipasa (3) , ora detta Sercelle : Icosio ^ [dove è ona Al* 
geri , pure in quelle vicinanze (4) : Rusconia (5) oggi chìa- 
niata Tadeles: Rusucurìo (6)» al presente detta Carbona, e non 
molto lontana da Bugia : Salde (7), oggi chiamata Bugia, nel 
regno di Algeri, capo della provincia. Fra le città medi- 
terranee della stessa provincia si annoverano Tubusuptus , 
limici e Tigana (8). 

Rimane verso occidente l'ultima provincia, che scorre £na 
alle colonne di Ercole^ detta dagli antichi Tingitana^ nella quale 
al presente $i veggOM costituiti due regni , quello di Marocco 
e l'altro di Fez. Questa provincia ebbe pure nobili città, come 
Tingi, ora detta Tanger nel regno di Marocco, e Zìbis ora detta 
Arzilla in quello di Fe^. Ebbe Liscos creduta la reggia di Anteo: 
fianasa , chiamata anche Valentia : Volubile^ la qual città al» 
cuni credono che oggi sia la stessa di Fez code prende nome 
il regno: Sala, che si cr^de esser Sali ^ secondo scrive Ha- 
rima (9) ; ed altre, 

E qui giunti allo astretto di Gades tra Abik di Afric^ d 
€alpe di Europa^ ora detto lo stretto di Gibilterra; per hreve 

(1) Hist. Hìsp.,Tib H cap. 23. * 

(S) Dòtne si legge luefin^ Carmmiuma. 

(3^} De! feUo Vescovo lissfi^e»2rd&6trÀ <gli aeTtrl Si ^eiOa t^rotfiAcìii iella 
MeMùi AìfriMmwX m«ie (fi JRep«ral«s Ti)pQ»itams^ 

<4) Del oui véttOTO ùsst ai«inoria nel Cod. Ca%, Sccles Afrioae dove £i tf en 
sottoscritto taurentius Icositanus ìegatus pro^inciae xmsafietv&ts, 

(S) 11 suo vescovo nella Notitia Aftictxb è annoverato fhi gH attrì vescovi tì{ 
quella provincia oél nome di )f«n^aotuis Ikis^unèéMws; « ad OoMil. Cttflh« col 
BQiiM di Nwmiitmm R^s^sMimm, 

(6J.I1 suo vescovo aella Notitia Jfricae è annoverato fra que" della proviiMna 
Maurltana col nome dì Mercur, Rusucuritanus* 

(7) Si legge nella medésima Not. Afrìcae Paschasius SMttanas. 

(8) Nella citata Hot. Afric. e nella Collat. Carth. m. m sì lèggono Vm^t 
Episcòpus pl^s Timicitensis, Honoratus Umiciianus , Crescens, Tiganitams 
ed altri. 

(9) Hist. Hisp., lib. 1, cap* 20. 



— 7J - 

e picciol varco nel libro seguente passeremo in Ispagna : e da 
questa occìdental parte di Europa cominciando, mostreremo 
quanto più vigorosa e forte stata fosse l'autorità di Gregorio 
nelle province non meno occidentali che settentrionali di 
Europa, e come egli in quelle facesse valere i diritti del suo 
patriarcato. 

§.6. 

Isole del Mae Africano. 

Poche isole sorti Y Africa nel suo mare , benché la lun- 
ghezza de' suoi lìdi dairultima porta del Nilo fino allo stretto 
GaditaDO fosse cotanto estesa e quasi immensa. 

La più chiara fu Meninge^ ora detta Gerbi ovvero Zarbi: nome 
non nuovo, poiché da Antonino chiamasi anche Girba , e Sesto 
Aurelio Vittore scrisse : creatus in insula Meninge , quae nunc 
Girba dicitur (1). E poiché quest'isola é dirimpetto alla provincia 
Tripolitana, quindi nella Notitia A fricae fre^ì vescovi della me- 
desima si legge Faustinus Girbitanus. 

Ma non é da tralasciarsi l'isola Cercina^ ora detta Gamelera, 
famosa presso i nostri giureprudenti per aver dato i natali al- 
l' incomparabile giureconsulto Gallo Aquilio , nella quale egli 
compose , siccome ne rende testimonianza Pomponio (2) , la 
maggior parte de'suoi libri, gra perduti, non rimanendone che 
alcuni frammenti nelle Pandette dell'imperatore Giustiniano. 

Né da obbliarsì è Lopadusa^ ancorché picciola^ ora detta 
Lampedusa, come quella nella quale T Ariosto graziosamente 
finse esser seguito quel gran combattimento di Acramante 
re di Africa co' paladini di Francia. 

Omettendo poi le altre minori, di Melila^ ora detta Malta, 
bisogna far particolar memoria , poiché in questi libri delie 
Epistole di S. Gregorio , tre di esse si leggono nelle quali 
del vescovo di quest' isola fassi menzione ; ed é manifesto 
che il pontefice intenda dì questa Malta di Africa, non 

(ì) ViL Vibii GcUbae Fmperator. 
(2) L. 2 D. De orig. juris. 



— 73 — 

già dì Melida di Ragusi. Nella prima indirizzata al vescovo 
di essa impone a costui ^ che faccia pagare a' suoi chierici 
le pensioni a cui questi avevan diritto per alcune terre 
che tenevano della provincia di. Africa; e poiché pareva che 
l'altro non curasse citali suoi precetti , gli soggiunge : Nam 
si hujus rei ad no$ denuo querela recurrerit , et de te aliam 
aestimationem habere incipiemus^ et in illo^ ut dignum est Ptw- 
dicabimus (1). La seconda è diretta al vescovo di Siracusa, per 
la quale gli comanda, che pe' molti delitti onde veniva accu- 
salo Lucilio vescovo di Malta, convocasse tre o quattro vescovi, 
della sua provincia, e lo deponesse dal vescovado; e perchè la 
Chiesa non rimanesse lungo tempo vacante, ordinasse a' mal- 
tesi che eleggessero altri per suo successore : che gastìgasse 
inoltre alcuni preti e diaconi che a que'delitti ebbero parte , 
degradando alcuni , ed altri privando della partecipazione del 
corpo e sangue del Signore (2), La terza è a Romano Difensore, 
suo ministro che teneva in Sicilia; cui dà incarico che in- 
sieme col vescovo di Siracusa facesse restituire- dal deposto 
Lucilio tutto ciò che avea tolto ed a sé appropriato di quella 
chiesa (3). 

Non può adunque cader dubbio alcuno che Gregorio in- 
tendesse di questa Melita di Africa. Nacque si bene il dubbio 
se di questa o pure di quella di Ragusi intendesse S. Luca , 
rapportando il naufragio di S. Paolo. Diedero occasione alla 
disputa quelle paròle che in S. Luca si leggono : navigantibus 
nobis in Adria {k). È non vi ha dubbio, che presso gli antichi 
geografi la Melita d'Africa non ài appartiene al mare Adriatico, 
ed è anche manifesto che Plinio ed altri scrittori per Adria 
sovente intendono il mare Adriatico. Dall'altra parte il racconto 
dì S. Luca di quella navigazione, facendo menzione dèlie Sirti^' 
e sopra tutto del passaggio da quest'isola in Siracusa, addimo- 
stra esser dessa veramente la Melita di Africa, siccome accu- 
ratamente dimostrò in poche carte il diligentissimo Bocarlo (5). 

(1) Lib. n, Ind. X, ep. 30: Lucilio Episcopo de Melita. 

(2) Lib. VII, iDd. II, ep. 63, 
(3)Lib.VIII, ep. 1. 

(4) Act. Apost., cap. 27, v. 27, 

(5) Nel suo Chanaatn. 



— 7* — 

A' nostri tempi un monaco benedettino , die per tatt^ i versi 
vuole che fosse quella di Ragusi , compilò sopra tal questione 
un ben grosso volume, quanto di erudizione abbondante, attrét» 
tanto scarso di solido raziocìnio ; e mostrò non aver letto quanto 
sopra ciò Bocarto aveva scritto, né confutò come ìsi conveniva gli 
argomenti dì questo autore : il quale bob senza ragione credè 
restar decisa la controversia dalla medesima tradizione de' mEBl- 
tesi, presso i quaK dura tuttavia il nome di Cala di S. Paolo 
dato al lido ove credesi si rompale la nave di quelFapostolo e 
seguisse il naufragio. 



I 



— 78 — 

CAPO VII. 

Come tutte le Chine di peste proTinee ddl'Afrìca si femro 
perdntOy egnahneiite che in Oriente le gii dette del- 
l'Asia e di Europa: ed m qial nodo i Ponte&ci Romani per 
conservarne i diritti e le pretensioni ritenessero il co- 
stume di creare in qnelle vescoirì titolari , ancorcliè senza 
esercim 



I Califfi di Egitto^ ì quali vantavano esser del sangne di 
Maometto e suoi legittimi successori , alle conquiste dì quel 
famoso impostore, profeta insieaie e prìndpe, aggiunsero nuovi 
dpminj; sicché divennero potentissimi monarchi ^ siccome si 
è veduto nel capo precedente ; ed il nome e la fama de' terrì- 
bili e formidabili arabi .saraceni ovvero ismadìti si distese 
per tutto il mondo allor conosduto* L' Africa rivendicata dalle 
mani deV vandali dall' imperator Giustiniano per mezzo di 
Belisario ed attribuita all'imperio d'oriente , d' onda si man- 
davan gli «aaichi per governarla , fu invasa da' saraceni se fi- 
nalmtfìli^ da loro oociipala. £d casi fàrono, non già i Viandali, 
che distariosero Cartagine e l'aiegoaroDa al suolo» sicché oggi 
appena ji nawisano di essa poche vestigia. Questa ÌDolita città, 
che A consiglio di Perciò GafciAe fu abbattuta ^la'rosianis i <pa3ì 
volleco toglierà d'iaaaaia reouiia lopooeH'imperio del mondo, 
comiA^ilapùi a rlfonà da €. Graouo, ed iodi da Cesare ditta- 
Uure lu jiilabijfila e nesa 'eotonìa de^romani; e poscia a'tafspi di 
Pomponio Melai» rìdiuise ào tal florido stato» nb'efabe questo 
scrittore a dm j N$mc pofuli rimmi célerm^ alò» imjfmi 
ejus pertinfm -Bimmla^ jam fuid&gi iigrum ofulmla: etiam Htmc 
Utmen pmrmn easddàorerum^ quam vpe^prsesentmm tììarior (1). 
Ma da'perfidiwiafleni, ^bt la presero nd 6&5 , la iateraafteate 
distrutta, tei ehe salo è diato additare il ano porto chiamato 
Marni; e da'smi ruderi potè amffiassi la citta di Tunisi poco 
lontana, oàfo ota, di quel regno. Aeao l'imperio de' Califfi jier 
la nuova conquista ddl' Africa sterminato e vasto, non pò- 

(i) Lib. ly cap. 7. 



— 76 — 

tendo essi immediatamente reggerla , fu d' uopo ohe com- 
mettessero a più governatori , ch'essi chiamavano Gaiti^ l'am- 
ministrazione ed il governo delle sue province. Questi da go- 
vernatori, se ne resero quasi signori: contenti solo 1 Califfi di 
averli per tributar] e soggetti e che ne' bisogni lor prestassero 
aiuto di oro o di genti armate. Quindi dalle rammentate pro- 
vince surseró in Àfrica tanti piccioli regni: quelli di Barca, 
di Tripoli , di Tunisi , di Algeri ; ed altri due nella Tingi- 
tana, il regno di Marocco e quello di Fez , onde il nostro 
Torquato parlando di quel grande imperatore Califfo che inu- 
tilmente tentò soccorrere Gerusalemme cinta di stretto assedio 
da Goffredo , cantò : 

Sparsa in minuti regni, Africa pavé 
Tutta al suo nome. 

Lo stesso avvenne nelle conquiste fatte da' saraceni nella Spa- 
gna la quale anch' essa per la cagione istessa si vide par- 
tita in più regni ; e lo slesso principio ebbero gli altri nuovi 
piccioli regni stabiliti* da' saraceni nelle isole del mar mediter- 
raneo, in Majorica , Sardegna e Corsica , siccome diremo a' 
proprj luòghi. 

Sottratta 1* Africa dall'imperio greco , e sottoposta a' mao- 
mettani saraceni, mutò religione; e laddove prima profes- 
sava la Cristiana, la religione^tiominante divenne la maomet- 
tana. A' Califfi, come si $ detto, successero i saladini , ed a 
questi i sòldani; e finalmente avendo i turchi debellato i soldani, 
ed essendosi fatti signori non meno della maggior parte dell'Asia 
e di Europa che dell'Africa, professando ancor essi la religione 
maomettana, non solo lasciaron vivere in quella gli africani , 
e ne' nuovi regni stabiliti la mantennero intatta , ma la favo- 
rirono, sicché la cristiana vi rimase quasi abolita ed estinta. 
E prodigiosamente ingranditosi l'imperio ottomano , si temè 
sotto Solimano li e Selim II che ingoiasse anche l'Italia e le altre 
* vicine province con le sue isole, siccome era già avvenuto di 
Rodi, Cipro e di altre de'mari Cretico, Ionio ed Adriatico; e che 
venisse a compiersi il disegno già prima concepito da Maometto II, 
del quale narrasi che prevenuto dalla morte facesse in Co- 
stantinopoli scolpire nel suo sepolcro queste parole : 
Men$ erat superare Rhodum et superbam Ilaliam. 



— 77 — 

Non fu veduto giammai sopra la superficie della terra im- 
perio sì ampio come l'ottomano, che per la sua materiale esten- 
sione è maggiore del romano. Nell'Europa possiede la Tracia, 
la Macedonia e le altre pgpvince romane, le quali ora con altro 
nome si appellano la Bulgaria, la Servia, la Bosnia, laMorea, 
oltre la Grecia, TAcaìa e l'Albania, ed il rimanente del- 
l'imperio greco ; tutte le isole dell' Arcipelago , fra le quali 
Eubea, ora delta. Negroponte, Scutari, ed altri vastissimi paesi 
intornò non meno marittimi che terrestri : nella Pannonia ora 
detta Ungheria, molte città, Strigonia, Visgrado Vadino , Ca- 
nizza, Belgrado, Ziget, ed altri luòghi: gran parte della 
Dalmazia: l'Illirico, l'Epiro, sino al Peloponneso, ora la Morea. 
Nell'Asia tutta l'Armenia non conquistata interamente da' ro- 
mani; l'Arabia Petrea, Deserta e Felice ; l'Idumea; la Giudea; 
la Caria; la Fenicia; l'Assiria , ov'è posta Babilonia ; la Cap- 
padocia; con l'imperio di Trabisonda, non lutto da' romani con- 
quistato ; là Bilinia , il Ponto, e lutto il vasto mar Nero , con la 
Crimea , dove non giunsero i romani : la Paflagonìa , la 
Licia, la Solide, la Lidia, la Ionia, Cilicia, Pamfllia, nel mar 
Carpazio il regno di Cipro , siccome nel mar Cretico il regno 
di Candia : e stende ancora sua dominazione in molte regioni 
della Persia e delle Indie nonché della Tarlarla , dove le 
armi romane non pervennero. Nell'Africa il gran regno 
d'Egitto, ove dilata la sua dominazione più oltre di quella de' 
romani: l'Arabia Trogloditica, non che i regni di Barca, di Tri- 
poli , di Tunisi nella Libia e Numidia : nella Mauritania il 
regno di Algeri e gran parte della Barbaria : Bisetta ; la 
fortezza chiamata d' Africa ; le Gerbe , e gran parte degli 
altri minori regni , in che TAfrica è divisa , avendone i re 
per tributarj e soggetti. In breve stende il suo dominio sopra 
spazj immensi del mare , e sopra isole , penisole e vastissimi 
paesi, e sulle prime città un tempo le più rinomate del mondo, 
j'una e l'altra Babilonia, l'Assiria oggi delta Baìeiao, e l'Egizia 
ora chiatnata il 6rran Cairo, Alessandria, Aleppo, Damasco, Da-^ 
miata, ed altre innumerevoli una volta non meno insigni. 
Quindi assume il Gran Soldanòque' titoli fastosi e superbi di 
re dé^re^ monarca de* monarchi e signore det mondo. 

Jo questo grande imperio, essendo daper tutto la religion 



— 78 — 

dominante la maomettana giace, la cristiana quasi estinta , e 
que' poehi cristiani che vi aoao , o sono scismatici , o cod- 
taminati di varj errori ed eresie. Per mantenere almanco 
al pontificato romano qualche vest]|ìo di quel potere e di 
qudle preminenze che un tempo vi esercitò , la corte di Ronoa 
ha saviameate serbato il eostume , noa potendo fEur altro , 
di crear vescovi titolari ed onorar] , ancorché senza esercizio , 
ia tutte queste parti, designando a' promossi le città dove ia 
tante province erano collocate le loro sedi. Quiadi crea i pa- 
triarchi di Costantiaopoli, di Alessandria, di Àatiochia e di 
Gerusalemme, ed i primati, gli arcivescovi ed i vescovi 
delle città non mea della Grecia e delle altre provìace di EUi- 
ropa, che dell'Asia e dell'Africa. Né dee ciò imputarsi a vaaa 
pompa ovvero a spirito di ambizioae mondana ; poiché ella 
seguendo ia questo l'esempio de' più potenti re e monar- 
chi di Europa, i quali per oonserN^are le Iìmto ragioni ne' do- 
min] pretesi o perduti e per manifestar l'animo di ooa averle 
per abbandonale e derelitte, mettono ae'loro titoli anche i regni, 
ducati, marchesati , coatadi ed altri domin] da essi non pos- 
seiluti; e di alcuni si leggono tltdi si auaierosi , che se vo- 
lesse atteadersi a' soli che CDrrispoadoao a' dominj che pos- 
seggono,, bisognerebbe tome una terza parte. Parimente aìuao 
biasima il costume e lo stile iatrodotto aelle loco cancellerie di 
cooeeder taati titoli di duchi,, priadpl, marche»^ coati e ba- 
roni , abbenchè i coaQessiouarj noa ahbiaao feudo alcuao ,. e 
soveate il titolo sì appoggi al solo cognome della persona : de' 
quali esempi la Spagna fa speeialmeale ubertosa co' titdi di 
Gastiglia e di altri suoi regni. 

Ma ciò che maggiormente rende scusabile lo stile deUa curia 
rotmaaa, è resempiò de' re di Ungheria, i quali aacor essi 
creaaoi vescovi titolari ed onorar]. Il che a fsir aieglio ia- 
teso» giova più chiaram^eate e^icare. NeUa Pannoaìa ,, ora 
detta il re^no di Uagbm*ia, la refigìone eriafeana eikirò BKdto 
tardi , poiché gli uaai che l'occuparoaiK sottcaendola all'ijffi^ìe- 
ratore, eraao idolatri. H re Stefaao fu il pfiimo che ve La. iur 
tirodusse, e percìè meritossi. il titolo di saikto ; anzi &i cotant:^ 
devoto della sedè apostolica, che noa sdo volle per maao dei 
pontefice ricevere la. coroaa, ma di altre ecdesiastiidb^ prero* 



— 79 — 

gative si compiacque , ed ia. ispecie di quella di far pre- 
cedere i re dalla croce » per te quali cose il re^oo fu detto 
apostolico. Avendo egli e gli altri re cattolici suoi successori 
fondato nelle principali citlà ài quel vasto regno più chiese 
cattedrali, si meritarono anche per diritto di fondazione la no- 
mina de' vescovi che vi fuxon preposti. U regno di Ungheria , 
quando era amministxato da' prop| re, abbracciava ampi paesi , 
ed era formato, a guisa del regno de' Paìrti, da dieci dinastie 
ovvero piccioli regni, i quali ancor oggi ne ritengono il nome 
e le [uroprie insegne e bandiere i cioè i ^ la Bulgaria , %^ la 
Romania, S^ la Servia^, 4^ la Lodomiria., 5.^ la Gallicia, 6^ la 
Rama^ 7 % Sdavonia, 8* la Croatìa , ft* l'Ungheria stretta- 
mente presa,. 10^ la Dalmazia^, cioè quella parte che da setten- 
trione 114 mezzo dell'tllirico si stende a mezzogiorno sino al 
mare Adriatico . Fra gli Ordini dd regno, essendo esso apostolico, 
principale era Io stato eeelesiastioo, per lo che nelle generali 
assemblee e ne' solenni parlamenti ave s\ trattavano e decide- 
vano i pubblici aflEiridiel ragno, intervenivano i vescovi i quali, 
non altrimenti che^i ncluli e i palatini > aveanoil dritto de' suf- 
fragi, e nelle pubbliche deliberazioni davano i loro voti. Cre- 
sciuto Fimperio ottomano, suo mal vicino > in quella prodigiosa 
potenza e grandezza già «tetta» seffiri il regno continue e san- 
guinose guerre ed invasioni da* turchi ; acche gran parte di 
<lueUe dinastie passò sotto la dominazione degl' imperatori 
ottomani, implacabili nemici della religione cristiana: rima- 
sero in quelle per conseguenza estinte più sedi vescovili e 
le lor chiese furon tramutate in mesohite. l successori re 
di Ungheria , acciocché non si scemasse il potere che essi 
esercitavano ne' generali^ parlamenti per mezzo de' voti de' 
vescovi e de' nobili (loro bene affezionati e dipendenti , es- 
sendo da're nominati), non perchè le loro diocesi .fossero passate 
sotto la dominazione de' turchi ed estinte le sedi , si astennero 
dal provveder queste di vescovi ; ed in tal modo operavano non 
solo per non perdere i loro diritti, ma eziandio per non iscemare 
il numero de'voti che secondassero i loro desideri nelle pubbliche 
deliberazioni. Così i vescovi nominati, benché non avessero né 
chiesa né diocesi, sono colà riputati come veri e reali, e debbono 
esser chiamati a' parlamenti per dare i loro suffragi, altrimenti 



- so- 
le deliberazioni senza loro invito ed intervento sarebbero 
nulle ed invalide. Essendo passato il regno nella casa d'Au- 
stria, grimperatori austriaci, come re di Ungheria, continua- 
rono con maggior vigilanza ad esercitare questo diritto. E di- 
morando io in Vienna nelFimperial corte agli stipendj dell' im- 
peralor Carlo VI, questi era attentissimo, morendo alcuno di 
tali vescovi titolari, a surrogarne altro in sua vece, perchè il 
numero de' voti non si menomasse. 

Non deve adunque sembrar cosa insolita e strana se dalla 
corte di Roma si veggono uscire tante promozioni di vescovi, 
arcivescovi e patriarchi titolari senza chiesa e senza esercizio 
in quelle province di Europa, Asia ed Africa sottoposte all'im- 
perio ottomano e sotto la dominazione di altri principi infedeli, 
vescovi che per distinguersi dagli altri veri ed effettivi sldenomi- 
nàno in par tibus infidelium. Egli è vero nonpertanto che i pon- 
tefici sav] ^ prudenti con molta discrezione e sobrietà li creano , 
e sol quanta basti per conservare i diritti e le ragioni, dispen- 
sando le promozioni con la mano e non col paniere: come a'noatri 
tempi per lo contrario abbiam veduto sotto Benedetto XIII , il 
quale ne' pochi anni del suo pontificato ne creò tanti , frati, 
preti e monaci , che quasi esaurì tutte le chiese d' Asia , 
d'Africa e di Europa , conferendo quella ecclesiastica dignità 
a persone tali che domandate dove fosse collocata la lor sede, 
non sapevano né meno in qual provincia fosse posta la città della 
quale erano stati fatti vescovi. 



FINE DEL LIBRO PRIMO. 



— 81 — 



LIBRO SECONDO 



RELAZIONI DELLA SEDE ROMANA FUORI D'ITALIA 
CON LE CHIESE DELLA RIMANENTE EUROPA 



INTRODIZIOKE 



Del Pontificato di Occidente . 

Nella persona del Pontefice Romano convien distinguere e 
ravvisare più rappresentazioni. La prima di Primate sopra tutte 
le chiese del mondo cattolico : la seconda di Patriarca di Oc- 
cidente che soprantende a più province occidentali e setten- 
trionali di Europa: la terza di Esarca d'Italia: la quarta di 
Metropolitano, Isfcui provincia sebbène alcuni restringessero 
alle sole città suburbicarie di Roma sottoposte al prefetto di 
questa città , nulladimeno altri, apponendosi più al vero, l'al- 
largano di più , e vi comprendono anche quelle altre città della 
nostra penisola che una volta eran sottoposte al Prefetto d'Italia ; 
e finalmente quella di Vescovo di Roma che risguarda la chiesa 
di Roma e la sua propria diocesi. Della prima si è abba- 
stanza detto nel libro precedente : le altre saranno il soggetto 
del presente e del seguente libro, per quanto ricavasi da queste 
epistole di S. Gregorio intorno agli atti del suo pontificato. 

Tom. IL 7 



— 88 — 

Non è del nostro istituto ragionar qui della estensione di 
questo Patriarcato, e dir quanto si dilatassero i suoi confini in 
Europa non meno nelFoccidente che verso il settentrione. Molti 
scrittori ampiamente ne trattarono, fra' quali si distìnsero 
Giovanni Schelstato e Lione Allacci. Altro non è il mio in- 
lento che di mostrare con ciò soli libri dell' epistole di Gre- 
gorio, avere questo gran pontefice esercitata l'aatorità sua 
Patriarcale in più province occidentali e settentrionali di Eu- 
ropa : tra le quali la prima che s'incontri dopo 1* Africa e 
le colonne di Ercole è la doviziosa , potente e preclara peni- 
sola Iberica. 



— 88 - 

CAPO I. 

Della Spagna. 

Predicazione fl vicenda del Crislianesimo nella Spagna.* 

La Spagna in tuU' i tempi fu rinomata e fra le proviniCe di 
Europa celebratissima a cagione dell' ubertà del suolo e della 
ricchezza delle sue miniere d'oro, d'argento, di ferro^ dirame^ 
di piombo e d'altri metalli ; ma mdto- più per la fve^nems, 
de' suoi piarti non meno del mar mediterraneo che ddl'oceano^ 
dove oltre gli europei, i: popoH dell' Asia e dell' Afvioa efabeto 
continui traffichi, e commerci, e fra gli allri i fenim e poi i 
cartaginesi, i quali finalmente se ne resero in gran parte sj^ 
gnori, finché non ne furono scacciati da' romani, che al loro 
imperio aggiunsero cotal vasta , bellicosa e ferace provincia^ 
L'ampia sua estensione fece che i romani la dividessero in^ àm 
parti principali, l'una detta Betica, ovvero Spagna ulteriore; , 
l'altra detta Tarragonbnse, o sia Spagna citeriore. La Betieay ora 
detta Andalusia con parte del regno di Granata, forse eosl e$^ 
gnominata da' vandali, per meglio esser retta fu divisa in imt 
province , quella del lato settentrionale che àbbracdava pure la 
Lusitanìa, e l'altra del lato occidentate e meridionale* Il fiacne 
Ana ora chiamato Guadiana divideva la Betìea dalla Tairacd^ 
nense, la quale si distendeva fino a" Pirenei sul confine èeNk 
Gallìa. 

E qui prima di andare innanzi, bìsc^na avvertire che^ gli 
antichi nomi non pur delle regioni e delle città cEelld Spagna^ 
ma eziandio di fiumi , monti ^ valli, laghi , paludi e d^altro , 
per la lunga dimora che vi ebbero i saraceni i quali in 
gran parte l'occuparono ^ furon quasi tuttii cambiMì ^ e ìb 
province in altra forma divise trasformandosi in tanti pìe^ 
cicli regni : e la cagione di tanto cangiamento naieque da ehe 
i Califfi di Egitto , non potendo per l'estensione del loro vasto 



- 8* — 

imperio per se slessi reggerlo, nelle regioni lontane di nuova 
conquista mandavano governatori ad amministrarle: a non 
pochi de' quali riuscì per la lontananza del sovrano d'insi- 
gnorirsene e di tramutarle in regni , d'onde vennero i reami 
di Cordova , di. Saragozza , di Valenza, di Siviglia , di Toledo 
e di Granata. E con ciò V antico linguaggio mescolalo essen- 
dosi col saracinesco, vennero a cambiarsi i nomi de' monti 
e de' fiumi , come delle città. Cosi chiamandosi in arabo 
guada il .fiume , Àna prese il nome di Guadiana ; ed altret- 
tanto avvenne a' fiumi di Guadalquir nel regno di Granala , 
idi Guadalupa, dì Guadolete , di Guadaxenil, di Guadalayar 
e di altri. Parimente chiamando essi gibelìì monte, ciò diede 
luogo a nuovi nomi, come Gibilterra , poiché di quel monte 
essendosi reso signore Tyr , lo chiamarono Gibilterra cioè 
monte di Tyr. Il medesimo avvenne in Sicilia del monte Etna 
«he da' saraceni cangìossi in Monsgibel , duplicando la voce 
che significa il monte ; né altrimenti fu delle città , come an- 
dremo avvertendo. 

La Spagna debitamente si pregia di avere abbracciata la re- 
ligion cristiana nd tempo stesso in cui questa cominciò a pro- 
pagarsi nell'Asia, e di poter quindi annoverare antichissimi 
vescovi anteriori alla conversione di Costantino Magno. E ciò 
avvenne per la stessa cagione altre volte rammentata della 
moltiplicita delle sinagoghe , che gli ebrei aveano istituite 
iielle tante loro dispersioni in molte città della Spagna, 
come provincia de' Romani , i quali dovunque nel loro im- 
perio permisero a' giudei di esercitare pubblicamente la loro 
Teligione^ siccome fu ampiamente da noi dimostrato ne' nostri 
Mscorsi sopra gli Annali di Lim (1); ed anche perchè la 
Spagna era frequentata per traffichi e commerci dalle più rì- 
fliote nazioni dell' Asia, ciò che non avvenne nella parte set- 
tentrionale della Gallia rivolta all'oceano, nell'Inghilterra, nella 
Germania e negli altri paesi del Nord nel modo che più in- 
jnanzi avvertiremo. Quindi nella Spagna numerosa dì sinagoghe, 
Je quali dopo la predicazione del Vangelo in gran parte si tra- 
mutarono in chiese, si videro non meno che nell'Asia e nel- 
?!' Africa sorgere molti vescovi. 

(1J opere inedite del Giànnohe, voi. I. 



— 85 — 

Perciò S. Paolo desiderava cotanto di portarsi in Ispagna 9. 
dove avrebbe potuto predicar Y Evangelo ed attendere alla 
conversione degli ebrei e de' gentili . Egli nell' epistola indi- 
rizzata a' Romani , cioè a quegli ebrei convertiti che dimora- 
vano a Roma, scrive che sarebbe ritornato a vederli, e per 
loro mercè, cioè per la raccomandazione che gli avrebber fatta 
alle sinagoghe di Spagna, da Roma sarebbesi in Ispagna recato: 
per Qos in Hispaniam proficiscar. Questa epistola fu scritta da 
S. Paolo dair Asia, dopo che fu liberato a' tempi di Nerone 
dalla prigionia che sostenne in Roma per Io spazio di due anni, 
siccome riferisce S. Luca ne' suoi Alti: eS. Paolo istesso, scri- 
vendo a Timoteo, gl'impone di avere per raccomandata la casa 
di Onesiforo e di salutarlo in suo nome, poiché avealo in Roma 
con tanta affezione cercato e trovato, qui me qttaesmt et imenit. 
Ancorché Atanasio^ Cirillo gerosolimitano, Epifanio, Giovan 
Crisostomo, Girolamo e Teodoreto credessero che S. Paolo fosse 
stato in Ispagna, non adducendone pruova veruna ; altri più 
accurati ed esatti autori sostengono che egli non avesse po- 
tuto appagare questo desiderio , tanto perchè nell'Asia invec- 
chiò , come egli dice Paulus senex , e scrivendo a Timoteo 
ego jam delibar^ et tempus resolutionis meae instai ; quanto anche 
perchè se per adempierlo si fosse portato in Roma, egli è certo 
che non avrebbe potuto proseguire il viaggio, avendo quivi 
sofferto il martirio negli ultimi anni dell'imperio di Nerone. 

Quanto all'apostolo Giacomo, gli spagnuoli vogliono che sì fosse 
portato in Ispagna penetrando fino nella Gallizia; ma gli scrittori 
francesi, specialmente Natale d'Alessandro nella sua Istoria Ec- 
clesiastica, reputano favoloso questo viaggio ed affatto in veri- 
simile ; onde gli scrittori spagnuoli per rendergli il contrae^ 
cambio han fatto vedere che assai più favoloso ed immaginario 
è quello che ì francesi vantano della Maddalena che si fosse 
condotta a Marsiglia e quivi fosse morta. 

Checché ne sia, egli è evidente che la Spagna in quella parte 
che guarda il mar mediterraneo ebbe nelle sue città marittime e 
nelle altre poco lontane , come più per commercio frequen- 
tate non solo dagli europei ma anche da' popoli asiatici ed 
africani, antichissimi vescovi ; e chiaro argomento ne sommini- 
stra il concilio Iliberitano tenuto da' vescovi di Spagna nel 30 & 



— 86 — 

avanti della conversione di Costantino e della convocazione del 
primo concilio Niceno, dove que' vescovi stabilirono più canoni 
intorno alla disciplina delle loro chiese , e ne rimangono gli 
Atti, illustrati ora con dotti comentarj dal Mendoza; e dalla 
Collezione de' Concìlj di Spagna di Garzìa Lanisa lo stesso 
appare in più aperta luce. Non bisogna confondere la città 
d'Iliberi, ove fu convocato questo concilio , con l'altra Ilìberi , 
posta da Plinio (1) nella provìncia Narbonense non molto 
lungi da Perpignano e dalla Torre di Rossiglione , di cui fin 
da' tempi di Pomponio Mela (2) e di Plinio stesso appena 
esìstevano pochi vestigi , magnae quondam urbis tenue ^esti" 
gimn^ la quale ora dagli spagnuoli è chiamata Golibre e da' 
francesi Coloeuvre. Questa iliberi era posta sopra un colle, chia- 
mato ora Sierra de Elvira nel regno che diciamo di Granata; della 
quale fa altrove menzione Plinio (3), in alcune edizioni di questo 
scrittore trovandosi chiamata Iliberi ed in altre Illiberì . Quivi 
s'upirono molti vescovi delle vicine città, fra gli altri quello di 
Meo tesa, ora detta il vico di S. Tommaso, la cui sede fu poi 
trasferita a Glena: il vescovo di Ossigi, che ora credesi essere 
Megibar , posta fra Andujar e Linarez nel regno Gienneùse , 
di cui si legge la soscrizione nel concilio Iliberitano Clemen- 
tianus ab Ossigi ": quello di Murgis, che il Mendoza in Conc. 
Ilib. vuole che m, Almeria, ma il Mariana crede che fosse 
Muxacra ; ed altri vescovi rammentati dal Loaisa e dal Men- 
doza, i cui nomi possono leggersi nelle soscrizioni. 

De' vescovi del regno di Granata, troviamo pure in queste 
epistole di Gregorio fatta memoria di quello di Malaga, a cui 
nel lib. XI si veggono dirette due sue lettere, delle quali fa- 
velleremo all'opportuno luogo. 

Non meno nella Spagna ulteriore che nelle altre province 
della citeriore , tramutate dappoi in regni , furon numerosi 
vescovi ; ma in quelle rivolte a mezzogiorno che guardano 
il mare mediterraneo ne fu il numero maggiore per la 
ragione innanzi memorata , cioè che le città volte a quel 



{\) Lib. Ili, cap. 4. 

(2) y b. n» cap. 5. 

(3) Lib. Ili, cap. 1. 



— 87- 

mare fiiroil maggiormente frequentate dalle nazioni asiatiche ed 
africàne. Per contrario in quelle rivolte a settentrione ed al- 
Tdceano dove rari erano i commerci , i primi cristiani poche 
sinagoghe trovarono ii^ituìte. Con tuttociò nella Guipuscoa , 
di^è la prima regione che s'incontra dopo passati i Pirenei, nel* 
TAsturia, nella Gallizia, e nelle altre fino al fiume Douro 
d'onde cotìaincia la Lusitania , si noverano anche parecchi 
antichi vescovi, de' quali voler tessere qui un catalogo lunga 
e noiosa cosa sarebbe; oltre di che, non mancano autori spa- 
gnudi i quali con molla accuratezza han compilato intorno a 
eie più libri : ma le loro soscrizioni in tanti concilj , tenuti a 
Toledo ed altrove, bastano a far manifesto quanto finora bre- 
vemente si è dettò. 

Sol di passaggio siami qui lecito avvertire che la Lusitania 
fu poi denominata Portogallo , non già secondo la volgar cre- 
denza, perchè i Galli facendo ritorno dalla T^rra Santa ne' loro 
paesi, posero stanza verso quella parte dell'oceano dove mette 
il §ume Douro, onde la regione intorno si fosse poi chiamata 
Porto de' Galli. Favola pur troppo mal tessuta! Cosi perchè 
qaeHi che peregrinavano in Terra Santa non si chiamavano 
galli ma Franchi ; come anche perchè per tornare in Francia 
nom avean bisogno di passar lo stretto di Gades e di fare un sì 
lungo circuito , avendo numerosi porti sul mar mediterraneo. La 
cagione della mutazione del nome fu perchè prossima al Douro, 
dove esso mette in mare, è la città di Porto, la quale ad austro 
ha di rincontro Cale, onde fu formato il nome di Portocale che 
poi da' moderni fu mutato in Portogallo. 

Le province di Spagna furono invase nella decadenza del- 
l'imperio di occidente da varie straniere nazioni, dagli svevi, 
da' vandali e da altre; ma quelli che finalmente vi si ferma- 
rono furono i Westrogoti , a' quali, perchè non infestassero 
Fltalia, l'imperatore Onorio concedè che potessero in Ispagna 
fermarsi. I westrogoti, oltre il titolo ohe lor forniva il diritto 
della guerra , col consenso degl'imperatori vi si stabilirono , 
non altrimenti che gli Ostrogoti in Italia, per simile concessione 
fattane al re Teodorico dagl'imperatori di oriente , fondarono 
quivi un nuovo regno. 

Pervenuta in gran parte la Spagna in mano de' westrogoti. 



— 88 - 

quesli vi mantennero la religione cristiana , poidi'essi Taveano 
già abbracciata; e se furono contaminati d'arianismo ^ non fu 
per loro colpa , ma dellMmperatore Valente: il quale (ne' tempi 
in cui la dottrina di Ario era da per tutto diffusa , tanto che 
S. Ambrogio e gli altri padri non senza gran cordoglio dicevano 
che tutto il mondo era divenuto Ariano) per istruirli nella nuova 
religione , in vece di maestri cattolici inviò loro istruttori 
ariani , per lo che il veleno maggiormente si diflfuse in tutti 
que' paesi che passarono sotto la dominazione de' goti. I quali 
nondimeno in ciò usarono molta moderazione, poiché sebbene 
essi nelle cose ecclesiastiche si valessero di vescovi ariani, la- 
sciavano nella loro pace i vescovi cattolici; ed avvenne che in 
molte città si videro stabilite due sedi , una del vescovo cat- 
tolico, l'altra dell'ariano ; anzi in Italia il re Teodorico per Ja 
sua salute, per lo bene della repubblica e per la felicità delle 
spedizioni militari, faceva nelle loro chiese innalzar preghiere 
a Dio non men dagli uni che dagli altri . Nel pontificato di 
Gregorio Magno per la conversione del re Recaredo succeduto 
nel 586 nel regno al re Revigildo suo padre , si scorse pur- 
gata la Spagna di questa macchia. Gregorio stesso adunque 
si fu quegli ch'ebbe il piacere di vedere nella Spagna abolito 
l'arianesimo , i westrogoti per l'esempio del loro re fatti cat- 
tolici, e le chiese spagnuole ridotte a riconoscere nella sua per- 
sona le preminenze della sua cattedra. 

In questi libri dell'epistole di lui si leggono più cose degne 
di esser considerate cosi intorno allo stato ecclesiastico che al 
civile di que' tempi in Ispagna, le quali andremo partitamente 
osservando. E per, cominciare dalla condizione di que' re, me- 
rita tutta la riflessione ciò che Gregorio scrisse al re Recaredo 
dopo la sua conversione, venendone dichiarato un punto di storia 
presso il volgo degli scrittori assai oscuro e tenebroso, e con- 
tenendo quella epistola, siccome le altre scritte a Leandro ve- 
scovo di Siviglia, molte cose notabili. 

Non vi è dubbio che Leandro vescovo di Siviglia nell'Anda- 
lusia (la cui amicizia con Gregorio si strinse in Costantinopoli 
quando ambidue ivi dimoravano, Gregorio come nunzio del pon- 
tefice Pelagio II, e Leandro come legato del re di Spagoa in 
quella corte presso l'imperatore Tiberio) contribuì molto alla 



— 89 — 

conversione de' westrogoti ; e Gregorio a Leandro indirizzava 
]e sue istruzioni, ed a lui come benemerito della sede aposto- 
lica mapdò il pallio e ricolmollo di doni e favori. In un' af- 
fettuosa lettera (1) Gregorio gli esprime la somma allegrezza 
che ebbe , quod communem filium Recaredum gloriosissimum 
reyem ad catholicam fidem integerrima agnon devotione corner- 
sum. Lo esorta a proseguire ed invigilare sopra questa grande 
opera, ut bene óoepta per fidata Lo consiglia ne' battesimi ad 
usare una sola immersione, poiché sebbene in Roma ed altrove 
tre volte l'infante fosse immerso .nell'acqua, con ciò alcuni 
volendo significare il mistero de' tre giorni di sepoltura di 
Cristo , altri le tre persone della Trinità ; nulladimanco ciò 
non impediva che una sola immersione bastasse: e che a questo 
sistema dovesse nella sua provincia appigliarsi , perciocché 
siccome gli eretici battezzavano gl'infanti con tre immersioni , 
fiendum aptid ws esse non censeo; ne dum mersiones numerante 
dmnitatem di^ant, dumqm quod faciebant faciunt, se morem 
nostrum, mcisse glorientur. Gli manda parte de'libri da lui com- 
posti, ed il rimanente delle sue fatiche, spezialmente sopra il 
libro di Giob, ch'erano in mano de' librai, finite le copie, pro- 
mette di trasmettergli: e da un'altra posteriore epistola diretta al 
medesimo (2) si scorge in fatti avergli trasmessi gl'intieri suoi 
libri sopra Giobbe e l'altro della Regola Pastorale : come in altra 
leggesi avergli inviato il pallio (3) : Praeterea ex benedictione 
Beati Petri Apostolorum principis pallium \^obis transmisimus 
ad sola missarum solemnia utendum. 

Richiède quindi tutta 1' attenzione l' officiosa lettera che 
questo savio pontefice scrisse al re Recaredo (k) : Gregorius Re- 
charedo Regi Visigothorum. Predica le sue virtù , riguardando 
come un nuovo miracolo per lui cuncta Gothorvm gens ab errore 
Arianae haeresis in fidei rectae soliditatem translata ; e lo in- 
fiamma a persistere in una si gloriosa impresa, e ad esser divoto 
verso il principe degli apostoli, dappoiché il re aveagli mandali 

(i) Uh. I, ep. 41. 

(2J Lib. IV, ep. 48. 

(3) Lib. VII, Ind. II, ep. i27. 

(4; Lib. Ili, ep. 128. 



-90 - 

io Roma doni e fatte più oblazioui. Lo cumula di Iodi per 
aver rifiutato Toro offertogli dagli ebrei , perchè non pub- 
blicasse una sua costituzione dettata contro la loro perfidia. 
Gli da salutari consigli per la mondezza non mea dell'anima 
che del corpo , e lo esorta a tener da lui lontana l' ira e ad 
esser amante delle cristiane virtù. Gli manda una piociola chiave 
presa per sua benedizione dal corpo di S. Pietro , nella quale 
era racchiusa la rasura di ferro limata dalle sue catene <, ut 
quod collum illius ad martyrium ligai^rat^ vestrum ab omnibus 
peccatis sohat: ed anche un'altra simile. G^i h ancor presente di 
una croce , dentro la quale erano un pezzo di legno della 
vera croce del Signore e i capelli di S, Giovanni Battista, m 
qua lignum dominkae crucis inest et capilli B. Joannis Bap- 
tistae , ex qua semper solatium mstri Sahatoris per interces- 
sionem praecursoris ejus habeatis. Gli dà in fine avviso di aver 
inviato dalla sede di S. Pietro il pallio al vescovo Leandro. 

Quel che dappoi sul finir della lettera soggiunge, merita som- 
nota avvertenza; poiché da tal luogo emerge che i re westrogoti 
di Spagna con patti e convenzioni avute con gì' imperatori di 
oriente aveano stabilito i loro diritti in quel reame. Recaredo 
avea mandato in Roma un giovane napolitano, perchè solleci- 
tasse Gregorio a scrivere in Costantinopoli all'imperatore Mau- 
rizio , acciò facesse far perquisizione nell' imperiale archìvio 
per aver copia de' patti e delle convenzioni ch'erano passate 
tra l'imperatore Giustiniano e i re di Spagna ,- affinchè da 
quelli potesse Recaredo asàcurarsi se fossero da' successori 
di Giustiniano osservati. E per questa cagione i re di Spagna 
mandavano loro ambasciadori a risedere nell' imperiai corte 
di Costantinopoli e ad invigilare a' loro interessi, siccome 
a' tempi dell'imperatore Tiberio vi era stato inviato Leandro ve- 
scovo di Siviglia. Gregorio risponde al re , due potissime 
ragioni averlo persuaso a non scrivere : la prima che inutile 
sarebbe riuscita la ricerca, poiché l'archivio ove eran riposte le 
scritture de' tempi di Giustiniano per un subito incendio era 
stato interamente bruciato , né rimasta vi era carta di quel- 
l'epoca. Sed ad hoc faciendum^ duae res mihi ^ehementer obsti- 
terunt. Una quia chartophylacium praedicti piae memoriae Jti- 
stiniani tempore ita surripiente subito fiamma incensum est , ut 



— 9i — 

emnino ex ^us temporibus pene nulla charta remaneret. La se- 
oooda ragione addotta da Gregorio lo dimostra savio giure- 
coasulto, perciocché egli consiglia il re di non andar cercando 
scritture negli archivj di Costantiùopoli, ma di farle ricercare 
ne' ppoprj ; b che trovati i ri^biesll documenti , li trasmet* 
tesse a luì, perchè potesse calersene a suo prò presso l'im- 
pestare , poiché potrebbe avvenire che in questi archivii si 
U*ovassero cose al re contrarie e da tacersi ; ed il contrario 
swHx^ederebbe ricercando altrove colali documenti , ove sarebbero 
manifestati e fatti a tutti palesi. Alia auiem^ qtm quod nulli 
dicendum est ea quae cantra te srnit , apt^d temetipsum debes 
docwmenta requirere atque iaec prò me in medium proferre. 
Ex qua re bortor , «f vesira sxceUentia suis moribus congrua 
disponat^ et quaeque ad pacem perti/nmt studiose peragat , ut 
regni i>estri tempora per Umga sint annorum curricula in magna 
laude memoranda» 

Da questa lettera di (jf egorìo maggiormente « si rende ma- 
nifesto, non solo i re ostrogoti 4'ltalia ed i re di FVancia , ma 
eziandio i re westrogoti di Spagna esser muniti di legittimi 
titoli , né per conquista aveire unicamente posseduto , ma te- 
nere i loro regni per connessione degl'imperatori di oriente ^ 
da' quali ebbero le dignità del patriziato e del consolato , or- 
namenti ed onori a' re convenienti» Da^ essi ricevevano la 
dalmatica , ì sandali , il pettine , la forhice e le altre regali 
insegne. Quindi nelle loro antiche monete, oltre la propria im- 
magine, si vede anche effigiata quella ddl'imperatore, pruova 
manifesta della loro subordinazione agli augusti di oriente » 
la quale a que' tempi non isoemava punto la loro regale di- 
gnità, anzi la rendeva più illustre e rispettabile. Ancor oggi 
in più musei si conservano monete dì questi re, nelle quali da 
una parte vedesi l'effigie dell'imperatore Giustiniano e dall'altra 
il nome del re : esse furono anche raccolte ed impresse da Lu* 
dewick nella vita di Giustiniano Magno. Questo grande im- 
peratore tentò per mezzo de' suoi valorosi capitani Belisario , 
Mondo e Narsete di restituire tutte queste province di Europa 
all'imperio dal quale erano state divelto , siccome fece del- 
l'Africa scacciandone ì vandali , e poi dell' Italia vendicando 
questa dalle mani de' re ostrogoti. Tentò far lo stesso co' re 



— 92 — 

Franchi i quali aveano in gran parte occupata la Gallìa, e lor 
mosse guerra e talvolta li vinse, onde fra i suoi titoli poneva 
anche quello di Francicus; di che si offese il re di Francia 
Teodiberto, come se i francesi fossero stali debellati dairimpe- 
ratore, mentre essi aveano con valore resistilo alle, armi di 
Cesare. Quindi trattossì di conchiuder tra loro pace ed amicizia, 
e frai patti e le convenzioni fu quella di dovere i re franchi rico- 
noscere rimperalore, ricever da lui gli ornamenti reali e porre 
Belle lor monete la sua immagine, non altrimenti di quel che 
poi fece Carlo Magno co' longobardi duchi di Benevento , sic- 
come fu da noi rapportato neW Istoria Civile del Regno di Na- 
poli (1). Fra le menzionate monete impresse da Ludewick si 
vedono le immagini dell'i mperatore Giustiniano nelle monete 
di Teodiberlo, di Clodoveo II , di Teodorico e di altri. Pari- 
menti fin che non furono interamente debellati e scacciati gli 
ostrogoti d'Italia, que' re che per lo spazio di 80 anni la pos- 
sedettero, anche essi neUe lor monete improntavano l'effigie 
di Cesare. Quanto al re Teodorico , non è da maravigliarsi , 
perchè questi col consenso di Zenone e di Anastasio impera- 
tori dì oriente e con loro concessione erasi renduto dell'italiana 
penisola signore ; ma de' suoi successori, che sotto Giustiniano 
ebbero con l'imperatore continue guerre , è da stupire che non 
di meno nelle lor monete non avessero tralascialo di fare im- 
primere con la loro anche l'immagine di Giustiniano, siccome 
presso lo stesso autore, il Paruta ed il Bandurio vedesi di fatto 
nelle monete di Teodato, di Vitige, di Totila (altrimenti detto 
Baduela) e fino dell'ultimo re Teja. La ragione della subordina- 
zione di tutti questi re agi' imperatori dì oriente derivava da ciò, 
che sebbene per la morte di Augustolo si fosse estinto l'im- 
perio di occidente; nulladimanco riputandosi uno Timperio 
benché amministrato da due imperatori , l'uno in occidente e 
l'altro nell'oriente; dove fosse mancata la successione d'uno , 
essa accrescevasi all'altro, e si riuniva in lui tutto l'imperio. 
11 che specialmente manifestossi sotto Timperatore Giustiniano 
Magno, il quale avendo scacciato d'Italia i re ostrogoti, e re- 
stituite all'imperio più province occupale da straniere nazioni, 

(i) Voi. I. 



oode meritamente acquistossi il soprannome di Grande ; era 
riconosciuto anche in Italia e neiroccidente come vero e solo im- 
peratore, siccome furono riputati pure tutt' i suoi successori , 
finché l'imperio di oriente non venne anch' esso a decadere e 
finalmente ad estìnguersi, passando sotto la dominazione degli 
ottomani. Adunque a' tempi di Gregorio gllimperatòri Tiberio, 
Maurizio e Foca erano venerati benanche còme veri imperatori 
di occidente e signori di Roma e d'Italia ; onde Gregorio, sic- 
come è manifesto da queste sue epistole,, non tralasciò di prestar 
loro obbedienza, di chiamarli suoi padroni (Domini) , di ese- 
guire le loro leggi, e di mandarle a' vescovi nelle loro chiese, 
perchè a quelle obbedissero, se mai nelle medesime venisse or- 
dinata cosa appartenente all'esteriore polizia ecclesiastica. Da 
ciò invalse il costume, che intronizzato il nuovo imperatore di 
Costantinopoli si mandasse in Roma la sua immagine, siccome 
si legge in queste epistole essersi fatto di quella di Foca ; e 
che negli atti ecclesiastici, ed eziandio ne' concilj, si notassero 
gli anni degl'imperatori di oriente , e simili usanze si mante- 
nessero dinotanti l'esercizio di una piena potestà imperiale in 
Italia ed in tutte le altre province non invase da' longobardi ^ 
i quali a' tempi di questo pontefice aveano fatto maravigliosi 
progressi. 

Da ciò nacque che discacciati finalmente da Carlo Magno 
i longobardi d'Italia, e l'ultimo loro re Desiderio vinto, debel- 
lato e condotto prigioniero in Francia , avendo queir eroe vo- 
luto far risorgere nella sua persona l' imperio di occidente, e 
farsi acclamare da' popoli ed incoronare in Roma, gl'impera- 
tori di oriente non consentirono giammai a questo titolo , che 
essi reputarono usurpato ed ingiusto : annullarono tutti gli 
atti e le convenzioni che dall'imperatrice Irene , come donna 
leggiera y volubile, ambiziosa, e che trattava di maritarsi con 
Carlo Magno , si erano con costui stabilite , privandola della 
corona imperiale e relegandola nell'anno 802 nell'isola di Lesbo, 
dove mori l'anno seguente : né mai appellarono Carlo impera- 
tore , ma sempre re de^ Franchi. 

Ma ritornando al punto dal quale eravamo partiti, giova os- 
servare che acquistatosi Gregorio gran favore nella real corte 
di Spagna ed entrato in molta grazia del re Recaredo , non 



— 94 — 

trascurò alcuna via per ìstabilir qnWi r frìtti del suo Palme- 
cato, con tenersi amici i primi^ minisCfi di quella corte, fica' 
quali fu Claudio intimo familiare del re^ a cui Gregorio scisse 
una lettera (1) raccomandandogli k persona del monaco Gi^ 
riaco, che avea mandato in Ispagna a trattar suoi ailari. Né 
più chiara e manMbsla pnioTa di aver Gregorio esercitalo in 
Ispagna ì diritti del suo patriarcato può aversi ^ che quella la 
quale ricavasi dalle si3& epistole e dalle istìttzioni colà trasmesse 
al su^ legato Giovanni*. 

§. ^. 

Diritti dtf SUD Patriarcato esercitati Sa Grfigoiìa mfla* Spagna. 

Nelle regioni da Roma lontane mandiava Gregorio suoi die- 
legati, detti a que'tetnpì Difensori^ a' quali concedeva amplis- 
sima autorità di esaminare in sua vece le cause ecclesiastiche 
anche maggiori, ed in quelle partì deciderle, assolvendo grin- 
nocenti e condannando i rei. Nell'Andalusia erano stati accur- 
sati di varj delitti Gennaro vescovo di Malaga, e Stefano ve- 
scovo anch'egli di una città che Gregorio non nomina : questi 
da' vescovi comprovinciali erano stati condannali , deposti ed 
esiliati : ma essi ehbero ricorso a Roma ; laonde Gregorio de- 
legò la cognizione della causa a Giovanni suo difensore , dan- 
dogli minute istruzioni sulla maniera con la quale dovesse re- 
golarsi. Leggesi perciò questa sua epistola indirizzata Joanni 
Defensori in nomine Domini in Hispaniam (2), contenente più 
capi , cioè: 

I. Che sMnformasse della persona di un prete della chiesa 
di Malaga stato ingiustamente esiliato , secondo che Gennaro 
vescovo dellia città medesima gli avea scritto ; ed ove lo tro- 
vasse innocente , in tutfi modi Io restituisse alla sua chiesa: 
che se in vece apprendesse non senza cagione essere stato quello 
esiliato , esaminasse egli con accuratezza la causa , intese le 
parti , affinchè da ciò determinar si potesse , utrum adlim in 

(1) Lib. Vir, Ind. n, ep. 126'. 

(2) Lib. Xf, ep. 52. 



— 9» — 

exilio demorari^ an aru in Ecclesia sua et officie suo débeat 
revocari : 

IL Intorno alla parsona dello stesso vescovo Gennaro , il 
quale era stato deposto e surrogato da altro vescovo; che dili- 
gentemente esaminasse se contro di luì si fosse mossa e prò»- 
vata accusa criminale che meritasse la deposizione : se il de* 
lìtto non si fosse provato ,. o pure per eause leggere contro i 
canoni fosse stato deposto ; lo restituisse nella sua sede , e ne 
scacciasse il vescovo a lui i^rrogato, privandolo del sacerdozio 
e di tutto il ministero ecclesiastico ^ e lo consegnasse per co- 
stodìa in mano del vescovo Gennaro, o pure cA eo ad nos per 
omnia transtnittatur : que' vescovi che lo avessero ordinato, e 
che essendo presenti all'ordinazione vi avessero consentito , 
per sei mesi fossec privati della comunione del corpo e del 
sangue del Signore^ j e chiusi in monastero a far penitenza : ed 
oltre a questo, intorno a tale affare dava Gregorio altre prov» 
videnze : 

III- Per ciò che riguarda il vescovo Stefano , ove cono- 
scesse essere stato ingiustamente condannato e senza serbarsi 
ordine giudiciario essere stalo deposto ed esiliato, in ecclesiam 
suam modis omnibus remcetur. Quelli che contro il prescritto 
de' sacri canoni lo condannarono , fossero scomunicati e rin- 
chiusi per sei mesi in monastero a far penitenza. Dava in^ 
oltre il pontefice le stesse provvidenze di sopra menzionate 
intorno al vescovo surrogato a Stefano e contro i vescovi che 
l'ordinarono. 

Giunto il Difensore Giovamù in Ispagna^ in vigor della fa- 
coltà da Gregorio concessagli 9 esamina la causa di questi ve- 
scovi e pronunzia la sua sentenza (i). Nel principio premette 
queste parole : Dùm igitur ex deputatione et jussione beatissimi 
atque apostolici Domini mei papae Gregorii^ ego Joannes defensor 
inter illos et illos episcopos cognitor resedissem etc. Espone indi 
di avere inteso la parti ed esaminata la. causa , e dopo le 
pruove legittime aver trovato il vescovo Gennaro innocente ; 
che perciò lo assolve e dispone che debba restituirsi alla sua 
chiesa; e condannai vescovi, che lo scacciarono, alla penitenza, 
eseguendosi così il tutto, secondo il prescritto da Gregorio. 

(1) Essa si legge nell'ep. 35 del libro medesimo. 



-96 — 

Allo stesso difensore Giovanni delega Gregorio la cogni- 
zione di ciò che per varj ricorsi avuti in Roma aveva inteso 
della dissolutezza de' monaci del monastero dell'isola Capricana, 
da quella di Maiorica non molto lontana : pervenit ad nos mo- 
nacos manasterii in Capricana insula quae juxta Maioricam 
insulam est posila^ ita perverse agere etc. (i). d'impone per- 
ciò di condursi ivi e di porvi rimedio: experientia tua prae- 
senti auctoritate commonita ad praedictum monasterium accedere^ 
et ntam moresqm illic comersantium subtili studeat investiga- 
tione perquirere^ et ita qttae resecatime digria repererit^ sicut 
canonicus ordo desiderata congrua ultione corrigere (2). 

Fin de' vescovi scacciati dalle armi ostili della Lusitania 
ebbe Gregorio cura e pensiero ; in fatti salvatosi dal furore 
de' nemici il vescovo Giovanni, ei lo provvide di altra chiesa, 
incardinandolo in quella di Squìllace , con condizione che se 
la città ove era la prima sua sede fosse liberata dall' oste ne- 
mica , dovesse ivi far ritorno : sin autem praedicta civitas 
contintM captivitatis calamitate premitur , in hac in qua a 
nobis ordinatus es , incardinatus debeas Ecclesia permanere ; 
e gli prescrive più regole intorno al modo col quale dovesse 
comportarsi nella cura pastorale (3). Né similmente obbliò 
di parlare del vescovo di Turduli nella Betica, di cui si legge 
la soscrizione nel privilegio conceduto da Gregorio al monastero 
di S. Medardo% 

Ma le altre istruzioni che diede allo stesso Giovanni merilan 
tutta l'attenzione a cagione di varj importantissimi articoli che 
contengono, per li quali si manifesta qual fosse la disciplina 
ecclesiastica che a que' tempi Gregorio voleva che in Ispagna 

(1) Lib. XI, ep. 54. 

(2) Luogo ci(. — Quest'isola prossima a quella di Maiorìca non deve confon- 
dersi con l'altra del nome stesso posta nel mare etrusco , détta pure Capranica 
ovvero Caprara, della quale intese Dante nella sua Commedia quando disse : 

Muovansi la Capraia e la Gorgona etc. 
Gregorio intende dell'altra posta juacta Majoricam , della quale scrisse Plinio 
(lib IH, cap. 5). che la chiama Capraria: essa è volta all'austro verso Majorica» 
ed oggi è appellata anche Caprara e dagli spagnuoli Cabrerà. E Plinio non si 
dimenticò di far poco appresso menzione anche dell'altra posta nel mare etrusco 
(lib. Ili, cap. 6). 
(5) Lib. II, ep. 23. 



— &7- 

si osservasse (1). Primataente allora per regolarla non sì fa- 
ceva difficoltà di ricorrere non meno a'canoni in piùconcilj sta- 
biliti, che aHe costituzioni de' principi cattolici, specialmente al 
Codice ed alle Novelle dell'imperatore Giustiniano, non memo- 
rato da Gregorio in queste sue epistole se non con l'aggiunta 
di piae memoriae : donde chiaro apparisce l'errore di coloro che 
scrissero, questo imperatore èssere stato contaminalo dall'eresia 
eutichiana. Il Codice e le Novelle di questo religioso impera- 
tore servivano anche di norma per regolare le cose ecclesia- 
stiche, essendo stale dalla Chiesa ricevute ed osservale, ond'è 
che debitamente fosse egli annoveralo tra gli scrittori eccle- 
siastici. Gregorio istruisce perciò Giovanni a non permettere 
che i preti, i monaci e chierici nelle loro cause -siano conve- 
nuti avanti a' magistrati secolari ; ma che gli attori debbano 
ricorrere a' loro vescovi, allegando in pruova di ciò le costi- 
tuzioni del Codice Teodosiano e di quello di Giustiniano, e non 
si contenta delle nude allegazioni, ma ne trascrive anche le 
parole tratte da' Godici suddetti e dalle Novelle ; e non pure 
per ciò che riguarda l'immunità delle loro persone, ma anche 
per quanto s'appartiene alla immunità locale delle chiese, rego- 
lando il ius dell'asilo secondo che veniva prescritto dalle co- 
stituzioni degl' imperadori che lo concedettero , siccome ezian- 
dio per r immunità reale , dipendendo tutte da imperiali 
concessioni e privilegi. Secondo la norma di queste leggi im- 
pone il pontefice a Giovanni che si regoli nella cognizione delle 
cause del vescovo di Malaga e del vescovo Stefano; poiché in 
que' Codici e Novelle sono date tutte le provvidenze per ciò 
che riguarda anche le cause maggiori contro i vescovi , e si 
prescrive quali sono i giudici cui debba ricorrersi, cioè ì loro 
metropolitani, e finalmente i loro esarchi o patriarchi. Gre- 
gorio aggiunge del suo : Cantra haec si dictum fuerit quia nec 
Metropolitam habuit nec Patriarcham^ dicendum est : causa haec 
audienda ac dirimetida fuerat , sicut et praedictus episcopus 
petiisse dignoscite^ qui episcopos alieni concilii habuit omnino 
suspectos. Parimenti istruisce il suo difensore intorno all'ordine 

CI) Lib. XI, ep. 56 sotto la rubrìca : Capitolare legum imperialium prò fmi- 
mu/nitatedericorumy Joannf defmsori eunti Hispaniam, 

Tom, IL 8 



-98- 

^udicìarìoy alla qualità de' testimoni ^ quali debbano riceversi, 
quali rifiutarsi; che le sentenze non profferite per iscritto niente 
valgano , anzi che né meno meritino il nome di sentenze : 
in breve in tutto il corso del giudizio vuol che osservi le leggi 
civili, delle quali, non contento di allegarle, trascrìve anche 
le parole. 

Né debbesi in questo capitolare chiuder gli occhi senza scor- 
gere un lume che rischiara un punto ìmportanle di storia legale 
cotanto fra gli scrittori conteso e dibattuto. Molti credono che le 
Pandette di Giustiniano prima del sacco che i pisani ausiliari 
dell'imperator Lotario diedero ad Amalfi, dove quelle si trova- 
rono e d'onde poi si diffusero per tutte le università di Europa , 
fossero a tutti ignote, e che all'imperator Lotario si debba di 
averle rese pubbliche ; anzi che le pandette amalfitane fossero 
le originali e le pure, secondo che da Triboniano e dagli altri 
compilatori furon dettate, conoscendosi prima si bene il Codice, 
le Istituzioni e le Novelle di questo imperatore, ma le Pandette 
non già. Errore è questo; dappoiché non pur chiaro si scorge 
dalle opere d' Ivone di Chartres che le allega, quelle esser note 
in Francia , ma da questo Capitolare di Gregorio à mette in 
chiara luce ghe in Italia e nella Spagna ancora eran notissime e 
si allegavano siccome tutte le altre compilazioni delle leggi Giu- 
stinianee ; e siccome é manifesto dalle Novelle che Giustiniano le 
mandò al prefetto deir Illirico , è da credere che lo stesso 
avesse fatto al prefetto d'Italia, massimamente dopo averne 
scacciato gli ostrogoti, ed agli altri prefetti; essendosi vedutoche 
i re westrogoli di Spagna verso gl'imperalori di oriente succes- 
sori di Giustiniano ebbero in vigor de'patti e delle convenzioni 
passate con questo imperatore subordinazione ed alleanza , mian- 
dando i loro ambascìadori a risedere nell' imperiai corte di Co- 
stantinopoli. In fatti Gregorio in questo capitolare, che doveva 
servire a Giovanni suo difensore per norma nella conoscenza e 
decisione delle cause de' chierici, monaci., preti e vescovi di 
Spagna, ricorda non meno le leggi del Codice e le sue Costitu- 
zioni Novelle., ma eziandio le leggi delle Pandette, £acendo 
anche menzione de' giureconsulti da' libri de' quali furon tratte. 
Ecco le sue parole là doveriagiona della l'icezione deUe accuse e 
de' testimonj : $i i)ero dktum /uerit^ quia de hoc accumtus eOi, 



quod MajestaMs .crimm intendit , nec ipsum 4fi 00 ^e4en4um 
fuity m vita vel opinio ^us talis antemn extkU skut uaao Pan- 

DEGTARUM XJ.VUI AP US&m JCLIÀM MaIESTATIS 3GBIB1T Moill^TINI^S;If( 

I^^^Famosi paulo post prinoipium» Giravamo adjonque.a.giQi^' 
tempi in rEuropa eziandio le Pandette ; e pe' seguenti rioui^Qip 
di qudiepA <»pie, Mh quali purse iwa,riipBteLto,laj)i»Q6*tta, 
la quale ora diciamo h Vulgata. Egli è vejro che n^'speoji ^ 
seguirono, quando andò sei^apre avanzando JiMgnoran^a e la )w^ 
barie, i^cconie suoìle avvenire che estratte s\i<>ses$ivajFPiei^te 
copie da altre copie^ tanto più gU errori d,e' copigti qrieisoojap, 
così appuii^to allora successe : sicché trovate quelle jn Arnold 
di carattere più vetusto, si stinaarono meglio corrette, npQ ph^ 
fossero le originali, ma sqIo più antiche e genuine; onde qiiandp 
accadeva fra' giiireconsulti della bassa età quialQh^ dispu|,a e te 
altre copie §ì trovavano in qualche luogo vairie , «i riporr^y^ 
alle Pajndette .Pisaine, poi dette fiorentine, cpmie quelle ch^ ri- 
putale erano jùù sipcere. Ma ciò App toglieva ^'autorità ed il 
credito alle Colgate , poiché sovente i^ alc^ipi luoghi ia lezio^ 
vulgata è la verav<i quella delle fior^ine^ ripono^e gus^ta 
e scorretta. Di che mi piace recar qui di passaggio qualche 
esempip. Nel titolo De Cemibm^ ove si ledono variecittà^ Eu- 
ropa le quali dagl'imperatori romani erano statis resejiflni^ ì/aMcii, 
sì trova U ijioflae 4p' cittadini di Stobi città ^Ua Macedonia? 
ì quali nelle volgale sono chiamati Stobimm , mpom' é ^ 
vera lettera, poiché Uvio (1 ), cpme Plinio (2) ed altri iWtìebi^ìt- 
tori f^iamano quplla città Stobi. Nelle ^^enjtioe in vems^QW^tr- 
tameiìte si leggp Stc^nses. Cosi pure la Maioedpnia Sit^e:^ ff^ 
le altre sue pitta novera Cassandra memorata da Pliiiip (3) e 
dagli altri antichi geogjcafì, onde Ulpìanp chiamò ì supi ipittàdioi 
Cassandpiens^S P siccom? $i l^jge nello volgale; mentrp nplle 
fiorentine il nome è guasto, leggendosi Cassaldruìims. Parim(e9|l^ 
anjaoverapdo il giureconsulto (4) fra Terbp vplenoiìip la pi- 
cuta ., r Acolito ed altre , & aqphe m^xkmn^ 4i^W erba ^- 
prmif , ppsì dja piipjp epessisgime voljte .chiamata «onobè 4a 

(i) Llb. IH. 

(2) Lib. IV, cap. 10. 

(3) Loc. cit; 

li) Nella LiZff, oiL. Comeiiam de Sicar, et Venef. 



— 100 — 

altri botanici, onde nelle volgale accuratamente si legge bu- 
prestimi ma nelle fiorentine sconcianìente è delta bupro- 
stimi ed occorrono nelle fiorentine altre simili scorrezioni, le 
quali nelle volgale non sono. E forse lo slesso sarà accaduto 
nella L. ^ ff. de orig. jur. per ciò che riguarda la materia 
sopra la quale furono scolpite le leggi delle dodici tavole: nelle 
Pandette volgale leggendosi che fosse rame, siccome Livio (1) 
scrisse; e nelle fiorentine che fosse avorio. Sebbene, an- 
corché si riputasse più vera la lezione fiorentina, ciò non con- 
trasterebbe con quel che Livio scrisse, poiché questi parla dì 
ciò che fu fatto da' consoli Valerio ed Orazio nell'anno del loro 
consolato, non di quel che prima da' decemviri erasi operalo, 
quando la prima volta le proposero al popolo romano : il che 
fii da noi avvertilo ne' Discorsi sopra gli Annali di Tito Li- 
vio (2). E di ciò sia dello abbastanza al proposito dì quello 
che spesse volle si é ripetuto ; esser questo cioè il buon uso 
che dee farsi de' padri antichi , i quali non pur rischiarano 
la disciplina ecclesiastica de' loro tempi, ma sovente sommini- 
strano lumi per beni comprendere anche lo stalo civile di que' 
secoli. 

Non ebbe Gregorio il cordoglio di vedere la Spagna invasa 
da' perfidi saraceni , ruinate le sue chiese e ridotte in me- 
schile , e i re cattolici e i principali signori del sangue go- 
tico confinati nelle montagne di Àsluria e di Galizia, province 
settentrionali rivolte all'oceano. Sarebbe accaduto alle chiese 
di Spagna lo stesso che avvenne a quelle di Africa ; ma fi- 
nalmente surto dal sangue de' re goti Pelagio , questi fu che 
disceso dalle montagne deirAsluria l'anno 718 con un'ar- 
mata considerabile arrischiò in una battaglia se stesso e la 
sua gente ; ed uscitone vittorioso si rese padrone della città 
di Leone e di altre città intorno, e se ne fece dichiarar re , 
tenendo il regno per 1 9 anni e lasciandolo al suo figliuolo 
Favilla. Questo principe di poco- coraggio non aveado re- 
gnato che due anni, trasmise il regno al famoso Alfonso 
conte di Navarra cognominato il Cattolico , il quale dilatò 

(1) Dee. I. 

(2) Part. II, disc. 7. 



le conquiste e fu acclamato re dagli spagnuoli nel 772. Egli 
fu che liberata tutta la Castiglia dal giogo de' saraceni , ivi pose 
la regia sua sede; e quelli scacciando cominciò a restituire 
la Spagna nella fede cattolica, onde meritossi il titolo di re 
Cattolico. Al cui esempio gli altri Alfonsi suoi successori sem- 
pre più allargando le conquiste, e debellando i saraceni, ridus- 
sero gli altri contigui regni neirantica religione. Dall'altra parte 
meridionale della penisola rivolta al mediterraneo mare, dove 
i saraceni si erano stabiliti e da più secoli sotto i proprj re la 
dominavano, i re di Aragona cooperarono ancora alla impresa 
medesima; e finalmente furono quelli interamente debellati nel 
H92 sotto Ferdinando il Cattolico maritato con Isabella regina 
di Castiglia , il quale avendo conquistato il regno di Granata 
che fu l'ultimo a ridursi , presa la città stessa di Granata, e 
scacciate più di 70 mila famiglie dì giudei e maomettani da 
tutta la Spagna , questo paese fu purgato del tutto de' sara- 
ceni, abbattute lelor meschite, e restituite e rifatte le chiese ; 
sicché la religion cattolica non pur si rese florida e rispetta- 
bile , ma alle antiche sedi rifatte si aggiunsero altre nuove 
fondate da' re successori : d'onde avvenne che i re dì Spagna 
per sì rilevanti beneficj resi alla chiesa, e per aver essi o re- 
staurate le antiche, ovvero istituite le nuove sedi, per ragion 
di padronato godono il diritto delle nomine de' vescovi di tutte 
le chiese di Spagna. 



— i30 — 

CAPO IL 

Della fiallia Harbonense. 

Siccome^ la Spagna fu divisa presso i romani in due somme 
parli, nella Betica o sia Spagna ulteriore e nella Tarracouense 
Q Spagna citeriore ; così anche la Gallia fu in due distinta , 
la Bracata, e la Comata. La Bracata, cosi detta perchè ì suoi 
popoli usavano di portar le brache , cosa nuova ed inusitata 
presso i romani, venn^ in seguito pur chiamata Provincia Nar- 
BONENSE. La Comata. così cognominata pel lunghe e folto criae 
de' suoi abitatori , tu divisa per la maggiore sua ampiezza in 
tre Provincie : la Belgica , la Celtica ovvero Lugdunense, e 
l'Aquitaniga. 

Nella Gallia adunque è d'uopo distinguere la provincia Nar- 
bonense dalle altre sue province occidentafi e settentrionali , 
e separatamente trattante. 

Daìla Mia Haiionense in generale, 
e particolarinfinte della sua regione meridionale e. marittima. 

Della provincia Narbonense una parte è rivolta a mezzo- 
giorno ed è bagnata per lunga estension di lido dal mare medi- 
terraneo , cominciando dal promontorio di Venere Pirenta , 
oggi detto il Contado di Rossiglione , e terminando al fiume 
Varo che la divide dalla Italia; ed abbraccia tutto ciò che 
ora diciamo Linguadoca e Provenza. Un'altra parte mediter- 
ranea e settentrionale si stende poi fino a' monti Giura e Ge- 
benna e sul lago Lemano , confini che dividono la Gallia 
Bracata dalla Comata, e comprende ciò che ora diciamo Del- 
finato e Savoia. 

Questa provincia per la fertilità del suo terreno, per l'a- 
menità del suo clima, e per quanto la natura potè dare de' 
suoi tesori , non cede alla stessa bella Italia ; ond* è che 



— 105 — 

Plinio di qudla smsse: agrorum. cultu , virorum morum^ 
qujè dignatùme amplitudine opum , nulli provinciarum post 
f erenda ^ breviterque Italia mrius quam pronncia. (4 ) : e 
quindi questo insigne scrittore sovente la reputa piuttosto 
parte d'Italia che della Gallìa ; ed in finire la sua grande ed 
incomparabile Istoria di Natura dide , che sopra tutte le altre 
parti del mondo dopo l'Italia egli antepone la Spagna , com- 
prendendo nell'Italia anche la provincia Narbonense con la quale 
confina. Lo scrittore medesimo rapporta ancora, che Agrippa 
genero di Augusto e con lui stretto non pur di parentado , es- 
sendo marito di Giulia sua figliuola, ma molto più di amicizia, 
nelle tavole che presentò a Roma ove era dipinto l' orbe ro- 
mano, divise la Gallìa nelle tre sole parti già dette, escludendo 
da quella la provincia Narbonense , quasi fosse Italia verius 
quam provincia. 

Per essere questa provincia in tal sito collocata, le sue città 
marittime e le j^'ossime mediterranee per commercio e traf- 
fico con le nazioni straniere e spezialmente co' greci , fenicii, 
cartaginesi ed altri popoli, divennero floride, doviziose e potenti. 
Quindi le varie colonie trasportate quivi dai greci e da altre 
{Straniere contrade : . meritando parti^olar menzione i focesi 
fondatori di Marsiglia , da cui uscirono gli edificatori di An- 
tipoli e di Nicea , ora Antibo e Nizza di Provenza , e secondo 
Strabene (2), anche della città prima chiamata Agatha ed ora 
Agde presso il fiume Arauris , oggi da' francesi detta Airau 
ovvero Érhau: nonché i Rodii, i quali fondarono quivi al mare la 
dttà di Rodo dove mette il fiume che da essi prese il nome 
di Rodano , siccome oltre di Plinio (5), scrisse pure S. Gi- 
rolamo {k)t oppidum Rhodia coloni Rhodiorum locaperunt^ inde 
amnis Rhodanm nomen accepit : il che si avverta , acciocché i 
nostri italiani non si lascino trarre da quella poetica derivazione 

ohe piacque af nostro Petrarca attribuirgli, cantando: 
Ràpido fiume, che d'alpestre vena 
RodQodo intorno» onde ii tuo nome prendi ($). 



(1) Lìb. in, cap. i. 

(9> Lib. IV. 

(S) Ub. HI, cap. IV. 

4) Prolog, epist. ad Galat. 

5) Sonetto 174. 



f 



— 104 — 

Da ciò parimente avvenne che questa provincia fosse più 
numerosa di antichi vescovi che le altre provincie occidentali 
e settentrionali della.Gallia ; poiché in essa non meno che nel- 
TAfrica e nella Spagna si trovarono istituite dagl'industriosi e 
commercianti giudei più sinagoghe , ciocché non potè avve- 
nire in quelle rivolte ad occidente ed a settentrione sull'oceanay 
rimote dal commercio de' popoli asiatici ed africani. Quindi in 
questa provincia sursero principali vescovi 1' Arelatense , il 
Narbonense ed il Viennese , che contesero dappoi fra loro e 
con quel di Lione sul primato della Gallia ; ed altri insigni 
arcivescovi per la vasta estensione delle loro diocesi . Da questa 
provincia cominciò a spandersi e a disseminarsi la religione 
cattolica nel resto della Gallia , in alcuni luoghi della quale 
molto tardi furono stabilite sedi vescovili. 

Da ciò nasce che in queste epistole di Gregorio i vescovi 
più rammentati ed a' quali si leggono indirizzate più sue let- 
tere sono quelli di Arles (primate a' que' tempi della Gallia) , 
di Vienna, di Marsiglia, ed altri, de' quali faremo qui men- 
zione perchè si conosca quanto Gregorio facesse valere in 
questa provincia l'autorità sua patriarcale ; ed indi mostreremo 
qual fiavore e somma grazia si acquistasse questo savio ed ac- 
corto pontefice con le regine ed i re franchi , i quali a' suoi 
tempi stabiliti in molte provincie della Gallia aveano in esse col- 
locate le reali lor sedi. 

La città di Arles mediterranea, dagli antichi detta Arebate 
Sextanorum, fu reputatia sempre una delle principali città dì 
questa provincia , e riconosce antichissimi vescovi. Fu detta 
Sextanorum^ perchè fu colonia de' soldati ronaani della sesta le- 
gione. Nella città vicina, delta anticamente Biterrae^ ora Be- 
2iers, fu da'romani mandata la settima legione, onde la contrada 
circostante fu chiamata Septimania, il qual nome fu dappoi dai 
westrogoti esteso a tutta la regione che diciamo ora Liogua- 
doca. Questa provincia, egualmente che la contigua Spagna, nel 
V secolo era posseduta da' westrogoti i quali avevano in Tolosa 
la sede regia ; ma dappoi essendone stati discacciati da do- 
do veo, la trasferirono in Ispagna a Toledo. Poscia i saraceni 
Toccuparono ; ma Carlo Martello avendogli sconfitti nelle pia-- 
nure di Tours , riprese una parte di questa provincia e re* 



- m - 

stìtuì In essa là ì^elìgiòne cattolica , e Pipiùo fece lo stesso 
quando ne ebbe conquistato tutto il rimanente. Carlo Magno 
quindi la divise in più contee , le quali da Ugo Capelo , di- 
venuto re, furono accresciute e finalmente unite alla corona di 
Francia. 

A Virgilio vescovo di Arles mandò Gregorio il pallio come . 
metropolitano, ed anche lo costituì nel regno di Childeberlo 
suo legato o vicario , dandogli amplissima autorità sopra i 
vescovi che erano in quel regno. A' suoi tempi la Gallia 
era divisa in più regni : amministrate le province ciascuna 
da' proprj re francesi . Quindi avvenne che ne' tempi po- 
steriori fosse questa provincia chiamata regnum Arelatense. 
Childeberto era il più potente, poiché, oltre il regno di 
Austrasia, possedeva anche il regno di Parigi e quello di Or- 
leans. Ed è da notaire che queste prerogative della legazione 
e del pallio non erano personali, ma annesse alla sede Ariela- 
tense, poiché gli altri pontefici antecessori di Gregorio fecera 
lo stesso co' predecessori di Virgilio; siccome é manifesto dalla 
lettera stessa scritta a Virgilio (i ) , in cui fra le altre cose Gregorio 
gli scrive : Quod vero in eisjuxta antiquum morem usumpallii et 
vices Sedis Apostolicae postulasti , absit ne aut transitoriae pote-^ 
statis culmen , aut exterioris cultus ornamentuwrin ncibus nostris 
oc pallio quaesisse te suspicer. Sed quia cunctis liquet^ unde in 
Galliarum regionibus fides sanctapródierit^ cumpriscam consue- 
ttuiinem sedis apostolicae fraternitas vestra repetit; quid aliud 
quam bovia soboles ad sinum maìris Ecclesiae recurrit ? Libenti 
ergo animo postulata concedimus^ ne mt vobis quidquam de debito 
honore subtrahere , aut praecellentissimi filii nostri Childeberti 
regis petitionem contempsisse videamur . IS^i al medesimo Childe- 
berto con altra epistola (2) dà avviso di aver adempiuto a' suoi 
desideri, scrìvendogli : Fratri nostro Virgilio Arelatensis civitatis 
episcopo inces nostras juMa antiquum morem et excelkntiae 
vestrae desiderium Beo fapente commisimm : cui étiam et pallii 
usum^ sicut prisca habuit consuetudo^ concessimus: e nel con- 
chiuder la lettera Io prega che, siccome il re suo padre man- 
tenne salde a' predecessori di Virgilio queste prerogative, cosi 



(i) Uh. IV, ep. SO 
(2J Lib. IV, ep. 53. 



— 106 — 

voglia nel s^o regno farle (mQtyBSGtsicufperpraedecessQres 
tjus singulos svb gloriosi patris cestri regno sermta sunt^ ita 
quoque amimo vestro solidità omnim d^i^iom serveniur. 

I^dUa cenarla. leUerar scritta a Virgilio Gregorio gli pre- 
scrive l'uso dd pallio, cioè che dod possa valersene se non 
ad sola missamm solmn'A ^ é ohe la, lega^^ipoe non si stenda 
oltre il regno di CbildebertQ; FrcUemitati vestrae mes nostras 
in ecclesiis. quae, sub regno smt praecellenti$sim fiUi nostri Chil- 
deàertiyjuxtacm/iquum morem^ Deo amtore comminimi^- Vuole 
ancora, che non permetta senz^a. sua lioenza^ od aujtorità di far 
pa.rtire i vescovi daUe loro diocesi verso luoghi lontani ; e che 
se occorrerà esaisinarsi qualche causa grave fra loro, insorta , 
ovvero riguardalo te inquisìjKion di fede dif&cile a discernersi; essa, 
convocati 1 SI vescovi, ventiletur atque decidatur : simtem decidi 
nequiveritj diseutssa, meritate (fd nostrum yiidicitm re^ratwr. 
Premurosamente altresì lo incarica di. esser sollecito a sradi-, 
care da quel regno la mala pianta della simonia , la quale in 
Francia avea messe profonde radici ,. npa conferendosi ordine 
sacro se non pea: prezzo, o per grazia , favori e raccomanda- 
zioni: che inoltre^ essendosi quivi introdotto costume che i kici, 
intesa la morte di qualche vescovo, presto si tonsuravano e su- 
bitamente si faceva» sacerdoti per ascendere al vacante vesco- 
vado per denari o favorì; per tutte le vie procuri toglier sì rei e 
perniciosi abusi col ricorrere al re perchè dal suo regno fossero 
aSatto estirpati : Qua de re necesse e^t , ut mtra fraternità^ 
praecellentissimmn filium nostrum ChMebertum regem* admoner^ 
^tudeat^ ut hujus peccati maculam regno suo fundit^s repellati 
e^ non meno instantemente nella lettera, diretta a Childeberto 
prega costui di purgare il suo regno d'un abuso sì intollerabile 
ed empio. 

Allo stesso Virgilio si leggono indirizzate pure due altre let- 
tere (1). Con la prima lo esorta a non trascurare , sàecome avea 
iaitto per lo innanzi, di riprendere i suoi écclemastiei si che si 
astenessero dal vizio dell'avarkia nel quale ^wo immersi , 
e risarcisca dò che avesse omesso: che in suo nome ripren- 
desse Sereno vescovo (fi Marsiglìft di aver amieizia e conversa- 
zione con uomini di pravi costumi e spezialmente con un certo 

(1) Lib. IX, ep. 49 e 63. 



— 107 — 

prete suo familiare: diffamuto che. menava uqa vita rilassata 
e scandalosa: ed; la, fij^e gli raccaQaaoda alcuni nìonaci, che 
mandava in InghiUerraal vescovo Agostino., Gori la seconda gli 
raccomanda Io stesso Agostinp^ il quale dovea passare per 
Arles y afìciò lo. ricevesse, oodn cortesia. & fosse tra loro buona 
amicissia. Altra kttera wcQrar si legge iiidiritta. al mede* 
Simo (1) con la qualità metropolitano Galliae, dove gli racco- 
mancia similmente Agostino ^ il prete Candido ch.e and^avano 
in Ij:]^yiterra a propagarvi^ li'EvangìsIip. 

Ma documento, assai degno di considerazione per dimostrare 
quanto Gregorio facesse valere in Francia i diritti del suo pa- 
triarcato^ è quello che i^ legge in altra sua epistola (2) indi-' 
riposata Vnmfm Episcopi» Qalliamm qui. sub regno Childeberti 
^unt. in questa dà loro notizia della legazione e del pallio dato 
a Virgilio, perchè nel regno vi fosse uno a chi dovesse ricor- 
ipersi : idcirco opportunum, e.$se per^peodmus in ^c^lesiis quae sub 
regno praeGellentissimi filii nostri Child^rti regis sunt^ secun- 
dum antiquam cmsu^tudinem^ fratri nostro Virgilio Arelatensis 
civitatis Episcopo mes m^tros Irièw^re, Iq vigor (Jellà quale le- 
gazione, se mai fra loro accadesc^ contenzione, potesse il me- 
desimo toglierla: auctìoritatis sm^ ing>Qr$^ mibus nmpé Sedis 
Apostolicae functus ^ disarete^ mod^atione. compescof. Prescrive 
che nelle cause dubbie si unissero in ^neilio col loro primate 
per deciderle. Ciascuno poi pelle cause maggiori di fede ^ o 
di affare cujua vehemens sit fortasse dubii^tais et prò sui magnitu- 
dine jìMÌicio S^dis ApostoHme indig^t y es&aminata, diligentius 
veritaie^ relatione sm ad nostram studeaf perducere notionem^ 
quatenusa nobi$ vakat congrua sim duUo sententia terminarla 
Li esorta ad obbedirlo ed a non partire sen^a sua autorità 
dalle loro sedi per luoghi lontani: dà loro in fine altri precetti 
e norme, dichiarando che ciò faceva imitando i suoi predeces^ 
suri, qui mes sum efw praed^asssQribus commiserunt. 

Di questi vescovi del regno Arelat^nise Gregorio non fa special 
menzione, ececttoeihè (3) di quelli di Tolosa, di Meri$ , e di Lupo^ 
vescovo dì GabUotte, ora detta Gavaillon al fiunie Truentia, ce- 

(1) Lìb. vili, ep. 53. 

(2) Lib. Vili, ep. 5Ì. 
(5) Lib. IX, ep. 52. 



— 108 - 

lebrepei*ló conciliò Cabilonense ivi convocato iieir anno 650. 
Non nominò gli altri, siccome quello di Alba la cui sede fu poi 
irasferila a Viviers sul Rodano , onde que' vescovi promiscua- 
mente si nominaron poi Albanemi e Vivariensi ; quello di monte 
Aureolo poi detto Montalbano, ora Tarascon anche sul Rodano; e 
tanti altri omessi perchè forse non ebbe Gregorio occasione dì 
menzionarli» 

Quanto alPaltra parte della provincia Narbonense rivolta ad 
oriente che confina con Tltalia, ora detta Provenza , son nomi- 
nati que' di Marsiglia più volte, ed una sola volta il vescovo di 
Aquae Sextiae nella regione che ora diciamo Delfinalo, e non gli 
altri de'quali nondimeno la provincia abbondò, siccome può rac- 
cogliersi da Zosimo (1) e dalla vita di S. Cesareo Arelatense (2). 

La Provenza, la quale confina con l'Italia, un tempo fu parte 
del regno degli antichi Burgundioni , i quali di Germania ve- 
nuti fondarono nella Gallià il regno de' Burgundi che si sten- 
deva fino alle alpi marittime del mar ligustico, che poi passò 
a' Franchi , e che indi diviso in contee appartenne al conte di 
Provenza , siccome si dirà più innanzi . 

Altro documento anch'esso ben notevole dell'autorità della 
Sède Apostolica nella Gallia Bracata è quello che si legge in una 
lettera da Gregorio scritta allo stesso Virgilio (5) , dalla quale si 
ha notizia che il re Childeberto padre del regnante avesse nelle 
mura di Arles fondato un monastero di uomini dotatolo di 
alcuni fondi per loro sostentamento, e. prescritte alcune leggi 
per norma del suo governo, le quali perchè fossero esattamente 
osservate aveva fatto confermare dal pontefice Virgilio predeces- 
sore di Gregorio, nel tempo che presedeva in Arles il vescovo 
Aurelio predecessore del vescovo Virgilio. Gregorio conferma 
la bolla del suo predecessóre, e scrive a Virgilio che la faccia 
eseguire inviolabilmente: nam licei ea qnae semel Apostolico^ 
Sedis auctoritate sancita sunt, nil egeant firmitatis; ex abun- 
dantia tamen nostra cuncta quae prò hujm rei quiete a praede^ 
cessore nostro statutamnt nostra iterum auctoritate roboramus. 

Né mancano ancora altre lettere di Gregorio indiritle simile 

(i) Ep. ad Episcopos Galliae (De priviK Ecc. Arelai.). 

(2) Lib. IL 

(5) Lib. VH, Ind. II, ep. 117. 



— 109 — 

mente al vescovo Virgilio insieme con altri vescovi della Gallia 
Siagrio, Eterio , Desiderio ed altri , delle quali farem parola 
allorché di questi ultimi vescos i avremo opportunità di parlare . 

Poiché, siccome di sopra si è detto, nella provincia Nar- 
bonense, specialmente in quella parte di essa ch'é rivolta al 
mezzogiorno e bagnata dal mediterraneo mare , pe' continui 
traffichi di nazioni straniere, si erano trasferiti molti ebrei , ì 
quali vi aveano stabilite più sinagoghe, ed a' tempi di Gregorio 
ivi durava ancora il lor domicilio ; alcuni vescovi indiscreti ed 
imprudenti, spinti da un fanatico zelo, non già con esorta- 
zioni e prediche , ma usando la forza pretendevan ridurli alla 
religion cristiana e per violenza farli battezzare. Ciò per- 
venuto alla notizia di quel savio pontefice lo spinse a scrivere 
altra lettera (1) Virgilio Arelatensi et Theodoro Episcopo Mas- 
siliensi Galliarum , a' quali dice : Plurimi Jvdaicae religionis 
viri in hac provincia commoranteSj ac subinde in Massiliae partes 
prò diversis negotiis ambulantes ad nostram perduxere notitiam , 
multos consistentium in illis partibus Judaeorum vi magis ad 
fontem baptismatis^ qtmm praedicatione perductos. Li esorla ed 
ammonisce a tralasciar questa via ed a calcar quella della predi- 
-cazione, seguendo l'esempio di S. Paolo il quale con le prediche 
e le persuasioni convertì molti ebrei, non già con la forza ^ 
usando dolcezza e non imperio, secondo lo spirito mite e be- 
nigno della Chiesa. 

Merita in fine non minore attenzione la lettera scrìtta da 
Gregorio a Sereno vescovo di Marsiglia (2). Questo vescovo 
essendosi accorto che alcuni si prostravano avanti le immagini e 
le adoravano, mosso da zelo, per toglier l'occasione d'idolatrare, 
ruppe le immagini e le disperse per terra. Gregorio ne com- 
menda lo zelo, non dovendosi adorare cosa manufatta; ma ri- 
prova che le abbia infrante e distrutte , dovendosi, egli dice, 
lasciarle ed avvertire il popolo a non adorarle : Et quidem zelum 
vos , ne quid manufactum adorari possit , habuisse laudamus ; 
sed frangere easdem imagines non debuisse iudicamus. Idcirco 
enim pictura in ecclesiis adhibetur^ ut hi qui literas nesciunt , 
^altem in parietibus videndo legant qune legere in codicibus non 

(1) Llb l, ep. 45. 

(2)Lib. VII, Ind. II, ep. iH. 



1 



; 



mknt. Tua ergo fraternitas et iUas serbare et ab earum ai(h 
rationepopulufn prohibere débuit; queOenus .et liiemrum rneseii 
hab&renVunde semtùiin huttoriae coUigereut^ et pppulus in pk- 
turae odo fattone minime peìDccÉret. MaStermo*, parendogli strana 
l'ammonizione, e stìlDaiidò quella non ay^er potuto venir da Gre- 
gorio cotanto savio e adotto, ma esaere atata finta da altri in suo 
nome, poich'egli ave^ rotte. leìmmagìni appunto, ed unicamente 
acciò non si adorassero ,, €K>me ;era costume; non euro di 
adempierla facendone poeo conto: onde diede occasione al pon- 
tefice di scrivergli un'altea lettera (i), m cui con qualche.am- 
monia lo riprende, e mostra iiìsieme ehe gli antichi in tanto 
permisero nelle pareti delle chiese le dipinture delle immagini 
perchè il volgo idiota «d illetterato da quelle apprendesse ciò 
che non potea da' lilnì. £d in vero questo fu l'intento dei 
primi vescovi che le permisi^o nelle loro chiese, fra' quali fu 
S. Paolino vescovo di Nola^ il quale nelle mura, della Basilioa 
di S. Felioe feoe dipiogiqre l'istoria del sacrificio di Àbramo 
ed altre del Testam^uto Vecchio ^ de^l Nuovo per istruzione 
del volgo imperito ed igi^ro. Soggiuiage adunque Gregorio 
a Sereno che per questa ragione gli altri vescovi savi e 
prudenti le permettevano e le laseiav9flip stare, ammoneQdo tut- 
tavia il popolo che \\n spio Iddio ^ dovesse adirare ; ma che 
egli con queste strepitose sue iji^ieire di abbatterle,, canoel- 
larle e fracassarle avea cagionato molto scandalo, e a taluno al- 
tresì C(Hicetto di stia presunzione ed altengj^, quasi ch'egU solo 
fosse zela,nle, sapiente e santo;; oltre ch(^ per questo suo indi- 
screto zelo era avvenuto phe la n^aggicir parte del popolo in t^l 
guisa scandalizzato ne %vev^ concepito orrore ed avea sospeso 
di più comunicar con M- Lo esorta perciò a lasciare in- 
tatte le immagìpi ^ e coja dolci e sojsivi n^odi convocare il po- 
polo disperso, ed istruirlo up ;so1q Idd^o doversi adorare, 
ma nel tempo stesso soggiungergli c^egli permetter^ le im- 
magini perdio fossero di sua ì^truzione^ j^m già Qpn^e oggetto 
di adorazione : atque in hip mbis earu^ mentp9 (jlem^^cen^ , eos 
ad concordia/in tuftm ref(^, Pf .$i qiif^ ifftagine$ facerp v(h 
luerit , minime prohibe : xi^arare ^w<^ W^iVfis ^ modis omnibus 
evita. Sed hoc soKcite fraternitas tua admoneat ^ ut ex visione 



^ li) Uh. IX, ep. 9« 






rei geste^ andarmi (miip^fmtiimis pem et vn adotmime 

solius ommipotmtis Smctae Trinitmis humUtér frost&maMtir. 
Lo scoogiurain fise .a iaisciar P Etniclzia e familiaMtà di quél 
dissoluto pretese ila ceoiversdaiofye idi utfitnini di pravi coitimi, 
siccome avea seritto al vescovo Virgilio che in ^uo iWJftie di ciò^ 
lo avvertisse , il che sopraffa ààxsm riferite. 

Questo concètto, jch'ebbe Gr^rio déll'ìiso dèll^ luMagfili^ 
trovasi bena&èhe ^spr^so in un'altt'a lettéffa da kri scritta *a 
Secondino gran jservo di >Dio, il i^lé avendolo richiesto della 
immagine del Salva^tore, Grecie neir inviarglierla, iiiisiefne 
con quelle della Vergine Ii!bitia*e afe' SS. Pretfo e Paolo , cowi- 
mendal' affettuosa ricerca, dicendo: utdumptmramHÌìiùs^Mesy 
ad illwn animo maréesóas^ oujas ^magimm ' \nd&re desidèrus. 
Ab re non fmnm$>^ si per mibiUuinmibilia demonstranms . ÌE 
poco appresso : Sdaquùimi quod inkiginém Salpatofis nostri non 
ideo petis^ ift fucm 'beìtmcoìmy sedy)bTeeèrdatiónem filii Dei $n 
e}us amore r^calesea^^ 4^jH$temagfmfn'i>idere dèfsiderm. Et nes 
quidem non quasi unte Dmnitatm. ùn$e illmn prost^nintur ; sed 
iilnm adaramus quemperimaginemmt natum^ autpassum^ sedèt 
in throno sedeniemrecórdanmr. Etdumnóbisipa ptctura quasi 
scriptura ad memormn j^linm Bh rédudt , animism nostrum 
aut de resurrectione Joétifióat^ atit de passione demukét (€) . 

Fin da' tempi «dunque di qu^to .'savk) pon^fice erasi in 
Frmìm da ^vescovi indìi$[^retì coiBiini(àato ctìa strepitosi inodi 
ad abbatter le iminagiiii ; e «e 'in ciò si fosse usala quella di- 
screzione e norma che qui 6)?eg)(»iio prescrive , certaniente in 
discorso di tempo mm si sa^ebter ^ei^te ndle diiese di oriente 
non men che 4i occidente queUe {(melate e sanguinose dissen- 
sioni che agitai^9&o r£uro^ ^r^unéi sì lieve cagiona , qual' 
è quella ddl'adorazione delle immis^ni, la quale Ita dato toa- 
teria agli :antichi ed a' moderni di Jtesseme pai^tieolari istom. 
Perchè tanto l'Uftiore ^ 1%irbamei^ ]per mm cosa indilferente^? 
Imperocché, quando iieiranil&o siYtt^iiga quel Cddcetto che qui 
S . ^Gregorio esf^rime, teimmagteììoon pDSsmio rec^male ateunn . 
I padri sentid»i è fra gli atlaà LsmsaiAo FìrmimiOv, inccome >&l 
da noi Bìttme a^vdrttto , deciamutrdn isetanto oontra questo> 
USD mnocesMe^ '^he dlted^ri) iMScttsten^ ^ i&Me brighe, d'ioide ii 

(i; Lìb. tìl/lna. ti, èp. 54. 



— U8 — 

fanatici vescovi greci presero ad abolirlo ed a contender fra 
loro, poiché non tutti in ciò eran concordi , chi volendo che 
fosse idolatria, altri sostenendo il contrario ; per la quai. còsa 
in oriente si videro ragunati più concìlj e secondo la contrarietà 
vde' pareri di quelli che li componevano ne uscirono decisioni 
diverse, l'un concilio opponendosi all'altro, sicconaeil secondo 
concilio Niceno, che le permise, si oppose a' precedenti ; ma 
non per ciò finirono i dissidìi ne' quali si vide inviluppala 
tutta la Grecia, combattendosi con tanto ardore ed animosità 
come prò aris et fods , e quasi questo fosse da reputarsi u n 
punto nel quaI*soIo si appoggiasse la religione cristiana. 
Quindi gl'imperatori Leone Isaurico e molto più Costantino Co- 
pronimo suo figliuolo , persuasi che fosse idolatria il venerar le 
immagini, imperversarono contro le medesime con mod^ così 
strepitosi ch'empirono di tumulti e sedizioni tutto V imperio ; 
non potendo èsser cosa che più dispiaccia a' popoli , che il 
veder rovesciate e ridotte in dispregio quelle immagini alle quali 
essi ed i loro maggiori abbian prestato culto religioso e pio ; 
e poco riflettendo che il genere uma:no è per naturale istinto 
portato a queste cose, e che sovente bisogna tollerare qualche 
eccesso per non esser cagione di mal peggiore. 

. Ma fosse piaciuto al delo che le cose fossero qui finite. 
Non venne forse da questa medesima cagione al monaqo 
Sergio , congiurato in ciò con gli ebrei, la baldanza di met- 
tere in campo un nuovo profeta qual fu Maometto , sotto il 
pretesto che bisognava toglier dal mondo l'idolatria , la quale 
presso i cristiani avea preso tanto vigore , che la loro reli- 
gione avean trasformata in pagana , sicché dal cristianesimo 
• si era di nuovo fatto ritorno al gentilesimo? Quindi a quel 
famoso impostore venne l'ardire e il coraggio di perseguitare 
i cristiani, e trovar potè chi secondasse la sua impresa qua- 
lificandola per pia e religiosa, essendo egli stato da Dio man- 
dato per abbattere l'idolatria , che non poteva togliersi dal 
mondo se non estirpando i cristiani , e per dare nuove leggi e 
norme, secondo che gli erano suggerite dall' angelo Gabriele , 
«cioè dal monaco Sergio e dagli ebrei suoi confederati ; onde 
compose il suo Alcorano che è unmescuglio di leggi ebraidie 
€ cristiane con altre di proprio talento e capricdo inventate , 



— 113^ 

facendolo passare per un nuovo evangelio, al quale tutti doves- 
sero credere conae da Dio ispìi*ato per mezzo di, questo nuovo 
suo profeta. Quanti da ciò seguissero ruinosì e deplorabili effetti 
è a tutti noto e palese, e da noi in questo e nel precedente libro^ 
se n'èi qualche cosa detta ed avvertita. Tanto è vero che sopra 
la superficie della terra spQssissime volle fra. gli uomini dalle 
cose piccìole nascono le grandi, ed al contrario sovente dalle 
grandi a guisa de' parti de' monti ixon esgpno se non meschini 
risultameuti l Puossi stimare cosa, più leggiera di questa , di 
prescriver cioè il modo come ciascuno debba far uso delle inama- 
gini, nella guisa in cui qui veggiamo. saviamente aver fatto Gre- 
gorio? Eppure da cosa cqsì indifferente, e semplice quando non 
vpglìa trapassare i giusti suoi confini, provennero tanti disor- 
dini e confusioni , parte per la malizia degli uomini avidi di 
trarrne guadagno, parte per la inclinazion naturale del volgo che 
non sapendo tener né modo uè misura, assai facilmente dalla 
religione trapassa alla superstizione. 

I vescovi, non yi ha dubbio, o per inopportuno zelo, ovverà 
per negligenza e trascuratezza, e forse anche alcuni per ava- 
rizia profittando della semplicità del volgo, sì videro in ciò cal- 
care strade diverse : alcuni mostrarono troppa severità e poca 
discrezione : altri troppa non curanza e stupidità nel permet- 
tere a' dipintori o statuarj nelle loro chiese immagini ridicole o 
lascive. Perciocché laddove ne' primi tempi si accontentarono 
di far dipingere storie gravi a serie dell'antico e nuovo Testa- 
mento ; dappoi ,. come suole avvenire, passarono a permettere 
le dipinture più strade, come quelle di Adamo e di Eva così nudi 
come Iddio, li avea formati : quindi si venne alle Bersabee e 
Susanne egualmente ignudo ne' loro bagni: ed invalse in breve 
il costume di non curare i tanti anacronismi e capricci de' di- 
pintori , meritamente in ciò paragonati agli s^rditi e fantastici 
poeti . Non posso qui trattenermi dal rammentare un dipinto 
che si yjede jn Napoli , nella chièsa di S. Severino de'padri 
benedettini, dqye al pittore venne fantasia di dipingere la resur- 
rezione de' morti ed il giudicio universale ,' e come dopo proffe- 
rita la sentenza dal supremo giudice le anime elette fossera 
dagli angeli, trasportate in cielo. Rappesentò egli queste aninie 
^esitite de' loro carpi in forma di tante belle donzelle nud^^ e^Ji 

Tom. IL 9 



— U4 — 

angeli che discendevano a prenderle in forma di belli giovani pa- 
rimenti ignudi^ e ciascuno con la sua donzella tolta in braccio, 
non altrimenti che solevano gli antichi dipingere il ratto delle 
sabine, conia differenza che queste e i loro rapitori si rappresen* 
tavan vestite e quelle non lo erano . Ne'paesi cattolici di Germania, 
come si conviene a popoli semplici e rozzi , vedi dipinture e 
statue nelle chiese che muovono insieme rìso e sdegno contro 
ì vescovi che le pei;i|iisero. In Vienna nella chiesa stessa di 
S. Stefano cattedrale di quell' arcivescovo , e nella chiesa di 
& Maria della Scala appartenente a quello di Passavia^ eran 
sugli altari esposte a venerazione statue in legno di S. Aana, 
sebbene al Vdto giovanile sembrasser piuttosto della Vergine 
Maria : cfueste avean nel seno due bambini : di uno non si 
dubitava che fosse Gesù ; dell'altro avendo io dimandato chi si 
fosse, alcuni mi risposero esser Maria (cosa pur troppo iave« 
risimile^ che lo scultore avesse voluto della stessa mole e della 
stessa infantile età effigiar la madre ed il figliuolo), altri che 
fosse S. Gìovan Battista ! Poco dico de' villaggi intorno, dove 
io la state solca condormi a villeggiare. Nella chiesa di Brun 
vidi un immagine assai curiosa della Trinità. N^Ii antichi 
tempi non solca dipingersi immagine alcuna del Padre Eterno, 
e S. Paolino in alcuni frammenti rimastici de' suoi carmi 
non lo descrìve se non per una voce, e perciò non capace di 
esser raffigurala. Lo Spirito Santo poteva sì ben rappresentarsi 
in forma di colomba o di lingua di fuoco, poiché cosi ci vìen 
descrìtto dal Vangelo e dagli Atti di S* Luca. Posoia il Padre 
Etemo si dipinse in forma d'un vecchio venerando con barba 
bianca e lunga e con abiti pontificali : il che era comportabile, 
poiché per rendalo aspettabile agli ^)cchi terreni dovea rap- 
{H*esentarsi in una figura magnifica e venerabile. Ma al di- 
pintore di Brun venne fìmtasia di pingere anche lo ^rilo Santo 
sotto forn^a umana ; raffigurò adunque le tre persone di volti si- 
mili. Q Padre Eterno in n^zzo aveva a man dritta il Verbo 
incarnato ed aBa sinistra k> Spinto Santo^ con questa sola dif* 
ierenza che la barba dei Padre Etemo èra bianca e quelle 
delle altre due persone nere. Tralascio le goffe e sciocche 
dipiòture che vidi a Pettersdorf , villaggio vicino , dove nelle 
iKt823cmi rappresentanti i mist^i defla Passione di N* S. A 



vede Cristo con la croce spille spalle tratto da' giudei e gettato 
in un Iago di acqua gelata , e simili stoltezze : né dirò (na- 
turai vergogna me lo vieta) qusde aehifosa immagine vedasi 
esposta nella chiesa de' padri cappuccini di Medeltn, doveé di* 
innto t'iaferno e le pene ehe ivi soffrono le anime dannate. 
In fatti nel dipingere coteste pene, quali fole e scempiaggini non 
si adoperano^ per lo più tratte dalle leggende e dalle cronache 
di monaci visionar) e lantastici ? Di ciò che soggiungo non 
posso render testimonianza per non averlo co' proprj occ^i ve- 
duto^ come ne' precedenti casi, ma da uomini savj mi fu rife-* 
rito : in alcuni luoghi adunque , i^cialmente ne' monasterj 
d'onde usciron tante cronache e leggende, nelle dipinture det< 
l'inferno sono espressi i tormenti de' dannati secondo che in 
quelle à leggevano: fra le altre son da notarsi le pene de' 
sodomiti tratte dal libro de' gtéaitro estremi avvenimenti del-^ 
Puomc ài Dionisio Cartusiano, il quale nel suo Inferno rapporta 
cte ad un baccalaureato eanonista, solenne sodomita, condan- 
nalo all'inferno, era data eotaf pena, la quale ogni uomo ehe 
abbia ancora un avanzo dì pudore non osa rammentare , ma 
die con vivi e sozzissimi colori in quei hbro minutamente 
è esposta. TaK e simili dipinture non debbono da' vescovi 
tollerarsi nelle loro chiese , ed è debite usar molta fortezza 
e rigore in farle rompere ed abolire. Del rimanente chi non 
sa che in tutte le cose anche s^oipHei ed indiff^enti, oltrepas* 
ondosi i giusti confini , si tocca Festremo vizioso e condan- 
nabile? Possono toilerapsi le tante dipinture puerili come pro-^ 
venienti da semplicità e dabbenaggine , e si poò lasciar qual- 
che arbitrio a' dipintori; ma in cose da poco, non nelle gravi. 
Così può condonarsi di veder dipinto N. S. nelPetà di dodici 
apni in mezzo a' dottori della sinagoga assiso sopra un trono 
di {ttù scalini, e quelK stargli iiitorno con le booche aperte e 
con gli occhiali sul naso, ammirandolo ; di veder S. Giuseppe 
raffigurato sempre vecchio eziandio quando sposò la Vergine 
Maria; e simili vistose apparenze che non hanno altro appoggio 
ehe la fantasia degli audaci e fecondi pittori, e delie quali può 
i^eararsi aleun frutto, cioè la frequenza de' fedeli nelle chiese , 
destando^ in essi non meno per l'orecchio ne' canti e sinf^Miie, 
che per gli occhi ùriarem coo^unctionis , come dioe S« Gre* 



— 116 — 

gorio in questa savia lettera scritta a Sereno vescovo di Mar- 
siglia. 

Nel tempo delle mie persecuzioni, essendo costretto.per dura 
necessità a ricoverarmi a Ginevra, il quale asilo né meno 
giovommi ; in que' pochi mesi che vi dimorai ebbi occasione 
di conversare con que' pastori e ministri delle sue chiese, fra' 
quali col dottissimo Alfonso Turrettino professore di teologia è 
di storia ecclesiastica in quella Uni versità di stùdj , col ministrò 
Vernet pastore della chiesa di S. Gervasio , e con altri saggi 
professori di scienze : ed ebbi la curiosità di entrare ne' loro 
tempi e di ascoltare qualche lor sermone. Li vidi vacui, nudi, 
che ispiravano malinconia. Le loro prediche per lo più erano 
invettive contro la chiesa di Roma, dicendola eretica per dot- 
trina, tirannica per governo e disciplina , ed empia per co- 
stume ; esser essala meretrice descritta da S. Giovanni nel- 
TApocalisse ; i Ginevrini ed altri popoli meritamente, seguendo 
il suo ammonimento, essere usciti e separati da quella: le messe , 
spezialmente le solitarie^ follie; le immagini idolatria, e simili 
filippiche. Da pochi era inculcata la carità ed amore col pros« 
Simo; Tabborrimenlo dalle frodi, inganni e dagli altri vizi. 
Dissi pertìò al savio e discreto Turrettino che io era entrato nei 
loro tempi e trovati li avea peggiori delle meschite de' maomet- 
tani , poiché nelle lor mura se non son figure umane, al- 
manco son dipinture di alberi e di animali: onde tanta av- 
versione alle immagini, le quali per se stesse sono innocenti 
e tali da potersene trarre buon uso, o almanco son cose indif- 
ferenti? Il savio Turrettino mi* rispose che egli era della stessa 
opinione, e pensava essersi sostenute fiere liti ed aspre con- 
tenzioni per cose vane e leggiere, non 30I0 in questo, ma 
in altre questioni che tanto non meritavano. Ed in tale oc- 
casione mi fece presente di un suo compendio della storia 
ecclesiastica e di una dotta ed elegante sua dissertazione scritta 
in buon latino, la quale si aggirava intorno alle dispute vane 
in materia di religione. Quegli che mi ospitava vedendo che 
spesso venivano a visitarmi/pastori e miniètri, voleva nascon- 
dere una piccola statua di gesso di S. Giuse^ppe ch'era nella mia 
stanza. Gli dissi che no '1 facesse, poiché queUi erano sì savj 
fi discreti che se ne sarebbero scandalèzzati ove io non l'avessi 



.colà lasciata stare ; ed in fatti mai di ciò non si curarono. Io 
poi per celia soleva lor dire ch'io teneva immaginedi.ua 
santo, il processo della cui santificazione non si era fabbricato 
in Roma, ma dall'evangelista S. Matteo in Gerusalemme. Ne 
potei contenermi benanche, di manifestar loro il mio desiderio 
chele loro prediche e sermoni non si fosser rimaste a sole in- 
vettive, ma avessero inculcato quello di cui il paese a vea mag- 
gior bisogno, la dilezione del prossimo, la pace fra i cittadini 
ch'erano allora tutti in rivolta e discòrdia , l'abborrimento dalle 
frodi e dagl'inganni, de' quali vedovasi abbondare quella città 
mercantile dove non era bottega in cui si entrasse, specialmente 
dagl'incauti ed ignari fórastieri, senza uscirne fraudato nelle 
robe nel prezzo ; l'astenersi in fine da altri vizj e rilassamenti 
di costumi: imperocché il fondamento della relìgion cristiana 
sono la carità, la mondezza , la integrità di vita e la sincerità 
degli atti , non già le vane parole ed ingiurie che a niente 
conducono per la nostra salute. 

' §.2. 

Della. parte mediterranea e settentrionale della Provincia Narbonense 

oggiDelfuiato.e Savoja, 

Non si dimenticò Gregorio dqlle chiese che in questa parte 
erano istituite ; e si leggono ne' suoi libri parecchie epistole 
indirizzate a' vescovi che le reggevano. 

Nella decadenza del romano imperio, quasi nel tempo stesso 
che Faramondo co'suoi Franchi die principio nella Gallia Bel- 
gica e Lugdunens^ al regno di Francia , i westrogoti a quello 
di Spagna e gli ostrogoti sotto Téodorico al regno d'Italia; 
passò questa parte della provincia narbonense sotto la do- 
minazìoiie de' re de' Burgundi , i quali dalla Germania usciti, 
qui vi si stabilirono. Il loro regno si distese fino alle alpi 
marittime, del Ligustico mare ; ed abbracciava tutto ciò 
che ora diciamo il ducato di Borgogna , la Franca Contea . 
.parte degli Svizzeri^ la Savoia, la Bresse, Bugey, il paese di 
Gex , il Lyonnois, il Delfinato, e parte della Provenza. Questi 
re ebbero alleanza con gli Ostrogoti re d' Italia, siccome si 



— 148 — 

scorge da più lettere dì Teodorioo scritte a' re Burgundi rap- 
portate da Cassiodoro ; ed erano puri « sinceri cattolici ^ 
anzi ad essi devesi la conversione di Clodoveo re di Fran- 
cia , il^ quale fu il primo che deposto il gentilesimo abbrac- 
ciasse il cristianesimo; poiché avendo lolla Clodoveo per 
moglie Clotilde figliuola di Gondemaro re di Borgogna , questa 
religiosa donna tanto adoperassi col marito che lo ridusse a 
farsi cattolico. Ma questo regno nelle loro mani durò poco, 
poiché passato sotto i re franchi, Clotario II re di Francia lo uni 
alla sua corona, e dappoi soffrì varj cangiamenti e Ai visioni. 
Attempi di Cregorìe questa parte, che dopo ì romani si 
appartenne a' Burgundi, era già passata a"* re dì Francia , 
e perciò in questi libri si leggono sue epistole indirizzate 
non meno a' vescovi c^e a que' re nella cui dizione te loro 
chiese erano stabilite • Fra le principali sedi si troveranno 
quelle collocate nelle città di Tieana, degli allobrogi, dì Acque- 
sestìe, di Avignone, di Valenza, dì Aug^i^ta, di CabeHioedaltre, 

Non v' ha dubbio che il vescovo di Vienna rappresentasse 
la principal figura, come quello ch'era decoralo di molte pre- 
rogative; ma sotto il pontificato di Gregorio ne avea perduto 
l'uso : perciò il vescovo Desiderio scrisse a Gregario perchè 
iion fosse defraudalo dS quegfi onori e privilegi della sede apo- 
stolica e specialmente delFuso del pallio, delle quali cose i 
suoi predecessori aveano goduto. B pontefice gli risponde (1) 
che volentieri li avrebbe accordali purché mostrasse averli 
i suoi predecessori esercitati: ch'eli avendo fatte far ricercfhe 
nello armadio relativo a quella driesa non aveva travato do- 
cumento alcuno di concessioni apostoliche altre volte fatte , e 
che perciò facesse egli migliori diligenze nelParchivio della sua 
chiesa, dove si sarebber trovate le scritture necessarie, ed a 
Roma le inviasse acciocché se ne potesse egli convincere ; sog- 
giungendo : Nam qui nova concedimus vetera Ubentissime rg- 
paramus. 

Per queste parole Gregorio volle intendere della concessione 
del pallio che allora nuovamente aveva fatta a Siagrio vescovo 
di Augustòduno, i cui predecessori non Taveano. E qui bi- 

(i) Uh, VH, Ind. II, ep. 118. — Gre^fortus Desiderio Episcopo Galliarum. 



~«9 — 

sogna considerare la pratica di que' tempi intomo alla concesk 
sione del paIHo ; tanto più che da ciò ricavasi un'altra pruova. 
per la quale si rende chiara la subordinazione de' re di Francia 
della prima razza agl'imperatori di oriente di che a'tempi di 
Gregorio duravano ancora i vestigi . Quando trattavasi di ma^n- 
dare il pallio a' nuovi vescovi rifatti in luogo de' predecessori 
ì quali erano stati nella possessione di quell'uso, cioè se non 
sì fosse trattato che di una continuazione e conferma delle pre«- 
cedenti concessioni, i pontefici per se soli lo mandavano senza 
.aver bisogno di consenso o beneplacito degl' imperatori ; ma 
quando si voleva decorar del pallio una sede , i vescovi della 
quale non l'avean giammai avulo, e si fosse trattato di nuova 
concessione ; allora per ciò fare legittimamente l'imperiai be* 
neplacito necessaria cosa addiveniva. E la ragione era che con 
la trasmissione del nuovo pallio investendosi i vescovi di una 
giurisdizione soptà l'intiera provincia, giurisdizione che prima 
quelli esercitar potevano soltanto nella propria para?c»a che ora 
chiamiamo diocesi ; d'uopo era ricorrere al fonte > principio ed 
orìgine di tutte le giuriàlìzionì, eziandio di quelle che risguaiv- 
dano l'esterior poliàa ecclesiastica , e quindi all' imperiai po^ 
testa. Poiché a que' tempi , siccome è manifesto dai capitolare 
istesso di Gregorio mandato^ al suo legato Giovanni in lepagna 
(di cui abbiam sopra ragionato) tutta la giurisdizione, esenzione^ 
immunità cosi personale come reale e locale delle chiese, det- 
Fordine ecclesiastico, e de' vescovi stessi, si riconosceva dagl' 
imperatori e da questi conceduta per imperiali privilegi e con* 
cessioni. Cosi, i^ccome abUam veduto nella concessione del 
pallio al vescovo Àrelatense ed agli altri metropolitani i quali 
non rioevevan cosa nuova ma una semplice conferma di ciò che 
aveaao i loro predecessori , non si legge che Gr^orio avesse 
ia mandarla a costoro ricercato il consenso degl' imperatori 
Maurizio e Foca che regnarouo in Costantinopoli nel tempo del 
suo pontificato ; ma trattandosi di concedere il paliio a Siagrlo 
vescovo Augustodunense ad istanza della regina di Francia 
Brunichilda madre di Ghilperico re dell'Àustra^a , perchè i 
predecessori di quel vescovo il pallio non avevano giammai 
avuto, troviamo che il pontefice scrive alla regina di averla 
compiaciuta , e di aver concesso quel privilegio tanto più vo- 



ientieri , quantochè dal suo diacono ministro responsale, che 
risedeva nella corte di Costantinopoli, era .stato assìcarato. 
l'imperatore non pur assentire , ma desiderare che onnina- 
mente così fosse fatto. Susceptis itaque epistolis vestris , mlde 
nobis excellentioe vestrce studium placuisse signamus , atque 
fratri et coepiscopo nostro Siagrio palliufìi dirigere secundum 
postttlationem ^estrani {foluimus. Propter quod et serenissimi 
Domini Imperatoris ^ quantum nobis diaconus noster^ qui apud 
£um responsa Ecclesiw faciebat^ innotuit, prona i;>oluntas est^ et 
i^oncedi Hoc omnino desiderai (J). A chi non è istrutto del- 
l'istoria di que' tempi e sol riguarda lo stato presente delle 
€Ose sembrerà cosa strana, che per concedersi un nuovo pallio 
nel regno di Francia, che aveva allora propri re dovesse ri- 
corrersi in Costantinopoli per Tassenso delFimperalore , repu- 
tando forse questa esser cosa inconveniente e poco dec^orosa 
alla sovranità de' prìncipi francesi. Ma non rintendevan così 
allora gli slessi primi re di Francia , i quali per meglio istabi- 
lirsi ne' loro reami, affinchè non si reputassero di sola con- 
quista, amavano il favore degl'imperatori, e per maggiormente 
illustrare la lor dignità reale, dà' medesimi ricevevano le di- 
gnità, gli onori egli ornamenti, siccome la dalmatica, i san- 
dali, le forbici ed il pettine; e Clodoveò ricevè dall'imperatore 
di oriente le dignità di patricio e di console: e sulle loro mo- 
nete senza ninna difffcoltà facevano imprimere l'immagine del- 
l'imperatore allor regnante : le quali ancor oggi si conser- 
vano in più musei , specialmente quelle appartenenti a' re di 
Francia che regnarono sotto l'imperatore Giustiniano , ifti- 
presse da Ludewik nella vita di questo imperatore. ^ 

Si leggono più epistole di Gregorio a Desiderio vescovo di 
Vienna ed a questo Siagrio e ad altri vescovi di Francia fatte 
jn raccomandazione di Agostino, di Candido, e di altri m.^- 
naci missionari d'Inghilterra, de' quali farem cenno , quando 
di questa missione ci toccherà parlare. Così per esempio, in 
una fra queste a Desiderio, a Siagrio, ed a' vescovi della Gallia 
raccomanda loro appunto Agostino , e Candido al quale Gre- 

(!) Lib. VII, Ind. I, ep. 5. — Gregorius Brunichildae Rfginae Fran- 
rorwm. 



— 121 — 

gorio avea commesso la cura e T amministrazione d' un pic- 
ciolo patrimonio che la chiesa Romana aveva in quelle parti (1). 
' In un' altra lettera a. più vescovi della Francia , ove li 
esorla con niolta premura ad estirpare dalla Francia la simonia 
che avea póste profonde radici e si era diffusa in tutte le loro 
chiese, fra gli altri vedesì compreso il vescovo di Vienna Desi- 
derio (2); 

Ma intomo a due vescovi di Francia, a' quali si leggono da 
Gregorio indirizzate benatìche sue lettere , nascer può contro- 
versia se essi si appartengano allaGallia Bracata ovvero alla 
Cornata; questi furono Protasio vescovo di Acqui ed Aricio ve- 
covo di Meris. Nondimeno quanto a Protasio, egli è certo che 
scrivendo Gregorio Protasio Episcopo de Aquis Galliae (5), intese 
della città di Acque Sestie posta nella provincia Narbonense non 
molto lontana da Avignone, oggi détta Aix, non dell'altra Acqui 
posta nella Liguria che non si appartiene punto alla Gallia. 
' E quella Acqui memorata da Gregorio fu detta Acqui Sestia 
de' Salluvj: poiché Cajo Scstio proconsole avendo debellalo i 
Salluvj, gente confinante con gli allobrogi , coloniam Aquas 
Sextias condidit (siccome scrive Floro nell'Epitome di Li vio'(4)) 
ab aqmrum copia et salidis et frigidis fontibus atque a no- 
mine suo ita appellata. A questo vescovo, oltre di rendere molle 
grazie pe' favori comparliti ad Agostino, Gregorio impone che 
dicesse a Virgilio vescovo di Arles, ut pensiones quas praede- 
oessor ejus per annos plurimos de pàtrimoniolo nostro percepii , 
€t apud se retinuity ad nos y quia pauperum res sunt , studeat 
destinare; e trovando renitenza , egli che n'era ben informato 
rendesse testimonianza del fatto, nel caso ne. fosse ricercato 
da' suoi uomini che teneva in quelle, parti: gli raccomanda 
in fine il prete Candido , soggiungendo : Candidum presby- 
terum communem filiumycuipatrimoniolum ipsum commisimus ^ 
sanctitati vestrae magnopere commendamus (5)i 

(ì) Lib. V, ep. Ìi4. — Desiderio Viennensi et Syagrio Auguslodunensi Epi- 
BCopis Galliae Aparibus. 

(2) Lib. VII, Ind. II, ^p. H^. — Gregcrius Syagrio, Aetherio, Virgilio et 
Desiderio Episcppis Galliarum Aparibus, , _ 

(3) Lib. V, ep. 55. 

(4) Decad. VU, lib. i. 

(5) V. la epistola di sopra citata. 



Di Àrido vescovo di Merìs fossi memoria in più epistole, ed 
in quella che si legge a lui diretta col tìtolo Episcopo dn 
Galliis (1) il pontefice gli concede l'uso della dalmatica per 
sé , e per un suo arcidiacono , secondo avea richiesto : AttiW 
auctoritatis nostrae serie petiki cmcedimus^ algoe te tt archidia* 
conum tuum Daimuticarum usu deeórandos esse concedimtis. Gli 
soggiunge che intervenisse al sinodo il quale dovea convocai 
da Siagrìo vescovo Àugustodunense per l'esfirpazione della si- 
monìa, e gl'inviasse un rapporto di quanto ivi si sarebbe latto. 
Ma ove nella Galfia si fòsse questa città di Meris, non è 
così focile poter determinare, poiché di Merìs città delia Gallia 
ninno degli antichi geografi & motto alomo. Se dovesse in- 
tendersi di Metz, si apparterrebbe alla Gaffia Bdgica : ma dal* 
Tepistola indirizzata a, più vescovi di Francia in raccomanda- 
zione di Agostino vescovo d^i An^ può congetturarsi die 
questa città si apparleoesse alla provincia Narbonense; poiché 
dopo I^po vescovo di Cabilone (che serca dubbio, come a è 
già detto, si appartiene a questa parte ddla GaUìa Bracata) a 
trova aggiunto quello di Merìs (S). Checché ne sisu, egli è met* 
nifesto che il <;ennato vescovo fu in isommagrazia di Gregorioi, 
e questi a lui diresse la lettera che a questa precede la innanrì 
mentovata (5) dove lo esorta andie ad intervenire nel sinodo 
per isveller la simonia dalle chiese di Franda^ e gli raccomanda 
akunì monaci die mandava in Inghiltena al vesdovo Agostino* 

Al vescovo Siagrìo, oii Gregmo decorò del pallio, come 
si è detto, si trovano più epistole, oltre te collettive già dettela 
unicamente a M indirìzzate : ma poiché la sede die e^ <ìù^ 
cupava era collocata nella città di A^gnstoduno, ora Autun , 
la quale si appartiene alla Gallia Lugdun^ise, di quelle epi* 
stole forem parola quando de' vescovi della medesima pro^ 
yinda ci occuperemo. 

Del vescovo dì Tolosa (ancordié i tolosani non sian divisi dal- 
l' Aquitania, se non per mezzo del fiume Tarne) come quello che 

(i) Lib. VII, Ind. II, ep. 113. 

(2) Lib. IX, ep. 52. — Gregorius Mentiae Tolosano, Sereno Massiliae , Lupo 
Cabilonif Agilio MefiSy Simplicio Parisiis^ Melantio Rothomagensis et Licinio 
£piscopis Francorum Aparibus* 

(3) Lib. IX, ep. 51. 



appartiene anche a questa provincia Narbonense , Gregorio fk 
memoria insieme con gli altri vescovi della Gallia nella citata 
epis^la commendatizia a prò di Agostìac apostolo dell'Ànglia ( 1 ) . 
Di lui parla benanche il pontefice in una lettera scrìtta alla 
regina Brunidiilda^ della quale farem più innanzi menzione. 
Del vescovo Vesontino o Bisantino, di Besangon, appartenente 
a'Sequani poi detti Svizzeri nel confine detta Gallia Narbonense 
Belgica, fàssi menzione nel privilegio del monastero di S. Me^ 
dardPdove fra gH altri vescovi si l^ge la sua soscrizione (2). 
E sebbene non si leggano particolari lettere a costui dirette 
né agli altri vescovi che ebbero in questa parte le loro sedi, 
(forse perchè Gregorio non ebbe occasione di ciò fare); pure è 
certo che egli esercitato avesse le soe particolari ragioni sopra 
i lorc metropolitani lìei modo st0sso che sopra i vescovi 
lor suffraganei , fra i quali i sottoposti al metropolitano di 
Vienna, oltre quel di Grenoble ed altri , ftirono il Tarcntese , 
il Sedunese, e quel di Augusta Preltoria : ma dappoi al Taren- 
tese innalzato a metropdfitano si attribuirono due chiese , che 
si tolsero una al Viennese, l'altra all'arcivescovo di Milano. Ma 
ritiene ancor oggi per suffraganee le chiese di Moriana e di 
Ginevra, siccome il Bisuntino le chiese di Belus e di Losanna. 
Tutte le quali chiese furono nc^la dizione de' re Burgundi e 
facevan parte di qoet regno , ed era formano il ducato di 
Savoia : ed eran comprese in qoellla settenlrional parte della 
Gallia narbonense , la qudé stendef a da questo lato i suoi 
confini a' monti Giura e Gebenna fino at lago Lemano, 
detto ora di Ginevra o di Losanna perchè bagna Puna e l'altra 
città. La provincia dei Tarentese sottoposta tìra al metropo- 
litano di Moulhier , e* la sua cittì metropoli è traversata dal 
fiume isara, il quale perde il nome imboccandosi nel Rodano che 
porta le sue acque al mare mediterraneo. Il suo suffraganeo 
vescovo di Sedun (città de* vallesi , ora chiamata Sion dal 
fiume dello stesso nome, il quale oltre le Alpi Pennine porta 
pure le sue acque al Bedano) anticamente avea la sua sede iù 
Octoduro , laonde nell* antica Notizia delle Prmnce chiamasi 

(i) Lib. IX, ep. 52— Jfennad Tolosano, 

(2) Lib. II, iDd. p[I. — Vitalis Ve8<mcemiufn Episcopns subscripsiL Vedasi 
anche Nic. Ghorier, Hìst. Delphin. lib. I, pag. iO. 



— 124 — 

Episcopus Octqdurensis ; ma distrutta questa città fu poi ta sda 
sede trasportata a Seduu, e quindi fu detto Episcopus Sedumnsis: 
questi ora, sottratto da ogni altrui signoria è sovrano e conte 
della prefettura Vallesia ; intorno alla metà del xvi secolo fece 
alleanza co' Cantoni degli svizzeri , ed è presentemente capo 
della sua repubblica detta de' Yallesi. Ebbe questa chiesa ve- 
scovi antichissimi, e dopo il pontificato di Gregorio neiraniio 
650 vi sedè S. Amalo nostro napolitano, il quale da abate 
del monastero di S. Maurizio passò al vescovado sedunélbe. 

Il vescovo di Augusta Pretoria ovvero de' Salassi , ora 
detta Aosta, ancorché suffraganeo al metropolitano di Taran- 
tasia e nella sua diocesi corrottamente si parlasse l' idioma 
francese , propriamente dee reputarsi piuttosto vescovo ita- 
liano, poiché la sua città é posta alle radici del monte Giove 
ora detto il S.. Bernardo dove quella valle si divide in due 
fauci, una mena per le Alpi Graie nel Tarentese, e l'altra per 
le Pennine ne' Vallesi : e da questa città Plinio prende la 
misura della lunghezza d'Italia tirando la lìnea per Capua fino 
a Reggio, ultima punta della penisola (!)• E però questo ve- 
scovo era annoverato tra i suffraganei del metropolitano di 
Milano, d'onde fu poi separato. 

Il metropolitano di Vienna degli allobrogi ritiene anche, ora 
per suo suffraganeo il vescovo di Moriana , nome dì una valle 
delle Alpi Cozie , decorata poi col titolo di Contado , che fu ^no 
de' primi acquisti dì Beroldo o sia Bertoldo , dal quale deri- 
varono i ptimi conti e poi duchi di Savoia : ond' è . che nel- 
l'atrio dì questa sede si veggouo alcuni tumuli degli antichi 
suoi conti di Savoia. La sede vescovile fu collocala fin da' 
tempi de' re Burgundi nella .città di S. Giovanni al fiume Arco 
che deriva dal monte Cenisio, fondata ovvero rifatta da Gun- 
trano re de' Burgundi; essa novera suoi vescovi fin dal- 
l'anno 541. 

Al metropolitano di Vienna si appartiene ora tuttavìa come 
sua suffraganea la sede vescovile di Gebenna, al presente 
detta Ginevra: questa sede fu trasferita nell'anno 1555 dai 
Lago Lemano all' altro Lago dello stesso ducato Gebennense 

(1) Lib. Ili, cap* 5. 



— 125 — 

cella città di Àonecì . Gebenna memorata da Cesare ne' suoi 
comenlarj era V ultima città degli Àllobrogi , la quale da' 
romani passò sotto la dominazione de' re Burgundi, e da Gun- 
debaldo loro re fu restaurata, facendo parte del suo regno. No- 
vera innanzi la conversione di Costantino Magno antichissimi 
vescovi fin dall'anno 19S. Ma dopo tanti secoli, avendo i gi- 
nevrini abbracciata la dottrina di Calvino , e con l'aiuto de' 
bernesi essendosi sottratti da ogni altrui signoria e costituiti 
in libera repubblica , fu costretto il vescovo di quella città di 
trasferire altrove, come si è detto, la sua sede. 

Anche al metropolitano Bisuntino riniangono oggi tuttavia 
due chiese suffraganee in quest'ultimo confine della Galiia Bra- 
cata: il vescovado Bellicense, ora detto di Belus; e l'altro di 
Losanna. Novera il Bellicense vescovi dal 570 istituiti poco 
innanzi del pontificato di Gregorio. Prima si apparteneva al 
ducato di Savoia, ma dappoi nel 1601 per trattati avuti* tra 
il duca ed il re di Francia passò col contado di Bressia a quel 
re. La sede vescovile di Losanna prima era collocata in Aven- 
tìci colonia degli Elvezì , della quale fassi menzione da Tolo- 
meo e da Marcellino (1). Si apparteneva anch'essa al regno 
de' Burgundi; ma quindi passò a' Franchi, e Childeberto re 
di Francia nel 588 permise che da Aventici fosse trasferita a 
Losanna, onde que' che {)rima si dissero Episcopi A^^enticenses 
dappoi si chiamarono Episc(^i Lausanenses. Nel concilio Ma- 
tisconense si legge la soscrizione dì Mario Ai>entiorum Epi- 
scopus che fu il primo che trasferì la sua sede a Losanna : di 
lui abbiamo una Cronaca che fu impressa tra gli Scriptqres 
Rerum Francicartm. Avendo dappoi dopo l'anno 1536 quelli 
di Berna scacciati da Losanna i magistrati del duca di Sa- 
voia, ed aggiuntala al loro Cantone • abbracciò la dottrina 
di Calvino, onde il suo vescovo fu costretto di ritirarsi a Fri- 
burgo di Nuitlanda , dove costituì la sua sede , e dove anche 
ora dimora. 

Ma essendo giunti all'estremo confine settentrionale, che di- 
vide la provincia Narbonese dalla Galiia Comata , è d'uopo che 
di questa passiamo a far paròla. 

(l)Lib. XV. 



— 4J« — 

CAPO IIL 

Della Gallia GMiata. 

Presso gli antichi serìttori la Cornata è propriamente chia- 
mata Gallia, escludendone la provincia Narbonense. Cosi Ce- 
sare ne' suoi Commentar] : €kUlia omnis est divisa in partes 
tres; e cosi anche Pomponio Mela, omnis Cornata GalHapopu' 
lorum tria nomina (1). Né altrimenti Plinio, Gallia omnis 
Cornata uno nomine appellata , in tria populorum genera 
diinditur (2). Questi popoli egli divide pe' tre femosi fiumi 
Scalda , Sequana, e Garonna. Que' posti tra Scalda e Sequana 
formano la^ Gallia Belgica : que' tra Sequana e Garonna la 
Celtica ovvero Lugdunense. Dalla Garonna fino a* monli Pi- 
renei confine della Spagna si forma TÀquitanica, anticamente 
detta Àrmorica , (per esser tutta rivolta alP oceano secondo 
Cambdeno , i galli brettoni chiamavano il mare armor) , e 
da' francesi è ora detta Guienna. Pure, per la <2agione stessa 
spesse volte rammentata , in queste tre province , come men 
da stranieri popoli frequentate e riputate barbare , là nove- 
rano poche sedi vescovili antiche , al contrario di quel che si 
è veduto nelle parti meridionali deHa Spagna e delia pro- 
vincia Narbonense bagnata dal mediterraneo. Perciò in questi 
libri di Gregorio di poche si trova fatta memoria, sopra le 
quali abbia egli esordiate le sue preminenze ; benché egli 
avesse autorità in tutta la Gallia Comata siccome particolar-* 
mente andremo divisando. 

Della Galfia. Belgica, 

Da questa parte della Gallia comìnciarona i Franchi contro 
Faramondo a fare i primi acquisti. Questi popoli, sebbene da 

(1) De situ orbis lib. HI, cap, 2. 
(2J Uh. IV, cap- 17. 



— i97 — 

più remoti paesi traggano origine^ pure perchè nella Germania 
fermaronsi^ possono dirsi Germani ; ed ancora oggi la regione 
che quivi oeeuparono ritiene il nome di Franconìa* Quinci preser 
le mosse^ e trapassato il Reno fecero delle conquiste , le quali 
sotto Clodoveo furono prodigiosamente estese , così sopra i re 
de' burgundi ^ come aopra quelli de' westrogoti y astringendo 
questi ultimi a laseiar Tolosa ed a trasferire la loro sede regia 
in Toledo. 

Questa provincia, secondo la descrìve Plinio (1) , avea per 
<2onfinanti i Toxandri, popoli che si stendevano i^no alla Mesa» 
ed abitavano le regioni chiamate ora il Brabante ed Anversa , 
dove sono le eittà di Breda e di S. Geltrude , secondo dìmo<- 
stra il P. Egigìo Laccary gesuita (9). EQa conteneva in sé 
più popoli : i Menapj la cui r^ione è chiamata Fiandra , colle 
sue ditta Brugia (Bruges) , Gand , ed Ipri : i Merini e gli 
Oromansad, oggi detti i Bolognesi : i MUani e Bellovaci, i quali 
si stendevano fino al mediterraneo Belvaco, ora detto Beauvaìs, 
6 sul lido dell'oceano abitavano le città di Ancum , ora chia- 
mata Eu, eDieppe^ (sradettaDiepe: i Castolo^, ora abitanti di 
Cbalons sur Marne , i quali nell' Itinerario di Antonino sono 
pure collocati nella Belgica: gli Atrebati, oggi l'Artois: i Ner- 
vi! confinanti agli Xtrebatì, che aveano non Tomaco, ma Ca- 
meraco a luogo principale : i Yeromandui , la coi sede , se- 
condo Tolomeo , fu Augusta Veromanduorum (3), oggi il Fano 
di S. Quintino; ritenendo ancora l'agro intorno il nome di 
Vermandois: i Suessiones, ora abitanti di Soìsson : gli Ulma* 
netes poi detti Silvanectes^ oggi Senlis: i Virodunì, oggi le 
Verdunois, e la lor città Verdun : i I\ingrì dove ora sono le 
città di Liegi y Namur, Umburgo, e la dttà che ritiene ancora 
il nome di Tungri : i Sanuct , Frisiabones : i Betuci; que^i 
si crede che abitasser le regioni che ora chiamiaino il Lussem- 
borgo: i Leud ^ la cui dttà , secondo Tolomeo eraTullum (4): 
eggi d<4ta Toul: i Treverìm, la cui città è Treveiri: i Lingoni 
(les Langroe), la cai città è Laogres: i Remi (les Remois) ; la 
città è Reims: i Mediomatrìci , oggi le patfs Messin ; la città 



(i) Lib. IV, cap. 17. 

(2) De Colomis Gallorun » Lib. V, cap. 5. 

(3) Lib. II, cap. 9. 
(4J Ub. II, cap. 9. 



— 128 — 

è Metz: i Sequani i quali aveano secondo Tolomeo per loro 
città quella che ora diciamo Besangon: i Raurici, che abitarono 
la colonia Rauriaca, ora vico ignobile detto August, sei miglia 
lontano da Basilea. Gli Hdvetii , ora detti Svizzeri , i quali 
abitano oltre i monti Giura e Gebenna confine della provincia 
Narbonese, e devono piuttosto attribuirsi. alla Gallia Belgica* 
Poco lontana era la città chiamata Equestre: nei libello JVw. 
GalUarum si legge, Civitas Equestrium^ idest Noviduno^ onde 
Guillimanno , Cluverio , e Moneto credettero , che fosse Sion 
posta al Lago Lemano. Presso il sig. De-Boze si vede una mo- 
neta di argento, che ha da una faccia quésta epigrafe Sedes 
Lausane, e dairaltra Civitàs equestris. Si crede coniata dopo 
l'anno 1556 quando furono scacciati da Losanna i cattolici. 
Si attribuirono anche a questa provincia i Germani che abi- 
tano presso il Reno, cioè i Nemetes, i quali non solo da Plinio, 
ma anche da Tolomeo sono memorati (1). Vi si comprende- 
vano ancora i Tribochi ovvero Tribocì, memorati da Strabene, 
Tolomeo, e da Tacito (2), posti tra i Vangioni edi Rauraci che 
vuol dire nella superiore Alsazia, dove ora è Colmarla , non già 
Magonza come altri credettero, poiché questa città è molto lon- 
tana: i Vangioni dove ora è Argentorato: gli Ubi, ed in questi 
la colonia Agrippi nense. Tacito scrisse , Agrippina moglie di 
Claudio e madre di Nerone aver dedotta questa colonia (3) : 
Agrippina , e' dice , quo vim suam sociis quoque nationibus 
ostentaret , in oppidum Ubiorum in quo genita erat , veteranos^ 
colohiamque . deduci imperata cui nomen inditum ex vocabulo 
ipsius. Ma l'Arduino su questo luogo di Plinio crede , che fosse 
stata dedotta prima dall'altra Agrippina moglie di Germanico , 
e che avesse da lei preso il nome. Vengono in fine i Guberni 
confinanti co' fiatavi, i quali sono que' popoli , che oggi chia- 
miamo Clìviènsi. 

Pochi antichi vescovi si ravvisano fra tanti, popoli ; ed in 
queste epistole di Gregorio di soli tre fassi memoria (se Meris 
non è la stessa che Metz): di quello di Soìssons; del Vesontino; 

• * f 

(\) Uh. Il, cap. 9.— Veggasi ancora il citato libello Prot?, Gali. : Civitas 
Nemetum Spira» che ancor oggi ritiene lo stesso nome. 

(2) Hisl. lib. IV. 

(5) innal. lib. XII. 



e delFaltro di Reinis, celebre perchè per sue mani il re Cta- 
doveo ricevè il battésimo, passando dal gentilesimo al cristia- 
nesimo. 

I franchi per religione gentili trovarono in questa provincia ,. 
come quella ch'era dell' imperio romano occidentale , stabilita 
presso i galli la religione cristiana:^ pochi vescovi antichi 
potè annoverare per la cagion già detta , e perchè in molti, 
villaggi presso i rustici , i quali sono gli ultimi a deporre gli 
antichi riti e costumi , il gentilesimo non erasi affatto abo- 
lito: nuUadi manco è manifesto die la città di Reims apparte- 
nente alla Gallia Belgica , avesse il suo vescovo ; ed a' tempi 
di Clodoyeo vi sedeva Remigio, da cui quel re fu battezzato. La 
conversione del quale deesi , come si è accennato di sopra y 
alla regina Clotilde del sangue de' re Burgundi sua moglie , e 
all'aver Clodoveo vinta nel 456 la battaglia contro gli ale- 
manni presso Tolbiac oggi detto Zulk villaggio del territorio di 
Colonia. Da questa vittoria prese coraggio la pietosa regina y 
facendone autore il Dio de' cristiani da cui l'aveva impetrata; 
onde portatasi a Reims dov'era il re, e parlatone al santo ve- 
scovo Remigio, fece sì che Clodoveo si disponesse a battezzarsi. 
E divolgatasi la fama per tutto l'esercito, che si era riportata 
si gran vittoria per l'aiuto del Dio di Clotilde , gran parte di 
quello si dispose a far lo stesso. Ricevè adunque il re per le 
mani di Remigio il battesimo nel giorno di Natale de 1 496 ; 
e poiché Samuele , ultimo de' Giudici , volendo gli ebrei un 
proprio re, siccome i vicini popoli lo avevano, nella elezione di 
Saul adoperò l'olio, eia stessa cerimonia fu poi continuata nel- 
l'elezione di Davide e degli altri re, i quali per ciò dalla Scrit- 
tura Santa sono chìarnati cristi , cioè unti ; Remigio volle 
anch'egli dopo aver battezzato Clodoveo ungerlo con olio, sic- 
come adoperavasi co' re antichi del popolo ebreo. Dietro tale 
esempio fecesi battezzare Alboflede sorella del re, e più di tre* 
mila soldati delle sue truppe fecéto lo stesso. Questa con- 
versione fece gran rumore in Europa , onde non mancò il 
pontefice Anastasio II che reggeva allóra la Chiesa di Roma^ 
di scrivere al re Clodoveo, commendando un'azione sì pietosa 
e grande , e nel tempo stesso pregandolo di prender protezionov 
della Chiesa, e di esser difensore di quella fede ch'egli aveva 

Tom. II. iO 



— 150 - 

abbracciata, nei modo stesso che fece poi Gregorio col re di 
Spagna Recaredo quando questi «poglìossi dell' arianìsmo, e 
con lui i westrogotì, purgando la Spagna dì quella eresia. La 
favole che poi si aggiunsero a questa conversione di Qodoveo ed 
alla cerimonia usata dell'odio, lye* secoli baitari ed incolli che 
seguirono, furono, sicconìe suole accadere, non men fantastiche 
che ridicole: si pretese che queirolio di cui si vake S. Remi- 
gio fosse il) un'ampolla calato dal cielo; che nelPuscir Clodo* 
veo dalla chiesa vide con istupendo nììracolo mutati i rospi 
delle sue armi in gigli di oro; e quel cU'è più ride volo, che il 
re per ciò cambiasse nome, e di Clovissi chiamasse poi Lodo- 
vico, come se i>on fosse lo stesso nome quel di Clovis e quei 
di Luigi Lodovico, e come se non fosse egualmente certo 
che la mutazione nelle armi di que' re de' rospi in gigli se- 
guisse mollo tempo dappoi , siccom' è manifesto da parecchi 
monumenti i quali esistono in più chiese di Francia e della 
Savoia costruite in tempi de' re posteriori, e dimostrano cbe 
questi usavano ancora nelle armi rospi e non gigli ; sic- 
ché gli scrillori francesi più serj e giavi degli ultimi tempi 
tralasciarono di riferire tante fole; molto più che la ceri- 
monia dell'olio non fu p(»i usata né meno dagli altri re di 
questa stessa prima razza, siccome né meno l'usarono quelli 
della seconda , ma si ripigliò e cominciò ad usarsi nuova- 
mente in Reims da'Capeli re della terza razza. E fosse piaciuto 
al cielo che siccome Clodoveo si spogliò del gentilesimo e di- 
venne cristiano, spogliato si fosse anoora di quelle crudeltà , 
scelleraggini ed altri estremi vizi onde fu contaminato, ed alla 
deleislazione de' quali l'obbligava la .nuova religione e quella 
fede ch'egli aveva abbracciata ; e non avesse dato di sé tristo 
esempio a' suoi successori della slessa stirpe, i quali in vero lo 
superarono in crudeltà per recisioni, guerre tra fratelli e fra- 
telli, zìi e ni|ioli, e fmo tra padri e figli, e per altre empie 
azioni di cui l'istoria fraifcese é piena, sicché con divenir cri* 
stiani non fecero altro che rendere più orribiii , vituperose , 
e detestabili le loro infamie e soelieratezze. 

L'essersi la Gallia divisa in pia regni , e il ricoi^osoer più 
sovrani dopo la conquista fallane da' fianchi , seguì per una 
cagione diversa da quella rapportata per kt Spagna: il dielbin 



- 184 — 

sogna qui riferire per m^Uo intendere chi si fossero que' re,' 
a' quali Gregorio indìrmò le sue leltere die saranno più in- 
nanzi mentovate. Clodoveo che a ragione può chiamarsi il 
conquistatore , in vece di mantenere uniti i dominj conqui- 
stati, lì tiivìse fra quattro suoi figliuoli che lasciò. Di questi 
il primogenito fu Teodorico, detto anche da' flancesi Thierry, 
natogli da donna che non si sa se gli fosse stata moglie o con- 
(mbina , prima che si sposasse eoa Clotilde : a costui lasciò il 
regno di Auslrasia o sia di Metz, e quanto sopra i westrogoll 
ed i burgundi aveva acquistalo nella Gallia Narbonense ; poi- 
ché a que' tempi non facevasi difficoltà di chiamare alla suc- 
cessione anche i figliuoli nati dalle concubine ; siccome com- 
portossi in appresso anche Carlo Magno il quale fece re d'Italia 
Bernardo suo nipote nato da una concubina di I^ipino suo fi- 
gliuolo. Fra gli altri tre figliuoli natigli da Clotilde sua moglie, 
al primo chiamalo Clodomiro fu lasciato da Clodoveo il regno 
d'Orleans; al secondo dello Childeberlo, il regno di Parigi ; 
ed al terzo che appellossi Clolario I , il regno di Soissons. . 
Dallai prima linea di Teodorico re delPAustrasia discese quel 
Childeberto che è menzionato da S. Gregorio nel l'accennata epi- 
stola , che fondò in Marsiglia quel monastero, e che fu marito 
della regina Brunechilda, e padre di ChiMel)erlo, a'quali Gre- 
gorio indirizzò le sue epislole ranotrnenlate nel capo precedente, 
e le altre di cui dirassi più sotto. A' tempi di Gregorio la re- 
gina Brunechilda , mortole il marito , essendo madre del re 
Childeberto, e donna di raro ingegno e di grande spirito, reg- 
geva col figlio un sì ampio regno, e con maggiore arbitrio ed 
aulorilà lo resse dappoi, quando usci di vila Childeberto: questi 
avea lascialo Teodeberto e Teodorico suoi figliuoli, che si di- 
visero il regno , sotto la cura dell' ava : la quale se ne rese 
l'arbilra e disposìtrice. 

Dalla linea di Clodomiro re di Orléans discese Gontrano , 
il quale essendo morto nell'anno 595 senza figliuoli, lasciò il 
suo regno a Childeberto re di Austrasia figliuolo di Brune- 
childa; onde nacquero fiere guerre fra Childeberto e i suoi 
figliuoli re di Austrasia da una parte^ e Clotario U re di 
Soissons dall'altra. 

Dalla. linea di Childeberto re dì Parigi, non avendo <<|U6Sti 



^ 15» — 

Idsciàto che due figlie, il regno passò a Glotario I re di Sois- 
soDs ed a' suoi discendenli , ed a' tempi di Gregorio erane re 
Clofario II. Questo Glotario ebbe per madre la regina Frede- 
gonda, donna non meno orgogliosa ed audace che Brunechilda; 
onde fra questejd uè ambiziose femmine sursero brighe ed emu- 
lazioni si grandi che proruppero in guerre crudeli e sanguinose 
tra i re di Àustrasia ed i re di Soissons. Ed i re di Austrasia 
retti dallo spirito di Brunechilda , come più potenti (poiché 
possedevano non solo il regno d'Austrasia e quello di Orleans, 
ma si erano eziandìo resi padroni del regno di Parigi) vole- 
vano anche discacciar dal regno di Soissons Glotario II per 
l'animosità che Brunechilda avea con Fredegonda sua madre : 
ma dall'altro canto, questa coraggiosa regina nella guerra che 
perciò le mosse Childeberto si pose ella alla testa delPesercito , 
e per dare ardimento alle sue truppe portò seco il giovine Glo- 
tario suo figliuolo, facendolo traversare per tutte le file dei- 
Tarmata. Si venne alla battaglia nel 594; e Ghildeberto, benché 
più potente , rimase disfatto e perde del suo esercito più di 
ventimila soldati. Childeberto morì l'anno 596 , lasciando , 
come si é detto, due suoi figliuoli: il primogenito Teodeberto 
succedette al padre nel regno di Austrasia ; il minore Teodo- 
rico fu re d'Orleans e di Borgogna. Brunechilda non isgomeo- 
tossi per quella perdita e per la morte del figliuolo Ghildeberto ; 
ed avendo seco i due giovani re suoi nipoti , volle proseguir 
la guerra, ma la sua armata fu pure disfatta da quella del 
giovane Glotario. La morte dì Fredegonda avvenuta nel se- 
guente anno 577 fece cambiar sembiante alle cose, e parve 
che lei estinta, fosse in dotarlo II spento anche il coraggio : 
dalla qual cosa Brunechilda prese animo; e mossi i due re suoi 
nipoti a rinnovare con maggiore ardore la guerra , l'armata 
di Glotario fu sconfitta e dissipata, sicché pensò questo re aver 
pace con Teodeberto re d'Austrasia, ma col fratello Teodorico 
re di Borgogna la guerra fu proseguita. Dappoi anche tra i 
due fratelli Teodeberto e Teodorico nacquero gravi discordie , 
che finirono in aperte guerre, le quali per lungo tempo furono 
teatro di crudeltà ed uccisioni. 

In questi sì difficili e rivoltosi tempi di Francia trovossi Gre- 
gorio* ad esercitare il suo pontificato. Gon lutto ciò egli con la sua 



— 185 — 

prudenza e saviezza seppe tenersi amici così gli uni come gii 
altri emuli e competitori. E con Bruoechilda tenne stretta ami- 
cizia ancorché neiristoria profana fosse dipinta per una donna 
ambiziosa, crudele e colma di vizi orribili ed esecrandi : sic- 
come r infelice sua caduta nelle mani di Glotario II e la 
morte barbara che questi le fece dare , il dimostrarono. Con 
tutto ciò Gregorio in queste sue lettere sovente la loda per 
una donna virtuosa^ pietosa e buona figliuola di S. Pietro : e 
si legge in una lettera di questo pontefice diretta a quella re- 
gina che essa con gran divozione ed ardore a lei avesse richiesto 
delle reliquie di S. Pietro e Paolo, e che a lei Gregorio le in- 
viasse, commendando la sua pietà , e nel tempo stesso impo- 
nendole che fossero tenute con venerazione e col dovuto onore, 
assegnando a quelle custodi i quali sermentes ibidem nullis one- 
ribus nuUisque molestiis affligantur (1). E s'infervora cotanto 
nelle sue lodi, che non si sgomenta di dire: prae aliis gmtibm 
gentem Francorum asserimus felicem, quae sic bonis omnibus 
praeditam meruit habere reginam (Ì). Non ebbe il dispiacere 
Gregorio di vedere Pinfelicissimo suo fine; poiché quella si 
morì nel 614, e Gregorio la precede di dieci anni . 

La savia e prudente coadotta di questo gran pontefice fu 
tale che anche in mezzo a tante scelleragginì , crudeltà e ri- 
voluzioni potè nella Francìadistendere e rendere più vigorosi i 
diritti del suo pontificato , sì in questa provincia che nelle due 
altre della Gallia Cornata. Egli li esercitò sopra i vescovi di 
Reims, di Soissons e sul Siguntino, siccome scorgesi dal privi* 
legio dd monastero di S. Medardo dove sono le loro soscri- 
zioni (5), e dalle sue lettere indirizzate a tutti i vescovi della 
Gallia. 

Un documento più illustre di questo privilegio non può 
aversi; nel quale più cose sono da avvertirsi di somma im- 
portanza. Clqtario I re di Soissons aveva in questa città, dove 
riposano le ossa di S. Medardo che n'era slato vescovo ed in 

ii) Mb. y, ep. 51 . 

(2J Lib.XI, ep. 8. 

(3) Flavius Rémcrwn archiepiscopus Bubscripsit — ^usericus Suessoriifii 
Epi9copu8 8ubscrip$it — Vitàlis Vesoncensium Episcapus subscripsit — Lib. li 
dopo l'ep. 38, Idd. ti. 



— isp- 
essa era morto nell'anno 565, costrutto un monastero di mo- 
naci in onore della Vergine Maria, di S. Pietro principe degli 
apostoli e del protomartire Stefano, ed ottenuto per quello dal 
pontefice Giovanni ampi privilegi. Nel pontificato di Or©- 
gorio e nel regno di Teodorico nipote di Brunechilda re di 
Borgogna essendo vescovo di Soissons Anserico, presedeva 
a questo monastero l'abate Gairaldo, il quale per la fama della 
sua probità e per la santità del luogo avea tratto cosi la re- 
gina come il re suo nipote ad averne somma cura e divozione: 
sicché questi scrissero a Gregorio di voler non solo confermare 
ciò che dal papa Giovanni era al monastero stato concesso , 
ma di nuove prerogative , esenzioni e privilegi decorarlo. 
Gregorio volentieri lali cose accordò, e nel. privilegio dì^ 
chiara essere stato a ciò spinto per quelle richieste: Prainde^ 
ivi si legge , jifxta filionAm nastrorum praeceUentissimomm 
scripta Regum Brimichrldis àc nepoùs ejus Theodoriei mòna^ 
sierio Sanctae Dei genitricis Manae , ac beatomm Petri npostO" 
lorum principisi Tiec non protonuxrtyris Christi Stepkani , quod 
£st in Suessortfm cintate situm , nbi S. Medardus reqmescere , 
et vir venerabilis Gairaldu^ Abhas praeesse videtur^ hvjusmodi 
priuilegia auctoritatis nostrae decreto indulgemus, et ea plenius 
confimiamus pripilegin , fjuae a bonae memoriae domino Papà 
Joanne sunt concessa , vel indnlta , coneedimus , atqv^ fir^ 
mamus. E primieramente conferma al monastero tutti gli 
acquisti per donazioni ad esso fatte o da farsi , possessioni e 
Beni; e prescrive che da qualunque persona, anche regale, non 
possano essere diminuiti né appropriati ad altri , ma che esser 
debbano sempre intatti e riserteti per sostentamento di qua* 
monaci : Auctoritate igitvr divina vice beati Petri aposiolorum 
principisi consensuomnitm romanonim ponti ficum ^ et {^Giuntate 
totius senatus romani ^ suadente nobis viro apostolico Anserico 
Suessorum urbis Pontifice, et omnium Galliw Episcopnrum facente 
judido^ décernimus^ ut nullus Arckiepiscoporum vel arekidinoO' 
norum fratres praefatae Basilicae de ordinatione sui Abbatis , 
\^el Ecclesiasticorum graduum assumptione inquietet: sed..... 
ordinationemsui Abbatis Jpsi fratres peragant, et Ecclesiastico- 
rum graduum' dignitatem suscipiant. Dispone ancora che le con^ 
sacrazioni fontium , et scrutinai mysteria in ipao mmasteri^ ce- 



-- 418 — 

lehrent. Chrismatk quoq^a acofei^ altaris^ ealicis^ earporalisj 
a qmcumqite voluerintpùnUficebemdictionein expelant. Dichiara 
parimente , e eostitoisce ii monastero suddetto - caput moiui'^ 
steriorum totius Gailias^ nMiusque ditiani palimur subesse. Sed 
velai haec sedes romana speculalioneiu suam loto orbi indicit , 
et novas consmtudines omnibus mittit , et omnium personarum 
servitio caret: ita praelalus loem remota omni consaet Udine 
pessirmi regum , antisiiium , judieum , eùi^emplam divinae reli- 
gionis et honestatis casteris exhibeat monasteriis^ et super ea piena 
gaudeat liberiate. Cujus rectores et fitii praesenles et succesèuri 
tantum sub regum custodia posili^ ad monitionem S. Petri, et 
successorum suoium hujus S. Bomanae Sed'is ponti ficum aucto^- 
vitate^ proclamenK El si vncumbit necessida», adeanl. 

Sì rapportaiìo ancora ìfi> questo privilegU) le donazioni che 
ia regina Bruneciiilda aviea fatte al monastero di più territoij 
franchi e soggetti a' confini delle Alpi, affìncbè i monaci do- 
vendo ricorrere in Roma, avessero in co9Ì lungo viaggio ove 
ristorarsi. Hujus rei greUiai fraùribus dirigendis in m tomi 
itiueris^ filia nostra Brumchildis regina XX mansos ingenuos 
et totidem serviles cuneia inlegritate, cBlernaliler faela praecep^ 
tione, juxla finem Alpium conlulit^ et mulu^'oiios redditus ter-- 
rarum ob hanc causasti delega^^ii^ siios in episdem ilinens spatié. 
Inoltre la stessa regina non solo eelernaliler &ce donazione a 

5. Medardo dì due luoghi appartenenti ai. fisco regio chiamati 
Tussiaco e Mortineto, e dj più altre ville e rc^aditepor sosten^^ 
tamento e ^pendia de' nru)naei ;» ioà ordinò , che in tutte le 
suddette terre, e nelle, altre che in avvenire fossero da lei o 
da altri donate a S. Medardo, chi volesse andare ad abitarct, 
libero o servo, restasse ivi franco, fuor del dominio deVrispe^ 
iivi padroni, ed ascritto al monastero , né avesse più licenza 
di tornare d'^ond'era venuto, e se fuggisse, si reputasse servo 
della Chiesa ; Tusiacum vero el Mortinetum fiscos regios comr 
muniter ad stipendili fratrum dedita et ita omnes Vilìas Deo^et 

6. Medardo traditasi mi tradendas sua prisceptione concinna ^ 
ut qnkumque snper terras Domini Mèàardi habitare voluerit , 
vel sleterit^ sive servus^ sive ISber cujuscumque sii , alteHus do* 
minio privetUr^ et Sanctce Genitricis servitio aptetar % nee ultra 
redeundi Ucentiam hcdiieat^ Quod si fugerit , reputetur ut ser^nus 



— 136 - 

nunc ejusque S. Dei Ecclesiee. Conferma pure tutti gli altari e 
le altre Chiese al monastero appartenenti, in guisa che Tabate 
abbia a reputarsene rettore e presule. Per ultimo prescrive 
che se per qualche capital delitto dovesse l'abate deporsì ; noit 
possa ciò esser fatto, donec depositores apastoHcam auctoritatmn 
requirant: et ita sint tres Metropolitani cutn suffraganeis suis . 
et abbates qtmm plurimi. Statuisce poi altre regole intorno al- 
l'ordine giudiziario da tenere nel!' esame di una simìgliante 
causa, varie pene riguardanti i delitti de' monaci (1). 

Intonio a questo piivilegio osserveremo altresì le segueiUì 
oose: 

I. Che l'esenzioni de' monasteri e decloro monaci dalla giu- 
risdizione degli ordinari vescovi, sottoponendoli immediata- 
mente alla sede apostolica, non cominciarono così tardi , come 
alcuni credono, vedendosi che fin da' tempi di papa Giovanni 
e di Gregorio solevan concedere a qualche monastero celebre 
ed illustre. Queste esenzioni ne' seguenti secoli creW)ero co- 
tanto, che finalmente si giunse ad esentarli tutti. 

II. Che può sembrar cosa strana come a' tempi di Gre- 
gorio, secondo si è veduto, i re di Francia di questa prima 
r^^a e la regina Brunechilda nel mezzo di tante loro crudeltà 
e scelleratezze fossero così larghi in donare a' monasteri esi- 
stenti ampie possesmooi e rendite, in fondarne de' nuovi , e 
in arricchirli tanto, onde in Francia si veggano sì numerose é si 
ricche Badìe: avendo questa stessa regina fondato anche uno 
spedale nella città di Augustoduno, e nel borgo delia medesima 
un monastero di donne ed una chiesa di S. Martino a cui fu 
generosa di dovizie. Giova di ciò addurre le cagioni , per 
far cessare la meraviglia. Da che S. Benedetto iniziò in Italia 

(i) A questo privilegio, oltre di Gregorio, sottoscrissero più arcivescovi e ve> 
scovi dltalia» di Francia e di altre nazioni. Dopo la soscrizione di Gregorio 
si legge quella di Euterlo, arcivescovo d'Arlés, indi de' vescovi d'Italia, e nel- 
Pùttimo luogo dì Francia. La data del privilegio , che si legge nelle edi- 
zioni vulgate così: Ihtum VII Kaiend, juiiii orina al incamatione Domini 
DXCIIII Ind. XI dà luogo a sospettare che vi fossje «rror« , poiché neir&nno 
^94 era ancor vivente il re Childeberto padre di Teodorico ; ed ò più verisi- 
mile che quegli avrebbe soscritto con Brunechilda sua madre, anziché il 6- 
gUuoIo. È poi iK)to che quel numerar gli anni ah incamatione Domini sì 
fàtrodùsse non prima di Dionigi H l^iccolo, che fu il primo nd usarlo. 



— 137 — 

la vita monastica cod quelle sue sì savie e sante regole , si 
videro nelle altre province di occidente moltiplicare i mona- 
sterj sotto la sua regola, molti istituirsene nelle valli , ne' monti 
e ne' luoghi solitari fuori del commercio degli uomini (ond'è 
che nelle alpi si legge essersene fondati parecchi); e quivi 
menarsi vita ritirata e divota, il che presso que'del secolo 
acquistò fama di santità e di venerazione a coloro che tal vita 
presceglievano. Erano state inoltre queste province dopo Ih 
decadenza dell'imperio di occidente invase da varie barbare e 
straniere nazioni le quali da per tutto portavano guerre , de- 
solazioni e ruine, talché S. Gregorio (come si legge in più 
sue epìstole già di sopra notate) da simiglianti segni faceva 
presagio che la fine del mondo fosse imminènte. I nuovi re 
poi, benché^ lasciato il gentilesimo , abbracciato avessero il 
cristianesimo , pure ne' nuovi dominj che stabilirono non 
perciò deposero i fieri loro costumi, recando l'uno guerra al- 
l'altro, ed essendo sì fattamente fra sé discordi che pieno ne 
fa il mondo di confusione e di rivolte. Quindi alle interne 
ispirazioni gli uomini aggittnse;ro quest'altra cagione dì ritirarsi 
ne' monasteri, il desiderio di passar l'età in tranquillità e ri- 
poso. E moltissimi ne' già esistenti ricoveravansi , altri devo* 
tamente raccolti insieme sotto un uomo probo, saggio, e per 
santità di costumi rinoinato ne fondavano de' nuovi. Apparten- 
gono in fatti a questo sesto secolo le fondauoni in Francia della 
Badia di Luxevil eretta da S. Colombano nelle montagne di 
Vosges: l'altradi S. Vincenzo, nominata ora S. Gerraan di Prez: 
e' poi quella di S. Dionigi , ed altre in quello, altre moltissime ne' 
seguenti secoli. Eciò basti per render ragione del lóro numero. 

L'origine delle loro ricchezze derivò dallo stesso principio 
della corruttela di costumi di que' secoli barbari, pieni di cru- 
deltà , rapine ed oppressioni. E chiunque vi porrà mente tro- 
verà che i principi, conti, signori ed altre private persone più 
larghe in fondare ed arricchire i monasteri in que'tempi furono 
1 più viziosi e scellerati che alimentasse la terra. E ciò aveva 
luogo, perché fin da' quel secolo creisi cominciato a seminare una 
nuova dottrina, che cosi donando alla chiesa ed a' monasteri 
possessioni, rendite ed altri benif mondani , si redimessero le 
anime dà' peccati , e C4[)n ciò saldavasi con Dio ogni conto ; e 



ne seguivano a' donatori due grandi profitti, l'uno che in qqesla 
mortai vita ne avrebbero ricevuto il centuplo , Taltro mag- 
giore che dopo la morte avrebbero conseguita la vita eteraa. 
Questa utile e piacevole dottrina fu volentieri e di buon animo 
abbracciata da' più ricchi e potenti ; i quali ne erano così 
persuasi, che nelle donazioni , l^ati , o testamenti passò per 
formolsl d'apporsi la clausoht di'essi donavamo prò redemplione 
animarum o propria e de' loto figli ,. parenti o ni|)oti , o di 
altri congiunti o benefattori: e perchè fossero in questa cre- 
denza e gli altri ne ricevessero incoraggiamento a £air b 
stesso , nelle donazioni aggiungevasi e^ressaniente altra clan* 
seda : et quia centuplum etecipient , H insvppr , quod meKus 
est , {>ita posMdebw/U cBtermm. Per quest' istesso fine s' in^ 
ventarono altri mezzi più effiead a spingere gli uomini a 
donare , cioè d' istituire erede Gesù Cristo , o pure il santo 
a cui il monastero e la chiesa fosse dedicata. Infinite dì queste 
antiche earte di donaziom si leggono i^gli archivj di que' mo- 
nasteri , le quali in gran parte furono impresse da autori 
di diverse nazioni nette Istorie Saere delle loro efaiese. MoUe 
ne rapporta il Pirro nella Sietlia; Sacra : altre il vescovo di Saf* 
luzzo nell'Istoria cr(»H7logica de' ve.scovi ed abati della Savoia e 
del Piemonte, siccome moltissime se ne leggono negli scrittori 
francesi td inglesi delia locoGaHia el Anglia Sacra, ed olii- 
inamente in que' di Germania, i qnaK anch'essi le vanno rap^ 
portando nella loro GeiTnania Saera. Trasse origine la nuova 
dottrina dalle espressioi^i forti dà akmai Padri antichi, ebeesa^ 
geravano il dovere dì fare elemoHine, rieonoseendò in queste la 
virtù di redimere da'peceati, dwmwyw^ peccala redime : ma co- 
storo parlavano delle elenotosine da fara a' poverine bisognosi, 
perchè sono la vera chiesa , non già di edificj, muini in&rostaA 
di marmo e simili terrene magnificenze. Nuliadimeno sucte 
avvenire in tutte le cose, che si. comi ntei dal poco ^ e poi 
tratto tratto ven^no ^teraite in gmsdL che cambino aspello 
e divengano pur troppo diverse da' toro prkneipj : cosi fu in-* 
Prodotto che la redenzione deite anime potesse ottenersi per 
profusione di beni temporaiì aite chiese materiali, e che a' Iw- 
gì tori tanto premio mondano* e celestia-le protenir dov^sse^ 
Gregorio anch' egli loda e comaienda Dinamie Patrono delle 



— 189 — 

Gallie, ilqoaìe perla grande divozione che portava a S. Pietro 
era generoso de' suoi redditi a quel santo, e così gli scrive: Sic 
quippe agere hujus terree ghrmm de (sterna gloria cogitantes 
decet^ ut in eo quod temporaliter prmmlent mercedem sibi non 

temporalem parent Omnipotentem Dominnm deprecamur^ ut 

vitam vestramet bmàs prcBBmtibns rephat^ et ad snhlimia gaudia 
ceternitatis extendat (1): e per mostrargli la gratitudine del suo 
animo gli manda una pìcciola croce nella quale era racchiusa 
la rasura di ferro delle catene di S. Pietro , e ne' quattro an- 
goli la rasura della gratìcola sulla quale fu S. Lorenzo arro- 
stito, acciocché rigandosela al collo, te catene di S. Pietro lo 
sciogliessero da' peccati, e la graticola, siccome si accese di 
fuoco, così infiammar potesse Tanìrna sua noU'amore del Si- 
gnore, Ecco i priucipj pe' quali ne' seguenti secoli , in cui la 
barbarie e l'ignoranzia raggiunsero l' ultimò grado , i ricchi e 
potenti che opprimevano i deboli e li angariavano, in faccia a 
Dio credevano gius^tifìcar^, profondendo materiali ricchezze alla 
chiesa ed a' suoi ministri. Notissima è l'istoria di Folco conte 
d'Angiò, il quale con incessanti rapine e con altre infamie ti- 
ranneggiava i suoi sudditi, e del rubato a tanti miserabili 
' labbricava chiese. ChiuBque avrà la pena di leggerete storie 
di que' secoli barbari ^ traverà dV e^ infiniti altri esempj. 

in. Che dovrà aache in questo privilegio porsi mente al 
gran favore, che si attribuiva alte donazioni fatte a' monasteri 
ed alle ville e terre cbe possedevano , giungendosi sirio a far 
perdere il dominio a' padroni sopra i loro servi, che in quelle 
andassero ad abitare , riputandosi sol per ciò franchi ed ad- 
detti ed ascritti ad esse, d'onde non potessero poi mai par- 
tire, affinchè non mancassero persone per coltivarle e renderle 
più utili e fruttifere, 

lY. Per ultimo è da Qotarsi cbe questo privilegio fu sot- 
toseritto anche dal re^ Teodorico e dalla regìiia Brunechilda, 
perchè avesse tutta la sua forza e vigore , e fos^ da tutti os^ 
servato ed eseguito liei loro re^no ; poiché a que' tempi anche 
per eseguirsi gli atti obesi appartenevano airésteriore polizia 
ecclesiastica, e i canoni de' concili stessi proyinoiali tenuti m 

(i) Lib. II, iDd. XI, cp. 53. 



- 440 - 

Francia riguardanti la disciplina, era d^uopo ricorrere al re 
perchè fossero confermati , ed ottenessero il dovuto efielto 
ed osservanza; ed è noaaifesto questa essere stata la pratica in 
Francia a que' tempi da più eserhpj rapportati da Natal d'Ales- 
^ndro nella sua Istoria Ecclesiastica. 

E fin qui sia detto abbastanza delle preminenze esercitale da 
Gregorio nella Gallia Belgica. 

DeDa Gallia Lugfluheiise. 

Non minore autorità si ebbe Gregorio in questa provincia 
€fae nella precedente. La Gallia Lugdunenf^e , secondo che !a 
descrivono Plinio e Tolomeo , per la sua parte marittÌHìa 
che guarda Toccano comincia dalia Neustria, ora detta Nor 
tnandia , la quale ha per sua metropoli la città di Roano « 
e il cui vescovo fu in tultM tempi illustre e rinomato. Con- 
teneva la Neuslria fra gli • altri i Galleti , popoli che abi- 
tavano di qua del fiume Seguaoa alla spiaggia dell' oc^aao. 
Loro confinanti nella minor Brettagna erano i veneti , ora 
detti /^5 Vannois ^ e la lor città era Vannes. Da questi v^e- 
lieti, i quali siccome i senoni, edui, boj ed altri popoli della 
Gallia, passaron le Alpi e poser piede nelTltalìa, non già dagli 
Eneti di Paflagonia, furon cognominate le nostre Venezie , 
secondo apponendosi al vero^stimò Strabone (1), e da noi 
fu ampiamente dimostrato nella Prima Parte de' Discorsi sopra 
gli Annali di Livio. Avea da questo lato gli abricanti , la 
^ui città fu Abi'ìnca, ora Avranches: gli osismi, ed i nanneli 
(Ics Nantois) la Cui città è Nantes. Fra le sue citlà medi- 
terranee poste lungi dall'oceano fu Edua, abitata dagli edui 
popoli federati co' romani. Quésta città fu poi. da Costan- 
tino Magno decorata col nome di Flavia , e quindi chiamala 
Augustodunum , ed.aMempi di S. Gregorio riteneva questo 
nome , onde il suo vescovo , ti quale si vedono indirizzate 
più lettere da quel pontefice , si chiama Augustodunensc : 

(i) Geogr. Hb. IV. , ^ 



— 141 — 

orala città vien della Àutun. I Garouti abitarono ii vicinò 
paese ora detto le pays CÌMrtrain. Seguono i Boi , oggi detti 
Borboniens da Borbonio castello d' Arcbempaldo: i Senoni: gli 
Àulerci, ovvero Eburovici; i Cenomani : i Meldi : i Parisìi. Fra 
ì quali i Senoni ebbero per loro città quella che ora chiamasr 
Sens : gli Eburovici Evreux : i Cenomani , Mans : i Meldi , 
Meaux; ed i Parisii, Lutetia. I Tricassi abitarono la città 
ora delta Troyes nella Sciampagna. Gli Andegavi, Angers. 
Vengono in fine gli lineili , Redoni , Turoni ed altri pò* 
poli ; e sono in ultimo luogo memorati i Secusiani , ora vol- 
garmente chiamati Foresiens , e la lor città Forum Segusia-- 
norum, Feurs: il paese intorno è detto fe pays de Foresi ov- 
vero le Lyonnais, poiché nell'agro de' Secusiani era posta, 
come dice Plinio, la colonia Lugdunum (Lione) da cui la pro- 
vincia prese il nome. 

Tali sono intanto le vicende delle mondane cose , che le 
città anno pare ì loro auspicj o felici ed avventurosi , ovvero 
infausti e sventurati. Edua e tante altre illustri città di questa 
provincia, le quali un tempo fiorirono, sono ora in basso stato; 
ed all'incontro Lutetia de' Parisii innalzossi' cotanto , che si è 
resa oggi capo d'un si vasto e possente regno quanto è quello 
di Francia ; mentre Plinio, benché non sì dimenticasse di men- 
zionare le minori città di altri popoli, di Lutetia non fa molto 
alcuno, né altrimenti la menzionano gli altri antichi geografi e 
scrittori. Ed i francesi a Giulio Cesare debbono esser molto ob- 
bligati , perchè egli ne' suoV Cementar] parlonne , dicendo : 
oppidum Lutetia , positum, in insula fluminis Seguano^ (1)* E 
credesiche fosse quella città da' popoli stessi costrutta in suolo 
lùtuoso nell'isola di quel fiume, e che le fosse stato perciò dato 
it nome di Lutetia. 

La città di Edua, a' tempi di S. Gregorio chiamata Augu> 
stoduno, fu e nella religione gentile che prima professò, e nella 
reHgione cristiana che poi abbracciò, riputata sempre religio- 
sis^ma. Nella gentile ebbe per nume tutdare Apollo, a cui 
dedicò un notagaifico tempio, cotanto celebrato e commendato 
da Eumenio nella sua Orazione per la ristaura2;ione degli studi. 
Nella cristiana fu si attaccata alla venerazione di Cristo e di 

(ì) De saio tìall, lib. VII. 



S. Nazario, che fino, nelle sue monete cooiate ne'iiosterìori 
tempi fu delta U citlà di Cristo: presso Paolo Petavio se ne 
vede una, dove da una faccia si legge Hedua Chrisii Civitm^ 
e dall'altra Moneta Sancii Nazarii. A Sìagrio vescovo di ({uesla 
città, siccome fu detto, mandò Gregorio il pallio, iooalzaDdolo a 
metropolitano ; ma questa nuova dignità gli concedè a condì* 
zione che in niente si derogasse a quella del vescovo di 
Lione, primate della Gallia Lugdtiapase; e nella lettera, scritta 
a Siagrio espressamente manifestò il pensiero che la sua Chiesa 
rimanesse in un grado dopo quella di Lione sopra le altre 
chiese della sua pmvincia: Ecclesia Cwitalis Augustodunm ^ 
cui ofìinipotens Deus precesse te voluU , post Lngdunensem Ec" 
clesiam esse debeat , et hUnc sibi locum et ordinem ex nostra^ 
auctoritatis indulgentia ^indicare. Caeteros vero Episik)pos se- 
cundum ordinationis suoe tempus sive ad cousidendum in Con* 
cilio^ sive ad subscribendum , vel in qualibet re sua attendere 
loca decernimus (1), Gr impone eziandio, che affrettasse la 
convocazione del Sinodo , per estirpare la simonia che nella 
sua provincia avea poste profonde radici^ ed essendo egli in 
tanta buona grazia co' re di Francia, gli sollecitasse per la loro 
autorità a farlo presto convocare. Pe' re di Francia intendeva 
Gregorio la regina Brunechildà, e i re Teodorieo e T^odeberlo 
suol nipoti, uno re di Àustrasia, e l'altro di Borgogna, a'quali 
perciò anche scrisse, come vedrassi più innanzi. Ecco come 
Gregorio regolava le precedenze de' vescovi di questa provincia, 
e provvedeva a togliergli abusi e le corruttele dalle loro chiese. 
In conformità di quel che avea scritto al vescovo Siagrio , 
indirizzò Greporio due altre sue lettere, una alla regina. Brune- 
childà (2) e l'altra a' re Teodorico e Teodeberlo (3). In quella 
diretta alla regina, dopo aver commendatala sua pietà e lo zelo 
verso le chiese ed ì suoi sacerdoti, la esorta con molta premura 
a toglier da quelle l'abuso della facile e rapida promozione de'laici 
a'sacri ordini per occupar le sedi vacanti ,.e ad usare ogni sforzo 
per estirpar la simonia, non ammettendosi alcuno.ad ordini sacri,, 
se non per denaro , favori e raccomajodazioni. Soggiunge cbe> 

<1)Lib.VII, Ind. Il, ep. 114. 

(2) Lib., IdcI. cit. ep. 115. 

(3) Ep. 416. 



— ut — 

egli aveva imposto al vescovo .Sìagrio di x^mvoeare un Sinodo. 
6 ^crilto all'alate Ciriaco éi soUecilarlo, aBÌDchè fossero svelte 
si deiestabilì e peroìisiose corruttele ; e raccomandava alla sua 
pietà dì aiutar l'opera^ e con la sua autorità purgare il regno 
di mali si gravi e contagioù : ed a far queste medesime cose 
la conforta pure in altra epistola^ dove egualmente mollo com- 
menda le cristiane su^ virtù (1)« Lefaìs^nza ancora a non per-- 
mettere che i giudei avessero per loro servi i cristiani , ma di 
stabilir le^e per la quate fosse ciò a'faedesimi proibito: Atqm 
ideo petimus, ut Excellmiiae vestrae Canstitutio de Regno 
suohttjuspravUatìsmaJaremovsat. À'reTeodorieo e Teode- 
berlo nell'epistola seguente (!2^) ripete lo stesso; facciano con vo^ 
care un sinodo per distruggere da' Joro regni mali si gravi ; e 
non periaetlauo che in quelli i giudei avessero ì cristiani per 
toro servi, ma promulghino una legge per la quale sia ciò 
vietato. Fra queste esortasiont mescola a^che quella di non 
gravare le possessioni deile ebiese^i tributi, dicendo loro: 
Audivimus autem quia Eecteiiartm praedia tributa num 
praebeanl^ et magna super hoc admiratione suspendimnr, 
noè eis illicita quaerantur accipi, quibm etiam licita 
relaxantur. 

Altre epistole di Gregario al vescovo Siagrio si leggono nel 
libro slesso (3). Nella prima gli scrive, ch'essendosi rifuggilo 
in Francia Menate vescovo della diocesi deHa Chiesa romana, 
e ridotto a menare ivi vita rilassata e secolaresca^ lo costringa 
a presto ritornarsene: eum illic immorari amplim non 
permittaty sed ad nas qumtocius remrti compellat : Che 
un altro vescovo della diocesi della chiesa di Milano chiamalo 
Teodoro essendosene anch'asso fuggilo in Francia per sot-? 
bearsi dalla disciplina di Costanzo vescovo di Milano, e me- 
Bando ivi vila licemiosa, ipso diligentius requisito^ adEpi-- 
scopum suum vestra fraternitas r^ransmittat. 

Nell'altra comune a Siagrio slesso ed al vescovo di Arles Vir- 
gilio è contenuta una forte «d mptà ri(»*en6io<ie che fa Gregorio 
ed amMdu£ per avere ti*ag(pm;aìlo di difenderis una religiosa donna, 

(1) Lfl). IX, ep. 57. 

(2) Lib. VII, ep. H6. 

(3) Lib. VII, ep, 119, et 120. 



dna mata Siagria, e per non avere impedito che per forza fosse 
olla costretta a lasciar Tabito religioso ed a prender marito. Ed 
impone loro che per iron far col tempo cangiare la coazione 
della necessita in volontà, ahnanco la confortassero a risarcire coi 
piamo e con la penitenza la perduta castità. E poiché aveva inteso 
che Siagria, ancorché avesse figliudi ^ persisteva ancora nel de- 
tsìderìo di disporre de' suoi beni a favor di cause pie ; li esorta ad 
invigilare che questo divoto proposito abbia effetto, sicché la- 
sciata a' figli porzione competente, resti in suo arbitrio disporre 
della sua sostanza come vorrà: Quia ergo praedicta mulier, 
sono le sue parole , res mas etiam nunc piis, ut fertur y 
desiderat oausis 4mpendere; hortamur \ ut fraternitati^ 
vestrae Ime in re favorem inveniat , sotatiis potiatur , et 
servata competenti filiis portione, fas illi ^it de substantia 
.sua judicare quodvelit. Nel fine della lettera si scusa ,^ se 
troppo aspra fosse questa per riuscir loro, e dice : haee fta-- 
terna Dos admonitio non conlristet , quia et asperum pò-- 
eulum liòenter accipiiur, quod intentionesalutis offertur. 
Meiitano anche le seguenti epistole, scritte allo stesso Sià- 
grio, a* re Teodorico e Teodeberto , alla regina Bronechrlda 
ed a' ministri delle reali Corti di Francia , molta attenzione 
per più cose notabili che contengono. Ursìcino vescovo di 
Torino , il quale è noverate sesto vescovo di quella città 
rielP Istòria Cronologica del vescovo di Saluzzo:, era stato 
i^nzà legittima causa scacciato dalla ^ua sede, ed in suo luogo 
i torinesi avean surrogato un altro. La dioòesi di Torino , 
come scorgesi da quei^ lettere di Gregorio , a que' tempi 
aveva più parrocchie dentro i confini del regno di Teodo- 
rìco e Tieodeberto nipoti della regina Brunechilda ; poiefaè 
possedendo questi il regno di Borgogna, parte del quale era 
lutto quello che ora diciamo il Delfinato e la Savoia, non dee 
sembrar cosa strana che il vescovo di Torino avesse anche 
^eolà sue parrocchie, siccome leggesi nella epistola di Gregorio 
a que' re : Ursicinum Taurinae Civitatis Antistitem in por- 
rochiis suis, quae intra Regni mstri sunt terminum con-- 
stitutae etc. (i). Questo pontefice mosso a compassione dello 

(\) Lib. VII, ep. 122. 



stalo infelice di Ursieino, ^scrisse a Siagrio, ch'era io molla 
grazia di que" re, ed agli stessi Teodorico e Teodeberto , per- 
chè del medesimo avessero pietà, e pigliando di lui protezione 
facesser si che fosse restituito alla sua sede , gli fossero reu- 
duti i beni toltigli della sua chiesa, e l'intruso fosse scaccialo 
da quella sede, occupata contro il prescritto de' sacri canoni (1 ) , 

Si trovano dopo di questa tre altre lettere, una alla regina 
Brunechilda, la seconda a' vescovi Yantilono ed Arigio, la terza 
ad Asclepìadoto Patricia in Galliis^ molto favorito da que' re^ 
tutte e tre in commendazione d'Ilario , perchè fosse difeso e 
liberato dalle persecuzioni che gli eran date da' suoi nemici 
in. Francia. 

Ma non smo questi i soli documenti che abbiamo dell' au- 
torità esercitata da Gregorio in questa provincia. Perciocché 
ìu una lettera alla regina Brunechilda (2) si legge, che avendo 
questa nella città di Àugustoduno (Autun) costrutto un ospe- 
dale , e nel borgo della medesima una chiesa in onor di S. 
Martino ed un monastero di donne , ed avendo avuto ricorso 
a Gregorio perchè que' luoghi di privilegi apostolici avesse 
forniti; il pontefice volentieri ciò le ai5Corda: privilegia tocig 
ipsis prò quiete et munitione il tic degentium , sicut vo- 
luistis , indulsimus , nee excetlentiae vestrae amplec - 
tenda noòis desideria vel.ad modicum di ff erre per tu- 
limus. E notabile in questa lettera la fiducia che avea quella 
regina in Gregorio , e qual concetto si facesse della sua 
persona , confidando a lui per suoi ministri inviati in Roma 
i. più riposti e secreti arcani del regno , perchè Gregorio si 
adoperasse con la sua autorità e prudenza di comporre i torbidi 
suiti tra lei e la repubblica: e nella seguente lettera (3), 
a Teodorico , il quale lo avea pregalo dello stesso , il papa 
gli risponde commendlando la propensione che aveva per la 
pace e pel pubblico bene. È da notarsi eziandio, che Menna 
vescovo di Tolosa erasi portato sino a Roma a' piedi di Gregorio 
per mondarsi di alcuni delitti de' quali era imputato; e che 
essendosene con giuramento avanti il corpo dì S* Pietro suf- 

(i) Lib. VII, ep. i2i ei 122; 
(2) Lib. XI, ep. 8. 
(3J Ejusd. lib. ep. 9. 

Tom, IL ìì 



— 4W — 

fictentemente purgato , Gregorio Tavea assoluto e permMiO' 
di tornarseue alla sua sede: Rwerti iliue purgatum absolm^ 
tumque permisimus; quia sicut dignum erat^ ut si in odi- 
quo rem existerel, culpam in eo canonice puniremus, ita 
dignum non fuity ut eum adjuvante innocentia diutius rt^ 
tinere, vel affligere in aliquo deberemus (i). 

Dà parimente qui nolizia alla regina di aver prescritto al ve* 
scovo Elerio la norma secondo la quale dovesse regolarsi nel- 
l'infcrroità, da cui un vescovo fosse afflitto in maniera da noa 
potere esercitare le sue funzioni episcopali : se il male fosse 
continuo , gli si desse un coadiutore, che esercitasse intanto 
quelle funzioni in sua vece; ma senza libera rinuncia del ve«- 
scovo ed una espressa dimanda di costui , non si dovesse pro- 
cedere all' elezione d'un altro. Scrivendo poi ad Eterio altra 
lettera, che si legge nello stesso libro (S), prescrive al medesima 
più minutamente come debba in ciò comportarsi. 

Richiesto inoltre Gregorio se un bìgamo potesse ascendere 
ad ordini sacri , risponde alla regina : Juxta canonicam re* 
gulam omnino vetuimus. Aòsit enim ne vestris temporibus, 
in quibus tam multa pia ac religiosa agitis^ aliquid emitrct 
ecclesiastìcum insti lutum fieri pérmittatis. 

Ma qual pruova più manifesta può recarsi di aver quest» 
regina sottoposto il regno d^' suoi nipoti all'autorità ed int^u 
disposizione di Gregorio, se è chiaro dal fine di questa lettera 
che Brunechilda avevagli domandato che mandasse in Francia 
un suo legato, il quale convocalo un concilio potesse emeo* 
dare e correggere tutto ciò che contro i canoni si fosse attentato? 
e Gregorio le risponde: aptoautem. tempore si Dea pla^ 
cuerit , veneranda^ Excettentiae vestrae desideria imftew 
eurabimus. 

Finalmente mandò Gregorio a questa regina tutt' i privilegi cke 
richiedeva dalla Sede Apostolica per difesa de^ monasteri, chiese 
ed ospedali dà lei costrutti, avvertendola in fine: ne f or tasse 
ab eorum locorum praepositis eadem decreta nostra qtwqne 
tempore supprimantur prò eo quod eis quaedam interdieta 
esse noscuntury haec eadem conslitutio gestis est publicis 

(1) V. la cjt. ep, 8, lib. XL 

(2) Ep. 7*. 



inserenda: qfmtmmsicì$tinnostris,itaq%o(jfue in regcUir 
fms scrìmis teneattér. 

All'abate del monastero ed ospedale costrutto da Bruneebiida 
Della città di Àutun , e dedicato dal vescovo Siagrio, molte 
leggi impone per la retta amministrazione del medesimo, le 
quali erausi a lui richieste dall' istessa regina e dal re Tendo* 
rico suo nipote (I). Intorno all'elezione dell'abate dice; Item 
constituimuSy ut obeunte abbate atgue presbytero fsìiprth- 
scripti xenodochii atque monasteriij non alias ibi qui- 
cumque obreptionis astutia ordinetur, nisi qttem communis 
consensus monachorum, elegerity aut prceviderit ordinan- 
dum (2). Prescrive eziandio che non si possa deporre l'abate 
accusato di qualche delitto se non esaminata la causa avanti 
il vescovo di Aulun con sei altri vescovi colleghi , da' quali 
debba essere assoluto o condannato : che ninno abate possa aspi- 
rare ad esser vescovo: che senza consenso dell'abate niun mo- 
naco possa esser promosso ad ordini ecclesiastici ed uscir dal 
monastero; e dà altri provvedimenti. 

Avevano, come sì è detto, Brunechilda ed il re Teodorico 
suo nipote fondato un monastero di monache nella città mede- 
sima di Autun, del quale era badessa Tessaglia. Ora a questa 
Gregorio mandò simile privilegio (3). Ed altro invionne a 
Luppone, prete ed abate di quella chiesa la quale, come ao- 
cennammo, in onore di S. Martino dà' medésimi principi era 
stata nel borgo della città stessa edificata (4). 

Ecco come Gregorio disponeva de' monasteri e delle chiese 
del regno di Francia, poiché cose simili lèggiamo nelle lettere 
scritte a Clotario 11 re di Soissons, benché ardessero guerre 
cradeli tra quel re e la regina Brunechilda e i suoi nipoti (S). 

Di altri vescovi di questa provincia Lugdunense non oc- 
corse a Gregorio far memoria, se non di quello di Parigi , al 
quale insieme con gli altri vescovi della Francia egli dirige una 

(i) Lib. Xf, cp. iO. — Senatori Presbytero et AbfHiH. 
(2) Priv. MoD«ftt. S. Med. 
(3j Ejusd. lib. e\h 11. 

(4) Ejus, lib. ep 12. 

(5) In prora di ciò ieggansi Tep. b5 del lib. IX Cloiharia Regi Framorum ed 
altre. 



sua lettera (1). Brasi a' tempi di Gregorio la chiesa dì Parigi 
resa già famosa per S, Germano suo vescovo, il quale nel 579 
erasene ivi morto , lasciando di sé fama di gran santità e dot- 
trina. Fassi anche memoria in queste epistole del vescovo de* 
Turoni annoverati da Plinio come si è veduto fra' popoli della 
Gallia Lugdunense, leggendosi in una lettera di Gregorio indi- 
rizzata a più vescovi di Francia in commendazione dell' apo- 
stolo dell' Anglia Agostino, anche Pelagio de Turonis (2), 

E fin qui sia detto abbastanza di questa provincia, per quanto 
dall'epistole di questo gran pontefice ci vien somministrato. 

§.3. 

Della Gallia Aquitanica. 

L'Aquitania de' francesi^ ora chiamata Guienna, era da' più 
antichi popoli abitata , de' cui nomi serbano ancora i presenli 
qualche vestigio. I Pictones sono ora detti Poitevins , e la 
lor città Poiliers. I Sautones, les Saintongeois ; e la città 
Saintes. I Bituriges, les Bourdelois, e la città Bordeaux. Gli 
Aquilani , onde tolse il nome la provincia , siccome essi lo 
presero dalle acque salubri che quivi scaturiscono, furono que' 
popoli che ora abitano la Guascogna propria , dov' è posta ia 
città delta da' francesi Aire en Gascogne. Furonvi la città 
abitata da' Con veni, da' cui ruderi fu costrutto il Faro di S. 
Bertrando, detto perciò S. Bertrand de Cominges: la città de' 
Bergerri, ora detti les Bigarrats; e la città di Tarbe. Furonvi i 
Tarbelli ; e la lor città Aquae Tarbellicse vien ora chiamata 
Acqs ovvero Dax. I Belenni che giungevan sino a' monti Pi- 
renei de'quah rimane ancora vestigio del nome nel pago chia- 
mato Belin al fiume Lerìa nell'agro de'Boj, detto ora le Buch, 
secondo Valesio (3). Di qua de' Pirenei abitarono i Monesi, 
detti ora Moneins , nell'agro Bencarnense , secondo crede lo 
stesso Yalesio, onde forse i naturali sono chiamati Monesi: i 

* 

(1} Lib. IX, ep. 55. —Ivi fra gli altri si legge: Simplicio Pansii. 
(«) Uh. V, ep. 52, 
(3) Notit. Gali. 



- 149 — 

motìtaoi Osquidales ; i Sibyllatès, posti fra le acque Tarbellicbe 
e Baiooa, ed il luogo ritieDe ancora il nome di Saubuse presso 
il fiume Aturo: i Camponi, descrilti da Papirìo Masson (l), 
il quale crede che fosse loro sede il luogo ora detto Catnpan: i 
Yellates ed i Tornates , che Valesio crede essere oggi quelli che 
abitano ne' Bigerriooi a Tournay : i Consorani , oggi Couse- 
raus: gli Ausci, la cui città Augusta ora è detta Ausch : gli 
Elusates, la cui città fu Elusa ovvero Elusaliufn; onde nelle 
soscrizìoni de' vescovi intervenuti nel concilio Arelatense I si 
leg^e Mamertinus episeopus de civitàte Etwatiumj e nel 
concilio Agatense Clarm episeopus de eivitate Elusa : ora 
è chiamata Euse, ovvero Eause nel contado Armeniacense : 
i Sotiates, ora Soz ia Novempopulonia nella diocesi degli 
Ausci: i Succasses, de^ quali ritiene ancora il nome il luogo 
Secas tra i fiumi Loira e Garonna^ tre leghe lontano, secondo 
Yalesio, dalia città di Burdigala. Vengono dopo alcuni altri pò* 
poli 9 tra i quali i più distinti sono i Bituriges. Questi che ven* 
gono racchiusi da'fiumi Lagene Garonna e dairoceano, sogliono 
àirAquitanìa attribuirsi, fra i quali i nobili Bituriges (Ics Ber- 
ruyers), il cui agro ora è detto le Berry, e la città Avaricum 
(Bourges). Dapoi i Lemovices(lesLimosins), la cui città è Li* 
moges: egli Averni oggi les Auvergnats : la città Clermont en 
Auvergne. Vengono in ultinio luogo que' pòpoli che sono con- 
finanti con la provincia Narbonense, siccome i Ruteni, la cui città 
Segodunum ora è chiamata Rhodez: i Cadurci, (les Quércinois) 
il cui agro è il Quercy , la città Cahors : i Nitiobrlgi , la cui città 
Aginnum ora è. delta Agen, e la regione intorno FAgennois : 
e finalmente i Petrocori (detti ora Perìgoudins) , il cui agro 
Perigord, e la città Perigueux. Questi non son divisi da' To- 
losani che per mezzo del fiume Tarnis^ oggi detto le Tarn. I 
Tolosani dagli antichi geografi e da Plinio (2) sono attribuiti 
alla provincia Narbonense ; e perciò da noi parlandosi di quella, 
fu rammentato Menna vescovo di Tolosa, del qurie Gregorio 
fece parola. 

Nelle sue epistole Gregorio non fa menzione de* vescovi delle 
città di questi vaVj popoli , se non di due soli ; del vescovo dei 

(ì) Geogr. Frane. 
(2) Lib. Ili, cap. 4. 



— 180 — 

Sanioni (Saìntes); e del Burdìgalense, (Bordeaux): forse non 
ebbe occasione di nominar gli allri. À Pallddio episcopo de 
Santoniùm scrive un'epislola mandandogli da Roma alcune 
reliquie; poiché avendo queslo vescovo coslrulta una chiesa io 
onore de' ss. Pietro, Paolo, Lorenzo e Pancrazio niarli ri , cok 
tredici altari , quaHro non aveva «ncora dedicati, mancandc^U 
le reliquie di questi martiri; al qoal toc aveva mandalo un suo 
prete a Roma perchè Gregorio ne U provvedesse^ il che questi 
fece, inculcando loro venerazione, e die non facesse mancare a 
coloro che doveano averne custodia il proprio alimento ( 1 )• A 
queslo istesso vescovo Palladio ed agli altri vescovi della Gallia 
scrisse anche un'epìstola, ))er raccomandar loro Agostino, ed il 
prete Candido da Gregorio mandato in Francia a governare 
un pfcciolo patrimonio delta sua chiesa (2). Dell'altro vescovo 
cioè del Burdigalense non abbiaino che la sua soserizione nel 
privilegio di S. RJedardo^ leggendosi ivj fra gli allri vescovi 
Gutellius BurdegaUmium episcopus suòscripsit. Abbiamo 
bensì altre lettere dì Gregorio indirizzate Vniversis episeopis 
^jalliarum , e pruove novelle della s^t autorità in tutta k 
Gallia; di alcune si è già detto, e di altre secondo l'opporr 
iunità diras^ nel corso di que.4a opera* 

La Francia fin da' tempi di questo pontefice sotto la prima 
razza de'Merov.ngi, come si è veduto, cominciò ad avere ve- 
scovadi insigni e ricche Badie per inunlficenza di que're; ma 
molto si accrebbero sotto la secomla stirpe de' Carolingi ed 
a^sai più ancfora sotto la terza de'Capeli per le eagioni, stesse 
già innanzi dette. Talché ora novera XVIII metropolitani eCXU 
vescovi loro suffraga^ei , de' quali facciam qui catalogo secondo 
l'ordine dagli ultimi scrittori francesi tenuto: 

I. Abci VESCOVO i>i Pahioi: suoi vescovi suffra^anei 
Cbartres — Meaux — Orleans — Blois. 

II. ÀBcnEscovo 01 Ltong: Suffragmm Autun — • La»- 
gres — Cbaloqs -^ Macon *— Dijon. 

III. Arcivescovo di Rouen: Suffragami Bayeox * — 
Avranches — • Evieux — Sées — Lisieux -— Couiances. 



(1) Lib. V, ep. 50. 
(2J Lib V, ep. 52. 



Vf. Arcivescovo di Sfjjs: Suffraga/nei Auxerre — 
Troyes — Nevers — Belhlem. 

V. Arcivescovo w Reims: Suffragami Soiswns — Chael 

— Laon — Seiilis — Beauvais — Amiens^ — Noyoo — Boa* 
logoe. 

Vii Arcivescovo di Tours: Sùffraganei Le Maos — 
Angers — Rennes — Nantes — Quimper •— Vannes — ^ 
Saint Paul de Leon, — Treguiers — Saint Brieux — Saint 
Malo — DoK 

VII. Arcivescovo di Bourogs : Sùffraganei Clermont 
Serrani — Limoges -^ Le Puy — Tulle — Saint Flour. 

. VIIL Arcivescovo o'Alby: Sùffraganei Rhodez— Ca- 
stres — Cahors — Vaires — Mende. 

IX. Arcivescovo di Bordeaux: Sùffraganei Agen — 
Angouleme — Sainles — Poìtìers — Perigueux — Con- 
doni — La Rochelle — LuQon — Sarlat. 

X. Arcivescovo d' Ausch : Sw//r</^anei Acqs — Cominge 

— Couserans — Aìre — Bazas — Tarbes — Oleron — Lescar 

— Bayonne. 

XI. Arcivescovo pi Narbona : Sùffraganei Beziers — 
Agde — Carca^ssonne — Nimes — Montpellier — Lodeve — 
Uzis — Saint Pons — Alelh — Alais — Perpignan. 

XII. Arcivescovo di Tolosa: Sùffraganei Pamiers — 
Monlauban — Mirepoix — Lavaur — Rieux — Lombez — 
Saint Poponi. 

XIII. Arcivescovo d'Arlfs.: Sùffraganei Marseille — 
Saint Paul trois Chatraux -^ Toulon — Grange. 

XIV. Arcivi':scovo d'Aix: Sùffraganei Apt — Riez — 
Frejus — Gap — Sisteron . 

XV. Arcivkscovo di Vienna : Sùffraganei Grenoble — 
Viviers — Valence — Saint Die — Genève — S. Jean de Mau- 
rienne. 

XVI. Arcivescovo d' Embrun : Suffraganti Digne — 
Grasse — Vence — Glande ves — Senez. 

XVII. Arcivescovo di Besan^on: Sùffraganei Belley — 
Lausanne — Basle negli Svizzeri . 

XVIII. Arcivescovo di Cambray: Sùffraganei Arms — 
Saint Omer — Tournay — Ipri. 



Sotto r Arci vescovo di Treverisono poi i vescovi di Metz — 
Toni — Verdun, 

E solto rArcive^scovo di Magonza quelli di Strasbourg e di 
Quebec nel Canada. 

Le Badie delPuno e Taltro sesso, i conventi di religiosi e 
rdigiose di diversi ordini , le parrocchie e cappelle sono in pro- 
digioso numero. 

Il re di Francia per diritto di patronato* ha la nomina a 
luti' i menzionati vescovadi e arcivescovadi , poiché per reale 
munìiicenza furono fondati o dotati. Ha per la cagione istessa 
la nomina di dcclxx Badie di uomini, e di gclxxx Badie 
di <lonne. E fio qui sia detto abbastanza delle chiese di Francia. 



— 138 — 

CAPO IV. 

Delk bole dell'Oeeatto del mare Aero e GalUco: 

Ibendà , e Brìttania. 

Niuoa prova ha più chiaramente dimostrato quanto avesse 
coDtribuito alla propagazione della cristiana religione ed alla 
mansuetudine di costumi introdotta nel genere umano l'essersi 
di tante efferate nazioni formato un solo e grande impero qual fu 
il romano, quanto il vedersi il cristianesimo molto tardi avere in 
queste isole posto piede. Sotto l'imperio di Augusto videsi che 
quella lunga pace sparsa congregaret imperia^ come scrive 
Plinio, ritusque molliret ; et tot populorum discordes fé- 
rasque tinguas, sermonis commercio contraheret ad collo- 
quia, et humanitatem homini daret (1 ). Quindi non senza fon- 
damento S. Agostino credè la divina provvidenza aver riputalo 
questo essère il giusto tem|)0 è più acconcio di mandare in 
terra il suo Verbo ad assumer carne umana , percbè^^^ come 
mediatore fra Dio e gli uomini potesse con. una sincera . reli- 
gione rischiararli^ dopo che si erano spogliati dell'antica lor 
barbarie è resi più docili ed umani, e toglieirli da' tanti er* 
rori ed inganni della gentilità. Ma quelle nazioni le quali non 
ebbero la sorte di essere aggiunte Gl'imperio e rimasero fuori 
dell' orbe ^ romado , rimasero tuttavia nell' antica barbarie e 
selvatichezza di costumi. Quindi avvenne che nella Brettagna^ 
nella Germania e negli altri paesi del Nord molto tardi la re- 
ligione cattolica s'introdusse, finché non fossero dirozzati e fatti 
più docili col commercio degli altri popoli più culti di Europa. 

Cosi appunto avvenne a queste isple dell'ocèaiio, all' Ibernia 
ed alla Brettagna. Anticamente, come scrisse Plinio (2)., tutte 
le altre isole minori che sono inlomo a queste due maggiori ^ 
eziandio le Orcadì, erano chiamate Britanne 2 la maggióre avea 
specialmente il nome di Albione, siccome J'altra minore df 
Hibernia. Dappoi cancellato il nome di Albióne , la maggiore 

(1) Lìb. Jll,cap.5. 

(là) Lìly; JV, Cip, «6. 



fu chiamata BriUanìa, appropriando a sé il nome che prima era 
comune a lulte. Non è imjH'òbabffe Po|inione di alcuni che cre- 
deUero la minore essersi chiamata Ibernia (ora T appelliamo 
Irlanda) come la più prossio^a alla Sga^a^ che dal fiume Ibero 
dicevasì anche Iberia ; e la: maggiore ayer tratto a sé sola il 
nome di Brìltanìa a cagion che i suoi pòpoli erano più pros- 
simi agli antichi brittanixiella Gallia co' quali avean frequenti 
commerci. C. Tacito nella vita di Agricola, riflettendo che 
a' suoi tempi i britanni eran, tra loro varj di corporatura , di 
colore e di lingua , sospetta che i più vicini alla Gallia fosser 
propaginì di galli brelttmi ; que'più prossimi alla Spagna, 
di spagnuoli ; e gli altri rivolli ad oriente verso la Germania 
fosser d'origine germani, se pure non si vogliano riputare indi- 
geni dei proprio paese. . 

I romani assai tardi poser piede nella Brettagna, ed il primo 
fu Giulio Cesare, il quale non fece allro che mostrarla , non 
già conquistarla a'rortìani , oslendme , nontradidisse^ dice 
Tacito. L'imperatore Claudio fu il primo che vi mandò le- 
gioni romane^ e conquistò la parte più prossima alla Gallia 
riducendola in forma di romana provincia: i successori Cesari 
allargando le conquiste, non si resero giammai di tuUa l'isola 
padroni, anzi per ischermirsi dialle sXìorrerié de' pitti e degli 
scoti, popoli feroci cheabìtavan la parte rivolta a settentrione, e 
per far loro argine, v'innalzarono un muro. A^veano i brittanni 
anticamente, secondo ne rende testimonianza lo stresso Tacito, 
proprio re., ma poi disQordi fra loro ì popoli si diviser pure 
in frazioni, le quali discordie accelerarono la loro servjtù ed 
agevolarono a' romani le conquiste^ i quali con tutto ciò vi 
asciarono il re CodigundOy ut haòerent , come dice Tacito, 
instrumenta servitutis efr^^e^. Nella decadenza deli' imperio 
di occidente divenne l'isola teatro di guerra tra i pitti e gli scoti 
con Yorligine re de' brettoni meridionali , il quale per resi- 
stere a quelli chiamò in aiuto gli Anglo-sassoni, popofi della Ger- 
mania che abitavano nel paese che ora chiamasi Holstein la cui 
parte meridionale era nominata ilChersoneso Cimbrico. Questi, 
venuti nel 449 sotto la condotta di Hengist, disfecero in più 
rincontri i pitti e gli scoti, sicché li obbligarono a ritirarsi in 
un angolo occidentale dell'isola. Ma gli ang& da wsUiari si 



^ 18» — 



reser padroni del rimanente, ed in poco di tempo vi stabilirono 
selle distinti, reami .^ Da essi la Britlania fu chiamata dappm 
Inghilterra^ la quale ora abbraccia dtiè ref^^ni , l'Inghilterra 
propriamente detta , e la Scozia. L'ìbernia, detta óra Irlanda, 
dalla quale per breve iragetto di mare sì passa nella Scozia , 
è><}ggi regno separato ed anticamente ebbie pure propri re, e 
questi tre regni con le mdlte piceiole isole intorno cotnpongóno 
oggidì quel che di cesi la Gran Brettagna. 

Fra gli altri pregi di queste epistole di S. Gregorio non è 
Tultimo quello cl^e dalle med.'sìme si comincia ad avere una 
più sicura istoria stella Brittania porgli oscuri e tenebrosi tempi 
po$teriqii alia decadenza dell' imperio ^ quando dopo la con- 
quista fallane dagli ADglo-«assoni venne divisa ne'cehnati sette 
differenti reami, e dò per l'occasione, de' mìssionarj Àgoslinov 
Alileto, ed altri monaci benedi'ttini ivi da Gregorio spediti nd 
I^M, della quale importantissima missione è d'uopo far qui 
particolar jnemoria. 

ffissione Mana ndllgtitera par la predtcéizione del Vangelo , 
è conversione di pegl'isòlaniaDa feiìB di Cristo,. 

Non vi è dubbio che nèiribernia te predicazione del van- 
gelo precedesse a quella nella Brettagna , e che il frullo della 
conversione degl'irlandesi fosse piò ubertoso è tempestivo , sia 
per la prossimilà colla Spagna, nel v secolo già resa cristiana 
e numerosa di vescovi, sija per la i)redicazione di S. Patrizio 
apostolo dlrlanda, il quale morì nel t»91, e di S. Colombano 
é de' dodici suoi discepoli. In fatti gli è manifestò che nel ponti- 
ficato-di Gregorio l'i bernia di già avea molli vescovi, siccome sì 
raccoglie dall'epistola diretta Vniversis Episcopis per Hiber- 
niam (1), e dell'altra indirizzala Quirino Episcopo , et caeterisi 
Episcopis in Hibernia Catholicis (S8I), delle quali parleremo 
a suo luogo. 

Nella Brettagna prima di questa missione era pure pene- 
trata la fede di Cristo, e gli scrittorì inglesi rapportano sino.i 

(l)Lìb.lI, ep. 36. 
(2) Lib. IX, ep. 6i. 



«oini de' vescovi ; ma ia pochissimi laoghi , e rari furono i 
credenti ; ed airincontro la religione dominante sparsa per tutta 
quella grande isolaera la gentile. E da queste medesime epistole 
(li Gregorio, come sarà avvertito più innanzi, è manifesto che 
a' suoi tempi i missionari da lui spediti trovarono ivi fedeli , 
ma molto pochi e rari; Egli rese il campo più ubertoso per 
Agostino e pe'suoi mònaci, i quali preserie mosse dalla Fran- 
cia, e col favore dì que' re e di que' vescovi , a' quali Gregorio 
cotanto li raccomandò , rìmpreito ebbe fortunato successo. 

L'occasione per la quale Gregorio fu spinto a questa mis- 
sione , se dee prestarsi fede a Giovanni diacono scrittore delia 
sua vita, fu di aver in Roma, èssendo ancor monaco, ammirata 
la bellezza di que* giovanetti inglesi esposti venali, che gli 
sembravano tanti angeli, onde nacque Io scherzo di angeli ed 
angli, e tante altre &nciullaggini rapportate dal medesimo; e 
Saputo che la lor patria fosse nd gentil^imo, gli paurvè un gran 
peccato che tante belle creature dovesser capitare nelle mani 
de' demoni , sicòhè fatto poi papa pensasse davvero alla con* 
versione di quella gente. Checché ne sia, egli è chiaro da 
queste sue epistole quanta cura prendesse di Agostino e de' suoi 
monaci , raccomandandoli a Brunechilda regina di Francia , 
a' re suoi nipoti^ ed a tutt' i vescovi della Gallia , siccome a 
quel di Tolosa, di Marsiglia, di Cabilone, di Meris, di Parigi, 
di Roano, ad Eterio , Arigìo ed altri vescovi , siccome si è 
veduto. Né trascurò Gregorio di raccomandarli ancora a do- 
tano II tuttoché fra questo re e Brunechilda co' suoi nipoti 
ardessero fiere ed ostinate guerre. E poiché i progressi di 
Agostino in quell'isola furono meravigliosi, e la messe essendo 
grande, gli operaj eran pochi; quincli Gregorio mandò ivi ad 
Agostino altri nuovi missionari , fra' quali il prete Lorenza e 
Mellito abate con altri monaci per suo aiuto , costoro calda- 
mente raccomandando a Clotario e dicendogli monaeos prae^^ 
sentium portitores^ quos ad praedictum fratrem nojstrum 
una cum diUctissimis fitiis nostris Laurentio presbitero et 
Mellito aòàte tratismsmus, haàealispeculiariter commen- 
dàtos (1); ed altrettanto fece verso i vescovi sopramemorati (2) 

• 

ri)Lib. IX, ep. 55. 

(2; Ep. 52. 



— «87 — 

e la regina Brunechìlda (1). Agoistino aveva sollecitato un (af 
soccorso, poiché la conversione era grande pe' tanti mira- 
coli che Iddio per le sue mani operava ; e Gregorio gli ri- 
sponde che ne rendeva grazie al Signore, e nel tempo stesso 
k) avverte a sfuggire in ciò ogni vanità, ed a non insuperbirsi 
di questo dono, rammentandogli quelli di Mosè e molli luoghi 
della Scrittura^ e fra gli altri ciò che Nostro Signore disse a*di- 
scepoli i quali in suo nome si avevan soggettali i demonj: 
nolite gaudere super hoc , sed potim gaudete , quia no- 
mina vestra scripta sunt in coelo (Lue. 10) (2). 

Meritano tutta Tattenzione le due lettere che si leggono nello 
stesso libro (5), una indirizzata Aldiòergae reginae anglo- 
rum , che egli paragona airimperatrice Elena madre di Gostan-- 
tìno Magno, e l'altra al màrìlo Aldiòerto regi anglorum^ 
che eguaglia airimperatoré Gostautino, d'onde si ha notizia da 
quali re della razza anglo-sassone fosse a' suoi tempi retta Tln^ 
ghiiterra. In quella al)a regina commenda altamente la sua pietà 
per aver non solo ella abbracciata la religione cristiana , ma 
indotto a far lo stesso anche il re suo marito e gran parte della 
gente inglese : persistesse purè nella gloriosa impresa , e pro- 
seguisse a darvi mano ed à favorire il suo Agostino : nam , le 
dice, sicutper reùordandae memoriae Helenamf matrempiis- 
simi Gonstantini imperatoris ad christianam /idem corda 
Romanorum accendit , ita et per gloriaé vestrae sttidium in 
Ànglornm gentem ejus misericordiam confidimus operari. 
Le inculca, ora che è il tempo opportuno, ad invigilare presso 
il re suo marito^ perchè siegua la conversione compiuta di tutl'i 
popoli a lui soggetti. E soggiugne che della sua gloria era piena 
già Roma e l'Europa tutta , ed erane corsa la fatoa fino in Go^ 
stantinopoli alla maestà dell'imperatore, che perciò in adititorio 
supradicti reverendissimi fratris et coepiscopi nostri ^ et 
servorum Dei qnos Ulne misimus , in conversióne genti^H 
vestrae devote ac totis viriòus exhibete. Nell'altra indirizzala 
al re Aldiberto lo esòrta ad esser costante : Christianam fidem^ 
gli scrive, in populistiòi snòdi tis extender e festina, zelnm 

(ì) Èp.. 58. 

(2J Lib. IX, ep 58. 

(3) Ep. 59 e 60. 



— «8 - 

reetiludinis tuae in eanumr conversióne muUèpliceL: %4ù^ 
lorum cultus inseguire: fanorum aedificia everte, subdi^ 
torum mores in magna vilat munditiw exhortando ^ ^- 
rendo ^ blandiendoy corrigenda^ et boni operis exempia 
monstrando aedifka: ni illum retriòutorem invenias in 
coeloy cujìis nomen alque cognitionem dilataveris in terra ^ 
Ipse enim vestrae qnogue gloriae nomen etiam posterie gl<h 
riosius reddet, cujus vos honorem quaeritis et servatis m 
gentibus. Sic enim Con^tantinns magnus piisnmus impé^ 
rator romanam rempublicam a perversis idotorum cultibm 
revocanSy omnipolenti Domino Dea nostro» Jesu Christo 
secum subdidit , seque cum subjectis populis tota ad Denm 
mente convertii. Lo esorla parimente a sentire gli ammaesti-a- 
menti del vescovo Agostino,. e di solamente eseguirli j rara- 
mettandogU che il giorno estremo del giudizio uoiversale 
era già imminente, e perciò fosse sollecito nel procurare 
per quest'opera d'infinito merito la salute della sua anima : 
praesentis mundi jam terminus juxta est y et sanctorum 
regnum venturum est, quod nullo unquam paterit fine ter- 
minori. Appropinquante autemeodemmunditerminoy multa 
imminent quae ante non fuerunt y videlicet immutationes 
aeriSy terroresque de coelo^ et contra ordinsm temporum 
tempestatesi^ betla, fameSy. peslihntiae y terraemotus per 
loca etc. Ed in fine scrive mandargli alcuni pircioli doni di 
devozione di S. Pietro.: parva autem xenia transmisir quae 
vobis parva non erunt , cum a nabis ex R. Petri apostoli 
fuerint benedictione smcepta. 

Dopo aver Gregorio inteso i progressi fatti in Inghiiterìta 
dalla predicazioQje di Agostino e de' suoi compagni^ mercè 
il favore del re Aldiberto e della regina. ÀlcUberga , pensò dar 
forma alla nuova nasoente chiesa , ed Ivi stabilire una. e^le^ 
siastìca Polizia perchè quella fosse ben Betta ed amnùoislrata'. 
Costituì Agostino Primate, coofecendogli il pallio ,. e facoltà 
di creare ed ordinare, nelle città ridotte , secondo che gli 
parca convenire « dodici vescovi , 1 quali fossero a lui su« 
bordinati. Pel vescovo di Londra dà speziai provvidenza: 
che nell'avvenire fosse consecraio da' vescovi comprovinciali 
ragunati in sinodo, e dovesse poi ricorrere in Roma per ri- 



cevere dalla sedè aportottea il fnRio. Intorno alla citta Ebo- 
racense pres^ve , che AgosUi» vi mandasse un vescovo 
idoneo da ìm ordinato; ed al vescsdvo Eboracense concede fa- 
colla, ridotta la» eiità e gir sdtrì luoghi vicini alla fede di Cristo, 
di potere ordinare dodici altri vescovi sufTraganei, affinchè egli 
godesse l'onore di mot ropolitanov promettendo Gregorio di man- 
dargli eziandio il pallio; ma che durante la vi la di Agostino 
fosse a lui sottoposto, e s^o dopo la morte del medesimo ri- 
manesse questo metropolitano libero di esercitare sua autorità 
sopra i dodici vescovi da lui ordinati e non più sottoposto al 
metropolitano di Londra. Stabilisce ancora fra it vescovo di 
Londra e quello di Eboraco , che per l'avvenire "si abbia da 
osservare quest'oitline di pi'ecedenza , che colui dovrà essere 
preferito nell'onore il quale sarà stato prima ordinalo: che fra 
loro, sia unione e concordia in guisa che in uno spirito go- 
vernino le chiese a loro commesse.: sopra tutti vuol che Ago- 
stino presieda, non solo sopra i già detti ventiquattro vescovi, 
ma sopra quanti se ne stabiliranno nella BretUìgna. E gli ter- 
mina l'epistola indirizzata ad Agostino Episcopo Ànglorum 
eon queste parole^ Tua ergo fraternitas non solum eos 
Episcopos (fuo8 ordinaverity neque eos tantummodo qui per 
Eóoracemem Episcopum fu^erint- ordinati, sed etiam omnes 
Brittaniae sacerdotes haùe»t Domino Beo nostro auctore 
sìéójeotos {i). 

Ir 2. 

ffiscfpl'Da IccIesiasOca ìnstitQita dà Gregorio 
nella nascente Chiesa Aagllcana. 

Più dimando fece il vescovo Agostino al pontefice Gregorio 
per ben reggere la Chiesa Anglicana, sulle quali le opportune 
risposte si leggono trasmesse ad Agostino in Saxoniam trans- 
marinam {ì). 

L Primamente quegli richiese quante porzioni dovesse fare 
delle oblazioni ricevute dalle chiese, ed a chi distribuirle. Gre- 

(i) Lib. X«, ep. 15. 
(ì) Lib. XU, ep. 51. 



— 4«0 — 

gorio gli risponde, che secondo il costume della sede apostolica 
le oblazioni e tutti gli stipendi divìder dovesse in quattro 
parti. La prima serbare al vescovo edalla sua. famiglia, per loro 
alimento e per Tospitalità' che era obbligato di usare a' pere- 
grini e forestieri. La seconda al clero. La terza a' poveri. 
La quarta per riparare le chiese^ ed a ciò che bisognasse |)cr 
la suppellettile sacra. Quanto alla poiyJone destinata al clero, 
vivendo egli secondo gl'istituti > monastici , non dovesse sepa- 
rarsi da', suoi chierici , ma nella sua chiesa menare co' me- 
desimi vita comune, ad esempio degli apostoli e degli antichi 
fedeli i quali nella nascente chiesa non aveano cosa propria, 
ma ogni co&a era comune di tutti. 

IL Richiesto se a' chierici , i quali non potessero conte- 
nersi , potesse permettere di prender moglie ; Gregorio ri- 
sponde che lo permettesse , ma solamente a quelli i quali non 
erano ascesi agli ordini sacri, a' quali serbasse la lor porzione 
ancorché ammogliati , e di lor si valesse per cantori e negli 
altri servigi della chiesa. 

in. Avendo Agostino osservato la diversità de'riti nelle 
messe ed altre funzioni ecclesiastiche^ che vi era tra la chiesa 
gallicana e la romana , dimandò a quali dovesse attenersi ; 
e Gregorio gli risponde cho intorno a ciò dovesse eleggere 
quelli che stimava più proprii e convenienti , fossero riti 
della romana della gallicana o di qualunque altra chiesa : 
sive in Sancta Romana, sive in Galliarum, sive in qualibel 
Ecclesia aliquid invenisti , quod plm omnipolenti Dea 
possit piacere, solicite eligas, et in Anglorum Eccle- 
sia quae adirne in Me nova est , institutione praecipua 
quae de mullis Ecclesiis colligere potuisti^ infundas. Ma 
dappoi nel 668 il pontefice Vitaliano mandò in Inghilterra 
mi^sionarj per istabilirvi il rito romano. 

IV. Gli dimanda che debba fare con coloro i quali avessero 
rubato qualche cosa alle chiese; e Gregorio rispende che 
in ciò debba regolarsi con la sua prudenza, attendendo alla qua- 
lità delle persone, e se per necessità, o per avarizia si fossero 
indotte a rubare. Alcuni potrà correggere con ammenda : altri 
con battiture, ma con carità sicccrme i padri di famiglia fanno 
co' loro figliuoli : e nelle restituzioni non ricerchi aumento e 



guadagno, ma soltanto ciò che avran rubato o il prezzo. 

V. Chiede se possa permettere i matrimoni di due fratelli 
con due sorelle; e Gregorio gli dice che in ciò non debba avere 
alcun dubbio, essendo leciti e permessi: neguaquam enim in 
sacris eloquiis invenitur^ quod kuic capitulo contradicere 
videatur. 

VI* Gli dimanda fino a qual grado debba permettere f 
matrimoni tra i fedeli congiunti di sangue^ e se con le matrigne, 
o con le cognate. La risposta di Gregorio merita esame, poiché 
in essa occorrono più difficolià. Egli risponde , che sebbene 
terréna lex (intende egli della legge deir imperatore Giusti- 
niano nelle Institut. tit. At^xx^Wx^ in romana repumca per- 
mittit, ut sive fratris, site sororis, seu duorum fratrum 
germanorum, vel duarum sororum fitim et fitia misceantur: 
nuUadimanco avendo Tesperienza mostralo ex tali conjugio 
soòotem non posse succréscere, e che sacra tex prohibet co- 
gnationis turpitudinem revelare ; perciò nella seconda co- 
gnazione condanna queste nozze, e vuole che nell' Anglia si 
permettano solo nella terza e nella quarta. Le ragioni che adduce 
non sussistono , perchè resperienza tanto è lontana dalPap- 
poggiarle che più tosto dimostra il contrario, che da tali matri- 
moni sono nati e nascono e crescono figliuoli, e sovente simili 
unioni sono cagione di numerosa e prospera prole, onde 
Giustiniano le permise in tutto il suo vasto imperio. L'altra 
né meno regge, poiché Mosè nel Levìtico (1) non proibisce 
tali nozze , ^^a solamente quelle della prima cognazione, cioè 
tra fratelli e sorelle. Intorno alla matrigna cioè alla moglie 
Sei padre, egli é vero che da Mosè tali matrimoni son vietati, 
ma colle cognate non già, siccome qui credè S. Gregorio, ag- 
giungendo prò qua re etiam Jo. Baptista capite truncatus 
est. Ma Mosè soltanto proibisce (poiché presso gli ebrei era 
lecita la poligamia), se taluno essendo viva la moglie, volesse 
adhv^ ea vivente prendersi la sorella : che se in vece fosse 
già morto un fratello senza lasciar ^ figliqoli , era anzi l'altro 
costretto di {H*endersi in moglie sua cognata, ad suscitandum 
semen fratris sui. La riprensione che S. Gio. Battista fece 

(ijCap.XVm. 



ad Erode fu giusta , perchè av^ast tolta p^ mogne Erodiade 
moglie di Filippo suo fratello , essendo Filippo ancor vivo , 
siccome è manifesto dalle AQtiehità Giudaiche di Flavio Giu- 
seppe: ancorché S. Agostino, il quale non avea letto quello 
storico, dubitasse se vivente il fratello, o pur morto sì avesse 
£rode preso la di lui moglie ; il che fu da noi àmpiamente 
mostrato trattando delle opere di S. Agostino nel Hbro ultimo 
delle Dottrine de^ Padri della Chiesa (1). 

Debbesi intanto qui riflettere , che a' tempi di S. Gregorio 
i vescovi, e specialmente i pontefici romani si avevano ar- 
rogato la facoltà di prescrivere essi i gradi ne' quali si po- 
tessero contrarre, o no, i matrimoni, quando prima ciò era di 
competenza degl'imperatori, siccome è manifesto dal Codice 
Teodosiano, da quello di Giustiniano^ dalle sue Istituzioni, e 
dalle Novelle; egualmente che il dispensare ne' gradi da essi 
proibiti: e Cassiodoro tra le sue Formolo porta anche quella 
della dispensa de' gradi . Ciò nacque perchè nella decaden^ 
dell'imperio di occidente, surti nuovi domìnj , e nuovi re di 
straniere e barbare nazioni idolatre; questi abbracciando il cri- 
stianesimo, come dati unicamente alle armi , niente sapendo 
di lettere , dipendevano in ciò da' vescovi loro istruttori ne' 
quali era ristretta la letteratura ; e questi reputando che la 
norma per regolar tale materia dovesse prendersi dal Levitico 
di Mosè, oltre le proibizioni ivi prescritte ne aggiunsero altre 
ancora, stendendole a gradi più remoti; ed in più concilj fra di 
essi convocati ne stabilirono canoni, i quali erano confermati 
da'principi che a quelli davan forza e vigor di legge, comandando 
che fossero da' loro sudditi eseguiti : quindi avvenne che dap- 
poi, tolto il costume delle conferme, si credesse che per se soli i 
vescovi potessero farlo, e che ad essi unicamente si apparte- 
nesse prefiggere i gradi e dispensarne. Ciocéhè non avvenne 
nell'imperio di oriente, essendosi dagl'imperatori greci succesr 
sori di Giustiniano ritenuto questo diritto , siccome si vede 
dalle loro Costituzioni e Novelle. 

Deesi benanche avvertire che Gregorio qui permise i ma- 
fi] Qui l'Autore rinvia ad un'altra sua opera inedita, cbe vedrà \k luce nel 
volume seguente di questa nostra pubblicazione. 

Gli Editori, : 



— 163 — 

trìmoni nella terza e quarta cognazione tra i fedeli Inglesi 
per quell'isola solamente, non già che negli altri regni o Pro- 
vincie si potesse far Io slesso : in fatti avendo il vescovo di 
Messina Felice inteso che Gregorio li permetteva nella terza 
e quarta cogoaaaone, e volendo far anch'egli lo stesso in Si- 
ciha , ne scrisse a Gregorio: ma questo avveduto ponteQce 
gli rispose ch'egli intanto ciò avea permesso agl'inglesi, perchè 
dal paganesimo essendo di fresco passati al cristianesimo, non 
bisognava gravarli cotanto ; ma secondo il savio ammonimento 
di S. Paolo nudrirli di latte ,. non già di cibi solidi da non 
potersi da loro digerire^ 

Notasi per ultimo ciò che soggiungesi nella fine di questa 
risposta, che secondo S. Gregorio il primo martire della Chiesa 
non dee reputarsi S. Stefano, ma sibbene S. Gio. Battista 
fatto decapitare da Erode ; poiché sebbene non gli fosse stata 
data morte per causa di religione , ma contro sua voglia 
per soddisfare all'animo vendicativo di Erodiade ed adempiere 
ai giuramento fatto, nulladìmeno stimarsi dovesse sancto mar- 
tyrio coronatus , per quella ragione che adduce : Cui non 
est dictum, ut Christum negarci , et prò Christi confes- 
sione occisus est : quia idem Dominus noster Jesus Christus 
dixerat : Ego sum yeritas : quia prò veritate occisus est 
Joannes ; prò Christo sanguin^m fudit. 

VII. Gli dimanda inoltre Agostino: se inglesi di fresco 
convertiti trovandosi maritali co' congiunti ne' gradi proibiti, 
debba imporsi a* coniugi di separarsi, e negarsi loro intanto 
la comunione. Risponde Gregorio che debbano ammonirsi ed 
esortarsi alla separazione , facendo ad essi comprendere esser 
ciò un gran peccato che li precipiterebbe nell' inferno a sof- 
frir duri ed eterni tormenti ; ma non per ciò doversi privare 
della comunione del corpo e sangue del Signore , non poten- 
dosi ad essi imputare ciò che avevano per ignoranza commesso 
avanti di esser battezzati. Nel cbe.Gjregorio fu più moderalo ed 
indulgente di S. Agostino, il quale voleva che se non lasciassero 
le mogli, né meno lor si dovesse dare il battesimo. Inhocenim, 
dice Gregorio, S. Ecclesia quaedam per fervorem corrigit^ 
quaedam per mansuetudinem tokrat , quaedam per consi- 
derationem dissimutat atque portat, ut saepe malum^ quod 



-.164 — 

aversatur^ portando et dissimulando eompescat. Tutti quelli 
però venuti ancor celibi nel grembo delta S. Chiesa debbano 
ammonirsi che non ardiscano commettere un si gran peccato; 
e non rispettando il divieto , si abbiano a privare della comu- 
nione: quia^ soggiunge, sicut in his quae per ignorantiam 
fuerunt culpa aliquatenus toleranda est ; ita est in his 
fortiter insequenda, qui non metuunt sdendo peccare. 

Vili. Dimanda Agostino, quando la distanza de'Iuoghi e la 
malagevolezza del cammino non permettano a' vescovi di facik 
mente convenire per ordinare un nuovo vescovo eletto, se possa 
egli ordinarlo da se solo senza la presenza degli altri. La disci- 
plina di que^ lempi era che senza l'intervento de' vescovi 
comprovinciali non potesse il solo metropolitano ordinare il 
nuovo vescovo; onde Gregorio gli risponde, che sebbene egli 
neir Anglia fosse il solo vescovo , nulladimanco senza V inter- 
vento degli altri non potesse ordinare alcuno , ma attendere 
che almeno giungendo dalla Gallia altri vescovi , si potesse 
colla lor presenza celebrar l'ordinazione , e senza aspettare ì 
lontani, invitasse i più vicini che fossero nel numero necessaria 
di tre di quattro; aggiùngendone la ragione, che siccome nel 
mondo non si celebrano nozze senza l'invito de' parenti ed 
amici , cosi in kac spirituali ordinatione, qua per sacrum 
mysterium homo Beo conjungitur^ non debbano celebrarsi tali 
nozze spirituali senza l'intervento degli altri ves(jovi. 

IX. Chiede pure Agostino , come debba diportarsi coi ve- 
scovi della Gallia é della Brettagna. Gregorio gli risponde: In 
Galliarum Episcopis nullam tihi auctoritatem tribuimuSy. 
quia ab antiquis praedecessorum meorum temporibus pai- 
lium Arelatensis Episcopus accepit^ quem nos privare aucto^ 
ri tate percepta minime debemus. Se gli accadrà di condursi in 
Francia, e scorgesse aver que' vescovi bisogno di esser corretti 
ed emendali de' loro vizi, e che il vescovo di Arles mostrasse 
tiepidezza nel correggerli; allora dovrà egli spingerlo ed infiam- 
marlo, ed abbisognando, prestargli aiuto perchè i costumi di 
que* vescovi siano corretti, ma tra i limiti di esortazioni, per- 
suasioni, ed alti-e maniere blande e soavi. Ipse autem aucto^ 
' ritate propria Episcopos Galliarum judicare non poteris^ 
Tutto faccia coq autorità e beneplacito 4el loro metropolitajno^ 



•^468 - 

Perciò che riguarda poi i vescovi della Brettagna, può sì 
bene esercitar sopra di essi tutta la sua autorità , poiché gli 
soggiunge^ euram tnae fraternitati committimus , ut in-- 
docti doeeantur, infirmi penuasione roòorentur, perversi 
<mctoritate corrigantur. 

X. Domandò ancora Agostino al pontefice , che facese da 
Roma a lui parte delle reliquie di S. Sisto martire, e non senza 
cagione; poiché gringlesi in certo luogo veneravano un corpo 
umano che credevano il corpo vero del martire, quando Agostino 
per forti argomenti riputavalo non vero , o almanco dubbio ; 
onde pregò Gregorio che del vero che si venerava in Roma 
gli mandasse alquante reliquie per attirare il popolo alla vene- 
razioae di quelle, lasciando l'incerto. Il pontefice le mandò, 
e con tal occasione gli diede la norma come dovesse rego- 
larsi in casi sUnili : badasse a non andar dietro alla corrente del 
volgo credulo ed ignaro, m^ esaminasse egli la cosa : se tro* 
vasse sulla tomba del creduto corpo del martire ^ non esser 
occorso alcun miracolo ed i vecchi del luogo né per tradi- 
zione deMoro maggiori, né per altre legittime pruove potes- 
sero render testimonianza di aver colui sofferto martirio , Io 
dìstogliesse dalla venerazione. Intanto gl'impone di esporre le 
reliquie di S. Sisto alla pubblica v^erazioné in luogo separato, 
e che in tutl'i modi quello dove giaceva il supposto corpo del 
martire si facesse chiudere, modis omnibus obstruatur, nee 
permittatur poputus certum deserereet incertum venerari. 

XI. Un'altra domanda contiene in sé più quistionì: I. Se la 
donna gravida si possa battezzare; e Gregorio risponde di sì , 
ciò che non aop^mettevà alcun dubbio : U. Se il fanciullo appena 
nato potesse tosto battezzarsi; e Gregorio risponde, che corren- 
dosi pericolo di morte, non dovesse il battesimo differirsi; ma 
essendo sano il fanciullo, si possa: HI. Quanti glorui debbano 
trascorrere^ perché dopo il parto possa entrar la donna in chiesa: 
risponde Gregorio che^ secondo il Vecchio Testamento, sedava 
alla luce un maschio, si richiedevano 35 giorni; se femmina^ 
ìi doppio, cioè 66; ma soggiunge che ciò conteneva un mistero, 
e noa dovevasi $tar ligio alla lettera; e (quindi se la donna 
Iftpepa sgravata entra in chiesa a renderne gra»e al Signore , 
0O& dee imputarsele a peccato : IV. Se afta donna, mentre h^ 



il mestruo, debba impedirsi riqgress» DeMa ehiesa, e negarsi 
la comunione : e risponde che in ciò non Insogna giudaizziire » 
ma ammetterla in chiesa ed. alla comunipne: V^ §e il marito 
dopo essersi giaciuto colla moglie, possa senza lavarsi entrar 
subito in chiesa : Gregorio risponde che in ciò varie erano 
le usanze delle nazioni ; ma cbi^ Dantico costume romano fu 
dopo la commistione lavarsi ooU' acqua , e non cosi subito 
entrare in chiesa , ma aspettare alquanto, Ed in ciò sembra 
che S. Gregorio fosse pc^sua^ della . dottrina di S. Agorr 
3tino, valendosi delle di lui ragioni : le; qu^li quafvta su3«* 
sistenza abbiano fu da noi ricercato ne^ suoi libri della Gittàr di 
Dio, e delle Confessiooi; dove afferma .<)h^ ancorché fo3se lecito 
la commistione, nulladimanco come che noti può scoù^^pagnijirsi 
ora, dopo la caduta deiruomiè, dìUa voluttà, questo fa l'atto 
•colpevole, onde qui non ha <tìflScpllà S. Gregorio di dire; Bed 
quiaipsa licita ctmmixUo^ c<mjugum mm ìfoluf^t^te e^^rnii 
feri non poteste a saari hei infre$su aòstinei^dmi é$i^ 
guiamluptMs ipsa ^bc ììm cla^lpis^ mllf^tmitó poh^t; e 
che per ciò nel Salmo 50 ai legge: Eùoé ttUm i$^ iftiqmté* 
iibm eoncepius: $ìm ^^ Tutte iiiueate teànte dievoéo riporsrii 
nella classa, ddyie opinioni d«gf i uomini , a;»f ft^mMH* cùnù-* 
m^efUa , le qiftali dies deiet; ma i ^4t3fi e te ferme ^eraziòBfi 
della natura sono dal tompo magg^oàeixte ótoferiànti : fudiùia 
naturaecm^firmat^ siw)me $ol9ya.saggtàinentedii^£iceh)Be; 
XIL L'ultìmiL dimanda <Sie Agostino' fa a Gregorio :\è^ 
se per fóntasmi noKgrni àQC0dBndo|icdluùòni, debbano J poi- 
luti astenersi dalla cortiunione ed i sacerdoti dal celebrare i 
sacri misteri. S. Grègorio.sòttilmesite distingue pìfù casi :>cióo« 
che non fece S» Agostino, il quale nelle sue Coofessioni pre^ 
gava Iddi^ assoluiamentei di toglierle. tutte: che vudidire &r 
un . miracola, poiché non ne rfurono . né sonfì escati anche i più 
rigidi ed austeri uòmini. Diceadiunquè esser necessario aecura'^ 
tanofente esaminar la cagione ,^ ohde quella derivano. Se dalla 
crapula, poiché il goloso vi ha dato la spinta, non dee rifNiktat^ 
esente da ogni reità ; sebbène. non perciò gli ji dél)ba pt<Air 
la sdcrai eomiiiniwei né a' saderdoti di oildbfar la mestoy mas** 
sìniam4ìàit& n^^ dj^ featàvi:, a quandà: non. M^^a; hltci tcjhei ;pD^ 
ptrJiii (i2!el^aré;v:tei'i4K.VIi Coese ^ <i^reUie -tacigtti ta^ 



sene. Se poi derivassero da strperfluità d'umori, ovvero da 
. infermità, esse noti sona da temevsì, poiché anhwus nesciens 
pertulisse magis dolenéus ^t quam^ fecisse. Sé derivano da 
tarpe immaginazione , bisógna «teìandio distìnguere; poiché 
se ne ^an cagioìie gli osceiii pensieri *ed oggetti ne*i quali .vi- 
gilando troppo ci fpatlengfiiamo, onde fassi <3he poi dorniendo 
tornano quelle immagini a rldeàtarsi j gli effetti che ne se- 
guono non sono senza reato. Se quel pravo immaginare pro- 
ducasi per suggestione del demonio^ e noi svegliati oltre la di- 
lettazione 01 presliamM^ consenso e eompiaciniènto; ichi puoi nte-^ 
gare che fosse purè <5asa peccaiiMfìósa ? ond*è che la Chie^ 
fra le sue preghiere al Kgnore implora che ejglt tenga da noi 
lontani come pericolosi et noctium phmtasmata. . 

Queste furono le istrtizionti che mandò Gregorio ad Agostino^ 
il quale, iestintò Gregorio net 604^ resse la Chiesa Angli- 
cana per quindici àl^ anni , e -mori nel 6fS aTcivescovo di 
Gai^^cH'berì* 



i « 4 



§. 0..- 

■ :' Dell' ffietìiia. " .' 

Ancorché, siccóme fa detta, rieinbèrnià a' tempi di Gregorio 
la religione cristiana avesse già fatto grandi progressi, e, più 
Véscovi annoverasse noli già dà Gregorio istituiti, ma sotto i 
suoi predecessori da S^ f*atnzio apòstolo dlrliainda; huliadinaajico 
<ta queste isue epistole si scorge che anche" questi, fossero 
sotto la di lui ubbidienza e subordinati 1arta chiesa romana. A' 
suoi tempi "i vescovi dlrlaiida dubitarono che ilpapa^ Vigilio 
avesse eccèduto nella condarina délPimperatrice Teodora e degli 
Acefafi, e che il Concilio hel quale erasi trattato de' tre capìtoli 
ave'sse immutato la véra fedé^ è per conseguenza non ?e n^ 
doye$sé àblw'acdaf e la dottrina ; é ne seirissèrò perciò a] ponte- 
ficé/éregòrio lor. risponde con un'epistola indirizzata ITwi^^^W 
EpiképptS per Hyierniàm (1 ) ^ esorlandoTi ed ammonendoli 
a to^iersi da quest^ inganni ed errori i poiché in, quel con^ 
éiréo ìli nfeùtè ferasi' défogàfò alfa véra fede ;' e perché ne Vé- 



ci) Lib. II, iQd. X, ep. 56. 






— «8 — 

stassero persuasi, roaoda ad essi uq libro scritto dal suo prede- 
cessore Pe|lagìo il quale di proposito partìcolarmeate avea ciò 
dimostrato: Ut igitur de triòus capitulis animis vestris 
ablata duòietate possit satisfactio aòundanter infundi, 
liòrum quem ex hac re sanetae memoriae decessor mem 
Peloffim papa scripserat y vobis utile indicavi transmit- 
ter e. Li esorta ia ftoe a deporre ogoi ostinazione ed a ritor- 
nare nelle braccia della loro madre chiesa, la quale come suoi 
figliuoli li aspettava: tanto citius ad matrèm vestram, quae fi'- 
lios SU08 expectat et invitat, Ecclesiam redeatis^ i/uanto 
vos ab ea quotidie expectari cognoscitis. 

Da un'altra epistola scrìtta a' vescovi d' Irlanda , Quirino 
Episcopo et caeteris Episcopis in Hy^ernia Catholicis (1), 
più manifestamente si raccoglie la loro subordinazione alla 
chiesa di Roma; poiché essi al pontefice Gregorio ricorrevano 
per la risoluzione de' dubbi relativi non meno alla dottrina 
che alla disciplina, e da lui ricevevano le norme ed istruzioni 
opportune. Questi di più cose lo richiedevano : I. Se non meno 
la plebe che i sacerdoti caduti nell'eresia Nestoriana, volendo 
abbracciare la cattolicia fede , dovessero di nuovo battezzarsi, 
pure bastasse la confessione della fede, l'imposizione delle 
mani ovvero l'uniàone del crisma. Gregorio risponde, che i 
Nestorìani battezzandosi in nome della Trinità, quando avviene 
che abjurino i loro errori intorno all' incarnazione del Verbo , 
non devono ribattezzarsi , ma basta esìger solamente da essi 
la profes^one della fede , praticando co' medesimi ciò che la 
chiesa di Occidente fa con gli Ariani per l'una^ione del crisma, 
e qpella di Oriente per l'imposiùone delle mani , come ri- 
spetto a' Mon(^iti bastava la sola confessione della vera fede : 
II. Quanto agli eretici i quali non si battezzano in nome della 
Trinità, siccome sqno i Bonosiani ed i Gatafrigi, quelli che 
non credono in Cristo , questi perchè reputano lo Spirito Santo 
essere in Montano; risolve che devono battezzarsi, né dovrà re- 
putarsi reiterato il battesimo, poiché il primo non fu dato 
Trinitatis nomine: III. GÌ' istruisce, come debbano intendere 
la Vergine Maria essére nel tempo stesso ancella e madre del 

(l)Lib. IX, ep. 61. 



— m — 

SigDore: IV. E da ultimo prescrive che a'NestopiàDi purgati 
de' loro: errori si facciano accettare venerandas Synodos quas 
universcUis Ecclesia recipit, e rinaegare tutte l'altre eresie. 

È d'uopo avvertire che nelle menzioDate epistole di Gregorio 
riguardauli l'Inghìlteriu chiamai quest'isola sovente Saxonia 
ultra mare ; ed in altra di esse, dove sono contenute le riso- 
lu^oni de' dubbi fattigli da Agostino dicesi che furon trasmesse 
SaxmioM transmarinam ad Augwtinum (1) ; poiehè essendo 
in gran parte passata quell'isola sotto la dominazione degli 
Anglo-sassoni 9 da essi era denominata, e per distinguerla dalla 
Sassonia mediterranea della Germania , dicevasi ultra mare 
transmarina: ilqual nome si vede dalla vita di S. Gregorio 
scritta da Giovanni diacono, che essa ritenesse anche a'tempi di 
Carlo Magno, poiché rapportando questo scrittore come istoria 
la fevola della liberazione ddl'anima dell' imperatore Trajano 
dall'inferno mercè le preghiere dì S. Gregorio, dice averla letUi 
presso gli scrittori Sassoni, sotto il qual nome intende gl'inglesi, 
siccome Sassonia chiama l'Inghilterra, ndla quale più monaci 
benedettini furono impiegati alla eonver^^e di quella gente. 
Al modo stesso ne' tempi posteriori i romani pontefici e gli scrit- 
toli ecclesiastici, presso i quali aBoraera ristrétta la lettera- 
tura , perchè i Normanni prima conti e poi duchi e finalmente 
re di Sicilia possedevano , oltre quell'isola, il vicino continente 
di qua del ma^*e detto ora il regno di Napoli ; chiamarono questo 
rc^no di Sicilia citrale l'altro ultra pharum^ onde venne il 
nome di Rex utriusifue Siciliae. 

Cosi da Gregorio non men nella Brettagna <^ neirit)ernia 
furono quegl'isolani, istrutti nella cattolica fede , ne' quali fe- 
cero progressi tali^ che morto Gregorio, alcuni de'loro re della 
prin^a razza degli Anglo-sassoni trascorsero tant'oltre nel ri- 
spetto della Chiesa di Homa riconosceBdola per sua madre , e 
nella devozione verso il principe degli apostoli S. Pietro di 
cui Gregorio inculcava cotanto la venerazione^ da essersi in- 
dotto Ioas re di Wessex per lo zelo e l'ossequio aHa sede 
apostolica a rendere a questa tributario ii suo r^no. Ciocché 
poi nel IX secolo fu riooyeUato dal re Etbelvotfr assoggettandosi 

{1} Ub. XU» tf.M. 



verso bt ohiesftdtRoiDaai xafmmaskpKìSlt^sàcme ài dènaim^ chia- 
mato il denaro d&S. Pielm. E {MHciiè , oiiime si èdetlòv Fhf^hiì^ 
terra era divìsa ÌRvampìCGÓU regni, fiè toUf t re inf millpànoài 
resero cridiaDi, «ut aleoni riixiasero «dl'amioo tor pagcine^^kiìo; 
lo zelo de' cattolici fa taleobe^ per ri<^&v^^sserldro^ guerra^ 
e comtatteDdd per laiede, alcoBr ilmasero ^iceisi^jii battaglia; 
quindi è che ringfaiiterra ttpatò quc^siàoi re saiifi martini 9 i 
quali sono rappottali da Naia) A^^^mt^ètù ns^à dlia Istoria Ee- 
desiastica.irredi^Wesse^ Egb^t fu icolur > il qtiale n^'anao 
M9 aveni^i lutti del^daiti, 4» ròs« «igiidrede^^^ 
nducendòU ìò prwinaie ^ eé aUonl prede f^i ìf tiiolo S ré 
d'Ingtólterra^dÈtkL tramandaitoipola^suoiiSQiecedsorir Atb^ìatt 
si sottomise poco dappoi la Seoaiàre^^ altri re succesfiori ^ 
Im' qiiali EdoroBé ei Etbdred fiu9t»K}vpii # rettgio^y^m, eii** 
ccimarono le chiese e le b»liiK d^IngMlterra^^dì m e 

di grandi ricchezza. Edoardo II eél Edoardo IH Aitmo per 
pietà così chiarì :^ die toÀi 9 àtirii»iì>è^q<ialità«dil tìitcto dì 
sajìki; ed in qcM^'éftlitiMi «foto ré ifìnl la pt^ma r^Éza d^t 
Anglo-sassosi^ i (fnli. jo/veano poaso^éti^^ fircMagtia pft ìé 
spà^k) d^ quaià'6Q^.aiidi; V 

Passò quindi il wegtm àélla Sfcòn^^a^za 4kr?^!^^ 
sotto il ta,mom:Gaàg)Ì9^xmiéglS^ à qoate^ iveiid<y 

debella(to e wùoéto tt 43diiipe);Hif e 1^ i(Mké ^ à fee6>nfeMséguétiH> 
aniio ìneoronaie à Ldo^ra'l «d esali liòii fomnb'4irfsrlofi< fì^)# 
pietà e. nella: munìA^s» .^er^io^ te ichie^ i^^ w MVàpAÈM 
stirpe. I re Normanni furonotl}mi^fc'ì:^aH::;'kì^ldae^^ 
dèlregho, ammséra^i Vesdoisiìiiiil I^Heitm^tà4t^àìti'€i^ay 
e^i molti privilègi e fkéiegsJlim M'tt#^nàiiettiorifmi^avt3ti 
Eorfcol, nitìmiadaqptet«^Q9tRi&ri^ I^ìaM^kR}||»(l|is^l$' 
Matilde simi fi^hìoto! jessRttdd lm6ium^s^^^^ 
mìfif òonte #iAiigiòbi^ k^^m/^^éi^o^m^inktii^^ i^yicK^ -Bv 
passò il legQov seg|àtà'4^iiK)t^i»i^ BtirièSd^l^ nel 443^5^ ì^M 
peascna dehH iff^)9à0d29i^'«»7«S silif!péx>46ftla dé^44a^^ 
({«»g fxrosc^mM'inonoSien fàìei^te^pM^^rVéi ^àtìAc^ìtè 
le^iolnéi^ e bicAa^^d^^^^ tccttefcé ;^ è hàùtóèm^ 

terrompendo di pagare il tributo del denaro di S. Pietro, erano 
riputati fra tutt'i re i più devoti, ligi ed ubbidfenli d^a^ichl^ 



di Roma. E qui occorre pensare ancora quanto fossero ìmperscru* 
tabìli, immensi e profondi i giudiiqì di Dio. I Britanni e i loro 
re cotanto riverenti ed o*ssèquiosi alfa chiesa di Roma, senza che 
dal cristianesimo fossero sterpati all'antico lor paganesimo , py- 
vero da queBo avesser fcrtto passaggio affi» religione maomet- 
U08 , m^ cìteModo la ciisfiaiMi, riteiMiéD i loro arcivescovi, 
ì vescovi, e tutta la ecclesiastica gsóravcliìa ertne parimà,. scuo- 
tevano più tardi il giogo del romano pontefice ; ed abolito il 
tributo deVdeoaro di^S^ Pietro^ in vece- del papa^ riconoscono 
ora nella chiesa Ai^g^icopa j^er popò e m«4£»ratAr6 delPesterior 
ecclesiastica polizia il re; isolQ, al %a^ per ciò si ra^ por^teoio i 
grandi affari ecfdflsia^if^» E^lii coinvooa VA^sembl^ del clera: 
egli solo c^nferi^ca^ gli «reiveseovadii h vescovadi ^e g\\ altri 
gr^di bepefi^; egli io fiM dispOM ad un JtQinpo ddb sace:^* 
d0Z)o e delt'iiBi^no. : : , 



• < • 









t 

1. > 









' V 






\< 






' T 



'■'•'■ *i ■ n >•■...' '. . .i i. .:ì rf .• :.- v= 



5. , 






) ....... JJ 












/ 



.5 .t^i?*^ «««J .-J Oì 



— 17J — 

CAPOV. 

Della Germania, e delle altre regioni wttentrìoaali di Europa 
nelle qnali non penetrarono le anni romane^ e rimaste 
peroii fnorì dell' Imperio. 

Tutte queste ampie e vaste regioni , orride all'aspetto e 
prive di coltura, aspre per cielo, incolte e selvagge produsserr» 
abitatori a sé simili e conformi. La Germania stessa, ora co- 
tanto incivilita e numerosa di belle città, doviziosa pe' molti 
fiumi che la bagnano, e percommercii, e dove le arti mecca- 
niche han fatto maravìgliosi progressi , era prima che vi en- 
trassero le armi romane , tutta coperta d'immense e folte 
selve, di ruvidi ed alpestri monti , laghi , stagni , e di fetide 
paludi. La selva Ircinia , che metteva spavento ed orrore , 
occupava la sua maggior parte, e per iscorrerla da un estremo 
all'altro non bisognavano, secondo Mela (1), meno di ses- 
santa giornate : al presente quasi tutta recisa e ridotta a col- 
tura , vi sono costrutte ampie città , metropoli , vichi ed 
amene ville. Prima gli abitatori non avendo altre case che 
tuguri costrutti di loto o di legno , né commercio co' popoli 
lontani , non conoscevano oro né argento , né avean uso di 
monete, ma solo permutando co' vicini le merci trattavano i loro 
mercati. I romani furono i primi a &r conoscere ad essi 
l'uso del denaro , et nos , dice Tacito (de morib. Germ.) 
peeuniam accipere docuimus. La lor religione era barbara e 
fiera ^ non astenendosi ne'sacrificj daH'immolare a' loro dii 
vittime umane. Qual maraviglia fia dunque, se così tardi la 
religione cristiana in queste regioni si inospite e selvagge 
ponesse piede, ed a' tempi di Gregorio non vi fosse ancor pe* 
netrata; Picchè questo pontefice nelle sue epistole non faccia 
alcun motto de' vescovi di Germania, e molto meno degli altri 
paesi più rivolti al Nord? Quivi certamente né sinagoghe di 
ebrei, né chiese di cristiani in tanta asperità di terra e di cielo e 

(1} Ub. m, eap. S. 



selvatichezza di abitatori poterono fondarsi , intraprendendosi 
viaggi sì lunghi, pieni di pericoli e di disagi: Quis porro ^ 
così Tacilo , praeter periculum horridi et ignoti maris , 
Asia a/ut Africa aut Italia relieta, Germaniam peteret? 
Informem terris, asperam coelo , tristem cui tu aspectvr 
que\ nisi si patria sii? Dopo che le armi roncane penetra- 
rono presso a' suoi confini , cominciarono le regioni prossime 
alla Gallìa a rendersi meno inculte ; ma volendo i romani 
stender più oltre i voli delle loro aquile,, trovando sempre mag- 
gior barbarie e selvatichezza^ furon contenti di avere sol no^ 
tizia di popolazioni cotanto efferate, comprendendole tutte sotto 
il nome di Scili e di Sarmali; ed Ottavio Augusto non curò 
di dilatar per questa. parte più oltre Timperio, accortamente 
riputando che gli sarebbe stato più tosto inutil peso, che frut- 
tuoso acquii^to : ma Tiberio stimò che Ottavio per invidia de' 
suoi successori il facesse, perchè Tion avesser questo vanto di 
ampliar l'imperio come egli avea fatto. Se non che il successa 
dimostrò quanto savio fosse il consiglio di quel prudente im- 
peralore, poiché i suoi successori invano consumarono tutte le 
loro forze in vane imprese e spedizioni , né mai poteron darsi 
questo vanto di aver ridotta tutta la Germania in provincia ro- 
mana ; anzi in progresso di tempo non valsero a reprimere quelle 
stesse nazioni delle quali tante volte i romàni avean trionfato , 
onde avvenne la decadenza ed in fine Ja mina ed estinzione 
dell'Impero di Occidente . 

Le missioni per la Germania cominciarono quasi un secolo 
dopo il pontificato di Gregorio, e nel principio del secolo voi 
papa Sergio vi mandò dodici missionarj. Presso i Frisioni 
erasi comincialo già sin dall'anno 679 a predicar l'Evangelio, 
S. Kilian apostolo della Franconia quivi cominciò nell'anno 
686 la sua missione; ma Gregorio li, che nel 715 fu as- 
sunto al pontificato e tenne la cattedra di Roma poco meno di 
sedici anni, fu colui che inviando in sì vaste province altri 
missionari sotto la condotta del famoso Bonifacio di nazione 
inglese, ottenne straordinarii e meravigliosi progressi. Bo- 
nifacio adempì si bene l'assunto incarico , che si acquistò il 
nome di apostolo della Germania. Egli percorse la Frisia^ la 
JBaviera, la Turingi^ ed altre province. Ebbe per compagno 



Wiflcbirod parimente h^gtese 7 i! quafe più yoJté porlossi a 
Roma per render conto aìl pòhle)ice Sella sua* missione , ed il 
papa Fordinò vescovip tfi tutte qneste contrade, fepehdogli giu- 
rare di ttoh allontanarsi giammai dalla parità della fede , e di 
prestate ubbidienza e devozione sSla chiesa romana. La Ba- 
viera ebbe a questi tempi due isantì veseovi, i (juali si alÈili'^ 
carono benancAé alla conversione di qu«* popofi,Riipertoo sìa 
Roberto vescovo di Sallzbmrg, e Cc^nino vescovip dì Frisinga. 
In questo vnt secolo sotto il pontificato di Zaccaria nel 748 Bo- 
nifacio fu creato arcivescovo di Mìàgonza, la qual città fu di- 
chiarata metropoli dì tutta la Germania ; e Bonifacio accrebbe 
TAlemagna di nuovi vescovi. Cominciarono anche quivi a 
costruirsi badie, ed a que^ tempi ebbe principio la famosa badia 
di Fulda. 

Ma colui che sopra tutti nella Germania estese più oltre la 
religion cristiana e quella riempi di altri nuovi vescovi, fu il pio, 
munificente e religioso Carlo Magno. Egli cominciò a stabilirla 
nella Sassonia , della quale fu nelP istesso tempo apostolo e 
conquistatore, avendo seco Tarcivescovo di Magonza e Tabate 
di Fulda, i quali vi predicarono TEvangelìo. Diede a' sassoni 
i primi vescovi dopò la loro conversione, e fece amministrare il 
battesimo a Wititind loro capo, o re. Allora fu che per con- 
tenerci sassoni bellicosi, inquièti e spesso tumultuanti , fondò 
i vescovadi di Verden, di Minden, di Breme, d'Osnabruck, di 
Paterbona e di Munster, rendendoli assai potenti; ed arricchì 
le loro chiese dì signorie e di ainpl territori, facendo una mi- 
stura di temporalità e ffi spiritualità , ed unendo alle chiavi la 
spada perchè potessero difendersi, e reprimere i sediziosi che 
turbavano il suo regno. Quindi in Germania surse una nuova 
ecclesiastica disciplina di vescovi insieme e principi , Pun de' 
quali potesse essere andie sposo di più chiese, poiché il principal 
fine non era altro che di renderli vigorosi e forti, sì che potes- 
sero ammassar copiose truppe per occorrere alle invasioni, e 
con successo rivolger le armi contro ì nemid aggressori . 



Dalla Germania per Adelardo , abate di Gorbie nella Bas- 
soniay la religion cristiana fu propagata n^lix secolo ne* più 



setteotrkmalì (Mtesi del Nord/ ed Adelsrdii Ai che vi spedi i 
primi miasiooad. hi reigione nella quale oosaaiiciossi a predicar 
rEvaag^]o fu la I)aDÌat óra Daàimarca; ed a' tempi dell'impe*- 
ratore Lodovico il JBuono esseséò stato scaceialo daj suo regno 
Herìojd re di DaDÌmareàv^d avendo questi avuto ricorso alPìtn- 
peraiare, si feoe batlecsare inìsieme eolla regina sua sposa. 
Ansgaria monaco ddla èadia dì CorUe^ ritornandosene Heriold 
soccorso dall'imperatorie in fìanimarea ^ si «ecompagnò col re, 
a ne divenne l'apostolo e l'evangefisla^ fecendo in quel paese 
grandi progressi : sicché hi discorso. d! tempo i re successori 
avendo abbracciato la nuova religione, col loro esempio tras- 
sero i Danesi a &r Io stesso. E Canuto VI, che vi regnò verso 
il fine del xii secolo, feoe predìotr l'Evangelo anche neirEstofìia 
e nella Livonia , ed i suoi successori innalzaron cotanto nella 
Danimarca i vescovi , rendendoli ricchi e potenti , che il re 
Cristoforo I le più fiere 4uri3olenze e rivoluzioni soffrì nel suo 
regno da' vescovi, i quali IMnquietànoA sempre , e finalmente 
lo scomunicarono ; uè il «uo fi^iuolo Erico fti meglio trat- 
tato. Il soverchio fiotere e le ampie ricchezze de* vescovi Danesi 
eredesì essere stata la cagione potissima , per cui net xvr 
secolo avesse 4a Danimarea abbracciata la dottrina di Lutero , 
ed il re ed i nobili resi si fossero doviidiosi /di spoglie si ricche : 
non altrimenti che feèe la Svezia. 



La Svezia e Norv^ia^ dagH antichi. Scandinavia appellata, 
quasi nel tempo stesso sotto quell'imperatore Lodovico il Buono, 
cominciò ad abbracciare là refigiòne cristiana per Ansgario , 
il quale da Lodovico intorno l'anno 830 vi fu mandato a pre- 
dicare l'Evangelo; ma questa prima missione ebbe poco suc- 
cesso. Essendo dappoi' divelluto vescovo di Amburgo, vi tornò, 
e cpiesto secondo viaggio ebbe prospero successo, poiché con- 
velli il re Olaus al quale diede battesiino. (ili Svedesi però osti- 
nati nel lor paganei^mo «teoisero 11 re : sicché da pochi era la 
na^va religione professata, e la maggior parte de* re che vol- 
lero rìleneiia fwon ^sacrificati da* popoli a^ loro ìdoli; ond* è 
che la Svezia novera tanti suoi re martiri. Non si diffuse nel 
regno se non nel xu secoto, ed il re Erick nel 1154 ridusse 



- i76 — 

anche la Finlandia ad abbracciarla. I re saccessori proseguirono 
a maggiormente stabilirla, ed arricchirono le chiese e favorirono 
in guisa i vescovi, colmandoli di privilegi e beni temporali, che 
divennero potentissimi; e poiché il regno era elettivo , questi 
nella creazione de* nuovi re aveano la maggior parte. Ciò 
durò fino al regno di Gustavo L Questi fu che nel xvi secolo 
detto re per assicurarsi nel trono fece dichiarare la corona 
ereditaria; e per torsi il sospetto dì ogni sinistro successo che 
potesse cagionargli il troppo potere de' vescovi , abolì nel suo 
regno la religione cattolica , e v'introdusse la religione luterana 
secondo la confessione d' Ausburg, mitigata e raddolcita per Me- 
lantone. Per questa via Gustavo accrebbe il suo fisco, incorpo- 
rando al demanio regale la più gran parte de' beni ecclesiastici . 



Nella Polonia, la quale? occupa una parte dell'antica Sor- 
matia, la religione cristiana entrò più tardi ancorai verso la fine 
del X secolo, sotto il re Miecìslas , il quale l'abbracciò, e fu 
cagione che i Poloni dietro il suo esempio la ricevessero. Ed 
intorno a' medesimi tempi, e nel principio dell' xi secolo si diffuse 
ancora nella Boemia, presso gli Sclavoni nella Pomerania, nella 
Prussia, e negli altri vicini paesi. La Pannonia , ancorché resa 
più eulta da'romani i quali la ridussero in forma di provincia , 
nulladiraanco poiché fu occupata dagli Unni popoli feroci, ido- 
latrie bellicosi i quali lungamente la possederono ,^ onde cangiò 
nome e da essi prese quello di Ungheria, depose più tardi il 
gentilesimo. Il primo che da duca presela qualità di redi Un- 
gheria, e che abbracciò la religione cristiana, fu nel princìpio 
dell'xi secolo Stefano decorato col titolo di santo, il quale richiese 
da papa Silvestro II la corona, e fu dalla Sede Apostolica ornato 
di molti onori e prerogative, tra le altre quelle d'inalberar la 
croce nella cerimonia dell'incoronazione, di esser unto col sacro 
crisma, e di usar simili riti ecclesiastici; tantoché seguendo 
poscia gli ungheri il èuo esempio , abbracciarono anch' essi la 
nuova religione, ed il regno per la riverenza e divozione che 
professò sempre alla S. Sede fu chiamato regno apostolico. 



— 177 — 

Diversamente procedettero le cose nella conversione della 
Moscovia Russia. Questo sì sterminato e vasto Impero , il 
quale non ristretto dalla sola Sarmazia Europea scorre più in là, 
ed occupa gran parte della Sarmazia Asiatica , cominciò a rice* 
vere la relìgion cristiana intorno a'medesimi tempi ; ed i prin- 
cipj se ne debbono ad una femmina, alla principessa Elena madre 
di Swatostas , sotto la cui tutela costui rimase dopo la morte 
d'Igor suo padre. Questa savia regina, chiamata prima Olga, 
andò nel 953 fino a Costantinopoli a farsi battezzare ; e preso 
il nome di Elena, introdusse nella Russia la nuova religione , 
e dappoi nel 959 fece dimandare all' imperatore Ottone al- 
quanti vescovi per istruire i Russi nella medesima ; ed avendo 
3watostas fra gli altri lasciato Wolodomir suo figliuolo che gli 
succede nel 980, questi abbracciò pure il cristianesimo, e nel 
battesimo prese il nome di Basilio, e richiese in isposa la 
principessa Anna, sorella degl'imperatori Basilio e Costantino. 
Dall' aver Elena ricevuto il battesimo a Costantinopoli da 
questa parentela cogl'imperatori greci, e da' frequenti trattati 
ed alleanze colla corte di Costantinopoli, avvenne che la 
nuova chiesa piantata nella Moscovia ricevesse il rito greco: e 
poiché a questi tempi era seguita la separazione della ^chiesa 
greca dalla latina rimasero i Russi separati da' Latini , e non 
riconobbero la chiesa romana per loro maestra e direttrice, ma 
formarono una chiesa a parte, sottratti assolutamente da qua- 
lunque potestà del pontefice romano. Quindi i'nòmi de' loro 
czari sono per lo più greci , siccome di Basilio , Demetrio , 
Alessio, Michele, Alessandro, Giovanni, Pietro e simili. No- 
vera la Russia anche suoi santi, fra quali il re Alessandro, al 
cui onore Pietro I il Grande fece costruire nella nuova sua città 
di Petersbourg un magnifico tempio. 



Rimangono ancor oggi vaste regioni nella Sarmazia euro- 
pea, e paesi assai più amp) ed immensi nell'Asia settentrionale , 
dove innumerabili popoli della Scizia vivono ancora nell' an- 
tica lor pagana religione . Sono ora conosciuti sotto il nome di 
Tartari , che fu una delle più illustri tribù degli antichi Sciti; 
e la religione maomettana presso di alcuni fu abbracciata, sic- 

Tom. IL i5 



— 178 — 

come appo i Tartari maomettaiii che sono dentro la Crimea , 
que' che abitano intorno al Ponto^Eusino ora detto il mar Nero, 
e coloro che sono vicini al mar Caspio: i quali ultimi, fra tutti 
i più viziosi, sono caduti in mille scelleratezze: e molto diversi 
dagli antichi Sciti toro maggiori, i quali viveano sobri, senza 
delizie, senza vigne, senza orti e senza lavorar terreni; nudri- 
vansi di latte, di erbe, di carne di bestie selvagge, e l'unica loro 
occupazione era la caccia ed il pascere le greggi : e non aveano 
alcuna stima dell'oro, dell'argento, e molto meno delle gemme. 
Questi Tartari maomettani al contrario vivono di rapina, 
e raccolti in brigatacome ladroni scorrono le contrade rubando 
e saccheggiando di qua e di là. Gli altri in maggior numero 
che vivono nell'antica lor religione, specialmente i Tartan 
Calmucchi , serbano gran parte de' costumi , e della equità , 
probità ed altre virtù degli antichi Sciti ; sicché non avendo 
avuto la sorte di essere illuminati della vera fede, meglio fu per 
essi rimanere nell'antica pagana che far passaggio alla mao- 
mettana. 



FINE DEL L1BB0 SECONDO. 



^ 179 - 



LIBRO TERZO 



AUTORITÀ DEL PONTIFICATO ROMANO 
SOPRA LE CHIESE DELL'ITALIA E DELLE SUE ISOLE 



PARTE PRIIEJL 

Italia Superiore 



INTRODUZIONE 

Eccoci^ dopo aver percorse le altre provìnce (i*Éuropa, in 
Italia, nel centro della religione, dov'è collocalo il seggio mag- 
giore della vera fede, e dove il pontefice Gregorio fece con più 
vigore valere i diritti e le preminenze della sua cattedra sopra 
tutt' i vescovi e le chiese. 

Roma, considerandosi la polizia dell'imperio , cominciava 
a decadere dall' antico suo splendore , e quella che fu un 
tempo la prima regione del mondo, mancò poco che non ne 
divenisse l'ultima. Le tante incursioni di straniere e barbare 
nazioni la posero sovente a saccomanno. L' irruzione e de- 
predazione d'Alarico re de' Westrogoti , seguita nell'anno 400 
sotto Onorio , fu spaventevole e ruinosa. Radaguso re degli 
Unni minacciava distruggerla affatto. Sótto Vàlentiniano III 
successore di Onorio non furon minori le desolazioni eruine. 
Attila la minacciò dell' ultimo eccidio. Genserico re de' Van- 
dali ed Odoacre re degli Eruli a loro arbìtrio elevavano e de- 



— 480 — 

ponevano gli ultimi imperatori. In fine l'imperio di Occi- 
dente cadde e si estinse in Augustolo, rimanendo' preda delle 
nazioni settentrionali. 

Roma fino ad Onorio erasi mantenuta capo dell'imperio di 
Occidente e sede imperiale ; ma dappoi per occorrere alle in- 
vasioni ed essere più pronti alle difese, mutossi residenza; 
ed ora in Milano, ora in Ravenna, ora in Aquileia^ come 
città più vicine ed acconce a resistere alle incursióni de'bar- 
bari che da quella parte entravano in Italia , si trasferì la 
somma delle cose. I re ostrogoti sotto V imperatore Giusti- 
niano Magno ridussero la •città di Roma in un mucchio 
di rovine, sen^ senato, senza popolo e senza abitatori; e 
tuttoché per Relisario e Narsete fossero dappoi gli ostrogoti 
stati scacciati d'Italia e si procurasse rifarla, non potè mai 
ridursi al pristino suo stato. I Longobardi la ridussero poscia 
in istato tanto lagrimevole e miserabile, quanto ci vien descrìtto 
da Gregorio in queste sue epìstole. Accelerò e rese perma- 
nente la sua decadenza l'avere gì' imperatori di Oriente costi- 
tuito in Ravenna l'Esarca, magistrato eminente e supremo in 
Italia, a cui doveano essere .soggetti ed ubbidire gli ufficiali 
minori imperiali che si mandavano in Roma per reggerla col 
suo distretto, divenuto un picciol ducato ; poiché quasi tutto il 
resto d'Italia era passato sotto la dominazione de' Longobardi . 

A' tempi dì Gregorio l'Italia non era divisa ne' tanti nuovi 
dominj che in appresso si stabilirono.. Riconosceva due sole si- 
gnorìe. Le province mediterranee erano passate quasi tutte sotto 
la dominazione de're Longobardi. Le città marittime o prossime 
al mare^ ed egualmente le ìsole, poiché i Longobardi non 
aveano armate navali, ma erano sol forti per eserciti terrestri, 
rimasero sotto gl'imperatori greci d'Oriente, Gregorio colla sua 
prudenza ed accortezza seppe mantenersi amici così gli uni come 
gli altri , onde la sua autorità crebbe sopra * tutti gli altri 
vescovi d'Italia- Nulladimanco per questi cangiamenti e mu- 
tazioni di cose depressa Roma, i vescovi di queste tre città, 
Milano, Aquileìa e Ravenna, seguendo la nuova disposizione 
dell'imperio, a guisa de' patriarchi di Costantinopoli, s'inge- 
gnarono d' innalzare le loro sedi , e pretesero contender del 
pari colla chiesa di Roma , sostenendo che questa non do- 



— 181 — 

vesse impacciarsi nelPordinazione de' loro vescovi e negli altri 
affari ecclesiastici delle loro province. Il vescovo di Milano, 
essendo quella provincia appartenenza del prefetto d'Italia e 
non già del prefetto di Roma, pretendeva che sopra questa sola 
prefettura dovesser restringersi le ragioni esarcali ovvero metro- 
politiche del vescovo di Roma , e non estendersi sUjIe ordi- 
nazioni de' vescovi comprovinciali dell'altra. In effetto, siccome 
rapporta Teodoreto, eletto che fu vescovo di Milano S. Ambrogio 
da' milanesi senza ricorrere in Roma e senza ministerio del 
papa, fii egli ordinato da' vescovi comprovinciali , e questa 
pretensione per più secoli ebbero almeno nell'animo molti ar- 
civescovi di Milano. Quello di, Aquileia pretendeva lo stesso ; 
se non che poi distrutta per Attila questa città , furono anche 
represse le splendide sue idee. Molto più magnifiche furono 
quelle del vescovo di Ravenna , come colui il quale avea la 
sua sede nella città stessa metropoli dell'esarcato , ^al quale era 
sottoposta Roma col picciol suo ducato. Ma assunto al ponttfi*- 
cato romano Gregorio, fece questi valere con vigore le sue pre- 
minenze sopra tutti tre e sulle loro province , facendo vedere 
che la polizia della Chiesa non dipendesse da quella dell'im- 
perio e dalla varia disposizione che le mondane vicende pò-, 
tessero arrecargli ; ma che la sua cattedra , come quella nella 
quale sedè il principe degli apostoli , per qualunque muta- 
zione che accadesse alla città, fosse sempre la stessa , alla quale 
erano indissdulnlmente congiunte le alte prerogative che la 
rendevano suprema fra tutte le chiese del mondo cattoHco : 
e quindi fu che Gregorio in queste sue epìstole non mai ri- 
corse per pruova della sua preminenza alla disposizione dell'im- 
perio per esserne stalo Roma capo; ma, come si è veduto, uni- 
camente appoggiossi alle prerogative della cattedra dipendenti 
dalla persona di S. Pietro, delle quali doveano goder tutt' i 
suoi successori. Andremo perciò, seguendo il nostro istituto^ 
manifestando ne' seguenti capitoli , per quanto da queste sue 
epistole si raccoglie, qual'energica e forte autorità questo pon- 
tefice esercitata avesse sopra tutti tre questi arcivescovi , inco- 
minciando da quel di Milano. 



— 181 — 

CAPO I. 

Premiiieiize esercitate da firegerio 
sopra l'Arcivescovo di Klano. 

Il primo vescovo di Milano di cui accada in guest' epistole 
farsi memoria, fu Lorenjo, al quale Gregorio scrisse per com- 
porre alcune liti insorte tra Costantino diacono della chiesa di 
Milano ch'era in Sicilia ad amministrare il patrimonio della 
sua chiesa, e gl'institori ovvero economi della chiesa romana 
intorno all'esazione de' redditi, e ad alcuni conti fra di loro ; 
d'onde si manifesta che non pur la chiesa di Roma, ma anche 
quella di Milano ebbe in Sicilia suo patrimonio (i). 

Questo Lorenzo aveva scomunicato Magno prete della chiesa 
di Milano , il quale ricorse in Roma al pontefice Gregorio per 
far dichiarare invalida ed iijgiusta la censura; ed intanto Lo- 
renzo morisserie> lasciando vacua la sua sede. Gregorio esaminò 
la causai e non trovando colpe tali che la meritassero^ concedè 
a Magno l'assoluzione : Hujus praecepti nostri aucloritate 
mtmitus y offeium tuum securus perage ^ $t communionem 
iine aliguasìMe forrdidine (2). Inoltre gPimpone che essendo 
vaòante la chièisa di Milano per la morte di Lorenzo, ammonisse 
il clero ed il popolo ad eleggere il successore, e procurasse che 
neirelezione non seguissero discordie , ma si consentisse nel- 
la scelta di persona proba ed idonea, per esser indi ordinala 
e consacrata. 

' La disciplina ecclesiastica di que' tempi era, l'elezione ap- 
partenersi al clero ed al popolo^ e l'ordinazione a' vescovi vicini 1 
I pontefici romani pretèsero che i vescovi senz' autorità e be- 
neplacito della Sede Apostolica non potessero ordinare l'elètto ; 
secondo queste lettere di Gregorio, tal era il costume praticato 
anche co"* vescovi di Milano: anzi Gregorio voleva egli vedere 
ed esatóióare se reiezione fosse libera e di comun consenso 
de'naturali del luogo ; e ciò fatto, se reputava idonea la persona 

(1) Lib. I, ep. 80. 

(2) Lib. U, iQd. XI, ep> 26. 



elatta , e non ostasserro i sacri canoni , dava permissione 
e licenza a' vescovi comprovinciali di consacrarla. Così ado- 
perossi col successore di Lorenzo. Àveano i milanesi man- 
dato a Gregorio, per Magno prete e per Ippolito chierico della 
loro chiesa, l'elezione fatta in persona di Costanzo diacono della 
stessa chiesa; ma poiché non era sottoscritta, ancorché Gregorio 
vi prestasse tutta la fede per la probità delle persone con le 
quali i milanesi a lui trasmessa l'aveano; ed intorno all'idoneità 
della persona eletta^ da lui conosciuta fin da che era in Co- 
stantinopoli , non avesse alcuna difficoltà; nulladimanco ri- 
chiese anche il consenso di que' milanesi, i quali per le guerre 
allora ardenti co' longobardi si erano ritirati a Genova, onde 
con sua epistola commise a Giovanni suo sottodiacono , che 
dovesse condursi a Genova e richiedere que'milanesi se all'ele- 
zione fatta prestassero consenso ; ed ottenutolo , si portasse 
a Milano: sicché perdurando tutti nella stessa volontà , da' 
propri vescovi facesse ordinar Costanzo: Tunc eum a prò-- 
priis Episcopis , sicut (mtiquitatis mas exigit, cum no-* 
$trae auctoritatis assensu^ solatiante et auxitimte Do" 
ìHinQ, facias consecrari: quatenus hujusmodi servata 
consuetudine, et Apostolica Sedes proprium vigor em re* 
tineat, et a se concessa aliis jura non minuat (1). Gio- 
vanni in fatti adempì quanto da Gregorio gli sì era imposto,, 
siiccome fecero i preti , diaconi e tutto il clero di. Milano a' 
quali Gregorio benanche scrisse (S); e cosi fu proceduto all'or- 
dinazione di Costanzo senza contrasti e tumulti. Anzi, poiché 
in que' tempi tutti turbati e sospetti per le guerre co' longo* 
bardi, nell'elezione de'vescovi di città principali e più esposte 
era richiesto pure l'esarca di Ravenna se consentisse nella per- 
etta detta e non fosse questa a lui sospetta ; Gregorio scrisse 
ancora un'altra lettera Romano Patricio et Exarco Italiae , 
nella quale l'informò di quanto egli avea disposto intorno all'or* 
djyaazioae di Costanzo eletta , avendo imposto a Giovanni suo 
sottodiacono che secondo l'antico costume lo facesse consacrare 
da' vescovi, sicut vetus mos exigit^ cum nostro tamen 

(1) Lib. II, ep. 30. 

(2jEp.29. . [ i..' .:/ 



nssensu ; onde lo prega dì proteggerlo e favorirlo , reDdendo 
testimonìaDza , ohe quegli , da molto tempo ben da lui cono- 
sciuto, fosse uomo fedele, probo e dabbene (1). 

Le prime lettere del III libro si veggono indirizzate al nuova 
vescovo Costanzo. Nella prima si rallegra dhe ei sia stato da'suoi 
milanesi ben accolto, e lo consiglia ad esser discreto , non 
iracondo, ma quale ad un saggio vescovo si conviene. Gl'invia 
il pallio in dimostrazione della subordinazione alla chiesa di- 
Roma siccome era il costume : pallium ad sacra Missarum 
solemnia utendum ex more transmisimus. Nella seconda lo 
conforta a non isgomentarsi se alcuni vescovi e la regina Teo- 
dolinda istessasi erano separati dalla sua comunione, imputan- 
dolo di non sana credenza per avere accettati, siccome il suo 
predecessore Lorenzo, i tre capitoli creduti contrari al concilio 
calcedonense. Egli cosi in questa come nella seguente terza 
epìstola dichiara, que' capitoli non contenere cosa alcuna che si 
opponesse a quel concilio, ch'egli accettava, anzi anatematizzava 
chi tenesse il contrario : che ne avrebbe scrìtto alla regina per- 
chè non si lasciasse sedurre dagFignoranti che diversamente 
credevano, i quali (valendosi delle parole di S. Paolo) no» »»- 
tetligunt ncque quae loquuntur, neque de qmbus affirmant. 
In effetto scrisse a Teodolinda , regina de' lougobardi dì cui 
godeva tutta ramicìzia e buona grazia^ quella lettera che porta 
in fronte il tìtolo Theodolindae règinae Langobardornm^ 
Si meraviglia che ella avesse sospeso ogni comunicazione con 
quel vescovo a torto calunniato , credendo ad uomini stolti ed 
ignari che non intendevano quel che dicessero. Con grave 
errore da costoro supporsi che la pia memoria dell'impe- 
ratore Giustiniano avesse a' suoi tempi qualche cosa costituito 
contro il concilio di Galcedonia: cosa falsìssìma; nos enim , 
teste conscientia, fatemur de fide ejusdem S. Chalceda- 
nensis concilii in nullo vexaretùr. Là esorta perciò a co- 
municare col vescovo Costanzo , essendo a lui ben nota l'in- 
tegrità della sua fede e la probità della sua vita; e siccome avea 
benignamente rice3mta la sua ordinazione , così volesse pro- 
teggerlo e favorirlo, rimettendo» nel di più a quanto le avreb^ 

(1) yb. II. ep. 31. 



— 185 — 

bèro esposto Giovanni abate- ed Ippolito notaio suoi messi. Dal- 
l'epistola diretta a Costanzo (1)- si manifestano ancora alcune 
notìzie atte a rischiarare la storia Longobarda di que' tene- 
brosi tempi; poiché si vede che Gregorio trattava la pace, 
per mezzo di questo vescovo di Milano e di Giovanni ed Ipo- 
lito, tra il re e la regina con l'esarca di Ravenna, e voleva 
essere informato da Costanzo di ciò che si passava , quia , gli 
dice, para^te^ svm in causa ejus impendere ^ si ipse utiliier 
aliquid cum republica voluerit ordinare : lo stesso si rac- 
coglie ancora da altre sue lettere, specialmente dall'altra 
scritta a Teodolinda, della quale parleremo in appresso (2). 

Avendo Venanzio vescovo di Luna avuto ricorso a Gre- 
gorio, dolevasi che nella sua diocesi il numero de' chierici e 
religiosi vagabondi ed indisciplinati fosse cresciuto in guisa che 
egli non bastava a reprimerli , e lo pregava a volergli dare 
aiuto , commettendone l'inquisizione e la cura anche al ve- 
scovo di Milano, il quale con là sua autorità lo assistesse a met- 
terli a dovere. Il pontefice commette a Costanzo, che valendosi 
di Venanzio , cuncios Clericos ceterosque retigiosos prae-- 
nominatae civitatis et territorii ejus de excessibus , quo^ 
rum aliquid est suspieionis^ ad te venire compeltas ; atque 
cuncta..... subtiliter inquirentes, si quem a canonumstor 
tutis > recessisse reperieris , canonica eum ultione corri- 
ffife{5). 

Avendogli Costanzo scrìtto , che il vescovo di Brescia suo 
soffraganeo , insieme col suo clero dubitasse pure della cre- 
denza di Costanzo medesimo sopra i cotanto rinomati tre capi- 
toli , Gregorio gli risponde e gli rende ragione perchè nella 
lettera diretta alla regina Teodolinda avea fatta menzione de' 
quattro soli conci! j, non già dei quinto tenuto dopo in Costan- 
tinopoli, poiché in questo niente erasi costituito contro que' 
quattro : quippe quia in ea de personis tantummodo , non 
a/utem de fide aliquid gestum est , et de Ms personis , de 
quiéus in Chalcedonensi concilio nihil continetur , sed 

(ì) Ep. 2. 

(2) Uh. xn, ep. 7. 

<5) Lib. XII, ep. 22. 



--186 -^ 

post expressos canones facta eontentiò, et extrema aetio 
de per Sonia vefUilata est (i). Lo istruisce aooora » die se 
dal suo predecessore Lorenzo nella solennità delie messe era 
rammentato il nome di Giovanni vescovo di Ravenna^ conti- 
nuasse anch'egli a farlo; ma se non lo faceva, ed il vescovo 
di Ravenna nelle sue messe non memorasse del pari .il suo 
nome ; quae necessitas eogat ignoro j ut vos iltius faciatis. 
Gl'impone in fine, ^ che se mai nella causa di Fortunata occor- 
ressero difficoltà, in nostro debeant indizio ventilari. 

Da una nuova epistola diretta allo stesso Costanzo maggior- 
mente appare quanta fosse la subordinazione de' vescovi di 
Milano al pontefice Gregorio (!2). Intorno a più cose richiese 
questo vescovo a Gregorio sua norma e regolamento, special- 
mente se dovea riporre ne' loro ordini i già* deposti dal suo 
predecessore Lorenzo , tra' quali un Àmandino già prete ed 
abate ; e Gregorio gli risponde che no '1 facesse , perchè 
sarebbe lo stesso che rallentare e rompere il rigore delia di- 
$ciplina ecclesiastica. Lo stesso rigore usò con Vitaliano già 
prete, che mandò in Sicilia , senza speranza di far ritorno 
alla sua chiesa, per ivi finire in penitenza i suoi giorni. Privò 
del suo ufficio Giacobino di Porto Venere , già diacono ed 
abate, ed ordinò che altri fosse in suo luògo rifatto , siccome 
fece ancora altri tre sdttodiaconi, a'quaK non permise la. comu^ 
nione se non fra' laici. Comandò che Saturnino, già prete ^ 
non potesse aspirar mai a' sacri Ordini; e che si rimanesse 
in queQ' isola dov'era! dtato relegato. La càusa di Fortunjsito 
avoca da Milano in Ron^a ^ ed ordina cbe Costanzo màmtesse 
quivi persona istrutta , affinchè potesse egli esaminarla e deci-* 
derla. Ecco come Gr^orio disponeva delle cause, e giudicava 
de' delitti de' sudditi stessi del vescovo di Milano. Ed ia altra 
epistola, avendo Costanzo deposto uà vescovo suo suSra^ 
gabeo ^ il quale oltre i tre mesi contro i canoni avea dimo-* 
rato fuori della sua dioeesji; gl'impone che in suo luogo do^ 
Vesise ordinariie un altro , péfcbò lungafi^nte là chiesa non fosse 
senza rettore (2). Se ne leggono due altre indirizzate al mede- 

(1) Lib; III, ep. 37. 

(2)Lib. IV. ep. 17. •• .. - 

(3) Lib. VI, ep. 14. r . 



- 487 TT 

Simo , nelle eguali gli raccomanda che procurasse ridurre i 
chierici della chiesa di Como all'uoilà della chiesa romana, 
dalla quale si eran separati a cagione di essere stati spogliati 
dalla medesima di una villa detta Aurìana^ poiché egli pro- 
metteva di farla restituire (1). Ed in altra delega a l;ui ed a Ma-^ 
rìniano vescovo di Ravenna la causa di Massimo vescovo di 
Salona ndla Dalma:aa, perchè la' giudic^se in Ravenna aven- 
done già dato avviso a quel vescovo f non che a Castorio suo 
notaio residente in Ravenna (2). Con altra epistola dello stesso 
librò gli manda le reliquie richiestegli di S. Paolo apostolo , 
di S. Giovanni e di S. Pancrazio , ma prescrive che avesse 
cura di stabilire un fondo pe'Uimi ed ornamenti de' chie- 
rici che doveano as^stere al santuario (3). In altra gli racr 
comanda il vescovo jPilagrio , cieco, perchè gli renda giù* 
sliàa in una lite che ^vea con gli uomini di sua chiesa ^ i 
quali gli aveano occupato un campo ed una vigna; e non lo 
feccia contribuire con gli altri .cittadini di Genova nelle collette; 
3Ìccome pure gli Caccia render giustizia in un'altra Hte che ay^a 
coli la chiesa di Tortona (k). Riprova ^iatli.e l'ordine tenuto 
nella. cau^a del vescovo PompeOv.il quale, avendone appellato ia 
Roma, faceva egli diligenten^ente rìesanjinarla, ed intanto )o 
riputava ancor vescovo, j[)er esserti «tato in una causa ahnanca 
dubbia condannato (S). , , 

^ Morto Costanzo, superstite tuttavia Gregorio , noh n^ncò 
(questo pontefice di serivere al popola e cler^ milanese, i quali 
glie ne avean data notizia ^ pabulo, pre&òyferiSy diàconi $ > ei 
Uero Mediala^. (6), che fosser solleciti in eleggeare il sucpes- 
soj:e:. e 4]uesti concordemente avendo eletto Diodato diacono della 
IfH* chiesa; comunicarono^l'elezione a Gregorio, perche consta 
permissione e ponsenso fosse l'eletto ordinato da^ vescovi eom^ 
provinciale II pontefice approva l'elezione fatta nella persona di 
Diodato, come a lui ten uQta edi somma probità, onde prQsta^ 

(1) Lilfc VII, Ind. II, ep. 57. 

' (2)Ep. 63. \ . .. ' ^' \ . , 

"{3)Ep.8S. 

(4) Ep. in. 






t , }. '. 



-. 188 — 

il consenso per l'ordinazione, eum praesentium seriptorum 
auctoritate solemniter decemimus ordinari. 

Sono da avvertirsi in questa epistola alcune cose per ischiarì- 
mento dell'istoria di que' tempi. I longobardi non si erano ancora 
resi padroni della città di Milano , ma tutt' i paesi all' intorno 
erano passati nella lor dominazione sotto il re Agilulfo, il quale 
pretendeva aver parte in quest'elezione e minacciava che da'Ion- 
gobardi si sarebbe eletta altra persona ; della qual cosa attristati 
i milanesi ne scrissero al pontefice tutti paurosi ed atterriti : ma 
Gregorio fece loro coraggio, che stessero pure sicuri, che qua- 
lunque persona fosse stata elètta da'longobardì, egli non avrebbe 
giammai prestato ad una tale elezione il suo assenso : nec si 
. alicujus praesnmptionis usurpatione factm fuerit, in locum 
vel ordinem itlum sàcerdotis suscipimus : quia vicarius S. 
Amorosa indignus evidenter ostenditur, si electus a talibus 
ordinatur. Ad essi rammenta eziandio di non doversi di ciò 
attristare , poiché non mancherà alla chiesa di Milano ed a' 
suoi chierici il bisognevole sostentamento , le sue possessioni 
e rendite non essendo He' luoghi occupati da' longobardi , 
ma in i^cilìa dove avea S. Ambrogio il suo patrimonio , 
ed in altre parti della repubblica. Nec enim est quod vos 
hoc ex causa detèrreat^ velaliquam voòis necessttatemin- 
cutiat : quia unde possunt alimenta S. Ambrosio servieti- 
tibus clericis: ministrari, nihil in hostium locis, sed 
in Sicilia, etinaliis.Reipublicae partibus, Deo protegente, 
consista. 

E perchè l'ordinazione di Diodato presto avesse luogo, spedi 
tosto Panlaleone suo notaio in Milano per sollecitarla : qui eum, 
ut moris est, annuente consensus nostri auctoritate, faciat 
consecrari. E siccome Gregorio era attentissimo a conservare 
ì beni ed accrescere i patrimonj della propria sede , commise 
allo stesso Panlaleone, che essendo state lasciate alla sua chiesa 
dal prete Magno alcune possessioni , ne avesse cura e pen- 
siero, siccome degli altri interessi ed utilità delia medesima , 
raccomandandolo a' milanesi che in ciò gli prestassero ogni 
assistenza e favore. 

Scrìsse poi Gregorio un'ultima lettera al clero e popola di 
Milano, essendo ancora la sede vacante, nella quale raccomanda 



- 189 — 

la causa della nobìl donna Aretusa, da molto tempo ivi pendente, 
affinchè ordinata la chiesa^ la facciano presto terminare ( 1 ) . 
, Ebbe l'ordinazione di Diodato felice successo , onde si- co- 
minciano a leggere alcune lettere di Gregorio indirizzate al me- 
desimo già vescovo di Milano, dove gli prescrive come debba 
regolarsi in una causa tra la sua chiesa e Luminosa figlia del 
fratello del suo predecessore Costanzo (2). Àvea questo vescovo 
lasciati alla medesima ed a' suoi figliuoli alcuni beni immobili 
a tìtolo dinegato; ma il clero di Milano la inquietava , preten- 
dendo, come lasciati dal vescovo, appartenersi adla chiesa; Gre- 
gorio scrive a Diodato che non la facesse molestare, poiché 
que' beni erano stati acquistati da Costanzo prima di esser ve- 
scovo, essendo allora diacono ; e non si proibisce a' vescovi 
disporre de' loro beni che avessero già, ma di que'soli acquistati 
col vescovado : e se mai sopra ciò ' occorresse difficoltà , cioè 
se fossero acquistati prima o dopo; per toglier da lui ogn'invidia 
egli avocava la causa in Roma per decìderla : quatenus et 
vos ab invidia sitis estranei, et nos quod convenit facere 
nutlatenus omittamus. ÀI vescovo stesso si vede diretta un'altra 
sua lettera, nella quale sopra ricorso fattogli da Teodoro , ve- 
scovo comprovinciale, de'torti che gli si facevano, Gregorio de- 
lega la cognizione della causa al vescovo Venanzio, e gl'im- 
pone che con sollecitudine mandasse al medesimo il difensore 
della sua chiesa per allegare le sue ragioni ; come a Venanzio 
aveva imposto che gli facesse di tutto relazione, ut nos ejusdem 
negata cognita ventate suis ipse epistolis eertiores red- 
dat (3). Di questi tre soli vescovi, di Lorenzo, Costanzo e 
Diodato, i quali durante il pontificalo di Gregorio ressero la 
chiesa di Milano, abbiamo in quest'epistole fatta memoria; e 
quanto sopra i medesimi e nella loro elezione ed ordinazione 
facesse valere Gregorio le sue preminenze, già si è veduto. 
. Non vi è dubUo che sopra la vasta provìncia del metropo- 
litano di Milano, passata quasi che intiera sotto la dominazione 
de' longobardi, agevolassero a Gregorio l'impresa la grazia ed 
il sommo favore che si aveva con la sua prudenza ed accortezza 



(1) Lib. IX, ep. 10. 

(2) Lib. X, ep. 41. 

(3) Lib. XI, ep. 37. 



- 190- 

acquistato presso la regina Teodolinda ed il re suo marito, resi 
cattolici e fatti riverentissimi della chiesa dì Roma , e spedd* 
mente del pontefice Gregorio, il quale eraà molto cooperato 
nella pace seguita eoa l'Esarca di Ravenna. Prima sotto il re 
Autarì perfido ariano i longobardi facevano allevare ì loro fi- 
gliuoli nell'ariana fede, e questo re proibì anche a' genitori di 
farli nella pasqua battezzare nella fede cattolica ; onde Gregorio^ 
morto Autari, il quale àapù tale divieto non vide per castigo di 
Dio la pasqua del seguente anno , scrisse a tutt' i vescovi 
d'Italia che con somma cura e studio procurassero di ridurre 
i traviati nel grembo della Chiesa cattolica, siccome si legge in 
quella sua epistola indirizzata Vniversis. Episeopis Italiàe{i). 
Merita pure di essere avvertita l'altra lettera che scrisse alla 
stessa regina , la quale aveagli dato parte di essersi sgravata 
d'un figliuol maschio , e che faceva nudririo nella fede catto- 
lica. Si rallegra , che Langobardorwm genti novum regem 
in timore suo feliciter nutrirei. Le trasmette il libro com- 
pilato sopra il sinodo celebrato a' tempi dell'imperatore Giusti- 
niano, perchè insieme col re suo marito conosca quanto fossei* 
Mse le calunnie sparse contro la Sede Apostolica. Le manda 
benanche* per Adulowardo re e per la sua sorella alcuni doni : 
per Adulowardo una croce nella quale era racchiuso un pezzo 
di legno della santa croce del Signore, ed un Evangelio rav- 
volto in una coperta persiana ; ed alla sorella tre anelli , due 
guerniti di giacinti , ed uno con pietra che Gregorio chiama 
aliola^ intendendo forse della gemma eringe. Chiude la lèt- 
tera pregandola di rendere in suo nome al re suo marito 
molte grazie per la paée fatta, e di mantenerlo per l'av- 
venire nell'istesso proposito . per pubblico bene e quiete de* 
popoli : 'Petimus ut exceltenti&simo fUio nostro regi con- 
jugi vestro , prò noòis de facta pace gratias referatis ; 
atque ejus animwn, sicut consuevistis^ ad pacem de futuro 
per omnia provooetis (2). 

, (i)Lib. I, cap. 17. 
(2) Lib. XII, ep. 7. 



— m — 
CAPO If. 

t 

fnmmnaid esercitate da firegerio 
Bopra l'ArdvesGOini di Aqnilèia. 

Àquileia , città della decima regione dltalìa che guarda ìi 
mare Adriatico, da cui non è lontana che quìndici miglia, posta 
presso i fiumi Natiso e Turro(l) che la circondano^ a'tempidel- 
rimpejratore Onorio crebbe in roagnificenMi, e si rese più nu- 
merosa di abitatori a cagion che quivi, per reprimere le scor- 
rerie delle nazioni barbare che da questa parte inondavan 
ritalia, si trasferì la somma del governo; ma il terribil^ 
guasto che poi le diede Attila re degli unni la desolò. Pare 
sotto gl'imperatori di oriente si rifece alquanto , ed a' tempi 
dì Gregorio manteneva aiicora qualche residuo dell' antico 
splendore, ed il suo vescovo pareggiava quei di Milano e di 
Ravenna, o almeno poco ne stava iti dietro. Ma il tempo edace 
che tutto consuma , e fa che le ampie città sian pure soggette 
a perire, ora non lascia in lei più scorgere che picciol residuo 
ddralte sue mine, appena noverandosi dì quest'antica e splen- 
dida città non più che trentacinque case. 

II vescovo di Àquileia era metropolitano della provincia 
d'Istria, dalla quale per questo iato oi^ientaie comincia l'Italia, 
separandosi per mezzo del fiume Arsia , dall' Illirico; siccome 
dall'oppo^ fronte occidentale la Liguria è la prima che il 
fiume Varo divide dalla Gallia Narhonense: e queste due 
Provincie, l'una dall'oriente e l'altra dall* ocddento , racchiu- 
dono le Alpi 8 le genti alpine , le quali dalle Alpi marit- 
time del Ligustico mare, dalle Cozie, Graje, Pennine , Centro- 
niche , Tridentine e Gamiche, fino alle Alpi marittime dd- 
Plstria versoi' Adriatico, circondano Falla Italia, siccome tutto il 
rimanente è circondato dalfuno e dall'altro mare superiore ed 
inferiore, onde il nostro Petrarca in un sol verso esatta- 
mente la descrisse dicendo : 

Che Àppennin parte, e il mar circonda, e l'Alpe. 

L'Istria die in forma d'una penisola sporge nel mare , e 

(i j Oggi Natissa o NatìsoBe e Torre. 



- 194 — 

le Venezie, come provinole marittime , essendo lunghissimo 
tratto bagnate dall'Adriatico , a' tempi di Gregorio non eran 
passate sotto la dominazione de' longobardi , ma duravano 
ancora sotto gl'imperatori greci, ed ubbidivano all'esarca di Ra- 
venna, lor prìncipal ministro, costituito ivi per regger l'Italia. 
Fra i vescovi dì oriente erano insorte gravi liti e con- 
trasti intorno a' tre famosi capitoli stabiliti a' tempi dell' impe- 
ratore Giustiniano. Alcuni pretendevano che per quelli si ro- 
vesciassero i canoni del concilio Calcedonense; e poiché la chiesa 
di Roma gli avea ammessi, non volevano comunicare colla me- 
desima, riputandola in ciò eretica. All'incontro i pontefici ro- 
mani, seguendo la dottrina e calcando le orme del gran pon- 
tefice S. Leone, e sopra gli altri Gregorio , sostenevano per 
quei capitoli in niente essersi violato e derogato a quel con- 
cilio , e che ben potevano stare insieme , sicché la chiesa di 
Roma professando sempre la dottrina de' quattro concilii Ecu- 
menici non dovea riputarsi eretica. Dalle lettere rammentate 
innanzi di Gregorio alla regina Teodolinda ed al vescovo di 
Milano Costanzo si é veduto quanto Gregorio si adoperasse di 
torre dalla mente degli uomini un tal errore , mostrando esser 
una manifesta calunnia ciò che lividamente s'imputava alla 
sua chiesa. Nondimeno molti vescovi dell' Istria erano ca- 
duti nel medesimo errore ; e facendosene capo il lor metropo- 
litano Severo vescovo di Àquileia, questi separossi colla mag- 
gior parte de' suoi vescovi conprovinciali dalla chiesa di Roma, 
e fu autore di uno scisma che per luogo tempo tenne divisa 
questa provincia , sicché due metropolitani vi si videro , uno 
de' cattolici, l'altro degli scismatici. Severo vescovo di Àquileia 
capo dello scisma^ più volte ammonito da Gregorio che si riu- 
nisse alla Chiesa cattolica , dava buone parole e facea credere 
di aver lasciato il suo errore ; ma eran tutte apparenze^ poiché 
non l'abbandonò mai, anzi sempre più imperversava , e pro- 
curava render più forte e numeroso il suo partito ; sicché 
Gregorio scorgendo che per reprimere una tanta contumacia 
oravi bisogno dell'autorità imperiale , ottenne ordine dalFim- 
peratore col quale si comandava a Severo di doversi co'vescovi 
della sua parte condurre in Roma per essere ivi giudicati . Im- 
mantinente Gregorio spedì in Àquileia un suo notajo ad inti- 



— 193 - 

Tiiarlo , imponendogli quanto sì legge neli' epistola a Severo : 
indirizzata imminmte latore praesentium^ juxta christianissimi 
et serenissimi rerum Domini jmsionemy ad B. Pelri apostoli 
Hmina cumtiiis sequacibus venire te volumm^ ut auctore Deo, 
aggregata Synodo , de ea quae inter vos i>ertitur dnbietate y 
qmd justum fuerit jvdicetur (1), Scrisse pure alFEsarca di Ra- 
venna che gli prestasse assistenza, e commise ad Antonio di- 
fensóre della Chiesa di Roma dimorante in Aqaìleia che instasse 
e ne sollecitasse il venire. Severo vedendosi stretto dall'or- 
dine del papa e dell'imperatofe , dall'Esarca di Ravenna e 
dalle istanze del difensore, fuggì via e ricoverossi a Ravenna. 
Quivi per mezzo di Giovanni vescovo di Ravenna , per non 
esporsi alla giudicatura di Roma, tanto fece e disse, simulando 
pentimento e detestando Terrore , che finse unirsi di nuovo- 
alla chiesa romana, onde dopo un anno, vedendo le cose poste 
in quiete, tornossene in Aquileia. Ma fra poco tempo essendosi 
mutato lo stato delle cose, e Timperalore Maurizio, siccome 
fu da noi altrove avvertilo , cominciando ad alienarsi da Gre- 
gorio^ riputandolo non men fatuo per essersi fatto ingannare 
da' longobardi , che ambizioso pe' contrasti mossi per causa 
leggerissima della voce Ecumenico al patriarca di Costanti- 
nopoli ; Severo , animato anclie da' vescovi suoi parteggianti , 
ricorse egli all'imperatore, e dolendosi della violenza che vo- 
leva usargli Gregorio , ottenne da Maurizio , disposto già 
a favorirlo, un'ordine col quale si comandava che gli sci- 
smatici non dovessero essere costretti ad unirsi con la chiesa 
di Roma, ma che rimanesse in libertà di ciascuno, in quella^ 
controversia che avea più dell'astratto che del reale, di se- 
guire quel partito e quella opinione che gli paresse più veri- 
simile. Quindi Giovanni diacono scrittore della vita di questa 
pontefice , rapportando (2) questi fatti e quel comando del- 
l'imperatore Maurizio, dimenticatosi delle prime lettere scritte 
da Gregorio in commendazione della pietà e giustizia di 
quest'imperatore, perchè ora gli si era reso odioso, qualifica Mau- 
rino di uomo a Dio sempre a^mrso , 

(ì) Lib. I, ep. 16. 
(2) Lib. IV, n. 38. 



Quali sedizi<»i e quaati tuoMitli eagionasse aeiristfia quésla 
imperiale jussiom , cìasrano per se stesso può immaginace ; 
poidiè Severo si rese più aiàmoso aoerescendosi il oumero 
de'suoi seguaci. I vescovi di parte ooatraria noa per ciò si 
sgomentarono ; poiché Gregorio ^ siccome scrisse a Giovanni 
vescovo di Ravenna^ ricbiam^oidosi deirordine, j^omiseloro di 
ricorrere all'imperatore per farlo lÀvidcare ; Sdiote tamen>, quia 
de eadem re serenissimis Dominis eum mmmo zelo Dei et liber- 
iate rescribere non <msabo (1) y onde qpesli favoriti, dal ponte- 
fice Gregorio, il quale gl'incoraggiava ed amorevolmente ac- 
coglie vali , ritornavano al grembo della sua chiesa ; ed egli 
li raccomandava all'Esarca di Ravenna perchè ne prendesse 
cura e li assistesse eoa la sua protezione ed autorità. Fra gH 
altri si distinse Firmino vescovo di Trieste : questi sebbene 
prima fosse partigiano di Severo, si moto poi e diedesi nelle 
mani di Gregorio, il quale benignamente lo accolse e gli scrisse 
di esser forte in persistere nella sua comunione , perchè egli 
non l'avrebbe abbandonato giammai. Ciò saputosi da Severo, 
cominciò prima con persuasioni e dolci maniere , a rimuoveste 
dal suo proposito e di nuovo a sé trarlo ; n>a vedendo la eo^ 
stanza di Filmino imperversò poi contro il medesimo ia vask 
guise y affliggendolo e perseguitandolo;, sicché Gregorio fu mossfi^ 
a scrivere a Smaragdo Esarca di Ravenna quella lettera, che 
viene anche rapportata da Giovanni diacono y per la quale 
tanto gli raccomanda la persona di Firmino : Directis kaqne 
Excellentiae 9estrae jussiònibus his^ qui in Hi^riae pari^ms 
locum vestrum agere^ Dea cmetore nascwntur ^ districtim jube-* 
tote , quaterna et mege dieium ffotrem nostrum ab ilUuis d^eas 
defensare mokstiis^ el quietem illius nrnltis ad iimitandwm pro^ 
turam modis omnibus procurare : tu kaec destra provim el con- 
i>ers&rum sit optata seóurkas y et occamo apta seqmntium (2). 
Ed è da notare in quesl'epi^lay che Gregorio non chiama jim 
Severo vescovo di Aquileia^ ma sol vescovo di Grado: Severus 
Gradensis Episcopus ejmdem eaput schismatis, poiché e^ aveva 
in animo di dividere la diocesi di Aq«Aleìa in due metropo- 
litani, siccome dopo la morte di Severo pose ad effetto. 

(1) Lib:n,ep. 32. 

(2) Lib, XI, ep. 40. 



NoA tralasciò Gregorb d^iavUftre gli altri vescovi scismatici 
ddl^islria a venire ìd Roma alb saa obbedienea, promeltendb 
aé essi tton pur perdono, ma {Scurezza, quante volte esaminatosi 
Faflàre non rimanessero persuasi del loro errore, di potersene 
tornar liberi nelle toro sedi : eost egli scrisse a** vescovi Pietro 
e Prudenzio^ i ipiali mostravano di voler venire in Roma 
per esaminare amichevolmente la controversia , purché fos- 
sero affidati del ritorno : Hoc ego mgmseens (son parole dd 
pontefice) et opto , et smcensu» ardore choeritatis invito , ut 
ad me veniendi debeoHs laborem asswmere: qmtenus pariter 
conferente^ ^ qtjim 9era e$ Redemptori nostra sunt placita et 
comuniter loquamur^ et modis omn&Hj^ ieneamu». Ego vera^ di- 
i^inae protectionis gratta suffragante , satisfacere ìhìUs de quihm 
dubitatis paratm sum , et confido de omnipotentis^ Dei miseri^ 
cardia^ qnod ita pobi» satisfactio mea interim inhaerebit , uf 
nihil cbaritati pestrae de cetero possit amMguum remanere. Nam 
illaj qum sanctissmae quatuor Synodi sapueruni atque definie-- 
runt^ sicuii praedeeessor nosier sanctissimus Leo Papa , ita ea 
et nos sapimns , sequimur , ac tenemus , nec ab earum fido 
(Hiquo modo dissentimm. Promette in fine che 9eu ad con- 
semiendum mihi cor vestrum misericordia divina compunxerit . 
si^^ quod absit , in ea vos durare dissensione contingerit , ad 
propria Pos remeare , quando ^olueritis, juxta promisskmem 
meam, sine laesione, oel molestia retaxare cwabimus (1). Leg- 
gesi altresì un'affettuosa lettera scritta a Firmiano vescovo 
d'Istria, il quale erasi unito alla chiesa cattolica , cui Gregorio 
promette di assistere in tutte le sue necessità e di non ab- 
bandonar giammai (!2). 

Per queste dolci vie e maniere procurò Gregorio che Tlstria 
non si separasse interamente dalla chiesa di Roma, poiché 
non fa mai possibile ridurre Severo co' suoi seguaci all'unione. 
E quindi , morto costui , Gregorio stimò dividere la diocesi 
di Aquileìa in due metropolitani, uno de'cattofici, l'altro 
degli scismatìci : ed a lui si deve di aver ridotta questa pro- 
vincia ad aver pochi scismatici , poiché egli col favore del- 

(i) Lib. IV, ep. 49. — Quesf Epistola è rapportata anche da Giovanni Dia- 
cono. 

(2) Lib. X, cap. 36. 



l'Esarca Gallinico e del maestro de' soldati Gulfaro quasi li 
annullò (siccom' è manifesto dalle epìstole a costoro dirette (1)), 
od accrebbe il numero di coloro che convertiti tornavano ad 
unirsi alla Chiesa, cattolica , mercè i soccorsi ed ogni ma- 
niera di accoglienze che lòr faceva prodigare da Romano di- 
fensore della sua chiesa al quale scrisse intorno a ciò (2). Ma 
ad onta di simìglianti sforzi non fu lo scisma in tutta la prò- 
vìncia affatto estinto , narrando Giovanni diacono (che scrisse 
la vita di Gregorio dugento anni dopo la sua morie a' tempi 
di Carlo Magno) che sebbene dappoi quasi tutt'i vescovi del- 
l'Istria dallo scisma passassero all'unione, nulladimanco fino a' 
suoi tempi ne duravano ancora non oscuri vestigi , del che 
rende benanche testimonianza Paolo Warnefrido nella sua Istoria 
de' Longobardi (3). 

Da ciò ebbe origine l'innalzamento della chiesa di Grado , 
città nuova e perciò non memorata dagli antichi geografi , 
posta tra Aquileia e le Venezie ; la quale , sempre più deca- 
dendo Aquileia, vide decorato il suo vescovo del titolo di pa- 
triarca siccome l'avea quello di Aquileia, ed il primo patriarca , 
di Grado narrasi che fosse un lai Candidiano. Questo titolo, 
poi passò nel vescovo di Castello, che ora diciannio il pa- 
triarca dì Venezia. 11 vescovo di Aquileia , se dobbiamo 
prestar fede a Paolo Warnefrido Diacono , fin da' tempi di 
Alboino re de' longobardi nel 570 usurpò in Italia il titolo 
di patriarca, facendo questo autore menzione di Paolino , che 
egli chiama patriarca di Aquileia (4) . il qual tenne questa ■ 
.sede undici anni, ed al quale successe un altro Paolino. Da 
ciò avvenne che agli altri arcivescovi che occupavano in Eu-. 
ropa le sedi di ciltà più cospicue , si cominciò a dare questo 
titolò per onore, come a quelli che eran capi di più vescovi 
suffraganei: troviamo, a cagion di esemp'o, che Gregorio Tu- 
ronense chiama patriarca Niceto vescovo di Lione (S) ; e nel 
concilio Matisconese il medesimo titolo è dato a Prisco parì-^ 

(i; Lib. VII, ep. 96, 97, Ind. ir. * 

(2; Lib, cìt, ép» 98. 

X3} Lib. Ili, e. i2, et Hb. lY. e. 38. 

(4) De gestis Langobardorum. 

(fi) Hi$U Frano., lib. 5, cap. 40. 



— 197 - 

•mente arcivescovo di LioDe; e l'abuso arrivò a tale estremità 
che gli AriaQÌ chiamavano patriarchi tutt' i loro vescovi. 

A' tempi di papa Gregorio la nascente repubblica di Venezia 
era ristretta in poche lagune negli ultimi recessi del seno 
Adriatico. Poscia le devastazioni, gl'incendi ed altri guasti che 
da per tutto i Goti, gli Unni e le altre barbare ed efferate na- 
zioni fecero in questa parte d'Italia, dopo il sacco spaventevole 
che gli unni diedero ad Aquileia e ad altre città dell'Istria e di 
Venezia (provincia già divisa anticamente in due , inferiore , 
e superiore, e però nominate le Venezie) ; i popoli delie città 
vicine e spezialmente di Padova, Aitino ed Aquileia, ad isfug* 
gire le rovine , ed i saccheggi , non trovarono più acconcia 
guisa che di ricovrarsi in quelle lagune , dove truppe di eser- 
4Atì armati non potevan penetrare. Quivi sopra il terreno che 
lasciavan le acque discoverto cominciarono a costruir case di 
legno e di loto , a trasportare il meglio delle loro sostanze 
con picciole barche , e con le medesime a procacciarsi il 
vivere da' paesi circostanti. Più isolette furono in sì fatta ma- 
niera abitate , ciascuna delle quali reggevasi da un proprio 
governatore che chiamarono Tribuno, né l'uno s' impacciava del 
governo dell'altro. La più popolata tra queste sorgenti città 
fu quella nominata di Rialto. Narrasi che in que' prìncipj ap- 
piccatosi il fuoco in una casa, essendo queste costrutte in legno, 
mancasse poco che non rimanessero tutte incendiate , e che 
per voto fatto da' Riattesi a S. Giacomo si ottenessero dirotte 
piogge, per le quali l'incendio si estinse a'25 del mese di marzo , 
e che per questa cagione i veneziani secondo il vecchio stile 
•de' loro maggiori comincino il nuovo anno da questo giorno 
di marzo , non già dal primo di gennaio, e che in rendimento 
di grazie al santo la prima chiesa che fabbricassero in Rialto 
fosse quella dedicata al medesimo , la quale chiesa ancnr oggi 
«ì mostra per la più antica. In tale stato adunque (come leste 
dicevamo) erano le cose degli abitatori di queste ìsolette a' 
tempi di Gregorio. Que' popoli costrussero quivi le loro ca- 
panne non in suolo libero, ma soggetto airimperio di Oriente; 
ed essi come naturali delle città vicine eran sottoposti agl'im- 
peratori greci, a' quali appartehevansi non men l'Istria che le 
S^enezie non ancor passate sotto la dominazione de' longobardi. 



— W8 — 

*€ quindi ubbidivano ftn'Esar(^ di Aavénna , primo imperiale 
minislro m Italia. Niuno , ta ooai fiere rìvolture e guerre 
ò^odeli acoese, tra' greci « i longobardi , guardava ciò che si 
facesseiiQ ^ue' pochi che per isfaggire il sacco e le depre- 
daziot>i eransi i» queUe lacune ridotti, perciocché a cose 
4i maggior momento bisognava attendere. Un secolo o due 
dopo la morte di ^Gregorio, scorgendosi (Ase l'indipendenza 
di un tribuno dall'attro oa^ìonava de' disordini , si pensò di 
eleggerne uno che avesse la sopraintendenza in tulle le indette 
re si chiamasse doge^ il perchè comindossì in fiialtp a costruire 
il palazzo ducale, dove in consiglio si esaminavano e delibe- 
ravano le cose pubbliche:* Chi. vuol cke ciò seguisse nel 697 , 
« ohe ^ primo do^. fosse Paolo -Luca Anafeslo; e chi scrisse 
in vece ohe un secolo dopo, cioè nel 795 , sotto Angelo Ba^ 
davaro, ovvero Participazio, cresci'uta la popolazione, si comin- 
ciasse a eostruire in lliaito il pa4a^o ducale: dove per hingo 
tempo risederono i dogi, iìnchè nell' ^38 , popotóte le ahre 
ìsolette intorno, ed ampliate le a9)itazioni e case più doviziose, 
non si fosse trasportala te sede del dòge in altro luogo, e quivi 
edificato un superbo palazzo ducale con ^una magnìfica chiesa 
in onore di S. Ma^oo , e traidocaito él Senato ed il Gran Con^ 
aiglio dfwe preseuftemenAe afiCora son posti. E fin qui 'la 
nuova città fondata *neHe acq^ne Don aveva altro nOme ^ di 
Rialto. Fu dappoi prodigiosamente estesa con altre isotette, 
crescendo sempre pfeù il nufnaero -degli abitatori ed occupando 
quella parte che tartOo^ oggi ritiene il nome di Cmtetto. Quivi 
é costrusse la ChSesa Cattedrale sotto ri nome di 6. Pi'elpo , 
e cominciò la oittà ad avere il proprio vescovo, per ciò detto 
il vescovo di GasteHo. E dilatando in progresso di tempo la 
repubblica le sue conquisèe in mare e ne' luoghi vicini del 
contioenle , ^ese i confini da 'questa parte sino alla cìttìt di 
Grado che aggiunse al suo :dit*retto. Cominciarono indi le 
contese tra il vescovo di Castello le quel di Grado sopra il 
titolo di patriarca; l'uno pretendendo che dovendo Ja 'po* 
lizia dèlia chiesa seguitare iquella dell'imperio , ed essendosi 
la sua oittà resa metropoli alla ^uale iera sottoposta l'altra di 
ijrraéo , dovesse lybd titolo a tei attribuirsi ; ed 0p{)oaetìdosi 
tbrtemente l^altro, finalmente fA tra l^o convonato , òhe se 



— IW — 

veniva a movk prima il vescovo di CagteTlo, quel di Grado ri- 
manesse patriarca come prima; ma «e al cóirtrario morto il Gra- 
dense, superstite rimanesse il coropetiiorc , il titolo fosse pas- 
sato a lui; siccome avvenne che premorlo quello, assunse il 
vescovo di Castello il titdo , e narrasi cbe ciò seguisse a* tempi 
del santo vescovo Lorenzo Giusliniani il qual fosse il primo 
patriarca di Venezia, dignità la quale ora si conferisce ad nn 
nobile sulla nomina del senato. Il patriarcato di Aquiléia rimane 
ancor oggi alla disposizione della repubblica; poiché sd}bene il 
misero avanzo di questa città col territorio intorno sia nella di- 
zione degli arciduchi di Austria, nulladimanco essendosi tra- 
sferita la sede in Udine, parte del Friuli , sottoposta a' vene- 
ziani, essi ne dispongono tuttavia in persona di un nobile. 
Quindi leggiamo, reruditissimo Ermolao Barbaro nobile vc»e*o 
patriarca di Aquileia esser poi fatto cardinale. E per evitarle 
contese con gli austriaci si è trovata un'ingegnosa maniera di 
non rendere il patriarcato di Aqtiiiera giammai vaiente ; poicfcè 
i^n vita del patriarca gli si dà ««•coadiutore , il quale ìmrae- 
d'ìatamente gli succede, co&tiuuandone famminislrazione. Cosi 
questi due patriarchi, quel dì -Grado o sia di Venezia , e Pahro 
(fi Aquileia rimangono ora alla disposizione della repubblica , 
ohe n''è «custode e dispensiera. 

Dalle epistole di S. Gregorio si dimostra 'die questa repub- 
Mica non nacque libera^ polche, come si è veduto, ebbei suoi 
ffrìjterpj in luoghi e Ira popoli soggetti agl'imperatori greci di 
Oriente , dhe possedevano l'Istria e le Venerie prima che queste 
fossero invasò da' longo^bariK ; e P Esarea di Ravenna come lor 
j^iucipale ministro in Italia destinava ufficiali minori a reg- 
gerle, per quanto s\ manifesta ancora dalla rammentata lettera 
^ Gregorio adl'Esarca Smoragéo , ove il papa gli raccomanda 
i vescovi délPIstria rimasti dd suo partito, e lo prega di mandar 
suoi ^iiìA agii ufficiali éhé in suo kiogo ivi erano *: Birevtis 
■itaque EamUentiae vestràe jnsmnìbus his , qui in Histriae 
parHbm locnm v$strvm agere^ Dm muctore noscunUiT , disimi 
c4im jìéetote efc. E dall' epistoia indirizaalta all'Esarca d'Italia 
Gallinico (1) , e da queHa scritta a MasiiiiaBo (V) vescovo di 

(i) Lib. VII, ep. 9, Ud. II. 
(à) Lfb. et Ina. cit., ep. 10. 



Ravenna (delle quali favelleremo più innanzi) si conosce , che 
all'Esarca ricorreva Gregorio per emendare ì disordini che avve- 
nivano per opera degli scismatici nella città di Novana, ora detta 
Città Nuova, posta in riva del mare Adriatico nella penisola 
4eiristria, e nell'Isola Gapritana ivi vicina. E sebbène poscia 
i longobardi avessero da' luoghi mediterranei scacciato i greci ^ 
6 si fosser resi padroni dell'Esarcato , nulladimeno i luoghi 
duaritlimi, non avendo essi armate navali, rimasero nella di- 
zione dell'imperio di Oriente. E quando Carlo Magno vinse e 
discacciò i longobardi d'Italia sottentrando in lor luogo , ed 
assumendo perciò il titolo di Rex Langobardarum insieme con 
l'altro di Rex Francorum^ ebbe co' greci per lunghi anni a con- 
tendere per questi luoghi marittimi che rimanevano ancora sotto 
l'autorità del greco imperio. Di queste contese profittavano i ve- 
neziani, i quali posti in mezzo ora ribellandosi da' greci si uni- 
vano co'franchi, ora tornavano a prender parte co' greci contro i- 
franchi, talché Carlo Magno fu costretto di mandar Pipino con 
un'armata navale in quel mare per reprimerli; il quale in fatti 
^iede loro una grande rotta, obbligandoli a lasciar tutte le altre 
jsole delle quali si eran resi padroni , fuori di Rialto dave si 
ritrassero. E scorgendo che essi fomentavano le discordie tra 
franchi e greci per sottrarsi all'obbedienza degli uni e degli 
altri; finalmente convenne Carlo con l'imperatore di Oriente, che 
contento de' luoghi mediterranei lasciasse i marittimi all' im- 
peratore greco, il quale per togliere nell' avvenire le cagioni 
delle discordie, richiese il re Carlo che arrestasse il doge e il 
mandasse a lui prigioniero in Costantinopoli : siccome il re 
adoperò, e il fé' ivi condurre, dove in carcere dimorò lungo 
tempo» • 

Dobbiamo a' diligenti e laboriosi collettori germani . questi 
rfin qui occulti fatti, e spedalmente a Simone Hans il quale, fra 
le vite degl'imperatori germani ultimamente date alle stampe, 
in quella di Carlo Magno rapporta alcuni pezzi di antiche scrit- 
ture di que' tempi d'indubitata fede, dove ciò si manifesta : 
e però è tutta favola ciò che gli scrittori veneti riferiscono , 
«cioè come nel partaggio fatto tra Carlo Magpo e l'imperatore di 
Oriente questi luoghi non fosser compresi nelja porzione di al- 
cuno de' due imperi , ma rimanessero nella !oro indipendenza 



— 801 - 

e quasi unaibarriera posta tra l'uno e Tallro impero; ma da 
più antichi documenti è chiaro , che* eccome in Italia la 
maggior parte delle città marittime con le sue isole per 
lungo tempo durarono sotto i greci, così questi luoghi rima- 
sero benanche sotto la dominazione de' medesimi quali apparte- 
nenze deirimperio di Oriente , ed i veneziani in loro stessi 
possono riconoscere più antiche vestigia de' costumi greci , 
come nel loro vestire differente da quello di tutto il resto d'Italia 
ed in altre usanze greche che ancor conservano. 

Nel tempo delle mie persecuzioni fui da dura necessità co- 
stretto di fermarmi a Venezia, credendola sicuro asilo , e che 
pur nulla mi valse. Quivi dimorando ebbi notizia che si te- 
neva occulto e soppresso con gran cura un certo libro , an- 
corché dato alle stampe in Venezia stessa con licenza de' ri- 
formatori, sicché a pochi era noto. Da ciò fui spinto a farne 
diligente ricerca , e finalmente dopo molto stento pervenne 
nelle mie mani. Era un libro compilato intorno alla metà 
dello scorso secolo da un castaido o sia procuratore di S. 
Zaccaria, antico monastero di donne nobili veneziane^ per 
edifici magnifico, e per beai' di fortuna ricchissimo. Il libro 
era intitolato // silenzio snodat&di S. Zaccaria; dal che facil- 
mente compresi la goffaggine del suo autore: questi volev<i 
dinotare , che fin allora i pregi e le prerogative di quel nH)na- 
stero erano stati coperti di profondo silenzio, ma che egli final- 
mente avea tutto pubblicato ; poiché essendogli stato concesso 
da quelle monache di osservare le antiche carte che si conser- 
vavano nel loro archivio, avea trovati diplomi imperiali e docu- 
menti vetusti, i quali illustravano e rendevano quel monastero 
sopra tutti gli altri cospicuo ed eminente ; onde il semplice 
uomo, dopo avere insipidamente narrati colali pregi , inseri e 
pubblicò nel libro que' diplomi e quelle carte. Le monache non 
capendo in se stesse per la grande gioia, ne fecero dare alle 
stampe un gran numero di eseipplari ; ed i riformatori volen- 
tieri dieder licenza, credendo il libro dover riuscire asjsai glo- 
rioso per quel monastero nel quale èssi avevano più congiunte. 
Questi diplomi non erano che concessioni, privilegi , ed altre 
liberalità usate a quel monastero dagl'imperatori greci , come 
fondalo nella loro dizione. Garantivano le possessioni e i beni 



— 2M — 

donalìgK to^ loro poreoetti : proihhraao é'inferirglisì alcuna, mo- 
lestia da qualunque sorta di ipermna , perchè messo sotto Tim- 
perial protezione: nelle preci che a facevano dalle monache 
per ottenere tali conceesioni e precetti gl'ìn^ratorì eran chia- 
mati Domini. A Ve^Eia hi qseste csnte non i^ dava altro 
nome che di RiaUo. in breve i diplomi neile formole erano 
in tutto conformi a quei precetti die si leggono degli aitri 
imperatori e re neile concesB^m fatte alle chiese ed a' monasteri 
de' loro regni e domiiq . Ooando i Veneziani si furono accorti che 
questo libro rullava tuUa la nnaeohma della pretesa loro innata 
libertà , non solo procorarooo sopprimerlo con ritirarne quanti 
esemplari potessero ; ma il senape eoirtrinse le monadìe a con- 
segnar loro le scrittore di queirarcbivio, perchè altri «on po- 
tesse estrarne copie. 'Noadimeno dlcQui esemplari dell'opena 
i^uggìrono alle loro rioenrche, e sebbene ora sien fatti rari, mm 
per ciò se n'è abolita ogni memoria. 

E pure costoro awebber potuto considerare, che ressersi 
discoverta questa verità non pregiudicava allo splendore , a^ 
grandezza, airantìdhità^a^li^altfi pregi che adomano qaesla 
ìnclita repubblica; non ^pdtendoé tiegare, che fra quante oggi 
ne sono superstiti ì» Europa la ^i^eneta "sia la più antica di 
tutle . Né derc^va punto atta sua dignità il confessare cAie 
dell'emersi assolutamente resa libena ed indipendente da qua- 
lunque altra mondana potestà , e 4efB^avt)re «Aieso prodigio- 
samente e dilsrtsEti iinroi 4sonfitti per ««re e per terra, ragion 
fu la decadenza dett'ifAperk^ di OrMrte ^ ^quando f rnipeiìal 
corte di CostantiiiQpoli'fii ^ìéfe iv^ 

^mi, nonche4oabbassamev]loden'iflwperb4iOc(»d«ite, qoMiéo 
estiaata la linee di Ciarlo Magm, l'imperio fo ricetto mI- 
l'AIemagna. E perchè cotanto «iegiianii degli mmifi prinotpj , 
quando aveano iimonzi gK occhi h podie capanne , 4 fmeri 
pastori, i fuorusdti, ^i scherairi, i iatrani, i «quaM pur «éÙedcm 
orìgine alla città che più tardi ^ signora del mondof Non «i 
accorswo forse che spesse Tolte «opra la superfìcie écHa terca 
dalle cose picciole nascono le grandi, e «oven*e le cose granii 
a guisa delle piramidi finiéooiaro, pia e più aasottiglimdcNBi, m 
un punto? 

L'autore éd\o $qnitmio dgUa Libertà Ven^lm a^unge per 



— «08 — 

pruova del suo assunto una delle due antiche monete, che si 
veggono ancora in più mu^ei ^e ebe furono impresse dal 
sig. Le Blanc fra quelle de** re di Francia, nelle quali da una 
parte si legge il nome di Lodovico e di Lotario , e nell' altra 
questa parola VENfiCiAS, come se quegFìmperatori le avessero 
fatte coniare in Veleria, e'da <)iò4)edur «i potesse, secondo l'au- 
tore pretende, che i veneziani fossero stati un tempo sottoposti 
a' re di Francia della stirpe Ai Carl9 Magno« Ma se attenta- 
mente si consideri lo stalo deite cose ne' tempi di Lodovioo e 
di Lotario , queste monete non possono apparteoer e a' Vieneii 
d'Italia; ma si bene^' veneti di Franeìa delia Gallia Lugdjuk 
nense, siccome da noi fu ampiamente dimostrato nella Prìxm 
Parte de' Discorsi ^ópra gii A$maU di Limo ; anche perdhiè a' 
tempi di Carlo Magno, Ai Pipm^ Ai Lodovioo e di Lotario gli 
edifici che si andavao lattavia cosUruendo la guelle lagune non 
aveano ancona acquietalo 41 nome di Veoe^^a , ma erao chia* 
mali Rialto, siccome è maoifesto da' ralenti diplomi de^' im- 
peratori greci nella cui dixiooe la nascente ciUà riinase, la qual 
fu poscia detta Castello; e soltanto ne^ ultimi tempi trasse a 8è 
quel ch'era nome ,geBeraié4i tutta là prmrineia, iKm alirimeqU 
che Lumia trasse a .sé il none 4i IWi«ii ^ ob'^ra oooMine a 
tutt'ì popoli panati «Mia GéìlU Lugdiifi6a«B, 



— 204— 

CAPO IH. 

Premittenze esercitate da Gregorio 
sopra l'Arcivescovo di Ravemia. 

Dall' essersi eostituita RavèDoa sede dell' Esarcato d'Ilalia 
ciascuno può comprendere quanto il suo Vescovo s' innalzasse 
sopra gli altri vescovi delle regioni vicine le quali erano ancora 
rimaste sotto gl'imperalori greci. Aveva anche questa chiesa il 
suo patrimonio detto di S. Apollinare , non meno che Milano 
quello di S. Ambrogio, e Roma di S. Pietro; e lo aveva anche 
in Sicilia (1). Dal pontificale de' vescovi di Ravenna si conosce 
di quanti fregi, prerogative ed onori fossero adorni. Pretesero 
un tempo gli arcivescovi di Ravenna di usare il pallio indi- 
pendentemente da' romani pontefici, allegando u» rescritto 
dell'imperatore Valentiniano , col quale sì concedeva alla chiesa 
di Ravenna. che i suoi arcivescovi potessero usarlo come gli 
altri metropolitani. Ma il cardinal Baronie sotto l'anno 452 per 
più conghietture ha quel rescritto per apocrifo, e va suspicando 
che fosse stato finto da' Ravennati quando una volta i suoi ve- 
scovi si separarono dalla chiesa di Roma. Checché ne sia, egli 
è da queste epistole manifesto che da' pontefici romani prede- 
cessori di Gregorio gli arcivescovi di Ravenna lo ricevevano; 
e Gregorio seppe mantenerli nell'ubbidienza della sua sede. 

Quando egli fu assunto al pontificato, trovò occupata la cat- 
tedra di Ravenna da Giovanni, il quale dal suo predecessore Pe- 
lagio oravi stato promosso, ed a cui aveva , secondo il costume , 
mandato il pallio, come colui che essendosi allevato in Roma 
teneva di quella sede sommo rispetto e riverenza. Le prime 
lettere che s'incontrano scritte da Gregorio al vescovo Giovanni 
sono piene di umanità, di confidenza e di amore. In una gli 
raccomanda l'ex-prefetto Maurilione, acciocché il proteggesse 
contro il prefetto di Ravenna Giorgio , il quale duramente 
astringevalo a render ragione della passata amministrazione, e 

(i) Lib.lX, ep. 4. 



procurasse che senza lacerar ropinione di colui , amichevol- 
mente le cose si componessero (1). In un'altra gli raccomanda 
i vescovi profughi e raminghi, i quali per le guerre e deva- 
stazioni de' Longobardi erano stati costretti a lasciare le loro 
sedi ; rendendogli molte grazie di avere accollo in Ravenna 
il notaio Castorio, ed ove la costui infermità lo permettesse , 
gii richiede di farlo trasportare per mare in Roma prendendo 
il cammino di Sicilia: Io esorta inoltre a prender <3ura de' ve- 
scovi appartenenti alla provincia romana , i quali erano im- 
pediti di portarsi in Roma dovendo traversare luoghi occupati 
da schiere nemiche de' longobardi. Gl'ìmpòne nondimeno che 
non dovesse; impacciarsi nelle loro cause; ma le leggere procu- 
rasse far terminare per sue epistole, esortandoli alla concordia; 
e rimettesse a lui stesso le gravi, facendone relazione: nt in- 
quisitionis vestrae testimonio rcborati^ quae legibm canonihusqm 
con^eniunt^ salubri ^Jumnté Domino ^ Consilio disponamus (2). In 
una terza gli delega una causa vertente tra Yiulando, ed il dia- 
cono Gaviniano (3). Ed in altra indirizzata a Romano £a?arcAo 
per Italiam Ravennae residenti , si duole che quegli avesse 
tolto in protezione Specioso prete di Ravenna, il quale «essendo 
slato da Giovanni per sue colpe ristretto in monastero , in 
dispregio del suo vescovo erasene uscito ; non altrimenti di 
quel che avevan fatto alcune donne, le quali dopo aver preso 
l'abito religioso di monache avean deposto il velo, e quel 
eh' è peggio, preso marito. Il papa esorta Romano a non 
lasciare impunita . tanta iniquità e disobbedienza, a non me- 
scoiarsi nella lor difesa, ^ed a non proteggere sì atroce in- 
giuria fatta a Dio (4). 

Merita tutta l'attenzione un'altra epistola, per più cose im- 
portanti che essa contiene riguardo all'Istoria Longobarda di 
que' torbidi ed oscuri tempi (5). Arnulfo erasi con le su? truppe 
avanzato ^ino alle porte di Roma, facendo stragi de' suoi (ài- 
ladini, e portando saccheggi e rovine. Gregorio avvisò il ve- 

(1) Lib. I, ep. 35. 

(2) Lib. ÌU Ind. I, ep. 22. 

(3) Uh. II., ep. 28. 

(4) Lib. iV, ep. iS. 

(5) Lib. U, Ind. X, ep, "52. 



seovo Giovaimiy càe essendwi untte mi Afoulfo VemmU> di 
Attlari e di Nordulfo, m eia resa piò difficile la pace dbe egli 
trattava co' longobardi. 6K scrisse delle coàtese obe avea co' 
vesoovi scismatici dell'Istria , i quali aveaoo ottenuto dall'im- 
peratof e 9 quatenus me interm ofr eerwm eompidsione mspm^ 
derem; ma ch'ali non A sarebbe perciò 4gomea£ato , quia de 
eadem re serenissimis Bominis cwm maima zelo Dèi e$ libertaie 
rescribere non cesstéo. Goo molta jNreniura ^i raccomaoda di 
disporre TEsarca a conaeatijrgll la ocMiehtesioiie della pace eoa 
Amulfo, poiché le eose erano ridotta kIF ultima disperazione, 
in Roma eran rimasi pocbi soldati, ed i Teodosiani che vi erano 
bastavano appena alla custodia delle muna. Ed ebbe Gregorio 
tanta cura e sollecitudine per questa pace, che scrisse anche 
a Severo Scolastico intimo familiare e bea voluto dall' Esarca ; 
iocarìcandolo fra le ailre cose cR far sì die l'Esarca non pò- 
n^se impacci a quelle pratiche : Scuote autem^ gli dice, quia 
AgUulpkus LGm^ìmrdonm rex generalem pacem faeere non r#- 
emat. . . Nam qualiter Ht nMs omnibus Ttecessaria bene nostis : 
ponendo il caso die non riuscisse^ ingiunge : diversae insulae^ 
et hca sunt alia proeul dubio feritm'a. Haec autem consideret ^ 
et pacem habere fMin^t quiatenm in hoc $àUem dilatione et 
me qmetem possimus haiere ad madicm» , et reipublicae resi- 
stendi 9iree^ adjumfUe Domino^ melim reparentur (i). 

Parimente ne scrisse a Secondino in Ravenna dove fece 
subito tornar Castorio por ÌBiòitnarto di ciò che dovesse fare : 
està soUcitm, gli dice, e$ mnnimodo immine, ut pax ista debeai 
ordinari: quia quantum éicitmry abqui hoc impedire conontur . 
Pro qua re festina soliate agere^ ut labor vester sim effoctu non 
i>aleat remanere. Nam jam et partes istae^ et diversae insulae 
in gran sunt periciUa pomtm. ho esorla a scuotere anche il 
vescovo Mariniano: 9erbi$ quibusvale^ eoccita^ quia obdormisse 
eum suspicor (2). Allo stesso Giovanni v^covo di Ravenna rac- 
comanda ancora di premere FEsarcaa inandar questo soccorso 
a Napoli , la qual città era ridotta nell' istessa estremità di 
Roma, poiché Aroge erasi unito 6on Arnulfo, et ml^ insidiatus 



(i) Lib. IV, ep. 29. 
(2) Lib, V, ep- 29, 



~2W — 

est mdem cmkxlif m qtmm #» uimut Bux^ mm mittaivr , om- 
nùèO' jum inter ferditm teòfèimr; e di altci partipolari af&ri 
lo laggnàglia ed istmaoe (ii) . 

Il degna eziaodia Ai essere avvfvtita Vepiitola diretta per 
questo pace da Gregorio Tkeoéf>r& Curatori Ravennae per molti 
luBM che ci somministra del pari sulla btoria Longobarda di 
que' tempi; poiché peorla mefaiima has»; notizia, che sebbene 
dal re Agilulfo la (^e si iofmft oMUdiiusa f nuliadimanco Ar- 
nolfo nell'eseguirla frapfOReva ostacdi , aggiongendovi nuovi 
artieols e eondìzioai eke k rendevano sospetta ; e fra l'altro 
volem ehe ai fesse m queU» cxmiprea» Aroge : che Warnii- 
frida, dal conaglio della cfaale JlarBuMò regfolàvasi y non voleva 
affatto giurarla: WarnUfridi^ nem^ ad C9q%s canélium idem Ar- 
nulphus amcta agii ^ dmnt«a jurare' despiscH ; laonde Io prega 
d'ÌBSifitere presso il re AgUvlfov acciò tutti questi ostac(di fosser 
rimossi per ottenersi una poee ferma 9 stabile (2) . 

Ma s' interruppe poi queslf arnsonift e boona amicìzia tra 
Giregorio e Giovaoni^ per «ver pretesa quest'ultimo di usare 
U pallio non pure ndla sokmuHà delle messe in chiesa , ma 
eada^diandk piazze e àellepQUUiehe litanie) sulla supposizione 
che per antica consuetudioie l mioi predeeessoii cosi avesser 
fatto: siccome aacofa avev» petmesse aV sua dero di portar le 
nrnppukj iosegaa che li distìngaeva» da' eUerici minori. Se ne 
offese Gregorio ^ pretendendio che queste prerogative si appar- 
tenessero unicamente alla chiesa rramna; ii perchè gli scrisse 
una sdegnosa lettera (3). B per eonvineerlo dell' errore ^ in 
prima gli dice, come fuor deik> sol^nilèi delle messe , niun 
metropolitano in qualunque parte del mondo fessesi inteso 
cbe il facesse: pene de mlh fmtr&politano in giàbUslibet mundi 
partibus atì auditum extra missurum tempus usum sibi pallH 
vinàkasse. In secondo luogo cerea persuaderlo che questa 
fosse la conmietttdiae gt^nerale di tutla la Chiesa per Tas- 
serzione sua stessa , giacché si fondava sopra, privilegi ot- 
teteti da' suoi predeceasori dsdfa Sede Apostolica : Confile" 
miài igitut aìiam essB jgemaràH^ Ecàksim wneueiudmem , 

liyuhAu iiid. X, «p. sa. 

&) Uh. VII, Ind n, ep. 104. 
(5) m. U, iiid. Xl> tp. M^ 



])ost quam ea quae W5 geritis^^ vobis ex pmilegio vindicatis. 
A Giovanni adanqùe, secondo il pontefice, ricadeva il peso di 
provare e dimostrare questi vantati privilegi conceduti alia sua 
chiesa : Quodsi hoc non ostendiiur^ restai post quam talia agere 
neque consuetudine generali^ neque prmlegio vindicas , ut usur- 
passe te comprobes quòd fecisti. Aggiunge in terzo luogo che 
sebbene suo fosse il peso di ciò addimostrare, pure egli stesso, 
Gregorio, aveva fallo fare diligente perquisizione ne' suoi ar- 
chi vj, e non si era trovato di ciò documenlo alcuno. In quarto 
luogo ch'egli aveva interrogato molli per averne una verace in- 
formazione : fra' quali Pietro diacono , Gaudioso primicerio , 
Michelìo difensóre della chiesa romana, ed altri i quali da' suoi 
predecessori sovente erano stati mandati a Ravenna a trattar 
gli affari della chiesa: or questi assolutamente negavano es- 
sere in Ravenna stata mai tal consueladine. In fine minac- 
ciandolo lo ammonisce : quatenus nisi decessorum meorum mu- 
nificentià tibi hoc per prmlegium àttributa docueris^ ut in plateis 
Pallium ulterius ferre non praesumas^ ne non habere et ad 
missus incipias quod audaciter et in plateis usurpas. Intorno 
alle mappule che osava portare. quel clero, gli disse che i 
chierici della sua chiesa fortemente si opponevano , dicendo a 
ninna chiesa esser ciò concesso; né i chierici di Ravenna 
quivi in Roma avere avuta presunzione di portarle , o se 
l'avessero avuta, non potersi ex furtim usurpatione inferire 
alcun pregiudizio : aggiungendo che se mai da qualunque altra 
chiesa ciò si presumesse, senza averne ottenuta concessione dal 
romàno pontefice, quellia si dovesse correggere ed emendare. 
Finalmente Gregorio dice eziandio , che contro la volontà de' 
suoi chierici per solò riguardo dell'onore di Giovanni voleva 
benignamente concederne l'uso a' soli primi diaconi della sua 
chiesa: in obsequio dumtaxat fteo, gli dice, mappulis uti per- 
mitiimus : alio autem tempore , \?el alias personas hoc agere 
mhementissime prohibemus. 

Quest'epistola eomortem mellis et mlneris^ siccome la riputò 
Giovanni, fu a costui presentata da Castorio notaio della Sedè 
Apostolica dimorante a Ravenna. Con maaiere umili e dimesse, 
per rimuovere da sé la taccia di superbia attribuitagli da Gre» 
gorìo, risponde Giovaani: ch'egli, ancorché peccatore , sapeva 



— 800 — 

libito bene qtmm grai^ sii terminos nobis a patribus af/ixas 
mmscendere ^ et quod omnis elatio nihil aliud habeat quam 
ruinam. Gli ramoouenta dappoi i beneficj cii'egli avea resi alla 
S. Sede, e ch'egli Dèi grembo della sacrosanta chiesa romana 
em stato nudrito e promosso: Et quibus ausibus ego sanctis^ 
simae illi Sedi , quae universali Ecctesiae jura sita transmittit ^ 
praesxùnpserim obviafe^ proptercujus consenandam auctoritatem^ 
skùt Deo manife^ium est, multorum cantra me inimicorum inh 
vidiam graviter excita^ f Ed aggiunge: Qualiter enim jussùh 
nibus 9el utUitatibtis mtris ubi causa exegeritj paruerim , om- 
nipotens Deus cordi cestro purissimo faciat manifestum, et hoc 
peccatis meis imputo^ quod post tot labores dtqu£ angustias , qms 
intus forisque sustineo j totem incissitudinem merear imenire. 
Intendeva egli, aver sempre sostenute le parti della chiesa ro- 
mana contro Severo e gli altri vescovi scismatici dell' Istria : 
ed essere stato presso l'Esarca non inutile intercessore per 
conservare l'autorità ed utilità della S. Sede. Risponde poi a 
ciò che gli s'imputava, allegando sì bene i privilegi, ma fon- 
dandosi nella consueludinci e nel quasi possesso ; ch'egli non 
avea giammai tentata cosa veruna che. nella sua chiesa fosse 
nuova: avere unicamente seguitato i vestigi de' suoi pre- 
decessori e l'antica costumanza che in quella chiesa avea 
messo profonde radici; siccome da quasi tutt'i cittadini di 
Ravenna era attestato , i quali rendevan testimonianza che il 
primo diacono solea porre sopra la cervice del vescovo il Pallio, 
perdìo con quello uscisse fuori la chiesa nelle solenni litanìe. 
Per ciò che riguarda l'uso delle mappule de' suoi preti e dia- 
coni, stupiva come il clero di Roma cpn tanta audacia e 
franche;Eza asserisse una cosa falsa, quando nelle minori chiese 
poste intórno Roma portano le mappule fino, gl'infimi pretuzzi 
e diaconi; ed i vecchi, i probi ed imparziali deilla chiesa 
di Roma ben possono ricordarsi, che quaodo è occorso a' preti 
e diaconi di Ravenna per qualche ecclesiastica funzione di por- 
tarsi in Roma, e specialmente quando egli a' tempi del suo 
predecessore Pelagio fu ivi ordinato ; omnes in oculis sanctis- 
simorum decessorum mstrorum cum m&ppulis èine reprehension^. 
aUqua procedebani. Quare etiam eo tempore quo istic a praede^ 
cessare vestro peccator ordinatus sum , cuncti presbiteri et diq^ 

Tom. IL i^ 



— 140 — 

cani mei in obsequium domini Pofoe mecum procedentes usi suni» 
Con la maggiore sommessìone è riverenza lo prega in fine a 
conservare queste prerogative alla $ua chiesa, e che se votesso 
affliggerlo , facesse cadere il gastigo unicamente sopra il suo 
capo : sed et Mcundum 90cem praph^ieam in me et in domò 
patris m$i secundum suum meritum tran$feratur , Ed ancorché a 
questa lettera accoppiasse i documenti de' molti privilegi e pre- 
rogative che da' predecessori di Gregorio erano stati conceduti 
alla sua chiesa, estratti dagli scrigni deUe consecrazioni de' ve* 
scovi di Ravenna, per li quali constava di un tal costume ; 
nuUadimeno conchiude che egli si sottoponeva al suo savio e 
prudente giudicio ed autorità , terminando cosi questa divota ed 
umile risposta: Nunc vero in Dei et in i^estra M patentate qmd'- 
^id ventate cognita fieri jusseritig : quoniam egojussionibus apo^ 
stolatus Domini mei parere deeiderans , qmnwis aniiqua consue- 
tudò obtinuit^ usque ad tecundam jwsionem abstinere europi (i). 

Se i colleltori de' dodici libri di queste epistole, siccome han 
fatto qui, aggiunto avessero le risposte aUe lettere del poa- 
tefice (che non dubito in que' tempi dovessero n^li archi vj 
di Roma eMsteme gli originali) ; certamrate di più chiari 
lumi e di più riposte aotiiie attinenti anche all'istoria di que' 
9eoQìì ci avrebbero arricchiti , e le età passiate e le future 
ne avrebbero loro reso infinite ^azie ; ma ara di tante con- 
tese e dìspute , ddle quali sono ripieni questi libri , non puè 
aversi un giusto e chiaro conoetto per ie risposte che man- 
cano. E pure anche mnm tali risposte devono riputarsi oa 
prezioso tesoro per la éisciplkia ecelemstica , e ^r l'istoria di 
que' turbati ed oseuri tempi. 

Gregorio per questa «tnile e diaiessa risposta, 6 perchè era 
importunamente richiesto ^ premuto dall'Eràrea , dal prefdto 
e da' nobili di Ravenna che las<»asse in pace il loro vescovo 
e gU permettesse ndle Stame l'uso dd pafiio , finalmente si 
affigliò ad «in equabile temperamento: che sebbesie egli non 
dovesse prBi^r fede ad Meedato^ un tempo diacono deQa 
di Ravenna, fi quaie attestava che nelle Utanie delle 
di S. «io< SattìBia , « S. Pietro « £ &. Apotliiiare il ve* 

• 



scovo xiaaase il pallk) , perchè i^iim^iiQ ttnioo e dsie rendeva 
IfiiÉtìiQfìiiiwza a laiYore delia ma ehksa, quaodo moki attestavano 
U MQtrafìo, ed egli dovesse credere più a questi ciié ad nn solo ; 
Builadimanco per oon eoatrislar Giovanni e render vane le' 
ridiiaste ddl'E^oa, del prefetto e della nobiltà, gli concedeva 
l-mo del pallio néle soknm Mtanie^ cioè nel giorno natalìzio di 
S.Gio. i^ìsta, ^iS. Pietro e djiS. Apollinare^ ed anche neila 
aciiebrità annivers»ri3 della sua 4»rdina2ione r dae nel sacrario 
dovesse ornarsene^ e cosi incamminarsi alle cetebrazioni sdenni 
delle messe ; ^ nihU «ìAì ampHu^^ ^i soggiunge , mtsu teme^ 
rwriae praesumpiioms mrogare; ne éwn in eodermi babiièi 
inordinaie aliipUdiJirripiturj ordinate etiamquae Ucere potera^t 
adimcmiur (i). 

Nosidiineno in akra lettera riprende lo stesso Giovanifi 
per alcuni suoi vm ebe gli erano stati «covati ; perchè , olti 
t'as^zione di poetare il pallio fuori delia chiesa, egK usass 
vsi pariar derisorio e mordace da buffone : che adulasse gK 
afflfd presenti , ma quando erano assentì se ne facesse beffe: 
(d«e a' suoi domestici , quando era in furore, accagionasse 
ìaUà delittì , ebiamandoli effemminati e caricandofli di gravi' 
ingiurie: che nel suo clero la disciplina ecclesiastica sì fesse ^ 
affatto pesdttta ed eiAinta , son avendo egli altra cura che 
di mostiarsi aopra de' ehieriei £(ignore con fasto ed alterigia. 
JDiee che «questi su«i parlari ^ costumi gli ban ftitto perdere quel- ' 
Fttinore che se' princip} del suo pontificato gli portà\nai : crede 
fliìAì, ii^i dice, quando ad hunc locum peni^ tantae deliberationis fui 
Umtaeque diarka^ €irm fratemitalem tuam^ ut si eandem cha- 
riM&n meam custodire ^Inisses^ adhw) talem fratrem, sicque 
te pure diH§entem^ tièique emni devotione concurrentem^ ntèfi- 
qmam invenires : sed cognifis perMs oc moribus tuis , fatèor , 
r€9ÌHfn. Lo esarta io fine ad emendarsi, specialmente del vizio 
de^ doppiesa , m avesse cara la sua benevdenza ; e che a 
queste riprensioni rispondesse non ^rbis^ sed moribus (!S). 

fjion indio tempo dappoi mc»'issene il vescovo Giovanni , e 
rfanasta la ofaiesa di Ravenna vacante, nell'elezione ed ordina- 
zione del successore ben si conosce quanta foss§ rj^ut^rltà ^a 

(1) Lib. IV, ep. il. Gregorifàs Joanni Episcopo Ravennati. 
(i) Lib. IV, ep. 15. *- '^- 



— 812 — 

Gregorio esercitata per surrogaroé un altro. Egli immanti- 
nente scrisse a Castorio, suo notaio residente in quellaeittà, che 
esortasse il clero ed il popolo ad eleggere il successore; nella 
qual' elezione avessero innanzi gli occhi non già l'utilità pro- 
pria, ma unicamente la virtù ed il merito della persona. Se 
mai non fosser concordi in eleggere uno , due , ma di ugual 
merito, fossero eletti; che cinque preti e cinque cUaconi, oltre 
que' chierici che volessero venire o al tre. persone che Castorìa 
stimasse esser necessarie munite dal clero e popolo dì suffi* 
olente potere^ tosto si mandassero in Roma , affinchè elettone 
uno, potessero presto ordinarlo, e la chiesa non rimanesse lun- 
gamente senza pastore (1). Questa chiamavasi elezione per com^ 
promissum ; poiché nelle persone elette dal comune si era com* 
promesso, e ad esse erasi confidata relezione. Intanto provvide 
subito Gregorio la chiesa vacante di un visitatore , mandandovi 
Severo vescovo Ficulìno , (di una città prossima a Ravenna) 
come si vede dalla lettera drizzata al medesimo (2). Ne diresse 
un'altra anche clero ^ ordini ei plebi consistenti Ra^ennae^ nella 
quale annunzia dì aver eletto per visitatore della lor chiesa- 
il vescovo Ficulino j al quale secunduin marem dovessero ob- 
bedire (3). 

Fu alla fine eletto e consacrato il vescovo Mariniano, al 
^juale Gregorio secondo l'antica consuetudine mandò il pallia 
da valersene nelle solennità delle messe, e poi deporlo nel sa- 
crario, per modo che fuori la chiesa non potesse' servirsene, se. 
non quater in anno in litaniis^ secondo che avea dispiòsto col sù^ 
predecessore Giovanni ; ed inoltre (gli soggiugne) omnia etiam. 
prioilegia^ qvm tuaepridem concessa esse constat Ecclesiae, nostra^ 
amtoritate firmamm el illibata decemimus permanere. Dappoi 
sì ebbe nuovo ricorso perchè in tutte le litanie dell'anno , non 
già nelle sole quattro si permettesse l'uso del pallio , asserena- 
doà che tal fosse l'antica consuetudine. Scrisse perciò Gre- 
gorio a Castorio suo notaio residente in Ravenna, imponendoci 
che con esatta diligenza da uomini gravi e fedeli sentisse qua! 
fosse stato il costunie de' pred€ce$wri di Giovanni, se il pallio si 



(i) Lib. IV, ep. 25. 
(2 .Lib. IV, ep. 20. 
{5} Lib IV, ep. 21. 



— dis- 
usasse in tutte le litanie dell' anno ^ o pure in que'soli quattro 
giorni, poiché egli cosi era stato assicurato da Adeodato diacono 
della chiesa di Ravenna : che ricercasse da' vecchi il vero, et 
ventai ante corpus sancti ApoUinaris^ ettacto ejus sepulchrojurent^ 
quae consuetudo ante Joannis Episcopi tempora fuerat: man^ 
dogli fino la formola del giuramento che dovessero prestare ; 
e gli dice che non due o tre, ma il maggior numero di testimoni 
cercasse di procurare perchè manifestassero l'uso qui ante 
ìoànnis Episcopus tempore extitit (1). E poiché alcuni maligni 
detrattori aveano ingombrata e resa dubbia la mente de' Ra* 
vènDati , che Mariniano non ben sentisse del concilio Calcedo- 
nense; quindi Gregorio rende al clero ed alla .plebe di Ra- 
vemoa pubblica testimonianza del candore della fede del lor 
vescovo, scrivendo a quelli : et nos per omnia testamur eum a 
dmabulisin sanetae universalis Ecclesiae gremio nutritum^ reetam 
praedicationem fidei cwm vitae suae attestatione tenuisse. Ven^ 
ratur enim Sanctam Nicaenam Synodum , in gtia Arius : Con- 
stantinopolitanam ^ in qua Macedonius: Ephesinàm Primam^ in 
qua Nestorius*, et Sanctam Chakedonensem Synodum, in qua Dio^ 
scorus atque Eutyches damnatus est. Onde esorta quel deroe 
quella plebe ad amare il lor pastore ed a prestargli ogni onore 
e riverenza (2). 

Non guari dopo iosurse lite tra il clero o l'eredità lasciata 
dal vescovo Giovanni, la quale essendo stata ripudiata dall'erede 
scritto , era rimasta, giacente. A veala Giovanni nel suo testa- 
mento gravata di molti legati fatti ad un monastero e ad altri. 
Il clero pretese non dovere il testamento aver esecuzione al- 
cuna, per aver disposto di roba acquistata essendo vescovo^ la 
quale dopo la sua morte si apparteneva alla chiesa. Fu con- 
sultato Gregorio da Mariniano come dovesse regolarsi : al 
quale egli risponde , che sottilmente esaminasse se que' beni 
fossero stali acquistati nel vescovado, ed in tal caso non facesse 
valere i legati; ma se prima di esser vescovo avesse disposto 
de' propri beni, o dopo, senza averli, conferiti alla chiesa, gli 
desse forza e vigore. Intorno a' beni donati a quel monastero 

(1) Lib. V, ep. 35. 

(2) Lib. V, ep 2. Gregorius Clero et pUbi Ecclesiae Ravemnoi. 



I 



da lui costrutto presso la chiesa dì S. ApellìBaf e, doo permettesse 
farlo molestare ^ poiché più volte y meabre^ vivea , Tavea Gio* 
vaoDi richiesto della sua eonferma , ed e^ì Tavea promessa ^ 
(mde gli scrive: Hnjm igiiur mmUMerii^ et coUecUiawn illiò 
rerum ^ quia in testamento quod candidit feeisee nosdtur mef»^ 
tienemy sciendum 9obÌ8 est noi% sa noe ideo cùnfirmasée^ quoniem 
supremam ejus seqmmur voluntaUm^ ^d ^pm ei hoc ^ sicuf dp» 
wimus^ m{>enii prdnnimMs (i). 

Debbesi del pari attentamente considerare un'altra epistola 
al medesimo Mariniano diretta (2). Era sor4a lite ^ mentre 
vìveva Giovaom, fra la chiesa di Ravenna e Claudio abate del 
monastero de' SS. Giovanni e Ste&no delia città Claasìtant»^ 
il qxeàe guereiébdosi dell'ingitetizia del vescovo iiÉiaBfcì a €Ui 
era la causa,, e i^ravandosi de' torti che soffriva a Ravemta i 
portò la causa in Roma, doVe si trovava pendente. Suceeduio 
a Giovanni Marioismo , il cl^o ed il popolo di Ravenna dt^ 
mente si doleva^ e gridata <uintra hges et canenès esse eoa^ 
scersi altróve della medesima, e non esaminarsi e decidersi ìa 
Ravenna; di che MàrìaiaQo scrìsse a Gregorio, rapportando le 
loro i(|uerele e le istanze che fos^ la €aij»sa rimessa, non pc^ 
tendo égli come nuovo vescovo esser sospetto ali' s^te. Gre» 
gorìo altamente di ciò si offese, trattando di stolti ed ignoilantì 
i Ravennati, qm si ecdestiisiicum ordinem^ 9el inter qttos ver- 
titur^ nóss0ti adverti^'e , se a superflua querela modis omnibm 
abstinerent: che dò potrebbe opperai se non si fosse ricorso ad 
un giùdice maggiore , ma non quando si era ricorso in Roma, 
dove la causa dovea terminarsi : Hoc enimpo^erat fartassisopt 
poniy si rum ad maji^em recurreret , et apud eum causae sm» 
peteret meritum terminari. Rammenta a JMarìniafiio l'esempio 
di un caso più forte^ qnal fu quello di aver Roma avocata a 
sé la conoscenza della causa vertente tra il prete Giovanni ed 
il patriarca stesso di Costantinopoli : Nvm^id non ipse nosti^ 
quia i» causa j quae a Joa$me presfytero oontra Jmnmm Coih^ 
smntinópoiitanum ftairem ei ooepioeopum itóstr^sm orta esi ^sli^ 
scMdim canoms ad Sedkm^ ApóstoUam reeurrii^ et filtra eef 

(l)Lib. V, ep. 4. 

(21) Lib. V, ép. f4. ^^ 



senteniia dtfifàtaì Si e^go de Ula civitatè tibi princeps est ^ ad 
nostrenn causa cognitionem deducta est ; quanto magis negotium 
quod centra vùs est^ hk est i?er%ta^ cognita temUnandum ? Vos 
autem ibi stultorum verba non numant ^ nec per nos eredatis 
aliquod dispendimn Ecclesiae vesirae fieri. Mollo in fineloconih 
menda di aver prudentemente rimesse le parti iitigaiìti in 
Roma , né voluto ascoltare le vane loro parole : Fraternitas 
autem nstra sapienter egit personas prò negotio^ ipso iransmt^ 
tere , et verba inania non audire. 

Meritano anche essere avvertite le due epistole scritte da Gre* 
gorio una all'Esarca GalliniCio (I) e l'altra a quest'istesiso vescovo 
di Ravenna Mariniaoo (S). Di due vescovi fassi menzione da Gre- 
gorio in queste epi^e^ uno della città Novaaa, l'altro dell'isola 
Capritana del mare Adriatico quivi viciaa , la quale non bisogna 
confondere con le altre isole dello stesso nome del mar Baleario 
e Tusco delie quali già si è detto; poiché^ anche fra le isole Por- 
tonale Pfinio nomina un altra Capraria (5)^ ora detta f isola di 
Palma: ma è questa l'altra isola Diomedea, chiamata antieamenle 
Teutria, siec(Mne rapp<»rta PKnio (4)^ ed a'tempi di S. Gregorio 
era chiamata Capritana, ed oggi Caprara, ovvero di S<r Doaùno 
o Domo. Ora un certo Giovaoni teniens de PannònOs fu co- 
stituito vescovo di Novana, il quale aggiunse alla sua diocesi 
l'ìsda Capritana. Questo Giovanni fu scacciato dalla sua sede 
da un vescovo scismatico deH'Istiia , it quale feóe ivi ordioaroe 
un idtro parimente scismatico, ma die. dovesse esser contento 
della sola ìsola Capritana e quivi abitare. Questi dappoi con la 
sua plebe dimandò all'Esarca Gallìnieo che conoscendo H suo 
errore , lo facesse ricevere nella comuùione della chiesa, alla 
quale intendeva unirsi co' smoi insulani ; ma non duirò guafi 
in fiuesto proposito , poiché sedotto dagli scismatici foHrnò nel 
pristiao errore, mentre gl'insalani rimaser costMti nell'unione: 
e perdo ricorrevano al pontefice perchè loro si desse ed ordi- 
nasse unakro vescovo. Gnegorio dd^ò qnest'àffdre al vescèvo^ 
Mariniamo, hnponendogii die prona ammoniitee qmd vescovo^ 

(1) Lib. VII, Ind. II, cp. 9. 

(2) Lib. VII, Ind. Il, ep. IO. 

(3) Lib. VI, cap, 32. 

(4) Lib. Ili, cap. ult. 



i- 216 — 

» 

Ui tornare àll'uDione dèlia Chiesa cattolica ed alla sua plebe : 
ed ove avesse persistito nella contumacia , allora dovesse egli 
ordinarne un altro, il quale avesse cura di quell'isola quousque 
ad fidem catholicam Histrici Episcopi revertantur. GV impone 
eziandio di persuadere l'Esarca, che l'ordinarne un altro non 
si opponeva alla jussione imperiale , quia quamm jmsio quae 
ad eum delata est, subrepta esse videatur, non tamen in ea jus- 
sione ei praeceptum est , ut iH)lentes ad Ecclesiam redire non 
permittat^ sed ut invitos hoc interim tempore minime compellat: 
siccome anch'agli ne scriveva all'Esarca, e adÀnatolioin Co- 
stantinopoli perchè ne informasse anche l'imperatore. E poiché 
Gallinico lo importunava continuamente che dovesse ricevere in 
sua grazia la persona di Massimo vescovo di Salona nella Dal- 
mazia, del quale lungamente si è altrove parlato ; egli vinto 
da tanta importunità non avea potuto far altro che delegare 
alio stesso Mariniano questa causa affinchè conoscesse se fosse 
stato ordinato legittimamente, e se fomite di pruove fossero le 
accuse de' delitti che a quel vescovo s'imputavano : il pontefice 
gli dice che in tal negozio, secondo gli fosse paruto, pronjunciasse, 
ut nos dispositioni tuae consensum Deo auctore praebeamus , Che 
jse poi Gallinico avesse sospetta la persona di Mariniano , do- 
lesse chiamarsi in Ravenna Costanzo vescovo di Milano , e 
Congiunti insieme i due vescovi, soggiunge Gregorio^ de eadem 
* causa pariter decermte^ et quod utrisque 9obis placuerit, mihi 
placiturum esse certum tenete; il che gli ripete ancora in altra 
^epistola (1), siccome ne scrisse pure al vescovo di Milano , 
^d a Castorio (2). 

Scrive parimente all' Esarca rallegrandosi in prima delja 
vittoria che avea riportata sopra gli Sciavi ; dappoi pregandolo a 
manifestar con sua lettera all'imperatore in Costantinopoli che 
quel che aveva ordinato intorno all'isola Capritana non si op- 
poneva all'imperiale jussione^ siccom'egli ne scriveva a Blari- 
ulano, il quale lo avrebbe pienamente di ciò informato : e per 
^quanto riguarda la causa di Massimo, gli soggiunge :. de causa 
vero Maxim ^ quia importunitatem dukedinis ^estrae jam ferra 

(i) Lib. VII , iDd. II f ep. 82. 
(2}Lìb. Vii, lod. n,ep. 81. 



non^possunius;, quid decrevimusy Castorio Notarlo suggerente y 
cagnoscetis (1). 

Altra epistola si legge nello stesso libro indirizzata a Mari- 
niano, ap||rtenente airelezionè ed ordinazione del vescovo di 
Arimini, Wla quale dirassi quando ci tdccherà trattare della 
chiesa di Arimini (2). Ed in altra epistola gli raceomanda al- 
cuni vescovi d'Istria scismatici y i quali erano ritornati nel 
grembo della Chiesa cattolica , perchè usasse loro ogni be- 
neficenza per porgere esempio agli altri (5). Sì trovatìo oltrac- 
ciò due altre epistole dirette allo stesso véscovo MarìniaDo; nella 
prima delle quali gli raccomanda là persona inviata a Ravenna 
dal prefetto Giovanni a prendersuamogliee condurla in Roma, 
e nella seconda lo riprende dèlia negligenza usata di non far 
subito restituire nel monastero una monaca , la quale era stata 
sedotta dà un tal Pietro ad uscirsene per impudicamente ri- 
tenersela. Lo esorta ad usare in ciò tutf i mezzi per farla tor- 
nare in monastero ; e ad avvisarlo se in ciò fare trovasse op- 
posizioni nel seduttore, il quale con qualche scusa si rìfit] tasse 
di consegnarla: Quod si forte ^ egli dice, quod non credimus^ 
aliquahocfueritexcusationedilatufn; iunc etiam publicé con- 
testandm est . Atquefratemitasnobisvestrarenuneiet^ ut exinde 
in Urbein regiam scribamus : quatenus , quod fieri honeste ne- 
gligitur^ ea qua dignum est ultione plectatùr {k)* 
' Le seguenti epistole dirette allo stesso Mariniano 'maggior- 
mente confermano, quanto rigorosa e forte fosse stala l'autorità 
di Grregorio esercitata sopra la chiesa di Ravenna ed i «suoi 
vescovi e monasteri. Gregorio pur troppo amante dello stato 
QQionastìco (del quale all'incontro i vescovi Giovanni e Mari- 
niano, come quelli che non essendo stati mai monaci , non 
aveano quel riguardo che Gregorio voleva) si offese ed acre- 
mente riprese Mapiniano, perchè non avesse eseguilo dò che 
egli avea disposto a fovor del monastero costrutto dal suo pre- 
decessore Giovanni presso la Chiesa di S. Apollinare, facendolo 
q[»primere dal suo clero, laddove egli dovea difenderlo piuttosto 

(1) Uh. VII, Ind. II, ep. 9. 

(2) Lib. VII, Ind. II, ep. 50. 
(8) Lil». VII, Ind. li, ep. iOO. 
{4J Ub. Vm, ep. 8, 9. 



che inferirgli nuovrgntvami^ loolM l9 biasima ehe gli allri 
monasteri quae sub fratemitate tua sunt cùnstituta^ (^mc^nm 
importunitaHbuSj et dmrsi» eonm moUniis praegraiomtut^ quod 
m de estero fiaty dieuicta A« intermincaiane Cémjmtó : qtime^ 
nus monachis Ulte degentibue Hben m Dei MsWt^ lauéUue 
Uceat exuUare. d'impone altresA , che due chierici della (^iesa 
romana, i quali senza sua licenia m cnno* portati a Kavenoa, 
costringa a tonum afla loro chiesa (1). 

Altra volta fortemente si duole die t monasteri della sua pro^ 
vincia fosser gravati da'suoi (^ierics, iqmli nedisponevanocome 
se li possedessero in proprietà , il parche egli più volte al soo pre-^ 
deeessore Giovanni aveva scritto eb'eme&dadse lali ahwi; e 
siccome non guari di^ipoi qu^li si morì, lo stesser inculcato 
aveva a lui; ma vedeale sue aaimoninoni non aver arufo alctitt 
effetto ; laonde imponeva che senia scusa o dilazione alcuna or- 
dinasse a' diierid medesimi dt non gravate i monasteri con 
frequenti visite^ ma di condursi ivi solo per orare, o pure invi-, 
tati per .celebrare Ib aotennità dette messe: ehe se fcralciier 
abate o monaco fosse assunto al cbierìcatd^ o ad ordini sacri , 
non ilUc aliqtiatn habeàt uUnfius , ut diùsimm , poteitatem : gli 
impone flnahnenle ehe gl'invìaase persona con la quale potesse 
meglio disporre e regolare con più acconci instituti ì mona^- 
steri della sua provìncia (2). 

Con una nuova epistola concede più esenasioni e privHegi al 
monastero di S. Giovanni e Stefana^ di cui era abate €lau#o, 
qmdm Clagsitma est (evitate eenetifiaim. P^imametote proibisce, 
interdicimus ut nnllm episcc^oftam , atil saecuknium ultra tm^ 
deca de reddifibus, de ri^m^ vel clkirtis jmwdicti mmaetmi , 
vel de loco aliquo qui ùd «d jmtinee , quòcunmue mod& quùlibe^ 
occasione mimme , me imtmmtm dolosm aliqme facere. Fu 
secondo luogo prescrive, che sorgendo lite fra )a chiesa di Ra- 
venna ed il monastero suddetto, taf che non potesse amiche^ 
volmente eomporsi per ari)itri eletti daHe parli, simv&tmamief 
àihaiùne, medm sacramnciie EwngeHis ftniafur. In tenso hiogo, 
che morto l'abate debba in sua vece rifarsi altro dell' istessa 



(1) Lib. V, cp. 28. 

(2) Lib. VI, ep. 40. 



eongregazione da eleggerai da' mmaci, i quali se non tNiVash 
dero fra essi persmta idonea, soler ter de alHs manasteriis siti 
similiter eligant ordimméum. Quarto j ch^ sènza licenza del* 
Fd)ate Diuno^ de' monaci possa partire per ordinare altri mo* 
nasteri, ovvero essere assunto ad ordini sacri , o pure- alPof^ 
ficìo del chìerìcalo, ed ove fòsse promosso con sua licenza a)« 
l'ordine ecclei^sastiGO', uttì^uft Ulk me eUiquam potestutem, ne» 
ìkmtiam kabem kaiitamM. Quinto ^ che il repertorio., o sia 
inventario e desctizioGie delle robe e earte del mcmaslero 
non debba tam dagli ecclesiastici; ma quando occorresse, 
debba (arsi dall'abate del \\Xfgo con gH altri abati de' mo- 
nasteri vicini. In sesto luc^ ^ che se per utilità del mo^a* 
)^ro fesse d'uopo all'abete venire ai romano pontefice, ov\'ero 
mandar persona a Roma, eie in tutte le guise gii fosse 
lecito. Da ultimo, péiebè ie spesse vìsite de' vescovi grava* 
vano per l'ospitalità i moitasteri di mette spese , mecome si 
conobbe nel tempo di €ì€fvsnni predeoessor di Marìnìano, av- 
vertiva quest'ultimo' di ttsar prudesea e discrezione neU'ordi« 
narle, e bisognando, si valesse del vescovo èeM stessa città Clas* 
sitana, senza cbìamfare ì loirtMì, fueroon gravare il monastero 
di maggióri spese; ndé odmprefidendo in ciò la isia persona , 
poicbè egii ben sapeva, qnoà pm- 90s mbstantia monmterii om« 
nmo grùvàri rum poss^ (!)• 

Gli raccoa>anda moltissimo in al6*a epistola V abate Gliaidio, 
il quale tornava da Roiaa al sti» mionastefo , perdiè voglia 
amarlo ed averlo sotto la s(ua prolezioiie (2) ; ed in altra gli 
raccomatida la moglie ^ un tal Giovanni , riferitasi in 
luc^o immune per sottrarsi dalle oppressioni di un Gior^ , 
il quale aveede mossa qUistione di stal^; sì che {^ocurasse 
secondo Tor^e giudieiario a tener delle leggi iàt decìdere la 
causa senza svanta^gìo^ e testone delle parti litiganti (5). 

Ma qui bisogna indagare, facendo menzione Gregorio della 
città Glas^tana e del sn^ ves^t^ovo , quttl si fosse questa città 
pro^ima a Ravenna, perciocché dagli antichi geografi non: se 

(!) Lib. Tir, ep. fS; 
(2) Lib. VII, ep. i9. 
(3)Lib.VII,ep.21. 



^ MO — 

ne fa motto. Per comprèndere che questa fosse una. città ma- 
rittima presso al porto dì Ravenna, è da sapersi che i romm 
quando erano signori non men delia terra che del mare me- 
diterraneo, tutto rinchiuso dalle loro provincle che possede- 
vano nell'Europa , neir Asia e nell'Africa ; per custodia del 
medesimo avevano ordinate quattro flotte o classi. La prima 
aveva la sua stazione nel porto di Forum Julii^ ora detto Frejusy 
non molto lungi da Tolone, e però da PKnio vien anche chiamala 
Classica (i). La seconda nel Miseno, famoso porto, dove tro- 
vessi Plinia che n'era prefetto quando il Vesuvio incominciò 
a vomitar fiamme e fjBmo , e per la sua troppa curiosità ne 
rimase estìnto. La terza era in Ravenna neirottava regione 
d'Italia : laonde la città nominata da Gregorio Oassitana era 
marittima e prossima a Ravenna, detta cosi dalla Gasse che 
ivi dimorava. Quale ora si fosse , e come chiamata, e se ne 
rimanesser vestigi, è da vedersi nel libro primo deirit^ia an- 
tica nel Cluverìo. La quarta era in Bisanzio, ora Crostanti nopolì , 
la quale scorreva non pure i mari di Europa ma anche quei 
dell'Asia e le isole dell'Arcipelago. 

É anche degna di considerazione l'epistola indirizzata allo 
stesso Marìniano nella quale si mani{esta la disciplina di que" 
tempi intorno all'ordinazione o consacrazione de' vescovi suf- 
fragane , la quale facevasi da' loro metropolitani : e come 
questi ne' casi dubbi solevano ricorrere in Roma per la riso- 
luzione. Il vescovo della chiesa Gorneliense per suoi delitti 
erasi allontanato dalla medesima ^ eper;piùmesi la chiesa era 
rimasa senza pastore. Marìniano , poiché i cittadini gli &ce- 
vano istanza di surrogarne un altro , scrisse a Gregorio con* 
sultandosi seco lui se potesse farlo: e quegli rispose di sì , 
poiché i delitti di quel vescovo erano sì gravi che gli toglie- 
vano, secondo i canoni, ogni speranza di tornare a sedere nella 
Sila cattedra ; onde consotosse que' cittadini con permetter loro 
di eleggere il successore, e ch'egli^ seguita l'elezione, l'ordi- 
nasse. 

Questa città da Gregorio chiamata Comelimsis era la stessa 
che presso i romani Forum Cornelii^ posta negl'ottava regione 

(i; Lib. Ili, cap. 4, 



— sai — 

d'Iiaifa non molto lontana da Foritm Lmi. Oggi si vorrebbe 

che fosse Forlì nella Romagna. Chìamossi Fortm Cornelii , 

poiché Cornelio Siila costituì quivi pubbliche Nundim o Foro^ 

che ora diciamo Piera^ della quale parla Prudenzio: 

Sulla Forum statuii Comelius: hoe Itali urbem 
TocitatU ab ipso eonditoris nomine (1). 

Ma Filippo Cluverio pruova ad evidenza nel libro primo della 
sua Italia antica, che oggi fosse la stessa che Imola nella Ro- 
magna , nel che consente anche il rigido Arduino nelle Note 
sopra i libri di Plinio (2). 

Volendo Mariniano mandare un suo diacono in Costantino- 
poli per assistere agl'interessi ed utilità della chiesa^ di Ra- 
venna, scrisse a Gregorio che lo raccomandasse ad Anatolio 
diacono Costantinopolitano; il che Gr^orio fece, e scrisse a 
Mariniano d'averlo compiaciuto, inviandogli la lettera com- 
mendatizia da lui diretta ad Anatolio (3). 

Nello lAesso libro si legge un'altra lettera molto affettuosa al 
medesimo Mariniano, il quale erasi infermato per vomiti di san- 
gue* Gregorio fece richiedere i medici di Roma, i quali opina- 
jroBO che dovesse portarsi in Roma per guarirsi prima della state, 
stagione pericolosa per quel male , e che intanto serbasse un 
profcmdo silenzio, si stesse in quiete, e si astenesse da'dìgiuni. 
Gregorio, messe in assetto le cose della sua chiesa, lo invita a 
venire, dicradogli che la avrebbe nel suo Episcopio fatto as^ 
sistere con delicatezza, e gli comanda di non« di^lpuare : nec 
bortor^nec admoneo, sed districte praedpio^ ut ieiunare minime 
j>raesumas (4). . 

Se ne leggono poi altre ancora appartenenti a Ravenna 
ed al monastèro di «S. Giovanni e SteS^o , di cui era abate 
Claudio; e l'ultima indirizzata a Giòv^;uni , sottódiacono di 
Ravenna, merita' èsser letta per varie notizie che. ci sommi- 
nistra delle opere di S. GregcHio e della traduzione-greca fatta 
da Anastasio vescovo di Antiochia del sut^ Pastorale (5). 

■ I. 

{i ì Hymn. 9 in S. Cassicmwn. 
(2) Lib. m, sect. 20, d. 22. 
(3JLib. IX, ep.2e3. 
(4) Libv IX, ep. 28. 
Ì5}Lib. X, ep.5, 9e22. 



Neirundecìmo libro , oltre dell' /epistola diretta alk) >stei9so 
Giovanni, dove è lipraso il vescovo Es^eranzdo per aver m- 
strutto un oratorio in altra diocesi fimi della sua (i), «e ne 
legge un'altra scritta allo si(esso MaripiaDO , ndla quale ri* 
pete ciò che gli aveva scritto iatoroto alla «uà infern^tà, e gli 
permette , ove migliorasse , iigiunare una volta , o al più 
due giorni nella settimana (i). Finaànente nell'ultima epistola 
che si legge al medec»mo , gli dblega una causa dell^abate 
del monastero di S. Lorenzo e Zeacme eostrutto in Cesena » 
il quale abate si querelava del veacDvo di Cesena ^ da m 
era stato rimosso e surrogato da lun allvo ^). £ qvà è da 
notare quanto questo savio pontefice badasse più alla carità 
che deesi avere co' poveri, «he a'digìoni^ alta ritiratesEza fi^e 
orazioni , all'austeritit ed al viveue «solo a se stasw. Tjuttofoliè 
Mariniano, come si è vedoto, fosse canato di tante virtù ^ 
pure per la sua avaria « per àon volere &r linmsine , , uè 
soccorrere a'poverì, fu aspramente ripreso da Oregorio, il quale 
scrisse a Secondino che gli dicesse cbe nim avendo carità ed 
prossimo, ^ niente tutte quelle astinenze, orazioiàd e diginni 
Io avrebber giovato: Dìq er^ et, ut cumìoco muiet el meutem. 
Non siU credai s&lum lectiomm 4t oratiotksm mffcere; ta 
rermtus studeat sedere ^ et de n^mu mioime frucUficwei sed 
largam manum haheest.^ MÓBSsiMem paiiesttibm occurrM^ isdie- 
nmn inopiam suam credai : gtiéci si hme no» iabet ,, vaicmm 
Episcopi n0men t^mt (k). 

Per ultimo è da ranmeirtare l'epistola ehe Gregorio ifidieisé : 
Fratribus et Coepiseopo, Sacerdòtibus ^ Leintis ^ et.omm iwjtt^. 
Bm&mae^ nella quale lancia una se(»»uiiiea ad «m'inceria jper- 
sona di Ravenna che a^eva affisso in qudla .città ;Ufi «arteUo 
mfamatorio contro Castorio ivi residemte^ Botaio jdel papa ; 
nondimeno soggiange che ove i^ fnsbse maiiifiMtatQ e prcn^ato 
quel che la persona medesima aveva scritto ^ e >par $e e^ia 
confessato avesse pubblieamtaite al 5uo wami i in^: 4Qyjteb- 
besi intendere privata delia communi<me della chiesa (5). 



(1) Lib. XI, ep. 21. 

(2J Lib. XI, ep. 34. 
(3) Lib. XII, ep. i. 

i) Lib. V, ep. 29. -^ Gregorius Secundino Servo Dei nm^apmihw* 
'j Lib. V, ep. 30* 



8: 



E fin qui sia detto abbastanza di questi tre un tempo fa- 
mosi metropolitani della reg^f settentrionale e superiore 
dell'Italia. Ora proseguendo a rammentare i vescovi ad essi 
sottoposti, molti de'^uali sono menzionali da Gregorio in 
quest'epistole , Terremo a dèserrvere gran parte della mede- 
sima, comiaoiaiido Beoooodo H «metodo tenato da' più ordinati 
geografi dalla fronte d'Italia occidentale, cioè dalla prima prò* 
vìncia obe s'incontra, eh' è la ILIguria » sottoposta al metro- 
politano di Milauo. 



— 284 — 

I 

CAPO IV. 

Della Lig;aria^ e de'saoi Véimi 
sottopoiti al letiwpolitaiio di Klano. 

La Liguria, secondo la diviidoDe fatta da Augusto dell'Italia 
ìq undici regioni, era compresa nella regione nona ed unde- 
cima, ed è divisa dalla Gallia Narlxmense dal fìunoe Varo. 

Fra le prime città marittime che sHncontrino poste ne' lidi del 
mar Ligustico, fu lin tempo Cimelio città de' Liguri Vedianzi^ 
dalle cui mine crebbe Nìcea ora detta Nizza, città fondata da' 
Massiliesi alle radici delle Alpi marittime di qua del fiume Varo , 
d'onde comincia la nona regione , e perciò appartenente all'Italia 
e non già allaGallia. ÀNicea, succeduta alia desolata Cimelio, 
si uni la chiesa di questa, ch'ebbe vescovi antichissimi prima 
che da Costantino Magno fosse stata la religione cristiana ri- 
cevuta nell'imperio. Di Cimelio appena oggi si ravvisano po- 
chi ruderi ; ma il luogo vicino a Nizza ne ritiene ancora il 
nome di Cimiez. Di Nicea adunque e di Cimelio formossi ud 
vescovado, e nel decreto dell'unione fatto da papa Ilario è 
perciò chiamata questa chiesa Ecclesia Cemelensis^ et castellum 
Nicaense {l). Avvegnaché Gregorio non avesse avuto occa- 
sione di farne menzione in queste sue epistole , nuUadimanco 
in quelle di S. Lione Magno (2) bassi notizia che a'suoi tempi 
intorno l'anno 439 e 440 reggesse questa chiesa Valeriane , 
quello slesso che compose più Omelie , che ora si veggono 
impresse fra le opere di S. Lione, e sopra le quali Sirmondo im- 
piegò anche il suo raro ingegno. Di un altro vescovo Gimelense 
e Niciense poco prima di Gregorio abbiamo memoria nel Con- 
eìììo quinto Aurelianense celebrato nell'anno 549^ dove si legge 
un Magnm episcopus Ecclesiae Cemeliensis et Nicaensis . Appar- 
tenne un tempo questa chiesa al metropolitano di Milano, ma 
dappoi il suo vescovo fu reso suffraganeb dell' arcivescovo di 

(IJ Cooc. Gall.i Toni. ì, pag. 136. 
li) Ep. 50. 



— MS — 

Embrun, come scrive il vescovo di Saluzzo (1); sebbene oggi 
tra i suoi vescovi suffragaaei i fraacesi noo Io contino, forse 
perchè il contado di Nizza passò nella dizione de' duchi di Sa- 
voia, siccome si vede nel già riferito catalogo de' metropoli- 
tani di Francia. 

Dopo Nicea siegue il Porto d'Ercole , Portus Herculis Mo- 
fiaeoi (2), oggi chiamato Mònaco, di cui Àmmiano Marcellino , 
parlando di Ercole Tebano che uccise Gerione, scrisse: Monaeci 
similiter arcem et portum ad perenmm sui memariam consecra^ 
vit (5). E C. Tacito lo chiama pure Portus Herculis Monaeci (k). 

Indi sul mare sieguono Intemelium , ora detta Ventimìglia ; 
Albium Ingaunum, oggi Albenga ; Vadum Sabatium^ ora chia- 
mato Savona; ed appresso Genua^ e più innanzi il fiume Macra 
che divide in questa parte la Liguria dalla Toscana. 

Genova ebbe antichissimi vescovi; ed a' tempi di S. Gre- 
gorio, come città marittima, non era ancor passata sotto la do- 
minazione de' longobardi , ma durava ancora nella obbedienza 
degl'imperatori di Oriente ; quindi essendo la città di Milano 
oppressa, da' longobardi , molti suoi cittadini rifuggivano a 
Genova per sottrarsi dalle loro incursioni ed ostilità. E perciò 
Gregorio non volle accettare l'elezione fatta da' milanesi del 
vescovo Costanzo ^ se non si ricercasse anche il consenso di 
que' milanesi che dimoravano a Genova, onde scrive a Giovanni 
sottodiacono: Genuam te proficisd necesse est. Ei quia multi 
mie Mediolanensium coacti barbarica feritate consistunt^ eorum 
te 9oluntates oportet^ eis convocatisi in commune perscnUari (5). 
Il vescovo di Genova a' tempi di S. Gregorio era sottoposto a 
quel dì Milano , siccome si raccoglie dall'epistola indirizzata a 
Costanzo Episcopo Mediolanensi (6). 

Le città mediterranee della Liguria poste nella stessa nona 
regione ebbero pure vescovi antichi sottoposti al metropo- 
litano di Milano, di alcuni de' quali fassi menzione da Gre- 

(i) Ist. CroDolog. 

(2) Cosi Plinio nel lib. 3, cap. 5. 

(3) Lib. i5. 

(4) Hlst.» Hb. ni. 

(5) Lib. Il, iDd. XI ep. 30. 

(6) Lib. VII, ep. 132. 

Tom. II. i% 



— SH6 — 

gorìo in queste epistole. In questa regioue mediterranea fieHa 
Liguria, dove si erge l'Appennino il quale eon gioghi continuali 
fino allo stretto Siciliano divide per mezzo l'Italia, ebbero i Liguri 
di qua e di là dell' Apennìno stesso e del Po antiòbissime città, 
decorate di sedi vescovili. Fra le quali al di qua del Po ebbcr 
Dertona ora detta Tortona, del cui vescovo, suffraganeo a quel 
di Milano , veggiamo fatta oìen^ione da Gregorio nella stessa 
epistola, per occasione che dolendosi Filagrio, dalla chiesa^ 
IMrtona ritenersi ingiustamente un suo giovane, Gregorio 
scrive a Costanzo, ehe da quel vescovo Io faccine restituire : 
Quia vero ab Ecclesia Dertonemi pnerum suum injuste queritur 
detineri^ fraternitas tua praedictae d^fitatis episcopo curet seri^ 
bere^ ut si ita est^ sine aliqua illum contentione restititat. Qm 
si aliter esse forte responderitj aut apud 90s a/ut apud arbiiros 
eausa haeo cognoscenda sine excusatione est aliqua faeienda (1). 

Colà era ancora la città dagli antichi romani chiamata I^ 
dustria (creduta Casale), ben munita , posta alla riva del Po 
ne' confini della Lomellina. Non ebbe vescovi, se non ne^ 
ultimi secoli, e perciò non memorati da Gregorio. Il vescovo 
di Sai uzzo scrìsse, questa città essere ^ta fondata intorno 
l'anno 756 da Luitprando re de' longobardi; ma quel re non 
averla costrutta di nuovo, ebbene (erede il citato autore)^sopra 
l'antica città chiamata fadustria averne rifatta un^altra die 
acquistò il nome di Casale di S. Evasio da Evasio vescovo di 
Asti di rinomata santità. La sua chiesa collegiata sotto il nome 
di questo santo si apparteneva alla diocesi del vescovo di 
Vercelli; ma dappoi resa la città sede de' marchesi di Mon- 
ferrato, fu nell'anno ìkTk eretta in cattedrale dal pontefice 
Sisto IV a petizione di Guglielmo marchese di Monferrato , 
staccando dalla diocesi di Vercelli e di Asti più parrocchie per 
formare al nuovo vescovo k sua propria. E poiché questa 
chiesa appartenevairi al vescovo di Vercelli, il quale em suffra- 
ganeo all'arcivescovo di Milano , quindi Sisto nella Bolla espres- 
samente ordinò che il nuovo vescovo fosse sottoposto al me- 
tropolitano slesso. 

Ebbero i liguri , oltre a Valentinum , che ritiene anoosa il 

(!) Lib. VII, Mi 11^ ep. i32. 



— fJ7 — 

nome di Valema , la città chiamata Angusta Vagi$rmoriim , 
cioè de^ liguri Vagiennì , per distinguerla dall'altra Augusta 
detta Pretoria, posta nella regione undecima, della quate diraosi 
a suo luogo. Questa Augusta era posta alle radici delle ÀI^ 
Cozie non molto lontana dal Mmte Vesulo , d'onde il Po ha 
sua origine. Filippo Gluverio créde che fosse la stessa che 
oggi chiamasi Carmagnola (i). Ma il vescovo di Saluzzo so* 
stiene all'incontro ivi esser messa òggi la città dì Saluzzo dove 
era l'antica Augusla de^ Vagieoni ; e per certo er pare in ciò 
dover meritare ma^ior fede, favellando della citta della quale 
era vescovo, e dovendo perciò noi credere che avesse esatta 
conoscenza di que' siti. Si rese poi nota questa città per avere 
ivi costituita lor sede i marchesi dì Saluzzo della stirpe di 
Aleramo. Non aveva chiesa cattedrale , bensì una colle^Eate 
eretta ivi da Sisto IV sottoposta al metropolitaiio di Milano : 
ma dappoi^ nel i 51 1 , Giulio II Feresseìn cattedrale, eét avendo 
separate dalla diocesi di Torino più parrocchie^ forni al 
BOOYO vescovo la propria; e laddove prima dovea rimaner , 
sott(^)osta all'arcivescovo di Milano , la. sottrasse da quella 
dipendenza e la rese immediatamwte soletta alla Sede Apo« 
stolica. 

Tre altre antiche ed illustri città apparlenevaosi pare a' Mguri 
in questa nona regione : Alba Pompeia, Asti ed Acqvì de^ liguri 
Statielli, le quali ebbero antichissimi veseovi. Alba Pompqa ,. 
ovvero de? Pompejani^ fu cosi dagli antichi detta per c^ia^ 
guerla iàìVAlba Hdi^orum posta nella provincia Narbonense. 
Ritiene ancora il nome di Alba, ed è posta presso l'Appennino 
nella montuosa Liguria alla riva del fiume Tanaro. Novera suoi! 
vescovi fin dall'anno 5S0 , di ninno de' quali ebbe Gregorio 
occasione in queste sue epistole di far menxione. Usuo vescovo 
rimane ancora sufifraganeo a quel di Milano ; ed è vasta dioh- 
cesi che si estende neHe Lan^e, ed abbraccia lutto il mar« 
chesato di Geva» 

Asti, che ancor rìtirae l'antico nome5 posta pure nella mef* 
diterranea Liguria non molto lungi dal Taaafo, fu oelebratts^ 
sima colonki èb' romani, ed ebbe anch'essa vescovi antichis- 
ti) lUBi Astica, lib. I, eap» UK 



— »»8 — 

tsimi, essendovi chi li riporta fino all'anno 280; altri son contenti 
di cominciariia numerare dall'anno kòi ; e sebbene non si tro- 
vino memorati da Gregorio, eglino furono nondimeno sempre 
sottoposti all'arcivescovo di Milano, dal quale erano ordinati. 

E qui non ci rincrescerà rapportare ciò che il vesc. di Saluzzo , 
allegando Àrnulfo antico storico di que' tempi , narra essere 
accaduto ad Adelrico vescovo di Asti che resse questa chiesa nel 
1007 , per dimostrare quanto fosser gelosi gli arcivescovi di 
Milano di conservarsi il diritto di ordinar essi i vescovi loro 
suffraganei. Ne' secoli che seguirono quel di Gregorio, sempre 
più la disciplina ecclesiastica decadendo , specialmente dopo che 
Carlo Magno unì al pastorale la spada, ed i vescovi resi prin- 
cipi non facevan difficoltà di mettersi alla testa di eserciti ar-^ 
mali ; si videro disordini , scandalose brighe , e deplorabili 
confusioni non pure in Germania , ma in Italia stessa, spe- 
cialmente quando arsero funeste guerre tra i nuovi re d'Italia, 
gli Àrduinì , Adelberti , Berengari ed altri con gl'imperatori 
di Alemagna. Questo Adelrico o sia Olderico vescovo di Asti, 
di cui si parla, era figlio del marchese di Susa, e fratello di 
Olivo Manft-edi, ancor egli marchese, e per conseguenza affine' 
del re Arduino ; poiché la contessa Berta, moglie del marchese 
Manfredi, traeva origine ed era del sangue stesso de' marchesi 
d'Ivrea , prima detta Eporedia, d'obde discendeva Arduino. 
Ermanno Contratto nel suo Cronico narra che Adelrico da Ar- 
duino fu eletto vescovo di Asti , com'è verisimile per la lor 
parentela ; né altrimenti scrissero Galvano Fiamma e Carlo 
Sigonio. Lo scrittore antico milanese Arnulfo rapporta, che ot- 
tenesse quegli il vescovado dall'imperatore Errico. Checché ne. 
sia, narra questo isterico che essendo il predecessore vescovo di 
Asti del partito del re Arduino, per isfuggir lo sdegno di Errico 
lasciasse la sua sede, e ritiratosi a Milano, quivi si stesse nascosto; 
e che l'imperatore avendolo deposto, avesise conferito il vescovado 
a questo Adelrico contro la volontà dell'arcivescovo di Milano 
Arnulfo^ il quale di ciò fortemente sdegnato non volle ordi- 
nàrio. Adelrico a dispetto dell'arcivescovo andò in Roma a 
farsi consacrare dal papa ; di che asss^i più amaramente punto 
^nulfo, avendo convocato un concilio a Milano, lo scomunicò; 
e dappoi raccolto un numeroso esercito co' suoi vescovi suffi;a- 



— 229 — 

gaoei poàii alla testa di quello, cinse di strétto assedio ia città 
di Àsti , dentro la quale erano racchiusi il vescovo Àdeirico 
ed il marchese suo fratello. Gli aggressori posero in tali an- 
gustie la città , che astrinsero il vescovo ed il marchese ad 
accettare, per ottener la pace, condizioni pur troppo dure ed 
ignominiose, le quali riferiremo con le parole stesse di quel- 
l'istorico, secondo che furono trascritte dal vescovo di Saluzzo, 
come assai degne di essere attentamente considerate : In for^ 
titudine ejus, parlando di £rrico, omnis terra contremuit; usque 
adeo , ut si qui reperti fuerint Arduini favisse partibus , aut 
fìégerent^ aut deditionem facerent. E quibus Astensis Episcopus^ 
relieta propria Sede^ Mediolani usque ad libitum Iqtuit. Dederat 
enitn Imperatore vivente ipso et Mecto^ Episcopatum cuidam CU- 
derico fratri Manfridi Marchionis eximii ; quod factum Archi^ 
praesul Amulphus i?ehementer exhorrens^ consecrationem^ quae 
sUfi competebat^ omnino ^etuit. Oldericus autem ille suae fretusj 
oc fratris potentiae Romam proficiscens, subreptione quadam 
se consecrari feàt a Romano Pontifice; quod ubi innotuit Ar- 
nulpho^ justa satis accenditur iracundia^ non tantum regia tV 
stitutione^ quantum romana (quod deteriu^ iHdebaturJ insignitu^ 
consecratione. Veniens igiturin conventu Mediolanensis Ecclesiae, 
anathematis jaculo consecrati trans fixit audaciam. Denique col" 
lecto undique exercitu copioso ^ cum suffraganeis simul Episcopis 
ci9itatem aggressus Astensem^ clausisque in urbem Marchionem 
cum Episcopo densissima obsidione mllavit^ nec a populatùme 
belloque destitit^ donec pace composita , illius satisfactum volun- 
tati. Haec autem fuit pads conditio : Quod venientes Mediola^ 
num terlfio ab urbe milliano^ nudis incedendo vestigiis , Episcopus 
Codicem, Marchio canem bajulans (atto a que' tempi reputato 
vituperosissimo) ante fores Ecclesiae S. Ambrosii reatus proprio^ 
devotissime sint confessi» Pr aeterea Episcopus iHrgam et annulum 
suscepti pohtificaius supra S. Confessionis altare posuit , quae 
postea largiente Episcopo pie reassumpsit; frater vero iUiUiS Man^ 
fredus Marchio donaci Ecclesi^j^ talenta quam plurima , und^ 
producta est Crux illa pulcherrima , quae usque hodie praed^ 
puis tantum geritur in diebus^ Deinde nudis , sicut venerunt y 
pedibus medium ciintatis ad Ecclesiam majorem S. Theotodes 
usque devenerunty ab Archiepiscopo et Clero cunctoque receptiÀfi- 



— 230 — 

pace populo. La diocesi di questo vescovo anticamente era va- 
stissima: abbracciava oltre Gberasco, e tutto quel tratto che 
fra la Stura ed il Tanaro si stende fino alla sommità delle 
Alpi ^ e comprendeva anche tutta quella parte onde dappoi fa 
composta la diocesi del nuovo vescovo di Mondovì. Questo 
nuovo vescovado surse nell'anno -4588, eretto dal pontefice 
Urbano VI a petizione di Teodoro Paleologo marchese di Mon- 
ferrato. Per comporgli una diocesi bisognò torre da quella di 
Àsti più parrocchie e terre , fra le quali Cuneo ed il Castello 
di Bogenna; ma il nuovo vescovo fu sottoposto come quel di 
Àsti al metropolitano di Milano. Dappoi avradò Leone X nel- 
l'anno 1515 innalzata la chiesa di Torino in metropolitana ^ 
si tolsero all'arcivescovo di Milano due suffragane , questo 
del Mondovì, e l'altro d'Ivrea, ed attribuiti furono al nuovo 
metropolitano. La diocesi di Asti pure ebbe a somministrare 
più parrocchie per comporre la diocesi al «uovo vescovo di 
Possano. La chiesa collegiata di Possano sotto il titolo di 
S. Giovenale era nella diocesi del vescovo di Torino, ed 
a petizione del duca di Savoja Carlo Emanuele I fu da Cle- 
mente Vili nel 1S92 eretta in cattedrale, onde il nuovo ve- 
scovo fu reso suffraganeo all'arcivescovo di Torino, e per 
comporgli propria diocei^ fu d'uopo da quella di Asti sottrarre 
varie chiese. 

Acqui, posta alla riva del Bormida in quella parte del Pie- 
monte di là del Tanaro che McHìferrato oggi si appella, fa 
edificata da' Liguri StatidU popoli potentis^mi della montuosa 
Liguria. Fu così detta dalle acque calde che quivi scaturi- 
scono , molto utili e salutifere^ siccome è testimonianza di 
Plinio, e la esperienza stessa il manifesta. Fu chiamata de' lÀ^ 
guri Statieili per diàtinguerla da Acqui-sestie de' Salluvii, posta 
AeOa Galtia narbcmense. S. Gregorio in queste epìstole fa, egH 
é vero, menzione del vescovo di Acqui (1); ma, acedme fu 
avvertito, non di questa, sì di qudla della Oallia^ non solo 
perchè espressamente vi soggiunge in GaUiià^ ma perchè 
4a cattedra di Acqui ligure venne eretta dopo Gregorio da' 
Longobardi. 



— 231 -. 

Di là del Po, d'onde comincia l'undecima regione tutta me- 
diterranea , ebbero eziandio i Liguri nobili e vetuste città il- 
lustrate da antichissime sedi vescovili. Le prime che s'incon- 
trano sono Vibii Forum^ di cui non rimangon vestigi , ma 
solo il luogo ne' contini di Torino, chiamato oggi Castel Fiori ; 
e l'ai Ira Segusio, ora detta Susa: ambedue un tempo colonie 
de' Romani poste alle radici delle alpi nel confine dell'Italia e 
della Gallia narbonense , ndle quali non i» legge essere stata 
fondata al<^na antica o nuova cattedra. Ma Torino non mólto 
da queste lontana ebbe antichissimi vescovi, ed il vescovo di 
Saluzzo li ripcMTta fino all'aimo 310, scrivendo s. Vittore es- 
serne stato il primo vescovo. Comunemente però si crede, che il 
primo fosse il famoso s. Massimo attempi degli Ostrogoti re 
d'Italia , rinomato, per le sue omelie c^ si leggono fra le 
opere di s. Lione Magno, nelle quali fu avvertita quella de 
defectu LufUB^ dove cotanto declama contro il costume pagano 
che ancor durava presso i Cristiani di far rumori e strepiti e 
dar gran voce quando la luna mancasse. G^nnadio scrisse che 
morisse Massimo nell'anno k^O sotto gl'imperatori Onorio 
e Teodosio, e che a lui succedesse YiUore IL Ma è convinto 
di errore dal vescovo di Saluzzo , poiché MassinoK) con gli altri 
vescovi della lurovineia di Milano sottoscrìssero la lettera che 
Eusebio arcive$(5ovo di Milano serisae B^'anoo bSi a papa Lio- 
ne ^ e Vittore ^ fo mandato dal re Teodosio, insieme col ve- 
scovo di Ticìao y ora Pavia , per trattare <xm Gondebaldo re 
de' Burgundi il riscatto di alcuni sdiiavi italiani ; sicché non 
a' teittpi di quQgl' imperatori, ma de' re d'Italia Ostrogoti dee 
fissarsi l'epooa di questi due vescovi. 
. Nel pcffitifieato di Gr^orio^l regno de' Burgundi era passato 
ìa gran parte al re di. Francia^ ond' ò che reggendo ta chiesa 
di Torino Ursicino , poiché aila sua diocesi appartenevano aU 
cune parrocchie . poste in quel regno, e delle quali pure i suoi 
persecutori cercavano spogliarlo, Gregorio scrisse una fervo- 
rosa lettera a' re di Francia Teodorico e Teodeberto, raccoman- 
dando ad essi la persona di Ursicino , e pregandoli di soccor- 
rere un oppresso, il quale ardendo allora le guerre co' Longo- 
bardi , era stato costretto uscire dalla sua chiesa , riltuuta 
dall'oste nemica, altri in suo luogo essendosi surrogalo. Pratrem 



— 232 — 

ilaqu^ (gli scrive) et coepiscopum nostrum Ursidnum Taurtrue 
i'ivitatis aniistitem in pflrochiis suis quce intra regni vestri sunt 
terminum constitutce grave omnino didtur prcejudicium susti- 
nere : adeo ut cantra eoclesiasticam obsermntiam , contra sacer- 
dotalem graintatem^ et contra sacrorum canonum instituta , nullo 
exigente crimine^ alter illic non metuerit episcopus ordinari (1). 
Prega adunque que' re a proleggerlo e fargli render giustizia 
contro gli oppressori, e restituire le sue robe ; Io raccomanda 
ancora a Siagrio vescovo di Autun^ molto ben voluto e di 
grande stima presso que' re (i). 

I vescovi di Torino furono suffraganei air arcivescovo dì 
Milano fino all'anno 1515, quando come si è detto» fu quella 
chiesa resa metropolitana da Leone X, ed. il primo metropoli- 
tano fu Gio. Francesco della Rovere, al quale furono attribuiti 
per suffraganei i vescovi di Mondovi e di Ivrea, e poi quel di 
Possano. Molto scemano d'antichità a Torino que' che la fanno 
costrutta da' Massiliesi fondatori di Àntìpoli e di Nicea : ella 
fu più antica, e riconosce sua origine dagli antichissimi Liguri 
Levi, siccome apponendosi al vero opinò Plinio quando disse 
Augusta Taurinorum^ antiqua Ligurum stirpe (3), e siccome fu 
da noi mostrato in più luoghi dì Tito Livio {h). 

Eìihetù ì Liguri Salassi in questa XI regione la città d'Au- 
gusta PrcBtoria^ ora detta Aosta, posta tra due fauci delle alpi, 
tra le Graie e le Pennine, la prima che coftduse a* Taraótesi, 
e la seconda a' Vallesi. Le Graie cominciano dal Monte Cenisio^ 
(dove terminano le Cozie), e finiscono nel monte di Giove, oggi 
detto di S» Bernardo maggiore, dove cominciano le Pennine. 
Non si dubita che le Cozie prendessero il nome d^ re Cottlo j 
al quale Ottavio, ricevutolo in sua amicizia, lasciò il regno 9 
laccome scrìsse Àmmiano Marcellino (5). Ma intorno al nome 
4) Graie e di Pennine gli autori non son di accordo. Plinia 
rapporta solo la volgare opinione, che si fosser le prime dette 
Graie per lo passaggio di Ercole, e le seconde Pennine per 

(i) Lib. VII, Ind. II, ep. 122. 
(2) Uh. VII, iDd. Il, ep. Ì2I. 
(5) Lib. Ili, ep. 17. 

(4) Disc. Ili, Part. II. 

(5) Lib. XV. 



— 335 - 

quello di Annibale cartaginese (1). Ma Livio reputa favoloso 
il passaggio di Ercole (nisi^ e' dice, de Hercule fabulis credere 
ìibet) ; e non per lo passaggio di Annibale e' pepsa essersi le se- 
conde chiamate Pennìne, ma pìutlosto dal vertice di quel sacrato 
monte, poiché gli antichi Pennino chiamavano la sommità ^e' 
monti (2). Sponió in fatti rapporta questa iscrizione: Deo Pe- 
NiNO (3), ed Arduino su questo luogo di Plinio aggiunge che 
ancor oggi apud Armòricos GalUw populos Pen caput et vertex 
est. Nicolò Ghorier prova, Annibale esser passato non già per 
le Pennino, ma per le Cozie, dove oggi è posto Pinerolo {k) : 
il che è più conforme alla narrazione di questo passaggio ìfatta 
da Livio (5). Onorato Bouche con somma erudizione si pose 
anche ad esaminar questo punto (6). Checché di ciò sia, è 
d'altra parte indubitato che da Augusta Prcetoria gli antichi 
geometri, come dalla prima città d'Italia, cominciarono a misurar 
la lunghezza della penisola, tirando una linea per Gapua fioca 
Reggio : Patet (scrisse Plinio) longitudine ab Alpino fine Pro^ 
toricB augusta^ per urbem Capuamque cursu meante Rhegium 
oppidum etc. (7). Fu detta Augusta^ perché costrutta sótto gli 
auspizi di Augusto: Prcetoria^ perchè ivi fu dedotta nell'anno 
779 A. U. C. una colenda de' Pretoriani, ed anche per di- 
stinguerla dall'altra Augusta de' Liguri Vagienni, di cui sopra 
è jpiarola. La sua antica chiesa non ancora innalzata a catte- 
drale; come città italica, veniva comp*esa nella diocesi del ve- 
scovo di Vercelli ; ma da poi eretta a sede vescovile, il nuovo 
vescovo fu suffFaganeo del metropolitano di Milano, e dapoi 
come si é detto fu attribuito al Tarantese. Dopo la decadenza 
del romano imperio fu sotto i re Burgundi, ed a' tempi di Gre* 
gorio passò sotto la dominazione de' Longobardi. 

. Ebbero pure quivi i Liguri Salassi Eporedia, ora detta Ivrea , 
ed il suo agra^-tiampareggio, città da' Romani costrutta presso 

(!) Lib. in, cap. 17. 

(2) Lib. I. Dee. IIL 

<5) De IgnoUi Du$ pag. 22. 

(4) Istoria 4el Delfinato, lib. IH. 

(5J Dee. IH, lib. L 

(6) Corografia ed Istoria della Potenza» lib. HI» cap. 4. 

ci) lib. Ili» eap. 5^ 



- 33*—. 

la maggior Dora; essa novera suoi vescovi sin dall'anao 451, 
-e Dell'epistola di S. Lione M. scritta a' vescovi di Francia si 
h menzione del suo primo vescovo Elogio o sia Eulalio. Fu 
pure suSraganeo al metropolitano di Milano^ ma dapoi, come 
éi è detto, fu attribuito a quel di Torino. 

Vercelli de' Liguri Libici posta ai confini delL'Insubria ebbe 
vasta diocesi e véscovi antichissimi, sottoposti, come sono anche 
Qggi<» al meiropoUlano di MUano* Passata a'tempi di Gregorio 
sotto i Longobardi, questi arricchirono la chiesa vercellese. Se- 
guendo dapoi il loro esen^io gV imperatori della stirpe di 
Carlo M., e gli altri imperatori Germani, specialmente gli Ot- 
tosi e gli Enrid^ divenne ricchis^ma non solo per rendite, ma 
per »gnorie, castelli, giurisdizioni ed aiie^i i^ivilegi. Perciò 
la. cattedra era ambita da più potenti , poiché corrotta ogni 
eeclesiastiea disciplina badavasi unicamente per la dovizia ad 
oiusuparla , sia per diritte sia per torte vie . Né incontravasi 
^fficokày a guisa de' vescovi di Germania, l'unire in una 
persona più vescovadi; e se quello di Vercelli fosse passato ad 
altri, non perciò io lasciava* Né si avea ripugnanza di am- 
mettere giovanetti di quindici anni ed anche in età in£9a>- 
tile all'amministrazione p^ riscuoter le rendale, ed aMa giuris- 
dizione per esercitare imperio^ non già all'ordine ed alla 
coosacrasàone, perchè dallo stato eeclesiaslico potessero poi fai 
passaggio al secolare, e (Mre&der moglie, ed attendere alla pro- 
creazione, massimamente se d'altra maniera non si potesse 
conservare la Simiglia. E ne' secoli men da noi lontani sotto i 
pontifieatì di Sisto IV, di Alessandro VI e di Giulio II divenne 
il vescovado di Vercelli ereditario, poiché quasi per un secolo 
fu continuato nelle famìglie Rovere e Ferreria. Lo stesso Gru- 
llo li, il quale mentre era vescovo di Vercelli ascese al papato , 
tornò ad investire il cardinale Gio. Stefano Ferrerie del ve* 
scovado che aveva lasciato. Questo cardinale dalla chiesa di 
Vercelli era passato a quella di Bologna , e Giulio II fatto papa 
gli diede anche Vercelli, e la facoltà di ritenere l'una e l'altra 
chiesa , sicché in una persona si videro uniti il cardinalato, 
il vescovado di Bologna e quello di Vercelli; e dì più egli' era 
anche abate di {uù ricche badie. A questi deplorabili tempi 
in altre chiese d'Italia si videro anche simili confusioni e di- 



. —288 — 

sordiai, rapportati dal vescovo di Saluzzo aella sua Cronologia 
Isterica. Si vide nel 1500 Filippo di Savoia figliuolo del duca 
I^kIovìco essere eletto, inentre era ancora iufoute, vescovo 
e conte di Ginevra, il quale fatto maniere rifiutò l'abito 
clericale ed il vescovado, e ritenne il contado; e dapoi il 
conte di Ginevra, per la morie di Filiberto senza figliuoli, 
divenire .anche duca di Savoia. Nel 1518 Gio. Giorgio Pa- 
leologo vescovo di Casale, lasciato il vescovado, prender mo- 
glie; nel 15S0 Gio. Filippo figliuolo di Giacomo di Giolea 
di quindici anni essere eietto arcivescovo del Tarantese ; e si- 
mili altre sregolatezze e corruttele . 

Nella 'serie de' vescovi di Vercelli riportata da questo autore 
non sono da omettere due : il primo Gregorio Fontana che 
cominciò a r^gere questa Chiesa nell'anno ìQkl , il quale 
ebbe l'audacia nel 1061 di unire più vescovi di Lombardia 
presso Fontaneto nel distieUo di Novara , che quivi raccolti in 
concilio costituironoi fra ^i altri loro canoni i che fòsse lecito 
a' chierici l'aver moglie ; onde da papa Nicolò li insieme con 
gii altri vescovi fu scomunicato. L'altro fu Wernerico nel 
10S6 assunto al vescovado di Vercelli, il quale compose un 
libro : De discordia rsgni et sacerdotii^ titok) forse più pro- 
prio di quello di cui poi sì valse Pietro di Marca arcivescovo 
di Parigi nella sua opera: Concordia sacer dotti et imperii, dove 
infelicemente e senza successo pretese concordare l'una e l'altra 
potestà, che è lo stesso che peliam lavare. 

La città di Novara ch'ebbe anche vescovi antichi, se dob- 
biam prestar fede al vecchio Catone, pure da* Liguri ricevè 
origine, sebbene Plinio la fa derivare da' Vocantii, popoli della 
Gallia Narbonense. Ma lo stesso Plinio confessa, che i Liguri 
Levi e Narici avesser fondata la città di Ticino , ora detta 
Pavia da Papio, come crede il Sigonio, duce de' Longobardi 
che la conquistò. 

Questa era l'antica Liguria che occupava gran parte d'Italia 
occidentale, la quale a' tempi di Gregorio, toltine i luoghi 
marittimi , era passata sotto la dominazione de' Longobardi . 
Ma dapoi col tempo che cangia e muta i nomi , i linguaggi , 
i costumi , i confini e tutto , sorti altre divisioni , nuovi 
signori e nuovi dominj. Fu parte della medesima divisa in 



- 556 -. 

più marchesali ; què* di Monferralo , di Saluzzo , di Ceva , 
(li Savona, del Finale, ed altre signorie. Indile altre regioni 
che la componevano acquistarono il nome di Langa, di Asti- 
giana, Piemonte Superiore ed Inferiore , ovvero di Torinese » 
di Canavese, Valle Augustana, Vercellese e Biellese. 

In questa undecima regione d'Italia Plinio comprende anche 
le altre città vicine, le quali non da' Liguri, ma da'Galli, che 
passarono le Alpi, furono fondate, siccome dagl'Insubri Mi- 
lano, da' Boj Lodi e dagli Orchi Como e Bergano . Como ebbe 
il suo vescovo suffiraganeo. a quel di Milano, e di esso leg- 
giamo fatta menzione da Gregorio (1), che scrivendo a Co- 
stanzo arcivescovo di Milano, intorno alla chiesa di Como , gli 
narra come questa si dolesse della romana , per averle tolta 
la villa Auriana, e come si fosse perdo separata dall'unità cat* 
tolica: il pontefice impone a Costanzo^ che purché la chiesa 
di Como non volesse in quella scissione persistere, le avrebbe 
fatta restituir la tolta villa ; siccome fu da noi detto trattando del 
vescovo Costanzo. 

Siegue la decima regione d'Italia, che comprendendo molte 
città fra le sedi vescovili , delle quali alcune si appartener- 
vano all'arcivescovo di Milano ed altre al metropolitano di 
Aquileia ; bisogna che separatamente nel capo seguente se ne 
tenga argomento. 

f 

(i)Lib.VlI,Iiid.II,ep.57. 



— J87 — 

CAPO V- 

Della decima reg;ione |d1talia che comprende le Venezie e 
l'btrìa, e de' loro Vescovi sottc^ti a'tempi di Gregorio 
nella maggior parte d letropditano di Aqoileia. 

Proseguendo da queste parti settentrionali ed orientali , 
delle regioni d'Italia la prima che s'incontra è la decima , la 
quale è divisa in mediterranea e marittima sull'Adriatico. La 
mediterranea si con^unge con l'undecima già descritta, e le 
sue prime città che s'incontrano sono Cremona e Brixia, ora 
Brescia, nell'agro de'Galli Genomani. Cremona fu resa colonia 
de' Romani l'anno 536 A. U. C. secondo Livio (1). Brescia 
anticamente capo de' Cenomani, siccome Livio stesso la chia- 
ma (i), ebbe vescovi antichissimi, de' quali anche da Gregorio 
troviamo fatta menzione (3), suffraganei all'arcivescovo di 
Milano ; poiché avendo il vescovo ed i cittadini di Brescia scrìtta 
una lettera a Costanzo vescovo di Milano , dimandandogli che 
giurasse tria capituta minime damnasse ; ed avendo di ciò 
Costanzo dato ragguaglio a Gregorio, questi gli risponde che 
il suo predecessore Lorenzo non l'aveva fatto , e né meno 
egli il facesse , e bastava che gli mandasse una lettera , in 
qua sub anathematis interpositione fateamini^ neque vos aliqùid 
de fide Chalcedonensis Synodi ifnminuere , neque eos qui immi- 
nuunt recipere , et quascumque damnant , damnare ; et quos-^ 
cumque aòsolvériìj absolvere. 

Ora incominciamo le mediterranee Venezie, secondo Pli- 
nio {k). E le prime città che s'incontrano sono Ateste^ la 
quale ora con voce diminuita chiamiamo Este: Acelum, oggi 
Asolo, sopra Tri vigi: Pala vium, ora Padova: Opitergium, oggi 
Oderzo nella Marca Trivigiana: Béllunum, ora Belluno: Vi- 
cetia, oggi Vicenza; e di là del Po solo Mantua, non già da' 

(1) Decad. HI, lib. 1. 

(2) nec. IV, lib. 2. 

(3) Lib. Ili, ep. 37. 

(4) Lib. Ili, cdp. 10. 



-988 - 

Galli Veneti, ma da' Galli Cenomani, ovvero Aulerci, fondata, 
siccome prova il P. Egìflo Laccary (1). E pure Virgilio per 
onor della sua patria la faceva derivare dagli antichi Elruscbi : 

JUantuu dimg^ avisi sed non genas omnilms unum; 
Gens UH (riplear^ populi svb gente gwUerni; 
Ipsa caput pópuliry Tvseo dfe sanguine rnres (S). 

Qui PUnio aggiunge che Catone^ credette i Veneti aver avuta 
origine da'Trojani, ed altrove (3) rapporta Topinionedi Cornelio 
Nipote, il quale voleva esser creduta (credi vmìt) da' Troiani 
e dagli Eneti popoK di P^flagonia i Veneti d* Ffóilia derivare ; 
e per tal modo nel quale è da Plinio una simiglìante opinione 
rapportata, quesl' ultimo mostra non darvi alcuna credenza. 
Livio pure per dare una più spiendida origine a Padova s«» 
patria scrisse lo stesso^ e ^le ciò fosse avvenuto sotto Ante* 
nore, duce di que' popoli. Ma da ciò che Plinio qui seri ve, 
e più chiaramente da quel die scriva Strabone nelfei sua Geo- 
grafia (^), si dimostra che non dagli Eneti di Pafiagonìa^ ma 
da' Veneti della GaUia derivò a questa provinda ed a' suoi 
abitatori il nome di Venezie e di Veneti. Lo stesso Livio con- 
fessa che più popoli della Gallia, gl'fnsvbri,. i Boi^ i Sènoni , 
gli Aulerci o siano i Cenomani , ed altri popoli della GalKa 
Lugdunense, avendo traversato le alpi 9oMo; Belleiveso nipote 
di Ambrgato, re di tutta la Gallia Celtica, avessero occupata^ 
scacciandone gli Etruschi, questa parte dllalia, chiamata perdd 
da' Romani Gallia Cisal^na (5) ; ed. altrove lo stesso autore 
afferma cfaeiGatK occupavano tutt'i luoghi d'intorno Padova,, 
e si stendevano fino ad Aqoileia, e che questa città intorno 
all'anno di Roma S27 fu resa colonia de' Lati ni, ed era posta 
nell'agro de'Galti: Aquihia Colonia latina eodem emm in agro 
Grallorum est dèduel!a (6). 

Non è dunque cesa assai più verisimile, che siccome i Graffi 
Insubri fondavano Milano, i Boi Lodi, gli Oobi Como, i Ce- 
fi)' De £k>len. G^ttBm.y lib. B, oap. 0. ' 

(2) Aeneid., lib. X. 

(3) Lib. VI, cap. 2. 

(4) Lib. IV, 

(5) Dee. I, lib. 5. 

(6) Dee; IV, lib. iO. 



Domani BrescNi, VetoDa, Cperoooa e Mantud ; ^oi» pure i 
Galli Veneti della stessa Gaiiia Lugdmieiifle avesser dato nome 
a questi popoli ed alle (regioni ìsl esei sopra gli Etru^aehi ooaqui- 
state? Perchè dunque far venire dfin dalia Paflagonia gli Eneti e 
da Troia i Troiani s€4;to A^ntenore ? Né qaeati né Enea (siccome 
da noi fn amfnamente mostrato nfi' Bìfioorsi sopra lavio) (I) 
partÌFonsi dall'Asia, né videro <^animai l'ibitia. 

Seguono i popoli fettìm^ a, sieeome lì chiama Gassiodoro, 
Feltrini, i quali nella Rezia avevano la toro città chiamata 
Feltria , oggi Feltre sopra Trevigi, la quale , secondo Titine- 
rario di Antonino, è distanfte da Treifto ìi% miglia. Indi i 
Tridentini, dà' quali era abitata Tridentum^ oggi Trento suT 
fiume Alesi, ora Adige : e sopra Trento nel contado del Tirolo 
Brisentum, ora Brixen : i Bervenses, dove oggi é Belluno sopra 
Feltre anche nella Rezia ; e fra le altre città mediterranee che 
ancor ci restano, Verona e Trevigi. Tutte queste regioni me- 
diterranee furono, a' tempi di Gregorio , discacciati i Greci , 
occupate da' Longobardi , i quali vi costituirono uno de' loro 
ducati , detto il ducato di Trento, residenza di un duca. 

La parte di questa decima regione che guarda il mare 
Adriatico comprende le città marittime della costa ; e le prime 
che s'incontrano sono Altinumj le cui mine si vedono ancora 
oggi nella porta del fiume Scie ; Concordia^ la quale ritiene 
ancora lo stesso nome tra' fiumi Livenza e Tagliamento ; ed 
Aquileia^ di cui già si é detto, tra i fiumi Natìsso e Turro. Si 
perviene dopo in Trieste , città lontana d'Aquileia intorno 
venti miglia , che ebbe suoi vescovi , de' quali non si di- 
menticò Gregorio, cotanto lodando Firmino vescovo di Trie- 
ste (2), che dopo essersi unito alla Chiesa di Roma, si man- 
teneva sempre forte e costante nell' unione ; perciò lo rac- 
comanda a Smaragdo Esarca di Ravenna , dicendo a costui : 
Firminus siquidem frater et coepiscopm noster Tergestinoe Anti-- 
stes EcclesicB et e. (3), 

Siegue dapoi l'Istria , la quale a guisa di penisola sporge 

(1) Part. I, Disc. IL 

(2) Lib. X, ep. 36. 
(5) Lib. XI, ep. 40. 



— JW — 

Dei mare, ed in sé contiene più città, ornate a' tempi di Gre- 
gorio di sedi vescovili, quali furono Egida , poi detta Jmtino- 
polis ^ ed ora chiamata Capodistria; Parenzo che ritiene ancora 
io stesso nome; Fola che pur lo ritiene; ed in fine Nesactium^ 
oggi Gastelnuovo, poco lungi dalle cui mura scorre, il fiume 
Arsia, che termina la regione e divide l'Italia dalia Uburnia , 
compresa anche sotto il nome d'Illirico : ed a questi, vescovi 
deiristria suffraganei al metropolitano dì Àquileia si leggono 
indirizzate più epìstole da Gregorio (1), 

(i) Petra et Prudentio Episcopis de Hiitria, iìb. IV, ep. 49. —Ed ìu 
altre non poche epistole» che già menzioDammo, trattando di questo metropo- 
litano. 



M 



i 



— 2*1 — 

CAPO VI. 

Belle Genti Alpine, che dal lato settentrionale e dall'orientale 

senano lltalia. 

Si è già veduto t^me nella Liguria^ parte occidentale d'Italia 
a pie delle Alpi marittime, e fra le Alpi Cozie, Graje, Pen- 
nine e Centroniche si ravvisassero in quelle città antichi ve- 
scovi ; e si è ancora osservato come nelle marittime ciò ap- 
parir non dovesse cosa strana, per lo contìnuo commercio 
con gli altri popoli d'Europa, dell'Asia e dell'Africa ; e nelle 
mediterranee, perchè aveano per confine la Gallia Narbo- 
nense numerosa di vescovi assai più che la Lugdunense , la 
Belgica e l'Aquitanica. Ma quanto alle genti alpine rivolte 
al settentrione , che avevano per confinanti gli elvezj ed i 
germani, fra i quali molto tardi la religione cristiana pose 
piede , qual maraviglia è se in esse non si riconoscano vescovi 
antichi, ma stabiliti molto tempo dopo del pontificato di Gre- 
gorio? Che i Reti, oggi detti Grigioni e che occupavano gran* 
parte di que' paesi i quali or formano il contado del Tirolo f 
<3hei Vindelici, i quali tennero quel tratto dal Lago Brigantino 
al fiume Eno dove ora è la maggior parte del ducato di Baviera ;> 
€he i Norìci, i quali un tempo ebbero altra parte della Baviera,> 
stessa; che tutta l'Austria in fine, la Stiria, la Carinzia e le 
altre nazioni vicine non potessero similmente vantare antichi 
vescovadi ? 

Fu il grande ed augusto imperatore Ottavio che distese 
i confini dell'Italia , comprendendovi tutte le genti alpine da 
lui vinte e debellate, i cui nomi dobbiamo a Plinio se furona 
tramandati a' posteri, poiché nella sua Istoria di Natura (1) 
troviamo conservata la iscrizione del Trofeo di Augusto eretto 
iiell'estremità delln Alpi marittime della Liguria , ed in essa 
i nomi leggonsi di que' popoli : l'ordine col quale son 
notati è diverso da quel che si è da noi tenuto trattando 

iì) Lib. Ili, cap. 20. 

Tom. IL IT 



— 1*8 — 

della Liguria e della Gallia Narbonense ; poiché non dall'occi- 
dente e dal mare inferiore, m^ dalFofiente e dal mare supe- 
riore cominciasi, e sì finisce nell'inferiore, a mari supero ad 
ittferum. Ecco Tiscrizione del Trofeo, che noi rapportiamo come 
un inestimabii tesoro deirantichità, e secondo l'emendalissima 
lezione di Arduino, illustrata dalle sue dotte ed erudite anno- 
tazioni. 

hiP£iuTORi Cjssaiu Divi F<i àu&. PosmFici Maximo ' 

lUPERAlOm Xl¥ TrIBUNICIìE Potestas]$i 

S. P. Q. R. 

QUOB ElUS De€TU ÀtJSPIGl^lSQXJE GENTES ALFIN^E OlttNES,^ QUM A 
MABI SUPERO A0 ISHTEBUM PEBfflNCRAl^T ^ mB IMPERIUSI E^OP. BOW. 

smr redactìe: 

€ENTES ALPINA DEVICTìE: 

TRil}»Plft.nfI, CaAIUNI, YeNOSTESt, VeB^NOJVETES, IsARCI, BBiXiNf, 

GeNAZINBS,. FoGUNATES, YnSDELICORUlft GENTES QUATUOR , CONSCJA- 

NETES, RuGINATES, LiCATES, CaTENATES, ÀISBISUNTES , RUGUSÌGl j- 

SdAi^ETES, CaLUGONES, BrIXENTES, LePOATII, YlBERK, NaNTOATES, 

Seduni, Yeragri, Salassi, AcCTA-ropfES, Mediilu, Ucenj, Gatc- 
RifiES, Brigiani, Sooiontii, Brodiontr, Nemaloni, Edenates, 

ESUBIANI , YeaSBWI y GaLUTjR , TftHJtATTl , ECTim , VERGBfNNf , 

Egùituri, Nehenturi, Oratelli, NERUSiy Yalauni, Suettri. 

Grutero trascrive que^a kcrizioBe sii»!^ alle parole GeiHe» 
Alpmae demctae (i) , ma secoiìdo l'effizrone di Dalecainpio , 
segna a XYII Tanno della tribunizia potestà, laddove n^de te- 
stimonianza Arduino che ih tutti i nm. e Delle edizioni an- 
teriori a qctòlla dì Dalecampio uaa tale anno é- XIV;: sìecome 
noi, attenendoci a tale autorità^ abbiam rapportato. 

U trofeo dì cui {avefljama eertament^ n(m è quello ctelTÀrco 
Trìonlai^ che si vede a Susa^ siceoine cim errore manifesto credè 
Il P. Mabillon nel suo Iter Jtalicum^ perchè , mme avverti io 
stesso Arduino, VisenTÌowd é diversa seconda le pairoie che vi 
sono rimase, delie qtiali solo, le seguenti (dice questo autore) 
erui potmrunH ab oeutato tem^ an. 1 67 4 : Imperaiori CìESari 
Augusta Divi F. PoNTiFia Maximo TRietNie. PofESTAT» xv 
hfPEBAtTORi IV • « . » • Ma più (filigefili investigatori ne hanno 

(i) Pag. 226, 7: 



— Mi — 

poscia sooverte molte altre^ elle possono leggersi nel MaSei 
e nel dotto libro ulIimameiKte dato in Torino alle stampe 
Mcmnora Taurinensia. L'iscrizione è diversa, perchè il Trofeo 
dei quale parìa Plinio doveva erigersi nell'estremità delle Alpi 
HiariUiaie del mare ligustico, dove per questo Iato te Alpi fi- 
nisoono j onde non è improbabile, l'opinione di Arduino che 
crede riscrizione Pliniana dover essere stata eretta nel con- 
tado di Nizsa e propriamente nel ^ago Turbia vicino a Nizza, 
ultimo conine occidentale delle Alpi. 

Plinio ancb'egli comincia ad annoverare le genti alpine 
dall'opposto confine dell'Italia orientale , da Pota non molto lon- 
tana dal fiume Arsia, che divide l'Italia dairillirìco ; e que' 
popoli che da Pola fino a Trieste abitarono in questa regione 
ddama Secusses e Subocrini, forse dalla città di Ocra memorata 
da lui poco innanzi. Le altre genti alpine delle quali Plinio fa ri* 
cordo, sono primamente i Catali, detti cost da una vecchia ìseri> 
ziooe trovata a Trieste rapportata daGrutero (1), non CatUi come 
altri leggono ; ed i Monacaleni. Indi presso a'Carni , i Noriei , i 
quali un tempo si stendevano fino all'Austria e tenevano parte 
della Baviera dal fiume Eno , sicconke anche la Garintia e la 
Stirìa: i Reti già menzionati^ e i Yinddfici, la coi città fu poi 
ctàamstXsi Aìigusta Vifidelicorum , edoraAngsbourg. DKall'aitro 
lato che riguarda l'Italia^ gli Eugand* popoli illu^ri cbVbbero 
secondo Ardisino, per città principale quella che serba ancora 
vestigio del lor nome, cioè Lugano posta presso il lago dello 
stesso nome, tra il lago Verbano, ora detto il lago Maggiore, 
ed il lago Lario, ora di Como. I Triumpìlini, il cui agro se* 
Gondo Cluverio (2) ora chiamasi Trappia. I Camuni , i quali 
abitavano in quella valle ebe secondo il Boucbe (3) da essi 
ritiene ancora il nome di Val Camonica. I Lepontini, che se- 
cimdo lo stesso autore , tennero quelle valK intorno ii Isigo 
Maggiore^ fra le quali Val é*0ssula, e Val Levantina. I Salassi 
già delti, la cui r^rone ora è chiamata Val d'Aosta^ e la città 
Augusta Praetoria. Seguono poi gli abitatori delle Alpi Peoni ne 
e Graje, fra' quali gli Octodurensi , onde nella NotUia Prov. 

(1) Pag. 408. 

(2) Lib. IH, Ital. cap. 24. 
(5) Lib. Illy cap. i. 



la città de'Valesi é chiamata Octodurus, ora Martignac en 
Valais ^ ed i coloni dell'agro intorno les vaudais. I Sedani j 
memorati nell'iscrizione, ebbero per lor città quella che ora è 
chiamata Sion capo del Vallese ; siccome ì Veragri le Cha- 
blais^ parte del Delfinato , ed i MeduUi la Maurienne , se- 
condo Boucfae , parte della Savoja , il quale crede anche che 
ì Nemaloni occupassero il contado di Milano , ed i Brìgiani 
Brìancon. I Centroni nelle Alpi Graje (onde nella Notitia GaìL 
si legge Civitates Centronum) ehhevo Tarantasia (Taraotaise)* 
Chorier (1) e Bouche (2) ripongono nelle stesse Alpi Graje i 
Caturigi, la cui città era Ebrodunum (Embrun) , mossi dal sus- 
instare ancora un vico presse questa città che ritiene qualche 
vestigio del lor nome^ poiché appellasi Chorges, Indi vengono gli 
abitatori delle Alpi Cozie, ritenuteper munificenza di Augusto 
dal proprio re Cozio , onde presero il nome, e che oggi son 
dette Mont-Cenis. Lo stesso Bouche (4) crede che questi popoli 
delle Alpi Cozie (rammentati da Plinio , quando dopo la citata 
iscrizione disse che le dodici comunità Cozie non erano an- 
noverate nella medesima, poiché esse non furono ostili) 
fosser quelli stessi che ora abitano le seguenti valli , cioè 
Val di Grana : Val di Vraita ; VaJ di Gilde : Val d'Isase : Val 
eli Pau : Val d'Angrogne : Val di Pragelas e di Lusema : 
Val di Porosa: Val di Susa: Val di Lans: Val di Melon: e 
Val di Pont. De' Liguri Vagienni già si è detto, trattando della 
Liguria. 

In quésta guisa le Alpi, cominciando dalle marittime del 
mar superiore e terminando all'inferiore, serrano l'Italia, e tutto 
il rimanente vien circondato dall'uno e l'altro mare. L'ordine 
da noi infrapreso di proseguire il cammino dall'occidente per 
settentrione ad oriente richiede che, terminando la Liguria 
jiel fiume Maera il quale la divìde dall'Etruria, si «comi nei ad 
enumerare le città di questa , e ì molti vescovi che le illustra- 
rono, jnemorati da Gregorio in queste sue epistole. 

Xi) Lib. h 

(±) Lib. Ili, cap. 2. 

m Lib. III. 



— »s — 



PARTE SECOJVDA 

Italia Centrale 



INTRODVZIOiXE 



L'antica e nuova Etruria. 

GH antichi Etruschi furono un tempo in Ftalia popoli nonr 
meno potenti che diffusi, stendendosi dall'uno all'altro mate 
ed occupando più regioni di qua e di là dell' Appennino ; nel 
che di molto avanzarono i Liguri : ma questi per antichità loro 
non cedono, anzi li superano, poiché degli Etruschi si sa 
ì'orìgine, ma de' Liguri non già , tanto essa è vetusta ; ond'è 
<^he si reputino in Italia indigeni , non altrimenti che Tacito 
reputò gli antichi Germani. Tutti convengono, gli Etruschi 
-esslfir gente for^tiera, ma non si accordano le opinioni intorno 
a' paesi d'onde venissero in Italia. Plinio vuole che prima 
l'Etrurìa fosse stata abitata dagli Umbri; che questi ne fossero 
^tati poi scacciati da'Pelasgi; ed i Pelasgi da' Lidi: che si fosser 
<;hìamati Tirreni da Tirreno re di questi Lidi , e poscia per lì 
frequenti loro sacrificj da'Greci fossero stati chiamati Thusci (1). 
Altri forse apponendosi più al vero li fanno derivare da'Tiriì , del 
qual sentimento fu Samuele Bocarto ; e poiché questi traggono 
origine dagli antichi Fenicj , a' medesimi dovranno riportar- 
^ne i prìncipi. Ninno ignora che i Fenicj , come Diodoro 
siciliano, Strabene ed altri antichi autori assicurano , resi 
per le loro navigazioni famosi da per tutto, scorrendo il mare 
mediterraneo, non altrimenti che popolati aveano i lidi def- 
r Àfrica, lasciarono parecchie loro colonie sulla parie oppostaci 

(1) Lib. Ili, cap. 5. 



Europa ne' lìdi di Spagna e d'Italia : e ninno dubita che gli 
antichi Etru^hi non meno de' loro progenitori furono in 
mare potentissimi , sicché essi diedero i nomi a' due nostri 
mari , all'inferiore di Etrusco , ed ai superiore di Adriatico 
da Adria lor città così chiamato, 

Que' che vogliono derivarne l'origine da' Cananei con ri- 
correre a puerili argutezze, non si accorgono che credendo di 
portare un' opinione affatto diversa , vengono a confermar 
quella di coloro che li fanno propagine de' Fenicj ; poiché i me- 
desimi popoli che da' greci furon detti Fenicj, dagli ebrei erano 
chiamati Cananei. Parecchie evidenti pruove, dalle quali ciò 
si addimostra, furono addotte da Andrea Masio (1) e dall'eru- 
ditissimo P. Pereira (2). Nel capo V di Josuè, mentre nella 
Bibbia Ebraica e nella Latina si chiamano re di Cananea 
qui propinqua possidebani magni maris loca (cioè del mediter- 
raneo), nella Greca i settanta l^gono re di Fenicia. OltMeeiò 
quella donna^ la col figliuola dal demooio ossessa fu da Cristo 
N, S. liberata, da S. Matteo (3), ch'era ebreo e scrisse nel 
suo linguaggio, si chiama Cananea; ma da S. Marco ehe non 
Io era e scrisse in greco, sì appella Syrophaenissa dalie regioni 
e sedi che occupo questa gente , che sono le stesse. Ne' Nu- 
meri (%) gli esploratori che mandò Mese nelle regioni marittifiie 
della Palestina bagnate dal mare mediterraneo, parte della^ro- 
messa Cananea, riferirono a Mosè esE6r questa abitata da popoli 
numeroà e poiefili ; ed in questa stessa regicme mariittina da 
Plinio , Strabooe, e da tutti gli anti<^i scrittori prolaoi sono 
collocali i Fenicj. Omero (5), Diodoro siciliano e tutti gli an- 
tichi descrivono i Fenicj per gente inda^nosa, accorta ed ap- 
plicata alla mercatara ed all'arte nautica ; e neUa Sacra Scrìt- 
tura (6) lo sl^so si rapporta de* Cananei ; e Saloiimie (7) lo- 
dando una donna industriosa che lavorava lintei e cingoìi , e 
li vendeva a' mercanti canantìj dice: Unteumfei^ ^ et ^om- 

(1) Gom/lib. Job. ; Disp. fO, Kb. I, eap. 3. 

(2) Diap. Sei. in Exod. Oisp, 40, U 
(5) XV, 22. 

(i)Cap. i5. 

(5) Odjs. 45. 

(6) l4pap. 23, — Hos. cap. 24. 

(7) Prov. ult. 



didit ^ ^ dngulum tradidit Chanama. Presso g}i (ebrea sono 
precimmrate ehiamati CSananei que' pdpoK >cfae «d^itavano ne' 
luoghi tnariltìmi sopra la PalestUia dal seUenUioDe : siocmae 
pare presso i gred erati detti Feniq quelli «he aveano le lord 
città eostrtD^ ia que' lidi, ove erano più aMonoe aite «ai^- 
ziem ed aMraffidit ittariititni. Per «dUmo presso gji «brei eo- 
y^nte i Palestifìi ohe si st^endevano fino att'Egitte son^ 4cam- 
presi sotto H nome dì Canaaei (1): e cosi pure gli scriMori 
greci i^efìdono la Fenicia sìjdo all'Egitto ; e Dionisio, il quale 
scrisse de ^itu oròit, eoliocò •Gaza fieHa Fenicia , siccome fece 
anche Straboiie (S), e Mosè nella Caldea. Da tutto dò dra 
sleureKza potè condiiudere il P. Pereira: Est igitur prorm» 
eadem unaque gens apud Hebmeos diòta Chananaeorum y et 
ap&d Greecos Phaemcum. 

Ha checché «ia dedf origine d^H bruschi , è certo sem- 
pre che essi furono popoli in Italia nocnerosi e potenti , non 
pur a* ieo»^ di Romato, ma quatlrooento anni prima J^e co- 
minciasse Pjmperio romano, scm^do Livio nel principio d^a 
sua ìsl0ria che fin da' tempi della guerra Trmaiaa F&truria 
fesse si piente, ut jam nm terras solum^ sed mare etiam per 
totam Italiae longitudinent «6 Alpibus ad fretum dculwm fama 
nomimis sai mjdessei. E regnanéo in Roma Tarquinio Prisco, 
qfKt'Udo la prima "volta i galli Celli passarono le Alpi, a quei^ 
innanzi ad ogni altro popolo fu d'm^po «om^hatlere con gli 
Etruschi èie possedevano tutti ì liuo^ì posti fra ìfC Alpi e 
l'Appennino. 

Questi popoK teonero grau parie di <rueMe regioni rivolte 
ail'iifio e l'altro «are di qua e di là dell' Appennifio. Prilla 
eiÉ)efH) tutte q«dle terre che di qua dell'Appennino si i^ndoRO 
fino al mare inferiore, e gli abitatori di esse erano divisi in 
dodici popoli ^ tribà^ ctaseuna ddìt quali era gov^m^fta a re^ 
painUiea. Di là dell'Appennino possedevano gran parte deHe 
t»m rivdie al m«re «superiore, dpfe dedosaero taiAe cdome 
quante erano le loro prime tribù ; ed i coloni 4&e iiivi«at»no , 
passalo il Po, pelarono quelle ampie regroniflie é stendono 
nèN^IiMibria fiso afle Alpi , e Mrrifero lato <Mrie&tale firn 

(i) GeD. cap. iO, e Jos. cap. 5. 
(2) Geogr. lib. i6. 



— J48 — 

ad Aquileia; poiché sebbene i paesi intorno fossero stali poi 
occupati da' galli , questi a' Toscani primi possessori li tolsero^ 
siccome pur fecero nell'Insubria e nelle altre regioni di là del Po; 
laonde a ragione le origini delle antiche città che dì qua e di là del 
Po nella Gallia Cisalpina si trovan costrutte si attribuiscono 
a' Toscani, siccome di Piacenza, Parma, Modena; e Virgilio vi 
pose anche Mantova^ Cremona, Vicenza, Brescia ed altre. Or 
dunque, se ne togli Milano che Livio riporta a' galli Insubri, 
Lodi, che Plinio ascrive a' galli Boj , e Cremona e Brescia, le 
quali perchè costrutte nell'agro de' Cenomani si dubita se a 
questi galli debbano attribuirsi , tutte le altre da' Toscani eb- 
bero orione. E se Livio ne eccettua ancora l'angolo de' 
veneti i quali abitarono . intorno agli ultimi recessi di quel 
mare , excepto Venetorum angulo , qui sinum circumcolunt 
maris , ciò fu per mostrarsi costante nella sua narrazione , 
avendo prima dato a Padova origine più splendida, seguendo 
la comune credenza del passaggio di Antenore in Italia co' suoi 
li'ojani ed eneti di Paflagonia che la fondarono e che diedero a 
que' popoli il nome di Veneti; ma il vero si è che l'origine di 
questa città dee riferirsi ancora agli antichi Etruschi o pure 
a'galli veneti della Gallia Lugdunense, 

Livio stende anche la dominazione degli Etruschi fra gli 
stessi popoli Alpini, specialmente fra' Reti ^ scrivendo che seb- 
bene la gente etrusca fosse stata per se stessa molto eulta e 
civile, nuUadimanco abitando i loro coloni in que' luoghi al- 
pestri, ruvidi e selvaggi, mutato avessero in discorso di tempo 
i loro costumi, e si fossero resi rozzi ed efferati, sicché final- 
mente a' suoi tempi non ritenessero altro se non il suono della 
lingua ed anche questo corrotto e viziato : Alpinis quoque ea 
gmtibm haud duìne origo est^ maxime Rhetis: quos loca ipsa 
efferarunt^ ne quid ex antiquo praeter sonum Knguae , nec eum 
incorruptum^ retinerent. Il che è confermato da Plinio, il quale 
scrìsse: Rhetos Thuscanorum prolem arbitramur , a Gallis ptt/- 
sos^ duce Rheto (1). 

Se si riguardala loro estensione di qua del Po, si troverà 
Bologna essere un i tempo stata lor ptìmaria città ; e ad essi 

(ì) Lìb. Ili, cap. 29. 



— J*9 — 

ancora doversi riportar l'orìgine di Adria e di altre città sul 
mar superiore : anzi neMuoghi mediterranei di qua dell'Ap- 
pennino si distesero fino a Capua , poiché Volturno , detta 
poi Capua^ era città degli Etruschi , la quale da' Sanniti loro 
fu tolta. VuUurnum^ scrive I^ivio, Hetruscorum urbem^ quae 
nunc. Capua est ah Samnitibus captam (2). Ebbero gli Etru- 
schi a combattere appunto con questi popoli bellicosi e forti 
nel tempo stesso ch'erano assaliti da' galli ^ onde osteggiati 
da queste due potentissime nazioni ebbero finalmente a soc- 
combere e render facile a^ romani la loro «conquista ; sicché a 
lungo andare questi ultimi, scacciati i galli da tutti que' luoghi 
che sopragli Etruschi avean conquistati, si resero signori non 
men della Liguria , della Gallia Cisalpina e dell'Etruria, che 
di tutto il rimanente d'Italia. A' tempi di Augusto, questo 
imperatore avendo divisa l'Italia in undici regioni, fu l'Etruria 
ristretta e compresa nella regione settima, , della quale ci con- 
viene ora far parola (a)/ 

{i)Lib. lV,Dec. 4. 

(a) L'autore riproduce in questa ÌDtrod«zione a un di presso le medesime t- 

notizie intorno agli antichi Etruschi da lui già date nella Seconda Parte de^ 
JHsearsi sopra gli Annali di Tito Livio , Disc. Il, $.1. 

L'Editore. 



CAPO YII 

Della Bi0f a Ilnina «Bupneia da Ansistt 
loHa settima reginedltilia^ « ét'Vmim ddle ne città 

Quella parte dell- Etniria dh'è riirolta al mar Tìvreoo, è di- 
vìsa dalla Liguria , come si è detto, pel fiume Macra ; e da 
questo fiutìie cominciano le sue dttà , la prima delle quali atl 
incontrarsi era Luna , un giorno ed andhe nel pontificato di 
Gregorio città assai famosa, ed attempi di Plinio fornata di nobìl 
porto, Luna pqrtu ncUnU. EHa era posta sul tnare dove riceve 
il fiume Macra. Quivi al presente si veggono ancora i «uoi 
ruderi , poiché fu da^Normanrii atA)attuta e ruinata. Ritiene 
tuttavia il territorio intomo il nome di Lunegìan ; ed il porto 
piuttosto oggi seno è ora detto* Golfo deflai Spezia , poiché 
nell'intimo suo recesso è posta la città di tal pome. A' tempi 
di Gregorio sedeva nella cattedra della città di Luna il vescovo 
Venan^o, a cui si vc^wo da questo pontefice scritte più 
lettere, e da una direSUta all'arcivescovo dì Mifamo ;si raocoglie 
essere stato dì costui suffraganeo ; poiché non essendo Ve- 
nanzio bastevole a correggere i pravi costumi e le rilassatezze 
de' chierici e de' religiosi della sua diocesi , ebbe ricorso al 
pontefice acciocché per opera sua Costanzo arcivescovo dì 
Milano gli porgesse ajuto ; e Gregorio scrisse a quest'ultimo: 
cunctos clericos ceterosque religiosos praenominatae cintatis et 
territorii ejus deeoocessibus quorum aliquid est suspicionis^ ad 
te venire compellas etc; soggi-uagendogli : Nec patiamini in 
locis vestris eos qui non yerunt in moribus quod ostendunt in 
habitu , per abrupta diutius evagari (1). 

Da una seconda epistola scritta allo stesso Venanzio si 
conosce, che questa città era numerosa di giudei , i quali 
contro il prescritto delle leggi aveano servi cristiani , e che 
Venanzio trascurava di dare a ciò rimedio , onde il pon- 
tefice Io riprende perché permettesse ut superstitioni judaicae 

{1} Lib. IH, ep. 22. 



mmjUces ^nimm nm Mm suamnibm^ quem potestatis jure 
quodammodo deserment ; e lo esorla ut seeundum piissimarum 
legmm tramitem^ nulli ìuitm Kceat Christianum mancipium in 
suo reiinere dominio. Sed n qui pmes eos iwifeniantur , libertas 
eis tuitionis otmHo ex legum sanctione ^srvetur (!)• Le leggi 
defle quali qui ei paHa sono quelle degP imperalori et*istiaiii 
contenuti ne^CMici di Teodosio e di Giustiniano e oelle Novelle, 
per le quali quel divieto «ra sflabiiito. Gr^orio segue , dando 
ììorma a Venanao secondo la quale debba regolarsi intomo a^ 
servì de' giade! ad$cripti yl^ae ; didiiarando che quantunque, 
secondo le leggi, 5Aeno anch'essi liberi, lìultadimaneo perchè 
addetti alla coltura delle terre e soggiacenti alla condir/ione del 
luogo, debban reputarsi come istrumenti del fondo ; ^ei affinchè 
quelle non restino incolte sì dH^bafio lasciare come prima a' pa- 
droni , né aggravarsi l'esazione delle pensioni che loro eran 
corrisposte : et cuncta quae de eohnis «e{ origtmirivs jura praeci'^ 
piunt peragant^ extra qt¥)i mftif ek meris amplius indicatur . 
In breve, che m ritenga il jus cotaniarium^ e si condanni ììju^ 
domina . 

In altra epS^ola indirizisalsa pure a Yenanzio fassi menzione 
deirisola Gr(»rgona poAa nel mare Etrusco, memorata in quel 
verso di Dante 

Muovam la Cabrala e la Gofgona (SJf , 
come compresa nefBa diocesi del vescovo di Luna. In qucM'isola 
un tal prete Saturnino, essendo sfiato deposto per suoi delitti, 
étìbe la temerità di proseguire ad esercitare il ministero sacer- 
dotsde ed a celebrar messe; di che avvisato Gregorio im- 
pone a Venanao di condursi a Gorgona [accedens ad Gorgo-- 
nem insulam) , e quivi dopo dilìgente perquisizione se vera 
avesse trovate la cosa , lo privasse dèlia partecipazione del 
corpo e dd sangue del Signore , e lo sottoponesse a penitenza : 
ita ut usque ad diem obitus sui in eadem excommnnicatione per-^ 
maneàt , et viatìcum tantumnwdo in die exitus sui percipiat. 
Che se in vece conoscesse aver quegli adempiuta alla pena , 
sicché stimasse ammetterlo nella comunione de' laici enandìo 

(1) Lib. Ili, ep. 21, Venantio Episcopo Lmmsi. 
(f) Inf. e. 32. 



- 28» ^ 

^a vanti di sua morte, hoc^ dice il papa, in tuae fraterriitatìs 
ponimus potestate (1). 

Prescrive indi al medesimo vescovo di Luna che le cose 
stesse adoperasse con un diacono ed abate di Porto Venere , 
e lo ammettesse similmente alla comunione degli altri monaci 
ove adempiuto avesse alla penitenza ; ma ordinasse un altro 
diacono in suo luogo. Gli dà facoltà di ammettere pure alla 
comunione degli altri laici i suddiaconi caduti in egual colpa ; 
ed intorno ai prete Saturnino aggiunge di non farlo ritornar 
giammai al ministero dell' ordine sacro , ma di mandarlo in 
insula Gargona atque Capraria , dove gli concede di poter di- 
morare (2), . 

Commette allo stesso Venanzio di comporre amichevolmente 
una causa tra Àdeodata e sua madre Fidenzìa, e che (se non 
potesse ridurre a dovere la madre) assistesse e proteggesse la 
figlia avanti i magistrati , acciò le fosse resa giustizia (5). 

In altra lettera che da Gregorio troviam diretta allo stesso 
Venanzio, due cose notabili s'incontrano : la prima , che a' 
suoi tempi Luna come città marittima non era passata sotto 
ià dominazione de' longobardi, ma era governata da Aldione 
maestro de' soldati, carica militare de' greci. Questo Aldione 
aveva richiesto Gregorio di fare ordinare preti e diaconi dal 
vescovo Venanào alcuni suoi raccomandati : ed il pontefice in- 
x^arica il vescovo di farne inquì^zìone e di compiacere Aldione, 
ove quelli trovasse idonei. L'altra cosa da notarsi si è, che 
fino a' tempi di Gregorio molti in Luna professavano an- 
cora la religione pagana ; il che ricavasi da ciò , che Gre- 
gorio impone a Venanzio di esortare i nuovi preti e diaconi 
jdL predicare al popolo ed a far convertire gl'infedeli: ut ad- 
hortatwnis suae solicitudine degentem illic populum ab infideli-- 
tate revocare^ oc contendant a gentilium cultu suspendere (k)* 

Risponde anche alla richiesta del medesimo vescovo di 
poter consacrare l'oratorio di un monastero di monache che 



ii) Uh. IV, ep. 5. 

(2) Lib. IV, ep. 16. 

(3) Lib. VII, iQd. II, ep* 28. 

(4) Lib. VII, ep. ZS. 



— 285 — 

egli avea fondato dentro la città di Luna in onore di S. Pietro y 
e de* SS. Martiri Giovanni e Paolo, Erma e Sebastiano : il che? 
Gregorio gli permette , purché nullum corpus ibidem constet 
humatum, e purché prima lo fornisse di sacri utensili, di calice 
e patena di argento e di altre suppellettili , e nei monastero* 
facesse porre letti ed altri mobili , dotandolo di un fondo chia- 
mato Faborìano un miglio lontano da Luna juxta Flunum 
Macramè con due servi ascrittizi ed undici paia di buoi ; e 
dopo di ciò consacrasse l'oratorio del monastero , restando* 
inibito di poter quivi celebrare solenni e pubbliche messe (1). 

Finalmente dobbiamo menzionare due altre epistole dirette 
al medesimo (2). Con la prima Gregorio accompagna una per- 
sona che Venanzio gli aveva richiesta perché potesse da lui. 
preporsi come badessa ad un monastero di Luna. NelPaltra ac- 
cade notarsi che fa Chiesa di Fiesole era compresa nella diocesi 
del vescovo dì Luna, poiché Gregorio permette a Venanzio dì 
dar del denaro al prete Agrippine ed al diacono sermndce Ec-- 
À^lesiae Fesulanae^ ì quali lo avevan chiesto allo stesso Ve- 
nanzio per fare delle riparazioni ad alcune chiese vecchie che 
minacciavan rovina : tisque, dice il pontefice, ad viginti solidos ^ 
aut si plus ^obis mum fuerit. 

E fin qui bassi memoria per queste epistole della chiesa di 
Luna; ma ruinata poi la città da' Normanni, fu d'uopo at 
suo vescovo trasferir la sua sede a Sarzana , città vicina e 
nuova sarta dalle rovine di Luna : essa ora appartiene a' Ge- 
novesi. 

Proseguendo il cammino dr occidente ad oriente, dopo Luna 
s'incontra lar città di Luca, oggi Lucca, poco lontana dal mare. 
Fu ella colonia de' romani dedotta, secondo Velleio (5), nel- 
J'anno S72 di Roma. 1 Lucchesi dall'imperatore Rodolfo I di 
Habsburg comprarono la lor libertà , e ad ora si governane 
in forma di repubblica. Ebbero antichi vescovi , di ni uno 
de' quali ebbe occasione Gregorio di far memoria. 

Pisa, non men che Fiorenza bagnato dall'Arno , fu anche 

(i) Uh. VII, ep. 6. 

(2J Lib. VII, ep. 45 e 44. 

/3} Lib. IL 



ella coloQia latina, dedotta nel 574 secondo Livio (1). Crebbe 
un tempo per fòrze marìttimie, e si governò in forma di re- 
pubblica, ma i Pisani vinti da' Fiorentini ingrandirono la re- 
pubblica dj Firenze. De' vescovi pi3ani non ebbe Gregorio a. 
fovellare, sicGonie né di quelli di Vada , ciggi Ya£ nell'agro 
Pisano. 

Ma della chiesa dì Populamum^ dalle cui mine crebbe Piom* 
bino, fassi memoria in una epistola drizzata a Balbino vescovo 
di RossellaDa, al quale è imposto da Gregorio di preiMler eura di 
essa ebjesa con ordinare ivi un prete e^dinale e due diaconi ;. 
attesoché Papulonetms Ecclesia ii€i sit saeerdotis officia desti- 
Itila, ut me pmnitentia decedmHbus ìbidem^ nec baptisma pmsit 
prwstari infantibus (2). 

Poco lontane erano le città Cossa cte' YdsekydaUeeui tmmt 
crebbe Ànsedonia : di Gravkea,. dia quale poscia che andò di- 
strutta^ successe Comeio : Ca$tmwi nomm^ oggi S. Marinella; e 
Ca^e, oggi €ervetere piccolo luogo del patrim(»ìio di S. Pietro. 
Fra le chiese di queste città sol di quella di Cossa fossi mem<!»ia 
da Gregorio , non nelle sue epistole, ma ne' Dialoghi (5), ove 
questa chiesa è chiamata Bnkentina ÌEcelesia^ poiché gli abi- 
tatori eran detti Volcientes. 

Sieguono Alsium^ oggi Palo, eastelto deUa famiglia Orsina 
nel ducato di Bracciano' : Pngenm^ oggi la Macarenza villa del 
duca Mauri ; e quei^ eran luc^hi totti rivolti al mare. 

Le colonie mediterramee furono: Falìsca, dalle cui rovine 
crebbe la città oggi detta Castellana al Tevere, posta fra Orla 
e fioma, e le sue ruine ancor oggi riten^gono il BOine di Falari: 
Litcus Feramae^ perchè consacrata alla dea Feronìa, eo^ detta 
a ferendis frugiiuK in questo luogo si uAivano gir Etrusctn in 
gieneral eonaìgHo, quando^ oeconreva defiherare àdia pubUid]^ 
cose, siccome rapporta Livio; ed oggi s<»lt(»S'^ Oreste si veggono 
ancora le vestigia di questa ciiiità. Yieft quindi Rossettana , !& 
quale non pur a' tempi di S. Gregorio ^ uhi ftnova ritiene to 
stessa nome : al vescovo Rossellono si legge ditetta l'epistola 



(i) Lib. 40. 

(2) Lib. I, ep. 15. 

(5) Dial. I» Zy cap. 17. 



dì S. Gregorio (1) da- noi poe^anzì measioData , nella quale gli 
raoeoiBanck la chiesa PopuìoDefise (2.) . Passi ricordo beDaocbe 
di questo veseovo negli atti 4el sinodo convocato da Gregorio 
HI Roma a' tempi ddl'ini{)eratore Maurizio (5), dove fra' nomi 
di quelli che sotloscriasero si legge Baibiniu» Episcopus CiVt- 
taiis Rossellamos. Di questa chiesa £»isi anche memòria presso 
Gregorio VII (ti). Sieguofìo dappoi le città di ^eoa, eSutriìtm^ 
oggi Sotri. Del vescovo di Sutri abbiamo la soscrizioDe nel 
privilegio dd monastero di S. Medardo (5). 

Con somma accuratezza Plinio distingue le città ddl'Etruria 
ki tre classìy in Golome ^ Muoicnp) e Prefetture : delle condi- 
zioiki e dififerenza loro fu da dm abbastanEui scritto nell'Istoria 
Civile del regno di NapoH (6); né mancano autori co^ antichi, 
come nuovi, i quali ampiamente ne trattano. Fin qui^ secondo 
Plinio, abbiam noverate le colonie. Sieguono ora i municipj , 
fra' quali sono gli Aretini vecchi > e la lor città Aretium è an- 
cora in piede eoi nome di Arezzo tra Fiorenza e Perugia. 
Livio scrìve die a' suoi temp quest'era la città metropoli del- 
FEtmria: ma, secondo Plinio^ era Bologna capo dell'Etruria 
astica. Quanto agli altri Aretini dal medesimo rammentati , 
Fidenti, e Tuliensi, non ci restano nemmeno i ruderi ddle loro 
città^ poiché questi re et hco erao diversi dagli Aretini vecchi , 
siccome contro Olstenio prova ilP« Arduino ndl'Emendazioni di 
PIìbìo. Gii AmUineHsei ^ secondo l'Arduino, erano gli stessi che 
gli AmcienseSj onde il nome di hpidicimcB ÀnidamB^ delle quali 
parla PUnio (7)^ Gli Aqmnse$ , così detti daUe Acque o Terme 
Taurine^ cròie l'Arduino che non fossero gtì abitatori di quella 
città che chiamasi ora Acaqiiapesidente , ma piuttosto de'luoghi 
prossimi a CentumceUde detta oggi Civitavecchia. Seguono i 
Bletanì , del ìaago iq)pellato ora Bieda nei patrimonio di S. 
Pietro: i Cortanmses ^ la eoi città memorata da Livio (8) ritiene 

(1> Lil>. I, ep. 15». Balbino Episcopo Rufdkmù. 

(2) Lib. IV» ep. i4. 

(3) Lib. IV, ep. 44. 

(4) Lib. Ili Epist.y Ecclesia Rosetlana. 

(5) Lib. II, Ind. XI, ep. 38 — Agmellus Sutrinae episcopo^ mibcnpstf. 

(6) Lib. I. 

(7) Lib. XXXVI. 

(8) Dee. I, lib. 9. 



— 256 — 

ancora il nome di Cortona nella Toscana: i Gapenates, dove ora è 
Morluppo secondo Olstenìo : i Closini , che Arduino distingue 
anche, contro l'opinione di Olstenìo, in vecchi e nuovi; di questi 
rimale anch'oggi la città detta Chiusi ; di quelli sappiamo che 
per l'insalubrità dell'aria, la lor città fu deserta , la quale sor- 
geva vicina alla palude di Ciani nel luogo detto ora Val. di 
Chiana. Al vescovo di Clusi si leggono due lettere indirizzate 
da Gregorio : la prima ci dà notizia d'un altro vescovo quivi 
vicino, che reggeva la chiesa di Balneoregio, i cui cittadini 
aveano eletto un tal Giovanni diacono della loro chiesa, e di- 
mandando essi a Gregorio la sua ordinazione, il pontefice com- 
mette al vescovo di Chiusi l'esame della di lui idoneità , ag^un- 
gendo che ove trovato l'avesse capace, lo facesse venire a 
Roma, perchè egli l'avrebbe ordinato; se altrimenti, esor- 
tasse que' cittadini ad eleggere una persona che a quella 
dignità fosse veramente idonea (1). L'altra lettera diretta al 
medesimo commenda la sua vigilanza e si duole della sua in-* 
fermila ; lo invila ad andare a Roma quando fosse guarito , 
avendo egli gran desiderio di vederlo ; ed a questo scopo gli 
manda un cavallo de benedictione S. Petri , e gli raccomanda 
di visitar le sue chiese (2). 

Sieguono i Fluentini, così chiamati da Plinio perchè pra- 
fluenti Arno oppositi; ed Arduino rende testimonianza che 
ne' manoscritti così si legge, ed anche in molti esemplari im- 
pressi. Gelenio attesta in vece aver in alcuni Codici letto Fio- 
rentini , e può esser vera l'una e l'altra lezione. Del resta 
anche Tacito li chiama Fiorentini (3); e Frontino (k) scrìsse 
essere stata Fiorenza dedotta colonia da' Triumviri. Oltre a ciò,, 
che fino a' tempi di Desiderio ultimo de' longobardi re d'Italia 
fosser que' popoli Fluentini e Fiorentini appellati , ricavasi da 
queste parole Palantes Flmntinos coUegimus, che l'Arduino. tra- 
;scrive da un decreto di quel re riportato dal Grutero (5) , e 
Delle quali non è dubbio che s'intenda parlare de' fiorentini. 

(i) Lib, Vili, ep. 34, Eulogio Episcopo Clusino, 
li) Lib. Vili, ep. 46. 

(3) ADDaf. lib. I. 

(4) Lib. De Colon. 

(5) Pag. 220. 



— 287- 

Crebbe Fiorenza non prima che. negli ultimi secoli dalle mine 
di Fiesole, ed in decorso di tempo divenne capo della Toscana; 
poiché prima Arezzo n'era la metropi)li. Anche i fiorentini 
comperarono la loro libertà dall'imperatore Rodolfo I, e si man- 
tennero in forma di repubblica, finché da Carlo V non furono 
sottoposti alla casa Medici. Del vescovo di Fiorenza non veggiamo 
da Gregorio essersi fatta menzione. Quanto al Ferentino (cioè 
di quella città i cui ruderi si veggono tra Viterbo e Monte- 
fiascope, e che ritengono ancora il nome di Ferenti), può du- 
bitarsi se trovandosi fra le soscrizioni di que' vescovi che in- 
tervennero nel Sinodo convocato da. Gregorio a' tempi dell'im- 
peratore Maurizio un Luminosvs episcopits cmtatls Ferentinae (1), 
debba- intendersi appunto del Ferentino, o di quel di Ferenlium 
di cui parleremo più innanzi. , 

Fescennia (onde presso Livio i carmi fescennini) fu dove oggi 
è Galese, presso il Tevere nel patrimonio di S. Pietro. Non 
mollo lontane [rovdLmì Hortamim^ oggi Orla, eàHerbanum oggi 
Orvieto. De' vescovi delle due seguenti città, cioè di Nei^ss 
posla tra Roma e Viterbo, detta ora Nepi, e di Centiimcellae , 
oggi chiamata Civitavecchia, abbiam memoria presso Gregorio. 
A Giovanni vescovo di Napoli commise Gregorio.la visita della 
Chiesa di Nepi (2). Scrive anche il pontefice Clero ^ Ordini^ ei 
Plebi. consistenti Nepae (3), e manda loro Leonzio perché avesse 
cura della loro città, al quale dovessero obbedire : inoltre negli 
alti del Sinodo summenzionato si legge anche la soscrizione di 
Paolo vescovo di Nepi (4), enei decreto di papa Ilario si legge 
la soscrizione di Proiectus Nepesinus Episcopus della Chiesa di 
Centumoellae . Del vescovo di questa città, fassi memoria da 
Gregorio in una epistola Indirizzata Dominico Episcopo Centum- 
cellensi ; in essa raccomanda a costui Lumiaosa vedova dei 
tribuno Zamarco (5); e negli atti sinodali di cui più volte ab- 
biam parlato, sì legge anche la soscrizione dello slesso Dome- 

(i) Lìb. IV, cp. 44. 

(2) Lib. Il, Ind. X, ep. 20, Joanni Episcopo Visitatori NepesinoB Ecdesiw, 

(3) Lib., Ind. cit. ep. 8. 

(4) Lib. lYy ep. 44, Paulus Episcopus Civitatis Nepesinemis. 

(5) Lib. I» ep. 15. 

Tom, lì, i9 



- JB8 — 

nic0 (!)• Troviamo in Plinio il giovane an'episida dalla qtiate 
si mostra come l'imperatore Traiano sovente conducevaa: 
a Cenlumceliffi : in essa è descritlo anche il poeto che noa 
mollo lontano faceva costruire Timperaiore stesso in que' lidi 
che ne mancavano (2). 

Diremo finalmente delle prefellure. La prima che s'in- 
contra (abbenchè Àrdnino fra le ptrefetlure di Claudio ponga an^ 
Cora Centuracellae) fu delta Foro Clodio Oriolo nel ducato dì 
Bracciano. Presso Ottato Milevitano, fra' vescovi che sederono 
come giudici nella causa di Donato , trovasi annoverato anche 
Domitianus a Foro Claudii, Indi vengono Pestorium oggi Pi»- 
sloja, Perusia, Soana e Saturnia, ovvero Sitorgoa, Del vescovo 
dt Perugia per nome Yenanuo non ^ dimenUcò Gregorio ; ed è 
notabile l'epistola a lui diretla, poiché vi si manifesta quanto 
frugale e povera fosse la vita de' vescovi di que'lempi : Gregorio 
inviava a questo Venanzio una veste , perchè presto la trasmet- 
tesse ad Ecclesie vescovo vicino, iì quale per non aver modo 
di comprarsi un abito moriva di freddo, e perciò lo sollécita : 
sed ita fac^ ut ad trammitiendum , quia vehemens frigus e$t , 
moram aliquam minime facias (5). Essendo rimala vacante 
questa chiesa, ed* i perugini non curando di eleggere il succes- 
sore, Gregorio scrive loro sollecitandoli ad affrettar l'elezioiie 
perchè più lungamente la chiesa non sia vedova senza il suo 
pastore (i). Pressimi a SoaBaerano i Subertani , la eui città era 
dfetta Sovretto , preso> il nome da' suverr de' quali abbondano 
i campi attorno. Indi gli Statoni nel ducalo di Castro : i Tar- 
quiniensi, nel luogo che or dieesi la Tarquinia , e corrotta- 
mente la Tarquèna, nel patrimoni) di S. Pietro sotAo Viterbo, 
del cui vescovo fassi memoria nel decreto di pepa Bario, Apti- 
leius Tàrquinien$i»i i Tusoanensi, là cui* cit^ oggi è detta 
Tòscanella nel ducato di Castro:, ed il veseovo ne è memorate 
negli atti del oon^ìlidi Pont^uneitse nella Gallia do^ve si legge 
Joannes Tuscanemis (5) : i Vetulooiensi, i cui ruderi ritengono 
ancora il primo nome Vetulia sopra Piombino: i Verenlani, 

(i) Domnicus Episcopus Civitalis Cèntumcelhmsis^ 

(2) Lib. VI, ep. 31. 

(3) Lib. X «p. 5%,y<MQn(%9£||lioofia*Piriiftin()i 

(4) Lib. I, ep. 58, Clèro Ordini et Plebi consistenti Perusiae* 

(5) Tom. 7, CoBC. A. 876, pag. 281. 



così delti dalla città Verento, ora Verenlano o Valentano nel 
ducato di Castro : non molto lontani i Yisentìni , la cui città 
oggi chiamata Bìsontia è alla riva del Lago di Bolsena ; ed 
in fine i Volaterrani, la cui città è' ora appellata Vokerra. 

E fin qui sìa detto abbastanza dellfEtrum, e de^ suoi antichi 
vescovi. Ora .proseguendo sempre il cammino dà occidente ad 
oriente per questa parte settentrionale mediterranea di qua 
del Po fino al mare superiore, noverar dobbiamo le città 
poste di qua e di là dell' Appennino^co' loro vescovi : e le prime 
che s'incontrano sono quelle dell'Umbria, racchiusa già da Au- 
gusto nella sesta e nella ottava regione d'Italia. 



- 260 — 

CAPO VIH. 

DellUmbria antica e nuova , e de' suoi Vescovi 

sottoposti al Metropolitano di Ravenna. 

ti 

Gli antichi Umbri debbono riputarsi in Italia non meno in-' 
digeni che i Liguri, e loro eguali in antichità; poiché né pur 
di essi si sa l'origine, come si sa degli Etruschi , i quali si 
resero potenti e cotanto diffusi perchè debellarono gli Umbri 
e li scacciarono da più di trecento città d'Italia che essi pos- 
sedevano, siccome Catone e Plinio (i) scrissero: ed i greci, 
essendo cotanto lontana la loro antichità , credettero che sì 
fosser chiamati Umbri , perchè nell'inondazione della terra 
rimasi fossero incolumi dalle acque. Umbrorum gens (dice 
Plinio) antiquissima ItctUae existimatur , tit quos Ombrios a 
Graecìs piitent dictos^ quod inundatione terrarum imbribus 
super fuissent. Trecenta eoriim oppida Thusci debellasse repe- 
riuntur. Così secondo le vicende delle mondane cose, kunc tu 
occides^ et le alias, I Toscani debellarono gli Umbri; ed essi 
poi da'galh, questi in fine da' romani furono sconfitti. 

Fra le città mediterranee comprese un tempo nell'Umbria 
antica proseguiremo a rammentare le più illustri e quelle de' 
cui vescovi Gregorio fa memoria ; indi le marittime sul mar 
superiore. 

Fra le prime di qua del Po eran Piacenza, Parma, Reggio, 
Modena, Bologna, Bressello, Cesena, e poi je altre di là del- 
l'Appennino. 

Piacenza, da Livio spesso memorata, fu dedotta colonia da' 
romani nel primo anno della seconda guerra Punica, siccome 
scrisse Asconio Pediano (2); ed ebbe antichi vescovi, fra' quali 
non si dimenticò Gregorio di Bonifacio, di cui si legge la so- 
scrizione nel privilegio del monastero di S. Medardo (3). De' 
vescovi delle colonie di Parma e di Modena , anch' esse ram- 
mentate più volte da Livio , non ebbe occasione Gregorio di 

(i) Uh. Ili, cap. ìi. 

(2) In Orat. Cic. ad Pisonem. 

l'i) liib. Il, Boìiifacius PlacerUiae episcopus subscripsil. 



— 261 - 

far memoria; né meno del véscovo Régiense, ora dì Reggio 
nel ducalo di Modena. Gli antichi per distinguerla dall'altra 
Reggio. dello stretto Siciliano , chiamano questa città Regiùm 
Lepidum dal nome di Emilio Lepido. E le epistole che si tro- 
vano da S. Gregorio dirette Episcopo Begiensi^ non apparten- 
gono punto a questo di Modena, ma al vescovo di Reggio che 
ora diciamo di Calabria, siccome si dimostrerà a suo luogo. Né 
troviamo lettere al vescovo di Brixillum (Bressello) sul Po nel 
confine del ducato di Mantova. Quanto al vescovo di Clitèrna, 
vicina a Bologna, non poteva certamente farne menzione Gre- 
gorio; poiché , secondo prova Olstenio , questa città fin da' 
tempi di S. Ambrogio era già ruinata. Ma della chiesa di Ce- 
sena, città non molto da Bressello lontana , sul fiume Savio 
fassi memoria da Gregorio, scrivendo a Mariniano arcivescovo 
di Ravenna. Così ci dà notizia di due vescovi di Cesena , di 
Natale e di Concordie (1). Natale avea preposto per abate del 
monastero de' SS. Lorenzo e Zenone situato dentro la città di 
Cesena un tal Fortunato; ma Concordie suo successore senza 
giusta causa avealo rimosso: quegli avendone avuto ricorso a 
Gregorio, il pontefice delega la cognizion dell'affare; ed impone 
che trovandosi essere stato l'abate ingiustamente deposto, sia ri- 
messo nel pristino ufficio, e si riprenda il vescovo Concordie del- 
l'ardire avuto di distruggere ciò che il suo predecessore avea 
fatto. Recherà forse meraviglia come della chiesa di Bologna non 
si facezia motto alcuno : questa città fu chiamala anticamente 
Felsina, cum principes Etruriae essent , come dice Plinio, Fra 
le altre città vicine , siccome di Forlì , di Faenza nella Ro- 
magna, e delle altre non molto da Rimini lontane, solo della 
chiesa della città Corneliense posta pure nella Romagna , è che 
Cluverio prova esser la stessa che Imola , fassi memoria : di 
essa abbiamo parlato trattando dell'arcivescovo di Ravenna. 
Nell'ottava regione furono un tempo assai rinomate Ravenna 
ed Arimini, ora Riminì. Di Ravenna e de' suoi vescovi già nel 
precedente libro ampiamente si è ragionato : ora di Rimini e 
ile' suoi vescovi è d'uopo far parola , a' quali Gregorio indi- 
rizzò più sue epistole. Arimini colonia de' romanr circondata 

{1)Lib.xn,ep.l. • 



— MS*- 

dal lab) merULionate dal fiume Arimiiio^ ora ^tto Mareccbia^ 
e dal sellenIrioDale dai fiume Àprusa^ ora •chiamato Ausa 
(sècQome dimostra fiaffaelfo Adimari iae! libro del sit^ Aàni*- 
nense (i)) , «ebbe aDtìchi ixesoo.w sottoposti al metcQpolìlaao.di 
Raveana. Nero lungi da Itimim seoroe il famoso Rubicone., 
un lempo oooGiie d'Italia ^ cìeè prima della dlvìstoae fatta 
d^Augosto delia penìsala m ixodtd regiooì. Qijbesto fiume 
oggi è chiamato Imso , siecome dimostrano il eit. ;Adi- 
raari (2) e Giacomo Villani nei suo Jibn) intitolalo Arimmmsis 
Rubicon. 

La chiesa di Rimini «essendo divenuta «aca&ie mi primo 
anno del pontificato di Gregorìa, aleuni Btminesi dessero pet* 
lor vescovo un tale Odealin« , netta <g^oi persona mm «onseo- 
tendo Gregorio, scrisse ad l}rsici«o duca, al clero ed a'cittadini 
di Rimifiii che eleggessero alfcra persona deUa loro chiesa ; 
avendo intanto provv^ttto k modesiona di un visitatore in per- 
•sona del vescovo Se\^eno (3). la queata lettera sono -da no- 
tersi due^sese: la^priBoa ^òhe a' tempi di Gregorio Rinùat^ion 
era ancor gassata sotto la dominaziafie de' looigabftFdi^ giacdiè 
era governata da un duca, magistrato ^greoo , siccome lo 
aveano Napoli 'cd alti^ ^i/tà al greco impero apparteneatì.: 
la seeonda, c^ Tdeaione del ^^espsovo dovesse cadere non in 
»ao stnamìero , ma ifi persona deUa isteasa dhiesa : che ise io 
cpoesta ^suhsiina aon se ne fiMsse trovata i6a|)acie, il pontefice ad- 
dita egli modesimo la persoaia «eUa quale dovessero ndl^ete- 
sione convenire il ictero ed il popolo: sGripit^^ egU dice, f>rae- 
smtibus tiiimonmus,f ut Htrìlus ^ debmi prò Odeatini ad nos 
faiiga/re persma: md si m ^adem civUoie qui ad itoc (ut 
utilis immitur, ùa.^tanobie.reprehmdi non pomt ^ msàra 
eonourrat ^ecùo. Si 9ero ad i»c ydignus im>entus non fiterit , 
nos in quo pcfriusr deèeetis ^ra^ers wnsmsum , prmBen^iam 
diwimus porUsOori. 

Da un'altra ie^stdla risalta che ffasse akato rifatto ift questa 

^) (Pag, m. 

(3) Lib. I, ep. 55, (Severo Episcopo): Ep. 56 {Ufsidno Dud^ Clero Ordini et 
Plebi Ariminensis Civitatis). * 



^ 263 — 

diiesa per nascevo Castorio (1), al quale sGvogorio indirizzò 
Tepistola Castorio Episcopo de Arimino , dove gFiinpone , 
che avendogli l'illuslre donna Timotea richiesto di far oon^ 
sacrare un oratorio fatto da lei costruire in^a eintatem Ari^ 
mimnsem , debba egli consacrarlo , dopo che avrà cono* 
scinto di essersi bastantemente dotalo di mobili, immobili 
e semoventi , e purché in quello nullum corpus constet hu-^ 
matum esse: che non permetta ivi far celebrare solenne- 
mente pubbliche messe, né farvi costruire battisierio: e che 
non vi costituisca prete cardinale ; ma volendosi far celebrare 
messe, vi mandi egli un prete della sua chiesa. Al vescovo 
stesso Castorio scrive ancora , vietandogli di gravare il mo- 
nastero de' SS. Andrea e Tommaso costrutto dentro la città dì 
filmini., di mescolarsi neiramministrazione e nelle robe del 
medesimo, di -prender veruna parte, morto l'abate, nell'eie» 
ztone del suo successore ; e gli 'comamda di ksciarla li- 
bera a' monaci , e di permettere a' medesimi di far inventario 
delle robe del monastero; che non faccia celebrare ivi messe 
pubbliche, proibendo l'ingresso alle donne ; e che non dia oc* 
casione a Luminoso abate di quel monastero di portar nuove 
querele a lui, ma ciascuno sia contento di eiò dhe i canoni gli 
eoneedono (2). Scrive parimenti all'abate Luminoso, dandogli 
ragguaglio di quanto aveva ordinato al A^escoyo Castorio per 
sua quiete (3)« Ed essendosi dappoi -Castorio infermalo per 
grave dolor di capo a cagione de' continui disgusti che riceveva^ 
dagli Ariminesi,«cché per guarire pertossi in Roma; Gregorio 
in sua vece mandò a Rrmini il vescovo di Urbino Leonzio per 
visitatore, e scrive Unti^rsis habiiantibus Arimini^ che come a 
proprio vescovo gli ubbidissero (4). Ma Lwnzio, giunto che vi 
fu, tolse l'amministrazione de' beni della chiesa a' chierici della 
medesima, e vi pose suoi uomini; sicché il clero avendone 
portato riiM^rso in Roma , Gregorio scrisse a Lf^oozio , impo- 
QendogU di restituire l'amministriaione a qme' (Sierici ; che 
ove reputali li avesse fraudolenti , avrebbe egli mandato un 

(f } Lìb II, ep. 9. 

(2) Lib. IV, ep. 43. 

(5) Lib. IV, ep..4i. 

(4J Lib. Il, lod. XI, ep. 25. 



— 264 — 

• 

diacono della sua chiesa, al quale si potesse commettere : Io 
riprende in fine della sua avarizia; e gli prescrive che delle 
rendite della chiesa dovesse fare quattro parli juxta consuetu- 
dinem^ una pel clero, un'altra pei poveri, e le altre due. di- 
videre in tre parti , una per la sostentazione del proprio ve- 
scovo Castorio, l'altra per sé, e la terza per le riparazioni (1). 
Dal che deriva *che non fu sempre costante la partizione de^Ie 
rendite delle chiese in quattro parti , ma varia , regolandosi 
secondo la prudenza e discrezione de' vescovi. Allo stesso 
Leonzio scrisse il pontefice un'altra lettera, concedendogli 
lacoltà di dedicare la Basilica di S. Stefano martire , rifalla 
dopo l'incendio, e nella chiesa il nuovo altare ivi costrutto. 

L'infermità di testa di Castorio essendo stata reputata insana- 
bile, si determinò egli finalmente a rassegnar la sua chiesa nelle 
mani di Gregorio, sicché potesse ordinare un altro vescovo: onde 
il papa commise a Mariniano arcivescovo di Ravenna che avesse 
egli ex more ammoniti i Riminesi ad elegger altra persona ; 
che egli poscia esaminasse l'idoneità e capacità dell'eletto ^, e 
gliene facesse relazione perchè potesse consacrarlo, siccome fu 
da noi rapportato trattandosi del metropolitano di Ravenna (2). 
A' riminesi scrive egli stesso per tale elezione (3); ed a Se- 
bastiano, vescovo che dopo Leonzio aveva mandato in Riraini 
per visitatore, impone che sollecitasse il clero e la plebe di 
Rimini ad eleggere un uomo idoneo, qui dum fuerit poslulatus^ 
gli soggiunge, cum solemnitate decreti omnium subscriptionibus 
roborati vestrarum quoque testimonio litterarum huc sacrandus 
occurrat (h). Dal che si conosce essersi all'arcivescovo di Ra- 
^ enna ristrette le ragioni metropolitiche di consacrare i ve- 
scovi suoi suffraganei : esse nondimeno duravano ancora nel 
metropolitano di Milano , siccome si è veduto trattando del 
medesimo. 

Fu adunque dopo Castorio rifatto in suo luogo ^Agnello : a 
costui Gregorio dà norma intorno alla elezione d'un preposilo 

(i) Lib. IV, ep. 42, Gregorius Leontio Episcopo visitatori Ariminensis 
EccUsiae, 

(2) Lib. VII, Ind. II, ep. 50. 

(5) Lib. Ind. cit. ep. 51, Ctero et Plebi consistenti Arimini. 

(i) Uh., Ind. cit. ep. 52. 



— 265 — 

in persona capace e idonea per reggere que' monaci (1). E fin 
qui abbiam nolizia de* vescovi di Rimini, e dell'autorità eser- 
citata da Gregorio sopra i medesimi. 

Sieguono nel lato marittimo dell' Adriatico le città poste nel 
ducato di Urbino, fra le quali Senegallia , cosi delta perchè 
costrutta da' galli Senoni, i quali trapassate le Alpi, quivi di- 
morarono finché non ne furono scacciali da' romani. Del ve- 
scovo di questa città non fassi da Gregorio memoria ; ma sib- 
bene di quello di Fano, città vicina posta nel ducalo di Urbino, 
dagli antichi chiamata Famim Fortunce: da un'epistola driz- 
zala a Giovanni arcivescovo di Ravenna si raccoglie che il suo 
vescovo (osse a lui sufl^raganeo ; poiché Gregorio a Giovanni 
commette la cura di far riscattare alcuni schiavi della città di 
Fano, de' quali , ardendo la guerra co' longobardi, questi si 
erano impadroniti (2). E poiché lo scisma de' vescovi d'Istria 
era penetrato sino a Fano, ed un tal religioso Giovanni era 
ritornato nell'unione della chiesa romana ; Gtegorio incarica 
Lione (vescovo di Fano) che l'abbia sotto la sua protezione , 
e lo provegga di quanto gli facesse bisogno (5). Merita anche 
dì essere avvertita l'epistola diretta a Fortunato, altro vescovo 
di Fano, perciocché ivi si dispone intorno all'alienazione della 
soppellettile sacra per riscatto de' captivi. Aveva quel pietosa 
vescovo preso ad imprestito denari per riscattarli ; ma non 
avendo alcun altro modo di pagare coloro che glie li avevan 
prestati, se non con vendere i vasi sacri della sua chiesa; 
scrisse a Gregorio cercandogli permesso di ciò fare : il ponte- 
fice gli risponde, che* con l'intervento e presenza del suo difen- 
sore Giovanni potesse farlo: in hac re, gli scrive , quia et 
legum et canonum decreta consentiunt , nostrum consensum prue- 
bere curavimus, et in distrahendis sacratis vasis vobislicenfiam 
indulgemus. Sed ne éorum i>enditio ad {^estrani poffsit imidiam 
pertinere, oportet ut in Joannis difensoris nostri praesentia 
usque ad quantitatem debitam distraiti , et eorum s(Jln pretium 
creditoribus debeat (4). 

(i) Uh. yiyep.'ìOf Gregorius Agnello Episcopo de Arimini, 

(2) Lib. II, lod. X, ep. 32j 

(3) Lib. V, ep. 47» Gregorius Leoni Episcopo- Fanerisi. 

(4) Lib. IV, ep. i3. 



— 266 — 

Nello stesso ducalo di Urbino è posta Pisaurum^ ora Pesaro, 
colonia romana dedotta da Antonio, se dobbiam credere a Plu- 
tarco nella vita del medesinao- A Felice vescovo di questa città 
scrisse Gregorio, rìprendenddo che neiroratorio del moaistero 
costrutto io Pesaro celebrasse ^egU solennemente messe ponendo 
ivi la sua cattedra^ menlrje che nella licenza datagli di con- 
sacrarlo ciò espressameate .eragli stato proibito: perciò gl'ìm- 
pone di toglier da quell'oratorio la cattedra e di non cele- 
brarvi più pubbliche messe per l'avvenire ; e che se que' mo- 
naci volessero ascoltarla , egli mandasse loro lUn prete della 
sua chiesa a celebrarla (1). 

Non si dimenticò Cìregom, come si^ vednlo, del vescovo 
della città stessa d'Urbino^ ì mi abitatori dagli antichi eran 
chiamali Uì^banates Uorxenses. Legjgasi in fatii l'epìstola a 
Leonzio vescovo di Urbino, dove .per l'infermità di Castorio 
vescovo di Arimini lo costituisce visitatore e vescovo cardinale 
della Chiesa dì» Ri mini: cwtera mnrm^ ^gli dice, m praedicta 
Ecclesia tanquam cardinalem et proprium le ì^oIumus agere sa- 
€erdotem (^). 

Nella soscrizionè de' vescovi al privilegio di S. Medardo 31 
legge Sabinianus Tudertinorum Episcopus , da noi r|.posto fra' ve- 
scovi di Spagna* Ora in questa parte .d'Italia igeografi antichi 
e specialmeate Plinio pongono un'altra citlà da essi chiamata 
Tuder^ oggi detta Todi: noadiiBjdno.la soscrlsione davie inten- 
dersi del vescovo sp^nuolo , non di questo d'Jtalia ; poiché 
del vescovo jò della chiesa di* Todi parla Gregorio, quando 
commette al vicino vescovo di Eggubio, die essendo Vcacante 
quella chiesa, vi si poetasse é soUeoitasse i cittadini ad eleg- 
gerlo, e.ciò fatto, GUiAsolemnitate decreti omnium subscriptioxiibus 
roharati , et dUectionis tuae testimonio litterarum ad nos .sa* 
crandus occuttMì avvertendolo che senon si trovasse JOtqueUa 
chiesa persona idonea al vescovado, ^uc^e/ €ipmr« n(m cmtò»u^, 
non permetta che eleggessei» persona laica (3,) ; ìX «he scrive 
ancora al clero ed al popolo di Todi {ky Né fiolè cectaaientd 

(i) Lib. V, ep. 46» Gresarius Fdki ^^fopo JPitamiem- 
(2) Lib. II, iDd. XI, ep. 24, Lemtio Episcopo UrbiniUL 
(5) Lib. Vii, Ind. 11,^.80. 
(4} Lib. Ind. cit. ep. 90. 



— 467- 

Gt^gork) intendere àe\T(sdiaieB memorati da Piinio «ella qaarla 
regione (f), poiché Pliok) sleaso ^dke .ehe dodottoprima de'suoi 
tempi questi popoli opan già obsU&U . 

.La città dì Spoleto ;ael ducato di questo nome vanta vescovi 
aotiefai, de'quali Gregorio &menLìorÌA ifi più sue epi^le. A Gri- 
saoto vescovo di Spoleto si legge dirÌBXflta rf«pistofcat, in cui gli si 
commette ad istanza di un diaconodellaiCbiesa di Rieti k<;on- 
8acfa»0De d'un oratorio costrutto dentro la città di Rieti, e di 
rjporvi le reliquie de' SS. Jlartiii £rmete^ Giacinto , e Mas- 
simo (2). Allo stesso CiisaDb) si leggono dirette tre altre epi- 
stole., Nella prima gli s'impoae di non ricevere alla comunione 
que' momci i quali da' Iato diati fossero stati interdetti ; e di 
&r osservare lecondiziooi opposte. neUeioianomessioni de'servi, 
cioè di dovere fatti liberi^ permanere .oe'mmasterivO ritornare 
in servitù. Nella seconda gli viene ingiunto di dare a Vale- 
riano notaio della chiesa di Fermo le reliquie -che cercava del 
S. Martire Savino per la dedicazione d'un oratorio , che avea 
costrutto presso le mura di questa città. La terza merita mag- 
giore avvertenza, poiché essa ne dà notizia della chiesa Viva- 
vense e del suo vescovo (3). I popoli viventani sono da Plinio 
collocati presso gli Urbinati Metaurensi ove è ora Castel Durante, 
presso Vettona oggi Bettona , quattordici miglia lontana da 
Perugia sotto Assisi (k). Di questa chiesa intende Gregorio 
nella terza delle menzionate episiole, imponendo a Crisanto, cui 
avevano commessa la visita essendo vacante la sede, che do- 
lendosi i viventani esser senza pastore da lungo tempo e che 
non si trovasse fra loro persona idonea al vescovado , cercasse 
egli altrove di rinvenirla , e ciò riuscendogli, la mandasse in 
Roma, affinchè ordinar si potesse. Anche a questo fine è scritta 
l'epistola a' viventani, dove li esorta ad esser concordi nell'ele- 
zione, e dice di mandar loro intanto il prete Onoralo per am- 
ministrarli (5). Allo stesso Crisanto rivolge Gregorio altra epi- 
stola, dalla quale si conosce che la diocesi di quello stende vasi 

(i) Uh. IH, cap. i2. 
. (2) Lib. VII, Ind. 11,^ ep. 12. . 

(3) Lib. et iDd. cit., ep. 56, U, 77. 

(4) Lib. HI, cap. 14. 

(5) Uh. 1, ep. 78. Ckro et Ordini et Plebi VivavenHs Ecolesiae. 



— 268 — 

nel territorio dì Norcia ; poiché i suoi preti quivi dimoranti non 
facevano difficoltà di vivere insieme con femmine straniere, ed 
il pontefice si maraviglia com'egli avesse trascurato di dar ri- 
medio a quésto sconcio, onde aveva ordinato al suo difensore, 
che ivi teneva, di correggerli, e nel caso .fossero contumaci , 
di denunciarli a lui affinchè secondo il prescritto de' canoni 
gli emendasse (1): laonde non dee recar meraviglia, come 
avendo Morcia il proprio vescovo, Gregorio a quello di Spoleto 
ciò commettesse ; poiché nella stessa epistola chiaramente si 
esprime che questi preti si appartenevano alla sua diocesi. 
Del proprio vescovo di Norcia posta in questo ducato di Spo- 
leto abbiamo poi menzione in una delle soscrizionì de' vescovi 
al privilegio del monastero di S. Medardo, dove fra gli altri si 
legge Primcevius Nurciensium Episcopus subscripsit. 

(i}Lib. XI, ep.43. 



- 869 - 

CAPO IX. 

Del Piceno nella qninta Regione dltalia. 

Siamo nella quinta regione, cioè nel Piceno che oggi com- 
prende parie della Marca di Ancona e l'Abruzzo Ulteriore. 
Nella Marca di Ancona sono Fabriano, Cesi ed Assisi posta da 
Tolomeo nel!' Umbria, ora cotanto resa* chiara e rinomata per 
S. Francesco. E sebbene de' loro vescovi non faccia Gregorio 
molto, non però si dimenticò di que' delle città vicine e spe- 
cialmente di Ancona: città , secondo Plinio e Solino , fondata 
da' Siculi, e propriamente da' Siracusani, i quali quivi si rico- 
verarono per isfuggire le crudeltà dì Dionisio Tiranno, siccome 
scrive Strabene (1). 

A Severo vescovo di Ancona troviamo scritta un'epistola 
da Gregorio (2), ed eccone l'oggetto. Per le guerre de' lon- 
gobardi Fabio' vescovo di Fermo avea fatto portare l'argento 
della sua chiesa in Ancona , cìtlà maritlima difesa da'greci , 
come in luogo sicuro , e fecelo consegnare in deposito a 
Sereno diacono di quella chiesa. Morto Fabio e rifatto Pas- 
sivo, volendo questi riaver l'argento della sua chiesa , Sereno 
parte ne rese e parte si ritenne, movendo lite pel rimanente; 
sicché obbligò Passivo ad andatre in Roma per farne ricorso al 
pontefice. Gregorio delegò la causa al vescovo di Ancona, im- 
ponendogli di costringere il suo diacono Sereno alla restitu- 
zione ; e se le eccezioni di costui fosser tali che meritassero 
esame, egli col vescovo Armento, intesi gli attori della chiesa 
di Fermo, le discutesse, è secondo il giusto ponesse fine alle 
contese. Allo stesso vescovo Severo indirizzò un'altra epistola, 
con la quale gl'impone che essendosi da' greci ricuperata la città 
di Aqximo (oggi Osimo lontana da Ancona doflici migha) già 
occupata daMongobardi, prendesse cura di quella chiesa, e por- 
tatosi ivi come vescovo visitatore la reggesse, tanto maggior- 
mente ch'egli avea promesso a Bahan maestro de' soldati greci 

(1)Lib. 5. 

(2) Lib. VII, lod. II, ep. 15. Severa Episcopo Anconitano. 



di porgergli aiuto per ristorarla (1). Merita in fine esser letta 
con attenzione Tepistola^iB cuirtrattasi deirelezione d'un nuovo 
vescovo che dovea farsi in Ancona per la morte di Severo (2). Gli 
anconitani, furo» fra lor dtscQi^ e tìkx^ coavenesdo in un indi- 
viduo solo, n'elessero tre, uno de'quali straniero, diacono della 
chiesa. di Ravenna. Elessero Fiorentino arcidiacono d'Ancona; 
ma questi abbenchè dotto e versato nella. sacra scrittura, era 
si vecchio che non poteva sosteaer quel peso, e sì avaro e sor-- 
dido che non ammetteva alcun amica bisognoso in sua casa. 
L'altro chiamato Rustico diacono della stessa chiesa, era uomo, 
vigilante e sollecito; ma sì ignorante che ignorava il Salterio. 
Il terzo Fiorenzo, diacono della chiesa di Ravenna eletto da 
tutti, era sollecito ; ma qual fosse la sua morale non si sapeva. 
Perciò Gregorio scrisse quella lettera al vescovo Giovanni, 
ove non manifestandosi dì quale chiesa costui si fosse , alcuni 
per la precedente epistola dirizzala Joanni Episcopo Panhormi^ 
tano (3) sospettarono che fosse lo stesso; né deve a questa 
opinione fare ostacolo il considerar la lontananza delle sedi; 
poiché per mare il tragitto nan era cotanto grande, essendo 
mariltìme ambidue quelle città. Checché ne sia, a questo ve- 
scovo Giavanni commette Gregorio la conoscenza e lo scrutinio 
della menzionata efezione, insieme col vescovo Armenio ch^egU 
intanto avea mandato ad Ancona per visitatore , e gl'imppne 
d'indagare se fosse Fiorentino cotanto vecchio quanto si di- 
ceva, e se la sua tenacità procedesse da avarizia , o pure da 
necessità, e s'era vero che avesse giuralo di non accettare il 
vescovado, come anche se Rustica fosse cotanto ignorante 
quanto la fama lo predicava. Intorno a Fiorenzo diacono della 
chiesa di Ravenna, esaminasse i suoi costumi, e se Io trovasse 
non contaminato da alòun delitto, lo preponesse agli altri con 
farne a lui relazione , ut renunciatione tua redditi certiores , 
quid post haeCfJDeo auctore y fieri debeat ^ dìsponamus : ma Fa av- 
verte che se gli anconitani convenissero nella persona di Fio- 
renzo j rimanesse a loro carico procurarne la cessione dal ve- 
ci) Lib. VII, Ind. II, ep. 91. 
(2)Lib. XII, ep- 6. 
(3)Ep.4. 



— 871 — 

SCOVO di Ravenna, staccandolo dalfa sua chiesa ; poiché egli 
non voleva in ci& usar di sua autorità, né obbligare quel ve- 
scovo di cedere contro la propria volontà. Cotanto era questo 
savio pontefice discreto e sollecito di non turbare l'altrui ra- 
gione. 

Di due altre chiese non molto da Aìicona lontane e de'* loro 
vescovi vediam fatta da Gregorio menzione; di Fermo e di 
Ascoli. Della chiesa di Fermo, or poco lungi dal mare, si 
è veduto essersi fatto memoria neirepistola scritta da Gregorio 
a Severo vescovo di Ancona ; ma se ne leggono altre indi- 
rizzate al proprio vescovo, ed al clero e popolo di questua città. 
Se ne trova una diretta Deìnetriano et Valeriano Clericis Fir- 
maniSy la quale merita avvertenza perché ci conférma che si 
potessero i vescovi valere delle robe delle loro chiese ed anche 
della suppellettile sacra per riscatto de' captivi (f). Il' vescovo 
Fabro per redimere questi due chierici con le loro madri ed 
i^ vescovo Passivo che gli successe, e che allora era solamente 
chierico, avea diciotto anni prima sborsato undici libbre di ar- 
gento della sua chiesa alPoste nemica ; or questi chierici te- 
mevano non la chiesa voliesse da foro ripeterti : ma^ Gregorio 
li rassicura , e dice loro dì non aver perciò tfemenza alcuna : 
quia ratio aequitatis exposcit , ut qiwd' studio pietatis im- 
penmm est:, ad redemptorum onusr i?el afflictorum norv debeat 
pertinere. Al vescovo Massivo scrive ancora che avendo Va- 
leriano Notaio della sua chiesa cosla'utto un oratorio presso le 
mura di Ffermo, e diesideraudo farlo consacrare in onore del 
S. martire Savino, lo dedicasse con le solite condizioni, purché 
il luogo fòsse nel distretto della sua parrocchia , non venisse 
ivi seppellito corpo umano^ e si fòsse sufficientemente dotato; 
ma che non permettesse costruirsi ivi battisterio , né la cele- 
braziowe di solenni messe, né vi costituisse prete cardinale , 
e se si volesser messe, vi mandlasse un prete delia sua chiesa 
a celebrare (2) . 

Meritano attenzione ancor due lettere di Gregorio a questo 
vescovo Passivo (3'); poiché ivi si parla della città Aprutina, 

(i) Lib. Vn, Ind. n, ep. 14. 
(2) Lib. VII, ep. 72. 
(3)yb.X, ep. 12 e 13. 



- 272 — 

e del castello Aprutense posto nel territorio di Fermo. Nella 
prima fassi da Gregorio memoria di Anio conte del castello 
Aprutense (^i4m'o Comes Castri Apruliensis, Firmensis territoriij. 
il quale avendo in quel castello costruito un oratorio, richiedeva 
al pontefice di farlo consacrare in onore di S, Pietro: Gregorio 
commetle a Passivo , che essendo quel castello nel distretto 
della sua diocesi lo consacri , adempiute le solite condizioni , 
di non essere stalo ivi sepolto corpo umano e d'essersi suffi- 
cientemente dotato. Concede parimente , in grazia del conte 
Anio, che potesse ivi costituirsi un prete cardinale, ut quotiens 
prefatus conditor fieri sibi inissas forlasse voìueritj i^el fideliutn 
concùrsus exogerit; riihil sii quod ad Missarum sacra exìùbenda 
sohmnia mleat impedire. Nella seconda poi delie menzionate 
epistole, Gregorio dice a Passivo che per lungo tempo essendo 
stata la chiesa di Apruzzo senza paslore , per non esseisi po- 
tuto trovare colà persona idonea (Bene novit fratcrnitas {>eslra 
quam long'o sit tempore Aprutium pastorali soliGitudine desti- 
tutumj ; finalmente avea risoluto di ordinare Opportuno della 
sìessa città : ma poiché questi era ancor laico , ed egli avea 
proibito sempre l'elezione in persona de' laici , ancorché fos- 
sero naturali del luogo; perciò gl'impone che faccia a sé 
venire Opportuno, e lo esorti a rendersi o monaco ò suddia- 
cono , poiché egli dopo qualche tempo voleva promuoverlo alla 
cura pastorale di quella chiesa* A questo Opportuno troviamo 
diretta un'epistola consolatoria , perciocché quegli da grande 
malinconia era travagliato, essendo stato aspramente ripreso da 
Gregorio, cui alcuni suoi trascorsi erano stali riferiti (1). Ma 
qual fosse quesìdi Aprutium^ città ignota certamente agli an- 
tichi -geografi , la quale a' tempi di Gregorio aveva il suo ve- 
scovo, variamenle da' nuovi scrittori è disputato; siccome anche 
se dalla medesima prendesse questa provincia il nome di 
Apruzzo , pure dagli Apri o sian porci cignali de' quali le 
selve di questa provincia abbondano, Gli Apruzzesi costante- 
mente tengono che da' cignali derivasse loro tal nome , onde 
per insegna della provìncia dipingono una testa di cignale. 
Ma dubito forte che non s'ingannino , e rendano con ciò più 

(1) Lib. X, ep. 14. Opportuno de Aprutioi 



— 273 — 

verisimile la sottile interpretazione di Arduino intorno all'in- 
segna di Sulmona, della quale parleremo più innanzi. Non 
certamente le sole selve di questa provincia abbondano di ci- 
gnali, ma nelle altre province onde or si compone il regno di 
Napoli v' han pure selve che in gran numero li producono ; né 
qui Ercole uccise l'orribile cignale,* ma nelle niontagne dì 
Erimaoto nell'Arcadia. È più verisimile adunque che non si de- 
nominassero da questo animale silvestre, uè dalla città nominata 
da Gregorio Aprutium; ma sibbene che ella prendesse il nome- 
dalia regione Praetutiana dov'era posta, dalla quale si fosse ap- 
pellata la provincia, e delta poi corrottamente, come suole avve- 
nire, Aprutium. In questa parte del Piceno gli antichi geografi 
collocavano la Praetutiana regio, come la chiama Plinio (1). Qui 
erano i campi Praetutiani feraci di eccellenti vini , inna Prae- 
tutta cotanto presso l'antichità rinomati. Nella regione ^Prae- 
tutiana eran poste le città di Fermo e di Ascoli , onde non dee 
recar maraviglia se il castello del conte Anio fosse nel distretto 
della diocesi di Fermo. E poco lontane sono Adria, oggi detta 
Atri, e Vomano; e nel mare, Castrum nomm, i cui ruderi si 
veggono ancora ne' lidi dell'ulteriore Apruzzo, e il cui nome 
è ora Calveno: No vana, ora Città Nuva; ed altre. Quanto poi 
a questa città nomala qui da Gregorio Aprutium, alcuni cre- 
dono che fosse Teramo, detta anticamente Interamna: nel che 
sono da vedersi Cluverio (2) ed Olslenio. 

Ascoli (Picena nobilissima , come la chiama Plinio) ebbe 
anch'essa antichi vescovi , la cui chiesa non obblìò Gre- 
gorio nell'epistola drizzata allo stesso Passivo , dove si legge 
che avendo Proculo diacono della chiesa di Ascoli nel fondo 
Gressiano sito nel distretto della sua parrocchia costrutto un 
monastero il quale desiderava che si fosse consacralo in onor 
di S. Savino martire , Gregorio ne commetteva al medesimo 
vescovo Passivo la dedicazione, dopo aver conosciuto di essere 
5lato sufficientemente dotato (5). 

Non molto da Ascoli lontana sul mare era No vana , oggi 

(i) Lib. IH, cap. i3. 
(2) Ital. antiq. lib. ± 
(5) Lib. XI, ep. 20, 

Tom, IL i9 



Citlà Nuova, del cui vescovo, siccome fu rapportato trattando 
dell'Arcivescovo di Raveima, Gregorio fece memoria nell'epi- 
stola diretta al jaaedesimo y dove gli commette l'ordinazione di 
un nuovo vescovo per cagion dello scisma de'vescovi d'Istria. 
Avea questa chiesa a sé congiunta, come appartenente alla sua 
diocesi, quella della vicina isola Capritana sul mare Adriatico: 
ma per essere quel vescovo ricaduto nello scisma, laddove gli 
insulani stavan saldi nella unione della chiesa di Roma, questi 
richiesero che lor si desse proprio pastore ; onde Gregorio com- 
mise all'arcivescovo di Ravenna d'ordinarlo , e gli impose dì 
ritenere intanto l'isola nella sua diocesi finché i vescovi sci- 
smatici non ritornassero nella romana comunione : Et idcirco 
sanctitas tua iUic Episcopum ordinet , eandemque insulam ha^ 
beat^ quousque ad fidem catbolicam Histrki Episcopi rei^er- 
tautur , lit et tmicuigiLe Ecclesiae suae dioeceseos jura ser^ 
i^entuTy et destiiuto a Pastore poptUo non desU protectio et cura 
regiminis {{). Quest'isola è una delle tre Diomedee poste nel 
0uire Adriatico, che guardano l'Apruzzo ed il monte Gargano, 
e per cagion che da lontano vedute sembrano tre monti , fin 
da' tempi di Tacito avevano il nome di Tremetum : ora la mag- 
giore è detta di Tremiti. Delle minori isole vicine, a' tempi di 
S. Gregorio, una era chiamata Capritana, e presentemente è 
detta Caprara ovvero S. Domenico, e l'altra ora dicesi di S. 
Nicola. Né dee recar maraviglia , se ad un'isola eoa picdola 
desse Gregorio proprio vescovo ; poiché a que' tempi poco era il 
bisogno di que' che rivestili fossero di questa ecclesiastica di- 
gnità, ed e^no coi^tentavansi di una vita molto frugale epo^ 
vera : si è veduto che alcusii per non aver modo dì procacciajrsi 
un abito d'inverno, pativano il freddo, e sovente Gregorio lor 
ne provvedeva. 

Dalla medesima epistola si conferma che tutti questi luoghi 
marittimi con le isole vicine non erano ancor passati sotto la 
dominazione de' longobardi , ma si ritenevano da' greci, e 
l'esarca di Ravenna Gallinico n'aveva il governo. 

L'Apruzzo, una delle province delle quali oggi si compone 
il regno di Napoli , dividesi in ulteriore e citeriore: del primo 

(l) Lib. VII, Ind. II, ep. 10. 



alèiam già ftiveHato ; fa ptfte l'altro drite ^afta regime 
d'Aalia , laofìde, per non es^ {x»eìa oostréttt a ritornare su 
questo argoménto^ ptoseguirenid da ^esto lato a lAendonare 
ateùne fra le cillà m^trittìme di tate provincia da Nolana 
poto ](^iftaifò, ed alouoe fra le Éietfiterranee ehfe si pregvan p^rrie 
dii antichi veaeovi ^ benché Gregario noti avesse occasidne di 
parlarne. VApnmo citeriore , lam men che ralterìore , ebbe 
popoli bellicosi e forti, i quali esercitarono, in più guerre so- 
stenute contro i romani, le loro militari virlù e discipline. Qui 
furono i Frentani , i quali dal fiume Tiferno si stendevano 
i^no al fiume Àterno, oggi Pescara. Le loro città marittime fu- 
rono Histonium, ora Vasto di Aimone: Buca, oggi deserta 
dalla quale appena appaiono vestigia : Oriona , che ritiene an- 
cora il nome di Ortcua a mare : Ànxanum, ora Lanciano, non 
molto discosta dal fiume Sangro. Qui furono benanche i Teatini 
Marrucini, che avean per loro città Teate, ora Chieti. Ma sopra 
tutto si distinsero i Peligni , la cui città primaria era Strlmona . 
la quale presedeva a' Gorfiniensi, ed a' campi e vichi d'in- 
torno, fra' quali è oggi Pentitia nel citeriore Àpruzzo , d'onde 
alcune leggi de' re aragonesi portano la data , perchè quivi 
emanate, siccome fu da noi avvertito nell'Istoria Civile del 
regno di Napoli (1). Peligno si disse dappoi Valva , ond'è 
che il vescovo di Sulmona avendo nel distretta della sua 
diòcesi tutto l'agro de' Peligni , si chiami anche Valfi^ensis 
Episcopm. Ovidio si gloria aver avuta questa città per sua 
patria : Salmo mihi patria est (2) ; dal che i Sulmonesi cre- 
dono i loro maggiori aver preso per insegna della città questa 
motto., che dinotarono con le quattro lettere S. M. P. E. 
Ma il P. Arduino gesuita , nelle note sopra il terzo libro 
di Plinio (5), stima falsa e vana la loro conghiettura , poiché 
rappresentando quell'insegna la città non può certamente ripu- 
tarsi propria sua voce quel detto : Sulmo mihi patria est. Dà 
egli un'altra interpretazione assai ingegnosa a quelle lettere , 
e vuole che senza dubbio questo ne fosse il senso : Sulmo 

(i) Tom. m. 

(2) Lib. IV. Tristium, eleg. 9. 

(3) Gap. 12. 



— J76 - 

Munimentum, Pelignorum est^ poiché Sulmona fu capo de^" 
Peligni, e posta in sito assai sicuro per difendere i suoi 
popoli da straniere invasioni. Ma ritornando in via, fa d'uopo 
ora scorrere il rimanente d'Italia cbe Augusto racchiuse nelle 
qua^ttro prime regioni, delle quali si compone oggi parte dello 
Stato della chiesa di Roma ed il regno di Napoli , e che 
non riconobbero altro metropolitano che il vescovo di Roma. 



—'«77- 



PARTE TERZA 



Italia Mgriìdionale. 



Nella divisione che sotto Costanti do Magno e suoi successori 
fu fatta dell'Italia in province, alle quali si mandavano per reg- 
gerle i consolari, i correttori ed i presidi, queste quattro regioni 
furono ridette in forma di quattro province: I. La Campania 
compresa nella prima regione, la quale abbracciava la Campania 
romana e quella del regno di Napoli , fu provincia Consolare : 
II. La Lucania e il Bruzio, provincia Cor4'ettoriale , compresa 
nella terza regione: III. La Calabria e la Puglia, parimente 
Correttoriale, ed occupava la seconda regione : IV. Il Sannio^ 
provincia Presidiale, che occupava la quarta regione e parte, 
della quinta. Di ciascuna ne' seguenti capi novereremo i ve- 
scovi che trovansi da Gregorio rammentati. 



-*» — 

CAPO X. 

Belle prime quattro regioni dltalia, che comprendono (^ 
parte dello Stato ddla cMesa di Roma, ed il regno di 
Napoli 

Campania. 

La prima regione d'Italia , la quale dal Tevere sino al pro- 
montorio di Minerva presso Sorrento abbracciava l'antico e 
nuovo Lazio e la Campania marittima , e sul lato mediterraneo 
da Roma si stendeva fino a Capua, e da Satrico e Tifata sino al 
Pìcentino, niun dubita aver avuto vescovi fin da che la nuova 
religione Cristiana comincìossi a diffondere in Italia ; e S^ 
Pietro istesso , capo degli apostoti , dopo averla predicata In 
molte città con istituirvi i vescovi, passato ìndi a Roma , aver 
quivi stabilmente fermata la sua sède. It che ci assicura Tan- 
tica e costante tradizione tramandata a' posteri 0n dal secondo 
secolo per tult'i seguenti, poiché vien confermata d^li scrittori 
di que' tempi , da Tertulliano e da S., Ireneo nel secondo e 
nel terzo secolo, enei quarto da Lattanzio Firmiano(l), da Eu- 
sebio vescovo di Cesarea e da altri antichi padri nel quinto : 
e S. Agostino, deridendo l'ignoranza dì coloro i quali davano 
credenza ad alcune finte lettere scritte da S. Paolo a G. Cristo, 
dice che Perror nacque perchè in Roma anticamente si vedeva 
un'immagine nella quale era dipinto N. S. che aveva a' fian- 
chi S. Pietro e S. Paolo come coetanei, la qual cosa fece lor 
supporre chja S. Paolo avesse potuto scrivergli , siccome da 
noi fu rapportato trattando de'libri di questo gran dottore (a) : 
d'onde si conosce che la tradizione fosse si costante che passò 

(1) Lib. IV, cap. 21. 

(a) Nell'opera tuttora inedita Delle Dmrine d^ Padri aniicfU Cristiani , da 
pubblicarsi nel terzo yolume di questa raccolta; 

L'Editore. 



— af- 
fino nelle dipìntare. Nel sesto secolo ella si ebbe per certa 
aoche nelle Imperiali costituzioni, leggendosi nelle Novelle 
di Giustiniano , Tantica Roma esser chiamata Sedes Petri. 
Onde a ragione Ugon Grozio riputò troppo arditi e temerari 
alcuni novelli scrittori , i quali aveano osalo di mettere in 
dubbio quel che tutta Tantìchità tenne per fermo ed indu- 
bitato , sostenendo non essere stato giammai S. Pietro in 
Roma. 

Il vescovo di Roma aveva a sé sogg^ta non pur la profHia 
diocesi, ma come metropolitano d'una vasta provìncia , aveva 
vescovi vicini e lontani tutti suoi suffragane. Il primo che 
s'incontri memorato da Gregoric^ in questa prima regione 
è il vescovo d'Ostia ^ città posta dove il Tevere mette in mare, 
antichissima colonia, come quella che fu dedotta da Anco 
Marcio quarto re di Roma, per quanto Livio (I) e Pesto scris- 
sero. Fra le soscrizìoni de' vescovi al privilegio di S. Medardo 
si legge quella di Glorioso vescovo d'Ostia : Gloriasus Ostiensium 
Epkcopus subscripsit. 

Allo stesso Glorioso, insieme con altri vescovi di questa pro- 
vincia , doè a que' di Sorrento, di Terracina , di Porto , di 
Napoli , di Nocera e di Formia , si legge drizzata l'epistola 
Glorioso Episcopo Ostiensi (2). Ne^ lidi dello stesso mar iTir- 
reno, oltre Antio ora distrutto, onde il luogo chiamasi ancora 
Antio rovinato, è posto Terracina anticamente, detta Ànxur^ 
poco dal mar discosta, più in là di Fondi nel regno di Napoli. 
De* suoi vescovi fece Gregorio memoria ; e merita avvertenza 
la lettera da lui scritta Petro Episcopo Terracinensi (3) che non 
fecesse molestare i giudei che in quella città aveano sinagoghe 
dove convenivano a celebrare i loro riti e le feste, né permet- 
tesse die loro fosse usata violadza con discacciarli da quel luoge 
turbarli, siccome, secondo i ricorsi fatti da' giudei a lui , i 
Terradnesi facevano , ma che più tòsto usasse loro mansue*» 
tedine e benignità ; prosegue con queste notabilissime parole : 
mmendo^ suadendo od u»it<Uem fidei nocete est congregate : ne 

(ì) Lib. 1. 

(2) Lib. VII, Ind. II, ep. ii. 

(3) Lib. I. ep. 34. 



— J80 — 

quos dulcedo praedicationis, et praetmsus futuri jvdicis terror 
ad credendum invitare poterai^ minis et terroribus repellantur . 
Oportet ergo magis ut ad audiendum de i>obis i^erìmm Dei be- 
nigne comeniant^ quam austeritatem quae supra modum exten- 
ditur^ expavescant. 

Essendosene dappoi morto il vescovo Pietro, i Terracinesi 
con molta istanza ce.rcarono al pontefice, che avendo i longo- 
bardi rovinata la città di Fondi , sicché non poteva abitarsi . 
e dovendosi la lor chiesa provvedere di successore per l'avve- 
nuta morte, desse loro per vescovo cardinale Agnello vescovo 
Ai Fondi : e Gregorio li compiacque, scrivendo al medesimo 
'Che si portasse a Terracina a reggere quella chiesa , costi- 
tuendolo ivi vescovo cardinale per soddisfare al desiderio che 
aveva della sua persona quel popolo : il che leggesi nell'epi- 
stola diretta ad Agnello vescovo di Fondi}, al quale egli dice 
ancora che non perciò cessasse d'esser vescovo di Fondi : ideo 
te auctoritate nostra Terracinensis Ecclesiae cardinalem consti- 

tuimus sacerdotem ut et Fundensis Ecclesiae Ponti fex esse 

non desinas^ riec curam gubernationemqae ejus praetereas (1). 
E nella seguente lettera indirizzata Clero ^ Ordini et Plebi con- 
sistenti in Terracina gli dà avviso che per compiacerli avea 
già costituito Agnello per loro vescovo cardinale, e che come 
a proprio pastore gli ubbidissero (2). Oltre del vescovo Agnello, 
leggiamo in un'epistola un< altro vescovo di Fondi chiamato 
Benenato, al quale Gregorio commette la consacrazione, ser- 
bati li dovuti requisiti, d'un oratorio costruito nella sua diocesi 
da una molto divota e religiosa femmina Gennara in onore 
di S. Severino confessore e di S. Giuliana martire (5) : e 
per tale effetto nell'epistola segpente scrive a Fortunato ve- 
scovo di Napoli di dargli le reliquie di que' santi, che la me- 
desima cercava per la dedicazione suddetta. Essendo rimasa 
vacante la chiesa di Formia , ora detta Mola di Gaeta, per la 
morte di Bacanda suo vescovo , Gregorio costituì lo stesso 
Agnello visitatore della medesima, perchè ivi portatosi sol- 

(1) Lib. Il, Ind. XI, ep. 13. 

(2>Ep. i4. 

{3) Lib. VII, lod. ir. ep. 88. 



— 884 — 

lecitasse il clero ed il popolo ad eleggere altro sacerdote delia 
chiesa stessa , ed eletto che fosse , ad nos saerandus occurrat, 
€ non permetta eleggersi straniero , nisi forte inter clericos 
ipsim cmtatis , in qua mitationis impendis officium , nullus 
ad episcopatum dignus , quod evenire non credimtÀS , potuerit 
inveniri{{). 

Merita di esser considerata l'altra epistola scritta allo stesso 
Agnello per due cose notevoli che contiene (2). La prima che 
fino in Terracina a' tempi di S. (Gregorio fosse residuo di 
gentili i quali prestavano religioso culto agli alberi ed agridoli, 
onde Gregorio si duole con questo vescovo perchè non ponesse 
cura a ridurli alla vera fede ; ed acciocché non potesse scusarsi 
di non avere assistenza dal magistrato secolare , gli dice che 
egli avea già scrìtto a Mauro vicecomite, il quale gli avrebbe 
in ciò somministrato ogni aiuto e favore. La seconda che es- 
sendo Terracini minacciata di assedio da' longobardi , sicché 
bisognava per custodia de' muri della città tener ivi continue 
sentinelle, e gli ecclesiastici se ne scusavano ; Gregorio im- 
pone al vescovo che li costringa a tenerle : ut nuilum neqm 
per nostrum vel Ecclesiae nomen^ aut quolibet alio modo de fendi 
a ngiliis patiatur, sedomnes generaliter compellantur ; quatenus 
cunctis vigilantibus y melius auxiliante Domino civitatis valeat 
custodia procurari. Al medesimo insieme agli altri vescovi fu 
anche diretta un'altra epistola (3); ma merita peculiare, atten- 
zione quella scrittagli^ e diretta anche a Bacanda vescovo di For- 
mia, perciocché questi allora era ancor vivo. Avea Gregorio , 
come si é veduto, ordinato che a' giudei di Terracina non si 
inferisse molestia alcuna nell'esercizio della loro religione , 
onde questi in un castello vicino nel distretto di altra diocesi 
costrussero una nuova sinagoga ; ma il vescovo Pietro era 
ricorso al pontefice, rappresentandogli che la sinagoga degli 
ebrei in quel castello costrutta era si prossima alla sua chiesa 
che i loro canti risonavano fin là e disturbavano i divini uf- 
ficj, e richiese che fossero ivi impediti dal celebrare secondo i 

(i) Lib. TI» ep. i6. Gregorim Agnello Episcopo Terracinensi. 

(2) Lib.VIUIod. I,ep. 20. 

(3) Lib. VII, Ind. II, ep. il. 



:| 



- 188 — 

loro riti. Gregorio commise al vescovo Agnello ed al vescovo 
Bacanda, che portatisi in quel laogo iasieme eoo quel vescovo, 
in re praesenti diligentemente osservassero il tutto ; e se co- 
noscessero che per que' canti si disturbassero veramente i di- 
vini ufficj , facessero provvedere a' giudei di quel castello un 
altro luogo dove potessero suas sine impedimento caeremomas 
celdnrare. Talem ^ero fratermtas wstra heum praevideat^ si 
hoc fumni hco prvoaH^ ut nnltta exinde in futuro querela no- 
scaiur. Pmedictos vero Judceoe grafemi, K>el affligi contra or^ 
dinem raPionis prohibemt^: sed sieut romanis vivere legibus 
permittmUur^ sic annuente jusHPia^ actus suos^ ut fiorante nullo 
impediente éispùnanti m tanun Christiana mancipia hiibere 
non liceat (1). 

Più in là di Terraoina Seguono il porto di Gaeta , ed inifi 
Formìa, Mintumo, e Sinuessa, di cui veggonsi le ruiiie presso 
il castello detto Rocca di Mondragone. De* vescovi di Gaeta e 
di Sinuessa non ebbe occa^ne Gregorio di parlare; ma sib- 
bene di que' di Formia, come si è veduto , ora detta Mola, e 
di Minturno antica colonia ch'era posta ove il fiume Liri scorre 
in mare, chiamato aniìcamente anche Gtareo , onde venne il 
nome che oggi ritiene di Garigliano. Questa città ebbe antichi 
vescovi; ma fin da* tempi di Gregorio era desolata la sua 
chiesa : Ecclesiam Mintumensem funditus tam Cleri , quam 
Plebis destitutam desolatione cognovimm , come dice Gregorio 
nell'epistola indirizzata a Bacanda (9): e nel tempo stesso le 
rendite della chiesa di Porraia non eran bastanti per sosten- 
tarla , sicché il suo vescovo chiese al pontefice di voler unire 
la chiesa di Minturno a qudla di Formia , e Gregorio cono- 
scendo non men la giustizia delta dimanda che la necessità , 
le uni insieme, scrìvendo al medesimo : duodmus^ consuìef^g^ 
tam desolationi loci ittiusy quam Bcctesiae tuae pauper^ati^ re- 
ditu$ supradictae Ecclesiae Mintumensis^ veì quidquid ei antiquo 
modemoque jure pei privitegio potuti potesipe quaKbet ratione 
competere^ ad tuae Bcclesiaejuspoteetaiemque hacpraecepti noeiri 
auctoritate transmigrare. Nell'accennata epistola indirizzata da 

(1) Lib. XII, ep. Ì8. Gregorius Bacandae ei Àgmlìo Bpiscepis. 

(2) Lib. I, ep. é. 



Gregorio a più veseovi di qiieste |»rti si legge anehe il nome 
di un tale Alunno Episcopo Formae (l), e sono scorretti quegli 
esemplari ove si legge Fermiae. 

Da questo lato marittimo comipoìa la Campania Felicie 
cotanto dagli ànticbi celebrata, e dal nostro Camillo Pellegrioo 
si bea descrìtta ed illustaata. In questi lidi farono Linterno, ora 
ridotta ad un piociol vico nomato Tprre di Patria , che prima 
anch'ebbe i s\m veaeovì de* quali si ha memoria nel Siimd» 
Palmare sotto Simmaco, leggendosi ivi fra le altre soscrìzioiu 
de' vescovi quella del vescovo di Littterno , AprUis Litemmsi$i 
nonché Cuma e Miaeno. Di questi vescovi troviam memoria in 
Gregorio. Per la morte di Liberio vescovo di Cuma essendp ri- 
masta vacante la sua chiesa^ Gregorio commise intanto a Bene- 
nata vescovo di Fondi rammioistra^one della medesima, costi- 
tuendolo quivi vescovo visitatore (2). Gl'impone doversi con<- 
durre a Cuma a soBecitifre il clero ed il popolo all'elezione dd 
successore ; che non fosse laico né straniero , ma della ebiesa 
stessa, ed eletto , agji soggiunge, ad nos sacrandus occurrat. 
Parimente essendo rimasa vacante la diiesa di Mìseoo , Gre* 
gorio commise al vescovo A Napoli Fortunato che dovesse 
ivi recarsi ad esortare sinulmente il clero ed il popolo ad 
eleggere il successore , valendosi delle stesse forinole e pa*- 
T(Ae ddla delegatone data a Beaeaato per la chiesa di Cuma: 
nello stesso tempo die notizia a que' di Miseno di avere 
scelto per vii^tore della loro chiesa il vescovo Fortunato , 
e li «sorto ad deggere persona idonea «lon laica , né altra 
a. cui ostassero le disposizioni de' sacri canoni (3). Ma poi- 
ché queste due città , secondo le vicende delle mondane 
cose , erano tuttavia desolate^ e morto era il vescovo di Cuma, 
Gregorio pensò unir le cattedre e costituir d'ambedue ve- 
scovo. Benenato , come fece , onde scrisse al medesimo : Et 
temporis qualitas et vicinitas nos locorum invitat , ut Cuma , 
nam atque Misenatem unire debeanms Etclesias : quomam eoe 
non tango ifineris spafio a se seittnetae sunty nec^ peccatis faden- 

(i) Lib. vn, iDd. II, ep. 11. 

(2) Lif^I, ep. 19. Benenato Episcopo Visitatori Cumanm Eccleeitu. 

(3) Lib. VII, Ind. II, ep 25» Fortunato Episcopo Neapolitano. Bp. 26, Clero, 
Ordini et Plebi consistenti Messenae, 



— J8* — 

tilms^ tanta populi multitudo est, ut singutos, sicut oKm fuit, 
habere debeant sacerdotes. Quia igitur Cumani Castri sacerdos 
cursum i>itae huius explent, utrasqm nos Ecclesias praesentis 
auctoritatis pagina unisse^ tibique commisisse cognosce, prò- 
priumque utrarvmque Ecclesiarum scito te esse Ponii/icem : e 
gli dà anche la facoltà di poter abitare dove meglio stimasse 
essergli comodo ed utile (1). Ma Benenato in amministrar 
<[ueste due chiese comportossi sì scelleratamente e con tal sor-* 
didezza, che costrinse Gregorio a deporlo, dopo aver ricevute 
le querele de' suoi delitti dagli accusatori, e commessa la for- 
mazione del processo ad Àntemio suo suddiacono che teneva 
in questo paese (2). 

In questi lìdi più oltre s'incontra l'antica colonia Dìecarchìa, 
poi detta Puteolis, ed ora Pozzuoli. Ebbe questa città vescovi 
antichissimi, siccome può raccogliersi dagli Atti di S^ Luca é 
dalle Antichità Giudaiche di Giuseppe (3) , avendo quivi i 
giudei stabilite lor sins^goghe prima del passaggio che vi fece 
S. Paolo mentr'era condotto prigionero in Roma. Gregorio fa 
-menzione di questa chiesa e del suo vescovo, in occasione che 
unendo un monastero posto nella diocesi di Pozzuoli ad un 
altro monastero costituito nella diocesi Napolitana, all'abate 
del monastero di Napoli Adeodato espressamente scrive che 
que' monaci di Pozzuoli restino sottoposti al vescovo loro , 
non già al Napolitano. Monacos , quos in monasterio Puteolis 
sito deputaveris , sub tua quidem disciplina , sed tamen Pu- 
teolano Episcopo , cujus Diodcesis est , non Neapòlitano noi^eris 
-éubiacere (4). 

§. 2. 

Napoli. 

Siegue la non meno antica che per tutt' i secoli assai rino- 
mata città di Napoli, a' tempi di Gregorio sottoposta all'impero 

(1) Lìb. Il, ep. 31. 

(2),Lib.Xl»ep.32eS3. > JÉ 

.(3) Lib. XVII. ^ 

(4) Llb. THI, ep. 39. 



fjreco, governandosi da un duca o console, magistrato greco/ 
Essa noQ passò giammai sotto la dominazione de' longobardi : 
e poiché Tìmperatore Maurizio avea molta confidenza in 
questo Pontefice, sicché appoggiava alla sua vigilanza di avqr 
cura delle città marittime d'Italia rimase all'imperio di Oriente 
perchè non fossero daMongobardi occupate; perciò in questi, 
libri si leggono più letfere non meno a' vescovi di Napoli 
che agli ufficiali greci quivi dimoranti per la custodia della 
città. A niun altro vescovo delle province di cui ora si 
conapone il regno di Napoli si veggono indirizzate da Gre- 
gorio tante epistole quanto a questo di Napoli , d'onde si co- 
nosce quanta fosse grande la cura che ebbe egli non meno 
della credenza che della disciplina ecclesiastica di questa 
chiesa. 

Se ne trova una scrìtta nel principio del suo pontificato a 
Demetrio vescovo di Napoli (1). A' tempi di questo vescovo in 
Napoli un tale Stefono dubitando di alcuni articoli della fede, 
si era separato dalla comunione della Chiesa cattolica ; ma 
dappoi ravveduto de' suoi errori, si riiini a quella: e poiché: 
ne' medesimi errori erano caduti altri suoi compagni i quali 
peri^stevario , Stefano per riunirli ebbe ricorso al pontefice , 
promettendogli che si sarebbero dileguati i loro dubbj e tolte 
dalle menti le ambiguità, se fossero ricevuti in comunione , e 
con dolcezza e mansuetudine trattati , Gregorio perciò impone 
al vescovo Demetrio di riceverli nella comunione : eos in fidem 
Catholicam communionemque suscijrite^ quibus potestis modis ad 
lucem de tenebris remare. Questo vescovo Demetrio fu poscia 
scoverto esser di tale iniquità ed infamia , e di tanti delitti 
contaminato , che Gregorio stesso ne fa a' napolitani questo*, 
elogio: Demetrius siquidem^ qui nec ante Episcopm dici me-^ 
ruerat^ tantis oc tcdibus nequitiis inventus est imolutus , ut si, 
secunàam suorum qualitatem facinorum judicium sine miseri-^ 
cor dia recepisset^ dinnis mundanisque legibus durissima procuh 
dubio fuerit morte plectendus (2). Gli si usò nondimeno cle- 
menza, e deposto dal vescovado fu riserbato alla penitenza. 

(I) Lìb. I, ep« i4. Gregorius Demetrio Episcopo Neapolitano. 

it) Lib. II, ep. 3, CkTQ et Nobilibuif Ordini et Plebi consistentibus Neapoì», 






^ 



Rimasa adunque per la deposizione di Demetm la chiesa va^ 
cante, Gregom scrìsse a' napolitani che ooa diligenti ed ac- 
curate ricerche eleggesBem> persona degna che potesse co» la 
sua probità emendare gli seandatì ed i disordini del predeces- 
sore. E merita^ attenzione la soprascritta di quest^epstola, pcn- 
ctiè fin da' tempi di^ Gregorio si vede ehe questa città era c(»i^ 
posta di quattro ordini di persone , ctero , nolnltà , civiltà e 
jrfebe, Ckro ti NobUibus^ Ordini et Plèbi cmsi$te$Utì^m Nm- 
poli (i^); onde i napditani chiamano la iphb&pwopolo grasso ^ 
sebbene sotto il nome di popolo sia compresa la civiltà e k 
plebe, ma non già il clero e la nobiltà (3). I napolitani prò* 
garono il pontefice a dar loro per vescovo ciarcKnale Paolo 
vescovo d'una chiesa vicina^ e Gregorio provvisoriamente lor 
lo diede per vescovo cardinale interino : e scrive al medesimo, 
che avendo con tanta istanza, il clero , la nobiltà ed il pc^olo 
napolitano richiesta la sua persona per lor vescovo , testimo- 
Dìanza considerevole della sna bontà, ìA portasse in I^poii, è 
fino a tanto che altrimenti non ordinasse, esercitasse ivi le fuoh 
^oni episcopali , e fra le altre dì ordSoffre i laici chierici , e 
dì solennemente celebrare le maiMRiìiaiskym in quella chiesa : 
dericos ex lakis ordifiari , nec non et mammissioms apud te 
in eadem Ecclesia sdenmit&r telebrari concedimi (3). Dal che 
s» conosce , questo modo di maiuomettere i servi nelle chiese 
a' tempi di Gregorio esser ancora isi oso. Ma furon tali i dìs^ 
gusti ch'eM)e a soffrire Paolo appena giunto in Napoli , «he 
pregò Gregorio, Io facesse tornare a&la sua èMesa , ed ordi- 
nasse altro vescovo, ^roponefìdogri e lodandógM la persona £ 
Fietro diacono, commendato: anche dà Teoébro duca e console 
di Napoli. Gregorio non r^lle concedergli licenza, scrìvendo 
che proseguisse nel governo di quella chiesa (b), ilt^he produsse 
quell'enorme misfatto e crudele ingiuria accaduta sulla persona 
di esso Paolo nelcasteflo Lucuilano, di ctii paiola Gregorio ^5). B 
castello Lucuilano è quello che ora cluatnai^ castello deli'Ùovo, 

(i) V. la cit. cp. 

(2) Lib. Il, ep. 7 ed ep. 15, Ind. XI. 

(3) Lib. II, ep. 6 e 7. 

(4) Lib. Il, ep. 12. 

(5 Lib. ll,lud. XI, ep. 1. Petro subdiacono Campania^, 



— «87 - 

una volta ìsoletta posta tra P^ilìp^ e NapoU^ nomata da Plinio 
Megaris (1) : essa oca si eo&giuBge ool eontinente della città 
per un ponte. Quivi trovaadosL il vcaeovo Paolo, fa assalito 
da scharaoi) i quali corxeodogli addosso lo ^fregiarono , et^ru- 
ddmeate 6oa baslooi lo malmenarooo : fra ootesti scellerati i 
principali ed istigatori dell'empia violenza furono i servi di 
Glemenzia, nobile matrona oapolitana. 11 meschino vescovo st 
indegnamente oltraggiato diede ragguaglio del successo al 
pontefice, chiedendogli di mandar p^s(ma affinchè i colpevoli 
fossero puniti. Gregorio gli mand6 Epi£anio sottodiacono, ed 
oltre a dò scrisse a Pietro sottodiacono della Campania affinchè 
insieme a Scolastico giudice benanche della Campania , con 
ogni severità procurassero far castigare i rei, e non avendo alcun 
riguardo alla loro padrona, facessero inquirere contro i servi di 
Giemenzia, e cercassero sapere se ella avesse prestato consiglio o 
fosse stata consapevole d'una tanta scelleraggine. E poiché Sco- 
lastico trovavasijn Roi&a; fn/«fimmf^, so^unge il pontefice, 
ut tantae penversitatis ima$Mm diUricta debuisset emmdaiione 
corrigere (2). Scrive poi al vescovo Paolo consolandolo della 
grave ingiwia sofferta^ e dandogli avviso ch'egli mandavagli 
Epifanio^ ed aveva ingi ante a. Sc(4astìco giudice, al haec digna 
coerdtione vindicare debuisM. (3) Nella citata epistola a Pietro 
sottodiaoono della Campania, impone a costui di non permet- 
tere che i servi fuggiti da' loro padroni , e rifoggiti n#l mo- 
nastero di S. Severino in altra cdbiesa del castello LucuUano 
dimorino ivi^ ma li fiaceia trasportare nelle ofatese poste dentro 
la città : che se in essi solo una veoial colpa scorgesse ; oc- 
€epio de i^enia sacrametUOy li restituisse a' loro padroni . 

U vescovo Paolo, con permissione del pontefice, lasciò Na- 
ftoli e fece ji torno nella prima sua chiesa , onde i napolitani 
elessero in suo luogo Fiorenzo sottodiacono , il quale atterrito 
dell'esempio di Paolo, intesa l'elezione in sua persona, fuggì vìa 
da Napoli, e si volse a Gregorio pregandolo dì non consentire 
all'elezione, siccome Gregorio fece ; laonde il pontefice scrisse a 

(i) Lìb. Ili, e. 6. Inter Pausilypum et Neapolim Megaris, 

(2) V. la cit. ep. 1 del libro li. 

(3) Lib. cit. ep. 2. 



- 288 - 

Scolastico 7)wci Campaniae (1), che facesse sentire al popola 
napolitano di eleggere altra persona, e quella eletta, decreta 
solemniter facto ^ atque ad hanc urbem transmisso , ordinatio UIp: 
tandem Christo auxiliante proi^eniat : soggiungendogli che se 
non si trovasse uomo idoneo nel quale tutti consentissero, fa- 
cesse dal popolo eleggere tre persone savie e prudenti nelle quali 
l)onessero tutti gli altri i loro suffragi , eie mandasse a Roma. 
Parimente scrisse a Pietro sottodiacono di Campania, che daJ 
clero di Napoli facesse eleggere due o tre persone della loro 
chiesa, le quali rappresentassero le veci di tutti , e le man- 
dasse in Roma, perchè trovandosi in quella città diversi no- 
bili napolitani, questi uniti co' deputati del clero e del popolo 
potessero eleggere la persona, che egli avrebbe poscia ordi- 
nata ed inviata in Napoli ad amministrar quella Chiesa (2). 
(^Iiiamavasi questa, siccome fu altrove avvertito, elezione per 
rampromissum . 

Dalle lettere seguenti , indirizzate al vescovo Fortunato si 
conosce che questi fosse stato surrogato in luogo di Paolo? 
ed è notabile un'epistola nella quale si spiegano i modi e le 
cagioni delle incardinazioni da una chiesa ad un'altra. La 
chiesa di Venafro per l'incursione de' longobardi andava a 
saccomanno, ed i suoi preti , diaconi ed altri chierici spar- 
pagliati di qua e di là non aveano vescovo a cui obbedire. 
Un diacono di questa chiesa , a petizione di Fortunato , fu 
da Gregorio incardinato alla chiesa dì Napoli , onde questi 
rispondendo a Fortunato, gli dice: a nobis petisse recolimus, 
itt Gratianum Ecclesiae Venafranae diaconum tuae concederemus 

Ecclesiae eardinandum idcireo scfiptis tibi praesentibus eum 

necessario duximus concedendum , habituro Hcentiam diaconum 
iìlum nostra inter^^eniente amtoritate Ecclesiae tuae Deo propitio 
é^onstitaere c^rdinalém (3). Allo stesso Fortunato in altra epi- 
stola dà norma itìiorno a' servi de' greci commoranti in Napoli; 
che cioè se questi ^ odiano ebrei, o pagani , vorranno convertirsi 
alla fede cristiana, resi cattolici acquistino la loro libertà, 

(i) Lib. II, Ind. XI, ep. i5. 

(2) Ep. 33. 

(3) Lib. V, ep. H, 



— M9 — 

eccetto que' servi pagani i quali fossero stati dagli ebrei com- 
prali per venderli ad altri ; nel qual caso da' compratori cri- 
stiani si debba loro pagare il prezzo , e presso i compratori 
cristiani rimaner servi, benché resi cristiani (t). Anche a For- 
tunato, insieme con gli altri vescovi , fu indirizzata l'epistola 
intitolata Fortunato Episcopo Neapolis (2) . 

Si leggono altre quattro epistole dirette allo stesso Fortu- 
nato (?)• Nella prima Gregorio scrive che non faccia ne' mona- 
steri ricevere e tonsurar laici, se prima per due anni non avran 
date sufficienti pruoye della lor probità ; né ricevere soldati 
senza suo consenso e permissione. Nella seconda gl'ingiunge 
di restituire alcune robe che indebitamente eran da lui ritenute. 
Nella terza manifesta, essere a lui ricorso il chierico Pietro 
della chiesa di Napoli , per essergli stato impedito da For- 
tunato di accompagnarlo , a cagione che alcuni giovani da- 
vangli una turpe imputazione senza pruove , ed era stato 
anche perciò canonicamente interdetto. Gregorio commette a 
Fortunato e ad Antonio sottodiacono della Campania , che 
esaminata, juris ordine sermto^ la quefrela, se si troverà reo, si 
condanni, se innocente, si assolva. Nella quarta finalmente fassi 
menzione del corpo o sia collegio de' Saponari che aveva fin d'al- 
lora Napoli (perciocché fra'coUegi delle arti eravi ancor questo), 
essendosi questa corporazione lamentata che i suoi membri 
erano angariati da un tal Giovanni Palatino , atque nova più- 
rima eorum corpori praejudicialiter nitatur imponere; poiché 
faceva promettere ut si quis arti eorum sodari voluerit , quid- 
quid commodi de introitu ejus accesserit ipsi proficiat. Di più 
che rompendo i patti e gli articoli delle loro capitolazioni, contro 
i giuramenti dati li molestava : laonde i Saponari mandavano 
in Roma un lor deputato a pregar Gregorio d'interporre la sua 
autorità presso il prefetto , perchè non fossero oppressi . Gre- 
gorio li raccomanda caldamente al vescovo Fortunato, scri- 
vendogli che facesse osservare i patti con giuramento confer* 
mati, e che parlasse premurosamente al prefetto perchè non li 
facesse opprimere. 

(lì Lib. V, ep. 51. 

(2) Lib. VII, Ind. II, ep. 11. 

(5) Ep. 23, 24, 25, e 47. 

Tom, IL SO 



EssèDdo dappoi per la morte di Fortunato rimasa vaeante h 
chiesa , neireleziooe del successore i napolitani non furon con- 
cordi. Il popolo aveva eletto Giovanni diacono, il quale aveva 
una figliuola, pruova manifesta della sua incontinenza; onde 
Gregorio riprovò l'elezione. Il clero e la nobiltà elessero un 
altro diacono chiamato Pietro , e scrissero al Pontefice di do- 
verlo ordinare , ma essendogli stato riferito che questi era 
troppo semplice, e che prestava denari ad usura , rispose a' 
medesimi dicendo loro che non poteva consentire in quello , 
se prima non esaminasse ciò che gli s'imputava, poiché a que' 
tempi cotanto turbati e difficili non bastava l'esser semplice, 
ma si richiedeva nel soggetto anche sollecitudine ed accor- 
tezza. Et nostis quia talis hoc tempore in regiminis debeat arce 
i^onstituiy qui non soluta de salute animarum\ verum etiam de 
extrinseca subjectQrum utilitate et cautela sciat esse solicitus : 
e che se veramente questi fosse usuraio , sappiano che ama- 
toribu^ usurarum nulla ratione manus imponimus; onde H 
esorla ad eleggere altra persona nel caso che si trovasser vere 
le imputazioni già dette (1): e per vero, che fosse rifatto ve- 
scovo un Pascasio, si scorge da lettera a costui diretta (2). 

Merita essere avvertita l'altra epistola indirizzata a Romano 
suo difensore ia qjaeste parti. Gl'imperatori d'Oriente, a' quali 
esse appartenevano, per più loro diplomi aveano conceduto alla 
città di Napoli certe ìsole vicine : intanto alcuni presao Leonào, 
ministro imperiale quivi risedente, cercavano disturbar la città 
da' diritti che su quelle avea : sicché essendosi avuto ricorso 
da' nobili e cittadini napolitani al pontefice, lo spinsero a scri- 
vere al suo difensore Romano presso Leonzio perchè li soste- 
nesse : a lui mandò Gregorio gli esemplari delle imperiali con- 
cessioni, per li quali constava del titolo; e gli dice che hìsoi- 
gnando, gli avrebbe mandato anche le autentiche, e che i na- 
politani non avesser di ciò temenza alcuna, poiché oltre delle 
concessioni suddette; meiitre -egli era in Costantinopoli nunsio 
della S. Sede presso l'imperatore Maurizio, questi anche le 
avea confermate: quia licet retro Principum jusmnibìts mimim 
de eisdem insulis sint muniti , nobis tamen dum in Regia Urbe 

(ì) Lib. VII, ep. 40. Gregorius Clero et Nobilibus civibus NeapoUtanis. 
{2J Lib. XI, ep. 15. 



- MI - 

fuimu» suffiragantibus^ ita serenissimi Domini Mauritii Prindpis 
elicita jussione eorum stride jura munita sunt^ ut non habeant 
unde juste debeant formidare (1). 

Noa meno è da notarsi la citala lettera al vescovo Pascasio, 
come quella che dimostra in Napoli aver gli ebrei da anti- 
chissimi tempi dimorato e che essi tenevatì quivi libere le loro 
sinagoghe. Alcuni indiscreti zelatori sotto il vescovo Pascasio 
impedivano a' medesimi il libero esercizio della loro religione 
perché fossero conservati nel possesso de' loro maggiori . Gre- 
gorio scrisse al vescovo Pascasio , seriamente imponendogli 
che non gli facesse sturbare nelle solennità delle loro feste, e 
che dovesse prendersi altra via diversa per ridurli nel seno 
della madre Chiesa , e convincerli co' loro libri medesimi ; 
non usar la violenza e le minacce: soggiungendogli queste 
savie parole : Nam quid utilitatis est^ quando^ etsi contra lon- 
gum usum fuerint vetiti^ ad fidem illiset conversionem nihilpro^ 
ficit ? Aut cur Judaeis qualiter caeremonias mas colere debeant 
regulas fonimus^ si per hoc eos lucrari non possumus ? Agendum 
ergo est^ ut ratione potius et mansuetudine pro{>ocati sequi nos 
velintj non fugere : ut eos^ ex eorum codicibus ostendentes quae 
dicimus, ad sinum Matris Ecclesiae Beo possimus adiumnte con-- 
{vertere (2). 

Meritano in fine esser ponderate le ultime lettere di questo 
pontefice che si leggono dirette una a Gudoino duca e con- 
sole della città, e Taltra a' soldati eh' ^rano nel presidio della 
stessa. In quella diretta al duca premurosamente lo incarica 
di prender vendetta e dar severo castigo ad un soldato il 
quale aveva avuto ardimento di rapire una monaca dal suo 
monastero (3). Dall'altra a' soldati si vede, che a Gregorio 
per imperiale comando era anche commessa la cura di questa 
città sovente minacciata da' longobardi, avendo egli costituito 
Costanzo tribuno militare per sua custodia , onde scrive a' 
soldati che gli prestassero ubbidienza: unde scriptis vos prae- 
sentibus curavimm admonendos^ uti praedicto nro magnifico 
Tribuno^ sicut et fecistis^ omnem debeatis prò serenissimorum Do- 

(1) Lib. VII, ep. 35. 

(2) Lib. XI, ep. J5. 

(3) Lib. XH., epu 5, 



minorum utilitate , i^el consermnda cmtate obedientiam exhi- 
bere (1). E per questa c^agione islessa si veggono scritte altre let- 
tere a' magistrati greci che reggevano questa città affinchè in- 
vigilassero alla sua custodia , e costringessero i preti e tutti gli 
ecclesiastici a far le sentinelle risparmiando, solo Tabatediua 
monastero il quale per la sua età non poteva soffrirle. 

§. 3. 

Nocera, Sorrento, il Picentino. 

Nel prossimo agro Nucerino, nove miglia dal mar lontana 
è la città di Nocera, diversa dall'altra Nocera nell'Umbria, onde 
secondo si legge presso Diodoro siciliano (2) , gli antichi per di- 
stinguer l'una dall'altra, questa chiamarono Nmeria Alfaterna ^ 
e quella dell'Umbria Nuceria Camelaria. Riconosce anche ve- 
scovi antichi , de' quali troviam fatta menzione cosi nell'epi- 
stola diretta da Gregorio a più vescovi di queste partì (3) , 
come fra le soscrizioni de' vescovi al pri\11egio di S. Me- 
dardo (4) . Essendo vacante la chiesa di Nocera , ed avendo ì 
Nocerini eletto per lor vescovo Numerio diacono della stessa 
chiesa, Gregorio scrisse inoltre a Pietro sottodiacono della Cam- 
pania, che lo esaminasse, e se il trovasse idoneo ed a lui non 
ostare le disposizioni de' sacri canoni, lo mandasse in Roma , 
avvisandone i Nocerini affinchè in loro presenza potesse con- 
sacrarlo (5). 

Siegue sul mare l'antichissima città di Sorrento , del cui 
vescovo per nome Giovanni fassi memoria da Gregorio in 
due epistole. Nella prima scrive ad Antemio sottodiacono 
della Campania, avergli avvisato questo Giovanni, che mo- 
naci della sua diocesi scorressero da un luogo ad un altro 
senza licenza dell'abate, e, sollecitati invano a ritirarsi ne'loro 

(1) Lib. XII, ep. 24. Universis militibus Neapotitanis. 

(2) Lib. XIX. 

(3) Lib. VII, Ind. II, ep. il. Fra questi vescovi si legge Primerio Episcop(^ 

Nuceriae. 

(4) Primerius Nuceriensium Episcopus subscripsit, 
(5J Lib. Il, Ind. XI, ep. 59. 



- 29S — 

monasteri, alcuni tra costoro essere giunti a tanta sfacciata 
impudenza che niun ritegno avevano, ut uxores publice sor-' 
tiantur ; laonde (soggiunge il pontefice ad Antemio) eos omni 
hàbita vigilantia requiras , et inventos digna coercitione in mo* 
nasteriis abbatum^ quorum monachi fuerunt^ retransmittas (1). 
Nella seconda scrive a Giovanni che Sabino abate del mona- 
stero di S. Stefano nell'Isola di Capri aveagli richiesto tìi 
•collocare alcune reliquie di S. Agata in un oratorio del suo 
monastero; e continua: Ad praedictum monasterium te jubemus 
accedere j et si ibidem nullum corpus constai humatum , praedicta 
sanctuaria solemniter coUocabis , ut devotionis suae potiatur ef- 
fectu (2). D'onde si deduce che quest'isola si appartenesse alla 
diocesi sorrentina e che non avesse proprio vescovo (3). 

Da due altre sue epistole si conosce, che morto Giovanni 1 
Sorrentini avendo eletto un altro per loro vescovo, e questo ri- 
fiutato da Gregorio , elessero poi Amando, prete dell'oratorio di 
S. Severino posto nel castello Lucullano: perciò Gregorio scrive 
ad Antemio sottodiacono della Campania , che quivi portatosi , 
esaminasse la persona insieme con Fortunato vescovo di Napoli, 
e se la trovassero di quella dignità capace, la dirigesse in Roma 
perchè potesse essere ordinata (4) . 

Ma poiché Gregorio non dimenticossi del vescovo di Amalfi, 
anche noi ne fiarem motto. Il pontefice gli scrìve una lettera 
dalla quale si conferma che Amalfi , non memorata dagli an- 
tichi geografi, non può vantare più alta origine che quella di 
esser surta nel sesto secolo; giacché a' tempi di Gregorio 
sebbene avesse il suo vescovo, non era che un castello , sic- 
come la chiama Gregorio, Aveva Amalfi allora un vescova 
(Pimenio) il quale poco amando di risedere nella sua chiesa ^ 
vagava di qua e di là , ed imitando il suo esempio lo stesso^ 
facevano i suoi chierici : quod videntes alii , nec ipsi in castro 
se retinentj sed ipsius exemplum sequenies foris magis eligunt 
habitare: iì che mosse il pontefice a scrivere ad Antemio sot- 

(i) Lib. 1, ep. 40. 

(2) Lib. I, ep. S2. 

, (3) A questo medesimo vescovo Giovanni ed insieme ad altri vescovi di 
queste parti trovasi diretta l'epistola pure il del lib. 7^ Ind. n. 
(4) Lib. Vili, ep. 17 e 18. 



— 89* — 

todiacono della Campania , perchè ordinasse a quel vescovo 
di non andar più vagando e di risedere nella sua chiesa , e 
di chiuderlo , ove non obbedisse , in un monastero ; e ne fa- 
cesse a lui relazione , per poter risolvere ciò che dovesse ul- 
teriormente fare. 

NeirAgro Campano fu la città di Stabia : durò fino a' tempi 
di Pompeo , poiché Siila la distrusse ; nunc , 4ice Plinio , in 
villam abiit. Àncoor c^gi tra il fiume Samo e Sorrento ri- 
mane al luogo il nome di Castellamare di Stabia. Qui pure fu 
Taurania, a' tempi di Plinio già distrutta : della quale non potè 
certamente intendere Gregorio in queste sue epistole parlando 
della chiesa e de' vescovi tauranensi , ma ben di Taurania 
fra' Bruzj , siccome sarà da noi avvertito trattando de' vescovi 
di questa provincia. 

Da Sorrento fino al fiume Silaro, oggi detto Sele, che mette 
in mare nel seno di Salerno , era l'agro Picentino , un tempo 
de' toscani . Fu reso celebre per lo famoso tempio che quivi 
costrusse Giasone alla dea Giunone Argim , siccome scrisse 
anche Strabene (1). E Diodoro siciliano narra che quel porto 
chianmsi Argivo dalla sua nave Argo (2). Olstenìo avvertì che 
quel tempio fosse dove oggi è Gifone , e che durasse ancora 
dedicato ad un'altra diva, cioè alla Vergine Maria Assunta, 
e che quel luogo prendesse il nome di Gifone, quasi Junonis 
fcmum. 

Metropoli dell' agro Picentino era la città di Salerno detta 
anche Picentia^ posta allora non già sul mare , come oggi , ma 
in luogo mediterraneo. I romani, siccomie scrive Strabene (5), 
nel lido del mare non aveano ivi costituito se non un presidio 
di soldati. Quindi Plinio disse : Intus oppidumSalerni^ Pioemia. 
De' vescovi di Salerno Gregorio non ebbe occasione di far 
memoria ; poiché a' suoi tempi come città mediterranea era 
stata da' longobardi devastata, e quasi interamente distrutta e 
rovinata. Ne' seguenti tempi sotto i Normanni la nuova Salerao 
marittima crebbe dalle rovine dell'antica, e la sua chiesa s'in- 
nalzò a pari delle più insigni e principali del regno. 

(i) Lib. 8. 
(2) Lib. 4. 
(5) Lib. 5. 



— 298 — 

Altre lettere si veggono da Gregorio indirizzate Campaniae 
Episcopis^ a Pietro e ad Antonio soUodiaconi, e ad altri suoi 
ministri che teneva nella Campania, d'onde si conosce che fu 
ben vigorosa e forte pel favore imperiale rautorità che egli 
esercitava in questa provincia. E fin qui (non compreso il 
Picentino) Sorrento e suo promontorio di Minerva , oggi an- 
cora chiamato Capo della Minerva , per questo lato marittimo 
sì distendeva la Campania ; ma dal lato mediterraneo abbrac- 
dava Capua, Aquino, Suessa, Venafro, Sora, Teano e Nola, 
colonie, come ancora altre prefetture o municipj tutti compresi 
in questa prima regione de'quali più innanzi si farà ricordo. 

§.4. 

Altre anticbe Colonie, Frefelture e Hunìcìpj. 

Capua, la quale da prefettura fu du Augusto resa colonia, 
cotanto presso Livio, Diodoro siciliano. Strabene ed altri an- 
tichi scrittori celebrata , al presente vedesi ridotta in un vico 
chiamato S. Maria di Capua un mìglio lontano, secondo il Pel- 
legrino, dalla nuova Capua, (posta ove fu già Casilino), la quale 
per ampiezza e magnificenza sostiene le veci ed il decoro dell'an- 
tica. Gregorio parla del suo vescovo in un'epistola diretta a 
Gaudenzio vescovo di Nola: Pesto vescovo di Capua dimorante 
m Roma erasene quivi morto , e rimase la sua chiesa vacante ; 
perciò Gregorio commette a Gaudenzio la visita di quella chiesa, 
e di reggerla come vescovo visitatore , finché non fosse rifallo il 
successore (1). Dall'epistola indirizzata Clero Ecclesiae Capuanae 
degenti Neapoli (2) si conosce, che per le incursioni frequenti 
de' longobardi , Capua città mediterranea non era sicura di- 
mora, onde il suo vescovo erasi ritirato in Roma ed il clero 
in Napoli. Quindi Gregorio mandò in Napoli l'epìstola con la 
quale diede av^so ai clero di aver costituito Gaudenzio ve- 
scovo visitatore, e che perciò dovessero prestargli ubbidienza . 

Sieguono le altre colonie poste in questa provincia dhte ora 

(i) Lib. IV, ep. i3. 
(2) yb. IV» ep. 14. 



^296 — 

chiamiamo di Terra di Lavoro: Aquino, Suessa, che pria 
chìamavasi Àrunca a differenza di Suessa Pometia che fu ne' 
Volsci, ed ora Sessa ; e Venafro nella riva del Vulturno. Non 
si dimenticò Gregorio della chiesa di Venafro ; e poiché per le 
devastazioni de' longobardi il suo clero andava ramingo , per- 
mise a Fortunato vescovo di Napoli di potere incardinare un 
diacono di quella alla sua chiesa , come si è detto. Vengono 
indi Sora, Teano e Nola, del cui vescovo Gregorio fece men- 
zione non solo nella suddetta lettera scritta a Gaudenzio , ma 
eziandio in un'altra diretta pure al medesimo, dove gli s'im- 
pone di soccorrere il clero capuano che dimorava in Napoli 
della quarta parte dovutagli delle rendite di questa chiesa (1): 
siccome in altra scritta ad Àntemio sottodiacono della Campania 
gli raccomanda alcune monache della città di Nola ; e merita 
questa lettera essere avvertita, poiché in essa fassi menzione 
della chiesa di S. Pietro posta nel castello Lucullano , che poi 
fu unita a quella dì S. Sebastiano dentro Napoli (2). E ne' 
suoi dialoghi fa menzione benanche di un altro vescovo di 
Nola per nome Paolino. 

Sieguono i municipj, secondo l'ordine alfabetico tenuto da 
Plinio per questa prima regione. Avellino della Campania a 
Avella, diversa dall'altra posta negl'Irpini : Aricia , un tempo 
celebre per la selva Aricina sacrata alla dea Diana; ed Albano 
nella Campania romana rifatto da' ruderi dell'antica Alba longa , 
dodici miglia da Roma distante : Gregorio menziona la chiesa 
e il vescovo d'Albano neirepistola indirizzala Ordini et Plebi 
consistenti in Albano (3), con la quale il pontefice dà avviso 
^i aver ordinato il loro vescovo; e dalle soscrizioni al pri- 
vilegio di S. Medardó si vede che questi fosse Andrea , 
poiché fra quelle si legge Andreas Albanensis Episcopus sub- 
scripsit. Dalle soscrizioni poi degli atti del concilio convocalo 
in Roma da Gregorio a' tempi dell'imperatore Maurizio (4) si 
ha notizia di un altro vescovo di Albano chiamato Omobono , 
come dalla sua soscrizione : Homobonns Episcopus civitatis AU 

{\) Lib. IV, ep. 26. 

(2) Lib. I, ep. 13. 

(3) Lib. II, Ind; XI, ep. il. 
(4J Lib. IV, 44. 






— 297 — 

banensis. Seguono Àcerra memorala da Virgilio (1), Àlife presso 
VuUurno un tempo famosa, memorata da Livio, Strabone , e 
Frontino : Atina memorata da Tolomeo (S!), ora Vico , quattro 
miglia distante da Gasino : Àlatri, tra Anagni e Sora, memorata 
da Livio e da Frontino: ed Anagni, posta niella Campania ro* 
mana. Quanto ad Anagni, abbiamo la soscrizione di Pietro 
suo vescovo nel privilegio di S. Medardo : Petrus Ananiae Epi- 
scopm subscripsit^ e quella di Pelagio altro suo vescovo nei 
riferiti atti sinodali : Pelagius Episcopus cmtatis Anagninae. 

Atella è ricordata anche da Strabone (5) : dalle sue ruine 
^urse il vico chiamato ora S. Arpino distante due miglia da 
Aversa : ebbe propii suoi vescovi, de' quali Gregorio non tacque 
in queste epistole , leggendosene una indirizzata ad Antemia 
sottodìacono della Campania, dove gl'ìmpone , che essendosene 
morto Importunus Atellanae Cmtatis Episcopus^ ed avendo 
fatto testamento ed in otto once istituito erede una sua nuora^ e 
nelle altre quattro la sua chiesa ; non trascurasse l'utile di questa, 
ed esaminasse la qualità de' beni ereditar) ; poiché quanto a 
quelli che fossero stati acquistati dopo il vescovado, tutti do- 
vrebbero essere aggiudicati alla chiesa , come provenuti dalle 
rendite della medesima ; e negli altri solo che avesse posseduti 
prima di ascendere al vescovado stesso, poteva sibbene aver 
luogo la sua disposizione testamentaria ed eseguirsi la divisione 
fatta delle once. Gl'impone parimente di sollecitare il clero e la 
plebe di Atella, e que'che da Grema s'eran quivi uniti, all'ele- 
zione del successore, affinchè la loro chiesa non restasse per 
lungo tempo senza pastore (b). Per questa cagione , innalzala 
dappoi a'tempi de'Normanni la nuova città di Aversa, e cadute 
Atella e Cuma ; il vescovo d' Aversa s'intitolava anche vescova 
Alellano e Cumano, siccome accuratamente osservò Olstenio. 

Non molto lontano è Arpino distante dal monte Casino non più 
che un miglio, un tempo rinomata per li natali di Cicerone. Indi 
Avella al fonte Linterno, celebre anch'essa per le sue noci avel* 
lane. Galatia trovasi nella via Appia memorata da Livio (5); ora è 



(1) Lib. n, Georg, v. 225. 

(2) Lib. lll,cap. I. 
{3} Lib. V. 

(é) Lib. VII, iDd. IL ep. SS. 
(5) Lib. IX. 



— 298 — 

vico detto Caìazza tra €apua e Benevento. Casìiio è ora detto 
Mofìtecashìo. Galeno fu monieipio memorato da Gicercme, ed ora 
non è già Carinola presso il monte Marsico, ma Calvi lontana 
da Capua quattro miglia e che ritiene ancora iì suo vescovo; 
intorno alla qoal cosa è da vedersi il nostro Pellegrino: né 
Gregorio parlando del vescovo della chiesa Carinense (1), in- 
tese del vescovo di Carinola, siccome sarà da noi avvertito 
trattando del vescovo di Reggio. Qui anche erano i Ferenti- 
nates e la lor città Ferentinum^ del cui vescovo Luminoso dovrà 
forse intendersi la soscrizione che si legge negli atti sinodali 
del Concilio romano, Laminosm Episcopus Cmtatis Ferentinae: 
di questa città abhiam parlato, trattando de'vescovi deirEtruria. 
Bisogna poi distinguere da questi Ferentinati i Perentani i quali 
anche aveano proprio vescovo ; ond'è che fra le soscrizioni de' 
mentovati atti, oltre di quella di Luminoso , si legge l'altra di 
Marziano. Martianus Episcopus Civitatts Ferensis. Qui pure 
erano i Foropopilienses ex Fulerno^ la cui città era Falena ; e 
del vescovo di questa città deve intendersi l'altra soscrizione 
che si legge negli stessi atti , Toannes Episcopus Civimis Fa- 
lerinae. Qui erano i Ficulenses e la loro vecchia città Ficul- 
nea, sopra i cui ruderi sorge il Fano di S. Vasile , ed al cui 
vescovo Severo indirizzò Gregorio un'epistola, nella quale per 
la morte di Giovanni vescovo di Ravenna gli commette la 
visita -di quella chiesa, finché non fosse provveduta dei snc* 
cessore (8) : e nella seguente epistola dassì avviso a' Raven- 
nati d'aver eletto per visitatore della loro chiesa Severo , al 
quale perciò prestassero la dovuta obbedienza (3). Qui ptìre 
erano i Fulginìensi che aveano per proprio vescovo Candido , 
ónde fra le soscrizioni de' citali atti si legge Candidus Epi- 
scopus Civitatis Fulginiensis . 

Erano qui anche i Nomentani , la cui città Nomentum , 
memorata da Livio (^), era nel luogo che ritiene ancora, se- 
condo Baccio (5), il nome di Lamentana. A Grazioso vescovo di 

(i) Lib. V, ep. 9. 

(2) Lib. IV, ep. 20. 

(3) Ep. 21. 
<4) Lib. L 

(5) De Vinis Italiae, lib. V. 



— 299 — 

Nomento Gr^orio commette l'ammimstrazione deHa chiesa di 
S, Àntexnìo unendola aUa sua (1); e da questa epistola si 
comprende che non vi era iuoge ancorché picciolo intorno 
Roma , specialmente nella terra Sabina , che non avesse il 
suo proprio vescovo ; ma per le devastazioni cl^ ne facevano 
i longobardi , sparpagliati e raminghi i vescovi , quando 
accadeva che alcuno ne morisse , Gregorio univa la chiesa 
rimasa vacante ad altra chiesa vicina ; siccome si rende qui 
manifesto per quesl/e sue parole: Post qnam hosiilis im- 
pietas dmrsarum cmtatum ita peccatis facientibus , de$olai?iC 
Ecclesias , ut reparandi ectó spes nulla populo deficiente remati'- 
serii^ majori valde cura constringimur , ne defunctis earum sacer- 
datibus, reliquiae plebis^ nullo pastoris moderamme gubernante, 
per devia fidei , hostis callidi , quod ebsit ^ rapiantur insidiis. 
Hujus ergo rei solicitudine saepe commatiy hoc nostro sedit cordi 
consilium^ ut minis eas mandaremus pontificibus gubernandm. 
Ideoque fratemitati tuae cwram^ gnbernalionemque S. Anthemii 
Ecclesiae^ in Curium Sabinorum territorio consiitutae praevidi- 
mus committendam ^ quam tuae Ecclesiae aggregari unirique 
necesse est : quatenus v^rarumque Ecclmarum sacerdos recte^ 
Carisio adjwante, possis eooistere. Di questo vescovo sì legge pure 
ia soscrizione negli atti sinodali Groaianus Civitatis Numen^ 
tanae (2) ; e nel privilegio conceduto a Probo abate del mo- 
nastero di S. Andrea di poter testare, fra gli altri vescovi inter- 
venuti fuvvi anche Comtantim Numentanus {^) , 

Furonvi i Praenestini , la cui città Prseneste è memorata 
da Strabone (h) ed oggi è detta Palestrina , prima posta sul 
monte, poscia da Bonifacio YIII , trasportata nella valle» De' 
suoi vescovi abbiamo le soscrìzioni nel privilegio di S. Me- 
-dardo, Sergius Praenestinae Episcopus; e negU atti sinodali^ 
Proculus Episcapus Ci^tatis Praenestinae. 

Di due vescovi della città di Porto abbiam memoria : di 
Gregorio, che sottoscrisse il privilegio di S. Medardo (Grego- 

(i) Lib. II, Ind. XI, ep. W.Gratioso EpiscojfH) Numentano. 

(2) Lib. rr, 41. 

(3) Lib. IX, ep. 22. 

(4) Lib. V. 



— 300 — 

riu$ Poriuensis Episcopus subscripsitj: e di Felice , che segnò 
gli alti sinodali (Felix Episcopus Cmtatis PortuensisJ, ed al 
quale il poatefice diresse anche una sua lettera (1). 

Nella Campania romana si noverano inoltre i vescovi di 
Segna , e nel regno di Napoli que' di Telese prossima a Bene^ 
vento, memorati da Gregorio quando fra gli altri vescovi in- 
tervenuti al privilegio dell'abate di S. Andrea nomina Menna 
Episcopo Telesino (2). 

In egual modo del vescovo di Tivoli abbiamo la soscrizione 
nel privilegio di S. Medardo (Anastasius Tyburtinae Episco- 
pus subscripsitj e negli atti sinodali fAnastasiu^s Episcopus Ci- 
i^itatis Tyburtinae). 

Cosi nella Campania romana abbiam memoria de' vescovi 
di Trevi, di Tuscolo oggi Frascati, e di Velletri. Del vescovo 
di Velletri, oltre le soscrizioni di Giovanni che sì leggono nel 
privilegio di S. Medardo (Joannes Veliternensium Episcopus 
subscripsitj e negli atti sinodali (Joannes Episcopus Civitatis 
VeliternaeJ, abbiamo che Gregorio indirizzò due sue lettere al 
medesimo che meritano essere avvertite ; poiché si conosce in 
quanto scompiglio erano queste chiese a' tempi di Gregorio 
per le scorrerie e devastazioni de' longobardi , onde sovente 
questo pontefice era costretto di far passare i vescovi da un 
luogo ad un altro della diocesi per loro sicurezza. Così a questo 
vescovo Giovanni scrisse che da Velletri potesse trasferire la 
sua sede in loco quondam Haremtd ad S. Andream (3) ; e per 
la cagione stessa delle ostili incursioni, con altra epistola {k), 
essendo morto il vescovo di Tre Taverne , unì alla chiesa di 
Velletri questa sede, facendo Giovanni vescovo dell'una e 
dell'altra: fratemitàti tuae curam gubernationemque Trium- 
iàbernarum Ecclesiae providimus committendanij quamtuaeEc- 
clesiae aggregari unirique necesse est^ quatenus utrarumque 
Ecclesiarum sacefdos recte possis existere. Di Tre Taverne vi- 
cino Roma fece menzione S. Luca negli atti degli apostoli ^ 
poiché ivi fu S. Paolo incontrato da' suoi amici ebrei. Non 

(1) Lìb. VII, Ind. U, ep 11. Gregorius Felki Episcopo Portuen$i. 

(2) Lib. IX, ep. 22. 

(3) Lib. Il, ep. 11. 

(4) Lib. U, ep. ^ 



— 501 - 

bisogna confonder questo vescovo con quello di Otricoli , che 
era tult'altro , perchè avea nome Domenico , e negli atti si- 
nodali leggiamo la sua soscrizione (DominUms Episcopus Ci- 
vitatis UtriculanaeJ . 

E fin qui sia detto abbastanza de' vescovi della prima regione, 
memorati da Gregorio, sottoposti immediatamente e con totale 
obbedienza al vescovo di Roma. Proseguiremo a far Io stesso 
delle tre altre regioni che restano d'Italia , nelle quali son 
comprese tutte le altre province che compongono ora il ream^ 
di Napoli. 



--S(tt — 



CAPO XI. 

Della Litania, del Bnmo e della lagna Grecia, e de' loro 
Vescovi non riconoscenti altro Hetropolitano che il Ve- 
scovo di Roma. 

Le contrade anticamente chiamate Lucania, Bruzio e Maglia 
Grecia^ racchiuse nella terza regione, ora si appellano Prin- 
cipato , Basilicata e Calabria. Donde derivassero a queste pro- 
vince tali nomi, e come quello di Calabria si fosse trasportato 
ad un tratto di paesi diverso dalPantiCo , ciascuno dal primo 
volume della nostra Istoria civile del regno di Napoli potrà cono- 
scerlo. A' tempi di Gregorio duravano ancora le divisioni ed 
i nomi antichi di queste province , onde ora si compone il 
regno, cioè di Campania, di Lucania, del Bruzio di Puglia , 
di Calabria antica e del Sannio. Dal fiume Sele , ove ter- 
mina il Picentino , comincia la Lucania , la quale ebbe vari 
antichi popoli che successivamente Toccuparono. In fine dopo 
aver gli uni cacciati gli altri , i Sanniti popoli guerrieri e 
forti sotto il lor duce Lucio la conquistarono , onde prese 
il nome di Lucania. La sua prima città fu Pesto , ora ridotta a 
vico sul mare, che ritiene il nome di Pesti, ed il suo seno prende 
ora il nome dalla vicina Salerno, detto Golfo dì Salerno. Indi 
seguiva l'antichissima città Velia, ora pure ridotta ad un vico 
e chiamata Castellamare della Bruzia. Della chiesa di Velia 
non si dimenticò Gregorio; poiché essendo rimasa questa va- 
cante , ne commise la visita e Tamministrazione a Felice ve- 
scovo di Agropolì (1). Dopo il Promontorio di Palinuro siegue 
la città di Busento, ora detta Policastro, la quale fu pure da 
Gregorio, essendo rimasa la sua chiesa vedovala, raccomandata 
allo stesso vescovo Felice , e di essa fa anche memoria nel 
libro de' suoi Dialoghi (2) ; siccome della chiesa della vicina 

(1) Lib. Il, ep. 29. 

(2) Lib. IH, Dial. 17. 



— 303 — 

città di Blanda (memorata anche; da Livìor (i)) per la cagion 
medesima fu data la visita, allo stesso vescovo^ come si legge 
nslla citata epistola al vescovo di AgropolL: QMniam Velina^ 
Buxentina^ et Blandana Ecclesia^ quae libi in vkino sunt consti^ 
tutae^ sacerdotali noscuntur i^acare regimine; propterea frater* 
nitati tuae earum solemniter operam visitationis iniuncsiìmis . 

Da Blanda comincia il Bruzia , diviso dalla Lucaoìa dal fiun^ 
Laus , oggi Laino, fine della Lucania e principio del Bruzio. 
Dopo Blanda nel Bcuzio era Vibona spesse volte memorata da 
Livio e da Strabone (2) ; e quindi.a' tempi di Gregoria ben esì- 
steva ed aveva aocora il proprio vescovo , leggendosi un' epi- 
stola a questo da Gregorio diretta (3) ^ nella quale avendogli 
commessa la visita della vacante chiesa di Nicotera (del cui veh 
scovo Proculo si ha notizia in altra epistola (4)) , gl'impone 
che ordinasse ivi un prete per celebrare le solennità delle 
messe. 

Qui anche fu Glampetia , da Livio chiamata Dampetia; ro«- 
vinata già fin da' tempi di Plinio , risorta poscia, è detta ora 
Amantea nel confine della Calabria citeriore. Eravi anche 
Temesa , i cui ruderi si veggono tuttora nella Torre di Lappa 
jsul confine della Calabria citeriore e della ulteriore. Qui puxe i 
Crolonesi costrussero Terina,. oggi Nocera, ed il suo seno prima 
detto Terìneo è ora chiamato il GoUò di S. Eufemiau Non si 
appartiene a questa Terìna il vescovo di Tirone memorato da 
Gregorio (S), ma a quella delle. Gallie ,. siccome fu rapportato 
trattando di que' vescovi . Queste erano le città rivolte al mare; 
poiché Cosenza è città mediterranea delBruzio, e perciò scrisse 
Plinio oppidum Consentia intus : della chiesa di Cosenza nella 
Calabria citeriore e de' suoi vescovi Gregorio lasciò memoria 
in due epistole (6). :\ 

(1) Lib. 30. 

(2) Lib. T. 

(3) Lib. V, cp. 20. Rufino Episcopo Vibonensi. 

(4) Lib. VII, Ind. II, ep. 47. Fra gli altri vescovi cui è indirizzata quella 
epistola si legge : Proculo Episcopo Nicoterae. 

(5) Lib. V, ep, 52. 

(6) La 'prima di queste è la quarta del lib. VII, Ifad. I, ed è diretta Bono 
episcopo Messano : ral'ra è la quarantesima settima dello stesse libro, lod. Il, 
ed è diretta a parecchi vescovi, tra' quali Pcdumbo Episaìpo Consentiae, 



— soft — 

Siegue ora quella parie del Bruzio che a guisa di penisola 
si sporge verso lo stretto siciliano. Qui era Acheronlia presso 
il fiume Acheron, d'onde gli abitatori eran detti Acherontìni. 
Non fu questa Acerenza che anche Acherontia chiamavasi e che 
si trova nella Basilicata, ma altra. Indi Hippona, oggi Bivona 
presso Monte Leone. Poscia Portus Herculis, oggi Tropea ; e 
quindi Tauranium, da Pomponio Mela chiamato Taurianum (1), 
del quale si mostrano i ruderi vicino al vico di Palma. Presso 
Strabene (2) si legge pure Reggio Taurìano; e Fautore intende 
di questa Taurìana, non già di quella della Campania aUempi 
di Plinio e di Strabene già estinta; onde meritamente fu ri- 
preso Casaubono da Arduino (3) , il quale nelle note a Stra- 
bene stimò che l'altro parlasse di quella nella Campania , 
non già di quella nel Bruzio : siccome leggonsi più epi- 
stole di Gregorio indirizzale a' vescovi di Tauriana , a questa 
devono riferirsi , non già a quella nella Campania la quale fin 
da' tempi di Plinio era già distrutta e desolata. Al vescovo di 
^questa città Paolino, essendo rimasa la chiesa di Lipari vacante, 
ne commise Gregorio la visita, siccome è manifesto da due sue 
epistole indirizzate la prima a Paolino , e la seconda a Mas- 
simo vescovo di Siracusa, a cui scrìve: Quia Ecclesia Li- 
puritana sacerdote privata dignoscitur , ideo Paulinum Tauro- 
niensis Ecclesiae Episcopum in praedicta Ecclesia Liparitana 
fratemitas tua sine mora prcees'se constituat (4). A questo ve- 
scovo si legge purè infra gli altri essersi indirizzata un'altra 
^ipìsìolà Paulino Episcopo Taurensi (5). Ed essendosene poi morto 
Paolino, e rimasa vacante la sua chiesa, ed anche la Turritana 
vicina che era pure commessa a lui; scrive il ponteGcea Gio- 
vanni vescovo di Squillace , dandogli avviso d'avergli com- 
messa la visita di queste due chiese, e che perciò si portasse 
in esse , e sollecitasse il clero ed il popolo all'elezione di un 
successore indigeno , non forestiero ; nisi forte inter clericos 
earundem ciidtatum^ in quibus mitationis impendis officium , 

(i) Lìb. II, cap. 4. 

(2) Lib. VI. 

(3) Emendai, lib. IH Plinii n. 48. 
r4) Lib, n, ep. 13, 26. 

{5} Lib. Yir, lud. II, ep. 47. 



— SOS - 

nullus ad Episcopatum dignùs^ quòd evenire non credmus^ pò- 
tìterit inveniri : ed eletto che fosse , cum sotemnitate decreU om-- 
nium subscriptionibus roborati et directionis tme testimonio Ut" 
lernrum^ ad nos veniat consecrandus {l). In altra epistola sr 
raeraora ancora un tal UdLYcidiho presbyterum Dioeccsèos Tau* 
rianensis Ecolesiae (2). Altronde nondimeno si riconosce che poi 
Gregorio nautò visilatore, e commise al vescovo Vencrio la vi- 
sita, siccome ne dà avviso a quella popolazione (3) ed allo stesso^ 
Venerio, scrivendogli: ObitumPaulini Taurianen. et Turritanen. 
Ecclesiàe Antistitis directà relatio patefecit, Qmpropter mitor 
tionis destitutarum Ecclesiarum fraternitati tuae operam solem- 
niter delegamus (4). d'impone doversi ivi condurre per sol- 
lecitare l'elezione del successore, ripetendo le cose stesse che 
avea scritto al vescovo dì Squillace; 

Da tutto ciò resta dimostrato che Gregorio parla della chiesa di 
Tauriana nel Bruzio, non di quella nella Campania da più Secoli 
già desolata. E poiché la tai^ola di bronzo del senatusconsulto 
de' Baccanali trascritta da Livio fu scavata ne' campi dì Ciriola 
prossimi a Palmi, e da essa scorgesi essere slato quello anche 
piubblicato in agra Teurano; dell'agro di questa Tauriana ne' 
Bruzi, non già dell'altra Bella Campania, ciò debbe intendersi/ 
siccome da noi fu ampiamente dimostralo ne^ Discorsi sopra 
Z/«Vio(5). Se si fosse scavata nella Campania. ed in qùe' campi y 
poteva nascere il dubbio che-forse all'agro di quest'ultima doves- 
sero quelle parole riferirsi ; poiché sebbene Plinio rapporti a'suoi 
tempi non essere rimase nella Campania vestigio di Taurania, 
nulladimaiico quando fu stabilito quel senatusconsulto^ quasi 300 
anni prima dì Plinio, poteva ancor durare, sicché vi fosse 
stato bisogno di pubblicarsi anche colà; ma poiché la tavola fu 
scavata nel Bruzio ne'campi di questa Tauriana, della quale parla 
S. Gregorio a'suoi tempi ancor esistente, di questa deve iuten- 
dersi. Né poteva nascere alcun dubbio che si parlasse di Turio, 
dappoiché quest'altra città era ne' Salentini , e l'agro di Turio 

(1) Lib. n, ep. 38. 

(2) Lib. V, ep. 38. 

(3) Lib. XI, ep. il. Plebi consistmti Turritanen et Taurianm. 
(4; Lib. XI, ep. i7, 18. 

io) Part. I, Disc XI. 

Tom. IL 21 



4a Livio^, da Plinio « da adiri scrittori aalkki è chiamato Tu- 
rino^ fion giammai TesiraBo. Desolate poi Teurana « Vibma 
m* Bruù da'Saiiaoeai a fe^ akre «akaiìtà sofferte , a' leimfÀ 
del ooate AuggiefO di SicìUa Nonaasmo fm^oa .aoppresse le loro 
chiese^ e i|aesli te ohe ma le loro :sedi e k trasportò Beila 
Mova città tli Mileto ^ iag^ao^ta «lalle mine « desolazioni di 
i|tieUe dm aMiohe ci41à, oodd il vescovo di Mileto ne assmrse 
Ù 'tìfido^ sioGome ai legge in f&ù diplomi di Ruggleffo rappor- 
tati <)airiIgheUì oeUasua I^ediia Sacra. 

Siegae nel firmio la dtlà Ai Medma, da Pomponio Mela (i ) 
e 4a Strabene (ii) cbiamata Medama, oggi detta Rosarno. Indi 
trovasi Oppidum ScyMamm, ora SeiUa neMo stretto Sidiiano, al. 
Mi vescovo fìio vanni isàUtmò Gregorio an^ epistola (5) . Siegae 
dappoi la Colonna Rhegia ora vico chiamato la Catena , led 
iàdi ratntiohissima città <di .Reggio. 

Jìà due vescovi di qaesta ditta abbiamo da Gregorio . essersi 
frtta memocia^ di Lueio !e di Boiai&cìo. Di Lacio predecessore 
di ^Boilifacio la parola il pontefice in una .sua epistok diretta a 
^oeat'ultkao (ll).;ial quale seme vegi^noscrìlte parecchie. Nella 
prima lo iriprende «della sua o&ltentazione nelle ^ere di miseri- 
cordia, pcnendo mente a piaoere piÀ agli uomini chea Dìo (S). 
Mia seconda lettera gi'impone di r^ider ^nstìzìa a Ste&nia, 
la 4|uale si doleva, a' tempi del suo predecessóre Liscio esserle 
sl^\k occupali alcuni beni dalla sua chiesa (6). Nella 4;erza 
lo Masima della sua leiktezza e <ne@ligenza nel contenere il 
oléFo neiresatta^sd^ifta ecdesiasttca (7). Nella quarta, poi-^ 
(Aè h vicina chiesa Garìaense era ^là .ahbandonata e -deserta 
fror ila morte del suo vesoo^o^ - a tTsnservar separala quella 
^Atm$c loci desertiàc^iMio^ um smit mminutìio psrsanarwn ; 
fieneìò (a lui scrive) tu&e eam Ecclm&e '€i>ggregim uniriqtie cen- 

(&)Lib. V. 

(5) Lib. VII, Ind. I, ep. 33. 
W Lib. n, iDd. XI, ep, 43. 

. (5) Lib. Il, Ind. XI, ^p. 4. 

(6) Lib. II, ep. 43. 

(7) Lib. Ili, ep. 5. 



— 867 — 

seifms j qimtenm utmrumque Eèclesiarum saoerdùs rette possis 
existere (i) : dal che si dfimostm oon intendere qui Gregorio 
d«lla chiesa dì Carinola presso 9 monte Marsico assai remota, 
ma ^1 Ira nel Braso a^snoi tempi già desolata e distrutta. 
Allo stesso Bonifacio impone di terminar le lìti die Gre* 
goHoi ex-prefetto teseva con la sua chiesa , o per via di ami* 
chevol composizione , ovvero per modi legittimi di un or- 
dtMto giudicio (3). Questo vescovo Bonifacio, male ammini- 
strando la chiesa di Reggio, fu accusato dal suo clero presso il 
pontefioe di vari delitti , e gli accusatori ccrcavan licenza d! 
mandar deputati in Roma a proporre le loro querele perchè, 
quivi fosse giudicalo; ma Gregorio stimò meglio delegare la 
causa a' vescovi vicini, i quali con Fassistenza del suo diacono 
Sabino uniti in concilo la esaminassero^ e fattane a lui reda- 
zione, quid fieri debeat decememus'i il che egli scrive a Sabino, 
i»pone0dogli di assistere con que' vescovi alla discussione 
delie querele (3) . I vescovi vicini eletti furono Paolino vescovo 
di Tauriaoa, Proculo di Nicotera, Palumbo dì Cosenza, Venario 
vescovo Vinomense (d'onde si raccoglie che questa chiesa fosse 
nel Bruzio), e Marciano vescovo dì Loeri, a^ quali perciò Gre- 
gorio indirizzò l'epistola da noi più v(Me citata (h). 

Comincia indi da Locri , Frons Italiae , come la chiama 
Plinio (5), la Magna Grecia.* Questa era pur compresa nella 
terza regione , la quaVe ora chiamasi Calabria ulteriore. Fu 
anticamente detta Nfagna Grecia, a riguardo di Hellas propria- 
naente appellata Greda ; poiché questa parte dMtalia , in cui i! 
linguaggio era greco, d-ampiezza superava ITEIladfe. Qui furono 
le nobili ed antichissime città di Locri, Metaponto, Crotone ed 
Eraclea, illustrate dalla (fimora dì Pitagora e dalla sua scuola 
quivi aperte, e da tanti iffustri greci filosofi, poeti ed istorici. 
Qui fiorì un tempo la religione Gentile pe' famosi tempi di 

(1) Lib. V, ep. 9. 

(2) Lìb. Vili, ep. 58. 

(5) Lib. VII, Ind. II, ep. 46. 

(4) Lib. VII, ep. 47. 

(5) Lib. Ili, cap. IQ. 



- 308 — 

(liunone Lacinia in Crotone, e di Proserpina in Locri, rinomati 
per gli stupendi miracoli che la gente credula ed illusa predi- 
cava, narrati da Livio (I). Ma dappoi, abbracciata che ebbe la 
religione cristiana, fu tutta rivolta al solo e vero Nume, e nume- 
rosa di vescovi. 

Locri ebbe antichissimi vescovi de' quali Gregorio lasciò 
memoria (2). 1 Locresi condussero in Roma un lor prete che 
aveano eletto vescovo, perchè Gregorio l'ordinasse ; ma esa- 
minatolo, si conobbe che non era degno di quel vescovado , 
onde il pontefice li ammonì ad eleggere un altro idoneo , 
et ad nos consecrandum perducere. Intanto scrisse a Cipriano , 
suo rettore che teneva in Sicilia, che venendo a lui Marciano 
prete della chiesa di Tauriana, il quale dimorava allora in una 
chiesa della diocesi di Catania, lo esaminasse e lo proponeisse 
a' Locresi, affinchè se consentissero in lui ejo stimassero 
degno, potesse egli ordinarlo; e che questi fosse slato rifatto 
vescovo di Locri si conosce da ciò, che a lui insieme e ad 
altri vescovi è diretta un'epistola, nell'intestazione della quale 
si legge Marciano Episcopo Locrensi (3) : nell'epistola scrìtta 
a Secondino vescovo di Tauromina fassi pure menzione di 
questo Marciano Locremis civitatis Episcopi ; e dalla mede- 
sima si raccoglie che il vescovo suo predecessore si chiamasse 
Dulcino (4). , 

In queste parti furono le città di Caulone , distrutta da 
Dionisio tiranno di Siracusa, secondo che Virgilio cantò (5) , 
ora Castel Vetere: Myslia , oggi Monasteraci, ovvero Monle- 
Araci : Consilinum, di cui Cassiodoro lungamente ragiona (6) , 
oggi Stilo: e Squillace nobilitata anche pe' natali di Cas- 
siodoro e per essersi egli quivi rilirato dopo la caduta de'goti 
in Italia. Della chiesa di Squillace si occupò Gregorio; essa 
essendo vacante, fq da lui provveduta di un vescovo cardi- 
ci) Lib. IV, e. 9, Dee. III. 
(2J Lib. VI, ep. 38. 

(3) Lib. VII, Ind. II, ep. 47. 

(4) Lib. Vili, ep. 33. 

(5) AfìDeid. lib. Ili, v. 553. 
(6; Variar, lib. Vili, cap. 33. 



— 309 - 

naie. E merita perciò essere avvertita l'epìstola indirizzala 
Joanni Episcopo Sguillatino^ poiché si dichiarano in essa anche 
le cagioni delle incardinazioni (1). Per essere stata occupata 
dalKosle nemica la città dove questo Giovanni avea la sui 
sede, fu egli costretto di andar ramingo, e però fu da Gre- 
gorio incardinato per vescovo nella chiesa di Squillace ; non- 
dimeno a lui il pontefice soggiunge che se la prima sua città 
fosse liberata , dovesse a quella far ritorno , ad eam in qifa 
priìAs incardinatus es Ecclesiam re^ertaris ; intanto Episcopuiri in 
Squillatina Ecclesia cardinalem necesse duximtis constituere sa- 
cerdotem ; e seguita : Sin autem praedicta civitas continuata 
captmtatis calamitate prematur; in hac in qua a nobis ordì- 
natus es^ incardinatus debeas Ecclesia permanere. Gli prescrìve 
ancora di non ammettere a' sacri ordini i bigami , gl'illel- 
terati , i viziali di corpo, e quelli che fossero obnoxii alla 
curia ovvero alla penitenza,, siccome i peregrini ignoti , e 
spezialmente gli africani ribattezzati ovvero infetti di mani- 
cheismo . 

Qui fu ancora Petilia città mediterranea, della quale perciò 
Plinio disse oppidum intus Petilia , collocandola nella Magna 
Grecia: ove la collocano anche Strabone e Tolomeo , e Livio 
pure la ripone ne'Bruzi. Cluverio (2) afferma che Petilia fu 
dove ora è Belcastro , nel che Arduino consente , e non già 
dov'è Strongoli, siccome per alcuni monumenti quivi trovati 
credette già il Gualtero. 

Dal Promontorio Lacinie comincia il secondo seno del mar 
mediterraneo , che abbraccia il Golfo di Taranto ed il maie 
Adriatico. Qui s'incontra Tantichisshna città di Croto , ogf^f 
Crotone della cui chiesa rimasa vacante si legge, chQ Gregorio 
vi mandò il vescovo Giovanni per visitatore, e scrisse al 
medesimo nonché ciero ordini et plebi consistenti Crotonae (5), 
perchè si affrettassero airelezione del successore, il quale 
eletto che fosse , ad nos vèniat ordinandus. Qui furono Tu rio 
e Sibari distrutte. Qui Eraclea , posta dove il luogo è chia- 

(i) yb. II, ep. Ì5. 

(2) Lib. I, Sic. antiqu. cap. 6. 

(3) Lib. II, ep. 27. 



— 840 — 

malo oggi Torre di S. Basilio. Qui Metaponto distrutta da' 
Sanniti, ed il luogo ove essa fu, chiamasi ora la Torre di Mare; 
ed in Metaponto finiva la terza r^ìone riguardante il mare. 
Fra queste antiche città delle quali appena serbasi vestigio, 
a' tempi di Gregorio se ne videro sorgere tre altre nuove 
non memorate dagli antichi geografi, Acropoli , Tropea e Nieo- 
tera, che aveano i loro vescovi. A Felice, vescovo di Acropoli 
<»mmiae Gregorio la visita di tre vicine chiese , Velifia, 
Buxentina e Blandana, come si legge . nell'epistda indirizzata 
Felici Episcopo de Acropoli (1) : e che questa città fodse vicina 
alle già dette ^ è manifesto dalla steasa epistola che oomineia 
Qiéoniam Velina^ Buxentina et Blamlana Ecclesiae , quae tibik 
iHdno sunt cofmtilutae^ etc. Quanto a Nicotera, ohe avesse il suo 
vescovo è provato, poiché essendo stato il medesimo Feliee per 
suoi delitti condannato alla penitenza , Gregorio , acciò la 
chiesa intanto non fosse senza pastore, ne diede la <3ura a Bu- 
fino vescovo di Bivona (2). 

In Metaponto, come si è detto, finiva la terza regione marit- 
tima ; ma la sua parte mediterranea abbracGÌava altre città , 
le quali sono comprese nella Lucania ohe ehiamiamo ora Prin- 
cipato e Basilicata. Qui f^irono gli Àtenates , e la loro òtta , 
detta anch'ora Atena, presso iL fiume Negro nel Principato Ci- 
teriore : i Baatini, della eoi ci ttà, da )Livio chiamata Bantia, ri- 
mangono ancora le vestigia, seccmdo Odstetnìo, nel luogo detto 
S. Maria di Yanzo nella Basilicata circa Venosa :, gli I^uriiù, 
ì quali essendo popdi ddk Lucania non potesAo aver per lor 
città Evoli, fliooome alcum credettero,. poiché Evoli è quatto 
miglia di qua del fiume *Sele, e la Lucania come si è dielto 
cominciava di là di questo fiume verso la Sicilia : i Grumen- 
tini ne' mediterranei luoghi della Lucania^ la cui città Olstenio 
scrisse (3) essere stata quella che ora eUamasi Agromento: i 
Potentini, la cui città ritiene ancora il nome di Potenza nella 
Basilicata: i Volcetani presso il Sele^ le cui propagini sono 
ora gli ahitatori di Buleino e Buccino: i Numestrani, la cui 

(i) Lìb. II, ep. 29. 

(J) Lib, V, ep. 40. 

(3) Presso TOrtel. pag 80. 



- 514 — 

città dì Nuraeslro è memorata da Frontino (1). Qui furèno 
in fine le Tebi Lucane, la celebre Pandl^sia che chiamano ora 
Castro Franco, rinomata per la morte quivi accaduta di Ales- 
sandro re (f E{)i'rQ^ ed albre città iaaìgm qImi era mepse areMì 
ed erba. 

Cosi finisce la terza regione d^talia , a cui sì congiunge la 
seconda , della quale passarne a far parola nel seguente ea- 
pHolo. 

(1) Likk U^ Stmit^. ea^ t, 



— 313 — 

CAPO XII. 

Bella seconda regione dltalia, che abbracciava l'antica Ca- 
labria, i Salentini, la Puglia e gl'Irpini; al presente le 
province co' nuovi nomi di Terra d'Otranto, Terra di Bari, 
Capitanata, e parte del Contado di Molise e del Prin- 
cipato Ulteriore: e de' loro vescovi egualmente non sotto- 
posti ad altro Metropolitano che al vescovo di Boma. 

In questa seconda regione è posfi sul mare nel mezzo del 
golfo che ne prende il nome l'antichissima città greca di Ta- 
ranto, fondata da' lacedemoni , un tempo assai famosa ed 
illustre, ch'ebbe pure antichissimi vescovi non dimenticati da 
Gregorio in queste sue epistole. Merita esser avvertita l'epistola 
indirizzata Andreae Episcopo Tarentino (1), poiché dalla me- 
desima si conosce che fin da' suoi tempi non era lecito a' preti, 
e molto meno a' vescovi tener concubine : ei riprende acre- 
mente questo vescovo, di cui correva voce che ritenesse ancora 
quella ch'ebbe essendo laico ; e gl'impone di lasciarla, minac- 
ciandolo, ove volesse ritenerla , di privarlo dell'amministra- 
zione del sacerdozio e di serbarlo alla penitenza. Commette perciò 
ai vescovo di Gallipoli nell'epistola seguente, che constandogli di 
avere Andrea tuttora seco la concubina ch'ebbe essendo laico, 
gli proibisca l'amministrazione ; ed anche provveda sopra le 
querele che gli erano state fatte da' suoi chietìci per le oppres- 
sioni che a lor danno esercitava. Ad un altro vescovo di Ta- 
ranto per nome Onorio si vede indirizzata un'epistola , nella 
quale gli concede facoltà di potersi valere di un battisterio 
oh'egli nuovamente avea costrutto in Taranto nella chiesa di 
S. Maria. 

Siegue indi a guisa d'una penisola l'antica Calabria , non 
quella oggi così chiamata , ma la provincia che ora diciamo 
Terra d'Otranto dalla città di Otranto sua metropoli. Nel 
continente dopo Taranto furono Varia oggi Uria : Messapia» 

(1) Lib. II, Ind. XI, ep 44, 



ora detta Mesagna tra Oria e Brindisi : ed Àletium, che ora 
chiamiamo Leuca nel Salentino. Sul mare sono ancora Galli- 
poli, città non fondata da' galli Seooni come alcuni credet- 
tero, i quali non arrivarono giammai fino a queste regioni , 
ma da' greci secondo la testimonianza che ne rende Pom- 
ponio Mela, Salentina litora, et lìrbs Graia Callipolis (1). 
Di due vescovi di Gallipoli ebbe occasione Gregorio di far me- 
moria: di Giovanni, al quale indirizzò l'epistola Joanni Epi- 
scopo Callipolitano (i) dove gli commise ciò che sopra si è 
detto intorno al vescovo di Taranto; e di Sabiniano, a cui 
vedesi indirizzata l'epistola Sabiniano Episcopo Callipoli- 
tano (3), per la quale si vede che la chièsa di Roma aveva 
anche in Gallipoli il suo patrimonio , commettendosi a questo 
vescovo di averne cura insieme col suo difensore Sergio che 
teneva in queste parti. 

Dopo il promontorio dagli antichi chiamato Japigio ovvero 
Salentino, ed ora dalla vicina città è detto Capo di S. Maria 
di Leuca, era Basta città, oggi piccìol luogo che ritiene il nome 
di Vasta tra Castro ed Otranto: indi trovasi la famosa città di 
Otranto. Qui secondo gli accurati e minuti geografi finisce il mar 
Jonio, e comincia il mare Adriatico ; e da questo punto è breve 
il transita alla Grecia , non essendovi da Otranto ad Apollonia 
€he cinquanta miglia di mare per farvi tragitto ; onde Pirro re 
di Epiro e dappoi M. Varrone pensarono congiungere pier poiìli 
l'Italia colla Grecia, Fornerio nella suà Hydrogrc^ia (k) riputò 
vano, e che non avrebbe avuto alcun successo questo lor pen- 
siero; ma Delisse ne' Commentari dell'Accademia Francese 
delle scienze dell'anno 1714 fa vedere, stante l'angustia del 
mare che divide l'Italia dalla Grecia non doversi riputar co- 
tanto vano ed assurdo, né temerario l'ardir di Pirro e di Var- 
rone. Checché ne sia, ebbe questa città antichissimi vescovi, 
ed in queste epistole di Gregorio non solo abbiam fatta memoria 
de' medesimi, ma che quivi avesse anche la chiesa di Roma uà 
suo patrimonio, la cui amministrazione era commessa al difen: 

(1) Lib. Il, cap. 4. 

(2) Lib. il, iDd. Xf, ep. 45. 

(3) Lib. VII, Ibd. Il, ep. 106. 

(4) Lib. Il, cap. i8. 



- su -• 

s<}re Sergio. Merita perdo essere avvertita l'epistola indirizzata 
Petra Episcopo Hydnmtimo (i), dove a eostuì s'ingiuDge la 
visita dì tre Ticiae chiese allora vacanti, di Brindisi, di Lupia^ 
da Gregorio chiamata Ly^Nas, e dt Gallipoli, impODendogli do- 
versi colà condurre, e sollecitar qoe' popoli aU'elezioQe de' sue- 
cessori, ed eletti che fossero, ad nm vemimU comeerandi ; 
commettendogli anche la cura intsmto de' loro monasteri. Allo 
stesso Pietro Episcopo Hféruntìnù è indirizzata l'epistola nella 
qusde, mentre era visitatore èella ^iesa di Brindisi , gli or- 
dina che essendo stati rubati nd moDastero di S. Leonno , 
non più che cinigie migha tentano éà Roma j le requie det 
Santo , e vdendo l'Ubale ripome altre nel luogo medesimo ; 
dalla chiesa di Brindisi, ove giaceva riposto il corpo del S. 
martire, glie iie mandasse 'altre per soddis&re al desiderio e cK* 
vozione di quell'abate (2). 

Non minore attenzione metitano altre tre epistole (3). La 
prima , indiriazata ai Oocilianor tribuno Hydruntìno , nM»tra 
questa città, i^coome tutte le altre marittiaie vicine^ no& esser 
passata sotto la domiocszioBie de' longobardi , ma regg^Dsì da 
un tribuno che dallflsanroa di Ravenna si mandava per go^ 
vernarla» Cognostseni^ , gli scrìve, magmiudinem vestram 
de Ravennatis partibus cnm ordinatione exc^lUntiuèmi 
filii nostri Dofnini Exarchi ad Hfdruntinam cwiteiàem fsr- 
ticiter remeasse ; per die gli raccomanda i rustici che lavo^ 
ravano le terfe del patrimonio < della sua chiesa ài Bioma y 
ì quali erano stati in guisa angariati ed oppressi dai suo «pre- 
decessore aù em'-Tribmo Viatare , che molti lasciavano et 
lavorare que'' terretìi , ed andavano altrove* La seconda e la 
terza lettera sono indirizzate a Sergio difensore ; nell'una e»* 
sendo^ doluto Pietro vesocvvo dì Cftranto di non poter ridurve 
un suo debitore , Gregorio pi«sepive>a Sergio eh» lo coshin* 
gesso al pagamento ; e ndl'altra gli eommette che facesse di^ 
ligeote perquisizione per rioetcare un servo fuggitosene dai 
tribuno Oceiiiamo ,- e trovatalo', mandassdo in Roma, ove Qcr 
ciliano si trovava. 

ri) Lib. V, ep. 21. 

(2) Lib. IX, ep. 73. 

(3) Lib. VU, ind. Il, ep. 105, i07 e 408. 






Qui fu la città dì Lmpia, o aeoondo Mela^ Lupiae, o pure 
Lyppias , come la 'diiaoia Frontino nel libro De Cotonm , 
(onde presso il medesimo leggesi Lypp^iemis Offer), e siccome 
anche la chiauiò Gr^orio in quest'epistole Lyppias , posta fra 
Otranto e Brìndisi , oggi Torre di S. Cataldo. Della chiesa 
di questa città intese Gregorio (i) ^ quando, per esser vacante 
iiisieìBe eon quelle di Gallipoli e di Briodiu , f u da lai rat;- 
comandata al vescovo^ ^ Qjbmtto. 

Indi trovasi la fmosa Anndtsi,, un teiDpoipresao i ffomaai 
cotanto rinomata pelskuo |K»rto, onde PlimoeliiamoQa mpriiràr 
Italiae pertu méile, dsUacuì «riàesa, comeifiè detto, 'non 
ai dimentieò Ca^imo^ raceeoMaidaiìdata , essendo varante, 
al vescovo di OtrailtO; 

Dopo Brindisi 5iegiie:la regione aatàeamente. abìlata da' Pe> 
dicoli, ora chianata Terra di Bari, la quale ehbecittà noo|Mir 
marittiaste, ma anehe Mediterranée !uà tempo illustri: fisa le 
quali Rudiae, nobilitata <per li natali di Ennio, siccome scrìsse 
Mela, tei *£miio civt nafnleè Rudiùe (S);.:la quale crede Ar- 
daino esser oggi Gamvigtta: Egnatia, ^ggi (Torre di ÀvoDa, 
tra Briodim e Bari: eia, famasai Bari, onde la regione prese 
il nome: di queste tdiiese Gregocio non ebbe occaisdofie di far 
memoria* 

lodi BÌegue la Pu^a Danoia , cosi antioamente . detta da 
Dauno suooero di Diomede,, eke ila jsonqwslò , oggi chiamata 
Capitanala . « Qui fu SalafMa ^ i etti : r aderì . ritengono < il ) nome 
di Salpe, Hmni6alis(memtrÌ4do amtHremalftwn, come disse 
Plinio : onde il QOilu^o Pebrairca, fira odoro scqpra i quali Amore 
riporlo irioniò , pose Annibale, dicendo: Vii femminella in 
Puglia il prende e lega. 

Qui fu ramictHSSima Spoato /al ornare / a pie dd monte 
Gairgano, di eiHiriiiiaagoiio^ alenili avanzi, eia vecchia chiesa 
che ritiene aneora il^nome di S. .Maria di Siponto» Ne' primi 
aiuù del pontificato di Geogoitio era^issoovo di Sipoato Felice, 
al quale egU indiiìzzò l'episbala ^Btiici Episcopa Sipon-- 
tino (3) , per commettergli la visita della chiesa di Canosa 

(i)Lib. V, ep. 21, 
(2) Lib. II, cap. 4. 
(3JLib. 1, ep. 5i. 



— 546 - 

rimasta vacante, e per imporgli di ivi condursi, ed ordi- 
nare due preti per Tamministrazione del battesimo e della 
penitenza. Allo stesso Felice diresse altra epistola, dove gl'im- 
pone che insieme con Bonifacio e Panlaleone suoi nolari faccia 
esalto inventario delle robe, e de' mobili ed argento della 
chiesa Sipontina, il quale firmato dì sua mano debba a lui 
trasmettersi: quatenus quid de hoc fieri saluòriter deòeat, 
divina possimus gratia suffragante disponere (1). D'onde 
si vede che fin da' tempi di Gregorio i pontefici romani si eran 
resi disposi tori delle robe, e de' mobili ed argenti delle chiese 
particolari di queste province. — Avendo avuto ricorso Evangelo 
diacono di questa chiesa al pontefice, querelando Felice nipote 
del vescovo di avere stuprato una sua figlia , Gregorio in altra 
epìstola commette a Pantaleone, suo notaio che teneva in queste 
parti, che portatosi a Siponto , adhibitis sapientiòus illic 
viris (2), facesse esaminar l'accusa. Dì questi ^a/?iettfi dì Si- 
ponto si parla ne' libri Feudali , a' nostri antichi comentaiori 
affatto ignoti: alcuni de' quali niente istrutti dell'aiftica Geo- 
grafia, non sapendo ove si fosse questa città dì Siponto, scioc- 
camente credettero che fosse Siena , siccome da noi fu rapportato 
nell'Istoria Civile del regno dì Napoli. Soggiunge il pontefice, 
che se l'accusa si troverà vera, sì costringa Felice o dì prendere 
in moglie la giovine stuprata, o pure ripugnando, privato della 
.comunione della chiesa sia rinserrato in un monastero a farne 
penitenza,, né senza sua licenza possa uscirne. A questo fine 
scrive un'altre epistola allo stesso vescovo Felice, rimproveran- 
dogli il misfatto di suo nipote, il quale sebbene meritasse altro 
severo castigo, tuttavia mitigando aliquatenm legis duritiam^ 
era contento ut aut quam stupravi^ morem habeat , aut 
certe si renuendum putaverit^ districtius ac corporaliter 
càsiigatus^ excommunicatusque in monasterium ubi pc^ni- 
tehiiam peragat^ retrudatur , de quo ei nulla sit egre- 
diendi sine nostra praeceptione licentia {^). Merita anche 
aivvertenza l'epistola indirizzata al medesimo notaio Panlaleone, 
per conferma di quanto altrove fu osservato, che i debiti con- 
ci) Lib. Il, Ind. XI, ep. 4i. 
(2) Lib. II, ep. 40. 
(3j Ep. 42. 



— 317 - 

traiti per redimersi dalle inani delFosle nemica, non avendo 
modo il debitore di soddisfarli, dalla chiesa dovessero pagarsi ; 
onde avendo il mentovalo Evangelo per riscattarsi contratto 
debito, né potendolo estinguere, Gregorio impone a Pantaleone 
che lo faccia pagare dal vescovo Felice: Felici fratri et coe-^ 
piscopo nostro te imminere praeeipimm^ ut ejus pretium de 
Ecclesia dare non differat (l). Altra volta avendo avuto lo 
stesso infortunio anche un chierico della chiesa di Siponto, tiè 
curando Felice di pagare il debito contrattai per suo riscatto , 
Gregorio glMmpone del pari, che senza dimora o scusa lo paghi 
delle sostanze di sua chiesa (2). 

Dopo Felice dalla seguente epistola si vede che fosse slato 
rifatto vescovo di Siponto Vitaliano; nel cui tempo accadde, 
che una figlia del defunto Tulliano , maestro della milizia che 
per l'imperatore era in questa città, avendo di sua spontanea 
volontà preso l'abito religioso, e dappoi non piacendole la 
vita monastica, riprese gli abiti secolareschi, e diedesi a menare 
altra vita più allegra e sollazzevole. Ninna cura pertanto ne 
presero il vescovo Vitaliano, e Sergio Difensore che teneva il 
pontefice in queste parti: di che Gregorio fortemente crucciato 
scrisse due asprissime lettere a' medesimi, rimproverando loro 
tanta trascnraggine e negligenza: ed impose che arrestas- 
sero la donna e la rinserrassero in monastero per penitenza, 
facendole ripigliare Tabilo religioso ; e che se mai persona 
ecclesiastica o laica tentasse d'impedirlo , la scomunicassero , 
e ne facessero a lui relazione, minacciando in caso di trascu- 
ranza di questi suoi precisi ordini, di severamente punirli, 
siccome leggesi nell'epistola diretta Fi fa/tawo Episcopo Sipon- 
<mo (3) , e nell'altra indirizzata Ser^ioDe/ewson (4). Di 
questo Vitaliano si legge pure fra le altre la soscrizione nel 
privilegio del monastero di S. Medardo, Vitalianus (non Vi- 
tulinus) Sipontinensis Episcopus subscripsit. Ruinata dappoi 
Siponto da^ Saraceni, i quali fermati nel monte Gargano scor- 
revano deprv^'vdando quésta provincia; dalle sue mine sorse la 
vicina città dì .Manfredonia , anch'essa sul mare ^ meno d'un 

(i) Ep. 40. 

(2) Lib. Ili, ep. 17. 

(3) Lib. VII, ep. 9. 
{4j Lib. VII, ep. IO. 



miglio da SipoDto discosta, fondata dal re Mismfredi Svevo : e 
quantunque sopra 4a porta: della nuova città. si fosse folto scol- 
pire in marmo N^om, Sipomtnm^^ ouHadimanco rantico nome 
cedette al nuovo pneso dal fondatoti: sebbene il vescovo ri- 
tenga TanticD, oade dlcesi anoor oggi Sìponttno. 

Proseguendo ie cosle marittime 'di questa provincia, dòpo 
SIponto ed il Porto Agaso , ora' detto "Porto Greco , sMncontra 
il Promontorio del monte <jargaino^ il qivaletveiso oriente sporge 
per lungo tratto in fq^re:oggrchiamdsrjGapo VìestSce. N€3 Gar- 
gano Plinio ripone i \wpo\\ Merinates, siccome leggono T Arduino 
e rOlstenio (1), il quale rapporta- n^^>eeitrema punta di questo 
monte essere undernpe stata la^ittàMerina, ch'ebbe vescovi anti- 
chissimi^ dalle cui roiae^surBe dappoi q»e)lache ora chiamiamo' 
Vieste^ la qual città ritiene ancor oggi il suo vescovo suffra- 
ganeo a quel di Siprate^. In aflitra efnstola fa Gregorio memoria 
della chiesa Meriensis (2); ma come quella sì vede indirizzata 
al vescovo di Messina, Bon già a ^^lesto di Sipofito^ forse in- 
tenderà d'altra dttà posta in Sicilia. 

Più oltre neMìdi^cbedroandanoil Gargano fu il porto di Gama, 
•come lo chiama PMmo> che Olstemo ed An*duino credono fosse 
dove oggi è la terra di Rodi. Iodi tì^oivnsi il imus Pantanusn 
secondo Plinio, H qual lago FAr4ifiao «credette <ihe fosse quello 
di Lesina : nel ehe ^Mnganna ^ ^ichè dòpo il porto dì Rodi 
siegue il lago di Varano, dfet^qnaie intese Plinio, e dappoi quel 
di Lesina, tanto vero ehe aiimir oggi i naturali dd ìv^o eliìa- 
mano questo lago di f^MftaM^. 

Più oltre fu Teantm Apyhrum , così detta per disfih^ 
gaerla dalf altra Teanum^ de^8idicìfifi, e nefl sm) luogo fu poi 
Givìtate in C^^»tanata alllBu rifv» dei- flume* F6i^re^ antica- 
mente detto Fro&to. Negli atti 4e9a chièsa di Bienevento , 
siccome osservo» TOlsteniov è frequente' meittorìa del vescovo, 
(fi Givìtate suffiragawou ^qpQKl'ditBefifevenln, ancorché Gregurio 
wm avesse occasione di= favne molto. 

Sul mare fa anehe Larint^m Ctitermay oggi €ampo Marino . 
Nella parte mediterranea è posta la città di Larino. Nel mediter- 
raneo ancora è la cotanto memorata da Livio Luceria^ città un 

(1) Pag. 278. 

(2) Lib. VI, ep. 35 



— 3*9 r- 

tempo fedemta de' ramani^ ota adia Capitanala deità Lucerà, 
ivon già de' Pagaai, come credette ràrduino, «Eia de' Sapaoeni : 
aeagìoiie che l'imperator Fedcrìeo JledU re Manfredi valendosi 
neHa len) miiizia di fuesta Msioiie «iveaiia assegnati per lor 
qaarfieri a' Saraceni questo «ittà «ed t luoghi contigui. Indi seguo 
Yenosa nella Basilicata, Ira'cóafinidi Puglia e £ Lucania, chiara 
pe'aatalì di Orazio ; e meHai Puglia Daui^iasi treva Canosa posta 
sà^ fiufiie Affido, ora 4etto Qlaxkto, che divide Capitanata dalla 
Terra di Bari. Della chiesa 4i Canosa feoe ^arc^a Gregorio (1): 
vacante nel principio del suo pontificato , fu da lui racco- 
mandata a Pietro sattodiaconot siocoaie si è veduto da an'epi- 
j^cte{S), oorametteadone intanto' la VAsita.» Felice vescovo di 
SipoùU. 

fra le altre città mediteasaoce def^rbpìni in (|uesta stessa 
seconda regione si novera, l'aintiea cdonia Bmeventum , più 
ayvcnturoao noo^, poiché prtma, secondo Livio , Plinio , e 
Stdluìo, era chiamafta MtAevtmtuwL, Oggi si appartiene alla 
provi-ttcia di Principato jGitoriore. Heì suo' vescovo £a memoria 
Gregorio, avendogli indirìsEz^ i'episltda Barbato Episcopo 
Bnnevmhmo (3), al iquaie, ^essendo riniaBa. vacante la chiesa 
di Palenno per la iierle rdi Vittore^ commette la visita della 
medesima, e die 'qunA coaduceados» , sollecitasse i Palermi- 
taiH all'elezione del successore. <^nto dappoi , stabilita dai 
lengd^ardi questa città per melropoli di .atmpto ducato, e fatta 
sede de' dodii di Benevento, ai fosse distesa l'autorità e gìu- 
mittàione ÒA proprio vesooic» sopra più provboe delle quali 
oggi si compone il regna di Napdii , ciascuno potrà vederlo 
Mi voUime primo dev'istoria Civile del regno di Napoli. 

Sodo iodi da Pltoio «anoveratey seguendo l'ordine dell'alfa- 
belo, le altre «dttà nedàtannAeé le quati sebbene ora si appar- 
tengano a varie province «econdo'lanuova'divistoiie del regno di 
Napoli ; nolladimanco aniicamenle tutte si «apimrtenevano , ed 
(srano ccnnprese nella seoQOida regione d'Ualia. Fra gl'Irpini egli 
noveragli Awseulani (della chiesa Ascolana fa menzione Gregorio 
in un'epistola (U) ; ma questa non si appartiene ad Ascoli di Ca- 

(i)Lib. 1, ep. 42. 

(2) Lib. I, ep. 51. 

(3) Lib. XI. ep. 16. 
(4J Lib. XI, ep. 20. 



— 520 — 

pi ta nata, bensì alFallra già della parlando del vescovo di Fermo): 
gli Aquiloni dalla lor città Aquilonìa , memorala da Livio e 
Tolomeo fra le città mediterranee degl'Irpini , oggi detta la 
Cedogna o Lacedonia nel Principato ulteriore : gli Abellinati 
pure negli Irpini, ch'ebbero per loro citlà Avellino presso Aqui- 
lonia, diversa dall'allra Avellino nella Campania: ì Compsani, di 
cui rimane la città Gonza anche nel Principato ulteriore : i Cau- 
dini, e la lor città Caudium, onde le cotanto rinomate Forche 
Caudine dove l'esercito romano fu da'Sahnìti rinchiuso ed i con- 
iseli messi sotto il giogo: i Corneliani, i Véscellani, e altri. 

Sìeguono dappoi le città non agl'Irpini, ma alla Puglia attri- 
buite, fra le quali noteremo Aisculuni. Arduino riprova l'opinione 
di Cluverio, che credette esser oggi Frigento, siccome l'altra di 
Olsienio, che scrisse esser Mirabella ; poiché Frigento e Mira- 
bella sono nel mezzo degl'Irpipi, non già nella Puglia. Qui 
furono anche gli Abellinati, differenti dagli altri e perciò co- 
gnominati Marsi, la città de' quali fu delta Àbellino Marsico: 
oggi ritiene il nome di Marsico Velerò ne' confini di Basili- 
cata e di Principato Citeriore, e conserva ancora il suo ve- 
scovo. Qui furono gli Alifaoi , e .la lor città Alife: gli Ar- 
pani, e la lor città Arpi: e la famosa Canne, memorabile per 
la sconfitta de' romani per Annibale ; oggi ne restano ì ruderi 
alla riva del fiume Ofanto che ritengono il nome di Canna. Qui 
furono i Ferenti ni, dove oggi è Forenza nella Basilicata sopra 
Acerenza: gli Herdonienses nella Puglia Daunia presso Canosa, 
la cui città Ardona ritiene ancora il nome, posta tra' fiumi 
Cervarò e Caropello: gli Urini, da Oria lor città: i Frentani 
colla lor città Larinum oggi Larino, nel contado di Molise al 
confine di Capitanata : i Meri nates nel Gargano già detti: i 
Nelini e la lòr città Noti o presso Canosa ed Ardona: i Rubu- 
stini e la lor città Rubo vicino Canosa, oggi Ruvo nella Terra 
di Bari : i Silvini e la lor città nella Puglia Peucetìa , oggi 
«eoondo Olsienio detta il Gorgoglione (1): i Vibinates, la 
cui città fu dove ora, secondo Olsienio, è Bovino nella Capi- 
tanata tra le citlà di Troia e di Ardona nel confine del Sannio 
e della Puglia. Del vescovo di questa città forse intese Gi'e- 

(1) Presso i'Ortel pag. 178. 



gorìo, indirizzandogli Teplstola Petra Episcopo da VibiciSy per 
raccomandargli un prete Valeriane (1). Nella Puglia furono 
ì Butuntunenses, cosi chiamali da Plinio, ora Bilontini, e la lor 
ciltà Bilonto, unde mihi origo est, onde presso Frontino nel 
libro de coloniis (2) si legge ager Botonfiuus. Ne' Salen- 
tini .medilerranei furono gli Aletini , e la lor citlà da Tolomeo 
chiamata Aletium (3) è oggi Lecce capo della provincia, posla 
oel mezzo del cammino fra Otranto e Brindisi. Qui iNerelini, 
la cui citlà noverata da Tolomeo fra le mediterranee de'Salen- 
lini è oggi chiamata Nardo. Qui finalmente furono gli Uxcn- 
lini, siccome legge Arduino, oggidì Ugento, ed i Veretini, di 
cui rimangono i vestigi nel luogo ora d|3tlo S. Maria di Verelo. 
E con ciò sia detto abbastanza de' vescovi memorati da Gre- 
gorio delle citlà comprese nella seconda regione. Non altro 
ci rimane che scorrer la quarta , per compi men lo del novero 
delle sedi vescovili, onde a' tempi di questo pontefice fu l'Italia 
numerosa ed illustre. 

(i) Lib. Il, Ind. XI, ep. 16. 

(2) Pag. IH. 

(3) Lib. Ut» cap. i . 



1^1. il. i« 



CAPO XIIL 

Della quarta regione che abbraccia, i Frentani, 
Tareatini, larmcini, Teatini, Peligni, Vestim, Harsi, eà 
altri popoli che compongono ora l'ilpnzzo citeriore e 
parte delFulteriore, il contadi» di Holise, e parte del Prìn* 
cipato Ulteriore. 

TermÌDando qui il rimanente di quelle provìncie che com- 
pongono ora il regno di' Napoli, verremo a compiere anche 
luUe le undici regioni nelle quali Augusto divise l'Italia, sic- 
ché poscia non altro ci rimane, se non trattar delle Isole alla 
medesima appartenenti. I popoli più hellicosi e forti, i quali 
esercitarono in più lunghe ed aspre guerre la milizia romana, 
da questa regione uscirono, e tra' primi i Frentani ed i Sanniti , 
che ora occupano quel che diciamo TApruzza citeriore e parte 
dell'ulteriore , parte del Principato ulteriore , ed il contado, di 
Molise. 

I Frentani nell'Apruzzo citeriore , i quali dal Tiferno si 
distendevano al fiume Aterno oggi detto Pescara , ebbero 
presso al mare Histonium colonia romana, oggi Vasto di 
Aimone: Buca, della quale fa menzione anche Mela (1) fra 
le città de' Frentani, posta tra il fiume Sangro e Pescara: ed 
Ortona a mare , la cui chiesa rammentò Gregorio nell'epistola 
indirizzata Clero^ Ordiniy et Plebi consistenti Hortonae (2), 
poiché essendo rimasa vacante, ne delegò la visita a Barbato ve- 
scovo di Benevento colle consuete formole , e mosse a solleci- 
tudine il clero ed il popolo per la elezione del successore. Fra le 
città mediterranee restano ancor oggi Anxanum, detta ora Lan- 
ciano, non molto distante dal fiume Sangro : Teate, ora chiamata 
Civita di Chìeti, (le quali ritengono ancora i loro vescovi, an- 
corché Gregorio non avesse avuto occasione di memorarli) ; e 
Ila' Peligni Sulmona, di cui già fu detto. 

(i) Uh. V. 

l±) Lìb. m, ep. 39. ^ 



Qui pres$K) il lago Fucino^ oggi detto di Celano , furono 
ì Marsl, e serba ancora il luogo il lor nome chiamato il 
ducato di Marsi dalla famìglia Colonna: gli Ànxantìni , tra 
il l;ago Fucino ed il fiume Uri , oggi Civita d'Antia : gli 
Atinales^ il cui distretto Livio riporta nel Sannìo (i),. quando 
ì Sanniti erano in vigore e floridezza : i Fucenses , i quali 
dal lago presero il nome : i Lucenses, che presero il nome 
dal luco memorato da Virgilio (2) all'occidente del Fucino : 
i Maruvii, memorati anche da Strabene (3) alla riva di quel 
lago all'oriente, dove ora è il pago di S. Benedetto: gli 
Albensi, che aveano pure lor città presso il Fucino, detta perciò 
Alba Fucensìs, ed ora ritiene il nome di Albi, delia famiglia 
Colonna : gli Equicoli , i Clilernìni , ed i Carsolani , di cui 
restano i vestigi nel Piano di Corsoli , dove secondo Fa- 
bretta (*) seguitando TOlstenioi, fu la lor città Cdla, nel luogo 
ora volgarmente detto le Celle di Carsoli. 

I Veslini nel mezzo dell'Apruzzo ulteriore teimero le sponde 
del fiume Aterno, dove fra gli altri i Pinnenses ebbero Penne, 
chiamata da Vitruvio Pinmnv Vestinam. (5), ed ora Civita di 
Penne ; e gli Aufinates abitarono la città che ora volgir- 
meiile è chiamata Ofena, del cui vescova sebbene Gregorio non 
ebbe occasione di far oiemoria, nulladimanc^ leggiamo in un' 
epistola di papa Simplicio lodarsi u» &mdmtium^ Au^niemis 
Eccle»iae Episeopum (6)« 

II Sanmo ferace un. tempo di popoli forti e beflicosi abbrac^ 
clava molte città ^ le c^Ii ora sono cmnprese nel eontada di 
Molise, e parte neU'Apruzza citeriore. Non bisogna ({ut andar 
oereando la città dì SasmìcK , ooine il Ciarlante immaginò ; 
pùchè^ sareU)e lo steds» cke fica.' PeKgoi àadar cercanido la città 
di Pelignoj, fra? Br^iaì la eittà di Bcoùo, e &a' Pogliesi la città 
ài Pi^lia^ Le aniAcbe sue citlà pruM»|^ formo Boviaiuiia , 

(i) Lib. 10. 

(2) Aeneid. Hb.VIl, v. 759. 

(3) Lib. 5. 

(4) Dissert. 2 deAquaed. 

(5) Lib. Vili, cap. 3. 

(6) Ep. 2. 



- 324 — 

memorata da Livio (1), da Tolomeo (2) e da Frontino , ora 
Boiano nel contado di Molise: Aufidena menzionata da Livio (3), 
ora Alfidena sul fiume Sangro nell'Apruzzo citeriore: Esernia, 
ora Iscrnia nel contado di Molise, ricordala da Strabene , To- 
lomeo , e Frontino : Saepinum, memorata pure da Livio (4), To- 
lomeo (5) e Frontino (6), ora delta Supino noi contado di Molise: 
Trevenlum, ora Trivento al fiume Trinio anche nel contado di 
Molise: Amiternum, ancorché da Tolomeo (7) fosse attribuita a' 
Vestini , ora delta S. Villorio, non molto distante dalle sorgenti 
del fiume Aterno. De' vescovi del Sannio Gregorio non ebbe 
occasione di far menzione , come quelli che trovandosi intera- 
mente passati co' popoli già detti sotto la dominazione de' lon- 
gobardi, non erano si frequenti i ricorsi, né si piane e libere le 
vie onde con essi potesse quel pontefice maniere un com- 
mercio reso' a' longobardi sospetto. Sieguono dappoi allri popoli 
appartenenti alla terra Sabina ; indi i Fidenati , Nursoni, No- 
mentani,' Reatini, ed altri de' quali già altrove sì è detto. 

Di tante e quasi che innumerabili città illustri l'Italia fu 
adorna ; e da queste sole epistole di Gregorio si rende ma- 
nifeslo che non pure le grandi, ma le piccole e fino i vichi 
ed i castelli ebbero propri vescovi, sicché ninna parte d'Eu- 
ropa ne fu altrettanto numerosa ed abbondante che questa ; 
poiché fin da antichissimi tempi ebbe numerose sinagoghe 
di ebrei , e per conseguenza fu delle prime province che ab- 
bracciassero la religione cristiana ; ciocché non avvenne , sic- 
come si é detto , nelle altre province occidentali e setten- 
trionali d'Europa. Quindi non dee sembrar cosa strana , se 
oggi il solo regno di Napoli noveri più vescovi che non 
sono nell'ampio regno di Francia. E se in Italia volessero ri- 
farsi in ciascuna città o vico quanti ve ne furono a' tempi di 
Gregorio, mollo maggiore si eleverebbe il numero. Ma le 
circostanze de' tempi , la disciplina alterata , e tutto essen- 



(i) Lìb. IX. 

(2) Lib. Ili, cap. i . 

(3) Lib. X. 
4J Lib. X. 
«^} Lib. llly cap. i. 

(6) Lib. de Colon. 
(7J Lib. Ili, ciJp. 1. 



t 



J 



— 02a — 

dosi cambialo , nonne puole ora soffrir tanti. A' tempi di 
Gregorio, comesi è veduto, la vita de' vescovi era molto 
frugale e povera , sobrio era il lor vitto , ed ogni chiesa di 
picciol luogo poteva sostentare il suo , né vi bisognava più 
di quel che somministra oggi il vico o castello al suo par- 
roco , come praticasi ancora nella chiesa greca che rimane 
nell'impero Ojlomano, fra' vescovi Armeni, Greci, e di altre 
nazioni. Ma in Europa essendo cresciuto cotanto il lor fasto 
eia pompa, sicché nelle suppellettili, nelle tavole, nelle 
abitazioni, nel numero de' servidori , de' cavalli e cocchi, vo- 
gliono uguagliarsi alle più ricche e doviziose case de' grandi 
e de' signori del secolo , e ciò per mantenere il decoro , 
com'essi dicono, del lor carattere e dignità; non vi è danaro 
che basti : e pure ciò sarebbe minor danno, se non si pen- 
sasse anche ad arricchire le proprie famiglie ed innalzarle 
sopra le altre. Quindi l'ambizione di lasciar la*prima sposa, e 
congìungersi con un'altra più doviziosa: e sovente non bastando 
il divorzio dalla prima, divertire per la cagione istessa dalla 
seconda, ed anche talvolta dalla terza e quarta , o pure congiun- 
gersi con più spose insieme, e per quest'altro verso ammetter 
nel sacerdozio cristiano la poligamia che cotanto danniamo nelle 
altre religioni. Quindi abolita l'ospitalità alla quale erano ob- 
bligati gli antichi vescovi ; e quel ch'é il pessimo de' mali , 
cessala affatto ed annullata là porzione ch'era dovuta a' poveri , 
a' quali secondo l'antica disciplinale rendite delle chiese si 
appartenevano, ed ì vescovi non n'erano se non puri e sem- 
plici amministratori. Sed guerelae ne tum quidem ffratae fun 
turaCy cum forsitan^ et necessariae, absint. • 



— 327 — 



parte: qvarta 



Italia Ihsulam: 



INTRODCZIOKG 



Ne' precedenti libri si sono già numerate le isole del juar Me- 
iifiterraaeo a{^)arteneBti alia .(^gna ed «alla GaUìa Narbooense; 
al mar Gallico ed Ibero ; di'Afrìca , alla Grecia , all'Epiro , 
«irmiri^, ed «Tl'Istrìa. Qtiì tratteremo ài quelle all'Italia ap- 
partenenti ; e cominciando , secondo Perdine preso , dairoc- 
cidente , le prime che s^incontrano sono quelle del mar Li- 
gustico ed Etrusco di qua del fiume Varo., d'onde l'Italia ha 
|)rìncipio«. 



— Tris - . 

CAPO XIV. 

Dell'Isola ii Corsica e di altre mioori del mar Tirreno. 

L'isola di Corsica, da' Greci chiamata Cyrnon nel mar Li- 
gustico , prossima all'Etrusco , della quale Cluverio ampia- 
mente scrìsse nel suo libro Corsica antiqua , a' tempi di Gre- 
gorio appartenevasi all'imperio d'Oriente, da' longobardi che 
non aveano armale navali non mai stata invasa , e gl'impe- 
ratori di Costantinopoli vi tenevano loro amministrazione per 
reggerla. Ebbe antichissime città, dovei romani dedussero lor 
colonie, fra le quali Mariana dedotta da C* Mario, ed Aleria dal 
dittatore Siila. 

Mariana, di cui anche oggi veggonsi i ruderi in quel lato 
che guarda l'Italia , ebbe suoi vescovi antichi memorati , 
se non da Gregorio, dal Concilio Lateranense convocato sotto 
Martino , dove fra le altre soscrizioni de' vescovi che v'in- 
ìervennero si legge Donatus Marianensis Episcofus: ma de' 
vescovi di Aleria lunga memoria troviamo da Gregorio fatta 
in più sue epistole ad essi indirizzate. Non curando i cittadini 
di Aleria, ancorché da lungo tempo la loro chiesa fosse priva 
del suo pastore, eleggerne un altro , Gregorio provvide man- 
darvi intanto un vescovo visitatore , ed inoltre incardinare 
ivi un vescovo forestiero e darlo per vescovo cardinale. Si 
leggono perciò tre epistole scritte a questo fine (1); la prima 
indirizzata al vescovo Lione , dove colle solile formole gli si 
delega la visita di questa chiesa , e gli s'impone di condursi 
ad Aleria a reggerla , fintanto che non le verrà dato pro- 
prio vescovo : la seconda al vescovo Martino , il quale es- 
sendo rimaso senza la propria sua chiesa Tauritana, poiché 
la città era stata occupata e distrutta da' longobardi , sicché 
non vi era più speranza di farvi ritorno , ed egli andava ra- 
mingo ; Gregorio lo provvide della chiesa di Aleria , creandolo 
vescovo cardinale dì quella , prescrivendo che ivi si condu- 
cesse come proprio vescovo a governarla : e la terza diretta al 

(Ij Uh. I, ep. 76, 77 e 79. 



— rm — 

clero ed a' nobili di Alenali invita a ricevere intanto per vi- 
sitatore della loro chiesa il vescovo Lione y annunziando che 
verrebbe loro dato per vescovo cardinale Martino. 

Dall'epistola indirizzala Petro Notario in Sardinia (i) si rac- 
coglie che rimasta questa chiesa di nuovo vacante , Gregorio 
commettesse al medesimo non solo di far restituire alcune robe 
della medesima tolte da Severino, un tempo suo vescovo ; ma 
benanche di soUecilare il clero ed il popolo ad eleggere persona 
idonea affichè potesse essere ordinata nel vescovado : e deve 
nolarsi che questo Severino è chiamato Syllacium epiacopus. 
poiché Aleria fu colonia, come si è detto, dedotta dal dittatore 
Siila. Dall'altra epistola indirizzata Petro Episcopo Aleriensi de 
Corsica (2) si vede , che questi fosse stato rifatto in luogo 
del predecessore ; e dalla stessa si conosce che la chiesa di 
Roma aveva anche in Corsica il suo patrimonio , giacché 
Gregorio in una possessione detta Cellascupias ^ che ne faceva 
parte, avea fatto costruire una Basilica in onore di 8. Pietro 
e del martire Lorenzo col suo baltisterio , onde impone al 
vescovo che si conducesse colà a solennemente consacrare 
la chiesa ed il baltisterio. Merita in fine esser anche avver- 
tita l'epistola indirizzata Bonifacio Defensori Corsicae (3) , poi- 
ché oltre della chiesa di Aleria . troviamo fatta menzione 
anche di quella di Aiaccio , ambedue allor vacanti da lungo 
tempo. In fatti Gregorio rimproverando a Bonifacio la sua negli- 
genza, perchè expmentia sua civitates Corsicae diu sine Epi- 
scopis esse cognoscens , clerum et populum earum ad eligendum 
sibi sacerdotem distulerit commoMre; gl'ingiunge di dover 
sollecitare l'uno e l'altro airelezione di persone idonee; et 
facto decreto^ ad nos is qui fuerit electus , adi^eniat ; donde 
si manifesta che gli eletti in Corsica doveano andare anche 
essi in Roma per essere ordinati, ciocché non era ,, comte 
vedremo, in Sardegna. Lo incarica parimente di non permettere 
che i chierici sian tratti in giudicio avanti magistrati laici , 
ma siano convenuti innanzi a' loro vescovi. Ma chi crederebbe 



(1) Lib. IV, ep. 9. 

(2) Lib. V, ep. 22. 

(3) Lib. II, ep. 74. 



• —550 — 

che ad un vescovo di questa Alena noi dobbiamo ia prima 
edizione ia istampa deU'lstorm Natarak dì Ptinio? Giovanm 
Andrea vescovo di Aleria ndla Corsica fu il primo che fece 
stampare in Roina in foglio Dell'anno ikli) quest'opera in- 
signe^ ristampata due anni afikp^esso in Venesia. A luì dob- 
biamo cbe dappoi aliri jìr^aid ingegni avesser lAvoralo fn- 
torno a questo atàim^ «Sìpurgandolo da tante i^ine e triboli , 
e cbe finalmente xidolto «i tosse «dafl' Arduino in quei «cftndcfpe 
e limpidezza in tcui qggi sì it*ova. 

Annoveriamo qnì ie isoìe minori del mar tirreno, non già 
perobè ciascuna avesse un proprio vescovo, ma per i monasteri 
ivi isoslrutti da cbe la regola di S. Benedetto fu 1» Italia dif- 
fusa, dal pontefice Gregorio cotanto fa^iroriti, e de' quali , come 
per queste sue epist<^ si vede, eì prese somma 'Cura coll'IiMlentfi 
di accrescerli- Siccome per le mcursàoni de' popoli ferow eiMtr- 
bari le Alpi ed dtri luogiii soUtaij ed alpestri sd riempipono 
d'uomini, ì quali per is£ugg4re le loro depredazioni , saccheggi 
e devastazioni m ritirarono quivi a menar vita quieta e «o- 
Dastica ; cosi pure avean rifugia in queste picciolo isole per 
esser sicuri da' loro flagelli, spezìalmenle da' longobardi , 4 
quali non avendo das^ noaritlime , non potevano "quivi con- 
dursi a molestarli. Quindi ^Gregorio aerivendo al ^ottodia- 
eono Antemio, j)arlando «dell'isola Orpimria^ rapporta che i» 
quest'isola molte JatmìgUe, zompaste di tmasehi e femmÌBe, sì 
£ìs:montÌTaiQ^iUu€pro nesessUute ferkMis im'b^ricae refugisse : 
e poìebè^ popolata^ £ dnane., a'mmaci che ^quffvi trovan^ne 
piaceva troppo lakro conversazitne, i^oehè V'dentìerì le «m mot- 
tlevano dentro i loro ffiona&teri ad abitare, Gregorio impetìfe €td 
ÀiitìemìQ ia mtms e$smde mmliertm cmnmnaÈiB siiémòvesker, 
Parimente (gli preserÌMe dae non faeda idcevere m" mmiBr- 
«Im giovanetti che ncm lasserò airitstì aO^età di éàcvMù 
4ui]it^ e cbe tutto «»« cfa'e^ <»diiMit¥a por Fisola OrpUarìa 
lacesse 4ìas&tvJèxe aaeke ndla Pabnaiia e fielle i^re isdet 
Ma/s ei m Palmaria ofitafue Imsulis te per mmnia 'WÌumus mt- 
stodire {{). 

Ma qoali fossero queste altre isole del mare iEt«)U30o, alcune 

(1) Uh. h ep. 48. 



— 351 — 

delle quali sono particolarmecile espresse da Gregorio, ì)en dal 
novero esatto ohe ne fece Pbaio (1) paò sapersi. La ^ 
prossima alia Corsica è l'isola da Pitniò chiamata Oglosca , che 
è quell'istessa (siccome si deduce dal iato) della quale parla 
Gregorio in una sua epìstola (S), pe^ essersi a^suoi tem^pi ivi 
ritirati più monaci, detta oggi l'iseladi Monte Cristo^ il che aeco- 
radamente avvertì anche r Arduino. A questi monaei indirizzi 
Gregorio queirepislola Um9er»i» mmacbis in Ckristi mmte In- 
9ula comtitutis , riprendendoti deUa tfiosservaaza delie regoie 
mo&astidìe , ed invitando Orazio abate per Jor visitatore , il 
quale dovesse investigare sottì-hnente i loro costumi, ed a 
€ui dovessero obbedire , et quidquid disposuerit , eelut a ^me 
dispositnm^ eum debita re{>erentia custodirz* 

Sparse in questo mare sono le isole segaeatì : la PlEmasia, ov- 
vero Planaria, che è la stessa^ siccome notò Arduino , <oggi detta 
Pianosa, dove £u relegato Agrippa anioo nipote di Augusto, e 
da Tiberio poi fatto qui moriro, per quanto narra Tacito (S^): idi 
fiotto l'isole Ùrgo e Gaprarìa, la prima a' tempi di Grego^rio dmr- 
filata Gorgona, siccome la chiama ^Enobe Hutilio net suo Itine- 
rario (4)^ e la seoonda da Dante detta la Capraia, e da Varrone 
Gaprasia (5) ilgilium, ora detta il Giglio : Artemisia, or^ Gian- 
outi di rimpetto al monte Argentavo : Barpana , da Pooitpoiiio 
Mela chiamata Garbania (6) , ^oggt Gorboli pros^asa al pro- 
montorio d'Uva , ohe riguarda Piombino: Mencia, ora Mo- 
toria^ di rincontro al fK)rto di Livtirno; e €olu<mbaria, ambedue 
ipostetra Uva e Piecmbino: Uva fnraee dì ferro, oggi Elva rin- 
contro Piombino : e finalmente Palraaria , memorata da Gre- 
gorio (7), ogjgi Pahnaruola. In tolte queste isole ebbe €ura 
Gregerie non pur di conservare i monasteri già ^costrutti , mix 
di stainliroe de' nito^, sicsnme vedesi daIPe(»sb^ isdiriszabi 
aStnmaoo Etifensope (6) , wmxé» m ^o a^cpieMD ine Orimo 

fi) Lib. m, cap. 6. 

{f ) Lfl>. 1, ep. 49. 

^) Se n ru8t.| iih. U» cap» ^» 

(6) yb. II, cap. 7. 

(7) Ep. 48. 

(8) Lib. I, ep. SO. 



— 00:2 — 

abate del monastero dell'Isola Gorgona , il quale* insieme eoa 
Simmaco attendesse alla costruzione di nuovi monasteri in 
altre vicine Isole , in luoghi muniti ove potessero i monaci 
abitare : locus alter debeat provideri ; ita tamen ut prò incer- 
titvdine lemporis locus super mare requiri debeat^ qui ant loci 
dispositione munitus existat , aut certe non magno labore muniri 
mleatj ut illuc monachos transmittamus: quatenus Insula ipsa, 
quae Monasterium nuncusque non habuit , etiam in hujus con- 
versationis via meliorari debeat. Ad quam rem implendam (scrive 
a Simmaco) atque providendam Horosium abbatem , praeseniis 
praecepii portitorem^ direximus^ cum qtto tua experimtia littora 
Corsicae circumeat: et si cuiuslibet personae privatae locus talis 
inveniri diynus potuerit^ dignum parati sumiis pretium dare ut 
possimus aliquid firme constituere. Cui praefato Horosio iniun^ 
ximus^ ut Gorgonem Insulam pergat^ cum quo tua exper lentia 
pariter eat^ et mala omnia ^ quae illic cognovimus admissa , ita 
vindicare , ut per ultionem vestram praefata Insula etiam in 
pòsterum maneat correcta. Merita esser anche avvertita questa 
epistola , poiché per la medesima si comprende chea que' tempi 
in Corsica era permesso a' sacerdoti di aver moglie: Praeterea 
^olumus^ ut sacerdotes , qui in Corsica commorantur^ prohiberi 
debeant ne cum mulieribus comersentur , excepta dumtaxat 
matre^ sorore^ vel uxore^ quae caste regenda est. Si noti in- 
tanto , che questo mare il quale a' tempi dì Galba , Ottone e 
Vilellio era pieno d'esigli , plenum exiliis mare^ come gprisse 
Tacito (4), attempi di Gregorio era pieno di monasteri e di 
monaci. 

Non minore fu la frequenza de' monasteri nelle altre isole più 
oltre sparse verso oriente. Di là delle bocche del Tevere rincontro 
Anzio rovinato è l'isola che ritiene ancora l'antico: nome di 
Astura, memorabile rie'passati sècoli per la cattura quivi dagli 
Angioini fatta dell'infelice e fuggitivo Corradino. Più oltre, 
Palmarìa di cui già fu detto; Sinonia, oggi detta Sanone , verso 
Gaeta ; ed incontro Formia, l'isola che ritiene ancora il nome di 
Ponzia (Ponza), indi nel seno di Pozzuolo Pandataria, ora detta 
l'isola di S. Maria, nella quale Augusto relegò Giulia sua figlia e 

(1) HÌ8t. lib. i. 



— 335 — 

moglie di Tiberio, come attesta Tacilo (1), e Nerone chiuse 
Ottavia sua moglie, secondo lo slesso autore (2). Poco lontana 
contro il promontorio di Miseno è Tamenissima isola di Precida, 
anticamente detta Prochyta^ non già dalla nutrice di Enea , come 
stimò Dionisio d^\lica^nasso(5), ma perchè per tremuoto staccata 
dall'isola Enaria fu da quella divìsa, a testimonianza di Plinio {k) 
e di Strabone (5). Qui la stessa Enaria, non cosi delta dalla 
classe di Enea, né dalla stazione delle sue navi , ma per es- 
ser ferace di miniere di rame, ond'è che tutti gli antichi scrìs- 
sero ^Enaria col dittongo, siccome dimostra Appiano (fi). I greci 
la chiamarono Pilhecusa, non già, come avvertì Plinio, a ««- 
miarum multittuìine ut aliqui existimavere , sed a FiguHnis do- 
liorum , poiché quivi erano più officine dove si lavoravano tali 
botti. Ora è chiamata l'isola d'Ischia, la quale ritiene ancora il 
suo vescovo. Qui all'attento sguardo di Plinio sfuggi l'isoletta di 
Nisida divisa dalla punta di Posilipo per breve spazio di mare ; 
ma non se he dimenticò quando ebbe a lodare l'asparago che per 
se stesso germina in quest'isola : nam quod , e' dice , in Nesida 
Campaniae insula sponte nascitur^ longe optimum existimatur (7). 
Dì questa isoletta, della quale lungamente tratta il Cluverio (8), 
fecer memoria Cicerone (9) e Seneca (10). Dell'altra isoletla 
posta tra Posilipo e Napoli, chiamata da Plinio Megaris ^ da> 
Gregorio Castrum Lucullanum , ed oggi Castel dell'Ovo , si 
è parlato trattando del vescovo di Napoli : essa ebbe chiese 
e monasteri, spezialmente quel di S. Pietro unito poi a quel 
dì S. Sebastiano dentro Napoli. Di queste isole intese Gregorio 
nell'epistola indirizzata a Romano Difensore (11), le quali per 
concessioni imperiali erano jum ci{>itatis Neapolitanae^ impo* 

(1) Adii. lib. L 

(2) Ann. Hb. XIV. 

(5) Bom. antìq.» iib. i. 

(4) Lib. 111. 

(5) Lib. V. 

(6) Bell. Cml, lib. V, pag. 7il. 

(7) Lib. XIX, cap. 8. 

(8) ItaL aiitiq. pag. ii67. 

(9) Lib. XVI, ep. ad Allic. I. 
(iO) Ep. 85. 

(11) Lio. vili, ep. 55. 



nenéiy a BomaDO che difendesse i Bapolìtani avanti Leontb 
coniro aheam ì quaK jmavae pduntalis studia cercavano slnr* 
barli e eoa cavilli, oscurare le loro ragioni , e promette man- 
dare auteatìbi doeumenli in phiova de^ loro legittimi titoli. 

Non più che otto miglia lontana da Sorrento è l'isola di 
Capriv famosa per i suoi antichi abitatori greci ^ ma pia per la 
dimora di Tiberio che quivi volle nascondersi da tutti per ab- 
bandonarsi interamente alle sue lascivie e dissolutezze , delle 
quali Tacito ampiamente ragiona (1). La descrissero anche 
Svelonio nella vita di Tiberio (2), e Dione (5). Di quest'isola non 
si dimenticò Gregorio, nella quale a' suoi tempi erano costrutte 
chiese e monasteri sottoposti al vescovo di Sorrento , fra gli 
altri quel di S. Stefano del quale si ha menzione nell'epistoia 
indirizzata Joanni Episcopo Surrentino (h) : in cui ad istanza 
di Sabino abate Monasterii S. Stephani instdae Capris , gii 
commette la consacrazione d'un altare. In altre sue epistole 
m rammentano altre chiese dell'isola Capritana, ma queste non 
si appartengono a questuisela di Capri prossima a Sorrento , 
ma ad altri mari', siccome si è avvertito ne' propri luoghi. Afa 
è ormai tempo che facendoci indietro, dopo la Corsica , fa- 
velliamo dettlsoia maggico^e di Sardegna, meno di otto migtia 
da questa distaniKr. 

(l>Axiiul.». lib. IV. 

(2) Gap. 40. 

(3) LIl. pag. 493. 

il) Liti. I, ep. 32:. ^ 



mm 



CAPO xr. 

Dell'Isaia di Sardegna, e da' suoi VesMirl 
sottoperti al lIetoop(^taa» dì Cagliari. 

L'isola (fi Sardegna a? terapi dfr Gregorio* apparteneva al- 
l'impero greco ; e l'Esarca d'AfrÌ€« , non già qf^ello dTtalra 
avea la cura ed il pensiero dì reggerla : ebbe numerose città 
ed illustri popoli che Tabitiairoaio , e Plinio deHe più celebri 
ne novera diciotto , fra le quali la raelropoft e pifr insigne 
fu Caralis^ oggi chiamata Caglrari, naemorata da Livio (i) e da 
Pomponio Mela (2): e Floro (5-) fa chiama perciò tir^em urbmm^ 
la quale ritiene ancora' i? primalt) ne» meno def regno ebc* 
della polizia Ecctesiastica , essendo ìì su» arcivescovo» primate 
non pur dt quest'isora . ma ezfandio df quella di Corsmea ; e 
fin da' tempi di Gregorio» fu dlscorafCF del tltolb di arcivescovo'. 
Ebbe questa città vescovi antfeUissimi, fra? quali sì (fistinse- 
Lucifero, onde i Luciferani sosfenìtwi delh sua dottrina, dleBa 
qualg nm parlammo nel' prifue* IMhro^ delle Bettriae de^ Tèofegi^ 
Scolasticf- 

PIÌF Itetteredf firegorie 9iiveggon»iji*riz2fflrt* an^arcrvesccrv» 
Cararliftino, e'ipiatfìt) sene f^géi» iwdiiròsate alFìSEncrvescovo' 
Gennaro (W). ràellà prima e nelfe sfiseoirda «saldammìtle gti rac^ 
cornane h ¥e#»¥a Cateffl», e cRr Rs sofir- eause fossero Ver- 
nmate sem» sttepiti^ fNiensi. NeBa fmm gH' P2c«oniemdai pwe^ 
d^'aver pnrteacffife dt^flà r«%iosa dimna FbmfejaHfar e netta» 
qfoartS' gli &k isCrazicnn mtormr afl'iiR^rtifiiazicme^ A UbetaX^^ 
W quatier pretead^i'ia esser Mìt^ dkàmm earcfiBaJ^* deìla su» 
chiwa*. 

Sé ne* tcon indirazzate' aHte sd^fsso G^fooffl^ nn^altrar , I» 
qndfe merìCa essere^ srrirli^ ptìr mmm dtogll aHpl ▼escvvi» 

(i) Ub. XXIIL 

(2) Lib. II, cap. 7. 

(3j Lib. Il, C4ip. 6. 

(4) Lib. I, ep. 60, 62, 61 e 8i . 



— 356 - 

a non essersi pronti, in iscomunicaregringiurianti, per ven- 
dicarsi delle ingiurie loro inferite (1). Parecchi ricorsi erano 
siali portati in Roma al pontefice Gregorio contro l'arcive- 
scovo Gennaro, incolpandolo di più cose ^ fra le altre di avere 
scomunicato Isidoro persona illustre , sol perchè era stato da 
quello ingiuriato : Gregorio mandò in Cagliari Giovanni suo 
notaio per esaminar le querele , riprendendo l'arcivescovo , se 
mai non per altra cagione che per le ingiurie avesse sco- 
municalo Isidoro , dicendogli che con ciò moslravasi tutto pas- 
sionato e terreno, ne de caelestibus cogitare , dum prò {>indicta 
propriae injuriae^ quod sacris regulis prohibetur^ maledictionem 
anathematis imexisti. 

Non minore avvertenza meritano altre epistole che si tro- 
vano pure indirizzate allo slesso arcivescovo Gennaro (2). In 
una si legge che volendo Teodosia religiosa femmina, iu ese- 
cuzione della volontà di suo marito Stefano, costruire in domo 
juris sui , quam Caralis asserii se habere , un monastero di 
donne ; le prestasse Gennaro ogni aiuto^ e che le relìquie 
dhe voleva in quello collocare egli colla debita venerazione 
riponesse (5). Un'altra più lumi ci somministra intorno alla 
disciplina di que' tempi. Primamente si conosce, la Sardegna 
essere stata numerosa di monasteri di donne , ne' quali si 
ricevevano non pur vergini o vedove, ma eziandio maritate 
col consenso de' loro mariti : secondo , che erano essi sog- 
getti per i beni che possedevano a pagare il tributo e gli 
altri pesi fiscali , e che percià si dava loro una persona proba 
e diligente^ la quale avesse cura di pagarli e pensici o deW 
l'amministrazione de' poderi ; il che trascurando Gennaro di 
fare , si erano le monache ridotte da se stesse a girar per 
1^ campagna, per le ville e possessioni , alqm virilibm in- 
competenter se miscere negotiis ; onde sovente avvenivano 
adulterii e stupri nelle loro persóne. Quindi Gregorio rim- 
proverandolo di tanta negligenza, grìmpone ut unum prò- 
batum nrum vita moribusque^ cujus aetas atque ìocus nihit 

(i) Lib. Il, ep. 34. 

(2) Lib. III. 

(3) Ep. 8. 



— 537 — 

de se pravae suspicionis injiciat^ solidte depulet^ qui sic mona^ 
steriis cum ipsis Dei timore possit assistere , quatenus ulterius 
eispro quibuslibet causis, privatisi {>el publicis extra 9enerabilia 
loca cantra regulam mgari non liceat^ sed quidquid prò his agen- 
dum est , per eum quem deputaveris rationabiliter peragatur. 
Questi amministratori si chiamarono dappoi castaidi , né vi era 
monastero di donne che non ii avesse , siccome fu notato dal no- 
stro Camillo Pellegrino , ed anche da noi nel primo volume 
deiristoria Civile del regno di Napoli . Terzo, gli prescrive, che 
se menando fin allora quella vita, alcuna fosse caduta in adul- 
terio stupro, fosse rinchiusa alla penitenza in un più ristretto 
monastero di vergini, dove con orazioni e digiuni si purgasse 
de' suoi falli : gli adulteri o stupratori, se laici, fossero pri- 
vati d'ogni communione ; se chierici , deposti dal loro ufficio 
fossero rinchiusi in monastero a far penitenza. Quarto, gl'im- 
pone che come metropolitano della sua provincia facesse due 
volte l'anno convocare i vescovi in concilio per la correzione 
de' costumi, e per serbare un'esatta disciplina. Quinto, es- 
sendosi in Sardegna introdotta la prava consuetudine che i 
servi le serve de' giudei rifuggiti in chiesa per causa di reli- 
gione si restituivano a' padroni infedeli , ovvero se ne pagava 
il prezzo, comanda che non più ciò permettesse, ma che i rifug- 
giti, battezzati o volenti battezzarsi , fossero ridotti in libertà. 
Sesto, che i preti battezzando gl'infanti non li ungano col crisma 
in fronte, ma nel petto , lasciando a' vescovi d'ungerli poi in 
fronte. Settimo, che sia accurato e sollecito ad eseguire la vo- 
lontà de' defunti ne' loro testamenti , come altresì de' vivi ne' 
contratti circa la fondazione de' monasteri che avranno ordinato 
costruirsi, esaminando i fondi eie rendite assegnate per sostenta- 
mento de' medesimi. E per ultimo gl'impone che avendo un tal 
Pietro disposto della sua casa farsi un monastero , esattamente 
facesse perquisizione delle facoltà lasciate, e se bastassero per 
mantenerlo; e non bastando, ne facesse a lui relazione, ut scia- 
mm quid deliberjare de ejus constrmtione powimw^ (1). In altra 
epistola gl'ingiunge con maggior premura la costruzione del 
monastero che Stefano marito di Teodosia avea nel suo testa- 
fi) Ep- 9. 

7om. IL 25 



— 858 — 

meato ordinato, e che verificasse in simil modo le rendite de' 
beni lasciati per suo sostentamento (1). 

In una nuova epistola indirizzata airarcivescovo Gennaro più 
cose si prescrìvono, notabili anch'esse per la disciplìnadique' 
tempi. Primo, si conosce che in Sardegna per antica consuetu- 
dine l'amministrazione degli Ospedali o siano Xenodochi soleva 
commettersi a persone deputate da vescovi a'quali doveano dar 
conto ; e poiché Gennaro trascurava di farla osservare, perciò 
gl'impone che sì deputino persone religiose , non laiche , e si 
aslriogano a dar conto a' vescovi della loro amministrazione. 
Secondo, che dovesse castigare un chierico, il quale sprez- 
zando l'abito, e tornato alla vita laicale erasene fuggito in 
Africa ; che lo punisse con pena corporale , quatmùs et se- 
cnndum apostolicam sententiam ex camis afflictione spiritus 
salvus fiat. Terzo, che ninna persona religiosa comunichi con 
coloro i quali saranno stati scomunicati. Quarto , che nelle 
ordinazioni , nelle nozze de' chierici , nel velarsi le ver- 
gini non si ricevesse alcun premio, nisi quippiam sua sponte 
offerre maluerint. Quinto , che i conventi di religiosi e de' 
chierici non presumano aver protettori laici , ma unicamente 
soggiacciano alla sua giurisdizione ; e per ultimo che usi 
indulgenza con gli scomunicati, i quali avendo soddisfatta la pe- 
nitenza, siano ridotti in comunione (2). 

Da altra epistola anche al medesimo diretta si conosce , 
nell'isola di Sardegna esser rimase gran numero di pa- 
gani , i quali menando una vita selvaggia e ferina , igno- 
ravano affatto ogni culto del vero Dio. Si ha parimente dalla 
medesima notizia , che in u-n luogo dell'Isola chiamato Phau- 
siana era stato anticamente un vescovo , e che dappoi non 
si era avuto più cura d'ordinarlo , onde ivi i pagani erano 
cresciuti e resi più incolti e selvaggi ; perciò Gregorio im- 
pone a Giovanni , nt illie seeundum pristirmm modum or- 
dinare fesiinet antistitem , talem pidelicet , qui ad hoc opus 
moribus oc verbo existtU idonem^ et aberrantes ad gregem Do- 
minicum pmtoraìi studeat rnimlatime deducere. D'onde si rac- 
coglie che in Sardegna l'arcivescovo di Cagliari aveva il diritto 

(i) Ep. iO. 
&) Ep. 24. 



— s» — 

ddl'ordinazione de' vescovi , senza <*e questi fossero obbligati 
di andare in Roma : e perciò i^do ad ora dtira il costume die 
i vescovi di quest'isola «ono consacrati da quello di Cagliari 
ter metropolitano (1). 

Quattro altre epistole dirette, una Nobilibus oc possessorìhus 
in Sardinia fnsula consistentibus (2) , titf altra Zabardae duci 
Smrdiniae (5), un'altra al medesimo Gennaro (^), ed un'altra 
Hospiumi duci Barbaricinorum (S)\ meritano maggior consi- 
derazione per l'importanza delle cose che contengono. 

Da quella diretta a Zabarda si conosce, che siccome i luoghi 
d'Italia sottoposti all'impero Greco e non passati sotto la domi- 
nazione de' Longobardi aveano un magistrato greco che li 
governava, chiamato duca , o console , siccome Napoli , così 
pure la Sardegna aveva il suo duca che l'amministrava per gli 
imperatori d'Oriente, ed a* tempi di Gregorio era questi Za- 
barda : si manifesta ancora dalla medesima, che in qtiest'isola la 
maggior parte de' rustici e le genti di campagna ritenevano 
tuttavìa l'antica religione gentile ; tanto è vero che siccome 
le altre antiche usanze i rustici sono gli ultimi a deporre , 
cosi pure la religione; ond'è che da essi la gentile prese 
il nome di pagana : che a' tempi di Gregorio parte di quesl' 
isola era abitata da una nazione bart)ara die aveva il suo duca, 
sotto il quale militando contrastava «avente con gPistessi mi- 
nistri imperiali , i quali per la debolezza delle loro forre non 
eran bastanti a contenerla in una totale ubbidienza. Questi 
eraii chiamati Barbaridni: non erano né cristiani, né giudei, 
ma menando una vita selvaggia simile agli animali brutì, non 
adoravano per loro dii die alberifrupie^asi^. Ad esterminare 
dalla Sardegna cosi quesfti eome i rustici pagani fu <lregorio 
tutto inteso ; e perciò quest'epistole si veggono indirizzate a chi 
potesse cooperare per rag^ungere un tal fine , per cui al ve- 
scovo Felice ed all'abate Ciriaco diede premurosa, incumbenza, 
che portatisi in que? luoghi attendessero con fervóre alla con- 
Tersione de' medesimi nella fede cattoBea : Ti raccomanda per 



W Ep. 29. 

(2) Ep. 23, 
(5) Ep. 25. 
4} Ep. 26. 
) Ep. 27, 



8 



— ZkO — 

cjò a' nobili ed a' popoli sardi , i quali dovessero non solo fa- 
vorirli e prestar loro aiuto : ma anch'essi per la salute delle 
loro anime far sì che fosse risola purgata di tali spine e 
cattive piante , rammentando essere imminente la fine del 
mondo e che presto dovrebbero render conto nel giudicio 
estremo della loro trascuranza : Ecce enim mundum hunc ^ 
quia {icinus finis urget , aspicitis : quo modo humanus in nos^ . 
modo divinus saeviat gladitis^^ videtis..... Quid quoeso in tre- 
unendo judicio dicturi etc. Per questo fine loda cotanto e com- 
menda Spesindeo preside della Sardegna, il quale avea molto 
cooperato alla conversione de' medesimi, siccome si legge 
nell'epistola indirizzata Spesindeo Praesidi Sardiniae (!)• 

Nell'epistola Zahardae Duci Sardiniae raccomanda pure il 
vescovo Felice e l'abate Ciriaco, commendando la sua pielà 
che disponeva la pace co' Barbaricinì , a condizione che do- 
vessero abbracciare la cristiana religione ; che proseguisse y 
e perfezionasse la ben cominciata impresa, ch'egli n'avrebbe 
dato parte in Costantinopoli all'imperatore , e che a questo 
scopo mandava Felice e Ciriaco perchè attendessero alla loro con- 
versione, a' quali perciò dovesse prestare ogni aiuto e favore* 

Nell'altra epistola scritta all'arcivescovo di Cagliari Gennaro 
riprende costui della troppa sua semplicità e negligenza nel per- 
mettere che i sacerdoti fossero tratti in giudicio avanti giudici 
laici : che avendo ordinato ad un suo arcidiacono di aste- 
nersi di abitare con femmine, egli con tutto ciò non ese- 
guendo il suo comando proseguiva in tale coabìtazione ; perciò- 
lo depone , nisi jussioni tuae paruerit , eum sacro ordine^ 
volumus esse primtum : asjf amente lo rimprovera della sua 
trascuranza nel tollerare che ì rustici o coloni della stessa sua 
chiesa perdurassero ancora nella gentilità ; che per tutte le vie 
procurasse la loro conversione, e similmente lo stesso facessero 
tutt'i vescovi dell'isola minacciandoli , nam si cnjuslibet Epi- 
scopi in Sardinia Insula paganum rusHcum imenire potuero , 
in eundem Episcopum fortiter pindicabo. È notabile eziandio ciò 
che soggiunge di doversi costringere gli ostinati anche con 
nuove gravezze ed esazioni : Jam vero si rusticus tantae fuerit 

iì) Lih, IX, ep. i7. 



— 5*1 — 

perfidiae et obstinationis inventus , ut ad Dominum Deum i?en%re 
minime consentiate tanto pensionis onere gravandus est^ utipsa 
eaxtctionis suae pcena compellatur ad rectitudinem festinare : ed 
altrove permette che non bastando l'esortazioni si usino anche 
le bastonate. Vuole che i costituiti negli ordini sacri , se ca- 
dranno ne' peccati carnali, siano privati dell'ordine, né si acco- 
stino più nell'avvenire al ministerio dell'altare. Gli prescrive 
più regole intorno al ricevere que'che aspirano agli ordini 
sacri : che abbiano dato saggio per più anni della loro conti- 
nenza, che nelle orazioni e nell'elemosine fosser frequenti ; che 
non siano bigami, senza lettere , ovvero ligati a' pesi municipali 
della curia con aver preso pubbliche esazioni ; e che tutto ciò 
facesse noto a' suoi vescovi suffraganei, a'qualiegli non scriveva 
direttamente ne honorem vestrum videar imminuere. Per ultimo 
gli scrive che avendo inteso che alcuni si fossero scandalizzati del 
divieto fatto a' preti d'ungere in fronte gl'infanti nel battezzarli, 
ma solo nel petto, lasciando che poi i vescovi li ungessero nella 
fronte , il che aveva ordinalo secondo il vecchio costume della 
sua chiesa ; nuUadimanco se ciò contristava gli abitatori di 
que' luoghi che non aveano proprio vescovo, concedeva a'ioro 
preti di poterlo fare : sed si omnino hae de re aliqui contri- 
stantur^ ubi Episcopi desunt, ut presbyteri etiam in frontibus 
baptizatos Qhrismate tangere debeant^ concedimurs. 

In fine è da notarsi l'epistola indirizzata Hospitoni Duci Bar- 
baricinorum^ il quale essendo l'unico della sua gente che avesse 
abbracciato il cristianesimo , cum de gente vestra nemo Chri-- 
stianus sit; è molto commendato ed insieme spinto ad in- 
durre altri a seguire il suo esempio : al qual fine essendosi man- 
dati il vescovo Felice e l'abate Ciriaco , prestasse egli loro 
ogni favore ; e Gregorio gli manda pe' medesimi benedic-^ 
tionem S. Petri Apostoli ^ quam peto^ ut debeatis benigne su- 
scipere. 

Ancora altre epìstole si leggono indirizzate allo stesso vescovo 
Ijrennaro , il quale tuttoché fosse vecchio, s'intese da Gregorio 
aspre riprensioni, per voler seguire i consigli de' suoi malvagi 
consiglieri, che per la sua età decrepita lo tiravano dove vole- 
vano. Da' medesimi fu indotto in un giorno di domenica prima 
che celebrasse la solennità delle messe di far segare la messe 



— 3*2 — 

del c^mpo posseduto da uà tal Donato, e da{^ sradieaire i ter- 
mini della sua possessione ; eioechè Gregorio non avrebbe 
creduto , se non ne fosse slata assicurato dall'sJ^ate Ciriaco ^ 
il quale mentr'era a Cagliari il tutto vide. Il |K>Qbtefice eoa* 
donò alla vecchiaia di Gennaro l'eccesso , e scd punì i pravi 
consiglieri ; onde gU scrisse un^epistola , dove fra le altre 
cose si legge : Et quia adhm canis tui& parcimus , hortamwr 
ut aliquanda resipiscas^ miser senex , atque a tanta te ImUOe 
morum,. et opetvm per{>ersitate compesca&. Quanto morti nciimr 
efficeriSf tanto fieri solicitior eSque tmidior debes. Et quidem 
poence sententia in te fuerat jaculanda : sed quia smplicitatem 
tuam cìm, semectute nomaus , interim tacewu$ . Eos vero , quo- 
rum Consilio haec egisU , in duobus memibus excmmmmicatos 
esse decernimtks (i). 

Altra epistola indirizzata pure alla stesso Genoare merita 
avvertenza ; poiché per la medesioìa si comprende che i Loor 

a Cagliari , ed aveano invasa quest'isola ; ma che essendosi 
jpoi conchiusa la pace o piuttosto tregua trattata da Gtegosio 
tra l'Esarca ed Ag,ilulfo ^ stesse il vescovo sicuro y che làiA^ 
l'avvenire non avrebbe da temere siaùli incursioni: ma che 
intanto che gli articoli di questa pace non si fesseso ra-^ 
tificati , ne forte kosies nostri in> hae^ dilatione ad partes^ iilm 
iterum peJmt accedere ^ tmerorum^ vÌQitias ^ et solicitudimem in 
loeis facile cmnibus^ adhiòeri. L'ammonisce a non farsi più 
trasportare da' suoi pravi consiglieri, siccome era seguito 
ndla violenza usata a Donato ; ed intorno al legato- a laiere 
che cercava^ affinchè per mezza del medesimo potesse infer- 
marlo delle sue cause, gli risponde che in ciò poteva valersi 
di Pietro e Teodora (2). 

Una epistola indiritta pure al medesima conferBaa ehegli ebtei 
aveano sinagoghe da per tutto anche in Sardegna, e spezialmente 
a Cagliaci , e secondo le leggi imperiali siccome non. pote- 
vano costruirne delle nuove, coi^ si lasciassera loi^o pacifica* 
mente le vecchie : sicut legalis diffinitio Judaeos novas. non^ p€tf- 
titur erigiere^ Synagogas^ ita ^oqm eos sime inqìmtudine ^esteres 

(i) Lfb. Vir, bd. n, ep. i. 
p) Lib. ¥H, Ind. Il», ep. 2. 



— 3M — 

habere permittit. Ora accadde che in Cag^ari uà Sanatioo ed ÌQ« 
discreto ebreo, di fresco £aUo cattolioOt un giorao dopo del suo 
baUesimo neiristessa domenica di Pasqua h portò con molli 
suoi seguaci iu una sinagoga, e scompigliandola tutta vi pianto 
una <^oce^ e vi pose un'immagine delia Vergine Maria. I 
giudei della eiUà uniti ricorsero al prende «d al maestro de' 
soldati, ministri imperiali che risedevano a Cagliari, percbè ca- 
stigassero gl'insolenti e facesser riporre le cose in quello stato 
in cui prima erano ; ed alcuni andarono sino a Roma a doler- 
sene con Gregorio , il quale riprovando il fatto scrisse al ve- 
scovo Gennaro 9 che con ogxd venerazioDC facesse togliere da 
quel luogo la croce e l'immagine, e resUluire le cose al pristino 
stato, e che dovesse ammonire que' celanti indiscreti che non 
era q4;iesta la via di readec cristiani i giudei , sforzandoli 
cioè contro lor voglia ; ^ fu scritto : Vobmtark sacrificaho 
tibi (1). E tanto più in que' tempi turbati procurasse che 
fra il popdo non fossa discordia » in quanto che era mdto- 
da temere che i Longobardi di nodvo aqa l'assalissero , poi* 
che Agilulfo re de' Longobardi ^ fiiàita quella tregua piut- 
tosto che pace^ non voleva più prolungarla; e peiv^iò stesse 
attento a munire la città e gli alici luoghi dell'isola: Ihiàe 
necesse est , gli dice , ni fratermlas vesUru , dum licei » opì- 
tatem suam , i>el (Aia loca fartiw nmmri jproMeai , atqm 
immmta ut abundasOer in m candiia procurmtur : quatemis 
dum kostig iUuc Deo sibi irato accesserit ^ non itweniai quod 
laedat^ sed canfusm abscedcU {ì2). Donde si ha la pruova 
die Gregorio sopra quest'isola esercitava \igorosa autorità 
non solo eome xomano pontefice, ma perchè l'in^ratore 
Maurizio, oltre i suoi nunistri che vi teneva, aveva anche a lui 
commessa la custodia della medesima , siccome si è pur veduto 
per Napoli e per altri luoghi sottoposti ài greco impero. 

Giova in fine avvertire ciò d^ Gregorio diffìnì intorno 
ad una lite insorta per una disposizione testamentaoria latta 
da Siriaca badessa del monastero de' SS. Gravino e Luxork) di 
Cagliari. Avea Siriaca 9 alla quale successe per badessa Gra» 
vinia , nel suo testamento fEitti molti kgati, fra' quali uno di 

(*) Sa!. 33, 6. • 

(2j Lil). VU , iQd. Il , ep. $, 



I 



I 



— 5M — 

certa possessione ìd favore di un ospedale posto dentro Ca- 
gliari. Insorse controversia se dovesse valere la disposizione^ 
come fatta da una badessa, la quale non avea facoltà di testare; 
poiché le robe lasciate s'intendevano, per chiara disposizione 
delle leggi , acquistate al monastero , quando chi entrava 
a far professione monastica non avesse altrimenti prima di- 
sposto : e dee notarsi che qui Gregorio allega leggi , non ca- 
noni, aperta legis diffinitione decretumest; intendendo delle leggi 
comprese nel Codice Teodosiano, in quello di Giustiniano, e nelle 
costui Novelle, Moveva il dubbio Epifanio arciprete della chiesa 
di Cagliari, dicendo che Siriaca non intese mai far professione 
di monaca, poiché finché visse vesti degli stessi suoi abili pre- 
sbiterali, che portava secondo la loro usanza, e non mai prese 
li monacali. ÀI che replicava la badessa Gravinia , che ciò 
nulla importava, poiché per antica consuetudine di quel mo- 
nastero era lecito alla badessa valersi di tali abiti , e la ba- 
dessa la quale prima di Siriaca amministrò quel monastero erasi 
pur valuta de' medesimi . Portata adunque la causa in Roma , 
dice Gregorio , necessarium mum est nobis , tam cura consi" 
liariis nostris quam cwm aliis hujus cimtatis doctis viris^ quid 
esset agendum de lege tractare. Costoro, esaminata la difficoltà, 
risposero che non dovesse attendersi alla qualità delle vesti, e 
che ciò dovesse piuttosto imputarsi a colpa del vescovo, il quale 
permise a Siriaca ritener quell'abito, che fosse in pregiudizio del 
monastero; ed unicamente attendersi all'ordinazione del ve- 
scovo, per la quale era stata creata badessa, e all'amministra- 
zione di più anni che aveva avuta di quel monastero fino alla 
sua morte ; e perciò res ipsius eidem loco^ ex eo quo Ulve ingressa^ 
et Abbatissa constituta est^ manifesto jure competere. In esecu^ 
zione di questa sentenza, scrisse Gregorio all'arcivescovo Gen- 
naro, imponendogli che se all'ospedale fosse pervenuta queUa 
possessione ex nullo praecedenti contractu^ sed ex eo memoratM 
Siriacae legato descendit^ antedicto monasterio postposito strepitu 
vel excusatione reddatur. Che se in vece provenisse da altri con- 
tratti, facesse di comune consenso delle parti eleggere arbitri, i 
quali intese le loro allegazioni componessero le contese. Le altre 
robe che fossero detenute in vigor del solo testamento di Siriaca^ 
lacesse parimenti restituire al monastero , perchè soggiunge : 



— 34S — 

Imperiali Constitutione aperte sandtum est^ ut ea qnae cantra leges 
fiunt^ nonsolum inutUia, sedetiampro infectis habenda sunt (1). 

Ebbe quest'isola altre minori città decorate di vescovi , suf- 
fragane! al metropolitano di Cagliari. Ebbe la citta di Sulco, 
edificata , secondo Stefano , da^Cartaginesi , nell'Itinerario di 
Antonino chiamata Sulci , e da Pomponio Mela (2) Sulchi , 
(come da queste sue parole : Sardiniae , urbium antiquis- 
simae^ Carolis et Sulchi) , posta dove oggi è il porto chiamato 
Palma di Solo. Ebbe Valenza abitata da' popoli Valentina Ebbe 
Napoli, memorata da Tolomeo e da Antonino , o piuttosto da 
iBthico scrittore di quell'Itinerario, abitata da' popoli napoli- 
tani, detta ancor oggi Napoli. I popoli Busenses, come li 
chiama Plinio, ebbero Bosa, città che ancor oggi ritiene lo 
stesso nome ed il proprio vescovo, fra le città mediterranee del- 
l'isola ; siccome i Norenses abitarono la città di Nora , cosi 
chiamata da Tolomeo , posta nel lato meridionale dell'isola , 
oggi detta Nori. 

Fu qui ancor celebre la colonia chiamata da Plinio Turris 
Libisonis^ e da Antonino ad Turrem, oggi Porto di Terra , la 
quale ebbe il suo vescovo memorato nella Notitia de' vescovi 
presso Vittore Virense, dove fra' vescovi di Sardegna si legge: 
Felix de Turribus. Di Marinìano vescovo di questa città intese 
Gregorio, non già delle Torri di Annibale ndl' Africa, quando 
scrisse Mariniarms siquidem Turritanae civitatis frater et eoe- 
jnscopm noster {Z) ; poiché sebbene quest'epistola si vegga 
indirizzata Gennadio Patricio^ et Exarcbo Africae^ ciò fu perchè 
la ispezione della Sardegna era dagl'imperatori d'Oriente com- 
messa non all'Esarca d'Italia residente in Ravenna, ma a quello 
di Africa. Trovavasi a' tempi di Gregorio Mariniano vescovo 
di questa città , il quale soffrendo da Teodoro , in Sardegna 
per l'imperatore maestro de' soldati , grandi torti e molestie , 
(affliggendo questi i poveri di mille gravezze, avocando a sé le 
cause appartenenti alla Chiesa, facendo opprimere da'suoi uomini 
le persone reUgiose con gravi ingiurie, e giungendo fino a rin- 

(i) Lìb*VII, Ind. II, ep. 7. 

(2) Lib. Il, cap. 7. . 

(3) Lib. I, ep. 59. 



— 346 — 

chiuderle in oscure carceri , ed altri abusi adoperando ; Ma* 
rìiiiaao ne portò in Roma a Gregorio le sue lagrimevoU e 
dolenti querele , pregandolo a porre un argine al torrente di 
tante oppressioni. Il pontefice scrìsse all'Esarca ^ dandogli rag- 
guaglio di tutto, ed esortandolo a far emendare tante enormità, 
ut ea ulterms fieri non ^naUs: sed ex opere illi jubete diligenti 
nt ab Ecclesiae $e laesione removeat ; et nullus eorim in angariis 
seu commodis ultra quam si$Ui ratio praegropetur , aut si quae 
causae fuerintj non potentatm metUy sed legali ordine finiauturt 
e che facesse nota a Teodoro la sua indignazione ^ ut si non 
rectitudine cont&nplatiom ^ sqitm^ formidine nostrae jussionis 
a talibus se gloriosms Tbeodorus vel bomines ^us ubstineant. A 
questo stesso Mariniano vescovo della chiesa Turrita^a ed insieme 
ad altri vescovi di Sardegna , si vede da Gregorio indirizzata 
un'epistola^ della quale più innanzi &rem parola (1). Nel luogo 
dove fu questa città si crede oggi che da' suoi ruderi fosse 
sorta la città di Sassari. 

Se Gregorio non ebbe occasiime di scrivere particdarmente 
a tutl'i vescovi di quest'isola» si legge però l'accennata epi- 
stola indirizzata Innocentio, Marimano^ Ubertino^ Àgoithoni^ et 
Victor i Sardiniae Episcopi»^ dove ad essi s'impone che senza li- 
cenza del vescovo di Ca^^iari loro meivopditano non ardiscano 
andar vagando fuori deU^isola ne' lu(^U oitremarini y exceptù 
sij quod non opiamus^ amtra mmdem MeiropoUtamtm vestrusi 
habere {>os aliquid causae eontìMgat y ut ob hoc Sedis AposUh 
licae judicium requùeutis. .ÀI presente l'isola di Sardegna ri- 
tiene^ oltre il metropolitano e primate di Cagliari ^ due airci* 
vescovi , quel di Sassari e l'aitro di Oristano , e quattro soli 
vescovi , d'AJes j d'Alghero, di Castello Aragonese e di 
Bosa. 

Ma prima che'faedam passaggio alla preclara e per tutl'i 
secoli rinomata isola di Sicilia , notisi qui intanto la varia foiv 
tuna e le strane vicende di queste due isole Ciffàca e Sar- 
degna , le quali passate dappoi sotto la dominazione degl'infe- 
deli 'Saraceni, se non si fosser ricuperate più tardi da' principi 
cattolici, sarebbe in esse estinta ogni reliquia di crisikna re- 

(i) Lib- VII, Ind. II, ep. 8. 



ligkme. Esse dàirimfieiui d'Oriei]^^ pass^^ooo" ìsii & quella 
d'Oocideate per la eoaquìste di Ciurlo Magno , dopo aver di< 
seacciati d'Italia i Lou^bardi, e reaoseos signore. La Sicilia, 
e del pari Napoli y . Sademo e le altre città marittime della 
Locaiaa e de' Èttm^ siccome della Magna Grecia e dell'antica 
Calabria, rimasero all'impero di Oriente sottoposte, dove Cario» 
Magno non distesa le vittorie^ sue armi. Pure è manìfiesto 
che queste due isole passassero sotto la sua dominaiioBe, teg» 
gendosi presso Simone Hans, ultimo scrittore della vita di lui, 
fùà vetusti e sinceri monumenti con molta accuratezza rac- 
colti , per li quali si rende evidente che la Corsica e la Sar- 
degna a lui obbedivana. Ma estinto questo invitto eroe, il 
quale seppe far argine aU'ampo torrente de' Saraceni ebe 
già straripava per tutta l'Europa, essendosi essi fatti po- 
tenti non meno per eserciti terrestri che per armate marit- 
time, occuparono quasa tutte )e ifiole del mar mediterraneo, 
fra te qual^ la Corsica e la Sardina cbe interamente pas- 
sarono sotto la loro dominazione: e sd^bene le conquiste si fa- 
cessero in nome e ac^to gli auspìzi de' Califfi. d'Egitto che ne 
erano i sovram, nuUadimaneo non potendo questi per se stessi 
reggere un si vasto impero, alle province lontane mandavano 
in vece loro de' governatori, i quaU tratto tratto giunsero a aol- 
ttarsi dall'obbedienata de' Caiìi& « se ne resero assoluti signori, 
alcuni pagando tributo , altri rijuanendo sotto la loro proie- 
zione e clientela. Quindi naquero tanti minuti regni, non pure 
in Àfrica e Spagna, ma anehe nette isole di questo mare, sìcr 
come in Corsica, Sardegna , Maioriea , le quaH d)ber iH*opri 
e particolari re. Ciascuno può comprendere, durando in 
queste isole la dominazione de' Saraceni per lungo tempo , 
in quale stato lagrimevole si fosser ridotte le loro chiese , 
convertite nella maggior parte in meschite , la religione do- 
minante essendo la maomettana. Ma la divina provvidenza 
non permise che per sempre durasser sotto il barbarico giogo. 
Erano già in Italia nella decadenza dell'impero della stirpe di 
Carlo Magno surte due picciolo repubbliche, le quali esercitate 
nelle armi contro i Saraceni mirabilmente crebbero di forze 
marittime, sicché poterono non pur resistere ad essi , ma 
sovente riportarono sopra le loro armate insigni vittorie. 



— 5*8 — 

Queste furono Pisa e Genova , le quali sotto Ottone III scao 
ciarono i Saraceni da Corsica e da Sardegna , e vi ristabi* 
lìrono le antiche chiese , sicché abbattuta la maomettana , la 
religione cristiana fu ridotta nel pristino suo stato, anzi tra'^ 
santi del calendario si annovera pure in Sardegna S.Gumaro 
che vi fu re nel 1 160. L'isola di Corsica rimase a' Genovesi, i 
quali non altrimenti che i re di Spagna fecero dopo avere scac- 
ciati i Saraceni da Maiorica e dagli altri regni , la ritennero 
col titolo di regno. A' Pisani, contenti i Genovesi della preda 
e de' bottini , rimase l'isola di Sardegna col re saraceno che 
fecer prigioniero : essi la ritennero pure col titolo di regno. 
Ma a lungo andare siccome portano le vicende delle mondane 
cose, rese discordi fra loro queste due repubbliche, e portando 
runa contro l'altra le armi, dopo crudeli ed ostinate guerre, 
finalmente il destino a' Pisani avverso fece che i vittoriosi Ge^ 
novesi riportasser la palma, sicché la potenza di Pisa rimanesse 
estinta. In questi torbidi profittarono gl'imperatori di Occi- 
dente, il cui impero ristretto nell'Àlemagna era passato nella 
famiglia di Svevia. Gl'imperatori di questa casa si fecero si- 
gnori dell'isola di Sardegna ; e Timperatore Federigo ne investi 
Enzio suo figliuol naturale col titolo di re, ritenendo l'isola la 
condizione e qualità di regno. Mutata dappoi a' tempi di Dante 
forma di governo , finalmente essa pervenne a' re di Ara- 
gona , i quali serbandole la stessa prerogativa di regno , la 
unirono insieme co' regni di Sicilia e di Maiorica alla corona 
di Aragona. Quindi per più di due secoli appartenne alla 
monarchia di Spagna, dalla quale non fu divisa e staccata se 
non negli ultimi nostri tempi . 



— 3*9 — 



CAPO XVI. 



Deii'bola di Sicilia, e de' sud Vescovi 

De' Vescovi di Sicilia sottoposti al Metropolitano di Siracusa. 

Niun'isola del mar mediterraneo ebbe sì chiari scrittori per 
celebrarne la fertilità , la popolazione ed i tanti pregi che prò- 
fusamente la natura le concedette , quanto la Sicilia ; e per- 
ciò da più nazioni non men nuove che antiche fu dessa cotanto 
ambita e contrastata. Essa è la più grande che sìa nel mar 
mediterraneo, e dopo che vi poser piede i greci, si vide illu- 
strata di molte antiche e magnifiche città , di stupende opere 
dell'arte, e di tanti insigni filosofi, matematici, poeti ed istorici, 
che non vi è parte del mondo altrettanto commendata. E siccome 
rilusse nella gentile religione per li suoi famosi tempj ^ e po- 
tenti dei e dee , per Vulcano figlio di Giove , per Plutone e 
Nettuno suoi fratelli , per Eolo, per Cerere, per Proserpina ^ 
per Venere Ericina, ed altre deità; così essendo stata fra le 
prime province dell'impero romano ad abbracciare la religione 
cristiana, non fu inferiore nel culto del verace Nume e de' 
suoi martiri e santi. [Le sinagoghe antiche che tennero gli 
ebrei in Siracusa e nelle altre sue città non è da dubitare 
che fiiron quivi numerose, siccome può raccorsi dagli Atti di 
S. Luca e dalle Antichità Giudaiche di FI. Giuseppe; e per te- 
stimonianza dello stesso Evangelista (i) abbiamo che S. Paolo 
nel suo viaggio a Roma si trattenne in Siracusa tre giorni. 

Fu questa antichissima città sede regia de' vetusti re Sira- 
cusani, siccome abbracciato che ebbe l'isola la religione cri- 
stiana, fu metropoli e sede del suo primo vescovo. Città che per 
tutt'i secoli fu e sarà chiara, pe' natali del divino Archimede , 
e per le pruove di fedeltà prestate a' suoi principi , onde de- 

li) Lue. 28, i2. 



.810 — 

• 

bitamente le fu attribuito il nome di Città Fedelissima. Dob- 
biamo ad Eusebio vescovo di Cesarea., che ci lasciò memoria 
di essere intervenuto coti gli altri vescovi convocati da Costan- 
tino Magno alla celebrazione del primo concilio Niceno il ve- 
scovo di Siracusa, al quale Timperatore mandò le lettere, che 
chiamavansi evectimes , perchè nel viaggio potesse valersi del 
corso pubblico , siccome fece con tutti gli altri vescovi , i quali 
non a loro spese, ma dell'imperatore che li chiamava , erano 
mantenuti: ed è da notarsi che quelle lettere non compren- 
devano che il vescovo ed un solo prete per sua compagnia , 
e questo a que' tempi era riputato sufficìejìte equipaggio di 
un vescovo come quello di Siracusa. Questa città fu dedotta 
colonia romana da Augusto, come scrissero Dione (1) e Stra- 
bene (!2) , ed il suo vescovo ebbe la prerogativa di essere il 
metropolitano più antico dell'isola , al quale perciò da Gre- 
gorio furono indirizzate più lettene , dalle quali ben si com- 
prende quanto grande e vigorosa fosse Tautorità ch'esercitò 
Gregorio in Sicilia. Più ragioni lo moveano ad averne par- 
ticolarmente cura ed attenzione; e perchè in Sicilia egli 
consumò i beni che quivi possedeva lasciatigli da jsao padre , 
in costruire più monasteri, e perchè la chiesa xexnana aveva 
in Sicilia un ampio patrimonio , come anche pencbè sxon. es- 
sendo stata quest'isola invasa da' Longobardi j» e ne' primi 
anni del suo pontificato possedendo tutto il favore dell'impe- 
ratore Maurizio , reggeva quivi Gregorio non men le divioe 
che le umane cose. 

Le prime sue lettere dopo .assunto al ponli^xisito 9 db^ si 
leggono nel primo Jibro , furono quelle indirizzate Um^ems 
Episcopis per Sidliam oonstitutis , a Piefa*0 :suo soUodiacono 
che avea mandato in Sicilia per legato della Sed^ iy[X)sla- 
lìca, al pretore di quest'iscda , a Paolo Scolastico e ad aUn 
ministri imperiali che la reggevano. Dalla prima epistola del 
primo libro diretta a tutt'i vescovi è aaaanifesito Adi'egli avesiSe 
costituito legato 4ella S. Sede in ^ufist'iada il suddÌAC^o 
Pietra, a. lui dfil^&nda Ja jsue Ymz Petro Subdiacow Mdis 

(i) Lib. LIV. 
(2jyb. VI. 



— 381 — 

nòstrae^ intra Propindam SidKae^ vices nostras, Dea auxiliante, 
commisimurS . Nec enim de ejus actibm dubitare possumus, cui. Dea 
auxtliante , totum nostrae Ecclesiae noscimur patrocinium cmi- 
misisse. A lui aveva anche commessa la cura del patrimonio che 
la chiesa di Roma aveva in Sidlìa. Avea finalmente imposto al 
suddetto legato, che in ciascun anno convocasse i vescovi sici- 
liani in concilio a Siracusa, ovvero a Catania, cosi per soccorrere 
alle necessità de' poveri, come per la correzione de' loro costumi 
e di quelli del clero, e per quanto bisognasse a mantenere un'in- 
corrotta disciplina in tutte le chiese della provincia ; onde scrive 
^ tutf i vescovi della medesima che cum eodem Petro subdiacono 

Sedis nostrae omìiia cum ea maturitate ac tranquillitate 

gerite j ut dignissime Episcopale possit Concilium nuncupari. 

Nello stesso libro si legge un'altra epistola indirizzata pure 
Universis Episcopis per Siciliam eonstitutis (1) , per la quale 
maggiormente si conferma quanto grande fosse l'autorità della 
S. Sede in quest'isola, poiché era piena di suoi nolaj e difen- 
sori, i quali millantando esser loro imposto dì procurare la mag- 
giore utilità della medesima, angariavano i vescovi esigendone 
frumento ed altre prestazioni: Io che pervenuto alle orec- 
chie di Gregorio, proibì egli affatto tali gravezze, e scrisse a 
tutt' ì vescovi che a tali difensori non dessero orecchio : sed 
quisquis Uh est, 5Ì re^^a Sedis nostrae fuerit notarius , {>el de- 
fensor , nisi nostra ad vos spedaliter , veì rectoris nostri patri- 
monii scriptà detulerit, nuìlis per noinen Ecclesiae nostrae pò- 
tiatur angariis : nec aliqua po6is ab eo gravamina imponi per- 
mittatis. 

Nelle lettere indirfezate a Pietro suo legato nella Sicilia (2) , a 
costui s'impone di aver cura de' monasteri non meno che del pa- 
trimonio della S. Sede , specialmente de'coloni , di dare in enfi- 
teusi le terre del medesimo per la loro pijpL estesa coltura , e di 
trasmettere in Roma i frumenti raccolti; perchè quella città ne 
avea penuria. Parimente a Giustino pretore della Sicilia com- 
menda in una epistola la persona che avea quivi mandata per 
rettore del patrimonio, e che attendesse pure a far trasmettere 
in Roma i frumenti necessari , quia si quid vnUnus Ime trans- 



\ 



\yUh. I, ep. 62. 
;2)lyb.I,ep. 67,69,70e71^ 



— 352 — 

mittiturj non unus quilibet homo, $ed cunctus simul populus trur 
cidatur (1). 

ÀI metropolitano di Siracusa si veggono inviate molte let- 
tere , come a quello cui egli avea spezialmente delegata la 
cura di tutte le chiese ^dell'isola: ed è notabile l'epìstola in- 
dirizzata Maximiano Episcopo Syrcumsano {i) , poiché si rico- 
nosce averlo dopo Pietro costituito suo legato in Sicilia, non già 
in considerazione della sua cattedra, ma unicamente della sua 
persona, commettendogli la cognizione di tutte le cause mi- 
nori , e solamente le maggiori a sé riserbando , affinchè non 
fossero obbligati i Siciliani a navigare per sì lungo tratto di mare, 
e condursi in Roma. Ecco la formola della legazione: Man- 
data caelestia efficacius gerimu$, si nostra cum fratribus onera 
partiamur. Proinde super cunctas Siciliae Ecclesias reverendis-^ 
simum te mum Maximianum fratrem et coepiscopum nostrum 
vicES SEDis APOSTOLICHE ministrare decernimm , ut quisquis Ulte 
religionis habitu censetur^ fraternitati tuae ex nostra auctoritate 
subiaceat : quatenus eis non sit necessarium post haec prò par- 
mlis ad nos causis tanta maris spatia transmeando pervenire : 
sed si qua fortasse difficilia existunt, quae fraternitatis tuae jxir 
dieio nequaquam dirimi possint, haec solummodo nostrum ju- 
dicium flagitentj ut sublevati de minimis^ in causis majoribus 
efficacius occupemur. Quas i^idelicet i^ices non loco sed per- 
sonae tribuimus : quia ex transatta in te vita didicimus , quid 
etiam de subsequenti tua comersatione prcesumamus . Avendolo 
adunque costituito suo legato, perciò in una epistola dello stesso 
libro si legge che gli commettesse l'ordinazione del vescovo di 
Lipari e che questo vescovo fosse a lui suffraganeo (3). A questo 
fine si veggono indirizzate due epistole , la prima al vescovo 
di Tauriana, Paolino, al quale commette la cura della chiesa di 
Lipari ; e la seconda a Massimiano, dandogli avviso aver de- 
stinalo il suddetto Paolo alla chiesa Liparitana, e che perciò 
sine mora praeesse constituat^ ut officii sui administrationem 
in eadem Ecclesia vigilanter exhibeat (4). E neirepistola indi- 
ci) Lib. I, ep. 2. 

(2) Lib. Il, Ind. X, cp. 4. 

(3) Ep. 43. 

(4) Ep. 13 e 26. 



— 385 — 

rizzata allo stesso Massimiano si legge, che avendogli Felice, 
uomo consolare, dato ragguaglio di essere in Sicilia un prete 
degnissimo di venijc promosso all'ordine di vescovo , Gregorio 
impone^ che lo faccia a sé venire, ed esaminatolo, se gli parrà 
degno lo mandi in Roma , affinchè potesse ordinarlo , dopo 
averlo proposto per pastore in qualche luogo (1). 

Degna di attenzione è un'altra epìstola dalla quale si rac- 
c<^ie che Gregorio fosse veramente l'autore de' quattro libri 
de' Dialoghi : poiché a questo Massimiano scrisse per aver no- 
tizia de' miracoli adoperati in Italia da molti vescovi , abati 
ed altre persone sante (fra gli altri dall'abate Nonnoso), per 
poter comporre un'opera cotanto da' suoi fratelli desiderata: 
Fratres mei^ qui mecum familiariter vivunt^ omnimodo me com- 
pellunt aiiqua de miraculis Patrum qvm in Italia facta audivimm 
sub hrentate scribere. Ad quam r&in solatio mtrae charitatis 
vehementer indigeo , ut ea quae wUs in memoriam redeunt , 

quaeque cognomsse i>os continyit ^ mihi brenter indicetis 

soggiungendogli : si qua sunt talia^ tuis peto epistolis imprimi^ 
et mihi sub celeritate transmitti , si tamen ad me ipse non prò- 
peras (2). 

Nel libro terzo si leggono ben sei epistole indirizzate allo 
stesso Massimiano come a suo legato. In una di esse (5) più cose 
gli prescrive di dover fare osservare in Sicilia. I. Avendo inteso 
che i vescovi siciliani le rendite di nuovo acquisto delle loro 
chiese appropriavano a sé senza serbare la divisione delle quattro 
partì, la quale solamente osservavano nelle rendite antiche , 
impone che, o siano vecchie o nuove, sì dividano in quattro 
parti da distribuirsi secondo il prescritto de' canoni, aggiun- 
gendo : Incongruum namque est^ unam eandemque Ecclesiae sub- 
stantiam duplici quodam modo jure censeri^ id est usurpationis^ 
et canonum. II. Gl'impone di non permettere che i preti, dia- 
coni, e chiunque dell'ordine cherìcale che milita, ed è ascritto 
al ministero della Chiesa, sia promosso ad essere abate de'mona- 
steri, ma che ciò sìa de' monaci ; e ciascuno attenda e cam- 

(ì) Uh. II, iDd. X, ep. 18. 
(2) Lib. II, Ind. XI, ep. 50. 
(3)Lib.lIl, ep.il. 

Tom. IL, U 



mÌDi per quella strada dov'è posto. III. Che morendo, ow^o 
essendo deposto qualche vescovo, convocati ì primi del clero, 
in sua presenza facciano inventario delle robe della chiesa , e 
senza che si tocchi cosa alcuna per tale loro fatica sulle robe sud^ 
dette : a' vescovi visitatori e loro cherici , che vengono di lon- 
tano dalle loro parecchie , si dia soltanto qualche sussidio pe' 
loro incommodi. IV. Che non si promovano all'ufficio di badessa 
le giovani monache, ma che oltre la probità di costumi, siano as- 
sunte quelle che avranno sessantanni d'età. 

In una seconda epistola (1) si riferisce il caso assai empio 
ed esecrando di un marito, il quale avea venduta sua moglie 
dopo avere procreati con quella più figliuoli : si ordina che 
faccia Massimiano restituir le cose nel pristino stato , nunisca il 
malfattore , ed ammonisca i vescovi che se per l'avvenire sa- 
ranno si trascurati da non rimediare a casi simili , prenderà 
de' medesimi severo castigo* 

In una terza (2) gli delega la causa d'un prete^ il quale dal 
suo vescovo era slato deposto dal presbiterato , e surrogato da 
un altro. 

In una quarta (5) gli raccomanda il diacono Felice, il quale 
caduto nell'errore degli scismatici Istriani , venuto in Roma 
erasene purgato, ond'egli avealo assoluto ; e stante la sua po- 
vertà, lo raccomanda a Massimiano perchè lo incardinasse juella 
sua chiesa e cosi gli desse modo da vivere. 

In una quinta (k) si provvede alla dimanda di Euplo figlio di 
Eusanio vescovo di Agrigento, il quale asseriva, dopo la morte di 
suo padre esser rimase nella chiesa di Agrigento alcime robe di 
sua madre, ed altre proprie del suddetto suo padre, le quali ào- 
veano a lui restituirsi : Gregorio scrive a Massimiano ch'es- 
sendo vero l'esposto, le faccia restituire. 

Nella sesta (5) , avendogli Bacanda vescovo di Formia (ddl 
quale si è altrove parlato) esposto che alcuni preti e diaconi deila 
sua chiesa eransi ritir^inSiciliasparpagliatidiquae di là, ed 

(1) Lib. Ili, ep. 42. 

(2) Ep. 43. 
(3} Ep. Ì4: 
W Ep. 36. 
(P) Ep. 42. 



— 388 - 

^i ìatajQto era rimaso senza poter amministrare gli uffici lor 
dovuti, e richiesto di farli tornare nella loro chiesa , Gregorio 
impone a Massimiano , che ne faccia ricerca , ed a lui li tra- 
smetta quatenus et UH ad Ecclesiam in qua olim militaperunt ^ 
revocentuTy et anledictus Episcopus optatum de eis possit habere 
solatium. 

Da epistola diretta a Cipriano diacono , suo rettore in Si- 
cilia» si Ixa notizia della morte di questo Massimiano , cotanto da 
Gregorio pianta, per queste parole: Et ille quidam ad proemia 
desiderata pervenit , sed infelix populus Syracusanae civi- 
tatis lugendm est , qui pastorem talem diu habere non me" 
ruit (1). Perciò grimpone che solleciti l'elezione del succes- 
sore, dandogli istruzioni scerete , ch'egli desidererebbe che 
fosse eletto Giovanni arcidiacono della chiesa di Catania piut-^ 
tosto che Trajano prete di Siracusa^ riputandolo poco idoneo a 
regger quella chiesa, ancorché la maggior parte fosse inclinata 
Bell'elezione dei naedesimo. Se mai gli riuscirà che fosse eletto 
Giovanni , procuri che Lione vescovo di Catania faccia a lui 
cessione, ut lUer ad ordinandum possit inveniri. Scrive contem- 
poraneamente Nobilibùs Syracusanis (2), esortaiidoli ad elegger 
persona degna che fosse conforme in probità e costumi al 
predecessore Massimiano : e poiché i Siracusani eran discordi 
nell'elezione, il clero ed il popolo iaclinando ad Agatone, ed altri 
ad altra persona, scrive che gli eletti ad nos interim venire 
necesse est^ vZ utrisque cominus constitutis , Uk qui Deo pia* 
cuerit et utUior visus fuerit , ordinetur. Nam desiderii nostri 
est^ talem illic cum Christi gratia ordinare ponti/icem , qui ho- 
norum supradicti Episcopi , cujus vos actionibus testimonium 
perhibetisy in omnibus debeat^ Deo adjutore^ imitator existere. 
D'onde si vede tanto grande essere stata l'autorità di Gregorio 
in Sidlia , che il suo metropolitano dovesse da lui ricevere 
l'ordinaziOiae. 

Ma furon cosi efficaci e vigoroi^ gli uffici del rettore Ci- 
priano, che gli riuscì di far eleggere Giovanni arcidiacono 
della chiesa di Catania , e ne ottenne cessione dal suo vescovo 

(i) Lib. IV, ep. 49. 
(2) Lib, IV^ ep. 47. 



— 386 — 

Lione sicché liberamente potesse esser ordinalo vescovo di Si- 
racusa, e Gregorio non mancò di maniJargli tosto il pallio , 
siccom'era l'antica consuetudine co' suoi predecessori, e dì con- 
fermargli tutl'i privilegi della chiesa Siracusana : Fallii usum 
pro{ndimu$ concedendum^ illis videlicet temporibus atque eo or- 
dine, quibus decessorem quoque tuum uMim esse non ambigis... 
Xhnnia enim priMegia quae tuae pridem concessa esse constai 
Ecclesiae, nostra auctoritate firmamus , et illibata decer nimus 
permanere, come si legge nell'epistola indirizzata Joanni Epi- 
Mopo Syracusano (1). 

Con altra epistola scritta al rettore Cipriano (2) , avendo bi- 
sogno Giovanni di un suo prete lasciato a Catania per alleg- 
gerire il peso del vescovado, Gregorio commette al suddetto 
rettore, che si adoperasse col vescovo Lione per farlo mandare, 
ut cum causarum tumultibìis premitur, in secreto suo inveniat 
ubi requiescat. 

Essendo vescovo in Siracusa questo Giovanni , e ministro 
per l'imperatore Venanzio il Patricìo, accadde che per contese 
giurisdizioni fra di essi insorte , irritato, il vescovo non volle 
più da Venanzio ricevere oblazioni , ed interdisse di celebrarsi 
più messe nell'oratorio, che Venanzio aveanel suo palazzo: di 
che costui fortemente sdegnato ed entrato in furore , mandò 
suoi uomini armati nell'Episcopio^ i quali con modo ostile lo 
devastarono. Avvisato Gregorio dì tali disordini, per comporli 
scrisse due lettere , una a Venanzio (5) e l'altra al vescovo Gio- 
vanni (4). Riprende il primo del suo furore, in cui per qua- 
lunque causa non dovea trascorrer cotanto : quamvis enim causa 
fuisset , non usque ad hoc debuit furor erumpere, ut armati ho^ 
fnines vestri , sicut audinmus, in Episcopium irruerent , et di" 
versa hostili more mala committerent . Al vescovo fa rimprovero 
perchè dalla sua collera non dovea farsi trasportare per simili 
contese fino a rifiutare le oblazioni ed interdire l'oratorio , ma 
tisare altre maniere discrete e placide. Perciò gl'impone che 



ti) Lib. V, ep. 18. 

(2) Lìb. V, ep. 20. 

(3) Lib. V, ep. 42. 
<4jLib. V,ep. 43. 



— olii — 

riceva con dolcezza le oblazioni da Venanzio, tolga rinlerdeUco 
dal suo oratorio , e permetla che ivi si celebrino messe ; anzi 
se il medesimo così vorrà, debba il vescovo stesso celebrarle : Si 
fonasse {^oluerit , per vos debeatis accedere , et celebrando aptui 
eum Missas priorem gratiam re formare. A Venanzio dà avvisa 
di quanto aveva ordinato al vescovo, esortandolo che per l'av- 
venire si porti con carità, mansuetudine e riverenza verso il 
suo pastore^ affinchè si tolga ogni occasione di discordia ^ ui et 
WS sacerdotalem illi reverentiam exhibere , sicut decet fiìios , de- 
beatis j nec ejus ad iracundiam animos provocetis. 

Si trova altra epistola diretta allo stesso Giovanni , molta 
lodandolo della carità che usava verso ì poveri , sovvenenda 
non solo quelli ch'erano nella sua provincia , ma mandando 
elemosine sino a Roma ed in luoghi più rimoti per soccor- 
rerli ; e poiché eragli stalo riferito ch'egli nella sua mensa 
avanti persone stranee faceva leggere gli scritti di Gregorio , 
l'esorta a non farlo; poiché sebbene ciò in quanto a sé provenisse 
dalla sua carità, nuUadimancost riguardo di lui poteva attribuirsi 
da altri a vana sua gloria ; ideoque^ gli dice , coram extraneis 
antiquorum dieta legite^ ex quorum auctoritate valeant qui au'^ 
dierint informari (1). 

Nello stesso libro si legge un'altra epistola diretta pure a 
Giovanni , dove gli prescrive la maniera di terminare una 
lite di confini insorta fra Cesario abate del monastero di 
S. Pietro costrutto nel luogo chiamato Baias, e Giovanni abate 
del monastero di S. Lucia costrutto dentro la città di Siracusa. 
Gli scrive avere imposto a Fantino suo difensore ch'essendosi 
da Roma portato a Palermo Giovanni agrimensore , lo facesse 
venire a Siracusa , e quivi giunto dovesse egli col medesimo 
Agrimensore condursi nel luogo della controversia ; ed in re 
presenti , intese le parti contendenti , in sua presenza faccia 
terminare la controversia con la designazione de' confini , sce- 
hando però a ciascuna delle partì , secondo il prescritto delle 
leggi, la quadragenaria prescrizione, quadraginta tamen annor 
rum utrique parti praescriptione sermta ; e ciò che sarà definito»- 
facesse osservare, quaecunque vero definita fuerint ita servare 

(i) Lib. VI, ep. 9. 



- 888 — 

fraternitas destra soKcite studioseque pro9Ìdeat , ut dmuo nec 
it$rgium exinde aliquod excitari, nec querela aliqua ad nos valeat 
pervenire. Gli raccomanda in fine l'abaie Cesario , come suo 
antico conoscente, e poiché in saecularibus causis omnino inex- 
pertus est^ vestra cum soKcitudine necesse est adjumri: sic 
tamen, ut in cunctis ^ sicut decet^ rationem et justitiam con-- 
sermis {i). 

Nel libro settimo si leggono pure parecchie lettere indirizzate 
allo slesso Giovanni. In una gl'impone la difesa di un tal 
Felice al quale era stata mossa lite per quistion di slato. Questi 
ancorché nato da genitori cristiani , da un cristiano fu donato 
servo ad un ebreo samaritano, il quale lo tenne in servitù 
diciannove anni. Ciò conoscendo il vescovo Massimiano suo 
predecessore , mosso da sacerdotal zelo lo liberò dall^ndegna 
servitù. Cinque anni dopo la morte del Samaritano, suo 
figlio fecesi cristiano , e come tale pretendeva dover tornare 
Felice nella pristina servitù : scrisse perdo Gregorio a Gio- 
vanni che lo difendesse , né permettesse fario gra%'are da 
chiunque : quanto eo magis hic de christianis farentibus natus^ 
et factus a parmlo christianus , hanc non debet quaestionem 
aliquo modo sustinere (2). Con l'altra gl'impone, che avendo 
fiiandato in Sicilia Pantaleone suo notaio per far ricerca di molti 
VEtì sacri, i quaB da alcuni cherici delle éhiese d'Italia «rane 
rtatì colà trasportati e venduti , ed essendosi Giovanni servito 
dì Pantaleone per suoi affiari, sicché non avea potato adempiere 
cS6 che gli era stato commesso; lo lasciasse pure attendere alla 
Bua incumbenza , dovendo TÌtornare in Roma : quia necesse 
tsf 'Ut Indietione snòsequenti huc peniate et subtititer nos c&ram 
f&situs de vunctis informet (5). In un^altra si mostra aitan- 
tissimo a non permettere agli ecclesiastic5 intomo agli abiti 
ciò che loro non convenisse. Eragii stalo riferito, che i dia- 
coni della chiesa di Catania nelle scarpe usavano <fi certe 
legature, le <{uali in Sicilia a' soli diacom della chiesa di Mes- 
OTm per eonoeaaone de'romanì pontefici erano permesse : pwtìè 

fi) Lib. VI, ep. S6. 
{2)Lib.VII, ep.21. 
(3) Ep. 27. 



— 359- 

impone a Giovanni che lo informi della verità , affinchè quid 
fieri debeat disponamus. Nam si negligenter ea quae mah 
nsurpantur omittimus^ excessm mtm aliis aperimus (i). 

Àncora un'altra epistola è indirizzata al medesimo Gio- 
vanni, al quale delega le querele di Leonzio portatele contro 
il vescovo di Catania Lione, perchè insieme con Romano 
difensore del patrimonio della sua chiesa in Sicilia le esamini , 
e provveda (2). Dall'epìstola scritta accotoni del patrimonio 
di Siracusa (5) , e dalle altre indirizzate allo stesso Difen- 
sore j sì dimostra che la chiesa Romana in Siracusa ed in 
Catania avea suoi patrimonii [k) , ed egualmente dalle altre 
seguenti (5). Altre ve ne ha pure dirette al vescovo Gio- 
vanni (6) ed a Felice (7) intorno alla controversia tra loro 
insorta sopra alcune possessioni , la quale Gregorio desidera 
che si termini juris ordine sermto così nel possessorio come 
nel petitorio : e ciò del pari si ripete in altre epistole dello 
stesso libro (8) . 

Ma due altre lettere che A trovano nello stesso libro me- 
ritano tutta l'avvertenza (9). Dalla prima si manifesta che la 
cbieaeL di Malta era suffraganea alla metropolitana di Sira- 
cusa , poiché a Giovanni si commette la deposizione del ve* 
scovo di Malta Lucilio reo de' più enormi delitti , e gli s'im- 
pene che convocati tre o quattro vescovi della sua provincia 
la pronunciasse, e punisse gli altri colpevoli di quell'isola , ed 
avesse cura d'esortare il clero e popolo della città di Malta , 
tft qtria sine proprio pastore esse non poterunt , ordinandum 
s^ étigant^ Iko propitioj sacerdotem. La seconda merita mag- 
giore attenzione, poiché si vede come in Sicilia , abitata da 
popoK non meno latini che greci , e che all'imperio Greco dì 
Gc«tantinopoli ubbidiva , molti nelle celebrità e funzioni ec- 

(1) Ep. 28. 

(2) £p. 22, Ind. II. 

(3) Ep. 18. 

(4) Ep. Ì9, 20, 2f , 23 e 21. 
(5)Ep. 38, 39^40. 

(7) Ep. 43. 

(8) Ep. 102 e 105. 
(9j Ep. 63, 64» 69. 



— 5l>0 — 

clesiastiche amavano di seguire piuttosto il rito greco che 
il romano ; e mormoravano specialmente que' di Siracusa e 
di Catania contro il pontefice Gregorio , il quale nel tempo 
stesso che cercava abbassare la chiesa costantinopolitana, se- 
guitava nondimeno le consuetudini delia medesima , come di 
far dire fuori i tempi della Pentecoste VAlleluja nelle messe^ 
il Kyrie eleison e l'orazione domenicale dopo il canone , e di 
far andare nelle processioni i sottodiaconi spogliati de' solenni 
abiti con la sola bianca tonaca di lino che diciamo ora ca- 
mice. Avvisato Gregorio di queste mormorazioni , scrive al 
vescovo Giovanni che destramente insinuasse a' mormoratori 
siracusani e catanesi ch'egli non dalla chiesa Costantinopolitana^ 
ma altronde, e per altre cagioni faceva usar que' riti nella chiesa 
romana. Il dirsi VAlleluja derivare , secondo la tradizione 
dì S. Girolamo y dalla chiesa gerosolimitana fin da' tempi di 
papa Damaso : il Kyrie eleison non dirsi nella sua chiesa, sic- 
come' presso i greci, da tutti insieme gli astanti , ma da' soli 
oberici , ed il popolo rispondere , siccome facevasi del Christe 
eleison , il quale da' greci non si diceva affatto. Il dirsi l'ora-* 
zion domenicale dopo il canone è secondo il costume degli 
apostoli; che non si fosse già appreso da' greci, presso i quali 
si' dice da tutto il popolo, apiul nos {fero a solo sacerdote. In- 
torno a far procedere i sottodiaconi spogliati e con le sole tuniche 
di lino , questa essere antica consuetudine della chiesa ro- 
mana , dalla quale l'appresero le altre chiese come dalla lor 
madre. In quo ergo , gli scrive , Graecorum consmtudines se- 
cuti sumu^^ qui aut veteres nostras reparamnm ^ aut no^as el 
ntiles constituimus y in quibus tamen alios comprobamur imi^ 
tari ? Oltre che (prosegue), se nelle chiese minori fosse qualche 
rito ch'egli stimasse buono e da imitare, nqn avrebbe difficoltà 
di farlo. Conchiude adunque che rimuova dalla mente de' sici- 
liani queste idee, e lor faccia concepire che la chiesa romana 
è la maestra e conduttrice di tutte le altre chiese , e che la 
costantinopolitana sia indubitamente a lei sottoposta anche per 
giudicio degl'imperatori greci e di Eusebio stesso vescovo 
di Costantinopoli : e qui si leggono , ed a questo proposito , 
quelle parole altrove da noi rapportate di Gregorio : Nam 
de Costantinopolitana Ecclesia quod dicunt , quis eam dùfntet 



— 561 — 

Sedi ApostoUcae esse subiectam ? Quod et piissimus dominus Im- 
perator , et frater noster Emebius ejusdem dmtatis Episcopus 
assidue profitentur. Noti^ intanto che i siciliani , come la 
maggior parte greci ed al greco imperio sottoposti, non ben 
sentivano del primato della chiesa di Roma , deferendo molto 
alla chiesa di Costantinopoli ed al trono del suo patriarca. In 
altra lettera ragionasi della causa del Primate della Bizacena 
provincia dell'Africa della quale si è detto parlando de' vescovi 
africani. A Giovanni commise Gregorio trattarne con Martino ^ 
che chiama ptnem eloquentissimum , il quale dall'Africa erasi 
portato a Siracusa , perchè la componesse amichevolmente , 
assicurandolo che avrebbe per rato quanto egli farebbe: Quae 
autem ws agitis^ nos egisse non dubitetis. 

Anche nel libro Vili si leggono alcune epistole allo stesso 
Giovanni. In una gl'impone di far pagare a' coniugi Cetego 
e Flora dieci libbre d'oro che avea fatte rimettere a Basilio 
vescovo di Capua(i). In una seconda permette a Crescenzio 
vicario , chiamato da Leonzio exconsole, di uscir dal mona- 
stero, raccomandandolo a Giovanni , perchè non fosse aggra- 
vato (2). In una terza raccomanda al medesimo il maestra 
de' soldati Apollonio (3) . 

Nel libro IX dee correggersi la intitolazione della epistola 25 
che in alcune edizioni erroneamente è questa: Venantio Episcopo 
Syracusnno. Questo Venanzio non fu vescovo di Siracusa, ma 
un uomo illustre molto amico di Gregorio, il quale come 
lui era tormentato da continui dolori di podagra, ond'e' lo con- 
fettata a pazientemente sofifrirli, e nel fine della lettera vuol 
che in suo nome saluti le due figlie che aveva , Barbara ed 
Antonia : scrive nd tempo istesso al già menzionato Giovanni , 
vescovo di Siracusa, che poco sperandosi della vita di Venanzio 
prendesse somma cura delle figliuole di lui Barbara ed Antonia^ 
e delle robe che lasciava, caldamente raccomandandole , siccome 
avea fatto con Rusticiana Patricia per mezzo di Anatolìo suo 
diacono meritando il caso tutta la sua attenzione, massimamente 

(1) Ob. vili, ep. IO 

(2) Lib. Vili, cp. 47. 
(3JEp. 48. 



— 36J — 

se doveano rimanere in Sicilia, o pure trasportarsi in Roma 
in Costantinopoli (1). Nello stesso libro se ne leggono due 
»altrc dirette pure allo stesso Giovanni (2). Nella prima gFim- 
pone di rimettere Fausto nel possesso d'alcuni beni de'quali 
egli asseriva essere stato di fatto spogliato dagli uomini della 
sua chiesa, e di fare esaminare con gìudicio legittimo iti 
petitorio se per avventura la chiesa avesse alcun diritto 
quanto alla proprietà : prescrive nella seconda, che similmente 
dolendosi Rusticiana Patricia di aver sofiTerto da' suoi uomini Io 
stesso spoglio di alcune possessioni , facesse riporre le cose 
nel pristino stato, e trattar la causa ;wrt5 ordine sermto. 

Nel libro X si legge ancora una epistola diretta allo stesso 
Giovanni, dalla quale sì conosce che Gregorio, oltre a'suoì mi- 
nistri che teneva in Sicilia per aver cura del patrimonio della 
chiesa romana, aveva anche al vescovo Giovanni data incum- 
benza di invigilare sugl'interessi della medesima; e poiché questi 
pretendeva che ì debitori dovessero pagare ciò che doveano o 
nel sobborgo detta dttà, opure in un luogo chiamato Gelas (5) ; 
gli scrive che in dò dovesse attendere a* patti ed alle cauzioni 
fette spezialmente con Italico e da Venanzio , a' quali era in 
arbitrio di pagare in Palermo o in Siracusa (4). 

Finalmente nel libro undecimo si trova un'ultima lettera al 
medesimo diretta , d'onée si trae che Massimiano predecessor 
£ Giovanni aveva dal monastero di S. Lucia tolto Cosmo, e da 
monaco reso sottodiacono , il quale era stato poscia da Giovanni 
fetto prete, e mandato in una possessione detta Giuliana, dove 
ensi Tìéolta per la qualità del luogo iii tal merore ed affli- 
none , che se pensato bioti si fosse a porvi rimedio , sarebbe 
3tato costretto a fti^irsene : perciò Gregorio esorta Giovanni 
a ferio ritornare nella ehiesa in cui era stato sottodiaeono , e 
troìrandosi prete, ivi incardinarlo et constitt$ere presbyterum 
etgrdinalem (5). 

(i) Lìb. IX» e|i. 31. 

(2) Ep. 36 e 37. 

(3) Probabilmente presso il fiume di questo nome, del quale ▼• appresso a 
pag. 370. 

(4) Lìb. X, ep. 48. 

(5) Lib. II; ep. 36. 



-363- 

Per tutte queste lettere da Gregorio iodiriszate al metropo- 
litano di Siracusa si conosoe e l'ampia e distesa autorità che 
questo vescovo aveva ia Sicttia, e ael teoipo stesso quanto vi- 
goroso e forte ne fosse l'eseroino. Ci rimane a numerare le altre 
chiese dell'isola e i loro vescovi, a' quali questo pontefice 
indirizzò pure sue epistole che si lagone in questi libri. 

Se(3ondo il novero da Diodoro siciliano tenuto ne' frammenti 
del libro XXIII della sua Biblioteca Istorica , col quale concorda 
Plinio (i), a' loro tempi la Sicilia era adoma di sessantotto 
città , cinque colonie die furono Siracusa , Catania , Tauro- 
mina, Terme, e Tindarì, e aessantatrò municipii, alcuni de' 
quali si ebbero il jus Latii , altri erano stipendiarli . Noi cal- 
cando le orme di Plinio, per noverare queste città , seguiremo 
l'ordine che ci tracceranno i tre promontori dell'isola, Pelerò, 
Pachino e Lilibeo , ond'è divisa, e d'onde prese anche il nome di 
Trinacria o di Triquetra. 

Nel pronnmtorio di Pdoro rigimrdante il mare Ionio è la 
nobile città di Messina, dal senato decorata della romana citta* 
dinanza, la quale ebbe antichissimi vescovi da Gregorio non tra* 
scurati in queste sue epistole. Fa e^i primieramente menzione 
del vescovo Felice (2). Siccome riferimmo trattando della chiesa 
di Tauriana ma Bruzio, per le devastazioni de' longobardi molti 
monaci di quella provincia eransì ricoverati ÌASiciGa, dove spar- 
pagliati di qua e di la vivevano smza rettore : scrisse perciò Gre- 
gorio due sue lettere, una a questo vescovo, l'altra ch'eia se- 
guente a Pietro diacono rettore del patrimonio della dbiesa di 
Roma in Sicilia , nelle quati impone che raecolti que'monaci , 
fosser rinchiusi nel monastero di S. Teodoro costrutto nella città 
fi Messina, dove con gli altri monaci «otto un mecfesdmo rettore 
potessero vivere, dicendo oosl a Fdiee : ne le tmisso cUiquid 
ordinaium in ina contristem Dfoecm ; ed a Pietro: Qwm rem 
venerabili Fdici e/usdem dtnkOis EpiKopo noe significasse co^ 
goosce^ ne praeter suam notitiam in Dioecesisibitaneessa erdi- 
natum quippiam contristetur . Esorta altrove lo stesso Felice a 

(i) Lìb. m, cap. 8. 



(1^ Ltiu. iiiy cap. o, 

(2) Lìb. I, ep. 38 e 64» Felici episcopo Messanensi. 



serbare co' suoi chericì le antiche còasueludiai , ed a non man- 
dargli doni per l'avvenire, né menque' piccioli da'romani chia- 
mati xenia^ e gli soggiunge che si risparmiasse il viaggio che 
intendeva fare a Roma per vederlo , bastando che lo tenesse 
presente nelle sue orazioni (1). Il medesimo Felice si dolse per 
essere state usurpate alcune possessioni delia sua chiesa dagli 
agenti di quella di Siracusa ; il perchè Gregorio impose al ve- 
scovo Giovanni di far terminare il litigio juris ordine servato , 
siccome fu rapportato trattando de' vescovi di Siracusa (2). 

Finalmente a questo Felice fu indirizzata da Gregorio quella 
diffusa, assai dotta ed eloquente epistola, eh' è l'ultima di 
questi libri, nella quale gli dà saggi provvedimenti sopra più 
dimande fattegli dal vescovo per sua norma ed istruzione : 

I. Intorno al grado di parentela fino al quale dovesse estendersi 
il permesso di contrarre matrimonio. Avendo il vescovo Felice 
inteso , che Gregorio ad Agostino Anglorum gentis Episcopo 
avesse ridotta la proibizione, e permesso le nózze nella terza 
e quarta generazione , avea dimandato al pontefice se potesse 
altrettanto permettere nella sua diocesi : ma Gregorio gli ri- 
sponde che ciò avea prescritto specialmente fra quella gente, 
e perciò gli dice^ non genercditer celeri^ me scripsisse cognóscas; 
poiché essendo gl'inglesi di fresco venuti alla fede cattolica , 
doveano trattarsi come fanciulli , e adoperar con loro come 
disse l'apostolo : Lac vobis potum dedi^ non escam (3) ; ma cri- 
stiani vecchi dovevano osservare ciò che da' canoni tròvayasì 
stabilito. 

IL Gli dà sagge regole intorno alla riverenza ed al rispetto 
che dee procurare che sia portato alPordine ecclesiastico, e 
massimamente a' prepositi delle chiese. 

E poi prosiegue. similmente a togliere altri dubbj mossigli 
intorno alle dedicazioni delle chiese, a' battesimi, alle scomu- 
niche, e cose'simili, con tanta discretezza, prudenza e dottrina, 
che sopra le altre merita quest'epistola essere attentamente letta. 

Dopo Felice scorgesi (4) essere stato rifatto vescovo di Mesr 

0) Ep. 64. 

(2) Lib. Vir, iDd. II, ep. 102, 

(3) I Corint. e. 3. vs. 2 

(4) Lib. V, ^. 8. 



- 3«5 — 

slna Dono , ovvero Bono, al quale Gregorio, siccome l'aveva 
avuto il suo predecessore, mandò il pallio: t7to {Hdelicet tem- 
pòribus atque ordine^ quibus decessorem quoque tuum usum esse 
non ambigimus; confermandogli ancora tutt'i privilegi della sua 
chiesa. Allo stesso Dono si vede indirizzata un'epistola dove 
gli raccomanda la persona di un tal Giorgio (1) ; e con un'altra 
Io esorta che non abbia alcun dubbio nell'alienare gli argenti 
della chiesa, anche ì vasi sacri, per la redenzione de'captivì (2). 

Nel libro VII si legge una epìstola indirizzata pure al me- 
desimo, la quale merita avvertenza, perchè questo savio pon- 
tefice abborriva che per le sepolture la chiesa prendesse cosa 
alcuna. A quella di Messina per queslo titolo erano stati lasciati 
alcuni legati, ma di robe aliene: all'erede premeva che fossero 
restituite al vero padrone, quia secundum saeculi leges^ dice qui 
Gregorio, haeres ad solvendum cogitur^ si auctor ejus^ vel testator 
aliena legaverit ; perciò ebbe ricorso da Gregorio , il quale scrisse 
^ vescovo che dovendo egli vivere lege Dei , non autem legè 
saeculi , facesse tosto restituir quella roba al padrone , né per 
titolo di sepoltura ricevesse cos'alcuna, qualunque consuetudine 
vi fosse in contrario, la quale egli derogò nella sua chiesa : cum 
secundum nostrum institutum no\^eris^ nos illicitam antiquam 
consuetudinem a nostra Ecclesia omnino vetuisse , nec cuiquam 
assensum praebere^ ut loca humani corporis pretto possint 
adipisci. Nam si gentiles^ ut arbitramur^ mi Sichimitae 
Abrahae prò Sara mortua^ atque in loco proprio humanda sepuh 
turam gratis obtulerunt , et inx magna ejus importunitate 
coacti sUnt^ ut pretium de loco sepulturae perdperent ; nos qui 
Episcopi dicimur^ de humandis fidelium corporibus pensa quid 
facere debemus ? (3) 

Dopo il promontorio dagli antichi chiamato Drepanum , ed 
ora capo di S. Alessio dal vicino castello di tal nome, s'in- 
contra la città di Taormina , Tauromenium da' latini delta , e 
prima Naxos^ da' cui ruderi surse, siccome scrisse Diodoro sici- 
liano (4). De' vescovi di questa città pure troviam fatta me- 

(1) Ep. 39. 

(2) Lib. VI, ep. 35, 

(3) Lib. VII, ep. 4. 

(4) Lib. IV. Bibllot. 



morìa da Gr^orìo ìd questi buoi librì. Nel libro priino ia una 
epistola si fa menzione dì due suoi . vescovi ^ di Vittorino e di 
Secondino. Gli ocUamirii del patrimonio della chiesa di Roma 
aveano usurpate a quella di Taormina alcune possessioni , di 
che avutosi ricorso a Gregorio , scrìve questi a Pietro sotto- 
diacono rettore di quel patrimonio , che veduto se la «osa 
stesse in tali termini, facesse alla medesima restituirle. Avendo 
similmente avuto notizia, che anche vivente Vittorino vescovo 
di Taormina alcuni denari della suddetta chiesa erano andati 
male , e volendo Secondino suceessore di Vittorino ricuperarli ; 
impone al medesimo Pietro ehe presti al vescovo tutta la sua 
assistenza^ et ntiliiatibiis ejusdem Ecclesiae in quo necessa- 
rium fuerit^ salpa aequitate^ cmcurrere (1). Nel libro secondo 
si legge altra epistola indirizzata Secundino Episcopo Taw- 
romitano (2) , dove gl'impone ehe &ccia abbattere un batti* 
^iterio dà' melìaci &tto costruire nel monastero di S. Andrea, ed 
in quel luogo fondare un altare, repleto loco ipsarum fontium , 
altare ad sacra oelebranda materia iilic sine aliqua dilatione 
fund^ur^ non essendo lecito ne' monasteri aver battì^eri* Allo 
stesso Secondino è indirizzata l'epìstola in eui gli raccomanda 
Sincero con sua mc^e , la quale era molestata da' creditori 
del padre, la cui eredità noa avea voluto accettare per esser 
morto poverissimo, oode ném essendosi mischiata in quella, non 
era dovere, ut unde mMvm seusit oommodum^ smtineat mjuste 
dispendium (5) . Far ìmeate a hù iu diretta l'episUda, per la quale 
gli s'impone che renda giustizia a' monaci del monastero Castil- 
lìonese , i quali ai dolevano , contro la volontà de' fondatori 
essere mdestati sopra un monadero il quale al loro era slato 
unito (k). Nel libro ottavo se ne leggono due altre: i^Ua prima 
si rapporta&oi riooisìa iui latti da un tal Ii(me cartario, il quale 
asseriva averlo sm mè^ie lasciato per sospetto e gelosa avuia 
che egM si mtsooìBssù aaa altre donne , di che egli era inno- 
cente; e cosà avando ^wak) alia mogUe, questa finalmente di 

(4) Lib. I, ep. 71 . 

(2) Lib. II, ep. 57, Ind. XI. 

(3) Lib. V, ep. 35. 
(4)Lib.VII, ep. 31. 



— 3*7 — 

sua spontanea volontà era a lui ritornata. II vescovo Secondino 
in tao lo, per essersi separata dal marito , aveala con la sua ia- 
miglia privata della sacra comunione, e non ostante che avesse 
fatto a lui ritorno , perpbè ciò aveva avuto luogo di soppiatto, 
senza pubblicità e, senza sua saputa, non avea tolta la ptoi- 
bizione. Gregorio lo esorta a levarla, ut hngo jam tempore mi'- 
nime communione privetur (1). Nella seconda si fa memoria 
di Marciano vescovo di Locri , e di Dulcino suo predecessore 
per occasione di certa lite mossa al monastero di S. Cristoforo, 
ch'era posto nella diocesi di Taormina: s'impone perciò a 
Secondino insieme col vescovo Rufino di comporre in guisa la 
controversia che sia affatto terminata e non si dia più luogo 
a nuovi ricorsi (2). 

Dopo il fiume Asìnes , ora detto Cantona , il monte Etna 
o Mongibello ed i tre scogli de' Ciclopi, chiamati ora li Farì- 
glioni, siegue la preclara città di Catania , della cui chiesa e 
de'suoì vescovi spessissjime volte si fa da Gregorio memoria (3); 

Dal libro terzo cominciano a leggersi molte epistole dirette 
a' vescovi di questa città , e qudla a Leone (4) merita molta 
attenzione ; poiché mostra che in antico nella diocesi di Catania 
a^ sottodiaconi era permesso di aver moglie. Da questa epì^ola 
si scorge come papa Pelagio II predecessor di Gregorio fosse 
slato il primo a costituire, che chiunque volesse passare a 
quest'ordine dovea risolversi o di astenersi dai tor donna, o di 
lasciarla ove l'avesse; ma preso l'ordine, non potesse in alcuna 
guisa contrarre matrimonio, a meno che non volesse pi ut- 
tosto abbandonare il sacro carattere. Ora accadde che in Ca- 
tania un tale Specioso sottodiacono stimò appunto lasciar T uf- 
ficio di sQltodiacono, ed ammogliarsi, e così fatto, visse con 
sua moglie fino alla morte , esercitando TufScio di iK)taio. 
Morto che fu, la vedova da lui lasciata tornò a maritarsi con 
un tale Onorato. Il vescovo Lione con indiscreto a^i sciocco lào 
(come se essendo colei stata moglie d'un sottodiaconò, non pò- 

(1) Lib. Vin, c|>. 52. 

(2) Ep. 33. 

(3) Ep. 1 e 70 del 1* libro. Y. pure le epistole dirette al rescoro di Si- 
racusa. 

(4) Èp. 34. Leoni episcopo Caihotnetai* 



— 5W — 

tesse ad altri maritarsi) la costrinse a lasciare il secondo marito ^ 
e la rinchiuse in un monastero. Gregorio il riprende di cotai 
durezza da lui commessa e gl'impone di restituirla al suo 
marito : praedictam te mtUierem de Monasterio per omnia con- 
9en%t reìaxare^ ut ad suum maritum sine dliqua pàssit formi- 
dine remeare; e ne dà la ragione, che avendo detto il primo 
marito di astenersi dall' ufficio dì sottodiacono , antedictae mu^ 
lieri non debet officerei qmd ad sectmdam conjtigii copulationem 
migravit , praesertim si non tali mente subdùju^ono juìtcta est , 
nt a carnis {>oluptatibus ahstineret. d'ingiunge in fine, che in 
questi casi stia attento e diligentemente esamini nel conferire 
simiglianti ordini, se quelli che se ne investono sian disposti 
à non mescolarsi con le mogli, sed ad similitudinem Sedis Apo* 
stolicae eos cuncta observare^ stia nihilominus districtione con- 
stituat. D'onde S) inferisce che a' tempi di Gregorio i sotto- 
diaconi non facevano solenne voto di perpetua castità ; poiché 
se l'avesser fatto, in vigor del medesimo non avrebber potuto 
assolutamente maritarsi, siccom'è la presente disciplina. Di 
questo Lione vescovo di Catania fassi anche memoria , come 
si è veduto , in un'epistola del quinto libro , nel quale tro- 
vasi anche un'altra lettera diretta allo stei^ Lione , dov'è 
ripreso della sua negligenza per non aver dato rimedio alla 
temerità degli ebrei samaritani di Catania, i quali compravano 
per loro servi i pagani, e li facevano circoncidere , contro 
il prescritto delle leggi , che solamente a' padri ebrei per- 
mettevano di far circoncidere i loro figliuoli (1), e quindi così 
gl'impone mancipia ipse sine mora inUbertatem modis omnibus 
vindica , et ecdesiasticam restitutionem impende , nec quicquam 
dominos eorum de pretio quoUbet modo recipere patiaris , qui 
non solum hoc damno mulctandi^ sed etiam alia erant poena 
de legibus feriendi : e questa pena prescritta dalle leggi era la 
medesima che quella da applicarsi a coloro i quali rendessero 
eunuchi i loro figliuoli (2). 

Ad istanza degli acoliti della chiesa catanese, i quali si que- 
relavano di esser fraudati di quel quarto che loro competeva, 

(i) Così era disposto nella L. S D. Ad Leg. Com. de Sic. 
(2) V. la citata legge, e l'ep. 32 del Hb. IH. 



— 569 — 

Gregorio ecco come parla al medesimo Lione : ut quidquid^ 
Ecclesiae tuae ex redditu^ ni qmlibet alio titulo fortassis acces- 
serit^ quartam exinde portionem sine diminutione aliqua debeas 
segregare , atqm eam secundum Dei timorem presbyteris , dia- 
conis^ ac clero^ ut tibi visura fuerit^ discrete dividere (1), 

Altrove acremente lo rimprovera delja sua indolenza ^ poi- 
ché da Marziano monaco del monastero di S. Vito posto 
nel monte Etna era slato informato che que' monaci viveapo 
con tanta rilassatezza, che non si astenevano dal mescolarsi 
con donne ; il che egli , o non sapeva , e di grave trascu- 
raggine era colpevole o il sapeva e il soffriva , e più grave 
ancora addiveniva la sua colpa; e però grìngìunge , ^t 
hujusmodi iniquitatem a quibusdam perpetratam imeniret , 
hujus pemrsitatis facinus digna studeat emendatione corri- 
gere (2). E di ciò non contento scrive anche ad Adriano suo 
notaio in Sicilia che insieme col vescovo Lione provvegga ad 
emendare e punire i rilassati , e ad attendere alle utilità ed a' 
commodi di quel monastero (5). Finalmente nel libro IX si 
legge un'altra lettera allo stesso Lione per raccomandargli la 
persona di Severo, affinchè l'assistesse e giovasse della sua 
carità sacerdotale (4). 

Dopo i fiumi Simeto ora detto la Jareta , e Teria oggi chia- 
mato il fiume di S. Leonardo , seguodo i campi Leontìni e la 
città Leontini ora detta di Lentini , la quale secondo un antico 
documento rapportato dal Paruta, avea l'aggiunto di Città fecon- 
dissima. Quanto a' vescovi di questa città, Gregorio scrisse una 
sua epistola ad un Lucido (Episcopo Leontino (5)) ; dalla quale 
si manifesta , che secondo la disciplina di que' tempi i mona* 
steri non avevano preti, e quando l'abate voleva fare ordinare 
un monaco dal vescovo di quella diocesi in cui il monastero 
fosse posto, ricorreva al pontefice, il quale faceva siccome qui 
fece Gregorio, che scrisse a Lucido, esaminasse diligentemente il 
monaco proposto dall'abate, e si nihil in eo repertum fuerity quod 

(1) Lii>. VII, ep, 8. 
(^)Lib.Vin, ep. ». 

(3) Ep. 22. 

(4) Lib. IX, ep. 5. 

(5) Lii> X, ep. 55. 

Tom. //. 25 



et pòssìt okiare , ùan&nice , sicut moris est , òon$éere$ ,* ma le 
condizioni erano, che non potesse celebrar messe altrove 
se non nel suo monastero. Nihil ei aliud pmilegii conce- 
dentes^ nl$i ut in congregatióné sua ^ quoties opportunufn fuerity 
sacra Missarum debeat tantummodo celebrare fnysteria* 

Poco lontana trovavasì Megara , memorata anche da To- 
lomeo e da Stefano, ed indi Siracusa, della quale si è detto 
abbastanza. 

Nel promontorio che appresso sìegue nella parte meridionale 
chiamato Pachino, dopo il fiume Gelas , oggi da^ naturali del 
luogo chiamalo fiume Salso , è Agrigento, città magnifica^ dai 
siciliani detta Girgentì. De' vescovi di Agrigento troviamo da 
Gregorio fatta spesse volte memoria. Nell'epistola diretta a 
Massimiano vescovo di Siracusa gli s^impone che gli accu- 
satori di Gregorio vescovo di Agrigento , coMocumenti de* 
delitti, de* quali veniva imputato, facesse trasmettere in Roma, 
qmtenus eis in Romanam , sicut diù^imns ^ cii?itatem trans-- 
missis , sub celeritate sciamus , quid auxilianle Domino de 
persona saluhrius ejus disponere debeamus (1). Avendo poi 
il pontefice Gregorio (forse per li delitti provati del suddetto 
vescovo) commessa la visita della chiesa di Agrigento a Pietro 
vescovo Trìpolitaho , e data incumbenza allo stesso Massimiano 
vescovo di Siracusa di assegnare al Vescovo visitatore la quarta 
jMirte dovuta al vescovo titolare, con un'epistola diretta a Pietro, 
dandogli di ciò avviso, Tesorta ad aver diligente cura nelPam* 
ministrazione della chiesa medesima (3). Nell'epistola indiriz- 
zata a Faustino difensore gli si commette, che insieme col ve- 
scovo di Agrigento attenda alla conversione ed al battesimo 
di molti giudei ch'erano in quella diocesi i quali cercavano 
farsi cristiani , secondo Ravviso che ne dava Domnina ba- 
dessa del monastero di S. Stefano posto in quella diocesi i 
che se reputasse lungo l'aspettare sino alla solennità della 
Pasqua , alla quale solevansi riportare i battesimi , e che la 
tardanza potesse esser di pregiudizio , non aspettasse sino a 
quel tempo ; ma che tosto si portasse colà , parlasie col ve* 

(i) Uh. II, lad. XI| ep. i2. 
(2) Lib. IV, ep« il. 



iSCOVO, ttà avendo i «atecametii per quAràtita giorni ^od8iii- 
fatM olia penitenza ed airassìstetiza ^ mt die Dominicò , ùUt 
si oeUbèrfima fsutMtùs fortaèÉis occurrerit , eos omnipòtehtiè Dei 
miÈ^Hooréiù protégenu baptiiet. Se non avranno le vesti eod^ 
vemdfltl per rteevere 11 battesimo ^ le compri , e li sóccòira ,'• 
sé «umùo poveri, di quanto lor farà bisogno, perchè ttitte le 
spdM aaraMo bonificate ne'^uoi conti (1). 

Non più che kO miglia tontana dà Agrigento ^ SMòndo 
l'Itinerario di Antonino^ era pósta la cóldnia Terme ^ la quale 
il Fatilo credette Mseré stata n6l Inogo dovie al predente è 
la città di Bciacca, al che Arduino applaude. Indi dopo 11 
fidma Acbates^ ricco di gemme che da lui prendono il nome ^ 
oggi detto Belice , succedono le città di Ma^ara, e di Hyp^a , 
oi'a Menala vl6ina al Lilibeo, é dappoi Belino, della quale non 
rimangono che tenui vestigi nel lato meridionale deiri&ola bel 
hiti^a 9 Secondo il Fazello ^ volgarmente detto la Teiera de )i 
PùldO 9 ma Arduino nel libro ée Nummié antiquis PopnìùfUM 
et Ufbium ié assegna altro sito. 

Stegoa il promontorio Ulibeo ^ sul quale; è la città del nome 
stisim^ i cui vescovi non dimenticò Gregorio , leggendosi una 
sua epistola indirits^ata Theodorv EfiÉCòpo LUibefitano {f). Loda 
in queéta la vigilanza ed il sommo studio che Teodoro aveva 
ddla fetta ammìnistrai^.ioné della sua chiesa^ e to confotta a pro« 
segttlfé ; aggiungendogli che se gli occorresse aiuto ne* casi 
ardui ricorresse Con fiducia a Massimiano vescovo di Siracusa 
suo fteftPopoJìtano j il quale gli avrebbe somministrato ogni 
favore ed assisténa. Da un'altra epistola tì ha che morto Teo* 
doro, ti clero ed il popolo della chiesa di Lilibeo avendo elmto 
per suo sticcessofre il prète Decio FoCense , chiesero a Ore* 
gùrio che rordinasse per loro vescovo, ed egli H compiaéqne } 
onde scrisse a Cipriano diacono rettore in Sicilia che som* 
ministrasse al nuovo vescovo tutto il sno favore neiram* 
nni^stratione della diocesi (S). Quindi neA^epistOla indirìx^ 

tm 4k ntJÈtìH» Déció EpiÈtùpó lilibefimo {Vj gli iTittpone , 

(1) Lib. Vii, ep. 24. 

(2) Lib. II, Ind. XI, ep; 49; 

(3) Lib. V, ep. 13. 

(4) Lib; VIU, ep. 36, 



— 578 — 

che» avendo Adeodato fondato nella città di Ltlibeo un mo- 
nastero di donne in onore di S. Pietro, e de' SS. Martìri Lo- 
renzo, Ermete, Pancrazio, Sebastiano , ed Agaese, e deside- 
rando che quello si consacrale , Io dedicasse senza induco , 
si nullum corpus ibidem constai humatum ^ percepta prius do- 
natùme legitima. Mandò Gregorio a questa religi<)sa Adeodata 
reliquie miracolose, molto commendando la sua pietà, siccome 
si legge nell'epistola precedente. 

Dopo Drepano, ora detta Trapani, città invitta , ed il monte 
Erico ora monte S. Giuliano, segue la famosa Palermo cogno^ 
minata la città felice. Al vescovo di questa città (decorato del 
pallio e del titolo di arcivescovo) si veggono più lettere in^ 
dirizzate da Gregorio. Di Vittore vescovo di Palermo troviamo 
essersi fatta memoria nel libro primo (1) e nel libro secondo (2), 
in cui Gregorio , a' ricorsi di Bonifacio che si doleva essere 
stalo ingiustamente da Vittore scomunicato, commette la co- 
noscenza del fatto a Mariniano abate di Palermo^ ed a Benenato 
notaio , rettore del patrimonio che la Chiesa romana teneva in 
Palermo , a' quali impone che se trovato avessero essere stato 
quello per giuste cause scomunicato, non solo cosi lo lascias- 
sero, ma di, più lo rinserrassero in un monastero , ubi poe-- 
nitentiam agere debeat ; che se altrimenti fosse, e le doglianze 
si trovassero appoggiate sul vero, ne facessero a lui relazione 
per dare egli la dovuta provvidenza , ed intanto non fosse a 
Bonifacio inferita alcuna molestia. Dal libro IV cominciansi a 
leggere epìstole indirizzate a questo Vittore , e fra le altre , 
quella dove gli rimanda Gregorio abate del monastero di S. 
Teodoro, il quale essendosi in Roma purgato de' suoi delitti con 
lunga penitenza, vuole che si rimetta nel suo monastero (3). 
Dal monastero di donne di S. Martino una monaca chiamata 
Marzia orasene uscita, e ritirata in un altro monastero, e Vit- 
toria, altra monaca che in suo luogo successe, distraeva le robe 
del monastero ^ ut ad prioratus locum pertingeret , et ipsa^post 
Abbatissam interim imeniri debuisset: il pontefice impone 

(1JE^70. 

(S) Ind. XI» ep. 24. 

(«)Ep.4. 



— 375 — 

perciò a Vittore che faccia ritornare Marzia al suo monastero, 
che consegni Vittoria a Fantino suo difensore , quatmus ipse 
eam discutiens cui quid de rèbus monasterii dedita imeniat. Quam 
discmsam in monasterium aliud dari volumus. Altri disordini 
erano stati a lui riferiti accadere in quel monastero per cagion 
di Anastasio medico e di altri , i quali entravano nel mede- 
simo, senza che il vescovo molto se ne curasse; laonde lo esorta 
neiravvenire ad aver di ciò maggior cura e vigilanza. Da questi 
disordini poi avvenne die per levarli affatto , si stimò chiu- 
dere le monache in una stretta clausura, d'onde non po- 
tessero a loro arbitrio uscire , e custodirle con grate di ferro , 
a porle chiuse, sicché ninno potesse entrarvi. Allo stèsso Vit- 
tore si vede indirizzata un'epistola con la quale gl'ingiunge, che 
avendogli domandato Urbino abate del monastero di S. Erma, 
posto dentro Palermo, di fare ordinar prete un monaco acciocché 
potesse ivi celebrare sacra Missarum solemnia; esamini il 
monaco proposto, e se lo troverà idoneo, &>enza frappor dimora 
lo consacri , ma non gli permetta celebrare fuori del suo mo- 
nastero (1). E nel libro settimo si legge un'altra epistola 
indirizzata pure allo stesso Vittore, la quale merita avver- 
tenza ; poiché dimostra come in tutte le occasioni questo savio 
pontefice inculchi doversi osservare in prò de' giudei esatta- 
mente quanto dalle leggi era stato lor concesso ; e perciò es- 
sendo stato informato da' giudei abitanti in Roma , che quei 
che erano a Palermo soffrivano manifesti torti ed oppressioni 
per essere sturbati dalle loro sinagoghe ; impone al vescovo 
Vittore, che non permetta fare inferire ad essi alcun pregiu- 
dicio : oportet ut fraternitas vestra^ legis seri^ diligenter in- 
speda , ita eis quidquid hoc de re decretum est , custodire 
debeat oc servare. Che se mai ne nascesse dubbio o lite, pr(>- 
ctirasse per mezzo d'arbitri dalle parti eletti farla terminare. 
Quod si forte illic contentio ipsa finiri nequi{>erit , ad nos pentr^ 
causam necesse est: quatenus sine destra invidia^ quae amica 
justitiae ma fuerint decemantur ; ma che intanto egli sospenda 
la consecrazione de' luoghi ch'erano stati tolti a'giudei (S). 

(1) Lib. V, ep. 41. 
(2}Lib«26. 



pA dUra epistola si conosca ohQ morto il vescovo Viltore» Gn^ 
gorio commette la visita dalla vedova ^ chiesa a Barbaro ve- 
fK^v^ di Benevepto , imponendogli di doversi condurre a Par 
lermp e quivi esortare il clero e la plebe all'elezione del sug^ 
ee3Sore : ripetendo le cose stesse , che in casi simili doveano 
osservarsi , di non eleggersi persona estranea , eioè di altra 
chiesa, se non se nella città nullus Qd episcopatum dignus^ qmd 
mnire non credimus , patuerit in^niri i e dì sfuggir l'elezione 
di per^na laica ; Analmente durante il tempo della visita , 
fÌAchò poa sarà provveduta la chiesa di altro vescovo, gli oom- 
mette la evira e sopralotendenza de' monasteri posti in quella 

diocesi (i), 

Seguono da questo lato altre città marittiqie sino al proi* 
moQtprio di Peloro , de* cui vescovi Gregorio iK}n ebbe ooca-^ 
sione di far memoria; e queste sono Sotunto dagli antichi detta 
^olt^s ovvero Solmtum, siccome la chiama Antonino ; Himera^ 
Oggi detta Termini 5 oittà splendidissima* Cephaìaedis^ oggi 
Gefalu, dttà plc^cmtissima : AlunHumy detta Alonzio anche 
a' tempi del Fazello : Agathyrna^ oggi S. Martino (o campo di 
Orlando) posta in mezzo nell'intervallo tra Palermo e Messina : 
Tyndms^ colonia, a' ruderi della quale rimane ancora il nome 
di TepdarQi e #yte, oggi chiamala Molazza. 

ISuroerosissime ftirono anche le città mediterranee di questa 
isola: tre, secondo Plinio, di condizione latina, decorate da'ro^ 
roani del dritto del vecchio Ua»io, quali furono Cenlorbe, sopra 
Caiaiiia presso il mopte Etna ; Notino, oggi Noto , eiuà ituge- 
gnosQ^ presso al Pachino; e Segesta? e le altre stipendiane, anno» 
vwate da Plinio secondo l'ordine dell'alfabeto, siccome Asaro: 
j;tna, ch'era posta alle radici di questo monte: Agjffitmj famosa 
per li natali di Diodoro , siocom'egU stesso ne rende testi^ 
monianza nella prefejiione della sua Biblioteca Isloriea; oggi ehia' 
imatA Argiro, ovvero S, Filippo d'Argironoj Acesia, memcH 
rata da Virgilio {^) : Acpaa, di quì rimangono i vestìgi, venti- 
quattro m%lia dei Siracuw» dove «ra, seoondo il Fascilo (3), 

(4) Lib. XI, ep. i6. 
(2J Lib. V Aeneid. 
(3>])ecad. I, lib. 10. 



ò il conveofo di 3- Maria di Gesù: Bidis, noa molto lontauft 
da Siracusa , della quale rìnìane il tempio i secpndo CIu<- 
verio (1), detto S. Qiovanoi di BidiQi; Catari, ora delta voi*- 
garmente Cassaro : Ergenti , i cui ruderi ora sodo detti Cit- 
ideila; Ecleta? oggi Oòbula ira LQO»tiai q Gameriim; Erice, 
di cui nel monte Erico si veggono ancona le rovine, se** 
condo la testimonianza di Fazello (S); Entella, di cui avanzano 
i ruderi al fiume Crimiao : Engrin^ , non molto lontana da 
Argiro patria di Diodorp (3): Gelas, oggi AUcata: Galeate, 
oggi Calati: Habega; Enna^ città sacrata a Proserpina ed 
a Cere^rC} oggi Castro Giovanpi, il cui aggiunto è aì»0 in^u^ 
gmbiki flybla nell'agro Catanese , oggi Paterno j siccome 
«redo Cluverio (4) ; Herbita , che é crede esser oggi Nicosia , 
cittc^ mtQnti^Hfm , secondo i Sioilìani ; Herbessum , posta 
da Livio tra le Siracuse a l'agro Leontino, oggi le Grotte , 
siccome stima Fai^ello (S) : Halicìa, da Tucidide e Stefano còl* 
locata tra Elnlella ed il Lilibeo , oggi Salemi ; Hadranum , 
oggi Adorno ; Hiccara diciatto miglia da Palermo lontana^ , 
pggi secondo il Fazello (6) Carini e Muro; letas sopra EntuUa, 
oggi secondo il Fazello Iato : Madustrata , qra Mistretta ; Ma- 
gella : Margcntia ; Matyca , ogg^ Modica , tra Pachino e Sira- 
cusa; Maxio minata fin da' tempi di Pausania; Meaena ^ oggi 
Meneo: Nocena, oggi Noara: Paropia, oggi Colisano: Pe^ 
trina^ che fu nel cammino da Agrigento al Lilibeo : Semellite : 
Scherìna : Selinunte : Talaria : Tissina , oggi Raiidazzo alle 
radici del monte Etna : Triocali , ovvero Tricallinum , come 
lo chiama Cicerone, oggi TroccoU ^ dei cui vescovo non 
si dimenticò Gregorio in Una sua epìstola (7) : finalmente 
^anclea de' Messenii nello stretto Siciliano, la quale poi o^utò 
nome e fu detta Messina da'Messen] del Peloponneso, De»* ve- 
scovi dì queste città mediterranee non §bbe ocoasione Gr^ 

(1) Lib, II, Sìqil, it^Uq,, caP- iO. 

(2) D^c. I, lil^. 10. 
{»)Lib. l?. 

(4) Ub. P, 6ìe. antfq* eap. a» 

(8) Dee. I, uno. 

(6) Dee. h lib. 7, cap. 6. 

(7) Lib. IV, ep. 12* 



-576 — 

gorìo di far memoria , ^ non del vescovo di Troccoli ^1 qaale 
si vede indirizzata la citata epistola Petro Episcopo TrkalitanOj 
con la quale gli si commette la visita della chiesa vacante di 
Agrigento. 

Si noti intanto quanto fosse avventurosa quest'isola per 
avere avuto tanti sublimi scrittori cosi greci come latini , 
che non lasciarono in essa la più piccola città che non fosse 
da loro memorata. Fino le orazioni di Cicerone contro Yerre 
sono ripiene di lor ricordanze , e le rapine slesse , i furti , le 
scelleraggini di costui servirono a maggiormente illustrarla ; 
talché oggi non si trova parte del mondo che possa pregiarsi 
di aver altrettanti rinomati e celebri descrittori. I Francesi 
menano gran vanto per essere stata nominata la loro Parigi da 
Cesare ne' suoi Commentari, poiché di Lutetia gli altri scrittori, 
e Plinio stesso (al quale non rincrebbe nominare anche le città 
minime) non fanno motto alcuno, onde come preziosa gemma 
reputano quella parola gettata ivi da Cesare. Or che direbbero 
della Sicilia , nella quale non è picciol luogo, di cui non 
abbian lasciata memoria ed Omero ed Erodoto e Tucidide e 
Diodoro e Pausanìa e Strabene e Tolomeo e tanti altri greci ; 
e fra' latini un Cicerone, un Tito Livio , un Cornelio Nipote , 
un Pomponio Mela , un Plinio e numerosi altri , tralasciando 
pure i poeti? 

§.2. 

Delle minori isole del mare Siciliano. 

Molte altre isole minori quasi circondano la Sicilia , le 
quali 9 come già dicemmo^ appartengono più tosto all'Africa 
che all'Italia, e per ciò di Malta e de' suoi vescovi si è da 
noi altrove ragionato. Quelle di qua riguardanti l'Italia, sono 
l'isole Eolie o di Lipari, ovvero di Vulcano. Furon dette 
Eolie , perchè a' tdmpi della guerra Troiana vi regnò Eolo. 
Dì Lipari , perchè vi successe dopo Eolo il re Lipari , sic- 
come scrisse Plinio; ma Diodoro Siciliano (1) vuole al con- 

Hi Lib. b; 



-T.577 — 

trarlo che a Lipari fosse succeduto Eolo. Checché ne sta, 
Lipari , la quale ancor tfggi è cosi detta , ebbe sua città 
del nome stesso non meno antica che illustre, perchè da' ro- 
mani decorata della loro cittadinanza ; e da antichissimi tempi 
ebbe anche suoi vescovi , suffraganei al metropolitano di 
Siracusa. Non mancò Gregorio di aver cura e pensiero della 
sua chiesa , la quale essendo rimasa vacante , perchè meglio 
fosse amministrata vi trasferì Paolino vescovo di Tauriana im- 
ponendogli che sì portasse a Lipari per reggerla, lasciandolo 
intanto visitatore della chiesa di Tauriana ed ordinando a Mas- 
simiano metropolitano di Siracusa che così si facesse : Scire 
tevolumus^ (scrive a Paolino) quia Maximiano fratri et coe^ 
piscopo noslro scripsimus , ut fraternitatem tuam Ecclesiae Li* 
parUanae ex nostra auctoritate prceesse constituat (1). 

Non lasceremo le chiese di questa ultima parte d'Italia, senza 
richiamare l'avvertenza di chi legge sopra una epistola indiriz- 
zata a più vescovi delia Sicilia, Leonia Secundino^ Joanni, Dennoy 
Lucido j Traiano^ Episcopis Siciliae^ dove in più chiara luce si 
vede quanto fosse grande l'autorità di Gregorio nella Sicilia , 
poiché a' suoi cartulari ovvero rettori del patrimonio dava fa- 
coltà d'inquirere sopra i vescovi , di esortarli e correggerli , 
e. se non si emendassero, di farne a lui' relazione; perciò 
a'suddetjti vescovi impone, che ad Adriano suo cartulario 
mandato in Sicilia ad regendum Ecclesiae nostrae patrimo" 
nium prestassero ogni aiuto ed assistenza , e si arrendessero 
alle sue correzioni , nam (soggiunge) eidem praefato Char^ 
tulario nostro injunooimm , ut si qua de reverendissimis fra^ 
tribus nostris Episcopis inordinate aeia cognoverit^ privs qui- 
dem secreta ac modesta adhortatione ipse corripiat; quae si 
ita emendata non faerint , nobis celeriter innotescat (2). 

Ma chi avrebbe mai creduto, che dopo avere il pontefice ro- 
mano fatto un tanto acquisto, sicché assolutamente disponesse 
delle chiese di Sicilia non solo , ma delle province chiamate 
poi le Calabrie , e delle altre città marittime che non passa- 
rono sotto la dominazione de' longobardi , mantenendosi nel- 

(1) Lib. II, ep. 13. 
(3) Ub. XI, ep. 22. 



^878 — 

Tubbidieosa deglMinperadon greci ; fiaalmenta questi sdegniUi, 
imperversando contro i successori dì Gregorio , le togliesiiero 
al ti'onQ romano » e le soggeltassero al trono costantinopolir 
tano » ripigliando ed eseroitando essi sopra le medesime quella 
imperiale autorità intorno all'esterior polizia ecclesiastica 9 
cbe da' Codici di Teodosio e di Giustiniano, dalle Novelle di 
costui e degli altri successori imperatori veniva loro sommi- 
nistrata? L'ampi6!iza della materia é la novità de' successi ri>- 
cbiedono che di ciò si parli nel oapitolo seguente ^ perchè 
ciaacuno apprenda quanto siano instabili e volubili le vicende 
delle mondane cose. 



— «T9 ^ 

CAPO XVII. 

Come dopo Gregmio le Chiese della Sicilia, delle Calabrie 
9 delle altre città rimaste sotto Tlmpero Greco fossero dagli 
ijBperatorì di GostantinopoU sottratte alWidieuM de'Ro- 
nani Ponteld • sottoposte al Trono Gostaitinopolitaiui. 

8i è già veduto ohe H dagli ultimi anni del pontificato di 
Gregorio oominoiò a turbarsi queirarmooia che prima era 
^tata tra questo ponteSoe e l'imperatore Mauriidiò, sioeiiè 
OrogQrio riputò le calamità o le cruddi stragi fatte della 
periona e famiglia di lui t come flagelli e oaetigbi di Dio : 
per la qual ceiu^ »i rallegro ootanto dairaasuniione al trono 
di Foeat apoorcbò «anguinario e tale ohe riusoi il più orrendo 
mostro di crudeltà che fosse sopra la terra , onde debitamente 
fu a lui reso ci6 che egli aveva fatto a Mauria;io, La corte 
dii Costantinopoli divenne dappoi teatro di rivoluzioni, di crudeltà 
a di gore tragedie ; ed assalito anobe l'imperio da' saraceni , 
mn mena per interna rivoluziono, ohe per l'esterne invasioni 
ù vide tutto disgrdinato e sconvolto, Profìltarono in questi 
torbidi i romani pcntcfiei successori di Gregorio , ed oltre a 
stabilir meglio le loro preminens^e , mancò poco che non si 
fossero assolutamente sottratti dairubbidienza di que' Cesari di 
cui eran sudditi , e da Gregorio riputati ed avuti sempre per 
mm signori» Ma nell'anno 7i7 essendo stato proclamato im- 
peratore Uono IsauriQQ » questi persuaso che bisognava toglier 
dai oHitianeslmo Tidolairia ohe si vedeva introdotta per l'ado- 
ratone delle Immagini, percbà le suo armi fossero prospere 
e felici contro i saraceni per un'opera cotanto pietosa ed a 
Db. accetta, promulgò un editto, ed quale nùa meno in 
Oriento àbe in Italia ste«wia proibiva aversi neUe chiose im- 
migiai in luoghi dova fosser da' p<$oli adorate, 

Ooosto divieto presso gl'italiani, awe»i per lungo uso ad 
avorio od emndio ad adorarle (al cbe i popoli sogliono esser 
I¥Vtati), oagionar non poteva cbe scompigli , tumulti a finahnente 
HvMoi)^ Papa (irogpno U fiMrtOPMoie si oppose airoditto , 



— 580 — 

ed ia Roma non fu fatto eseguire : nelle chiese di Sicilia , 
delle Calabrie , di Napoli e delle altre città sottoposte all'im- 
pero greco, i ministri imperiali che le reggevano lo esegui- 
rono , ma non senza tumulti e rivoluzioni. Quanto più i 
pontefici romani resistevano per non farlo osservare , tanto 
maggiormente cresceva la collera e lo sdegno di Lione contro 
i medesinu; ma finché durò l'impero di Lione, che fu di 25 
anni, le cose non si ridussero all'ultima estremità nella quale 
si videro dopo la sua morte, accaduta nell'anno 7bi , e l'assun- 
zione al trono di Costantino Copronimo suo figliuolo. Questi 
imperverso di maniera* che rotto ogni argine diede negli ec- 
cessi del furore; e divise affatto la chiesa Greca dalla Latina , 
togliendo al trono romano tutte le chiese della SiciKa , delle 
Calabrie , di Napoli e delle altre città che erano rimase sotU> 
l'impero di Oriente , e le attribuì al trono costantinopolitano. 
I patrimoni , che la chiesa romana possedeva in Sicilia e nelle 
altre città del continente d'Italia , furono o confiscati ovvero 
costretti a pagare il tributo come tutti gli altri patrimonj 
de' particolari. Né, morto Copremmo nell'anno 775, dopo un 
regno di 35 anni, finirono le divisioni e i disordini , anzi vie 
più crebbero e maggiormente gettarono radice; poidiè succe- 
duto all'impero Costantino Porfirogenito sua figliuolo , questi 
non meno che il padre e l'avo perseguitò il culto religioso delle 
immagini, e fu avverso a' romani pontefici. 

Attribuite pertanto le chiese di Sicilia, delle Calabrie e 
di Napoli al Irono costantinopolitano , e tolta al romano non 
meno la polizia dell'imperio che il governo di esse , questa 
potestà si vide ridotta nella persona degl'imperatori d'Oriente, 
i quali ripresero nell'amministrarla que' diritti ch'esercitavano 
sopra le chiese delle loro province contenuti ne' Codici di Teo- 
dc^o e di GiustìniaBO , nelle sue Novelle, e nelle altre de' se- 
guenti imperatori suoi successori. 

Costantino Magno abbracciando la religione cristiana e 
permetti^do che essa pubUicamente potesse professarsi in tutto 
l'imperio , aveva dichiarato che la polizia esterna ecclesiastica 
(perocché la chiesa era dentro l'impero, non già l'impero dentro 
la chiesa^ siccome saggiamente disse quel dotto e santo vescovo 
Ottato Milevitano) dovesse a lui come capo deli-impero appar- 



— S81 — 

tenersi, onde dovesse egli averne cura e pensiero : e siccome 
i vescovi , per ciò che riguardava le cose spirituali , Tam- 
ministrazione de' sacramenti , le esortazioni , la correzione de' 
costumi, e tutte le altre cose inteme della medesima, doveano 
esserne i moderatori , grispettori e gli amministratori; cosi 
per ciò che si apparteneva alla cura esteriore di prevenire 
ovvero sedare i disordini e le <5ontese , di provvedere a' bi- 
sogni delle chiese e de' loro ministri , di mantenere resterior 
lustro e decoro de' medesimi , in breve, di far che nell'imperio 
e ndla chiesa tutto fosse pacalo ed in quiete, dovesse l'impera- 
tore prenderne cura, e ciò fos3e sUa appartenenza ; e perciò ri* 
putavasi che ne fosse eg\ì Episcopus ad extra^ e quindi sovente 
Eusebio, specialmente nel libro della vita di Costantino (1), 
chiama l'imperatore ,communem orbis Episcopum a Deo consti-^ 
tutum. Alcuni , avendo Costantino ancorché fatto cristiano 
ritenuto il titolo di Pontefice Massimo , siccome fu ritenuto 
dagli altri imperatori cristiani suoi successori fino all'imperatore 
Graziano, credettero che soltanto come tale a lui dovesse 
anche appartenersi questa sopr'in tendenza delle cose cecie* 
sìastiche; ma io opino che vadano di gran lunga errati, e che 
quel tìtolo si ritenesse non già per riguardo della religione 
cristiana novellamente ricevuta nell'imperio , bensì per la re-* 
ligione gentile , la quale si lasciò . intatta, e nella quale po- 
teva ciascuno liberamente vivere : e nell'imperio di Costantino 
e de' suoi figliuoli certamente potendosi professare l'una e 
l'altra religione , erano più i gentili che i cristiani, e per con- 
seguenza siccome il titolo di Episcopm ad extra riguardava 
la religione cristiana, così l'antico di Ponti fex Maximus riferi vasi 
alla gentile professata ancora neirimperio. Il che si conferita 
dal successo ; poiché siccome tratto tratto con l'andar . de' 
tempi la gentile venne a mancare , e la cristiana ad occupar 
quasi tutto l'impero, gl'imperatori successori di Gramno la- 
sciarono quel titolo , di cui non avevasi a far nulla, e ridotto 
orniai vano ed inutUe. Né poteva agl'imperatori cristiani coU'- 
venire quel titolo medesimo a riguardo della Chiesa , poiché 
gl'imperatori gentili non solo aveano la s«praintendenza e la 

(4) Lib. ly cap. 57, • 



-. 584 - 

suprema ìspes&lone della religione gentile ad eMM 4 tim mao 
reputati veri e sommi sacerdoti in tutte le cose a quella ftp- 
paHenenti . 

Da questo principiò nacque che grimperatorl cristiani Che 
successero a Costantino fino aTéddosid il giovane^ le CostitU'- 
zioni de* quali abbiamo raccolte nel Codice da lui compilato $ 
regolassero tutti gli affari esterni della chiesa 1 convocassero i 
concilj, per togliere le brighe insorte tra' vescovi intoiiìaaltft 
dottrina ed alla disciplina : condannassero a gravt pene gli eftM 
liei : esiliassero ì vescovi codtumaci ed insolenti: li tra»fei1s« 
seroda una sede ad un'altra : ampliassero restringesi^ro itei 
loìro diocesitunissett) le cattedre, ed altre estinguessem ^ ìed 
aitile di nuovo ergessero, ovvero l loro vesfcovi innalzassefd pure 
ad arcivescovi e metropolitani « E^i regolavano ì matrimòni 
e gli sponsali; pres^ivevano i gradi per ]^ mm e m^ì- 
spensavano ; determinavano le giuste cagioni pé^divond 1 e lé 
giuste misure alle usure | regolavano le scomuniche ^ e sox'i^ie 
essi stessi scomunieavano, proibendo a' fedeli l'ingresso ìielie 
chiese e privandoli di t)gni umano commercio | davan leggd 
alle Costruzioni delle nuove chiese, ospedali e monasteri ; re* 
gelavano 1 loro acquisti e le rendite: éA in breve iìjuà pòntifimam 
non faceva corpo a parte separato dal jm dviìe^ ma vi»aivi 
compreso in questo^ sìcèom'è manifesto dal XjoAìtàé i^ddetio^ 
fra ì cui libri è incluso il xvi ^ che non tratta se non di ma- 
terie ecclesiastictìe, a regolar le quali veggdnsl promulgate ifi 
gran numero costituzioni e leggi imperiali* 

Ma fta quatìt'imperàtori d'Orietite poncsser mmm studi» 
e Cura nella ptAirfa esterna della Chiei^ ^ duè furono che sì 
resero in ciò sopta gli altri Hnomati e celebri , l'impetfttftW 
GiusttniauD Magno e Timperatori Lione eog&ominate* H da* 
piente ovvero il FilosofoV • 

Giustlnlfl^o^ com:'è pakic dal suo Còdice^ ma mcAì» ^ dalle 
sue Novelki^ fa tutto inteso a dar k^i e regolatMiitì tttlw»» 
alFestet4er disciplina della Chiesa^ cM) tMia acouraràn^^ dif i^ 
gemsa ed attentionc) dre mn scifppaf^io dalla ^«sft ^Ua Mk 
mano ii^ men le cose più tAinute^ Egli regetei^ te gemigli 

esterna della chiesa orientale , innalzava ed abbassava le sedi 
episcopali, univa»oseparava le cattedre, altre tìmve n^f^^evtkj 



decoMva i veècovisoveinte fion titoli di Arciveseovl) Ancorché noti 
avessero altri a 6è suffraganel; badava fino a prescriver lóro abiti^ 
riti e cerimonie. Leggansi le me Novelle e si troverà el^e per 
toglierele dispute intorno alla versione greca della Bibbia, pre« 
scrive égli di qual versione dovesse la chiesa greca valersi, se di 
quella dì Teodosio, ovvero di Àquila , o pure di Simmaco, B 
fu a queste cose cotanto portato, che contro il decoro imperiale 
volle immischiarsi fino nelle dispute metafisiche e scolastiche 
elevate tra que' fanatici e puntigliosi greci. Egli prescriveva 
leggi sopra i matrimoni, i divorzi^ i concubinati e le usure : re^ 
gòlava gli acquisti e le rendite delle chiese e degli ospedali t 
distribuiva le porzioni al clero : chiamava i vescovi , gli esi« 
lìava e li richiamava a suo arbitrio : infine arrivò a preserie 
vere ad essi sino le cagioni per le quali potessero legittimamente 
scomunicare, fuori le quali le scomuniche eran dal suo GOn^ 
dstoro dichiarate invalide e nulle» 

Non fU in ciò meno attento Timperatore Lione il Filosofo , 
ìt quale success a Basilio Macedone neiranno 886* Questi 
ne* suoi 2b anni di regno empi l'Oriente di sue Gostitusìonl 
Novelle , motte delle quali non riguardano che i^esterior pc 
lizia ecclesiastica , e fra queste si legge la Novella trascritta 
da Leonclavio, nella quale si forma un'accurata circoscrizione 
del trono cosUintinopolltano co* vescovi ed arcivescovi del- 
l'impero di Oriente attribuiti alla giurisdizione del patriarca 
di Costantinopoli: ed in essa espressamente fassl memoria 
di altre chiese che prima si appartenevano al patriarca di 
Occidente, e che dappoi (i<^{^i a Throno Bomano furono ag^ 
giudi(^e al trono costantinopolitano. Fra queste si leggono 
il metropolitano di Siracusa con gli altri vescovi di Sicilia 
a lui suffragane! , ^arcivescovo di Heggio nelle Calabrie , l'at^ 
civescovo di Napoli e quelli di altre città, le quali etan rimase 
in Italia sotto gl'impemtori di Oriente senza passare sotto la 
dominazione de' longobardi. 

Attribuite adunque le chiese di SieiKa , delle Calabrie é di 
Napoli al trono costantinopolitano , bisognò che esse tA adat^ 
msertn a quella polizia che agrimperatonri dì Oriente piaceva 
imporre. I siciliani, siccome si 6 veduto (i), ma bea sentivano 

(i) Lib. VII, fnd. ti, ép. èi. 



- 38» « 

del patrimonio della chiesa di Roma , e molto deferivano a( 
trono costantinopolitano; quindi volentieri vi si accomodarono, 
e cosi pure i calabresi ed i napolitani , i quali altresì da' greci 
traevan lor origine. Cosi per questa via si perdettero da' pon* 
lefici romani le chiese di Sicilia e di queste province , che ri- 
masero sottoposte al patriarcato costantinopolitano. 

Ed anche per altra cagione ne furon privi, cioè per Tinva- 
sione de' saraceni , i quali, resi formidabili non meno per 
eserciti di terra che per armate di mare, profittando delle con- 
fusioni e de' disordini della corte di Costantinopoli, quasi tutte 
le isole del Mediterraneo ridussero sotto la loro dominazione. 
La Sicilia nella sua maggior parte, scacciati i greci , fu da' 
saraceni occupata, i quali vi stabilirono ferma residenza; e 
più chiese furon cambiate in lor meschite, ovvero profanate 
e ridotte in sozze e fetide stalle. Cosi in quest'isola , nella 
parte di essa ch'era rimasa a' greci, si professava la religione 
cristiana , ma secondo il rito greco , e le chiese eran sotto- 
poste al trono costantinopolitano: nell'altra maggior parte oc- 
cupata da' saracem la religione dominante era la maomettana. 
Le Calabrie e le altre città del regno di Napoli ch'erano sotto 
i greci , come che i saraceni non poterono nelle medesime 
stabilirsi in certo luogo e fissar ferma sede , erano corse di 
qua e di là, portando costoro da per tutto ruine, flagelli e de- 
vastazioni. Carlo Magno, sebbene avesse scacciati d'Ilalia i lon- 
goba^rdi , non innoltrò le sue armi dentro il ducato Beneven- 
tano y che occupava allora gran parte di quelle province che 
ora compongono il regno di Napoli ; e molto meno queste 
regioni potevano imperare negli altri imperatori di Occidente 
delia sua stirpe , i quali con pessimo consìglio avendo fra loro 
divisi i regni paterni , indebolirono l'imperio in guisa che poi 
si vide ristretto nella sola Alemagna. 

I greci, avendo i normanni in Salerno ed altrove date prove 
ben chiare del lor valore contro i saraceni ed essendo impotenti 
per se stessi a reprimerli , chiamarono in proprio aiuto questi 
bravi e coraggiosi campioni,! quali condottisi ne'principj del- 
l'undecimo secolo nella Calabria e nella Sicilia scacciarono gl'ina 
fedeli da que' luoghi, istigati anche e maggiormente spinti a ciò 
da zelo di religione , poiché avendo essi abbracciata la reli^ 



— 188 — 

• 

gìone cristiana, divennero più religiosi e pìi di qualunque 
altra nazione e' degli stessi più vecchi cristiani. A questi famosi 
ed illustri Normanni si dee l'essersi purgata la Sicilia da' perfidi 
ed impuri saraceni, ridotte le meschile nel pristino loro stato 
di chiese , e ristabilita nell'isola l'antica religione cattolica. 
Ma poscia i greci, di natura pur troppo boriosa e superba , 
mal ricompensando di sì segnalali beneficj una nazione cotanto 
gloriosa e guerriera, disgustarono in guisa i normanni, cheli 
obbligarono a prender le armi contro di loro , ed a procurarsi 
con le armi alla mano ciò che di buona voglia lor non volevasi 
accordare. Essi in fine discacciarono affatto i greci dalla Puglia, 
dalla Calabria e dalia Sicilia stessa. Questa impresa fu de' valorosi 
campioni Guglielmo, Drogone , Unfredo, Roberto e Ruggiero, 
lutti figli del famoso Tancredi conte di Altavilla. Roberto e 
Ruggiero, mancati gli altri fratelli, furono ì primi che si stabi- 
lirono nella Puglia e nella Calabria, e n'ebber prima tìtolo di 
conte, poi di duca. Questi stessi passarono più volte in Sicilia, 
della quale^ scacciati i saraceni e poi i greci , si resero signori . 
La Puglia e la Calabria passò a' figliuoli di Roberto , e nella 
Sicilia fu mantenuto Ruggiero con titolo dì conte. Di qui 
ebbe l'origine e queste furono le basi de' due floridissimi regni 
di Napoli e di' Sicilia. 

Nel tempo slesso regnarono in Puglia e Calabria ed ia 
Sicilia due Ruggieri , l'un nipote, figlio di Roberto duca 
di Puglia e di Calabria , l'altro zio che , come si è detto , 
rimase contedi Sicilia. Ambi, come succeduto a' diritti, o pre- 
minenze degl'imperatori di Oriente, governarono questi Stati 
con le stesse leggi, costumi e riti che vi trovarono; e poi- 
ché i loro sudditi erano nella maggior parte greci , non pur 
l'idioma greco, ma negli stessi magistrali e ne' preposti alle 
chiese ritennero i nomi di Stratigoti, Archimandriti, Prolopapi, 
Cimeìiarchi e simili : e fu d'uopo nel lor palazzo istituir la 
Cancelleria Greca, onde i diplomi , le bolle ed altri loro re- 
scritti erano concepiti e dettati in quel linguaggio ; e quindi 
ne' loro diplomi gli anni si numerano, secondo lo stile, greco , 
non dall'incarnazione del Signore ma dalla creazione del mondo. 
Essi come successori degl'imperatori d'Oriente proseguirono 
anche per ciò che si apparteneva all'esterna polizia ecclesiastica 

Tm. IL , 26 



— 886 - 

ad esercitare sopra le chiese della Sicilia e delia Calabria ^11 
stessi dirilli e -preminenze di sopra accefanate; e però neMorof 
diplomi é bolle ^ rapportate iti gran numero dal Pitto nella 
Sicilia Sacra e dall'Ughelld nelI7fa/ia Sacra^ si leggono tlnlobi 
di chie^^ traslazioni di sedi episcopali dalle città rùinate da'sa^ 
racenf ad altre incolumi o nuòvamente costrutte^ sicCdtne fU 
detto delle chiese di Yibone é di Tanriana , le quali dìsti'ntté , 
furono trasferite da Ruggiero duca di t^uglia e di Calabria 
nella nuova città di Melito : è leggdnsi del pari altri molti pre- 
cetti conslmili a quelli de' predecessori Imperatori greci , mi- 
nacce di scomuniche ^ prescrizioni non meno à' laici che agli 
ecclesiastici 5 chiamate de Vescovi nelle lord residenze e cose 
simili. 

Ma poiché le sedi vescovili dèlia Sicilia é della Calabria $ 
come fu det(,g^ erano state dagl'imperatori greci tolte al tròno 
Romàno ed attribuite al patriarca di Costantinopoli ^ passale 
queste province a' normanni, non doveano certamente pitt 
soggiacere al trono costantinopolitano^ ma ri^stitùirsi al romano 
dond'erano state svelte ; ed i due Ruggieri^ i quali furOtìo os-^ 
sequiosisslmi alla Sede Apostolica , da Cui la loro nazione 
riconosceva l'essersi resa cattolica ^ mólto volentieri lo fébero ; 
onde al segnalatissimo beneficio di avere scacciati i saraceni 
dalla Sicilia, è di aver ridotte le sué chiese nel pristino stato, 
aggiunsero quest'altro merito di restituirle al trono romano , 
siedhè quello di Costantinopoli non avesse più da impacciarsene; 

Se non che, quando dòpo quatU^océntò anni le Chiese della 
Sicilia e della Calabria fecero ri torno al itonò romàno, trovarono 
il Pontificato di Roma in altrb stato, è ben diverso da quello in 
che l'avea lasciato il pontéfice Gregorio; Trovarono la chiesa 
di Roiha dopo quattro secoli per là iniihificenÉa dì Pipino^ di 
Carlo Magno e degli altri imperatòri di Occidente cresciuta' di 
beni temporali^ cresciuta di autorità^ in maggióre incremento 
di splendore^ ricchezze, onori, privilegi ed altre supreme pre- 
minenze i i suoi ministri bon altro fasto e pompa^ i suoi legati 
difensori ed altri Ufficiali^ che Si mandavano nelle Jiròvlrlcé ad 
eseguire o imptìri-é a'Veseòvi ed abati nelle lord chiese è 
monastefri nuove contribuzioni per la chiesa romana^ put* troppd 
dnrì i inesorabili ed avari: ì loro viàggi fcstt)Si^ con s^Rotì! 



-887- 

Ittftgti trèno di servidori ^ di numeroil eàvalli e di ivurlAti 
equipiggi ^ itnpoverivano le province dova passavano. Muoghi 
dove dimoravano ^ episcopj ovvero monasteri ^ erano posti 
a fiaecomanno } né vi eran doni o prestazioni di denaro olie 
bastaawtt per aatollan^ la loro avarisia. Fin sotto il pontifioato 
di Gregorio, ootae si è veduto da queste epistole^ più volte fu 
d'Qopo a questo aavio pontefice porre alcun freno a tanta 
avidità ) aorivendo a' veaoovi die non si lasoiassero angariare 
da^Buei legati e difensori , a che resistessero loro, né senea 
esprMK» ano ordine A sottomettessero a patir nuove graveatse, 
nd riconoscessero il loro carattere, se quelli non (bsser muniti 
dt speaiali siie patenti o lettere commissionali. Ma dappoi , 
i^ceome suole avvenire che quanto più eresoono le riccheso» i 
tanto taaggiormente si avanza (^avarizia, il fiisto e l'ambi^ 
none , le uose si erano ridotte alle ultime estremità. S^ BeN 
nardo a^ suoi tempi, siccome ^i altri si^ittori della sua stessa 
epoca) gravemente M dolsero di abusi si rei e rovinosi, scorgendo 
«he questi legati non aveano altt^ eoopo die di smugnere le 
pmvinde par tornarsene a casa con le borse pi^» 

Ora in questo atato di coee essendo riternàlf te chlase di 
Sicilia e di Calabria al trono romano , si pensò aubito in 
Roma di mandar colà legati, siccom'erasi adoperato a' tempi di 
Gregorio e di altri pontefici suoi successori prima che queste 
chiese si fossero attribuite al trono costaotìnopolitano ; e poiché 
Gregorio tale legazione conferiva a Massimiano, metropolitano 
di Siracusa, espressamente si dichiarò, come si è veduto , che 
non intendeva la legazione attaccare alla sua sede, ma alla sua 
persona : laonde era in arbitrio de' romani pontefici confidarla 
ognora a chi meglio lor paresse. Poscia si stimò conferirla 
al vescovo di Traina , cornee persona reputala di qualunque 
altra la più abile, più savia e idonea. Ruggiero conte di Sicilia 
quando intese che si era disposto in Róma di mandare in Si- 
cilia un legato , e che in cotal guisa fossero per esser rimu- 
nerati i suoi meriti e quelli della sua nazione per avere scac- 
ciati i saraceni da que' luoghi, e restituite al trono romano le 
loro chiese; se ne offese a dovere, ed apertamente dichiarò che 
egli tuttoché ossequioso fosse alla S. Sede, non avrebbe sof- 
ferto giammai che in Sicilia ponesse piede legalo alcuno. Allora 



— 388 — 

per non disgustare maggiormente questo principe a cui la chiesa 
romana cotanto dovea , si pensò ad uno di que' temperàmeq^i 
che fin da antichissimi tempi ebbe Roma , mostrandosi pronta 
a concedere come suo dono ciò che senza di essa pur si avea^ 
cioè a creare Legato della S. Sede lo stesso conte Ruggiero , 
ed a dichiarare che la legazione fosse non personale , cioèsdo 
inerente alla sua persona, ma eziandio a quella di Simone suo 
figliuolo, ed a tutti gli altri suoi eredi e successori negli stati dì 
Sicilia e di Calabria. Il conte Ruggiero, siccome gli altri prin- 
cìpi normanni, i quali purché fosser mantenuti ne' loro acquisti , 
diritti e preminenze , non badavano sottilmente d'onde venis- 
sero , conténtossi ; e ne fu in questi termini spedita bolla da 
papa Urbano II, che si trovava allora sedere nella cattedra di 
Roma. Comunemente si è fin qui creduto che questa bolla 
fosse il fondamento e l'unica base su cui si appoggi il Tribu- 
nale che ora in Sicilia chiamasi della Monarchia. Credenza 
che, se vorrà incontrarsi la pena di penetrare di cotal cosa a 
fondo le antiche orìgini, non potrà reputarsi se non falsa,* vana 
ed erronea: fi a noi non sarà grave di additare con tale occa- 
sione le verWònti ed i veri titoli di tali prerogative e premi- 
nenze, onde i re di Sicilia sono adórni* 



— 389 — 

CAPO XVIII. 

Delle vere origlili e de' veri titoli delle premineiue ch'eser- 
citano i re di Sicilia nel Tribunale éte chiamano deUa 
Honarchia. 

Leggasi ìq più diplomi e bolle del conte Ruggiero , le 
quali in gran parte si veggono ora impresse dal Pirro e dal- 
l'Ughello, cbe dal medesimo si esercitavano in Sicilia sópra le 
sue chiese e le persone ecclesiastiche tuttM sopraccennati 
diritti e preminenze : che dappoi Ruggiero II suo figliuolo , suc- 
ceduto anche per mancanza di prole del cugino negli stati di 
Calabria, pregiando il titolo di conte e di duca, assunse quello 
di re , e con maggior vigore e piena possanza esercitò nel 
suo regno questi supremi diritti, riputandosi Vero monarca : 
che Io stesso fecero i due Guglielmi I e II , e gli altri re di 
Sicilia successori: costume pur troppo diverso da quello che pra*- 
ticavasi allora negli altri regni di Europa. Per l'ignoranza di 
storia in que' tempi rozzi ed incolti , non potendosi indagare 
altra cagione, tutti immaginarono che ciò seguisse per ispezial 
privilegio della S. Sede , ed in virtù della bolla di papa Ur-<> 
bano , e che i re di Sicilia come legali delta Sede Apostolica 
tanto facessero. Il che ne' seguenti secoli per questo Tribunale 
produsse aspre liti, e contrasti tra' re di Spagna come re di 
Sicilia e la corte di Roma , la quale riputando un abuso pur 
troppo scandaloso ed intollerabile. che un principe secolare $i 
mescolasse nelle cose ecclesiastiche , fece ogni sforzo per di- 
struggerlo ed abolirlo. 

Ma chiunque riandar vorrà le antiche memorie, troverà che 
la bolla di Urbano e la legazione data al conte Ruggiero fu 
cagione di non far perdere gli antichi diritti , non già che per 
la medesima si fossero quelli al conte di Sicilia primamente 
conferiti. Si è veduto che non meno l'un Ruggiero conte di 
Sicilia, che l'altro duca di Calabria li esercitarono in Sicilia 
ed io Calabria come succeduti agl'imperatori di Oriente , da' 
quali quelle chiese (dopo che tolte ai romano erano state at* 



-190-* 

trìbuite al trono coslaniinopolilano) furono amministrate per Io 
spazio dì quattordici anni oca quegli stessi diritti e preminenze 
ch'esercilatì erano sopra le altre chiese di Oriente, la cui di- 
sciplina ed esterna polizia era regolata secondo leggi contenute 
net Codice Teodosiano, In quello di Giustiniano e nelle sue 
Movelld è nelle Costituzioni degl'Imperatori greci suol suc- 
cessori. Pruova evidente se ne avrà, raffrontando iiiBlame i 
diplonii e le bolle dell'uno e l'altro Ruggiero; perciocché tro- 
verassi che intorno a questa sòpraintendenaa delle cose d^le- 
siaMiche^ Uguale autorità fd assicurata all'uno in Sioilia e al^ 
l'altro tn Calabria ; e pure il duca di Calabria non ebbe mai 
legi«iòn« almina da Urbano. L'errore in cui caddero gli autori 
che scrìasero sopra queste oontesoi fu di confondere questi due 
Ruggieri ed averli per una sola persona , ìiephà tutti quc^ 
diplomi TaputaroiK) d'un solo^ cioè del conte Ruggiero di ^^ 
eilia^ il quale esercitasse quel potere in vigor della legazione 
couoedutogli da papa Urbatio : ma la storia ^ra ha ben dileguato 
questo iUgauuo^ e fatto chìarametite conoseere che furoa due , 
e ^6 l'uno s'impacciava del governo delle éhiese di Sicilia 
é l'altro di qàell» di Calabria. Del resto se avassen) osato mag^ 
giom attei^oae in osservare { soli diplomi del eonte di Sidlia, 
ai sarebbero «coorti che quell'autorità tk&à veniva a lui dailft botta 
d'UrbaM , ina derivava dà più aita erigine ; Miche prifim 
mu^iura che foiee spedita quella boiia A leggono dello etesao conte 
dì Sìeiiia pi<& diplMìi éèìsMmili (4eeome è ttiàDifeete dalle loro 
date) p^ li quali ^li esm^ìta la Scilla la stessa )^rogatÌ va i 
e chi fttfà oettfrunle trt* sud diurni «pediti prima e dopo la 
icge^dene^ treverà cosi gli uni agli altri oenformi die non può 
darsi maggier somigliancai le sieese frasi^ iA,steesa lingua, le 
stesse formolo^ la stessa potestà, la stessa fona , propHelà e 
vigore^ «efìaa giammai vederi^ assunto da lui tt titola di legato 
delie Sede Àpusfeoììca. 

La bdti ^ (Jrbenn fu ^^^pertenn pmM s^vl Anca ftr per^ 
éem qìie^difit^ A^èaVrani di gicifia ^ sieeeme ai perderew in 
CsMìaitii jper ìà mpdstmàom die ^i eegul di <|ue^ reginni ^ 
«pÉrào la Sieiiiit v«nfte esatto |^ At^agoneisi , «d il re^e A 
^poli mìm ^ Angleied^ im teeh» deifw^MMo ^ieme nottn 
t nominai^ « dappiaì noUo gli Sm^i p» GeoHynaa «Mima di 



- MI - 

qiyodia illustre famiglia maritajia con Earico Sirevo fprono i 
medei^Bii diritti canservatt non meno in Sicilia che in Ga« 
labria. Indi per la nota discordia fra' romani pontefici e gli 
ioip^falorì Svevi , piacque a Roma d'invitare alla conquista 
4r quieti regni Carlo di Àngiò ff^tello di Lodovieo IX re di 
fìimmt il quale Carlo, debellali gli Syevi, ne fece acquisto : 
e più- twH per quel memorando vespro siciliano , la Sicilia 
pm^enne a^ Aragonei^ , ed il regnò di Napoli rimase agi) 
Angioini ; ed alloia si videro le oose cambiate* Ora gli Aragonesi 
die aperimi^ntairono i pontefici romani sempre avversi ed inimica 
(i quali fipUegati cq' Carli d'Angiò usarono ogni sforzo per 
tog^rcaila dinastia di Aragona la Siqilia e restituirla alia casa 
di Aftgiò)^ in queste gare e discordie seppero mpintenersi negli 
wiichi diritti esercttàti ^a'MofgìaBni e da^i Svevi ; ma d^allra 
banda gii Angii^ini, i quali furpno non sepza ragione per grati- 
Uidin^ A^ faeiMefiiq ri(^vuti ossequìogissimi a' romani pontefici, 
softjronp vi^ntien di perdere in Calabria ciò che i Normanni 
# gli Sk^wi avfi^no conservato. Quindi nacque un'altra fallace 
credenza intono iiM'<^i&e di questo Tribunale della Monar- 
^ia* reputandosi cLoè introdotto in Sicilia sotto la tirannide 
degli Aragooeei, e dbe quando questi scomunicati ed interdetti 
da^ pontefici tolsero a costoro ogni obbedienza , arrogato si 
a^ifssero /saciil»gameiqie fl potere di disporre non men dell'im* 
fmo di qijiell' isola ebe ^ sqo aacerdozio. 

ift i|ueike fonti adunque, in questi prtnoipj san riposte te 
bm §^ tonto controversi duritti i e cadono cosi lo vane oon- 
tese, i nniiii^osi scritti pieni di paralogismi intorno ft questo 
soggetto^ ^ le &l$e o erronee suiq)osisioni. V'ha in fatti ehi 
s^gifendo la teiccia del Baronie queste facoltà vuole introdotte 
ésigU AralpoiiJBisi e cepufciaa &lsa e finta la bolla di Urbano , e 
clit aviendoìa per vera , le dà interpretaaioni si stilane , òhe 
wmmL compassione a chi le legga ^ Di una guisa la materia è 
teattg§ dagli autori spagauoli , di un'altra dagli serittm^i eici- 
liapi ; Isa questi tutti ooneord^no e danno origine, unica base, 
idmeBa priq^ipal lofidamento a' diritti di cpi è parola , là 
hoHa #Ugrìbano, a ean i# vengono a confessare essersi quelli 
eeiMMpiiti imieamente per muqifieema e privilègio della Sede 
AjHMtoto^ i20iMede&||o quindi alla medesivia d'interpietarla it 



-- 392 - 

sua voglia , poiché l'interpretazione del privilegio è di colui 
che l'ha conceduto, ed ove pretenda che se ne faccia abuso , 
è in sua balìa anche di rivocarlo. 

A' nostri tempi furon rinnovate queste contese per occa- 
sione datane dal veiscovo di Lipari; e papa Clemente XI 
fece ogni sforzo per abolire iquesto Tribunale : ma essendosi 
trovata in Sicilia valida resistenza , le cose s'inasprirono in 
guisa che s\ venne agli estremi. Oltre agli scrittori »ci- 
liani (fra' quaU f uvvi chi diede fuori una molto dotta ed ac- 
curata memoria) , si ebbe ricorso fino a' francesi , e fu ri- 
chiesto dì scriverne il rinomalo Dupino , celebre per la sua 
Biblioteca Ecclesiastica e ^er altre insigni opere date alla luce, 
il quale adempì all'incarico. Era egli già vecchio ; ma al- 
l'aspettazione di tutti non corrispose questa sua opera , assai 
inferiore alle altre sue precedenti ; o perchè non gli fossero stati 
somministrati que' documenti da' quali potesse apprendere le 
vere origini ed i legittimi titoli di tali preminenze , o per- 
i3hè dà uom vecchio e consumato per sì lunghe fatiche non 
fosse da sperare cosa migliore: infatti egli calcò le orme 
stesse degli altri scrittori appoggiando tutt'i suoi argomenti 
sulla bolla di Urbano, che credette unico fondamento su cui 
questo Tribunale potesse sostenersi. Si diffonde anche a di- 
leguare dalle menti umane la maraviglia che nascer pò- 
trebbe considerando come un principe secolare potesse osar 
tanto nelle cose ecclesiastiche, e dice che tutte quelle premi- 
nenze non si appartengono all'ordine , ma solamente riguar- 
dano la giurisdizione ecclesiastica, la quale i pontefici romani 
possono ben delegare non pure a' secolari , ma eziandio alle 
femmine; e che nell'Istoria Ecclesiastica non mancano esempj di 
ciò, e d'essersi sino la facoltà di scomunicare delegata a' Notai 
e ad altre persone laiche* Osserva in più monasteri di mo- 
nache le badesse esercitar giurisdiaone sopra il dero destinato 
a' divini uffici delle loro chiese ; e nelle terre o villaggi di 
cui i monasteri hanno dominio , esercitarla questi cosi sopra 
i laici, come sopra gli ecclesiastici di que' luoghi i. In breve, 
anche a questo famoso Dupino sfuggì la notizia della este- 
rior polizia ecclesiastica die gl'imperatori d'Oriente esercita- 
vano sopra lei chiese greche al loro impero sottoposte ed al 



— 395 — 

trono costaDtiDopolitano attribuite; e che i primi conli di 
Sicilia e duchi di Calabria l'esercitarono prima della bolla di 
Urbano in que' dominj , come succeduti in luogo e ne'supremi 
diritti di quell'imperio, d'onde la Sicilia e la Calabria furon 
separale. Ciò nacque perchè sebbene presso i francesi negli 
ultimi nostri tempi lo studio dell'Istoria Ecclesiastica avesse 
fatto grandi progressi ed avuto celebri scrittori ; ciò nuUa- 
meno niun di loro volle incontrar la fatica di comporne una 
generale e compiuta, che abbracciasse tutte le parti del mondo, 
d'onde notar si possono le varie vicende e 1q correlazioni 
o discordanze delle une chiese con le altre; ed e' ^mbra che 
il lor principale in lento fosse di darne un'esatta della sola 
chiesa di Francia , curando poco delle altre : la qual cosa più 
ampiamente sarà da noi avvertita nella fine di quest'opera , 
d chiuder la quale non rimane altro che trattare della disci- 
plina ecclesiastica nella quale lasciò Gregorio la chiesa di Oc- 
cidente, secondo si ricava da queste sue Epistole , il che for- 
merà il soggetto del seguente ultimo libro. 



FINE DEL LIBRO TERZO. 



^WI-« 



UBRQ fiUiRlO 



DBLU mseiPUNA lfICt£SIA$TfCA 
IfEliiA fyJAIifi LASCIO^ GREGORIO LA CHIESA DI OeCIDEMf fi 

. NEI PRINCIPI DEI VII SEGGIO ! 
g mh PIFBTTO PI UNA fiOMPLEJA ST0RI4 BCgLpsIÀ3Tig,4, 



II&TRODIJZIONE 



La disciplina della Chiesa fu in tuUM secoli varia e di- 
versa , siccome furono e saran sempre vari e diversi i co-^ 
stumì degli uomini, le usanze, ì riti , le [Kngue , gli abili 
e lutto ciò che in essi jion proviene dalla natura , ma dalla 
società civile, soggetta a ricever sempre mutazioni e cangia- 
menti. La natura è quella che serba sempre un tenor feripo 
e costante , né per rivoluzioni di secoli si cangia o muta 
giammai : ma le opinioni degli uomini all'incontro , i gusti 
e le mode restano abolite dal tempo, che altre in lor vece 
ne sostituisce. La religione cristiana esercitandosi non fra 
gli angioli , ma tra uomini, dovea per conseguenza in quel 
che risgùardasse la sua disciplina variare stali e regolamenti ; 
poic^iè non in tutt'i tempi durano i costumi medesimi ^e 
stesse circostanze e condizioni, ed in tale e tanta insta- 
bilità di cose fu per certo prudenza e savio consiglio adat- 
tarsi alle qualità de' luoghi | delle nazioni e dei tempi* Il 



- 896 — 

dogma solo doveva essere sempre fecondo e invariato, poi- 
ché quello non dagli uomini, ma da divina rivelazione eterna 
ed immutabile dipende. Perciò meritano esser derisi coloro, 
i quali facendo confronto deirantica disciplina con la nuova, 
e trovandola cotanto diversa, subito condannano questa, ri- 
putandola corrotta, depravata e deforme. Non rechi adunque 
scandalo o maraviglia a ninno il ravvisare in queste Epi- 
stole di S. Gregorio una disciplina ben differente da quelle^ 
che ora si pratica , né si muova tosto a biasimar la presente 
ed a condannarla per guasta e contaminata; se* dubitar non 
si può, che in tutlM tempi ed in tutt'i morbi non convengono 
le stesse cure e le stesse medicine. 






— 597 — 

CAPO I. 

Delle persone che a' tempi di Gregorio componevano 
rBccleBiastica Gerarcluay e delle loro condizionL 

Si è veduto, esser sempre èMo capo di questa Gerarchia il 
pontefice romano come suecessor di S. Pietro principe degli 
apostoli, al quale si apparteneva la suprema ispezione di tutte 
le chiese del mondo cattolico. La sua elezione a que' tempi 
non era differente da quella degli altri vescovi. Ella si appar- 
teneva al clero ed al popolo romano ; ma eletto come vescovo 
di una città cotanto riguardevole , e sottoposto allora agl'im- 
pefatori di Oriente, non poteva la sua ordinazione eseguirsi 
da' vescovi comprovincidi , né l'intronizzamento aver luogo 
senza il beneplacito ed asseni^ deirimperatore ; laonde Gre- 
gorio che sfuggiva di' esser pontefice, usò ogni sforzo, e 
tentò tutl'i mezzi in Costantinopoli, perdio l'imperatore Hau- 
rizio succeduto a Tiberio , non accettasse l'elezione fatta in 
sua persona, ed un altro si eleggesse. Ma l'imperatóre con-* 
tontissimo non pur consentì all'elezione, ma sollecitò anche 
l'intronizzamento ; sicché Gregorio diede parte a Giovanni pa- 
triarca di Costantinopoli , a quello di Antiochia, all'arcivescovo 
di Corinto ed alla principessa Teoctista, sorella dell'imperatore, 
della sua ascensione al trono romano , scrìvendo che per ub- 
bidire a' comandi di Cesare con gran suo rincrescimento 
aveva accettato il papato , prò jussiom Imperatoris Papa factus 
sum ; e scrisse ancora allo stesso imperatore , al vescovo di 
Sicilia Leandro e ad altri suoi amici , cui per sua umiltà 
diceva ch'egli non comprendeva come l'imperatore potesse 
una scimia trasformare in leone. 

Era ancor costume di que' tempi, stato praticato da tutti i 
pontefici rcmiani suoi predecessori , che assunti al pontificato 
dovessero come Pa^arcbi d'Occidente mandare la loro profes- 
sione di fede a' quattro altri patriarchi di Oriente^ al Costan- 
tinopolitano, all'Alessandrino , all'Antiocheno ed al Gerosoli- 
mitano ; ed a vicenda dovean questi pure mandar la loro a 



.qudlo di Roma; né eran riconosciuti i loro caratteri , se non 
dopo questa professione, la ^Aiìé 6(>nteneva, oltre le comuni 
cose, la dichiarazione speciale di volere accettare i quattro ge- 
nerali Goncil] , il Niceno , il Gostantìnopolilano , TEfemao ed 
il Càlcédóneiìse , ed anche il qdintò dovè eBno riprovati gli 
errori di Téòddró é di tgodbrlto , sldibme Vedési dalla Iet- 
terà sinodica all'uopo mandata da Gregorio a' quattro patriar- 
t3hi (i)s Nò alcun pairijirett registrava il tidttie M iiiìoVo ^n- 
tefiée M Mia Difpt^ìòhis , uè si «eriveaM H tifietidA « «6 ùm 
dopé aver ricevuta questA lèttera sinodica , dov'era conttiimll 
k pròtèssiotte della fede^ tipùtandosi ìinanto Mine ^ il morto 
po&tèfici» ancor vivesse ; <S p^Mò 6t«goHo 6i iOilfia ib un'O]^ 
btola di dott évére iM^rìtto a Girtaoo patri«r«a di GóMa&tiimpoU 
sy^k^eduto io luògo di Giovanni , {mr^hi nofi dVOvA ànoor da 
lui ricévuta questa tetterà sinodica i quia néà m cmsmoidè i 
te'diée, ftr pHfÈ» fMHi &d nò^ ^ns «yiMlfi^ d^ftrwtO^^ f( §df^ 
A«^ ékèeamui (8)» Retide tesUinoklianca Giovanni Diacono 

Della vitei di Qiregorio (3) s tsho fino ia^' siioi i^mpi flurft k IUmì 

questo «oitutaO t tnft mutbto 4ap^i lo stàio doUe t^m 4'Italié 
per €àtìó Mà^nò, |A^ Adriano intOfMppe l'anUMM «eMtlott>- 

dino di mandAtfii èif romftnl i^ontofioi t|ueiite ietterò ilnodiobi 

a' pAtriAlrdli di OrtentO> OOtt ttitlo ^ )}«teStt a'MiOi il MMi^ 

nnaioero a èirlo fra feofò, he oé non doipo tmimm te aode^ 

4$itne run ricOn0»dbssO l'altro. 

Avvègnaéh« U^* v^sèovi «osselo )^A grvidM di fiktrfittM^ 
t^rchi^ aMve^òovi^ teséovi o fèim melropKailiM i "mamii 
m nondifiàéno ligoaràavia k mag^oriB è ioimm < etteMteiè 
iella I<M giuriiditioilé , Iioé già l'opiine^ ^iébè mw tM ft 
^soov^ in tutM te ^Mll di^ ittoi»iO) é ^i^i OttK&rfo oMi** 
m^va tottt ^ aitfl €(^ta»piw Uno (era VoiAìm Ui lu'tti^ tmiii^ 
£^'éc)i^td> msmé ^aliavano i )^ti MtioU) antt ttpMriA 11 
bisogno la necessità l'avesse rioiitesto, ^c^ÈmM/l»è I» ^óplililiil|H6 
t)àrté dei fttoniìo folfe^ éi^ft^tà» te Me IMttont ^ptsoo^li : 
ma )|U^^i^ tieli'«iMiisÉttr^OM fSk tenie t» «I hémotoìb «MtK 
non ^si» €onteslènio « tfiiMfdii^ fu d'nMiii iitlÉNfe i pHVteN 

(2) Lib. y, ep. 64. 
(3HH>. tv, «. «t 



ckìU gii esarcati ; ìé ^HViBbé e lè àómì ^ à^^iìàhdòae & 
ciàddbbo iiiià |)artieblàré MÌA quale dòveèSè àvéré ipéiìiì ^U^ 
ièpéiìohb e i^nsièrd; §i che l'ano non dovesse iiilj^Mlcclariìl 
deiràmtdÌQistraiidrie dèll'àltrU . 

Bla à tutti, boihe àbblatU Védtìid^ sò{)ta6ÌàVà il ^iiléfice ro- 
vAmoi é papà GregoHò téHb H\m là sUà (irétlìinen^ &ìiì qdét 
vigore gd accòrgimétito ; éhé beH dà' liM {tireéedéiltì à é t^^ 
chiaro é iilanil^tb. Égli ttasféni^ i Té§covi dà liba bhìésà 
ad tib^àltni; quando U bìso^bb il HòhiédéVà. Egli^ destituita 
uba città d'abitatori ^ rìbéiirsidbb de' longobardi t) ^r Ulttie 
éàlatUità ; tlbiva là sUà battedra ad bn'àltra Vicina; coblè fece 
della éhié^ di Mlbtdrnò à quella dì Mnlià , della chiesa di 
Qama a qiiellà di Misenó , delta sède di Fóndi à quella di 
Tbrrabina; di iìueilà di Tl^tàVki*bé alla chièsa di Veiletri, ed ili 
Corsica della èhièsa Tàtnitànà a i}dellà di Aleria. Ed ànbbé §é iì 
IdOgo bVé dna battédrà M tlDVas^ ^i fbs^ pet àVVèfiibi-à iésd 
poco sicuro ovvero insalubre, egli trasferiva la cattedra In aìtrtì 
éi\o della iitéssa diobési che foste Mcurb, èicbOihe fé&é boi ve- 
sbovo biedesinni di VélIetri^ tbiltàndo là sua rbsidenià dà uiì 
Itiògb dettò Alenata ad ìin àltfd chiamato S. Àtadrèà. 

QdàhtUhqùb )a diÉii^litià di t}Ué' tettttii fosse , ohe bbÌ('èIé- 
iibbé de' vèàcbvi dòVbssé ^i^féi'ii'si ^Ib^fè ^tìéilo bile ài \fa^ 
Vasse ìdobeo della stèssa thiésà Vababtb, b non hi pò\)éss>ì eìé^- 
s^ (ibr^ba di altra éhiésa; bUlladidìàbbo àbòàdébdd biìb ilOd 
fòsse ivi pmbii èll'àltb lifflbib bà^àèè ; pbtéVà Hbòrfbi^i à* 
preti ò diaconi di altra chiesa Vicina Ibntanà! ed ià tal ^i^ 
bisognava là bestéiotìè del VbscbVb di ijUèllà èhìè^ da bttl ià 
persona brà Ibltà-, perchè ^btbssè ì'èlelto oMibài-si, ^ìcèbmé 'ài 
è veduto; ^èff ^iù bSeblpi, be' ^rébédéntì libri. SoVébié ÌM^ 
gOHo, |)ei«hé rèlbltb tbssb dbl blei^, tbàndàvà |)t'èli ; diàbdbì td 
sbttodiaconi alla sba bhiésà ibbàrdinàll , brdibàhaoli Vbébòvi , 
perchè tergessero (ttìèlJé thibse và^tttì; siccoibé fèbb di fióbi- 
£acÌo prète cardinale della stia chiesa bhè Mn'db VèsbbVd 
a {l'egeo ; del prete Alfiebzib & ^èhigià, b dì Bòbd il Mbs» 
àinà, é de' 60ttodiàcobl èubì faiàndò Glóriosb ìn tJStiàj fmì» 
a Ga^oà; Gàstbtìò à Aifaiini. Arzl ib càsd dì bilbgbd dà' ibb» 
nasteri stessi prendeva monaci e li ordinava Vés^Vi ; §icr- 
cofaib febé di tabliiàb m mm Vbscóvd % RàVbnilà -, di 



— 400 — 

Massimiano in Siracusa e di Sabino a Gallipoli. E nell'istitu- 
zione di nuovi vescovi , siccome furono quelli d'Inghilterra , 
da^ monasteri furon presi Agostino, Melito, Giusto, Lori^nzo e 
Paolino, imponendo a^ vescovi della Gallia che li ordinassero. 

A' vescovi seguivano i Preti, destinati alla celebrazione delie 
solennità delle messe ^d all'amministrazione degli allri sacra- 
menti, poiché sebbene ciò fosse anche appartenenza de' vescovi, 
nuUadimanco la principal loro cura era della predicazione del 
Vangelo, della esortazione al popolo e della correzione de' co- 
stumi. I diaconi, siccom'è manifesto dagli scritti di S. Luca, 
furono istituiti per aver cura dèlie elemosine i, oblazioni ed 
altre cose temporali appartenenti così al mantenimento delle 
chiese materiali e della sacra suppellettile , come at sostenta* 
mento de' loro ministri e al sovvenimento de' poveri bisognosi. 
Perciò i rettori de' patrimonj delle chiese, i difensori ed allri 
simili procuratori eran presi da quest'ordine, come loro pro- 
pria pertinenza. 

Ne' primi secoli di questi soli ministri si componeva la 
gerarchia della Chiesa, vescovi, preti e diaconi. Dappoi 
sempre più crescendo il numero de' fedeli, e per conseguenza 
le oblazioni, le donazioni, i testamenti e legati fatti alle chiese, 
rese già da Costantino Magno capaci di fare acquisto di eredità 
e di beni stabili , non più bastarono i soli diaconi , e bisognò 
dare a' medesimi coadiutori, onde venne il nuovo ordine de' 
sottodiaconi, i quali fossero adoperati per l'aniministrazione de' 
beni delle chiese : e quindi anch'essi eran fatti rettori de' pa- 
trimoni , difensori e procuratori. E da quest'epistole di S. Gre- 
gorio si vede che a' suoi tempi, non meno nella chiesa romana 
che in tutte le altre chiese il numero de' sottodiaconi non era 
inferiore a quello de' diaconi. Non si adoperava però co' me- 
desimi molto rigore intorno al celibato, e si riceveva.no que'cbe 
avean moglie senza obbligarli a lasciarla ; e que' che non 
Taveano, non eran costretti a far voto di perpetua castità, po- 
tendo marits^rsi. Ma poiché l'avere o non aver moglie i preti, 
diaconi o sottodiaconi era un punto die si apparteneva alla 
sola disciplina , varie e diverse sopra ciò furono le consuetu- 
dini delle chiese. 

La chiesa greca permise senipre loro le nozze. La latina in al- 



— 401 — 

cune le tollerò, in altre le proibì affatto, e la chiesa romana 
voleva che dovunque il celibato fosse euslodito. Gregorio perciò 
nelle chiese, che non seguivano la consuetudine della chiesa 
di Roma, procurava d'indurla : siccome fece in Sicilia co' sot- 
todiaconi siciliani, acquali prima non era vietato di aver mo- 
glie , e poi a' tempi di papa Pelagio II fu proibito di averle , ed 
ordinato di conformarsi al costume della chiesa romana ; ma a 
Gregorio successóre di Pelagio parve pur troppo dura ed im- 
portuna cosa costrìngere que' che non avean promessa castità 
a separarsi dalle loro mogli, siccome egli scrisse a Pietro sot- 
lodiacono rettore del patrimonio di Sicilia : mihi dùrum atque 
incompetens pidetnr^ ut qui usum ejmdem continentiae non in- 
venit neque castitateifn ante jiromisit^ compellatur a sua uxore 
separati^ atque per hoc ^ quod ahsity delerius cadat (1); onde 
gl'impone che prescrivesse a' vescovi e facesse lor sentire che 
per l'avvenire non ordinassero alcuno sottodiacono ^ nisiquise 
victurum caste promiserit , quatenus et praeterita mala quae per 
propositum mentis appetita non sunt^ mlenter non exigantur , 
et futura caute eaveantur ; e lo stesso comandò a Bonifacio ve- 
scovo di Reggio che facesse co' soltodiaconi della sua chiesa : 
Subdiaconis vero tuis hoc quod de Siculis.statuimus^ decernimus 
observari (2). E si è veduto che in Corsica fino a* preti si la- 
sciavano le mogli , purché del resto tenessero caste abitudini di 
vita (3). Cosi tratto tratto con accorti modi e prudenti si proibì 
a lungo andare anche a' sottodiaconi l'aver donna. 

A' tempi di Gregorio si vide la gerarchia accresciuta di altre 
persone insignite di nuovi ordini, non sacri come i precedenti^ 
ma appartenenti ad alcune funzioni eterne del ministerio delle 
chiese ed a minuti servigi, siccome di attendere al coro , alla 
lezione de' sacri libri, ad esorcizzar gli ossessi ed a badare alla 
custodia delle porte , onde sorsero gli acoliti , i lettori , gli 
esorcisti e gli ostiarj , i quali ora diciamo ordini minori ; e da 
tutti questi non si esigeva celibato , stando in loro arbitrio di 
prender moglie, siccome tuttavia si costuma ancora nella pre- 
sente disciplina «r 

(i) Lib. I, ep. 42. 

(2) Uh. HI, ep. 5. 

(3) Lib. I, ep. 30. 

Tom, IL 27 



— 408 - 

In ultimo luogo seguivano coloro i quali non avendo ordine 
alcuno, erano nondimeno ascritti al servizio delle chiese 9 come 
novizi, per dar saggio de' loro costumi ed abilità, e per esser 
dappoi, se trovati idonei, assunti di grado in grado agli ordini 
minori ed indi a' maggiori. Era a questi tempi serbalo il co- 
stume fermo e costante di non ascrivere alle chiese maggior 
numero di persone di quel che bisognasse al servizio delle me- 
desime, ed era prescritto a ciascuno il suo ufficio ed impiego; 
né vi erano preti , diaconi , sottodiaconì , o altri insigniti 
di ordini minori e sfaccendati , né si ordinavano se non per 
essere impiegati ed ascritti a determinate chiese , sicché senza 
permesso del vescovo non potevano passare da una chiesa ad 
un'altra. Sovente il bisogno, altra giusta cagione portava di 
doversi taluno trasferire da uno ad altro luogo ; e ciò non 
facevasi se non dietro cessione di quel vescovo dalla cui chiesa 
colui era tolto, e solamente dopo tal cessione era egli incorpo- 
rato in un'altra chiesa , dov'era destinato a quel ministerìo che 
ricercava il suo ordine. Ciò chìamavasi incardinazione ; poiché 
quegli sebben d'altra chiesa s'incardinava nella nuova, ed era 
reputalo come se fosse proprio di quella, e non estraneo chie- 
rico. Infiniti esempi si isono scorti in queste epistole di Gre- 
gorio dì vescovi , preti , diaconi , e sottodiaconi incardinati ; 
dalla qual cosa essi presero il nome di vescovi cardinaH, di preti 
cardinali , e di diaconi sottodiaconi cardinali . Così quando 
un vescovo da una chiesa per legittima causa era trasferito in 
altra, dicevasi di questa seconda vescovo cardinale , poiché 
tolto dalia prima , erasi a questa incardinato ; e cosi pure de' 
preti, diaconi e sottodiaconi : e non pur la chiesa di Roma , 
ma tutte le altre chiese aveano, come si é veduto, i loro cardi- 
nali ; perciocché l'esserlo non dinotava nuova dignità nuovo 
ordine, ma era un semi^ice aggiunto per distinguere alcun ve- 
dovo , prete , diacono , sottodiacono da quelli che non per 
incardinazione, ma per origine erano addetti alle chiese. 

I cardinali adunque niente aggiunsero di nuovo all'ecclesia- 
stica gerarchia, fuorché un puro nome, il quale non aveva altro 
appoggio se non l'ordine al quale era aggiunto ; e però essi 
non aveano abiti distinti, ma conformi a quelli ch'eran comuni 
a tutti di ciaschedun ordine: onde agl'intendenti muovon riso 



ìe <Jìpiote Immagini di &, Girolamoi il quale perchè era prete 
cai*dioale, da' pittori (a' quali per altro soa permessi certi anacro- 
Dìsioi, eome a' poeti) venne adornato con fogge simili a quelle 
de' cardinali de' recenti tempi. L'ignoranza di questo costume 
deU'incardinazione , che non può dubitarsi essére antico , ha 
in alcuni autori moderni cagionato molti errori e non poche vane 
quisUooi sopra il cardinalato di S» Qirolamo : alcuni misurando 
co' cardinali presenti gli antichi, sì ostinarono in dire che 
S. Girolamo wn fu mai cardinale , supponendo che questa 
dignità avesse principio sotto il pontefice Penedetlo Ylil non 
prima deiranno 1055. Ma altro è l'aver preso i cardinali nuQv§ 
insegne 9 abiti ed altri ornamenti , i) che cominciò ndl'uQ- 
dedmo secolo ; allro è l'antico cardinalatOi che non dinotava 
digniià ordine veruno, ma semplicemente il passaggio e l'in* 
cardinazione da una chiesa ad un'altra. E però nulla v'ha di più 
naturale, cheS. Girolamo Illirico da papa Damaso, di cui era 
segretaiio , fosse ordinato prete ed incardinato in Roma prima 
alla chiesa sotto il titolo di &. Anastasia $ e poscia a quella di 
S. Lazzaro in Damaso (1)» 

A' tempi di S, Gregorio gli onori e le 'preminenze loro si 
regolavano secondo gli ordini de' quali ciascuno era insignito. 
Coai veggiamo nelle epistole di questo pontefice , che ne* 
mnodi e nelle soscrizioni il primo luogo fu sempre de' vescovi, 
e dopo questi venivano i preti , diaconi , o sottodiaconi car-r 
dinaii, secondo il lor grado, non già secondo quel mm ct\0 
era a tutti comune. Negli atti del sinodo romano, tconvocato da 
Gregorio a' tempri dell'imperatore Maurizio (2), si legg<^ai/0 
prima le soserizipni de' vescovi , poi quelle de' preti scardi nali 
secondo il titolo delle loro chiese di S. Vitale, di S;. Clemepte^ 
di S. Giovanni e Paolo, di S. Lorenzo , di S, Sisto,, di S. 
Balbina, di S* Damaso , di S, Gecilia, di S,. Placido , di S. 
MarcelliiM), e di altri. Parimenti nel privilegio xsQncedutQ a Pàolo 
abate del moAaste^o di S. Andrea si serba lo Sitesso lordinedi 
pre^denza, siccome in quello .conceduto aj monastero di S. Me- 
dardo (5); la qual cosa anche altix^ve può o^seryarsii. 

(i) Veggasi il P. Meoocfaio neMa Cent. V fA cap. 4, il quale rapporta le ooli- 
tese insorte tra i iDQderm«criUori sopra il ^cardimuto di S. GirolainQ^ 
(2) Lib. IV, ep. 54 
(5} Lib. t}(, ep. 22 



- 404 — 

Cominciarono dappoi que'di Roma a. distinguersi , e sopra 
gli atiri vescovi a rendersi più splendidi ed eminenti, spezial- 
mente nel XII secolo, quando nel pontificato di Alessandro III 
si vide ristretta reiezione del Papa a' soli cardinali: allora 
nelle soscrìzioni si cangiò l'ordine; si sottoscrissero i cardi- 
nali prima de' vescovi. Ma sopra tutto crebbe la loro auto- 
rità per cagion delle Legazioni che da' romani pontefici loro si 
davano nelle province lontane : ed essendo la chiesa romana 
per la munificenza di Pipino e di Carlo Magno a maggior lustro 
ed a maggiori ricchezze pervenuta , i viaggi di questi legati 
si resero più pomposi e splendidi, avendo numerosa comitiva 
di persone e lungo treno di servidori , cavalli e conaodi equi- 
paggi . A que' tempi eran ne' viaggi poco in uso i cocchi , 
ma per lo più si facevano a cavallo sopra, mule o destrieri 
ben corredati : inoltre l'uso de' cappelli era serbato solamente 
pe' viaggi, affin di schermirsi dalle pioggie e ds|l sole, poi- 
ché nelle città e ne' luoghi abitati comunemente coprivasi il 
capo con berrette o con cappucci : quindi a'iegati era d'uopo 
provvedersi di cappelli con larghe falde per ripararsi dal sole 
e dalla pioggia ; e perchè il vento non li portasse via, a quelli 
attaccavan lacci per istringerli sotto il mento ; bisognava per 
la cagione istessa provvedersi di lunghi mantelli per difen- 
dersi anche dal freddo, e di bastoni per li cammini pietrosi o 
malagevoli dov'era pericoloso il cavalcare. Ora a lungo andare, 
per queste semplici vie, siccome suole accadere in tutte le 
altre cose, si venne introducendo che il cappello , i lacci a 
quello attaccati , il mantello ed il bastone si cambiassero in 
proprie insegne e decorosi Ornamenti di eostoro; onde non surse 
un particolare ordine per cui questi legati , preti , o diaconi 
cardinali eran distinti dagli altri ; né in un tratto, bensì successi- 
Vatìiente, ora un pontefice, ora un altro cojicédendo ad essi 
nuove prerogative e privilegi,! medesimi s'innalzarono final- 
mente ijn quell'alto e sublime stato nel quale ora si veggono. 
Si concedette loro di cambiar colore al cappello ^ e di nero o 
bianco farlo rosso : i lacci trasformare e rendere più pomposi con 
tanti serici fiocchi dello stesso colore: i mantelli rendere di 
porpora ; e fino il bastone ridurre di legno in argento con 
tanti be' lavori e sottile artificio , da non sembrar più sem« 



— WS — 

plice e nuda mazza , ma una macchina cui appena basta un 
servidore a portarla innanzi di essi per propria insegna cardina- 
lizia: e così le loro arme vennero ad esser fregiate di sopra o 
all'intorno del cappello di lacci con fiocchi . Chi de' medesimi 
prescrisse certo e determinato numero, e chi lo restrinse, e chi 
l'allargò. Sotto il pontificalo di Onorio II ne arrivò il numero 
a cinquanlalrè, cioè sette vescovi ,, ancorché al presente siaiio 
rima3i a sei, venlotto preti/ e diciotto diaconi. Nel H25 
cominciò dappoi a scemarsi , non creandosene altri in luogo 
de' morti , ma lascnandosi a' vicini superstiti la cura delle 
loro chiese, onde cominciò ad esser vario ed incerto il numero 
de' cardinali^ ed in cotal modo si continuò fino all'anno 1276, 
quando all'elezione dì Nicolò IH si trovarono presenti non più che 
sette cardinali. Di nuovo poi si andò accrescendo il loro numero « 
trovandosene all'elezione di Bonifacio Vili venti ; e sino a Sisto IV 
non passarono i trenta , e quindi non si eccedettero i venti- 
quattro , secondo il numero prefisso dal concilio di Costanza ; 
Sisto IV andò oltre ai trenta; Alessandro VI arrivò sino a' 
sessanta ; e Lione X a' sessanlacinque , avendone in una sola 
promozione creati trentuno. Paolo IV ne aggiunse altri cinque, 
e Pio V crebbe il numero a settanlasei, al qual termine niun 
altro de' passati pontefici era arrivato. Finalmente Sisto Vcon 
una sua bolla delterminò che non fossero più di settanta, 
secondo che a Mosè furono assegnati settanta vecchi , accioc- 
ché lo sollevassero ed aiutassero nel governo del popolo Israe- 
litico. In tempi da noi men lontani finalmente papa Urbano Vili 
pensò anche di ornarli col nuòvo titolò di Eminenza, affinché 
sopra tutti gli ordini dell'ecclesiastica gerarchia fossero i primi 
e più eminenti : ma tutti questi onori e preminenze non si 
appartengono punto a quell'ordine gerarchico della Chiesa il 
qual consiste fraxoloro de' quali si è detto ; ond'è che i cardinali 
ancora oggi son distinti in tre ordini secondo le dignità che 
hanno, tioè di : vescovi, preti e diaconi; ed avrebber potuto 
aggiungere il quarto de'soltodiaconi, ma si reputò superfluo 
per esser questo compreso in queUo de' diaconi. 

Molti rivolgendo gli occhi della mente indietro , e riguardando 
le prime loro origini sì semplici e basse, stupiscono come si 
abbian potuto innalzare cotanto ; come se fosse cosa nuova sopra 



-406- 

la saperficie della terra vedersi simili trasformazioni e cangia^ 
menti , e non fosse frequente dalle cose picciole e semplici il 
nascer delle grandi. Perchè non reca maraviglia che il bastone 
tmcinato d'un pecoraio sia diveduto simbolo del pastorale de* 
Vescovi^ i quali, siccome quegli ha cura della gregge a lui 
commessa, cosi la tolgono pure de' fedeli della lor diocesi , 
N, S. istesso noti avendo . sdegnato dirsi pastore. E poiché 
questi onori e prerogative cominciarono^ quando là chiesa di 
Roma era riputata la regina universale del mondo cattolico , 
ed il papa supremo principe , come a dovere il cardinale Pal- 
lavicino lo qualifica nella sua Istoria del Concilio di Trento; 
qual maraviglia è che una corte sì splendida abbia un or- 
dine sì illustre e cospicuo ? Se costóro facessero attenzione 
alle corti degli altri principi, troverebbero da cose assai pia 
basse e tenui essere sorti ordini di cavalieri rinomatissimi 
de' quali i primi signori desiderarono essere adorni; D'onde 
l'ordine cotanto in Inghilterra prezzato dèlia Giarrettiera ebbe 
origine, se non da una legacela caduta dalla gamba d'una 
dama? D'onde nel regno di Napoli gli ordini de' cavalieri del 
Nodo e dell' Argata, un tempo cotanto ivi illustri, se non dalla 
ligatura d*un braccio e dalle donne che innaspano il lor filato? 
E se si porrà mente all'origine dell'insigne ordine del Tosca 
d'oro de' duchi di Borgogna , se ne troverahnó principi ^ssai 
più vili ed abbietti. Non è adunque da èsser sorpreso , se lo 
stesso veggasi essere accaduto in questo nuovo ordine de' car- 
dinali, ora cotanto pregiato e riverito. 

Una nuova distinzione fu negli ultimi tempi introdotta in 
Roma tra i cardinali^ divìsi al presente in tre classi. Dèlia prima 
sono i cardinali principi , i quali vivono con {splendore , e ri- 
guardano gli altri cardinali còme inferiori* Della seconda sono i 
cardinali politici^ impiegali negli affari e maneggi della corte , 
che presiedono al governo ed ocóupano le più grapdi cariche , 
oddè divengono ricchissimi. Della terza sono i tìarditiali pt'ì e 
dótti , per 16 più religiosi, versati nelle scienze, e specialmente 
nella teologia e nel gius canonico; e questi regolarmeìQte sono 
poveri, e vivono con le pensioni che il papa lor dà , ocon le 
liberalità de' cardinali superiori . 



- «07 -- 

CAPO IL 

De'HoDad 

I monaci a' tempi di Gregorio non faceyan parte né si ap- 
partenevano all'eoclesiastica gerarchia. I monasteri non erana 
ehe congregazioni di uomini laici , i quali abbandonando il 
mondo eleggevano di menare ivi una vita tolta ritirata e di" 
vota ^ intenti all'orazione e ad altri pii esercizi , secondo la 
regola ad essi prescritta da S. Benedetto e da S. Basilio, inge- 
gnandosi d'imitare gli antichi solitari ed anacoreti. Non trala- 
sciavan però di esercitarsi in opere manuali , taluni tessendo 
fiscelle , panieri , o stuore ^ o lavorando al tornio , o facendo 
cucchiai e simili ordegni per gli umani bisogni , altri trascri-^ 
vendo libri, ed altri applicandosi a ^tudi migliori, affinchè non 
si reputassero affatto oziosi ed infingardi. 

Si è veduto da queste epistole di S. Gregorio, che a niun 
monaco era permesso dal suo stato monastico passare all'ec- 
desiastico ; e [questo pontefice desiderava che ninno fosse 
distollo dalle orazioni e dalla sua vita ritirata e quieta, e 
venisse ad intricarsi negli affari ecclesiastici, ch'egli chiama 
a lor riguardo faccende secolari e mondane. Se alcun mo- 
naco voleva s^scendere ad un ordine ecclesiastico, scorgendo 
egli facilità in alcuni vescovi a permetterlo, li ammoniva che 
noi facessero , ed ordinò che senza sua licenza niuno potesse 
ordinarsi prete o .diacono. Prescriveva che quando pure abati 
o semplici monaci dal uKmacato volesser passare all'ordine 
ecclesiastico^ uscissero da' loro monasteri, né più s'impac-^ 
classerò nell'amministrazione di quelli; siccome se alcun 
chierico dal ministerio della Chiesa volesse passare alla vita 
monastica, non s'impacciasse più del chierìcato. Satis enim 
(scrive a Massimiano vescovo dì Siraeusia) incongnmm est ^ 
si cum unum e^ his prò mi magnitudine diligenter qui non 
possit explere^ ad utrumque iudicetur idoneus: si^que invèsem 
et eoclesiasticus ordo vUae monachicae , et ecclesiastìcis utilità- 
tibus regula monachatus impediatur (1 ) . 

(l)Lib. Ili, ep.H. 



— W8- 

Non erano prima ne' loro monasteri privati oratorj da potervi 
celebrare le solennità delie messe ; ma a' tempi di Gregorio 
cominciavano ad introdursi, dando egli permissione a' vescovi 
di poterli consacrare, perchè un prete della vicina chiesa ivi 
andasse a celebrare. Indi cominciossi a dar licenza a' vescovi 
d'ordinar prete qualche monaco , perchè potesse celebrare , 
senza ricorrere a straniere persone. Con tutto ciò era affatto 
proibito di potersi ivi costruire i battisteri, né i vescovi pote- 
vano ne' loro oratorj recarsi a celebrare trasportandovi la loro 
cattedra, e da S.' Gregorio , come si è veduto, erano aspra- 
mente ripresi se il facevano. Solamente a Respetta badessa del 
monastero di Marsiglia si concedè, che potesse il vescovo andare 
ivi a celebrar le solennità delle messe ne' giorni di Natale 
e della dedicazione del monastero , ma con questa legge , ut 
cathedra ^us nisi praedictis diebus dum Ulte, missarum solemnia 
celebrata non ponatur . Qtu) discedente ^ similiter etiam cathedra 
illius de eodem oratoria auferatur. Ceteris 9ero diebus , per 
presbytérum, qui ab eodem Episcopo fuerit deputatus^ missarum 
officia peragantur (1). Ma senza niuna difficoltà questo pontefice, 
se il bisogno il richiedeva, da' monasteri toglieva monaci , e li 
ordinava vescovi, o pure commetteva ad altri l'ordinazione, sic- 
come si è detto che fece di Agostino, Melilo, e di altri s.uoi com- 
pagni discepoli, e siccome fece di Massimiano che da abate del 
suo monastero ordinò vescovo di Siracusa, anzi creò suo legato 
nella Sicilia , di Mariniano monaco che ordinò vescovo di Ra- 
venna, e di altri. A' suoi tempi ì monasteri tutti eran sotto la 
giurisdizione di que' vescovi , nella diocesi de' quali eran co- 
strutti. Essi ne avean la cura ed il governo; essi attendevano 
alla correzione de' loro costumi, a toglier gli abusi o scandali 
che si cagionavano per non esser serbata fra loro un'esatta 
monastica disciplina; essi ordinavano gli abati e le badesse ; 
ma non potevano prendere ingerenza nell'amministrazione de' 
loro beni ,! la quale appartenevasi agli abati, né gravare i 
monasteri di spese con le loro frequenti visite. L'elezione si 
lasciava libera a' monasteri , potendo i monaci o le monache 
scegliere quell'abate o badessa che stimavan più meritevole , 

(1) Lib. VI, ep. 12." 



— 409 — 

purché non fosse persona estranea, dovendo esser preferita quella 
dello stesso monastero , non altrimenti da quel che praticavasi 
neirelezione de' vescovi. Gli acquisti de' monaci e degli abati si 
appartenevano al monastero, non potendo essi a loro arbitrio 
disporne né tra vivi, né per ultima volontà : e se si legge in 
un'epistola aver Gregorio conceduto a Probo , abate del mo- 
nastero di S. Andrea, facoltà di poter testare, ciò fu di que^benì 
che possedeva prima d'esser monaco, e che a sé serbati aveva 
con animo di non appropriarli al monastero (1). 

Cominciarono in questi tempi a concedersi a' monasteri 
privilegi e particolari esenzioni , ma non già generali , sicché 
fossero sottratti dalla giurisdizione de' vescovi. Cosi, oltre 
di alcuni privilegi conceduti alla badessa del monastero di 
Marsiglia, leggiamo che per riguardo di Luminoso abate del 
monastero di S. Andrea dì Rimini, si proibì al vescovo Ga« 
storio, morto Tabate , di condursi colà a fare inventario dèlie 
robe, d'inferire allo stesso monastero alcuna gravezza, e d'im- 
pacciarsi nell'elezione del successore ; e gli s'impone di ordi- 
nare quello che liberamente e di comun consenso fosse stato 
eletto da' monaci (2) • 

Da questi principi, come suole accadere, tratto tratto da' pon- 
tefici successori sempre più concedendosi nuovi privilegi e 
prerogative^ si venne finalmente a sottrarre affatto i mona- 
steri dalla giurisdizione de' vescovi , ed a sottoporli immedia- 
tamente alla Sede Apostolica ; d'onde nacque in es^l dall'es- 
sersi resi doviziosi maggior rilassatezza , e venne ^ a corrom- 
persi la monastica disciplina : ed il peggio sì é , che benché 
conosciuto , non può ricever questo male per ora rimedio 
alcuno, sicché possiamo dire anche noi: ad fmc tempora^ 
quibust nec ^tia nostra^ nec remedia pati posHmm , perventum 
est. 

(i}Lìb.lX,ep.^. 

(2) Lib. IV, ep. 41 e 43. 



— 410 ^ 



CAPO IH. 

De'Patrìmonj della GUesa di Roma in piti Province, 
e de' ministri istituiti per l'amipinistrazione de' medesimi 

Forse chi legge in queste epistole tanti legati ^ apocrisarj, 
difensori , notai ed altri ministri mandati da Gregorio di qua 
e di là in più province vicine e lontane di Europa > di Asia 
e di Àfrica^ stupirà come la chiesa romana, che a que' tempi 
non avea non dico città alcuna , ma né pure un piccolo ca-^ 
stello, avesse potuto sostentarne tanti , e somministrar loro le 
spese per sì lunghi viaggi, A ciò sì aggiunga, che in Roma 
della Datarìa pochi e rari eran gli emolumenti: sì serbava il 
rigore de' canoni, e le dispense, grazie ed esenzioni eran 
qnasi che inusitate ; anzi Gregorio era in ciò si austero , che 
tolse fino i doni che solevan mandare in Roma gli arcivescovi 
per là ricezione del pallio; e reputava simonia tutto ciò che 
per occasioni consimili, per le ordinazioni, o per qualunque altro 
affare ecclesiastico si ricevesse • 

Ma cesserà di maravigliarsi chiunque porrà attenzione a due 
cagioni che ciò produssero. Primieramente a qile' tempi i viaggi 
non eran molto dispendiosi : bastavano poca comitiva, pochi ser- 
vidori e pochi cavalli, e la sobrietà e moderazione cosi negli abiti 
come nelle cene era ammirabile. Le dimore nelle corti e nelle 
città principali non obbligavano a quel fasto ed a quella pompa 
che vediamo ora. Pochi e semplici erano i cibi né s'imban- 
dì van tavole a più convitati ; né le abitazioni eran si spa- 
ziose e magnifiche che in pigioni ed apparati ingoiassero 
somme immense ; la suppellettile era molto breve e modesta ; 
né il treno di servidori, molto lungo ; né bisognava mantenere 
più cavalli, né cocchi, né paggi , né scudieri , uè staffieri, 
né quanto altro mai ha saputo inventare l'umano fasto e lusso. 
Rìguardavasi a que' tempi la parsimonia come la maggiore e 
più ubertosa rendita di quelle , che potesser dare ampi e spa- 
ziosi campi e poderi. 



-414 - 

In secondo luogo non mancavano alla chiesa romana fondi 
da poter sostenere tante spese, massimamente a' tempi di Gre^ 
gorio, il quale era attentissimo nelFeconomia e vigilantissimo 
perchè i beni della sua chiesa fossero accuratamente ammini-^ 
^strati, inculcando spesse volte in queste sue epistole, che sic^ 
come egli non voleva pregiudicare a' diritti altrui, così doveva 
esser tenace in conservare i propri . 

La chiesa di Roma trovavasi a* suoi tempi avere ampi pa- 
trimonj non pure in Italia e nelle ìsole ad essa appartenenti, ma 
nella Spagna , nella Gallia , in Inghilterra , in Germania , e 
fin nell'Africa ; ed il credito e la fama di probità di questo papa 
ne accrebbero il numero. Le dovizie della chiesa di Roma erano 
cresciute fìn da' tempi di S. Girolamo, che fu s^retario di 
papa Damaso, scrivendo egli in un^epistola , che Preteslato il 
quale fu proconsole deirOriente e dappoi prefetto di Roma 
ed aveva avuto vari ufficj principali e molto lucrosi , tuttoché 
gentile, era solito di dire a Damaso: fatemi papa, che subito 
mi farò cristiano: Facite me Rcmanae urbis Bpiscopum^ etera 
protinus ehristianus^ (1). Queste ricchezze e beni temporali 
si chiamavano Patrimon] di S. Pietro, perchè donati tra' vivi 
lasciati in testamento a S. Pietro di Roma , di cui negli 
antichi tempi aveasi somma divozione da' vicini non meno 
che da' lontani, venerandosi in Roma la sua tomba, dalla quale 
si dispensavano le benedizioni , le rasure delle sue catene, 
croci, chiatvi ed altre reliquie. Erasi già', come altrove si è 
avvertito, diffuso nelle menti umane il concetto che con le 
donazioni de' beni temporali alle chiese potessero redimersi 
i peccati , e salvarsi le anime, sicché fossero introdotte nel 
regno celeste , e molto più donandola a S. Pietro che ne 
aveva le chiavi. S. Gregorio ne accrebbe la divozione , 
mandando da per tutto a re ed a grandi personaggi d'Europa 
queste benedizioni di S. Pietro, come si è veduto ne' pre- 
cedenti libri : ma la munificenza maggiore era delle femmine, 
* le quali per la inclinazione alle divozioni ed agli altri atti di 
pietà e di religione che vince la loro avarìzia , erano larghe in 
donare o lasciare per testamento alle chiese. Quindi in questi 
libri di Gregorio si leggono più affettuose epistole da lui indi« 

(l)Ep. 61. 



rizzate a Teoctisla sorella dell'imperatore Maurizio, alla regina 
BruQechilda di Francia, alla regina de' Longobardi Teodolinda, 
e fino ad Àldiberga regina degli Angli, comparandola ad Elena 
madre di Costantino Magno ^ e ad altre principesse e donne 
assai nobili ed illustri. Il qual costume imitato dappoi con 
maggior diligenza ed accuratezza dagli altri romani pontefici 
produsse ne' seguenti secoli frutti assai doviziosi e fecondi , 
specialmente nel pontificato di Gregorio VII per quelle due ri- 
nomate principesse Matilde contessa di Toscana e Adelaide 
marchesa di Susa , le quali a dovere soleva questi chiamare 
figlie di S. Pietro; onde a ragione si meritarono le femmine 
che nella Chiesa per loro s'istituisse speziai preghiera , prò 
dei^oto faemineo sexu. 

La chiesa di Roma a' tempi di Gregorio Magno, per quanto è 
manifesto da queste sue epistole, aveva patrimonj nella Cam- 
pania, spezialmente a Napoli , Nola ed altrove , amministrati da 
Pietro ed Àntemio suoi sottodìaconi mandati da Roma , perchè 
regolarmente tale amministrazione de' beni temporali , come al 
loro ordine appartenente , si commétteva a' diaconi o sottodia- 
coni. L'avea nel-Sannio, ove fu mandato per rettore Benenato. 
L'avea nella Puglia, e ne fu rettore Romano. L'avea nella Cala- 
bria spezialmente in Tropea, commesso a Sergio difensore, e 
nelle altre province ond'ora si compone il regno di Napoli, 
L'ebbe nella terra Sabina, di cui era rettore Urbico. Il patri- 
monio che aveva in Norcia'era amministrato dal difensore Ottslto. 
Quello di Carseoli dal difensore Benedetto; un altro che avea 
nella via Appia, dal sottodiacono Felice; dell'altro che avea 
in Ravenna era rettore Castorio; e fin nell'Istria ebbe patri- 
monio, amministrato dal notaio Castorio. Dall'altra parte verso 
il mare inferiore ebbe patrimonj nella Toscana amnìinistrati 
dal difensore Candido. Li ebbe pure nella Liguria, e ne fu 
rettore Pantaleone; ed anche nelle Alpi Cottie uno ne ebbe am- 
ministrato dal difensore Girolamo. 

Nelle isole appartenenti all'Italia fu prodigioso il lor numero, 
specialmente nella Sicilia, dove la chiesa romana ebbe i più 
ampj, i più fertili ed ubertosi patrimonj, d'onde Gregorio so- 
leva provveder l'annona di Ropa di frumento, e sovvenire ad 
altri suoi bisogni : di essi fu rettore Cipriano diacono. Ne ebbe 



in Siracusa, in Catania, in Agrigento ed in allri luoghi vicini^ 
commessi all'amministrazione del difensore Romano, a cui si 
veggono indirizzale più epistole di Gregorio (1) , il quale in 
alcune gli raccomandai poveri, e che si portasse tosto colà per 
reggere qne' beni. Patrinwnium S. R. Ecclesiae in partibm 
Syracusanis^ Catimnsibus , Agrigentinis ^ vel Milensibus consti^ 
tutum^ a praesenti li Indictione gubemationi tuae praevùiimm 
committendum ; (2) ed in altra epistola scrive a' coloni di questi 
patrimonj, che pr^tassero a Romano ogni ubbidienza , al quale 
aveva imposto di revocare tutti que' servi addetti a' medésimi, 
e che stavan di fuori nascosti , con restituirli alle loro glebe (3) • 
L'ebbe in Palermo, di cui fu amministratore il difensor Fan- 
tino. L'ebbe infine in tutti e tre i promontori, da' quali la Sicilia 
è divisa. L'ebbe poi nell'isola di Sardegna, de' quali fu, com- 
messo il governo al difensore Simmaco. L'ebbe anche nel- 
l'isola di Corsica , di cui fu anunmistratore il notaio Ronifacìo. 
Tutti questi patrimonj con que' dì Calabria ebber dappoi la 
sventura d'esser confiscali, nella divisione seguita tra la chiesa 
greca e la romana, ed attribuiti al fìsco imperiale, o pure sot« 
toposti a pagare al jBsco straordinari e gravi tributi • 

Fuori d'Italia e delle sue isole la chiesa romana ebbe 
anche patrimonio nell'Illirico, benché picciolo. Gregorio racco- 
manda il rettore Giovanni alla cura di lobino vescovo di 
quelle parti, e scrive a quest'ultimo: Praesentium latorem , 
quem illuc prò ipsa ewigui patrimonii administratione dire-- 
Qcimm ^ vestrm excellentim commendamus (4). L'ebbe anche 
nella Dalmazia, e ne fu rettore il sottodiacono Antonio : e nel 
settentrione l'ebbe sino nella Germania, di cui fu rettore 
Ilario. 

Nella GalKa, oltre il patrimonio che aveva in Marsiglia, ne 
ebbe anche nelle altre province sotto l'amministrazione del 
prete Candido, cotanto da Gregorio raccomandato alla regina 
Brunechilda ed a Childeberto re de' Franchi. Alla regina 

(1) Llb. VII, Ind. II. 
(i) Ép. 17 e 23. 

(3) Ep. 48. 

(4) Lib. Il, ep. 47. 



scrisse commendando in prìptia la pietà di lei, e la pura e 
limpida cristiana religione , onde si rendeva eminente sopra 
tutte le altre regine della terra , fra le quali niun'altra aveva 
in sì gran pregio : unde non immerito contingU , ut cuncta 
gentium regna praecellent^ quippe qui earundem gmtìum Crea^ 
torem et pure colit , et ^eraciter confitetur. Ma poiché la fede 
senza le buone opere a nulla giova, perciò la prega, ut 
propler amorem B. Petri apostolorum principis , qUem tota 
90$ scimu^ corde diligere ^ dilectissimum filium nostrum Con-- 
didum presbyterum praesentium portitorem , una cUm patfimor 
niolo ad cujus eum gtjibernationem trammisimus^ auooilii veltri 
patrocini^ foveatis; quatenus poiestatis vestrae grafia robo^ 
ratus pòssa reggere con maggiore utilità il patrimonio sudf 
detto , ampliarlo e ricuperare dò che ne fosse ^to inde^ 
bitaraen te tolto ; che così oprando farà cosa molto grata a S. 
Pietro, cui a domino Jem Christo ligandi et éolvendi data est 
potestas (1). . 

Al re Childeberio scrive dello stesso tenore , esaltando prima* 
mente la sua fede^ essendo pur nel mondo altri re, sed esse caibo' 
licum^ qùod alii non merenlur^ hoc satis est, J)appoi ripetendo 
che alia sincera fede debbano aocoppiarsi le opem buone, gli 
raccomanda il prete €andìdo , cb'^ mandava ad ammi0i* 
strare il patrimonio che la sua chiesa avea in quelle parti : 
peienies ut si aiiquod ilUc fbrtasse^praejudicium factum esi^ a«l 
res ejusdem patrimonidi ab aliquo detinentur^ potejstatis v^trae 
jusmtiaemrigattir^ et furi pristino quae ablaia sunt, reformenJtur , 
Per accrescere in lui la divozione a S. Pietro , gli ooanda le 
chiavi, perdio le adatbs^Qe al suo colto^ scrivendogfi; €/aD£$ 
praeterea S. Petri^ in quibus de vinculis catenarum ejus incjusum 
eH^ Excelkntiae v&sfrae direximus^ quae colio ve^o su^pmsae 
a mcdis vo$ minibus tueaMur (2). Ed aHo stesso Ca^ndido fu 
indirizzala altra epist(^ eoa la qtiale grimpose che pergms , 
maMiame Domina Dm nmtro Jesu Cristo , od patrimonium qntod 
est in Galliis gubernandum^ delle rendite comperasse vesti per li 
poveri, e per giovanetti inglesi di diciassette :0 dioi^tti^ awi , 

(i) Lib. V, ep. 5. 
(ì) Lib. V, ep. e. 



— bis- 
che messi in un monastero facesse istruire nella fede oat-> 
lolica (1). 

Ma nell'Inghilterra oh quanto furono fecondi i semi ^he 
Gregorio vi sparse ! Que;sli col tempo produssero feraci piante 
dalle quali si raccolsero frutti abbondantissimi e doviziosi. 
Non vi fu provincia nella quale, come in questa, la divozione 
di S. Pietro si diffondesse cotanto in tutte le famìglie. Oltre 
gli acquisti di particolari patrimonj , la divozione crebbe e si 
propagò a segno che in tutto il regno, come fu detto altrove, 
s'impose a ciascuna famiglia un tributo da doversi pagare a 
S, Pietro di Roma, detto perciò il denaro di S. Pietro, che per 
più secoli in quel reame durò. 

Nella Spagna erano anche patrimonj della chiesa romana, 
come si scorge dal capitolare o siano istruzioni che papa Gre- 
gorio diede al difensore Giovanni (2). 

In fine sino nell'Africa furon questi patrimoni, quivi Gre- 
gorio tenendo Ilario suo cartulario , perchè di quelli avesse 
cura f e dall'epistole indirizzate a più vescovi di questa pro- 
vincia strettamente presa, di Numidia e di Bizacena si è ve- 
duto quanto Gregorio per la conservazione de' medesimi fosse 
diligente ed attento, ' 

Questi Patrimoni consistevano in ampie possessioni, campi , 
boschi, prati, vigne, ville, peschiere, laghi, monti, colli : ed 
eran dotati di numerosi servi ascritti alla gleba, reputati ìstro- 
menti de' fondi cui erano addetti, i quali abitavano nelle ville 
s;mrse di qua e di là , e l'unico impiego di costoro era d'at- 
tendere alla coltura di quelle terre, delle quali parte si affit- 
tava a' coloni^ e parte si dava anche in enfiteusi. Né questi 
ascrittizi potevano sènza permissione de' loro signori trasmi- 
grare- da nn luogo ad un altro. Si è mostrato jde' precedenti 
libri, come anche a' tempi di Gregorio nella gente rustica du- 
rasse tuttavia la pagana religione, la quale da simi) gente 

f4> Lib, V, ep. 10. . 

(2) Lib. XI, ep 52 e 56. — Veggasi ancbe l'epistola 126 del lib, VII, Ind. II, 
ÌDdìrizzata a Claudio intimo familiare del re Recaredo in rajccomandaziooe di 
Ciriaco che avea mandato in Ispagna per grinteressi della sua chièsa ; nonché 
le altre epistole di questo pontefice indirizziate allo stesso re ed a Ltandrt^ re-- 
scovo di Si?igHa. 



— 446 - 

prese tal nome, perchè siccome presso i romani gli abiti de' 
rustici si dicevan pagani Aa.^ paghi ove questi abitavano (1), 
così dappoi la lor religione fu parimente detta pagana ; poiché 
essendo i rustici gli ultimi a deporre gli antichi costumi e le 
usanze, cosi furon gli ultimi a deporre la loro vecchia religione 
gentile e ad abbracciare la nuova cristiana. S. Gregorio non- 
dimeno non volle tollerarli in questi patrimoDJ , e siccome 
abbìam veduto , scriveva a' rettori de' medesimi ed a' ve- 
scovi che ponessero ogni cura e studio a ridurre tali servi 
a farsi cristiani, e se non bastassero le esortazioni , usassero 
anche la forza ed il terrore , o gravandoli di fatiche e di pesi 
insopportabili, siccome fecero gli Egizi con gli Eb;ei , ovvero 
duramente affliggendoli con bastonate , con carcerazioni e con 
altri gastighi, pome si legge de' rustici idolatri di Sardegna (2). 
Vietava nondimeno di abbatter gli antichi lor tempj , e voleva 
solo che si fossero tramutati in chiese (5). 

Pagavano questi patrìmonj al fisco imperiale i soliti tributi 
prima pagati dagli antichi possessori , pasisando nelle chiese 
con gli stessi pesi ; poiché a que' tempi tutt'i privilegi e le 
indulgenze che avessero questi patrimonj renduti immuni, di- 
pendevano dalla munificenza degl'imperatori, e S. Gregorio, 
siccome si è veduto nelle istruzioni date al ^fensore Gio- 
vanni , riconosceva queste immunità così reali come per- 
sonali dalla beneficenza imperiale , secondo il prescritto delle 
leggi contenute ne' Godici e nelle Costituzioni Novelle. 

Ma siccome questo savio pontefice era attentissimo a con- 
servare gli acquisti ed a farli bene amministrare, anzi ad ac- 
crescerne il numero ; merita tutta la lode e commendazione 
per l'uso che faceva delle loro rendite, le quali non erano im- 
piegate che per sovvenire i bisognosi, sollevare i poveri, e in 
altre opere di pietà e di misericordia. 

Egli in ciaschedun luogo aveva istituite le diaconie , dove 
si dispensavano i soccorsi a' poveri bisognosi, e si sovvenivano 
i caduti in bassa fortuna ; così chiamate perchè regolarmente i 

(l)Plln.,Iib. XVll, ep. 25. 

(2) Lib. lU, ep. 25» 26 e 27 ; lib. VH, lod. U, ep. 67. 

(3) Lib. IXiep. 7i« 



I 



diaconi ne avean cura. Sono piene quesle sue epìslole di sov- 
venzioni dale a' vescovi poveri e raminghi per le d«sola»ioni 
e guasti che i longobardi facevano delle loro città : di soc- 
corsi prestati a povere vedove , pupilli ed altre persone mi- 
seràbili : , di sussidj mandati a' monasteri poveri , di abiti , 
Ietti , altro che fosse di lor bisogno. Ne^ casi di penuria 
per isterilita de' campi o per altta causa, provvedeva di fru- 
mento i paesi bisognosi, perchè fosse dispensato alle povere 
famiglie. In breve non tesaurizzava per sé , ma per la vera 
chiesa , la quale per ciò che riguarda gli acquisti de' beni 
temporali si compone , di poveri e bisognosi , che hanno il più 
legittimo e giusto titolo sopra le rendite ecclesiastiche. 

Di questi patrimonj, che avea la chiesa di Roma in più pro- 
vince , parlano i Diplomi o Precetti (come si chiamavano a 
que' tempi) di più imperatori de' seguenti secoli , per li quali 
erano confermali i loro titoli e privilegi posti sotto l'imperiai 
protezione, sicché ninno ardisse di molestarli o di loro imporre 
gravezza alcuna^ egualmente che solevan fare per le possessioni 
delle altre chiese e de' monasteri più doviùosi é celebri , fra' 
quali fu quello di Mopte Casinò tanto favorito dagl'imperatori di 
Alemagna. Si è già vedalo che altre chiese cospicue avevano 
pure i loro patrimonj in parti lontane , siccóme la chiesa di 
Milano li ebbeinSicilia ed altrove (1), detti patrimonj di S. Am- 
brogio, quella di Ravenna i patrimonj chiamati di S. Apd* 
linare, e cosi pure le altre chiese principali e più celebri di 
Europa. 

0)LÌb. I, cp. 80. 



Tarn. IL SS 



-418 - 

CAPO IV. 

De'Tari riti, e delle pratielie appartenenti all'ecclesiastica 

disciplina a' tempi di Gregorio. 

I battesimi si differivano ancora per Ta celebrità della Pasqua 
così degrìnfanli, come de' catecumeni adulti, purché la neces- 
sità non obbligasse altrimenti, potendosi in questi casi in ogni 
tempo battezzare ; sì bene era vietato ungere col crisma la fronte, 
solo permettendolo nel petto. Non si battezzava con asper- 
sione, ma con immersione nell'acqua in una o tre volte. La 
chiesa di Roma praticava d'immergere i bambini tre volle nel 
fonte, alludendo al triduo che precedette la resurrezione del 
Signore: Nos autem^ scrive Gregorio a Leandro vescovo di Si- 
viglia, quod tèrtio mergimuSy triduanae sepuUurae sacramenta 
$ignafnuSj ut dtim tertio infans ab aquis educitur^ resurrectio tri- 
duani temporis exprimatur (1). Altri alludevano alle tre persone 
divine. Ma ben può il battesimo farsi in una o in tre immersioni, 
e dee in ciò serbarsi il costume delle chiese ; poiché in una 
immersione anche può designarsi la Trinità. Nondimeno savia- 
mente avvertiva Gregorio a Leandro , che in Ispagna meglio si 
farebbe adoperandosi una immersione, per non dare alcun motivo 
agli eretici di que* dintorni a confermarsi nella credenza di 
essere divisa, non già una la divinità delle tre persone, e che 
perciò tre volte quella immersione si facesse ; ed anche perchè 
non si gloriassero, di essersi in Ispagna seguito il loro costume. 
A' tempi di questo pontefice erasi già tolto Fuso delle pe- 
. nitenze pubbliche, per esser riuscite sovente cagioni di molti 
scandali e disordini , ma le penitenze si adempivano ne' mo- 
nasteri dove sovente Gregorio mandava i rei a purgarsi delle 
loro colpe, Per loro correzione si adoperavano ancora le sco- 
muniche, le quali secondo k qualità del delitto erano più o 
men grandi, ma non però si usciva a cagion di esse da' con- 
fini della potestà della Chiesa , e solo perdevasi la comunione 

i)Uh.l,ep. Ai. 



di quelle cose che essa dava a' fedeli. Sovente a tempo vìe* 
tavalorola comanione del corpo e del sangue del Signore, ma 
non l'ingresso nelle chiese. Altre volte si proibiva a' vescovi 
e a' preti il ministerio dell'altare, e di poter celebrare le soien* 
nità delle messe, siccome a' diaconi e ad altri l'esercÌ7J0 de' loro 
ofttini e la partecipazione del corpo e del sangue del Signore. 
Ma sia che a tempo , sia che durante la vita fosse stata prò* 
nunciata là scomunica, essa cessava in pericolo di morte, ed 
a tutti concedevasi la partecipazione de' sacramenti . 

L'Eucaristia si somministrava a tutt'i fedeli nell'una e nel- 
l'altra specie dèi pane e del vino , e questa disciplina durò 
anche in Italia per lungo tempo ; ond'è che in queste epistole 
di Gregorio si legge spessìssirae volte essere stati i laici in 
pena delle loro colpe privati della partecipazione del corpo e 
del saligne del Signore, poiché a que' tempi tal'era il costume. 
Dappoi per gl'inconvenienti che ne seguivano , si stimò togliere 
l'oso del calice a' laici, e serbarlo solo pe' vescovi e sacerdoti. 

I matrìmonj inforno a' gradi di parentela si regolavano se- 
condò il prescritto da' canoni, non già, come prima, secondo 
le leggi civili. Gregorio a' soli inglesi*, come quelli che di 
fresco venuti erano nella fede, permise il matrimonio nella 
terza è quarta generazione , e scrisse al vescovo di Messina 
(il quale avendo ciò saputo , voleva seguir la stessa regola 
in Sicilia), che no'l facesse, ma serbasse i gradi stabiliti dai 
canoni, dandogli ragione perchè avesse ciò permesso agi' in- 
glesi. Le dispense eran di rado concedute, e solo per gravis* 
sime e pubbliche cause: e da' tempi di Gregorio si riputò 
esser ciò appartenenza della chiesa e de' vescovi , laddove 
prima era de' prìncipi, siccom'è manifesto da' libri di Cassio- 
doro, il quale rapporta fino la formola delle dispense che 
uscivano dal palazzo de' re goti d'Italia, ad imitazione di ciò 
che adopera vasi nella corte degl'iihperatori di Oriente. 

Intorno ad aver moglie i preti , diaconi, o sottodiaconi , si è 
veduto che vario fu il costume de' popoli e nazioni» In Corsica si 
lasciava la moglie a' preti, quae caste regenda est^ sìccoine dice 
Gregorio (i). In Sicilia ed in Calabria, già si è detto qual 

(1) Lib. I, ep. 50. 



- *80 — 

costume volesse Gregorio che si seguisse da' soitodiaconi . È 
da notarsi a questo proposito ciò che Gregorio dispose circa i 
matrimonj de' rustici de'patrimonj della sua chiesa in Sicilia^ 
i quali nei maritarsi erano angariati per una prestazione chia- 
mata il comodo nuziale: Gregorio adunque impone al sotto- 
diacono Pietro rettore, che non li facesse molestare e che 
per Tavvenire non si esigesse pel comodo nuziale da essi più 
che un sóldo^ e meno ancora da' più poveri (1). 

Nelle sepolture Gregorio proibiva ogni sòrta di pagamento^ 
onde acremente riprese Gennaro vescovo di Cagliari che lo esi- 
geva, mmmenlandogli l'onestà usata dagli Emoriti ad Abramo, 
e che ^a una pur troppo sordida avarizia de' sacerdoti pre- 
tium de tèrra concessa putredini quaerere^ et de alieno velie fa- 
cere luctu compendium. Che egli avea perciò, assunto che fu 
al pontificato, posto ogni cura per estirpare una consuetudine 
si prava e sozza. Gli permette infine di ricever solamente dagli 
eredi e congiunti qualòhc cosa che fosse spontaneamente data 
(non già da lui cercata) pe' ceri , ma gl'ingiunge di rifiutare 
qualuilque cosa per la sepoltura, aùcorchè spontaneamente 
offerta (2). 

Da queste epistole ne' precèdenti libri esposte molto altre 
pratiche possono avvertirsi sulla disciplina ecclesiastica di que* 
tempi: frale quali npn tralasceremo di notar quella apparte- 
nente all'uso degli oratorj privati , reputato da alcuni non an- 
tico, ma introdotto ne' bassi secoli. E pure da quest'epistole si 
scorge che fu antichissimo, poiché Gregorio permette a Venanzio 
Patricio di avere a Siracusa un privato oratorio in sua casa , e di 
farvi celebrare le solennità delle messe da' preti e dal vescovo 
stesso^ se piacesse (3) : scrive poi a Giovanni vescovo di Sira- 
cusa, che non pur non impedisca ivi la celebrazione , ma invitato 
andasse egli a celebrare, et in domo ipsius missarum peragi 
mysteria permittatis^ ut^sicut scripsimm ^ si fonasse voluerit, 
per vos debeatis accedere^ tt celebrando apud eum missas pria- 
rem gràtiam reformare (4). Ed in più altre lettere si vede che 

0) Lib.I, ep. 42. 

(2) Ub. VII, Ind. 0, ep. S6. 

(3) Lib. V, ep. 42. 

(4) Lib. V, ep; 43. 



— MI — 

imponeva a' vescovi di consacrare simili oratorj posti nelle 
case di persone nobili ed illustri. Egli è vero che ne' primi 
tempi ciò non soleva permettersi se non ne' palagi di grandi 
signori , come si legge della cappella de' duchi di Borgogna 
e di altri principi ; ma in processo di tempo , siccome suol suc- 
cedere ed è accaduto in altre cose , si sono permessi non pur 
nelle ville, ma nelle città istesse , ancorché abbondanti di pub- 
bliche chiese, a persone anche di basso grado. 

Dalle cose fin qui esposte può fafei aperto il buca uso che 
ciascuno dee fare de' padri antichi , quello cioè di avvertire 
nelle loro opere la disciplina ecclesiastica de' loro tempi , 
la quale col variar dell'età fu anch'essa varia e diversa , 
siccome giovano sovente per illustrare alcuni punti d'istoria 
dubbi ed oscuij, massimamente de' secoli barbari ed incolti, 
de' quali non abbiamo che qualche Cronaca di monaci e qual- 
che loro opera che possa somministrare, benché tratti di altro, 
lumi bastanti per non rimanere affatto nell'oscurità e nelle 
tenebre di que' tempi. Del resto , per ciò che si appartiene 
a sposizìoni, comentari , ed illustrazioni de' libri sacri > come 
ìe loro interpretazioni si raggirano per lo più su sensi mistici, 
profelici, allegorici e morali, che non hanno altro appoggio che 
la propria immaginazione e la fecondità de' loro ingegni ; cia- 
scuno può loro credere non credere, e potrà non pure imitarli, 
ma superarli ancora. E nel nostro trattato intorno alle dottrine 
de' teologi scolastici si è veduto quanto i nuovi scrittori ab- 
biano in ciò sorpassato gli antichi, e gran documento dovrebbero 
èsserne le opere di questo pontefice^ dalle quali poco profittosi 
ricava, se pensi mente a' Gomentarj, ma molta utilità se riguar- 
diamo le Epistole ^ per le quali può ravvisarsi lo stato non meno 
ecclesiastico che civile deirimpero in que' tempi. E la ragione 
n'è, perchè la natura produce con tener costante in tutt'i secoli 
ingegni chiari, fecondi e sublimi, e nelle speculazioni , imma- 
ginazioni e fantasie l'uno non cede all'altro; l'esperienza ci 
ha fatto conoscere che in ogni tempo , ancorché barbaro ed 
incolto , non sono mancati intelletti prodigiosi, la cui sven- 
tura fu d'esser surti in mezzo all'ignoranza ed alla barbarie 
senza soccorso di altre buone lettere e discipline ; onde derivò 



— 4M -- 

che si applicassero in ispeoQlazbni vane ed astratte, ed in istudj 
puerili, scolastici ed infruttiferi. Ma con tutto ciò le loro opere 
riescono utilissinoe.per quei che riguarda l'istoria e la disci- 
plina ecclesiastica de' lorQ tempi , la quale non altronde può 
sinceramente apprendersi che da' loro scritti, e dalle carte 
e diplomi contemporanei , che or ci restano per diligenza 
ed accuratezza de' nuovi collettori a noi conservati, sottratti 
dalla polvere e da' tarli de' loro archivi e, dalle ingiurie degli 
uomini , e tramandali alla memoria de' posteri. Me per avere 
una sincera e compiuta i^orìa ecclesiastica dee ricorrersi se 
non a queste fonti ; poiché sebbene molti ingegni nel nostro 
secolo e nel precedente abbiano lavorato cotanto per darcene 
una fedele^ chiara e distinta , il successo ha mostrato che o 
per istudio delle parti, o per poca accuratezza, ovvero per non 
avere avuto gli scrittori una giusta idea di somigliante im^ 
presa, ninno fin qui ce ne ha lasciata una generale , esatta e 
completa, talché possiamo ancor oggi fra le cose desiderate ri- 
porre ancor questa; e perché dò non sembri un paradosso^ 
bisogna spiegarlo nel seguente capitolo^ che sarà l'ultimo di 
quest'Opera. 



— «i-BWWlBi*— 



— *l«- 



CAPO ULTMO. 

Che ancora oggi fra te cose desiderate debta ripond m'esatta, 
generale e compinta Istoria Ecclesiastica. 

Parrà. senza dubbio cosa strana, che dopo essersi lavorato 
tanto da più scrittori moderni , spezialmente da' Francesi , 
sopra l'Istoria Ecclesiastica, io osi dire che :ne manchi an- 
cora una esatta^^ generale e compiuta; ma chiunque vorrà 
prendersi la pena di attentamente riguardare le più alte ed 
intime ragioni della opinion mia, cesserà dì maravigliarsi , e 
confesserà che io mi appongo al vero. 

L'Istoria Ecclesiastica non ha que'brevi confini, dentro i quali 
i precedenti scrittori han voluto restringerla. E se in tesserla non 
si terrà conto di tutte le quattro principali religioni onde il 
mondo è ricopèrto, cioè delia Gentile , dejla Giudaica, della 
Cristiana e della Maomettana , non potrà certamente aver^exi^ 
una compiuta e perfetta : poiché l'una ha avuto ed ha molt^ 
congelazione e rapporto con l'altra; né si possono ben cono-- 
scere |e varie vicende che queste religioni sopra la superficie 
della terra Jban sortito, se di tutte non si tenga argomento; 
, ÀIcujqì han eonosciuto in parte questa verità, ed han dato 
principio alle loro Istorie dalla reUgì(Hìe giudaica rapatatot 
nìadre della cristiana; ed il P. Natal d'Alessandro, j»'ima. 
di trattar di quest'ultima, premette due grossi volumi per 
dar contezza dell'istoria della chiesa Giudaica , beD iM>mpfen* 
deado che pe' loro molti rapporti non possono a&d» separate^ 
Conebbe egli ancora <^e lo* stesso avrebbe dovalo, iirsi ài^ 
maomettana; tuttavia nella sua iiarrazione pervenuto al ae$* 
timo jseoolo, se ne disbriga in poche pagiaie , quasi J6s$e fuori 
del suo istituto, sol perchè gli altri scrittori o non ne parlano, 
ovvero apppena ne accennano. Ma 4ella r^giode gentile da 
tutti non si fa motto alcuno, come se affatto noa si apparte- 
nesse ad una compiuta istoria ecclesiastica trattario ^ ttèl ^ 
sono andati di gran lunga errati. 



— 4» — 

Un'intera istoria eeelesiastica deve abbracciare tutte quattro 
queste religioni, poiché chi dice Istoria Ecclesiastica, dice istoria 
di tutti i collegi ed assemblee di uomini insieme convenuti 
per causa di religione. E sebbene presso i greci ed i romani 
la voce Ecclesia avesse un più ampio significato , e compren- 
desse anche tutte le altre assemblee di uomini legittimamente 
ragunati per causa di civil polizia e del ben pubblico della 
città (1); nulladimanco per comune uso questa voce fu poi 
ristretta alle sole adunanze per causa di religione. Sicché pro- 
priamente essa comprender debbe non men l'uno che l'altro di 
questi quattro culti. E varie ragioni e forse più potenti dovean 
muovere questi scrittori a non trascurare la religione gentile , 
se credettero non poter tacere della giudaica. 

Della RelpnB Gentile. 

Da questo argomento dovea darsi principio al lavoro , pri- 
mieramente per far comprendere quanto la religione possa 
sopra gli animi umani , e come questa fosse propria degli 
uomim , non comune agli animali bruti. Doveva dirsi che 
quella religione, la quale proviene dal solo istinto e dalla sola 
propensione degli uomini, per necessità doveva esser soggetta 
a mille errori ed inganni , perchè la vera religione non dee 
riconoscer altro principio che la divina rivelazione. Fu chia- 
mata Gentile, perchè al solo genere umano appartenevasi , ed 
era presso tutte le genti comune ; ond' è che i savj romani 
giureconsulti la religione erga Deos riposero fra i diritti del;>^ 
gentium (siccome i contratti , le permutazioni e cose simili) 9 
non già fra quelli del jiis naturae ^siccome l'accoppiamento de' 
maschi con le femmine, la procreazione de' figliuoli, e simili). 
Ciò fecero, altrimenti sarebbe stato lo slesso che render quella 

(i) Così S. Luca Degli Atti cap. 19, ts. 39 chiamò EccUiia la legittiina e 
pubblica raguoaoasa di Efeso : In legittima Ecclesia poterit almlvi: e nel ▼. 40 
Dimisit EccUiiam. Plinio il giovane anch'agli neli'ep. ìiì (lib. X) diretta airioi- 
perator f raiano chiamò Ecclesia il pubblico Consìglio degli Amiseni in Bitinia: 
et Ecclesia consentente etc. 



Gomuqe co^ bruti ; onde Giustiniano Magno come imperatore 
cristiano attribuì al jtis delle Genti nelle sue Pandette ciò che 
gli antichi giureconsulti gentili ne' loro libri scrissero erga 
Veos religio ^ e che egli mutò nella formola erga Deum religio ; 
non altrimenti da quel che fece S. Luca ne' suoi Atti, il quale 
rapportando l'iscrizione di quel tempio in Atene secondo gli 
antichi padri dedicato Ignotis Diis^ scrisse Ignoto Deo^ poiché 
oltre ad esser così più acconcia al suo tema, ciò conveniva fare 
ad uno scrittore cristiano. Adunque quelli scrittori moderni i 
quali han sempre in bocca e n^Ua penna la religione natu- 
rale, non sanno essi medesimi che si voglian dire, poiché ninno 
affermò che la religione fosse juris naturae^ sì bene fu sempre 
proclamata juris gentium , per esc^l^der da quella gli animali 
bruti, i quali non sono capaci di religione alcuna: se pure 
per jm naturale intender non vogliano fra gli uomini lo 
stesso che ^ti^ gentium , siccome fa sovente Cicerone (i) 9 il 
quale nondimeno per non confondere l' una cosa con Taltra^ 
mentre dice : hoc solum natura , id est jure gentium ; spiega 
chiamarsi, naturale il jus delle genti come quello che deriva 
dalla natura umana^ non già assolutamente ed in genere dalla 
natura universale. 

E se Plinio il vecchio diede anche agli elefanti religione (2), 
e fece, come pare, cose esclusive dell'uomo solamente la su*- 
perstizione, l'ambizione e l'avarizia, non la religione (3) ; ciò 
egli pensò perchè credeva eterna ed increata la natura , esser 
dessa il solp nume, e che non fosse già sorda, muta, cieca, ma 
intelligente , savia e provvida , attribuendole, fino il profetare , 
e dimenticossl affatto del suo creatore . Or dobbiam. più noi 
maravigliarci die facesse anche gli anlniall bruti partecipi di 
religione ? Nondimeno questo medesimo scrittore ben fa con« 
cepìre che l'innumerabil turba di tanti dei e dee solo dagU 
affetti , dal timore e dalle inferoaità degli uomini avesse orì- 
gine {U). 

Da colai principio deriva che una religione la quale prò* 

(\) Lib. Ili de Officiis. 
. (2) IoH»t. Nat. 
(3) Lib. VII in procem. 
(4} Lib. il, cap. 2. 



viene dal solo istinto degli uomini, varj Qel penare e ne' cm^ 
celti, per necessità doveva esser soggetta a moltiplici ìUuBiom; 
e quindi derivarono ìi prodigioso numero di numi e tante 
vane e fantastiche idee. Queste divinità si generavano, dice 
Plinio, nella fantasia degli uomini a cagione d'imminenti mali 
di sperati beni. Erodoto (1) e Plutarco (S) narrano che 
Temistocle dopo la battaglia di Salamina risoluto di porre a 
contribu^^ione le isole del mare Egeo , e giunto a quella di 
Àndros , fece sentire agli abitanti che veniva a.d essi aocom- 
pagnato da due potenti divinità , dalla dea persuasione e dalla 
dea forza; ma que' gli risposero, ch'essi dal lor canto aveano 
anche due divinità in lor difesa non meno potenti chele sue^ 
le quali non permettevano somministrargli il denaro richiesto, 
ed erano la povertà e Vimpotmza. 

Altri ne' luminosi corpi celesti, cornea quelli che sono a noi 
superiori e cotanto sublimi, immaginarono divinità; e qual si 
suole a' numi, non dubitarono di prestare a quelli un religioso 
culto. Ne immaginarono eziandio nelle piogge^ onde il dio 
Pltmo^eA in tutti gli strani fenomeni che nell'aria apparis- 
sero , de' quali ignorando le cagioni , quelli stessi deificarono. 
Nella superficie della terra medesima che calcavano co' piedi 
seppero trovar deità, pe' fonti, ne' fiumi, ne' laghi, ne'monti, 
nelle selve, nelle valli, nelle spelonche; e cosi ^ursero i Sileni 
e il dio Pane. Che più? Fino ne' muli tronchi degli alberi 
si ravvisarono numi. 

E non riguardando quella i^ligione che il riposo di questo 
mondo^ e felicità o ^miserie tutte l^rene, quì»li i voti e le 
preghiere di quegli uomini eran dirette a scamparli da mali 
siffatti, ed a pro(nirar loro mondane felicità e contentezee. Da 
daseuna un^ana passione, da ciascuna virtù, anzi 4à' vizj stessi, 
e dalle ncKstre infermità e difetti f^cevan nascere anche dìì e dee. 
Quindi nacquero le dee pudicizia j wncordia, ekm^a y fede, 
speranza y e la dea mente. Quindi gli dei onore , pallore e 
taatì altri* Fino i ladroni ebbero Mercurio e la dea Inverna, 
peluche prendessero di lor protezione e favorissero i loro furti 

(l)Lib.Vin, cap.411ell2. 
(2) N€lla vita 4i Temistocle. 



e le lupine. A questa dea aveanò consacrato un bosco vicino 
a Roma, dove qiie' malandrini s'univano a dividersi il prodotto 
delle loro malvage op^re, ed a questa dea rendevan voti e sup- 
pliche affinchè ler procurasse buone prede. Nel medesimo bosco 
aveano eretto un altare alla dea Frauele, da cui imploravan soo^ 
corso. Anche a' morbi, alle pesti , alla scabbia e ad altri 
mali che pavidi cerchiamo tener da noi lontani , sursero 
nuovi dii, nuovi tempj, nuovi altari. Fino alla dea Febbre 
fu eretto a Roma nel palazzo un tempio, ed un'ara alla Mala 
Fortuna. Al silenzio gli uomini assegnarono Arpocrate per dio , 
e le femmine la dea Jact/a. Per una sola voce udita o imma- 
ginata, gallo^ advehtare^ narra Livio (1) che Camillo facesse 
in quel luogo costruire un tempio alla dea Lomito.ìllà alla dea 
Fortuna quante preghieife, e sovente anche, accuse ed impre- 
cazioni si fecero e si fanno da' miseri mortali? Sila ^la s'iur 
voca in ogni luogo ed in ogni. ora: si loda ^ si biasima ^ e si 
maledice come incerta, vaga ed incostante, fautrice degli 
indegni ed avversa a' buoni. E pure noi l'abbiamo finta e col- 
locata in cielo , come bellamente disse Giovenale: Te deam ^ 
Fortuna^ faoimus^ coeloque locqmus. Niente è in natura fortuito, 
e sempre con pei^etua serie cosa nasce da cosa; noi che non 
sappianio le immediate cagioni produttrici di certi effètti, im- 
maginiamo fortuito ciò che pure necessariamente doveva ao-^ 
cadere, e che solo ove altrimenti fosse accaduto, avrebbe dovuto 
arrecarci maraviglia. 

Prìnìa e dopo degli sponsali e de' parti deUe donne , quanta 
turba di dii e dee concorrevano ? Nell'infanzia prendevan cura 
del nato speciali numi; altri nel corso della sua puerizia; altri 
nell'adolescenza ; altri nella gioventù , in questa età raccoman- 
dandosi specialmente alla dea Juventa ; altre divinità lo ac-- 
comp^gnavaoo per lo reato di sua vita; e finalmente con* 
dotto ài sepolcro era abbandonato alla discrezione ed ài giu« 
di2io degli dei infernali^ a' quali pure rendeyansi adorazioni e 
rel^ióso cttitb^ per averli placati ed ^nchè non nuocessero* 

Da un altro non men ridondante ed ubertoso fonte gU anti«- 
chi trassero divinità , cioè da^i uomini stessi. Neiranlichìssimo 

' . . I ■ 

(1) Dee I, lib, 5. 



— M8 — 

regno di Egillo^ il 'costume di conservare i cadaveri de' con- 
giunti , di esporli al cospetto delle famiglie nelle proprie 
case, e fino di metterli a mensa ne' loro conviti, fece a lungo 
andare cbe il vedersi avanti gli occhi i corpi imbalsamati de' 
proprj defunti amati «d onorati in vita^ e il conservarne la me- 
moria anche con statue e dipinture ove erano rappresentati 
come se fossero vivi , spìnse quegli uòmini prima ad atti di 
venerazione verso que' morti , e poscia all'adorazione , nella 
quale l'altra pian piano crescendo tramutossi, siccome suole 
avvenire in tutte le cose, e sursero altri dii e dee. In cotal 
guisa ciò cbe i figliuoli fecero a' loro padri , tramandarono 
poscia a' figli loro , onde di que' numi a dismisura si moltiplicò 
il numero; siccome saggiamente fu espresso nel libro della 
Sapienza^ ove leggiamo queste parole : Acerbo enimluctu dolm 
pater cito rapii filii fecit imaginem , et illum qui timc quasi 
homo mortutis fuerat^ nunc tanqmm Deum colere coepit^ et corh 
stituit inter servos suos sacra et sacri fida (1). 

in altro modo eziandio dagli uomini si formarono dei. I 
primi conquistatori, i primi inventori delle arti e delle scienze 
si meritarono dopo la lor morte onori divini, e di esser nu- 
merati tra' celesti. Chiunque porrà mente alla primiera vita 
degli uomini tutta selvaggia ed incolta, troverà che vivevano 
sparsi sopra la superficie della terra in separate famiglie; 
ninna civil società esisteva, ma ciascun padre di famiglia era 
il re e signore della sua casa, secondo che apprendiamo dalle 
antichissime memorie che ancor restano , e che a noi furon 
tramandate da' vetusti scrittóri, da Omero, da Erodoto, da 
Diodoro Siciliano che le raccolse ne' suoi primi cinque libri 
della Biblioteca Isterica , e soprattutto dal libro di Giobbe e 
dalla Genesi di Mosè , libri i più vetusti di quanti la più remota 
antichità ha potuto conservare. Ma quando dappoi, surti uo- 
mini di valore , di straordinaria forza e coraggio , comincia- 
rono questi ad esser fatti condottieri di numerose truppe ed 
a scorrer la terra predando e facendo conquiste di ampj 
paesi; allora si vide il mondo prendere altra faccia. Quindi si 
formarono i regni e le ampie monarchie , quindi il vetusto 

(1) Gap. XIV, V. 5. 



k 



— 429 - 

regno di Egitto, e quelli d'Argo e di Sidone : quindi il vasto 
imperio degli AssirJ, a' quali succedetter poi i Medi, i Persi, 
i Greci sotto Alessandro Magno, e finalmente i Romani. Tutti 
i primi insigni conquistatori presso più nazioni furono ascritti 
al numero degli dei: furon loro eretti tempj ed altari e pre- 
stalo religioso culto.. Quindi nella Grecia si vide sorgere 
quell'innumerabile schiera di dii e dee maggiori e minori , 
che purnon furono se non dal fango e dalla vii terra nati. 
Cosi nella Grecia, la quale empì il mondo di tante deità, dopo 
le conquiste di Aimone , Urano suo figliuolo che gli successe , 
per render più rispettabile la memoria dì suo padre, gli fece 
prestar da' popoli onori divini, onorandolo con sacrificj ed 
ascrivendolo tra il .numero de' celesti. Lo stesso fu dappoi a 
lui rendato'dal suo figliuot Saturno. E^ cóme suole avve- 
nire , sempre più il fascino e Tadulazione avanzando , si vide 
crescere il numero di queste divinità col crescer della fomiglia, 
e col succedere l'una, all'altra generazione. Urano e Saturno 
avendo , secondo il costume di. que' primi tempi, per mogli 
le proprie sorelle, l'una e l'altra delle quali ave^n nome Vesta ; 
1 figliuoli che ne nacquero da ambo i lati aumentarono la 
stirpe divina. Dalla quale sursero ancora gli dii maggiori e 
più potenti. Giove, Plutone, Nettuno, Giunone figli di Sa- 
turno; ma niuno ne fu più fecondo iti Giove , il quale una 
immensa turba ne ebbe non pur da G:iunoQe sua moglie ip-. 
sieme e sorella, ^& ^^ l^nte altre sue concubine. Di Giunone 
nacque Marte e Vulcano: di La tona. Apollo e Diana: Minerva 
essendo di madre incerta, la favola finse esser surta dal capo 
di Giove: Dì Diana nacque Venere ; e questa ch^ebbe più ma^ 
riti ed amanti , die fuori altri nK>ltissimi dii , come Imeneo , 
Priapo, due Cupidi, l'uno che proweò con Mercurio, ed un 
altro nato da Marte:, e là favola vi aggiunge anche Enea 
proQreato con Anchise. Da Apollo venne Esculapio^ e cosi 
altri. Né meno numerosa fu la progenie degli eroi o sen^ideì, 
i quali non furono che uomini: Ercole, Teseo, Castore è PoK 
luce, Giasone, Orfeo^ CadmQ e tanti altri, a' quali furono anche 
prestati divini onori. 

A' primi inventori delle arti e delle scienze « siccome pur 
or dicevamo, attribuironsi gli 3teS9Ì onori : a Bacco, non pur 



come figlio di Giove e gran conquistatore, nia eziandio perthè 
a luì si ascrisse l'invenzione del vino: a Cerere, perchè in- 
venlrice della cultura del frumento e delle biade ; ed a Mer- 
curio perchè creduto autor delle lettere. Così pure a Titone 
ed a Belo per l'astronomia : ad Enetoiie figlio di Vulcano per 
l'invenzione de' carri : a Prometeo come. inventor delle statue: 
a Pane ritrovator del flauto : ad Aristeo deirolio e del coagolo: 
a Triptolemo dell'aratro: ad Atlante per l'astrologia: a Danae 
costruttor delle navi : a'Cureti per le danze; e chi potrebbe an- 
noverarli tutti? Ad essi , còme a quelli che avean sollevato 
il genere umano da una vita ferina e selvaggia ad un'altra 
civile e eulta, dalle ghiande e dall'acqua al pane ed al vino 
ed a più saporose vivande , dalle spelonche ad abitazióni ma- 
nufatte e ad altri agì e comodi, si videro dunque innalzati 
tempj ed altari , istituiti proprj sacrificj , giuoclii e feste , vit- 
time, sacerdoti e sacerdotesse (poiché ve n^eraiio dell'uno e 
dell'altro seisisò) , e tanti altri riti e religiose cerimonie. E 
poiché una lai religione non a^a guidata se non dal proprio 
umano istihlo, dalle nostre passioni ed affetti, dalle nostre il- 
• lusioni, timori, ispèranise e vane fantasie , ne vennero per 
conseguenza ì vani e ridicoli riti e. gli sconci sacrificj: e fosse 
pur piaciulo al cielo che le coSe si fosser fermate qui ; ma 
poiché nulla: vi é che possa spingere gli animi umani a mag- 
giori crudeltà e scelleraggini quanto una prava religione , si 
videro in alcune nazioni costumanze efferate e barbare: 
èastràrsi l sacerdoti dì Cibele - per rendersi a lei confarmi: 
seppellirsi vive le vergini della dea Vesta o perchè non ser- 
barono castità, ovvero perchè la lor negligenza fece estinguere 
il fuoco alla custòdia delle medesime affidato per uso de' sacri- 
ficj: ed in fine rendersi vittime infelici gli uomini stessi, anzi 
i padri ìncrudeUre contro ì pfoprj figliuoli , scannandoli avanti 
gli altari. 

Or chi tesse una generale istòria ecclesiastica còme mai potrà 
oftiettcre tutte questo cose, se esse nel confronto delle religioni 
gitìdartCà e oristiana riescono pruove evidenti ed irrefragabili 
della verità dì queste , ed all'incontro mettono in più chiara 
luce la falsità della gentile ? La religione giudaica e la cristiana 
iMm ise^endo lutti questi Me prineìpj, insegnarono che la vera 



-^451 — 

religione non debbe avere altro fondamento che la divina rive* 
lazione. E la ragione ne apparirà manifesta a ehi vorrà riguar- 
dare la miseria e la debolezza della umana condizione : poiché 
se a noi sono ignote le cose più vicine che ne circondano 
e delle quali dovremmo sapere la sostlinza , se non arriviamo a 
concepire altro che le apparenze e sol quanto a* nostri sensi 
esterni si offerisce; come mai possiamo penetrare nella som- 
mila de'eieli, e saper la natura divina, e come piaccia a Dio 
essere adorato, e qual tìaaniera di cullo più gli sia grata , se 
non per alta e divina sua ri velazioue ? Quindi la nazione ebrea, 
avvegnaché ristretta in un picciól angolo del mondo , ebbe 
Sopra tutte le altre genti quella giusta, savia e vera idea della 
divinità, perchè le fu rivelata. Seppe cosi essere un solo Tetemo 
nume ; infinito , onnipotente , sapiente : tutta mente , tutto 
spirito, tutto senso; creatore di quanto dì visibile e d*in visi- 
Mie è neirampio universo ; fabbro della natura , alla quale 
diede legge, moto e figura; arbitro di cangiar la medesima, 
siccome fu arbitro nel formarla, e di darle altro corso e di- 
sposizione. Al suo volere ubbidiscono i venti, il mare^ il cielo 
e la terra ; si restano dal lor corso i pianeti ed i fiumi ; vanno 
i monti si appianano^ e s- innalzano le valli. Non confusero 
gli ebrei Dio con la natura; nè'Mosè fu panteista, siccome a 
torto interpretando^ la sua dottrina credettero Diodoro Siciliano 
e Strabene, i quali per certo non ^bber notizia de* suoi libri, 
dove avrebber letto porre lui tanta distanza tra Dio e la natura, 
quanta è fra creatore e creatura, distanza maggi(n*e della guale 
non può essere immaginata. 

Per divina rivelazione gli ebrei appresero la guisa come 
debba il nume essere adorato , la maniera de' sacriflq, le vit^ 
time e gli olocausti: non inventarono tutto ciò a lor capriccio , 
secondando gli umani istinti, le nostre passioni, gli affetti, le 
fantasie ; e quindi i loro riti, le religiose cerimonie erano pure, 
semplici ed innocenti, ed i loro $acrìficj non contaminati di 
umano sangue. 

E discendendo alla religione cristiana, necessario era far com- 
prendere che essa non pur le stesse cose presenta, ma ad una 
rivelazione assai più sicura e manifesta è appoggiata ; poiché 
nel Vecchio Testamento Iddio parlò agli ebrei per meszo dei 



— 4sa — 

profeti, ma nel Nuovo favellò per se stesso, mandando in terra 
runieo suo figliuolo vero Dìo ad assumer carne umana ^ p^i^hè 
fosse sublime mediatore tra il cielo e la terra. Fra i gentili ì più 
saggi conobbero benanche questa verità, che la religione pura 
dee dipendere da divina riveIa:!;ione ; e^rciò i più grandi e 
sapienti fondatori di repubbliche e di regni si studiarono di far 
credere a' popoli, che quelle leggi che stabilivano intorno alla 
lor religione fossero state ad essi rivelate da' sommi iddii. 
Così fecero, secondo Diodoro Siciliano e Strabone , Mneve 
presso gli Egizj, e Licurgo presso i Lacedemoni ilq^ale, sic- 
come rapporta GìMSlinìano (4), finge' avere appresele sue leggi 
da Apollo. Parimente Mi nos^ ogni nòve anni una volta si riti- 
rava in certa spelonca; ed ivi fermatosi, qualche tempo, ne 
usciva poi^ e fecea credere al j)opolo di Creta, aver trattato 
con Giove ed averne ricevuto le leggi da doversi osservare in 
quel regno. Minas Cretensium rex ^ scrive Valerio Massimo, 
nono quoqtia anno in qmddam prwabitum\ et vettcsta reli- 
gione consecratuM specm secedere solebat^ et in eo cùmvjfio- 
ratus^ tanquam a Jme^ quo se ortum férebfà^ traditas sibi leges 
pràerogabat {t) . Soloné presso gli Ateniesi, Zigtleuco in Locri , 
ed altri capi e rettori di popoli incolti e rozzi lo stesso fecero : 
e Livio rapporta ^he il medesimo facesse Numa Pompilio coi 
romahi, dando a sentire alla credula moltitudine ch'egli^ avesse 
notturni colloquj con là dea Egeria , datila quale apprendesse 
gnslituti,i riti eie leggi, te qual| agli dei piacessero e 
fosser loro grate ed accette. Ma quésti medesimi sci:ittori, e 
ispezialmente Livio rendono testimonianza che dalla gente savia 
ed accorta fu ben compreso, che ciò fosse un tratto di tor po- 
lìtica, i^n essendovi cossi più efficace a mantenere in disci- 
plina la moltitùdine imperita che la forza della religióne ; fu 
compreso che ciò quelli facessero, affinchè le loì^o leggi avute 
per divine fossero da' popoli con riverenza ricevute, e ad esse 
con prpntem si obbedisse. 

A ttitto ciò si aggiunga che la Mitologìa Gentile ò necessaria 
per bene intendere Ùibrideìr Antico Testamento» pòichò essendo 

(f > Lib. I^ eap. 3/ 



— 455 — 

gli ebrei cìrcandati da nazioni idolatre con le quali ^Bber 
sempre aspre guerre e contese ; or con esse vìncenti, or pcr- 
denli, furon pure contaminati da gentilesimo, e adorarono tal- 
volta i numi deMoro nemici. Or se è cosi , senza un'esatta 
cognizione delle divinità gentili non potranno mai bene in- 
tendersi gli dei nominati in que' sacri libri, il dio Apis degli 
cgizj rappresentato in un vitello d'oro , gli altri dii degli 
assirj e de' babilonesi , di cui il maggiore fu reputato Belo 
credulo lo stesso che Nembrot, al quale eressero in Babilonia 
quel magnifico tempio i cui vesligj ancor oggi si mostrano 
a' viandanti per cosa maravigliosa e stupenda: Terafi ed 
Astarle dee de' sidoni : Remnon dio de' damasceni : il dio 
Moloch , adorato dagli accaroniti , a cui sacrificavano i loro 
proprj infanti, alla quale inumanità furono anche spinti gli 
israeliti : Belphegor dio de' moabiti : Astaroth e Dagon dii de' 
filistei : Chamo dio degli amorrei : Melchon dio degli am- 
moniti : Adone che il P. Arduino vuole che fosse la dea Diana: 
il dio Prìapo figlio di Veneree guardiano degli orti, memorato 
anche in questi libri, e tanti altri. Nel Testamento Nuovo 
negli Atti di S. Luca trovasi memorato il famoso tenipio in 
Efeso alla dea Diana, l'altro in Atene dedicato Ignoto Deo^ e 
che si apparteneva a Castore e Polluce ; e da lui stesso e da 
S. Paolo nelle sue epistole ne< sono menzionali altri. Or di 
tutti questi non si potrà altrimenti aver notizia, se non mercè 
le istorie della religione gentile. 

Per un'altra potentissima ragione in una compiuta istoria 
ecclesiastica la religione gentile non debbe esser lasciata in- 
dietro. È nolo che essa vantò miracoli stupendi (poiché presso 
i greci fino i morti si fecero risuscitare), e che pretese aver 
anch'essa le sue profezie, gli oràcoH, le pizie, gl'indovini (1): 
or tulli questi miracoli e queste profezie bisogna porre a con- 
fronto con quelli che debitamente vantano la religione giudaica 
e la cristiana , per maggiormente dimostrar favolosi que' so- 
gnati portenti; ed artifizj, inganni e furberie degl'indovini le 
predizioni. E valga il vero, a colai dimostrazione non può uom 

• 

(i) Di questo soggetto abbiam luogomenle parlato ne* nostri Discorsi sugli 
Annali di Tito Livio {Disc, S}. 

Tom. //. 29 



iMVió contentarsi di quanto i padri antichi ne hanno scritto , 
tra gli altri Lattanzio Firmiano nelle sue Istituzioni Divine , e 
S. Agostino ne' libri della Città di Dio; poiché quésti troppo 
potere danno a' demonj , attribuendo que' prodigj a diabolica 
virtù ed alte magiche operazioni. Puerile pensiero!. Han queste 
forse un'efficacia al mondo? Non sono tutte vane illusioni e 
visioni fantastiche? I demonj^ cose create essi slessi , e poi 
ridotti alla più vile ed infima condizione , possono forse cosa 
alcuna ? possono far presagire il futuro ? Le armi più forti 
sono a noi somministrate dagli stessi savj scrittori gentili , 
i quali assolutamente negano i fatti, ovvero li qualificano per 
illusióni ed inganni della imperita e credula moltitudine , sic- 
come Livio fra gli altri : e fa meraviglia come Lattanzio e 
Sé Agostino non neghino , anzi consentano i fatti , laddove 
queiraccurato scrittore o li niega, o lì deride, né in altra guisa 
tratta degli oracoli ed indovini (i). I gravi e profondi storici 
e filosofi greci, i prudenti ^ avveduti e ser j romana scrittori ^ 
fra gli altri Varrone, Lucrezio, Cicerone, Livio, Orazio, Plinio 
il vecchio, siccome si facean beffe del prodigioso numero de' 
loro dii ^ COSI riputarono illusioni ^ inganni e furberie quei 
miracoli e quelle proftezie ; ed Erodoto , quantunque s'inge- 
gnasse di accomodarsi al genio de' superstiziosi e creduli greci, 
con tutto ciò non potè dissimulare nella sua istoria le furberìe 
delle Pizie, le quali sovente per danaro vendevano le profezie 
secondo che i compratori volevano che l'oracolo rispondesse. 
E sopra questo principale ed importantissimo punto debbono gli 
scrittori dell'istoria ecclesiastica insistere e fermare il piede; 
la divinità de' nostri sacri libri sopra queste due basi appog- 
giandosi, sopra i miracoli e sopra le profezie. Uopo é far co- 
noscere che le sole religioni giudaica e cristiana ebber vm 
miracoli e profezie ; poiché il cangiar la patura , variarla , 
jvroduTPe effetti fuori dell'ordinario suo corso (nella qual cosa 
consisté il miracolo) è di Dio solo , e perciò i profeti ed i 
santi del Nfióvo Testamento niente a sé attribuivano, ma tutto 

(1) Tutto ciò fu da noi avvertito trattando de' libri di Lattanzio Firmiano nelle 
BoTtRiNfi DEGLI ANTICHI l^ADRi ^ELLA CHIESA, ed aiDpiameQto diiDostrato ne' 
citati Discorsi sugli Animali di Tito Livio* 



riportavano aironnipotente Iddio, di cui non erano che sem- 
plici istromenti , né altro era il lor pregio se non di aver la 
sua grazia, e di essersi il suo nome ad essi manifestato, per lor 
m^Ezo adoperando i portenti. Parimente nelle profezie, poi- 
ché dì Dio solo è aver presente andbe il futuro né di ciò 
possono vantarsi i demonj né gli angeli stessi ; tutto si ascri^ 
veva dagli ebrei a divina rivelazbne y ed altamente dichiara- 
vario, non per propria virtù profetare , ma le loro consuete 
formole erano : Haee dicit Dominus , Verbum Domini^ e simili . 
Queste due sono le più chiare e rilevanti distinzioni della ve- 
rità di queste religioni dalla falsità deHe altre , ed esse ci som- 
ministrano le pruove più evidenti della divinità de' nostri sacri 
li bri i La profezia ci narra le cose firture come l'istoria le 
passate : là qua! cosa non può ottenersi ^ se non unicamente 
dalla divina sapienza, essendo a Dio solo palese il futuro. I mi- 
racoli poi sono una evidente pruóva della divina onnipotenza, la 
quale sola può mutare il corso della natura e variarlo a sua pósta, 
èssendone ella Tunica autrice e maestra. Quindi saviamente 
scrisse S» Agostino: Dmnarn Scripturam e coelo descendisse; 
É^amhmc Scripturae^ huiclegi^ talibm praeoe^tis tanta mnt ah 
te^Q^a mtacula^ ut de ^m divinitate satis constet{i). I nuovi 
storici ecclesiastidi han fatto maravigliosì progressi , ed han 
.dimostrato sino all'ultima evidenza rantichità e l'autenticità 
de' nostri sacri libri ; ma intorno alla pruova della lóro divi- 
nità non si è lavorato quanto meritava un punto sì importante. 
Ciò senza mettere a confronto ì miracoli e le profezie che 
vantava la religione gentile con quelli deHe religioni giudaica e 
cristiana , non potrà ottenersi giammai. 

In terzo luogo , per ciò che riguarda Tistoria della Chiesa 
cristiana si è fin qui trascurato un altro punto non meno im- 
portante, cioè non si è fatto studio alcuno intorno al modo nel 
quale da' gentili teologi fosse maneggiata la loro religione : 
or senza una tale notizia noii potranno intendersi giammai le 
cagióni e scovrirsi i fonti onde ne' tré primi secoli della 
Chiesa Bcalm^is^ro tante strane e fantastiche eresie che cQr- 
ruppero la pura, semplice e limpida dottrina cristiana, ebbero 

(1} IH Civit, JOeii lib. lOi cap. S et é. 



— 436 — 

anche ì gentili i loro teologi^ ì quali prima sotto il nome di 
filosofi in altra guisa trattarono della loro religione , e succes- 
sivamente furono cagione che resi poscia cristiani vollero 
eziandio la semplice dottrina che ne lasciò il nostro buon Reden- 
tore, trattandola come se fosse mondana , adattare alla filosofia 
platonica o aristotelica da essi professata. Dal nostro libro 
delle Dottrine de^ Padri della Chièsa si è abbastanza cono- 
sciuto, che da' primi nostri teologi, i quali uscirono dalla 
scuola di Alessandria ove innanzi era professata la filosofia 
di Platone e poi fu introdotta anche quella di Aristotele, 
vennero tante si varie e fantastiche opinioni. Quelli dal genti- 
lesimo passando al cristianesimo , vollero adattare alla nuova 
religione da essi abbracciata le stesse forme , le maniere e i 
metodi medesimi innanzi tenuti , trattandola come se fosse una 
scienza mondana : e sicconìe scrivendo della gentile divisero 
la mitologia de' loro dii in poetica , filosofica e civile , inve- 
stigando ne' libri di Omero e degli altri poeti versi allegorici, 
mistici e morali ; così pure intrapresero a maneggiar la cri- 
sliana religione. Quindi le tante dispute sopra i libri di Mosè, 
intorno alla creazione del mondo, sopra le epistole di S. Paolo 
e di S. Pietro, sul' fine delle cose create e sul loro rinnovel- 
lamenlo, sulla risurrezione de' morti, sulla natura delle anime 
umane , sullo stato delle medesime fuori de' loro corpi , e su 
tante altre metafisiche, vane ed astratte quistioni da noi rap- 
portate nel citato libro. E benché S. Pàolo gridasse a' suoi 
che si astenessero da queste inutili brighe; non fu però possi- 
bile che non ne fosse pieno l'oriente, dove il cristianesimo 
siccome fece i primi ed i maggiori progressi, così si vide in- 
viluppato in mezzo a' cristiani stessi tra infinite altercazioni , 
dispute e contenzioni ; ed i romani , i quali non sapevano di- 
scernere i veri e puri cristiani da' fanatici ed impuri , ne fe- 
cero un sol fascio , reputandoli atei , sacrileghi , pazzi , fre- 
netici, peste del gènere umano. Le nostre istorie ecclesiastiche 
ben rapportano l'eresie surlein questi tempii e narrano quelle 
mostruose e strane opinioni ; ma lasciano i lettori nel dubbio 
che le menti umane veramente avesser potuto dare in tanti 
delirj, poiché non additano le* vere cagioni per le quali ciò 
ebbe luogo. 



— 437 - 

Come potranno ben comprendersi i progressi falli in oriente 
ed in occidente dalla religione cristiana sopra la gentile, come 
l'epistole di S. Paolo, gli Atti di S. Luca, e l'istoria di questa 
nascente chiesa, se non preceda la notizia della religione gentile 
che aveva occupato tutto il mondo? Le più grandi conquiste 
della novella fede per certo non furono sugli ebrei , ristretti 
in un angolo del mondo e poi sparpagliati di qua e di là sopra 
la terra, ma sì bene sulle credenze de' gentili. Come potrà in 
altra guisa conoscersi la sapienza di que' primi seniori della 
chiesa di Gerusalemme, i quali ragunati in concilio stabilirono 
le regole per la conversione de- gentili , non obbligandoli ad 
altro che ad astenersi dalle immolazioni , dal sangue e dalla 
pagana fornicazione, lo che produsse quel famoso decadimento 
del gentilesimo di che rende testimonianza Plinio il giovane 
nell'epistola che sopra di ciò scrive all'imperatore Traiano ? 
Come in fine intendere (per tralasciare altri esempj) la costanza 
de' nostri martiri e confessori , se non si premetta la notizia 
della maniera che tennero i gentili magistrati nel punire i 
cristiani, contro i quali usavano barbari crucj e tormenti non 
già per farli morire, ma per far loro abiurare la cristiana fed^, 
adorare i loro falsi e bugiardi dei , ed ottener la gloria di aver 
vinto la loro costanza, la qual cosa narra Lattanzio , che ne 
fu spettatore^ adoperarsi in Bitinia da que' proconsoli, e dagli^ 
altri nelle altre province romane? 

Ma se mai l'istoria della religione gentile in altri tempi fu 
creduta non necessaria , al presente che la Chiesa ha preso 
altro aspetto, or che in essa veggonsi introdotti, e da più secoli 
stabiliti altra disciplina , nuovi riti e nuove cerimonie , certa- 
mente molto più essa è da reputarsi indispensabile non già per 
vana curiosità, ma per solide ed importanti ragioni . I detrattori 
della presente disciplina e di tanti nuovi riti non altro haono 
in bocca e nelle loro penne , se non che finalmente la religione 
cristiana cangiata si fosse in pagana e che abbiamo fatto ritorno 
al gentilesimo ; e ciò perchè in molte, cose lor sembra che il 
nostro culto imiti i riti , i costumi e gl'istituti de' gentili. Il 
cardinal Baronie senza dubbio ne' suoi Annali è più propenso 
a far derivare l'origine delle nostre cerimonie da' gentili cR'e 
da' giudei. . E se l'istoria della chiesa giudaica è riputata ne- 



-4M — 

cessarla anche per questo ohe nella cristiaaa molti riti derivano 
dall'ebraica ; quanto maggiormente ciò dirsi non cbvrà della 
gentile, dalla quale in maggior numero que' riti furono imitati? 
E valga il vero , riguardo a molte fra queste eerimonie che 
sono aSatto indifferenti, e le quali per se stesse non conten- 
gono gravità alcuna, non dee chicchessia maravigtiarsi se 
furon lolle alla pagana religione : poiché finalmenle essendo la 
cristiana sottentrata neirimperio in luogo della gentile, e pro- 
fessata da quegli stessi popoli che prima furon gentili ; qual 
maraviglia se la novella fede abbia nel . culto esteriore resi 
proprj molti usi che nell'altra furono? E se a Mpsè fu lecito 
dagli egizi prendere alcuni riti ed istituti, siccome fu avvertito 
da' gravi e dotti espositori de' suoi libri ; non dea semhiar 
cosa mostruosa essersi lo stesso fatto da' cristiani rispetto alla 
religione de' gentili. 

Un rapporto nondimeno, led assai più un confronto è neces- 
sario per conoscere, la grande differenza ohe passa nell'essenza 
dell'uno e dell'altro culto, anche in quelle cose che in appa- 
renza paiono simili. Noi nelle nostre apoteosi non intendiamo 
ciò che i gentili credevano, i quali rendevano gli uomini dii, 
e perciò lì adoravano : i nostri martiri e santi da uomini che 
furono non facciamo dopo la morte dii e dee; ma crediamo le 
loro anime- volare protinus in cielo, siccome determinò il con- 
cilio Fiorentino, e quivi averli per nostri intercessori appresso 
Iddio; e dover noi ricorrere al loro patrocinio, non già perchè essi 
ci liberino da' mali presenti e d scampino da' futuri, ovvero 
ci concedano que'beni che desideriamo, ma perchè con le loro 
preghiere ciò impetrino da Dio, il quale è l'unico dispensatore 
di grazie e di benedizioni, com'egli solo può sottrarci alle 
umane disavventure. A questi santi abbiamo eretto tempj, 
perchè il popolo non nelle piazze ' ed a cielo aperto , ma io 
luogo acconcio possa convenire ed implorare la loro intercesr 
sione. 

Negli altari , nelle statue e nelle immagini ad essi consa- 
crate e in cui sono rappresentati , non ìscprgiamo aitrettaoli 
numi, né prestijamo lor venerazione come a tante divinità, ma 
in que' segni solamente ammiriamo, per imitarle fra' mortali, 
I^ eroiche gesta con cui si resero grandi* mentre erano in vita; 



e si è già altrove «vverUto » che le dipinture nelle chiese non 
sMfìtrodussero se non per istruire il popolo sem lettere , affinchè^ 
da' muri apprendesse cìq che i letterati apprender possouQ 
da' libri. I gentili, che pripoa non le avevano, (lopo ebf^lQ arti 
fra loro introdussero le statue e le dipinture , pur gè m vaK 
sero ad un fine innocente i e propriamente perchè solamente 
servi^ero per sìmbolo rappresentando h divinità ehe ado<* 
ravanó; ma dappoi, siccome suole acqadere tra la moltitudine 
ìn^)erita, pur troppo inclinata a far dalla religione passaggio 
alla superstizione , trascorsero a prendere il simbolo per la 
cosa rappresentata , e riguardarono te statue come la divinità 
slessa. 

Noi preghiamo avanti le statue o immagini di S« Rocco e 
di S. Sebastiano perchè c'impetrino dal sommo Iddio di lìbe^ 
rarci dalla peste che ci flagella, ma non già come %Qevanoi 
gentili, i quali ad Apollo e ad Escnlapio attribuivano potenza 
di inviarla e di toglierla. Invochiamo nelle tempeste e nelle na- 
vigazioni la Vergine Maria , chiamandola Maris Stella , e S. 
Antonio di Padova, perchè ottengano da Dio la nostra salvatone: 
ed il condurci in porto , ma non già come i gentili facevano 
verso Nettuno, Eolo, e Castore e Polluce avqti per numi de' 
naviganti. Imploriamo rìntercessione di S, Antonio abate negli 
incendj, o*nel morbo del^cro fuoco^ perchè preghi Iddio di 
liberarcene, non già come quelli facevano verso Vulcano e la 
dea Vesta: e così In tanti altri cimili ca^i. Noi non abbiami^ 
assegnato ad ogni morbo nn dio o una dea, ma invochiamo 
que' santi per mezzo de'^ quali il sommò Creatore si è Qoicir 
piaciuto sovente liberarne ì miseri languenti. Il patrodnio ^ 
la tutela de* particolari regni , provìnce, cittèi o famigli^ è 
da noi considerata in guisa diversa da qudla onde '\ gentili 
tenevano la protezione degli tlei p^p^ati, Parimentli sq «sai a 
ciascuna persona assegnavano due gen], uno \)m>m l'altro 
cattivo ; noi che. anche diamo a ciascuno l'aogelp^ ^Qono come 
il custodii ed il demonio tentatore ^ perchè la vir|ù comhattuta 
maggiormente é affini e riluca, abbiamo altro finef ed assai 
più alto cb'es3i non aveanp. 

I nostri sa^^ificj son tutti puri ed incruenti; non vittime 
soaunate, non sacrifìci di vfitcche, tori^ ^vaUi, peooie* caprt 



- 440 - 

> di altri animali , sicché siamo molto maggiormente lontani 
ed avversi da quelle crudeltà d'immolare gli uomini stessi, nelle 
quali caddero altri popoli ed altre età in cui i padri non ri- 
sparmiarono i proprj figli. Se i gentili per la purificazione delle 
vittime che doveano essere immolate si valsero deìY acqua lu- 
strale; noi dell'acqua benedetla facciamo altr'uso che è puro 
ed innocente. In breve le nostre feste, i nostri sacerdoti , le 
nostre vestali , e molte altre cose che sembrano alle pagane 
conformi, perchè da esse si presero, hanno altro intendimento, 
racchiudono altri misteri , tutt'altro dinotano da quel che 
i gentili inteserò. La qual differenza non potrà mettersi in più 
chiara luce, se non da chi trattando l'istoria ecclesiastica terrà 
cura di mettere in confronto i riti , i sacriflcj e le cerimonie 
dell'una e dell'altra religione. 

Per ultimo bisogna toglier dalle menti umane l'errore di 
reputare inutile la conoscenza di una religione già dileguata ed 
estinta , come quella che non possa esser di alcun uso e perciò 
entrare in una generale istoria ecclesiastica. Vanno coloro, che 
così pensano, di gran lunga errati. Né si lascino abbagliare 
gli uomini dalle splendide iperboli di S. Agostino, per quel 
suo tanto ripetuto Toto mundo credente. S. Agostino intese 
ùdVorbe romano , poiché a' suoi tempi la religióne cristiana 
avea nell'impero romano fatto granft progressi ; ed a lui che 
negava gli antipodi , sembrava il mondo ristretto in troppo 
brevi ed angusti confini. E pure a' suoi tempi la religione cri- 
stiana non occupò dell'imperio romano se non una parte, e tutto 
il resto si rimase nell'antica credenza ; poiché sebbene Costan- 
tino Magno avesse ammessa nell'imperio la novella fede, e da 
proscritta ch'ella era non solo raccolta , ma i suoi coll^ii re- 
putati legittimi anzi venerandi ; coni tutto ciò non proibì l'altra, 
e lasciò in libertà di ciascuno il ritenerla : sicché nell'imperio 
si videro pubblicamente professate tre religioni , l'antica gen- 
tile, la nuova cristiana e presso gli ebrei la giudaica. Ma 
il favore degl'imperatori cristiani successori di Costantino 
verso la cristiana e l'avversione alla gentile fecer si , che a 
lutìgo andare nelle città le persone nobili e cospicue regis ad 
exemplum ììxUq si conformassero alla religione professata nella 
corte. Pure negli uomini di campagna , ne' vichi e nelle 



- W4 - 

ville, le quali sono le ultime a deporfé le antiehe usanze e 
costumi, si ritenne la fede antica; e S. Benedetto nel Monte 
Gasino, ove ritirossi a menar vita monastica, trovò un tempio 
ove que' rustici adoravano i loro idoli, abbattuti i quali egli 
lo tramutò in un una chiesa. Si è veduto ancora che nelle partì 
settentriorìlH di Europa, neirAlemagna, nella Sassonia, nella 
Polonia, nella Boemia, in Ungheria e. molto più nella Svezia, 
nella Danimarca ed in tutte le isolò deirOceano, nella Gran 
Brettagna , Ibernia , Islanda , Gotlàndia ed altre , molto tardi 
fu introdotta la religione Cristiana; e forse anche ora in 
quelle più rivolte al nord non è penetrata : né oserei dire che 
neirEuropa tutta, ne' Tartari ed in tutte le isole del set- 
tentrionale Oceano le credenze de' gentili sieno oggi affatto 
estinte. 

Ma che diremo dell'Asia, la più gran parte del mondo? In 
questa benché graìidi progressi facesse la religione maoniet- 
tana, se si faranno giusti calcoli, si troverà che la gentile oc- 
cupa regioni, isole, imperj, province é regni ancora più che 
la maomettana stesss^. Ghiunque porrà attenzione alte relazioni 
che abbiamo de' più savj ed accorti viaggiatori , fra gli altri 
delcav. Chardin nel Giornale de' suoi viaggi nella Persia e nelle 
Indie orientali, del Sanson, missionario apastolico, sullo slato 
presente del reame di Persia, del Bruyn riguardanti l'Asia , 
ed a quelle del Bernier, e del P. Catrou gesuita, troverà 
che nella Persia stessa benché la religion dominante sia la 
maomettana , poiché i re persiaitì vantano essere i leglttirni 
successori di Maonìetto per mezzo di Ali che credono il vero 
erede di queirimperatoré ; niilladimanco il numero de' gen- 
tili è quasi infinito , dividendosi fra loro ih due sette ripu- 
tate eretiche da' maomettani* Narra Pietro della Valle ne'sijoi 
Viaggi della Persia (1), che nella provincia dì Lar ed in altri 
paesi dell'imperio persiano la più numerosa di queste due era 
quella chiamata Gente di peritò,, ovvero di certezza: la quale 
ci^ede che non vi sia altro Dio che la natura, formata di 
quattro elementi , da' quali si compongono tutte le cose , e 
che l'uomo stesso non sia altro che un composto de' medesimi, 

(i) Pari. II, ep. 16. 



il quale dopo sua morte tììorm in queUì i cioè ritorna }n (fio 
d'onde fu tratto : ohe il paradiso e l'inferoo siano in questo 
moodo, secondo la pirosperilà o le noiserìe nelle quali l'uomo 
cade, e che in ciò sia la rimuneraziooe della buona n^ala 
vita menata. L'altra setta, non quanto l'altra diffusa e nuote- 
roaa, è chiamata Via degli mari ; e si crede ohe imi^iete per- 
siano l'avesse propagata nella Persia, e ohe fosse una propa- 
gine de' Sadducei , poiché nega la resurrezioue , gli angeli , 
gU spiriti , e crede che Dio sia da per tutto ed io tutte le 
cose 9 e che quanto è e si vede nd. mondo ^a Iddio. 

Ma chi può negare che nelle Indie, benché in gran parte 
dominata dal Gran Mogol , la religione gentile sia la pia dif- 
fusa .^ Narr^ lo stesso accuratissimo Della Valle (1), che due 
religioni sono ivi professate , la gentile e la maomettana ; e 
ohe sebbea questa fosse la religion dominante, poiché il Mogol 
e la sua corte sono maomettani ^ ^nulladim^o nella stessa 
Surat il numero maggiore era de' gentili. E da una dir 
sp^ta surta a' suoi tenapi tra' gesuiti di Goa e gli altri reli^ 
giosi d^e sono nell'India « rapportata minutamente da questa 
ntedesimo scrittore, si dimostra ancor oggi la notizia delta reli- 
gione gentile non doversi riputare inutile e sólo atta a pase^re 
la curiosità degli uomini. E' narra che nell'India i Brahmani 
ritengono ancora i loro antichi istituti è l'antica fama di essere 
i soli sapienti , perchè i soli, dedicali alle lettere ed al cullo 
de' tempi: sono però riputati i più nobili, ed in testimonio di 
questa lor. preminenza essi soli han privilegio di portare uoa 
certa insegi^ di nobiltà con cui i^ distinguono dagli al^ri, 
la quale è un tecoìo composto, di tre fili, ehe quegli uopnai 
si pongono addosso come una collana: e poiché questo lacoÌQ 
non si dà se non a persone cospicue con molle supersti- 
ziose oertmónie , nacque la contesa testé menzionata fra' gè-; 
suiti e gli altri religiosi , se il laccio fosse eontras3.egnd di 
religione , ovvero semplice mostra di aobìltà , .e se si avesse 
da permettere o no l'uso di. esso agl'indiani che si ^nver? 
tivano e si rendevano cristiani? i quali mai volentieri s'iàdu^ 
cavano a deporlo « I gesuiti (non altrimenti dì quel che aoea(Ue 



(4) Pari, nr, ep, 1 



« ( 



-Ma- 

nella Qm pel famoso contrasta Intorno agli onori ohe ai reu« 
devano a Confuoio , se cioè si dovessero reputare puramente 
oiviH ) ovvero culto religioso) sostenevano che i^i dovesse lor 
permettere, come cosa non appartenente a religione. All'in- 
contro gli altri religiosi con grande ardore e CQntesja2ionQ 
si opponevano » fermi in opinare che il permetterlo fosse total* 
mente illedto a' crisliani , come superstizione affatto gen- , 
tile. Dall'una e dall'altra parte furono compilate dotte scritture 
di cui il Valle rapporta in breve i .motivi e le ragioni , sog- 
giungendo che la lite fu portata in Roma ove furon trasmesse 
le allegazioni : ma egli non c'istruisce della determinazione 
che indi seguito, perchè forse non giunse a sua notìzia. 

Nell'epistola stessa ci dà notizia che della religione gentile 
mantenuta presso gl'Indiani, della genealogia di Brabma prin* 
cipale lor dio, degli altri favolosi loro dei e di quanto si appar- 
tiene alla loro teologia ampiamente aveva scritto il F. Frau'^ 
CBsòo Negrone portoghese , il quale lungamente dimorato nel 
régno di Bisnaga, ove la religione e le scienze degl'indiani 
hanno precipua sede, nell'isola di Ceylan checredesi essere 
l'antica Taprobana, ed in altri paesi, erasi reso di que^ ma- 
terie istruitissimo , e forse de^ moderni sarà l'unico che delle 
me4estme abbia dato conto in Europa. Leggansi ancora .k 
Memorie ed i Viaggi al Mogol del Bemier, ed altresì le Me- 
morie del Mogol del Manocchì, le quali somministrano molte 
notizie appartenenti a^a lor religione 9 sìGCome anche I^Istoria 
del Mogol del P. Calrou gesuita. 

Nel vastissimo imperio della Gina qual'altra religione è pro- 
fessata se non là gentile? E quanto abbia giovato il sapersi la 
particolare istoria de'suoi riti, cerimonie e credenze intorno alle 
anime umane, alla morale ed alla fik)sofia, ben dagli ultimi 
scritti dstti alla luce per contvoversie insorte in materia^ reli- 
gione cj^cuno può comprendere , nonché qual buon uso può 
farsene. Chiare prue ve ancor ne danno i libri di due altri 
gesuiti fra V>r discordi j del P. Ricci , il qual Commenda la 
morale e la filosofia de' cinesi, ed opina che meritamente 
prestilo al loro Confucio quegli onori ch'egli repuù pura- 
mente civili, e del P. Longobardi, il qual pretese di prQ:vare 
che i cinesi non han giammai riconosciuto una sostanza in-* 



— 4W — 

corporea e spirituale dislinta dalla materia , e che perciò non 
hanno una giusta idea di Dio , né degli angeli , né delie 
anime umane, e che quelle cerimonie con le quali onorano 
Confucio ed i loro morti, siano dannabili e superstiziose. Leg- 
gansi inoltre le memorie della Cina delP. Comte, la descri- 
zione di quest'imperio del P. Du Halde, e l'istoria del P. d'Or- 
leans tutti e tre gesuiti, ed i tanti scritti dati fuori fin a' 
nostri tempi da' domenicani e da altri di contraria opinione : 
tutte queste opere confermano il vantaggio che può aversi ancora 
oggi dalla conoscenza di questa religione. 

E nell'ampio vicino imperio del Giappone, i Cui ultimi contini 
orientali finora ninno ha potuto scorgere, qual altr^ religione è 
professata se non la gentile? Leggasi l'Istoria Naturale, Civile 
ed Ecclesiastica dell'impero del Giappone scritta per Kàmpfer, 
ed apparirà chiara questa verità. Ed in tante isole di quel 
vasto Oceano non abbastanza da noi esplorate, tra le quali 
ogni giorno dagl'industriosi naviganti si vanno scoprendo 
altre nuòve , qual'altra religione é ritenuta se non l'antica 
di tutte le genti? E si son forse scorsi appieno tutt'i vasti 
paesi della Gran Tartaria? E che dovrem dire di altri innu- 
merevoli popoli ? In una parola , e' giova ripeterlo ancora 
una volta , é certo che la maggior parte dell'Asia é occupata 
dalla religioQ gentile , e la minore dalla maomettana e dalia 
cristiana. 

Forse alcuni crederanno che almeno neirAfi'ica la maomet- 
tana debba superar la gentile, e pure ih ciò vivono in errore; 
poiché sebbene ne' regni deir Africa rivolti all'uno ed all'altro 
mare, al mediterraneo ed al vasto oceano meridionale, sia 
comunemente professata la maomettana, e nell'Etiopia la cri- 
stiana, abbenché guasta, mista e corrotta dalla giudaica, per 
esser que' paesi più frequentati dal commercio di altre nazioni; 
nuUadimanco nell'interior sua parte che resta ancora^ scono- 
sciuta, negl'immensi spazj mediterranei e lontani dal mare, 
dove i commerci riescono non meno inutili ed infruttuosi che 
pericolosi ed impraticabili , tutto Tuman genere che ivi dimora 
e che atìcor rimane nella natia sua vita feroce e selvaggia , 
conserva eziandio la religione delle genti, alla quale per umano 
istinto sono inclinati e propensi- Gioverà a questo propòsito 



— 448 — 

• 

leggere rAfrica di Luigi Marmol tradotta dallo spagnuolo in 
francese per Nicolò Perrot d'Ablancourt, la novella Istoria 
dell' Abissinìa ovvero d'Etiopia tratta dall'Istoria latina del 
Ludolfe, e l'Introduzione all'Istoria dell'Africa^ dell'Asia e del- 
l'America del sig. De la Marlìnière. 

E se rivolger vogliamo per poco lo sguardo al nuovo mondo 
discoperto che chiamiamo America, e che (orma quasi la metà 
del globo terraqueo; troviamo che. qui vi gli spagnuolì, i por- 
toghesi, i francesi, gl'inglesi, gli olandesi , gli svedesi ed i 
.danesi, popoli d'Europa tutti istrutti nella rejigioàe cristiana 
han fatte più conquiste : gli Spagnuoli nel Messico, nel Perù 
e in altre isole e province dell'America meridionale, ì porto- 
ghesi nel Brasile e in altri porti ed isole^ i francesi nell'Ame- 
rica Settentrionale , e così pure gl'inglesi e gli olandesi , e 
fmo gli svedesi e i danesi , quantunque gli acquisti di questi 
ultimi non siano molto considerevoli: e pure con tutto ciò, 
e benché i missionari die vi mandavano gli spagnuoli ed i 
portoghesi riducessero gl'insulani alla religìon cristiana ed i 
regni del continente prossimi al mare; gli abitanti nondimeno 
di quegl'immensi e vasti paesi mediterranei inutili al. com- 
mercio e quindi non visitati da alcuno degli europei riman- 
gono ancora nell'antica religione e nella sléssa antica vita 
incolta e selvaggia: e le relazioni de' viaggiatori rendono te- 
stimonianza, che nazioni intere vivono ancor nude, poiché in 
vece di abiti dipingono a vicenda i loro corpi mogli e mariti, 
genitori e figli con colori spremuti dall'erbe e dalle piante. 
Intorno alle quali regioni più scrittori spagnuoli han date no- 
tìzie : ma oggi riescono più accurate le relazioni degli ultimi 
viaggianti , e devono anche leggersi i volumi del sig.De la 
Martìnière. E quante altre isole di quel vasto ocèano riman- 
gono ancora ignote ed inesplorate , dove é da credere che 
si professi religione non diversa da quella che si trovò nelle 
altre scoverte e conquistale! 

Cohchiudiamo non esser da dubitare, che ancora oggi sopra 
la superficie della terra occupi più spazio la religione gen- 
tile che la cristiana e la maomettana: per Ja quale pos- 
sente ragione rimane dimostrata la necessità di fare entrare 
ristoria della religion gentile in una generale e compiuta istoria 



ecclesiastica. E tralasciai* vogliamo altri molti argomenti , i 
quali d'altronde facilmente occorreranno a colui che vorrà 
prendersi la cura di scriverne di proposito. 

Questa religiptìe ha oggi più scrittori moderni, i quali fanno 
risparmiar la fatica d'andarla ricercando fra gli antichi autori 
greci e Ialini : Gerardo Vossio De tdoloìatria ; il Seldeno De Diis 
Syriis ; Natale Cónti ilalinno che scrisse la sua Mythologià tie\ 
XVI teecolo ; il P. Jouvency gesuita bell'appendice De Diis et 
tìeroibus ; l'abate Banier nelle sue Sposizioni Storiche sopra le 
Metamorfosi di Ovidio e le Favole; il P. Gau truche gesuita nella 
sua Istoria Poetica ; il {Professore Rollin nella sua littoria antica 
Greca e Romana ; led altri i quali han dichiarata l'antica re- 
ligión gentile, siccome le relazioni de' viaggianti dichiarano la 
presente professata nell'Asia e nell'America : ed a questi possono 
aggiungersi le Ricerche Curiose sopra la varietà delle religioni 
in tutte le principali parti del mondo dì Bterewood, professore 
di Umanità a Londra; ed il libro del sig. Simon sotto il 
titolo iìetigioni d'Oriente : né vuol lasciarsi indietro Tom- 
maso Hide inglese , che ha sposto un trattato della religione 
degli antichi persiani sotto questo tìtolo : Historiàe Rdigionis 
merum Persaruin , eorumque Magorum (Oùconii 1700)-, dove 
fa vedere che i Persi non adoravano il fuoco c6ttie tìume 
con culto idolatra^ ma come simbolo della divinità: e si pò 
la Germania ha lo Schedio , particolare scrittare delle Divinità 
Germaniche/ 

^ Q 

DelUa Religione Giudaica. 

Si è bea da' nostri scrittori conosciuto esser questa neces- 
saria per lo rapporto che ha con la cristiana ; ed Oggi non 
può negarsi che da mohì dotti ed accurati autori si sia delle 
cose giudaiche trattato con diligenza, ìUusIrando le più oscure, 
e ponendo in aperto le pA naseoste^ E certamente i nuovi scrit- 
tori bau siiperato gli a&ticbi, non eccettuando fra questi S. Gi- 
rolamo ìstesso^ benché dimorato avesse piCi anni nella Palestina, 



siccoitìie dà riol fu dimostrato neiresposizìòhe delle Dotirinè 
degli antichi Padri della Chiesa ( 1 ) . 

Niillà di meno mancano costoro ih due importantissimi 
punti; Il primo consiste nel non aver ben distinto lo statò dì 
quella bhiesa sotto il primo Tempio dall'altro isotlo il secondo, 
quando sì videro sorgere nuove dottrine e nuovi costumi^: 
1^ altro difetto è di non essersi tenuto contò delle tante sina- 
goghe degli ebrei sparse in tutto Timperio romano , indagine 
àss^i utite per ben comprendere le veto eagioni della pro- 
digiosa propagazione della fede cristiane in quasi tutte le pro- 
vince deirimperio stesso. 

Là chiesa giudaica nell'epoca del primo Tempio non ri- 
guardava che il rì{ioso di questo mondo s tutte le benedir 
iioni e maledizioni , tutte le preghij&re , i sacrifiq e gli olo- 
causti iion riguardavano che felicità io miserie tutte terrene, 
siccome è manifesto da' libri di Mosè, e siccome da noi fu pari- 
taienti avvertito nelle Dottrine degli antichi Padri della Chiesa. 
Non aveanogli ebrèi concetto di regno celeste, nel che tutti i 
Padri e S. Agostino islesso consentono, e l'uomo era per essi 
tìònsiderato nel solo stato di natura. 

Nel secondo Tempio cominciarono le nuove opifaìonl; e là 
iragionenefu , ohe dopo la cattività babilonica sparpagliati gli 
ebrei ih più città dell'Assiria , deUa Media e in altre province 
d'Oriente, dimorando fra'gentili, appresero le loro dottrine; onde 
restituiti poi in Get^usalemme è belle altre città della Giudea, ri- 
sorloil nuovo Tempio^ i sacerdoti, gli scribi é sopra tutto i farisei 
introdussero nella nazione nuòvi dogmi e nuova morale , e 
nel con<;etto degli uomini nuove opinioni. Quindi, secondo 
ne rende testimonianza FI. Giuseppe nelle sue Antichità Giw- 
daichè^ molti eran persuasi della dottrina del Fato e l'abbrac- 
ciarono ; altri che le anime de' fijrti B coraggiósi i quali mi- 
litando per la patria erano uccisi, si rendessero immortali è 
gloriose : quindi assegnavano alle altre ne' luòghi infernali 
Varie abitazioni, agiate e piene di sollazzi, dvvef triàte è disa- 
giate, appunto secondo il concetto de' gentili; <}uìndi crede- 
vano che gli febtei dovessero tulli risorgere ed occupare tìn 

(l)Lib.I. 



— US — 

nuovo regno giocondo, ripieno di delizie, di felicità e contento; 
ma un colai regno anch'esso era stimato e compreso in questo 
mondo: trasandiamo tante altre superstizioni e vane osser- 
vanze che Cristo , rimproverandole a' farisei, chiamò traditiones 
hominum. Airincontro i sadducei , tenaci della prima dottrina 
e rigidi osservatori dell'antica disciplina , negavano tutte le 
tradizioni e si attenevano a' soli libri di Mosè : negavano la 
risurrezione : negavano i tanti ricettacoli é luoghi infernali per 
le anime, le quali facevano morire insieme col corpo : nega- 
vano gli spiriti e gli angeli , e tutte queste cose avevano per 
fantastiche e vane. Esse erano nel secondo Tempio dispu- 
tate fra gli ebrei ; e sebbene la setta, de' farisei fosse la più 
numerosa , nuiladimanco per dottrina e saviezza non era ripu- 
tala inferiore quella de' sadducei: e poiché il Sinedrio , ovvero 
Sinagoga Magna^ che formava quella chiesa, era composto non 
men degli uni che degli altri, secondo le vicende delle umane 
cose in alcuni tempi la credenza de' sadducei prevalse , in 
altri si rese più polente quella de' farisei . - 

Molti stupiscono che due sette, le quali disconvenivano in 
punii tanto importanti px)tessero formare una sola chiesa ed 
avere insieme comunione, e sembra a costoro che due chiese 
da quella duplice opinione avrebbero dovuto generarsi. Noi ne 
diremo la cagion vera , il che finora non si è fatto da alcuno, 
e lo stupore si vedrà disparir^. Questi due punti adunque ne' 
quali tanto i sadducei da' farisei differivano non erano slati 
allora. dichiarali per articoli fondamentali della loro fede, che 
solamente principali eran reputati quelli che si contenevano 
ne' libri di Mosè, sopra i quali era la religione appoggiata : 
tutto il resto lasciayasi alle dispute à^^ dottori della legge , ed 
a ciascuno era lecito di seguitar l'iina ò l'altra credenza ; né 
perchè varie fossero le opinioni , la comunione rompevasi. Gli 
ebrei, come pur testé dicevamo, non ponevan mente che alla 
terra, né di regno celeste vero concello si avevano , e però 
poco inaportava loro l'ignoìtire se le anime si morissero o no 
insienje co' corpi , e dato che non morissero , qual sede fosse 
lor riserbata, in qual luogo d'inferno, o in qual'aUro ricetto. 
In ciò l'ebraica religione per certo non differiva da quella 
de' gentili : anche questi attendevano al solo stato mondano 



— 449 — 

deH'uomo, e come cosa del lutto eslmneji a religione cot>side*- 
ravano il dispularsi fra gli egizj , i greci , ì romani ed altre 
nazioni sopra rimmortalilà o mortaUtà delle anicne umane , e 
lo slato nel quale passassero dopo essersi separate da' corpi ; 
la qual quislione era perciò liberamente e francamente agitala, 
né solo tra' filosofi. Non altrimenti disputavano gli ebrei sopra 
la risurrezione de' morti, e sulla esistenza degli spiriti , conie 
su punti indifferenti, i quali dì fatti non si appartenevano a* 
fondamentali articoli della loro religione. Che anche quelli fra 
essi ì quali opinavano che i mòrti risorgessero , non però, di 
meno altro regno aspettavano che mondano ; e per la cagione 
jslessa lor poco montava se vi fossero o no angeli. Parimenti 
nella Chiesa Cristiana islessa (lo abbiamo veduto nella citata 
opera intorno alle Dottrine de* Primi Padri della Chiesa) fn tra 
costoro lungamente disputato sopra lo stato delle anime umane 
separate da' corpi, e se avessero di noi più cura o Notizia , se 
si rimanessero fino alla general risurrezióne, de' morti in un 
profondo obblio e tenebroso ^onno, q sentissero le nostre pre- 
ghiere ed i nostri affanni , sopra l'eternità de' supplìcj infernali, 
sopra il fuoco del purgatorio, e su altri punti; intorno a' quali 
benché divisi fossero gli avvisi, non perciò si ruppe fra essi 
la conaunione, né furon reputati appartener mai che ad. una 
sola e medesima chiesa. Non fu che più tardi , quando cioè 
i concilj decisero quelle contese, che i canoni sopra, ciò sta- 
biliti passarono per articoli di religione, e chiunque non vi 
prestasse Intera fede e credenza é ora merìtanienle stimato 
scismatico o eretico o miscredente, aver cioè rotta l'unione ed 
essersi separato dalla cattolica comunione. Né diversamente 
avvenne poscia alla chièsa ebraica ; poiché agli ultimi rabbini 
piacque similmente determinar con loro decisioni quelle dispute, 
e formare anch'essi nuovi articoli : laonde nelle sinagòghe sono 
benanche considerati eretici quelli che pensano in modo dir 
verso dalle stabilite sentenze. 

Non sì sono ancora dichiarate abbastanza le tante trasmi- 
grazioni degli ebrei seguite in varj tempi dopo la cattività 
babilonica, e in più occasioni in molte province dell'Oriente, 
nell'Africa ed ih Europa, e le tante sinagoghe da per tutto iti 
quelle regioni istituite ; e pur^ si è veduto da' precedenti libri 

Tom* IL 30 



— 480 — 

che la propagazione del Yangeto si deve appunto a tali sina- 
goghe, dove da prima la santa parola fii predicata : che scor- 
gendo quindi il poco profitto che presso gli ebrei facevano, 
furono rivolti gli operai della vigna^ del Signore alle gentu 
presso le quali le loro fatiche riuscivano assai più fruttifere , 
doviziose ed abbondanti. Le quali cose è necessario esporre 
pel gran rapporto che hanno con la storia della nascente chiesa 
cristiana, per la luce che spargerebbero sulle epìstole di 
S. Paolo, sopra gli Atti di S. Luca egli altri monumenti, che 
ei restano di que' tempi, ed in somma per istudiare con mag- 
gior chiarezza i tre primi secoli della Chiesa. Né bisogna fer- 
marsi nell'antica e media chiesa giudaica , ma avanzare il 
cammino e sdorrer sino ali^iltima e presente : alla quale benché 
convenir più non possa propriamente il nome di chièsa , non 
avendo più gli ebrei né tempio né sinagoga magna ; pure é 
indubitato che questa é rappresentata nelle tante, anzi innume- 
revoli sinagoghe che ritengono ancora nelFAsia , neir Africa , 
nell'Europa: e nelle medesime molto vi ha da studiare circa 
la disciplina, che la reli^one giudaica , non altrimenti chela 
nostra, ha renduta diversa dà quella che già aveva. Nuovi riti 
e nuove (cerimonie negli sponsali , nelle nozze, ne' sacrificj , 
tielle sepolture: abolita la poligamia , essendo or^ gli ebrei 
contenti d'una sola moglie : ritenuto nondimeno il libello del 
ripudio , ma prescritte legittime cause al medesimo : mutate 
le antiche loro feste , ed introdotti tanti altri nuovi costumi : 
intorno a che sono da leggersi VUxor Hebraica del Seldeno e 
P Istoria de' Gitidei del Prideaux. Né si creda che da questo 
studio non possa trarsi alcuna solida e pratica utilità: per* 
eiQcchè essendo gli ebrei sparsi, come or dicevamo, non solo 
nelFÀsia e nell'Africa ma eziandio nell'Europa, ove (eccettua- 
tane la Spagna) quasi non v' ha città in cui non abbiano sina- 
goghe , e molli fra essi abbracciando la fede cristiana ; accade 
sovente dover dispulare riguardo a loro su diversi punti religiosi, 
come, a cagion di esempio, intorno a' malrimonj già da essi 
contralti^ se possano ritenere le loro mogli ebree, se divenuti 
cattolici (presso i quali é inibito il divorzio), a quelle mandare 
il libello di ripudio, e se quindi esse possano rimaritarsi con 
altri ebrei • Anzi in Italia a' nostri teologi e speziahneirte agli 



- 481 - 

iiMIttìsilòri ed agli altri ministri di un tal tribunale la cognizióne 
della religione giudaica è assolutamente necessaria; poiché 
e^o ha altribuito a sé la conoscenza delle cause appartenenti 
alla medesima, togliendone il gindizio e il gastìgo a' rabbini 
ebrei ed alle loro sinagoghe , in guisa che contro i Talmu*- 
disti, Cóntro que'che ritengono i libri di costoro, o pure 
contro altri indiziati di loro eresie procede il S. Ufficio, e lì 
punisee con pene pecuniarie r d'onde é chiaro che se questi 
giudici non saranno istrutti degli artìcoli dì quella religione , 
non potranno certamente conoscere quali sieno le dottrine per 
le quali si verifichi Teresìa, né pronunciarne esatta sentenza, 
tib statuir pena che corrispónda alle colpe. 

Mi Oilìsi Otistiana. 

Sono Ormai due secoli da che sì è cominciato a lavorar dì 
proposito intorno alla storia della nostra Chiesa; e non Vi ha 
dubbio che da molti forti ingegni maravigliosi progressi siensi 
fatti su questo soggetto, e che abbiano ^ssi di lunga mano per 
esattezza, serietà ed ordine dì trattazione superato i primieri 
greci scrillori, i' quali cominciarono ad estendere questa storia 
fin dal IV secolo, ma secondo il greco costume la riempirono 
di molte menzogne , come fece Eusebio di Sparta , e poscia 
lo seguirono Socrate , Sozomeno (la cui storia, giusta la testi- 
monianza clie ne rende S. Gregorio (1) , come mendace non 
fu ricevuta dalla chiesa di Roma), Teodoreto, Evagrìo, Filo- 
storgio e Teodoro lettore. Questi antichi autori han potuto 
e possono servire a' nuovi per dichiararaento de' tempi ne'quali 
scrissero ; ma ninno può abbandonarsi nella lor fede in cose da 
essi lontane , poiché i racconti che ne fanno sovente rie- 
sòono in tutto o in parte favolosi* Presso ì latini (toltone 
Sulpizio Severo che scrìsse una breve e ristretta, ma elegante 
storia su questo argomento) ne* primi secoli sempre più l'igno- 
ranza e la non Curanza 4elle buone lettere avanzandosi nel- 

i - - * 

(ty t». ti, *p. ». 



- WS — 

rOeiìidente, non si videro in que' tempi incolli ohe cronache 
particolari da inonaei intessute^ e riguardanti unicamente i loro 
monasteri , ed altri insipidi e goffi volumi , finché il vene- « 
rabile Beda non rialzasse alquanto il soggetto : nondimeno, al 
certo non per sua colpa, ma de' tempi ne' quali scrisse , non 
potè lasciare una storia accurata e generale. Tacquero poi gli 
altri scrittori ecclesiastici intesi a diversi argomenti, ed occu- 
pati in dìspute metafisiche, scolastiche, inutili e com^icate, 
in una spinosa e nuova lor teologia. ' 

I cangiamenti più tardi avvenuti in tìermania ne^ prin- 
cipi d^' secolo XVI per le predicazioni di Lutero , e le alter- 
cazioni indi seguite sopra più punii non pur di disciplina 
ma ài dottrina, diedero occasione di esaminare a fondo e 
cercar di scovrire le origini della fede , ciò che prima non 
erasi fatto , ciascuno appoggiandosi sulValtrui credenza, acque- 
tandosi all'uso ed a quegli istituti che da lungo, tempo ve- 
deva stabiliti. Quindi alcuni accorgendosi che non altronde 
poteyan tante disputate Qose ricever dichiaramento , se non 
dal lume di una sincera storia ecclesiastica tratta da'prin- 
cvpj della nascente chiesa , cominciarono ad intraprenderne 
lo studio, I primi furono i Centuriatori di Magdebourg, 
i quali con indefessa e somma Malica facendo accurate ri- 
cerche fra i monumenti rimasti de' tre primi secoli , porta- 
rono innanzi il lavoro fino al quarto. Ma poiché l'opera loro 
fu distesa non già per darci una schietta , fedele ed impar- 
ziale istoria , ma per convincere i loro avversar) di quelli 
ch'essi credevano errori ed inganni; quindi la empirono di 
dissertazioni teologiche, e d'interpretazioni di concilj e de' 
padri per trarre dal loro canto l'autorità e le testimonianze 
de' medesimi. Per opporsi e toglier la forza ad una tal mac- 
china non meno insidiosa che dannosa alla chiesa di Roma, 
surse il cardinale Baronie, e cominciò a dar fuori i suoi iin^ui/ì 
Ecclesiastici \^ ne' quali non dissimulando le difficoltà, pro- 
cura sviluppare « sciorre tutt'i nodi, e rischiarare con buòne 
interpretazioni i sensi e le parole de' concilj e de' padri ; e 
non vi è dubbio che la sua opera non fu inferiore a quella 
de' Centuriatori , e fu anamirata dagli stessi suoi avversarj : ma 
per le medesime cagioni bisognò che il Baronie la ricolmasse 



— *85 — 

I 

di dissertazioni noa meno storiche che teologiche : dalie quali 
cose ciascuno comprende che ricomincia lo studio della storia 
ecclesiastica , perchè gli scrittori non assunsero il carattere 
di storici, ma più tosto quello di oratori e declamatori, pren- 
dendo la difesa della propria causa con intento di vìncer 
gli avversar], ptoco curando le cose nella loro verità, ma molto 
nell'aspetto che a diritto o a torto potesse alla parte propria 
giovare; laonde ci diedero in opposte estremità, e Io studio , 
l'affetto, la passione de' contendenti di leggieri li fece tra- 
scorrere in molti errori, sicché dappoi le loroDpere ébber bi- 
sogno di più critiche a renderle pure ed a metterle nel dì- 
ritto cammino della verità , affinchè la posterità , alla quale 
debbono unicamente gl'istorici badare , non inciampasse nelle 
medesime diffalte. Chi scrivendo assumer vuole il carattere 
di storico, non debb'esser tocco di amore o di odio , ma le sue 
narrazioni disporre secondo la naturale e semplice realtà delle 
cose, senza radddcire o innasprire i &tti o i vocaboli fuori 
4ellaJor natura e proprietà , e molto meno farsi accecare dagli 
uihani affetti, e mettersi in croce per compiacente ad una delle 
parti quando incontrerà de' duri passi , ma francamente oltre- 
passarli, calcando il sentiero della verità'. Il cardi naie baronie 
sovente si è veduto perciò in molte angustie , nelle quali tutto 
«i aggira e si contorce; senza considerare ch'egli si era posto 
a scrivere la storia di una religione amministrata fra gli uomini 
non dagli angdi, ma dagli uomini stessi , i quali sottoposti a 
mille debolézze facilmente si abbandonano airambizione , al- 
l'avarizia, alla dissolutezza, ed a' maggiori vizj e sceHera- 
lezze. Questo cardinale, mentre stava tessendo la hmga tela 
de' suoi Annali , pervenuto sino al famoso sQìsma tra'^ papi 
di Aoma e quelli di Avignone, quando la Francia, là Spagna 
e la SaVoia prestavano ubbidienza a que' di Avignone, d'Im- 
pèrio, l'Ungheria e l'Italia a que' di Roma, nel dover trattare 
di tanta turbazione e sconvolgimento di cose , egli che avea 
preso la parte de' romani, scrisse una lettera a Giacomo Sir- 
mondo^ dove fra le altre cose gli dice: Mi trema in petto il 
cuore e nella mano la penna^ qualóra, ripemo di doper perve- 
nire a sviluppare le materie di quésti tempi, di cui giammai non 
saprei come farmi arbitro per darne definitiva sentenza. Ma a 



^orto ai sì angu&tiava.v ehè achieUameate , non ìodinaDilo a 
destra uè a sinistra, proseguir dee lo storico $ua nan*a%ione , 
astenersi da' giudizj , e lasciarli a' lellorl ; né sgomenlam $e 
occorrerà nel filo della storia rammentare fatti i più empj e 
scellerati che fosser mai accaduti nel mondo , ancorché rei oe 
siano uomini illustri ed in somma dìgpità costituiti : e mi* 
nore acusa allo sgomentarsi ba colui che tesse la istoria della 
pbtesa cristiana dopo aver narrata la giudaica ; poiché in queslai 
spezialmente nell'epoca dol secondo tmpio^ avrà scorte 1q mag- 
giori scelleraggini onde si macchiavano que' sommi sacerdoti, 
e le più esecrande empietà ne'loro preti e leviti ; avrà veduto che 
si giunse fino a vendere il pontificalo per denaro, ed esserne in<> 
vestito colui che offeriva maggior prezzo.: la qual cosa a oagion 
di esempio avvenne a' tempi di G. Pompeo, il qusJe ebbe il 
piacere di esporro venale quella suprema dignità, e trovar più 
compratori che a gara se la contrastavano ! Se i miniai déJJa 
religione, perchè sono uomini anch'essi , noU'una « nell'altra 
cbiesa furon contaminati da abominevoli vis^ , che fa questo 
aUa religione? In niente la tocca, nò per ciò ella rimane oonla- 
minata e guasta. 

Il citalo laborioso e dotto scrittore prosegui i suoi Annali 
fino a tutto il xu secolo ; ebbe dopo sua morte continuatori ^ 
ma di ^ran lunga a lui inferiori» Poca lode si meritò Bzovio^ 
polacco Domenicano; ma il P. Odorieo Raynaldi prete del- 
l'oratorio in Roma in^piegò molla fatica in dichiarare i secoli 
seguenti, e die fuori ben altri dieci v(dumi, i quali benché non 
meritino nome di storie né di annali, pur riusciranno utili a chi 
vorrà occuparsi intm'no a questo soggetto ; essi d^ono aversi 
come tante selve o magazzini onde trar si possa la rada n^a- 
teria , poiché sono ripieni di scritture e doeumentì di que' 
tempi, e quindi potrebbe tessersi col loro ainto una ben fon* 
data storia. Anche oggi per istituto di queU*oratorio da un 
altro suo prete quell'opera è continuala ; e se non altro» se* 
guirà ad essere utile , almeno per le varie carte e scritture 
originali che si van pubblicando, onde il lavoro può conside* 
rarsi come una hm preparata raccolta . ^ 

Nel mezzo del xvu secolo e più poscia nel suo fina io 
tempi mono turbati questo studio comincio a fiorire nella 



Francia ; e molli preclari uomini di questa nazione alla stòria 
ecclesiastica si videro applicare la lor mente. Oltre lo Spandano 
vescovo di Pamiers ed il P. Antonio Pagi, che furono intenti 
ad emendare e correggere gli errori occorsi negli Annali ad 
Baronie ed a continuafre quest'opera, successero altri a dar fuori 
libri di storia ecclesiastica nella loro propria lingua ; ed il primo 
fu Antonio Godeau vescovo di YencC) il quale in Parigi dal 
1665 al 1678 diede alla luce cinque volumi proseguendo la 
narrazione fino al terminar del ix secolo; ma non si trovò poi 
chi più oltre la conducesse dopo che l'abate Fleury oscurò la 
eostui fama. 

Questi con istile semplice e modesto , benché non. s'innal- 
zassequanto il Godeau, riuscì per la crìtica più al gusto de' 
francesi, e specialmente per li discorsi che frammezzò accon- 
ciamente nell'opera sua; la quale nondimeno si rimase al 
comìnciamento ael xv secolo, non avendo potuto dal suo autore 
esser compiuta. Lo fu nondimeno dal P.Favre^ prete del^ 
l'oratorio di Parigi , il quale non si acquistò la fama e ri- 
putazione dell'abate Fleury per esser, troppo dlffuk>, facile ed 
ardito, e siffatta troppa copia fa che s'incontri nell'opera di 
questo secondo Raynaldi quella nausea che si prova leggendo 
gli scritti del primo. 

li|a sopra lutti questi s'innalzò il cotanto celebrato Tillemont^ 
il quale prese altro stile ^ e diede nuova forma a questa ma- 
teria: egli s'interna ne' sensi e nelle parole degli autori ori^ 
ginali , abbonda di osservazioni savie , di esatta critica , di 
ben ragionati discorsi: accurato e prudente nella discussione 
de' dubbjt sopra tutto egli è modestissimo, lasciando sovente 
il giudizio de' fatti a' lettori , de' quali fa somma stima # E 
tanta fu questa sua modestia , che ei non ardì a' suoi volumi 
dar titolo di storia, ma solo di Memorie per servire alVhtoria d^Ua 
Chiesa. Tuttoché anch'egli lavorato avesse intomo a così preh 
gevole opera per lo corso di qaarant'anni » per la sua p6^- 
plessità , per la troppo ricercata esattezza e somma scrupolosità, 
non :$i diede se non la narrazione intera de' primis cinque secoli 
ed in parte del sesto: sicché l'opera rimane mancante de' se- 
guenti , né si è trovato scrittore che la proseguisse. 

Il P. Natal d'Alessandro, domenicano, nella sua latina Istoria 



— 486 — 

Ecclesiastica data fuori ne' 'medesimi tempi prese egli pure 
nuovo metodo e scelse nuova disposizione. S'ingegnò di adat- 
tare il suo lavoro al gustò de' frati , perchè s'invogliassero a 
saperla , a risolvere le lóro questioni scolastiche con l'au- 
torità de' Padri e con principi più alti e solidi, in somma a 
trasformare la loro teologia da scolastica in dogmatica. La 
riempì perciò parimeiìti di dissertazioni non menò stòriche 
che teologiche per convincere i novatori de' loro errori , nel 
che mostra di aver molto studio sopra i libri de' Padri antichi, 
de' quali trascrive lunghi pas^i , è non ne dissimula alcuno , 
ancorché apertamente si opponeisse al suo intento ; ed in ciò 
mosti*a una grande lealtà e schiettezza d'anima, ma nel tempo 
stesso una grande semplicità e debolezza nello ]scìogliniento delle 
difficoltà, acquetandosi ad ogni leggera e facile risposta. L'opera, 
non può negarsi , è frutto di una immensa, fatica, o merita 
commendazione per esservisi difFusiamente trattato della chiesa 
giudaica, dato minuto ragguaglio dò' libri del vecchio testa- 
mento, e conosciuto che se queste notizie non precedano, non 
potrà ben comprendersi la storia della cristiana religione ed in 
ispecie il Nuovo Testamento. Questo scrittore fu il primo che 
pensò ad inserire nel soggetto anche qualche nozione della reli- 
gione mat)mettana, ma , come fu detto , credendola non del 
tutto necessaria, se ne sbrigò in poche pagine. Della medesima 
opera, nella quale la narrazione fu condotta fino al xvi secolo, per 
essere un grande archivio ove si racchiudotìo infinite cose no- 
talnli , può farsi buon uso; e poiché il continuarla sino al 
presente coéterèbbe immensa fatica , dovendosi varcare due 
spinosi secoli, niuno fin qui ha avuto il coraggio di accingersi 
a sì dura e mategevole impresa. 

La Francia ha date anc^a aUre> Istorie , che ^i raggirano 
Intorno allo stesso oggetto , siccome V Istoria della Chiesa e 
déir Imperio del Sueur: la Storia della Chiesa ovvero della 
Dottrina e d£ Dogmi di Giacomo Basnage: e Basnagc di 
FiottemenyiHe cugino di costui diede anche ftiori un'altra 
Storia Ecclesiastica in lingua latina. ^ 

Tutti questi scrittori francesi , arncorchè promettessero di 
stendere una generale Storia Ecclesiàstica, e non trascurassero 
del lutto le altre chiese di Europa, nuUadimanco sembra che 



- «87 — 

I 

altro prindpale intanto non avessero , che d'iHustrare la loro 
chiesa gallicana ; ed in ciò impiegano i loro stqdj con sottili 
ricerche, adoperano i più vivi colori per adomarla , e rènderla 
più vistosa, commessi dicono^ più brillante nel mondo. NOn 
han molto curato le altre chiese, né fatto quelle ricerche che 
bisognavano. Della chiesa greca (che un tempo ingombrava 
quasi tutto l'oriente^ e che ancor oggi nella Russia, ed in più 
paesi dell'Imperio ottomano, d'Europa e dell'Asia sussiste) ap- 
pena si fa motto, come se questa non dovesse per necessità 
entrare in un corpo di Storia generale , quale essi la promettono. 
Non può negarsi che i francesi furono esatti nelle particolari 
narrazioni, siccome fu Goffredo Herman t nelle vite dì S. Ata- 
nasio, diS. Basilio, di S. Gregorio Nazian^eno, di S. Giovanni 
Crisostomo e di S. Ambrogio; e come fu Antonio Godeau nella 
vita di S. Agostino. Parimente non mancarono di diligenza in 
tess^ le storie dell'eresie e degli eretici, come fu quella che 
ci diede il Beausobre del Manicheismo: l'altra degli Albigesi 
e Valdesi del P. Benoist: quella di Giacomo Benigno Bossuet 
delle Variazioni delle chiese Protestanti : l'altra del Calvinismo 
di. Pietra Poulier ; e di tanti altri sopra altre eresie. Né man- 
carono di accuratezza nella storia de' particolari concilj , sic- 
come nelle storie Monastiche di orienle.e di occidente. Ma 
tutte queste dislaccate e separate da una generale istoria non 
hanno quell'importanza , che acquisterebbero se fossero con- 
giunte. 

L'Inghilterra per accuratezza, se non per quantità, non tia 
da cedere in ciò alla Francia, essendo surti in essa storici 
esaltissimi e d'una squisita critica dotati; e quantuQque il 
principale loro intento fosse d'illustrare la propria chiesa an- 
glicana, nulladimanco essi somministrano preziose gemme 
per adornarne un'opera quale noi qui indichiamo. E son da 
notarsi gli Annali delV antico e nwm) Testamento del vescovo 
Usserio, le pregevoli opere del JMfarshan , del Cave , del Be- 
lando, e molte altre. 

Finalmente nella Germania in questi ultimi tempi si è ripi- 
gliato un tale studio, e vennero date fuori raccolte insigni e molti 
volumi di storia compilati intorno alla Germania Sacra, i quali 
sono d'inestimabile valore per i nooltì diplomi e per le originali 



mìtture che raediiudono, d'onde possono trarsi basi sioiire od 
tessere una geoerale storia ecclesiastica. E noo vi ha dujìbio, che 
in ciò agli alemanni molto si debbe, per essere ìafaticabiii a rao*- 
eogliere da' loro arcbivj le più belle memorie ^ onde 9Qno ri* 
schiarati i tempi oscuri di secoli incolti , ohe ^np i migliori 
documenti» sopra i quali con sicure^a può ciascuno appog- 
giare il suo lavoro. E più volte si è da noi avvertito^ che per 
trar fuori un'istoria sincera di que' tenebro^ tempi non si ha 
di meglio a fare che ricorrere alle cronache ed ag]i scritti 
degli, autori (contemporanei (benché rozzi e noiosi) « ed ^lle 
parte, bolle e diplomi, de' quali oggi si sono fatte [»ù raccolte, 
spezialmente a quelle tratte dagli arcbivj de' più antìpbi mo- 
nasteri. Per questa ragiom giovano molto^ come altrove $i ò 
detto, Vltalia Sacra dell' Ughello^ la Sicilia Sacra dd Pirro ^ 
Y Istoria Cronologica Ecclmastica del vescovo di SalQzzo ^ la 
Gallia, YAnglia e la Germania Sacra , e consimili altre Qpere 
di scrittori di più nazioni, perchè contengono documenti ine- 
stimabili per mettere in chiaro molti puuti d^ storia finora ire- 
jultali oscuri ed inestricabili. E dobbiamo oggi alla .dilig^za 
di benemeriti collettori ^ spezialmente germani, se posi^^nm 
dirci in gran parte liberati dalla pena di ricorrere a lop-> 
tani , poco noti, e sovente inaccessibili archi v] , e se ornai 
possiamo dire essere a poi tutta proata ed apparecchiata la 
materia. 

Egli è vero che rimane la maggior parte. della |atic$i ^ 
quella di riunire insieme questi materiali, e di valersene con 
maturo giudicio, nella qud cosa il pregio dell'opera sembra 
ponsistere. PUnio il Giovane scrivendo a C* Ta^to^ che lo 
consigliava a scrìvere storia ^ dice: Vetera et scripta aliis parata 
inquisitio^ sed onerosa cdlmio (1). Per noi la eosa è, ancor 
più difpcile, poiché questa inquisitio, non è si bene apparec«« 
cjbiata, dovendosi dopo l'uso della stampa ricercare tanti e sì 
varj volumi^ rimanendo maggiore lavoro nel conferirU insieme i 
nel rafi&ontare , e sopra tutto nel trattar le cose con maturità e 
pendènza» dar miglioro disposizione ed wdiné fiUe narràz}<iui , 
p navigare ^ fi|)ezìaliiieute riguardo all'istoria della ci^^ m- 

(i) Uìh V^ ep« 8* (lo Schastar It^.aUn ?.*•* ofMnpa 



3tidDa ìa uà pelago vasto è profondo ^ con leggiera spemQz^ di 
venke a porto, Nulladimapco gringegni animosi; e grandi non 
.dovranno disperare , né sgomentarsi per ì^ lunghezza e ma- 
lagevolezza del càmnìino; poiché quali non puote il tempo, 
^ tdleranzav e sopra tatto il piacere di consegnare alia posle*- 
^ità un'opera veramente magnanima ed immortale? Compen*r 
sera la noia e la gravità del lavoro il considerare, ohe avranno 
per le mani una materia che in pregio e nobiltà di gran 
lunga supera quella di qualunque altra storia civile, militare 
naturale ch$ imprender si volesse , poiché riguardando le 
origini, i progresi^, lo ingrandimento e le declìoazioni dì questa 
sola religione in Europa, e comparandola con le altre religioni 
che occupano la maggior parte del mondo , avranno mai^àvigUa 
e diletto in conoscere le vere cagioni onde quella avesse po- 
tuto far cangiare i popoli di costumi e di pensieri , ed intro- 
.durre nelle loro menti nuove idee , nuove massime e nuovi 
istituti. Avranno cosi occasione di consideraro eziandio che 
questi cangiamenti , e Tessersi introdotte ndle menti umane 
nuove massime e dottrine e per conseguenza nuovi costumi , 
si deve airesagèrazionì , omelie e declamazioni de' Padri an- 
tichi* Si accorgeranno che. trattata questa religione ne' primi 
tre secoli da que' filosofi che dal gentilesimo passarono al cri- 
stianesimo, produsse perciò negl' intelletti umani tante porten* 
tose e varie ideoi tante strane e fantastiche opinioni : vedranno 
come poscia ne' secoli incolti, senza lettere e discipline^ avesse 
potuto intrigare tanti elevati ingegni tra quistioni quanto sot- 
tili e metafisicbei altrettanto vane , e ohe per nulla ad essa 
si appartengono. Si è Veduta mai religione al mondo più che 
questa ferace di dottori della sua legge, di teologi, di spo^ 
.sitori ed interpreti ? Comparandola con le altre , aminire^ 
ranno comoda poohi e seimplici riti abbia avanzato tutte le 
^tre , ed anche la gentile, nel culto, pelle religiose cf^rimionie 
.0 nella^ ricchezza della s|)ppeU]ei;tile sacra; comte da pochi e 
poveri mimstri abl»ia superate tutte ]e altre sia nel nuqaero, sia 
Àello spl^dore , sia nel fasto e nella pompa di essi : ed i mm 
tempi ^ ^It^rì avere avanzato nel numero, nella magnificenza 
e ricchezza quelli stessi de' gentili. Ma sopra tutto stupiranno, 
come da principj, da' quali ciascuno avrebbe dov^^o aspettarsi 



- 460 ~ 

altri effetti» si sien vedute cosi nuove e imprevedibili conse* 
guenze. Ed in fatti puossi immaginar altra religione cbe al par 
di questa si appoggiasse sopra Tumiltà, sul disprezzo delle ric- 
chezze, degli onori, agi ed altri beni di questo mondo terreno, 
aspirando solo ad un regno celeste? E pure per lei si è veduto 
sorgere in Europa un nuovo ed a tutta ràntichita ignoto RegDo 
Papale, il quale sopra e dentro l'imperio stesso ha stabilito un 
altro imperio, conculcando Tantico con nuovi corpi di leggi , 
alle Pandette opponendo il Decreto, a' Godici le Decretali, alle 
Novelle i Bollarj , alle Istituzioni altre diverse dalle civili , e 
sino a' libri Feudali una nuova Giurisprudenza detta Bemfi- 
ciaria; affinchè siccome nelle province, nelle università di studj 
e ne' tribunali si vedrebbero due corpi di leggi , così si rico- 
noscesser due somme potestà e due sovrani principi. Né bi- 
sogna fermarsi solo airammirazione di effetti sì portentosi , ma 
innoltrarsi a indagarne le vere cagioni , le quali non si trove- 
ranno nelle altre religioni ; e son queste l'essersi in essa confuse 
queste due potestà , imperio e sacerdozio, le quali prima eran 
separate, e l'essersi esclusi i principi dall'ispezióne deirestèroa 
polizia ecclesiastica. I Romani altamente gridavano presso Livio: 
Salii^ Fìaminesque nusqìmm o/to , qmm ad sacrificandum prò 
popuh, sineimperHs oc potestatibus ^relinquantur (1). Ma fra' 
cristiani le cose cangiarono. Da principio , egli è vero , del- 
l'esteriore polizia ecclesiastica erano custodi e vindici gl'im- 
peratori cristiani , siccome è manifesto da' Godici di Teodosio 
e di Giustiniano, dalle Novelle di quest'ultimo e da quelle di più 
imperatori suoi successori : nulladimeno ne' nuòvi dominj cbe 
si andarono stabilendo furono esclùsi dalla ecclesiastica potestà 
i nuovi principi d'Eiuropa , dalla qual cosa erano da prevedersi 
quelle grandi mutazioni che poscia ebbero luogo. Chi non istu- 
pirà considerando inoltre, aver questa religione recato a' l'omani 
pontefid il dominio di vaste province d'Italia, averli resi 
signori di Roma stessa „ e fatto anche por piede nel poten- 
tissimo regno di Francia ? Ghi non istupirà a quel fascino 
delle crociate che tenne occupata l'Europa per più secoli con 
tante stragi de' suoi popoli ? Conoscerassi eJ paragone, se vi sia 

(1) Dee. I, iik S. 



— 461 — 

stata mai religione sulla terra che più di questa Tabbia riem* 
piuta di avvenimeati cosi strani e portentosi, che abbia senza 
eserciti e senza armale distese cotanto le sue conquiste, e pro- 
dotto effetti sì stupendi e prodigiosi, contro l'aspettazione degli 
uomini, e contro ciò che promettevano i suoi principj ed i 
suoi primi istituti. Cose tutte son queste da invogliare i più 
restii, e da servire di acuto stimolo a fare intraprendere eoa 
alacrità un lavoro ^ il quale ancorché sommamente lungo e 
difficile, tanto utile e tanta gloria procaccerebbe al suo au- . 
tore. Vi sarà da ammirare nello slesso tèmpo, quanto fossero 
intricate é misteriose le vie del Signore , e quanto inarrivabili 
gli alti e profondi suoi divini giudicj nel condurre la sua 
chiesa, militante per queste strade, ad uno stato si alto e 
sublime in quella terra dove alberghiamo come semplici ospiti 
e pellegrini. 

Ma sopralutto si scoprirà una verità , la quale maggior^ 
mente agli uomini confermerà esser dessa divina, e che da mano 
alta^ potente ed invisibile si/at sostenuta ; poiché (oltre i tanti 
effetti, che per certo essendo fuori del corso degli umani av- 
venimenti, non possono attribuirsi alla sola industria umana) 
si ravviserà , che per abbatterla sovente si unirono insieme due 
potenti nemici, e tuttavia non le diedero crollo: que'di fuori, 
i quali furono i perfidi maomettani e le tante sette di eretici ; 
e nemici di dentro, ancor più numerosi e possenti, cioè i suoi 
più stretti ed intimi ministri, i quali , alti ò bassi , pare chef 
avesser posto opera e studio con la loro incredulità , frode^ 
ambizione , avarizia , lussuria ed ogni altra rìlasi^tezza dì co- 
stumi ad estinguerla interamente; e pure sempre salda e forte 
essa ha vinto le loro empietà e scelleraggini , ed ha trioni 
iato non men dell'inferno che de^Ii stessi perfidi insidiosi e 
malvagi suoi finti difensori ed amici; onde a ragione si 
potrà esclamare e dire : Vere digitm Dei est Atc. 

Della Relisione Haomettana. 

Fa\ veramente maraviglia come i nostri scriKori , tessendo 
una generale storia della chiesa, abbiano tenuto si poco contQ 



- m - 

della l^eligiotie maomettana, appena facendone motto i rnentre 
che ella non pur con la giudaica, ma con la crislìana stessa 
ha molli rapporti, né potranno bene intendersi le vicende 
delPuna senza sapersi ì prìncipj e i progressi deiraltra ; e 
più altre ragioni dimostrano che essa debba di necessità eti- 
trare in una generale storia ecclesiastica. 

Primieramente perchè Vantano i maomettani esser la loro 
religione figlia della giudaica come la cristiana , e che fra di 
esse sia tanta attinenza quanta è fra due sorelle : più , che i! 
loro profeta nel dettare il suo Alcorano si sia valuto non meno 
della dottrina del Vecchio che della morale del Nuovo Testa- 
mento : questo libro non esser altro che un mescpìamento del- 
Funa e. deiraltra Jegge , ma pur tale che debba preporsi ai 
quattro èvangelj, perchè in esso vedesi completata Popera ; e 
ciò che il profeta Gesù , ch'essi confessano essere stato il Messia 
degli ebrei, avea cominciato, il profeta Maometto aver ridotto 
a perfezione e cofnpìmento. Si è vedtito nel primo libro delle 
Dottrine de* primi Padri detta Chiesa, che dispulando il Della 
Valje co* maomettani della Persia, questi stupivano che i cri- 
stiani rifiutassero il loro Alcorano, al quale prestar dovrebbero 
quella stessa credenza che hanno nel Vangelo, per aver S. Gio- 
vanni in questo indicato dover venire un altro profeta , che 
avrebbe istruito gli uomini dì altre cose le quali non pote^'^no 
allora sopportare, e che il Paracielo avrebbe dappoi insegnato if 
rimanente:; or questo esser disceso nel nuovo profeta Mao- 
metto , che per mezzo dell'angelo Gabriele riceveva dal cielo 
gli avvisi e le istruzioni. 

Questo famoso impostore nato Tanno MS nella Mecca ^ città 
dell* Arabia Felice , vantava esser della stirpe d'Ismaele e per 
conseguenza della posterità di Abramo. Dotato dalla natura di 
uno spirito pronto ed ardito, e (fona eloqìienza superiore a 
quella della sjua nazione , seppe farla vafere in guisa , che 
sebbene grossolanamente istrutto fosse della religione giu- 
daica e della cristiana , aiutato dal monaèo Sergio osò for- 
mare e predicare un mo-v^ Astenenti; di morale e di dottrina ; 
e tenne anche l'industria usata dagli altri formatori di nuove 
religióni , quella di far ci*edere a semplice e cieca mdttìtu- 

dìtte, tm adf altro intesa che aHfc airmi ed a' tjommercì , tS'egft 



per mezzo delPangelo Gabriele avesse eomupìone con Dìo , 
dal quale apprendesse gl'insegnamenti, servendosi con ma-^ 
Bzìa di un'epilessia alla quale era soggetto, e dando a dive- 
dere che quella altro non fosse che un'estasi , durante la quale 
ei s'intrattenesse con l'angelo suo consigliere. Per compiacere 
a' giudei ritenne la circoncisione , l'abbomlnazione alle statuef 
e ad altre immagini , il rispetto alla legge di Moeè, ì precetti 
del Decalogo (che costituiscono la più sana parte del suo AIco* 
rano), l'idea d'un solo Dio creatore , i digiuni e l'astinenza 
dàlia c^ame porcina ^ a cui aggiunse anche quella dal vino : 
permise la poligamia , secondo il vecchio costume de' tempi di 
Abramo e degli altri antichi ebrei : prescrisse le frequenti 
lavande del corpo che gli ebrei chiamavano battesimi, è 
amili altri riti. Per compiacere a' cristiani egli parla con molto 
rispetto e venerazione di Gesù Cristo , abbraccia la sua mordd 
insegnata nel Vangelo, e sopra tutto inculca la carità col pros- 
simo e il soccoirere a' bisognosi. Ancorché reputasse Mosè uni 
gran profeta, lo fa nondimeno inferióre a Cristo, riguardando 
questo come il vero Messia ispirato da Dio e dalla sua parola : 
ha venerazione per S. Giovanni Battista , per gli apostoli 
e pe' martiri: ammette la punizione de' vizj e la ricom- 
pensa delle virtù, là risurrezione de* corpi , e le pene del- 
Tinferno , benché non le faccia eterne , perchè forse il suo 
istruttore Sergio fu deH*opinione di Origene. Nel dare idea 
a* suoi popoli del paradiso , lo rappresentò conforme alla ter 
vita voluttuosa: disse colà menarsi per sempre, e senza in- 
vecchiar giammai, una vita tutta gioconda e festosa, tra fiori 
e piante odorifere in deliziosi giardini , in compagnia dì 
vaghe donzelle, sempre giovani^ belle e vezzose, c»n occhi 
bovini , somiglianti a queHi che già attribuìronsi aBa dea 
Giunóne. 

Ma tante industrie ed allettamenti non gli giovarono co'suol 
eompatriotti, i quali vollero bella sua persona confermare una 
verità dimostrata da antiche pruove , avvalorata da'* detti del 
Redentore e dal suo medesimo esempio, che ìibm profeta fmk 
accetto alla sua patria : e quindi discacciarono Maontetto dalla 
t)ropria tribù, ed il oostrìnsèro a fUggìr dalla Mecca li 1 6 (fi luglio 
deffanno 6^2 ed a ricoverane ne»a dita # WWfingTf Qtteirta mn 



— 4fi4 - 

fuga presso i maomeltaoi riusci uà avvenimeQto cosi grave e 
glorioso, che servì loro di un'epoca cronologica ónde a numerar 
cominciarono i loro anni, ciascun de' quali non si compone che 
di dodici lune, ed è da essi chiamato Egina. Riusci eziandio 
colai fuga per lui avventurosa, poiché in Medina crebbe pro- 
digiosamente il num()ro de' suoi seguaci, sicché potè formare 
un'armata e postoci alla testa di quella comparire al suo popolo 
guerriero non col solo carattere di profeta , ma con quello an- 
cora di sovrano, emulando cosi i fatti .di Afose, il quale dal 
popolo suo fu riconosciuto profeta e principe. Cosi a guisa di 
un gran fiume, che quanto più avanza di cammino tanto più 
ingrossa le sue acque , egli crebbe di maggiori forze^ e si vide 
in istato, come sovrano, di eleggere quattro valorosi generali, 
Àbubeker , Omar ^ Oshman , e Ali , ne' quali infuse animo e 
coraggio di estender le conquiste sopra il mondo , di trarlo dalla 
idolatria nella quale già era caduto , e di sottometterlo alla sua 
dottrina e reli^one. Ed in qualità di profeta sovente fece loro 
ed a' soldati più discorsi o concioni , in cui con quella elo - 
quenza ch'era a Iqi connaturale non inculcava altro che pre- 
cetti di morale, accompagnandoli anche di storie vere o false, e 
di prodigi alti a tirar per le orecchie un popolo poco istrutto a 
prestargli fede ed obbebienza. Egli ebbe il piacere di conqui- 
stare parte dell'Arabia , e di rendersi signore della città stessa 
della Mecca, dove fece morire lutt'i suoi nemici, e dove final- 
mente nell'anno 652 se ne morì, e dove rimane ancor sepolto in 
una tomba di ferro sostenuta sopra quattro colonne di Riarmo 
nero, intorno alla quale si veggono pendenti più lampadi sempre 
accese per accrescer maggiore venerazione e riverenza al suo 
tùmulo. La qual cosa è d'uopo manifestare per disingannarci 
nostri europei da molti errori e fole, come a cagion d'esempio 
che quella tomba di ferro sia sospesa in aria, non già per mi- 
racolo, ma tratta dalla volta che la cuopre, fabbricata con pietre 
di calamita. Nulla di tutto ciò: essa è molto bene appoggiata 
sopra quattro marmoree colonne; né i maomettani stessi savj 
e sinceri, eccetto alcuni del volgo sciocco ed ignorante , nar- 
rano altrimenti. 

V'ha un'altra grave cagione comprovante la necessità di 
doversi dell^ religione maomettana far parola in uoa gene** 



ralé istoria ecclesiastica : poiché per es^ si reade vie più eliiara 
e manifesta la grande differenza che intercede tra la propaga- 
zione del Vangelo sopra la terra e quella dell'Alcorano. La 
religione cristiana fu sparsa per Io mondo senza eserciti e senza 
armate , con la sola predicazione , con la costanza e col sangue 
de' martiri^ e per mezzo di altre virtù sublimi e veramente 
eroiche. Ma nella maomettana, siccome si è accennato , alle 
predicazioni precedevano gli eserciti , onde non dee recar me- 
raviglia se ne' primi secoli la maomettana facesse maggiori pro- 
gressi che la cristiana. Non già che que' generali i quali ^ 
mòrto Maometto, gli succedettero, e poi gli altri Califfi usassero 
violenza agli ebrei o cristiani, e lorofacesser forza a rendersi 
maomettani ; poiché il loro Alcorano non era che una mesco- 
lanza delle dne leggi mal note a quell'impostore, onde lascia- 
vansi gli ebrei e i cristiani npUa lor credenza : ma contro 
questi ultimi imperversavano per cagione di quel falso pregiu- 
dizio nel quale aveali posti il mon!aco Sergio , fomentato ed 
avvalorato sempre da' giudei, che i cristiani dovessero repu- 
tarsi idolatri, e trattarsi come gentili per l'uso che facevano 
delle immagini e per l'adorazione che a queste prestavano, 
vietata non pur dalla legge di Mosé, ma contraria alla pratica 
della primitiva chiesa cristiana, e che perciò fosse mestieri ripur- 
gare i cristiani dal gentilesimo nel quale erano caduti. E ciò 
è d'uopo far comprendere, e non confonder ìe cose, siccome 
finora si è fatto. v 

Per ultimo, come potranno intendersi i guasti , le ruine e 
gl'irreparabili e gravissimi danni che questa nuova religione 
recò alla cristiana, maggiori di quelli ch'ella apportò alla gen- 
tile, se non saranno esposti i suoi progressi fatti sópra ampie 
province di Europa , d'Asia e di Africa , le quali avean già 
abbracciata la cristiana, e dove questa era da tutti venerata, 
nonché professata.^ Ben da' soli libri delle epistole di S. Gre- 
gorio si é da noi conosciuto abbastanza che questo gran 
pontefice stese la sua autorità non meno in Europa che nel- 
l'Asia e nell'Africa; ma opportuna mòrte lo sottrasse a' dolori 
ed a' cordogli ch'eran riserbati a' suoi successori . Questi videro 
l'imperio di Maometto, dopo aver sottoposto l'Arabia, innollrarsi 
nella Persia, e i suoi sueccssori Califfi tutta sconvolgerla e ma- 

Tom. IL 31 



— 466 — 

Domelterla, stendere le loro conquiste nella Palestina, esottoporsi 
la città santa di Gerusalemme. E de' Califfi di Egitto quali por^- 
tentosi progressi non si videro? Non pur l'Egitto, ma gran 
parte dell'Asia e dell'Africa loro obbediva ; e si è veduto già 
come i Saraceni estendessero le loro conquiste non solo nelle isote 
del mar mediterraneo appartenenti all'Italia ed alla Spagna , ma 
nel continente de'regni stessi di Spagna , e facessero terrore al- 
Pltalia stessa. A' Califfi di Egitto succedettero i Saladini : questi 
più oltre dislesero l'imperio, poiché si valsero de' circassi, popoli 
forti e guerrieri che abitavano intorno al mar nero ed alla 
palude Meotide : con l'aiuto di questi conquistarono il regno 
di Damasco e tutta la Sìria, ritolsero nel 1189 a' cristiani la 
Giudea con Gerusalemme, dopo che costoro per 89 anni l'aveaiì 
tenuta^ e s'impadronirono di gran parte dell'Asia; onde si 
videro nel tempo stesso tre potentissime monarchie dominare 
l'oriente ed il mezzogiorno , quella del re di Persia, l'altra de^ 
Saladini di Egitto, e la terza degl'imperatori de' turchi ; so- 
vrani che tutti professavano la reUgione maomettana , ancor- 
ché, come fu detto , con qualche vertenza fra loro intorno al 
primato. 

E siccome la religione cristiana, per essere stata abbracciata 
da' nuovi conquistatori, da' Weslrogoti , dagli Ostrogoti, da' 
Franchi , da' Burgundj , da' Longobardi e da altre straniere 
nazioni che occuparono le regioni dell'occidente , si distese e si 
mantenne; cosi in oriente e nel mezzogiorno per quegli altri 
conquistatori la maomettana fu dififusa da per tutto, abbracciata 
dalle genti vicine e dalle lontane, da circassi, tartari, turchi e 
dagli altri popoli tutti di quella parte del móndo. Fino nel- 
l'India per li grandi Mogolli (i quali hanno origine da una 
razza di tartari, chiamati Mogolli), fece, cernie si é dello, ma- 
ràvigliosi progressi. 

A' saladini successero i circassi, i quali elessero per lor 
capo un valoroso capitano da essi chiamato Soldano. I sol- 
dani costituirono un formidabilissimo regno nell'Egitto e nella 
Siria ; ma durò il loro imperio poco più che quello de' Sala- 
dini , poiché ad essi fu renduto da' turchi ciò ch'essi fecero 
a' saladini. Fin qui nudrir si poteva speranza che conten- 
dendo fra loro si barbare e feroci nazioni , finalmente l'una 



— 467 — 

l'altra disiruggessè , e potesse cosi risorgere in oriente la 
cristiana potenza in persona degl'imperatori cristiani di Co- 
stantinopoli, e ritogliersi a tanti usurpatori la grande ed in- 
giusta lor preda. Ma quanto sono imperscrutabili gli alti 
giudizj di Dio! Avvenne il contrario. La nazione turca, ch'erasi 
stabilita nell'Asia minore , oggi detta Natòlia , nella Panfilia, 
nella Lidia, nella Frigia, nella Paflagonia, e nelle altre province 
dell'Asia , resa formidabile e potente sotto Amurat dilatò le 
conquiste; e questi collocando la sede dell'imperiò in Adria- 
nopoli , minacciava le ultime rovine al cadente imperio di 
Grecia. In fine Selim II ebbe la gloria nel 1516 di debellare 
i Soldani, e di rendersi signore di Damasco, di tutta la Siria, delta 
Palestina e dell'Egitto, non altrimenti che fatto aveva Mao- 
metto lì nel 14^55 di Costantinopoli e dell'imperio greco. E 
sempre più prosperando l'impero ottomano, e distendendo più 
oltre i suoi confini , videsi la religione maomettana maggior- 
mente stabilita in tutta la vastissima sua estensione, che abbrac- 
ciò in un tempo non pur le più floride e eulte province della 
Grecia, Acaia, Elide, Laconia, Argo, Arcadia, Corinto e tutto 
il Peloponneso e le isole dell'Arcipelago, ed insieme altre pro- 
vince di Europa, la Tracia, la Macedonia , l'Epiro , l'Illirico , 
gran parte della Pannonia ed altri vasti e sterminati paesi ; 
ma si protrasse oltre nelF Asia, in Epiro e nell'Africa stessa, dove 
questa è la religion dominante. E la buona sorte portò che le 
vincitrici armate non oltrepassarono le colonne di Ercole , 
altrimenti nel nuovo mondo disq^erto avrebbero anche la 
religione maomettana introdotta, siccome la cristiana i prin- 
cipi d'Europa v'introdussero. 

Quindi na^e la boria e Torgoglio degl'imperatori ottomani, 
i quali succeduti in luogo degli antichi califfi di Egitto, con- 
tendono co' re di Persia del primato di lor religione; non al- 
trimenti che vinti e debellati gl'imperatori greci, vantano rap- 
presentare le ragioni dell'imperio di oriente, reputandosi suc- 
cessori di Costantino Magno. 

Come adunque avvenimenti si grandi e dolenti per la nostra 
religione possono omettersi , trattando di una generale istoria 
ecclesiastica, quando fanno una larga parte della medesima ? 
Né oggi che siamo in un secolo tanto culto , oggi che ci tro- 



viamo già preceduti da più autori che hanno scritto di queste 
nazioni , dobbiamo stimar gravi ed onerose le ricerche, e 
necessario di andarle facendo tra gli archivj della Mecca e di 
Costantinopoli! Abbiamo più accurate istorie, né ci manca una 
compiuta ed esatta istoria de' saraceni : non ci manca quella 
de' turchi, e fra' nostri stessi italiani alziamo più scrittori ohe 
han lavorato intorno a questo soggetto, come il P. Fiorelli 
veneto frate Agostiniano, Giovanni Sagredo, il Sansovino, il 
Giovio e parecchi altri. L'istoria manoscritta della repubblica 
di Venezia del doge Gontarini, se aver sì potesse, sarebbe di 
grandissimo giovamento , poiché questo savio scrittore della 
religione de' turchi ragiona con molto giudizio ed esattezza. 
Il Giovio nei libro XIII delle sue Istorie ci somministra anc^e 
la memoria di un nuovo profeta per nome Ismaele , il quale 
anch'ei fìngendo aver commercio con gli angeli si separò dalla 
conversazione degli uomini, ed andò ad abitare nel monte An- 
titauro, e facendo quivi asprissima penitenza, procurava accre- 
ditarsi presso quella gente semplice e credula, sicdié con 
questa simulazione di pietà si acquistò il titolo di santo , ed 
introdusse ne' persiani certa sua riforma dell'Alcorano e del 
Maomettismo. Vi ha eziandio sulla materia diligenti scrittori 
francesi , e fra gli altri il De-la-Croix nelle sue Memorie e nello 
Stato generale deW imperio ottomano. Ma sopra questi, s'innal- 
zarono due accuratissimi scrittori inglesi : il prillo Paolo 
Ricaut, il quale avendo dimorato più anni in Costantinopoli 
segretario d'ambasciata deUa corona d'Inghilterra , ci diede 
accurate notizie di quell'impero in due sue opere, tradotte 
poi dall'inglese nell'idioma francese per M. Briot: l'altro fu 
il celebre Adriano Relando, il quale specialmente trattò della 
religione de' turchi poco prima conosciuta, e da questo savio 
scrittore ben illustrata in quel suo dotto libro scritto in idioma 
latino. 

Io ben veggo che molti si spaventeranno di accingersi ad 
un'impresa sì ardua e difficile , e di durar sì lunghe ed ostinate 
fatiche: e sebbene avranno occhi da vedere, la sommità di 
monti sì alti^ non tutti avranno gambe sì forti da potervi sa- 
lire. Ma noi già pur ora dicevamo da quali slimoli dovrebbero 



— 469 — 

€ss0re pualì nel traltaré un soggèllo si nt)bìle e pieno di si 
grandi avvenimenti, molto superiore a qualunque altra istoria 
mondana che si potesse intraprendere : il che se non basta , 
sicno di esempio due grandissimi uomini , i quali non si sgo- 
mentarono d'intraprendere opere veramente vaste ed immense, 
e piìre ebbero il piacere di condurle a fine. Questi furono il 
non mai abbastanza celebrato Tito Livio, ed il non men dotto 
che accuratissimo Plinio il vecchio. 

Livio die mano arditamente (né fece come Ciceròne , che 
a' conforti ed inviti de'suoi amici se ne scusò) all'incompà- 
rai)ile sua istoria di Roma , che con maravigliosa costanza 
cominciata da' fondamenti di quella ei tirò innanzi fino a' 
suoi tempi sotto il grande Augusto , quando l'imperio ra- 
mano si vide nella maggior sua estensione e floridezza, ab- 
bracciando quasi tutto il mondo allor conosciuto. Più volte, 
navigando in un pelago sì vasto e profondo sì vide quasi 
assorto e fuori di speranza di condurci in porlo , parendogli 
che quanto più avanzasse nel cammino , ip vece di sce- 
marsi tanto più crescesse il travaglio e la fatica : J«m, egli 
dice nel principio della IV Deca , provideo animo , vehu qui 
proximi litoris mdis indvJcti moire pedibus ingrediuhtur , quic- 
quid progredior^ in mstiorem me altitudinemj oc mlut profun- 
dum inifehi et crescere pene, opus^ qitod prima quaéque perfi^ 
denèo minni videbatur. Ma che non poterono in luì la fortezza 
d'animo, la tolleranza e lo stimolo di consegnare alla posterità 
un monumento veramente grande ed immortale? Egli punse 
alfine al desiato scopo, lasciandoci cento quaranta libri di 
questa insigne sua opera, che se non lutti per l'ingiuria 
de' tempi e degli uomini a noi pervennero, que' soli che ci; ri- 
mangono bastano perchè là sua gloria splenda non peritura nel 
mondo. 

L'altro fu Plinio il vecchio, il quale non si atterri d'inco- 
ndinciare una sì ampia e molti plico istoria quanto è la natura 
ìstessa, opem non tentala innanzi da scrittore alcuno, sia greco 
sìa latino; essa abbraccia lutto il mondo, le più minute e 
quasi infinite sue parli, e le descrive con tanta accuratezza , 
erudizione e dottrina , che sembra quasi impossibile come un 
uomo solo abbia potuto arrivare a tarilo. E pure vi giunse , 

Tom. IL Sr 



— 470 - 

lasciandoci trentasette libri ^ che staranno per tutt'i secoli 
luminosa prova della mente straordinaria del loro autore. 

Conosco ben io, e lo so per proprio esperimento, che a chiun- 
que vorrà a tanta opera por mano , pervenendo a trattar delle 
presenti cose sottoposte a' suoi occhi, si faranno incontro graves 
o/fensaej Ims gratta. Ma abbiamo altamente riposto nel pensiero 
quel savio ammonimento del celebre presidente Tuano (de Thou), 
il quale a' suoi amici, che io confortavano a soffrire con pa- 
zienza le persecuzioni che gli eran mosse per cagion della sua 
istoria, rispose ch^egli ben le aveva prevedute, ma che assu- 
mendo il carattere di storiòo, non doveva riguardare il soccio 
presente, ma siccome debbono far tutt'i fedeli istorici princi- 
palmente intesi alla ricerca della verità^ riguacdure i venf erri 
e consegnar l'opera sua a)k posterità, presso la quale non sa- 
rebbe più livida occhio che la riguardasse, ne maligno dente 
che la mordesse ; poiché essendo il tempo padre della verità , 
siccome la dìscuopre e la manifesta, così la difende contro gli 
sforzi di qualunque invidia e velenosa maldicenza: la qu^t 
cosa fu da' fatti confermala, poiché ornai quell'opera corre oggi 
in magniriche slampe, sempre più chiara e gloriosa , da tutti 
riverita e commendabu- 

Né era mmeato in me l'animo e l'ardire d'intraprendere 
l'ardua fatica, e ne delineai anche alcune parti per adattarle 
insieme e coniporne un proporzionato sistema ; ma le inces- 
santi mìe persecuzioni e le tante e sì varie mie sventure hanno 
interrotto ogni bel disegno e prolungato cotanto questo mio 
infelice e misero stato , sicché oppresso dagli anni e giunto 
ad un'estràna veeehiaia sento in me inrer c&rf&ris ef^gskm^ 
sensus oculorum atque aurium hebetes ^ memoria loioM^ ^^iffor 
animi obtusus^ sqìAo scemarmi le burze, la memoria svanire, 
affievolirsi la vista , e tult'i sensi indebolirsi , in guisa che 
posso dire eoa S, Paolo le^a jàm dehbory et^tempHs^ resobéMnis 
meae msiat. 

Che se la Reale benignità e clemenza non si compiacerà 
disporre altrimenti di me , forte temendo che non . abbia a 
lasciar qui questa misera vita, ho voluto a quel che io non 
ho potuto eseguire altri incoraggiare , i quali forse con. miglior 
lena e con maggiore elevatezza d'ingegno potranno adempierlo, 



— un — 

e lasciare al mondo uii'isioria quanto per la posterità utile , 
altrettanto per essi gloriosa ed immortale; mentre io stanco 
dagli anni, logorato per lunghe fatiche e da tanti angosciosi 
infortunj oppresso forza è che soccomba e che qui depongala 
mia stanca e rozza penna. 

— 12 settembre 1742 — 



FINE, 



^473 — 



INDICE 



Prefazione— P. S. MANCINI 
L'Autore a' Lettori . 



pag. 



V 

1 



liiBRo ramo 



Relazioni della Sede Romana con le Chiese di Oaientr e di 

Africa n 5 

Capo L Innalzamento del Pontificato Romano ; ed autorità esercitata da 
Gregorio sopra il Patriarcato di Costantinopoli ed il suo ve- 
scovo n ivi 

$. ì . Deir autorità esercitata da Gregorio sopra il vescovo di 

Costantinopoli ed il suo Patriarcato .... » 5 

$. 2. Delle dispute di Gregorio con Giovanni e Ciriaco patriarchi 

di Costantinopoli sopra il titolo di Ecumenico . . » 6 

%, '5. Potestà esercitata da Gregorio nelle province di che com- 

ponevavi il Patriarcato di Costantinopoli » 15 

Capo IL Asia >v 18 

Capo III. Grecia, Peloponneso, ed Isole del Mare Egeo » 21 

Capo IV. Macedonia, Dalmazia, Illirico, Epiro . ...» 26 

Capo V. De* Patriarcati Alessandrino, Antiocheno e Gerosolimitano » 58 

§. 1 . Relazioni del Pontefice col Patriarcato di Alessandria » 40 

§. 2. Relazioni del Pontefice col Patriarcato di Antiochia » 45 

§. 5. Relazioni del Pontefice col Patriarcato di Gerusalemme » 46 

Capo VI. Delle Chiese di Africa sottoposte a' tempi dì Gregorio al Pri- 
mato di Roma » 55 

§.1. Delle Province onde T Africa era composta , e de* loro ve- 
scovi memorati da Gregorio in queste sue Epistole » 57 

§. 2. Della Provincia di Africa strettamente presa . . » 59 

§. 3. Numidia »> 63 

§. 4. Bizacena » 68 

§. 5. Mauritania e Tingitana » 70 

§. 6. Isole del Mare Africano ^> 72 



— 474 — 

Capo VII. Come tutte le Chiese di queste province deirAfrica si fossero 
perdute, egualmente che in Oriènte le già dette dell'Asia 
e di Europa : ed in qual modo i Pontefici Romani per conser- 
varne i diritti e le pretensioni ritenessero il costume di creare 
in quelle vescovi titolari, ancorché senza esercizio . pag. 7S 



I.IBRO SfiCOlVlNI 

Relazioni della Sede Romana fuori d'Italia con le chiese 
della rimanente europa » 81 

Capo I. Della Spagna » 85 

§. i . Predicazione e vicende del Cristianesimo nella Spagna » ivi 

§. 2. Diritti del suo Patriarcato esercitati da Gregorio nella 
Spagna » 94 

Capo II. Della Gallia Narbonense » 102 

§. i . Della Gallia Narbonense in generale , e particolarmente 
della sua regione meridionale e marittima ...» ivi 

§. 2. Della parte mediterranea e settentrionale della Provincia 
Narbonense, oggi Delfinato e Savoja » 117 

Capo III. Della Gallia Cornata » 126 

§. 1 . Della Gallia Belgica .... » ivi 

g. 2. Della Gallia Lugdunense » 140 

§. 5. Della Gallia Àquitanica . . . . .. » 148 

Capo IV. Delle Isole deiróceano del mare Iberoe Gallico: Ibernia, 

e Brittania » 153 

§. 1 . Missione Italiana nelVInghilterra per la predicazione del 
Vangelo, e conversione di quegl' isolani alla lede di Cri^o » 155 

$, 2. Disciplina Ecclesiastica institnita da Gregorio nella na- 
scente Chiesa Anglicana , » 159 

§. 3. Deiribernia » 167 

Capo V. Della Germania, e delle altre regioni settentrionali di Europa 
nelle quali non penetrarono le armi rcmiane , e rimaste perciò 
fuori deir Imperio » 172 



I.IBRO TERZO 

Autorità' del Pontificato Romano sopra le Chiese del- 
l'Italia E DELLE sue IsOLE . n 179 

PARTE PRIMA 

Italia Superiore » ivi 

Capo I. Preminenze esercitate da Gregorio sopra l'Arcivescovo di 

Milano .......... 182 



- 475 — 

Capo li. Preminenze esercitale da Gregorio sopra l'Arcivescovo di 

Aquileia pag, 191 

Capo III. Preminenze esercitate da Gregorio sopra l'Arcivescovo di 

Ravenna . . . . . . . . . » 204 

Capo IV. Della Liguria , e de' suoi vescovi sottoposti al Metropolitano 

di Milano . . . . . . . » 224 

Capo V. Della decima regione d'Italia che comprende le Venezie e 
l'Istria, e de' loro Vescovi sottoposti a' tempi di Gregorio nella 
maggior parte al Metropolitano di Aquileia ...» 237 

Capo vi. Delle Genti Alpine, che dal lato settentrionale e dall'orientale 

serrano l'Italia »>>. 241 

PARTE SECONDA 

Italia Centrale » 245 

Capo VII. Della nuova Etruria compresa da Augusto nella settima re- 
gione d'Italia, e de' Vescovi delle sue città ...» 2S0 

Capo Vili. Dell'Umbria antica e nuova, e de' suoi Vescovi sottoposti 

al Metropolitano di Ravenna . . . . . » 260 

Capo IX. Del Piceno nella quinta Regione d'Italia ...» 269 

PARTE TERZA 

Italia lleriAioiiale . » 277 

Capo X. Delle prime quattro regioni d'Italia , che comprendono oggi 

parte dello Stato della Chiesa di Roma, ed il Regno di Napon » 278 

§. 1 . Campania n ivi 

§. 2. Napoli » 284 

§. 3. Nocera, Sorrento, il Picentino . » 292 

§. 4. Altre antiche Colonie, Prefetture e Municipj . . » 295 

Capo XI. Della Lucania ^ del Rruzio e della Magna Grecia , e de' loro 
Vescovi non riconoscenti altro Metropolitano che il Vescovo 
di Roma .......... 502 

Capo XII. Della seconda regione d'Italia, che abbracciava l'antica Ca- 
labria, i Salentini , la Puglia e gl'lrpini, al presente le pro- 
vince co' nuovi nomi di Terra d'Otranto. Terra di Bari, Capi- 
tanata, e parte del Contado di Molise e del Principato Ulteriore: 
e de' loro vescovi egualmente non sottoposti ad altro Metro- 
politano che al vescovo di Roma » 512 

Capo XIII. Della quarta regione, che abbraccia i Frentanì, Sanniti, Ta- 
rentini, Marrucini, Teatini , Peligni , Vestini , Marsi , ed altri 
popoli che compongono ora l'Apruzzo Citeriore e parte del- 
l'Ulteriore, il contado di Molise, e parte del Principato Ul- 
teriore 522 

PARTE QUARTA* 

Italia Insalare ........ 527 

Capo XIV. Dell'Isola di Corsica e di altre minori del mar Tirreno » 528 

Capo XV Dell'Isola di Sardegna, e de' suoi Vescovi sottoposti al Metro- 
politano di Cagliari ..,....» 555 



«476 - 

Capo XVi. Deiriflola di Sicilia, e de* suoi Vescovi . . pag, 549 

$,i. De' Vescovi di Sicilia sottoposti al Metropolitano di Si- 
racusa » tv» 

§. 2. Delle minori isole del mare Siciliano ...» 376 

Capo XVII. Come dopo Gregorio le Chiese della Sicilia j delle Calabrie 
e delle altre città rimaste sotto l'Impero Greco fossero dagli 
imperatori di Costantinopoli sottratte airubbidienza de' Ro- 
mani Pontefici, e sottoposte al Trono Costantinopolitano » 379 

Capo XVill. Delle vere orioni e de* veri titoli delle preminenze ch'eser- 
citano i re di Sicilia nel Tribunale che chiamano della Monar- 
chia » 589 



Della disciplina ecclesiastica nella quale lasciò Gregorio 
LA Chiesa DI Occidente ne* principj del vii secolo: e del 

DIFETTO DI UNA COMPLETA STORIA ECCLESIASTICA . . » 395 

Capo 1. Delle persone che a' tempi di Gregorio componevano l'Eccle- 
siastica Gerarchia, e delle loro condizioni ...» 397 

Capo 11. De* Monaci n 407 

Capo HI. De* Patrimonj della Chiesa di Roma in più Province, e de* 

ministri istituiti airamministrazione de* medesimi . » 410 

Capo IV. De* vari riti e pratiche appartenenti all'ecclesiastica disci- 
plina tenuta a* tempi di Gregorio » 418 

Capo ultimo. Che ancor oggi fra le cose desiderate debba riporsi 

un*esatta, generale, e compiuta Istoria Ecclesiastica . » 4Ì3 

§. 1 . Della Religione Gentile . . » 424 

§. 2. Della Religione Giudaica » 446 

§. 3. Della Chiesa Cristiana » 451 

§. 4. Della Religione Maomettana . » 461 



FINE dell'opera, 
E DEL VOLLME SECONDO.