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Full text of "Opere Volume 46 Tomo I"

f LLUMfNlSTI ITALIAN I 
To MO i 

OPKUK 1)1 I'IBTRO GIANNONK 
ft cum di ftwgio BertMi e Giuseppe Rtcufrerati 



Gwmwne $ nn& ddk fMrsonalltd di maggior rilicvo 
ndla titor/rt pttfitha t* culturak del primo Settcccnto. La sua 
Ifttorist civile MM umi fama cttropea e numenm edixtoni 
fitM at fa jwramfri mittd delFQttocento. La grattdc fwtuna 
til qtHtft*(*fHtM mcMava f>erh difmare Vimmttgwc del Giau- 
tdVim^no gfamdistfan&listicQ. K quanta gli sttidi pifi 
li htinno c&rcato di &uperar<!> rtcostntendo I 9 itinerant) 
Jet NafwIttanQ, dal lifartinisnw crudito alVtnamtro col 
/>i fait espeyitmata momenta fondammtah & il Tri- 
. Ma sono intwessanti attrcsi h opera del careers, dove 
it ttbwrm tvVw in qtwkhe mtxlo attemtato> snixa perd chc, 
it* vttttaHa fwti i trait I essettstiali. La pr$$0nte rctccolta do~ 
rwwe/i/rt Mfl&nitMWnte qwxta vlcenda attraver&o Foffwttt 
dftk tM%hi* t*lh signlfictitiw di quasi ttttte k opm, Accanfo 
VlU (data pw Mfttro e ch$ un po 9 la filigrema in cut 
face t ritifftM If wette inUttettuali), <ii brawi del- 
e^ dd Trtregno, dti Discotsi sopnt gii Annali 
tit Tito Lsvio <feW'ltaria del pontificato di Oregorio 
una folta pmw*a di ine&ti, cornet U pagiw 
P Apologia do* teologi scokatici (che bforse V opera 
jtfjfc imfwrtwte teritta in <rwwf) ^//*Apc ingegtiosii (cht 
$ l*nttima) % JatPtapro e drammatfro epistolwio. $ cost pos- 
fibite pftrtwrttr* Vitfawwrio iHtelleMwlei politico e reUgioso 
In ttttto t^ tut articolawom, mixa isolare un momenta sin* 
ft&foi t% p*twn&lit& te mtrge da quwta proposta non $ 
quindi sofa quelta fal politico <? giurisdi^ionalista^ ma so- 
pratluttu ftdbt, iwttntfc* e tingolare, di un fatttbttuab 
cl# viv* prfifttfidament* la trisi dclla coscienza religiose, 
turrspfO^ miwrattdofi cwt I* cvltura che va da Spinoza a 
Tuland, 



Kansas city 



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Kansas city, missouri 



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LA LETTERATURA ITALIANA 
STOUIA E TESTI 

DIRETTORI 

KAFl'AIJLH MATT1OLI 1'IETRO PANCRAZI 
AI.I'UIiDO SCIIIAFFIN1 

VOLUME 46 TOMO I 



ILLUMINISTI ITALIANI 

TOMO I 
OPERE DI PIETRO GIANNONE 



ILLLJMINISTI ITALIANI 

XOMO I 

OPERE 

DI 

PIETRO GIANNONE 



A CURA I>I 

SERGIO BERTELLI 

E GIUSEPPE RICUPERATI 




RICCARDO RICCIARDI EDITORE 
MII.ANO NAPOLI 



TUTTI I D1BITTI RISERVATI AU, RIGHTS RHSBRVKU 
PRINTED IN ITALY 



ILLUMINISTI ITALIANI 

TOMO I 
OPERE DI PIETRO GIANNONE 



INTRODUZIONE di Sergio Bertelli XI 

BIBLIOGRAFIA di Sergio Bertelli XXVII 

VITA DI PIETRO GIANNONE (a euro di Sergio Bertelh) 3 

ISTORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI (a cura di Sergio 

Bertelli) 349 

PROFESSIONE DI FEDE (a cura di Sergio Bertelli) 475 

RAGGUAGLIO DELL'IMPROVISO E VIOLENTO RATTO PRATI- 
CATO IN VENEZIA AD ISTIGAZIONE DE J GESUITI E DEL- 
LA CORTE DI ROMA NELLA PERSONA DELL'AVVOCATO 
P, GIANNONE (a cura di Sergio Bertelli) 507 

OSSERVAZIONI CRITICHE SOPRA L'HISTORIA DELLE LEGGI 
E DE MAGISTRATI DEL REGNO DI NAPOLI COMPOSTA 
DAL SIG.RE GRIMALDI (a cura di Giuseppe Ricuperati) 557 

IL TRIREGNO (a cura di Giuseppe Ricuperati) 581 

DISCORSI SOPRA GLI ANNALI DI TITO LIVIO (a cura di Giu- 
seppe Ricuperati) 731 

APOLOGIA DE TEOLOGI SCOLASTICI (a cura di Giuseppe Ri- 
cuperati) 791 

ISTORIA DEL PONTIFICATO DI GREGORIO MAGNO (a cura 
di Giuseppe Ricuperati) 915 



L'APE INGEGNOSA OVERO RACCOLTA DI VARIE OR8KRVA- 

ZIONI SOPRA LE OPERE DI NATURA E DKLL'ARTE (a cura 

di Giuseppe Ricuperati) 989 

LETTERE (a cura di Sergio Bettelli} nor 

INDICE DEI NOMI H97 

INDICE 1233 



INTRODUZIONE 



INTRODUZIONE 

Tre figure risaltano in modo particolare nel primo Setteccnto 
italiano. Uomini della stessa generazione, con non pochi punti di 
contatto tra loro. Nati negli stessi anni, scomparsi a poca distanza 
1'uno dall'altro negli anni Cinquanta: Lodovico Antonio Muratori 
(1676-1750), Scipione Maffei (1675-1755), Pietro Giannone (1676- 
1748). Essi attinsero, indipendentemente 1'uno dall'altro, alle stesse 
sorgenti la propria metodologia storica (e Muratori, come Gian- 
none, parti da un'esperienza giuridica, prima di approdare alia 
ricerca storica). Ciascuno nel proprio ambiente e tutti insieme nel 
piu ampio teatro italiano, svolsero una decisa opera di sprovincia- 
lizzazione della cultura italiana, inserendola nel dialogo europeo. 
Ognuno da posizioni proprie e peculiari, ma, in sostanza, con stima 
reciproca capace di far superare momentanei dissensi tra loro, con 
un impegno riformatore che and6 ben oltre le giovanili posizioni 
giurisdizionalistiche. 

(Come non ricordare, a questo proposito, quella sincera lettera 
di Lodovico Antonio Muratori a Maffei, col quale s'era trovato in 
disaccordo - un disaccordo motivato da considerazioni d'opportu- 
nita politica - sul problema della magia? Maffei non s'era limitato 
a negarc 1'esistenza delle streghe; aveva attaccato ogni forma di 
supcrstizione, senza curarsi se, demolendo il soprannaturale, avreb- 
be potuto essere accusato d'eresia, inficiando la battaglia che si 
stava conducendo per salvare delle vite umane dal rogo. Muratori 
non aveva avuto questo ardire e neirultima sua lettera alPamico, 
prima della morte, ne aveva riconosciuto il coraggio: Siete en- 
trato ancor voi neiropinione della non magia. Non vi prendiate 
fastidio s'io Tavessi tenuta, &, perch io non sono stato animoso co- 
me voi. Le Sacre Scritture mi fanno paura; e giacch6 nulla & stato 
proibito finora del mio, non vorrei, che fosse neppur da qui avanti. 
Di miglior guscio sicte voi, che io; per me poco importa, che la 
finisca in breve . . . . Oppure, come non ricordare il pacato giudizio 
sulla viccnda giannoniana, espresso a Costantino Grimaldi nell'apri- 
le del '23 ? : <c Agringegni focosi e liberi di Partcnope si dee condona- 
rc qualchc verita detta a visiera calata. il commento dopo la let- 
tura della risposta giannoniana al padre Sebastiano Paoli: ... quel 
benedctto Vesuvio mette un gran fuoco in voi altri signorb?). 



Xtt INTRODUZIONIi! 

Trc uomini, in qualche modo Icgati I'uno alPallro in unn stessa 
biittuglia (Muratori accorrcra a salutarc Giannonc in fuga, non ap- 
pcna a conosccnza del suo passaggio per Modcna, infonnandolo dci 
nuovi attacchi chc si tramavano contro Ylstoria civile. Quanto al 
Maffei, non fn cerlo un case se nel suo palazzo cli Verona irovb 
ospilalitu Alcssandro Riccardi, uno dci maggiori esponenti del giu- 
risdizionalisrno napoletano, nel '27). Una stessa batlaglia, che ap- 
prod6 alia lolta contro la molteplieita dclle feste religiose e per una 
dcvoxione piu regolata in Muratori (roso ova anche dul dubbio 
di fronte alia filosofia del Locke); per affermare la foroa della ra~ 
gionc nclla polemica sulle lammie c sulla magia, ii Mallei; per esal- 
tare e proporre una nuova storia dclla religione, alle soglie del 
dcismo, il Giannonc. 

Di estra/Aoni social! diverse, approdarono insieme alia stessa cul- 
tura, si aprirono airilluminismo apportandovi il loro non trascu- 
rabile contributo, conquistandosi tutti fiima europea. Di fainiglia 
contadina il Muratori; nobile di Tcrrafcrma il Maffei; figlio d'un 
povero spexiale il Giannonc. I mentre il Maflei seppe ironi/^are 
sui costumi della sua classe col Della scienza chiamota cavalier esca^ 
il figlio di contadint seppe rifiutare ii veseovado per mantenere 
quella Hbcrta che gli assicuravano i duchi d'Este. Quanto al Gian- 
none, il qualc aveva conosciuto 1'onore dclla carica cli Avvocato 
della citta di Napoli)), nnch'egli seppe mantenere la sua indipen* 
denxa intellcttualc, pur nelle angustic e nei disagi dell'csilio c, 
aneora piu tardi, nel chiuso del carcere. 

In queste trc biograiie si rispecchia tutto il primo Scttcccnto 
italiano: dalla rcnzionc all* Arcadia sino all'aprirsi del moto rilbr- 
matorc. Vi sono Ic battaglie per la fondaxione di un buon gusto 
contro Tirrazionale barocco, la fondascionc d'una nuova storiogra- 
fia civile sccondo Findica/.ione baconiana, la ricerca d'una nuova 
mctodologia suircscmpio deirerudissionc di Saint-Maur, la riven- 
dicaxionc d*un piu libero impiego del danaro senxa piu reinorc 
religiose, la lotta contro il voto sanguinario doi GcwSuiti (cioc 
ToiFerta di offrire il proprio sangue per sostcnere Timmacolata con- 
ccidone di Maria) c per una piu moderna rcligioaita, la dcnuncia 
del danno che arrccavano aH'cconomm le troppe festivita religiose, 
la battaglia contro le credence superstisdosc c, soprattutto, contro 
i processi per strcgoneria, la rivcndictucione, infine, d'una religione 
piu pura c svincolata dalle tantc supcrfetassioni chc, nel corso dei 



INTRODUZIONE XIII 

secoli, si erano sviluppate sul nucleo originario della Parola di- 
vina. 

In questa continua, caparbia lotta per la diffusione del lumi 
Muratori e Maffei ebbero un enorme vantaggio su Giannone : quel- 
lo di poter incidere sulla societa e sulla cultura settecentesche lungo 
tutto il corso della loro vita. Una possibilita che fu invece negata 
a Giannone, che i contemporanei conobbero solo per i suoi scritti 
giurisdizionalistici. Nei confronti di Muratori, inoltre, Giannone 
ebbe almeno due svantaggi: di giungere con la sua opera troppo 
tardi rispetto al momento politico-diplomatico e di non avere alle 
spalle un principe protettore interessato alia sua battaglia giurisdi- 
zionalistica. 

La polemica nei rapporti tra Stato e Chiesa s'era aperta nel pieno 
della guerra per la successione al trono di Spagna e aveva conosciu- 
to il suo acme con 1'occupazione delle valli di Comacchio (passate 
sotto sovranita pontificia con la devoluzione del ducato di Ferrara 
nel 1598, ma rivendicate come possesso imperiale e quindi distinto 
dal ducato ferrarese). Tra il 1708 e il 1712 Lodovico Antonio Mu- 
ratori fu ii grande polemista, il difensore dei diritti imperiali ed 
estensi contro Roma. Contemporaneamente, un secondo fronte giu- 
risdizionalista s'era aperto nel regno di Napoli dove, tra il 1707 e il 
1 708, era vicere* austriaco quello stesso conte Philipp Lorenz Wicrich 
von Daun che avrebbe proceduto all'occupazione delle valli comac- 
chiesL Anche a Napoli, dove gli imperiali miravano astrappare a Ro- 
ma il riconoscimento di Carlo d'Absburgo quale re di Spagna e la 
concessione in feudo del regno di Napoli, si erano trovati motivi 
d'attrito con Roma nella collazione dei beneflci ecclesiastici, riven- 
dicati ai soli nazionali . In questa polemica s j erano impegnati i 
giuristi della cerchia di Gaetano Argento: Alessandro Riccardi, 
Costantino Grimaldi oltre allo stesso Argento, Una cerchia alia 
quale appartenne anche Pietro Giannone, il quale parti da quel- 
Pespcrienza di lotta contro Roma per affrontare un riesame globale 
della storia del Regno. 

Anche se rautobiografia non lo ricorda, e impossible che non 
vi fosse, alia base, una conoscenza delle ricerche muratoriane sul 
mediocvo barbarico. La disputa sullc valli di Comacchio fu, del 
resto, cosi celebrc (vi intervenne persino il Leibniz a sostegno del 
Muratori, assieme a molti altri storici e giuristi germanici) e duro 
cosl a lungo che non pot6 certo essere ignorata a Napoli da uomini 



XIV INTRODUZIONE 

chc, per giunta, si trovnvano dalla stcssa parlc clclla barricata, crano 
in eorrispondcma epistolarc (conic il Grimaldi appunto) col mag- 
gior cainpionc di quclla disputa storico-politico-diplomatica. La 
stcssa ricerca, cosl attcnta in Giannonc, delle origini longobardo- 
beneventane del Regno, ha troppi punli di eontalto con I'analisi 
del rcgno longobardo compiuta dal Muratori in rclasdone allc ori- 
gini delta casa d'Kste c at titolo dci suoi possessi (il primo volume 
delle Antichitd cstcnsl apparve nel 1717, ma gia nci tcsli dclhi pole- 
mica comacchicsc si possono trovare i primi risultati delle ricerche 
niuniloriane), pcrche non sia lecito pensare ad una conosccnza 
dcH'opera muratoriana da parte del gruppo dcll'Argcnto. Postulate 
una disccndcnza comune da Huig van Groot non e suflicientc. 
Tanto piu che fu Muratori, nel vivo della polcmica, a riaprire il 
disco rso machiavelliano sulla distorsione provocala nella storiu tta- 
liana dalla seompam del regno longobardo. Un lerna al quale non 
fu ccrto inscnsibile Giannonc. 

Comacchio, dunque, e la disputa de re bcncficiaria furono alia 
base deirimpresagiannoniana. Imprcsa nata da discussion! colletti- 
ve e con proposili ben chiari cli azione politica, conje si dira nell'in- 
troduxione alle pagine MVTsfon'a civile. Scnonchc 1'anna del giu- 
risdixionalismo era stata usaia da Vienna per premere su Roma, 
at fine di oltenere concession! ben precise e delimitate. L'impera- 
tore Giuseppe I, colui che aveva scatcnato la lotta, seese nella 
tomba troppo presto, nel 17 tx, per legare al sue nome qucl movi- 
mcnto riformatorc che fu dctto giueppinismo dal nome non suo, 
ma d'un suo disccndentc. Quanto a Carlo, ora divenuto VI del 
titolo imperiale, o egli non fu della tompru del fratcllo o btsogna 
riconoscere che la nuova situaxione europca gli impose una diversa 
condotta. Non per nulla prolungo 1'occupaxione di Comacchio sino 
a che, di fronte alia necmita d'assicurarsi il riconoscimcnto della 
Prammatica san/.ione, non si vide costretto a liquidarc ogni pen- 
dcn7.a con Roma. Ecco pcrche, in questo nuovo quadro, sarebbe 
stato scelto quale vicer6 di Napoli, nel 1722, un cardinale; Frie* 
drich Michael dei conti di Althann! Un gesto pacificatore che rap- 
present6, anche, la fine della politica dcgli anni precedent*. 

AlFarrivo del nuovo vicer6 Victoria civile non era stata ancora eom- 
piuta. Se ne era inixiata la stampa, sul principiarc dell'anno avanti, 
in modo quasi clandestino, nella casa di campagna dcll'autorc a Po- 
sillipo, quando mancavano ancora cinque Hbri al suo compimcnto, 



INTRODUZIONE XV 

Ancora sulle bozze il testo veniva ripulito e messo in miglior italia- 
no da Francesco Mela (cfr. quanto lo stesso Giannone riferisce 
neirautobiografia in proposito); sicche pu6 ben comprendersi co- 
me, in quelle condizioni, fossero occorsi ben due anni a stampare 
i quattro tomi! Quando finalmente VIstoria civile vide la luce si era 
nel marzo del 1723. II clima era ora ben diverso da quello in cui 
Popera era stata concepita. Erano ormai piu di undici anni che Mu- 
ratori aveva chiuso per parte sua la polemica giurisdizionalistica, 
con la Plena esposizione dei diritti imperiali ed estensi sopra la citta di 
Comacchio (Modena 1712). La protezione del duca Rinaldo lo ave- 
va assicurato (lui prete) dalle censure ecclesiastiche e la fama con- 
quistata gli permetteva adesso di continuare a scavare in quella 
storia medioevale che sarebbe stata, d'ora in poi, il suo gran cimen- 
to, portando avanti le intuizioni storiografiche abbozzate nel fuoco 
della polemica comacchiese. Ma 1'apparizione ddYIstoria civile, nel 
1723, giungeva al contrario quanto mai inopportuna, fuori tempo. 
Fosse apparsa nel pieno del contrasto tra Vienna e Roma, o almeno 
qualche anno prima delParrivo del cardinale Althann, ben altra 
sorte sarebbe toccata al suo autore. Ora, pur se Pambiente dei giu- 
risti napoletani reagi favorevolmente ad essa e riuscl a far nominare 
Giannone Awocato della citta di Napoli, il gesto non fece che 
vieppiu imbarazzare il nuovo vicere", il cui compito era, al contra- 
rio, proprio quello di seppellire Pascia di guerra del giurisdiziona- 
lismo e di tentare il riawicinamento con Roma. La gloria raggiunse 
cosl il figlio dello speziale pugliese accompagnata dalla persecu- 
zione, dai disagi delPesilio, anzich6 dalPagiatezza sino ad allora ap- 
pena intravista e subito perduta. 

Anche dai suoi amici, dagli uomini della sua cerchia egli sarebbe 
stato ben presto abbandonato, quando questi capirono quale fosse 
la nuova politica imperiale. I giuristi, i paglietta, il ceto forense 
napolctano aveva creduto nel giurisdizionalismo finche* aveva in- 
travisto, in quella battaglia, la possibility di rodere il potere del 
foro ecclesiastico nel Regno. Ben pochi - Giannone, alcuni suoi piu 
intimi amici - ne avevano fatto una battaglia ideale, che trascen- 
deva la politica contingente dello Stato assoiuto. La persecuzione 
romana. e, nello stesso tempo, lo sfaldamento del vecchio partito 
di Gaetano Argento costrinsero cosl Giannone in un'autodifesa e 
in una battaglia politica che lo impegnarono a lungo sui temi del 
giurisdizionalismo, impcdendogli - almeno sino al 1731-1732 - di 



affrontare quei problem! di piu ampio respiro sulla storia delle 
religion!, che ntlYIstoria erano appena sfiorati. Problemi sui quali, 
invece, egli s'era prestissimo fermato, sin dagli anni giovanili, solto 
Tinflusso del suo maestro, Domcnico Aulisio. 

Cominciai nella villeggiatura di quest'anno [1731] ad applicar- 
mi a studi, che fosser drizzati unicamente alia cognizionc di me 
stesso c della condizione umana, dclla quale io era vestito, c ripi- 
gliare i miei tralasciati studi di filosofia, e col soccorso dell'istoria 
d'investigarepiudaprcssolafabbrica di questo mondo e dcgli anti- 
chi suoi abitatori . . . . Ma un nuovo impegno politico, la qucslione 
di Benevcnto, lo stacc6 ben presto da quelle sue ricerchc, ripor- 
tandolo ancora una volta alia battaglia giurisdizionalistica. Ritor- 
nato a distanza di un anno ai suoi nuovi studi, gli sconvolgimcnti 
provocati dalla guerra di successione per il trono polacco, nel 1734, 
avrebbero ributtato Giannone nel marc di sofferenze e di stenti c 
1'approdo sarebbe stato, questa volta, la prigione a vita, Cosl il 
grande impianto d'una storia della religiosita dagli antichi sino alia 
Controriforma rimase incompiuto, n6 il nuovo messaggio gianno- 
niano raggiunse mai i suoi contemporanei. Nei due anni di lavoro 
nella quiete dei boschi che circondano Vienna e poi grazie all'ospi- 
talita veneziana del senatore Angelo Pisani, 1'opcra era tuttavia 
cresciuta sino alia mole di tre grossi volumi in quarto (si vcda la 
copia oggi alia Biblioteca Marciana di Venezial) c il discorso storico 
condotto sino all'et& costantiniana inclusa. In molte parti prolisso, 
in tante altre ancora da dirozzare, da limare, troppo spcsso compo- 
sto alia maniera ddYIstaria - con intere pagine tratte di peso dalla 
bibliografia dalla quale dipende -, anche cosl il Trircgno avrcbbc 
rappresentato una grande tappa nella religiosity settecentesca, so 
avesse potuto circolare, anche manoscritto, cosl come circolarono 
manoscritte tante altre opere giannoniane. 

II secolo si era aperto all'insegna dell'inccrtcm c una grande 
crisi della religiosity europea era in atto. Nel 1695 John Locke 
aveva pubblicato The Reasonableness of Christianity, 1'anno stesso 
in cui aveva cominciato ad apparire il Dictionnaire fustorique et cri- 
tique (1695-1697) di Pierre Bayle, gran miniera del pensiero liber- 
tino. Nel 1696 John Toland aveva dato alle stampe il suo Christia- 
nity not Misterious aprendo la strada al deismo. Nel 1713 Anthony 
Collins avrebbe difeso la liberta di pensiero col suo Discourse of 
Free Thinking, Occasioned by the Rise and Growth of a Sect Called 



INTRODUZIONE XVII 

Free-Thinkers', mentre proprio Panno avanti Pinizio del nuovi studi 
giannoniani, nel 1730, Matthew Tindal dava alle stampe il suo 
Christianity as Old as the Creation, or the Gospels, a Republication of 
the Religion of Nature, che fu la vera bibbia del deismo. A queste 
forme estreme di attacco alia religionc cristiana (cattolica o anglica- 
na o luterana o calvinisla che essa fosse) si affiancavano una lunga 
serie di studi sui Vangeli e sulla Chiesa primitiva. La strada ad essi 
era stata aperta da Spinoza col Tractatus theologico-politicus (1670) 
e su di essa si erano posti in tanti, seguaci e awersari, tutti comun- 
que costretti a seguire il suo razionalismo storicistico. Da Jeaa Le- 
clerc a Richard Simon e Pierre-Daniel Huet, Louis Ellies Du Pin, 
Joseph Bingham, per citarne solo alcuni. L'opera giannoniana mi- 
rava, nel suo grandioso impianto, a dare un immense alfresco del- 
Pevolversi delle credenze religiose, riprendendo tutta la letteratura 
contemporanea. II soggiorno Viennese, con il facile accesso alia 
Biblioteca Palatina, somministrava a Giannone i testi eterodossi e 
non, necessari alPimpresa. La vicinanza e Paiuto di amici quali Pio 
Niccol6 Garelli, Nicola Forlosia, Bernardo Andrea Lama e la cer- 
chia libertina dclla corte del principe Eugenio avevano assicurato 
la maturazione del progctto giannoniano, cosl come, in un tempo 
ormai lontano, Patmosfera delPAccademia dei Saggi, riunita a Na- 
poli attorno a Gaetano Argento, aveva esercitato Parte sua maieu- 
tica per la nascita delPJktonVz civile. 

Quando improvvisamente Giannone venne arrestato da agenti 
sabaudi a Vezenaz, un voluminoso manoscritto delPopera incom- 
piuta rest6 nelle mani del pastore calvinista Jacob Vernet. Questi 
ebbe contatti con un libraio-editore per cercare di stamparla, Jac- 
ques Barillot di Ginevra; ma giunto in possesso del manoscritto, 
il Barillot prcferl consegnarlo alPInquisizione romana, non senza 
il consenso dclle stesse autorita ginevrine. Ai calvinisti, evidente- 
mentc, P opera non doveva piacere per il suo sapore deista, n6 la 
Compagnia dei Pastori amava piu urtarsi con Roma. Cosl, autogra- 
fo e apografo del Triregno finirono entrambi sepolti negli archivi 
sabaudi e romani, L'autografo del Regno celeste, per la verita, si 
salvd da questo naufragio, c da esso furono tratte alcune copie, due 
deile quali giunte sino a noi. Non solo, ma una copia integrale del- 
Popera, per vie sconosciute, capit6 nel 1768 in mano alPeditore 
vcneziano delle cosl dette Opere postume', mentre un certo M. C. 
de Samnitibus aveva la possibilita di copiare per suo conto Pintero 



tcsto del Triregno a Napoli, nel 1783. Ne qucsto e Uitto, perchc 
sappiamo che Popera era conosciula nell'ambientc del cardinalc 
Neri Corsini a Roma, dove si prowidc a farla copiare assieme ad 
altre opere minori giannonianc. Non pu6 dunque affermarsi che 
la caccia data al Triregno da Carlo Emanucle di Savoia e dalPIn- 
quisizione romana avesse davvcro raggiunto lo scopo di impedire 
la sua diffusionc. Con lutlo cio, Popera non conobbe ugualmente 
quella circolazione, sia pure latomica, che conobbcro altre opere 
polemichc giannoniane, diffuse in innumerevoli copie manoscrille. 
Non che ostasse la sua mole, talc ccrto da impegnarc scriameiitc la 
fatica di qualsiasi amanuense. La sua prolissita ? Pu6 anchc dursi. 
Ma molto piu probabilmente, una volta anconi, le pagine gianno- 
niane giungevano in ritardo. A oltre trent'anni dui suo scqucstro, 
il Triregno capit6 nelle mani del tipografo-editore vcnemno Gitim- 
battista Pasquali, eppure questi non ritcnnc di pubblicarlo. Molto 
probabilmente giudic6 la sua tcmatica sorpassala. L'autografo del 
Regno celeste risultava a Napoli quando I' abate Leonardo Panzini 
stese la sua biografia del Giannone (1765 circa). Ebbene, imche da 
esso non ne discesero che ben poche copie, come s'e detto, un 
numero dawero irrilevante, se paragonato alhi quantita di copie 
che figli6 un altro testo, certo non meno eterodosso, qualc la Pro- 
fessione di fede, vivente il suo auto re e ancora piu tardi. 

Bisogna dunque concluderne che il Trircgno, in trent'anni, era 
cosl invecchiato da non invogliare copisti e tipografi. In effetti, 
esso avrebbe sicuramcntc esercitato un'azione dirompente sulla cul- 
tura italiana degli anni Trenta; ma tra il 1765-1768 e il 1783 ben 
altri erano i problem! che agitavano P Italia. NclPinvcrno del 1754 
Antonio Genovesi era salito sulla cattedra di meccanica ed de- 
menti di commercio)). Tra il 1764 e il 1765 erano usciti i numeri 
del Caffe c nel 1764 Cesare Beccaria aveva pubblicato il suo 
Dei delitti e delle pene. Non solo, ma proprio nel 1763 lustinus 
Febronius (Johann Nikolaus von Honthein) aveva pubblicato il suo 
De statu Eccksiae, riaprendo il dibattito giurisdi7,ionalistico, contc- 
stando il primatus poteslatis pontificio* Pietro Giannone tornava 
attuale per i suoi scritti giurisdizionalistici, non per i suoi stucli di 
storia reUgiosa. La sua fama rcsti cosl Icgata ad un momento dclla 
sua vita. Essa si diffuse in tutta Europa (Edward Gibbon fu un 
suo entusiasta lettorc), ma lo rese anchc un autorc monocordc, 
quale sicuramente non era. Tant'fe vero che Panalisi 



INTRODUZIONE XIX 

del sentimento religiose nei popoli occidental! fu quella che lo 
attrasse maggiormente, anche nella prigionia. Tagliato fuori dal 
dialogo coi suoi contemporanei, privato del manoscritto di quella 
che avrebbe dovuto divenire P opera sua maggiore, egli torno in- 
sistentemente su temi di storia delle religioni. Una prima volta, nel 
carcere di Miolans, servendosi di Tito Livio. Piu volte ancora, in 
futuro, approfittando dei testi che gli fu possibile reperire. 

sintomatico che un'opera come i Discorsi sopra gli Annali di 
Tito LiviO) che cosl da vicino ricalca nel suo titolo il commento 
machiavelliano alle deche, sia al contrario tanto lontana dal pen- 
siero del Machiavelli. Per Giannone non v'e un problema di arte 
di governo, da comprendere e da sviscerare. I capitoli che lo inte- 
ressano sono quelli in cui Livio parla della religione dei Romani. 
Non per nulla il modello cui si rifa e 1' Adeisidaemon, sive Titus 
Livius a superstitione vindicatus di John Toland! Siamo ancora nel- 
1'ambito della disputa spinoziana, nella sfera del Tractatus theolo- 
gico-politiciis\ stiamo risalendo alle origini della religiosita umana, 
sulle orme dei deisti inglesi. 

Terminati i Discorsi nel 1739, subito Giannone avrebbe posto 
mano ad un'altra opera, questa volta esemplandola sul Traite de la 
morale des Peres (1728) di Jean Barbeyrac: V Apologia de* teologi 
scolastici. Apologia degli scolastici, perche" non a loro, ma agli stessi 
Padri della Chiesa va imputata la corruzione del primitivo cristia- 
nesimo! Sono, ancora una volta, i temi del Triregno e non a caso 
V Apologia venne interrotta, alPaltezza del settimo libro, per ri- 
prendere e quasi continuare Pincompiuto Regno papale con VIsto- 
ria del pontificato di Gregorio Magno. 

Tutti questi lavori, che ci mostrano un Giannone cosi diverso 
da quello piti. universalmente noto deU'/tforzVz civile^ rimasero se- 
polti negli archivi del suo carceriere, Carlo Emanuele. Essi non 
ebbero nemmeno la sorte del Triregno che, ricopiato su ordine del 
re e poi inviato al cardinale Alessandro Albani perch6 a sua volta 
lo conscgnasse al Sant'Uffizio, ebbe piu probabilita di essere letto e 
di conoscere una sia pur ristretta diffusione. I Discorsi su Tito 
Livio, V Apologia de' teologi scolastici^ il Pontificato di Gregorio Ma- 
gno passarono direttamente dal tavolo di lavoro del Giannone agli 
archivi sabaudi. Ma, occorre anche dire, non si trattava di lavori 
originali. Se il Triregno aveva destato la curiosity del cardinale Al- 
bani e, piti tardi, quella del cardinale Neri Corsini, gli ultimi lavori 



giannoniani sarebbero riusciti interessanti solo per chi avcssc vo- 
luto conoscerc 1'evolversi del ragionare del prigioniero, ma non si 
sarebbero mai impost! per il loro contenuto. La genialit deU'im- 
pianto defflstona civile s'era ormai persa nel tempo. La grandio- 
sit deiraffresco tcntato col Triregno, la grandc trilogia del regno 
terreno, celeste e papale s'era spezzata a Vezenaz. La rilettura del 
Toland o di Barbcyrac, i saccheggi a man salva dalle Stuore di 
Giovanni Stefano Menochio o dalle Origines ecclcsiasticae di Joseph 
Bingham, anche sc conosciuti, avrebbero sicuramente intcressato 
ancor meno di quanto non interess6 il Triregno a quanti lo ebbero 
tra le mani, a distanza di trent'anni dalla sua stcsura. Quanto a noi, 
non prenderemo certo per elaborazione originale tante pagine gian- 
noniane chc, molto spesso, giannoniane non sono. Non cadremo, 
insomma, nell'errore (come spesso e awenuto) di attribuirc a Gian- 
none idee che questi aveva tolto di peso dai testi dai quali dipen- 
deva. L'importanza di questo secondo Giannone, il Giannonc 
del Triregno e degli altri scritti del carccre, mi scmbra risiedere 
non tanto in un'elaborazione originale, quanto nell'essere specchio 
d'una crisi, quella della religiositk europca dopo i'apparizione di 
Spinoza. Seguire Giannone nelle sue letture e scguire, nello stcsso 
tempo, la crisi dell'uomo di cultura settccentcsco, giunto allc so- 
glie del deismo. Attravcrso le sue pagine e tutto il mondo del 
libertinage erudit chc ci si apre dinanzi. Un mondo chc, natural- 
mente, conosciamo anche senza Giannonc; ma attraverso le sue 
letture noi abbiamo modo di apprendcre le reazioni dcll'iiomo del 
tempo, possiamo evitare quel diaframma chc, inevitabilmentc, si 
pone tra noi carichi d'una diversa cultura e quei testi sei-sette- 
centeschi. Giannonc, dunque, specchio del tempo, infaticabilc let- 
tore di testi eterodossi. 

A petto degli scritti del carcere, pcr6, il Triregno fu anche qual- 
cosa di piti. Non v'6 dubbio che anche per quest'opcra si pone il 
problema della dipendcnza dalle fonti (dci plagi), cosl come il pro- 
blema esiste per Vlstwia civile. Su questo punto vn dctto, tuttavia, 
dopo tante accuse denigratorie (dai Bonacci al pixi recente Caristia), 
che Pietro Giannone men& vanto di aver sempre allcgato gli au- 
tori piu gravi e' piu contemporanei che si fosse potuto (vedi nel 
Ragguaglio\ mir6 dunque sempre a fornirc, con la sua opera, una 
narrazione storica aggiornata. N6 ritennc colpa il riferirc ampia- 
mente brani d'autori coi quali al momento concordava (o servirsi 



INTRODUZIONE XXI 

di essi per descrivere un fatto storico che, pur con altre parole, 
sarebbe sempre rimasto lo stesso) senza apporvi le fatidiche vir- 
golette. Anzi si prese apertamente beffe del povero padre Sanfelice, 
che aveva creduto di criticare 1'autore dtll'Istoria civile, senza sa- 
pere di avere a che fare con una pagina della Storia della repubblica 
veneta di Giovan Battista Nani! In realta, non chiediamo a Gian- 
none di essere quello che non fu. Non pretendiamo di far di lui 
un secondo Muratori, un ricercatore e illustratore di fonti inedite. 
Non fu questo il suo impegno. Fu piuttosto quello di fornire, ba- 
sandosi sui testi phi aggiornati, nuove interpretazioni storiche glo- 
bali, secondo un punto di vista che era politico prima che storico. 
Con la sua prima opera, in eifetti, egli non mir6 a scoprire nuove 
fonti, nuovi dati, ma a rompere la diade tra storia politica e storia 
ecclesiastica. Tent6 di unificarle sulla base del giudizio di Ottato 
Afro vescovo di Milevi - tante volte da lui ricordato -: che la 
Chiesa faceva parte dell'Impero, non gia Tlmpero della Chiesa 
(cfr. De schismate Donatistarum y 3). Cosi nel tracciare il grande pro- 
getto dei tre regni, terreno, celeste e papale, intese servirsi delFim- 
mensa bibliografia uscita negli ultimi decenni, da Henry Dodwell 
a Joseph Bingham, da Richard Simon a Pierre-Daniel Huet, da 
John Locke a John Toland, dalPAulisio delle Scuole sacre a Jean 
Leclerc, non per tornare anch'egli a discutere ii Tractatus theologi- 
co-politicu$, ma per ripercorrere, alia luce di quella bibliografia, in 
maggioranza eterodossa quando non addirittura deista, il cammino 
della religione umana, fornendo in modo originale un grande affre- 
sco della condizione umana, sino ad arrivare al deteriorarsi della 
Parola divina, al crescere di istituzioni chiesastiche (tra gli Ebrei 
prima, tra i cristiani poi), sino alia distorsione storica del papato, 
ai trionfo controriformistico. La sua era dunque una proposta di 
ritorno alia Parola, fortemente influenzata non solo dalle nuove 
correnti deiste, ma da quel mondo protestante (g& eterodosso al- 
Tinterno dello stesso protestantesimo) che gravitava alPombra del- 
la corte del principe Eugenio. Si trattava di un disegno storico che, 
sviluppando e ampliando gli antichi temi giurisdizionalistici, do- 
veva dimostrare Testraneita della Roma triumphant dal ceppo ori- 
ginario del messaggio cristiano. 

Forse per questo Giannone e stato detto un riformatore religio- 
so. Tale, almeno, lo hanno proposto Antonio Corsano e Natalino 
Sapegno. Certamente, come s'e visto, airimpegno giurisdizionali- 



stico egli vcnnc sempre piu sostituendo 1'intcrcssc per la sfera rcli- 
giosa delPuomo. Ma, mentre 1'impegno giurisdizionalislico lo port6 
ad un'attivita esterna, che puo ben configurarsi in azionc coscicnte- 
mcnte politica alia testa del suo gruppo, Tanalisi delPevolvcrsi dclla 
religiosita umana lo port6 al dialogo intcriore, agli incontri Uitomici 
con pochi altri intimi esprits forts. Anchc sc (almcno nci giorni 
veneziani) egli raggiunse o si avvicin6 al dcismo, non rivcrso mai 
apertamente le proprie convinzioni religiose nella sua opera. Gli 
mancb, pertanto, la carattcristica prima del riformatore religiose: 
il proselitismo, ottenuto con la predicazione dclla propria idea di 
riforma. N6 questo, del resto, era lo scopo del Triregno, ma, come 
s'e detto, quello di condurre per mano il lettore alia scopcrta 
d'un'evoluzione del credo, del costruirsi sulla religiositsi umana 
d'un'organizzazione sacerdotale che snaturava, di per sc stcssa, la 
Parola. Un programma dunque riformatore, ma nel senso d'un 
illuminismo ch'era, di nuovo, piu politico che religioso. 

II che non significa, naturalmente, che Giannone, con quest'o- 
pera, non operasse anche una presa di posizione religiosa, che lo 
poneva ben piu delP/tfona civile al di fuori di santa romana Chic- 
sa. Nell'abiura egli afferm6 che quelle carte, scompaginate ad arte 
dal Vernet prima di consegnarc Pautografo del Triregno ugli agenti 
sabaudi, erano picciole mcmorie, che secondo andava leggendo al- 
cuni autori io notava, ed ancorch6 avesscro rclazione fra di lore, c 
portassero seco un gruppo di diversi errori, non furono da me ab- 
bracciati, ma unicamente per notare gli altrui sentimenti . Tento, 
insomma, di rifiutare la paternit& d'un'opera qualc il Triregno c, 
davanti all'inquisitore, lo si comprende bene. Ma molti anni prima, 
a Vienna, non si era comportato diversamente. Nel dicombrc del 
1731, richiesto di un parere sulla Philosophia adamitQ-noetica diwna 
mundana del frate calabrese Antonio Costantino (un lesto dunque 
che collimava in molti punti con i suoi nuovi studi), si era mostrato 
scandalizzato per 1'cterodossia di cui appariva permeato, L'in- 
tento delPautore scriveva c di dimostrare col soccorso deU'antica 
istoria profana, che presso tutte le nazioni del mondo, sicome da 
Adamo e da' figliuoli di Noe fu propagato tutto il gcnere umano 
sopra la terra, cosl si fosse difFusa Tistessa religione, e sapicnssa 
divina e mondana . . . L*impegno e molto pcricoloso sottoponen- 
dosi il tutto a discorsi umani, a raziocinii e deduzioni c conietturc 
prese dall'istoria profana, dalla quale si vuole illustrarc la divina. 



INTRODUZIONE XXIII 

Se la cosa si vorra ridurre a quest' esame dubbito forte che gli 
scrittori libertini e spezialmente gli inglesi e qualche olandese e 
germane, che han sopra questo soggetto vomitate piu bestemmie 
in alcuni loro libri dati alle stampe, non abbiano vinta la lor 
causa . . . . Eppure il sincretismo religioso del Costantino (non 
miovo, che lo aveva gia tentato, tra gli altri, Pierre-Daniel Huet 
nella sua Demonstratio evangelica contro Spinoza) era ben poca cosa 
di fronte, per esempio, alia negazione dell'immortalita deiranima 
(come la si pu6 ritrovare nel Regno terreno) o alia negazione d'ogni 
premio e ricompensa nell'al di la e ai dubbi espressi sulla resurre- 
zione (come accade nel Regno celeste}. Quel che e certo & che Gian- 
none, nel 1731, non reputava bestemmie le argomentazioni sto- 
riche d'un Toland, d'un Locke, tant'& vero che le faceva abbondan- 
temente sue, riprendendole nelle sue pagine. fe dunque evidente 
che a Vienna solo pochi intimi dovevano essere al corrente degli 
indirizzi che stava prendendo il suo lavoro. Di nuovo una cortina 
di protettivo silenzio era stesa attorno alle sue ricerche, cosi come 
era accaduto al tempo dclla stesura dell'IrtonVz civile. 

Al Triregno Giannone lavorava ancora quando fu arrestato e, 
certamente, doveva aver messo al corrente dei suoi studi se nofi il 
Turrettini, almeno il Vernet. Lo dimostra la preoccupazione di que- 
st'ultimo, al momento della consegna d'una parte dell'autografo agli 
agenti sabaudi (che affermavano richiederlo in nome dell'autore, si 
badi bene!), tanto da scompaginarlo ad arte, per renderlo irricono- 
scibile. Ma proprio a Ginevra la prima cura del Giannone fu quella 
di dimostrarsi cattolico osservante (e per tanto zelo finl misera- 
mcnte nelle mani del Savoia!). Certo, cosl facendo egli salvava 
VIstoria civile dall'accusa di essere opera d'un eretico. Ma, sotto- 
lineare il proprio cattolicesimo non era anche la via migliore per 
mantenere la propria indipendenza di pensiero in un ambiente 
calvinista? Non era Tunica sua possibilita di svincolarsi da quella 
cappa confcssionale contro la quale si sarebbe scagliato, vent'anni 
dopo, il Voltaire? La sua professione di ortodossia cattolica non 
era dunque che un mezzo per continuare a mantenersi libero. Pot6 
persino prendersi il vezzo di curiosare, di andare a sentire alcune 
prediche calviniste, per poi parlarne coi suoi ospiti, criticandole 
in nome della tolleranza! Ma c'e da chiedersi se avrebbe potuto 
continuare a vcstirsi di quei panni anche dopo la pubblicazione del 
Triregno . . . 



Come che sia, la biografia sua & esemplarc del cammino di tanti 
intelleltuali del tempo, posti di rente a Spinoza c a Locke. Gian- 
none era partito dairesperienza dell'Oratorio - cosl come il coe- 
taneo Muratori era partito dairesperienza rigorista del Bacchini - 
per approdare al deismo. Era il tempo in cui Muratori arretrava 
spaventato di fronte alia voraginc che si apriva nella sua fedc alia 
lettura del Essay on Human Learning ( . . . Ma per la Dio gram, 
ricorro sempre al Credo, e qui star6 saldo fino alle cencri, 
scrisse al Tartarotti ncl '33). Era il tempo in cui Alberto Radicuti 
di Passerano pubblicava il suo Nazarenus et Lycurgos mis e?i paral- 
lele (Rotterdam? 1736), dove Gcsu appariva un legislatore sag- 
gio che, come appunto Licurgo, mirava a dlivrcr Ics hommes do 
toute tyrannie. 

Spinoza aveva dimostrato come i Testi non fossero discesi sino a 
noi incorrotti, come la loro sacralita non li avesse affatto preser- 
vati dalle ingiurie del tempo. I Vangeli sinottici di Richard Simon 
erano stati uno scavo archeologico nclle coscienze religiose euro- 
pee. Bernard Le Bouyer de Fontenellc avcva demistificato oracoli 
e miracolL Balthazar Bckker aveva addirittura voluto disincantare 
il mondo: De betooverte Wereld (1691). Pierre Bayle, il patriarca 
dei libertini, aveva spiegato, nelle sue Pensfas a proposito della 
cometa del 1680, che anchc Tateo pu6 essere virtuoso e che la mo- 
rale non coincide necessariamente con una religionc. Chi era dispo- 
sto a continuare in quest'opera di diffusione della ragionc ? Ad illu- 
minare gli uomini svincolandoli da quel mondo magico che essi 
stessi avevano creato, proiettando le loro ansie, le loro paure ncl- 
Pal di la? Chi era pronto ad abbattere le superfetazioni che nascon- 
devano aU'occhio umano il dio copernicano ? 

Giannone, imbevuto di cultura eterodossa, vi si ciment6. II gnm- 
de affresco stava nascendo. Come la storia ecclesiastica era stata da 
lui ricondotta neiralveo della storia politica, cosl ora la storia re~ 
ligiosa sarebbe stata ricondotta nell'alveo del cammino umano. II 
cielo sarebbe sceso in terra. Ma Vezenaz segn6 la fine di questo 
programma illuminista. Rinchiuso nel castello di Miolans, ma non 
ancora impedito nella sua liberta intellettuale, Giannone offrl qtie- 
sta volta se stesso come modello di vita, interrogandosi c ponendosi 
a nudo perch6 i contemporanei potessero imparare ad essere probi 
ed onesti ed amanti del vero . Ancora un programma illuminista 
e ne risult6 quello che k senz'altro il suo capolavoro, uno dei Hbri 



INTRODUZIONE XXV 

piu belli di tutto il Settecento italiano, per forza espressiva, per 
lucidezza, drammaticita. Non a caso, nelPautobiografia, egli riserb6 
tanta parte alia genesi del Triregno, piu di quanta non ne riserb6 
alia genesi dell'/rforza civile. A quell' opera incompiuta egli attri- 
buiva un valore liberatorio ben piu grande, di quello insito nella 
battaglia giurisdizionalistica. Ma anche quest'autobiografia, che 
avrebbe forse potuto uscire dal carcere, se fosse stato concesso al 
figlio di salutare il padre prima di tornare in liberta, rimase sepolta 
negll archivi sabaudi. 

Quando per Giannone si aprirono le porte del duro carcere to- 
rinese, per costringerlo alPabiura, egli avrebbe trovato al suo fianco, 
a rammentargli il giovanile rigorismo, il padre filippino Giambat- 
tista Prever. Neirabiura, a ben guardare, egli non rinneg6 un bel 
nulla, o assai poco. Tant'e vero che quel testo non piacque affatto 
a Roma, lo si consider6 una magra vittoria, della quale non si 
men6 vanto, almeno finch6 il prigioniero rimase in vita. Ma i col- 
loqui col Prever valsero ad allontanare sempre piu Giannone dal 
precedente deismo, a farlo ripiegare in una introspezione via via 
sempre piu incoerente. Anche nei momenti di piu aperta adesione 
al deismo di un Toland, Giannone non era mai riuscito ad aderire 
completamente alle tesi piu radicali spinoziane. Non per nulla il 
punto di partenza erano state le Scuole sacre di Domenico Aulisio 
che, come la Demonstratio evangelica di Huet, erano state un ten- 
tativo (ugualmente abortito) di replicare al Tractatus theologico- 
politicus. Forse proprio per questo Giannone, anche nel Triregno, 
non riuscl ad essere chiaro. Troppe volte anche quella che doveva 
essere la sua opera maggiore mostra la trama su cui & costruita, in 
una acritica o contraddittoria dipendenza dalla bibliografia cui si 
rifa. II passo che avrebbe dovuto portarlo ad un professato deismo, 
cosl, non fu mai compiuto. Gli incontri col Prever ve lo ritrassero 
completamente e mentre Muratori voile rifugiarsi nella preghiera, 
Giannone si invilupp6 in una ricerca storica sempre piu contorta, 
cercando di autoconvincersi di essere ortodosso nell'eterodossia, 
osservante della vera Chiesa all'mterno di quella attuale, costruita 
gerarchicamente e dogmaticamente. 

In fin dei conti, il piu coraggioso, il piu conseguente fu Scipione 
Maffei che pure, dei tre, ebbe meno tentennamenti e crisi religiose. 
Maffei non retrocesse di fronte alle conseguenze della sua battaglia 
per la negazione della stregoneria e della magia: Tabolizione del 



soprannaturalc in favore dclla ragione. Non era il diavolo Pangclo 
caduto, la divinita stcssa con segno negative ? Abolcndo rinferno 
non si sarebbe negate anche il Paradise? Certamente. Ma alia ra- 
gionc non potcva che rcpugnarc Tesistenza di diavoli e di sabbah, 
di incubi c di succubi, di slreghc e di maghi. SI, anche di quel Si- 
mon mago di cui parlano gli Atti degli apostoli o cici Magi del- 
1'Epifanui. La luce della ragione, per Maffei, non si sarebbe spcntn 
nemmeno dinanzi a cosl gravi conscguenze. 

SHRGIO 



BIBLIOGRAFIA 



Una bibliografia cntica su Pietro Giannone si forma molto tardi, si puo 
dire solo alia fine del secolo scorso. D'altronde le opere giannoniane co- 
mmciarono ad esserc conosciute nella loro mterezza solo dopo che 1'esule 
Pasquale Stanislao Mancini (1817-1888), rifugiatosi da Napoli a Torino 
dopo il fallimento dei moti quarantotteschi, ebbe modo di entrare negli ar- 
chivi sabaudi e di accedere alle carte giannoniane che vi erano conservate. 

Lungo tutto il Settccento furono solo i'lstoria civile e gli scntti apolo- 
getici ad essa relativi ad essere conosciuti. La pnma edizione dell'Istoria, 
Napoh 1723, fu di cento esemplari su carta speciale e di mille su carta 
pm ordinaria. Ma poich6 almeno una parte della tiratura fu sequestrata 
presso i hbrai napoletani, prima che 1'autore, awisato, riuscisse a metterne 
in salvo le copie, dobbiamo presumere che la diffusione di questa prima 
edizione sia stata abbastanza limitata. Una seconda edizione, con accresci- 
mento di note, nflessioni e moltissime correzzioni date e fatte dall'Autore , 
fu quella con la data fittizia de L'Aia (ma Gmevra) a spese di Errigo-Alber- 
to Gossc e Comp. , nel 1753. Ma gia nel 1738, ad Amsterdam, presso Jean 
Catuffe, era apparsa la traduzione francese dei capitoli sulla politia eccle- 
siastica , forse dovuta a Desmonceaux de Villeneuve, col titolo : Anecdotes 
eccUsiastiques contenant la police et la discipline de VEglise chritienne depuis 
son etablissementjusqu'au XI e siecle t les intrigues des 6v$ques de Rome et leurs 
usurpations sur le temporal des souverams tirees de VHistoire du royaume de 
Naples de Giannone^ bruUe a Rome en 1726. Tra il 1729 e il 1731 era mtanto 
apparsa la traduzione inglese dell'mtera opera : The Civil History of the King- 
dom of Naples . . . Translated into English by Captain James Ogilvie, London 
1729-1731. La traduzione completa in francese giunse nel 1742, a Gmevra, 
a cum dcllo stesso H.-A. Gosse, benche" sul frontespizio vi fosse apposta 
la data de L'Aia e Pindicazione chez Pierre Gosse et Isaac Beauregard. 
Traduttori, questa volta, Charles- Guillaume Loys de Bochat e Jean Bed- 
devole (cioe quel famigerato Bentivoglio che fu al centro di tutte le mac- 
chinazioni per conscgnare alTInquisizione il manoscritto del Triregno ri- 
maslo in possesso del Vernet, dopo la consegna dell'autografo agli agenti 
sabaudi). 

Questc traduzioni permisero dunque, abbastanza presto, al Giannone di 
raggiungere un pubblico curopeo. Ad esse si aggiunse, nel 1758, la tra- 
duzione in lingua tedesca: Burgerliche Geschichte des Ko'nigreichs Neapel t 
pubblicata a Lipsia Auf Kosten der Gaumschen Handlung a cura di 
Otto Christian von Lohenschiold e di Johann Friednch Le Bret. Una 
nuova edizione itahana, con la data Palmyra, All'Insegna della Verita, 
1762* e 1763, fu compiuta a Losanna dal tipografo Francois Grasset. 
Solo nel 1766, a Venezia, per i tipi di Giambattista Pasquali si aveva la 
prima riprcsa italiana dcU'/rtoria civile. A questa edizione segul, nel 1770, 
la Quinta edizione italiana e seconda napoletana : quella curata dall'abate 
Lionardo Panzini per 1'editore Giovanni Gravier. 

Anche le cosl dctte Opere postume (cioe 1'insieme di scritti composti in 



epochc diverse dtil Giannone come Apologia deWhtoria civile e destmati 
a formarne un qumto tomo, nonche alcuni altn scritli polcmici, come Ic 
Ragioni sull'arcivcscovado bcncvcntano, la Breve relaziow 1 de* Cotisigli e 
Dicastcri delta citta di Vienna, la Projessione dijcdc c pochi ulln) conobbero 
ncl Scttccento una discreta diiTusionc. 

Intanlo, la Profcssione di fede conobbe una stampa alia macchia, dopo 
il 1734-1735; mentrc la Breve relazione, tradotta in latino, fu data allc 
stampe con 1'indicazionc di luogo Halac Magdeburgicae (probabilmonlo 
veritiera), ncl 1732. Quanto allc Operc postume, csse apparvoro per la 
primu volta dedicate a Sua Ecccllenza la Nobil Donna Fiorenza Uavagnini 
Vendramin m Palmyra, All'Insegna della Verita, nel 1755, (Jli edi- 
ton erano Claude c Antoinc Phihbcrt, di Ginevra. Una Nuova cdizumc 
augmcutala (vi sono aggiuntc le Annotasioni del padre Scbastiano Paoli 
c la replica giannomana) fu preparata cinque anni dopo, nel 1760, da 
Franfois Grasset a Losanna. Sempre in quel torno di tempo c scmprc a 
Losanna f u eseguita una contrafTazione di questa cdissionc, probabilmentc 
da parte di Antoine Chapuis, per conto di Marc-Michel ftousquct. Una 
nuova cdizionc, molto piu ricca delle precedent!, fu inline quella appron- 
tata da Lionardo Panssini per il Gravier, e stampata a Nupoh con la data 
Londra 1766)). Ad essa segul 1'cdizione vcnczuma del l ) as<|uali, nel 1768, 
nella qualc - per la prima volta - era dato Tintero piano (o Tavola dc* 
capitoh) del Triregno, una cui copia integra, come s'fc detto, era capitata 
nolle mani dcll'editore. Una ristampa panxiniana, sempre per i tipi di 
Giovanni Gravier, si cbbc nel 1770-1777 (in quarto e, contcmporancamcn- 
tc, tra il 1773 e il 1777, in ottavo). 

Questc Ic edizioni scttecenteschc delle opere giannoniane. Ma non bi- 
sogna pensarc che gli scritti apologetic! del Giannone ragjjiungesscro i 
contemporanei solo a partire dal 1755. II Settecento conobbe - almeno 
in Italia - una vastissima diflusionc di copie manoscritte di opcre gian- 
nomane, soprattutto di quei testi che poi conlluirono a forniarc i vo- 
lumi delle Opere postume, via via che cssi vcnivano scritti. Una dillusione 
molto spesso organizzata dallo stcsso autorc e dalla sua cerchia. Per quo* 
sta clandestina diffusionc si veda S. BKRTKLH, Giatmoniana* Autogrqfi, 
manoscritti e documenti della fortuna di Pi&tro Gi&nnone, Milano-Napoli 
1968, 

Giannone ebbc inoltre Fonore di tre biograiie setlecentoscho: la prima 
fu quella di M. M. VECCHIONI, Vita di P. Giannone dottow dt leggi e celt*- 
berrimo istorico del regno di Napoli, apparsa anonima con rindictusione 
Palmyra [ma Lucca], 1'anno MDCCLXV, AU'Insvgna dellu Verita c ri- 
stampata a Venezia nello stesso anno, Ln seconda, molto piu ampin e scrit- 
ta servendosi del cartcggio giannoniano, nonch6 dcll'aiuto di Giovanni 
Giannone e dcgli amici supcrstiti, fu quella di L, PANZINI, inserita neli'e- 
dizione delle Opcre postume del 1766. Terza quella di A. FAWHONI nel do- 
dicesimo volume delle Vitae Italorum doctrina cxceUentium qtd saecutis 
XVII et XVIU floruerunt, Pisis 1787. 



BIBLIOGRAFIA XXIX 



II 

A meta Ottocento Tmteresse per il Giannone fu risuscitato da Pasquale 
Stanislao Mancini, il quale, nei primi giorni dell'esiho torinese, studio le 
carte conservate in quell'Archivio reale, impegnandosi coi Cugini Pom- 
ba e C. , nel 1851, a dare alle stampe tre volumi di inediti giannoniani: 
r. Discorsi storici e politici sopra gli Annali di Tito Livio ; n. La Chiesa sotto 
il pontificate di Gregorio il Grande-, in. Delle dottnne morally teologiche e 
sociali degh antichi Padri della Chiesa (cioe 1* Apologia de' teologi scolastici). 
Vi avrebbe dovuto moltre aggiungere una biografia dell'autore e arricchire 
Tedizione di altri document!, tratti sempre dall'Archivio reale. I primi due 
volumi erano gia stampati nel 1852, ma non messi in commercio in attesa 
del terzo. II Mancini, che nel frattempo si era spostato sempre piu dagli 
studi alia politica militante (nel 1860 sarebbe stato eletto deputato al par- 
lamento nazionale per la sinistra democratica), non tenne piu fede agli 
impegni editoriali, sicch6 passati i due volumi gia stampati all'Unione 
Tipografico-Editrice, questa li mise m commercio nel 1859 con un Ma- 
nifesto nelFultima pagina di copertina del primo volume, in cui si di- 
ceva a chiare lettere che il cav. Mancini, divenuto uno dei primi awo- 
cati del f6ro torinese, trascur6 questi suoi lavon, lasciandoli per piu anni, 
e anzi da quel tempo in poi [cioe dopo la stampa dei primi due volumi] 
in una totale dimenticanza; non diede piu il manoscritto necessano per 
condurre a compimento la terza opera; ne fece mai le prefazioni ai tre 
volumi, e meno ancora la vita del Giannone . 

Si chiudeva cosl, in modo quasi fallimentare, il primo tentativo di dare 
alle stampe gli inediti giannoniani. Tentativo ancor pii ambizioso di quan- 
to non dicesse il contralto cogli editori Pomba, perche la relazione presen- 
tala al Minister dcll'Interno sabaudo nel 185 1 (e stata successivamente edi- 
ta dal Pierantoni in appendice alia sua edizione dell'autobiografia) pre- 
vcdeva la stampa di tutte le opere giannoniane del carcere, compresa I 9 Ape 
ingegnosa e la Vita. 

II compile di coltivare gli studi giannoniani, in verita, pass6 al genero 
del Mancini, Augusto Pierantoni. II quale prowide a pubblicare: 1'Auto- 
biografia di P. Giannone. I suoi tempi. La sua prigionia. Appendici, note e 
documenti inediti, Roma, Stab. tip. dell'ed. E. Perino, 1890; Lo sfratto di 
P. Giannone da Venezia. Auto-narrasione, con prefazione e documenti ine- 
diti ' y Roma, Nuova tipografia di S. Maria degli Angeli, 1892; // Triregno di 
P. Giannone, pubblicato con prefazione da A. Pierantoni, professore della 
R. Univcrsita di Roma, senatorc del Regno, Roma, Tip. Elzeviriana, 1895. 

Solo ora dunque, a fine secolo Diciannovesimo, si aveva a disposizione 
(sia pure in edizioni assai scorrette, talvolta con arbitrari interventi dei 
due curatori, che avevano mutilato o modificato passi giannoniani per 
fare di lui un precursore deirUnita!) tutto il corpus degli scritti, salvo po- 
che cose: VApe ingegnosa c V Apologia de y teologi scolastici. Del Triregno, 
per6, gia anni prima avevano diffusamente trattato C. CASTELLANI, Del 
Triregno di P. Giannone, Firenze 1867 e R. BIAMONTE, La Storia civile e 
il Triregno, Esposisione critica, Napoli 1878. Mentre per parte sua P. Oc- 



CELLA, col saggio P. Giannone negli ultimi dodici anni della sua vita 
174^), apparso m Curiosita e ricerche di storia subalpma, in, Torino 1879, 
avcva complctato le notizic biografiche col racconlo degli anni della pri- 
gionia, condotto su fonti smo ad allora incdite. 



in 

Benedetto Croce, rcccnscndo suH'Archivio storico per le provincie na- 
poletanc)) (a. xv, 1890, pp. 681 sgg.) Tedizione picranloniana deU'auto- 
biografia, scriveva a proposito di studi giannoniani: ... Le tratta/.iom 
che io conosco sono tuttc incidental!. E, tra queste incidental!, la piCi 
giusta ed acuta e, al solito, quella di Francesco De Sanctis ... Ma an- 
che il De Sanctis, nella sua Storia della letteratura itallana (1870-1872), 
non conobbc che il Giannone giurisdizionalista. Ulstoria civile era per lui 
una rcquisitoria , dove la lotta tra le leggi canoniche e le civili e conic il 
centre di un vasto ordito, che abbraccia tutta la storm della legislations, 
illuminata dalla storia de' governi c delle mulazioni politicly. Un gin- 
dixio che pcs6 a lungo, anchc nella cntica postenore, sino al Gentile e al 
De Ruggiero. 

Sul rlnire del secolo il Croce s'era intanto stretto in allot tuoso oda- 
lizio con Fausto Nicolini, che strappava agli studi musicuh per convorlirlo 
all'crudizionc. Lo avcva cercato sapendolo depositario delie carte ( taliant, 
incitandolo a farsene editorc. Un altro suo suggerimonto fu <iuello di ri- 
prenderc, questa volta con ben altri criteri filologici, I'autobio^rutia gian- 
noniana. Mentrc il Nicolini travagliava sull'autografo della Vita t apparvc 
alle stampe a Firenze, prcsso Teditorc Bemporad, il NaggM sutla Istoriu 
civile del Giannone (1903) di G. BONACCI. Si traltava di un pesante attucco, 
questa volta documentato, all'Istoria. Le accuse mosse dal Manxoni vcni- 
vano riprese dimostrando I'ampicssza dci plagi, relativaniente ni priini 
ventitrd libri. Per il Bonacci, inoltre, Giannone non eru che un servile 
difcnsore deirassolutismo e anche contniddittorio, non mostnmdosi scni- 
pre e conseguentemcnte anticlericale. II rigido posilivisnio del Itonacci 
portava cosl all'abcrrante conciu<sione che Giunnone divulgasHt* il ilor 
fiore della dottrina clcricale (p. 174). Tuttavia Topera avova un suo irn* 
portante pregio: quello di aver dimostrato ranipiexxa e la gravitft dci plagi 
giannoniani, ci6 che avrebbe dovuto rendere piu guardingu e prudcnto 
Putilizzazionc dcHl'Istorict civile. Essu fu invece vita scinplicctncntc conic 
un attacco denigratorio, un'oiTesa alia cultura meridionale, Delia difosa 
del Giannone si incaric6 Giovanni Gentile (era stato di frescx) traafcrito 
a Napoli come professore, nel 1901, e g& nel novembre dcU'unno segucntc 
aveva dcciso col Croce di dar vita a La Critica, rivista di 8toria, lettenitura 
e rHosofia). Gentile scrisse dunque un saggio per la nuovn rivista, che era 
tutto una terribile stroncatura del Bonacci : P. Giannom pla%iario c $r<tn~ 
d'wmo per equivoco (La Critica, n, 1904, pp. 3x6-52). Vi era ripreso il 
giudizio dcsanctisiano: Giannone non intendeva fare un'opera letteraria, 
ma scnvere una colossale mcmoria defensionale (p. 246). Non si aveva dun- 
que a che fare con uno storico, ma con un politico)). La difesa d'uttieio, 
insomma, era risultata altrcttanto denigratorial 



BIBLIOGRAFIA XXXI 

Nel 1905, per i tipi napoletani di Luigi Pierro, vedeva finalmente la luce 
la Vita di P. Giannone scritta da lui medesimo, per la prima volta integral- 
mente pubblicata con note, appendice ed un coptoso indice, a cura di F. 
NICOLINI. II quale voile anch'egli rispondere al Bonacci e lo fece leggendo 
una sua memoria nella tornata del 9 dicembre del 1906 dell'Accademia 
Pontaniana: L'Istoria di P. Giannone ed i suoi critici recenti (la si veda negli 
Atti deirAccademia, Napoli 1907). Era accaduto, infatti, che in soccorso 
del Bonacci fosse intervenuto sul fiorentino Archivio Stonco Italiano G. 
A. ANDRIULLI, P. Giannone e Vanticlericalismo napoletano suipnmi del '700 
(vedi alle pp. 93-136 dell'annata 1906). Dove era, si chiedeva 1'Andriulli, 
il grande anticlencale tanto esaltato dagh anticlericali di oggi ? Uno scrit- 
tore - come aveva osservato il Bonacci - che per scrivere la storia dei 
rapporti tra Stato e Chiesa nel Regno era andato a saccheggiare la storia 
napoletana . . . di un padre gesuita, Claude Buffier! A Firenze, m quegli 
anni, esercitava la sua dittatura intellertuale il neo-guelfo Pasquale Villari, 
che sin dal 1859 aveva proposto come eroe positive Girolamo Savonarola, 
ribadendone 1'attualita in un discorso pronunciato il 10 giugno del 1898 
(e non 1897 come erroneamente e stampato nelTedizione della Storia del 
1930): Girolamo Savonarola e Vora presente. Ben si comprende, dunque, 
come vi fossero tutte le premesse ambientali, nell* Italia d'inizio di secolo, 
per uno scontro piu politico che critico sulla figura del Giannone. Tant'fc 
vero che anche il Nicolini, come prima il Gentile, rimase ancorato allo 
schema Giannone grande politico pih che stonco , ne da esso si distaccd 
piu, anche in tempi recenti. 

Al Nicolini, tuttavia, va riconosciuto il merito di aver aperto la strada 
ad una diversa era di studi giannoniani. del 1913 la pubblicazione presso 
1'editore Giuseppe Laterza di Bari del volume Gil scritti e la fortuna di P. 
Giannone. Ricerche bibliografiche, che tanta importanza ebbe nel ricostruire 
la fortuna dclle opere giannoniane, pur con lacune ed errorL Segul il sag- 
gio su Le teorie pohtiche di P. Giannone, Napoli 1915, in cui ribadl le posi- 
zioni precedent!. Dopo di allora, il Nicolini non si interess6 piu espressa- 
mentc del Giannone, salvo stenderc la voce a lui relativa per YEnciclopedia 
italiana, nel 1933. Nel 1925, sempre a Napoli, aveva tuttavia pubblicato 
il suo studio Sulla vita civile, letteraria t religiosa napoletana alia fine del 
Seicento, che, se pur indirettamente, interesso senza dubbio gli studi gian- 
noniani. Ai Giannone ritornd invece nel 1937, pubblicando presso Pedi- 
tore Cappelli di Bologna un'antologia allestita in collaborazione col figlio 
Nicola : P. GIANNONE, Stato e Chiesa. Scelta degli scritti. Alia raccolta fece 
precedere un'ampia introduzione che e forse lo scritto piu importante suo 
sul Giannone. A Milano, nel 1942, appariva un altro utile contribute agh 
studi giannoniani: una sorta di dizionario biografico (da Acampora a Au~ 
lisio)> col titolo Uomini di spada di chiesa di toga di studio ai tempi di Giam- 
battista Vico. Un tentative che riprese vent'anni dopo, col Saggio d y un 
repertorio biobibliografico di scrittori nali o vissuti nelVantico regno di Na- 
poli, che vennc pubblicando a puntate sul Bollettino dell* Archivio sto- 
rico del Banco di Napoli tra il 1962 e il 1964 e che rimase incompiuto. 
Un ultimo contribute giannoniano, apparso mentre era in bozze il mio 
saggio sul Muratori, fu quello che il Nicolini voile pubblicare, ripescando 



vccchic schcdc, sul terzo fascicolo d'una sua rivista ch'ebbc breve vita e 
scarsissima ditifusionc: Biblion: Una bngia pictosa di Litdovico Antonio 
Muratori. Notizie c documenti (vcdi aHc pp. 219-2*) del iascicolo cit., 
Napoli 1959). 

IV 

La bandiera del neo-gucllismo e stata succcssivamente raeeolta da Car- 
mclo Caristia, umico e compagno di partito di don Sturzo, studioso di 
diritto costituxionale. Kgh ha dcdicato a Giannonc diversi scritti: P. (Jian- 
nonc G I'lstoria civile, in Cntica fascista, vi, n. 6 (giu^no i<)3<;), PP 
523-41 ; P. Giannone c la Monarchic sicida, in Scritti giwidtci in onore di 
Santi Romano, IV, Padova 1940, pp. 499-537; P. Giannonc tgiurrconsulto* 
e <apolitico. Contribute alia storia del giuri$dizionahi>nw italiano, Miluno 
1947; P. Giannone e Vhtoria civile, in Atti dcll'Accadcrmu di Science Lct- 
tcrc Arti di Palermo , s. iv, vol. vin, 1947-1948; DaWhtoria civile al 
TriregnOj in Atti del Scminano giuridico dcll'Universita di C'atania, n 
1947-1948; P. Giannone e I'lstoria civile & altri scritti giannoniani^ Milano 
1955 (vi sono riuniti saggi gii preccdcntcmonte pubblicati). Si tratta pcro, 
sempre, di una riprcsa delle vccchic tcsi del guclfismo ottoccntcsco, rin- 
verdite con una piti attenta conoscenxa dei lesti c tencndo con to dclle oporc 
del Nicolini. Anche se scrivc in cpoca rccente, ii Curistia c in rcaltii un 
sorpassato. 

Con ben altra lucidczza avcva dedicate alcunc paginc al CJIiunnonc K, 
FXJETER nella sua Gcschichte der neueren Mistoriographie (1911 ; 1936*; Ira- 
duxione italiana 1943-1944; X97o a ). Egli conoscovu sia il saftio del Uo~ 
nacci sia la nsposta del Nicolini a quest! e uirAndriulli c unchc per lui 
Vlstoria e un'infiammata protesta contro le "uaurpuscioni" politichu del 
poterc ecclesiastico (cfn a p. 356 della traduaione italiana 1970), Ma 
Fueter notava anche come il Giannonc fosse fondatore della storia giu- 
ridica e costituzionale (ibid.) e f?iustamcnte osservava: riniportanxa del 
Giannone non si basa sull'indipcndenssa delic sue ricorchc storichc* 1 1 auo 
merito ^ quello di aver mcsso a disposi7>ione del pubblico i multuti dei 
tccnici, e di aver rcso la matcria crudita utiliswubile ad un Brando fine pra- 
tico (p. 357). Fueter evitava, dunque, 1'astratta sempliticuisione del (Son- 
tile e del NicoUni, d'un Giannone semplicemente politico e sottoli- 
neava, al contrario, anche so non csplicitamente, il valore suo di illunii- 
nista. 

Altro contributo, qucsto di gran lunga pito importante di tutti i prece- 
dent!, era quello fornito da A. C. JEMOI.O col libro Stato c Chicsa ttcgli 
scrittori politici italiani del '600 e del '700, Torino 1914. Giannonc uppuriva 
qui in un pid ampio contcsto, con tutti i suoi legami, debit! c dipendenzc 
e, per la prima volta, si affacciava Tidca di iui come di un rifornuitorc 
religioso. 

H suggerimento sarcbbe stato ripreso da A, COKSANO, II pensiero religioso 
italiano dalVumanesimo al giurisdixionalismo, Bari 1937. Finalmcnte (iian- 
none usciva dal chiuso ambito politico del ffiurisdissionulismo, nel quale 
ancora recentementc il Gentile, il Nicolini, il Do Ruggiero e il Salvatorelli 



BIBLIOGRAFIA XXXIII 

(come vedremo) lo avevano tenacemente rinchiuso. II Corsano sottolineava 
Tinflusso che 1'Oratorio, attraverso il padre Antonio Torres, aveva avuto 
col suo rigorismo sul Giannone e accostava all'/rforza civile, quale suo ideale 
modello, i Discours sur I'histoire ecclesiastique del galhcano Claude Fleury: 
... la storiografia del gallicanesimo scnveva e dominata dalle due fi- 
gure del Fleury e del Du Pin, che sono i veri maestri del Giannone (p. 
131). attraverso i loro scntti, e quelli di Huig van Groot, che Giannone 
scopre il problema del Medio Evo (p. 133). La polenuca giannoniana 
contro la Chiesa di Roma diviene, nel saggio del Corsano, la ricerca d'una 
nuova religiosita fondata sulla consapevolezza storica della caduta e corru- 
zione del primitive cristianesimo. 

Questa nuova tematica negli studi giannoniani trovera concorde Nata- 
lino Sapegno, che nel 1951, in un saggio su Giannone e la riforma reli- 
giosa, apparso su Societa, a. vn, pp. 35-53, scrivera: L'importanza sto- 
nca del pensiero di Giannone non pu6 essere colta ed intesa in tutta la 
sua portata da chi si illude d'averla descritta coll'applicarvi 1'etichetta 
alquanto generica del regalismo o giurisdizionalismo, e non ne awerte la 
specifica funzione neirambito di una condizione politica sociale e religiosa 
ben determinata, qual'era quella delP Italia meridionale nei primi decenni 
del Settecento (p. 35). La frecciata e evidentemente diretta contro Guido 
De Ruggiero e contro Luigi Salvatorelli, i quali si erano lirmtati a ripren- 
dere i giudizi del Gentile e del Nicolini, sia pure sviluppandoli in un piii 
ampio contcsto, ora che lo studio dello Jemolo (tanto per citare un nome) 
soccorreva loro allargando Porizzonte degli studi giannoniani. II DE RUG- 
GIERO, ne II pensiero politico meridionale, Bari 1921 ; il SALVATORELLI ne 
11 pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino 1935. Per il primo 
VIstoria si rivclava opera di un giurista, di un awocato, vissuto nella 
tradizione anticuriale del regno napoletano (una tradizione che, per6, era 
ancora tutta da dimostrarel). Anzi il De Ruggiero arrivava ad affermare 
che per Giannone Faggettivo "civile" posto a specificazione del suo lavoro 
storico non avcva altro significato che quello di "giuridico" (p. 35). 
Quanto al Salvatorelli, Giannone, per i nuovi indirizzi del pensiero poli- 
tico settecentesco, era troppo giurista (p. 25). L'opera di Giannone, con- 
cludeva sbrigativamente, ha un'importanza pratica per le lotte del secolo 
XVIII fra Stato e Chiesa, e di conseguenza per la laicizzazione dcllo Stato 
c dclla socicta, per Tabbassamerito deU'autoritfc di Roma. Ma a questa lai- 
cizzazione della societa, a qucsto abbassamento dell'autorita curiale egli 
non ha ofTcrto un'ispirazione nuova di pensiero, un fondamento ed una 
nuova tavola di valori (p. 24). 

Drastici giudizi fondati, ancora una volta, sulla sola lettura deH'Istoria 
civile, chd Tedizione del Triregno tcntata dal Pierantoni non aveva convinto 
nessuno. Ma nel 1940 appariva, nella collana degli Scrittori d' Italia 
doH'oditorc Laterza, una nuova cdizione dell'opera giannoniana, allestita 
da Alfredo Parentc. Purtroppo il Parente si bas6, per la sua edizione, solo 
su i due codici peggiori di tutto lo stemma dei manoscritti sino a noi per- 
venuti, quelli napoletani, scnza collazionare le pifc, important! e fedeli copie 
conscrvatc prcsso la Biblioteca Marciana di Venezia e la Biblioteca Ambro^ 
siana di Milano (su tutto questo si veda in Giannoniana, cit., pp. 338 sgg.). 



Anche cosl, pero, il passo avanti era mnetfabile. Si poteva oonunciarc ad 
utilizzarc <iucsta scconda importuntc opera ^iannoniana, a fianco deir/.c/o- 
ria civile. Prinio a farlo fu A. OMODKO, in quella che fu qualcosa di molio 
piii che una rcccnsione alia nuova edi/aone latcrziana, puhblicata su < La 
Critica del 1941 (pp. 43 sgg. ; e poi in U senso della storia t Torino i<)4<S). 
II punto di partcnssa, per 1'Omodeo, e giustamente il sa^tfio del Cotsano, 
che aveva colto per il primo certi motivi fondainontah del pcnsiero tfian- 
noniano. Ma nessuno mcglio dcll'Omodco, studioso del cristiancsitno pn- 
mitivo, poteva ora discutere la trilogia lentata dal Giannone Omiinda 
cosl ad apparire il secondo Giannone , la cui eultura, serive TOmodeo, 
si trasforma in una missionc, che lo trasdna fin nella triste pritfiomu pie- 
montcsc. La liberazione dai terrori 6 anchc libera/.ione morale, e TalVer- 
mazione sincera del libero pensiero (II senso delta slorui cit., p. ^50). 
Anche per 1'Omodeo, come gia per il Fueter, il nierito del Ciiiinnone e 
state, ancora una volla, qucllo di aver rug^ruppato questi ritmltati spursin 
raggiunli dalla eultura europea a cavalio tra Seicento e Setteeento, in 
una visione organica dcllo sviluppo della rehgione iununa (p. 251). 



Gli ultimi vent*anni hanno conosciuto una vivace riprcsa di studi, non 
solo sul Giannonc, xna, piCi in generale, sull'intcro Sci-Sctteccnto napoleta- 
no. Per la critica giannoniana ricorder6 i numerosi scritti, innanxi tutto, 
di L. MAUINI, il quale per primo naprl il discorso col suo /*. (start none e il 
giannonismo a Napoli nel Setteeento. Lo wolgimcnto delta cosciensa pofitica 
del ceto intellettuale del Regno, Bari 1950, ritornando sullo schema proposto 
dal Nicolini. Nello stesso anno usciva, scmpre dovuto al Marini, un primo 
censimento di manoscritti giannoniani: Per it testo critico dcgli scritti politid 
minori di P. Giannone, m Annali delia Scuola Nonnale Superiore di 
Pisa, xix (1050), s. n, pp, 25-49; seguito da Altri todici per Vedixione 
critica delle giannoniane Apologia deWIstoria civile c * Profession? difede, 
ivi, xx (1952), pp. 104-13. Altri suoi sa##i e reconsioni aono stati da lui 
stesso recentemente raccolti nel volume // Mezzogiorno d* Italia di fntnte a 
Vienna e a Roma e altri studi di storia meridiotiale, liologna 1 070. 

Un originale contribute alia biografia giannonianu iwcivu nello stesso 
1950 che vedeva la pubblicnzione dello studio del Marini: C. CANNAUOXSSI 
P. Giannone net primi diciotto anni di vita, s.n.t. (ma Firentfe 1950), Alia 
vita del Giannone si interessava anche A. MORSKLU, Per la hiografia di P. 
Giannone, in Atti e Memorie deirAccadcmia di Science Lettore c Arti 
di Modena, s. v, xm (1955), pp. 245-51 ; mcntre si occupava degli ultimi 
anni R. ROSSINI, La prigionia e la morte di un grande storico, Torino ^959. 
Nei 1960, a Milano, usciva infine una nuova edusionc deirautobiograiia, 
curata da chi scrive. 

La denigrazionc neo-guelfa, tcnuta dcsta dal Caristia, come s'fc detto, 
trovava altri corifei in V. TITONE, La storiografia dtirittumimsmo in Italia, 
Palermo 1952; e in G. PEPE, J7 Mezstogiorno d'ltalia sotto #li Spa#notL La 
tradixione storiografica, Firenze 1952. Mentre pito obicttivo i il diligente 
V, GUADAGNO, Gli studi di P. Giannone, in Japigia (1953), pp. 61-84; 



BIBLIOGRAFIA XXXV 

Un illustre avvocato riformatore di universitd. Con il Par ere* inedito di P. 
Gtannone, Napoh 1956; II pensiero religiose di P. Giannone, Napoli s. d. 
(ma 1958). 

Un contribute alia stona della fortuna apportava F. VENTURI con una 
comunicazione apparsa m Banco di Napoli. Bollettino dell'Archivio sto- 
rico, n. 8 (1954), pp. 249-54: Giannomana britanmca. 

Alle tesi del Nicolmi si riallacciava E. MALATO, Introduzione a P. Gian- 
none nel quadro deWanticuriahsmo napoletano del Settecento, Pozzuoh 1956; 
mentre piu eclcttico si dimostrava C. CURCIO, // Giannone ieri ed oggi, m 
Rivista internazionale di filosofia del diritto (1956), pp. 779-85. Utile, 
pur nella sua essenziale stringatezza di conferenza radiofonica, fu la pre- 
sentazione di Giannone fatta da R. ROMEO, poi stampata nel volume La 
cultura illuministica in Italia, Torino 1957, curato da M. Fubini. 

Nel Giornale storico della letteratura italiana, cxxxvi (1959), pp. 169- 
235, usciva il mio saggio Appunti e osservazioni in margine ad una nuova 
edisione deWautobiografia giannomana. Due anni dopo B. VIGEZZI dava alle 
stampe il suo P. Giannone riformatore e storico, Milano 1961, in cui si 
rovesciano le tesi del Nicolini e si sostiene al contrario la grandezza di 
Giannone come storico con una troppo visibile forzatura (ma la pnma 
pane del libro e di grande utilita : vi si ristampa un saggio che con lo stesso 
titolo il Vigezzi aveva pubblicato su Lo Spettatore italiano, ix, 1956, pp. 
213-22; 270-82; 352-66, discutendo criticamente i precedenti studi sul 
Giannone). Nel 1962, tra le Memorie deU'Accademia delle Scienze di 
Torino. Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche , s. iv, n. 4, si 
ha la pubblicazione de Le carte torinesi di P. Giannone, a cura di G. RICU- 
PERATI, primo censimento di tutti i materiali giannoniani conservati a To- 
rino, sia nelTArchivio di Stato, sia presso la Biblioteca Reale e quella Ci- 
vica. Da allora i contributi del Ricuperati si succedono con una progressi- 
vita costante : Istoria civile e storia ecclesiastica in P. Giannone, relazione 
tenuta al V Congresso di studi sulla Riforma ed i movimenti rdigiosi in 
Italia, Torre Pellice, agosto 1962, in Bollettino della Societa di studi val- 
desi, dicembre 1963, pp. 25-40; La difesa dei Rerum Itahcarum Scripto- 
re$ di L. A. Muratori in un inedito giannomano, in Giorn. stor. d. lett. 
ital., CXLII (1965), pp. 388-418; Alle origini del Tn>6g7zo; la Philo$o- 
phia adamito~noetica di A. Costantino, in Rivista storica italiana, a. 
LXXVII (1965), fasc. in, pp. 602-38; Giannone e i suoi contemporanei : Len- 
glet du Fresnoy, Matteo Egizio e Gregorio Grimaldi, in Miscellanea Maturi, 
Torino 1966, pp. 57-87; Libertinismo e deismo a Vienna. Spinoza, Toland 
e il Triregno , m Rivista storica italiana, a. LXXIX (1967), fasc. in, pp. 
628-95; Alessandro Riccardi e le richieste del ceto civile all' Austria nel 
xjoj, ivi, a. LXXXI (1969), pp. 745-77; La prima formazione diP. Giannone: 
VAccademia Medina-Coeli e Domenico Aulisio, in Saggi e ricerche sul Sette- 
cento, raccolta di contributi di vari autori edita dall'Istituto Italiano per 
gli Studi Storici, Napoli 1968, pp. 94-171; P. Giannone a Torino. Riflusso 
del deismo e cristianesimo ragionevole* nelle opere del carcere, in Bollet- 
tino storico-bibliografico subalpino, LXVII (1969), fasc. 1-2, pp. 69-140. 
Qucsti studi dcH'amico Ricuperati sono infine culminati nel volume L'espe- 
rienza civile e religiosa di P. Giannone, Milano-Napoli 1970. 



Assai importante per la storia della fortuna c delta diffusionc delle operc 
giannoniane e stato il saggio di G. BONNANT, P. Giannone a Geneve ct la 
publication de scs csuvrcs en Suisse au XVIII C ct au XlX e si&cles, apparso 
in Annali dclla Scuola Specialc per archivisti c bibliotccari deH'Univer- 
sita di Roma), in (1963), pp. 119-39. Oltre a correggere diversi crrori del 
Nicolini de Gil scritti e la fortuna, chiarisce numerosi Icgami c rapport i 
del periodo ginevrmo di Giannonc. Per la document azionc sui plugi dd- 
Ylstoria e a sua volta csscnzialc Paccurata anahsi di F. FIORKNTINO, Lc 
fonti deirIstoria civile* di P. Giannone, in Belfagor, xix (10,64), pp. 
I 4i-53"> 397-533- Di ben scarso valore si presenta, al contrario, P. GIAN- 
NANTONIO, -P. Giannone^ I, Tempi t cultura e Istona civile \ Napoh 1064. 

Un'analisi degli ultimi contributi agli studi giannonwni c iiscitu su Cri- 
tica storica , iv (1965), pp. 342-66 : Lafigura di P. Giannonc in alcunc recent i 
interpretation^ a cura di G. Ricuperati. 

Ncl 1968 usciva, per i tipi Ricciardi, il mio Giannoniana^ ecnsimento 
degli autografi, dei manoscritti e dei document! riguardanli (Jiannone e la 
sua fortuna. A completamcnto di questo lavoro pubblieavo, sempre in tiuoi- 
Tanno, 1'articolo su Vincartamento originate del Sant'Uffissio re/ativo a P. 
Giannone, in Ii Pcnsicro politico*, a. I, n. i (1968), pp. 16-38. 

Sul problema della lingua del Giannone cfr. P. Ci ANN ANTONIO, La /;w 
gua di P. Giannone, in Filologia e letteratura , a. xvi (1970), fuse. I, 
n, 61. 

VI 

Dicevo piu sopra come gli studi sul Sei-Settecento mcridionale si siano 
intensificati in questi ultimi vent'anni. Non 6 qui possibilc darne una In* 
bliografia completa, anchc perch6 molti di essi $i riferiscono ad un periodo 
posteriore alia Napoli giannoniana. Si daranno perci6 solo quei titoli piii 
ditettamcnte vicinx al nostro assunto, assieme a quellc opere, di pid vec- 
chia data, che scrbano per6 ancora intalla la loro important. 

Tra le opcre di pid alia data ricorder6 : 3VL LANDAU, Mow, Wien> Neaficf 
wahrend des spanischen Erbfolgelvricges, Leipzig 1885; F. SCJADUTO, Htttto c 
Chiesa nelle Due Sicilie dai Norrnanni ai nostrigiorni, Palermo 1887 ; L. AMA- 
BILE, II Sant'Qffido della Inquisixione in Napo/i, Cittu di Costcllo 1892; M 
SCHIPA, Problemi napoletani al principle del sccolo XVltl^ Napoli 1898; 
R. TWFONE, La Giunta di Stato a Napoli nd secolo XV IU, Napoli xgoo; 
R. TRIFONE, Feudi e demani, Milano 1909; T. PURSICO, Gtiscrittori politic! 
napoletani dal 1400 al XJQQ, Napoli 19x2; M. SCHIPA, // rcgno di Napoli 
al tempo di Carlo di Borbone, Milano 1923*; G* RISPOU, UAccadcmia pa- 
latina del Medina-Coeli: contribute alia storia della cultura napohtana, Na- 
poli 1924; B. CROCE, Storia del regno di Napoli t Bari 1925; Studi di storia 
napoletana in onore di Michelangelo Schipa, Napoli 1926; H. BKNKDIKT, 
Das Ko'nigreick Neapel unter Kaiser Karl VI, Wicn-Leipzig 1927; E. 
PONTIERI, // tramonto del baronaggio $iciliano> in Archivio storico sicilia- 
no, 1931-1933 (successivamcntc raccolto in volume, con lo stcsso titolo, 
Firenze 1943) ; E. PONTIERI, Aspetti e tenderize deWassolutismo napoletano, 
in Rivista storica italiana, s. V, 1934 (e ristampa in // riformi$mo borbonico 



BIBLIOGRAFIA XXXVII 

nella Sicilia del Sette e deirOttocento, Napoli 1945); F, FERRARA, Stato 6 
Chiesa nel regno delle Due Sicilie durante il secolo XVIII, Napoli 1935; C, 
MORANDI, Partiti politici a Napoli durante la guerra di successions spagnuola, 
in Rivista storica italiana, s. v, 1939; G. MONTI, Per la storia del baroni 
di Napoli, Trani 1939. 

Un ampio quadro delle ricerche di storia meridionale piu recenti puo, 
trovarsi nella rassegna cntica di P. VILLANI, Economia e classi sociali nel 
regno di Napoli (1734-1860) negli studi deWultvmo decennio, apparsa su 
Societa, xi (1955), pp. 665-95 ( e nstampa con aggiornamenti in Mezzo- 
giorno fra nforme e nvoluzione, Ban 1962). Altro stnimento bibliografico 
di grande utilita e il Bollettino bibhografico per la storia del Mezssogiorno 
d? Italia (1057-7960), a cura di G. METER VITALE, Napoli, Societa Napole- 
tana di Storia Patria, 1961. 

Nel campo della Kulturgeschichte gli studi si aprono, come ho detto, col 
saggio del Marini. Ad esso fa seguito la monografia di B. Di GIOVANNI, 
Filosofia e diritto in F. D> Andrea. Contributo alia storia del previchismo, Mi- 
lano 1958. Quindi 1'articolo di P. PIOVANI, // pensiero filosofico meridionale 
tra la nuova scienza* e la Sctensa nuova*, in Atti delFAccademia na- 
zionale di Scienze morali e politiche di Napoli , LXX, n.s. (1959), pp. 77- 
109. Una grande discussione suscita inoltre (in cm sono maggiori i dis- 
sensi dei consensi) il libro di R. COLAPIETRA, Vita pubblica e classi politiche 
del Viceregno napoletano (1656-7734), Roma 1961. Esso ha tuttavia il me- 
nto di riprendere la discussione awiata da Lino Marini sul ceto civile 
e, piu in generale, sui caratteri del Viceregno, gia aifrontati da G. CONIGLIO, 
// viceregno di Napoli nel secolo XVII, Roma 1955. Contemporaneamente 
al libro del Colapietra si ha 1'importante Introduzione a G. B. Vico di N. 
BADALONI, Milano 1961, indispensabile per la comprensione dei precedenti 
filosofici anche del Giannone. Sempre il 1961 vede 1'apparizione d'un altro 
importante contribute, quello di R. AJELLO, // problema della riforma giu- 
disiaria e legislativa nel regno di Napoli durante la prima meta del secolo 
XVIII, i, La vita giudisiana, Napoli 1961. Si tratta di un libro originate, 
che si e dimostrato fondamentale per la comprensione della stessa battaglia 
giurisdizionalistica condotta dal gruppo di giuristi riuniti attorno all'Ar- 
gento. 

Un'ampia ripresa delle discussioni sollevate dai saggi precedenti, con 
apporto nuovo, e stato il saggio Pensiero politico e vita culturale a Napoli 
nella seconda meta del Seicento di S. MASTELLONE, Messina-Firenze 1965. 

A sua volta il CONIGLIO fe ntornato sui suoi precedenti studi col libro 
jT vicerj spagnoli di Napoli, Napoli 1967. Nel 1968 si aveva un poderoso 
volume di Saggi e ricerche sul Settecento, quasi tutto accentrato su problemi 
del Mezzogiorno e composto di contributi di ex-allievi dell'Istituto Ita- 
liano per gli Studi Storici. II volume era il frutto di un seminario tenutosi, 
nella sede napoletana dell'Istituto e nella Certosa di Padula, nelTottobre 
del 1964. 

Alia prccedente temalica e recentcmente tomato il MASTELLONE, con 
la monografia: Francesco D' Andrea politico e giurista (1648-1698). L'ascesa 
del ceto civile, Firenze 1969. infine recentissima 1'uscita di un*altra mo- 
nografia, ugualmente importante per le ricerche giannoniane: quella di 



V. I. COMPARATO, Giuseppe Valletta* Un intellettuale napoletano della fine 
del Seicento, Napoli 1970. 

Due direzioni di ricerca mfine devono essere ricordatc per la loro im- 
portanza anche ai fini della comprensione del pensiero giannonumo da 
un punto di vista pid complesso: le ricerche di storm economica, aperte 
da L. DE ROSA con Studi sugli arrendamenti del regno di Napoli, Nupoli 
1958, e sviluppate, per il penodo che ci mtercssa, da A. Di VITTORIO, 
Gli Austnaci e il regno di Napoli 1707-2734. Le finanse pubhliche, Napoh 
1969. L'altra direzione e 1'approfondimcnto della stona cittadina, come stu 
emergendo dalla Stona di Napoli, di cui & stato cdito il volume VI, Napoli 
s. d. (ma 1971), e stanno per uscire il vn e 1'vni, dedicati alia ricoslruzione 
di tutti gli aspetti della vita e della socicta napoletana tra Seicento e Set- 
tecento. 

SERGIO BKRTKLLI 



TAVOLA DELLE ABBREVIAZIONI 



BERTELLI S. BERTELLI, Appuntt e osservasioni in margins ad una 

nuova edizione delVautobiografia giannoniana, in Giorn. 
stor. d. lett. ital. , cxxxvi (1959), PP- 169-235. 

Giannoniana S. BERTELLI, Giannoniana. Autografi, manoscntti e docu- 

menti della fortuna di Pietro Giannone, Milano-Napoli 
1968. (II rifenmento al regesto del carteggio, conservato 
presso la Bibhoteca Nazionale di Roma, e dato con 1'in- 
dicazione del numero della lettera, anziche della pa- 
gma). 

Istona civile P. GIANNONE, Istona civile del regno di Napoli, Napoli 

1723, in quattro tomi. 

NICOLINI, Scritti F. NICOLINI, Gh scntti e la fortuna di Pietro Giannone. 
Ricerche bibliografiche, Bari 1913. 

Opere postume, I Opere postume di Pietro Giannone in difesa della sua Sto- 
ria civile del regno di Napoli. Con la di lui Professions 
di fede, Losanna 1760. 

Opere postume, n Delle opere postume di Pietro Giannone gmreconsulto ed 
avvocato napoletano tomo secondo t contenente alcune sue 
opere finora inedite precedute dalla vita del medesimo 
autore, Venezia 1768. 

PANZINI [L. PANZINI], Vita di Pietro Giannone -. premessa a Opere 

postume , n, cit. 

Triregno P. GIANNONE, II Triregno, a cura di A. Parente, Bari 

1940, in tre volumi. 

Vita, ed. Nicolini Vita di Pietro Giannone scritta da lui medesimo, per la 
prima volta integralmente pubblicata con note, appendice 
ed un copioso indice da Fausto Nicolini, Napoli 1905. 



VITA DI PIETRO GIANNONE 



NOTA INTRODUTTIVA 



Questa e la vita <Tun libertino secentesco, drammatica, tragica nel 
suo finale, e cosl profondamente diversa dalle carriere d'un libertino 
del secolo successive, quale visivamente ce la raffiguriamo con Wil- 
liam Hogarth, o letterariamente con Casanova; anche se Giannone & 
un coetaneo di Hogarth, maggiore d'una sola generazione del Casa- 
nova. Ma il taglio che egli da a queste sue memorie e quello del 
libertinage Irudit del tempo di Gabriel Naude, di Spinoza, al massimo 
del tempo di Pierre Bayle. Una vita che, nel racconto delle persecu- 
zioni, ha molti punti di contatto con quella, inedita, del perugino 
amico del Naude, Secondo Lancillotti, capace di giocar tristemente 
sul suo nome, si da intitolarla Vita del Lancillotti a niun fra y suoi 
d'avversita Secondo. Cosl anche questa giannoniana autobiografia, 
come ci dice lo stesso autore, non & ripiena di fatti illustri ed egreg- 
gi , ma e piuttosto la descrizione del navigare d'una barca in un mare 
crudele e tempestoso, pieno di sirti e di perigliosi scogli, dove f acil- 
mente potrebbe urtare e sommergersi . J Aver saputo mantenere saldo 
il timone, cioe diritta la propria coscienza morale, Taver saputo essere 
semprc coerente con se stesso (questa Vita, ricordiamolo, e stesa pri- 
ma del duro carcere di Torino, che lo costringera all'abiura), Paver 
dunque saputo restare fedele al proprio imperativo categorico e resem- 
pio ch'egli puo offrire con orgoglio al lettore della sua autobiografia, 
stesa tra il 1736 e il 1737, nel chiuso del castello sabaudo di Miolans. 
Una vita tutta spesa in difesa del potere monocratico del principe, a 
sostegno del suo assolutismo : Nella mia Istoria civile e nelY Apologia, 
che fui costretto a dar fuori, non ebbi altro scuopo che di manifestare 
e porre in pid chiara luce i confini che framezzano tra rimperio e il 
saccrdozio . . . E pure tutto ci6 e Paver sacrificato la mia vita, i miei 
studi c i miei pochi talenti da Dio concessimi, niente giovommi nei 
confront! dei principi per acquistarne una valida lor protezione; 
n6 pure per potermi sottrarre dalle umane necessita, e vivere sicu- 
ro in qualche angolo della terra; anzi il duro mio destine me gli ri- 
volse in contrario, e fece che io gli sperimentassi sdegnati ed av- 
versi . a 

Come il suo coetaneo, il conte Alberto Radicati di Passerano, anche 
il Giannone dovette sperimentare quanto i principi, gli Absburgo co- 
me i Borbone come i Savoia, fossero interessati all'indipendenza dal 
potere ecclesiastico soltanto in funzione del loro assolutismo, ben 
fcrmi a non scambiare una lotta beneficiaria, una difesa del diritto 

i. Cfr. Vita, qui a p. 14. 2. Cfr. Vita, qui a pp. 237-8. 



di exequatur con una critica dclle istituzioni, con progelti di riforma 
rcligiosa. Lo Stato assoluto si reggcva ancora ben saldo sul principio 
cuius rcgio eim religio, e un Giannonc o un Radicati, che volevano 
rimettcre in discussionc modi c forme del credo, travalicando cosl 
i confini della lotta giurisdizionalistica, non potevano trovare a lungo 
appoggi. 

Sarcbbe infatti errato pretendere di ridurre tutla hi vita di Pietro 
Giannonc al solo impegno politico, c non anche religiose), alia sun sola 
Istoria civile del regno di Napoli, dimcnticandoci dei suoi libri Del re- 
gno terreno e celeste . . . Dove ampiamente si ragiona Mia natura ddlo 
state delle anime umane separate da* loro corpi c della resiirrexiane degli 
stessi corpi nel fine del mondo, a quali si sono aggiunti diece altri libri, 
che contengono altrettanti periodi del nuovo ed agli aniichi incognito 
regno papale. vero, a prima lettura quesla autobiogrdia non c che 
una epistola calamitatum (secondo la dcfinizione che ne diode tl De 
Ruggiero) ; ma intanto, si vcda lo spazio in essa riserbato alia gencsi 
del Triregno; e se si avr poi la pazienza di ricomporre, accanto ad 
cssa, frarnmenti dell'cpistolario, paginc dalla sua Apologia e dalla sua 
Projcssione difede, ricordi autobiografici sparsi noll'operc del eareere, 
allora certi passaggi della Vita acquisteranno un diverso valore, ver- 
ranno letti in una divcrsa prospettiva: ci si parora innanzi, insomnia, 
il messaggio autobiografico d'un esprit fort, d'un libertino erudito che 
a lungo ha meditato sulle opcrc di Baruch Spinoza, oltro che sugli 
scritti di Cartesio c Gassendi, che conosce a fondo il DC. rtrum natura 
e Plinio e Seneca e Galeno, che ha letto e apprczzato le lettorc di 
John Toland alia principessa Sofia Carlotta di Prussia (le Letters to 
Serena) c che conosce il stio libro Christianity not Mysterious, che c 
al corrente dclle polemiche d'un Dodwcll, d'un T^ouis lollies Du Pin; 
d'un libertino, insomma, che lungo tutta la sua vita rested coerente 
alle proprie convinzioni filosonche, morali e religiose, almeno iu\o al 
momento dell'abiura, strappatagli dopo una prova di curcere duro, 
vcntiquattro mcsi dopo aver posto fine alle sue memorie. 

II suo e un appcllo all'indipendenxa, ai dirilto di pensare, al mio 
esser d'uomo intcriore, sia pure non tralascianclo, per ci6 che ri- 
guarda aU'esteriorc, di conformarmi a tutto ci6 che la prudenssa uma- 
na dettavami dover praticare, conversando con gli altri, essendo nolla 
loro societi civile, non dando ad alcuno occasione di soandalo, ov- 
vero turbando in minima cosa 1'ordine della repubblica , x Non per6 
in modo da venire a patti colla propria coscienza, Questo Rousseau 
avant la lettre, pur se non abbandonera i figli al brefotrofio (anche se 



I. Cfr. Vita, qui a p. 237. 



NOTA INTRODUTTIVA 5 

si preoccupera che Giovanni, una volta fattosi raggiungere da lui a 
Venezia, passi per un suo giovane servitore), ugualmente rifiutera di 
inginocchiarsi davanti all'altare per unirsi all'Elisabetta Angela Ca- 
stelli, che, ricordera, con volere di sua madre vedova, e de' fratelli, 
ebbi verginella in mio potere . Con lei, che m'amava tanto quanto 
era da me riamata, e che io avea posta in citta, in sicura custodia di 
donne oneste e sovente 1'avea per compagna nelle mie solitudini di 
Posilipo e "Due Porte", alleggeriva le mie tetre e malinconiche occu- 
pazioni ; e poiche teneva somma cura del mio corpo e delle mie cose 
domestiche, io riposava in lei, ne" mi dava altro impaccio che de' miei 
studi. x E quando, uscita alia luce VIstoria civile, i suoi detrartori 
Io accuseranno di concubinato, riempira pagine e pagine d'una lunga 
dissertazione sul Concubinato de' Romani, dimostrandone la legit- 
timita ben dopo la predicazione cristiana e rigorosamente distin- 
guendolo dalla fomicazione: Avere nello stesso tempo e moglie e 
concubina non era permesso, siccome ne" tampoco avere assieme due 
mogli, o due concubine. Queste concubine erano molto alle mogli 
somiglianti, e perci6 si chiamavano semimogli, ed il concubinato se- 
mimatrimonio ...; Era quest'una congiunzione di uomo sciolto con 
una donna sciolta, approvata dalle leggi e pattuita; non a fine di 
aver prole, ma per soccorrere alia fragilita umana, ed alle cure 
domestiche . 2 

Questa rigorosa distinzione tra sfera pubblica e sfera privata egli la 
manterra anche durante gli anni dell'esilio Viennese. E vero che il 
fratello, P8 novembre del 1735, gli scriveva come don Silvestro To- 
sques avesse sparso per Napoli la voce che in Vienna eravate da 
tutti odiato e disprezzato, che miserabilmente vestivate e che sosteni- 
vate un pubblico concubinato in mezzo a tante donne che davate a 
vivere spendendo tutto il vostro in queste , 3 e il pettegolezzo pu6 
anche avere un fondo di verita, se sono della Ernestine Leichsen- 
hoffen quclle prove di scritture tracciate su di un foglietto poi riuti- 
lizzato dal Giannone per una minuta di lettera al principe Alessandro 
Tcodoro Trivulzio : 4 ma anche se la diceria fosse vera, non confer- 
merebbe che quanto gia sapevamo dei suoi princlpi: libero di for- 
marsi un focolare a Napoli, libero di ricostruirselo a Vienna. E gli 
accenti di dolore per il distacco dalla famiglia deU'Ernestine, la di- 
sperazione per non poter piu soccorrere lei e la madre abbandonate 
a Vienna sono di una tale umanita, che ci dissuadono dal cercare 
di penctrare nel segreto del suo focolare, ci ammoniscono a rispettare 



i. Cfr. Vita, qui a pp. 75-6. z. Cfr. in Opere postume, I, pp. no e 112. 
3. Cfr. Giannoniana, p. 441. 4. Cfr. Giannoniana, p. 406. 



la sua coraggiosa affermazione cPavcr diritto ad una condotta privata 
kantianamcnte mtesa, proclamata ben innanxi alia Critica dclla ra- 
gion pratica. 

Sc dunque non ci intcressa la verifica del fatto in so (che scadivm- 
mo anchc noi, come il Tosqucs, nel piii basso pcttcgolczzo), ce ne 
interessa pero, cccome!, la sua teorizzazionc da parte dollo stosso 
Giannonc, dal momento che questa norma di vila che egli s'impose, 
e tanto strettamente connessa ai suo credo rllosofico-religioso. A 
Ginevra, cioe in un divcrso mondo, in un mondo non suo di ribdle 
o eretico nel catlolicesimo, cgii terra ben in vista, nella sua camera, 
una statuetta di san Giuseppe: Quegli che mi ospitava vodendo 
che spesso venivano a visitarmi pastori c ministri, volcva noscondc- 
re una piccola statua di gesso di S. Giuseppe ch'era nella mia stan- 
za. Gli dissi che no '1 facesse, poiche quclli erano si savii e discrcti 
che se ne sarebbero scandalczzati ove io non Tavessi colft lasciata 
stare ; ed in fatti mai di cio non si curarono. Io poi per celia solcva 
lor dire ch'io teneva immagine di un santo, ii processo della eui 
santificazione non si era fabbricato in Roma, ma daU'cvangclista S. 
Matteo in Gerusalemme)). 1 La battuta di spirito mitiga il fatto in sc*, 
della statuetta nella stanza, fatto che ci lascia stupiti dopo aver lotto, 
in tutte le precedent! pagine di questa stessa sua opera del carcere, 
Victoria del pontificate di Gregorio Magno t una aolcnno diatriba con- 
tro un uso delle immagini che sa di idolatria. Ma allora? (jiannonc 
improwisamentc devoto a san Giuseppe? Un san Giuseppe rafH- 
gurato sempre vccchio eziandio quando spos6 la Vergine Mariuw, 
come egli stesso ironizza parlando dell'iconografia cattotica nolla pa- 
gina innanzi? 

La verita ^ che, anche a Ginevra, egli si conformava alia sooiitta 
nella qualc viveva. A Ginevra, in terra protcstante, vi si conformava 
a suo modo, acccntiwndo ccrti atti esteriori di culto cattolico, proprio 
per distanziarsi dai suoi ospiti, per sottolinuarc anchc negli atti cte- 
riori una propria fedc: si veda con quanta cura, non appenn ar- 
rivato, egli avcva awertito Marc-Michel Bousquct che palcsassc a' 
suoi amici la vera cagione della mia venuta, la qua! non era per cam- 
biar religione, ma per trovar quivi, giacch6 non potcvu trovarlo in 
Italia, un onesto modo di poter viverc colic mic fatichc ? K al suo 
arrivo, non era stato subito a far visita al residcnte franccftc, chicdcn- 
dogli il permesso di assistcrc alia messa nella cappclla del suo palaz- 
2:0 ? Tant'oltre si spinsc in questo atteggiamento, da voler ricevere il 

i. Cfr. P. GIANNONE, La Chiesa sotto il pontificato di Gregorio il Grande^ 
in Opere inedite, rivcdute cd ordinate dal cav. P. S. Mancini, Torino 1852 
(ma 1859), n, pp. 116-7. a- Cfr. Vita, qui a p. 314. 



NOTA INTRODUTTIVA 7 

precetto pasquale in terra cattolica, a Vezenaz, cadendo nell'agguato 
tesogli dal conte Picon! 

Per un duplice motive: innanzi tutto, egli sapeva bene che una 
sua conversione avrebbe minacciato Tintero edificio giurisdizionalista 
da lui innalzato. Indicando VIstoria civile quale opera di eretico, 
la vittoria sarebbe spettata indubbiamente a quelle forze che egli 
con tanta tenacia aveva combattuto. Ma, in secondo luogo, questa 
sua improwisa professione d'ortodossia gli permetteva di distan- 
ziarsi vieppift da un altro mondo religioso e quanto oppressive 
quale era la calvinista Ginevra. lui stesso a spiegarcelo, nella stessa 
pagina, piu sopra e subito dopo il passo che abbiamo riferito: Nel 
tempo delle mie persecuzioni, essendo costretto per dura necessity 
a ricoverarmi a Ginevra ... in que* pochi mesi che vi dimorai ebbi 
occasione di conversare con que* pastori e rninistri delle sue chiese, 
fra' quali col dottissimo Alfonso Turrettino professore di teologia e 
di storia ecclesiastica in quella Universita di studi, col ministro Ver- 
net pastore della chiesa di S. Gervasio, e con altri saggi professor! 
di scienze: ed ebbi la curiosita di entrare ne' loro tempii e di ascol- 
tare qualche lor sermone. Li vidi vacui, nudi, che ispiravano malinco- 
nia. Le loro prediche per lo pifr erano invettive contro la Chiesa di 
Roma ... Da pochi era inculcata la carita ed amore col prossimo ; Pab- 
borrimento dalle frodi, inganni e dagli altri vizi . . . N6* potei contener- 
mi benanche di manifestar loro il mio desiderio che le loro prediche e 
sermoni non si fosser rimaste a sole invettive, ma avessero inculcate 
quello di cui il paese avea maggior bisogno, la dilezione del prossi- 
mo, la pace fra i cittadini ch' erano allora tutti in rivolta e discordia, 
Tabborrimcnto dalle frodi e dagl'inganniw. 1 Mostrandosi cattolico in 
terra protestante, Giannone manteneva dunque la propria liberta di 
pensiero, poteva criticare il fanatismo religioso - come gia lo aveva 
criticato in terra cattolica -, propagandas il suo ideale d'una reli- 
gione tutta pura e tutta semplice, niente operosa e che non avea 
bisogno ne* di tempii, n6 di sacerdoti, ne* di altari. z 

Perche* avra un bel dire, nel suo manifesto contro 1'espulsione 
decrctata nci suoi confront! dagli inquisitor! veneziani, ch'egli nulla 
sapeva d'una setta d'ateisti, e di ragionamenti sulla lingua fresca 
di sant'Antonio e dcll'odore di rose della sua Area, e in genere 
sulle imposture dei frati. 3 Intanto, non era lui Tautore di quella ter- 
ribile Professione di fede, che esamineremo a suo luogo ? Ma ba- 
sterebbe, a denunciarci Tambiente libertino in cui egli visse a Ve- 

x. La Chiesa sotto il pontificate di Gregorio il Grande, loc. cit a. Cfr. Del 
regno terreno, qui a p. 604. 3. Cfr. Ragguaglio delVimprovviso e violent o 
ratto, qui a p. 538. 



nezia, la presenza al suo franco, al momento dell'arrcsto, deli'abatc 
Antonio Conti, Tamico c corrispondente del Newton, filosofo e mate- 
matico cgli stesso, tessitor d'intrighi (a lui si dcve buona purtc di 
responsabilit& nella polemica sul calcolo infinitesimalo), vero avven- 
turiero nella respublica litteraria del tempo. Ma, sopratlulto, cc lo 
svelera ion passo d'una Icttera del principe Trivulzio al Giannone 
ormai in salvo a Ginevra: Pensatc poi con comodo, c con tempo a 
trovarmi qualche libro, chc dica male, e non mi busta 1'ordinaria sa- 
tira, e frizzi, voglio che dica male con tutta la rabbia piu mordente, 
e che vi sii zolfo del piti distillato, acciocchc la mia bile possi im- 
parare nuovi termini, e nuove foggie di dir male)). 1 

Giannone, dunque, F ultimo dei nicodcmisti nostrani ? O invecc il 
primo dei nostri illuministi ? Forse n 1'uno ne 1'altro, ma piuttosto, 
come dicevamo, 1'erudito libcrtino, il ribelle disposto a transigcrc 
in tutti quegli atti che non violino la propria coscienza, e in questo 
nicodcmista, ma pronto a pagare di persona, quando il suo gesto pu6 
assurgere a normativit per i suoi contcmporanei, con una fedc nel 
1'azione educativa (populistica, 1'ha definita il Sapegno, ma noi non 
intendiamo usare questo termine) chc lo fa ritenere senz'altro un illu- 
minista. Non a caso, sapcndo che cosa rischiava, egli rifiuto <li sot- 
toporre la sua Istoria civile alia ccnsura ccclesiastica: non per toma 
di tagli che lo avrebbero costretto al compromcsso (chi gli impc- 
diva d'uscire con falso luogo di stampa, alia macchia, c magari aotto 
falso nome?), ma per provocarc il censore ecclcsiastico, per creare 
attorno a s il caso clamoroso, per ribadirc la sovranita del censore 
laico. 

La stesura deirautobiografia inizi6 ncU'estate del 1736, quanclo, 
ritenuto fra le angustie d j un castello, . . , privo di ogni unmno com- 
mercio, per non morirc intellettualmcnte (pcr allcggcriro in purtc 
la noia ed il tedio ) si tufT6 nella memoria dolla sim vita passuta, 
non gia indagandosi e scrutandosi, chc non aveva nulla da rinnegare, 
ma anzi cercando di documentare, per ammonimento ai poster i, la 
sua tragedia. La dichiarazionc iniziale, di non presumere di pro* 
porla a' lettori per cssempio da imitare , a c puramente di circostanssa. 
Gia quel presupporre ch'essa sara un giorno letta, dice come non 
fosse un soliloquio. Ma 1'impegno didascalico affiora quasi ad ogni 
pagina; n6 certi silenzi, certe omissioni sarebbcro altrimenti conce- 
pibili. Come Tattenuazione della sconfitta personate e del proprio 
gruppo al momento delFuscita ddVIstoria civile, quando tace dcllc 
pressioni del vicere perch^ fosse revocata la sua nomina ad awocato 

i. Cfr. Giannonianat pp. 528-9. 2. Cfr. Vita> qui a p. 13. 



NOTA INTRODUTTIVA 9 

della citta, non dice della proibizione del libro perche* contra bonos 
mores imposts dalPAlthann al Collaterale, pur formato in maggio- 
ranza da uomini del suo partito, non dice dell'ordine d'arresto nei 
suoi confronti. 1 O, ancora, quando sorvola sui retroscena della sua 
assoluzione, non ammettendo che quel gesto fu da molti criti- 
cato, 2 ecc. 

Lavor6 a queste memorie con grande lena, e nel gennaio del 1737 
le aveva gia condotte a termine. Vi aggiunse notizia d'una malattia 
che lo colpl nel gennaio e di nuovo nel marzo di queU'anno ; infine 
due pagine di commiato dal mondo, affidando proprio a questo suo 
scritto il ricordo di se* per i posted (ho voluto, dandomene opportu- 
nita quest'ozio e questa solitudine, dar al mondo una verace e fedel 
narrazione della mia vita). 3 II 7 settembre fu separato dal figlio, ri- 
messo in liberta d'improwiso e senza permettere ai due prigionieri 
un abbraccio di commiato, 4 e poco dopo tradotto nel carcere tori- 
nese di Porta Po, dove fu costretto ad abiurare. A Miolans, come rife- 
risce il Panzini, il governatore del castello gli aveva accordato la 
liberta di passeggiare ne* termini del castello, almeno per un paio 
d'ore al giorno in sua compagnia, e dato ordine che le stanze che 
il Giannone col teneva, potessero restar aperte per tutto il giorno, 
e si chiudessero solo di notte ; 5 il prigioniero aveva inoltre a dispo- 
sizione libri, carta e inchiostro per scrivere. Strappatagli Pabiura, 
fu nuovamente trasferito, questa volta nel forte di Ceva. In esso, se- 
condo una descrizione del 13 febbraio 1765, vi erano tredici camere 
per ricovero de* prigionieri, e capaci tutte di due, ed alcuna di tre 
letti per ciascuna, cioe : sei di esse sono situate alia sinistra del pian 
terreno alPingresso del forte colle finestre a Mezzogiorno, riparate 
dalla Mezzanotte dalla rocca denominata Cavaglie. Tutte le camere 
sono sane, e di buon'aria, e di lunghezza ciascuna trabucchi tre circa. 
Alia dcstra di detto ingresso vi sono due camere, ciascuna di esse 
ha un'anticamcra; queste camere sono di lunghezza di tre trabucchi 
circa come le antecedenti, e sono capaci cioe una di quattro letti e 
Paltra solamente di due per essere un poco pifr stretta, ed hanno le 
finestre a Levante e Ponente, e sono egualmente sane col suolo di 
tavole, essendo pure Pinterno delle loro muraglie rivestito di tavole 
per Paltczza di un trabucco, ed inservivano altre volte per i prigio- 
nieri di stato . 6 In una di queste ultime stanze, dunque, il Giannone 
visse, isolato, sino al I settembre del 1744, quando per Pincalzare 



i. Cfr. Giannoniana, pp. 9 e 52. 2. Cfr. Vita, qui a p. 108, e BERTELLI, 
p. 187. 3. Cfr. Vita, qui a p. 343. 4. Si veda nelPautobiografia di Gio- 
vanni, in Giannoniana, p. 194. 5. Cfr. PANZINI, p. 98. 6. Archivio di 
Stato di Torino, Materie economicke, carceri, b. 7, Careen del Forte di Ceva. 



JLW VI I A DI PIETRO GIANNONE 

dclla guerra, fu giudicato piCi sicuro il suo trasferimento nella citta- 
della di Torino. A Ceva la sua vita non era stata dissimile da quella 
di Miolans: vi aveva avuto la possibilita di stendero i Discorsi sopra 
gh Annali di Tito Livio (1739) e la Istoria del pontificate di Gre- 
gorio Magno (1742), avendo a disposizione libri dclla stessa biblio- 
tcca rcalc. 1 Sempre a Ceva, proprio alia vigilia dclla traduzionc a 
Torino, il 26 agosto, terminava Fultima sua opera, VApc ingcgnosa. 
A Torino, d'improvviso, il rispctto del quale sinora era stato cir- 
condato vcnne improwisamente a mancare; non gia per ordine so- 
vrano, ma per lo zelo d'un carccriere, Tufficiale Caramelli, come c'e 
rimasta notizia da un lungo esposto del Giannone al nuirchcse di 
Cortanzc, presentato dopo quasi due anni di sofferenze, nel maggio 
del '46. L'ordine sovrano, trasmesso il 24 dicembre 1744 al marchesc 
di Cortanze, era che si garantisse al prigionicro di pronder 1'aria 
aperta per la cittadella un'ora o due in ogni giorno, con destinargli 
per6 in tal tempo un umzialc, od altra persona della di lei confidcnza, 
su cui si possa contare, che gli tenga compagnia e lo govern! a vi- 
sta; ... proibendogli di intrare con lui in discorsi particolari, massi- 
mamente di religione . . . Vuole altresl la Macsta Sua che gli si dm 
la libertk ed il comodo di leggcre e scrivere, ma con awcrtenza parti- 
colare che nulla de suoi scritti esca dalle sue mani senza passare 
immediatamente in quclle di Vostra Eccellenza . 2 Senonche rufli- 
ciale scelto per accompagnarlo fu di nuovo il Caramelli, che gia lo 
aveva accolto incivilmente al suo arrivo nella cittadella, ora ancor 
piu invelenito per un ricorso del Giannone al re (donde il ribadirc 
delle disposizioni in suo favore, nel biglictto sopra citato). L'dcnco 
dei soprusi e delle privazioni ci mostra un vecchio onnai rassognato 
al suo destino, ma ancora in lotta per la sopravvivenssa. Una minuta 
d'una sua lettera, del 16 ottobre 1747, cc lo mostra in atto di ringm- 
ziarc pcrche finalmente gli si e ricopcrto il pavimento della stanza 
d'un assito di legno. 3 In lotta per la soprawivcnza an che intcllcttualc, 
ch^ se anche non scrivera piti (salvo rivedcro, corrcggere e aggiungerc 
note alle sue precedent! opere del carcere), sara scmpre inimcrso 
nella lettura di libri tratti sia dalla biblioteca rcale, sia ora anche da 
quella deirambasciatore d'Inghil terra a Torino, Artliur de Villcttcs. 4 
Egli e insomma, anche nella cittadella di Torino e a malgrado delle 



i. Cfr. la lettera al marchese di Caraglio del 25 ottobre 1747, in Giamwnia- 
na, p. 488. z. Cfr. Giannoniana, p. 487; la Relaxione . . . a S. E. il siff. 
Marchese di Cortanxe fe stata edita in appendice aU'cdizione dtll'Autobio- 
grafia, curata da A. Pierantoni (Roma 1890, pp. 514-31)- 3- !* lettera c 
edita in Giannoniana> p. 49 1 . 4. Eienchi di libri chiesti in prestito in Gian- 
noniana, pp. 488 e 490. 



NOTA INTRODUTTIVA II 

angherie d'un suo carceriere, un prigioniero illustre, vera vittima 
della ragion di Stato di quelTassolutismo del quale egli s'era fatto 
difcnsore e paladino. 

Nella cittadella di Torino, a settantadue anni, si spense, come e 
annotato nel libro dei morti della fortezza: II sig. awocato don Pie- 
tro Giannonc della citta di Napoli, in questa cittadella detenuto, 
munito dei SS. Sacramenti e morto il 17 marzo 1748 e li 18 del 
medesimo e stato sepolto nella Chiesa Vecchia di questa parrocchia- 
le . Cosl si chiudeva, tragicamente, la camera d'un erudito libertino. 

SERGIO BERTELLI 



VITA DI PIETRO GIANNONE 

SCRITTA <IN SAVOIA> NEL CASTELLO DI MIOLANS < DA LUI 

MEDESIMO E CONTINUATA NELLA LIGURIA NEL 

CASTELLO DI CEVA> 

[PROEMIO] 

Prendo a scrivere la mia vita e quanto siami accaduto nel corso 
della medesima, non gia che io presuma di proporla a' lettori per 
essempio da imitare le virtu forse da me essercitate, o da sfuggire i 
vizi de' quali fui contaminato; owero perche contenesse fatti egregi 
e memorandi e fuor del corso ordinario delle umane cose adoperati- 
poiche* son persuaso che, sicome in me non furono estreme virtu od 
estrema dottrina da imitare, cosl mi lusingo che non vi saran estremi 
vizi oppure estrema ignoranza da fuggire. Prendo a scriverla per- 
ch6, trovandomi ritenuto fra le angustie d'un castello, dove privo 
di ogni umano commercio traggo miseramente i miei giorni; e du- 
bitando, per la mia eta cadente, non dovessi quivi finirla; quindi, 
e per alleggerire in parte la noia ed il tedio, e perche*, awicinan- 
domi alia fine, rammentando con la mente tutte le mie passate ge- 
sta, possa 1 ritrarre conforto dalle buone e pentimento delle ree. 
Sono ancora a ci6 spinto dal riflettere che, avendomi il mio de- 
stino condannato ad esser bersaglio dell'invida maladicenza di 
molti miei nemici, i quali non meno presero a malmenare i miei 
libri che a detrarre e malignare le mie azioni, intendo che gli ama- 
tori della verit& ne abbiano una sincera e fedele narrazione, e non 
si dia occasione a' maligni di oscurarle, o lividamente rapportarle. 
E poiche*, dopo il mio naufragio, vari miei scritti andarono sparsi 
di qua e di la, perch6 tutti sappiano separare i veri da' falsi, che 

La presentc & fedele trascrizione deirautografo giannoniano conservato 
alTArchivio di Stato di Torino, manoscritti Giannone, mazzo m, ins. 2. So- 
no rcgistrate, senza unificarle, tutte le varianti grafiche e le oscillazioni di 
una stessa parola. Cosl pure e rispettata la punteggiatura originaria, salvo 
una piu accentuata introduzione di capoversi, che e stata giudicata indi- 
spensabile per non afTaticare la iettura, E stata abolita la profluvie di maiu- 
scole present! neiroriginale. Le aggiunte apposte aU'autografo dall'autore 
in un secondo momento (negli anni attorno al 1739-1741) e distinguibili nel 
manoscritto per il diverso e piu forte inchiostro, sono state poste tra paren- 
tesi uncinate. Sono invece tra parentesi quadre gli interventi integrativi 
dell'editore. 

i. possa: e retto dalla proposizione principale Prendo a scriverla perch^ . . . 



* + VITA DT PIKTRO GIANNONK 

potrebbcro gli invidiosi, forse, a me ascrivcrc, manifesto qui fe- 
dclmcnte, uno per uno, quail fosscr i mici propri e legittitni parti. 
Ma sopra tutto prcndo a scrivcrla pcrchc* sia a gli altri di docu- 
mento, e spczialmente a gli uomini probi cd oncsti cd amanti del 
vcro, quanto sia per essi dura c malagcvolc la strada che avran da 
calcarc, per passar la loro 1 in qucsto mondo libcri c sicuri, fra la 
turba di gcntc improba cd infcdcle c tra 1'infinito numero dcgli 
sciocchi c dc' malvaggi, massimamcntc a chi avra sortito la disgra- 
zia di nasccrc sotto grave c pesante cielo, cd in tcrrcno servo c 
soggctto e ferace di pungcnli spine e d'incstricabili pruni e triboli; 
e raolto piu in questi tempi nc' quali, spento ogni raggio di virtu, 
sembra che Tinvida maladicenza, 1'ambizione, Tavidita dclle ric- 
chezze e degli onori, Favarizia e tuttc Ic umane scellcratezze abbia- 
no date le ultime prove; sicch6 a ragione, chi attentamente vi ri- 
flette, non piu dubiti il mondo esser retto e govcrnato cla spirito 
pravo e maligno, sccondo che pure la divina Sapienza ci pales6, 
dicendo ch'era posseduto da Satan; che gli uomiui per proprio islin- 
to, fin dalla loro adolescenza sono portati al male, e che ii mondo 
fosse positus in maligno? 

Se adunquc in essa non vi leggcranno fatti illuatri ed cgreggi, 
avra almanco questo prcggio: che altri, avendola innansci gli occhi> 
prcnda da s6 guardia cd abbiala per guida c scorta in passando un 
mare si crudelc e tempcstoso, pieno di sirti e di periglioai scogli > 
dove facilmente potrebbe urtare e sommergcrsi. Forse potra anche 
riuscire di loro utile, in leggendo ncl corso della modesima quainto 
gli uomini sovente si affatichino indarno fra studi vani cd iuutili, e 
le preziose ore del tempo imitilmentc consumiiio fra riccrche di 
cose vane che niente conducono, no" per rcgger la notstra vita nclla 
strada della virtu, dc' buoni costumi e dclie opcre onestc e COTU- 
mendabili presso Dio e prcsso gli uomini probi, ne per illuminarc 
le nostre mcnti nellc cognizioni dclle science utili e necessarie; 
ans;i per maggiormente invilupparle tra question! vane eel astratte, 
delle quali, doppo essersi lungamente affaticati, nc sapranno molto 
meno che prima, quando cominciarono ad investigate. 



i. la loro: sottinteso vita. z. positus in maligno: cfr. / Joann, t 5> 



CAPITOLO PRIMO 

[Anni 1676-1692] 

lo nacqui da onesti parenti 1 a' sette di maggio dell'anno 1676, 
in una terra del monte Gargano, nella Puglia de' Dauni chiamata 
Ischitella, prossima a' lidi del mare Adriatico, dirimpetto all'isole 
Diomedee, ora dette di Tremiti. Allevato nell'infanzia dalla non 
men pia che savia mia madre, Lucrezia Micaglia, 2 ed erudite negli 
esercizi di pieta con somma accuratezza e religione, fui mandate a 
scuola ad apprender grammatica dalParciprete di quella chiesa, 3 
uomo versato nella lingua latina per quanto comportava la condi- 
zione del luogo, ma molto piu commendabile per la sua probit^ e 
per Tesemplari ed incorrotti suoi costumi. 

Nella mia adolescenza manc6 poco che non tornassi in quello 
stato nel qual fui prima di nascere, poiche*, infermato di febre an- 
corche* non gravemente, il medico, poco riflettendo al mio gracile 
temperamento, mi diede una purgazione preparata con antimonio 
superiore alle mie forze; sicch6, di sopra con vomiti, e di sotto con 
profluvi continui, manc6 poco che non esalassi Tanima fra le braccia 
della mia cara madre. Ma, sicome il pericolo fu grave, cosl, quel- 
li cessati, in breve tempo tornai al pristino stato di perfetta salute. 
Adulto che fui, nelFete di quindici anni, da Scipione mio padre 
fui mandate a* studi di filosofia sotto la disciplina e direzione d'un 
frate franciscano de' zoccoli, valente professore e teologo rinomato 
nel suo Ordine, il quale, dopo aver occupato i gradi piu cospicui 
della sua religione, fu fatto lettore giubilato: 4 onore non solito 

i. da onesti parenti: latinismo, da genitori di condizione dignitosa, cioe 
non infima. II PANZINI, p. i, scrive che Scipione ebbe nome suo padre, 
di professione speziale . . . Pretendesi che il padre traesse sua origine dalla 
nobile famiglia de* Giannoni-Alitto, oggidl anco risedente nella citta di Bi- 
tonto. Ma non cercd giammai il nostro autore si ridicoli vanti . . ., comec- 
ch pronti fossero i signori Giannoni-Alitto a dichiararlo per sanguinita 
lor congiunto . 6 pur vero, infatti, che gli Alitto furono in rapporti col 
nostro, quando questi raggiunse una stimata posizione sociale, ma le sue 
origini furono poverissime. II padre, in gioventu chierico, aveva abbando- 
nato 1'abito talare per sposare Lucrezia Micaglia, dalla quale ebbe cinque 
figli: Pietro, Frarxcesca, Vittoria, Carlo e Teresa. Cfr. C. CANNAROZZI, 
Pietro Giannone nei prim diciotto anni di vita, s.n.t., p. n. 2. Lucrezia 
Micaglia: figlia di Matteo e di Isabella Sabatelli, era nata nel 1653. Mori 
il 29 luglio 1709. 3. arciprete di quella chiesa: don Gaetano Serra, for- 
se parente della bisnonna materna del Giannone, Giulia Serra. 4. un fra- 
te. . .giubilato: forse il padre Daniele da Ischitella, ricordato come Mi- 
nore osservante, dottore giubilato [cioe collocato m riposo con pensione] 



conferirsi, se non a coloro i quali, doppo lunghi anni di Icttura c di 
aver dato pruove ben chiare de' loro talenti, se Pavran meritato. E 
poich6, fra Taltre prerogative che seco porta la giubilazionc, e di 
rimanere ad arbitrio del giubilato d'eleggersi un convento che 
fosse di suo piacere, per menar ivi il rimancnte di sua vita in quicte 
e riposo, questi, ch'era naturalc del luogo, s'elesse il convento do* 
suoi frati, costrutto da antichissimi tempi in Ischitella sua patria, e 
quivi venne a dimorare. Questa occasionc fu riputata da' miei pa- 
rcnti opportuna e come venuta dal Cielo, per mandarmi sotto la 
disciplina del medesimo ad apprcnder filosofia, per la gran fama di 
dottrina, che in quella provincia si avca di lui. Egli uduncjue co- 
minci6 ad insegnarmela con grande amore e diligcnza; e nello spu- 
zio di trc anni, applicandovi io con somma atlcnzionc, finito il corso 
della logica, fisica e metafisica, divenni filosofo scolastico-scotista, 1 
c disputava co' miei uguali, con energia e sottiglicsuza, di quclle 
cose che io stesso non intendeva, n6 distintamente capiva; ma Fem- 
pito ed il fervore della disputa somministravumi parole ed argo- 
mcnti tali che, a mio c lor credere, sembravano forti cd invincibzli. 

Queste vaghc e confuse idee, che io avca di quclle cose che m'cran 
da quella filosofia state somministrate, se bcne Favcrla tipprcsu 
mi cagionasse la perdita di tanto tempo, che io avrci potato impic- 
gare a studi propri di quella et& giovanilc, come delle lingue, della 
geografia e cosmografia, per sapere dove io, uscito alia luce di quc- 
sto mondo, era vcnuto, per non dimorarci da ospite c percgrino, e 
non perderlo tra question! astrattc e metafisiche, delle quali non 
era io capace, nulladimanco produssero in me qucslo bucm cffctto 
che, giunto in Napoli, mi disposcro a studi piu sodi, i quali mi fccer 
dimenticare quanto in que* tre anni confusamente aveix apprcso: 
sicch6 quellc vaghe e confuse immagini, non avendo fatte profotulc 
impressioni ncl mio cerebro, n6 lungamentc dimoratcvi, poterono 
tosto dileguarsi per le nuove e piii solide cognfeiont che io andava 
acquistando. 

Finito adunque il corso della filosofia d'Aristotcle, secondo la 
mente e sposizione 2 di Scoto, perch6 non vi era altro ivi che fare ed 

della scuola di Sorona in F, A. DONATO, Cenno storico intorno Vantica 
dttb, di Uria Marittima nel Gargano, Napoli 1886, p. 22, c spcntosi in 
Ischitella ncl 1698; de 9 xoccott: o zoccolantc, denominassione popolare da- 
ta ai frati minori osscrvanti. i. filosofo $cola$tico~$cotistai aveva ciofe tcr- 
minato gli studi sulla filosofia scolaatica di Giovanni Duns Scoto (1266 
circa-i3o8). 2, sposizione: espoaizione. 



CAPITOLO PRIMO IJ 

i miei genitori pensavano di applicarmi allo studio delle leggi; 
lontani di 1 mettermi nello stato ecclesiastico, sicche dovessi intra- 
prender gli studi di teologia presso lo stesso padre teologo; si ri- 
solvettero di mandarmi a Napoli, col certo soccorso che avrebbe lor 
somministrato per mio sostentamento uno zio di mia madre, prete, 3 
non men agiato di beni di fortuna, che verso di me molto tenero 
e benefico e che mi portava grand'arnore ed affezione. 



i. lontani di: lontani dall'idea di. Questa notizia non & esatta, e nasconde 
una ben diversa realta. Vero & che nello Stato d'Anime del 1692, alia descri- 
zione della famiglia di Scipione Giannone, troviamo che Pietro & definite 
l'acolito Pietro, di anni 16 e Paccolitato e un vero e proprio ordine mino- 
re, ed cgli fu dunque chierico, probabilmente sino al momento della sua 
partenza per Napoli. 2,. uno zio . . . prete: non gia Matteo Micaglia, come 
riferl il PANZINI, p. i, perch questi era il nonno, e non lo zio di Pietro. 
II sacerdote al quale qui si allude fu invece il prozio del Giannone don 
Carlo Sabatclli, figlio di Leonardo Sabatelli e di Giulia Serra, il quale, nel- 
lo Stato d*Anime del 1692 figura convivente con la famiglia di Scipione 
Giannone. 



CAPITOLO SECONDO 

Anno 1694, sotto il regno di Carlo II re di Spagna e sotto il govcrno del 
conte di S. Stefano 1 e poi del duca di Medina Coett 2 vicen*. 



Giunsi in Napoli nc' princlpi del mcsc di marzo dell'anno 1694, 
e que' a* quali io fui raccomandato, non per mancanza di affctto, 
ma per poca conoscenza chc aveano de' piii iiivsigni profcssori di 
legge chc erano in quella citta, mi mandarono ad apprender legge 
civile e canonica in casa d'un lettorc, il qualc, sccondo chc col pro- 
gresso c piu per 1'avvertimento di altri piu saggi conohhi dupoi, 
poco sapeva dcll'una e meno deH'altra, del di cui nomc io non vo- 
glio per ci6 ricordarmi; 3 poiche, oltre di insegnare soprn ulcuni 
scritti da altri scipitamentc composti, Tavea ripieni d'inutili qne- 
stioni, le quali non solo niente rischiaravano le htitusioni* ptane e 
semplici dell'imperadore Giustiniano, per le civili e, per le cano- 
nichc, quelle di Lancellotto, 5 ma tulte le confondevano ed oscu- 
ravano; e se io le leggi ed i canoni chc si allegavano voleva cercarli 
e riscontrargli nel Corpo del ius civile o canonico, o non le trovava 
affatto, o pure le rawisava tuttc mal a proposito alligate, guaste e 
non intese: ci6 che mi dava indizio che il mio maestro orasi pog- 
giato su 1'altrui fede, non ch'egli 1'avcssc mai lette ed osservate. 
Posto in questa confusione cd intrighi, da* quali, come poteva 
il meglio, m'andava distrigando colla lettura de* tcsli origiiuili e 
con communicarc le mie difficolta ad altri d'eta e di dottrina piu 

i. conte di S. Stefano: Francisco dc Bcnavidcs y Araffrin, contc cli Santiwte- 
ban del Puerto, Fu viccr<i di Surdognancl 1676, poi di Sicitia nel 1678-1687, 
infine di Napoli, dul 1687 al 1696. A lui, all'atto dclla partonssa pcr la Spu- 
gna, indirizz6 un'orazionc G. B. Vico, premcssa a Vari compomttwnti in lo- 
de dell'ecceUentissimo signer e don Francesco Itenavidcs, ccc., racoolti da Nic- 
co!6 Caravita, Napoli 1696: cfr. G. B. Vico, Scritti vari c pagine. sparse, u 
cura di F, Nicolini, Bari 1940, pp, 85 ##., c la nota del Nicolini, ivi, pp, 
272-3. 2. II conte Luis Francisco do la Ccrda y Atafl;6n (1660^17x1), 
duca di Medina Coeli, succcsso al Bcnavides ncl vicercpjio di Napoli dal 
1696 al 1702. 3, un lettore . . . ricordarwi: ne abbiamo il nomc k in PAN/^NJ, 
p. i ; si chiamava Gian Battista Comparelli ed escrcituyu ncl foro napolctano 
come procuratore. 4. Lc Institutiones, pubbiicatc il 2t novcmbrc 533, 
erano un testo ad uso della scuola, compilato su ordinc deirimpcratoro 
da Triboniano, Teofilo e Doroteo, durante la rcdaxione del Dige$t0, 
5. quelle di Lancellotto: le Institutiones iuris canonici, quibus ius pontificlum 
singulan methodo libris quatuor comprehenditur, Lugduni 1578, di Giovan 
Paolo Lancellotti (1522-1590), detto il Triboniano di Perugia sua citta 
natale, nel cui Studio insegno prima diritto civile, poi diritto canonico. 



CAPITOLO SECONDO ig 

avanzata, de j quali io cominciava ad acquistar conoscenza ed ami- 
cizia; per mia buona sorte ebbi, dopo qualche tempo, opportunita 
di conoscere un sacerdote assai dotto e di grande erudizione e 
probita, del di cui nome e beneficenza non potr6 mai dimenticar- 
mene, poiche fu il primo ad illuminarmi e per suo mezzo ad acqui- 
star conoscenza de* primi e piu rinomati professori e letterati della 
citta suoi amici. Questi fu don Giovanni Spinelli, erudito in tutte 
le scienze, e che nella sua avanzata eta si era anche applicato nello 
studio della giurisprudenza romana; al quale avendo io esposte le 
mie confusioni nelle quali era sotto il mio istruttore di legge, com- 
passionando il mio stato d'ignoranza, mi sollevo dal fango e, po- 
stomi nella dritta via, mi additd il segno verso dove dovea incami- 
narmi; e che, per poterci arrivare, era mestieri cambiar maestro ed 
apprender la giurisprudenza non gia dalle pozzanchere, 1 sicome fin 
ora io aveva fatto, ma da' fonti limpidi e chiari, che me Tavrebbe 
additati un altro insigne maestro; il qual era il celebre Domenico 
Aulisio, 2 professore del ins civile dell'Universita de' regi studi di 
Napoli, profondo in tutte le scienze ed ornato non men di latina 
che di greca erudizione, e sopra tutto a fondo inteso non pur delle 
leggi, ma dell'istoria romana, senza la quale non poteano perfetta- 
mente capirsi ed intendersi; ch'egli 3 come suo amico mi averebbe 
condotto e raccomandato con fervore ed efficacia, sicche" di me 
avesse particolar cura e pensiero, sicome fece. 

Trovavasi g& TAulisio, e molto piu dopo avere ottenuta la cat- 
tedra primaria vespertina del ius civile, 4 aver dismessa affatto la sua 
scuola privata, ove, secondo il prescritto delle Istituzioni di Giusti- 
niano, insegnava a* giovani la giurisprudenza; ma allora pubblica- 
mente ne* regi studi, secondo Tistituto di quella Universita, spie- 
gava le piu difficili materie di testamenti, legati, istituzioni, fide- 

i. pozzanchere: pozzanghere. 2. Domenico Aulisio (1639-1717) fu uno 
dei pito, celebri giuristi napoletani della generazione precedente quella del 
Giannone. Su di lui, oltre quanto e detto in L. GIUSTTNIANI, Memorie 
istoriche degli scrittori legali del regno di Napoli, Napoli 1787-1788, i, pp. 
91 sgg. ? e in G. M. MAZZUCHELLI, Gli scrittori d > Italia > i, Brescia 1753, 
ad vocem Aulisio, si vcda la voce stesa da F. NICOLINI, in Uomini di spada, 
di chiesa, di toga, di studio al tempo di Giambattista Vico, Napoli 1941 (e Mi- 
lano 1942). 3. egli: cioe Io Spinelli. 4. la cattedra . . . civile: 1'Aulisio vi 
era stato nominato nel 1695. Professore private di diritto civile sin dal 
1675, era stato lettore straordinario e quindi professore di diritto canonico 
all'ateneo napoletano dal 1682 ; vespertina: pomeridiana. I corsi e le catte- 
dre erano distinti, anche per importanza, in mattutini e in vespertini. 



commisi, 1 succession! ob-intestatc? cd altre Icggi oscure ed intricate 
del Digesto che chiamano inforziato? dividcndolc in quattro trat- 
tati, leggendone in ciaschedun anno uno e, finito il quatricnnio, 
si replicavano a* nuovi discepoli, che in ogni anno ivi concorrevano 
ad apprendcr Ic Icggi civili. 

lo, se benc sotto il primo maestro avea fatti piccioli progress! 
nella giurisprudenza, nulladimcno, con attenermi piu a' quattro 
libri dcllc Jstittixiom di Giustiniano, al Perez, a Giulio Pacio 4 e ad 
alcuni pochi autori che con particolari note e sposiziom le illustra- 
vano, che a' scritti del maestro, avca acquistata conosccnza talc, 
che PAulisio stesso riput6 che fosse bastante per i primi rudimenti 
c per csser capace d'intendcre i trattati che e' inscgnava nel pub- 
blico: sicche mi consigli6, senza altro maestro, di non tralasciare lo 
studio sopra Ic Istituxioni di Giustiniano, coll'aiuto di quo* sposi- 
tori, 5 a* quali voile che io ne aggiungcssi un altro, che e' riputava 
migliore di tutti, e questi fu Arnoldo Vinnio, celebre proiessorc 
ollandese, il qualc, oltre le note, avea con dotti, utili eel accurati 
Commentari illustrate le Istitussioni di Giustiniano; 6 soggiungcn- 
domi che questi dovessero csscrc i miei studi della inattina. 11 
doppo desinare, avendo cgli la Iczionc vcspcrtina, che andassi da 
lui ad apprendere nc' pubblici studi i suoi trattati, con trascrivergli, 
sicome 6 Puso di quella Univcrsita, e sentirne la sposizione; e sopra 
tutto di venir poi da lui, o in casa sua, ovvcro, dopo la Icxionc, in 
quella mezz'ora che sono i lettori obligati trattenersi per risolverc 



i. istituzioni: istituxioni d'erede; fidecomwisii fedecommessi, 2. ah-irtt?*> 
stato: prive di tcstumento. 3, La sccondu purte del Digest o, pcrvenutaci 
nel tcsto detlo Littcra Bononiensis^ o vulgatci^ vcnno rinforxutu, cioc uunru'U- 
tata, con la rcstituxionc di un frammcnto che era prirna attaccato al />^v- 
sto nuovo costitucndonc il principio. Da qui il norne di infaraiato. 4, An- 
tonio Pfrex (1583-1672), giurista spagnolo, profcssorc d^stituxioni all'llni- 
versiti di Lovunio, fu nominato consi^herc del re di Spa^na. La.sci6 nu 
morose opere di commento al codice giustiniauco ; Giulio Pace, latino 
Pacius (1550-1635), ^iureconsulto, filoloRO e filoaofo vicentino, si etmvcrtl 
al protestantcsimo e insegn6 diritto a Heidelberg. Scrisse nunicrosc opere 
di diritto civile e cur6 un'cdizione del Corpus tuns civilis. Sue e ancho un 
trattato filo-vcneziano, De dominie Maris Adriatici. 5. s/xtsitori; enposito- 
ri, commentatori. 6. guesti . , . Giustiniano: Arnold Vinnen, latino Vin- 
nius (1588-1657), fu tra i piii famosi giureconsulti del uo tempo, rcttoru 
del Collegio di umanita all* University dcll'Aia dal 1619 al 1633, (juindi 
professore di Digesto a Leida. Qui il Giannone fa riferimento al 6Vwi- 
mentarius in guattuor libros Institutlonum wiper iaMutn, Amataelodami 1642- 
e aH'opera Institutiones Instimani cum noiis t Amstaelodami 1646. 



CAPITOLO SECONDO 21 

a' scolari le difficolta che Poccorrono, a communicarli i dubbi ed 
a ricercarlo di quanto mi bisognava per maggior intelligenza delle 
cose lette o scritte, o nella cattedra esposte. 

Eseguii con accuratezza quanto m' impose: lasciai con urbane 
maniere il primo maestro, mi providi delle Note e Commentari di 
Vinnio, ed andai ad apprender da lui i trattati che leggeva nel pub- 
blico, non tralasciando, doppo la lezione, in quella mezza ora, di 
comunicargli i miei dubbi e dimandargli piu cose per maggior 
mia istruzione e lume; il che egli faceva con tanta cordialita ed af- 
fezione che sovente, finito il tempo ma non gia il mio dimandare, 
per non lasciarmi in secco 1 conducevami seco a sua casa ed io 
aveva il vantaggio, seguitandolo nel lungo cammino fino che vi 
giungesse, di istruirmi delle piu rare e pellegrine erudizioni e, so- 
pra tutto, della maniera che dovea io tenere in regolare i miei stu- 
di. Egli fu che m'inculc6 Io studio deiristoria romana, dicendomi 
che quanto era nelle Pandette di Giustiniano, nel suo Codice e 
Novelle? non potea esattamente intendersi, se non si sapeva Pistoria 
romana e le varie vicende di quelPImperio: che i responsi di que' 
giurisconsulti, onde Giustiniano avea composte le sue Pandette, e 
le costituzioni de* principi, onde s'eran compilati piu codici e 
fatte piu raccolte delle novelle loro costituzioni, non potevan ben 
capirsi, se non si sapevano le occasion! perch6 furon date o stabi- 
lite, i costumi di que' tempi e la costituzione d'allora d' Italia e 
delle province che componevano PImperio romano, molto di- 
versa e tutto altra di quella che presentemente abbiamo. Biso- 
gnava per ci6 allo studio delle leggi accoppiare la cognizione del- 
Pistoria romana, fin dal principio che surse quelPImperio e si 
distese nelle tre parti del mondo allor conosciuto ; e per poter con 
metodo apprenderla era mestieri cominciare dall'Istoria di Tito 
Livio; e per supplire la mancanza de' suoi libri, de' quali, o per 
negligenza degli uomini, o per ingiuria del tempo, oggi siamo privi, 3 

i . per non lasdarnii in secco : per non abbandonarmi. 2. Pandette . . . Novel- 
le: la legislazione giustinianea rappresent6 Punificazione legislativa dell'Im- 
pero, con la stesura di un nuovo codice (7 aprile 529 delPEra volgare). Suc- 
cessivamentc Pimperatore ordino la raccolta di citazioni dalle opere dei 
giuristi, preponendo a quest'opera un'apposita commissione. L'opera, pub- 
blicata nel 533, venne detta Digesta o Pandectae. Le Novellae Institutiones, 
invece, raccolgono a parte tutte le costituzioni emanate da Giustiniano 
dal 535 sino alia morte e sono, naturalmente, opera posteriore al suo regno. 
3. la mancanza . . .privi: su centoquarantadue libri, quanti ne compone- 
vano Popcra liviana, ne sono giunti soltanto i primi dieci e il gruppo dal 



22 VITA DI PIETRO GIANNONE 

bisognava ricorrere ad altri antichi scrittori romani o grcci, che 
trattarono dclle cose romane, per avere un'accurata notizia del la 
costituzione di quell' Imperio fino a' tempi di Ottavio Augusto; cd 
in cotal maniera, si avr una chiara e distinla notizia dcll'a/tf/az 
giurisprudenza romana. Questa poi, sotto Augusto c gli altri impe- 
radori suoi successor!, fino all'imperadore Costantino Magno, prose 
altro aspetto e varie forme; e questo stato deirimperio csscr quello 
che si comprende nelle Pandette e nellc costituzioni di quc' principi, 
i quali a Costantino precedettero, le quali formano un'altra giu- 
risprudenza, che potr chiamarsi media, come posta nel mezzo tra 
Pantica e Vinftma, che comincia da Costantino e finiscc colla clc- 
struzione dell'Imperio romano. E per apprcndere questo stato di 
mezzo, non mancavano altri scrittori, non meno romani che greei, 
anzi che soprabbondavano, sicome sotto gli imperadori Vespasiano, 
Tito, Nerva, Traiano ed altri fiorirono i due Plinii, Svctonio Tran- 
quillo, Cornelio Tacito, Dione 1 e tanti altri scrittori dclle cose ro- 
mane di que' tempi, de' quali io poteva aver notizia dalle varie Rac~ 
colte, che si erano a' nostri tempi compilate. A* quali, per ci6 che 
riguarda la giurisprudenza, poteva io aggiungcre i modern!, che 
con indefessa ed instancabilc applicazione aveano da' volumi de' 
scrittori romani compilati particolari trattati dcll'origine e cangia- 
menti delle loro leggi, plebisciti, e senatusconsulti, 2 de' magistrati, 
formole e giudlci, delle condizioni dclle citta e province romane, ed 
infino a tessere particolari vite di quo' giurisconsulti c delle loro 
scuole e sette, de' quali Giustiniano, nelle sue Pandetle, ci conservb 
i nomi ed in gran parte ie opere. Fra questi moderni $crittori, per- 
che" mi si fosse reso il cammino meno duro ed alpcstre, mi uddito 
Carlo Sigonio, Barnaba Brissonio, spczialmente nellc sue Formofa, 
Antonio Agostino, Ritersuzio 3 ed alquanti altri. 

ventunesimo al quarantacinquesimo, pito. alcuni frammcnti c i sommuri 
(periochae) dei rimancnti. i. Dione Cassio Cocceiano (pruima del 163 1C. 
v.-dopo il ^29), originario dclla Bitinia, scrissc una fitorla romana in ot* 
tanta libri, di cui restano soltanto venticinque. z, senatusconsulti: i parori 
esprcssi dal Senate romano, su problem! sottopostigli dal magistrate che Io 
convocava e presiedcva. Avevano carattere consultivo, ma di ftitto crano 
vincolanti per chi li aveva sollecitati. Nella teoria dclle fonti del diritto il 
senatusconsultum indica quellc dccisioni del Sonato che introducevano nuo- 
venorme giuridiche. 3. Carlo Sigonio (1520 circa-isS^atoricomodeneae, 
professore a Venezia, a Padova c a Bologna, fu autore al quale guardarono i 
giurisdizionalisti del Scttccento, contrapponendo la sua storia civile Dt 
Regno Italiae alPannalistica ccclesiasiica di Cesare Baronio ; Bamab^ Bris- 
son (1531-1591) fu prcsidente del Parlamento di Parigi durante le guerre 



CAPITOLO SECONDO 23 

Ma ciocche egli riputava impresa piu difficile, piena di travagli 
o di fatiche, sicome io in processo di tempo sperimentai, era il di- 
strigarmi dagl'inviluppi, ne* quali m'avrebbe condotto il desiderio 
di sapere I'infima e bassa giurisprudenza da Costantino Magno, 
Teodosio e Giustiniano fino alia decadenza deirimperio non meno 
di Occidente che di Oriente : hoc opus, egli mi diceva, hie la- 
bor . x I lunghi suoi studi ed ostinate fatiche sofferte nelle cognizio- 
ni dell'istorie, scienze ed erudizioni greche e iatine, e 1'avere stan- 
chi 2 non men gli uni che gli altri antichi scrittori e quanto i moder- 
ni vi aveano sopra qui travagliato intorno, infino a sazieta e noia; 
ed all'incontro il vedere che pochi si eran applicati a' studi di que- 
st'infima e bassa eta, riputandola barbara ed incolta, facea ch'egli 
riponessc fra le cose piu ardue I'intraprendergli, cosl che di somma 
gloria sarebbe riuscito a chi gli tentasse e procurasse di venirne 
a capo. Quanti scrittori, e' dicea, noi abbiamo, che han travagliato 
sopra la giurisprudenza antica e media romana ? e pure quasi tutti 
furon contenti di fermarsi a Costantino, sdegnando, secondo che si 
avanzavano ne' tempi incolti e barbari, di proseguire piu oltre le 
loro ricerche, poco curando di questa infima e bassa giurisprudenza 1 
Non era tanto la barbaric che, piu inoltrandosi, incontravano, che 
gli sgomentava, quanto Timmensa e noiosa fatica, che dovean so- 
stenere fra quei incolti e rozzi scrittori d'andarla rintracciando e 
metterla in piu chiara luce. 

Per isporre con esattezza le costituzioni non men numerose che 
ampie e verbose dcgli imperadori - le quali, da Costantino Magno 
fino a Teodosio il Giovane e Valentiniano III, 3 furon racchiuse 
nel Codice teodosiano, e le altre proprie che poi vi aggiunse Pimpe- 

di religione ; moderate partigiano dei Guisa, venne impiccato per non aver 
secondato i voleri della Lega. La sua opera maggiore, qui ricordata, e il De 
formutu et sollemnibus populi romani verbis libri VIII, Parisiis 1583; An- 
tonio Agustin y Agustin (1517-1586) fu un celebre canomsta, antiquario e 
numismatico spagnolo, vescovo di Tarragona. Appartenne alia Compagnia 
di Gcsti, c fu tra i padri del Concilio di Trento; Konrad Rittershausen 
(1560-1613), giurista c filologo tedesco, fu professore di Istituzioni ad 
Altdorf, Pubblic6 numerose op ere a commento delle Istituzioni giusti- 
nianee. i. hoc . . . labor*: cfr. Virgiho, Aen. t vi, 129 ( questa 1'impresa, 
questa la fatica ). 2. avere stanchi: aver letti lungamente e piu volte, sino 
a rcnderli consunti. 3. Teodosio II, il Giovane (401-450 dell'Era volga- 
re), figlio di Arcadio, fu imperatore d' Oriente. A lui si deve la prima gran- 
dc raccolta dclle costituzioni imperiali, da Costantino in poi, fatta appron- 
tare nel 438 c che da lui prese il nome dx Codex Theodosianus; Valenti- 
111 fu imperatore d' Occidente dal 425 al 455. 



24 VITA DI PIETRO GIANNONE 

radore Giustiniano nel suo Codice: faceva mestieri di rivolgerc gli 
scrittori di que j tempi bassi, la lezione de' quali, a chi era awezzo 
a gli antichi Romani, certamente chc riusciva ristucchevolc e pc- 
nosa. Dovcan ricercarsi le opere che ci lasciarono Latino Pacato, 
Mamertino, Nazario, Eumenio, Eunapio, Ausonio, Claudiano, Am- 
miano Marcellino, Libanio, Sidonio Apollinarc, Orosio, Giornan- 
des, Procopio, Filostorgio 1 e tanti altri, da* quali si apprcnde la co- 
stituzione c forma dell'Imperio di que' secoli, per capirc con di- 
stinzione e chiarezza le leggi e costituzioni di que' principi. Insignc 
documento nc Iasci6 a noi 1'incomparabilc Giacopo Gotofrcdo, il 
quale pu6 dirsi il primo che s'incaminasse per questo duro e di- 
sagevol calle ne* suoi laboriosi e stupendi Commentari sopra il Co- 
dice teodosiano. Non ebbe il piacere di sopravivcre a qucsta im- 
mortale sua opera, lasciandola non compita, avendogli la mortc im- 
pedito di poterci porre Tultima mano, n6 si e trovato chi dapoi la 
riducesse neH'ultimo punto di sua perfczione. 2 

L'Aulisio, come peritissimo antiquario, solea perci6 farmi un 
paragone tra questi giurisconsulti, che sdegnano Pinfima c bassa 
giurispnxdenza, e gli antiquari de' nostri tempi: questi han fatto 
ricerche stupende sopra le mcdaglic e monete antichissimc de' Greci 

I. Latinio Drepanio Pacato fu un retore nativo dcllc Gallic, vissuto ncl IV 
sccolo delFEra volgare; Claudio Mamertino altro rctorc, questo latino, vis- 
suto nello stcsso pcriodo ; lo stcsso dicasi per Naxario ; JBumenfo, di originc 
greca, ma romano, vissc a cavallo tra il III c il IV secolo; Eunapio fu uno 
stonco greco, vissuto tra il 345 circa c il 420; Decimo Magno Ausonio fu 
un pocta latino del IV secolo, maestro di Paolino da Nola; Claudio Clau~ 
diano, anch'egli poeta, visse a cavallo lira il IV o il V sccolo; Atnmiano 
Marcellino: storico romano del IV secolo (nato nel 330 circa), autorc di una 
storia in trcntadue libri, che abbraccia il pcriodo da Ncrva a Valcnte 
(96-378), proseguendo la trattaxionc taci liana; Libanio (3x4-393) fu un 
retore greco; Sidonio Apollinare (431 circa-487), vescovo di Arvcma > 
santificato, di origine gallo-romana, ha lasciato carmi e letterc che ono 
buona fonte per la storia del suo pcriodo; Paolo Orosio fu un erudite c 
visse tra il IV e il V secolo ; Giordano fu uno storico dci Goti> vissuto ncl 
VI secolo, autore di una storia De origine actibusque Getarum ricalcata sulla 
perduta storia di Cassiodoro; Procopio di Ccsarca (mono ncl 565 circa), 
greco, scrisse tra 1'altro una Storia delle guerre in cui tratt6 le lotte dci 
Romani con i Persiani, i Vandali, i Goti, conduccndo la narrazionc sino 
aU'eta giustinianea (554); Fitostorgio (368 circa - morto dopo 11433) > origi- 
nario della Cappadocia, scrisse una Historia ecclesiastica in dodici libri> 
proseguendo quella eusebiana, e conduccndola sino al 425. 2. Giacopo . . . 
perfezione: Jacques Godefroy (1587-1652) fu profcssorc di diritto a Gi- 
nevra; Topera, citata dal Giannone, fu edita da Antoine Marvill: Codex 
theodosianus cum perpetuis commentariis J. Gothofredi. . . opus posthumwn . . 
recognitwn . . . opera et studio Antonii Marmllii^ Lugduni 1665, in sei tomi. 



CAPITOLO SECONDO 25 

e de' Romani ; intendono a maraviglia le monete che si sono trovate, 
e tuttavia si scavano, de' popoli antichi dell'Asia e della Grecia e 
di altre citta greche d' Italia; sanno le romane, quali fossero le con- 
sulari e le tribunizie, quali degli imperadori, e tutto ci6 che si 
appartiene alle piu remote e recondite antichita; ma, awicinandosi 
poi a' tempi bassi e meno a noi remoti, sono muti ed affatto ignari; 
e se bene negli ultimi tempi alcuni abbiano intrapresa una tal ri- 
cerca, sicome il Paruta, il Bandurio 1 e pochissimi altri; con tutto 
ci6 rimane ancora questa parte mancante e difettosa, poich6 tutti 
si applicano alPantiche greche o romane e lasciano quelle de' bassi 
tempi, sicch6 fin ora non han potuto mostrare niuna delle monete 
de' re longobardi, i quali, per lo spazio poco meno di ducento anni, 
ressero 1' Italia avendo Pavia per loro sede regia. E pure, lo studio 
e conoscenza di questi tempi bassi dovrebbe essere a noi la piu 
utile, anzi necessaria, poiche ha maggiore rapporto a' nostri ultimi 
tempi ed alia presente costituzione di Europa ed a' nuovi domlni in 
essa stabiliti, doppo la decadenza del romano Imperio. 

Questi discorsi, che sovente soleva replicarmi, impressero nel 
mio animo idee conformi, sicche di proposito, secondo il metodo 
prescrittomi, cominciai a mescolare a' studi legali 1'istoria romana, 
principiando da quella di Tito Livio e proseguendo di passo in pas- 
so, secondo la cronologia de' tempi, la lettura degli altri seguenti 
romani scrittori. E su '1 fatto, conoscendo che non ben potea capir 
Livio senza il soccorso della geografia, per sapere con distinzione i 
paesi ove dimoravano tanti popoli de' quali, a que' tempi, 1'Italia 
si componeva, ed il sito delle province delle Gallic, della Spagna e 
dell'Africa, e molto piu della Grecia, Macedonia, Illirico e dell' al- 
tre piu remote dell'Asia, della Siria e dell'Egitto, sopra le quali 
I'lmperio romano distese le vittoriose sue armi: procurai d'aggiun- 
gcre all'istoria la geografia antica, apprendendola da Tolomeo, se- 
condo le tavole ed esposizioni del Magino, 2 poich6 la notizia della 



i, Filippo Paruta (1550 circa- 1629), numismatico siciliano, autore di un'im- 
portante raccolta Della Sicdia . . . descritta con medaglie, Palermo 1612. Su 
di lui cfr. A. MONGITORE, Bibliotheca Sicula, n, Panormi 1714, pp. 173-6; 
il Bandurioi Anselmo Banduri (1670-1743), ragusano, archeologo benedet- 
tino, autore di un'opera dal titolo Numismata imperatorum romanorum a 
Traiano Decio ad Pataeologos Augustas, Lutetiae Parisiorum 1718. 2. 7V?- 
lomeo . . . Magino: dell'Introduzione geografica di Claudio Tolomeo (100 
circa delPEra volgare-i78) fu redatta una prima edizione latina (Venetiis 
1596; ma cfr. anche la postuma Geografia, riot descrittione universale della 



26 VITA DI PIETRO GIANNONE 

gcografia di Mela e di Strabone 1 c dcgli altri piu csalti geografi 
moderni mi giunse molto tardi. Ma lutti qucsti studi io nou 1'avca 
come fine, ma Pindrizzava come efficaci mezzi per inlcndcre le ori- 
gini ed i cangiamenti deirimperio romano e come, poi ruinato, fos- 
sero surti tanti nuovi domini, tantc nuove leggi, nuovi costumi e 
nuovi regni e rcpubblichc in Europa. 

Per quattro anni continui, dopo avcrc apprcso nel mighor modo 
che potei i primi rudiment! della giurisprudcnza romana, continual 
queste fatiche sopra tali autori e sopra le Pandette di Giusliniuno, 
le di cui leggi, secondo che dall'Aulisio no 1 quattro suoi trattati si 
allegavano, io diligcntemente osservava, onde sovcntc mi occorreva 
volgerlc e rivolgerle; e scntendo spesso da lui alligare Giacomo 
Cuiacio di cui, sopra tutti gli altri spositori delle Pandette, facea 
molta stima, io che non avea allor modo di comprarmi le sue operc, 
ch6 le credea molto rare e di gran valorc, ebbi la sorte che un mio 
amico, che avea le opcre priori, 2 me le prestasse. Sicch6 posi ogni 
mio studio sopra di quelle c per sei mesi continui non fcci altro, 
secondo che m'incontrava ne* commentari di qualche leggc o titolo 
specioso, di trascrivergli, e, sopra tutto, mi trascrissi intcramcntc 
molte Osservaxioni di quell' opera veramente divina, che mi scm- 
bravano incomparabili e stupende. Ma quando vidi che, oltre la 
giurisprudenza romana, questo maraviglioso ingcgno si era invo- 
gliato di commentare anchc i libri de ? feudi, ch'egli, per dargK 
miglior disposizione ed ordinc, avea divisi in cinque libri, 3 e che, 
quando gli altri sdegnando qucsti studi come crcduti barbari, egli 
vi avea impiegati i suoi alti e sublimi talcnti, mi rallegrai tutto e 
n'ebbi sommo piacere e compiacimento ; cosl pcrch& conobbi, per 
un esempio si illustre, che tali studi non crano da dispreswwrsi, 
come anche perche" maggiormente mi confermai nel concetto col 

terra, Padova 1621) dall'astronomo, geografo e matomatico putnvino Gio- 
vanni Antonio Magini (1555-1617). i. Pomponio Mela fu un ffeogruio 
latino vissuto nel I sccolo dcll'Era volgare; su Strabone cfr. hi notu 3 u 
p. 204. 2. Giacomo . . . priori: Jacques Cujas, latino Cuiacius (1522-1500), 
giureconsulto franccsc, raccolse nel 1577 parle delle sue opere in un'edi- 
zione che era divenuta assai rara gia al tempo del Giannone, il quale i 
riferisce qui agli Opera omnia in decem tomos distributa. Quibus continentur 
tarn priora, sive quae ipse superstes edi curavit; giiam postcriora, $ive> </ua& 
post obitum eius edita sunt, vel nunc primum prodeunt . , , opera ct cum Ca 
roli Annibalis Fabroti, Lutetiac Parisiorum 1658. 3. cinque llbrii cf'r. De 
feudis libri quinque, et in eos commentariL Sono editi ncgli Opera otnnia . . . 
quae de iurejecit . . . ab ipso auctorc disposita et recognita, IV, I'ariaiis 1577. 
Fanno parte, porcid, degli opera priora* 



CAPITOLO SECONDO 27 

quale intrapresi i precedent!, che doveano servirmi come mezzi per 
discendere ne' studi de' tempi bassi, i quali riputai sempre i piu 
utili e necessari, come quelli che aveano maggior rapporto allo stato 
presente di Europa ed alia costituzione de' regni e nuovi domini 
in essa stabiliti. Preso adunque da tal amore cominciai attentamente 
a leggergli; e credendo che, dovendo restituirgli al padrone che me 
1'aveva prestati, io sarei rimaso senza questo per me inestimabile 
tesoro, immaginandomi che altronde non avrei potuto avergli, 
presi sollecitamente a trascrivere tutti i cinque libri de' feudi, per 
avergli sempre meco manuscritti, se non poteva avergli impressi; 
sopra i quali, secondo che andava acquistando maggior conoscenza, 
andava aggiungendo altre note e nuove riflessioni, accommodate a 
gli usi de' feudi del regno di Napoli. 

Ma poiche* in Napoli chi aspira al dottorato deve insieme pren- 
dere il grado di dottore del ius civile e della legge canonica, 1 e per 
ci6 i candidati devono essere istrutti non men deli'una che dell'altra 
legge, insegnandosi nell'Universita de' studi e nelle case de' lettori 
le Istitussioni di Giustiniano per la civile e quelle di Lancellotto 
per la canonica, quindi mi convenne applicare anche i miei studi 
sopra la medesima. Alia quale incamminandomi per le volgari e trite 
vie, m'incontrava in maggiori oscurita e tenebre; e se bene dal pri- 
mo mio maestro avessi appreso le Istituzioni di Lancellotto di ius 
canonico, ne sapeva molto meno che prima. Sentiva parlare del 
Decreto di Graziano e delle Decretali* dove questo nuovo diritto 
era compreso, ma non sapeva donde e come nel mondo fosse ve- 
nuto. La ricerca delle quali cose io con ardore cominciai ad intra- 
prendere, perch6 era uno studio che si apparteneva alFinfima e 
bassa eta, per rischiaramento della quale io avea incaminato tutti i 
miei precedenti studi. E poiche', intanto, avea acquistata piu stretta 
familiarita ed amicizia coU'Aulisio, nelPaccompagnarlo che io fa- 
ceva in sua casa dopo terminata la lezione nel pubblico, spesso gli 
domandava della maniera e metodo che io dovessi tenere, per bene 

1. il grado . . . canonica: cioe la laurea, come allora dicevasi, in utroque. 

2. II Decretum Gratiani, come piii comunemente fu detta una raccolta do- 
vuta al monaco camaldolese Graziano da Chiusi (morto avanti il 1179), in- 
segnante di diritto a Bologna, e una vasta compilazione di canoni, ordmati 
per materia e segulti da spiegazioni (i dicta Gratiani, o glosse), che tendeva 
a dare una regolamentazione giuridica a rapporti e negozi in materia di 
fede. Le Decretales sono le costituzioni pontificie, redatte in forma di let- 
tera (litter ae deer stales). Assieme al Decretum concorrono a formare il Cor- 
pus iuris canonici* 



28 VITA DI PIETRO GIANNONE 

apprcnderc il diritto canonico ; cd egli, non men di cio chc uvca fat- 
to per lo civile, mi diede lumi bastanti per nettamcntc capirlo e mi 
suggerl rcgole piane e semplici, per isfuggire le tantc vane ed inutili 
quistioni, onde i modcrni scrittori romani canonisti 1'avcano gnasto 
ed inviluppato. Da' savi suoi discorsi comprcsi piu verita a me fin 
allora ignote, le quali, poi, col tempo, mi feccro accorlo di molle 
altre, che successivamente andai scoprendo. 

Compresi che, sicomc per lo studio clella legge civile I'istoria 
romana, cosl per la canonica era nccessaria 1'istoria ecclesiastica. 
Da questa avrei io avuta bastante conosccnza donde fusse sorto 
questo nuovo diritto, donde venissc la compilaxione del Dccrcto e 
dclle Decretali, e Puso che si ebbe di qucste nuove altre compila- 
zioni in Europa fatte. Da* miei preccdcnti studi nclPistoria c giu~ 
risprxidenza romana avea gia comprcso che gli antichi Romani del 
loro jus pontificio non ne facevano corpo a parte, ma 1'univano in- 
sieme col pubblico, del qualc era una minima parte, non cssendo 
cotanto multiplice ed operoso, restringendosi solamente alle loro 
cose sacre c religiose, alia norma del legittimo culto de' loro dii, 
ed a' loro riti e celesti ccrimonie; laonde questo nuovo diritto ea- 
nonico dovca riguardarsi come tutto altro e molto diverse e diffc- 
rentc. Ebbi cstremo contento in conoscere chc, per saperne i suoi 
princlpi ed origini, non dovea ricorrersi a' tempi molto lontani; 
anzi che venivano a cadere giustamente nc j tempi dcll'impora- 
dore Costantino Magno, donde pure cominciuva la nuovu e bassa 
giurisprudenza romana. II qualc, essendo stato il primo impenidore 
che, tolto ogni divieto, pennise nclPImpcrio che la rcligione cri- 
stiana potesse abbracciarsi c pubblicamcnte da tutti professarsi, 
sicomc da lui cominci6 per le nuove leggi la nuova giurisprudensca, 
cosl, per ci6 che riguarda il ius pontificio, da lui prese nuova forma 
ed aspetto, e si diede origine a tanti altri strani e mostruosi can- 
giamcnti, onde fosse surto questo nuovo diritto canonico; sicche* 
io ncl tempo istcsso potcva, con passo uguale, proseguire i miei 
studi per la conoscenza non men delPuna che dell'altra; cd avendo 
con tal metodo e con tal antivedere proscguito ad apprenderlo, co- 
nobbi che ne* principi nonch<S doppo che fu ricevuta neirimperio 
la religione cristiana, questo dritto non faceva corpo a parte, ma 
dagli imperadori cristiani era srtato rinchiuso ne j loro Codid e nolle 
compilazioni dellc loro Novelle\ e la ragionc era, sicome conobbi 
dapoi, perch^ Costantino Magno voile egli prendcr cura dell'este- 



CAPITOLO SECONDO 2Q 

rior politia 1 e governo della Chiesa, dichiarandosi che, sicome i 
vescovi n' erano ispettori per ci6 che riguarda 1'interno, la predica- 
zione del Vangelo, la correzione de' costumi, 1'amministrazione de' 
sacramenti e le altre cose sacre e religiosi riti; cosl egli della Chiesa 
esterna, che riguardava la nuova esterior sua gerarchia, acquistata 
dopo che fu ricevuta nell'Imperio, la nuova forma e disposizione 
non men delle cose temporal! a lei appartenenti, che delle persone 
ascritte al suo ministerio: ne fosse egli capo ed ispettore, e che, 
sicom'era capo dell'Imperio, cosl dovea prender cura di tutto ci6 
che dentro di quello era. E non si movea allora dubbio che la Chiesa 
fosse neirimperio e non gia questo nella Chiesa, sicome i Padri 
antichi, e fra gli altri Ottato Milevitano, 3 ingenuamente afTerma- 
vano; onde awenne che Costantino e gli altri imperadori suoi 
successori, per questo riguardo, ancorche cristiani, ritenessero fra 
gli altri titoli tramandatogli da' loro predecessor! quello di ponte- 
fice massimo, riguardando la religione gentile, la quale, nell'Impe- 
rio non mai proibita, era professata pubblicamente non meno che 
la cristiana; e prendessero anche il titolo di episcopus ad extra, ri- 
guardando la religione cristiana: le quali due religioni erano pro- 
fessate nelPImperio, del quale gl'imperadori erano capi e mode- 
ratori. E quindi questo nuovo diritto pontificio non dovea ricer- 
carsi fuori del corpo de' loro Codici e delle compilazioni delle loro 
Novelle. 

Ciocche rendeva evidente il Codice teodosiano, compilato per au- 
torita deirimperadore Teodosio il Giovane, ove sono racchiuse le 
costituzioni de' principi cristiani, da Costantino Magno fino a' 
suoi tempi, il decimosesto libro del quale racchiude le costituzioni 
a questo diritto appartenenti. Molto piu ci6 poneva in chiara luce 
il Codice di Giustiniano e le tante sue Novelle a ci6 riguardanti, 
le altre compilazioni greche segulte appresso sotto gli altri impera- 
dori d'Oriente, suoi successori, e spezialmente le tante Novelle di 
Lione il Sapiente 3 e di tanti altri, per le quali e manifesto che 
i Greci, per 1'esterna politia delle chiese dell'Imperio d'Oriente, 

i. politia: ordinamento politico. 2. Ottato Milevitano: Ottato, vescovo di 
Milevi, in Numidia, vissuto nella seconda meta del secolo VI, santificato. 
Fu il primo polemista antidonatista, avanti Agostino d'Ippona. Per que- 
sta citazione, tratta dal libro iv del De schismata Donatistarum, cfr. anche 
P. GlANNONE, Del concubinato dei Romani, in Opere postume, I, pp. 122 sgg. 
3. Lione il Sapiente: Leone VI (866-911), detto il Filosofo, imperatore 
d'Oriente. 



30 VITA DI PIETRO GIANNONH 

non riconosccvano altro dritto canonico, chc quello che da' rcgola- 
menti de' loro impcradori era stato, per le loro leggi c novclle co- 
stituzioni, stabilito. 

Da ci6 conobbi che in Occidcntc tutt'altro fosse seguUo e che 
roriginc piu immediata di questo diritto, che ora si ricava dal De- 
creto di Graziano e dalle Decretali de' romani ponteiici, dovea in 
Occidcntc investigarsi dopo la ruina di questo Imporio, quando si 
estinse nella persona di Augustolo. 1 I di lui princlpi e progress! e 
cangiamcnti doveano apprendersi dalle varic secondaric vicende 
scguitc doppo, e quando risurse nella persona di Carlo Magno, e 
quando, estinta la maschile sua prosapia, 1'Impcrio d' Occidcntc 
pass6 presso i Germani; c dalle tante rivoluzioni di cose scguitc, 
spezialmente in Italia, doppo il lungo interregno dcirimperadorc 
Federico II, 2 c doppo tanti aitri avvenimenti e strani e portcntosi 
cangiamenti segulti in Europa; ondc, sicome surscro tanti nuovi 
domlni e nuovi costumi, non dovea recar maraviglia, se ne scris- 
sero altri nuovi regolamenti c nuove compilazioni di diritti, a gli 
antichi affatto ignoti e sconosciuti. 

Dalla considerazione dcllc quali cose compresi che molto piu 
rimancva di travaglio a chi intcndcva applicant a' studi tie* tempi 
bassi ed oscuri, c a* secoli mcno a noi rcmoti, pieni d'ignoran/,a, 
madre di tanti errori e superstizioni, che anclar vagando sopra le 
vetuste ed antiche romtinc mcmorie. Ma nel tempo stesso mi rin- 
corava col riflctterc chc, se benc quelli studi fusscr noiosi e pieni 
di travaglio, nulladimanco rapplicarvici era piu utile e ncccssario, 
non solo per lo rapporto che avcano a' nostri ultirni tempi, per ben 
intcndere la presente costituzione dclle cose, ma perehe il corso di 
tanti secoli, quanti sono da Costantino Magno fino a noi> avea re- 
catc nvutazioni cosl stupende, introdotti costumi si strani ed altrc 
cose portentosc, che parcva che il genere umano istesso si fosse 
tutto cambiato c gli uomini, fino ncl pensare, ne* loro duscorsi, ra- 
ziocini e giudlci, non pur ne' co$itumi, fosscro tutto altro di quel chc 

i. quando . . . Augustolo; cioc con la caduta di Roma c hi deposition;; del- 
1'imperatore Romolo Augusto (detto aprcgiativaraentc Augustolo) da parte 
di Odoacrc> ncl 476. 2. Pedmco II di Hohenstauften (1194-1250), iiglio 
deirimpcratore Enrico VI e di Costanza d'Altavilla, rirnasto orfano di cn- 
trambi i genitori a soli quattro anni (1198), fu posto aptto la tutclu di papa 
Innoccnzo III, mentre Timpero restava in balla dci fcudatari. II lun#o 
interregno si concluse solo dopo la battaglia di Bouvincs (1214) contro 
Ottone di Brunswick, e con 1'incoronazione a Roma ncl 



CAPITOLO SECONDO 31 

prima gia furono. 1 Ciocch6 io reputava dover tirare la curiosita di 
tutti, per conoscere le origini, le occasion! e le maniere di tanti e 
si strani cangiamenti. E reputando che senza Tistoria era impossi- 
bile venirne a capo, colPoccasione che, per ben capire il diritto 
canonico dovea svolgere gl'istorici ecclesiastic! : a' medesimi ag- 
gmnsi i civili, sicche, nel tempo stesso, potessi ricever lume non 
meno per le cose canoniche riguardanti la Chiesa, che per le civili 
appartenenti alFImperio, e per conoscere le origini ed occasion! 
delle tante altre nuove compilazioni segulte dapoi, delle leggi lon- 
gobarde, oltre delle feudali, e delle tante altre raccolte delle nostre 
costituzioni ed altre ordinanze, riti ed usi appartenenti alle nostre 
patrie leggi ed alia presente costituzione del regno di Napoli. 

Per Pistoria ecclesiastica mi furono additati Eusebio, Socrate, 
Sozomeno, Sulpicio Severo, Teodoreto, Zonara 2 ed altri antichi; 
ma poiche" in questa parte si eran fatti in Francia gran progress!, 
volli avere per soccorso i moderni e, sopra gli altri, quella di Fleury 
e di Tillemont; 3 e, per ci6 che riguarda la particolar istoria dell'ori- 
gine e progress! del dritto canonico, gran sollievo mi fu quella di 
Von Mastrich e di Doujat, 4 che furono i primi libri da me letti in- 

i. il corso . . .furono: cfr. Machiavelli, Istorie fiorentine, I, 5: si potra . . . 
facilmente immaginare quanto in quelli tempi patisse la Italia e 1'altre pro- 
vmcie romane; le quali non solamente variorono il governo e il pnncipe, 
ma le leggi, i costumi, il modo del vivere, la religione, la lingua, 1'abito, i 
nomi . 2. Eusebio (265 circa-34o circa), vescovo di Cesarea, scnttore e 
polemista ecclesiastico, sostenitore di Ario. Tra i suoi scritti importano, 
per la storia della Chiesa, il Chronicon (tradotto in latino e proseguito sino 
al 378 da san Girolamo) e la Storia ecclesiastica, che giunge sino alia vit- 
toria dell'imperatore Costantino su Licinio (324); Socrate lo Storico, 
che prosegul la Storia eusebiana, vissuto a Costantinopoh nel IV secolo; 
Ermia Sozomeno, fiorito sotto 1'imperatore Teodosio II, autore di una 
Storia della Chiesa^ in nove libri, comprendente (nel testo pervenutoa) il 
periodo dal 324 al 425; Sulpicio Severo (360 circa-413 circa) originario 
dell'Aquitania, scrisse un Chronicon e opere agiografiche; Teodoreto (393 
circa-458), vescovo di Giro e sostenitore di Nestorio, scnttore e polemista 
ecclesiastico; Giovanni Zonara (morto nel 1130 circa), vissuto a corte a 
Bisanzio, poi ritiratosi in monastero, scrisse un* epitome storica dalla crea- 
zione del mondo ai tempi di Alessio I (1118). 3. Claude Fleury (1640- 
1723), giurista e storico francese, fu sostenitore della chiesa gallicana e le 
sue ideo furono apertamente espresse nella celebre Histoire eccUsiastique, 
uno dei tcsti piu famosi della prima meta del secolo XVIII; Louis-Se"ba- 
stien Le Nain de Tillemont (1637-1698), autore di una famosa Histoire des 
empereurs et des autre$ princes qui ont regnt durant les six premiers siecles 
de VSglise, e d&iMemoires pour servir d Vhistoire eccUsiastique des six premiers 
siecles. 4. Mastrich: Peter von Mastricht (1630-1706), teologo protestante 
di Colonia, insegn6 a Francoforte sull'Oder teologia ed ebraico, quindi a 



j* VJLJLA JDI PIETRO GIANNONE 

torno a qucsta materia. E cosl, proseguendo di passo in passo, se- 
condo Tordine e cronologia de' tempi, andava awicinandomi negli 
istorici cd altri scrittori non men civili chc ccclesiastici, di secoli 
men remoti ed a noi piu prossimi c vicini; c poichc la tcnuita del 
mio corto palrimonio non mi dava modo di potcr comprar libri a 
cio neccssari, c per la poca conoscenza che avea allora di altri amici 
non avea chi potesse prcstarmigli, esscndosi in Napoli pochi anni 
prima, per munificenza del cardinal Brancaccio, 1 apcrta nel seggio 2 
di Nido xina magnifica e doviziosa biblioteca alia quale, oil re i libri 
di due cardinali di quella non men iliustre chc antica famiglia, 3 
Tultimo cardinale avea lasciati fondi, non solo per sostcntamcnlo 
del bibliotecario e custodi, ma eziandio per compra di nuovi libri 
che, nel processo di tempo, fossero stati impressi ed espostala ad 
uso e comodit del pubblico, io non tralasciava spcsso andarci e 
consumare in quella Tore dc' giorni che stava aperta; e non posso 
negate chc mi fu di molto aiulo c gran profilto, non solo per la co- 
pia de' libri che vi trovava, appartcnenti a' mici intraprcsi studi, 
ma per la conoscenza che ivi prcsi degli uomini dotti e letteruti 
della citta che la frcqucntavano, i saggi discorsi dc j quali muggior- 
mcntc m'illuminarono; sicche", confercndo io coirAulisio le cose ivi 
lette ed intese e di aver acquistata notisda di soggotti vcramcnte de 
gni d'esscre ascoltati, mi solea dire che nella mia adolescetr/a era 
vcnuto in Napoli nell'eta dcll'oro, quando la sua avea dovuto pas- 
sarla in quella di ferro, nella qualc trov6 pochi o rari uomini, no 
si pronta commodity di libri e d'ogni genere; e ch'egli, per poter 
leggcre qualche buon libro, dovea corrcre fino al conveuto di San 
Giovanni a Carbonara ed impetrar da quo' monaci, per grazia e 
favorc, che Io facessero entrare nella libraria lor husciata ditl cardi- 
nal Seripando, 4 sicche, per breve ora potesse profittarc della lettuni 
di alcuni rari e dotti libri. 

Duisbourg c a Utrecht; Joan Doujat (r 609- 1688), giurccoutmlto luttcru- 
to francese, fu professoro di diritto cunonico al College Koyul prcccttorc 
del Dolfino. i. Slefano Brancaccio (i6i8~i68s&), crcuto curdintilc clu In- 
nocenBO XI nel 1681. z. seggio: la scxionc urbana nella quale erano riu- 
niti i nobili nupoletani, in corrispondcnza dclla circoaorixiotie (o quarticrc) 
cittaduxa. Ma cfr. Istoria civile, tomo i, lib. i, cap. iv, par. i, pp. 15 sgg; 
tomo in, lib. xx, cap. iv, pp. 30 sgg. 3. due , . .Jamiglia; Htefano era ni- 
pote del cardinale Francesco Maria (1592-1675), La biblioteca bnmcuc- 
cxana ^ ora xmo dei fondi della Biblioteca Nazionale di Napoli, 4. Giro- 
lamo Seripando (1493-1563), vescovo di Salerno nel 1554, cardinal^ nel 
1561. Notizie su questo lascito anche nvll'Istoria civile, tomo xv> lib. xxxn, 
cap. v, par. i, p. 81. 



CAPITOLO SECONDO 33 



II 

Intanto, per consimili ed altre opportunity, acquistando io mag- 
giore cognizione non men di cose che conoscenza di altri dotti ami- 
ci; fra questi, venni per mia buona sorte ad incontrarmi con uno il 
quale, per essere stato il primo ad illuminarmi in cose di solida 
filosofia e di altre lettere umane, la gratitudine ricerca che io con 
le debite lodi non debbia tralasciarlo. Questi fu Filippo de Angelis, 1 
onesto cittadino napolitano versatissimo nello studio delle buone 
lettere e sopra tutto amante de* poeti toscani ed intendentissimo 
non meno deirarte poetica ed oratoria che dello stile de' piu ce- 
lebri e famosi oratori e poeti; e sovente solea anch'egH esercitarsi 
nel poetare, di cui ne abbiamo anche impresse alcune dotte canzo- 
ni e culti sonetti. Era eziandio ornato di filosofia, e di altre scienze; 
ma poiche in Napoli la prima filosofia, che di Francia venne ed 
atterr6 la scolastica professata ne' chiostri, fu quella di Pietro Gas- 
sendo, 2 i di cui libri, per la molta erudizione e gran eloquenza, 
avean tirati gli animi di tutti, e spezialmente della gioventu, ad 
apprenderla: quindi egli avea abbracciata questa dottrina, la quale 
poi sempre ritenne, non ostante che la filosofia di Renato delle 
Carte, 3 che vi fu piu tardi introdotta, avesse cangiati i sentimenti 
di molti, i quali da gassendisti si mutaron poi in cartesiani. 

Io, per compensare la grave perdita fatta di que' tre anni inutil- 
mente consumati nella scolastica, secondo rindirizzo del medesimo 
volli apprendere quella di Gassendo, alia quale niente mi furono 
di ostacolo i precedent* studi sopra la filosofia di Scoto, poich6, non 
lasciandomi se non confuse immagini, 1'avea gia quasi tutte dimen- 
ticate; sicch6 Peloquenza ed erudizione del nuovo filosofo Gassendo 
mi prese tutto, e con indicibil piacere leggeva le di lui opere; e 

i. Filippo de Angelis, leccese, fu poeta arcade, e pubblic6 un volume di 
Rime in Napoli, nel 1698. Su di lui cfr. G. M. MAZZUCHELLI, Gli scrittori 
d* Italia, i, cit., advocem Angelis ; E. D'AFFLITTO, Memorie degli scrittori del 
regno di Napoli, I, Napoli 1782, p. 357; C. MINIERI RICCIO, Notizie biogra- 
fiche e bibliografiche degli scrittori napoletani fioriti nel sec. XVII, I, Milano- 
Napoli-Pisa 1875, p. 35; C. VILLANI, Scrittori ed artisti pugliesi antichi, 
moderni e contemporanei, Trani 1904, p. 47. 2. la prima . . . Gassendo: 
Pierre Gassendi (1592-1655), filosofo e medico francese, rimise in circo- 
lazione la filosofia epicurea, con un notevole apporto originale. Queste e le 
notizie che seguono sono confermate anche dall'Autobiografia di Giam- 
battista Vico (cfr. Opere, a cura di F. Nicolini, Milano-Napoli 1953, p. 19). 
3. Renato delle Carte: Rene" Descartes (latino Cartesius). 



34 VITA DI PIETRO GIANNONR 

poiche mi sgomcntavano tanti volumi, cd io non volcva tralasciare 
1'intraprcsi studi della giurisprudcnza cd istoria romana, fui con- 
tenlo dcllc Epitome, che Gasscndo csattamcntc avca a qucsto fine 
compilate, 1 le quali Icssi luttc con avidita c sommo contcnto, rav- 
visando in qucllc una solida c piu vcrisimilc filosofia, la qualc tolse 
tultc qucllc tenebre c caligini, ncllc quali fino allom era state io 
immcrso. Egli c vcro chc non potci allora comprendere quel snvio 
ammonimcnto chc ivi s'inculcava, il qual poi, col tempo c colPeape- 
ricnza conobbi esscrc verissimo : chc tuttc le conosccnzc non men 
mctafisichc chc fisiche e quanto gli uomini apprendcvano, ritfuar- 
dando qucsta gran fabbrica del mondo, dovcano indrizzarlc alia 
morale, la qual, per ci6, in quclla filosofia s'inscgnava ncll T ultimo 
luogo, e scrvirsenc non per altro fine, se non per ben diriggere, 
nella lor vita morale, sue operc, suoi andamenti c costumi, 

Coll'occasione di questi studi, lessi i sci libri Delia natura dcllc 
cose di Tito Lucrezio Caro, a e quanto Gasscndo si adopcrasae, 
confutando alcuni errori dclla gentilita, per mostrarc che in tutio 
il resto la sua dottrina fosse sana e da non rifiutarsi da quo* che 
professavano la cristiana rcligionc, come quclla che a lei non si 
opponcva. Lessi pure, con talc occasionc, i libri di Scsto Empirico, 3 
spesso dal Gasscndo allegati, i quali allora crano in Napoli raris- 
simi, e per buona sortc un mio amico, che 1'avea, fecemi il favore 
di prestarmigli. Lessi le Vile de'filosofi di Diogene Laer/,io 4 ed altri 
libri a qucsti studi filosofici appartenenti, sicch6 divcnni, come gli 
altri miei coetanci, filosofo gassendista. 

A confermarmi in questa dottrina si aggiunse che, avcndomi in- 
tanto Io Spinelli fatto prendere amicizia con un famoso medico e 
filosofo di quo' tempi, chiamato Agncllo di Napoli, 5 qucsti, ancor- 



i. Epitome . . . cowpilate: cfr. P, GASKENDI, Syntagma pliitosophfcttm com* 
plectens logicatn, physicam at cthicam. Occupa i primi due volumi in folio 
degli Opera omma, Lugduni 1658. a. Itssi . . . (\iro\ per hi fortuna del D& 
rerum natura in quest! anni, cfr. G. MAUGAIN, fsttude sur involution intd~ 
lectuelle de Vltalie de 1657 a 1750 environ, Paris 1909, pp. 130 sjypf. Mu si 
veda anchc G. B. Vico> Autobiof[rafia> ed. cit v pp. 19-20. 3. Sesto ttmpi* 
rico, filosofo e medico greco - forse africano di nuscita - viwmto ncllu sc- 
conda mcti del II sccolo dcU'Era volgare, appartcnnc alia acuota sccttica c 
di quella filosofia stcsc un sommario giunto sino a noi ; lAne&mtnti <tt pirro- 
nismo. Altra sua opera pcrvenutaci sono i dodici libri Adversus matJumaticw. 
4. Diogene Laerxio, scrittorc c biografo grcco, fiorito intorno alia meta del 
III sccolo dell'Era volgare, scrisse la vita dci piti illustri filosofi, dino n Kpicu- 
ro. 5. Agnello di Napoli (1658- ?) fu lettore di mcdicina, ma inscgn6 anche 



CAPITOLO SECONDO 35 

che gli altri medici, e spezialmente i giovani, cominciavano ad al- 
lontanarsi da Gassendo ed appigliarsi alia filosofia di Cartesio, egli 
per6 non si smosse e stette fermo e finch6 visse tenne la dottrina di 
Gassendo, e nella stessa, per suoi discorsi che meco spesso avea, 
m'inculcava che io permanessi ; sicche" , da una parte il de Angelis, 
che me 1'avea additata, e dalFaltra il di Napoli, che me 1'avea con- 
fermata, mi tennero fermo in questa filosofia, dalla quale non ne fui 
smosso se non nelPulteriori anni, secondo che sara esposto nel pro- 
gresso di questa mia Vita. 

Al de Angelis io pur debbo non pur questi studi, ma di avermi 
istradato nella conoscenza de' buoni poeti e de' piu culti scrittori 
toscani, onde io potessi apprendere non meno 1'eloquenza, che un 
piu culto ed elegante stile e la proprieta e sceltezza delle voci e frasi 
toscane. Egli fu il primo che mi scovri le bellezze del Petrarca 1 e 
degli altri nostri eminent! e rinomati poeti, dalla dolcezza de' quali 
io preso, non mi stancava di spesso leggere e rileggere i loro poemi, 
e quanto da altri sopra il maraviglioso loro artificio e sapienza era 
stato osservato. per6 vero che, quantunque mi piacesser tanto e 
gli avessi nelle ore meridiane quasi sempre nelle mani, non mi re- 
sero mai abile di poter per me stesso comporre un solo verso. 

La Comedia di Dante, in questi principi, non in tutto arriv6 a 
piacermi; ma ammirava solamente alcuni canti, come la dura morte 
del conte Ugolino, il racconto degli amori di Francesca per occa- 
sione della lettura di Galeotto, 1'altro del re Manfredi, la proprieta 
ed evidenza de' paragoni, e consimili ed altri pezzi. E gl'intendenti 
della lingua e del suo stile mi dicevano che ci6 dava indizio che io 
non ne avea ancora acquistata piena conoscenza, e giunto alPultimo 
punto di perfezione, al quale ci sarei arrivato quando questo divino 
poeta finisse di piacermi in tutte le sue parti, sicome dapoi conobbi 
che dicevan vero. 

Come vago nelle scienze ed arti liberali di sapere i primi, ebbi 
desiderio, per la poesia, legger Omero. Ma letta VIHade secondo la 



filosofia sin da giovanissimo, secondo quanto riferisce G. G. ORIGLIA, Sto- 
ria dello Studio di Napoli, n, Napoli 1754, p. 112, che pone Tinizio del suo 
insegnamento nel 1683. Su di lui cfr. inoltre G. GIMMA, Elogi accademid 
della Sodeta degli Spensierati di Rossano, Napoli 1 703 , p. 1 93 . i . Veloguen- 
%a . . , Petrarca : dunque un insegnamento improntato ai canoni barocchi, 
come conferma piu sotto 1'accenno alia poesia di Dante e i nferimenti al 
Bembo, al Dclminio e al Salviati. 



36 VITA DI PIETRO GIANNONE 

traduzione latina di Lorenzo Valla, e VOdissea* come ignaro allora 
della costituzione della Grecia e molto piu dell'Asia, e de* popoli 
chc le componcvano a quc' antichissimi tempi, e sprovvisto di altre 
conoscenze ncccssarie per intendcr bene quc' pocmi, ne cavai po- 
co profitto, ed appena mi restarono in mente i principali fatti ed i 
nomi di que' piu insigni eroi; sicch6, ncU'cta avanzata, tornando 
a leggergli, mi sembraron nuovi e degni veramente di essere rilctti 
ed ammirati. 

Per git autori toscani chc avcano scritto in prosa, ii de Angelis 
mi addit6, fra' primi, i due Giovanni - Boccaccio e Villano - cd 
altri scrittori fiorcntini; e per apprendcr I'artc dclPeloquenza ed i 
vari generi dello stile, mi propose i Commentary del Panigarola 
sopra Demetrio Falereo? che io lessi con somma cura ed attcnzione. 
A questi aggiunsi le prose del Bembo, i discorsi di Giulio Camillo 
Delminio, del Muzio, del Salviali ed altri. 3 Ma intorno allo stile di 
quanti trattati avea letti, niuno mi parve piu savio e dotlo che qucllo 
che compose il padre Pallavicino, gesuita poi cardinale, Dell 1 or te 
dello stile* il qualc con acute riflessioni ed accurati accorgimenti 



i. Vlliade . . . Odissea: il Giannonc si rifcriscc con molia probabtlita 
airedizionc Homen poetarum principi$ t cum lliados t turn Odysscac tihri 
XLVIH, Laurentlo Vallen. et Raphaele Volatcrrano mterpr., s. L (ma 
Antwcrpen), 1528. Lorenzo Valla (1407-1457), uno dei piu grandi nostri 
umanisti, fe celcbre per la sua negazione, con rigore storieo-filologico, del- 
1'autcnticita del constitutum costantiniano con la De falsa crcdlta ct ementita 
Constantini donations dedamatio. 2. DEMETRIO DI FAIJKRO, // firedicatore, 
overo . . . DelVelocutiom, con le parafrasi, e commenti, e discorsi eccfaitxstici 
di Mons. Francesco Panicarola, s. 1., 1642. Francesco ranigarola (1548- 
1594), vescovo di Chrysopohs, poi di Asti, fu un cclobrc predieatore c 
polemista dclla Controriforma. Demetrio Falereo, uomo politico e scrittore 
atenicsc nato intorno al 350 uvanti 1'Kra volgure, scriso sui poemi omcrici, 
raccolsc massime e si occup6 di retorica; ma le sue opere sono andatc pcr- 
dute. 3. le prose . . . altri: Pietro Bembo (1470-1547), cardinale, unianista, 
sostcnnc il volgare fiorcntino come lingua letteraria e propose cortu 1 mo- 
dclli il Petrarca c il Boccaccio; Giulio Camillo Delminio (1485 circa- 1544) 
fu anch'cgli Icttcrato petrarchista ; Girolamo Mnstio (1496- 1 576) sostonnc, 
nel dibattito sulla lingua, le position! di Gian Giorgio Trisftino, in tin' ope- 
ra uscita postuma (Battaglie in difesa delVitalica lingua) 1582); Leonar- 
do Salviati (1540-1589) fu tra i promotori dell'Accadcmia della Crusca. 
4. Ma . . . stile: cfr. Consideration sopra Varte dello stile e del dialogo, Ro- 
ma 1646, opera del gesuita Pietro Sforza Pallavicino (1607-1667) : dal 1639 
professore di filosofia, poi di teologia al Collegio Romano, cardinale nel 
'57, fu I'awersario di Paolo Sarpi, contro la cui storia del Concilio triden- 
tino ne contrappose un'altra scopcrtamente apologetica. Su di lui cfr. L 
AFF6, Memorie della vita e degli studi di SJorxa cardinale Pallavicino> 
Venezia 1780. 



CAPITOLO SECONDO 37 

avea superato la diligenza ed osservazioni degli altri; e secondo che 
io colPeta m'avanzava a quest! studi; e dapoi, per la conoscenza 
de' tempi meno a noi lontani, pervenni alia cognizione delle istorie 
d' Italia degli ultimi secoli. Da quelle del Guicciardini e del Macchia- 
vello appresi lo stile: se bene sembravami piu piano, facile e cor- 
rente quello del Macchiavello, che quello contorto, awiluppato e 
laborioso del Guicciardino ; onde mi attenni piu al primo che a 
questo secondo. 

Fra questi studi occupato, poiche non prendeva n misura, n 
modo in trattargli, ma spinto da giovanil ardore poco curava di 
tralasciargli nell'ore dopo pranzo, ne di esercitarmi col corpo in 
camminare, ma star sempre fisso in casa, col tratto del tempo ne 
acquistai una ostruzione si grande, che arriv6 a farmi itterico e sof- 
frire per piu mesi questo morbo chiamato ((region 1 Sperimentai 
inutili tutti i rimedi, che, fino dagl'idioti, per guarire mi erano addi- 
tati. Infra gli altri, dicendomi un awocato mio amico, che nel 
monistero delle monache di Regina Coeli v'era una monaca che 
guariva gPitterici, io, colPoccasione che andava spesso a visitare 
Agnello di Napoli, che abitava ivi vicino, volli una mattina tentare 
anche se per la medesima potessi guarire; e fattala chiamare, sco- 
prendogli il mio male, la pregai che avesse pieta di me. Ed ella, 
fattomi animo, dimandatomi se io avea moglie e rispostogli di no, 
mi fece inginocchiare, e recitatomi sopra il capo certe parole, delle 
quali sol me ne ricordo due, che diceano arcum conteret, e prescrit- 
tomi alcuni sciroppi ed acque distillate che dovessi prender la 
mattina, me ne mand6 via, imponendomi che, per otto giorni, ogni 
mattina dovessi tornar da lei, poich'ella, nella sua stanza, avrebbe 
proseguito ci6 che gli rimaneva di fare per la mia guarigione. Rac- 
contai al di Napoli di aver trovata per me una medica si pietosa e, 
ridendo sopra il mescuglio degli antidoti di sciroppi ed acquette 
con le divozioni e detti de' salmi, la lasciai con le sue percantazioni, 
n6 piu vi feci ritorno. E proseguendo la strada additatami dal me- 
desimo, se ben lunga, delPesercizio, acciaio* e di astenermi dalle 

1. regio: vogliono, perche" da curarsi con morbida vita e quasi da re. Io 
piuttosto direi perch6 le umane felicita generano livore ; o accennando al 
noto re che convertiva in giallo d'oro ogni cosa (Tommaseo-Bellini). 

2. acciaio: cosl dicevasi una cura di ferro, che consisteva nel bere acqua 
in cui erano stati immersi per un dato tempo dei chiodi arrugginiti. A 
questa cura il Giannone rest6 sempre fedele, solo sostituendo all'acqua - su 
consiglio di Pio Niccol6 Garelli, al tempo del suo soggiomo Viennese - il 



30 VITA Dl PIETRO GIANNONE 

paste c di altri cibi grossolani, crudi, salsi cd acctosi, cominciai a 
perdere quella stanchczza di membra, che mi sentiva piu quando 
era in quiete chc in moto, e finalmentc a libcrarmcne affatto. Ciocch 
servl per mio ammaestramento, come dovessi per I'awenire rcgo- 
lare le ore dc' mici stucli, e di non tralasciare i mattutint cammini 
ed allri escrcizi del corpo. 



vino d'assenaio: cfr. la letters al fratcllo Carlo del z giugno 1731 (Cianno- 
niana> n.4i2). Ma si veda anche, prima, la Icttcra del 15 luglio 1730, dov<i 
scrivc che il suo rimcdio per mantenerjii in buona salute 6 gambc c ao 
ciaio (Giannoniana, n. 364). 



CAPITOLO TERZO 

Anno 1701, sotto il regno di Filippo V, re di Spagna, e sotto il governo del- 
lo stesso duca di Medina Coeli e poi del duca d'Escalona, marchese di Vi- 
ghena, 1 vicere. 



Intanto, erasene passato il decimosettimo secolo ed eramo en- 
trati nel decimottavo. Ed a me, doppo scorsi sei anni da che era 
arrivato in Napoli, ne' quali avea atteso a questi studi, faceva me- 
stieri che pensassi ad applicarmi nel foro e calcar la polvere de* 
tribunali, per poter trovare qualche onesto modo da vivere, senza 
aspettar di mia casa altro soccorso. La quale, per la morte accaduta 
del zio di mia madre, e perche non si era fatto poco per lo spazio di 
sei anni mantenermi in Napoli e somministrarmi anche il denaro 
per ascendere al grado di dottore, non era in istato di potermi di 
vantaggio sowenire; e mi credeano di eta tale, essendo nel venti- 
cinquesimo anno, che io per me stesso, co' primi guadagni del foro, 
ancorchS piccioli, potessi sostentarmi. Sicch6 mi risolsi, doppo pre- 
so il dottorato, d'incaminarmi per la strada de' tribunali, ed a que- 
sto fine cercare un awocato sotto il quale potessi acquistarne la 
pratica, non meno che istradarmi e rendermi abile di trattar qual- 
che causa. 

Nella citta di Napoli i gradi del dottorato non si conferiscono 
dall* University degli studi, sicome 6 in altre citti, ma dal Gran 
Cancelliero del Regno e suo Collegio de* dottori, i quali esamina- 
no i candidati e, trovatigli idonei, gli crean dottori. 2 Fui esaminato 
nel diritto civile e canonico ed esposi, secondo e 1'istituto, in pre- 
senza del Collegio, alcune leggi e decretali che mi furon prescritte; 
e dal suffragio di tutti approvato che fui, mi vestirono di toga, mi 
posero una berretta in capo ed un anello nel dito, ed apertomi in- 
nanzi il Corpo deltius civile e canonico, con ampie formole mi die- 
dero facoM di poter allegare, interpretare, insegnare ed esporre le 
leggi ed i canoni, creandomi, usando altri riti e cerimonie, dottore 
della legge civile e del diritto canonico; e me ne spediron diploma 
in carta pergamena, col suggello pendente, per futura memoria de' 
posteri. 3 

i. duca . . . Vigliena: Juan Manuel Fernandez Pacheco, marchese di Vilhena, 
duca d'Escalona, vicere" di Napoli dal 1702. 2. Nella . . . dottori: sulla ceri- 
monia dciraddottorato dx.Istoria civile, tomo in, lib. xxv, cap.ix, pp. 349-5^. 
3 .apertomi. . .posteri: il giuramento dottorale fu prestato il 4 settembre 1698, 



-r- VIIA JLI 1'IETRO GIANNONE 

Ncl cercare un avvocato, per apprcndcr la pralica de' trihunali, 
incontrai sortc uguale di quella ch'ebbi nel cominciar gli studi 
delle Istituzioni) poich6 mi fu proposto un avvocato 1 se bcnc di 
somma probita c riputato fra' primi dclla citta, nulladimanco era 
un puro forcnsc, sprowisto di ogni altra cognizione, illittcratissimo 
e che appcna sentiva il goffo latino de' volumacci forcnsi, inctto ncl 
parlar Ic cause nelle Ruote 2 c molto piu nello scrivcrc e ncl com- 
porre allegazioni legali, ancorche forcnsi, del quale non so n'era 
veduta alcuna che mcritasse esser letta. Aggiungevasi chc, scguitan- 
dolo io la mattina ne' tribunali, il dopo desinarc andando in sun casa 
per studiare nella di lui libraria, non ci trovai sc non libracci insi- 
pidi c sciapiti, tutti forensi; ed io, chc non volcva pcrderc i mici 
studi, fatti sopra autori eruditi c classici, soffriva per ci5 unsi gran 
pena. Fra tanti volumacci non vi rawisai che i tomi di Antonio 
Fabro, che stavano ivi condennati per non essere mai aperti, cover- 
ti di polvere e di tele di ragni. Cosl andava frammezzando colla 
noiosa lettura de' forensi qualche ora sopra il Codice di Fabro, so- 
pra la di lui Giurisprudenza papinianea e sopra i libri dal medcsi- 
mo compilati Intorno agli error i d prawmatid? Ma a lungo nnda- 
re, scorgendo il poco profitto che sc ne ricavava e che inutilmcntc 
vi consumava il tempo, scovrii al carissimo Spinelli le mie scia- 
gure d'aver incontrata, nelPclezione dell'avvocato chc dovea esser 
mia guida e scorta, si cattiva sortc. II quale, appena intcsc il nome, 
del quale ora non voglio ricordarmi, acrcmcnte mi riprese deU'ele- 
zione fatta e mi diede non pur consiglio, ma aiuto di cambitirlo 
ed eleggerne un altro, di cui cgli era stretto amico: e questi fu 
Gaetano Argento 4 di cui cgli avea conoscenza fin da eh'ertx disce- 

c il testo fe atato pubblicato da L. SETTEMBRINI, Le carte della sawla dl &- 
lerno e gli autografi di illustri napoletani laureati neW University di Nafioli, in 
Nuova Antologia, xxvi (1874), p. 956. i, un avvocatoi anchc di qucsto 
procuratore ci rcsta il nomc dal PANZINI, p, 3 : Giovanni Musto, a. nclle 
Ruotei nei tribunali. 3. i tomi . . .prammatici: si parla di Antoino Favre 
(15 57- 1624), giurcconsulto sabaudo, le cui opere, ncU'ordinc in cui sono 
ricordate dal Giannone, recano i scguenti titoli : Codex Fabrianus definitio- 
numforensium et rerumin sacro Sabaudiaesenatu tractatarum, Lugduni 1606 ; 
lurisprudentiae papinianeae scientia ad ordinem Institutionum impetialium </"- 
formata^ Lugduni 1607; De erroribw pragmaticorum et interpretum iuris . . M 
Lugduni 1598. 4. Gaetano Argento (x66i-X73o), native di Cosenzn, <?iuri- 
sta, sail alle piii alte caricho della magistratura napoletana: consitfliere del 
Sacro Real Consiglio nel 1707, reggcnte del Collateral nei 1709, consultore 
del Cappellano Maggiore, vice-protonotario e presidento del Sacro Real 
Consiglio nel 1714, delegate della Real Giurisdizione, fu creato duca dal- 



CAPITOLO TERZO 41 

polo del famoso awocato Serafino Biscardi 1 poi reggente, il quale, 
avanzatosi per la sua gran dottrina nell'awocazione, 2 era a questi 
tempi, ne j princlpi del nuovo secolo, giunto ad essere uno de' primi 
e piu insigni awocati. Con forti ed efficaci parole, conducendomi 
seco, mi raccomand6 al medesimo; e non bastandogli di avere 
reiterate piu volte le raccomandazioni, voile che altri personaggi 
di conto passassero per me colPArgento i medesimi uffici. 

II cangiamento fu per me d'inestimabil acquisto: trovai in lui 
profonda erudizione e notizia non meno di scrittori latini, che gre- 
ci, e profonda conoscenza non solo del dritto feudale e municipale, 
ma di giurisprudenza romana, che avea tratta da limpidissimi fonti; 
la sua biblioteca ornata de' migliori e de' piu scelti giurisconsulti 
e canonisti: ivi erano le opere di Andrea Alciato, di Budeo, di Gia- 
como Cuiacio, di Duareno, di Connano, di Balduino, di Brissonio, 
di Otomano, di Mornacio, di Antonio Augustino, di Contio, di 
Dionisio e Giacomo Gotofredo, di Cironio, del Gonzales, del 
Van-Espen, 3 e di chi no? Niente mancava degli altri scrittori fo- 

1'imperatore. Restano di lui manoscntte numerose consulte in materia giu- 
risdizionale, custodite presso le Biblioteche Nazionali di Roma e di Napoli. 
Su di lui si veda D. ZANGARI, Gaetano Argento, reggente e presidente del Sa- 
cro Real Consiglio, Napoli 1932. i. Serafino Biscardi (1643-1711), concit- 
tadino delTArgento, ebbe onori e cariche di rilievo, divenendo reggente 
del Collaterale. Schieratosi in favore della Spagna al tempo della guerra 
di successione, con Poccupazione austriaca del Regno fu rimosso da ogni 
carica (1707), ma poi reintegrate nelPufficio. La sua fama fu soprattutto 
affidata alia propria eloquenza ed erudizione, che lo fecero paragonare a 
Francesco D'Andrea (cfr. Istoria civile, tomo IV, lib. XL, cap. v, p. 490). Su 
di lui si veda N. CORTESE, Serafino Biscardi, in Bollettino della Societi Ca- 
labrese di Storia Patria , n (1918), nn. 1-2, e la voce di G. RICUPERATI nel Di- 
zionario biografico degli Italiani, X, Roma 1 968. 2. avvocazione : awocatura. 
3. Andrea Alciato (1492-1550), giureconsulto e professore di diritto civile 
ad Avignone, Bourges, Bologna e Ferrara, fu tra i maggiori del suo tempo 
e capo del nuovo indirizzo umanistico nel diritto ; Budeo : Guillaume Bud6 
(1467-1540), filologo e grecista, bibliotecario del re di Francia. A lui si 
deve la fondazione del Collegio di Francia; Duareno: Fran?ois Douaren 
( 1 509- 1 5 5 9), allievo di Andrea Alciato, insegn6 diritto a Bruges ; Connano : 
Fran?ois Connan (1508-1551), giurista e magistrate francese, signore di 
Coulon, fu pubblico ministero sotto Francesco I; Balduino: Fran?ois 
Bauduin (1520-1573), teologo e giureconsulto francese, fu mediatore tra 
ugonotti e cattolici durante le guerre di religione; Otomano: Francois 
Hotman (1524-1590), signore di Villers-St.-Paul, giureconsulto francese, 
ugonotto, consigliere di Stato sotto Enrico di Navarra, fu uno dei capi- 
scuola dei monarcomachi; Mornacio: Antoine Mornac (1554-1619 circa), 
awocato del Parlamento di Parigi; Contio: Antoine Leconte, latino Con- 
tius (1526-1586), professore di diritto a Bourges e Orleans, fu costante 
oppositore della Riforma; Dionisio . . . Gotofredo: Denis Godefroy (1549- 



rensi; ma erano ben distinti, tra forcnsi stcssi, gli goffi c sciapiti da 
quelli chc la giurisprudcnza romana aveano adattata all'iiso del 
foro, e che aveano saputo, ne' loro dotti volumt, la dottritia forensc 
condirla e trattarla da gravi e seri giurisconsulti. Vi crano libri eru- 
ditissimi di ogni genere, di poeti, istorici, oratori e fmo di iilosofi e, 
fra gli altri, tutti i volumi di Pietro Gasscndo. 

Ma sopra tutto, quel che rendevami estrcmo conlento 1 fu che 
vi trovai giovani della mia eta ed alcuni piu avanzali, i quali sotto la 
disciplina del mcdcsimo si erano avviati nella strada deiravvoca- 
zione, assai dotti, di buon scnso, cd amanti non men degli sLudi 
forensi che delle belle Icttere e di varia erudizioue; i quali, quasi 
tutti ho poi veduti ascendcre a* primi onori della toga. Con questi 
avendo preso amicizia, spcsso comunicando insieme i nostri stu- 
di avanzava sempre piu le mie conoscenze; e, sorta fra di noi qual- 
che emulazione, si resero quelli piu assidui ed intensi. Intanto, per 
qucsto cangiamento di miglior avvocato, lasciai il prinxo, il quale, 
poco dapoi, se ne mod. E non debbo tralasciarc chc, so bene presso 
di lui poco profittassi nel foro, nulladimanco per la sua divotu vita 
chc menava, diedcmi occasione di farmi acquistar conosccnssa col 
padre Antonio Torres,* non men dotto che savio e discreto prete 
delP Oratorio, istituito in Napoli dal padre Curacciolo, 3 il quale di- 



162,1), francese c ugonotto, riparato a Ginevra dove inscgno diritto in 
quella universita, detto VAncieri per distinguerlo da Jacque Godefroy, 
anch'cgli profcssore di diritto a Ginovra, c chc fu trc volte sinduco di 
quella citia; Ciromo: Innocent Ciron (niorto ncl 1650 circa), canccllicro 
della Chicsa e dcirUnivcrijitii di Tolosa, profcssorc di diritto; thmxalfsi 
P!)n>manucl Gonzalez y Virtus (mono ncl 17x3), canonista spa^uolo, i'u 
vescovo di Tucuman (oggi Santiago del Kstcro); iCcgcr Ucrnanl van 
Espen (1646-1728), profcssorc di diritto canonico a Lovunio, lu ^iancnittt 
e legato all'ambicntc di Port-Royal. La sua opera ma^giorc, il tu$ ?celf- 
siasticum universum, Lovanii 1700, fu posta all'lndicc, Schusratosi in iavo- 
re della validita dell'elezione del vescovo di Utrecht, contrastuta du Roma 
fu processato c condannato (1725), e dovette fuggire da Lovauio. k uno 
degli autori piu frequentcmente citati dai giurisdizionallsti italiani dcllu 
prima meta del secolo XVI IT; le sue opcre erano tru lu pUi ircqucute- 
mcnte utilizzate dal Giannone. *, contento; gioia. z. Antonio Torres 
(1636-1713), preposito generate dei l*ii Operari, una congregascionc cccle- 
siastica fondata in Napoli da Carlo Carafa nel 1600 e dvstinata all'oricatiiss- 
asazionc di missioni, Sul Torres si vc k da O. S. Tocci, 11 padre Antonio 
Torres e Vaccusa di quietismo, Montalto UlTugo (Cosenssa) 1958. 3. w/j- 
tuito , . , Caracciolo: non gia dal Caracciolo, ma dal Carafa, come sopra 
s'& detto. Forse il Giannone si riferiscc qui a Fabrisdo (al secolo Agostino) 
Caracciolo, abate di Santa Maria Maggiorc in Napi)H t cofondatore del- 
rOrdine dci Chierici Regolari Minori insieme a Giovanni Adorno, o ad- 



CAPITOLO TERZO 43 

morando nella casa chiamata di San Niccolo alia Carita, presiedeva 
in una particolar congregazione dov'eran frequenti piu awocati, 
nella quale, ne' giorni di domenica, la mattina, oltre altri spiritual! 
esercizi, faceva seraioni si dotti, fervorosi e sen, che tirava la divo- 
zione di molti di andarlo a sentire. Ond'io mi ascrissi in quella 
congregazione, e non tralasciando di frequentarla ebbi la sorte di 
avere per mio padre spirituale lo stesso Torres, il quale m'instrul 
nella vera e solida morale cristiana, e mi fece accorto di non por 
fiducia in alcune vane superstizioni ed in altre appariscenti ed 
estrinseche dimostranze, le quali erano da riputarsi piuttosto fari- 
saiche e pagane, che evangeliche e cristiane. 

Leggeva spesso YArte della perfezion cristiana 1 del cardinale 
Sforza-Pallavicino e, sopra gli altri libri spirituali, niuno lessi con 
maggior divozione, che le Confessioni di sant'Agostino, se bene in 
quell'eta mal comprendessi la mistura che in quelle osservava di 
cose puerili e basse colle grandi e sublimi, spezialmente quando 
s'innalzava nelle piu alte speculazioni teologiche e platoniche, Am- 
mirava il suo ingegno nelle cose filosofiche, ma sembravami che 
1'esser troppo attaccato alle splendide idee di Platone Pavesse al- 
terato rintelletto e resolo sottil metafisico e la sua prima professione 
di retorico Tavesse, purtroppo, reso amante di strane ed ardite 
metafore, di contrapposti e di fredde antitesi, solite per altro de' 
cervelli africani. 

Proseguendo a calcar la via de' tribunal! dietro il rinomato 
Argento, cominciai ad acquistar miglior conoscenza di altri awo- 
cati, sentendogli parlar nelle Ruote del Consiglio di Santa Chiara; 3 
e se bene io ci venissi tardi sicche non potei avere il piacere d'am- 
mirare 1'eloquenza dell'incomparabile Francesco di Andrea 3 ed il 

dirittura allo stesso san Francesco Caracciolo (1563-1608), il terzo fonda- 
tore deirOrdine, che venne beatificato da Clemente XIV. i. Arte . . . 
cnstianai Roma 1665. 2. Consiglio di Santa Chiara: cosi era detto, dal 
luogo dove anticamente soleva riunirsi, il Sacro Real Consiglio, magistra- 
tura suprema napoletana, corrispondente grosso modo alia nostra Corte di 
Cassazionc. Per6 sin dal Cinquecento la sua sede era stata trasferita in 
Castelcapuano, 3. Francesco & Andrea (1625-1698) fu uno dei maggiori 
giuristi del tempo. Le sue consulte sono tutt'ora conservate, manoscritte, 
presso le biblioteche di Napoli e Tarcivescovile di Brindisi. I suoi Avverti- 
menti ai nipoti sono stati editi a cura di N. Cortese in Archivio Storico 
per le Provincie Napoletane, N. S., v (1920), e successivamente ristampati 
a parte col titolo / ricordi di un avvocato napoletano del Seicento, Fran- 
cesco D* Andrea, Napoli 1923. Oltre alia prefazione ivi apposta dal Cortese, 
si veda ancora B. DE GIOVANNI, Filosofia e diritto in Francesco Andrea, 



46 VITA DI PIETRO GIANNONF, 

ne cotanto diffuse; nelle ultime sembrava un fiume impetuoso e 
grande che, rotto ogni argine, diffondeva ampiamenle le sue co- 
piosc acque da per tutto; ma se ben copiose, tulle pero limpide 
c chiare, non piu mescolate di loto, di arena, sterpi o sassi; sic- 
che" io, avendole come tante ampie e dilatate sclvc, irovava scmprc 
pronta la materia a' miei piccoli lavori, che cominciava allora a 
tessere. 

In cotal guisa avanzandomi ne' tribunali, sotto la scoria c gui- 
da di un tanto maestro, ed acquistando da ci6 conosccnza di al- 
tre persone, che per occasioni di liti frequcntavano il foro, vcnni 
ad esser noto ad alcuni provinciali; ed i primi furono alcuni della 
provincia di Lecce, i quali conoscendo in me qualche abilila, e 
che io militava sotto un si gran capitano, non si diffidarono 1 di 
commettermi la difesa di qualche lor causa, e procurarmi da' loro 
compatriotti delle consimili. Le quali, ancorche non di molto va- 
lore, servirono e per meglio esercitarmi nel foro, e perche dugli 
emolument!, ancorch6 piccioli, che ne ritracva, polcssi lirar avanti 
e, senz' income dar di vantaggio la povera mia casa, sostcnlarmi in 
Napoli nel miglior modo che poteva; conforlandomi in quest e mie 
strettezze 1'aver in mente quel savio detto, nato dall'cspcticnza, 
che spesso sentiva dire dagli awocati vecchi: che per coloro che si 
awiavano per la strada dell'awocazionc vi crano tre tempi: il prl~ 
mo, nel quale bisognava travagliare senza o con poco guadagno ; il 
secondo, nel quale la fatica era compensata con uguai mcrccde; cd 
il terzo, dove poco era il travaglio e molto il guadagno. Quul felice 
tempo io non vidi giammai. Cosl, colic cause di alcuni Leeeesi, 
che furon le prime ad esser da me trattate, cominciai a fanni no- 
to; ed essendo occorso in una di doversi scriverc, ne compost io 
Pallegazione, la quale essendo piaciuta al cliente, voile che si im- 
primesse, che fu la prima che io dcssi fuori alle stampc. 3 

i. non si diffidarono: non ebbcro sfiducia. a. la prima . . . stamp?.: di quc- 
sta allegazione non e rimasta traccia, n< vc n'e ricordo in PANKINI, do- 
ve invece si registra, tra le prime allegazioni priannoniane, unu in favorc 
del vescovo di Capaccio contro 1' Abate della Real Badia c cuppella di S- 
Egidio (p. 3). In cssa il Giannone csaminava il diritto dci vcscovi sullc 
cappelle reali, e 1'argomentazione pu6 csscre paratalmcntc ricostruita, s<:- 
condo quanto aflferma Io stesso PANZINI, ivi, da uno scritto di I, O, Vi- 
TAGLIANO, L'antico dritto de* regi cappellani a onore della real cappella di 
Napoli dimostrato e sostenuto contro le nuove pretenaiani de* regi capptltani 
stipendiati della medesima, Napoli, a* 25 del mcsse di marzo dcll'anno 1738; 
nonch6 dalle Osservazioni del dottor Pietro Giannone sopra ta scrittunt inti- 



CAPITOLO TERZO 47 

Di tempo in tempo, come suole awenire, mi furon commesse 
altre cause da altri provincial!, che io, acquistando maggior pra- 
tica e conoscenza de' ministri, maneggiava con piu franchezza; 
ed avendone guadagnato alcune, e sempre piu venendone delle 
nuove, mi posi in istato di far venire in Napoli un mio fratello 
minore 1 presso di me, ed istradarlo pria ne' studi di filosofia, poi 
in quelli di legge e, finalmente, metterlo nella strada de' tribunali. 

Awenne dapoi che, per la morte della principessa di Marano, 
si ebbe a disputare della di lei successione; ed aspirandovi donna 
Isabella Spinelli, contessa di Bovalino, che avea preso per suo av- 
vocato TArgento, questi, impedito da altre gravi sue occupazioni, 
mi diede 1'incombenza di attendere alle liti della medesima e, so- 
pra tutto, a quella che intorno alia successione suddetta teneva col 
Caracciolo, principe di Marano. E poiche in questa causa occorreva 
disputarsi non g& di succession! feudali, ma di tenute, le quali 
nel regno di Napoli doveano riputarsi burgensatiche, 2 e questa 
materia da' forensi non era stata trattata con quella dignita e chia- 
rezza che conveniva; quindi, essendomi stato imposto che io vi 
dovessi scrivere, mi fu data occasione di esaminare come si fossero 
introdotte nel Regno le tenute e dimostrare che potessero costituirsi 
sopra i feudi, non pur ne' contratti tra vivi, ma eziandio ne 1 testa- 
menti, nelle ultime volonta: per le quali non s'induceva servitu 
alcuna ne' feudi, non importando usufrutto, ma una semplice 
commodita di goderne i frutti, la quale era distinta dall'usufrutto: 
ci6 comprovando non solo per autorita di scrittori forensi, sicome 
erasi sin allora fatto, ma con i princlpi della giurisprudenza romana 
istessa, additando piu leggi delle Pandette, dalle quali dimostrai 
con evidenza che i giurisconsulti romani, quando non potevasi ne' 
fondi e ne' predii 3 e nelle doti costituire usufrutto, consigliavano che 
si concedesse facolt di poterne percepir i frutti, la quale non im- 
portava servitu alcuna; onde a ragione da' nostri maggiori si eran 
introdotte le tenute sopra i feudi, le quali doveano riporsi nelPere- 

tolata Dife$a della Real Giurisdizione intorno a' regi diritti di S. Maria 
della Cattolica della citta di Reggio (uno scntto del Vitagliano nel quale 
si erano criticati passi deWIstorta civile: cfr. infra alia nota i di p. 129). 
Queste Osseroazioni si trovano nstampate in Opere pos tume, II, pp. 143-50. 

1. un mio fratello minore: Carlo, il quale sarebbe divenuto I'aimninistra- 
tore di tutti i suoi beni dopo la fuga a Vienna. Mori il 14 febbraio 1755. 

2. burgensatiche: burghensatiche, allodiali, cioe di possessi non vincolati al 
feudo, allodio. 3, predii: possession! terriere (latinismo). 



48 VITA DI PIETRO GIANNONE 

dita burgensatica, non feudale, lasciata da' defunti, in vigorc dclle 
quali, i tenutari, ancorche" non eredi ne* feudali, potevano goderc 
di tutti i frutti del feudo, anche della giurisdizione, come frutto 
del medesimo. 

Quest'allegazione, che fu data alle stampe, 1 letta con piaccrc 
non men dagli awocati che da' ministri, mi rese piu noto ne* tribu- 
nali e cominciai dopo ad acquistar qualche nome : poiche\ occorren- 
do a gli awocati di trattar cause consimili di tenute, mi ricercavano 
questa scrittura e, secondo i princlpi e dettami della medesima, 
regolavano le lor difese e formavano le loro allegazioni. 



II 

Mentre io proseguiva ed avanzava nella strada dell'awocazione, 
non per ci6 furon da me tralasciati gPintrapresi studi della filo- 
sofia, deU'istoria, e delle altre lettere umane, conversando co' pri- 
mi letterati della citta, co' quali, intanto, avea io presa conoscenza. 
Ed intesi alcune dotte loro esposizioni, che recitavano avanti il 
duca di Medinacoeli vicer6, il quale sovente faceva ragunargli nel 
regal palazzo, ed in una ben ornata e magnifica sala, alia di lui pre- 
senza e consesso della primaria nobilta e ministero ed intervento 
di molti awocati ed altre persone letterate, si udivano vari compo- 
nimenti di sublime e scelta materia, non meno in prosa che in versi 
o rime, ed in pixi lingue: greca, latina, toscana e spagnola. 3 

Fra gli altri di questi accademici, mi strinsi con nodi di perfetta 

i. Quest'allegazione . . . stampe: anche di questo scritto non si hanno ultc- 
riori notizie, n Io ricorda il PANZINI, p. 4, il qualc, dopo aver scgnalato Tal- 
legazione in favore del vescovo di Capaccio, regislra di seguito 1'altra in fa- 
vore del principe d'Ischitella, sulla quale cfr. p. 70. 2. il duca . . . spagnola: 
noll'Istoria civile, tomo iv, lib. XL, cap. in, p. 477, aveva scritto che il viccr6, 
sin dal suo giungere a Napoli favorl le lettere, e sopra modo i letterati, ragu- 
nandogli spesso nel regal palazzo, dove egli con somma attcnzione e compia- 
cimento ascoltava neli'assemblee i loro vari componimenti. Tal che le buo- 
ne lettere, che nel preceduto governo s'erano presso noi stabilite, a* suoi 
tempi, per h suoi favori, presero maggior vigore, e piu fermamcnte si 
confermarono . Cosl a sua volta Giambattista Vico, che di quesla acca- 
demia fu anch'egli membro, definl il duca infinitae procerum Rcgni po- 
tentiae pene extinctor, durus vectigalium exactor, acer criminum iudcx, 
elogiando gli anni del suo governo (cfr. Scritti storici, a cura di F. Nicolini, 
Bari 1939, p. 305). Testimonianzc di questa accademia ci sono conservate 
nel manoscritto della Biblioteca Nazionale di Napoli segnato xiu.B.69-73 : 
sono cinque volumi dal titolo Lesioni accademiche de* diversi valentuomini 
de' nostri tempi recitate avanti Peccellentissimo signor duca di Medinacoeli. 



CAPITOLO TERZO 49 

amicizia con due: con don Niccolb Capasso, 1 allora cattedratico 
delPww canonico dell' Universita. de' studi, e con Niccol6 Cirillo, 2 
professore di medicina in quella Universita, profondo filosofo, gran 
botanico e peritissiino medico e notomico. Questi, come immerso 
nella filosofia di Cartesio, della quale era a fondo istrutto, cominci6 
a farmi allontanare da alcune opinioni del Gassendo, e fece ch'io 
leggessi le opere del Cartesio, spezialmente le di lui Meditazioni, i 
Prtndpi, la Diottrica ed il trattato Delle meteore. 3 E non posso ne- 
gare che, leggendole, intesi farmi di me stesso maggiore, per le 
tante belle scoverte e sode speculazioni degne di quel divino inge- 
gno, e sopra tutto, poi, il metodo ch'egli avea tenuto ne' studi, leg- 
gendo Pammirabile trattato Delle passioni dett'animo, e gli altri due, 
ancorch6 lasciati imperfetti, DeWuomo e Delfeto umano. 4 

Questi studi mi fecero daddovero comprendere il nostro basso 
essere umano e quale miserabilissima parte noi siamo, riguardando 

i. Nicola Capasso (1671-1745), napoletano, subentr6 alPAulisio, allamorte 
di questo (1717), sulla cattedra di diritto civile, dopo aver insegnato, nella 
stessa Universita di Napoli, diritto canonico secondp i veri pnnclpi tratti 
da' concili e da* Padri, col soccorso deiristoria ecclesiastica, e secondo 1'in- 
terpretazione de' piu culti, ed eruditi canonist! (Istoria civile, tomo IV, lib. 
XL, cap. v, p. 492). Appunti manoscritti di sue dispense universitarie sono 
conservati presso la Biblioteca Arcivescovile di Brindisi. La sua biografia fc 
in L. GIUSTINIANI, Memorie istoriche, cit., II, 1788, pp. 298 sgg. e in G. 
G. ORIGLIA, Storia dello Studio di Napoli, cit., p. 279. 2. Niccold Cirillo 
(1671-1735), nato a Grumo, vicino Aversa, fu allievo di Nicola Partenio 
Giannettasio, poi di Luca Tozzi, celebre medico, seguace della filosofia 
cartesiana. Membro dell'Accademia palatina del Medinacoeli, professore di 
fisica nello Studio napoletano, primario dell'ospedale degli Incurabili, col- 
Taiuto di Pio Niccol6 Garelli ottenne nel 1726 la cattedra primaria di me- 
dicina. Fu arnico di Celestino Galiani, e f u in corrispondenza con Antonio 
Vallisnieri e col Newton (due sue dissertazioni vermero pubblicate, tramite 
il Newton, sulle Philosophical Transactions)) della Royal Society, della 
quale fu anche membro). I suoi Consulti medici furono editi in Napoli, nel 
1738. La sua biografia e in testa a questa edizione, a cura di Francesco Serao. 
Un maldestro plagio di essa e il saggio di A. Russo, Proflo di Nicold Cirillo 
medico, filosofo,sdensiato, in Atti e Memorie deirAccademia di Storia del- 
1'Arte Sanitaria , appendice alia Rassegna di Chirnica e Terapia e Scienze 
affini, S. il, xxin, 2 (1957). 3. le opere . . . meteore: R. DESCARTES, Medi- 
tationes de primaphilosophia, in qua Dei existentia et animae immortalitas de- 
monstratur, Pansiis 1641 ; Principia philosophiae, ivi 1644. Sono invece pre- 
cedenti a queste opere i due saggi che il Giannone rammenta qui, apparsi 
in un unico volume in Olanda col titolo composito : Discours de la M&thode 
pour bien conduire sa raison, et chercher la verite" dans les sciences. Phis la 
Dioptrique, les Mfrfores et la GeomeLrie, qui sont des essais de cette M&thode, 
Leyde 1637. 4. 1'ammirabile . . . umano: nelTordine: Les passions de Vdme 
(1649) e il Tractatus de homine, et de formatione foetus, quorum prior notis 
perpetuis Ludovici de la Forge M. D. illustratur (1677), 



50 VITA DI PIETRO GIANNONE 

questo mondo aspettabile 1 e tutto I'ampio universe, mi scovrirono 
un'altra verita, cotanto da Cartesio istesso inculcata: che in filosofia 
niuno dee astringersi a militare sotto un particolar duce, a ma Tuni- 
ca sua scorta e guida, in investigando Topre stupcnde di natura, 
dover essere la sola ragione e Tesperienza. E d'allora in poi sti- 
mai leggerezza o vanita il seguitare il partito o di Gasscndo o 
di Cartesio o di qualunque altro filosofo; ma, doppo un maturo 
esame ed esatto scrutinio, appigliarsi a quclla dottrina, che tro- 
vera piu conforme alia ragione ed all'esperienza. E la manicra 
di indagar nelle cose la verita, rivocandole ad csame, mi fu mo- 
strata da quel dotto cd acuto libro di Malebranche, De iwqwren- 
da veritate? che io lessi per consiglio del cattcdratico Capasso, 
che me ne diede notizia e m'invogli6 a studiarlo. Compresi ci6 
che importasse quel savio ammonimento di dover drizzare tuttc 
le conoscenze fisiche e naturali, e spezialmente la cognizione di 
noi stessi, non ad altro scuopo, che per acquistare una buona 
morale, la quale, peregrinando in questo mondo, ci potesse cssere 
non sol di guida per ben reggere la nostra vita ed i nostri costumi, 
ma per renderci forti, pazienti alle sciagure cd avversita, per mezzo 
delle quali deesi camminare, in passando questo mar procelloso, 
pieno di sirti, di pirati e di duri scogli. 

Ed in vero nelle mic fiere ed incessant! persecuzioni, che ho 
soiferte nel corso di mia penosa vita, come si udira piti innanzi, 
non ebbi altro conforto, che mi desse coraggio a pazicntemente 
soffrirle, se non la cognizione delle mondane cose, del nostro basso 
essere e della miserabile umana condizione, sottoposta a varie vi- 
cende; le quali accadendo, non devon riputarsi strane c portcntose, 
ma secondo il corso deirimmutabile serie c concatenazione degli 
effetti con le loro piu immediate cagioni, 

Questo frutto ritrassi da' miei studi di filosofia, che per me, in 
tante calamita e sciagure, non e da dubbitare che fummi di gran 
sollievo e ristoro. Benedico per ci6 il tempo che vi consumai, e le 
fatiche e gli incommodi che per apprenderla vi soffcrai, poich6 



i. aspettabile: visibile (latinismo). 2. sotto un particolar duce: scgucndo 
vina sola scuola filosofica. Le parole che seguono sono tratte dalla dc- 
dicatoria della Professione difede (cfr. qui a p. 483)* 3. Cfr. N. DE MALB- 
BRANCHE, De la recherche de la vtritd, Paris 1674-1675. Nicolas dc Male~ 
branche (1638-1715), oratoriano francese, riprese la tematica jfilosofica carte- 
siana, in chiave occasionalistica. 



CAPITOLO TERZO 51 

se bene dovessi rawolgermi fra Pimproba e cavillosa turba forense 
e fra i tumulti e romori de' tribunali, non abbandonai giammai, 
nell'ore solitarie e di quiete, i di lei studi; anzi un anno, dicendomi 
il dotto Cirillo che in quel semestre insegnava nel pubblico a' suoi 
discepoli il trattato Delle cause de 9 morbi, 1 e che, dovendo trattar di 
quelli appartenenti al capo, Tera convenuto descrivere la costru- 
zione del cerebro, degli spiriti animali, delForigine de' nervi, della 
fabbrica degli occhi, delle orecchie, delle narici, della bocca e di 
tutte le parti che compongono il capo, affinch6 meglio capissero 
onde provenisse la memoria e la riminiscenza, e le cagioni onde 
sovente venisse a mancare o a perdersi, e donde provenissero gli 
altri mali che alteravan la nostra fantasia ed immaginazione, sicche* 
spesso, per lo sregolato corso degli spiriti, ne venivan gFinsogni, 2 
le illusioni ed altri vani fantasmi e spettri, sicome onde fosser ca- 
gionati gli altri morbi de' nostri sensi esterni ; quindi io, tratto da si 
nobil materia, rubava come meglio poteva 1'ora di qualche giorno 
per andarlo a sentire. Sicome, sempre che al medesimo occorreva 
far qualche privata osservazione notomica, o pure mi era riferito 
che il celebre filosofo e medico, Luc* Antonio Porzio, 3 il quale al- 
lora occupava la cattedra di notomia nell'Universita degli studi, 
dovea far qualche sezione di cadavere umano o di altro animale, 
non mancava d'intervenirci. E con tal occasione venni a conoscere 
il famoso Gregorio Caloprese, 4 profondo filosofo cartesiano, il qua- 

i. Delle cause de' morbi: cioe il De caussis morborum liber di Claudio Gale- 
no (129-201), celebre medico aristotelico la cui fama, nell'antichita, fu pan, 
in medicina, a quella goduta da Aristotele in filosofia. II De caussis si pu6 ve- 
dere nell'edizione Medicorum graecorum opera quae extant, vn, Lipsiae 1 824, 
pp. 1-41. 2. gVinsogni: i sogni. 3. Luc* Antonio Porssio (1634-1723), napole- 
tano, fu un celebre medico la cui fama varc6 Pambito cittadino. Fu a Roma 
nel 1670, dove insegn6 alia Sapienza; quindi a Vienna tra il 1684 e il 1687, 
per rientrare infine a Napoli, dove rimase sino alia morte. A Vienna pub- 
blic6 i suoi studi sulle malattie piu difluse tra gli eserciti. Su di lui si veda 
in D. MARTUSCELLI, Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, n, Na- 
poli 1809, pp. 125 sgg.; C. MINIERI RICCIO, Memorie storiche degli scrittori 
nati nel regno di Napoli, Napoli 1844, p. 283; L. NICODEMO, Addizioni co- 
piose alia Biblioteca napoletana del dottor Niccolo Toppi, Napoh 1683, p. 157. 
La sua opera ru raccolta da Francesco Porzio e edita in due volumi a Napo- 
li nel 1736. 4. Gregorio Caloprese (1650-1715), originario delle Calabrie, 
maestro del cugino Gian Vincenzo Gravina e di Pietro Metastasio, deve la 
sua fama all'opera di divulgazione della filosofia cartesiana da lui fervida- 
mente compiuta nella Napoli secentesca. Comment6 il Canzoniere del Pe- 
trarca, annot6 e tradusse la Logica di Pierre-Sylvain R^gis (un filosofo di 
scuola cartesiana di indubbia originalita), e stese un trattato contro lo Spi- 
noza di cui ci ha tramandato notizia G. B. RINUCCI nelk sua Vita di G. 



52 VITA DI PIETRO GIANNONE 

le non tralasciava di esser presente nelTosservazioni notomichc che 
faceva il Porzio. 

Ebbi ancora occasione di continuar qucsti studi, pcrche, avcndo 
mandato mio fratello dal Cirillo ad apprendcr filosofia, sovcntc, 
per indagarc il profitto che vi faceva, gli domandava di phi cose 
a quella appartencnti c rivedeva i suoi scritti, c se da lui si erano 
ben capili ed intesi. Cosl, avendogli scmpre innanzi a gli occhi, 
ne' dl feriati, 1 Tavea per mio sollievo e diporlo. E mi ricordo che, 
alquanti anrd apprcsso, essendosi nelle ferie del Carnevalc mossa da 
alcuni curiosita di sapere per qual cagionc le nevi, che cadono nel 
Vesuvio ncU'orlo della bocca che butta fiammc c fuoco, durano 
piu lungamentc che quelle che cadono nelFaltra cima deiristes- 
so monte, che non butta fiamme ed e alquanto piu alta, io dallo 
scolo che, cadute in quel sabionc, fassi delle lor acque, sciolsi il 
problema; poich6, non mescolandosi colla neve rimasa, fa che piu 
lungamente la conservi; ciocche" non accadc nelPaltra cima, che 
non ha sabia, ma terren duro e forte, sicche" 1'acquc delta neve li- 
qucfatta, non trovando scolo e mescolandosi colla rimasa, fa che 
tosto la risolva e converta in piccioli e minuti rivi. 4 



in 

[1702] 

Intanto, i progress! che sotto 1'Argento io faceva ne' tribumxH 
eran notabili; e proseguendo gl'intrapresi studi dcli'istoria e giu- 
risprudenza, si aggiunse un'occasione assai propria c piu ticconcia 
per avanzargli e stendergli aU'ultimo punto di pcrfczionc; poiche* 
la casa delPArgento, phi di qualunquc altra casa d'avvocato essendo 
fioritissima di giovani cruditi e dotti, che si crano avviati per 1'siv- 

Caloprese, fra gli Arcadi Alcimedonte Cresio, cdita nolle Notizie istoriche dc- 
gli Arcadi morti, Roma 1720, n, pp. in sgg. Da cssa apprcndiamo anche 
che partccip6 airAccadcmia del duca di Mcdinacoeli, svolgcndovi una scric 
di lezioni antimachiavelliche. Su di lui cfr. R. COTUGNO, Gregorio Calopre- 
$e> Trani 1911. x. feriati: festivi (latinismo). 2. E . . . rivi: qucsta breve 
trattazione fu pubblicata dal Giannone, anagrammando il proprio nomc^ 
col tilolo : Letter a scritta da Giano Percntino ad un sue aniico che Io richit~ 
deva onde avvenisse che nelle due cane del Vesuvio in quella che butta funnme 
ed e piii bassa, la neve lungamente si conservi, e nelV altra ch'c atquanto piu 
alta ed intera, non vi dun che per pochi giorni t Napoli, 26 fcbbraio 17x8. 
Qucsto opuscolo, un esemplare del quale e conservato presso la Bibliotoca 
Nazionale di Napoli, stato ristampato in appendice alia Vita } ed. Nicolini, 
pp. 439-3*- 



CAPITOLO TERZO 53 

vocazione, venne a tutti desiderio d'istituire fra noi, tra le domesti- 
che pareti di quella, un'accademia 1 nella quale, in certi stabiliti 
giorni, si dovesser recitare lezioni sopra qualche difficil testo delle 
Pandette o del Codice, secondo che ciascuno se Tavesse eletto,* 
per mostrare sua dottrina e valore, owero disputarsi sopra qualche 
causa ed articolo forense, nella guisa che facevasi nelle Ruote del 
Consiglio di Santa Chiara. Due giovani assumevan la parte degli 
awocati contendenti, gli altri, phi provetti, la parte de' giudici 
che dovean, co j loro voti ben ragionati e pubblicamente esposti, 
deciderle. 

Awenne, tra questi esercizi, ch'essendosi proposto di doversi in 
piu lezioni esporre la legge seconda de origine iuris, della quale se 
ne fa autore Pomponio 3 giurisconsulto, per aver un'esatta notizia 
deirorigine e progress! della giurisprudenza romana, io volentieri 
cedei ad un mio collega che bramava di sottentrar egli a questo 
peso, pur che mi fosse permesso, dov'egli finiva, cominciar le mie 
lezioni, intendendo di proseguire Pistoria legale de' tempi bassi, 
e continuarla fino a' dl nostri. L'impresa, sicome parve dura e 
malagevole, cosl da tutti era commendata e, per conseguenza, era 
vie piu stimolato ad intraprenderla. Io intanto mi esposi a questo 
cimento, perch6 i precedent! miei studi 1'avea sempre indrizzati a 
questo fine, riputando che abbastanza si era scritto dell'antica e 
media giurisprudenza romana, sua origine e progressi, ma dell'in- 
fima non gia, e molto meno delle origini delle leggi di altre nazioni 
succedute in Italia a* Romani, e spezialmente al nostro regno di 
Napoli. 

Mi avea a ci6 maggiormente spinto Pesempio di Arturo Duck 
inglese, il di cui aureo libretto, De usu et auctoritate iuris Romanorum 
etc., 4 in Napoli allor rarissimo ed a pochi noto, mi avea mostrata 
la via, ciocch'egli fece esattamente ne 1 regni della Gran Brettagna, 
di poter far io nel regno di Napoli, senza dilungarmi in altri remoti 
paesi. Poiche*, se bene egli avesse scorso quasi tutti i regni e le 
provincie di Europa, nulladimanco Popera sua stessa dimostrava 



i. un'accademia'. 1'Accademia del Saggi. Cfr. I. RINIERI, Rovina d'una mo- 
narckia, Torino 1901, p. xxni. 2. eletto: scelto. 3. Sesto Pomponio, giu- 
rista romano vissuto nel II secolo dell'Era volgare; ai suoi scritti si riferi- 
rono ampiamente i giuristi che compilarono il Digesto giustinianeo. 4. II 
De usu et authontate iuris civilis Romanorum in dominiis prindpum christia- 
norum, Londini 1653 (postumo) del giurista Arthur Duck (1580-1648). 



54 VITA DI PIETRO GIANNONE 

che non era impresa d'un solo ; ma che ciascuno dovea raggirarsi in 
quella provincia ov'era nato e, lungamente dimoratovi, avcsse po- 
tuto minutamente avvertire le vicende cd i vari cangiamenti del 
suo stato politico e civile. 

E nel progrcsso 1 conobbi che non poteva esattamcnlc capirsi 
Tistoria dclle leggi, se alia medesima non si accoppiava I'istoria ci- 
vile, per sapere gli autori, le occasioni, il fine, I'uso c 1'intelligenza 
che si era lor data, c per conoscerc i vari stati, cangiamenti e co- 
stituzione delle cose, che dieder causa a tanti vari e multiplici 
regolamenti. In questo concetto maggiormente mi confermb un 
altro inglese, e qucsti fu Bacon di Verulamio, il quale, in quel savio 
suo libro De augumentis scientiarum? fra le cose desiderate ripone 
un'esatta istoria civile, poich6 e' saviamente riflette che ncll'altre 
istorie, eziandio nella naturale, s'eran fatti gran progressi, ma non 
g& nella civile. 

Cominciai adunque, coll'occasione di questc lezioni, che dovean 
recitarsi nella nostra accademia, a volgerc e rivolgerc i libri, che 
a questo fine io reputai necessari, alcuni do' quali, per csscrc in 
Napoli rari e sconosciuti, m'erano con somina cortesia sommini- 
strati da* nipoti Valletta, i quali ancor serbavano intatta la famosa 
biblioteca lasciatagli dall'avo Giuseppe Valletta. 3 E prima d'ogni 

I. nel progresso: in seguito. 2. De dignitate et augment is scientiarum li- 
bri IX, Londini 1623. Ma si veda, di contro, G. BONACCI, Saggio sul- 
la Istoria civile del Giannone, Firenze 1903, p. 42> il quale rilcvu come 
Bacone avesse scritto: Historiam civilcm in ires species recto dividi 
putamus. Primo sacram sive ecclesiasticam; deinde cam, quae generis 
nomen retinet, civilem; postrcmo literarum et artium . . . Ordiemur autem 
ab ea specie, quam postrcmo posuimus, quia rcliquac duae - sacram 
et civilem - habentur; illam aulem inter desiderata referre visum est. 
3. Giuseppe Valletta (1636-1714), napoletano, fu un grande erudito, seguace 
in filosofia del cartesiancsimo, poi del gassendismo, secondo una parabola 
che fu comune a molti intellettuali napolctani e che abbiamo gia visto qui 
descritta dallo stesso Giannone. Assai important!, per 1'influen^a che escr- 
citarono sul movimento giurisdizionaiista, sono lo scritto Intorno al pro- 
cedimento ordinario e canonico nelle cause che si trattatio nel tribunate del S. 
Uffido nella citta e regno di Napoli, steso tra il 1694 e il 1696, e il Discorso 
filosofico in materia di inquisizione et intorno al correggimento dclla filosofia 
di Aristotele, nato come appendice al primo lavoro, quindi ampliato col 
titolo di Istoria filosqfica e parzialmente dato alle stampe nel 1703. IJ 1 Istoria 
venne successivamcnte ristampata - nella primitiva stcsura - da Girolamo 
Tartarotti nel 1732 con Tindicazione (esatta, anche se da molti posta in 
dubbio) di Rovereto come luogo di stampa. La ricchissima biblioteca del 
Valletta - qui ricordata dal Giannone ancora in possesso dei nipoti Niccold 
e Francesco - pass6 ben presto al convento napoletano dei Girolamini, 
dove si fuse con quella dell' Oratorio. Una descriscione del fondo vallettiano 



CAPITOLO TERZO 55 

altro, statical il Codice teodosiano co* commentari di Giacomo Go- 
tofredo, e gli scrittori di sopra accennati, che furon coetanei di 
quegli imperadori, dalle costituzioni de' quali fu quel codice compi- 
lato: cioe di Costantino Magno fino a Teodosio il Giovane e Valen- 
tiniano III. E quantunque ci6 mi fosse d'un gran travaglio e di 
somma fatica, io la soffriva per le cose nuove che vi scovriva, da 
altri non awertite, spezialmente per aver una chiara e distinta 
idea delle provincie, onde allora si componeva il regno di Napoli, 
e de' rettori che le governavano. Questi secoli fra noi erano affatto 
oscuri ed ignoti. I nostri istorici eran tutti muti, e qualche cosa 
accennavano de' seguenti tempi dell'imperadore Giustiniano, se- 
condo che Procopio, che nella sua Istoria ne gli avea suggerite le 
notizie, della quale nemmeno seppero ben profittarsi. 

Lessi indi i libri di Cassiodoro e di Giornandes, 1 e phi lumi da 
quelli ebbi per li tempi seguenti de' Goti, pure fra noi inviluppati 
ed oscuri. 1^ Istoria di Procopio, che io lessi seguendo la traduzione 
latina di Ugon Grozio, 2 ed i suoi dotti Prolegomena rendeva piu 
chiari i tempi di Giustiniano. Dalla compilazione del Codice di 
questo imperadore e dalle tante non men sue Novette, che de' suoi 
successor!, piu cose potevan ricavarsi per rischiarimento delle nostre 
province, e spezialmente di quelle citta che sotto I'imperio greco 
lungamente dimorarono; ma bisognava andarle rintracciando di 
qua e di la, con gran pena, fra tante altre compilazioni greche e fra 
le innumerevoli Novelle degli altri seguenti imperadori d'Oriente. 

Seguivano poi tempi piu tenebrosi, quando pervennero sotto i 

e stata compiuta dal padre A. BELLUCCI, Ilfondo vallettiano dell' Oratorio 
filippino, in Fuidoro, 1954, nn. 5 e 6. La storia dell'edificio che la ospita 
in M. BORRELLI, // largo dei Girolamini, Napoli 1962. Sul Valletta si veda 
il necrologio apparso sul Giornale de' Letterati d j Italia nel 1716, t. xxiv, 
e la biografia del padre A. P. Berti, per la raccolta di G. M. CKESCIMBENI, 
Le vite degli Arcadi illustri, iv, Roma 1727, pp. 37-76. I. Flavio Magno 
Aurelio Cassiodoro (490 circa-sSs delPEra volgare) fu senatore romano, 
console e magister offidonan (cioe capo della cancelleria imperiale per la 
politica interna) alia morte di Teodorico. Fallito il suo sogno di coesisten- 
za tra Romani e Goti, si ritir6 in monastero vicino alia sua citta natale di 
Squillace. Famosi, tra i suoi scritti, il De anima e una Historia ecclesiasti- 
ca tripartita', Giornandes: Giordane. 2. L 1 Istoria . . . Grozio: cfr. Popera 
di Huig van Groot, latino Grotius (1583-1645), Vandalica et Gotthica 
Procopii. Excerpta ex arcana Procopii historia ad res vandalicas et gotthicas 
pertinentia; sta in Historia Gotthorum, Vandalorum et Langobardorum, 
Amstelodami 1655. Fanno parte dell'apparato erudito delFopera del Gro- 
zio anche il De gestis Langobardorum libri VI di Paolo Warnefrido e il De 
origine actibusque Getarum di Giordane, ricordati piu avanti. 



56 VITA DI PIETRO GIANNONE 

Longobardi; ed in tanta oscurita, non era da spcrar soccorso se 
non da Paolo Warnefrido, Eremperto 1 c da qualchc antica cronaca 
de' monaci bcnedittini, c sopra 1'altre da quella di Lione Osticnsc. 2 
Poich6, credendo di potcrmi giovare dcllc modcrnc istoric napoli- 
tane - scritte da gravi cd accurati autori, come furono Angclo Co- 
stanzo c Francesco Capecelatro - giacche dalla turba degli altri 
sciapiti e goffi scrittori non era niente da spcrare, - trovai che il 
Costanzo, atterrito dalle dense tencbre che incontrava caminando 
verso questi oscuri tempi, com'egli stcsso confess6, avea comin- 
ciata la sua Istoria dagli Angioini; 3 cd il Capecelatro non pote 
dar alia sua piu alto principio, che cominciandola da Ruggero I, 
re di Sicilia, tralasciando i primi Normanni che vcnnero in Pu- 
glia, e gli altri della razza di Tancrcdi onde uscirono i duchi di 
Puglia ed i primi conti di Sicilia. 4 

Ma rinviluppo maggiore era che, disccndendosi a j tempi ne* 
quali Italia ed il regno di Napoli soffersc maggiori allcrazioni, 
quando i romani pontefici, innalzando scmprc piu la lor monarchia, 
aveano dentro i domlni dc' principi stabilito un altro imperio, 
secondo questo miovo sistcma, per ben tessere un'csatta istoria 
civile, non bastava fcrmarsi nel solo governo do' principi, deilc 
loro leggi e stato civile de' loro reami; ma bisognava conoscere 
quest'altro nuovo imperio ne* medesimi stabilito, c molto piu nel 
regno di Napoli, il quale aveva quasi assorbito il civile, c rcsolo, 
o si riguardano le pcrsonc, owero i beni, quasi tutto ccclesiasti- 

i. Paolo Warnefrido (720 circa-79a circa), conosciuto anchc come Paolo 
Diacono, c con la sua cronaca un'importante fontc per la storia dei I xmgo- 
bardi, assiemc a quella del cronista Erchcmpcrl (scconda mcta del aecolo 
IX), Historia Langobardonun JBeneventanorum ab anno 7J4 usque ad annum 
88$. II testo di qucsta cronaca fu pubblicato da Antonio Caracciolo (1562- 
1642), in uno con altri tre cronisti, col titolo Antiqtti chronologi quatnor, 
in Napoli nel 1626. z. Lconc Marsicano (1045 circa-xns), vcscovo di 
Ostia, fu cronista del monastero di Montccassino. 3. trovai . . . Aviffwini: 
cfr. DeWistorie della sua patria, Napoli 1572, dcllo storico o pocta napole- 
tano Angelo di Costansso (1507-1591). Questa storia, che cj ira qucllc piu 
sfruttatc dal Giannone per la sua opera, abbraccia il periodo che va dal 
1250 al 1486. 4* Capecelatro . . . Sicilia: lo slorico Francesco Capecelatro 
(1596 circa- 1670) fc Tautore di una Historia della cittb e regno di Napoli, 
detto di Cicilia, Napoli 1640, dalle origini a Federico II; per Jtvggero I 
cfr. la nota i a p. 159; Tancredi (nxorto nel 1194), figlio di RuRgiero, du- 
ca di Puglia, e di Emma dei conti di Lecce, conte di Lecce dal 1 149, fu 
proclamato re di Sicilia nel 1 189. Sostonne una dura lotta cantro i rivali 
al trono Enrico VI e Riccardo Cuor di Leone. Mori laaciando erode il 
figlio GugHelmo III. 



CAPITOLO TERZO 57 

co. II diritto canonico non dovea piu riguardarsi come apparte- 
nenza del civile e rawisarlo ne' codici degl'imperadori Teodosio e 
Giustiniano, e nelle Novelle degli altri imperadori d'Oriente, ed in 
Occidente ne' Capitolari 1 di Carlo Magno, di Lodovico e degli altri 
successor! imperadori. Se n'era gia fatto corpo a parte, separate ed 
independente, che riconosceva altro monarca e legislatore, anzi, 
emulo delle leggi e del diritto civile, cercava abbatterlo e sottoporlo 
a* suoi piedi. Cosl, ad emulazione delle Pandette, si era veduto sor- 
gere il Decreto, al Codice emulavan le Decretali, alle Novelle le 
tante Estravaganti e nuove collezioni di Bolle papali, ed infine 
alle Istituzioni di Giustiniano quelle di Paolo Lancellotti; e perch6 
nulla mancasse, alia materia feudale contrapposero la beneficiaria* 

Conosciuta da ci6 e da altri portentosi cangiamenti la necessita 
che a' dl nostri non poteva scriversi un'esatta Istoria civile, se non 
si teneva conto non men dell'uno che dell' altro stato, 3 mi vidi 
atterrito dall'ardua impresa, quasi fuor di speranza di poterne ve- 
nire a capo. Avea cominciato il lavoro, ed ancorch, crescendo le 
occupazioni del foro, finisse presto la nostra accademia, sicch.6 
poche lezioni furon ivi recitate, nulladimanco, sicome suole awe- 
nire, invogliato dalla materia e piu dal lavoro, che io lo riputava 
nuovo e da altri nostri scrittori non ancor tentato, non tralasciai di 
proseguirlo. Ma quanto piu avanzava di cammino, invece di sce- 
marsi la via s'allungava assai piu, poich6, inoltrandomi, entrava 
in maggior vastit^ e, come in un vasto e profondo pelago immerso, 
non ne vedea piu n6 fondo ne* riva sicchd piu volte fui tentato di 
abbandonarlo. Pote*, infine, piu la mia ardente brama ed il con- 
forto che me ne davano alcuni amici, che il terrore e spavento, 
che mi si offeriva davanti, di tante lunghe ed ostinate fatiche che 
dovean soffrirsi per giungere al desiato porto. Non vi aggiungeva 
allora le tante persecuzioni, patimenti e sciagure che, ancorch6 
giunto in porto, mi stavano preparate da* duri ed acerbi miei fati 
e dalPinesorabile e crudel mio destino. 

Questo mio travaglio si cominci6 sotto il regno di Filippo V, re 
di Spagna (che io, prima, in quelle settimane che dimor6 in Na- 



i. Capitolari: le ordinanze emanate dai Carolingi. Delle varie raccolte fat- 
te, la prima fu composta sotto Ludovico il Pio dall'abate di Fontanelle, 
Ansegiso (827). 2. la beneficiaria : cioe quella parte del diritto che riguarda 
i beneflci ecclesiastici, in contrapposizione al possesso feudale. 3. del- 
Vuno . . . stato: del potere politico e del potere ecclesiastico. 



58 VITA DI PIETRO GIANNONE 

poli, donde pass6 alTesercito di Lombardia, 1 ebbi la sorte di veder 
piu volte mangiare in pubblico, fra la corona di tanti illustri per- 
sonaggi non meno italiani che spagnoli e francesi) c sotto il go- 
verno del duca di Escalona vicere', intorno 1'anno 1702. 

Questo vicere", non meno chc il duca di Medina Coeli, favoriva 
i letterati, ma molto piu le buone lettere; cd amante dcllc scienze 
e delle arti liberali, applic6 a riformare la Umversita de* studi di 
Napoli di alquanti abusi ne' quali era caduta, e con sua prammati- 
ca ne aboil molti. 2 Ed il nostro Aulisio 1'era cntrato in tanta gra- 
zia che, se le vicende delle mondane cose non avesscro portato in 
Napoli quel cangiamento, che poi si vide, Tavrebbe sicuramcnte 
innalzato a* primi onori della toga o di consiglicrc del Consiglio 
di Santa Chiara owero di presidente dclla Regia Camera. 

lo, ancorche* col progress del tempo le occupazioni del foro 
mi crescessero, non tralasciava, ne' dl feriati e nelle ferie estive o 
vindemmiali, 3 quando i tribunal! cessavano, di ripigliarlo. 4 Ed aven- 
do acquistato qualche merito per le fatiche a pro di lei impiegate, 
nella causa della successione di Marano con la contessa di Bovalino, 
donna Isabella Spinelli, la quale possedcva nella riviera di Posilipo 
un palazzo antico di sua famiglia, chiamato dcgli Spinelli: io, per 
beneficenza della medesima, avea ogni anno pennissionc, termi- 
nati i tribunali, ne 1 principi di luglio, d'andarmene ad abitare in 
alcune stanze di quello, per que' studi, proscguiva Tintrapreso la~ 
voro, conducendo meco que* libri che mi eran nccessari; c nel 
mese di settembre solea in Napoli far ritorno. 

Tali studi, in questi principi, poiche* non era caricato di molti 
negozi, non mi davano alcun impaccio nella strada de' tribunali, 

i. Filippo . * . Lombardia: Filippo d*Angi6 (1683-1746) era salito sul trono 
di Spagna con il nome di Filippo V alia morte del predecessore Carlo II 
(i novembre 1700). Ncl 1701 il re, rccatosi in Italia per visitare i domini 
spagnoli di Napoli e Milano, dovctte intcrromperc il suo viaggio per lo 
scoppio della gucrra di successione spagnola (1701-17x4) <s raggiungcrc 
l*escrcito in Lombardia, dove gli Imperiali, al comando di Kugenio dt 
Savoia, erano penetrati, con il pretesto che si trattava di un fcudo dcl- 
Tlmpero rimasto vacante. 2. applied . . , molti: 6 la riforma del febbraio 
1703, sulla quale cfr. G. G. ORIGLIA, Storia dello Studio di Napoli> cit., n, 
pp. 232-8. Ad un'altra riforma, quella proposta da monsignor Cclestino 
Galiani nel 1732, si interess6 il Giannone, durantc il suo soggiorno Vien- 
nese, stendendo un Parere intorno alia riforma de* Regi Studi di Napoli t 
edito da V. Guadagno, Napoli 1958. 3. vindemmiali: del periodo della 
vendemmia, in autunno. 4. di ripigliarlo: s'intcnde, il travaglio, lo stu- 
dio a cui prima accennava. 



CAPITOLO TERZO 59 

ma secondo che io, inoltrandomi, acquistava maggior conoscenza e 
numero di client!, mi si rendevano piu gravi e pesanti. Finch6 
1'Argento esercito Pawocazione, io dietro di lui, seguendo le sue 
orme, acquistai anche la conoscenza de' piu dotti ministri e, sopra 
gli altri, conducendomi sovente in casa del reggente Gennaro di 
Andrea, 1 fratello del famoso Francesco, ebbi la sorte di ammirare 
quel grave e savio ministro: uomo veramente senatorio e degno 
di sedere fra romani senatori, della cui virtu e sapienza era viva 
immagine. Questi ed il di lui esempio rese a me quasi perpetua la 
lezione delle Deche di Livio, che egli avea sempre nelle mam; e 
n'era cotanto preso che, se Plinio il Giovane scrive che un Gadi- 
tano dall'estrema Spagna corse fin a Roma, sol per veder Livio, 2 
egli, se gli fosse stato coetaneo, sarebbe corso fin dall* America, co- 
tanto era adoratore de* suoi libri, i quali, se bene avea stanchi, non 
era per6 mai sazio di leggerli e rileggerli. E non posso negare che 
io, spinto dall* esempio d'un tant'uomo, avendogli quasi sempre in- 
nanzi a gli occhi, ne ritrassi gran profitto riguardando alia maniera 
nobile, seria e grande, colla quale egli tesse" quella incomparabile e 
divina sua istoria. 



i. Gennaro di Andrea (1637-1710) fu allievo di Tommaso Cornelio per la fi- 
sica e la matematica. Addottoratosi in diritto a soli diciassette anni, percor- 
se trionfalmente il proprio cursus honorum: auditore di Cosenza, fiscale di 
Salerno, consigliere di Santa Chiara, presidente della Regia Camera, capo- 
ruota nella Gran Corte della Vicaria. Passato in Ispagna nel 1689, fu nomi- 
nato presidente del Consiglio d* Italia. Rientrato a Napoli, fii reggente del 
Collaterale. Membro di numerose accademie, tra le quali quella napoletana 
degli Investiganti, fu arcade col nome di Filermo Driodio. La sua biogra- 
fia, compilata da G. CAPUTO, tra le Notizie istoriche degli Arcadi morti> 
cit., i, pp. 218 sgg. e in G. M. MAZZUCHELLI, Gli scrittori d' Italia, I, cit., 
ad vocem Andrea. 2. Plinio . . . Livio : cfr. Epist ., n, in, 8 ; Gaditano : cit- 
tadino di Cadice (latino Gadis). 



CAPITOLO QUARTO 

Anno 1707, sotto il regno del re, poi imperadore, Carlo F/, 1 c wtto il governo 
del conte Daun e cardinal Grimani, 2 epoi di nuovo wtto it conic. Daun, victa*. 



L'anno 1707 porti in Napoli grandi cangiamcnti e gnindi rav- 
volgimenti non pur allc fortune dc* privati, ma al pubblico stato, 
sicome soglion apportare le mutazioni di nuovo dominio. Kntralc 
che furon I'arme alemannc nc' confini del Regno c, ne' selte del 
mese di luglio, dentro la citt& di Napoli, in breve tempo si vide 
tutto il Regno passato sotto la dominazionc di Carlo d'Austria, 
allora re, che teneva in Barccllona sua sede regia, fratello dcll'im- 
peradorc Giuseppe c poi, per la costui morte, seguita nel 1711, 
anche imperadore romano, detto Carlo VI. 3 

In questa rivoluzione di cose, essendo piaciuto ad alcuni ministri 
spagnoli seguitare il partito del re Filippo V, e partir da Nupoli, 
lasciando quasi v6ti i nostri tribunali, fu d'uopo al conte Marliniz, 4 
ch'era stato mandato dall'imperadore Giuseppe ministro plcnipo- 
tenziario nel politico (sicome ncl militare il supremo comando 
1'avea il conte Daun), in luogo de' medesimi rifar altri ministri, 
prendendogli per la maggior parte dairOrdine degli avvoeati: fra 
quai fu il nostro Argento, promosso a consiglicre del Consiglio di 
Santa Chiara. 

In questo passaggio i giovani avvoeati, piu avanxati ehc io, pro- 
fittarono di aver molti clienti, da lui e da altri lasciati. A me riniasc, 
dopo sccata la mcssc, lo spicilegio, 5 sicchc* pochi furon gli acquisti ; 
tanto maggiormente che io non era dotato di quclla accortt'zza, 
vigilanza ed audacia, colla quale altri, spingendo ed urtando di 

1. Carlo VI d*Absburgo (1685-1740), secondo figlio di Loopoldo I c di 
Elconora del Palatinato, cletto re di Spagna come Carlo III, ncl 1704 avo- 
va occupato temporaneamente la Catalogna. Dopo la mortc del fratello 
Giuseppe I (1711) diventera imperatore (Carlo III come re d'Unghorift). 

2. Philipp Lorcnz Wierich von Daun (1669-1741), conte di Tcano, marche- 
se di Rivoli, fu vicer6 di Napoli nel 1707-1708, e di nuovo ncl 1713-1719, 
governatore di Milano dal 1728 (cfr. p. 239) ; il cardinale Vincerwo Grimani 
(1655-1710) fu vicerd nel 1708. 3. Entrate . . . //: per la atoria di quosto 
periodo si vedano le opcrc citato nella bibliografia generate ; (Jimeppe [ 
d*Absburgo (1678-1711) era salito al trono nel 1705, 4. Martinis: il boe- 
mo liri Adam z Martinic (morto ncl 1714) fu il primo vicer<i auatriaco di 
Napoli, dal luglio al settembre 1707. 5. dopo * . . spicilegio: dopo falciata 
la messc, la spigolatura. 



CAPITOLO QUARTO 6l 

qua e di la, si facevan innanzi con supplicazioni e con pregar som- 
messo, e sovente con vilta ed altri indegni modi, estorquendo 1 ed 
a viva forza involandogli. 

La mia natura fu sempre in ci6 inetta e mal a proposito, anzi 
awersa d'usar sottili artifici, e con umili e basse preghiere di an- 
dargli cercando. Mi rimasero dell'Argento alcune poche cause, 
che io sotto la sua awocazione avea cominciato a trattar da pro- 
curatore, e ch'egli stesso ne aveva a me appoggiata la difesa, scri- 
vendovi da awocato; 2 onde mi rimasero quelle della contessa di 
Bovalino (se bene, doppo essersi maritata, il marito adoperasse poi 
piuttosto i suoi awocati che me) e del duca di Frosolone e marchese 
di Baranello, don Francesco Carafa, rampollo degli antichi conti di 
Maddaloni, il quale giovanetto era sotto la cura della duchessa di 
Frosolone sua madre, dama spagnola dell'illustre famiglia Quiro- 
ga, di grande spirito e, se le forze fossero state eguali al magnanimo 
suo cuore, grata non meno che liberale e munificentissima, la qua- 
le sopra le mie spalle appoggid la difesa di piu cause, cosl sue 
come del duca suo figliuolo, onde mi fu data occasione, spezial- 
mente quando questi prematuramente morto senza lasciar di se 
prole, ebbi a contrastar col fisco sopra le tenute delle terre di Ba- 
ranello e di Frosolone, di farmi maggiormente noto a* tribunali, e 
di acquistar tra gli awocati qualche stima e nome. 

E quantunque del passaggio dell J Argento al ministerio, per que- 
sta parte, io poco profittassi a riguardo de' miei compagni che lo 
seguivano, nulladimanco per la profonda sua dottrina legale, es- 
sendo riuscito fra' consiglieri di Santa Chiara il piu eminente, il 
piu laborioso ed indefesso, e che i suoi dotti voti tiravan a se le 
sentenze degli altri suoi colleghi, quindi per la famigliarita che io 
avea con lui, e per mostrar con gli altri di far di me qualche stima, 
ne awenne che io facessi acquisto di altri nuovi clienti, tratti piu 
da questo che da ogni altro riguardo. E maggiormente si spin- 
gevano a ricorrer da me, perch6 TArgento, in alcune proprie sue 

i. estorquendo: estorcendo. 2. Mi . . . awocato: cfr. PANZINI, p. 3: pri- 
ma che nondimeno egli salisse in estimazione di valente awocato, lungo 
tempo pass6 ; n6 per la sua infelice maniera di dire ebbe nel foro per pa- 
recchi anni, salvo che piccolo nome e troppo mezzana fortuna. II mestier, 
ch'esercit6 da pinna, fu quello di proccuratore, ed assidue e penose fati- 
che sostenne non gi& tanto per affari conndati al suo patrocinio, quanto 
per altre piu rilevanti cause ad alcuno celebre awocato commesse, a cui 
cgli forniva le scritture forensi per certo convenuto prezzo . 



62 VITA DI PIETRO GIANNONE 

cause, valevasi nello scrivere della mia persona; c, infra 1'altrc, in 
una causa di precedenza ch'ebbe co' suoi colleghi, per un'occasione 
che non mi rincrescer6 qui di rapportarc. 

II conte di Martiniz, se bene in vigor dclla plcnipotcnza datale 
dairimperadore Giuseppe, avessc creati tanti ministri in Napoli, 
nulladimanco dal re Carlo, suo fratello, e dalla corte di Barcellona 
si reputavano millamentc creati, come da chi non avca potcst& di 
fargli; poiche" Timperadore Giuseppe allora Re do' Romani, 1 dopo 
la rinuncia fatta ncl 1703, coll'imperadorc Lcopoldo suo padre, 
della monarchia di Spagna, in beneficio del re Carlo allora arcitlu- 
ca di Austria, 2 erasi spogliato di ogni diritto sopru tutti i regni 
che componevano quella monarchia: sicchd il conte Martiniz non 
poteva giovarsi di quella plcnipotcnza ; c se bene 1'avcsse creati 
interini, 3 finch6 non fossero confermati dal re Carlo, nulladimanco 
diceasi che qui non dovea trattarsi di confcrmu, come nullaincntc 
creati, ma di nuova creazionc, sicomc dalla corte di Barcellona fu 
riputato; poiche* avea spediti nuovi privilegi ad altri, cd anche a 
que' ch'eran stati fatti dal Martiniz, non g& di confcrma, ma di 
nuova creazione, non faccndosi memoria alcuna del fatto di Mar- 
tiniz; e quelli a* quali non furon spediti i privilegi rimaser privati, 
com'eran prima, non. riconoscendogli per ministri. 

All'Argento fu pur mandato il privilegio, ma, come a gli altri, 
non gia di conferma, ma di nuova creazione. Nacque per ci6 con- 
tesa di precedenza tra quelli che aveano la data do* privilegi ante- 
riore, se ben posteriorc alia promozione di Martiniz, c quelli i 
quaii eran stati creati dal Martiniz, sc bene la data de j lor privilegi, 
mandatigli da Barcellona, fosse postcriorc, I primi prctendevano 
che, non dovendosi tener conto di quanto era scguito sotto Mar- 
tiniz, come nullo, ed invalido, dovca attendersi la data anteriore 
de' loro privilegi; i secondi, fra j quali era 1'Argento, pretendevan 
che per la precedenza bastasse d'avcr prima esercitate le medeaime 

i. Re de' Romani : nel Sacro Romano Impero era questo il titolo che pro- 
cedeva 1'incoronazionc imporialc c che, dopo la rinuncia aH'incoronaxione 
da parte di Massimiliano I, finl per indicate il principe crcditario. 2. do- 
po * . * Austria: spentosi nel 1700 senza eredi il re di Spagna Carlo II, alia 
sua successione concorsero Filippo d*Angi6 nipote di Luigi XXV di Fran- 
cia, e il secondogenito deirimperatore, Carlo d' Austria. La rinuncia da 
parte di Leopoldo I d'Absburgo (1658-1705) mirava a rassicurare le po 
tenze europee impegnate nella lotta di successionc, che non si aarebbc piu 
verificata una situazione egemonica del tipo di quella dell'impero di Car- 
lo V, 3. interini: cioe ad interim, prowisori. 



CAPITOLO QUARTO 63 

cariche. Ebbi io Pincombenza di scrivere a pro di quest! secondi ; 
ed esaminando la questione co' princlpi ed essempi tratti dal Co- 
dice teodosiano, e secondo le regole prescritte ed awertite da Gia- 
como Gotofredo in quel suo accurate trattato De praecedentia* 
mostrai che, qualunque si fosse stato il titolo, ancorche fosse vizioso, 
bastava per la precedenza Tesercizio, nel quale erano prima stati 
della medesima carica. La scrittura non dispiacque all'Argento, e 
si comunico a' reggenti del Consiglio Collateral, 2 che dovean deci- 
derla; e se bene non si fosse venuto alia decisione, si lasciarono 
per6 come prima nelle stesse sedi, con precedere a gli altri. E 
passata quest'allegazione in altre mani, e letta con piacere, comin- 
ciai ad essere noto a que* ministri, presso i quali il mio nome era 
prima sconosciuto ed ignoto. 

II conte di Martiniz, appena trattenutosi in Napoli tre mesi, 
mal gradito dal re Carlo, il quale avea creato per suo vicer6 il 
conte Daun, erasene gi tomato a Vienna; onde il Regno rimase 
sotto il governo del Daun, e poi passo sotto quello del cardinal 
Grimani, vicer6, da cui fu data incombenza al consigliere Argento 
di scrivere in difesa del regio editto spedito a Barcellona, col quale 
si comandava che tutti i vescovadi, badie, prelature, dignita, bene- 
flci cosl maggiori come minori, anche quelli che non obbligavano 
a residenza, anzi fino le pensioni del Regno, non potessero confe- 
rirsi da chi si sia, se non a' nazionali di quello, esclusi affatto gli 
esteri e peregrini. 3 

Clemente XI, che occupava allora il pontificate romano, 4 forte- 
mente contrastava aU'editto, qualificandolo come offensive della 
liberta ecclesiastica ed ingiurioso alia Santa Sede. Si ebbe per ci6 
a dimostrare che T editto fosse conforme non pur alle leggi e costi- 
tuzioni di altri principi ed all'uso e costume di tutte Taltre nazioni 
d'Europa, ma eziandio a* sacri canoni, alle costituzioni istesse de' 
romani pontefici, ed all'antica ed inconcussa pratica della Chiesa, 
e conforme alTecclesiastica disciplina. 

i. J. GODEFROY, Diatnba de iure praecedentiae repetitae praelectionis . . ., 
Genevae 1627 (seconda edizione aumentata, ivi, 1664). 2. Consiglio Colla- 
terale: era la magistratura suprema del Regno, e nella sua storia non sono 
infrequent! i casi in cui essa si sostitul allo stesso vicere* nel governo dello 
Stato. II suo compito, donde il nome, era quello di assistere a latere il vi- 
cere\ sia su question! politiche, sia giudiziarie e amministrative. 3. re- 
gio . . . peregrini: cfr. A. VARIO, Collezione delle prammatiche, i, Napoli 1772, 
pp. 361-4. 4. Clemente . . . romano : Gianfrancesco Albani (1644-1721) era 
salito al soglio il 23 novembre del 1700. 



64 VITA DI PIETRO GIANNONE 

Entr6 I'Argento in quest! studi affatto nuovo e nicntc versato 
nolle cose ecclesiastiche, essendo stati tutto altri i suoi precedenti 
studi; ma tanto piu rilusse il suo maraviglioso ingcgno poich6, 
applicatosici con quest'occasione, in breve tempo ne divcnnc mae- 
stro, e diede fuori quelle dotte sue tre dissertazioni sopra la male- 
ria beneficiaria, 1 le quali emularono le due alt re dottc scritture, 
uscite nel tempo istesso, composte dal Grimaldi 2 e Riccardi: 3 sog- 
getti, i quali non erano cosl nuovi, ma avcano prima sopra studi 
ecclesiastici impiegati i lor talcnti. 

Clemcnte, con un sol colpo, pens6 di atterrarle tutte tre, poich6, 



i. Cfr. G. ARGENTO, De re beneficiaria dissertations trcs, ubi Caroli HI An- 
stri-Hisp. regis etc., edictum quo fructuum capionem in sacerdotiis extcrnorum 
et vagantium clericorum iubet, turn summo turn optima iitrc rccte atque ordine 
factum demonstrate, s. 1. (ma Napoli), 1707. 2. C. GIUMALDI, Conside- 
razioni teologico-politiche fatte a pro* degli editti di S. M. Cattolica intorno 
alle rendite ecclesiastiche nel regno di Napoli, Napoli 1707-1708. Costanlino 
Grimaldi (1667-1750) fu tra i piu vivaci csponcnti di qucl moto rinnovatorc 
al qualc appartcnne il Giannonc. Cartesiano, partccip6 alia polcmicu anti- 
aristotclica ingaggiata contro Gian Baltista De Benedictis, con tre succes- 
sive risposte, Colonia (ma Gincvra) 1699; Colonia (?), 1702; Colonia (ma 
Napoli), 1703. Si cfr. quanto egii stcsso narra nella. Istoria dei libri di don 
Costantino Grimaldi scritta da lid medesimo (Biblioteca Nuisionale, Napoh, 
ms. XV. B. 32) ora cdita a cura di V. I. Comparato col titolo: Memoric di 
un anticurialista del Settecento, Firenze 1964. 3, R. SKUUA DTscA (alias 
F. A. RICCARDI), Ragioni del regno di Napoli ndla causa de* suoi benefici 
ecclesiastici, s. 1. (ma Napoli), 1708. Si veda anche, dello stesso autore in 
nsposta all'abatc C. MAIELLO, che lo aveva attaccato col Rc^ni Neapoli- 
tani erga Petri cathedra, religio adversiis calumnias anonymi vindicata, Nca- 
polis 1708 -, le Corisideraxioni sopra al nuovo libro intitolato Rpgni Neafio- 
litani . . . , distinte in cinque parti, Colonia (ma Napoli) 1709. A siui volta 
il MAIELLO rcplic6 con rApologeticus christianus quo anonymi conviciatoris 
error veritate, livor charitate dispellitur, Romau 1709. Un altro attacco pfiunse 
al Riccardi da G. BORTONE, il quale sulla tine del 1708 pubbHc6 una Risposta 
alia scrittura pubblicata addi iti giugno 1708 col titolo Ragioni . . ., s. n. t. 
Sull'mtcra controversia giurisdizionalistica si veda innunzi tutto quanto lo 
stesso Giannone rifcrisco nella sua Apologia deW Istoria civile, in Opera 
postwne, i, pp. 169 sgg.; c inoltrc L. GIUSTINIANTI, Memorie istoriche, cit., 
in, pp. 99-103; F. NICOLINI, Uomini di spada, cit., pp. 270-1 (ad vocem G, 
Argento); L. MARINI, Pietro Giannone e il giannonismo, Napoli 1950, pp. 
60 e passim. Su Francesco Alessandro Riccardi (1660-1726), che fu profi- 
scale del Consiglio di Spagna e preietto della Bibliotcca Polatina di Vienna, 
numerose notizic si hanno in questa stessa autobiografiu giannonianu. Ma 
si veda anchc L. GitfSTlNlANi, Memorie istoriche, loc. cit,; C. MINIERX 
RICCIO, Memone storiche, cit., pp. 294 sgg.; C. FUATI, Diffionario bio~ 
bibliografico dei bibliotecari e bibliofili italiani, Firenxe 1933, pp. 493 sgg, 
Prcsso la Osterreichische Nationalbibliothek si conserva manocritta una 
sua ultima opera, lo Zibaldone di buone e ree considerastioni, essempti, dot- 
trine che difendono ovvero offendono la verita, di impianto eterodosso. 



CAPITOLO QUARTO 65 

con particolar suo breve, 1 qualifico alia rinfusa tutte queste scrit- 
ture per empie, scismatiche, ternerarie, erronee, distruttive della 
liberta ecclesiastica, ed infino eretiche; proibi di leggerle o tenerle, 
sotto pena di scomunica a lui riserbata, e comandb che fossero 
tutte gettate nelle divoratrici fiamme; ma quest! fulmini furono 
lanciati indarno: niuna delle scritture fu tocca dal fuoco, anzi 
furon ricercate e tenute care e lette da tutti, con somma lode e 
commendazione degli autori. 

Da queste cagioni fu mosso poi PArgento a studiare di proposito 
e piu agiatamente le cose ecclesiastiche, ed a conoscere le tante 
sorprese che si erano fatte sopra i diritti de 5 principi, e per Tawe- 
nire a star cauto e vigile, perch6 almanco sopra i vecchi abusi non 
se ne introducesser altri nuovi, dove pareva che papa Clemente 
fosse tutto applicato ed intento. Si aggiunse che, conosciuta in 
Barcellona Teminente sua dottrina, in premio di questa sua glo- 
riosa fatica fu promosso al grado di reggente del Consiglio Colla- 
terale, sicome il Grimaldi a quello di consigliere di Santa Chiara, 
e f u a lui appoggiata la Delegazione della real giurisdi2ione. 

Or occupando egli questa carica di delegate nel pontificate di 
Clemente, 31 fu sempre essercitato, per doversi opporre con vigore 
alle tante sorprese che si tentavano dalla corte di Roma, spezial- 
mente sotto il conte Daun; il quale, dopo la morte del cardinal 
Grimani, segulta in Napoli, 3 e dopo Tinterino viceregnato del 
conte Carlo Borromeo, 4 fu nuovamente mandato in Napoli per 
vicere*. Si ebbero a questi tempi piu fiere ed ostinate contese giu- 
risdizionali colla corte di Roma, spezialmente intorno alia pretesa 
immunita locale delle chiese, presumendo di qualificar essa i de- 
litti che dovean godere o non godere dejl'asilo; altre intorno al- 
l'immunit delle persone ecclesiastiche e de' loro beni; altre in- 

i. Clemente . . . breve: il pontefice condannd queste opere con due suc- 
cessivi brevi, del 17 febbraio (contro 1'Argento, il Riccardi e la prima parte 
del lavoro del Grimaldi), e del 24 marzo 1710 (contro la seconda parte 
dell'opera del Grimaldi); ambedue questi brevi sono riportati integral- 
mente e commentati dal Giannone nella sua Apologia delVIstoria civile, in 
Opere postume, I, pp. 170-3. 2. nel pontificate di Clemente'. cioe tra il 1700 
e il 1731, periodo di regno di papa Gianfrancesco Albani. 3. dopo . . . Na- 
poli: il 26 settembre 1710. Sul suo viceregno e sulla sua morte notizie det- 
tagliate nel Racconto di varie notizie accadute nella cittd di Napoli dalVanno 
1700 al 1732, in Archivio Storico per le Province Napoletane, xxxn 
(1907). 4. II marchese Carlo Borromeo-Arese (1657-1734), il quale fu vice- 
r di Napoli dall'ottobre 1710 al maggio 1713. II Giannone lo ricorda qui 
col titolo di conte del Sacro Romano Impero. 



66 VITA DI PIETRO GIANNONE 

torno alia chiamata de* vescovi in Napoli d'ordine de' viccrc, del 
rcgio exequatur, testament! ad pias causas, patronati regi, 1 c consi- 
mili. Questc contcsc somministrarono piu occasion! di studiare 
sopra tali materie; e per opporsi con maggior vigorc, non si rimasc, 
sicome si era fatto per lo passato sotto gli Spagnoli, a' soli essempi 
ed alle loro massimc, cavate da un immaginario c non ben sodo 
e stabile diritto canonico, ma si pass6 piu avanti, a gh origini, a' 
canoni, alia doltrina de* Padri, ed all'antica ed incorrotta disciplina 
della Chiesa; sicch6 si cominciavano a dimostrare con maggior 
evidenza le usurpazioni ed attcntati c, per consegucnza, a piu forte- 
mente resistergli. Le invcstigazioni dellc quali cose, poiche PAr- 
gento per alleviar tanta fatica solea valersi dclla mia opera e di aliri 
suoi allievi, fecero che io maggiormcnte stendessi le mie conosccn- 
ze e toccassi piu a fondo le origini, onde tante contese giurisdi- 
zionali provenisscro, ed a che deboli ed arenosi fondamenti si 
appoggiasscro le macchine che la Corte romana, piu per altrui 
debolezza o ignoranza, che per propria virtu, avea innalzatc, e che 
la sola dottrina delle origini e la sola istoria dclle occasion! do' loro 
progress! bastava a rovesciarle. 

Conobbi, applicandomi a questi studi di quanto giovamento 
mi fossero stati i precedent! sopra 1'istoria ecelesiastica, sopra I'o- 
riginc e progress! dclVius canonico, e la cognizione de* basai eel in- 
colti secoli, da* quali tanti cangiamenti eran derivati; poich6, non 
ignorando Tantico stato dclle cose c le origini di tante nuilazioni, 
vedeva con chiarezza gli abusi seguiti e le tante corruttclc ed at- 
tcntati fatti sopra la real potesta do* principi. Onde tanto piu mi 
invogliai a proseguire Tintrapreso mio lavoro ddl'Istoria civile, ri- 
putando 'che come proprjia materia trattando di questc contesc, di 
poter porre in piu chiara luce i confini, che si era procurato con- 
fondergli, tra Timperio ed il sacerdozio. 

Compresi eziandio che TArgcnto, pcrch6 molto tardi erasi dato 
a tali studi, i quali aveali presi non gia da' suoi principi, ma sc- 
condo le occasioni di esaminarc alcuna particolar contesa che oc- 



i. exequatur : il controllo esercitato dallo Stato sugli atti dclla politica c dclla 
legislazione ecelesiastica (in particolare sullc scomunichc c il confcrimcnto 
di benefici); testamenti ad pias causas, cioe in favorc di enti rcligiosi; 
patronati regi, ciofe il diritto del sovrano di proporre, per la nomina a sedi 
vescovili o a benefici ecclesiastic!, persone di proprio gradimcnto e suddite 
del regno. 



CAPITOLO QUARTO 67 

correva, non era sempre uguale ed uniforme, in alcuni punti mo- 
strandosi forte, in altri debole, e piu che femmina scrupoloso e 
vacillante; sicche avea bisogno che altri gli desse coraggio, per 
farlo star fermo e costante. E da questo principio immagino che 
nella sua canizie, o perch6 negli ultimi tempi non era cotanto so- 
stenuto dalla corte di Vienna, sicome fu ne' princlpi da quella di 
Barcellona, divenisse pur troppo contemplativo e lento e sottoposto 
alle lusinghe ed allettamenti della corte di Roma. 



ii 

0715-1720] 

Intanto, essendo accaduta la morte di mia madre, per me doloro- 
sissima, e lasciando una sola figliuola d'eta nubile, 1 senz'altra guida 
di donne, se non quella di rnio padre, gia vecchio : bisogn6 pensare 
di collocarla in matrimonio quanto piu presto si potesse sicome, 
co j beni rimasi in Ischitella, datele congrua dote, fu da mio padre 
con mio consenso maritata con un dottor di medicina nella citta di 
Vesti* dove pass6 a far domicilio, in casa di suo marito. Sicche, 
rimaso solo mio padre, pensai farlo venire in Napoli, perche* nel- 
la sua vecchiaia avesse la consolazione di vivere e morire fra le 
braccia de' suoi figliuoli. lo era gia in istato di poter soffrire questa 
nuova spesa poich6, avanzando sempre piu nella strada delTawo- 
cazione, mi era a bastanza fatto noto ne j tribunal!. Tanto maggior- 
mente che, promosso dapoi 1'Argento alia suprema carica di pre- 
sidente del Consiglio di Santa Chiara, non mancavano nuovi clienti 
che sopra di me appoggiassero la difesa delle lor cause; fra le 
quali pervennemene una che, per le forti e strepitose contenzioni 
che si accesero fra me e Fawocato contrario, fece gran romore in 
Napoli, la qual mi rese presso tutti pur troppo noto e distinto. 

Litigavano i cittadini di San Pietro in Lama col vescovo di Lecce 
intorno alia prestazione delle decime delPulive, pretese dal me- 
desimo non gia come baronali, ma come ecclesiastiche e, per con- 
seguenza, che da tutti gli alberi degli ulivi dovessero prestarle e 
condurle a loro spese fino a j trapped 3 del vescovo. Que' cittadini, de* 
quali io presi la difesa, pretendevano al contrario, che al vescovo si 
appartenessero come barone di quel feudo, e non sopra tutti gli 

i. una sola . . . nubile: Vittoria. 2. tin dottor . . . Vesti: Domenico Tura. 
3. trappeti: frantoi. 



68 VITA DI PIETRO GIANNONE 

alberi, spczialmente non sopra gli albcri antichi d'ulivi gia in piu 
inventari numerati, i quali ancor duravano; cd essendo queste de- 
cime baronali, dovcsse il vescovo csiggcrle sotto gli albcri stcssi, 
cd a sue spesc far condurrc Folivc a' suoi trapped. 

L'avvocato del vescovo voile, in una scrittura data alle starapc, 1 
far pompa di sua erudizione cd cntrare a disputar lungamente 
sopra la prestaxione dellc decime, ehe lo voleva eeclc k siastiche e 
dovute al vescovo per dritto divino, non gia come baronc, e sopra 
tutti gli albcri. E riputando che I'csigesse da lutti come nuovi, 
supponendo che i vccchi numerati negli antichi mveutari ibssero 
tutti periti, voile entrar anche a disputar sopra hi duratu della vita 
degli albcri degli ulivi, che voleva che non fosse pm lunga di due- 
cento anni. Mi fu data con ci6 occasione d'csanrinar a fondo que- 
sta materia e fargli conoscerc i tanti abbagli prcsi, confondcndo 
le decime ecclesiastichc colle baronali e con autorita di antichi 
scrittori, non men latini che greci, confonderlo intorno alia durata 
degli ulivi, da' quali eragli data vita, sicoine alle annose qucrcic, di 
piu e piu centinaia di anni. 

Qucsta mia scrittura, che pur si diede alle stampe, 2 sicoine fece 
arrossire all'awersario, cosl lo stimo!6, vcdcudo che da tutti era 
applaudita e commendata, a volcrci, coiraiuto di mold, risponderc. 
Ma Tawenne, sicome per difendcrc un errore suol darsi di piglio 
ad altri errori, che qucsta sua risposta 3 riuscisse assai piu sciapita, 

i. L'avvocato . . . stampe: cfr. N. D'AFFUTTO, Ragioni della Mensa Vcsco- 
vile di Lecce, intorno aWesaaione della decinia c<>* posseditori di olivcti ?icl 
feudo di S. Pietro in Lama, Nupoli 1715. Nicola D'Attlitlo sarebbc cntrato 
1'anno scgucntc nclla magistratura, divcnondo auditorc gcncralc dciroscr- 
cito. z. Questa . . . stampe: P. GIANNONK, Per U possessor i degli oliveti net 
feudo di S. Pietro in Lama, contro Mansignor Vescovo di Le<M t barone di 
quel feudo, intorno alVesazione ddla decima dell*uliue> Cwwnissario il 2ieg. 
Consigliero Sig. D, Costantino Grimaldi, Napoli 17x5. No csiatc una ri- 
stampa in G. M. NOVAUIO, De vassallorum gravarninibus tractatus, ui, Nca- 
polis 1777, pp. 278-320. Cfr. anche PANZINI, p, 4: poichd gli fu <l*uopo 
d'entrar in esamc d'alcuni articoli di storia naturulo intorno alia vita, cd 
al frutto degli ulivi, si il fcce egli con somma pcrixia cd erudizione, giovan- 
dosi in qualche parte de' lumi, che somministrati gli furono dal Signer 
Niccold Cinllo, insigne medico di que' tempi e suo intimo amico . Ma si 
vcda inolire la nota, a pie della stessa pagina, dove si rinvia ai consult! 
medici dello stesso Cirillo, cditi a Napoli nel 1738, tra i quali appaiono 
due xnemorie che riguardano da vicino questa causa, una aull'eta dell'olivo, 
Taltra in risposta all'interrpgativo se debba considerarsi per . . . frutto del- 
Tolivo Toliva, oppure l*olio che se ne ncava. 3. questa sua risposta: N. 
D'AFFLITTO, Confutazione della nuova scrittura composta a pro de 1 posses* 
sori di S. Pietro in Lama contra il Vescovo di Leccc. Cfr. PANZINI, p, 4, nota. 



CAPITOLO QUARTO 69 

verbosa ed in gran parte anche contumeliosa. Sicche", in brevi gior- 
ni, io potei confutarla con pochi fogli 1 e metter Tautore in mag- 
gior confusione, scovrendogli nuovi errori, ed assai palmari, e farlo 
cadere nella derisione di molti. 

Parve a' vecchi ministri ed awocati de' nostri tribunal! questa 
contenzione un nuovo modo di scrivere nelle cause; ed i rigidi 
non 1'approvavano. Ma altri piu saviamente riflettendo che tali 
litterarie contese invogliavano assai piu i giovani a' studi legali e 
che, con tali brighe e coH'occasione di leggere queste scritture, si 
erano veduti molti applicare piu del solito alle buone lettere, si 
lasciaron correre; ond'eran ricercate con avidita; ed i Leccesi n'em- 
pirono la lor provincial sicch6 ed in Napoli ed in Lecce, non si 
parlava di altro che di questa causa, onde gli awocati, che, o per 
Tuna o per Paltra parte, la difesero, si resero assai rinomati e 
celebri. 

Altra non meno strepitosa, che grave, mi accadde di trattare ne' 
seguenti anni, quando io era gia di molto avanzato; e questa fu 
Tintricata e difficil causa de* confini, che verteva tra il comune di 
Campochiaro e del Vinchiaturo - terre poste nel contado di Molise. 
Campochiaro fondava sue ragioni a' termini manufatti, 2 che li pre- 
tendeva divisori di ambedue le giurisdizioni. Io che difendeva que' 
del Vinchiaturo, mi appoggiava a j termini natural! di un rio di 
acque e d'un fiume che le dividea, e feci conoscere che que' termi- 
ni manufatti non eran divisori di giurisdizione, ma di territori par- 
ticolari. Essendosi, col ministro ed awocati d'ambe le parti, andato 
su la faccia del luogo, in re presenti maggiormente si conobbe que- 
sta verita; date alle stampe piu allegazioni, poiche in una dell'av- 
versario si cercava con cavilli confonderla ed oscurarla: bisogn6 che 
scoverti i sofismi e le fallacie, si ponesse in piu chiara luce, con 
poco gusto dell'oppositore, il quale di ci6 crucciato, voile con nuo- 
va scrittura difendersi; ma fece peggio, poiche" mi diede occasione, 
confutandola, di maggiormente mostrare i suoi errori e di con- 
fonderlo. Resesi per ci6 questa causa strepitosa e, trattasi nel 

II NICOLINI, Scrittiy p. 26, confonde questa scrittura con la prima allega- 
zione del D'Afflitto. I. con pochi fogli: P. GIANNONE, Ristretto delle ra- 
gioni de' possessori degli olvueti nel feudo di S. Pietro in Lama, contro Mon- 
sig. Vescovo di Lecce, barone di quel feudo. Dove brevemente sz risponde 
alia lunga confutazione delta nuova scrittura composta a pro de* possessori 
suddetti. Cfr. PANZINI, p. 4. a. termini manufatti'. confini segnati da opere 
murarie o simili. 



7O VITA DI PIETRO GIANNONE 

Consiglio di Santa Chiara con ministri aggiunti di altrc Ruotc 
c coll' inter vcnto del presidente Argento, cbbi la sorte di riportarne 
intcra vittoria, dichiarandosi i confini che dividevano Ic giunsdi- 
zioni cssere i naturali da me dimostrati, non gia i manufatli, che 
non erano se non divisori di particolari terrilori. 

Queste cause, sicomc mi porlarono notabili guadagni, cosl mi 
accrebbero il numcro de 7 clicnti, facendo sempre piu acquisto dc' 
nuovi, e fra gli altri del barone di Cassano, del pnncipc d'lschitcl- 
la, 1 e di altri signori. 2 Ed avrei potuto accrcscerc piu il numcro, sc 
avcssi voluto imitare gli esempi dcgli altri d'andargli ccrcando e 
prcgando; ma il mio tempcramento, nicntc disposto a far tali ri- 
cerche, fece che io fossi di pochi contento. 

A questo mio naturalc si aggiunse, che oltre Poccupazionc de' 
tribunali, tenendo sopra le spalle il grave peso ond'io vollt cari- 
carmi, di proseguire 1'intrapresa Istoria civile del Regno^ tcmcva 
non mi fosse d'impedimento, accrescendo maggiori occupazioni 
forensi. A questo fine, per non mancare ad ambiduc, avca distri- 
buito cosl i mesi ed i giorni delPanno. I quindici giorni dclle 
ferie pasquali e gli altri tanti dellc fcste natalizie, sicome quellc del 
Carnevale e tutti gli altri giorni festivi che occonrono ncl corso 
delPanno, quando non fossi state impedito da qualchc scrittura 
forense che non pativa dilazione, io 1'impiegava al lavoro dclP/rfo- 
ria civile. Ma, sopra tutto, mi giovava delle ferie estivo e vinde- 
miali, come piu lunghe, le quali io, lontano dagli strepiti del foro, 
solca passarle nella solitudine di Posilipo, nclla casa Kpinclli; ma, 
dapoi, per un'occasione per me propizia, che sar6 a narrate, mutai 
luogo, trasferendo a Duc Porte le mie villeggiature. 

i.fra. . . Ischitella: della causa col barone di Cassano non si luinno ni- 
tre notizie; sui rapporti del Giannonc con il principe d 1 Ischitella France- 
sco Emanucle Pinto y Mendoza (morto nol 1767), e il cattivo tnxttumcn- 
to ricevuto per le sue prestazioni d'avvocato, si voda la lettera al fra- 
tello Carlo, in data 30 dicembre 1724 (Giannoniana, n. 76). Per una causa 
di questo principe il Giannone diede allc stampe un'allegassione col titolo 
Ragioni per Uillttstre Principe d* Ischitella contro Ciro Gioserani, nel 1717: 
cfr. PANZINI, p. 4. Si tenga presentc che i Giannone erano feudatari del 
principe. a. e di altri signori: tra questi, in PANZINI, p. 5, e rammcntato 
il marchcse di Rofrano e la scrittura giannoniana stesa iti forma di supplica 
neU'aprile del 1720, con titolo: Ragioni per le quali si dimostra Vvffistio dd 
Carrier Maggiore del regno di Napoli non dover essere cornpreso nella reci 
proca restitiuxione de* beni da stabilirsi negli articoli della futura pace (di 
Vienna, del 30 aprile 1725). Questa allcgazione e stata ristarnpata in Opere 
II, pp. 127 sgg. 



CAPITOLO QUARTO JI 

Erasene in Napoli morta una vedova, senza lasciar di se e di 
suo marito figliuoli, i quali erano a lei premorti; e di tutti i beni 
stabili lasciati dal marito, ne' quali ella era succeduta doppo la 
morte de' figli, ne fece erede una chiesa amministrata da preti, in 
Napoli, chiamata di Santa Maria delle Grazie fuori porta Medina. 
I preti tosto si poser in possesso de' beni, credendo che non vi 
fusser altri congionti del marito, che potessero aspirare alia suc- 
cessione de' medesimi; ma scovertosi che nella citta di Vesti e 
nella terra di Peschici del monte Gargano, il marito, dond'egli era 
oriundo avea lasciati molti parenti poveri, a' quali, secondo la con- 
suetudine della citta di Napoli, non poteva negarsegli -la succes- 
sione nella meta de' beni antichi lasciati dalla vedova, presi io la 
difesa di questi miserabili, i quali, non potendo soffrir le spese del- 
la lite, fu d'uopo che io somministrassi il denaro e tutto ci6 che 
bisognava. E poichd mio fratello erasi alquanto istrutto della pra- 
tica de' tribunali, feci trattar dal medesimo questa causa da pro- 
curatore, cosi per non dispendiarmi di vantaggio, valendomi di 
altro estraneo, come perche gli servisse di essercizio per meglio 
istruirsi nella pratica del foro. Si opposero i preti, pretendendo di 
escludergli, su '1 supposto, che nella persona della defonta, 1 tutti i 
beni rimasi dovessero riputarsi nuovi, non gia antichi ; e dovendosi 
trattar la causa nel tribunale della Gran Corte della Vicaria, 2 ov'e- 
rasi introdotta da' preti per ottener da quel tribunale il preambolo 
per rimmissione di tutti i beni, io per piu mattine, nella Ruota del 
medesimo trattandosi dell'articolo con molta contenzione fra me 
e gli awocati contrari, dimostrai che que' beni doveano riputarsi 
tutti antichi nella persona della testatrice, come da lei non acqui- 
stati, ma pervenutigli per successione de' suoi figliuoli premorti, e 
per conseguenza la chiesa, in vigor del testamento, non potea pre- 
tender immissione se non per la meta, e 1'altra meta, in vigor della 
consuetudine, appartenersi a' congionti piu prossimi del marito, 
che 1'avea acquistati, dal quale eran passati a* figli, e da questi 
alia madre. In effetto, da quel tribunale fu giudicato doversi dar 
1'immissione alia chiesa in vigor del testamento, ma tolta prima la 
meta de' beni, che come antichi, in vigor della consuetudine si 
appartenevano a' congionti del marito, donde eran pervenuti. 

i. defonta: defunta. 2. tribunale . . . Vicaria: tribunale napoletano di pri- 
ma istanza, nelle due sezioni civile e penale. La sua sede, come per il tri- 
bunale d'appello, o Sacro Real Consiglio, era in Castelcapuano. 



72 VITA DI PIETRO GIANNONE 

Non si quietaron gli avversari per questa decisione, ma ebber 
ricorso nel Consiglio di Santa Chiara; e con nuove allegazioni date 
alle stamp e, s'ingegnavano sostenere la pretensionc chc fosser tutti 
beni nuovi e, per ci6, doversi rivocare il decreto interposto dalla 
Gran Corte. Mi fu d'uopo, comporre nuova allegazione e piu dif- 
fusa, per convincer gli avversari e confutare tutti i loro argomenti, 
la qual fu pure a mie spese data alle stampe. 1 Ma mcntre era per 
trattarsi di nuovo la causa, stimaron finalmcnte que' prcti chc 
avean Pamministrazione della chiesa, i quali, per buona sortc, s'in- 
contrarono esser dotati di somma probita e che sapcvano la vera 
chiesa esser i poveri, di non proseguir la lite. Onde, commiscrando 
lo stato miserabile de 3 miei clienti e che sarebbe stata empieta dif- 
ferirgli quel sollievo, che la lor giustizia e la decisione di qucl tri- 
bunale gli dava, volentieri si confermarono all'interposizionc c pa- 
rere di buoni amici, i quali consigliavano chc, tolta ogni lite di 
mezzo, dovesse terminarsi con amicabile 2 accordo. Sicche", tcnutc 
fra noi piu sessioni, si venne ad una discreta ed cquabilc divisione 
de' beni: alia chiesa rimasero alcune case e rendite postc dcntro 
Napoli; a' miei clienti alcune rendite e case postc fuori dclla citta, 
nella vicina villa chiamata Due Porte , o pcrch6 ivi si mostrano 
due antiche porte, owero, sicome scrissero alcuni, chc ivi avcano 
le lor ville i due famosi fratelli Porta, celebri filosofi c Icttcrati 
napolitani. 3 

Ma perche questi, cssendo lontani, potcssero goderc il frutto 
della vittoria, bisogn6 pensare il valorc de' beni asscgnatigli con- 
vertirlo in denaro, perche", impiegato in Puglia nc' loro pacsi, gli 
recasse maggior frutto di quello che potevano sperare da rendite 

i. Mi . . . stampe ecc. : il Nicolini, nella sua cdizione dclla Vita> p. 64, in nota, 
osserva che di questa causa il Panzini dice soltanto che ebbe luogo nel 1 721 . 
Per6, dall'insieme del racconlo giannoniano, a me pare chc tale data si debba 
anticipare di qualche anno . Senonch6 in PANZINI, p. 7, e detto (crronca- 
mente) che nel 1721 fu acquistato il casino di Due Porte, in premio d'una 
lite guadagnata ad alcuni suoi paesani , c non si acccnna aflatto alia data in 
cui la causa sarebbe stata sostenuta. 2. amicabile: amichcvolc. 3. o per~ 
ch6 . . . napolitani: delle due versioni il Giannonc propose scmpre per que- 
st'ultima che faceva risalire la propricta ai fratelli Giovan Baltista (1535- 
1615) e Niccol6 Delia Porta; anzi voile tramandarla in un'epigrafo che si 
sarebbe dovuta apporre, dopo la sua morte, sulla facciata dclla villa: eft. 
la lettcra al fratello Carlo, del 22 diccmbre 1730 (Giannoniana, n. 386). II 
testo dell'epigrafe e riportato in Vita, ed. Nicolini, p. xxxi. Sull'ubicazione 
della villa cfr. T. FASANO, Letters villeresche scritte da un anonimo ad un 
Oy Napoli 1779, pp. 52 sgg., e Vita, ed. Nicolini, pp, 65-6, nota. 



CAPITOLO QUARTO 73 

sl lontane. Onde, fatti estimate, si venderono; ed io, detratte le 
spese e le fatiche da me fatte ed il palmario 1 dovutomi, colle fa- 
tiche di mio fratello, mi presi le case di Due Porte con un picciol 
podere a quelle congiunto, e gli mandai il compimento del prezzo. 
Di che ne rimasero contentissimi, e ne fu stipulato pubblico istro- 
mento di cessione e vendita. 

Fatto ch'ebbi tal acquisto, ridussi in istato migliore quelPabita- 
zione e, fornitala di tutti gli arredi e suppellettili, nelle ferie estive 
e vindemiali trasferiva ogni anno a Due Porte il mio domicilio, 
dove, non tralasciando il mio matutino e vespertine esercizio in 
camminare per quelle campagne, tutto il rimanente dell'ore si con- 
sumava in proseguire il lavoro delPintrapresa Istoria. Per questo 
mio ritiro, e perch.6, anche dimorando in citta, poco solea farmi 
vedere nelle conversazioni e nelle altre brigate d'amici a passar il 
tempo allegro (poiche*, se altri potevan farlo, non io, che oltre le 
occupazioni del foro avea sopra le spalle quest' altro peso), ne ac- 
quistai presso gli amici il sopranome di solitario Piero , alludendo 
alFeremita del Tasso. 2 E se bene alcuni sapessero che io travaglia- 
va per dover dare alia luce qualche opera, nulladimanco, poiche 
io non communicai se non all'Aulisio ed al Capasso e ad alcuni po- 
chi strettissimi miei amici Tidea di quella: chi s'immaginava che io 
componessi 1'istoria delle leggi e magistrati del regno di Napoli, 
altri che io tessessi le vite de' giureconsulti napolitani, e chi una 
cosa e chi un'altra. Ed io gli lasciava con questi pensieri, per non 
insospettir alcuno; ed ancorche" avessi compiti piu libri, sicche* 
avrei potuto dar alia luce il primo tomo, nulladimanco ebbi a que- 
sto riguardo la sofferenza di non cominciar la stampa, se non mi 
fossi veduto vicino al porto. Ne m'ingannai, poich6 1'evento dimo- 
str6 che, se io avessi dato fuori il primo tomo, sarei stato sicura- 
mente impedito di dar il secondo, e molto piu il terzo ed il quarto, 
e cosl lasciar Fopera manca ed imperfetta. 

I primi soli tre libri, che io feci di buon carattere trascrivere da* 
miei originali, furon letti dall'Aulisio, il quale, approvando 1'idea 
e piacendogli la maniera e la disposizione che io avea data all'o- 
pera, mi anim6 a proseguirla. Ma non potei far Io stesso ne' se- 
guenti libri, sicome io avea proposto, poiche* oltre vari impediment! 
frapposti e, sopra tutto, di non consumar il tempo che dovea im- 

i. il palmario: il compenso delPawocato. 2. solitario . . . Tasso: cfr. Ger. 
lib., I, 29, 2. 



74 VITA DI PIETRO GIANNONE 

piegare in emcndare e corriggere 1 le copie, differendo di farlo, 
ecco che poi il medesimo venne ad infermarsi d'una si grave in- 
fermita, che lo condusse alia morte. 2 Avrei fatto lo stesso col presi- 
dente Argento; ma era impresa disperata ed impossibile di poter 
ottenere dal medesimo che potesse leggergli, poich6 le sue gravi 
e continue occupazioni, spezialmente sotto il contc Daun vicer6, 
crano tali che non avea un momento di tempo di potcr applicare 
ad altro. 3 

Intanto, proseguendo con ostinazione questc lunghc fatiche, 
ancorche proccurassi tener un'esatta regola di viverc, ne trala- 
sciassi gli esercizi del corpo, fui assaiito da una grave ipocondria, 
che mi cagionava incessanti rutti ed acetosi, e ben si vedeva che lo 
stomaco e le viscere eran viziate. Presi consiglio dal Cirillo per 
trovar la maniera di liberarmene c, dopo lungo pensarc e riflettcrc, 
si credettc che ci6 provenisse, oltre dalPapplicazione a' studi, dal 
vino, che non ben si conformava al mio stomaco che lo rendeva 

i. corriggere: correggere. 2. una si . , . morte: nclla fine dell'Aulisio non 
manc6 il sospetto di vcleno (cosa comunc in quel tempo, per tuttc le 
morti non diagnosticate con esattezza) c 1'accusa, non provata, contro il 
nipotc di lui, Niccol6 Fcrrara. Arrestato e proccssato davanti al tribunate 
dei venefici (o Giunta dei velcni), fu rinchiuso in carccrc per ordme del 
presidente di qucllo, 1'Argento, pcr vcndicare la crudel morte d'un 
tant'uomo e suo grande amico , come riferisce il PANZINI, p. 6. Dopo due 
anni di carcere, e non vcggendo in fine alcuno scampo alia sua salvez- 
za, impetr6 dal Giannone il suo patrocimo, il quale trovando incerte e 
difettose le pruove del delitto, s'adoper6 talmente col presidente Argento 
c co* ministri suoi colleghi, che il f<6 porre fuor di prigionc. II Fcrrara tip- 
pena messo in libert& don6 al Giannone in merito della ricuperata salvcxza 
alquanti scelti libri ch'erano dell'Aulisio, e diverse opcrc manoscritte, 
ch'avea questo valentuomo dettate sopra vuri argomenti, delle quali ne da 
il catalogo il sig. Biagio Troisc nclla picciola vita dcll'Aulisio preposta al 
libro delle Scuole sagre di cotesto autore (PANZINI, pp. 6-7). Ci6 non ficcad- 
de, precisa lo stesso biografo del Giannone, prima dcll'anno 1719. Giaperd 
in quello stesso anno il Giannone riusciva ad iniziure la pubblicazionc di 
Iredici corsi universitari dell'Aulisio, i Commentariormn iuri$ civilis tomi ///, 
a cui scguirono, nel 1721, i Commentaria in IV Institutiomim canonicarum 
libros. Due anni dopo, scmpre dietro incitamento del Giannone, uscivano 
in Napoli i due libri Delle scucle $acre . . . pubblicati dal suo erede e nipotc 
Nicold Ferrara-Aulisio, presso Francesco Ricciardo, 3. Avrei . , . altro: 
il PAKZINI, p. 14, riferisce che 1* Argento lesse 1'opera solo poich ella fu 
terminata* e che una volta presane visione, comment6: Sig. Pietro, voi 
vi sete posto nel capo una corona, ma di spine . Sia la precisazione del 
Giannone qui sopra, sia Tawertenza del Panzini che TArgento leggessc 
VIstoria civile solo dopo che essa fu compiuta, sono dettate dalla stcssa 
preoccupazione di smentire le accuse di quanti sospcttarono una diretta 
collaborazione sua al lavoro giannoniano. Cfr. infra. 



CAPITOLO QUARTO 75 

acetoso; sicche bisognava torre o Tuna o Taltro. De' studi era im- 
possibile privarmene, per la mia professione che mi dava il pane, 
onde si venne a tormi il vino, e si prese il tempo opportune d'una 
esta, nella quale pian piano, frammezzando il her dell'acqua, mi 
ridussi ad un sol bicchiere di vino al fine della tavola: qual pur si 
tolse, surrogando in sua vece un grappolo d'uva. 

Per tre mesi questo passaggio dal vino all'acqua chiara mi diede 
pena ed una grande languidezza, che m'istigava a ripigliarlo, ma 
io fermo nel proposito, non mi smossi ; sicche, passatami poi quella 
languidezza, lo stomaco si rese piu forte alia digestione, mi liberal 
da quel acido e da altri piccioli mali; e benedico sempre la presa 
risoluzione, poich, in tutto il corso di mia vita fino al presente, 
che sono in eta molto avanzata, mi trovo coll'acqua pura assai 
migliore e sano, che non era quando bevea vino : almanco sono si- 
euro di non esser assalito da dolori nefritici, da pietre 1 e calcoli, 
da podagra e di altri consimili morbi gottosi. Egli e pero vero che, 
non potendomi privare de' studi, non ho potuto liberarmi dalFi- 
pocondria, la quale sovente mi cagiona de' rutti pur troppo mo- 
lesti e penosi. 

Non devo tralasciare fra tante mie fatiche e noiose occupazioni, 
che per rilasciar alquanto il mio animo non trovassi due maniere 
di sollevarlo: la prima innocente, la seconda da condonarsi alia 
debolezza e fragilita dell'umana natura. Prendeva gran piacere 
degli ameni lidi del mare di Posilipo e delle campagne e deliziose 
vedute di Due Porte , dove io solea portarmi. Queste mi facevan 
dimenticare e posporre tutti i diporti della citta, de' teatri ed altre 
feste e pompe del real palazzo. Ogni tumultuoso spettacolo, ogni 
concorso della moltitudine era da me lontano, e fui sempre amante 
della solitudine fra colli, pianure e valli. L'altro mio sollievo e 
ristoro era di godere non men delle belle fattezze del corpo che 
delle belle doti dell' animo d'una donzella, 2 che io, con volere di 
sua madre vedova, e de' fratelli, ebbi verginella in mio potere; 
e non fu se non per tema di maggior male, poiche la loro poverta, e 
1'awenenza della giovane, forse Tavrebbe condotta a peggior de- 
stino. Con lei, che m'amava tanto quanto era da me riamata, e che 
io avea posta in citta, in sicura custodia di donne oneste e sovente 
Tavea per compagna nelle mie solitudini di Posilipo e Due Porte , 

1. da pietre: dal mal della pietra, come dicevasi allora la calcolosi vescicale. 

2. una donzella: Elisabetta Angela Castelli. 



76 VITA DI PIETRO GIANNONE 

alleggeriva le mie tetre e malinconiche occupazioni; e poiche te- 
neva somma cura del mio corpo e delle mie cose domcstiche, io 
riposava in lei, ne mi dava altro impaccio che dc' miei studi. 

Ebbi da questa onesta e castissima donna due figliuoli: 1 un ma- 
schio ed una femmina. E ben si conobbc quanto ella fosse savia 
e dotata di somma pieta e virtu; che, costrctto io a partir da Na- 
poli per rimperial corte di Vienna, ella voile chiudersi in mona- 
stero 2 con la bambina che avca scco, dove, mcnando una vita san- 
tissima, non ne voile uscir mai, lasciando il figliuol maschio alia 
cura di mio fratello. 



in 



Cominciava io intanto col progresso degli anni c del lavoro a 
veder, sc ben da lontano, il porto dclle mie lunghc fatichc. E gia 
de' quaranta libri, ondc VIstoria civile era divisa, non me ne man- 
cavano se non gli ultimi cinque; sicche* mi risolsi di cominciar la 
stampa de' primi, la quale, richiedendo tempo, mi faceva sicuro 
che frattanto io avrei potuto compirc il rimanente. Ed incontrai, 
per cominciarla, un'opportuna occasione, la quale mi Kbcr6 di 
commetterla 3 a* stampatori, i quali tenendo le loro stamperic ncllc 
pubbliche piazze della citta, oltre che avrei avula gran difficolta 
di persuadergli che scnza licenza deirOrdinario 4 potcssero comin- 
ciarla, erano esposti i fogli, secondo che si stampavano, a gli occhi 
de j piu curiosi. 

Avea Ottavio Vitagliano, 5 avvocato napolitano mio amico, ot- 
tenuta licenza dal viccr6 c Collateral Consiglio di poter avcrc in 

i. due figliuoli: Giovanni, nalo nel marzo del 1715, c Carmina Fortunnla, 
nata nel novcmbrc del 1721. 2. monastero : il Real Conscrvutorio di 
Sant'Antoniello alia Vicaria, come riferisce nclla propria autobiografia il 
figlio Giovanni. Scnonche' 6 dubbio che la dccisionc di cntrarc in convcnto 
vcnissc dalla Castelli, pcrch6 1'intcro carteggio del Giannone col fraidlo 
Carlo e picno dei lamenti delle due donne, che chiedono di poter uscire 
dal monastero. Qualche notizia anche in C, CARISTIA, Pietro Giannone e i 
suoi familiari^ in Scritti di sociologia e politico, in onorc di L. Sturzo, Bolo- 
gna 1953. 3. commetterla: commissionarla (latinismp). 4. delTQrdinario: 
del tribunale vescovile. 5. Ignazio Ottavio Vitagliano (?-i74o), nato a 
Bari secondo il Giustiniani, avrebbe in seguito criticato alcuni passi dcl- 
1'opera giannoniana (cfr. infra, c la nota i a p. 129). Per una sua bio- 
grafia si veda L. GIUSTINIANI, Memorie istoriche, cit., in, pp, 283-5; 
C. MINIERI Riccio, Memorie storiche, cit., p. 372; C. VILLANI, Scrittori ed 



CAPITOLO QUARTO 77 

sua casa una stamperia, alia quale egli avea preposto un diligente 
stampatore, chiamato Niccolo Naso, che la reggesse: e, convenuti 
fra di loro del guadagno, il peso di ottener le licenze rimase al Vi- 
tagliano. 1 Fu facile persuadere al medesimo che, contenendo la 
mia opera phi controversie giurisdizionali che si risolvevano con- 
tro la giurisdizione ecclesiastica, secondo che s'era negli ultimi 
tempi esorbitantemente innalzata, non avea bisogno di licenza de- 
gli ecclesiastici ; e sarebbe stata impertinenza cercar da essi ciocch6 
non potevano concedere, poiche" la formola da essi introdotta in 
concederla, non si restava piu che nelPopere da stamparsi non vi 
fosser cose contrarie alia santa fede e buoni costumi, ma volevano 
che non vi fosser eziandio cose contrarie alia loro pretesa giuris- 
dizione. E mostratigli piu essempi che per i libri ove si trattava 
di contese giurisdizionali niuno Pavea cercata, si rimase fra noi, 
che bastasse solo la licenza del vicere e del Consiglio Collaterale, 
dclla quale volli io caricarmi e mandarcela. A tutto ci6 si aggiunse 
un'altra opportunita per me assai piu acconcia e propizia, poiche, 
tenendo il Vitagliano una casa di campagna prossima a Due 
Porte , la stamperia che avea nella di lui casa dentro Napoli 1'avea 
trasferita ivi, lontana da ogni commercio; z sicch6 mi riusciva piu 
commodo nelle mie villeggiature di Due Porte di poter assistere 
alia stampa. Si convenne pertanto, fra noi del denaro che io dovea 
somministrar per le spese, e poiche il carattere che avea era quasi 
tutto logoro, mi convenne somministrargli anche il denaro per 
fonderne un nuovo, sicome altresi per un nuovo torchio. Poteva 
io allora sostener queste spese, poiche i guadagni delPawocazione 
ed i palmarii di alcune cause vinte mi posero in istato, oltre di 
mantener mia casa con decoro, con carrozza e servidori, di po- 
terlo fare. 

Si comincifc la stampa ne 1 principi delPanno 1721, la qual dur6 
per due anni continui: ciocche mi diede tempo di terminare, in- 
tanto, gli ultimi libri. Ne* posso negare che questo biennio fu per 
me il piu travaglioso e molesto, poiche* alle occupazioni del foro 
ed al travaglio di dar Tultima mano all'opera, si aggiunse di do- 



artisti pugliesi, cit, pp. 1170-1; G. DE CRESCENZIO, Dizionario storico-bio- 
grafico degli illustri e benementi Salernitani, Salerno 1937, p. 124- i- con- 
venuli . . . Vitagliano: il contratto, conservato presso 1'Archivio di Stato di 
Torino, mazzo n, ins. 4, M (cfr. Giannomana, pp. 419-20), fu stipulate il 23 
agosto 1720. 2. commercio: pratica, relazione (latinismo). 



78 VITA DI PIETRO GIANNONE 

ver rivedere i fogli, secondo che uscivano dal torchio, cd emen- 
dargli dagli error! occorsi nella stampa. Nel chc gran sollievo ri- 
trassi dairamorevolissimo Capasso, il quale, ancorche per la morte 
dclFAulisio si trovasse occupare la cattedra primaria vcspertina 
dell'ius civile, nulladimanco, sempre che poteva, non mancava di 
riveder i fogli, spezialmentc quelli dove trattavasi della politia 
ecclcsiastica, e d'awertire qualche abbaglio o errore occorso. Ma 
poich6 le sue occupazioni non permettevano chc potcssc rivcdcr- 
gli tutti, non devo tralasciare che mi fu di grandc c continuo 
sollievo Tindustria ed esattczza d'un altro mio carissimo amico, 
del quale e per questo e perche non m'abbandonb mai in altri 
miei bisogni e, sopra tutto ne' tempi dclle mic piu ficrc persccu- 
zioni, la gratitudine ricerca che io ne abbia fin che viva cara cd 
indelebil memoria. Questi fu il gentilissimo Francesco Mela, il 
quale, oltre di esser ornato di molte virtu, era dotato di gran 
perizia di lingua toscana, e si avea acquistato uno stile cosl puro 
e limpido, che le sue lettere, ancorche familiari, riuscivano cosl 
terse sia nelle voci, o nelle frasi, che meritavano esscr propostc a 
gli altri per essempio da imitare. 1 Questi non si stanc6 mai, se- 
condo che uscivano i fogli dalla stampa, di rivedergli tutti e corri- 
gergli con somma csattezza non men dagli errori grammatical! che 
di ortografia; sicch^ pochi nc scapparono dalla sua oculatezza c 
diligenza. 

Awicinandomi, dunque, al tcrmine del quarto cd ultimo tomo, 
verso la fine delPanno 1722 ebbi ricorso al vicer6, allora cardinalc 
Althan, 2 e suo Collateral Consiglio, cercando la licenza della stampa 

1. Questi . . . imitare: anchc 1* Apologia delTlstoria civile fu sottoposta per 
la revisione e la rifinitura, anche linguistica, al Mela, oltre chc al Riccnrdi 
e all'abate Pietro Contegna: cfr. la Icltera al fratcllo in data 16 giugno 
1725 (in Giannoniana, n. 98, parzialmcnte riportata in BKRTKLLI, p, 199). 
Dal Libro del Cresimati dcll'archivio della chiesa di Santa Maria Maggioro 
d'lschitclla, vol. n, f. 6r, si ricava che compare per il giovano Pietro fu 
xm certo don Antonio Mielc di Napoli (cfr, C. CANNAROZXI, Pietro 
Giannone, cit., p. 16), Ora sembra molto probabile chc Francesco Mela 
possa esserc il figliolo di don Antonio. Solo un vincolo di parcntcla (c 
il comparaggio, allora, lo era) spieghcrebbe d'altra parte, mcgho d'un a 
semplice amicizia, perch6 al Mela il Giannone affidd la cura deila moglie 
e della figlia, rinchiuse in convento al momento della fuga da Napoli. 

2. Friedrich Michael von Althann (1682-1734), cardinalc, fu vicore di 
Napoli dal 1722 al 1728. Su di lui si consult! H. BENEDIKT, Das Ko'nigreich 
Neapel unter Kaiser Karl VI, Wien-Leipzig 1927, passim. Era fratello di 
quel conte Venccslao, spentosi ncl 1722, la cui moglie, Marianna Pigna- 
telli, fu la favorita dell'imperatore, e piu tardi ramica del Mctastasio. 



CAPITOLO QUARTO 79 

e pubblicazione dell'opera. E commessa dal Collateral allo stesso 
Capasso la revisione, per dover far relazione al vicere" del contenuto 
dell'opera, questi, che in gran parte coH'occasione di riveder i fogli, 
aveala letta, non tardo molto di fare una rappresentanza 1 al vicere, 
colla quale rendeva testimonianza Fopera esser degna delle stampe, 
cosl perche niente conteneva che fosse contrario a' buoni costumi, 
ma molto piu perch6 in essa si sostenevano i reali diritti e regie 
preminenze, e, per quanto ad un istorico si conviene, con forti 
ragioni erano manifestate e difese. 

Fu pertanto conceduta licenza di stamparsi e pubblicarsi, con 
imporsi, secondo il prescritto delle prammatiche, di darne gli 
essemplari a que' ministri a' quali si appartengono, sicome fu 
prontamente eseguito. 2 Venne a pubblicarsi 1'opera in Napoli 3 nel 
mese di marzo del nuovo anno 1723. Ma poiche qui per me co- 
mincia una nuova e dolorosa epoca bisognera riportarla nel ca- 
pitolo seguente. 



i. una rappresentanza: una relazione. 2. Fu . . . eseguito: il testo della li- 
cenza e stato inserito in Opere postume, I, p. 37, assieme alia domanda 
dell'autore, nel capitolo vni dell 1 'Apologia delVIstoria civile. 3. Venne . . . 
Napoli: il frontespizio d&iristoria civile reca in tutti e quattro i suoi vo- 
lumi Tindicazione : In Napoli, MDCCXXIII, per lo stampatore Nicco- 
16 Naso , Sino ad allora, per un tacito accordo tra gli scrittori e Tautorita 
vicereale, le opere che si volevano sottrarre al visto ecclesiastico uscivano 
liberamente in Napoli, ma con una falsa indicazione di luogo di stampa 
sul frontespizio. Giannone, in questo, contrawenne a quello che possia- 
mo definire un gentlemen's agreement, coinvolgendo nella responsabilita 
della stampa lo stesso cardinale Althann. Di questo ci resta precisa la te- 
stimonianza di Costantino Grimaldi, che nella citata Istoria dei hbri (ms. 
XV.B.32, f. 35 a, e ora vedi nell'edizione a cura di V. I. Comparato, cit., 
pp. 49-50) riferendo un colloquio avuto col vicer, il quale intendeva proi- 
bire la ristampa dei testi della polemica col De Benedictis, scrive che a 
sua difesa egli fece osservare che credeva aver portato un rispetto al- 
rArcivescovo col porre la falsa indicazione di Lucca sul frontespizio, 
invece con sfrontatezza ponerci la data di Napoli; ed in effetto facendosi 
in detto modo si spacciavan pubblicamente tali libri (cioe quelli privi di 
autorizzazione ecclesiastica). Ma allora fu che replic6gli il signer Vicere, 
che in questo appunto era riprensibile il Grimaldi, perch6 spacciava la 
mensogna. Mensogna era si, gli disse il Grimaldi, ma officiosa, per non 
mettere in cimento 1'Arcivescovo di far ci6 us6 col signor D. Pietro Gian- 
none, che forza ebbe scomunicarlo per aver voluto porre la data di Napoli, 
senza aver chiesto il suo permesso . 



CAPITOLO QUINTO 

Anni 1723 e 1724, lotto il tegno delV nn per adore Carlo VI, e sotto il $>ovcruo 
del cardinal Althan, viccrt - Napoli e Vienna. 



Compita la stampa c fatti condurre gli esscmplari in mia casa, 
al numcro di mille ~ chc tanti se nc imprimcrono in carta ordinaria, 
ed altri cento in carta realc, col ritratto deH'imperadore, a chi 
Popera era stata dcdicata, e con mia divota lettera al medesimo 
consecrata, - ne feci di questi ligar uno nobilmcnte ornato, e lo 
presentai al cardinal vicere; il qualc lo ricev6 con molta umanita e 
cortesia e, come intesi dopo da' suoi famigliari, non isdcgnava 
averlo sopra il suo tavolino c soventc, nell'orc disoccupate, di leg- 
gerlo. Di questi medesimi esscmplari di carta reale ne feci ligar 
altri, e gli presentai, uno per uno, a tutti i reggcnti del Collateral 
ed a gli altri supremi ministri a cui eran dovuti, i quali, oltre di 
cortesementc ricevergli, me nc rendettcro moltc grazic. Presentai 
de* consimili essemplari, uno per uno, a tutli gli Eletti della citta 
di Napoli, in nome della quale mi furon rese le grassie, accom- 
pagnate con un dono d'argento, in memoria della loro gratitudme, 
e con elcggermi avvocato ordinario della Citt. x Altro essemplarc, 
riccamente ornato, come quello che dovea prcscntarsi alia Maesta 
di Cesare, fu disposto per rimperial corte di Vienna, insieme con 
altri essemplari che doveano presentarsi al prcsidcnte, a' reggenti 
ed altri consiglieri, secretari e ministri, che componcvano in Vien- 
na il Consiglio di Spagna. 3 Altri si presentarono a' miei amici, e 

i. a tutti . . . Citta: il Consiglio municipale napoletano (gli Eletti) nclla sua 
seduta del 17 marzo 1723 dccisc di conccdcrc al Giannonc un rcgulo in 
argento del valore di 195 ducati, e di nominarlo avvocato ordinario della 
citta; ma gia il 7 aprilc era costretto a rilornare sulla propria decisione, 
sospendendo nomina c regalia, c dando invecc mandate* a due giuristi, 
Nicola Galizia e Matteo Egizio, di riferire sul valore dell'opera giannonianu. 
Relazione che sarebbe stata molto probabilmente favorevole allo storico 
- data Tamicizia che lo legava al Galizia e all'Kgmo -, ma che fu invece 
scavalcata da un intervento del vicere cardinale Althann, il quale disap- 
provo pubblicamente, nella riunione del Consiglio del Coilatorale del xa 
aprile, la decisione degli Eletti di Napoli. Cfr. BBRTBLLI, pp. 178-81. 2. il 
Consiglio di Spagna: ossia 1'antico Consiglio d* Italia istituito per il disbri- 
go degli affari italiani dagli Spagnoli e che, trasfcrito a Vienna dopo la 
caduta dei possedimenti spagnoli in mano impenale, ebbe mutato il titolo 
(ma non le funzioni). Era retto da un presidente affiancato da sei reggenti 
(due per ogni Stato sottomesso: Sicilia, Napoli c Milano) j suila sua strut- 



CAPITOLO QUINTO 8l 

molti di ordinaria carta se ne mandarono a due librari della citta, 
ad esporgli venali 1 nelle loro librarie, per un discrete prezzo. 2 

Non passarono quindici giorni, che leggendosi questa mia opera 
a pezzi, quasi tutti si arrestavano a gli ultimi capitoli de' libri ove 
trattasi della politia ecclesiastica; e dalPindice de' capitoli sco- 
verta Pidea dell'opera, sembr6 nuova e da altri non ancor tentata. 
Alia plebe de' letterati e degli awocati, ed a' mezzi dotti ci6 reco 
invidia, e con lividi occhi cominciarono a leggerla, attenti a notare 
solamente ci6 che ne' capitoli della politia ecclesiastica sembrava lo- 
ro di strano ; poiche", ignari deH'origine e progressi di questo Stato, 
credevano che il mondo cosl fosse sempre stato, com'essi Pavean 
trovato: e sentendo da' profondi e dotti uomini lodarla, ci6 mag- 
giormente aguzz6 Pinvida loro maladicenza. Que' medesimi che 
prima, per la mia ritiratezza, mi avean dato il sopranome di soli- 
tario Piero, ora, dimenticati della mia solitudine e del corso di 
tanti anni, cominciarono a dire che io non poteva essere stato 
solo Pautore di una si voluminosa e laboriosa opera, ma che altri 
mi avesser somministrato aiuto e la materia, chi nominando PAr- 
gento, chi PAulisio, e chi altri miei amici. 3 

Fu veramente cosa di maraviglia e di stupore che, niente riguar- 
dando al lume col quale si erano rischiarati i secoli piu oscuri di 
quelle provincie ond'ora si compone il regno di Napoli; niente 
curando d'essersi posto in chiara luce Porigine e Puso nel Regno 
delle leggi romane e longobarde, delle normanne, sveve ed altre 
patrie leggi, di cui erano ignorantissimi; niente delle origini delle 
papali investiture, delle pretensioni de' principi di varie nazioni 
sopra il regno di Napoli, delle loro imprese, nuovi sistemi e governi, 
delle istituzioni di tanti nuovi magistral!, ufficiali e tribunal!, di 

tura e il suo funzionamento a Vienna cfr. P. GIANNONE, Breve relazione de' 
Consigli e Dicasteri della citta di Vienna, in Opere postume, n, pp. 195 sgg. 
i. venali: in vendita. 2. per un discrete prezzo: furono venduti a quattro 
ducati. 3. altri miei amici: Niccol6 Capasso e Vincenzo Ippolito. Ma so- 
prattutto si accusava il Giannone di aver sfruttato i manoscritti deirAulisio, 
come nferisce PANZINI, p. 7 e pp. 13-4. A sua volta un sonetto dialettale 
accennava invece all'Argento : Ma chi Pha dato mano a chessa 'rnpresa ? / 
fe n'auto senza legge e senza fede / ha lo gnomme d'Argiento e l'arma 
lesa / e 'mpastata de chiummo e niente crede ( Ma chi ha dato mano a 
questa impresa ? 6 un altro senza legge e senza fede, ha il nome d'Argento 
e Parma infida impastata di piombo, e a niente crede : cfr. il sonetto n. 7 
della raccolla manoscrilta conservata presso la biblioteca della Societk 
Napoletana di Storia Patria, XXVIII.D.is; su di essa vedi inoltre Gian- 
noniana, pp. 30 sgg.)- 



82 VITA DI PIETRO GIANNONE 

tanti cangiamenti e di tante altre investigazioni e nuove scovcrte 
fatte sopra il governo civile del Regno: tutte queste cose non mi 
giovarono a niente; tanto e vero che gli uomini, sicome sono piu 
irxclinati al male che al bene, cosl si trovano piu disposti al bia- 
simo che alia lode. E conobbi esser pur troppo vcro ci6 che Pli- 
nio il Giovane scrisse a Capitone, nell'epistola 8 a del v libro, 
che Pistorico, ponendosi a scrivere cose nuovc e da altri non trat- 
tate, non altro ne ritrae, se non graves offensac, levis gratia)). 1 
E come se nella mia opera non si trattassc di altro che dell'cc- 
clesiastica politia, cominciarono a malmenarc alcuni mici detti da 
essi non mtesi, e sconciamente - anzi sovente falsamente - ad 
altri esposti, non con altro animo che di calunniarmi e farmi ca- 
dere nelPodio di tutti, spezialmente de' prcti c de' monaci ; sicome 
ottennero. Poich questi, non leggendo Topera, ma sccondo che 
gli era dato a credere, o mostrati alcuni pczzi tronchi, come gli 
veniva piu acconcio all j impostura, furon subbito persuasi che io 
negassi ne' vescovi Tordinazione ; negassi i miracoli; insegnassi il 
concubinato esser lecito; i pellegrinaggi a' santuari esser vani ed 
inutili; negassi il Purgatorio, la vcnerazionc cd intercessionc do' 
santi. Ma, sopratutto, per maggiormente istigare i frati c monaci, 
[ottennero] di fargli credere che io deridessi le particolari divozioni 
de j loro Ordini, sicome a' Dominicani quella del rosario, a' Franci- 
scani Taltra del cordone, a gli Agostiniani quella della correggia, 
ed a 1 Carmelitani 1'altra degli abitini e loro scapulari; e, per cid 
che riguarda a' Napolitani, non si pot6 invcntare calunnia piu 
acconcia a' loro perversi fini, che di fargli credere che io negassi il 
miracolo del sangue di san Gennaio. 2 

I frati ed i monaci, temendo non per ci6 gli vcnisscro a mancare 
gli emolument! che traggono da queste loro particolari devozioni, 
come tanti baccanti cominciarono a declamare nelle loro chiese e 
ne 1 confessionari, e di predicarmi per eretico marcio; cd un gesuita 
non si ritenne, fin sopra i pulpiti, far Io stcsso. 3 Talch6 fu d'uopo 
al cardinal viccr6, per evitare i tumulti, che alia giornata cresce- 

i. graves . . .gratia*: cfr. v, vin, xa (gravi ofTese, magro compcnso ). 
a. il miracolo . , . Gennaio : il miracolo di san Gennaro, cioe Io sciogli- 
mento del sangue del vescovo martirc, che si ripctc in Napoli due volte 
1'anno, e che ha semprc rivestito una particolare importanza nella vita re- 
ligiosa della citta. 3. un gesuita . . . stessoi il padre Francesco Franchis, 
dai pulpiti del Gesii Nuovo e di Santa Maria di Costantinopoli : cfr* la 
lettera al fratello Carlo del 29 settembre 1731 (Giarmoniana t n." 439) e in 



CAPITOLO QUINTO 83 

vano, 1 di mandar ordine a' capi de j conventi di Napoli, che proi- 
bissero a' loro monaci e frati di parlar piu di me e della mia opera, 
ed al gesuita di partir da Napoli; sicome fu eseguito. 2 E poiche 
la citta erasi posta in tanta agitazione e curiosita, che non si par- 
lava di altro in tutte le piazze e contrade, non che nelle private 
case e radunanze: riput6 il vicere col Consiglio Collaterale, per- 
che ogni rumore si quietasse, di far sospendere la vendita degli 
essemplari mandati nelle pubbliche librarie, finch6, rivocata Po- 
pera a nuovo esame, non si fosse altrimenti comandato. Questo 
divieto fece maggiormente crescere la curiosita ed il prezzo dV 
libri, ond'erano assai piu avidamente cercati e letti. 3 E secondo che 
s'andavan leggendo, venivano pian piano a dileguarsi le calunnie, 
che da j frati e monaci, che non 1'avean letti, si erano disseminate 
e sparse. 

lo, intanto, non mi sgomentai da tali romori, e proseguendo 
sicome dianzi i miei fatti, andava a' tribunali, trattava le cause che 
occorrevano, andava nelle chiese ad intervenire ne 3 divini uffici, 
ed a far tutto ci6 che m'era di mestieri. Ma per le strade vedeva 
afTollar la gente per conoscermi, mostrandomi 1'uno all'altro a dito, 
ed osservava che della minuta plebe alcuni, doppo avermi veduto, 
par che mostrassero pentimento di averci avuta tanta curiosita, 
poiche vedevano un uomo come gli altri, non, come mi avean di- 
pinto i frati, per un demonio orrendo e spaventevole. 4 Lo stes- 



Giannoniana, pp. 330-1 ; Apologia delVIstoria civile, in Opere postume, I, 
pp. 1-4; PANZINI, p. 15 ; Vita, ed. Nicolini, p 48, nota, e pp. 458-9. i. i tu- 
multi . . . crescevano: notizie sulle proteste suscitate da monaci e Gesuiti, e 
sulla commozione della plebe napoletana in M. M. VECCHIONE, Vita di 
Pietro Giannone dottore in leggi e celeberrimo istonco del regno di Napoli, Pal- 
myra (ma Lucca) 1765, pp. 13 sgg. ; nonch in S. VOLPICELLA, Par ere del Col- 
laterale sui tumulti avvenutiper lapubblicazione della Storia Civile di Gianno- 
ne , in Archivio Storico per le Province Napoletane, i (1876), pp. 118-22. 
Per i sonetti antigiannoniani sparsi in Napoli in quei giorni si veda Gian- 
noniana, pp. 108 sgg. 2. ordine . . . eseguito: il verbale della numone con 
le decision! qui ricordate e stato edito da S. VOLPICELLA, Par ere, cit., pp. 
118-22. Si tratta di quella stessa riumone in cui fu disapprovata la deci- 
sione degli Eletti di Napoli, 3. Questo . . . letti: dai quattro ducati ini- 
ziah il prezzo sail smo ai quaranta ducati nchiesti in Sicilia nel 1725 : cfr. 
la lettera del Giannone al fratello, del 9 giugno 1725 (Giannoniana, n.97). 
4. un uomo . . . spaventevole: un ritratto del Giannone, mciso da Jeremias 
Jakob Sedelmayr (1706-1761), fe nel pnmo volume delTedizipne La Haye 
1742. Una sua descrizione in un foglietto accluso al dispaccio dell'inqui- 
sitore di Fcrrara al coilega modenese, in data 30 settembre 1735, in Gian- 
noniana, p. 552. 



84 VITA DI PIETRO GIANNONE 

so piu volte mi avvcnnc stando a' tribunali, dove non potea dar 
passo, che non mi vedessi premuto dalla calca di simili curiosi. 
E poich6 fra 1'altre imposture si era dato a credere che io repu- 
tassi lecito il concubinato, non capendo - o non volendo iutendere - 
che io parlava dell'antico concubinato de' Romani; alcuni, con- 
fondendo questo concubinato colla semplicc fornicazione, ripu- 
tarono che io non la tenessi per peccaminosa. La qual dottrina a 
molti, i quali forse n'eran contaminati, piaceva assai ; onde uno di 
costoro, scdendo io a' tribunali, mi si accost6 e, prcsami la mano, 
forte me la strinse, dicendomi che finalmcnte avea io discoverta 
questa verita. Ma io, non intendendo ci6 che si volesse dire e 
dimandatogli di chi intendesse, mi rispose con soghigno e faccia 
allegra, ch'egli si rallegrava, perch'era stato sempre d'opinionc che 
la semplicc fornicazione non fosse pcccato, sicomc io avca ben 
dimostrato. Allora, con riso anch'io, gli rcplicai che volontieri Ta- 
vrei compiaciuto, se avessi potuto farlo, c nella mia opera avessi 
avuta occasione di trattarne, sicome in due luoghi I'ebbi, 1 Irattando 
deirantiche concubine, non gia della scmplice fornicazione; ma 
che n'incolpasse san Paolo, il quale nelle sue Epistole, condannan- 
dola, me Tavea proibito. 3 Che io non parlava ivi della semplicc 
fornicazione ma del concubinato antico do* Romani, riputato le- 
cita congiunzionc, ch'era tutto altro di qucllo che al presentc s'in- 
tende, e molto diiFerente. Ci6 intcso, chin6 il viso, e voltatemi le 
spalle se n'and6 via tutto cruccioso e malinconico. 

Da questa falsa credenza, e dall'aver i monaci, fra I'altrc calunnie 
addossatemi, sparso da per tutto che io riputassi lecito il concubi- 
nato presente, fui costretto, per disingannar i semplici, di dar fuori 
una dissertazione, non pcr6 data alle stampe: DeW antico concubi- 
nato de 9 Romani ritenuto nelVbnperio anche doppo la convenione di 
Costantino Magno? 

Intanto, il Nunzio che risiedcva in Napoli era rimprovcrato da 
Roma come fosse stato cosl trascurato, che non avcsse scovcrto e 
dato notizia alia Cortc d'una opera cosl voluminosa che si travaglia- 
va in Napoli, e che almanco per Io spazio di due anni che dur6 la 



i. sicome , . ebbi: cfr. Istoria civile, tomo I, lib. v, cap. v, p. 357; tomo n, 
lib. xi, cap. ult., par. i, pp. 226-7. 2. san . . . proibito: in particolarc nolle 
lettere: Rom., i, 29; / Cor., 5, i sgg.; 6, 18-9; Eph, t 5, 3 sgg.; Co/., 3, 5-6; 
/ Thess., 4, 3 sgg. 3. una dissertaxione . . . Magno: apparve come parte in- 
tegrantc della Apologia dell 1 Istoria civile: cfr. Opere postume, I, pp. 108 sgg, 



CAPITOLO QUINTO 85 

stampa avrebbe potuto saperla, e fosse stato Tultimo ad awisarla, 1 
quando in Roma n'erano venute piu casse d'essemplari e s'erano,. 
ancor ivi, da per tutto sparsi. Ond'egli, per compensare in parte 
alia negligenza a torto imputatagli, non cessava presso il vicere 
di dolersene e contro di me passar uffici di accuse, incolpandorni 
d'ingiurioso alia Santa Sede, e che meritassi severe castigo. Ma il 
vicere non si smosse, rispondendogli sempre ch'egli avea dato a 
riveder Popera a persone dotte e che, secondo la relazione che ne 
1'avrebber fatta, vi avrebbe data prowidenza. 

Dall'altra parte la Curia arcivescovile di Napoli, istigata da' mo- 
naci e da' preti e da' curiali istessi, non voile in ci6 mostrarsi 
oziosa e lenta. Vedendo che per I'impressione dell'opera non si era 
a lei cercata licenza, riput6 essersi dallo stampatore offesa la giu- 
risdizione ecclesiastica; ed ancorche il peso d'ottener le licenze non 
s'appartenesse a lui, ed avesse in quella Curia fatte sue difese, 
niente li valsero sue preghiere e ragioni, ma, invece di riportarne 
scusa, o almeno perdono, vi fu scommunicato. 2 

II vicario che reggeva allora quella Curia era il vescovo di Ca- 
stellaneta, il quale, non facendo scrupolo di lasciar la sua chiesa e 
diocesi cosi lontana - come posta nella provincia di Lecce - senza 
pastore, era stato dall'arcivescovo Pignatelli invitato con grossi 
stipendi, quanti potevan promettergli i doviziosi emolumenti di 
quel tribunale, a presedere nel medesimo, come vicario dell'arci- 
vescovo: ed invitato perche, prima d'esser vescovo, avendo esser- 
citati piu vicariati e reso pratico degli affari e stili forensi, potesse 
piu fruttuosamente reggerlo. Egli ci venne vecchio, con deliberato 
animo di non far piu ritorno alia vedova sua chiesa, sicome Te- 
vento il dimostr6: poich6, dopo molti anni che vi stette, se ne 
morl in Napoli di vecchiaia, non gia nel suo vescovado. 3 Or a co- 

i. Intanto . . . awisarla: monsignor Girolamo Vicentini, nunzio aposto- 
lico a Napoli, awis6 la Segreteria di Stato il 2 marzo; cfr. in Archivio 
Segrcto Vaticano, Nunziatura di Napoli, vol. 165. z.vifu scommunicato: 
copia del cedolone a stampa della scomunica e tra gli atti inquisitonali 
conservati presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, manoscritto Rossiano 
1180. 3. II vicario . . . vescovado: monsignor Onofno Montesoro (1647- ?) 
era stato creato vescovo di Castellaneta nel 1696. Fu successivamente 
vicario del vescovo di Pozzuoli e, trasferitosi a Napoli, preferi resignare 
il proprio vescovado, nel dicembre 1722. A sua volta Francesco Pignatelli 
(1652-1734), vescovo di Taranto nel 1683, nunzio in Polonia nel 1700, 
arcivescovo di Napoli dal 1703, era stato creato cardinale nel 1704 e risie- 
deva perci6 a Roma. 



86 VITA DI PIETRO GIANNONE 

stui, stimulate da' suoi curiali, venne fantasia, non contento d'avcr 
ingiustamente scommunicato lo stampatore, di voler lanciarc i suoi 
irragionevoli fulmini anche sopra Tautore dell'opera. 1 Ed ancorch6 
la bolla stessa di Lionc X, 2 non ricevuta nel Rcgno, c le regole stesse 
dell'Indice, e gli cditti dcgli arcivcscovi di Napoli non compren- 
dessero che i soli stampatori, non giammai gli autori, cgli pretcse 
far ancor quest' altro passo, e gia sentivano le minaccie di quo* 
curiali, che, sicome si era fatto collo stampatore dcU'Istoria civile, 
si sarebbe anche fatto coll'autore. 

Ma cure assai piu gravi angustiavano il mio animo; poiche cs- 
sendosi malignamente sparso fra la vil plcbe napolitana che io 
negassi il miracolo del sangue di san Gcnnaio, colla quale niente 
mi giovava se, col libro in mano, faceva. vcdcr rimposlura, da me 
non si negava il miracolo; ma rapportando 1'asscdio col quale Lau- 
trech strinse la citta di Napoli, e la costernazione nella quale erano 
i Napolitani, che si credevano perduti a cagion che, quell 'anno, il 
sangue non si era disciolto - ciocch'essi avcano per infausto au- 
gurio; e che poi Pevento mostr6 il contrario, poich 1'cscrcito di 
Lautrech assalito da una crudel pcstilcnza, bisogn6 ritirarsi c la 
citta fu liberata non men dall'assedio che dalla fame c dalla pestc; 
ciocch6 non dinotava altro, se non di non dover dar credenza a tali 
sciagurati ed infelici pronostici. 3 

i, non , . . opera: il testo della scomunica & riporttito dal Giannone nclla 
sua Apologia delVhtoria civile: cfr. in Opere postume, I, pp. 7-8. 2. la bol- 
la ... X\ il papa Lione X (1475-1521) eman6 una bolla il 4 maggio 15x5 
con cui si vietava la staxnpu di libri scnza la licenza del vescovo c del- 
1'inquisitorc o, per Roma, del Vicario e del Maestro del Sacro Palassseo; 
cfr. Apologia delVIstoria civile, in Opere postume, I, pp. 28 sgg. ; ma anche 
Istona civile, tomo in, lib. xxvii, cap. iv> pp. 427 a^juf. 3. rapporfan- 
do . . . pronostici: cfr. Istona civile, tomo iv, lib. XXXI, cap. iv, p. 25, 
dove si legge testualmcnte che in Napoli non si vedea altro per le stra- 
de che processioni, e non s'udivano, che pubbliche preci, e dimaudar 
pietade; tanto che il Marchesc del Vasto fu costretto ricorrcre al Vicer6 
Moncada, perch6 quelle si proibissero, come fu fatto, con incora##ir il 
popolo, che stasse di buon animo, e che le orazioni si faccssero privata- 
mente nclle Chiesc, e ne* Monasteri. Ma tutte queste insinuaziom niente 
giovarono, quando il primo sabato di maggio, che in qucll'anno fu alii 2 
di quel mese, non si vide secondo il solito liquefarsi il Sangue alia vista del 
Capo di S. Gennaro lor Protettore. Allora si che a'ebbero per perduti, e 
la citta ncll'ultima costernazione. Ma come piCi innanzi dircmo, fur vani 
gl*infausti pronostici, e seguirono effetti tutti contrari. Per le calunnie 
lanciate contro il Giannone si veda anche quanto egli stesso scrive nol- 
l* Apologia delVIstoria civile, in Opere postume, r, pp. 95 sgg. ; Lautrech: 
Odet de Foix, visconte di Lautrec (1485-1528), maresciallo di Francia, 



CAPITOLO QUINTO 87 

Quest! maligni interpretavano da ci6 che io negassi il miracolo, 
e cosl aveano dato a credere alia semplice e superstiziosa plebe, la 
quale non poteva ricredersi del contrario, come quella che si tira 
piu coll'orecchie che colla ragione. A tutto ci6 aggiungevan che il 
santo, per questa mia tenacita e bestemmia, erasi sdegnato e che 
in pena d'un tanto oltraggio non avrebbe, nelTawenire, fatto il 
miracolo, togliendo con ci6 a' Napolitani la sua protezione ed aiuto, 
lasciandogli in continue calamita e miserie. 

Puo ciascuno da ci6 comprendere qual fosse stato il mio pericolo 
e, per conseguenza, Pagitazione nella quale io era; poich6 questi 
romori vennero a crescere verso la met del mese d'aprile, e nel 
primo sabato delTentrante mese di maggio, secondo il solito, do- 
vea, in pubblica celebrita, farsi il confronto della testa del santo 
col sangue. Alcune volte era accaduto che non seguisse Io sciogli- 
mento : ciocche dava indizio a' Napolitani di sciagure imminenti. 
Poteva questa volta accader Io stesso e certamente che si sarebbe 
imputato a mia miscredenza, e datane a me la colpa; ed esser io 
con ci6 esposto a scempi crudeli e barbari, ad essere sbranato 
a pezzi e fattane mille strazi, avendoci tanti essempi, non men di 
antiche che moderne istorie, fatti certi, non esservi cosa piu pro- 
clive e pronta alle sceleraggini e crudelta, quanto una prava e 
corrotta religione, covrendosi sotto il manto della medesima, col 
pretesto spezioso di maggior riverenza a' numi, le maggiori em- 
pieta e sceleratezze. Documento che dovrebbe essere a' principi di 
non far allignare ne' loro reami perniciose superstizioni, le quali 
pongono in balia altrui la sicurezza o vacillamento de j propri loro 
scettri e corone: e niun altro, quanto il regno di Napoli, ne ha di 
ci6 negli ultimi nostri tempi date pruove ben chiare e distinte. 

Vedendomi adunque in si gravi pericoli, col consiglio de 3 buoni 
amici si deliber6 che io dovessi partire per rimperial corte di Vien- 
na, giacche non vi era umano aiuto che potesse scamparmi in 
Napoli da si fiera procella, che mi soprastava. Si aggiungeva che, 
avendo dedicata la mia opera alia Maesta di Cesare, era proprio e 
piu conveniente che io, di persona, andassi a presentarcela, sicome 
a gli altri principal! ministri di quella Corte; affinche, espostala 

che nel 1527 aveva il comando delParmata d' Italia. Occupato il Milanese, 
Lautrec si era accinto alia conquista del regno di Napoli; ma la defezione 
deiralleato Andrea Doria e un'epidemia di peste, che colpi il campo fran- 
cese e Io stesso Lautrec, portarono alia piti completa disfatta. 



88 VITA DI PIETRO GIANNONE 

a gli occhi ed esame di tutti, conoscessero i torti che mi eran fatti 
in Napoli, per opra de' miei invidi e maligni persecutor!, che, 
con sediziosi tumulti, irritavano contro me la cieca e sciocca molti- 
tudine. Tanto maggiormente che, per ci6, alia giornata io vedeva 
rendersi tepidi, anzi freddi c paurosi, quegli stessi che prima si 
mostraron per me forti e fervorosi, e gid vedeva crollare Ic prime 
colonne nelle quali io era appoggiato. 

Poich6 il presidente Argento stesso, ancorche delegate della real 
giurisdizione, cominciava a raifreddarsi ; e quando prima con sol- 
lecitudine mi richiese un essemplare, per esser il primo a mandarlo 
in Vienna all'arcivescovo di Valenza, allora presidente del Consi- 
glio di Spagna 1 - che io, ben ligato, gliclo prescntai subbito : seppi 
che Pera passata la voglia, e se Io ritenne, temcndo ch'cssendo prc- 
corsi a Vienna i romori per quest'opera segulti in Napoli, non fosse 
ivi ben ricevuto; sicche' mi convenne, per altra strada, incaminarne 
un altro, sicuro che, leggcndosi da persone dotte in quclla Corte, 
si sarebbero dileguati i tanti falsi rapporti, che dagli invidi si scri- 
vevano da per tutto. Ma nemmeno ci6 giovommi, poiche la per- 
sona alia quale s'invi6, come se avesse un serpcnte, se Io tonne 
chiuso, ne* fecelo comparire; ondc tanto piu, al mio arrivo in Vien- 
na, conobbi essere stata la mia venuta alia Cortc necessaria ed 
opportuna. 

Erasi 1'Argento anche intepidito, perche" non avca prcsso il car- 
dinal Althan, vicerd, quel favore ch'ebbe prima col conte Daun, 
non adoperandolo, ma valendosi di altri ministri per consiglio ; ed, 
o fosse perch6 le matcrie ecclcsiastiche e giurisdizionali, non avcn- 
dole apprcsc da* suoi princlpi, Io tenesscr dubbioso e vacillantc, 
o perch6 s'awicinassc alia vecchiaia, erasi reso cotanto timido e 
superstizioso, che arriv6 fino ad avere scrupolo se, avcndo Cle- 
mente XI proibito il suo libro De re beneficiaria* potcssc tencrlo 
presso di s6; e per liberar il suo animo da questa vana rcligionc, 
il suo confessore ed altri preti e monaci, g& resi consiglieri di 
sua coscienza, Io consigliarono ad impeirarnc da Roma licenza; 
la quale volentieri ce la mand6 ampissima, come in segno di suo 
trionfo. 

Mi accorsi ancora, che s'era dato tutto in balla di qucsto suo 

i. arcivescovo . . . Spagna: Antonio Folch De Cardona (1658 circa- 1724), 
creato arcivescovo di Valenza nel 1700, era divenuto presidente del Con- 
siglio di Spagna nel 1715. 2. Clemente . . . beneficiaria: cfr. la nota i a p. 6'$. 



CAPITOLO QUINTO 89 

confessore, chiamato il padre Cillis, 1 dello stesso oratorio del padre 
Torres, gia morto, e dal medesimo pur troppo diverso, poich'era 
quanto ignorante, altrettanto vafro, 2 accorto ed intrigante; e che, 
per favorire gli altri suoi penitenti, si framezzava 3 nelle liti ed in 
quasi tutti gli affari avanti 1'Argento pendenti, estorquendo dal 
medesimo favori ed arbitri: sicche la Curia arcivescovile di Napoli 
non pot6 trovare piu efficace mezzo, per addormentarlo in qualche 
sorpresa, che si tentava sopra la regal giurisdizione, che il padre 
Cillis. Onde lo vedeva spesso, nell'ore solitarie, frequentar la casa 
deirArgento, ch'era alia mia congiunta; e scoprii che 1'arcivescovo 
Pignatelli, istigato dal suo vicario, lo mandava, perche* non si op- 
ponesse alia sua Curia, che intendeva scomunicarmi, per non aver 
io cercata la sua licenza per Timpressione dell'Istoria civile, e che 
1'Argento, in vece di reprimer 1'attentato, mostravasi vacillante e 
fiacco, sicome tosto me n'awidi. Poiche, avendogli parlato forte- 
mente, ch'era ci6 un attentato nuovo, non essendovi essempio che 
gli autori siano compresi e fatto un sol fascio cogli stampatori, 
non ne ebbi altra risposta, se non che io ne avessi parlato col padre 
Cillis e veduto di persuaderlo. Ben mi accorsi da ci6, che mi sa- 
rebbe riuscita ogni opra vana, per impedire il lor mal concepito 
disegno; e tanto piu ch'essendo stato ad informarne il Cillis, con 
parlar grave e misterioso mi rispose che avrebbe informato di 
quelle mie ragioni il cardinale arcivescovo, non potendo egli farci 
altro. 4 

Vedendo, adunque, il tutto riposto alia discrezione di que* cu- 
riali, pensai aifrettar maggiormente la mia partenza per Vienna; 
tanto piu che si awicinava il primo sabato di maggio, 5 che in 

i. Roberto De Cillis, preposito dei Pii Operari, era il confessore del car- 
dinale Pignatelli. 2. vafro: astuto. 3. si framezzava: si intrometteva. 

4. essendo . . . altro: ben diverso il PANZINI, p. 17: com* egli si port6 al 
monistero di S. Niccold della Carita per favellare a quel Padre, il quale 
ivi risedeva, costui no'l voile ricevere, ne* anche vedere a patto veruno, 
via cacciandolo da s6, non pure qual uomo malvagio e scellerato, a* quali 
non si dinega alia fin fine Tudienza, ma qual mostro esecrabile d'empieta, 
che gli animi altrui ofTendesse colla sola veduta e col semplice favellare . 

5. il primo sabato di maggio: la liquefazione del sangue di san Gennaro 
awiene in uno dei nove giomi dal sabato avanti la prima domenica di 
maggio, nonch6 il 19 settembre, anniversario del martirio del vescovo di 
Pozzuoli. Queste, almeno, sono le due date in cui rawenimento e celebrato 
con regolarita; ma scioglimenti del sangue awengono anche il 19 dicembre, 
anniversario delPeruzione del Vesuvio del 1631, e in occasione di gravi 
calamita che colpiscano la citta di Napoli. 



90 VITA DI PIETRO GIANNONE 

quest'anno 1723 veniva a cadere al primo di del mesc. E perche 
la mia partenza fosse tenuta nascosta, mi giov6 la somma cordialita 
e diligenza del consigliero don Muzio di Maio, 1 chc si trovava 
allora Auditor generale dell'essercito, ed in somma grazia prcsso il 
cardinale Althan, vicere*, il quale sollecitamente mi procur6 dal 
vicere* il passaporto ; a e dato sesto, nel miglior modo chc potci, a* 
miei interessi di casa, lasciando a mio fratcllo ampia procura d'am- 
mmistrargli, e fatti prestamente riporrc piu csscmplari dcH'opera 
dentro una cassa, che portai meco, con quello gia apparccchiato 
per Cesare, partii da Napoli, verso la fine di aprilc, per Manfre- 
donia, dove credeva trovar pronto imbarco per Fiumc o Triesti. 3 
In questo mio viaggio da Napoli a Manfredonia fu d'uopo che 

10 cambiassi nome, poiche, in passando per gli alberghi, non tro- 
vava osteria nella quale da* viandanti partiti da Napoli per loro 
affari non si parlasse che del fatto mio; e, sc vi capitava qualche 
frate o monaco, i discorsi ed i contrast! erano piu lunghi c fervorosi, 
che io sovente sentiva colle proprie orccchic, chi prendendo un 
partito, come suole awenire, e chi un altro; c con mio stuporc, 
mi avvidi che i monaci ne aveano cmpite le provincie e tutti i loro 
conventi : desiderosi di vedere o intendere ci6 che di me fosse 
segulto se, nel dl del confronto del sangue di san Gcnnaio con la 
testa, non si fosse fatto il miracolo. 

Mentre, presso il ponte di Bovino, io proseguiva il viaggio in un 
galesse, 4 conducendo meco una persona per mia compagnia, 5 si 

i. Muzio di Maio (morto nel 1733), awocato della Vicaria, giudice di Santa 
Chiara, proreggenle c infine prcsidente della Vicariu (cfr. H. BRNKUIKT, 
Das Konigreich Neapcl, cit., pp. 134-5). L'anonimo auiorc dellc Notisie per 

11 governo del regno di Napoli (Bibliotcca dclla SocieU\ Napolctana di 8 to- 
ria Patria, XXI, A, 7) Io annovera tra i migliori conssiglicri del Sucre Real 
Consiglio (c. 37 v). 2,. mi .. .passaporto i sappiamo dal PANSSINI, p. 17, 
che ii Giannone, oltre chc al di Maio, si rivolsc ancho al barone Anaclm 
Franz von Fleischmann, consiglicre economico impcrialc prcsso il viccr6 
Althann, il quale s'addoss6 volentieri il carico d'intcrporsi a suo favorc 
col Vicere", e di disporre il costui animo a ben ricevcrlo, ed a bonignamente 
ascoltarlo in una privata udienza, ch'egli proccurd chu il Giannone s'avcs- 
se . I risultati di questo colloquio furono che il curdinalc oonsigH6 il Gian- 
none amichevolmente e per la privata sua sicurezsca, e per la tranquillita 
pubblica a torsi via da Napoli il ptti sollecitamente chV si potesse, e coudur- 
si in Vienna affine di rappresentarc all'Imperador Carlo VI i gravi torti o 
le sediziose contrariety chc provatc avea dagli ecclcsiastici (p . 1 8). 3 . Trie- 
sti : Trieste. 4. galesse : calesse. 5 . una persona . . . compagnia : il Giannonc, 
nel suo viaggio, si era fatto accompagnare dal fralello di Elisabetta Angela 
Castelli, la donna con cm conviveva. 



CAPITOLO QUINTO QI 

fece incontro un galesse che avea dentro due frati franciscani, 
detti de' zoccoli; i quali, appena vedutici, ed immaginando esser 
da Napoli partiti, furon pronti a domandarci se san Gennaio avea 
fatto il miracolo. E Tuomo di mia compagnia rispondendogli che 
no, senza dargli tempo di soggiungere: perche non era ancora 
venuto il giorno del confronto, che dovea farsi nel prime di mag- 
gio, tosto uno, con voce piu alta, ricerco: e di Pietro Giannone 
che si e fatto ?; e, rispostogli: niente, tutto crucciosi, borbot- 
tando e bestemmiando, perche i galessi non si fermaron punto, 
passarono e ci sparirono davanti. 1 

D'allora si procure andar piu cauto, e, giunto che fui a Manfre- 
donia, 2 scopertomi ad un gentiluomo di quella citta, mio amico, 
che io avea conosciuto in Napoli, chiamato don Tommaso Cessa, 
ed al console imperiale Fiore, 3 per cui io portava lettere commenda- 
tizie e mostrandogli il passaporto del vicere, gli pregai mi procu- 
rassero presto imbarco per Fiume o Triesti; e dal Fiore dettomi 
che non ve n'era ivi pronto, ma che io facilmente Pavrei trovato a 
Barletta, si spedl cola corriero al vice-console imperiale, che ce ne 
desse avviso. II quale rispose al Fiore, ch'eravi un padron di nave, 
venuto a caricar sale in quelle marine, il qual dovea fra pochi 
giorni far ritorno a Triesti; sicche, il seguente giorno, partii per 
Barletta; e, nel partire, non senza riso mi disse il Cessa che, 
avendo saputo un canonico, 4 suo parente, che si qualificava per 
delegato o fiscale del Santo Ufficio, che io era ivi, voleva farmi 
arrestare, ma da tutti schernito, e fattolo arrossire non men della 
sua temerita che ignoranza, si tacque. 

Giunto a Barletta, il vice-console fecemi parlare col padron del- 
la nave, e, convenuti del nolo, si aspettava che fornisse 5 il suo 
carico, ed il tempo fosse propizio per partire; ma, di giorno in 
giorno, per suoi affari, prolungava la partenza, talch6 mi trattenne 
ivi otto giorni ; ed intanto, essendo gia entrati nel mese di maggio, 

1. due . . . davanti: questo stesso racconto nella lettera al fratello da Lu- 
biana, in data 28 maggio 1723: vedila piu oltre in questo volume. 

2. giunto . . . Manfredonia: vi giunse il 27 apnle, come risulta dalla prima 
lettera spedita al fratello da quella citta, in data 30 aprile (Giannoniana, n. i). 

3. Niccol6 Fieri, o Fiore. Una Relation de los servicios de D. Nicolas de 
Fiori, Consul Supremo Imperial en la ciudad de Manfredonia si conserva a 
Vienna, tra le carte dell'archivio del Consiglio di Spagna (cfr. H. BENEDIKT, 
Das Ko'nigreich Neapel, cit., p. 690). 4. un canonico: il canonico Perucci, 
reggente Tarcivescovado. Maggiori notizie nella citata lettera da Lubiana 
del 28 maggio. 5. fornisse: finisse, completasse. 



92 VITA DI PIETRO GIANNONE 

venne ivi novella da Napoli che, nel dl stabilito al confronto, il 
sangue di san Gennaio erasi disciolto ed avca, con giubilo uni- 
versale, fatto il solito miracolo. 

Non poco mi sollev6 tal notizia, avcndo ingombra la mcntc di 
tetre e malinconiche imagini e di funesti succcssi, chc, non se- 
guendo, avrebber potuto accadere alia povcra mia casa; c dalle 
lettere che, giunto a Vienna, trovai di mio fratcllo, conobbi chc i 
miei timori non cran vani, poiche mi scrivcva ch'cgli, il giorno 
precedente, tolto il migliore dalla casa, erasi ritirato in luogo ignoto 
e lontano dalla citta; e che il vicer, per tema di qualchc scdizioso 
tumulto, avca disposte milizie intorno al quartierc di Pontccorvo, 
ov'era posta la mia casa e quclla ove abitava 1'Argcnto, per evitar 
qualche disordinc, che avrcbbe potuto nascere non faccndosi il mi- 
racolo; ma chc per buona sorte, esscndo scgulto, tutto era in cal- 
ma cd in quietc. 

In Barletta, ancorch6 io procurassi poco farmi vcderc c starci 
sconosciuto, con tutto ci6, per occasione di dover prcndcre ncl 
partire le fcdi della sanrte, 1 queirufficiale chc avea I'incombenza 
di darle, ncl trascriverc il mio nomc, avvertito da un prcte chc 
Pera accanto, chi io fossi, divolg6 ad altri la mia persona; c comin- 
ciava ad esser mostrato a dito, ed il giudice di quella citt&, ch'era 
napolitano, venne a visitarmi, c g& altri si accingcvano a far Io 
stesso. E mi disse poi il rcggcnte Alvarez, 2 il quale, alquanti anni 
appresso, giunse a Vienna ad occupar la carica di fiscalc nel Consi- 
glio di Spagna, che per occasione d'un accesso, 3 csscndo in questi 
giorni passato per Barletta, subbito alcuni zclanti vcnnero a dirgli 
che nclla citt& era una persona sconosciuta, chc non facea vedersi. 
E poich^ allora crano accadute le brighc pel duello tra il conte di 
Convcrsano ed il marchese di Oira, 4 altri erano cntrati in sospctto 

x. lefedi della sanita: I'attestato di buona salute, necessario a chi intraprcn- 
deva un viaggio ; una misura intcsa a prevenirc il difFondorsi dcllc epidemic. 
2. Fernandez Manuel Alvarez p , lettore di diritto all* University di Pavia, 
quindi reggentc del Collateralc a Napoli, dal 1727 retfRcnte per Milano 
nel Consiglio di Spagna a Vienna (cfr. H. BENEDIKT, Das Kffnigreich Neapcl, 
cit., pp. 242, 429, e M. SCHIPA, // regno di Napoli al tempo di Carlo di Ror- 
bone> Napoli 1904, pp. 7 e 50), 3. accesso: visita gmdissiaria. 4. erano . . . 
Oira: del duello tra il conte di Conversano Giulio Antonio Acquaviva d'A- 
ragona e il principe di Francavilla Michele Iniperiali, marchese d'Oira, re- 
sta un lungo resoconto nel manoscritto della Socicta Napoletana di Storia 
Patria, n. XXVIII, c. 21, Racconto di varie notixie accadute nella citta di Na- 
poli dalVanno 2*700, pp. 51-4. Nell'Archivio di Stato di Torino, tra i mano- 



CAPITOLO QUINTO 93 

che fosse il conte di Conversano; ma dapoi egli, informatosi me- 
glio, scovrl chi fosse. E mi disse che mando nel mio albergo per 
parlarmi, sapendo che io viaggiava per Vienna, ma che gli fu 
risposto che io era gia partito, sicom'era vero. Poiche, vedendomi 
gia scoverto ed avendomi detto il padrone che la sua nave era gia 
alle saline per caricar il sale, e che mi accingessi alia partenza, 
uscii da Barletta ed andai alle saline, poste quasi due miglia lon- 
tane dalla citta; ed ivi aspettai due giorni, finche" finisse il carico, 
in un casino che per cortesia del fratello del consiglier Fraggianni, 1 
mio ami co, mi fu offerto; il qual, anche per sua gentilezza, voile 
ivi trattenersi meco e farmi compagnia, finche non partissi. 

Si parti infine da quelle spiagge, e ne' primi giorni si ebbe pro- 
spero vento, ma dapoi si ebbe una calma, che rese la nave immo- 
bile: talch6 si contrast6 dieci giorni, per arrivare a prender porto 
a Triesti. 2 Portava io lettere commendatizie del console Fiore a* 
giudici di questa citta, li quali benignamente mi accolsero e mi 
prowidero di cavalli, per proseguire il viaggio fino a Lubiana 

scritti Giannone, mazzo II, ins. 4, N e O (Giannoniana, p. 420), e conserva- 
to un fascicolo a stampa di dodici pagine, col titolo Le riflessioni nelfatto del 
Conte di Conversano contra il Marchese d'Oira, e insieme accanto le risposte 
in contrario, in Augusta MDCCXXIII, presso Ulderico Mayer, e la Difesa 
del signor Duca di Limatola dalla impostura di certa lettera finta e stampata 
in suo nome negh affari de' Signori Marchese D*Oira e Conte di Conversano, 
in Montechiaro, MDCCXXIII, presso Biagio di Amato. i. del fratello . > . 
Fraggianni: del fratello del marchese Niccol6 Fraggianni (1686-1763), 
consigliere di Santa Chiara, consultore di Stato in Sicilia, segretario del 
Regno (cioe del Collaterale) dal 1725, caporuota del Sacro Real Consiglio 
e delegate della Real Gmrisdizione. Sue consulte, in dieci volumi, sono 
conservate presso la bibhoteca della Societa Napoletana di Storia Patria. 
La nota personale che Io riguarda, nelle Biografia di magistrati, cit., dice: 
fe fratello del vescovo di Venafro. Questo ministro avendo accudito in 
Vienna da Aiutante di studio al Reggente Ravaschiere, ne ebbe la fiscalia 
di Lucera, e send molto tempo con credito nelle Provincie, e poscia fu 
fatto segretario del Regno ; dopo d'aver esercitata tal carica con soddisfa- 
zione di tutti, con onore e pontualita, fu promosso al posto di Consigliere 
con soddisfazione pure del pubblico, per essere egli uomo dotto pontuale 
e capace . . . e amicissimo del Cappellano Maggiore (Archivio di Stato di 
Napoli, Segreteria di Giiistizta, Biografie di magistrati, cc. 231^-232). Su 
di lui si veda L. GIUSTINIANI, Memorie istoriche, cit., n, 1788, pp. 30 sgg. ; 

D. MARTUSCELLI, Biografia degli uomim ittustri, cit., v, 1818, pp. 127 sgg.; 

E. DETiPALDO, Biografia degli Italianiilhistri, viii,Venezia 1841,?. i44sgg- ; 
R. AIELLO, II problema della riforma giudiziaria e legislativa nel regno di 
Napoli durante la prima meta del secolo XVIII, Napoli 1961, I, La vita 
giudiziaria, p. 291. 2. per . . . Triesti: Giannone vi giunse il 25 maggio, e 
ne diede awiso al fratello il giorno seguente, con una breve lettera (Gian- 
noniana, n. 2). 



94 VITA DI PIETRO GIANNONE 

- poiche" non erasi allora costrutta quclla commoda strada gales- 
sabile, 1 che trovai undici anni doppo, al mio ritorno; ma faceva me- 
stieri cavalcarc per quelli alpestri monti dell J I stria. 

Giunto a Lubiana, 2 citta metropoli della Carniola, 3 per mia buo- 
na sorte m'incontrai, in quell'osteria, con un galanluomo 4 di Fiumc, 
chiamato Stefano Bcnsoni, il quale, per i preccdcnti romori, avoa 
di me notizia. Saputo chc io era ivi, venue a visitanni c, facendo 
egli lo stcsso cammino, si orTerse di farmi compagnia. La quale mi 
sollev6 non poco, poiche - come pratico di que' luoghi, avendogli 
pm volte scorsi in piu viaggi fatti nclla citta di Vienna, dove cgli 
avea presa moglic, di cui rimasone di fresco vedovo, andava ivi 
per aggiustar suoi interessi co' cognati - mi allevi6 di moltc cure 
nel viaggio: ciocch6 non avrei potuto sperarc dal mio uomo di 
compagnia, che condussi da Napoli. E, preso insieme un galesse, 
proseguimmo il cammino fino a Gratz, citta metropoli della Stiria, 
e di la fino a Vienna. 

Giunsi a Vienna ne' princlpi di giugno, 5 e rimaso per pochi 
giorni in un'osteria d'un borgo prossimo al convento de ? Minimi 
di san Francesco di Paula, detti in Vienna paukmi, finchc" dal 
mio uomo non mi si fosse trovato alloggio dentro la citta; passai 
indi ad albcrgarvi a gli otto di giugno; e datone avviso alia per- 
sona a cui era raccomandato, ed alia quale si erano indrizzatc da 
Napoli mie lettere, per dovermele consignare al mio arrivo: que- 
sta venne a portarmele, con dirmi che io era da molti con impazienza 
aspettato, resi curiosi non pur da' privati avvisi venuti da Napoli 
della mia partcnza, ma da piu gazzette pubbliche, 6 che ne parla- 
vano, chc me le port6 a leggcrc; ed in quelle lessi non pur la mia 
partenza, ma la scomunica, che la corte arcivescovile di Napoli 
aveami lanciata appresso; e credendola una delle solite fole de* 
gazzettieri, mi affrettai ad aprir il picgo, 7 che mio fratello mi man- 
dava da Napoli, e trovai che quelle dicevan vero. Poich6 m'avvisava 
chc il vicario, credendo che io stassi nascosto, non gia che fossi 
partito, mand6 un cursore della sua Curia in mia casa col monito- 
rio, per intimarmelo; e dicendogli mio fratello che io non vi era, 

i . galessabilc : che si pu6 percorrerc in calcssc. 2. a Lubiana : il 27 mag- 
gio. Cfr. la gia citata lettera del giorno seguentc. 3, La Carniola, o Krain, 
era un'antica provincia dell'Impero. 4. galantuomo: cittadino bcncstantc, 
borghese, distinto da gentiluomo . 5. Giunsi , . . giugno : cfr, la sua primtt 
lettera da Vienna, in data iz del mese, qui la n. 6, gaxxette pubbliche: 
fogli, awisi volanti. 7. il piego : il plico. 



CAPITOLO QUINTO 95 

gli rispose che avea ordine di lasciarlo a chiunque trovava in casa, 
e che stasse pur sicuro che avrebbe fatta sua relazione d'averlo 
cosl lasciato, non gia d'averlo di persona a me intimato, come as- 
sente. Con tutto ci6 mio fratello, consapevole deiranimosit di 
quella Curia, per prevenire qualche frode o inganno la mattina 
seguente comparve ivi, come mio escusatore, ad allegar la mia as- 
senza ; e, per pmova del vero, presento copia autentica (che io Pa- 
vea lasciata) del passaporto speditomi dal vicer, perche maggior- 
mente si accertassero che io era in viaggio per rimperial corte di 
Vienna. 1 Ma perche il vicario avea in testa in tutte le maniere voler- 
mi scommunicare, dicendo che nel mio caso non era bisogno di 
citazione, essendo notoria la mia trasgressione di non aver cercata 
licenza dalla sua Curia di stampar 1'opera - assicurato dal padre 
Cillis che il delegato della real giurisdizione* non si sarebbe op- 
posto, - non si ristette, mentr'io era in viaggio, contro un assente 
scagliar sua scomunica, 3 ed affigger cedoloni per tutti gli angoli 
della citta; e fu notato d'avergli affissi anche ne j luoghi insoliti 
piu bassi della citta, dov'e piu numerosa la vil plebe, perch anche 
per questa via mi rendesse piu odioso alia cieca multitudine. Ma 
poiche, pochi giorni appresso, segul il miracolo di san Gennaio, e 
sempre piu awerandosi 4 la mia partenza per Vienna, e con ci6 
riputandosi la scomunica nulla ed invalida, non fece alcun ef- 
fetto, e si ebbe come se non si fosse scagliata; sicche" fra poche set- 
timane, non si videro piu i cedoloni che si erano affissi, ed il tutto 
posto in calma ed in una gran quiete. 

Nel mio arrivo in Vienna, trovai Timperadore con sua corte essere 
a Laxemburg, 5 villaggio dalla citta lontano dodici miglia, ove ogni 
anno suol condursi alia caccia degli aironi, a che di la, fra pochi 
giorni, dovea coll' imp eradrice 6 portarsi a Praga, per esser incoro- 
nati re di Boemia, ed ivi trattenersi per quattro mesi; onde i su- 
premi ministri, che doveano seguirlo, erano tutti occupati per que- 

i. Poiche . . . Vienna: ampiamente tratta di tutto questo il PANZINI, pp. 18 
sgg. La protesta di Carlo Giannone e inserita nella pnma parte dell 3 Apolo- 
gia dell Istoria civile, in Opere postume, I, pp. 5-6. 2. il delegato . . . giu- 
risdizione: PArgento. 3. non . . . scomunica: la difesa del Giannone contro 
la sentenza di scomunica si bas6, tra 1'altro, anche sulla nullita della cita- 
zione, intimata quando chi si intendeva colpire era assente da Napoli. 
Sulla composizione di quella che sara I* Apologia delVIstona civile si cfr. 
Giannoniana, pp. 3 sgg. 4. awerandosi: nscontrandosi per vera. 5. La- 
xemburg: Laxenburg. 6. imperadrice: Elisabetta Cristina di Brunswick- 
Wolfenbuttel (1691-1750). 



96 VITA DI PIETRO GIANNONE 

sta partenza. Ed intanto, csscndo stato io caldamcntc raccoman- 
dato dal Cirillo al cavalier Pio Niccol6 Garclli, 1 medico dell'im- 
peradore, suo grand'amico, e che si trovava anche bibliotccario 
della cesarca bibliotcca di Vienna, fui dal mcdcsimo a prcsenlargli 
un essemplare della mia opera, ed a prcgarlo che, avendo mcco 
1'cssemplare riccamente adorno da presentarsi alia Macsta dell'im- 
pcradore, a chi Popcra era dcdicata, mi additasse la manicra come 
potessi farlo, pria che partisse per Praga; e mi rispose che, come 
bibliotecario, era cio sua incombenza di farlo, e ch'egli in mio 
nome ce I'avrcbbc presentato a Laxemburg; e dieendomi che alia 
Corte erano precorse voci di quest'opera molto a me prcgiudiziali, 
e che bisognava purgarmi di tante accuse fattele: gli risposi che 
a questo fine io 1'esponeva a gli occhi di tutti, pronto a dar conto 
di quanto attorto mi s'imputava; e che la mia disgrazia era stata 
che le voci maligne eran precorse, ma non gia 1'opera, della qualc 
non vedeva esser a Vienna capitato alcun essemplare; e che uno, 
che io procurai stradarnc, la persona a cui fu mandato non Pavca 
fatto veder luce di sole, tenendoselo nascosto, come sc avcssc un 
serpente; ma che ora si sarebbe manifestata la verita, avendone 
meco portati piu essemplari per presentargli a* suprcmi ministri, 
e porgli sotto il loro csame, per emcndargli sc mai fosscvi cosa 
contraria alia nostra religione cd a' buoni costumi; che io, ccrta- 
rnente, non Pavea composta per piacerc a' preli ed a' monaci ed 
alia corte di Roma, dondc proccdevano tanti romori; ma unica- 
mente per rischiarare le cose oscure ed ignote del rcgno di Napoli, 
e sostencre le supreme regalic ed altc preminenze de* re di Napoli, 
facendo conosccre che in ci6 non doveano riputarsi inferiori a 

i. Pio Niccold Garelli (1670-1739) e una figura poco studiata del nostro Set- 
teccnto, ma che mcritercbbe invecc particolare attenizione. Suoi manoscrit- 
ti nclla Ostcrrcichische Nationalbibliothek. Lettore di medieina a Bologna 
nel 1719, segul in Vienna il padre Giovan Battista, quando quest! fu 
nominato archiatra dell'imperatore Leopoldo, e nella carica successe al pjeni- 
tore nel 17^3; ma gia da tempo ricopriva quella di protomedico e consi- 
gliere di gabinetto dell'imperatore Carlo VL Nel 1724 divenne prefetto 
della Bibliotcca Palatina. Fu insignito del titolo di conte. In Vienna acqui- 
st6 una posizione preminente, non soltanto nclla colonia ituliuna, c fece 
parte del gruppo di intcllcttuali che si riunivano attorno ai principe Kuge- 
nio. Ebbe modo di costituirsi una propria biblioteca, di notevoli dimensio*- 
ni, della quale ci resta un catalogo, piu tardo, ma pur scmpre presiioso: 
M. DENIS, Die Merkwiirdigkeiten der k. k. gareUischen qffenthche Biblio- 
thek am Theresiano, Wien 1780. Sui Garelli a Vienna ctr. G. SUTTNJKR, Die 
Garelli, Wien 1885 e ivi, edizione piu completa, 1888. 



CAPITOLO QUINTO 97 

quelle, che i re di Francia essercitano nel loro reame; e che non 
curava punto lo sdegno di quella Corte, se adempendo alle parti 
d'un leale e fedel vassallo verso il mio principe, fossi meritevole 
della grazia e protezione della Maesta di Cesare, a chi io avea To- 
pera consecrata. 

II Garelli promise di volermi in ci6 favorire, e venne in mia casa 
a prendersi Tessemplare destinato per Timperadore, e seco lo 
condusse a Laxemburg, e lo present6 a Cesare. II qua! lo ricev6 
con piacere, e mostr6 curiosita di leggerlo; poiche disse al Garelli 
che, sicom'era involto con coverta di fine velluto cremisi, e tutto 
bordato di ricamo e freggi di oro, ne avesse fatto togliere quella 
coverta, e porre un'altra schietta di pelle rossa, per esser piu ac- 
concio ad esser rivoltato e letto; sicome prestamente fece fare, 
riponendolo poi nel suo gabinetto: ci6 che avendomi il Garelli 
riferito, fecemi respirare alquanto. E poich6 era quello rimaso per 
uso di Cesare, bisogn6 che per la Biblioteca si fosse proveduto 
d'un altro; sicome feci, collocandolo nella medesima, ad uso di 
que' che la frequentavano. 

E mostr6 poi Timperadore essergli Topera stata grata, che, si- 
come mi riferiva lo stesso Garelli, fra i libri che ogni anno dovea 
preparargli, per condur seco nella villeggiatura di Laxemburg, vo- 
leva che vi fosser anche i quattro tomi dell'Istoria civile di NapolL 
E, se mal non ricordo, nell'anno 1729, essendo io a Pettersdorf, 1 il 
conte di Sifuentes, 2 che faceva le veci del Camerier maggiore, per 
trovarsi questi impedito, mi disse che avea veduto a Laxemburg 
i miei libri su '1 tavolino dentro il gabinetto cesareo, rallegrando- 
sene meco ; di che io ne le resi molte grazie, mostrando di essermi 
ignoto che que' libri, ogni anno, eran ivi portati. 

Cominciai, doppo, a presentarne a lui, a* cesarei ministri e, 
trovandosi allora awocato fiscale nel Consiglio di Spagna Ales- 
sandro Riccardi, 3 nostro napolitano, di profonda dottrina ed in- 

i. Pettersdorf'. Perchtoldsdorf, villaggio . . . lontano da Vienna dodici mi- 
gha (cfr. qui a p. no), a. il conte di Sifuentes'. Fernando de Silva y 
Menezes, conte di Cifuentes e marchese di Alcanchel, fratello del conte 
di Montesanto Joseph (cfr. la nota 2 a p. 119). Filoaustriaco e compro- 
messo nelle agitazioni del 1704 in Andalusia, aveva segulto Timperatore a 
Vienna, dove assunse una posizione di notevoie rilievo in corte, anche per 
vincoli di parentela. II fratello era infatti il genero del marchese di Villasor, 
il quale dal 1726 fu il presidente del Consiglio di Spagna (cfr. H. BENEDIKT, 
Das Konigreich Neapel, cit., pp. 85 sgg. e passim). 3. Alessandro Riccardi: 
cfr. la nota 3 a p. 64. 



98 VITA DI PIETRO GIANNONE 

tendentissimo delle matcrie giurisdizionali ed ecclcsiastiche - qucl- 
lo stesso che avea scritto a difesa del regal editto intorno a j bene- 
fici del Regno da doversi conferire a* nazionali, - fui dat medesi- 
mo a presentarcenc uno, ed a pregarlo che Tesaminassc c rcndesse 
testimonianza a gli altri del Consiglio di ci6 che gli pareva. E lo 
stesso feci col reggente Positano, ministro provinciale per Napoli, 
co* reggenti Bolagno e Pertusati per Milano, e poi co j reggcnti 
Almarz e Perlongo per Sicilia. 1 

All'arcivescovo di Valenza, prcsidcnte del Consiglio, prima che 
partisse per Praga, gliene presentai un altro ; 2 il quale mi disse che 
Taspettava con impazienza, come colui che, amante di libri, avendo 
una magnifica ed ampia biblioteca, desiderava csserc dc' primi ad 
avere que' che si davano alle stampc. Al che risposi che ccrtamcnte 
sarebbe stato il primo ad averlo, se il presidente Argento, che avcva 
prima tanta ardenza 3 di mandargliclo, non si fosse poi rafl'reddato, 
temendo per i tanti romori insorti, che non fosse qui ben riccvuto. 

Al marchese di Rialp, 4 secrctario di Stato e del dispaccio uni- 
versale di Spagna, glielo presentai pure, prima che partisse per 
Praga; ma, occupato per questa immincnte partenza, che dovea 

I. II duca Giuseppe Positano, fratello del vcscovo di Acercnjia, poi arcivesco- 
vo di Salerno, Giuseppe Maria, era entmto nel Consiglio di Spagna alia mor- 
te del conte Giovan Battista Ravaschiero, nel 1715-17x6; il contc Joseph 
Bolafios (morto nel 1732), scnatoro di Milano e dal 1710 luogotenento della 
Camera di Napoli, nel 1714 reggente per Napoli nel Consiglio di Spagna, 
quindi per Milano - nello stesso Consiglio - dal 1717, infine ambixsciato- 
re a Venczia dal 1727; il conte Carlo Pertwsatt di Castelferro (1674-1755), 
gia prcsidente del Senate milanese ; il conte Domingo de Almami (morto 
nel 1731) aveva lasciato nel 1723 il tribunalc di Santa Chiani per la carica 
di reggente per la Sicilia nel Consiglio di Spagna ; lo era assicmc al conto 
Gaetano Perlongo. 2. AlVarcivescovo , . . altro : G inn none conscgno i vo- 
lumi dcll'Irtoruz civile ai primi di giugno, ma fu ricevuto diill'arcivescovo 
di Valenza, Antonio Folch de Cardona (sul quale cfr, la nota r a p. 88), 
solo il mcse segucnte. Cfr. le lettere al fratello del 12 giugno (qui la 
n) e del 3 luglio (qui la in). 3. arderista: ardore. 4, Ramon Perlas 
de Vilhena, marchese di Rialp. Protonotario di Catalogrw sotto Carlo 
d'Absburgo, quando il re Iasci6 il paese per assumere la dircxione dell'im- 
pero alia morte del fratello Giuseppe, egli rest6 al servizio della reginu in 
Barcellona, come segretario della Reggcnza* Nominuto nel 1722 segretario 
del dispaccio per il rcgno di Napoli, vi riorganizz6 l*intero sorviaiio po- 
stale, passando poi a Vienna con la carica di Segretario di Stato per 1'uni- 
versal dispaccio delle provincie di Spagna (su questa acgreteria cfr. quanto 
scrive lo stesso Giannone nella Breve retaxione de' Consigli c Dicasteri della 
citta di Vienna, cit., p, 204). In realta, forte anche dcirappoggio deirim- 
peratrice, egli divenne Teminenza grigia del governo imperial e, uno dci 
piu potenti ministri in Vienna. 



CAPITOLO QUINTO 99 

fare coll'imperadore, poich6 1'arcivescovo parti doppo, non potei 
parlargli, se non doppo il suo ritorno. 

Ed in effetto, pochi giorni dapoi, 1'imperadore, tomato da La- 
xemburg a Vienna, parti subito, ne io ebbi opportunita di potermi 
inchinare a' suoi piedi. Ebbi per6 la sorte di vederlo, la sera prece- 
dente al giorno della partenza; poiche, cenando quella sera presso 
la vedova imperadrice Amalia, 1 fui awisato dal conte Ildaris, 2 il 
quale ebbe la cortesia di condurmi seco nell'appartamento del- 
Fimperatrice. Ed in una gran sala, ove era preparata la tavola, ed 
eravi gran concorso della primaria nobilta e di tanti signori e 
principi, vidi tutta 1'augustissima famiglia, poich6 coirimperadore 
e Timperatrice regnante vi cenarono anche Farciduchesse. 3 E fin- 
ch6 duro la cena, non solo ebbi il piacere di fisamente guardargli, 
ma di conoscere altri illustri personaggi, che li facevan corona, e 
fra gli altri 1'abate Zinzendorf, figliuolo del Gran Cancelliere di 
Corte, ora cardinale, 4 che mi us6 gentili cortesie e generose di- 
mostranze. 

Conobbi sempre piu quanto fosse stata necessaria la mia venuta 
a Vienna, poich6 la sera, trattenendomi in casa del Riccardi, ov'e- 
ra una fioritissima conversazione d'uomini letterati, fra' quali an- 
che alcuni nostri Napolitani, 5 questi mi dissero che eran da Na- 

1. Guglielmina Amalia di Brunswick-Liineburg (morta nel 1742), Timpe- 
ratrice vedova di Giuseppe I, che aveva sposato nel 1699. Sulla sua vita 
in Vienna, cfr. H. BENEDIKT, Das Konigreich Neapel, cit., pp. 658 sgg. 

2. Cesare Ildaris. 3. Varciduchesse: Maria Teresa (1717-1780), che, in 
virtu della Prammatica Sanzione del 19 aprile 1713, sarebbe divenuta 
imperatrice alia morte del padre Carlo VI (20 ottobre 1740), e Marianna 
(1718-1744). 4. V abate . . . cardinale: Philipp Joseph Ludwig von Sinzen- 
dorff (1699-1747), figlio del Gran Cancelliere Philipp Ludwig (per cui cfr. 
la nota 2 a p. 116), altra figura tra le piu importanti della corte imperiale, 
assieme al Rialp. Vescovo di Gyor nel 1726, traslato a Breslavia nel 1732, 
fu creato cardinale del titolo di Santa Maria sopra Minerva in ricompensa 
(scnve G. MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, v, Venezia 
1840, p. n) deiramto prestato per la restituzione di Comacchio alia Chie- 
sa. Fu tra gli elettori di Clemente XII. 5. una fioritissima . . . Napolitani: 
dal PAKZINI, passim, nonch6 dall'epistolario, possiamo ricostruire abba- 
stanza bene 1'ambiente italiano a Vienna. Tra i Napoletani ricorderemo i 
sacerdoti Pietro Contegna, fiscale nel Consiglio di Spagna, e Carlo Baro- 
ne, Tabate Francesco Tosques, e ancora Giuseppe Proccurante e Ferdi- 
nando Porcinari, il medico Gabriele Longobardi. Tra gli Italiani che eb- 
bero contatti frequenti segnaliamo Apostolo Zeno, il marchese Clemente 
Dona, ambasciatore della repubblica di Geneva a Vienna dal 1719 al 
1731, il marchese Giuseppe Roberto Solaro di Bregho, rappresentante 
del duca di Savoia, il principe Tiberio di Chiusano, il duca di Maddaloni 
Maurizio Carafa. 



100 VITA DI PIETRO GIANNONE 

poll venute lettere cosl velenose e maligne che, fingendosi a lor 
capriccio Teresie c bestemmie che m'impulavano avere io scritto, 
arrivarono a tanta impudcnza di citarc fino i fogli dcll'opcra, dclla 
qualc non essendo capitato in Vienna alcun csscmplare, non potc- 
van riscontrargli ; sicche tutti ne rcstavan almen in dubbio, cd alcu- 
ni vi prestavan anche credenza: ma che ora, tcncndola il Riccardi 
csposta a gli occhi di tutti, si erano ricrcduti dcllc calunnic cd 
imposture. Ne posso negare d'esscr il Riccardi stato il primo a 
dileguarle, come colui che si prese la pcna, sicom'cra in ci6 labo- 
riosissimo, di leggere da capo a' picdi i mici libri; cd csscndo 
franco e libcro di dire i suoi sentimenti, sicome non si rilonne di 
avvertirmi di alcuni abbagli, 1 cosl non manc6 di far a molti ricre- 
derc delle false accuse ed imputazioni, e qualificare la mia Jstoria 
civile per dotta, sincera ed innocente. E non pure co' reggenti del 
Consiglio e spezialmcntc col rcggente Bolagno e con quanti s'in- 
contrava de' suoi amici in Vienna, ma anche ne scrisse a que* di 
Napoli, maravigliandosi come Finvida maladicenza de' compatriot! 
avesse potuto giungere a tanto, di falsarc fino i passi e le parole, 
ed inventare tante calunnie c menzogne. 

Fecene ancor di ci6 avvertito monsignor GciUilotti, 3 il qual, 
promosso allora da Ccsare da bibliotecario, in luogo del qualc suc- 
cede" il Garelli, 3 alia carica di auditor della Ruota romana, dovea 
partir per Roma; e perchc" co' propri suoi occhi si assicurasse di 
quanto egli diceva, voile che io gli prcsentassi un csscmplare del- 
Topera, sicome feci, pregandolo a prcndcrsi 1'incomodo di osservar- 
lo, che avrebbe trovato per vero quanto il Riccardi testhlcava. K co- 
sl, pregando altri a leggere c riflettere, finirono a dileguarsi 1'impo- 
sture. Ma non potei sfuggire la maladicenza di alcuni, c spezialmente 
Napolitani, che si trovavano in Vienna addetti alia corte di Roma, 4 
dalla quale ne spcravano dignita c bcncfici; i quali mi riputavano 

i. non ... abbagli: cfr. la lettera, picna di critichc, in data 13 ma#gio 
1723, riportata nel tcsto in PANZXNI, p. 27. 2. II contc Johann Henedikt 
Gentilotti von Engcisbrunn (morto ncl 1725), prefctto dclla Biblioteca 
Palatma, quindi Auditorc di Ruota a Roma ncl 1724, vescovo di Trcnto 
nel 1725. 3. in luogo . . . Garelli: il Garelli era stato conij?lierc deH'ar- 
ciduca Carlo al tempo della gucrra di successionc per il trono di Spagna 
e da questi, una volta passato dai trono spagnolo a quello imperiale, eleva- 
to a consigliere del gabinetto dell'lmpcratore. 4. alcuni . . . di Roma: che 
cioe facevano parte delVentourage del nunzio Girolamo Grimaldi. Cfr. a 
questo proposito il dispaccio del nunzio da Vienna, in data 29 maggio 1723 
(Archivio Segreto Vaticano, Nunztatura di Ger mania, vol. 279, ce- 316-7), 



CAPITOLO QUINTO IOI 

ingiurioso ed irriverente alia Sede Apostolica, biasimando ezian- 
dio Tamicizia che io avea contratta col Riccardi, come odioso alia 
medesima, 1 ed alcuni, di me piu teneri, mi scusavano con dire che 
io, come naufrago, mi era appigliato alia prima tavola, che erami 
capitata nelle mani. E pure niuno di loro, giunto a Vienna, venne 
a porgermi la mano, per darmi aiuto, ma aspettavan forse che il 
naufrago si affondasse; ed uno di essi fu che, avendo la mia opera, 
colla quale poteva smentire le tante calunnie sparse, tacque e ten- 
nela nascosta, osservando solo dove le cose andasser a terminare, e 
regolarsi secondo i successi rei o prosperi, chiamando questa ma- 
niera versicolore ed ambigua, ingegnosa arte di saper ben vivere 
in questo mondo. 

Partito adunque Timperadore per Praga, seguitato da' primi del- 
la Corte, ma non gia dal Consiglio di Spagna, che rimase a Vienna, 
se ben dapoi il presidente anche ivi s'incaminasse, riputai fer- 
marmi, cosi per evitar la spesa ed il travaglio di nuovo viaggio, 
come anche perche la mia andata e dimora a Praga mi sarebbe riu- 
scita quanto dispendiosa altrettanto inutile, essendo la Corte ad 
altro intesa. Ed a me premeva di far ricredere a* reggenti di quel 
Consiglio, ch'eran rimasi, delle calunnie addossatemi e, sopra- 
tutto, ch'esaminassero la mia opera, per fame rapporto alia Mae- 
sta delFimperadore, per riceverne premio o castigo, secondo 
che Timperial clemenza o giustizia avesse giudicato. Ed essen- 
do sopragiunti a Vienna li reggenti Almarz e Perlongo per Sici- 
lia, usai co' medesimi quello stesso che avea fatto con gli altri. 
Ed ebbi gran contento di vedere PAlmarz, col quale io in Na- 
poli avea contratta qualche familiarita ed amicizia, essendo uo- 
mo di molta probita e che mi amava, e di me avea qualche stima e 
concetto. Questi mi disse che, se bene in Napoli fosser cessati 
tanti romori, avea per6 lasciato 1'Argento ancora in aggitazione, 
temendo che io non fossi stato ben ricevuto nella Corte ; e secondo 
questo timore, variamente parlava, ora biasimandomi, ora compa- 
tendomi. Ed un mio amico, al quale era ignota la sua natura, con 
maraviglia me ne fece anche awertito, al quale si rispose, che tosto 
TArgento avrebbe mutato stile, doppo che si fosse assicurato che 
io e la mia opera in Vienna fossero stati ben accolti e ricevuti; 
sicome in effetto di ci6 reso certo, cominci6 poi a scrivere qualche 

i. come odioso alia medesima: per la polemica de re benefiriaria, di cui gia 
s'fe detto. 



102 VITA DI PIETRO GIANNONE 

lettcra aU'arcivescovo di Valenza in mia lode c commendazionc, 
cd a biasimare il passo irragionevolmentc dato dal vicario di mia 
scomunica, e chc bisognava rivocarla. 

II reggente Almarz fummi anche di gran sollicvo in paese stra- 
nio, 1 perch6, convencndo la sera in casa sua molti Napolitani, non 
meno che Sicilian! ed altri Italiani, si passavano quclle ore ailcgre; 
sicch6 io, ora in quclla del Riccardi, ora in questa, allcgeriva i 
passati affanni; poiche", nella casa del proprio ministro nazionale, 
del reggente Positano, i Napolitani trovavano piu tosto solitudine, 
tetraggine e sbigottimento, che consiglio, aiuto o conforto, per es- 
sere di natura restlo, difficile ed incsorabilc, badando unicamenle 
a gli avanzamenti di sua casa. 

Intanto, per i romori accaduti in Napoli doppo essersi la mia 
opera pubblicata, pervenutine in Roma piu esscmplari, cominci6 
anch'ivi a farsi strepitosa, per i tanti clamori de' monaci e de* frati, 
i quali la predicavano per cmpia, erctica ed alia Santti Sede ingiu- 
riosa. Sedeva in quclla il pontefice Innocenzio XIII, della non 
men illustre che antica famiglia Conti, a il quale per lunga csperien- 
za era ben inteso dcll'audacia, impudcnza e procacita de j frati ; ed 
avvertito da savi e dotti, che avcanla letta, che non era cotauto 
esecranda quanto costoro declamavano, anzi molto commcnclan- 
dola, fu fama che lo stesso pontefice, invogliatosene, consumasse 
qualche ora del giorno in leggcrla, e che non le dispiaccsse; anzi 
sovente, co' suoi piu intimi famigliari, prorompesse in dire, che 
piacessc a Dio chc non cosi fosser le cose, come io Pnvca scritte; 
rna non potendo allontanarsi dallo stile inconcusso di quella Corte 
d'esaminar qualunque libro e proibirlo, quando non fosse in tutto 
conforme alle massimc della mcdcsima, si diedc 1'opcra ad esami- 
nare a' qualificatory del Santo UfScio, fra' quali non mancarono do* 
frati e monaci; e pure, non ostante la loro animosita e gli stimoli 
che Tcran dati da gli altri lor simili, non poterono avanzar tanto la 
livida lor ccnsura, chc potessero qualificare in essa alcuna proposi- 
zione ereticale: sicome Clemente XI, nel suo breve, col quale con- 
dann6 i libri dell'Argento, Riccardi e Grimaldi, non si ritenne solo 
alle solite e consuete condanne, di contenere proposition i crronee, 



i.stranio: stranicro. 2. Michelangiolo Conti dei duchi di Poll (1655- 
1724) sail al soglio nel 1721. Da lui Carlo VI ottcnne rinvcstitura del 
rcgno di Napoli. 



CAPITOLO QUINTO 103 

scandalose, empie, scismatiche, etc.; ma vi aggiunge imo etiam 
haereticas)). 1 Ma i miei qualificatori si ristettero alle ordinarie for- 
mole, solamente aggiungendovi et haeresim ut minimum sapien- 
tes. 2 Inoltre, Clemente XI con due particolari suoi brevi gli con- 
dann6 ; ma la mia opera fu proibita con decreto della Congregazione 
del Santo Ufficio di Roma, interposto nel di primo di luglio di que- 
st' anno I723, 3 il qual, certamente, nel regno di Napoli, sicome in 
altri paesi che non riconoscono tribunale alcuno di Santo Ufficio, 
non poteva aver alcun effetto. Di vantaggio, Clemente commandava 
ne' suoi brevi, che que' libri da 1 vescovi ed inquisitori si fosser 
ricercati e gettati alle fiamme ad esser bruggiati, e che coloro che 
gli ritenessero, leggessero o reimprimessero, fossero scommunicati, 
n6 potesser da altri ottener assoluzione e perdono, se non da lui o 
da j pontefici romani, suoi successor! ; all'mcontro, in quel decreto 
non si leggevano fiamme e fuoco, ne la scomunica riserbarsi al solo 
romano pontefice; ma semplicemente sottoporsi i trasgressori alle 
pene contenute nelPIndice proibitorio de j libri. 

Fu adunque proibita la mia opera, non gia che quella Congrega- 
zione di Roma istessa ed i suoi qualificatori avesser potuto rawisare 
in essa alcuna proposizione ereticale, ma perche, secondo le loro 
massime, la credettero contenere proposizioni erronee, empie, of- 
fensive alle pie orecchie, calunniose, scismatiche, che rovescia- 
vano la gerarchia ecclesiastica, mgiuriose alia Santa Sede, e che sa- 
pessero d'eresia. Ciascun sa, che in Roma si e introdotto formolario 
di queste proibizioni e non vi e libro, che si opponga alle sue mas- 
sime, che non vi stia soggetto. E a j qualificatori costa poca fatica, 
cosl perche* non espongono le loro censure a gli autori, afimche* si 
difendano, ma si guardano molto bene di tenerle secrete ed ascose, 
come anche perch6 non sono astretti 4 a separatamente manifestare 
quali fossero le proposizioni scismatiche, empie, ingiuriose, erro- 
nee, etc. ; ma se ne sbrigano con una sola parola, respective, e cosl 
lasciano gli autori ed i lettori in maggior confusione ed oscurita di 
prima. E Roma, cosl facendo, fa saviamente; ed e questo un sottil 
artificio di sua fina politia. Ella, con queste si spesse ed incessanti 
proibizioni, prende tutta la cieca e semplice multitudine, alia quale 



i. #wo . . . haereticas*'. perfino eretiche. a. ef . . . sapiente$: e che, 
come iminimo, sanno di eresia. 3. la mia . . . 1723: il testo del decreto 
e riportato integralmente in PANZINI, p. 28, nota. 4. astretti: costretti. 



104 VITA DI PIETRO GIANNONE 

sol bada, sapendo chc di questa si compone il mondo, c sopra i 
quali profitta, e si cura poco de' savi, dotli ed intendcnti, che, a 
proporzione de' primi, sono rari c pochi. A ci6 si aggiungc che, 
proibendo ogni libro, chc non sia conformc allc sue idee, ne ri- 
cava, che se mai questo libro volcssc in qualchc contcsa allegarsi, 
ancorche" scritto da persona cattolica, savia, dotta e di autorita, e 
contenente dottrina sana, si sbrigano presto per la risposta e sen- 
za impegnarsi ad altro, basta, pcrche non facci alcuna autorit& e 
ricsca di niun peso, che si dichi esscr dottrina di libro proibito e 
dannato. 

La maniera colla quale proibisce e molto acconcia al suo fine; 
poiche", se volesse astringere i suoi qualificatori di dar fuori le 
loro censure, ed a scparatamcnte additarc, una per ima, le pro- 
posizioni che qualificano per cmpie, crronee, scismatichc, etc., sa- 
rebbe esporgli ad un gran cimcnto, ed a fargli arrossire della loro 
ignoranza ed animosita. Ed a' tempi nostri se ne vide un illustre 
essempio nella proibizionc della Istoria ecclesiastica del padre Natal 
di Alessandro 1 il quale, per mezzo d'un cardinale, avendo avuta la 
sorte di aver nelle mani le censure fatte da* qualificatori, onde la 
sua opera fu proibita, si videro cosl sciapite, sciocche e livorose, 2 
che fattasi poi della medesima, in Parigi, una nuova c magnifica 
ristampa in foglio, stimo il padre Natale inscrirle ne' suoi luoghi, 
colle risposle datele; 3 dalle quali, sicome fu scoverta la loro pro- 
digiosa ignoranza, cosl si scovrl Tarcano, perche* queste censure si 
tenevano con tanta cura secrete e nascostc. E d'allora in poi, si 
fecero piu impenetrabili e recondite, sicch<5 niuno, ancorch<3 po- 
sto in sublime grado, pot6 poi darsi vanto d'averle vedute, o lette. 

Doppo la proibizione della mia Istoria, fatta in Roma, vcnnc ar- 
dente deslo al cardinal Althan, viccr6, di aver in mano le censure 

i. un illustre . . . Alessandroi il padre Noel Alexandra (x639-x72*|), tcolo- 
go e provinciale domenicano a Pangi, giansenista, dottorc alia Sorbon- 
ne, fu tra gli appellant! contro la bolla Unigcnitus, salvo rilrattarsi in 
un secondo tempo. La sua Historia ecclesiastica Veteris Novique Te$ta~ 
menti ab orbe condito ad annum post Christum nation millesimum sfxcentesi- 
mum, Parisiis 1699, benchd posta all'Indice, ebbe grande diffusione, ed e 
uno dei testi che il Giannone segul con particolare attenaione duranto la 
stcsura del Triregno. L'Alexandre scrisse anche due commentary al Vangeio 
(170^) e alle epistole paoline (1710), c una Theologia do^matica et woralis 
secundum ordinem Concilii Tridentini (1694). Su di lui si veda A. IIXNGGX, 
Der Kirchenhistoriker Natalis Alexander (J r <>5()-J7* > ^), Freiburg (Svizsscra) 
1955.^ 2. livorose: piene di livore, 3. che . . , datele: Tedizione dolla quale 
qui si parla uscl a Parigi nel 1714. 



CAPITOLO QUINTO 105 

de' qualificatori, 1 onde la Congregazione del Santo Ufficio s'era 
mossa a proibirla; ed il consiglier Maio, 2 che lo stimolava a procu- 
rarle, scriveva in Vienna che si sarebbero certamente avute, per 
1'impegno che aveane preso il vicere presso i suoi amici in Roma. 
Ma io diceva al Riccardi, che n'era impaziente, che non si sarebbero 
ottenute giammai; sicome il successo 3 il dimostr6, poiche, doppo 
averlo lungamente lusingato, infine gli scrissero, ch'era impossi- 
bile averle. 

Essi, in qualificare le proposizioni, si han fatto un particolar 
vocabolario, e danno alle voci altra intelligenza di quel che sarebbe 
la propria. Chiamano la corte di Roma asede appostolica , la 
quale e dalla Corte tutta diversa e differente; sicche* tutto cio che 
scrivesi contro gli abusi, corruttele ed intraprese della medesima, 
che tenta sopra la potesta de' principi, si qualifica per ingiurioso 
alia Santa Sede, eversivo deU'imrnunita ecclesiastica, scandaloso e 
temerario. Tutto ci6 che non si uniforma alle massime di quella ed 
alle stravaganti, sconcie ed ambiziose opinioni de' loro teologi e 
canonisti, che 1'adulano, si chiama erroneo e falso. Tutto ci6 che 
si oppone alia pretesa lor monarchia sopra il temporale de' prin- 
cipi, si qualifica per scismatico e ruinoso alia gerarchia ecclesia- 
stica; i tanti ordini religiosi di frati e monaci si reputano che fos- 
sero gli ordini della Chiesa, sicch6, chi contro di loro scrive, av- 
vertendo i semplici ed ignoranti delle loro furberie ed accorti modi 
d'ingannarli, si chiama calunnioso, irriverente, e che, cosi di lor 
parlandosi, ofTenda alle pie orecchie e senta d'eretico e miscredente. 
Or, secondo queste ed altre consimili regole, essi qualificano e 
proibiscono i libri. 

Quando s'intese a Vienna la proibizione deiristoria civile, fatta 
in Roma, e letto il decreto, alcuni miei amici mi consigliavano a 
fame risentimento, e mostrare I'ingiustizia ed invalidita del mede- 
simo; ma gli risposi che sarebbe stata cosa inutile e superflua: 
chiunque leggeva quella Istoria y spezialmente il terzo tomo, ove 
si tratta di queste proibizioni, 4 ben si ricredeva del conto che do- 
vea farsi delle medesime; questo esser un colpo gia da me preve- 



1. le censure de' qualificatori'. sono state pubblicate dal Pierantoni in ap- 
pendice alia propria edizione deirAutobiografia giannoniana, pp. 406-16. 

2. il consiglier Maio: Muzio di Maio, sul quale cfr. la nota i a p. 90. 

3. il successo: ci6 che accadde in seguito. 4. chiunque . . .protbizioni: cfr. 
Istoria civile, tomo in, lib. xxvn, cap. iv, pp. 427 sgg. 



106 VITA DI PIETRO GIANNONE 

duto, come solite cose da Roma praticatc; anzi die peggiore me 
Taspettava, riguardando a ci6 ch'era accaduto a' libri dcll'Argcn- 
to, Riccardi e Grimaldi, h quali non trattavano sc non della difesa 
d'un regio editto, conformc a' sacri canoni ed alle costituzioni 
stesse de' romani pontefici; chc Roma facea quel chc dovea fare; 
cosl sapessero far Ic corti de' principi, e dal suo esscmpio imparas- 
sero chc, sicome quella non tralascia di sostenere, come meglio 
pub, e difendere, a dritto ed a torto, Ic sue intraprcse, cosl sapcs- 
simo far noi; che io non prctcndeva impedirla, ma solo, che al- 
Tincontro i principi facessero quel chc lor convicne, per difesa 
delle loro alte preminenze e supreme regalie, i quali per se soli 
sarcbbero bastanti per reprimerli; c che, sovente, non per di lei 
vigore, ma per nostra debolezza, venivano gli abusi e gli attentati. 
E, con tal occasione, distcsi un particolar trattato De' rimedi con- 
tro le proibixioni de j libri che $i decretano in Roma e della potestd de 3 
principi in non farle valere ne 1 loro Stati* non giit per pubblicarsi 
alle stampe, ma per istruzione delle coscienze pavide e timorosc 
di alcuni non ben informati di questa material 

A me piil premea, che si fosse correlto 1'ingiusto passo del vi- 
cario intorno alia scomunica nullamente lanciata contro un assentc, 
per causa si leggicra e vana. E per non consumare intanto inutil- 
mente il tempo, che dovca aspettare il ritorno delFimperadore a 
Vienna, essendo quivi rimasi i reggenti che componcvano il Con- 
siglio di Spagna, procurai che, la mia opera tultavia loggendosi, si 
rendcsse piu manifesto che trattandosi in quella di varie contese 
giurisdizionali, che si risolvevano contro la giurisdizione eccle- 
siastica secondo Falto concetto che ne avean gli ccclesiastici, non 
fossi io obbligato chieder liccnza per stamparla da chi me Favrebbe 
certamente negata; ma che bastassc quella del vicer6 e suo Consi- 
glio Collaterale, chc me 1'avea data. Lo stampatore era stato gia 

1.6 stato inserito ncll' 'Apologia delVIstoria civile, come capitoli xvn-xix 
della seconda parte (cfr. in Opere postume, I, pp. 167 sgg,). 2. non . . . 
materia: il PANZINI, p. 29, scrive che il Giannonc, una volta compiuta 
questa sua difesa, e vedutola approvata dal Garclli e dal Riccardi, pensd 
di darla alle stampe, e conciossiacche 1 difficilmentc cid ai sarebbe potuto 
eseguire in Vienna per diversi riguardi, egli s'avea gii trovata persona che 
volea addossarsi il carico di farlo nel miglior modo riuscirc in "Firnaw cittfc 
deirUngheria. Ma fu opportunamente sconsigliato da quegli stcssi ch'crano 
per altro approvatori della privata sua scrittura, di renderla pubblica colle 
stampe, per non dare nuova cagione a' suoi nimici d'infcrocire via pid, 
e cosl guastare del tutto i fatti suoi)>. 



CAPITOLO QUINTO 107 

assoluto, onde Tautore, che non era compreso negli stessi loro 
editti, che allegavano, tanto maggiormente si vedea essere stato 
invalidamente scomunicato. 

I reggenti essendo stati da me pienamente informati, conobbero 
I'insussistenza della censura; ed appartenendo al Consiglio Colla- 
terale di Napoli di usare i consueti rimedi per farla abolire, alcuni 
scrivendo a' loro amici in Napoli che restavano maravigliati come 
il delegato della real giurisdizione ed il Collaterale non si fossero 
opposti al vicario; ed altri dicendomi che io procurassi in quel 
Consiglio far proporre Taffare, il quale, se non ci avesse data prov- 
videnza, ne avrebber essi presa conoscenza; disposi le cose in ma- 
niera, scrivendo a mio fratello ed altri awocati miei amici in Na- 
poli, che il Collaterale, col delegato della real giurisdizione, ne 
procurasse Tammenda. 

II presidente Argento delegato, doppo avere scorti tali sentimen- 
ti, e che io era stato ben ricevuto nella Corte, erasi tutto cangiato e 
mostrava gran fervore di conferire anch'esso all'opra, anzi d'averci 
la maggior parte. Ed essendosi destinate le giornate per trattar- 
sene in Collaterale, coll'intervento de' capi del tribunale e delle 
Ruote del Consiglio di Santa Chiara, 1 allora il cardinale arcivesco- 
vo Pignatelli - il quale, piu tratto dalle istanze del vicario e suoi 
curiali, e da' clamori de j frati, che per proprio istinto, avea dato 
mano alia censura: sentendo Tapparecchio che facevasi, di doversi 
trattare della medesima in un si pieno consesso de* primi ministri 
regi, cominci6 a trattare coll' Argento dell'abolizione, per mezzo 
del padre Cillis, della maniera che fosse a lui piu decorosa, senza 
strepito e tanti romori.* 

Credendo io che innanzi a si gravi ministri, e con tanto scrutinio, 
dovesse esaminarsi questo affare, m'indussi a scrivere un altro 
trattato de' Rimedi contro le scommuniche invalids e della potesta de' 



i. essendosi . . . Chiara: la riunione della Gmnta di giurisdizione si tenne 
il 26 ottobre, e una relazione di essa venne inviata a Roma dai segreta- 
ri della Nunziatura apostolica, il 13 novembre, allegando al dispaccio 
una copia della relazione distribuita ai partecipanti, ora in Giarmoniana, 
pp. 149-56. 2. sentendo . . . romon\ la prima riunione si sciolse senza 
giungere a conclusion! di sorta, perch6 i reggenti - che pure si dichiara- 
rono in maggioranza per un invito ufficiale al cardinale affinche questi 
ritirasse le proprie censure - preferirono attendere i risultati della tratta- 
tiva che Io stesso arcivescovo Pignatelli aveva aperto coll' Argento e con 
Carlo Giannone. Su tutto questo cfr. BERTELLI, pp. iSysgg. 



108 VITA DI PIETRO GIANNONE 

principi intorno a* modi difarle cassare ed abolire, 1 nel qualc doppo 
aver dimostrata la nullita ed ingiustizia della ccnsura, trattai do* 
modi propri e legittimi da adoperarsi per la rivocazionc; pure, 
non gia per doversi dare alle stampc, ma unicamentc per valer- 
mcne nella occasione presente. Non fu per6 d'uopo di tanto appa- 
rccchio, poiche il cardinal Pignatelli, il quale, a questo fine, nclla 
ccnsura avea a se riserbata Tassoluzionc, mostrossi propenso a 
darla. Onde, concertala la maniera coll'Argcnto come io, per mezzo 
d'una mia lettera 3 ne la chiedessi, cgli con suo decreto spedito 
nel mese di ottobre di questo istesso anno 1723, tolse la scomu- 
nica, 1 J aboil e rimosse; e datonc all'Argento autentico documento, 
firmato dallo stesso arcivescovo e con proprio suo suggello segnato, 
questi lo diede a mio fratello, il quale me lo mand6 subito in Vien- 
na, con awisarmi d'cssersi tolti tutti i cedoloni, ch'erano rimasi 
ancor affissi alle portc di alcune chicse, ed essersi 1'afTare gist fmito 
e disciolta la giunta de' ministri c posto il tulto in obblivionc e 
tranquilla quiete. Ricevuto che io 1'ebbi, lo mostrai a 1 reggenti del 
supremo Consiglio di Spagna, i quali se ne mostrarono soddisfat- 
ti, e che non bisognava farci altro, godendo non mcno della mia 
pace, che d'essersi con ci6 tolta ogni briga, che avrebbe potuta 
nascere colla corte di Roma, nel case che non abolendola 1* arcive- 
scovo, si avesse dovuto dar di piglio a' consueti cspedicnti econo- 
mici, per farla rimovere. 

i. Queslo trattato trae la forza dcllc sue argomentazioni dall'altro di L, 
E. Du PIN, Traitd historique des excommunications, Paris 1716-1719 (due vo- 
lumi). Anch'esso fu rifuso nclla Apologia deWIstoria civile. 2. per mex~ 
so . . . lettera: il PANZINI, pp. 31 sgg., riferisce divcrsamcnto da quunto af- 
fcrmato qui. Proprio per prevenire ogni azione del potcre civile, c per 
porre la Giunta di giurisdizione di fronte al fatto compiuto, fu presto il 
padre Cillis a proporre per espedientc, che poiche" non v'era bastante 
tempo ad attcndere di Vienna Poriginal lettera del Giannone, la si scri- 
vcsse da chicchcssia a nome di costui cd anxi che giugnesse il di sttibi- 
lito in Collaterale per la Giunta, si prcscntasse al cardinal arcivescovo. 
Di fatto la lettera fu concepita e distesa nella stanza del padre Cillis, colla 
data de 2 ottobre 1723 . Qucsta lettera, che il Panzini riporta in nota> 
dichiarando di conservarne presso di s6 1'originale, fu di unti gravita ec- 
cezionale, perch^ vi si ritrattava tutta Tazionc condotta sino nllora per 
svincolare la pubblicazione dei libri dal controllo ecclesiastico, Lo stesso 
Giannone non si salv6 da aspre critiche per questo, come risulta sin dallo 
stesso racconto del Panzini, sia da numerosi accenni nel carteggio col fra- 
tello (cfr., in particolare, le lettere del 22 gennaio 1724, del 5 e del 12 feb- 
braio, in Giannoniana t nn. 33, 36 e 38). Per le reassioni che si ebbero a 
Roma, si veda S. BERTELLI, Vincartamento originate del SantfUjfizio rela- 
tive a Pietro Giannone, in I1 Pensiero Politico , I (1968), pp. 18-9. 



CAPITOLO QUINTO ICX) 

Aspettava io intanto a Vienna il ritorno di Cesare, che gia s'av- 
vicinava; e tanto piu caro e da tutti sospirato, perche tornava col- 
rimperatrice gia gravida, dal cui parto si sperava la quiete d'Eu- 
ropa. 1 E prevedendo la mia dimora dover essere quivi lunga, li- 
cenziai Fuomo di compagnia che meco condussi, perch a Napoli 
ed a sua moglie facesse ritorno ; 2 e passai ad abitare nella casa del- 
la baronessa Linzval, 3 la quale, secondo il frequente e quasi co- 
mun uso di altre case, pigliava volentieri persone di qualche conto, 
dandole commodita non men di stanze che di vitto: e tanto piu mi 
c'indussi, perch6 tenea a pensione, ovvero in costo, 4 sicome ivi 
dicesi, due piccioli figliuoli del baron di Orman, 5 castellano di 
Barletta, mio amico. 

Era questa vedova e di eta evanzata, figliuola del referendario 
Ernesto Plekner, 6 col quale io, per tal occasione, presi amicizia, 
essendo un vecchio, sopra quanti Viennesi che conobbi poi, il piu 
versato in legge, che sentiva e parlava la lingua italiana e pratico 
degli affari della Corte, come quello che, a' tempi degli imperadori 
Leopoldo e Giuseppe, per lunghi anni, come referendario, avea 
retta la cancelleria di Corte. Ne vi era allora cosa grave, che non 
passasse per le di lui mani; e quando nel 1703, per far partire da 
Vienna Parciduca Carlo, in qualita di re di Spagna, e mandarlo 
nelle Spagne contro il suo competitore, fu d'uopo che Timperadore 
Leopoldo e Giuseppe, allora Re de j Romani, rinunciassero all'arci- 
duca 7 tutte le ragioni che aveano sopra la monarchia di Spagna, 
le minute deiristromento di questa cessione furon dettate dal 
Plekner, sicome me le mostr6 original! secondo le quali si stipu!6 



i. dal cui . , . Europa: a corte si attendeva, infatti, 1'erede al trono, che pe- 
r6 non venne: cosl come la Prammatica Sanzione del 1713 che regolava la 
successione, m mancanza di discendenza maschile, non assicur6 la pace in 
Europa. 2. licensiai . . . ritorno : cfr. la lettera al fratello del 13 maggio 1724 
(Giannoniana, n. 50). 3. la baronessa Linzval: Therese LeichsenhofTen, 
baronessa di Linzwal. In una lettera al fratello del 22 gennaio 1724 il 
Giannone accenna a favori da lui fatti alia baronessa col raccomandarla al 
barone Darmon (Giannoniana, n. 34). 4. zw co$to: tedesco in Kost. 

5. baron di Orman: Johann Alexander Darmon, forse dal Giannone cono- 
sciuto a Napoli, subito dopo Toccupazione austriaca del Regno, quando 
egli era il secondo ufRciale - per anzianita - di Castel Nuovo (cfr. H, 
BENEDIKT, Das Konigreich Neapel, cit., p. 52), o piu probabilmente a Bar- 
letta, durante il suo breve soggiorno in attesa di salpare per Trieste. 

6. Ernesto Plekner: Jakob Ernst Edler von Ploikner, referendario della 
Reichshofratskanzlei sotto gh imperatori Leopoldo I e Giuseppe I. 7. al- 
Varciduca: in favore deirarciduca (cfr. la nota 2 a p. 62). 



110 VITA DI PIETRO GIANNONE 

Pistromento, che leggesi ora impresso nella raccolla fatla da Llinig 
del suo Codice diplomatico d* Italia* 

Fra le altre doti che adornavano il suo animo era la fortczza 
colla quale egli pazientemente tollerava le strettezzc di sua casa, 
nelle quali, doppo una vita lauta e doviziosa, era caduto. E quanto 
sotto gli imperadori Leopoldo e Giuseppe era adoperato cd in 
floridezza, altrettanto sotto 1'imperadore Carlo rimase depresso 3 e 
povero, poiche, secondo suole avvenire, la nuova Corte di qucsto 
principe scacci6 la vecchia; e gli emoli ed invidiosi del Plekner 
tanto, co' loro pessimi uffici, si adoperarono presso il nuovo im- 
pcradore che, costretto a resignar la carica che occupava, rimase 
con un picciol stipendio, che gli fu lasciato per suoi alimenti, di 
duemila fiorini Panno, e Tabitazionc del quartiere 3 ov'cra, fin che 
durasse la sua vita. Con questi dovea egli mantcnere la ncccssaria 
sua servitu e famiglia, tcnendo presso di se" una povera vcdova, 
sua figliastra, chiamata Teresa di Leichsenhoffen, alia quale, mor- 
to il marito, che fu consigliero della Camera di Gratz, bisogn6 
darle ricetto in sua casa con cinque figliuoli, quattro femmine ed 
un maschio, che avea lasciati. 

Delle sue ampie facoltl non Tcra rimaso che un magnifico pa- 
lazzo e delizioso giardino, con alcune vigne intorno, che possedeva 
nel villaggio di Pettersdorf, lontano da Vienna dodici miglia. Quivi 
egli soleva condursi Testa, c dimorarvi sino al tempo dclle vendem- 
mie, quali finite, tornava in citta. E soventc andava ivi a ritrovarlo, 
dove, con suo sommo piaccre, soleva trattcnermi seco qualche 
settimana; ed egli, con molta cortesia c cordialita, avrebbc voluto 
che la mia dimora fosse stata piu lunga, ma io non voleva lascia- 
re gli amici di Vienna, i quali potcvan aiutarmi no* miei bisogni 
in quella Corte, con preparar gli animi e disporgli, affinch6, al ri- 
torno di Ccsare, fosser passati per me buoni uffici. Ed in cffctto, 
leggendosi tuttavia la mia opera, ed invogliati molti, anche tc- 
deschi, per averla, ebbi piu richieste e da librari e da altri, per- 
ch^ ne facessi venire piu esscmplari, csscndo gia finiti quelli che 
io avea meco portati; sicche" scrissi in Napoli, che, condotti a 
Manfredonia o Barletta, per la via di Fiume e di Tricsti me ne 

i. II Codex Italiae Diplomaticus, Francofurti et Lipsiac, i, 1725, coll. 2331 
sgg.; Johann Christian Lunig (1662-1740), erudito tcdcsco, pubblic6 va- 
rie raccolte di documenti d'interessc storico e giuridico. 2. depresso : mi- 
sero. 3. quartiere: appartamento. 



CAPITOLO QUINTO III 

mandassero, di volta in volta, piu balle. 1 E, sicome venivano, 
non si dovea aspettar molto tempo in alienarle; poich6, oltre di 
que' essemplari che rimanevano a Vienna, se ne mandavano in 
altre citta della Germania, in Fiandra, in Ollanda, 2 Svezia e Da- 
nimarca. Ed il general Marulli, 3 nostro napolitano, che io ebbi la 
sorte di conoscere a Vienna, il quale avea allora il comando di 
Belgrade sotto il generale commendator duca di Wuttemberg, 4 ne 
prowide in Ungheria a molti suoi amici. Ed in Boemia, coll'oc- 
casione della dimora della Corte in Praga, se n'inviarono altresl; 
anzi fu da quivi scritto, che parlandosi di quest'opera in Praga, in 
un magnifico pranzo dov'era invitato il principe Eugenic di Sa- 
voia, s questo signore se n'invogli6 tanto, che scrisse al suo agente 
in Vienna, che ne Tavesse tosto mandate un essemplare, sicome, 
avendone io avuta notizia, procurai subito che s'inviasse, facendo 
noto a Sua Altezza che io al suo ritorno ne avea apparecchiato 
uno della miglior carta e riccamente adorno, che avrei avuto I'o- 
nore di presentarcelo in persona. Ed avendo il suo agente passato 
per me questo riverente ufficio, egli, con somma umanita, mi fece 
awertire dal medesimo, che gli sarebbe stata piu grata, se Topera 
fosse sciolta, affinch6 potesse farla ligare confbrme a gli altri libri, 
onde si componeva la sua magnifica biblioteca. Sicome feci; e 
vidi poi nella medesima occupare, fra gl'istorici, onorato luogo. 
Ritorn6 fmalmente Cesare, coll'imperadrice gravida e tutti que' 
che Io seguirono in Vienna, verso la fine del mese di ottobre; ed 
io, facendo passare alquante settimane doppo Tarrivo, quando mi 
parve che fosse il tempo opportune per aver udienza, feci scrivere 
il mio nome, secondo il costume, fra gli altri che la dimandavano; 
e nell'ora stabilita alle udienze, aspettando con gli altri nella ca- 

i. leggendosi . . . balle: cfr. le lettere al fratello in data 20 e 27 maggio, e 3 
giugno (Giannoniana, nn. 1 51, 52 e 53). 2. se ne . . . Ollanda: un ordine di 
spedizione in Olanda nella lettera al fratello del 22 luglio 1724 (Gianno- 
niana, n. 59). 3, Francesco Saverio Marulli (1675-1751). Da altra lettera 
del Giannone al fratello, in data 9 settembre 1724, risulta che anche Apo- 
stolo Zeno si interess6 per la difrusione dell'opera giannoniana, consiglian- 
do al Giannone di indirizzare i libri al libraio Niccol6 Pezzana (Giannoma- 
na t n. 64). 4. Wuttemberg: il principe Eberhard Ludwig von Wurttem- 
berg (1676-1733). 5. Eugenio di Savoia-Soissons (1663-1736) entr6 al ser- 
vizio dell'imperatore Leopoldo I al tempo deU'assedio di Vienna (1683) 
e dieci anni dopo diveniva feldmaresciallo deirimpero. Capo deiresercito 
imperiale in Italia durante la guerra per la successione al trono di Spagna, 
presidente del Consiglio aulico di guerra dal 1703, la sua corte Viennese 
rivaleggi6 a momenti con la stessa corte imperiale. 



112 VITA DI PIETRO GIANNONE 

mera precedcnte a quclla dove suol darle, fui chiamato dal genti- 
luomo di camera, chc m'introdusse. Ed avvicinato, doppo i tre 
soliti inchini, avanti 1'imperial persona, ch'cra all'impiedi, assicu- 
rato dalla clcmcnza del suo volto e da un atto di sua mano, che 
mi fece segno, essendo io in ginocchio, che mi alzassi, cominciai 
ad esporgli brevementc la dolente istoria delle mie avventure doppo 
la pubblicazione deH'opera, la qualc m'avca mossc tante pcrsccu- 
zioni, pcrche io, in quella sostencndo come suo divoto e fedel vas- 
sallo, le alte preminenze e sovrane regalie de' re di Napoli, le 
quah possono legittimamente in qucl Regno esercitarlc, non meno 
di quel che si faccino i re di Francia nel lor reamc, mi avea ad- 
dossato la malevolenza de' preti e monaci e della corle di Roma. 
Ma che, confidando nelPimperial clemenza della Maestil Sua, 
alia quale Topera era consecrata, c chc in quclla non vi era cosa 
che si opponesse alia nostra Santa Fedc e perche ci6 maggiormente 
si manifestasse, 1'avea esposta a gli occhi di tutti ; vivamente pregava 
la Maesta Sua ad aver protezione non men dell'opera che del suo 
autore, il qual prostrate a' suoi piedi, implorava quella pieta c cle- 
menza, ch'era ereditaria neiraugustissima sua famiglia, e che rcnde- 
va sicuri coloro che vi ricorrcvano da ogni oltraggio ed oppressionc. 1 

L'imperadore rispose a queste mie umili prcghiere con brevi pa- 
role: le prime furon da me intese, colle quali mostrava grudimento 
dell* opera, c d'aver di me cura; ma non gia Tultime, che pronunci6 
con vocc tacita e sommessa, NelFatto che io feci di presentargli 
una mia mcmoria, stese la mano e se la prese, ed io cbbi 1'onorc di 
baciarla. E ritrattomi indietro uscii fuori e narrato a' mici ainici il 
successo, conccpirono per me buone speranze. 

Fui ad inchinarmi al principe Eugenio di Savoia, il quale mi 
accolse con somma umanita e cortesia, e mi tenne seco piu <Tun 
quarto d'ora a ragionare di varie cose, mostrando aver lotto in 
parte la mia opera, diccndomi averlc piaciuta 1'idea e la disposi- 
zione, con dimandarmi piu cose di Napoli, e spezialmente del mi- 
racoloso scioglimento del sangue di san Gennaio, e di quanto 
erami occorso su la divolgata impostura addossatami, che io Io 
negassi. Lo pregai della sua protezione presso la Maest deirim- 

i. Ritornd . , . oppressione: qucsta udienza awennc in opoca postoriorc al- 
1'n dicembre, poich6 in quel giorno il Giannonc scnvcva ai fratcllo di 
essersi sollecitato un intcrvento del principe Eugenio, e che il cavalier 
Garelli aveva parlato fortemente all'impcratorc, prcgandolo di ricevorlo: 
onde ora si sta attcndendo da lui la giornata (Giannoniana, n. 8). 



CAPITOLO QUINTO 113 

peradore, che promise di farlo volentieri; sicome con effetto spe- 
rimentai, mostrandosi verso la mia persona, in tutte le occasioni, 
benefico e cortese. Sicche, assicurato di tanta umanita, non man- 
cai, doppo, quasi ogni domenica, la mattina, ch'era il tempo piu 
opportune, di andare a riverirlo nel suo palazzo, essendo in citta, 
ovvero, nell'esta, nel delizioso e magnifico suo giardino, sperimen- 
tandone sempre graziose accoglienze e cortesissime dimostranze. 1 
Non mancai altresl far lo stesso col marchese di Rialp, il quale, 
la prima volta vedutomi, comincio a dirmi che avea la mia Istoria 
fatto tanto romore, che non erasi inteso altre volte accaduto per la 
pubblicazione di altri libri ; che la corte di Roma mostrava averne 
avuto dispiacere, supponendola a si ingiuriosa e temeraria. Gli 
risposi, che ben erano a Sua Eccellenza note le cagioni di tanti 
romori, sicome n'era stato informato dal cardinale Althan, vicerS; 
e che, in quanto alia corte di Roma, io certamente non 1'avea 
scritta perche le fosse piaciuta; poiche, cosl facendo, averi mancato 
al mio onore ed alia lealta, che dee avere ciascun fedele vassallo 
al proprio suo principe; esser questa solita disgrazia di coloro che 
si mettono a scrivere delle preminenze e regalie de' loro sovrani, 
alle quali io fui tratto dall'istituto dell'opera, non gia per offender 
altrui. Che questo era il vantaggio che aveano gli scrittori addetti 
alia corte di Roma, che potevano scrivere ci6 che si volessero in 
abbassamento delle regie preminenze ed innalzamento della giu- 
risdizione ecclesiastica; che niuno prendevasene impaccio, ed era- 
no da quella Corte premiati; all'incontro, eran perseguitati quelli 
che scrivevano per la potesta regale; e che a torto s'imputava la 
mia opera per temeraria, poiche", se in Roma non sembravano te- 
merarie ed ingiuriose le prediche del padre Casini, non pur reci- 
tate dentro il palazzo apostolico, ma impresse in Roma, e reim- 
presse, poi, a Milano, 2 molto meno si dovea riputar temeraria la 
mia Istoria; e che io volentieri mi offeriva a fame confronto, ed 
al paragone si sarebbe veduto quale delle due opere fosse piu o 

i. Fui . . . dimostranze: il Giannone entr6 ben presto nella cerchia del prin- 
cipe Eugenio, stringendo amicizia anche col conte Claude-Alexandre de 
Bonneval (cfr. BERTELLI, p. 186). II racconto di una seduta scientifica nella 
villa del principe sabaudo e nella lettera al fratello del 24 giugno 1724, qui 
la vil. 2. le prediche . . . Milano : le prediche del cardinale F. M. Casini 
(morto nel 1719): Delle prediche dette nel palazzo apostolico dafra' Fran- 
cesco Maria d'Arezzo cappuccino, oggi cardinale di S. Prisca, dedicate alia 
Santita di N. S. papa Clemente XI, Roma 1713 e di nuovo Milano 1714- 



114 VITA DI P I TRO GIANNONE 

meno a lei ingiuriosa e temeraria. Che per ci6 pregava a Sua Ec- 
cellenza di rispondere a coloro, che o da Roma Tavean scritto, o 
in Vienna di ci6 informato, che io era pronto a venire a questo 
cimento, e che fosse uscito un di loro a fame pruova; pregandolo 
ancora, se mai le sue gravi occupazioni il permettessero, di dar 
qualche ora alia lettura della mia opera, che si sarebbe assicurato 
di quanto io umilmente Tesponeva, e, con ci6, farmi degno dclla 
valevole sua protezione presso Sua Maesta, e di sospender ogni 
credenza prima di accertarsi del vero di quanto da' miei malevoli 
fossegli suggerito. 

II marchese, con un soghigno, mi rispose ch'egli, fino a quell'ora, 
non avea avuto tempo di leggerla, ma che vi fara osservazione, e 
che avrebbe riferito a Sua Maesta le mie discolpe e quanto con- 
veniva. Era io ben consapevole del doppio nodo, col quale cgli 
erasi stretto colla corte di Roma: avea un suo figliuolo 1 in Roma, 
istradato per la prelatura, e si speravano dignita maggiori ; tcneva 
un suo fratello arcivescovo, il qual, passato da quello di Brindisi 
airarcivescovado ricchissimo di Salerno, aspirava al cardinalato. 2 
Mand6 poi in Roma due altri suoi nipoti, figliuoli della contessa 
Figheroa, sua figlia; e teneva della contessa Vernera sua sorella, 
altri figliuoli che fatti ecclesiastici, aspiravano a prelature, ricchc 
commende e doviziosi benefici. 3 Con tutto ci6 non disperai, poi- 
ch6, istrutto della sua natura ed andamenti, non mi sgomentai; 
sicome poi conobbi di non dover disperare. 

II marchese Rialp, oltre il grado eminente nel qual si trovava, 
di secretario di Stato, ed essere in piena grazia di Cesare, che Io 
rendeva superiore a' rispetti ed alle contemplazioni per Roma era 
per natura benefico ed awerso di far male e dar dispiacere ad 
alcuno. E se ad altri, sovente, il suo governo riusciva grave, di- 
spiacevole e dannoso, non era se non per essere troppo indulgente 
de' suoi congiunti, e favorire i suoi raccomandati ; onde aweniva 
che gli altri pretensori, che forse avean maggior merito, restassero 

x. tin suo figliuolo: Juan Perlas de Vilhena. z. un suo fratello , . . cardi- 
nalato: Paul Perlas de Vilhena (1669-1729), nominate vescovo di Brindisi 
nel 1700, divenuto assistente al Soglio nel 1716, e traslato airarcivescova- 
do di Salerno nel 1723. Mori senza aver raggiunto 1'ambito cappello 
cardinalizio. 3. Mandd . . . benefici: due figli della contessa Vernera erano 
chierici e ottennero ricchi benefici ecclesiastici; altri due nipoti del Rialp, 
figli della contessa Figueroa, risultano anch'essi in Roma, alia corte di 
Benedetto XIII (cfr. H. BENEDIKT, Das Konigreich Neapel, cit., p. 231). 



CAPITOLO QUINTO 115 

esclusi e dolenti. Per questi rispetti non trascurava, ne j giorni 
deH'udienze, di raccomandarmici, e cercar altri intercessor!, suoi 
amici, che per me presso di lui passassero qualche buon ufficio. 
Fra questi, la mia buona sorte mi offer! il marchese Clemente 
Doria, 1 che si trovava allora in Vienna, inviato della repubblica di 
Geneva. Questi tenendo una grave lite in Genova, nella quale si 
disputava di certo fidecommisso, in vigor del quale pretendeva 
escludere altri in quello ancorche compresi, ma in linea e grado 
piu remoti, mi fece richiedere che sarebbegli sommamente caro, 
se io sopra Tarticolo controverso scrivessi un'allegazione a suo 
favore, la quale, in Genova, era certo che sarebbe stata ben rice- 
vuta e riputata di gran peso ed autorita. 

Io, ancorche senza libri forensi, avendone il reggente Almarz 
seco portati alquanti, che bastavano al mio intento, me gli feci 
prestare; ed avendo composta Tallegazione nel miglior modo che 
potei, piacque tanto non pur a lui, ma a' suoi awocati di Genova, 
a j quali la mand6, che pensava generosamente rimunerarmi. Ma 
io avendogli detto che non pretendeva altro che la sua buona 
grazia e la sua intercessione per me presso il marchese Rialp, di 
cui era stretto amico, egli volentieri si offerse di passar col mede- 
simo gli uffici piu fervorosi ed efficaci, che io potessi immaginar- 
mi; sicome, con effetto o seco conducendomi, owero per se solo 
facendolo, fece si che, nelPawenire, trovassi presso il marchese 
non pur compatimento delle mie sventure, ma che pensasse di 
darci qualche sollievo e conforto. 



il 
[1724] 

Eravamo gia entrati nel nuovo anno 1724, ed io avendo dovuto 
abbandonar la mia professione di awocato, ch'essercitava in Na- 
poli, vivea in Vienna sopra quel poco denaro che portai meco, e 
sopra il prezzo de' miei essemplari che faceva venire; ma, a lungo 
andare, sarebbe tutto finito. Sicch6 sollecitava o che Sua Maesta 
mi facesse tornar in Napoli con qualche carica conveniente alia 
mia graduazione di awocato poiche", impiegandomi al suo real 

i. Documenti concernenti Clemente Doria (per cui cfr. la nota 5 a p. 99) 
in Archivio di Stato di Torino, manoscritti Giannone, mazzo n, ins. 4, RR 
(Giannoniana, pp. 423-4). 



Il6 VITA DI PIETRO GIANNONE 

servizio, ed avrei avuto modo di sostentarmi, e sarei coperto e 
sicuro dalle insidie de' miei malevoli; owero, piacendole tenermi 
nella sua imperial Corte, mi dasse mezzi di potermici mantenere. 
A questo fine io drizzava i mezzi, ora pregando, ora raccomandan- 
domi non pure a' ministri che componevano il Consiglio di Spa- 
gna, ma eziandio a quelli, che eran per li loro impieghi piu da 
presso alia persona deirimperadore. 

Non tralasciava farmi vedere spesso dall'arcivescovo di Valenza 
presidente, il quale da che cominci6 ad aver lettere dal prcsidcnte 
Argento in mia commendazione, mi riguardava con occhi piu beni- 
gni. Ed una volta, avendomi domandato quanto tempo io aveva 
impiegato in comporre la mia Istoria, e rispostogli : non meno di 
venti anni , egli mi replico che ben mostrava, per le cose recondite 
e nuove, che vi avea scorte, che le fatiche dovettero esser lunghc ; 
ed egli la credea opera di trenta, non pur di venti anni ; e da quanto 
e' ne parlava con altri ministri di quel Consiglio, io certamente ne 
avrei potuto sperare ogni favore; ma sopragiuntali, doppo, una 
grave infermita, fu tale che nelPesta di questo medesimo anno 1724 
gli tolse la vita: 1 sicch6 io perdei tutti gli ossequi fattigli, e le rac- 
comandazioni che TArgento ed altri amici vi aveano per me im- 
piegate. 

Non tralasciai di raccomandarmi anche al Gran Canccllier di 
Corte, conte di Zinzendorf, 2 al quale mi condusse il cavalier Garclli. 
E presentatogli un essemplare ben ligato della mia opera, Io riceve 
con piacere, e mi fece esibizioni generose, lungamcnte trattenen- 
domi in vari discorsi, con tanta cortesia e gentilezza, che io non 
potea desiderar maggiori. Sicch6, da tutte le parti riccvendo grate 
accoglienze, cominciai a sperare dalla mia venuta a Vienna prospcri 
successi. 

A tutto ci6 si aggiungeva che, in tutto il tempo che dur6 il pon- 
tificate di Innocenzio XIII, 3 da Roma non venivano doglianzc, e 

i. ma . . . vita: cfr. la lettera al fratello, del 29 luglio (Giannoniana, n. 60) : 
1'arcivescovo ha lasciato un nome infamissimo per le tantc ribaldcric e 
sceleragini che si sono scoverte dopo la di lui morte . . . Non si ricorda 
morte cotanto gradita da tutti universalmente, e dagli stessi Spagnoli, che 
questa ; ed un cavaliere Valentiniano argutamente disse quella mattina, che 
fu esposto il suo cadavere, che quella era stata la prima volta, che Sua 
Eccellenza avea data udienza . 2 . conte di Zinzendorf: Philipp Ludwig von 
Sinzendorff (1671-1742) era il cancelliere deirimperatore. Su di lui cfr. IL 
BENEDICT, Das Konigreich Neapd y cit., passim. 3. in tutto . . . XIII i cioe 
dal 1721 al 1724. Cfr. la nota 2 a p. 102. 



CAPITOLO QUINTO 117 

questo pontefice non se n'impacciava, e lasciava a lor posta grac- 
chiar i frati, de j quali non era molto amante; sicome, poi, tutto al 
contrario sperimentai del suo successore, Benedetto XIII, 1 come 
piu innanzi dirassi. Ed il nunzio Grimaldi, 2 ch'era allora in Vienna, 
molto meno voleva saperne, ne per sua bocca si passo contro di me 
alcun ufficio coirimperadore: ciocche avrebbe potuto nuocermi, 
essendo Innocenzio ed il Nunzio da Cesare molto ben veduti ed in 
sua somma grazia. 

Conferiva anche il tempo grazioso, che si sperava imminente, 
poiche 1 il parto delTimperadrice era gia maturo, e ciascuno si hi- 
singava che dovess'esser maschile. E dava forza alia lusinga una 
profezia, che, per opera d'un frate, si sparse per tutta Vienna; 
e poiche' a quelle cose che si desiderano suol darsi facile credenza, 
erasele prestata intera fede. 3 

La profezia si appoggiava ad una lettera scritta da un frate, 
nella quale leggevasi, che per intercessione di san Vincenzo Fer- 
reri 4 Timperadrice dovea partorire un figliuol maschio; e perch6 
non potesse ad altro santo ascriversi il miracolo, si soggiungeva che 
avrebbe dato alia luce il parto il giorno stesso di san Vincenzo, 
che veniva a' 5 di aprile. I Catalan! ch'erano nella Corte, sicome tut- 
ti gli Spagnoli, per esser il santo di lor nazione, la predicavano per 
certa ed infallibile; ed oltre di aver fatto imprimere piu sue im- 
magini in seta ed in carta, che dispensavano da per tutto, fecero 
stampare fino Tufficio particolare del santo, anche tradotto in te- 
desco, perche tutti ne pigliassero divozione e Tavessero per ispe- 
ziale loro protettore, giacche per sua intercessione erasi data pace 
alTEuropa. In questo, fuwi qualche gara e contrasto co' Boemi, i 
quali riputavano che ci6 dovea piu tosto attribuirsi alia mediazione 

i. Benedetto XIII i al secolo Pietro Francesco Orsini (1649-1730), del ra- 
mo degli Orsini- Gravina, duchi di Bracciano, il quale, entrato diciottenne 
neirOrdine domenicano, fu create cardinale a soli ventitr anni. Fu vescovo 
di Manfredonia (1675), di Cesena (1680), di Benevento (1686). Fu eletto 
papa il 29 maggio 1724. 2. Girolamo Grimaldi (1674-1733), internunzio 
a Bruxelles nel 1705, nunzio in Polonia nel 1712, assistente al Soglio 1'an- 
no seguente, fu nominate nunzio alPimperatore nel 1720. Ottenne la por- 
pora nel 1730. 3. Conferiva . . .fede: altre notizie aneddotiche su quanto 
e narrato qui di seguito si hanno in due lettere del Giannone al fratello, in 
data 8 e 15 apnle (Giannoniana, nn.i 45, 46), delle quali il PANZINI, p. 42, 
ha pubblicato due ampi brani (il primo di questi ripreso anche in Vita t 
ed. Nicolini, p, 122, nota). 4. san Vincenzo Ferreri (1350-1419), dome- 
nicano spagnolo, sostenne Clemente VII, papa d'Avignone, contro Urba- 
no VI, papa di Roma. Fu canonizzato da Pio II nel 1458. 



Il8 VITA DI PIETRO GIANNONE 

di san Giovanni Neopomiceno, santo tutelare della Boemia, poiche" 
Timperadrice avea concepito in Praga, ed ivi si erano scovcrti pri- 
ma i segni, e poi la certa sua gravidanza; onde non doveasi usar 
questo torto al lor santo, e posporlo ad un forestiero catalano; ma 
la fazione degli Spagnoli, in Corte e nella citta, era piu forte e nu- 
merosa, e maggiormente Tawaloravano il principe di Cardona, 1 
spagnolo, che si trovava allora maggiordomo deirimperadrice, e la 
principessa Cardona sua moglie. 

Or mentre si era in questa aspettazione, sopraggiunse il quinto 
giorno di aprile - dl nel quale, celebrandosi la festa di san Vincen- 
zo Ferreri, dovea, secondo la profezia, seguire il parto. L'impe- 
radrice, ne" la mattina di quel giorno, e molto meno nel precedente, 
avea dato alcun segno d'imminente parto; sicche la profezia co- 
minciava a svanire. E mi ricordo che, nel giorno stesso, doppo 
pranzo, essendo venuto il reggente Almarz a prendermi seco in 
carrozza, per spasseggiare secondo il solito intorno alia spianata 
fuori la citta, ritornando verso la sera in sua casa e, nel cammino 
favellando della burla del frate, che avea tenuti tanti sospesi in- 
vano, non senza riso rammentammo li tanti apparecchi ed illusion! 
de' visionari Spagnoli. Ma appena smontati di carozza, entrati in 
sua casa, trovammo molti amici che ci aspettavano e ci dissero 
che Fimperadrice era gia co* dolori di parto, e non si attcndcvan 
che pochi momenti, per sapere ci6 che dasse alia luce; esscrsi gia 
awerata la profezia intorno al precise giorno, onde dovriamo or- 
mai esser sicuri che, se non s'ingann6 nel tempo, nemmeno crrera 
nel sesso* 

Nel tempo stesso, sicome mi riferl poi il cavalier Garelli, che 
come medico assisteva colla levatrice ed altre matrone al parto, 
gli Spagnoli, ch'erano in Corte, gia senz'esitazione alcuna aspet- 
tavano 1'arciduca, ch'essi chiamavano il principe d'Asturia, come 
primogenito delTimperadore ed insieme re di Spagna; ed il prin- 
cipe Cardona non si ritenne, mentre rimperadrice era nel colmo 
de' dolori, di bussar la porta della camera e far chiamare il Garelli, 
al quale consign6 piu immagini di seta di san Vincenzo, con inca- 
ricargli che quelle ponesse sulle spalle deirimperadrice, perch6 il 
santo Pavrebbe subito facilitato il parto. E la principessa Cardona 
non cessava, intanto, in un picciolo oratorio ivi vicino, pregarlo, 

i. il principe di Cardona'. Joseph Folch de Cardona, maggiordomo dell'im- 
peratrice e presidente del Consiglio di Fiandra. 



CAPITOLO QUINTO 119 

che agevolasse Fuscita nel mondo al principe cTAsturia. II Garelli 
fece quanto dal Cardona gli fu imposto; e, poco dapoi, sgravossi 
Timperadrice, ed in vece d'un principe, diede alia luce una prin- 
cipessa. 1 

Dissemi il Garelli, che con tutto che gli altri rimasero freddi e 
mutoli, ne potessero dissimulare il dispiacere per la preceduta lu- 
singa, nulladimanco gli Spagnoli non si sgomentaron punto, ma 
franchi ed intrepidi rispondevano che un'altra volta il santo Pa- 
vrebbe esauditi; e la principessa Cardona, inteso ch'ebbe esser 
nata una principessa, rispose subbito senza smarrirsi, che ci6 poco 
importava, perch6 nel seguente anno, in questo stesso giorno, 
avrebbe dato alia luce un principe. 

Niun poi si prese pensiero di sapere chi fosse o non fosse il 
frate indovino, ne si ricerc6 piu di lui, ne parlossene di vantaggio. 
Tanto e vero Tarte d'indovinare esser sicura e non mai dannosa 
per chi Tessercita, se non sono awerati i pronostici; ma se il caso 
o la serie e concatenazione delle cose gli awera, essi si mettono in 
istato assai sublime, non men di straordinari guadagni, che di fa- 
ma, di santita, di sommi onori e venerazione. 

Indarno adunque essendosi aspettata dairimperadrice prole ma- 
schile, e portatosi Timperadore, nel fin d'aprile, secondo il solito, 
a Laxemburg, mi riusciva piu incommoda e dispendiosa la mia 
dimora a Vienna. Poich6 i ministri, sparpagliati di qua e di la, 
in vari villaggi intorno, mi obbligavano a seguitargli, per rinovare 
nella lor memoria le mie domande, le quali erano o di ritornar in 
Napoli con qualche carica, owero, se piacesse a Sua Maesta che 
io fossi a Vienna, di darmi modo da sostentanni. L'arcivescovo di 
Valenza presidente, se ne mori, come si e detto, in quest'esta, nel 
suo giardino; ne fu rifatto altro in suo luogo, ma il conte di Mon- 
tesanto, 2 che si trovava consigliero del Consiglio per Napoli, come 
decano lo governava. E nella persona del marchese di Rialp si era 
ridotto 1'arbitrio di tutte le cose; sicch6 io, per me stesso e per 1'in- 
terposizione del marchese Clemente Doria, sovente replicava le 
mie suppliche, alle quali aggiunsi anche gli uffici, che il cavalier 
Garelli spesso per me gli faceva, come colui ch'era meglio degli altri 
informato, che io non poteva piu a proprie spese mantenermi nella 

i . una principessa i Maria Amalia. 2. Joseph Villasor, conte di Montesanto, 
reggente per la Sardegna nel Consiglio di Spagna nel 1714, dal 1724 
presidente del Consiglio stesso. 



120 VITA DI PIETRO GIANNONE 

Corte. Ed in questo se ne pass6 tutta Testa; ne frattanto ebbi altro 
sollievo, se non, o portandomi a Pettersdorf a dimorare qualche 
settimana col referendario Plekner, o pure le sere in casa del reg- 
gente Almarz, e piu spesso in quella del fiscal Riccardi, dove, a' piu 
amici ragunati insieme, soleva il Riccardi esporre la Comedia di 
Dante, e scoprirci le bellezze di quel poeta; e poi, si presc ad espor- 
re le Meditazioni ed i Principi di Cartesio, 1 che io scntiva con 
molto piacere e contento. Venni poi, ne' principi di ottobre, ad 
infermare di febre terzana; ma Gabriele Longobardi, nostro napo- 
litano, medico pure delTimperadore e mio carissimo amico, me 
ne Iiber6 in pochi giorni, colla china-china. 

Ritornato poi, verso la fine d'ottobre, Timperadore dalla Favo- 
rita 2 nel palazzo di Vienna, si strinsero e replicarono assai piu gli 
uffici col marchese di Rialp; il quale finalmente, esposte le mie 
suppliche ed estremi bisogni a Sua Maesta, ottenne dalla medesima 
real decreto, col quale si comandava che io dovessi trattcnermi 
nella sua imperial corte di Vienna, ed infino a tanto che non fossi 
impiegato in qualche carica nel suo real servizio, mi fosscro, per 
mio sostentamento, somministrati da j reali diritti deila spcdizione 
della Secreteria di Sicilia venti ungheri d'oro il mese, che face- 
vano la somma di circa mille fiorini di Germania Tanno. 3 La quan- 
tita fu riputata da molti, e spezialmente dagli Spagnoli, avvezzi a 
ricevere profuse pensioni, meschina e tenue, ed anchc i piu econo- 
mici credettero, che almanco mi si dovesscro assignare cento fio- 
rini il mese; ed il marchese Clemente Doria mi dissc che fossi 
contento, per ora, di questa somma, ch'egli penserebbe di farmcla 
accrescere, ed i fiorini farli cambiare in talleri. 4 Ma il marchese di 



i, in quella . . . Cartesio: la notizia di queste letture in casa del Riccardi e 
assai preziosa per individuare gli interessi del gruppo ilaliano in Vienna, 
e dovra essere accomunata all'altra che traiamo dalla lettcra del Giannonc 
al fratello, del 24 giugno 1724, qui la vn; Meditazioni: cfr. Meditationes 
de prima philosophia, in qua Dei existentia et animae immortalitas demon- 
strator, Parisiis 1641. Le Meditationes, erano seguite, sin dalla prima cdi- 
zione, da una serie di obbiezioni e dalle risposle ad esse dell'autorc (piu 
esattamente da sei obbiezioni: una settima se ne aggiunse nelTedizionc di 
Amsterdam dell'anno seguente). Prindpi: cfr. Prindpia philosophiae, Pa- 
risiis 1644. 2. Favorita: palazzo imperiale nci dintorni di Vienna. 3. ot- 
tenne . . . anno: il testo del decreto imperiale, tradotto in italiano dallo 
spagnolo dallo stesso Giannone, e stato inserito nella biografia dal PANXI- 
NI, p. 40. 4. i fiorini . . . talleri: cfr. quanto su tutto questo scrissc il 
Giannone al fratello il giorno n novembre (qui la IX lettera). 



CAPITOLO QUINTO 121 

Rialp, se non us6 meco quella liberalita solita praticarsi con gli 
Spagnoli, almanco compenso la tenuita colla sicurezza del paga- 
mento, poiche me Tassigno sopra i reali diritti della Secreteria di 
Sicilia, i quali non s'erano allora incorporati e confusi con gli di- 
ritti delle spedizioni di Napoli e di Milano, ch'erano sotto 1'am- 
ministrazione e libera disposizione del Consiglio di Spagna; ma 
1'arcivescovo di Valenza avea voluto tener separati quelli di Si- 
cilia, perche Sua Maesta potesse disporne a pro di qualche suo 
benemerito, senza partecipazione alcuna del Consiglio. Ed in ef- 
fetto, finche" non s'incorporasser e confondesser poi con gli altri 
diritti, mi erano puntualmente pagati mese per mese. Ed io mi eb- 
bi pazienza che, se bene non potessi mantenermi in Vienna con 
carrozza, come faceva in Napoli essercitando la professione di av- 
vocato, nulladimanco, lusingato di maggior augumento, o pure di 
esser impiegato nel real servizio, sicome promettevasi neH'imperial 
decreto, tirava avanti, nel miglior modo che poteva, senza incom- 
modare di vantaggio la povera mia casa di Napoli. 

Questo decreto fu pubblicato coll'occasione di altre mercedi con- 
ferite da Sua Maesta, ne' 4 di novembre, giorno di san Carlo, ove 
in Corte era pubblica gala, per ragion del nome delPimperadore ; 
ed io non mancai, verso la fine di questo mese, cercar udienza da 
Sua Maesta, che mi fu data. Nella quale, doppo avere rese umili 
grazie alia clemenza di Cesare, di avermi dato sustentamento in- 
fino che non fossi impiegato al suo regal servizio, Io pregai vi- 
vamente che non mi tenesse lungamente ozioso ed inutile, affinche 
la Maesta Sua maggiormente si accertasse quanto fosse intenso il 
mio desiderio d'impiegare il rimanente di mia vita in servirla, e 
che, forse, in me avrebbe sperimentato non minor fede, fervore e 
vigilanza, di quanti aveano 1'onore d'essere ascritti nel numero de j 
suoi umili e fedeli servitori e vassalli. L'imperadore benignamente 
intese queste mie riverenti suppliche, e porgiutami la mano, umil- 
mente gliela baciai, e mi ritrassi, uscendo fuori, neiranticamera, 
ove trovai alcuni amici, che si rallegravan meco della mercede 
conferitami da Sua Maestd. e della benigna udienza che mi avea da- 
ta. 1 Non mancai altresl di passar i medesimi uffici col marchese di 
Rialp e con gli altri che avean conferito ad agevolarmela, sicome 
di darne parte a' ministri del Consiglio di Spagna, i quali mostra- 

i. ed io . . . data: il racconto dell'udienza e rifatto dal Giannone in una 
lettera al fratello del 2 dicembre 1724 (Giannoniana, n. 73). 



122 VITA DI PIETRO GIANNONE 

rono averne piacere e contento. Ma non potei sfuggire Tinvidia e 
scontentezza d'alcuni nostri Napolitani, i quali mal poterono co- 
vrire, sotto sforzate parole di rallegrarsene meco, Panimo loro tur- 
bato e mesto. 

Ed in ci6 passossene Tanno 1724. 



CAPITOLO SESTO 
Anni 1725, 1^26 e 172?. In Vienna. 



NelPentrar del nuovo anno 1725, si cominciarono a sentire da 
Roma, per questa mercede fattami da Sua Maesta, nuove doglianze 
e querele, le quali certamente non si sarebbero intese, se Inno- 
cenzio XIII avesse avuta piu lunga vita. Egli erasene morto nel 
precedente anno, 1 ed in suo luogo rifatto il cardinal Orsino, mo- 
naco domenicano, al quale piu arcivescovadi, Tillustri suoi natali 
e la stessa porpora cardinalizia non poterono farli dimenticare Pes- 
sere di frate; anzi nemmeno bast6 il papato istesso, poiche, fatto 
papa, non Iasci6 i vecchi suoi costumi ed andamenti. Egli, come 
prima, godeva di trattar familiarmente co' monaci, da* quali era 
quasi sempre circondato; e come uomo semplice e da bene, age- 
volmente era tratto nelle loro reti, ne si accorgeva de j loro intrighi 
e gabale. Sicch6 fu lor facile dargli a credere che la mia Istoria 
civile fosse empia, eretica ed ingiuriosa non meno alia Santa Sede, 
che a tutti gli ordini religiosi, e spezialmente a' Domenicani, poi- 
che malmenava la divozione del rosario e, parlando del martirio di 
Pietro da Verona, detto san Pietro Martire, domenicano, par che 

10 qualificasse piuttosto per un assassinamento di ribaldi, che per 
un martirio vero; 2 e che 1'autore fosse un eretico marcio, il quale 
invece di essere punito, era stato accolto in Vienna dalPimpera- 
dore, e di vantaggio, con pubblico scandalo, averlo ritenuto nella 
sua Corte, con assignarli annuo stipendio per suo sostentamento, 
infino che non fosse impiegato nel suo real servizio; e furono cosi 

i. Egli . . . anno: Innocenzo XIII si spense il 7 marzo 1724. 2. dargli . . . 
vero: cfr. Istoria civile, tomo n, lib. xix, cap. ult., par. iv, p. 561 : Furono 
pertanto deputati h frati di S. Domenico inquisiton in Lombardia, Ro- 
magna e Marca Trivisana, li quali adempiendo al loro ufficio con molto 
rigore, cagionarono in Lombardia qualche tumulto ; perciocch avendo nel 
seguente anno [1252] Innocenzio deputato inquisitore di Milano Fr. Pie- 
tro da Verona . . . alcuni principals Milanesi, dubitando della lor vita per 

11 processi, che avean presentito aver loro fatti fabricare F Inquisitore, si 
congiurarono insieme, e risolvettero di prevenir 1* Inquisitore con farlo 
morire; onde accordati gli assassini, questi postisi in aguato in una solitu- 
dine fra Milano e Como, dove all' Inquisitore occorreva passare, quando lo 
videro, gli corsero subito colle spade nude addosso, e Puccisero. Di che fat- 
tosene in Milano gran rumore, e preso de* delinquenti severo castigo: In- 
nocenzio per questo martirio sofferto, voile canonizarlo per santo . 



124 VITA DI PIETRO GIANNONE 

spessi ed efficaci i loro cattivi uffici presso questo semplice e buon 
pontefice, che Findussero a fame doglianza co' ministri di Cesare 
in Roma; anzi corse voce in Vienna, che, di pugno proprio, avesse 
scritta una lettera all'imperadore, nella quale altamente si fosse di 
ci6 doluto. 

O vera o immaginaria che fosse, questa lettera, non avrebbe 
fatta impressione alcuna neirimperial Corte, poiche gia si sapeva 
che il papa di simili lettere, scritte di suo carattere, ne avea empito 
Napoli e Benevento, essendo facilissimo a scriverle ad ogni sorta 
di persona, sino a 5 suoi arcipreti, parochi e compari, de' quali, in 
tempo che fu arcivescovo di Benevento, avea avuta conosccnza e 
contratta familiarita; ed in Vienna pur si sapeva, che n'erano capi- 
tate alcune, scritte in raccomandazione di persone, che non me- 
ritavano alcun riflesso, e per cose frivole e da poco, E si sapeva che 
cosi faceva in Roma, essendo papa, come, in Benevento, essendo 
arcivescovo, non comprendendo, finche visse, che si fosse 1'esser 
papa; e per ci6 niente curando delle cose grandi di Stato, no* della 
papal monarchia, era tutto inteso alle funzioni e cerimonie ecclc- 
siastiche, a battesimi, a consacrar tempii ed altari, a benedir cam- 
pane, alia mondizia e polizia degli abiti ed ornamenti di sacristia, 
e cose simili; sicch6 gli altri, scaltri ed accord, che gli stavano 
attorno, lasciando a lui queste occupazioni, a cui bene stavano, 
seppero ben profittarsi del loro, e non suo pontificate. Da questo 
principio nacque, che disprezzava i nunzi ch'erano nelle corti de' 
principi, sicche niuno fu da lui promosso al cardinalato, chiaman- 
dogli gazzettieri, li quali non facesser altro che spiare i secret! 
delle corti e fame a Roma rapporto; e de' pieghi che da' nunzi 
eran mandati in Roma, egli non voleva saperne cos'alcuna, n se 
ne pigliava impaccio; ma cosl, puri e semplici, si mandavano al 
secretario di Stato, di cui era il pensiero di darci quelle risposte 
che gli pareva. 

Quest'umore del papa, se ben mi nocesse per un verso, per que- 
st'altro mi giov6, poich6 il nunzio Grimaldi, ch'era nella cortc di 
Vienna, non si prese cura alcuna di ci6 che il papa co j suoi mona- 
ci sentisse per me e della mia opera; ne* con 1'imperadore o con 
altri ministri pass6 contro di me doglianze. Ma i mali uffici veni- 
vano a dirittura da Roma; ne mancarono chi, per acquistarsi meri- 
to col papa, ed ivi ed in Vienna cooperassero per farmi cadere 
dalla grazia di Cesare e de 1 suoi ministri. 



CAPITOLO SESTO 125 

Da' stimoli de' frati e monaci fu indotto pure il papa a dar un 
passo, che lo rese non pur leggiero, ma che manifest6 maggior- 
mente quanta forza in lui avessero i Dominican! ; poiche, se bene 
Clemente XI, non bastandogli aver proibita I* Istoria ecclesiastica di 
Natal d'Alessandro, con particolar suo breve, dannandola, coman- 
dasse che fosse eccettuata nelle licenze, che Roma dispensa per 
legger libri proibiti, papa Benedetto XIII, come domenicano, e 
perche Natal d'Alessandro fu pur monaco dell'istesso ordine, te- 
nendo altro concetto della di lui Istoria che Clemente, tolse dal- 
Teccettuazione delle licenze 1'opera di Natale; 1 e, per far cosa piu 
grata a' monaci, in sua vece posevi la mia Istoria civile. E quando il 
suo predecessore, Innocenzio XIII, si era contentato di semplice- 
mente proibirla, ne veniva eccettuata nelle licenze, egli comand6 
ch'espressamente si eccettuasse; sicome poi se n'introdusse stile. 
Sicche, colTopere di Carlo Molineo, 2 Macchiavelli ed altri, venne 
anche ad eccettuarsi la mia. 

Ebbero largo campo non meno i frati che altri, di mostrar con 
Benedetto contro di me la loro animosita e bravura, 3 offrendosi di 
scrivere, e confutar la mia Istoria^ e ciascuno prometteva d'ucci- 
dere il gigante. Infra gli altri monsignor Anastaggi, 4 arcivescovo di 



i. papa Benedetto . . . Natale: cfr. su questo quanto il Giannone scriveva 
ai fratello in data 20 gennaio 1725 (Giannoniana, n. 79). 2. Carlo Molineo : 
Charles Dumoulin (1500-1566), giurista francese convertitosi al calvini- 
smo, pass6 quindi tra i luterani e fu esule in Germania, dove insegn6 di- 
ritto nelle umversita di Tubinga e di Strasburgo. Tenace giurisdizionalista, 
awers6 il difTondersi della Compagnia di Gesu e, rientrato a Parigi nel 
*557> si battd contro Taccoglimento in Francia dei deliberati tridentini. 
Scnsse numerose opere di diritto e fu il primo ad awiare il discorso critico 
sul testo del Decretum di Graziano, con la propna edizione di esso, apparsa 
nel 1554. 3. bravura: spavalderia. 4. monsignor Anastaggi: degli Ana- 
stagi e la grafia, innobillta, usata da Filippo d'Anastasio (1656-1735) dopo 
il 1694. Napoletano, professore di diritto civile allo Studio tra il 1687 e il 
1690, e di nuovo di diritto canonico nel 1697, membro delTAccademia 
Palatina del Medinacoeh sin dalla sua fondazione (1698), appartenne alia 
cerchia di Giuseppe Valletta e ne condivise le idee giurisdizionalistiche, 
sinche", nel giugno del 1699, non venne create arcivescovo di Sorrento. 
Appena preso possesso della diocesi, si impelag6 in una disputa giurisdi- 
zionale che lo port6 a scontrarsi con il delegate della Real Giurisdizione 
(aliora ricopriva la carica Gennaro d j Andrea, per cui cfr. la nota i a p. 59) 
finendo espulso dal Regno. Riparato a Roma, divenne assistente al Sogho 
nel 1706. Rientrato in Sorrento nel 1710, dopo i mutamenti politici in- 
tanto awenuti, resign6 nel 1723 in favor e del nipote Ludovico Agnello, 
dopo essersi invischiato in nuove beghe giunsdizionali, ottenendo in cam- 
bio la nomina, da parte di Benedetto XIII, a patriarca di Antiochia. Su 



126 VITA DI PIETRO GIANNONE 

Sorrento, il quale dimorava in Roma, essendo stato scacciato dalla 
sua sede e dal regno di Napoli, come colui che avea posto in iscom- 
piglio quella diocesi ed attaccando brighe di giurisdizione e stra- 
pazzando quella del re, avea finalmente costretto il vicere" c suo 
Collateral Consiglio a farlo uscir dal Regno. 1 Questi ritiratosi in 
Roma, nel pontificate di Clemente XI e Innocenzio XIII fu, per 
ranimo suo torbido ed ambizioso, mal visto e mal gradito; sicche, 
per lunghl anni, vi dimor6 inutile, n mai pote ottenere di far ri- 
torno alia sua chiesa. Ma assunto al trono papa Orsino, egli si me- 
sco!6 con la turba degli altri assentatori; 2 ed entrato in concetto 
del papa d'uom dotto e letterato, per darne saggio, senza che vi 
fosse bisogno o occasione, diede alia luce un' Apologia? nella quale 
pretese difendere se stesso, e qualificare per legittimi tutti i suoi 
attentati, che avea commessi in Sorrento sopra la real giurisdizio- 
ne; ed ancorche" il libro fosse ingiurioso a' reali diritti, con tutto ci6 
lo dedic6 al papa e, con licenza de' superiori, fu imprcsso in Ro- 
ma. Ma daU'opera stessa ben si conosceva che Tavea data fuori non 
gia per sua difesa, poiche" ogni contesa giurisdizionale di Sorrento, 
per lo corso di tanti anni, erasi gia terminata, ne" facevascne piu 
motto; ma si osserv6 che fu un pretesto per malmenare Tautore 
deir/rtonVz civile, strapazzandolo di qua e di la in piu luoghi, ma 
a disaggio, poiche" non entrava punto alia sua matcria ci6 che qucl- 
Tautore avea scritto nella sua Istoria? E con tal pretesto, per ren- 



di lui si veda G. M. MAZZUCHELLI, Gli scrittori d y Italia, cit., i, ad vocein 
Anastasio, pp. 669 sgg. ; E. D'AFFLITTO, Memorie, cit., I, pp. 324 sgg. ; F. Ni- 
COLINI, Saggio d'un repertorio bibliografico di scrittori nati o vissuti neWantico 
regno di Napoli t Napoli 1962, advocem Anastasio, pp. 165 sgg.; per la sua 
appartenenza all'Accademia si veda la raccolta di componimenti poetici per 
la recuperata salute di Carlo II di Spagna, curata da G. L. Acarnpora, Na- 
poli 1701, e G. RISPOLI, UAccademia Palatina del Medinaceli. Contribute 
alia storia della cultura napoletana y Napoli 1924; una breve notizia, infine, 
in R. COLAPIETRA, Vita pubblica e classi politiche del viceregno napoletano 
(1636-1734), Napoli 1961, pp. 136-7. i. essendo . . . Regno: la contrpvorsia 
giurisdizionalistica che fu aH'origine dell'espulsione e narrata ampiamen- 
te in F. NICOLINI, Saggio d'un repertorio t cit., pp. 168-70. a. assentatori: 
adulatori smaccati. 3. Cfr. F. ANASTASIO, Apologia di quanto Vardvescovo 
di Sorrento ha praticato cogli economi de* beni ecdesiastici di sua diocesi, con- 
segrata alia Santitd di Nostro Signore papa Benedetto XIII, Roma 1724. 
4. Ma . . . Istoria: i capitoli x-xm dell' Apologia sono una violenta cntica 
antigiannoniana, pur senza che dello storico si faccia il nome, se non lad- 
dove Tautore promette di stendere in futuro una dissertazione istorico- 
teologica, divisa in quattro capitoli, e con ordine geometrico distesa, per 
ritrarre il Giannone dalla falsa dottrina e dalle temerarie opinioni che avea 



CAPJTOLO SESTO 127 

dersi piu grato al papa ed alia corte di Roma, prometteva in questa 
sua opera, ch'egli ne avrebbe data alia luce un'altra, nella quale 
avrebbe fatto conoscere i tanti error! ed abbagli di quell'autore, 
cosl neiristoria come nella cronologia, e, sopra tutto, nelle cose 
ecclesiastiche e teologiche; dando divantaggio un'idea delTopera, 
ed in quanti capitoli egli aveala divisa, soggiungendo, che lo faceva 
mosso da spirito misericordioso e caritatevole, per ridurre quella 
smarrita pecorella al suo ovile. U Apologia essendosi data alle stam- 
pe e divolgata, pose tutti in aspettazione di quest' altra opera che 
prometteva. 

S'intese ancora che un frate franciscano de' zoccoli 1 pur si era 
accinto a scrivere, per confutare VIstoria civile e che il cardinal 
Annibale Albani 2 gli avrebbe somministrato le spese per la stam- 
pa. Ma nell'istesso tempo che in Roma questi campioni si accin- 
gevano aH'impresa, non si tralasciavano i mali uffici alia corte di 
Vienna, ascrivendo a me ci6 ch'essi facevano. II marchese di Rialp 
mi disse che veniva scritto, che io in Vienna preparava un altro li- 
bro, per darlo presto alia luce. Non potei contenermi in rispon- 
dergli, che mal conoscevano questi maligni non meno che ignoranti 
quanto duro e difficil fosse il dar libri alle stampe, giacche immagi- 
navano che io, in mezzo a tanti travagli ed angosce, fossi in istato 
di stampar libri, che forse si credevano che fosser frittole 3 o fo- 



questi attinto da torbide fonti (cfr. Apologia, p. 134). Contro TAnastasio il 
Giannone stese una Risposta, i cui appunti autografi si conservano assieme 
alia copia di amanuense nell'Archivio di Stato di Torino, manoscritti Gianno- 
ne, mazzo i, ins. 5 (Giannoniana, p. 407). Questo scritto giannoniano, datato 
1725, era destinato alle stampe, ma vi si oppose il marchese di Rialp. Quanto 
alia dissertazione promessa dall'Anastasio, la si e voluta riconoscere in uno 
zibaldone manoscritto conservato presso la biblioteca della Societa Napo- 
letana di Storia Patria (cfr. F. NICOLINI, VIstoria civile di Pietro Giannone 
ed i suoi critici recenti t in Atti dell'Accademia Pontaniana, xxvii, 1907, 
memoria seconda; e, dello stesso autore, Saggio d'un repertorio, cit., p. 174; 
ma di contro si veda Giannoniana, pp. 32 sgg.). i. un frate . . . zoccoli: il 
padre Giovanni Antonio Bianchi (1686-1758), teologo e consultore del 
Sant'Urfizio ; provinciale del suo Ordine e polemista per parte della Curia 
romana nella controversia con i Savoia. Fu arcade col nome di Laurisio 
Tragiense. L' opera alia quale si riferisce qui il Giannone e il lavoro di mag- 
giore impegno che egli abbia compiuto, e cioe i voluminosi Della potesta 
e della politia della Chiesa trattati due, contro le nuove opinioni di P. Gian- 
none, dedicati al Principe degli Apostoli. L'opera vide la luce in Roma tra 
il 1745 e il 1751, sei tomi in sette volumi. 2. Annibale Albani (1682-1751) 
era nipote di papa Clemente XI (e cfr. p. 144). 3,/rzWo/e: frittelle. 



128 VITA DI PIETRO GIANNONE 

caccie. Che se essi aveano questa facilita io non ce 1'invidiava; 
attendessero pure a sfornar presto i loro che millantavano, che io 
Tavrei reso pane per focaccia. Che io me ne stava co' miei guai, ne 
pensava a libri ; e, se non me ne dessero occasione, io me ne starei 
in perpetuo in un profondo silenzio. 1 Ma che la facenda era tutto al 
rovescio, poich6 in Roma erasi gia mosso il vespaio, ed alcuni 
eransi accinti a scrivere e, per ora, si aspettavano due confutazio- 
ni: quella di monsignor Anastaggi e Paltra del padre franciscano. 
E perche maggiormente il marchese se n'accertasse, e per 1'av- 
venire non dasse orecchio a simili falsi rapporti, e conoscesse co' 
propri suoi occhi i raggiri e tranelli de* corteggiani di Roma, i 
quali nel tempo stesso che non vogliono che altri scriva, essi stan 
facendo ci6 che in altri riprendono e biasimano, pochi giorni dapoi 
tornai da lui, e gli mostrai V Apologia dell'Anastaggi ed i passi in 
quella notati ingiuriosi alia regal giurisdizione ; e pure il libro erasi 
di fresco stampato in Roma, e dedicate al papa; dicendogli che io 
d'una sola cosa vivamente Io pregava, non gia che pretendessi 
d'impedire che essi stampassero e divolgassero le loro confuiazio- 
ni; scrivessero pure e schiccherassero 2 quanta carta ha il mondo; 
ma che Tarmi ed il campo, fosse uguale; e che, sicom'cssi avcan am- 
pio arbitrio di scrivere, cosi mi si permettesse, se pur Io meritassc- 
ro, di rispondergli. Alle contumelie e strapazzi, che avea di me 
fatto monsignor Anastaggi, io non rispondeva, poiche non voglio 
con essi contendere chi meglio sappia lanciar ingiurie, lasciandole 
ad essi, a cui bene stanno ; ma se Topera che promettcva, 3 o pure 
Taltra che apparecchiava il franciscano 4 o qualunque altra che 



i. Che io . . . silenzio: nella corrispondenza giannoniana vi sono diverse 
lettere che trattano la questione di un'eventuale risposta all* Anastasio ; le 
npetute assicurazioni di non aver intenzione di replicare sembrano prove- 
cate da raccomandaziom alia prudenza, giuntegli da Napoh e dagh amici 
viennesi. ben vero che il 31 marzo del 1725 - quando ancora non aveva 
letto la recensione stesagli da Biagio Garofalo (cfr. qui a p. 174) per sua 
infonnazione - scriveva di desiderare attorno a s6 il silenzio e di temcrc le 
polemiche, sino ad affermare : io contrasto qui con quei signon di Lipsia 
per la nota che si preparava per gli Acta Eruditorum Lipsiensum ; ma 
piti interessante sembra 1'assicurazione data al fratello il 9 di gmgno (cfr. 
Giannoniana, n. 97), che non avrebbe nsposto all'Anastasio scnz'ordim 
superior! . a. schiccherassero : scarabocchiassero. 3 . I' opera che promette- 
va: cfr. alia nota 4 di p. 126. 4. il franciscano: Giovanni Antonio Bian- 
chi Sui vari tentativi di nspondere all'/rtona civile si veda in Gianno- 
niana, pp. 32-6, 502-3. 



CAPITOLO SESTO I2Q 

uscisse fuori, fosser tali che mi obbligassero a difendermi e pur- 
garmi d'alcuna macchia o calunnia, che cercassero addossarmi, lo 
pregava a non togliermi quella natural difesa, che tutte le leggi 
permettono a gli assaliti ed oppressi, per vindicate la lor fama ed 
onore. 1 

II marchese mi rispose che stessi io saldo e quieto, perche spe- 
rava che non vi sarebbe altro, che dasse occasione di risposta o di 
replica. 2 In effetto, passo molto tempo che non si vide o intese 
libro alcuno de' promessi e minacciati; anzi si scovri dapoi, che 
monsignor Anastaggi a tutto altro dovea pensare, che di attendere 
a ci6 ch'egli, forse per non mai adempirlo, avea millantato; poich.6 
si seppe, ch'era occupato a distrigarsi d'una accusa fattagli d'avere 
espilata 3 1'eredita d'una sua nipote, figliuola del fratello, il quale 
avendo a lui lasciato il pensiero e la cura d'amministrarla, finch6 
la minore non giungesse ad eta matura, il misericordioso arcive- 
scovo aveasela a s6 appropriata, e ridotta la nipote a chiudersi in 
monastero. E le monache, in nome della medesima, 1'avean mossa 
lite nel tribunale della Vicaria di Napoli, a darne conto e restituir 
la roba occupata alia nipote. Onde da Napoli, dove io avea scritto 
ad alcuni amici, che uscendo 1'opera che prometteva FAnastaggi 
non tardassero di mandarmela subito in vece di questa, mi man- 
darono alcune allegazioni stampate, nelle quali era a pel rovescio 
ben pelato monsignore, e scoverta a minuto e provata Tespilazione 
con document! chiari ed autentici. Dell'opera del franciscano non 

i. fosser . . . onore: al posto del Giannone, rispose all* Apologia quell'Ignazio 
Ottavio Vitagliano che dell'Istoria civile era state Teditore, a cid sollecitato 
dall'Argento. Sennonche nella sua Difesa della real giurisdizione intorno a? re- 
gi dritti su la chiesa collegiata appellata di S. Maria della Cattolica della citta 
di Reggio, Napoli 1727, finl per criticare anche il Giannone, aproposito della 
giurisdizione del Gran Cancelliere di Sicilia sotto la dominazione normanna 
e angioina. II Giannone, che gia aveva espresso il suo stupore per 1'iniziati- 
va del Vitagliano (cfr. la lettera al fratello del 16 gmgno 1725, in Gianno- 
niana, n. 98), quando ebbe in mano una copia del lavoro non pote esimersi 
dallo stendere alcune note assai vivaci, che invio al fratello I'n agosto 
(Giannoniana, n. 106). Questi appunti furono debitamente ricopiati e dif- 
fusi per Napoli - si veda la raccomandazione per la loro diffusione nella 
lettera del 3 novembre, in Giannoniana > n. 119 -, per Vienna (lettera del 
27 ottobre, Giannoniana, n. 118), e inseriti infine, dal PANZINI, tra le Opere 
postume, nell'edizione del 1766 e nelle successive. Ma cfr. per questa vicen- 
da Giannoniana, pp. io e 128-30. 2. II marchese . . . replica: cfr. la lettera 
al fratello da Vienna (ma Perchtoldsdorf), del I settembre 1725 (Giannonia- 
na, n. 109), in cui si comunica che si fe parlato con 1'imperatore dell' Apolo- 
gia dell'Anastasio. 3. espilata: sottratta. 



130 VITA DI PIETRO GIANNONE 

s'intese poi altro, se non che, se bene il cardinal Albani in una 
stamperia ad Urbino ne avesse fatti tirar piu fogli del primo to- 
mo, non si era perd questo mai veduto. E molto piu si tenne cela- 
to e soppresso, quando si vide, nell'anno 1729, Tesito infelice del- 
Topera del padre Sanfelice, gesuita, della quale favelleremo piu 
innanzi. 1 

Riputavano in Roma allora i piu fini politici, che si dovesse 
lasciar da parte 1'opera, ed a torto ed a diritto perseguitar Tautore, 
per ogni strada; che questa sarebbe stata la migliore e piu accer- 
tata risposta e confutazione. Ma i frati e monaci, de j quali il papa 
era quasi sempre circondato, volevano che, non omcssa questa 
via, non si tralasciasse Faltra de' libri e dclle scritture, ciascuno 
pensando, con tal occasione, vantaggiar sua condizione c far mo- 
stra dc* suoi talenti. Non e credibile quanto fossero scossi questi 
ed i curiali di Roma dalla notizia avuta, che Timperadorc pensasse 
ad impiegarmi in suo real servizio, ed intanto avermi assignato 
stipendio, per mio sostentamento, neU'imperial Corte. Non si sen- 
tivano in Roma che minacce, e cercar maniera di attravcrsar ogni 
mio avanzamento. 

A questi tempi, venne voglia al reggentc fiscal Riccardi di por- 
tarsi in Napoli, per dimorarvi qualche mese, credendo ristabilirsi 
meglio in salute, e far poi ritorno a Vienna, dondc, ottenuta per 
sei mesi licenza da Cesare, parti verso la fine del precedente anno 
1724. E passato per Roma, e fermatosi ivi alquanti giorni in casa 
del cardinal Sinfuego, 2 ministro ccsareo, intcsc colic sue proprie 

x. Vesito . . . innartsi: cfr. pp. 167 sgg. c la nota 3 a p. 167. 2. Sinfuego: Al- 
varez Cienfuegos (1657-1739), teologo gesuita spagnolo, salito alia porpora 
nel 1721 ; fu ministro plenipotenziario deirimperatorc in Curia. Nel codice 
miscellaneo della Biblioteca Nazionale di Napoli, X.D.8., alle cc. 414-6 v fe 
contenuta una breve biografia sua, stesa poco dopo il 1721 (vi si parla 
della nomina a cardinalc) e dalla quale stralciamo i passi piu intercssanti: 
II P. Albaro Cienfuegos nacquc nel principato di Asturias . . . non sono 
titolati i suoi genitori, sono per6 del ceppo dell'Ecc.mi signori di Pcgno- 
randa e conti di Miranda. Egli fu il 3 de suoi fratelli, il p.mo 6V quali 
tir6 avanti la Casa, il secondo fu vescovo di Popajan e vicer6 del Peru, il 
quarto e Inquisitore del Messico ... In Salamanca cntr6 nel Collcgio de 
los Berdes proprio della nazione asturiana . . . qui studi6 sei anni la legge 
e facendo gresercitii di S. Ignatio tocco da Dio cntrd nella Compagnia . . . 
i padri lo scelsero per istruttore e padre degl'Accademici . . . Arriv6 la 
fama della sua capacita a Carlo 2 che per conoscerlo e trattarlo lo chiam6 
a Madrid, dove lo fece ministro del gran Consiglio, chiamato da' Spagnuoli 
la Giunta Magna . . . Sono cinque anni che sta in Vienna, e lamentandosi 
grAugustissimi Principi che non sia a visitarli, gia mai i suoi amici han 



CAPITOLO SESTO 131 

orecchie queste minacce. E manc6 poco, per essere anch'egli odioso 
di quella Corte, che, se non fosse stato accolto in casa di quel 
cardinale ed insignito col carattere di ministro dell'imperadore, 
non ricevesse qualche aifronto ; facendosi per Roma insorger voce, 
che il papa voleva che fosse posto in arresto. Sicche, impaurito, 
bisogn6 che tosto, colla carrozza del cardinale, scappasse via ed 
affrettasse il suo viaggio per Napoli; da dove scrisse a* suoi e 
miei amici di Vienna, che mi awertissero a star cauto, poich'egli 
avea inteso parlar di me in Roma con tanta malevolenza ed odio, 
piu che se fossi un Lutero o Calvino, e che tentavano tutte le vie 
per ruinarmi, e fanni perdere quanto io, con tanti stenti e preghiere, 
avea conseguito. 1 

Per queste notizie io non era ad altro inteso, che a raccomandar- 
mi nella clemenza di Cesare e pregare i supremi ministri, e spe- 
zialmente il principe Eugenio, a volermi mantenere sotto la sicura 
loro protezione, la quale era valevole a potermi scampare da* mali, 
che m'erano da Roma minacciati. E poich6 era assicurato che Sua 
Maesta non sarebbe per abbandonarmi, e con effetto mi si conti- 
nuava puntualmente, mese per mese, il pagamento del mio soste- 
gno: pensai di non esser piu a costo in casa altrui, ma viver per 
me solo, in casa propria e con propria servitu. Onde mi appigionai 
una picciola casa, e vissi senz'altra compagnia, che di alcuni libri, 
de' quali mi era proweduto per mio sollievo, e perche mi si ren- 
desse meno noiosa la mia solitudine. 

Per la partenza del Riccardi per Napoli erasi dismessa la radu- 
nanza d' amici, che le sere si univano in sua casa, e non vi rimaneva 
altra conversazione, che quella che aveasi in casa del reggente 

potuto ottenere, che dia questo gusto a quelle Maesta, le quali solo visita 
nella Pasqua, e giorni loro natalizi . . . Tutto che sia sua professione la 
teologia speculativa, e morale, e ancora eccellente in belle lettere, in Istorie 
sagre e profane. E nnalmente in tutto cid, che pu6 formare un soggetto 
grande in ogni lustro. Siane in pruova la vita di S. Francesco Borgia, che 
ne scrisse, e corre con universale applauso di tutta Europa . . . E spen- 
dendo la maggior parte del giorno in gravissimi negotii, spettanti al pro- 
prio ufBcio, la notte ritiratosi nel Collegio di S. Antonio magno, dove ri- 
siedeva, compose i due tomi de Tnnitate, in cui si vede con un grande 
ingegno accompagnata buona e soda dottrina. i. scnsse . . . consegui- 
to: altrettale raccomandazione di prudenza inviava allarmato il Gian- 
none da Vienna al Riccardi, il 3 febbraio 1725, dicendo che da Napoli 
erano giunte proteste per i discorsi che Tamico teneva pubblicamente e 
che anche il Garelli intendeva scrivere a sua volta in tal senso al Riccardi 
(Giannoniana, n. 81). 



132 VITA DI PIETRO GIANNONE 

Almarz, dove io non mancava, non essendovi in Vienna per noi 
altro luogo, ove convenissero piu Italiani, spczialmente Napoli- 
tani e Siciliani, e piu opportuno per sapere ci6 che di rimarco 1 si 
passava 2 nella Corte o nella citta, e ci6 che s'avvisava di nuovo, oc- 
corso in Italia, e massimamente in Napoli. 

Nel mese di aprile di quest' anno 1725, si scppe la pace con- 
chiusa tra 1'imperadore e Filippo, re di Spagna, stipulata in Vien- 
na e rnaneggiata secretamente, per parte del re Fihppo, dal duca 
Riperta, 3 che per piu mesi dimor6 sconosciuto a Vienna, trattan- 
dola col conte di Zinzendorf, gran cancelliere di Corte, e col mar- 
chese di Rialp, ministri deputati dairimperadorc, senza parteci- 
pazione di altri principi. Si pubblic6 nel mese di maggio e piu 
istromenti di questa pace furon impressi, che ora si leggono rac- 
colti nel Codice diplomalico d' Italia di Liinig. 4 Tutti gli afflitti 
Napolitani, Siciliani e Milanesi si rallcgrarono, in scntirla con- 
chiusa, poiche si credea che la corte di Vienna venisse a sgravarsi 
di tanti Spagnoli, i quali, stante la vicendevole rcstituzione de' 
beni, dignita ed onori, convcnuta nel nono articolo della medesima, 
dovessero ritornare in Ispagna, nolle loro paterne case; e di ve- 
dersi con ci6 la bcneficenza cesarea ristretta a j suoi propri e fedeli 
sudditi e vassalli de* regni e Stati d' Italia, che stabilmente rimane- 
vano sotto il clementissimo suo dominio. Ma ecco come i giudlci 
umani spesso s'ingannano. 5 Questa pace produsse cffetti contrari: 
non solo quclli che vi erano, maggiormcnte vi si stabilirono, ma 
ne vcnnero poi a truppe degli altri da tutti i regni dell a Spagna, c 
spezialmcnte dalla Catalogna, Valenza e d'Aragona; i quali a guisa 
di locuste corrodcvano tutti gli emolumcnti, che da' domlni d' Italia 
provenivano, non lasciando a' nazionali che qualchc miscrabilc 
spicilcgio che, doppo raccolta la messc rimaneva. II Consiglio non 
per ci6 Iasci6 di chiamarsi di Spagna, come prima; n6 nolle spedi- 
zioni si Iasci6 la lingua spagnola, ancorch6 non avcsse da impac- 

i. di rimarco: di notevolc (franccsismo). a. si passava: accadeva (fran- 
cesismo). 3. Nel ... Riperta: il barone Johan Willern van Ripperda 
(1680-1737) fu una tipica figura del Settecento europco, Olandcse di na- 
scita, vero awenturicro, fa il favorite di Elisabetta di Spagna, sinch6 non 
cadde in disgrazia, nel 1726. La pace alia qualc qui si allude e quclla che 
concludeva il lungo dissidio sorto attorno alia corona di Spagna all'apnrsi 
del secolo, con la morte di Carlo II di Absburgo. 4. J. CH. Lt)NlG, 
Codex Italiae Diplomaticus^ cit., in, 1732, coll. 885 sgg. 5. ecco . . . $*ingan- 
nano: cfr. Ariosto, Orl.fur., I, 7, 2: ecco il giudicio uman conic spesso 
erra. 



CAPITOLO SESTO 133 

ciarsi che de' soli regni e Stati d'ltalia. Sicome i nomi delTinqui- 
sitore e del commissario della cruciata 1 non si ristrinsero alia sola 
Sicilia, poiche Napoli e Milano non han crociate; ed in quanto al- 
rinquisizione, quella di Milano non e sottoposta a quella di Spa- 
gna, e Napoli non ne riconosce alcuna, ma si ritennero come prima 
quelli d'lnquisitore generale e Commissario generale delle Spagne. 
E se doppo questa pace, si vide assai piu multiplicare il numero 
degli Spagnoli in Vienna e negli altri Stati d'ltalia, sottoposti al- 
Timperadore, ch'empivano le secreterie ed i tribunali, meritamente 
non si dovea lasciar il nome e Pidioma di Spagna; poich6 questi 
Stati d'ltalia eransi resi fondi fruttiferi ed ubertosi, destinati non 
pur a satollar quanti Spagnoli venivano di Spagna, ma a ripulirgli e 
mettergli in agiatezza e commodita ed in istato splendido e de- 
coroso, ornandogli di cariche, toghe, ufEci ed altri onori e dignita; 
e perche" la maggior parte era gente inetta, inutile e sfaccendata, 
molti eran proweduti di pension!, benef ici, diarie ed altre sowen- 
zioni. Fu cosa veramente da stupire in loro la franchezza colla 
quale ci venivano, come se fosser invitati a certi e non dubbi gua- 
dagni e mercedi; e se alcuni di loro eran dimandati perche, la- 
sciando la propria patria, eran venuti in paese si stranio e lontano, 
rispondevano: per aver la consolazione di vedere la faccia del lor 
padrone. Riputavano come se Timperadore fosse il vero re di 
Spagna, giacche in vigor della pace stessa gli era conservato il titolo 



i. delT inquisitor e . . . cruciata: il Tribunale dell* Inquisizione di Spagna 
era un tribunale d'appello per reati compiuti nel Regno di Sicilia con 
sede a Vienna, al quale rare volte accade che da Sicilia vengano ri- 
corsi o se gli somministri materia per aver da fare; e se pur vengono casi 
da risolvere, si riducono a fanatismi, a stregherie di visionari ed a bestem- 
mie, le quali tosto si qualificano per ereticali, a sortilegi, bigamie e cose 
simili; e poich6 sovente manca affatto la matena da impiegarsi agl'Inqui- 
sitori stessi di Sicilia, essi per non rimanere oziosi si danno in cerca di fare 
e procurano di quahficare ogni delitto per ereticale cosi il GIANNONE, nella 
sua Breve relazione de 1 Consigli e Dicasteri della citta di Vienna, in Opere po- 
stume, II, p. 202. Quanto al Tribunale del commissariato generale della 
crociata, la sua principale incombenza non si riduce ad altro, che a rive- 
dere i conti della esazione, e tener ragione del numero de s biglietti che si 
dispensano in quel regno per obbligar quei sudditi, pagando il dazio, a ri- 
ceversi le indulgenze plenarie, ad eleggersi proprio confessore, che tosto 
che sara da essi eletto, se gl'infonde la potesta di potergli assolvere da tutti 
i casi riservati, a poter mangiare cacio ed uova ed altri si fatti cibi ne' 
giorni quaresimali, ed in altri dl in Italia vietati, e ad ottenere simili agia- 
tezze di palato e comodita di vivere . Cosi sempre il Giannone nella rela- 
zione citata, pp. 202-3. 



134 VITA DI PIETRO GIANNONE 

di Re Cattolico e, per questa cagione, la prima arciduchessa 1 la 
chiamavano principessa d'Asturia. E come se Filippo V fosse ri- 
maso in Ispagna governadore di que j regni, pensavano chc Cesare 
potesse a suo arbitrio disporre di essi e di quel principc; il qualc, 
per importargh molto la sua confederazione ed amicizia, sarebbcgli 
stato ubbidiente, e come uom ligio secondarebbe i suoi voleri c 
dcsideri. 

Quindi sursero le strane voci e fantasie di nuove nozze c pa- 
rentadi, affin di stringere maggiormente questa alleanza, e che 
Timperadore, avendo con se la Spagna, poteva burlarsi di lutti gli 
altri principi di Europa. Questa fu la radice della mala pianta che 
gcrmogli6 poi tanti triboli, sterpi e pruni. Questa pace tir6 seco 
1'alienazione deiringhilterra c dell'Olanda dall'imperadore, e Pal- 
leanza che poi 1' Inghilterra strinse colla Francia ed altri principi, 2 
a' danni del medcsimo. Quindi vennero gli sconccrti di nuova 
guerra della Spagna con gl'Inglesi, 3 e poi la pace di Siviglia 4 colla 
Spagna, Francia ed Inghilterra, escludcndone Pimpcradorc, c tanti 
altri cangiamenti e variazioni di sistemi, e nuove idee de' principi 
d' Europa sopra la misera Italia rimasa per segno e come bersaglio 
delle altrui voglie ed invasion!. 

Gli Spagnoli di Vienna nudrivano allora concetti tutto diversi e 
lontani: che non vi sarcbbe potenza che potesse contrastare col- 
Timperadore, avendo scco unita la Spagna, lusingandosi chc fosse 
impossible chc questa potesse da lui staccarsi e far leghe con altri 
principi. Scmbrava ad essi esser un sol corpo, c rcggersi da un 
sol capo, qual era Pimpcradore; e da ci6 nasccva che tutti gli Spa- 
gnoli si riputavano di lui fedeli sudditi, anzi chc PItalia non po- 
tesse reggcrsi senza gli Spagnoli, come quegli ch'crano piu esperti 
nelParte del governo e nelPamministrazionc della giustizia, nc' 
Consigli e nc' tribunali, degritaliani stcssi e molto piu de' Tede- 
schi. 5 Quindi si procurava chc, in luogo de* vecchi e degli cstinti, 

i. la prima arciduchessa: Maria Teresa. 2. V alleanza . , .principi: la Lcga 
di Hannover, del scttembrc 1725, tra Inghilterra, Francia e Prussia, a cui 
aderirono anche i Paesi Bassi, la Svezia e la Danimarca, contro la costitu- 
zione della Compagnia di Ostenda. 3, gUsconcerti . . . Inglesi: 1'asscdio di 
Gibilterra del 1727. 4. la pace di Siviglia: fu firmata il 9 novembre 1729, 
tra Francia, Spagna e Inghilterra. Vi aderl, il 21 di quel mcdesimo no- 
vembre, anche TOlanda. 5, anzi . . . Tedeschi: Pironia palesemente ama- 
ra, riferendosi alia personale espcrienza del Giannonc, il quale trov6 in 
Corte sempre la strada sbarrata da Catalan! e Spagnoli, nclla sua riccrca 
di un incarico. 



CAPITOLO SESTO 135 

si sorrogasser altri Spagnoli; e, dolendosi sovente 1'imperadore, 
quando accadeva la morte di qualche ministro spagnolo, che gli 
andavano mancando gli Spagnoli, essi intrepidamente gli rispon- 
devano che non ne sarebbero a Sua Maesta mancati in eterno, 
poich6 vi erano in Castiglia, Lione, Aragona, Valenza, Catalogna 
e negli altri regni di Spagna soggetti eminenti, da potergli impie- 
gare in suo real servizio, neirimperial Corte e ne' Consigli e tri- 
bunali d'ltalia e di Fiandra. E questo concetto, che senza Spagno- 
li Timperadore non potesse ben governare gli Stati d'ltalia e di 
Fiandra, fu presso di loro non men fermo e costante che antico, 
finch6 ne fece acquisto; poiche soleami dire il conte di Serbellon, 1 
consigliero del Consiglio di Spagna per Sicilia, che Tarcivescovo di 
Valenza, ch'egli chiamava suo zio, quando si mandarono da Vien- 
na i plenipotenziari nel congresso della pace, apertosi in Cambrai,* 
gli disse che avea raccomandato all'imperadore che nelle istruzioni 
che dovea dargli, non si fosse dimenticato fra 1'altre aggiungervi, 
che rimanendo la Spagna al re Filippo, fosse in suo arbitrio di 
chiamare a Vienna que' soggetti spagnoli, che gli bisognassero, per 
impiegargli nel governo de' suoi Stati d'ltalia e di Fiandra; e, se 
non si potesse ci6 ottenere indefinitamente, almanco che si conve- 
nisse d'un certo e determinato numero. 

La pace di Vienna di quest 'anno produsse ancora altri non cre- 
duti effetti, poiche invece, secondo la comune credenza che distac- 
cati questi regni e provincie dalla Spagna non si dovessero per 
1'awenire adoperar ministri spagnoli, non solamente vie piu si 
stabilirono, ma resero il lor governo piu assoluto e vigoroso, ad 
esclusione di tutti gli altri che non fossero di lor nazione; anzi 
n' erano cosl gelosi che altri non se n'impacciasse, che pian piano 
si procurava da* viceregnati stessi di Napoli e di Sicilia e da' go- 
verni di Fiandra e di Milano d'escluderne ogni altra nazione, per 
fargli cadere nelle loro manL 

In effetto, il viceregnato di Sicilia erasi gia reso spagnolo, sue- 

i. Serbellon: il conte Juan Basilic Castelvi di Cerbellon, nipote ed erede 
deirarcivescovo di Valenza. Fu reggente prima per la Sardegna, quindi per 
la Sicilia nel Consiglio di Spagna. Cfr. H. BENEDIKT, Das Konigreich Neapel, 
cit., p. 240 e passim. 2. congresso . . . Cambrai: il lungo e infruttuoso 
congresso apertosi nel gennaio del 1722 e protrattosi sino al 1725, per il 
regolamento delle pretese imperiali e spagnole. La soluzione fu raggiunta 
al di fuori del suo ambito, nelle trattative dirette e segrete che lo stesso 
Giannone ha rammentato piu sopra. 



136 VITA DI PIETRO GIANNONE 

cedcndo al duca di Montelione napolitano, il marchese d'Almenara 
spagnolo ; x e doppo due trienni che lo tennc, vi fu sustituito il conte 
di Sastago 2 pure spagnolo, al quale, se le moderne rivoluzioni di 
cose non avesscr tutto cambiato, se gli era dato per succcssorc il 
marchese Rubi, 3 catalano. E se non fossero accadute queste ultime 
mutazioni di dominio, lo stcsso sarebbe accaduto del regno di 
Napoli; e gia si era cominciato; poiche", rimosso il cardinal Althan, 
vi fu mandate da Sicilia per vicere interino lo stesso marchese di 
Almenara, che lo tennc sei mesi, fmo all'elezione del contc d'Har- 
rac, 4 tedesco; e si millantava che, non essendovi di altre nazioni 
persone idonee e capaci, finalmente doveasi ricorrere a' Spagnoli, 
de' quali era propria Parte del governo, e spezialmente dc' vice- 
rcgnati. 

In Fiandra quali accorgimenti e machine non si usarono, per 
far che il principc Eugenio di Savoia, che n'cra governadorc, con 
proporrc airimperadore, che que j popoli resterebbcro contentis- 
simi, se avcsscro la consolazione di avere per govcrnatrice 1'arci- 
duchcssa sua sorclla, 5 da far si che il principe, accortosi delle loro 
gabale, resignasse 6 il governo in man di Cesarc, il quale lo diede 
airarciduchessa, che si port6 a Bruseiles per amministrarlo ? E 

I. In . . . spagnolo: Nicola Pignalelli, duca di Monteleone, fu viccre 
di Sicilia dal 1719. Gli subentr6, ncl 1722, il marchese di Almenara y 
Palma, Joaquim Fernandez Portocarrero, il quale pass6 a sua volta, Ira 
1'agosto e il dicembre del 1728, a Napoli, dove ressc inlerinaimenlc quel 
viceregno. Sul suo governo in Napoli si vcda quanto e narrato nel Racconto 
di varie notizie, cit., pp. 128-47. Non va confuso con 1'omonimo patriarca 
di Antiochia (1681-1760), ministro plempotcnziario di Spagna presso la 
Santa Sede, prcfctto della Congregazionc dclle Indulgenze e infinc creato 
cardinale nel concistoro del 9 settembre 1743. 2 - ^ conte di Sastago: 
Crist6bal Fernandez de C6rdoba, marchese di Aguilar c conic di Saslago 
y Murato, fu vicer6 di Sicilia dal 1728, subentrando al Portocarrero. Fu 
rimosso e destituito dalla carica ncl 1734, non avendo retto all'urto dclle 
armate borboniche. 3. il marchese Rubi: Jos<S Antonio Rubi y De Bo- 
xadors (1669-1741) fu vicer di Sardegna dal 1717, dopo aveme partecipato 
alia conquista alia testa delle truppe imperiali. Nel 1734 venne precipito- 
samente nominato vicer^ di Sicilia, in luogo del contc di Sastago (cfr. p. 250), 
4. Aloys Thomas Raimund von Harrach (1669-1742), conic, vicer di Na- 
poli dal diccmbre 1728 al giugno 1733. 5. V arciduchessa sua sorella: Ma- 
ria Elisabetta d'Absburgo (1680-1741), figlia deirimperatorc Leopoldo I e 
perci6 sorella di Carlo, ebbe il titolo di arciduchessa reggente di Fiandra. 
6. resignasse: rassegnasse. Toltogli ncl 1717, dopo la pace di Rastadt, il go- 
vernatorato di Milano, gli era stato assegnato quello delle Fiandre, dai 
quale dovette dimettersi, ancora una volta per gli intrighi di Corte, nel 
1724, ottenendo in compenso il titolo onorifico di vicario in Italia del- 
rimperatore. 



CAPITOLO SESTO 137 

ci6 non fu per altro, che trovandosi il principe di Cardona presi- 
dente del Consiglio di Fiandra in Vienna, il quale, avendone il 
principe Eugenic il governo, mal potea col suo Consiglio, che per 
la maggior parte si componeva di Spagnoli, disporre delle cose di 
quelle province a lor arbitrio e talento : s'ingegnarono farlo cadere 
in man di femmina, afrlnche francamente ne potesser disporre si- 
come Tevento il dimostro. E fu veduta allora cosa molto maravi- 
gliosa e stupenda, che per compensare profusamente al principe 
Eugenio il soldo e gli emolumenti che ritraeva da quel governo, 
pensarono che Timperadore gli conferisse una nuova carica, quanto 
splendida e illustre altrettanto vana ed immaginaria, senza funzio- 
ne ed esercizio alcuno, qual fu quella di vicario generale d' Italia, 
ma nel diploma, che pur si legge impresso nel Codice diplomatico 
d* Italia di Liinig, 1 fu chiaramente espresso che non ne avesse es- 
sercizio, ne tutto ci6 che seco portava la carica di onori e premi- 
nenze, se non quando il principe fosse in Italia: cosa che ben pre- 
vedevano esser impossibile ; poiche*, per le altre gravi cariche che 
occupava il principe, come di presidente del Consiglio di guerra, di 
generalissimo delle truppe cesaree, d' esser il primo nel Consiglio di 
Stato e della Conferenza: Timperadore non Tavrebbe mai allonta- 
nato dalla sua persona ed imperial sua Corte, se non in qualche 
grave spedizione militare. Ma il piu sorprendente fu, che poco cu~ 
rando della miseria nella quale si sarebbero ridotti gli Stati d' Italia, 
con altro nuovo ed insopportabil peso: nel diploma istesso fu costi- 
tuito al principe, come vicario generale d' Italia, che non si voleva 
se non ideale ed immaginario, il soldo di centoventimila fiorini Tan- 
no, da pagarsigli sopra gli Stati suddetti, anticipatamente e con pre- 
lazione a gli stessi soldi de' vicere* di Napoli e di Sicilia e del gover- 
nadore di Milano; ripartendosi la somma, la meta che dovesse pa- 
garla il regno di Napoli, importante 2 fiorini sessantamila, e dell'altra 
metk trentamila il regno di Sicilia, ed altrettanti lo Stato di Milano. 
Questi nuovi pesi non si ebbe difficolta d'imporgli sopra Italia e 
far si che puntualmente, anno per anno, gli si fosse pagata la som- 
ma, purche" sodisfacessero a* loro fini e raddolcissero Panimo esa- 
cerbato del principe contro di loro; il quale, a tutto altro pen- 
sando, che per una tal carica, che ben sapeva dover riuscire im- 
maginaria, dovesse pagarsegli vero e real soldo, ricusava riceverlo; 

i, J. CH. LCNIG, Codex Italiae Diplomaticus, cit., I, coll. 335-8. 2,. im- 
portante : assommante a. 



138 VITA DI PIETRO GIANNONE 

ma Timperadorc voile che, in tutte le maniere, Taccettassc. E fu 
allora per Vienna divolgato che il principe, quando la prima volta 
gli furon portate le polizze del pagamento, avesse detto che gli 
Spagnoli volevano che ancor lui divenisse spagnolo; esscndo fra 
di essi introdotto costume che si profondessero soldi, mercedi e 
pensioni, non gia a chi avea servito o stesse in attual servizio di 
Cesare, e colla sua opera conferisse in qualche cosa al pubblico 
bene, ma unicamente si badava al maggior agio, commodity e pri- 
vata fortuna del provisto. 

II tempo dimostr6 che volevano, che il principe fosse sol con- 
tento di questa paga, e non s'impicciasse punto delle cose d'ltalia; 
e n'erano cosl gelosi, che se bene il principe mal volenticri s'intri- 
gassc delle cose loro, sc mai occorreva che alcuno ricorressc alia 
sua protezione, per ottener qualche grazia o favore, questo istesso 
bastava per esserne escluso, sicome sperimentai nella mia persona, 
poichd sapendosi che io frequentava la casa del principe, non era 
ci6 da* Spagnoli molto gradito, e bisognava con molta riserba c 
destrezza poriarmi, per non guastare i miei fatti, e mostrarc una 
total dipcndcnza da loro; la quale nemmeno mi giov6, perch'essi 
erano intenti a favorire quelii dclla propria nazione, e non pensarc 
ad altri. 

Nell'esta di quest'anno cbbi da Napoli Tinfausto avviso della 
morte del mio vecchio padre: 1 rimanendo mio fratello solo ad 
amministrarc ed aver pensicro delle robe ivi rimasc e di tutta la 
casa. Ed inchinando qucst'istesso anno verso il fine, awenne che 
il Riccardi, volendosene da Napoli tornar in Vienna, navigando 
per 1'Adriatico nella stagione molto avanzata d'autunno, corse for- 
tuna in quel mare; e dimorato piu settimane in un'isola dcserta 
di quel golfo, prese porto a Venezia, dove trattcnutosi pochi giorni, 
pass6 in Verona, invitato e ben accolto dal marchesc Maffei,* pen- 
sando ivi trattenersi fin che non passasse la rigidezza deirinverno ; 
ma, o fossero i passati patimenti e disaggi della sofferta borasca, 
o le troppe carezze del Maffei, mentr'era in Verona, una notte, fu 



x. NeWesta . . . padre: ma si veda invcce la lettera al fratello Carlo in data 
13 ottobre 1725 (Giannoniana, n. 116): Quanto inaspcttata, altrettanto 
dolorosa m'fc riuscita la novella, che in questa settimana mi d& della morte 
del nostro vecchio padre . Evidentemente la mcmoria ha fatto qui difetto 
al Giannone. 2. Lo storico, erudito e antiquario Scipionc Maffei (1675- 
i?5S) una delle figure di maggior rilievo del nostro Settecento. 



CAPITOLO SESTO 139 

assalito da apoplessia cosl grave, che in pochi moment! gli tolse la 
vita. 1 

Pervenuta la rea novella di questa improwisa morte a Vienna, 
dovendosi proweder la carica di awocato fiscale, che rimaneva 
vacante, i Napolitani si credevano di poterla ottenere e si facevano 
innanzi: lo stesso fecero i Siciliani, i quali pretendevano che, aven- 
dola prima ottenuta un milanese, qual fu Belgredi, 2 dipoi un napo- 
litano, qual era Riccardi, dovea ora conferirsi ad un siciliano. I 
pretensori italiani erano molti, lusingandosi che, sicome prima non 
era stata proweduta se non a nazionali di que' regni e Stati, sopra 
i quali si raggirava il Consiglio di Spagna: cosi ora non se gli do- 
vesse fare questo torto, con vederla passata negli Spagnoli. 

Gli amici mi consigliavano con gli altri a doverla ancor io pre- 
tendere ; e tanto piu, che in ci6 dal principe Eugenio ne avrei potato 
ottenere ogni mediazione e favore. 3 Sicome, avendolene io fatto 

i. una notte . . . vita: cfr. la lettera del Maffei ad Antonio Vallisnieri, 
del 29 marzo 1726: I1 Sig. Riccardi non pu6 piii portare le vostre 
copie se non all'altro mondo, per il quale ha fatto viaggio la passata 
notte. II poveretto e state colto da un colpo di apoplessia, che in mez- 
z'ora 1'ha finito, senza ch'abbia potuto dir parola. Questo accidente 
m'ha grandemente afflitto. Bench6 stravagante in alcune opinioni, e giu- 
dicii, egli era per6 uno di gran letterati che io abbia rnai conosciuto, e 
dovevo avergli oblige per TafFetto e stima, che mostrava verso di men 
(Epistolario, a cura di C. Garibotto, i, Milano 1955, pp. 513-4)- Ma si 
veda anche la lettera del Giannone al fratello, del 30 aprile (Giannoniana, 
n. 143), nella quale egli dice di sperare che il Riccardi sia morto ignorando 
quanto si & detto contro di lui negli ultimi tempi. Le sue esequie diedero 
occasione, a Napoli, ad una manifestazione di solidaneta con le idee che 
egli aveva professato, tanto da essere espressamente portate ad esempio 
della difficile situazione in cui versava la Chiesa nel Regno, neiristruzione 
della Segreteria di Stato per il nuovo nunzio a Vienna, Passionei: Mori 
il Riccardi: el Ministero con tutti i curiali in corpo, e buon nurnero di 
prima nobilta, celebrd con ovazione e pompa funebre solennissimo fune- 
rale . . . onore non mai fatto a i patrizi piii benementi della patria ne' 
grandi affari o di guerra o di pace (Archivio Segreto Vaticano, Nunziatura 
di Germania, 501, cc. 193, istruzione del 28 gennaio 1731). 2. Belgredi: 
Giambattista Belcredi, conte, fu fiscale nel Consiglio di Spagna dal 1713 
(cfr. H. BENEDIKT, Das Konigrdch Neapel, cit., p. 227), avendo sotto di se, 
come profiscale, il Riccardi. Sulle cupidigie spagnole alia morte del Ric- 
cardi si veda la lettera del Giannone al fratello, del 18 maggio 1726 (Gian- 
noniana f n. 147). Lo stipendio del Riccardi, in qualita di fiscale, era di 
seimila fiorini, stipendio al quale andavano sommati i tremila che gli spet- 
tavano in quanto prefetto della BibliotecaPalatina: cfr. p. 141. 3. Gli . . . 
favore: il 16 marzo di quell' anno il Giannone aveva scritto al fratello: 
contro il mio naturale mi sono awezzato a far tanto del corteggiano, che 
non me 1'avrei mai creduto, o che da me stesso avessi potuto prometter- 
melo (Giannoniana, n. 138). 



140 VITA DI PIETRO GIANNONE 

motto, non me ne riput6 immeritevole, anzi mi disse, che gli avessi 
portato il memorialc, ch'egli Tavrebbe dato in mano di Sua Maesta, 
con raccomandarmici, sicomc feci; ed il principe, che fra Faltre 
ammirabili sue doti adempiva esattamente quanto prometteva, non 
manc6 di parlarne all'imperadore e darlcne memoria. 

I Tedeschi che frequcntavano la Cortc, a' quali 10 era ben no to, 
parimente procuravano di aiutarmi, per quanto essi potevano; 
ma io, con tutto ci6, non c'entrai in alcuna spcranza, sapendo che 
dovea tal pro vista passarc per le mani de* Spagnoli, i quali ne 
avrebbero escluso ogni altro, per farla cadere in persona d'un loro 
nazionalc. Essi, a questo fine, lasciarono passare la furia e gl'im- 
pegni di tanti, n, per piu e piu mesi, si parlava di provvederla, 
dando a credere a molti, che questa carica fosse inutile nel Consi- 
glio, poich6 tutti i rcggenti crano fiscali; ma all'imperadore la 
prcdicavano per utilissima e neccssaria; sicch, doppo passati quasi 
due anni, quando altri mcno sel pensava, si vide provveduta in 
persona del reggente Alvarez, 1 spagnolo di Salamanca, il quale 
dimorava in Napoli con posto di reggente di quel Consiglio Col- 
lateralc. 

Rimaser tutti sorpresi, in vedere che dal supremo Consiglio di 
Napoli si prendesse un reggente, per occupare in Vienna la carica 
di fiscale, quando prima, cd in Vienna istessa ed in Madrid, ncl 
Consiglio d* Italia, si chiamavano da Napoli i consiglieri di Santa 
Chiara ed i president! della Regia Camera, non gia i reggcnti, ad 
occupare gli stessi posti di reggentati, non pur di fiscale, solito ad 
eleggersi daU'Ordine degli awocati; tanto maggiormente, che il 
fiscal di Vienna avea da contrastar co* secretari di preccdenza, 
poich6 questi pretendevano, ch'cssendo essi decorati col titolo di 
consiglieri, dovcano nel sedere ed in ogni funzione precedere al 
fiscale. Ma gli Spagnoli altramentc Tintendevano, poich, per far 
entrare nella loro nazionc quella carica, ch'era stata prima occupata 
dagli Italiani, scelsero tutto un reggente del Collateralc di Napoli, 
spagnolo, perch6 niuno potesse con lui contenderc per graduazione 
e per merito, qualificandolo ancora per un gran cattedratico : che 
non si sapeva, e poi si seppe, che era in sua gioventu stato catte- 
dratico, non g& in Salamanca, ma a Pavia, procuratagli questa 
cattedra da un suo fratello, che si trovava senatore in Milano, dove 

i. reggente Alvarez: cfr. la nota 2 a p. 92. 



CAPITOLO SESTO 14! 

queste cattedre soglionsi dispensare a' figliuoli o parent! di que' 
ministri, come se fossero benefici semplici. 

Entrata questa carica nella nazione spagnola, non ne uscl mai 
piu : poiche, passato dapoi 1' Alvarez ad esser reggente per Milano ; 
fu rifatto fiscale Esmandia, 1 pure spagnolo, che si trovava senatore 
a Milano; e quando prima non gli era assignato altro soldo, se 
non di seimila fiorini 1'anno, poiche al Riccardi se gli pagavano 
novemila, esiggendo gli altri tremila come altro bibliotecario cesa- 
reo, occupata che fu dagli Spagnoli, il soldo si accrebbe a novemila, 
come pagavasi a tutti gli altri reggenti. 

Col progresso degli anni, sicome sempre piu crescevan 1'avi- 
dita e '1 potere degli Spagnoli nell'imperial corte di Vienna, ed alia 
svelata eran da essi trattati gli Stati d j Italia come propri patri- 
moni; cosl si scemavano le speranze de' nazionali di quella, i quali 
assolutamente doveano dagli Spagnoli mendicar grazie e favori, e 
raccogliere le miche che cadevano dalle lor mense. 

A me non solo portava nocumento questo sistema, ch'era un 
mal comune, ma si opponeva la corte di Roma, la quale sotto 
Benedetto non cessava di perseguitarmi ; tanto maggiormente che 
alia giornata, nel processo del tempo, la mia opera era da tutte 
le nazioni ricercata ed avidamente letta e commendata; ed in Na- 
poli avea rischiarati molti, spezialmente la gioventu; sicch6 co- 
minciavano nelle loro menti a germogliare altre idee di quelle, che 
i libracci forensi e' goffi canonisti le tenevan ingombrate, e le 
scritture che uscivano ne' tribunali, per occasione di qualche con- 
tesa d'immunita locale o personale, owero reale delle persone e 
beni ecclesiastic!, erano dettate secondo i veri principi d'una solida 
giurisprudenza. La gente si rese piu cauta di colmare di maggiori 
averi e ricchezze le chiese ed i monasteri, e si procurava d'impedirgli 
ulteriori acquisti di beni stabili; e moltissimi eran ricreduti di 
tante vane ed inutili superstizioni, rendendosi piu accorti per elu- 
dere le ippocrisie e li sottili artifici de s preti e de 5 monaci. 

In Fiandra, spezialmente in Bruselles e Lovanio, dove piu es- 
semplari della mia Istoria eran pervenuti, era da molti stanca e 
riletta; sicch6 si scrivea da* Fiaminghi a Vienna, ch'essi ora sape- 
vano piu del regno di Napoli, che delle proprie loro provincie; e 
poich6 io, in piu luoghi deir opera, non lasciai di far onorata me- 

i. Esmandia: le uniche notizie su questo personaggio sono quelle qui ri- 
ferite dal Giannone. 



142 VITA DI PIETRO GIANNONE 

moria di Van-Espen, famoso professore di Lovanio e celcbre per le 
insigni sue opere, 1 questo savio e venerando vecchio, che ancor 
vivea, me ne fece render le grazie, ed avendo allora dato alia luce 
quel dotto libro De recur su ad principem? me ne mand6 in do no 
un essemplare, perche io avessi di lui qualche memoria. 

In Francia non era meno ricercata, e da Parigi ne vennero piu 
richieste al cavalier Garelli, il quale non manco, di que* essem- 
plari che io feci venire a Vienna, di mandarne alcuni a' suoi amici, 
che gli richiesero. 

Tutte queste cose maggiormente irritavano i curiali di Roma, 
talch6 le loro persecuzioni si resero piu fiere ed incessant! ; ed 
arriv6 la loro animosita ed odiosa malevolenza a tale estrcmita, 
che tutti quelli che leggevano quest'/tfonVz, e mostravano esser 
pcrsuasi della sua dottrina, preti o monaci che si fossero, si acqui- 
stavano la loro indignazionc, c gli chiamavano, per rendergli odiosi 
alia corte di Roma, giannonisti . Come sc io insegnassi cose nuo- 
ve, e non g& vecchic, scritte da' piu accurati, dotti, seri e gravi 
scrittori, che io, fuor del costume degli altri storici, additava nel 
margine, perch ciascuno potesse riscontrargli e non si abbando- 
nasse alia sola mia narrazione; sicche" io soleva dire a coloro che 
mal riferivano, che mi mostrassero qual fosse questa nuova dottri- 
na che io insegnava, giacch mi riputavano capo d'una nuova set- 
ta. Ma per mia buona sorte le loro detrazioni e maladicenzc sparse 
per Italia, e le loro insidiose gabale non poterono tesserle a qucsti 
tempi nell'imperial corte di Vienna, per un'occasione a me favo- 
revole: c fu, che non ostante che Timpcradorc, per i preccduti 
trattati avuti col pontefice Innocenzio XIII, avcsse restituito alia 
Chiesa di Roma Comacchio 3 su la fiducia che non si sarcbbe fatta 

i. Van-Espen . . . opere: cfr. la nota 3 allc pp. 41-2. 2. De recur su adprinci- 
pem : vedilo ncgli Opera omnia canonica, Integra et completa, Venetiis 1769, vr, 
n. 5. Cfr. anche la lettcra del Giannone al fratello, in data 29 agosto 1725 
(Giannoniana, n. 100), in cui awisa di aver ricevuto 1* opera in omaggio clal- 
1'autore. 3. Vimper -adore . . . Comacchio <: le Valh Comacchicsi, considerate 
feudo imperiale distinto dal ducato di Ferrara, erano state occupate dalle 
truppe del generale Daun al cornando di Claude do Bonneval nel 1708 
e avrebbero dovuto essere restituite al duca d'Este, al quale erano ap- 
partenute sine alia devoluzione alia Chiesa del ducato di Ferrara. Sul 
problema storico-giuridico di questo possesso si accese una vivace po- 
lemica, che ebbe come principale protagonista Ludovico Antonio Mura- 
tori, in quegli anni consultore del duca di Modena Rinaldo d'Estc, ma 
alia quale parteciparono largamente anche giuristi tedeschi e persino il 
T,eibniz. Restate sotto occupazione austnaca sino al 1725, le Valli furono 



CAPITOLO SESTO 143 

eseguire in Sicilia la bolla di papa Clemente XI intorno all'aboli- 
zione del tribunale della Monarchia, 1 ma che le cose fossero in 
quello stato, nel quale prima erano, ne* sopra cio si tentasse alcuna 
novita; papa Benedetto, istigato da alcuni ippocriti zelanti, senza 
participazione del collegio de' cardinali, restituito che fu Comac- 
chio mando a' vescovi di Sicilia suoi brevi, co j quali se gl j impone- 
va ch'esercitassero lor giurisdizione in quell'isola secondo il pre- 
scritto della bolla di Clemente, niente curando gli antichi stili ed 
usi, che e' riputava abusi, del tribunal della Monarchia; ed il 
modo che tenne di far pervenire in man de' vescovi i brevi fu di 
mandar il piego, nel qual erano chiusi, al cardinal Sinfuego mini- 
stro cesareo, perche* lo istradasse per Sicilia; ed a lui, come arci- 
vescovo di Monreale, 2 fu drizzato altro consimile particolar breve, 
affinch'eseguisse quanto in quello si conteneva. E quel buon cardi- 
nale, per ubidire a Sua Santita, si riceve il breve e mandb il piego 
in Sicilia all'arcivescovo di Palermo, 3 a cui era drizzato; il quale di- 
spens6 i brevi a tutti i vescovi dell'isola, mettendola in iscompi- 
glio per la novita che si pretendeva introdurre, in tempo che i 
Sicilian! men se J l pensavano. 

Pervenuta alFimperadore una tal notizia, se ne sdegn6 forte- 
mente; ed ancorch6 il Gran Cancelliere, conte di Zinzendorf, ed il 
marchese di Rialp, 1'uno, per non guastar i suoi trattati, che avea 

infine sgomberate e riconsegnate al pontefice, in cambio del riconosci- 
mento da parte di questi della Prammatica Sanzione, con la quale Pim- 
peratore intendeva assicurare la continuity del proprio trono. In ricompen- 
sa per il buon esito delle trattati ve diplomatiche, Benedetto XIII elevd alia 
porpora il figlio del conte SmzendorfT, Philipp Joseph Ludwig. Sulla polemi- 
ca comacchiese e la sua importanza per il movimento giurisdizionalista, cfr. 
S. BERTELLI, Erudizione e storia in Ludovico Antonio Muratori, Napoli 1960, 
pp. 100-74. i. la bolla. . . Monarchia: sull'intero problema si veda G. 
CATALANO, Le ultime vicende della Legasia Apostolica di Sicilia. Dalla con- 
troversia liparitana alia legge delle Guarentigie (1711-1871), Catania 1950; 
nonch6 Tormai vecchia opera di F. SCADUTO, Stato e Chiesa nelle Due Sicilie 
dai Normanni ai nostri gionri, Palermo 1887. Qui basti ricordare che Filip- 
po II nel 1579 aveva istituito in Sicilia un tnbunale stabile, denominate 
Index monarchiae siculae, al quale delegava Tesercizio della giurisdizione 
ecclesiastica, in nome della monarchia sicula, di quel diritto, cioe, preteso 
dai re di Sicilia, di esercitare nel loro regno anche il supremo potere eccle- 
siastico, in quanto rappresentanti della Santa Sede. II 20 febbraio 1715 
Clemente XI soppresse il tribunale con la costituzione Romanus Pontijex. 
2. Sinfuego . . . Monreale: il Cienfuegos, dopo un breve possesso della dio- 
cesi di Catania (1722-1725), era stato traslato alia sede di Monreale, che 
mantenne sino alia morte (pur risiedendo in Curia, quale rappresentante 
dell'imperatore). 3. arcwescovo di Palermo: Joseph Gasch (1653 circa- 
1729). 



144 VITA DI PIETRO GIANNONE 

in Roma del cardinalato dcll'abate Zinzendorf, suo figliuolo, 1 aven- 
dosi procurata la nomina del re di Polonia; 2 Taltro, per non inter- 
rompere le speranze del cardinalato all'arcivescovo di Salerno, suo 
fratello, ed il corso delle fortune che si prometteva per T abate 
Pcrlas, suo figliuolo, e suoi nepoti che teneva in Roma 3 s'ingegnas- 
sero di raddolcire il giusto sdegno di Cesare ; nulladimanco - poi- 
che tutto il Consiglio di Spagna fortemente si opponeva alia novita, 
riputandola un manifesto attentato, e di continue rappresentava a 
Sua Maesta che non si dovesse soffrire, ma che le cose rimanessero 
in Sicilia nel primiero stato, cassando i brevi mandati, ne permet- 
tendo a' vescovi di attcntar cose nuove: Timperadore si appiglib 
a questo savio lor parcre e comand6 a quel vicer6 che impedisse 
ogni novita che mai tcntassero. 

A questa briga, poco dapoi, se n'aggiunse un'altra, c fu per 1'oc- 
casione che il cardinal Annibale Albani fece in magnifica forma 
imprimere un nuovo Bollario* di tutte le costituzioni, bolle, brevi 
ed infino i biglietti, che papa Clemente suo zio, in tempo del suo 
pontificato, avea fatti, li quali, raccolti in questo volume, si pre- 
tendeva farli passare per leggi universal! e che servissero pro regi- 
mine urbis et orbis: nel quale erano inserite piu bolle, brevi ed atti 
pregiudizialissimi alle reali preminenze, e spezialmente al tribu- 
nale della Monarchia di Sicilia; sicch6, esposto a gli occhi di Cesare, 
co* fogli segnati dove si leggevano tante offesc e strapazzi, che si 
facevano non meno de' reali diritti, che de' ministri di Sua Mae- 
sta, ci6 pur mossc 1'indignazione di Cesare a far si che qucllo 
non fosse riccvuto in tutti i regni ed ampi suoi domini; ed ancor- 
ch6 dal Consiglio di Spagna si rappresentasse che dovesse, con 
pubblico editto, proibirsi ne' suoi Stati, c 1'impcradorc mostrasse 
d'uniformarsi al lor parere, nulladimanco il marchesc di Rialp, 
per man di cui, come sccretario di Stato, dovcan passar gli ordini, 
gli and& differendo in guisa, che col tempo raffrcddate le cose e 
Pimperadore ad altro inteso: finalmente tanti romori si ridussero, 
che il marchese di Rialp scrivesse una Icttera al vicer6 di Sicilia, 

i. per . . . figliuolo: trattative che ebbero buon esito, come g& s'fe detto, 
alia nota 4 di p, 99. 2. re di Polonia: Augusto II il Forte (1679-1733), 
gia elettore di Sassonia, salito sul trono polacco nel 1697. 3. V altro . . . 
Roma: sulle ambizioni della famiglia, e in particolare di Paul Perlas de 
Vilhena, fratello del ministro, e di Juan, figlio di questi, si vedano le 
note 2e3ap. 114. 4. dementi Undecimi pont. max, Bullarium, Romae 
1723. 



CAPITOLO SESTO 145 

colla quale, con molta cautela e secretezza, se 1'imponeva, che nel- 
rimmissione de' libri in quell'isola, awertisse di non farci intro- 
durre il Bollario dementino, con darne ordini secreti a' guardian! 
de' porti. Cio che niente giovo ; poich.6 si intese dapoi, che in Pa- 
lermo, Messina e nelPaltre citta di Sicilia, se n'erano introdotti e 
se n'introducevan tanti, quanti n'erano da Roma mandati. 

Pendenti queste brighe, e mostrando la corte di Vienna esser 
mal soddisfatta della corte di Roma, o contro di me non s'indriz- 
zavan mali uffici, o se pur si tentavano erano infruttuosi, mal in- 
tesi e non cur at i. 



II 

[1726] 

Intanto eravamo gia nelTanno 1726. Ed io, a mio danno, avea 
sperimentato quanto fossi stato mal consigliato, in volere, essendo 
solo, prender casa da per me, 1 e mettermi nelle mani di servitori 
stranieri, che avesser cura delle mie cose domestiche: non solo la 
spesa erami cresciuta e resa insopportabile, ma era pessimamente 
servito e, quel che fu peggio, due volte fui rubato : una da un ser- 
vitore trentino, 1'altra da un tedesco di Linz, capitale dell' Austria 
superiore; i quali se ne scapparon via, doppo avermi v6tati i 
scrigni, dove teneva riposto qualche contante, e se bene non fosse 
molto, nulladimanco a me che non avea altro, se non quello che 
m'era somministrato dalle mie mesate, ogni scossa di queste mi 
metteva a terra. 

Conobbi da ci6, che saviamente facevan coloro, i quali, non aven- 
do grossi stipendi che potessero sostener, per se soli, la spesa d'una 
casa, procuravano entrar in costo in un'altra e, communicate le 
facolta, 2 vivere piu agiatamente, senza darsi in mano de' servidori, 
per esser rubati e mal serviti. A me si aggiunse, per farmi risolvere 
a questo partito, una particolar cagione; e fu che, avendo contratta 
amicizia e familiarita colla casa del vecchio Plekner e conosciuta 
la sua famiglia, che si componeva di donne discrete, da bene ed 
affezionate, volentieri mi deliberai ad unirmi con loro: e tanto 
maggiormente che, oltre al maggior aggio e cura, che per le mie 
cose domestiche n'avrei ritratto, avrei potuto molto giovarle e sol- 

i. Intanto . . .me: cfr. p. 131. 2. communicate le facolta: messi in comune 
i mezzi di sostentamento. 



146 VITA DI PIETRO GIANNONE 

levarle dalle strettezze, nelle quali erano cadute doppo la morte di 
quel buon vecchio. 

Erasene egli morto nel mese di ottobre, a Pettersdorf, deH J anno 
1724, lasciando la povera vedova Leiscenhoffen, sua figliastra con 
tre donzelle, sue figlie; poiche un'altra, la maggiore erasi gia ma- 
ritata, ed un figliuol maschio s'incammin6 per la strada della mili- 
zia. L'affiitta vedova, con queste tre sue figlie, perduto il marito, 
e poi il padrigno, vivea senz'altro appoggio che di picciole sowen- 
zioni, che Teran somministrate dalla principessa Montecuccoli, 1 
grata alia memoria ed a* servigi prestatigli dal vecchio Plekner, 
quando era in fiore, e sopra una picciola pensione, assignatale poi 
dairimperadore, nella Camera di Vienna. E se bene il Plekner 
avesse lasciato un figlio gia stabilito, essendo consigliere della Ca- 
mera, nulladimanco da questi non era da sperar soccorso ; poich6, 
avendo presa moglie e tenendo figli, faceva assai a prowedere alia 
propria famiglia. 

Si pens6, adunque, che appigionata una casa capace, nella strada 
d'ltah'a, 2 con stanze separate, sicch6 non si ricevesse o si dasse 
vicendevolmente incommodo e soggezione veruna, si vivesse uniti 
e la tavola fosse comune, sicome si pose in effetto ne* princlpi di 
maggio di quest'anno, somministrando io il piggione per le mie 
stanze e quanto bisognava per le serve e vitto. Sperimentai che, 
se bene non vi fosse risparmio e mi costasse la stessa spesa, che mi 
bisognava essendo solo, con tutto ci6 era trattato meglio, che se 
fossi in Napoli in casa propria, ben aggiato e pulitamente servito ; 
e sopra tutto piacevami che fossi di gran giovamento e sollievo a 
quelle infelici, le quali, molto grate e riconoscenti di quanto io le 
giovava, non e da esprimere I'afTezione e la cordialita, colla quale 
io era trattato. 

Fra le tante mie persecuzioni e sciagure, par che la divina prov- 
videnza mi avesse serbata questa unica consolazione e conforto: 
di aver trovate in Vienna persone cotanto amorevoli ed affezionate, 
che con difficolta avrei potuto trovare fra* miei, in Napoli. Era 
la LeichsenhofTen madre, una donna, quanto d'eta avanzata, al- 
trettanto onesta, divota e d'mcorrotti costumi. Le sue occupazioni 

i. principessa Montecuccoli: la moglie del conte di Montecuccoli, Ercole Pio 
(i 664-1729), feldmaresciallo delTimpero. 2. strada d* Italia : la Italienische 
Strasse. Si veda inoltre la lettera al fratello del 12 ottobre 1726 (Gianno- 
niana, n. 167). 



CAPITOLO SESTO 147 

non erano che, di continue, o nelle chiese o in casa, pregare a Dio 
ed a' santi: caritatevole verso i poveri, a j quali somministrava al- 
cuni salutari rimedi, ch'essa fabbricava colle sue proprie mani, 
per la perizia che n'avea, secondo il costume di alcune case tede- 
sche, nelle quali le donne si applicano volentieri a tali lavori, non 
si sentiva da lei parola, che non fosse modesta e savia; nemica 
delle nuove rilasciate usanze, che, alia giornata, vedeva introdotte 
in Vienna, e rigida osservatrice dell'antiche. Ma molto piu risplen- 
devano le sue virtu, per 1'educazione colla quale avea allevate le 
tre sue figliuole, gentili, modeste, discrete, ben accreanzate e di 
costumi santissimi, che tiravan la benevolenza ed amore di quanti 
le trattavano. 

Ma sopra le altre sorelle s'innalzava la mezzana, Ernestina di 
Leischsenhoffen, 1 la quale alia onesta, modestia, civilta ed altre e- 
roiche virtu, delle quali era ornata, accoppiava in tutte le cose una 
somma diligenza, sincerita, acutezza e prudenza, e, sopra tutto, 
d'esser discreta, economica ed in tal grado di perfezione, che, 
essendo ancor giovinetta, il vecchio Plekner, suo avo, aveale ap- 
poggiata Teconomia della sua casa, che trattava con tanta saviezza, 
awedutezza e sollecitudine, che mi soleva dire quel buon vecchio, 
che se non avesse in sua casa la Frailf Ernestina, che la reggesse, 
avrebbe in istato assai peggiore passati gli anni della sua vecchiaia; 
ma che Iddio Tavea lasciato almanco questo conforto, d'aver per- 
sona non men fedele che affezionata, la quale tenesse esatta cura 
non men del suo corpo, che delle cose sue familiari e domesti- 
che. Questa savia donzella, adunque, avendo preso sopra di s6 la 
cura de' miei affari domestic! e di tutto ci6 che si apparteneva ad 
abiti, mobili di casa ed ogni altro che mi bisognasse, e facendolo 
con molta affezione, lealta ed esattezza, mi alleggeri di molte fa- 
stidiose cure, alle quali, massimamente in paese forastiere, io era 
inetto ed impaziente, sottraendomi dagringanni e furberie de 5 
servidori: sicch6, d'allora in poi, non attesi che a' miei studi ed a 
procurare che non si differisse di vantaggio radempimento di 
quanto neU'imperial decreto stavami promesso. 

Essendo io si ben aggiato ed in mezzo a j Tedeschi, ciascuno 
credera che io avessi dovuto perfettamente apprendere la lor lin- 
gua; ed in vero, tali e tanti furono gli sforzi delle mie commensali, 

i. Ernestina di Leischsenhoffen: vedi a p. 5. 2. Fraile: deformazione di 
Fraulein. 



148 VITA DI PIETRO GIANNONE 

le quali s'ingegnavano che io dovessi impararla, che cosl avrebbe 
dovuto succedere; ma awenne il contrario, poiche", invece d'ap- 
prender io la lingua tedesca, impararono essc 1'italiana; sicche, tol- 
tone la madre, ch'era d'eta molto avanzata, le tre figlie, e spczial- 
mente PErnestina, in poco tempo Fappresero si perfetta, che spedi- 
tamente poi la parlavano. Da ci6 awenne che io non ci avessi 
piu cura, ed avendo resa quasi tutta la casa italiana, parlava sempre 
col mio linguaggio, col quale era ben inteso; oltre che la mia etl 
avanzata non era acconcia a poter ridurmi a fissarmi ad una si 
vasta ed intricata lingua, che ha voci composte di tante consonant! 
e poche vocali, che mal si adatta alia pronuncia dcgritaliani. 
Si aggiungeva il gran numero degritaliani ch'erano in Vienna, 
co* quali io conversava, e che nelle case nobili tedesche si parlava 
e s'intendeva non men il francese che 1'italiano; sicche* non vi era 
quella necessita, ch'e la maggior maestra delle lingue, che m'obbli- 
gasse ad apprenderla. Ed intorno a 7 libri, gli scrittori piu dotti e 
savi non si valevano della tedesca, dandoli alia luce, ma si bcne del- 
la latina, perche" fossero letti. 

Proseguendo adunque con maggior aggio la mia dimora in Vien- 
na, e reso noto non meno a' personaggi illustri della Corte tedeschi, 
che forastieri che vi dimoravano, o impiegati con pubblico mini- 
stero servendo qualche principe, ovvcro per privati loro intcrcssi ; 
se occorreva trattarsi di qualche grave lor causa, sapendo la mia 
professione d'awocato, non mancarono alcuni di richiedermi del 
mio patrocinio. E poiche* in tutti i Consigli c dicasteri di Vienna 
non e costume di parlarsi le cause in Ruota, ma solamente di scrivere 
su gli articoli controversi, ed informarne i ministri nolle loro case, 
sovente era ricercato, spezialmente dagl'Italiani, di farlo nelle lo- 
ro liti. 

Cosl, tenendo il console imperiale Mariconi, 1 agentc di Sua Mac- 
st cesarea in Genua, una lite con alcuni mcrcanti catalani, monsi- 
gnor Mariconi, suo fratello, che dimorava a Vienna, mi richiese 
che io prendessi la sua difesa; sicome feci, distendendo alcune al- 



i. II barone Bartolomeo Mariconi. In questa causa il Giannone fu aiutato 
da Francesco Mela (su cui cfr. la nota tap. 78): cfr. la lettera al fratello 
del io agosto 1726 (Giannoniana, n. 159) e lettere seguenti deli'agosto, del- 
1'ottobre e, in particolare, quella del 16 novembre (Giannoniana, n. 173), 
nella quale indica le fonti di cui si e servito, per la discussione sulla valuta 
e sui cambi. 



CAPITOLO SESTO 149 

legazioni, 1 che dimostravano I'insussistenza della pretensione de' 
Catalan!. Parimente il duca della Saponara, siciliano, decorate con 
titolo di Principe deirimperio, avendo una grave lite nella confe- 
renza delle poste sopra Tufficio di Corner maggiore delle poste di 
Sicilia, si valse delPopera mia in sua difesa: la qual lite, finalmente, 
fu terminata per mezzo d'un amichevole accordo, in vigor del 
quale gli fu conservato Tufficio, transiggendo le pretensioni fiscali, 
collo sborso di non picciola somma di denaro. 2 

Fui dapoi richiesto dal marchese di Corese, MafTeo Barberini, 3 
romano, di scrivere nella causa, che avea col cardinal Barberini 4 
intorno all'intelligenza del testamento di papa Urbano VIII, 5 ch'e- 
scludeva le feminine nella successione de' fideicommissi ordinati, 
essendovi maschi naturali, ancorche* non legitimi. E vi composi 
un'allegazione, 6 nella quale dimostrai non pur la chiamata del 
marchese, ad esclusione delle feminine; ma eziandio le alte pre- 
minenze e sovrane potesta, che i monarchi tengono sopra i matri- 
moni delle persone illustri, loro suddite e vassalle, che era Taltro 
articolo, che ivi occorreva d'esaminarsi. E da j Genovesi, per mezzo 
del marchese Clemente Doria, era ancor richiesto per difesa di 
qualche lor causa. 7 

Da Napoli non mancavano gli awocati miei amici di commetter- 

i. alcune allegazioni: la scrittura relativa a questa causa e in Archivio 
di Stato di Torino, manoscritti Giannone, mazzo II, ins. 4, GGG (Gianno- 
mana, p. 436). 2. Parimente . . . denaro : questa causa, intentata dal du- 
ca della Saponara, Vincenzo Di Giovanni e Zappata, principe del Sacro 
Romano Impero e membro del Consiglio di Spagna, e cosa diversa dal- 
1'altra, ricordata a p. 70, riguardante il marchese di Rofrano, Girolamo 
Capece. II fascicolo autografo di questa ultima causa e nell' Archivio di 
Stato di Torino, manoscntti Giannone, loc. cit., FFF (Giannoniana, p. 426). 
Anche per questa causa il Giannone chiese 1'aiuto del Mela: cfr. la lettera 
del 19 lugho 1727 (Giannoniana, n. 208). 3. Maffeo Barberini: costui era 
figlio naturale di don Urbano (morto nel 1722). 4. II cardinale Francesco 
Barberini (1662-1738). La causa, secondo quanto nferisce il PANZINI, p-44 
era in realta tra il marchese e la figlia legittima di don Urbano, Corneha. 
II cardinale mtervenne presso Timperatore, in favore della nipote. 5. Ur- 
bano VIII\ al secolo Maffeo Barberini (1568-1644), eletto pontefice nel 
1623. 6. uriallegazione-, cfr. Ragiom del marchese D. Maffeo Barberini so- 
pra la successione della casa Barbenni derivanti dalle disposizioni del pontefice 
Urbano VIII, Vienna 1726. 6 stata ristampata dal Panzini tra le Opera 
postume, II, pp. 207 sgg. 7. da 9 Genovesi . . . causa: di questa causa man- 
cano notizie precise; per6 il PANZINI, p. 44, riferisce che, su incarico del 
Doria, il Giannone si occup6 di una causa di fidecommesso a favore della 
duchessa di Nevers. Material! concernenti il marchese Doria nelT Archivio 
di Stato di Torino, manoscritti Giannone, loc. cit., RR (Giannoniana, p. 423)- 



150 VITA DI PIETRO GIANNONE 

mi la difesa di qualche grave causa de' loro clienti, che occorreva 
doversi trattare nei Consiglio di Spagna; sicome fu quclla sopra 
la visita particolare istituita contro il presidente di Camera Lione; 1 
Taltra, che dapoi fummi commessa, a difesa del duca di Maddaloni,* 
imputato, di suo ordine ed intelligenza, essersi commesso in Na- 
poli un omicidio in persona d'un notaio; ed altre di vari signori, 
come della principessa, e poi del principe di Tarsia suo nipote, 
del principe di Montemilctto, 3 del duca di Sant'Agapito, ed altre 
cause di baroni, sicome di comunita ed altre citta del Rcgno, le 
quali ne' seguenti anni, secondo le occasioni, mi eran commcsse. 
Dagli emolumenti e ricognizioni, che m'eran somministrate per 
queste mie fatiche, non solo potei fornire di mighori mobili le mie 
stanze e, di volta in volta, comprar qualche libro, sicchd, in decorso 
di tempo, potci farmi una picciola biblioteca; ma, ponendo da 
parte qualche contantc, arrivai sino alia somma di fiorini mille, 
li quali, nel mese di decembre del seguente anno 1727, per non 
tenerli oziosi, gli posi ncl Banco della citt di Vienna, con trarne 
profitto di fiorini cinquanta Tanno. 



In questo nuovo anno 1727, mentre era occupato nolle liti del 
console Mariconi, del presidente Lione e del duca della Saponara, 
dovendo distendere alcune allegazioni per lor difesa, e la Cortc es- 
sendosi, secondo il solito, trasferita nel fin d'aprile a Laxemburg, 
pensai, per piu aggiatamente farlo, di passare a Petterdorf con le 



1. il presidente . , . Lione: cfr. la lettera al fratello, del 9 novcmbre 1726 
(Giannoniana, n. 172) ; e ancora 1'altra del 20 settembre 1727 (Giannoniana, 
n. 217). Da un'altra lettera, sempre al fratello, del 4 diccmbre 1728 (Gian- 
noniana, n.279), sembra che alia causa fosse interessato anche 1 'abate Pietro 
Contegna, amico del Giannone. Questa causa si trascinava ancora ncll'aprile 
del 1730 e nel maggio di quell*anno ii Giannone finiva per disinteressarsene. 

2. duca. di Maddaloni: Maurizio Carafa. Cfr. la lettera al fratello, del 29 mar- 
zo 1727 (Giannoniana, n. 192), dove dice di non voler essere nominato awo- 
cato del duca. 3. ed altre , . . Montemilettoi materiali della causa del prin- 
cipe d'Acaya e Montemiletto Leonardo di Tocco, neU'Archivio di Stato 
di Torino, manoscritti Giannone^ mazzo W, ins. 4, T (Giannoniana t p. 421); 
la sua Supplica . .a S.M.C. affinchd interponga il suo real assenso per la 
vendita di Fontanarosa e Torre delle Nocelle, ivi, manoscritti Giannone, maz- 
zo ii, ins. 3 (Giannoniana, p. 418). Per la causa della principessa di Tarsia 
contro il conte della Cerra numerose notizie si hanno dal carteggip col fra- 
tello, a partire dal 20 luglio 1726. La fatica del Giannone non fu in questo 
caso ricompensata, ed egli se ne lament^ a lungo. 



CAPITOLO SESTO !! 

genti di casa, le quali ivi aveano non meno stima e rispetto, che 
tutto 1'aggio e commodita: sicche nel mese di maggio ancor io vi 
fui, e non posso negare, che la villeggiatura mi riusci non men 
acconcia, per finir ivi, con riposo e quiete, quelle mie fatiche, ma 
molto utile per lo ristabilimento di mia salute ; n6 ci restituimmo in 
citta, se non a* princlpi di luglio, dove arrivati, mi sopragiunse 
un'occasione, la quale, se la presunzione, Tinvidia e I'ambizione 
degli uomini non mi fossero stati d'impedimento, mi avrebbe per 
nuovo merito agevolato Tadempimento della promessa, fattami da 
Sua Maesta, neH'imperial suo decreto. 

La corte di Roma, vedendo che Cesare ed il Consiglio di Spagna 
eran fissi nel proposito di non far seguire novita alcuna in Sicilia, 
riguardante il tribunal della Monarchia, n6 far ivi valere i brevi 
del papa, con sottil artificio propose questa controversia della Mo- 
narchia di finirla per via d'una amicabile composizione ; ed in 
Roma, non meno i ministri del papa che que' di Cesare, spezial- 
mente il cardinal Sinfuego vi davano mano, ciascuno prometten- 
dosi, i pontifici dalla corte di Roma, i cesarei da quella di Vienna, 
ampi premi e mercedi, se mai per le loro mani un affare cotanto 
scabroso e grave, che per lunghi anni erasi aggitato e mosso, ve- 
nisse a terminarsi amichevolmente e per via d'un concordato. Ma 
non avrebbero i pontifici conseguito il lor intento, se non avesser 
procurato trar alia lor parte due principali ministri, per i quali 
allora reggevasi la corte di Vienna: il Gran Cancellier di Corte, 
conte di Zinzendorf, ed il marchese di Rialp. Quali fu facile trargli 
a se: il primo, per lo cardinalato gia accordato al figlio; 1 il secondo, 
per Paltro che sperava doversi conferire al fratello, 2 oltre alle alte 
speranze concepite per lo figliuolo, 3 che tenea in Roma, ben istra- 
dato nella prelatura. Questi si adoperarono in guisa coirimpera- 
dore, che acconsentisse che si aprisse in Roma il trattato di accor- 
do, lusingandolo, che avendo dalla lor parte il cardinal Coscia, 4 

i. lo cardinalato . . .figlio: cfr. la nota 4 a p. 99 e la nota i a p. 144. 2. al 
fratello: cfr. la nota 2 a p. 114. 3. lo figliuolo: cfr. la nota i a p. 114. 
4.Niccol6 Coscia (1682-1755), segretario delParcivescovo di Benevento Pie- 
tro Francesco Orsini, ne fu il conclavista nei conclavi del 1721 e del 1724, 
nel quale ultimo condusse le trattative per Telezione dell'arcivescovo al 
Soglio. Ricambiato con la nomina a segretario dei memoriali e 1'elezione 
ad arcivescovo di Traianopoli in partibitSy fu il favorito di Benedetto XIII 
e, alia morte del cardinal Fabrizio Paolucci (12 giugno 1726), gli subentr6 
nella carica di Segretario di Stato, dopo essere stato elevato alia porpo- 
ra nell'anno precedente, e aver ricevuto la carica di vescovo coadiutore di 



152 VITA DI PIETRO GIANNONE 

cotanto dal papa favorite, non poteva riuscire se non per lui van- 
taggioso. E si guardavano di mescolarvi il Consiglio di Spagna, 
temendo non questo rendesse vani tutti i lor disegni. 

Datane adunque commissione al cardinal Sinfuego di trattarlo, 
valendosi di quelle persone ch'egli riputasse capaci ed idoncc, fu 
cosa veramente da muovcrc insieme riso e compassionc ; poich6 
in un affare si grave e cotanto scabroso e vasto, il cardinalc, chc 
per se stesso non ne era capacc, in vece di valersi di ministri pro- 
vetti, dotti cd informati, facendogli, bisognando, vcnir da Palermo, 
come piu istrutti, o pur da Napoli, che non ne mancavano intesis- 
simi di tali reali preminenze, si pose nelle mani di alcuni monaci 
ed altri soggetti, che non sapevano che si fosse ed in che consi- 
stesse questo tribunal della Monarchia; 1 e, sopra tutto, d'un tai 
Perelli: 2 uomo idiota e scnza lettere, il qual non nc intendcva 

Benevento, con chntto alia succcssionc. Spentosi il suo prolettore il 21 
fcbbraio del 1730, il giorno dopo cgli fu caccialo dai palazzi pontifici su 
ordinc del cardinale camerlengo, mentre in Roma si avcvano dimostrazio- 
ni contro il suo malgoverno c la corruzione della sua cortc. Apcrtosi un 
proccsso, vennc condannato il 9 maggio 1733 a dicci anni di carcerc, come 
ladro e falsario, e rinchiuso in Castcl Sant'Angclo; pass6 poi alia rcsi- 
denza coatta del monastero di Santa Prassede, dalla qualc fu libcrato solo 
con la morte del suo nemico, papa Clemen te XII. Grazialo dal nuovo 
pontefice, Benedetto XIV, si ntir6 in Napoli. i. Datane . . . Monarchia: 
la storia di questc trattative e stata ampiamente dcscntta da F. SCADUTO, 
State e Chiesa nelle Due Sicilie, cit., da L. v. PASTOR, Storia dci papi, xv, 
Roma 1933, passim, e ultimamente da G. CATALANO, Le ultime vicende della 
Legasia Apostolica di Siciha, cit. I monaci, ai quali il Giannone allude, 
altri non sono che il vescovo di Teodosia e segretario della Congregazione 
del Concilio Prospero Lambertini (ii futuro Benedetto XIV), e 1'abate Ce- 
lestino Galiani, uomini che non appartenevano certo al partito dcftli ze- 
lanti , n6 potevano dirsi impenti come qui afTcrma il Giannone, il quale m~ 
tende criticare, soprattutto, i termini del concordato che venne raggiunto. 
2. Pietro Perrelli, duca di Monasterace, giurista napoletano. Tra Ic carle 
Galiani conservate presso la Biblioteca della Socicti Napoletana di Storia 
Patria,XXX. A. 10., ai ff. i-i i si ha una Copia di relaxionefatta a S. M. sotto 
il i gennaio xjsy dal Signor Duca Pietro Perrelli da Roma, nella quale si 
danno important! notizie su una sua rmssione a Napoli: Subico, che fui 
giunto a Napoli , . . cominciai dal raccogliere Ic notizie necessarie, c molti 
ottimi lumi furono a me suggeriti dal Vicere e dal Presidcnte del Consiglio. 
Volli ancora parlare, ma sempre con molta riserva, a qualche reggente del 
Collaterale ; ma in molti di essi, a tenore delle rclazioni gia da me ricevute, 
trovai o poca esperienza in simili affari, o troppa ostinazione in non voler 
andare al bene, ed anche in taluno molta inclinazione per la parte di Roma; 
quindi confrontando queste osservazioni colle notizie raccoltc da uomini 
savi, senza cVessi scoprissero lo scopo delle mie ricerche, mi avvidi non 
essere sperabile un buon accomodamento, qualora il disegno del trattato 
si comunicasse a' suddetti reggenti, o anche solamente fosse da loro pene- 



CAPITOLO SESTO 153 

nemmeno i termini, sol perche" questi avea acquistata familiarita 
e dimestichezza col cardinal Coscia, e questi era da lui riputato 
Tistromento piu efficace, per ridurre il trattato a buon fine. 

Gli accorti e scaltri pontifici non ne vollero altro, per aggirargli 
dov'essi volevano, e trattando con tali persone imperite, le quali 
erano volentieri entrate nell'affare, per far cosa grata piu al papa, 
dal quale ne speravano maggior ricompensa che dall'imperadore, 
gli fu facile, co' loro arzigogoli e raggiri, tirarli non solo a cio ch'essi 
desideravano, ma di dargli a sentire che la conchiusion del trat- 
tato, secondo ch'essi avean concertato, fosse piu vantaggiosa per 
Cesare che per Roma. Ed in vece d'un concordato, la cosa si ri- 
dusse ad una costituzione, che il pontefice avrebbe stabilita, colla 
quale si sarebbe data nuova forma e metodo, per regolare nell'awe- 
nire le cause ecclesiastiche del regno di Sicilia. Stesero per ci6 
una minuta di questa costituzione, la quale veduta, postiUata ed 
esaminata in Roma da que' campioni che il cardinal Sinfuego avea 
scelti per parte delTimperadore, pareva ad essi che fosse da ac- 
cettarsi, e non frapporre momento di tempo per venirsi alia pub- 
blicazione, come cosa cotanto vantaggiosa; e farsi presto acciocch6 
i pontifici non si accorgessero del loro svantaggio; ed avendone 
persuaso a quel buono e semplice cardinale, questi in diligenza 
spedl lo stesso Perelli a Vienna, 1 a portar la minuta della bolla 
concertata; il quale, come se portasse una novella d'essersi in 
battaglia sconfitto qualche numeroso essercito nemico, owero pre- 
sa per assalto un'importantissima ed inespugnabil piazza, andava da 
per tutto gridando vittoria, vittoria; e portatosi dal marchese di 
Rialp e dal conte di Zinzendorf, diedegli per finita, con vantaggio 
di Cesare, ogni cosa: e questi, come imperiti di tal materia, leg- 

trato. Tra essi il solo conte Pery mi parve il meno trasportato e sarei 
per dire il piu fornito delle vere massime, che possono agevolare la riu- 
scita dell'afTare . Dal che si ricava come la trattativa abbia scavalcato Tin- 
tero Consigho del Collaterale, suscitando ire delle quali, ad evidenza, 
il Giannone si fa qui portavoce. Segnalo che altra relazione, questa stesa 
a dieci anni di distanza, per informazione di Carlo III di Borbone, e con- 
servata presso la Biblioteca Nazionale di Palermo. Quanto alle relazioni 
del cardinal Cienfuegos, utilizzate dal Pastor, ma non dal Catalano, queste 
si conservano neirArchivio Reuss di Ernstbrunn; esse giungono pero solo 
al termine deU'anno 1727. Una bibhografia delle opere, a stampa e mano- 
scritte, che la controversia origm6, in G. CATALANO, op. cit., pp. 151 sgg. 
i. spedl . . . Vienna: il Perrelli giunse a Vienna il 5 settembre 1727. Sul- 
1'udienza e il colloquio con 1'imperatore si veda L. v. PASTOR, Storia dei 
papi,cit.,xv,p. 519. 



154 VI TA DI PIETRO GIANNONE 

gendo la minula e crcdendola quale il Perelli la decantava, anda- 
rono a rallegrarscne coirimperadore, diccndogli aver avuto ot- 
timo successo il trattato con Roma, secondo la minuta mandata; 
e che non si ricercava altro, chc Sua Maest comandasse al cardi- 
nal Sinfuego (il quale aveagli pure scritto di tenor conforme a 
quanto il Perelli millanlava), che procurasse farnc dal papa stender 
la bolla, per mandarla in Sicilia. L'imperadore mostrossene con- 
tento, ma voile che prima la minuta si mandasse ad esaminare nel 
Consiglio di Spagna, se mai occorresse qualche altra cosa da av- 
vertire. II marchese di Rialp ed il conte di Zinzendorf, persuasi 
che, come vantaggiosa, non vi avrebbe il Consiglio niente da ag- 
giungere o levare, ma che in tutto Tavrebbe approvata e commen- 
data, non vi posero alcun ostacolo, ma la mandarono sotto 1'esame 
del medesimo, di buona voglia. 

Quando nel Consiglio fu letta la minuta, tutti, e spezialmcnte i 
reggenti provincial! di Sicilia, Almarz e Perlongo, rimasero sor- 
presi che, in vece d'un concordato, la facenda si fosse ridotta in 
Roma ad una costituzione, nella quale il papa tanto era lontano 
che rivocasse quella di Clemente XI, che aboil il tribunale, che 
sembrava piu tosto che la confermasse; e che, non faccndosi me- 
moria delle antiche reali preminenze, ne" dcgli antichi stili ed usi 
di quel tribunale, il papa di pianta 1 par che nuovamente volesse 
egli regolarc e dar nuovo sistema in Sicilia intorno al modo di 
trattar le cause ecclesiastiche, e che non si concedesse altro a Sua 
Maesta, se non chc la nomina o Telezione del giudice, il qual era 
dal papa, in vigor di questa bolla, costituito tale, dandogli giuris- 
dizione, e limitandogliela in certi casi; e, sopra tutto, si voleva 
che qucl giudice, il qual non si chiamava mai dclla Monarchia, 
ubbidisse a* chirografi che fossero firmati da Sua Santita, e che in 
qualunque causa eseguisse quanto per quelli gli fosse commandato. 
Si accorsero ancora del sottil artificio praticato, per ingannare quc' 
semplici ed imperiti, co' quali fu in Roma la minuta concertata; 
poiche*, per non fargli accorgere di questi gravissimi pregiudizi, 
che s'inferivano alle reali preminenze, gli gettarono polvcre a gli 
occhi, per certe nuove facolta che si concedevano al giudice, le 
quali, se bene con magnifiche parole si descrivessero per grandi, 
sicche* da ci6 credettero che fosse 1'accordo vantaggioso, in realta, 
oltre di star sottoposte ad essergli rivocate, ben esaminate si ridu- 
T. di toianta: dalle fondamenta. 



CAPITOLO SESTO 155 

cevano a picciole cose e Roma, concedendole, niente veniva a 
perderci, ed avrebbe importato poco che il giudice Tavesse o non 
Favesse. 

Non manco il Consiglio, in ci6 tutto uniforme, di rappresentare 
alia Maesta dell'imperadore gli danni notabilissimi e sommi pre- 
giudizi, che, con accettarsi la minuta, s'inferirebbero al tribunal 
della Monarchia; che, per ci6, si dovesse rifiutare e sciogliersi 
ogni trattato con Roma, che non poteva riuscire se non in maggior 
ruina di quel tribunale; ma che Sua Maesta, per s6 medesima, 
che poteva ben farlo, desse ordini in Sicilia di non far seguire 
novita alcuna, ma il tribunale fosse conservato in quella stessa 
forma che 1'avean fatto essercitare i re di Spagna, suoi predecessori, 
senza mendicar da Roma altro aiuto o soccorso. 

II marchese di Rialp ed il conte di Zinzendorf, vedendo, fuor 
di ogni loro aspettazione, che il Consiglio ruinava quanto essi 
avean fabbricato, prevennero coll'imperadore, dandogli a credere 
che il Consiglio per astio, che senza sua partecipazione erasi in 
Roma aperto quel trattato, procedeva con tanta animosita, e con 
intento di distruggere quanto ivi erasi fatto, ma che non bisognava 
perdere si opportuna occasione; e, se mai nella minuta vi fosse cosa 
da meglio spiegarsi e moderarsi, si facesse, ma non gia rompersi 
ogni trattato, poiche essi non conoscevano altro modo per quietare 
quel Regno e le coscienze de' Sicilian!, se non per mezzo d'una 
bolla pontificia, che fosse discreta e moderata, sicch6 non pregiu- 
dicasse a' reali diritti ed altre preminenze, che teneva in quel Re- 
gno; che poteva la minuta ben rivocarsi a nuovo esame, ed eleg- 
gere dal Consiglio di Spagna quattro reggenti togati, i quali col 
presidente I'esaminassero e notasser ci6 che Toccorreva d'aggiun- 
gere, mutare o cassare; e, poich6 il cardinal Sinfuego avea man- 
dato il Perelli, ch'era ben istrutto di quest' affare, poteva ben questi 
intervenire nelle sessioni, per informargli e meglio istruirgli di 
quanto in Roma erasi passato. 

Fu per tanto istituita una particolare giunta, composta dal pre- 
sidente gia in questo tempo rifatto in luogo del defunto, che fu lo 
stesso conte di Montesanto, che prima 1'avea retto come decano, 
e da quattro reggenti, li quali furono li due provincial! Almarz e 
Perlongo, e li reggenti Positano e Bolagnos. Fu veduta allora in 
Vienna una cosa mostruosa, non meno che ridicola; poiche' in 
questa giunta, che si teneva in casa del presidente, si vide inter- 



156 VITA DI PIETRO GIANNONE 

venire il Perelli, e disputare co' reggenti di cose, ch'egli non in- 
tendeva nemmeno i vocabili. E pure si ebbcro ad aver la pazienza 
di sentire tante scempiaggini, inezie e rodomontate ; c non si fece 
poco, che si contentasse, se ben di mala voglia, di quella sedia 
destinatagli, perche la pretendcva ugualc a' reggenti, poiche", fra 
le altre doti che adornavano il Perelli, una era chc a maraviglia 
sapcva imitar bcne le parti d'un valente Trasonc. 1 

I reggenti col prcsidente stettero saldi c fermi nc' primi senti- 
menti, e furon tutti concordi in rifiutar la minuta; c se era volcre 
di Sua Maesta di non rompere il trattato, che sc nc dovesse dettar 
altra, che avcsse forma di concordato, non gi di costituzione. Con 
tutto ci6 il Perelli, oltre di dolcrsi non esserscgli data scdia uguale, 
millantava col marchesc di Rialp, col conte di Zinzcndorf c con 
altri, che era tutta la loro ostinazionc e pertinacia; poich'egli avca 
con dimostrazioni chiare convinti e confusi quc' dottorclii, che 
cosl chiamava i reggenti, non avendo che rispondcrgli. 2 Talche al- 
cuni di allegro umore, come vanaglorioso, e prendcndo per vero 
quel ch'era scherno, non si ritenevano, in vcdcrlo, d'csclamare: 

Viva [viva] 3 il gran Perelli 
che ha confusi i dottorelli. 

Finalmente, vcdendo que' due ministri, che mal potcvano arri- 
vare al lor intento, se in questo affare ci avesse partc il Consiglio, 
procurarono d'cscludcrnclo afTatto; e fccero che Pimperadore lo 
commettcssc alia Conferenza di Stato, la qual dovcssc in tutte le 
maniere finirlo con accordo ed amicabile composizionc. La Confe- 
renza era composta dal principc Eugenio, dal conic di Zinzendorf, 
dal marchese di Riaip e da alcuni pochi Tedeschi, i quali a tutto 
altro pensavano, che invilupparsi in questi intrighi ; e del principe 
Eugenio, occupato ad altri importanti e gravi affari, il minor suo 
pensiero era questo: sicch la faccenda si ridusse a due soli, al 
contc ed al marchese, ch'era quello chc cercavano, per comporla 
secondo la minuta ed i dettami di Roma. 

i . Trasone : il soldato millantatorc della commcdia di Terenzio VEwiuckus. 
2,. I reggenti . . . rispondergli: qui il Giannone e inesatto. I reggenti rin- 
viarono a Roma il Perrelli con un'istruzione, al principio del febbraio del 
1728. In essa si chicdevano modifiche soprattutto nel preambolo ai capitoli 
della bolla, preambolo steso dallo stesso Benedetto XI IL Questa volta toc- 
c6 a Celestino Galiani approntare una nuova bozza, che fu spedita a Vien- 
na il 27 marzo. 3. L'integrazionc e proposta dal Nicolini. 



CAPITOLO SESTO 157 

In questo, essendo io dalla villeggiatura di Pettersdorf ritornato 
in citta, sentendo le tacite mormorazioni e doglianze de' reggenti 
della Giunta, ch'erano stati prima condennati a disputar con Pe- 
relli del tribunal della Monarchia, e poi esclusi dalTaffare, con 
essersi rimesso alia Conferenza, che in sostanza era agli stessi 
Zinzendorf e Rialp: dissi a' provinciali di Sicilia, che pareami che 
si disputava, non men dall'una che dall'altra parte, sopra fonda- 
menti falsi ed erronei ; e che, fin ora, non si era conosciuto dove si 
appoggiasse q ue l tribunale e la sua vera origine, poiche tutti cre- 
devano che avesse per base e sostegno la bolla di papa Urbano II; 1 
ciocch6 dava le armi in mano a* pontefici di poter, con altre loro 
bolle, ruinarlo, moderarlo e disporlo in quella maniera, che essi 
volessero. 2 Ma che la bisogna era tutt'altra, e che, se si fossero 
scoverte le vere origini ed i giusti e legittimi titoli, donde a* re di 
Sicilia derivava quella giurisdizione, ch'essercitavano in quel tri- 
bunale, cessarebbero tutte le contese, se volesse Sua Maesta con 
vigore farli valere: che ben giustamente potrebbe per se farlo, sen- 
za aver bisogno di Roma. 

Questo mio parlare pose in curiosita i reggenti ed altri che mi 
sentivano; e poiche erano uscite molte scritture, che giravano per 
Vienna, per le quali pure, sopra i soliti appoggi, si credea abbattere 
le prescrizioni di Roma, le quali non molto soddisfacevano, per 
impulse d'amici, e sopra tutto del reggente Almarz, fui tanto sti- 
molato e scosso, che finalmente gli promisi di volergli con una 
mia scrittura manifestare; della quale, se bene per le circostanze 
ree che correvano non era da sperarne alcun frutto, nulladimanco, 
essendovi nella Conferenza il principe Eugenio, io Tavrei al mede- 
simo presentata, per fame quell'uso che riputasse migliore, non 
essendovi con altri speranza, che potessero indursi a leggerla; sa- 

i. Urbano II: Ottone di Lagery, cluniacense, fatto pontefice nel 1088, 
riprese il programma teocratico di Gregorio VII, appoggiandosi ai Nor- 
manni. La bolla, con la quale si conferiva in perpetuo la carica di Legato 
ai re di Sicilia, fu emessa nel 1098. 2. ciocche . . . volessero'. il privilegio 
di Urbano II, che accordava ai re normanni la qualifica di Legato per la 
Sicilia, era stato menzionato nella bozza inviata per Papprovazione a Vien- 
na, benche da parte degli scrittori curialisti se ne contestasse I'autenticita. 
Tuttavia, bench6 questa suonasse come una conferma della Monarchia di 
Sicilia da parte romana, il Giannone non 1'accettava ritenendo che i ter- 
mini dovessero essere rovesciati, insistendo (sulla scia di Marc* Antonio 
De Dominis) sulTindipendenza del potere regale. II ricordo di quella bol- 
la, insomma, avrebbe fatto piu risaltare il carattere octroye del tribunale 
siciliano. 



158 VITA DI PIETRO GIANNONE 

pendo che impegnati per Taccordo, si sarebbero turatc le orecchie 
e chiusi gli occhi, per non sentire o vedere ci6 che potessc essergli 
di ostacolo o d'impedimento. 

Composi in men di due mesi la scrittura, in forma di rappre- 
sentazione a Sua Maesta, nella quale trattai De' veri e legitimi iitoli 
delle reali pr eminence che i re di Sicilia esercitano nel tribunale detto 
della Monarchia? dimostrando che non dcrivavano dalla bolla di 
papa Urbano II, ma Tesercitavano iure imperil, come succcssori 
degli imperadori d'Orientc, sotto i quali la Sicilia lungamente era 
dimorata fin che da' Normanni non ne fosscro stati scacciati i 
Greci ; e succeduti essi in luogo degli imperadori di Costantinopoli, 
si mantennero quelle stesse preminenze che quelli aveano intorno 
airestcrior politica ecclesiastica in tutle le chiesc al irono di Costan- 
tinopoli sottopostc, fra le quali cran quelle di Siciiia e di Calabria. 
Che da' due Codici, teodosiano e giustinianco, si dimostravan con 
evidenza i supremi diritti ed altre preminenze, che nella Chiesa 
oricntale vi aveano gli imperadori di Costantinopoli. Maggior- 
mente ci6 dimostravano le Novelle deirimperadorc Giustiniano, e 
molto piu quelle delFimpcradore Lione il Filosofo e, sopra tutto, 
la disposizione del trono costantinopolitano, c delle chiese a quel- 

10 sottoposte, e loro gerarchia, che, per costituzionc dello stesso 
Lionc, che leggiamo presso Leunclavio, 2 fu statuita; nella quale 
delle chiese di Sicilia, in quel tempo tutte sottoposte al mctropo- 
litano di Siracusa, fassi spezial memoria come sottoposte non gia 
al trono romano, ma al costantinopolitano; che nella Chicsa greca 
di Oricnte non poser mai piede ne* Decreto, ne" Decretali, ne" si co- 
nosceva quel nuovo dritto canonico, che invase cd occup6 le 
chiese delTimpcrio di Occidente. Che i Normanni, conti c poi re 
di Sicilia, avrebber potuto, come successor! degli imperadori greci, 
essercitare maggiori preminenze, e quante ne leggiamo nclie No- 

i. Edita dal Picrantoni, col mutato titolo // tribunale della Monarchia di 
Sicilia, Roma 1892. La minuta autografa nelPArchivio di Stato di Torino, 
manoscritti Giannone, mazzo n, ins. 6 (Giannoniana, p. 427) datata Vienna, 

11 12 novembrc 1727 . Ma si veda ancora, nello stcsso fondo, mazzo n, ins, 
14, A, una Memoria intorno agli abusi della potestd ecclesiastica (Giannoniana, 
p. 430), databile dopo il 1727, e che fe in realta un forte attacco alTopcnito 
del Perrelli. 2. Leunclavio : cfr. Fopera dello storico ed orientalista Johann 
Lowenklav (1541 ?-i594), meglio conosciuto con il nome umanistico di 
lohannes Leunclavius, LX librorum (SaatXtxcov, id est, Universi iuris roma- 
ni, auctoritate principum Rom. in graecam linguam traducti ecloga sive $y~ 
nopsis . . . Item Novellarum antehac non publicatarwn liber, Basileae 1575. 



CAPITOLO SESTO 159 

velle di Giustiniano e di Lione; ma si astennero di molte, come 
quelli, che procurarono le chiese di Sicilia restituirle al trono ro- 
mano ; e che, sicome questi principi ritennero la cancellaria greca, 
dettando in questa lingua lor diplomi e bolle, cosi ritennero non 
men la stessa cura delTesterna politia e governo di quelle chiese, 
che il rito greco e tante altre usanze, dignita, nomi e stili della Chie- 
sa greca orientale. 

Si dimostro, che la bolla d'Urbano II della legazione giov6 al 
conte Roggiero di Sicilia, 1 per non fargli perdere queste preminen- 
ze, non gia che gliele desse ; poich, prima di questa bolla Roggiero 
1'essercitava, sicome e manifesto da' diplomi e bolle di questo 
principe, d'erezioni di chiese cattedrali, d'esenzioni ed immunita 
concesse a chiese e monasteri, e di giurisdizione conceduta loro e 
tanti altri atti consimili, essercitati prima d'Urbano, sicom'e mani- 
festo da' diplomi stessi, rapportati dalTUghelli, dal Pirro 2 ed altri 
scrittori siciliani; anzi, conformi a questi furono i diplomi delTal- 
tro Roggiero, duca di Calabria, 3 il quale certamente non ebbe le- 
gazione alcuna da papa Urbano, e pure nelle chiese di Calabria 
essercitava 1'istesse giurisdizioni e preminenze, non con altro titolo, 
se non quello che gli proveniva iure imperii, per esser egli succeduto 
in Calabria in quelle stesse ragioni, che vi essercitavano gl'impe- 
radori d'Oriente. La bolla di Urbano giov6 al conte di Sicilia, per 
non fargliele perdere, sicome furon perdute in Calabria, sul sup- 
posto, ancorch6 falso, che le chiese di Calabria non fosser comprese 
nella bolla d'Urbano, conceduta al solo conte di Sicilia. 

Fu dimostrato, in ultimo luogo, che tutti gli accordi tentati con 
Roma sopra questo tribunale o furon vani, o pregiudiziali alle reali 
preminenze, e che la via piu ruinosa questa fosse; ma che Sua Mae- 
sta potea, da se stessa, senza aver bisogno di Roma, stabilire cio 

i. Ruggiero I (morto nel noi), conte di Sicilia. Dopo la conquista delTi- 
sola, vi ristabili la religione cattolica, ponendo a capo della diocesi vescovi 
da lui nominati. L/osservazione del Giannone e storicamente esatta. 
a. Ferdinando Ughelli (1594-1670), cistercense, con Italia Sacra, Romae 
1644-1662, diede per primo una storia delle diocesi italiane, con notizie 
biografiche di van vescovi, document! inediti e cenni storici delle varie 
chiese. Rocco Pirri (1577-1651), erudito siciliano, storiografo regio (di 
Filippo IV di Spagna dal 1643), autore di Sicilia Sacra, Panormi 1644- 
1647. 3. Non di Calabria, ma di Puglia. Ruggiero (morto nel mi) era 
figlio di Roberto il Guiscardo, e perci6 nipote del conte di Sicilia, dal 
quale ebbe piu volte aiuti militari contro Cosenza e Amalfi, in cambio della 
cessione deLL'intera Calabria. 



l6o VITA DI PIETRO GIANNONE 

che stimera piu opportune per norma e regola di quel tribunale. 
E che, se Roma non vuol attendere n6 alia bolla d'Urbano, n6 a 
prescrizione, ne a tanti secoli, ne' quali furono in pacifico possesso 
i predecessor! re di Spagna e di Sicilia, Sua Macsta volenticn ci 
dia mano; tolga pure ogni bolla e prescrizione, e riduca Ic cose in 
quel pristino stato, nel qual erano le chiese di Sicilia sotto gl'impe- 
radori Giustiniano e Lionc, che furono cattolicissimi e pnssimi, 
ed altri imperadori d'Oriente, de* quali, come re di Sicilia, rappre- 
senta le veci e le prerogative. E si vedra, se in questa maniera ella 
verra a perderci o a guadagnare. 

Questi, in breve, erano gli articoli principali di questa scrittura, 
la quale, copiata ch'ebbi, fecila trascrivere da buona mano, e pri- 
ma che gli altri la vedcssero, la presentai al principe Eugenio, 
dicendogli, che g& che tutti erano in moto per questa contesa 
delta Monarchia di Sicilia, avea voluto anch'io, come Diogcne, 
muovere la mia botte, affinch6 altri travagliando, non fossi io 
solo riputato ozioso ed infingardo, come se niente mi dovessc im- 
portare la conservazione de' supremi diritti ed altc preminenze, 
che Sua Maest tiene in quel regno ; avea per ci6 composta quella 
scrittura, che umilmente gliela presentava; affinch6, sc mai le sue 
gravi occupazioni gli permettessero darci occhio, conoscessc che la 
strada, che in essa veniva additata, era molto breve c corta, per 
uscire da ogni labirinto e da tutti gli intrighi dclla cortc di Roma; 
e che se pure non volcsse tentarsi, almeno si lasciassero le cose ri- 
manere come stavano, e non precipitarc e metter a terra con una 
nuova bolla, che se gli d nome di concordato, quelTantico tribu- 
nale, conservato sempre da' predecessor! re di Spagna con tanta 
gelosia ed accuratczza, come la gioia piu preziosa della lor corona. 

II principe ancorch6 cortesamente si ricevcsse la scrittura, non 
pote" dissimularmi il tedio e la noia che Tera data per qucsto affarc, 
dicendomi che Tavean caricato di tanti volumi di scritture concer- 
nenti al medesimo, che non ci bastarcbbero piu mcsi intcri per 
leggergli; e spezialmente i voti de' reggcnti cosl diffusi, che quello 
solo del reggente Perlongo occupava una mezza resima 1 di carta, 
ed egli non avea tempo per consumarlo in questc cose ; ed avendogli 
io risposto, che non vi era alcuna necessity di travagliarsi con piu 
sottil esame, quando non possa, bastando che in Sicilia si lascias- 

i. resima: risma. 



CAPITOLO SESTO l6l 

sero le cose come si trovavano : replicommi che questa era la diffi- 
colta, che si voleva che in tutte le maniere Paffare amichevolmente 
si terminasse con bolla pontificia, dando a sentire che altrimenti le 
coscienze tenere e delicate de' Sicilian! non si sarebbero quietate; 
e dicendomi ci6 con un soghigno, mi anim6 a replicargli che vera- 
mente era a tutti nota e palese la teneritudine dilicatezza di co- 
scienza di que* insulani; sicche" si dovesse temere, che le sole leggi 
del lor sovrano non bastassero per tenergli in freno ed in quiete. 

Scorto da ci6 i sentimenti del principe, e che di mala voglia ci 
sarebbe entrato, compresi che tutto 1'affare verrebbe finalmente a 
cadere sopra le braccia del conte e del marchese, sicome il successo 
il dimostr6 ; poiche, ad arte non facendosene piu parola, e lasciato 
passar molto tempo, sicche finissero i discorsi della gente, mentre 
tutti erano ad altro intesi, si seppe che le scritture tutte dalla Con- 
ferenza erano passate nelle mani del marchese di Rialp, il quale si 
pose a regolar Taffare, secondo che gli veniva piu in acconcio. 
E se bene la minuta si fosse moderata in alcune parole, 1 nulladi- 
manco se ne sorrogarono altre, che aveano la stessa forza; e secondo 
quella, senza partecipazione alcuna del Consiglio di Spagna, si 
scrisse in Roma, che papa Benedetto stendesse e pubblicasse la 
bolla, sicome fu fatto; ed e quella che, datasi poi alle stampe, ne 
furon da Roma mandati piti essemplari in Vienna ed in Sicilia. 3 

Letta che fu da* ministri del Consiglio di Spagna (ad alcuni de' 
quali avea io, con molta cautela e secretezza, communicata la mia 
scrittura) e da altri uomini probi, dotti e savi, non poterono non 
compiangere il misero stato, nel quale le cose eransi ridutte, ve- 
dendo che sicome in Roma a' tempi di Tarquinio il Superbo, il 
quale tolto il costume, come dice Livio, de omnibus senatum 
consulendi, domesticis consiliis rempublicam administravit: 3 cosl 
in Vienna i regni e Stati d' Italia s'amministravano per privati con- 
sigli di coloro, i quali non aveano altro scuopo, che ingrandire, 

i . la minuta . . . parole : la lettera della Cancelleria imperiale, datata 2 giu- 
gno 1728, con le richieste modifiche, e conservata presso TArchivio del- 
rambasciata austriaca presso la Santa Sede, ed e stata utilizzata nella sua 
celebre Storia dei papi dal Pastor, che la definisce lunghissima (vol. xv, 
cit., p. 520). 2. quella . . . Siciha: il testo della bolla e ristanapato in ap- 
pendice al citato studio di G. CATALANO, pp. 179 sgg., il quale 1'ha tratto 
dal Magnum Bullarium Romanum seu eiusdem continuatio t L/uxemburgi, IV, 
I 73> PP- 370 sgg. Reca la data del 30 agosto 1728. 3. <tde omnibus . . . 
administravit'si: cfr. Livio, I, 49, 7 (di dover consultare il Senato su ogni 
cosa, govern6 lo stato con dei consigli privati ). 



162 VITA DI PIETRO GIANNONE 

con onori e ricchezze le proprie case; ed i ministri spagnoli se 
stessi e quelli della loro nazione. Ed avendo io, doppo aver ben 
considerata la bolla, notato i tanti prcgiudizi e svantaggi che s'eran 
inferiti alle reali preminenze, uno per uno gli distesi in altra breve 
scrittura, la qual letta da* pochi a' quali io Tavea confidata, di- 
mostravano la bolla ruinosa e pregiudizialissima a quel tribunale, 
che potea dirsi nuovo e tutt'altro dell'antico, del quale crasi pro- 
curato di abolirne ogni vestigio. Ma dapoi bisognb di questo affa- 
re non parlarne affatto ; sicche" queste mie scritlure rimasero in un 
profondo silenzio, non arrischiandomi di piu moslrarle ad alcuno; 
poiche" da* fabbri, nclla fucina de' quali erasi fatto queslo lavoro, 
era riputato delitto il parlarne con biasimo: anzi si voleva che 
tutti 1'applaudissero, e si stimasse la costituzione , ch'essi chia- 
mavano aconcordia)), 1 vantaggiosa per Cesare, il quale avea otte- 
nuto ci6 che Filippo II, re di Spagna, non pot6 mai conseguirc. 
Ed i cortiggiani di Roma, con sottil artificio, perch6 la lusinga 
acquistasse maggior forza, se ne mostravano mal soddisfatti, c ad 
arte facevan correr voce, che la bolla fosse di gran pregiudizio 
alia Santa Sede, e che i ministri deH'imperadore avean avuta la 
sorte di trattare con un buono e semplice pontefice, il qual volen- 
tieri si facea tirar per naso dal cardinal Coscia e dagli altri Bcneven- 
tani, suoi favoriti; ma che da altri pontefici non Tavrcbbcro ccrta- 
mente ottenuta. 

Queste voci giovarono grandemcnte al Perelli ed agli altri, do* 
quali il cardinal Sinfucgo erasi servito come ministri, per conccr- 
tarla in Roma, da* quali venivano ingranditc c sparse; sicche" nc 
ottennero ampi premi non mcno dalla corte di Vienna, che da 
quella di Roma, come assuefatti a mangiar a due ganasse, ed ingran- 
dire con ci6 la loro condizione e quella delle loro famiglic, All'in- 
contro que* che, investigando la verita ncllc cose cercavano di 
manifestarla e di scoprire gFinganni e le frodi, che sotto mcntite 
apparenze si nascondevano, erano mal visti c mal graditi e tenuti 
lontani da ogn'impiego, perch6 non frapponessero ostacolo ed im- 
pedimento a* loro propri vantaggi cd alia smisurata ambizionc, 
che nudrivano ne' loro petti. 



bolla fc infatti comunemente chiamata Concordia bencdcttina . 



CAPITOLO SETTIMO 

Anni 1728, I72g e 1730. In Vienna. 



Con questi strani success! 1 eravamo entrati gia nelFanno 1728, 
ed avanzati molto nel decorso del medesimo; nel quale, a' principi 
di maggio, io con le mie ospiti era passato ad un piu comodo 
quartiere, 2 presso alia casa professa de' Gesuiti, nella strada che 
chiamano il piccolo Parigi. Assestati i mobili e postolo in ordine, 
si pass6 verso la fine del medesimo a Pettersdorf nella solita vil- 
leggiatura; ed in quest'anno il nuovo presidente, conte di Monte- 
santo, 3 ottenne dairimperadore, che sicome gli altri Consigli lo 
seguivano, passando a Laxemburg alia caccia d'aironi, cosi potesse 
far anche il Consiglio di Spagna, che non era a quelli inferiore; 
onde furon con nuovo peso gravati i villaggi d'intorno di sommi- 
nistrare i quartieri a ciascuno de' consiglieri, reggenti, secretari ed 
ufBciali della secreteria spagnola; ed in Medeling 4 fu assignato al 
presidente un capace quartiere, dove oltre le stanze per la sua abi- 
tazione, potesse ivi tenersi Consiglio; e poich6 Medeling non era 
sufficiente a dar quartiere a tanti, bisogno che gli altri reggenti e 
secretari ed ufficiali fosser ripartiti ne' vicini villaggi, per trovarsi 
la mattina a Medeling a tener Consiglio. 

II presidente defonto 5 non avea a cio pensato, poiche tenendo egli 
un giardino e casa nel borgo di Josephstat, 6 dove solea passare ad 
abitare, partito Timperadore per Laxemburg, e dimorarci fino ad 
ottobre, non fece partir mai il Consiglio dalla citta; ma il conte di 
Montesanto, che non avea quest'aggio, voile procurarsi per questa 
via anch'esso la sua villeggiatura. Ad alcuni reggenti in questo 
primo anno dispiacque la novita per grincommodi che s'immagi- 
navano dover soffrire, ma dapoi ben si ci accomodarono, e conob- 
bero quanto Tabitare in tal tempo a que' villaggi conferisse alia 
lor salute. II presidente Montesanto, ne' seguenti anni, pens6 
a stabilirsi un piu comodo albergo, per un'occasione che sa- 
remo a rapportare. II marchese Stella, nipote ed erede del 

i. successi: accadimenti. 2. guartiere: appartamento. 3. conte di Monte- 
santo: cfr. la nota 2 a p. 119. 4. Medeling: Modling, 5. II presidente de- 
fonto : cioe Tarcivescovo di Valenza Antonio Folch de Cardona (per cui cfr. 
la nota i a p. 88). 6. Josephstat: losephstadt e uno dei quartieri del 
centro di Vienna. 



164 VITA DI PIETRO GIANNONE 

conte Stella 1 cotanto favorite dalPimperadore, al quale 2 avea do- 
nato un palazzo in Medeling, che poi ridusse in magnifica forma, 
possedeva questo edificio, e doppo la morte del zio riuscendogli 
inutile, pens6 di venderlo, e profitt6 molto del desiderio che mo- 
strava il conte di Montcsanto di comprarlo per suo uso e del Con- 
siglio, poiche non trovando prima chi volesse comprarlo, ed a 
prezzo si caro quanto egli ne prctendeva: col prcsidente, che non 
dovea sborsar suo dcnaro, trov6 facilita di pagarglielo quanto volea, 
che fu la somma di ottomila fiorini. La difficolta era di trovar il 
denaro, ed a ci6 fu dato presto rimcdio, poiche, contrastando in- 
vano la Casa deirAnmmziata 3 di Napoli di poter ottencr Passcnso 
regio ad un contratto stipulate con i suot crcditori, per tante diffi- 
colta ed ostacoli fattigli dal Consiglio: questo bisogno di denaro 
glielo facilit6 subbito. Furon presto risolute le difficolta ed ogni 
dubbio: fu dato Fassenso, c fattasi tassa di quanto importasse la 
somma dc* diritti di spedizionc e suggello, che si fece asccndere a 
piu di quel che importava il prezzo del palazzo di Medeling, fu- 
rono sborsati i fiorini ottomila e pagati al marchese Stella, il quale 
ne dicdc il possesso al presidente, in nomc del Consiglio che lo 
compr6, e da indi in poi, quivi ebbe ferma abitazione, dove ogni 
anno si portava il presidente con tutta la sua famiglia, per dimo- 
rarci non solo il tempo che Timperadore si tratteneva a Laxem- 
burg, ma 1'intiera estate, avendola fornita di propri mobili, rima- 
nendo due sole stanzc per uso del Consiglio. 

Questa traslazione mi riuscl molto commoda, e rose la mia vil- 
leggiatura di Pettersdorf piu cara e gradita, non solo per la faci- 
lit& che avea di trattar co* reggenti di qualche affare, avendogli 
vicini, ma anche per la conversazione che godeva del reggentc 
Almarz e degli altri amici, che venivano spcsso da Vienna a visi- 
tarlo, o per loro negozi; e tanto piu, che il quartiere assignato al 
reggente Almarz era nel villaggio di Prun, 4 prossimo a Pettersdorf; 



i. Rocco Stella (1661-1720), conte di Santa Crocc, era figlio di un medico 
di Modugno. Lascid il regno di Napoli nel 1684 arruolandosi ncgli cserciti 
imperial! e con una brillantissima camera giunse al grado di maggiore nel 
reggimento del Montecuccoli nel 1701, Fu quindi consigliere di guerra 
neila giunta del Consiglio d* Italia e aiutante dcll'arciduca Carlo, che scgui 
poi a Vienna. Qui mantcnne la sua carica di reggcntc per gli affari militari 
del regno di Napoli nel Consiglio di Spagna, assieme a Girolamo Capece, 
marchese di Rofrano. 2. al quale: soggetto e Yimperadore. 3. la Casa del" 
" ^""""wnta: osoizio e luogo pio per i fanciulli esposti. 4. Prun: Brunn. 



CAPITOLO SETTIMO 165 

sicch6 io, la mattina o la sera, facendo i miei soliti essercizi, avea 
per termine di riposarmi la di lui casa, e sovente era invitato a ri- 
manere ivi a pranzar seco con altri amici; sicche" in que* due mesi 
godeva non pur Pamenita della campagna, ma la conversazione 
non meno de' Tedeschi, che de' nostri Italiani e sopra tutto di 
avere alcune ore del giorno, spezialmente della mattina, solitarie e 
quiete, da impiegare a' miei non isforzati, ma volontari e non men 
seri che ameni studi. 

In questi tempi, divolgandosi sempre piu la mia Istoria civile per 
tutte le province della Germania, cominciai ad acquistar la cono- 
scenza di molti letterati tedeschi, westfali, sassoni, svevi e di altre 
citta libere imperiali, i quali ebbero la cortesia non solo scrivermi 
gentilissime lettere latine, ricercandomi di qualche notizia istorica 
delle cose d' Italia e spezialmente delP ultimo concilio romano, che 
tenne papa Benedetto XIII, e per quali cagioni non fosse stato 
ricevuto nel regno di Napoli; ma anche, dando alle stampe qualche 
loro opera, di allegar la mia e far di me onorata memoria. 1 Conob- 
bi, per loro cortesissime lettere che mi scrissero, i due Menckeni, 2 
padre e figlio, al quale mandai piu riposte notizie intorno alia 
vita d'Angelo Poliziano, ch'era tutto inteso di dar alia luce. 3 Per 

i. spezialmente . . . memoria: il PANZINI, p. 71, spiega questo passo scri- 
vendo che il signer Giovanni Erardo Kappio da Lipsia, amico del signer 
Ottone Menchemo, . . . avendo impreso intorno alTanno 1729 a scrivere 
la storia dell'ultimo Concilio di Laterano, tenuto nel 1726 . . . ed insieme 
con essa un'ampia descrizione dello stato presente d* Italia ... si rivolse 
al Giannone, siccome a colui il cui particolare conoscimento in cosi 
fatte materie era in Lipsia, pito. che in altro luogo della Germania, ben 
conto ed apprezzato . L'opera, alia quale si fa qui nferimento, e la Historia 
Concilii Lateranensis a Benedicto XIII P. M. 1725 Romae celebrati, ab 
Anonymo hetrusce conscripta, ex ms. primum edita, latine conversa, foliolu, 
in congregationibus praesynodalibus distributis, adaucta notisque subinde illu- 
strata. Praemissa est Caroli VI, Rom. imp. Animadversio in losepkum 
Sanfelicium, iesuitam, eiusque Considerationes morales et theologicas contra 
Petri Giannoniy viri clarissimi, Historiam Civilem regni Neapolitan! evul- 
gatas, tanquam novissimum iuris imperatorii circa sacra exercitium, ex actis 
publicis t fata memorabilia laudatae histonae exhibentibus, hisque ex ms. incer- 
tis t luculenter descripta. . ., Lipsiae 1731. Cfr. la lettera al fratello del 25 feb- 
braio 1730 in cui dice di aver ricevuto il frontespizio delTopera (Giannoma- 
na, n. 344). 2. i due Menckem: Johann Burckard (1674-1732) e Friedrich 
Otto Mencke (1708-1754), ambedue storici ed eruditi, professori nel- 
1'universita lipsiense, oltre che alle loro opere, dovettero la loro fama alia 
pubblicazione degli Acta Eruditorum Lipsiensium , uno dei piti famo- 
si periodici della repubblica letteraria settecentesca. 3. notizie . . . luce: 
cr. F. O. MENCKE, Historia vitae et in literas meritorum Angeli Politiani, 
ortu Ambrogini . . ., Lipsiae 1736. Nell'Archivio di Stato di Torino, maz- 



l66 VITA DI PIETRO GIANNONE 

la via stessa, ebbi conoscenza del famoso antiquario Sigismondo 
Liebe, 1 e d'altri uomini dotti, i quali si eran resi celcbri per le loro 
opere date alle stampe. Ebbi infine il piaccre, che non vi era viag- 
gente 2 tedesco, flamingo o d'altra nazione, che passando per Vienna 
non avesse la curiositi di venire a visitarmi. Ma tutta qucsta stima, 
che per me aveano i forastieri, non mi valse nicnte presso gli Spa- 
gnoli ed i nostri nazionali. 

Intanto sempre piu andando io perdendo la speranza d'esscre 
impiegato in Vienna in qualche carica (poiche gli Spagnoli prevc- 
nivano in occuparle tutte, ed i mali uffici che contro di me si 
facevano dalla cortc di Roma, servivano per pretesto d'escluder- 
mene), mi risolsi a volgere altrove gli uffici e la mediazione de' 
miei amici e protettori, perch6 almanco potessi tornare in Napoli 
con posto conveniente alia mia graduazionc 3 d'avvocato, ed otte- 
nerlo in que' medesimi tribunali, o di consiglier di Santa Chiara 
o di presidentc della Camera, 4 ne' quali avca csercitata Tavvoca- 
zione. Piu volte pregatone il marchesc di Rialp mostrava non 
averci difficolta, tanto maggiormente che 1'cra da me suggcrito 
che, rimandandomenc in Napoli con carica, Sua Maest rispar- 
miava ogni anno que' mille fiorini che mi cran sommini strati per 
mio sostentamento, de* quali poteva valersenc ad altri usi, gratifi- 
cando altri suoi benemeriti. Ma poichd la provista di tali carichc 
dipendeva dalle nomine de* soggctti, che i vicer6 di Napoli man- 
dano alia Corte in occasione di vacanze, il marchese mi disse che 
bisognava che il vicere*, fra gli altri anche me nominasse, affinche" 
se gli dasse Tapertura di propormi a Sua Maesd e facilitar la 
provista. 

Pareva che a questi princlpi secondasse la sortc; poich6 essendosi 
Fimperadore risoluto di rimovere dal governo di Napoli il cardi- 
nal Althan, e mandargli per succcssore il conte d'Harrach, col 
quale e co* di lui dignissimi figliuoli io avea contratta qualche 

zo I, ins. 9, sono raccolti appunti del Giannone sul Polisiano, assieme ad 
una minuta di lettera indirizzata a Friedrich Otto in data 28 luglio 1728, 
NeU'epistolario della Biblioteca Nazionale di Roma, a scguito dolla lettera 
del Giannone al fratello da Vienna del 7 agosto 1728 (Giannoniana, n. 263) 
e copiata una memoria sulla vita del Poliziano, stesa dall'abate Giovan 
Loren20 Acampora, che fu dal Giannone rimessa al Mcncke il 28 scttcm- 
bre di quello stesso anno (cfr. la lettera a Carlo di quel giorno, Giemnonia- 
na, n. 269). i. Christian Siegmund Liebe (1687-1736), erudito e anti- 
quario tedesco. 2. viaggente: viaggiatore. 3. graduations; rango, condi- 
5-ione. 4. Camera: della Sommaria, ossia real patrimonio. 



CAPITOLO SETTIMO 167 

servitu, pensai che, trovandosi THarrach in Napoli avrei potuto 
dal medesimo ottenere, che nelPoccasioni di nomine non si dimen- 
ticasse della mia persona. Differl egli molto la sua partenza, sicch6 
diede aggio al marchese d'Almenara, 1 che da SiciKa erasi portato 
in Napoli, doppo esserne partito il cardinale, di proseguire il go- 
verno interino per piu di sei mesi; onde in questo tempo che 
THarrach si trattenne a Vienna procurai che in mia raccomanda- 
zione gli parlasse il principe Eugenio, sicome fece con molta ef- 
ficacia; ed io non mancai prima di partire di raccomandarmici, 
con presentargli un essemplare della mia opera, pregandolo di 
rivoltar qualche foglio del quarto tomo, dove avrebbe trovati de- 
scritti tutti i governi de s predecessori vicere di Napoli, da' quali 
forse avrebbe potuto ricavarne qualche profitto, con imitare i 
buoni e saggi, e schifare i cattivi e perniciosi. Me ne rese molte 
grazie, e con somma cortesia si esibi di volermi nelle occasioni favo- 
rire; ed il principe, pochi giorni prima della sua partenza, gli man- 
d6 il suo secretario a ricordarglielo, e di mettermi in nota fra gli 
altri suoi raccommandati. Parti finalmente THarrach da Vienna nel 
mese di novembre di quest'anno 1728; e giunto a Napoli, comin- 
ci6 il suo governo con fama d'un ministro savio, incorrotto e 
niente contemplative per la corte di Roma, ancorche tenesse un 
figliuolo stradato 2 per la Chiesa, che poi abbiam veduto auditor 
di Rota e, se morte non Tavesse sottratto, si sarebbe veduto anche 
cardinale. 



il 

[1729] 

Nel cader di quest' anno e cominciar del nuovo 1729, ebbi noti- 
zia che finalmente, doppo sei anni, da Roma era uscita in due tomi 
in-quarto, la confutazione delTIrforffl civile, composta dal padre 
Sanfelice 3 napolitano, gesuita, il quale, doppo averci travagliato 

i. marchese d'Almenara: cfr. la nota lap. 136. 2. stradato: istradato, av- 
viato alia camera ecclesiastica. Si tratta di Johann Ernst, spentosi nel 1739. 
3. Giuseppe Sanfelice (1665-1737), gesuita, figho illegittimo del cavaliere 
napoletano Alfonso Sanfelice. Si noti che il Giannone era in ottimi rap- 
porti con un consanguineo di Giuseppe, il cavaliere Ferdinando Sanfelice, 
al quale ricorse perch6 convincesse il padre gesuita a desistere dal ruinare 
la mia opera (cfr. la lettera al fratello, del 4 ottobre 1727, Giannoniana, 
n. 219). Ancora il 15 novembre il Giannone sperava che il cavaliere Ferdi- 



l68 VITA DI PIETRO GIANNONE 

per tanto tempo in Napoli, era passato in Roma per darla alle 
stampe. Era prima precorsa voce, che questo gesuita stasse in ci6 
occupato, ma poiche* il soggetto non si reputava idoneo, ne che 
questo peso fosse delle sue spalle, non era da molti creduto; ma 
dapoi si seppe, ch'egli piu volte erasi portato in Roma, e commu- 
nicato co' suoi amici, che bisogna che fosscro della stessa sua fa- 
rina, il suo disegno, ne ricevesse applause e maggiore stimolo, sic- 
che" con piu alacritd. prosegul il lavoro; e tanto maggiormcnte, 
che gli diedero a sentire che il papa ne 1'avrebbe molto grazia; 
ed il cardinale Pico dclla Mirandola 1 era pcrsuaso che potcsse da 
lui uscirne cosa buona, e che discreditare non men quell' Istoria, 
che il suo autore; sicche per Tawenirc non fosse piu letta, n6 
guardata. Credcasi che ne fosse stato anche intcso il cardinal Sin- 
fuego, 2 il quale, per essere gesuita, avea sommo piacere che, non 
fidandosi altri frati e monaci 3 che stavano attorno al papa, final- 
mente uscisse un gesuita, che il valesse e che rovinasse tutta quclla 
macchina. Fu fama che la spesa della stampa Tavessc somministra- 
ta il cardinal Pico, vedendosi che non si guard6 a risparmio ; poi- 
ch6 un'opera, che si avrebbe potuto ristringere con mezzano carat- 
tere 4 in un picciol volume, si voile far comparire in due in-quarto, 
valendosi d'un carattere pontificale 5 e di carta con spazioso c ben 
ampio margine. Uscl sotto il finto nome di Eusebio Filopatro, e se 
ben si fosse impressa in Roma e, come ivi si leggeva, con licenza 
de' superior!)), portava la data di Colonia. 

II gesuita Sanfelice, in forma di piu Ictterc, introduce vari amici 
che si scrivono a vicenda, nelle quali e trattato qucl meschino 
istorico civile con tanta piaccvolezza e mansuetudinc, quanta us6 



nando sarebbe riuscito a convincerlo a non lasciarsi tirare dall'ambizionc 
o da qualche altro fine di risvcgliare questo vcspaio (Giannoniana, n. 225) ; 
ma ogni speranza cadeva nel dicembre : il 27 di qucl mese scrivcva infatti 
al fratello prcgandolo di ringraziare il cavalierc per quanto aveva fatto in 
suo favore, aggiungendo: intorno a questo affare mi regolero sccondo i 
nscontri che si avranno da Roma (Giannoniana, n. 231). I. Ludovico 
Pico della Mirandola (1669-1743), vescovo in partibus di Costantinopoli dal 
1706, cardinale nel 1712, prefetto dei Palazzi Apostolici, quindi della 
Sacra Congregazione delle indulgenze. 2. il cardinal Sinfuego : err. la no- 
ta 2 a p. 130. 3. non fidandosi . . . monad: sembrerebbe un'allusionc al 
padre Giovanni Antonio Bianchi, il quale attese sino al 1745 per pubbli- 
care la sua opera (cfr. la nota i a p. 127). 4. con mezzano carattere: con 
caratteri tipografici n6 grandi n6 eccessivamente piccoli. 5. carattere pon- 
tificale: carattere di eccezionali dimension!, usato per libri liturgici. 



CAPITOLO SETTIMO 169 

Apollo scorticando Marsia. 1 Non si tiene gran conto dell'Istoria, 
ne molto si bada a rispondervi, ma s'imperversa ed incrudelisce 
contro 1'autore, che si vorrebbe martirizato e morto. Non vi & 
contumelia, opprobrio, scherno o ingiuria quanto gravissima im- 
maginar si possa, che non si fosse adoperata. Lo chiama eretico, 
malvaggio, concubinario, 3 non meno in iure che in facto, villano, 
dottorello, leguleio; e gli ordinari e spessi aggiunti 3 sono d'empio, 
scellerato, capo-demonio, ateo, senza Dio e senza croce; e, nel- 
Tistesso tempo che vuole che nella sua Istoria insegni Tateismo, 
vuol anche che insegni il macomettismo. 4 Lo finge epicureo, 5 che 
neghi la divina prowidenza e supponendolo tale, senza mostrarne 
la cagione, terminate le lettere vicendevolmente scritte da* finti 
amici, ne indirizza egli tre altre nominatamente alTautore delTJsto- 
ria civile, nelle quali con ogni sforzo Tesorta che, lasciata la dot- 
trina d'Epicuro e di Lucrezio, voglia ridursi alia sana credenza; 
ed assumendo le parti di un garrulo e sciapito predicatore, vuol 
che lasci la dottrina seguitata fin ora, e si appigli alia sua dimostra- 
ta in quelle lettere, ed apprenda quelle massime, spezialmente del 
papato e delle particolari divozioni a' santi di piu ordini religiosi, 
ne' quali e' riputa consistere la gerarchia della Chiesa, ch'egli in 
essa cotanto inculca. Procura, in queste tre ultime lettere, mostrarsi 
non men valente filosofo di quello che s'era mostrato nelle pre- 
cedenti, consumato teologo e moralista. Intitola per cio questa 
sua opera: Riflessioni morali e teologiche. 6 

Ma ci6 che reca piu stupore che meraviglia e che neH'istesso 
tempo che fa il correttor di costumi ed il morale, adopra le piu 
maligne calunnie ed imposture, che i piu neri diavoli dell' Inferno 
non mentiron tanto. Mendace da per tutto, stroppiatore de* sensi 
e delle parole deWIstoria civile, mutilandole, viziandole e falsifi- 

i. quanta usd . . . Marsia: nel mito greco il satiro Marsia, in una gara di 
doppio flauto, vinse il dio Apollo e questi, offeso per Toltraggio, lo appese 
ad un albero scorticandolo vivo. 2. concubmario: a sua volta il Gian- 
none ripag6 con la stessa moneta. In una lettera al fratello, del 19 feb- 
braio 1729 (Giannoniana, n. 290), si raccomandava: Vorrei che frattanto 
mi appurasse se veramente fosse bastardo, e se nato d'adulterio, owero di 
donna libera. Ci6 desidero saperlo, se mai potesse servir la notizia : sicco- 
me appunto servi nella replica (cfr. Prqfessione difede, in Opere postume, I, p. 
275)- 3- aggiunti: aggettivi. 4. il macomettismo: la religione di Maometto 
(Macometto). 5. epicureo: le tre ultime Lettere delle Riflessioni del San- 
felice esaminano appunto repicureismo giannoniano. 6. Riflessioni morali 
e teologiche sopra l y Istoria civile del regno diNapoli. Esposte alpubbtico inpiii 
lettere familiari di due amici daEusebio Filopatro, Colonia (ma Roma) 1728. 



170 VITA DI PIETRO GIANNONE 

candole; e 1'impudenza e sfacciataggine e tanta, che non si ritiene 
di allegar le pagine, ancorch6 fosse certo che i lettori riscontrandole, 
facilmente si accorgerebbero della falsita ed impostura. E per darne 
di cio 1'ultime pruove, nel fine del secondo volume vi attacca un 
Indice, 1 nel quale divide in piu classi le proposizioni, che e 1 dice 
aver notate ne j libri dell'Istoria civile, che sotto varie rubriche le 
qualifica di suo capriccio ora per eretiche, per empie, schismatiche 
e scandalose, ora per ingiuriose, temerarie, false, erronee, etc. E 
questo Indice, ancorch6 dovesse andar sempre attaccato all'opera, 
nulladimanco egli lo divise e mandava attorno senza Topera, af- 
finch6 chi lo leggeva almanco si mettesse in dubbio, non potendolo 
riscontrar coll'opera, se fosser vere o false le accuse ed imputa- 
zioni che ivi si notavano. 

Di quest' opera del gesuita Sanfelice ne furon da Roma trasmessi 
in Napoli molti essemplari, i quali si vendevano nella porteria 2 del 
maggior collegio de* Gesuiti, ma poich6 ran erano i compratori, 
si pens6 d'esporgli venali 3 nelle botteghe de* librari, e per darne a 
tutti notizia, ne' pubblici Avvisi che sogliono stamparsi in Napoli 
si additava il libraro, e per maggiormente invogliare la gente si 
espresse ch'era un'opera scritta contro VIstoria civile del Giannoni. 
Gli amici non mancarono di mandarmene in Vienna un essemplare, 
tosto che poterono, e fu molto opportune Favermelo trasmesso, 
non solo per avermi liberate dalla pena che avea in aspettandolo, 
credendo che doppo sei anni di tempo, finalmente dovesse uscir 
fuori cosa da pensarci, non cotanto sciocca, sciapita e satirica; 4 
ma eziandio perch6 da Roma in Vienna non si mandava Topera, 
ma pieghi, ne' quali erano acchiusi i soli fogli delP JWzce, i quali, 
capitati in mano d'alcuni Gesuiti napolitani e siciliani, ch' erano in 
Vienna, questi (poiche i Tedeschi non se n'impacciavano) Pan- 
davan mostrando a' nostri Italiani, e sotto mentito zelo farisaico, 
quasi compassionando il mio stato infelice, nel quale era caduto 

i. Indice delle proposizioni eke nella Storia civile piu spiccano meritevoli di 
censura e che si ribbattono a sua luogo. Quest'indice presenta una numora- 
zione indipendente dai volumi delle Riflessioni, appunto perch^ destinato 
- come lo stesso Giannone dir^ qui sotto - a circolare indipendentemente 
dair opera. 2. porteria: portineria. 3. venali: in vendita, Esemplari del 
libro furono venduti nella bottega del libraio Francesco Forastieri (cfr. 
Memoria per S. A. S. Eugenio di Savoia, in Giannoniana, p. 435). Copie 
dell'opera vennero in seguito sequestrate nelle botteghe dei librai napo- 
letani Luca Valerio e Nicola Monaco: cfr. H. BENEDIKT, Das Kttoigreich 
Neapel, cit., p. 380. 4. satirica: degna di satira. 



CAPITOLO SETTIMO IJl 

essendomisi scoverti tanti errori ed eresie, mostravano desiderate 
che io mi emendassi, e tornassi dalla smarrita alia dritta strada 
che conduce alia salute. Ma dalP opera istessa, che solo io avea, e 
che a questo fine offeriva a tutti per leggerla, facilmente si scovri- 
rono le calunnie ed imposture: poiche le pagine ch'eran citate 
n&\Y2ndice non pruovavano niente di quanto si asseriva, ma si ri- 
ducevano in ciarle, prediche ed esclamazioni vane. Fu eziandio da 
tutti osservato, che quelP opera non era che una rabbiosissima sa- 
tira, colma di sfacciate contumelie ed impudenti ingiurie, ed oltre 
a ci6 ripiena di massime ingiuriose alia potesta de' principi e pre- 
giudizialissime alia regal giurisdizione, cotanto ingrandendosi la 
papale, che si voleva essere venuta al papa dirittamente ed imme- 
diatamente da Dio, e quella de' principi mediatamente, per mezzo 
del papa, per cui regnavano i re ed i principi della terra ed am- 
ministravan giustizia. 

Riputatasi da tutti P opera non meno sciocca e satirica, che in- 
giuriosa alia potesta de* principi, non mancarono de' zelanti del 
real serviggio e de' buoni costumi di scrivere in Napoli al conte 
di Harrac vicere, ed al suo secretario di Stato e guerra, 1 maravi- 
gliandosi come permettessero di far girare, liberi e franchi per 
Napoli libri di tal fatta, che non erano se non libelli famosi 2 e 
cotanto ingiuriosi a' principi, e come i ministri, di cui era il peso 
d'invigilare a supprimergli, si mostrassero cotanto negligenti e son- 
nacchiosi. II vicer6, awisato da Vienna di ci6 che dovea esserne av- 
vertito in Napoli, e spezialmente dal delegate della real giurisdizio- 
ne, 3 ordin6 che dal secretario di Stato (il quale da* librari n'ebbe 
un essemplare) immantinente si scrivesse un biglietto al delegate 
suddetto, mandandogli il libro, maravigliandosi corne s'era lasciato 
correre e che fin da Vienna dovea egli averne notizia, non essen- 
dovi chi ce la desse in Napoli, imponendogli che 1'esaminasse e 
proponesse nel Consiglio Collaterale, per darvi la dovuta prowi- 
denza. 4 Per maggiormente affrontarlo e scuoterlo dal suo letargo, 

i. secretario . . .guerra: JuanTomas de Peralta, sul quale cfr. H. BENEDIKT, 
Das Konigreich Neapel, cit., pp. 397-9 e 493. 2. libelli famosi: gia secondo 
il diritto romano (e si veda il famosus hbellus in Tacito, Svetonio, ecc.) 
qualsiasi scritto, stampato anonimo o sotto falso nome, con cui si attribui- 
vano a taluno per infamarlo (famosi: infamatori) atti o azioni disonoranti. 
3. dal delegate . . .giurisdizione: Gaetano Argento. 4. ordind . . .prowi- 
denza: cfr. su tutto questo H. BENEDIKT, Das Konigreich Neapel, cit., 
pp. 555 sgg., il quale pubblica le due lettere del vicer6, la prima all' Argen- 
to (del 1 8 marzo) e la seconda al presidente del Consiglio di Spagna (in 



IJZ VITA DI PIETRO GIANNONE 

gli mand6 un nuovo Ufficio, che s'era stampato in Napoli, di 
Gregorio VII, il quale papa Benedetto XIII voleva che fosse 
adorato per santo in tutto Puniverso orbe, nel quale si leggevano 
tre lezioni ingiuriose alia potesta de* re e imperadori, e pregiudi- 
zialissime alia real giurisdizione; e pure, di questi Uffici, che in 
Francia, Germania ed altri regni non erano stati ricevuti, Napoli 
era piena; anzi che per i tribunali si andavano ad alta voce ven- 
dendo, ed il delegate della giurisdizione Argento, che si trovava 
anche presidente del Consiglio di Santa Chiara, come se niente ci6 
Pappartenesse, chiudeva gli occhi e si turava le orecchie. 1 

Ma ci6 che fecemi maggiormente accorto quanto possa ne* petti 
umani la smoderata ambizione, e quanto ampia fosse la rete colla 
quale Roma tutti prende ed involve, fu che il reggente Ventura, 3 

data 5 apnle), nonche il verbale della riunione del Collaterale e il tcsto 
del decreto di proibizione. La risposta delP Argento alia lettera del Harrach 
nella Biblioteca della Societa Napoletana di Storia Patna, Ms. XXVII, A, 
7, ff. 215-8 (con la data del 18 marzo); ma vedi anche prima, altra mi- 
nuta di lettera, ai ff. 213-5. i. Ufficio , . . orecchie: ristampato in Napoli 
dal tipografo Luca Valier nel 1729, P Ufficio fu fatto sequestrare ancora in 
tipografia. Gli atti del processo in data 16 marzo 1729, e le copie seque- 
strate, in Archivio di Stato di Napoli, Delegazione della R. Giurisdizione ', 
Processure, 1730, vol. iv, cc. 495 sgg. SulPatteggiamento dell' Argento cfr. 
1'esame dell'UJficio da lui fatto nella seduta del Collaterale del 23 marzo 
1729, e la discussione sul sequestro nella seduta del 19 lugho 1730, in Ar- 
chivio cit., Notamenti del Collaterale, 1730, rispettivamente voll. 142 e 144. 
2. Francesco Ventura (1680-1759), giudice di Vicaria e auditore gcnerale 
delTesercito nel 1715, consigliere del Sacro Real Consiglio due anni dopo, 
reggente del Collaterale nel 1725, epurato dai ranghi della magistratura nel 
i?34> fu tuttavia fatto presidente del Supremo Tribunale del Commercio 
nel 1739. Nelle note personali segrete dell'mchiesta borbonica del 1734 egli 
viene definite: uomo nuovo disprezzatore della Nobilta e del Popolo, 
stimatore di s6 e promotore di tutti gli adulatori del suo nipotismo, crcduto 
imperiale, e poco affezionato a S. A. Reale; da sacrificarsi al Popolo e alia 
Nobilta per conservarsene Paffetto (Archivio di Stato di Napoli, Segreteria 
di Giustvxia, Biografie di magistratt, c. 100). In altra nota della mcdesima 
inchiesta si legge di lui : Egli & un calabrese dotto, ma presontuoso cd al- 
tiero, e facile a prender impegni sulla insinuazione d'una sua nipotc, 
stato inalzato agli impieghi per li meriti del fu reggente Argento suo zio, 
che fu uno de* piu confidenti ministri dell'Imperadore. Per questa causa 
egli ha delPattaccamento colla Corte di Vienna. 6 poco ben visto dal 
Publico per il suo tratto alto, ed austero, e per la facilita che ha ad impe- 
gnarsi, a segno che essendo venuto ordine da Vienna per la giubilazione 
del Reggente Ulloa il Vice Re non la voile eseguire perche in tal caso csso 
reggente Ventura avrebbe dovuto restare decano del Collaterale, cosa che 
sarebbe stata di dispiacere al Pubblico. Egli era delegato della fu Ser.ma 
Casa di Parma e mostr6 qualche parzialita per la medesima nelle cose 
regolari e correnti e che non potevano essere pregiudiziali agli intcressi 
dell'Imperadore, ma quando si tratt6 in Collaterale Paffare dell'Isola di 



CAPITOLO SETTIMO 173 

nipote del presidente Argento, il quale ed in Napoli e mentr'era a 
Vienna continub meco una grande amicizia, cominciata fin da che 
giovani militammo insieme sotto gli auspici del zio, e che non vi 
era settimana che non mi scrivesse delle cose, anche minute, che 
accadevano in Napoli, dell'opera satirica e contumeliosa del San- 
felice non me ne fece motto alamo; e se non ne fossi stato awisato 
dagli altri amici, 1 ne sarei stato per lungo tempo ignaro; e di van- 
taggio, dovendosene trattare nel Consiglio Collateral, egli con 
vari pretesti cerc6 di non intervenirci, per non essere a parte della 
provvidenza che dovea darsi, 2 la quale ben previde, che dovea 
recare alia corte di Roma gran dispiacere. E ci6 perche avea sti- 
molato il zio di mandare in Roma un suo fratel cugino, del quale 
gia se ne concepivano alte speranze di cariche ed onori, per illu- 
strar la lor casa non meno di toghe, per parte delFimperadore, 
che di dignita ecclesiastiche per via del papa; ne volcano disgustar 
in minima cosa quella Corte, onde speravano grandi emolumenti. 
E lo stesso presidente Argento, o che indotto a mandar questo 
suo nipote, figliuolo di sua sorella, in Roma, sperava d'avanzarlo 
nelle prelature, sicome gia per mezzo del cardinal Coscia era ivi 
mantenuto a spese della Camera appostolica, ed aveane ottenuto 
un canonicato; o pure fossene stata cagione la sua avanzata e 
cagionevole eta, sottoposta ad insulti apoplettici (da 5 quali nuova- 
mente assalito nel seguente anno, ne resto morto) ; o Paver sempre 
a* fianchi il padre Cillis, 3 suo confessore, stipendiato dal cardinal 
Pignatelli arcivescovo, perch lo tenesse addormentato ed ille- 
targhito, avea gia perduto il primier vigore, ed era divenuto 
tutt'altro e molto diverso da' princlpi suoi; ma non potendo questa 
volta sottrarsi dalle premure che Peran date dal vicere d'esaminar 

Ponza, egli non si oppose, ma si uni al sentimento degli altri Reggenti, per 
sostenere la pretesa sovranita del Regno sopra quell'isola (ivi, cc. i i-i i v). 
Per la rottura del rapporti tra il Giannone e lui, si veda la lettera a Carlo 
del 21 maggio 1729 (Giannoniana, n. 303). i. se . . . amid', non e noto 
chi prowedesse ad awisare il Giannone, il quate, in data i gennaio 1729, 
scriveva al fratello pregandolo di far preparare dalTabate Biagio Garofalo 
un sommario delle Riflessioni morah, sommario che gli giunse a meta feb- 
braio, dopo che gia Nicola Capasso aveva proweduto ad inviarne un altro 
a Vienna (cfr. lettere del i gennaio e del 19 febbraio 1729, Giannoniana, 
nn. 283 e 290). Cfr. anche PANZINI, pp. 54-5. 2. dovendosene . . , darsi: 
numerosi furono gli assenti, perch6 il decreto di proibizione reca le sole 
firme di Tommaso Mazzaccara duca di Castel Arignano, del duca di 
Lauria Adriano Cald de Lanzina y Ulloa e di Domenico Castelli (su que- 
st'ultimo vedi la nota i a p. 183). 3. il padre Cillis: cfr. la nota rap. 89. 



174 VITA DI PIETRO GIANNONE 

il libro e proporlo in Collateral, ftnalmente vi si pose, ma di mala 
voglia; e se non fossero stati il consiglier Grimaldi 1 e 1'abate 
Biaggio Garofalo, 2 che gli fecer catalogo 3 di tutte le proposizioni 
ingiuriose alia potesta de' principi, che aveano notate nelPopera del 
Sanfelice, egli non ne avrebbe certamente trovata la via per rico- 
noscerle; e mi scrisse il consiglier Grimaldi, che si mostrava co- 
tanto restio e freddo, che sempre ch'egli li parlava e mostrava 
Timpudenza e le tante sfacciate contumelie e menzogne, delle quali 
era Topera piena, PArgento, come stordito non gli rispondeva, ma 
facevagli un viso, per valermi delle sue parole, d'una vacca che 
piscia. 

Essendosi intanto i libri da altri letti, e sentendoli FArgento 
comunemente qualificare per libelli famosi, sciocchi, irnpudenti ed 
ingiuriosi alia potesta regale, scosso dalle voci di tanti, si pose con 
attenzione e seriamente a leggergli, e trovato esser verissimo quan- 
to la fama predicava, essendosi destinata giornata dal Collaterale 
per doverne far relazione, finalmente la fece esattissima avanti il 
vicer6 ed i reggenti di quel Consiglio, i quali rimasero attoniti e 
sorpresi, in sentire tante contumelie e gravi ingiurie, delle quali 
era caricato non solo Pautore ddristoria civile, ma il Comune di 
Napoli e, sopra tutto, strapazzata la potesta de' principi, e che 
que' libri non erano se non libelli famosi ed una perpetua satira. 
Con voti concordi ed unanimi di tutto il Collaterale, con pubblico 
decreto interposto a' 13 d'aprile 4 di quest'anno 1729, furono di- 
chiarati per libelli famosi ed ingiuriosi a' principi, 5 e severamente 
proibito di leggergli, tenergli, vendergli, o in qualunque modo 
avergli, anche manuscritti, come satirici contro i buoni costumi 
e potesta regia, imponendosi a* trasgressori pena, a* nobili di tre 
anni di relegazione, ed altri tanti a grignobili di galera. 6 Fu pa- 
rimente ordinato, che dovesse di tal proscrizione emanarsi pub- 

i. il consiglier Grimaldi: Costantino. 2. Biagio Garofalo (1677-1762), eru- 
dito e antiquario napoletano, della cerchia giannoniana. Notizie biografi- 
che su di lui si ricavano da un gruppo di sue lettere al Giannone, edite 
in Giannoniana, pp. 520 sgg. 3. gli fecer catalogo : il Garofalo stese delle 
Osseroaziord critiche sopra le Riflessioni morali e teologiche esposte in pik let- 
tere da Eusebio Filopatro, date piti tardi alle stampe dal Panzini, assieme 
alle giannoniane Opere postume, n, pp. 151 sgg. 4. 13 d'aprile: non il 13, 
ma il 4 aprile. 5. furono . . . pnncipi : Dominus Vicerex . . . damnat librum 
. . . tanquam contra bonos mores, laicae potestati iniuriosum, conviciis 
et contumeliis refertum, et satyram perpetuam contra privates et publi- 
cum agentem . . . . 6. di galera: di servizio ai remi delle galee della flotta 
imDeriale. 



CAPITOLO SETTIMO 175 

blico editto e banno, 1 da pubblicarsi nella citta di Napoli ed in 
tutto il Regno, ed alia Gran Corte della Vicaria ed alle regie udienze 
provinciali imposto, che contro i trasgressori procedessero irre- 
missibilmente all'esecuzione delle imposte pene. 

II vicere fu di parere che si dovesse far bruggiar 1' opera per man 
del boia, 2 al cospetto del popolo, ma ne fu dissuaso da* reggenti, 
per non attaccar con Roma, donde era venuta e dov'erasi impressa, 
nuove brighe usando modi si strepitosi. Fu pero conchiuso, che il 
Vicere scrivesse una forte lettera al cardinal Sinfuego, acchiuden- 
dogli il decreto della proscrizione e banno, che facesse sentire 
al padre Sanfelice, che dimorava in Roma, per mezzo del generale 
de' Gesuiti o per altra via, che non ponesse piu piede in Napoli e 
nel Regno ed in tutti i domini deirimperadore, come proscritto; 
sicome dal vicere fu esattamente adempito; ed essendosi in esecu- 
zione del riferito decreto, disteso il banno e quello dato alle pub- 
bliche stampe, 3 fu pubblicato 4 per i luoghi soliti della Citta e 
Regno a suon di tromba; e sparsi gli essemplari stampati da per 
tutto, perche a ciascuno ne pervenisse notizia; sicome furon fatte 
perquisizioni a' librari, se avessero essemplari dell'opera, e quanti 
n'eran trovati o rivelati erano presi e confiscati; e vi furono anche 
de' privati, i quali, per isfuggire i primi rigori delle pene minac- 
ciate, andarono spontaneamente a presentare gli essemplari che 
aveano in mano del secretario del Regno, 5 da cui eran riposti 
nella regia Cancellaria, secondo il prescritto del banno. E poich6 
Popera del Sanfelice erasi stampata in Roma ed introdotta nel 
Regno senza permissione, controvenendosi a piu prammatiche 
che proibiscono introdur nel Regno libri stampati fuori di quello 
senza licenza, fu da ci6 data occasione di promulgar una nuova 
prammatica, per la quale, rinnovandosi I'antiche, si comandava 
rigorosamente 1'osservanza e puntual esecuzione delle medesime. 
Fatto tutto cio il vicere diedene distinta relazione a Cesare 6 ed 

i. banno: idiotismo per a bando . 2,. per man del boia: cfr. quanto e detto 
nel manoscritto conservato presso la Biblioteca della Societa Napoletana 
di Storia Patria, XXVII, A, 7, a cc. 196 sgg., dove e conservata la minuta 
della relazione deH'Argento alia seduta del Collaterale. 3. dato . . . stampe: 
il testo e riportato anche in Opere postume, I, pp. 299-300, e reca la data del 
1 6 aprile. 4. fu pubblicato: fu letto in pubblico dal banditore. 5. secreta- 
rio del Regno: il segretario del Collaterale, in quel tempo, era il marchese 
Niccol6 Fragianni (per cui cfr. la nota i a p. 93), amico del Giannone. 
6. il vicere . . . Cesare: la lettera del Harrach all'imperatore e pubblicata in 
H. BENEDIKT, Das Konigreich Neapel, cit., p. 558. Ma cfr. anche la lettera 



176 VITA DI PIETRO GIANNONE 

alia sua imperial Corte, mandando in Vienna Popera intera del 
Sanfelice, col decreto della proscrizione, il banno e nuova pram- 
matica, colla notizia di quanto erasi in Roma scritto al cardinal 
Sinfuego. La cui savia deliberazione tanto piu era applaudita e 
commendata, quanto piu si leggeva Popera del Sanfelice, riputato 
da tutti meritevole non sol di questo, ma d'altro piu severo ca- 
stigo. 1 

Quest' opera, per essere co tanto sciapita e sciocca, non si sarebbe 
nemmen fiutata, non che letta, ma questi romori mossero la cu- 
riosita ad alcuni di guardarla, e si vide che, fra Paltre sciocche men- 
zogne, Pautore con inudita impudenza avea scritto, che il tribunal 
del Sant'Ufficio 3 non era universalmente aborrito da' Napolitani, 
ma che solamente alcuni pochi libertini Paveano in odio, e che 
Pimperadore per suoi editti non avealo affatto estinto. Cosa non 
men falsa, che pur troppo sensibile a' deputati della Citta, che 
invigilano in quest'affare, i quali tosto che n'ebber notizia, aven- 
do unita la Citta, rappresentata per suoi Eletti in San Lorenzo, 
con pubblica conchiusione 3 stabilirono che si dovesse smentire il 
falso scrittore, e gli Eletti portarsi dal vicer, e dichiarare a Sua 
Eccellenza che Podio e Pabominazione di quel tribunale era di 
tutti, non di alcuni pochi Napolitani; e di rendere al vicer6 molte 

al fratello del 9 apnle 1729 (Giannoniana, n. 297), dove il Giannone riferisce 
della poca soddisfazione espressa dalPimperatore per la Icntezza dei ministri 
napoletani in tutta la faccenda. Cfr. infine la Memoria del Giannone per il 
principe Eugenio, cit., in Giannoniana, pp. 434-6. i. piu si . . . castigoi si 
veda quanto il nunzio Girolamo Grimaldi da Vienna scriveva alia Segreteria 
di Stato, il 6 agosto 1729 (Archivio Segreto Vaticano, Nunziatura di Germa- 
nia, vol. 285, cc. 461 v): il testo e pubblicato in L. MARINX, // Mezsogiorno 
d y Italia difronte a Vienna e a Roma (1707-3:734), in Annuario delPIstitu- 
to storico italiano per 1'etk moderna e contemporanea , v (1953), p. 52. 
2. il tribunal del Sant* Ufficio : il tribunale inquisitoriale spagnolo, che si 
sarebbe voluto imporre anche al viceregno napoletano. Contro la sua costi- 
tuzione Napoli si nbelld nel 1547 e di nuovo nel 1564. Nel 1661, infine, 
si giunse alia istituzione, contro la stessa autorit vicerealc, di una Depu- 
tazione del Sant'Ufficio, cioe di una commissione permanente di vigilanza 
contro il pericolo dello stabilimento del tribunale inquisitoriale in Napoh. 
II Giannone, nella sua Istoria civile, tomo iv, lib. xxxii, cap. v, pp. 72 sgg., 
ha dedicato numerose pagine a questa lunga storia di difesa della propria 
liberta da parte della citta di Napoli, con accent! fortemente illuministici, 
ed e naturale che il Sanfelice polemizzasse con lui. Per un quadro comple- 
to della lotta contro Pestensione del Sant'UfBzio a Napoh si veda L. AMA- 
BILE, // Santo Officio della Inquisissione in Napoli. Narrazione con molti 
documenti inediti t Cittk di Castello 1892. 3. con pubblica conchiusione: il 
testo di essa in Opere postume, I, p. 300. 



CAPITOLO SETTIMO 177 

grazie della proscrizione (Tun si pernicioso libro, la quale era 
stata ben propria e dovuta, e che ridondava in gran beneficio del 
pubblico. E destinarono il principe di Valle Piccolomini 1 per ora- 
tore, il quale, accompagnato dagli Eletti in pubblica forma, si por- 
to dal vicere e furon da lui, con molta eloquenza, passati gli uffici 
di rendimento di grazie per la proscrizione, e data testimonianza 
delFuniversal orrore che i Napolitani tengono, tramandatogli co- 
me per eredita da' suoi maggiori, del tribunal del Sant'Ufrjcio. 
II vicer cortesemente 1'accolse, Iod6 il zelo che aveano non meno 
della reale potesta che del pubblico bene, e si offeri di mantenere 
e di essergli sempre a cuore i privilegi e prerogative, che la Maesta 
delFimperadore avea, con tanta giustizia e clemenza, concedute 
alia Citta e fedelissimo suo Regno. 

Tutti questi prosperi successi e perche 1'opera del gesuita nol 
meritava, mi disobbligarono d'apparecchiarmi ad una risposta; e 
cosi dagli amici n'era consigliato, non solo perche bastantemente si 
era risposto colla proscrizione, che la dichiarava libello famoso, 
ma perche non vi era niente di solido, riducendosi tutta a vane 
ciarle, a calunnie manifeste, a contumelie e falsificazione di passi 
e di parole, che fino i ciechi 1'avrebbero scoperte; e tanto maggior- 
mente, ch'era da tutti biasimata e derisa; anzi da Roma si scrivea 
che i cardinal! stessi, i prelati e tutti gli uomini savi e dotti di 
quella citta la riputavano sciocca e sciapita, e n'erano fortemente 
sdegnati, come da Roma, doppo sei anni fosse uscita una si ridicola 
risposta, quasi che non vi fosser altri che avrebber potuto farla 
piu degnamente, e d'essersi eletto uno scimunito e prodigioso 
ignorante. Ed il marchese Almenara, che all'arrivo del conte di 
Harrac in Napoli, tornando a Vienna, si ferm6 per qualche set- 
timana in Roma, mi disse che parlando con alcuni cardinali e 
prelati, mostravano esserne mal contenti, dolendosi di coloro i 
quali stando attorno al papa qualificavano per idonei e sufficient! 
tali soggetti, nelle mani de* quali sarebbe piu propria la zappa che 
la penna. 

Per queste potenti cagioni io non pensava di risponderci affatto; 2 



1. Un membro della famiglia Piccolomini d'Aragona, principi di Valle. 

2. Per . . . affatto: il 19 marzo il Giannone scriveva al fratello assicuran- 
dolo di non aver intenzione di rispondere al Sanfelice (Giannoniana, n.* 
294); il 7 maggio si rivolgeva ancora al fratello (Giannoniana, n. 301) 
perche questi pregasse Nicola Capasso di stendere una notizia in latino, 



178 VITA DI PIETRO GIANNONE 

fui sl bene dal marchese di Rialp, dolendomi che Roma vuol che 
altri si tacciano, e nel tempo stesso permette che eschino dal Va- 
ticano non libri, ma libelli famosi, per i quali sia strapazzata la 
fama, Ponore e la stima degli uomini probi ed onesti, e da ci6 co- 
noscesse quanto poco gli cale che, con tutto che io fossi nell' im- 
perial Corte, ed accolto da Sua Maesta con tanta clemenza, e go- 
dessi delTalta sua protezione, di non riputarla niente, e strapazzar- 
mi colle piii atroci e gravi contumelie che si potessero scagliare a' 
piu vili e sozzi uomini della terra. II marchese, che per qucste cose, 
che e' riputava da poco e da non farsene conto, non voleva guastar 
i suoi fatti colla corte di Roma, 1 mi rispose con un soghigno, 
dicendomi che non dovessi turbarmene, ma prenderle a riso e 
burlarmene; tanto maggiormente, che dal vicer6 erasene preso 
condegno 3 castigo. Li replicai che cosi avrei fatto, e tanto piu che 
i libri del Sanfelice erano cosi sciocchi, che non m'obbligavano a 
veruna risposta. 

Ma mentre erasi in questo, ecco che da Roma furon mandati piu 
pieghi in Vienna, drizzati al Nunzio ed altre persone pubbliche, 
ne' quali erano inchiusi piu essemplari d'una nuova scrittura fatta 
dal Sanfelice e stampata in Roma, 3 nella quale, con inudita im- 
pudenza e protervia, non solo si replicavano le stesse ingiurie e 
satire, ma si attaccava il decreto regio e si malmenavano i reggenti 
del Consiglio Collaterale di Napoli, con modi si aspri e contume- 
liosi, che non si ritenne Pimpudente di chiamargli calunniatori, 
sciocchi ed ignoranti ; e non ostante che la di lui opera fosse stata 
da tutti derisa e riputata falsa, satirica e calunniosa, egli con tutto 
ci6, fermo e costante ne' suoi deliri, imperversava contro tutti e 
minacciava altre lettere, nelle quali avrebbe fatto conoscere quanto 
egli avea nelle precedenti risparmiata la potesta de' principi ; c che 
quel regio decreto e banno avea recato piu nocumento ed infamia 
a coloro che Pavean proferito, che a lui, non avendogli tocco un 
sol pelo, e che se ne burlava e facevane poco conto, poich'egli non 

destinata agli Acta Eniditorum Lipsiensium . Ma sino a quel momento il 
Giannone non conosceva direttamente Pattacco del Sanfelice, pcrch6 solo 
nella lettera al fratello del 14 maggio egli dira di aver ricevuto il libro e di 
aver cominciato a leggerlo (Giannoniana, n. 302) : una lettura che lo convin- 
cera, invece, della necessita di rispondere. i. II marchese . . . Roma: cfr. 
infra, p. 196. 2. condegno: adeguato, proportionate (latinismo). 3. una 
nuova . . . Roma: sono quattro fogli a stampa, col titolo: Difesa del libro delle 
Rifiessioni sopra VIstoria di P. G. dalle censure fattegli contro in Napoli. 



CAPITOLO SETTIMO I?9 

si sgomitava 1 delFautorita, quando fosse destituita dalla ragione. 

Letta quest* altra sfacciata scrittura, della quale il Nunzio stesso 
non pote non stomacarsene: allora si penso di dovergli daddovero 
levare la mattia dal capo, dubbitandosi che sicome avea fatto 
con quel Consiglio, non facesse qualche altra scappata contro gli 
Eletti della citta, i quali pure con pubblica conchiusione 1'aveano 
smentito, e fatte render grazie in nome del pubblico al vicere, 
della proscrizione. Sicche essendo io passato nel mese di maggio 
di quesfistesso anno 1729 alia solita mia villeggiatura di Pettersdorf, 
pensai in quella solitudine, lontano da* romori della citta, di sten- 
dere una scrittura e vedere di levargli la pazzia di testa, e cosi di 
quietarlo; n trovai altra maniera di poterlo curare d'un male si 
grave e pertinace, se non fingendo d'essere stato gia convinto dalle 
sue prediche, e spezialmente da quelle tre ultime sue lettere filo- 
sofiche, che m'avea indrizzate, e che io vinto da' suoi forti ed effi- 
caci argomenti mi era convertito ed avea abbracciata quella cre- 
denza, ch'e' inculcava nelle sue Rifiessioni morali e teologiche. 

Dalle medesime cavai le massime che teneva intorno la monar- 
chia papale ed assoluto imperio, che vuole che abbia non meno 
sopra Io spirituale che il temporale de' principi, e quella credenza, 
divozione e concetto, che vuol che ciascuno debba avere delle par- 
ticolari divozioni degli ordini religiosi, confermate da tanti mira- 
coli chV rapporta. E sicome in Francia non erano mancati nobili 
ed ingegnosi spiriti, dalle opere del gesuita Pallavicino, poi cardi- 
nale, e spezialmente dall'lrforza del concilio di Trento cavarne un 
Nuovo evangelio, compilato dalle di lui novelle massime sparse ne' 
suoi libri, le quali unite insieme e ridotte in un picciol volume, 
che fu stampato a Parigi,* si promulgb nel mondo questa nuova 
dottrina: cosi procurai far io dall' opera del Sanfelice cavarne una 

i . sgomitava : sgomentava. 2. volume . . . Parigi : cf r. J. LE Nora, Les nouvelles 
hameres politicoes pour le gouvernement de I'Sglise, ou Vfivangile nouveau du 
cardinal Palavicin, reveUpar lui dans son Histoire du Concile de Trente, Paris 
1676. In questa indicazione di modelli per la Professione difede bisognera 
includere anche quanto riferisce, a sua volta, il PANZINI, p. 58, e che cioe 
il Giannone prese 1'idea e qualcheduna delle cose che in essa si leggono, da 
un libro franzese impresso in Parigi . . . e dalla Confessione cattolica di Mr. 
de Sancy, libro pieno di satira e di maldicenza pubblicato in Francia a' 
tempi di Arrigo IV e diretto al Cardinal du Perron vescovo d'Evreux dal 
Sig. d'Aubigne" ugonotto, per porre in beffe quel cardinale ed altri insigni 
personaggi della Comunione Cattolica . II titolo completo di questa se- 
conda fonte giannoniana e: T.-A. D'AxmiGN^, La Confession Catholique du 
Sieur de Sancy, et Declaration des causes tant d'etat, que de Religion, qui Vont 



l8o VITA DI PIETRO GIANNONE 

nuova Professions difede* nella quale, in xn articoli fondamentali 
professava quella credenza, ch'egli ed i scrittori romani della stessa 
farina vogliono che si abbia del papa e suo illimitato potere. Dapoi, 
in altri ix articoli secondari, professava di credere tutti que' stu- 
pendi e portentosi miracoli, che per confermare le particolari di- 
vozioni degli Ordini religiosi si leggevano in tante leggende, e spe- 
zialmente nelle Conformitd frandscane? per ci6 che riguarda il 
cordone di san Francesco, e nelle Cronache di san Antonino, 3 per 
quella de' Domenicani del rosario. 

A questa Professions di fede aggiunsi alquanti Dubbt intorno alia 
morale che vedeva praticata dal Sanfelice nella sua opera, cercan- 
dogli che mi risolvesse, se chi teneva quella credenza ch'e' incul- 
cava, e che io ne' precedent! articoli avea g& professata, era libero 
e franco, senza che se Pimputasse a peccato, di poter malignare il 
suo prossimo presso il principe e suoi supremi ministri, per rui- 
narlo ; se impunemente potea calunniarlo con imposture, falsita ed 
altre indegne ed infami arti ; se era lecito di falsare passi, parole, e 
storcere a maligni sensi il concetto degli scrittori; se contro il suo 
prossimo si potevano scagliare ingiurie gravi ed orrende, e se Pin- 
giurie, passando non pure in iscrirto, ma in istampa, poich6 erano 
praticate da tali credenti ne' loro scritti, dovessero questi o no 
riputarsi libelli famosi; e se una tai credenza gli dava impunita 
di mentire e facolta, essendo ignorantissimi, di parer dotti c di 
rendergli presuntuosi, arroganti e superbi. 

Secondo che a ciascheduno di questi dubbi si appartcneva, in 
phi classi ridussi le tante calunnie, maledicenze, imposture, fal- 
sita, menzogne, cavilli, ingiurie e gravi contumelie, che in tutta 
Topera erano sparse, che dimostrai e posi neirultima evidcnza; e 
sopra tutto in quelle cose che e' pretese corrigermi o di crrore o 

m&u a se remettre augiron de Vgli$e Romaine. Apparve in Recueil de diverges 
pieces servant a I'histoire de Henry III roi de France, Cologne 1 660. i . Pro- 
fessione difede: cfr. qui a pp. 475 sgg. 2. Conformita franciscanei il Gian- 
none si riferisce alia celebre opera agiografica che Bartolomeo di Rinonico 
scrisse tra il 1385 e il 1390: De conformitate vitae Beati Francisci ad vitam 
Domini lesu, e della quale si veda la moderna edizione critica in Analecta 
Franciscana, Ad Claras Aquas (Quaracchi), 1906-1912. Sulle fonti della 
Professions difede cfr. anche la lettera al fratello Carlo, dell'8 ottobre 1729 
(Giannoniana, n. 323). 3. Cronache di san Antonino: Antonino Pierozzi 
(1389-1459), arcivescovo di Firenze, canonizzato da Adriano IV, scrisse di 
ascetica e di teologia, oltre ad un Chronicon y che fu edito per la prima 
volta a Norimberga nel 1484. 



CAPITOLO SETTIMO l8l 

miscredenza, mostrai quanto fosse grande la sua prodigiosa igno- 
ranza, con maniera non acre, ma derisoria, qual si conveniva ad un 
si sciocco e scimunito scrittore. 1 NelTultimo, Tawertiva e pro- 
testava, che io questa mia Professione e questi Dubbi glieli inviava 
manuscritti, perch non si fossero da altri letti, ma unicamente per 
suo uso e perch6 si rallegrasse della mia conversione, merce delle 
sue dotte e vigorose lettere che mi avea scritte in abscondito? 
affinch6 la correzione fosse fraterna e caritatevole fra noi due soli ; 
se bene non sapessi qual fosse stata la cagione che io non potessi 
leggerle se non in stampa, e doppo che si erano gia da per tutto 
pubblicate, in Roma ed altrove. 

Terminata che io ebbi questa scrittura nella solitudine di Pet- 
tersdorf, tomato nel mese di luglio in citta, la mostrai ad alcuni 
amici, a j quali piacque sopra modo, e mi stimolavano a doverla 
dare alle stampe; ma stetti saldo hi non permetterlo; e se bene per 
alcuni amici che Tavean letta fosse arrivata alia notizia dell'impe- 
radore, e molto lodandogliela consigliavano che si fosse impressa, 
io vi ripugnai sempre; e si prese il partito che se ne mandasse solo 
una copia in Roma, e si tenesse modo di farla pervenire nelle 
proprie mani del Sanfelice; sicome si fece, 3 indrizzandola a lui, 
e per sicuro ricapito con sopracarta diretta al rettore de' Gesuiti in 
quel collegio o casa professa, dov'egli dimorava; ed un'altra copia si 
fece pervenire a 7 Gesuiti napolitani e siciliani, ch j erano in Vienna, 
a' quali il padre Sanfelice avea indrizzati i pieghi dell'Indice e 
dell* ultima scrittura fatta contro il decreto regio della proscri- 
zione. 

Se ne mand6 un'altra copia in Napoli a gli amici, e questa sola 
bast6, non stancandosi di leggerla e rileggerla a gli altri, per Pe- 
stremo piacere che ne sentivano, che si diffondesse da per tutta la 
citta, n6 si ristette a questi limiti, che volo in Roma, 4 dove ne furon 
fatte innumerabili copie. Ciocch6 io sentiva con infinito dispiacere, 

i. non acre . . . scrittore: diverse fu il parere degli amici napoletani, una 
volta letto il manoscritto della replica giannoniana, come puo dedursi dalla 
lettera del Giannone dell'8 ottobre, piu sopra ricordata. 2. in abscondito: 
in segreto (latinismo). 3. sicome si fece: cfr. le lettere al fratello del 3 
settembre e del 12 e 19 novembre (Giannoniana^ nn. 318, 328 e 329). 
4. void in Roma: cfr. la lettera al fratello del 24 dicembre (Giannoniana, 
n. 334) dove si dice contento che sia stata inviata a Roma una copia della 
Professione difede e suggerisce che, divulgandosene altre copie in Napoli, 
si dica che esse sono giunte da Roma. Questa lettera, naturalmente, smen- 
tisce quanto Io stesso Giannone afferma qui sotto. 



l82 VITA DI PIETRO GIANNONE 

poiche correndo manuscritta, temeva che non fosse trasformata e 
guasta, e sopra tutto che i miei invidi e malevoli non la difformas- 
sero o macchiassero con qualche bestemmia o eresia, che vi ag- 
giungessero. A questo fine io feci trascrivere un correttissimo es- 
semplare, ed in forma di libro lo presentai al cavalier Garelli, 
bibliotecario di Sua Maesta, affinche lo collocasse nella biblioteca 
cesarea, dove come autografo si potesse ricorrere, nel caso si tro- 
vasse in altre copie trasformato e guasto. Da Napoli erami scritto, 
che alcuni volevano in tutte le maniere stamparla, ma io I'impedii 
sempre, e scrissi ed istantemente pregai a* miei amici, che faces- 
sero ogni sforzo d'impedirlo, sicome fecero; affinch.6 tutti conosces- 
sero che, dal mio canto, erasi adempita la promessa, e che se ben 
Roma avesse quella prerogativa di dar licenza, che in mezzo di 
quella citta si stampassero libelli famosi, Napoli e Vienna non vole- 
vano in ci6 imitarla, ancorche la mia scrittura non fosse che per 
difesa, mostrando le calunnie, le imposture e prodigiosa ignoranza 
dell'awersario. Ma con tutto che si procurasse impedirne la stam- 
pa, non fu possibile impedire il corso delle copie manuscritte; 1 
sicche", divolgatasi da per tutto questa contesa e resa manifesta 
non meno che la scipitezza de' libri del Sanfelice, non tralascia- 
rono i compilatori degli Atti eruditi di Lipsia di rapportarla, 2 si- 
come fecero i Giornali de* letterati d'Ollanda, Francia ed Inghil- 
terra; 3 onde i Gesuiti, vedendo che da tutte le parti correva per 
iscostumato, satirico ed ignorante della loro societa, per rimediare 
nel miglior modo che potessero, da* giornalisti di Tr&voix della lor 
farina, i quali riducono in compendio libri sciapiti dagli altri rifiu- 
tati, fecero riferir 1'opera di Sanfelice, raccorciandola e dandole 
altro aspetto che il naturale e proprio, s'ingegnarono farla apparire 
meno deforme, 4 ma poich6 de j giornali di Tr6voix niuno ticn conto, 

i. -non fu . . . manuscritte: un censimento delle copie esistenti nelle bi- 
blioteche italiane e in Giannoniana, passim. 2. non tralasciarono . . . 
rapportarla: la notizia della polemica, come s'e annotate piu sopra, fu 
stesa in latino da Nicola Capasso dietro richiesta del Giannone e del Ga- 
relli, i quah prowidero a farla pervenire a Johann Burckard Mencke. Non 
fu tuttavia pubblicata cosl come il Capasso 1'aveva stesa, ma vennc rima- 
neggiata a Lipsia, senza darne partecipazione al Giannone (cfr. la sua let- 
tera al fratello del 15 ottobre, Giannoniana, n. 324), il quale se ne giustific6 
coll'amico napoletano (cfr. la lettera del 36 novembre, Giaimoniana, n. 330, 
ma anche la lettera del 7 gennaio 1730, Giannoniana, n. 337). 3. sico- 
me ... Inghilterra: questa affermazione non e stata sin qui da nessuno stu- 
dioso controllata, 4. da 9 giornalisti , . . deforme: nel periodico dei padri 
gesuiti, le M6moires de Tr6voux del 1730 apparvero tre articoli di fila: 



CAPITOLO SETTIMO 183 

e come sciocchi, e perch6 ciascun sa che i compilatori sian gente 
venale e stipendiata da' Gesuiti, si rimasero quelli del Sanfelice in 
quel disprezzo e perpetua dimenticanza che meritavano; anzi Ro- 
ma stessa si affaticava che se ne perdesse ogni memoria. 



in 



Intanto in queste occupazioni ed altre appartenenti alia difesa 
delle cause che m'eran commesse, spezialmente d'alcune sue pro- 
prie dal marchese Clemente Doria, se ne pass6 1'anno 1729, ed 
eravamo entrati nel 1730 nel quale mi scrisse il reggente Castelli 1 
del Consiglio Collaterale di Napoli, mio amico, ed al quale pro- 
fessava molti obblighi per aver prese con fervore le mie parti nel- 
la proscrizione del Sanfelice, che dovessi mandarli una esatta rela- 
zione di tutti i Consigli e dicasteri della citta di Vienna, con distin- 
zione delle loro origini, giurisdizione, numero e qualita de' mini- 
stri che gli componevano. lo nella villeggiatura di quest'anno a 
Pettersdorf la distesi; ma come che in villa mi mancavano alcuni 
libri a ci6 necessari, tornato in citta la perfezionai, e manuscritta 
gliela mandai, che dovesse servire unicamente per sua istruzione 
e degli awocati, suoi e miei amici, che ne mostravano desiderio, 
ne permettessero farne altro uso mostrandola ad altri. Ma essen- 
do molto piaciuta, e di mano in mano passata alia notizia del conte 
Ferdinando d'Harrac, figliuolo del vicer6, che dimorava in Napoli 
con suo padre, questi parlandone con altri fece che io ne fossi ri- 
chiesto a Vienna d'una copia da alcuni Tedeschi, non viennesi, 
ma sassoni, a* quali non potei negarla, dicendomi che, non es- 
sendovi alcun autore che trattasse di proposito di questi Consigli 

il primo (pp. 5-11) con la recensione dell'Istoria civile, il secondo (pp. 12- 
68) dedicate alle Riflessioni del Sanfelice, il terzo (pp. 69-71) alia sua 
Difesa (che fu la replica del Sanfelice alle Osservazioni del Garofalo). 
i. Domenico Castelli, oriundo di Nocera dei Pagani, reggente del Colla- 
terale e, dal 1730, presidente interinale della Giunta dei Veleni. Era il 
fratello di Francesco, vicario del cardinale Francesco Pignatelli. Nell'in- 
chiesta sulla magistratura napoletana, del 1734, la sua nota personale dice: 
6 un napolitano di mediocre dottnna, ma di buona morale, puntuale ed 
incorrotto. Non ha altro attacco colla Corte di Vienna, che per aver com- 
perato da quella con danari il posto di Reggente. Non e affatto amato dal 
pubblico perche e tardo nel risolvere, e si regola secondo il vento che spira 
(Archivio di Stato di Napoli, Segreteria di Giustizia, Biografie di magistrate, 

ff. I2Z7-I3). 



184 VITA DI PIETRO GIANNONE 

e dicasteri, gli farei somma grazia se ne avessero da me un'esatta 
notizia. Gliela died! in fine, su la lor fede che non dovesse servire 
se non per loro informazione. Seppi dapoi, che passali alquanti 
anni, 1'avean fatta tradurre in latino, ed imprimerla nell'anno 1732 
ad Ala di Magdemburg, sotto anagrammato nome di Giano Peren- 
tino. 1 Ne certamente potea immaginarmi che di questo libretto se 
n'avesse da doler poi cotanto il nunzio Passionei, che era succe- 
duto al Grimaldi, 2 e fame tanti strepiti e romori, tutti indrizzati 
per ruinarmi, come dirassi a suo luogo e tempo, e che <assai mag- 
giori di quelli che ne fecero> gli Spagnoli di Vienna, sicome intesi 
partito che fui da Vienna, nella mia dimora di Venezia, ne facesse- 
ro tante doglianze con altri e con Cesare istesso. 

In quest' anno Menckenio padre mi mand6 da Lipsia la tradu- 
zione in lingua inglese della mia Istoria civile, stampata in Londra 
nel precedente anno 1729, in due tomi in-foglio, ne' quali eran 
cornpresi i quattro dell'edizione napolitana; 3 ed ancorchd io non 

i. Giano Perentino : con questo stesso anagramma il Giannone aveva firmato 
la giovanile dissertazione sulle ncvi del Vesuvio. Qucsta Breve relazione de* 
Consigh e Dicasteri della citta di Vienna era datata ncirautografo 19 gennaio 
1731 (cfr. PANZINI, p. 63) e fu edita a cura del Panzini, Londra (ma Napoli) 
1766. Tradoita in latino, col titolo De Consilus, ac Dicasteriis, quae in Urbe 
Vindobona habentur, liber singulans, rec6 1'indicazione di slampa: Halae 
Magdeburgicae 1732. II PANZINI, p. 64, afferma che la stampa deir opera 
fu vietata a Lipsia, dove avrebbe dovuto vedere la luce a cura di Frie- 
drich Otto Mencke, per cui il Giannone prowide egli stesso a farla slam- 
pare nell'anno 1734 o in su* principi del 1735 da Francesco Pitteri in 
Venezia . Questa notizia e ora confcrmata da L. MARINI, L'opposizione 
curiale a Pietro Giarmone, 1723-1735, m Archivio Storico per le Provincie 
Napoletane, S. in, vol. v (1965), pp. 40-1. 2. il nwizio . . . Grimaldi: 
Domenico Passionei (1682-1761), gia nunzio agli Svizzeri, sostitul il Gri- 
maldi il 31 marzo 1731. Divenne in seguito cardinale c prefctto deila Bi- 
blioteca Apostolica Vaticana, dopo essere stato segretario ai Brevi (1738). 
Awerso ai Gesuiti e di sentimenti filogiansenistici, apcrto allc nuovc cor- 
renti di pensiero, osteggid ciononostante il Giannone con ogni mezzo, 
ancora dopo la partcnza di qucsti da Vienna (cfr. p. 265). La sua ric- 
chissima biblioteca privata e ora uno dei fondi piu importanti della Bi- 
bhoteca Angelica di Roma. 3. In . . . napolitanai cfr. The Civil History of 
the Kingdom ofNeaples . . . Translated into English by Captain James Ogilvie, 
London 1729-1731. In PANZINI, p. 60, e rifenta una lettera del traduttore 
al Giannone, nella quale lo informava de' motivi dell'opera da lui intra- 
presa di trasportare nel natlo linguaggio la Storia Civile del Regno di Na- 
poli, la quale egli vedeva d' essere tenuta in grande stima dagli uomini piu 
dotti e rinomati non meno dell'altre nazioni che della sua propria: ch'egli 
perci6 vi si era applicato con molt'assiduita nell'ozio di un viaggio, che in 
qualita di capitano di vascello aveva fatto alia Nuova Zembla : che avendola 
dipoi, tomato in Inghilterra, compita ed emendata la dette alle stampe . . . ; 



CAPITOLO SETTIMO 185 

intendessi la lingua, procurai che que' che la sapevano m'interpre- 
tassero alcuni passi, che io, come non conform! alia Chiesa angli- 
cana, temeva non Pavesser tronchi o alterati; ma si trovarono in- 
tatti, cosi com'erano nell'autografo, sicche potei promettermi una 
traduzione leale e fedele, tanto piu che i norni delle citta e provin- 
ce si lasciavano intatti, sicome altre voci proprie del latino o 
italiano. 

Stupii in vedere 1'ampio numero di coloro i quali s'erano sotto- 
scritti, per agevolarne Pimpressione, e la loro qualita, non man- 
candovi de* milordi, arcivescovi, vescovi ed altre persone illustri e 
letterate; e ve n'eran di que', che la sottoscrizione 1'avean stesa 
chi a quattro, chi a sei copie, ed il numero era cosl grande, che 
bisogno fame catalogo de j nomi in un lungo alfabeto, che occupava 
piu fogli. In oltre, nel frontispizio si additavano non uno, ma sette 
Hbrari di Londra, dove i compratori dovessero ricorrere, dan- 
dogli notizia de' loro nomi, delle strade ove tenevano le biblioteche 
e loro insegne. 

Non posso negare ch'ebbi estremo piacere in vedere che in 
Inghilterra, ove presentemente fioriscono cotanto le scienze e le 
buone lettere, sicome e manifesto da' dotti e preziosi libri che 
n'escono alia giornata, Vlstoria mia fosse stata cosi ben ricevuta, ed 
il mio nome reso cotanto rinomato e celebre. E tanto maggiormen- 
te che, avendo ivi una societa d'uomini savi ed eruditi preso 1'as- 
sunto di dar al mondo un nuovo Giornale de' letterati, nel quale 
fossero in breve accorciate in lor lingua 1'opere che si davano alia 



per la qual cosa avea cercata 1'opportunita di fargli capitare questa sua 
lettera, in cm gli dava di tutto cio distinto ragguaglio, ed insieme gli rimet- 
teva in contrassegno della sua osservanza io esemplari della sua traduzione, 
per comodo di lui e de' suoi amici, ed una cambiale di 500 o 600 fiorini 
di Germania, da torsene qualche singolar cosa in sua memorial Sulla 
divulgazione in Inghilterra delle vicende del Giannone si veda inoltre F. 
VENTURI, Giarmomana britannica, in Banco di Napoli, Bollettino dell'Ar- 
chivio Stonco, II (1954), pp. 249-54. L'8 aprile del 1730, cercando di 
spiegare al fratello il ntardo nelTuscita delle traduzioni latina e francese 
della sua opera, il Giannone diceva che Tedizione inglese aveva preceduto 
le altre perch6 gl'Inglesi fanno presto, perche hanno denari colla pala, e 
nelle edizioni de' libri non hanno risparmio, perche trovano compratori che 
li pigliano a qualunque prezzo che li stimano (cfr. Giannoniana, n. 350). 
Ma si veda anche la lettera, sempre al fratello, del io giugno 1730 (Gian- 
noniana, n. 359), dove dice di ntenere che se non fossero state gi annun- 
ciate le traduzioni dtH'Istoria civile in latino e in francese, Tuscita deU'edi- 
zione inglese avrebbe fatta apparire Topera ancor piu eretica. 



l86 VITA DI PIETRO GIANNONE 

luce in quel regno, cominciarono a darle principle dalla mia opera; 
ed i primi quattro tometti che uscirono furono i compendi de' 
miei quattro tomi dell'Istoria civile, non dimenticandosi nel quinto 
di trattar, come si meritava, dell'impudenza, ignoranza e protervia 
del padre Sanfelice gesuita. 1 Perci6 non eravi inglese di conto, che 
viaggiando, o per altri suoi afTari capitando a Vienna, non fosse a 
visitarmi per conoscer di vista chi avea conosciuto per fama; 
e trattandosi in Londra di dar una nuova e magnifica edizione 
dell'Zrtoraz del presidente Tuano, il famoso Buckley, che n'avea la 
direzione e principal cura, 2 scrisse al cavalier Garelli, biblioteca- 
rio deirimperadore, che gli somministrasse qualche manuscritto, 
se mai si trovasse nella biblioteca cesarea, o altra notizia apparte- 
nente a quell' Istoria, affinch6 niente mancasse di raro e pellegrino 
in questa nuova edizione che si preparava. II Garelli non manc6 
di mandargli quanto pote trovare ne' codici manuscritti; ed aven- 
domi richiesto di conferir anch'io in parte a' buoni desideri del 
Buckley, gli risposi che volentieri 1'avrei fatto, e spezialmente per 
occasione di questa ristampa, di awertire la varia lezione che si 
osservava tra le prime stampe di quell'/tforzVz e P edizione di Gine- 
vra del 1620 (se bene alcuni essemplari portino la data di Orleans), 
intorno alia moneta di oro di Ludovico XII, re di Francia, che 
porta Pepigrafe: PERDAM BABILLONIS NOMEN, la quale il Tuano, 
nel primo libro delle sue Istorie, narrava essersi coniata in Napoli, 
e che avesse Pinsegne di Napoli, sicome leggevasi nelle prime 

i . im nuovo . . . gesuita : la Historia Literaria o, come diceva il sottotitolo, An 
Exact and Early Account of the most Valuable Books Published in the Several 
Parts of Europe, il cui primo numero uscl a Londra nel 1730, recando nei 
primi quattro fascicoli un sommario dei singoli volumi dell'opera gianno- 
niana e, nel quinto fascicolo, un attacco ai M6moires de Tre*voux per 
la loro recensione alle Riflessioni del Sanfelice. Promotore del periodico era 
un ex-gesuita inglese, Archibald Bower, vissuto in Italia sino ail 'estate del 
1726, e rientrato a Londra in quelPanno dopo aver abbandonato la reli- 
gione cattolica. La prima notizia divulgata in Inghilterra dell'opera sul 
regno di Napoli e tuttavia quella - qui non ricordata dal Giannone - di 
R. RAWLINSON, nel sup A New Method of Studying History, H, London 1 728, 
p. 407. Cfr. su tutto ci6 BERTELLI, pp. 208-9. 2. Istoria . . . cura: cfr. J,-A. 
DE THOU, Historiarum sui temporis libri XXIV, Londinii, excudi curavit 
Samuel Buckley, 1733. Lo storico e bibliofilo francese Jacques-Auguste 
de Thou (1553-1617), eletto nel 1595 presidente del Parlamento, oltre che 
alia propria opera, ha affidato la sua mexnona alia celebre Bibliotheca 
Thuana , ancor piu ampliata dal figlio e che e oggi uno dei fondi della 
Bibliotheque de r Arsenal di Parigi; Samuel Buckley: erudito e bibliofilo 
inglese del XVII-XVIII secolo. 



CAPITOLO SETTIMO 187 

edizioni. Ciocche poi si emend.6 nelle altre posteriori edizioni, poi- 
che ne quella moneta porta Finsegna di Napoli, ne fu coniata in 
Napoli. E che questo era un punto da ben esaminarsi, n6 trascu- 
rarsi: poiche, se si dovessero attendere le prime edizioni, si con- 
fermerebbe F interpretazione data a capriccio dal padre Arduino 
gesuita alFepigrafe, che non avesse voluto Ludovico intender per 
Babilonia Roma, ma il Cairo d'Egitto, che chiamossi pure Babi- 
lonia. 1 

Ma poiche la verita era, che quella moneta fu fatta imprimere 
dal re Ludovico, per rintuzzare Forgoglio e temerario ardire di 
papa Giulio II, e che volesse per quella minacciar Roma, ne fosse 
coniata in Napoli, ne portasse Finsegne di Napoli, ma di Francia, 
quindi bisognava con piu vigorosi argomenti di quello che fin ora 
erasi fatto, spezialmente da Sigismondo Liebe, 2 confutar la strana 
e capricciosa interpretazione dell* Arduino, e manifestare con piu 
chiare pruove che Ludovico, ancorche s'intitolasse nella moneta 
re di Francia e di Napoli, e tacitamente con ci6 volesse inferirsi 
che fosse anche re di Gerusalemme, non poteva intendere del 
Cairo, posseduto dal soldano 3 di Egitto, perche allora Gerusalem- 
me si apparteneva al soldano di Damasco, e non gia a quello di 
Egitto ; sicch6 le minaccie avrebbero dovuto indrizzarsi contro co- 
lui, non contro quel d'Egitto, come fantasticava 1* Arduino. E che 
vi era anche molto con tale occasione da awertire sopra i tanti 
altri errori ed abbagli presi dal gesuita, per render vanissima la sua 
interpretazione. La materia e Fopportunita meritava la pena di 
farlo; sicch gli promisi che n'avrei distesa una dissertazione, e 
fattala poi tradurre in latino, si sarebbe potuta mandare in Lon- 
dra a Buckley, perch6 communicata con que' savi, ne avesser fatto 



i. rinterpretazione . . . Babilonia: cfr. J. HAKDOUTN, Opera selecta, Amstae- 
lodami 1709, pp. 905-6. L'epigrafe e tratta da Isai. t 14, 22 e la coniazione 
della medaglia si riferisce all'urto tra Luigi XII e Giulio II, sfociato nella 
convocazione del Concihabolo pisano, nel 1511. Jean Hardouin (1646- 
1729), gesuita, fu bibhotecario al collegio Louis-le- Grand di Parigi. Molto 
ammirato per la sua erudizione (vedi i dodici volumi della Conciliorum 
collectio regia maxima y Parishs 1714-1715), venne per6 ripreso per certe 
sue opinion! sulla non autenticita di talune opere classiche e della patri- 
stica. 2. spezialmente . . . Liebe: cfr. Prodromi reformationis pia memoria 
recolendae, sive Nummi Ludovici XII, regis Gallorum, epigraphe zperdam 
Babylonis nomen* vel per dam Babylonem* wsignes illustrati et imprimis 
contra Jo. Harduinum defensi a Christiana Sigismundo Liebe, Lipsiae 1717. 
3. soldano: sultano. 



l88 VITA DI PIETRO GIANNONE 

quell'uso che li paresse. Fu la dissertazione distesa, tradotta in 
buon latino e mandata a Buckley, il quale scrisse essere stata da 
tutti sommamente applaudita e che si sarebbe impressa nell'ul- 
timo tomo, dov'erano raccolte tutte 1'altre memorie e scritture 
appartenenti non men olYIstoria, che al suo autore. 

In efFetto, terminata ne' seguenti anni la stampa, e riuscita vera- 
mente magnifica ed accurata, divisa per le nuove giunte in sette 
volumi in-foglio, nel settimo si legge la Dissertasione suddetta, 
senza che si fosse espresso il nome dell'autore, sicome si scrisse 
che fosse taciuto, 1 e per maggior intelligenza della medesima, fu 
impressa la moneta di oro, sicome trovasi in piu musei; ed oltre 
a questa Taltra consimile, rapportata da Lukhio 2 e riferita nella 
Dissertazione, nella quale, leggendosi Tanno 1512, vengono non 
pur confermati gli argomenti addotti, ma resa piu manifesta la 
vanita e stranezza delFmterpretazione del padre Arduino; sicome 
ciascuno per se stesso potra conoscere leggendola nel riferito set- 
timo tomo di questa nuova edizione. 

Veduta che fu la traduzione inglese dtll'Istoria civile, s'invoglia- 
rono altre nazioni a far lo stesso ed i Francesi non furon pigri per 
darne un'altra francese; ed alcuni professori francesi, che partiti 
di Francia eransi stabiliti nell'Universita di Losanna 3 fra' Svizzeri, 



i. nel settimo . . . taciuto: cfr. J.-A. DE THOU, Historiarum sui temporis libri 
XXIV, cit., vn, Sylloge Scriptorum varii generis et argumenti . . ., parte vm, 
pp. 34-42. La dissertazione e stata ristampata dal Panzini, in Opere postume, 
II, pp. 285 sgg. La stesura originate in italiano e conservata in Archivio 
di Stato di Torino, mazzo I, ins. 8 (Giannoniana, pp. 408-9). 2. Lukhio: 
Johann Jacob Luckh, erudito tedesco del XVII secolo. Giannone si nfe- 
risce qui alia sua Sylloge numismatum elegantiorum quae diversi impp. reges 
pnncipes comites respubhcae diversas ob causas ab anno 1500 ad annum usque 
1600 cudifecerunt, concinnata et historica narratione (sed brevi) illustrata, Ar- 
gentinae 1620, p. 23. 3. alcuni . . . Losanna: tra il 1728 c il 1734 vide la lu- 
ce, a Ginevra, la Bibliotheque italique, promossa da studiosi di Losanna, 
Ginevra e Neuchalel e appoggiata all'editore Marc-Michel Bousquet (per 
cui cfr. la nota 4 a p. 212). Nei volumi ix e x del pcnodico fu pubblicato 
un rendiconto del primo volume dell'Istoria civile, curato da Babaud du 
Lignon, dietro suggerimento da Parigi deirabate Granel. Dopo la rottura 
dei rapporti tra il Bousquet e il du Lignon, il compito di continuare la 
presentazione dell*opera fu assunto da Charles-Guillaume Loys de Bochat; 
per6 la sua fatica risult6 inutile, per la cessazione delle pubblicazioni della 
Bibliotheque. Su tutto questo cfr. G. BONNANT, Pietro Giannone a 
Geneve et la publication de ses ceuvres en Suisse au XVIU* et au XIX* 
siecles, in Annali della Scuola speciale per archivisli e bibliotecari del- 
TUniversita di Roma, in (1963), pp. 124-5. Non ebbe invece alcun se- 
guito un tentative di traduzione in francese al quale aveva dato mono un 



CAPITOLO SETTIMO 189 

erano occupati di presto mandarla alia luce, poiche una societa di 
librari di Ginevra se ne avea preso il carico d'imprimerla, sicome 
si dira innanzi. 1 E Menckenio figlio mi scrisse da Lipsia, che gia 
neirinterior Germania si preparava altra traduzione in lingua ale- 
manna, per uso de' Tedeschi. 2 

Ma tutte queste grate notizie eran per me dolci cose ad udire, 
non gia che valessero a sottrarmi dalle miserie e strettezze, nelle 
quali in quest' anno mi vidi posto dalla voracita ed ingordigia de' 
Spagnoli, spezialmente de' Catalani, di Vienna; i quali quel poco, 
che in ciaschedun mese m'era somministrato da' diritti delle spe- 
dizioni di Sicilia, per mio alimento, 1'avean confuso col denaro 
del Consiglio : sicche erami ritardato il pagamento, per supplire a' 
loro bisogni e quartali. 3 

II nuovo presidente, conte di Montesanto, avea ottenuto dalPim- 
peradore che questi diritti di spedizione e suggello della Secreteria 
di Sicilia, che prima erano separati, si confondessero con tutti gli 
altri del Consiglio, sicom' erano quelli di Napoli e di Milano. 
Venne con ci6 a mutarsi la persona che soleva somministrarmi 
le mie mesate, ed in vece d'esiggerle dal secretario di Sicilia, co- 
me prima, m'era bisogno di ricorrere alFufficial maggiore della 
Secreteria del Suggello, ch'era un vecchio catalano, chiamato don 
Giovanni Llacuna, ricevitore di tutto il denaro che proveniva dalle 
spedizioni cosi di Sicilia, come di Napoli e di Milano, nelle cui 
mani era riposto a disposizione del Consiglio e del presidente; il 
quale, ora per un bisogno, ora per un altro, che non ne manca- 
vano (poich'erasi giunto a somministrar estraordinari soccorsi di 
denaro a gli Spagnoli, non pur per i funerali di loro defonti o per 
qualche loro infermita, ma sino per i loro viaggi, per le spese delle 
nozze delle loro figlie, se si maritavano, o pure ne' parti delle loro 

awocato del Parlamento di Parigi (cfr. PANZINI, p. 52) e per il quale il 
Giannone appront6 alcune correzioni, tramite 1'abate Pellegrini, gia let- 
tore di diritto a Pisa, da lui conosciuto a Vienna, e che Apostolo Zeno 
definiva gran viaggiatore e gran parabolano, e che spaccia la sua rnercan- 
zia piu di quello che e, e che vale (cfr. Letter e> rv, Venezia 1785, p. 122). 
i. sicome . . . innanzi: cfr. pp. 212-4. 2 - nelVinterior . . . Tedeschi: anche 
per questa iniziativa il Giannone fu informato tramite Johann Burckard 
Mencke, il quale gli scrisse il 22 novembre 1732 dando per imminente 1'u- 
scita della traduzione tedesca dell'Istoria civile (cfr. PANZINI, p. 52). Sen- 
nonche" questa edizione non vide mai la luce. Usci invece a Lipsia, in 
quattro volumi, un'altra traduzione, tra il 1758 e il 1770, curata da Otto 
Christian von Lohenschiold e da Johann Friedrich Le Bret: Burgerliche 
Geschichte des Kdnigreichs NeapeL 3. quartali: parti di stipendio. 



190 VITA DI PIETRO GIANNONE 

mogli), teneva quasi sempre v6ta la borza del ricevitore; e dalPal- 
tra parte, per lentezza e trascuraggine del medesimo in esigger 
da Sicilia i diritti di spedizione, sempre che io mandava per riscuo- 
ter le mesate, la risposta del catalano era: no hai dinerow. 1 

Soffrii per due, tre e quattro mesi, ma vedendo che la cosa si 
prolungava ed il mio bisogno mi stringeva, da necessita costretto, 
vedendo che niente mi giovavano le doglianze che faceva col pre- 
sidente ed i reggenti di quel Consiglio, ebbi ricorso da Sua Maesta, 
e con pieno memoriale 3 1'esposi, che dalla confusione del denaro 
de' diritti di Sicilia con quelli di Napoli e di Milano proveniva la 
tardanza del mio pagamento, valendosi il Consiglio di tutto il 
denaro; e se ve n'era della spedizione di Milano e di Napoli, 
come piu ubertosa, non per questo era io soddisfatto, replicandomi 
che il mio assignamento era sopra quella di Sicilia; onde pregava 
Sua Maesta che sicome il Consiglio valevasi de' diritti di Sicilia 
confondendogli con gli altri, cosl il mio assignamento si stendesse 
sopra quelli di Napoli e Milano, affinch6 se si trovassero spesi 
quelli di Sicilia, avessi io donde ricompensargli; tanto maggior- 
mente, che T assignamento della mia mercede fu dimostrativa- 
mente fatto sopra Sicilia, come allora piu sicuro, non gik tassati- 
vamente, sicch6 non potessi ricorrere alle altre spedizioni. 

Ne informai pienamente il marchese di Rialp, 3 al quale diedi il 
memoriale, perch6 da Sua Maesta impetrassi questa giustizia; ed 
il marchese, persuaso della mia ragione, non tard6 guari che ot- 
tenne da Sua Maesta decreto, 4 col quale, perche non mi fosse dif- 
ferito il pagamento, si ordinava che nell* assignamento fattomi ci 
andasser anche compresi i diritti delle spedizioni di Napoli e di 
Milano ; e se ne sped! dispaccio diretto al Consiglio. 

Replicarono al decreto que' signori che Io componevano, gelosi 
che non se gli toccasser i loro fondi, rappresentando a Sua Maestfc 
che i diritti delle spedizioni di Napoli e di Milano erano stati prima 
incorporati al Consiglio, come sua dote, e che non potevano ad 
altri assignarsi; sicch6 il mio assignamento 5 dovesse rimaner ri- 
stretto a quelli soli della Sicilia. Non bastava a que' signori, perch6 



i . no hai dinero : non ho danaro . 2. memoriale : il testo di esso non ci e 
pervenuto. ^.Ne... Rialp: cfr. la Memoria per VEcc.mo Sig. Marchese di 
Rialp, in Ardbivio di Stato di Torino, manoscritti Giannone, mazzo n, ins. 
15, C, 4 (Giannoniana y pp. 439-40). 4. decreto'. del 14 gennaio 1730. 
5. assignamento: assegno, stipendio. 



CAPITOLO SETTIMO IQI 

fosser sicuri de' loro quartali, aversi fatti assignare nel regno di 
Napoli e nello Stato di Milano i migliori corpi dell'entrate regie; 
non gli bastava, per essere puntualmente pagati, il denaro che ri- 
traevan ogni anno dagli uffici vendibili, non tanti altri diritti ed 
emolumenti ; che vollero pur guardare attentamente a questa mi- 
nima e bagattella, quasi che facendomi entrare in si minutissima 
parte, che non era che una gocciola a riguardo delPampio oceano 
dov'essi nuotavano, non venisser a mancargli 1'acque. 

Ma informato che io fui delPanimosa ed ingorda replica, vi ac- 
corsi subbito con altro memoriale, 1 rappresentando a Sua Maesta 
che gia che il Consiglio ripugnava e che voleva che non se li toc- 
cassero le spedizioni di Napoli e di Milano, la stessa ragion vo- 
leva che a me non si toccassero quelle di Sicilia, poiche furono a 
me assignate, prima che si confondessero e s'incorporassero al 
Consiglio; onde non potessero valersene, se prima non era io pa- 
gato, e cosi, se ne spedissero ordini al pagatore Llacuna. La mia 
domanda Sua Maesta la riputo giusta e che non ammettesse al- 
tra replica; sicche con altro decreto 2 command6 che delli diritti 
delle spedizioni di Sicilia fossi io prima pagato, ne" il Consiglio 
potesse toccarli, se non doppo la mia soddisfazione; ed awer- 
tisse a chi si apparteneva esser questa la sua real volonta. Esegui- 
rono senz'altra replica il decreto, e furono spedite al ricevitor 
Llacuna istruzioni conformi; ma per farle capire a quello stupido 
vecchio, bisognfc stentar molto. Cosi fui pagato delle passate me- 
sate e presenti, e per Fawenire se bene non mi fosser pagate mese 
per mese, con tutto ci6 non passavano i due, ancorche qualche 
volta anche i tre, poiche, passando le spedizioni per le lor mani, 
niuno poteva sapere che denaro vi fosse, e sovente bisognava chi- 
nar il capo alia terribile voce del catalano: no hai dinero. 

A questi tempi, il Consiglio di Spagna erasi ridotto ad una vana 
apparenza, poiche le cose gravi e di momento erano risolute dalla 
Secreteria di Stato, ed il marchese di Rialp n'era Parbitro e dispo- 
sitore, lasciandosi al Consiglio le cose minute; e se nelle gravi si 
cercavano le sue consulte, o era per ludibrio, o pure per iscorgere 
se fossero conformi a ci6 che erasi gia il marchese deliberato di 

i. altro memoriale: il testo di questo fe conservato nelTArchivio di Stato 
di Torino, manoscntti Giannone, mazzo II, ins. 15, A, io (Giaimoniana, 
p. 434). 2. altro decreto: del 17 marzo; cfr. PANZINI, p. 40, in nota. 



192 VITA DI PIETRO GIANNONE 

fare. Per cio i reggenti che lo componevano, ciascuno non atten- 
deva che al proprio utile e d'avanzar le loro case; ed il marchese, 
purche' gli lasciasse di cio appagati e non fossero d'ostacolo colle 
loro repliche ed opposizioni a quanto egli intendeva di fare, volen- 
tieri ci dava mano; sicche il minimo de' loro pensieri era il servizio 
del re ed il pubblico bene. Per ci6 le spedizioni di giustizia, e 
quelle che non recavan grandi emolumenti eran tarde, e sovente 
affatto trascurate; onde awenne che i provinciali di Napoli, Si- 
cilia e Milano non cosi spesso, come prima, ci avean ricorso; 
sicch6 le spedizioni sensibilmente venivano a scemarsi, sicome le 
commissioni a gli aggenti, i quali toltone alcuni pochi che aveano 
il favore del marchese di Rialp, eransi ridotti in un'estrema men- 
dicita; sicome anch'io conobbi per proprio esperimento, che sem- 
pre piu si scemavano le commissioni, che prima mi eran date per 
difesa di qualche causa; e molto piu si videro cessare ne' seguenti 
anni, quando i provinciali, annoiati di si lungo aspettare, nel mi- 
glior modo che potevano accomodavano i loro fatti nelle loro citta, 
senza ricorrer piu a Vienna. 

Di ci6 i reggenti se ne curavan poco, soverchiandoli i grossi 
stipendi, che sopra fondi sicuri e certi erano stati loro assignati; e 
gia era fatta lor consueta e propria frase, che spesso replicavano, 
dicendo: quartali vengano e non curiamo del resto; e tutto il 
loro scopo non era altro che questo, e di profittare ciascuno per 
se stesso. Ne diedero un chiaro documento quando, per lo pas- 
saggio del reggente Bolagno all'ambascieria di Venezia, fu rifatto 
in suo luogo il reggente Alvarez 1 per Milano ; e dapoi creato pre- 
sidente del Consiglio di Santa Chiara di Napoli il reggente Sola- 
nes, a a chi dovea darsi successore per Napoli, fu fatto Esmandia 3 
reggente. 

Ciascuno credea ch'Esmandia, come quello ch'era stato lunghi 

x. Bolagno . . . Alvarez: cfr. le note i p. 98 e 2 a p. 92. 2. Francisco 
Solanes, giurista, conte, professore di dintto aU'Universita di Barcellona e 
sin d'allora amico del Bialp, nel 1708 era passato a Napoli consigliere di 
Santa Chiara. A Vienna nel 1726, successe all'Argento come presidcnte del 
tnbunale di Santa Chiara e giudice delegate in Collateral. Cfr. H. BENE- 
DIKT, Das Konigreich Neapel, cit., p. 239 e passim. Ma vedi anche la let- 
tera profetica del Giannone al fratello, in data 29 luglio 1730, dove scrive 
che avendo il reggente Solanes impresso ora un libro di sette disserta- 
zioni legali, dubita che ci6 non sia per fargli avere la presidenza del 
Sacro Real Consiglio (Giannoniana, n. 366). 3. Esmandia: cfr. la nota 
a p. 141. 



CAPITOLO SETTIMO IQ3 

anni senatore a Milano ed istrutto a minuto dello Stato, ne mai 
avea veduto Napoli, ne in qual parte d* Italia si fusse, dovesse oc- 
cupare il reggentato per Milano, perche le prowidenze fosser piu 
accertate, trattando di paese a se noto. All'incontro, il reggente 
Alvarez, che giovane appena avea veduto Milano, e ch'era stato 
in Napoli reggente di Collateral molti e molti anni, il quale era 
istrutto della Citta e Regno, dovesse passar reggente per Napoli. 
Con ammirazione 1 di tutti, si vide il contrario: poich rimase Alva- 
rez per Milano, ed Esmandia per Napoli. 

I curiosi vollero indagare la cagione, e non trovarono essere 
stata altra, se non perche 1' Alvarez non voile muoversi dal reggen- 
tato di Milano e passar in quello per Napoli, per non perdere il 
piggione che pagava Milano a* suoi reggenti provinciali della loro 
abitazione: ci6 che non facea Napoli a' suoi: credendo bastargli i 
novemila fiorini Panno, che Sua Maesta gli paga di soldo. Tanto 
basto, perch6 si riputasse ragionevole la sua ripugnanza, niente 
curando ch'era di maggior servizio del re e del pubblico, che 1'uno 
piu istrutto di Milano passasse per Milano, e Paltro ben infor- 
mato delle cose di Napoli fosse per Napoli, come quelli che eran 
venuti di fresco, Tun da Napoli e 1'altro da Milano, e conoscessero 
le persone e Tultimo stato di quel regno e di quel ducato, nel quale 
eglino Pavean lasciati. 

Parimente, passato 1'Esmandia da fiscale al reggentato per Na- 
poli, non fu piu rifatto fiscale, dicendo che nel Consiglio questa 
carica era superflua e vana, bastando che Tultimo reggente sup- 
pHsse alle sue veci; e cosi rimase la carica estinta. Ci6 non fu per 
altro, se non perche il soldo assignato al fiscale di novemila fiorini 
Panno s'incorporasse al Consiglio e [i consiglieri] fortificasser me- 
glio i loro quartali, affinche non venisser a mancare; poiche, esau- 
rita la mina* degli uffici vendibili, che per lo piu per mercedi si 
concedevano dalla Secreteria di Stato a j Spagnoli ed altri favoriti 
dal marchese di Rialp, senz'esporsi venali, mancando tuttavia i 
ricorsi de* provinciali e le spedizioni, onde prima si ritraean grossi 
emolument!, e seccandosi gli altri fondi, onde derivan altre acque, 
volevano per altri modi esser sicuri che non si scemasser punto o 
ritardassero i loro soldi, ch'era Punico loro scopo ed intento. 

Dall' altra parte il marchese di Rialp, per la sua secreteria, reg- 

z. ammirazione: meraviglia. 2. la mina: la miniera. 
13 



194 VITA DI PIETRO GIANNONE 

geva le divine ed umane cose: le cariche, le toghe, i regi vescovadi, 
le badie regie, i benefici di collazione o presentazione regia, e 
tutto per le sue mani si dispensavano. E la norma che si teneva in 
dispensargh si vide esser questa: se concorrevano al posto Spa- 
gnoli e nazionali, questi eran esclusi, e preferiti i primi ; sicome se 
si contendeva fra' Spagnoli, eran preferiti i Catalani. E cio avve- 
niva, quando la carica soleva darsi o per merito o per favorc, 
senza sborzo di denari. Ma quando occorrevan bisogni di denaro, 
che non ne mancaron mai, o per qualche dote che bisognava as- 
signare alle donzelle o vedove spagnole, owero per qualche soc- 
corso secreto, che si voleva dare a qualche favorite spagnolo per 
le spese delle nozze, per viaggi o altri suoi bisogni, eziandio che 
non fosser necessari, ma voluttuosi o pomposi, allora le toghe, le 
cariche, ed altri magistrati ed impieghi si davano a quelli che 
offerivano piu denaro; e vi erano particolari proxeneti, 1 fra' quali 
due ecclesiastic! nostri, napolitani, per mezzo de* quali si contrat- 
tava; e questi eran divenuti ricchissimi, ancorche appena sapessero 
leggere e scrivere, senz'altro capitale, se non che, com'essi stessi 
vantavano, d'aver le orecchie del marchese, cio& perch6 Rialp 
sentiva volentieri da loro le domande e la somma del denaro che 
offerivano, e perci6 eransegli destinate due giornate della setti- 
mana, il mercoledi e sabbato, nelle quali si trattava di tali faccende. 
Sicch6 per Napoli non vi era toga o ministero che dovesse prov- 
vedersi, se non eransi prima aggiustate le somme che per mezzo di 
questi, eran offerte da* pretenzori. E la bisogna si ridusse a tale, 
che anche il meritevole, graduate, 2 dotto ed intero, ancorche fosse 
stato nominate dal vicer6, dovea passare sotto il giogo, altrimenti 
non avrebbe gia mai conseguito il posto. Questo sol vantaggio vi 
era per lui, che se le somme offerte da piu fosser pari, era il piu 
meritevole preferito. 

Or vedendo io ridotte le cose in questo sistema, cominciai a 
perdere ogni speranza di mio accomodamento, anche con qualche 
posto in Napoli; poich6 se bene io piti volte avessi ricordato al 
marchese di Rialp che Sua Maesta conferendomelo ci guadagnava 
mille fiorini 1'anno, che avrebbe potuto impiegargli ad altro uso ; 
nulladimanco ci6 niente mi giovava, poich6 il marchese nella prov- 
vista delle toghe cercava denari contanti, che fossero in quantitk 

i. proxeneti: sensali (grecismo). z. graduate : che ha grado , cioe che ha gia 
coperto cariche nelle magistrature o negli ufBci inferior!. 



CAPITOLO SETTIMO IQ5 

considerable, per supplire a' bisogni de* suoi favoriti spagnoli, a* 
quali non era sufficiente il mio picciolo assignamento, col quale 
non avrebbe potuto gratificare che ad un solo. 

II conte d'Harrac vicere mostrava tutta la propensione di favo- 
rirmi; 1 e su la credenza che fosse richiesto di far nomina di sog- 
getti per empire la piazza vacante di fiscale, per lo passaggio 
d'Esmandia al reggentato, si era palesato con alcuni miei amici in 
Napoli, che m'avrebbe nominato, non sapendo che il Consiglio 
pensava d'estinguer la piazza, sicome Pestinse. Non gli rimaneva 
altra strada, se non nelle occasioni di vacanze di piazze del Con- 
siglio di Santa Chiara, o pure della Camera di Napoli, e cercava 
aiutarmi, in voler nelle nomine non dimenticarsi di me; ma era 
consigliato in Napoli che, trovandomi io nella Corte, ne sapendosi 
qual fosse Tintenzione di Sua Maesta, prima di farlo ne ricevesse 
istruzione da Vienna, per regolarsi; 2 onde mi scrisse 3 che, non sa- 
pendo se Sua Maesta voleva che io tornassi a Napoli, per non 
consumar in vano il nominarmi, potendo giovar ad altri, gli facessi 
scrivere una lettera dal marchese di Rialp o dal presidente, conte 



1. II conte ... favorirmi: cfr. PANZINI, pp. 65-6: Questo Vicere aveva 
avuto innanzi di partire di Vienna le piu premurose sollecitazioni dal Prin- 
cipe Eugenio di Savoia, cui deferiva non poco, perche adoperato si fosse 
a collocare il Giannone in qualche carica conveniente alia sua dottrina ed 
al suo merito. Non v'era quasi persona nella Corte, che mostrasse verso di 
lui animo piii ben disposto e meglio intenzionato del conte di Harrach; 
e cio non tanto per le raccomandazioni del Principe Eugenio, quanto 
pe '1 grande ed alto concetto che gliene avea formato suo fighuolo il con- 
te Ferdinando, giovine . . . di rara erudizione e d'esatto discernimento . 

2. era. . . regolarsi: cfr. ancora in PANZINI, p. 66: Tutte coteste fa- 
vorevoli disposizioni furono nondimeno attraversate da' suoi malevoli, i 
quali non so per quali vie seppero artifiziosamente rappresentare al Vicere^ 
che dopo i rumori ed i tumulti ch'avea il libro della Storia Civile eccitati 
fra '1 popolo, pericolosa cosa sarebbe il promuoverne a qualche dignita 
1'autore, del quale non era il pubblico, se non se malcontento . II Panzini, 
allo stesso luogo, ci dice anche chi fossero gli unici sosteniton del Gian- 
none in Napoli, e cioe il Grimaldi, il Garofalo e il Fraggianni. A questo 
proposito si veda la lettera indinzzata dal Giannone al vicere il 18 novembre 
1730 da Vienna (Giannoniana, n. 383) e la lettera senza data, ma nsalente 
a quello stesso periodo di tempo, inviata al Giannone da Napoli dal Ga- 
rofalo (Giannoniana, n. 384) e nella quale si da notizia di una visita com- 
piuta dairamico presso 1'Harrach, per raccomandare la nomina del Gian- 
none in ministeno di sommo grado . La risposta del vicere fu di avere 
avuto informazione da un suo amico di cotesta Corte di nominare V. S. 
Ill.ma in una terna di Consiglio di S. Chiara, ma che temeva di qualche 
rumore del popolo . 3. mi scrisse: il 15 dicembre 1730; cfr. PANZINI, p. 
66, in nota. 



196 VITA DI PIETRO GIANNONE 

di Montesanto, die 1'assicurassero che Sua Maesta sarebbe con- 
tento di questo, e non Pavesse a discaro. 

II presidente, ancorch6 Pavessi fatto istantemente pregare dal 
reggente Almarz suo intimo amico, non voile impacciarsene, di- 
cendo che egli non s'era intrigato mai col vicere di scrivergli in 
occasioni di nomine; che altri si bene se n'impacciava, volendo 
intendere di Rialp. Mi volsi con ci6 al marchese, e fecilo anche pre- 
gare dal cavalier Garelli; al quale rispose, che ne avrebbe parlato 
airimperadore e, secondo che Sua Maesta Pavesse risposto, si sa- 
rebbe regolato. Fu il Garelli, alquanti giorni dopo, per sentire la 
risposta; la qual fu, che avendone parlato coirimperadore, Pavea 
risposto che io tenessi pazienza per altro poco tempo. 

Questa risposta fu da noi prevista, perche il marchese, quando 
gli par!6 la prima volta il Garelli, mostro poco gusto che io volessi 
imbarazzargli le proviste di Napoli, ch'egli avea destinate a sog- 
getti che potevano somministrargli denari. Oltracche non voleva di- 
sgustar la corte di Roma, la quale avrebbe amaramente inteso il 
mio ritorno a Napoli con carica, nell'istesso tempo che egli trat- 
tava in Roma d'un chiericato di Camera per T abate Perlas suo 
figlio, per renderlo piu prossimo al cardinalato ; giacch6 erano riu- 
scite vane le speranze di vederlo in persona delFarcivescovo di Sa- 
lerno, 1 suo fratello, il quale opportunamente se n'era morto in 
Napoli, in tempo che per acquistarsi maggior merito con Roma, 
era stato proposto da Vienna, per terminare con amichcvole ac- 
cordo insieme col presidente Argento alcune contese giurisdizio- 
nali riguardanti il regno di Napoli, le quali se vivca si sarebbero 
certamente composte con total ruina e precipizio delle reali pre- 
minenze; poiche, in premio di opera si degna, eragli stato promesso 
il cappello cardinalizio. Or, il marchese, ci6 che importuna morte 
gli tolse, volea risarcir la perdita, per quest'altra via; e con ogni 
sforzo tirava a vedersi il figlio per ora chierico di Camera, per me- 
glio disporlo al cardinalato. Ma Roma accorta prolungava le spe- 
ranze per trarne intanto suoi vantaggi; e tanto seppe differire, 
sicch6 sopragiunti grultimi cangiamenti d' Italia, non cbbe que- 
sta sorte di veder adempiti i suoi vasti desideri. 

Qual speranza, adunque, potea io avere d'essere promosso, e 
che mi fosse adempita la real promessa di contentarmi di quel pic- 

i. arcivescovo di Salerno: cfr. la nota 2 a p. 114. 



CAPITOLO SETTIMO 197 

ciolo sostentamento, fin che non fossi impiegato nel real servizio ? 
Questo interim me lo vedeva prolungato, non altrimenti che ^inte- 
rim di Carlo V; 1 onde bisogno aver pazienza, e quietarmi fin che 
Dio non disponesse altrimente le cose, pregandolo a dar fine a 
tante mostruosita e sconcezze, con por argine a si strane confu- 
sion! e disordini; poiche si vedeva che tutti eravamo divenuti e 
fatti eredita unius domus* Presso il marchese di Rialp era Parbitrio 
di tutte le cose. Egli inalzava ed abbassava; egli faceva il negro 
bianco ed il bianco negro, Pignorante dotto, e Pinsufficiente abile 
ed idoneo ; sicome chiaramente si vide nella provista del presiden- 
tato di Napoli, rimaso vacante per Pimprovisa morte del presiden- 
te Argento. 3 

Certamente che per darsi successore ad un uomo cotanto rino- 
mato e dotto, bisognava por ogni studio d'elegger un soggetto 
eminente, che potesse degnamente occuparlo. Fra i pretenzori, 
quattro reggenti del Consiglio di Spagna erano i piu avanzati: il 
reggente Positano, 4 nazionale; il reggente Almarz, 5 nato pur in 
Napoli, ma oriundo spagnolo; il reggente Alvarez, di Salamanca; 
ed il reggente Soknes, catalano. I due primi per molti anni aveano 
essercitato il posto di consigliero in quel medesimo Consiglio ove 
ora pretendevan essere presidente; ed oltre essere istrutti del tri- 
bunale che dovean reggere, erano ben veduti da' Napolitani per 
le loro maniere gentili e cortesi, e molto piu TAlmarz, amabilissi- 
mo per la gran sua afTabilita e schiettezza; e se bene per dottrina 
non potessero pareggiar colF Argento, niente pero 1' erano inferiori 
per probita, incorruttibilita e candore de* costumi. Degli altri due, 
Alvarez era pur troppo, ignudo di lettere e di giurisprudenza, che 
amava far piu il cavaliere che il ministro; e se ben avesse conoscen- 
za di Napoli, per esservi stato piu anni reggente del Consiglio di 
Santa Chiara, de' stili e modi co' quali ivi si trattavano le cause 
forensi non avea pratica alcuna. II Solanes, per essere stato cat- 
tedratico in Barzellona, e poi per piu anni consigliero dello stesso 
Consiglio, avea acquistato qualche pratica del medesimo, n6 era 

i. interim di Carlo V: Paccordo coi protestanti, del 1548, detto interim 
di Augusta , col quale si concedeva una tregua agli aderenti alia confes- 
sione Augustana. 2. umus domusi d'una sola casa. 3. improvisa . . Ar- 
gento: cfr. la lettera a Carlo, del 24 giugno 1730 (Giannoniana, n. 361), e 
ancora le due lettere del luglio dello stesso anno, dove si parla della vedova, 
donna Costanza (Giannoniana, nn. 363 e 364). 4. Positano: cfr. la nota i 
a p. 98. 5. Almarz: cfr. la nota i a p. 98. 



198 VITA DI PIETRO GIANNONE 

cotanto nudo di scienza legale; ma il suo naturale un poco rustico 
e ributtante, ancorche incorrotto ed amante della giustizia, lo ren- 
deva poco grato ed accetto a' Napolitani. Si aggiungeva che Tavan- 
zata eta e Pesser sottoposto ad insulti apoplettici Pavean reso quasi 
stupido ed illetarghito. 

Con tutto ci6 questi sopra gli altri fu eletto, e non gia per serbar 
Palternativa, poiche PAlmarz era pure oriundo spagnolo, e come 
tale era reggente per Sicilia insieme col nazionale Perlongo; ma 
perch'era compatrioto del marchese Rialp, suo amico, sin da ch'era 
cattedratico in Barzellona, e perche sicome possedeva nella Regia 
Camera di Napoli per luogotenente Aghir, 1 catalano, cosl pure 
presidesse nel Consiglio di Santa Chiara un altro catalano; poiche* 
la mira e scuopo era che tutti i posti maggiori, o sian di Napoli, o 
di Sicilia, o di Milano, fosser occupati da* Spagnoli, e sopra questi 
da Catalani se si potesse. 

Ma il piu curioso insieme e ridicolo, che in questa elezione 
intervenne si fu, che Fistesso marchese e gli altri Catalani, perch6 
si rendesse il Solanes sopra gli altri pretensori piu meritevole e 
distinto, lo spinsero a dar fuori alle stampe un libro legale; 2 onde 
quel povero vecchio scimunito de' vecchi scritti delle Istituzioni di 
Giustiniano, ch'egli avea insegnato nelPUniversita de j studi di Bar- 
zellona, prestamente ne compose un libro, e lo diede alle stampe, 
e and6 a presentarlo alPimperadore, nel tempo ch'era ancor dub- 
bio e vacillante nelF elezione. Tanto bast6 che, esaggerando a Ce- 
sare (il quale non avea certamente tempo di guardar che conte- 
nesse il libro) che fosse un'opera insigne, delle migliori ch'erano 
uscite da Spagna, e che Fautore fosse il piu dotto che avesse fra* 
suoi ministri e degno d'occupar quel posto, non passarono dieci 
giorni da che fu present ato a Sua Maesta questo libro, che si 
vide calare il decreto delP elezione in sua persona; ed i Catalani, 

i. Aghir: il conte Joseph Aguirre, presidente della Regia Camera dal 
1727, fratello di Domingo (morto nel 1744), a sua volta uno dei pifc an- 
tichi seguaci di Carlo VI, essendo stato sin dal 1705 nel Consiglio d'Ara- 
gona, poi presidente di Santa Chiara e reggente per la Sardegna nel Con- 
siglio di Spagna nel 1713. Su questa nomina cfr. la lettera del Giannone 
al fratello, in data 27 maggio 1730 (Giannoniana, n. 357). 2. legale: di 
materie giuridiche. II libro era il De iure et edicto praetoris, Vindobonae 
1730. L'opera maggiore del Solanes e per6 quella, in tre volumi, uscita a 
Barcellona nel 1700: El emperador politico y politico, de emper adores. Sul 
libro pubbiicato in Vienna in questa occasione vedi quanto ne scrisse il 
Giannone al fratello, il 5 di agosto 1730 (Giannoniana, n. 367). 



CAPITOLO SETTIMO JQ9 

per lo piu ignoranti, commendandola andavano presentando il li- 
bro a j loro amici, sicche si rese a tutti noto. Cosa che fece tutti 
stupire ed esclamare: conclamatum est iam; z poiche non vi e li- 
bro, nel quale si fossero affastellate tante sciocchezze, tante puerili- 
ta, cose goffe, sciapite e dozinali, che questo, pieno di solecismi e 
barbarismi, ed un fanciullo, che andasse a scuola, non potrebbe 
commettere tanti errori in grammatica e tante mellonaggini, 2 quante 
ivi si leggevano, non essendovi pagina che non ne abbondasse. 
E questo libro fu riputato istromento efficace, ed una macchina 
si vigorosa per abbattere Panimo di Cesare ancor dubbio e farlo 
inchinare a rendersi a' loro voleri; poich6 di continue standogli a' 
fianchi, sapevano coglier il tempo giusto per farlo cadere nelle loro 
reti, e pure questo libro sarebbe stato bastante, non dico ad esclu- 
derlo dal posto che pretendeva, ma fargli perdere il reggentato 
che teneva. D'altra parte non era tanto da incolparne 1'autore, ma 
coloro che lo stimolarono a questo : cio che da un vecchio stupido 
e scimunito era facile ad ottenere. 

Da cio maggiormente tutti si certificarono, che nelle prowiste 
non si riguardava il tribunale che dovea ristabilirsi o migliorarsi, 
per Pelezione di soggetti idonei e sufficient!, non il servizio del re e 
del pubblico, ma tutto regolava il riguardo della nazione e di acco- 
modar le persone promosse, non gia il tribunale; sicome pur si 
vide a Milano, dove si mand6 per presidente il Mendozza, 3 non 
gia per ristabilire quel tribunale, ma per dargli impiego lucroso e 
per maggior suo aggio, niente curando, che quel posto erasi sem- 
pre occupato da togati, uomini dotti e letterati; ma si mand6 il 
Mendozza, ch'era un cavaliere di spada, senza lettere e senza al- 
cuna conoscenza di tribunali di giustizia n di lor pratica. 

Sempre piu col decorso del tempo si scovrivano i disegni, che 
sopra gli Stati d'ltalia aveano gli Spagnoli, di avergli come tante 
borze che fosser sempre piene per satollare le avide lor brame, e 
di pascere il lor fasto e pompa. Quindi erano intesi con piacevo- 
lezza e piacere i tanti progettanti, che offerivano di scovrir nuove 
mine, onde potessero straricchire, chi proponendo un proggetto e 
chi un altro; ed ancorch6 si fossero coll'esperienza conosciuti vani 

i. conclamatum est iam^i cfr. Terenzio, Eun^ 348: tutto e perduto; 
Fespressione e ormai divenuta proverbiale. 2. mellonaggini: balordaggini. 
3. il Mendozza: Fernandez Mendoza y Alarcon, marchese di Valle Si- 
ciliana. 



200 VITA DI PIETRO GIANNONE 

ed impertinent!, non per questo non si sentivano i secondi, terzi, 
quarti, e quanti ne capitavano. In breve pervennesi ad una cor- 
nizione non men parziale che totale, poiche ciascuna delle guaste 
parti concorreva al precipizio ed alia universal ruina. Par che tutti 
cospirassero a questo; e per cio ciascuno attendeva a se stesso, 
come se nulla gli dovesse importare la rovina delle pubbliche cose, 
e che gli Stati d'ltalia andassero a ruba e saccomanno, 1 esposti alia 
voracita di tanti. 

Alcuni pochi piangevan meco, prevedendo da ci6 funesti ed in- 
felici successi, poich6 si vedevano tutti i segni, che soglion pre- 
correre alle decadenze degrimperi e monarchic. All'imperadore 
fuor di ogni speranza di prole maschile, quasi stufo di piu regnare, 
eragli resa ogni cura noiosa e rincrescevole; e Tordinaria e conti- 
nua sua applicazione non era che quella della caccia, lasciando con 
ci6 a que' che gli stavan d'attorno, libere le redini del governo di 
far ci6 che volessero. E quel che recava maggior confusione era, 
che di quest! nemmeno poteva capirsi il sistema col quale si re- 
golavano, scorgendosi dalli loro fatti vari ed incostanti, che so- 
vente volevano ci6 che prima disvollero: onde il volerne indagarc 
le cagioni era veramente cccum ratione insanire. 2 

II marchese di Rialp nell'istesso tempo che trattava in Roma il 
chiericato di Camera per suo figlio, morto papa Benedetto XIII e 
rifatto in suo luogo Clemente XII fiero persecutore del cardinal 
Coscia, di monsignor Targa suo fratello, e di tutti i favoriti del 
suo predecessore : 3 prese la difesa de j Coscia, e dando a scntirc 
che Timperadore avea preso la protezione de* medesimi, procu- 
rava con ci6 sgomentare la corte di Roma, perch6 non proccdesse 
oltre ad inquirere 4 e punire i lor enormi delitti, commessi ncl pas- 
sato pontificate. Ma in questa istessa vantata protezione pur si 
mostrava vario e difforme: ora la invigoriva, ora la rallentava; 
sicch6 diede materia a vari discorsi. Chi interpretava che ci6 fa- 
cesse, secondo le speranze prossime o lontane che se li davan da 

i. saccomanno: saccheggio. 2. cum ratione insanire: cfr. Terence, Eun>, 
63 : adiventar pazzo, pur essendo colla mente a posto, 3. morto . . . pre- 
decessore: Lorenzo Corsini (1652-1740), elettp papa con il nome di Cle- 
mente XII il 12 luglio 1730, subito dopo 1'elezione si sbarazz6 del cardinal 
Coscia, il potente favorito del suo predecessore, intentandogli un processo 
per malversazione. Cfr., qui, la nota 4 a p. 151. Monsignor Targa era dctto 
Filippo Coscia (1692-1759), fratello del cardinale e vescovo di Targa (Tu- 
nisia) dal 1725. 4. inquirere: istruire process! (latinismo). 



CAPITOLO SETTIMO 2OI 

Roma del chiericato di Camera, del quale era lusingato per suo 
figlio; chi che questa protezione s'invigoriva o rallentava, a pro- 
porzione delFabbondante o scarsa misura de los doblones, de' quali 
i Coscia erano smunti; e chi ad altre cagioni. In breve, la corte di 
Roma, che era ben awisata che la protezione delPimper adore 
non era tanta, quanto era esaggerata dal Rialp, tir6 innanzi i suoi 
processi e condanne: ciocche presso coloro che la credevano tale 
quaPegli la vantava, era riputato come un atlronto di Cesare, che 
un cardinale del quale egli avea presa protezione le fosse valuta 
cosi poco e quasi che niente. 

In questi inviluppi erano intricate le menti degli uomini, cosi in 
questo, come in ogni altro affare, andandosi lambiccando il cer- 
vello sopra il perche, il fine: non awertendo che andavan cercando 
ordine e sistema in un tenebroso caos e tra le perpetue confusioni 
e disordini. 



CAPITOLO OTTAVO 
Anni -T7JJ, 32 e 33. In Vienna. 



Intanto eravamo entrati nell'anno 1731, nel principle del quale 
cominci6 ad infermarsi 1 il reggente Almarz, col quale, spesso ra- 
gionando delle confusioni e disordini ne' quali vedevamo ridotte 
le cose, compiangendole a vicenda, disacerbavamo alquanto il no- 
stro dolore. Venner dapoi le sue indisposizioni ad avanzarsi, e 
cadde in una languida e rincrescevole malattia, la quale, o fosse per 
malinconia d'animo, o altro vizio di corpo, gli cagion6 una febre 
grave e pericolosa; sicche i medici cominciarono a dispcrar di sua 
salute; e tentati invano tutti i rimedi ed ogni umano aiuto, final- 
mente ne' principi d'aprile rese lo spirito al suo Datore. 

I suoi amici, e spezialmente io da cui era cotanto amato, rimasero 
inconsolabili e dolenti per la perdita di un uomo cotanto caro ed 
amabile, ma non gia i suoi parenti, che avea seco condotti in Vien- 
na, i quali allegri per la pingue eredita rimastali, accresciuta dal 
molto denaro esatto in tanti anni del reggentato, che gli fruttava 
quasi undicimila fiorini 1'anno, di ci6 non contenti, vollero pure 
profittare sopra 1'onorate ossa di quel buon vccchio; poich6 sopra 
i meriti del medesimo, poich'essi non ne aveano alcuno, con inu- 
dita avidit^i ed impudenza cercarono ed ottennero tante grazie e 
mercedi, che Tistesso imperadore finalmente s'annoi6 in vedere 
che non finivano i tanti memoriali che alia giornata se gli pre- 
sentavano. 

Nel mese di maggio fummo obbligati mutar quartiere, e dal 
Piccolo Parigiw passare ad altra casa, posta vicino a San Salva- 
tore ed al Banco della citta, nella contrada detta il Grande Cri- 
stofaro; 2 ed in quest'anno si mut6 eziandio villeggiatura, poiche 
in vece di portarci a Pettersdorf, fu trasferita a Medeling, che mi 
riusci pifr amena, poich6 ne' miei mattutini esercizi avea ivi una 
vicina valle, che al ritorno mi copriva dal sole fino a casa. Si prese 
tal luogo, cosi perch madama LeichsenofFen trov6 ivi una sua 
arnica, che Toffer! quartiere a minor prezzo di quello che si pagava 
a Pettersdorf, come anche perch6 morto il reggente Almarz, che 

i. infermarsi: ammalarsi. z. nella . . . Cristofaro: nella zona compresa tra 
Judenplatz e Hohen Markt, poco distante dal Donaukanal. 



CAPITOLO OTTAVO 203 

soleva venire al vicino Prun, non avendo piu la sua compagnia e 
quella degli amici che venivano a trovarlo, curai poco d'allontanar- 
mene. E se ben da ora innanzi si differisse Pandare a* principi o 
meta di giugno, nulladimanco si prolungava assai piu del solito la 
dimora, fino al mese di agosto ; poich6 io stufo della Corte e sempre 
piu perdendo speranza che mi fosser attese 1 le promesse, vedendole 
tirar in lungo, mi quietai, aspettando tempi migliori, che mi lusin- 
gava poter arrivare; ed intanto mi disposi a vivere a me stesso ed 
a' miei studi; tanto maggiormente che per le cagioni gia dette, 
cominciando a cessare le occupazioni che prima avea di qualche 
causa, non avea tanta necessita di trattar co' ministri, e volentieri 
me n'asteneva; oltre che, morto Almarz e disciolta la conversa- 
zione che aveasi in sua casa, mi ritirava nella mia, e qualche sera 
in quella del cavalier Garelli, prossima alia mia. 

Cominciai 2 nella villeggiatura di quest' anno ad applicarmi a studi, 
che fosser drizzati unicamente alia cognizione di me stesso e del- 
la condizione umana, della quale io era vestito, e ripigliare i miei 
tralasciati studi di filosofia, e col soccorso delFistoria d'investigare 
piu da presso la fabbrica di questo mondo e degli antichi suoi abi- 
tatori: delFuomo, della sua condizione e fine, e quanto sopra la 
terra fossesi col suo discorso e riflessione avanzato sopra tutto il 
mortal genere, e avesse dato principio alia societa civile, onde sur- 
ser le citta, i regni, il culto e le repubbliche, lasciando la vita sil- 
vestre e ferale a gli altri animali, a* quali non fu concesso tanto 
acume, industria ed intelletto da potersene spogliare. E tralasciata 
la considerazione de* moderni imperi, regni e monarchic, delle quali 
abbastanza era istrutto, volli andar indietro quanto piu si potesse, 
seguendo le memorie che sottratte alle ingiurie degli uomini, e 
de' tempi erano a noi rimase. 

Ebbi sommo contento che fra quanti libri a noi furon traman- 
dati da' secoli vetusti, i piu antichi fossero i cinque libri del Penta- 
teuco di Mose, come quelli che ci dan notizia di popoli e regioni 
assai piu vetuste di quelle che ci somministra Omero, di piu secoli 
posteriore a Mose. Cominciai adunque da questi; ed i libri che 
eran da me stanchi, e che erano la mia assidua ed ordinaria lezione, 
era la Biblia sacra ed i poemi d'Omero. A questi poi aggiunsi, per le 
cose giudaiche, Giuseppe Ebreo, che lessi tutto secondo Tultima 

i. attese: mantenute. 2. Cominciaii inizia da qui la descrizione del lavoro 
preparatories a quelli che saranno i voltuni del Triregno. 



204 VITA DI PIETRO GIANNONE 

ed accurata edizione di Ollanda, divisa in due tomi in foglio; 1 
e per le cose asiatiche, egizie e greche, VIstoria d'Erodoto Alicar- 
nasseo, e sopra tutto i primi cinque libri della Biblioteca istorica 
di Diodoro Siciliano, che io avea colla traduzione di Roterdamo, 2 
e la Geografia di Strabone. 3 

Ebbi gran piacere d'awertire che, intorno al principio e durata 
deirimperio degli Assiri, Erodoto si conformasse piu a' libri di 
Mose e de* profeti, che a quanlo ne scrissero poi Diodoro, <Euse- 
bio e> gli altri greci scrittori; sicome gran maraviglia rccommi 
come Cornelio Tacito, il quale scrisse doppo Giuseppe Ebreo e 
che non poteva ignorare la di lui Istoria, che avea presentata a 
Vespasiano Cesare, da cui fu caramente accolta e riposta nella 
sua biblioteca, avesse delle origini ed altre cose giudaiche scritto 
altrimenti; se non forse, disprezzando i Romani gli scrittori ebrei, 
come creduli, superstiziosi e puerili, o non si fosse curato di Icgger- 
la, o non vi prestasse intera fede. Egli voile piu tosto seguitare Stra- 
bone, Diodoro Siciliano e gli altri greci e latini scrittori, i quali a 
quel popolo dieder altra origine, sicome al tempio e cittk di Ge- 
rusalemme, che sconciamente 4 ne fanno fondatore Mose, che at- 
tendere le vere e piu vetuste antichita giudaiche. N6 posso negare 
che a questi studi mi fu di molto aiuto il tomo della Biblioteca 
istorica di Dupino, 5 il quale raccolse quanto piu di certo e sicuro 

i. Giuseppe. . .foglio: cfr. J. HUDSON, Flaviijosephi quae reperiri potucnmt 
opera omnia graece et latine, cum notis et nova versione J. H., Amstclaedami 
1726. Giuseppe Flavio, storico giudeo della sctta dei Farisei, nacquc nel 37 
dell'Era volgare e morl attorno all'anno 100. 2. Roterdamo: cosl per Ro- 
domano . Fu infatti Lorenz Rhodomann che tradusse la Bibliotheca histo- 
rica di Diodoro Siculo (lo storico vissuto circa tra T8o e il 20 avanti 1'JEra 
volgare), apparsa per la prima volta ad Hannover nel 1604. 3. Strabone: 
storico e geografo greco, nato attorno al 60 avanti 1'Era volgare ad Amasia 
nel Ponto e morto nel 20 circa delPEra volgare. La sua Geografia ebbe 
grande fortuna a partire dal VI secolo. Fu data per la prima volta allc stam- 
pe da Aldo, nel 1516, ma gia ne era apparsa una versione latina di Guarino 
Veronese, a Roma, sin dal 1471. II Giannone la utilizz6 in uno dei migho- 
ri commenti del tempo, quello di Isaac Casaubon, del 1587, con versione 
latina di Wilhelm Holtzmann (Xylander) riveduta dallo stesso Casaubon, 
secondo Pedizione parigina del 1620: cfr. infatti nell'Archivio di Stato 
di Torino, manoscritti Gtannone y mazzo I, ins. n (Giannoniana, p. 410), il 
suo Ristretto della Geografia di Strabone, basato su qucst'ultima edizione. 
4. sconciamente: arbitrariamente. 5. Cfr. L. E. Du PIN, Bibliotheque uni- 
verselle des historiens t contenant leurs vies, Vabrtge*, la chronologie, la go~ 
graphie et la critique de leurs histoires y unjugement sur leur style, et leur 
caractere, Amsterdam 1708. Louis Ellies Du Pin (1657-1719), scrittore gal- 
licano, autore di una monumentale storia della letteratura ecclesiastica, la 



CAPITOLO OTTAVO 205 

potea additarsi intorno a questi non meno antichi che inviluppa- 
ti tempi, tirandolo sino a' tempi di Alessandro Magno, ch'era la 
cosa piu intricata e difficile; poiche da Alessandro in poi le cose 
si rendono piu facili e piane, per i molti scrittori che Tillustrarono. 
Si cominciarono tali studi in questa villeggiatura, nelle solitu- 
dini di Medeling. N6 tornato in citta ne 1 principi d'agosto furon 
da me tralasciati; poiche essendosi posta in ordine la magnifica 
biblioteca cesarea, e di tre ampissime fattane una, riposta in un 
superbo edificio costrutto vicino airimperial palazzo, 1 dalla mede- 
sima m'eran somministrati tutti que' libri, cosi antichi come mo- 
derni, che a questi studi eran propri ed acconci; onde non trala- 
sciava di frequentarla; tanto maggiormente che il primo custode di 
quella, Niccol6 Forlosia, 2 mio amico, con somma cortesia e genti- 
lezza mi offeriva tutto cio che ivi eravi di raro e pellegrino. 



II 

Furono interrotti tali studi, in questo anno, da due occasion!, 
che mi obbligarono a rivolgergli altrove. La prima fu che, avendo 
il nuovo pontefice Clemente XII costretto il cardinal Coscia 3 di re- 
signar in sue mani Tarcivescovado di Benevento, sicome fece, il 
papa lo confer! a monsignor Doria, 4 genovese : il quale, senza aver 
dal vicere ottenuto alle bolle di sua istituzione regio exequatur, e 
senza sua participazione, da Roma dirittamente portossi a Bene- 
vento, e prese possesso delTarcivescovado, che si compone di piu 
diocesi, poste tutte nel regno di Napoli, sopra le quali cominciava 

Nouvelle bibliotheque des auteurs eccUstastiques, Paris 1686-1714, e delle 
non meno famose De antiqua Ecclesiae disciplina dissertationes histoncae, 
Parisiis 1686, tra i testi piu consultati dal Giannone. Professore di filoso- 
fia alia Sorbona, fu aspramente attaccato dal Bossuet, e fini coll'essere 
estromesso dalPuniversit& parigina quando si oppose alia bolla Unigenitus. 
i . biblioteca . . . palazzo : la Biblioteca Palatina (oggi Nationalbibliothek), fon- 
data da Ferduiando I nel 1526, fu interamente ricostruita tra il 1722 e il 1729, 
su progetto delParchitetto Joseph Emanuel Fischer von Erlach. 2. Nicola 
Forlosia, gia profiscale nel Consigho di Spagna, fu custode della Biblioteca 
Palatina sotto la prefettura di Giovanni Benedetto Gentilotti di Engels- 
brunn, poi di Francesco Alessandro Riccardi e di Pio Niccol6 Garelli. Una 
sua lettera al Giannone in Giannoniana, pp. 530-1. 3. il cardinal Coscia: 
cfr. la nota4 a p. 151. 4. II cardinale Simbaldo Doria (1664-1733) fu 
una vittima di Benedetto XIII. Gia maestro di camera di Innocenzo XIII, 
per tutto il pontificate seguente subi un'eclissi, e si spiega quindi perche 
venisse scelto a subentrare al Coscia in Benevento, ricevendo anche, di 11 
a poco, nel settembre del 1731, la dignita cardinalizia. 



206 VITA DI PIETRO GIANNONE 

ad esercitar giurisdizione, pretendendo di convocar sinodi ed usar 
altri atti pregiudiziali alle regie preminenze e supremi diritti reali. 
Non meno il vicere che la Citta di Napoli si scossero a tali no- 
vita ed imperiosi modi : il vicere, per non essersi avuto da lui pri- 
ma ricorso; e la Citta, perche s'erano violate le grazie, che la Maesta 
dell'imperadore avea concedute alia Citta e Regno, di doversi tutti 
gli arcivescovadi del Regno conferire a' nazionali, sicome di que- 
st'istesso arcivescovado fece papa Benedetto, conferendolo al car- 
dinal Coscia, ch'era naturale del Regno e non gia a' forastieri, 
qual era il Doria genovese. febbene la Citta ricorso al vicere e suo 
Collateral Consiglio, perche si purgassero gli attentati; e poiche 
il Collateral, in un affare di tanto momento non ardiva metter 
mano, senza che prima non si fosser ricevute le istruzioni deH'impe- 
rial corte di Vienna; la Citta, perche" questa fosse pienamente in- 
formata delle sue ragioni, diede incombenza al suo agente, che 
mantiene nella Corte, trasmettendoli le scritture e documenti ne- 
cessari, perche ne facesse ricorso a Cesare ed al supremo Consiglio 
di Spagna. 

L* agente, ancorche patrizio napolitano, come imperito di queste 
cose, fu in nome della Citta a richiedermi della difesa e di voler 
manifestare i torti che s'eran ricevuti, perche* se ne fosse presa 
emenda. Li risposi che volentieri n'avrei preso il carico, cosi per- 
ch6 dovea abbracciare ogni occasione per difendcre i diritti della 
patria, come anche perch' era particolar mio obbligo di farlo, es- 
sendo stato eletto prima di partir per Vienna da que' che la reg- 
gevano avvocato della Citta; onde lasciatemi le scritture attesi at- 
tentamente ad esaminarle, e m'accinsi a quanto bisognava; e con 
maggior fervore quando dopo ricevei lettera della Citta, nella quale, 
mostrando di ci6 gran contento, me n'incaricava la difesa con vi- 
gore e fermezza. 1 

II marchese di Rialp, che avea preso a difendere il cardinal Co- 
scia e a biasimar quanto contro di lui da Roma si facea, favoriva il 

i. m'accinsi . . .fermezza: prime atto del Giannone fu la stesura di una 
Supplied umihata alia S. C. R. e C. M. t che Dio guardi, dalli deputati sopra 
la collastione de* benefizi ed offizi della fedelissima citta e regno di Napoli, 
per la provvisione delVarciuescovato di Benevento, con ristretto di documenti 
e ragioni che ne giustificano Vesposto, successivamentc inscrita tra le Opere 
postume, ii, pp. 259 sgg. Sulle ripercussioni in Roma alia notizia dell'in- 
carico affidato al Giannone per la questione beneventana cfr. in Gianno- 
niana, pp. 157 sgg. 



CAPITOLO OTTAVO 20J 

ricorso avuto dalla Citta; e molto piu detestava 1'attentato d'essersi 
dal nuovo arcivescovo preso possesso, senza partecipazione del vi- 
cere e senza averne ottenuto prima regie exequatur; ed ebbe a caro 
che io avessi preso la difesa della Citta, la quale istava eziandio, 
che fosse dichiarato il regio exequatur essere necessario non meno 
nelle bolle d'istituzioni degli altri arcivescovadi del Regno, che di 
quello di Benevento; afHnche dovendosi presentare le bolle nel 
Collaterale, avesse agio di potere opporsi ed impedirlo, nel caso si 
trovassero contrarie e destruttive delle grazie e privilegi conce- 
dutigli ; ond'essendo stato io coiragente della Citta ad informarlo, 
non solo mostro esser persuaso di quanto Pesposi, ma m'incarico 
la difesa eziandio sul punto fall* exequatur-, sicome ne avrebbe an- 
che data premura al reggente Esmandia, che faceva le parti di 
fiscale, affinche si andasse di concerto, ed insieme si fosser commu- 
nicate le ragioni per una piu valida difesa presso il presidente 
e gli altri ministri del Consiglio; e che io, doppo avergli infor- 
mati, avessi distesa una piena allegazione sopra i due punti, e 
portatala a lui, sicome a tutti gli altri ministri; e facessi presto, 
perch' egli non farebbe trattar la causa nel Consiglio, se prima non 
si fosse letta e ponderata da* medesimi. 

Adempii quanto mi fu imposto, ed in meno di venti giorni 
composi P allegazione, nella quale, trattando DelVorigine ed istitu- 
zione dell' arcivescovado di Benevento, sua qualita e natural dimo- 
strai esser quello compreso dalle grazie concedute dalla maesta. 
delFimperadore, ed esser sottoposto al regio exequatur, non me- 
no che tutti gli altri arcivescovadi del Regno . Questa scrittura 
prima d'ogni altro fu portata al marchese di Rialp, il quale, es- 
sendogli estremamente piaciuta, voile che si desse alle stampe, 
anche per piu facilita e maggior commodo de' ministri, che dovean 
leggerla. L'agente ne fece imprimere in Vienna non piu che cento 

i. DelVorigine . . . naturae il titolo esatto e Ragioni per le quali si dimostra 
che V arcivescovado beneventano y non ostante che il dominio temporale della citta 
di Benevento fosse passato a* Romani Pontefici, sia compreso nella grazia 
conceduta da Sua Maesta Cesarea e Cattolica a* nazionali, e sottoposto al 
regio exsequatur, come tutti gh altri arcivescovadi del Regno, s.n.t. (ma Vienna 
1731). Anche questa allegazione e stata successivamente inserita tra le 
Opere postume, n, pp 233 sgg. Ad essa fu risposto con Panonima Archiepi- 
scopatus Beneventani, necnon Archiepiscopatuum inferiorumque Regni Nea- 
politani Beneficiorum libertas vindicata adversus argumenta anonymi recen- 
tioriSy auctore saeculari presbyter o, s.L, 1738, opera attnbuibile a Giovanni 
De Vita. Ma cfr. anche Giannoniana, pp. 157 sgg. 



208 VITA DI PIETRO GIANNONE 

essemplari, de' quali cinquanta bastarono per i ministri e per altri 
amici, che mostrarono desiderio di averla. 

II nunzio Passionei, incaricato dalla corte di Roma di opporsi 
a' ricorsi della Citta, fece ogni sforzo per rendergli vani; e procu- 
rato uno essemplare della medesima pur lo riputava ingiurioso alia 
Santa Sede : poiche" ogni cosa si qualifica per tale, quando si cerca, 
ancorche" con molti legittimi e con manifeste ragioni, d'impedire le 
sorprese che si tentano sopra i reali diritti e sopra i privilegi delle 
nazioni; e sopra i vecchi delitti m'imputava quest'altro nuovo, 
per maggiormente rendermi odioso in Roma ed in quella Corte. 
Altri cinquanta essemplari furon mandati in Napoli a gli Eletti 
della Citta: dove letti che furono, essendo molto piaciuti ed estre- 
mamente commendali, crebbe a gli altri il desiderio d'avergli, ma 
non bastando gli essemplari mandati, ne fu fatta ivi nuova ristam- 
pa di piu centinaia, i quali per le continue ricerche nemmeno 
bastando, fu d'uopo fame altra impressione, che fu la terza. 1 

Doppo essersi pienamente da me informati i ministri del Con- 
siglio, fu trattata la causa, e fatta relazione alPimperadore di ci6 
che conveniva per istruzione del vicer6 e Consiglio Collaterale, fu 
spedito da Sua Maesta lungo dispaccio per la Secreteria di Stato, 
con accordo del Consiglio, dirizzato al vicere conte d'Harrach, 
col quale si davan prowidenze ed istruzioni favorevoli, non solo 
per cio che riguardava il regio exequatur, ma eziandio per Taltro 
punto della comprenzione delParcivescovado di Benevento nelle 
grazie di Sua Maesta, come ogni altro arcivescovado del Regno, 
Nel dispaccio era io nominate, facendosi menzione deirallegazione 
da me composta, che s'era avuta presente, sicome delle altre ri- 
flessioni del reggente fiscale. 2 

Per vedersi in quella allegazione dimostrate e poste in chiara 
luce le ragioni della Citta, alia quale par che si fosse appoggiato 
il dispaccio, gli Eletti della Citta si posero in grandissima speranza 
di doversi presto sentire dal Collaterale prowidenze vigorosc e 
forti, per riparare i torti inferiti; e gli awocati della Citta mi scri- 
vevano commendando la mia difesa, alia quale attribuivano il tutto, 



1. nuova . . . la terza: anche le ristampe apparse senza note tipografiche. 

2. altre . . .fiscale: anche TEsmandia aveva steso una particolar memoria 

sia voto fiscale per questo affare, formata colla direzione del nostro au- 
tore , come assicura il PANZINI, p. 76. II dispaccio al vicer6 reca la data del 

1 marzo 1732. 



CAPITOLO OTTAVO 20Q 

sicuri che ne avrebbero veduti gli effetti. Ma io che sapeva 1'arcano, 
gli risposi con sincerita, che le loro speranze dipendevano da' 
trattati di Roma, e che ivi riguardassero, come Stella polare: e che 
se vedevano le cose del cardinal Coscia e dell' abate Perlas andar 
male, sicche il marchese di Rialp sdegnato persistesse nel fervore 
che mostrava, poteva la Citta sperarne profitto di quanto si era 
fatto ; ma se queste contemplazioni 1 cessassero e ne venisser delle 
nuove, la Citta sarebbe abbandonata, ne piu si parlerebbe di Be- 
nevento. 

In effetto Roma, che ben sapeva i fini di Rialp, cerco con sue 
lusinghe raddorcirlo, e venuta opportuna occasione, che il conte di 
Sinzendorf ebbe bisogno di quella Dataria, per ottener un breve 
d'eliggibilita per il cardinal suo figlio, che voleva, da un vescovado 
che teneva in Ungheria, ascendere ad un altro vescovado piu ricco 
della Slesia, qual fu quel di Breslavia,* mostrandosi restia la Da- 
taria di concederlo e facendo al cardinal Sinfuego sentire che la 
ripugnanza derivava per gli strapazzi che si facevano in Napoli 
all'arcivescovo di Benevento, di che il papa sdegnato avea ordinato 
che per Dataria non si fosse spedita cos'alcuna che si cercasse da' 
Germani; questo bast6, che il conte di Sinzendorf, lagnandosi 
pubblicamente del Consiglio di Spagna, che ne voleva troppo dal- 
la corte di Roma e che non bisognava disgustarla, ottenesse che 
per la Secreteria di Stato fosse spedito ordine secreto al vicere 
conte d'Harrac accompagnato da pressanti familiari lettere, col 
quale se Timponeva che vedesse col buono amichevolmente com- 
porre quelle contese, e contentarsi di cio che 1'era da Roma offerto. 

Presto presto fu tutto finito. II vicere si contento che Tarcivesco- 
vo di Benevento gli scrivesse una lettera, nella quale gli dava parte 
d'essere stato eletto da Sua Santita arcivescovo di Benevento, 
dov'egli si ritrovava, aspettando suoi comandi in ci6 che potesse 
servirlo, con simili altre cerimonie ed espressioni di lettere cortig- 
giane, che niente conchiudono. E questo si riputo bastante per 
V exequatur regium; ed intorno alia pretenzione della Citta vi fu 

i. contemplazioni: considerazioni. 2. venuta . . . Breslavia: cfr. la nota 4 a 
p. 99; Dataria: ufficio della Curia, sorto originariamente per datare i do- 
cumenti pontifici (donde il suo nome), estese lasua competenza nel Quat- 
trocento all'accettazione delle suppliche, alia concessione di dispense e al 
confenmento dei benefici. La sua importanza crebbe cosl enormemente e 
fu sancita da Sisto V col breve Decet romanum pontificem t che la riorganiz- 
z6 come massimo ufficio di Curia. 



210 VITA DI PIETRO GIANNONE 

posto silenzio, ne parlossene di vantaggio ne trattossi mai piu in 
Collaterale della causa; anzi morto il Doria, il papa ne rifece un 
altro, pur forastiere; 1 ne niuno ebbe ardire di fame motto, non che 
di dolersene. E quel che maggiormente dimostr6 essersi perduta 
ogni verecondia e rossore, nella stessa settimana che da Napoli 
venne Tawiso di questo accordo, giunse al conte di Sinzendorf il 
breve delFeligibilita, spedito da Roma al cardinal suo figlio per- 
ch6 potesse essere eletto, ed occupare Taltra piu ricca cattedra da 
lui ambita. Ed io non pur ne venni ad acquistare maggior odio col- 
la corte di Roma, che amaramente intese le lodi ed applausi di quel- 
la scrittura, divolgata da per tutto in tanti essemplari, ma tante mie 
fatiche se le port6 il vento, senza averne avuta dalla Citta ricogni- 
zione alcuna; poiche Fagente procurava per se stesso, credendo 
che tanto si sarebbe scemato a lui, quanto si dava a me; onde, 
dimenticatosi delle promesse, che la Citta sarebbesi meco portata 
grata e riconoscente, non scriveva alia Citta se non per lui, n6 di 
me faceva alcun motto. Sicch6 awisato da Napoli del modo di 
procedere di costui, fu d'uopo che altri per me parlasse, ma pure 
infruttuosamente; poich6, sopragiunte dapoi le novita e cambia- 
menti che portb Fultima guerra, 2 le cose rimasero, sicome sono 
ancora, sospese e inpendenti. 



ill 

L'altra occasione, che in questo anno interruppe i miei studi, 
che avea intrapresi per la cognizione di me stesso e del mlo es- 
sere, fu 1'awiso ch'ebbi da Napoli, d'essere uscita dalle stampe 
una critica sopra il nono libro della mia Istoria civile del padre 
Sebastiano Paoli, de' cherici regolari della congregazione di Lucca. 3 
Questi era lucchese, che io conobbi a Vienna coll'occasione d'esser 

i. ilpapa . . .forastiere: fu il romano Serafino Cenci (1676-1740), il quale, 
create subito dopo cardinale, nel settembre del 1733, Iasci6 la diocesi nelle 
mani di un vicario, Domenico Antonio Manfredi. 2. Vultima guerra: la 
guerra di successione polacca, conclusasi con la pace di Vienna del 18 
novembre 1738, col riconoscimento a re di Polonia del candidate imperiale 
Federico Augusto II di Sassonia. 3. Sebastiano Paoli . . . Lucca: cfr. le 
lettere del Giannone al fratello, del 28 febbraio, 13 marzo e 3 aprile 1728 
(Giannoniana, nn. 1 240, 242 e 245). Per una biografia del Paoli (1684-1751), 
predicatore, teologo e archeologo, si veda C. A. EKRA, Memoria de* religiosi 
per pietd e dottrina insigni della Congregazione della Madre di Dio, II, Ro- 
ma 1760, p. 282. 



CAPITOLO OTTAVO 211 

venuto, una quadragesima, a predicare in Corte, sicom'e il costume 
di chiamar da Italia ogni anno un predicatore italiano. Faceami 
deiramico, e mostrava aver di me stima ed affezione. 

Tomato in Italia, e vagando per molte citta di quella, ora in 
Napoli ed in Roma, ora in Bologna, ora altrove, si diede a credere 
che niuna cosa fosse piu acconcia di facilitargli in Roma un vesco- 
vado, al qual egli aspirava, che di scrivere contro la mia Istoria 
cotanto da Roma invisa e perseguitata. ColTaiuto d'un antiquario 
napolitano suo amico, 1 poich'egli d'istoria non seppe mai, compose 
un libriccino, sotto il titolo : Annotazioni critiche sopra il nono libro 
dell* Istoria civile di Napoli? dove vantava d'avere scoverti piu 
errori in qudY Istoria, intorno alia venuta de' Normanni in Italia, 
di cronologia, ed altri difetti; e credette, avendo cio fatto, d'aver 
dimostrata la falsita di quell' Istoria ; n si ritenne di porre in fronte 
al libro un passo di sant'Agostmo, 3 appropriandolo a s6: che si- 
come colui avea scoverte le fallacie e menzogne del Manicheo, 
cosi egli le mie; sicome in finirlo d'aggiungervi un altro passo di 
san Girolamo, 4 millantando che gli errori che egli avea palesati, a 
riguardo degli altri che avea omessi, erano leggieri, ne tanto gravi 
e pesanti. 

Non vi fu cardinale o prelato in Roma, al quale non si presen- 
tasse il libro con molte lodi ed encomi dell'autore; ed oltre averne 
molti sparsi per le altre citta d* Italia, in Napoli s'eran esposti 
venali nella porteria d'una casa di questi cherici regolari, chiamata 
di Santa Brigida, dove si vendevano a buon mercato. 

Fummene mandato da Napoli un essemplare, ed insieme scritto 
che non me ne prendessi fastidio, poiche quelle Annotazioni eran 
state dagli uomini dotti riputate cosl da poco, puerili, sterili ed 
asciutte, 5 che non meritavano d'esser lette, non che la pena di 
farci risposta; ed in effetto, avendole io lette, sicome avendole 

I. CoU'aiuto . . . amico: il Giannone si riferisce qui all'archeologo e giurista 
napoletano Matteo Egizio (1674-1745), che sospettd, sembra con fonda- 
mento, d'aver fornito le sue osservazioni s\dl'Istoria civile al Paoli. Cfr. per 
questo Giannoniana, pp. 125 sgg. 2. Annotazioni . . . Napoli: apparse con 
1'indicazione di Colonia (ma Roma), nel 1732, provocarono la sollecita rea- 
zione del gruppo giannoniano. Una recensione critica fu pubblicata dagli 
Acta Eruditorum Lipsiensium del 1732, p. 292. 3. un passo di son? A- 
gostino : dal Contra Epistolam Manichaei, quam vocant Fundamenti, xiv-xv. 
4. passo di san Girolamo : cfr. Epistola ad Sabinianum, XLVIH : Magna qui- 
dem ista sunt pondere suo: sed fiunt eorum, quae illaturus essem, compa- 
ratione leviora. 5. asciutte: aride. 



212 VITA DI PIETRO GIANNONE 

fatte leggere ad altri, si trovo che que' di Napoli scrivevan il vero. 
Ma due forti cagioni mi mossero al contrario. Primieramente la 
natura del padre Paoli a me nota, piuttosto propensa al trasonico 1 
e millantatore, il quale, in ogni angolo d'ltalia, gia vantava d'aver 
ucciso il gigante. L'altra, che scovrendo con maniere un poco aspre 
la di lui ignoranza, fosse repressa non pur la sua petulanza e traso- 
neria, ma fosse d'essempio a gli altri frati e monaci, che non ve- 
nissero ad inquietarmi ad ogni poco, con le loro scipitezze, ma mi 
lasciassero in pace: poich6 io a tutto altro intendeva impiegar gli 
ultimi anni di vita che mi restavano, che a queste brighe, le quali 
non mi avean recato altro che persecuzioni, invidie, malevolenza 
ed inquietudini. 

Cosi, verso il fine di quest'anno mi posi a rispondere una per 
una alle critiche, dimostrandole sciocche, puerili e sciapite, trat- 
tando Pautore qual si meritavano le sue trasonerie e rodomontate; 
e poiche egli aveale date alle stampe e sparse da per tutto, si reput6 
di rendergli il pari, e far imprimere anche questa risposta, che ha 
per titolo: Risposta alle Annotazioni critiche sopra il nono libra 
delVIstoria civile del regno di Napoli ? della quale non si dimenti- 
carono i collettori di Lipsia di rapportarla ne' loro Atti. 2 

Questa Risposta in Vienna, e piu in Napoli, fece gran romorc, 
essendo stata ricevuta con piacere e con applauso; sicch6 rimase 
confuso non pur il padre Paoli, ma tutti i suoi, che prima lo cre- 
devano qualche cosa; e d'allora in poi non s'e inteso che da 
Roma, o altronde, venisse voglia d'inquietarmi con critiche o nuovi 
Kbri; ma questo fu per me il peggior partito; poich6 Roma, vedendo 
che riuscivano vani ed infelici gli assalti, che si tentavano contro 
la mia opera per via di libri e di carte, rivolse tutti i suoi ingcgni ed 
arti, valendosi di altre armi, contro 1'autore, per abbatterlo ed 
interamente rovinarlo; sicome, con Taiuto di molti al fin Puccise. 

In quest'istesso anno 1731 ebbi lettere di Marco Michele Bous- 
quet, 4 mercante libraro di Ginevra, il quale avendo prima fatto 
precorrere negli awisi di Ollanda la notizia di essersi tradotta la 
mia Istoria civile in lingua francese, e che si sarebbe fra poco data 

1. trasonico-. smargiasso (da Trasone, per cui cfr. la nota i a p. 156!). 

2, Risposta . . . Napoli: edita nel 1732, e stata mserita nelle Opere postume, 
I, alia fine, con numerazione propria, assieme alle Annotazioni. 3 . non si... 
Atti: cfr. Acta Eruditorum Lipsiensium , 1732, pp. 458-9. 4. Marc- 
Michel Eousquet (1696-1762) fu stampatore e Hbraio a Ginevra dal 1712 
al 1736, a Losanna dal 1736 alia morte. 



CAPITOLO OTTAVO 21$ 

alle stampe dalla sua societa, mi scriveva, die desiderando egli ed 
i suoi soci, senza aver riguardo a risparmio, di dare alle stampe 
questa traduzione con ogni accuratezza e magnificenza, volessi 
anch'io contribuir dal mio canto di mandargli le note ed altre 
aggiunte, sicome la mia vita e quanto era awenuto dopo la pub- 
blicazione della medesima; e sopra tutto di far intagliare in rame 
il mio ritratto al naturale per metterlo nel frontispizio affinche 
questa edizione in francese riuscisse migliore e piii adorna dell'in- 
glese. lo che coll'occasione delle tante precedute brighe sopra 
quest. 9 Istoria, mi trovava aver notate phi cose che la confermavano 
e maggiormente Pillustravano, volentieri m'esibii di farlo, sicome 
di somministrargli le notizie delle contese insorte per la medesima; 
ma non gia la mia vita, che sarebbe stata cosa pur troppo lunga e 
noiosa. 

Ebbi dapoi lettere del traduttore stesso, monsieur Bochat 1 fran- 
cese, che si trovava ministro e professore dell'Universita degli studi 
in Losana, cercandomi la resoluzione di alcuni dubbi e rischiara- 
mento de' passi oscuri, che Poccorrevano in tradurla; i quali da me 
gli furon spianati ed illustrati; e seguitando il Bousquet a premere, 
e dando incombenza a Vienna ad un altro mercante libraro suo 
corrispondente, di somministrar le spese per PintagHo e disegno 
del ritratto, sicome d'alcune monete e medaglie che doveano col- 
locarsi ne' loro luoghi in questa nuova impressione, fa nel seguente 
anno intagliato in rame il ritratto, z che se gli mand6, e designate 
le monete e le medaglie, che parimente se le mandarono. Le 
nuove giunte ed annotazioni se gli promisero, secondo che si 
sarebbero ripulite ed ordinate, e che se gli sarebbero mandate 
fra poco tempo quelle del primo tomo, e cosi si sarebbe fatto degli 
altri; sicome di tempo in tempo fu il tutto adempito. E certa- 
mente non meno per le note e giunte, tratte da monumenti au- 
tentici e da varie raccolte di diplomi ed istrumenti pubblici, 
sarebbe questa edizione francese riuscita migliore della inglese, 
e che per quelle monete e medaglie, le quali eran rare e pro- 
prie per confermare ed illustrare molti passi dell'Istoria; le quali 
io avea fatto delineare dalle original! del museo cesareo di Vienna, 

i. Charles- Guillaume Loys de Bochat (1695-1753), professore di dirirto 
naturale a Losanna, controllore generate di quel cantone, tra i fondatori 
della Bibliotheque italique , prosegul la traduzione dell'Istoria civile, ini- 
ziata e condotta gia a buon punto dal padre Isaac (1663-1733). 2. il ritrat- 
to : fu eseguito da Jeremias Jakob Sedelmayr. 



214 VITA DI PIETRO GIANNONE 

merce" la cortesia e gentilezza delF abate Panagia 1 mio amico, che 
vi presideva come insigne antiquario, il quale, oltre avermi mo- 
strata le antiche monete de' Goti re d' Italia, che illustravano e 
confermavano quanto io de' medesimi mi trovava avere scritto 
della dipendenza che aveano con gl'imperadori d'Oriente, mi mo- 
str6 la moneta d'oro che Grimoaldo 2 duca di Benevento fece co- 
niare col nome di Carlo Magno : e cio per adempimento degli arti- 
coli della pace fra lor conchiusa, uno de' quali era che Grimoaldo, 
cosi nelle scritture, come nelle monete, dovesse al suo preporre il 
nome di Carlo Magno, sicome avea io scritto nel primo tomo, 3 
parlando di questa pace; ma ci6 che recommi estremo contento, fu 
d'aver trovata in questo museo la medaglia, che fece coniar in 
Napoli il vicere don Pietro di Toledo, 4 col motto ERECTORI IUSTITIAE, 
della quale io parlo nel quarto tomo, 5 la quale fu da me in vano 
ricercata a Napoli, che trovai poi a Vienna. 

Di questi e simili, sicuri e certi monument!, veniva adornata 
1'edizione francese, la quale, secondo le vicende delle mondane 
cose, pass6 poi que' infortuni che saranno piii innanzi ricordati. 

IV 

1/732] 

Intanto, con queste cure ed occupazioni eravamo entrati nel- 
Tanno 1732, nel quale tanto piu a Vienna crescevano le confusioni 
e disordini, quanto che stabilita nuova pace con la Spagna e non 
piu prolungato il possesso all'infante don Carlos del ducato di 
Parma, sembrava a* Spagnoli di Vienna che, stretto ora Timpera- 
dore con nuovo vincolo colla Spagna, non avesse piu che temere 
di altra potenza; ed il marchese di Rialp, col numeroso seguito 
di tutti gli altri Spagnoli, spezialmente i Catalani, vantavano che 
Timperadore col solo suo nome farebbe ora tremar il mondo; e 
quindi derivava il disprezzo che si faceva degli altri principi, 

i. Giambattista Panagia, custode del Museo Cesareo di Vienna. 2. Gri- 
moaldo III (morto nell'8o6), principe di Benevento. Secondo un accordo 
stipulate dal padre Arechi II con Carlo Magno a Capua nel 786, il princi- 
pe di Benevento, oltre a prestare giuramento di fcdelta e pagare tributi, 
avrebbe dovuto battere moneta e rilasciar diplomi in nome di Carlo. 3. nel 
primo tomo: cfr. Istoria civile, tomo I, lib. vi, cap. iv, p. 398. 4. Pedro de 
Toledo (1514-1578), marchese di Villafranca, vicere" di Napoli dal 1532 alia 
morte. 5. nel quarto tomo: cfr. Istoria civile, tomo iv, lib. xxxn, cap. n, 
par. n, pp. 60-2. 



CAPITOLO OTTAVO 215 

spezialmente di quelli d' Italia, e de' loro inviati che erano in Corte. 
Dall'altra parte, il conte di Sinzendorf, cancelliere di Corte, ch'era 
tomato di Francia da' congressi di Soyson, 1 vantando d'aver pe- 
netrati rintimi consigli del gabinetto di quel giovane re, 3 e le forze 
e disciplina militare di quel regno, la quale a lui sembrava esser 
venuta alPultima decadenza, millantava che la Francia non era in 
istato di mover guerra airimperadore, e ch'era sicuro, che fin a 
tanto che vivea il cardinal Fleury, 3 primo ministro di quella Corte, 
amante di pace, non vi sarebbe guerra; e riposando Timperadore 
sopra questi due ministri, che gli promettevano lungo e tranquillo 
ozio e sicura e stabil quiete in tutti i suoi Stati e domini, fecero 
che riformasse la milizia, cassando molti reggimenti, ne piu si 
pensasse a munizioni di piazze, ne a fortificazioni, anzi riputandosi 
spese vane tutto ci6 che si impiegava in mantenerle, il denaro 
ch'era a ci6 destinato s' impiegava ad altri usi, e con tutto che gli 
Stati e regni d' Italia fossero tassati a mantener certo numero di 
truppa, che fosse bastante per lor difesa, ed effettivamente si 
pagassero le somme secondo il numero prescritto, nulladimanco 
le truppe, che doveano esser ivi, non arrivavano nemmeno alia 
meta; sicome si rese a tutti manifesto, coll'occasione di quest'ulti- 
ma guerra, 4 quando, invaso lo Stato di Milano da' Francesi e 
Piemontesi, non si trovarono per la difesa che sette in ottomila 
soldati e pure lo Stato pagava per diciottomila; ed il regno di 
Napoli, che contribuiva per lo mantenimento di ventiduemila sol- 
dati, non pote resistere a gli Spagnoli, non avendo per sua difesa 
altro numero di soldati che di soli ottomila; e molto minore la 
Sicilia, la quale fu pur costretta a rendersi. 

Tutte queste mine e precipizi nacquero da quella sicurezza che 
si avea, che niuno avrebbe ardimento di muover guerra airimpe- 
radore, e dal basso concetto che si avea delle forze degli altri prin- 
cipi; e per conseguenza, che fosse tutta spesa perduta di mantenere 
numerosi eserciti, e di spendere in riparazioni e fortificazioni di 
piazze. Quindi tutto lo scuopo era di convertire in altri usi il 

i . Soyson : Soissons. 2. giovane re : Luigi XV ( 17 10-1774), uscito dalla mi- 
norita e svincolatosi dalla reggenza del duca Filippo d s Orleans nel 1723. 
3. Andr^-Hercule Fleury (1653-1743), elemosiniere di Luigi XIV, nel 1683, 
precettore dell'erede al trono nel 1715, quindi cardinale e primo ministro 
di Luigi XV nel 1726. Fu il presidente del congresso di Soissons (1728) e 
1'artefice dei trattati di SivigUa (1729) e di Vienna (1731). 4. quest'idtima 
guerra: la guerra di successione polacca. 



2l6 VITA DI PIETRO GIANNONE 

denaro che dovea consumarsi a questo, e di cumular denari per 
altre vie, le quali si tentavano da per tutto, per maggiormente 
accrescer dovizie, fasto e pompa, ed aprirsi altre mine, per estin- 
guer Tingorda fame di tanti, non aspirandosi ad altro che a questo; 
e quindi i progettanti eran piu caramente accolti, ed ogni altro 
che suggeriva maniere donde potesse trarsi denaro, per supplire 
alle magmfiche doti che si assignavano alle spese spagnole : poich6 
erasi gia fatto costume, che maritandosi le lor figliuole, comincian- 
dosi da' primi ministri ed ufficiali spagnoli fino a grinfimi, 1'impe- 
radore Tavesse da costituire ampie doti e somministrare le spese del- 
le nozze, sicome sowenirgli in ogn'altra loro spesa di viaggi, d'infer- 
mita, o altra ancorch6 fosse voluttuosa e niente forzata o necessaria. 
Or awertendosi dagli uomini saggi e prudenti queste confu- 
sioni e disordini, ciascuno pensava di salvar se stesso dal naufragio, 
che si prevedeva imminente, e badare a' suoi fatti, giacchd nulla 
valevano ne ricordi, ne" ammonimenti, n6 affettuose preghiere, n6 
lagrime, ne" sospiri. In quanto a me, era gia risoluto, con quel poco 
che m'era somministrato dalle spedizioni di Sicilia, di vivere in 
quiete, ritirato in un angolo, ed attendere a* miei studi, e di rcstrin- 
germi nelle spese quanto piu fosse possibile; poiche" da Napoli 
da mio fratello non era da sperarne soccorso ; il quale, scorgendo 
che io non vi sarei piu tomato, quanto piu si prolungava la mia 
dimora in Vienna e sminuiva la speranza del mio ritorno a Napoli, 
tanto piu si mostrava a me riottoso, ed affettava libero ed assoluto 
dominio sopra quanto di mio lasciai sotto la sua amministrazione; 
e da procuratore, non pur con altri, ma meco stesso, volcva esser 
creduto signore: sicch6 oltre d'appropriarsi le rendite de' miei 
beni ed il prezzo di piu centinaia d'essemplari della mia Istoria^ e 
piu palmarii esatti dalle cause da me difese e vinte, trattava male 
le persone da me raccomandategli, quelle che sopra tutte merita- 
vano maggior consuolo 1 ed aiuto, strapazzando quella onesta e 
savia donna, che erasi ritirata in monastero con sua figliuola di 
me natagli, negandogli sovente il necessario alimento: sicche* fui 
costretto, che de' frutti d*un capitale di ducati mille, esatto da' 
miei palmarii e fatiche fatte nella difesa di piu cause della marchesa 
di Baranello, ch'era presso d'un mercante, mio amico, 2 egli non 
piu si awalesse; e scrissi al mercante, che gli pagasse al monastero 

i. consuolo: consolazione. 2. mio amicoi Francesco Mela, per cui cfr. la 
nota i a p. 78. 



CAPITOLO OTTAVO 2IJ 

per alimento non men della figliuola che della madre. In oltre il fi- 
gliuol maschio ch'io lasciai sotto la sua cura, egli per disbrigarsene 

10 mand6 nella citta di Vesti a nostra sorella, ivi maritata; e poi 
scordatosene affatto, senza mandargli soccorso Pavea abbandonato 
alia altrui discrezione e misericordia : sicche adulto, per non soffrir 
tante miserie, scappo via ed andossene in Napoli; dove, da lui 
barbaramente scacciato, bisogno che io da Vienna prowedessi di 
quanto era bisogno, per non farlo andar ramingo e vagabondo. 1 

Tanto e vero, che gli uomini beneficati e stretti che fossero di 
sangue, una volta che si veggono posti in istato di non aver piu de* 
benefattori bisogno, owero che non possono piu giovargli, massi- 
mamente se siano lontani, perdono ogni verecondia, e dimenti- 
catisi de' benefici, riescono i congionti piu ingrati e sconoscenti 
che gl'ignoti ed estranei. In breve sperimentai esser vero quel 
comunal detto, se ben sembri fiero ed inumano, che deesi allevare 

11 capo deH'animale, e quello delTuomo annegare; poich6 a chi 
considera la prava condizione dell'uomo, fin dalla sua adolescenza 
inclinato al male, trovera verissimo quell'altro detto : homo homini 
lupus . 2 Quantunque io reputassi non esser cio universalmente vero, 
ed esser stata questa mia disgrazia e fatal destino, che mi si rivol- 
gessero i benefici in malefici, e le grazie in detestabili ingratitudini; 
poiche conosco fratelli fra di loro amantissimi; e per ci6 soleva 
tacitamente invidiare la fortuna del Forlosia, primo custode della 
biblioteca cesarea, nostro napolitano e mio buon amico, il quale 
tenea fratelli in Napoli cosi can ed amabili, sicome egli, dall'al- 
tra parte, niente 3 gli cedea, che sembravan esser piu corpi, ma 
una sola anima: cotanto fra di loro era concordia ed amor vicen- 
devole, che Tun men curava se stesso, purche* potesse giovare al- 
Taltro. Felices animae! , essendo ora nel mondo questi molto rari 
e pochi, quos aequus amavit luppiter . 4 

Da queste non men pubbliche che domestiche mie sventure, 
mi mossi daddovero a pensar a me stesso, e prowedere al rima- 
nente di mia vita di una quiete solida ed interna. A questo fine, 



i. In . . . vagabondo: cfr. Pautobiografia di Giovanni, in Giannoniana, pp. 
184 sgg. 2. &homo . . . lupus : Kpuomo e lupo per Puomo, detto prover- 
biale derivato da Plauto (cfr. Asinana, 495: lupus est homo homini, 
non homo) e divenuto motto del filosofo utilitarista inglese Thomas 
Hobbes (1588-1679). 3. niente: in mente. 4. Felices . . . luppiter*: Fe- 
lici anime ; ache il giusto Giove am6 : cfr. Virgilio, Aen. y vi, 669 e 129-30. 



2l8 VITA DI PIETRO GIANNONE 

colla mia cara e dolce famigliuola Viennese, sopragiunto il mese di 
giugno, si affretto con madama Leichsenhoffen la nostra villeg- 
giatura di Medeling, che la continual piu del solito, parendomi piu 
acconcia quella solitudine, che tornando in citta sentire e vedere 
tante sconcezze e difformita. 

E proseguendo i miei intermessi studi, conferendo gli antichi 
scrittori profani co' libri della Bibbia, se bene gli trovassi difTormi 
in piu cose, spezialmente nella formazione del mondo e delPuomo, 
nella origine delle lingue, delle arti, de j popoli e nazioni onde la 
terra fossesi empita, ed in molte altre; nulladimanco eran concordi 
per ci6 che riguardavano il fine e concetto deiruomo, che in que- 
sto primo stato di natura non fosse stato altro che di regno terreno 
e di felicita mondane. 

Notai che sicome questo era il concetto di tutti gli antichi po- 
poli, de j quali e a noi rimasa memoria, lo stesso fosse del popolo 
ebreo, secondo che da Mose, suo legislatore e duce, eragli stato 
impresso. Egli nel Genesi, che possiamo chiamarlo il primo libro 
delle origini, tratta della creazione del mondo, delle parti che lo 
compongono, del cielo, stelle, sole, lima, aria, terra e mare, degli 
animali, delle piante, alberi, e di quanto sopra la terra si muove e 
cresce, per quanto dovea aver relazione airuomo, formato da Dio 
per possederla, non gia fisicamente, come a filosofo si converrebbe, 
sicome fecero i Caldei e gli Egizi e poi i filosofi greci : non era que- 
sto il suo scuopo, ma unicamente per far comprendere a gli Ebrei, 
che Iddio avea create e disposte tutte queste cose per Fuomo, al 
quale diede la dominazione della terra, delle piante e degli animali, 
e quanto in essa si vede, perche* se ne valesse per suo uso ; e quindi 
la formazione delTuomo si descrive doppo tutte T altre cose ordi- 
nate a questo fine, avendo 1 dotato 1'uomo d'uno spirito di vita piii 
sublime di quello che diede a gli altri animali, perche" potesse do- 
minargli e rendersi ad essi superiore: onde awenne che i bruti, 
che non eran dotati di tanto acume, sagacitk ed ingegno, rimasero 
per sempre nella vita selvaggia e ferina; alPincontro Puomo s'in- 
nalzasse sopra i medesimi, e s'avanzasse nel culto, nella societa 
civile, nelle arti e nelle altre discipline. 

E da tutto il Pentateuco manifestamente si scorge che, in questo 
primo stato di natura, deiruomo non si ebbe altro concetto che 

i. avendo: il soggetto fe Dio. 



CAPITOLO OTTAVO 219 

d'essere stato formato per posseder la terra e quanto in essa si 
muove e cresce ; e tutte le sue felicita o miserie non fossero se non 
mondane e terrene. Quindi le benedizioni che si promettevano a 
questi primi popoli osservando i precetti e comandamenti che Iddio 
avea lor tramandati, per Noe per tradizione, e per Mose per legge 
scritta, non erano che abbondanza e fertilita di campi, e fecondita 
di greggi e d'armenti, longa vita, sanita, abbattimento de* nemici, 
estenzion di dominio e tutte altre cose mondane e terrene; alTin- 
contro le maledizioni a' disubbidienti erano di siccita ne' campi, 
pestilenze, carestie, infermita, morti, poverta, servitu e tutte altre 
misure e calamita mondane. La morte presso di loro era rultimo 
de' mali, come quella che gli tuffava in un profondo sonno, e gli 
riduceva in quello stato nel qual erano prima di nascere. E T In- 
ferno presso di loro non esser altro, che la profondita della terra, 
ove seppelivano i loro morti. <E questo medesimo osservai nel 
libro di Giob, libro che per antichita non cede al Pentateuco di 
Mose, nel quale presso gli Idumei ed i vicini Arabi, popoli anti- 
chissimi, non vi era altra idea che di felicita o di miserie tutte mon- 
dane e terreno. 1 

Lo stesso concetto per 1'uomo di regno terreno e mondano tro- 
vai negli altri vecchi scrittori gentili, presso gli antichissimi po- 
poli di tutta la terra ed i primi suoi abitatori, secondo le memorie 
che ci restano. I primi cinque libri della Biblioteca istorica di Dio- 
doro Siciliano possono, a riguardo de' Gentili, riputarsi i libri 
delle loro origini, rapportandosi ivi i piu antichi popoli, de' quali 
e a noi rimaso vestigio de' loro nomi, cosi de' primi abitatori del- 
1'Asia rivolta ad Oriente ed Occidente, come al Mezzogiorno e 
Settentrione. Questi popoli asiatici vantano essere stati i primi 
che abitasser la terra. Ma gli Affricani ce lo contrastano, e gli 
Etiopi vantano essere stati progenitori degli Egizi istessi: popoli 
che si danno il vanto in antichita precedere a tutti. I popoli set- 
tentrionali d'Europa pur vantano inarrivabile antichita. In breve, 
non vi e nazione, o sia nelFAsia, o neirAfTrica, o in Europa, che 
non pretenda per se questo preggio. In tutti questi non si trovera 
altro concetto dell'uomo, che di regno terreno, e che la morte 
recasse loro un perpetuo e tenebroso sonno; quindi, 1'uman ge- 
nere era creduto, e per ci6 detto, mortale genus. 

i. E questo . . . terrene: cfr. quanto il Giannone scriveva nella lettera al 
fratello del 12 agosto 1730 (Giarmoniana y n. 368). 



220 VITA DI PIETRO GIANNONE 

Gli Egizi furono i primi, che per le tante celebrita 1 e riti che in- 
trodussero nel seppellire i loro morti, diedero occasion! a gli ar- 
diti ed audaci poeti greci di fantastical tanto sopra Acheronte, 
Averno, Cocito, le paludi Stigi, Campi Elisi e tante altre splen- 
dide e feconde fantasie; ed avesse piaciuto al Cielo, che nella 
Grecia il male che venne da Egitto si fosse contenuto ne' soli 
poeti, poiche a lungo andare corruppe anche le menti di alcuni 
loro fantastici ed astratti filosofi, i quali si lasciarono abbagliare 
dallo splendore delle favole de' lor poeti. 

I Greci, gente, sopra tutte 1'altre portata al maraviglioso e 
sorprendente, con avidita 1'appresero, ed accresciutele, empiron 
poi k Grecia, le vicine e lontane parti di tante favole e sogni, 
spezialmente al poco numero degli antichi dii d'Egitto accrescen- 
done tanti altri, che arrivarono a tesserne genealogie, e ne fecero 
vina nuova scienza, detta presso di loro <(mitiologia. I libri d'O- 
mero sono perci6 pieni di tante deita, che le fa prender cura non 
pur delle cose umane, ma mescolarle in ogni cosa, ancorch6 minuta, 
vile e bassa, ed infino a far congiungere dii e dee celesti con uo- 
mini e donne terrene, e da' lor concubiti fame anche nascere altri 
dii ed eroL* Ma Omero, se ben come poeta si spazi e si rivolga fra 
tante favole, non lascia nel tempo istesso mostrarsi un profondo fi- 
losofo ed esatto istorico. A' suoi poemi, non meno che a' libri di 
Mos&, dobbiamo la notizia di tanti antichi e vetusti popoli, non pur 
della Grecia e dell' Asia, che delFAffrica, de' quali, senza di lui, non 
sapremmo ora nemmeno i nomi. Di tutti questi popoli, de' Greci 
istessi, non fa chi dell'uomo avesse altro concetto, che di regno 
terreno. Egli mescola i dii colle cose umane, e che ne avesser cura; 
ma essendo irati non si minaccia a' colpevoli se non castighi ter- 
reni, sconfitte d'eserciti, citta arse e depredate, pestilenze, servitu, 
straggi e morti; all'incontro a' benemeriti vittoria, ingrandimento 
di domini, sanita, abbondanza e tutte altre mondane felicita. Egli 
se ben come poeta per conformarsi alia sua nazione avida del ma- 
raviglioso e sorprendente, a dii celesti aggiunga gFinfernali, Coci- 
to, Plutone e Flegetonte e simili ciance de' favolosi poeti; nulladi- 
manco del morire, come sapiente, ebbe lo stesso concetto degli 
altri antichi savi, paragonando il morir degli uomini alle foglie 

i. celebrita: cerimonie, solennita. 2. I libri . . . eroi: si ricordi come la 
questione omerica fosse dibattuta, in quegli stessi anni, da Giambattista 
Vico, ben conosciuto, anche se disprezzato, dal Giannone. 



CAPITOLO OTTAVO 221 

d'alberi, le quali, scosse al fin d'autunno e cadute a terra, non 
piu risorgon esse, ma altre nella primavera in lor vece rinascono. 1 

Erodoto, che meritamente dices! padre della greca istoria, poi- 
ch6 i nove suoi libri ft Istoria sottratti dall'ingiuria de' tempi e 
degli uomini, sono stati a noi awenturosamente serbati, ancor- 
che si fosse perduta V Istoria degli Assiri, la quale avrebbe sornmi- 
nistrato gran lume al libro del Genesi di Mose: 2 Erodoto, dico, 
non altro concetto ci rappresenta di que' antichi popoli de* quali 
ragiona, che di regno terrestre ; e se ben mescoli i dii, gli oracoli e 
le Pizie 3 colle cose umane, nulladimanco non si promettevan altro 
da' celesti numi, se non felicita mondane, e che gli scampassero da 
flagelli, miserie e tutte altre calamita terrene. 

Leggasi infine quanto mai & rimaso a noi dell' istoria greca, 
quante memorie ci han lasciate gli scrittori greci (poiche degli 
egizi, caldei, fenici ed altri antichi non e stato a noi tramandato 
libro alcuno, se non alquanti tronchi monumenti, che pur a' Greci 
gli dobbiamo), che di quanti antichi popoli e nazioni trattano, di 
tutte non si trovera dell'uomo altro concetto che questo. Leggasi 
la Geografia di Strabone, la Biblioteca istorica di Diodoro, le quali, 
non meno che V Istoria di Erodoto, devono riputarsi tanti tesori, 
ove sono riposte le piu vetuste memorie che possano aversi del 
genere umano, che non si trovera per lui aitro che un regno ter- 
reno. In breve si spazi ogni uno e trascorra per tutti gli ampi 
regni ed imperi, che si videro stabiliti sopra la terra, degli Assiri, 
Egizi, Medi, Persi, Macedoni, Indi, Chinesi, Greci - e di chi no ? -, 
che trovera lo stesso. In fine se si fermera neirimperio romano, 
che colla ruina de* preceduti imperi crebbe cotanto, e si distese non 
pur sopra PEuropa, ma nell'Asia e nell'Affrica, per quanto era del 
mondo allora conosciuto : scorgera che mescolavan anche i Roma- 
ni, come i Greci e gli antichi Etruschi da chi Pappresero, i loro 
dii colle cose umane, ma non per altro, che per avergli propizi 
neiringrandimento della loro republica, che la rendesser potente, 

i. paragonando . . . rinascono: cfr. Omero, //., vi, 146-9. 2. Erodoto . . . 
Mose: la divisione della stona di Erodoto in nove libri e opera dei gram- 
matici alessandrini. Quanto alia perduta Istona degli Assiri qui ricordata 
dal Giannone, si tratta in realta di una supposizione ricavata dallo stesso 
testo della storia di Erodoto, laddove egli promette (i, 184) di dare la serie 
dei re di Babilonia (che egli riteneva, appunto, in Assiria), promessa noa 
piu mantenuta. 3. le Piziei erano le sacerdotesse delPoracolo di Apollo 
in Delfi. 



222 VITA DI PIETRO GIANNONE 

felice ed eterna; e cosi in pubblico, come in private, non erangli 
resi voti e sacrifici se non per impetrarne felicita terrene, e che gli 
scampassero da mali parimente mondani; e della lor morte non 
avean altro concetto, se non che gli recasse un perpetuo e tene- 
broso sonno, non avendo idea di altra vita, doppo la lor morte, 
che della gloria, riputandola una seconda vita, che gli rendesse 
eterni ed immortali nelle bocche degli uomini ed alle future genti. 

L'istoria romana, e spezialmente quella incomparabile di Tito 
Livio, il quale da j principi di Roma continu6 i suoi ingrandimenti 
fino a' tempi d'Ottavio Augusto, ne* quali egli fiori, manifesta non 
pur i Romani dell'uomo e del suo morir non aver avuto altro 
concetto, ma eziandio tanti altri innumerabili popoli, de' quali egli 
fa memoria, e che furono da* Romani vinti e debellati. E se bene, 
per rinestimabil perdita dell'altre sue Deche, non abbiamo ora 
di lui un intiero corpo d'istoria di quest' Imperio, nulladimanco 
ben pu6 supplirsi la mancanza da altri istorici e scrittori che gli 
precederono, o suoi contemporanei, spezialmente da Strabone e 
Diodoro, i quali pur fiorirono nelPaureo secolo d'Augusto, owero 
d'altri scrittori romani a se posteriori; donde si conosce che il ge- 
nere umano, che non pu6 dubbitarsi non essersi veduto in tanta 
eminenza, sia per culto, sia per le arti e per le discipline, quanto 
s'estolse a' tempi d' Augusto, non ebbe di s6 altro concetto che di 
vita mortale e di regno terreno; e che i loro dii prendessero di lor 
cura e pensiero, per quanto riguarda alle felicita mondane, pre- 
gandogli per impetrar queste, e che gli scampasser da* mali e 
miserie di questa mortal vita. Grinfernali dii, i Mani, Oreo, Co- 
cito ed Acheronte gli lasciavano alle splendide fantasie de' poeti 
ed al volgo imperito ed alia semplice e credula moltitudine. Per 
la qual cosa chiunque porra attenzione, riandando i secoli vetusti, 
da che potra aversi notizia del mondo e delTuomo, fino al secolo 
di Augusto, in tutti i popoli e nazioni, non eccettuandone nemmeno 
1'ebrea, non trovera delPuomo e suo morire altra idea che questa. 

Si accorgera eziandio, che sopra tutti gli altri popoli della terra 
gli Ebrei fossero piu commendabili, per aver avuto di Dio un'idea 
piu giusta ed alia ragion conforme, secondo che gli fu impressa 
dal lor savio duce Mose, tanto piu commendabile che, uscito da 
Egitto, dove fece lunga dimora, non per questo rimase contami- 
nato dalle tante lor superstizioni ed idolatrie. Egli propose al suo 
popolo un Dio che fosse solo, unico, sapiente, giusto ed onnipo- 



CAPITOLO OTTAVO 223 

tente, creatore del cielo e della terra, facitore e dispositore di quan- 
to si ammira sotto di quello e sopra di questa, ed in tutto il nostro 
mondo aspettabile. A lui solo dover 1'uomo ricorrere con puro e 
casto cuore e divoto culto per impetrar felicita e per iscamparlo 
da miserie in questa vita mortale. 

Per tener mondi i loro cuori, gli prescrisse savie leggi, dove 
non meno rawisavano 1'amore e venerazione che doveano avere 
verso il lor creatore e benefattore, che le vere norme di giustizia 
e di carita verso i loro fratelli e suo prossimo. Per render a Dio 
onore e culto sincero e divoto, gli prescrisse molti e vari riti e 
cerimonie, colle quali doveano adorarlo; affinche applicati a ci6 
s'allontanassero dalle tante superstizioni ed idolatrie degli altri 
popoli, delli quali erano circondati. E gli stessi Strabone e Diodoro, 
gentili che fossero, non possono non commendare le savie leggi 
che Mose diede al suo popolo. 

Quindi nacque che i loro poeti, che chiamavano profeti, non fos- 
sero contaminati di quelle illusion! e delle tante favole onde i poeti 
gentili eran cotanto fecondi. Non si leggono ne' loro profeti, ancor- 
che sovente s'innalzassero ad un stile e parlar magnifico e meta- 
forico, tante arditezze, e molto meno si mostrano vaghi di splen- 
dide fantasie e di tante vane deita, di dii celesti ed infernali, di 
Sisifo e di Tantalo, e di tante altre fole e ciancie, onde la gentilita 
era ripiena. Questo fu un preggio, del quale meritamente la gente 
ebrea, sopra Paltre del mondo, puo vantarsi; e per ci6 Iddio Teles- 
se in proprio popolo, dichiarandosene egli particolar re e signore, 
e che da questo popolo dovesse sorgere al mondo il suo liberatore 
e redentore. 

Egli e vero che, negli ultirni tempi, gli Ebrei commciarono a 
contaminarsi, non pur ne* costumi, ma di peregrine dottrine, e 
ad allontanarsi dalla sapienza solida de j loro maggiori. <Ci6 av- 
venne doppo che si costrusse il secondo tempio, quando, tornati 
gli Ebrei doppo la cattivita babilonica nella Giudea, da varie citta 
degli Assiri e de* Medi e de' Persi dov' erano sparsi, ci vennero 
contaminati da nuove e peregrine dottrine; quindi si vide che al- 
cuni> abbracciassero la dottrina del fato ed altre splendide fantasie 
ed illusioni de' favolosi Greci, sicome ce ne rende testimonianza 
non pur Strabone, ma Pistesso Giuseppe Ebreo, di lor nazione; 
<e toltone i Sadducei, i quali furono fermi e rigidi osservatori 
dell'antica dottrina e disciplina, gli altri, spezialmento i Farisei, 



224 VITA DI PIETRO GIANNONE 

ed assai piu nel decorso del tempo gl j ultimi lor rabbini e cabalisti, 
si resero al mondo, per le tante lor ciance ed illusion!, non men 
degni di riso che di compassione. 

Ma in questo stato ridotto il mondo, e a tal corruzione il popolo 
ebreo, opportunamente fu mandate in terra chi dovesse redimer- 
lo; e non pur liberare Tuman genere da tanti errori ed inganni, 
ma innalzarlo a piu sublime stato e condizione; e quando prima 
non era riputato se non capace d'un mortal regno terreno, farlo 
degno e partecipe d'un per lui nuovo regno immortale e celeste; 
e fu mandate non pur alia gente ebrea, ma a tutte 1'altre nazioni, 
poiche, sicome per Adamo tutti gli uomini si reser mortali e ter- 
reni, cosi per questo liberatore fosser tutti resi immortali e celesti. 

Questa dottrina e questo concetto del mondo e deU J uomo pa- 
reami aver scorto, riandando tutti i secoli vetusti, presso le piu 
antiche nazioni; e che in cio concordasse tutta la gentilita non mi 
giunse nuovo, ne strano; ma che questo concetto trovassi pari- 
mente essersi tenuto dagli antichi Ebrei, e che, confrontando i libri 
de j Gentili con quelli di Mose e degli altri del vecchio Testamento, 
<scritti sotto il primo tempio, e prima de* libri di Esdra>, gli scor- 
gessi in cio uniformi e concordi, parvemi ci6 da notare e non trascu- 
rarlo, sicome fin allora avea, e comunemente vedea fare a gli altri. 

Ebbi sommo contento e piacere, che ne' libri di sant'Agostino 
e negH altri antichi Padri della Chiesa, leggessi d'avere essi eziandio 
notato che dalTuomo, secondo il suo primiero stato di natura, 
descritto ne' libri delPantica legge, non aveasi altro concetto, che 
di regno terreno e di felicita mondana, e sant'Agostino in piu 
luoghi awerte, che bisognava che per Tuomo il regno terreno 
precedesse al celeste, affinche dalle cose mortali e terrene s'innal- 
zasse poi alle immortali e celesti; ed il regno terreno precedesse, 
e fosse all'uomo terreno, come simbolo ed immagine di quanto 
dovea awenire allo stesso uomo, nello stato di grazia, nel regno 
celeste. Tertulliano 1 chiama per ci6 il celeste nuovo regno, a ri- 
guardo dell'uomo, e nuova promessa, dicendo: novam promis- 
sionem regni coelorum. 2 E san Giovan Crisostomo 3 rende grazie 

i. Quinto Settimio Florio Tertulhano (secolo II-III dell'Era volgare), apo- 
logista cristiano. z. novam . . . coelorum : cfr. Liber de praescriptionibus 
adversus haereticos, xni. 3. Giovanni Crisostomo (344 circa-407), oratore 
cristiano, vescovo di Costantinopoli, autore di numerose omelie, trattati, 
paneginci e sermoni. La citazione che segue nel sermone In ascensi&nem 
Domini, homilia XLV, 



CAPITOLO OTTAVO 225 

al Signore, il quale erasi compiaciuto cTinnalzar 1'uomo cotanto 
che, quando prima appena era stimato meritevole del regno ter- 
reno, avealo reso degno del celeste. 

Pareami adunque doversi considerar 1'uomo secondo questi due 
differenti stati, riguardando il primo di natura, ed il secondo di 
Grazia. II primo esserci rappresentato nel vecchio Testamento; il 
secondo nel Nuovo. E del mondo doversi considerare due princi- 
pali epoche : la prima, che comincia dalla sua creazione, e continua 
sino alTimperio di Ottavio Augusto, dove non si rawisa 1'uomo se 
non nel suo primiero stato di natura, mortale e terreno ; la seconda 
dalla sua redenzione, quando il Verbo, disceso in terra e presa 
carne umana, convers6 fra gli uornini, e mostratigli nuovo lume 
ed altro sentiero, gl'innalzb dal fango e resegli immortali e celesti. 
II principio di questa nuova epoca viene a noi additata ne' libri 
del Testamento nuovo, spezialmente da' quattro evangelist!, da- 
gli Atti degU Apostoli di san Luca e dalle Epistole di san Paolo; 
e viene a cominciare ne 5 tempi d' Augusto, quando avendo data 
pace alTuniverso orbe romano, il genere umano riposava sotto un 
equabile, giusto e clemente imperio, ed i costumi degli uomini 
eransi resi piu culti, docili e mansueti; e sant'Agostino riflette, che 
piacque al sommo Iddio, in premio della lor giustizia e d'altre 
virtu, ond'eran i Roman! adorni, di concedergli Pimperio del mon- 
do ; affinche, resolo piti. culto e docile, fosser disposti gli uomini a 
ricever que' ammaestramenti e quella dottrina, che dovea a questo 
tempo recargli il suo Redentore. 1 

Questi studi mi fecero in quest* anno prolungare la mia villeg- 
giatura di Medeling; sicch6 non mi ridussi in citta, se non ne' 
principi di settembre, con animo di proseguirgli ; e disbrigato di 
quanto pareami bastante intorno al primo stato di natura dell'uo- 
mo, mi posi ad investigare il suo secondo stato di Grazia, che non 
potea altronde apprendersi se non da* libri del nuovo Testamento 
e da quanto i piu seri e dotti espositori vi avean lavorato intorno, 
de j quali m'era somministrata abbondante copia dalla biblioteca 
cesarea, la quale era per ci6 da me frequentata. 

Non fui impedito ne' rimanenti mesi di quest' anno di affari 
forensi, poiche da Napoli pochi ricorsi si aveano al Consiglio di 
Spagna di Vienna; mi convenne per6 prender la difesa nel Consi- 
glio Imperiale Aulico della vedova marchesa di Balestrino, dama 

i. Agostino . . . Redentore: cfr. i capitoli xii-xix del libro v del De civ. Dei. 

IS 



226 VITA DI PIETRO GIANNONE 

lorinese, delPillustre famiglia Leoncourt, la quale erasi portata a 
Vienna per una causa che ivi teneva contro il marchese suo figlio, 
la quale per Peternita di quel Consiglio e per i nuovi cangiamen- 
ti delle cose d* Italia, accaduti per quest'ultima guerra, e per lei 
e per me riusci inutile ed infruttuosa. 1 



A questo tempo per la morte di re Augusto di Polonia, si co- 
minciarono a sentire in Vienna gli apparecchi che si facevano per 
far cadere Pelezione del nuovo re in persona del duca di Sassonia, 
figliuolo del re defonto. 2 N6 si pot6 mai sapere a qual fine et cui 
bono 9 Timperadore si fosse mosso ad intraprender 1'elevazione di 
quel principe al trono di Polonia <se non quello, per indurlo a 
consentire alia prammatica sanzione, avendo per moglie la pri- 
mogenita delPimperadore Giuseppe>, 3 non ostante che la Francia 
fosse tutta intesa a riporci il re Stanislao, padre della regina e 
suocero del re. 4 Ma il basso concetto che s'avea delle forze di quel 
regno, e che non v'era da temere che 1'impresa non fosse riuscita, 
massimamente per essersi congiunte le forze delTimperadrice di 
Moscovia, 5 la qual mal volentieri soffriva che Stanislao regnasse in 
Polonia, fecer si, nulla curando de' mali che potevan da ci6 nascere, 
avendosi per lontani ed impossibili, che scovertamente s'indriz- 
zassero i mezzi a questo fine. 

Si credette che il conte di Sinzendorf, cancellier di Corte, fosse 
stato il principal autore del consiglio ; e furon mandate in Moscovia 

i. mi . . .infruttuosa: fe rimasta Pallegazione a stampa, che il Giannone 
scrisse per questa causa: Ristretto della causa tra rillustrissima signora mar- 
chesa donna Cristina Maurizia di Leoncourt vedova del fu ilhistnssimo sign, 
marchese di Ballestrino don Ottaviano del Carretto, per una parte, e rillu- 
strissimo sig. marchese Domenico Donate Carretto di lei figlio per I'altra, s. n. t. 
(ma Vienna 1735). Una copia in Archivio di Stato di Torino, manoscrittt 
Giannone, mazzo n, ins. 4, PP (Giannoniana t p. 423). 2. L'elettore di 
Sassonia Federico Augusto (1679-1733), succeduto nel 1697 a Giovanni 
Sobieski sul trono polacco con il nome di Augusto II, si era spento tra- 
smettendo il regno di Polonia e 1'elettorato di Sassonia al figlio Federico 
Augusto (1696-1763); questi sali sul trono polacco con il nome di Augu- 
sto III. Vedi anche la nota 2 a p. 144. 3. la primogenita . . . Giuseppe: Ma- 
ria Giuseppa (1699-1757). 4. Stanislao Leszczynski (1677-1766), gia rivale 
di Augusto II, era il suocero di Luigi XV, che ne aveva sposato la figlia 
Maria (1703-1768). 5. imperadrice di Moscoviai Anna Joannovna (1693- 
1740), figlia di Ivan, fratello di Pietro il Grande, era zarina dal 1730. 



CAPITOLO OTTAVO 227 

grosse somme di denaro, affinche, sicome Timperadore sommini- 
strava il denaro, cosi quella imperadrice somministxasse le truppe. 
Oltre a cio, tutta quella milizia cesarea che pote unirsi fu mandata 
in Slesia a' confini della Polonia, per accorrere, in caso di bisogno. 
E con tal occasione si manifesto quanto fossero scemate le forze 
ed il numero degli eserciti, che pria si vantavano : poiche bisogn6 
fin dallo Stato di Milano far venire alcuni reggimenti, per supplire 
al numero delle truppe destinate per Slesia. Sicche il Milanese, 
non temendosi d'alcun insulto, rimase esposto alle invasioni, lu- 
singandosi che, per conservare gli Stati d'ltalia, bastasse il solo 
nome di Cesare. Gli animi eran tutti rivolti a' successi di Polonia, 
e niente si pensava o temeva de j propri regni e domini. 

Intanto, come a spettatori oziosi, riguardando gH altrui pericoli, 
non ci accorgevamo degrimminenti propri mali e sciagure che ci 
soprastavano; e con questa aspettazione, eravamo gia entrati nel- 
Tanno 1733. 

Anno 1733. Nel principio del quale, e molto phi approssiman- 
dosi la primavera, crebbero i romori e gli apparecchi marziali, 
ma tutti drizzati per la Polonia, resasi gia campo di confusioni, 
di disordini e di guerre, nommeno intestine che straniere. Infra 
gli altri anch'io gli rimirava come se nulla mi calessero, ed at- 
tendeva a me medesimo ed a' miei studi; i quali, in questo nuovo 
anno, mi furono amareggiati per i disgusti, che sempre piu rice- 
veva da mio fratello da Napoli; poich6, fra Taltre ingratitudini 
usatemi, essendosi affatto dimenticato di quel figliuolo che io lasciai 
alia sua cura, avendolo costretto di scappar via da Vesti e di riti- 
rarsi a Napoli, egli, come si & detto, non voile riceverlo, lasciandolo 
a perir di disaggi e di miserie; onde fu d'uopo che io, facendolo al- 
levare in altra casa, Io prowedessi del bisognevole e Io facessi 
stradare per gli studi, e cominciar da capo la grarnmatica e 1'orto- 
grafia e Parte di scrivere emendato e corretto; poiche non solo 
tutto ci6 erasi trascurato, ma erasi fatto allevare in Vesti da rustico 
e selvaggio, onde, ancorch6 adulto intorno a 5 diciotto anni, non 
avea ivi appreso n6 lettere, n6 civili costumi/ 



i. non avea . . . costumi: cfr. la lettera al fratello del 2 maggio 1733 (Gian- 
noniana,n.5O4.): Non occorre rinfrescar piii la memoria di quel fuggitivo, 
o scacciato figliuolo. Io ho qui bisogno d'un giovane che abbia buon carat- 
tere, per servinnene di scrittore, e penso di far allevare questo ad un per 
me si necessario fine, n6 credo che in cid vi bisogna gran talento, ed acume . 



228 VITA DI PIETRO GIANNONE 

Fui allora per togliergli la procura ed amministrazione, che Pa- 
vea lasciata della mia roba, e commetterla ad altri ; ma gli amici da 
Napoli mi awertirono, che sarebbe stato lo stesso che rovinarlo, 
senza che io ne ricavassi alcun profitto, e che a* nostri invidi e 
malevoli, che non mancavano, sarebbe riuscito di lor diporto que- 
sta nostra discordia, ed a me di poca stima. Fui vinto dalle loro 
esortazioni e mi ritenni, aspettando che il tempo forse cangiasse 
i costumi, o pure mi desse piu opportuna occasione di farlo. Ed 
essendosi intanto awicinato il mese di giugno di quest* anno 1733, 
si penso di passare a Medeling, ed ivi lontano dalla citta e da 
altre cure noiose di proseguire in quella solitudine i miei studi: 
sicome si fece, con animo di non tornare dalla campagna in citta, 
se non quando ne fussimo cacciati da* rigori del freddo. 

VI 

Adunque seriamente rifiettendo sopra il libro degli Evangeli e 
gli Atti di san Luca, e spezialmente VEpistole di san Paolo, che 
avea sempre nelle mani, compresi che Pimmutazione delPuomo 
dallo stato di natura in quello della Graxia consisteva Pavere Iddio 
per infinita sua bonta e beneficenza mandate il suo Verbo nel 
mondo, ad assumer carne umana nelPutero d'una vergine ebrea, 
che lo concepi senza ministero d'uomo terreno, ma di spirito di- 
vino, affinch6 questo Messo, uomo insieme e Dio, conversando 
fra gli uomini gli fosse di lume e scorta, additandogli la vera e si- 
cura strada, onde da terreni e mortali potessero rendersi immortali e 
celesti: questi essere il solo ed unico mediatore, che potesse con- 
ciliar Puomo con Dio ; e chi Pudiva e facea quanto Egli Pavrebbe 
prescritto e commandato, stesse pur sicuro che, ancorche' morto, 
sarebbe risorto ed immutato, 1 e fatto coerede del Padre e partecipe 
del Regno celeste. AlTincontro, coloro i quali non lo credevano, o 
credendolo trasgredivano i suoi precetti e commandamenti, sa- 
rebbero si bene risuscitati, ma non immutati in celesti; anzi come 
terreni sterpi o tronchi sarebbero gettati nel fuoco, ad ardere 
perpetuamente. Iddio averlo mandate per ridimere Puman genere 
dal peccato ond'era absorto, e che sicome 2 tutti in Adamo pecca- 
rono, cosi tutti in Cristo si sarebbero giustificati; e sicome per 

i. immutato: mutato, cambiato. 6 latinismo, da immuto. Cfr. / Cor., 15, 
51-2. 2. che sicome ecc.: cfr. Rom., 5, 12 sgg. 



CAPITOLO OTTAVO 229 

Adamo era entrato nel mondo il peccato, e pe '1 peccato la morte, 
cosi per Cristo la giustificazione, e per lei la vita celeste ed eterna. 
E poich6 tutto cio dipendeva da gratuita e divina beneficenza, 
quindi questo secondo stato dovea riputarsi di Grazda che rendeva 
1'uomo da terreno, celeste. L'uomo erasi perduto, Tuorno dovea 
salvarsi; e per ci6, la resurezione delta carne dovea precedere alia 
vita eterna, non potendosi concepir 1'uomo senza colpa, compo- 
nendosi come sue parti intrinseche ed essenziali, non men del- 
1'anima che del corpo. Quindi san Paolo inculcava 1 tanto il punto 
della resurezione de' corpi contro coloro che non volevan crederla, 
dicendo che se negavano la resurezione era vana ogni lor cre- 
denza, invano si affaticavan cotanto, ed era delusa ogni loro spe- 
ranza; ma tenesser per fermo e costante che, sicome Cristo risu- 
scito, cosi dovean risorger tutti coloro che in lui credettero; e per 
ci6 era detto, che fosse il primogenito dei morti , poich6 egli fu 
il primo a risorgere, e poi visitando le tombe de' Padri fece risor- 
gere anche tutti quelli, che seco condusse nel celeste regno. 

Questo era il punto principale, sopra il quale dovea egli combat- 
tere co* Gentili, i quali, sentendolo inculcar tanto la resurezione 
de' morti, se ne burlavano, come coloro che non potevano indursi 
a credere che i corpi morti potessero di nuovo tornar in vita, e 
negavano la resurezione di Cristo. E pur Cristo risurse ed ascese 
al Padre in corpo ed anima, vedendolo co' propri occhi gli Appo- 
stoli, i quali mangiaron seco, lo palparono e toccarono le cicatrici 
delle piaghe sofferte, e che avea carne ed ossa, come 1'ebbe prima 
d'esser posto in croce e morto. Quindi i primi Padri della Chiesa, 
Atenagora, 3 Tertulliano ed altri combattevano contro i Gentili ed 
eretici de' loro tempi, scovrendo i di loro errori, ne' quali erano 
non credendo alia resurrezione, ch'era lo stesso che render vana 
ogni lor fede e speranza; e Tertulliano non inculcava altro a' Cri- 
stiani, che la lor fiducia era riposta nella resurezione, dicendo: re- 
surrectio mortuorum fiducia Christianorum. 3 E sant'Agostino 
solea per cio dire che, togliendosi la resurezione, cade e va a terra 
tutta la religione de' Cristiani: tolle resurrectionem mortuorum, 
tolles religionem Christianorum. 4 

i. san Paolo inculcava: cfr. / Cor., 15. 2. Atenagora fa un apologista e fi- 
losofo cristiano di Atene, vissuto nel II secolo. Scrisse un trattato Sulla 
resurrezione dei morti. 3. resurrectio . . . Christianorum : cfr. Tertulliano, 
Liber de resurrectione camis, in Migne, P. I/., n, col. 841. 4. Cfr. Triregno, 
n, Del Regno celeste, p. 82. 



230 VITA DI PIETRO GIANNONE 

Gli uomini adunque mortal! e terreni saranno resuscitati e ri- 
dotti in quello state nel qual erano prima di morire, e saranno 
resi eterni ed immortal!; ma con disugual sorter coloro che cre- 
dendo in Cristo adempiranno i suoi precetti e commandamenti 
saranno immutati, e da terreni saran resi celesti, godendo con Cri- 
sto (che fattigli suoi fratelli, gli rese coeredi del regno del Padre) 
una vita beata e gioconda, non soggetta a morte; quelli che in 
loro vita non dieder frutto di buone opere, come inutili spine e 
triboli e come gl'infruttuosi oleastri saran gettati nel fuoco, ad 
essere arsi da fiamme inestinguibili. Per far acquisto d'un tanto 
regno, bisogna all j uomo che, nella mortal sua vita, non pur creda 
in Cristo, ma osservi le sante sue leggi, dov'e insegnata una per- 
fetta morale, ed adatti i suoi costumi ad una perfezione, quanto 
piu si possa, eminente. 

In quanto alia credenza, fa d'uopo che confessi esservi un Dio, 
creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili; 
che questo Dio mand6 il Verbo suo figliuolo in terra a prender 
carne umana, il qual fattosi uomo insegn6 all'uman genere la 
strada di sua salute: questi essere il suo Messo ed il solo mediatore 
tra Dio e Tuomo; aver questi sofferto per noi e per la nostra salute, 
passione e morte; che trionfando della morte risuscit6, e visitando 
le tombe de* Padri, gli ridusse in vita e seco condusse nel celeste 
Regno; che lo stesso fara di tutti gli altri morti nel giorno novissimo, 
nel quale, risorti, saranno giudicati e secondo le di loro opere, i 
giusti ed eletti saran condotti nel Regno celeste, ed i reprobi e 
malvagi precipitati nel Tartaro. E sicome la credenza che vuole 
che si abbia in lui e tutta schietta, semplice e pura, della quale ne 
fosse capace ogni rustico villano e ogni rozza e vile feminetta, cosl 
i riti che ci lascid furon pochi, semplici e schietti, niente operosi, 
non sacrifici cruenti, non multipli, non pomposi, non magichi. 
Egli non pretese dagli uomini se non un cuor puro, umiliato e con- 
trito ; la sua religione la fond6 sopra la carita, che ciascuno deve, 
doppo Dio, al suo prossimo. In lui cessarono li tanti appariscenti 
riti ed operose cerimonie degli Ebrei, poich6 il fine della legge non 
riguardava un regno mondano e sensibile, ma un altro piu subli- 
me, spirituale e celeste. 

Voleva gli uomini solleciti e pien di zelo neiramore e carita 
verso di Dio ed il prossimo, donde pendevan le leggi ed i profeti. 
Questo dovea essere il principal lor sforzo e Tunico scuopo, dove 



CAPITOLO OTTAVO 231 

doveano indrizzare tutte le loro opere, i lor pensieri e lor parole. 
Serbare i divini commandamenti, esser casti, sobri, moderati, umi- 
li, pazienti, benefici, misericordiosi : in breve, non far ad altri ci6 
che per te non vuoi, e far al tuo prossimo quel che per te vorresti 
che altri facesse. 1 E tutto ci6 operare essendo in questa mortal 
vita; ne* dopo morto, sperare che tu o altri potesse giovarti. Men- 
tre siam vivi - dicea saviamente David - possiamo lodarti, o 
Signore, ed operare secondo la tua legge, ma nel sepolcro, essen- 
do morti, non potremo piu lodarti, ne" oprare, immersi in profondo 
e tenebroso sonno, cosa che possa piacerti. 3 E poiche essendo 
vivi e terreni in questa mortal vita dovemo ingegnarci esser mondi 
e perfetti, per esser meritevoli del Regno celeste; ed alTincontro, 
essendo quasi che impossibile in tot humanis erroribus, sola in- 
nocentia vivere, 3 quindi il nostro buon Redentore ci lascio rimedi 
ed ammaestramenti cosi efficaci e salutiferi, che ricorrendo a lui, 
ci offre pronto rimedio ed aiuto, volentieri aprendo le sue pietose 
braccia a chi a lui si rivolge; e ci lascio fino la formola, colla quale, 
indrizzando le nostre orazioni al Padre, dobbiamo pregarlo, perche 
ci rimetta i nostri difetti, e ci allontani dalle tentazioni, e ci liberi 
da* mali e dalla contagione di questo presente mondo. 

Scorsi da questi sacri libri questa essere in breve la somma delle 
cose, e qui consistere la perfezione d'un vero cristiano; e queste 
essere le vere massime e la sana dottrina che illumina le nostre 
menti, e la vera strada che conduce alia nostra salute. Saper que- 
sto, dicea Tertulliano, 4 esser il vero sapere; tutto il rimanente, 
che non conduce a questo fine, meglio sara ignorarlo, che andargli 
dietro, investigando ci6 che, doppo mllle ricerche, ne sapremo 
meno che prima. A questo fine inculcava san Paolo 5 che si fossero 
sfuggite le contenzioni e le vane curiosita e ricerche di cose super- 
flue ed inutili, che niente conducono alia nostra salute. E sant* Ago- 
stino diceva 6 che in tali questioni, per lo piu astratte e metafisiche, 



i. non far . . .facesse: cfr. To&.,4, 15; Matth.y'j, 12; Luc. t 6, 31. 2. *Men- 
tre . , .piacerti*: cfr. Psalm., 113, 17-8: Non mortui taudabunt te, Do- 
mine, / neque omnes qui descendant in infernum; / sed nos, qui vivimus, 
benedicimus Domino / ex hoc nunc et usque in saeculum. II Giannone 
cita a memoria. 3. z tot . . . vwere: cfr. Livio, n, 3, 4: apericulosum 
esse in tot humanis erroribus sola innocentia vivere . 4. dicea Tertullia- 
no: nel Liber de praescritionibtis, cit., vii. 5. san Paolo: cfr. Co/., 2, 8; 
I Tim., i, 3-4; 6, 4; II Tim., 4, 3-4. 6. sanfAgostino diceva: cfr. Pepi- 
stola cxcvii, Hesychio Salonitano episcopo, de die supremo mundi non 



232 VITA DI PIETRO GIANNONE 

nelle quali Tingegno umano si sforza di saper cio che nulla rilieva 
ne alia credenza, ne alia norma de' costumi, meglio sara confessare 
la propria ignoranza, che andar inutilmente lambiccandosi il cer- 
vello, vaneggiando sopra ci6 che Iddio non ha voluto rivelarci, e 
che Tuomo sapesse. 

Saviamente per cio ammoniva Eusebio, vescovo di Cesarea, che 
Iddio ha per mezzo del suo Verbo rivelato alPuomo cio che fosse 
bastante per la sua salute; e per ci6 non doversi ricercar altro; 1 
che se fosse altrimenti, bisognarebbe dire che ci avesse lasciata 
mozza la sua legge, ed i suoi precetti fossero difettosi e mancanti : 
sicch6 fosse stato bisogno di venir altri a supplirne il difetto. Que- 
sta sarebbe un'empia bestemmia, e riputar la divina Sapienza mon- 
dana ed imperfetta, e che per suo difetto lasciasse perire tanti, i 
quali prima non ne erano istrutti. Quanto bisognava per la nostra 
salute - dice Eusebio - fu a noi tramandato per le divine Scritture, 
che contengono Tintiera e solida credenza che Puom dee avere, e 
la vera regola de } costumi, alia quale dee attenersi, per essere im- 
mutato, e, da terreno farsi degno d'un regno celeste. <Lattanzio 
Firmiano, 2 per ci6, nelle sue Divine institn%ioni> insegnava che 
Iddio ea sola scire nos voluit quae interfuit hominem scire ad 
vitam consequendam>. 3 

Da ci6 compresi altre verita, fin qui a me ignote; e mi awidi 
quanto in vano si travagliassero gli uomini sopra inutili ricerche 
ed intorno a studi vani, i quali non han altro sostegno, che le 
proprie e singolari opinioni umane; le quali, essendo varie, poich6 
gli uomini per natura sono portati a dissentir fra di loro, han ca- 
gionato tante confusioni, e ridottigli miseramente ad occupazioni 
vane, e a disputar di cose, che ne sapran tanto meno, quanto piu 
si saranno affaticati di saperle. 

Compresi eziandio, ed in piti chiara luce mirai Taspetto delle 
mondane vicende, che si vider dapoi sopra la terra; ed a questi 
studi accoppiando quelli che io avea fatti de* tempi men a noi 
rimoti, vidi con istupore, come sopra tali fondamenti d'una reli- 



inqvirendo, deque Hebdomadibus Danielis, in Migne, P. I/., II, coll. 899 sgg. 
i. Saviamente . . . altro: cfr. De fide adversus Sabellium, in Migne, P. G., 
VI, coll. 1059-70. 2. Lattansno . . . conseguendam: cfr. Div. Inst., n, 8, 70-1 
( quelle sole cose voile che noi conoscessimo, che importava che Tuomo 
sapesse per conseguire la retta vita); Lattanzio Firmiano (secolo III-IV 
delTEra volgare), apologista cristiano, di origine africana. 



CAPITOLO OTTAVO 233 

gione si schietta, umile e sprezzatrice di cose terrene, si avesse 
dapoi potuto innalzare una macchina cotanto sublime e vasta, 
quanto niun'altra religione del mondo, ancorche mondana, e che 
non avea altro fine che felicita terrene, pote aspirarvi, non che giun- 
gervi o pareggiarla. E dalPistoria de* tempi che a Costantino Magno 
seguirono, facilmente ne compresi le occasioni ed origini; sicome 
ciascuno potra comprenderle, riguardando che, insegnata ed am- 
ministrata questa nuova religione dagli uomini infra gli altri uo- 
mini, i quali da amministratori e depositari fattisi credere pa- 
droni e signori, e dall'esposizioni ed esortazioni passando poi a 
stabilir leggi, ridotta nella lor mano la norma del giusto e delTe- 
quo, e di bilanciare le azioni umane qualificandole a lor arbitrio 
ora lecite, ora illecite, dieder in que' secoli incolti a credere alia 
semplice ed imperita moltitudine, che in lor balia fosse chiu- 
dere ed aprir le porte del celeste Regno; quindi awenne che 
invece d'un regno celeste, si fabbricasser essi in terra un nuovo 
regno terreno, a gli antichi affatto incognito e sconosciuto; poich6, 
surto dapoi ed innalzato fra questi ministri e dispensatori uno 
che, riducendo gli altri da fratelli e compagni del suo ministero, 
a suoi propri ministri e servidori, pot6 stabilire il nuovo regno 
papale, sopra le spoglie degli altri vescovi; ma piu sopra Pigno- 
ranza de' principi e semplicita de* popoli; e con tanto maggior 
successo, quanto che gli uomini persuasi dalle novelle dottrine, 
sparse a questo fine, che le cose temporali potessero cambiarsi 
colle spirituali, e le ricchezze facilitassero Tacquisto del regno ce- 
leste, e che le donazioni, i legati ed eredita lasciate alle chiese 
materiali valessero a ridimere le loro anime da' peccati e farle vo- 
lare in Cielo, aprirono questa nuova, facile e piana strada, massi- 
mamente a* facoltosi e potenti; ed a riguardo di tutti gli altri addi- 
tarono cammini piu facili d'esteriori riti e cerimonie, di pellegri- 
naggi, di particolari divozioni a* santi, di novene ed altre tante 
vane superstizioni, le quali, adoperandole, gli rendesser sicuri del- 
la lor salute. 

Donde ne seguirono due cose, le quali, sicome rovesciarono la 
vera religione da Cristo insegnataci, cosi stabilirono meglio il re- 
gno papale. La prima, che si vide ridotta la nostra religione ad 
un'arte meccanica e puramente estrinseca; poich6, con mover li 
labbri a formar certe parole, ancorch6 non si capisse il senso, col 
battersi co' pugni il petto, con movere piedi, andando alle visite 



234 VITA DI PIETRO GIANNONE 

delle chiese, o ne' pellegrinaggi a' santuari, con intinger la fronte 
d'acqua lustrale, con baciar reliquie e portare addosso scapular! ed 
amuleti, con accender lampadi e candele avanti le immagini de' 
santi, e tanti altri atti estrinseci, crediamo aver saldato con Dio 
ogni conto, ed esserci assicurati della nostra salute. La seconda, 
che non content! d'aver quei pochi, semplici e schietti riti, affin 
d'introdurne de' nuovi, multiplici, pomposi ed operosi, siasi ri- 
corso a prenderne altri, non pur dagli Ebrei, ma da* Gentili stessi ; 
e con ci6 aver resa la religione tutta pagana ed estrinseca: anzi 
d'aver superati i pagani istessi ne' superbi e magnifici tempii, 
negli altari, nelle pompose vesti, ne' ricchi vasi ed arnesi, nelle 
statue ed in altre tante nuove ed operose cerimonie; e chi ne fara 
paragone con la religione degli Egizi, de' Greci e Romani, anzi 
di tutte le religioni del mondo delle quali & rimasa a noi notizia, 
ch'ebber tante e si innumerabili nazioni che abitaron la terra, 
trovera che la cristiana, e per il numero e varie divise de' sacrifi- 
canti, e per la multiplicita, apparato, magnificenza e pomposita de' 
riti, sia di gran lunga a tutte superiore, anche paragonandola con 
tutte 1'altre unite insieme: sicche non pur abbiam fatto ritorno 
all'antico gentilesimo, ma di gran lunga 1'abbiam superato; ed i 
popoli son divenuti gia tutti pagani e superstiziosi, assai piu che 
non eran i Gentili. 

Ma cio che apprestd materia piu atta alPinnalzamento d'un si 
nuovo imperio sopra i regni e domlni de' principi fu la lor tra- 
scuragine ed ignoranza di que* secoli incolti, di non fargli accorti, 
che per le nuove massime e dottrine si tentava stabilire ne* loro 
imperi un altro imperio, che non pur scemasse e corrodesse i pro- 
pri, ma se gli rendesse soggetti, e finalmente 1'assorbisse in tutto; 
sicome gia gli tolse quasi la meta de' sudditi, sottraendoli dalla lor 
giurisdizione e sottoponendogli alia propria, rendendogli franchi ed 
immuni de' pubblici pesi, non sol per ci6 che riguarda le persone, 
ma anche i loro beni; e quando Iddio avea riposto nelle mani de' 
principi la giustizia ed il giudizio, se le vider togliere, e la norma 
del giusto e del lecito passare in altrui mano; sicch6 altri regolasse 
la giustizia ne' contratti, ne' giudici, ne' testament! ed in tutte 
1'altre umane faccende; onde si vider sorgere ne' loro propri do- 
mini nuovi tribunal!, nuove leggi e nuovi istituti. 

E ben poteano accorgersi che 1'intento era di spogliargli affatto 
di tutti i loro real! diritti e sovrane preminenze; giacch6 alia sve- 



CAPITOLO OTTAVO 235 

lata 1 fin nelle medaglie a questo nuovo principe se gli dava il 
titolo di re e di rnonarca della repubblica cristiana, di principe 
supremo ; che di lui s'intendesse di dover dominare tutta la terra, 
dalPun mare all'altro; e che egli dovrebbe ridurre in un ovile 
tutto 1'uman gregge, e divenire unico e sol pastore; ed infine non 
s'isdegnava il titolo di vice-Dio, n6 si reputava bestemmia; anzi 
era applaudito e caramente accolto ed inteso, quando s'udiva e si 
leggeva nelle pubbliche tesi e ne' frontispizi de' libri stampati. 
Importava poco che a questo intento vi repugnasse tutto, non 
men Tantico che il nuovo Testamento, e tutta la divina tradizione. 
Potea, a sua posta, gridar quanto si volesse Giob: Quis constituit 
super terram, aut quis posuit super orbem, quern fabricatus est ?. 2 
Ecco che il papa dovea essere costituito da Dio sopra la terra, 
per reggerla ed esserne suo vicario e vice-Dio. Esclami pur ed 
altamente si protest! il nostro buon Redentore, che il regno suo, 
che venne a rivelare ed a promettere all'uman genere, non era di 
questo mondo. Canti eziandio ne' suoi inni la Chiesa istessa, che 
egli non venne in terra a toglier a* re grimperi lor terreni e mor- 
tali, ma a dar agli uomini regni immortali e celesti; che i principi, 
come se niente loro importasse vedersi costituito in terra un vice- 
Dio, che gli corroda i loro regni e dentro i loro imperi stabilisca 
un altro imperio, illusi dalle nuove dottrine, che <ancorch empi 
e malvagi>, salderebbero con Dio ogni conto commutando le cose 
temporali colle spiritual!, volentieri si lasciaron lusingare, apren- 
dosi cosi questa facile e sicura strada di acquistare, col prezzo del 
terreno, un regno spirituale e celeste. 

Bisognava per6 a' principi per quietar meglio le loro coscienze 
e non esporre gli uomini ragionevoli, a cui Dio prowide di sano 
intelletto e diritto discorso, alle persecuzioni, a' martiri ed alii 
strazi, che non men il papa ne' suoi, ch'essi ne 5 loro Stati facessero 
ogni sforzo e ponessero ogni studio di far abbolire, brugiare, ed 
affatto estinguere ogni memoria degli Evangeli di Cristo, degli 
Atti degli Apostoli, dell 1 Epistoh di san Paolo, e di quanto e com- 
preso ne' libri del nuovo Testamento; e ci6 nemmeno basta. Bi- 
sognava cancellar ogni memoria di quanto da' Padri vecchi erasi 
scritto intorno aH'antica disciplina della Chiesa; in breve, quanto 
da una sincera e fedele istoria ecclesiastica e stato a noi tramandato. 

i. aUasvelata: palesemente. 2. Qus . . . est?: citazione a memoria di 
lob, 34, 13, che ha: quern constituit alium . . . aut quern posuit ecc. 



236 VITA DI PIETRO GIANNONE 

Non bastava essersi insegnate nuove dottrine, disseminate altre 
massime e fatti nuovi Evangeli: bisognava estinguere quelli di 
Cristo ; poich6 sempre che questi rimangono, altro ora non si fa, 
che metter gli uomini in una perpetua confusione, e pretender da' 
medesimi che si abbino a storcere il cervello e perdere ogni di- 
ritto discorso, con fargli divenire peggiori di bruti ; e di vantaggio 
non volendo abusarsi del loro lume e natural discorso, esporgli a 
persecuzioni, a ruine e calamitosi pericoli. Bruggiati che fossero 
gli antichi sacri libri e spenta di lor ogni memoria, si vedrebber 
gli uomini in calma, ed adatterebbero la lor mente alle nuove 
dottrine ed al nuovo sistema, che si vuole che oggi si abbia della 
religione cristiana. 

Narra Livio, 1 che doppo cinquecento anni dalla morte di Numa 
Pompilio furon scavate vicino Roma due casse di pietra. In una 
eravi stato riposto il corpo di Numa, che dal tempo si trovo tutto 
consunto; e nelFaltra eranvi riposti alcuni libri lasciati da Numa, 
ne ? quali trattavasi dell'antico ius pontificio e della sapienza degli 
antichi. Letti che furono dal pretore urbano, questi riferl al Se- 
nato che doveano bruggiarsi, poiche la lor dottrina rovesciava le 
religioni che si professavan allora in Roma; poich6 Numa, che fu il 
primo ivi a stabilirla, fu contento di pochi dii, di pochi ministri, 
di pochi riti semplici e schietti; e Livio stesso ci assicura, che in 
Roma prima si prestava culto a' propri dii pie magis quam magni- 
fice ; 2 ma che dapoi fu invasa di tante peregrine religioni e di tanti 
sacrificuli, di tanti pomposi e nuovi riti e multiplici cerimonie, 
che sovente bisogn6 al Senate metterci argine; e Porcio Catone, 
in una sua orazione rapportata da Livio, 3 si duole che il lusso del- 
1'Asia e della Grecia avea penetrato e corrotto fino 1'antica reli- 
gione de' Romani, e che trasportate da Siracusa e dalla Grecia le 
statue di tanti nuovi dii, con mirabil magistero ed arte scolpite in 
finissimi marmi, in bronzo o altro eletto metallo, avean cagionato 
che a* suoi dl i Romani si burkvano e deridevano i loro antichi dii, 
rozzamente fatti di creta o di legno, facendone beffe e brutti 
scherni; ma ch'egli piu tosto voleva che questi gli fosser propizi, 
che i nuovi e peregrinL Quindi il Senato, su la fede del pretore, 
comand6 che i libri di Numa trovati, per i quali venivano a sov- 
vertirsi le religioni che si professavan allora in Roma e con ci6 a 

i. Narra Livio: cfr. XL, 29. 2. tpie . . . magnificev: con maggior piet& che 
magnificenza. 3. Porcio . . . Livio: cfr. Livio, xxxiv, 4. 



CAPITOLO OTTAVO 237 

porsi in iscompiglio la citta, si fossero nel cospetto del popolo 
bruggiati; sicome da' vittimari, 1 acceso un gran fuoco nel comizio, 
ci furon gettati dentro e consumati ed arsi. 

Lo stesso bisogriirebbe far de' nostri antichi libri sacri, affinche, 
togliendosene ogni memoria, gli uomini potessero accommodarsi 
alle nuove dottrine e sistemi: altrimenti, rimanendo, non potran 
loro apportare se non confusioni, e costringergli a far forza a* 
loro intellelti di altrimente pensare, e torcere i lor discorsi contro 
ci6 che la natura, la ragione, 1'esperienza ed il comun senso gli 
guida e detta: cosa, alia quale non arrivarono i piu crudeli e spietati 
tiranni, che avesse avuto il mondo giammai. 

In questi studi, e fra tali considerazioni passando in solitudine 
i mesi della mia villeggiatura, istruiva me stesso, drizzandogli uni- 
camente per essere di norma cosi nella credenza, come ne' costumi 
al mio esser d'uomo interiore; non tralasciando, per ci6 che riguarda 
all'esteriore, di conformarmi a tutto cio che la prudenza umana 
dettavami dover praticare, conversando con gli altri, essendo nelk 
loro societa civile, non dando ad alcuno occasione di scandalo, 
owero turbando in minima cosa 1'ordine della repubblica. 2 Ne io, 
cosi ne* miei discorsi come nelle opere da me date alia luce, en- 
trai a disputar di cose che appartenessero a' punti capitali di nostra 
religione, ne pretesi mai di fare in ci6 il censore o riformatore. 

Nella mia Istoria civile e nelV Apologia, che fid costrerto a dar 
fuori, non ebbi altro scuopo che di manifestare e porre in piu 
chiara luce i confini che framezzano tra Timperio e il sacerdozio ; 
affinch6, resigli piu apparenti e chiari, ciascuno potesse accorgersi 
delle sorprese che eransi fatte dal sacerdozio sopra la potesta de' 
principi, e quanto da ci6 fossesi scemato al loro imperio, che Iddio 
glielo diede sovrano, intero e perfetto sopra i di loro Stati, per 
governar essi e non altri, i loro sudditi; e trattando del regno di 
Napoli, dove si tentava ridurre le cose fino alTultima estremita, 
per interamente assorbirlo, ebbi piu occasioni d'awertirne i sot- 
tili artifici, de additare i fonti onde tanti mali e disordini prove- 
nivano. E pure tutto ci6 e Taver sacrificato la mia vita, i miei 
studi e i miei pochi talenti da Dio concessimi, niente giovommi, 
per acquistarne una valida lor protezione; n6 pure per potermi 
sottrarre dalle umane necessita, e vivere sicuro in qualche angolo 

i. vittimari: sacerdoti addetti alle vittime. 2. repubblica: nel senso latino 
originario di cosa pubblica . 



238 VITA DI PIETRO GIANNONE 

della terra; anzi il duro mio destine me gli rivolse in contrario, e 
fece che io gli sperimentassi sdegnati ed awersi; sicome dal rima- 
nente di questa dolente istoria ciascuno vedra. La quale, se mai 
avra la sorte d'essere posta sotto i loro occhi, sicome trarra loro 
qualche lagrima, cosi spero che da' loro animi trarra sensi di pieta 
e compassione. 

Fu continuata la villeggiatura di quest* anno fino a' principi di 
ottobre; n6 ebbi occasione di condurmi in citta, se non qualche 
volta, sollecitato dalla marchesa di Balastrino 1 ad intervenire in 
alcune sessioni, che si tenevano avanti due consiglieri del Consiglio 
Imperiale Aulico, a fine di comporre, con amichevole accordo, la 
lite che avea col marchese suo figlio. 

Ed in Vienna i pubblici discorsi non si raggiravano che sopra le 
cose di Polonia; e nella mia lunga dimora in Medeling, trovandosi 
ancor ivi a villeggiare il conte di Montesanto, presidente del Con- 
siglio di Spagna, ed il conte di Sifuentes, suo fratello, i quali spesso 
eran da me visitati, non si parlava che de' successi vari accaduti 
in quel regno, ora a pro del Sassone, ora di Stanislao, 2 senza che 
punto si temesse dalla Francia d'improvisa invasione ne' Stati pro- 
pri dell'imperadore; e pure il conte di Montesanto, come presi- 
dente, e suo fratello, a cui sovente toccava adempir 1'officio di 
Camerier maggiore, erano frequentissimi nella Corte, n6 mai n'in- 
tesero cos'alcuna che potesse almanco mettergli in sospetto. 

E tomato ch'io fui a Vienna, dopo le vindemie, a* principi di 
ottobre, se bene fin nelle pubbliche gazzette si leggesse che le 
truppe francesi erano nel Delfinato in gran moto, ed alcuni in- 
viati cesarei, ch* erano nelle corti d'altri principi, awisassero a Vien- 
na gli apparati marziali della Francia, tutto s'interpretava che fosse 
dirizzato per la Polonia; ed il conte Sinzendorf assicurando dal- 
Taltra parte, che finch6 vivea il cardinal Fleury non aveva Pimpera- 
dore da temere che la Francia si movesse contro i suoi Stati, si 
prolungava la lusinga, e continuavan tutti a starsene spettatori 
oziosi delle cose di Polonia; ed ancorch6 crescesse la fama le 
truppe francesi muoversi per lo Delfinato verso Italia, non era at- 
tesa; poich6 si lusingavan che il re di Sardegna, duca di Savoia, 3 

1. marchesa di Balastrino: o Ballestrino, della quale ha parlato a p. 225. 

2. Sassone . . . Stanislao: cioe Federico Augusto e Stanislao LeszczyAski. 

3. il re... Savoia: Carlo Emanuele III (1701-1773), salito al trono per Pab- 
dicazione del padre, Vittorio Amedeo II, nel 1730. 



CAPITOLO OTTAVO 239 

non gli accorderebbe il passaggio per li suoi Stati; onde, non se 
per Taria, fra le nubi, potevan condursi in Italia; e stavan sicuri, 
che Savoia non ce Tavrebbe permesso, ne rotta la pace unendosi 
colla Francia, per non addossarsi la collera e 1'indignazione di 
Cesare, il quale 1'avrebbe sconvolti e dissipati i suoi Stati, e sotto- 
postolo al banno imperiale. 

Mentre la gente pascevasi di vento dietro queste vane lusinghe, 
ecco che alia meta d'ottobre, per piu corrieri, si ebbe 1'awiso che 
le truppe francesi eran nel Piemonte, le quali unite colle piemontesi 
e savoiarde, s'awiavano nello Stato di Milano, ed erano gia presso 
il Ticino. II conte Daun, 1 che trovavasi governatore in Milano, 
inteso il prodigioso numero degli assalitori cosi vicini, scapp6 tosto 
via da Mikno, e ricovrossi a Mantua: egli non avea che pochi 
reggimenti: e pure lo Stato avea contribuito e contribuiva per 
il numero di diciottomila soldati, pagati gia, secondo il conto tra- 
smesso per tutto quel corrente mese di ottobre. Le piazze eran 
tutte sfornite di munizioni, di presidio e di fortificazioni; poich6 
gli appaldatori, che a Vienna trattavano i loro appaldi, 2 facevano 
ci6 che volevano, ed era rimesso al loro arbitrio e discrezione di 
fornirle, senza doverne dar conto ad altri, se non a' ministri di 
Vienna, da* quali Tavean ricevuti. In breve si arriv6 a tal precipi- 
zio, che non vi era settimana che non si sentiva essersi resa qualche 
piazza, ed il presidio mandato in Mantoa. Fu resa tosto Novara, 
Pavia, Tortona, Pizzichitone ; 3 e se ben entrati gia nell'inverno, 
credeasi che dovessero cessar Tarmi, nulladimanco la stagione riu- 
sci cosl placida, serena ed asciutta, che non reco impedimento 
alcuno a gli assalitori di proseguire le loro conquiste. S'intese presa 
la citta di Milano, e posto al castello stretto assedio, il qual in 
pochi giorni fu reso e mandato il presidio a Mantoa. 

Una si grave ruina pose tutti in somma costernazione e sbigot- 
timento, non leggendosi nelle nuove o vecchie memorie di Lom- 
bardia, che in cosi breve tempo lo Stato di Milano, sempre di 
armi fioritissimo e di piazze munitissimo e che un palmo di ter- 
reno costb, altre volte, fiumi di sangue, non men a gli Francesi 



1. II conte Daun (cfr. la nota 2 a p. 60), generate delle truppe imperiali, di- 
fensore di Torino nel 1705-1706, era nel 1733 governatore di Milano. 

2. appaldatori . . . appaldi: appaltatori , . . appalti. 3. Pizzichitone: Pizzi- 
ghettone, difesa dal principe Ian liri Kristian z Lobkovic (1686-1755), 
dal 1732 governatore della Sicilia, poi di Milano, cadeva il 30 novembre. 



240 VITA DI PIETRO GIANNONE 

die a gli Spagnoli : ora a man salva ritolto al possessore passasse 
airinimico, senza perderci un soldato. E pure gli Spagnoli di 
Vienna di ci6 non si sgomentaron punto ; anzi gravidi di speranza 
che presto si sarebbe riacquistato, minacciavano al duca di Savoia 
d'invadere i suoi Stati, ed aggiungere al Milanese il Monferrato 
[e] il Piemontese; e non mancarono ufficiali della secreteria di 
Rialp vantar pubblicamente, che si sarebbe vantaggiosamente com- 
pensata la perdita; poiche, se prima dalla loro secreteria non ne 
uscivan dispacci che per lo Stato di Milano, col tempo si sarebbero 
distesi nel Piemonte, Monferrato e nella Savoia stessa. 

E questo spirito trasonico avea invaso non pur gli animi degli 
Spagnoli di Vienna, ma di quanti ne venivano dallo Stato di Mi- 
lano, ch'erano stati cola impiegati ne* magistrati e nelle civili 
cariche de' tribunali e delle secretarie; i quali a truppe tornavano 
a Vienna con visi allegri e festosi, come se da Milano venissero 
non vinti, ma vincitori; e nelTistesso tempo assordavan la Corte, 
ch'essi avendo lasciate le loro cariche per non servire ad altro prin- 
cipe che all'imperadore naturale lor padrone, ed essendo rimasi 
senz'impieghi donde potessero sostenere se stessi e le loro fami- 
glie, dovesse 1'imperadore somministrargli soccorso di denaro per 
vivere, finch6 non si fusse riacquistato lo Stato di Milano. Sicche, 
alii tanti altri ch'erano in Vienna, si aggiunsero questi nuovi che 
cercavan soccorsi. E trovaron pietose orecchie che gli sentisse ed 
esaudisse, poich6 in questo stato deplorabile invece di por argine 
a preceduti disordini sopra i regni di Napoli e di Sicilia, aggiun- 
sero peggiori mali, riducendogli all'ultime estremita e desolazioni; 
poich6 per trarne denaro, per supplire alia mancanza di Milano 
e sowenire a' nuovi Spagnoli di la venuti, si tentarono nuovi modi, 
ed infra gli altri d'esporre venali le toghe, con tassarne i prezzi ed 
accrescere i tribunali di nuovi ministri sopranumerari ; sicch6 il 
Consiglio Collaterale di Napoli, che non si componeva che di 
cinque soli reggenti, si vide accresciuto di altri tanti sopranume- 
rari, con animo di accrescere il numero de' consiglieri del Consi- 
glio di Santa Chiara, de j presidenti della Regia Camera e de' 
giudici della Gran Corte di Vicaria, secondo che si trovassero com- 
pratori, che volessero spender denaro, per esserne decorati; e si 
trov6 in Vienna un infame e sfacciato napolitano, il quale scrivea 
lettere circolari a gli awocati e ministri di Napoli, invitandogli ad 
applicar alle compre con designar il prezzo; a gli awocati, de* 



CAPITOLO OTTAVO 241 

magistral! de' quali desideravan esser decorati ; ed a j ministri, quel- 
lo de' magistrati superior! a' quali aspiravano; non astenendosi, 
perche se gli prestasse maggior fede, di scrivergli svelatamente 
che cio faceva per ordine avutone dal marchese di Rialp, secreta- 
rio di Stato, e dal conte di Montesanto, presidente del Consiglio, 
affinche stessero sicuri, trasmesso il denaro, d'ottener le cariche. 
Queste lettere, Tun mostrandole alPaltro, che si trovavano scritte 
di tenor conforme, divolgate da per tutto posero i Napolitani in 
una grandissima costernazione, e sentendo che si tentavano altri 
modi per cavar dal Regno denari, ed essersi perduto lo Stato [di] 
Milano, prima che sapessero essersi dalla Francia e Savoia mossa 
guerra all'imperadore, si credettero abbandonati, e che non si 
cercasse altro prima di ceder il Regno, ch'esaurirlo : onde molti 
scrissero a gli amici in Vienna lettere dolenti per un abbandona- 
mento cosi improviso e spietato. E pure si trovarono degli ambi- 
ziosi, i quali non curando d'impoverire le lor case e Pimminente 
pericolo di mutar padrone, mandarono denaro in Vienna; e furon 
vendute due piazze 1 di reggentati ed altre di Camera, il prezzo del- 
le quali fu prestamente diviso fra que* Spagnoli, i quali eran usciti 
da Milano. 

In tanta costernazione e disordine, pensava ciascuno di scampar 
come poteva il meglio dall'imminenti mali, che soprastavano. A 
me, se bene la perdita dello Stato di Milano dovesse importar 
poco, poiche* niente da quello mi veniva, nulladimanco cominciai 
a tremare; poiche il denaro delle spedizioni di Sicilia, capitando in 
mano degli ufficiali spagnoli, e stando esposto all'arbitrio del pre- 
sidente, il quale erasi in ci6 unito col marchese di Rialp di soccor- 
rere gli Spagnoli venuti da Milano, e supplire per Napoli e Sicilia 
la mancanza di quello Stato, temeva che, non ostanti i precisi ordini 
di Sua Maesta di non doversi confondere il mio denaro con gli 
altri emolumenti del Consiglio, non se ne valessero per propri 
bisogni; ed in fatti 1'ufficial Llacuna fecemi stentar molto per 
esigger le due ultime mesate di quest* anno, quelle di novembre e 
dicembre onde a ragion temeva, che crescendo vieppiu il bisogno 
co' mali peggiori che soprastavano, che il seguente anno mi si 
fosse resa 1'esazione piu difficile. 

Con tutto ci6 mi lusingava, che drizzandosi gli apparati che 

i. piazze: francesismo per posti, incarichi. 



242 VITA DI PIETRO GIANNONE 

si facevano di guerra, per ricuperare lo Stato di Milano, che la 
sede della guerra dovess'essere in Lombardia, dalla quale doves- 
s'esserne esente il regno di Napoli, e molto piu quello di Sicilia, 
Ed a gli amici di Napoli scriveva che non si sgomentassero, poiche 
la lor sorte dipendeva dalPevento delle cose di Lombardia, dove 
la guerra sarebbe stata non men atroce che lunga, indrizzando 
Pimperadore le piu valide sue forze in quella parte; sicome, in 
effetto, sotto il general Merci, 1 destinato supremo comandante di 
quelPimpresa, si disponevano i migliori reggimenti che fossero in 
tutta la milizia cesarea, con intento di scacciar di Lombardia i 
Francesi ed i Savoiardi. 

DalPaltra parte, gli Spagnoli di Vienna erano ostinati in dire 
che nella lega della Francia colla Savoia non erasi mescolata la 
Spagna, la quale stava ferma di serbar quella pace, che colPim- 
peradore erasi ultimamente fermata e stabilita; e che Pimperadore 
non dovea combattere che co' Francesi e Piemontesi, i quali sa- 
rebbero stati presto vinti e scacciati di Lombardia. E quantunque 
da tutte le parti si awisasse che nella lega eravi anche la Spagna, 
ed, oltre alia comune fama, si accoppiasse il gran ammasso di 
truppe spagnole che si facevano in Barzellona, e Pimbarco da quel 
porto e da altri di Spagna, e le navi istradate gia per Livorno, 
onuste di grossa artiglieria e di altri attrezzi militari, e che i 
generali conte di Montemar 2 e duca di Liria 3 eran passati in Lom- 
bardia ed aveano stretti colloqui col marescial Villars, 4 general de j 
Francesi; nulladimanco costantemente affermavano che ci6 fosse, 
non per unirsi a gli alleati a danno delPimperadore, ma che la 
regina di Spagna, tenendo a Parma un cosi caro pegno, qual era 
Pinfante don Carlos, 5 suo figliuolo, non voleva che, ardendo in 
Lombardia una si fiera guerra, rimanesse esposto alle incursioni 
militari; ma potesse, colle sue armi, conservar i suoi Stati in sicu- 
rezza, e sottrargli dalPinsulti stranieri. Ed il marchese di Rialp 

i. general Merci'. Florimond-Claude de Mercy (1666-1734), comandante 
in capo delle forze imperial! in Italia, a. Jos6 Carrillo de Albomoz (1671- 
1747), conte di Montemar, generalissimo delPesercito spagnolo. 3. Jacob 
Francis Fitz-James Stuart, duca di Berwick e di Lina (morto nel 1738), 
generale delPesercito spagnolo. 4. Louis-Hector duca di Villars (1653- 
1743), maresciallo di Francia, e capo delle armate francesi. 5. la regina . . . 
Carlos: Elisabetta Famese (1692-1766), figlia del duca di Parma e sposa, 
nel 1714, di Filippo V di Spagna, si era assicurata con la pace dell'Aia 
(1720) la successione sul ducato di Parma e Piacenza in favore del primo- 
genito Carlo. 



CAPITOLO OTTAVO 243 

mostrava di ci6 esserne si persuaso, che non s'asteneva pubblica- 
mente di dire, ch'egli metterebbe il suo capo sotto il taglio d'una 
scure, se mai gli Spagnoli fossero intricati nella lega che la Fran- 
cia avea fermata colla Savoia. 

E con questi discorsi e vane lusinghe, erasene gia passato Tan- 
no 1733. 



CAPITOLO NONO 

Anno 1734. Vienna e Venezia. 

Cominciarono in questo nuovo anno i miei concatenati dolori <a 
renders! piu sensibili>, i quali sempre piu esacerbandosi, per pro- 
prio esperimento mi fecer conoscere che la fortuna non comincia 
mai per poco. 1 Nel tempo istesso che gli Spagnoli di Vienna per- 
sistevano in dire che nella lega non eravi compresa la Spagna, s'in- 
tese che i generali Montemar e Liria, partiti da Lombardia, eransi 
fermati nella Toscana, e che ne* campi intorno Siena il conte Mon- 
temar faceva rassegna delle truppe spagnole, le quali sbarcate in 
Livorno e ne* vicini porti s'univano insieme per qualche spedizio- 
ne. II luogo dove si rassembravano dava manifesto indizio, che la 
spedizione s'indrizzasse al regno di Napoli : ciocche fu tosto awe- 
rato, essendosi saputo che dal papa non pur se gli era accordato il 
passaggio per li suoi Stati, ma destinati fino i commissari per la 
prowisione di quanto bisognava aU'esercito spagnolo sino a j con- 
fini del Regno ; e che da Spagna Tinfante don Carlos erasi costituito 
generalissimo deirarmata. 

Intanto in Vienna s'eran fatti e tuttavia si proseguivano gli ap- 
parati di guerra, e s'erano incaminati gli attrezzi militari e le trup- 
pe per Mantoa, e tutti gli sforzi erano drizzati in Lombardia, 
per combattere i Francesi e Piemontesi, e discacciargli dallo Stato 
di Milano ; ed il Consiglio di guerra e tutti i Tedeschi, che si cura- 
van poco del regno di Napoli, e molto meno di Sicilia, avean per- 
suaso airimperadore che tutto lo sforzo dovea farsi in Lombardia, 
n6 scemar i reggimenti, per mandargli in Napoli; poiche* chi era 
padrone dello Stato di Milano, con facilita potea riacquistar quan- 
to si fosse perduto in Napoli; e con tanta forza impressero nella 
mente delTimperadore questo sistema doversi tenere nella guerra 
d } Italia, che quando gli Spagnoli e spezialmente il conte di Mon- 
tesanto, vedendo ora rimminente pericolo che soprastava al regno 
di Napoli, ebber ricorso a Cesare vivamente pregandolo che dal- 
Tarmata destinata per Milano mandasse in Napoli non piti. che 
cinque o sei reggimenti che tanti basterebbero, con quelli che ivi 
teneva il general Carafa 2 per sua difesa ad impedire agli Spagnoli 
Pentrata a' confini: Timperadore stette fermo, con rispondergli 

i , la fortuna . . . poco : cfr. Ariosto, OrLfur., vin, 50. 2 II maresciallo Gio- 
vanni Carafa (morto nel 1743). 



CAPITOLO NONO 245 

che non poteva indebolir Pesercito destinato per Lombardia, dove 
si dovea principalmente insistere. 

I Napolitani intanto cercavan soccorso, ed il marchese di Rialp 
gli pasceva di vane speranze; e gridando che almanco vi mandassero 
le reclute per fornire i reggimenti scemati del general Carafa, 
non si trov6 la via nemmeno di farle giungere a tempo, poich6 
awiandole per imbarcarle in Fiume e Triesti furon le marcie e 
grimbarchi guidati con tali disordini e confusioni, mancando il 
bisognevole, che parte rimasero per istrada, parte giunsero quan- 
do il Regno era in mano de' nemici, per restarvi prigionieri. E 
scorgendo gli Spagnoli che a' Tedeschi nulla caleva la perdita de' 
regni di Napoli e di Sicilia, e piu volte sentendo colle proprie 
loro orecchie le voci di molti, che sicome erano stati buoni ad 
esaurirli, cosi ora pensassero a difendergli, il marchese di Rialp 
pens6, finalmente, ad una difesa pur troppo ingegnosa e valida. 
Fra 1'infinita turba de' Catalani che dimoravano oziosi a Vien- 
na a spese di Cesare, erano molti scherani e fuorusciti, chiamati 
(cmicheletti)); 1 di questi ne fece una compagnia, a' quali diede per 
capo un famoso catalano, il quale presso di loro era stimato un 
altro Rocco Guinart, 2 spezialmente per la perizia negli agguati 
dentro i boschi e fra le montagne, ad ingaggiar scaramucce e 
tender insidie; e fornita la compagnia di pistoletti ed altre armi, 
si awi6 in Napoli, con fiducia che, posta in aguato tra' confini 
in que' boschi, e scovertasi a gli .altri Catalani che militavano 
sotto 1' infante don Carlos, 1'avrebber fatti tutti disertare; ed ac- 
cresciuta di numero, avrebbe impedita Tentrata de j Spagnoli nel 
Regno; e cost6 all'imperadore questa spedizione piu se si fos- 
se mandate un reggimento, poiche non si risparmio spesa negli 
abiti, nelle armi e nel bagaglio, che si voile magnifico e pomposo. 
E con questo e colle poche truppe, ch' erano in Napoli sotto il 
general Carafa, si pretendeva d'impedire 1'entrata alPesercito spa- 
gnolo ne' confini del Regno. Ma il marchese di Rialp, perche cor- 
rispondesse il fine al principio ed a* mezzi co' quali avea governa- 
to il regno di Napoli, voile terminarlo con una gloriosa azione, che 



i. micheletti: fanti leggeri, armati di moschetto, che formavano truppe vo- 
lontarie e locali, cosi chiamate in ricordo delle milizie mercenarie assoldate 
dalle citta basche e organizzate militarniente da Miguelot de Prats nel 1674. 
a. II brigante catalano Perot Roque Gianart (1582-?), ricordato dal Cer- 
vantes, nei capitoli 50 e 51 della seconda parte del Don Quijote. 



246 VITA DI PIETRO GIANNONE 

certamente lo rendera, per tutti i secoli, illustre ed immortale. 
Scrisse, a nome dell'imperadore, una pampinosa 1 lettera alia citta 
di Napoli, nella quale, con circuita di vane parole, si pretendeva 
che i Napolitani dovessero, per mostrare la loro fedelta, impedire 
1'entrata a* Spagnoli a costo non pur delle loro facolta, ma del pro- 
prio sangue, con sacrifkare le lor vite ed opporsi vigorosamente 
alFinimico ; e quel che reco stupore, s'incoraggivano i Napolitani a 
farlo, con una menzogna manifesta, scrivendogli che s'era gia com- 
mandato alTesercito ch'era in Lombardia di far distaccamento di 
piu reggimenti, per venire a soccorrergli ; trattando i Napolitani 
da stupidi ed insensati, come se non sapessero che non vi era tal 
comando, e se pur vi fosse gli sarebbe stato inutile, poiche gia gli 
Spagnoli erano ne' confini, ed era facile a gli alleati e d'impedirlo, 
owero seguitandolo porlo in mezzo fra le loro truppe e le spagnole. 

Si sentl allora il marchese di Rialp una risposta fattagli dalla 
Citta, di poco suo gusto, rinfacciandogli i tanti milioni che s'erano 
esauriti dal Regno ; la cassa militare 2 piu volte rifatta per mantenere 
per la custodia del Regno ventiduemila soldati, e pure non esser- 
vene che pochi reggimenti; i tanti donativi e le sowenzioni som- 
ministrate per le munizioni e fortificazioni de j castelli e delle piazze, 
e pure vedersi di tutto sproviste; Paver con somma istanza e pre- 
mura chiesto soccorso di truppe, in tempo opportune che per 
rAdriatico potevan mandarsi, n6 furon mandate; onde i Napoli- 
tani, credendo che fossero abbandonati, sicome presso tutti me- 
riteran lode e commendazione d'avere fin qui serbata quella fedelta 
che doveano alia Maesta di Cesare, cosl troveranno non pur per- 
dono, ma compatimento, se abbandonati e posti neirultima ne- 
cessita, prenderanno quel partito che fosse per riuscir loro piu 
salutare, e che apportasse alia Citta e Regno tranquillita e riposo, 3 

Questi sforzi, ancorch6 inutili, che si facevano dagli Spagnoli di 
Vienna, per la conservazione de j regni di Napoli e di Sicilia, con- 
vincono che non fossero stati traditori, come comunemente si vo- 
ciferava e da tutti era creduto, che intesi colla Spagna, avessero ri- 
dotti que* regni cosi esausti di gente e di denaro, perch6 riuscisse fa- 

i. pampinosa-. piena di pampini, ampollosa. Un sunto del proclama in M, 
SCHIPA, II regno di Napoli, cit., pp. no-i. 2. la cassa militare: su di essa 
cfr. M. SCHIPA, II regno di Napoli, cit., p. 23. 3. Si . . . riposo : il testo della 
risposta della citi& in G. SENATORS, Giornale storico di quanta avvenne nei 
due reami di Napoli e Sicilia . . . Vanno 1734 e 1735, Napoli 1742, p, 50. 



CAPITOLO NONO 247 

cile a gli Spagnoli di sorprendergli. Non furon traditori, che pur 
per essi sarebbe, se ben d'infamia, di qualche vanto di aver saputo, 
con tant'arte ed industria, venirne a capo : fu tutta loro presunzio- 
ne, fasto ed albagia, credendo che il solo nome delPimperadore 
bastasse per conservarli, e che la Spagna non avrebbe avuto mai 
quest 'ardimento d'assalirgli. Questo concetto gli rese negligent!, 
scioperati e quasi che stupidi ed insensati, non avendo questi re- 
gni che come tante lor inesauste borse, ne badando che ad estra- 
ricchire 1 e cumular tesori; i quali, per6, sicome con avida ed in- 
gorda mano gli rapivano, cosi, dalPaltra, prodigamente gli profon- 
devano in fasto, in lusso ed in pompose apparenze; affinche, ancor- 
che fosser in Germania, in Italia, in Fiandra ed in altri paesi stra- 
nieri, potessero gareggiare, anzi soprafare gli stessi nazionali, ricchi, 
potenti e nobilissimi che si fossero. 

A qual fine, cut bono, dovean essere traditori, quando non po- 
tevano sperare dal principe, per cui il tradimento si facea, se non 
minima particella del molto ch'essi venivano a perdere ? Potea mai 
la Spagna compensargli per tante cariche, magistrati, signorie, 
ricchezze e tanti lucrosi impieghi, inventati unicamente per arric- 
chirgli per tante pensioni, soccorsi ed infiniti altri emolumenti, 
ch'essi venivano a perdere? Non furon, dunque, traditori; ma 
quanto presuntuosi, fanatici, illusi e fastosi, altrettanto sciocchi, 
da poco ed inutili, i quali la fortuna Pavea esaltati, non per go- 
vernare, ma per esaurire la misera ed affitta Italia. 

Intanto 1'esercito spagnolo, il qual tra la cavalleria ed infan- 
teria, 2 era composto di quattordici in quindicimila soldati, <se bene 
altri accrescevan il numero fino a diciottomila>, comandato dal 
general Montemar, sotto gli auspici del giovane principe don Car- 
los, erasi ne' princlpi di marzo awicinato a* confini, e proseguendo 
le marcie senza alcun ostacolo, entrarono nel Regno, e superando 
il passo di Mignano, 3 ove credevasi trovar chi glielo contrastasse, 
s'avanzarono nel mese di aprile a Capua, ove eransi ritirate le po- 
che truppe alemane, affinche unite con quelle del presidio potes- 



i. estraricchire: divenire straricchi. z. infanteria: fanteria. 3. II conte 
Otto Ferdinand Traun (1677-1748) teneva le posiziom di Mignano, dalle 
quali dipendeva la salvezza di Capua, con cinquemila uomini ; cfr. M. SCHI- 
PA, // regno di Napoli, cit., p. 115. Per la ricostruzione della marcia degli 
Spagnoli si veda D. STERPOS, Comunicazioni stradali attraverso i tempi: 
Roma-Capua, Roma 1966, pp. 178 sgg. 



248 VITA DI PIETRO GIANNONE 

sero difendere quella piazza; la quale bloccata da' Spagnoli, senza 
impegnarsi a stretto assedio, passarono oltre, proseguendo le con- 
quisle in Terra di Lavoro; e giunti ad Aversa la citta di Napoli 
per suoi deputati mand6 a presentar le chiavi al principe don 
Carlos, die si trovava a Maddaloni. 1 

Erano usciti gia dalla citta il vicere, conte Visconti, 2 successore 
del conte di Harrach, il general Carafa ed altri comandanti ed 
ufficiali tedeschi: questi si awiarono 3 colle loro truppe verso la 
Puglia, con intento di conservarla colle province vicine, e quan- 
do non potessero, ritirarsi in Calabria, per preservare almanco 
quelle province alia Sicilia prossime. DalFaltra parte gli Spagnoli, 
entrati in Napoli senza scompiglio e con somma tranquillita e 
quiete di tutti, cominciarono a stringer d'assedio i castelli. Presto 
se gli rese quel di Sant'Ermo, indi quel delPUovo, poi Castelnuovo 4 
e gli altri intorno, rimanendo i presidi tutti prigionieri di guerra. 
Furon poi rivolti all' assedio di Gaeta, ed una piazza, un tempo 
riputata inespugnabile, in meno di died giorni fu resa; 5 almanco 
Pescara resiste quaranta giorni; 6 ed i presidi rimaser tutti prigio- 
nieri di guerra. In breve, i due Abruzzi, Terra di Lavoro, le pro- 
vincie di Capitanata e del contado di Molise, e quelle di Principato 
citra ed ultra, di repente passaron tutte sotto il nuovo conquista- 
tore, il quale s'era awiato in Puglia, seguitando la traccia de* 
nemici. 

Intesa in Vienna tanta precipitosa ruina, riempi gli animi di 
molti di confusione e di spavento; ma sopra tutto degli Spagnoli i 
quali miravan gia da vicino le imminenti miserie nelle quali, per- 
duto il regno di Napoli ch'era per essi la sorgiva piu abbondante e 
copiosa, di necessita dovean cadere. Fremevano contro il general 
Carafa, biasimando la sua condotta, imputandolo vile e codardo, 
che dovea opporsi al nemico a* confini ed impedirgli 1'entrata e 
non ritirarsi in Puglia; ed i loro clamori in Corte fecer si, che il 
Carafa fu chiamato in Vienna a render conto della sua condotta, e 



1. a Maddaloni'. il 19 aprile; cfr. M. SCHIPA, // regno di Napoli, cit.,pp. 115-9. 

2. Giulio Visconti (1664-1750) era stato nominate vicer e capitano gene- 
rale delle truppe imperial!. 3. si awiarono: il 3 aprile; cfr. M. SCHIPA, II 
regno di Napoli, cit., p. 115. 4. Presto . . . Castelnuovo: le fortezze cadde- 
ro, nelTordine, il 26 aprile, il 3 e il 4 maggio ; cfr. M. SCHIPA, // regno di 
Napoli, cit., p. 124. 5. Furon . . . resa: Gaeta si arrese li 6 agosto. 6. al- 
manco giorni: la citta cadde il 23 luglio. 



CAPITOLO NONO 249 

dato il comando delle truppe alemanne al principe di Belmonte. 1 
Donde credean sperar salute, trovarono Tultimo eccidio e ruina: 
poiche", premuto questo nuovo generale di dover venire co' nemici 
a battaglia, incautamente incontrando resercito spagnolo nelle pia- 
nure di Bitonto, dove per le spesse vigne e siepi di macere e folte 
macchie, die le confinavano, la cavalleria tedesca si rendeva inuti- 
le, senza pensare a farla smontare, voile attaccar la pugna; che gli 
riusci cosi infelice e vergognosa, che gli fu d'uopo posar Tarmi 
e rendersi prigionier di guerra, con gli altri generali ed ufBciali e 
tutta la milizia: sicche il conte di Montemar ebbe il piacere trion- 
far pienamente del nemico, ed in una azione ridurre tutte le rima- 
nenti province del Regno, la Puglia, Basilicata, Terra d'Otranto e 
le due Calabrie sotto la dominazione del suo sovrano. 

Del regno di Napoli non rimaneva altro che la citta di Capua, 
la quale, per essersi al presidio unite le truppe che s'eran ritirate 
dal passo di Mignano, pote lungamente sostener Passedio ; ma es- 
sendo destituito il comandante 2 d'ogni speranza di soccorso, ripu- 
to fmalmente renderla con onorate condizioni, poiche il presidio 
e le truppe che vi erano fu convenuto che potessero imbarcarsi ne* 
porti dell'Adriatico, e salve condursi a Fiume o Triesti. 

Ecco come gli Spagnoli di Vienna si videro, in pochi mesi, vo- 
lare dalle lor mani il regno di Napoli, e che il prossimo di Sicilia 
era per far lo stesso, e con maggior precipitanza; poiche quel Re- 
gno, assai piu che Napoli era destituito ed esausto di forze, di 
munizioni e di gente. Ed i Siciliani, avendo innanzi gli occhi 1'e- 
sempio di Napoli, e che gli Spagnoli aveano ne' man di Napoli 
navi e vascelli bastanti per intraprenderne Pacquisto, volontaria- 
mente si offerirono di ricevergli, e s'intese che avean mandati lor 
legati a Napoli, per rendersi; e gia Lipari avea inalberate 1'insegne 
di Spagna, ed i Lipariotti avean unite le loro navi a quelle degli 
Spagnoli. 3 E pure chi '1 crederebbe? In tale stato di cose il mar- 
chese di Rialp, essendosi il conte Visconti imbarcato alle marine 
di Bari e salvatosi ad Ancona per indi passare a Triesti e condursi 

i. Ferdinando Pignatelli di Belmonte (1689-1767), fratello di Marianna 
Althann (per cui cfr, la nota 2 a p. 78), pare avesse avuto mano nel richia- 
mo del Carafa: cfr. M. SCHIPA, II regno di Napoli, cit., p. 127. 2. il 
comandante: era il conte Traun. La citta si arrese il 24 novembre: cfr. 
M. SCHIPA, II regno di Napoli, cit., pp. 131 sgg. 3. E d i . . . Spagnoli'. 
sulla conquista della Sicilia cfr. M. SCHIPA, II regno di Napoli, cit., pp. 
133 sgg. 



350 VITA DI PIETRO GIANNONE 

a Vienna, gli scrisse che non si partisse da Ancona, ma che quivi 
fermasse sua residenza, attendendo gli ordini di Sua Maesta per 
ci6 che conveniva di fare intorno al regno di Napoli. E stando la 
Sicilia per rendersi agli Spagnoli, fu rimosso il conte di Sastago, 
che si trovava ivi vicere, e rifatto in suo luogo il marchese Rubi 1 
catalano, e mandate in Sicilia, con istruzione che, se mai al suo 
arrivo trovasse quel Regno essere in mano de' nemici, passasse a 
Malta, dove aspettasse gli ordini di Sua Maesta, per cio che ri- 
guardava quel Regno. E cio perche dalla sua secretaria si ostentasse 
ancora che, come prima, si spedivan dispacci a* vicere di Napoli 
e di Sicilia, ma uno risiedeva ad Ancona, e Paltro dovea regger la 
Sicilia da Malta. Dall'altra parte il conte di Montesanto presiden- 
te, con tutto che non vi era piu che fare per Milano, e molto me- 
no per Napoli, e che da Sicilia periclitante non venivan piu ricorsi, 
nulladimanco non fece cessar il Consiglio, obbligando i consiglieri, 
reggenti e secretari, con gli ufficiali di secreteria, a venir come 
prima, i quali, dimandati che cosa andasser ivi a fare, rispondeva- 
no : a passar quelle ore nella lettura delle gazzette, ed a discorrere 
del piu e del manco intorno alia guerra presente. 

Ciascuno da quest'infelice stato, nel quale eransi le cose ridotte, 
potra comprendere qual fosse la mia aggitazione e sbigottimento. 
Poiche, se ancora non perduta la Sicilia io sperimentava difficile 
1'esazione del mio assegnamento, qual dovea essere infelice il mio 
stato, quella perduta, quando non vi era per me speranza alcuna 
dove altronde potessi trovar maniera di poter sostentarmi in Vien- 
na ? Da Napoli non era da sperar soccorso alcuno, poich6 mio fra- 
tello non solamente non era niente disposto per mandarmelo, ma 
di vantaggio mi scriveva miserie, e che il nuovo governo spagnolo 
era si rigido e severo contro coloro che aveano corrispondenza di 
lettere a Vienna, ch'egli con pericolo si metteva a scrivermi, e 
che io per non rovinarlo stessi cauto nello scrivere, e che meglio 
farei d'astenermene; e ben compresi che fosse per lui quest'occa- 
sione molto acconcia di continuare a godersi della mia roba, sen- 
z'alcun timore di dovermene dar conto. Rivolgendomi a gli amici 
di Vienna in questa comune costernazione, trovava, invece di con- 
forto, disperazione e presaggi di maggiori calamita e miserie, e 
ciascuno procurava in si universal naufragio di salvar se medesimo, 

i. U marchese Rubi: cfr. la nota sap. 136. 



CAPITOLO NONO 251 

non che di prestar aiuto ad altri. DalPaltra parte m'atterriva Tinfi- 
nito numero degli Spagnoli ch'era a Vienna, i quali tutti viveano 
sopra i regni di Napoli e di Sicilia e lo State di Milano, e che erano, 
nelle sowenzioni, a tutti preferiti ; spezialmente i Catalani, i quali 
altamente gridavano che sarebber periti di fame, se Pimperado- 
re non gli soccorreva. 

E gia cominciava a sperimentare che, non perduta ancora la 
Sicilia, quel poco mio denaro che dovea pagarmi TufHcial Llacuna, 
sovente dal presidente si convertiva ad altro uso, per supplire a' 
bisogni di tanti Spagnoli; e lusingandomi che almanco essendosi 
per Sicilia rifatto un nuovo vicer6, i diritti della spedizione de' 
suoi dispacci e patenti potevan bastarmi per piu mesi, rimasi de- 
luso ; poiche essendo il marchese Rubi catalano, fu reso franco ed 
immune d'ogni diritto di spedizione e di suggello, sicome erano 
regolarmente franchi tutti gli Spagnoli. Sicch6 avea ragion di te- 
mere che, anche se la Sicilia non fosse invasa, pure il mio paga- 
mento mi sarebbe riusciuto difficile; ed in effetto penai non poco, 
con esclamazioni e gridi presso il presidente, per esigger due me- 
sate, che per me furon le ultime e finali. 

Tutti i forastieri, ignari di tutto cio, partito io da Vienna, in 
passando per le lor citta si maravigliavano come io fossi stato da 
dura necessita costretto di partir da Vienna, per non potermisi 
somrninistrare non piu che mille fiorini Tanno per mio sostenta- 
mento da tutto un imperadore. Ma cesseranno di maravigliarsi, se 
consideraranno le circostanze che accompagnarono rinfelice per- 
dita de j regni di Napoli e di Sicilia e dello Stato di Milano. Non 
e - essi dicevano - cosa strana e nuova, che un monarca venga a 
perdere un regno o piu province: le mondane vicende spesso ca- 
gionano tali perdite; ma non per questo sono abbandonati coloro 
che s'han meritata qualche mercede, e che stanno alia faccia del 
principe, mantenuti nella sua corte, prowedendosegli, se manca un 
fondo, altronde, per loro sostentamento. 

Tutto e vero, ma il mio fatal destine ha fatto che il caso occorso 
fosse nuovo, ne altre volte inteso ; sicche a me tutto un imperadore 
non abbia potuto giovarmi; ch'era quello che piu volte lagrimando 
solea dire: che le mie sventure erano si spietate, terribili e potenti, 
che avean fatto crollare e cadere a terra le piu forti colonne ov'era 
io appoggiato e dalle quali era sostenuto. II caso seguito & tutto 
nuovo, n6 si leggera nelTantiche o moderne istorie un sirnil esem- 



252 VITA DI PIETRO GIANNONE 

pio. Non e mai occorso che un principe abbia sopra di s6 voluto 
trarre un infinite numero di persone da altnii regni e provincie, 
e per lo corso di tanti anni invitar sempre delle nuove; e se fosse 
stato possibile di trasportare in Vienna ed in Italia quanti Spagnoli 
fossero ne' regni di Spagna, e questi tenerli nella sua Corte e nella 
citta di sua residenza, per la maggior parte inutili; infiniti altri, 
con uffici, cariche, pensioni ed altre mercedi, empire i regni di 
Napoli e di Sicilia e lo Stato di Milano. Tanta moltitudine si so- 
steneva sopra i domini d' Italia, donde venivano i grossi stipendi 
per mantenere in Vienna il Consiglio di Spagna, numeroso per 
tanti reggenti, consiglieri, secretari, e per rimmensa turba di tanti 
ufficiali delle secreterie; donde venivano i salari per mantenere la 
secretaria spagnola di Stato; donde venivano le pensioni assignate 
a tanti Spagnoli ch'erano alia Corte, per i quali fu istituita una 
delegazione a parte, invigilando perche le fossero puntualmente 
pagate; donde venivano le diarie ed altre sowenzioni destinate al- 
rinfinita altra turba di Spagnoli ch'erano in Vienna, inutili, sen- 
z'impiego ed oziosi, tenuti unicamente per far letame ed accrescer 
numero ; e donde finalmente veniva il denaro per soccorrergli nel- 
le doti per le loro figliuole e sorelle, ne' viaggi, nelle infermita, 
funerali, ed infino alle spese voluttuose. 1 La borza, che si credeva 
dover essere sempre sicura ed inesausta, era la misera Italia ; poi- 
che dalla Fiandra poco era da esaurire, e quel poco appena bastava 
per mantenere il Consiglio di Fiandra, composto per la maggior 
parte di Spagnoli stessi. Ne' regni d'Ungheria e di Boemia non vi 
era niente che fare, poiche oltre essere caricati di pesi ed assigna- 
menti, i nazionali si facevan valere i loro diritti e prerogative di 
non ammettere forastieri a parte delle rendite che provenivano da* 
loro paesi. Lo stesso era in tutti gli altri Stati austriaci ereditari, i 
quali nemmeno bastavano a supplire i pesi e le pensioni antiche 
ond'erano caricati, e sovente mancava il denaro per i salari degli 
Austriaci stessi, ed altri ch'erano in Corte nell'attual servizio del- 
Fimperadore. Perduti adunque si miseramente gli Stati d' Italia, 
che era 1'unico fonte perenne onde derivavan Facque per estinguer 
la sete di tanti, non vi era altronde da supplire una si grave e rui- 
nosa perdita. N6 bastavano piccioli torrenti o rivi, ma bisognavan 
altri ampi ed inesausti fiumi, per compensarla. 

i. voluttuose: voluttuarie. 



CAPITOLO NONO 253 

Infinite altre volte e accaduto che, perdutasi una provincia o un 
regno, non sia riuscito al principe molto difficile d'accomodar al- 
tronde le persone, ch' erano nella sua corte impiegate negli uffici 
riguardanti i paesi perduti, perch'eran poche; e quando mancas- 
sero impieghi, sowenirgli intanto con pensioni o altri soccorsi. 
Quando, sotto il re Filippo IV, la Spagna perde il regno di Por- 
togallo, 1 a' Portoghesi ch'erano in Madrid e negli altri regni di 
Spagna impiegati, se gli diede licenza di tornarsene ne' loro paesi, 
onde venne Madrid a sgravarsi; e que' a' quali non era sicuro il 
ritorno, essendo pochi, fu facile prowedergli o d'altro impiego, 
owero di pensioni per loro sussistenza. La Spagna istessa, per- 
duto nel 1706-07 lo Stato di Milano ed il regno di Napoli, e poi 
quello di Sicilia e di Sardegna, 2 aboli tosto il Consiglio d'ltalia, 
ed a' nazionali che vi erano impiegati diede licenza d'andarsene 
alle lor case; ed a gli altri, ch'eran pochi, fu facile impiegare 
negli altri Consigli a somiglianti cariche. 

Ma tutto altro fu il caso presente di Vienna. Non si trattava di 
pochi, ma d'un numero infinito di Spagnoli, de' quali, parte o 
non potevano per tema di non incontrar peggio, parte non vole- 
van tornarsene in Ispagna ne' loro paesi, dove molti non aveano 
n6 ciel che gli coprisse, n6 terra che gli sostenesse; ed awezzi al- 
1'abbondanza e fasto, col quale eransi fin qui mantenuti, non vo- 
levano essere di ludibrio, tornando miseri e tapini, a' loro compa- 
triot! ; e pretendevano che 1'imperadore, per gratitudine della loro 
fedelta in aver seguito le sue parti, dovesse soccorrergli; e dall'altra 
parte 1'imperadore mostrava d'averne tutto il compatimento, e che 
non gli avrebbe abbandonati; onde non solo non si vedeva see- 
mare in Vienna il lor numero, anzi accrescersi; poich tutti que', 
che erano impiegati in Napoli ed in Sicilia e volevano mostrarsi 
zelanti al suo servizio, lasciate le lor cariche venivano a Vienna, 
con certa fiducia che 1'imperadore T avrebbe accolti e mantenuti. 

Airincontro, a' Milanesi, Napolitani e Siciliani se gli dava facile 
e presta licenza che se ne tornassero a' loro paesi, anche a que' che 
avean in quest'occasione prese 1'armi per Cesare; apertamente fa- 
cendosegH sentire, che 1'imperadore non poteva compensargli del- 

i. Quando . . . Portogallo: sotto Filippo IV (1605-1665) si accese la guerra 
d'indipendenza, durata ventiquattro anni, e sancita col trattato di Lisbona 
nel 1668. z. La . . . Sardegna: con la pace di Utrecht (1713) e di Ra- 
stadt (1714) a conclusione della guerra per la successione del trono di 
Spagna. 



254 VITA DI PIETRO GIANNONE 

le perdite die avrebbon fatte de j loro feudi e beni, rimanendo al 
suo servizio, n6 poteva mantenergli o impiegargli altrove, e ci6 
perche gli Spagnoli fosser soli, ne avesser compagni che potessero 
scemargli le sowenzioni secrete che speravano. Soli a* due reg- 
genti nazionali, un per Napoli e 1'altro per Milano, non se gli 
dava licenza di tornarsene, ancorche non tirasser soldo; poich6 
non si voleva cosi presto dismettere il Consiglio di Spagna, e, 
per quel di Milano, durava la lusinga che presto si sarebbe lo 
Stato ricuperato. 

I Napolitani ch'erano a Vienna, quasi tutti, nel mese di maggio, 
tornaron in Napoli alle lor case. 

lo, ancorche niente piu esiggessi dalle mie mesate, e la Sicilia, 
se non perduta, fosse presto per perdersi, con tutto ci6 mi restai, 
volendo sperimentar rultimi rimedi e veder 1'evento delle cose di 
Lombardia, lusingandosi molti che, avendo il general Merci pas- 
sato il Po, sarebbe in istato di venir a battaglia colPesercito nemico 
e riportarne vittoria, onde forse si sarebbe cangiato sistema alle 
cose d' Italia. Riuscir anche vane queste lusinghe, poichd la bat- 
taglia di Guastalla e Paltra di Parma ebber contrari successi; 1 e 
sempre piu di Sicilia venivan ree novelle: essere disposta a ren- 
dersi, sicome alTapparir delTarmata navale spagnola tosto Palermo 
fa resa, e cosi di mano in mano facevan Paltre citta e piazze di 
quel Regno. 2 Mi rivolsi finalmente ad implorar aiuto e consiglio 
dagli amici e da que* ministri, che credetti potermi giovare presso 
la Maesta dell'imperadore, manifestandogli il mio infelice stato e 
la poca sicurezza che, tornando a Napoli, avrei avuta dalle perse- 
cuzioni delk corte di Roma, ora che quel Regno era in mano degli 
Spagnoli; i quali, per gratitudine d'avergli Sua Santita facilitato 
Pacquisto, e T Infante don Carlos tenendo in sua Corte il principe 
Corsini, 3 nipote del papa, dichiarato suo Cavallerizzo maggiore, 
non volessero sacrificarmi ed espormi alia ira ed indignazione di 
quella Corte. 

Trovai presso tutti compassione e dispiacenza del mio ritorno a 
Napoli; ma la costernazione era presso tutti si grande, che niuno 

i. la battaglia . . . successi: furono combattute, rispettivamente, il I maggio 
e il 29 giugno del 1734. 2. sempre . . . Regno: le ultime citta a cadere 
furono Messina (22 febbraio), Siracusa (16 giugno) e Trapani (12 luglio 
*735)> 3- Bartolomeo Corsini (1683-1752), marchese di Casigliano, duca 
di Santa Colomba e principe di Pitigliano, nipote di papa Clemente XII, 
divenuto vicere di Sicilia nel 1737. 



CAPITOLO NONO 255 

in tanta afflizione e miseria nella quale eransi le cose ridotte 
fidavasi o poteva trovarci rimedio, sapendo che io sarei stato assor- 
bito dalFinfinito numero di tanti famelici Spagnoli, a' quali biso- 
gnava dar alimento. Non potei in quest' estremo mio caso giovarmi 
del principe Eugenic, il quale aggravate da moleste cure, era tutto 
inteso alia spedizione dell'esercito, ch'egli dovea comandare al Re- 
no, per fronteggiare a' Francesi ed impedirgli da quella parte nuovi 
acquisti. 

Non tralasciai rivolgermi a gli Spagnoli stessi, se ben sapessi 
che tutto mi sarebbe riuscito inutile; e piti volte pregai il conte di 
Montesanto presidente, che vedesse non dimenticarsi di me, ne* 
soccorsi che si davano a* Spagnoli ; trovai si bene compatimento, 
ma da non sperarci niente, poiche non vi era nemmen per essi tanto 
che potesse bastare. Fui dal marchese di Rialp, che trovai pur 
troppo diverse da quel di prima, tutto abbattuto e costernato, il 
quale tant'era lontano di potermi aiutare, che piuttosto mi consi- 
gliava a ritirarmi, sicome dicea ch'egli stesso avrebbe fatto, per 
viver in pace que' pochi anni di vita che gli restavano. Ma ci6 
che in fine fecemi perdere ogni speranza e pensar daddovero a 
ricovrarmi come potea meglio altrove, fu il cavalier Garelli, nel 
quale, in vece di conforto, trovai maggior sbigottimento e coster- 
nazione. Egli, che come bibliotecario e come primo medico della 
persona dell'imperadore e delPimperadrice frequentava spesso la 
Corte, ed era ben veduto non men dalPuno che dall'altra, sa- 
pendo la confusione e disordine che vi era dentro, mi disse che, 
s'egli fosse solo e non si trovasse con tre piccioli figliuoli, due 
femmine e un maschio, scapperebbe anch'egli, per non vedere 
tante desolazioni, e non essere spettatore di disordini, che preve- 
deva in Vienna dover succedere per tanti Spagnoli, che finalmente 
dovean vivere; e non essendovi donde prowedergli del necessa- 
rio alimento, erano esposti i Viennesi a mille insulti e pericoli; 
che egli, perche mancavano alia Biblioteca le sowenzioni che veni- 
vano da Napoli, Sicilia e Milano, avrebbe detto all'imperadore di 
voler licenziare i custodi ed altri ch'eran ivi impiegati, e di serrarla 
e portargli le chiavi, affinchd ognuno da ora pensasse di provedersi 
altrove d'altro impiego, prima che venissero a mancargli i salari; 
onde, come buon amico mi consigliava a partire e ricovrarmi 
come meglio poteva in Napoli, giacch6 la dura necessita mi co- 
stringeva a farlo, per non morir in Vienna con gli altri di disagio 



256 VITA DI PIETRO GIANNONE 

e di fame, ne bisognava piu lusingarmi che 1'imperadore potesse 
altronde assignarmi I'equivalente; poich6 si era arrivato a tale 
estremita, che nemmeno quelli ch'erano nell'attual servizio in Cor- 
te, ed i medici stessi della persona delPimperadore eran pagati 
per piu quartali dei loro salari. Awanzandosi di vantaggio a dirmi 
che prima, a' tempi dell'imperadore Liopoldo e Giuseppe, che non 
aveano 1'Italia, 1 si vivea in Vienna meglio e sempre in abbondanza 
e dovizia, ed i costumi de* Viennesi eran piu sinceri, leali e probi ; 
ma che poi, sotto questo imperadore, con tutta T Italia e Fiandra, 
le miserie eran cresciute insieme co* vizi e dissolutezze, per tanti 
Spagnoli venutici; i quali, profondendo i tesori che gli venivan 
d j Italia, aveano ogni cosa corrotta, resi carissimi i prezzi delle ro- 
be, le piggioni delle case, i salari de' servidori e delle serve, e 
tutto; e che a* Viennesi niente importava la perdita d'ltalia, ma i 
mali che temevan eran per gli Spagnoli che ci restavano; poiche* se 
coll* Italia avessero anche perduto gli Spagnoli: questo per essi 
sarebbe stato acquisto, non perdita. 

Or chi mi dava questi consigli e m'esortava a partire era per- 
sona colla quale io per undici anni continui ne j quali era dimorato 
a Vienna avea procurato mantenermi in una stretta amicizia, 
frequentando spesso la di lui casa; ed egli mostrava meco tanta 
affezione e confidenza che, dovendo seguire Timperadore e Tim- 
peradrice, quando si condussero a prendere le acque di Carlspak 2 
in Praga, e poi a Linz, non ostante che lasciasse suo padre, 3 vec- 
chissimo, gravemente infermo e con poca speranza di trovarlo vivo 
al suo ritorno, a niun altro che a me raccomand6 che dovessi assi- 
sterlo; e di awisargli in ogni settimana del suo stato; sicome, 
durante la sua assenza, che non fu meno di sei mesi, feci con tutta 
esattezza; e Dio si compiacque di farlo vivere fino al suo ritorno, 
ed alquanti mesi doppo, di ch'egli mostravasi meco tanto obbli- 
gato e soddisfatto. Era persona alia quale niente era in corte ascoso 
e che sapeva gPintimi penetrali di quella e quanto valesse; ma, 
sopra tutto persona cotanto doviziosa e ricca, che al vasto suo patri- 
monio aggiunta Teredita opulentissima lasciatagli dal padre, co- 
munemente si credea che possedesse per almanco mezzo milione 
di fiorini. 

i. a' tempi . . . Italia: i possessi Spagnoli in Italia passarono alFimpero al 
seguito della guerra per la successione al trono di Spagna. 2. Carlspak: 
Karlsbad. 3. suo padre: Giovan Battista Garelli (e cfr. la nota a p. 96). 



CAPITOLO NONO 257 

Or, chi non si sarebbe sgomentato, sentendo da un tal uomo si 
infelici pronostici di mail piu gravi che soprastavano ? lo gli risposi 
che mi sarei appigliato a* suoi consigli, ma lo pregava che, prima 
di dar questo passo, mi facesse la grazia, avendo si spesse occasion! 
di parlare alia Maesta delPimperadore, che per me lo pregasse; 
e se mai non vi fosse speranza d'altro soccorso, che mi desse per- 
missione di tornarmene in Napoli, o dove il mio fatal destino m'a- 
vrebbe condotto. Mi promise di farlo, e finalmente n'ebbi questa 
risposta: che avendone parlato con Sua Maesta, mostro rincre- 
scergli la mia partenza, ma che bisognava cedere al tempo ; ch'egli 
avea per ci6 fatto intendere al conte di Conversano, 1 al principe di 
Ottaiano 3 ed altri Napolitani, che avean prese per lui 1'arme e 
che si trovavano a Venezia, che tornassero in Napoli alle lor case; 
e che, se le cose cambiassero aspetto, non si sarebbe dimenticato 
della loro divozione e lealta usata verso di lui. 

Questa fu la scure che recise tutte le mie speranze; sicche mi 
determinai a partire, e lasciando Vienna per dura necessita, espormi 
alia discrezione de' miei persecutori, incolpando la mia rea sorte, 
che avea permesso che, per altrui trascuraggine, sciocca presun- 
zione e stupidezza, venisser a mancarmi le piu forti colonne, 
ond'io era sostenuto. 

Intanto tirava avanti in Vienna a mie proprie spese; e finito 
quel poco contante che avea, non mi rimaneva altro ricorso, se 
non dar di piglio al capitale de' mille fiorini, che teneva nel Banco 
della citta. Tentai di vender qualche libro della mia picciola bi- 
blioteca, che a poco a poco avea accresciuta al valore di circa mille 
altri fiorini; ma per Puniversal costernazione, o non si trovavano 
compratori, essendosi tutti ristretti nelle spese, o pure bisognava 
buttargli per vilissimo prezzo: ciocche non volli fare. Adunque 
pensai di valermi di parte di quel capitale; ed essendo gia entrati 
nel mese di giugno, mandai al Banco, per riscuoterne duecento 
fiorini; e mi f u risposto che, correndo tutti a prendersi i loro capi- 
tali, si era dato ordine di non restituirgli, poich6 altrimenti il 
Banco sarebbe fallito ; ma che si desse un poco di tempo, che fra 



i. conte di Conversano: il conte Giulio Antonio Acquaviva d'Aragona, sul 
quale cfr. la nota 4 a p. 92. 2. Giuseppe Medici di Ottaiano (morto nel 
I743)> duca di Sarno e principe del Sacro Romano Impero. Fu reggente 
di Vicaria, ministro plenipotenziano imperiale, pretendente al granducato 
di Toscana dopo la morte di Gian Gastone nel 1737. 



258 VITA DI PIETRO GIANNONE 

breve i capital! piccoli sarebbero interamente restituiti, ed i grossi 
parte a parte con qualche intervallo di tempo. 

Cominciava gia co' propri occhi a vedere le miserie presaggite; 
ciascuno dalle grand! abbitazioni passava alle picciole; chi di qua 
levava la carrozza, e chi di la scemava il numero de* servidori e 
delle serve. Non vi era da sperar da altri soccorso; anzi, in vece di 
conforto, si trovavano guai peggiori, lament! e finimondi. Ma il 
maggior mio cordoglio e J l dolore che amaramente mi trapassava 
il cuore, era il vedere la mestizia e Tafflizione delle mie ospiti, le 
quali ne potevano esser da me soccorse, n6 io dalla lor poverta 
potea sperarne aiuto. 

Tentai infine ogni mezzo, passato come Dio voile il mese di 
giugno, che, con molti impegni d'amici mi fossero restituiti dal 
Banco nel mese di luglio seicento fiorini. Cosi respirai; e pagato il 
piggione ed il salario del servidore e delle serve, mi determinai 
partire verso la fine dell'entrante mese d'agosto. Avrei potuto tirar 
la mia dimora in Vienna Timminente inverno; ma sempre piu le 
cose peggiorando, e pensando che prolungandola fin alia ventura 
primavera io mi avrei consumato il contante e ridottomi in istato 
di non aver denaro per un si lungo viaggio, fu dura necessita di 
affrettarlo quanto piii presto si potesse; e dovendomi condurre a 
Napoli per la via di Triesti, ed imbarcarmi ivi, e per 1'Adriatico 
far la strada di Venezia e di la portarmi a Manfredonia, non voleva 
che la stagione si avanzasse tanto, sicch6 quel mare si rendesse 
infesto e procelloso. Trovai per buona sorte per compagno Tab ate 
Cusani 1 mio amico, che ritornavasene pure a Napoli facendo la 
stessa strada, il quale non poco mi allegerl la cura e Pincommodo 
del viaggio. 

Awisai intanto a Napoli a mio fratello la dura necessita che mi 
costringeva di ritirarmi, e vivere que* pochi anni che mi restavano 
a me stesso, nella solitudine di Due Porte , dove io pensava, 
fuor d'ogni umano consorzio, finire i miei giorni; il quale, nel 
tempo stesso che mostrava di compatirmi, non pot6 nascondere 
la dispiacenza che avea del mio ritorno, come quello che avrebbe 
dissipati turd i mal concepiti disegni sopra la mia roba. 

i. Cusani: Marcello Papiniano Cusano, professore di diritto civile a Tori- 
no dal 1725 al 1727. Conobbe a Vienna il Giannone di cui divenne amico. 
Dal 1734 insegn6 alTUniversita dl Napoli, dove ebbe come discepoli An- 
tonio Genovesi e Ferdinando Galiani. Nel 1753 vescovo di Otranto e Tan- 
no seguente di Palermo. Mori nel 1766. 



CAPITOLO NONO 259 

Non mancai di prender concedo da' ministri del Consiglio di 
Spagna e dal presidente, i quali compatendo il mio caso, deplo- 
ravano se stessi e lo state infelice nel quale eransi ridotte le cose, 
che non pativa alcun rimedio ; sicome feci con tutti gli altri buoni 
amici, i quali accrescevano maggiormente la mia afflizione, mo- 
strando di questo mio partire intense dolore e somma dispiacen- 
za. Infra gli altri, Tamatissimo Forlosia, il caro Gabriel Longo- 
bardi, medico della persona dell'imperadore e mio affettuosissimo 
amico, ed il dotto, savio e gentile Bernardo Lama, 1 di cui io am- 
mirava non meno la somma perizia delle lingue, che la profonda 
dottrina in tutte le piu serie scienze che adornavano il suo bell'ani- 
mo. Solo il cavalier Garelli, come se si togliesse dalle sue spalle un 
grave peso, mostro del mio partire non gia dispiacere, ma con- 
tento ; o perche vedesse allontanarmi dalle roiserie che presaggiva, 
owero perche temesse, essendo quanto ricco altrettanto avaro, 
non dovess'io, ne' miei bisogni, incommodarlo con chiedergli soc- 
corso. II tempo, scopritore del vero, forse ne manifestera le vere 
cagioni. 

Intanto, io ricuperai al Banco i restanti quattrocento fiorini; 
ed intorno a* libri, vedendo che avrei dovuto gittarli per ritrarne 
qualche somma, stimai meglio portarli meco; e fattigli ben acco- 
modare in casse, gli stradai per Triesti. Tutti i mobili e suppellet- 
tili delle mie stanze gli lasciai alia Fraile Ernestina di Laxenhoffen, 
per gratitudine dell'amore e sollecitudine che teneva di me e delle 
cose mie, e per compensarle in parte de j tanti incommodi presisi 
per me con tanta affezione e cordialita, che nell'eta mia avanzata 
e bisognosa d'affettuosa cura, non avrei potuto ottener maggiore 
se fossi stato fra* miei piu stretti congionti. E la gratitudine che 
le devo e gli obblighi che le professo, mi costringono ad averne 
perpetua ed indelebil memoria. Ne fin che io viva, o lontananza 
di luogo o lunghezza di tempo, ne le tante persecuzioni, angoscie 
e patimenti sofferti han potuto, o potranno cancellar dalla mia 
mente le sublimi virtu sue ed i suoi innocentissimi costumi. E 
credo fermamente che, grande che fosse Paffezione che io le por- 
to, non m'inganni, n6 ingrandisca fuor del vero 1'eminenti e rari 
suoi preggi, ed oso dire che poche, a* di nostri, possino pareg- 

i. Bernardo Andrea Lama (morto nel 1760 circa), napoletano, professore 
di greco, poi di eloquenza allo Studio torinese dal 1717, trasferitosi a 
Vienna nel 1730. 



260 VITA DI PIETRO GIANNONE 

giarla, almanco di quanta, nel corso di mia vita, ho avuta oppor- 
tunita di conoscere in Germania ed in Italia. 

Rawisava in lei una somma pieta, non tralasciando, Tore mat- 
tutine alzata di letto impiegarle in divote orazioni, e dopo portarsi 
in chiesa ed intervenire al sacrificio della messa; indi, ritirata a 
casa con indefessa applicazione regolare le cose domestiche ed at- 
tendere a* suoi lavori. Nelle domeniche ed altri giorni festivi ces- 
savano le opere manuali, ed era tutta intesa o nelle chiese ad ascol- 
tar le prediche, o in casa a leggere e rileggere la Scrittura santa del 
vecchio e nuovo Testamento, che teneva tradotta in lingua ale- 
mana; ed erane cosi istrutta, che sovente conferendo i passi ed i 
luoghi allegati da j predicatori, n6 trovandogli conformi, notava gli 
abbagli, desiderando in quelli maggior memoria ed accuratezza. 
Riponeva in Dio ogni sua fiducia, ed in Giesu Cristo, come unico 
e solo mediatore fra Dio e gli uomini, e de' santi avea quella vene- 
razione che lor deesi come a* servi di Dio ed imitatori di Cristo. 

Verso madama Laxenhoffen sua madre aveva un rispetto ed una 
riverenza si grande, che anche i di lei difetti con Taltre due so- 
relle qualificava per leggieri e degni di compatimento ; sicche do- 
vessero pazientemente tollerarli, ed amarla e rispettarla come lor 
madre. La concordia ed union d'animo fra di loro era mirabile: 
sembravami che uno spirito reggesse i tre loro corpi : non vidi rnai 
nascer fra di loro briga o contensione alcuna e la Fraile Ernestina 
ancorche fosse minore a riguardo della prima, con tutto ci6 que- 
sta, per Peccellenti virtu che ammirava in lei, volentieri la secon- 
dava; ed all'incontro ella con moderazione, senz'abusarsene, va- 
levasi di quella subordinazione, che tutti di casa le mostravano. 
Ed a ragione il facevano, poiche per accuratezza, sollecitudine ed 
abilita, bisognava che tutti le cedessero. Ella nelPeconomia e go- 
verno di casa, ne j sottili e delicati lavori delle dita, nelle maniere 
gentili e cortesi, nella soavita delle parole e nel tratto, non avea 
pari: sicche" tirava Tamore di quanti avean occasione di trattarla, 
e dalle serve stesse era non piii temuta, che amata e rispettata. 
Ma sopra tante virtu che Padornavano s'innalzava in lei la for- 
tezza d'animo in pazientemente tollerare le mondane sciagure, dal- 
le quali sovente si vide premuta e quasi che oppressa. Ella soffrl 
doppo la morte del vecchio Plekner 1 suo avo, le miserie piu estreme 

i. Plekner -. cfr. la nota 6 a p. 109. 



CAPITOLO NONO 261 

che possano accadere a' piu disgraziati uomini della terra, che in 
narrandole non poteva non trarre dalle bocche e dagli occhi de' 
piu duri se non sospiri e copiose lagrime; ma la tolleranza con la 
quale le sosteneva, fu maggiore delle calamita sofferte: sempre 
confidando in Dio, fervorosamente pregandolo che le desse forza 
in sostenerle, quando non le piaceva di darle fine. Da cio awenne 
che verso i poveri e bisognosi era si misericordiosa e benefica, che 
sovente toglieva di sua bocca il cibo, per somministrarlo ad essi; 
e solea dire che niuno sapeva meglio aver compassione degli afflitti, 
se non quelli i quali aveano provato quanto fosse terribile la faccia 
della miseria, e ne' loro bisogni avean trovato chi gli desse aiuto 
e conforto. 

Or come io, commemorando queste insigni virtu che Tornava- 
no, potr6 contenermi dalle lagrime, avendomi il duro mio fato 
diviso da persona cotanto cara ed amabile, ed averla dovuto lasciare, 
forse in pericolo di non tornar all'antiche miserie, senza che io da 
si lontani paesi ov'era incamminato potessi sowenirla e sottrarla 
da qualche necessita, dove il suo e mio crudel destino potesse con- 
durla ? Ciascuno da ci6 potra comprendere qual fosse stato il no- 
stro comun dolore per una si dura divisione. E qual fosse stata la 
mia indignazione in maledire coloro che furon cagione di tante 
confusioni e disordini; poiche tanti mali non da altro provenivano 
che dalla lor sciocchezza, fatuita e pazza presunzione ed alteriggia. 
Bisogn6 adunque cedere a' fati, e 1'unico mio conforto era k di 
lei sperimentata costanza, la quale, sicome 1'avea fatto paziente- 
mente sofFrire le passate sciagure, cosi coraggiosamente sostenesse 
le presenti. Ed ella era disposta di farlo, tanto maggiormente che 
io le promisi che, in qualunque luogo io fossi, non avrei mancato 
soccorrerla ne* suoi bisogni, per quanto la mia fortuna e le poche 
mie forze avrebber permesso ; sicome non mancai, non solo prima 
di partire, ma dimorando a Venezia, di confermare co* fatti queste 
mie sincere e leali promesse. 

Partii coir abate Cusani da Vienna, a' 29 di agosto di quest 1 anno 
1734, dopo esserci dimorato undid anni e tre mesi, e ritornando 
per la medesima strada di Gratz e Lubiana giunsi dopo dieci gior- 
ni di cammino a Triesti; dove dimorati due dl, fin che non si tro- 
vasse imbarco, fatte trasportare le casse de' miei libri sopra una 
peota veneziana, ci awiammo per Venezia, e ci riusci cosi infelice 



262 VITA DI PIETRO GIANNONE 

questo, ancorche breve, viaggio marittimo, che ci convenne due 
giorni fermarci in un canale dentro le lacune prossime a Caurli, 1 
poiche il vento contrario c'impediva prender mare, per condurci a* 
porti di Venezia. Finalmente, cessato il vento dopo tre notti di 
patimenti, si prosegui il viaggio, e si giunse a Venezia a' 14 di 
settembre; e fummo dal padron della peota condotti nelle stanze 
d'una locandiera, alia casa detta della Verona . 

Quivi, malconcio da* sofferti patimenti di quelle tre notti in 
mezzo alle lacune, cominciai ad infermarmi; ed avendo fatte con- 
durre le casse de' libri nella doana, affinche non si aprissero do- 
vendo essere trasportate altrove, attesi a ristabilirmi in salute nel 
meglio che poteva, e sollecitare la partenza per Manfredonia, pri- 
ma che avanzandosi la stagione, i tempi non ci rendessero pericolo- 
sa, o almanco piu incommoda la navigazione. Per far ci6, due cose 
bisognavano : trovar commoda nave che ci conducesse, ed ottenere 
dalPambasciador di Spagna, residente a Venezia i passaporti, si- 
come gli altri Napolitani facevano, volendo condursi nel regno di 
Napoli, passato gia sotto la dominazione di Spagna. 

Ristabilitomi alquanto, mi portai dall'ambasciadore, ch'era il 
conte di Fuenclara : 2 gli dissi chi io era, e narrandogli i miei suc- 
cessi e la dura necessity che mi costringeva a ritirarmi a Napoli, 

10 pregai concedermi il passaporto, sicome faceva a gli altri Na- 
politani. Con molta cortesia e gentilezza si offeri di darmelo, e 
che avrebbe imposto al secretario di spedirmelo; anzi, occorrendo 
ne' di prossimi di dover celebrare nel suo palazzo il compleanno 
del principe d'Asturias, 3 m'invitb la sera d' intervening, ed a go- 
dere de' rinfreschi e di una scelta musica che avea fatto preparare. 
Le resi molte grazie, e promisi che non avrei mancato d'adem- 
pire al mio dover e e di godere delle benignissime sue grazie; sico- 
me ci andai, ed ebbi Topportunita di incontrarmi ivi col principe 
Trivulzi 4 e col marchese Visconti, che io avea conosciuto a Vienna, 
col marchese Valignani, col duca di Mondragone ed altri nostri 

1. le lacune . . . Caurli: le lagune di Caorle, tra il Tagliamento e il Piave. 

2. II conte di Fuenclara, in un primo tempo, servi anche come rappresen- 
tante di Carlo III. Fu trasferito alia sede di Vienna nel 1736: cfr. M. 
SCHIPA, II regno di Napoli, cit., pp. 149, 166 sgg. 3. principe d'Asturias: 

11 future re di Spagna Ferdinando VI (1713-1759). 4. principe Trivulzi: 
Alessandro Teodoro Trivulzio (1694-1763), conte e principe del Sacro Ro- 
mano Impero, fondatore della celebre Biblioteca Trivulziana. Rimasto fe- 
dele alTimperatore, durante la dominazione sabauda della Lombardia pre- 
fer! trasferirsi a Venezia. 



CAPITOLO NONO 263 

Napolitani ; ed ebbi la fortuna di conoscere I'ambasciador di Fran- 
cia, il quale mi uso gran gentilezze e cortesie. 

Nel tempo stesso, saputosi a Venezia il mio arrive, essendomi 
una mattina portato nella piazza di San Marco, mi vidi, fuor d'ogni 
mia aspettazione, circondato da un gran numero di gentiluomini; 
tutti salutandomi per nome, e Tuno additandomi all'altro, concor- 
revano per vedermi e farmi esibizioni cosi affettuose e gentili, che 
io, pieno di confusione, appena bastava a rendergli grazie ed a 
rispondere alle tante domande che mi facevano, spezialmente della 
mia partenza da Vienna, e dove pensava incamminarmi. Dettagli 
la cagione, ed il mio intento di ritirarmi in Napoli e vivere que* 
pochi anni che mi restavano a me stesso ed a' miei studi, comin- 
ciarono a pregarmi che io rimanessi presso di loro, ch6 non mi 
sarebbe riuscita ingrata la dimora in una citta dove, per la mia 
Istoria civile che teneano riposta nella loro pubblica biblioteca, 
il mio nome erasi reso cotanto chiaro ed illustre; e che non poteva 
altrove trovar quella stima, che i Veneziani avrebbero avuto della 
mia persona, e replicandogli che la mia eta avanzata dovea ormai 
farmi pensare ad un onesto ritiro, non per questo cessavano d'in- 
sistere che io non partissi. Ed erami non men di confusione che 
di stupore il vedere che, camminando per le strade, non vi era 
gentiluomo col quale io m'incontrava, che non mi salutasse per 
nome, e non si fermasse per parlarmi. Se passava per la strada de* 
librari, si affollavan tutti per conoscermi, ed ogni cittadino mostra- 
va la stessa curiosita; e sempre che io era nella piazza di San Mar- 
co, si tornava allo stesso ; sicche rincrescendomi di vedermi sempre 
esposto a gli occhi di tanti, che sovente m'impedivano di far i fatti 
miei, dissi alTabate Cusani che affrettasse il padron della nave, col 
quale si era gia convenuto del nostro imbarco per Manfredonia, e 
procurasse di far trasportare le casse de' libri e Paltre robe su la 
nave, per partire; ma colui, anche dopo il trasporto della roba, 
prolungava la partenza, ora, come sogliono i marinari, perch6 il 
vento non era propizio, ora sotto altro pretesto. 

In questo vennemi a parlare Domenico Pasqualigo, gentiluomo 
veneziano di famiglia tanto antica quanto illustre, e fratello del 
Riformatore degli studi di Padoa, dicendomi che vacando in 
quella Universita la cattedra primaria del ins civile, i riformatori 
volentieri P avrebbero a me conferita, pur che fosse di mio piacere, 
e che, a mio riguardo, avrebbero accresciuto il soldo, affinch6 io 



264 VITA DI PIETRO GIANNONE 

non partissi da Venezia, poiche" la Repubblica cercava ogni mezzo, 
per avermi a' suoi stipendi. 1 

Le resi molte grazie deH'offerta, ma che con somma mia di- 
spiacenza non poteva accettarla, poiche se bene la mia professione 
d'awocato mi obbligasse di sapere il ius civile, sicome non ne era 
ignaro, nulladimanco non avendolo mai come lettore insegnato 
nelle cattedre, mancavami Pesercizio; ed ora, ch'era d'eta avanzata, 
pareami difficile di poterlo fare con quell' esattezza e magistero 
che si converrebbe in una si degna Universita ornata di tanti illustri 
professori; e la mia vecchiaia non permetteva di affaticarmi in 
un mestiere, che per me sarebbe nuovo, nel quale ci sarei riuscito 
pur troppo infelice ed infacondo. Ma che io, costretto da tanta 
beneficenza ed affezione, ancorche fossi deliberato di ritirarmi, con 
tutto cio per mostrar gratitudine e corrispondere ad un tanto 
favore, io offeriva ogni mia opera, che fosse propria della mia pro- 
fessione e de' miei studi, e di rimanermi, impiegandomi in altre 
cariche, che fossero a me proporzionate e di maggior servizio della 
Repubblica. 

Questa mia moderata e sincera risposta crebbe maggiormente 
presso que' gentiluomini la mia stima ed il desiderio di ritenermi ; 
sicche soddisfatti delle mie ragionevoli scuse, ancorch6 trattenes- 
sero piu mesi di proweder ad altri la cattedra, si posero a pensar 
altre occasioni di mio accommodamento, nel caso volessi fermarmi 
a Venezia. Intanto, non cessavano a gara onorarmi ora con visite, 
ora con inviti alle loro tavole, ora in condurmi a scorre le cose piu 
rimarcabili della citta e piu magnifici edifici delle chiese, conventi 
e de' superbi loro marmorei palazzi, ed ora nelle splendide e son- 
tuose lor feste. 

Mentre io mi tratteneva a Venezia, ecco che Tambasciador di 
Spagna mi manda ad awisare che io differissi la partenza, per 
nuovo accidente sopragiunto ; ed essendomi portato dal medesimo 
insieme col marchese Valignani, per saperne la cagione, mi disse 
ch'eragli stato proibito di darmi passaporto per Napoli, finche non 
ricevesse lettera dal conte di Santo Stefano, 2 primo ministro del- 

i. vennemi , . . stipendi'. su questa offerta cfr. L. MARINI, Documenti del- 
ropposizione curiale a Pietro Giannone, in Rivista Storica Italiana , LXXIX 
(1967), doc. n. xxxii. Riformatore degli studi di Padoa era Giovanni Pasqua- 
ligo (1667-1752); su di lui cfr. J. FACCIOLATI, De Gymnasia patavino syn- 
tagmata, Patavii 1753, pp. 163-3. a. conte di Santo Stefano: Manuel de 
Benavides y Arag6n, conte di Santisteban del Puerto (i68z-dopo il 1738), 



CAPITOLO NONO 265 

T Infante don Carlos in Napoli, per sua regola. Rimasi sorpreso 
delle novita; e poiche daH J ambasciador di Francia residente in 
Venezia riceveva continui favori, sovente invitandomi seco a pran- 
zo, fui a pregarlo, die se mai sapesse donde fosse venuta tal 
novita, non volesse nascondermela per mia istruzione. E mi paleso 
che I'ambasciador di Spagna avea ricevuta lettera da Roma da 
monsignor Ratto, 1 vescovo di Cordova, che si trovava allora in 
Roma ministro del re di Spagna, colla quale se Pimponeva a non 
darmi passaporto per Napoli, se prima non ne avesse awiso dal 
conte di Santo Stefano. 

Compresi subito che il colpo veniva dalla corte di Roma; la 
quale, sicome mal soffriva la mia dimora nelTimperial corte di 
Vienna, non voleva che io tornassi in Napoli, temendo forse che io, 
nella Corte d'un nuovo principe, non fossi adoperato e sommini- 
strassi materia di nuove brighe e contese giurisdizionali: nel che 
molto s'ingannava, poich6 io ne presso quella Corte avea alcun 
merito o stima che volesse valersi della mia persona, n6 mi ri- 
tirava in Napoli, se non per vivere a me stesso, in una solitudine. 

La mia partenza da Vienna, sicome la cagione, erasi resa a tutti 
palese e manifesta; ed il nunzio Passionei immantinente I'awis6 in 
Roma, 3 colle minute circostanze del cammino preso per Venezia, 
per avere il passaporto per Napoli, sicome gli altri Napolitani, 
che partivano da Vienna, facevano: e ci6 facendo credette fare 
un'opera egreggia e meritoria, adempiendo il dovere del suo uffi- 
cio, il quale, secondo il concetto che n'avea papa Benedetto XIII, 
in queste cose consiste e si riduce. 3 Sicche in Roma si ebbe tempo 
di poter circonvenire quel ministro e come nuovo e che di me 
forse e della mia Istoria non avea notizia alcuna, descriverla come 
si facea con quelli che non Tavean letta, per empia ed eretica, ed 
il suo autore per non meno empio e miscredente. 

Ne io mi lusingava che le stesse arti maligne non si fossero 



figlio del vicer6 di Napoli Francisco, precettore di don Carlos, quindi suo 
maggiordomo (e primo ministro effettivo dal 1734), fu la mente gxigia della 
nuova monarchia, pur senza ricoprire cariche specifiche, sino al 1738. Su 
di lui cfr. M. SCHIPA, II regno di Napoli, cit., pp. 71-2 e passim, i. mon- 
signor Ratto: Thomaso Rato y Ottonelli (1682-1738), vescovo di Cordoba 
dal 1731, e ambasciatore di Spagna presso la Curia romana. II testo della 
lettera in Giannoniana, p. 40. 2. il nunzio . . . Roma: cfr. BERTELLI, pp. 
193-4; Giannoniana t p. 160; L. MARINI, Documenti dell'opposizione curiale, 
cit., doc. n. xxn. 3. il quale . . . riduce: cfr. quanto ha gia scritto a p. 124. 



266 VITA DI PIETRO GIANNONE 

adoperate col conte di Santo Stefano in Napoli, sicche dal mede- 
simo non s'avesse da ricevere un simile divieto ; sicome Pevento il 
dimostro; poich non passarono molti giorni, che Pambasciador di 
Spagna ebbe lettera da Napoli dal conte, che mi negasse il passa- 
porto; anzi seppi dapoi, che avea mandati ordini a' confini del 
Regno 2i commandanti di quelle piazze, che ancorch6 fossi mu- 
nito di passaporti de' ministri di Spagna o di Francia, non mi 
lasciassero entrare nel Regno. 1 

Non meno I'ambasciador di Spagna che quello di Francia rima- 
ser sorpresi della proibizione che si faceva ad un naturale del Re- 
gno di non potersi ritirare in sua patria, quando di la non era uscito 
bandito o esiliato, ma per portarsi airimperial corte di Vienna, a* 
piedi delPimperadore, allora suo sovrano, dal quale era stato be- 
nignamente accolto e mantenuto nella sua Corte, con assignargli 
certo stipendio; dov'era dimorato per undici anni e tre mesi, e 
che ancor ivi sarebbe, se la mutazione de j domini e Stati d'ltalia 
non avesser cambiate le cose; e che se, portatosi a Venezia, si fa- 
ceva da quella Repubblica ogni sforzo per ritenerlo e non farlo 
partire, ora dovesse impedirseli il ritorno alia sua propria patria, 
e non per altro, se non per compiacere alia corte di Roma, che 
non lo voleva in Napoli. Da ci6 mosso, Pambasciador di Spagna, 
compatendo il mio caso infelice, mi incoraggi a star di buon ammo, 
ch'egli ne avrebbe scritto alia corte di Madrid, e che io formassi 
un pieno memoriale alia Maesta del re di Spagna, Filippo V, 
che Pavrebbe trasmesso ed accompagnato con le sue lettere alia 
Corte, e scritto al primo ministro Patigno, 2 di cui egli avea la ni- 
pote per moglie, il torto che mi si faceva d'impedirmi il ritorno a 
Napoli. Di che io gli resi molte grazie, e promisi portargli il me- 
moriale. 

Intanto, per una si improvisa novita mandai a t6r le mie robe 
e le casse de* libri dalla nave, e procurai partendo Pabate Cusani, 
di cercar altra abitazione piu commoda, giacch dovea trattenermi 
in quelPimminente inverno a Venezia. E trovatala acconcia a' miei 



i. mandati . . , Regno: cfr. Vita, ed. Nicolini, p. 295, in nota, e Giannoniana, 
pp. 40 sgg. 2. Patigno : Joseph Patino (1666-1736), nato a Milano da nobi- 
le famiglia aragonese, gesuita, Iasci6 Pordine per porsi al servizio di Fi- 
lippo V di Spagna, e dal 1726, senza ricoprire cariche ufficiali, ebbe di fatto 
in mano il govemo di Spagna, forte dell'appoggio della regina Elisabetta 
Farnese. 



CAPITOLO NONO 267 

bisogni, passai a' 24 del mese d'ottobre ad abitarvi, ove feci tra- 
sportare e collocare i miei libri in nuove scanzie, nel miglior modo 
che potei, per averne uso in que' rigidi mesi che soprastavano. 
I Veneziani, ignorandone la vera cagione, si rallegrarono della 
mia risoluzione di trattenermi a Venezia; e nella nuova abitazione, 
come vicina alia piazza di San Marco, 1 le visite erano phi frequenti, 
ed io non mancava con niuno, in questa parte di civilta di restituir- 
le; e con tal occasione acquistai la conoscenza di vari letterati 
veneziani, non men nobili che cittadini, i quali mi rendevano som- 
mo onore per la stima che mostravano avere della mia persona; e 
ne trovai alcuni veramente dotti e nelle scienze profondi; e fra* 
nobili F abate Conti, Antonio Cornaro, Domenico Pasqualigo, Fran- 
cesco Bettoni, il padre Rota, benedittino, il marchese Ghezzi 3 ed 
altri, di cui ora non mi sowengono i nomi; e fra i cittadini, Pabate 
Moazzi, Apostolo Zeno, 3 che io conobbi a Vienna, il padre teologo 4 
della Repubblica, servita, il padre Lodoli, 5 franciscano, rivisore 

i. nella . . . Marco: scrive il PANZINI, p. 78, che il Giannone trov6 abi- 
tazione presso un certo Antonio Mazzoleni, al ponte Sant'Angelo (cioe 
alia Giudecca), il che contrasta con quanto qui scnve il Giannone; 
piu probabibnente il Panzini equivocd tra il ponte e 1'omonimo campo, 
questo posto tra San Marco e TAccademia. 2. NelFordine, si tratta del 
celeb re Antonio Conti (1667-1749), poligrafo, filosofo e matematico, corri- 
spondente del Newton e del Leibniz ; di un membro della famiglia patri- 
zia dei Corner ; del gia ncordato patrizio veneziano Domenico Pasqualigo 
(1674-?), fratello del riformatore allo Studio patavino; del padre Fran- 
cesco Rota (1694-?), filosofo e matematico, benedettino cassinense, cor- 
rispondente del Muratori (su di lui cfr. A. ARMELLINI, Bibliotheca Cos- 
sinensis, i, Assisi 1731, p. 175; J. FRANgois, Bibliotheque generate des 
ecrivains de VOrdre de S. Benoit . . ., n, Bouillon 1777, p. 510). Nul- 
la sappiamo di Francesco Bettoni e del maschese Ghezzi. 3. Apostolo Ze- 
no (1668-1750) fu, col Muratori e il MafTei, una delle figure di primo 
piano del nostro Settecento, e col MafTei e il Vallisnieri fond6 e di- 
resse dal 1710 il cGiornale dei Letterati , sul modello degli Acta Eru- 
ditorum Lipsiensium . Erudito e letterato, acclamato librettista, venne 
chiamato a Vienna con la carica di poeta cesareo nel 1718, alia quale 
aggiunse successivamente anche Taltra di astoriografo imperiale. Di lui, 
non appena conosciutolo, scrisse il Giannone al fratello, il 26 giugno 
1723 (Giannoniana, n. 8): Del . . . signer Apostolo devo molto lodarmi 
che e interessato al mio partito. Egli fc un gentilissimo letterato . . . Ha 
raccolti qui buoni libri, e ne ha formata una picciola libreria che con tanta 
gentilezza m'ofTeri in caso mi bisognassero libri nella mia dimora qui . Lo 
Zeno rientr6 a Venezia abbandonando gli incarichi a corte sul finire del 
1729. 4. il padre teologo: era il servita Paolo Celotti, che ricoprl la carica 
dal 1717 al 1752. 5. il padre Lodoli: Carlo dei conti Lodoli (1690-1761), 
autore di un volume di Elementi deWarchitettura lodoliana, editi postu- 
mi da Andrea Memmo, Roma 1786. B. GAMBA, Galleria dei letterati ed 
artisti illnstri della Provincia Veneziana nel secolo Derimottavo, i, Venezia 



268 VITA DI PIETRO GIANNONE 

per la Repubblica de* libri die si stampano o si introducono a 
Venezia, il padre Crivelli, 1 il Tucci ed alquanti altri; e poich< 
le sere, in casa del gentiluomo Giustiniani, 2 solevasi avere un'as- 
semblea d'uommi eruditi, vi fui anche invitato, ma poi non potei 
continuarla, riuscendomi non solo incommoda, ma perniciosa alia 
salute, dovendomi ritirar a casa di notte, fra dense e gravi caligini, 
delle quali sovente e la citta coverta e le strade ingombre. 

Prima che io vedessi Venezia, credetti che come citta fondata 
nel mare il suo clima dovesse riuscirmi salubre, essendo io nato e 
cresciuto in una terra del monte Gargano, non phi che mille passi 
lontana dal mar Adriatico, e poi dimorato in Napoli, citta maritti- 
ma, poco men di trenta anni; ma sperimentai tutto il contrario, 
poiche io era in una falsa supposizione, credendo che la citta fosse 
stata costrutta in quell' angolo sopra piu isolette e scogli di mare 
vicini fra loro, congiunti poi con ponti ed altre fabbriche; onde se 
le fosse dato aspetto d'una citta non men magnifica, che nuova e 
sorprendente, vedendosi sorgere in mezzo il mare, il qual colle 
sue acque empie le sue strade e circonda tutti i dilatati suoi edi- 
fici. Ma non e cosi: ella fu costrutta in quell'angolo tutto paludoso 
e pieno di stagni e di lacune, che formano i tanti fiumi, che in 
quella parte e nelle vicine mettono in mare; nel che contribuiscono 
non pur la Brenta ed altri minori, ma 1'Adige e il Po, ampi e super- 
bissimi fiumi, allagando colle loro acque, per piti miglia, il ter- 
reno di quelPintimo recesso; sicche gli edifici non sono fondati 
sopra scogli, ma sopra terreno limaccioso e molle, nel quale con- 
ficcando grosse travi strettamente congiunte sopra la punta delle 
medesime innalzano la mole degli edifici ; e se non fossero queste 
acque irrigate da j flutti marittimi, che le rende sake, ed il flusso e 
riflusso del mare non le desse moto, certamente che come sta- 
gnanti renderebbero la citta pestifera, da non potersici abitare; e 
per ci6 fa mestieri tener i canali sempre purgati e netti, perch6 
Pacqua fluisca e non impaduli; e con tutta la diligenza che s'usi, 

1824, ad vocem, Io dice Impetuoso, al cinismo prochve, di singolari modi 
ne sempre misurati, non manc6 d'awersari che Io perseguitarono sin Ik 
dove gli odi e le invidie ammutiscono . Su di lui cfr. anche SIGISMONDO 
DA VENEZIA, Biografia serafica degli uomini illustri che fiorirono nel fran- 
cescano istituto, Venezia 1846, p. 789. i. il padre Crivelli: forse Giovanni 
Crivelli (1690-1743), somasco, poligrafo, fisico e matematico veneziano. 
2. Giustiniani: altra famiglia patrizia veneziana. Non vi sono element! ba- 
stevoli per individuare di quale membro della famiglia si parli qui. 



CAPITOLO NONO 269 

pure, Testa, alcuni danno un fetore si grave, che se non quelli che 
ci sono nati possono viverci lungamente sani. Sicche non bisogna 
concepir Venezia esser posta in mare, o a' lidi del mare, ma sopra 
stagni irrigati da flutti marittimi. Ed e ci6 si vero, che i Veneziani 
stessi, spezialmente le donne, i quali non sono usciti dalle loro 
lacune, non hanno idea del mar sonante ed orgoglioso ; e mi ricor- 
da che, condotto dal senator Pisani fuori al lido, in una peota nella 
quale erano alcune donne di nostra compagnia, queste appena 
veduto il mare spumante ed ondoso ed inteso il fremito e il romo- 
re, si atterrirono come se avessero veduto un mostro spaventevole 
ed orrendo. 

Questa situazione, sicome rende sicura la citta da pericoli ed 
insulti di nemiche armate e classi 1 marittime, e per le navi fluviatili 
agevola il trasporto delle merci, sicche la rende abbondante; cosi 
rende Paria che si respira, massimamente quando soffia vento au- 
strale, gravosa, umida e caliginosa, e se non quelli, che vi sono 
nati ed assuefatti, possono abitarci sani ed incolumi. A me, certa- 
mente che non mi conferiva punto; e tanto piu che, awezzo ne j 
mesi di esta, all'apriche ed amene campagne, mi rincresceva veder- 
mi in luogo, dove altro non guardava che pietre ed acqua, e nem- 
meno di mare, ma di stagni e di paludi; sicche non potei mai rista- 
bilirmi in una perfetta salute. 

Fra gli altri gentiluomini, che con tanta cortesia e gentilezza 
mi favorivano, voile distinguersi il senator Angelo Pisani di San- 
t'Angelo, il quale con somma cordialita ed amore spesso seco 
m'invitava a pranzo, facendomi cortesi ed affettuose offerte di 
quanto fosse per occorrermi; ed ancorche fossimo alia fine di ot- 
tobre, prolungandosi in Italia le villeggiature per tutto il mese di 
novembre, dovendo egli condursi nella sua villa di Rovere di Cre, 
presso Rovigo nel Polesine, istantemente mi richiese che io dovessi 
tenerli compagnia e venire a godere Tamenita di quelle campagne, 
le quali non mi sarebbero riuscite ingrate. Io, che non desiderava 
altro che questo, pensando cosi ristabilirmi, prima che sopraggiun- 
gessero i rigidi mesi delTinverno, volentieri promisi di seguitarlo. 

Intanto i Gesuiti emissari della corte di Roma mal sofferendo 
che io in Venezia era stato si ben ricevuto, e da tutti i gentiluo- 
mini si caramente accolto e trattato, cominciarono ad usar le solite 

i. classi: flotte (latinismo). 



270 VITA DI PIETRO GIANNONE 

lor arti, per malignarmi 1 presso di quelli, spargendo che immeri- 
tamente mi si facevano tante grate accoglienze, quando io nella 
mia Istoria 2 avea trattato i Veneziani di corta fede, e che intorno 
al dominio del mar Adriatico non mi conformava co' sentimenti 
della Repubblica; sicome d'altra maniera rapportava il fatto di 
papa Alessandro III coirimperadore Federico Barbarossa, e la di- 
sfatta della sua armata navale per i Veneziani, e riputarsi favolosa 
la vile sommissione di Federico e Torgoglio del papa, che si narra 
aver usato a quelTimperadore. 3 

Per cio che riguardava Pimputarmi aver io qualificato i Vene- 
ziani esser di corta fede , fu facile fargli ricredere delFimpostura, 
poich6 io non parlava nel passo additato del secondo tomo di mio 
proprio sentimento, ma riferendo, come istorico, il concetto che 
n'aveano allora i partegiani di Federico. Piu operosa faccenda era 
dileguare Paltre imposture, le quali per manifestarle non bastavano 
poche parole; onde consigliato da alcuni gentiluomini stessi miei 
amici, mi risolsi in due brevi dissertazioni dimostrare che, cosi per 
ci6 che s'attiene al dominio del mar Adriatico, come alPistoria 
d* Alessandro III, non avea in minima parte pregiudicato alia Re- 
pubblica; anzi che nel fatto di Alessandro, secondo che io Io rap- 
portava, riluceva assai piu il decoro e la dignita del doge e del 
Senato. 

Per far ci6 agiatamente, tanto piu volentieri abbracciai Pofferta 
del senator Pisani di seguitarlo in villa, per dove si parti, per acqua, 
a j principi di novembre, navigando, passate le lacune, per PAdige, 
ed indi un ramo di questo istesso fiume ci port6 a Rovigo; e 
giunto che fui a Rovere di Cre, non posso negare che intesi al- 
quanto ristorarmi da quelle ancor verdi campagne; e ripigliando il 
mio tralasciato esercizio, cominciai a vagare per quelle pianure, 
secondo che i tempi e Pavanzata stagione permettevano. 

i. malignarmi: calunniarmi. Cfr. la lettera di Domenico Passionei del 13 
novembre 1734 (Giannoniana, p. 160) e L. MARINI, Documenti delToppo- 
sizione curiale, cit., doc. n. xxxi. 2. Cfr. Istoria civile, tomo n, lib. xm, 
cap. i, par. I, pp. 282-5. 3. sicome . . . imperadore: su una donazione del 
Mare Adriatico ai Veneziani, compiuta in premio per la disfatta di Ottone, 
figlio di Federico Barbarossa, da parte di Alessandro III, si fondava la legit- 
timazione del controllo del golfo (cfr. P. GIUSTINIAN, Rerum venetarum ab 
urbe condita ad annum M. D. LXXV historta, Argentorati 1610, pp. 25-8). 
II Giannone, sia neiristoria civile, sia nel trattato che stese per rispondere 
alle accuse, sostenne che non apparteneva al papa Pautorita di concedere il 
dominio di un mare, riprendendo cosi la tematica del Valla. 



CAPITOLO NONO 271 

vero che, trovandosi la villa da spessi fossi di acque circon- 
data e alcuni piani paludosi, e le possession! non aver altri termini 
che la dividevano, se non stretti e lunghi canali dove Tacque sta- 
gnavano, compresi che Paria per me non potesse molto giovarmi; 
sicome a lungo andare sperimentai; poiche, aggiunte a ci6 le so- 
verchie carezze e le profuse tavole, che il Pisani, coll'occasione di 
piu conviti fatti al vescovo, al podesta ed altri gentiluomini di 
Rovigo, spesso apparecchiava, fecer si che io venni ad infermarmi 
con febre: dalla quale un medico ebreo di Rovigo me ne libero, 
non con altro, che con una rigida e severa dieta di piu giorni. 
Cominciai da cio a star piu cauto neirawenire, vedendo che niente 
giovavami Paria di quelle campagne per la digestione; sicche con 
poco mangiare e molto camminare si tiro ivi avanti piu settimane, 
nelle quali potei compire le due dissertazioni, avendo a questo 
jfine portato que* libri che credetti esser bastanti per venirne a capo. 

Conobbi con tal occasione monsignor Soffietti 1 vescovo d'Adria, 
che tiene ora la sua residenza a Rovigo, prelato non men dotto che 
savio ed amante di buoni studi e di storia ecclesiastica; e mi disse 
che, essendo egli d'origine greco, avea per le mani un'opera dove 
trattava della politia e della disciplina della Chiesa greca. Conobbi 
parimente il conte Silvestri,* figliuolo di quel Silvestri noto alia 
repubblica de y letterati per la traduzione e sposizione italiana di 
Persio 3 e per altre sue opere date alle stampe, 4 onde i compatriotti 
credono che abbia illustrata la patria, non meno di Celio Rodigino. 5 
Fra le sue opere io prepongo quella latina Delia cronologia de* 
tempi, 6 dove con maggior esattezza degli altri tratta del vero anno 
della nativit^ di Cristo, e concilia Tantinomia che sembra essere 
tra il Vangelo di san Matteo e quello di san Luca. Mi mostr6 al- 
cuni manuscritti di suo padre ed alcuni momimenti d'antichita 
romane, delle quali facea ricerca, cosi di medaglie, come di marmi, 
ed un libro ch'egli era per dar alia luce, appartenente alia topogra- 

i. Giovanni Soffietti (1675-1742), vescovo di Chioggia nel 1716, di Adria 
dal 1733. 2. Carlo Silvestri (1690-1754), stonco e archeologo. 3. sposi- 
zione . . . Persio : cfr. Giuvenale e Persio spiegati con la dovuta modestta in 
versi volgari, Padova 1711, di Camillo Silvestri (1645-1719). 4. altre . . . 
stampe: cfr. M. ZORZI, Vita del signor conte Camillo Silvestri, Padova 1711. 
5. Celio Rodigino: Lodovico Ricchieri (1469-1525), umanisticamente chia- 
rnato Caelius Rodiginus dalla citta natale, Rovigo, grande erudito come testi- 
moniano le sue Antiquae Lectiones, date alia luce nel 1516. 6. Cfr. C. SIL- 
VESTRI, Chronologia in tres paries divisa . . . opus posthumum italice ab auctore 
scrip-turn et Carolo eiusfilio cur ante latine redditum, Lipsiae 1726. 



272 VITA DI PIETRO GIANNONE 

fia del Polesine e descrizione di que' luoghi palustri intorno Adria. 1 
Fu continuata la villeggiatura fin che il freddo non ce ne scac- 
ciasse; e tornossi a Venezia a' 5 di decembre. II Pisani, con af- 
fettuose e sincere espressioni mi offeriva che io rimanessi in sua 
casa, dov'egli avea un appartamento voto, che piu volte mi most r 6 
a questo fine. Gli risposi che, non sapendo se dovea fermarmi a 
Venezia, ed il quartiere essendo per me solo molto ampio, non vo- 
leva entrarci d'inverno, dove avrei dovuto soffrire freddi estremi, 
essendo io accostumato alle stufe di Vienna: onde lo pregava che 
mi lasciasse stare queirinverno nelle stanze da me prese, le quali 
io avea gia premunite con stuore 2 ed altri ripari; ma che, se dovea 
restar a Venezia, nella primavera ventura, non mi sarei abusato 
delle benignissime sue grazie. 

Tomato a Venezia, attesi a far trascrivere in buon carattere le 
dissertazioni, che avea composte in villa, intorno al Dominio del 
mar Adriatico, ed Atto dipapa Alessandro con Federico Barbarossa, 3 
e prima di pubblicarle le feci leggere ad alcuni gentiluomini, da* 
quali potea compromettermi un sincero e sano consiglio, ed un 
esatto giudicio ed emenda per corrigerle; i quali sommamente 1'ap- 
provarono e fuwi chi mi consigliasse anche di darle alle stampe; 
ma io non volli, bastandomi che girassero manuscritte per ricredere 
coloro che ignoravano il vero di que j successi, che io, sicome non 
oifesi il dritto della Repubblica, cosi avea adempite le parti non 
men di un buon cittadino napolitano, che d'un fedele e verace 
istorico. Appena se ne trascrissero alcuni esemplari, che, letti da 
molti ed altamente commendati, si sparsero da per tutto; sicche 
essendo la gente non men garrula che curiosa si arriv6 che non vi 
era gentiluomo o cittadino che non ne volesse copia. 

Si dileguarono per ci6 le calunnie che s'erano sparse da' Gesuiti 
per farmi cadere dalla grazia ed affezione che mostravano di me i 
Veneziani; ma non per cio si ristettero. Non passarono molti gior- 
ni, che sparsero che in Francia era uscito un libretto in lingua 
francese, nel quale si malmenava non pur la Istoria civile, ma il 
di lui autore, trattandolo per empio e miscredente, mostrandolo ad 

1. un libra . . . Adria: cfr. C. SILVESTRI, Istorica e geografica descrizione del- 
le antiche paludi Adriane, or a chiamate lagune di Venezia, Venezia 1736. 

2. stuore: stuoie. 3. Dominio . . . Barbarossa: cfr. J. BONNANT, Pietro Gian- 
none a Geneve, cit., p. 131 ; e Giannoniana> pp. 405-6 e 327. L'opera fu inse- 
rita nelTeduzione delle Opere postume y I, pp. 213 sgg., come capitolo finale 
dell 1 Apologia. 



CAPITOLO NONO 273 

alcuni ed additando ad altri anche la biblioteca dov'era, ch'era 
quella del Pisani di Santo Stefano, fatto poi doge, 1 perche chi ne 
ayea voglia potesse leggerlo. II senator Pisani fu il primo che mi 
diede notizia del romore sparso; alia quale io rimasi sorpreso, 
non sapendo che si fosse questo libretto ed il suo autore. Lo pre- 
gai che dal Pisani suo gentile 2 lo procurasse per leggerlo, giungen- 
domi strano e nuovo che, nel tempo istesso che si stava traducendo 
in francese VIstoria civile, per darsi alle stampe, fosse uscita in 
Francia questa inclementissima censura contro la medesima. 

Non manc6 il Pisani di averlo e, mostratomelo mi accorsi subito 
che quel libretto non era che un tometto de' Giornali di Trevoix , 
dove in breve era stata compendiata Popera del padre Sanfelice, 
di che io gia avea notizia; poiche" i Gesuiti, a conto de' quali si com- 
pilavano a Trevoix quelli Giornali , vedendo che 1'opera di uno 
della loro societa era stata negli Atti di Lipsia e negli altri giornali 
rapportata qual era, per sciocca, satirica e calunniosa, per riparar 
al meglio che si potea la fama del Sanfelice Paveano accorciata ne* 
loro Giornali, dandogli meno sconcio e deforme aspetto. 3 Dissi 
per ci6 ridendo al Pisani, che i Gesuiti di Venezia erano pur troppo 
sciocchi nel tessere imposture, le quali presto si sarebbero mani- 
festate. Guardassero bene, che quel libretto non era opera nuova, 
ma vecchia, alia quale bastantemente si era risposto; e che face- 
van male d'andar rotolando queste cose, dalle quali non potevan 
ritrarre se non rossore e vergogna. 

Tanto piu si accese al Pisani desiderio di legger la risposta che 
si era data al Sanfelice; ed io che per quattro mesi ch'era dimorato 
a Venezia non ne avea fatto alcun motto, fui costretto confidarla al 
Pisani, a cui professava tanti obblighi, con legge che non Tavesse 
ad altri mostrata. Ma fu difficile che il medesimo, avendola letta 
potesse contenersi, sicche non la desse a leggere ad altri gentiluo- 
mini suoi amici; onde si divolg6 a Venezia, non men di ci6 che 
gli anni scorsi si era divolgata in Roma, Napoli e Vienna. Di che 
non io, ma i Gesuiti stessi furono la vera e sola cagione. 

Intanto, per adempire alle promesse date all'ambasciador di Spa- 
gna, avendo disteso un pieno memoriale per la Maesta del re Fi- 

i. Pisani . . . doge: Luigi Pisani di Santo Stefano (1664-1741), creato doge 
nel 1735. 2. gentile: parente (latinismo). 3. Vaveano . . . aspetto: cfr. p. 
182 e la nota4ivi. 



274 VITA DI PIETRO GIANNONE 

lippo V, glielo portal pregandolo che con efficacia mi raccoman- 
dasse in quella Corte, perch6 io potessi ritirarmi a Napoli, a finir 
ivi in riposo i miei giorni; ed avendolo Pambasciador letto, e det- 
tomi che andava a dovere, mi promise ch'egli Favrebbe acchiuso 
nel suo piego, ed efficacemente raccomandato a Madrid a* suoi 
amici e congionti; e poiche avea tutta la premura di favorirmi, 
m'impose che ne formassi un altro consimile, diretto in Napoli 
all' Infante don Carlos; poich6, governandosi il Regno con altro 
sistema di quello di prima, era facile che la corte di Madrid non 
volesse per se medesima darvi prowidenza, ma rimetterlo alia nuo- 
va corte di Napoli, dove T Infante non da generalissimo delle armi 
di Spagna, ne come vicario del re Filippo suo padre, ma coman- 
dava in Napoli ed in Sicilia come proprio e particolar re di que* 
regni. 

Fin da che io era a Vienna, s'intese che P Infante don Carlos, 
mutato iltitolo di Generalissimo, secondo Io qualificavano gli editti, 
che il re di Spagna suo padre avea fatto precorrere, presa la citta 
di Napoli e gran parte del Regno, avea assunto quello di re; e 
ci6 per una lettera, che diceasi avere scritta il re Filippo alia citta 
di Napoli, nella quale commendando la fedelta de' Napolitani ver- 
so Tantico e natural suo signore d'avere ricevute le sue armi nel 
Regno e nella lor citta, colFInfante suo figliuolo, in gratitudine 
di tanto amore glielo dava per loro re proprio, al quale dovessero 
ubbidire; sicome anche avrebbe fatto, conquistata che fosse la Si- 
cilia, affinche questi due regni, separati dalla corona di Spagna, 
avessero un lor proprio e particolar re, il qual collocando la sua 
sede regia in Napoli, Pavesse da quivi retti e governati. 1 

Non poteva proporsi a' Napolitani cosa piu grata e desiderabile 
che questa; poich6 doppo il corso di poco men che due secoli e 
mezzo, si toglievano d'esser provinciali, e riacquistavano un par- 
ticolar re, che a lungo andare sarebbesi reso lor proprio e nazio- 
nale. Ma credeasi, che questa fosse un'ambiziosa e fantastica idea 
della regina, 2 madre dell* Infante, la quale non contenta di averlo 
stabilito in Italia co' ducati di Parma e di Toscana un gran prin- 
cipe, volesse ora colla giunta di due regni, costituirlo un gran re. 
Esser certamente per i Napolitani cosa molto pregievole e speciosa, 

i. Fin . . . governati: cfr. M. SCHIPA, H regno di Napoli, cit., p. 128. 2. re- 
gina: Elisabetta Farnese, che Filippo aveva sposato in seconde nozze. Cfr. 
k nota sap. 242. 



CAPITOLO NONO 275 

ma non si comprendeva come potesse esser durabile e ferma; poi- 
che* sotto pretesto d'essersi nullamente, colla pace di Vienna del 
1725, staccati questi due regni dalla corona di Spagna, si era mossa 
la guerra per ricuperargli. II re Filippo, coirarmata e cogli eserciti 
spagnoli e colle forze della Spagna, avergli ricuperati: come ora, 
restituiti alia corona di Spagna, con una semplice lettera del re, 
senza il consenso de' parlamenti e delle corti di Spagna, smem- 
brargli e cedergli all' Infante, che non era successore della corona, 
e farsi questo torto al principe di Asturias P 1 Sapersi che i regni di 
Napoli e di Sicilia gli antichi re di Spagna Taveano uniti ed incor- 
porati alia corona d' Aragona, ed esser noto che il re Alfonso, 2 se 
bene per Tadozione della regina Giovanna II, e piu col suo valore 
ed industria avesse acquistato il regno di Napoli; onde sembrava 
che potesse legittimamente lasciarlo a Ferdinando suo figliuol na- 
turale legitimate; nulladimanco Ferdinando il Cattolico riput6 in- 
giusta la separazione, e scacciandone Federico 3 discendente di Fer- 
dinando, lo restitui alia corona d' Aragona, dicendo che Alfonso 
avea acquistato quel Regno colle armi e colle forze de* regni d'A- 
ragona. 

Or come ora questi regni riacquistati colle truppe ed armate di 
Spagna, e la spedizione essendosi fatta in nome del re di Spagna, 
nella quale comandarono generali spagnoli, e Tistesso Infante non 
se non come generalissimo deH'armata vi comparve: potevansi con 
una lettera staccarsi dalla corona di Spagna e trasformarsi il gene- 
ralissimo in re sovrano, il qual non ha propri eserciti ne armate, 
e la stessa dignita regale non pu6 sostenerla, se non colle truppe 
e milizie di Spagna? Se la Spagna richiama a se i suoi eserciti 
ed armate, come rimarra questo nuovo re, non avendo Napoli e 

i. questo . . . Asturias: Ferdinando era infatti il primogenito del re Filippo, 
mentre Carlo era il primo dei figli di secondo letto. 2. Alfonso V il Ma- 
gnanimo (1396-1458), dal 1416 re di Aragona, Sicilia e Sardegna, adotta- 
to dalla regina Giovanna II di Napoli (1371-1435) che lo oppose a Luigi 
III d'Angi6 (1403-1434), dovette battersi per la successione, dopo la morte 
della regina, contro il fratello ed erede di Luigi, Renato. Riusci vittorioso 
solo nel 1442, e si stabili a Napoli, partecipando attivamente alle vicende 
italiane, sino alia morte. Gli successe il fratello Giovanni II (1397-1479) 
sul trono di Aragona, e il figlio naturale Ferdinando (1431 circa-1494), non 
senza contrasti, sul trono di Napoli. Tale successione di Ferdinando, con- 
siderata illegittima, diede parvenza di legalita all'occupazione proditoria 
del Regno (trattato di Granata, 1500) compiuta da Ferdinando il Catto- 
lico (1452-1516), figlio e successore in Aragona di Giovanni II. 3. Fede- 
rico I d* Aragona (1451 circa-i5O4), re di Napoli dal 1496 al 1501. 



276 VITA DI PIETRO GIANNONE 

Sicilia propria milizia; e sono ormai due secoli che i Napolitani e 
Sicilian! ban tralasciato le armi ed ogni militar esercizio ? 

Questi discorsi si facevan allora a Vienna; ma intanto, F Infante 
don Carlos era in Napoli salutato re e ne' dispacci e scritture cosi 
nomato. Si aggiunse doppo la notizia che da sua parte si facevano 
istanze in Roma, nella vigilia di san Pietro voler egli presentar la 
chinea, 1 pretendendo che il papa dovesse dargli Pinvestitura del 
Regno; e se bene il papa quest' anno 1734, poiche ancor Capua ed 
altre citta eran in mano di Cesare, non gliela accordasse, riceven- 
dola dairimperadore, nulladimanco nel seguente anno che il Re- 
gno interamente fu evacuato dalle truppe tedesche, non voile piu 
riceverla dall'imperadore, e riputo sospendere il tutto fin che non 
si vedesse ove andassero a terminar i moti d* Italia. 

Ed essendo io gia a Venezia, ove spesso capitavano Napolitani, 
questi mi mostrarono le nuove monete d'argento, fatte coniar in 
Napoli dalTInfante, nelle quali leggevasi il nome di Carlo, coll'ag- 
giunta di Neapolis Rex. Egli e vero che i Napolitani non si avanza- 
rono a determinare il numero, non sapendo se dovessero dirlo 
sesto, o settimo, o pure ottavo. Se non si voleva tener conto del- 
Pimperadore, era d'uopo chiamarlo Carlo VI; ma se come fran- 
cese della famiglia Borbone si volesse fra la serie de' re di Napoli 
porre Carlo VIII, re di Francia, bisognava dirlo Carlo VII. Ma 
in cio fortemente ripugnavano gli Spagnoli, che non volevan sof- 
frire che di quel re francese si avesse conto; sicch6, saviamente, 
non vi poser numero alcuno; se bene non si arrivasse mai a capire 
che volesse dinotar quel motto, posto nella moneta stessa, sopra 
il Sebeto: DE socio PRINCEPS, che non pu6 riferirsi n alia citta, 
ne al nuovo re rifatto. 2 Ma i Siciliani, poiche essi non aveano Pim- 
broglio del re Carlo VIII, francamente omesso Pimperadore, nelle 
loro monete, che pur mi furon mostrate a Venezia, determina- 
rono il numero, e dissero Carolus III, Sidliae Rex; poich'essi, che 



i. presentar la chinea: il regno di Napoli era infeudato al pontefice al 
quale, in segno di vassallaggio, i suoi sovrani ofFrivano un censo annuo in 
moneta aurea, portato dal loro ambasciatore su di una mula bianca (in 
francese antico: haquente), nel giorno del santi Pietro e Paolo. La cerimo- 
nia risaliva ai tempi di Carlo d'Angid (1266). 2. le nuove . . . rifatto: 
queste monete, su disegno di Francesco Solimena (1657-1747), recavano 
nel recto le armi di Spagna e nel verso la personificazione del flume 
Sebeto con intorno il motto, proposto da Matteo Egizio, e che voleva si- 
gnificare come, da alleato in guerra, Carlo fosse divenuto re. 



CAPITOLO NONO 277 

non erano stati sotto i re angioini, non riconoscevano altri Carli 
re di Sicilia se non Carlo V imperadore e Carlo II re di Spagna. 

Or governandosi il regno di Napoli con questo nuovo sistema 
di aver proprio re, riputo rambasciadore di Spagna che dovessi 
formar altro memoriale 1 per don Carlos, re di Napoli; e se bene 
allora si trovasse partito per Sicilia, per ivi incoronarsi, preparan- 
dosi intanto a Palermo gli apparati d'una celebrita si solenne e 
magnifica; 2 nulladimanco stimo non per questo doversi rimanere, 
affinch6 arrivasse prima che da Madrid potesse il conte di Santo 
Stefano aver notizia del mio ricorso fatto in quella Corte; ed ac- 
chiusolo nel suo piego, lo strad6 per Sicilia, scrivendo al conte 
essersi inviato a Spagna un simil memoriale al re Filippo, con 
raccomandargli efficacemente di far si che io potessi tornar in 
Napoli, dove forse la mia persona non le sarebbe riuscita inutile. 
E mentre si stavano attendendo le risposte non men da Sicilia 
che da Madrid, awicinandosi il Carnevale del nuovo anno 1735, 
giunse da Napoli a Venezia il principe della Torella Caracciolo, 3 
molto ben veduto dalla nuova corte di Napoli, e ch'era adoperato 
non meno nelle cose militari che negli affari politici di quel Regno; 
onde stimai, avendo gia saputo che io era a Venezia, di andare a 
visitarlo; il quale accoltomi con molta cortesia e gentilezza, fra 
le altre cose mi disse che io non m'impegnassi co* Veneziani di 
rimaner ivi impiegato a' servizi di quella Repubblica, poich'egli, 
avendo di me piu volte parlato con 1'ambasciador di Spagna, 
Pavea detto che nelle variazioni e nuovi sistemi che doveano darsi 
a Napoli, egli stimava ivi necessaria la mia persona, come quella 
che era piu versata ed istruita delle cose di quel Regno; onde che 
non mi lasciassi piegare dalle lusinghe de' Veneziani, perche si 
era per me efficacemente scritto non meno alia corte di Madrid, 
che a quella di Napoli pel mio ritorno. 

Li risposi che cosi avrei fatto, n6 dato co' medesimi alcun passo 
che fosse irretrattabile, e che io avea riposta tutta la mia fiducia 
nelle mani delPambasciadore, il quale con tanta affezione ed effi- 
cacia avea prese le mie parti non men nelTuna che nelPaltra Corte; 
e cosi pregava che volesse anche egli conferire i valevoli suoi ufHci 

1. altro memoriale: cfr. il testo in Vita, ed. Nicolini, Appendice, pp. 441-6. 

2. preparandosi . . . magnificai la cerimonia dell'incoronazione awenne il 3 
luglio 1735. 3. Antonio Cannine Caracciolo di Torella (1692-1740), che 
fu ambasciatore a Parigi dal 1735 al 1739. 



278 VITA DI PIETRO GIANNONE 

in Napoli, scrivendo a' suoi amici e congionti e tornando cola 
aggevolar 1'impresa, poiche io fortemente temeva che la corte di 
Roma avrebbe fatto ogni sforzo d'impedirmelo, e tentato ogni mez- 
zo col conte di Santo Stefano di far riuscir vana ogni opera, che 
per me si tentasse o nell'una o nell'altra Corte. Promise di farlo, e 
che io fossi stato in cio fermo e di buon ammo, poiche" le cose s'e- 
rano incamminate in guisa ch'egli ne sperava prosperi successi. 
Ed in questo erasene gia passato il mese di dicembre, ed entrati 
gia per piu settimane nel nuovo anno 1735. 



CAPITOLO DECIMO 
Anno 1735. Venezia, Modena e Milano. 

Proseguiva intanto la mia dimora a Venezia, sofferendo come 
poteva il meglio la rigidezza di queirorrido inverno, in paese ove 
non si badava di scacciar il freddo, se non con pelliccie e fascetti 
efimeri ne' camini, non gia con fuoco stabile o stufe, sicom'era io 
awezzo di fare a Vienna, dove, ancorche sotto cielo piu aspro, si 
era pensato efficacemente di scacciarlo affatto: sicche mi riusciva 
piu incommoda e noiosa la dimora, ed aspettava con impazienza 
rimminente primavera, cosi perche i tempi si raddolcissero, come 
perche mi lusingava di poter ricever riscontri di mio sollievo o da 
Madrid o da Sicilia. 

Intanto non cessavano nel Carnevale que' gentiluomini di conti- 
nuarmi le grate lor accoglienze, e d'invitarmi sovente a guardare 
dalle lor finestre gli spettacoli che si facevano nella piazza di San 
Marco, owero nelle opere de j lor teatri; e spezialmente da j gentilis- 
simi fratelli Grimani riceveva in ci6 spessi favori ; e se bene io non 
fossi niente inclinato a veder spettacoli, o sentir opere o comedie 
ne* teatri, nulladimanco, per non abusarmi delle lor grazie, faceva 
forza a me medesimo per compiacergli. 

A lungo andare fui awertito, che i Gesuiti fortemente sdegnati 
che la risposta data al Sanfelice 1 correva per le mani di molti e 
ch'era con piacere letta e commendata, mi tendevano insidie, e 
sempre che io capitava nella piazza di San Marco, tenevan ivi 
persone che notassero tutti i miei detti ed andamenti; onde che 
fossi nel parlar cauto e ritenuto: anzi meglio avrei fatto, se me 
n'astenessi; poiche ad ogni mia parola si davano maligne interpre- 
tazioni, e sovente era calunniato di cose da me non pur pensate, 
non che dette. <Seppi dapoi che, oltre i Gesuiti, si era dalla Congre- 
gazione del Santo Ufficio di Roma data premurosa incombenza 
alTInquisitor di Venezia, che invigilasse sopra i miei andamenti e 
s'ingegnasse di farmi reo nel di lui tribunale>. z 

Feci buon uso del consiglio, e di rado mi feci poi ivi vedere e 
qualche mattina, quando il tempo il permetteva, solea trattenermi 

i. la risposta . . . Sanfelice: cioe la Professione di fede. 2. Seppi . . . tri- 
bunate: per questa aggiunta cfr. S. BERTELLI, L'incartamento originate, cit., 
pp. 20-1. 



280 VITA DI PIETRO GIANNONE 

nella libraria del Pitteri 1 mercante di libri, dove alle volte ci tro- 
vava gli abati Conti e Moazzi, o qualche altro gentiluomo, mio 
amico; e passar co* medesimi in eruditi discorsi qualche ora. II 
dopo desinare solea portarmi in casa del Bettoni, ove si trovava il 
Pasqualigo ed altri gentiluomini; e poiche il medesimo avea una 
biblioteca di libri scelti, ed era vago di aver de' nuovi, che uscivano 
alia luce o dalla Francia, Ollanda o da Inghilterra, regolarmente si 
discorreva o sopra le nuove opere che si eran date alle stampe, o 
pure sopra i successi della guerra di Italia, di Polonia, del Reno, 
o del Turco col Persiano. 

Prossimo alia casa del Bettoni era il monastero delle monache 
di San Lorenzo,* dove io avea presa conoscenza con donna Maria 
Riva, 3 gentildonna quanto awenente per le fattezze del corpo, al- 
trettanto ornata di belle doti d'animo e di lettere, mostrando uno 
spirito ed acutezza di pensare superiore al suo sesso. Sovente per 
ci6 andava a riverirla; e poiche I'ambasciador di Francia solea 
spesso andar ivi a visitarla, piu volte occorreva che, incontrandoci, 
non permetteva che io mi partissi, anzi mostrava piacere che io gli 
facessi compagnia, discorrendo sopra varie materie; e dicendomi 
una volta, che avea inteso che la mia Istoria civile s'era tradotta 



i. Forse Francesco Pitteri, libraio e stampatore veneziano, primo editore 
del Goldoni (cfr. C. GOLDONI, Memorie, a cura di G. Mazzoni, Firenze 
1907, ii, pp. 366-7; e vedi anche in H. F. BROWN, The Venetian Printing 
Press, London 1891, p. 413, che Io registra attivo nel 1728). Ma si ricordi 
che in quegli anni lavorava a Venezia anche Marco (1702-1786), celebre 
incisore e tipografo, sul quale si veda A. RAvA, Marco Pitteri incisore 
veneziano, Firenze, s. a. (ma 1923), e G. A. MOSCHINI, Dell'incisione a 
Venezia, Venezia 1926, ad vocem. 2. monastero . . . Lorenzo: cfr. quanto e 
ricordato, sotto il giorno 20 maggio 1664, in F. PIZZICHI, Viaggioper Valta 
Italia del Ser.mo principe di Toscana poi Granduca Cosimo III, Firenze 
1828, pp. 35-6: e il piu ncco monastero di Venezia, e vi sono sopra 100 
madri tutte gentildonne. Vestono leggiadrissimamente, con abito bianco 
come alia franzese, il busto di bisso a piegoline, e le professe trina nera 
larga tre dita sulle costure di esso ; velo piccolo cinge loro la fronte, sotto 
il quale escono i capelli arricciati, e lindamente accomodati, seno mezzo 
scoperto, e tutto insieme abito piu da ninfe che da monache . 3. donna 
Maria Riva era Tamante delTambasciatore di Francia marchese di Froul- 
lay. Divenuta di dominio pubblico la relazione, prima il Senato veneziano 
viet6 alia Riva di incontrare nel parlatoio del monastero 1'ambasciatore, 
poi la fece trasferire a Ferrara. II PANZINI, p. 81, scrive che era donna di 
molto spirito ed ornata d'una erudizione non volgare, perch s'attirava al 
giomo nel suo monistero la conversazione de' migliori uomini e de' pifc 
distinti personaggi ch'erano in Venezia . 



CAPITOLO DECIMO 281 

in lingua francese, e ch'egli non avea ancora potuto averne da 
Francia un esemplare, gli risposi che non dovea maravigliarsi, poi- 
che' la traduzione non era ancor compita; ma che io avrei scritto 
a Bousquet, mercante di libri in Ginevra, per le cui mani passava 
la stampa, che, se mai si fosse impresso il primo tomo, me lo 
mandasse subito affinche Sua Eccellenza fosse il primo ad averlo. 
Con premura mi raccomand6 di farcelo pervenire, mostrandone 
grandissimo desiderio; onde io scrissi a Bousquet, maraviglian- 
domi di tanta lentezza, ch'erano ormai scorsi quattro anni che io 
1'avea mandate le giunte, le correzioni ed illustrazioni che mi avea 
cercate, col rame del mio ritratto ed il disegno delle medaglie, e 
non si vedea che ancora fosse almanco impresso il primo tomo; 
che, se mai si fosse dato alia stampa, me lo mandasse, avendone 
con gran premura richiesta dairambasciador di Francia residente 
a Venezia, dove io mi trovava, e dove dovesse trasmetterlo. 

II Bousquet mi rispose che non men egli, che quelli della sua 
compagnia si rallegravano che io mi trovava in Venezia, poiche co- 
me piu vicino potessi meglio regolar Pimpressione, e rischiarare i 
traduttori delli dubbi, che alia giornata 1'occorrevano nella tradu- 
zione; li quali, ancorch6 avessero sotto gli occhi la traduzione in- 
glese, non sapevano risolvergli, e che per cio la traduzione non 
era ancor finita; e che essi non volevan cominciar la stampa, se 
non si fosse tutto esattamente compito, pregandomi della mia assi- 
stenza e che non mi rincrescesse, sicome m'avrebbero mandati i 
dubbi, cosi di rischiarargli, afHnche nel tradurre non si commettes- 
sero errori. 1 Da ci6 compresi, che non era cosi presto da vederne 
il fine; sicome dissi alTambasciadore che era d'uopo aspettar piu 
tempo, stante la lentezza non men degli impressori, che delk poca 
perizia de' traduttori delle cose del regno di Napoli. 

Intanto la mia dimora in Venezia avendo acceso di desiderio 
moltissimi di aver la mia opera, ed essendosi resa molto rara, ne 
da' librari di Venezia, n6 da quelli stessi di Napoli potendo spe- 
rarsene alcun essemplare, poiche non ne aveano, invogliarono il 
Pitteri ed il Berardi, che somministrava al Pitteri il denaro per 



i.fl... errori: si veda in Giannoniana, pp. 524-5, la lettera del Bousquet 
del 29 gennaio 1735, con un richiamo a questa, qui ricordata, del 6 novem- 
bre, e che testimonia come il Giannone, sin d'allora, pensasse ad un even- 
tuale suo trasferimento a Ginevra. 



282 VITA DI PIETRO GIANNONE 

mantener la sua stamperia, a volerla ristampare in Venezia; ed 
avendo saputo che la traduzione francese andava in lungo, ed era 
ornata di nuove note e giunte, furon a communicarmi il lor pen- 
siere di ristamparla e richiedermi in cio della mia assistenza e di 
volergli somministrare quanto avessi di nuovo, affinche questa 
ristampa riuscisse migliore non pur della prima stampa fatta in 
Napoli e della traduzione inglese, ma anche della francese, e ch'es- 
si sarebbero stati con me grati ed avrebber corrisposto quanto 
conveniva, secondo che io Tavessi prescritto. 

Gli risposi che se essi daddovero volevan mettersi a questa irn- 
presa, io non solamente Pavrei somministrato quanto mandai a* 
traduttori francesi di nuove giunte e medaglie, ma, di piu aveva 
tanto in mano appartenente a quella Istoria, in continuazione della 
medesima, che avrebbe potuto formarsene un altro tomo; sicch6 
questa nuova ristampa sarebbe assai piu desiderata che la prima 
colla giunta non pur delle note e medaglie riguardanti i quattro 
tomi, ma d'un quinto tomo, fin qui non impresso. Ma che awer- 
tissero che, stando in Venezia esposto a gli occhi di tutti, e spezial- 
mente de* Gesuiti, i quali attentamente spiavano tutti i miei anda- 
menti, se mai cio pervenisse a lor notizia, avrebber frapposti tutti 
gli ostacoli per impedirla, e datane subito parte alia corte di Roma, 
la quale non avrebbe mancato di far Io stesso <ignaro allora d'essersi 
gia data commissione alPInquisitoro e che io, per quel tempo che 
era dimorato in Venezia, avea scorto i Veneziani essere non men 
garruli che curiosi, i quali amano saper piu i fatti di altri che i 
propri; onde, se in ci6 non si serbava un impenetrabil secreto, 
non ne sarebbero venuti mai a capo. 

In oltre che io, per la stampa, non voleva assumermi il peso 
d'impetrarne licenza dal magistrate a chi ci6 si appartiene, ma che 
questo fosse di lor carico ; ben mi esibiva di dare i miei manuscritti 
al rivisore, a chi sarebbe stato commesso di esaminargli, e ci6 che 
forse gli sembrasse di levare, di mutare o di meglio spiegare, 
volentieri avrei fatto, stando sicuro che questo quinto tomo, non 
contenendo cosa che fosse contraria alia nostra religione ed a* 
buoni costumi, e molto meno a' diritti de' principi, le variazioni o 
cangiamenti non potrebber ridursi che a picciole cose, le quali non 
altererebbero la sostanza delFopera. E per ultimo, per ci6 che ri- 
guardava il mio onorario, la mia proposizione era che degli essem- 
plan di questa ristampa fossero miei cento corpi, de' quali mi 



CAPITOLO DECIMO 283 

dovessero pagar il prezzo di cinquanta in denaro, secondo che si 
sarebbero venduti a gli altri, e degli altri cinquanta fosse in loro 
elezione a darmene il prezzo, owero gli essemplari stessi. Questa 
credea che fosse una proposizione discreta e ragionevole, della qua- 
le dovrebbero essere content! e soddisfatti. 

Assai piu il Berardi ed il Pitteri s'invogliarono, sentendo che la 
ristampa, oltre delle giunte a* quattro tomi, veniva accresciuta d'un 
altro tomo, onde piu fervorosaniente instavano di darci principio ; 
e che, in quanto al secreto, a niuno dovea importar tanto che fosse 
impenetrabile, quanto che ad essi, e che di cio mi stessi sicuro; 
per la licenza sarebbe rimaso a lor peso d'impetrarla; e quando non 
avessero potuto ottenere che si ponesse nel frontispizio la data di 
Venezia, tanto gli bastava che si mettesse altra citta d' Italia o di 
Germania; ed intorno al mio onorario, ch'essi erano contend del- 
la proposizione fattale, e che cosi avrebbero adempito con lealta; 
e bisognando stipularne scrittura, volentieri Tavrebbero fatta. Gli 
risposi che attendessero prima a quel che piu importava, d'in- 
camminar 1'affare della licenza; poich6 io intanto avrei comin- 
ciato a rivedere i manuscritti e mettergli in ordine, e che secon- 
do si vedeva la disposizione di potersi ottenere, cosi ci sariamo 
regolati. 

Con questi trattati ed occupazioni eravamo gia entrati nel mese 
di marzo, ed il senator Pisani cominciava a ricordarmi della pro- 
messa, che io Tavea fatta di passare in sua casa nelTimminente 
primavera. Io fin allora non avea perduta affatto la speranza di 
poter ritirarmi a Napoli, per Timpegno che n'avea preso 1'amba- 
sciador di Spagna, ancorche avesse ricevuta risposta dal conte di 
Santo Stefano non molto cortese, scrivendogli che sopra il mio 
memoriale non poteva il re Carlo darci prowidenza, se prima, 
gia che s'era avuto anche ricorso a Madrid, non si ricevessero da 
quella Corte riscontri; ma dapoi, essendosi da Madrid avuto av- 
viso che il re Filippo avea rimessa la prowidenza del mio ricorso 
all' Infante, re di Napoli, al quale si era trasmesso il mio memoriale, 
e che il tutto dipendeva dal conte di Santo Stefano, che disponeva 
di quel giovane principe come le veniva piu in acconcio, non 
men io che Tambasciador istesso cominci6 a dubbitarne, sapendo 
la dipendenza che mostrava colla corte di Roma e la propensione 
del suo animo di compiacerle, e che gli faceva piu forza una let- 
tera d'un cardinale, che tutte le raccomandazioni di qualunque 



284 VITA DI PIETRO GIANNONE 

regio ministro. E se bene <il marchese di Montallegro 1 secretario 
di Stato e guerra dell* Infante don Carlos, <ed il Tanucci secreta- 
rio^ di giustizia, mostrasser tutta Tinclinazione di favorirmi, nulla- 
dimanco da' riscontri che si ebbero di Napoli della total dipendenza 
del conte alia Corte romana; il qual, sicome promo vea ne' magi- 
strati i soggetti raccomandatigli da quella Corte, cosi abbassava 
quelli che non aveano la di lei grazia e favore; non era da sperare 
che il secretario potesse resistere. 

Da cio mosso per prevenire ogni sinistro evento, mi deliberai 
passare in casa del Pisani, al quale ratificando le mie promesse, 
dissi che vi sarei passato verso la fine del mese ; onde avendo fatto 
ripulire il quartiere, andai ad abitarci a' 24 di marzo. Non fu mi- 
nore la compiacenza del Pisani in vedermi in sua casa, che la mia 
vedendo con quanta affezione e piacere mi riceve per suo ospite; 
e tanto piu che le mie stanze erano nel piano superiore, non dando 
ne ricevendo suggezione alcuna: dove feci trasportare le mie scan- 
zie co' libri e tutta quella poca roba che avea; sicch.6 separate da 
tutti poteva attendere a' miei studi; e quando non era da altri in- 
vitato, senza che io soffrissi spesa alcuna di cucina, avea sempre 
pronta ed apparecchiata la sua tavola, alia quale, contro il costume 
degli altri gentiluomini veneziani, soleva spesso invitare altri gen- 
tiluomini suoi amici o persone dotte e letterate. 

Per non abusarmi di tanta cortesia e non incommodar alcuno 
della sua servitu, avendo bisogno di chi avesse cura di me e delle 
mie poche cose, mi risolsi di far venire da Napoli quel mio figliuolo, 
che io faceva ivi istruire, del quale, trovandosi g& adulto di circa 
venti anni, e che in Napoli erasi alquanto esercitato nella gramma- 
tica e nelTarte di ben scrivere, poteva valermi non solo ne' miei 
studi, ma anche in ci6 che fosse necessario per altri miei bisogni; 
tanto maggiormente che essendo solo ed abitando in camere sepa- 
rate e lontane dalla famiglia del Pisani, avea preciso bisogno di 
persona che mi tenesse compagnia, per qualunque accidente che 

i. il marchese di Montallegre: Jos6 Joaquin de Montealegre, marchese, 
poi duca di Salas, segretario di Stato e guerra di Carlo III, dopo il licen- 
ziamento del Santisteban divise col Tanucci il potere a Corte. Venne 
cpngedato nel 1746. 2. Bernardo Tanucci (1698-1783), professore di di- 
ritto all'Universita di Pisa, divenne consigliere di Carlo III, suo ministro 
di giustizia, degli affari esteri e della casa reale. Salito Carlo sul trono di 
Spagna, ne divenne la longa manus nel regno di Napoli, in qualita di 
membro del consiglio di reggenza. 



CAPITOLO DECIMO 285 

potesse occorrermi. Scrissi per cio in Napoli al rnio amico Mela 
che con opportuna commodita lo mandasse, con awertire al gio- 
vane di non iscoprire che fosse mio figliuolo ; sicome io avea pre- 
venuto col Pisani che, avendo bisogno d'un giovane per mia assi- 
stenza e volendo essere discrete di non incommodar le genti di 
sua famiglia, facea venirlo da Napoli, senza per6 che dovesse por- 
tarli alcuna spesa; ed il Pisani, colla medesima affezione e cordialita, 
mi rispose ch'era suo piacere quanto fosse per piacermi, e che avessi 
disposto come meglio riputava, per mio sollievo e comodo. 

Giunse il giovane a Venezia verso la fine d'aprile; 1 e riuscendomi 
a proposito a* miei bisogni, proseguiva k mia dimora con maggior 
aggio, avendo propria persona che mi assistesse. Ma nel tempo 
stesso dovea pensare che, se bene sparamiava la spesa della tavola 
e delle stanze, con tutto ci6 bisognava far altre spese d'abiti per 
me e pel giovane, e per altri bisogni che alia giornata occorrono; 
e de' denari, che io avea esatti dal Banco di Vienna, era gran parte 
consumata per viaggi ed altre spese, e sopra tutto, per sette mesi 
che io a mio costo era dimorato a Venezia; ne* mi eran rimasi 
che cento ungheri; sicche a lungo andare questi finiti, non era 
altronde da sperar soccorso, non volendo abusarmi della cortesia 
del Pisani, il quale ben sapeva che non poteva per me far di van- 
taggio, essendo quanto d'animo benefico e magnanimo, altrettanto 
non proweduto abbastanza di beni di fortuna; e non mancarono 
degl'invidi, i quali, sicome biasimarono il Pisani, che sopra le sue 
forze aveasi adossato questo peso, cosi procuravano farmi sapere 
che io era appoggiato ad una colonna ruinosa e frale, e che debil 
sostegno avrei potuto sperar e da un povero gentiluomo. A' quali 
rispondeva che non mi era ci6 ignoto, ma che io, considerando che 
poteva il Pisani giovarmi, senza che gli accrescessi spesa, volen- 
tieri avea abbracciata Tofferta; poich6 per quel che riguardava 
la tavok Tistesso Pisani mi diceva, ed io 1'aveva gia osservato, che 
la spesa sarebbe stata la stessa, scorgendo che io per cibo mi con- 
tentava quanto bastasse a supplire la natural indigenza, che non 
bevea vino, e non cenava la sera; ed intorno all'abitazione niente 
a lui si scemava, tenendo v6te quelle camere, n i gentiluomini 
veneziani sogliono affittar ad altri stanze del proprio palazzo, dove 
essi abitano: sicch6 non doveano costoro mostrar zelo e del mio 

i. Giunse . . . aprile: cfr. 1'autobiografia di Giovanni, in Giannoniana, p. 188. 



286 VITA DI PIETRO GIANNONE 

sostegno e delPeconomia del Pisani, ne essere tanto curiosi e cen- 
sori degli altnii fatti. 

Ciocche maggiormente mi angustiava era che, con tutto questo 
aiuto, non poteva tirar molto in lungo la dimora, senz'altro soc- 
corso ; ne* da Napoli da mio fratello era da sperarlo ; anzi dal mede- 
simo sperimentai, in questo mio infelice stato, le piu estreme ed 
inudite crudelta; poiche, istantemente ricercato da molti, che non 
potendo aver da' Hbrari la mia Istoria, procurassi fame io venir da 
Napoli piu essemplari, ch'essi 1'avrebber comprati a qualunque 
prezzo, scrissi a mio fratello che, per la strada di Mandredonia, 1 
di quelli che 1'eran rimasi ne mandasse quanti piu potesse, poiche 
in Venezia Pavrei venduti il doppio ch'egli vendeva in Napoli, che 
cosi, almanco, poteva riparare a j miei bisogni ; ed egli, con inudita 
sfacciataggine, mi rispose che, se io li voleva, mandassi denari, 
perch' egli que* che avea Pavea impegnati; onde mi fu d'uopo 
acremente replicargli e scrivere a gli amici che Io persuadessero a 
mandarmigli, poich6 altrimenti 1'avrei rivocata la procura e man- 
datala ad altri; e con molti stenti e dura forza appena potei averne 
dieci essemplari, i quali mi furono opportuni; poiche", avendone 
donati due corpi al Pisani (e poi mi convenne donarne un altro a 
Benedetto Pisani, suo figlio), un altro airambasciador di Spagna, 
i rimasi vendutili, di volta in volta, per sei zecchini il corpo, il 
prezzo de' medesimi mi aiut6 che potessi supplire all'altre mie 
spese che mi bisognavano, senza toccare quel poco denaro che 
m'era rimaso di Vienna. 

Mentre nel meglio che io poteva tirava innanzi la mia dimora 
in Venezia, lusingandomi che cessato il rigore delTinverno dovessi 
almanco nella primavera ristabilirmi in perfetta salute, sperimentai 
il contrario, poiche le continue nebbie, e sovente le dirotte piogge 
mi rendevano noiosa la dimora, non men di quello che aveami 
cagionato il passato inverno ; ed ancorch6 fra questo tempo io avessi 
avuta la sorte di trovarmi nelle piu solenni funzioni e nelle maggiori 
celebrita e spettacoli, che sogliono accadere a Venezia, sicome per 
la morte del doge Ruzini 2 di veder i pomposi funerali che gli furon 



i. Mandredonia: Manfredonia. 2. per la . . . Ruzini\ Carlo di Marco Ruz- 
zini fu doge di Venezia per soli tre anni, dal 1732 al 5 gennaio 1735, gior- 
no della sua morte. Era nato nel 1653 ed era stato uno dei pifr attivi diplo- 
matici della repubblica, partecipando, tra 1'altro, alle conferenze di Passa- 
rowitz e di Utrecht. 



CAPITOLO DECIMO 287 

celebrati; di trovarmi nell'elezione del nuovo doge Pisani e nelle 
feste della di lui intronizazione ; sicome, dopo morto il Patriarca 
di vedere il magnifico ingresso del nuovo rifatto, 1 de' nuovi Pro- 
curatori di San Marco 3 ed altri pomposi apparati e feste, le quali 
avrebbero dovuto, se non rallegrarmi, almanco togliermi da quella 
malinconia e tetraggine nella quale era caduto; con tutto cio, nel 
tempo stesso che per 1'invito di que* gentiluomini (i quali, con 
molta cortesia procuravano che io le vedessi tutte con ogni com- 
modita ed aggio), mi era apparecchiato d'andar, nel di dell'Ascen- 
sione, che in questo anno accadde a' 19 di maggio, a veder la 
festa del Bucentoro, ecco che gravemente mi ammalai con febre 
terzana, della quale i medici per la mia gracile complessione ed 
avanzata eta, facevan qualche conto, sicche pensarono valersi del- 
la china-china per liberarmene; ma quantunque fossi risanato, poi- 
ch per dura necessita, n6 poteva secondo il mio istituto goder della 
campagna, ne continuare i miei mattutini esercizi, non m'intesi 
mai perfettamente sano e valido; e continuando la stagione sem- 
pre varia e piovosa, ancorche si fosse ne j principi di esta, non 
passarono quattro o cinque settimane che non ricadessi di nuovo, 
e la febre, piu vigorosa che prima, mi tolse tutte le forze riducen- 
domi in istato peggiore. I medici tornarono all'uso della china- 
china, la qual mi tolse la febre, ma non gia la languidezza. II Pisani, 
con molta affezione e cordialita, non mancava d'assistenza; ma io 
gli diceva che non sarei mai ristabilito, se non uscito da quelle 
lacune mi fossi veduto in campagna; onde Io pregava d'affrettare 
la sua villeggiatura di Rovere di Cre, dov'egli soleva condursi, 
ch6 questa sarebbe stata per me la piu efficace medicina; ma gli 
affari suoi domestic!, ancorche fossimo verso la fine di giugno, 
non glielo permettevano, dicendomi che presto sperava di svilup- 
parsene e subbito per cola partire. 

Sopra queste mie afflizioni si aggiunse la notizia datami dalTam- 



i. morto . . . rifatto: Francesco Antonio Correr (1676-1741) successe a Mar- 
co Gradenigo, spentosi il 14 dicembre 1734. 2. Procuratori di San Mar- 
co: una delle piu antiche e importanti magistrature veneziane. Sorta sin 
dal IX secolo come sovrintendenza airamministrazione della basilica 
(donde il nome), questa magistratura aveva finite per allargarsi da uno a 
nove membri, estendendo la propria competenza all'amministrazione delle 
entrate di tutto Io Stato e alia sorveglianza sulla tutela e sulTesecuzione 
dei testamenti. Aveva i suoi uffici nei due splendidi palazzi prospicienti 
la piazza San Marco (le procuratie vecchie e le procuratie nuove ). 



288 VITA DI PIETRO GIANNONE 

basciador di Spagna, che il conte di Santo Stefano Tavea scritto 
che non pensassi di tornar piu in Napoli, e che tale fosse la prov- 
videnza che la Maesta del re Carlo avea dato al mio memoriale, 
rimessogli di Spagna. 1 II sentimento che n'ebbe Pambasciadore in 
dirmelo, mi fece comprendere ch'egli ne avesse avuta somma di- 
spiacenza; onde non mancai di renderle molte grazie degli uffici 
per me fin qui passati, e che io n'incolpava il mio duro destino, 
che per tutti i lati non mancava di perseguitarmi ; che io gia da Na- 
poli avea riscontri di non doverne aspettare altra risposta che que- 
sta, per la total soggezione e dipendenza che il conte non pur avea 
colla corte di Roma, ma ostentava con tutti d'averla e ne facea 
pompa; anzi, che ritirato il principe della Torella in Napoli, aven- 
dogli scritto che intercedesse per me presso quel primo ministro, 
non mi fece degno nemmeno di sua risposta; e poi si seppe che il 
conte si preggiava che, con tutti gPimpegni che s'erano usati di 
farmi tornar in Napoli, non ne avea voluto far niente; e che di 
questa sua costanza ne avea data parte in Roma; e non pote con- 
tenersi di dirlo al vicario di Napoli perch6 Io communicasse al 
nuovo arcivescovo Spinelli, 2 rifatto in luogo del defonto Pignatelli, 
sicome venendogli opportunita non mancava di dirlo a quanti gli 
venivan davanti, mostrando compiacenza d'aver in ci6 ben servito 
al papa ed alia sua Corte. 

E pure tanta animosita non meritava la mia moderazione, usata 
nel quarto tomo della mia Istoria, in descrivere il governo del conte 
di Santo Stefano suo padre, che fece in Napoli quando negli ultimi 
anni del re Carlo II vi fu vicere". 3 Io m'astenni di favellar della fa- 
volosa genealogia tessuta dal Vidania della famiglia Benavides; 4 
tacqui le mormorazioni che s'intesero per Napoli, quando non 



i . la notizia . . . Spagna : cfr. Giannoniana, pp. 42 e 406. 2. Giuseppe Spinelli 
(1694-1763), napoletano, gia nunzio in Fiandra e arcivescovo di Corinto, 
chiamato in Curia nel 1731, subentro tre anni dopo a Francesco Pignatelli 
nelTarchidiocesi napoletana e fu creato cardinale di 11 a poco, nel gennaio 
1735. A lui si deve, al tempo della sua nunziatura, la cacciata del Van Espen 
dalTUniversita di Lovanio, episodio al quale si interess6 direttamente il 
Giannone (cfr. Giannoniana, pp. 131, 226 e 228). 3. nel . . . vicere': cfr. 
Istoria civile, tomo iv, lib. XL, cap. u, pp. 472-6. 4. genealogia . . . Bena- 
vides: cfr. Al Rey Nuestro Senor Don Francisco de Benavides . . . Representa 
los servicios heredados y proprios y los de stis hijos Don Diego . . . y Don 
Luis . . . y la Antiguedad y Cahdad de su Casa y y de las incorporadas en ella, 
Napoles 1696, opera del cappellano maggiore e prefetto alPUniversita di 
Napoli Diego Vincente De Vidania (1650-1731). 



CAPITOLO DECIMO 289 

curando il pubblico danno, per proprio utile altero la seconda 
volta il valore della nuova moneta, e 1'altre maniere praticate per 
istraricchire. Tanto e miserabile ed infelice la condizione degH 
scrittori de' di nostri, che non gli basta, per isfuggire Podio e la 
malevolenza, di tacere i vizi, ma si pretende che con isfacciate 
adulazioni i difetti stessi si abbiano a trasformare in virtu, ed 
encomiargli ed avergli per sommi preggi, degni di lode e di corn- 
mendazione. <Conobbi per proprio esperimento essere vero ci6 
che Plinio il Giovane, rispondendo a Capitone che lo consigliava 
a scriver istoria, gli scrisse nella sua epistola ottava del quinto libro, 
che cio a' suoi tempi era cosa molto pericolosa, poiche, e' gli di- 
ceva: si laudaveris, parcus; si culpaveris, nimius foisse dicaris, 
quamvis illud plenissime, hoc restrictissime feceris>. 1 

Ricevuta dall'ambasciadore questa risposta, nel licenziarmi gli 
dissi che non imputasse a mia poca urbanita o a disdegno, se nel- 
Tawenire non mi vedesse porre piu piede nel suo palazzo; poiche 
essendo passato ad abitare nella casa del senator Pisani, ancorche 
come suo ospite e non a' suoi stipendi non fossi compreso nelle 
scrupolose leggi di quella repubblica, che proibisce a' nobili ogni 
commercio con gli ambasciadori, nulladimanco stando io esposto 
alia malevolenza de' Gesuiti e degli altri satelliti della corte di 
Roma, non voleva dargli rninimo pretesto di calunniarmi; che io 
quella sola volta, doppo questo passaggio, ci era venuto, costretto 
dalla necessita di sapere Pultima risoluzione che erasi presa in 
Napoli del mio ritorno. Lo stesso praticai colTambasciador di 
Francia, il quale, se bene piu volte incontrandoci nel monastero 
di San Lorenzo m'invitasse seco a pranzo, con vari pretesti me ne 
scusava; e dolendosi sovente di questa mia, che egli credea repu- 
gnanza, pregai il principe Trivulzi che le manifestasse la vera ca- 
gione, e non m'avesse per si poco riconoscente delle benignissime 
sue offerte, che io riputava per me somme grazie ed onori. 

Vedutomi adunque affatto escluso dal ritorno in Napoli, pensai 
accomodarmi come poteva il meglio al soggiorno di Venezia. N6 
era da pensare al ritorno in Vienna, poiche non sol durava la ca- 
gione che mi oblig6 a partire, ma secondo i riscontri che avea 
dagli amici cola lasciati, le miserie vieppiu crescevano, senza spe- 



i. . . .feceris*: cfr. v, vin, 13 (la lode sembrei insufficiente, la ripren- 
sione eccessiva, pur se quella sark pienissima, e questa moderata ). 

19 



VITA DI PIETRO GIANNONE 

ranza di dover aver presto fine; anzi invidiavano la mia sorte d'es- 
sermene sottratto e d'aver trovato in Venezia ricovero. 

Essendo in queste angustie, non poco mi sollev6 il Pitteri, il 
qual, tutto allegro, venne a trovarmi e mi disse che i riformatori, 
magistrate che soprasta alle stampe, di buona voglia aveano ricc- 
vuto il memoriale datogli per la ristampa della mia Istoria coll'ag- 
giunta del quinto tomo, la quale avrebbe maggiormente rialzate le 
stamperie di Venezia, e fatto che piii denaro per questa via en- 
trasse nella citta; e che per facilitarla avean commessa la rivisione 
al padre teologo della Repubblica, servita, 1 il quale se in queste 
nuove aggiunte e quinto tomo non trovasse cosa che offendesse la 
religione ed i diritti de' principi, o fosse contro i buoni costumi, 
ne avesse fatto ad essi relazione anche a voce, che tanto gli bastava, 
perche volentieri Pavrebber data licenza; e che per isfuggire ogni 
briga con Roma, tanto si sarebber contentati, che la ristampa appa- 
risse sotto nome di altra citta. E ch'egli avea gia parlato col padre 
teologo, il quale aspettava i miei manuscritti per leggergli, e che 
F avrebbe presto sbrigati; onde mi sollecitava che io glieli dessi, 
per portarceli e non doversi perder tempo. 

Non mancai di subito consignarceli, e se bene non fosser tutti 
posti in ordine, nulladimanco, poich6 tanto, doppo avergli letti, 
cio poteva farsi, non volli frapporre minimo impedimento, inca- 
ricando al Pitteri, ora piu che mai, di serbar il secreto, che fu 
difficile poterlo ottener da* Veneziani; e che dicesse al padre teo- 
logo che, doppo avergli letti, sarei stato da lui per conferire insie- 
me di ci6 che forse avrebbe stimato di togliere, mutare, o in altra 
guisa esporre ed emendare. I manuscritti furono le note, corezioni 
e nuove giunte, colle medaglie che doveano collocarsi ne' loro 
luoghi, in ciaschedun libro de' quattro tomi. Seguivano gli altri, 
che componevano il quinto tomo, con le varie critiche ed apologie 
per difesa ed illustrazione dell'opera, ed altre dissertazioni e trattati 
appartenenti alia medesima. 

Respirai alquanto, vedendo che col guadagno che io avrei ritrat- 
to da questa ristampa avrei potuto tirar avanti per piti anni la mia 
dimora a Venezia ed intanto, da sicura parte essere spettatore de' 
successi delk guerra, e vedere a lungo andare dove andassero a 
terminare le cose d'ltalia. Quello che mi rimaneva da ristaurare 

i. padre . . . servita: Paolo Celotti. 



CAPITOLO DECIMO 291 

era la mia salute, che tuttavia ruinava, onde facendo sentire al 
Pisani che io non ci trovava altro rimedio, che andarmene in Me- 
stri 1 o in qualche altra vicina campagna, se piu dovea differirsi la 
villeggiatura di Rovere di Cre, egli I'affrett6 il meglio che pot6; e 
finalmente, non prima che a' 6 di luglio, per acqua si parti per 
Rovigo ; dove giunti, cominciai a migliorare e ristabilirmi alquanto 
col mattutino esercizio, in riandando per quelle campagne. 

Ma misero! Mentr'io cosi credea aver riparato alquanto alle mie 
sciagure, non sapeva che altre insidie ed altri mali peggiori mi si 
apparecchiavano in Venezia da' Gesuiti e dalla corte di Roma, la 
quale, non soddisfatta di avermi escluso da Napoli, vedendo che in 
Venezia io era in tanta stima e si ben veduto, e che la mia Istoria 
era cotanto ricercata e commendata, anzi che si trattava d'una nuo- 
va ristampa accresciuta d'un altro tomo: pens6 adoperare le solite 
arti maligne, per mezzo de* Gesuiti, <del nunzio Oddi z e delTIn- 
quisitore> ; sicche io pur da quella citta fossi escluso, e con ci6 inter- 
rompere ogni trattato di ristampa ed ogni altro mio vantaggio, che 
io avrei potuto sperare dimorando a Venezia. I Gesuiti, fortemente 
sdegnati che, avendone essi medesimi data occasione, la risposta 
al Sanfelice, dove si manifestava la lor perversa morale, erasi di- 
volgata in Venezia e letta con piacere da tutti, con fervore ne pre- 
sero Timpresa; e non tralasciavono da per tutto tendermi insidie, 
detraendo la mia fama presso i di loro penitenti, descrivendomi 
per un eretico e miscredente. 

Chi avrebbe creduto che i Gesuiti, scacciati sotto Paolo V da 
Venezia, come sediziosi e perturbatori della Repubblica, i quali 
anche doppo scacciati tentarono nelle citta fmitime dello Stato, 
come lontane dalla metropoli, nuove sedizioni e tumulti, tornati 
dapoi in Venezia sotto Alessandro VII 3 fossero stati non pur rein- 
tegrati nello stato primiero, ma dovessero acquistare ivi maggiori 
ricchezze, autorita e credito ? Tutto devono alia lor morale ed allo 
scadimento di quella Repubblica, la quale sempre piu precipitando 
nella dissolutezza e ne* vizi trovo chi, con false dottrine e rilasciate 



i. Mestri: Mestre. 2. lacopo Oddi (1679-1770), vescovo di Laodicea, 
nunzio a Venezia dal 1735 al 1739, divenne cardinale nel 1743. 3. i Ge- 
suiti . . . VII: la Compagnia di Gesii, bandita al tempo dell'interdetto nel 
1608 sotto il pontificate di Paolo V (155 2- 1621), venne riammessa solo nel 
1657, quando era papa Alessandro VII (1599-1667). I passi che seguono 
riprendono I'invettiva del Ragguagho (cfr. qui, a pp. 538 sg.). 



392 VITA DI PIETRO GIANNONE 

massime di morale, accelerasse il corso, ed a chi correva alFingiu 
aggiungesse stimoli di sproni phi acuti e pungenti. 

Ne" puo dubitarsi che la morale che insegnano i Gesuiti a Vene- 
zia abbia date 1'ultime pruove della sua perfezione; poiche a' loro 
divoti e penitent! tutto lece ed e permesso: quindi, negli arteggiani 
tante frodi ed inganni; quindi, ne' traffichi tanto dolo; quindi, ne' 
curiali tanta vafrizie 1 e prevaricazione, e ne' magistrati tanta coru- 
zione e sordidezza; quindi, ne* lupanari tanta frequenza, sporcizie 
e sfacciataggine; ne' giochi tanta assiduita e licenza; ma ci6 che sor- 
prende e rende gli uomini stupefatti e il vedere ch'essi sono i con- 
fessori e direttori di coscienza della maggior parte della nobilta, ed 
uno stesso sara il confessore della dama e del gentiluomo, cioe 
della putta e del drudo; poiche gia corre ivi per nuova moda ed 
usanza che a vicenda si cambino le mogli e si mescolino le stirpi 
e le schiatte. II gesuita confessa 1'uno e 1'altra ed assolve tutti due, 
e sovente si vedono accostarsi alTaltare 1'amico e 1'amica a cibarsi 
delTOstia sacrata, e cosi credon aver con Dio saldato ogni conto, 
e cominciar poi a metter nuove partite e calcular nuovi conti, es- 
sendo pronto il computista per appianarli tutti 1 

Or questi zelanti della salute delle nostre anime, <coll'Inquisi- 
tore> avea io per ispettori de' miei andamenti e costumi: curiosi 
di sapere se io ascoltava o no ne* di festivi messa, e se aveva adcm- 
pito al precetto pasquale; e trovando che io non pur ne' di festivi, 
ma sovente anche in quelli di lavoro 1' ascoltava regolarmente nella 
chiesa di San Salvatore, e che nella mia parocchia di Sant'Angelo, 
prossima alia casa del Pisani, aveva adempito al precetto pasquale 
il Giovedi Santo, che in quest' anno cadea a' 7 di aprile, comincia- 
rono a calunniarmi: che io ne* miei discorsi dava indizio di non 
sentir bene de' santi e loro particolari divozioni, e che 1'ascoltar 
messa ed aver adempito al precetto erano tutte mie apparenze e 
finzioni. 

Era partito da Venezia il nunzio Piazza, 2 della primaria nobilta 
milanese, savio e discrete prelate, al qual niente piacevano le ip- 
pocrisie, ed in suo luogo fu rifatto un altro nunzio, <monsignor 
Oddi>, d'umor contrario, solenne picchiapetto e spigolistra, 3 il 

i. vafrizie: astuzia (latinismo). 2. il nunzio Piazza: il Giannone dev'es- 
sere incorso in un errore. II predecessore dell'Oddi fu in realta Gaetano 
Carlo Stampa (1678-1743) : nel 1717 vescovo di Calcedonia, fu nunzio pri- 
ma alia corte di Toscana, poi a Venezia fino al 1735. Nel 1737 arcivescovo 
di Milano, cardinale nel 1739. 3- spigolistra: bacchettone. 



CAPITOLO DECIMO 293 

quale volentieri unitosi co' Gesuiti <e colPInquisitore>, cautamen- 
te gli dava fomento e coraggio di proseguire nelTimpresa. 

Nel mio soggiorno in villa a Rovere di Cre era ignaro di tutto 
ci6, ma poi tomato in citta nella fine di luglio, trovai tante novita, 
ed infra Paltre mi fu riferito dagli amici, che i Gesuiti andavan 
spargendo che in Venezia s'era scoverta una gran turba di gentiluo- 
mini, nella quale erano eziandio alcune gentildonne, ed anche de* 
religiosi e cittadini al numero di ottanta, li quali deridevano nelie 
loro conversazioni le tante confratanze 1 de' secolari ch' erano in 
Venezia, e le particolari devozioni a* loro santi; che non osserva- 
vano i digiuni, ed alcuni non si astenevano di mangiar carne nel 
venerdi e sabato; che i tanti miracoli che si raccontavano erano 
imposture de' frati, sicom'erasi gia scoverto che la lingua rubi- 
conda e fresca di sant' Antonio, che si mostrava in Padoa da que' 
Franciscani, non era di carne, ma di legno dipinto a color di 
carne; che Podor di rose, che dava Parca ov'era il deposito del 
santo, veniva da* profumi che i frati, industriosamente vi replica- 
vano, per ingannar la semplice e divota moltitudine; e che, per 
questi e simili scandalosi discorsi, davano indizio che non ben sen- 
tissero della nostra Santa Fede; onde il Nunzio ed il Patriarca, per 
non far maggiormente difiondere il male, erano tutti intesi per 
estirparlo, e che gia dal tribunal delTInquisizione di Venezia si 
fabbricavan processi sopra varie persone indiziate; ne si astene- 
vano di additare fino i loro nomi, con le piu minute circostanze de j 
loro pretesi delicti, e che fra breve se ne sarebbe veduto condegno 
ed esemplar castigo. 

Queste voci, con tanta pubblicita da per tutto sparse, 3 mi fecero 
entrar in sospetto non fosse una gabala tessuta per me solo, ripu- 
tando inverosimile che un tribunale come quello dell'Inquisizione, 
che procede con tanta accortezza e con un impenetrabile secreto, 
permettesse che si divolgassero i suoi processi, i nomi de' rei, e 
fino le minute circostanze de' loro delitti. Ne awertii per cio il 
senator Pisani, pregandolo che come patrizio vecchio ed inteso, 
e che avea amicizia co j ministri di quel tribunale e con altri sena- 
tori, i quali potevano indagarne il vero, s'informasse con diligenza 

i. confratanze'. confraternite. 2. Queste . . . sparse: cfr. la lettera dell'agen- 
te piemontese da Venezia al marchese d'Orraea, del 17 settembre i735> ' m 
P. OCCELLA, Pietro Giaimone negli ultimi dodid anrd della sua vita (1736- 
1748), in Curiositd e ricerche di storia subalpina, in, Torino 1879, p. 499, 
in nota. 



294 VITA DI PIETRO GIANNONE 

del fatto, che io lo credeva una favola ed inventata per isgomen- 
tarmi e mettermi in costernazione ; se ben io non temessi, pur che si 
fosse dato luogo alia difesa, d'espormi ad ogni cimento e smentire 
Tindegne imposture; poiche era sicuro, che ne j miei discorsi avuti 
in Venezia non avea pifr detto di quanto era nelle mie opere date 
alle stampe, ch'erano sotto gli occhi del mondo; e sicome fin ora 
avea saputo darne a tutti conto e render ragione, cosi avrei con 
maggior facilita potuto darla a' censori veneziani; ne io era stato 
a Padova, ne sapeva niente di lingua e di profumi. II Pisani ed altri 
senatori suoi amici non mancarono esattamente informarsene, e 
doppo molte ricerche trovarono che fosse una favola, ne che mai 
in quel tribunale si fosse fatto di ci6 motto, n6 posto rigo in carta, 
ma che fossero vane voci, sparse da j Gesuiti ed altri della lor 
farina. 

Parimente pregai il Pisani che fossimo insieme a visitare il pa- 
dre teologo della Repubblica; sicome si and6, per sapere se avea 
letti i miei manuscritti, e se mai in quelli avesse trovata cosa da 
emendare o togliere, che volentieri Pavrei fatto. II padre teologo 
mi rispose ch'egli 1'avea attentamente letti, e che non solo non 
avea trovata cosa che offendesse la nostra Santa Fede o i diritti de* 
principi, ma gli riputava commendabili, per sostenersi con vigore 
e chiarezza le supreme ed alte loro preminenze e regalie: ch'egli 
questa testimonianza ne avrebbe data a' riformatori, e che n'avrebbe 
aggevolata la stampa, perch6 la Repubblica non perdesse Pocca- 
sione di maggiormente arricchire le sue stamperie d'un'opera, che 
sarebbe da tutta Europa ricercata e commendata. Dopo resele le 
dovute grazie, lo pregai che facesse presto e con secretezza, poiche 
vedeva che i Gesuiti troppo invigilavano sopra di me e delle mie 
cose, e che avrebbero colla corte di Roma adoprati tutti gPindegni 
ed insidiosi mezzi per impedirla. 

Non per ci6 mi quetai affatto, poich6 dovunque capitava era 
dimandato a che termine si trovava la ristampa, quando mai po- 
tessero aver la consolazione di leggere il quinto tomo che con 
impazienza era aspettato, che cosa conteneva, e cento di simili im- 
pertinenti dimande. Io ancorch6 rispondessi che non sapeva co- 
s'alcuna e che non m'impacciava piu n6 di stampe n6 di ristampe 
e mi lasciassero in pace, non era creduto affatto; ed i Gesuiti spes- 
so mandavano esploratori al Pitteri ed a* miei amici, per meglio 
accertarsene. Era per ti6 in continue angustie, maledicendo la mia 



CAPITOLO DECIMO 295 

dura sorte, che m'avea ridotto fra gente cotanto curiosa, garrula e 
loquace, in mezzo alia quale pareami impossible che potesse ve- 
nirsi a capo di qualunque cosa che si tentasse, dove il segreto ed 
il silenzio fosser necessari; e tanto piii a me, che stava esposto a 
gli occhi di tanti invidi e maledici. 

Procurava di sfuggir sempre tali discorsi, e m'ingegnava di non 
farmi vedere cosi spesso nella piazza di San Marco, frequentando 
il giorno la casa del Bettoni, dove trovava il Pasqualigo, il quale 
solea con la sua gondola, doppo avere spasseggiato 1 il Canal Gran- 
de ed osservati gli ampi edifici della sua riva, condurmi la sera in 
casa delPawocato Terzi, 2 non molto lontana da quella del Pisani. 
Ivi trovava alquanti eruditi gentiluomini, e sovente F abate Conti, 
co* quali fino alle tre della notte 3 soleva trattenermi; e poi, con un 
servitore del Pisani che veniva a prendermi col lume, mi ritirava 
a casa; e cosi proseguendo, eravamo gia entrati ne' principi del 
mese di settembre. 

II giorno 13 di questo mese, martedi, giorno per me sempre 
memorando, ebbi la mattina una lunga visita dal senatore Antonio 
Cornaro, 4 col quale fin ad ora di pranzo tenni lunghi discorsi so- 
pra varie materie istoriche e filosofiche. II dopo desinare, secondo 
il solito, mi portai in casa del Bettoni, dove trattenutomi alquanto 
con que* gentiluomini soliti ivi a ragunarsi, dal Pasqualigo in sua 
gondola fui condotto al solito spasseggio del Canal Grande; e fat- 
tasi sera, lo pregai che mi conducesse in casa dell'awocato TerzL 
Trovai ivi la solita radunanza di gentiluomini, alia quale poco dapoi 
sopragiunse Tab ate Conti: sonate le tre della notte, ciascuno prese 
la via di ritirarsi a sua casa, chi per acqua, chi per terra; quella 
notte I' abate Conti, calandocene insieme secondo che portava il 
discorso cominciato, non si stacc6 da me per lungo tratto di cam- 
mino, awiandosi meco e tenendomi compagnia per tutto il campo 
di Santo Stefano; quando poi si prese il vicolo stretto, che con- 
duce al ponte avanti il monastero, 5 ci licenziammo insieme, egli 
tornando indietro per condursi in sua casa, io proseguendo oltre 
col servidore del Pisani che portava avanti il lume passai il ponte 6 

i . spasseggiato : percorso lentamente, come a passeggio. 2. Giuseppe Ter- 
zi\ il PANZINI, p. 81, lo chiama conte e awocato di gran fama. 3. tre 
della notte: cioe tre ore dopo il vespro, le ventidue circa. 4. Cornaro: Cor- 
ner. 5. il monastero : degli eremiti agostiniani, che diede il nome al campo. 
6. il ponte : probabilmente il Ponte dei Frati. 



296 VITA DI PIETRO GIANNONE 

e giunsi al campo di Sant'Angelo ; nel volgermi a man sinistra per 
entrare nel palazzo Pisani, che era poco discosto: ecco che da* 
lati m'usciron due uomini innanzi, i quali postomi in mezzo mi 
dissero che io era preso; ed intanto, dando segno co' loro fischi 
a gli altri, mi vidi circondato da gran turba di birri, che in Vene- 
zia chiamano zaffi)), e dicendogli chi io era, e che forse prendevan 
abbaglio, e per uno avesser fatta preda di un altro, mi replicarono 
ch'essi ben mi conoscevano, e che bisognava venire dov'essi mi 
avrebber condotto ; e frettolosamente traversato il campo di San- 
t'Angelo e postomi sul capo un mantello, perche non fossi cono- 
sciuto, mi condusser per que' stretti vicoli, senza sapere dov'io 
fossi, fin che non giungessi nella piazza di San Marco. Se ben di 
notte fossi cosl rapito, nulladimanco non essendo ancor le botteghe 
tutte chiuse, la gente curiosa, secondo che piu s'avanzava di ca- 
mino, piu cresceva, ed accorrendo da tutte le parti maggior nu- 
mero di zaffi, mi vidi in mezzo la piazza di San Marco, circondato 
da un immenso stuolo di vil plebaccia, che quasi empiva tutto 
quello spazio. 

Allora piu cose si rawolgevano per la mia mente, fra Paltre 
pensando che finalmente la corte di Roma ed i Gesuiti eran venuti 
a capo delle loro gabale ed insidie, dalle quali era difficile di po- 
terne un uomo onesto scampare, ed a quali duri strazi ed altro 
infelice fine sarei stato io riserbato. Consider ava quanto instabili e 
volubili fossero le umane vicende e quanto folle era colui che in 
lor poneva speranza: quella stessa piazza, dove sovente circondato 
dalla primaria nobilta, a gara senatori ed altri gentiluomini con- 
correvan in rendermi onore e cortesia, la vedeva cambiata in uno 
sconcio e rozzo teatro, dove in mezzo alia vile e succida 1 plebe era 
miserando spettacolo della loro compassione, e forse anche delli 
loro scherni e derisione. Avendo io per6 preparato Tanimo ad 
ogni sinistro caso, seguitava i miei rattori 3 ove mi traevano, per 
vederne il successo. 

Mi condussero nelle stanze del Misser grande (che cosi chia- 
mano in Venezia il Bargello Maggiore) 3 il quale abitava alle Pro- 

i. succida: sudicia. 2. rattori: rapitori. Tutto 1'incartamento deirarresto, 
gia pubblicato dal Pierantoni in appendice alia sua edizione del Rag- 
guaglio^ e ora in Giannoniana, pp. 370 sgg. 3. Misser . . . Maggiore: rico- 
priva Pufficio, in quegli anni, Sebastiano Bonapace, del quale ci sono 
pervenute le relazioni dei pedinamentt predisposti e dell'arresto (cfr. in 
mi. loc. cit.). 



CAPITOLO DECIMO 397 

curatie Vecchie di San Marco. Questi, in vedermi, mi disse che io 
non mi sgomentassi, poiche* non era stato preso per condurmi in 
carcere, ma per ordine degl* Inquisitori di Stato, i quali volevano 
che io tosto uscissi da Venezia e da' suoi domini, fuori de j quali 
sarei stato condotto, e che si mandava ora un fante, 1 che dovea 
accompagnarmi, in casa Pisani perche si facesse consignare tutta 
la mia roba, per meco portarla dovunque uscito da* confini mi 
piacesse andare. A ci6 gli risposi che, per far questo, non ci biso- 
gnavano tanti apparati e tante turbe: bastava a* signori Inquisitori, 
se non per mio riguardo, almanco per rispetto d'un lor senatore in 
casa di chi io dimorava, che mi facessero sentire esser questo lor 
piacere, che sarebbero stati immediatamente ubbiditi, di immanti- 
nente partire ; poiche a me la sola necessita mi costringeva a dimo- 
rar a Venezia, non gia voglia o piacere che n'avessi. Intorno alia 
mia roba, non era si poca che potesse farsene subito fagotto e por- 
tarlo meco ; che io aveva una piccola biblioteca, la quale ben pote- 
va rimanere in casa del Pisani, che sarebbe rimasa in buone mani 
fin a tanto che io, fermato altrove il mio domicilio, non avessi cola 
potuto farla trasportare. Intanto, bastava che si facesse consignare 
il mio forziere, ov'erano alquanti miei denari ed altre robe, per 
supplire a' bisogni del viaggio, poiche il rimanente si avrebbe po- 
tuto mandar doppo. 

Ma mentre io cosi parlava al Misser grande, il fante era gia 
partito per casa Pisani, senza che si fosse dato tempo di dirli che 
cosa dovesse portarmi; n6 frattanto dalla casa Pisani, il quale dal 
suo servidore avea gia saputo il mio arresto, vedeva persona colla 
quale potessi tutto ci6 dire, rimanendo colla speranza che il fante, 
communicando al Pisani la mia sollecita partenza per ordine degli 
Inquisitori di Stato, i quali volevano che mi si fosse data la mia 
roba, il Pisani gli consignasse ci6 che era necessario per un si 
improvise e sollecito viaggio. 

II Misser grande, sicome mi sollev6 in dirmi che questo fosse 
ordine degli Inquisitori di Stato, poich6 era sicuro che la calunnia 
tosto si sarebbe scoverta, non avendo io n per pensiero macchinata 
cos'alcuna contro la Repubblica; cosi mi attrist6, quando poi mi 
soggiunse che P ordine era di condurmi per acqua a' confini dello 
Stato ecclesiastico, in Crespino, villaggio del Ferrarese. Allora co- 

x. un fante: si chiamava Isepo (o Giuseppe) Bartoletti. 



298 VITA DI PIETRO GIANNONE 

minciai a pregarlo che mi portassero in altro confine, o in Triesti, 
o altra parte che non fosse dello Stato del papa, sapendo tutti le 
persecuzioni che m'eran date da quella Corte, e che io non era si- 
euro, capitando in luogo si inimico e sospetto; che ben si sarebbe 
adempito Tor dine degli Inquisitori portandomi altro ve, i quali for- 
se, se avessero a cio awertito, avrebbero prescritto altro confine, 
non credendogli cotanto spietati e barbari, che volessero darmi in 
preda de' miei fieri ed implacabili nemici; ma colui si scusava non 
poter un punto trasgredire gli ordini dati, n6 vi era questo tempo, 
essendo ormai la mezzanotte, di potergli parlare; ingegnandosi di 
persuadermi che non dubitassi di funesto accidente, poich6 in Cre- 
spino avrei trovata pronta comodita di passar presto in altro Stato, 
che non fosse della Chiesa romana. 

Con questa aggitazione io era, aspettando il ritorno del fante 
dalla casa Pisani colla roba per partire. Era questi un vecchio sci- 
munito, il quale giunto che fu dal Pisani, non gli disse altro che 
per ordine degP Inquisitori di Stato gli consignasse tutta la mia 
roba, senza dirgli che io dovea partir subito, e che la roba si cer- 
cava per meco portarla: ciocch6 ben potea dire, poich6 il Misser 
grande 1'avea a me palesato, non gia in secreto, ma in sua pre- 
senza e di quante persone, ch'eran molte, erano nelle sue stanze. 
E pure egli, con mozze parole, non cercava altro che la mia roba ; 
sicchS, come seppi dapoi, pose la casa Pisani in una grandissima 
costernazione, credendo tutti che io per delitto di Stato fossi stato 
preso, e che la roba si cercasse come confiscata. N6 in quella per- 
turbazione cosi il Pisani padre, come suo figlio, ebber tanto d'in- 
dustria o di coraggio, dal fante o da altri, o pure con mandar per- 
sona dal Misser grande, nelle cui stanze io era, d'informarsi 
meglio del successo. Mi ebbero per ci6 per perduto e morto; e 
cercando tutti salvar se stessi, ne mandaron tosto di casa quel gio- 
vane mio figliuolo, occultando il meglio che potevano le mie scrit- 
ture e robe; ed insistendo il fante che gli si fosse consignata la mia 
roba, il Pisani finalmente gli disse che non vi era di me in sua 
casa altra roba che libri ed alcune poche cose, ch'egli ce Tavrebbe 
consignati; e portatolo nella stanza ov' erano i miei libri, si co- 
minci6 a levargli dalle scanzie, e fattane piu cumuli da' marinari, 
si trasportarono nella peota che dovea condurmi a Crespino, em- 
pendone la prora e la poppa di quella, alia rinfusa ed a mucchi, 
secondo che li venivano alle mani. 



CAPITOLO DECIMO 299 

Questa era la cagione perche il fante non si vedea mai tornare: 
sicche", doppo averlo aspettato due ore, venne finalmente, e det- 
tomi che tutto era gia stato riposto in barca, affrettb il partire. 
Ed avendogli dimandato se avea ivi riposto il mio forziere, ov'erano 
alquanti miei denari e gli abiti, mi rispose che il Pisani non Pavea 
consignati se non libri, che per esser tanti avea dovuto impiegare 
tutto quel tempo ed i marinari, per trasportarli in barca. E che ho 
da far io de' libri - gli dissi, - che piii tosto mi saranno d'impaccio, 
quando il piu necessario mi mancava? come senza denari poteva 
io partire, e senz'abiti, fuor che di quelli che avea addosso ? Tor- 
nasse a farsi consignar almanco il forziere e dire al Pisani che io 
dovea partire, che ci6 sapendo, non avrebbe mancato di consi- 
gnarcelo subito; ma furono gettate al vento le mie parole e pre- 
ghiere, replicandomi ch'era gia tardi ed a mezzanotte tutti dormi- 
vano, e non poteva difFerir di vantaggio la partenza; ma che biso- 
gnava tosto imbarcarci, per poter arrivare la notte seguente a 
Crespino. Fu dura necessita ubbidirlo ; e posto in barca, verso le 
cinque ore della notte, 1 cosi come fui preso, con que j pochi denari 
ed abiti che mi trovava addosso, si navigo tutta quella notte, in 
compagnia del fante e d'un soldato di guardia e de* marinari che 
guidavano la peota. 

AlPapparir del giorno 14 del mese, non senza lagrime vidi quel 
doloroso spettacolo de* miei libri, con tanta diligenza e spesa da 
me raccolti, gettati di qua e di la per la nave, il numero e disordine 
de' quali mosse anche la compassione del fante istesso, e cominci6 
a conoscer Perrore; sicche Io pregai che, vedendo P impossibility di 
poterli meco condurre per terra, sbarcato che io fossi a Crespino, 
mi facesse la grazia di riportarseli seco e consignarli al Pisani, 
perch6 avrei io dapoi pensato di fargli trasportare altrove; ma neg6 
prima di poterlo fare, persuadendomi che io, piuttosto, gli la- 
sciassi in poter delPoste a Crespino, da dove poi avrei potuto 
fargli trasportare in altro luogo che volessi; ne fu possibile, pro- 
seguendo il cammino di quel giorno, di piegarlo; ma dapoi, la- 
sciate le lacune e navigando incontro Pacque del Po, awicinandoci 
la sera a Crespino, il fatto istesso, ci6 che non avean potuto le 
mie preghiere, Io arrese e convinse; poiche ad un'ora di notte 
giunti nel confine del Ferrarese, si trovfc che Posteria dove dovea 

i. le cinque ore della notte: cioe le cinque dopo il vespro, che corrispondono 
presso a poco alia mezzanotte. 



300 VITA DI PIETRO GIANNONE 

posarmi, essendo Pacque del fiume basse, era molto discosta dalla 
riva, ne* potea la barca condursi fin la, ma per giungervi era d'uopo, 
per terra, far lungo camino a piedi, n6 vi era modo di poter far 
trasportare ivi tanti libri, essendo di notte, ne* per quelle campagne 
si vedea persona: allora il fante, scorgendo P impossibility della 
cosa, si persuase e mi promise che avrebbe seco riportati i libri, e 
restituiti al Pisani; di che io sopra la sua fede rimanessi pur sicuro, 
che avrebbe esattamente adempito quanto prometteva. 

Poi, per ordine degrinquisitori di Stato fattomi sentire che io, 
sotto pena della vita, non facessi piu ritorno a Venezia, ne a* Stati 
di quella Repubblica, mi espose alia riva del Po; e datomi il sol- 
dato di guardia con un marinaro, che mi accompagnassero fine 
alPosteria, si caminb a piedi lungo tratto, per arrivarci; dove non 
si giunse se non passate le due ore di notte. Quivi mi lasciaron solo, 
se non con un garzone delPoste (poich6, essendo Pora tarda, Poste 
e tutti gli altri dormivano), e tornarono in dietro al fante, che Pa- 
spettava in barca. E questo fu il frutto che io trassi dalle tante 
carezze ed accoglienze usatemi in Venezia, sperimentando in mia 
persona qual veramente fosse la fede e lealta veneziana. 

II giovane delPoste si scusava che, essendo tardi, non avea che 
darmi per cena: gli risposi che per questo non si affliggesse; mi 
desse solo un poco di pane ed un bicchier di acqua, e letto per 
ristorarmi dalla stanchezza del cammino dalla barca fin qui. Mi 
offer! vino, ed io dicendogli che non ne bevea, di cio sorpreso mi 
porto del pane e delPacqua; ed intanto dimandandogli se vi era 
commodita di poter la mattina per tempo partire per Modena, mi 
rispose che vi era in quelle campagne un villano, che teneva un 
galesse con due giumente, ma non sapeva se potesse condurmi 
fino a Modena, non facendo viaggi se non ne' luoghi vicini; Io 
pregai che la mattina a buon'ora Io chiamasse e conducesse seco, 
per parlargli, e mi promise di farlo; onde, postomi in letto, passai 
come Dio voile quella notte, aggitato di mente da mille pensieri 
torbidi e funesti. 

Verme Palba, e levato di letto trovai che il giovane avea gia 
awisato il villano, il quale venne da me colPoste; e d&togli il mio 
bisogno si scusava che, non essendo pratico, non poteva condurmi 
se non al Ponte di Lago oscuro, 1 pure nel Ferrarese, dove io avrei 

T P/vf* /# Laeo oscuro : ora Pontelagoscuro. 



CAPITOLO DECIMO 301 

potato prowedermi per Modena d'altra commodita; ma dicendogli 
che non voleva perder tempo in trattenermi per ci6 in altri luoghi, 
lo pregava che quel guadagno, meglio e di piu buona voglia, Pavrei 
a lui dato che a qualunque altro, onde facesse animo che, con 
dimandare, facilmente gli sarebbe mostrata la via che conduce a 
Modena. L'oste era dalla mia parte, e sopragiungendo un altro 
vecchio, pratico de' luoghi, questi 1'incoraggi istruendolo delle 
strade, e che non avrebbe potuto disperderle. 1 Finalmente si con- 
tent6, e datogli quanto pretese, prestamente quella mattina stessa 
de' 15 mi posi in galesse e tirai avanti, e con dimandare a quanti 
per via s'incontravano la strada di Modena: si giunse la sera a 
Cento e la mattina del di seguente, 16 del mese, ad ora di pranzo, 
arrivai a Modena; e posato nell'osteria del Gadi nella parrocchia 
di Sant'Agata, vicino la chiesa di San Domenico, essendo venerdi, 
giorno di posta per Venezia, immantinente scrissi al Pisani ed al 
principe Trivulzi, dandogli awiso del mio arrive a Modena, dove 
pensava trattenermi sconosciuto fin che non potessi risolvermi ad 
altro partito, aspettando intanto con impazienza da essi riscontri, 
per sapere la cagione onde si fossero mossi gPInquisitori di Stato 
di dar un passo si precipitoso e barbaro, e come in Venezia si 
fosse inteso ; e sopra tutto pregai il Pisani che m'awisasse se il f an- 
te avea riportati i miei libri, e se il mio giovane, Paltre mie robe, 
denari e scritture fossero in salvo, e mi mandasse denari, perche 
io non avea se non que* pochi che mi trovai addosso; pregandogli 
a rispondermi in Modena sotto altro nome, 2 che io gli additai, e 
che tenessero a tutti nascosta la mia dimora in quella citta. 

Non prima de' 29 di questo mese ebbi risposta dal Pisani, il 
quale mi awisava che, se bene quella notte che fui preso, non sa- 
pendo che di me e di loro si facessero gPInquisitori, la sua casa 
fosse tutta costernata e piena di spavento, nulladimanco la mattina 
si seppe subbito per tutta Venezia la mia partita, onde tutti di 
sua casa respirarono alquanto, ed egli fece richiamare il mio gio- 
vane in sua casa; e tanto maggiormente si calmarono, perch6 si 
divolg6 la cagione o '1 pretesto che allegavano gPInquisitori: la 
quale non era altra, se non perch6 io, dimorando in casa d'un sena- 
tor veneto, frequentava spesso la casa delPambasciador di Spagna 

i. disperderle: smarrirle. 2. sotto altro nome: Giannone scelse il nome di 
Antonio Rinaldi. In Modena fu raccomandato dal Pisani ad Antonio Gui- 
detti, fattore di casa d'Este e conoscente del Muratori. 



302 VITA DI PIETRO GIANNONE 

e quella di Francia; ma che tutti gli uomini di senno ed accord, 
sicome riprovavano il precipitoso passo, cosi credevano che questo 
fosse un mendicato pretesto, ma che in realta il colpo fosse venuto 
dalla corte di Roma, la quale, mal sofferendo che io in Venezia 
fossi ben veduto e che si trattava di ristampar ivi la mia Istoria 
coll'aggiunta d'un quinto tomo, per mezzo del Nunzio, <delPIn- 
quisitore> e de' Gesuiti, vedendo preclusa ogni altra strada per ro- 
vinarmi, tentarono quella degli Inquisitori di Stato, per Toppor- 
tunita che i Gesuiti ebbero, d'essere in quel mese due de' tre In- 
quisitori loro penitenti, sopra i quali aveano tutta Pautorita; ed 
affrettarono il passo poiche forse non gli sarebbe riuscito nel se- 
guente mese, che doveano gP Inquisitori mutarsi. De' tre Inquisi- 
tori, 1 principalmente ad uno se ne dava la colpa, ch'era il piu 
liggio e dipendente de' Gesuiti, il qual mosse 1'altro; poich6 il 
terzo protestava non averci avuta parte alcuna. Che tutti i gentil- 
uomini, sicome compativan il mio duro caso, cosi non lasciavano 
di biasimarne 1'autori; e che alcuni, riguardando che fosse ci6 
seguito dal capriccio di uno o due, senza partecipazione del Senate, 
pensavano alia maniera come io potessi con onore farci ritorno. 
Lo stesso vennemi confermato da altre lettere, che ricevei dal 
senator Antonio Cornaro e da altri amici; ed il principe Trivulzi 
mi scrisse che non si dubbitava che fosse stata gabala della corte 
di Roma, 3 tessuta per le mani del Nunzio e de' Gesuiti; ed ebbi 
anche altri riscontri, che Tambasciador di Spagna, essendogli rife- 
rito il caso e la cagione che si divolgava per Venezia, per aver io 
frequentata la di lui casa, non lasciava con tutti di dire che questo 
era un pretesto troppo miserabile e buggiardo, rendendo a tutti 
testimonianza che, in tutto il tempo ch'era io stato a Venezia, 
non Tavea visitato che cinque o sei volte; e queste furono prima di 
passar io nella casa Pisani, poich6 doppo questo passaggio non vi 
fui che una sol volta, per sapere che risoluzione si fosse presa dalla 
Corte del re Carlo intorno al mio ritorno in Napoli. Lo stesso di- 
ceva Pambasciador di Francia, che ci6 fosse un mendicato colore, 3 
poich'egli non mi vedeva se non quando il caso portasse che ci 
fossimo incontrati nel monastero di San Lorenzo, e che piu volte 
invitatomi a pranzo, dopo che passai in casa Pisani, me n'era sem- 

i. tre Inquisitori: erano Giorgio Contanni, Alvise Mocenigo e Federico 
Tiepolo. 2. il principe . . . Roma: cfr. Giannoniana, p. 526, e S. BERTELLI, 
T 'inrartamento originale, cit., pp. 20-1. 3. mendicato colore: pretesto. 



CAPITOLO DECIMO 303 

pre scusato; che ben si sapeva donde e per mano di chi si fosse 
tessuta la macchina, e che non se non a fanciulli potevano gPIn- 
quisitori dar a credere la favola ed il pretesto cercato, il quale mag- 
giormente qualificava il passo per imprudente e capriccioso, e dato 
unicamente per compiacere a' Gesuiti ed alia corte di Roma. 

Ed in vero a chi poteva venir in mente che io, che non era a' 
stipendi della Repubblica, ma un forastiere che dimorava, come 
ospite, nella casa del Pisani, fossi compreso dalle scrupolose leggi 
che i Veneziani a se stessi han imposte ? Quando al contrario non 
si tien conto che le mogli, le figliuole, le sorelle e nipoti de' senatori 
e gentiluomini abbian commerci e trattino, nelle conversazioni ed 
altrove, con gli ambasciadori, secretari ed altri di lor famiglia? E 
pure, sopra di me eran v61ti gli occhi de' Gesuiti per notare ogni 
mio detto o passo, per che fosser somministrati i fili per ordire le 
insidiose lor reti. E forse saro io 1'unico essempio ? e che in Venezia, 
la quale per esser ricettacolo di tutti i ribaldi solea chiamarsi la 
ricevitrice di ogni sozzura: ora i forastieri, ancorche onesti, non vi 
sian phi sicuri, poich sempre che i Gesuiti, i quali avran la dire- 
zione delle coscienze degli Inquisitori di Stato, vorranno rovinargli, 
hanno facile la via di farlo, dipendendo dal capriccio d'uno o due 
Inquisitori la fama, la roba e la vita di qualunque uomo onesto, 
da bene e morigerato che e* si fosse. 

Fui ancora dal senator Pisani awisato che il Pitteri, saputa k 
notte stessa la mia disgrazia, prestamente si port6 la mattina se- 
guente di buon'ora dal padre teologo, e con sollecitudine gli richie- 
se tutti i miei manuscritti, che 1'avea consignati, il quale ce gli 
restitui subito; talch'essendovi egli poche ore doppo giunto per 
avergli, ed avendogli il padre teologo detto che gia il Pitteri avea- 
segli ripigliati, immantinente si porto dal medesimo per ricuperar- 
gli; ma il Pitteri negava di darceli, dicendo che, avendogli da me 
ricevuti, senza mio ordine non poteva ad altri consignarli; sicche 
bisogn6 con molti stenti e con precisi ordini del magistrate co- 
stringerlo ad esibirgli; e ch'erano gia in suo potere, sicome tutte 
le altre mie scritture, robe ed i denari erano in salvo e nelle sue 
mani. Intorno a* libri, il fante non averceli riportati, secondo pro- 
mise; ma che fu d'uopo per avergli ricorrere dagl 5 Inquisitori, li 
quali in ci6 si mostrarono facili ed indulgenti, commandando che 
fossero tutti restituiti e consignati in suo potere, sicome fu fatto; 
se bene, al confronto che si fece col mio catalogo, si vide che ne 



304 VITA DI PIETRO GIANNONE 

mancavano alcuni, che fu il manco male a riguardo de j passati 
pericoli. 

Mi scrisse perci6 che 1'avesse io awisato di quel che dovea fame; 
sicome se il mio giovane, ch'era in sua casa, dovea farlo tornare in 
Napoli, o pure stradarlo per dove io era, co' denari e colla roba che 
mi bisognasse; e che intorno alia mia persona, vedessi quanto piu 
presto fosse possibile uscir d' Italia, poiche la corte di Roma, in 
qualunque luogo fossi di quella, non avrebbe tralasciato di perse- 
guitarmi; e che il piu sano consiglio, ch'egli ed i buoni amici 
potevan darrni, era che io me n'andassi ne' Svizzeri, o in Ollanda, 
o se potessi in Inghilterra, ove sarei stato ben ricevuto e piu sicuro. 
Lo stesso mi scrivea il principe Trivulzi, sollecitandomi a partir da 
Modena, che non era per me luogo sicuro; <e scrivevan il vero poi- 
ch6, come seppi dapoi, da Roma si eran dati ordini a tutti gl'Inqui- 
sitori di Lombardia, di Fiorenza, di Genua e dove capitassi, di 
arrestarmi>. 1 Ed io ben conosceva che questo sarebbe stato il piu 
savio consiglio; ma come poteva intraprendere si lunghi viaggi, in 
eta cosi avanzata e con pochi denari, non essendomi rimasi che 
ottanta ungheri, fra quelli che io avea lasciati in Venezia e portava 
meco ? 

Mi risolsi infine, <sconosciuto>, di passare a Milano, e di la scri- 
vere a Bousquet in Genevra, che se mai ivi fosse necessaria la mia 
assistenza per la traduzione francese, e la sua compagnia volesse 
intraprendere la stampa di quanto erasi disposto a Venezia d'altre 
mie opere italiane, me Pawisasse, perche dalla sua risposta avrei 
presa di me risoluzione. Rescrissi per ci6 a Venezia al Pisani ed al 
Trivulzi, che volentieri mi sarei appigliato a' consigli loro e degli 
altri buoni amici, ma che senza soccorso di denaro non poteva 
intraprendere si lunghi viaggi; che a me, presentemente, bisognava 
trovar modo di poter in qualche luogo onestamente vivere colle 
mie fatiche, e che non mi restava altro piu vicino rifuggio, se non 
di tentarlo in Genevra, dove forse avrei opportunita di trovarlo; 
ch'era per ci6 risoluto passare a Milano, dove piu da presso avrei 
potuto con Bousquet trattare de* miei interessi. 

Scrissi per ci6 al Pisani, che volendosene tornar il mio giovane 



I. ordini . . . arrestanm: questi ordini sono raccolti ncl gia citato mano- 
scritto vaticano Rossiano 1180. Cfr. S. BERTELLI, Uincartamento originate, 



CAPITOLO DECIMO 305 

a Napoli, gli desse quanto bisognava pe '1 viaggio; ma se pure vo- 
leva seguilarmi ed cssere a parte de' miei travagli, lo stradasse 
con buona compagnia per Modena, al quale poteva consignare il 
mio denaro e le scritture, e sopra tutto i manuscritti che avea ricu- 
perati dal Pitted, gli abiti e quella mia roba che potea portar seco, 
essendo sicuro che dal medesimo avrei ricevuto il tutto con pun- 
tualita cd esattezza. Intorno a' libri, che avesse la bonta di tenergli 
in suo potere, infino che io non risolvea o di vendergli, owero di 
fargli trasportare altrove, pregandolo che in cio si compiacesse di 
usar meco la solita sua affezione e beneficenza, della quale il caso 
mio infelice, ora piu che mai, n'era ben degno e meritevole. 

Pregai affettuosamente il principe Trivulzi che, dovendo passare 
a Milano, mi facesse la grazia di raccommandarmi alia principessa 
Trivulzi, sua moglie, 1 la quale fin che io fossi a Milano, prendesse 
di me cura c protezione; e risposi alle gentili ed affettuose lettere 
del senator Cornaro, nclle quali mi dava notizia d'essere stato in 
Venecia da tutti il mio caso non pur compatito, ma gli autori uni- 
versalmcntc biasimati; che era contento che presso i Veneziani 
fossi nel medcsimo concetto di prima, ed avesser ben conosciuta 
la gabala, e dondc c da chi fosse stata tessuta; ma che di questo 
stcsso, per mio onorc, bisognava che ne fossero consapevoli anche 
1'altre eitta d' Italia, sicome io non avrei mancato di far pervenire 
alia notizia di tutti, non mcno la protervia e malignita degli autori, 
che il scntimento mostratonc dalla parte piii sana de j savi che com- 
pongono il Senoto c si degna Republica. 

Mi convcnne per ci6 trattenermi sconosciuto in Modena e fuor 
del eonsorao umano per piu settimane, fin che non giungesse il 
giovane mio figliuolo colla mia roba, manuscritti, scritture ed abiti, 
c tfopru tutto col denaro per poter proseguire avanti il viaggio. a 
Giunsc linahnente a Modena, non prima de' 26 di ottobre, mer- 
cordi la sera, e portc) seco il mio forziere, con gli abiti e scritture 
ed il denaro che dal Pisani eragli stato consignato; ma non port6 i 
manuscritti che si enmo ricuperati dal Pitteri, scrivendomi il Pi- 
sani ehe per eompiaeere ad alcuni gentiluomini, suoi amici, che 

x. Ari>m . . , mwliei Marghorita, figlia di Carlo Pertusati (sul quale 
cfr la iwiia i u p. <>8). 2, A questa altezza, a margine, il Giannone ha 
scritto Hciiwi iiwUcassionc di inser/ionc: A J 3 di Questo mese di ottobre 



sco Hciiwi iw 

1735 furono firnmti a Vienna li articoli prcliminan della pace, conchiusa 

poi V 18 mtobw i?3 e pubblicata dopo ncl 1739 >. 



306 VITA DI PIETRO GIANNONE 

aveano gran desiderio di leggergli, glieli avea confidali, ma che 
me Tavrebbe trasmessi a Milano, per commodita sicura. Rimasi 
sorpreso, ma non dubbitando della di lui lealta, prima di partir 
da Modena gli scrissi che, ricuperati che 1'avesse, gli consignasse al 
principe Trivulzi, il quale (sicome con altre mie lettere lo pregava) 
non avrebbe mancato sicuramente farmeli pervenire a Milano. 
Partii col mio giovane da Modena il sabbato la mattina, 29 di 
ottobre, e la sera si arriv6 a Parma. II di seguente si parti per 
Piacenza, dove si giunse la mattina dell'altro giorno, lunedi, ul- 
timo del mese. 

La mattina del martedi, primo di novembre, si arriv6 a Milano ; 
dove, fermato nell'osteria di Bigatti al vico de* Visconti, la princi- 
pessa Trivulzi, secondo Pawiso datoli dal principe suo marito, 
che io sarei fermato a Milano in casa Bigatti, non manc6 di mandar 
il suo secretario, don Francesco Canari, un gentilissimo cavalier 
sardo, il quale, dopo aver in nome della medesima fattemi corte- 
sissime esibizioni, dicendomi che avendo la principessa desiderio 
di parlarmi, 1'awisassi in qual ora dovesse mandar sua carozza a 
prendermi, avendole rese le dovute grazie gli risposi che io era a 
disposizione di Sua Eccellenza, e che la mandasse quando fosse 
di suo comodo, perch* era sempre pronto per ricevere un tanto 
favore, e che non minore era il mio desiderio di venire a riverirla; 
ma che intanto la pregava di tener secreto il mio arrivo, poiche" io 
sotto altro nome era entrato a Milano e dimorava in quella casa, 
sicome pregai il secretario che non facesse ad altri motto di mia 
persona. 

Scrissi a Bousquet in Ginevra, dandogli parte del mio arrivo a 
Milano e che, se la sua compagnia, oltre la mia direzione per ci6 
che s'attiene alTimpressione della traduzione francese, voleva as- 
sumer il carico di stampare quanto io avea preparato a gli stam- 
patori di Venezia, volentieri mi sarei cola portato, perch Popera, 
essendo italiana e dovendosi imprimere sopra manuscritti, ricer- 
cava il proprio autore per venire corretta ed esatta, e con tal op- 
portunita si avrebbe potuto anche tradurre in francese il quinto 
tomo, sicch6 1'opera riuscisse pill compita e perfetta; ma che la 
mia dura sorte avendomi ridotto nelTultima necessita, non poteva 
a ci6 risolvermi, se non avessi riscontro che fosse lor a grado, e che 
si contentassero somministrarmi quanto avea convenuto con gli 
stampatori di Venezia. 



CAPITOLO DECIMO 307 

Aspettando tali riscontri da Bousquet fui, secondo cio che s'era 
stabilito col secretario, dalla principessa Trivulzi, la quale mi riceve 
con somma cortesia e gentilezza, ed ebbi occasione di conoscere 
una dama molto discreta, savia e prudente, alia quale narrai i miei 
infelici success!, e che prevedendo che la corte di Roma non mi 
lasciarebbe viver quieto in Italia, dove mostrava non volermici, 
avendomi impedito il ritorno a Napoli e la dimora in Venezia, 
avea pensato di passare in Ginevra, non gia per mutar religione, 
ma dove forse colle mie fatiche avrei trovato modo di poter one- 
stamente vivere, credendomi abbandonato da tutti e dalli stessi 
miei congionti; e che i buoni amici mi consigliavano ad uscir d' Ita- 
lia e, se io potessi, andarmene in Inghilterra, non che a' Svizzeri 
ed in Ollanda; e che a far lo stesso veniva consigliato dal principe 
suo marito, al quale anche la mia dimora a Milano era sospetta, 
scrivendomi che affrettassi al possibile di pormi presto fra' Sviz- 
zeri: che con somma mia dispiacenza ero costretto di farlo, ma 
la dura necessita, sicome per un verso mi costrinse uscir da Ger- 
mania, cosi ora per un altro mi obbligava uscir d* Italia, per non 
esser bersaglio delle persecuzioni deUa corte di Roma, la quale par 
che abbia rivolte tutte le sue insidiose macchine contro di me, 
per atterrarmi. 

Mossesi la principessa a gran compassione per le mie parole, 
e considerando il duro passo che la necessita mi costringeva a 
dover dare, mi rispose che sospendessi la partenza, poich'ella, per 
quanto avea potuto scorgere dal marchese Olivazzi, 1 Gran Cancel- 
lier di Milano e suo amico, credeva che la mia dimora a Milano non 
poteva essermi sospetta; palesandomi che, doppo 1'awiso ch'ebbe 
dal principe di essermi incamminato per Milano, avealo con som- 
mo secreto communicate al medesimo affinch6, se mai dalla corte 
di Torino vi fosse istruzione o ordine di non ricevermi, potesse 
prevenire prima che io vi giungessi, o, giunto appena, farmene 
consapevole, perch6 io altrove volgessi il cammino; e che 1'avea 
risposto che non vi era tal ordine, n6 fin allora se n'era fatto alcun 
motto; onde mi consigli6 a rimanere, anzi che stimava che io mi 
fossi scoverto al Gran Cancelliere, ed ella avrebbe mandato il suo 

i. Giorgio Olivazzi (1667-1742), gia ambastiatore del duca di Modena a 
Roma per la controversia sulle Vafii Comacchiesi, agente modenese a Mi- 
lano, senatore di quella citta e infine reggente del Supremo Consiglio 
d* Italia e Gran cancelliere. 



308 VITA DI PIETRO GIANNONE 

secretario Canari a dargli awiso del mio arrive, ed a pregarlo 
che volesse stabilirmi un'ora che li fossi piu commoda, perche io 
sarei venuto a riverirlo ed informarlo di tutti i miei success!; e 
che intanto, essendo solito il Gran Cancelliere ed il general Petit, 1 
sopraintendente generale delle finanze, le sere, portarsi in sua casa, 
P avrebbe parlato in buona forma in mia commendazione, essendo 
allora POlivazzi ed il general Petit i due primi ministri, da' quali 
per la corte di Torino reggevasi la citta e lo Stato di Milano. 

In effetto, essendo stato il secretario dall'Olivazzi, tornato che 
fu dalla sua villa, a dargli Pawiso che io era a Milano e se permet- 
teva che io venissi a visitarlo, ne mostr6 compiacenza e che volcn- 
tieri mi avrebbe parlato; e gli design6 il giorno del mercordi la 
mattina, che furono i 16 del mese, che m' avrebbe aspettato in sua 
casa. Ed io intanto dovendo trattenermi, pregai il secretario che 
mi alleggerisse dalla spesa che soffriva in casa Bigatti, e vedesse 
trovarmi un paio di stanze in una casa privata; 2 sicome, con somma 
sollecitudine ed accuratezza, me le trovo prossime al palazzo de* 
Trivulzi, ove abitava la principessa. 

II mercordi la mattina fui dal Gran Cancelliero, il qual mi ricev6 
con somma benignita, ed avendogli minutamente esposti tutti i 
miei successi e la dura necessita, che mi costringeva di cercar fuori 
d* Italia luogo che per me fosse sicuro, ed il consiglio della princi- 
pessa di fermarmi a Milano, dove forse non avrebbe dispiaciuta 
la mia dimora: cio mi avea animato di ricorrere alle sue benignissi- 
me grazie, afnch6 scrivesse alia corte di Torino in mia commenda- 
zione, e che se mai potessi aver Ponore d'essere impiegato, o in 
Torino, o in Milano, a' servizi d'un principe cotanto savio e glo- 
rioso, quanto era il re Carlo Emanuele, 3 il qual non degenerando 
dagli augusti e magnanimi suoi predecessori, avea empita PEuropa 
de* suoi fatti egreggi, non meno in pace che in guerra, io Pavrei 
ricevuto per singolar grazia; tanto piu che non era ignoto in quella 
Corte, sicome in Vienna era ben veduto dal marchese Breglia, 4 in- 
viato di Sua Maesta nella Corte cesarea, e dal presidente Siccardi, 5 

1. il general Petit: ilconte Antonio Petitti di Roreto, intendente di guerra. 

2. in una casaprivata: cfr. PANZINI, p. 84, che dice come il proprietario 
fosse un certo Pietro Cattaneo. 3. Carlo Emanuele: cfr. la nota 3 a p. 238. 
4. marchese Breglia: Giuseppe Roberto Solaro di Breglio (1680-1764), am- 
basciatore sabaudo a Napoli, poi a Vienna, governatore del principe Vit- 
torio Amedeo nel 1733. 5. Forse Michele Siccardi, sul quale cfr. C. Dio- 

- Rtoria dei magistrati piemontesi, n, Torino 1896, p. 289. 



CAPITOLO DECIMO 309 

che si trovava ivi incaricato pure dal re de' pubblici affari; e che 
nemmeno era ignoto al marchese di Ormea, 1 primo ministro e se- 
cretario di Stato di Sua Maesta al quale avrei anche scritto, pre- 
gandolo della sua buona grazia e protezione. 

L'Olivazzi mi rispose che per Milano non vi era opportunita di 
mio accomodamento ; ma potea si ben incontrarsi per Torino, al- 
manco per la carica d'istorico del re: ch'egli, per la premura anche 
datale dalla principessa Trivulzi, n'avrebbe efficacemente scritto 
alia Corte; e che ben poteva io anche scriverne al marchese di 
Ormea e mandar a dirittura a lui la lettera, ed aspettar i riscontri 
che si fossero ricevuti. Scrissi per cio al marchese una molto umile 
e dimessa lettera, 3 esponendogli i miei duri casi, e pregandolo 
fervorosamente della sua intercessione presso la Maesta del re; 
al qual io, con tutto lo spirito, avrei in suo servizio sacrificato tutto 
il rimanente di mia vita, in qualunque occasione che la mia opera 
e la mia penna potesse esser di suo gradimento ; ed il Gran Cancel- 
Here disse alia principessa aver anch'egli scritto a Torino con fer- 
vore, in mia commendazione. 

Intanto, ascoltando io la mattina d'una domenica messa, capitd 
in quella stessa chiesa il senator Cola, 3 che io non conobbi, pel 
nuovo abito di toga talare del quale era adorno ; ma si bene egli 
rawis6 me, come quello che piii volte aveami veduto a Vienna e 
trattato insieme. Terminata la messa si awicin6, e presami la mano 
fecemi grate dimostranze, ed usciti di chiesa, mi dimandb qual 
fato aveami tratto a Milano, e rispostogli che io vi era di passag- 
gio, brevemente gli narrai le mie disawenture; ed entrati in vari 
discorsi sopra il nuovo sistema d' Italia e della presente guerra, 
egli fu il primo che, con afflitte parole, mi disse che gia era immi- 
nente la pace, che 1'imperadore trattava colla Francia, e che fra 
breve la citta e lo Stato di Milano sarebbe tomato a Cesare, fuor 
quella parte di la del Ticino che sarebbe rimasa a Savoia; e che 
Timperadore faceva male fidarsi della Francia, la quale 1'avrebbe 
ingannato e posto in maggiori inviluppi. Gli risposi che questa era 
la prima volta che io lo sentiva, poiche ne a Venezia, ne a Modena, 

i. Carlo Vincenzo Ferrero di Roasio, marchese di Ormea (1680-1745), mi- 
nistro sabaudo per gli affari interni nel 1730, per gli afTari esteri nel 1732, 
Gran cancelliere dal 1742. a. Scrissi . . . lettera: Tautografo in Archivio di 
Stato di Torino, manoscritti Giarmone, mazzo in, ins. 3, B, i (Giannonia- 
na, p. 448) e P. OCCELLA, Pietro Giannone negli ultimi dodid anni, cit., 
pp. 503 sgg. 3. Antonio Cola. 



310 VITA DI PIETRO GIANNONE 

di dove veniva, ne avea intesa parola, ma che io ne dubbitava assai, 
non potendone capire ne il modo, ne la cagione. Ma egli si osti- 
nava che sicuramente cosi era, e presto se ne sarebbero veduti gli 
effetti. 

Narrai quest'incontro e questa novita al secretario Canari, es- 
sendo la principessa andata in villa, il qual mi rispose che correva 
questa voce per Milano; ma che gli dispiaceva essermi incontrato 
col senator Cola perche questi, come timoroso di perder la toga 
senatoria tornando Milano airimperadore, ogni cosa lo sgomen- 
tava, e forse Tavermi veduto a Milano lo fara entrare in sospetto 
che questo fosse un nuovo indizio di presta mutazione, ed inter- 
pretare che ci fossi vemito per dover ivi occupare qualche carica, 
designatami forse dall'imperadore ; ed alcuni, presso i quali, come 
Finalino, 1 era il Cola in concetto d'uomo sofistico, torbido ed in- 
quieto, soggiungevano che non avrebbe mancato scrivere alia corte 
di Torino questa mia venuta a Milano per misteriosa e sospetta. 
Checch6 si fosse, o che le lettere mie e deirOlivazzi fossero giun- 
te tardi a Torino, o pure per questo sospetto, owero perch6 quella 
Corte fosse stata prevenuta da quella di Roma, mentre io mi trat- 
teneva a Milano aspettando di la i riscontri, un giorno doppo 
pranzo, che fu il martedi 22 novembre, fu in mia casa un ufficiale 
del Capitan generale di giustizia di Milano ad intimarmi un or- 
dine, con lasciarmene copia in iscritto, col quale per esecuzione di 
spezial comando di Sua Maesta spedito da Torino il giorno pre- 
cedente, mi s'imponeva che io, sotto pena di carcerazione in caso 
d'inobbedienza, dovessi fra due giorni dopo rintimazione uscire 
dalla citta e domini di Milano. Risposi all'ufficiale che Sua Maesta 
sarebbe stata prontamente ubbidita; e trovandosi la principessa 
Trivulzi in villa, mandai ad awisarne il secretario Canari, il quale 
essendo da me rimase, non men che io, sorpreso ed attonito; e la 
confusione era maggiore non sapendo indagarne la vera cagione, 
se cio fosse per quel sospetto del senator Cola, owero Tordine 
procedesse da piu alti ed arcani principi, a noi occulti ed ignoti, 
vedendosi prestamente Tordine spedito e giunto a Milano, prima 

i. Findtinoi la maiuscola, usata nell'autografo, indica forse qui il cognome 
d'una persona, rimastaci sconosciuta, e non gia, come a suo tempo cre- 
demmo, un aggettivo riferito al senatore Cola. Ma questi sospetti sulla 
presenza del Giannone a Milano erano dello stesso OHvazzi, come risulta 
dalla lettera che questi invid all'Ormea il 15 novembre, edita in P. OCCEL- 
LA, Pietro Giannone negli ultimi dodici anni, cit., p. 501. 



CAPITOLO DECIMO 311 

che si avessero le risposte alle lettere scritte dall'Olivazzi e da me 
a Torino. Ed il riflettere che mi si vietava lo stare nella citta e 
dominio di Milano, non gia negli altri Stati di Sua Maesta, dava 
indizio che forse la cagione ne fosse per toglier ogni sospetto ed 
ogni sinistra interpretazione, che poteva darsi cola del mio sog- 
giorno. Dissi per cio al Canari che gia conosceva la mia sinistra 
fortuna, la qual non era ancor sazia di perseguitarmi; che bisognava 
cedere al fato ed immantinente partire. 

Avea io intanto ricevute lettere dal Bousquet, 1 nelle quali non 
solo m'esprimeva il contento del mio arrivo a Milano e la speranza 
che avea di vedermi presto a Ginevra, per regolar la traduzione 
franzese; ma che volentieri avrebbe la sua compagnia intrapresa la 
stampa delTaltra mia opera, secondo cio che si era convenuto con 
gli stampatori di Venezia; e che io non dubbitassi che si sarebbe, 
per ci6 che si attiene al mio onorario, avuta tutta la stima ed il ri- 
guardo ; e mi mando alcuni dubbi sorti al traduttore, 2 perch6 io 
intanto ce li sciogliessi, per potersi proseguire avanti. Sicche" ri- 
spostogli che, gia ch'eran content! di quanto 1'avea scritto, io sarei 
partito da Milano e portatomi in Ginevra; che le mandava in 
risposta le spiegazioni che cercava il traduttore; ed intanto vedesse 
di procurarmi due stanze commode, per me ed un mio giovane, 
che portava meco, affinch6 non fossi obbligato dimorare lungo 
tempo nelTosteria, ove il galessiere ne avrebbe posato. 

Scrittagli questa lettera il martedi stesso, doppo che ricevei Tor- 
dine, dissi al Canari che bisognava trovar galesse per Torino, da 
dove avrei indi potato trovar altra commodita per Ginevra; e 
mostrandogli la lettera di Bousquet, dove anche mi dava notizia 
d'un mercante milanese, suo corrispondente ed amico, del quale 
io poteva valermi per indirizzo, in caso di viaggio, si stimo chia- 
marlo ; il quale, fattogli leggere il foglio di Bousquet, prestamente 
mi trov6 il galesse per Torino, e per sue lettere mi raccomand6 
anche ad altri mercanti torinesi suoi amici, i quali mi avesser pro- 
curata consimil commodita per Ginevra. 

Raccomandai efficacemente al Canary che, avendomi da Vene- 
zia il principe Trivulzi dato awiso d'avermi trasmessi in un fagotto 

i. lettere dal Bousguet: una di esse in Giannoniana, pp. 524-5- P er ie rac ' 
comandazioni del libraio ginevrino a mercanti torinesi, cfr. P. OCCELLA, 
Pietro Giannone negli ultimi dodid anni, cit., p. 508 in nota. 2. tradutto- 
re; il Bochat (per cui cfr. la nota i a p. 213). 



312 VITA DI PIETRO GIANNONE 

i manuscritti ivi lasciati, giunti che fosser a Milano me Fistradasse 
per Ginevra, da dove io 1'avrei data notizia del mio arrive; pre- 
gandolo di adempir le mie parti colla principessa, la quale fu 
immantinente awisata deirimprowiso or dine, da lei inteso con 
somma dispiacenza, che, trovandosi in villa, il poco tempo che 
avea non mi dava aggio, prima di partire, di prender da lei con- 
cede; ma che in qualunque luogo io fossi, non si dimenticas- 
se di me suo umil servitore e di conservarmi nella sua buona 
grazia. 

Partii da Milano il giovedl doppo pranzo, 24 del mese. Si passe 
per Novara, indi per Vercelli, San Germane, Cigliano e Chivasso; 
donde partito, si giunse a Torino la mattina della domenica, 27. 
Quivi, fermati nell'osteria della Doana vecchia, 1 feci richiedere 
i due mercanti torinesi, a* quali io era stato raccommandato ; i 
quali, vedute le lettere di quel di Milano, si offerirono di trovarmi 
buona commodita di galesse per Ginevra; e considerando la mia 
avanzata eta, che mal avrei potuto a cavallo passare il Monceniso, 
uno de' monti alpini, alto ed asprissimo, che divide il Piemonte dalla 
Savoia, stabilito il prezzo convennero col galessiere, che a sue spese 
dovesse da' portantini, che sono a pie di quel monte destinati per 
questo, farmi condurre in sedia di mano. 

Mi trattenni a Torino il giorno della domenica ed il lunedi 
seguente, vedendo la citta, le sue strade, il Palazzo, 2 le piazze, la 
cittadella ed altre sue fbrtificazioni, senza sospetto o timor alcuno 
di sinistro successo, sicome feci in tutto il mio viaggio per Piemon- 
te e per la Savoia, poich6 nell'ordine non mi era proibito se non 
la dimora in Milano e nel suo dominio. 

Si parti il lunedi sera da Torino ed indi, passata la citta di Susa, 
si giunse poi a pie del Monsenise; e rimirando la stupenda sua 
altezza, non piu mi parve inverisimile che a* Galli, passando sotto 
Bellovenso la prima volta in Italia, sembrassero i gioghi di que' 
monti esser congiunti col cielo; e che i soldati d'Annibale ripu- 
tassero il passaggio insuperabile, credendo che le nevi di que' 
monti fossero miste co j cieli. 3 II mio destine trassemi, in eta cosi 
avanzata, di doverlo sormontare sopra le spalle di que j portantini, 

i. osteria della Doana vecchia: su questo albergo, ancor oggi esistente, cfr. 
D. RIBAUDENGO, Vecchia Torino, Torino 1961, pp. 110-5. 2. il Palazzo: 
il palazzo reale, realizzato nel 1658 da Amedeo di Castellamonte (morto 
nel 1683). 3. a' Galli . . . cieli: cfr. Livio, rispettivamente v, 34,7 e xxi, 
32,7- 



CAPITOLO DECIMO 313 

i quali nel discenso, per la lor velocita in camminar si frettolosa- 
mente sopra que' chini sassi e scoscese rocche, 1 mi fecero piu 
volte accricciar le carni, temendo in ogni passo che non mi preci- 
pitassero fra que' dirupi e mi riducessero in pezzi. Resi molte 
grazie al Cielo quando mi vidi al piano; e proseguendo poi il 
cammino col mio giovane, in galesse, per quelle vie tutte tortuose, 
disuguali e pietrose, traversando le orride montagne della Savoia, 
non so se il mio fato, per scamparmene, o pure per avermi desti- 
nato a peggiori strazi, fece che in passando per un luogo declivo, 
discendemmo dal galesse; ed ecco, che pochi passi piu avanti vi- 
dimo 2 co' propri occhi precipitare il galesse con un cavallo fuor 
di strada in un dirupo, a basso rotolando sino al piano. 

Come si pote* meglio, col galesse e cavallo fracassato, si giunse 
finalmente a Champery, 3 citta metropoli della Savoia, da Grano- 
ble 4 non molto lontana, a* 3 di decembre; dove ci convenne aspet- 
tare una mezza giornata, fin che il galessiere non trovasse ivi altro 
galesse e cambiasse cavalli, per proseguire il viaggio. 

Si cammino un altro giorno, e nel seguente vidi da lontano il 
lago Lemano, ed il galessiere ci mostr6 dapoi la citta di Genevra, 
postagli ad un lato, in quella parte ove il Rodano uscendone ripi- 
glia il suo corso mediterraneo e va a mettersi, presso Marsiglia, nel 
Mare Gallico. 5 

Giunsi a Genevra la sera del lunedi, 5 di decembre, e si alloggi6 
nell'osteria cede' Tre Re, dove la sera stessa, secondo 1'awiso 
datoli, fu a trovarmi il Bousquet, mostrando gran contento del 
mio arrivo, dicendomi aver trovate le stanze dove io il di seguente 
poteva passare, e che stessi sicuro ch'egli e la sua compagnia non 
avrebber mancato di somministrarmi quanto faceva bisogno per 
la mia dimora nella lor citta. Le resi molte grazie e dissi che per 
ora non bisognava altro che trarmi da quella osteria; e posato che 
io fossi nel nuovo albergo, che fosse per me commodo, per risto- 
rarmi da' passati disaggi del cammino, si sarebbe cominciato a 
trattare de' nostri interessi e disporre le cose in guisa che tutto 
riuscisse con buona fede ed accuratezza. Si pass6 dapoi, il giorno 
seguente doppo pranzo, nelle stanze trovatemi, dove ad un discre- 
to prezzo convenni colTospite di quanto faceva bisogno per me e 

I. rocche'. roccie. 2. vidimo : vedemmo. 3. Champery: Chamb6ry. 4. Gra- 
noble: Grenoble. 5. Mare Gallico: Todierno golfo del Leone (cfr. il sinus 
Galliots dei Romani). 



314 VITA DI PIETRO GIANNONE 

pel mio giovane. Era questi monsieur Cheneve, 1 genevrino, che 
soleva in sua casa alloggiar qualche sconosciuto forastiero, tenendo 
moglie ed una figliuola, le quali erano ben proprie ed acconce a 
tener ben trattati coloro che ci capitavano, ed io era ben contento 
della loro attivita ed affezione. 

Awertii al Bousquet che palesasse a* suoi amici la vera cagione 
della mia venuta, la qual non era per cambiar religione, ma per tro- 
var quivi, giacche" non poteva trovarlo in Italia, un onesto modo di 
poter vivere colle mie fatiche; e che gli rendesse testimonianza 
della nostra antica corrispondenza, [e] de' trattati avuti insieme, i 
quali mi deliberarono a prender questo partito; e col medesimo 
mi condussi poi dal Residente di Francia, al quale avendo esposto 
i miei travagh', che mi aveano per dura necessita costretto di por- 
tarmi ivi, lo pregai della sua protezione; e che vedendo un cattolico 
forastiere i giorni festivi e di domenica nel suo palazzo, ove si 
celebrava messa, venire ad ascoltarla, non si maravigliasse se lun- 
gamente si trattenesse in quella citta, sapesse per ci6 la cagione 
della mia dimora, e non riputasse che io ci fossi venuto per motive 
di religione. II Residente benignamente mi accolse, e mi rispose 
che non dovea ci6 recargli maraviglia alcuna, poich6 in Ginevra, 
per loro traffichi ed affari, vi eran tanti Savoiardi e Francesi cat- 
tolici, che la sua chiesetta, che prima bastava, ora non era capace 
di riceverne tanti; ed a molti, per ascoltar messa, bisognava ve- 
derla ed anche sentirla fuori, nel cortile, per la porta e per le fine- 
stre, nel miglior modo che potevano. II Bousquet gli rese anche 
testimonianza del nostro affare, che richiedeva molto tempo per 
condurlo a fine; e cosi con sua buona grazia partimmo da lui. 

Divolgatosi in Ginevra il mio arrivo e la cagione ond'era stato 
mosso a condurmici: questa maggiormente mi affezion6 gli animi 
di tutti, a* quali, essendo io noto per la mia Istoria civile, che con 
somma stima tenevano riposta nella lor pubblica e magnifica biblio- 
teca, piacque assai piu la cagione, che 1' arrivo stesso; e conobbi 
che coloro i quali ci venivano col pretesto di mutar religione erano 
mal veduti ed in poco loro stima, per lunga esperienza avendo 
scorto, che per lo piu erano frati o monaci, i quali scappati da' 
loro monasteri per loro delirti o dissolutezza, si ricovravan ivi per 



i. Charles Cheneve era un sarto ; la sua casa si trovava presso la Fusterie : 
cfr. la relazione di Jacob Vernet, in Giannoniana, p. 577. 



CAPITOLO DECIMO 315 

prender moglie e vivere sciolti da tanti legami, con cui le loro parti- 
colari religion! gli tenevan awinti ed inceppati. 

Furono per cio a visitarmi i primi letterati e professor! di quella 
Universita de' studi, alcuni de' quali erano anche pastori nelle loro 
Chiese, e notai fra loro una discretezza e prudenza mirabile, che 
si astenevano ne' loro discorsi d'entrar meco in punti di religione; 
e se taluno mostrava di volerci entrare, tosto dagli altri era inter- 
rotto, e si passava a ragionar di scienze e di altre professioni ed 
arti liberali; e poiche io industriosamente feci cadere in discorso la 
risposta che avea in costume dar Giacomo Cuiacio, quando, ar- 
dendo allora la Francia non men di civili discordie, che di religio- 
ne, alcuni gli domandavano ci6 che sentisse di quelle dispute, ed 
egli con poche parole se ne sbrigava, dicendogli: nihil hoc ad 
edictum praetoris)). 1 Sicch6 accortisi di questa mia condotta, vo- 
lentieri si passava ad altro discorso e solamente alcuni per loro 
cortesia soleanmi dire: atalis cum sis, utinam noster esses . z 

Vi trovai de' profondi filosofi, de' professor! peritissimi del ius 
civile, i quali a ragione tengono in somma stima e venerazione le 
opere di Giacopo Gottofredo, lor compatriotta, e meritamente si 
preggiano sotto quel cielo avere quell' accuratissimo giurisconsulto 
distesi que' dotti ed elaborati suoi Commentari sopra il Codice 
teodosiano? ed i medici si pregiano pure del lor famoso Le Clerc, 
autore delYIstoria della medicina? sicome gli altri professor! de' 
loro insigni antecessori, de' quali fu quell' Universita sempre dovi- 
ziosa ed adorna; e molti, intendentissimi d'istoria, di varia erudi- 
zione e di altre lettere umane, a dovere recavansi a gloria d'aver 
avuto 1'altro Clerc 5 di lui fratello in Ollanda, il quale aveva empita 
1'Europa di tante dotte, varie ed insigni sue opere; ma sopra tutti 
risplendeva fra loro, con piu chiara luce, Alfonso Turrettino, 6 non 
men insigne professore <di teologia e> di storia ecclesiastica di 
quell' Universita, che ministro di quella Chiesa, avuto per la sua 

i. la risposta . . . praetoris: cfr. in Jacobi CujaciiJ. C. vita Papirii Massoni 
opera et stilo conscripta, anteposta a J. CUYAS, Opera omnia, I, Neapoli 1722, 
p. n.n. (anessun commento all'editto del pretore). 2. ttalis . . . esses*: 
oh se, essendo tale, tu fossi dei nostrils. 3. Gottofredo . . . teodosiano: 
cfr. la nota 2 p. 24. 4. Le Clerc . . . medicina: cfr. I'Histoire de la Me- 
decine, ou Von voit Vorigine et le progres de cet art . . . , Geneve 1696, del 
medico ginevrino Daniel Le Clerc (1652-1728). 5. V altro Clerc: Jean Le 
Clerc (1657-1736), storico e critico delTantico Testamento. 6. Alfonso 
Turrettino: Jean-Alphonse Turrettini (1671-1737), professore di storia ec- 
clesiastica dal 1697, teologo e riformatore protestante. 



316 VITA DI PIETRO GIANNONE 

dottrina e probita in tanta stima e venerazione presso tutti i Gine- 
vrini, che lo chiamavano alcuni il papa di Ginevra. Quest! era per 
origine della citta di Lucca, della illustre non men che antica fa- 
miglia Torrentina, trasportata ivi, sicome furon altre nobili fami- 
glie lucchesi che ancor durano, fin da* tempi della Riforma, si- 
come a que' tempi molte famiglie d'altre citta d' Italia vi si con- 
dussero; e da Napoli Galeazzo Caracciolo, marchese di Vico, 1 vi 
avrebbe anche fatta germogliar la sua, se fatto il divorzio colla 
prima moglie, lasciata in Napoli, che non voile seguitarlo, mari- 
tatosi in Ginevra con una dama francese non gli fosse questa riu- 
scita sterile, dalla quale non ebbe prole; ma dura quivi ancora la 
nobil famiglia Carduino, la quale se ben fosse estinta in Napoli, 
un ramo di la staccato germoglio in questo terreno; poiche, a' 
tempi stessi di Galeazzo, un Carduino* si port6 a Ginevra, dal 
quale per retta linea furon procreati i presenti Carduini che sono 
in Ginevra: sicome il professor Carduino, padre di piu figliuoli, 
mi mostrb con chiari e legittimi document!, estratti dagli archivi 
della Camera di Napoli, da* quali apparisce che i suoi maggiori 
furono baroni di Pareto e d'altri feudi nel regno di Napoli, ch'eran 
allora posseduti da questa famiglia. 

L'esser venuto il professore Turrettino, per sua cortesia, a visi- 
tarmi, subbito che seppe il mio arrivo, fu cagione che tutti gli 
altri cominciassero ad avere di me maggiore stima. E per sua genti- 
lezza offerendomi il Turrettino ci6 che mi bisognava di libri della 
sua biblioteca e quel che altro mi occorresse di sua casa, fece che io 
stesso andassi a visitarlo, e con tal occasione presi conoscenza di 
piu soggetti d'autorita, i quali occupando vari magistrati ed am- 
ministrando quella repubblica, mi offerirono tutto il lor favore in 
facilitare i mezzi per condurre a buon fine i miei affari, per i quali 
sapevano essermi io portato a Ginevra. 

i. Giovan Galeazzo Caracciolo di Vico (1517-1586), paggio delTimperatore 
Carlo V, seguace del Valdes, amico del marchese d'Oyra Giovanni Bernar- 
dino Bonifacio, abbraccid la fede protestante e si rifugi6 in Ginevra, dove 
fini i suoi giomi. Su di lui cfr. N. BALBANI, Historia della vita di Galeazzo 
Caracciolo, Ginevra 1587 (altra edizione, con prefazione e note di E. Com- 
ba, Roma-Firenze 1875), e J.-B.-G. GALIFFE, Le refuge italien de Geneve au 
XVI e et XVII* siecles, Geneve 1881. 2,. Cesare Carduino. Esiste una Re- 
latione di Ginevra . . . doll' anno 1535 che vifu introdotto il calvinismo e mu- 
tato governo fin al giorno seguente, dovuta ad Andrea Cardoino e dedicata a 
Filippo IV di Spagna (1622-1665), nella Biblioteca Nazionale di Napoli, ma- 
noscritto X. F. i. In essa alcune notizie del ramo protestante della famiglia. 



CAPITOLO DECIMO 317 

Al Bousquet sommamente piaceva aver io incontrato si bene co' 
medesimi, e che il Turrettino fosse stato a visitarmi; onde tanto 
maggiormente si accese il desiderio di attendere alia stampa delle 
mie opere; e sollecitandolo io che ormai si accingesse a darvi 
principio, mi rispose che, terminando in quest* anno la societa che 
avea con Pellissari, 1 mercante di Ginevra, e con un altro mercante 
di Ollanda, ed avendone contratta una nuova con altri mercanti 
piu ricchi, che cominciava nel nuovo anno, avessi io la pazienza di 
aspettare altre poche settimane, che si sarebbe dato principio, con 
speranza di piu utile e fortunate successo. Mi quietai alle sue paro- 
le, aspettando il nuovo anno ; ed intanto awisai a Venezia, al Pisani 
ed al principe Trivulzi, il mio arrivo a Ginevra, e di avere con 
Bousquet trovata quella disposizione che io desiderava; sicche spe- 
rava, senza dispendiarmi in piu lontani viaggi di Ollanda o Inghil- 
terra, ch'essi desideravano, aver trovato in Ginevra onesto modo 
di poter mantenermi, fin che a Dio piacesse disporre altramente di 
me e delle mie venture. 

Scrissi a Milano al secretario Canary, che awisasse alia princi- 
pessa Trivulzi il mio arrivo e che, colla prima congiuntura, mi 
stradasse i manuscritti che Terano stati mandati da Venezia, dal 
principe ; poiche aveva io gia con Bousquet convenuto di doversi 
fra breve dar principio alia stampa; ed affinche da' miei amici, 
nelTistesso tempo che avessero la notizia del mio soggiorno a Gi- 
nevra, si sapesse che io mi ci era portato non gia per cambiar reli- 
gione, ma perche" ivi avea trovato onesto modo di poter vivere, 
scrissi a Vienna ed altrove il medesimo, affinche saputasi la cagione, 
non si dasse pretesto a* miei nemici di maggiormente malignarmi. 
Ma misero, credea io da ci6 trovar compassione; questo stesso, 
sicome il successo il dimostr6, recornmi maggior precipizio. Poiche* 
la corte di Roma non si sarebbe curato punto di me se, ricovrato 
in Ginevra, avessi io cola mutata religione; anzi quest'appunto ella 
desiderava; ma amaramente intese, che io ci fossi andato per dar 
fuori alia luce altre mie opere ed attendere alia nuova traduzione 
francese ddl'/rforwz civile, accresciuta con nuove giunte: sicche ri- 
prese con maggior vigore le insidiose sue armi, per alTintutto at- 
terrarmi, e perchd fossi d'esempio al mondo che non vi era per me 
scampo, ovunque io fossi, che potesse sottrarmi dalla sua ira ed 
indignazione. 
i. Jean-Antoine Pellissari (1702-1738), stampatore e libraio ginevrino. 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 

Anni 1736 e 1737. Ginevra, Champery e castello di Miolans. 

II nuovo anno 1736, non meno che i due precedent!, entro per 
me pur troppo maligno e funesto. Credeva che il mio fiero destino 
sazio ormai di tante awersita dovesse lasciarmi in pace, sicome mo- 
strava ne' principi del primo mese; poiche, accolto si umanamente 
da* Ginevrini, proseguendo a favorirmi m'invitavano nelle loro 
dotte radunanze, le quali a vicenda un giorno di ciascuna setti- 
mana tenevano nelle loro case alcuni professori, dove in eruditi 
discorsi sopra vari soggetti che si proponevano nel finirsi delFuna, 
perche nelPaltra venisser tutti svolti, si passavano tre o quattro 
ore del giorno fruttuosamente. 

Si erano instituite queste private adunanze anche per riguardo 
di due giovani principi di Germania, i quali erano stati da* loro 
parenti mandati in Ginevra per istruirsi non meno della lingua 
francese e latina, che di altre liberali profession! e scienze piu serie 
e convenient! al loro stato, sicome di giurisprudenza, d'istoria, 
del ius pubblico ed anche di filosofia, avendo ciascuno un particolar 
professore che ne gli insegnasse : li quali non mancavano non solo 
d'intervenirvi, ma anche con gli altri esporre i loro discorsi sopra 
le proposte materie. Questi erano il principe di Hassia-Cassel 1 ed 
il principe di Sax-Gottha; z due giovanetti quanto awenenti di 
corpo altrettanto di spirito sublime ed adorno di virtu veramente 
regie e magnanime, gentilissimi, cortesi, e sopra tutto desiderosi 
ed amanti non men delle lettere, che de j letterati. 

Era io a* medesimi noto a cagion che i loro governatori mi avean 
conosciuto a Vienna, e Sigismondo Liebe, 3 antiquario del duca di 
Sax-Gottha, avea dato al principe di me bastante notizia: sicch'es- 
sendo stato a visitargli, mi ricolmarono d'infinite cortesie, ed in- 
stantemente mi richiesero che io venissi nelle radunanze ch'essi 
tenevano in ciaschedun giorno di settimana, nelle quali soleva an- 
che intervenire il professor Torrettino, e far suoi discorsi come gli 
altri; sicome il Torrettino stesso e M. Vernet, 4 pastore e ministro 

i. il principe di Hassia-Cassel: Federico (1720-1785), divenuto nel 1760 
langravio di Hessen-Kassel. 2. il principe di Sax-Gottha: Federico, terzo 
duca di Saxe-Gotha, spentosi nel 1772. 3. Liebe: cfr. la nota i a p. 166. 
4. Jacob Vernet (1698-1789), pastore e riformatore ginevrino. Su di lui e 
sulla parte che egli ebbe nelle vicende del Giannone cfr. quanto e detto in 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 319 

di San Gervasi, 1 piu volte mi si erano offerti di condurmici. lo gli 
risposi che volentieri vi sarei intervenuto, per apprendere da uo- 
mini cotanto dotti e saggi i loro insegnamenti. Ed avendomi M. 
Vernet fatta compagnia, fui la prima volta ad ascoltare i loro di- 
scorsi; quali finiti, proponendosi il tema per la futura radunanza 
m'invitarono che io, in quella, dovessi sopra la proposta materia 
dar il mio parere. Me ne scusai con dire che, se ben io sentissi i 
loro discorsi, ancorch6 pronunciati in lingua francese, nulladiman- 
co non avea della medesima tanta perizia ed esercizio, sicche" po- 
tessi speditamente parlarne; ma tosto mi convinsero, con rispon- 
dermi che io poteva ben valermi della propria lingua italiana, poi- 
ch'essi, se ben non la parlassero, Tintendevan si bene, come la 
francese. Sicche fu d'uopo compiacergli, e tanto maggiormente, 
perch6 notai anche in ci6 la loro discrezione e prudenza: poiche li 
soggetti ch'eran proposti non eran di controversie di religione, ma 
sopra punti indiiferenti di scienze, di morale o di pratica; ed il 
tema allor proposto fii: Se la mercatura esserdtata da* nobili oscu- 
rasse la loro nobilta. 

Tennesi 1'assemblea nel di stabilito, in presenza de' due giovani 
principi, i quali con molto spirito e grazia recitaron i loro discorsi. 
II Turrettino ragion6 sopra la proposta materia, con non minor 
dottrina che eleganza, e lo stesso fecero il ministro Vernet e gli 
altri professori ivi ragunati. II mio discorso non dispiacque; sicche, 
propostosi secondo il costume il soggetto per la seguente settimana, 
che fu: Qual fosse stata Vorigine ed il primo istituto de* cavalieri di 
San Giovanni, detti poi di Rodi, e presentemente di Malta, parimente 
m'invitarono a dime il mio parere; sicome feci la seconda volta, 
ed avrei fatto anche la terza, sopra il tema proposto intorno alle 
virtu morali, se le mie nuove disawenture non avessero il tutto 
turbato ed interrotto. 

Non cominciando la rea fortuna mai per poco, mentre io solle- 
citava il Bousquet a dar principle a* nostri affari, dicendogli che 
onnai eran passati due mesi che io, a proprie spese, dovea sosten- 
tarmi in Ginevra, e che quel poco contante che io avea presto sa- 
rebbe finito, egli mi rispose che colla nuova societa si sarebbe dato 
principio; la quale non era cominciata, a cagion che i vecchi soci 



Giannoniana, pp. 569 sgg., nonch in S. BERTELLI, Uincartamento origi- 
ndle, cit., pp. 28 sgg. i. San Gervasi: St. Gervais. 



320 VITA DI PIETRO GIANNONE 

volevan prima seco aggiustar i loro conti, i quali presto si sarebber 
terminati; die per ci6 avessi la pazienza di aspettare qualche 
altra settimana, che tutto si sarebbe adempito. Cominciai dapoi a 
sentir da altri, che non cosi facilmente il Bousquet si sarebbe di- 
strigato con Pellissari, il quale mal soffriva che avesse fatta con 
altri nuova societa, senza prima, a' debiti tempi, awisarcelo ed 
appianare i loro conti. Poiche il Bousquet, nella societa, non vi 
conferiva se non la sua personale industria, e tutto il denaro eragli 
sornrninistrato dal Pellissari. 

Postomi da cio in qualche aggitazione: ecco che sento che il 
Pellissari, in sua casa contrastando con Bousquet, mosso da ira 
aveagli dato uno schiafFo, e preso poi un bastone, se non gli sfug- 
giva dalle mani Pavrebbe ben bastonato; ne" in cio fu minore Tim- 
prudenza del Bousquet, che lo sdegno del Pellissari; poiche il 
Bousquet, ricevuto lo schiaffo, invece di tacerlo per essergli stato 
dato nelle stanze di Pellissari, essendo soli, egli corse al pubblico 
magistrate a fame querela: sicche il fatto si divolgo per tutta la 
citta, ed il Pellissari, chiamato dal magistrate, neg6 il fatto; anzi 
Paccuso di calunniatore, dicendo che per isfuggire di dargli conto 
de j denari somministratigli, andava cercando tali sotterfugi. Ne* il 
Bousquet avendo testimoni per pruovarlo, ed alPincontro il Pellis- 
sari instando per la reddizione de' conti e di proibirsegli intanto 
ogni nuova societa, con farsi sequestro de' suoi mobili, per sua 
sicurta ottenne commissario, per astringerlo a dar i conti, ed anche 
il sequestro e quanto cercava; poiche il Pellissari era in Ginevra 
ben veduto ed avea il favore non pur del magistrate, ma di tutti 
i cittadini; i quali, sapendo che co* denari somministratigli dal 
Pellissari, il Bousquet ch'era un pover uomo, erasi rialzato, gFim- 
putavano d'aver usata somma ingratitudine contro un tanto suo 
benefattore. 

Quanto io rimanessi afflitto per un successo che ruinava tutte 
le mie speranze, ciascuno da se stesso potra comprenderlo ; n6 
posso negare che mi costern6 in maniera, che mi era venuto a 
noia il vivere, scorgendo, che la rea mia forruna non cessava per 
tutti i lati combattermi, per atterrarmi; e tanto maggiormente, 
che Bousquet, o sia per rossore delPaffronto, o perche con tal oc- 
casione, avendo io scoverto i suoi intrighi, non sofFriva di piu ve- 
dermi, mi sparve davanti, ne mai piu il vidi; ne con tutte le dili- 
genze usate fu possibile, o in casa, o altrove, di trovarlo, nascon- 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 321 

dendosi dal cospetto di tutti: sicche, lasciandomi in abbandono, 
mi costrinse a scrivergli una lettera, ed usar tutti gPingegni per- 
che" pervenisse nelle sue mani; nella quale, dolendomi del suo modo 
di procedere, gli cercava che mi spiegasse il suo animo e si risol- 
vesse di quel che intendeva di fare, affinche potessi io prender altre 
misure, e non lasciarmi cosi sospeso e confuso. Appena potei rice- 
verne breve risposta, dicendomi che io mi consigliassi col ministro 
Vernet, suo amico; il quale, stando inteso di tutto, poteva darmi 
sano consiglio di ci6 che dovessi fare. 

Fui dal Vernet, al quale avendo esposto il caso mio infelice e 
la confusione nella quale mi avea lasciato Bousquet, Io pregai non 
meno del suo consiglio, che d'aiuto, come potessi risorgere dal 
fosso nel quale era caduto; mostrandoli piu lettere di Bousquet, 
scrittemi in nome della compagnia, nelle quali era assicurato che 
avrei trovato in Ginevra radempimento di quanto erasi fra noi 
convenuto, per le quali io fui mosso a venirci, con tanta mia spesa 
e travaglio. Vernet, leggendo le lettere scrittemi con tanta sicu- 
rezza, non pote nelTistesso tempo che biasimava la facilita e fran- 
chezza di Bousquet di compatire il mio duro caso, dicendomi 
schiettamente che io non dovea riporre piu in lui speranza alcuna, 
poich6 Pellissari Pimpediva contrar nuova societa, se prima non 
saldava i suoi conti e Io pagasse di quanto credea rimanergli debi- 
tore, avendo per ci6 ottenuto sequestro di tutti i di lui beni; e 
di vantaggio, che i nuovi soci, avendo inteso tanti romori ed im- 
brogli, non volevano con Bousquet societa alcuna, sicche sarebbe 
fuor delPuna e delPaltra: onde pensava di andarsene in Ollanda e 
trovar ivi onesto modo di vivere, n6 rimanersi a Ginevra, dove per 
PafTronto ricevuto e da lui stesso divolgato era da tutti schivato e 
fuor d'ogni umano commerzio. 

Sentendo ci6, gli dissi che per quel che riguardava la stampa 
del quinto tomo e delle altre mie opere inedite, poteva ben pen- 
sarsi ad altro ; ma in quanto alia traduzione francese, colle nuove 
giunte e medaglie trasmessegli, credeva che ci6 dovesse andar a 
conto della prima compagnia, la quale avea speso il denaro del 
disegno e gravatura 1 del mio ritratto in rame; onde avrebbe impor- 
tato poco che Bousquet se n'andasse in Ollanda, purch6 Pellissari 
volesse continuarla, col quale io sarei convenuto. Si esibi pertanto 

i. gravatura: incisione (francesismo). 



322 VITA DI PIETRO GIANNONE 

il Vernet di parlare a Pellissari; e per la stampa dell'altra opera mi 
propose un altro mercante libraro, suo amico, al quale egli avrebbe 
anche parlato per disporlo. E quest! fu M. Barrillot, 1 amico anche 
del Turrettino; onde stimo che io ne dovessi anche pregare il 
medesimo, affinche con efEcacia gli parlasse. 

Non mancai istantemente pregarne il Turrettino, il quale, com- 
passionando il rmo caso, tanto piii si mosse con fervore a persuadere 
il Barrillot, che volesse sottentrare in luogo di Bousquet nell'im- 
presa, che sarebbegli riuscita utile, assicurandolo che le nuove mie 
stampe sarebbero state con desiderio da tutti ricercate, non meno 
che le prime; anzi che il guadagno che avrebbe ritratto dal quinto 
tomo era sicuro, poich6 tutti que j che aveano i quattro precedenti, 
certamente avrebber desiderate il quinto, per aver Fopera intera e 
compita; e che Taccordo, prima fatto co' stampatori di Venezia e 
poi con Bousquet, era molto discrete, si che poteva senza dubbio 
alcuno accettarlo. 

Non ci bisogno meno che tutta Tautorita ed il credito del Tor- 
rettino e di Vernet perch6, finalmente, il Barrillot si contentasse; 
poiche gli stampatori di Ginevra hanno tutta la ripugnanza, quan- 
do non siano opere latine o francesi, di impiegare le loro stampe a 
libri italiani; ma dicendosegli ch'essendo Pautore presente, pote- 
va star sicuro che Pedizione sarebbe riuscita correttissima, si per- 
suase, e sol richiese qualche tempo; poiche, dovendo partire per 
rimminente fiera di Francfort, 2 non poteva se non al suo ritorno 
darci principio. 

Questa dilazione importava lo spazio di cinque o sei settimane, 
ed io volentieri ce la diedi, cosl perch6 frattanto potessi preparargli 
alcuni pochi manuscritti che avea meco, come anche perche da 
Milano non avea ricevuti ancora que* che rimasi a Venezia, i quali 
componevano il quinto tomo; onde scrissi al secretario Canari, 
che se fin allora non Tavea scritto di sollecitar la missione, a cagion 
de j nuovi miei guai accadutimi con Bousquet, ora che con altro 
mercante libraro avea ristabilito il mio affare, non mancasse di 
mandarmegli quanto piu sollecitamente potesse, per sicura com- 
modita. Scrissi parimente a Venezia al principe Trivulzi ed al se- 
nator Pisani i miei travagli passati con Bousquet, i quali avean 

i. Sul Hbraio Jacques Barrillot (1684-1748) e le sue responsabilita per la 
consegna delPoriginale del Triregno all'Inquisizione si veda S. BERTELLI, 
JJincartamento originals, cit., pp. 28-30. 2. Francfort: Francoforte. 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 323 

differito ed erano ancora per differire qualche soccorso che potessi 
avere in Ginevra di denari, onde mi conveniva tirar avanti a mie 
proprie spese; e prevedendo che questo sarebbe per finire quel 
poco contante che io avea, gli pregai che sopra i miei libri lasciati 
a Venezia mi mandassero qualche picciola rimessa di denaro, fin 
al ritorno di Barrillot da Francfort, per poter supplire intanto a' 
miei bisogni. 

Per ci6 che riguardava la traduzion francese: avendo saputo che 
le mie giunte ed annotazioni, che da Vienna mandai a Bousquet, 
erano in potere di monsieur Bochat, professore in Losanna, scrissi 
al medesimo che essendosi con Bousquet disciolto ogni trattato, 
me li mandasse, con restituirgli al padrone; ed il medesimo non 
manco, usando somma puntualita, di tosto mandarmigli ; sicche, es- 
sendo in mio potere, mi assicurai che senza di me non avrebbe 
potuto altri proseguirla. Ed avendomi monsieur Vernet riferito 
che, essendosi saldati i conti con Bousquet, al Pellissari era rimaso 
tutto cio ch'erasi preparato per la stampa della traduzione, e che 
quella rimaneva ad utile delTantica societa, feci per mezzo suo 
intendere al Pellissari ch' erano in mio potere le giunte e le anno- 
tazioni, le quali, sempre che avesse voluto intraprenderne Pedi- 
zione, non avrei mancato di somministrarcele, e convenire con lui 
quanto erasi trattato con Bousquet. 

Pellissari mand6 a dirmi che volentieri sarebbe egli sottentrato 
alia spesa, e che sarebbe passata quest' edizione per suo conto; e 
non dubbitassi, che disbrigato ch'egli fosse da altri suoi premurosi 
affari, ci avrebbe dato principio. Cosi nel meglio che si pote", col 
favore ed autorita del professor Turrettino e di monsieur Vernet, 
fu ristabilito con Barrillot e con Pellissari il trattato da piu anni co- 
minciato con Bousquet; il quale erasi gia partito per Ollanda per 
istabilirsi ivi, o pure in Losana, 1 come poteva il meglio, dopo la 
disawentura accadutale in Ginevra. 

Intanto eravamo entrati nel mese di marzo ed io aspettava il 
ritorno di Barrillot da Francfort ed i manuscritti da Milano, per 
dar principio alia stampa, donde potessi ritrarre qualche emolu- 
mento per poter onestamente vivere con le mie fatiche in Ginevra 
infino a tanto che il Cielo di me non avesse altramente disposto; 
frequentando la casa del professor Torrettino, dal quale riceveva 

i. Losana: Lausanne. 



324 VITA DI PIETRO GIANNONE 

estraordinari favori, offerendomi dalla scelta sua biblioteca que* 
libri che mi fosser di bisogno, di die io era contento, poiche ivi 
trovai d'ogni materia libri rari ed elettissimi. Ma sopra tutto gode- 
va della utile e piacevole conversazione d'un uomo veramente sa- 
vio e profondo nelle scienze, nell'istoria ecclesiastica e nelPaltre 
serie discipline, e sopra tutto intendentissimo della greca, ebraica 
ed altre lingue orientali, e che nella latina aveasi acquistato uno 
stile proprio, cosi terso, pulito ed elegante, che, nello spiegarsi 
con proprieta e nettezza, avea pochi che Puguagliassero. Cio che 
potra renderne al mondo chiara testimonianza quel dotto ed ele- 
gante Compendia delVistoria ecclesiastica, ultimamente dato alia lu- 
ce, 1 del quale mi fece presente, che io ricevei come una gemma 
tersa e pulita, senza ruga ne macchia alcuna che Padombrasse. 2 
Egli avea date alle stampe in varie occasioni altre picciole opere, 
delle quali ne faceva raccolta, per darne al pubblico un giusto 
volume; 3 ne dubbito che dalla repubblica letteraria sara ricevuto 
con quegli applausi e commendazioni, delle quali furon sempre 
degni gli illustri monumenti de* suoi rari ed incomparabili talenti, 
onde meritamente ed appresso il magistrato e nelPUniversita di 
que' studi e presso tutti aveasi acquistata quelPautorita e riverenza 
che se gli prestava; e mi solea dire che gli dispiaceva esser io cola 
giunto in tempo non cotanto felice per quella repubblica <per in- 
terne discordie gia tutta sconvolta> la quale, in altri tempi, si vide 
assai piu fiorire, e per insigni professori e per piu frequente e 
dilatato commercio ; il quale avea ricevuto una terribile scossa dal- 
Tultima peste di Marsiglia, 4 che avea sconvolti e divertiti 5 i cammini 

i. quel . . . luce: cfr. J. A. TURKETTINI, Historiae ecclesiasticae compendium 
a Christo nato usque ad annum MDCC, Genevae 1734. Di lui possediamo 
anche Pepistolario, edito a cura di E. de Bude: Lettres inedites adressees de 
1686 a 1737 aJ.-A. Turrettini, theologien genevois, Paris et Geneve 1887 (nel 
tomo in, alle pp. 223 e 226 ci sono due lettere di F.-J. de Pesmes de Saint- 
Saphorin concernenti Giannone, in data 20 maggio 1736 631 gennaio 1737). 
2,. io... adombrasse: ma si veda anche il giudizio dato dal Giannone ne La 
Chiesa sotto il pontificate di Gregorio il Grande, in Opere inedite, a cura di P. 
S. Mancini, cit. , Torino 1 852 (ma 1859), n, pp. 1 1 6-7. 3 . un giusto volume : 
numerosi discorsi, dissertazioni, tesi accademiche del Turrettini furono 
raccolti in tre volumi in quarto, apparsi a Ginevra nel 1734. In altri died 
volumi, a cura del Vemet - che del Turrettini fu allievo - uscirono i suoi 
scritti di religione naturale e sulla divinita del cristianesimo : Traitd de la 
veritl de la religion chr&ierme, Geneve 1730 e, di nuovo, ivi, 1748. Le sue 
opere vennero successivamente raccolte, col titolo di Opera omnia theo- 
logica t plnlosophica et philologica, Leovardiae et Franequerae 1774-1776. 
4. peste di Marsiglia: del 1722. 5. divertiti: allontanati. 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 325 

de' negozianti; e dicendogli io che per le savie leggi ed istituti co' 
quali era amministrata, meritava un piu dilatato territorio, avendo 
fuori di ogni mia credenza scorto che vien terminata quasi colle 
mura della citta, poiche da tutti i lati coll'occasione de' miei con- 
sueti esercizi girandola attorno, ora mi trovava ne' confini di Sa- 
voia, ora di Francia ed ora de' Svizzeri, fra' quali era chiusa; 
egli mi rispondeva, che appunto per questo avea conservata per 
tanti anni la sua liberta, poiche, contenta del poco, non dava a' 
vicini alcuna invidia o sospetto, sicche la lasciavano vivere in pace 
ed in tranquillita. 

Mentre io in tali occupazioni proseguiva il mio soggiorno a Gi- 
nevra, aspettando il ritorno di Barrillot ed i mamiscritti da Mi- 
lano, dalPaltra parte la corte di Roma, molto piu sollecita per la 
mia persona che prima - avendo saputo, e per i molti suoi emissari 
ed esploratori che non mi lasciavano di vista, e per le mie lettere 
istesse, scritte a Milano a Venezia ed in Vienna, nelle quali mani- 
festava a gli amici che io non per cambiar religione, ma per averci 
colle mie fatiche trovato onesto modo di vivere, erami portato a 
Ginevra, ripigli6 piu fiera che mai le solite insidiose sue armi, 
per atterrarmi. Non si sarebbe curata punto se io avessi mutata 
religione; anzi il mutarla sarebbe stato forse e per lei di piacere, 
e per me di quiete; poich6 con ci6 si sarebbe smorzata la sua ira ed 
indignazione; ma Paver saputo la cagione ed il fine, nulla giovan- 
domi il riflettere che io, non lasciandomi luogo in Italia da poter 
vivere, dovea finalmente in qualunque maniera trovarlo altrove 
per sostentarmi: impervers6 in guisa che non lasciava di muover 
pietra, per abbissarmi. 1 

Furono incredibili le tante ciarle che s'inventarono in Roma, 
delle quali empivano le gazzette, sopra la mia uscita da Venezia e 
da Milano, ed il mio ricovro a Ginevra. Le calunnie per discredi- 
tarmi anche nella corte di Vienna, arrivarono fino ad inventarci 
che io dalla biblioteca cesarea avea sottratto un raro manuscritto 
dell'imperador Federico II, e che Favea mostrato ad alcuni gentil- 
uomini veneziani; 2 ma 1'impostura fu presto chiarita; poich6aven- 

i. abbissarmi: subissarmi, perdermi. 2. che i o . . . veneziani: scrive il PAN- 
ZINI, p. 79, che un tale abate Ruelin ch'era in Roma, scrisse in Vienna 
d'aver saputo da persona di conto che il Giannone involato avesse dalla 
biblioteca cesarea un manoscritto che conteneva le lettere dell'imperador 
Federigo II, e che portandolo seco in Venezia Io avea quivi mostrato a 
qualcheduno . II Garelli, direttamente chiamato in causa nella sua veste 



326 VITA DI PIETRO GIANNONE 

done scritto un romano in Vienna al secondo custode della bi- 
blioteca, suo amico, e datali notizia della voce sparsa per Roma, 
questi porto la lettera al cavalier Garelli, bibliotecario, il quale si 
accorse subito della calunnia; e fattasi esatta diligenza fra' manu- 
scritti, se mancava quello che diceasi aver io sottratto, si trov6 
ivi che era: sicome degli altri manuscritti, fattosi confronto col 
catalogo, non ne mancava alcuno. Fu smentita in Roma Timpostura, 
e scritto ivi ed in Venezia come si conveniva, manifestando la sozza 
ed indegna maniera di procedere de' vili calunniatori romani ; ed il 
primo custode, Forlosia, a nome del cavalier Garelli, mi scrisse 
una lettera, 1 mentr'io era a Ginevra, nella quale, per mio consuolo, 
mi diede notizia di tutto il successo; e poiche io aveagli awisato 
il mio arrive a Ginevra, e che forse, trovandomi vicino, sarei pas- 
sato a Lione per vedere quella citta, mi awertiva a non trattener- 
mici lungo tempo; poiche" Roma non avrebbe mancato, anche ivi, 
tendermi insidie, sicome tentava da per tutto. 

II luogo per me meno sospetto riputava la corte di Torino, poi- 
che avea fatta esperienza che di me non ne pretese altro, se non 
che uscissi dalla citta e Stato di Milano. Era in suo arbitrio di 
farmi arrestare a Milano, dove dimorai quasi un mese; passai con 
sicurezza per le citta del Piemonte, ed a Torino mi trattenni due 
giorni; traversal la Savoia, ed a Champ6ry mi fermai una notte e 
mezza giornata. Nel partire da Milano la principessa Trivulzi, com- 
passionando il mio caso, si dolse col gran cancelliere Olivazzi, 

di bibliotecario cesareo, non solo smentl 1'accusa, ma chiese la solidarieta 
dei colleghi, e Apostolo Zeno, da Venezia, gli rispose che, pur non avendo 
avuto occasione di incontrarsi col Giannone se non alia sfuggita nella 
piazza di S. Marco , tuttavia aveva parlato con piu d'uno di que' signori, 
che gli erano piu dimestici, ed espressamente con uno di essi, che gli avea 
steso il catalogo di tutti i libri che seco egli aveva; e tanto questi, quanto 
gli altri mi hanno assicurato di non aver veduto presso di lui le lettere ma- 
noscritte delPimperador Federigo II n6 anche le stampate col nome di 
Pier delle Vigne, che ne fu il segretano, soggiungendomi che di ci6 non 
avea mai fatta parola ne' suoi privati ragionamenti. Di tutto questo con- 
cludeva Io Zeno ttl'accerto in mia piena fede, e pu6 per me affermarlo 
anche alia Maesta Imperadrice (cfr. Lettere di A. Zeno, cit., v, pp. 160-1). 
L'accusa del Ruelin traeva origine da xm progetto di edizione delle lettere 
di Pietro della Vigna, che risaliva al 1725, e al quale era stato interessato, 
oltre allo stesso Garelli, Tabate napoletano Giovanni Lorenzo Acampora 
(spentosi nell'ottobre 1728): si vedano per questo le lettere del Giannone 
al fratello, in data 23 giugno (qui la x) e 4 agosto 1725 (Giannoniana, nn. 
99 e 105). II codice faceva per6 parte della biblioteca del principe Eugenio. 
i. una lettera: il testo di essa in Giannoniana t pp. 530-1. 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 327 

che finalmente la dura necessita mi avea costretto di passare in 
Torino e di la condurmi a Ginevra, giacche non trovava in Italia 
alcun rifugio; onde non era a* ministri di quella Corte ignota la 
mia sforzata e necessaria risoluzione di passare ivi, ne mi fu im- 
pedito il passaggio. 

Avea adunque forti ragioni di non temere da quella alcun male, 
e che, pur che non fossi suo, si curasse poco di me e che cercassi 
altrove scampo: tanto maggiormente, che io non avea offeso in 
cos'alcuna quel re; anzi, come a principe magnanimo e clemente, 
e che in valore, prudenza e sapienza non men civile che militare 
avea superato gli augusti suoi predecessori, era io ricorso a lui, 
implorando la benigna e vigorosa sua protezione, della quale se 
non ne fui degno, non incolpava altri, se non il poco mio merito 
ed il duro ed acerbo mio destino. Tutte queste riflessioni mi ren- 
devan sicuro e senz'alcun sospetto; e se io, giunto a Ginevra, 
non trapassava ne' vicini confini della Savoia, era perche, giuntovi 
d'inverno, que' mesi rigidi non permettevano che io dilungassi i 
miei cammini in piu spaziose campagne; ma il freddo mi obbli- 
gava starmene per Io piu in casa, o pure qualche giorno sereno, 
far piccioli giri intorno la citta, e presto ricovrarmi sotto il tetto 
proprio o di qualche amico. 

Ma la corte di Roma cui molto premeva che mi si togliesse il 
modo di poter vivere colle mie opere, le quali non potevano pia- 
cerle, poiche per piu e reiterate pruove non avea altra maniera di 
risponderci, se non perseguitando 1'autore: dando a sentire alia 
corte di Torino che la mia dimora in Ginevra sarebbe stata per- 
niciosa non meno a lei che a gli altri principi, poiche io avrei pub- 
blicati alle stampe libri a tutti ingiuriosi, empi ed eretici, fece si co j 
suoi accorti modi e lusinghe, che trasse quel principe a dar mano 
adiutrice alle sue inique ed ingiuste voglie, e procurare che io 
fossi tratto da Ginevra, e posto in arresto, in sicura custodia. E 
pure le mie opere, che io preparava di dar alle stampe in Ginevra 
unicamente per trovar modo da vivere, non erano che quelle stesse, 
che gli stampatori di Venezia dovean imprimere, e che io avea sot- 
toposte alia censura del padre teologo di quella Repubblica! E 
Taltre mie opere impresse avean dato bastante e chiaro saggio al 
mondo quanto fossi lontano di scrivere contro i principi, quando 
tutti i miei pochi talenti da Dio concessimi non 1'avea impiegati, 
che per maggiormente stabilire i loro sovrani diritti ed alte pre- 



328 VITA DI PIETRO GIANNONE 

minenze ne 1 loro domini ed imperi. Ma il mio duro e crudel de- 
stino, non mai stance di perseguitarmi per ogni verso, fece che 
Tesecuzione del mio arresto si fosse commessa a persona la quale, 
per porlo in effetto, non tralascio d'usare i phi orribili tradimenti 
e le maniere piu indegne, inospitali ed inumane, che fossero un- 
quemai accadute ed immaginate. 

L'ordine che io fossi tratto da Ginevra e posto in arresto e con- 
dotto a Champery, fu mandate al general conte Picon, governa- 
tore di Champe"ry e luogotenente generale della Savoia. 1 Questi si 
trovava aver per suo aiutante di campo un tal Guastaldi, piemon- 
tese, il quale avea un suo fratello a Vesena, 3 picciolo villaggio, 
posto a* confini della Savoia, prossimo a Ginevra, impiegato a 
riscuoter i diritti di una picciola doana che ivi era ; al quale fu data 
dal governadore commissione del mio arresto, ma, secondo che poi 
mi mostr6 lo stesso Guastaldi 3 doaniere, con termini umani emolto 
discreti, senza usar strapazzi, ma con tutta destrezza e piacevolez- 
za, perch'io non soiFrissi disagio alcuno. Dalla commessione datali 
e dalle lettere mostratemi poi, mi accorsi che I'incombenza eragli 
stata data fin da* io di dicembre scorso; sicch6 appena saputosi il 
mio arrivo a Ginevra si cominci6 a tendermi insidie, e quanto piu 
si differiva Pesecuzione, tanto maggiormente il Guastaldi riceveva 
da Champ6ry impulsi, secondo che crescevano gl'impegni e le pre- 
mure che ne faceva Roma alia corte di Torino. 

Trovavasi per mia disgrazia costui amico di piii anni con Che*- 
neve, mio ospite, e soleva spesso venire in sua casa, e da buoni 
compagnoni beeno e mangiavano insieme; ed a vicenda sovente il 
Cheneve si conduceva a Vesena, a far gozzoviglia e darsi insieme 
bel tempo. Con tal occasione venni io a conoscere questo Guastaldi 
doaniere, il quale spesso mi visitava, e mostrava aver di me somma 
stima ed affezione. M'invitava con molta istanza, che piacendomi 
tanto la campagna venissi a dimorare per qualche giorno a Vesena, 
che mi sarei ristabilito in perfetta salute. Ed io, non che n'avessi 

i. Uordine . . . Savoia: sugli awenimenti che seguono si veda P. OCCELLA, 
Pietro Giannone negli ultimi dodid anni, cit., il quale ampiamente utilizza 
una Relazione istorica di dd che e passato all' occasione dell* arresto del Gian- 
none, seguito nelle vidnanze di Ginevra, sino alia di lui morte succeduta 
nella dttadella di Torino, stesa attorno al 1832 da un archivista sabaudo, 
certo Filippi, e oggi conservata nell'Archivio di Stato di Torino, mono- 
scritti Giannone, mazzo in, ins. 2, E. 2. Vesena: Vezenaz. 3. Giuseppe 
Guastaldi. 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 329 

alcun sospetto, me ne scusava dicendogli che i mesi di quel rigido 
inverno non permettevano che io uscissi di casa, non pur dalla citta; 
ma che nella prossima primavera, quando le campagne erano al- 
legre e verdeggianti, non avrei mancato di profittarmi de' suoi 
inviti. 

Intanto egli prese dimestichezza col mio giovane figliuolo e gli 
faceva somme carezze; e non potendo trar me di citta, mi richiese 
che almanco permettessi che, in compagnia di Cheneve, ci man- 
dassi lui, il quale, essendo giovane, poco dovrebbe curare la rigi- 
dezza della stagione. Ed io non ci ebbi difficolta; e da due o tre 
volte che ci fu con Cheneve, gli fece grandi cortesie, trattandolo 
lautamente. 

Mostrava sommo contento di aver presa questa conoscenza; 
spesso mi dimandava del mio affare che trattava con Bousquet, ma 
piu sollecitudine ne mostrava col mio giovane e con Chenev6, ri- 
chiedendogli cio che io facessi. E sovente, trovando che io era in- 
teso a rivedere i manuscritti, che mi avea Bousquet fatti portare 
dalla traduzion francese della mia Istoria, mi domandava quando 
si sarebbero dati alle stampe, e cose simili. Egli di quanto vedea e 
sentiva da me, dal mio giovane e da Ch6nev6, ne faceva rapporto 
al suo fratello a Champery, sicome mi confess6 dapoi, scrivendogli, 
essendo persona idiota e senza lettere, piu cose false e sciocche, 
e sopra tutto che io stava tutto inteso a scrivere contro il papa. 
Passavano tre e quattro settimane che non si vedea; poi tornava, 
secondo i nuovi impulsi che Teran dati in risposta de' suoi rap- 
porti. E mostrando maggior affezione ed ardore di nostra amicizia, 
mi richiese d'alcuni libretti italiani che io avea, per leggergli. 
Glieli prestai, ancorche sapessi che poco Pintendesse; ed egli me 
li cercava non per altro, se non per scrivere a Champe'ry che libri 
fossero, e mostrar con cio di aver meco contratta molta familiarita, 
onde stesser sicuri che sarei caduto nelle sue reti. 

II Ch6nev6 avea procurato un mio ritratto, di quelli impressi 
sopra il rame, che si gravb 1 a Vienna ed io avea mandato a Ginevra; 
ed aveane fatto un quadro, con cornice di legno negro intorno e 
vetro davanti, e tenevalo nella sua stanza. Glielo richiese con mol- 
ta istanza, dicendogli che voleva tenerlo per mia memoria; ed avu- 
to che 1'ebbe, Io mand6 a Champery al fratello, il quale glielo 
rimand6 indietro, scrivendogli che Sua Maesta desiderava avere 
i. si gravd: si incise (francesistno). 



330 VITA DI PIETRO GIANNONE 

nelle mani Toriginale, non il ritratto; e che stesse pur sicuro, che 
se egli veniva a capo di quest' affare, avrebbe mutata condizione 
e sarebbe stato premiato dal re con cariche onorevoli e vantag- 
giose. Da queste lusinghe maggiormente si accese, ed avrebbe com- 
messa ogni scelleraggine pur che gli fosse riuscito d'involarmi. 
Le care dimostranze sempre piu crescevano : voile che io vedessi 
i magazzini del sale e del tabacco, che il re teneva in Ginevra; 
e dall'ardore che mostrava in condurmi in tali luoghi, e dall'infelice 
caso indi seguito, compresi ch'egli dentro la stessa citta di Ginevra 
cercava modo di togliermi dal cospetto degli uomini e portarmene 
via, tutto covrendo sotto il manto di amicizia e di affettuose espres- 
sioni di venerazione e stima, che mostrava verso di me. 

Io, non che avessi alcun sospetto di smistro successo, pure, sem- 
brandomi eccessiva in un uomo idiota e senza lettere tanta corte- 
sia e cordialita, dissi a Cheneve che io restava maravigliato in 
vedere in un piemontese tanta affezione, e molto piu in un de- 
forme e monoculo; poiche", oltre di mancargli un occhio, dall'al- 
tro era guercio; ma il Cheneve mi rispondeva che Pera amico di 
quattro anni, e che sempre Tavea sperimentato leale, di buon cuore 
ed affezionato con gli amici; e cosi mi dicean la moglie e gli altri 
di sua casa. 

Per piu di tre mesi, da che arrivai a Ginevra, seguit6 costui la 
mia traccia per cogliermi nella rete, non usando altre armi che 
quelle di Giuda. Finalmente, approssimandosi la fine di marzo e 
raddolciti i tempi, cominciando le campagne a rendersi amene, 
riput6 tempo opportune di poter venirne a capo; e prima avendo 
invogliato il mio giovine di andar un giorno a Vesena per goder 
di quelParia, furon ambidue con Cheneve a dirmi che essendo i 
giorni sereni non bisognava perderne 1'occasione. Gli risposi che 
per me non erano abbastanza raddolciti: andassero pur essi, che 
nell'entrante mese d'aprile non avrei mancato fargli compagnia. 
Ma mi lasciai poi persuadere, per una cagione ch'era molto effi- 
cace, a deliberarmi di seguitarli. 

In quest'anno il di delTAnnunziata 25 di marzo, venne a cadere 
nella Domenica delle Palme, e prevedendo la difficolta che s'incon- 
trava di soddisfare al precetto pasquale nella piccola cappella del 
Residente di Francia, dove non vi era che un cappellano, ed all'in- 
contro il numero de' Savoiardi e Frances! cattolici era immenso, si 
stim6 per adempierlo senza calca di tanta gente e phi divotamente, 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 331 

di andare nel piu vicino villaggio di Savoia. 1 II Guastaldi esagge- 
rava che non vi era piu opportune luogo che Vesena, do v* egli 
avrebbe fatto awisare quel paroco, che intendeva la lingua italia- 
na; e la mattina stessa della Domenica delle Palme, sicome avrebbe 
fatto anch'egli, poteva io ed il mio giovane, con tutto aggio, con- 
fessarmi e prender 1'Eucarestia; e che per far cio meglio era di 
portarci la sera del sabato in sua casa, affinche la mattina della do- 
menica fossimo i primi, senza turba ad adempirla, e rimaner ivi il 
giorno a goder la campagna. Non dispiacque Tofferta; ed io, con 
tutto cio, gli dissi che sarei venuto pur che, pero, il tempo fosse 
placido e sereno. Egli contentissimo ci disse che, tornando a Ve- 
sena, avrebbe subito fatto awisare il paroco, aspettandoci in sua 
casa il sabato la sera. Questo giorno, per mio fatal destine, riusci 
chiaro, placido ed ameno; sicche", stimolato anche dal mio giovane 
e da Ch6neve, sbrigato della posta, il dopo pranzo al tramontare 
del sole, per non stancarmi del cammino, ci posimo tutti e tre in 
una barchetta, e solcando il lago Lemano agiatamente ci condus- 
simo al lido, e smontati a* confini, si fece a piedi quel piccolo trat- 
to che vi era, per giungere a Vesena. 

II Guastaldi, che ci aspettava, quando ci vide si fece incontro 
festivo e cortese ; e condottici in casa sua, ci disse aver gia awisato 
il paroco, il quale la mattina seguente ci attendeva in chiesa, per 
esser sbrigati i primi. Poi si pose a prepararci la cena, la quale fu 
propria e moderata, secondo che io li richiesi; ed egli postosi a 
cenar con noi, si pass6 quel tempo allegro, replicando egli e '1 
Ch6neve, gran bevitori, piu brindisi in nostra salute. Mi mostro il 
mio ritratto, ch'egli avea nella sua stanza, dicendomi che non avea 
piu cara cosa di quella. 

Doppo cena mi disse, che vedendo Pangustia di sua casa, avea 
pregato un ginevrino, suo amico, che teneva a canto una piii com- 
moda abitazione, di preparargli una stanza con letto commodo, 
dove io, col mio giovane figliuolo, poteva quella notte dormire; 
poich6, in quanto a Cheneve, potea ben ritenerlo seco in sua casa: 
e che, quando volessi passarci, mi avrebbe accompagnato ; gli ri- 



i. In . . . Savoia: sulla cappella del residente di Francia a Ginevra cfr. F. 
FLEURY, Histoire de VSglise de Geneve, n, Geneve 1880, pp. 274 sgg. Quan- 
to ai motivi che spinsero il Giannone ad accettare Tinvito del Guastaldi, 
non nxolto diversamente e spiegato nelle Memorie di Giovanni: cfr. in Gian- 
nontana, pp. 190 sgg. 



332 VITA DI PIETRO GIANNONE 

sposi ch'era ormai tempo di andarci a riposare, essendo notte; 
ed egli con Ch6nev6 ci accompagn6, ne si parti fin che non ci vide 
posti in letto. Nel chiuder da dietro la porta, si osservo non esserci 
chiave; ma egli ci disse che non bisognava, essendo in casa sicura 
e d'un uomo da bene. Con tutto ci6, il mio figliuolo la chiuse 
come pote il meglio, con altra chiave; e partito che fu con Chenev6, 
ci posimo a dormire. 

II mio figliuolo tosto prese sonno, io era per prenderlo, quando 
non era ancor passata un'ora che intesi un romore nella camera 
precedente, e poi urtar con impeto la porta, e mezzo sonnacchioso, 
gridando chi era, ecco la vidi aperta, ed entrar con una lanterna 
piu uomini armati, che parean tanti orsi; cosi erano ruvidamente 
vestiti, senza schioppi, ma con forche di ferro, lance e lunghi spie- 
di; i quali, dando certi urli dissoni e confusi, si awicinarono al 
letto, e postoci la punta delle lame alia gola, mostravano volerci 
scannare; io credendogli ladri, gridava che si prendesser ogni cosa 
e ci lasciasser nudi, pur che ci salvasser la vita. II mio figliuolo, 
che profondamente dormiva, svegliato a tanti strepiti, appena aperti 
gli occhi, vedendosi alia gola le punte delle forche e quelle or- 
rende figure, comincio dirottamente a piangere, cercando miseri- 
cordia, perch6 non Puccidessero. 

In questo, fra la turba di que j che io credeva ladri, raffigurai uno 
vestito rosso che gli guidava; onde, pel dubbio lume non conoscen- 
dolo, indirizzai a lui le mie preghiere, che gli trattenesse e si pren- 
desse tutto, con lasciarci la vita. Allora questi, dando di piglio a' 
miei abiti, fece che gli altri alzassero le forche e le lance; e con voce 
orrida e contraffatta imponeva che si facesse ricerca di tutto, e 
sopra ogni altro, delle scritture o lettere, forse che io avessi sopra 
[di me], ne fin qui Io conobbi; ma dapoi, gridando egli che fossimo 
presi e ligati, perch6 tale era Pordine del re e del papa, mi accorsi 
che non erano ladri, ma sbirri; n6 per6 credea che fosse il Guastaldi 
stesso che gli guidasse, ma altri con sua intelligenza per6, e tradi- 
mento; ma presto mi tolsi di quest'altro errore; poich6, facendo 
ricerca ne' miei abiti e prendendosi quelle lettere che io, per caso, 
mi trovava addosso, e minacciando con voce contraffatta per dar- 
mi maggior terrore, si awicinfc in maniera che io, finalmente, Io 
rawisai. Allora, con debile ed afHitta voce, gli dissi: Questi frutti, 
adunque, signer Guastaldi, suol dare la vostra ospitalita ed amici- 
zia a* vostri ospiti ed amici?. E replicando egli che dovea ubbi- 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 333 

dire al suo re, che Favea comandato, gli soggiunsi che avendomi 
in sue mani non vi era bisogno, di notte tempo, d'un si funesto e 
terribile apparato: bastava che, appena giunto in sua casa, facesse 
ivi arrestarmi, con palesare che tal fosse Pordine del re; che io, 
che non era uomo facinoroso e che potessi attaccar per ci6 briga 
o far alcuna resistenza, mi sarei volentieri sottomesso a' coman- 
di del re, dalla cui clemenza e giustizia, non avendolo offeso 
in cos' alcuna, era sicuro che non avrei potuto temer alcun male. 
Ma quello che mi dava pena, era d'aver da lui inteso che mi 
arrestava per ordine non meno del re, che del papa: cosa che io 
non poteva comprendere, sapendo che nella Savoia il re solo co- 
manda, e non il papa. Egli, con faccia truce, mi rispose che cosi 
era, per essermi io portato a Ginevra, per scrivere contro il papa; 
e come se mai avessemi conosciuto, imperversava a straziarmi, 
con farmi sollecitamente alzar di letto, e che presto mi vestissi; 
e poi, preso un mio cinto, comand6 a que* masnadieri che con 
quello mi avesser ligato le mani e le braccia; ma cio che mi diede 
orrore e spavento del suo animo perverso e ferino, fu che contro 
un innocente, qual era mio figliuolo, di cui mostrava essergli stret- 
to amico e contro il quale non vi era alcun ordine di arresto, egli 
stesso prese una fune e Io fece strettamente Kgare; e cosi awinti, 
quella notte, ci condusse in sua casa, che la trovammo piena di 
gente armata, in mezzo alia quale era ritenuto Cheneve, perche 
non scappasse per darne awiso a Ginevra. 

Nel calar le scale del genevrino, nella di cui casa fummo im- 
prigionati, si attacc6 fra costui ed il Guastaldi una rissa, chiaman- 
dolo infame traditore, che avendogli cercate quelle stanze per no- 
stro alloggio, se ne fosse poi abusato, con far venir di notte, in sua 
casa, gente ribalda; avendo anch'egli prima creduto, per i modi 
usati, che fosser venuti per assassinarci, non per arrestarci. 

Fummo cosi trattenuti nella casa del Guastaldi tutta quella notte, 
circondati d'uomini armati; de' quali sempre piu cresceva il nu- 
mero, poich6 il Guastaldi, lasciatici con guardie, ch'erano anche 
superflue, non che bastanti, per render piu strepitosa e grande 
Teroica sua azione parti da noi, e quanti armati pot6 raccbrre da' 
vicini villaggi, tutti gli mandava in sua casa, per nostra custodia; 
di poi parti per Ginevra per prowedersi di galesse, per condurci 
a Champery, sicom'era 1'ordine di quel governadore; e tomato la 
mattina molto tardi, si mostr6 non men allegro che un poco piu 



334 VITA DI PIETRO GIANNONE 

umano, mostrandomi Pordine del mio arresto in nome del re e le 
lettere nelle quali, sempre piu con premura, se gli imponeva d'e- 
seguirlo; dicendomi die anche se non gli fosse riuscito ivi d'arre- 
starmi, il re ne avrebbe scritto a quella repubblica, perche in 
tutte le maniere non voleva che io dimorassi a Ginevra; e che non 
era vero quel che soggiunse del papa, avendolo detto per maggior- 
mente atterrirmi; e pregandolo istantemente, che non essendo 
nelFordine compreso mio figliuolo, lo lasciasse libero, non fu pos- 
sibile persuaderlo, dicendomi che bisognava condurlo meco a 
Champery, ed avesse pensato quel governadore di fare ci6 che 
stimava piu convenirci. 

Due ore prima del mezzo giorno di quella domenica si parti 
da Vesena, e nelTentrar col mio figliuolo nel galesse, io vidi che 
avea raccolto piu di cinquanta uomini armati, i quali, a forma di 
sguadone, 1 circondavano il galesse; i quali, secondo che si passava 
per i villaggi che s'incontravano per istrada, si mutavano, affinche 
la mostra fosse piu pomposa. Posti che fummo in galesse, fu licen- 
ziato Cheneve, al quale raccomandai le mie robe lasciate in sua 
casa, e che avrei da Champ6ry scritto a monsieur Vernet ci6 che 
dovea farne. Fu veramente cosa non men degna di compassione 
che di riso, il vedere il Guastaldi alia testa delle sue truppe, a 
cavallo, col mio ritratto alia mano, secondo ch'entrava in un vil- 
laggio mostrarlo a que' contadini, i quali, uomini e donne, corre- 
vano a truppe allo spettacolo; e come se conducesse preso re 
Marcone di Calabria, o Rocco Guinart di Barzellona, Tun famoso 
bandito del regno di Napoli, 1'altro di Catalogna, vantava a quella 
rozza e credula gente sue prodezze; e mossi alcuni da curiosita, 
dimandandogli chi io fossi e qual delitto avea commesso, egli non 
rispondeva altro, se non che avea preso un grand'uomo. Alcuni 
semplici, spezialmente le donne, alia risposta rimanevano stupidi. 
Altri, piu accorti, fra di loro pien di maraviglia, borbottavano : 
costui va preso, per essere un grand'uomo. Bisognera, adunque, 
esser uom picciolo e da niente, per non inciampare a simili di- 
sgrazie. NelTentrar d'una grossa terra, chiamata San Giuliano, 
ci awenne un fatto, non men da compiangere che da ridere. II 
Guastaldi precorse, col ritratto in mano, e postosi nella piazza, 
a cavallo, a guisa di ciarlatano facevane mostra, e per esser gior- 

i. sguadone: squadrone. 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 335 

no di domenica, uni gran moltitudine di gente die vi accorse. 1 
Eravi ivi il governadore, che chiamavano il Barone, il quale, 
mosso anch'egli da curiosita, fu ad incontrarci; e fatteci mille grate 
accoglienze e cortesie, voile che smontassi dal galesse e mi fermassi 
in una vicina casa, fin che il Guastaldi non unisse la nuova gente, 
per cambiarla con quella che ci avea ivi condotto. Smontati che 
fummo, ci ofFeri del caffe, ed ancorche si rifiutasse, voile che in 
ogni modo lo prendessimo ; sicome, per non abusarci 2 di tanta 
gentilezza, si fece; ed avuti insieme vari discorsi, ed egli mostrando 
gran compatimento del mio caso, fecemi grandi esibizioni, piene 
di somma cordialita ed affezione. Licenziato che si fu, appena vol- 
tate le spalle, nel volerci riporre nel galesse ci vidimo un suo 
ufficiale avanti, il quale ci fece un presente di un paio di manette 
di ferro, dicendoci che il costume ivi era che a' priggionieri che 
passavano per quella terra e suo distretto, perche fosse piu sicura 
la lor custodia, si ponevan le manette; onde avessi la pazienza di 
sofferirle, e preso il mio braccio sinistro col destro del mio figliuolo, 
ci awinse chiudendo colla chiave i ferri, dandoci un soldato af- 
finche ci accompagnasse fino la sera, nelFosteria dove dovevamo 
pernottare; il quale ce le avrebbe tolte e riportate indietro, come 
fu fatto; e ritornandosene il soldato, gli dissi che in mio nome 
rendesse al signer barone le debite grazie, per tanta cura che s'era 
compiaciuto avere della mia persona, riputandola cosi cara che, 
non bastandogli la custodia di quel numeroso accompagnamento 
del Guastaldi, avea voluto aggiungervi anche la sua. 

La sera del di seguente, lunedi, si giunse a Champery, verso le 
due ore di notte, poiche il Guastaldi, non potendo in quella capitale, 
dove risiedeva il general conte Picon, far sua mostra, procur6 che 

i. Fu . . . accorse: cfr. quanto nferisce il PANZINI, p. 96, seguendo la te- 
stimonianza di Giovanni: il Guastaldi, durante la marcia, portava in ma- 
no un ritratto del Giannone, del quale questi gliene avea fatto un presente 
in Ginevra, e veniva di passo in passo gridando per via: "un grand'uomo, 
un grand'uomo"; cosicche tutta la gente ch'udiva si fatte parole, credeva 
di sicuro, non essendo ancor fatta la pace di quella guerra, che fin dal 1733 
erasi accesa, che qualche generale, o altro gran personaggio del partito au- 
striaco fosse condotto prigioniero; re Marcone: soprannome del brigante 
Marco Berardi (seconda meta del XVI secolo). Native di Cosenza, riuni 
una forte banda di briganti, costituendo una specie di governo ed esigen- 
do tributi locali. Fu debellato dal vicer6 di Napoli (1559-1571) Pedro Afdn 
de Rivera, duca di Alcala; per Rocco Guinart cfr. la nota 2 a p. 245; San 
Giuliano: St.-Julien-en-Genevois, allora bailliage di Temier. 2. abusarci: 
usar male. 



336 VITA DI PIETRO GIANNONE 

s'entrasse di notte. Ed avendo awisato all'altro Guastaldi, aiu- 
tante di campo del generale, del mio arrive, venne costui con 
rnolta cortesia e civilta a dirmi, in nome del suo generale, che non 
sapendo la cagione del mio arresto comandatoli dal re, fin che 
non se gli desse notizia d'esser seguito, e ricevesse istruzioni come 
dovesse regolarsi, mi trattenessi in casa del carcerier maggiore, 
dove sarei stato ben trattato. 

Condotto ivi, non posso negare che fui ricevuto col mio figliuolo 
con somma umanita e cortesia, non men dal carceriere che da sua 
moglie, ch'erano gentili, rimanendo nel lor quartiere in libera cu- 
stodia; ne il generale mancava ogni di mandare il suo aiutante 
Guastaldi a vedermi ed offerirmi ci6 che mi faceva di bisogno. 
Sicche dall'uno passai all'altro Guastaldi, molto pero diverse dal 
primo, usandomi ogni amorevolezza e cortesia. L'altro non lo ve- 
dea se non rade volte, tutto turbato e malinconico poiche, fuor 
d'ogni sua aspettazione, non vedeva che il conte Picon molto si 
curasse di premiarlo d'una si eroica azione, ch'egli credea aver 
fatta, per la quale aveasi immaginato di dover conseguire sommi 
gradi ed onori. 

II general governadore mand6 a dirmi che sarebbe venuto un 
giorno per parlarmi, cercando intanto da me la cagione che avesse 
potuto movere il re all' arresto, e se io avessi scritto o commessa 
cosa tale, che me Pavesse meritato. Io, non meno per Guastaldi 
che per altri a 1 quali dava permissione di visitarmi, Tassicurava 
che non avea offesa in minima cosa la Maesta del re, e che le mie 
disgrazie venivano dalla corte di Roma; ma ch'era sicuro nella giu- 
stizia e clemenza del re, che non avrebbe permesso di sacrificarmi 
alia di lei ira ed indignazione; ed era contento ch'egli mi giudicasse 
e conoscesse de' miei delitti, pregandolo che mi permettesse di 
scrivere in una lettera al marchese di Ormea questi miei sentimenti, 
ratificandogli la divozione del mio animo, che ho sempre profes- 
sato verso Sua Maesta, la quale avrei conservata fin alPultimo di 
mia vita. Mi permise di scriverla; che aperta mandai, per Guastal- 
di in sue mani, il qual poi mi disse averla gik stradata per Torino. 

Lo pregai ancora che non avendo di abiti e camicie se non que' 
che portava addosso, mi permettesse di scrivere a Ginevra a mon- 
sieur Vernet, che mi mandasse quanto mi facesse di bisogno ; si- 
come volentieri acconsentendovi io feci, scrivendogli che, non sa- 
pendo la volonta del re [e] dove fossi destinato, tenesse cura delle 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 337 

mie robe, ed intanto mi mandasse il piu necessario, ch'e* stimasse 
per casa, o per viaggio. E la lettera, aperta, si diede al Guastaldi, 
che da* riscontri che poi n'ebbi capito in Ginevra, donde mi furon 
mandati alcuni abiti e camicie. Vennero finalmente da Torino le 
risposte di cio che il conte Picon, generale, dovea fare; al quale il 
re scrisse che il mio arresto non era per alcun delitto, ma per 
ragion politica e di Stato; onde che mi avesse fatto trasportare nel 
castello di Miolans, dove a quel governadore comandante si eran 
dati grordini di tenermi in arresto in libera custodia, fin a tanto 
che non disponesse altramente, ed al quale si eran dati i dovuti 
prowedimenti pel mio sostentamento e del mio giovane, che Sua 
Maesta non intendeva che si fosse da me allontanato, per mia as- 
sistenza e compagnia. 

Doppo undici giorni di dimora a Champery fummo condotti, a* 
7 d'aprile, nel castello di Miolans, lontano da Champery dodici 
miglia, e sei da Momigliano, 1 posto alia costa d'un monte che ha 
Taspetto a mezzogiorno, e sotto un'altissima rocca che lo copre da 
tramontana. <A piedi ha una larghissima pianura, per la quale 
passa il fiume Isara; 2 ed in questa pianura immagino che seguisse 
quella famosa battaglia, che Fabio Massimo console diede a gli 
AUobrogi ed Arverni, secondo che Plinio lib. Nat. hist. cap. 50 
descrivendo il luogo del campo presso il fiume Isara rapporta; 
il quale aggiunge che nel tempo istesso che Fabio vinse la batta- 
glia, data nel mese di agosto, si Iiber6 nelTarie della febre quar- 
tana, 3 che lungo tempo avealo tenuto mal sano e languido>. 4 

Quivi giunti accompagnati dall'aiutante di campo Guastaldi sen- 
za turba, con quattro soli soldati, fummo ricevuti cortesemente 
dal comandante, il cavalier Le Blanc, savoiardo di non men probi 
che gentili costumi, il quale ci assegno una stanza che ci disse 
esser la migliore del castello; sicome poi sperimentai, avendo una 
finestra in oriente e posta in sito comodo, non meno per rintuzzare 
la forza de' venti che i rigori del freddo; e non mancava ogni 
giorno visitarci, ed il doppo pranzo, verso la sera, di condurci per 
un'ora a spasseggiare per k piazza del castello, in luogo aperto, 
donde si vedevano i monti che circondavano il castello, e la bassa 

i. Momiglianoi Montm6han. Una descrizione del castello e nelle Memorie 
di Giovanni, in Giannoniana, pp. 192-3. 2,. Isara: Isere. 3. quella . . . 
quartana: cfr. Plinio, Nat. hist., vii, 50, 166. 4. Questo passo, poi cancel- 
lato, e stato ripreso dalTautore piu oltre, con alcune varianti. Cfr. qm, a 
P. 342- 



338 VITA DI PIETRO GIANNONE 

e distesa pianura che gli sta a 5 piedi e gli framezza; e nulla mancava 
alia nostra tavola di quanto produce quel terrene e pu6 sommini- 
strare il villaggio di San Pietro, che e vicino. 

II luogo deserto, il sito del castello, posto sopra una gran rupe, 
e la solitudine, certamente che ne j principi ci diede orrore e sbi- 
gottimento. Ma compensava il tutto la gentilezza del comandante: 
il tenerci liberi, non sotto chiave, il condurci ogni di festive, la 
mattina, nella chiesa del castello ad udir messa, ed il giorno alle 
esposizioni del Sacramento dell'Altare, ed il somministrarci quanto 
ci faceva di bisogno, faceami parere men noioso Farresto. Ma sopra 
tutto mi dava conforto il rifiettere, che era stato ivi condotto per 
ordine d'un principe, al quale io non avea offeso in cosa alcuna; 
e volendo che non si allontanasse da me il mio innocente figliuolo, 
era da sperare che, compassionando il mio stato infelice, avrebbe 
dato presto fine a* miei travagli. 

Pochi giorni dapoi del mio arrivo a Miolans ricevei dal general 
conte Picon una gentilissima lettera de' n d'aprile, accompagnan- 
dola con un dono di cafe, zucchero e tabacco per nostro uso, nella 
quale, dandomi awiso di mandarmi que* abiti e camicie che avea 
cercati a monsieur Vernet, m'imponeva che le mie robe, scritture 
e quanto avea lasciato a Ginevra le facessi pervenire a Champery, 
in sue mani, che avrebbe egli pensato di mandarmele. 1 Compresi 
da ci6, che non si voleva che io piu pensassi al ritorno di Ginevra; 
onde scrissi a monsieur Vernet che que* miei pochi libri, scritture 
ed il forziere, con altri miei abiti che avea lasciati, gl'inviasse a 
Champery; e sopra tutto, aspettando io da Milano i manuscritti 
che dovean servire per la stampa del quinto tomo, che facesse di- 
ligenza se fosser capitati, e gli mandasse pure a Champ6ry, al 
governadore; e che mi scusasse presso Barrillot, se non poteva 
adempire a quanto erasi fra noi convenuto, vedendo la dura neces- 
sitk che me Io proibiva; sicome Io stesso dicesse al Pellissari, che 
intorno alia traduzione francese pensasse ad altri, poich6 io non 
poteva piu pensarci, disciogliendo con ambidue ogni trattato. 

Acchiusi la lettera aperta nella risposta che feci al generale, ren- 
dendole molte grazie della cortesia usatami; e che, sicome avea 
ubbidito a quanto mi avea imposto, cosi era per eseguire in tutto 
ci6 che fosse per ordinarmi, pregandolo della sua protezione presso 

i. ricevei. . .mandarmele: sulla sorte delle carte giannoniane si veda S. 
BERTELLI, Uincartamento originate, cit., pp. 23 sgg. 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 339 

la Maesta del re, non avendo io nella corte di Torino persona che 
potesse per me intercedere; e gli acchiusi parimenti una lettera 
scritta per Milano al secretario Canary, colla quale lo pregava d'im- 
petrare dalla principessa Trivulzi qualche buon ufficio per me in 
quella Corte, sapendo quanto fossero per riuscire efEcaci e frut- 
tuose le sue interposizioni. Di questa ed altre mie lettere scritte a 
Milano 1 non ebbi alcun riscontro ; e avendomi detto il comandante 
Le Blanc che non occorreva scriver piu a Milano, non potendo 
ricever egli altre mie lettere, se non quelle che scriveva a Champery 
ed a Ginevra, compresi che non si mandarono ; ne potei saper mai 
se i manuscritti che aspettavo da Milano si fosser mandati a Gi- 
nevra, owero fosser rimasti ivi, o capitati in altre mani. 

L'aiutante di campo Guastaldi mi scrisse doppo che M. Vernet 
avea mandate a Chamber!, al governadore, il mio forziere con 
1'altre mie robe, scritture e libri; ma, secondo la nota che mi man- 
d6, mancavano piu cose: riscrissi che vedesse di ricuperare il 
rimanente, sicome m'awiso d'aver fatto ; ma ritenendo in suo po- 
tere ogni cosa, non vedeva che ne mandasse alcuna. Me ne dolsi 
con altra mia lettera scritta al governadore, il quale fecemi sentire 
da monsieur Le Blanc, che essendo partito per Torino il Guastal- 
di, che teneva in suo potere il tutto, non poteva riceverlo se non 
al di lui ritorno. Aspettai fin che non tornasse, e finalmente fummi 
mandate il mio forziere con gli abiti ed alcune robe, scrivendomi 
il Guastaldi che il rimanente, come a me non necessario, era rima- 
so in suo potere, e che sperava fra breve, riacquistando la mia li- 
berta, di consignarlo egli nelle mie proprie mani. 

Cosi come a naufrago vidi sparpagliate di qua e di la quelle 
poche reliquie de' miei stracci, in gran parte rimase a Venezia, 
altre forse in Milano o pur disperse, altre in Ginevra, ed altre a 
Champeri. Niente mi curava di non avermi mandati gli avanzi 
delle mie scritture, ne delle altre robe; ma affliggevami di non avere 
que' pochi libretti, i quali, nel disperato ozio nel quale era ed in 
quella solitudine, mi avrebbero alleggerita la noia ed il tedio. Pure 
io, ci6 prevedendo, nel partir da Champeri, nel miglior modo che 
potei mi prowidi d'un Livio, comprato ivi da un libraro, che fu 
pur miracolo di trovarlo, ancorche Pedizione fosse cattiva e scor- 
retta. Non posso negare che fummi di gran sollievo, consumando 

x. . . . Milano: cfr. V. CIAN, Uagania d'un grande italiano, in Nuova 
Antologia, LXXXVII (1903), pp. 6-7 delTestratto. 



340 VITA DI PIETRO GIANNONE 

piu ore del giorno in leggerlo e rileggerlo, e cosi rendere meno 
noiosa la mia solitudine. 

Avendo scorto dalle lettere del general governadore e del Gua- 
staldi, che il volere del re fosse di non pensar piu a Ginevra, ne a 
stampe o ristampe, ed avendo eseguito quanto m'era stato imposto, 
stimai nel mese di maggio comporre un pieno memoriale a Sua 
Maesta, 1 nel quale esponendo la serie de' miei successi da che 
partii da Vienna, e la dura necessita che mi avea costretto di passare 
a Ginevra non gia per cambiar religione, ma per aver ivi trovato 
onesto modo da vivere; pregava la clemenza del re ch'essendo 
nelle sue mani e disposto di adempire a quanto m'avrebbe co- 
mandato, non volesse permettere che io lungamente dovessi sof- 
frire Fangustie nelle quali vedeami posto, non avendo bisogno di 
custodia, quando io, non pur liberamente, ma con piacere, avea 
protestato e le protestava di voler sacrificare il rimanente di mia vi- 
ta in suo real servizio, potendo disporre di me come le piaceva; e 
sopra tutto le poneva innanzi gli occhi ch'essendo un povero fo- 
rastiere abbandonato da tutti, non aspettasse che per me alcuno 
intercedesse presso la Maesta Sua; sicch6, ragionevolmente, teme- 
va che non fossi posto in dimenticanza. Avrei si bene dalla corte 
di Roma avuti molti accusatori, ma mi facesse la grazia di manife- 
stare le loro accuse, con farresaminare; perche" avrebbe scorto es- 
serli io venuto in odio ed abbominazione, non gia perche io avessi 
sentimenti contrari alia nostra Santa Fede, ne perche discordassi 
ne j punti principali della religione cattolica, ma unicamente perche: 
non volli con vile adulazione adottare per vere le false massime 
della papale monarchia sopra tutti i principi della terra, e per avere 
manifestate le sorprese fatte sopra la potesta de j medesimi, e poste 
in piu chiara luce le regali preminenze ed alti, sovrani ed indipen- 
denti diritti, che Iddio ha lor conceduti sopra i loro Stati e domini. 
Che ci6 e non altro mi avea cagionato la di loro ira ed indignazione; 
onde Io pregava, come a principe savio e giusto, a non dar facile 
credenza alle imputazioni addossatemi, farle esaminare da uomini 
dotti e spassionati, e dar luogo che io potessi difender la mia inno- 
cenza contro le insidiose armi d'una livida ed animosa maladicenza. 

Fu mandato questo memoriale al governadore di Champery, il 

i. un pieno . . . Maesta: steso in data 4 maggio 1736, e stato pubblicato 
dal Pierantoni in appendice alia propria edizione de&'Autobiografia, pp. 
457-66, con la data errata. Cfr. in Giannoniana, p. 483. 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 341 

quale mi fece assicurare da monsieur Le Blanc ch'erasi gia tra- 
smesso al re nella corte di Torino. Aspettai lungo tempo e non 
vidi essersi data prowidenza alcuna; e intanto si prolungava il mio 
penoso arresto. M. Le Blanc mi confortava, con dirmi ch'essendo 
la corte di Torino occupata in altri piu important! e gravi affari, 
trattandosi della pace fra Timperadore ed i principi collegati nel- 
Pultima guerra 1 mossa contra il medesimo, non era maraviglia che 
non si pensasse alle altre cose minute. 

Passai con questa lusinga il meglio che si pote i tre mesi dell'esta; 
e per render men noiosa la mia dimora e non marcire in un si 
penoso ozio, cominciai a scrivere queste memorie, le quali se non 
sono compite, e perche non e ancor finita k mia vita, non sapendo 
se dovr6 qui finirla, owero il rimanente non Tavesse il mio fiero 
destine serbato a piu duri e crudeli strazi. 

L'esta di quest* anno 1736, passata in mezzo a' monti della Sa- 
voia, mi mostro piu cose altrove non osservate. Vidi che in ciascun 
mese, fosse stato di giugno, luglio o d'agosto, sopra la cima di 
que* monti, quando nel piano pioveva, cadeva ivi nuova neve; 
ne j di piovosi, verso la sera, vedersi Tiride a* piedi de' medesimi 
spezzata, e formare ora una figura di colonna curva, ora altra irre- 
golare, secondo che i raggi del sole percotevano lo spruzzo delle 
spezzate nebbie; alle volte il suo arco cominciava da pi d'un 
monte e si terminava in un altro, senza passare la sommita de' 
medesimi; sicch6 vedeasi dal castello Tarco tutto fra la pianura e i 
monti, senza avanzarsi sopra di quelli, nell'alto cielo. Nel calor 
piu forte o nelle dirotte piogge i gran massi di neve formati so- 
pra quelle alte rocche, nel precipitare in giu, formavano un fra- 
gore si spaventoso, che da lontano sembravano colpi di grossi 
cannoni, spiantando e portando seco ci6 che si fa loro incontro di 
alberi, grosse rupi, tetti e capanne. E nella primavera ed autunno 
i venti sofHano cosi impetuosi e forti, che sembravami dovesse 
rovinare non pure il castello, ma tutta la macchina del mondo. E 
pure tali spettacoli, fragori e procelle mi servivano per sollevare in 
parte il mio animo dal lungo e penoso tedio, e volgerlo da' miei 
pensieri tetri e funesti a nuovi oggetti, ancorche pieni di orrore e 
di spavento. 

<Spesso mi riduceva in mente che avendo quel monte, alia costa 
del quale fu fabbricato il castello, a' suoi piedi una larghissima 

i. ultima guerra: la guerra per k successione al trono polacco. 



342 VITA DI PIETRO GIANNONE 

pianura, che si distende fra que* monti per piu miglia, per mezzo 
della quale passa il fiume Isara, questo campo fosse quello dove 
accadde quella famosa e sanguinolenta battaglia, che Quinto Fabio 
Massimo console diede agli Allobrogi ed Averni, della quale Plinio 
il Vecchio, descrivendo il luogo del campo presso Isara, fa memo- 
ria, non essendovi fra que' monti pianura si ampia che questa, la 
quale fosse stata capace di racchiudere eserciti si numerosi. Plinio, 
nel capitolo 50 del libro vn della sua Istoria di natura, commemora 
questa battaglia, per occasione che Fabio nel calore di quella, su 
'1 campo, si libero d'una febre quartana della quale lungo tempo 
era stato travagliato. Egli qui si Iiber6 dalla febre; ma io non gia 
dalla mia prigionia>. 

NelPautunno, vedendo che si prolungava il mio arresto e Fin- 
verno si awicinava, mandai al governadore di Champery altra mia 
memoria per Sua Maesta, nella quale instantemente la pregava di 
non permettere che io dovessi fra quelle orride montagne passarci 
Tinverno, con evidente pericolo per la mia gracile complessione ed 
avanzata eta, di lasciarci la vita; ma quando pure a Sua Maesta 
cosi piacesse, almanco ordinasse che mi fossero mandati que' po- 
chi miei libri rimasi a Champery, e prowedesse di farmene man- 
dar alcuni altri, affinche potessi sostener la dimora con minor tedio, 
in tanta solitudine. Ed aggionta a questa memoria, mandai pure al 
governadore la piccola nota de' libri che cercava, pregandolo ad 
intercedere per me presso il re, almanco, non potendo altro, che 
in tal maniera sollevasse Panimo mio angustiato ed oppresso. Non 
passarono tre o quattro settimane, che mi furono mandati da 
Champ6ry i libri, donde compresi che io dovea in quel castello pas- 
sarci tutto Pinverno; ma non tutti. E cercando io fra gli altri 
Ylstoria naturale di Plinio, in vece di quella mi mandarono le 
Epistole ed il Panegirico dell* altro Plinio, 1 forse, o perch6 Io cre- 
dettero Io stesso, owero che a Champ6ry non si trovasse altro. 

Con tal soccorso mi disposi a soffrire pazientemente quivi quel- 
Porrido inverno, fra le angustie d'una stanza; poiche, toltone d'an- 
dare i di festivi ad ascoltar la messa, non si poteva fuori dar un 
passo, senza intirizzire per Pestremo freddo. Ed ancorch6 io fossi 
awezzo a* freddi di Germania, oltre che ivi abbastanza si e oc- 
corso colPuso delle stufe, mi riuscivano per6 piii sensibili e molesti 

i. le Epistole . . . Plinio: cioe le Epistolae e il Panegyricus Traiano impera- 
tori di Plinio il Giovane. 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 343 

questi di Savoia, come piu acuti e penetranti; a* quali mal si 
rintuzzava col semplice camino, il quale non riscaldava tutta k 
stanza; sicch6 non bisognava allontanarsi un passo dal fuoco, per 
non sentirne i rigori. 

Due volte, in gennaro del nuovo anno 1737 e ne' principi di 
marzo, m'infermai di febre lenta, nata da ostruzione di viscere; 
ma colPassistenza d'un perito medico del vicino villaggio di San 
Pietro, il quale, stipendiato dal re, avea la cura del castello, con 
leggiere purghe ed esatta dieta me ne liberal. 

1/737] 

gia scorso un anno e siamo entrati nel secondo, che in questa 
solitudine soffro la pena ed il tedio d'una vita misera e noiosa; 
e come fuori del mondo, da che ci fui menato niente so di ci6 che 
sia awenuto in quello o di pace, o di guerra, o di altro, e molto 
meno de' miei congionti ed amici; sicch6 sembrami il mio vivere 
un'immagine di morte. Ne so quel che fia di noi; ma temo e pa- 
vento che, sembrando alia corte di Roma troppo lungo Paspettare 
la morte d'un vecchio, qual io mi sono, non procuri co' suoi 
accorti artifici ed ingegni di far prolungare qui il mio incolato, 1 
in si misero ed infelice stato, per affrettarla, quanto fia possibile, 
almanco con incomodi, disaggi e patimenti, a' quali la mia grave 
eta d'uopo e che, finalmente, soccomba. 

A questo fine, se mai venissi io qui a mancare, avendomi ella 
esposto come bersaglio a gli occhi di tutti, e resorni noto assai piu 
per Tincessanti e fiere sue persecuzioni, che per le mie opere di- 
volgate alle stampe, afEnch6 tutti siano informati de* miei aweni- 
menti e sappiano discernere il vero da falsi rapporti, de' quali 
non dubbito che avra ingombrate le menti de' piu semplici, ho 
voluto, dandomene opportunity quest'ozio e questa solitudine, dar 
al mondo una verace e fedel narrazione della mia vita e quanto nel 
corso della medesima siami awenuto. 

Forse awerra che alcuni, mossi da spirito di pieta e di compas- 
sione sospireranno, morto chi, vivo, disprezzarono o non curarono. 
Forse dal mio essempio si accorgeranno non avere la corte di 
Roma altra difesa o schermo, per mantenere gl'ingiusti acquisti 
fatti sopra la potesta e giurisdizione de' principi, se non quelk di 

i. incolato: dimora (latinismo). 



344 VITA DI PIETRO GIANNONE 

perseguitare gli autori, non gia di rispondere alle di loro opere, 
nelle quali con manifesto pruove sono dimostrate e poste in chiara 
luce le tante sorprese ed usurpazioni. Ma cio che forse sembrera lo- 
ro pifr strano, e portentoso, stupiranno come, per abbattergli e rovi- 
nargli, cerchi e trovi aiuto da j principi stessi, cut haberet instru- 
menta servitutis et reges>: x sicche ora phi non dubiteranno essersi 
san Girolamo apposto al vero, quando scrisse che il vangelista 
Giovanni, nt\V Apocalisse, per la grande citta da lui chiamata Ba- 
bilonia intese di parlar di Roma corrotta; 2 e di lei pur intese, 
quando ci descrisse quella meretrice ornata di porpora, gemme ed 
oro, la quale, prostituita sovra sette colli, fu veduta sfacciatamente 
puttaneggiar co j reggi; 3 sicome Dante ce ne fece pur accorti. 4 

A me, che non per odio altrui o per disprezzo, ma unicamente 
per amor della verita e per investigarla fra Poscurita de* piu incolti 
e tenebrosi secoli ho sofferte tante fatiche e travagli, se accadera 
fra queste alpestri rupi lasciar il mio corpo esanime, pregherfc Id- 
dio, ch'e la Verita istessa, che accolga il mio spirito in pace: e 
sicome per lei ho sofferti tanti strazi e martin, giusto e che final- 
mente diale tranquillita e riposo. 

Preghero pure i paesani e viandanti che traversando per questi 
monti, e dovendo, nel passar per la Savoia in Francia, calcar la 
strada donde non molto lontano vedesi il castello di Miolans, volti 
i loro pietosi occhi al gran sasso sotto il quale giaceranno sepolte 
le mie fredde ossa, mossi da spirito di pieta, in passando lor dica- 
no: Ossa aride ed asciutte, abbiate quella pace e riposo che vive 
non poteste ottener giammab. 

<Di nuove pene mi convien far versi>. 5 

1737 

15 settembre. - Da Miolans giunsi alle carceri della Porta del Po. 
20 settembre 1737. - A Torino. 6 

i. *ut . . . reges: avendo gli stessi re per strumenti di servitti. 2. san 
Girolamo . . . corrottai cfr. Liber de viris illustribus, in Migne, P. L. y xxm, 
col. 654 (Gerolamo cita non YApocalisse, ma I Petr., 5,13). 3. quella me- 
retrice . . . reggi: cfr. Apoc., 17, 1-4. 4. Dante . . . accorti: cfr. Inf., xix, 108. 
5. Cfr. Dante, Inf., xx, i : Di nova pena mi conven far versi. 6. A To- 
rino: in una lettera da Ceva, del 6 luglio 1738, edita in P. OCCELLA, Pietro 
Giannone negli ultimi dodici anni, cit., p. 689, in nota, il Giannone scrive- 
va di andai riprendendosi, nella nuova prigione, dalli patimenti che ho 
sofferti nelle carceri di Porta del Po dove, se io fossi piti dimorato, ci avrei 
sicuramente perduta la vita . 



CAPITOLO DECIMOPRIMO 345 

1738 

27 gennaio 1738. - II padre Prever. 1 

15 marzo. - Precedenti informo 3 del suddetto padre e lettera 
del re a Roma, fu spedita dalla Sacra Congregazione del Santo 
Ufficio comrnissione al padre maestro fra Giovanni- Alberto Alfe- 
rio, 3 vicario generale del Santo Ufficio di Torino, di ricevere la mia 
retrattazione, con istruzioni per se ed il padre Prever, mio con- 
fessore e direttore di mia coscienza; il quale, portatosi in dette 
carceri col detto padre, a' 4 aprile riceve la mia deposizione, ed in 
conseguenza la retrattazione, secondo Pistruzione mandata sopra i 
punti in essa prescritti. In esecuzione di detta commissione fum- 
mi data assoluzione di tutte le censure, interdetti, etc., e data li- 
cenza al detto padre Prever di ricevere la mia confessione, ed as- 
solvermi di tutti i peccati e casi riserbati in Roma alia Sacra Con- 
gregazione del Santo Ufficio. 4 

II libretto Jani Perontini etc. 5 fu condennato in Roma a* 17 ago- 
sto 1735, come continente propositiones respective falsas, con- 
tumeliosas, scandalosas, simplicium seductivas, iurisdictioni Ec- 
clesiae iniuriosas, temerarias, erroneas et haeresi proximas. 6 

Questo libretto diede motivo alia Sacra Congregazione del Santo 
Ufficio di scrivere all'Inquisitore di Venezia di stargli sopra; ma 
non pote conseguir niente, perch6 andava molto riguardoso, per 
non perder quelPasilo e per poter conseguire nell'Universita di 
Padoa una lettura, sicome significo quell' Inquisitore. 

Poco dopo si seppe che in Venezia, di notte tempo, era stato 
arrestato e posto in una peota, affine di sbarcarlo fuori di Stato. 
L'awiso, per6, giunse troppo tardi, non ostanti le precedent! dili- 
genze usate dalla Sacra Congregazione in ordinare alii Inquisitori 
di Ferrara, Genova, Firenze, Pisa e della Lombardia, perche doves- 

i. Giovan Battista Prever (1684-1751), canonico di Giaveno. 2. infor- 
mo : informazione. 3 . Alferio : Giovanni Alberto Alfieri da Magliano (mor- 
to nel 1742). 4-/ spedita . . . Ufficio : sulle trattative intercorse tra la Curia 
e la Corte sabauda per far abiurare il Giannone, si veda P. OCCELLA, Pietro 
Giarmone negli ultimi dodici anni, cit., pp. 680 sgg. Per la storia della dif- 
fusione del testo delTabiura, sino alia sua stampa, si veda S. BERTELLI, L'in- 
cartamento originate, cit., pp. 31-6. 5. // libretto . . . etc. : il De Consttiis, ac 
Dicasteriis, guae in Urbe Vindobona habentur, sul quale vedi la nota i a p. 
184. 6. propositiones . . .proscimasv: aproposizioni rispettivamente false, 
calunniose, scandalose, corruttrici dei semplici, ingiuriose verso la giuri- 
sdizione della Chiesa, temerarie, erronee e prossime all'eresia. 



346 VITA DI PIETRO GIANNONE 

sero arrestarlo ; poiche, giunto Tawiso da Venezia, era gia passato 
alia volta di Ginevra. 

I mamiscritti lasciati a Milano si mandarono dal re al papa, il 
quale, per mezzo del cardinal Alessandro Albani, 1 li fece consignare 
in Sacra Congregazione, con ordine di ritenerli sotto chiave; sicome 
dopo mando gli altri mamiscritti che si ricuperarono da Ginevra. 

A* 5 aprile fu a visitarmi 1'abate Palazzi. 2 

A' 15 giugno, domenica, partii da Torino e fui condotto nel 
castello di Ceva, dove giunsi la mattina de* 17 del suddetto mese. 

In novembre caddi infermo, e duro la grave mia infermita per 
tutto febbraio del 1739. 



Fui con carita assistito dal signer cavalier de Magistris. 3 
Liberate che fai dalla malattia, cominciai a stendere da* mie 
cartuccie i Discorsi sopra Livio, nel principio di marzo, e gli termi- 
nal al di 15 maggio. E furono mandati a Torino con lettera al 
signor marchese D'Ormea, pregandolo di presentarli al re, a cui 
erano dedicati, li 8 giugno. 

A' 4 novembre di nuovo m'infermai delFistessa malattia, non 
cosi forte come 1'anno scorso, e mi dur6 due mesi, con tre altri 
mesi di convalescenza. 

1740 

Quest'anno, per gli eccessivi freddi e per la morte di papa Cle- 
mente XII, seguita a* 6 febbraio, fu memorabile, sicome per 1'ele- 
zione del nuovo papa Lambertini, 4 seguita li 16 agosto; ma assai 
piu memorabile per la morte dell'imperadore, da me saputa la 
domenica 30 ottobre, seguita in Vienna li 20 del suddetto mese. 

Pure a' principi di novembre m'infermai, e dur6 la malattia fino 
ad aprile del seguente anno. 



i. Alessandro Albani (1692-1779), nipote di Clemente XI, era il cardinale 
protettore del re di Sardegna in Curia. Sul suo ruolo nella vicenda gianno- 
niana cfr. S. BERTELLI, L'incartamento originate, cit., pp. 23 sgg. 2. V abate 
Palazzi: Tabate Palazzi di Selve. 3. II conte Giuseppe Amedeo de Magi- 
stris, colonnello comandante del Forte di Ceva dal 1726 al 1739. 4. Pro- 
spero Lambertini (1675-1758), salito al soglio nel 1740 con il nome di Be- 
nedetto XIV. 5. 1741: cosl termina il manoscritto. 



ISTORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI 



NOTA INTRODUTTIVA 

Quando Giusto Fontanini scriveva a Domenico Passionei, awisan- 
dolo che a Napoli un tal Giannone con la direzione di altri settari 
aveva stampato una storia del Regno apiena di orrendissime furfan- 
terie contro il papato , z il nome dello storico era del tutto sconosciuto, 
la sua opera cominciava appena a circolare ed era forse gia celebre 
non tanto per il contenuto, ma per la vicenda dell'autore, costretto a 
scappare da Napoli appena quindici giorni prima, a cercar rifugio a 
Vienna. L'arcivescovo di Ancira quelTopera non 1'aveva mai aperta; 
ne conosceva degli stralci dal primo e dal secondo volume, che il 
bibliotecario del cardinale, Renato Imperiali, gli aveva letto giorni 
prima. Eppure egli era gia al corrente di come Ylstoria civile fosse 
stata compiuta sotto la direzione di altri settari , non fosse insom- 
ma parto d'un singolo autore, come appariva dal frontespizio suo. 
Questa affermazione puo ritrovarsi nella polemica risposta del ge- 
suita Giuseppe Sanfelice, laddove questi scrive che 1'opera era nata 
colTaiuto ed industria di altri eruditi, e riguardevoli letterati: 2 do- 
ve, si noti, 1'awiso non ha ancora il valore di accusa dispregiativa, 
ma solo di constatazione d'un fatto. Ben altrimenti questa notizia 
sarebbe stata sfruttata nel libello del Sanfelice, se questi ne avesse 
compreso 1'insito valore denigratorio. Per lui, invece, non era che 
un puro dato di fatto, utile soltanto a coinvolgere nelTaccusa di 
ateismo 1'intero gruppo d'intellettuali napoletani che attorno a Gae- 
tano Argento si era riunito. 

Saranno per i primi Bernardo Tanucci e Pietro Metastasio ad usare 
questa notizia nel senso di svilire Pimpegno giannoniano. II Tanucci, 
dicendo ad un suo ignoto corrispondente: Non vi faccia specie 
Giannone. Egli all* opera forense contribui con pochi materiali fo- 
rensi e la sfacciataggine, il resto fix di Capasso, di Cirillo, d'Aloisio, 
gente di cattedra che, come sapete, e inquieta in tutte le parti del 
mondo ; 3 il Metastasio scrivendo al grecista napoletano Saverio Mat- 
tei nell'ottobre del 1775, sullo stesso tono del Tanucci, aggiungendo 
di suo i nomi dell' Argento e dell'Ippolito. 4 

Inverisimilissima leggenda la defini il Nicolini, servita ai deni- 
gratori del Giannone, a cominciare da quell'arcivescovo di Bostra, 
Domenico Arcaroli, autore d'un Ristretto delta vita di Pietro Giannone 
), giu giu sino a Giovanni Bonacci; e aspramente ribattuta da 



i . C r. BERTELLI, p. 1 8 1 . 2 . Cfr. Riflessioni morah e teologiche sopra VIstoria 
civile del regno di Napoli. Esposte alpublico inpiu letterefamiliari di due ami- 
d da Eusebio Filopatro . . ., Colonia (ma Roma) 1728, 1, p. 45. 3 . Cfr. Gian- 
noniana, pp. x e 124. 4. Cfr. S. MATTEI, Memoneper servire alia vita del 
Metastasio . . ., in Colle 1785, p. 33. 



350 ISTORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI 

tutti i suoi sostenitori, da Leonardo Giustiniani sino al Croce e al 
Nicolini stesso. 1 Gli uni e gli altri fermi alle sole afFermazioni del 
Metastasio, ignorando non solo le due sino ad oggi inedite lettere 
del Fontanini e del Tanucci, ma non rilevando come la stessa notizia 
fosse anche nel libello del Sanfelice. Ancorati, tutti, al fatto personale, 
alia necessita di sminuire o sostenere la figura del Giannone, presa 
a se, avulsa dal contesto storico politico in cui essa venne formandosi. 

Per la verita, lo stesso Giannone, nella sua autobiografia, ci informa 
come Paccusa fosse nata concomitante all'apparizione deH'Istorta ci- 
vile : Que* medesimi che prima, per la mia ritiratezza, mi avean dato 
il sopranome di "solitario Piero", ora, dimenticati della mia solitu- 
dine e del corso di tanti anni, cominciarono a dire che io non poteva 
essere stato solo 1'autore di una si voluminosa e laboriosa opera, ma 
che altri mi avesser somministrato aiuto e la materia, chi nominando 
TArgento, chi TAulisio, e chi altri miei amici. 2 In tal caso, dunque, 
1'arcivescovo di Ancira non avrebbe fatto che raccogliere voci napo- 
letane, d'invidi e malevoli, facendole proprie. Gia, ma per lo storico 
anche il falso ha valore, e noi che non ci ergiamo a giudici, ne con- 
danniamo o assolviamo, dobbiamo porci la domanda del fondamento 
d'una simile accusa; e ci sembra che lo stesso Giannone, nelle pagine 
precedent! della autobiografia, ne fornisca la spiegazione. 

L'origine ddl'Istoria civile e remota, risale ad almeno vent'anni 
prima della sua pubblicazione, quando le discussioni nell'Accademia 
dei Saggi in casa delTArgento misero a fuoco la necessita di affron- 
tare lo studio delPeta di mezzo, di quel diritto longobardo a quo 
feudalia iura fluxerunt, come aveva notato per il primo Francesco 
D* Andrea nella sua Disputatio anfratres infeuda nostri Regni succe- 
dant (1694), definita stupenda dal Giannone. In quell'opera un 
intero capitolo era stato dedicato al ius Longobardorum e alia disamina 
qua ratione in nostro regno esset ius commune . II D'Andrea, 
insomma, apriva le menti dei giuristi meridionali sulla disputa tra 
lois civiles e coutumes, parlava di ius naturae et gentium sulle orme del 
van Groot e di Samuel Pufendorf, polemizzava col potere feudale, 
intaccava le prerogative, anche giudiziarie, del baronaggio nel Re- 
gno. Non e il caso di richiamare il significato di questa battaglia, 
quali forze si muovessero dietro questi testi giuridici, del D 'Andrea 
come di Serafino Biscardi, del van Gr.oot come del Pufendorf o di 
Jacques Cujas. 3 Quello che importa qui notare e come su questi testi 
si venissero formando i giovani praticanti dell'Argento, quanto la lo- 

i. Cfr. NICOLINI, Scritti, p. 94, dove sono tutti i rinvii bibliografici in merito. 
a. Cfr. Vita, qui a p. 81. 3. Basti il rinvio agli studi del Marini citati in 
bibliografia, e a S. MASTELLONE, Pensiero politico e vita culturale a Napoli 
nella seconda meta del Seicento, Messina-Firenze 1965. 



NOTA INTRODUTTIVA 351 

ro ricerca fosse nel campo della storia del diritto, quanto essi fossero 
piii storici che glossatori, piii interessati al de origine iuris che non 
airanalisi di questa o quella pandetta, di questa o quella novella. 6 
in un tale ambiente che nasce la prima idea deWIstoria civile, o pKi 
precisamente di un'opera che riprendesse, per il regno di Napoli, 
la tematica aflErontata da Arthur Duck nel suo De usu et authoritate 
iuris dvilis Romanorum in dominiis principum christianorum (1653). In 
questo senso pu6 ben dirsi che non si trattasse d'un'opera d'un sin- 
golo anche se materialmente stesa e portata avanti da uno solo dei 
membri di quell' Accademia. 

'Ulstoria civile nacque dunque da una discussione e da un'elabo- 
razione collettiva; e fu inizialmente indirizzata secondo gli interessi 
e la problematica delTintero gruppo che attorno all'Argento si riu- 
niva. La svolta decisiva in questa impostazione, il contributo origi- 
nale che impose il Giannone alia testa del gruppo, fu lo scarto dalla 
discussione sui diritti feudali del baronaggio laico, a quella sui diritti 
della feudality ecclesiastica. Una volta stabilita Pimpossibilita di af- 
frontare la storia del diritto senza inglobarla nella pifc ampia storia 
civile (secondo 1'indicazione baconiana, come lo stesso Giannone 
riconosce), ci si accorse che I1 diritto canonico non dovea piu ri- 
guardarsi come appartenenza del civile e rawisarlo ne j codici de- 
grirnperadori Teodosio e Giustiniano, e nelle Novelle degli altri im- 
peradori d'Oriente, ed in Occidente ne' Capitolari di Carlo Magno, 
di Lodovico e degli altri successori imperadori. Se n'era gia fatto cor- 
po a parte, separato ed independente, che riconosceva altro monarca 
e legislatore, anzi, emulo delle leggi e del diritto civile, cercava ab- 
batterlo e sottoporlo a j suoi piedi)). 1 Facendo una simile scoperta, il 
Giannone era ben conscio delle difficolta dell'impresa: Conosciuta 
da cio e da altri portentosi cangiarnenti la necessita che a* di nostri 
non poteva scriversi un'esatta Istoria civile, se non si teneva conto 
non men delTuno che delTaltro stato, mi vidi atterrito dall'ardua 
impresa, quasi fuor di speranza di poterne venire a capo . z Prosegui 
tuttavia nell'impresa, lavorandovi con accanimento anni ed anni. 

Si e detto che questa fu una svolta: e una svolta fu in efTetti non 
solo storiografica, ma politica. Occorre infatti chiedersi perche mai i 
seguaci, gli allievi del D' Andrea, anziche proseguire Tattacco alia 
feudalita laica, abbiano preferito la lotta giurisdizionalistica, abbiano 
spostato il tiro della loro polemica contro la feudalita ecclesiastica. 
Le linee, i fini generali della battaglia non mutano. Si tratta, sempre, 
nelTuno come nell'altro caso, della difesa del regitts fiscus, della difesa 
dello stato assoluto contro la frantumazione della sovranita nelle tante 

i. Cfr. Vita, qui a p. 57. 2. Cfr. Vita, ivi. 



352 ISTORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI 

isole baronali, vescovili ed arcivescovili. Questa difesa delle regalie 
ha, nel Regno, contomi e significati assai precisi, come ha ben di- 
mostrato Raffaele Ajello recentemente. 1 Nella carenza del potere cen- 
trale, nella dimcolta di un irrtmediato recursus adprindpem da parte del 
sudditi del Regno, la nobilta di toga tende a riempire questo vuoto 
di potere, facendosi depositaria del diritto. Essa e naturaliter portata 
a contrastare la legittimita della giurisdizione feudale nobiliare ed 
ecclesiastica. La lotta delle magistrature napoletane si rivela sempre 
nella continua ed esasperante e tenace avocazione a se di tutte le 
cause del Regno (e tralasciamo qui, perche 1 esorbita dalla nostra 
indagine, I'osservazione di come questa rivalita fosse anche all'in- 
terno della magistratura regia, tra tribunale e tribunale), nel contra- 
stare passo passo la sfera giurisdizionale del primo e del secondo stato. 
II Collaterale diviene il centro di questa lotta, cosi come, pochi anni 
dopo, apparira dilatata, al suo franco, la magistratura del Cappellano 
maggiore, nella lotta specifica contro la giurisdizione ecclesiastica. 
Questa battaglia di predominio si ammanta e si awale, owiamente, 
di argomentazioni ideologiche. Diritto di natura e diritto delle genti 
appaiono potenti leve ideali contro la difesa del droit coutumier; sicche 
1'offerta di collaborazione avanzata da questi giuristi al monarca non 
e gia, come a prima vista potrebbe apparire, una adesione loro al- 
Tassolutismo, ma, nella particolare situazione napoletana, una richie- 
sta di mandate rappresentativo del regius fiscus ai togati, da far va- 
lere nei confronti della nobilta laica ed ecclesiastica. La contestazione 
del potere baronale e portata innanzi, come s'e detto, dal D' Andrea, 
nella sua Disputatio come nella sua piu celebre Risposta al trattato 
delle ragioni della Regina Cristianissima sopra il ducato del Brdbante 
(1667-1676). Su questa strada non fu per6 seguito dalla massa dei 
togati e tra questi proprio dal fratello Gennaro, il quale aveva invece 
mirato alTacquisto d'un titolo nobiliare pur essendo salito alle piu 
alte cariche nella magistratura del Regno. 3 II piano di Francesco, di 
ascendere al comando e all'amministrazione di tutta la repubblica 
(cioe, della respublica) e di poter comandare a tutto il baronaggio , 3 
si scontrava cosl con una pifc complessa realta, nella quale quello 
che fu detto il ceto civile non si presentava afTatto omogeneo ne" 
con unita d'intenti e di scopi. Troppo stretti erano i legami tra giu- 
risti, awocati e magistrati da una parte, e baronaggio dalPaltra, per- 
ch6 la lotta antibaronale potesse essere spinta oltre certi limiti. Man- 

i. Cfr. Ilprobletna della riforma giudiziaria e legislativa del regno di Napoli 
durante la prima meta del sec. XVIII, Napoli 1964. 2. Su di lui si veda 
la nota i a p. 59. 3. Cfr. Awertimenti ai nipoti, editi col titolo / ricordi 
di un avvocato napoletano del Seicento, Francesco D* Andrea da N. Cortese, 
Napoli 1923, pp. 173 e 207. 



NOTA INTRODUTTIVA 353 

cava a questo ceto, soprattutto, un suo carattere distintivo, una 
coesione che lo opponesse dialetticamente al baronaggio, e questo fu 
il suo piu grave limite, che gli impedi, appunto, di riconoscersi 
come ceto. 

Piu facile, invece, la battaglia contro la feudalita ecclesiastica, con- 
tro Tintromissione di Roma negli affari del Regno. Qui era possibile 
ntrovare un'unita politico-ideologica, su questo terreno era persino 
facile stabilire un accordo, un'alleanza col potere baronale. Oltre- 
tutto, questo era il terreno piu debole, dove Tawersario aveva meno 
possibilita di difesa, che non fossero le armi spirituali, la rnessa 
airindice dei libri, la scomunica di magistrati o di autori di trattati 
de re beneficiaria. Come si sperimento appunto nella prima di queste 
battaglie, con Tuscita delle opere dell'Argento, di Costantino Gri- 
maldi e di Alessandro Riccardi, nel 1707. 

La svolta pare vada situata proprio in quelTanno; anche se il 
Giannone, nelTautobiografia, sembra porla in un momento imme- 
diatamente precedente; ma non e escluso che la necessita di non 
interrompere il discorso lo abbia costretto ad anticipare nelTultimo 
paragrafo del terzo capitolo dell'autobiografia, cio che avrebbe do- 
vuto porre in apertura del quarto capitolo. In realta, il 1707 e una 
data importante nella vita del Regno : essa segna, per la prima volta, 
il passaggio dalla corona spagnola alia corona imperiale, corona che 
da due anni gravava sul capo di Giuseppe I, un imperatore il cui 
regno fu troppo breve perche si potesse attribuire a lui, e non al suo 
piu tardo successore, la politica che fu detta giuseppinismo . Per- 
che e ben vero che Napoli, come parte integrante della monarchia di 
Spagna, rimaneva sotto la sovranita del fratello dell'imperatore, Car- 
lo, e della sua corte di Barcellona, opposta a quella di Madrid di 
Filippo d'Angio; ma e anche vero che a capo del viceregno furono 
successivamente posti due uomini della corte di Vienna, ben piu 
legati a Giuseppe che a Carlo : il conte Georg Adam von Martinitz 
prima, il conte Philipp Lorenz Wierich von Daun poi. Non solo, ma 
la necessita di costringere il papa a schierarsi dalla propria parte 
spingeva i due fratelli, a Vienna e a Barcellona, ad attuare una me- 
desima politica dai caratteri fortemente giurisdizionalistici che so- 
lo piu tardi, scomparso Giuseppe e succedutogli sul trono imperiale 
Carlo, verranno attenuati sino a scomparire del tutto in cambio del 
riconoscimento della Prammatica Sanzione, attorno al 1725. 

II nuovo dominio in Napoli si apri quindi con una forte carica giu- 
risdizionalistica e il primo importante scontro con Roma fu sull'ap- 
plicazione e Fosservanza delTeditto di Carlo sulla collazione dei be- 
nefici ecclesiastici. Tra il 1707 e il 1709 si ebbero percio una serie 
di scritti, a pro* degli editti di Sua Maesta Cattolica intorno alle 

23 



354 ISTORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI 

rendite ecclesiastiche (per dirla col titolo delTopera del Grimaldi), 
tutti usciti dal gruppo dell'Argento. E u proprio questi ad aprire il 
fuoco, con le tre dissertazioni De re beneficiaria, che apparvero una 
novit& per il programma politico dei giovani deirAccademia dei Sag- 
gi; come testimonia ancora una volta il Giannone, quando nell'auto- 
biografia ci dice che il loro maestro entr6 in questi studi affatto 
nuovo e niente versato nelle cose ecclesiastiche, essendo stati tutto 
altri i suoi precedent! studi . x Dalla tematica antibaronale del D' An- 
drea si passava infatti, ora, alia tematica giurisdizionalistica. Gian- 
none, che pensava ancora ad uno sviluppo dell'opera del Duck in una 
prospettiva regnicola, capi quali enormi implicazioni avesse in se 
questa svolta e fu pronto ad abbandonare le precedent! impostazioni 
per la nuova. Del resto, la sua pratica nei tribunali Pavrebbe portato 
quasi di necessita ad una simile decisione. Come scrive uno dei suoi 
biografi settecenteschi, Michele Maria Vecchioni, 3 fra le prime pro- 
cure, ch'egli ricevette, e dalle quali comincio a trarre profitto, e so- 
stegno della sua povera vita, una fu, e forse la principale, quella del 
principe d'Ischitella suo barone. Accanto a questa causa (ed altre 
baronali, come quelle in difesa di don Francesco Carafa duca di 
Frosolone e marchese di Baranello o 1'altra in difesa di Isabella Spi- 
nelli contessa di Bovalino), egli sostenne anche la difesa dell j univer- 
sita di San Pietro in Lama contro il vescovo di Lecce, conoscendo 
cosi due aspetti peculiari della societa regnicola. Egli fu contempora- 
neamente 1'awocato del proprio barone, e 1'awocato di comunita 
angariate dalla feudalita ecclesiastica. Ma non fu mai, invece, il di- 
fensore degli oppressi contro il potere baronale. Pertanto, nella di- 
fesa del regalismo, deirassolutismo, egli prefer! le nuove posizioni 
giurisdizionalistiche, a quelle antibaronali d'un D J Andrea. 

Una tale scelta ebbe, naturalmente, implicazioni anche nel giudi- 
zio storico ch'egli s'accingeva a dare. I Longobardi, nel cui diritto 
il D'Andrea aveva indicate la fonte degli abusi feudali, si mutarono 
nell'Isiona civile nel popolo che piti aveva rispettato e salvaguardato 
il diritto romano; ma soprattutto gli apparvero come i fondatori del 
nuovo stato, anzi della nazione napoletana. II ducato di Benevento 
e la sua storia divennero la matrice della storia del Regno. 

Accanto a questa ricerca sulla storia medievale del Regno, ne af- 
fianco un'altra, sull'evoluzione dei revenus ecclesiastici, alia quale 
consacr6, a chiusura d'ogni libro, una trattazione specifica. Sua guida 
furono in particolare due autori: Huig van Groot per 1 s alto medioevo 

i. Cfr. Vita, qui a p. 64. 2. Vita di Pietro Giannone dottore di leggi e cele- 
berrimo istorico del regno di Napoli scritta dal signore N...N... giureconsul- 
to napoletano, in Palmira Tanno MDCCLXV, All'insegna della Verita, p. 5. 



NOTA INTRODUTTIVA 355 

e per la storia longobarda; Louis Ellies Du Pin per la storia eccle- 
siastica. A questo nesso per lui inscindibile tra storia profana e storia 
ecclesiastica, a questa umanizzazione della storia della Chiesa, egli 
tenne particolarmente, giudicando, a ragione, di aver compiuta opera 
nuova e mai prima d'allora tentata. Quando Nicolas Lenglet Du 
Fresnoy ripubblico, aggiornata nel catalogo dei principali scrittori, 
la sua Methods pour etudier I'histoire, e tra gli scrittori di storia napo- 
letana inseri anche una Istoria del regno di Napoli che era poi la sua 
Istoria civile, egli prese in mano la penna non tanto e non solo per 
ribattere all'accusa di essere un aauteur . . . scavant et hardi et meme 
extremement te"meraire , ma per insistere su quelPaggettivo civile , 
perche la sua fatica per la nuova forma, e per la materia, che tratta, 
e tutta differente dalle altre istorie di quel Regno, e percio porta il 
titolo d' Istoria civile, e non semplicemente : d'Istoria)). 1 

Se, in questa sua impresa, egli sia o meno riuscito a darci una sto- 
ria globale e unitaria, e tutt'altro problema. Non si puo certo pre- 
tendere che il tentativo d'unire i due filoni storiografici tradizionali 
giungesse a risultati sensazionali da questo punto di vista. In verita, 
i due temi, della storia profana e della storia ecclesiastica, raramente 
si fondono in un discorso unitario ; anzi, proprio la particolare trat- 
tazione, in capitoK distinti, della storia del progresso dei beni tem- 
porali della Chiesa, e palese dimostrazione di come le difficolta non 
siano state del tutto superate. E tuttavia, quale scossone fu, Pappa- 
rizione di quest'opera, nel mondo d'allora! 

I contemporanei non tardarono ad accorgersi della forza dirom- 
pente del lavoro giannoniano, forza ch'esso serbo a lungo intatta. Se 
il materiale dell'opera, per il primo e il secondo tomo, era fornito in 
prevalenza dal Du Pin e dal van Groot, in effetti la tematica che vi era 
sviluppata non era sorretta soltanto o principalmente dalle posizioni 
giusnaturalistiche o gallicane di quegli autori, ma dal piu radicale e 
rivoluzionario discorso dello spinoziano Tractatus theologico-politi- 
cus, che il Giannone aveva conosciuto, probabilmente, per il tramite 
d'un altro suo maestro, Domenico Aulisio. 2 La riduzione che il Gian- 
none operava della religione a fatto umano, Posservazione distaccata 
delle pratiche di culto e delPevolversi della teologia cattolica, la lai- 

i. II testo della lettera in Giannoniana, pp. 71-2. da rilevare che nella 
edizione veneziana del 1726, appresso Sebastiano Coleti, nel volume n, 
a p. 273, la citazione e corretta, e la nota mitigata. 2. La tematica spino- 
ziana e chiaramente rilevabile in un* opera postuzna delPAulisio, uscita per 
interessamento del Giannone : Delle scuole sacre libri due postumi . . . ove 
s*ha Vorigine, mirdbile progresso e sacrilego fine delle scuole sacre fra gli Ebrei, 
Napoli 1723. Degli excerpta spinoziani, dal Tractatus e da&Ethica, erano 
posseduti manoscritti dal Giannone sin dagli anni napoletani: cfir. Gian- 
noniana, p. 414. 



356 ISTORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI 

cizzazione della Sedia apostolica, Pideale panteistico d'una religione 
ricondotta alle origin! del cristianesimo (e piu tardi, addirittura, alia 
mitica eta noetica) erano tutti motivi spinoziani, sviluppati ora in un 
precise contesto storico, nella storia dell'Italia meridionale. 

II discorso giannoniano, naturalmente, era arricchito da vaste let- 
ture di autori eterodossi, ch'egli aveva potuto conoscere sfruttando, 
soprattutto, la biblioteca di Giuseppe Valletta. Per averne la prova, 
basti scorrere rapidamente le note apposte ai brani dett'Istoria che 
qui presentiamo. Le sue letture appaiono vaste, ma indirizzate sempre 
in ben precise correnti erudite. Come ci informa ancora il Vecchioni, 
il non aver egli quasi niun libro in casa, per non aver giammai atteso 
alia compra di essi, tra per 1'angustia del suo patrimonio, e per Pop- 
portunitA ch'avea di rinvenirli nelle biblioteche degli amici, e pub- 
bliche, sempre che volea, facea si, che piu spesso di quel che sarebbe 
stato suo piacere, veniva astretto ad uscire, ed a conversare con let- 
terati amici, o per istudiare nelle loro librerie, o per isciegliere nelle 
medesime i libri che bisognavangli, ed impetrare da loro di portarseli 
in casa: il che non gli fu mai negato, e negli ultimi anni fin da* cu- 
stodi delle biblioteche pubbliche gH venne permesso .* In efTetti, 
la sua bibliografia e non solo vasta, ma molto spesso aggiornata, 
diremmo in modo talvolta inusitato e non sempre riscontrabile tra 
gli storici del suo tempo. Quest* ampiezza di informazioni bibliogra- 
fiche ebbe per6 anche il suo rovescio: Giannone, scrisse Gian Do- 
menico Rogadeo, voile lavorare sempre sulle fatiche altrui, e pero 
ne poco ne molto si intrigo ne' punti, la cui strada non era stata da 
altri appianata . . . Ond'e che la parte maggiore dei punti trattati in 
questa . . . opera si veggono da lui omessi . . . La cagione di questa 
omissione derive dall'avere trascurato le fonti, sicche* si fermo solo 
in quel che dagli altri era stato prima ponderato . . . Non lieve di- 
fetto e ancora, in un' opera cosi illustre, il non aver PAutore di lei 
avuto ricorso alle fonti, che di radissimo . . . Egli ripos6 sulla fede 
altrui, onde awiene che 1'opera si scuovre piena d'innurnerevoli 
falli. 2 

II giudizio del Rogadeo puo ancor oggi sottoscriversi. Non vi e, 
in questa Istoria civile, alcuna messa a frutto di documenti, di mate- 
riale archivistico. Eppure varra la pena awisare come, per un par- 
ticolare settore di quest' opera, egli sia ricorso alle fonti, sia pure 
alle fonti gi& edite: per la storia dei Longobardi questo sforzo fu 
fatto. Non a caso per quella storia, e non per altri momenti della vita 

i. Cfr. Vita di Pietro Giatmone, cit., pp. 8-9. 2. Cfr. Saggto di un* opera 
intitolata // diritto pubblico e politico del regno di Napoli t Cosmopoli 
(Lucca) 1767, p. 85. 



NOTA INTRODUTTIVA 357 

del Regno. Perche in essa egli aveva individuate il nodo centrale 
delPevoluzione delle provincie meridionali e capi che per il suo scio- 
glimento non potevano soccorrergli i precedent! autori. Che poi ab- 
bia peccato d'ambizione e abbia voluto rnostrare d'esser ricorso 
direttamente alle fonti, facendosi cogliere in castagna dal Troya, 
non ha molta importanza. 1 Piu importante e osservare come la man- 
canza di scavo originale Pabbia costretto a farsi condizionare dai 
testi editi. La sua visione della storia longobarda si basa infatti essen- 
zialmente sugli autori sincroni pubblicati dal van Groot nella sua Hz- 
storia Gotthorum y Vandalorum el Langobardorum, e da Camillo Pelle- 
grino ; conosce e utilizza ampiamente le raccolte di leggi longobarde, 
ma dipende da una pessima edizione di esse, quella del 1537; per 
Tanalisi del feudo e strettamente condizionato da Jacques Cujas ; per 
il ducato beneventano e in generate per la storia dei Longobardi 
nelF Italia meridionale sfrutta soltanto Antonio Caracciolo e ancora 
il Pellegrino o il commento al Chronicon casinense dell'abate Angelo 
della Noce, e cosi via. 

Va da s6 che in un'eta muratoriana questi rilievi sono assai gravi. 
Non per nulla il Giannone, invitato dal Muratori a collaborare ai 
suoi Rerumltalicarum Scriptores fini per declinare Pinvito, limitando- 
si a rispondere con pochi e generici consigli di circostanza. 2 Evidente- 
mente sapeva che non era questo il suo campo. Eppure resta sempre 
da chiedersi se tali rilievi inficino dawero Pimpalcatura della sua 
Istoria civile, o se invece il suo valore, la sua validita non risiedano 
altrove, cioe nel giudizio globale che, in sede storiografica, egli seppe 
dare delle origini della storia del Regno, nonche dello sviluppo, nel 
suo interno, di un secondo potere, opposto e concorrente con quello 
regio: il potere dei vescovi, dei grandi abati, degli Ordini religiosi. 
Perche quello che e certo e che la storiografia napoletana, sino ai 
suoi giorni, si era dimostrata incapace non diciarno di afTrontare il 
problema della presenza di questo potere indipendente nel Regno, 
ma persino di individuare i tratti caratteristici della nazione, e 
percio di fissarne le sue stesse origini. Lo aveva tentato, in tempi 
ormai lontani, sul finire del Cinquecento, Angelo Di Costanzo, 
dichiarando in apertura delle Istorie della sua patria come fosse stato 
suo desiderio prender le mosse dalPeta longobarda; ma, aggiungeva, 
il suo proposito si era presto rivelato irrealizzabile, avendo trovato 
le cose de* Longobardi . . . tanto oppresse dalle tenebre delPanti- 
chita, da perdere ogni speranza di poterne scrivere, non avendosi 



i. SulPappunto de!Troya, r a proposito del codice membranaceo Cavense, 
si veda piu oltre la nota 3 a p. 429. 2. Cfr. la lettera del Giannone al 
fratello, del 20 novembre 1723 (Giannoniana, n.24). 



358 ISTORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI 

di quelle altra notizia, che quanto ne scrive Eremperto .* Sicche 
questa sognata periodizzazione, che pure avrebbe permesso di co- 
struire su basi nuove la storia del Regno, s'era immediatamente 
perduta, e gli storici a lui posteriori erano tranquillamente ritornati 
alle origini mitologiche, da Giovanni Antonio Summonte sino allo 
stesso Camillo Pellegrino. 

Al Di Costanzo poteva ben obiettarsi che, oltre alia cronica di 
Erchemperto, esistevano ancora sepolti negli archivi diplomi e pri- 
vilegi e bolle e cronache di quelTeta che andavano riportati alia luce, 
da Montecassino a Cava de' Tirreni. Purtroppo gli studiosi napoleta- 
ni si dimostrarono sempre allergici alia polvere degli archivi. Alia 
cultura storica napoletana manco quella formidabile spinta delTeru- 
dizione cattolica e protestante che agi invece cosi potenternente nel- 
Pavanzamento delle conoscenze storiche altrove, modificando sino 
la metodologia. Per tutto il Seicento napoletano non siamo in grado 
di citare che due eruditi: Antonio Caracciolo, che nel '26 dava alle 
stampe, assieme ad Erchemperto, Lupo Protospata, Falcone di Be- 
nevento e TAnonimo Cassinense; e Camillo Pellegrino, che ripren- 
dendo 1'edizione del Caracciolo, vi aggiungeva i capitolari di Sicardo 
e di Radelchi, le cronache sincrone di Salerno e di Benevento, la 
serie degli abati di Montecassino. 

Anche per questo ci sembra difficile accusare Giannone di non 
aver compiuto ricerche d'archivio, d'essersi basato solo ed unica- 
mente su fonti edite. II suo ambiente culturale non poteva spronarlo 
n6 sorreggerlo in questa direzione. La sua fu dunque una storia 
ideologica, se cosi possiam dire; una proposta di nuova interpre- 
tazione storiografica, in base ai materiali gia in precedenza scoperti. 
Anche se poi essa si paluda e si ammanta di un'erudizione che, 
se vista pifr da vicino, non si fatica a scoprire tutta di seconda mano, 
questo resta pur sempre un fatto marginale, rispetto alia forza di- 
rompente insita nel giudizio globale delle vicende del Regno che 
fomisce. 

Sin qui, come si sara notato, non abbiamo parlato che del pri- 
mo tomo deH'opera, che ne comprende invece quattro. Ma lo ab- 
biamo fatto perche, in realta, solo in quello e la parte originale della 
fatica giannoniana, e non a caso. Interessava a lui chiarire i nodi, gli 
impulsi, le molle di certi sviluppi abnormi nella storia meridionale; 
non mirava astrattamente ad una ennesima narrazione di fatti. C'e- 
rano gia le stone scritte da gravi ed accurati autori, come furono 
Angelo Costanzo e Francesco Capecelatro 2 o la piu recente (ma 

i. Cfr. DelTistorie della sua patria, Napoli 1572, Proemio, p. n. n. 2. Cfr. 
Vita > qui a p. 56. 



NOTA INTRODUTTIVA 359 

questa Giannone non la ricorda) Histoire de Pongine du royaume de 
Sidle et de Naples, del gesuita Claude Buffier, apparsa nel 1701. Per 
tutti e tre questi scrittori varra cio che egli stesso ebbe a confessare 
esternando la sua ammirazione per il Di Costanzo: Per questa ca- 
gione Tistoria di questo insigne scrittore sara da noi piu di qualun-