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Full text of "ORLANDO FURIOSO"

1-851 A?loc 55-01853 



1-851 A7ioe 55-61853 

Ariosto 

Orlando Furioso. 



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Public Library 

Kansas City, Mo. 



TENSION ENVELOPE CORP. 



TUTTI I DIRITTI RISERVATI - ALL RIGHTS RESERVED 
PRINTED IN ITALY 



AVVERTENZA DELL'EDITORE 



La divisions delle opere di Ludovico Ariosto in due volumi ha 
presentato all'editore una particolare difficoltd. 

U((0rlando furiosov ha tali dimension! che, da solo, richiede 
un volume di din 1200 pagine. Non era da pensare a com- 
porlo su due colonne come e stato fatto in tutte le edizioni an- 
teriori in un sol volume , guastando Varmonia tipografica detta 
pagina e rendendo fastidiosa la lettura, ne evidentemente a 
stamparlo in un corpo pin piccolo degli altri volumi della collana. 

Si e quindi preferito accogliere in questo primo volume il te- 
sto integrate e nudo del fa Orlando i>, e rimandarne le note alia 
fine del secondo volume, che contiene tutti gli scritti minori del 
Poeta, ciascuno con le note a pie di pagina secondo le consuetu- 
dini della nostra collana. 

Anche I'introduzione generale alle opere del Nostro si trova 
in testa al secondo volume. 



ORLANDO FURIOSO 

DI MESSER LUDOVICO ARIOSTO ALLO 

ILLUSTRISSIMO E REVERENDISSIMO 

CARDINALE DONNO IPPOLITO DA ESTE 

SUO SIGNORE 



CANTO PRIMO 



I 

Le donne, i cavallier, Tarme, gli amori, 
le cortesie, 1'audaci imprese io canto, 
che furo al tempo che passaro i Mori 
d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, 
seguendo Tire e i giovenil furori 
d'Agramante lor re, che si die vanto 
di vendicar la morte di Troiano 
sopra re Carlo imperator romano. 

II 

Dir6 d' Orlando in un medesmo tratto 
cosa non detta in prosa mai ne in rima: 
che per amor venne in furore e matto, 
d'uom che si saggio era stimato prima; 
se da colei che tal quasi m'ha fatto, 
che '1 poco ingegno ad or ad or mi lima, 
me ne sara per6 tanto concesso, 
che mi basti a finir quanto ho promesso. 

in 

Piacciavi, generosa Erculea prole, 
ornamento e splendor del secol nostro, 
Ippolito, aggradir questo che vuole 
e darvi sol puo 1'umil servo vostro. 
Quel ch'io vi debbo, posso di parole 
pagare in parte e d'opera d'inchiostro ; 
n6 che poco io vi dia da imputar sono, 
che quanto io posso dar, tutto vi dono. 



ORLANDO FURIOSO 
IV 

Voi sentirete fra i piu degni eroi, 
che nominar con laude m'apparecchio, 
ricordar quel Ruggier, che fu di voi 
e de' vostri avi illustri il ceppo vecchio. 
L'alto valore e 5 chiari gesti suoi 
vi faro udir, se voi mi date orecchio, 
e vostri alti pensier cedino un poco, 
si che tra lor miei versi abbiano loco. 

v 

Orlando, che gran tempo inamorato 
fu de la bella Angelica, e per lei 
in India, in Media, in Tartaria lasciato 
avea infiniti et immortal trofei, 
in Ponente con essa era tomato, 
dove sotto i gran monti Pirenei 
con la gente di Francia e de Lamagna 
re Carlo era attendato alia campagna, 

vi 

per far al re Marsilio e al re Agramante 
battersi ancor del folle ardir la guancia, 
d'aver condotto, Tun, d' Africa quante 
genti erano atte a portar spada e lancia; 
1'altro, d'aver spinta la Spagna inante 
a destruzion del bel regno di Francia. 
E cosi Orlando arrivo quivi a punto: 
ma tosto si penti d'esservi giunto; 

VII 

che vi fu tolta la sua donna poi: 
ecco il giudicio uman come spesso erra! 
Quella che dagli esperii ai liti eoi 
avea difesa con si lunga guerra, 
or tolta gli e fra tanti amici suoi, 
senza spada adoprar, ne la sua terra. 
II savio imperator, ch'estinguer volse 
un grave incendio, fu che gli la tolse. 



CANTO PRIMO 
VIII 

Nata pochi di inanzi era una gara 
tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo, 
che ambi avean per la bellezza rara 
d'amoroso disio Tanimo caldo. 
Carlo, che non avea tal lite cara, 
che gli rendea Faiuto lor men saldo, 
questa donzella, che la causa n'era, 
tolse, e die in mano al duca di Bavera; 

IX 

in premio promettendola a quel d'essi 
ch'in quel conflitto, in quella gran giornata, 
degli infideli piu copia uccidessi, 
e di sua man prestassi opra piu grata. 
Contrari ai voti poi furo i successi; 
ch'in fuga ando la gente battezzata, 
e con molti altri fu '1 duca prigione, 
e rest6 abbandonato il padiglione. 

x 

Dove, poi che rimase la donzella 
ch'esser dovea del vincitor mercede, 
inanzi al caso era salita in sella, 
e quando bisogn6 le spalle diede, 
presaga che quel giorno esser rubella 
dovea Fortuna alia cristiana fede: 
entr6 in un bosco, e ne la stretta via 
rincontro un cavallier ch'a pie venia. 

XI 

Indosso la corazza, Pelmo in testa, 

la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo; 

e piu leggier correa per la foresta, 

ch'al pallio rosso il villan mezzo ignudo. 

Timida pastorella mai si presta 

non volse piede inanzi a serpe crudo, 

come Angelica tosto il freno torse, 

che del guerrier, ch'a pie venia, s'accorse. 



ORLANDO FURIOSO 
XII 

Era costui quel paladin gagliardo, 
figliuol d'Amon, signer di Montalbano, 
a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo 
per strano caso uscito era di mano. 
Come alia donna egli drizz6 lo sguardo, 
riconobbe, quantunque di lontano, 
Pangelico sembiante e quel bel volto 
ch'all'amorose reti il tenea in volto. 

XIII 

La donna il palafreno a dietro volta, 
e per la selva a tutta briglia il caccia; 
ne" per la rara piu che per la folta, 
la piu sicura e miglior via procaccia: 
ma pallida, tremando, e di se tolta, 
lascia cura al destrier che la via faccia. 
Di su di giu, ne 1'alta selva fiera 
tanto giro, che venne a una riviera. 

XIV 

Su la riviera Ferrau trovosse 
di sudor pieno e tutto polveroso. 
Da la battaglia dianzi lo rimosse 
un gran disio di bere e di riposo; 
e poi, mal grado suo, quivi fermosse, 
perche, de 1'acqua ingordo e frettoloso, 
1'elmo nel fiume si Iasci6 cadere, 
ne 1'avea potuto anco riavere. 

xv 

Quanto potea piu forte, ne veniva 
gridando la donzella ispaventata. 
A quella voce salta in su la riva 
il Saracino, e nel viso la guata; 
e la conosce subito ch'arriva, 
ben che di timor pallida e turbata, 
e sien piu di che non n'udi novella, 
che senza dubbio elPe Angelica bella. 



CANTO PRIMO 
XVI 

E perche era cortese, e n'avea forse 
non men del dui cugini il petto caldo, 
Faiuto che potea tutto le porse, 
pur come avesse 1'elmo, ardito e baldo: 
trasse la spada, e minacciando corse 
dove poco di lui temea Rinaldo. 
Piu volte s'eran gia non pur veduti, 
m' al paragon de Tarme conosciuti. 

XVII 

Cominciar quivi una crudel battaglia, 
come a pie si trovar, coi brandi ignudi: 
non che le piastre e la minuta maglia, 
ma ai colpi lor non reggerian gPincudi. 
Or, mentre Tun con Faltro si travaglia, 
bisogna al palafren che '1 passo studi; 
che quanto puo menar de le calcagna, 
colei lo caccia al bosco e alia campagna. 

XVIII 

Poi che s'affaticar gran pezzo invano 
i duo guerrier per por Tun Taltro sotto, 
quando non meno era con Tarme in mano 
questo di quel, ne quel di questo dotto; 
fu primiero il signer di Montalbano, 
ch'al cavallier di Spagna fece motto, 
si come quel c'ha nel cor tanto fuoco, 
che tutto n'arde e non ritrova loco. 

XIX 

Disse al pagan: Me sol creduto avrai, 
e pur avrai te meco ancora offeso: 
se questo awien perche* i fulgenti rai 
del nuovo sol t'abbino il petto acceso, 
di farmi qui tardar che guadagno hai ? 
che quando ancor tu m'abbi morto o preso, 
non per6 tua la bella donna fia, 
che, mentre noi tardian, se ne va via. 



ORLANDO FURIOSO 
XX 

Quanto fia meglio, amandola tu ancora, 
che tu le venga a traversar la strada, 
a ritenerla e farle far dimora, 
prima che piu lontana se ne vada! 
Come Tavremo in potestate, allora 
di ch'esser de j si provi con la spada: 
non so altrimenti, dopo un lungo affanno, 
che possa riuscirci altro che danno. 

XXI 

Al pagan la proposta non dispiacque: 

cosi fu differita la tenzone; 

e tal tregua tra lor subito nacque, 

si Podio e Fira va in oblivione, 

che '1 pagano al partir da le fresche acque 

non Iasci6 a piedi il buon figliol d' Amone : 

con preghi invita, et al fin toglie in groppa, 

e per 1'orme d' Angelica galoppa. 

XXII 

Oh gran bonta de' cavallieri antiqui! 
Eran rivali, eran di fe diversi, 
e si sentian degli aspri colpi iniqui 
per tutta la persona anco dolersi; 
e pur per selve oscure e calli obliqui 
insieme van senza sospetto aversi. 
Da quattro sproni il destrier punto arriva 
ove una strada in due si dipartiva. 

XXIII 

E come quei che non sapean se Tuna 
o 1'altra via facesse la donzella 
(per6 che senza differenzia alcuna 
apparia in amendue Forma novella), 
si messero ad arbitrio di fortuna, 
Rinaldo a questa, il Saracino a quella. 
Pel bosco Ferrau molto s'awolse, 
e ritrovossi al fine onde si tolse. 



CANTO PRIMO 
XXIV 

Pur si ritrova ancor su la riviera, 
la dove 1'elmo gli casco ne Fonde. 
Poi che la donna ritrovar non spera, 
per aver Feline che '1 fiume gli asconde, 
in quella parte onde caduto gli era 
discende ne Testreme umide sponde: 
ma quello era si fitto ne la sabbia, 
che molto avra da far prima che Pabbia. 

xxv 

Con un gran ramo d'albero rimondo, 
di ch'avea fatto una pertica lunga, 
tenta il fiume e ricerca sino al fondo, 
ne loco lascia ove non batta e punga. 
Mentre con la maggior stizza del mondo 
tanto Findugio suo quivi prolunga, 
vede di mezzo il fiume un cavalliero 
insino al petto uscir, d'aspetto fiero. 

XXVI 

Era, fuor che la testa, tutto armato, 
et avea un elmo ne la destra mano : 
avea il medesimo elmo che cercato 
da Ferrau fu lungamente invano. 
A Ferrau par!6 come adirato, 
e disse: Ah mancator di fe", marano! 
perche di lasciar 1'elmo anche t'aggrevi, 
che render gia gran tempo mi dovevi ? 

XXVII 

Ricordati, pagan, quando uccidesti 
d' Angelica il fratel (che son quelPio), 
dietro all'altr'arme tu mi promettesti 
gittar fra pochi di Pelmo nel rio. 
Or se Fortuna (quel che non volesti 
far tu) pone ad effetto il voler mio, 
non ti turbare; e se turbar ti dei, 
turbati che di fe mancato sei. 



10 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

Ma $e desir pur hai cTun elmo fino, 
trovane un altro, et abbil con piu onore; 
un tal ne porta Orlando paladino, 
un tal Rinaldo, e forse anco migliore: 
1'un fu d'Amonte, e 1'altro di Mambrino: 
acquista un di quei duo col tuo valore; 
e questo, c'hai gia di lasciarmi detto, 
farai bene a lasciarmi con effetto. 

XXIX 

AlFapparir che fece alPimproviso 

de 1'acqua 1'ombra, ogni pelo arricciossi, 

e scolorossi al Saracino il viso; 

la voce, ch'era per uscir, fermossi. 

Udendo poi da PArgalia, ch'ucciso 

quivi avea gia (che TArgalia nomossi), 

la rotta fede cosi improverarse, 

di scorno e d'ira dentro e di fuor arse. 

xxx 

Ne tempo avendo a pensar altra scusa, 
e conoscendo ben che '1 ver gli disse, 
resto senza risposta a bocca chiusa; 
ma la vergogna il cor si gli traffisse, 
che giur6 per la vita di Lanfusa 
non voler mai ch'altro elmo lo coprisse, 
se non quel buono che gia in Aspramonte 
trasse del capo Orlando al fiero Almonte. 

XXXI 

E serv6 meglio questo giuramento, 
che non avea quell' altro fatto prima. 
Quindi si parte tanto malcontento, 
che molti giorni poi si rode e lima. 
Sol di cercare & il paladino intento 
di qua di la, dove trovarlo stima. 
Altra ventura al buon Rinaldo accade, 
che da costui tenea diverse strade. 



CANTO PRIMO II 

XXXII 

Non molto va Rinaldo, che si vede 
saltare inanzi il suo destrier feroce: 
Ferma, Baiardo mio, deh, ferma il piede! 
che Fesser senza te troppo mi nuoce. 
Per questo il destrier sordo a lui non riede, 
anzi piu se ne va sempre veloce. 
Segue Rinaldo, e d'ira si distrugge: 
ma seguitiamo Angelica che fugge. 

XXXIII 

Fugge tra selve spaventose e scure, 

per lochi inabitati, ermi e selvaggi. 

II mover de le frondi e di verzure, 

che di cerri sentia, d'olmi e di faggi, 

fatto le avea con subite paure 

trovar di qua di la strani viaggi; 

ch'ad ogni ombra veduta o in monte o in valle, 

temea Rinaldo aver sempre alle spalle. 

xxxiv 

Qual pargoletta o damma o capriuola, 
che tra le fronde del natio boschetto 
alia madre veduta abbia la gola 
stringer dal par do, o aprirle '1 fianco o '1 petto, 
di selva in selva dal crudel s'invola, 
e di paura triema e di sospetto: 
ad ogni sterpo che passando tocca, 
esser si crede all'empia fera in bocca. 

xxxv 

Quel di e la notte e mezzo Paltro giorno 
s'and6 aggirando, e non sapeva dove: 
trovossi al fine in un boschetto adorno, 
che lievemente la fresca aura muove. 
Duo chiari rivi, mormorando intorno, 
sempre Terbe vi fan tenere e nuove; 
e rendea ad ascoltar dolce concento, 
rotto tra picciol sassi, il correr lento. 



12 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

Quivi parendo a lei d'esser sicura 

e lontana a Rinaldo mille miglia, 

da la via stanca e da Pestiva arsura, 

di riposare alquanto si consiglia: 

tra' fiori smonta, e lascia alia pastura 

andare il palafren senza la briglia; 

e quel va errando intorno alle chiare onde, 

che di fresca erba avean piene le sponde. 

XXXVII 

Ecco non lungi un bel cespuglio vede 

di prun fioriti e di vermiglie rose, 

che de le liquide onde al specchio siede, 

chiuso dal sol fra Talte quercie ombrose; 

cosi voto nel mezzo, che concede 

fresca stanza fra 1'ombre piu nascose: 

e la foglia coi rami in modo e mista, 

che '1 sol non v'entra, non che minor vista. 

XXXVIII 

Dentro letto vi fan tenere erbette, 
ch'invitano a posar chi s'appresenta. 
La bella donna in mezzo a quel si mette, 
ivi si corca et ivi s'addormenta. 
Ma non per lungo spazio cosi stette, 
che un calpestio le par che venir senta: 
cheta si leva, e appresso alia riviera 
vede ch'armato un cavallier giunt'era. 

XXXIX 

Se gli e amico o nemico non comprende: 
tema e speranza il dubbio cor le scuote; 
e di quella aventura il fine attende, 
ne pur d'un sol sospir 1'aria percuote. 
II cavalliero in riva al fiume scende 
sopra 1'un braccio a riposar le gote; 
e in un suo gran pensier tanto penetra, 
che par cangiato in insensibil pietra. 



CANTO PRIMO 13 

XL 

Pensoso piii d'un'ora a capo basso 
stette, Signore, il cavallier dolente; 
poi comincio con suono afflitto e lasso 
a lamentarsi si soavemente, 
ch'avrebbe di pieta spezzato un sasso, 
una tigre crudel fatta clemente. 
Sospirando piangea, tal ch'un ruscello 
parean le guancie, e '1 petto un Mongibello. 

XLI 

Pensier dicea die 1 cor m'aggiacci et ardi, 

e causi il duol che sempre il rode e lima, 

che debbo far, poi ch'io son giunto tardi, 

e ch'altri a corre il frutto e andato prima? 

a pena avuto io n'ho parole e sguardi, 

et altri n'ha tutta la spoglia opima. 

Se non ne tocca a me frutto ne fiore, 

perche affliger per lei mi vuo' piu il core ? 

XLII 

La verginella e simile alia rosa, 
ch'in bel giardin su la nativa spina 
mentre sola e sicura si riposa, 
ne gregge n pastor se le avicina; 
Taura soave e Talba rugiadosa, 
1'acqua, la terra al suo favor s'inchina: 
gioveni vaghi e donne inamorate 
amano averne e seni e tempie ornate. 

XLIII 

Ma non si tosto dal materno stelo 
rimossa viene, e dal suo ceppo verde, 
che quanto avea dagli uomini e dal cielo 
favor, grazia e bellezza, tutto perde. 
La vergine che '1 fior, di che piu zelo 
che de' begli occhi e de la vita aver de', 
lascia altrui corre, il pregio ch'avea inanti 
perde nel cor di tutti gli altri amanti. 



14 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

Sia vile agli altri, e da quel solo amata 
a cui di se" fece si larga copia. 
Ah, Fortuna crudel, Fortuna ingrata! 
trionfan gli altri, e ne moro io d'inopia. 
Dunque esser pu6 che non mi sia piii grata? 
dunque io posso lasciar mia vita propia? 
Ah piu tosto oggi manchino i di miei, 
ch'io viva piu, s'amar non debbo lei! 

XLV 

Se mi domanda alcun chi costui sia 
che versa sopra il rio lacrime tante, 
io dir6 ch'egli e il re di Circassia, 
quel d'amor travagliato Sacripante ; 
io diro ancor che di sua pena ria 
sia prima e sola causa essere amante, 
e pur un degli amanti di costei: 
e ben riconosciuto fa da lei. 

XLVI 

Appresso ove il sol cade, per suo amore 
venuto era dal capo d'Oriente; 
che seppe in India con suo gran dolore, 
come ella Orlando sequit6 in Ponente: 
poi seppe in Francia che Pimperatore 
sequestrata Tavea da Taltra gente, 
per darla alTun de j duo che contra il Moro 
piu quel giorno aiutasse i Gigli d'oro. 

XL VII 

Stato era in campo, e inteso avea di quella 
rotta crudel che dianzi ebbe re Carlo: 
cerco vestigio d' Angelica bella, 
ne potuto avea ancora ritrovarlo. 
Questa e dunque la trista e ria novella 
che d'amorosa doglia fa penarlo, 
affligger, lamentare e dir parole 
che di pieta potrian fermare il sole. 



CANTO PRIMO 15 

XLVIII 

Mentre costui cosi s'affligge e duole, 
e fa degli occhi suoi tepida fonte, 
e dice queste e molte altre parole, 
die non mi par bisogno esser racconte; 
Taventurosa sua fortuna vuole 
ch'alle orecchie d' Angelica sian conte: 
e cosi quel ne viene a un'ora, a un punto, 
ch'in mille anni o mai piu non e raggiunto. 

XLIX 

Con molta attenzion la bella donna 
al pianto, alle parole, al modo attende 
di colui ch'in amarla non assonna; 
ne questo e il primo di ch'ella Tintende: 
ma dura e fredda piu d'una colonna, 
ad averne pieta non per6 scende, 
come colei c'ha tutto il mondo a sdegno, 
e non le par ch'alcun sia di lei degno. 

L 

Pur tra quei boschi il ritrovarsi sola 
le fa pensar di tor costui per guida; 
che chi ne Facqua sta fin alia gola, 
ben e ostinato se merce non grida. 
Se questa occasione or se Finvola, 
non trovera mai piu scorta si fida; 
ch'a lunga prova conosciuto inante 
s'avea quel re fedel sopra ogni amante. 

LI 

Ma non pero disegna de Faffanno 
che lo distrugge alleggierir chi Tama, 
e ristorar d'ogni passato danno 
con quel piacer ch'ogni amator piu brama: 
ma alcuna finzione, alcuno inganno 
di tenerlo in speranza ordisce e trama; 
tanto ch'a quel bisogno se ne serva, 
poi torni all'uso suo dura e proterva. 



l6 ORLANDO FURIOSO 

LII 

E fuor di quel cespuglio oscuro e cieco 
fa di se bella et improvisa mostra, 
come di selva o fuor d'ombroso speco 
Diana in scena o Citerea si mostra; 
e dice alPapparir: Pace sia teco; 
teco difenda Dio la fama nostra, 
e non comporti, contra ogni ragione, 
ch'abbi di me si falsa opinione. 

LIU 

Non mai con tanto gaudio o stupor tanto 
levo gli occhi al figliuolo alcuna madre, 
ch'avea per morto sospirato e pianto, 
poi che senza esso udi tornar le squadre; 
con quanto gaudio il Saracin, con quanto 
stupor 1'alta presenza e le leggiadre 
maniere e il vero angelico sembiante, 
improviso apparir si vide inante. 

LIV 

Pieno di dolce e d'amoroso affetto, 
alia sua donna, alia sua diva corse, 
che con le braccia al collo il tenne stretto, 
quel ch'al Catai non avria fatto forse. 
Al patrio regno, al suo natio ricetto, 
seco avendo costui, 1'animo torse: 
subito in lei s'awiva la speranza 
di tosto riveder sua ricca stanza. 

LV 

Ella gli rende conto pienamente 
dal giorno che mandate fu da lei 
a domandar soccorso in Oriente 
al re de' Sericani Nabatei; 
e come Orlando la guard6 so vent e 
da morte, da disnor, da casi rei: 
e che '1 fior virginal cosi avea salvo, 
come se lo porto del materno alvo. 



CANTO PRIMO 17 

LVI 

Forse era ver, ma non pero credibile 
a chi del senso suo fosse signore; 
ma parve facilmente a lui possibile, 
ch'era perduto in via piu grave errore. 
Quel che Tuom vede, Amor gli fa invisibile, 
e 1'invisibil fa vedere Amore. 
Questo creduto fa; che J l miser suole 
dar facile credenza a quel che vuole. 

LVII 

Se mal si seppe il cavallier d'Anglante 
pigliar per sua sciochezza il tempo buono, 
il danno se ne avra; che da qui inante 
nol chiamera Fortuna a si gran dono : 
tra se tacito parla Sacripante 
ma io per imitarlo gia non sono, 
che lasci tanto ben che m'e concesso, 
e ch'a doler poi m'abbia di me stesso. 

LVIII 

Corr6 la fresca e matutina rosa, 
che, tardando, stagion perder potria. 
So ben ch'a donna non si pu6 far cosa 
che piu soave e piu piacevol sia, 
ancor che se ne mostri disdegnosa, 
e talor mesta e flebil se ne stia: 
non staro per repulsa o finto sdegno, 
ch'io non adombri e incarni il mio disegno. 

LIX 

Cosi dice egli; e mentre s'apparecchia 
al dolce assalto, un gran rumor che suona 
dal vicin bosco gl'intruona 1'orecchia, 
si che mal grado Timpresa abbandona, 
e si pon Telmo (ch'avea usanza vecchia 
di portar sempre armata la persona). 
Viene al destriero, e gli ripon la briglia: 
rimonta in sella e la sua lancia piglia. 



l8 ORLANDO FURIOSO 

LX 

Ecco pel bosco un cavallier venire, 
il cui sembiante e d'uom gagliardo e fiero: 
candido come nieve e il suo vestire, 
un bianco pennoncello ha per cimiero. 
Re Sacripante, che non puo patire 
che quel con rimportuno suo sentiero 
gli abbia interrotto il gran piacer ch'avea, 
con vista il guarda disdegnosa e rea. 

LXI 

Come e piii presso, lo sfida a battaglia; 
che crede ben fargli votar Tarcione. 
Quel che di lui non stimo gia che vaglia 
un grano meno, e ne fa paragone, 
1'orgogliose minaccie a mezzo taglia, 
sprona a un tempo, e la lancia in resta pone. 
Sacripante ritorna con tempesta, 
e corronsi a ferir testa per testa. 

LXII 

Non si vanno i leoni o i tori in salto 
a dar di petto, ad accozzar si crudi, 
si come i duo guerrieri al fiero assalto, 
che parimente si passar gli scudi. 
Fe' lo scontro tremar dal basso alPalto 
1'erbose valli insino ai poggi ignudi; 
e ben giov6 che fur buoni e perfetti 
gli osberghi si, che lor salvaro i petti. 

LXIII 

Gia non fero i cavalli un correr torto, 
anzi cozzaro a guisa di montoni: 
quel del guerrier pagan mori di corto, 
ch'era vivendo in numero de* buoni; 
quell'altro cadde ancor, ma fu risorto 
tosto ch'al fianco si senti gli sproni. 
Quel del re saracin rest6 disteso 
adosso al suo signor con tutto il peso. 



CANTO PRIMO 19 

LXIV 

L'incognito campion che rest6 ritto, 
e vide Taltro col cavallo in terra, 
stimando avere assai di quel conflitto, 
non si cur6 di rinovar la guerra; 
ma dove per la selva e il camin dritto, 
correndo a tutta briglia si disserra; 
e prima che di briga esca il pagano, 
un miglio o poco meno e gia lontano. 

LXV 

Qual istordito e stupido aratore, 
poi ch'e passato il fulmine, si leva 
di la dove Taltissimo fragore 
appresso ai morti buoi steso Paveva; 
che mira senza fronde e senza onore 
il pin che di lontan veder soleva: 
tal si Iev6 il pagano a pie rimaso, 
Angelica presente al duro caso. 

LXVI 

Sospira e geme, non perche Tannoi 
che piede o braccia s'abbi rotto o mosso, 
ma per vergogna sola, ohde a' di suoi 
ne pria ne dopo il viso ebbe si rosso : 
e piu, ch'oltre al cader, sua donna poi 
fu che gli tolse il gran peso d'adosso. 
Muto restava, mi cred'io, se quella 
non gli rendea la voce e la favella. 

LXVII 

Deh! diss'ella signor, non vi rincresca! 

che del cader non e la colpa vostra, 

ma del cavallo, a cui riposo et esca 

meglio si convenia che nuova giostra. 

N6 percid quel guerrier sua gloria accresca; 

che d'esser stato il perditor dimostra: 

cosi, per quel ch'io me ne sappia, stimo, 

quando a lasciare il campo e stato primo. 



20 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

Mentre costei conforta il Saracino, 
ecco col corno e con la tasca al fianco, 
galoppando venir sopra un ronzino 
un messaggier che parea afflitto e stance; 
che come a Sacripante fu vicino, 
gli domand6 se con un scudo bianco 
e con un bianco pennoncello in testa 
vide un guerrier passar per la foresta. 

LXIX 

Rispose Sacripante : Come vedi, 
m'ha qui abbattuto, e se ne parte or ora; 
e perch'io sappia chi m'ha messo a piedi, 
fa che per nome io lo conosca ancora. 
Et egli a lui : Di quel che tu mi chiedi, 

10 ti satisfar6 senza dimora: 

tu dei saper che ti Iev6 di sella 
Talto valor d'una gentil donzella. 

LXX 

Ella e gagliarda et e piii bella molto ; 
ne il suo famoso nome anco t'ascondo: 
fu Bradamante'quella che t'ha tolto 
quanto onor mai tu guadagnasti al mondo. 
Poi ch'ebbe cosi detto, a freno sciolto 

11 Saracin Iasci6 poco giocondo, 

che non sa che si dica o che si faccia, 
tutto awampato di vergogna in faccia. 

LXXI 

Poi che gran pezzo al caso intervenuto 
ebbe pensato invano, e finalmente 
si trov6 da una femina abbattuto, 
che pensandovi piu, piii dolor sente; 
mont6 1'altro destrier, tacito e muto: 
e senza far parola, chetamente 
tolse Angelica in groppa, e differilla 
a piu lieto uso, a stanza piu tranquilla. 



CANTO PRIMO 
LXXII 

Non furo iti duo miglia, che sonare 
odon la selva che li cinge intorno, 
con tal rumore e strepito, che pare 
che triemi la foresta d'ogn'intorno ; 
e poco dopo un gran destrier n'appare, 
d'oro guernito e riccamente adorno, 
che salta macchie e rivi, et a fracasso 
arbori mena e cio che vieta il passo. 

LXXIII 

Se Tintricati rami e 1'aer fosco 
disse la donna agli occhi non contende, 
Baiardo e quel destrier ch'in mezzo il bosco 
con tal rumor la chiusa via si fende. 
Questo e certo Baiardo, io '1 riconosco: 
deh, come ben nostro bisogno intende! 
ch'un sol ronzin per dui saria mal atto, 
e ne viene egli a satisfarci ratto. 

LXXIV 

Smonta il Circasso et al destrier s'accosta, 
e si pensava dar di mano al freno. 
Colle groppe il destrier gli fa risposta, 
che fu presto a girar come un baleno; 
ma non arriva dove i calci apposta: 
misero il cavallier se giungea a pieno! 
che nei calci tal possa avea il cavallo, 
ch/avria spezzato un monte di metallo. 

LXXV 

Indi va mansueto alia donzella, 
con umile sembiante e gesto umano, 
come intorno al padrone il can saltella, 
che sia duo giorni o tre stato lontano. 
Baiardo ancora avea memoria d'ella, 
ch'in Albracca il servia gia di sua mano 
nel tempo che da lei tanto era amato 
Rinaldo, allor crudele, allor ingrato. 



22 ORLANDO FURIOSO 

LXXVI 

Con la sinistra man prende la briglia, 
con Paltra tocca e palpa il collo e '1 petto; 
quel destrier, ch'avea ingegno a maraviglia, 
a lei, come un agnel, si fa suggetto. 
Intanto Sacripante il tempo piglia: 
monta Baiardo, e Purta e lo tien stretto. 
Del ronzin disgravato la donzella 
lascia la groppa, e si ripone in sella. 

LXXVII 

Poi rivolgendo a caso gli occhi, mira 
venir sonando d'arme un gran pedone. 
Tutta s'awampa di dispetto e d'ira, 
che conosce il figliuol del duca Amone. 
Piu che sua vita Pama egli e desira; 
1'odia e fugge ella piu che gru falcone, 
Gia fu ch'esso odi6 lei piu che la morte; 
ella am6 lui: or han cangiato sorte. 

LXXVIII 

E questo hanno causato due fontane 
che di diverso effetto hanno liquore, 
ambe in Ardenna, e non sono lontane : 
d'amoroso disio Tuna empie il core; 
chi bee de 1'altra, senza amor rimane, 
e volge tutto in ghiaccio il primo ardore. 
Rinaldo gust6 d'una, e amor lo strugge: 
Angelica de 1'altra, e Podia e fugge. 

LXXIX 

Quel liquor di secreto venen misto, 
che muta in odio 1'amorosa cura, 
fa che la donna che Rinaldo ha visto, 
nei sereni occhi subito s'oscura; 
e con voce tremante e viso tristo 
supplica Sacripante e lo scongiura 
che quel guerrier piu appresso non attenda, 
ma ch'insieme con lei la fuga prenda. 



CANTO PRIMO 23 

LXXX 

Son dunque, disse il Saracino sono 

dmxque in si poco credito con vui, 

che mi stimiate inutile, e non buono 

da potervi difender da costui ? 

Le battaglie d'Albracca gia yi sono 

di mente uscite, e la notte ch'io fui 

per la salute vostra, solo e nudo, 

contra Agricane e tutto il campo, scudo ? 

LXXXI 

Non risponde ella, e non sa che si faccia, 
perche Rinaldo ormai Pe troppo appresso, 
che da lontano al Saracin minaccia, 
come vide il cavallo e conobbe esso, 
e riconobbe Pangelica faccia 
che P amoroso incendio in cor gli ha messo. 
Quel che segui tra questi duo superbi 
vo' che per Faltro canto si riserbi. 



24 ORLANDO FURIOSO 



CANTO SECONDO 



I 

Ingiustissimo Amor, perche si raro 
corrispondenti fai nostri desiri ? 
onde, perfido, awien che t'e si caro 
il discorde voler ch'in duo cor miri ? 
Gir non mi lasci al facil guado e chiaro, 
e nel piu cieco e maggior fondo tin: 
da chi disia il mio amor tu mi richiami, 
e chi m'ha in odio vuoi ch'adori et ami. 

ii 

Fai ch'a Rinaldo Angelica par bella, 
quando esso a lei brutto e spiacevol pare: 
quando le parea bello e I'amava ella, 
egli odio lei quanto si pu6 piu odiare. 
Ora s'affigge indarno e si flagella; 
cosi renduto ben gli e pare a pare: 
ella 1'ha in odio, e 1'odio e di tal sorte, 
che piu tosto che lui vorria la morte. 

Ill 

Rinaldo al Saracin con molto orgoglio 
grid6 : Scendi, ladron, del mio cavallo ! 
Che mi sia tolto il mio, patir non soglio, 
ma ben fo, a chi lo vuol, caro costallo: 
e levar questa donna anco ti voglio, 
che sarebbe a lasciartela gran fallo. 
Si perfetto destrier, donna si degna 
a un ladron non mi par che si convegna. - 



CANTO SECONDO 25 

IV 

Tu te ne menti che ladrone io sia 
rispose il Saracin non meno altiero 

chi dicesse a te ladro, lo diria 
(quanto io n'odo per fama) piu con vero. 
La pruova or si vedra, chi di noi sia 
piu degno de la donna e del destriero; 
ben che, quanto a lei, teco io mi convegna 
che non e cosa al mondo altra si degna. 

v 

Come soglion talor duo can mordenti, 
o per invidia o per altro odio mossi, 
avicinarsi digrignando i denti, 
con occhi bieci e piu che bracia rossi; 
indi a' morsi venir, di rabbia ardenti, 
con aspri ringhi e ribuffati dossi: 
cosi alle spade e dai gridi e da Tonte 
venne il Circasso e quel di Chiaramonte. 

VI 

A piedi e Tun, Paltro a cavallo: or quale 
credete ch'abbia il Saracin vantaggio ? 
Ne ve n'ha pero alcun; che cosi vale 
forse ancor men ch'uno inesperto paggio; 
che '1 destrier per instinto naturale 
non volea fare al suo signore oltraggio: 
ne con man ne con spron potea il Circasso 
farlo a volunta sua muover mai passo. 

VII 

Quando crede cacciarlo, egli s'arresta; 
e se tener lo vuole, o corre o trotta: 
poi sotto il petto si caccia la testa, 
giuoca di schiene e mena calci in frotta. 
Vedendo il Saracin ch'a domar questa 
bestia superba era mal tempo allotta, 
ferma le man sul primo arcione e s'alza, 
e dal sinistro fianco in piede sbalza. 



26 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Sciolto che fu il pagan con leggier salto 

da 1'ostinata furia di Baiardo, 

si vide cominciar ben degno assalto 

d'un par di cavallier tanto gagliardo. 

Suona Tun brando e 1'altro, or basso or alto: 

il martel di Vulcano era piii tardo 

ne la spelunca affumicata, dove 

battea all'incude i folgori di Giove. 

IX 

Fanno or con lunghi, ora con finti e scarsi 
colpi veder che mastri son del giuoco: 
or li vedi ire altieri, or rannicchiarsi, 
ora coprirsi, ora mostrarsi un poco, 
ora crescere inanzi, ora ritrarsi, 
ribatter colpi, e spesso lor dar loco, 
girarsi intorno ; e donde 1'uno cede, 
1'altro aver posto immantinente il piede. 



Ecco Rinaldo' con la spada adosso 

a Sacripante tutto s'abbandona; 

e quel porge lo scudo, ch'era d'osso, 

con la piastra d'acciar temprata e buona. 

Taglial Fusberta, ancor che molto grosso : 

ne geme la foresta e ne risuona. 

L'osso e Pacciar ne va che par di ghiaccio, 

e lascia al Saracin stordito il braccio. 

XI 

Quando vide la timida donzella 
dal fiero colpo uscir tanta ruina, 
per gran timor cangi6 la faccia bella, 
qual il reo ch'al supplicio s'awicina; 
ne le par che vi sia da tar dar, s'ella 
non vuol di quel Rinaldo esser rapina, 
di quel Rinaldo ch'ella tanto odiava, 
quanto esso lei miseramente amava. 



CANTO SECONDO 27 

XII 

Volta il cavallo, e ne la selva folta 

10 caccia per un aspro e stretto calle: 
e spesso il viso smorto a dietro volta; 
che le par che Rinaldo abbia alle spalle. 
Fuggendo non avea fatto via molta, 
che scontr6 un eremita in una valle, 
ch'avea lunga la barba a mezzo il petto, 
devoto e venerabile d'aspetto. 

XIII 

Dagli anni e dal digiuno attenuato, 
sopra un lento asinel se ne veniva; 
e parea, piu ch'alcun fosse mai stato, 
di conscienza scrupulosa e schiva. 
Come egli vide il viso delicato 
de la donzella che sopra gli arriva, 
debil quantunque e mal gagliarda fosse, 
tutta per carita se gli commosse. 

XIV 

La donna al fraticel chiede la via 
che la conduca ad un porto di mare, 
perche levar di Francia si vorria 
per non udir Rinaldo nominare. 

11 frate, che sapea negromanzia, 
non cessa la donzella confortare 
che presto la trarra d'ogni periglio; 
et ad una sua tasca die di piglio. 

xv 

Trassene un libro, e mostr6 grande effetto; 
che legger non fini la prima faccia, 
ch'uscir fa un spirto in forma di valletto, 
e gli commanda quanto vuol ch'el faccia. 
Quel se ne va, da la scrittura astretto, 
dove i dui cavallieri a faccia a faccia 
eran nel bosco, e non stavano al rezzo; 
fra' quali entr6 con grande audacia in mezzo. 



28 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Per cortesia, disse un di voi mi mostre, 

quando anco uccida 1'altro, che gli vaglia: 

che merto avrete alle fatiche vostre, 

finita che tra voi sia la battaglia, 

se 3 1 conte Orlando, senza liti o giostre, 

e senza pur aver rotta una maglia, 

verso Parigi mena la donzella 

che v'ha condotti a questa pugna fella? 

XVII 

Vicino un miglio ho ritrovato Orlando 
che ne va con Angelica a Parigi, 
di voi ridendo insieme, e mottegiando 
che senza frutto alcun siate in litigi. 
II meglio forse vi sarebbe, or quando 
non son piu lungi, a seguir lor vestigi; 
che s'in Parigi Orlando la puo avere, 
non ve la lascia mai piu rivedere. 

XVIII 

Veduto avreste i cavallier turbarsi 
a quel annunzio, e mesti e sbigottiti, 
senza occhi e senza mente nominarsi, 
che gli avesse il rival cosi scherniti; 
ma il buon Rinaldo al suo cavallo trarsi 
con sospir che parean del fuoco usciti, 
e giurar per isdegno e per furore, 
se giungea Orlando, di cavargli il core. 

XIX 

E dove aspetta il suo Baiardo, passa, 
e sopra vi si lancia, e via galoppa, 
ne al cavallier, ch'a pie nel bosco lassa, 
pur dice a Dio, non che lo 'nviti in groppa. 
L'animoso cavallo urta e fracassa, 
punto dal suo signor, cio ch'egli 'ntoppa: 
non ponno fosse o fiumi o sassi o spine 
far che dal corso il corridor decline. 



CANTO SECONDO 29 

XX 

Signer, non voglio che vi paia strano 
se Rinaldo or si tosto il destrier piglia, 
che gia piu giorni ha seguitato invano, 
ne gli ha possuto mai toccar la briglia. 
Fece il destrier, ch'avea intelletto umano, 
non per vizio seguirsi tante miglia, 
ma per guidar dove la donna giva, 
il suo signor, da chi bramar Pudiva. 

XXI 

Quando ella si fuggi dal padiglione, 
la vide et appostolla il buon destriero, 
che si trovava aver v6to Tarcione, 
pero che n'era sceso il cavalliero 
per combatter di par con un barone, 
che men di lui non era in arme fiero; 
poi ne seguit6 Forme di lontano, 
bramoso porla al suo signor e in mano. 

XXII 

Bramoso di ritrarlo ove fosse ella, 
per la gran selva inanzi se gli messe; 
ne lo volea lasciar montare in sella, 
perche ad altro camin non lo volgesse. 
Per lui trov6 Rinaldo la donzella 
una e due volte, e mai non gli successe; 
che fu da Ferrau prima impedito, 
poi dal Circasso, come avete udito. 

XXIII 

Ora al demonio che mostro a Rinaldo 

de la donzella li falsi vestigi, 

credette Baiardo anco, e stette saldo 

e mansueto ai soliti servigL 

Rinaldo il caccia, d'ira e d'amor caldo, 

a tutta briglia, e sempre inver Parigi; 

e vola tanto col disio, che lento, 

non ch'un destrier, ma gli parrebbe il vento. 



30 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

La notte a pena di seguir rimane, 
per affrontarsi col signor cTAnglante: 
tanto ha creduto alle parole vane 
del messaggier del cauto negromante, 
Non cessa cavalcar sera e dimane, 
che si vede apparir la terra avante, 
dove re Carlo, rotto e mal condutto, 
con le reliquie sue s'era ridutto: 

xxv 

e perche dal re d j Africa battaglia 
et assedio v'aspetta, usa gran cura 
a raccor buona gente e vettovaglia, 
far cavamenti e riparar le mura. 
Cio ch'a difesa spera che gli vaglia, 
senza gran diferir, tutto procura: 
pensa mandare in Inghilterra, e trarne 
gente onde possa un novo campo fame; 

XXVI 

che vuole uscir di nuovo alia campagna, 
e ritentar la sorte de la guerra. 
Spaccia Rinaldo subito in Bretagna, 
Bretagna che fu poi detta Inghilterra. 
Ben de Fandata il paladin si lagna: 
non ch'abbia cosi in odio quella terra; 
ma perch6 Carlo il manda allora allora, 
ne pur lo lascia un giorno far dimora. 

XXVII 

Rinaldo mai di ci6 non fece meno 

volentier cosa; poi che fu distolto 

di gir cercando il bel viso sereno 

che gli avea il cor di mezzo il petto tolto: 

ma, per ubidir Carlo, nondimeno 

a quella via si fu subito volto, 

et a Calesse in poche ore trovossi; 

e giunto, il di medesimo imbarcossi. 



CANTO SECONDO 31 

XXVIII 

Contra la volunta d'ogni nocchiero, 
pel gran desir che di tornare avea, 
entr6 nel mar ch'era turbato e fiero, 
e gran procella minacciar parea. 
II Vento si sdegn6, che da 1'altiero 
sprezzar si vide; e con tempesta rea 
sollevb il mar intorno, e con tal rabbia, 
che gli mandc- a bagnar sino alia gabbia. 

XXIX 

Calano tosto i marinari accorti 

le maggior vele, e pensano dar volta, 

e ritornar ne li medesmi porti 

donde in mal punto avean la nave sciolta. 

Non convien dice il Vento ch'io comporti 

tanta licenzia che v'avete tolta ; 

e soffia e grida e naufragio minaccia, 

s'altrove van, che dove egli li caccia. 

xxx 

Or a poppa, or all'orza hann' il crudele, 
che mai non cessa, e vien piu ognor crescendo: 
essi di qua di la con umil vele 
vansi aggirando, e Talto mar scorrendo. 
Ma perch6 varie fila a varie tele 
uopo mi son, che tutte ordire intendo, 
lascio Rinaldo e Fagitata prua, 
e torno a dir di Bradamante sua. 

XXXI 

lo parlo di quella inclita donzella, 
per cui re Sacripante in terra giacque, 
che di questo signer degna sorella, 
del duca Amone e di Beatrice nacque. 
La gran possanza e il molto ardir di quella 
non meno a Carlo e tutta Francia piacque 
(che piu d'un paragon ne vide saldo), 
che '1 lodato valor del buon Rinaldo. 



32 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

La donna amata fu da un cavalliero 
che d' Africa passo col re Agramante, 
che partori del seme di Ruggiero 
la disperata figlia d'Agolante: 
e costei, che ne d'orso ne di fiero 
leone usci, non sdegno tal amante; 
ben che concesso, fuor che vedersi una 
volta e parlarsi, non ha lor Fortuna. 

XXXIII 

Quindi cercando Bradamante gia 

Pamante suo, ch'avea nome dal padre, 

cosi sicura senza compagnia, 

come avesse in sua guardia mille squadre: 

e fatto ch'ebbe il re di Circassia 

battere il volto de 1'antiqua madre, 

travers6 un bosco, e dopo il bosco un monte, 

tanto che giunse ad una bella fonte. 

xxxiv 

La fonte discorrea per mezzo un prato, 
d'arbori antiqui e di belPombre adorno, 
ch'i viandanti col mormorio grato 
a ber invita e a far seco soggiorno : 
un culto monticel dal manco lato 
le difende il calor del mezzo giorno. 
Quivi, come i begli occhi prima torse, 
d'un cavallier la giovane s'accorse; 

xxxv 

d'un cavallier, ch'alPombra d'un boschetto, 
nel margin verde e bianco e rosso e giallo 
sedea pensoso, tacito e soletto 
sopra quel chiaro e liquido cristallo. 
Lo scudo non lontan pende e 1'elmetto 
dal faggio, ove legato era il cavallo ; 
et avea gli occhi molli e '1 viso basso, 
e si mostrava addolorato e lasso. 



CANTO SECONDO 33 

XXXVI 

Questo disir, ch'a tutti sta nel core, 

de' fatti altrui sempre cercar novella, 

fece a quel cavallier del suo dolore 

la cagion domandar da la donzella. 

Egli Taperse e tutta mostrb fuore, 

dal cortese parlar mosso di quella, 

e dal sembiante altier, ch'al primo sguardo 

gli sembr6 di guerrier molto gagliardo. 

XXXVII 

E cominci6 : Signor, io conducea 

pedoni e cavallieri, e venia in campo 

la dove Carlo Marsilio attendea, 

perch'al scender del monte avesse inciampo; 

e una giovane bella meco avea, 

del cui fervido amor nel petto avampo: 

e ritrovai presso a Ro donna armato 

un che frenava un gran destriero alato. 

XXXVIII 

Tosto che '1 ladro, o sia mortale, o sia 
una de 1'infernali anime orrende, 
vede la bella e cara. donna mia; 
come falcon che per ferir discende, 
cala e poggia in uno atimo, e tra via 
getta le mani, e lei smarrita prende. 
Ancor non m'era accbrto de 1'assalto, 
che de la donna io senti' il grido in alto. 

xxxix 

Cosi il rapace nibio furar suole 
il misero pulcin presso alia chioccia, 
che di sua inawertenza poi si duole, 
e invan gli grida e invan dietro gli croccia. 
Io non posso seguir un uom che vole, 
chiuso tra' monti, a pie d'un'erta roccia: 
stanco ho il destrier, che muta a pena i passi 
ne Taspre vie de' faticosi sassi. 



34 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Ma, come quel che men curato avrei 
vedermi trar di mezzo il petto il core, 
lasciai lor via seguir quegli altri miei, 
senza mia guida e senza alcun rettore: 
per gli scoscesi poggi e manco rei 
presi la via che mi mostrava Amore, 
e dove mi parea che quel rapace 
portassi il mio conforto e la mia pace. 

XLI 

Sei giorni me n'andai matina e sera 
per baize e per pendici orride e strane, 
dove non via, dove sentier non era, 
dove ne segno di vestigie umane; 
poi giunse in una valle inculta e fiera, 
di ripe cinta e spaventose tane, 
che nel mezzo s'un sasso avea un castello 
forte e ben posto, a maraviglia bello. 

XLII 

Da lungi par che come fiamma lustri, 
ne sia di terra cotta, ne di marmi. 
Come piu m'avicino ai muri illustri, 
Popra piu bella e piu mirabil parmi. 
E seppi poi, come i demoni industri, 
da suffumigi tratti e sacri carmi, 
tutto d'acciaio avean cinto il bel loco, 
temprato alPonda et allo stigio foco. 

XLIII 

Di si forbito acciar luce ogni torre, 
che non vi pu6 n6 ruggine n6 macchia. 
Tutto il paese giorno e notte scorre, 
e poi la dentro il rio ladron s'immacchia. 
Cosa non ha ripar che voglia t6rre: 
sol dietro invan se li bestemia e gracchia. 
Quivi la donna, anzi il mio cor mi tiene, 
che di mai ricovrar lascio ogni spene. 



CANTO SECONDO 35 

XLIV 

Ah lasso! che poss'io piu che mirare 
la rocca lungi, ove il mio ben m'& chiuso ? 
come la volpe, che '1 figlio gridare 
nel nido oda de Faquila di giuso, 
s'aggira intorno, e non sa che si fare, 
poi che Tali non ha da gir la suso. 
Erto & quel sasso si, tale e il castello, 
che non vi puo salir chi non e augello. 

XLV 

Mentre io tardava quivi, ecco venire 
duo cavallier ch'avean per guida un nano, 
che la speranza aggiunsero al desire; 
ma ben fu la speranza e il desir vano. 
Ambi erano guerrier di sommo ardire: 
era Gradasso Tun, re sericano; 
era 1'altro Ruggier, giovene forte, 
pregiato assai ne Tafricana corte. 

XLVI 

((Vengon mi disse il nano per far pruova 
di lor virtu col sir di quel castello, 
che per via strana, inusitata e nuova 
cavalca armato il quadrupede augello. 
Deh, signor,)> dissi io lor pieta vi muova 
del duro caso mio spietato e fello! 
Quando, come ho speranza, voi vinciate, 
vi prego la mia donna mi rendiate. 

XLVII 

E come mi fu tolta lor narrai, 
con lacrime affermando il dolor mio. 
Quei, lor merce, mi proferiro assai, 
e giu calaro il poggio alpestre e rio. 
Di lontan la battaglia io riguardai, 
pregando per la lor vittoria Dio. 
Era sotto il castel tanto di piano, 
quanto in due volte si puo trar con mano. 



36 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

Poi che fur giunti a pie de Palta rocca, 
Puno e Faltro volea combatter prima; 
pur a Gradasso, o fosse sorte, tocca, 
o pur che non ne fe' Ruggier piu stima. 
Quel Serican si pone il corno a bocca: 
rimbomba il sasso e la fortezza in cima. 
Ecco apparire il cavalliero armato 
fuor de la porta, e sul cavallo alato. 

XLIX 

Comincio a poco a poco indi a levarse, 
come suol far la peregrina grue, 
che corre prima, e poi vediamo alzarse 
alia terra vicina un braccio o due; 
e quando tutte sono alParia sparse, 
velocissime mostra Tale sue. 
Si ad alto il negromante batte Tale, 
ch'a tanta altezza a pena aquila sale. 

L 

Quando gli parve poi, volse il destriero, 
che chiuse i vanni e venne a terra a piombo, 
come casca dal ciel falcon maniero 
che levar veggia 1'anitra o il Colombo. 
Con la lancia arrestata il cavalliero 
1'aria fendendo vien d'orribil rombo. 
Gradasso a pena del calar s'avede, 
che se lo sente addosso e che lo fiede. 

Li 

Sopra Gradasso il mago Pasta roppe; 
feri Gradasso il vento e Tana vana: 
per questo il volator non interroppe 
il batter 1'ale, e quindi s'allontana. 
II grave scontro fa chinar le groppe 
sul verde prato alia gagliarda alfana. 
Gradasso avea una alfana, la piu bella 
e la miglior che mai portasse sella. 



CANTO SECONDO 37 

LII 

Sin alle stelle il volator trascorse; 
indi girossi e torno in fretta al basso, 
e percosse Ruggier che non s'accorse, 
Ruggier che tutto intento era a Gradasso. 
Ruggier del grave colpo si distorse, 
e '1 suo destrier piu rinculo d'un passo: 
e quando si volto per hii ferire, 
da se lontano il vide al ciel salire. 

LIII 

Or su Gradasso, or su Ruggier percote 
ne la fronte, nel petto e ne la schiena, 
e le botte di quei lascia ognor vote, 
per che e si presto, che si vede a pena. 
Girando va con spaziose rote, 
e quando all'uno accenna, all'altro mena: 
alPuno e alPaltro si gli occhi abbarbaglia, 
che non ponno veder donde gli assaglia. 

LIV 

Fra duo guerrieri in terra et uno in cielo 

la battaglia duro sin a quella ora 

che spiegando pel mondo oscuro velo 

tutte le belle cose discolora. 

Fu quel ch'io dico, e non v'aggiungo un pelo: 

io '1 vidi, i' J l so: ne m'assicuro ancora 

di dirlo altrui; che questa maraviglia 

al falso piu ch'al ver si rassimiglia. 

LV 

D'un bel drappo di seta avea coperto 
lo scudo in braccio il cavallier celeste. 
Come avesse, non so, tanto sofferto 
di tenerlo nascosto in quella veste; 
ch'immantinente che lo mostra aperto, 
forza e chi '1 mira abbarbagliato reste, 
e cada come corpo morto cade, 
e venga al negromante in potestade. 



38 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Splende lo scudo a guisa di piropo, 

e luce altra non e tanto lucente. 

Cadere in terra allo splendor fu d'uopo 

con gli occhi abbacinati, e senza mente. 

Perdei da lungi anch'io li sensi, e dopo 

gran spazio mi riebbi finalmente; 

ne piu i guerrier ne piii vidi quel nano, 

ma v6to il campo, e scuro il monte e il piano. 

LVII 

Pensai per questo che Tincantatore 
avesse amendui colti a un tratto insieme, 
e tolto per virtu de lo splendore 
la libertade alloro, e a me la speme. 
Cosi a quel loco, che chiudea il mio core, 
dissi, partendo, le parole estreme. 
Or giudicate s'altra pena ria, 
che causi Amor, pu6 pareggiar la mia. 

LVIII 

Ritorn6 il cavallier nel primo duolo, 
fatta che n'ebbe la cagion palese. 
Questo era il conte Pinabel, figliuolo 
d'Anselmo d'Altaripa, maganzese; 
che tra sua gente scelerata, solo 
leale esser non volse ne cortese, 
ma ne li vizii abominandi e brutti 
non pur gli altri adegu6, ma passo tutti. 

LIX 

La bella donna con diverso aspetto 
stette ascoltando il Maganzese cheta; 
che come prima di Ruggier fu detto, 
nel viso si mostr6 piu che mai lieta: 
ma quando senti poi ch'era in distretto, 
turbossi tutta d'amorosa pieta; 
ne per una o due volte contentosse 
che ritornato a replicar le fosse. 



CANTO SECONDO 39 

LX 

E poi ch'al fin le parve esserne chiara, 
gli disse : Cavallier, datti riposo, 
che ben puo la mia giunta esserti cara, 
parerti questo giorno aventuroso. 
Andiam pur tosto a quella stanza avara 
che si ricco tesor ci tiene ascoso; 
n6 spesa sara invan questa fatlca, 
se Fortuna non m'e troppo nemica. 

LXI 

Rispose il cavallier: Tu v6i ch'io passi 
di nuovo i monti, e mostriti la via? 
A me molto non e perdere i passi, 
perduta avendo ogni altra cosa mia; 
ma tu" per baize e ruinosi sassi 
cerchi entrar in pregione; e cosi sia. 
Non hai di che dolerti di me poi 
ch'io tel predico, e tu pur gir vi v6i. 

LXII 

Cosi dice egli, e torna al suo destriero, 
e di quella animosa si fa guida, 
che si mette a periglio per Ruggiero, 
che la pigli quel mago o che la ancida. 
In questo, ecco alle spalle il messaggiero, 
ch' : Aspetta, aspetta! a tutta voce grida, 
il messaggier da chi il Circasso intese 
che costei fu ch'alPerba lo distese. 

LXIII 

A Bradamante il messaggier novella 
di Mompolier e di Narbona porta, 
ch'alzato li stendardi di Castella 
avean, con tutto il lito d'Acquamorta; 
e che Marsilia, non v'essendo quella 
che la dovea guardar, mal si conforta, 
e consiglio e soccorso le domanda 
per questo messo, e se le raccomanda. 



40 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Questa cittade, e intorno a molte miglia 
cio che fra Varo e Rodano al mar siede, 
avea Fimperator dato alia figlia 
del duca Amon, in ch'avea speme e fede; 
pero che '1 suo valor con maraviglia 
riguardar suol, quando armeggiar la vede. 
Or, com'io dico, a domandar aiuto 
quel messo da Marsilia era venuto. 

LXV 

Tra si e no la giovane suspesa, 
di voler ritornar dubita un poco : 
quinci 1'onore e il debito le pesa, 
quindi Pincalza T amoroso foco. 
Fermasi al fin di seguitar I'impresa, 
e trar Ruggier de 1'incantato loco ; 
e quando sua virtu non possa tanto, 
almen restargli prigionera a canto. 

LXVI 

E fece iscusa tal, che quel messaggio 
parve contento rimanere e cheto. 
Indi giro la briglia al suo viaggio, 
con Pinabel che non ne parve lieto; 
che seppe esser costei di quel lignaggio 
che tanto ha in odio in publico e in secreto: 
e gia s'avisa le future angosce, 
se lui per maganzese ella conosce. 

LXVII 

Tra casa di Maganza e di Chiarmonte 
era odio antico e inimicizia intensa; 
e piu volte s'avean rotta la fronte, 
e sparso di lor sangue copia immensa: 
e pero nel suo cor 1'iniquo conte 
tradir 1'incauta giovane si pensa; 
o, come prima commodo gli accada, 
lasciarla sola, e trovar altra strada. 



CANTO SECONDO 41 

LXVIII 

E tanto gli occup6 la fantasia 

il native odio, il dubbio e la paura, 

ch'inavedutamente usci di via, 

e ritrovossi in una selva oscura, 

che nel mezzo avea un monte che finia 

la nuda cima in una pietra dura; 

e la figlia del duca di Dor dona 

gli e sempre dietro, e mai non Pabandona. 

LXIX 

Come si vide il Maganzese al bosco, 
pens6 torsi la donna da le spalle. 
Disse: Prima che '1 ciel torni piu fosco, 
verso uno albergo e meglio farsi il calle. 
Oltra quel monte, s'io lo riconosco, 
siede un ricco castel giu ne la valle. 
Tu qui m'aspetta; che dal nudo scoglio 
certificar con gli occhi me ne voglio, 

LXX 

Cosi dicendo, alia cima superna 
del solitario monte il destrier caccia, 
mirando pur s'alcuna via discerna, 
come lei possa tor da la sua traccia. 
Ecco nel sasso truova una caverna, 
che si profonda piu di trenta braccia. 
Tagliato a picchi et a scarp elli il sasso 
scende giu al dritto, et ha una porta al basso. 

LXXI 

Nel fondo avea una porta ampla e capace, 
ch'in maggior stanza largo adito dava; 
e fuor n'uscia splendor, come di face 
ch'ardesse in mezzo alia montana cava. 
Mentre quivi il fellon suspeso tace, 
la donna, che da lungi il seguitava 
(perche* perderne Forme si temea), 
alia spelonca gli sopragiungea. 



42 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

Poi che si vide il traditore uscire, 
quel ch'avea prima disegnato, invano, 
o da se torla, o di farla morire, 
nuovo argumento imaginossi e strano. 
Le si fe' incontra, e su la fe' salire 
la dove il monte era forato e vano; 
e le disse ch'avea visto nel fondo 
una donzella di viso giocondo, 

LXXIII 

ch j a' bei sembianti et alia ricca vesta 
esser parea di non ignobil grade; 
ma quanto piu potea turbata e mesta, 
mostrava esservi chiusa suo mal grado : 
e per saper la condizion di questa, 
ch'avea gia cominciato a entrar nel guado; 
e che era uscito de Tmterna grotta 
un che dentro a furor Favea ridotta. 

LXXIV 

Bradamante, che come era animosa, 
cosl malcauta, a Pinabel die fede; 
e d'aiutar la donna, disiosa, 
si pensa come por cola giu il piede. 
Ecco d'un olmo alia cima frondosa 
volgendo gli occhi, un lungo ramo vede; 
e con la spada quel subito tronca, 
e lo declina giu ne la spelonca. 

LXXV 

Dove e tagliato, in man lo raccomanda 
a Pinabello, e poscia a quel s'apprende: 
prima giu i piedi ne la tana manda, 
e su le braccia tutta si suspende. 
Sorride Pinabello, e le domanda 
come ella salti; e le man apre e stende, 
dicendole : Qui fosser teco insieme 
tutti li tuoi, ch'io ne spegnessi il seme! 



CANTO SECONDO 43 

LXXVI 

Non come volse Pinabello avenue 
de Pinnocente giovane la sorte; 
perche, gru diroccando, a ferir venne 
prima nel fondo il ramo saldo e forte. 
Ben si spezzo, ma tanto la sostenne, 
che '1 suo favor la libero da morte. 
Giacque stordita la donzella alquanto, 
come io vi seguiro ne Paltro canto. 



44 ORLANDO FURIOSO 



CANTO TERZO 



I 

Chi mi dara la voce e le parole 
convenient! a si nobil suggetto ? 
chi Tale al verso prestera, che vole 
tanto ch'arrivi all'alto mio concetto? 
Molto maggior di quel furor che suole, 
ben or convien che mi riscaldi il petto; 
che questa parte al mio signer si debbe, 
che canta gli avi onde 1'origine ebbe: 

ii 

di cui fra tutti li signori illustri, 

dal ciel sortiti a governar la terra, 

non vedi, o Febo, che '1 gran mondo lustri, 

piu gloriosa stirpe o in pace o in guerra; 

ne che sua nobiltade abbia piu lustri 

servata, e servara (s'in me non erra 

quel profetico lume che m'inspiri) 

fin che d'intorno al polo il ciel s'aggiri. 

in 

E volendone a pien dicer gli onori, 
bisogna non la mia, ma quella cetra 
con che tu dopo i gigantei furori 
rendesti grazia al regnator de Petra. 
S'instrumenti avro mai da te migliori, 
atti a sculpire in cosi degna pietra, 
in queste belle imagini disegno 
porre ogni mia fatica, ogni mio ingegno. 



CANTO TERZO 45 

IV 

Levando intanto queste prime rudi 
scaglie n'andr6 con lo scarpello inetto: 
forse ch'ancor con piu solerti studi 
poi ridurr6 questo lavor perfetto. 
Ma ritorniamo a quello, a cui ne scudi 
potran ne usberghi assicurare il petto: 
parlo di Pinabello di Maganza, 
che d'uccider la donna ebbe speranza. 



II traditor pens6 che la donzella 
fosse ne Talto precipizio morta; 
e con pallida faccia lascio quella 
trista e per lui contaminata porta, 
e torn6 presto a rimontare in sella: 
e come quel ch'avea ranima torta, 
per giunger colpa a colpa e fallo a fallo, 
di Bradamante ne men6 il cavallo. 

VI 

Lascian costui, che mentre aH'altrui vita 
ordisce inganno, il suo morir procura; 
e torniamo alia donna, che tradita 
quasi ebbe a un tempo e morte e sepoltura. 
Poi ch'ella si Iev6 tutta stordita, 
ch'avea percosso in su la pietra dura, 
dentro la porta and6, ch'adito dava 
ne la seconda assai piu larga cava. 

VII 

La stanza, quadra e spaziosa, pare 
una devota e venerabil chiesa, 
che su colonne alabastrine e rare 
con bella architettura era suspesa. 
Surgea nel mezzo un ben locato altare, 
ch'avea dinanzi una lampada accesa; 
e quella di splendente e chiaro foco 
rendea gran lume alPuno e all'altro loco. 



46 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Di devota umilta la donna tocca, 
come si vide in loco sacro e pio, 
incominci6 col core e con la bocca, 
inginocchiata, a mandar prieghi a Dio. 
Un picciol uscio intanto stride e crocca, 
ch'era all'mcontro, onde una donna uscio 
discinta e scalza, e sciolte avea le chiome, 
che la donzella saluto per nome. 

IX 

E disse : O generosa Bradamante, 
non giunta qui senza voler divino, 
di te piu giorni m'ha predetto inante 
il profetico spirto di Merlino, 
che visitar le sue reliquie sante 
dovevi per insolito camino: 
e qui son stata acci6 ch'io ti riveli 
quel c'han di te gia statuito i cieli. 

x 

Questa e 1'antiqua e memorabil grotta 
ch'edific6 Merlino, il savio mago 
che forse ricordare odi talotta, 
dove ingannollo la Donna del Lago. 
II sepolcro e qui giu, dove corrotta 
giace la carne sua; dove egli vago 
di sodisfare a lei, che glil suase, 
vivo corcossi, e morto ci rimase. 

XI 

Col corpo morto il vivo spirto alberga, 
sin ch'oda il suon de 1'angelica tromba 
che dal ciel lo bandisca o che ve Perga, 
secondo che sara corvo o colomba. 
Vive la voce; e come chiara emerga 
udir potrai da la marmorea tomba, 
che le passate e le future cose 
a chi gli domand6, sempre rispose. 



CANTO TERZO 47 

XII 

Piu giorni son ch'in questo cimiterio 

venni di remotissimo paese, 

perch circa il mio studio alto misterio 

mi facesse Merlin meglio palese: 

e perche ebbi vederti desiderio, 

poi ci son stata oltre il disegno un mese; 

che Merlin, che '1 ver sempre mi predisse, 

termine al venir tuo questo di fisse. - 

XIII 

Stassi d'Amon la sbigottita figlia 
tacita e fissa al ragionar di questa; 
et ha si pieno il cor di maraviglia, 
che non sa s'ella dorme o s'ella & desta: 
e con rimesse e vergognose ciglia 
(come quella che tutta era mo desta) 
rispose : Di che merito son io, 
ch'antiveggian profeti il venir mio ? 

XIV 

E lieta de Finsolita aventura, 
dietro alia maga subito fu mossa, 
che la condusse a quella sepoltura 
che chiudea di Merlin Tamma e Fossa. 
Era quella area d'una pietra dura, 
lucida e tersa, e come fiamma rossa; 
tal ch'alla stanza, ben che di sol priva, 
dava splendore il lume che n'usciva. 

XV 

O che natura sia d'alcuni marmi 
che muovin Tombre a guisa di facelle, 
o forza pur di suffumigi e carmi 
e segni impressi all'osservate stelle 
(come piu questo verisimil parmi), 
discopria lo splendor piu cose belle 
e di scultura e di color, ch'intorno 
il venerabil luogo aveano adorno. 



48 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

A pena ha Bradamante da la soglia 

levato il pie ne la secreta cella, 

che '1 vivo spirto da la morta spoglia 

con chiarissima voce le favella: 

Favorisca Fortuna ogni tua voglia, 

casta e nobilissima donzella, 

del cui ventre uscira il seme fecondo 
che onorar deve Italia e tutto il mondo. 

XVII 

L'antiquo sangue che venne da Troia, 
per li duo miglior rivi in te commisto, 
produrra 1'ornamento, il fior, la gioia 
d'ogni lignaggio ch'abbi il sol mai visto 
tra 1'Indo e '1 Tago e } 1 Nilo e la Danoia, 
tra quanto e 'n mezzo Antartico e Calisto. 
Ne la progenie tua con sommi onori 
saran marchesi, duci e imperatori. 

XVIII 

1 capitani e i cavallier robusti 

quindi usciran, che col ferro e col senno 
ricuperar tutti gli onor vetusti 
de Tarme invitte alia sua Italia denno. 
Quindi terran lo scettro i signer giusti, 
che, come il savio Augusto e Numa fenno, 
sotto il benigno e buon governo loro 
ritorneran la prima eta de Toro. 

XIX 

Acci6 dunque il voler del ciel si metta 
in effetto per te, che di Ruggiero 
t'ha per moglier fin da principio eletta, 
segue animosamente il tuo sentiero; 
che cosa non sara che s'intrometta 
da poterti turbar questo pensiero, 
si che non mandi al primo assalto in terra 
quel rio ladron ch'ogni tuo ben ti serra. 



CANTO TERZO 49 

XX 

Tacque Merlino avendo cosi detto, 
et agio alPopre de la maga diede, 
ch'a Bradamante dimostrar 1'aspetto 
si preparava di ciascun suo erede. 
Avea de spirti un gran numero eletto, 
non so se da 1'inferno o da qual sede, 
e tutti quelli in un luogo raccolti 
sotto abiti diversi e varii volti. 

XXI 

Poi la donzella a se richiama in chiesa, 
la dove prima avea tirato un cerchio 
die la potea capir tutta distesa, 
et avea un palmo ancora di superchio. 
E perche da li spirti non sia offesa, 
le fa d'un gran pentacolo coperchio, 
e le dice che taccia e stia a mirarla: 
poi scioglie il libro, e coi demoni park. 

XXII 

Eccovi fuor de la prima spelonca, 
che gente intorno al sacro cerchio ingrossa; 
ma come vuole entrar, la via l'& tronca, 
come lo cinga intorno muro e fossa. 
In quella stanza, ove la bella conca 
in se chiudea del gran profeta Fossa, 
entravan Pombre, poi ch'avean tre volte 
fatto d'intorno lor debite volte. 

XXIII 

Se i nomi e i gesti di ciascun vo j dirti, 
dicea Tincantatrice a Bradamante 

di questi ch'or per gl'incantati spirti, 
prima che nati sien, ci sono avante, 
non so veder quando abbia da espedirti; 
che non basta una notte a cose tante: 

si ch'io te ne verr6 scegliendo alcuno, 
secondo il tempo, e che sara oportuno. 



50 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

Vedi quel primo che ti rassimiglia 

ne' bei sembianti e nel giocondo aspetto: 

capo in Italia fia di tua famiglia, 

del seme di Ruggiero in te concetto. 

Veder del sangue di Pontier vermiglia 

per mano di costui la terra aspetto, 

e vendicato il tradimento e il torto 

contra quei che gli avranno il padre morto. 

xxv 

Per opra di costui sara deserto 
il re de' Longobardi Desiderio: 
d'Este e di Calaon per questo merto 
il bel domino avra dal sommo Imperio. 
Quel che gli e dietro, e il tuo nipote Uberto, 
onor de 1'arme e del paese esperio: 
per costui contra barbari difesa 
piu d'una volta fia la santa Chiesa. 

XXVI 

Vedi qui Alberto, invitto capitano 
ch'ornera di trofei tanti delubri: 
Ugo il figlio e con lui, che di Milano 
fara 1'acquisto, e spieghera i colubri. 
Azzo e quell'altro, a cui restera in mano, 
dopo il fratello, il regno degl'Insubri. 
Ecco Albertazzo, il cui savio consiglio 
torra d'ltalia Beringario e il figlio; 

XXVII 

e sara degno a cui Cesare Otone 
Alda sua figlia in matrimonio aggiunga. 
Vedi un altro Ugo: oh bella successione, 
che dal patrio valor non si dislunga! 
Costui sara, che per giusta cagione 
ai superbi Roman 1'orgoglio emunga, 
che '1 terzo Otone e il pontefice tolga 
de le man loro, e '1 grave assedio sciolga. 



CANTO TERZO SI 

XXVIII 

Vedi Folco, che par ch'al suo germane, 
cio che in Italia avea, tutto abbi dato, 
e vada a possedere indi lontano 
in mezzo agli Alamanni un gran ducato; 
e dia alia casa di Sansogna mano, 
che caduta sara tutta da un lato, 
e per la linea de la madre erede 
con la progenie sua la terra in piede. 

XXIX 

Questo ch'or a nui viene e il secondo Azzo, 
di cortesia phi che di guerre amico, 
tra dui figli, Bertoldo et Albertazzo: 
vinto da Tun sara il secondo Enrico, 
e del sangue tedesco orribil guazzo 
Parma vedra per tutto il campro aprico ; 
de Taltro la contessa gloriosa, 
saggia e casta Matilde, sara sposa. 

xxx 

Virtu il fara di tal connubio degno; 
ch'a quella eta non poca laude estimo 
quasi di mezza Italia in dote il regno, 
e la nipote aver d'Enrico primo. 
Ecco di quel Bertoldo il caro pegno, 
Rinaldo tuo, ch'avra Ponor opimo 
d'aver la Chiesa de le man riscossa 
de 1'empio Federico Barbarossa. 

XXXI 

Ecco un altro Azzo, et e quel che Verona 
avra in poter col suo bel tenitorio; 
e sara detto marchese d'Ancona 
dal quarto Otone e dal secondo Onorio. 
Lungo sara s'io mostro ogni persona 
del sangue tuo, ch'avra del consistorio 
il confalone, e s'io narro ogni impresa 
vinta da lor per la romana Chiesa. 



52 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Obizzo vedi e Folco, altri Azzi, altri Ughi, 
ambi gli Enrichi, il figlio al padre a canto; 
duo Guelfi, di quai 1'uno Umbria suggiughi, 
e vesta di Spoleti il ducal manto. 
Ecco die '1 sangue e le gran piaghe asciughi 
d'ltalia afflitta, e volga in riso il pianto: 
di costui parlo (e mostrolle Azzo quinto) 
onde Ezellin fia rotto, preso, estinto. 

XXXIII 

Ezellino, immanissimo tiranno, 

che fia creduto figlio del demonio, 

fara, troncando i sudditi, tal danno, 

e distruggendo il bel paese ausonio, 

che pietosi apo lui stati saranno 

Mario, Silla, Neron, Caio et Antonio. 

E Federico imperator secondo 

fia per questo Azzo rotto e messo al fondo. 

xxxiv 

Terra costui con piu felice scettro 
la bella terra che siede sul flume, 
dove chiamo con lacrimoso plettro 
Febo il figliuol ch'avea mal retto il lume, 
quando fu pianto il fabuloso elettro 
e Cigno si vesti di bianche piume; 
e questa di mille oblighi mercede 
gli donera 1'Apostolica sede. 

xxxv 

Dove lascio il fratel Aldrobandino ? 
che per dar al pontefice soccorso 
contra Oton quarto, e il campo ghibellino 
che sara presso al Campidoglio corso, 
et avra preso ogni luogo vicino, 
e posto agli Umbri e alii Piceni il morso, 
ne potendo prestargli aiuto senza 
molto tesor, ne chiedera a Fiorenza; 



CANTO TERZO 53 

XXXVI 

e non avendo gioia o miglior pegni, 
per sicurta daralle il frate in mano; 
spieghera i suoi vittoriosi segni, 
e rompera 1'esercito germano; 
in seggio riporra la Chiesa, e degni 
dara supplicii ai conti di Celano; 
et al servizio del sommo Pastore 
finira gli anni suoi nel piu bel fiore. 

XXXVII 

Et Azzo, il suo fratel, lasciera erede 
del dominio d'Ancona e di Pisauro, 
d'ogni citta che da Troento siede 
tra il mare e PApenin fin all'Isauro, 
e di grandezza d'animo e di fede, 
e di virtu, miglior che gemme et auro: 
che dona e tolle ogn'altro ben Fortuna; 
sol in virtu non ha possanza alcuna. 

XXXVIII 

Vedi Rinaldo, in cui non minor raggio 
splendera di valor, pur che non sia 
a tanta essaltazion del bel lignaggio 
Morte o Fortuna invidiosa e ria. 
Udirne il duol fin qui da Napoli aggio, 
dove del padre allor statico fia. 
Or Obizzo ne vien, che giovinetto 
dopo Favo sara principe eletto. 

xxxix 

Al bel dominio accrescera costui 
Reggio giocondo e Modona feroce. 
Tal sara il suo valor, che signor lui 
domanderanno i populi a una voce. 
Vedi Azzo sesto, un de* figliuoli sui, 
confalonier de la cristiana croce: 
avra il ducato d'Andria con la figlia 
del secondo re Carlo di Siciglia. 



54 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Vedi in un bello et amichevol groppo 
de li principi illustri Teccellenza: 
Obizzo, Aldrobandin, Nicolo zoppo, 
Alberto, d'amor pieno e di clemenza. 

10 tacer6, per non tenerti troppo, 
come al bel regno aggiungeran Favenza, 
e con maggior fermezza Adria, che valse 
da se nomar Tindomite acque salse; 

XLI 

come la terra, il cui produr di rose 
le die piacevol nome in greche voci, 
e la citta ch'in mezzo alle piscose 
paludi, del Po teme ambe le foci, 
dove abitan le genti disiose 
che 1 mar si turbi e sieno i venti atroci. 
Taccio d'Argenta, di Lugo e di mille 
altre castella e populose ville. 

XLII 
Ve' Nicolo, che tenero fanciullo 

11 popul crea signer de la sua terra, 

e di Tideo fa il pensier vano e nullo, 
che contra hii le civil arme afferra. 
Sara di questo il pueril trastullo 
sudar nel ferro e travagliarsi in guerra; 
e da lo studio del tempo primiero 
il fior riuscira d'ogni guerriero. 

XLIII 

Fara de' suoi ribelli uscire a v6to 
ogni disegno, e lor tornare in danno ; 
et ogni stratagema avra si noto, 
che sara duro il poter fargli inganno. 
Tardi di questo s'avedra il Terzo Oto, 
e di Reggio e di Parma aspro tiranno, 
che da costui spogliato a un tempo fia 
e del dominio e de la vita ria. 



CANTO TERZO 55 

XLIV 

Avra il bel regno poi sempre augumento 
senza torcer mai pie dal camin dritto; 
n6 ad alcuno fara mai nocumento, 
da cui prima non sia d'ingiuria afflitto: 
et e per questo il gran Motor contento 
che non gli sia alcun termine prescritto, 
ma duri prosperando in meglio sempre, 
fin che si volga il ciei ne le sue tempre. 

XLV 

Vedi Leonello, e vedi il primo duce, 
fama de la sua eta, Tinclito Borso, 
che siede in pace, e piu trionfo adduce 
di quanti in altrui terre abbino cor so. 
Chiudera Matte ove non veggia luce, 
e stringera al Furor le mani al dorso. 
Di questo signor splendido ogni intento 
sara che J l popul suo viva contento. 

XLVI 

Ercole or vien, ch'al suo vicin rinfaccia, 
col pie mezzo arso e con quei debol passi, 
come a Budrio col petto e con la faccia 
il campo volto in fuga gli fermassi, 
non perche in premio poi guerra gli faccia, 
ne per cacciarlo fin nel Barco passi: 
questo e il signor, di cui non so esplicarme 
se fia maggior la gloria o in pace o in arme. 

XLVII 

Terran Pugliesi, Calabri e Lucani 
de* gesti di costui lunga memoria, 
la dove avra dal re de' Catalani 
di pugna singular la prima gloria; 
e nome tra gl'invitti capitani 
s'acquistera con piu d'una vittoria: 
avra per sua virtu la signoria, 
piu di trenta anni a lui debita pria. 



56 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

E quanto piu aver oblige si possa 
a principe, sua terra avra a costui; 
non perche fia de le paludi mossa 
tra campi fertilissimi da lui; 
non perche la fara con muro e fossa 
meglio capace a' cittadini sui, 
e 1'ornara di templi e di palagi, 
di piazze, di teatri e di mille agi; 

XLIX 

non perche* dagli artigli de Paudace 
aligero Leon terra difesa; 
non perche, quando la gallica face 
per tutto avra la bella Italia accesa, 
si stara sola col suo stato in pace, 
e dal timore e dai tributi illesa; 
non si per questi et altri benefici 
saran sue genti ad Ercol debitrici : 



quanto che dara lor 1'inclita prole, 
il giusto Alfonso e Ippolito benigno, 
che saran quai 1'antiqua fama suole 
narrar de' figli del Tindareo cigno, 
ch'alternamente si privan del sole 
per trar Tun 1'altro de 1'aer maligno. 
Sara ciascuno d'essi e pronto e forte 
1'altro salvar con sua perpetua morte. 

LI 

II grande amor di questa bella coppia 
rendera il popul suo via piu sicuro, 
che se, per opra di Vulcan, di doppia 
cinta di ferro avesse intorno il muro. 
Alfonso e quel che col saper accoppia 
si la bonta, ch'al secolo futuro 
la gente credera che sia dal cielo 
tornata Astrea dove puo il caldo e il gielo. 



CANTO TERZO 57 

LII 

A grande uopo gli fia 1'esser prudente, 
e di valore assimigliarsi al padre; 
che si ritrovera, con poca gente, 
da un lato aver le veneziane squadre, 
colei da 1'altro, che pm giustamente 
non so se devra dir matrigna o madre; 
ma se pur madre, a lui poco piu pia, 
che Medea ai figli o Progne stata sia. 

Lin 

E quant e volte uscira giorno o notte 
col suo popul fedel fuor de la terra, 
tante sconfitte e memorabil rotte 
dara a' nimici o per acqua o per terra. 
Le genti di Romagna mal condotte, 
contra i vicini e lor gia amici, in guerra, 
se n'avedranno, insanguinando il suolo 
che serra il Po, Santerno e Zanniolo. 

Liv 

Nei medesmi confini anco saprallo 
del gran Pastore il mercenario Ispano, 
che gli avra dopo con poco intervallo 
la Bastia tolta, e morto il castellano, 
quando Favra gia preso; e per tal fallo 
non fia, dal minor fante al capitano, 
che del racquisto e del presidio ucciso 
a Roma riportar possa Paviso. 

LV 

Costui sara, col senno e con la lancia, 
ch'avra 1'onor, nei campi di Romagna, 
d'aver dato all'esercito di Francia 
la gran vittoria contra lulio e Spagna. 
Nuoteranno i destrier fin alia pancia 
nei sangue uman per tutta la campagna; 
ch'a sepelire il popul verra manco 
tedesco, ispano, greco, italo e franco. 



58 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Quel ch'in pontificate abito imprime 

del purpureo capel la sacra chioma, 

e il liberal, magnanimo, sublime, 

gran cardinal de la Chiesa di Roma, 

Ippolito, ch'a prose, a versi, a rime 

dara materia eterna in ogni idioma; 

la cui fiorita eta vuol il ciel iusto 

ch'abbia un Maron, come un altro ebbe Augusto, 

LVII 

Adornera la sua progenie bella, 
come orna il sol la machina del mondo 
molto piu de la luna e d'ogni Stella; 
ch'ogn'altro lume a lui sempre e secondo. 
Costui con pochi a piedi e meno in sella 
veggio uscir mesto, e poi tornar iocondo; 
che quindici galee mena captive, 
oltra milTaltri legni, alle sue rive. 

LVIII 

Vedi poi Funo e 1'altro Sigismondo. 
Vedi d'Alfonso i cinque figli can, 
alia cui fama ostar, che di s6 il mondo 
non empia, i monti non potran ne i mari : 
gener del re di Francia, Ercol secondo 
e Tun; quest'altro (acci6 tutti gPimpari) 
Ippolito e, che non con minor raggio 
che '1 zio, risplendera nel suo lignaggio ; 

LIX 

Francesco, il terzo; Alfonsi gli altri dui 
ambi son detti. Or, come io dissi prima, 
s'ho da mostrarti ogni tuo ramo, il cui 
valor la stirpe sua tanto sublima, 
bisognera che si rischiari e abbui 
piu volte prima il ciel, ch'io te li esprima: 
e sara tempo ormai, quando ti piaccia, 
ch'io dia licenzia all'ombre, e ch'io mi taccia. 



CANTO TERZO 59 

LX 

Cosi con volunta de la donzella 
la dotta incantatrice il libro chiuse. 
Tutti gli spirti allora ne la cella 
spariro in fretta, ove eran Fossa chiuse. 
Qui Bradamante, poi che la favella 
le fu concessa usar, la bocca schiuse, 
e domand6 : Chi son li dua si tristi, 
che tra Ippolito e Alfonso abbiamo visti? 

LXI 

Veniano sospirando, e gli occhi bassi 
parean tener d'ogni baldanza privi; 
e gir lontan da loro io vedea i passi 
dei frati si, che ne pareano schivL 
Parve ch'a tal domanda si cangiassi 
la maga in viso, e fe' degli occhi rivi, 
e grid6 : Ah sfortunati, a quanta pena 
lungo instigar d'uomini rei vi mena! 

LXII 

O bona prole, o degna d'Ercol buono, 
non vinca il lor fallir vostra bontade: 
di vostro sangue i miseri pur sono: 
qui ceda la iustizia alia pietade. 
Indi soggiunse con piu basso suono: 
Di cio dirti piu inanzi non accade. 
Statti col dolcie in bocca, e non ti doglia 
ch'amareggiare al fin non te la voglia. 

LXIII 

Tosto che spunti in ciel la prima luce, 
piglierai meco la piu dritta via 
ch'al lucente castel d'acciai' conduce, 
dove Ruggier vive in altrui balia. 
Io tanto ti sar6 compagna e duce, 
che tu sia fuor de 1'aspra selva ria: 
t } insegner6, poi che saren sul mare, 
si ben la via, che non potresti err are. 



60 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Quivi 1'audace giovane rimase 
tutta la notte, e gran pezzo ne spese 
a parlar con Merlin, che le suase 
renders! tosto al suo Ruggier cortese. 
Lascio di poi le sotterranee case, 
che di nuovo splendor Paria s'accese, 
per un camin gran spazio oscuro e cieco, 
avendo la spirtal femina seco. 

LXV 

E riusciro in un burrone ascoso 
tra monti inaccessibili alle genti ; 
e tutto '1 di senza pigliar riposo 
saliron baize e traversar torrenti. 
E perche men Pandar fosse noioso, 
di piacevoli e bei ragionamenti, 
di quel che fu piu conferir soave, 
1'aspro camin facean parer men grave: 

LXVI 

di quali era per6 la maggior parte, 

ch'a Bradamante vien la dotta maga 

mostrando con che astuzia e con qual arte 

proceder de', se di Ruggiero e vaga. 

Se tu fossi dicea Pallade o Marte, 

e conducessi gente alia tua paga 

piu che non ha il re Carlo e il re Agramante, 

non dureresti contra il negromante; 

LXVII 

che oltre che d'acciar murata sia 
la rocca inespugnabile e tant'alta 
oltre che 5 1 suo destrier si faccia via 
per mezzo 1'aria ove galoppa e salta, 
ha lo scudo mortal che, come pria 
si scopre, il suo splendor si gli occhi assalta, 
la vista tolle, e tanto occupa i sensi, 
che come morto rimaner conviensi. 



CANTO TERZO 6l 

LXVIII 

E se forse ti pensi che ti vaglia 
combattendo tener serrati gli occhi, 
come potrai saper ne la battaglia 
quando ti schivi, o Paversario tocchi? 
Ma per fuggire il lume ch'abbarbaglia, 
e gli altri incanti di colui far sciocchi, 
ti mostrer6 xm rimedio, una via presta; 
ne altra in tutto '1 mondo e se non questa. 

LXIX 

II re Agramante d' Africa uno annello, 
che fu rubato in India a una regina, 
ha dato a un suo baron detto Brunello, 
che poche miglia inanzi ne camina; 
di tal virtu, che chi nel dito ha quello, 
contra il mal degPincanti ha medicina. 
Sa de furti e d'inganni Brunei quanto 
colui che tien Ruggier sappia d'incanto. 

LXX 

Questo Brunei si pratico e si astuto, 
come io ti dico, e dal suo re mandato 
accio che col suo ingegno e con Taiuto 
di questo annello, in tal cose provato, 
di quella rocca dove e ritenuto 
traggia Ruggier, che cosi s'e vantato, 
et ha cosi promesso al suo signore, 
a cui Ruggiero e phi d'ogn'altro a core. 

LXXI 

Ma perch6 il tuo Ruggiero a te sol abbia, 
e non al re Agramante, ad obligarsi 
che tratto sia de Tincantata gabbia, 
t'insegnero il remedio che de' usarsi. 
Tu te n'andrai tre di lungo la sabbia 
del mar, ch'e oramai presso a dimostrarsi; 
il terzo giorno in un albergo teco 
arrivera costui c'ha 1'annel seco. 



62 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

La sua statura, accio tu lo conosca, 
non e sei palmi, et ha il capo ricciuto; 
le chiome ha nere, et ha la pelle fosca; 
pallido il viso, oltre il dover barbuto ; 
gli occhi gonfiati e guardatura losca; 
schiacciato il naso, e ne le ciglia irsuto; 
Pabito, acci6 ch'io lo dipinga intero, 
e stretto e corto, e sembra di corriero. 

LXXIII 

Con esso lui t'accadera soggetto 
di ragionar di quelli incanti strani: 
mostra d'aver, come tu avra* in effetto, 
disio che '1 mago sia teco alle mani; 
ma non monstrar che ti sia stato detto 
di quel suo annel che fa gl'incanti vani. 
Egli t'offerira mostrar la via 
fin alia r6cca, e farti compagnia. 

LXXIV 

Tu gli va dietro: e come t'avicini 
a quella r6cca si ch'ella' si scopra, 
dagli la morte; n6 pieta t'inchini 
che tu non metta il mio consiglio in opra. 
N6 far ch'egli il pensier tuo s'indovini, 
e ch'abbia tempo che Tannel lo copra; 
perche ti spariria dagli occhi, tosto 
ch'in bocca il sacro annel s'avesse posto. 

LXXV 

Cosi parlando, giunsero sul mare, 
dove presso a Bordea mette Garonna. 
Quivi, non senza alquanto lagrimare, 
si diparti Tuna da 1'altra donna. 
La figliuola d'Amon, che per slegare 
di prigione il suo amante non assonna, 
camin6 tanto, che venne una sera 
ad uno albergo ove Brunei prim'era. 



CANTO TERZO 63 

LXXVI 

Conosce ella Brunei come lo vede, 
di cui la forma avea sculpita in mente. 
Onde ne viene, ove ne va, gli chiede: 
quel le risponde, e d'ogni cosa mente. 
La donna, gia prevista, non gli cede 
in dir menzogne, e simula ugualmente 
e patria e stirpe e setta e nome e sesso; 
e gli volta alle man pur gli occhi spesso. 

LXXVII 

Gli va gli occhi alle man spesso voltando, 
in dubbio sempre esser da lui rubata; 
ne lo lascia venir troppo accostando, 
di sua condizion bene iriformata. 
Stavano insieme in questa guisa, quando 
Porecchia da un rumor lor fu intruonata. 
Poi vi dir6, Signor, che ne fu causa, 
ch'avro fatto al cantar debita pausa. 



64' ORLANDO FURIOSO 



CANTO QUARTO 



I 

Quantunque il simular sia le phi volte 
ripreso, e dia di mala mente indici, 
si truova pur in molte cose e molte 
aver fatti evidenti benefici, 
e danni e biasmi e morti aver gia tolte; 
che non conversiam sempre con gli amici 
in questa assai piu oscura che serena 
vita mortal, tutta d'invidia piena. 

II 

Se, dopo lunga prova, a gran fatica 
trovar si pub chi ti sia amico vero, 
et a chi senza alcun sospetto dica 
e discoperto mostri il tuo pensiero; 
che de' far di Ruggier la bella arnica 
con quel Brunei non puro e non sincero, 
ma tutto simulate e tutto finto, 
come la maga le Pavea dipinto ? 

in 

Simula anch'ella; e cosi far conviene 
con esso lui di finzioni padre; 
e, come io dissi, spesso ella gli tiene 
gli occhi alle man, ch'eran rapaci e ladre. 
Ecco all'orecchie un gran rumor lor viene. 
Disse la donna: O gloriosa Madre, 
o Re del ciel, che cosa sara questa ? 
E dove era il rumor si trovo presta. 



CANTO QUARTO 65 

IV 

E vede Poste e tutta la famiglia, 
e chi a finestre e chi fuor ne la via, 
tener levati al ciel gli occhi e le ciglia, 
come Fecclisse o la cometa sia. 
Vede la donna un'alta maraviglia, 
che di leggier creduta non saria: 
vede passar un gran destriero alato, 
che porta in aria un cavaliero armato. 

v 

Grandi eran Tale e di color diverso, 
e vi sedea nel mezzo un cavalliero, 
di ferro armato luminoso e terso; 
e ver ponente avea dritto il sentiero. 
Calossi, e fu tra le montagne immerso : 
e, come dicea Foste (e dicea il vero), 
quel era un negromante, e facea spesso 
quel varco, or piu da lungi, or piu da presso^ 

VI 

Volando, talor s'alza ne le stelle, 
e poi quasi talor la terra rade; 
e ne porta con lui tutte le belle 
donne che trova per quelle contrade: 
talmente che le misere donzelle 
ch'abbino o aver si credano beltade 
(come affatto costui tutte le invole) 
non escon fuor si che le veggia il sole. 

VII 

Egli sul Pireneo tiene un castello 

narrava Toste fatto per incanto, 

tutto d'acciaio, e si lucente e bello, 

ch'altro al mondo non e mirabil tanto. 

Gia molti cavallier sono iti a quello, 

e nessun del ritorno si da vanto : 

si ch'io penso, signore, e temo forte, 

o che sian presi, o sian condotti a morte. 



66 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

La donna il tutto ascolta, e le ne giova, 
credendo far, come fara per certo, 
con 1'annello mirabile tal prova, 
che ne fia il mago e il suo castel deserto; 
e dice a 1'oste : Or un de' tuoi mi trova, 
che piu di me sia del viaggio esperto; 
ch'io non posso durar, tanto ho il cor vago 
di far battaglia contra a questo mago. 

IX 

Non ti manchera guida, le rispose 
Brunello allora e ne verr6 teco io: 
meco ho la strada in scritto, et altre cose 
che ti faran piacere il venir mio. 
Volse dir de Tannel, ma non Tespose, 

ne chiari piu, per non pagarne il fio. 

Grato mi fia disse ella il venir tuo , 
volendo dir ch'indi 1'annel fia suo. 



Quel ch'era utile a dir, disse; e quel tacque 

che miocer le potea col Saracino. 

Avea 1'oste un destrier ch'a costei piacque, 

ch'era buon da battaglia e da camino: 

comperollo, e partissi come nacque 

del bel giorno seguente il matutino. 

Prese la via per una stretta valle, 

con Brunello era inanzi, ora alle spalle. 

XI 

Di monte in monte e d'uno in altro bosco 
giuhseno ove 1'altezza di Pirene 
pu6 dimostrar, se non e 1'aer fosco, 
e Francia e Spagna e due diverse arene, 
come Apennin scopre il mar schiavo e il tosco 
dal giogo onde a Camaldoli si viene. 
Quindi per aspro e faticoso calle 
si discendea ne la profonda valle. 



CANTO QUARTO 67 

XII 

Vi sorge in mezzo un sasso che la cima 
d'un bel muro d'acciar tutta si fascia; 
e quella tanto inverse il ciel sublima, 
che quanto ha intorno, inferior si lascia. 
Non faccia, chi non vola, andarvi stima, 
che spesa indarno vi saria ogni ambascia. 
Brunei disse : Ecco dove prigionieri 
il mago tien le donne e i cavallieri. 

XIII 

Da quattro canti era tagliato, e tale 
che parea dritto a fil de la sinopia. 
Da nessun lato ne sentier ne scale 
v'eran, che di salir facesser copia: 
e ben appar che d'animal ch'abbia ale 
sia quella stanza nido e tana propia. 
Quivi la donna esser conosce 1'ora 
di tor Tannello e far che Brunei rnora. 

XIV 

Ma le par atto vile a insanguinarsi 

d'un uom senza arme e di si ignobil sorte; 

che ben potra posseditrice farsi 

del ricco annello, e lui non porre a morte. 

Brunei non avea mente a riguardarsi; 

si ch'ella il prese, e lo Ieg6 ben forte 

ad uno abete ch'alta avea la cima: 

ma di dito Pannel gli trasse prima. 

xv 

Ne per lacrime, gemiti o lamenti 
che facesse Brunei, lo volse sciorre. 
Smonto de la montagna a passi lenti, 
tanto che fu nel pian sotto la torre. 
E perche alia battaglia s'appresenti 
il negromante, al corno suo ricorre; 
e dopo il suon, con minacciose grida 
lo chiama al campo, et alia pugna '1 sfida. 



68 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Non stette molto a uscir fuor de la porta 
Tincantator, ch'udi J l suono e la voce. 
L'alato corridor per 1'aria il porta 
contra costei, che sembra uomo feroce, 
La donna da principio si conforta, 
che vede che colui poco le nuoce: 
non porta lancia ne spada ne mazza, 
ch'a forar Fabbia o romper la corazza. 

XVII 

Da la sinistra sol lo scudo avea, 

tutto coperto di seta vermiglia; 

ne la man destra un libro, onde facea 

nascer, leggendo, 1'alta maraviglia: 

che la lancia talor correr parea, 

e fatto avea a piu d'un batter le ciglia; 

talor parea ferir con mazza o stocco, 

e lontano era, e non avea alcun tocco. 

XVIII 

Non e finto il destrier, ma naturale, 
ch'una giumenta genero d'un grifo : 
simile al padre avea la piuma e Pale, 
li piedi anteriori, il capo e il grifo; 
in tutte Paltre membra parea quale 
era la madre, e chiamasi ippogrifo; 
che nei monti Rifei vengon, ma rari, 
molto di la dagli aghiacciati mari. 

XIX 

Quivi per forza lo tir6 d'incanto ; 
e poi che Pebbe, ad altro non attese, 
e con studio e fatica opero tanto, 
ch'a sella e briglia il cavalco in un mese: 
cosi ch'in terra e in aria e in ogni canto 
lo facea volteggiar senza contese. 
Non finzion d'incanto, come il resto, 
ma vero e natural si vedea questo. 



CANTO QUARTO 69 

XX 

Del mago ogn'altra cosa era figmento, 
che comparir facea pel rosso il giallo ; 
ma con la donna non fu di momento, 
che per 1'annel non puo vedere in fallo. 
Piu colpi tuttavia diserra al vento, 
e quinci e quindi spinge il suo cavallo; 
e si dibatte e si travaglia tutta, 
come era, inanzi che venisse, instrutta. 

XXI 

E poi che esercitata si fu alquanto 

sopra il destrier, smontar volse anco a piede, 

per poter meglio al fin venir di quanto 

la cauta maga instruzion le diede. 

II mago vien per far Festremo incanto; 

che del fatto ripar ne sa ne crede : 

scuopre lo scudo, e certo si prosume 

farla cader con Pincantato lume. 

XXII 

Potea cosi scoprirlo al primo tratto, 
senza tenere i cavallieri a bada; 
ma gli piacea veder qualche bel tratto 
di correr 1'asta o di girar la spada: 
come si vede ch'aU'astuto gatto 
scherzar col topo alcuna volta aggrada; 
e poi che quel piacer gli viene a noia, 
dargli di morso, e al fin voler che muoia. 

XXIII 

Dico che '1 mago al gatto, e gli altri al topo 
s'assimigliar ne le battaglie dianzi; 
ma non s'assimigliar gia cosi, dopo 
che con Fannel si fe' la donna inanzi. 
Attenta e fissa stava a quel ch'era uopo, 
accio che nulla seco il mago avanzi; 
e come vide che lo scudo aperse, 
chiuse gli occhi, e lascio quivi caderse. 



70 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

Non die il fulgor del lucido metallo, 
come soleva agli altri, a lei nocesse; 
ma cosi fece acci6 che dal cavallo 
contra se il vano incantator scendesse : 
ne parte ando del suo disegno in fallo; 
che tosto ch'ella il capo in terra messe, 
accelerando il volator le penne, 
con larghe ruote in terra a por si venne. 

xxv 

Lascia alParcion lo scudo, che gia posto 
avea ne la coperta, e a pie discende 
verso la donna che, come reposto 
lupo alia macchia il capriolo, attende. 
Senza piu indugio ella si leva tosto 
che Tha vicino, e ben stretto lo prende. 
Avea lasciato quel misero in terra 
il libro che facea tutta la guerra: 

XXVI 

e con una catena ne correa, 

che solea portar cinta a simil uso; 

perche non men legar colei credea, 

che per adietro altri legare era uso. 

La donna in terra posto gia Favea: 

se quel non si difese, io ben Pescuso ; 

che troppo era la cosa differente 

tra un debol vecchio e lei tanto possente. 

XXVII 

Disegnando levargli ella la testa, 

alza la man vittoriosa in fretta; 

ma poi che '1 viso mira, il colpo arresta, 

quasi sdegnando si bassa vendetta, 

Un venerabil vecchio in faccia mesta 

vede esser quel ch'ella ha giunto alia stretta, 

che mostra al viso crespo e al pelo bianco 

eta di settanta anni o poco manco. 



CANTO QUARTO 71 

XXVIII 

Tommi la vita, giovene, per Dlo , 
dicea il vecchio pien d'ira e di dispetto; 
ma quella a torla avea si il cor restio, 
come quel di lasciarla avria diletto. 

La donna di sapere ebbe disio 

chi fosse il negromante, et a che effetto 

edificasse in quel luogo selvaggio 

la r6cca, e faccia a tutto il mondo oltraggio. 

XXIX 

Ne per maligna intenzione, ahi lasso! 
disse piangendo il vecchio incantatore 

feci la bella rocca in cima al sasso, 
ne per avidita son rubatore; 

ma per ritrar sol da Pestremo passo 
un cavallier gentil, mi mosse amore, 
che, come il ciel mi mostra, in tempo breve 
morir cristiano a tradimento deye. 

xxx 

Non vede il sol tra questo e il polo austrino 
un giovene si bello e si prestante: 
Ruggiero ha nome, il qual da piccolino 
da me nutrito fu, ch'io sono Atlante. 
Disio d'onore e suo fiero destino 
Than tratto in Francia dietro al re Agramante; 
et io, che Pamai sempre piu che figlio, 
lo cerco trar di Francia e di periglio. 

XXXI 

La bella rocca solo edificai 
per tenervi Ruggier sicuramente, 
che preso fu da me, come sperai 
che fossi oggi tu preso similmente; 
e donne e cavallier, che tu vedrai, 
poi ci ho ridotti, et altra nobil gente, 
acci6 che, quando a voglia sua non esca, 
avendo compagnia men gli rincresca. 



72 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Pur ch'uscir di la su non si domande, 
d'ogn'altro gaudio lor cura mi tocca; 
che quanto averne da tutte le bande 
si puo del mondo, e tutto in quella rocca: 
suoni, canti, vestir, giuochi, vivande, 
quanto puo cor pensar, puo chieder bocca. 
Ben seminato avea, ben cogliea il frutto; 
ma tu sei giunto a disturb armi il tutto. 

XXXIII 

Deh, se non hai del viso il cor men bello, 
non impedir il mio consiglio onesto! 
Piglia lo scudo (ch'io tel dono) e quello 
destrier che va per Paria cosi presto; 
e non t'impacciar oltra nel castello, 
o tranne uno o duo amici, e lascia il resto ; 
o tranne tutti gli altri, e piu non chero 
se non che tu mi lasci il mio Ruggiero. 

xxxiv 

E se disposto sei volermel torre, 
deh, prima almen che tu '1 rimeni in Francia, 
piacciati questa afflitta anima sciorre 
de la sua scorza ormai putrida e rancia! 
Rispose la donzella: Lui vo' porre 
in liberta: tu, se sai, gracchia e ciancia; 
ne mi offerir di dar lo scudo in dono 
o quel destrier, che miei non piu tuoi sono : 

xxxv 

ne s'anco stesse a te di torre e darli, 
mi parrebbe che '1 cambio convenisse, 
Tu di' che Ruggier tieni per vietarli 
il male influsso di sue stelle fisse. 
che non puoi saperlo, o non schivarli, 
sappiendol, cio che '1 ciel di lui prescrisse: 
ma se '1 mal tuo, c'hai si vicin, non vedi, 
peggio Paltrui c'ha da venir prevedi. 



CANTO QUARTO 73 

XXXVI 

Non pregar ch'io t'uccida, ch'i tuoi preghi 
sariano indarno ; e se pur vuoi la morte, 
ancor che tutto il mondo dar la nieghi, 
da se la puo aver sempre animo forte. 
Ma pria che 1'alma da la carne sleghi, 
a tutti i tuoi prigioni apri le porte. 
Cosi dice la donna, e tuttavia 
il mago preso incontra al sasso invia. 

XXXVII 

Legato de la sua propria catena 
andava Atlante, e la donzella appresso, 
che cosi ancor se ne fidava a pena, 
ben che in vista parea tutto rimesso. 
Non molti passi dietro se la mena, 
ch'a pie del monte han ritrovato il fesso, 
e li scaglioni onde si monta in giro, 
fin ch'alla porta del castel saliro. 

XXXVIII 

Di su la soglia Atlante un sasso tolle, 

di caratteri e strani segni insculto. 

Sotto, vasi vi son che chiamano olle, 

che fuman sempre, e dentro han foco occulto. 

L'incantator le spezza; e a un tratto il colle 

riman deserto, inospite et inculto ; 

ne muro appar ne torre in alcun lato, 

come se mai castel non vi sia stato. 

xxxix 

Sbrigossi da la donna il mago allora, 
come fa spesso il tordo da la ragna; 
e con lui sparve il suo castello a un'ora, 
e lascio in liberta quella compagna. 
Le donne e i cavallier si trovar fuora 
de le superbe stanze alia campagna: 
e furon di lor molte a chi ne dolse, 
che tal franchezza un gran piacer lor tolse. 



74 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Quivi e Gradasso, quivi e Sacripante, 
quivi e Prasildo, il nobil cavalliero 
che con Rinaldo venne di Levante, 
e seco Iroldo, il par d'amici vero. 
Al fin trovo la bella Bradamante 
quivi il desiderate suo Ruggiero, 
che, poi che n'ebbe certa conoscenza, 
le fe j buona e gratissima accoglienza; 

XLI 

come a colei che piu che gli occhi sui, 
piu che '1 suo cor, piu che la propria vita 
Ruggiero amo dal di ch'essa per lui 
si trasse 1'elmo, onde ne fu ferita. 
Lungo sarebbe a dir come, e da cui, 
e quanto ne la selva aspra e romita 
si cercar poi la notte e il giorno chiaro; 
ne, se non qui, mai piu si ritrovaro. 

XLII 

Or che quivi la vede, e sa ben ch'ella 

e stata sola la sua redentrice, 

di tanto gaudio ha pieno il cor, che appella 

se fortunato et unico felice. 

Scesero il monte, e dismontaro in quella 

valle, ove fu la donna vincitrice, 

e dove 1'ippogrifo trovaro anco, 

ch'avea lo scudo, ma coperto, al fianco. 

XLIII 

La donna va per prenderlo nel freno, 
e quel Paspetta fin che se gli accosta; 
poi spiega Tale per Paer sereno, 
e si ripon non lungi a mezza costa. 
Ella lo segue; e quel ne piu ne meno 
si leva in aria, e non troppo si scosta; 
come fa la cornacchia in secca arena, 
che dietro il cane or qua or Ik si mena. 



CANTO QUARTO 75 

XLIV 

Ruggier, Gradasso, Sacripante, e tutti 
quei cavallier che scesi erano insieme, 
chi di su, chi di giu, si son ridutti 
dove che torni il volatore han speme. 
Quel, poi che gli altri invaxio ebbe condutti 
piu volte e sopra le cime supreme 
e negli umidi fondi tra quei sassi, 
presso a Ruggiero al fin ritenne i passi. 

XLV 

E questa opera fu del vecchio Atlante, 
di cui non cessa la pietosa voglia 
di trar Ruggier del gran periglio instante : 
di cio sol pensa e di ci6 solo ha doglia. 
Pero gli manda or Pippogrifo avante, 
perch6 d'Europa con questa arte il toglia. 
Ruggier lo piglia, e seco pensa trarlo, 
ma quei s'arretra e non vuol seguitarlo. 

XLVI 

Or di Frontin quei animoso smonta 
(Frontino era nomato il suo destriero), 
e sopra quei che va per 1'aria monta, 
e con li spron gli adizza il core altiero. 
Quel corre alquanto, et indi i piedi ponta, 
e sale inverso il ciel, via piu leggiero 
che '1 girifalco, a cui lieva il capello 
il mastro a tempo, e fa veder Taugello. 

XLVII 

La bella donna, che si in alto vede 
e con tanto periglio il suo Ruggiero, 
resta attonita in modo, che non riede 
per lungo spazio al sentimento vero. 
Ci6 che gia inteso avea di Ganimede 
ch'al ciel fu assunto dal paterno impero, 
dubita assai che non accada a quello, 
non men gentil di Ganimede e bello. 



76 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

Con gli occhi fissi al ciel lo segue quanto 
basta il veder; ma poi che si dilegua 
si, che la vista non puo correr tanto, 
lascia che sempre 1'animo lo segua. 
Tuttavia con sospir, gemlto e pianto 
non ha, ne vuol aver pace ne triegua. 
Poi che Ruggier di vista se le tolse, 
al buon destrier Frontin gli occhi rivolse: 

XLIX 

e si deliber6 di non lasciarlo, 

che fosse in preda a chi venisse prima; 

ma di condurlo seco, e di poi darlo 

al suo signer ch'anco veder pur stima. 

Poggia Paugel, ne pu6 Ruggier frenarlo: 

di sotto rimaner vede ogni cima 

et abbassarsi in guisa, che non scorge 

dove e. piano il terren ne dove sorge. 



Poi che si ad alto vien, ch'un picciol punto 

10 puo stimar chi da la terra il mira, 
prende la via verso ove cade a punto 

11 sol, quando col Granchio si raggira: 
e per Faria ne va come legno unto 

a cui nel mar propizio vento spira. 
Lascianlo andar, che fara buon camino, 
e torniamo a Rinaldo paladino. 

LI 

Rinaldo 1'altro e Paltro giorno scorse, 
spinto dal vento, un gran spazio di mare, 
quando a ponente e quando contra TOrse, 
che notte e di non cessa mai soffiare. 
Sopra la Scozia ultimamente sorse, 
dove la selva Calidonia appare, 
che spesso fra gli antiqui ombrosi cerri 
s'ode sonar di bellicosi ferri. 



CANTO QUARTO 77 

LII 

Vanno per quella i cavallieri erranti, 
incliti in arme, di tutta Bretagna, 
e de' prossimi luoghi e de' distant!, 
di Francia, di Norvegia e de Lamagna. 
Chi non ha gran valor, non vada inanti, 
che dove cerca onor, morte guadagna. 
Gran cose in essa gia fece Tristano, 
Lancilotto, Galasso, Artu e Galvano, 

LIII 

et altri cavallieri e de la nuova 
e de la vecchia Tavola famosi: 
restano ancor di piu d'una lor pruova 
li monumenti e li trofei pomposi. 
L'arme Rinaldo e il suo Baiardo truova, 
e tosto si fa por nei liti ombrosi, 
et al nochier comanda che si spicche 
e lo vada aspettar a Beroicche. 

LIV 

Senza scudiero e senza compagnia 
va il cavallier per quella selva immensa, 
facendo or una et or un'altra via, 
dove piu aver strane aventure pensa. 
Capit6 il primo giorno a una badia 
che buona parte del suo aver dispensa 
in onorar nel suo cenobio adorno 
le donne e i cavallier che vanno attorno. 

LV 

Bella accoglienza i monachi e 1'abbate 
fero a Rinaldo, il qual domand6 loro 
(non prima gia che con vivande grate 
avesse avuto il ventre amplo ristoro) 
come dai cavallier sien ritrovate 
spesso aventure per quel tenitoro, 
dove si possa in qualche fatto eggregio 
1'uom dimostrar, se merta biasmo o pregio. 



78 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Risposongli ch'errando in quelli boschi, 
trovar potria strane aventure e molte : 
ma come i luoghi, i fatti ancor son foschi; 
che non se n'ha notizia le piu volte. 
Cerca diceano andar dove conoschi 
che Popre tue non restino sepolte, 
accio dietro al periglio e alia fatica 
segua la fama, e il debito ne dica. 

LVII 

E se del tuo valor cerchi far prova, 
t'e preparata la piu degna impresa 
che ne 1'antiqua etade o ne la nova 
giamai da cavallier sia stata presa. 
La figlia del re nostro or se ritrova 
bisognosa d'aiuto e di difesa 
contra un baron che Lurcanio si chiama, 
che tor le cerca e la vita e la fama. 

LVIII 

Questo Lurcanio al padre Pha accusata 
(forse per odio piu che per ragione) 
averla a mezza notte ritrovata 
trarr'un suo amante a se sopra un verrone. 
Per le leggi del regno condannata 
al fuoco fia, se non truova campione 
che fra un mese, oggimai presso a finire, 
Finiquo accusator faccia mentire. 

LIX 

L'aspra legge di Scozia, empia e severa, 
vuol ch'ogni donna, e di ciascuna sorte, 
ch'ad uom si giunga, e non gli sia mogliera, 
s'accusata ne viene, abbia la morte. 
Ne riparar si puo ch'ella non pera, 
quando per lei non venga un guerrier forte 
che tolga la difesa, e che sostegna 
che sia innocente e di morire indegna. 



CANTO QUARTO 79 

LX 

II re, dolente per Ginevra bella 
(che cosi nominata e la sua figlia), 
ha publicato per citta e castella, 
che s'alcun la diffesa di lei piglia, 
e che 1'estingua la calunnia fella 
(pur che sia nato di nobil famiglia), 
Favra per moglie, et uno stato, quale 
fia convenevol dote a donna tale. 

LXI 

Ma se fra un mese alcun per lei non viene, 
o venendo non vince, sara uccisa. 
Simile impresa meglio ti conviene, 
ch'andar pei boschi errando a questa guisa: 
oltre ch'onor e fama, te n'aviene 
ch'in eterno da te non fia divisa, 
guadagni il fior di quante belle donne 
da Tlndo sono all'Atlantee colonne; 

LXII 

e una ricchezza appresso, et uno stato 

che sempre far ti pu6 viver contento; 

e la grazia del re, se suscitato 

per te gli fia il suo onor, che e quasi spento. 

Poi per cavalleria tu se' ubligato 

a vendicar di tanto tradimento 

costei, che per commune opinione, 

di vera pudicizia e un paragone. 

LXIII 

Pens6 Rinaldo alquanto, e poi rispose: 
Una donzella dunque de' morire 
perche lascio sfogar ne Pamorose 
sue braccia al suo amator tanto desire? 
Sia maladetto chi tal legge pose, 
e maladetto chi la pu6 patire! 
Debitamente muore una crudele, 
non chi da vita al suo amator fedele. 



8o ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Sia vero o falso che Ginevra tolto 

s'abbia il suo amante, io non riguardo a questo : 

d'averlo fatto la loderei molto, 

quando non fosse stato manifesto. 

Ho in sua diffesa ogni pensier rivolto: 

datemi pur un chi mi guidi presto, 

e dove sia 1'accusator mi mene; 

ch'io spero in Dio Ginevra trar di pene. 

LXV 

Non vo* gia dir ch'ella non 1'abbia fatto; 

che nol sappiendo, il falso dir potrei: 

diro ben che non de' per simil atto 

punizion cadere alcuna in lei; 

e diro che fu ingiusto o che fu matto 

chi fece prima li statuti rei; 

e come iniqui rivocar si denno, 

e nuova legge far con miglior senno. 

LXVI 

S'un medesimo ardor, s'un disir pare 
inchina e sforza Puno e 1'altro sesso 
a quel suave fin d'amor, che pare 
all'ignorante vulgo un grave eccesso; 
perche si de' punir donna o biasmare, 
che con uno o piu d'uno abbia commesso 
quel che 1'uom fa con quante n'ha appetito, 
e lodato ne va, non che impunito ? 

LXVII 

Son fatti in questa legge disuguale 
veramente alle donne espressi torti; 
e spero in Dio mostrar che gli e gran male 
che tanto lungamente si comporti. 
Rinaldo ebbe il consenso universaie, 
che fur gli antiqui ingiusti e mali accorti, 
che consentiro a cosi iniqua legge, 
e mal fa il re che puo ne la corregge. 



CANTO QUARTO 8l 

LXVIII 

Poi die la luce Candida e vermiglia 
de 1'altro giorno aperse 1'emispero, 
Rinaldo 1'arme e il suo Baiardo piglia, 
e di quella badia tolle un scudiero, 
che con lui viene a molte leghe e miglia, 
sempre nel bosco orribilrnente fiero, 
verso la terra ove la lite nupva 
de la donzella de' venir in pruova. 

LXIX 

Avean, cercando abbreviar camino, 
lasciato pel sentier la maggior via; 
quando un gran pianto udir sonar vicino, 
che la foresta d'ogn'intorno empia. 
Baiardo spinse Tun, 1'altro il ronzino 
verso una valle onde quel grido uscia: 
e fra dui mascalzoni una donzella 
vider, che di lontan parea assai bella; 

LXX 

ma lacrimosa e addolorata quanto 
donna o donzella o mai persona fosse. 
Le sono dui col ferro nudo a canto, 
per farle far Terbe di sangue rosse. 
Ella con preghi differendo alquanto 
giva il morir, sin che pieta si mosse. 
Venne Rinaldo ; e come se n'accorse, 
con alti gridi e gran minaccie accorse. 

LXXI 

Voltaro i malandrin tosto le spalle, 
che '1 soccorso lontan vider venire, 
e se appiattar ne la profonda valle. 
II paladin non li cur6 seguire : 
venne a la donna, e qual gran colpa dalle 
tanta punizion, cerca d'udire; 
e per tempo avanzar, fa allo scudiero 
levarla in groppa, e torna al suo sentiero. 



82 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

E cavalcando poi meglio la guata 
molto esser bella e di maniere accorte, 
ancor che fosse tutta spaventata 
per la paura ch'ebbe de la morte. 
Poi ch'ella fu di nuovo domandata 
chi Pavea tratta a si infelice sorte, 
incominci6 con umil voce a dire 
quel ch'io vo' all'altro canto differire. 



CANTO QUINTO 83 



CANTO QUINTO 



I 

Tutti gli altri animal che sono in terra, 
o che vivon quieti e stanno in pace, 
o se vengono a rissa e si fan guerra, 
alia femina il maschio non la face: 
1'orsa con Torso al bosco sicura erra, 
la leonessa appresso il leon giace; 
col lupo vive la lupa sicura, 
n6 la iuvenca ha del torel paura. 

II 

Ch'abominevol peste, che Megera 
e venuta a turbar gli umani petti? 
che si sente il marito e la mogliera 
sempre garrir d'ingiuriosi detti, 
stracciar la faccia e far livida e nera, 
bagnar di pianto i geniali letti; 
e non di pianto sol, ma alcuna volta 
di sangue gli ha bagnati Tira stolta. 

in 

Parmi non sol gran mal, ma che Tuom faccia 
contra natura e sia di Dio ribello, 
che s'induce a percuotere la faccia 
di bella donna, o romperle un capello; 
ma chi le da veneno, o chi le caccia 
Talma del corpo con laccio o coltello, 
ch'uomo sia quel non creder6 in eterno, 
ma in vista umana un spirto de Tinferno. 



84 ORLANDO FURIOSO 

IV 

Cotali esser doveano i duo ladroni 
che Rinaldo caccio da la donzella, 
da lor condotta in quei scuri valloni 
perche non se n'udisse piu novella. 

10 lasciai ch'ella render le cagioni 
s'apparechiava di sua sorte fella 

al paladin, che le fu buono amico: 
or, seguendo Pistoria, cosi dico. 

v 

La donna incominci6 : Tu intenderai 
la maggior crudeltade e la piu espressa, 
ch'in Tebe o in Argo o ch'in Micene mai, 
o in loco piu crudel fosse commessa. 
E se rotando il sole i chiari rai, 
qui men ch'all'altre region s'appressa, 
credo ch'a noi malvolentieri arrivi, 
perche veder si crudel gente schivi. 

VI 

Ch'agli nemici gli uomini sien crudi, 
in ogni eta se n'e veduto esempio; 
ma dar la morte a chi procuri e studi 

11 tuo ben sempre, e troppo ingiusto et empio. 
E acci6 che meglio il vero io ti denudi, 
perche costor volessero far scempio 

degli anni verdi miei contra ragione, 
ti dir6 da principio ogni cagione. 

VII 

Voglio che sappi, signer mio, ch'essendo 
ten era ancora, alii servigi venni 
de la figlia del re, con cui crescendo, 
buon luogo in corte et onorato tenni. 
Crudele Amore, al mio stato invidendo, 
fe* che seguace, ahi lassa! gli divenni: 
fe* d'ogni cavallier, d'ogni donzello 
parermi il duca d' Albania piu bello. 



CANTO QUINTO 85 

VIII 

Perche egli mostro amarmi piu che molto, 
io ad amar lui con tutto il cor mi mossi. 
Ben s'ode il ragionar, si vede il volto, 
ma dentro il petto mal giudicar possi. 
Credendo, amando, non cessai che tolto 
1'ebbi nel letto, e non guardai ch'io fossi 
di tutte le real camere in quella 
che piu secreta avea Ginevra bella; 

IX 

dove tenea le sue cose piu care, 

e dove le piu volte ella dormia. 

Si pu6 di quella in s'un verrone entrare, 

che fuor del muro al discoperto uscia. 

Io facea il mio amator quivi montare, 

e la scala di corde, onde salia, 

10 stessa dal verron giu gli mandai 
qual volta meco aver Io desiai: 

x 

che tante volte ve Io fei venire, 
quanto Ginevra me ne diede I 5 agio, 
che solea mutar letto, or per fuggire 

11 tempo ardente, or il brumal malvagio. 
Non fu veduto d'alcun mai salire, 

per6 che quella parte del palagio 
risponde verso alcune case rotte, 
dove nessun mai passa o giorno o notte. 

XI 

Continu6 per molti giorni e mesi 
tra noi secreto Tamoroso gioco: 
sempre crebbe 1'amore; e si m'accesi, 
che tutta dentro io mi sentia di foco : 
e cieca ne fui si, ch'io non compresi 
ch'egli fingeva molto, e amava poco; 
ancor che li suo ? inganni discoperti 
esser doveanmi a mille segni certi. 



86 ORLANDO FURIOSO 

XII 

Dopo alcun di si mostro nuovo amante 
de la bella Ginevra. lo non so appunto 
s'allora cominciasse, o pur inante 
de Famor mio n'avesse il cor gia punto. 
Vedi s'in me venuto era arrogante, 
s'imperio nel mio cor s'aveva assunto; 
che mi scoperse, e non ebbe rossore 
chiedermi aiuto in questo nuovo amore. 

XIII 

Ben mi dicea ch'uguale al mio non era, 
ne vero amor quel ch'egli avea a costei ; 
ma simulando esserne acceso, spera 
celebrarne i legitimi imenei. 
Dal re ottenerla fia cosa leggiera, 
qualor vi sia la volonta di lei ; 
che di sangue e di stato in tutto il regno 
non era, dopo il re, di lu' il piii degno. 

XIV 

Mi persuade, se per opra mia 

potesse al suo signor genero farsi 

(che veder posso che se n'alzeria 

a quanto presso al re possa uomo alzarsi), 

che me n'avria bon merto, e non saria 

mai tanto beneficio per scordarsi; 

e ch'alla moglie e ch'ad ogn'altro inante 

mi porrebbe egli in sempre essermi amante. 

xv 

lo ch'era tutta a satisfargli intenta, 
ne seppi o volsi contradirgli mai, 
e sol quei giorni io mi vidi contenta, 
ch'averlo compiaciuto mi trovai; 
piglio 1'occasion che s'appresenta 
di parlar d'esso e di lodarlo assai; 
et ogni industria adopro, ogni fatica, 
per far del mio amator Ginevra arnica. 



CANTO QUINTO 87 

XVI 

Feci col core e con Feffetto tutto 
quel che far si poteva, e sallo Idio ; 
ne con Ginevra mai potei far frutto, 
ch'io le ponessi in grazia il duca mio: 
e questo, che ad amar ella avea indutto 
tutto il pensiero e tutto il suo disio 
un gentil cavallier, bello e cortese, 
venuto in Scozia di lontan paese; 

XVII 

che con un suo fratel ben giovinetto 
venne d' Italia a stare in questa corte; 
si fe' ne Farme poi tanto perfetto, 
che la Bretagna non avea il piu forte. 
II re Famava, e ne mostro Feffetto; 
che gli dono di non picciola sorte 
castella e ville e iuridizioni, 
e lo fe' grande al par dei gran baroni. 

XVIII 

Grato era al re, piu grato era alia figlia 
quel cavallier chiamato Ariodante, 
per esser valoroso a maraviglia; 
ma piu, ch'ella sapea che Fera amante. 
Ne Vesuvio, ne il monte di Siciglia, 
ne Troia avamp6 mai di fiamme tante, 
quante ella conoscea che per suo amore 
Ariodante ardean per tutto il core. 

XIX 

L'amar che dunque ella facea colui 
con cor sincere e con perfetta fede, 
fe 5 che pel duca male udita fui; 
ne mai risposta da sperar mi diede: 
anzi quanto io pregava piu per lui 
e gli studiava d'impetrar mercede, 
ella, biasmandol sempre e dispregiando, 
se gli venia piu sempre inimicando. 



ORLANDO FURIOSO 
XX 

lo confortai Tamator mio sovente, 

che volesse lasciar la vana impresa; 

ne si sperasse mai volger la mente 

di costei, troppo ad altro amore intesa: 

e gli feci conoscer chiaramente 

come era si d'Ariodante accesa, 

che quanta acqua e nel mar piccola dramma 

non spegneria de la sua immensa fiamma. 

XXI 

Questo da me piii volte Polinesso 
(che cosi nome ha il duca) avendo udito, 
e ben compreso e visto per se stesso 
che molto male era il suo amor gradito ; 
non pur di tanto amor si fu rimesso, 
ma di vedersi un altro preferito, 
come superbo, cosi mal sofferse, 
che tutto in ira e in odio si converse. 

XXII 

E tra Ginevra e Famator suo pensa 
tanta discordia e tanta lite porre, 
e farvi inimicizia cosi intensa, 
che mai piu non si possino comporre; 
e por Ginevra in ignominia immensa 
donde non s'abbia o viva o morta a torre: 
ne de 1'iniquo suo disegno meco 
volse o con altri ragionar che seco. 

XXIII 

Fatto il pensier: ((Dalinda mia, mi dice 
(che cosi son nomata) saper dei, 
che come suol tornar da la radice 
arbor che tronchi e quattro volte e sei, 
cosi la pertinacia mia infelice, 
ben che sia tronca dai successi rei, 
di germogliar non resta; che venire 
pur vorria a fin di questo suo desire. 



CANTO QUINTO 
XXIV 

E non lo bramo tanto per diletto, 
quanto perche vorrei vincer la pruova; 
e non possendo farlo con effetto, 
s'io lo fo imaginando, anco mi giova. 
Voglio, qual volta tu mi dai ricetto, 
quando allora Ginevra si ritruova 
nuda nel letto, che pigli ogni vesta 
ch'ella posta abbia, e tutta te ne vesta. 

XXV 

Come ella s'orna e come il crin dispone 
studia imitarla, e cerca il phi che sai 
di parer dessa, e poi sopra il verrone 
a mandar giu la scala ne verrai. 

10 verr6 a te con imaginazione 

che quella sii, di cui tu i panni avrai: 
e cosi spero, me stesso ingannando, 
venir in breve il mio desir sciemando. 

XXVI 

Cosi disse egli. lo che divisa e sevra 
e lungi era da me, non posi mente 
che questo in che pregando egli persevra, 
era una fraude pur troppo evidente; 
e dal verron, coi panni di Ginevra, 
mandai la scala onde sali sovente; 
e non m'accorsi prima de 1'inganno, 
che n'era gia tutto accaduto il danno. 

XXVII 

Fatto in quel tempo con Ariodante 

11 duca avea queste parole o tali 
(che grandi amici erano stati inante 
che per Ginevra si fesson rivali): 

Mi maraviglio incomincio il mio amante 
ch'avendoti io fra tutti li mie' uguali 
sempre avuto in rispetto e sempre amato, 
ch'io sia da te si mal rimunerato. 



90 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

lo son ben certo che comprendi e sai 
di Ginevra e di me 1'antiquo amore; 
e per sposa legitima oggimai 
per impetrarla son dal mio signore. 
Perche mi turbi tu ? perche pur vai 
senza frutto in costei ponendo il core ? 
lo ben a te rispetto avrei, per Dio, 
s'io nel tuo grado fossi, e tu nel mio. 

XXIX 

Et io rispose Ariodante a lui 

ccdi te mi maraviglio maggiormente; 

che di lei prima inamorato fui, 

che tu Tavessi vista solamente: 

e so che sai quanto e 1'amor tra nui, 

ch'esser non puo, di quel che sia, piu ardente; 

e sol d'essermi moglie intende e brama: 

e so che certo sai ch'ella non t'ama. 

xxx 

Perche non hai tu dunque a me il rispetto 
per 1'amicizia nostra che domande 
ch'a te aver debba, e ch'io t'avre' in efFetto, 
se tu fossi con lei di me piu grande ? 
Ne men di te per moglie averla aspetto, 
se ben tu sei piu ricco in queste bande: 
io non son meno al re, che tu sia, grato, 
ma piu di te da la sua figlia amato. 

XXXI 

0h, disse il duca a lui grande e cotesto 
errore a che t'ha il folle amor condutto! 
Tu credi esser piu amato; io credo questo 
medesmo: ma si pu6 vedere al frutto. 
Tu fammi cio c'hai seco manifesto, 
et io il secreto mio t'apriro tutto; 
e quel di noi che manco aver si veggia, 
ceda a chi vince, e d'altro si proveggia. 



CANTO QUINTO 
XXXII 

E sar6 pronto, se tu vuoi ch'io giuri 
di non dir cosa mai che mi riveli: 
cosi voglio ch'ancor tu m'assicuri 
che quel ch'io ti dir6, sempre mi celi. 
Venner dunque d'accordo alii scongiuri, 
e posero le man sugli Evangeli: 
e poi che di tacer fede si diero, 
Ariodante incomincio primiero. 

XXXIII 

E disse per lo giusto e per lo dritto 

come tra se e Ginevra era la cosa; 

ch'ella gli avea giurato, e a bocca e in scritto, 

che mai non saria ad altri ch'allui sposa; 

e se dal re le venia contraditto, 

gli promettea di sempre esser ritrosa 

da tutti gli altri maritaggi poi, 

e viver sola in tutti i giorni suoi : 

XXXIV 

e ch'esso era in speranza, pel valore 
ch'avea mostrato in arme a piu d'un segno, 
et era per mostrare a laude, a onore, 
a beneficio del re e del suo regno, 
di crescere tanto in grazia al suo signore, 
che sarebbe da lui stimato degno 
che la figliuola sua per moglie avesse, 
poi che piacer a lei cosl intendesse. 

xxxv 

Poi disse: A questo termine son io, 
ne credo gia ch'alcun mi venga appresso; 
ne cerco piu di questo, ne desio 
de 1'amor d'essa aver segno piu espresso; 
ne piu vorrei, se non quanto da Dio 
per connubio legitimo e concesso: 
e saria invano il domandar piu inanzi, 
che di bonta so come ogn'altra avanzi. 



92 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

Poi ch'ebbe il vero Ariodante esposto 
de la merce ch'aspetta a sua fatica, 
Polinesso, che gia s'avea proposto 
di far Ginevra al suo amator nemica, 
cominci6 : Sei da me molto discosto, 
e vo' che di tua bocca anco tu '1 dica; 
e del mio ben veduta la radice, 
che confess! me solo esser felice. 

XXXVII 

Finge ella teco, ne t'ama ne prezza; 

che ti pasce di speme e di parole: 

oltra questo, il tuo amor sempre a sciochezza, 

quando meco ragiona, imputar suole. 

lo ben d'esserle caro altra certezza 

veduta n'ho, che di promesse e fole; 

e tel diro sotto la fe in secreto, 

ben che farei piu il debito a star cheto. 

XXXVIII 

Non passa mese, che tre, quattro e sei 
e talor diece notti io non mi truovi 
nudo abbracciato in quel piacer con lei, 
ch'alP amoroso ardor par che si giovi: 
si che tu puoi veder s'a' piacer miei 
son d'aguagliar le ciance che tu pruovi. 
Cedimi dunque e d'altro ti provedi, 
poi che si inferior di me ti vedi. 

xxxix 

Non ti vo' creder questo,)) gli rispose 
Ariodante e certo so che menti; 
e composto fra te t'hai queste cose 
accio che da Pimpresa io mi spaventi: 
ma perche a lei son troppo ingiuriose, 
questo c'hai detto sostener convienti; 
che non bugiardo sol, ma voglio ancora 
che tu sei traditor mostrarti or ora. 



CANTO QUINTO 93 

XL 

Suggiunse il duca: Non sarebbe onesto 

che noi volessen la battaglia torre 

di quel che t'offerisco manifesto, 

quando ti piaccia, inanzi agli occhi porre. 

Resta smarrito Ariodante a questo, 

e per Fossa un tremor freddo gli scorre; 

e se creduto ben gli avesse a pieno, 

venia sua vita allora allora meno. 

XLI 

Con cor trafitto e con pallida faccia, 
e con voce tremante e bocca amara 
rispose : Quando sia che tu mi faccia 
veder questa aventura tua si rara, 
prometto di costei lasciar la traccia, 
a te si liberale, a me si avara: 
ma ch'io tel voglia creder, non far stima, 
s'io non lo veggio con questi occhi prima. 

XLII