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Full text of "ORLANDO FURIOSO"

1-851 A?loc 55-01853 



1-851 A7ioe 55-61853 

Ariosto 

Orlando Furioso. 



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Public Library 

Kansas City, Mo. 



TENSION ENVELOPE CORP. 



TUTTI I DIRITTI RISERVATI - ALL RIGHTS RESERVED 
PRINTED IN ITALY 



AVVERTENZA DELL'EDITORE 



La divisions delle opere di Ludovico Ariosto in due volumi ha 
presentato all'editore una particolare difficoltd. 

U((0rlando furiosov ha tali dimension! che, da solo, richiede 
un volume di din 1200 pagine. Non era da pensare a com- 
porlo su due colonne come e stato fatto in tutte le edizioni an- 
teriori in un sol volume , guastando Varmonia tipografica detta 
pagina e rendendo fastidiosa la lettura, ne evidentemente a 
stamparlo in un corpo pin piccolo degli altri volumi della collana. 

Si e quindi preferito accogliere in questo primo volume il te- 
sto integrate e nudo del fa Orlando i>, e rimandarne le note alia 
fine del secondo volume, che contiene tutti gli scritti minori del 
Poeta, ciascuno con le note a pie di pagina secondo le consuetu- 
dini della nostra collana. 

Anche I'introduzione generale alle opere del Nostro si trova 
in testa al secondo volume. 



ORLANDO FURIOSO 

DI MESSER LUDOVICO ARIOSTO ALLO 

ILLUSTRISSIMO E REVERENDISSIMO 

CARDINALE DONNO IPPOLITO DA ESTE 

SUO SIGNORE 



CANTO PRIMO 



I 

Le donne, i cavallier, Tarme, gli amori, 
le cortesie, 1'audaci imprese io canto, 
che furo al tempo che passaro i Mori 
d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, 
seguendo Tire e i giovenil furori 
d'Agramante lor re, che si die vanto 
di vendicar la morte di Troiano 
sopra re Carlo imperator romano. 

II 

Dir6 d' Orlando in un medesmo tratto 
cosa non detta in prosa mai ne in rima: 
che per amor venne in furore e matto, 
d'uom che si saggio era stimato prima; 
se da colei che tal quasi m'ha fatto, 
che '1 poco ingegno ad or ad or mi lima, 
me ne sara per6 tanto concesso, 
che mi basti a finir quanto ho promesso. 

in 

Piacciavi, generosa Erculea prole, 
ornamento e splendor del secol nostro, 
Ippolito, aggradir questo che vuole 
e darvi sol puo 1'umil servo vostro. 
Quel ch'io vi debbo, posso di parole 
pagare in parte e d'opera d'inchiostro ; 
n6 che poco io vi dia da imputar sono, 
che quanto io posso dar, tutto vi dono. 



ORLANDO FURIOSO 
IV 

Voi sentirete fra i piu degni eroi, 
che nominar con laude m'apparecchio, 
ricordar quel Ruggier, che fu di voi 
e de' vostri avi illustri il ceppo vecchio. 
L'alto valore e 5 chiari gesti suoi 
vi faro udir, se voi mi date orecchio, 
e vostri alti pensier cedino un poco, 
si che tra lor miei versi abbiano loco. 

v 

Orlando, che gran tempo inamorato 
fu de la bella Angelica, e per lei 
in India, in Media, in Tartaria lasciato 
avea infiniti et immortal trofei, 
in Ponente con essa era tomato, 
dove sotto i gran monti Pirenei 
con la gente di Francia e de Lamagna 
re Carlo era attendato alia campagna, 

vi 

per far al re Marsilio e al re Agramante 
battersi ancor del folle ardir la guancia, 
d'aver condotto, Tun, d' Africa quante 
genti erano atte a portar spada e lancia; 
1'altro, d'aver spinta la Spagna inante 
a destruzion del bel regno di Francia. 
E cosi Orlando arrivo quivi a punto: 
ma tosto si penti d'esservi giunto; 

VII 

che vi fu tolta la sua donna poi: 
ecco il giudicio uman come spesso erra! 
Quella che dagli esperii ai liti eoi 
avea difesa con si lunga guerra, 
or tolta gli e fra tanti amici suoi, 
senza spada adoprar, ne la sua terra. 
II savio imperator, ch'estinguer volse 
un grave incendio, fu che gli la tolse. 



CANTO PRIMO 
VIII 

Nata pochi di inanzi era una gara 
tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo, 
che ambi avean per la bellezza rara 
d'amoroso disio Tanimo caldo. 
Carlo, che non avea tal lite cara, 
che gli rendea Faiuto lor men saldo, 
questa donzella, che la causa n'era, 
tolse, e die in mano al duca di Bavera; 

IX 

in premio promettendola a quel d'essi 
ch'in quel conflitto, in quella gran giornata, 
degli infideli piu copia uccidessi, 
e di sua man prestassi opra piu grata. 
Contrari ai voti poi furo i successi; 
ch'in fuga ando la gente battezzata, 
e con molti altri fu '1 duca prigione, 
e rest6 abbandonato il padiglione. 

x 

Dove, poi che rimase la donzella 
ch'esser dovea del vincitor mercede, 
inanzi al caso era salita in sella, 
e quando bisogn6 le spalle diede, 
presaga che quel giorno esser rubella 
dovea Fortuna alia cristiana fede: 
entr6 in un bosco, e ne la stretta via 
rincontro un cavallier ch'a pie venia. 

XI 

Indosso la corazza, Pelmo in testa, 

la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo; 

e piu leggier correa per la foresta, 

ch'al pallio rosso il villan mezzo ignudo. 

Timida pastorella mai si presta 

non volse piede inanzi a serpe crudo, 

come Angelica tosto il freno torse, 

che del guerrier, ch'a pie venia, s'accorse. 



ORLANDO FURIOSO 
XII 

Era costui quel paladin gagliardo, 
figliuol d'Amon, signer di Montalbano, 
a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo 
per strano caso uscito era di mano. 
Come alia donna egli drizz6 lo sguardo, 
riconobbe, quantunque di lontano, 
Pangelico sembiante e quel bel volto 
ch'all'amorose reti il tenea in volto. 

XIII 

La donna il palafreno a dietro volta, 
e per la selva a tutta briglia il caccia; 
ne" per la rara piu che per la folta, 
la piu sicura e miglior via procaccia: 
ma pallida, tremando, e di se tolta, 
lascia cura al destrier che la via faccia. 
Di su di giu, ne 1'alta selva fiera 
tanto giro, che venne a una riviera. 

XIV 

Su la riviera Ferrau trovosse 
di sudor pieno e tutto polveroso. 
Da la battaglia dianzi lo rimosse 
un gran disio di bere e di riposo; 
e poi, mal grado suo, quivi fermosse, 
perche, de 1'acqua ingordo e frettoloso, 
1'elmo nel fiume si Iasci6 cadere, 
ne 1'avea potuto anco riavere. 

xv 

Quanto potea piu forte, ne veniva 
gridando la donzella ispaventata. 
A quella voce salta in su la riva 
il Saracino, e nel viso la guata; 
e la conosce subito ch'arriva, 
ben che di timor pallida e turbata, 
e sien piu di che non n'udi novella, 
che senza dubbio elPe Angelica bella. 



CANTO PRIMO 
XVI 

E perche era cortese, e n'avea forse 
non men del dui cugini il petto caldo, 
Faiuto che potea tutto le porse, 
pur come avesse 1'elmo, ardito e baldo: 
trasse la spada, e minacciando corse 
dove poco di lui temea Rinaldo. 
Piu volte s'eran gia non pur veduti, 
m' al paragon de Tarme conosciuti. 

XVII 

Cominciar quivi una crudel battaglia, 
come a pie si trovar, coi brandi ignudi: 
non che le piastre e la minuta maglia, 
ma ai colpi lor non reggerian gPincudi. 
Or, mentre Tun con Faltro si travaglia, 
bisogna al palafren che '1 passo studi; 
che quanto puo menar de le calcagna, 
colei lo caccia al bosco e alia campagna. 

XVIII 

Poi che s'affaticar gran pezzo invano 
i duo guerrier per por Tun Taltro sotto, 
quando non meno era con Tarme in mano 
questo di quel, ne quel di questo dotto; 
fu primiero il signer di Montalbano, 
ch'al cavallier di Spagna fece motto, 
si come quel c'ha nel cor tanto fuoco, 
che tutto n'arde e non ritrova loco. 

XIX 

Disse al pagan: Me sol creduto avrai, 
e pur avrai te meco ancora offeso: 
se questo awien perche* i fulgenti rai 
del nuovo sol t'abbino il petto acceso, 
di farmi qui tardar che guadagno hai ? 
che quando ancor tu m'abbi morto o preso, 
non per6 tua la bella donna fia, 
che, mentre noi tardian, se ne va via. 



ORLANDO FURIOSO 
XX 

Quanto fia meglio, amandola tu ancora, 
che tu le venga a traversar la strada, 
a ritenerla e farle far dimora, 
prima che piu lontana se ne vada! 
Come Tavremo in potestate, allora 
di ch'esser de j si provi con la spada: 
non so altrimenti, dopo un lungo affanno, 
che possa riuscirci altro che danno. 

XXI 

Al pagan la proposta non dispiacque: 

cosi fu differita la tenzone; 

e tal tregua tra lor subito nacque, 

si Podio e Fira va in oblivione, 

che '1 pagano al partir da le fresche acque 

non Iasci6 a piedi il buon figliol d' Amone : 

con preghi invita, et al fin toglie in groppa, 

e per 1'orme d' Angelica galoppa. 

XXII 

Oh gran bonta de' cavallieri antiqui! 
Eran rivali, eran di fe diversi, 
e si sentian degli aspri colpi iniqui 
per tutta la persona anco dolersi; 
e pur per selve oscure e calli obliqui 
insieme van senza sospetto aversi. 
Da quattro sproni il destrier punto arriva 
ove una strada in due si dipartiva. 

XXIII 

E come quei che non sapean se Tuna 
o 1'altra via facesse la donzella 
(per6 che senza differenzia alcuna 
apparia in amendue Forma novella), 
si messero ad arbitrio di fortuna, 
Rinaldo a questa, il Saracino a quella. 
Pel bosco Ferrau molto s'awolse, 
e ritrovossi al fine onde si tolse. 



CANTO PRIMO 
XXIV 

Pur si ritrova ancor su la riviera, 
la dove 1'elmo gli casco ne Fonde. 
Poi che la donna ritrovar non spera, 
per aver Feline che '1 fiume gli asconde, 
in quella parte onde caduto gli era 
discende ne Testreme umide sponde: 
ma quello era si fitto ne la sabbia, 
che molto avra da far prima che Pabbia. 

xxv 

Con un gran ramo d'albero rimondo, 
di ch'avea fatto una pertica lunga, 
tenta il fiume e ricerca sino al fondo, 
ne loco lascia ove non batta e punga. 
Mentre con la maggior stizza del mondo 
tanto Findugio suo quivi prolunga, 
vede di mezzo il fiume un cavalliero 
insino al petto uscir, d'aspetto fiero. 

XXVI 

Era, fuor che la testa, tutto armato, 
et avea un elmo ne la destra mano : 
avea il medesimo elmo che cercato 
da Ferrau fu lungamente invano. 
A Ferrau par!6 come adirato, 
e disse: Ah mancator di fe", marano! 
perche di lasciar 1'elmo anche t'aggrevi, 
che render gia gran tempo mi dovevi ? 

XXVII 

Ricordati, pagan, quando uccidesti 
d' Angelica il fratel (che son quelPio), 
dietro all'altr'arme tu mi promettesti 
gittar fra pochi di Pelmo nel rio. 
Or se Fortuna (quel che non volesti 
far tu) pone ad effetto il voler mio, 
non ti turbare; e se turbar ti dei, 
turbati che di fe mancato sei. 



10 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

Ma $e desir pur hai cTun elmo fino, 
trovane un altro, et abbil con piu onore; 
un tal ne porta Orlando paladino, 
un tal Rinaldo, e forse anco migliore: 
1'un fu d'Amonte, e 1'altro di Mambrino: 
acquista un di quei duo col tuo valore; 
e questo, c'hai gia di lasciarmi detto, 
farai bene a lasciarmi con effetto. 

XXIX 

AlFapparir che fece alPimproviso 

de 1'acqua 1'ombra, ogni pelo arricciossi, 

e scolorossi al Saracino il viso; 

la voce, ch'era per uscir, fermossi. 

Udendo poi da PArgalia, ch'ucciso 

quivi avea gia (che TArgalia nomossi), 

la rotta fede cosi improverarse, 

di scorno e d'ira dentro e di fuor arse. 

xxx 

Ne tempo avendo a pensar altra scusa, 
e conoscendo ben che '1 ver gli disse, 
resto senza risposta a bocca chiusa; 
ma la vergogna il cor si gli traffisse, 
che giur6 per la vita di Lanfusa 
non voler mai ch'altro elmo lo coprisse, 
se non quel buono che gia in Aspramonte 
trasse del capo Orlando al fiero Almonte. 

XXXI 

E serv6 meglio questo giuramento, 
che non avea quell' altro fatto prima. 
Quindi si parte tanto malcontento, 
che molti giorni poi si rode e lima. 
Sol di cercare & il paladino intento 
di qua di la, dove trovarlo stima. 
Altra ventura al buon Rinaldo accade, 
che da costui tenea diverse strade. 



CANTO PRIMO II 

XXXII 

Non molto va Rinaldo, che si vede 
saltare inanzi il suo destrier feroce: 
Ferma, Baiardo mio, deh, ferma il piede! 
che Fesser senza te troppo mi nuoce. 
Per questo il destrier sordo a lui non riede, 
anzi piu se ne va sempre veloce. 
Segue Rinaldo, e d'ira si distrugge: 
ma seguitiamo Angelica che fugge. 

XXXIII 

Fugge tra selve spaventose e scure, 

per lochi inabitati, ermi e selvaggi. 

II mover de le frondi e di verzure, 

che di cerri sentia, d'olmi e di faggi, 

fatto le avea con subite paure 

trovar di qua di la strani viaggi; 

ch'ad ogni ombra veduta o in monte o in valle, 

temea Rinaldo aver sempre alle spalle. 

xxxiv 

Qual pargoletta o damma o capriuola, 
che tra le fronde del natio boschetto 
alia madre veduta abbia la gola 
stringer dal par do, o aprirle '1 fianco o '1 petto, 
di selva in selva dal crudel s'invola, 
e di paura triema e di sospetto: 
ad ogni sterpo che passando tocca, 
esser si crede all'empia fera in bocca. 

xxxv 

Quel di e la notte e mezzo Paltro giorno 
s'and6 aggirando, e non sapeva dove: 
trovossi al fine in un boschetto adorno, 
che lievemente la fresca aura muove. 
Duo chiari rivi, mormorando intorno, 
sempre Terbe vi fan tenere e nuove; 
e rendea ad ascoltar dolce concento, 
rotto tra picciol sassi, il correr lento. 



12 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

Quivi parendo a lei d'esser sicura 

e lontana a Rinaldo mille miglia, 

da la via stanca e da Pestiva arsura, 

di riposare alquanto si consiglia: 

tra' fiori smonta, e lascia alia pastura 

andare il palafren senza la briglia; 

e quel va errando intorno alle chiare onde, 

che di fresca erba avean piene le sponde. 

XXXVII 

Ecco non lungi un bel cespuglio vede 

di prun fioriti e di vermiglie rose, 

che de le liquide onde al specchio siede, 

chiuso dal sol fra Talte quercie ombrose; 

cosi voto nel mezzo, che concede 

fresca stanza fra 1'ombre piu nascose: 

e la foglia coi rami in modo e mista, 

che '1 sol non v'entra, non che minor vista. 

XXXVIII 

Dentro letto vi fan tenere erbette, 
ch'invitano a posar chi s'appresenta. 
La bella donna in mezzo a quel si mette, 
ivi si corca et ivi s'addormenta. 
Ma non per lungo spazio cosi stette, 
che un calpestio le par che venir senta: 
cheta si leva, e appresso alia riviera 
vede ch'armato un cavallier giunt'era. 

XXXIX 

Se gli e amico o nemico non comprende: 
tema e speranza il dubbio cor le scuote; 
e di quella aventura il fine attende, 
ne pur d'un sol sospir 1'aria percuote. 
II cavalliero in riva al fiume scende 
sopra 1'un braccio a riposar le gote; 
e in un suo gran pensier tanto penetra, 
che par cangiato in insensibil pietra. 



CANTO PRIMO 13 

XL 

Pensoso piii d'un'ora a capo basso 
stette, Signore, il cavallier dolente; 
poi comincio con suono afflitto e lasso 
a lamentarsi si soavemente, 
ch'avrebbe di pieta spezzato un sasso, 
una tigre crudel fatta clemente. 
Sospirando piangea, tal ch'un ruscello 
parean le guancie, e '1 petto un Mongibello. 

XLI 

Pensier dicea die 1 cor m'aggiacci et ardi, 

e causi il duol che sempre il rode e lima, 

che debbo far, poi ch'io son giunto tardi, 

e ch'altri a corre il frutto e andato prima? 

a pena avuto io n'ho parole e sguardi, 

et altri n'ha tutta la spoglia opima. 

Se non ne tocca a me frutto ne fiore, 

perche affliger per lei mi vuo' piu il core ? 

XLII 

La verginella e simile alia rosa, 
ch'in bel giardin su la nativa spina 
mentre sola e sicura si riposa, 
ne gregge n pastor se le avicina; 
Taura soave e Talba rugiadosa, 
1'acqua, la terra al suo favor s'inchina: 
gioveni vaghi e donne inamorate 
amano averne e seni e tempie ornate. 

XLIII 

Ma non si tosto dal materno stelo 
rimossa viene, e dal suo ceppo verde, 
che quanto avea dagli uomini e dal cielo 
favor, grazia e bellezza, tutto perde. 
La vergine che '1 fior, di che piu zelo 
che de' begli occhi e de la vita aver de', 
lascia altrui corre, il pregio ch'avea inanti 
perde nel cor di tutti gli altri amanti. 



14 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

Sia vile agli altri, e da quel solo amata 
a cui di se" fece si larga copia. 
Ah, Fortuna crudel, Fortuna ingrata! 
trionfan gli altri, e ne moro io d'inopia. 
Dunque esser pu6 che non mi sia piii grata? 
dunque io posso lasciar mia vita propia? 
Ah piu tosto oggi manchino i di miei, 
ch'io viva piu, s'amar non debbo lei! 

XLV 

Se mi domanda alcun chi costui sia 
che versa sopra il rio lacrime tante, 
io dir6 ch'egli e il re di Circassia, 
quel d'amor travagliato Sacripante ; 
io diro ancor che di sua pena ria 
sia prima e sola causa essere amante, 
e pur un degli amanti di costei: 
e ben riconosciuto fa da lei. 

XLVI 

Appresso ove il sol cade, per suo amore 
venuto era dal capo d'Oriente; 
che seppe in India con suo gran dolore, 
come ella Orlando sequit6 in Ponente: 
poi seppe in Francia che Pimperatore 
sequestrata Tavea da Taltra gente, 
per darla alTun de j duo che contra il Moro 
piu quel giorno aiutasse i Gigli d'oro. 

XL VII 

Stato era in campo, e inteso avea di quella 
rotta crudel che dianzi ebbe re Carlo: 
cerco vestigio d' Angelica bella, 
ne potuto avea ancora ritrovarlo. 
Questa e dunque la trista e ria novella 
che d'amorosa doglia fa penarlo, 
affligger, lamentare e dir parole 
che di pieta potrian fermare il sole. 



CANTO PRIMO 15 

XLVIII 

Mentre costui cosi s'affligge e duole, 
e fa degli occhi suoi tepida fonte, 
e dice queste e molte altre parole, 
die non mi par bisogno esser racconte; 
Taventurosa sua fortuna vuole 
ch'alle orecchie d' Angelica sian conte: 
e cosi quel ne viene a un'ora, a un punto, 
ch'in mille anni o mai piu non e raggiunto. 

XLIX 

Con molta attenzion la bella donna 
al pianto, alle parole, al modo attende 
di colui ch'in amarla non assonna; 
ne questo e il primo di ch'ella Tintende: 
ma dura e fredda piu d'una colonna, 
ad averne pieta non per6 scende, 
come colei c'ha tutto il mondo a sdegno, 
e non le par ch'alcun sia di lei degno. 

L 

Pur tra quei boschi il ritrovarsi sola 
le fa pensar di tor costui per guida; 
che chi ne Facqua sta fin alia gola, 
ben e ostinato se merce non grida. 
Se questa occasione or se Finvola, 
non trovera mai piu scorta si fida; 
ch'a lunga prova conosciuto inante 
s'avea quel re fedel sopra ogni amante. 

LI 

Ma non pero disegna de Faffanno 
che lo distrugge alleggierir chi Tama, 
e ristorar d'ogni passato danno 
con quel piacer ch'ogni amator piu brama: 
ma alcuna finzione, alcuno inganno 
di tenerlo in speranza ordisce e trama; 
tanto ch'a quel bisogno se ne serva, 
poi torni all'uso suo dura e proterva. 



l6 ORLANDO FURIOSO 

LII 

E fuor di quel cespuglio oscuro e cieco 
fa di se bella et improvisa mostra, 
come di selva o fuor d'ombroso speco 
Diana in scena o Citerea si mostra; 
e dice alPapparir: Pace sia teco; 
teco difenda Dio la fama nostra, 
e non comporti, contra ogni ragione, 
ch'abbi di me si falsa opinione. 

LIU 

Non mai con tanto gaudio o stupor tanto 
levo gli occhi al figliuolo alcuna madre, 
ch'avea per morto sospirato e pianto, 
poi che senza esso udi tornar le squadre; 
con quanto gaudio il Saracin, con quanto 
stupor 1'alta presenza e le leggiadre 
maniere e il vero angelico sembiante, 
improviso apparir si vide inante. 

LIV 

Pieno di dolce e d'amoroso affetto, 
alia sua donna, alia sua diva corse, 
che con le braccia al collo il tenne stretto, 
quel ch'al Catai non avria fatto forse. 
Al patrio regno, al suo natio ricetto, 
seco avendo costui, 1'animo torse: 
subito in lei s'awiva la speranza 
di tosto riveder sua ricca stanza. 

LV 

Ella gli rende conto pienamente 
dal giorno che mandate fu da lei 
a domandar soccorso in Oriente 
al re de' Sericani Nabatei; 
e come Orlando la guard6 so vent e 
da morte, da disnor, da casi rei: 
e che '1 fior virginal cosi avea salvo, 
come se lo porto del materno alvo. 



CANTO PRIMO 17 

LVI 

Forse era ver, ma non pero credibile 
a chi del senso suo fosse signore; 
ma parve facilmente a lui possibile, 
ch'era perduto in via piu grave errore. 
Quel che Tuom vede, Amor gli fa invisibile, 
e 1'invisibil fa vedere Amore. 
Questo creduto fa; che J l miser suole 
dar facile credenza a quel che vuole. 

LVII 

Se mal si seppe il cavallier d'Anglante 
pigliar per sua sciochezza il tempo buono, 
il danno se ne avra; che da qui inante 
nol chiamera Fortuna a si gran dono : 
tra se tacito parla Sacripante 
ma io per imitarlo gia non sono, 
che lasci tanto ben che m'e concesso, 
e ch'a doler poi m'abbia di me stesso. 

LVIII 

Corr6 la fresca e matutina rosa, 
che, tardando, stagion perder potria. 
So ben ch'a donna non si pu6 far cosa 
che piu soave e piu piacevol sia, 
ancor che se ne mostri disdegnosa, 
e talor mesta e flebil se ne stia: 
non staro per repulsa o finto sdegno, 
ch'io non adombri e incarni il mio disegno. 

LIX 

Cosi dice egli; e mentre s'apparecchia 
al dolce assalto, un gran rumor che suona 
dal vicin bosco gl'intruona 1'orecchia, 
si che mal grado Timpresa abbandona, 
e si pon Telmo (ch'avea usanza vecchia 
di portar sempre armata la persona). 
Viene al destriero, e gli ripon la briglia: 
rimonta in sella e la sua lancia piglia. 



l8 ORLANDO FURIOSO 

LX 

Ecco pel bosco un cavallier venire, 
il cui sembiante e d'uom gagliardo e fiero: 
candido come nieve e il suo vestire, 
un bianco pennoncello ha per cimiero. 
Re Sacripante, che non puo patire 
che quel con rimportuno suo sentiero 
gli abbia interrotto il gran piacer ch'avea, 
con vista il guarda disdegnosa e rea. 

LXI 

Come e piii presso, lo sfida a battaglia; 
che crede ben fargli votar Tarcione. 
Quel che di lui non stimo gia che vaglia 
un grano meno, e ne fa paragone, 
1'orgogliose minaccie a mezzo taglia, 
sprona a un tempo, e la lancia in resta pone. 
Sacripante ritorna con tempesta, 
e corronsi a ferir testa per testa. 

LXII 

Non si vanno i leoni o i tori in salto 
a dar di petto, ad accozzar si crudi, 
si come i duo guerrieri al fiero assalto, 
che parimente si passar gli scudi. 
Fe' lo scontro tremar dal basso alPalto 
1'erbose valli insino ai poggi ignudi; 
e ben giov6 che fur buoni e perfetti 
gli osberghi si, che lor salvaro i petti. 

LXIII 

Gia non fero i cavalli un correr torto, 
anzi cozzaro a guisa di montoni: 
quel del guerrier pagan mori di corto, 
ch'era vivendo in numero de* buoni; 
quell'altro cadde ancor, ma fu risorto 
tosto ch'al fianco si senti gli sproni. 
Quel del re saracin rest6 disteso 
adosso al suo signor con tutto il peso. 



CANTO PRIMO 19 

LXIV 

L'incognito campion che rest6 ritto, 
e vide Taltro col cavallo in terra, 
stimando avere assai di quel conflitto, 
non si cur6 di rinovar la guerra; 
ma dove per la selva e il camin dritto, 
correndo a tutta briglia si disserra; 
e prima che di briga esca il pagano, 
un miglio o poco meno e gia lontano. 

LXV 

Qual istordito e stupido aratore, 
poi ch'e passato il fulmine, si leva 
di la dove Taltissimo fragore 
appresso ai morti buoi steso Paveva; 
che mira senza fronde e senza onore 
il pin che di lontan veder soleva: 
tal si Iev6 il pagano a pie rimaso, 
Angelica presente al duro caso. 

LXVI 

Sospira e geme, non perche Tannoi 
che piede o braccia s'abbi rotto o mosso, 
ma per vergogna sola, ohde a' di suoi 
ne pria ne dopo il viso ebbe si rosso : 
e piu, ch'oltre al cader, sua donna poi 
fu che gli tolse il gran peso d'adosso. 
Muto restava, mi cred'io, se quella 
non gli rendea la voce e la favella. 

LXVII 

Deh! diss'ella signor, non vi rincresca! 

che del cader non e la colpa vostra, 

ma del cavallo, a cui riposo et esca 

meglio si convenia che nuova giostra. 

N6 percid quel guerrier sua gloria accresca; 

che d'esser stato il perditor dimostra: 

cosi, per quel ch'io me ne sappia, stimo, 

quando a lasciare il campo e stato primo. 



20 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

Mentre costei conforta il Saracino, 
ecco col corno e con la tasca al fianco, 
galoppando venir sopra un ronzino 
un messaggier che parea afflitto e stance; 
che come a Sacripante fu vicino, 
gli domand6 se con un scudo bianco 
e con un bianco pennoncello in testa 
vide un guerrier passar per la foresta. 

LXIX 

Rispose Sacripante : Come vedi, 
m'ha qui abbattuto, e se ne parte or ora; 
e perch'io sappia chi m'ha messo a piedi, 
fa che per nome io lo conosca ancora. 
Et egli a lui : Di quel che tu mi chiedi, 

10 ti satisfar6 senza dimora: 

tu dei saper che ti Iev6 di sella 
Talto valor d'una gentil donzella. 

LXX 

Ella e gagliarda et e piii bella molto ; 
ne il suo famoso nome anco t'ascondo: 
fu Bradamante'quella che t'ha tolto 
quanto onor mai tu guadagnasti al mondo. 
Poi ch'ebbe cosi detto, a freno sciolto 

11 Saracin Iasci6 poco giocondo, 

che non sa che si dica o che si faccia, 
tutto awampato di vergogna in faccia. 

LXXI 

Poi che gran pezzo al caso intervenuto 
ebbe pensato invano, e finalmente 
si trov6 da una femina abbattuto, 
che pensandovi piu, piii dolor sente; 
mont6 1'altro destrier, tacito e muto: 
e senza far parola, chetamente 
tolse Angelica in groppa, e differilla 
a piu lieto uso, a stanza piu tranquilla. 



CANTO PRIMO 
LXXII 

Non furo iti duo miglia, che sonare 
odon la selva che li cinge intorno, 
con tal rumore e strepito, che pare 
che triemi la foresta d'ogn'intorno ; 
e poco dopo un gran destrier n'appare, 
d'oro guernito e riccamente adorno, 
che salta macchie e rivi, et a fracasso 
arbori mena e cio che vieta il passo. 

LXXIII 

Se Tintricati rami e 1'aer fosco 
disse la donna agli occhi non contende, 
Baiardo e quel destrier ch'in mezzo il bosco 
con tal rumor la chiusa via si fende. 
Questo e certo Baiardo, io '1 riconosco: 
deh, come ben nostro bisogno intende! 
ch'un sol ronzin per dui saria mal atto, 
e ne viene egli a satisfarci ratto. 

LXXIV 

Smonta il Circasso et al destrier s'accosta, 
e si pensava dar di mano al freno. 
Colle groppe il destrier gli fa risposta, 
che fu presto a girar come un baleno; 
ma non arriva dove i calci apposta: 
misero il cavallier se giungea a pieno! 
che nei calci tal possa avea il cavallo, 
ch/avria spezzato un monte di metallo. 

LXXV 

Indi va mansueto alia donzella, 
con umile sembiante e gesto umano, 
come intorno al padrone il can saltella, 
che sia duo giorni o tre stato lontano. 
Baiardo ancora avea memoria d'ella, 
ch'in Albracca il servia gia di sua mano 
nel tempo che da lei tanto era amato 
Rinaldo, allor crudele, allor ingrato. 



22 ORLANDO FURIOSO 

LXXVI 

Con la sinistra man prende la briglia, 
con Paltra tocca e palpa il collo e '1 petto; 
quel destrier, ch'avea ingegno a maraviglia, 
a lei, come un agnel, si fa suggetto. 
Intanto Sacripante il tempo piglia: 
monta Baiardo, e Purta e lo tien stretto. 
Del ronzin disgravato la donzella 
lascia la groppa, e si ripone in sella. 

LXXVII 

Poi rivolgendo a caso gli occhi, mira 
venir sonando d'arme un gran pedone. 
Tutta s'awampa di dispetto e d'ira, 
che conosce il figliuol del duca Amone. 
Piu che sua vita Pama egli e desira; 
1'odia e fugge ella piu che gru falcone, 
Gia fu ch'esso odi6 lei piu che la morte; 
ella am6 lui: or han cangiato sorte. 

LXXVIII 

E questo hanno causato due fontane 
che di diverso effetto hanno liquore, 
ambe in Ardenna, e non sono lontane : 
d'amoroso disio Tuna empie il core; 
chi bee de 1'altra, senza amor rimane, 
e volge tutto in ghiaccio il primo ardore. 
Rinaldo gust6 d'una, e amor lo strugge: 
Angelica de 1'altra, e Podia e fugge. 

LXXIX 

Quel liquor di secreto venen misto, 
che muta in odio 1'amorosa cura, 
fa che la donna che Rinaldo ha visto, 
nei sereni occhi subito s'oscura; 
e con voce tremante e viso tristo 
supplica Sacripante e lo scongiura 
che quel guerrier piu appresso non attenda, 
ma ch'insieme con lei la fuga prenda. 



CANTO PRIMO 23 

LXXX 

Son dunque, disse il Saracino sono 

dmxque in si poco credito con vui, 

che mi stimiate inutile, e non buono 

da potervi difender da costui ? 

Le battaglie d'Albracca gia yi sono 

di mente uscite, e la notte ch'io fui 

per la salute vostra, solo e nudo, 

contra Agricane e tutto il campo, scudo ? 

LXXXI 

Non risponde ella, e non sa che si faccia, 
perche Rinaldo ormai Pe troppo appresso, 
che da lontano al Saracin minaccia, 
come vide il cavallo e conobbe esso, 
e riconobbe Pangelica faccia 
che P amoroso incendio in cor gli ha messo. 
Quel che segui tra questi duo superbi 
vo' che per Faltro canto si riserbi. 



24 ORLANDO FURIOSO 



CANTO SECONDO 



I 

Ingiustissimo Amor, perche si raro 
corrispondenti fai nostri desiri ? 
onde, perfido, awien che t'e si caro 
il discorde voler ch'in duo cor miri ? 
Gir non mi lasci al facil guado e chiaro, 
e nel piu cieco e maggior fondo tin: 
da chi disia il mio amor tu mi richiami, 
e chi m'ha in odio vuoi ch'adori et ami. 

ii 

Fai ch'a Rinaldo Angelica par bella, 
quando esso a lei brutto e spiacevol pare: 
quando le parea bello e I'amava ella, 
egli odio lei quanto si pu6 piu odiare. 
Ora s'affigge indarno e si flagella; 
cosi renduto ben gli e pare a pare: 
ella 1'ha in odio, e 1'odio e di tal sorte, 
che piu tosto che lui vorria la morte. 

Ill 

Rinaldo al Saracin con molto orgoglio 
grid6 : Scendi, ladron, del mio cavallo ! 
Che mi sia tolto il mio, patir non soglio, 
ma ben fo, a chi lo vuol, caro costallo: 
e levar questa donna anco ti voglio, 
che sarebbe a lasciartela gran fallo. 
Si perfetto destrier, donna si degna 
a un ladron non mi par che si convegna. - 



CANTO SECONDO 25 

IV 

Tu te ne menti che ladrone io sia 
rispose il Saracin non meno altiero 

chi dicesse a te ladro, lo diria 
(quanto io n'odo per fama) piu con vero. 
La pruova or si vedra, chi di noi sia 
piu degno de la donna e del destriero; 
ben che, quanto a lei, teco io mi convegna 
che non e cosa al mondo altra si degna. 

v 

Come soglion talor duo can mordenti, 
o per invidia o per altro odio mossi, 
avicinarsi digrignando i denti, 
con occhi bieci e piu che bracia rossi; 
indi a' morsi venir, di rabbia ardenti, 
con aspri ringhi e ribuffati dossi: 
cosi alle spade e dai gridi e da Tonte 
venne il Circasso e quel di Chiaramonte. 

VI 

A piedi e Tun, Paltro a cavallo: or quale 
credete ch'abbia il Saracin vantaggio ? 
Ne ve n'ha pero alcun; che cosi vale 
forse ancor men ch'uno inesperto paggio; 
che '1 destrier per instinto naturale 
non volea fare al suo signore oltraggio: 
ne con man ne con spron potea il Circasso 
farlo a volunta sua muover mai passo. 

VII 

Quando crede cacciarlo, egli s'arresta; 
e se tener lo vuole, o corre o trotta: 
poi sotto il petto si caccia la testa, 
giuoca di schiene e mena calci in frotta. 
Vedendo il Saracin ch'a domar questa 
bestia superba era mal tempo allotta, 
ferma le man sul primo arcione e s'alza, 
e dal sinistro fianco in piede sbalza. 



26 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Sciolto che fu il pagan con leggier salto 

da 1'ostinata furia di Baiardo, 

si vide cominciar ben degno assalto 

d'un par di cavallier tanto gagliardo. 

Suona Tun brando e 1'altro, or basso or alto: 

il martel di Vulcano era piii tardo 

ne la spelunca affumicata, dove 

battea all'incude i folgori di Giove. 

IX 

Fanno or con lunghi, ora con finti e scarsi 
colpi veder che mastri son del giuoco: 
or li vedi ire altieri, or rannicchiarsi, 
ora coprirsi, ora mostrarsi un poco, 
ora crescere inanzi, ora ritrarsi, 
ribatter colpi, e spesso lor dar loco, 
girarsi intorno ; e donde 1'uno cede, 
1'altro aver posto immantinente il piede. 



Ecco Rinaldo' con la spada adosso 

a Sacripante tutto s'abbandona; 

e quel porge lo scudo, ch'era d'osso, 

con la piastra d'acciar temprata e buona. 

Taglial Fusberta, ancor che molto grosso : 

ne geme la foresta e ne risuona. 

L'osso e Pacciar ne va che par di ghiaccio, 

e lascia al Saracin stordito il braccio. 

XI 

Quando vide la timida donzella 
dal fiero colpo uscir tanta ruina, 
per gran timor cangi6 la faccia bella, 
qual il reo ch'al supplicio s'awicina; 
ne le par che vi sia da tar dar, s'ella 
non vuol di quel Rinaldo esser rapina, 
di quel Rinaldo ch'ella tanto odiava, 
quanto esso lei miseramente amava. 



CANTO SECONDO 27 

XII 

Volta il cavallo, e ne la selva folta 

10 caccia per un aspro e stretto calle: 
e spesso il viso smorto a dietro volta; 
che le par che Rinaldo abbia alle spalle. 
Fuggendo non avea fatto via molta, 
che scontr6 un eremita in una valle, 
ch'avea lunga la barba a mezzo il petto, 
devoto e venerabile d'aspetto. 

XIII 

Dagli anni e dal digiuno attenuato, 
sopra un lento asinel se ne veniva; 
e parea, piu ch'alcun fosse mai stato, 
di conscienza scrupulosa e schiva. 
Come egli vide il viso delicato 
de la donzella che sopra gli arriva, 
debil quantunque e mal gagliarda fosse, 
tutta per carita se gli commosse. 

XIV 

La donna al fraticel chiede la via 
che la conduca ad un porto di mare, 
perche levar di Francia si vorria 
per non udir Rinaldo nominare. 

11 frate, che sapea negromanzia, 
non cessa la donzella confortare 
che presto la trarra d'ogni periglio; 
et ad una sua tasca die di piglio. 

xv 

Trassene un libro, e mostr6 grande effetto; 
che legger non fini la prima faccia, 
ch'uscir fa un spirto in forma di valletto, 
e gli commanda quanto vuol ch'el faccia. 
Quel se ne va, da la scrittura astretto, 
dove i dui cavallieri a faccia a faccia 
eran nel bosco, e non stavano al rezzo; 
fra' quali entr6 con grande audacia in mezzo. 



28 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Per cortesia, disse un di voi mi mostre, 

quando anco uccida 1'altro, che gli vaglia: 

che merto avrete alle fatiche vostre, 

finita che tra voi sia la battaglia, 

se 3 1 conte Orlando, senza liti o giostre, 

e senza pur aver rotta una maglia, 

verso Parigi mena la donzella 

che v'ha condotti a questa pugna fella? 

XVII 

Vicino un miglio ho ritrovato Orlando 
che ne va con Angelica a Parigi, 
di voi ridendo insieme, e mottegiando 
che senza frutto alcun siate in litigi. 
II meglio forse vi sarebbe, or quando 
non son piu lungi, a seguir lor vestigi; 
che s'in Parigi Orlando la puo avere, 
non ve la lascia mai piu rivedere. 

XVIII 

Veduto avreste i cavallier turbarsi 
a quel annunzio, e mesti e sbigottiti, 
senza occhi e senza mente nominarsi, 
che gli avesse il rival cosi scherniti; 
ma il buon Rinaldo al suo cavallo trarsi 
con sospir che parean del fuoco usciti, 
e giurar per isdegno e per furore, 
se giungea Orlando, di cavargli il core. 

XIX 

E dove aspetta il suo Baiardo, passa, 
e sopra vi si lancia, e via galoppa, 
ne al cavallier, ch'a pie nel bosco lassa, 
pur dice a Dio, non che lo 'nviti in groppa. 
L'animoso cavallo urta e fracassa, 
punto dal suo signor, cio ch'egli 'ntoppa: 
non ponno fosse o fiumi o sassi o spine 
far che dal corso il corridor decline. 



CANTO SECONDO 29 

XX 

Signer, non voglio che vi paia strano 
se Rinaldo or si tosto il destrier piglia, 
che gia piu giorni ha seguitato invano, 
ne gli ha possuto mai toccar la briglia. 
Fece il destrier, ch'avea intelletto umano, 
non per vizio seguirsi tante miglia, 
ma per guidar dove la donna giva, 
il suo signor, da chi bramar Pudiva. 

XXI 

Quando ella si fuggi dal padiglione, 
la vide et appostolla il buon destriero, 
che si trovava aver v6to Tarcione, 
pero che n'era sceso il cavalliero 
per combatter di par con un barone, 
che men di lui non era in arme fiero; 
poi ne seguit6 Forme di lontano, 
bramoso porla al suo signor e in mano. 

XXII 

Bramoso di ritrarlo ove fosse ella, 
per la gran selva inanzi se gli messe; 
ne lo volea lasciar montare in sella, 
perche ad altro camin non lo volgesse. 
Per lui trov6 Rinaldo la donzella 
una e due volte, e mai non gli successe; 
che fu da Ferrau prima impedito, 
poi dal Circasso, come avete udito. 

XXIII 

Ora al demonio che mostro a Rinaldo 

de la donzella li falsi vestigi, 

credette Baiardo anco, e stette saldo 

e mansueto ai soliti servigL 

Rinaldo il caccia, d'ira e d'amor caldo, 

a tutta briglia, e sempre inver Parigi; 

e vola tanto col disio, che lento, 

non ch'un destrier, ma gli parrebbe il vento. 



30 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

La notte a pena di seguir rimane, 
per affrontarsi col signor cTAnglante: 
tanto ha creduto alle parole vane 
del messaggier del cauto negromante, 
Non cessa cavalcar sera e dimane, 
che si vede apparir la terra avante, 
dove re Carlo, rotto e mal condutto, 
con le reliquie sue s'era ridutto: 

xxv 

e perche dal re d j Africa battaglia 
et assedio v'aspetta, usa gran cura 
a raccor buona gente e vettovaglia, 
far cavamenti e riparar le mura. 
Cio ch'a difesa spera che gli vaglia, 
senza gran diferir, tutto procura: 
pensa mandare in Inghilterra, e trarne 
gente onde possa un novo campo fame; 

XXVI 

che vuole uscir di nuovo alia campagna, 
e ritentar la sorte de la guerra. 
Spaccia Rinaldo subito in Bretagna, 
Bretagna che fu poi detta Inghilterra. 
Ben de Fandata il paladin si lagna: 
non ch'abbia cosi in odio quella terra; 
ma perch6 Carlo il manda allora allora, 
ne pur lo lascia un giorno far dimora. 

XXVII 

Rinaldo mai di ci6 non fece meno 

volentier cosa; poi che fu distolto 

di gir cercando il bel viso sereno 

che gli avea il cor di mezzo il petto tolto: 

ma, per ubidir Carlo, nondimeno 

a quella via si fu subito volto, 

et a Calesse in poche ore trovossi; 

e giunto, il di medesimo imbarcossi. 



CANTO SECONDO 31 

XXVIII 

Contra la volunta d'ogni nocchiero, 
pel gran desir che di tornare avea, 
entr6 nel mar ch'era turbato e fiero, 
e gran procella minacciar parea. 
II Vento si sdegn6, che da 1'altiero 
sprezzar si vide; e con tempesta rea 
sollevb il mar intorno, e con tal rabbia, 
che gli mandc- a bagnar sino alia gabbia. 

XXIX 

Calano tosto i marinari accorti 

le maggior vele, e pensano dar volta, 

e ritornar ne li medesmi porti 

donde in mal punto avean la nave sciolta. 

Non convien dice il Vento ch'io comporti 

tanta licenzia che v'avete tolta ; 

e soffia e grida e naufragio minaccia, 

s'altrove van, che dove egli li caccia. 

xxx 

Or a poppa, or all'orza hann' il crudele, 
che mai non cessa, e vien piu ognor crescendo: 
essi di qua di la con umil vele 
vansi aggirando, e Talto mar scorrendo. 
Ma perch6 varie fila a varie tele 
uopo mi son, che tutte ordire intendo, 
lascio Rinaldo e Fagitata prua, 
e torno a dir di Bradamante sua. 

XXXI 

lo parlo di quella inclita donzella, 
per cui re Sacripante in terra giacque, 
che di questo signer degna sorella, 
del duca Amone e di Beatrice nacque. 
La gran possanza e il molto ardir di quella 
non meno a Carlo e tutta Francia piacque 
(che piu d'un paragon ne vide saldo), 
che '1 lodato valor del buon Rinaldo. 



32 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

La donna amata fu da un cavalliero 
che d' Africa passo col re Agramante, 
che partori del seme di Ruggiero 
la disperata figlia d'Agolante: 
e costei, che ne d'orso ne di fiero 
leone usci, non sdegno tal amante; 
ben che concesso, fuor che vedersi una 
volta e parlarsi, non ha lor Fortuna. 

XXXIII 

Quindi cercando Bradamante gia 

Pamante suo, ch'avea nome dal padre, 

cosi sicura senza compagnia, 

come avesse in sua guardia mille squadre: 

e fatto ch'ebbe il re di Circassia 

battere il volto de 1'antiqua madre, 

travers6 un bosco, e dopo il bosco un monte, 

tanto che giunse ad una bella fonte. 

xxxiv 

La fonte discorrea per mezzo un prato, 
d'arbori antiqui e di belPombre adorno, 
ch'i viandanti col mormorio grato 
a ber invita e a far seco soggiorno : 
un culto monticel dal manco lato 
le difende il calor del mezzo giorno. 
Quivi, come i begli occhi prima torse, 
d'un cavallier la giovane s'accorse; 

xxxv 

d'un cavallier, ch'alPombra d'un boschetto, 
nel margin verde e bianco e rosso e giallo 
sedea pensoso, tacito e soletto 
sopra quel chiaro e liquido cristallo. 
Lo scudo non lontan pende e 1'elmetto 
dal faggio, ove legato era il cavallo ; 
et avea gli occhi molli e '1 viso basso, 
e si mostrava addolorato e lasso. 



CANTO SECONDO 33 

XXXVI 

Questo disir, ch'a tutti sta nel core, 

de' fatti altrui sempre cercar novella, 

fece a quel cavallier del suo dolore 

la cagion domandar da la donzella. 

Egli Taperse e tutta mostrb fuore, 

dal cortese parlar mosso di quella, 

e dal sembiante altier, ch'al primo sguardo 

gli sembr6 di guerrier molto gagliardo. 

XXXVII 

E cominci6 : Signor, io conducea 

pedoni e cavallieri, e venia in campo 

la dove Carlo Marsilio attendea, 

perch'al scender del monte avesse inciampo; 

e una giovane bella meco avea, 

del cui fervido amor nel petto avampo: 

e ritrovai presso a Ro donna armato 

un che frenava un gran destriero alato. 

XXXVIII 

Tosto che '1 ladro, o sia mortale, o sia 
una de 1'infernali anime orrende, 
vede la bella e cara. donna mia; 
come falcon che per ferir discende, 
cala e poggia in uno atimo, e tra via 
getta le mani, e lei smarrita prende. 
Ancor non m'era accbrto de 1'assalto, 
che de la donna io senti' il grido in alto. 

xxxix 

Cosi il rapace nibio furar suole 
il misero pulcin presso alia chioccia, 
che di sua inawertenza poi si duole, 
e invan gli grida e invan dietro gli croccia. 
Io non posso seguir un uom che vole, 
chiuso tra' monti, a pie d'un'erta roccia: 
stanco ho il destrier, che muta a pena i passi 
ne Taspre vie de' faticosi sassi. 



34 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Ma, come quel che men curato avrei 
vedermi trar di mezzo il petto il core, 
lasciai lor via seguir quegli altri miei, 
senza mia guida e senza alcun rettore: 
per gli scoscesi poggi e manco rei 
presi la via che mi mostrava Amore, 
e dove mi parea che quel rapace 
portassi il mio conforto e la mia pace. 

XLI 

Sei giorni me n'andai matina e sera 
per baize e per pendici orride e strane, 
dove non via, dove sentier non era, 
dove ne segno di vestigie umane; 
poi giunse in una valle inculta e fiera, 
di ripe cinta e spaventose tane, 
che nel mezzo s'un sasso avea un castello 
forte e ben posto, a maraviglia bello. 

XLII 

Da lungi par che come fiamma lustri, 
ne sia di terra cotta, ne di marmi. 
Come piu m'avicino ai muri illustri, 
Popra piu bella e piu mirabil parmi. 
E seppi poi, come i demoni industri, 
da suffumigi tratti e sacri carmi, 
tutto d'acciaio avean cinto il bel loco, 
temprato alPonda et allo stigio foco. 

XLIII 

Di si forbito acciar luce ogni torre, 
che non vi pu6 n6 ruggine n6 macchia. 
Tutto il paese giorno e notte scorre, 
e poi la dentro il rio ladron s'immacchia. 
Cosa non ha ripar che voglia t6rre: 
sol dietro invan se li bestemia e gracchia. 
Quivi la donna, anzi il mio cor mi tiene, 
che di mai ricovrar lascio ogni spene. 



CANTO SECONDO 35 

XLIV 

Ah lasso! che poss'io piu che mirare 
la rocca lungi, ove il mio ben m'& chiuso ? 
come la volpe, che '1 figlio gridare 
nel nido oda de Faquila di giuso, 
s'aggira intorno, e non sa che si fare, 
poi che Tali non ha da gir la suso. 
Erto & quel sasso si, tale e il castello, 
che non vi puo salir chi non e augello. 

XLV 

Mentre io tardava quivi, ecco venire 
duo cavallier ch'avean per guida un nano, 
che la speranza aggiunsero al desire; 
ma ben fu la speranza e il desir vano. 
Ambi erano guerrier di sommo ardire: 
era Gradasso Tun, re sericano; 
era 1'altro Ruggier, giovene forte, 
pregiato assai ne Tafricana corte. 

XLVI 

((Vengon mi disse il nano per far pruova 
di lor virtu col sir di quel castello, 
che per via strana, inusitata e nuova 
cavalca armato il quadrupede augello. 
Deh, signor,)> dissi io lor pieta vi muova 
del duro caso mio spietato e fello! 
Quando, come ho speranza, voi vinciate, 
vi prego la mia donna mi rendiate. 

XLVII 

E come mi fu tolta lor narrai, 
con lacrime affermando il dolor mio. 
Quei, lor merce, mi proferiro assai, 
e giu calaro il poggio alpestre e rio. 
Di lontan la battaglia io riguardai, 
pregando per la lor vittoria Dio. 
Era sotto il castel tanto di piano, 
quanto in due volte si puo trar con mano. 



36 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

Poi che fur giunti a pie de Palta rocca, 
Puno e Faltro volea combatter prima; 
pur a Gradasso, o fosse sorte, tocca, 
o pur che non ne fe' Ruggier piu stima. 
Quel Serican si pone il corno a bocca: 
rimbomba il sasso e la fortezza in cima. 
Ecco apparire il cavalliero armato 
fuor de la porta, e sul cavallo alato. 

XLIX 

Comincio a poco a poco indi a levarse, 
come suol far la peregrina grue, 
che corre prima, e poi vediamo alzarse 
alia terra vicina un braccio o due; 
e quando tutte sono alParia sparse, 
velocissime mostra Tale sue. 
Si ad alto il negromante batte Tale, 
ch'a tanta altezza a pena aquila sale. 

L 

Quando gli parve poi, volse il destriero, 
che chiuse i vanni e venne a terra a piombo, 
come casca dal ciel falcon maniero 
che levar veggia 1'anitra o il Colombo. 
Con la lancia arrestata il cavalliero 
1'aria fendendo vien d'orribil rombo. 
Gradasso a pena del calar s'avede, 
che se lo sente addosso e che lo fiede. 

Li 

Sopra Gradasso il mago Pasta roppe; 
feri Gradasso il vento e Tana vana: 
per questo il volator non interroppe 
il batter 1'ale, e quindi s'allontana. 
II grave scontro fa chinar le groppe 
sul verde prato alia gagliarda alfana. 
Gradasso avea una alfana, la piu bella 
e la miglior che mai portasse sella. 



CANTO SECONDO 37 

LII 

Sin alle stelle il volator trascorse; 
indi girossi e torno in fretta al basso, 
e percosse Ruggier che non s'accorse, 
Ruggier che tutto intento era a Gradasso. 
Ruggier del grave colpo si distorse, 
e '1 suo destrier piu rinculo d'un passo: 
e quando si volto per hii ferire, 
da se lontano il vide al ciel salire. 

LIII 

Or su Gradasso, or su Ruggier percote 
ne la fronte, nel petto e ne la schiena, 
e le botte di quei lascia ognor vote, 
per che e si presto, che si vede a pena. 
Girando va con spaziose rote, 
e quando all'uno accenna, all'altro mena: 
alPuno e alPaltro si gli occhi abbarbaglia, 
che non ponno veder donde gli assaglia. 

LIV 

Fra duo guerrieri in terra et uno in cielo 

la battaglia duro sin a quella ora 

che spiegando pel mondo oscuro velo 

tutte le belle cose discolora. 

Fu quel ch'io dico, e non v'aggiungo un pelo: 

io '1 vidi, i' J l so: ne m'assicuro ancora 

di dirlo altrui; che questa maraviglia 

al falso piu ch'al ver si rassimiglia. 

LV 

D'un bel drappo di seta avea coperto 
lo scudo in braccio il cavallier celeste. 
Come avesse, non so, tanto sofferto 
di tenerlo nascosto in quella veste; 
ch'immantinente che lo mostra aperto, 
forza e chi '1 mira abbarbagliato reste, 
e cada come corpo morto cade, 
e venga al negromante in potestade. 



38 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Splende lo scudo a guisa di piropo, 

e luce altra non e tanto lucente. 

Cadere in terra allo splendor fu d'uopo 

con gli occhi abbacinati, e senza mente. 

Perdei da lungi anch'io li sensi, e dopo 

gran spazio mi riebbi finalmente; 

ne piu i guerrier ne piii vidi quel nano, 

ma v6to il campo, e scuro il monte e il piano. 

LVII 

Pensai per questo che Tincantatore 
avesse amendui colti a un tratto insieme, 
e tolto per virtu de lo splendore 
la libertade alloro, e a me la speme. 
Cosi a quel loco, che chiudea il mio core, 
dissi, partendo, le parole estreme. 
Or giudicate s'altra pena ria, 
che causi Amor, pu6 pareggiar la mia. 

LVIII 

Ritorn6 il cavallier nel primo duolo, 
fatta che n'ebbe la cagion palese. 
Questo era il conte Pinabel, figliuolo 
d'Anselmo d'Altaripa, maganzese; 
che tra sua gente scelerata, solo 
leale esser non volse ne cortese, 
ma ne li vizii abominandi e brutti 
non pur gli altri adegu6, ma passo tutti. 

LIX 

La bella donna con diverso aspetto 
stette ascoltando il Maganzese cheta; 
che come prima di Ruggier fu detto, 
nel viso si mostr6 piu che mai lieta: 
ma quando senti poi ch'era in distretto, 
turbossi tutta d'amorosa pieta; 
ne per una o due volte contentosse 
che ritornato a replicar le fosse. 



CANTO SECONDO 39 

LX 

E poi ch'al fin le parve esserne chiara, 
gli disse : Cavallier, datti riposo, 
che ben puo la mia giunta esserti cara, 
parerti questo giorno aventuroso. 
Andiam pur tosto a quella stanza avara 
che si ricco tesor ci tiene ascoso; 
n6 spesa sara invan questa fatlca, 
se Fortuna non m'e troppo nemica. 

LXI 

Rispose il cavallier: Tu v6i ch'io passi 
di nuovo i monti, e mostriti la via? 
A me molto non e perdere i passi, 
perduta avendo ogni altra cosa mia; 
ma tu" per baize e ruinosi sassi 
cerchi entrar in pregione; e cosi sia. 
Non hai di che dolerti di me poi 
ch'io tel predico, e tu pur gir vi v6i. 

LXII 

Cosi dice egli, e torna al suo destriero, 
e di quella animosa si fa guida, 
che si mette a periglio per Ruggiero, 
che la pigli quel mago o che la ancida. 
In questo, ecco alle spalle il messaggiero, 
ch' : Aspetta, aspetta! a tutta voce grida, 
il messaggier da chi il Circasso intese 
che costei fu ch'alPerba lo distese. 

LXIII 

A Bradamante il messaggier novella 
di Mompolier e di Narbona porta, 
ch'alzato li stendardi di Castella 
avean, con tutto il lito d'Acquamorta; 
e che Marsilia, non v'essendo quella 
che la dovea guardar, mal si conforta, 
e consiglio e soccorso le domanda 
per questo messo, e se le raccomanda. 



40 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Questa cittade, e intorno a molte miglia 
cio che fra Varo e Rodano al mar siede, 
avea Fimperator dato alia figlia 
del duca Amon, in ch'avea speme e fede; 
pero che '1 suo valor con maraviglia 
riguardar suol, quando armeggiar la vede. 
Or, com'io dico, a domandar aiuto 
quel messo da Marsilia era venuto. 

LXV 

Tra si e no la giovane suspesa, 
di voler ritornar dubita un poco : 
quinci 1'onore e il debito le pesa, 
quindi Pincalza T amoroso foco. 
Fermasi al fin di seguitar I'impresa, 
e trar Ruggier de 1'incantato loco ; 
e quando sua virtu non possa tanto, 
almen restargli prigionera a canto. 

LXVI 

E fece iscusa tal, che quel messaggio 
parve contento rimanere e cheto. 
Indi giro la briglia al suo viaggio, 
con Pinabel che non ne parve lieto; 
che seppe esser costei di quel lignaggio 
che tanto ha in odio in publico e in secreto: 
e gia s'avisa le future angosce, 
se lui per maganzese ella conosce. 

LXVII 

Tra casa di Maganza e di Chiarmonte 
era odio antico e inimicizia intensa; 
e piu volte s'avean rotta la fronte, 
e sparso di lor sangue copia immensa: 
e pero nel suo cor 1'iniquo conte 
tradir 1'incauta giovane si pensa; 
o, come prima commodo gli accada, 
lasciarla sola, e trovar altra strada. 



CANTO SECONDO 41 

LXVIII 

E tanto gli occup6 la fantasia 

il native odio, il dubbio e la paura, 

ch'inavedutamente usci di via, 

e ritrovossi in una selva oscura, 

che nel mezzo avea un monte che finia 

la nuda cima in una pietra dura; 

e la figlia del duca di Dor dona 

gli e sempre dietro, e mai non Pabandona. 

LXIX 

Come si vide il Maganzese al bosco, 
pens6 torsi la donna da le spalle. 
Disse: Prima che '1 ciel torni piu fosco, 
verso uno albergo e meglio farsi il calle. 
Oltra quel monte, s'io lo riconosco, 
siede un ricco castel giu ne la valle. 
Tu qui m'aspetta; che dal nudo scoglio 
certificar con gli occhi me ne voglio, 

LXX 

Cosi dicendo, alia cima superna 
del solitario monte il destrier caccia, 
mirando pur s'alcuna via discerna, 
come lei possa tor da la sua traccia. 
Ecco nel sasso truova una caverna, 
che si profonda piu di trenta braccia. 
Tagliato a picchi et a scarp elli il sasso 
scende giu al dritto, et ha una porta al basso. 

LXXI 

Nel fondo avea una porta ampla e capace, 
ch'in maggior stanza largo adito dava; 
e fuor n'uscia splendor, come di face 
ch'ardesse in mezzo alia montana cava. 
Mentre quivi il fellon suspeso tace, 
la donna, che da lungi il seguitava 
(perche* perderne Forme si temea), 
alia spelonca gli sopragiungea. 



42 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

Poi che si vide il traditore uscire, 
quel ch'avea prima disegnato, invano, 
o da se torla, o di farla morire, 
nuovo argumento imaginossi e strano. 
Le si fe' incontra, e su la fe' salire 
la dove il monte era forato e vano; 
e le disse ch'avea visto nel fondo 
una donzella di viso giocondo, 

LXXIII 

ch j a' bei sembianti et alia ricca vesta 
esser parea di non ignobil grade; 
ma quanto piu potea turbata e mesta, 
mostrava esservi chiusa suo mal grado : 
e per saper la condizion di questa, 
ch'avea gia cominciato a entrar nel guado; 
e che era uscito de Tmterna grotta 
un che dentro a furor Favea ridotta. 

LXXIV 

Bradamante, che come era animosa, 
cosl malcauta, a Pinabel die fede; 
e d'aiutar la donna, disiosa, 
si pensa come por cola giu il piede. 
Ecco d'un olmo alia cima frondosa 
volgendo gli occhi, un lungo ramo vede; 
e con la spada quel subito tronca, 
e lo declina giu ne la spelonca. 

LXXV 

Dove e tagliato, in man lo raccomanda 
a Pinabello, e poscia a quel s'apprende: 
prima giu i piedi ne la tana manda, 
e su le braccia tutta si suspende. 
Sorride Pinabello, e le domanda 
come ella salti; e le man apre e stende, 
dicendole : Qui fosser teco insieme 
tutti li tuoi, ch'io ne spegnessi il seme! 



CANTO SECONDO 43 

LXXVI 

Non come volse Pinabello avenue 
de Pinnocente giovane la sorte; 
perche, gru diroccando, a ferir venne 
prima nel fondo il ramo saldo e forte. 
Ben si spezzo, ma tanto la sostenne, 
che '1 suo favor la libero da morte. 
Giacque stordita la donzella alquanto, 
come io vi seguiro ne Paltro canto. 



44 ORLANDO FURIOSO 



CANTO TERZO 



I 

Chi mi dara la voce e le parole 
convenient! a si nobil suggetto ? 
chi Tale al verso prestera, che vole 
tanto ch'arrivi all'alto mio concetto? 
Molto maggior di quel furor che suole, 
ben or convien che mi riscaldi il petto; 
che questa parte al mio signer si debbe, 
che canta gli avi onde 1'origine ebbe: 

ii 

di cui fra tutti li signori illustri, 

dal ciel sortiti a governar la terra, 

non vedi, o Febo, che '1 gran mondo lustri, 

piu gloriosa stirpe o in pace o in guerra; 

ne che sua nobiltade abbia piu lustri 

servata, e servara (s'in me non erra 

quel profetico lume che m'inspiri) 

fin che d'intorno al polo il ciel s'aggiri. 

in 

E volendone a pien dicer gli onori, 
bisogna non la mia, ma quella cetra 
con che tu dopo i gigantei furori 
rendesti grazia al regnator de Petra. 
S'instrumenti avro mai da te migliori, 
atti a sculpire in cosi degna pietra, 
in queste belle imagini disegno 
porre ogni mia fatica, ogni mio ingegno. 



CANTO TERZO 45 

IV 

Levando intanto queste prime rudi 
scaglie n'andr6 con lo scarpello inetto: 
forse ch'ancor con piu solerti studi 
poi ridurr6 questo lavor perfetto. 
Ma ritorniamo a quello, a cui ne scudi 
potran ne usberghi assicurare il petto: 
parlo di Pinabello di Maganza, 
che d'uccider la donna ebbe speranza. 



II traditor pens6 che la donzella 
fosse ne Talto precipizio morta; 
e con pallida faccia lascio quella 
trista e per lui contaminata porta, 
e torn6 presto a rimontare in sella: 
e come quel ch'avea ranima torta, 
per giunger colpa a colpa e fallo a fallo, 
di Bradamante ne men6 il cavallo. 

VI 

Lascian costui, che mentre aH'altrui vita 
ordisce inganno, il suo morir procura; 
e torniamo alia donna, che tradita 
quasi ebbe a un tempo e morte e sepoltura. 
Poi ch'ella si Iev6 tutta stordita, 
ch'avea percosso in su la pietra dura, 
dentro la porta and6, ch'adito dava 
ne la seconda assai piu larga cava. 

VII 

La stanza, quadra e spaziosa, pare 
una devota e venerabil chiesa, 
che su colonne alabastrine e rare 
con bella architettura era suspesa. 
Surgea nel mezzo un ben locato altare, 
ch'avea dinanzi una lampada accesa; 
e quella di splendente e chiaro foco 
rendea gran lume alPuno e all'altro loco. 



46 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Di devota umilta la donna tocca, 
come si vide in loco sacro e pio, 
incominci6 col core e con la bocca, 
inginocchiata, a mandar prieghi a Dio. 
Un picciol uscio intanto stride e crocca, 
ch'era all'mcontro, onde una donna uscio 
discinta e scalza, e sciolte avea le chiome, 
che la donzella saluto per nome. 

IX 

E disse : O generosa Bradamante, 
non giunta qui senza voler divino, 
di te piu giorni m'ha predetto inante 
il profetico spirto di Merlino, 
che visitar le sue reliquie sante 
dovevi per insolito camino: 
e qui son stata acci6 ch'io ti riveli 
quel c'han di te gia statuito i cieli. 

x 

Questa e 1'antiqua e memorabil grotta 
ch'edific6 Merlino, il savio mago 
che forse ricordare odi talotta, 
dove ingannollo la Donna del Lago. 
II sepolcro e qui giu, dove corrotta 
giace la carne sua; dove egli vago 
di sodisfare a lei, che glil suase, 
vivo corcossi, e morto ci rimase. 

XI 

Col corpo morto il vivo spirto alberga, 
sin ch'oda il suon de 1'angelica tromba 
che dal ciel lo bandisca o che ve Perga, 
secondo che sara corvo o colomba. 
Vive la voce; e come chiara emerga 
udir potrai da la marmorea tomba, 
che le passate e le future cose 
a chi gli domand6, sempre rispose. 



CANTO TERZO 47 

XII 

Piu giorni son ch'in questo cimiterio 

venni di remotissimo paese, 

perch circa il mio studio alto misterio 

mi facesse Merlin meglio palese: 

e perche ebbi vederti desiderio, 

poi ci son stata oltre il disegno un mese; 

che Merlin, che '1 ver sempre mi predisse, 

termine al venir tuo questo di fisse. - 

XIII 

Stassi d'Amon la sbigottita figlia 
tacita e fissa al ragionar di questa; 
et ha si pieno il cor di maraviglia, 
che non sa s'ella dorme o s'ella & desta: 
e con rimesse e vergognose ciglia 
(come quella che tutta era mo desta) 
rispose : Di che merito son io, 
ch'antiveggian profeti il venir mio ? 

XIV 

E lieta de Finsolita aventura, 
dietro alia maga subito fu mossa, 
che la condusse a quella sepoltura 
che chiudea di Merlin Tamma e Fossa. 
Era quella area d'una pietra dura, 
lucida e tersa, e come fiamma rossa; 
tal ch'alla stanza, ben che di sol priva, 
dava splendore il lume che n'usciva. 

XV 

O che natura sia d'alcuni marmi 
che muovin Tombre a guisa di facelle, 
o forza pur di suffumigi e carmi 
e segni impressi all'osservate stelle 
(come piu questo verisimil parmi), 
discopria lo splendor piu cose belle 
e di scultura e di color, ch'intorno 
il venerabil luogo aveano adorno. 



48 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

A pena ha Bradamante da la soglia 

levato il pie ne la secreta cella, 

che '1 vivo spirto da la morta spoglia 

con chiarissima voce le favella: 

Favorisca Fortuna ogni tua voglia, 

casta e nobilissima donzella, 

del cui ventre uscira il seme fecondo 
che onorar deve Italia e tutto il mondo. 

XVII 

L'antiquo sangue che venne da Troia, 
per li duo miglior rivi in te commisto, 
produrra 1'ornamento, il fior, la gioia 
d'ogni lignaggio ch'abbi il sol mai visto 
tra 1'Indo e '1 Tago e } 1 Nilo e la Danoia, 
tra quanto e 'n mezzo Antartico e Calisto. 
Ne la progenie tua con sommi onori 
saran marchesi, duci e imperatori. 

XVIII 

1 capitani e i cavallier robusti 

quindi usciran, che col ferro e col senno 
ricuperar tutti gli onor vetusti 
de Tarme invitte alia sua Italia denno. 
Quindi terran lo scettro i signer giusti, 
che, come il savio Augusto e Numa fenno, 
sotto il benigno e buon governo loro 
ritorneran la prima eta de Toro. 

XIX 

Acci6 dunque il voler del ciel si metta 
in effetto per te, che di Ruggiero 
t'ha per moglier fin da principio eletta, 
segue animosamente il tuo sentiero; 
che cosa non sara che s'intrometta 
da poterti turbar questo pensiero, 
si che non mandi al primo assalto in terra 
quel rio ladron ch'ogni tuo ben ti serra. 



CANTO TERZO 49 

XX 

Tacque Merlino avendo cosi detto, 
et agio alPopre de la maga diede, 
ch'a Bradamante dimostrar 1'aspetto 
si preparava di ciascun suo erede. 
Avea de spirti un gran numero eletto, 
non so se da 1'inferno o da qual sede, 
e tutti quelli in un luogo raccolti 
sotto abiti diversi e varii volti. 

XXI 

Poi la donzella a se richiama in chiesa, 
la dove prima avea tirato un cerchio 
die la potea capir tutta distesa, 
et avea un palmo ancora di superchio. 
E perche da li spirti non sia offesa, 
le fa d'un gran pentacolo coperchio, 
e le dice che taccia e stia a mirarla: 
poi scioglie il libro, e coi demoni park. 

XXII 

Eccovi fuor de la prima spelonca, 
che gente intorno al sacro cerchio ingrossa; 
ma come vuole entrar, la via l'& tronca, 
come lo cinga intorno muro e fossa. 
In quella stanza, ove la bella conca 
in se chiudea del gran profeta Fossa, 
entravan Pombre, poi ch'avean tre volte 
fatto d'intorno lor debite volte. 

XXIII 

Se i nomi e i gesti di ciascun vo j dirti, 
dicea Tincantatrice a Bradamante 

di questi ch'or per gl'incantati spirti, 
prima che nati sien, ci sono avante, 
non so veder quando abbia da espedirti; 
che non basta una notte a cose tante: 

si ch'io te ne verr6 scegliendo alcuno, 
secondo il tempo, e che sara oportuno. 



50 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

Vedi quel primo che ti rassimiglia 

ne' bei sembianti e nel giocondo aspetto: 

capo in Italia fia di tua famiglia, 

del seme di Ruggiero in te concetto. 

Veder del sangue di Pontier vermiglia 

per mano di costui la terra aspetto, 

e vendicato il tradimento e il torto 

contra quei che gli avranno il padre morto. 

xxv 

Per opra di costui sara deserto 
il re de' Longobardi Desiderio: 
d'Este e di Calaon per questo merto 
il bel domino avra dal sommo Imperio. 
Quel che gli e dietro, e il tuo nipote Uberto, 
onor de 1'arme e del paese esperio: 
per costui contra barbari difesa 
piu d'una volta fia la santa Chiesa. 

XXVI 

Vedi qui Alberto, invitto capitano 
ch'ornera di trofei tanti delubri: 
Ugo il figlio e con lui, che di Milano 
fara 1'acquisto, e spieghera i colubri. 
Azzo e quell'altro, a cui restera in mano, 
dopo il fratello, il regno degl'Insubri. 
Ecco Albertazzo, il cui savio consiglio 
torra d'ltalia Beringario e il figlio; 

XXVII 

e sara degno a cui Cesare Otone 
Alda sua figlia in matrimonio aggiunga. 
Vedi un altro Ugo: oh bella successione, 
che dal patrio valor non si dislunga! 
Costui sara, che per giusta cagione 
ai superbi Roman 1'orgoglio emunga, 
che '1 terzo Otone e il pontefice tolga 
de le man loro, e '1 grave assedio sciolga. 



CANTO TERZO SI 

XXVIII 

Vedi Folco, che par ch'al suo germane, 
cio che in Italia avea, tutto abbi dato, 
e vada a possedere indi lontano 
in mezzo agli Alamanni un gran ducato; 
e dia alia casa di Sansogna mano, 
che caduta sara tutta da un lato, 
e per la linea de la madre erede 
con la progenie sua la terra in piede. 

XXIX 

Questo ch'or a nui viene e il secondo Azzo, 
di cortesia phi che di guerre amico, 
tra dui figli, Bertoldo et Albertazzo: 
vinto da Tun sara il secondo Enrico, 
e del sangue tedesco orribil guazzo 
Parma vedra per tutto il campro aprico ; 
de Taltro la contessa gloriosa, 
saggia e casta Matilde, sara sposa. 

xxx 

Virtu il fara di tal connubio degno; 
ch'a quella eta non poca laude estimo 
quasi di mezza Italia in dote il regno, 
e la nipote aver d'Enrico primo. 
Ecco di quel Bertoldo il caro pegno, 
Rinaldo tuo, ch'avra Ponor opimo 
d'aver la Chiesa de le man riscossa 
de 1'empio Federico Barbarossa. 

XXXI 

Ecco un altro Azzo, et e quel che Verona 
avra in poter col suo bel tenitorio; 
e sara detto marchese d'Ancona 
dal quarto Otone e dal secondo Onorio. 
Lungo sara s'io mostro ogni persona 
del sangue tuo, ch'avra del consistorio 
il confalone, e s'io narro ogni impresa 
vinta da lor per la romana Chiesa. 



52 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Obizzo vedi e Folco, altri Azzi, altri Ughi, 
ambi gli Enrichi, il figlio al padre a canto; 
duo Guelfi, di quai 1'uno Umbria suggiughi, 
e vesta di Spoleti il ducal manto. 
Ecco die '1 sangue e le gran piaghe asciughi 
d'ltalia afflitta, e volga in riso il pianto: 
di costui parlo (e mostrolle Azzo quinto) 
onde Ezellin fia rotto, preso, estinto. 

XXXIII 

Ezellino, immanissimo tiranno, 

che fia creduto figlio del demonio, 

fara, troncando i sudditi, tal danno, 

e distruggendo il bel paese ausonio, 

che pietosi apo lui stati saranno 

Mario, Silla, Neron, Caio et Antonio. 

E Federico imperator secondo 

fia per questo Azzo rotto e messo al fondo. 

xxxiv 

Terra costui con piu felice scettro 
la bella terra che siede sul flume, 
dove chiamo con lacrimoso plettro 
Febo il figliuol ch'avea mal retto il lume, 
quando fu pianto il fabuloso elettro 
e Cigno si vesti di bianche piume; 
e questa di mille oblighi mercede 
gli donera 1'Apostolica sede. 

xxxv 

Dove lascio il fratel Aldrobandino ? 
che per dar al pontefice soccorso 
contra Oton quarto, e il campo ghibellino 
che sara presso al Campidoglio corso, 
et avra preso ogni luogo vicino, 
e posto agli Umbri e alii Piceni il morso, 
ne potendo prestargli aiuto senza 
molto tesor, ne chiedera a Fiorenza; 



CANTO TERZO 53 

XXXVI 

e non avendo gioia o miglior pegni, 
per sicurta daralle il frate in mano; 
spieghera i suoi vittoriosi segni, 
e rompera 1'esercito germano; 
in seggio riporra la Chiesa, e degni 
dara supplicii ai conti di Celano; 
et al servizio del sommo Pastore 
finira gli anni suoi nel piu bel fiore. 

XXXVII 

Et Azzo, il suo fratel, lasciera erede 
del dominio d'Ancona e di Pisauro, 
d'ogni citta che da Troento siede 
tra il mare e PApenin fin all'Isauro, 
e di grandezza d'animo e di fede, 
e di virtu, miglior che gemme et auro: 
che dona e tolle ogn'altro ben Fortuna; 
sol in virtu non ha possanza alcuna. 

XXXVIII 

Vedi Rinaldo, in cui non minor raggio 
splendera di valor, pur che non sia 
a tanta essaltazion del bel lignaggio 
Morte o Fortuna invidiosa e ria. 
Udirne il duol fin qui da Napoli aggio, 
dove del padre allor statico fia. 
Or Obizzo ne vien, che giovinetto 
dopo Favo sara principe eletto. 

xxxix 

Al bel dominio accrescera costui 
Reggio giocondo e Modona feroce. 
Tal sara il suo valor, che signor lui 
domanderanno i populi a una voce. 
Vedi Azzo sesto, un de* figliuoli sui, 
confalonier de la cristiana croce: 
avra il ducato d'Andria con la figlia 
del secondo re Carlo di Siciglia. 



54 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Vedi in un bello et amichevol groppo 
de li principi illustri Teccellenza: 
Obizzo, Aldrobandin, Nicolo zoppo, 
Alberto, d'amor pieno e di clemenza. 

10 tacer6, per non tenerti troppo, 
come al bel regno aggiungeran Favenza, 
e con maggior fermezza Adria, che valse 
da se nomar Tindomite acque salse; 

XLI 

come la terra, il cui produr di rose 
le die piacevol nome in greche voci, 
e la citta ch'in mezzo alle piscose 
paludi, del Po teme ambe le foci, 
dove abitan le genti disiose 
che 1 mar si turbi e sieno i venti atroci. 
Taccio d'Argenta, di Lugo e di mille 
altre castella e populose ville. 

XLII 
Ve' Nicolo, che tenero fanciullo 

11 popul crea signer de la sua terra, 

e di Tideo fa il pensier vano e nullo, 
che contra hii le civil arme afferra. 
Sara di questo il pueril trastullo 
sudar nel ferro e travagliarsi in guerra; 
e da lo studio del tempo primiero 
il fior riuscira d'ogni guerriero. 

XLIII 

Fara de' suoi ribelli uscire a v6to 
ogni disegno, e lor tornare in danno ; 
et ogni stratagema avra si noto, 
che sara duro il poter fargli inganno. 
Tardi di questo s'avedra il Terzo Oto, 
e di Reggio e di Parma aspro tiranno, 
che da costui spogliato a un tempo fia 
e del dominio e de la vita ria. 



CANTO TERZO 55 

XLIV 

Avra il bel regno poi sempre augumento 
senza torcer mai pie dal camin dritto; 
n6 ad alcuno fara mai nocumento, 
da cui prima non sia d'ingiuria afflitto: 
et e per questo il gran Motor contento 
che non gli sia alcun termine prescritto, 
ma duri prosperando in meglio sempre, 
fin che si volga il ciei ne le sue tempre. 

XLV 

Vedi Leonello, e vedi il primo duce, 
fama de la sua eta, Tinclito Borso, 
che siede in pace, e piu trionfo adduce 
di quanti in altrui terre abbino cor so. 
Chiudera Matte ove non veggia luce, 
e stringera al Furor le mani al dorso. 
Di questo signor splendido ogni intento 
sara che J l popul suo viva contento. 

XLVI 

Ercole or vien, ch'al suo vicin rinfaccia, 
col pie mezzo arso e con quei debol passi, 
come a Budrio col petto e con la faccia 
il campo volto in fuga gli fermassi, 
non perche in premio poi guerra gli faccia, 
ne per cacciarlo fin nel Barco passi: 
questo e il signor, di cui non so esplicarme 
se fia maggior la gloria o in pace o in arme. 

XLVII 

Terran Pugliesi, Calabri e Lucani 
de* gesti di costui lunga memoria, 
la dove avra dal re de' Catalani 
di pugna singular la prima gloria; 
e nome tra gl'invitti capitani 
s'acquistera con piu d'una vittoria: 
avra per sua virtu la signoria, 
piu di trenta anni a lui debita pria. 



56 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

E quanto piu aver oblige si possa 
a principe, sua terra avra a costui; 
non perche fia de le paludi mossa 
tra campi fertilissimi da lui; 
non perche la fara con muro e fossa 
meglio capace a' cittadini sui, 
e 1'ornara di templi e di palagi, 
di piazze, di teatri e di mille agi; 

XLIX 

non perche* dagli artigli de Paudace 
aligero Leon terra difesa; 
non perche, quando la gallica face 
per tutto avra la bella Italia accesa, 
si stara sola col suo stato in pace, 
e dal timore e dai tributi illesa; 
non si per questi et altri benefici 
saran sue genti ad Ercol debitrici : 



quanto che dara lor 1'inclita prole, 
il giusto Alfonso e Ippolito benigno, 
che saran quai 1'antiqua fama suole 
narrar de' figli del Tindareo cigno, 
ch'alternamente si privan del sole 
per trar Tun 1'altro de 1'aer maligno. 
Sara ciascuno d'essi e pronto e forte 
1'altro salvar con sua perpetua morte. 

LI 

II grande amor di questa bella coppia 
rendera il popul suo via piu sicuro, 
che se, per opra di Vulcan, di doppia 
cinta di ferro avesse intorno il muro. 
Alfonso e quel che col saper accoppia 
si la bonta, ch'al secolo futuro 
la gente credera che sia dal cielo 
tornata Astrea dove puo il caldo e il gielo. 



CANTO TERZO 57 

LII 

A grande uopo gli fia 1'esser prudente, 
e di valore assimigliarsi al padre; 
che si ritrovera, con poca gente, 
da un lato aver le veneziane squadre, 
colei da 1'altro, che pm giustamente 
non so se devra dir matrigna o madre; 
ma se pur madre, a lui poco piu pia, 
che Medea ai figli o Progne stata sia. 

Lin 

E quant e volte uscira giorno o notte 
col suo popul fedel fuor de la terra, 
tante sconfitte e memorabil rotte 
dara a' nimici o per acqua o per terra. 
Le genti di Romagna mal condotte, 
contra i vicini e lor gia amici, in guerra, 
se n'avedranno, insanguinando il suolo 
che serra il Po, Santerno e Zanniolo. 

Liv 

Nei medesmi confini anco saprallo 
del gran Pastore il mercenario Ispano, 
che gli avra dopo con poco intervallo 
la Bastia tolta, e morto il castellano, 
quando Favra gia preso; e per tal fallo 
non fia, dal minor fante al capitano, 
che del racquisto e del presidio ucciso 
a Roma riportar possa Paviso. 

LV 

Costui sara, col senno e con la lancia, 
ch'avra 1'onor, nei campi di Romagna, 
d'aver dato all'esercito di Francia 
la gran vittoria contra lulio e Spagna. 
Nuoteranno i destrier fin alia pancia 
nei sangue uman per tutta la campagna; 
ch'a sepelire il popul verra manco 
tedesco, ispano, greco, italo e franco. 



58 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Quel ch'in pontificate abito imprime 

del purpureo capel la sacra chioma, 

e il liberal, magnanimo, sublime, 

gran cardinal de la Chiesa di Roma, 

Ippolito, ch'a prose, a versi, a rime 

dara materia eterna in ogni idioma; 

la cui fiorita eta vuol il ciel iusto 

ch'abbia un Maron, come un altro ebbe Augusto, 

LVII 

Adornera la sua progenie bella, 
come orna il sol la machina del mondo 
molto piu de la luna e d'ogni Stella; 
ch'ogn'altro lume a lui sempre e secondo. 
Costui con pochi a piedi e meno in sella 
veggio uscir mesto, e poi tornar iocondo; 
che quindici galee mena captive, 
oltra milTaltri legni, alle sue rive. 

LVIII 

Vedi poi Funo e 1'altro Sigismondo. 
Vedi d'Alfonso i cinque figli can, 
alia cui fama ostar, che di s6 il mondo 
non empia, i monti non potran ne i mari : 
gener del re di Francia, Ercol secondo 
e Tun; quest'altro (acci6 tutti gPimpari) 
Ippolito e, che non con minor raggio 
che '1 zio, risplendera nel suo lignaggio ; 

LIX 

Francesco, il terzo; Alfonsi gli altri dui 
ambi son detti. Or, come io dissi prima, 
s'ho da mostrarti ogni tuo ramo, il cui 
valor la stirpe sua tanto sublima, 
bisognera che si rischiari e abbui 
piu volte prima il ciel, ch'io te li esprima: 
e sara tempo ormai, quando ti piaccia, 
ch'io dia licenzia all'ombre, e ch'io mi taccia. 



CANTO TERZO 59 

LX 

Cosi con volunta de la donzella 
la dotta incantatrice il libro chiuse. 
Tutti gli spirti allora ne la cella 
spariro in fretta, ove eran Fossa chiuse. 
Qui Bradamante, poi che la favella 
le fu concessa usar, la bocca schiuse, 
e domand6 : Chi son li dua si tristi, 
che tra Ippolito e Alfonso abbiamo visti? 

LXI 

Veniano sospirando, e gli occhi bassi 
parean tener d'ogni baldanza privi; 
e gir lontan da loro io vedea i passi 
dei frati si, che ne pareano schivL 
Parve ch'a tal domanda si cangiassi 
la maga in viso, e fe' degli occhi rivi, 
e grid6 : Ah sfortunati, a quanta pena 
lungo instigar d'uomini rei vi mena! 

LXII 

O bona prole, o degna d'Ercol buono, 
non vinca il lor fallir vostra bontade: 
di vostro sangue i miseri pur sono: 
qui ceda la iustizia alia pietade. 
Indi soggiunse con piu basso suono: 
Di cio dirti piu inanzi non accade. 
Statti col dolcie in bocca, e non ti doglia 
ch'amareggiare al fin non te la voglia. 

LXIII 

Tosto che spunti in ciel la prima luce, 
piglierai meco la piu dritta via 
ch'al lucente castel d'acciai' conduce, 
dove Ruggier vive in altrui balia. 
Io tanto ti sar6 compagna e duce, 
che tu sia fuor de 1'aspra selva ria: 
t } insegner6, poi che saren sul mare, 
si ben la via, che non potresti err are. 



60 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Quivi 1'audace giovane rimase 
tutta la notte, e gran pezzo ne spese 
a parlar con Merlin, che le suase 
renders! tosto al suo Ruggier cortese. 
Lascio di poi le sotterranee case, 
che di nuovo splendor Paria s'accese, 
per un camin gran spazio oscuro e cieco, 
avendo la spirtal femina seco. 

LXV 

E riusciro in un burrone ascoso 
tra monti inaccessibili alle genti ; 
e tutto '1 di senza pigliar riposo 
saliron baize e traversar torrenti. 
E perche men Pandar fosse noioso, 
di piacevoli e bei ragionamenti, 
di quel che fu piu conferir soave, 
1'aspro camin facean parer men grave: 

LXVI 

di quali era per6 la maggior parte, 

ch'a Bradamante vien la dotta maga 

mostrando con che astuzia e con qual arte 

proceder de', se di Ruggiero e vaga. 

Se tu fossi dicea Pallade o Marte, 

e conducessi gente alia tua paga 

piu che non ha il re Carlo e il re Agramante, 

non dureresti contra il negromante; 

LXVII 

che oltre che d'acciar murata sia 
la rocca inespugnabile e tant'alta 
oltre che 5 1 suo destrier si faccia via 
per mezzo 1'aria ove galoppa e salta, 
ha lo scudo mortal che, come pria 
si scopre, il suo splendor si gli occhi assalta, 
la vista tolle, e tanto occupa i sensi, 
che come morto rimaner conviensi. 



CANTO TERZO 6l 

LXVIII 

E se forse ti pensi che ti vaglia 
combattendo tener serrati gli occhi, 
come potrai saper ne la battaglia 
quando ti schivi, o Paversario tocchi? 
Ma per fuggire il lume ch'abbarbaglia, 
e gli altri incanti di colui far sciocchi, 
ti mostrer6 xm rimedio, una via presta; 
ne altra in tutto '1 mondo e se non questa. 

LXIX 

II re Agramante d' Africa uno annello, 
che fu rubato in India a una regina, 
ha dato a un suo baron detto Brunello, 
che poche miglia inanzi ne camina; 
di tal virtu, che chi nel dito ha quello, 
contra il mal degPincanti ha medicina. 
Sa de furti e d'inganni Brunei quanto 
colui che tien Ruggier sappia d'incanto. 

LXX 

Questo Brunei si pratico e si astuto, 
come io ti dico, e dal suo re mandato 
accio che col suo ingegno e con Taiuto 
di questo annello, in tal cose provato, 
di quella rocca dove e ritenuto 
traggia Ruggier, che cosi s'e vantato, 
et ha cosi promesso al suo signore, 
a cui Ruggiero e phi d'ogn'altro a core. 

LXXI 

Ma perch6 il tuo Ruggiero a te sol abbia, 
e non al re Agramante, ad obligarsi 
che tratto sia de Tincantata gabbia, 
t'insegnero il remedio che de' usarsi. 
Tu te n'andrai tre di lungo la sabbia 
del mar, ch'e oramai presso a dimostrarsi; 
il terzo giorno in un albergo teco 
arrivera costui c'ha 1'annel seco. 



62 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

La sua statura, accio tu lo conosca, 
non e sei palmi, et ha il capo ricciuto; 
le chiome ha nere, et ha la pelle fosca; 
pallido il viso, oltre il dover barbuto ; 
gli occhi gonfiati e guardatura losca; 
schiacciato il naso, e ne le ciglia irsuto; 
Pabito, acci6 ch'io lo dipinga intero, 
e stretto e corto, e sembra di corriero. 

LXXIII 

Con esso lui t'accadera soggetto 
di ragionar di quelli incanti strani: 
mostra d'aver, come tu avra* in effetto, 
disio che '1 mago sia teco alle mani; 
ma non monstrar che ti sia stato detto 
di quel suo annel che fa gl'incanti vani. 
Egli t'offerira mostrar la via 
fin alia r6cca, e farti compagnia. 

LXXIV 

Tu gli va dietro: e come t'avicini 
a quella r6cca si ch'ella' si scopra, 
dagli la morte; n6 pieta t'inchini 
che tu non metta il mio consiglio in opra. 
N6 far ch'egli il pensier tuo s'indovini, 
e ch'abbia tempo che Tannel lo copra; 
perche ti spariria dagli occhi, tosto 
ch'in bocca il sacro annel s'avesse posto. 

LXXV 

Cosi parlando, giunsero sul mare, 
dove presso a Bordea mette Garonna. 
Quivi, non senza alquanto lagrimare, 
si diparti Tuna da 1'altra donna. 
La figliuola d'Amon, che per slegare 
di prigione il suo amante non assonna, 
camin6 tanto, che venne una sera 
ad uno albergo ove Brunei prim'era. 



CANTO TERZO 63 

LXXVI 

Conosce ella Brunei come lo vede, 
di cui la forma avea sculpita in mente. 
Onde ne viene, ove ne va, gli chiede: 
quel le risponde, e d'ogni cosa mente. 
La donna, gia prevista, non gli cede 
in dir menzogne, e simula ugualmente 
e patria e stirpe e setta e nome e sesso; 
e gli volta alle man pur gli occhi spesso. 

LXXVII 

Gli va gli occhi alle man spesso voltando, 
in dubbio sempre esser da lui rubata; 
ne lo lascia venir troppo accostando, 
di sua condizion bene iriformata. 
Stavano insieme in questa guisa, quando 
Porecchia da un rumor lor fu intruonata. 
Poi vi dir6, Signor, che ne fu causa, 
ch'avro fatto al cantar debita pausa. 



64' ORLANDO FURIOSO 



CANTO QUARTO 



I 

Quantunque il simular sia le phi volte 
ripreso, e dia di mala mente indici, 
si truova pur in molte cose e molte 
aver fatti evidenti benefici, 
e danni e biasmi e morti aver gia tolte; 
che non conversiam sempre con gli amici 
in questa assai piu oscura che serena 
vita mortal, tutta d'invidia piena. 

II 

Se, dopo lunga prova, a gran fatica 
trovar si pub chi ti sia amico vero, 
et a chi senza alcun sospetto dica 
e discoperto mostri il tuo pensiero; 
che de' far di Ruggier la bella arnica 
con quel Brunei non puro e non sincero, 
ma tutto simulate e tutto finto, 
come la maga le Pavea dipinto ? 

in 

Simula anch'ella; e cosi far conviene 
con esso lui di finzioni padre; 
e, come io dissi, spesso ella gli tiene 
gli occhi alle man, ch'eran rapaci e ladre. 
Ecco all'orecchie un gran rumor lor viene. 
Disse la donna: O gloriosa Madre, 
o Re del ciel, che cosa sara questa ? 
E dove era il rumor si trovo presta. 



CANTO QUARTO 65 

IV 

E vede Poste e tutta la famiglia, 
e chi a finestre e chi fuor ne la via, 
tener levati al ciel gli occhi e le ciglia, 
come Fecclisse o la cometa sia. 
Vede la donna un'alta maraviglia, 
che di leggier creduta non saria: 
vede passar un gran destriero alato, 
che porta in aria un cavaliero armato. 

v 

Grandi eran Tale e di color diverso, 
e vi sedea nel mezzo un cavalliero, 
di ferro armato luminoso e terso; 
e ver ponente avea dritto il sentiero. 
Calossi, e fu tra le montagne immerso : 
e, come dicea Foste (e dicea il vero), 
quel era un negromante, e facea spesso 
quel varco, or piu da lungi, or piu da presso^ 

VI 

Volando, talor s'alza ne le stelle, 
e poi quasi talor la terra rade; 
e ne porta con lui tutte le belle 
donne che trova per quelle contrade: 
talmente che le misere donzelle 
ch'abbino o aver si credano beltade 
(come affatto costui tutte le invole) 
non escon fuor si che le veggia il sole. 

VII 

Egli sul Pireneo tiene un castello 

narrava Toste fatto per incanto, 

tutto d'acciaio, e si lucente e bello, 

ch'altro al mondo non e mirabil tanto. 

Gia molti cavallier sono iti a quello, 

e nessun del ritorno si da vanto : 

si ch'io penso, signore, e temo forte, 

o che sian presi, o sian condotti a morte. 



66 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

La donna il tutto ascolta, e le ne giova, 
credendo far, come fara per certo, 
con 1'annello mirabile tal prova, 
che ne fia il mago e il suo castel deserto; 
e dice a 1'oste : Or un de' tuoi mi trova, 
che piu di me sia del viaggio esperto; 
ch'io non posso durar, tanto ho il cor vago 
di far battaglia contra a questo mago. 

IX 

Non ti manchera guida, le rispose 
Brunello allora e ne verr6 teco io: 
meco ho la strada in scritto, et altre cose 
che ti faran piacere il venir mio. 
Volse dir de Tannel, ma non Tespose, 

ne chiari piu, per non pagarne il fio. 

Grato mi fia disse ella il venir tuo , 
volendo dir ch'indi 1'annel fia suo. 



Quel ch'era utile a dir, disse; e quel tacque 

che miocer le potea col Saracino. 

Avea 1'oste un destrier ch'a costei piacque, 

ch'era buon da battaglia e da camino: 

comperollo, e partissi come nacque 

del bel giorno seguente il matutino. 

Prese la via per una stretta valle, 

con Brunello era inanzi, ora alle spalle. 

XI 

Di monte in monte e d'uno in altro bosco 
giuhseno ove 1'altezza di Pirene 
pu6 dimostrar, se non e 1'aer fosco, 
e Francia e Spagna e due diverse arene, 
come Apennin scopre il mar schiavo e il tosco 
dal giogo onde a Camaldoli si viene. 
Quindi per aspro e faticoso calle 
si discendea ne la profonda valle. 



CANTO QUARTO 67 

XII 

Vi sorge in mezzo un sasso che la cima 
d'un bel muro d'acciar tutta si fascia; 
e quella tanto inverse il ciel sublima, 
che quanto ha intorno, inferior si lascia. 
Non faccia, chi non vola, andarvi stima, 
che spesa indarno vi saria ogni ambascia. 
Brunei disse : Ecco dove prigionieri 
il mago tien le donne e i cavallieri. 

XIII 

Da quattro canti era tagliato, e tale 
che parea dritto a fil de la sinopia. 
Da nessun lato ne sentier ne scale 
v'eran, che di salir facesser copia: 
e ben appar che d'animal ch'abbia ale 
sia quella stanza nido e tana propia. 
Quivi la donna esser conosce 1'ora 
di tor Tannello e far che Brunei rnora. 

XIV 

Ma le par atto vile a insanguinarsi 

d'un uom senza arme e di si ignobil sorte; 

che ben potra posseditrice farsi 

del ricco annello, e lui non porre a morte. 

Brunei non avea mente a riguardarsi; 

si ch'ella il prese, e lo Ieg6 ben forte 

ad uno abete ch'alta avea la cima: 

ma di dito Pannel gli trasse prima. 

xv 

Ne per lacrime, gemiti o lamenti 
che facesse Brunei, lo volse sciorre. 
Smonto de la montagna a passi lenti, 
tanto che fu nel pian sotto la torre. 
E perche alia battaglia s'appresenti 
il negromante, al corno suo ricorre; 
e dopo il suon, con minacciose grida 
lo chiama al campo, et alia pugna '1 sfida. 



68 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Non stette molto a uscir fuor de la porta 
Tincantator, ch'udi J l suono e la voce. 
L'alato corridor per 1'aria il porta 
contra costei, che sembra uomo feroce, 
La donna da principio si conforta, 
che vede che colui poco le nuoce: 
non porta lancia ne spada ne mazza, 
ch'a forar Fabbia o romper la corazza. 

XVII 

Da la sinistra sol lo scudo avea, 

tutto coperto di seta vermiglia; 

ne la man destra un libro, onde facea 

nascer, leggendo, 1'alta maraviglia: 

che la lancia talor correr parea, 

e fatto avea a piu d'un batter le ciglia; 

talor parea ferir con mazza o stocco, 

e lontano era, e non avea alcun tocco. 

XVIII 

Non e finto il destrier, ma naturale, 
ch'una giumenta genero d'un grifo : 
simile al padre avea la piuma e Pale, 
li piedi anteriori, il capo e il grifo; 
in tutte Paltre membra parea quale 
era la madre, e chiamasi ippogrifo; 
che nei monti Rifei vengon, ma rari, 
molto di la dagli aghiacciati mari. 

XIX 

Quivi per forza lo tir6 d'incanto ; 
e poi che Pebbe, ad altro non attese, 
e con studio e fatica opero tanto, 
ch'a sella e briglia il cavalco in un mese: 
cosi ch'in terra e in aria e in ogni canto 
lo facea volteggiar senza contese. 
Non finzion d'incanto, come il resto, 
ma vero e natural si vedea questo. 



CANTO QUARTO 69 

XX 

Del mago ogn'altra cosa era figmento, 
che comparir facea pel rosso il giallo ; 
ma con la donna non fu di momento, 
che per 1'annel non puo vedere in fallo. 
Piu colpi tuttavia diserra al vento, 
e quinci e quindi spinge il suo cavallo; 
e si dibatte e si travaglia tutta, 
come era, inanzi che venisse, instrutta. 

XXI 

E poi che esercitata si fu alquanto 

sopra il destrier, smontar volse anco a piede, 

per poter meglio al fin venir di quanto 

la cauta maga instruzion le diede. 

II mago vien per far Festremo incanto; 

che del fatto ripar ne sa ne crede : 

scuopre lo scudo, e certo si prosume 

farla cader con Pincantato lume. 

XXII 

Potea cosi scoprirlo al primo tratto, 
senza tenere i cavallieri a bada; 
ma gli piacea veder qualche bel tratto 
di correr 1'asta o di girar la spada: 
come si vede ch'aU'astuto gatto 
scherzar col topo alcuna volta aggrada; 
e poi che quel piacer gli viene a noia, 
dargli di morso, e al fin voler che muoia. 

XXIII 

Dico che '1 mago al gatto, e gli altri al topo 
s'assimigliar ne le battaglie dianzi; 
ma non s'assimigliar gia cosi, dopo 
che con Fannel si fe' la donna inanzi. 
Attenta e fissa stava a quel ch'era uopo, 
accio che nulla seco il mago avanzi; 
e come vide che lo scudo aperse, 
chiuse gli occhi, e lascio quivi caderse. 



70 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

Non die il fulgor del lucido metallo, 
come soleva agli altri, a lei nocesse; 
ma cosi fece acci6 che dal cavallo 
contra se il vano incantator scendesse : 
ne parte ando del suo disegno in fallo; 
che tosto ch'ella il capo in terra messe, 
accelerando il volator le penne, 
con larghe ruote in terra a por si venne. 

xxv 

Lascia alParcion lo scudo, che gia posto 
avea ne la coperta, e a pie discende 
verso la donna che, come reposto 
lupo alia macchia il capriolo, attende. 
Senza piu indugio ella si leva tosto 
che Tha vicino, e ben stretto lo prende. 
Avea lasciato quel misero in terra 
il libro che facea tutta la guerra: 

XXVI 

e con una catena ne correa, 

che solea portar cinta a simil uso; 

perche non men legar colei credea, 

che per adietro altri legare era uso. 

La donna in terra posto gia Favea: 

se quel non si difese, io ben Pescuso ; 

che troppo era la cosa differente 

tra un debol vecchio e lei tanto possente. 

XXVII 

Disegnando levargli ella la testa, 

alza la man vittoriosa in fretta; 

ma poi che '1 viso mira, il colpo arresta, 

quasi sdegnando si bassa vendetta, 

Un venerabil vecchio in faccia mesta 

vede esser quel ch'ella ha giunto alia stretta, 

che mostra al viso crespo e al pelo bianco 

eta di settanta anni o poco manco. 



CANTO QUARTO 71 

XXVIII 

Tommi la vita, giovene, per Dlo , 
dicea il vecchio pien d'ira e di dispetto; 
ma quella a torla avea si il cor restio, 
come quel di lasciarla avria diletto. 

La donna di sapere ebbe disio 

chi fosse il negromante, et a che effetto 

edificasse in quel luogo selvaggio 

la r6cca, e faccia a tutto il mondo oltraggio. 

XXIX 

Ne per maligna intenzione, ahi lasso! 
disse piangendo il vecchio incantatore 

feci la bella rocca in cima al sasso, 
ne per avidita son rubatore; 

ma per ritrar sol da Pestremo passo 
un cavallier gentil, mi mosse amore, 
che, come il ciel mi mostra, in tempo breve 
morir cristiano a tradimento deye. 

xxx 

Non vede il sol tra questo e il polo austrino 
un giovene si bello e si prestante: 
Ruggiero ha nome, il qual da piccolino 
da me nutrito fu, ch'io sono Atlante. 
Disio d'onore e suo fiero destino 
Than tratto in Francia dietro al re Agramante; 
et io, che Pamai sempre piu che figlio, 
lo cerco trar di Francia e di periglio. 

XXXI 

La bella rocca solo edificai 
per tenervi Ruggier sicuramente, 
che preso fu da me, come sperai 
che fossi oggi tu preso similmente; 
e donne e cavallier, che tu vedrai, 
poi ci ho ridotti, et altra nobil gente, 
acci6 che, quando a voglia sua non esca, 
avendo compagnia men gli rincresca. 



72 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Pur ch'uscir di la su non si domande, 
d'ogn'altro gaudio lor cura mi tocca; 
che quanto averne da tutte le bande 
si puo del mondo, e tutto in quella rocca: 
suoni, canti, vestir, giuochi, vivande, 
quanto puo cor pensar, puo chieder bocca. 
Ben seminato avea, ben cogliea il frutto; 
ma tu sei giunto a disturb armi il tutto. 

XXXIII 

Deh, se non hai del viso il cor men bello, 
non impedir il mio consiglio onesto! 
Piglia lo scudo (ch'io tel dono) e quello 
destrier che va per Paria cosi presto; 
e non t'impacciar oltra nel castello, 
o tranne uno o duo amici, e lascia il resto ; 
o tranne tutti gli altri, e piu non chero 
se non che tu mi lasci il mio Ruggiero. 

xxxiv 

E se disposto sei volermel torre, 
deh, prima almen che tu '1 rimeni in Francia, 
piacciati questa afflitta anima sciorre 
de la sua scorza ormai putrida e rancia! 
Rispose la donzella: Lui vo' porre 
in liberta: tu, se sai, gracchia e ciancia; 
ne mi offerir di dar lo scudo in dono 
o quel destrier, che miei non piu tuoi sono : 

xxxv 

ne s'anco stesse a te di torre e darli, 
mi parrebbe che '1 cambio convenisse, 
Tu di' che Ruggier tieni per vietarli 
il male influsso di sue stelle fisse. 
che non puoi saperlo, o non schivarli, 
sappiendol, cio che '1 ciel di lui prescrisse: 
ma se '1 mal tuo, c'hai si vicin, non vedi, 
peggio Paltrui c'ha da venir prevedi. 



CANTO QUARTO 73 

XXXVI 

Non pregar ch'io t'uccida, ch'i tuoi preghi 
sariano indarno ; e se pur vuoi la morte, 
ancor che tutto il mondo dar la nieghi, 
da se la puo aver sempre animo forte. 
Ma pria che 1'alma da la carne sleghi, 
a tutti i tuoi prigioni apri le porte. 
Cosi dice la donna, e tuttavia 
il mago preso incontra al sasso invia. 

XXXVII 

Legato de la sua propria catena 
andava Atlante, e la donzella appresso, 
che cosi ancor se ne fidava a pena, 
ben che in vista parea tutto rimesso. 
Non molti passi dietro se la mena, 
ch'a pie del monte han ritrovato il fesso, 
e li scaglioni onde si monta in giro, 
fin ch'alla porta del castel saliro. 

XXXVIII 

Di su la soglia Atlante un sasso tolle, 

di caratteri e strani segni insculto. 

Sotto, vasi vi son che chiamano olle, 

che fuman sempre, e dentro han foco occulto. 

L'incantator le spezza; e a un tratto il colle 

riman deserto, inospite et inculto ; 

ne muro appar ne torre in alcun lato, 

come se mai castel non vi sia stato. 

xxxix 

Sbrigossi da la donna il mago allora, 
come fa spesso il tordo da la ragna; 
e con lui sparve il suo castello a un'ora, 
e lascio in liberta quella compagna. 
Le donne e i cavallier si trovar fuora 
de le superbe stanze alia campagna: 
e furon di lor molte a chi ne dolse, 
che tal franchezza un gran piacer lor tolse. 



74 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Quivi e Gradasso, quivi e Sacripante, 
quivi e Prasildo, il nobil cavalliero 
che con Rinaldo venne di Levante, 
e seco Iroldo, il par d'amici vero. 
Al fin trovo la bella Bradamante 
quivi il desiderate suo Ruggiero, 
che, poi che n'ebbe certa conoscenza, 
le fe j buona e gratissima accoglienza; 

XLI 

come a colei che piu che gli occhi sui, 
piu che '1 suo cor, piu che la propria vita 
Ruggiero amo dal di ch'essa per lui 
si trasse 1'elmo, onde ne fu ferita. 
Lungo sarebbe a dir come, e da cui, 
e quanto ne la selva aspra e romita 
si cercar poi la notte e il giorno chiaro; 
ne, se non qui, mai piu si ritrovaro. 

XLII 

Or che quivi la vede, e sa ben ch'ella 

e stata sola la sua redentrice, 

di tanto gaudio ha pieno il cor, che appella 

se fortunato et unico felice. 

Scesero il monte, e dismontaro in quella 

valle, ove fu la donna vincitrice, 

e dove 1'ippogrifo trovaro anco, 

ch'avea lo scudo, ma coperto, al fianco. 

XLIII 

La donna va per prenderlo nel freno, 
e quel Paspetta fin che se gli accosta; 
poi spiega Tale per Paer sereno, 
e si ripon non lungi a mezza costa. 
Ella lo segue; e quel ne piu ne meno 
si leva in aria, e non troppo si scosta; 
come fa la cornacchia in secca arena, 
che dietro il cane or qua or Ik si mena. 



CANTO QUARTO 75 

XLIV 

Ruggier, Gradasso, Sacripante, e tutti 
quei cavallier che scesi erano insieme, 
chi di su, chi di giu, si son ridutti 
dove che torni il volatore han speme. 
Quel, poi che gli altri invaxio ebbe condutti 
piu volte e sopra le cime supreme 
e negli umidi fondi tra quei sassi, 
presso a Ruggiero al fin ritenne i passi. 

XLV 

E questa opera fu del vecchio Atlante, 
di cui non cessa la pietosa voglia 
di trar Ruggier del gran periglio instante : 
di cio sol pensa e di ci6 solo ha doglia. 
Pero gli manda or Pippogrifo avante, 
perch6 d'Europa con questa arte il toglia. 
Ruggier lo piglia, e seco pensa trarlo, 
ma quei s'arretra e non vuol seguitarlo. 

XLVI 

Or di Frontin quei animoso smonta 
(Frontino era nomato il suo destriero), 
e sopra quei che va per 1'aria monta, 
e con li spron gli adizza il core altiero. 
Quel corre alquanto, et indi i piedi ponta, 
e sale inverso il ciel, via piu leggiero 
che '1 girifalco, a cui lieva il capello 
il mastro a tempo, e fa veder Taugello. 

XLVII 

La bella donna, che si in alto vede 
e con tanto periglio il suo Ruggiero, 
resta attonita in modo, che non riede 
per lungo spazio al sentimento vero. 
Ci6 che gia inteso avea di Ganimede 
ch'al ciel fu assunto dal paterno impero, 
dubita assai che non accada a quello, 
non men gentil di Ganimede e bello. 



76 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

Con gli occhi fissi al ciel lo segue quanto 
basta il veder; ma poi che si dilegua 
si, che la vista non puo correr tanto, 
lascia che sempre 1'animo lo segua. 
Tuttavia con sospir, gemlto e pianto 
non ha, ne vuol aver pace ne triegua. 
Poi che Ruggier di vista se le tolse, 
al buon destrier Frontin gli occhi rivolse: 

XLIX 

e si deliber6 di non lasciarlo, 

che fosse in preda a chi venisse prima; 

ma di condurlo seco, e di poi darlo 

al suo signer ch'anco veder pur stima. 

Poggia Paugel, ne pu6 Ruggier frenarlo: 

di sotto rimaner vede ogni cima 

et abbassarsi in guisa, che non scorge 

dove e. piano il terren ne dove sorge. 



Poi che si ad alto vien, ch'un picciol punto 

10 puo stimar chi da la terra il mira, 
prende la via verso ove cade a punto 

11 sol, quando col Granchio si raggira: 
e per Faria ne va come legno unto 

a cui nel mar propizio vento spira. 
Lascianlo andar, che fara buon camino, 
e torniamo a Rinaldo paladino. 

LI 

Rinaldo 1'altro e Paltro giorno scorse, 
spinto dal vento, un gran spazio di mare, 
quando a ponente e quando contra TOrse, 
che notte e di non cessa mai soffiare. 
Sopra la Scozia ultimamente sorse, 
dove la selva Calidonia appare, 
che spesso fra gli antiqui ombrosi cerri 
s'ode sonar di bellicosi ferri. 



CANTO QUARTO 77 

LII 

Vanno per quella i cavallieri erranti, 
incliti in arme, di tutta Bretagna, 
e de' prossimi luoghi e de' distant!, 
di Francia, di Norvegia e de Lamagna. 
Chi non ha gran valor, non vada inanti, 
che dove cerca onor, morte guadagna. 
Gran cose in essa gia fece Tristano, 
Lancilotto, Galasso, Artu e Galvano, 

LIII 

et altri cavallieri e de la nuova 
e de la vecchia Tavola famosi: 
restano ancor di piu d'una lor pruova 
li monumenti e li trofei pomposi. 
L'arme Rinaldo e il suo Baiardo truova, 
e tosto si fa por nei liti ombrosi, 
et al nochier comanda che si spicche 
e lo vada aspettar a Beroicche. 

LIV 

Senza scudiero e senza compagnia 
va il cavallier per quella selva immensa, 
facendo or una et or un'altra via, 
dove piu aver strane aventure pensa. 
Capit6 il primo giorno a una badia 
che buona parte del suo aver dispensa 
in onorar nel suo cenobio adorno 
le donne e i cavallier che vanno attorno. 

LV 

Bella accoglienza i monachi e 1'abbate 
fero a Rinaldo, il qual domand6 loro 
(non prima gia che con vivande grate 
avesse avuto il ventre amplo ristoro) 
come dai cavallier sien ritrovate 
spesso aventure per quel tenitoro, 
dove si possa in qualche fatto eggregio 
1'uom dimostrar, se merta biasmo o pregio. 



78 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Risposongli ch'errando in quelli boschi, 
trovar potria strane aventure e molte : 
ma come i luoghi, i fatti ancor son foschi; 
che non se n'ha notizia le piu volte. 
Cerca diceano andar dove conoschi 
che Popre tue non restino sepolte, 
accio dietro al periglio e alia fatica 
segua la fama, e il debito ne dica. 

LVII 

E se del tuo valor cerchi far prova, 
t'e preparata la piu degna impresa 
che ne 1'antiqua etade o ne la nova 
giamai da cavallier sia stata presa. 
La figlia del re nostro or se ritrova 
bisognosa d'aiuto e di difesa 
contra un baron che Lurcanio si chiama, 
che tor le cerca e la vita e la fama. 

LVIII 

Questo Lurcanio al padre Pha accusata 
(forse per odio piu che per ragione) 
averla a mezza notte ritrovata 
trarr'un suo amante a se sopra un verrone. 
Per le leggi del regno condannata 
al fuoco fia, se non truova campione 
che fra un mese, oggimai presso a finire, 
Finiquo accusator faccia mentire. 

LIX 

L'aspra legge di Scozia, empia e severa, 
vuol ch'ogni donna, e di ciascuna sorte, 
ch'ad uom si giunga, e non gli sia mogliera, 
s'accusata ne viene, abbia la morte. 
Ne riparar si puo ch'ella non pera, 
quando per lei non venga un guerrier forte 
che tolga la difesa, e che sostegna 
che sia innocente e di morire indegna. 



CANTO QUARTO 79 

LX 

II re, dolente per Ginevra bella 
(che cosi nominata e la sua figlia), 
ha publicato per citta e castella, 
che s'alcun la diffesa di lei piglia, 
e che 1'estingua la calunnia fella 
(pur che sia nato di nobil famiglia), 
Favra per moglie, et uno stato, quale 
fia convenevol dote a donna tale. 

LXI 

Ma se fra un mese alcun per lei non viene, 
o venendo non vince, sara uccisa. 
Simile impresa meglio ti conviene, 
ch'andar pei boschi errando a questa guisa: 
oltre ch'onor e fama, te n'aviene 
ch'in eterno da te non fia divisa, 
guadagni il fior di quante belle donne 
da Tlndo sono all'Atlantee colonne; 

LXII 

e una ricchezza appresso, et uno stato 

che sempre far ti pu6 viver contento; 

e la grazia del re, se suscitato 

per te gli fia il suo onor, che e quasi spento. 

Poi per cavalleria tu se' ubligato 

a vendicar di tanto tradimento 

costei, che per commune opinione, 

di vera pudicizia e un paragone. 

LXIII 

Pens6 Rinaldo alquanto, e poi rispose: 
Una donzella dunque de' morire 
perche lascio sfogar ne Pamorose 
sue braccia al suo amator tanto desire? 
Sia maladetto chi tal legge pose, 
e maladetto chi la pu6 patire! 
Debitamente muore una crudele, 
non chi da vita al suo amator fedele. 



8o ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Sia vero o falso che Ginevra tolto 

s'abbia il suo amante, io non riguardo a questo : 

d'averlo fatto la loderei molto, 

quando non fosse stato manifesto. 

Ho in sua diffesa ogni pensier rivolto: 

datemi pur un chi mi guidi presto, 

e dove sia 1'accusator mi mene; 

ch'io spero in Dio Ginevra trar di pene. 

LXV 

Non vo* gia dir ch'ella non 1'abbia fatto; 

che nol sappiendo, il falso dir potrei: 

diro ben che non de' per simil atto 

punizion cadere alcuna in lei; 

e diro che fu ingiusto o che fu matto 

chi fece prima li statuti rei; 

e come iniqui rivocar si denno, 

e nuova legge far con miglior senno. 

LXVI 

S'un medesimo ardor, s'un disir pare 
inchina e sforza Puno e 1'altro sesso 
a quel suave fin d'amor, che pare 
all'ignorante vulgo un grave eccesso; 
perche si de' punir donna o biasmare, 
che con uno o piu d'uno abbia commesso 
quel che 1'uom fa con quante n'ha appetito, 
e lodato ne va, non che impunito ? 

LXVII 

Son fatti in questa legge disuguale 
veramente alle donne espressi torti; 
e spero in Dio mostrar che gli e gran male 
che tanto lungamente si comporti. 
Rinaldo ebbe il consenso universaie, 
che fur gli antiqui ingiusti e mali accorti, 
che consentiro a cosi iniqua legge, 
e mal fa il re che puo ne la corregge. 



CANTO QUARTO 8l 

LXVIII 

Poi die la luce Candida e vermiglia 
de 1'altro giorno aperse 1'emispero, 
Rinaldo 1'arme e il suo Baiardo piglia, 
e di quella badia tolle un scudiero, 
che con lui viene a molte leghe e miglia, 
sempre nel bosco orribilrnente fiero, 
verso la terra ove la lite nupva 
de la donzella de' venir in pruova. 

LXIX 

Avean, cercando abbreviar camino, 
lasciato pel sentier la maggior via; 
quando un gran pianto udir sonar vicino, 
che la foresta d'ogn'intorno empia. 
Baiardo spinse Tun, 1'altro il ronzino 
verso una valle onde quel grido uscia: 
e fra dui mascalzoni una donzella 
vider, che di lontan parea assai bella; 

LXX 

ma lacrimosa e addolorata quanto 
donna o donzella o mai persona fosse. 
Le sono dui col ferro nudo a canto, 
per farle far Terbe di sangue rosse. 
Ella con preghi differendo alquanto 
giva il morir, sin che pieta si mosse. 
Venne Rinaldo ; e come se n'accorse, 
con alti gridi e gran minaccie accorse. 

LXXI 

Voltaro i malandrin tosto le spalle, 
che '1 soccorso lontan vider venire, 
e se appiattar ne la profonda valle. 
II paladin non li cur6 seguire : 
venne a la donna, e qual gran colpa dalle 
tanta punizion, cerca d'udire; 
e per tempo avanzar, fa allo scudiero 
levarla in groppa, e torna al suo sentiero. 



82 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

E cavalcando poi meglio la guata 
molto esser bella e di maniere accorte, 
ancor che fosse tutta spaventata 
per la paura ch'ebbe de la morte. 
Poi ch'ella fu di nuovo domandata 
chi Pavea tratta a si infelice sorte, 
incominci6 con umil voce a dire 
quel ch'io vo' all'altro canto differire. 



CANTO QUINTO 83 



CANTO QUINTO 



I 

Tutti gli altri animal che sono in terra, 
o che vivon quieti e stanno in pace, 
o se vengono a rissa e si fan guerra, 
alia femina il maschio non la face: 
1'orsa con Torso al bosco sicura erra, 
la leonessa appresso il leon giace; 
col lupo vive la lupa sicura, 
n6 la iuvenca ha del torel paura. 

II 

Ch'abominevol peste, che Megera 
e venuta a turbar gli umani petti? 
che si sente il marito e la mogliera 
sempre garrir d'ingiuriosi detti, 
stracciar la faccia e far livida e nera, 
bagnar di pianto i geniali letti; 
e non di pianto sol, ma alcuna volta 
di sangue gli ha bagnati Tira stolta. 

in 

Parmi non sol gran mal, ma che Tuom faccia 
contra natura e sia di Dio ribello, 
che s'induce a percuotere la faccia 
di bella donna, o romperle un capello; 
ma chi le da veneno, o chi le caccia 
Talma del corpo con laccio o coltello, 
ch'uomo sia quel non creder6 in eterno, 
ma in vista umana un spirto de Tinferno. 



84 ORLANDO FURIOSO 

IV 

Cotali esser doveano i duo ladroni 
che Rinaldo caccio da la donzella, 
da lor condotta in quei scuri valloni 
perche non se n'udisse piu novella. 

10 lasciai ch'ella render le cagioni 
s'apparechiava di sua sorte fella 

al paladin, che le fu buono amico: 
or, seguendo Pistoria, cosi dico. 

v 

La donna incominci6 : Tu intenderai 
la maggior crudeltade e la piu espressa, 
ch'in Tebe o in Argo o ch'in Micene mai, 
o in loco piu crudel fosse commessa. 
E se rotando il sole i chiari rai, 
qui men ch'all'altre region s'appressa, 
credo ch'a noi malvolentieri arrivi, 
perche veder si crudel gente schivi. 

VI 

Ch'agli nemici gli uomini sien crudi, 
in ogni eta se n'e veduto esempio; 
ma dar la morte a chi procuri e studi 

11 tuo ben sempre, e troppo ingiusto et empio. 
E acci6 che meglio il vero io ti denudi, 
perche costor volessero far scempio 

degli anni verdi miei contra ragione, 
ti dir6 da principio ogni cagione. 

VII 

Voglio che sappi, signer mio, ch'essendo 
ten era ancora, alii servigi venni 
de la figlia del re, con cui crescendo, 
buon luogo in corte et onorato tenni. 
Crudele Amore, al mio stato invidendo, 
fe* che seguace, ahi lassa! gli divenni: 
fe* d'ogni cavallier, d'ogni donzello 
parermi il duca d' Albania piu bello. 



CANTO QUINTO 85 

VIII 

Perche egli mostro amarmi piu che molto, 
io ad amar lui con tutto il cor mi mossi. 
Ben s'ode il ragionar, si vede il volto, 
ma dentro il petto mal giudicar possi. 
Credendo, amando, non cessai che tolto 
1'ebbi nel letto, e non guardai ch'io fossi 
di tutte le real camere in quella 
che piu secreta avea Ginevra bella; 

IX 

dove tenea le sue cose piu care, 

e dove le piu volte ella dormia. 

Si pu6 di quella in s'un verrone entrare, 

che fuor del muro al discoperto uscia. 

Io facea il mio amator quivi montare, 

e la scala di corde, onde salia, 

10 stessa dal verron giu gli mandai 
qual volta meco aver Io desiai: 

x 

che tante volte ve Io fei venire, 
quanto Ginevra me ne diede I 5 agio, 
che solea mutar letto, or per fuggire 

11 tempo ardente, or il brumal malvagio. 
Non fu veduto d'alcun mai salire, 

per6 che quella parte del palagio 
risponde verso alcune case rotte, 
dove nessun mai passa o giorno o notte. 

XI 

Continu6 per molti giorni e mesi 
tra noi secreto Tamoroso gioco: 
sempre crebbe 1'amore; e si m'accesi, 
che tutta dentro io mi sentia di foco : 
e cieca ne fui si, ch'io non compresi 
ch'egli fingeva molto, e amava poco; 
ancor che li suo ? inganni discoperti 
esser doveanmi a mille segni certi. 



86 ORLANDO FURIOSO 

XII 

Dopo alcun di si mostro nuovo amante 
de la bella Ginevra. lo non so appunto 
s'allora cominciasse, o pur inante 
de Famor mio n'avesse il cor gia punto. 
Vedi s'in me venuto era arrogante, 
s'imperio nel mio cor s'aveva assunto; 
che mi scoperse, e non ebbe rossore 
chiedermi aiuto in questo nuovo amore. 

XIII 

Ben mi dicea ch'uguale al mio non era, 
ne vero amor quel ch'egli avea a costei ; 
ma simulando esserne acceso, spera 
celebrarne i legitimi imenei. 
Dal re ottenerla fia cosa leggiera, 
qualor vi sia la volonta di lei ; 
che di sangue e di stato in tutto il regno 
non era, dopo il re, di lu' il piii degno. 

XIV 

Mi persuade, se per opra mia 

potesse al suo signor genero farsi 

(che veder posso che se n'alzeria 

a quanto presso al re possa uomo alzarsi), 

che me n'avria bon merto, e non saria 

mai tanto beneficio per scordarsi; 

e ch'alla moglie e ch'ad ogn'altro inante 

mi porrebbe egli in sempre essermi amante. 

xv 

lo ch'era tutta a satisfargli intenta, 
ne seppi o volsi contradirgli mai, 
e sol quei giorni io mi vidi contenta, 
ch'averlo compiaciuto mi trovai; 
piglio 1'occasion che s'appresenta 
di parlar d'esso e di lodarlo assai; 
et ogni industria adopro, ogni fatica, 
per far del mio amator Ginevra arnica. 



CANTO QUINTO 87 

XVI 

Feci col core e con Feffetto tutto 
quel che far si poteva, e sallo Idio ; 
ne con Ginevra mai potei far frutto, 
ch'io le ponessi in grazia il duca mio: 
e questo, che ad amar ella avea indutto 
tutto il pensiero e tutto il suo disio 
un gentil cavallier, bello e cortese, 
venuto in Scozia di lontan paese; 

XVII 

che con un suo fratel ben giovinetto 
venne d' Italia a stare in questa corte; 
si fe' ne Farme poi tanto perfetto, 
che la Bretagna non avea il piu forte. 
II re Famava, e ne mostro Feffetto; 
che gli dono di non picciola sorte 
castella e ville e iuridizioni, 
e lo fe' grande al par dei gran baroni. 

XVIII 

Grato era al re, piu grato era alia figlia 
quel cavallier chiamato Ariodante, 
per esser valoroso a maraviglia; 
ma piu, ch'ella sapea che Fera amante. 
Ne Vesuvio, ne il monte di Siciglia, 
ne Troia avamp6 mai di fiamme tante, 
quante ella conoscea che per suo amore 
Ariodante ardean per tutto il core. 

XIX 

L'amar che dunque ella facea colui 
con cor sincere e con perfetta fede, 
fe 5 che pel duca male udita fui; 
ne mai risposta da sperar mi diede: 
anzi quanto io pregava piu per lui 
e gli studiava d'impetrar mercede, 
ella, biasmandol sempre e dispregiando, 
se gli venia piu sempre inimicando. 



ORLANDO FURIOSO 
XX 

lo confortai Tamator mio sovente, 

che volesse lasciar la vana impresa; 

ne si sperasse mai volger la mente 

di costei, troppo ad altro amore intesa: 

e gli feci conoscer chiaramente 

come era si d'Ariodante accesa, 

che quanta acqua e nel mar piccola dramma 

non spegneria de la sua immensa fiamma. 

XXI 

Questo da me piii volte Polinesso 
(che cosi nome ha il duca) avendo udito, 
e ben compreso e visto per se stesso 
che molto male era il suo amor gradito ; 
non pur di tanto amor si fu rimesso, 
ma di vedersi un altro preferito, 
come superbo, cosi mal sofferse, 
che tutto in ira e in odio si converse. 

XXII 

E tra Ginevra e Famator suo pensa 
tanta discordia e tanta lite porre, 
e farvi inimicizia cosi intensa, 
che mai piu non si possino comporre; 
e por Ginevra in ignominia immensa 
donde non s'abbia o viva o morta a torre: 
ne de 1'iniquo suo disegno meco 
volse o con altri ragionar che seco. 

XXIII 

Fatto il pensier: ((Dalinda mia, mi dice 
(che cosi son nomata) saper dei, 
che come suol tornar da la radice 
arbor che tronchi e quattro volte e sei, 
cosi la pertinacia mia infelice, 
ben che sia tronca dai successi rei, 
di germogliar non resta; che venire 
pur vorria a fin di questo suo desire. 



CANTO QUINTO 
XXIV 

E non lo bramo tanto per diletto, 
quanto perche vorrei vincer la pruova; 
e non possendo farlo con effetto, 
s'io lo fo imaginando, anco mi giova. 
Voglio, qual volta tu mi dai ricetto, 
quando allora Ginevra si ritruova 
nuda nel letto, che pigli ogni vesta 
ch'ella posta abbia, e tutta te ne vesta. 

XXV 

Come ella s'orna e come il crin dispone 
studia imitarla, e cerca il phi che sai 
di parer dessa, e poi sopra il verrone 
a mandar giu la scala ne verrai. 

10 verr6 a te con imaginazione 

che quella sii, di cui tu i panni avrai: 
e cosi spero, me stesso ingannando, 
venir in breve il mio desir sciemando. 

XXVI 

Cosi disse egli. lo che divisa e sevra 
e lungi era da me, non posi mente 
che questo in che pregando egli persevra, 
era una fraude pur troppo evidente; 
e dal verron, coi panni di Ginevra, 
mandai la scala onde sali sovente; 
e non m'accorsi prima de 1'inganno, 
che n'era gia tutto accaduto il danno. 

XXVII 

Fatto in quel tempo con Ariodante 

11 duca avea queste parole o tali 
(che grandi amici erano stati inante 
che per Ginevra si fesson rivali): 

Mi maraviglio incomincio il mio amante 
ch'avendoti io fra tutti li mie' uguali 
sempre avuto in rispetto e sempre amato, 
ch'io sia da te si mal rimunerato. 



90 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

lo son ben certo che comprendi e sai 
di Ginevra e di me 1'antiquo amore; 
e per sposa legitima oggimai 
per impetrarla son dal mio signore. 
Perche mi turbi tu ? perche pur vai 
senza frutto in costei ponendo il core ? 
lo ben a te rispetto avrei, per Dio, 
s'io nel tuo grado fossi, e tu nel mio. 

XXIX 

Et io rispose Ariodante a lui 

ccdi te mi maraviglio maggiormente; 

che di lei prima inamorato fui, 

che tu Tavessi vista solamente: 

e so che sai quanto e 1'amor tra nui, 

ch'esser non puo, di quel che sia, piu ardente; 

e sol d'essermi moglie intende e brama: 

e so che certo sai ch'ella non t'ama. 

xxx 

Perche non hai tu dunque a me il rispetto 
per 1'amicizia nostra che domande 
ch'a te aver debba, e ch'io t'avre' in efFetto, 
se tu fossi con lei di me piu grande ? 
Ne men di te per moglie averla aspetto, 
se ben tu sei piu ricco in queste bande: 
io non son meno al re, che tu sia, grato, 
ma piu di te da la sua figlia amato. 

XXXI 

0h, disse il duca a lui grande e cotesto 
errore a che t'ha il folle amor condutto! 
Tu credi esser piu amato; io credo questo 
medesmo: ma si pu6 vedere al frutto. 
Tu fammi cio c'hai seco manifesto, 
et io il secreto mio t'apriro tutto; 
e quel di noi che manco aver si veggia, 
ceda a chi vince, e d'altro si proveggia. 



CANTO QUINTO 
XXXII 

E sar6 pronto, se tu vuoi ch'io giuri 
di non dir cosa mai che mi riveli: 
cosi voglio ch'ancor tu m'assicuri 
che quel ch'io ti dir6, sempre mi celi. 
Venner dunque d'accordo alii scongiuri, 
e posero le man sugli Evangeli: 
e poi che di tacer fede si diero, 
Ariodante incomincio primiero. 

XXXIII 

E disse per lo giusto e per lo dritto 

come tra se e Ginevra era la cosa; 

ch'ella gli avea giurato, e a bocca e in scritto, 

che mai non saria ad altri ch'allui sposa; 

e se dal re le venia contraditto, 

gli promettea di sempre esser ritrosa 

da tutti gli altri maritaggi poi, 

e viver sola in tutti i giorni suoi : 

XXXIV 

e ch'esso era in speranza, pel valore 
ch'avea mostrato in arme a piu d'un segno, 
et era per mostrare a laude, a onore, 
a beneficio del re e del suo regno, 
di crescere tanto in grazia al suo signore, 
che sarebbe da lui stimato degno 
che la figliuola sua per moglie avesse, 
poi che piacer a lei cosl intendesse. 

xxxv 

Poi disse: A questo termine son io, 
ne credo gia ch'alcun mi venga appresso; 
ne cerco piu di questo, ne desio 
de 1'amor d'essa aver segno piu espresso; 
ne piu vorrei, se non quanto da Dio 
per connubio legitimo e concesso: 
e saria invano il domandar piu inanzi, 
che di bonta so come ogn'altra avanzi. 



92 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

Poi ch'ebbe il vero Ariodante esposto 
de la merce ch'aspetta a sua fatica, 
Polinesso, che gia s'avea proposto 
di far Ginevra al suo amator nemica, 
cominci6 : Sei da me molto discosto, 
e vo' che di tua bocca anco tu '1 dica; 
e del mio ben veduta la radice, 
che confess! me solo esser felice. 

XXXVII 

Finge ella teco, ne t'ama ne prezza; 

che ti pasce di speme e di parole: 

oltra questo, il tuo amor sempre a sciochezza, 

quando meco ragiona, imputar suole. 

lo ben d'esserle caro altra certezza 

veduta n'ho, che di promesse e fole; 

e tel diro sotto la fe in secreto, 

ben che farei piu il debito a star cheto. 

XXXVIII 

Non passa mese, che tre, quattro e sei 
e talor diece notti io non mi truovi 
nudo abbracciato in quel piacer con lei, 
ch'alP amoroso ardor par che si giovi: 
si che tu puoi veder s'a' piacer miei 
son d'aguagliar le ciance che tu pruovi. 
Cedimi dunque e d'altro ti provedi, 
poi che si inferior di me ti vedi. 

xxxix 

Non ti vo' creder questo,)) gli rispose 
Ariodante e certo so che menti; 
e composto fra te t'hai queste cose 
accio che da Pimpresa io mi spaventi: 
ma perche a lei son troppo ingiuriose, 
questo c'hai detto sostener convienti; 
che non bugiardo sol, ma voglio ancora 
che tu sei traditor mostrarti or ora. 



CANTO QUINTO 93 

XL 

Suggiunse il duca: Non sarebbe onesto 

che noi volessen la battaglia torre 

di quel che t'offerisco manifesto, 

quando ti piaccia, inanzi agli occhi porre. 

Resta smarrito Ariodante a questo, 

e per Fossa un tremor freddo gli scorre; 

e se creduto ben gli avesse a pieno, 

venia sua vita allora allora meno. 

XLI 

Con cor trafitto e con pallida faccia, 
e con voce tremante e bocca amara 
rispose : Quando sia che tu mi faccia 
veder questa aventura tua si rara, 
prometto di costei lasciar la traccia, 
a te si liberale, a me si avara: 
ma ch'io tel voglia creder, non far stima, 
s'io non lo veggio con questi occhi prima. 

XLII 

<c Quando ne sara il tempo, avisarotti , 
suggiunse Polinesso, e dipartisse. 
Non credo che passar piu di due notti, 
ch'ordine fu che '1 duca a me venisse. 
Per scoccar dunque i lacci che condotti 
avea si cheti, and6 al rivale, e disse 
che s'ascondesse la notte seguente 
tra quelle case ove non sta mai gente: 

XLIII 

e dimostrc-gli un luogo a dirimpetto 
di quel verrone ove solea salire. 
Ariodante avea preso sospetto 
che lo cercasse far quivi venire, 
come in un luogo dove avesse eletto 
di por gli aguati, e farvelo morire, 
sotto questa finzion, che vuol mostrargli 
quel di Ginevra ch'impossibil pargli. 



94 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

Di volervi venir prese partito, 
ma in guisa che di lui non sia men forte; 
perche accadendo che fosse assalito, 
si truovi si, che non tema di morte. 
Un suo fratello avea saggio et ardito, 
il piu famoso in arme de la corte, 
detto Lurcanio; e avea piu cor con esso, 
che se dieci altri avesse avuto appresso. 

XLV 

Seco chiamollo, e volse che prendesse 
rarme; e la notte lo men6 con lui: 
non che '1 secreto suo gia gli dicesse; 
n6 Favria detto ad esso ne ad altrui. 
Da se lontano un trar di pietra il messe : 
Se mi senti chiamar, vien disse a nui; 
ma se non senti, prima ch'io ti chiami, 
non ti partir di qui, frate, se m'ami. 

XL VI 

Va pur, non dubitar, disse il fratello: 
e cosi venne Ariodante cheto, 
e si ce!6 nel solitario ostello 
ch'era d'incontro al mio verron secreto. 
Vien d'altra parte il fraudolente e fello, 
che d'infamar Ginevra era si Heto; 
e fa il segno, tra noi solito inante, 
a me che de Finganno era ignorante. 

XL VII 

Et io con veste Candida e fregiata 
per mezzo a liste d'oro e d'ogn'intorno, 
e con rete pur d'or, tutta adombrata 
di bei fiocchi vermigli, al capo intorno 
(foggia che sol fu da Ginevra usata, 
non d'alcun'altra), udito il segno, torno 
sopra il verron, ch'in modo era locato, 
che mi scopria dinanzi e d'ogni lato. 



CANTO QUINTO 95 

XL VIII 

Lurcanio in questo mezzo dubitando 
die '1 fratello a pericolo non vada, 
o come e pur commun disio, cercando 
di spiar sempre cio che ad altri accada; 
1'era plan plan venuto seguitando, 
tenendo I'ombre e la piu oscura strada: 
e a men di dieci passi a lui discosto, 
nel medesimo ostel s'era riposto. 

XLIX 

Non sappiendo io di questo cosa alcuna, 
venni al verron ne 1'abito c'ho detto, 
si come gia venuta era piu d'una 
e piu di due fiate a buono effetto. 
Le veste si vedean chiare alia luna; 
ne dissimile essendo anch'io d'aspetto 
ne di persona da Ginevra molto, 
fece parere un per un altro il volto: 

L 

e tanto piu, ch'era gran spazio in mezzo 
fra dove io venni e quelle inculte case, 
ai dui fratelli, che stavano al rezzo, 
il duca agevolmente persuase 
quel ch'era falso. Or pensa in che ribrezzo 
Ariodante, in che dolor rimase. 
Vien Polinesso, e alia scala s'appoggia 
che giu manda'gli, e monta in su la loggia. 

LI 

A prima giunta io gli getto le braccia 
al collo, ch'io non penso esser veduta; 
Io bacio in bocca e per tutta la faccia, 
come far soglio ad ogni sua venuta. 
Egli piu de 1'usato si procaccia 
d'accarezzarmi, e la sua fraude aiuta. 
Quell' altro al rio spettacolo condutto, 
misero sta lontano, e vede il tutto. 



96 ORLANDO FURIOSO 

LII 

Cade in tanto dolor, che si dispone 
allora allora di voler morire; 
e il pome de la spada in terra pone, 
che su la punta si volea ferire. 
Lurcanio che con grande ammirazione 
avea veduto il duca a me salire, 
ma non gia conosciuto chi si fosse, 
scorgendo Tatto del fratel, si mosse; 

LIII 

e gli viet6 che con la propria mano 
non si passasse in quel furore il petto. 
S'era piu tardo o poco piu lontano, 
non giugnea a tempo, e non faceva effetto. 
ccAh misero fratel, fratello msano, 
grido perc'hai perduto Fintelletto, 
ch'una femina a morte trar ti debbia? 
ch'ir possan tutte come al vento nebbia! 

LIV 

Cerca far morir lei, che morir merta, 
e serva a piu tuo onor tu la tua morte. 
Fu d'amar lei, quando non t'era aperta 
la fraude sua: or e da odiar ben forte, 
poi che con gli occhi tuoi tu vedi certa 
quanto sia meretrice, e di che sorte. 
Serba quest'arme che volti in te stesso, 
a far dinanzi al re tal fallo espresso. 

LV 

Quando si vede Ariodante giunto 
sopra il fratel, la dura impresa lascia; 
ma la sua intension da quel ch'assunto 
avea gia di morir, poco s'accascia. 
Quindi si leva, e porta non che punto, 
ma trapassato il cor d'estrema ambascia; 
pur finge col fratel, che quel furore 
non abbia piu che dianzi avea nel core. 



CANTO QUINTO 97 

LVI 

II seguente matin, senza far motto 

al suo fratello o ad altri, in via si messe 

da la mortal disperazion condotto; 

ne di lui per piu di fu chi sapesse. 

Fuor che '1 duca e il fratello, ogn'altro indbtto 

era chi mosso al dipartir Favesse. 

Ne la casa del re di lui diversi 

ragionamenti e in tutta Scozia fersi. 

LVII 

In capo d'otto o di piu giorni in corte 
venne inanzi a Ginevra un viandante, 
e novelle arreco di mala sorter 
che s'era in mar summerso Ariodante 
di volontaria sua libera morte, 
non per colpa di borea o di levante. 
D'un sasso che sul mar sporgea molt' alto 
avea col capo in giu preso un gran salto. 

LVIII 

Colui dicea: Pria che venisse a questo, 
a me che a caso riscontro per via, 
disse: "Vien meco, accio che manifesto 
per te a Ginevra il mio successo sia; 
e dille poi, che la cagion del resto 
che tu vedrai di me, ch'or ora fia, 
e stato sol perc'ho troppo veduto: 
felice, se senza occhi io fossi suto!" 

LIX 

Eramo a caso sopra Capobasso, 
che verso Irlanda alquanto sporge in mare. 
Cosi dicendo, di cima d'un sasso 
lo vidi a capo in giu sott'acqua andare. 
Io lo lasciai nel mare, et a gran passo 
ti son venuto la nuova a portare. 
Ginevra, sbigottita e in viso smorta, 
rimase a quello annunzio mezza morta. 



ORLANDO FURIOSO 
LX 

Oh Dio, che disse e fece poi che sola 
si ritrov6 nel suo fidato letto! 
percosse il seno, e si straccio la stola, 
e fece all'aureo crin dan.no e dispetto; 
ripetendo sovente la parola 
ch'Ariodante avea in estremo detto: 
che la cagion del suo caso empio e tristo 
tutta venia per aver troppo visto. 

LXI 

II rumor scorse di costui per tutto, 
che per dolor s'avea dato la morte. 
Di questo il re non tenne il viso asciutto, 
n cavallier ne* donna de la corte. 
Di tutti il suo fratel mostr6 piu lutto ; 
e si sommerse nel dolor si forte, 
ch'ad essempio di lui, contra se stesso 
volt6 quasi la man per irgli appresso. 

LXII 

E molte volte ripetendo seco 
che fu Ginevra che '1 fratel gli estinse, 
e che non fu se non quelPatto bieco 
che di lei vide, ch'a morir lo spinse; 
di voler vendicarsene si cieco 
venne, e si 1'ira e si il dolor lo vinse, 
che di perder la grazia vilipese, 
et aver 1'odio del re e del paese. 

LXIII 

E inanzi al re, quando era piu di gente 
la sala plena, se ne venne, e disse: 
Sappi, signor, che di levar la mente 
al mio fratel, si ch'a morir ne gisse, 
stata & la figlia tua sola nocente; 
ch'a lui tanto dolor Talma trafisse 
d'aver veduta lei poco pudica, 
che piu che vita ebbe la morte arnica. 



CANTO QUINTO 99 

LXIV 

Erane amante, e perche le sue voglie 
disoneste non fur, nol vo' coprire: 
per virtu meritarla aver per moglie 
da te sperava e per fedel servire; 
ma mentre il lasso ad odorar le foglie 
stava lontano, altrui vide salire, 
salir su 1'arbor riserbato, e tutto 
essergli tolto il disiato frutto. 

LXV 

E seguito, come egli avea veduto 
venir Ginevra sul verrone, e come 
mand6 la scala, onde era a lei venuto 
un drudo suo di chi egli non sa il nome, 
che s'avea, per non esser conosciuto, 
cambiati i panni e nascose le chiome. 
Suggiunse che con Parme egli volea 
provar tutto esser ver cio che dicea. 

LXVI 

Tu puoi pensar se '1 padre addolorato 
riman, quando accusar sente la figlia; 
si perche ode di lei quel che pensato 
mai non avrebbe, e n'ha gran maraviglia; 
si perche sa che fia necessitate 
(se la difesa alcun guerrier non piglia, 
il qual Lurcanio possa far mentire) 
di condannarla e di farla morire. 

LXVII 

lo non credo, signor, che ti sia nuova 
la legge nostra che condanna a morte 
ogni donna e donzella che si pruova 
di se far copia altrui ch'al suo consorte. 
Morta ne vien, s'in un mese non truova 
in sua difesa un cavallier si forte, 
che contra il falso accusator sostegna 
che sia innocente e di morire indegna. 



100 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

Ha fatto il re bandir, per liberarla 
(che pur gli par ch'a torto sia accusata), 
che vuol per moglie e con gran dote darla 
a chi torra 1'infamia che l'e data. 
Chi per lei comparisca non si parla 
guerriero ancora, anzi Fun 1'altro guata; 
che quel Lurcanio in arme e cosi fiero, 
che par che di lui tema ogni guerriero, 

LXIX 

Atteso ha Tempia sorte che Zerbino, 
fratel di lei, nel regno non si truove; 
che va gia molti mesi peregrino, 
mostrando di se in arme inclite pruove : 
che quando si trovasse piu vicino 
quel cavallier gagliardo, o in luogo dove 
potesse avere a tempo la novella, 
non mancheria d'aiuto alia sorella. 

LXX 

II re, ch'intanto cerca di sapere 
per altra pruova, che per arme, ancora 
se sono queste accuse o false o vere, 
se dritto o torto e che sua figlia mora; 
ha fatto prender certe cameriere 
che lo dovrian saper, se vero fora: 
ond'io previdi che se presa era io, 
troppo periglio era del duca e mio. 

LXXI 

E la notte medesima mi trassi 
fuor de la corte, e al duca mi condussi; 
e gli feci veder quanto importassi 
al capo d'amendua, se presa io fussi. 
Lodommi, e disse ch'io non dubitassi: 
a j suoi conforti poi venir m'indussi 
ad una sua fortezza ch'e qui presso, 
in compagnia di dui che mi diede esso. 



CANTO QUINTO IOI 

LXXII 

Hai sentito, signer, con quanti effetti 
de Famor mio fei Polinesso certo; 
e s'era debitor per tai rispetti 
d'avermi cara o no, tu '1 vedi aperto. 
Or senti il guidardon che io ricevetti, 
vedi la gran merce" del mio gran merto; 
vedi se deve, per amare assai, 
donna sperar d'essere amata mai, 

LXXIII 

che questo ingrato, perfido e crudele, 
de la mia fede ha preso dubbio al fine : 
venuto e in sospizion ch'io non rivele 
al lungo andar le fraudi sue volpine. 
Ha finto, acci6 che m'allontane e cele 
fin che Tira e il furor del re decline, 
voler mandarmi ad un suo luogo forte; 
e mi volea mandar dritto alia morte; 

LXXIV 

che di secreto ha commesso alia guida, 
che come m'abbia in queste selve tratta, 
per degno premio di mia fe m'uccida. 
Cosi Tintenzion gli venia fatta, 
se tu non eri appresso alle mie grida. 
Ve' come Amor ben chi lui segue, tratta! 
Cosi narr6 Dalinda al paladino, 
seguendo tuttavolta il lor camino; 

LXXV 

a cui fu sopra ogn'aventura, grata 

questa d'aver trovata la donzella, 

che gli avea tutta 1'istoria narrata 

de 1'innocenzia di Ginevra bella. 

E se sperato avea, quando accusata 

ancor fosse a ragion, d'aiutar quella, 

via con maggior baldanza or viene in prova, 

poi che evidente la calunnia truova. 



102 ORLANDO FURIOSO 

LXXVI 

E verso la citta di Santo Andrea, 

dove era il re con tutta la famiglia, 

e la battaglia singular dovea 

esser de la querela de la figlia, 

and6 Rinaldo quanto andar potea, 

fin die vicino giunse a poche miglia; 

alia citta vicino giunse, dove 

trovo un scudier ch'avea piu fresche nuove: 

LXXVII 

ch'un cavallier istrano era venuto, 
ch'a difender Ginevra s'avea tolto, 
con non usate insegne, e sconoscmto, 
per6 che sempre ascoso andava molto; 
e che dopo che v'era, ancor veduto 
non gli avea alcuno al discoperto il volto; 
e che 1 proprio scudier che gli servia 
dicea giurando: lo non so dir chi sia. 

LXXVIII 

Non cavalcaro molto, ch'alle mura 
si trovar de la terra e in su la porta. 
Dalinda andar piu inanzi avea paura; 
pur va, poi che Rinaldo la conforta. 
La porta e chiusa, et a chi n'avea cura 
Rinaldo domand6: Questo ch'importa? 
E fugli detto: perche '1 popul tutto 
a veder la battaglia era ridutto, 

LXXIX 

che tra Lurcanio e un cavallier istrano 
si fa ne 1'altro capo de la terra, 
ove era un prato spazioso e piano; 
e che gia cominciata hanno la guerra. 
Aperto fu al signor di Montealbano, 
e tosto il portinar dietro gli serra. 
Per la vota citta Rinaldo passa, 
ma la donzella al primo albergo lassa. 



CANTO QUINTO 103 

LXXX 

E dice che sicura ivi si stia 
fin che ritorni allei, che sara tosto; 
e verso il campo poi ratto s'invia, 
dove li dui guerrier dato e risposto 
molto s'aveano e davan tuttavia. 
Stava Lurcanio di mal cor disposto 
contra Ginevra; e 1'altro in sua difesa 
ben sostenea la favorita impresa. 

LXXXI 

Sei cavallier con lor ne lo steccato 
erano a piedi, armati di corazza, 
col duca d j Albania, ch'era montato 
s'un possente corsier di buona razza. 
Come a gran contestabile, a lui dato 
la guardia fu del campo e de la piazza: 
e di veder Ginevra in gran periglio 
avea il cor lieto, et orgoglioso il ciglio. 

LXXXII 

Rinaldo se ne va tra gente e gente; 
fassi far largo il buon destrier Baiardo: 
chi la tempesta del suo venir sente, 
a dargli via non par zoppo ne tardo. 
Rinaldo vi compar sopra eminente, 
e ben rassembra il fior d'ogni gagliardo; 
poi si ferma all'incontro ove il re siede: 
ognun s'accosta per udir che chiede. 

LXXXIII 

Rinaldo disse al re: Magno signore, 
non lasciar la battaglia piu seguire; 
perche* di questi dua qualunche more, 
sappi ch'a torto tu '1 lasci morire. 
L'un crede aver ragione, et e in errore, 
e dice il falso, e non sa di mentire; 
ma quel medesmo error che '1 suo germano 
a morir trasse, a lui pon 1'arme in mano. 



104 ORLANDO FURIOSO 

LXXXIV 

L'altro non sa se n'abbia dritto o torto; 

ma sol per gentilezza e per bontade 

in pericol si e posto d'esser morto, 

per non lasciar morir tanta beltade. 

lo la salute all'innocenzia porto ; 

porto il contrario a chi usa falsitade. 

Ma, per Dio, questa pugna prima parti, 

poi mi da audienza a quel ch'io vo' narrarti. 

LXXXV 

Fu da 1'autorita d'un uom si degno, 
come Rinaldo gli parea al sembiante, 
si mosso il re, che disse e fece segno 
che non andasse piu la pugna inante; 
al quale insieme et ai baron del regno, 
e ai cavallieri e all'altre turbe tante, 
Rinaldo fe j 1'inganno tutto espresso 
ch'avea ordito a Ginevra Polinesso. 

LXXXVI 

Indi s'offerse di voler provare 
coU'arme, ch'era ver quel ch'avea detto. 
Chiamasi Polinesso; et ei compare, 
ma tutto conturbato ne Paspetto: 
pur con audacia comincio a negare. 
Disse Rinaldo: Or noi vedrem 1'efTetto. 
L'uno e 1'altro era armato, il campo fatto, 
si che senza indugiar vengono al fatto. 

LXXXVII 

Oh quanto ha il re, quanto ha il suo popul caro 
che Ginevra a provar s'abbi innocent e! 
tutti han speranza che Dio mostri chiaro 
ch'impudica era detta ingiustamente. 
Crudel, superbo e riputato avaro 
fu Polinesso, iniquo e fraudolente; 
si che ad alcun miracolo non fia, 
che Pinganno da lui tramato sia. 



CANTO QUINTO 105 

LXXXVIII 

Sta Polinesso con la faccia mesta, 
col cor tremante e con pallida guancia; 
e al terzo suon mette la lancia in resta. 
Cosi Rinaldo inverso lui si lancia, 
che disioso di finir la festa, 
mira a passargli il petto con la lancia: 
ne discorde al, disir segui Feffetto; 
che mezza Pasta gli cacci6 nel petto. 

LXXXIX 

Fisso nel tronco lo transporta in terra 
lontan dal suo destrier piu di sei braccia. 
Rinaldo smonta subito, e gli afferra 
Felmo, pria che si levi, e gli lo slaccia: 
ma quel, che non pu6 far piu troppa guerra, 
gli domanda merce con umil faccia, 
e gli confessa, udendo il re e la corte, 
la fraude sua che Pha condutto a morte. 

xc 

Non fini il tutto, e in mezzo la parola 
e la voce e la vita Pabandona. 
II re, che liberata la figliuola 
vede da morte e da fama non buona, 
piu s'allegra, gioisce e raconsola, 
che s'avendo perduta la corona 
ripor se la vedesse allora allora: 
si che Rinaldo unicamente onora. 

xci 

E poi ch'al trar de Felmo conosciuto 
Febbe, perch' altre volte Favea visto, 
Iev6 le mani a Dio, che d'un aiuto 
come era quel, gli avea si ben provisto. 
QuelPaltro cavallier che, sconosciuto, 
soccorso avea Ginevra al caso tristo, 
et armato per lei s'era condutto, 
stato da parte era a vedere il tutto. 



106 ORLANDO FURIOSO 

XCII 

Dal re pregato fu di dire il nome, 
o di lasciarsi almen veder scoperto, 
accio da lui fosse premiato, come 
di sua buona intension chiedeva il merto. 
Quel, dopo lunghi preghi, da le chiome 
si levo Telmo, e fe 7 palese e certo 
quel che ne Taltro canto, ho da seguire, 
se grata vi sara 1'istoria udire. 



CANTO SESTO 107 



CANTO SESTO 



I 

Miser chi mal oprando si confida 
ch'ognor star debbia il maleficio occulto ; 
che quando ogn'altro taccia, intorno grida 
1'aria e la terra istessa in ch'e sepulto: 
e Dio fa spesso che '1 peccato guida 
il peccator, poi ch'alcun di gli ha indulto, 
che se* medesmo, senza altrui richiesta, 
innavedutamente manifesta. 

ii 

Avea creduto il miser Polinesso 
totalmente il delitto suo coprire, 
Dalinda consapevole d'appresso 
levandosi, che sola il potea dire: 
e aggiungendo il secondo al primo eccesso, 
affretto il mal che potea differire, 
e potea differire e schivar forse; 
ma se stesso spronando, a morir corse. 

in 

E perde amici a un tempo e vita e stato, 
e onor, che fu molto piu grave danno. 
Dissi di sopra, che fu assai pregato 
il cavallier, ch'ancor chi sia non sanno. 
Al fin si trasse 1'elmo, e '1 viso amato 
scoperse, che piu volte veduto hanno : 
e dimostr6 come era Ariodante, 
per tutta Scozia lacrimato inante; 



108 ORLANDO FURIOSO 

IV 

Ariodante, che Ginevra pianto 
avea per morto, e '1 fratel pianto avea, 
il re, la corte, il popul tutto quanto: 
di tal bonta, di tal valor splendea. 
Adunque il peregrin mentir di quanto 
dianzi di lui narro, quivi apparea; 
e fu pur ver che dal sasso marino 
gittarsi in mar lo vide a capo chino. 



Ma (come aviene a un disperato spesso, 
che da lontan brama e disia la morte, 
e Fodia poi che se la vede appresso, 
tanto gli pare il passo acerbo e forte) 
Ariodante, poi ch'in mar fu messo, 
si penti di morire: e come forte 
e come destro e piu d'ogn'altro ardito, 
si messe a nuoto e ritornossi al lito ; 

VI 

e dispregiando e nominando folle 
il desir ch'ebbe di lasciar la vita, 
si messe a caminar bagnato e molle, 
e capit6 all'ostel d'un eremita. 
Quivi secretamente indugiar voile 
tanto, che la novella avesse udita, 
se del caso Ginevra s'allegrasse, 
o pur mesta e pietosa ne restasse. 

VII 

Intese prima che per gran dolore 
ella era stata a rischio di morire 
(la fama ando di questo in modo fuore, 
che ne fu in tutta 1'isola che dire): 
contrario effetto a quel che per errore 
credea aver visto con suo gran martire. 
Intese poi come Lurcanio avea 
fatta Ginevra appresso il padre rea. 



CANTO SESTO 109 

VIII 

Contra il fratel d'ira minor non arse, 
che per Ginevra gia d'amore ardesse; 
che troppo empio e crudele atto gli parse, 
ancora che per lui fatto Favesse. 
Sentendo poi che per lei non comparse 
cavallier che difender la volesse 
(che Lurcanio si forte era e gagliardo, 
ch'ognun d'andargli contra avea riguardo; 

IX 

e chi n'avea notizia, il riputava 
tanto discreto, e si saggio et accorto, 
che se non fosse ver quel che narrava, 
non si porrebbe a rischio d'esser morto; 
per questo la piu parte dubitava 
di non pigliar questa difesa a torto); 
Ariodante, dopo gran discorsi, 
penso aH'accusa del fratello opporsi. 

x 

Ah lasso! io non potrei seco dicea 
asentir per mia cagion perir costei: 
troppo mia morte fora acerba e rea, 
se inanzi a me morir vedessi lei. 
Ella e pur la mia donna e la mia dea, 
questa e la luce pur degli occhi miei: 
convien ch'a dritto e a torto, per suo scampo 
pigli Timpresa, e resti morto in campo. 

XI 

So ch'io m'appiglio al torto; e al torto sia: 
e ne morro; ne questo mi sconforta, 
se non ch'io so che per la morte mia 
si bella donna ha da restar poi morta. 
Un sol conforto nel morir mi fia, 
che se '1 suo Polinesso amor le porta, 
chiaramente veder avra potuto 
che non s'e mosso ancor per darle aiuto; 



110 ORLANDO FURIOSO 

XII 

e me, che tanto espressamente ha offeso, 
vedra, per lei salvare, a morir giunto. 
Di mio fratello insieme, il quale acceso 
tanto fuoco ha, vendicherommi a un punto ; 
ch'io lo faro doler, poi che compreso 
il fine avra del suo crudele assunto: 
creduto vendicar avra il germane, 
e gli avra dato morte di sua mano. 

XIII 

Concluso ch'ebbe questo nel pensiero, 
nuove arme ritrovo, nuovo cavallo; 
e sopraveste nere, e scudo nero 
porto, fregiato a color verdegiallo. 
Per aventura si trov6 un scudiero 
ignoto in quel paese, e menato hallo; 
e sconosciuto (come ho gia narrato) 
s'appresento contra il fratello armato. 

XIV 

Narrato v'ho come il fatto successe, 

come fu conosciuto Ariodante. 

Non minor gaudio n'ebbe il re, ch'avesse 

de la figliuola liberata inante. 

Seco pens6 che mai non si potesse 

trovar un piii fedele e vero amante; 

che dopo tanta ingiuria, la difesa 

di lei contra il fratel proprio avea presa. 

xv 

E per sua inclinazion (ch'assai 1'amava) 
e per li preghi di tutta la corte, 
e di Rinaldo che piu d'altri instava, 
de la bella figliuola il fa consorte. 
La duchea d' Albania, ch'al re tornava 
dopo che Polinesso ebbe la morte, 
in miglior tempo discader non puote, 
poi che la dona alia sua figlia in dote. 



CANTO SESTO III 

XVI 

Rinaldo per Dalinda impetr6 grazia, 
che se n'and6 di tanto error e esente; 
la qual per voto, e perche molto sazia 
era del mondo, a Dio volse la mente: 
monaca s'ando a render fin in Dazia, 
e si Iev6 di Scozia immantinente. 
Ma tempo omai di ritrovar Ruggiero, 
che scorre il ciel su P animal leggiero. 

XVII 

Ben che Ruggier sia d'animo constante, 
n6 cangiato abbia il solito colore, 
io non gli voglio creder che tremante 
non abbia dentro piu che foglia il core. 
Lasciato avea di gran spazio distante 
tutta FEuropa, et era uscito fuore 
per molto spazio il segno che prescritto 
avea gia a* naviganti Ercole invitto. 

XVIII 

Quello ippogrifo, grande e strano augello, 
lo porta via con tal prestezza d'ale, 
che lascieria di lungo tratto quello 
celer ministro del fulmineo strale. 
Non va per Faria altro animal si snello, 
che di velocita gli fosse uguale: 
credo ch'a pena il tuono e la saetta 
venga in terra dal ciel con maggior fretta. 

XIX 

Poi che Faugel trascorso ebbe gran spazio 
per linea dritta e senza mai piegarsi, 
con larghe ruote, omai de Taria sazio, 
cominci6 sopra una isola a calarsi, 
pari a quella ove, dopo lungo strazio 
far del suo amante e lungo a lui celarsi, 
la vergine Aretusa passo invano 
di sotto il mar percamin cieco e strano. 



ORLANDO FURIOSO 
XX 

Non vide ne '1 piu bel ne '1 piu giocondo 

da tutta 1'aria ove le penne stese; 

ne se tutto cercato avesse il mondo, 

vedria di questo il piu gentil paese, 

ove, dopo un girarsi di gran tondo, 

con Ruggier seco il grande augel discese: 

culte piamire e delicati colli, 

chiare acque, ombrose ripe e prati molli. 

XXI 

Vaghi boschetti di soavi allori, 
di palme e d'amenissime mortelle, 
cedri et aranci ch'avean frutti e fiori 
contesti in varie forme e tutte belle, 
facean riparo ai fervidi calori 
de' giorni estivi con lor spesse ombrelle; 
e tra quei rami con sicuri voli 
cantando se ne giano i rosignuoli. 

XXII 

Tra le purpuree rose e i bianchi gigli, 
che tiepida aura freschi ognora serba, 
sicuri si vedean lepri e conigli, 
e cervi con la fronte alta e superba, 
senza temer ch'alcun gli uccida o pigli, 
pascano o stiansi rominando 1'erba; 
saltano i daini e i capri isnelli e destri, 
che sono in copia in quei luoghi campestri. 

XXIII 

Come si presso e 1'ippogrifo a terra, 

ch'esser ne pu6 men periglioso il salto, 

Ruggier con fretta de Farcion si sferra, 

e si ritruova in su 1'erboso smalto ; 

tuttavia in man le redine si serra, 

che non vuol che '1 destrier piu vada in alto: 

poi lo lega nel margine marine 

a un verde mirto in mezzo un lauro e un pino. 



CANTO SESTO 113 

XXIV 

E quivi appresso ove surgea una fonte 
cinta di cedri e di feconde palme, 
pose lo scudo, e Pelmo da la fronte 
si trasse, e disarmossi ambe le palme; 
et ora alia marina et ora al monte 
volgea la faccia all'aure fresche et alme, 
che Falte cime con mormorii Ueti 
fan tremolar dei faggi e degH abeti. 

xxv 

Bagna talor ne la chiara onda e fresca 
I'asciutte labra, e con le man diguazza, 
acci6 che de le vene il calore esca 
che gli ha acceso il portar de la corazza. 
Ne maraviglia e gia ch'ella gl'incresca, 
che non e stato un far vedersi in piazza; 
ma senza mai posar, d'arme guernito, 
tremila miglia ognor correndo era ito. 

XXVI 

Quivi stando, il destrier ch'avea lasciato 

tra le phi dense frasche alia fresca ombra, 

per fuggir si rivolta, spaventato 

di non so che, che dentro al bosco adombra; 

e fa crollar si il mirto ove e legato, 

che de le frondi intorno il pie gli ingombra: 

crollar fa il mirto e fa cader la foglia, 

ne succede pero che se ne scioglia. 

XXVII 

Come ceppo talor, che le medolle 
rare e vote abbia, e posto al fuoco sia, 
poi che per gran calor quell' aria molle 
resta consunta ch'in mezzo Pempia, 
dentro risuona e con strepito bolle 
tanto che quel furor truovi la via; 
cosi murmura e stride e si comccia 
quel mirto offeso, e al fine apre la buccia. 



114 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

Onde con mesta e flebil voce uscio 
espedita e chiarissima favella, 
e disse : - Se tu sei cortese e pio, 
come dimostri alia presenza bella, 
lieva questo animal da 1'arbor mio: 
basti che J l mio mal proprio mi flagella, 
senza altra pena, senza altro dolore 
ch'a tormentarmi ancor venga di fuore. - 

XXIX 

Al primo suon di quella voce torse 
Ruggiero il viso, e subito levosse; 
e poi ch'uscir da Tarbore s'accorse, 
stupefatto rest6 piu che mai fosse. 
A levarne il destrier subito corse; 
e con le guancie di vergogna rosse: 

Qual che tu sii, perdonami, dicea 

o spirto umano, o boschereccia dea. 

xxx 

II non aver saputo che s'asconda 
sotto ruvida scorza umano spirto, 
m'ha lasciato turbar la bella fronda 
e far ingiuria al tuo vivace mirto : 
ma non restar per6, che non risponda 
chi tu ti sia, ch'in corpo orrido et irto, 
con voce e razionale anima vivi; 
se da grandine il ciel sempre ti schivi. 

XXXI 

E s'ora o mai potro questo dispetto 
con alcun beneficio compensarte, 
per quella bella donna ti prometto, 
quella che di me tien la miglior parte, 
ch'io faro con parole e con effetto, 
ch'avrai giusta cagion di me lodarte. 
Come Ruggiero al suo parlar fin diede, 
tremo quel mirto da la cima al piede. 



CANTO SESTO 115 

XXXII 

Poi si vide sudar su per la scorza, 
come legno dal bosco allora tratto, 
che del fuoco venir sente la forza, 
poscia ch'invano ogni ripar gli ha fatto; 
e comincio : Tua cortesia mi sforza 
a discoprirti in un medesmo tratto 
ch'io fossi prima, e chi converse m'aggia 
in questo mirto in su 1'amena spiaggia. 

XXXIII 

II nome mio fu Astolfo; e paladino 
era di Francia, assai temuto in guerra: 
d' Orlando e di Rinaldo era cugino, 
la cui fama alcun termine non serra; 
e si spettava a me tutto il domino, 
dopo il mio padre Oton, de Flnghilterra. 
Leggiadro e bel fui si, che di me accesi 
piu d'una donna; e al fin me solo ofFesi. 

xxxrv 

Ritornando io da quelle isole estreme 
che da Levante il mar Indico lava, 
dove Rinaldo et alcun' altri insieme 
meco fur chiusi in parte oscura e cava, 
et onde liberate le supreme 
forze n'avean del cavallier di Brava; 
ver ponente io venia lungo la sabbia 
che del settentrion sente la rabbia. 

xxxv 

E come la via nostra e il duro e fello 
distin ci trasse, uscimmo una matina 
sopra la bella spiaggia ove un castello 
siede sul mar de la possente Alcina. 
Trovammo lei ch'uscita era di quello, 
e stava sola in ripa alia marina; 
e senza rete e senza amo traea 
tutti li pesci al lito, che volea. 



Il6 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

Veloci vi correvano i delfini, 

vi venia a bocca aperta il grosso tonno; 

i capidogli coi vecchi marini 

vengon turbati dal lor pigro sonno; 

muli, salpe, salmon! e coracini 

nuotano a schiere, in piu fretta che ponno ; 

pistrici, fisiteri, orche e balene 

escon del mar con monstruose schiene. 

XXXVII 

Veggiamo una balena, la maggiore 
che mai per tutto il mar veduta fosse: 
undeci passi e piu dimostra fuore 
de Ponde salse le spallaccie grosse. 
Caschiamo tutti insieme in uno errore, 
perch' era ferma e che mai non si scosse: 
ch'ella sia una isoletta ci credemo, 
cosi distante ha Tun da Faltro estremo. 

XXXVIII 

Alcina i pesci uscir facea de Pacque 
con semplici parole e puri incanti. 
Con la fata Morgana Alcina nacque, 
io non so dir s'a un parto o dopo o inanti. 
Guardommi Alcina; e subito le piacque 
Paspetto mio, come mostro ai sembianti: 
e penso con astuzia e con ingegno 
tormi ai compagni; e riusci il disegno. 

xxxix 

Ci venne incontra con allegra faccia, 
con modi graziosi e riverenti, 
e disse: Cavallier, quando vi piaccia 
far oggi meco i vostri alloggiamenti, 
io vi far6 veder, ne la mia caccia, 
di tutti i pesci sorti different! : 
chi scaglioso, chi molle e chi col pelo; 
e saran piu che non ha stelle il cielo. 



CANTO SESTO 
XL 

E volendo vedere una sirena 

che col suo dolce canto acheta il mare, 

passian di qui fin su quelFaltra arena, 

dove a quest'ora suol sempre tornare. 

E ci mostro quella maggior balena 

che, come io dissi, una isoletta pare. 

lo che sempre fui troppo (e me n'incresce) 

volonteroso, andai sopra quel pesce. 

XLI 

Rinaldo m'accennava, e similmente 
Dudon, ch'io non v'andassi; e poco valse. 
La fata Alcina con faccia ridente, 
lasciando gli altri dua, dietro mi salse. 
La balena, airufficio diligente, 
nuotando se n'ando per Ponde salse. 
Di mia sciochezza tosto fui pentito, 
ma troppo mi trovai lungi dal lito. 

XLII 

Rinaldo si cacci6 ne 1'acqua a nuoto 
per aiutarmi, e quasi si sommerse, 
perche levossi un furioso Noto 
che d'ombra il cielo e '1 pelago coperse. 
Quel che di lui segui poi, non m'e noto. 
Alcina a confortarmi si converse; 
e quel di tutto e la notte che venne, 
sopra quel mostro in mezzo il mar mi tenne. 

XLIII 

Fin che venimmo a questa isola bella, 
di cui gran parte Alcina ne possiede, 
e Fha usurpata ad una sua sorella 
che '1 padre gia Iasci6 del tutto erede, 
perche sola legitima avea quella; 
e, come alcun notizia me ne diede 
che pienamente instrutto era di questo, 
sono quest' altre due nate d'incesto. 



Il8 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

E come sono inique e scelerate 
e piene d'ogni vizio infame e brutto, 
cosi quella, vivendo in castitate, 
posto ha ne le virtuti il suo cor tutto. 
Contra lei queste due son congiurate; 
e gia piu d'uno esercito hanno instrutto 
per cacciarla de 1'isola, e in piu volte 
piu di cento castella Phanno tolte : 

XLV 

ne ci terrebbe ormai spanna di terra 
colei che Logistilla e nominata, 
se non che quinci un golfo il passo serra, 
e quindi una montagna inabitata, 1 
si come tien la Scozia e Tlnghilterra 
il monte e la riviera, separata; 
ne per6 Alcina n6 Morgana resta 
che non le voglia tor ci6 che le resta. 

XLVI 

Perche di vizii e questa coppia rea, 
odia colei, perche e pudica e santa. 
Ma per tornare a quel ch'io ti dicea, 
e seguir poi com'io divenni pianta, 
Alcina in gran delizie mi tenea, 
e del mio amore ardeva tutta quanta; 
ne minor fiamma nel mio core accese 
il veder lei si bella e si cortese. 

XLVII 

lo mi godea le delicate membra: 
pareami aver qui tutto il ben raccolto 
che fra i mortali in piu parti si smembra, 
a chi piii et a chi meno e a nessun molto; 
ne di Francia ne d'altro mi rimembra: 
stavomi sempre a contemplar quel volto: 
ogni pensiero, ogni mio bel disegno 
in lei finia, ne passava oltre il segno. 



CANTO SESTO 
XLVIII 

10 da lei altretanto era o piu amato: 
Alcina piu non si curava d' altri; 

ella ogn'altro suo amante avea lasciato, 
ch'inanzi a me ben ce ne fur degli altri. 
Me consiglier, me avea di e notte a lato, 
e me fe' quel che commandava agli altri: 
a me credeva, a me si riportava; 
ne notte o di con altri mai parlava. 

XLIX 

Deh! perche vo le mie piaghe toccando, 
senza speranza poi di medicina? 
perche Favuto ben vo rimembrando, 
quando io patisco estrema disciplina? 
Quando credea d'esser felice, e quando 
credea ch'amar piu mi dovesse Alcina, 

11 cor che m'avea dato si ritolse, 

e ad altro nuovo amor tutta si volse. 



Conobbi tardi il suo mobil ingegno, 
usato amare e disamare a un punto. 
Non era stato oltre a duo mesi in regno, 
ch'un novo amante al loco mio fu assunto. 
Da se cacciommi la fata con sdegno, 
e da la grazia sua m'ebbe disgiunto: 
e seppi poi, che tratti a simil porto 
avea mill' altri amanti, e tutti a torto. 

LI 

E perche essi non vadano pel mondo 
di lei narrando la vita lasciva, 
chi qua chi la, per lo terren fecondo 
li muta, altri in abete, altri in oliva, 
altri in palma, altri in cedro, altri secondo 
che vedi me su questa verde riva; 
altri in liquido fonte, alcuni in fiera, 
come piu agrada a quella fata altiera. 



120 ORLANDO FURIOSO 

LII 

Or tu che sei per non usata via, 

signor, venuto all'isola fatale, 

accio ch'alcuno amante per te sia 

converse in pietra o in onda, o fatto tale; 

avrai cTAlcina scettro e signoria, 

e sarai lieto sopra ogni mortale: 

ma certo sii di giunger tosto al passo 

d'entrar o in fiera o in fonte o in legno o in sasso. 

LIII 

lo te n'ho dato volentieri aviso: 
non ch'io mi creda che debbia giovarte; 
pur meglio fia che non vadi improvise, 
e de' costumi suoi tu sappia parte; 
che forse, come e differente il viso, 
e differente ancor 1'ingegno e 1'arte. 
Tu saprai forse riparare al danno, 
quel che saputo mill'altri non hanno. 

LIV 

Ruggier, che conosciuto avea per fama 
ch'Astolfo alia sua donna cugin era, 
si dolse assai che in steril pianta e grama 
mutato avesse la sembianza vera; 
e per amor di quella che tanto ama 
(pur che saputo avesse in che maniera) 
gli avria fatto servizio: ma aiutarlo 
in altro non potea, ch'in confortarlo. 

LV 

Lo fe 5 al meglio che seppe; e domandolli 
poi se via c'era, ch'al regno guidassi 
di Logistilla, o per piano o per colli, 
si che per quel d'Alcina non andassi. 
Che ben ve n'era un'altra, ritornolli 
Tarbore a dir, ma piena d'aspri sassi, 
s'andando un poco inanzi alia man destra, 
salisse il poggio inver la cima alpestra. 



CANTO SESTO 121 

LVI 

Ma che non pensi gia che seguir possa 
il suo camin per quella strada troppo : 
incontro avra di gente ardita, grossa 
e fiera compagnia, con duro intoppo. 
Alcina ve li tien per muro e fossa 
a chi volesse uscir fuor del suo groppo. 
Ruggier quel mirto ringrazi6 del tutto, 
poi da lui si parti dotto et instrutto. 

LVII 

Venne al cavallo, e lo disciolse e prese 
per le redine, e dietro se lo trasse; 
ne, come fece prima, piu Tascese, 
perche mal grado suo non lo portasse. 
Seco pensava come nel paese 
di Logistilla a salvamento andasse. 
Era disposto e fermo usar ogni opra, 
che non gli avesse imperio Alcina sopra. 

LVIII 

Pens6 di rimontar sul suo cavallo, 
e per Faria spronarlo a nuovo corso; 
ma dubit6 di far poi maggior fallo, 
che troppo mal quel gli ubidiva al morso. 
lo passer6 per forza, s'io non fallo , 
dicea tra se, ma vano era il discorso. 
Non fu duo miglia lungi alia marina, 
che la bella citta vide d' Alcina. 

LIX 

Lontan si vide una muraglia lunga 
che gira intorno, e gran paese serra; 
e par che la sua altezza al ciel s'aggiunga, 
e d'oro sia da 1'alta cima a terra. 
Alcun dal mio parer qui si dilunga, 
e dice ch'elFe alchimia; e forse ch'erra, 
et anco forse meglio di me intende: 
a me par oro, poi che si risplende. 



122 ORLANDO FURIOSO 

LX 

Come fu presso alle si ricche mura, 
che 1 mondo altre non ha de la lor sorte, 
lascio la strada che per la pianura 
ampla e diritta andava alle gran porte; 
et a man destra, a quella piu sicura, 
ch'al monte gia, piegossi il guerrier forte: 
ma tosto ritrov6 1'iniqua frotta, 
dal cui furor gli fu turbata e rotta. 

LXI 

Non fu veduta mai piu strana torma, 
piti monstruosi volti e peggio fatti : 
alcun dal collo in giii d'uomini han forma, 
col viso altri di simie, altri di gatti; 
stampano alcun con pie caprigni Forma; 
alcuni son centauri agili et atti; 
son gioveni impudenti e vecchi stolti, 
chi nudi e chi di strane pelli involti. 

LXII 

Chi senza freno in s'un destrier galoppa, 
chi lento va con 1'asino o col hue, 
altri salisce ad un centauro in groppa, 
struzzoli molti han sotto, aquile e grue; 
ponsi altri a bocca il corno, altri la coppa; 
chi femina e, chi maschio, e chi amendue; 
chi porta uncino e chi scala di corda, 
chi pal di ferro e chi una lima sorda. 

LXIII 

Di questi il capitano si vedea 
aver gonfiato il ventre, e J l viso grasso ; 
il qual su una testuggine sedea, 
che con gran tardita mutava il passo. 
Avea di qua e di la chi lo reggea, 
perche egli era ebro, e tenea il ciglio basso ; 
altri la fronte gli asciugava e il mento, 
altri i panni scuotea per fargli vento. 



CANTO SESTO 123 

LXIV 

Un ch'avea umana forma i piedi e '1 ventre, 
e collo avea di cane, orecchie e testa, 
contra Ruggiero abaia, acci6 ch'egli entre 
ne la bella citta ch'a dietro resta. 
Rispose il cavallier: Nol faro, mentre 
avra forza la man di regger questa! 
e gli mostra la spada, di cui volta 
avea 1'aguzza punta alia sua volta. 

LXV 

Quel monstro lui ferir vuol d'una lancia, 
ma Ruggier presto se gli aventa addosso : 
una stoccata gli trasse alia pancia, 
e la fe* un palmo riuscir pel dosso. 
Lo scudo imbraccia, e qua e la si lancia, 
ma Pinimico stuolo e troppo grosso: 
Tun quinci il punge, e 1'altro quindi afferra; 
egli s'arrosta, e fa lor aspra guerra. 

LXVI 

L'un sin a' denti, e Paltro sin al petto 
partendo va di quella iniqua razza; 
ch'alla sua spada non s'oppone elmetto, 
ne scudo, ne panziera, ne corazza: 
ma da tutte le parti e cosi astretto, 
che bisogno saria, per trovar piazza 
e tener da se largo il popul reo, 
d'aver phi braccia e man che Briareo. 

LXVII 

Se di scoprire avesse avuto aviso 
lo scudo che gia fu del negromante 
(io dico quel ch'abbarbagliava il viso, 
quel ch'all j arcione avea lasciato Atlante), 
subito avria quel brutto stuol conquiso 
e f attosel cader cieco davante ; 
e forse ben, che disprezz6 quel modo, 
perche virtude usar volse e non frodo. 



124 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

Sia quel che puo, piu tosto vuol morire, 
che rendersi prigione a si vil gente. 
Eccoti intanto da la porta uscire 
del muro, ch'io dicea d'oro lucente, 
due giovani ch'ai gesti et al vestire 
non eran da stimar nate umilmente, 
ne da pastor nutrite con disagi, 
ma fra delizie di real palagi. 

LXIX 

L'una e 1'altra sedea s'un liocorno, 
candido piu che candido armelino; 
1'una e 1'altra era bella, e di si adorno 
abito, e modo tanto pellegrino, 
che a Fuom, guardando e contemplando intorno, 
bisognerebbe aver occhio divino 
per far di lor giudizio : e tal saria 
Belta, s'avesse corpo, e Leggiadria. 

LXX 

L'una e Taltra n'andc- dove nel prato 
Ruggiero e oppresso da lo stuol villano. 
Tutta la turba si levo da lato ; 
e quelle al cavallier porser la mano, 
che tinto in viso di color rosato, 
le donne ringrazi6 de 1'atto umano: 
e fu contento, compiacendo loro, 
di ritornarsi a quella porta d'oro. 

LXXI 

L'adornamento che s'aggira sopra 
la bella porta e sporge un poco avante, 
parte non ha che tutta non si cuopra 
de le piu rare gemme di Levante, 
Da quattro parti si riposa sopra 
grosse colonne d'integro diamante. 
vero o falso ch'aU'occhio risponda, 
non e cosa piu bella o piu gioconda. 



CANTO SESTO 125 

LXXII 

Su per la soglia e fuor per le colonne 
corron scherzando lascive donzelle, 
che se i rispetti debiti alle donne 
servasser piu, sarian forse piu belle. 
Tutte vestite eran di verdi gonne, 
e coronate di frondi novelle. 
Queste, con molte ofFerte e con buon viso, 
Ruggier fecero entrar nel paradiso : 

LXXIII 

che si puo ben cosi nornar quel loco, 
ove mi credo che nascesse Amore. 
Non vi si sta se non in danza e in giuoco, 
e tutte in festa vi si spendon Tore: 
pensier canuto ne molto ne poco 
si puo quivi albergare in alcun core: 
non entra quivi disagio ne" inopia, 
ma si sta ognor col corno pien la Copia. 

LXXIV 

Qui, dove con serena e lieta fronte 
par ch'ognor rida il grazioso aprile, 
gioveni e donne son: qual presso a fonte 
canta con dolce e dilettoso stile; 
qual d'un arbore all'ombra e qual d'un monte 
o giuoca o danza o fa cosa non vile; 
e qual, lungi dagli altri, a un suo fedele 
discuopre Pamorose sue querele. 

LXXV 

Per le cime dei pini e degli allori, 
degli alti faggi e degl'irsuti abeti, 
volan scherzando i pargoletti Amori: 
di lor vittorie altri godendo lieti, 
altri pigliando a saettare i cori 
la mira quindi, altri tendendo reti; 
chi tempra dardi ad un ruscel piu basso, 
e chi gH aguzza ad un volubil sasso. 



126 ORLANDO FURIOSO 

LXXVI 

Quivi a Ruggier un gran corsier fu dato, 
forte, gagliardo, e tutto di pel sauro, 
ch'avea il bel guernimento ricamato 
di preziose gemme e di fin auro ; 
e fu lasciato in guardia quello alato, 
quel che solea ubidire al vecchio Mauro, 
a un giovene che dietro lo menassi 
al buon Ruggier con men frettosi passi. 

LXXVII 

Quelle due belle giovani amorose 
ch'avean Ruggier da 1'empio stuol difeso, 
da 1'empio stuol che dianzi se gli oppose 
su quel camin ch'avea a man destra preso, 
gli dissero : Signor, le virtuose 
op ere vostre che gia abbiamo inteso, 
ne fan si ardite, che 1'aiuto vostro 
vi chiederemo a beneficio nostro. 

LXXVIII 

Noi troveren tra via tosto una lama, 
che fa due parti di questa pianura. 
Una crudel, che Erifilla si chiama, 
difende il ponte, e sforza e inganna e fura 
chiunque andar ne 1'altra ripa brama; 
et ella e gigantessa di statura, 
li denti ha lunghi e velenoso il morso, 
acute Tugne, e graffia come un orso. 

LXXIX 

Oltre che sempre ci turbi il camino, 
che libero saria, se non fosse ella, 
spesso correndo per tutto il giardino, 
va disturbando or questa cosa or quella. 
Sappiate che del populo assassino 
che vi assali fuor de la porta bella, 
molti suoi figli son, tutti seguaci, 
empii, come ella, inospiti e rapaci. 



CANTO SESTO 127 

LXXX 

Ruggier rispose: Non ch'una battaglia, 
ma per voi saro pronto a fame cento: 
di mia persona, in tutto quel che vaglia, 
fatene voi secondo il vostro intento: 
che la cagion ch'io vesto piastra e maglia 
non e per guadagnar terre n6 argento, 
ma sol per fame beneficio altmi, 
tanto piu a belle donne come vui. 

LXXXI 

Le donne molte grazie riferiro 
degne d'un cavallier, come quell* era: 
e cosi ragionando ne veniro 
dove videro il ponte e la riviera; 
e di smeraldo ornata e di zafiro 
su Parme d'or, vider la donna altiera. 
Ma dir ne Paltro canto differisco, 
come Ruggier con lei si pose a risco. 



128 ORLANDO FURIOSO 



CANTO SETTIMO 



I 

Chi va lontan da la sua patria, vede 
cose da quel che gia credea lontane; 
che narrandole poi, non se gli crede, 
e stimato bugiardo ne rimane: 
che '1 sciocco vulgo non gli vuol dar fede, 
se non le vede e tocca chiare e piane. 
Per questo io so che 1'inesperienza 
fara al mio canto dar poca credenza. 

ii 

Poca o molta ch'io ci abbia, non bisogna 
ch'io ponga mente al vulgo sciocco e ignaro. 
A voi so ben che non parra menzogna, 
che 1 lume del discorso avete chiaro; 
et a voi soli ogni mio intento agogna 
che 1 frutto sia di mie fatiche caro. 
Io vi lasciai che '1 ponte e la riviera 
vider, che J n guardia avea Erifilla altiera. 

in 

QuelPera armata del piii fin metallo, 
ch'avean di piu color gemme distinto: 
rubin vermiglio, crisolito giallo, 
verde smeraldo, con flavo iacinto. 
Era montata, ma non a cavallo; 
invece avea di quello un lupo spinto: 
spinto avea un lupo ove si passa il flume, 
con ricca sella fuor d'ogni costume. 



CANTO SETTIMO 129 

IV 

Non credo ch'un si grande Apulia n'abbia: 
egli era grosso et alto piu d'un hue. 
Con fren spurnar non gli facea le labbia, 
n6 so come lo rega a voglie sue. 
La sopravesta di color di sabbia 
su 1'arrne avea la maledetta lue: 
era, fuor che '1 color, di quella sorte 
ch'i vescovi e i prelati usano in corte. 

v 

Et avea ne lo scudo e sul cimiero 

una gonfiata e velenosa botta. 

Le donne la mostraro al cavalliero, 

di qua dal ponte per giostrar ridotta, 

e fargli scorno e rompergli il sentiero, 

come ad alcuni usata era talotta. 

Ella a Ruggier, che torni a dietro, grida: 

quel piglia un'asta, e la minaccia e sfida. 

VI 

Non men la gigantessa ardita e presta 
sprona il gran lupo e ne Tarcion si serra, 
e pon la lancia a mezzo il corso in resta, 
e fa tremar nel suo venir la terra. 
Ma pur sul prato al fiero incontro resta; 
che sotto Telmo il buon Ruggier 1'afferra, 
e de Parcion con tal furor la caccia, 
che la riporta indietro oltra sei braccia. 

VII 

E gia, tratta la spada ch'avea cinta, 
venia a levarne la testa superba: 
e ben lo potea far, che come estinta 
Erifilla giacea tra' fiori e Ferba. 
Ma le donne gridar: Basti sia vinta, 
senza pigliarne altra vendetta acerba. 
Ripon, cortese cavallier, la spada; 
passiamo il ponte e seguitian la strada. 



130 



ORLANDO FURIOSO 
VIII 

Alquanto malagevole et aspretta 

per mezzo un bosco presero la via, 

che oltra che sassosa fosse e stretta, 

quasi su dritta alia collina gia. 

Ma poi che furo ascesi in su la vetta, 

usciro in spaziosa prateria, 

dove il piu bel palazzo e '1 piu giocondo 

vider, che mai fosse veduto al mondo. 

IX 

La bella Alcina venne un pezzo inante 
verso Ruggier fuor de le prime porte, 
e lo raccolse in signoril sembiante, 
in mezzo bella et onorata corte. 
Da tutti gli altri tanto onore e tante 
riverenzie fur fatte al guerrier forte, 
che non ne potrian far piu, se tra loro 
fosse Dio sceso dal superno coro. 



Non tanto il bel palazzo era escellente 
perche vincesse ogn'altro di ricchezza, 
quanto ch'avea la piu piacevol gente 
che fosse al mondo e di piu gentilezza. 
Poco era Fun da Taltro differente 
e di fiorita etade e di bellezza: 
sola di tutti Alcina era piu bella, 
si come e bello il sol piu d'ogni Stella. 

XI 

Di persona era tanto ben formata, 
quanto me' finger san pittori industri; 
con bionda chioma lunga et annodata: 
oro non e che piu risplenda e lustri. 
Spargeasi per la guancia delicata 
misto color di rose e di ligustri; 
di terso avorio era la fronte lieta, 
che lo spazio fmia con giusta rneta. 



CANTO SETTIMO 
XII 

Sotto duo negri e sottilissimi archi 
son duo negri occhi, anzi duo chiari soli, 
pietosi a riguardare, a mover parchi, 
intorno cui par ch'Amor scherzi e voli, 
e ch'indi tutta la faretra search! 
e che visibilmente i cori involi: 
quindi il naso per mezzo il viso scende, 
che non truova 1'Invidia ove Pemende. 

XIII 

Sotto quel sta, quasi fra due vallette, 

la bocca sparsa di natio cinabro: 

quivi due filze son di perle elette, 

che chiude et apre un bello e dolce labro, 

quindi escon le cortesi parolette 

da render molle ogni cor rozzo e scabro, 

quivi si forma quel suave riso, 

ch'apre a sua posta in terra il paradiso. 

XIV 

Bianca nieve e il bel collo, e J l petto latte; 
il collo e tondo, il petto colmo e largo: 
due pome acerbe, e pur d'avorio fatte, 
vengono e van come onda al primo margo, 
quando piacevole aura il mar combatte. 
Non potria Faltre parti veder Argo: 
ben si puo giudicar che corrisponde 
a quel ch'appar di fuor quel che s'asconde. 

xv 

Mostran le braccia sua misura giusta; 
e la Candida man spesso si vede 
lunghetta alquanto e di larghezza angusta, 
dove n6 no do appar, n6 vena escede. 
Si vede al fin de la persona augusta 
il breve, asciutto e ritondetto piede. 
Gli angelici sembianti nati in cielo 
non si ponno celar sotto alcun velo. 



132 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Avea in ogni sua parte un laccio teso, 
o parli o rida o canti o passo muova: 
ne maraviglia e se Ruggier n'e preso, 
poi che tanto benigna se la truova. 
Quel che di lei gia avea dal mirto inteso, 
com'e perfida e ria, poco gli giova; 
ch'inganno o tradimento non gli e aviso 
che possa star con si soave riso. 

XVII 

Anzi pur creder vuol che da costei 
fosse converso Astolfo in su 1'arena 
per li suoi portamenti ingrati e rei, 
e sia degno di questa e di piu pena: 
e tutto quel ch'udito avea di lei, 
stima esser falso, e che vendetta mena, 
e mena astio et invidia quel dolente 
a lei biasmare, e che del tutto mente. 

XVIII 

La bella donna che cotanto amava, 
novellamente gli e dal cor partita; 
che per incanto Alcina gli lo lava 
d'ogni antica amorosa sua ferita; 
e di se sola e del suo amor lo grava, 
e in quello essa riman sola sculpita: 
si che scusar il buon Ruggier si deve, 
se si mostro quivi inconstante e lieve. 

XIX 

A quella mensa citare, arpe e lire, 
e diversi altri dilettevol suoni 
faceano intorno Taria tintinire 
d'armonia dolce e di concenti buoni. 
Non vi mancava chi, cantando, dire 
d'amor sapesse gaudii e passioni, 
o con invenzioni e poesie 
rappresentasse grate fantasie. 



CANTO SETTIMO 133 

XX 

Qual mensa trionfante e suntuosa 
di qualsivoglia successor di Nino, 
o qual mai tanto celebre e famosa 
di Cleopatra al vincitor latino, 
potria a questa esser par, che Tamorosa 
fata avea posta inanzi al paladino ? 
Tal non cred'io che s'apparecchi dove 
ministra Ganimede al sornmo Giove. 

XXI 

Tolte che fur le mense e le vivande, 
facean, sedendo in cerchio, un giuoco lieto: 
che ne 1'orecchio Tun Taltro domande, 
come piu piace lor, qualche secreto; 
il che agli amanti fu commodo grande 
di scoprir 1'amor lor senza divieto: 
e furon lor conclusioni estreme 
di ritrovarsi quella notte insieme. 

XXII 

Finir quel giuoco tosto, e molto inanzi 
che non solea la dentro esser costume: 
con torchi allora i paggi entrati inanzi, 
le tenebre cacciar con molto lume. 
Tra bella compagnia dietro e dinanzi 
and6 Ruggiero a ritrovar le piume 
in una adorna e fresca cameretta, 
per la miglior di tutte Taltre eletta. 

XXIII 

E poi che di confetti e di buon vini 
di nuovo fatti fur debiti inviti, 
e partir gli altri riverenti e chini, 
et alle stanze lor tutti sono iti; 
Ruggiero entro ne' profumati lini 
che pareano di man d'Aracne usciti, 
tenendo tuttavia Torecchie attente, 
s'ancor venir la bella donna sente. 



134 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

Ad ogni piccol moto ch'egli udiva, 
sperando die fosse ella, il capo alzava: 
sentir credeasi, e spesso non sentiva; 
poi del suo errore accorto sospirava. 
Talvolta uscia del letto e Fuscio apriva, 
guatava fuori, e nulla vi trovava: 
e maledi ben mille volte Fora 
che facea al trapassar tanta dimora. 

xxv 

Tra se dicea sovente : Or si parte ella ; 
e cominciava a noverare i passi 
ch'esser potean da la sua stanza a quella 
donde aspettando sta che Alcina passi; 
e questi et altri, prima che la bella 
donna vi sia, vani disegni fassi. 
Teme di qualche impedimento spesso, 
che tra il frutto e la man non gli sia messo. 

XXVI 

Alcina, poi chV preziosi odori 
dopo gran spazio pose alcuna meta, 
venuto il tempo che piu non dimori, 
ormai ch'in casa era ogni cosa cheta, 
de la camera sua sola usci fuori; 
e tacita n j and6 per via secreta 
dove a Ruggiero avean timore e speme 
gran pezzo intorno al cor pugnato insieme. 

XXVII 

Come si vide il successor d'Astolfo 
sopra apparir quelle ridenti stelle, 
come abbia ne le vene acceso zolfo, 
non par che capir possa ne la pelle. 
Or sino agli occhi ben nuota nel golfo 
de le delizie e de le cose belle: 
salta del letto, e in braccio la raccoglie, 
ne pu6 tanto aspettar ch'ella si spoglie; 



CANTO SETTIMO 135 

XXVIII 

ben che ne gonna ne faldiglia avesse; 
che venne avolta in un leggier zendado 
che sopra una camicia ella si messe, 
bianca e suttil nel piu escellente grado. 
Come Ruggiero abbracci6 lei, gli cesse 
il manto: e resto il vel suttile e rado, 
che non copria dinanzi ne di dietro, 
piu che le rose o i gigli un chiaro vetro. 

XXIX 

Non cosi strettamente edera preme 
pianta ove intorno abbarbicata s'abbia, 
come si stringon li dui amanti insieme, 
cogliendo de lo spirto in su le labbia 
suave fior, qual non produce seme 
indo o sabeo ne Fodorata sabbia. 
Del gran piacer ch'avean, lor dicer tocca; 
che spesso avean piu d'una lingua in bocca. 

xxx 

Queste cose la dentro eran secrete, 
o se pur non secrete, almen taciute; 
che raro fu tener le labra chete 
biasmo ad alcun, ma ben spesso virtute. 
Tutte proferte et accoglienze liete 
fanno a Ruggier quelle persone astute: 
ognun lo reverisce e se gli inchina; 
che cosi vuol 1'innamorata' Alcina. 

XXXI 

Non e diletto alcun che di fuor reste; 
che tutti son ne Tamorosa stanza. 
E due e tre volte il di mutano veste, 
fatte or ad una ora ad un'altra usanza. 
Spesso in conviti, e sempre stanno in feste, 
in giostre, in lotte, in scene, in bagno, in danza: 
or presso ai fonti, all'ombre de' poggietti, 
leggon d'antiqui gli amorosi detti. 



136 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Or per I'ombrose valli e lieti colli 
vanno cacciando le paurose lepri; 
or con sagaci cani i fagian folli 
con strepito uscir fan di stoppie e vepri; 
or a' tordi lacciuoli, or veschi molli 
tendon tra gli odoriferi ginepri; 
or con ami inescati et or con reti 
turbano a* pesci i grati lor secreti. 

XXXIII 

Stava Ruggiero in tanta gioia e festa, 
mentre Carlo in travaglio et Agramante, 
di cui 1'istoria io non vorrei per questa 
porre in oblio, ne lasciar Bradamante, 
die con travaglio e con pena molesta 
pianse piu giorni il disiato amante, 
ch'avea per strade disusate e nuove 
veduto portar via, ne sapea dove. 

xxxiv 

Di costei prima che degli altri dico, 
che molti giorni and6 cercando invano 
pei boschi ombrosi e per lo campo aprico, 
per ville, per citta, per monte e piano ; 
ne mai pote saper del caro amico, 
che di tanto intervallo era lontano. 
Ne 1'oste saracin spesso venia, 
ne mai del suo Ruggier ritrovo spia. 

xxxv 

Ogni di ne domanda a piu di cento, 
ne alcun le ne sa mai render ragioni. 
D'alloggiamento va in alloggiamento, 
cercandone e trabacche e padiglioni : 
e lo pu6 far; che senza impedimento 
passa tra cavallieri e tra pedoni, 
merce all'annel che fuor d'ogni uman uso 
la fa sparir quando 1'e in bocca chiuso. 



CANTO SETTIMO 137 

XXXVI 

Ne puo ne creder vuol che morto sia; 

perche di si grande uom 1'alta ruina 

da Ponde Idaspe udita si saria 

fin dove il sole a riposar declina. 

Non sa ne dir ne imaginar che via 

far possa o in cielo o in terra; e pur meschina 

lo va cercando, e per compagni mena 

sospiri e pianti et ogni acerb a pena. 

XXXVII 

Penso al fin di tornare alia spelonca 
dove eran Fossa di Merlin prof eta, 
e gridar tanto intorno a quella conca, 
che '1 freddo marmo si movesse a pieta; 
che se vivea Ruggiero, o gli avea tronca 
1'alta necessita la vita lieta, 
si sapria quindi, e poi s'appiglierebbe 
a quel miglior consiglio che n'avrebbe. 

XXXVIII 

Con questa intenzion prese il camino 
verso le selve prossime a Pontiero, 
dove la vocal tomba di Merlino 
era nascosa in loco alpestro e fiero. 
Ma quella maga che sempre vicino 
tenuto a Bradamante avea il pensiero, 
quella, dico io, che nella bella grotta 
1'avea de la sua stirpe instrutta e dotta; 

XXXIX 

quella benigna e saggia incantatrice, 
la quale ha sempre cura di costei, 
sappiendo ch'esser de' progenitrice 
d'uomini invitti, anzi di semidei; 
ciascun di vuol saper che fa, che dice, 
e getta ciascun di sorte per lei. 
Di Ruggier liberate e poi perduto, 
e dove in India and6, tutto ha saputo. 



138 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Ben veduto 1'avea su quel cavallo 
che reggier non potea, ch'era sfrenato, 
scostarsi di lunghissimo intervallo 
per sentier periglioso e non usato ; 
e ben sapea che stava in giuoco e in ballo 
e in cibo e in ozio molle e delicate, 
ne piu memoria avea del suo signore, 
ne de la donna sua, ne del suo onore. 

XLI 

E cosi il fior de li begli anni suoi 
in lunga inerzia aver potria consunto 
si gentil cavallier, per dover poi 
perdere il corpo e Tanima in un punto; 
e quel odor, che sol riman di noi 
poscia che J l resto fragile e defunto, 
che tra' Tuom del sepulcro e in vita il serba, 
gli saria stato o tronco o svelto in erba. 

XLII 

Ma quella gentil maga, che piu cura 
n'avea ch'egli medesmo di se stesso, 
penso di trarlo per via alpestre e dura 
alia vera virtu, mal grado d'esso: 
come escellente medico, che cura 
con ferro e fuoco e con veneno spesso, 
che se ben molto da principio offende, 
poi giova al fine, e grazia se gli rende. 

XLIII 

Ella non gli era facile, e talmente 
fattane cieca di superchio amore, 
che, come facea Atlante, solamente 
a darli vita avesse posto il core. 
Quel piu tosto volea che lungamente 
vivesse e senza fama e senza onore, 
che, con tutta la laude che sia al mondo, 
mancasse un anno al suo viver giocondo. 



CANTO SETTIMO 139 

XLIV 

L'avea mandate all'isola d'Alcina, 
perche obliasse 1'arme in quella corte; 
e come mago di somma dottrina, 
ch'usar sapea gl'incanti d'ogni sorte, 
avea il cor stretto di quella regina 
ne Tamor d'esso d'un laccio si forte, 
che non se ne era mai per poter sciorre, 
s'invechiasse Ruggier piu di Nestorre. 

XLV 

Or tornando a colei ch'era presaga 
di quanto de' awenir, dico che tenne 
la dritta via dove Terrante e vaga 
figlia d'Amon seco a incontrar si venne. 
Bradamante vedendo la sua maga, 
muta la pena che prima sostenne, 
tutta in speranza; e quella Papre il vero, 
ch'ad Alcina e condotto il suo Ruggiero. 

XLVI 

La giovane riman presso che morta, 
quando ode che '1 suo amante e cosi lunge; 
e piu, che nel suo amor periglio porta, 
se gran rimedio e subito non giunge: 
ma la benigna maga la conforta, 
e presta pon Pimpiastro ove il duol punge; 
e le promette e giura in pochi giorni 
far che Ruggiero a riveder lei torni. 

XLVII 

Da che, donna, dicea Pannello hai teco, 
che val contra ogni magica fattura, 
io non ho dubbio alcun, che s'io Parreco 
la dove Alcina ogni tuo ben ti fura, 
ch'io non le rompa il suo disegno, e meco 
non ti rimeni la tua dolce cura. 
Me n'andro questa sera alia prim'ora, 
e sar6 in India al nascer de 1* aurora. 



140 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

E seguitando, del mo do narrolle 
che disegnato avea d'adoperarlo, 
per trar del regno effeminate e molle 
il caro amante, e in Francia rimenarlo. 
Bradamante Fannel del dito tolle; 
ne solamente avria voluto darlo, 
ma dato il core e dato avria la vita, 
pur che n'avesse il suo Ruggiero aita. 

XLIX 

Le da 1'annello e se le raccomanda; 
e piu le raccomanda il suo Ruggiero, 
a cui per lei mille saluti manda: 
poi prese ver Provenza altro sentiero. 
Ando Fincantatrice a un'altra banda; 
e per porre in effetto il suo pensiero, 
un palafren fece apparir la sera, 
ch'avea un pie rosso, e ogn'altra parte nera. 

L 

Credo fusse un Alchino o un Farfarello, 
che da I'inferno in quella forma trasse; 
e scinta e scalza mont6 sopra a quello, 
a chiome sciolte e orribilmente passe: 
ma ben di dito si Iev6 1'annello, 
perche gl'mcanti suoi non le vietasse. 
Poi con tal fretta ando, che la matina 
si ritrovo ne 1'isola d'Alcina. 

LI 

Quivi mirabilmente transmutosse: 
s'accrcbbe piu d'un palmo di statura, 
e fe* le membra a proporzion piu grosse, 
e resto a punto di quella misura 
che si penso che J l negromante fosse, 
quel che nutri Ruggier con si gran cura. 
Vesti di lunga barba le mascelle, 
e fe' crespa la fronte e 1'altra pelle. 



CANTO SETTIMO 141 

LII 

Di faccia, di parole e di sembiante 
si lo seppe imitar, che totalmente 
potea parer 1'incantatore Atlante. 
Poi si nascose; e tanto pose mente, 
che da Ruggiero allontanar 1'amante 
Alcina vide un giorno fmalmente : 
e fu gran sorte; che di stare o d'ire 
senza esso un'ora potea mal patire. 

LIII 

Soletto lo trovo, come lo voile, 
che si godea il matin fresco e sereno 
lungo un bel rio che discorrea d'un colle 
verso un laghetto limpido et ameno. 
II suo vestir delizioso e molle 
tutto era d'ozio e di lascivia pieno, 
che de sua man gli avea di seta e d'oro 
tessuto Alcina con sottil lavoro. 

LIV 

Di ricche gemme un splendido monile 
gli discendea dal collo in mezzo il petto; 
e ne 1'uno e ne 1'altro gia virile 
braccio girava un lucido cerchietto. 
Gli avea forato un fil d'oro sottile 
ambe 1'orecchie, in forma d'annelletto; 
e due gran perle pendevano quindi, 
qua' mai non ebbon gli Arabi n6 gl'Indi. 

LV 

Umide avea 1'innanellate chiome 
de' piu suavi odor che sieno in prezzo: 
tutto ne' gesti era amoroso, come 
fosse in Valenza a servir donne avezzo. 
Non era in lui di sano altro che '1 no me; 
corrotto tutto il resto, e piu che mezzo. 
Cosi Ruggier fu ritrovato, tanto 
da 1'esser suo mutato per incanto. 



142 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Ne la forma d'Atlante se gli affaccia 

colei che la sembianza ne tenea, 

con quella grave e venerabil faccia 

che Ruggier sempre riverir solea, 

con quello occhio pien d'ira e di minaccia, 

che si temuto gia fanciullo avea; 

dicendo : 6 questo dunque il frutto ch'io 

lungamente atteso ho del sudor mio ? 

LVII 

Di medolle gia d'orsi e di leoni 
ti porsi io dunque li primi alimenti; 
t'ho per caverne et orridi burroni 
fanciullo avezzo a strangolar serpenti, 
pantere e tigri disarmar d'ungioni 
et a vivi cingial trar spesso i denti, 
acci6 che dopo tanta disciplina 
tu sii 1'Adone o FAtide d'Alcina? 

LVIII 

fi questo quel che 1'osservate stelle, 
le sacre fibre e gli accoppiati punti, 
responsi, auguri, sogni e tutte quelle 
sorti ove ho troppo i miei studi consunti, 
di te promesso sin da le mammelle 
m'avean, come quest'anni fusser giunti, 
ch'in arme 1'opre tue cosi preclare 
esser dovean, che sarian senza pare? 

LIX 

Questo e ben veramente alto principio 
onde si puo sperar che tu sia presto 
a farti un Alessandro, un lulio, un Scipio! 
Chi potea, ohime! di te mai creder questo, 
che ti facessi d'Alcina mancipio ? 
E perch6 ognun lo veggia manifesto, 
al collo et alle braccia hai la catena 
con che ella a voglia sua preso ti mena. 



CANTO SETTIMO 143 

LX 

Se non ti muovon le tue proprie laudi, 

e Topre escelse a chi t'ha il cielo eletto, 

la tua succession perche defraudi 

del ben che mille volte io t'ho predetto? 

deh, perche il ventre eternamente claudi, 

dove il ciel vuol che sia per te concetto 

la gloriosa e soprumana prole 

ch'esser de' al rnondo piu chiara che '1 sole? 

LXI 

Deh non vietar che le piu nobil alme, 
che sian formate ne Feterne idee, 
di tempo in tempo abbian corporee saline 
dal ceppo che radice in te aver dee! 
deh non vietar mille trionfi e palme, 
con che, dopo aspri danni e piaghe ree, 
tuoi figli, tuoi nipoti e successori 
Italia torneran nei primi onori! 

LXII 

Non ch'a piegarti a questo tante e tante 
anime belle aver dovesson pondo, 
che chiare, illustri, inclite, invitte e sante 
son per fiorir da Parbor tuo fecondo; 
ma ti dovria una coppia esser bastante : 
Ippolito e il fratel; che pochi il mondo 
ha tali avuti ancor fin al dl d'oggi, 
per tutti i gradi onde a virtu si poggi. 

LXIII 

Io solea piu di questi dui narrarti, 
ch'io non facea di tutti gli altri insieme; 
si perch< essi terran le maggior parti, 
che gli altri tuoi, ne le virtu supreme; 
si perche al dir di lor mi vedea darti 
piu attenzion, che cT altri del tuo seme: 
vedea goderti che si chiari eroi 
esser dovessen dei nipoti tuoi. 



144 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Che ha costei che t'hai fatto regina, 
che non abbian milPaltre meretrici? 
costei che di tant'altri e concubina, 
ch'al fin sai ben s'ella suol far felici. 
Ma perche tu conosca chi sia Alcina, 
levatone le fraudi e gli artifici, 
tien questo annello in dito, e torna ad ella, 
ch'aveder ti potrai come sia bella. 

LXV 

Ruggier si stava vergognoso e muto 
mirando in terra, e mal sapea che dire; 
a cui la maga nel dito minuto 
pose 1' annello, e lo fe' risentire. 
Come Ruggiero in se fu rivenuto, 
di tanto scorno si vide assalire, 
ch'esser vorria sotterra mille braccia, 
ch'alcun veder non lo potesse in faccia. 

LXVI 

Ne la sua prima forma in uno instante, 
cosi parlando, la maga rivenne; 
ne bisognava piii quella d* Atlanta, 
seguitone 1'effetto per che venne. 
Per dirvi quel ch'io non vi dissi inante, 
costei Melissa nominata venne, 
ch'or die a Ruggier di se notizia vera, 
e dissegli a che effetto venuta era; 

LXVII 

mandata da colei, che d'amor piena 
sempre il disia, ne piu pu6 starne senza, 
per liberarlo da quella catena 
di che lo cinse magica violenza: 
e preso avea d'Atlante di Carena 
la forma, per trovar meglio credenza. 
Ma poi ch'a sanita 1'ha omai ridutto, 
gli vuole aprire e far che veggia il tutto. 



CANTO SETTIMO 145 

LXVIII 

Quella donna gentil che t'ama tanto, 
quella che del tuo amor degna sarebbe, 
a cui, se non ti scorda, tu sai quanto 
tua liberta, da lei servata, debbe; 
questo annel che ripara ad ogni incanto 
ti manda: e cosl il cor mandato avrebbe, 
s'avesse avuto il cor cosi virtute, 
come Fannello, atta alia tua salute. 

LXIX 

E seguitfr narrandogli 1'amore 
che Bradamante gli ha portato e porta; 
di quella insieme comend6 il valore, 
in quanto il vero e Faffezion comporta; 
et uso modo e termine migliore 
che si convenga a messaggiera accorta: 
et in quel odio Alcina a Ruggier pose, 
in che soglionsi aver 1'orribil cose. 

LXX 

In odio gli la pose, ancor che tanto 
Famasse dianzi; e non vi paia strano, 
quando il suo amor per forza era d'incanto, 
ch'essendovi Fannel, rimase vano. 
Fece Fannel palese ancor, che quanto 
di belta Alcina avea, tutto era estrano; 
estrano avea, e non suo, dal pie alia treccia: 
il bel ne sparve, e le rest6 la feccia. 

LXXI 

Come fanciullo che maturo frutto 
ripone, e poi si scorda ove e riposto, 
e dopo molti giorni e ricondutto 
la dove truova a caso il suo deposto, 
si maraviglia di vederlo tutto 
putrido e guasto, e non come fu posto; 
e dove amarlo e caro aver solia, 
Fodia, sprezza, n'ha schivo, e getta via: 



146 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

cosi Ruggier, poi che Melissa fece 

ch'a riveder se ne torn6 la fata 

con quelFannello inanzi a cui non lece, 

quando s'ha in dito, usare opra incantata, 

ritruova, contra ogni sua stima, invece 

de la bella che dianzi avea lasciata, 

donna si laida, che la terra tutta 

ne la piu vecchia avea ne la piu brutta. 

LXXIII 

Pallido, crespo e macilente avea 
Alcina il viso, il crin raro e canuto, 
sua statura a sei palmi non giungea, 
ogni dente di bocca era caduto; 
che piu d'Ecuba e piu de la Cumea, 
et avea piu d'ogn'altra mai vivuto. 
Ma si Farti usa al nostro tempo ignote, 
che bella e giovanetta parer puote. 

LXXIV 

Giovane e bella ella si fa con arte, 
si che molti inganno come Ruggiero; 
ma Tannel venne a interpretar le carte, 
che gia molti anni avean celato il vero. 
Miracol non e dunque, se si parte 
de 1'animo a Ruggiero ogni pensiero 
ch'avea d'amare Alcina, or che la truova 
in guisa, che sua fraude non le giova. 

LXXV 

Ma come F aviso Melissa, stette 

senza mutare il solito sembiante, 

fin che de 1'arme sue, piu di neglette, 

si fu vestito dal capo alle piante; 

e per non farle ad Alcina suspette, 

finse provar s'in esse era aiutante, 

finse provar se gli era fatto grosso, 

dopo alcun di che non Pha avute indosso. 



CANTO OTTAVO 147 

LXXVI 

E Balisarda' poi si messe al fianco 

(che cosi nome la sua spada avea); 

e lo scudo mirabile tolse anco, 

che non pur gli occhi abbarbagliar solea, 

ma Tanima facea si venir manco, 

che dal corpo esalata esser parea. 

Lo tolse, e col zendado in che trovollo, 

che tutto lo copria, sel messe al collo. 

LXXVII 

Venne alia stalla, e fece briglia e sella 
porre a un destrier piu che la pece nero: 
cosi Melissa 1'avea instrutto; ch'ella 
sapea quanto nel corso era leggiero. 
Chi lo conosce, Rabican Tappella; 
et e quel proprio che col cavalliero, 
del quale i venti or presso al mar fan gioco, 
porto gia la balena in questo loco. 

LXXVIII 

Potea aver I'ippogrifo similmente, 
che presso a Rabicano era legato; 
ma gli avea detto la maga: Abbi mente, 
ch'egli e (come tu sai) troppo sfrenato. 
E gli diede intenzion che '1 di seguente 
gli lo trarrebbe fuor di quello state, 
la dove ad agio poi sarebbe instrutto 
come frenarlo e farlo gir per tutto. 

LXXIX 

Ne sospetto dara, se non lo tolle, 
de la tacita fuga ch'apparecchia. 
Fece Ruggier come Melissa voile, 
ch'invisibile ognor gli era alPorecchia. 
Cosi fingendo, del lascivo e molle 
palazzo usci de la puttana vecchia; 
e si venne accostando ad una porta, 
donde e la via ch'a Logistilla il porta. 



148 ORLANDO FURIOSO 

LXXX 

Assalt6 li guardian! alPimproviso, 
e si cacci6 tra lor col ferro in mano : 
e qual lascio ferito, e quale ucciso; 
e corse fuor del ponte a mano a mano, 
e prima che n'avesse Alcina aviso, 
di molto spazio fu Ruggier lontano. 
Diro ne 1'altro canto che via tenne; 
poi come a Logistilla se ne venne. 



CANTO OTTAVO 149 



CANTO OTTAVO 



I 

Oh quante sono incantatrici, oh. quanti 
incantator tra noi, che non si sanno! 
che con lor arti uomini e donne amanti 
di se, cangiando i visi lor, fatto hanno. 
Non con spirti constretti tali incanti, 
ne con osservazion di stelle fanno; 
ma con simulazion, menzogne e frodi 
legano i cor d'indissolubil nodi. 

II 

Chi Fannello d' Angelica, o piu tosto 
chi avesse quel de la ragion, potria 
veder a tutti il viso che nascosto 
da finzione e d'arte non saria. 
Tal ci par bello e buono che, deposto 
il liscio, brutto e rio forse parria. 
Fu gran ventura quella di Ruggiero, 
ch'ebbe 1'annel che gli scoperse il vero. 

in 

Ruggier (come io dicea) dissimulando, 
su Rabican venne alia porta armato: 
trov6 le guardie sprovedute, e quando 
giunse tra lor, non tenne il bran do a lato. 
Chi morto e chi a mal termine lasciando, 
esce del ponte, e il rastrello ha spezzato: 
prende al bosco la via; ma poco corre, 
ch'ad un de' send de la fata occorre. 



150 ORLANDO FURIOSO 

IV 

II servo in pugno avea un augel grifagno 
che volar con placer facea ogni giorno, 
ora a campagna, ora a un vicino stagno 
dove era sempre da far preda intorno; 
avea da lato il can fido compagno : 
cavalcava un ronzin non troppo adorno. 
Ben penso che Ruggier dovea fuggire, 
quando lo vide in tal fretta venire. 



Se gli fe' incontra, e con sembiante altiero 

gli domandb perche in tal fretta gisse. 

Risponder non gli volse il buon Ruggiero : 

perci6 colui, piu certo che fuggisse, 

di volerlo arrestar fece pensiero ; 

e distendendo il braccio manco, disse: 

Che dirai tu, se subito ti fermo? 

se contra questo augel non avrai schermo ? 

VI 

Spinge 1'augello: e quel batte si Pale, 

che non Pavanza Rabican di corso. 

Del palafreno il cacciator giu sale, 

e tutto a un tempo gli ha levato il morso. 

Quel par da Parco uno aventato strale, 

di calci formidabile e di morso; 

e '1 servo dietro si veloce viene, 

che par ch'il vento, anzi che il fuoco il mene. 

VII 

Non vuol parere il can d'esser piu tardo, 
ma segue Rabican con quella fretta 
con che le lepri suol seguire il pardo. 
Vergogna a Ruggier par, se non aspetta. 
Voltasi a quel che vien si a pie gagliardo ; 
ne gli vede arme, fuor ch'una bacchetta, 
quella con che ubidire al cane insegna: 
Ruggier di trar la spada si disdegna. 



CANTO OTTAVO 151 

VIII 

Quel se gli appressa, e forte lo percuote; 
lo morde a un tempo il can nel piede manco. 
Lo sfrenato destrier la groppa scuote 
tre volte e piu, ne falla il destro fianco. 
Gira Faugello e gli fa mille mote, 
e con 1'ugna sovente il ferisce anco : 
si il destrier collo strido impaurisce, 
ch'alla mano e allo spron poco ubidisce. 

IX 

Ruggiero, al fin constretto, il ferro caccia; 
e perch6 tal molestia se ne vada, 
or gli animali, or quel villan minaccia 
col taglio e con la punta de la spada. 
Quella importuna turba piu Pimpaccia: 
presa ha chi qua chi la tutta la strada. 
Vede Ruggiero il disonore e il danno 
che gli averra, se piu tardar lo fanno. 



Sa ch'ogni poco piu ch'ivi rimane, 

Alcina avra col populo alle spalle : 

di trombe, di tamburi e di campane 

gia s'ode alto rumore in ogni valle. 

Contra un servo senza arme e contra un cane 

gli par ch'a usar la spada troppo falle: 

meglio e piu breve e dunque che gli scopra 

10 scudo che d'Atlante era stato opra. 

XI 

Levo il drappo vermiglio in che coperto 
gia molti giorni lo scudo si tenne. 
Fece Peffetto mille volte esperto 

11 lume, ove a ferir negli occhi venne: 
resta dai sensi il cacciator deserto, 
cade il cane e il ronzin, cadon le penne 
ch'in aria sostener 1'augel non ponno; 
lieto Ruggier li lascia in preda al sonno. 



152 ORLANDO FURIOSO 

XII 

Alcina, ch'avea intanto avuto aviso 
di Ruggier, che sforzato avea la porta, 
e de la guardia buon numero ucciso, 
fu, vinta dal dolor, per restar morta. 
Squarciossi i panni e si percosse il viso, 
e sciocca nominossi e malaccorta; 
e fece dar aU'arme immantinente, 
e intorno a se raccor tutta sua gente. 

XIII 

E poi ne fa due parti, e manda Tuna 
per quella strada ove Ruggier camina; 
al porto Faltra subito raguna, 
imbarca, et uscir fa ne la marina: 
sotto le vele aperte il mar s'imbruna. 
Con questi va la disperata Alcina, 
che '1 desiderio di Ruggier si rode, 
che lascia sua citta senza custode. 

XIV 

Non lascia alcuno a guardia del palagio : 
il che a Melissa, che stava alia posta 
per liberar di quel regno malvagio 
la gente ch'in miseria v'era posta, 
diede commodita, diede grande agio 
di gir cercando ogni cosa a sua posta, 
imagini abbruciar, suggelli t6rre, 
e nodi e rombi e turbini disciorre. 

xv 

Indi pei campi accelerando i passi, 
gli antiqui amanti ch'erano in gran torma 
conversi in fonti, in fere, in legni, in sassi, 
fe' ritornar ne la lor prima forma. 
E quei, poi ch'allargati furo i passi, 
tutti del buon Ruggier seguiron Forma: 
a Logistilla si salvaro; et indi 
tornaro a Sciti, a Persi, a Greci, ad Indi. 



CANTO OTTAVO 153 

XVI 

Li rimando Melissa in lor paesi, 
con obligo di mai non esser sciolto. 
Fu inanzi agli altri il duca degl'Inglesi 
ad esser ritornato in uman volto; 
che '1 parentado in questo e li cortesi 
prieghi del bon Ruggier gli giovar molto : 
oltre i prieghi, Ruggier le die Tannello, 
accio meglio potesse aiutar quello. 

XVII 

A' prieghi dunque di Ruggier, rifatto 

fu '1 paladin ne la sua prima faccia. 

Nulla pare a Melissa d'aver fatto, 

quando ricovrar Tarme non gli faccia, 

e quella lancia d'or, ch'al primo tratto 

quanti ne tocca de la sella caccia: 

de FArgalia, poi fu d'Astolfo lancia, 

e molto onor fe' a Funo e a 1'altro in Francia. 

XVIII 

Trovo Melissa questa lancia d'oro, 
ch'Alcina avea reposta nel palagio, 
e tutte Parme che del duca foro, 
e gli fur tolte ne 1'ostel malvagio. 
Monto il destrier del negromante moro, 
e fe' montar Astolfo in groppa ad agio; 
e quindi a Logistilla si condusse 
d'un'ora prima che Ruggier vi fusse. 

XIX 

Tra duri sassi e folte spine gia 

Ruggiero intanto inver la fata saggia, 

di balzo in balzo, e d'una in altra via 

aspra, solinga, inospita e selvaggia; 

tanto ch'a gran fatica riuscia 

su la fervida nona in una spiaggia 

tra J l mare e '1 monte, al mezzodi scoperta, 

arsiccia, nuda, sterile e deserta. 



154 ORLANDO FURIOSO 

XX 

Percuote il sole ardente il vicin colle; 

e del calor che si riflette a dietro, 

in modo 1'aria e 1'arena ne bolle, 

che saria troppo a far liquido il vetro. 

Stassi cheto ogni augello all'ombra molle: 

sol la cicala col noioso metro 

fra i densi rami del fronzuto stelo 

le valli e i monti assorda, e il mare e il cielo. 

XXI 

Quivi il caldo, la sete, e la fatica 
ch'era di gir per quella via arenosa, 
facean, lungo la spiaggia erma et aprica, 
a Ruggier compagnia grave e noiosa. 
Ma perche non convien che sempre io dica, 
ne ch'io vi occupi sempre in una cosa, 
io lascero Ruggiero in questo caldo, 
e gir6 in Scozia a ritrovar Rinaldo. 

XXII 

Era Rinaldo molto ben veduto 
dal re, da la figliola e dal paese. 
Poi la cagion che quivi era venuto, 
piu ad agio il paladin fece palese: 
ch'in nome del suo re chiedeva aiuto 
e dal regno di Scozia e da Finglese; 
et ai preghi suggiunse anco di Carlo 
giustissime cagion di dover farlo. 

xxni 

Dal re senza indugiar gli fu risposto 
che di quanto sua forza s'estendea, 
per utile et onor sempre disposto 
di Carlo e de rimperio esser volea; 
e che fra pochi di gli avrebbe posto 
piu cavallieri in punto che potea; 
e se non ch'esso era oggimai pur vecchio, 
capitano verria del suo apparecchio. 



CANTO OTTAVO 155 

XXIV 

Ne tal rispetto ancor gli parria degno 
di farlo rimaner, se non avesse 
il figlio, che di forza, e piu d'ingegno, 
dignissimo era a chi '1 governo desse, 
ben che non si trovasse allor nel regno ; 
ma che sperava che venir dovesse 
mentre ch'insieme aduneria lo stuolo; 
e ch'adunato il troveria il figliuolo. 

XXV 

Cosi mand6 per tutta la sua terra 
suoi tesorieri a far cavalli e gente; 
navi apparecchia e iminizion da guerra, 
vettovaglia e danar maturamente. 
Venne intanto Rinaldo in Inghilterra, 
e '1 re nel suo partir cortesemente 
insino a Beroicche accompagnollo ; 
e visto pianger fu quando lasciollo. 

XXVI 

Spirando il vento prospero alia poppa, 

monta Rinaldo, et a Dio dice a tutti ; 

la fune indi al viaggio il nocchier sgroppa, 

tanto che giunge ove nei salsi flutti 

il bel Tamigi amareggiando intoppa. 

Col gran flusso del mar quindi condutti 

i naviganti per camin sicuro 

a vela e remi insino a Londra furo. 

XXVII 

Rinaldo avea da Carlo e dal re Otone, 
che con Carlo in Parigi era assediato, 
al principe di Vallia commissione 
per contrasegni e lettere portato, 
che cio che potea far la regione 
di fanti e di cavalli in ogni lato, 
tutto debba a Calesio traghitarlo, 
si che aiutar si possa Francla e Carlo. 



156 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

II principe ch'io dico, ch'era, in vece 
d'Oton, rimaso nel seggio reale, 
a Rinaldo d'Amon tanto onor fece, 
die non Tavrebbe al suo re fatto uguale: 
indi alle sue domande satisfece; 
perch6 a tutta la gente marziale 
e di Bretagna e de 1'isole intorno 
di ritrovarsi al mar prefisse il giorno. 

XXIX 

Signer, far mi convien come fa il buono 
senator sopra il suo instrumento arguto, 
che spesso muta corda, e varia suono, 
ricercando ora il grave, ora Facuto. 
Mentre a dir di Rinaldo attento sono, 
d' Angelica gentil m'e sovenuto, 
di che lasciai ch'era da lui fuggita, 
e ch'avea riscontrato uno eremita. 

xxx 

Alquanto la sua istoria io vo' seguire. 
Dissi che domandava con gran cura, 
come potesse alia marina gire; 
che di Rinaldo avea tanta paura, 
che, non passando il mar, credea morire, 
ne in tutta Europa si tenea sicura: 
ma Peremita a bada la tenea, 
perche di star con lei piacere avea. 

XXXI 

Quella rara bellezza il cor gli accese, 
e gli scaldo le frigide medolle: 
ma poi che vide che poco gli attese, 
e ch'oltra soggiornar seco non voile, 
di cento punte Pasinello ofFese; 
ne di sua tardita per6 lo tolle : 
e poco va di passo e men di trotto, 
ne stender gli si vuol la bestia sotto. 



CANTO OTTAVO 157 

XXXII 

E perche molto dilungata s'era, 
e poco piu, n'avria perduta 1'orma, 
ricorse il frate alia spelonca nera, 
e di demoni uscir fece una torma: 
e ne sceglie uno di tutta la schiera, 
e del bisogno suo prima 1'informa; 
poi lo fa entrare adosso al corridore, 
che via gli porta con la donna il core. 

XXXIII 

E qual sagace can, nel monte usato 

a volpi o lepri dar spesso la caccia, 

che se la fera andar vede da un lato, 

ne va da un altro, e par sprezzi la traccia, 

al varco poi lo senteno arrivato, 

che 1'ha gia in bocca, e Fapre il fianco e straccia: 

tal I'eremita per diversa strada 

aggiugnera la donna ovunque vada. 

xxxiv 

Che sia il disegno suo, ben io comprendo: 
e dirollo anco a voi, ma in altro loco. 
Angelica di cio nulla temendo, 
cavalcava a giornate, or molto or poco. 
Nel cavallo il demon si gia coprendo, 
come si cuopre alcuna volta il fuoco, 
che con si grave incendio poscia avampa, 
che non si estingue, e a pena se ne scampa. 

xxxv 

Poi che la donna preso ebbe il sentiero 
dietro il gran mar che li Guasconi lava, 
tenendo appresso alFonde il suo destriero, 
dove Tumor la via piu ferma dava; 
quel le fu tratto dal demonio fiero 
ne 1'acqua si, che dentro vi nuotava. 
Non sa che far la timida donzella, 
se non tenersi ferma in su la sella. 



158 ORLANDO FURIOSO 

-XXXVI 

Per tirar briglia, non gli puo dar volta: 
piu e piu sempre quel si caccia in alto. 
Ella tenea la vesta in su raccolta 
per non bagnarla, e traea i piedi in alto. 
Per le spalle la chioma iva disciolta, 
e 1'aura le facea lascivo assalto. 
Stavano cheti tutti i maggior venti, 
forse a tanta belta col mare attend. 

XXXVII 

Ella volgea i begli occhi a terra invano, 
che bagnavan di pianto il viso e } 1 seno, 
e vedea il lito andar sempre lontano 
e decrescer piu sempre e venir meno. 
II destrier, che nuotava a destra mano, 
dopo un gran giro la porto al terreno 
tra scuri sassi e spaventose grotte, 
gia cominciando ad oscurar la notte. 

XXXVIII 

Quando si vide sola in quel deserto, 
che a riguardarlo sol mettea paura, 
ne 1'ora che nel mar Febo coperto 
1'aria e la terra avea lasciata oscura, 
fermossi in atto ch'avria fatto incerto 
chiunque avesse vista sua figura, 
s'ella era donna sensitiva e vera, 

sasso colorito in tal maniera. 

xxxix 

Stupida e fissa nella incerta sabbia, 
coi capelli disciolti e rabuffati, 
con le man giunte e con rimmote labbia, 

1 languidi occhi al ciel tenea levati, 
come accusando il gran Motor che 1'abbia 
tutti inclinati nel suo danno i fati. 
Immota e come attonita ste alquanto ; 

poi sciolse al duol la lingua, e gli occhi al pianto. 



CANTO OTTAVO 159 

XL 

Dicea : Fortuna, che piu a far ti resta 
acci6 di me ti sazii e ti disfami? 
che dar ti posso omai piu, se non questa 
misera vita? ma tu non la brami; 
ch'ora a trarla del mar sei stata presta, 
quando potea finir suoi giorni grami: 
perche ti parve di voler piu ancora 
vedermi tormentar prima ch'io muora. 

XLI 

Ma che mi possi nuocere non veggio, 
piu di quel che sin qui nociuto nVhai. 
Per te cacciata son del real seggio, 
dove piu ritornar non spero mai: 
ho perduto 1'onor, ch'e stato peggio; 
che se ben con effetto io non peccai, 
io do pero materia ch'ognun dica 
ch'essendo vagabonda io sia impudica. 

XLII 

Ch'aver puo donna al mondo piu di buono, 
a cui la castita levata sia? 
Mi nuoce, ahime! ch'io son giovane, e sono 
tenuta bella, o sia vero o bugia. 
Gia non ringrazio il ciel di questo dono; 
che di qui nasce ogni ruina mia: 
morto per questo fu Argalia mio frate, 
che poco gli giovar Parme incantate: 

XLIII 

per questo il re di Tartaria Agricane 
disfece il genitor mio Galafrone, 
ch'in India del Cataio era gran Cane; 
onde io son giunta a tal condizione, 
che muto albergo da sera a dimane. 
Se 1'aver, se 1'onor, se le persone 
m'hai tolto, e fatto il mal che far mi puoi, 
a che piu doglia anco serbar mi vuoi ? 



l6o ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

Se Taffogarmi in mar morte non era 
a tuo senno crudel, pur ch'io ti sazii, 
non recuso che mandi alcuna fera 
che mi divori, e non mi tenga in strazii. 
D'ogni martir che sia, pur ch'io ne pera, 
esser non puo ch'assai non ti ringrazii. 
Cosi dicea la donna con gran pianto, 
quando le apparve 1'eremita accanto. 

XLV 

Avea mirato da Testrema cima 
d'un rilevato sasso 1'eremita 
Angelica, che giunta alia parte ima 
e de lo scoglio, affitta e sbigottita. 
Era sei giorni egli venuto prima; 
ch'un demonio il porto per via non trita: 
e venne a lei fingendo divozione 
quanta avesse mai Paulo o Ilarione. 

XLVI 

Come la donna il comincio a vedere, 
prese, non conoscendolo, conforto; 
e cesso a poco a poco il suo temere, 
ben che ella avesse ancora il viso smorto. 
Come fu presso, disse : Miserere, 
padre, di me, chT son giunta a mal porto. 
E con voce interrotta dal singulto 
gli disse quel ch'a lui non era occulto. 

XLVII 

Comincia Teremita a confortarla 
con alquante ragion belle e divote ; 
e pon Paudaci man, mentre che parla, 
or per lo seno, or per Pumide gote: 
poi piu sicuro va per abbracciarla; 
et ella sdegnosetta lo percuote 
con una man nel petto, e lo rispinge, 
e d'onesto rossor tutta si tinge. 



CANTO OTTAVO l6l 

XLVIII 

Egli, ch'allato avea una tasca, aprilla, 
& trassene una ampolla di liquore; 
e negli occhi possenti, onde sfavilla 
la piu cocente face ch'abbia Amore, 
spruzzo di quel leggiermente una stilla, 
che di farla dormire ebbe valore, 
Gia resupina ne F arena giace 
a tutte voglie del vecchio rapace. 

XLIX 

Egli Tabbraccia et a piacer la tocca, 
et ella dorme e non puo fare ischermo. 
Or le bacia il bel petto, ora la bocca; 
non e ch'il veggia in quel loco aspro et ermo. 
Ma ne 1'incontro il suo destrier trabocca, 
ch'al disio non risponde il corpo infermo: 
era mal atto, perche avea troppi anni; 
e potra peggio, quanto piu TarTanni. 

L 

Tutte le vie, tutti li modi tenta, 
ma quel pigro rozzon non pero salta. 
Indarno il fren gli scuote, e lo tormenta; 
e non pub far che tenga la testa alta. 
Al fin presso alia donna s'addormenta; 
e nuova altra sciagura anco 1'assalta: 
non comincia Fortuna mai per poco, 
quando un mortal si piglia a scherno e a gioco. 

LI 

Bisogna, prima ch'io vi narri il caso, 
ch'un poco dal sentier dritto mi torca. 
Nel mar di tramontana inver 1'occaso, 
oltre Tlrlanda una isola si corca, 
Ebuda nominata; ove e rimaso 
il popul raro, poi che la brutta orca 
e Paltro marin gregge la distrusse, 
ch' in sua vendetta Proteo vi condusse. 



162 ORLANDO FURIOSO 

LII 

Narran 1' antique istorie, o vere o false, 
che tenne gia quel luogo un re possente, 
ch'ebbe una figlia, in cui bellezza valse 
e grazia si, che pote* facilmente, 
poi che mostrossi in su 1'arene salse, 
Proteo lasciare in mezzo Facque ardente; 
e quello, un di che sola ritrovolla, 
compresse, e di se gravida lasciolla. 

LIII 

La cosa fu gravissima e molesta 
al padre, piu d'ogn'altro empio e severo: 
ne per iscusa o per pieta, la testa 
le perdon6: si pu6 lo sdegno fiero.. 
Ne per vederla gravida, si resta 
di subito esequire il crudo impero: 
e '1 nipotin che non avea peccato, 
prima fece morir che fosse nato. 

LIV 

Proteo marin, che pasce il fiero armento 
di Nettunno che Fonda tutta regge, 
sente de la sua donna aspro tormento, 
e per grand'ira, rompe ordine e legge; 
si che a mandare in terra non e lento 
Forche e le foche, e tutto il marin gregge, 
che distruggon non sol pecore e buoi, 
ma ville e borghi e li cultori suoi : 

LV 

e spesso vanno alle citta murate, 
e d'ogn'iritorno lor mettono assedio. 
Notte e di stanno le persone armate, 
con gran timore e dispiacevol tedio : 
tutte hanno le campagne abbandonate; 
e per trovarvi al fin qualche rimedio, 
andarsi a consigliar di queste cose 
alPoracol, che lor cosi rispose: 



CANTO OTTAVO 163 

LVI 

che trovar bisognava una donzella 
che fosse all'altra di bellezza pare, 
et a Proteo sdegnato offerir quella, 
in cambio de la morta, in lito al mare. 
S'a sua satisfazion gli parra bella, 
se la terra, ne li verra a sturbare: 
se per questo non sta, se gli appresenti 
una et un'altra, fin che si content!. 

LVII 

E cosi cominci6 la dura sorte 
tra quelle che piu grate eran di faccia, 
ch'a Proteo ciascun giorno una si porte, 
fin che trovino donna che gli piaccia. 
La prima e tutte Taltre ebbeno morte; 
che tutte giu pel ventre se le caccia 
un'orca, che resto presso alia foce 
poi che J l resto parti del gregge atroce. 

LVIII 

O vera o falsa che fosse la cosa 
di Proteo (ch'io non so che me ne dica), 
servosse in quella terra, con tal chiosa, 
contra le donne un'empia lege antica: 
che di lor carne Forca monstruosa 
che viene ogni di al lito, si notrica. 
Ben ch'esser donna sia in tutte le bande 
danno e sciagura, quivi era pur grande. 

LIX 

Oh misere donzelle che trasporte 
fortuna ingiuriosa al lito infausto! 
dove le genti stan sul mare accorte 
per far de le straniere empio olocausto; 
che, come piu di fuor ne sono morte, 
il numer de le loro e meno esausto: 
ma perche il vento ognor preda non mena, 
ricercando ne van per ogni arena. 



164 ORLANDO FURIOSO 

LX 

Van discorrendo tutta la marina 
con fuste e grippi et altri legni loro, 
e da lontana parte e da vicina 
portan sollevamento al lor martoro. 
Molte donne han per forza e per rapina, 
alcune per lusinghe, altre per oro; 
e sempre da diverse region! 
n'hanno piene le torn e le prigioni. 

LXI 

Passando una lor fusta a terra a terra 
inanzi a quella solitaria riva 
dove fra sterpi in su Terbosa terra 
la sfortunata Angelica dormiva, 
smontaro alquanti galeotti in terra 
per riportarne e legna et acqua viva; 
e di quante mai fur belle e leggiadre 
trovaro il fiore in braccio al santo padre. 

LXII 

Oh troppo cara, oh troppo escelsa preda 
per si barbare genti e si villane! 
O Fortuna crudel, chi fia ch'il creda 
che tanta forza hai ne le cose umane, 
che per cibo d'un mostro tu conceda 
la gran belta, ch'in India il re Agricane 
fece venir da le caucasee porte 
con mezza Scizia a guadagnar la morte? 

LXIII 

La gran belta, che fu da Sacripante 
posta inanzi al suo onore e al suo bel regno; 
la gran belta, ch'al gran signer d'Anglante 
macchio la chiara fama e Palto ingegno; 
la gran belta che fe* tutto Levante 
sottosopra voltarsi e stare al segno, 
ora non ha (cosi e rimasa sola) 
chi le dia aiuto pur d'una parola. 



CANTO OTTAVO 165 

LXIV 

La bella donna, di gran sonno oppressa, 
incatenata fu prima che desta. 
Portaro il frate incantator con essa 
nel legno pien di turba afHitta e mesta. 
La vela, in cima all'arbore rimessa, 
rende la nave all'isola funesta, 
dove chiuser la donna in rocca forte, 
fin a quel di ch'a lei tocco la sorte. 

LXV 

Ma pote si, per esser tanto bella, 
la fiera gente muovere a pietade, 
che molti di le differiron quella 
morte, e serbarla a gran necessitade; 
e fin ch'ebber di fuore altra donzella, 
perdonaro all* angelica beltade. 
Al mostro fu condotta finalmente, 
piangendo dietro a lei tutta la gente. 

LXVI 

Chi narrera 1'angoscie, i pianti, i gridi, 
1'alta querela che nel ciel penetra? 
maraviglia ho che non s'apriro i lidi, 
quando fu posta in su la fredda pietra, 
dove in catena, priva di sussidi, 
morte aspettava abominosa e tetra. 
lo nol dir6 ; che si il dolor mi muove, 
che mi sforza voltar le rime altrove, 

LXVII 

e trovar versi non tanto lugubri, 
fin che '1 mio spirto stanco si riabbia; 
che non potrian li squalidi colubri, 
ne Porba tigre accesa in maggior rabbia, 
ne ci6 che da TAtlante ai liti rubri 
venenoso erra per la calda sabbia, 
ne veder n6 pensar senza cordoglio, 
Angelica legata al nudo scoglio. 



l66 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

Oh se Pavesse il suo Orlando saputo, 
ch'era per ritrovarla ito a Parigi; 
o li dui ch'ingann6 quel vecchio astuto 
col messo che venia dai luoghi stigi! 
fra mille morti, per donarle aiuto, 
cercato avrian gli angelici vestigi: 
ma che fariano, avendone anco spia, 
poi che distant! son di tanta via? 

LXIX 

Parigi intanto avea Tassedio intorno 
dal famoso figliuol del re Troianp; 
e venne a tanta estremitade un giorno, 
che n'ando quasi al suo nimico in manor 
e se non che li voti il ciel placorno, 
che dilag6 di pioggia oscura il piano, 
cadea quel di per Tafricana lancia 
il santo Ijnperio e '1 gran nome di Francia. 

LXX 

II sommo Creator gli occhi rivolse 
al giusto lamentar del vecchio Carlo; 
e con subita pioggia il fuoco tolse : 
ne forse uman saper potea smorzarlo. 
Savio chiunque a Dio sempre si volse; 
ch'altri non pote mai meglio aiutarlo. 
Ben dal devoto re fu conosciuto, 
che si salv6 per lo divino aiuto. 

LXXI 

La notte Orlando alle noiose piume 
del veloce pensier fa parte assai. 
Or quinci or quindi il volta, or lo rassume 
tutto in un loco, e non I'afferma mai: 
qual d'acqua chiara il tremolante lume, 
dal sol percossa o da' notturni rai, 
per gli ampli tetti va con lungo salto 
a destra et a sinistra, e basso et alto. 



CANTO OTTAVO 167 

LXXII 

La donna sua, che gli ritorna a mente, 
anzi che mai non era indi partita, 
gli raccende nel core e fa piu ardente 
la fiamma che nel di parea sopita. 
Costei venuta seco era in Ponente 
fin dal Cataio; e qui Favea smarrita, 
ne ritrovato poi vestigio d'ella 
che Carlo rotto fu presso a Bordella. 

LXXIII 

Di questo Orlando avea gran doglia, e seco 
indarno a sua sciochezza ripensava. 
Cor mio, dicea come vilmente teco 
mi son portato! ohime, quanto mi grava 
che potendoti aver notte e di meco, 
quando la tua bonta non mel negava, 
t'abbia lasciato in "man di Namo porre, 
per non sapermi a tanta ingmria opporre! 

LXXIV 

Non aveva ragione io di scusarme? 
e Carlo non m'avria forse disdetto: 
se pur disdetto, e chi potea sforzarme ? 
chi ti mi volea t6rre al mio dispetto ? 
non poteva io venir piu tosto alFarme ? 
lasciar piu tosto trarmi il cor del petto ? 
Ma ne Carlo n6 tutta la sua gente 
di tormiti per forza era possente. 

LXXV 

Almen Favesse posta in guardia buona 
dentro a Parigi o in qualche r6cca forte. 
Che Fabbia data a Namo mi consona, 
sol perch6 a perder Fabbia a questa sorte. 
Chi la dovea guardar meglio persona 
di me? ch'io dovea farlo fino a morte; 
guardarla piu che '1 cor, che gli occhi miei: 
e dovea e potea farlo, e pur nol fei. 



l68 ORLANDO FURIOSO 

LXXVI 

Deh, dpve senza me, dolce mia vita, 
rimasa sei si giovane e si bella? 
come, poi che la luce e dipartita, 
riman tra' boschi la smarrita agnella, 
che dal pastor sperando essere udita, 
si va laganando in questa parte e in quella; 
tanto che '1 lupo 1'ode da lontano, 
e '1 misero pastor ne piagne invano. 

LXXVII 

Dove, speranza mia, dove ora sei? 
vai tu soletta forse ancor errando ? 
o pur t'hanno trovata i lupi rei 
senza la guardia del tuo fido Orlando ? 
e il fior ch'in ciel potea pormi fra i dei, 
il fior ch'intatto io mi venia serbando 
per non turbarti, ohime! 1'animo casto, 
ohime! per forza avranno colto e guasto. 

LXXVIII 

Oh infelice! oh misero! che voglio 
se non morir, se '1 mio bel fior colto hanno? 
sommo Dio, fammi sentir cordoglio 
prima d'ogn'altro, che di questo danno. 
Se questo e ver, con le mie man mi toglio 
la vita, e Talma disperata danno. 
Cosi, piangendo forte e sospirando, 
seco dicea Faddolorato Orlando. 

LXXIX 

Gia in ogni parte gli animanti lassi 
davan riposo ai travagliati spirti, 
chi su le piume, e chi sui duri sassi, 
e chi su 1'erbe, e chi su faggi o mirti: 
tu le palpebre, Orlando, a pena abbassi, 
punto da' tuoi pensieri acuti et irti; 
ne quel si breve e fuggitivo sonno 
godere in pace anco lasciar ti ponno. 



CANTO OTTAVO 169 

LXXX 

Parea ad Orlando, s'una verde riva 
d'odoriferi fior tutta dipinta, 
mirare il bello avorio, e la nativa 
purpura ch'avea Amor di sua man tinta, 
e le due chiare stelle onde nutriva 
ne le reti d'Amor Panima avinta: 
io parlo de' begli occhi e del bel volto, 
che gli hanno il cor di mezzo il petto tolto. 

LXXXI 

Sentia il maggior piacer, la maggior festa 
che sentir possa alcun felice amante: 
ma ecco intanto uscire una tempest a 
che struggea i fiori, et abbatea le piante. 
Non se ne suol veder simile a questa, 
quando giostra aquilone, austro e levante. 
Parea che per trovar qualche coperto, 
andasse errando invan per un deserto. 

LXXXII 

Intanto I'infelice (e non sa come) 
perde la donna sua per 1'aer fosco; 
onde di qua e di la del suo bel nome 
fa risonare ogni campagna e bosco. 
E mentre dice indarno: Misero me! 
chi ha cangiata mia dolcezza in tosco ? 
ode la donna sua che gli domanda 
piangendo aiuto, e se gli raccomanda. 

LXXXIII 

Onde par ch'esca il grido, va veloce 
e quinci e quindi s'afTatica assai. 
Oh quanto e il suo dolore aspro et atroce, 
che non pu6 rivedere i dolci rai! 
Ecco ch'altronde ode da un'altra voce: 
Non sperar piu gioirne in terra mai. 
A questo orribil grido risvegliossi, 
e tutto pien di lacrime trovossi. 



170 ORLANDO FURIOSO 

LXXXIV 

Senza pensar che sian Timagin false 
quando per tema o per disio si sogna, 
de la donzella per modo gli calse, 
che stim6 giunta a danno od a vergogna, 
che fulminando fuor del letto salse. 
Di piastra e maglia, quanto gli bisogna, 
tutto guarnissi, e Brigliadoro tolse; 
ne* di scudiero alcun servigio volse. 

LXXXV 

E per potere entrare ogni sentiero, 
che la sua dignita macchia non pigli, 
non Tonorata insegna del quartiero, 
distinta di color bianchi e vermigli, 
ma portar volse un ornamento nero; 
e forse accio ch'al suo dolor simigli: 
e quello avea gia tolto a uno amostante, 
ch'uccise di sua man pochi anni inante. 

LXXXVI 

Da mezza notte tacito si parte, 
e non saluta e non fa motto al zio; 
ne al fido suo compagno Brandimarte, 
che tanto amar solea, pur dice a Dio. 
Ma poi che '1 Sol con 1'auree chiome sparte 
del ricco albergo di Titone uscio 
e fe' Tombra fugire umida e nera, 
s'avide il re che '1 paladin non v'era. 

LXXXVII 

Con suo gran dispiacer s'avede Carlo 
che partito la notte e '1 suo nipote, 
quando esser dovea seco e piu aiutarlo; 
e ritener la colera non puote, 
, ch'a lamentarsi d'esso, et a gravarlo 
non incominci di biasmevol note; 
e minacciar, se non ritorna, e dire 
che lo faria di tanto error pentire. 



CANTO OTTAVO 171 

LXXXVIII 

Brandimarte, ch j Orlando amava a pare 
di se medesmo, non fece soggiorno; 
o che sperasse farlo ritornare, 
o sdegno avesse udirne biasmo e scorno: 
e volse a pena tanto dimorare, 
ch'uscisse fuor ne Poscurar del giorno. 
A Fiordiligi sua nulla ne disse, 
perche J l disegno suo non gl'impedisse. 

LXXXIX 

Era questa una donna che fa molto 
da lui diletta, e ne fu raro senza; 
di costumi, di grazia e di bel volto 
dotata e d'accortezza e di prudenza: 
e se licenzia or non n'aveva tolto, 
fu che spero tornarle alia presenza 
il di medesmo; ma gli accade poi, 
che lo tardo piu dei disegni suoi. 

xc 

E poi ch'ella aspettato quasi un mese 
indarno 1'ebbe, e che tornar nol vide, 
di desiderio si di lui s'accese, 
che si parti senza compagni o guide; 
e cercandone and6 molto paese, 
come 1'istoria al luogo suo dicide. 
Di questi dua non vi dico or piu in ante; 
che piu m'importa il cavallier d'Anglante. 

xci 

II qual, poi che mutato ebbe d' Almonte 
le gloriose insegne, ando alia porta, 
e disse ne Forecchio : lo sono il conte 
a un capitan che vi facea la scorta; 
e fattosi abassar subito il ponte, 
per quella strada che piu breve porta 
agPinimici, se n'and6 diritto. 
Quel che segui, ne 1'altro canto e scritto. 



172 ORLANDO FURIOSO 



CANTO NONO 



I 

Che non puo far d'un cor ch'abbia suggetto 
questo crudele e traditore Amore, 
poi ch'ad Orlando puo levar del petto 
la tanta fe che debbe al suo signore ? 
Gia savio e pieno fu d'ogni rispetto, 
e de la santa Chiesa difensore: 
or per un vano amor, poco del zio, 
e di se poco, e men cura di Dio. 

II 

Ma Pescuso io pur troppo, e mi rallegro 
nel mio difetto aver compagno tale; 
ch'anch'io sono al mio ben languido et egro, 
sano e gagliardo a seguitare il male. 
Quel se ne va tutto vestito a negro, 
ne tanti amici abandonar gli cale; 
e passa dove d' Africa e di Spagna 
la gente era attendata alia campagna: 

in 

anzi non attendata, perche sotto 
alberi e tetti Fha sparsa la pioggia 
a dieci, a venti, a quattro, a sette, ad otto; 
chi piu distante e chi piu presso alloggia. 
Ognuno dorme travagliato e rotto : 
chi steso in terra, e chi alia man s'appoggia. 
Dormono; e il conte uccider ne puo assai: 
n6 pero stringe Durindana mai. 



CANTO NONO 173 

IV 

Di tanto core e il generoso Orlando, 
che non degna ferir gente che dorma. 
Or questo e quando quel luogo cercando 
va, per trovar de la sua donna 1'orma. 
Se truova alcun che veggi, sospirando 
gli ne dipinge Tabito e la forma; 
e poi lo priega che per cortesia 
gl'insegni andar in parte ove ella sia. 

V 

E poi che venne il di chiaro e lucente, 
tutto cerco Fesercito moresco: 
e ben lo potea far sicuramente, 
avendo indosso Tabito arabesco; 
et aiutollo in questo parimente, 
che sapeva altro idiorna che francesco, 
e Tafricano tanto avea espedito, 
che parea nato a Tripoli e nutrito. 

VI 

Quivi il tutto cerco, dove dimora 
fece tre giorni, e non per altro effetto; 
poi dentro alle cittadi e a* borghi fuora 
non spio sol per Francia e suo distretto, 
ma per Uvernia e per Guascogna ancora 
rivide sin aH'ultimo borghetto: 
e cerco da Provenza alia Bretagna, 
e dai Picardi ai termini di Spagna. 



Tra il fin d'ottobre e il capo di novembre, 
ne la stagion che la frondosa vesta 
vede levarsi e discoprir le membre 
trepida pianta, fin che nuda resta, 
e van gH augelli a strette schiere insembre, 
Orlando entro ne Pamorosa inchiesta: 
n6 tutto il verno appresso Iasci6 quella, 
ne la lascio ne la stagion novella. 



174 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Passando un giorno, come avea costume, 
d'un paese in un altro, arriv6 dove 
parte i Normandi dai Britoni un fiume, 
e verso il vicin mar cheto si muove; 
ch'allora gonfio e bianco gia di spume 
per nieve sciolta e per montane piove: 
e Timpeto de 1'acqua avea disciolto 
e tratto seco il ponte, e il passo tolto. 

IX 

Con gli occhi cerca or questo lato or quello, 
lungo le ripe il paladin, se vede 
(quando ne pesce egli non e, ne augello) 
come abbia a por ne Taltra ripa il piede : 
et ecco a se venir vede un battello, 
ne la cui poppe una donzella siede, 
che di volere a lui venir fa segno; 
ne lascia poi ch'arrivi in terra il legno. 



Prora in terra non pon; che d'esser carca 
contra sua volonta forse sospetta. 
Orlando priega lei che ne la barca 
seco lo tolga, et oltre il fiume il metta. 
Et ella lui: Qui cavallier non varca, 
il qual su la sua fe non mi prometta 
di fare una battaglia a mia richiesta, 
la piu giusta del mondo e la piu onesta. 

XI 

Si che s'avete, cavallier, desire 

di por per me ne Faltra ripa i passi, 

promettetemi, prima che finire 

quest'altro mese prossimo si lassi, 

ch'al re d'Ibernia v'anderete a unire, 

appresso al qual la bella armata fassi 

per distrugger quelPisola d'Ebuda, 

che di quante il mar cinge, e la piu cruda. 



CANTO NONO 175 

XII 

Voi dovete saper ch'oltre Plrlanda, 
fra molte che vi son, Pisola giace 
nomata Ebuda, che per legge manda 
rubando intorno il suo popul rapace; 
e quante donne puo pigliar, vivanda 
tutte destina a un animal vorace 
che viene ogni di al lito, e sempre nuova 
donna o donzella, onde si pasca, truova; 

XIII 

che mercanti e corsar che vanno attorno, 
ve ne fan copia, e piu de le piu belle. 
Ben potete contare, una per giorno, 
quante morte vi sian donne e donzelle. 
Ma se pietade in voi truova soggiorno, 
se non sete d'Amor tutto ribelle, 
siate contento esser tra questi eletto, 
che van per far si fruttuoso effetto. 

XIV 

Orlando volse a pena udire il tutto, 
che giuro d' esser primo a quella impresa, 
come quel ch'alcun atto iniquo e brutto 
non puo sentire, e d'ascoltar gli pesa: 
e f u a pensare, indi a temere indutto, 
che quella gente Angelica abbia presa; 
poi che cercata Fha per tanta via, 
ne potutone ancor ritrovar spia. 

XV 

Questa imaginazion .si gli confuse 
e si gli tolse ogni primier disegno, 
che, quanto in fretta piu potea, conchiuse 
di navigare a quello iniquo regno. 
Ne prima Paltro sol nel mar si chiuse, 
che presso a San Mal6 ritrov6 un legno, 
nel qual si pose; e fatto alzar le vele, 
pass6 la notte il monte San Michele. 



176 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Breaco e Landriglier lascia a man manca, 
e va radendo il gran lito britone; 
e poi si drizza inver P arena bianca, 
onde Ingleterra si nom6 Albione; 
ma il vento, ch'era da meriggie, manca, 
e sofSa tra il ponente e Taquilone 
con tanta forza, die fa al basso porre 
tutte le vele, e se per poppa torre. 

XVII 

Quanto il navilio inanzi era venuto 

in quattro giorni, in un ritorno indietro, 

ne Talto mar dal buon nochier tenuto, 

che non dia in terra e sembri un fragil vetro. 

II vento, poi che furioso suto 

fu quattro giorni, il quinto cangio metro: 

Iasci6 senza contrasto il legno entrare 

dove il fiume d'Anversa ha foce in mare. 

XVIII 

Tosto che ne la foce entro lo stanco 
nochier col legno afflitto, e il lito prese, 
fuor d'una terra che sul destro franco 
di quel fiume sedeva, un vecchio scese, 
di molta eta, per quanto il crine bianco 
ne dava indicio; il qual tutto cortese, 
dopo i saluti, al conte rivoltosse, 
che capo giudic6 che di lor fosse. 

XIX 

E da parte il preg6 d'una donzella 
ch'a lei venir non gli paresse grave, 
la qual ritroverebbe, oltre che bella, 
piu ch'altra al mondo affabile e soave; 
over fosse contento aspettar, ch'ella 
verrebbe a trovar lui fin alia nave: 
ne piu restio volesse esser di quanti 
quivi eran giunti cavallieri erranti; 



CANTO NONO 177 

XX 

che nessun altro cavallier ch'arriva 
o per terra o per mare a questa foce, 
di ragionar con la donzella schiva, 
per consigliarla in un suo caso atroce. 
Udito questo, Orlando in su la riva 
senza punto indugiarsi usci veloce; 
e come umano e pien di cortesia, 
dove il vecchio il meno, prese la via. 

XXI 

Fu ne la terra il paladin condutto 
dentro un palazzo, ove al salir le scale, 
una donna trovo piena di lutto, 
per quanto il viso ne facea segnale, 
e i negri panni che coprian per tutto 
e le loggie e le camere e le sale; 
la qual, dopo accoglienza grata e onesta 
fattol seder, gli disse in voce mesta: 

XXII 

lo voglio che sappiate che figliuola 
fui del conte d'Olanda, a lui si grata 
(quantunque prole io non gli fossi sola, 
ch'era da dui fratelli accompagnata), 
ch'a quanto io gli chiedea, da lui parola 
contraria non mi fu mai replicata. 
Standomi lieta in questo stato, avenne 
che ne la nostra terra un duca venne. 

XXIII 

Duca era di Selandia, e se ne giva 
verso Biscaglia a guerreggiar coi Mori. 
La bellezza e Peta ch'in lui fioriva, 
e li non piu da me sentiti amori 
con poca guerra me gli fer captiva; 
tanto piu che, per quel ch'apparea fuori, 
io credea e credo, e creder credo il vero, 
ch'amassi et ami me con cor sincero. 



178 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

Quei giorni che con noi contrario vento, 
contrario agli altri, a me propizio, il tenne 
(ch'agli altri fur quaranta, a me un momenta: 
cosi al fuggire ebbon veloci penne), 
fummo piu volte insieme a parlamento, 
dove che '1 matrimonio con solenne 
rito al ritorno suo saria tra nui 
mi promise egli, et io J l promisi a lui. 

xxv 

Bireno a pena era da noi partita 
(che cosi ha nome il mio fedele amante), 
che J l re di Frisa (la qual, quanta il lito 
del mar divide il flume, e a noi distante), 
disegnando il figliuol farmi marito, 
ch'unico al mondo avea, nomato Arbante, 
per li piu degni del suo stato manda 
a domandarmi al mio padre in Olanda. 

XXVI 

10 ch j all 1 amante mio di quella fede 
mancar non posso, che gli aveva data; 

e ancor ch'io possa, Amor non mi conciede 
che poter voglia, e ch'io sia tanto ingrata; 
per ruinar la pratica ch'in piede 
era gagliarda, e presso al fin guidata, 
dico a mio padre che prima ch'in Frisa 
mi dia marito, io voglio essere uccisa. 

XXVII 

11 mio buon padre, al qual sol piacea quanto 
a me piacea, ne mai turbar mi volse, 

per consolarmi e far cessare il pianto 
ch'io ne facea, la pratica disciolse: 
di che il superbo re di Frisa tanto 
isdegno prese e a tanto odio si volse, 
ch'entr6 in Olanda, e cominci6 la guerra 
che tutto il sangue mio cacci6 sotterra. 



CANTO NONO 179 

XXVIII 

Oltre che sia robusto e si possente, 
che pochi pari a nostra eta ritruova, 
e si astuto in mal far, ch'altrui niente 
la possanza, 1'ardir, 1'mgegno giova; 
porta alcun'arme che Fantica gente 
non vide mai, ne fuor ch'a lui la nuova: 
un ferro bugio, lungo da dua braccia, 
dentro a cui polve et una palla caccia. 

XXIX 

Col fuoco dietro ove la canna e chiusa, 
tocca un spiraglio che si vede a pena; 
a guisa che toccare il medico usa 
dove e bisogno d'allacciar la vena: 
onde vien con tal suon la palla esclusa, 
che si pu6 dir che tuona e che balena; 
ne men che soglia il fulmine ove passa, 
ci6 che tocca, arde, abatte, apre e fracassa. 

xxx 

Pose due volte il nostro campo in rotta 
con questo inganno, e i miei fratelli uccise : 
nel primo assalto il primo; che la botta, 
rotto Tusbergo, in mezzo il cor gli mise; 
ne Paltra zuffa a 1'altro, il quale in frotta 
fuggia, dal corpo Fanima divise; 
e lo feri lontan dietro la spalla, 
e fuor del petto uscir fece la palla. 

XXXI 

Difendendosi poi mio padre un giorno 
dentro un castel che sol gli era rimaso, 
che tutto il resto avea perduto intorno, 
lo fe* con simil colpo ire all'occaso; 
che mentre andava e che facea ritorno, 
provedendo or a questo or a quel caso, 
dal traditor fu in mezzo gli occhi colto, 
che Pavea di lontan di mira tolto. 



l8o ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Morto i fratelli e il padre, e rimasa io 

de Fisola d'Olanda unica erede, 

il re di Frisa, perche avea disio 

di ben fermare in quello stato il piede, 

mi fa sapere, e cosi al popul mio, 

che pace e che riposo mi conciede, 

quando io vogli or quel che non volsi inante, 

tor per marito il suo figliuolo Arbante. 

XXXIII 

10 per Podio non si, che grave porto 
a lui e a tutta la sua iniqua schiatta, 

11 qual m'ha dui fratelli e '1 padre morto, 
saccheggiata la patria, arsa e disfatta; 
come perche a colui non vo j far torto, 

a cui gia la promessa aveva fatta, 
ch'altr'uomo non saria che mi sposasse, 
fin che di Spagna a me non ritornasse: 

XXXIV 

Per un mal ch'io patisco, ne vo' cento 
patir, rispondo <c e far di tutto il resto ; 
esser morta, arsa viva, e che sia al vento 
la cener sparsa, inanzi che far questo. 
Studia la gente mia di questo intento 
tormi: chi priega, e chi mi fa protesto 
di dargli in mano me e la terra, prima 
che la mia ostinazion tutti ci opprima. 

xxxv 

Cosi, poi che i protesti e i prieghi invano 
vider gittarsi, e che pur stava dura, 
presero accordo col Frisone, e in mano, 
come avean detto, gli dier me e le mura. 
Quel, senza farmi alcuno atto villano, 
de la vita e del regno m'assicura, 
pur ch'io indolcisca 1'indurate voglie, 
e che d' Arbante suo mi faccia moglie. 



CANTO NONO l8l 

XXXVI 

10 che sforzar cosi mi veggio, voglio, 
per uscirgli di man, perder la vita; 
ma se pria non mi vendico, mi doglio 
piu che di quanta ingiuria abbia patita. 

Fo pensier molti; e veggio al mio cordoglio 
che solo il simular puo dare aita: 
fingo ch'io brami, non che non mi piaccia, 
che mi perdoni e sua nuora mi faccia. 

XXXVII 

Fra molti ch'al servizio erano stati 
gia di mio padre, io scelgo dui fratelli 
di grande ingegno e di gran cor dotati, 
ma piu di vera fede, come quelli 
che cresciutici in corte et allevati 
si son con noi da teneri citelli; 
e tanto miei, che poco lor parria 
la vita por per la salute mia. 

XXXVIII 

Communico con loro il mio disegno : 

essi prometton d'essermi in aiuto. 

L'un viene in Fiandra, e v'apparecchia un legno; 

1'altro meco in Olanda ho ritenuto. 

Or mentre i forestieri e quei del regno 

s'invitano alle nozze, fu saputo 

che Bireno in Biscaglia avea una armata, 

per venire in Olanda, apparecchiata. 

xxxix 

Per6 che, fatta la prima battaglia 
dove fu rotto un mio fratello e ucciso, 
spacciar tosto un corrier feci in Biscaglia, 
che portassi a Bireno il tristo aviso; 

11 qual mentre che s'arma e si travaglia, 
dal re di Frisa il resto fu conquiso. 
Bireno, che di cio nulla sapea, 

per darci aiuto i legni sciolti avea. 



1 82 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Di questo avuto aviso il re frisone, 
de le nozze al figliuol la cura lassa; 
e con Farmata sua nel mar si pone: 
truova il duca, lo rompe, arde e fracassa, 
e, come vuol Fortuna, il fa prigione; 
ma di ci6 ancor la nuova a noi non passa. 
Mi sposa intanto il giovene, e si vuole 
meco corcar come si corchi il sole, 

XLI 

lo dietro alle cortine avea nascoso 
quel mio fedele, il qual nulla si mosse 
prima che a me venir vide lo sposo; 
e non Tattese che corcato fosse, 
ch'alz6 un'accetta, e con si valoroso 
braccio dietro nel capo lo percosse, 
che gli Iev6 la vita e la parola: 

10 saltai presta, e gli segai la gola. 

XLII 

Come cadere il hue suole al macello, 
cade il malnato giovene, in dispetto 
del re Cimosco, il piu d'ogn'altro fello; 
che Pempio re di Frisa e cosi detto, 
che morto Puno e Paltro mio fratello 
m'avea col padre, e per meglio suggetto 
farsi il mio stato, mi volea per nuora; 
e forse un giorno uccisa avria me ancora. 

XLIII 

Prima ch'altro disturbo vi si metta, 
tolto quel che piu vale e meno pesa, 

11 mio compagno al mar mi cala in fretta 
da la finestra, a un canape sospesa, 

la dove attento il suo fratello aspetta 
sopra la barca ch'avea in Fiandra presa. 
Demmo le vele ai venti e i remi alPacque, 
e tutti ci salvian, come a Dio piacque. 



CANTO NONO 183 

XLIV 

Non so se '1 re di Frisa piu dolente 
del figliol morto, o se piu d'ira acceso 
fosse contra di me, che '1 di seguente 
giunse la dove si trovo si offeso. 
Superbo ritornava egli e sua gente 
de la vittoria e di Bireno preso; 
e credendo venire a nozze e a festa, 
ogni cosa trovo scura e funesta. 

XLV 

La pieta del figliuol, Todio ch'aveva 
a me, ne dl ne notte il lascia mai. 
Ma perche il pianger morti non rileva, 
e la vendetta sfoga Todio assai, 
la parte del pensier, ch'esser doveva 
de la pietade in sospirare e in guai, 
vuol che con 1'odio a investigar s'unisca, 
come egli m'abbia in mano e mi punisca. 

XLVI 

Quei tutti che sapeva e gli era detto 
che mi fossino amici, o di quei miei 
che m'aveano aiutata a far 1'effetto, 
uccise, o lor beni arse, o li fe' rei. 
Volse uccider Bireno in mio dispetto; 
che d'altro si doler non mi potrei: 
gli parve poi, se vivo lo tenesse, 
che per pigliarmi in man la rete avesse. 

XLVII 

Ma gli propone una crudele e dura 
condizion: gli fa termine un anno, 
al fin del qual gli dara morte oscura, 
se prima egli per forza o per inganno, 
con amici e parenti non procura, 
con tutto ci6 che ponno e ci6 che sanno, 
di darmigli in prigion: si che la via 
di lui salvare e sol la morte mia. 



184 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

Ci6 che si possa far per sua salute, 

fuor che perder me stessa, il tutto ho fatto. 

Sel castella ebbi in Fiandra, e 1'ho vendute: 

e '1 poco o '1 molto prezzo ch'io n'ho tratto, 

parte, tentando per persone astute 

i guardiani corrumpere, ho distratto; 

e parte, per far muovere alii danni 

di quelPempio or gl'Inglesi, or gli Alamanni. 

XLIX 

I mezzi, o che non abbiano potuto, 
o che non abbian fatto il dover loro, 
m'hanno dato parole e non aiuto; 
e sprezzano or che n'han cavato 1'oro : 
e presso al fine il termine e venuto, 
dopo il qual ne la forza ne '1 tesoro 
potra giunger piu a tempo, si che morte 
e strazio schivi al mio caro consorte. 

L 

Mio padre e' miei fratelli mi son stati 
morti per lui ; per lui toltomi il regno ; 
per lui quei pochi beni che restati 
m'eran, del viver mio soli sostegno, 
per trarlo di prigione ho disipati: 
ne mi resta ora in che piu far disegno, 
se non d'andarmi io stessa in mano a porre 
di si crudel nimico, e lui disciorre. 

LI 

Se dunque da far altro non mi resta, 
ne si truova al suo scampo altro riparo 
che per lui por questa mia vita, questa 
mia vita per lui por mi sara caro. 
Ma sola una paura mi molesta, 
che non sapro far patto cosi chiaro, 
che m'assicuri che non sia il tiranno, 
poi ch'avuta m'avra, per fare inganno. 



CANTO NONO 185 

LII 

lo dubito che poi che m'avra in gabbia 
e fatto avra di me tutti li strazii, 
ne Bireno per questo a lasciare abbia, 
si ch'esser per me sciolto mi ringrazii ; 
come periuro, e pien di tanta rabbia, 
che di me sola uccider non si sazii : 
e quel ch'avra di me, ne piu ne meno 
faccia di poi del misero Bireno. 

LIII 

Or la cagion che conferir con voi 
mi fa i miei casi, e ch'io li dico a quanti 
signori e cavallier vengono a noi, 
e solo accio, parlandone con tanti, 
m'insegni alcun d'assicurar che poi 
ch'a quel cnidel mi sia condotta avanti, 
non abbia a ritener Bireno ancora, 
ne voglia, morta me, ch'esso poi mora. 

LIV 

Pregato ho alcun guerrier, che meco sia 
quando io mi daro in mano al re di Frisa; 
ma mi prometta, e la sua fe mi dia, 
che questo cambio sara fatto in guisa, 
ch'a un tempo io data, e liberate fia 
Bireno: si che quando io saro uccisa, 
morro contenta, poi che la mia morte 
avra dato la vita al mio consorte. 

LV 

Ne fino a questo di truovo chi toglia 

sopra la fede sua d'assicurarmi 

che quando io sia condotta, e che mi voglia 

aver quel re, senza Bireno darmi, 

egli non lasciera contra mia voglia 

che presa io sia: si teme ognun quelParmi; 

teme quell' armi, a cui par che non possa 

star piastra incontra, e sia quanto vuol grossa. 



l86 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Or, s'in voi la virtu non e diforme 
dal fier sembiante e da 1'erculeo aspetto, 
e credete poter darmegli, e t6rme 
anco da lui, quando non vada retto; 
siate contento d'esser meco a porme 
ne le man sue: ch'io non avro sospetto, 
quando voi siate meco, se ben io 
poi ne morr6, che muora il signor mio. 

LVII 

Qui la donzella il suo parlar conchiuse, 
che con pianto e sospir spesso interroppe. 
Orlando, poi ch'ella la bocca chiuse, 
le cui voglie al ben far mai non fur zoppe, 
in parole con lei non si diffuse; 
che di natura non usava troppe: 
ma le promise, e la sua fe le diede, 
che faria piu di quel ch'ella gli chiede. 

LVIII 

Non e sua intenzion ch'ella in man vada 
del suo nimico per salvar Bireno : 
ben salvera amendui, se la sua spada 
e 1'usato valor non gli vien meno. 
II medesimo di piglian la strada, 
poi c'hanno il vento prospero e sereno. 
II paladin s'affretta; che di gire 
all'isola del mostro avea desire. 

LIX 

Or volta alPuna, or volta alPaltra banda 
per gli alti stagni il buon nochier la vela: 
scuopre un'isola e un'altra di Zilanda; 
scuopre una inanzi, e un'altra a dietro cela. 
Orlando smonta il terzo di in Olanda; 
ma non smonta colei che si querela 
del re di Frisa: Orlando vuol che intenda 
la morte di quel rio, prima che scenda. 



CANTO NONO 187 

LX 

Nel lito armato il paladino varca 
sopra un corsier di pel tra bigio e nero, 
nutrito in Fiandra e nato in Danismarca, 
grande e possente assai piu che leggiero; 
pero ch'avea, quando si messe in barca, 
in Bretagna lasciato il suo destriero, 
quel Brigliador si bello e si gagliardo, 
che non ha paragon, fuor che Baiardo. 

LXI 

Giunge Orlando a Dordreche, e quivi truova 
di molta gente armata in su la porta; 
si perche sempre, ma piu quando e nuova, 
seco ogni signoria sospetto porta; 
si perche" dianzi giunta era una nuova, 
che di Selandia con armata scorta 
di navilii e di gente un cugin viene 
di quel signor che qui prigion si tiene. 

LXII 

Orlando prega uno di lor, che vada 
e dica al re ch'un cavalliero errante 
disia con lui provarsi a lancia e a spada; 
ma che vuol che tra lor sia patto inante: 
che se '1 re fa che, chi lo sfida, cada, 
la donna abbia d'aver ch'uccise Arbante, 
che '1 cavallier 1'ha in loco non lontano 
da poter sempremai darglila in mano; 

LXIII 

et all'incontro vuol che '1 re prometta 
ch'ove egli vinto ne la pugna sia, 
Bireno in liberta subito metta, 
e che lo lasci andare alia sua via. 
II fante al re fa Timbasciata in fretta: 
ma quel che ne virtu ne cortesia 
conobbe mai, drizz6 tutto il suo intento 
alia fraude, alPinganno, al tradimento. 



l88 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Gli par ch'avendo in mano il cavalliero, 
avra la donna ancor, che si Fha ofFeso, 
s'in possanza di lui la donna e vero 
che se ritruovi, e il fante ha ben inteso. 
Trenta uomini pigliar fece sentiero 
di verso da la porta ov'era atteso, 
che dopo occulto et assai lungo giro, 
dietro alle spall e al paladino usciro. 

LXV 

II traditore intanto dar parole 
fatto gli avea, sin che i cavalli e i fanti 
vede esser giunti al loco ove gli vuole: 
da la porta esce poi con altretanti. 
Come le fere e il bosco cinger suole 
perito cacciator da tutti i canti; 
come appresso a Volana i pesci e 1'onda 
con lunga rete il pescator circonda: 

LXVI 

cosi per ogni via dal re di Frisa, 
che quel guerrier non fugga, si provede. 
Vivo lo vuole, e non in altra guisa: 
e questo far si facilmente crede, 
che '1 fulmine terrestre, con che uccisa 
ha tanta e tanta gente, ora non chiede; 
che quivi non gli par che si convegna, 
dove pigliar, non far morir, disegna. 

LXVII 

Qual cauto ucellator che serba vivi, 
intento a maggior preda, i primi augelli, 
accio in piu quantitade altri captivi 
faccia col giuoco e col zimbel di quelli; 
tal esser volse il re Cimosco quivi: 
ma gia non volse Orlando esser di quelli 
che si lascin pigliare al primo tratto; 
e tosto roppe il cerchio ch'avean fatto. 



CANTO NONO 189 

LXVIII 

II cavallier cTAnglante, ove piu spesse 
vide le genti e Farme, abbasso Fasta; 
et uno in quella e poscia un altro messe, 
e un altro e un altro, che sembrar di pasta; 
e fin a sei ve n'infilzo, e li resse 
tutti una lancia: e perch'ella non basta 
a piu capir, lascio il settimo fuore 
ferito si, che di quel colpo muore. 

LXIX 

Non altrimente ne Festrema arena 
veggian le rane de canali e fosse 
dal cauto arcier nei fianchi e ne la schiena, 
Funa vicina alFaltra, esser percosse; 
ne da la freccia, fin che tutta piena 
non sia da un capo alF altro, esser rimosse. 
La grave lancia Orlando da se scaglia, 
e con la spada entro ne la battaglia. 

LXX 

Rotta la lancia, quella spada strinse, 
quella che mai non fu menata in fallo; 
e ad ogni colpo, o taglio o punta, estinse 
quando uomo a piedi, e quando uomo a cavallo: 
dove tocco, sempre in vermiglio tinse 
Fazzurro, il verde, il bianco, il nero, il giallo. 
Duolsi Cimosco che la canna e il fuoco 
seco or non ha, quando v'avrian piu loco. 

LXXI 

E con gran voce e con minaccie chiede 
che portati gli sian, ma poco e udito; 
che chi ha ritratto a salvamento il piede 
ne la citta, non e d'uscir piu ardito. 
II re frison che fuggir gli altri vede, 
d'esser salvo egli ancor piglia partito : 
corre alia porta, e vuole alzare il ponte; 
ma troppo e presto ad arrivare il conte. 



ORLANDO FURIOSO 
LXXII 

II re volta le spalle, e signer lassa 
del ponte Orlando e d'amendue le porte ; 
e fugge, e inanzi a tutti gli altri passa, 
merc6 die '1 suo destrier corre piii forte. 
Non mira Orlando a quella plebe bassa: 
vuole il fellon, non gli altri, porre a morte; 
ma il suo destrier si al corso poco vale, 
che restio sembra, e chi fugge abbia 1'ale. 

LXXIII 

D'una in un'altra via si leva ratto 
di vista al paladin; ma indugia poco, 
che torna con nuove armi; che s'ha fatto 
portare intanto il cavo ferro e il fuoco : 
e dietro un canto postosi di piatto, 
Tattende, come il cacciatore al loco, 
coi cani armati e con lo spiedo, attende 
il fier cingial che ruinoso scende; 

LXXIV 

che spezza i rami e fa cadere i sassi, 
e ovunque drizzi Forgogliosa fronte, 
sembra a tanto rumor che si fracassi 
la selva intorno, e che si svella il monte. 
Sta Cimosco alia posta, acci6 non passi 
senza pagargli il fio Taudace conte : 
tosto ch'appare, allo spiraglio tocca 
col fuoco il ferro, e quel subito scocca. 

LXXV 

Dietro lampeggia a guisa di Baleno, 
dinanzi scoppia, e manda in aria il tuono. 
Trieman le mura, e sotto i pie il terreno; 
il ciel ribomba al paventoso suono. 
L'ardente stral, che spezza e venir meno 
fa cio ch'incontra, e da a nessun perdono, 
sibila e stride; ma, come e il desire 
di quel brutto assassin, non va a ferire. 



CANTO NONO 191 

LXXVI 

O sia la fretta, o sia la troppa voglia 
cf uccider quel baron, ch'errar lo faccia; 
o sia che il cor, tremando come foglia, 
faccia insieme tremare e mani e braccia; 
o la bonta divina che non voglia 
che '1 suo fedel campion si tosto giaccia; 
quel colpo al ventre del destrier si torse; 
lo caccio in terra, onde mai piii non sorse. 

LXXVII 

Cade a terra il cavallo e il cavalliero : 
la preme 1'un; la tocca 1'altro a pena, 
che si leva si destro e si leggiero, 
come cresciuto gli sia possa e lena. 
Quale il libico Anteo sempre piu fiero 
surger solea da la percossa arena, 
tal surger parve, e che la forza, quando 
tocco il terren, si radoppiasse a Orlando. 

LXXVIII 

Chi vide mai dal ciel cadere il foco 
che con si orrendo suon Giove disserra, 
e penetrare ove un richiuso loco 
carbon con zolfo e con salnitro serra; 
ch'a pena arriva, a pena tocca un poco, 
che par ch'avampi il ciel, non che la terra; 
spezza le mura, e i gravi marmi svelle, 
e f a i sassi volar sin alle stelle; 

LXXIX 

s'imagini che tal, poi che cadendo 
tocc6 la terra, il paladino fosse: 
con si fiero sembiante aspro et orrendo, 
da far tremar nel ciel Marte, si mosse. 
Di che smarito il re frison, torcendo 
la briglia indietro, per fuggir voltosse; 
ma gli fu dietro Orlando con piu fretta 
che non esce da Parco una saetta: 



192 ORLANDO FURIOSO 

LXXX 

e quel che non avea potuto prima 
fare a cavallo, or fara essendo a piede. 
Lo seguita si ratto, ch'ogni stima 
di chi nol vide, ogni credenza eccede. 
Lo giunse in poca strada; et alia cima 
de Telmo alza la spada, e si lo fiede, 
che gli parte la testa fin al collo, 
e in terra il manda a dar rultimo crollo. 

LXXXI 

Ecco levar ne la citta si sente 
nuovo rumor, nuovo menar di spade; 
che ? 1 cugin di Bireno con la gente 
ch'avea condutta da le sue contrade, 
poi che la porta ritrovo patente, 
era venuto dentro alia cittade, 
dal paladino in tal timor ridutta, 
che senza intoppo la pu6 scorrer tutta. 

LXXXII 

Fugge il populo in rotta, che non scorge 
chi questa gente sia, ne che domandi; 
ma poi ch'uno et un altro pur s'accorge, 
all'abito e al parlar, che son Selandi, 
chiede lor pace, e il foglio bianco porge; 
e dice al capitan che gli comandi, 
e dar gli vuol contra i Frisoni aiuto, 
che '1 suo duca in prigion gli ha ritenuto. 

LXXXIII 

Quel popul sempre stato era nimico 
del re di Frisa e d'ogni suo seguace, 
perche morto gli avea il signore antico, 
ma piu perch' era ingiusto, empio e rap ace. 
Orlando s 'interpose come amico 
d'ambe le parti, e fece lor far pace; 
le quali unite, non lasciar Frisone 
che non morisse o non fosse prigione. 



CANTO NONO 193 

LXXXIV 

Le porte de le carcere gittate 
a terra sono, e non si cerca chiave. 
Bireno al conte con parole grate 
mostra conoscer Fobligo che gli have. 
Indi insieme e con molte altre brigate 
se ne vanno ove attende Olimpia in nave : 
cosi la donna, a cui di ragion spetta 
il dominio de 1'isola, era detta; 

LXXXV 

quella che quivi Orlando avea condutto 
non con pensier che far dovesse tanto; 
che le parea bastar, che posta in lutto 
sol lei, lo sposo avesse a trar di pianto. 
Lei riverisce e onora il popul tutto. 
Lungo sarebbe a ricontarvi quanto 
lei Bireno accarezzi, et ella lui; 
quai grazie al conte rendano ambidui. 

LXXXVI 

II popul la donzella nel paterno 
seggio rimette, e fedelta le giura. 
Ella a Bireno, a cui con no do eterno 
la Ieg6 Amor d'una catena dura, 
de lo stato e di se dona il governo. 
Et egli, tratto poi da un'altra cura, 
de le fortezze e di tutto il domino 
de Fisola guardian lascia il cugino; 

LXXXVII 

che tornare in Selandia avea disegno, 
e menar seco la fedel consorte: 
e dicea voler fare indi nel regno 
di Frisa esperienzia di sua sorte; 
perche di cio Passicurava un pegno 
ch'egli avea in mano, e lo stimava forte: 
la figliuola del re, che fra i captivi, 
che vi fur molti, avea trovata quivi. 



194 ORLANDO FURIOSO 

LXXXVIII 

E dice ch'egli vuol ch'un suo germane, 
ch'era minor d'eta, Fabbia per moglie. 
Quindi si parte il senator romano 
il di medesmo che Bireno scioglie. 
Non volse porre ad altra cosa mano, 
fra tante e tante guadagnate spoglie, 
se non a quel tormento ch'abbian detto 
ch'al fulmine assimiglia in ogni effetto. 

LXXXIX 

L'intenzion non gia, perche lo tolle, 
fu per voglia d'usarlo in sua difesa; 
che sempre atto stim6 d'animo molle 
gir con vantaggio in qualsivoglia impresa: 
ma per gittarlo in parte, onde non voile 
che mai potesse ad uom piu fare offesa; 
e la polve e le palle e tutto il resto 
seco porto, ch'apperteneva a questo. 

xc 

E cosi, poi che fuor de la marea 
nel piu profondo mar si vide uscito, 
si che segno lontan non si vedea 
del destro piu n6 del sinistro lito; 

10 tolse, e disse: Acci6 piu non istea 
mai cavallier per te d'essere ardito, 

ne quanto il buono val, mai piu si vanti 

11 rio per te valer, qui giu rimanti. 

xci 

O maledetto, o abominoso ordigno, 
che fabricato nel tartareo fondo 
fosti per man di Belzebu maligno 
che ruinar per te disegn6 il mondo, 
airinferno, onde uscisti, ti rasigno. 
Cosi dicendo, lo gitto in profondo. 
II vento intanto le gonfiate vele 
spinge alia via de Fisola crudele. 



CANTO NONO 
XCII 

Tanto desire il paladino preme 

di saper se la donna ivi si truova, 

ch'ama assai piu che tutto il mondo insieme, 

ne un'ora senza lei viver gli giova; 

che s'in Ibernia mette il piede, teme 

di non dar tempo a qualche cosa nuova, 

si ch'abbia poi da dir invano: Ahi lasso! 

ch'al venir mio non affrettai piu il passo. 

XCIII 

Ne scala in Inghelterra ne in Irlanda 
mai Iasci6 far, ne sul contrario lito. 
Ma lasciamolo andar dove lo manda 
il nudo arcier che Pha nel cor ferito. 
Prima che piu io ne parli, io vo' in Olanda 
tornare, e voi meco a tornarvi invito ; 
che, come a me, so spiacerebbe a voi, 
che quelle nozze fosson senza noi, 

xciv 

Le nozze belle e sontuose fanno; 
ma non si sontuose ne si belle, 
come in Selandia dicon che faranno. 
Pur non disegno che vegnate a quelle; 
perche nuovi accidenti a nascere hanno 
per disturbarle, de* quai le novelle 
all'altro canto vi faro sentire, 
s'all'altro canto mi verrete a udire. 



196 ORLANDO FURIOSO 



CANTO DECIMO 



I 

Fra quanti amor, fra quante fede al mondo 
mai si trovar, fra quanti cor constant!, 
fra quante, o per dolente o per iocondo 
stato, fer prove mai famosi amanti; 
piu tosto il primo loco ch'il secondo 
daro ad Olimpia: e se pur non va inanti, 
ben voglio dir che fra gli antiqui e nuovi 
maggior de Pamor suo non si ritruovi; 

II 

e che con tante e con si chiare note 
di questo ha fatto il suo Bireno certo, 
che donna piu far certo uomo non puote, 
quando anco il petto e J l cor mostrasse aperto. 
E s'anime si fide e si devote 
d'un reciproco amor denno aver merto, 
dico ch' Olimpia e degna che non meno, 
anzi piu che se ancor, Pami Bireno: 

in 

e che non pur non 1'abandoni mai 
per altra donna, se ben fosse queUa 
ch'Europa et Asia messe in tanti guai, 
o s'altra ha maggior titolo di bella; 
ma piu tosto che lei, lasci coi rai 
del sol 1'udita e il gusto e la favella 
e la vita e la fama, e s'altra cosa 
dire o pensar si puo piu preciosa. 



CANTO DECIMO 197 

IV 

Se Bireno am6 lei come ella amato 
Bireno avea, se fu si a lei fedele 
come ella a lui, se mai non ha voltato 
ad altra via, che a seguir lei, le vele: 

pur s'a tanta servitu fu ingrato, 

a tanta fede e a tanto amor cnidele, 
io vi vo } dire, e far di maraviglia 
stringer le labra et inarcar le ciglia. 

v 

E poi che nota 1'impieta vi fia, 
che di tanta bonta fu a lei mercede, 
donne, alcuna di voi mai piu non sia, 
ch'a parole d'amante abbia a dar fede. 
L'amante, per aver quel che desia, 
senza guardar che Dio tutto ode e vede, 
aviluppa promesse e giuramenti, 
che tutti spargon poi per 1'aria i venti. 

VI 

1 giuramenti e le promesse vanno 
dai venti in aria disipate e sparse, 
tosto che tratta questi amanti s'harmo 
1'avida sete che gli accese et arse. 

Siate a' prieghi et a' pianti che vi fanno, 
per questo esempio, a credere piu scarse. 
Bene e felice quel, donne mie care, 
ch'essere accorto all'altrui spese impare. 

VII 

Guardatevi da questi che sul fiore 

de' lor begli anni il viso han si polito; 

che presto nasce in loro e presto muore, 

quasi un foco di paglia, ogni appetite. 

Come segue la lepre il cacciatore 

al freddo, al caldo, alia montagna, al lito, 

ne piu Testima poi che presa vede; 

e sol dietro a chi fugge affretta il piede: 



198 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

cosi fan questi gioveni, che tanto 
che vi mostrate lor dure e proterve, 
v'amano e riveriscono con quanto 
studio de' far chi fedelmente serve; 
ma non si tosto si potran dar vanto 
de la vittoria, che di donne, serve 
vi dorrete esser fatte; e da voi tolto 
vedrete il falso amore, e altrove volto. 

IX 

Non vi vieto per questo (ch'avrei torto) 
che vi lasciate amar; che senza amante 
sareste come inculta vite in orto, 
che non ha palo ove s'appoggi o piante. 
Sol la prima lanugine vi esorto 
tutta a fuggir, volubile e inconstante, 
e c6rre i frutti non acerbi e duri, 
ma che non sien per6 troppo maturi. 

x 

Di sopra io vi dicea ch'una figliuola 
del re di Frisa quivi hanno trovata, 
che fia, per quanto n'han rnosso parola, 
da Bireno al fratel per moglie data. 
Ma, a dire il vero, esso v'avea la gola; 
che vivanda era troppo delicata: 
e riputato avria cortesia sciocca, 
per darla altrui, levarsela di bocca. 

XI 

La damigella non passava ancora 
quattordici anni, et era bella e fresca, 
come rosa che spunti alora alora 
fuor de la buccia e col sol nuovo cresca. 
Non pur di lei Bireno s'inamora, 
ma fuoco mai cosi non accese esca, 
ne se lo pongan 1'invide e nimiche 
mani talor ne le mature spiche; 



CANTO DECIMO 
XII 

come egli se n'accese immantinente, 
come egli n'arse fin ne le medolle, 
che sopra il padre morto lei dolente 
vide di pianto il bel viso far molle. 
E come suol, se Facqua fredda sente, 
quella restar che prima al fuoco bolle; 
cosi F ardor ch'accese Olimpia, vinto 
dal nuovo successore, in lui fu estinto. 

XIII 

Non pur sazio di lei, ma fastidito 

n'e gia cosi, che pu6 vederla a pena; 

e si de Faltra acceso ha Fappetito, 

che ne morra se troppo in lungo il mena; 

pur fin che giunga il di c'ha statuito 

a dar fine al disio, tanto Faffrena, 

che par ch'adori Olimpia, non che Fami, 

e quel che piace a lei, sol voglia e brami. 

XIV 

E se accarezza 1'altra (che non puote 
far che non Faccarezzi piu del dritto), 
non e chi questo in mala parte note; 
anzi a pietade, anzi a bonta gli e ascritto : 
che rilevare un che Fortuna ruote 
talora al fondo, e consolar rafHitto, 
mai non fu biasmo, ma gloria sovente; 
tanto piu una fanciulla, una innocente. 

xv 

Oh sommo Dio, come i giudicii umani 
spesso offuscati son da un nembo oscuro! 
i modi di Bireno empii e profani, 
pietosi e santi riputati furo. 
I marinari, gia messo le mani 
ai remi, e sciolti dal lito sicuro, 
portavan lieti pei salati stagni 
verso Selandia il duca e i suoi compagni. 



200 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Gia dietro rimasi erano e perduti 
tutti di vista i termini d'Olanda; 
che per non toccar Frisa, piu tenuti 
s'eran ver Scozia alia sinistra banda: 
quando da un vento fur sopravenuti, 
ch'errando in alto mar tre di li manda. 
Sursero il terzo, gia presso alia sera, 
dove inculta e deserta un'isola era. 

XVII 

Tratti che si fur dentro un picciol seno, 
Olimpia venne in terra; e con diletto 
in compagnia de 1'infedel Bireno 
cen6 contenta e fuor d'ogni sospetto : 
indi con lui, la dove in loco ameno 
teso era un padiglione, entr6 nel letto. 
Tutti gli altri compagni ritornaro, 
e sopra i legni lor si riposaro. 

XVIII 

II travaglio del mare e la paura 

che tenuta alcun di Taveano desta, 

il ritrovarsi al lito ora sicura, 

lontana da rumor ne la foresta, 

e che nessun pensier, nessuna cura, 

poi che '1 suo amante ha seco, la molesta; 

fur cagion ch'ebbe Olimpia si gran sonno, 

che gli orsi e i ghiri aver maggior nol ponno. 

XIX 

II falso amante che i pensati inganni 
veggiar facean, come dormir lei sente, 
pian piano esce del letto, e de' suoi panni 
fatto un fastel, non si veste altrimente; 
e lascia il padiglione; e come i vanni 
nati gli sian, rivola alia sua gente, 
e li risveglia; e senza udirsi un grido, 
fa entrar ne 1'alto e abandonare il lido. 



CANTO DECIMO 2OI 

XX 

Rimase a dietro il lido e la meschina 
Olimpia, che dormi senza destarse, 
fin che 1' Aurora la gelata brina 
da le do rate mote in terra sparse, 
e s'udir le alcione alia marina 
de 1'antico infortunio lamentarse. 
Ne desta ne dormendo, ella la mano 
per Bireno abbracciar stese, ma invano. 

XXI 

Nessuno truova: a se la man ritira; 

di nuovo tenta, e pur nessuno truova. 

Di qua 1'un braccio, e di la Taltro gira, 

or Tuna or 1'altra gamba; e nulla giova. 

Caccia il sonno il timor; gli occhi apre, e mira: 

non vede alcuno. Or gia non scalda e cova 

piu le vedove piume, ma si getta 

del letto e fuor del padiglione in fretta: 

XXII 

e corre al mar, graffiandosi le gote, 
presaga e certa ormai di sua fortuna. 
Si straccia i crini, e il petto si percuote, 
e va guardando (che splendea la luna) 
se veder cosa, fuor che '1 lito, puote; 
ne, fuor che '1 lito, vede cosa alcuna. 
Bireno chiama; e al nome di Bireno 
rispondean gli Antri che pieta n'avieno. 

XXIII 

Quivi surgea nel lito estremo un sasso, 
ch'aveano Tonde, col picchiar frequente, 
cavo e ridutto a guisa d'arco al basso; 
e stava sopra il mar curvo e pendente. 
Olimpia in cima vi sali a gran passo 
(cosi la facea Tammo possente), 
e di lontano le gonfiate vele 
vide fuggir del suo signor cm dele: 



202 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

vide lontano, o le parve vedere; 

che Taria chiara ancor non era molto. 

Tutta tremante si lascio cadere, 

piu bianca e piu che nieve fredda in volto; 

ma poi che di levarsi ebbe potere, 

al camin de le navi il grido volto, 

chiam6, quanta potea chiamar piu forte, 

piu volte il nome del crudel consorte: 

XXV 

e dove non potea la debil voce, 

supliva il pianto e '1 batter palrna a palma. 

Dove fuggi, crudel, cosi veloce ? 
Non ha il tuo legno la debita salma. 
Fa che lievi me ancor: poco gli nuoce 
che porti il corpo, poi che porta Talma. 
E con le braccia e con le vesti segno 

fa tuttavia, perche ritorni il legno. 

XXVI 

Ma i venti che portavano le vele 
per Palto mar di quel giovene infido, 
portavano anco i prieghi e le querele 
de 1'infelice Olimpia, e '1 pianto e 5 1 grido ; 
la qual tre volte, a se stessa crudele, 
per affogarsi si spicc6 dal lido: 
pur al fin si levo da mirar Tacque, 
e ritorn6 dove la notte giacque. 

XXVII 

E con la faccia in giu stesa sul letto, 
bagnandolo di pianto, dicea lui: 

lersera desti insieme a dui ricetto ; 
perche insieme al levar non siamo dui ? 
perfido Bireno, o maladetto 

giorno ch'al mondo generata fui! 

Che debbo far? che poss'io far qui sola? 

chi mi da aiuto ? ohime, chi mi consola ? 



CANTO DECIMO 203 

XXVIII 

Uomo non veggio qui, non ci veggio opra 
donde io possa stimar ch'uomo qui sia; 
nave non veggio, a cui salendo sopra, 
speri allo scampo mio ritrovar via. 
Di disagio morro; ne che mi cuopra 
gli occhi sara, ne chi sepolcro dia, 
se forse in ventre lor non me lo danno 
i lupi, ohime, ch'in queste selve stanno. 

XXIX 

Io sto in sospetto, e gia di veder parmi 
di questi boschi orsi o leoni uscire, 
o tigri o fiere tal, che natura armi 
d'aguzzi denti e d'ugne da ferire. 
Ma quai fere crudel potriano farmi, 
fera crudel, peggio di te morire? 
darmi una morte, so, lor parra assai; 
e tu di mille, ohime, morir mi fai. 

xxx 

Ma presupongo ancor ch'or ora arrivi 
nochier che per pieta di qui mi porti; 
e cosi lupi, orsi, leoni schivi, 
strazi, disagi et altre orribil morti: 
mi port era fofse in Olanda, s'ivi 
per te si guardan le fortezze e i porti ? 
mi portera alia terra ove son nata, 
se tu con fraude gia me Thai levata? 

XXXI 

Tu m'hai lo stato mio, sotto pretesto 

di parentado e d'amicizia, tolto. 

Ben fosti a porvi le tue genti presto, 

per aver il dominio a te rivolto. 

Tornero in Fiandra? ove ho venduto il resto 

di che io vivea, ben che non fossi molto, 

per sovenirti e di prigione trarte. 

Mischina! dove andr6 ? non so in qual parte. 



204 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Debbo forse ire in Frisa, ove io potei, 
e per te non vi volsi esser regina? 
il che del padre e dei fratelli miei 
e d'ogn'altro mio ben fu la ruina. 
Quel c'ho fatto per te, non ti vorrei, 
ingrato, improverar, ne disciplina 
dartene; che non men di me lo sai: 
or ecco il guiderdon che me ne dai. 

XXXIII 

Deh, pur che da color che vanno in cOrso 
io non sia presa, e poi venduta schiava! 
prima che questo, il lupo, il leon, Torso 
venga, e la tigre e ogn'altra fera brava, 
di cui 1'ugna mi stracci, e franga il morso; 
e morta mi strascini alia sua cava. 
Cosi dicendo, le mani si caccia 
ne' capei d'oro, e a chiocca a chiocca straccia. 

xxxiv 

Corre di nuovo in su 1'estrema sabbia, 
e ruota il capo e sparge alTaria il crine; 
e sembra forsennata, e ch'adosso abbia 
non un demonio sol, ma le decine; 
o, qual Ecuba, sia conversa in rabbia, 
vistosi morto Polidoro al fine. 
Or si ferma s'un sasso, e guarda il mare 
ne men d'un vero sasso, un sasso pare. 

xxxv 

Ma lascianla doler fin ch'io ritorno, 
per voler di Ruggier dirvi pur anco, 
che nel piu intense ardor del mez2o giorno 
cavalca il lito, aflaticato e stanco. 
Percuote il sol nel colle e fa ritorno: 
di sotto bolle il sabbion trito e bianco. 
Mancava alTarme ch'avea indosso, poco 
ad esser, come gia, tutte di fuoco. 



CANTO DECIMO 205 

XXXVI 

Mentre la sete, e de 1'andar fatica 
per Talta sabbia e la solinga via 
gli faceaxi, lungo quella spiaggia aprica, 
noiosa e dispiacevol compagnia; 
trov6 ch'alPombra d'una torre antica, 
che fuor de Ponde appresso il lito uscia, 
de la corte d'Alcina eran tre donne, 
che le conobbe ai gesti et alle gonne. 

XXXVII 

Corcate su tapeti allessandrini 
godeansi il fresco rezzo in gran diletto, 
fra molti vasi di diversi vini 
e d'ogni buona sorte di confetto. 
Presso alia spiaggia, coi flutti marini 
scherzando, le aspettava un lor legnetto 
fin che la vela empiesse agevol 6ra; 
ch'un fiato pur non ne spirava allora. 

XXXVIII 

Queste, ch'andar per la non ferma sabbia 
vider Ruggiero al suo viaggio dritto, 
che sculta avea la sete in su le labbia, 
tutto pien di sudore il viso afflitto, 
gli cominciaro a dir che si non abbia 
il cor voluntaroso al camin fitto, 
ch'alla fresca e dolce ombra non si pieghi 
e ristorar lo stanco corpo nieghi. 

XXXIX 

E di lor una s'accosto al cavallo 
per la staffa tener, che ne scendesse; 
1'altra con una coppa di cristallo 
di vin spumante, piu sete gli messe: 
ma Ruggiero a quel suon non entro in ballo; 
perche d'ogni tardar che fatto avesse, 
tempo di granger dato avria ad Alcina, 
che venia dietro et era omai vicina. 



206 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Non cosi fin salnitro e zolfo puro, 
tocco dal fuoco, subito s'avampa; 
ne cosi freme il mar quando 1'oscuro 
turbo discende e in mezzo se gli accampa: 
come, vedendo che Ruggier sicuro 
al suo dritto camin Tarena stampa, 
e che le sprezza (e pur si tenean belle), 
d'ira arse e di furor la terza d'elle. 

XLI 

Tu non sei ne gentil ne cavalliero, 
dice gridando quanto pu6 piu forte 

et hai rubate Farme; e quel destriero 
non saria tuo per veruna altra sorter 

e cosi, come ben m'appongo al vero, 
ti vedessi punir di degna morte; 
che fossi fatto in quarti, arso o impiccato, 
brutto ladron, villan, superbo, ingrato. 

XLII 

Oltr'a queste e molt'altre ingiuriose 
parole che gli uso la donna altiera, 
ancor che mai Ruggier non le rispose, 
che de si vil tenzon poco onor spera; 
con le sorelle tosto ella si pose 
sul legno in mar, che al lor servigio v'era: 
et affrettando i remi, lo seguiva, 
vedendol tuttavia dietro alia riva. 

XLIII 

Minaccia sempre, maledice e incarca; 
che 1'onte sa trovar per ogni punto. 
Intanto a quello stretto, onde si varca 
alia fata piu bella, e Ruggier giunto; 
dove un vecchio nochiero una sua barca 
scioglier da 1'altra ripa vede, a punto 
come avisato, e gia provisto, quivi 
si stia aspettando che Ruggiero arrivi. 



CANTO DECIMO 207 

XLIV 

Scioglie il nochier, come venir lo vede, 
di trasportarlo a miglior ripa lieto ; 
che, se la faccia pu6 del cor dar fede, 
tutto benigno e tutto era discrete. 
Pose Ruggier sopra il navilio il piede, 
Dio ringraziando ; e per lo mar quieto 
ragionando venia col galeotto, 
saggio e di lunga esperienzia dotto. 

XLV 

Quel lodava Ruggier, che si se avesse 
saputo a tempo tor da Alcina, e inanti 
che '1 calice incantato ella gli desse, 
ch'avea al fin dato a tutti gli altri amanti ; 
e poi che a Logistilla si traesse, 
dove veder potria costumi santi, 
bellezza eterna et infinita grazia 
che '1 cor notrisce e pasce, e mai non sazia. 

XLVI 

Costei dicea stupore e riverenza 
induce alTalma, ove si scuopre prima. 
Contempla meglio poi 1'alta presenza: 
ogn'altro ben ti par di poca stima. 
II suo amore ha dagli altri differenza: 
speme o timor negli altri il cor ti lima; 
in questo il desiderio piu non chiede, 
e contento riman come la vede. 

XLVII 

Ella t'insegnera studii piu grati, 
che suoni, danze, odori, bagni e cibi; 
ma come i pensier tuoi meglio formati 
poggin piu ad alto che per 1'aria i nibi, 
e come de la gloria de' beati 
nel mortal corpo parte si delibi. 
Cosi parlando il marinar veniva, 
lontano ancora alia sicura riva; 



208 ORLANDO FURIOSO 

XL VIII 

quando vide scoprire alia marina 
molti navili, e tutti alia sua volta. 
Con quei ne vien Tingiuriata Alcina; 
e molta di sua gente have raccolta 
per por lo stato e se stessa in ruina, 
o racquistar la cara cosa tolta. 
E bene e amor di ci6 cagion non lieve, 
ma Fingiuria non men che ne riceve. 

XLIX 

Ella non ebbe sdegno, da che nacque, 
di questo il maggior mai ch'ora la rode; 
onde fa i remi si affrettar per Tacque, 
che la spuma ne sparge ambe le prode. 
Al gran rumor ne mar ne ripa tacque, 
et Ecco risonar per tutto s'ode. 
Scuopre, Ruggier, lo scudo, che bisogna; 
se non, sei morto, o preso con vergogna. 



Cosi disse il nocchier di Logistilla; 
et oltre il detto, egli medesmo prese 
la tasca e da lo scudo dipartilla, 
e fe' il lume di quel chiaro e palese. 
L'incantato splendor che ne sfavilla, 
gli occhi degli aversari cosi offese, 
che li fe' restar ciechi allora allora, 
e cader chi da poppa e chi da prora. 

LI 

Un ch'era alia veletta in su la r6cca, 
de 1'armata d j Alcina si fu accorto; 
e la campana martellando tocca, 
onde il soccorso vien subito al porto. 
L'artegliaria, come tempesta, fiocca 
contra chi vuole al buon Ruggier far torto : 
si che gli venne d'ogni parte aita, 
tal che salv6 la liberta e la vita. 



CANTO DECIMO 
LII 

Giunte son quattro donne in su la spiaggia, 
che subito ha mandate Logistilla: 
la valorosa ^Andronica e la saggia 
Fronesia e 1'onestissima Dicilla 
e Sofrosina casta, che, come aggia 
quivi a far piu che 1'altre, arde e sfavilla. 
L'esercito ch'al mondo e senza pare, 
del castello esce, e si distende al mare. 

LIII 

Sotto il castel ne la tranquilla foce 
di molti e grossi legni era una armata, 
ad un botto di squilla, ad una voce 
giorno e notte a battaglia apparecchiata. 
E cosi fu la pugna aspra et atroce, 
e per acqua e per terra, mcominciata; 
per cui fu il regno sottosopra volto, 
ch'avea gia Alcina alia sorella tolto. 

LIV 

Oh di quante battaglie il fin successe 
diverse a quel che si credette inante! 
Non sol ch' Alcina alor non riavesse, 
come stimossi, il fugitivo amante; 
ma de le navi che pur dianzi spesse 
fur si, ch'a pena il mar ne capia tante, 
fuor de la fiamma che tutt'altre avampa, 
con un legnetto sol misera scamp a. 

LV 

Fuggesi Alcina, e sua misera gente 
arsa e presa riman, rotta e sommersa. 
D'aver Ruggier perduto ella si sente 
via piu doler che d'altra cosa aversa: 
notte e di per lui geme amaramente, 
e lacrime per lui dagli occhi versa; 
e per dar fine a tanto aspro martire, 
spesso si duol di non poter morire. 



210 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Morir non puote alcuna fata mai, 

fin die '1 sol gira, o il ciel non muta stilo. 

Se ci6 non fosse, era il dolore assai 

per muover Cloto ad inasparle il filo; 

o qual Didon finia col ferro i guai, 

o la regina splendida del Nilo 

avria imitata con mortifer sonno : 

ma le fate morir sempre non ponno. 

LVII 

Torniamo a quel di eterna gloria degno 
Ruggiero ; e Alcina stia ne la sua pena. 
Dico di lui, che poi che fuor del legno 
si fu condutto in piu sicura arena, 
Dio ringraziando che tutto il disegno 
gli era successo, al mar volto la schena; 
et affrettando per 1'asciutto il piede, 
alia r6cca ne va che quivi siede. 

LVIII 

Ne la piu forte ancor n6 la piu bella 
mai vide occhio mortal prima ne dopo. 
Son di piu prezzo le mura di quella, 
che se diamante fossino o piropo, 
Di tai gemme qua giu non si favella: 
et a chi vuol notizia averne, e d'uopo 
che vada quivi, che non credo altrove, 
se non forse su in ciel, se ne ritruove. 

LIX 

Quel che piu fa che lor si inchina e cede 
ogn'altra gemma, e che mirando in esse, 
Puom sin in mezzo alFanima si vede; 
vede suoi vizii e sue virtudi espresse, 
si che a lusinghe poi di s6 non crede, 
ne a chi dar biasmo a torto gli volesse: 
fassi, mirando allo specchio lucente 
se stesso conoscendosi, prudente. 



CANTO DECIMO 211 

LX 

II chiaro lume lor, ch'imita il sole, 
manda splendore in tanta copia intorno, 
che chi 1'ha, ovunque sia, sempre che vuole, 
Febo, mal grado tuo, si puo far giorno. 
Ne mirabil vi son le pietre sole; 
ma la materia e I'artificio adorno 
contendon si, che mal giudicar puossi 
qual de le due eccellenze maggior fossi. 

LXI 

Sopra gli altissimi archi, che puntelli 
parean che del ciel fossino a vederli, 
eran giardin si spaziosi e belli, 
che saria al piano anco fatica averli. 
Verdeggiar gli odoriferi arbuscelli 
si puon veder fra i luminosi merli, 
ch'adorni son Testate e il verno tutti 
di vaghi fiori e di maturi frutti. 

LXII 

Di cosi nobili arbori non suole 
prodursi fuor di questi bei giardini, 
ne di tai rose o di simil viole, 
di gigli, di amaranti o di gesmini. 
Altrove appar come a un medesmo sole 
e nasca e viva, e morto il capo inchini, 
e come lasci vedovo il suo stelo 
il fior suggetto al variar del cielo : 

LXIII 

ma quivi era perpetua la verdura, 
perpetua la belta de' fiori eterni: 
non che benignita de la Natura 
si temperatamente li governi; 
ma Logistilla con suo studio e cura, 
senza bisogno de' moti superni 
(quel che agli altri impossible parea), 
sua primavera ognor ferma tenea. 



212 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Logistllla mostro molto aver grato 
ch'a lei venisse un si gentil signore; 
e comando che fosse accarezzato, 
e che studiasse ognun di fargli onore. 
Gran pezzo inanzi Astolfo era arrivato, 
che visto da Ruggier fa di buon core. 
Fra pochi giorni venner gli altri tutti, 
ch'a 1'esser lor Melissa avea ridutti. 

LXV 

Poi che si fur posati un giorno e dui, 
venne Ruggiero alia fata prudente 
col duca Astolfo, che non men di lui 
avea desir di riveder Ponente. 
Melissa le par!6 per amendui; 
e supplica la fata umilemente, 
che li consigli, favorisca e aiuti, 
si che ritornin donde eran venuti. 

LXVI 

Disse la fata: lo ci porro il pensiero, 
e fra dui di te li daro espediti. 
Discorre poi tra se, come Ruggiero, 
e dopo lui, come quel duca aiti: 
conchiude infin che '1 volator destriero 
ritorni il primo agli aquitani liti; 
ma prima vuol che se gli faccia un morso, 
con che lo volga, e gli raffreni il corso. 

LXVII 

Gli mostra come egli abbia a far, se vuole 
che poggi in alto, e come a far che cali; 
e come, se vorra che in giro vole, 
o vada ratto, o che si stia su Tali: 
e quali effetti il cavallier far suole 
di buon destriero in piana terra, tali 
facea Ruggier che mastro ne divenne, 
per 1'aria, del destrier ch'avea le penne. 



CANTO DECIMO 213 

LXVIII 

Poi che Ruggier fu d'ogni cosa in punto, 
da la fata gentil comiato prese, 
alia qual resto poi sempre congiunto 
di grande amore; e usci di quel paese. 
Prima di lui che se n'ando in buon punto, 
e poi dir6 come il guerriero inglese 
tornasse con piu tempo e piu fatica 
al magno Carlo et alia corte arnica. 

LXIX 

Quindi parti Ruggier, ma non rivenne 
per quella via che fe' gia suo mal grado, 
allor che sempre Tippogrifo il tenne 
sopra il mare, e terren vide di rado : 
ma potendogli or far batter le penne 
di qua di la, dove piu gli era a grado, 
volse al ritorno far nuovo sentiero, 
come, schivando Erode, i Magi fero. 

LXX 

Al venir quivi, era lasciando Spagna 
venuto India a trovar per dritta riga, 
la dove il mare oriental la bagna, 
dove una fata avea con Taltra briga. 
Or veder si dispose altra campagna, 
che quella dove i venti Eolo instiga, 
e finir tutto il cominciato tondo, 
per aver, come il sol, girato il mondo. 

LXXI 

Quinci il Cataio, e quindi Mangiana 
sopra il gran Quinsai vide passando: 
volo sopra Hmavo, e Sericana 
lascio a man destra; e sempre declinando 
da 1'iperborei Sciti a Fonda ircana, 
giunse alle parti di Sarmazia: e quando 
fu dove Asia da Europa si divide, 
Russi e Pruteni e la Pomeria vide. 



214 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

Ben che di Ruggier fosse ogni desire 
di ritornare a Bradamante presto; 
pur, gustato il piacer ch'avea di gire 
cercando il mondo, non resto per questo, 
ch'alli Pollacchi, agli Ungari venire 
non volesse anco, alii Germani, e al resto 
di quella boreale orrida terra; 
e venne al fin ne Fultima Inghilterra. 

LXXIII 

Non crediate, Signor, che per6 stia 
per si lungo camin sempre su Tale: 
ogni sera all'albergo se ne gia, 
schivando a suo poter d'alloggiar male. 
E spese giorni e mesi in questa via, 
si di veder la terra e il mar gli cale. 
Or presso a Londra giunto una matina, 
sopra Tamigi il volator declina. 

LXXIV 

Dove ne' prati alia citta vicini 
vide adunati uomini d'arme e fanti, 
ch'a suon di trombe e a suon di tamburini 
venian, partiti a belle schiere, avanti 
il buon Rinaldo, onor de' paladini; 
del qual, se vi ricorda, io dissi inanti, 
che mandato da Carlo, era venuto 
in queste parti a ricercare aiuto. 

LXXV 

Giunse a punto Ruggier, che si facea 
la bella mostra fuor di quella terra; 
e per sapere il tutto, ne chiedea 
un cavallier, ma scese prima in terra: 
e quel, ch'affabil era, gli dicea 
che di Scozia e d'Irlanda e d'Inghilterra 
e de Tisole intorno eran le schiere 
che quivi alzate avean tante bandiere: 



CANTO DECIMO 215 

LXXVI 

e finita la mostra che faceano, 
alia marina se distenderanno, 
dove aspettati per solcar TOceano 
son dai navili che nel porto stanno. 

I Franceschi assediati si ricreano, 
sperando in questi che a salvar li vanno. 
Ma acci6 tu te n'informi pienamente, 

10 ti distinguer6 tutta la gente. 

LXXVII 

Tu vedi ben quella bandiera grande, 
ch'insieme pon la fiordaligi e i pardi: 
quella il gran capitano all' aria spande, 
e quella han da seguir gli altri stendardi. 

II suo nome, famoso in queste bande, 
e Leonetto, il fior de li gagliardi, 

di consigHo e d'ardire in guerra mastro, 
del re nipote, e duca di Lincastro. 

LXXVIII 

La prima, appresso il gonfalon reale, 
che '1 vento tremolar fa verso il monte, 
e tien nel campo verde tre bianche ale, 
porta Ricardo, di Varvecia conte. 
Del duca di Glocestra e quel segnale, 
c'ha duo corna di cervio e mezza fronte. 
Del duca di Chiarenza e quella face : 
quel arbore e del duca d'Eborace. 

LXXIX 

Vedi in tre pezzi una spezzata lancia: 
gli e '1 gonfalon del duca di Nortfozia. 
La fulgure e del buon conte di Cancia; 

11 grifone e del conte di Pembrozia. 
II duca di Sufolcia ha la bilancia. 
Vedi quel giogo che due serpi assozia: 
e del conte d'Esenia; e la ghirlanda 

in campo azzurro ha quel di Norbelanda. 



2l6 ORLANDO FURIOSO 

LXXX 

II conte d'Arindelia e quel c'ha messo 
in mar quella barchetta che s'affonda. 
Vedi il marchese di Barclei, e appresso 
di Marchia il conte e il conte di Ritmonda: 
il primo porta in bianco un monte fesso, 
1'altro la palma, il terzo un pin ne Fonda, 
Quel di Dorsezia e conte, e quel d'Antona, 
che 1'uno ha il carro, e 1'altro la corona. 

LXXXI 

II falcon che sul nido i vanni inchina, 
porta Raimondo, il conte di Devonia. 
II giallo e negro ha quel di Vigorina; 
il can quel d'Erbia; un orso quel d'Osonia. 
La croce che la vedi cristallina, 
e del ricco prelato di Battonia. 
Vedi nel bigio una spezzata sedia: 
e del duca Ariman di Sormosedia. 

LXXXII 

Gli uomini d'arme e gli arcieri a cavallo 
di quarantaduomila numer fanno. 
Sono duo tanti, o di cento non fallo, 
quelli ch'a pie ne la battaglia vanno. 
Mira quel segni, un bigio, un verde, un giallo, 
e di nero e d'azzur listato un panno: 
Gofredo, Enrigo, Ermante et Odoardo 
guidan pedoni, ognun col suo stendardo. 

LXXXIII 

Duca di Bocchingamia e quel dinante; 
Enrigo ha la contea di Sarisberia; 
signoreggia Burgenia il vecchio Ermante; 
quello Odoardo e conte di Croisberia. 
Questi alloggiati piu verso levante 
sono gl'Inglesi. Or volgeti alPEsperia, 
dove si veggion trentamila Scotti, 
da Zerbin, figlio del lor re, condotti. 



CANTO DECIMO 2iy 

LXXXIV 

Vedi tra duo unicorni il gran leone, 
che la spada d'argento ha ne la zampa: 
quell'e del re di Scozia II gonfalone; 
il suo figliol Zerbino ivi s'accampa. 
Non e un si bello in tante altre persone: 
Natura il fece, e poi roppe la stampa. 
Non e in cui tal virtu, tal grazia luca, 
o tal possanza: et e di Roscia duca. 

LXXXV 

Porta in azzurro una dorata sbarra 
il conte d'Ottonlei ne lo stendardo. 
L'altra bandiera & del duca di Marra, 
che nel travaglio porta il leopardo. 
Di piu colori e di piu augei bizzarra 
mira 1'insegna d'Alcabrun gagliardo, 
che non e duca, conte, ne marchese, 
ma primo nel salvatico paese. 

LXXXVI 

Del duca di Trasfordia e quella insegna, 
dove e Paugel ch'al son tien gli occhi franchi. 
Lurcanio conte, ch'in Angoscia regna, 
porta quel tauro c'ha duo veltri ai fianchi. 
Vedi la il duca d'Albania, che segna 
il campo di colori azzurri e bianchi. 
Quel avoltor, ch'un drago verde lania, 
e 1'insegna del conte di Boccania. 

LXXXVII 

Signoreggia Forbesse il forte Armano, 
che di bianco e di nero ha la bandiera; 
et ha il conte d'Erelia a destra mano, 
che porta in campo verde una lumiera. 
Or guarda gribernesi appresso il piano: 
sono duo squadre; e il conte duChildera 
mena la prima, e il conte di Desmonda 
da fieri monti ha tratta la seconda. 



2l8 ORLANDO FURIOSO 

LXXXVIII 

Ne lo stendardo il primo ha un pino ardente; 
Paltro nel bianco una vermiglia banda. 
Non da soccorso a Carlo solamente 
la terra inglese e la Scozia e Tlrlanda; 
ma vien di Svezia e di Norvegia gente, 
da Tile, e fin da la remota Islanda: 
da ogni terra, insomma, che la giace, 
nimica naturalmente di pace. 

LXXXIX 

Sedicimila sono, o poco manco, 
de le spelonche usciti e de le selve; 
hanno piloso il viso, il petto, il fianco, 
e dossi e braccia e gambe, come belve. 
Intorno allo stendardo tutto bianco 
par che quel pian di lor lance s'inselve: 
cosi Moratto il porta, il capo loro, 
per dipingerlo poi di sangue Moro. 

xc 

Mentre Ruggier di quella gente bella, 
che per soccorrer Francia si prepara, 
mira le varie insegne e ne favella, 
e dei signor britanni i nomi impara; 
uno et un altro a lui, per mirar quella 
bestia sopra cui siede, unica o rara, 
maraviglioso corre e stupefatto; 
e tosto il cerchio intorno gli fu fatto. 

xci 

Si che per dare ancor piu maraviglia, 
e per pigliarne il buon Ruggier piu gioco, 
al volante corsier scuote la briglia, 
e con gli sproni ai fianchi il tocca un poco: 
quel verso il ciel per 1'aria il camin piglia, 
e lascia* ognuno attonito in quel loco. 
Quindi Ruggier, poi che di banda in banda 
vide gl'Inglesi, and6 verso 1'Irlanda. 



CANTO DECIMO 219 

XCII 

E vide Ibernia fabulosa, dove 
il santo vecchiarel fece la cava, 
in che tanta merce par che si truove, 
che ruom vi purga ogni sua colpa prava. 
Quindi poi sopra il mare il destrier muove 
la dove la minor Bretagna lava; 
e nel passar vide, mirando a basso, 
Angelica legata al nudo sasso. 

XCIII 

Al nudo sasso, alPIsola del pianto; 

che Flsola del pianto era nomata 

quella che da crudele e fiera tanto 

et inumana gente era abitata, 

che (come io vi dicea sopra nel canto) 

per varii liti sparsa iva in armata 

tutte le belle donne depredando, 

per fame a un mostro poi cibo nefando. 

xciv 

Vi fa legata pur quella matina, 
dove venia per trangugiarla viva 
quel smisurato mostro, orca marina, 
che di aborrevole esca si nutriva. 
Dissi di sopra, come fu rapina 
di quei che la trovaro in su la riva 
dormire al vecchio incantatore a canto, 
ch'ivi Favea tirata per incanto. 

xcv 

La fiera gente inospitale e cruda 
alia bestia crudel nel lito espose 
la bellissima donna, cosi ignuda 
come Natura prima la compose. 
Un velo non ha pure, in che richiuda 
i bianchi gigli e le vermiglie rose, 
da non cader per luglio o per dicembre, 
di che son sparse le polite membre. 



220 ORLANDO FURIOSO 

XCVI 

Creduto avria che fosse statua finta * 
o d'alabastro o d'altri marmi illustri 
Ruggiero, e su lo scoglio cosi avinta 
per artificio di scultori industri; 
se non vedea la lacrima distinta 
tra fresche rose e candidi ligustri 
far rugiadose le crudette pome, 
e Faura sventolar 1'aurate chiome. 

XCVII 

E come ne' begli occhi gli occhi affisse, 
de la sua Bradamante gli sovenne. 
Pietade e amore a un tempo lo traffisse, 
e di piangere a pena si ritenne; 
e dolcemente alia donzella disse, 
poi che del suo destrier freno le penne: 
donna, degna sol de la catena 
con chi i suoi send Amor legati mena, 

XCVIII 

e ben di questo e d'ogni male indegna, 
chi e quel crudel che con voler perverso 
d'importuno livor stringendo segna 
di quest e belle man 1'avorio terso ? 
Forza e ch'a quel parlare ella divegna 
quale e di grana un bianco avorio asperso, 
di se vedendo quelle parte ignude, 
ch'ancor che belle sian, vergogna chiude. 

xcix 

E coperto con man s'avrebbe il volto, 
se non eran legate al duro sasso; 
ma del pianto, ch'almen non 1'era tolto, 

10 sparse, e si sforzo di tener basso. 

E dopo alcun' signozzi il parlar sciolto, 
incomincio con fioco suono e lasso: 
ma non segui; che dentro il fe' restare 

11 gran rumor che si senti nel mare. 



CANTO DECIMO 221 

C 

Ecco apparir lo smisurato mostro 
mezzo ascoso ne Fonda e mezzo sorto. 
Come sospinto suol da borea o d'ostro 
venir lungo navilio a pigliar porto, 
cosi ne viene al cibo che Pe mostro 
la bestia orrenda; e Pintervallo e corto. 
La donna e mezza morta di paura; 
ne per conforto altrui si rassicura. 

ci 

Tenea Ruggier la lancia non in resta, 
ma sopra mano, e percoteva Forca. 
Altro non so che s'assimigli a questa, 
ch'una gran massa che s'aggiri e torca; 
ne forma ha d' animal, se non la testa, 
c'ha gli occhi e i denti fuor, come di porca, 
Ruggier in fronte la feria tra gli occhi; 
ma par che un ferro o un duro sasso tocchi. 

en 

Poi che la prima botta poco vale, 
ritorna per far meglio la seconda. 
L'orca, che vede sotto le grandi ale 
1'ombra di qua e di la correr su Fonda, 
lascia la preda certa litorale, 
e quella vana segue furibonda: 
dietro quella si volve e si raggira. 
Ruggier giu cala, e spessi colpi tira. 

cm 

Come d'alto venendo aquila suole, 
ch'errar fra Ferbe visto abbia la biscia, 
o che stia sopra un nudo sasso al sole, 
dove le spoglie d'oro abbella e liscia; 
non assalir da quel lato la vuole 
onde la velenosa e soffia e striscia, 
ma da tergo la adugna, e batte i vanni, 
acci6 non se le volga e non la azzanni: 



222 ORLANDO FURIOSO 

CIV 

cosi Ruggier con 1'asta e con la spada, 
non dove era de j denti armato il muso, 
ma vuol che '1 colpo tra 1'orecchie cada, 
or su le schene, or ne la coda giuso. 
Se la fera si volta, ei muta strada, 
et a tempo giu cala, e poggia in suso : 
ma come sempre giunga in un diaspro, 
non puo tagliar lo scoglio duro et aspro. 

cv 

Simil battaglia fa la mosca audace 
contra il mastin nel polveroso agosto, 
o nel mese dinanzi o nel seguace, 
Funo di spiche e Faltro pien di mosto: 
negli occhi il punge e nel grifo mordace, 
volagli intorno e gli sta sempre accosto; 
e quel suonar fa spesso il dente asciutto: 
ma un tratto che gli arrivi, appaga il tutto. 

cvi 

Si forte ella nel mar batte la coda, 
che fa vicino al ciel Facqua inalzare; 
tal che non sa se Tale in aria snoda, 
o pur se *1 suo destrier nuota nel mare. 
Gli e spesso che disia trovarsi a proda; 
che se lo sprazzo in tal mo do ha a durare, 
teme si Tale inaffi alFippogrifo, 
che brami invano avere o zucca o schifo. 

cvn 

Prese nuovo consiglio, e fu il migliore, 
di vincer con altre arme il mostro crudo : 
abbarbagliar lo vuol con lo splendore 
ch'era incantato nel coperto scudo. 
Vola nel lito; e per non fare errore, 
alia donna legata al sasso nudo 
lascia nel minor dito de la mano 
Fannel, che potea far Fincanto vano : 



CANTO DECIMO 22$ 

CVIII 

dico Pannel che Bradamante avea 
per liberar Ruggier tolto a Brunello, 
poi per trarlo di man d'Alcina rea, 
mandate in India per Melissa a quello. 
Melissa (come dianzi io vi dicea) 
in ben di molti adoper6 1'annello ; 
indi Tavea a Ruggier restituito, 
dal qual poi sempre fu portato in dito. 

cix 

Lo da ad Angelica era, perche teme 
che del suo scudo il fulgurar non viete, 
e perche a lei ne sien difesi insieme 
gli occhi che gia Pavean preso alia rete. 
Or viene al lito e sotto il ventre preme 
ben mezzo il mar la smisurata cete. 
Sta Ruggiero alia posta, e lieva il velo ; 
e par ch'aggiunga un altro sole al cielo. 

ex 

Feri negli occhi Pincantato lume 
di quella fera, e fece al mo do usato. 
Quale o trota o scaglion va giu pel flume 
c'ha con calcina il montanar turbato, 
tal si vedea ne le marine schiume 
il mostro orribilmente riversciato. 
Di qua di la Ruggier percuote assai, 
ma di ferirlo via non truova mai. 

CXI 

La bella donna tuttavolta priega 
ch'invan la dura squama oltre non pesti. 
Torna, per Dio, signor; prima mi slega 
dicea piangendo che Porca si desti: 
portami teco e in mezzo il mar mi anniega; 
non far ch'in ventre al brutto pesce io resti. 
Ruggier, commosso dunque al giusto grido, 
slego la donna, e la levo dal lido. 



224 ORLANDO FURIOSO 

CXII 

II destrier punto, ponta i pie all' arena 
e sbalza in aria, e per lo ciel galoppa; 
e porta il cavalliero in su la schena, 
e la donzella dietro in su la groppa. 
Cosi privo la fera de la cena 
per lei soave e delicata troppa. 
Ruggier si va volgendo, e mille baci 
figge nel petto e negli occhi vivaci. 

CXIII 

Non piu tenne la via, come propose 
prima, di circundar tutta la Spagna; 
ma nel propinquo lito il destrier pose, 
dove entra in mar piu la minor Bretagna. 
Sul lito un bosco era di querce ombrose, 
dove ognor par che Filomena piagna, 
ch'in mezzo avea un pratel con una fonte, 
e quinci e quindi un solitario monte. 

cxiv 

Quivi il bramoso cavallier ritenne 
1'audace corso, e nel pratel discese; 
e fe j raccorre al suo destrier le penne, 
ma non a tal che piu le avea distese. 
Del destrier sceso, a pena si ritenne 
di salir altri; ma tennel Tarnese: 
1'arnese il tenne, che bisogn6 trarre, 
e contra il suo disir messe le sbarre. 

cxv 

Frettoloso, or da questo or da quel canto 
confusamente Farme si levava. 
Non gli parve altra volt a mai star tanto; 
che s'un laccio sciogliea, dui n'annodava. 
Ma troppo e lungo ormai, Signor, il canto, 
e forse ch'anco Tascoltar vi grava: 
si ch'io differiro 1'istoria mia 
in altro tempo che piu grata sia. 



CANTO UNDECIMO 225 



CANTO UNDECIMO 



I 

Quantunque debil freno a mezzo il corso 
animoso destrier spesso raccolga, 
raro e per6 che di ragione il morso 
libidinosa furia a dietro volga, 
quando il piacere ha in pronto; a guisa d'orso 
che dal mel non si tosto si distolga, 
poi che gli n'e venuto odore al naso, 
o qualche stilla ne gusto sul vaso. 

ii 

Qual raggion fia che 'I buon Ruggier raffrene, 
si che non vogfia ora pigliar diletto 
d' Angelica gentil che nuda tiene 
nel solitario e commodo boschetto? 
Di Bradamante piu non gli soviene, 
che tanto aver solea fissa nel petto: 
e se gli ne sovien pur come prima, 
pazzo e se questa ancor non prezza e stima; 

in 

con la qual non saria stato quel crudo 
Zenocrate di lui piu continente. 
Gittato avea Ruggier Pasta e lo scudo, 
e si traea Taltre arme impaziente; 
quando abbassando pel bel corpo ignudo 
la donna gli occhi vergognosamente, 
si vide in dito il prezioso annello 
che gia le tolse ad Albracca Brunello. 



226 ORLANDO FURIOSO 

IV 

Questo e 1'annel ch'ella porto gia in Francia 

la prima volta che fe' quel camino 

col fratel suo, che v'arreco la lancia, 

la qual fu poi d'Astolfo paladino. 

Con questo fe' gFincanti uscire in ciancia 

di Malagigi al petron di Merlino; 

con questo Orlando et altri una matina 

tolse di servitu di Dragontina; 

v 

con questo usci invisibil de la torre 
dove Tavea richiusa un vecchio no. 
A che voglio io tutte sue prove acc6rre, 
se le sapete voi cosi come io ? 
Brunei sin nel giron lei venne a torre'; 
ch'Agramante d'averlo ebbe disio. 
Da indi in qua sempre Fortuna a sdegno 
ebbe costei, fin che le tolse il regno. 

VI 

Or che sel vede, come ho detto, in mano, 

si di stupore e d'allegrezza e piena, 

che quasi dubbia di sognarsi invano, 

agli occhi, alia man sua da fede a pena. 

Del dito se Io leva, e a mano a mano 

sel chiude in bocca; e in men che non balena, 

cosi dagli occhi di Ruggier si cela, 

come fa il sol quando la nube il vela. 

VII 

Ruggier pur d'ogn'intorno riguardava, 
e s'aggirava a cerco come un matto; 
ma poi che de 1'annel si ricordava, 
scornato vi rimase e stupefatto; 
e la sua inawertenza bestemiava, 
e la donna accusava di quello atto 
ingrato e discortese, che renduto 
in ricompensa gli era del suo aiuto. 



CANTO UNDECIMO 227 

VIII 

Ingrata damigella, e questo quello 
guiderdone dicea che tu mi rendi ? 
che piu tosto involar vogli 1'annello, 
ch'averlo in don. Perche da me nol prendi? 
Non pur quel, ma lo scudo e il destrier snello 
e me ti dono, e come vuoi mi spendi; 
sol che '1 bel viso tuo non mi nascondi. 
lo so, crudel, che m'odi, e non rispondi. 

IX 

Cosi dicendo, intorno alia fontana 
brancolando n'andava come cieco. 
Oh quant e volte abbraccio Taria vana, 
sperando la donzella abbracciar seco! 
Quella, che s'era gia fatta lontana, 
mai non cesso d'andar, che giunse a un speco 
che sotto un monte era capace e grande, 
dove al bisogno suo trov6 vivande. 



Quivi un vecchio pastor, che di cavalle 
un grande armento avea, facea soggiorno. 
Le iumente pascean giu per la valle 
le ten ere erbe ai freschi rivi intorno. 
Di qua di la da Pantro erano stalle, 
dove fuggiano il sol del mezzo giorno. 
Angelica quel di lunga dimora 
la dentro fece, e non fu vista ancora. 

XI 

E circa il vespro, poi che rifrescossi, 
e le fu aviso esser posata assai, 
in certi drappi rozzi aviluppossi, 
dissimil troppo ai portamenti gai, 
che verdi, gialli, persi, azzurri e rossi 
ebbe, e di quante foggie furon mai. 
Non le puo tor pero tanto umil gonna, 
che bella non rassembri e nobil donna. 



228 ORLANDO FURIOSO 

XII 

Taccia chi loda Fillide, o Neera, 
o Amarilli, o Galatea fugace; 
che d'esse alcuna si bella non era, 
Titiro e Melibeo, con vostra pace. 
La bella donna tra' fuor de la schiera 
de le iumente una che piu le place. 
Allora allora se le fece inante 
un pensier di tornarsene in Levante. 

XIII 

Ruggiero intanto, poi ch'ebbe gran pezzo 
indarno atteso s'ella si scopriva, 
e che s'avide del suo error da sezzo, 
che non era vicina e non 1'udiva; 
dove lasciato avea il cavallo, avezzo 
in cielo e in terra, a rimontar veniva: 
e ritrov6 che s'avea tratto il morso, 
e salia in aria a piu libero corso. 

XIV 

Fu grave e mala aggiunta all'altro danno 
vedersi anco restar senza Faugello. 
Questo, non men che '1 feminile inganno, 
gli preme al cor; ma piu che questo e quello, 
gli preme e fa sentir noioso aflanno 
1'aver perduto il prezioso annello; 
per le virtu non tanto ch'in lui sono, 
quanto che fu de la sua donna dono. 

xv 

Oltremodo dolente si ripose 
indosso 1'arme, e lo scudo alle spalle; 
dal mar slungossi, e per le piaggie erbose 
prese il camin verso una larga valle, 
dove per mezzo all'alte selve ombrose 
vide il piu largo e '1 piu segnato calle. 
Non molto va, ch'a destra, ove piu folta 
e quella selva, un gran strepito ascolta. 



CANTO UNDECIMO 229 

XVI 

Strepito ascolta e spaventevol suono 
d'arme percosse insieme; onde s'affretta 
tra pianta e pianta, e truova dui che sono 
a gran battaglia in poca piazza e stretta. 
Non s'hanno alcun riguardo ne perdono, 
per far, non so di che, dura vendetta. 
L'uno e gigante, alia sembianza fiero ; 
ardito Paltro e franco cavalliero. 

XVII 

E questo con lo scudo e con la spada, 

di qua di la saltando, si difende, 

perche la mazza sopra non gli cada, 

con che il gigante a due man sempre offende. 

Giace morto il cavallo in su la strada. 

Ruggier si ferma, e alia battaglia attende; 

e tosto inchina 1'animo, e disia 

che vincitore il cavallier ne sia. 

XVIII 

Non che per questo gli dia alcuno aiuto; 
ma si tira da parte, e sta a vedere. 
Ecco col baston grave il piu membruto 
sopra Pelmo a due man del minor fere. 
De la percossa e il cavallier caduto: 
Taltro, che '1 vide attonito giacere, 
per dargli morte Telmo gli dislaccia; 
e fa si che Ruggier lo vede in faccia. 

XIX 

Vede Ruggier de la sua dolce e bella 
e carissima donna Bradamante 
scoperto il viso; e lei vede esser quella 
a cui dar morte vuol Tempio gigante: 
si che a battaglia subito Tappella, 
e con la spada nuda si fa inante; 
ma quel, che nuova pugna non attende, 
la donna tramortita in braccio prende; 



230 ORLANDO FURIOSO 



e se Parreca in spalla, e via la porta, 
come lupo talor piccolo agnello, 
o Faquila portar ne Pugna torta 
suole o Colombo o simile altro augello. 
Vede Ruggier quanto il suo aiuto importa, 
e vien correndo a piu poter; ma quello 
con tanta fretta i lunghi passi mena, 
che con gli occhi Ruggier lo segue a pena. 

XXI 

Cosi correndo Funo, e seguitando 

P altro, per un sentiero ombroso e fosco, 

che sempre si venia piu dilatando, 

in un gran prato uscir fuor di quel bosco. 

Non piu di questo; ch'io ritorno a Orlando, 

che '1 fulgur che porto gia il re Cimosco 

avea gittato in mar nel maggior fondo, 

accio mai piu non si trovasse al mondo. 

XXII 

Ma poco ci giovo: che '1 nimico empio 
de Fumana natura, il qual del telo 
fu Finventor, ch'ebbe da quel Fesempio, 
ch'apre le nubi e in terra vien dal cielo; 
con quasi non minor di quello scempio 
che ci die quando Eva ingann6 col melo, 

10 fece ritrovar da un negromante, 

al tempo de' nostri avi, o poco inante. 

XXIII 

La machina infernal, di piu di cento 
passi d'acqua ove ste ascosa molt'anni, 
al sommo tratta per incantamento, 
prima portata fu tra gli Alamanni; 

11 quali uno et un altro esperimento 
facendone, e il demonio a' nostri danni 
assutigliando lor via piu la mente, 

ne ritrovaro Fuso finalmente. 



CANTO UNDECIMO 231 

XXIV 

Italia e Francia, e tutte Taltre bande 

del mondo han poi la cm dele arte appresa. 

Alcuno il bronzo in cave forme spande, 

che liquefatto ha la fornace accesa; 

bugia altri il ferro; e chi picciol, chi grande 

il vaso forma, che piu e meno pesa: 

e qual bombarda e qual nomina scoppio, 

qual semplice cannon, qual cannon doppio; 

xxv 

qual sagra, qual falcon, qual colubrina 
sento nomar, come al suo autor piu agrada; 
che '1 ferro spezza, e i marmi apre e ruina, 
e ovunque passa si fa dar la strada. 
Rendi, miser soldato, alia fucina 
pur tutte Tarme c'hai, fin alia spada; 
e in spalla un scoppio o un arcobugio prendi; 
che senza, io so, non toccherai stipendi. 

XXVI 

Come trovasti, o scelerata e brutta 
invenzion, mai loco in uman core ? 
Per te la militar gloria e distrutta, 
per te il mestier de Tarrne e senza onore; 
per te e il valore e la virtu ridutta, 
che spesso par del buono il rio migliore: 
non piu la gagliardia, non piu Par dire 
per te pu6 in campo al paragon venire. 

XXVII 

Per te son giti et anderan sotterra 
tanti signori e cavallieri tanti, 
prima che sia finita questa guerra, 
che J l mondo, ma piu Italia ha messo in pianti; 
che s'io v'ho detto, il detto mlo non erra, 
che ben fu il piu crudele e il piu di quanti 
mai furo al mondo ingegni empii e maligni, 
ch'imagino si abominosi ordigni. 



232 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

E credere che Dio, perche vendetta 
ne sia in eterno, nel profondo chiuda 
del cieco abisso quella maladetta 
anima, appresso al maladetto Giuda. 
Ma seguitiamo il cavallier ch'in fretta 
brama trovarsi all'isola d'Ebuda, 
dove le belle donne e delicate 
son per vivanda a un marin mostro date. 

XXIX 

Ma quanto avea piu fretta il paladino, 
tanto parea che men 1'avesse il vento. 
Spiri o dal lato destro o dal mancino, 
o ne le poppe, sempre e cosi lento, 
che si pu6 far con lui poco camino; 
e rimanea talvolta in tutto spento : 
soffia talor si averso, che gli e forza 
o di tornare, o d'ir girando alPorza. 

xxx 

Fu volonta di Dio che non venisse 
prima che '1 re d'Ibernia in quella parte, 
accio con piu facilita seguisse 
quel ch'udir vi faro fra poche carte. 
Sopra Fisola sorti, Orlando disse 
al suo nochiero : Or qui potrai fermarte, 
e '1 battel darmi; che portar mi voglio 
senz'altra compagnia sopra lo scoglio. 

XXXI 

E voglio la maggior gomona meco, 
e Tancora maggior ch'abbi sul legno : 
io ti faro veder perche Farreco, 
se con quel mostro ad affrontar mi vegno. - 
Gittar fe' in mare il palischermo seco, 
con tutto quel ch'era atto al suo disegno. 
Tutte Parme lascio, fuor che la spada; 
e ver lo scoglio sol prese la strada. 



CANTO UNDECIMO 233 

XXXII 

Si tira i remi al petto, e tien le spalle 
volte alia parte ove discender vuole; 
a guisa che del mare o de la valle 
uscendo al lito, il salso granchio suole. 
Era ne Fora che le chiome gialle 
la bella Aurora avea spiegate al Sole, 
mezzo scoperto ancora e mezzo ascoso, 
non senza sdegno di Titon geloso. 

XXXIII 

Fattosi appresso al nudo scoglio, quanto 

potria gagliarda man gittare un sasso, 

gli pare udire e non udire un pianto ; 

si alForecchie gli vien debole e lasso. 

Tutto si volta sul sinistro canto; 

e posto gli occhi appresso all'onde al basso, 

vede una donna, nuda come nacque, 

legata a un tronco; e i pie le bagnan Pacque. 

xxxiv 

Perche gli e ancor lontana, e perche china 
la faccia tien, non ben chi sia discerne. 
Tira in fretta ambi i remi, e s'avicina 
con gran disio di piu notizia averne. 
Ma muggiar sente in questo la marina, 
e rimbombar le selve e le caverne : 
gonfiansi Ponde; et ecco il mostro appare, 
che sotto il petto ha quasi ascoso il mare. 

xxxv 

Come d'oscura valle umida ascende 
nube di pioggia e di tempesta pregna, 
che piu che cieca notte si distende 
per tutto '1 mondo, e par che J l giorno spegna; 
cosi nuota la fera, e del mar prende 
tanto, che si puo dir che tutto il tegna: 
fremono Fonde. Orlando in se raccolto, 
la mira altier, ne cangia cor ne volto. 



234 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

E come quel ch'avea il pensier ben fermo 
di quanto volea far, si mosse ratto; 
e perche alia donzella essere schermo, 
e la fera assalir potesse a un tratto, 
entro fra Porca e lei col palischermo, 
nel fodero lasciando il brando piatto: 
Pancora con la gomona in man prese; 
poi con gran cor Porribil mostro attese. 

XXXVII 

Tosto che Porca s'accost6, e scoperse 
nel schifo Orlando con poco intervallo, 
per inghiottirlo tanta bocca aperse, 
ch'entrato un uomo vi saria a cavallo. 
Si spinse Orlando inanzi, e se gPimmerse 
con quella ancora in gola, e s'io non fallo 
col battello anco; e Pancora attaccolle 
e nel palato e ne la lingua molle: 

XXXVIII 

si che ne 'piu si puon calar di sopra, 
ne alzar di sotto le mascelle orrende. 
Cosi chi ne le mine il ferro adopra, 
la terra, ovunque si fa via, suspende, 
che subita ruina non lo cuopra, 
mentre malcauto al suo lavoro intende. 
Da un amo alPaltro Pancora e tanto alta, 
che non v'arriva Orlando, se non salta. 

XXXIX 

Messo il puntello, e fattosi sicuro 
che '1 mostro piu serrar non pu6 la bocca, 
stringe la spada, e per quel antro oscuro 
di qua e di la con tagli e punte tocca. 
Come si puo, poi che son dentro al muro 
giunti i nimici, ben difender r6cca; 
cosi difender Porca si potea 
dal paladin che ne la gola avea. 



CANTO UNDECIMO 235 

XL 

Dal dolor vinta, or sopra il mar si lancia, 
e mostra i fianchi e le scagliose schene; 
or dentro vi s'attufa, e con la pancia 
muove dal fondo e fa salir Farene. 
Sentendo Facqua il cavallier di Francia, 
che troppo abonda, a nuoto fuor ne viene : 
lascia Fancora fitta, e in mano prende 
la fime che da Fancora depende. 

XLI 

E con quella ne vien nuotando in fretta 
verso lo scoglio; ove fermato il piede, 
tira Fancora a se, ch'in bocca stretta 
con le due punte il brutto mostro fiede. 
L'orca a seguire il canape e constretta 
da quella forza ch'ogni forza eccede, 
da quella forza che piu in una scossa 
tira, ch'in died un argano far possa. 

XLII 

Come toro salvatico ch'al corno 
gittar si senta un improviso laccio, 
salta di qua di la, s'aggira intorno, 
si colca e lieva, e non pu6 uscir d'impaccio; 
cosi fuor del suo antico almo soggiorno 
Forca tratta per forza di quel braccio, 
con mille guizzi e mille strane ruote 
segue la fune, e scior non se ne puote. 

XLIII 

Di bocca il sangue in tanta copia fonde, 
che questo oggi il mar Rosso si pu6 dire, 
dove in tal guisa ella percuote Fonde, 
ch'insino al fondo le vedreste aprire; 
et or ne bagna il cielo, e il lume asconde 
del chiaro sol: tanto le fa salire. 
Rimbombano al rumor ch'intorno s'ode, 
le selve, i monti e le lontane prode. 



236 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

Fuor de la grotta il vecchio Proteo, quando 
ode tanto rumor, sopra il mare esce; 
e visto entrare e uscir de 1'orca Orlando, 
e al lito trar si smisurato pesce, 
fugge per Palto occeano, obliando 
lo sparse gregge: e si il tumulto cresce, 
che fatto al carro i suoi delfini porre, 
quel di Nettunno in Etiopia corre. 

XLV 

Con Melicerta in collo Ino piangendo, 
e le Nereide coi capelli sparsi, 
Glauci e Tritoni e gli altri, non sappiendo 
dove, chi qua chi la van per salvarsi. 
Orlando al lito trasse il pesce orrendo, 
col qual non bisogno piu affaticarsi; 
che pel travaglio e per 1'avuta pena, 
prima mori che fosse in su P arena. 

XL VI 

De Tisola non pochi erano corsi 
a riguardar quella battaglia strana; 
i quai da vana religion rimorsi, 
cosi sant'opra riputar profana: 
e dicean che sarebbe un nuovo torsi 
Proteo nimico, e attizzar Pira insana, 
da farli porre il marin gregge in terra, 
e tutta rinovar Pantica guerra; 

XL VII 

e che meglio sara di chieder pace 
prima alPoffeso dio, che peggio accada; 
e questo si fara, quando Paudace 
gittato in mare a placar Proteo vada. 
Come da fuoco Tuna a Paltra face, 
e tosto alluma tutta una contrada, 
cosi d'un cor ne Paltro si difonde 
Pira ch'Orlando vuol gittar ne Ponde. 



CANTO UNDECIMO 237 

XLVIII 

Chi d'una fromba e chi d'un arco armato, 
chi d'asta, chi di spada, al lito scende; 
e dinanzi e di dietro e d'ogni lato, 
lontano e appresso, a piu poter Toffende. 
Di si bestiale insulto e troppo ingrato 
gran meraviglia il paladin si prende : 
pel mostro ucciso ingiuria far si vede, 
dove aver ne spero gloria e mercede. 

XLIX 

Ma come Torso suol, che per le fiere 
menato sia da Rusci o da Lituani, 
passando per la via, poco temere 
Timportuno abbaiar di picciol cani, 
che pur non se li degna di vedere; 
cosi poco temea di quei villani 
il paladin, che con un soffio solo 
ne potra fracassar tutto lo stuolo. 



E ben si fece far subito piazza 
che lor si volse, e Durindana prese. 
S'avea creduto quella gente pazza 
che le dovesse far poche contese, 
quando ne indosso gli vedea corazza, 
ne scudo in braccio, ne alcun altro arnese; 
ma non sapea che dal capo alle piante 
dura la pelle avea piu che diamante. 

LI 

Quel che d' Orlando agli altri far non lece, 
di far degli altri a lui gia non e tolto. 
Trenta n'uccise, e furo in tutto diece 
botte, o se piu, non le passo di molto. 
Tosto intorno sgombrar F arena fece; 
e per slegar la donna era gia volto, 
quando nuovo tumulto e nuovo grido 
fe' risuonar da un'altra parte il lido. 



238 ORLANDO FURIOSO 

LII 

Mentre avea il paladin da questa banda 
. cosi tenuto i barbari impediti, 
eran senza contrasto quei d'Irlanda 
da piu parte ne Tisola saliti; 
e spenta ogni pieta, strage nefanda 
di quel popul facean per tutti i liti : 
fosse iustizia, o fosse crudeltade, 
ne sesso riguardavano ne etade. 

LIII 

Nessun ripar fan gl'isolani, o poco: 
parte, ch'accolti son troppo improviso, 
parte, che poca gente ha il picciol loco, 
e quella poca e di nessuno aviso. 
L'aver fu messo a sacco; messo fuoco 
fu ne le case; il populo fu ucciso; 
le mura fur tutte adeguate al suolo: 
non fu lasciato vivo un capo solo. 

LIV 

Orlando, come gli appertenga nulla 
1'alto rumor, le stride e la ruin a, 
viene a colei che su la pietra brulla 
avea da divorar Porca marina. 
Guarda, e gli par conoscer la fanciulla; 
e piu gli pare, e piu che s'avicina: 
gli pare Olimpia; et era Olimpia certo, 
che di sua fede ebbe si iniquo merto. 

LV 

Misera Olimpia! a cui dopo lo scorno 
che gli fe } Amore, anco Fortuna cruda 
mando i corsari (e fu il medesmo giorno), 
che la portaro all'isola d'Ebuda. 
Riconosce ella Orlando nel ritorno 
che fa allo scoglio: ma perch'ella e nuda, 
tien basso il capo; e non che non gli parli, 
ma gli occhi non ardisce al viso alzarli. 



CANTO UNDECIMO 239 

LVI 

Orlando domand6 ch'iniqua sorte 

Tavesse fatta all'isola venire 

di la dove lasciata col consorte 

lieta 1'avea quanto si pu6 piu dire. 

Non so disse ella s'io v'ho, che la morte 

voi mi schivaste, grazie a riferire, 

o da dolermi che per voi non sia 

oggi finita la miseria mia. 

LVII 

lo v'ho da ringraziar ch'una maniera 
di morir mi schivaste troppo enorme; 
che troppo saria enorme, se la fera 
nel brutto ventre avesse avuto a porme. 
Ma gia non vi ringrazio ch'io non pera; 
che morte sol pu6 di miseria tonne: 
ben vi ringrazier6, se da voi darmi 
quella vedr6 che d'ogni duol pu6 trarmi. 

LVIII 

Poi con gran pianto seguit6, dicendo 
come lo sposo suo Pavea tradita; 
che la Iasci6 su Tisola dormendo, 
donde ella poi fu dai corsar rapita. 
E mentre ella parlava, rivolgendo 
s'andava in quella guisa che scolpita 
o dipinta e Diana ne la fonte, 
che getta 1'acqua ad Ateone in fronte; 

LIX 

che, quanto puo, nasconde il petto e '1 ventre, 
piu liberal dei fianchi e de le rene. 
Brama Orlando ch'in porto il suo legno entre; 
che lei, che sciolta avea da le catene, 
vorria coprir d'alcuna veste. Or mentre 
ch'a questo e intento, Oberto sopraviene, 
Oberto il re d'Ibernia, ch'avea inteso 
che '1 matin mostro era sul lito steso; 



240 ORLANDO FURIOSO 

LX 

e che nuotando un cavallier era ito 
a porgli in gola un'ancora assai grave; 
e che 1'avea cosi tlrato al lito, 
come si suol tirar contr'acqua nave. 
Oberto, per veder se riferito 
colui da chi 1'ha inteso, il vero gli have, 
se ne vien quivi; e la sua gente intanto 
arde e distrugge Ebuda in ogni canto. 

LXI 

II re d'Ibernia, ancor che fosse Orlando 
di sangue tinto, e d'acqua molle, e brutto, 
brutto del sangue che si trasse quando 
usci de Torca in ch'era entrato tutto, 
pel conte I'and6 pur raffigurando ; 
tanto piu che ne Fanimo avea indutto, 
tosto che del valor senti la nuova, 
ch'altri ch' Orlando non faria tal pruova. 

LXII 

Lo conoscea, perch* era stato infante 
d'onore in Francia, e se n'era partito 
per pigliar la corona, Tanno inante, 
del padre suo ch'era di vita uscito. 
Tante volte veduto, e tante e tante 
gli avea parlato, ch'era in infmito. 
Lo corse ad abbracciare e a fargli festa, 
trattasi la celata ch'avea in testa. 

LXIII 

Non meno Orlando di veder contento 
si mostro il re, che '1 re di veder lui. 
Poi che furo a iterar Tabbracciamento 
una o due volte tornati amendui, 
narro ad Oberto Orlando il tradimento 
che fu fatto alia giovane, e da cui 
fatto le fu, dal perfido Bireno, 
che via d'ofjn'altro lo dovea far meno. 



CANTO UNDECIMO 241 

LXIV 

Le pruove gli narro, che tante volte 
ella d'amarlo dimostrato avea: 
come i parent! e le sustanzie tolte 
le furo, e al fin per lui morir volea; 
e ch'esso testimonio era di molte, 
e renderne buon conto ne potea. 
Mentre parlava, i begli occhi sereni . 
de la donna di lagrime eran pieni. 

LXV 

Era il bel viso suo, quale esser suole 

da primavera alcuna volta il cielo, 

quando la pioggia cade, e a un tempo il sole 

si sgombra intorno il nubiloso velo. 

E come il rosignuol dolci carole 

mena nei rami alor del verde stelo, 

cosi alle belle lagrime le piume 

si bagna Amore, e gode al chiaro lume. 

LXVI 

E ne la face de' begli occhi accende 

Taurato strale, e nel ruscello amorza, 

che tra vermigli e bianchi fieri scende: 

e temprato che 1'ha, tira di forza 

contra il garzon, che ne scudo difende 

ne maglia doppia ne ferigna scorza; 

che mentre sta a mirar gli occhi e le chiome, 

si sente il cor ferito, e non sa come. 

LXVII 

Le bellezze d'Olimpia eran di quelle 
che son pm rare: e non la fronte sola, 
gli occhi e le guancie e le chiome avea belle, 
la bocca, il naso, gli omeri e la gola; 
ma discendendo giu da le mammelle, 
le parti che solea coprir la stola, 
fur di tanta escellenzia, ch'anteporse 
a quante n'avea il mondo potean forse. 



242 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

Vinceano di candor le nievi intatte, 
et eran piu ch'avorio a toccar molli: 
le poppe ritondette parean latte 
che fuor dei giunchi allora allora tolli. 
Spazio fra lor tal discendea, qual fatte 
esser veggian fra piccolini colli 
1'ombrose valli, in sua stagione amene, 
che '1 verno abbia di nieve allora piene. 

LXIX 

I rilevati fianchi e le belle anche, 
e netto piu che specchio il ventre piano, 
pareano fatti, e quelle coscie bianche, 
da Fidia a torno, o da piu dotta mano. 
Di quelle parti debbovi dir anche, 
che pur celare ella bramava invano ? 
Diro insomma ch'in lei dal capo al piede, 
quant'esser pu6 belta, tutta si vede. 

LXX 

Se fosse stata ne le valli Idee 
vista dal pastor frigio, io non so quanto 
Vener, se ben vincea quell'altre dee, 
portato avesse di bellezza il vanto : 
n forse ito saria ne le Amiclee 
contrade esso a violar 1'ospizio santo; 
ma detto avria: Con Menelao ti resta, 
Elena pur; ch'altra io non vo j che questa. 

LXXI 

E se fosse costei stata a Crotone, 
quando Zeusi rimagine far volse, 
che por dovea nel tempio di lunone, 
e tante belle nude insieme accolse; 
e che, per una fame in perfezione, 
da chi una parte e da chi un'altra tolse; 
non avea da t6rre altra che costei, 
che tutte le bellezze erano in lei. 



CANTO UNDECIMO 243 

LXXII 

lo non credo che mai Bireno, nudo 
vedesse quel bel corpo; ch'io son certo 
che stato non saria mai cosi crudo, 
che 1'avesse lasciata in quel deserto. 
Ch'Oberto se n'accende, io vi conclude, 
tanto che '1 fuoco non pu6 star coperto. 
Si studia consolarla, e darle speme 
ch'uscira in bene il mai ch'ora la preme: 

LXXIII 

e le promette andar'seco in Olanda; 
ne fin che ne lo stato la rimetta, 
e ch'abbia fatto iusta e memoranda 
di quel periuro e traditor vendetta, 
non cessara con cio che possa Irlanda, 
e lo fara quanto potra piu in fretta. 
Cercare intanto in quelle case e in queste 
facea di gonne e di feminee veste. 

LXXIV 

Bisogno non sara, per trovar gonne, 
ch'a cercar fuor de Pisola si mande ; 
ch'ogni di se n'avea da quelle donne 
che de Pavido mostro eran vivande. 
Non fe' molto cercar, che ritrovonne 
di varie foggie Oberto copia grande; 
e fe' vestir Olimpia, e ben gPincrebbe 
non la poter vestir come vorrebbe. 

LXXV 

Ma ne si bella seta o si fin'oro 
mai Fiorentini industri tesser fenno ; 
ne chi ricama fece mai lavoro, 
postovi tempo, diligenzia e senno, 
che potesse a costui parer decoro, 
se lo fesse Minerva o il dio di Lenno, 
e degno di coprir si belle membre, 
che forza e ad or ad or se ne rimembre. 



244 ORLANDO FURIOSO 

LXXVI 

Per piu rispetti il paladino molto 
si dimostro di questo amor contento: 
ch'oltre che '1 re non lasciarebbe asciolto 
Bireno andar di tanto tradimento, 
sarebbe anch'esso per tal mezzo tolto 
di grave e di noioso impedimento, 
quivi non per Olimpia, ma venuto 
per dar, se v'era, alia sua donna aiuto. 

LXXVII, 

Ch'ella non v'era si chiarl di corto, 
ma gia non si chiari se v'era stata; 
perche ogn'uomo ne Fisola era morto, 
ne un sol rimaso di si gran brigata. 
II di seguente si partir del porto, 
e tutti insieme andaro in una armata. 
Con loro ando in Irlanda il paladino; 
che fix per gire in Francia il suo camino. 

LXXVIII 

A pena un giorno si fermo in Irlanda; 
non valser preghi a far che piu vi stesse: 
Amor, che dietro alia sua donna il manda, 
di fermarvisi piu non gli concesse. 
Quindi si parte; e prima raccomanda 
Olimpia al re, che send le promesse: 
ben che non bisognassi; che gli attenne 
molto piu, che di far non si convenne. 

LXXIX 

Cosi fra pochi di gente raccolse; 
e fatto lega col re d'Inghilterra 
e con Taltro di Scozia, gli ritolse 
Olanda, e in Frisa non gli lascio terra; 
et a ribellione anco gli volse 
la sua Selandia: e non fini la guerra, 
che gli die morte; ne pero fu tale 
la pena, ch'al delitto andasse eguale. 



CANTO UNDECIMO 245 

LXXX 

Olimpia Oberto si piglio per moglie, 
e di contessa la fe 5 gran regina. 
Ma ritorniamo al paladin che scioglie 
nel mar le vele, e notte e di camina; 
poi nel medesmo porto le raccoglie, 
donde pria le spiego ne la marina: 
e sul suo Brigliadoro armato salse, 
e lascic- dietro i venti e Ponde salse. 

LXXXI 

Credo che '1 resto di quel verno cose 
facesse degne di tenerne conto; 
ma fur sin a quel tempo si nascose, 
che non e colpa mia s'or non le conto; 
perche Orlando a far Popre virtuose, 
piu che a narrarle poi, sempre era pronto: 
ne mai fu alcun de li suoi fatti espresso, 
se non quando ebbe i testimonii appresso. 

LXXXII 

Pass6 il resto del verno cosi cheto, 
che di lui non si seppe cosa vera: 
ma poi che '1 sol ne P animal discrete 
che porto Friso, illumin6 la sfera, 
e Zefiro torno soave e lieto 
a rimenar la dolce primavera; 
d' Orlando usciron le mirabil pruove 
coi vaghi fiori e con 1'erbette nuove. 

LXXXIII 

Di piano in monte, e di campagna in lido, 
pien di travaglio e di dolor ne gia; 
quando all'entrar d'un bosco, un lungo grido, 
un alto duol Porecchie gli feria. 
Spinge il cavallo, e piglia il bran do fido, 
e donde viene il suon, ratto s'invia: 
ma diferisco un'altra volta a dire 
quel che segui, se mi vorrete udire. 



246 ORLANDO FURIOSO 



CANTO DUODECIMO 



I 

Cerere, poi che da la madre Idea 
tornando in fretta alia solinga valle, 
la dove calca la montagna Etnea 
al fulminate Encelado le spalle, 
la figlia non trov6 dove Tavea 
lasciata fuor d'ogni segnato calle; . 
fatto ch'ebbe alle guancie, al petto, ai crini 
e agli occhi danno, al.fin svelse duo pini; 

ii 

e nel fuoco gli accese di Vulcano, 
e die lor non potere esser mai spenti: 
e portandosi questi uno per mano 
sul carro che tiravan dui serpenti, 
cerco le selve, i campi, il monte, il piano, 
le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti, 
la terra e '1 mare; e poi che tutto il mondo 
cerco di sopra, and6 al tartareo fondo. 

in 

S'in poter fosse stato Orlando pare 
alPEleusina dea, come in disio, 
non avria, per Angelica cercare, 
lasciato o selva o campo o stagno o rio 
o valle o monte o piano o terra o mare, 
il cielo e '1 fondo de Peterno oblio; 
ma poi che '1 carro e i draghi non avea, 
la gia cercando al meglio che potea. 



CANTO DUODECIMO 247 

IV 

L'ha cercata per Francia: or s'apparecchia 
per Italia cercarla e per Lamagna, 
per la nuova Castiglia e per la vecchia, 
e poi passare in Libia il mar di Spagna. 
Mentre pensa cosi, sente all'orecchia 
una voce venir che par che piagna: 
si spinge inanzi; e sopra un gran destriero 
trottar si vede inanzi un cavalliero, 



che porta in braccio e su 1'arcion davante 
per forza una mestissima donzella. 
Piange ella e si dibatte e fa sembiante 
di gran dolore, et in soccorso appella 
il valoroso principe d'Anglante, 
che come mira alia giovane bella, 
gli par colei, per cui la notte e il giorno 
cercato Francia avea dentro e d'intorno. 

VI 

Non dico ch'ella fosse, ma parea 
Angelica gentil ch'egli tant'ama. 
Egli, che la sua donna e la sua dea 
vede portar si addolorata e grama, 
spinto da Pira e da la furia rea, 
con voce orrenda il cavallier richiama: 
richiama il cavalliero e gli minaccia, 
e Brigliadoro a tutta briglia caccia. 

VII 

Non resta quel fellon, ne gli risponde, 
alFalta preda, al gran guadagno intento, 
e si ratto ne va per quelle fronde, 
che saria tar do a seguitarlo il vento. 
L/un fugge, e Taltro caccia; e le profonde 
selve s'odon sonar d'alto lamento. 
Correndo usciro in un gran prato; e quello 
avea nel mezzo un grande e ricco ostello. 



248 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Di van marmi con suttil lavoro 
edificato era il palazzo altiero. 
Corse dentro alia porta messa d'oro 
con la donzella in braccio il cavalliero. 
Dopo non molto giunse Brigliadoro, 
che porta Orlando disdegnoso e fiero. 
Orlando, come e dentro, gli occhi gira, 
ne piu il guerrier, ne la donzella mira. 

IX 

Subito smonta, e fulminando passa 
dove piu dentro il bel tetto s'alloggia: 
corre di qua, corre di la, ne lassa 
che non vegga ogni camera, ogni loggia. 
Poi che i segreti d'ogni stanza bassa 
ha cerco invan, su per le scale poggia; 
e non men perde anco a cercar di sopra, 
che perdessi di sotto il tempo e 1'opra. 

x 

D'oro e di seta i letti ornati vede: 
nulla de muri appar ne de pareti; 
che quelle, e il suolo ove si mette il piede, 
son da cortine ascose e da tapeti. 
Di su di giu va il conte Orlando, e riede; 
ne per questo puo far gli occhi mai lieti 
che riveggiano Angelica, o quel ladro 
che n'ha portato il bel viso leggiadro. 

XI 

E mentre or quinci or quindi invano il passo 

movea, pien di travaglio e di pensieri, 

Ferrau, Brandimarte e il re Gradasso, 

re Sacripante et altri cavallieri 

vi ritrovo, ch'andavano alto e basso, 

ne men facean di lui vani sentieri; 

e si ramaricavan del malvagio 

invisibil signer di quel palagio. 



CANTO DUODECIMO 249 

XII 

Tutti cercando il van, tutti gli danno 
colpa di furto alcun che lor fatt'abbia: 
del destrier che gli ha tolto, altri e in affanno; 
ch'abbia perduta altri la donna, arrabbia; 
altri d'altro Paccusa: e cosi stanno, 
che non si san partir di quella gabbia; 
e vi son molti, a questo inganno presi, 
stati le settimane intiere e i mesi, 

XIII 

Orlando, poi che quattro volte e sei 
tutto cercato ebbe il palazzo strano, 
disse fra se: Qui dimorar potrei, 
gittare il tempo e la fatica invano: 
e potria il ladro aver tratta costei 
da un'altra uscita, e molto esser lontano. 
Con tal pensiero usci nel verde prato, 
dal qual tutto il palazzo era aggirato. 

XIV 

Mentre circonda la casa silvestra, 
tenendo pur a terra il viso chino, 
per veder s'orma appare, o da man destra 
o da sinistra, di nuovo camino; 
si sente richiamar da una finestra: 
e leva gli occhi; e quel parlar divino 
gli pare udire, e par che miri il viso, 
che Tha da quel che fu, tanto diviso. 

xv 

Pargli Angelica udir, che supplicando 
e piangendo gli dica: Aita, aita! 
la mia virginita ti raccomando 
piu che Tanima mia, piu che la vita. 
Dunque in presenzia del mio caro Orlando 
da questo ladro mi sara rapita? 
Piu tosto di tua man dammi la morte, 
che venir lasci a si infelice sorte. 



250 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Quest e parole una et un'altra volta 
fanno Orlando tornar per ogni stanza, 
con passione e con fatica molta, 
ma temperata pur d'alta speranza. 
Talor si ferma, et una voce ascolta, 
che di quella d' Angelica ha sembianza 
(e s'egli e da una parte, suona altronde), 
che chieggia amto; e non sa trovar donde. 

XVII 

Ma tornando a Ruggier, ch'io lasciai quando 
dissi che per sentiero ombroso e fosco 
il gigante e la donna seguitando, 
in un gran prato uscito era del bosco; 
io dico ch'arriv6 qui dove Orlando 
dianzi arrivo, se J l loco riconosco. 
Dentro la porta il gran gigante passa: 
Ruggier gli e appresso, e di seguir non lassa. 

XVIII 

Tosto che pon dentro alia soglia il piede, 

per la gran corte e per le loggie mira; 

ne piu il gigante ne la donna vede, 

e gli occhi indarno or quinci or quindi aggira. 

Di su di giu va molte volte, e riede; 

ne gli succede mai quel che desira: 

ne si sa imaginar dove si tosto 

con la donna il fellon si sia nascosto. 

XIX 

Poi che revisto ha quattro volte e cinque 
di su di giu camere e loggie e sale, 
pur di nuovo ritorna, e non relinque 
che non ne cerchi fin sotto le scale. 
Con speme al fin che sian ne le propinque 
selve, si parte ; ma una voce, quale 
richiamo Orlando, lui cbiam6 non manco, 
e nel palazzo il fe' ritornar anco. 



CANTO DUODECIMO 251 

XX 

Una voce medesma, una persona 
che paruta era Angelica ad Orlando, 
parve a Ruggier la donna di Dordona, 
che lo tenea di se medesmo in ban do. 
Se con Gradasso o con alcun ragiona 
di quei ch'andavan nel palazzo errando, 
a tutti par che quella cosa sia, 
che piu ciascun per se brama e desia. 

XXI 

Questo era un nuovo e disusato incanto 
ch'avea composto Atlante di Carena, 
perche* Ruggier fosse occupato tanto 
in quel travaglio, in quella dolce pena, 
che '1 maPinflusso n'andasse da canto, 
Tinflusso ch'a morir giovene il metia. 
Dopo il castel d'acciar, che nulla giova, 
e dopo Alcina, Atlante ancor fa pruova. 

XXII 

Non pur costui, ma tutti gli altri ancora, 
che di valore in Francia han maggior fama, 
acci6 che di lor man Ruggier non mora, 
condurre Atlante in questo incanto trama. 
E mentre fa lor far quivi dimora, 
perche di cibo non patischin brama, 
si ben fornito avea tutto il palagio, 
che donne e cavallier vi stanno ad agio. 

XXIII 

Ma torniamo ad Angelica, che seco 

avendo quell' annel mirabil tanto, 

ch/in bocca a veder lei fa Pocchio cieco, 

nel dito 1'assicura da Pincanto; 

e ritrovato nel montano speco 

cibo avendo e cavalla e veste e quanto 

le fu bisogno, avea fatto il'disegno 

di ritornare in India al suo bel regno. 



252 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

Orlando volentieri o Sacripante 

voluto avrebbe in compagnia: non ch'ella 

piu caro avesse 1'un che 1 altro amante; 

anzi di par fu a' lor disii ribella: 

ma dovendo, per girsene in Levante, 

passar tante citta, tante castella, 

di compagnia bisogno avea e di guida, 

ne potea aver con altri la piu fida. 

xxv 

Or Funo or T altro an do molto cercando, 
prima ch'indizio ne trovasse o spia, 
quando in cittade, e quando in ville, e quando 
in alti boschi, e quando in altra via. 
Fortuna al fin la dove il conte Orlando, 
Ferrau e Sacripante era, la invia, 
con Ruggier, con Gradasso et altri molti 
che v'avea Atlante in strano intrico avolti. 

XXVI 

Quivi entra, che veder non la puo il mago, 
e cerca il tutto, ascosa dal suo annello, 
e truova Orlando e Sacripante vago 
di lei cercare invan per quello ostello. 
Vede come fingendo la sua imago 
Atlante usa gran fraude a questo e a quello. 
Chi tor debba di lor, molto rivolve 
nel suo pensier, n6 ben se ne risolve. 

XXVII 

Non sa stimar chi sia per lei migliore, 
il conte Orlando o il re dei fier Circassi. 
Orlando la potra con piu valore 
meglio salvar nei perigliosi passi ; 
ma se sua guida il fa, sel fa signore, 
ch'ella non vede come poi Pabbassi, 
qualunque volta, di lui sazia, farlo 
voglia minore, o in Francia rimandarlo. 



CANTO DUODECIMO 253 

XXVIII 

Ma 11 Circasso depor, quando le piaccia, 
potra, se ben Tavesse posto in cielo. 
Questa sola cagion vuol ch'ella il faccia 
sua scorta, e mostri avergli fede e zelo. 
L'annel trasse di bocca, e di sua faccia 
levo dagli occhi a Sacripante il velo. 
Credette a lui sol dimostrarsi, e avenne 
ch* Orlando e Ferrau le sopravenne. 

XXIX 

Le sopravenne Ferrau et Orlando; 
che 1'uno e Taltro parimente giva 
di su di giu, dentro e di fuor cercando 
del gran palazzo lei, ch'era lor diva. 
Corser di par tutti alia donna, quando 
nessuno incantamento gli impediva; 
perche 1'annel ch'ella si pose in mano, 
fece d'Atlante ogni disegno vano. 

xxx 

L'usbergo indosso aveano e Pelmo in testa 
dui di questi guerrier, dei quali io canto; 
ne notte o di, dopo ch'entraro in questa 
stanza, Taveano mai messi da canto; 
che facile a portar, come la vesta, 
era lor, perche in uso 1'avean tanto. 
Ferrau il terzo era anco armato, eccetto 
che non avea, ne volea avere elmetto, 

XXXI 

fin che quel non avea che '1 paladino 
tolse Orlando al fratel del re Troiano; 
ch'allora lo giurb, che 1'elmo fmo 
cerco de PArgalia nel fiume invano: 
e se ben quivi Orlando ebbe vicino, 
ne pero Ferrau pose in lui mano; 
avenne che conoscersi tra loro 
non si poter, mentre la dentro foro. 



254 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Era cosi incantato quello albergo, 
ch'insieme riconoscer non poteansi. 
Ne notte mai ne di, spada ne usbergo 
ne scudo pur dal braccio rimoveansi. 
I lor cavalli con la sella al tergo, 
pendendo i morsi da 1'arcion, pasceansi 
in una stanza che, presso alPuscita, 
d'orzo e di paglia sempre era fornita. 

XXXIII 

Atlanta riparar non sa ne puote, 
ch'in sella non rimontino i guerrieri 
per correr dietro alle vermiglie gote, 
all'auree chiome et a' begli occhi neri 
de la donzella ch'in fuga percuote 
la sua iumenta, perche volentieri 
non vede li tre amanti in compagnia, 
che forse tolti un dopo 1'altro avria. 

XXXIV 

E poi che dilungati dal palagio 
gli ebbe si, che temer piu non dovea 
che contra lor Pincantator malvagio 
potesse oprar la sua fallacia rea; 
1'annel che le schiv6 piu d'un disagio 
tra le rosate labra si chiudea: 
donde lor sparve subito dagli occhi, 
e gli lascio come insensati e sciocchi. 

xxxv 

Come che fosse il suo primier disegno 
di voler seco Orlando o Sacripante, 
ch'a ritornar 1'avessero nel regno 
di Galafron ne 1'ultimo Levante; 
le vennero amendua subito a sdegno, 
e si muto di voglia in uno instante: 
e senza piu obligarsi o a questo o a quello, 
pens6 bastar per amendua il suo annello. 



CANTO DUODECIMO 255 

XXXVI 

Volgon pel bosco or quinci or quindi in fretta 

quelli scherniti la stupida faccia; 

come il cane talor, se gli e intercetta 

o lepre o volpe a cui dava la caccia, 

che d'improviso in qualche tana stretta 

o in folta macchia o in un fosso si caccia. 

Di lor si ride Angelica proterva, 

che non e vista, e i lor progress! osserva. 

XXXVII 

Per mezzo il bosco appar sol una strada: 

credono i cavallier che la donzella 

inanzi a lor per quella se ne vada; 

che non se ne pu6 andar, se non per quella. 

Orlando corre, e Ferrau non bada, 

ne Sacripante men sprona e puntella. 

Angelica la briglia piu ritiene, 

e dietro lor con minor fretta viene. 

XXXVIII 

Giunti che fur, correndo, ove i sentieri 
a perder si venian ne la foresta, 
e cominciar per 1'erba i cavallieri 
a riguardar se vi trovavan pesta, 
Ferrau che potea, fra quanti altieri 
mai fosser, gir con la corona in testa, 
si volse con mal viso agli altri dui, 
e grid6 lor : Dove venite vui ? 

xxxix 

Tornate a dietro, o pigliate altra via, 
se non volete rimaner qui morti: 
ne in amar ne in seguir la donna mia 
si creda alcun, che compagnia comporti. 
Disse Orlando al Circasso : Che potria 
piu dir costui, s'ambi ci avesse scorti 
per le piu vili e timide puttane 
che da conocchie mai traesser lane ? 



256 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Poi volto a Ferrau, disse: Uom bestiale, 

s'io non guardassi che senza elmo sei, 

di quel c'hai detto, s'hai ben detto o male, 

senz'altra indugia accorger ti farei. 

Disse il Spagnuol: Di quel ch'a me non cale, 

perche pigliarne tu cura ti dei ? 

lo sol contra ambidui per far son buono 

quel che detto ho, senza elmo come sono. 

XLI 

Deh, disse Orlando al re di Circassia 

in mio servigio a costui Felmo presta, 
tanto ch'io gli abbia tratta la pazzia; 
ch'altra non vidi mai simile a questa. 
Rispose il re: Chi piu pazzo saria? 
Ma se ti par pur la domanda onesta, 
prestagli il tuo; ch'io non saro men atto, 
che tu sia forse, a castigare un matto. 

XLII 

Suggiunse Ferrau: Sciocchi voi, quasi 
che se mi fosse il portar elmo a grado, 
voi senza non ne fosse gia rimasi; 
che tolti i vostri avrei, vostro mal grado. 
Ma per narrarvi in parte li miei casi, 
per voto cosi senza me ne vado, 
et anderc-, fin ch'io non ho quel fino 
che porta in capo Orlando paladino. 

XLIII 

Dunque rispose sorridendo il conte 

ti pensi a capo nudo esser bastante 
far ad Orlando quel che in Aspramonte 
egli gia fece al figlio d'Agolante? 

Anzi credo io, se tel vedessi a fronte, 
ne tremeresti dal capo alle piante; 
non che volessi 1'elmo, ma daresti 
Taltre arme a lui di patto, che tu vesti. 



CANTO DUODECIMO 257 

XLIV 

II vantator Spagnuol disse : Gia molte 
fiate e molte ho cosi Orlando astretto, 
che facilmente Parme gli avrei tolte, 
quante indosso n'avea, non che Felmetto; 
e s'io nol feci, occorrono alle volte 
pensier che prima non s'aveano in petto: 
non n'ebbi, gia fa, voglia; or Faggio, e spero 
che mi potra succeder di leggiero. 

XLV 

Non pote aver piu pazienzia Orlando, 
e grido : Mentitor, brutto marrano, 
in che paese ti trovasti, e quando, 
a poter piu di me con Farme in mano ? 
Quel paladin, di che ti vai vantando, 
son io, che ti pensavi esser lontano. 
Or vedi se tu puoi Telmo levarme, 
o s'io son buon per torre a te Faltre arme. 

XLVI 

N6 da te voglio un minimo vantaggio. 
Cosi dicendo, Felmo si disciolse, 
e lo suspese a un ramuscel di faggio; 
e quasi a un tempo Durindana tolse. 
Ferrau non perde di ci6 il coraggio: 
trasse la spada, e in atto si raccolse, 
onde con essa e col levato scudo 
potesse ricoprirsi il capo nudo. 

XLVII 

Cosi li duo guerrieri incominciaro, 
lor cavalli aggirando, a volteggiarsi ; 
e dove Farme si giungeano, e raro 
era piu il ferro, col ferro a tentarsi. 
Non era in tutto '1 mondo un altro paro 
che piu di questo avessi ad accopiarsi: 
pari eran di vigor, pari d'ardire; 
ne Fun n6 F altro si potea ferire. 



258 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

Ch'abbiate, Signor mio, gia inteso estimo 
che Ferrau per tutto era fatato, 
fuor che la dove Falimento primo 
piglia il bambin nel ventre ancor serrato: 
e fin che del sepolcro il tetro limo 
la faccia gli coperse, il luogo armato 
us6 portar, dove era il dubbio, sempre 
di sette piastre fatte a buone temp re. 

XLIX 

Era ugualmente il principe d'Anglante 
tutto fatato, fuor che in una parte: 
ferito esser potea sotto le piante; 
ma le guard6 con ogni studio et arte. 
Duro era il resto lor piu che diamante 
(se la fama dal ver non si diparte); 
e 1'uno e Paltro ando piu per ornato, 
che per bisogno, alle sue imprese armato. 

L 

S'incrudelisce e inaspra la battaglia, 
d'orrore in vista e di spavento piena. 
Ferrau, quando punge e quando taglia, 
n6 mena botta che non vada piena: 
ogni colpo d' Orlando o piastra o maglia 
e schioda e rompe et apre e a straccio mena. 
Angelica invisibil lor pon mente, 
sola a tanto spettacolo presente. 

LI 

Intanto il re di Circassia, stimando 
che poco inanzi Angelica corresse, 
poi ch'attaccati Ferrau et Orlando 
vide restar, per quella via si messe, 
che si credea che la donzella, quando 
da lor disparve, seguitata avesse: 
si che a quella battaglia la figliuola 
di Galafron fu testimonia sola. 



CANTO DUODECIMO 259 

LII 

Poi che, orribil come era e spaventosa, 
1'ebbe da parte ella mirata alquanto, 
e che le parve assai pericolosa 
cosi da Tun come da Paltro canto; 
di veder novita voluntarosa, 
disegn6 Felmo tor per mirar quanto 
fariano i duo guerrier, vistosel tolto; 
ben con pensier di non tenerlo molto. 

LIU 

Ha ben di darlo al conte intenzione; 
ma se ne vuole in prima pigliar gioco. 
L'elmo dispicca, e in grembio se lo pone, 
e sta a mirare i cavallieri un poco. 
Di poi si parte, e non fa lor sermone; 
e lontana era un pezzo da quel loco, 
prima ch'alcun di lor v'avesse mente: 
si 1'uno e Taltro era ne 1'ira ardente. 

LIV 

Ma Ferrau, che prima v'ebbe gli occhi, 
si dispiccc- da Orlando, e disse a lui: 
Deh come n'ha da male accorti e sciocchi 
trattati il cavallier ch'era con nui! 
Che premio fia ch'al vincitor piu tocchi, 
se 1 bel elmo involato n'ha costui ? 
Ritrassi Orlando, e gli occhi al ramo gira: 
non vede Pelmo, e tutto avampa d'ira. 

LV 

E nel parer di Ferrau concorse, 
che '1 cavallier che dianzi era con loro 
se lo portasse; onde la briglia torse, 
e fe j sentir gli sproni a Brigliadoro. 
Ferrau che del campo il vide t6rse, 
gli venne dietro; e poi che giunti foro 
dove ne Perba appar Forma novella 
ch'avea fatto il Circasso e la donzella; 



260 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

prese la strada alia sinistra il conte 
verso una valle, ove il Circasso era ito : 
si tenne Ferrau piu presso al monte, 
dove il sentiero Angelica avea trito. 
Angelica in quel mezzo ad una fonte 
giunta era, ombrosa e di giocondo sito, 
ch'ognun che passa alle fresche ombre invita, 
ne senza ber mai lascia far partita. 

LVII 

Angelica si ferma alle chiare onde, 
non pensando ch'alcun le sopravegna; 
e per lo sacro annel che la nasconde, 
non puo temer che caso rio le avegna. 
A prima giunta in su Terbose sponde 
del rivo I'elmo a un ramuscel consegna; 
poi cerca, ove nel bosco e miglior frasca, 
la iumenta legar, perche si pasca. 

LVIII 

II cavallier di Spagna, che venuto 
era per Tonne, alia fontana giunge. 
Non Tha si tosto Angelica veduto, 
che gli dispare, e la cavalla punge. 
L'elmo, che sopra 1'erba era caduto, 
ritor non pu6, che troppo resta lunge. 
Come il pagan d' Angelica s'accorse, 
tosto ver lei pien di letizia corse. 

LIX 

Gli sparve, come io dico, ella davante, 
come fantasma al dipartir del sonno. 
Cercando egli la va per quelle piante, 
ne i miseri occhi piu veder la ponno. 
Bestemiando Macone e Trivigante, 
e di sua legge ogni maestro e donno, 
ritorn6 Ferrau verso la fonte, 
u' ne Terba giacea Pelmo del conte. 



CANTO DUODECIMO 261 

LX 

Lo riconobbe, tosto che mirollo, 
per lettere ch'avea scritte ne Torlo ; 
che dicean dove Orlando guadagnollo, 
e come e quando, et a chi fe' deporlo. 
Armossene il pagano il capo e il collo, 
che non lascio, pel duol ch'avea, di torlo ; 
pel duol ch'avea di quella che gli sparve, 
come sparir soglion notturne larve. 

LXI 

Poi ch'allacciato s'ha il buon elmo in testa, 
aviso gli e che a contentarsi a pieno, 
sol ritrovare Angelica gli resta, 
che gli appar e dispar come baleno. 
Per lei tutta cerco 1'alta foresta: 
e poi ch'ogni speranza venne meno 
di piu poterne ritrovar vestigi, 
torno al campo spagnuol verso Parigi; 

LXII 

temperando il dolor che gli ardea il petto, 
di non aver si gran disir sfogato, 
col refrigerio di portar relmetto 
che u d'Orlando, come avea giurato. 
Dal conte, poi che J l certo gli fu detto, 
fu lungamente Ferrau cercato, 
ne fin quel di dal capo gli lo sciolse, 
che fra duo ponti la vita gli tolse. 

LXIII 

Angelica invisibile e soletta 
via se ne va, ma con turbata fronte; 
che de Telmo le duol, che troppa fretta 
le avea fatto lasciar presso alia fonte. 
Per voler far quel ch'a me far non spetta, 
tra s6 dicea alevato ho 1'elmo al conte: 
questo, pel primo merito, e assai buono 
di quanto a lui pur ubligata sono. 



262 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Con buona intenzione (e sallo Idio), 
ben che diverse e tristo effetto segua, 
io levai 1'elmo: e solo il pensier mio 
fu di ridur quella battaglia a triegua; 
e non che per mio mezzo il suo disio 
questo brutto Spagnuol oggi consegua. 
Cosi di se s'andava lamentando 
d'aver de 1'elmo suo privato Orlando. 

LXV 

Sdegnata e malcontenta, la via prese 
che le parea miglior, verso Oriente. 
Piu volte ascosa and6, talor palese, 
secondo era oportuno, infra la gente. 
Dopo molto veder molto paese, 
giunse in un bosco, dove iniquamente 
fra duo compagni morti un giovinetto 
trovo, ch'era ferito in mezzo il petto. 

LXVI 

Ma non diro d' Angelica or piu inante; 
che molte cose ho da narrarvi prima: 
ne sono a Ferrau ne a Sacripante, 
sin a gran pezzo, per donar piu rima. 
Da lor mi leva il principe d'Anglante, 
che di s6 vuol che inanzi agli altri esprima 
le fatiche e gli affanni che sostenne 
nel gran disio, di che a fin mai non venne. 

LXVII 

Alia prima citta ch'egli ritruova 
(perch6 d'andare occulto avea gran cura) 
si pone in capo una barbuta nuova, 
senza mirar s'ha debil tempra o dura. 
Sia qual si vuol, poco gli nuoce o giova: 
si ne la fatagion si rassicura. 
Cosi coperto, seguita Tinchiesta; 
ne notte o giorno, o pioggia o sol 1'arresta. 



CANTO DUODECIMO 263 

LXVIII 

Era ne 1'ora che traea i cavalli 
Febo del mar con rugiadoso pelo, 
e 1'Aurora di fior vermigli e gialli 
venia spargendo d'ogn'intorno il cielo; 
e lasciato le stelle aveano i balli, 
e per partirsi postosi gia il velo: 
quando appresso a Parigi un di passando, 
mostr6 di sua virtu gran segno Orlando. 

LXIX 

In dua squadre incontrossi: e Manilardo 
ne reggea 1'una, il Saracin canuto, 
re di Norizia, gia fiero e gagliardo, 
or miglior di consiglio che d'aiuto; 
guidava 1'altra sotto il suo stendardo 
il re di Tremisen, ch'era tenuto 
tra gli Africani cavallier perfetto: 
Alzirdo fu, da chi '1 conobbe, detto. 

LXX 

Questi con 1'altro esercito pagano 
quella invernata avean fatto soggiorno, 
chi presso alia citta, chi piu lontano, 
tutti alle ville o alle castella intorno : 
ch'avendo speso il re Agramante invano, 
per espugnar Parigi, piu d'un giorno, 
volse tentar Tassedio finalmente, 
poi che pigliar non lo potea altrimente. 

LXXI 

E per far questo avea gente infinita; 
che oltre a quella che con lui giunt'era, 
e quella che di Spagna avea seguita 
del re Marsilio la real bandiera, 
molta di Francia n'avea al soldo unita; 
che da Parigi insino alia riviera 
d'Arli, con parte di Guascogna (eccetto 
alcune rocche) avea tutto suggetto. 



264 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

Or cominciando i trepidi ruscelli 
a sciorre il freddo giaccio in tiepide onde, 
e i prati di nuove erbe, e gli arbuscelli 
a rivestirsi di tenera fronde; 
raguno il re Agramante tutti quelli 
che seguian le fortune sue seconde, 
per farsi rassegnar 1'armata torma; 
indi alle cose sue dar miglior forma. 

LXXIII 

A questo effetto il re di Tremisenne 
con quel de la Norizia ne venia, 
per la giungere a tempo, ove si tenne 
poi conto d'ogni squadra o buona o ria. 
Orlando a caso ad incontrar si venne 
(come io v'ho detto) in questa compagnia, 
cercando pur colei, come egli era uso, 
che nel career d'Amor lo tenea chiuso. 

LXXIV 

Come Alzirdo appressar vide quel conte 
che di valor non avea pari al mondo, 
in tal sembiante, in si superba fronte, 
che '1 dio de I'arme a lui parea secondo ; 
rest6 stupito alle fattezze conte, 
al fiero sguardo, al viso furibondo: 
e lo stim6 guerrier d'alta prodezza; 
ma ebbe del provar troppa vaghezza. 

LXXV 

Era giovane Alzirdo, et arrogante 
per molta forza, e per gran cor pregiato. 
Per giostrar spinse il suo cavallo inante : 
meglio per lui, se fosse in schiera stato ; 
che ne lo scontro il principe d'Anglante 
lo fe j cader per mezzo il cor passato. 
Giva in fuga il destrier di timor pieno, 
che su non v'era chi reggesse il freno. 



CANTO DUODECIMO 265 

LXXVI 

Levasi un grido subito et orrendo, 
che d'ogn'intorno n'ha 1'aria ripiena, 
come si vede il giovene, cadendo, 
spicciar il sangue di si larga vena. 
La turba verso il conte vien fremendo 
disordinata, e tagli e punte mena; 
ma quella e piu, che con pennuti dardi 
tempesta il fior dei cavallier gagliardi. 

LXXVII 

Con qual rumor la setolosa frotta 
correr da monti suole o da campagne, 
se '1 lupo uscito di nascosa grotta, 
o Torso sceso alle minor montagne, 
un tener porco preso abbia talotta, 
che con grugnito e gran stridor si lagne; 
con tal lo stuol barbarico era mosso 
verso il conte, gridando : Adosso, adosso ! 

LXXVIII 

Lance, saette e spade ebbe Fusbergo 
a un tempo mille, e lo scudo altretante: 
chi gli percuote con la mazza il tergo, 
chi minaccia da lato, e chi davante. 
Ma quel, ch'al timor mai non diede albergo 
estima la vil turba e Tarme tante 
quel che dentro alia mandra, alPaer cupo, 
il numer de Tagnelle estimi il lupo. 

LXXIX 

Nuda avea in man quella fulminea spada 
che posti ha tanti Saracini a morte: 
dunque chi vuol di quanta turba cada 
tenere il conto, ha impresa dura e forte. 
Rossa di sangue gia correa la strada, 
capace a pena a tante genti morte; 
perche ne targa ne capel difende 
la fatal Durindana, ove discende, 



266 ORLANDO FURIOSO 

LXXX 

n6 vesta plena di cotone, o tele 
che circondino il capo in mille v61ti. 
Non pur per 1'aria gemiti e querele, 
ma volan braccia e spalle e capi sciolti. 
Pel campo errando va Morte cnidele 
in molti, varii, e tutti orribil volti; 
e tra s6 dice: In man d' Orlando valci 
Durindana per cento de mie falci. 

LXXXI 

Una percossa a pena Paltra aspetta. 
Ben tosto cominciar tutti a fuggire; 
e quando prima ne veniano in fretta 
(perch* era sol, credeanselo inghiottire), 
non e chi per levarsi de la stretta 
Tamico aspetti, e cerchi insieme gire: 
chi fugge a piedi in qua, chi cola sprona; 
nessun domanda se la strada e buona. 

LXXXII 

Virtude andava intorno con lo speglio 
che fa veder ne 1'anima ogni ruga: 
nessun vi si miro, se non un veglio 
a cui il sangue 1'eta, non Pardir, sciuga. 
Vide costui quanto il morir sia meglio, 
che con suo disonor mettersi in fuga: 
dico il re di Norizia; onde la lancia 
arrest6 contra il paladin di Francia. 

LXXXIII 

E la roppe alia penna de lo scudo 
del fiero conte, che nulla si mosse. 
Egli ch'avea alia posta il brando nudo, 
re Manilardo al trapassar percosse. 
Fortuna I'aiuto, che '1 ferro crudo 
in man d' Orlando al venir giu voltosse: 
tirare i colpi a filo ognor non lece; 
ma pur di sella stramazzar lo fece. 



CANTO DUODECIMO 267 

LXXXIV 

Stordito de Tarcion quel re stramazza: 
non si rivolge Orlando a rivederlo; 
che gli altri taglia, tronca, fende, amazza: 
a tutti pare in su le spalle averlo. 
Come per Tana, ove ban si larga piazza, 
fuggon li storni da Taudace smerlo, 
cosi di quella squadra onnai disfatta 
altri cade, altri fugge, altri s'appiatta. 

LXXXV 

Non cesso pria la sanguinosa spada, 
che fu di viva gente il campo v6to. 
Orlando e in dubbio a ripigliar la strada, 
ben che gli sia tutto il paese noto. 
O da man destra o da sinistra vada, 
il pensier da Pandar sempre e remoto: 
d' Angelica cercar, fuor ch'ove sia, 
teme, e di far sempre contraria via. 

LXXXVI 

II suo camin (di lei chiedendo spesso) 
or per li campi or per le selve tenne: 
e si come era uscito di se stesso, 
usci di strada, e a pie d'un monte venne, 
dove la notte fuor d'un sasso fesso 
lontan vide un splendor batter le penne. 
Orlando al sasso per veder s'accosta, 
se quivi fosse Angelica reposta. 

LXXXVII 

Come nel bosco de Fumil ginepre, 
o ne la stoppia alia campagna aperta, 
quando si cerca la paurosa lepre 
per traversati solchi e per via incerta, 
si va ad ogni cespuglio, ad ogni vepre, 
se per ventura vi fosse coperta; 
cosi cercava Orlando con gran pena 
la donna sua, dove speranza il mena. 



268 ORLANDO FURIOSO 

LXXXVIII 

Verso quel raggio andando in fretta il conte, 
giunse ove ne la selva si difTonde 
da Tangusto spiraglio di quel monte, 
ch'una capace grotta in s6 nasconde; 
e truova inanzi ne la prima fronte 
spine e virgulti, come mura e sponde, 
per celar quei che ne la grotta stanno, 
da chi far lor cercasse oltraggio e danno. 



Di giorno ritrovata non sarebbe, 
ma la facea di notte il lume aperta. 
Orlando pensa ben quel ch'esser debbe; 
pur vuol saper la cosa anco piu certa. 
Poi che legato fuor Brigliadoro ebbe, 
tacito viene alia grotta coperta; 
e fra li spessi rami ne la buca 
entra, senza chiamar chi 1'introduca. 

xc 

Scende la tomba molti gradi al basso, 
dove la viva gente sta sepolta. 
Era non poco spazioso il sasso 
tagliato a punte di scarpelli in volta; 
ne di luce diurna in tutto casso, 
ben che Fentrata non ne dava molta; 
ma ve ne venia assai da una finestra 
che sporgea in un pertugio da man destra. 

xci 

In mezzo la spelonca, appresso a un fuoco, 
era una donna di giocondo viso ; 
quindici anni passar dovea di poco, 
quanto fu al conte, al primo sguardo, aviso: 
et era bella si, che facea il loco 
salvatico parere un paradiso; 
ben ch'avea gli occhi di lacrime pregni, 
del cor dolente manifesti segni. 



CANTO DUODECIMO 269 

XCII 

V'era una vecchia, e facean gran contese 
(come uso feminil spesso esser suole); 
ma come il conte ne la grotta scese, 
finiron le dispute e le parole. 
Orlando a salutarle fu cortese 
(come con donne sempre esser si vuole), 
et elle si levaro immantinente, 
e lui risalutar benignamente. 

XCIII 

Gli e ver che si smarriro in faccia alquanto, 
come improviso udiron quella voce, 
e insieme entrare armato tutto quanto 
vider la dentro un uom tanto feroce. 
Orlando domando qual fosse tanto 
scortese, ingiusto, barbaro et atroce, 
che ne la grotta tenesse sepolto 
un si gentile et amoroso volto. 

xciv 

La vergine a fatica gli rispose, 
interrotta da fervidi signiozzi, 
che dai coralli e da le preziose 
perle uscir fanno i dolci accenti mozzi. 
Le lacrime scendean tra gigli e rose, 
la dove avien ch'alcuna se n'inghiozzi. 
Piacciavi udir ne Paltro canto il resto, 
Signor, che tempo e omai di finir questo. 



270 ORLANDO FURIOSO 



CANTO TERZODECIMO 



I 

Ben furo aventurosi i cavallieri 
ch'erano a quella eta, che nei valloni, 
ne le scure spelonche e boschi fieri, 
tane di serpi, d'orsi e di leoni, 
trovavan quel che nei palazzi altieri 
a pena or trovar puon giudici buoni: 
donne, che ne la lor piu fresca etade 
sien degne d'aver titol di beltade. 

II 

Di sopra vi narrai che ne la grotta 
avea trovato Orlando una donzella, 
e che le dimando ch'ivi condotta 
1'avesse: or seguitando, dico ch'ella, 
poi che piu d'un signiozzo 1'ha interrotta, 
con dolce e suavissima favella 
al conte fa le sue sciagure note, 
con quella brevita che meglio puote. 

in 

Ben che io sia certa, dice o cavalliero, 

ch'io porter6 del mio parlar supplizio, 

perche a colui che qui m'ha chiusa, spero 

che costei ne dara subito indizio ; 

pur son disposta non celarti il vero, 

e vada la mia vita in precipizio. 

E ch'aspettar poss'io da lui piu gioia, 

che J l si disponga un dl voler ch'io muoia? 



CANTO TERZODECIMO 271 

IV 

Isabella sono io, che figlia fui 
del re mal fortunate di Gallizia. 
Ben dissi fui; ch'or non son piu di lui, 
ma di dolor, d'affanno e di mestizia. 
Colpa d'Amor; ch'io non saprei di cui 
dolermi piu che de la sua nequizia, 
che dolcemente nei principii applaude, 
e tesse di nascosto inganno e fraude, 

v 

Gia mi vivea di mia sorte felice, 
gentil, giovane, ricca, onesta e bella: 
vile e povera or sono, or infelice; 
e s'altra e peggior sorte, io sono in quella. 
Ma voglio sappi la prima radice 
che produsse quel mal che mi flagella; 
e ben ch'aiuto poi da te non esca, 
poco non mi parra che te n'incresca. 

VI 

Mio patre fe' in Baiona alcune giostre, 

esser denno oggimai dodici mesi. 

Trasse la fama ne le terre nostre 

cavallieri a giostrar di piu paesi. 

Fra gli altri (o sia ch'Amor cosi mi mostre, 

o che virtu pur se stessa palesi) 

mi parve da lodar Zerbino solo, 

che del gran re di Scozia era figliuolo. 

VII 

II qual poi che far pruove in campo vidi 

miracolose di cavalleria, 

fui presa del suo amore; e non m'avidi, 

ch'io mi conobbi piu non esser mia. 

E pur, ben che '1 suo amor cosi mi guidi, 

mi giova sempre avere in fantasia 

ch'io non misi il mio core in luogo immondo, 

ma nel piu degno e bel ch'oggi sia al mondo. 



272 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Zerbino di bellezza e di valore 
sopra tutti i signori era eminente. 
Mostrommi, e credo mi portasse amore, 
e die di me non fosse meno ardente. 
Non ci manc6 chi del commune ardore 
interprete fra noi fosse sovente, 
poi che di vista an cor fummo disgiunti; 
che gli animi restar sempre congiunti. 

IX 

Per6 che dato fine alia gran festa, 
il mio Zerbino in Scozia fe' ritorno. 
Se sai che cosa e amor, ben sai che mesta 
restai, di lui pensando notte e giorno; 
et era certa che non men molesta 
fiamma intorno il suo cor facea soggiorno. 
Egli non fece al suo disio piu schermi, 
se non che cerc6 via di seco avermi. 

x 

E perche vieta la diversa fede 
(essendo egli cristiano, io saracina) 
ch'al mio padre per moglie non mi chiede, 
per furto indi levarmi si destina. 
Fuor de la ricca mia patria, che siede 
tra verdi campi allato alia marina, 
aveva un bel giardin sopra una riva, 
che colli intorno e tutto il mar scopriva. 

XI 

Gli parve il luogo a fornir ci6 disposto, 
che la diversa religion ci vieta; 
e mi fa saper Tordine che posto 
avea di far la nostra vita lieta. 
Appresso a Santa Marta avea nascosto 
con gente armata una galea secreta, 
in guardia d'Odorico di Biscaglia, 
in mare e in terra mastro di battaglia. 



CANTO TERZODECIMO 273 

XII 

Ne potendo in persona far Feffetto, 
perch' egli allora era dal padre antico 
a dar soccorso al re di Francia astretto, 
manderia in vece sua questo Odorico, 
che fra tutti i fedeli amici eletto 
s'avea pel piu fedele e pel piu amico: 
e bene esser dovea, se i benefici 
sempre hanno forza d'acquistar gli amici. 

XIII 

Verria costui sopra un navilio armato, 

al terminate tempo indi a levarmi. 

E cosi venne il giorno disiato, 

che dentro il mio giardin lasciai trovarmi. 

Odorico la notte, accompagnato 

di gente valorosa alPacqua e aH'arnii, 

smont6 ad un flume alia citta vicino, 

e venne chetamente al mio giardino. 

XIV 

Quindi fui tratta alia galea spalmata, 
prima che la citta n'avesse avisi. 
De la famiglia ignuda e disarmata 
altri fuggiro, altri restaro uccisi, 
parte captiva meco fu menata. 
Cosi da la mia terra io mi divisi, 
con quanto gaudio non ti potrei dire, 
sperando in breve il mio Zerbin fruire. 

xv 

Voltati sopra Mongia eramo a pena, 
quando ci assalse alia sinistra sponda 
un vento che turbo Taria serena, 
e turbo il mare, e al ciel gli Iev6 Tonda. 
Salta un maestro ch'a traverso mena, 
e cresce ad ora ad ora, e soprabonda; 
e cresce e soprabonda con tal forza, 
che val poco alternar poggia con orza. 



274 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Non giova calar vele, e P arbor sopra 
corsia legar, ne ruinar castella; 
che ci veggian mal grado portar sopra 
acuti scogli, appresso alia Rocella. 
Se non ci aiuta quel che sta di sopra, 
ci spinge in terra la crudel procella. 
II vento rio ne caccia in maggior fretta, 
che d'arco mai non si avento saetta. 

XVII 

Vide il periglio il Biscaglino, e a quello 
us6 un rimedio che fallir suol spesso: 
ebbe ricorso subito al battello; 
calossi, e me calar fece con esso. 
Sceser dui altri, e ne scendea un drapello, 
se i primi scesi 1'avesser concesso; 
ma con le spade li tenner discosto, 
tagliar la fune, e ci allargamo tosto. 

XVIII 

Fummo gittati a salvamento al lito 
noi che nel palischermo eramo scesi; 
periron gli altri col legno sdrucito: 
in preda al mare andar tutti gli arnesi. 
AlPeterna Bontade, alFinfinito 
Amor, rendendo grazie, le man stesi, 
che non m'avessi dal furor marino 
lasciato tor di riveder Zerbino. 

XIX 

Come ch'io avessi sopra il legno e vesti 
lasciato e gioie e 1'altre cose care, 
pur che la speme di Zerbin mi resti, 
contenta son che s'abbi il resto il mare. 
Non sono, ove scendemo, i liti pesti 
d'alcun sentier, ne intorno albergo appare, 
ma solo il monte, al qual mai serhpre fiede 
Tombroso capo il vento, e J l mare il piede. 



CANTO TERZODECIMO 275 

XX 

Quivi il crude tiranno Amor, che sempre 

d'ogni promessa sua fu disleale, 

e sempre guarda come involva e stempre 

ogni nostro disegno razionale, 

mut6 con triste e disoneste tempre 

mio conforto in dolor, mio bene in male; 

che quelTamico, in chi Zerbin si crede, 

di desire arse, et agghiacci6 di fede. 

XXI 

O che m'avesse in mar bramata ancora, 
ne fosse stato a dimostrarlo ardito, 
o cominciassi il desiderio allora 
che Tagio v'ebbe dal solingo lito; 
disegno quivi senza piu dimora 
condurre a fin 1'ingordo suo appetito; 
ma prima da se torre un de li dui 
che nel battel campati eran con mii. 

XXII 

Quell' era omo di Scozia, Almonio detto, 
che mostrava a Zerbin portar gran fede; 
e commendato per guerrier perfetto 
da lui fu, quando ad Odorico il diede. 
Disse a costui che biasmo era e difetto, 
se mi traeano alia Rocella a piede; 
e lo preg6 ch'inanti volesse ire 
a farmi incontra alcun ronzin venire. 

XXIII 

Almonio, che di ci6 nulla temea, 
immantinente inanzi il camin piglia 
alia citta che 3 1 bosco ci ascondea, 
e non era lontana oltra sei miglia. 
Odorico scoprir sua voglia rea 
alTaltro finalmente si consiglia: 
si perch6 tor non se lo sa d'appresso, 
si perche avea gran confidenzia in esso. 



276 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

Era Corebo di Bilbao nomato 
quel di ch'io parlo, die con noi rimase; 
che da fanciullo picciolo allevato 
s'era con lui ne le medesme case. 
Poter con lui communicar Pingrato 
pensiero il traditor si persuase, 
sperando ch'ad amar saria piii presto 
il piacer de Pamico, che 1'onesto. 

xxv 

Corebo, che gentile era e cortese, 
non lo pote ascoltar senza gran sdegno ; 
lo chiamo traditore, e gli contese 
con parole e con fatti il rio disegno. 
Grande ira alPuno e alPaltro il core accese, 
e con le spade nude ne fer segno. 
Al trar de' ferri, io fui da la paura 
volta a fuggir per Palta selva oscura. 

XXVI 

Odorico, che mastro era di guerra, 
in pochi colpi a tal vantaggio venne, 
che per morto lascio Corebo in terra, 
e per le mie vestigie il camin tenne. 
Prestbgli Amor (se '1 mio creder non erra), 
accio potesse giungermi, le penne; 
e gPinsegn6 molte lusinghe e prieghi, 
con che ad amarlo e compiacer mi pieghi. 

XXVII 

Ma tutto e indarno; che fermata e certa 
piu tosto era a morir, ch'a satisfarli. 
Poi ch'ogni priego, ogni lusinga esperta 
ebbe e minaccie, e non potean giovarli, 
si ridusse alia forza a faccia aperta. 
Nulla mi val che supplicando parli 
de la fe ch'avea in lui Zerbino avuta, 
e ch'io ne le sue man m'era creduta. 



CANTO TERZODECIMO 277 

XXVIII 

Poi che gittar mi vidi i prieghi invano, 
ne mi sperare altronde altro soccorso, 
e che piu sempre cupido e villano 
a me venia, come famelico orso; 
io mi difesi con piedi e con mano, 
et adopra'vi sin a Fugne e il morso: 
pela'gli il mento, e gli graffiai la pelle, 
con stridi che n'andavano alle stelle. 

XXIX 

Non so se fosse caso, o li miei gridi 
che si doveano udir lungi una lega, 
o pur ch'usati sian correre ai lidi 
quando navilio alcun si rompe o anniega; 
sopra il monte una turba apparir vidi, 
e questa al mare e verso noi si piega. 
Come la vede il Biscaglin venire, 
lascia Fimpresa, e voltasi a fuggire. 

xxx 

Contra quel disleal mi fu adiutrice 
questa turba, signer; ma a quella image 
che sovente in proverbio il vulgo dice : 
cader de la padella ne le brage. 
Gli e ver ch'io non son stata si infelice, 
ne le lor menti ancor tanto malvage, 
ch'abbino violata mia persona: 
non che sia in lor virtu, ne cosa buona; 

XXXI 

ma perch6 se mi serban, come io sono, 
vergine, speran vendermi piu molto. 
Finito e il mese ottavo e viene il nono, 
che fu il mio vivo corpo qui sepolto. 
Del mio Zerbino ogni speme abbandono; 
che gia, per quanto ho da lor detti accolto, 
m'han promessa e venduta a un mercadante, 
che portare al soldan mi de* in Levante. 



278 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Cosi parlava la gentil donzella; 

e spesso con signozzi e con sospiri 

interrompea 1* angelica favella, 

da muovere a pietade aspidi e tiri. 

Mentre sua doglia cosi rinovella, 

o forse disacerba i suoi martiri, 

da venti uomini entrar ne la spelonca, 

armati chi di spiedo e chi di ronca. 

XXXIII 

II primo d'essi, uom di spietato viso, 

ha solo un occhio, e sguardo scuro e bieco; 

1'altro, d'un colpo che gli aveva reciso 

il naso e la mascella, e fatto cieco. 

Costui vedendo il cavalliero assiso 

con la vergine bella entro allo speco, 

volto a' compagni, disse: Ecco augel nuovo, 

a cui non tesi, e ne la rete il truovo. 

XXXIV 

Poi disse al conte : Uomo non vidi mai 
piu commodo di te, ne piu oportuno. 
Non so se ti se' apposto, o se lo sai 
perche te Tabbia forse detto alcuno, 
che si beH J arme io desiava assai, 
e questo tuo leggiadro abito bruno. 
Venuto a tempo veramente sei, 
per riparare agli bisogni miei. 

XXXV 

Sorrise amaramente, in pie salito, 
Orlando, e fe' risposta al mascalzone: 
Io ti vendero 1'arme ad an partito 
che non ha mercadante in sua ragione. 
Del fuoco, ch'avea appresso, indi rapito 
pien di fuoco e di fumo uno stizzone, 
trasse, e percosse il malandrino a caso, 
dove confina con le ciglia il naso. 



CANTO TERZODECIMO 279 

XXXVI 

Lo stizzone ambe le palpebre coke, 
ma maggior danno fe j ne la sinistra; 
che quella parte misera gli tolse, 
che de la luce, sola, era ministra. 
Ne d'acciecarlo contentar si volse 
il colpo fier, s'ancor non lo registra 
tra quelli spirti che con suoi compagni 
fa star Chiron dentro ai bollenti stagni. 

XXXVII 

Ne la spelonca una gran mensa siede 
grossa duo palmi, e spaziosa in quadro, 
che sopra un mal pulito e grosso piede, 
cape con tutta la famiglia il ladro. 
Con quelPagevolezza che si vede 
gittar la canna lo Spagnuol leggiadro, 
Orlando il grave desco da se scaglia 
dove ristretta insieme e la canaglia. 

XXXVIII 

A ch'il petto, a ch'il ventre, a chi la testa, 
a chi rompe le gambe, a chi le braccia; 
di ch'altri muore, altri storpiato resta: 
chi meno e offeso, di fuggir procaccia. 
Cosi talvolta un grave sasso pesta 
e fianchi e lombi, e spezza capi e schiaccia, 
gittato sopra un gran drapel di biscie, 
che dopo il verno al sol si go da e liscie. 

xxxix 

Nascono casi, e non saprei dir quanti: 
una muore, una parte senza coda, 
un'altra non si pu6 muover davanti, 
e '1 deretano indarno aggira e snoda; 
un'altra, ch'ebbe piu propizii i santi, 
striscia fra 1'erbe, e va serpendo a proda. 
II colpo orribil fu, ma non mirando, 
poi che lo fece il valoroso Orlando. 



280 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Quei che la mensa o nulla o poco offese 
(e Turpin scrive a punto che fur sette), 
ai piedi raccomandan sue difese: 
ma ne Puscita il paladin si mette; 
e poi che presi gli ha senza contese, 
le man lor lega con la fune istrette, 
con una fune al suo bisogno destra, 
che ritrov6 ne la casa silvestra. 

XLI 

Poi li strascina fuor de la spelonca, 
dove facea grande ombra un vecchio sorbo. 
Orlando con la spada i rami tronca, 
e quelli attacca per vivanda al corbo. 
Non bisogn6 catena in capo adonca; 
che per purgare il mondo di quel morbo, 
1' arbor medesmo gli uncini prestolli, 
con che pel mento Orlando ivi attacolli. 

XLII 

La donna vecchia, arnica a* malandrini, 
poi che restar tutti li vide estinti, 
fuggi piangendo, e con le mani ai crini, 
per selve e boscherecci labirinti. 
Dopo aspri e malagevoli camini, 
a gravi passi e dal timor sospinti, 
in ripa un fiume in un guerrier scontrosse; 
ma diferisco a ricontar chi fosse. 

XLIII 

E torno alPaltra, che si raccomanda 
al paladin che non la lasci sola; 
e dice di seguirlo in ogni banda. 
Cortesemente Orlando la consola; 
e quindi, poi ch'uscl con la ghirlanda 
di rose adorna e di purpurea stola 
la bianca Aurora al solito camino, 
parti con Isabella il paladino. 



CANTO TERZODECIMO 281 

XLIV 

Senza trovar cosa che degna sia 
d'istoria, molti giorni insieme andaro; 
e finalmente un cavallier per via, 
che prigione era tratto, riscontraro. 
Chi fosse, diro poi; ch'or me ne svia 
tal, di chi udir non vi sara men caro: 
la figliuola d'Amon, la qual lasciai 
languida dianzi in amorosi guai. 

XLV 

La bella donna, disiando invano 
ch'a lei facesse il suo Ruggier ritorno, 
stava a Marsilia, ove allo stuol pagano 
dava da travagliar quasi ogni giorno; 
il qual scorrea, rubando in monte e in piano, 
per Linguadoca e per Provenza intorno: 
et ella ben facea Tufficio vero 
di savio duca e d'ottimo guerriero. 

XLVI 

Standosi quivi, e di gran spazio essendo 

passato il tempo che tornare a lei 

il suo Ruggier dovea, ne lo vedendo, 

vivea in timor di mille casi rei. 

Un di fra gli altri, che di ci6 piangendo 

stava solinga, le arriv6 colei 

che port6 ne Tannel la medicina 

che sano il cor ch'avea ferito Alcina. 

XLVII 

Come a se ritornar senza il suo amante, 
dopo si lungo termine, la vede, 
resta pallida e smorta, e si tremante, 
che non ha forza di tenersi in piede: 
ma la maga gentil le va davante 
ridendo, poi che del timor s'avede; 
e con viso giocondo la conforta, 
qual aver suol chi buone nuove apporta. 



282 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

Non temer disse di Ruggier, donzella, 
ch'6 vivo e sano, e come suol t'adora; 

ma non & gia in sua liberta, che quella 
pur gli ha levata il tuo nemico ancora: 
et e bisogno che tu monti in sella, 
se brami averlo, e che mi segui or ora; 
che se mi segui, io t'aprir6 la via 
donde per te Ruggier libero fia. 

XLIX 

E seguit6, narrandole di quello 
magico error che gli avea ordito Atlante: 
che simulando d'essa il viso bello, 
che captiva parea del rio gigante, 
tratto 1'avea ne rincantato ostello, 
dove sparito poi gli era davante; 
e come tarda con simile inganno 
le donne e i cavallier che di la vanno. 

L 

A tutti par, 1'incantator mirando, 
mirar quel che per se brama ciascuno, 
donna, scudier, compagno, amico, quando 
il desiderio uman non e tutto uno. 
Quindi il palagio van tutti cercando 
con lungo affanno, e senza frutto alcuno ; 
e tanta & la speranza e il gran disire 
del ritrovar, che non ne san partire. 

LI 

Come tu giungi disse in quella parte 
che giace presso all'incantata stanza, 

verrk 1'incantatore a ritrovarte, 

che terra di Ruggiero ogni sembianza; 

e ti fara parer, con sua maTarte, 

ch'ivi lo vinca alcun di piu possanza, 

accio che tu per aiutarlo vada 

dove con gli altri poi ti tenga a bada. 



CANTO TERZODECIMO 283 

LII 

Accio Tinganni, in che son tanti e tanti 
caduti, non ti colgan, sie avertita, 
che se ben di Ruggier viso e sembianti 
ti parra di veder, che chieggia aita, 
non gli dar fede tu; ma, come avanti 
ti vien, fagli lasciar 1'indegna vita: 
ne dubitar percio che Ruggier muoia, 
ma ben colui che ti da tanta noia. 

LIII 

Ti parra duro assai, ben lo conosco, 
uccidere un che sembri il tuo Ruggiero: 
pur non dar fede alPocchio tuo, che losco 
fara Fincanto, e celeragli il vero. 
Fermati, pria ch'io ti conduca al bosco, 
si che poi non si cangi il tuo pensiero; 
che sempre di Ruggier rimarrai priva, 
se lasci per vilta che '1 mago viva. 

LIV 

La valorosa giovane, con questa 
intenzion che J l fraudolente uccida, 
a pigliar Farme, et a seguire e presta 
Melissa; che sa ben quanto Fe fida. 
Quella, or per terren culto, or per foresta, 
a gran giornate e in gran fretta la guida, 
cercando alleviarle tuttavia 
con parlar grato la noiosa via. 

LV 

E piu di tutti i bei ragionamenti, 
spesso le repetea ch'uscir di lei 
e di Ruggier doveano gli eccellenti 
principi e gloriosi semidei. 
Come a Melissa fossino presenti 
tutti i secreti degli eterni dei, 
tutte le cose ella sapea predire, 
ch'avean per molti seculi a venire. 



284 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Deh, come, o prudentissima mia scorta, 
dicea alia maga Pinclita donzella 

molti anni prima tu m'hai fatto accorta 
di tanta mia viril progenie bella; 

cosl d'alcuna donna mi conforta, 
che di mia stirpe sia, s'alcuna in quella 
matter si puo tra belle e virtuose. 
E la cortese maga le rispose: 

LVII 

Da te uscir veggio le pudiche donne, 
madri d'imperatori e di gran regi, 
reparatrici e solide colonne 

de case illustri e di domini egregi; 
che men degne non son ne le lor gonne, 
ch'in arme i cavallier, di sommi pregi, 
di pieta, di gran cor, di gran prudenza, 
di somma e incomparabil continenza. 

LVIII 

E s'io avr6 da narrarti di ciascuna 
che ne la stirpe tua sia d'onor degna, 
troppo sara; ch'io non ne veggio alcuna 
che passar con silenzio mi convegna. 
Ma ti faro, tra mille, scelta d'una 
o di due coppie, acci6 ch'a fin ne vegna. 
Ne la spelonca perche nol dicesti? 
che Timagini ancor vedute avresti. 

LIX 

De la tua chiara stirpe uscira quella 
d'opere illustri e di bei studii arnica, 
ch'io non so ben se piii leggiadra e bella 
mi debba dire, o piu saggia e pudica, 
liberale e magnanima Isabella, 
che del bel lume suo di e notte aprica 
fara la terra che sul Menzo siede, 
a cui la madre d'Ocno il nome diede: 



CANTO TERZODECIMO 285 

LX 

dove onorato e splendido certame 
avra col suo dignissimo consorte, 
chi di lor piu le virtu prezzi et arne, 
e chi meglio apra a cortesia le porte. 
S'un narrera ch'al Taro e nel Reame 
fu a liberar da' Galli Italia forte; 
1'altra dira: Sol perche casta visse 
Penelope, non fu minor d'Ulisse. 

LXI 

Gran cose e molte in brevi detti accolgo 
di questa donna, e piu dietro ne lasso, 
che in quelli di ch'io mi levai dal volgo, 
mi fe' chiare Merlin dal cavo sasso. 
E s'in questo gran mar la vela sciolgo, 
di lunga Tifi in navigar trapasso. 
Conchiudo in somma ch'ella avra, per dono 
de la virtu e del ciel, cio ch'e di buono. 

LXII 

Seco avra la sorella Beatrice, 
a cui si converra tal nome a punto; 
ch'essa non sol del ben che qua giu lice, 
per quel che vivera, tocchera il punto; 
ma avra forza di far seco felice 
fra tutti i ricchi duci il suo congiunto, 
il qual, come ella poi lasciera il mondo, 
cosi de Tinfelici andra nel fondo. 

LXIII 

E Moro e Sforza e Viscontei colubri, 

lei viva, formidabili saranno 

da Tiperboree nievi ai lidi rubri, 

da 1'Indo ai monti ch'al tuo mar via danno: 

lei morta, andran col regno degl'Insubri, 

e con grave di tutta Italia danno, 

in servitute; e fia stimata, senza 

costei, ventura la somma prudenza. 



286 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Vi saranno altre ancor, ch'avranno il nome 
medesmo, e nasceran molt'anni prima: 
di ch'una s'ornera le sacre chiome 
de la corona di Pannonia opima; 
un'altra, poi che le terrene some 
lasciate avra, fia ne Tausonio clima 
collocata nel numer de le dive, 
et avra incensi e imagini votive. 

LXV 

De P altre tacer6; che, come ho detto, 
lungo sarebbe a ragionar di tante; 
ben che per se ciascuna abbia suggetto 
degno ch'eroica e chiara tuba cante. 
Le Blanche, le Lucrezie io terr6 in petto, 
e le Costanze e 1'altre, che di quante 
splendide case Italia reggeranno, 
reparatrici e madri ad esser hanno. 

LXVI 

Piu ch j altre fosser mai, le tue famiglie 
saran ne le lor donne aventurose; 
non dico in quella piu de le lor figlie, 
che ne Talta onesta de le lor spose. 
E acci6 da te notizia anco si piglie 
di questa parte che Merlin mi espose, 
forse perch'io '1 dovessi a te ridire, 
ho di parlarne non poco desire. 

LXVII 

E diro prima di Ricciarda, degno 
esempio di fortezza e d'onestade: 
vedova rimarra, giovane, a sdegno 
di Fortuna; il che spesso ai buoni accade. 
I figli, privi del paterno regno, 
esuli andar vedra in strane contrade, 
fanciulli in man degli aversari loro; 
ma infine avra il suo male amplo ristoro. 



CANTO TERZODECIMO 287 

LXVIII 

De 1'alta stirpe d'Aragone antica 
non tacer6 la splendida regina, 
di cui ne saggia si, ne si pudica 
veggio istoria lodar greca o latina, 
ne a cui Fortuna piu si mostri arnica; 
poi che sara da la Bonta divina 
elletta madre a parturir la bella 
progenie, Alfonso, Ippolito e Isabella. 

LXIX 

Costei sara la saggia Leonora, 
che nel tuo felice arbore s'inesta. 
Che ti dir6 de la seconda nuora, 
succeditrice prossima di questa? 
Lucrezia Borgia, di cui d'ora in ora 
la belta, la virtu, la fama onesta 
e la fortuna crescera, non meno 
che giovin pianta in morbido terreno. 

LXX 

Qual lo stagno all'argento, il rame alPoro, 
il campestre papavere alia rosa, 
pallido salce al sempre verde alloro, 
dipinto vetro a gemma preziosa; 
tal a costei, ch'ancor non nata onoro, 
sara ciascuna insino a qui famosa 
di singular belta, di gran prudenzia, 
e d'ogni altra lodevole eccellenzia. 

LXXI 

E sopra tutti gli altri incliti pregi 
che le saranno e a viva e a morta dati, 
si lodera che di costumi regi 
Ercole e gli altri figli avra dotati, 
e dato gran principio ai ricchi fregi 
di che poi s'orneranno in toga e armati; 
perche Podor non se ne va si in fretta, 
ch'in nuovo vaso, o buono o rio, si metta. 



288 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

Non voglio ch'in silenzio anco Renata 
di Francia, nuora di costei, rimagna, 
di Luigi il duodecimo Re nata, 
e de Peterna gloria di Bretagna. 
Ogni virtu ch'in donna mai sia stata, 
di poi die *1 fuoco scalda e Pacqua bagna, 
e gira intorno il cielo, insieme tutta 
per Renata adornar veggio ridutta. 

LXXIII 

Lungo sara che d'Alda di Sansogna 
narri, o de la contessa di Celano, 
o di Bianca Maria di Catalogna, 
o de la figlia del re Sicigliano, 
o de la bella Lippa da Bologna, 
e d'altre; che s'io vo' di mano in mano 
venirtene dicendo le gran lode, 
entro in un alto mar che non ha prode. 

LXXIV 

Poi che le racconto la maggior parte 
de la futura stirpe a suo grand' agio, 
piu volte e piu le replic6 de 1'arte 
ch'avea tratto Ruggier dentro al palagio. 
Melissa si ferm6, poi che fu in parte 
vicina al luogo del vecchio malvagio; 
e non le parve di venir piu inante, 
accio veduta non fosse da Atlante. 

LXXV 

E la donzella di nuovo consiglia 
di quel che mille volte ormai 1'ha detto. 
La lascia sola; e quella oltre a dua miglia 
non cavalco per un sentiero istretto, 
che vide quel ch'al suo Ruggier simiglia; 
e dui giganti di crudele aspetto 
intorno avea, che lo stringean si forte, 
ch'era vicino esser condotto a morte. 



CANTO TERZODECIMO 289 

LXXVI 

Come la donna in tal periglio vede 
colui che di Ruggiero ha tutti i segni, 
subito cangia in sospizion la fede, 
subito oblia tutti i suoi bei disegni. 
Che sia in odio a Melissa Ruggier crede, 
per miova ingiuria e non intesi sdegni, 
e cerchi far con disusata trama 
che sia morto da lei che cosi Tama. 

LXXVII 

Seco dicea: Non e Ruggier costui, 
che col cor sempre, et or con gli occhi veggio ? 
e s'or non veggio e non conosco lui, 
che mai veder o mai conoscer deggio? 
perche voglio io de la credenza altrui 
che la veduta mia giudichi peggio ? 
che senza gli occhi ancor, sol per se stesso 
pu6 il cor sentir se gli e lontano o appresso. 

LXXVIII 

Mentre che cosi pensa, ode la voce 
che le par di Ruggier, chieder soccorso; 
e vede quello a un tempo, che veloce 
sprona il cavallo e gli ralenta il morso, 
e Tun nemico e Paltro suo feroce, 
che lo segue e lo caccia a tutto corso. 
Di lor seguir la donna non rimase, 
che si condusse all'mcantate case. 

LXXIX 

De le quai non piu tosto entro le porte, 
che fu sommersa nel commune errore. 
Lo cerc6 tutto per vie dritte e torte 
invan di su e di giu, dentro e di fuore; 
ne cessa notte o di, tanto era forte 
Tincanto: e fatto avea Pincantatore, 
che Ruggier vede sempre, e gli favella, 
ne Ruggier lei, ne lui riconosce ella. 



ORLANDO FURIOSO 
LXXX 

Ma lascian Bradamante, e non v'incresca 
udir che cosi resti in quello incanto; 
che quando sara il tempo ch'ella n'esca, 
la faro uscire, e Ruggiero altretanto. 
Come raccende il gusto il mutar esca, 
cosi mi par che la mia istoria, quanto 
or qua or la piu variata sia, 
meno a chi 1'udira noiosa fia. 

LXXXI 

Di molte fila esser bisogno parme 
a condur la gran tela ch'io lavoro. 
E per6 non vi spiaccia d'ascoltarme, 
come fuor de le stanze il popul Moro 
davanti al re Agramante ha preso Tarme, 
che, molto minacciando ai Gigli d'oro, 
lo fa assembrare ad una mostra nuova, 
per saper quanta gente si ritruova. 

LXXXII 

Perch' oltre i cavallieri, oltre i pedoni 
ch'al mimero sottratti erano in copia, 
mancavan capitani, e pur de' buoni, 
e di Spagna e di Libia e d'Etiopia: 
e le diverse squadre e le nazioni 
givano errando senza guida propia. 
Per dare e capo et ordine a ciascuna, 
tutto il campo alia mostra si raguna. 

LXXXIII 

In supplimento de le turbe uccise 
ne le battaglie e ne' fieri conflitti, 
Tun signore in Ispagna, e Taltro mise 
in Africa, ove molti n'eran scritti; 
e tutti alii lor ordini divise, 
e sotto i duci lor gli ebbe diritti. 
Differir6, Signor, con grazia vostra, 
ne Taltro canto 1'ordine e la mostra. 



CANTO QUARTODECIMO 



CANTO QUARTODECIMO 



I 

Nei molti assalti e nei crudel conflitti, 
ch'avuti avea con Francia, Africa e Spagna, 
morti erano infiniti, e derelitti 
al lupo, al corvo, alTaquila griffagna; 
e ben che i Franchi fossero piu afflitti, 
che tutta avean perduta la campagna, 
piu si doleano i Saracin, per molti 
principi e gran baron ch'eran lor tolti. 

II 

Ebbon vittorie cosi sanguinose, 
che lor poco avanz6 di che allegrarsL 
E se alle antique le moderne cose, 
invitto Alfonso, denno assimigliarsi ; 
la gran vittoria, onde alle virtuose 
opere vostre puo la gloria darsi, 
di ch'aver sempre lacrimose ciglia 
Ravenna debbe, a queste s'assimiglia: 

in 

quando cedendo Morini e Picardi, 
Fesercito normando e 1'aquitano, 
voi nei mezzo assaliste li stendardi 
del quasi vincitor nimico ispano, 
seguendo voi quei gioveni gagliardi, 
che meritar con valorosa mano 
quel di da voi, per onorati doni, 
Telse indorate e gFindorati sproni. 



ORLANDO FURIOSO 
IV 

Con si animosi petti che vi foro 
vicini o poco lungi al gran periglio, 
crollaste si le ricche Giande d'oro, 
si rompeste il baston giallo e vermiglio, 
ch'a voi si deve il trionfale alloro, 
che non fu guasto ne sfiorato il Giglio. 
D'un'altra fronde v'orna anco la chioma 
Faver servato il suo Fabrizio a Roma. 

v 

La gran Colonna del nome romano, 
che voi prendeste, e che servaste intera, 
vi da piu onor che se di vostra mano 
fosse caduta la milizia fiera, 
quanta n'ingrassa il campo ravegnano, 
e quanta se n'and6 senza bandiera 
d'Aragon, di Castiglia e di Navarra, 
veduto non giovar spiedi n6 carra. 

VI 

Quella vittoria fu piu di conforto 
che d'allegrezza; perche troppo pesa 
contra la gioia nostra il veder morto 
il capitan di Francia e de Pimpresa; 
e seco avere una procella absorto 
tanti principi illustri, ch'a difesa 
dei regni lor, dei lor confederati, 
di qua da le fredd'Alpi eran passati. 

VII 

Nostra salute, nostra vita in questa 
vittoria suscitata si conosce, 
che difende che '1 verno e la tempesta 
di Giove irato sopra noi non crosce: 
ma ne goder potiam, ne fame festa, 
sentendo i gran ramarichi e Tangosce, 
ch'in veste bruna e lacrimosa guancia 
le vedovelle fan per tutta Francia. 



CANTO QUARTODECIMO 293 

VIII 

Bisogna che proveggia il re Luigi 
di nuovi capitani alle sue squadre, 
che per onor de 1'aurea Fiordaligi 
castighino le man rapaci e ladre, 
che suore, e frati e bianchi e neri e bigi 
violate hanno, e sposa e figlia e madre ; 
gittato in terra Cristo in sacramento, 
per torgli un tabernaculo d'argento. 

IX 

O misera Ravenna, t'era meglio 
ch'al vincitor non fessi resist enza; 
far ch'a te fosse inanzi Brescia speglio, 
che tu lo fossi a Arimino e a Faenza. 
Manda, Luigi, il buon Traulcio veglio, 
ch'insegni a questi tuoi piu continenza, 
e conti lor quanti per simil torti 
stati ne sian per tutta Italia morti. 



Come di capitani bisogna ora 

che '1 re di Francia al campo suo proveggia, 

cosi Marsilio et Agramante allora, 

per dar buon reggimento alia sua greggia, 

dai lochi dove il verno fe' dimora 

vuol ch'in campagna all'ordine si veggia; 

perche vedendo ove bisogno sia, 

guida e governo ad ogni schiera dia. 

XI 

Marsilio prima, e poi fece Agramante 
passar la gente sua schiera per schiera. 
I Catalani a tutti gli altri inante 
di Dorifebo van con la bandiera. 
Dopo vien, senza il suo re Folvirante, 
che per man di Rinaldo gia morto era, 
la gente di Navarra; e lo re ispano 
halle dato Isolier per capitano. 



294 ORLANDO FURIOSO 

XII 

Balugante del popul di Leone, 
Grandonio cura degli Algarbi piglia; 
il fratel di Marsilio, Falsirone, 
ha seco armata la minor Castiglia. 
Seguon di Madarasso il gonfalone 
quei che lasciato han Malaga e Siviglia, 
dal mar di Gade a Cordova feconda 
le verdi ripe ovunque il Beti inonda. 

XIII 

Stordilano e Tesira e Baricondo, 
Tun dopo Paltro, mostra la sua gente: 
Granata al primo, Ulisbona al secondo, 
e Maiorica al terzo e ubidiente. 
Fu d j Ulisbona re (tolto dal mondo 
Larbin) Tesira, di Larbin parente. 
Poi vien Gallizia, che sua guida, in vece 
di Maricoldo, Serpentino fece. 

XIV 

Quei di Tolledo e quei di Calatrava, 
di ch'ebbe Sinagon gia la bandiera, 
con tutta quella gente che si lava 
in Guadiana e bee de la riviera, 
Paudace Matalista governava; 
Bianzardin quei d'Asturga in una schiera 
con quei di Salamanca e di Piagenza, 
d'Avila, di Zamora e di Palenza. 

XV 

Di quei di Saragosa e de la corte 
del re Marsilio ha Ferrau il governo: 
tutta la gente e ben armata e forte. 
In questi e Malgarino, Balinverno, 
Malzarise e Morgante, ch'una sorte 
avea fatto abitar paese esterno; 
che poi che i regni lor lor furon tolti, 
gli avea Marsilio in corte sua raccolti. 



CANTO QUARTODECIMO 295 

XVI 

In questa e di Marsilio il gran bastardo, 
Follicon d'Almeria, con Doriconte, 
Bavarte e Largalifa et Analardo, 
et Archidante il sagontino conte, 
e PAmirante e Langhiran gagliardo, 
e Malagur ch'avea 1'astuzie pronte, 
et altri et altri, di quai penso, dove 
tempo sara, di far veder le pruove. 

XVII 

Poi che pass6 Fesercito di Spagna 
con bella mostra inanzi al re Agramante, 
con la sua squadra apparve alia campagna 
il re d'Oran, che quasi era gigante. 
L'altra che vien, per Martasin si lagna, 
il qual morto le fu da Bradamante; 
e si duol ch'una femina si vanti 
d'aver ucciso il re de' Garamanti. 

XVIII 

Segue la terza schiera di Marmonda, 
ch'Argosto morto abbandon6 in Guascogna: 
a questa un capo, come alia seconda 
e come anco alia quarta, dar bisogna. 
Quantunque il re Agramante non abonda 
di capitani, pur ne finge e sogna: 
dunque Buraldo, Ormida, Arganio elesse, 
e dove uopo ne fu, guida li messe. 

XIX 

Diede ad Arganio quei di Libicana, 
che piangean morto il negro Dudrinasso. 
Guida Brunello i suoi di Tingitana, 
con viso nubiloso e ciglio basso; 
che, poi che ne la selva non lontana 
dal castel ch'ebbe Atlante in cima al sasso, 
gli fu tolto Tannel da Bradamante, 
caduto era in disgrazia al re Agramante: 



296 ORLANDO FURIOSO 

XX 

e se *1 fratel di Ferrau, Isoliero, 

ch'a Parbore legato ritrovollo, 

non facea fede inanzi al re del vero, 

avrebbe dato in su le forche un crollo. 

Muto, a' prieghi di molti, il re pensiero, 

gia avendo fatto porgli il laccio al collo: 

gli lo fece levar, ma riserbarlo 

pel primo error, che poi giuro impiccarlo. 

XXI 

Si ch'avea causa di venir Brunello 
col viso mesto e con la testa china. 
Seguia poi Farurante, e dietro a quello 
eran cavalli e fanti di Maurina. 
Venia Libanio appresso, il re novello: 
la gente era con lui di Constantina; 
per6 che la corona e il baston d'oro 
gli ha dato il re, che fu di Pinadoro. 

XXII 

Con la gente d'Esperia Soridano, 

e Dorilon ne vien con quei di Setta; 

ne vien coi Nasamoni Puliano. 

Quelli d'Amonia il re Agricalte affretta; 

Malabuferso quelli di Fizano. 

Da Finadurro e 1'altra s quadra retta, 

che di Canaria viene e di Marocco; 

Balastro ha quei che fur del re Tardocco. 

XXIII 

Due squadre, una di Mulga, una d'Arzilla, 
seguono : e questa ha '1 suo signore antico ; 
quella n } e priva; e pero il re sortilla, 
e diella a Corineo suo fido amico. 
E cosi de la gente d'Almansilla, 
ch'ebbe Tanfirion, fe' re Caico; 
die quella di Getulia a Rimedonte. 
Poi vien con quei di Cosca Balinfronte. 



CANTO QUARTODECIMO 
XXIV 

QuelTaltra schiera e la gente di Bolga: 
suo re e Clarindo, e gia fu Mirabaldo. 
Vien Baliverzo, il qual vuo 5 che tu tolga 
di tutto il gregge pel maggior ribaldo. 
Non credo in tutto il campo si disciolga 
bandiera ch'abbia esercito piu saldo 
de 1'altra, con che segue il re Sobrino, 
ne piu di lui prudente Saracino. 

xxv 

Quei di Bellamarina, che Gualciotto 
solea guidare, or guida il re d'Algieri 
Rodomonte e di Sarza, che condotto 
di miovo avea pedoni e cavallieri; 
che rnentre il sol fu nubiloso sotto 
il gran centauro e i corni orridi e fieri, 
fu in Africa mandato da Agramante, 
onde venuto era tre giorni inante. 

XXVI 

Non avea il campo d* Africa piu forte, 
ne Saracin piu audace di costui; 
e piu temean le parigine porte, 
et avean piu cagion di temer lui, 
che Marsilio, Agramante, e la gran corte 
ch'avea seguito in Francia questi dui: 
e piu d'ogni altro che facesse mostra, 
era nimico de la fede nostra. 

XXVII 

Vien Prusione, il re de 1' Alvaracchie ; 
poi quel de la Zumara, Dardinello. 
Non so s'abbiano o nottole o cornacchie, 
o altro manco et importune augello, 
il qual dai tetti e da le fronde gracchie 
futuro mal, predetto a questo e a quello; 
che fissa in ciel nel di seguente e 1'ora, 
che 1'uno e F altro in quella pugna muora. 



298 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

In campo non aveano altri a venire, 
che quei di Tremisenne e di Norizia; 
ne si vedea alia mostra comparire 
il segno lor, ne dar di se notizia. 
Non sapendo Agramante che si dire, 
ne che pensar di questa lor pigrizia, 
uno scudiero al fin gli fu condutto 
del re di Tremisen, che narro il tutto. 

XXIX 

E gli narro ch'Alzirdo e Manilardo 

con molti altri de' suoi giaceano al campo. 

Signor, diss'egli il cavallier gagliardo 

ch'ucciso ha i nostri, ucciso avria il tuo campo, 

se fosse stato a torsi via piu tardo 

di me, ch'a pena ancor cosi ne scamp o. 

Fa quel de j cavallieri e de j pedoni, 

che '1 lupo fa di capre e di montoni. 

xxx 

Era venuto pochi giorni avante 
nel campo del re d' Africa un signore; 
ne in Ponente era, ne in tutto Levante, 
di piu forza di lui, ne di piu core. 
Gli facea grande onore il re Agramante, 
per esser costui figlio e successore 
in Tartaria del re Agrican gagliardo : 
suo nome era il feroce Mandricardo. 

XXXI 

Per molti chiari gesti era famoso, 
e di sua fama tutto il mondo empia; 
ma lo facea piu d'altro glorioso, 
ch'al castel de la fata di Soria 
Tusbergo avea acquistato luminoso 
ch'Ettor troian port6 mille anni pria, 
per strana e formidabile aventura, 
che } 1 ragionarne pur mette paura. 



CANTO QUARTODECIMO 299 

XXXII 

Trovandosi costui dunque presente 
a quel parlar, alz6 Pardita faccia; 
e si dispose andare immantinente, 
per trovar quel guerrier, dietro alia traccia. 
Ritenne occulto il suo pensiero in mente, 
o sia perche d'alcun stima non faccia, 
o perche tema, se '1 pensier palesa, 
ch'un altro inanzi a lui pigli Pimpresa. 

XXXIII 

Allo scudier fe' dimandar come era 
la sopravesta di quel cavalliero. 
Colui rispose : Quella e tutta nera, 
lo scudo nero, e non ha alcun cimiero. 
E fu, Signor, la sua risposta vera, 
perche lasciato Orlando avea il quartiero; 
che come dentro Panimo era in doglia, 
cosi imbrunir di fuor volse la spoglia. 

xxxiv 

Marsilio a Mandricardo avea donato 
un destrier baio a scorza di castagna, 
con gambe e chiome nere; et era nato 
di frisa madre e d'un villan di Spagna. 
Sopra vi salta Mandricardo armato, 
e galoppando va per la campagna; 
e giura non tornare a quelle schiere, 
se non truova il campion da Parme nere. 

xxxv 

Molta incontr6 de la paurosa gente 
che da le man d' Orlando era fuggita, 
chi del figliuol, chi del fratel dolente, 
ch'inanzi agli occhi suoi perd6 la vita. 
Ancora la codarda e trista mente 
ne la pallida faccia era sculpita; 
ancor per la paura che avuta hanno 
pallidi, muti et insensati vanno. 



300 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

Non fe' lungo camin, che venne dove 
cnidel spettaculo ebbe et inumano, 
ma testimonio alle mirabil pruove 
che fur raconte inanzi al re africano. 
Or mira questi, or quelli morti, e muove, 
e vuol le piaghe misurar con mano, 
mosso da strana invidia ch'egli porta 
al cavallier ch'avea la gente morta. 

XXXVII 

Come lupo o mastin ch'ultimo giugne 

al bue lasciato morto da 5 villani, 

che truova sol le corna, Tossa e 1'ugne, 

del resto son sfamati augelli e cani; 

riguarda invano il teschio che non ugne: 

cosi fa il crudel barbaro in que' piani. 

Per duol bestemmia, e mostra invidia immensa, 

che venne tardi a cosi ricca mensa. 

xxxvni 

Quel giorno e mezzo Paltro segue incerto 
il cavallier dal negro, e ne domanda. 
Ecco vede un pratel d'ombre coperto, 
che si d'un alto fiume si ghirlanda, 
che lascia a pena un breve spazio aperto, 
dove Facqua si torce ad altra banda. 
Un simil luogo con girevol onda 
sotto Ocricoli il Tevere circonda. 

XXXIX 

Dove entrar si potea, con 1'arme indosso 

stavano molti cavallieri armati. 

Chiede il pagan chi gli avea in stuol si grosso, 

et a che effetto insieme ivi adunati. 

Gli fe j risposta il capitano, mosso 

dal signoril sembiante e da' fregiati 

d'oro e di gemme arnesi di gran pregio, 

che lo mostravan cavalliero egfegio. 



CANTO QUARTODECIMO 3OI 

XL 

Dal nostro re sian disse di Granata 
chiamati in compagnia de la figliuola, 

la quale al re di Sarza ha rnaritata, 

ben che di ci6 la fama ancor non vola. 

Come appresso la sera racchetata 

la cicaletta sia, ch'or s'ode sola, 

avanti al padre fra Tispane torme 

la condurremo : intanto ella si dorme. 

XLI 

Colui, che tutto il mondo vilipende, 
disegna di veder tosto la praova, 
se quella gente o bene o mal difende 
la donna, alia cui guardia si ritruova. 
Disse : Costei, per quanto se n'intende, 
e bella; e di saperlo ora mi giova. 
Allei mi mena, o falla qui venire; 
ch'altrove mi convien subito gire. 

XLII 

Esser per certo dei pazzo solenne , 
rispose il Granatin, n6 piu gli disse. 
Ma il Tartaro a ferir tosto lo venne 
con 1'asta bassa, e il petto gli trafisse; 
che la corazza il colpo non sostenne, 

e forza fu che morto in terra gisse. 
L'asta ricovra il figlio d'Agricane, 
perch6 altro da ferir non gli rimane. 

XLIII 

Non porta spada ne baston; che quando 
Farme acquisto, che fur d'Ettor troiano, 
perche trovo che lor mancava il brando, 
gli convenne giurar (ne giuro invano) 
che fin che non togliea quella d' Orlando, 
mai non porrebbe ad altra spada mano : 
Durindana ch' Almonte ebbe in gran stima, 
e Orlando or porta, Ettor portava prima. 



302 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

Grande e Pardir del Tartaro, che vada 
con disvantaggio tal contra coloro, 
gridando : Chi mi vuol vietar la strada ? 
E con la lancia si cacci6 tra loro. 
Chi 1'asta abbassa, e chi tra' fuor la spada; 
e d'ogn'intorno subito gli foro. 
Egli ne fece morire una frotta, 
prima che quella lancia fosse rotta. 

XLV 

Rotta che se la vede, il gran troncone, 

che resta intero, ad ambe mani afferra; 

e fa morir con quel tante persone, 

che non fu vista mai piu crudel guerra. 

Come tra' Filistei 1'ebreo Sansone 

con la mascella che levo di terra, 

scudi spezza, elmi schiaccia, e un colpo spesso 

spenge i cavalli ai cavallieri appresso. 

XLVI 

Correno a morte que' miseri a gara, 
ne perche cada 1'un, Paltro andar cessa; 
che la maniera del morire, amara 
lor par piu assai che non e morte istessa. 
Patir non ponno che la vita cara 
tolta lor sia da un pezzo d'asta fessa, 
e sieno sotto alle picchiate strane 
a morir giunti, come biscie o rane. 

XLVII 

Ma poi ch'a spese lor si furo accord 
che male in ogni guisa era morire, 
sendo gia presso alii duo terzi morti, 
tutto 1'avanzo comincio a fuggire. 
Come del proprio aver via se gli porti, 
il Saracin crudel non pu6 patire 
ch'alcun di quella turba sbigottita 
da lui partir si debba con la vita. 



CANTO QUARTODECIMO 303 

XLVIII 

Come in palude asciutta dura poco 
stridula canna, o in campo arrida stoppia 
contra il soffio di borea e contra il fuoco 
che '1 cauto agricultore insieme accoppia, 
quando la vaga fiamma occupa il loco, 
e scorre per li solchi, e stride e scoppia; 
cosi costor contra la furia accesa 
di Mandricardo fan poca difesa. 

XLIX 

Poscia ch'egli restar vede 1'entrata, 
che mal guardata fu, senza custode ; 
per la via che di nuovo era segnata 
ne Ferba, e al suono dei ramarchi ch'ode, 
viene a veder la donna di Granata, 
se di bellezze e pan alle sue lode: 
passa tra i corpi de la gente morta, 
dove gli da, torcendo, il fiume porta. 

L 

E Doralice in mezzo il prato vede 
(che cosi nome la donzella avea), 
la qual, sufrblta da Pantico piede 
d'un frassino silvestre, si dolea. 
II pianto, come un rivo che succede 
di viva vena, nel bel sen cadea; 
e nel bel viso si vedea che insieme 
de 1'altrui mal si duole, e del suo teme. 

LI 

Crebbe il timor, come venir lo vide 
di sangue brutto e con faccia empia e oscura, 
e '1 grido sin al ciel Taria divide, 
di se e de la sua gente per paura; 
che, oltre i cavallier, v'erano guide, 
che de la bella infante aveano cura, 
maturi vecchi, e assai donne e donzelle 
del regno di Granata, e le piu belle. 



304 ORLANDO FURIOSO 

LII 

Come il Tartaro vede quel bel viso 

che non ha paragone in tutta Spagna, 

e c'ha nel pianto (or ch'esser de' nel riso ?) 

tesa d'Amor I'inestricabil ragna; 

non sa se vive o in terra o in paradiso: 

ne de la sua vittoria altro guadagna, 

se non che in man de la sua prigioniera 

si da prigione, e non sa in qual maniera. 

LIII 

Allei per6 non si concede tanto, 
che del travaglio suo le doni il frutto; 
ben che piangendo ella dimostri, quanta 
possa donna mostrar, dolore e lutto. 
Egli, sperando volgerle quel pianto 
in sommo gaudio, era disposto al tutto 
menarla seco; e sopra un bianco ubino 
montar la fece, e torn6 al suo camino. 

LIV 

Donne e donzelle e vecchi et altra gente, 
ch'eran con lei venuti di Granata, 
tutti Iicenzi6 benignamente, 
dicendo: Assai da me fia accompagnata; 

10 mastro, io balia, io le sar6 sergente 
in tutti i suoi bisogni: a Dio, brigata. 
Cosi, non gli possendo far riparo, 
piangendo e sospirando se n'andaro; 

LV 

tra lor dicendo : Quanto doloroso 
ne sara il padre, come il caso intenda! 
quanta ira, quanto duol ne avra il suo sposo! 
oh come ne fara vendetta orrenda! 
Deh, perche a tempo tanto bisognoso 
non e qui presso a far che costui renda 

11 sangue illustre del re Stordilano, 
prima che se Io porti piu lontano ? 



CANTO QUARTODECIMO 305 

LVI 

De la gran preda il Tartaro contento, 
che fortuna e valor gli ha posta inanzi, 
di trovar quel dal negro vestimento 
non par ch'abbia la fretta ch'avea dianzi. 
Correva dianzi: or viene adagio e lento; 
e pensa tuttavia dove si stanzi, 
dove ritruovi alcun commodo loco, 
per esalar tanto amoroso foco. 

LVII 

Tuttavolta conforta Doralice, 
ch'avea di pianto e gli occhi e '1 viso molle: 
compone e finge molte cose, e dice 
che per fama gran tempo ben le voile; 
e che la p atria, e il suo regno felice 
che J l nome di grandezza agli altri tolle, 
Iasci6, non per vedere o Spagna o Francia, 
ma sol per contemplar sua bella guancia. 

LVIII 

Se per amar, Puom debbe essere amato, 
merito il vostro amor; che v'ho amat'io: 
se per stirpe, di me chi e meglio nato? 
che '1 possente Agrican fu il padre mio: 
se per richezza, chi ha di me piu stato ? 
che di dominio io cedo solo a Dio: 
se per valor, credo oggi aver esperto 
ch' essere amato per valore io merto. 

LIX 

Queste parole et altre assai, ch'Amore 
a Mandricardo di sua bocca ditta, 
van dolcemente a consolare il core 
de la donzella di paura afflitta. 
II timor cessa, e poi cessa il dolore 
che le avea quasi Panima trafitta. 
Ella comincia con piu pazienza 
a dar piu grata al nuovo amante udienza; 



306 ORLANDO FURIOSO 

LX 

poi con risposte piu benigne molto 
a mostrarsegli affabile e cortese, 
e non negargli di fermar nel volto 
talor le luci di pietade accese: 
onde il. pagan, che da lo stral fu colto 
altre volte d'Amor, certezza prese, 
non che speranza, che la donna bella 
non saria a' suo' desir sempre ribella. 

LXI 

Con questa compagnia lieto e gioioso, 
che si gli satisfa, si gli diletta, 
essendo presso alPora ch'a riposo 
la fredda notte ogni animale alletta, 
vedendo il sol gia basso e mezzo ascoso, 
commincic- a cavalcar con maggior fretta; 
tanto ch'udi sonar zuffoli e canne, 
e vide poi fumar ville e capanne. 

LXII 

Erano pastorali alloggiamenti, 
miglior stanza e piu commoda, che bella. 
Quivi il guardian cortese degli armenti 
onor6 il cavalliero e la donzella, 
tanto che si chiamar da lui contenti; 
che non pur per cittadi e per castella, 
ma per tugurii ancora e per fenili 
spesso si trovan gli uomini gentili. 

LXIII 

Quel che fosse dipoi fatto alPoscuro 
tra Doralice e il figlio d'Agricane, 
a punto raccontar non m'assicuro; 
si ch'al giudicio di ciascun rimane. 
Creder si pu6 che ben d'accordo furo; 
che si levar piu allegri la dimane, 
e Doralice ringrazio il pastore, 
che nel suo alb ergo Favea fatto onore. 



CANTO QUARTODECIMO 307 

LXIV 

Indi cTuno In un altro luogo errando, 
si ritruovaro al fin sopra un bel fiume 
che con silenzio al mar va declinando, 
e se vada o se stia, mal si presume; 
limpido e chiaro si, ch'in lui mirando, 
senza contesa al fondo porta il lume. 
In ripa a quello, a una fresca ombra e bella, 
trovar dui cavallieri e una donzella. 

LXV 

Or Talta fantasia, ch'un sentier solo 
non vuol ch'i' segua ognor, quindi mi guida, 
e mi ritorna ove il moresco stuolo 
assorda di rumor Francia e di grida, 
d'intorno il padiglione ove il figliuolo 
del re Troiano il santo Imperio sfida, 
e Rodomonte audace se gli vanta 
arder Parigi e spianar Roma santa. 

LXVI 

Venuto ad Agramante era alTorecchio, 
che gia Tlnglesi avean passato il mare: 
per6 Marsilio e il re del Garbo vecchio 
e gli altri capitan fece chiamare. 
Consiglian tutti a far grande apparecchio, 
si che Parigi possino espugnare. 
Ponno esser certi che piii non s'espugna, 
se nol fan prima che Taiuto giugna. 

LXVII 

Gia scale innumerabili per questo 
da' luoghi intorno avea fatto raccorre, 
et asse e travi, e vimine contesto, 
che lo poteano a diversi usi porre; 
e navi e ponti: e piu facea che '1 resto, 
il primo e il secondo ordine disporre 
a dar Tassalto ; et egli vuol venire 
tra quei che la citta denno assalire. 



308 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

L'imperatore il di che '1 di precesse 
de la battaglia, fe' dentro a Parigi 
per tutto celebrare uffici e messe 
a preti, a frati bianchi, neri e bigi; 
e le gente che dianzi eran confesse, 
e di man tolte agl'inimici stigi, 
tutti communicar, non altramente 
ch'avessino a morire il di seguente. 

LXIX 

Et egli tra baroni e paladini, 

principi et oratori, al maggior tempio 

con molta religione a quei divini 

atti intervenne, e ne die agli altri esempio. 

Con le man giunte e gli occhi al ciel supini, 

disse: Signor, ben ch'io sia iniquo et empio, 

non voglia tua bonta, pel mio fallire, 

che '1 tuo popul fedele abbia a patire. 

LXX 

E se gli e tuo voler ch'egli patisca, 
e ch' abbia il nostro error degni supplici, 
almen la punizion si differisca 
si, che per man non sia de j tuoi nemici; 
che quando lor d'uccider noi sortisca, 
che nome avemo pur d'esser tuo' amici, 
i pagani diran che nulla puoi, 
che perir lasci i partigiani tuoi. 

LXXI 

E per un che ti sia fatto ribelle, 
cento ti si faran per tutto il mondo ; 
tal che la legge falsa di Babelle 
cacciera la tua fede e porra al fondo. 
Difendi queste genti, che son quelle 
che '1 tuo sepulcro hanno purgato e mondo 
da' brutti cani, e la tua santa Chiesa 
con li vicarii suoi spesso difesa. 



CANTO QUARTODECIMO 309 

LXXII 

So che I meriti nostri atti non sono 
a satisfare al debito d'un'oncia; 
ne dovemo sperar da te perdono, 
se riguardiamo a nostra vita sconcia: 
ma se vi aggiugni di tua grazia il dono, 
nostra ragion fia ragguagliata e concia; 
ne del tuo aiuto disperar possiamo, 
qualor di tua pieta ci ricordiamo. 

LXXIII 

Cosi dicea 1'imperator devoto, 
con umiltade e contrizion di core. 
Giunse altri prieghi e convenevol voto 
al gran bisogno e alTalto suo splendore. 
Non fu il caldo pregar d'effetto voto; 
per6 che '1 genio suo, 1' angel migliore, 
i prieghi tolse e spieg6 al ciel le penne, 
et a narrare al Salvator li venne. 

LXXIV 

E furo altri infmiti in quello instante 
da tali messaggier portati a Dio ; 
che come gli ascoltar Tanime sante, 
dipinte di pietade il viso pio, 
tutte miraro il sempiterno Amante, 
e gli mostraro il commun lor disio, 
che la giusta orazion fosse esaudita 
del populo cristian che chiedea aita. 

LXXV 

E la Bonta ineffabile, ch'invano 
non fu pregata mai da cor fedele, 
leva gli occhi pietosi, e fa con mano 
cenno che venga a se T angel Michele. 
Va gli disse all'esercito cristiano 
che dianzi in Picardia ca!6 le vele, 
e al muro di Parigi Fappresenta 
si, che ? 1 campo nimico non lo senta. 



310 ORLANDO FURIOSO 

LXXVI 

Truova prima il Silenzio, e da mia parte 
gli di' che teco a questa impresa venga; 
ch'egli ben proveder con ottlma arte 
sapra di quanto proveder convenga. 
Fornito questo, subito va in parte 
dove il suo seggio la Discordia tenga: 
dille che Fesca e il fucil seco prenda, 
e nel campo de' Mori il fuoco accenda; 

LXXVII 

e tra quei che vi son detti piu forti 
sparga tante zizzanie e tante liti, 
che combattano insieme; et altri morti, 
altri ne sieno presi, altri feriti, 
e fuor del campo altri lo sdegno porti, 
si che il lor re poco di lor s'aiti. 
Non replica a tal detto altra parola 
il benedetto augel, ma dal ciel vola. 

LXXVIII 

Dovunque drizza Michel angel Tale, 
fuggon le nubi, e torna il ciel sereno. 
Gli gira intorno un aureo cerchio, quale 
veggian di notte lampeggiar baleno. 
Seco pensa tra via, dove si cale 
il celeste corrier per fallir meno 
a trovar quel nimico di parole, 
a cui la prima commission far vuole. 

LXXIX 

Vien scorrendo ov'egli abiti, ov'egli usi; 
e se accordano infin tutti i pensieri, 
che de frati e de monachi rinchiusi 
lo pu6 trovare in chiese e in monasteri, 
dove sono i parlari in modo esclusi, 
che '1 Silenzio, ove cantano i salteri, 
ove dormeno, ove hanno la piatanza, 
e finalmente e scritto in ogni stanza. 



CANTO QUARTODECIMO 31! 

LXXX 

Credendo quivi ritrovarlo, mosse 
con maggior fretta le derate penne; 
e di veder ch'ancor Pace vi fosse, 
Quiete e Carita, sicuro tenne. 
Ma da la opinion sua ritrovosse 
tosto ingannato, che nel chiostro venne: 
non e Silenzio quivi; e gli u ditto 
che non v'abita piu, fuor che in iscritto. 

LXXXI 

Ne Pieta, ne Quiete, ne Umiltade, 
ne quivi Amor, ne quivi Pace mira. 
Ben vi fur gia, ma ne Tantiqua etade; 
che le cacciar Gola, Avarizia et Ira, 
Superbia, Invidia, Inerzia e Crudeltade. 
Di tanta no vita 1' angel si ammira: 
and6 guardando quella brutta schiera, 
e vide ch'anco la Discordia v'era. 

LXXXI I 

Quella che gli avea detto il Padre eterno, 
dopo il Silenzio, che trovar dovesse. 
Pensato avea di far la via d'Averno, 
che si credea che tra' dannati stesse; 
e ritrovolla in questo nuovo inferno 
(ch'il crederia?) tra santi ufficii e messe. 
Par di strano a Michel ch'ella vi sia, 
che per trovar credea di far gran via. 

LXXXIII 

La conobbe al vestir di color cento, 
fatto a liste inequali et infinite, 
ch'or la cuoprono or no; che i passi e '1 vento 
le giano aprendo, ch'erano sdrucite. 
I crini avea qual d'oro e qual d'argento, 
e neri e bigi, e aver pareano lite; 
altri in treccia, altri in nastro eran raccolti, 
molti alle spalle, alcuni al petto sciolti. 



312 ORLANDO FURIOSO 

LXXXIV 

Di citatorie piene e di libelli, 
d'essamine e di carte di procure 
avea le mani e il seno, e gran fastelli 
di chiose, di consigli e di letture; 
per cui le faculta de' poverelli 
non sono mai ne le citta sicure. 
Avea dietro e dinanzi e d'ambi i lati, 
notai, procurator! et avocati. 

LXXXV 

La chiama a se Michele, e le commanda 
che tra i piu forti Saracini scerida, 
e cagion truovi, che con memoranda 
ruina insieme a guerreggiar gli accenda. 
Poi del Silenzio nuova le domanda: 
facilmente esser puo ch'essa n'intenda, 
si come quella ch'accendendo fochi 
di qua e di la, va per diversi lochi. 

LXXXVI 

Rispose la Discordia: lo non ho a mente 
in alcun loco averlo mai veduto: 
udito Fho ben nominar sovente, 
e molto commendarlo per astuto. 
Ma la Fraude, una qui di nostra gente, 
che compagnia talvolta gli ha tenuto, 
penso che dir te ne sapra novella ; 
e verso una alzo il dito, e disse: quella. 

LXXXVII 

Avea piacevol viso, abito onesto, 
un umil volger d'occhi, un andar grave, 
un parlar si benigno e si modesto, 
che parea Gabriel che dicesse: Ave. 
Era brutta e deforme in tutto il resto: 
ma nascondea queste fattezze prave 
con lungo abito e largo; e sotto quello, 
attosicato avea sempre il coltello. 



CANTO QUARTODECIMO 313 

LXXXVIII 

Domanda a costei Fangelo che via 
debba tener, si che '1 Silenzio truove. 
Disse la Fraude : Gia costui solia 
fra virtudi abitare, e non altrove, 
con Benedetto e con quelli d'Elia 
ne le badie, quando erano ancor nuove: 
fe' ne le scuole assai de la sua vita 
al tempo di Pitagora e d'Arctuta. 

LXXXIX 

Mancati quei filosofi e quei santi 
che lo solean tener pel camin ritto, 
dagli onesti costumi ch'avea inanti, 
fece alle sceleraggini tragitto. 
Commincio andar la notte con gli amanti, 
indi coi ladri, e fare ogni delitto. 
Molto col Tradimento egli dimora: 
veduto 1'ho con FOmicidio ancora. 

xc 

Con quei che falsan le monete, ha usanza 
di ripararsi in qualche buca scura. 
Cosi spesso compagni muta e stanza, 
che '1 ritrovarlo ti saria ventura. 
Ma pur ho d'insegnartelo speranza, 
se d'arrivare a mezza notte hai cura 
alia casa del Sonno: senza fallo 
potrai (che quivi dorrne) ritrovallo. 

xci 

Ben che soglia la Fraude esser bugiarda, 
pur e tanto il suo dir simile al vero, 
che 1'angelo le crede; indi non tarda 
a volarsene fuor del monastero. 
Tempra il batter de Tale, e studia e guarda 
giungere in tempo al fin del suo sentiero, 
ch'alla casa del Sonno, che ben dove 
era sapea, questo Silenzio truove. 



314 ORLANDO FURIOSO 

XCII 

Giace in Arabia una Valletta amena, 
lontana da cittadi e da villaggi, 
ch'aH'ombra di duo monti e tutta piena 
d'antiqui abeti e di robusti faggi. 
II sole indarno il chiaro di vi mena; 
che non vi puo mai penetrar coi raggi, 
si gli e la via da folti rami tronca: 
e quivi entra sotterra una spelonca. 

XCIII 

Sotto la negra selva una capace 

e spaziosa grotta entra nel sasso, 

di cui la fronte Tedera seguace 

tutta aggirando va con storto passo. 

In questo albergo il grave Sonno giace; 

FOzio da un canto corpulento e grasso, 

da Taltro la Pigrizia in terra siede, 

che non puo andare, e mal reggersi in piede. 

xcrv 

Lo smemorato Oblio sta su la porta: 
non lascia entrar, ne riconosce alcuno; 
non ascolta imbasciata, ne riporta; 
e parimente tien cacciato ognuno. 
II Silenzio va intorno, e fa la scorta: 
ha le scarpe di feltro, e 1 mantel bruno; 
et a quanti n'incontra, di lontano, 
che non debban venir, cenna con mano. 

xcv 

Se gli accosta all'orecchio e pianamente 
1'angel gli dice: Dio vuol che tu guidi 
a Parigi Rinaldo con la gente 
che per dar, mena, al suo signor sussidi; 
ma che lo facci tanto chetamente, 
ch'alcun de' Saracin non oda i gridi; 
si che piu tosto che ritruovi il calle 
la Fama d'avisar, gli abbia alle spalle. 



CANTO QUARTODECIMO 315 

XCVI 

Altrimente il Silenzio non rispose, 
che col capo accennando che faria; 
e dietro ubidiente se gli pose; 
e furo al primo volo in Picardia. 
Michel mosse le squadre coraggiose, 
e fe' lor breve un gran tratto di via; 
si che in un di a Parigi le condusse, 
ne alcun s'avide che miracol fusse. 

xcvn 

Discorreva il Silenzio, e tuttavolta, , 
e dinanzi alle squadre e d'ogn'intorno, 
facea girare un'alta nebbia in volta, 
et avea chiaro ogn'altra parte il giorno; 
e non lasciava questa nebbia folta, 
che s'udisse di fuor tromba ne corno : 
poi n'and6 tra' pagani, e men6 seco 
un non so che, ch'ognun fe' sordo e cieco. 

XCVIII 

Mentre Rinaldo in tal fretta venia, 
che ben parea da Tangelo condotto, 
e con silenzio tal, che non s'udia 
nel campo saracin farsene motto; 
il re Agramante avea la fanteria 
messo ne' borghi di Parigi, e sotto 
le minacciate mura in su la fossa, 
per far quel di I'estremo di sua possa. 

xcix 

Chi pu6 contar Tesercito che mosso 
quest o di contra Carlo ha '1 re Agramante, 
contera ancora in su Pombroso dosso 
del silvoso Apennin tutte le piante; 
dira quante onde, quando e il mar piu grosso, 
bagnano i piedi al mauritano Atlante; 
e per quanti occhi il ciel le furtive op re 
degli amatori a mezza notte scuopre. 



316 ORLANDO FURIOSO 

C 

Le campane si sentono a martello 
di spessi colpi e spaventosi tocche; 
si vede molto, in questo tempio e in quello, 
alzar di mano e dimenar di bocche. 
Se '1 tesoro paresse a Dio si bello, 
come alle nostre openioni sciocche, 
questo era il di che '1 santo consistoro 
fatto avria in terra ogni sua statua d'oro. 

ci 

S'odon ramaricare i vecchi giusti, 
che s'erano serbati in quelli affanni, 
e norninar felici i sacri busti 
composti in terra gia molti e molt'anni. 
Ma gli animosi gioveni robusti 
che miran poco i lor propinqui danni, 
sprezzando le ragion de' piu maturi, 
di qua di la vanno correndo a j muri. 

en 

Quivi erano baroni e paladini, 
re, duci, cavallier, marchesi e conti, 
soldati forestieri e cittadini, 
per Cristo e pel suo onore a morir pronti; 
che per uscire adosso ai Saracini, 
pregan Fimperator ch'abbassi i ponti. 
Gode egli di veder Tanimo audace, 
ma di lasciarli uscir non li compiace. 

cm 

E li dispone in oportuni lochi, 
per impedire ai barbari la via: 
la si contenta che ne vadan pochi, 
qua non basta una grossa compagnia; 
alcuni han cura maneggiare i fuochi, 
le machine altri, ove bisogno sia. 
Carlo di qua di la non sta mai fermo: 
va soccorrendo, e fa per tutto schermo. 



CANTO QUARTODECIMO 317 

CIV 

Siede Parigi in una gran pianura, 
ne Tombilico a Francia, anzi nel core; 
gli passa la riviera entro le mura, 
e corre, et esce in altra parte fuore. 
Ma fa un'isola prima, e v'assicura 
de la citta una parte, e la migliore; 
Paltre due (ch'in tre parti e la gran terra) 
di fuor la fossa, e dentro il flume serra. 

cv 

Alia citta, che molte miglia gira, 
da molte parti si pu6 dar battaglia; 
ma perche sol da un canto assalir mira, 
ne volentier Tesercito sbarraglia, 
oltre il flume Agramante si ritira 
verso ponente, acci6 che quindi assaglia: 
per6 che ne cittade ne campagna 
ha dietro, se non sua, fin alia Spagna. 

cvi 

Dovunque intorno il gran muro circonda, 
gran munizioni avea gia Carlo fatte, 
fortificando d'argine ogni sponda 
con scannafossi dentro e case matte; 
onde entra ne la terra, onde esce Fonda, 
grossissime catene aveva tratte: 
ma fece, piu ch'altrove, prove dere 
la dove avea piu causa di temere. 

cvn 

Con occhi d'Argo il figlio di Pipino 
previde ove assalir dovea Agramante; 
e non fece disegno il Saracino, 
a cui non fosse riparato inante. 
Con Ferrau, Isoliero, Serpentino, 
Grandonio, Falsirone e Balugante, 
e con ci6 che di Spagna avea menato, 
rest6 Marsilio alia campagna armato. 



318 ORLANDO FURIOSO 

CVIII 

Sobrin gli era a man manca in ripa a Senna, 
con Pulian, con Dardinel d' Almonte, 
col re d'Oran, ch'esser gigante accenna, 
lungo sei braccia dai piedi alia fronte. 
Deh perche a muover men son io la penna, 
che quelle genti a muover Tanne pronte? 
che '1 re di Sarza, pien d'ira e di sdegno, 
grida e bestemmia, e non pu6 star piii a segno. 

cix 

Come assalire o vasi pastorali, 
o le dolci reliquie de' convivi 
soglion con rauco suon di stridule ali 
le impronte mosche a' caldi giorni estivi; 
come li storni a rosseggianti pali 
vanno de mature uve: cosi quivi, 
empiendo il ciel di grida e di rumori, 
veniano a dare il fiero assalto i Mori. 

ex 

L'esercito cristian sopra le mura 
con lancie, spade e scure e pietre e fuoco 
difende la citta senza paura, 
e il barbarico orgoglio estima poco; 
e dove Morte uno et un altro fura, 
non e chi per vilta ricusi il loco. 
Tornano i Saracin giu ne le fosse 
a furia di ferite e di percosse. 

CXI 

Non ferro solamente vi s'adopra, 
ma grossi massi, e merli integri e saldi, 
e muri dispiccati con molt'opra, 
tetti di torn, e gran pezzi di spaldi. 
L'acque bollenti che vengon di sopra, 
portano a' Mori insupportabil caldi; 
e male a questa pioggia si resiste, 
ch'entra per gli elmi, e fa acciecar le viste. 



CANTO QUARTODECIMO 319 

CXII 

E questa piu nocea che '1 ferro quasi: 
or che de' far la nebbia di calcine ? 
or che doveano far li ardenti vasi 
con olio e zolfo e peci e trementine ? 
I cerchii in munizion non son rimasi, 
che d'ogn'intorno hanno di fiamma il crine : 
questi, scagliati per diverse bande, 
mettono a* Saracini aspre ghirlande. 

CXIII 

Intanto il re di Sarza avea cacciato 
sotto le mura la schiera seconda, 
da Buraldo, da Ormida accompagnato, 
quel Garamante, e questo di Marmonda. 
Clarindo e Soridan gli sono allato, 
n6 par che J l re di Setta si nasconda: 
segue il re di Marocco e quel di Cosca, 
ciascun perche il valor suo si conosca. 

cxiv 

Ne la bandiera, ch'e tutta vermiglia, 
Rodomonte di Sarza il leon spiega, 
che la feroce bocca ad una briglia 
che gli pon la sua donna, aprir non niega. 
Al leon se medesimo assimiglia; 
e per la donna che lo frena e lega, 
la bella Doralice ha figurata, 
figlia di Stordilan re di Granata: 

cxv 

quella che tolto avea, come io narrava, 
re Mandricardo, e dissi dove e a cui. 
Era costei che Rodomonte amava 
piu che '1 suo regno e piu che gli occhi sui; 
e cortesia e valor per lei mostrava, 
non gia sapendo ch'era in forza altrui: 
se saputo Tavesse, allora allora 
fatto avria quel che fe' quel giorno ancora. 



320 ORLANDO FURIOSO 

CXVI 

Sono appoggiate a un tempo mille scale, 
che non han men di dua per ogni grado. 
Spinge il secondo quel ch'inanzi sale; 
che '1 terzo lui montar fa suo mal grado. 
Chi per virtu, chi per paura vale: 
convien ch'ogruin per forza entri nel guado; 
che qualunche s'adagia, il re d'Algiere, 
Rodomonte crudele, uccide o fere. 

cxvn 

Ognun dunque si sforza di salire 
tra il fuoco e le mine in su le mura. 
Ma tutti gli altri guardano, se aprire 
veggiano passo ove sia poca cura: 
sol Rodomonte sprezza di venire, 
se non dove la via meno e sicura. 
Dove nel caso disperato e rio 
gli altri fan voti, egli bestemmia Dio. 

CXVIII 

Armato era d'un forte e duro usbergo, 

che fu di drago una scagliosa pelle. 

Di questo gia si cinse il petto e '1 tergo 

quello avol suo ch'edific6 Babelle, 

e si pens6 cacciar de 1'aureo albergo, 

e torre a Dio il governo de le stelle: 

1'elmo e lo scudo fece far perfetto, 

e il brando insieme; e solo a questo effetto. 

cxix 

Rodomonte non gia men di Nembrotte 
indomito, superbo e furibondo, 
che d'ire al ciel non tarderebbe a notte, 
quando la strada si trovasse al mondo, 
quivi non sta a mirar s'intere o rotte 
sieno le mura, o s'abbia Pacqua fondo: 
passa la fossa, anzi la corre e vola, 
ne Pacqua e nel pantan fin alia gola. 



CANTO QUARTODECIMO 321 

CXX 

Dl fango brutto, e molle d'acqua vanne 

tra il foco e i sassi e gli archi e le balestre, 

come andar suol tra le palustri canne 

de la nostra Mallea porco silvestre, 

che col petto, col grifo e con le zanne 

fa, dovunque si volge, ample finestre. 

Con lo scudo alto il Saracin sicuro 

ne vien sprezzando il ciel, non che quel muro. 

CXXI 

Non si tosto alPasciutto e Rodomonte, 
che giunto si senti su le bertresche 
che dentro alia muraglia facean ponte 
capace e largo alle squadre francesche. 
Or si vede spezzar piu d'una fronte, 
far chieriche maggior de le fratesche, 
braccia e capi volare, e ne la fossa 
cade da* muri una fiumana rossa. 

cxxu 

Getta il pagan lo scudo, e a duo man prende 
la crudel spada, e giunge il duca Arnolfo. 
Costui venia di la dove discende 
1'acqua del Reno nel salato golfo. 
Quel miser contra lui non si difende 
meglio che faccia contra il fuoco il zolfo; 
e cade in terra, e da Pultimo crollo, 
dal capo fesso un palmo sotto il collo. 

CXXIII 

Uccise di rovescio in una volta 
Anselmo, Oldrado, Spineloccio e Prando: 
il luogo stretto e la gran turba folta 
fece girar si pienamente il brando. 
Fu la prima metade a Fiandra tolta, 
Faltra scemata al populo normando. 
Divise appresso da la fronte al petto, 
et indi al ventre, il maganzese Orghetto. 



322 ORLANDO FURIOSO 

CXXIV 

Getta da' merli Andropono e Moschino 
giu ne la fossa: il primo e sacerdote; 
non adora il secondo altro che '1 vino, 
e le bigonce a un sorso n'ha gia vuote. 
Come veneno e sangue viperino 
Facque fuggia quanto fuggir si puote: 
or quivi muore; e quel che piu 1'annoia, 
e '1 sentir che ne Facqua se ne muoia. 

cxxv 

Taglio in due parti il provenzal Luigi, 
e passo il petto al tolosano Arnaldo. 
Di Torse Oberto, Claudio, Ugo e Dionigi 
mandar lo spirto fuor col sangue caldo ; 
e presso a questi, quattro da Parigi, 
Gualtiero, Satallone, Odo et Ambaldo, 
et altri molti; et io non saprei come 
di tutti nominar la patria e il nome. 

cxxvi 

La turba dietro a Rodomonte presta 
le scale appoggia, e monta in piu d'un loco. 
Quivi non fanno i Parigin piu testa; 
che la prima difesa lor val poco. 
San ben ch'agli nemici assai phi resta 
dentro da fare, e non Favran da gioco ; 
perche tra il muro e Fargine secondo 
discende il fosso orribile e profondo. 

cxxvn 

Oltra che i nostri facciano difesa 
dal basso all' alto, e mostrino valore; 
nuova gente succede alia contesa 
sopra Ferta pen dice interiore, 
che fa con lancie e con saette offesa 
alia gran moltitudine di fuore, 
che credo ben, che saria stata meno, 
se non v'era il figliuol del re Ulieno. 



CANTO QUARTODECIMO 323 

CXXVIII 

Egli questi conforta, e quei riprende, 
e lor mal grade inanzi se gli caccia: 
ad altri il petto, ad altri il capo fende, 
che per fuggir veggia voltar la faccia. 
Molti ne spinge et urta; alcuni prende 
pei capelli, pel collo e per le braccia: 
e sozzopra la giu tanti ne getta, 
che quella fossa a caplr tutti e stretta. 

cxxix 

Mentre lo stuol de' barbari si cala, 
anzi trabocca al periglioso fondo, 
et indi cerca per diversa scala 
di salir sopra Fargine secondo; 
il re di Sarza (come avesse un'ala 
per ciascun de' suoi mernbri) levo il pondo 
di si gran corpo, e con tant'arme indosso, 
e netto si lancio di la dal fosso. 

cxxx 

Poco era men di trenta piedi, o tanto, 
et egli il passo destro come un veltro, 
e fece nel cader strepito, quanto 
avesse avuto sotto i piedi il feltro: 
et a questo et a quello affrappa il manto, 
come sien 1'arme di tenero peltro, 
e non di ferro, anzi pur sien di scorza: 
tal la sua spada, e tanta e la sua forza! 

cxxxi 

In questo tempo i nostri, da chi tese 
Finsidie son ne la cava profonda, 
che v'han scope e fascine in copia stese, 
intorno a quai di molta pece abonda 
(ne per6 alcuna si vede palese, 
ben che n'e piena Tuna e Paltra sponda 
dal fondo cupo insino all'orlo quasi), 
e senza fin v'hanno appiatati vasi, 



324 ORLANDO FURIOSO 

CXXXII 

qual con salnitro, qual con oglio, quale 
con zolfo, qual con altra simil esca: 
i nostri in questo tempo, perch6 male 
ai Saracini il folle ardir riesca 
ch'eran nel fosso, e per diverse scale 
credean montar su Tultima bertresca, 
udito il segno da oportuni lochi, 
di qua e di la fenno avampare i fochi. 

CXXXIII 

Torn6 la fiamma sparsa tutta in una, 
che tra una ripa e 1'altra ha '1 tutto pieno; 
e tanto ascende in alto, ch'alla luna 
pu6 d'appresso asciugar Pumido seno. 
Sopra si volve oscura nebbia e bruna, 
che '1 sole adombra, e spegne ogni sereno. 
Sentesi un scoppio in un perpetuo suono, 
simile a un grande e spaventoso tuono. 

cxxxiv 

Aspro concento, orribile armonia 

d'alte querele, d'ululi e di strida 

de la misera gente che peria 

nel fondo per cagion de la sua guida, 

istranamente concordar s'udia 

col fiero suon de la fiamma omicida. 

Non piu, Signer, non piu di questo canto ; 

ch'io son gia rauco, e vo' posarmi alquanto. 



CANTO QUINTODECIMO 325 



CANTO QUINTODECIMO 



I 

Fu il vincer sempremai laudabil cosa, 
vincasi o per fortuna o per ingegno: 
gli e ver che la vittoria sanguinosa 
spesso far suole il capitan men degno; 
e quella eternamente e gloriosa, 
e del divini onori arriva al segno, 
quando, servando i suoi senza alcun danno, 
si fa che grinimici in rotta vanno. 

ii 

La vostra, Signer mio, fu degna loda, 
quando al Leone, in mar tanto feroce, 
ch'avea occupata Tuna e Paltra proda 
del Po, da Francolin sin alia foce, 
faceste si, ch'ancor che ruggir Toda, 
s'io vedr6 voi, non tremer6 alia voce. 
Come vincer si de', ne dimostraste ; 
ch'uccideste i nemici, e noi salvaste. 

in 

Questo il pagan, troppo in suo danno audace, 
non seppe far; che i suoi nel fosso spinse, 
dove la fiamma subita e vorace 
non perdono ad alcun, ma tutti estinse. 
A tanti non saria stato capace 
tutto il gran fosso, ma il fuoco restrinse, 
restrinse i corpi e in polve li ridusse, 
accio ch'abile a tutti il luogo fusse. 



326 ORLANDO FURIOSO 

IV 

Undicimila et otto sopra venti 
si ritrovar ne Faffocata buca, 
che v'erano discesi malcontent!; 
ma cosi voile il poco saggio duca. 
Quivi fra tanto lume or sono spenti, 
e la vorace fiamma li manuca: 
e Rodomonte, causa del mal loro, 
se ne va esente da tanto martoro; 



che tra' nemici alia ripa piu interna 
era passato d'un mirabil salto. 
Se con gli altri scendea ne la caverna, 
questo era ben il fin d'ogni suo assalto. 
Rivolge gli occhi a quella valle inferna; 
e quando vede il fuoco andar tanfalto, 
e di sua gente il pianto ode e lo strido, 
bestemmia il ciel con spaventoso grido. 

vi 

Intanto il re Agramante mosso avea 
impetuoso assalto ad una porta; 
che, mentre la crudel battaglia ardea 
quivi ove e tanta gente afflitta e morta, 
quella sprovista forse esser credea 
di guardia, che bastasse alia sua scorta. 
Seco era il re d'Arzilla Bambirago, 
e Baliverzo d'ogni vizio vago; 

VII 

e Corineo di Mulga, e Prusione, 

il ricco re de 1'Isole beate; 

Malabuferso che la regione 

tien di Fizan sotto continua estate; 

altri signori et altre assai persone 

esperte ne la guerra e bene armate; 

e molti ancor senza valore e nudi, 

che '1 cor non s'armerian con mille scudi. 



CANTO QUINTODECIMO 327 

VIII 

Trovo tutto il contrario al suo pensiero 

in questa parte il re de' Saracini: 

perche in persona il capo de 1'Impero 

v'era, re Carlo, e de' suoi paladini, 

re Salamone et il danese Ugiero, 

et ambo i Guidi et ambo gli Angelini, 

e '1 duca di Bavera e Ganelone, 

e Berlengier e Avolio e Avino e Otone; 

IX 

gente infinita poi di minor conto, 

de* Franchi, de 5 Tedeschi e de' Lombardi, 

presente il suo signer, ciascuno pronto 

a farsi riputar fra i piu gagliardi, 

Di questo altrove io vo' rendervi conto; 

ch'ad un gran duca e forza ch'io riguardi, 

il qual mi grida, e di lontano accenna, 

e priega ch'io nol lasci ne la penna. 

x 

Gli e tempo ch'io ritorni ove lasciai 
I'aventuroso Astolfo d'Inghilterra, 
che '1 lungo esilio avendo in odio ormai, 
di desiderio ardea de la sua terra; 
come gli n'avea data pur assai 
speme colei ch'Alcina vinse in guerra. 
Ella di rimandarvilo avea cura 
per la via piu espedita e piu sicura. 

XI 

E cosi una galea fu apparechiata, 
di che miglior mai non solco marina; 
e perche ha dubbio per tutta fiata, 
che non gli turbi il suo viaggio Alcina, 
vuol Logistilla che con forte armata 
Andronica ne vada e Sofrosina, 
tanto che nel mar d'Arabi, o nel golfo 
de 5 Persi, giunga a salvamento Astolfo. 



328 ORLANDO FURIOSO 

XII 

Pin tosto vuol che volteggiando rada 
gli Sciti e gl'Indi e i regni nabatei, 
e torni poi per cosi lunga strada 
a ritrovare i Persi e gli Eritrei, 
che per quel boreal pelago vada, 
che turban sempre iniqui venti e rei, 
e si qualche stagion pover di sole, 
che stare senza alcuni mesi suole. 

XIII 

La fata, poi che vide acconcio il tutto, 
diede licenzia al duca di partire, 
avendol prima ammaestrato e instrutto 
di cose assai, che fora lungo a dire; 
e per schivar che non sia piu ridutto 
per arte maga, onde non possa uscire, 
un bello et util libro gli avea dato, 
che per suo amore avesse ognora allato. 

XIV 

Come 1'uom riparar debba agl'incanti 
mostra il libretto che costei gli diede: 
dove ne tratta o piu dietro o piu inanti, 
per rubrica e per indice si vede. 
Un altro don gli fece ancor, che quanti 
doni fur mai, di gran vantaggio accede; 
e questo fu d'orribil suono un corno, 
che fa fugire ognun che Fode intorno. 

xv 

Dico che '1 corno e di si orribil suono, 
ch'ovunque s'oda, fa fuggir la gente; 
non pu6 trovarsi al mondo un cor si buono, 
che possa non fuggir come lo sente: 
rumor di vento e di termuoto, e '1 tuono, 
a par del suon di questo, era niente. 
Con molto riferir di grazie, prese 
da la fata licenzia il buono Inglese. 



CANTO QUINTODECIMO 329 

XVI 

Lasciando il porto e Tonde piu tranquille, 
con felice aura ch'alla poppa spira, 
sopra le ricche e populose ville 
de Podorifera India il duca gira, 
scoprendo a destra et a sinistra mille 
isole sparse; e tanto va, che mira 
la terra di Tomaso, onde il nocchiero 
piu a tramontana poi volge il sentiero. 

XVII 

Quasi radendo Paurea Chersonesso, 
la bella armata il gran pelago f range: 
e costeggiando i ricchi liti, spesso 
vede come nel mar biancheggi il Gauge; 
e Traprobane vede e Cori appresso; 
e vede il mar che fra i duo liti s'ange. 
Dopo gran via furo a Cochino, e quindi 
usciro fuor dei termini degPIndi. 

XVIII 

Scorrendo il duca il mar con si fedele 

e si sicura scorta, intender vuole, 

e ne domanda Andronica, se de le 

parti c'han nome dal cader del sole, 

mai legno alcun che vada a remi e a vele 

nel mare orientale apparir suole; 

e s'andar pu6 senza toccar mai terra, 

chi d' India scioglia, in Francia o in Inghilterra. 

XIX 

Tu dei sapere Andronica risponde 

che d'ogn'intorno il mar la terra abbraccia; 
e van Tuna ne Paltra tutte Ponde, 

sia dove bolle o dove il mar s'aggiaccia; 

ma perche qui davante si difonde, 

e sotto il mezzo di molto si caccia 

la terra d'Etiopia, alcuno ha detto 

ch'a Nettunno ir piu inanzi ivi e interdetto. 



330 ORLANDO FURIOSO 

XX 

Per questo dal nostro indico levante 
nave non e che per Europa scioglia; 
ne si muove d'Europa navigante 
ch'in queste nostre parti arrivar voglia. 
II ritrovarsi questa terra avante, 
e questi e quelli al ritornare invoglia; 
che credeno, veggendola si lunga, 
che con 1'altro emisperio si congiunga. 

XXI 

Ma volgendosi gli anni, io veggio uscire 
da 1'estreme contrade di ponente 
nuovi Argonauti e nuovi Tifi, e aprire 
la strada ignota infin al di presenter 
altri volteggiar 1' Africa, e seguire 
tanto la costa de la negra gente, 
che passino quel segno onde ritorno 
fa il sole a noi, lasciando il Capricorno; 

XXII 

e rftrovar del lungo tratto il fine, 
che questo fa parer dui mar diversi; 
e scorrer tutti i liti e le vicine 
isole d'Indi, d'Arabi e di Persi: 
altri lasciar le destre e le mancine 
rive che due per opra Erculea fersi; 
e del sole imitando il carnin tondo, 
ritrovar nuove terre e nuovo mondo. 

XXIII 

Veggio la santa croce, e veggio i segni 
imperial nel verde lito eretti: 
veggio altri a guardia dei battuti legni, 
altri all'acquisto del paese eletti: 
veggio da dieci cacciar mille, e i regni 
di la da PIndia ad Aragon suggetti; 
e veggio i capitan di Carlo quinto, 
dovunque vanno, aver per tutto vinto. 



CANTO QUINTODECIMO 331 

XXIV 

Dio vuol ch'ascosa antiquamente questa 
strada sia stata, e an cor gran tempo stia; 
ne che prima si sappla che la sesta 
e la settima eta passata sia: 
e serba a farla al tempo manifesta, 
che vorra porre il mondo a monarchia, 
sotto il piu saggio imperatore e giusto 
che sia o sara mai dopo Augusto. 

xxv 

Del sangue d' Austria e d'Aragon io veggio 
nascer sul Reno alia sinistra riva 
un principe, al valor del qual pareggio 
nessun valor, di cui si parli o scriva. 
Astrea veggio per lui riposta in seggio, 
anzi di morta ritornata viva; 
e le virtu che caccio il mondo, quando 
lei caccio ancora, uscir per lui di bando. 

XXVI 

Per questi merti la Bonta suprema 

non solamente di quel grande impero 

ha disegnato ch'abbia diadema 

ch'ebbe Augusto, Traian, Marco e Severo, 

ma d'ogni terra e quinci e quindi estrema, 

che mai ne al sol ne all'anno apre il sentiero: 

e vuol che sotto a questo imperatore 

solo un ovile sia, solo un pastore. 

XXVII 

E perch' abbian piu facile successo 

gli ordini in cielo eternamente scritti, 

gli pon la somma Providenzia appresso 

in mare e in terra capitani invittL 

Veggio Ernando Cortese, il quale ha messo 

nuove citta sotto i cesarei editti, 

e regni in Oriente si remoti, 

ch'a noi, che siamo in India, non son noti. 



332 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

Veggio Prosper Colonna, e di Pescara 
veggio un marchese, e veggio dopo loro 
un giovene del Vasto, che fan cara 
parer la bella Italia ai Gigli d'oro: 
veggio ch'entrare inanzi si prepara 
quel terzo agli altri a guadagnar Falloro, 
come buon corridor ch'ultimo lassa 
le mosse, e giunge, e inanzi a tutti passa. 

XXIX 

Veggio tanto il valor, veggio la fede 

tanta d* Alfonso (che '1 suo nome e questo), 

ch'in cosi acerba eta, che non eccede 

dopo il vigesimo anno ancora il sesto, 

Timperator 1'esercito gli crede, 

il qual salvando, salvar non che *1 resto, 

ma farsi tutto il mondo ubidiente 

con questo capitan sara possente. 

xxx 

Come con questi, ovunque andar per terra 
si possa, accrescera rimperio antico; 
cosi per tutto il mar, ch'in mezzo serra 
di la 1'Europa e di qua 1'Afro aprico, 
sara vittorioso in ogni guerra, 
poi ch' Andrea Doria s'avra fatto amico. 
Questo e quel Doria che fa dai pirati 
sicuro il vostro mar per tutti i lati. 

XXXI 

Non fu Pompeio a par di costui degno, 
se ben vinse e caccio tutti i corsari; 
per6 che quelli al piu possente regno 
che fosse mai, non poteano esser pari: 
ma questo Doria sol col proprio ingegno 
e proprie forze purghera quei mari; 
si che da Calpe al Nilo, ovunque s'oda 
il nome suo, tremar veggio ogni proda. 



CANTO QUINTODECIMO 333 

XXXII 

Sotto la fede entrar, sotto la scorta 
di questo capitan di ch'io ti parlo, 
veggio in Italia, ove da lui la porta 
gli sara aperta, alia corona Carlo. 
Veggio che 1 premio che di ci6 riporta, 
non tien per se, ma fa alia patria darlo: 
con prieghi ottien ch'in liberta la metta, 
dove altri a se Pavria forse suggetta. 

XXXIII 

Questa pieta ch'egli alia patria mostra, 
e degna di piu onor d'ogni battaglia 
ch'in Francia o in Spagna o ne la terra vostra 
vincesse lulio, o in Africa o in Tessaglia. 
Ne il grande Ottavio, ne chi seco giostra 
di par, Antonio, in piu onoranza saglia 
pei gesti suoi; ch'ogni lor laude amorza 
Pavere usato alia lor patria forza. 

XXXIV 

Questi et ogn'altro che la patria tenta 
di libera far serva, si arrosisca; 
ne dove il nome d' Andrea Doria senta, 
di levar gli occhi in viso d'uomo ardisca. 
Veggio Carlo che '1 premio gli augumenta; 
ch'oltre quel ch'in commun vuol che fruisca, 
gli da la ricca terra ch'ai Normandi 
sara principio a farli in Puglia grandi. 

xxxv 

A questo capitan non pur cortese 
il magnanimo Carlo ha da mostrarsi, 
ma a quauti avra ne le cesaree imprese 
del sangue lor non ritrovati scarsi. 
D'aver citta, d'aver tutto un paese 
donato a un suo fedel, piu ralegrarsi 
lo veggio, e a tutti quei che ne son degni, 
che d'acquistar nuov'altri imperil e regni. 



334 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

Cosi de le vittorie le qual, poi 
ch'tm gran numero d'anni sara corso, 
daranno a Carlo i capitani suoi, 
facea col duca Andronica discorso: 
e la compagna intanto ai venti eoi 
viene allentando e raccogliendo il morso; 
e fa ch'or questo or quel propizio 1'esce, 
e come vuol li minuisce e cresce. 

XXXVII 

Veduto aveano intanto il mar de' Persi 
come in si largo spazio si dilaghi; 
onde vicini in pochi giorni fersi 
al golfo che nomar gli antiqui Maghi. 
Quivi pigliaro il porto, e fur conversi 
con la poppa alia ripa i legni vaghi; 
quindi, sicur d'Alcina e di sua guerra, 
Astolfo il suo camin prese per terra. 

XXXVIII 

Passo per piu d'un campo e piu d'un bosco, 
per piu d'un monte e per piu d'una valle, 
ove ebbe spesso, all'aer chiaro e al fosco, 
i ladroni or inanzi or alle spalle. 
Vide leoni, e draghi pien di t6sco, 
et altre fere attraversarsi il calle; 
ma non si tosto avea la bocca al corno, 
che spaventati gli fuggian d'intorno. 

XXXIX 

Vien per 1' Arabia ch'e delta Felice, 
ricca di mirra e d'odorato incenso, 
che per suo albergo Tunica fenice 
eletto s'ha di tutto il mondo immenso; 
fin che Fonda trovo vendicatrice 
gia d' Israel, che per divin consenso 
Faraone sommerse e tutti i suoi: 
e poi venne alia terra degli Eroi. 



CANTO QUINTODECIMO 335 

XL 

Lungo il flume Traiano egli cavalca 
su quel destrier ch'al mondo e senza pare, 
che tanto leggiermente e corre e valca, 
che ne P arena 1'orma non n'appare: 
1'erba non pur, non pur la nieve calca; 
coi piedi asciutti andar potria sul mare; 
e si si stende al corso, e si s'affretta, 
che passa e vento e folgore e saetta. 

XLI 

Questo e il destrier che fu de PArgalia, 
che di fiamma e di vento era concetto; 
e senza fieno e biada, si nutria 
de 1'aria pura, e Rabican fu detto. 
Venne, seguendo il duca la sua via, 
dove da il Nilo a quel fiume ricetto; 
e prima che giugnesse in su la foce, 
vide un legno venire a se veloce. 

XLII 

Naviga in su la poppa uno eremita 
con bianca barba, a mezzo il petto lunga, 
che sopra il legno il paladino invita, 
e : Figliuol mio, gli grida da la lunga 
se non t'e in odio la tua propria vita, 
se non brami che morte oggi ti giunga, 
venir ti piaccia su quest' altra arena; 
ch'a morir quella via dritto ti mena. 

XLIII 

Tu non andrai piu che sei miglia inante, 
che troverai la sanguinosa stanza 
dove s'alberga un orribil gigante 
che d'otto piedi ogni statura avanza. 
Non abbia cavallier ne viandante 
di partirsi da lui, vivo, speranza: 
ch'altri il crudel ne scanna, altri ne scuoia, 
molti ne squarta, e vivo alcun ne 'ngoia. 



336 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

Placer, fra tanta crudelta, si prende 
d'una rete ch'egli ha, molto ben fatta; 
poco lontana al tetto suo la tende, 
e ne la trita polve in modo appiatta, 
che chi prima nol sa, non la comprende, 
tanto e sottil, tanto egli ben Fadatta: 
e con tai gridi i peregrin minaccia, 
che spaventati dentro ve li caccia. 

XLV 

E con gran risa, aviluppati in quella 
se li strascina sotto il suo coperto; 
ne cavallier riguarda n6 donzella, 
o sia di grande o sia di piccipl merto; 
e mangiata la carne, e le cervella 
succhiate e '1 sangue, da 1'ossa al deserto; 
e de 1'umane pelli intorno intorno 
fa il suo palazzo orribilmente adorno. 

XL VI 

Prendi quest'altra via, prendila, figlio, 
che fin al mar ti fia tutta sicura. 

lo ti ringrazio, padre, del consiglio, 
rispose il cavallier senza paura 

ma non istimo per Fonor periglio, 
di ch'assai piu che de la vita ho cura. 
Per far ch'io passi, in van tu parli meco; 
anzi vo al dritto a ritrovar lo speco. 

XLVII 

Fuggendo, posso con disnor salvarmi; 
ma tal salute ho piu che morte a schivo. 
S'io vi vo, al peggio che potra incontrarmi, 
fra molti restero di vita privo; 
ma quando Dio cosi mi drizzi Farmi, 
che colui morto, et io rimanga vivo, 
sicura a mille render6 la via; 
si che Putil maggior che *1 danno fia. 



CANTO QUINTODECIMO 337 

XLVIII 

Metto alPincontro la morte d'un solo 
alia salute di gente infinita. 
Vattene in pace, rispose figliuolo ; 
Dio mandi in difension de la tua vita 
Farcangelo Michel dal sommo polo : 
e benedillo il semplice eremita. 
Astolfo lungo il Nil tenne la strada, 
sperando piu nel suon che ne la spada. 

XLIX 

Giace tra 1'alto fiume e la palude 
picciol sentier ne Tarenosa riva: 
la solitaria casa lo richiude, 
d'umanitade e di commercio priva. 
Son fisse intorno teste e membra nude 
de 1'infelice gente che v'arriva. 
Non v'e finestra, non v'e merlo alcuno, 
onde penderne almen non si veggia uno. 

L 

Qual ne le alpine ville o ne' castelli 
suol cacciator che gran perigli ha scorsi, 
su le porte attaccar 1'irsute pelli, 
Torride zampe e i grossi capi d'orsi; 
tal dimostrava il fier gigante quelli 
che di maggior virtu gli erano occorsi. 
D'altri infiniti sparse appaion Fossa; 
et e di sangue uman piena ogni fossa. 

LI 

Stassi Caligorante in su la porta; 
che cosi ha nome il dispietato mostro 
ch'orna la sua magion di gente morta, 
come alcun suol de panni d'oro o d'ostro. 
Costui per gaudio a pena si comporta, 
come il duca lontan se gli e dimostro ; 
ch'eran duo mesi, e il terzo ne venia, 
che non fu cavallier per quella via. 



338 ORLANDO FURIOSO 

LII 

Ver la palude, ch'era scura e folta 
di verdi canne, in gran fretta ne viene; 
che disegnato avea correre in volta, 
e uscire al paladin dietro alle schene ; 
che ne la rete, che tenea sepolta 
sotto la polve, di cacciarlo ha spene, 
come avea fatto gli altri peregrini 
che quivi tratto avean lor rei destini. 

LIII 

Come venire il paladin lo vede, 
ferma il destrier, non senza gran sospetto 
che vada in quelli lacci a dar del piede, 
di che il buon vecchiarel gli avea predetto. 
Quivi il soccorso del suo corno chiede, 
e quel sonando fa 1'usato effetto: 
nel cor fere il gigante che Fascolta 
di tal timor, ch'a dietro i passi volta. 

LIV 

Astolfo suona, e tuttavolta bada; 
che gli par sempre che la rete scocchi. 
Fugge il fellon, ne vede ove si vada; 
che, come il core, avea perduti gli occhi. 
Tanta e la tema, che non sa far strada, 
che ne li proprii aguati non trabocchi: 
va ne la rete; e quella si disserra, 
tutto 1'annoda, e lo distende in terra. 

LV 

Astolfo, ch'andar giu vede il gran peso, 
gia sicuro per se, v'accorre in fretta; 
e con la spada in man, d'arcion disceso, 
va per far di miiranime vendetta. 
Poi gli par che s'uccide un che sia preso, 
vilta, piu che virtu, ne sara detta: 
che legate le braccia, i piedi e il collo 
gli vede si, che non pu6 dare un crollo. 



CANTO QUINTODECIMO 339 

LVI 

Avea la rete gia fatta Vulcano 

di sottil fil d'acciar, ma con tal arte, 

che saria stata ogni fatica invano 

per ismagliarne la piu debol parte; 

et era quella che gia piedi e mano 

avea legate a Venere et a Marte. 

La fe' il geloso, e non ad altro effetto, 

che per pigliarli insieme ambi nel letto. 

LVII 

Mercurio al fabbro poi la rete invola; 
che Cloride pigliar con essa vuole, 
Cloride bella che per Faria vola 
dietro all' Aurora, alPapparir del sole, 
e dal raccolto lembo de la stola 
gigli spargendo va, rose e viole. 
Mercurio tanto questa ninfa attese, 
che con la rete in aria un di la prese. 

LVIII 

Dove entra in mare il gran fiume etiopo, 
par che la dea presa volando fosse. 
Poi nel tempio d'Anubide a Canopo 
la rete molti seculi serbosse. 
Caligorante tremila anni dopo, 
di la, dove era sacra, la rimosse: 
se ne port6 la rete il ladrone empio, 
et arse la cittade, e rub6 il tempio. 

LIX 

Quivi adattolla in modo in su 1'arena, 
che tutti quei ch'avean da lui la caccia 
vi davan dentro ; et era tocca a pena, 
che lor legava e collo e piedi e braccia. 
Di questa Iev6 Astolfo una catena, 
e le man dietro a quel fellon n'allaccia: 
le braccia e '1 petto in guisa gli ne fascia, 
che non pu6 sciorsi; indi levar lo lascia. 



340 ORLANDO FURIOSO 

LX 

Dagli altri nodi avendol sciolto prima, 
ch'era tomato uman piu che donzella, 
di trarlo seco e di mostrarlo stima 
per ville, per cittadi e per castella. 
Vuol la rete anco aver, di che ne lima 
ne martel fece mai cosa piu bella: 
ne fa somier colui ch'alla catena 
con pompa trionfal dietro si mena. 

LXI 

L'elmo e lo scudo anche a portar gli diede, 
come a valletto, e seguit6 il camino, 
di gaudio empiendo, ovunque metta il piede, 
ch'ir possa ormai sicuro il peregrino. 
Astolfo se ne va tanto, che vede 
ch'ai sepolcri di Memfi e gia vicino, 
Memfi per le piramidi famoso: 
vede alFincontro il Cairo populoso, 

LXII 

Tutto il popul correndo si traea 
per vedere il gigante smisurato. 

Come e possibil Tun Taltro dicea 

che quel piccolo il grande abbia legato ? 
Astolfo a pena inanzi andar potea, 

tanto la calca il preme da ogni lato; 

e come cavallier d'alto valore 

ognun rammira, e gli fa grande onore. 

LXIII 

Non era grande il Cairo cosi allora, 
come se ne ragiona a nostra etade: 
che '1 populo capir, che vi dimora, 
non puon diciottomila gran contrade; 
e che le case hanno tre palchi, e ancora 
ne dormono infiniti in su le strade; 
e che 1 soldano v'abita un castello 
mirabil di grandezza, e ricco e bello; 



CANTO QUINTODECIMO 341 

LXIV 

e che quindicimila suoi vasalli, 
che son cristiani rinegati tutti, 
con mogli, con famiglie e con cavalli 
ha sotto un tetto sol quivi ridutti. 
Astolfo veder vuole ove s'avalli, 
e quanto il Nilo entri nei salsi flutti 
a Damiata; ch'avea quivi inteso, 
qualunque passa restar morto o preso. 

LXV 

Pero ch'in ripa al Nilo in su la foce 
si ripara un ladron dentro una torre, 
ch'a paesani e a peregrini nuoce, 
e fin al Cairo, ognun rubando, scorre. 
Non gli pu6 alcun resistere; et ha voce 
che Tuom gli cerca invan la vita t6rre: 
centomila ferite egli ha gia avuto, 
ne ucciderlo pero mai s'e potuto. 

LXVI 

Per veder se puo far rompere il filo 
alia Parca di lui, si che non viva, 
Astolfo viene a ritrovare Orrilo 
(cosi avea nome), e a Damiata arriva; 
et indi passa ove entra in mare il Nilo, 
e vede la gran torre in su la riva, 
dove s'alberga Tanima incantata 
che d'un folletto nacque e d'una fata. 

LXVII 

Quivi ritruova che crudel battaglia 
era tra Orrilo e dui guerrieri accesa. 
Orrilo e solo; e si que j dui travaglia, 
ch'a gran fatica gli puon far difesa: 
e quanto in arme Tuno e Taltro vaglia, 
a tutto il mondo la fama palesa. 
Questi erano i dui figli d'Oliviero, 
Grifone il bianco et Aquilante il nero. 



342 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

Gli e ver che '1 negromante venuto era 
alia battaglia con vantaggio grande; 
che seco tratto in campo avea una fera, 
la qual si truova solo in quelle bande: 
vive sul lito e dentro alia rivera; 
e i corpi umani son le sue vivande, 
de le persone misere et incaute 
de viandanti e d'infelici naute. 

LXIX 

La bestia ne T arena appresso al porto 
per man dei duo fratei morta giacea; 
e per questo ad Orril non si fa torto, 
s'a un tempo Puno e 1'altro gli nocea. 
Piu volte Than smembrato e non mai morto, 
ne, per smembrarlo, uccider si potea; 
che se tagliato o mano o gamba gli era, 
la rapiccava, che parea di cera. 

LXX 

Or fin a' denti il capo gli divide 
Grifone, or Aquilante fin al petto. 
Egli dei colpi lor sempre si ride: 
s'adiran essi, che non hanno effetto. 
Chi mai d'alto cader 1'argento vide, 
che gli alchimisti hanno mercurio detto, 
e spargere e raccor tutti i suo' membri, 
sentendo di costui, se ne rimembri. 

LXXI 

Se gli spiccano il capo, Orrilo scende, 
ne cessa brancolar fin che lo truovi; 
et or pel crine et or pel naso il prende, 
lo salda al collo, e non so con che chiovi. 
Piglial talor Grifone, e '1 braccio stende, 
nel fiume il getta, e non par ch'anco giovi ; 
che nuota Orriio al fondo come un pesce, 
e col suo capo salvo alia ripa esce. 



CANTO QUINTODECIMO 343 

LXXII 

Due belle donne onestamente ornate, 
Tuna vestita a bianco e Taltra a nero, 
che de la pugna causa erano state, 
stavano a riguardar 1'assalto fiero. 
Queste eran quelle due benigne fate 
ch'avean notriti i figli d'Oliviero, 
poi che li trasson teneri citelli 
dai curvl artigli di duo grandi augelli, 

LXXIII 

che rapiti gli avevano a Gismonda, 
e portati lontan dal suo paese. 
Ma non bisogna in cio ch'io mi diffonda; 
ch'a tutto il mondo e 1'istoria palese, 
ben che Tautor nel padre si confonda, 
ch'im per un altro (io non so come) prese. 
Or la battaglia i duo gioveni fanno, 
che le due donne ambi pregati n'hanno. 

LXXIV 

Era in quel clima gia sparito il giorno, 
alFisole ancor alto di Fortuna: 
Tombre avean tolto ogni vedere a torno 
sotto 1'incerta e mal compresa luna; 
quando alia rocca Orril fece ritorno, 
poi ch'alla bianca e alia sorella bruna 
piacque di differir 1'aspra battaglia 
fin che '1 sol nuovo all'orizzonte saglia. 

LXXV 

Astolfo, che Grifone et Aquilante, 
et all'insegne e piu al ferir gagliardo, 
riconosciuto avea gran pezzo inante, 
lor non fu altiero a salutar ne tar do. 
Essi vedendo che quel che J l gigante 
traea legato, era il baron dal pardo 
(che cosi in corte era quel duca detto), 
raccolser lui con non minore arTetto. 



344 ORLANDO FURIOSO 

LXXVI 

Le donne a riposare i cavallieri 
menaro a un lor palagio indi vicino. 
Donzelle incontra vennero e scudieri 
con torchi accesi, a mezzo del camino: 
diero a chi n'ebbe cura, i lor destrieri, 
trassonsi Tarme; e dentro-un bel giardino 
trovar ch'apparechiata era la cena 
ad una fonte limpida et amena. 

LXXVII 

Fan legare il gigante alia verdura 
con un'altra catena molto grossa 
ad una quercia di molt'anni dura, 
che non si rompera per una scossa; 
e da dieci sergenti averne cura, 
che la notte discior non se ne possa, 
et assalirli, e forse far lor danno, 
mentre sicuri e senza guardia stanno. 

LXXVIII 

AlTabondante e sontuosa mensa, 
dove il manco piacer fur le vivande, 
del ragionar gran parte si dispensa 
sopra d'Orrilo e del miracol grande, 
che quasi par un sogno a chi vi pensa, 
ch'or capo or braccio a terra se gli mande, 
et egli lo raccolga e lo raggiugna, 
e piu feroce ognor torni alia pugna. 

LXXIX 

Astolfo nel suo libro avea gia letto 
(quel ch'agPincanti riparare insegna) 
ch'ad Orril non trarra Talma del petto 
fin ch'un crine fatal nel capo tegna; 
ma se lo svelle o tronca, fia constretto 
che suo mal grado fuor Talma ne vegna. 
Questo ne dice il libro; ma non come 
conosca il crine in cosi folte chiome. 



CANTO QUINTODECIMO 345 

LXXX 

Non men de la vittoria si godea, 
che se n'avesse Astolfo gia la palma; 
come chi speme in pochi colpi avea 
svellere il crine al negromante e Talma. 
Per6 di quella impresa promettea 
tor sugli omeri suoi tutta la salma: 
Orril fara morir, quando non spiaccia 
ai duo fratei ch'egli la pugna faccia. 

LXXXI 

Ma quei gli danno volentier 1'impresa, 
certi che debbia affaticarsi invano. 
Era gia Faltra aurora in cielo ascesa, 
quando calo dai muri Orrilo al piano. 
Tra il duca e lui fu la battaglia accesa: 
la mazza 1'un, Paltro ha la spada in mano. 
Di mille attende Astolfo un colpo trarne, 
che lo spirto gli sciolga da la came. 

LXXXII 

Or cader gli fa il pugno con la mazza, 
or 1'uno or Taltro braccio con la mano; 
quando taglia a traverso la corazza, 
e quando il va troncando a brano a brano : 
ma ricogliendo sempre de la piazza 
va le sue membra Orrilo, e si fa sano. 
S'in cento pezzi ben Tavesse fatto, 
redintegrarsi il vedea Astolfo a un tratto. 

LXXXIII 

Al fin di mille colpi un gli ne colse 
sopra le spalle ai termini del mento : 
la testa e 1'elmo dal capo gli tolse, 
ne fu d* Orrilo a dismontar piu lento. 
La sanguinosa chioma in man s'avolse, 
e risalse a cavallo in un momento; 
e la porto correndo incontra 5 1 Nilo, 
che riaver non la potesse Orrilo. 



346 ORLANDO FURIOSO 

LXXXIV 

Quel sciocco, che del fatto non s'accorse, 
per la polve cercando iva la testa: 
ma come intese il corridor via torse, 
portare il capo suo per la foresta; 
immantinente al suo destrier ricorse, 
sopra vi sale, e di seguir non resta. 
Volea gridare: Aspetta, volta, volta! 
ma gli avea il duca gia la bocca tolta. 

LXXXV 

Pur che non gli ha tolto anco le calcagna 
si riconforta, e segue a tutta briglia. 
Dietro il lascia gran spazio di campagna 
quel Rabican che corre a maravigKa. 
Astolfo intanto per la cuticagna 
va da la nuca fin sopra le ciglia 
cercando in fretta, se '1 crine fatale 
conoscer puo, ch'Orril tiene immortale. 

LXXXVI 

Fra tanti e innumerabili capelli, 
un piu de Taltro non si tende o torce: 
qual dunque Astolfo scegliera di quelli, 
che per dar morte al rio ladron raccorce? 
Meglio e disse che tutti io tagli o svelli - 
ne si trovando aver rasoi ne force, 
ricorse immantinente alia sua spada, 
che taglia si, che si puo dir che rada. 

LXXXVII 

E tenendo quel capo per lo naso, 
dietro e dinanzi lo dischioma tutto. 
Trov6 fra gli altri quel fatale a caso : 
si fece il viso allor pallido e brutto, 
travolse gli occhi, e dimostro all'occaso 
per manifesti segni esser condutto; 
e 3 1 busto che seguia troncato al collo, 
di sella cadde, e die Pultimo crollo. 



CANTO QUINTODECIMO 347 

LXXXVIII 

Astolfo, ove le donne e i cavallieri 
lasciato avea, torno col capo in mano, 
che tutti avea di morte i segni veri, 
e mostro il tronco ove giacea lontano. 
Non so ben se lo vider volentieri, 
ancor che gli mostrasser viso umano; 
che la intercetta lor vittoria forse 
d'invidia ai duo germani il petto morse. 

LXXXIX 

Ne che tal fin quella battaglia avesse, 
credo piu fosse alle due donne grato. 
Queste, perche piu in lungo si traesse 
de' duo fratelli il doloroso fato 
ch'in Francia par ch'in breve esser dovesse, 
con loro Orrilo avean quivi azzuffato, 
con speme di tenerli tanto a bada, 
che la trista influenzia se ne vada. 

xc 

Tosto che '1 castellan di Damiata 
certificossi ch'era morto Orrilo, 
la columba lascio, ch'avea legata 
'sotto 1'ala la lettera col filo. 
Quella and6 al Cairo; et indi fu lasciata 
un'altra altrove, come quivi e stilo: 
si che in pochissime ore ando 1' aviso 
per tutto Egitto ch'era Orrilo ucciso. 

xci 

II duca, come al fin trasse Timpresa, 
conforto molto i nobili garzoni, 
ben che da se v'avean la voglia intesa, 
n6 bisognavan stimuli ne sproni, 
che per difender de la santa Chiesa 
e del romano Imperio le ragioni, 
lasciasser le battaglie d'Oriente, 
e cercassino onor ne la lor gente. 



348 ORLANDO FURIOSO 

XCII 

Cosi Grifone et Aquilante tolse 

ciascuno da la sua donna licenzia; 

le quali, ancor che lor ne 'ncrebbe e dolse, 

non vi seppon per6 far resistenzia. 

Con essi Astolfo a man destra si volse ; 

che si deliberar far riverenzia 

ai santi luoghi ove Dio in carne visse, 

prima che verso Francia si venisse. 

XCIII 

Potuto avrian pigliar la via mancina, 
ch'era piu dilettevole e piu piana, 
e mai non si scostar da la marina; 
ma per la destra andaro orrida e strana, 
perch6 Falta citta di Palestina 
per questa sei giornate e men lontana. 
Acqua si truova et erba in questa via: 
di tutti gli altri ben v'e carestia. 

xciv 

Si che prima ch'entrassero in viaggio, 
ci6 che lor bisogno, fecion raccorre, 
e carcar sul gigante il carriaggio, 
ch'avria portato in collo anco una torre. 
Al finir del camino aspro e selvaggio, 
da Palto monte alia lor vista occorre 
la santa terra, ove il superno Amore 
Iav6 col proprio sangue il nostro errore. 

xcv 

Trovano in su Pentrar de la cittade 
un giovene gentil, lor conoscente, 
Sansonetto da Meca, oltre 1'etade, 
ch'era nel primo fior, molto prudente; 
d'alta cavalleria, d'alta bontade 
famoso, e riverito fra la gente. 
Orlando lo converse a nostra fede, 
e di sua man battesmo anco gli diede. 



CANTO QUINTODECIMO 349 

XCVI 

Quivi lo trovan che disegna a fronte 
del calife d'Egitto una fortezza; 
e circondar vuole il Calvario monte 
di muro di duo miglia di lunghezza. 
Da lui raccolti fur con quella fronte 
che pu6 d'interno amor dar piu chiarezza, 
e dentro accompagnati, e con grande agio 
fatti alloggiar nel suo real palagio. 

xcvn 

Avea in governo egli la terra, e in vece 
di Carlo vi reggea 1'irnperio giusto. 
II duca Astolfo a costui dono fece 
di quel si grande e smisurato busto, 
ch'a portar pesi gli varra per diece 
bestie da soma, tanto era robusto. 
Diegli Astolfo il gigante, e diegli appresso 
la rete ch'in sua forza Favea messo. 

xcvm 

Sansonetto all'mcontro al duca diede 
per la spada una cinta ricca e bella; 
e diede spron per Tuno e Faltro piede, 
che d'oro avean la fibbia e la girella; 
ch'esser del cavallier stati si crede, 
che Iiber6 dal drago la donzella: 
al ZafTo avuti con molt'altro arnese 
Sansonetto gli avea, quando lo prese. 

xcix 

Purgati de lor colpe a un monasterio 
che dava di se odor di buoni esempii, 
de la passion di Cristo ogni misterio 
contemplando n' an dar per tutti i tempii 
ch'or con eterno obbrobrio e vituperio 
agli cristiani usurpano i Mori empii. 
L'Europa e in arme, e di far guerra agogna 
in ogni parte, fuor ch'ove bisogna. 



350 ORLANDO FURIOSO 

C 

Mentre avean quivi Tanimo divoto, 
a perdonanze e a cerimonie intend, 
un peregrin di Grecia, a Grifon noto, 
novelle gli areco gravi e pungenti, 
dal suo primo disegno e lungo voto 
troppo diverse e troppo difTerenti; 
e quelle il petto gl'mfiammaron tanto, 
che gli scacciar 1'orazion da canto. 

Cl 

Amava il cavallier, per sua sciagura, 
una donna ch'avea nome Orrigille: 
di piu bel volto e di miglior statura 
non se ne sceglierebbe una fra mille; 
ma disleale e di si rea natura, 
che potresti cercar cittadi e ville, 
la terra ferma e 1'isole del mare, 
ne credo ch'una le trovassi pare. 

en 

Ne la citta di Constantin lasciata 
grave Pavea di febbre acuta e fiera. 
Or quando rivederla alia tornata 
piu che mai bella, e di goderla spera, 
ode il meschin, ch'in Antiochia andata 
dietro un suo nuovo amante ella se n'era, 
non le parendo ormai di piu patire 
ch'abbia in si fresca eta sola a dormire. 

cm 

Da indi in qua ch'ebbe la trista nuova, 
sospirava Grifon notte e di sempre. 
Ogni piacer ch'agli altri aggrada e giova, 
par ch'a costui piu Tanimo distempre: 
pensilo ognun, ne li cui danni pruova 
Amor, se li suoi strali han buone tempre. 
Et era grave sopra ogni martire, 
che '1 mal ch'avea si vergognava a dire. 



CANTO QUINTODECIMO 351 

CIV 

Questo, perche mille fiate inante 
gia ripreso 1'avea di quello amore, 
di lui piii saggio, il fratello Aquilante, 
e cercato colei trargli del core: 
colei ch'al suo giudicio era di quante 
femine rie si trovin la peggiore. 
Grifon 1'escusa, se '1 fratel la danna; 
e le piu volte il parer proprio inganna. 

cv 

Pero fece pensier, senza parlarne 
con Aquilante, girsene soletto 
sin dentro d'Antiochia, e quindi trarne 
colei che tratto il cor gli avea del petto ; 
trovar colui che gli Tha tolta, e fame 
vendetta tal, che ne sia sempre detto. 
Dir6 come ad effetto il pensier messe 
nelPaltro canto, e ci6 che ne successe. 



352 ORLANDO FURIOSO 



CANTO SESTODECIMO 



I 

Gravi pene in amor si provan molte, 
di che patito io n'ho la maggior parte, 
e quelle in danno mio si ben raccolte, 
ch'io ne posso parlar come per arte. 
Pero s'io dico e s'ho detto altre volte, 
e quando in voce e quando in vive carte, 
ch'un mal sia lieve, un altro acerbo e fiero, 
date credenza al mio giudicio vero. 

II 

Io dico e dissi, e dir6 fin ch'io viva, 
che chi si truova in degno laccio preso, 
se ben di se vede sua donna schiva, 
se in tutto aversa al suo desire acceso; 
se bene Amor d'ogni mercede il priva, 
poscia che 1 tempo e la fatica ha speso; 
pur ch'altamente abbia locato il core, 
pianger non de', se ben languisce e muore. 

in 

Pianger de' quel che gia sia fatto servo 
di duo vaghi occhi e d'una bella treccia, 
sotto cui si nasconda un cor protervo, 
che poco puro abbia con molta feccia. 
Vorria il miser fuggire; e come cervo 
ferito, ovunque va, porta la freccia: 
ha di se stesso e del suo amor vergogna, 
ne 1'osa dire, e in van sanarsi agogna. 



CANTO SESTODECIMO 353 

IV 

In questo caso e il giovene Grifone, 

che non si pu6 emendare, e il suo error vede, 

vede quanto vilmente il suo cor pone 

in Orrigille iniqua e senza fede; 

pur dal mal uso e vinta la ragione, 

e pur Tarbitrio alFappetito cede: 

perfida sia quantunque, ingrata e ria, 

sforzato e di cercar dove ella sia. 

v 

Dico, la bella istoria ripigliando, 
ch'usci de la citta secretamente, 
ne parlarne s'ardi col fratel, quando 
ripreso invan da lui ne fu sovente. 
Verso Rama, a sinistra declinando, 
prese la via piu piana e piu corrente. 
Fu in sei giorni a Darnasco di Soria; 
indi verso Antiochia se ne gia. 

VI 

Scontr6 presso a Darnasco il cavalliero 
a cui donate avea Orrigille il core: 
e convenian di rei costumi in vero, 
come ben si convien Terba col fiore; 
che Puno e Paltro era di cor leggiero, 
perfido Puno e Paltro e traditore; 
e cop ria Funo e Faltro il suo difetto, 
con danno altrui, sotto cortese aspetto. 

VII 

Come io vi dico, il cavallier venia 

s'un gran destrier con molta pompa armato: 

la perfida Orrigille in compagnia, 

in un vestire azzur d'oro fregiato, 

e duo valletti, donde si servia 

a portar elmo e scudo, aveva allato; 

come quel che volea con bella mostra 

comparire in Darnasco ad una giostra. 



354 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Una splendida festa che bandire 

fece il re di Damasco in quelli giorni, 

era cagion di far quivi venire 

i cavallier quanto potean piu adorni. 

Tosto che la puttana comparire 

vede Grifon, ne teme oltraggi e scorni: 

sa che 1'amante suo non e si forte, 

che contra lui Pabbia a campar da morte. 

IX 

Ma si come audacissima e scaltrita, 
ancor che tutta di paura trema, 
s'acconcia il viso, e si la voce aita, 
che non appar in lei segno di tema. 
Col drudo avendo gia 1'astuzia ordita, 
corre, e fingendo una letizia estrema, 
verso Grifon Taperte braccia tende, 

10 stringe al collo, e gran pezzo ne pende. 

x 

Doppo, accordando affettuosi gesti 
alia suavita de le parole, 
dicea piangendo : Signor mio, son questi 
debiti premii a chi fadora e cole ? 
che sola senza te gia un anno resti, 
e va per 1'altro, e ancor non te ne duole ? 
E s'io stava aspettare il tuo ritorno, 
non so se mai veduto avrei quel giorno! 

XI 

Quando aspettava che di Nicosia, 
dove tu te n'andasti alia gran corte, 
tornassi a me che con la febbre ria 
lasciata avevi in dubbio de la morte, 
intesi che passato eri in Soria: 

11 che a patir mi fu si duro e forte, 
che non sapendo come io ti seguissi, 
quasi il cor di man propria mi traffissi. 



CANTO SESTODECIMO 355 

XII 

Ma Fortuna di me con doppio dono 
mostra d'aver, quel che non hai tu, cura: 
mandommi il fratel mio, col quale io sono 
sin qui venuta del mio oner sicura; 
et or mi manda questo incontro buono 
di te, ch'io stimo sopra ogni aventura: 
e bene a tempo il fa; che piu tardando, 
morta sarei, te, signor mio, bramando. 

XIII 

E seguit6 la donna fraudolente, 

di cui Top ere fur piu che di volpe, 

la sua querela cosi astutamente, 

che riverso in Grifon tutte le colpe. 

Gli fa stimar colui, non che parente, 

ma che d'un padre seco abbia ossa e polpe: 

e con tal modo sa tesser gPinganni, 

che men verace par Luca e Giovanni. 

XIV 

Non pur di sua perfidia non riprende 
Grifon la donna iniqua piu che bella; 
non pur vendetta di colui non prende, 
che fatto s'era adultero di quella: 
ma gli par far assai, se si difende 
che tutto il biasmo in lui non riversi ella; 
e come fosse suo cognato vero, 
d'accarezzar non cessa il cavalliero. 

xv 

E con lui se ne vien verso le porte 
di Damasco, e da lui sente tra via, 
che la dentro dovea splendida cotte 
tenere il ricco re de la Soria; 
e ch'ognun quivi, di qualunque sorte, 
o sia cristiano, o d'altra legge sia, 
dentro e di fuori ha la citta sicura 
per tutto il tempo che la festa dura. 



356 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Non pero son di.seguitar si intento 
Tistoria de la perfida Orrigille, 
ch'a' giorni suoi non pur un tradimento 
fatto agli amanti avea, ma mille e mille; 
ch'io non ritorni a riveder dugento 
mila persone, o piu de le scintille 
del fuoco stuzzicato, ove alle mura 
di Parigl facean danno e paura. 

XVII 

10 vi lasciai, come assaltato avea 
Agramante una porta de la terra, 
che trovar senza guardia si credea: 
ne piu riparo altrove il passo serra; 
perche in persona Carlo la tenea, 
et avea seco i mastri de la guerra, 

duo Guidi, duo Angelmi, uno Angeliero, 
Avino, Avolio, Otone e Berlingiero. 

XVIII 

Inanzi a Carlo, inanzi al re Agramante 
Tun stuolo e Paltro si vuol far vedere, 
ove gran loda, ove merce abondante 
si puo acquistar, facendo il suo dovere. 
I Mori non per6 fer pruove tante, 
che par ristoro al danno abbiano avere; 
perch6 ve ne restar morti parecchi, 
ch'agli altri fur di folle audacia specchi. 

XIX 

Grandine sembran le spesse sa$tte 
dal muro sopra gli nimici sparte. 

11 grido insin al ciel paura mette, 
che fa la nostra e la contraria parte. 

Ma Carlo un poco et Agramante aspette; 
ch'io vo' cantar de Tafricano Marte, 
Rodomonte terribile et orrendo, 
che va per mezzo la citta correndo. 



CANTO SESTODECIMO 357 

XX 

Non so, Signor, se phi vi ricordiate 
di questo Saracin tanto sicuro, 
che morte le sue genti avea lasciate 
tra il secondo riparo e '1 primo muro, 
da la rapace fiamma devorate, 
che non fu mai spettacolo piu oscuro. 
Dissi ch'entro d'un salto ne la terra 
sopra la fossa che la cinge e serra. 

XXI 

Quando fu noto il Saracino atroce 
alParme istrane, alia scagliosa pelle, 
la dove i vecchi e '1 popul men feroce 
tendean Forecchie a tutte le novelle, 
levossi un pianto, un grido, un'alta voce, 
con un batter di man ch'and6 alle stelle; 
e chi pote fuggir non vi rimase, 
per serrarsi ne 5 templi e ne le case, 

XXII 

Ma questo a pochi il brando rio conciede, 

ch'intorno ruota il Saracin robusto. 

Qui fa restar con mezza gamba un piede, 

la fa un capo sbalzar lungi dal busto: 

Tun tagliare a traverse se gli vede, 

dal capo alFanche un altro fender giusto ; 

e di tanti ch'uccide, fere e caccia, 

non se gli vede alcun segnare in faccia. 

XXIII 

Quel che la tigre de Parmento imbelle 
ne' campi ircani o la vicino al Gange, 
o '1 lupo de le capre e de Pagnelle 
nel monte che Tifeo sotto si f range; 
quivi il crudel pagan facea di quelle 
non diro squadre, non dir6 falange, 
ma vulgo e populazzo voglio dire, 
degno, prima che nasca, di morire. 



358 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

Non ne trova un che veder possa in fronte, 
fra tanti che ne taglia, fora e svena. 
Per quella strada che vien dritto al ponte 
di san Michel, si popolata e piena, 
corre il fiero e terribil Rodomonte, 
e la sanguigna spada a cerco mena: 
non riguarda ne al servo n6 al signore, 
ne al giusto ha piu pieta ch'al peccatore. 

xxv 

Religion non giova al sacerdote, 
n6 la innocenzia al pargoletto giova: 
per sereni occhi o per vermiglie gote 
merce n6 donna n6 donzella truova: 
la vecchiezza si caccia e si percuote; 
ne quivi il Saracin fa maggior pruova 
di gran valor, che di gran crudeltade; 
che non discerne sesso, ordine, etade. 

XXVI 

Non pur nel sangue uman 1'ira si stende 
de Tempio re, capo e signer degli empi, 
ma contra i tetti ancor, si che n'incende 
le belle case e i profanati tempi. 
Le case eran, per quel che se n'intende, 
quasi tutte di legno in quelli tempi: 
e ben creder si pu6; ch'in Parigi ora 
de le diece le sei son cosi ancora. 

XXVII 

Non par, quantunque il fuoco ogni cosa arda, 
che si grande odio ancor saziar si possa. 
Dove s'aggrappi con le mani, guarda, 
si che mini un tetto ad ogni scossa. 
Signer, avete a creder che bombarda 
mai non vedeste a Padova si grossa, 
che tanto muro possa far cadere, 
quanto fa in una scossa il re d'Algiere. 



CANTO SESTODECIMO 359 

XXVIII 

Mentre quivi col ferro il maledetto 
e con le fiamme facea tanta guerra, 
se di fuor Agramante avesse astretto, 
perduta era quel di tutta la terra: 
ma non v'ebbe agio; che gli fu interdetto 
dal paladin che venia d'Inghilterra 
col populo alle spalle inglese e scotto, 
dal Silenzio e da 1'angelo condotto. 

XXIX 

Dio volse che alFentrar che Rodomonte 
fe' ne la terra, e tanto fuoco accese, 
che presso ai muri il fior di Chiaramonte, 
Rinaldo, giunse, e seco il campo inglese. 
Tre leghe sopra avea gittato il ponte, 
e torte vie da man sinistra prese; 
che disegnando i barbari assalire, 
il fmme non 1' avesse ad impedire. 

xxx 

Mandate avea seimila fanti arcieri 
sotto Paltiera insegna d'Odoardo, 
e duomila cavalli, e piu, leggieri 
dietro alia guida d'Ariman gagliardo; 
e mandati gli avea per li sentieri 
che vanno e vengon dritto al mar picardo, 
ch'a porta San Martino e San Dionigi 
entrassero a soccorso di Parigi. 

XXXI 

I cariaggi e gli altri impedimenti 
con lor fece drizzar per questa strada. 
Egli con tutto il resto de le genti 
piu sopra ando girando la contrada. 
Seco avean navi e ponti et argument! 
da passar Senna che non ben si guada. 
Passato ognuno, e dietro i ponti rotti, 
ne le lor schiere ordino Inglesi e Scotti. 



360 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Ma prima quei baroni e capitani 
Rinaldo intorno avendosi ridutti, 
sopra la riva ch'alta era dai piani 
si, che poteano udirlo e veder tutti, 
disse : Signer, ben a levar le mani 
avete a Dio, che qui v'abbia condutti, 
acci6, dopo un brevissimo sudore, 
sopra ogni nazion vi doni onore. 

XXXIII 

Per voi saran dui principi salvati, 

se levate Passedio a quelle porte: 

il vostro re, che voi sete ubligati 

da servitu difendere e da morte; 

et uno imperator de j piu lodati 

che mai tenuto al mondo abbiano corte; 

e con loro altri re, duci e marchesi, 

signori e cavallier di piu paesi. 

xxxiv 

Si che salvando una citta, non sol i 
Parigini ubligati vi saranno, 
che molto piu che per li proprii duoli, 
timidi, afflitti e sbigottiti stanno 
per le lor mogli e per li lor figliuoli 
ch'a un medesmo pericolo seco hanno, 
e per le sante vergini richiuse, 
ch'oggi non sien dei voti lor deluse : 

xxxv 

dico, salvando voi questa cittade, 
v'ubligate non solo i Parigini, 
ma d'ogn'intorno tutte le contrade. 
Non parlo sol dei populi vicini; 
ma non e terra per Cristianitade, 
che non abbia qua dentro cittadini: 
si che, vincendo, avete da tenere 
che piu che Francia v'abbia obligo avere. 



CANTO SESTODECIMO 361 

XXXVI 

Se donavan gli antiqui una corona 
a chi salvasse a un cittadin la vita, 
or che degna mercede a voi si dona, 
salvando multitudine infinita? 
Ma se da invidia, o da vilta, si buona 
e si santa opra rimarra impedita, 
credetemi che, prese quelle mura, 
ne Italia ne Lamagna anco e sicura; 

xxxvn 

ne qualunque altra parte ove s'adori 
quel che volse per noi pender sul legno. 
Ne voi crediate aver lontani i Mori, 
ne che pel mar sia forte il vostro regno: 
che s'altre volte quelli, uscendo fuori 
di Zibeltaro e de FErculeo segno, 
riportar prede da Pisole vostre, 
che faranno or, s'avran le terre nostre? 

XXXVIII 

Ma quando ancor nessuno onor, nessuno 
util v'inanimasse a questa impresa, 
commun debito e ben soccorrer Puno 
1'altro, che militian sotto una Chiesa. 
Ch'io non vi dia rotti i nemici, alcuno 
non sia chi tema, e con poca contesa; 
che gente male esperta tutta parmi, 
senza possanza, senza cor, senz'armi. 

xxxix 

Pote con queste e con miglior ragioni, 
con parlare espedito e chiara voce 
eccitar quei magnanimi baroni 
Rinaldo, e quello esercito feroce: 
e fu, com'e in proverbio, aggiunger sproni 
al buon corsier che gia ne va veloce. 
Finite il ragionar, fece le schiere 
muover pian pian sotto le lor bandiere. 



362 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Senza strepito alcun, senza rumore 
fa il tripartite esercito venire: 
lungo il fiume a Zerbin dona Fonore 
di dover prima i barbari assalire; 
e fa quelli d'Irlanda con maggiore 
volger di via piu tra campagna gire; 
e i cavallieri e i fanti d'Inghilterra 
col duca di Lincastro in mezzo serra. 

XLI 

Drizzati die gli ha tutti al lor camino, 

cavalca il paladin lungo la riva, 

e passa inanzi al buon duca Zerbino 

e a tutto il campo che con lui veniva; 

tanto ch'al re d'Orano e al re Sobrino 

e agli altri lor compagni soprarriva, 

che mezzo miglio appresso a quei di Spagna 

guardavan da quel canto la campagna. 

XLII 

L' esercito cristian che con si fida 
e si sicura scorta era venuto, 
ch'ebbe il Silenzio e 1'angelo per guida, 
non pote ormai patir piu di star muto. 
Sentiti gli nimici, alz6 le grida, 
e de le trombe udir fe' il suono arguto; 
e con 1'alto rumor ch'arrivb al cielo, 
mand6 ne Fossa a' Saracini il gelo. 

XLIII 

Rinaldo inanzi agli altri il destrier punge; 
e con la lancia per cacciarla in resta 
lascia gli Scotti un tratto d'arco lunge, 
ch'ogni indugio a ferir si lo molesta. 
Come groppo di vento talor giunge, 
che si tra' dietro un'orrida tempesta, 
tal fuor di squadra il cavallier gagliardo 
venia spronando il corridor Baiardo. 



CANTO SESTODECIMO 363 

XLIV 

Al comparir del paladin di Francia, 
dan segno i Mori alle future angosce: 
tremare a tutti in man vedi la lancia, 
i piedi in staifa, e ne Parcion le cosce. 
Re Puliano sol non muta guancia, 
che questo esser Rinaldo non conosce; 
ne pensando trovar si duro intoppo, 
gli muove il destrier contra di galoppo: 

XLV 

e su la lancia nel partir si stringe, 
e tutta in se raccoglie la persona; 
poi con ambo gli sproni il destrier spinge, 
e le redine inanzi gli abandona. 
Da Taltra parte il suo valor non finge, 
e mostra in fatti quel ch'in nome suona, 
quanto abbia nel giostrare e grazia et arte 
il figliuolo d'Amone, anzi di Marte. 

XL VI 

Furo, al segnar degli aspri colpi, pari, 
che si posero i ferri ambi alia testa: 
ma furo in arme et hi virtu dispari, 
che Tun via passa, e 1'altro morto resta. 
Bisognan di valor segni piu chiari, 
che por con leggiadria la lancia in resta: 
ma fortuna anco piu bisogna assai; 
che senza, val virtu raro o non mai. 

XL VII 

La buona lancia il paladin racquista, 
e verso il re d'Oran ratto si spicca, 
che la persona avea povera e trista 
di cor, ma d'ossa e di gran polpe ricca. 
Questo por tra bei colpi si pu6 in lista, 
ben ch'in fondo allo scudo gli 1'appicca: 
e chi non vuol lodarlo, abbialo escuso, 
perche non si potea giunger piu in suso. 



364 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

Non lo ritien lo scudo, che non entre, 
ben che fuor sia d'acciar, dentro di palma; 
e che da quel gran corpo uscir pel ventre 
non faccia 1'inequale e piccola alma. 
II destrier che portar si credea, mentre 
durasse il lungo di, si grave salma, 
riferi in mente sua grazie a Rinaldo, 
ch'a quello incontro gli schivo un gran caldo. 

XLIX 

Rotta Fasta, Rinaldo il destrier volta 
tanto leggier, che fa sembrar ch'abbia ale; 
e dove la piu stretta e maggior folta 
stiparsi vede, impetuoso assale. 
Mena Fusberta sanguinosa in volta, 
che fa 1'arme parer di vetro frale: 
tempra di ferro il suo tagliar non schiva, 
che non vada a trovar la carne viva. 

L 

Ritrovar poche tempre e pochi ferri 
pub la tagliente spada, ove s'incappi; 
ma targhe, altre di cuoio, altre di cerri, 
giupe trapunte e attorcigliati drappi. 
Giusto e ben dunque che Rinaldo atterri 
qualunque assale, e fori e squarci e afTrappi; 
che non piu si difende da sua spada, 
ch'erba da falce, o da tempesta biada. 

LI 

La prima schiera era gia messa in rotta, 
quando Zerbin con 1'antiguardia arriva. 
II cavallier inanzi alia gran frotta 
con la lancia arrestata ne veniva. 
La gente sotto il suo pennon condotta, 
con non minor fierezza lo seguiva: 
tanti lupi parean, tanti leoni 
ch'andassero assalir capre o montoni. 



CANTO SESTODECIMO 365 

LII 

Spinse a un tempo ciascuno il suo cavallo, 
poi che fur presso; e spari immantinente 
quel breve spazio, quel poco intervallo 
che si vedea fra Tuna e 1'altra gente. 
Non fu sentito mai piu strano ballo; 
che ferian gli Scozzesi solamente: 
solamente i pagani eran distrutti, 
come sol per morir fosser conduttL 

LIII 

Parve piu freddo ogni pagan che ghiaccio; 
parve ogni Scotto piu che fiamma caldo. 
I Mori si credean ch'avere il braccio 
dovesse ogni cristian, ch'ebbe Rinaldo. 
Mosse Sobrino i suoi schierati avaccio, 
senza aspettar che lo 'nvitasse araldo: 
de Paltra squadra questa era migliore 
di capitano, d'arme e di valore. 

LIV 

D' Africa v'era la men trista gente; 
ben che ne questa ancor gran prezzo vaglia. 
Dardinel la sua mosse incontinente, 
e male armata, e peggio usa in battaglia; 
ben ch'egli in capo avea Telmo lucente, 
e tutto era coperto a piastra e a maglia. 
lo credo che la quarta miglior sia, 
con la qual Isolier dietro venia. 

LV 

Trasone intanto, il buon duca di Marra, 
che ritrovarsi all'alta impresa gode, 
ai cavallieri suoi leva la sbarra, 
e seco invita alle famose lode, 
poi ch' Isolier con quelli di Navarra 
entrar ne la battaglia vede et ode. 
Poi mosse Ariodante la sua schiera, 
che nuovo duca d j Albania fatt'era. 



366 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

L/alto rumor de le sonore trombe, 
de' timpani e de' barbari stromenti, 
giunti al continue suon d'archi, di frombe, 
di macliine, di ruote e di tormenti; 
e quel di che piu par che '1 ciel ribombe, 
gridi, tumulti, gemiti e lamenti: 
rendeno un alto suon, ch'a quel s'accorda 
con che i vicin cadendo il Nilo assorda. 

LVII 

Grande ombra d'ogn'intorno il cielo involve, 
nata dal saettar de li duo campi: 
1'alito, il fumo del sudor, la polve 
par che ne 1'aria oscura nebbia stampi. 
Or qua Tun campo, or 1'altro la si volve: 
vedresti or come un segua, or come scampi ; 
et ivi alcuno, o non troppo diviso, 
rimaner morto ove ha il nimico ucciso. 

LVIII 

Dove una squadra per stanchezza e mossa, 
un'altra si fa tosto andare inanti. 
Di qua di la la gente d'arme ingrossa: 
la cavallieri, e qua si metton fanti. 
La terra che sostien 1'assalto, e rossa: 
mutato ha il verde ne' sanguigni manti; 
e dov'erano i fiori azzurri e gialli, 
giaceno uccisi or gli uomini e i cavalli. 

LIX 

Zerbin facea le piu mirabil pruove 
che mai facesse di sua eta garzone: 
1'esercito pagan che 'ntorno piove, 
taglia et uccide e mena a destruzione. 
Ariodante alle sue genti nuove 
mostra di sua virtu gran paragone; 
e da di se timore e meraviglia 
a quelli di Navarra e di Castiglia. 



CANTO SESTODECIMO 367 

LX 

Chelindo e Mosco, i duo figli bastardi 
del morto Calabrun re d'Aragona, 
et un che reputato fra' gagliardi 
era, Calamidor da Barcelona, 
s'avean lasciato a dietro gli stendardi; 
e credendo acquistar gloria e corona 
per uccider Zerbin, gli furo adosso; 
e ne' fianchi il destrier gli hanno percosso. 

LXI 

Passato da tre lance il destrier morto 
cade; ma il buon Zerbin subito e in piede; 
ch'a quei ch'al suo cavallo han fatto torto, 
per vendicarlo va dove gli vede: 
e prima a Mosco, al giovene inaccorto, 
che gli sta sopra, e di pigliar sel crede, 
mena di punta, e lo passa nel fianco, 
e fuor di sella il caccia freddo e bianco. 

LXII 

Poi che si vide tor, come di furto, 
Chelindo il f rat el suo, di furor pieno 
venne a Zerbino, e pens6 dargli d'urto; 
ma gli prese egli il corridor pel freno: 
trasselo in terra, onde non e mai surto, 
e non mangi6 mai piu biada ne fieno ; 
che Zerbin si gran forza a un colpo mise, 
che lui col suo signor d'un taglio uccise. 

LXIII 

Come Calamidor quel colpo mira, 
volta la briglia per levarsi in fretta; 
ma Zerbin dietro un gran fendente tira, 
dicendo: Traditore, aspetta, aspetta ! 
Non va la botta ove n'ando la mira, 
non che per6 lontana vi si metta; 
lui non pote arrivar, ma il destrier prese 
sopra la groppa, e in terra lo distese. 



368 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Colui lascia il cavallo, e via carpone 
va per campar, ma poco gli successe; 
che venne caso che '1 duca Trasone 
gli pass6 sopra, e col peso 1'oppresse. 
Ariodante e Lurcanio si pone 
dove Zerbino e fra le genti spesse ; 
e seco hanno altri e cavallieri e conti, 
che fanno ogn'opra che Zerbin rimonti. 

LXV 

Menava Ariodante il brando in giro, 
e ben lo seppe Artalico e Margano; 
ma molto piu Etearco e Casimiro 
la possanza sentir di quella manor 
i primi duo feriti se ne giro, 
rimaser gli altri duo morti sul piano. 
Lurcanio fa veder quanto sia forte; 
che fere, urta, riversa e mette a motte. 

LXVI 

Non crediate, Signor, che fra campagna 
pugna minor che presso al flume sia, 
n6 ch'a dietro Pesercito rimagna, 
che di Lincastro il buon duca seguia. 
Le bandiere assali questo di Spagna, 
e molto ben di par la cosa gia; 
che fanti, cavallieri e capitani 
di qua e di la sapean menar le mani. 

LXVII 

Dinanzi vien Oldrado e Fieramonte, 
un duca di Glocestra, un d'Eborace; 
con lor Ricardo, di Varvecia conte, 
e di Chiarenza il duca, Enrigo audace. 
Han Matalista e Follicone a fronte, 
e Baricondo et ogni lor seguace. 
Tiene il primo Almeria, tiene il secondo 
Granata, tien Maiorca Baricondo. 



CANTO SESTODECIMO 369 

LXVIII 

La fiera pugna un pezzo and6 di pare, 
che vi si discernea poco vantaggio. 
Vedeasi or Funo or 1'altro ire e tornare, 
come le biade al ventolin di maggio, 
o come sopra '1 lito un mobil mare 
or viene or va, ne mai tiene un viaggio. 
Poi che Fortuna ebbe scherzato un pezzo, 
dannosa ai Mori ritorno da sezzo. 

LXIX 

Tutto in un tempo il duca di Glocestra 
a Matalista fa votar Farcione; 
ferito a un tempo ne la spalla destra 
Fieramonte riversa Follicone: 
e Fun pagano e 1'altro si sequestra, 
e tra gl'Inglesi se ne va prigione. 
E Baricondo a un tempo riman senza 
vita per man del duca di Chiarenza. 

LXX 

Indi i pagani tanto a spaventarsi, 
indi i fedeli a pigliar tanto ardire, 
che quei non facean altro che ritrarsi 
e partirsi da Fordine e fuggire, 
e questi andar inanzi et avanzarsi 
sempre terreno, e spingere e seguire: 
e se non vi giungea chi lor die aiuto, 
il campo da quel lato era perduto. 

LXXI 

Ma Ferrau, che sin qui mai non s'era 
dal re Marsilio suo troppo disgiunto, 
quando vide fuggir quella bandiera, 
e Fesercito suo mezzo consunto, 
spronc- il cavallo, e dove ardea piu fiera 
la battaglia, lo spinse; e arriv6 a punto 
che vide dal destrier cadere in terra 
col capo fesso Olimpio da la Serra; 



370 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

un giovinetto che col dolce canto, 
Concorde al suon de la cornuta cetra, 
d'intenerire un cor si dava vanto, 
ancor che fosse piu duro che pietra. 
Felice lui, se contentar di tanto 
onor sapeasi, e scudo, arco e faretra 
aver in odio, e scimitarra e lancia, 
che lo fecer morir giovine in Francia! 

LXXIII 

Quando lo vide Ferrau cadere, 
che solea amarlo e avere in molta estima, 
si sente di lui sol via piu dolere, 
che di milPaltri che periron prima: 
e sopra chi Puccise in modo fere, 
che gli divide 1'elmo da la cima 
per la fronte, per gli occhi e per la faccia, 
per mezzo il petto, e motto a terra il caccia. 

LXXIV 

Ne qui s'indugia; e il brando intorno ruota, 
ch'ogni elmo rompe, ogni lorica smaglia; 
a chi segna la fronte, a chi la gota, 
ad altri il capo, ad altri il braccio taglia: 
or questo or quel di sangue e d'alma v6ta; 
e ferma da quel canto la battaglia, 
onde la spaventata ignobil frotta 
senza ordine fuggia spezzata e rotta. 

LXXV 

Entro ne la battaglia il re Agramante, 
d'uccider gente e di far pruove vago; 
e seco ha Baliverzo, Farurante, 
Prusion, Soridano e Bambirago. 
Poi son le genti senza nome tante, 
che del lor sangue oggi faranno un lago, 
che meglio conterei ciascuna foglia, 
quando 1'autunno gli arbori ne spoglia. 



CANTO SESTODECIMO 371 

LXXVI 

Agramante dal muro una gran ban da 
di fanti avendo e di cavalli tolta, 
col re di Feza subito li manda, 
che dietro ai padiglion piglin la volta, 
e vadano ad opporsi a quei d'Irlanda, 
le cui squadre vedea con fretta molta, 
dopo gran giri e larghi avolgimenti, 
venlr per occupar gli alloggiamenti. 

LXXVII 

Fu 5 1 re di Feza ad esequir ben presto; 
ch'ogni tardar troppo nociuto avria. 
Raguna intanto il re Agramante il resto; 
parte le squadre, e alia battaglia invia. 
Egli va al fiume; che gli par ch'in questo 
luogo del suo venir bisogno sia: 
e da quel canto un messo era venuto 
del re Sobrino a domandare aiuto. 

LXXVIII 

Menava in una squadra piu di mezzo 
il campo dietro; e sol del gran rumore 
tremar gli Scotti, e tanto fu il ribrezzo, 
ch'abbandonavan Tordine e Fonore. 
Zerbin, Lurcanio e Ariodante in mezzo 
vi restar soli incontra a quel furore: 
e Zerbin, ch'era a pie, vi peria forse, 
ma '1 buon Rinaldo a tempo se n'accorse. 

LXXIX 

Altrove intanto il paladin s'avea 
fatto inanzi fuggir cento bandiere. 
Or che Torecchie la novella rea 
del gran periglio di Zerbin gli fere, 
ch'a piedi fra la gente cirenea 
lasciato solo aveano le sue schiere, 
volta il cavallo, e dove il campo scotto 
vede fuggir, prende la via di botto. 



372 ORLANDO FURIOSO 

LXXX 

Dove gli Scotti ritornar fuggendo 
vede, s'appara; e grida: Or dove andate? 
perche tanta viltade in voi comprendo, 
che a si vil gente il campo abbandonate ? 
Ecco le spoglie, de le quali intendo 
ch'esser dovean le vostre chiese ornate. 
Oh che laude, oh che gloria, che '1 figliuolo 
del vostro re si lasci a piedi e solo! 

LXXXI 

D'un suo scudier una grossa asta afferra, 
e vede Prusion poco lontano, 
re d'Alvaracchie, e adosso se gli serra, 
e de 1'arcion lo porta morto al piano. 
Morto Agricalte e Bambirago atterra: 
dopo fere aspramente Soridano; 
e come gli altri 1'avria messo a morte, 
se nel ferir la lancia era piii forte. 

LXXXII 

Stringe Fusberta, poi che 1'asta e rotta, 
e tocca Serpentin, quel da la Stella. 
Fatate 1'arme avea, ma quella botta 
pur tramortito il manda fuor di sella. 
E cosi al duca de la gente scotta 
fa piazza intorno spaziosa e bella; 
si che senza contesa un destrier puote 
salir di quei che vanno a selle v6te. 

LXXXIII 

E ben si ritrov6 salito a tempo, 
che forse nol facea se phi tardava; 
perche Agramante e Dardinello a un tempo, 
Sobrin col re Balastro v'arrivava. 
Ma egli, che montato era per tempo, 
di qua e di la col brando s'aggirava, 
mandando or questo or quel giu ne Tinferno 
a dar notizia del viver moderno. 



CANTO SESTODECIMO 373 

LXXXIV 

II buon Rinaldo, il quale a porre in terra 
i piu dannosi avea sempre riguardo, 
la spada contra il re Agramante afFerra, 
che troppo gli parea fiero e gagliardo 
(facea egli sol piu che mille altri guerra) ; 
e se gli spinse adosso con Baiardo: 

10 fere a un tempo et urta di traverso, 
si che lui col destrier rnanda riverso. 

LXXXV 

Mentre di fuor con si crudel battaglia, 
odio, rabia, furor Tun Faltro offende, 
Rodomonte in Parigi il popul taglia, 
le belle case e i sacri templi accende. 
Carlo, ch'in altra arte si travaglia, 
questo non vede, e nulla ancor ne 'ntende: 
Odoardo raccoglie et Arimanno 
ne la citta, col lor popul britanno. 

LXXXVI 

Allui venne un scudier pallido in volto, 
che potea a pena trar del petto il fiato. 

Ahime! signor, ahime! replica molto, 
prirna ch'abbia a dir altro mcominciato : 

Oggi il romano Imperio, oggi e sepolto; 
oggi ha il suo popul Cristo abandonato: 

11 demonio dal cielo e piovuto oggi, 
perche in questa citta piu non s'alloggi. 

LXXXVII 

Satanasso (perch* altri esser non puote) 
strugge e ruina la citta infelice. 
Volgiti e mira le fumose mote 
de la rovente fiamma predatrice; 
ascolta il pianto che nel ciel percuote; 
e faccian fede a quel che '1 servo dice. 
Un solo e quel ch'a ferro e a fuoco strugge 
la bella terra, e inanzi ognun gli fugge. 



374 ORLANDO FURIOSO 

LXXXVIII 

Quale e colui che prima oda il tumulto, 
e de le sacre squille il batter spesso, 
che vegga il fuoco a nessun altro occulto 
ch'a se, che piu gli tocca, e gli e piii presso; 
tal e il re Carlo, udendo il nuovo insulto, 
e conoscendol poi con Pocchio istesso ; 
onde lo sforzo di sua miglior gente 
al grido drizza e al gran rumor che sente. 

LXXXIX 

Dei paladini e dei guerrier piu degni 
Carlo si chiama dietro una gran parte, 
e ver la piazza fa drizzare i segni; 
che *1 pagan s'era tratto in quella parte. 
Ode il rumor, vede gli orribil segni 
di crudelta, Pumane membra sparte. 
Ora non piu: ritorni un'altra volta 
chi voluntier la bella istoria ascolta. 



CANTO DECIMOSETTIMO 375 



CANTO DECIMOSETTIMO 



I 

II giusto Dio, quando i peccati nostri 
hanno di remission passato il segno, 
acci6 che la giustizia sua dimostri 
uguale alia pieta, spesso da regno 
a tiranni atrocissimi et a mostri, 
e da lor forza e di mal fare ingegno. 
Per questo Mario e Silla pose al mondo, 
e duo Neroni e Caio faribondo, 

II 

Domiziano e Pultimo Antonino; 
e tolse da la immonda e bassa plebe, 
et esalt6 alFimperio Massimino; 
e nascer prima fe* Creonte a Tebe; 
e die Mezenzio al populo Agilino, 
che fe s di sangue uman grasse le glebe; 
e diede Italia a tempi men remoti 
in preda agli Unni, ai Longobardi, ai Goti. 

in 

Che d'Atila dir6 ? che de Piniquo 
Ezellin da Roman ? che d'altri cento ? 
che dopo un lungo andar sempre in obliquo, 
ne manda Dio per pena e per tormento. 
Di questo abbian non pur al tempo antique, 
ma ancora al nostro, chiaro esperimento, 
quando a noi, greggi inutili e malnati, 
ha dato per guardian lupi arrabbiati : 



376 ORLANDO FURIOSO 

IV 

a cui non par ch'abbi a bastar lor fame, 
ch'abbi il lor ventre a capir tanta carne; 
e chiaman lupi di piu ingorde brame 
da boschi oltramontani a dlvorarne. 
Di Trasimeno Tinsepulto ossame 
e di Canne e di Trebia poco parne 
verso quel che le ripe e i campi ingrassa, 
dov'Ada e Mella e Ronco e Tarro passa. 

v 

Or Dio consente che noi sian puniti 
da populi di noi forse peggiori, 
per li multiplicati et infiniti 
nostri nefandi, obbrobriosi errori. 
Tempo verra ch'a depredar lor liti 
andremo noi, se mai saren migliori, 
e che i peccati lor giungano al segno, 
che Feterna Bonta muovano a sdegno. 

VI 

Doveano allora aver gli eccessi loro 

di Dio turbata la serena fronte, 

che scorse ogni lor luogo il Turco e '1 Moro 

con stupri, uccision, rapine et onte: 

ma piu di tutti gli altri danni, foro 

gravati dal furor di Rodomonte. 

Dissi ch'ebbe di lui la nuova Carlo, 

e che 'n piazza venia per ritrovarlo. 

VII 

Vede tra via la gente sua troncata, 

arsi i palazzi, e ruinati i templi, 

gran parte de la terra desolata: 

mai non si vider si crudeli esempli. 

Dove fuggite, turba spaventata? 

Non e tra voi chi '1 danno suo contempli ? 

Che citta, che refugio piu vi resta, 

quando si perda si vilmente questa ? 



CANTO DECIMOSETTIMO 377 

VIII 

Dunque un uom solo in vostra terra preso, 
cinto di mura onde non puo fuggire, 
si partira che non Favrete offeso, 
quando tutti v'avra fatto morire ? 
Cosi Carlo dicea, che d'ira acceso 
tanta vergogna non potea patire. 
E giunse dove inanti alia gran corte 
vide il pagan por la sua gente a morte. 

IX 

Quivi gran parte era del populazzo, 
sperandovi trovare aiuto, ascesa; 
perche forte di mura era il palazzo, 
con munizion da far lunga difesa. 
Rodomonte, d'orgoglio e d*ira pazzo, 
solo s'avea tutta la piazza presa: 
e Tuna man, che prezza il mondo poco, 
ruota la spada, e Paltra getta il fuoco. 

x 

E de la regal casa, alta e sublime, 
percuote e risuonar fa le gran porte. 
Gettan le turbe da le eccelse cime 
e merli e torri, e si metton per morte. 
Guastare i tetti non e alcun che stime; 
e legne e pietre vanno ad una sorte, 
lastre e colonne, e le dorate travi 
che mro in prezzo agli lor padri e agli avi. 

XI 

Sta su la porta il re d'Algier, lucente 

di chiaro acciar che '1 capo gli arma e '1 busto, 

come uscito di tenebre serpente, 

poi c'ha lasciato ogni squalor vetusto, 

del nuovo scoglio altiero, e che si sente 

ringiovenito e piu che mai robusto: 

tre lingue vibra, et ha negli occhi foco; 

dovunque passa, ogn'animal da loco. 



378 ORLANDO FURIOSO 

XII 

Non sasso, merlo, trave, arco o balestra, 
ne cio che sopra il Saracin percuote, 
ponno allentar la sanguinosa destra 
che la gran porta taglia, spezza e scuote: 
e dentro fatto v'ha tanta finestra, 
che ben vedere e veduto esser puote 
dai visi impress! di color di morte, 
che tutta plena quivi hanno la corte. 

XIII 

Suonar per gli alti e spaziosi tetti 
s'odono gridi e feminil lament!: 
Tafflitte donne, percotendo i petti, 
corron per casa pallide e dolenti; 
e abbraccian gli usci e i geniali letti 
che tosto hanno a lasciare a strane genti. 
Tratta la cosa era in periglio tanto, 
quando '1 re giunse, e suoi baroni accanto. 

XIV 

Carlo si volse a quelle man robuste 
ch'ebbe altre volte a gran bisogni pronte. 
Non sete quelli voi, che meco fuste 
contra Agolante disse in Aspramonte ? 
Sono le forze vostre ora si fruste, 
che, s'uccideste lui, Troiano e Almonte 
con centomila, or ne temete un solo 
pur di quel sangue e pur di quello stuolo ? 

xv 

Perch6 debbo vedere in voi fortezza 
ora minor ch'io la vedessi allora ? 
Mostrate a questo can vostra prodezza, 
a questo can che gli uomini devora. 
Un magnanimo cor morte non prezza, 
presta o tarda che sia, pur che ben muora. 
Ma dubitar non posso ove voi sete, 
che fatto sempre vincitor m'avete. 



CANTO DECIMOSETTIMO 379 

XVI 

Al fin de le parole urta il destriero, 
con 1'asta bassa, al Saracino adosso. 
Mossesi a un tratto il paladino Ugiero, 
a un tempo Namo et Ulivier si e mosso, 
Avino, Avolio, Otone e Berlingiero, 
ch'un senza Paltro mai veder non posso : 
e ferir tutti sopra a Rodomonte 
e nel petto e nei fianchi e ne la fronte. 

XVII 

Ma lasciamo, per Dio, Signore, ormai 
di parlar d'ira e di cantar di morte; 
e sia per questa volta detto assai 
del Saracin non men crudel che forte: 
che tempo e ritornar dov'io lasciai 
Grifon, giunto a Damasco in su le porte 
con Orrigille perfida, e con quello 
ch'adulter era, e non di lei fratello. 

XVIII 

De le piu ricche terre di Levante, 
de le piu populose e meglio ornate 
si dice esser Damasco, che distante 
siede a Jerusalem sette giornate, 
in un piano fruttifero e abondante, 
non men giocondo il verno che Testate. 
A questa terra il primo raggio tolle 
de la nascente aurora un vicin colle. 

XIX 

Per la citta duo fiumi cristallini 
vanno inaffiando per diversi rivi 
un numero infinito di giardini, 
non mai di fior, non mai di fronde privi. 
Dicesi ancor, che macinar molini 
potrian far Facque lanfe che son quivi; 
e chi va per le vie vi sente fuore 
di tutte quelle case uscire odore. 



380 ORLANDO FURIOSO 

XX 

Tutta coperta e la strada maestra 
di panni di diversi color lieti, 
e d'odorifera erba, e di silvestra 
fronda la terra e tutte le pareti. 
Adorna era ogni porta, ogni finestra 
di finissimi drappi e di tapeti, 
ma piu di belle e ben ornate donne 
di ricche gemme e di superbe gonne. 

XXI 

Vedeasi celebrar dentr'alle porte, 

in molti lochi, solazzevol balli; 

il popul, per le vie, di miglior sorte 

maneggiar ben guarniti e bei cavalli : 

facea piu bel veder la ricca corte 

de' signor, de' baroni e de' vasalli, 

con ci6 che d'India e d'eritree maremme 

di perle aver si puo, d'oro e di gemme. 

XXII 

Venia Grifone e la sua compagnia 
mirando e quinci e quindi il tutto ad agio, 
quando fermolli un cavalliero in via, 
e gli fece smontare a un suo palagio; 
e per Tusanza e per sua cortesia 
di nulla Iasci6 lor patir disagio. 
Li fe' nel bagno entrar, poi con serena 
fronte gli accolse a sontuosa cena. 

XXIII 

E narro lor come il re Norandino, 
re di Damasco e di tutta Soria, 
fatto avea il paesano e '1 peregrino 
ch'ordine avesse di cavalleria, 
alia giostra invitar, ch'al matutino 
del di sequente in piazza si faria; 
e che s'avean valor pari al sembiante, 
potrian mostrarlo senza andar piu inante. 



CANTO DECIMOSETTIMO 381 

XXIV 

Ancor che quivi non venne Grifone 
a questo effetto, pur lo 'nvito tenne; 
che qual volta se n'abbia occasione, 
mostrar virtude mai non disconvenne. 
Interrogollo poi de la cagione 
di quella festa, e s'ella era solenne 
usata ogn'anno, o pure impresa nuova 
del re ch'i suoi veder volesse in pruova. 

xxv 

Rispose il cavallier: La bella festa 
s'ha da far sempre ad ogni quarta luna; 
de Paltre che verran, la prima e questa: 
ancora non se n'e fatta piu alcuna. 
Sara in memoria che salvo la testa 
il re in tal giorno da una gran fortuna, 
dopo che quattro mesi in doglie e 'n pianti 
sempre era stato, e con la morte inanti. 

XXVI 

Ma per dirvi la cosa pienamente, 
il nostro re, che Norandin s'appella, 
molti e molt'anni ha avuto il core ardente 
de la leggiadra e sopra ogn'altra bella 
figlia del re di Cipro: e finalmente 
avutala per moglie, iva con quella, 
con cavallieri e donne in compagnia; 
e dritto avea il camin verso Soria. 

XXVII 

Ma poi che fummo tratti a piene vele 
lungi dal porto nel Carpazio iniquo, 
la tempesta salto tanto crudele, 
che sbigotti sin al padrone antiquo. 
Tre di e tre notti andammo errando ne le 
minacciose onde per camino obliquo. 
Uscimo al fin nel lito stanchi e molli, 
tra freschi rivi, ombrosi e verdi colli. 



382 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

Piantare i padiglioni, e le cortine 
fra gli arbori tirar facemo lieti. 
S'apparechiano i fuochi e le cucine; 
le mense d'altra parte in su tapeti. 
Intanto il re cercando alle vicine 
valli era andato e a 1 boschi piu secreti, 
se ritrovasse capre o daini o cervi; 
e Tarco gli portar dietro duo send. 

XXIX 

Mentre aspettamo, in gran placer sedendo, 
che da cacciar ritorni il signor nostro, 
vedemo 1'Orco a noi venir correndo 
lungo il Hto del mar, terribil mostro. 
Dio vi guardi, signor, che '1 viso orrendo 
de TOrco agli ocelli mai vi sia dimostro: 
meglio e per fama aver notizia d'esso, 
ch'andargli, si che lo veggiate, appresso. 

xxx 

Non gli puo comparir quanto sia lungo, 
si smisuratamente e tutto grosso. 
In luogo d'occhi, di color di fungo 
sotto la fronte ha duo coccole d'osso. 
Verso noi vien (come vi dico) lungo 
il Hto, e par ch'un monticel sia mosso. 
Mostra le zanne fuor, come fa il porco ; 
ha lungo il naso, il sen bavoso e sporco. 

XXXI 

Correndo viene, e 1 muso a guisa porta 

che '1 bracco suol, quando entra in su la traccia. 

Tutti che lo veggiam, con faccia smorta 

in fuga andamo ove il timor ne caccia. 

Poco il veder lui cieco ne conforta, 

quando, fiutando sol, par che piu faccia, 

ch'altri non fa ch'abbia odorato e lume: 

e bisogno al fuggire eran le piume. 



CANTO DECIMOSETTIMO 383 

XXXII 

Corron chi qua chi la; ma poco lece 
da lui fuggir, veloce piii che 7 1 Note. 
Di quaranta persone, a pena diece 
sopra il navilio si salvaro a nuoto. 
Sotto il braccio un fastel d'alcuni fece, 
ne il grembio si lascio ne il seno voto: 
un suo capace zaino empissene anco, 
che gli pendea, come a pastor, dal fianco. 

XXXIII 

Portoci alia sua tana il mostro cieco, 
cavata in lito al mar dentr'uno scoglio. 
Di marmo cosi bianco e quello speco, 
come esser soglia ancor non scritto foglio 
Quivi abitava una matrona seco, 
di dolor piena in vista e di cordoglio; 
et avea in compagnia donne e donzelle 
d'ogni eta, d'ogni sorte, e brutte e belle. 

xxxiv 

Era presso alia grotta in ch'egli stava, 
quasi alia cima del giogo superno, 
un'altra non minor di quella cava, 
dove del gregge suo facea governo. 
Tanto n'avea, che non si numerava; 
e n'era egli il pastor Testate e '1 verno. 
Ai tempi suoi gli apriva e tenea chiuso, 
per spasso che n'avea, piu che per uso. 

xxxv 

L'umana carne meglio gli sapeva, 
e prima il fa veder ch'alPantro arrivi; 
che tre de' nostri giovini ch'aveva, 
tutti li mangia, anzi trangugia vivi. 
Viene alia stalla, e un gran sasso ne leva: 
ne caccia il gregge, e noi riserra quivi. 
Con quel sen va dove il suol far satollo, 
sonando una zampogna ch'avea in collo. 



384 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

II signor nostro intanto ritornato 
alia marina, il suo danno comprende; 
che truova gran silenzio in ogni lato, 
voti frascati, padiglioni e tende. 
Ne sa pensar chi si 1'abbia nibato ; 
e pien di gran timore al lito scende, 
onde i nocchieri suoi vede in disparte 
sarpar lor ferri e in opra por le sarte. 

XXXVII 

Tosto ch'essi lui veggiono sul lito, 
il palischermo mandano a levarlo : 
ma non si tosto ha Norandino udito 
de 1'Orco che venuto era a rubarlo, 
che, senza piu pensar, piglia partito, 
dovunque andato sia, di seguitarlo. 
Vedersi tor Lucina si gli duole, 
ch'o racquistarla, o non piu viver vuole. 

XXXVIII 

Dove vede apparir lungo la sabbia 
la fresca orma, ne va con quella fretta 
con che lo spinge 1'amorosa rabbia, 
fin che giunge alia tana ch'io v'ho detta, 
ove, con tema la maggior che s'abbia 
a patir mai, POrco da noi s'aspetta: 
ad ogni suono di sentirlo parci, 
ch'affamato ritorni a divorarci. 

xxxix 

Quivi Fortuna il re da tempo guida, 
che senza I 3 Oreo in casa era la moglie. 
Come ella '1 vede: Fuggine! gli grida 
misero te, se TOrco ti ci coglie! 
Coglia disse o non coglia, o salvi o uccida, 
che miserrimo i' sia non mi si toglie. 
Disir mi mena, e non error di via, 
c'ho di morir presso alia moglie mia. 



CANTO DECIMOSETTIMO 385 

XL 

Poi segui, diman dan dole novella 

di quei che prese TOrco in su la riva; 

prima degli altri, di Lucina bella, 

se Favea morta, o la tenea captiva. 

La donna umanamente gli favella, 

e lo conforta che Lucina e viva, 

e che non e alcun dubbio ch'ella muora; 

che mai femina 1'Orco non divora. 

XLI 

ccEsser di cio argumento ti poss'io, 
e tutte queste donne che son meco : 
ne a me ne a lor mai POrco e stato rio, 
pur che non ci scostian da questo speco. 
A chi cerca fuggir, pon grave fio ; 
ne pace mai puon ritrovar piu seco : 
o le sotterra vive, o Pincatena, 
o fa star nude al sol sopra 1' arena. 

XLII 

Quando oggi egli port6 qui la tua gente, 
le femine dai maschi non divise; 
ma, si come gli avea, confusamente 
dentro a quella spelonca tutti mise. 
Sentira a naso il sesso differente. 
Le donne non temer che sieno uccise: 
gli uomini, siene certo; et empieranne 
di quattro, il giorno, o sei Tavide canne. 

XLIII 

Di levar lei di qui non ho consiglio 
che dar ti possa; e contentar ti puoi 
che ne la vita sua non e periglio: 
stara qui al ben e al mai ch'avremo noi. 
Ma vattene, per Dio, vattene, figlio, 
che TOrco non ti senta e non t'ingoi. 
Tosto che giunge, d'ogn'intorno annasa, 
e sente sin a un topo che sia in casa. 



386 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

Rispose il re, non si voler partire, 

se non vedea la sua Lucina prima; 

e che piu tosto appresso a lei morire, 

che viverne Ionian, faceva stima. 

Quando vede ella non potergli dire 

cosa che '1 muova da la voglia prima, 

per aiutarlo fa nuovo disegno, 

e ponvi ogni sua industria, ogni suo ingegno. 

XLV 

Morte avea in casa, e d'ogni tempo appese, 
con lor mariti, assai capre et agnelle, 
onde a se et alle sue facea le spese ; 
e dal tetto pendea piu d'una pelle. 
Le donna fe* che '1 re del grasso prese, 
ch'avea un gran becco intorno alle budelle, 
e che se n'unse dal capo alle piante, 
fin che 1'odor caccio ch'egli ebbe inante. 

XLVI 

E poi che '1 tristo puzzo aver le parve, 
di che il fetido becco ognora sape, 
piglia Firsuta pelle, e tutto entrarve 

10 fe' ; ch'ella e si grande che lo cape. 
Coperto sotto a cosi strane larve, 
facendol gir carpon, seco lo rape 

la dove chiuso era d'un sasso grave 
de la sua donna il bel viso soave. 

XLVII 

Norandino ubidisce; et alia buca 
de la spelonca ad aspettar si mette, 
acci6 col gregge dentro si conduca; 
e fin a sera disiando stette. 
Ode la sera il suon de la sambuca, 
con che 'nvita a lassar Pumide erbette, 
e ritornar le pecore all'albergo 

11 fier pastor che lor venia da tergo. 



CANTO DECIMOSETTIMO 387 

XLVIII 

Pensate voi se gli tremava il core, 
quando 1'Orco senti che ritornava, 
e che J l viso crudel pieno d'orrore 
vide appressare alFuscio de la cava: 
ma pote la pieta piu che '1 timore; 
s'ardea, vedete, o se fingendo amava. 
Vien 1'Orco inanzi, e leva il sasso, et apre: 
Norandino entra fra pecore e capre. 

XLIX 

Entrato il gregge, TOrco a noi descende; 
ma prima sopra se Fuscio si chiude. 
Tutti ne va fiutando: al fin duo prende; 
che vuol cenar de le lor carni crude. 
Al rimembrar di quelle zanne orrende, 
non posso far ch'ancor non trieme e sude. 
Partito 1'Orco, il re getta la gonna 
ch'avea di becco, e abbraccia la sua donna. 

L 

Dove averne piacer deve e conforto, 
vedendol quivi, ella n'ha affanno e noia: 
lo vede giunto ov'ha da restar morto ; 
e non puo far pero ch'essa non muoia. 
Con tutto 7 1 mal diceagli ch'io supporto, 
signor, sentia non mediocre gioia, 
che ritrovato non t'eri con nui 
quando da FOrco oggi qui tratta fui. 

LI 

Che se ben il trovarmi ora in procinto 
d'uscir di vita m'era acerbo e forte; 
pur mi sarei, come e commune instinto, 
dogliuta sol de la mia trista sorter 
ma ora, o prima o poi che tu sia estinto, 
piu mi dorra la tua che la mia morte. 
E seguito, mostrando assai piu afFanno 
di quel di Norandin, che del suo danno. 



388 ORLANDO FURIOSO 

LII 

((La speme disse il re mi fa venire, 
c'ho di salvarti, e tutti quest! teco: 
e s'io nol posso far, meglio e morire, 
che senza te, mio sol, viver poi cieco. 
Come io ci venni, mi potro partire; 
e voi tutt'altri ne verrete meco, 
se non avrete, come io non ho avuto, 
schivo a pigliare odor d'animal bruto. 

LIII 

La fraude insegno a noi, che contra il naso 
de FOrco insegno allui la moglie d'esso; 
di vestirci le pelli, in ogni caso 
ch'egli ne palpi ne Tuscir del fesso. 
Poi che di questo ognun fu persuaso, 
quanti de Tun, quanti de Paltro sesso 
ci ritroviamo, uccidian tanti becchi, 
quelli che piu fetean, ch'eran piu vecchi. 

LIV 

Ci ungemo i corpi di quel grasso opimo 
che ritroviamo alFintestina intorno, 
e de 1'orride pelli ci vestimo: 
intanto usci da Faureo albergo il giorno. 
Alia spelonca, come apparve il primo 
raggio del sol, fece il pastor ritorno; 
e dando spirto alle sonore canne, 
chiamo il suo gregge fuor de le capanne. 

LV 

Tenea la mano al buco de la tana, 
accio col gregge non uscissin noi: 
ci prendea al varco ; e quando pelo o lana 
sentia sul dosso, ne lasciava poi. 
Uomini e donne uscimmo per si strana 
strada, coperti dagl'irsuti cuoi: 
e TOrco alcun di noi mai non ritenne, 
fin che con gran timor Lucina venne. 



CANTO DECIMOSETTIMO 389 

LVI 

Lucina, o fosse perch'ella non voile 
ungersi come noi, che schivo n'ebbe; 
o ch'avesse 1'andar phi lento e molle, 
che I'imitata bestia non avrebbe; 
o quando 1'Orco la groppa toccolle, 
gridasse per la tema che le accrebbe ; 
o che se le sciogliessero le chiome; 
sentita fu, ne ben so dirvi come. 

LVII 

Tutti eravam si intent i al caso nostro, 
che non avemrno gli occhi agli altrui fatti. 
lo mi rivolsi al grido; e vidi il mostro 
che gia gl'irsuti spogli le avea tratti, 
e fattola tornar nel cavo chiostro. 
Noi altri dentro a nostre gonne piatti 
col gregge andamo ove '1 pastor ci mena, 
tra verdi colli in una piaggia amena. 

LVIII 

Quivi attendiamo infin che steso all'ombra 
d'un bosco opaco il nasuto Oreo dorma. 
Chi lungo il mar, chi verso '1 monte sgombra : 
sol Norandin non vuol seguir nostr'orma. 
L'amor de la sua donna si lo 'ngombra, 
ch'alla grotta tornar vuol fra la torma, 
ne partirsene mai sin alia morte, 
se non racquista la f edel consorte : 

LIX 

che quando dianzi avea all'uscir del chiuso 
vedutala restar captiva sola, 
fu per gittarsi, dal dolor confuso, 
spontaneamente al vorace Oreo in gola; 
e si mosse, e gli corse infino al muso, 
ne fu lontano a gir sotto la mola: 
ma pur lo tenne in mandra la speranza 
ch'avea di trarla ancor di quella stanza. 



390 ORLANDO FURIOSO 

LX 

La sera, quando alia spelonca mena 
il gregge 1'Orco, e noi fuggiti sente, 
e c'ha da rimaner privo di cena, 
chiama Lucina d'ogni mal nocente, 
e la condanna a star sempre in catena 
allo scoperto in sul sasso eminente. 
Vedela il re per sua cagion patire, 
e si distrugge, e sol non puo morire. 

LXI 

Matina e sera Tinfelice amante 

la puo veder come s'affliga e piagna; 

che le va misto fra le capre avante, 

torni alia stalla o torni alia campagna. 

Ella con viso mesto e supplicante 

gli accenna che per Dio non vi rimagna, 

perche vi sta a gran rischio de la vita, 

ne pero allei pu6 dare alcuna aita. 

LXII 

Cosi la moglie ancor de POrco priega 
il re che se ne vada, ma non giova; 
che d'andar mai senza Lucina niega, 
e sempre piii constante si ritruova. 
In questa servitude, in che lo lega 
Pietate e Amor, stette con lunga pruova 
tanto, ch'a capitar venne a quel sasso 
il figlio d'Agricane e '1 re Gradasso. 

LXIII 

Dove con loro audacia tanto fenno, 
che liberaron la bella Lucina; 
ben che vi fu aventura piu che senno : 
e la portar correndo alia marina; 
e al padre suo, che quivi era, la denno: 
e questo fu ne Fora matutina, 
che Norandin con Paltro gregge stava 
a ruminar ne la montana cava. 



CANTO DECIMOSETTIMO 391 

LXIV 

Ma poi che '1 giorno aperta fu la sbarra, 
e seppe il re la donna esser partita 
(che la moglie de I s Oreo gli lo narra), 
e come a punto era la cosa gita; 
grazie a Dio rende, e con voto n'inarra, 
ch'essendo fuor di tal miseria uscita, 
faccia che giunga onde per arme possa, 
per prieghi o per tesoro, esser riscossa. 

LXV 

Pien di letizia va con Taltra schiera 
del simo gregge, e viene ai verdi paschi; 
e quivi aspetta fin ch'alPombra nera 
il mostro per dormir ne Terba caschi. 
Poi ne vien tutto il giorno e tutta sera; 
e al fin sicur che POrco non lo 'ntaschi, 
sopra un navilio monta in Satalia; 
e son tre mesi ch'arrivb in Soria. 

LXVI 

In Rodi, in Cipro, e per citta e castella 
e d' Africa e d'Egitto e di Turchia, 
il re cercar fe' di Lucina bella; 
ne fin Paltr'ieri aver ne pote spia. 
L'altr'ier n'ebbe dal suocero novella, 
che seco 1'avea salva in Nicosia, 
dopo che molti di vento crudele 
era stato contrario alle sue vele. 

LXVII 

Per allegrezza de la buona nuova 

prepara il nostro re la ricca festa; 

e vuol ch'ad ogni quarta luna nuova, 

una se n'abbia a far simile a questa: 

che la memoria rifrescar gli giova 

dei quattro mesi che 'n irsuta vesta 

fu tra il gregge de TOrco; e un giorno, quale 

sara dimane, usci di tanto male. 



392 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

Questo ch'io v'ho narrate, in parte vidi, 

in parte udi j da chi trovossi al tutto; 

dal re, vi dico, che calende et idi 

vi stette, fin che volse in riso il lutto : 

e se n'udite mai far altri gridi, 

direte a chi gli fa, che mal n'e instrutto. - 

II gentiluomo in tal modo a Grifone 

de la festa narro 1'alta cagione. 

LXIX 

Un gran pezzo di notte si dispensa 
dai cavallieri in tal ragionamento ; 
e conchiudon ch'amore e pieta immensa 
mostr6 quel re con grande esperimento. 
Andaron, poi che si levar da mensa, 
ove ebbon grato e buono alloggiamento. 
Nel seguente matin sereno e chiaro, 
al suon de 1'allegrezze si destaro. 

LXX 

Vanno scorrendo timpani e trombette, 
e ragunando in piazza la cittade. 
Or, poi che de cavalli e de carrette 
e ribombar de gridi odon le strade, 
Grifon le lucide arme si rimette, 
che son di quelle che si trovan rade; 
che 1'avea impenetrabili e incantate 
la Fata bianca di sua man temprate. 

LXXI 

Quel d'Antiochia, piu d'ogn'altro vile, 
armossi seco, e compagnia gli tenne. 
Preparate avea lor 1'oste gentile 
nerbose lance, e salde e grosse antenne, 
e del suo parentado non umile 
compagnia tolta; e seco in piazza venne; 
e scudieri a cavallo, e alcuni a piede, 
a tal servigi attissimi, lor diede. 



CANTO DECIMOSETTIMO 393 

LXXII 

Giunsero in piazza, e trassonsi in disparte, 
ne pel campo curar far di se mostra, 
per veder meglio il bel popul di Marte, 
ch'ad uno, o a dua, o a tre, veniano in giostra. 
Chi con colon accompagnati ad arte 
letizia o doglia alia sua donna mostra; 
chi nel cimier, chi nel dipinto scudo 
disegna Amor, se Pha benigno o crudo. 

LXXIII 

Soriani in quel tempo aveano usanza 
d'armarsi a questa guisa di Ponente. 
Forse ve gli inducea la vicinanza 
che de ? Franceschi avean contimiamente, 
che quivi allor reggean la sacra stanza 
dove in carne abito Dio onnipotente; 
ch'ora i superbi e miseri cristiani, 
con biasmi lor, lasciano in man de j cani. 

LXXIV 

Dove abbassar dovrebbono la lancia 
in augumento de la santa fede, 
tra lor si dan nel petto e ne la pancia 
a destruzion del poco che si crede. 
Voi, gente ispana, e voi, gente di Francia, 
volgete altrove, e voi, Svizzeri, il piede, 
e voi, Tedeschi, a far piu degno acquisto; 
che quanto qui cercate e gia di Cristo. 

LXXV 

Se Cristianissimi esser voi volete, 

e voi altri Catolici nomati, 

perche di Cristo gli uomini uccidete? 

perche de' beni lor son dispogliati? 

Perche Jerusalem non riavete, 

che tolto e stato a voi da' rinegati? 

Perche Constantinopoli, e del mondo 

la miglior parte occupa il Turco immondo? 



394 ORLANDO FURIOSO 

LXXVI 

Non hai tu, Spagna, F Africa vicina, 
che t'ha via piu di questa Italia offesa? 
E pur, per dar travaglio alia meschina, 
lasci la prima tua si bella impresa. 
O d'ogni vizio fetida sentina, 
dormi, Italia imbriaca, e non ti pesa 
ch'ora di questa gente, ora di quella 
che gia serva ti fu, sei fatta ancella ? 

LXXVII 

Se '1 dubbio di morir ne le tue tane, 
Svizzer, di fame, in Lombardia ti guida, 
e tra noi cerchi o chi ti dia del pane, 
o per uscir d'inopia chi t'uccida; 
le richezze del Turco hai non lontane : 
caccial d'Europa, o almen di Grecia snida; 
cosi potrai o del digiuno trarti, 
o cader con piu merto in quelle parti. 

LXXVIII 

Quel ch'a te dico, io dico al tuo vicino 
tedesco ancor: la le richezze sono, 
che vi porto da Roma Constantino : 
portonne il meglio, e fe j del resto dono. 
Pattolo et Ermo, onde si tra' Tor fino, 
Migdonia e Lidia, e quel paese buono 
per tante laudi in tante istorie noto, 
non e, s'andar vi vuoi, troppo remoto. 

LXXIX 

Tu, gran Leone, a cui premon le terga 
de le chiavi del ciel le gravi some, 
non lasciar che nel sonno si sommerga 
Italia, se la man Thai ne le chiome. 
Tu sei Pastore ; e Dio t'ha quella verga 
data a portare, e scelto il fiero nome, 
perche tu niggi, e che le braccia stenda, 
si che dai lupi il grege tuo difenda. 



CANTO DECIMOSETTIMO 395 

LXXX 

Ma d'un parlar ne Paltro, ove sono ito 
si lungi dal camin ch'io faceva ora? 
Non lo credo pero si aver smarrito, 
ch'io non lo sappia ritrovare ancora. 

10 dicea ch'in Soria si tenea il rito 
d'armarsi, che i Franceschi aveano allora: 
si che bella in Damasco era la piazza. 

di gente armata d'elmo e di corazza. 

LXXXI 

Le vaghe donne gettano dai palchi 
sopra i giostranti fior vermigli e gialli, 
mentre essi fanno a suon degli oricalchi 
levare assalti et aggirar cavalli. 
Ciascuno, o bene o mal ch'egli cavalchi, 
vuol far quivi vedersi, e sprona e dalli: 
di ch'altri ne riporta pregio e lode; 
muove altri a riso, e gridar dietro s'ode. 

LXXXII 

De la giostra era il prezzo un'armatura 
che fu donata al re pochi di inante, 
che su la strada ritrov6 a ventura, 
ritornando d* Armenia, un mercatante. 

11 re di nobilissima testura 

le sopraveste alParme aggiunse, e tante 
perle vi pose intorno e gemme et oro, 
che la fece valer molto tesoro. 

LXXXIII 

Se conosciute il re quell' arm e avesse, 

care avute 1'avria sopra ogni arnese; 

ne in premio de la giostra Favria messe, 

come che liberal fosse e cortese. 

Lungo saria chi raccontar volesse 

chi Pavea si sprezzate e vilipese, 

che J n mezzo de la strada le lasciasse, 

preda a chiunque o inanzi o indietro andasse. 



396 ORLANDO FURIOSO 

LXXXIV 

Di questo ho da contarvi piu di sotto: 
or diro di Grifon, ch'alla sua giunta 
un paio e piu di lancie trovo rotto, 
menato piu d'un taglio e d'una punta. 
Dei piu cari e piu fidi al re fur otto 
che quivi insieme avean lega congiunta; 
gioveni, in arme pratichi et industri, 
tutti o signori o di famiglie illustri. 

LXXXV 

Quei rispondean ne la sbarrata piazza 
per un di, ad uno ad uno, a tutto '1 mondo, 
prima con lancia, e poi con spada o mazza, 
fin ch'al re di guardarli era giocondo; 
e si foravan spesso la corazza: 
per giuoco in somma qui facean, secondo 
fan gli nimici capitali, eccetto 
che potea il re partirli a suo diletto. 

LXXXVI 

Quel d'Antiochia, un uom senza ragione, 
che Martano il codardo nominosse, 
come se de la forza di Grifone, 
poi ch'era seco, participe fosse, 
audace entro nel marziale agone; 
e poi da canto ad aspettar fermosse, 
sin che finisce una battaglia fiera 
che tra duo cavallier cominciata era. 

LXXXVII 

II signor di Seleucia, di quell'uno, 
ch'a sostener Pimpresa aveano tolto, 
combattendo in quel tempo con Ombruno, 
lo feri d'una punta in mezzo '1 volto, 
si che Tuccise: e pieta n'ebbe ognuno, 
perche buon cavallier lo tenean molto; 
et oltra la bontade, il piu cortese 
non era stato in tutto quel paese. 



CANTO DECIMOSETTIMO 397 

LXXXVIII 

Veduto cio, Martano ebbe paura 

che parimente a se non awenisse; 

e ritornando ne la sua natura, 

a pensar comincio come fugisse. 

Grifon, che gli era appresso e n'avea cura, 

10 spinse pur, poi ch'assai fece e disse, 
contra un gentil guerrier che s'era mosso, 
come si spinge il cane al lupo adosso; 

LXXXIX 

che dleci passi gli va dietro o venti, 
e poi si ferma, et abbaiando guarda 
come digrigni i minacciosi denti, 
come negli occhi orribil fuoco gli arda. 
Quivi ov'erano e principi present! 
e tanta gente nobile e gagliarda, 
fuggi lo 'ncontro il timido Martano, 
e torse '1 freno e '1 capo a destra mano. 

xc 

Pur la colpa potea dar al cavallo, 
chi di scusarlo avesse tolto il peso; 
ma con la spada poi fe* si gran fallo, 
che non Pavria Demostene difeso. 
Di carta armato par, non di metallo; 
si teme da ogni colpo essere offeso. 
Fuggesi al fine, e gli ordini disturba, 
ridendo intorno allui tutta la turba. 

xci 

11 batter de le mani, il grido intorno 
se gli levo del populazzo tutto. 
Come lupo cacciato, fe' ritorno 
Martano in molta fretta al suo ridutto. 
Resta Grifone; e gli par de lo scorno 

del suo compagno esser macchiato e brutto: 
esser vorrebbe stato in mezzo il foco, 
piu tosto che trovarsi in questo loco. 



398 ORLANDO FUJUOSO 

XCII 

Arde nel core, e fuor nel viso avampa, 
come sia tutta sua quella vergogna; 
perche 1'opere sue di quella stampa 
vedere aspetta il populo et agogna: 
si che rifulga chiara piu che lampa 
sua virtu, questa volta gli bisogna; 
ch'un'oncia, un dito sol d'error che faccia, 
per mala impression parra sei braccia. 

xcm 

Gia la lancia avea tolta su la coscia 
Grifon, ch'errare in arme era poco uso : 
spinse il cavallo a tutta briglia, e poscia 
ch'alquanto andato fu, la messe suso, 
e potto nel ferire estrema angoscia 
al baron di Sidonia, ch'ando giuso. 
Ognun maravigliando in pie si leva; 
che '1 contrario di cio tutto attendeva. 

xciv 

Torno Grifon con la medesma antenna, 
che 'ntiera e ferma ricovrata avea, 
et in tre pezzi la roppe alia penna 
de lo scudo al signer di Lodicea. 
Quel per cader tre volte e quattro accenna, 
che tutto steso alia groppa giacea: 
pur rilevato al fin la spada strinse, 
volto il cavallo, e ver Grifon si spinse. 

xcv 

Grifon, che '1 vede in sella, e che non basta 
si fiero incontro perche a terra vada, 
dice fra se: Quel che non pote 1'asta, 
in cinque colpi o 'n sei fara la spada. 
E su la tempia subito Tattasta 
d'un dritto tal, che par che dal ciel cada; 
e un altro gli accompagna e un altro appresso, 
tanto che 1'ha stordito e in terra messo. 



CANTO DECIMOSETTIMO 399 

XCVI 

Quivi erano d'Apamia duo germani, 
soliti in giostra rimaner di sopra, 
Tirse e Corimbo; et ambo per le mani 
del figlio d'Uliver cader sozzopra. 
L'uno gli arcion lascia allo scontro vani; 
con Faltro messa fu la spada in opra. 
Gia per commun giudicio si tien certo 
che di costui fia de la giostra il merto. 

XCVII 

Ne la lizza era entrato Salinterno, 
gran diodarro e maliscalco regio, 
e che di tutto 5 1 regno avea il governo, 
e di sua mano era guerriero egregio. 
Costui, sdegnoso ch'un guerriero esterno 
debba portar di quella giostra il pregio, 
piglia una lancia, e verso Grifon grida, 
e molto minacciandolo lo sfida. 

xcvm 

Ma quel con un lancion gli fa risposta, 
ch'avea per lo miglior fra dieci eletto, 
e per non far error, lo scudo apposta, 
e via lo passa e la corazza e '1 petto: 
passa il ferro crudel tra costa e costa, 
e fuor pel tergo un palrno esce di netto. 
II colpo, eccetto al re, fu a tutti caro; 
ch'ognuno odiava Salinterno avaro. 

XCIX 

Grifone, appresso a questi, in terra getta 
duo di Damasco, Ermofilo e Carmondo. 
La milizia del re dal primo e retta; 
del mar grande almiraglio e quel secondo. 
Lascia allo scontro Tun la sella in fretta: 
adosso alFaltro si riversa il pondo 
del rio destrier, che sostener non puote 
Palto valor con che Grifon percuote. 



400 ORLANDO FURIOSO 

C 

II signer di Seleucia ancor restava, 
miglior guerrier di tutti gli altri sette; 
e ben la sua possanza accompagnava 
con destrier buono e con arme perfette. 
Dove de Pelmo la vista si chiava, 
Pasta allo scontro 1'uno e Paltro mette: 
pur Grifon maggior colpo al pagan diede, 
che lo fe' staffeggiar dal manco piede. 

ci 

Gittaro i tronchi, e si tornaro adosso 
pieni di molto ardir coi brandi nudi. 
Fu il pagan prima da Grifon percosso 
d'un colpo che spezzato avria gPincudi. 
Con quel fender si vide e ferro et osso 
d'un ch'eletto s'avea tra mille scudi; 
e se non era doppio e fin Parnese, 
feria la coscia ove cadendo scese. 

CII 

Feri quel di Seleucia alia visera 

Grifone a un tempo; e fu quel colpo tanto, 

che Pavria aperta e rotta, se non era 

fatta, come Paltr'arme, per incanto. 

Gli e un perder tempo che '1 pagan piii fera; 

cosi son Parme dure in ogni canto: 

e J n piu parti Grifon gia fessa e rotta 

ha 1'armatura a lui, ne perde botta. 

cm 

Ognun potea veder quanto di sotto 
il signor di Seleucia era a Grifone; 
e se partir non li fa il re di botto, 
quel che sta peggio, la vita vi pone. 
Fe' Norandino alia sua guardia motto 
ch'entrasse a distaccar Paspra tenzone. 
Quindi fu Puno, e quindi Paltro tratto; 
e fu lodato il re di si buon atto. 



CANTO DECIMOSETTIMO 401 

CIV 

Gli otto che dianzi avean col mondo impresa, 

e non potuto durar poi contra uno, 

avendo mal la parte lor difesa, 

usciti eran del campo ad uno ad uno. 

Gli altri ch'eran venuti allor contesa, 

quivi restar senza contrasto alcuno, 

avendo lor Grifon, solo, interrorto 

quel che tutti essi avean da far contra otto. 

cv 

E duro quella festa cosi poco, 
ch'in men d'un'ora il tutto fatto s'era: 
ma Norandin, per far piu lungo il giuoco 
e per continuarlo infino a sera, 
dal palco scese, e fe j sgombrare il loco; 
e poi divise in due la grossa schiera; 
indi, secondo il sangue e la lor prova, 
gli ando accoppiando, e fe' una giostra nova. 

cvi 

Grifone intanto avea fatto ritorno 
alia sua stanza, pien d'ira e di rabbia: 
e piu gli preme di Martan lo scorno, 
che non giova Tenor ch'esso vinto abbia. 
Quivi per tor I'obbrobrio ch'avea intorno, 
Martano adopra le mendaci labbia: 
e Tastuta e bugiarda meretrice, 
come meglio sapea, gli era adiutrice. 

evil 

O si o no che '1 giovin gli credesse, 
pur la scusa accetto, come discrete; 
e pel suo meglio allora allora elesse 
quindi levarsi tacito e secreto, 
per tema che se '1 populo vedesse 
Martano comparir, non stesse cheto. 
Cosi per una via nascosa e corta 
usciro al camin lor fuor de la porta. 



402 ORLANDO FURIOSO 

CVIII 

Grifone, o ch'egli o che J l cavallo fosse 
stance, o gravasse il sonno pur le ciglia, 
al primo albergo che trovar, fermosse, 
che non erano andati oltre a dua miglia. 
Si trasse Felmo, e tutto disarmosse, 
e trar fece a' cavalli e sella e briglia; 
e poi serrossi in camera soletto, 
e nudo per dormire entro nel letto. 

cix 

Non ebbe cosi tosto il capo basso, 
che chiuse gli occhi, e fu dal sonno oppresso 
cosi profundamente, che mai tasso 
ne ghiro mai s'addormento quanto esso. 
Martano intanto et Orrigille a spasso 
entraro in un giardin ch'era li appresso ; 
et un inganno ordir, che fu il piu strano 
che mai cadesse in sentimento umano. 

ex 

Martano disegno torre il destriero, 
i panni e Parme che Grifon s'ha tratte; 
e andare inanzi al re pel cavalliero 
che tante pruove avea giostrando fatte. 
L'effetto ne segui, fatto il pensiero : 
tolle il destrier piu candido che latte, 
scudo e cimiero et arme e sopraveste, 
e tutte di Grifon Pinsegne veste. 

CXI 

Con gli scudieri e con la donna, dove 
era il popolo ancora, in piazza venne; 
e giunse a tempo che finian le pruove 
di girar spade e d'arrestare antenne. 
Commanda il re che '1 cavallier si truove, 
che per cimier avea le bianche penne, 
bianche le vesti e bianco il corridore; 
che '1 nome non sapea del vincitore. 



CANTO DECIMOSETTIMO 403 

CXII 

Colui ch'indosso il non suo cuoio aveva, 
come Pasino gia quel del leone, 
chiamato se n'ando, come attendeva, 
a Norandino, in loco di Grifone. 
Quel re cortese incontro se gli leva, 
Tabbraccia e bacia, e allato se lo pone: 
ne gli basta onorarlo e dargli loda, 
che vuol che '1 suo valor per tutto s'oda. 

cxni 

E fa gridarlo al suon degli oricalchi 
vincitor de la giostra di quel giorno. 
L/alta voce ne va per tutti i palchi, 
che '1 nome indegno udir fa d'ogn'intorno. 
Seco il re vuol ch'a par a par cavalchi, 
quando al palazzo suo poi fa ritorno; 
e di sua grazia tanto gli compart e, 
che basteria, se fosse Ercole o Marte. 

cxiv 

Bello et ornato allogiamento dielli 
in corte, et onorar fece con lui 
Orrigille anco; e nobili donzelli 
mand6 con essa, e cavallieri sui. 
Ma tempo e ch'anco di Grifon favelli, 
il qual ne dal compagno ne d'altrui 
temendo inganno, addormentato s'era, 
ne mai si riveglio fin alia sera. 

cxv 

Poi che fu desto, e che de Fora tarda 
s'accorse, usci di camera con fretta, 
dove il falso cognato e la bugiarda 
Orrigille lascio con Faltra setta; 
e quando non gli truova, e che riguarda 
non v'esser Parme ne i panni, sospetta; 
ma il veder poi phi sospettoso il fece 
Tinsegne del compagno in quella vece. 



404 ORLANDO FURIOSO 

CXVI 

Sopravien Poste, e di colui I'mforma 
che gia gran pezzo, di bianch'arme adorno, 
con la donna e col resto de la torma 
avea ne la citta fatto ritorno. 
Truova Grifone a poco a poco Forma 
ch'ascosa gli avea Amor fin a quel giorno ; 
e con suo gran dolor vede esser quello 
adulter d'Orrigille, e non fratello. 

cxvn 

Di sua sciochezza indarno ora si duole, 
ch'avendo il ver dal peregrino udito, 
lasciato mutar s'abbia alle parole 
di chi Tavea piii volte gia tradito. 
Vendicar si potea, ne seppe: or vuole 
rinimico punir, che gli e fuggito; 
et e constretto con troppo gran fallo 
a tor di quel vil uom Parme e '1 cavallo. 

CXVIII 

Eragli meglio andar senz'arme e nudo, 
che porsi indosso la corazza indegna, 
o ch'imbracciar Pabominato scudo, 

por su 1'elmo la beffata insegna; 
ma per seguir la meretrice e '1 drudo, 
ragione in lui pari al disio non regna. 
A tempo venne alia citta, ch'ancora 

il giorno avea quasi di vivo un'ora. 

cxix 

Presso alia porta ove Grifon venia, 
siede a sinistra un splendido castello, 
che, piu che forte e ch'a guerre atto sia, 
di ricche stanze e accommodato e bello. 

1 re, i signori, i primi di Soria 

con alte donne in un gentil drappello 
celebravano quivi in loggia amena 
la real sontuosa e lieta cena. 



CANTO DECIMOSETTIMO 405 

CXX 

La bella loggia sopra '1 muro usciva 
con 1'alta rocca fuor de la cittade; 
e lungo tratto di lontan scopriva 
i larghi campi e le diverse strade. 
Or che Grifon verso la porta arriva 
con quell'arme d'obbrobrio e di viltade, 
fu con non troppa aventurosa sorte 
dal re veduto e da tutta la corte: 

cxxi 

e riputato quel di ch'avea insegna, 
mosse le donne e i cavallieri a riso. 
II vil Martano, come quel che regna 
in gran favor, dopo '1 re e '1 primo assiso, 
e presso allui la donna di se degna; 
dai quali Norandin con lieto viso 
volse saper chi fosse quel codardo 
che cosi avea al suo onor poco riguardo; 

cxxn 

che dopo una si trista e brutta pruova, 
con tanta fronte or gli tornava inante. 
Dicea: Questa mi par cosa assai nuova, 
ch'essendo voi guerrier degno e prestante, 
costui compagno abbiate, che non truova, 
di vilta, pari in terra di Levante. 
II fate forse per mostrar maggiore, 
per tal contrario, il vostro alto valore. 

cxxin 

Ma ben vi giuro per gli eterni dei, 
che se non fosse ch'io riguardo a vui, 
la publica ignominia gli farei, 
ch'io soglio fare agli altri pari a lui. 
Perpetua ricordanza gli darei, 
come ognor di vilta nimico fui. 
Ma sappia, s'impunito se ne parte, 
grado a voi che *1 menaste in questa parte. 



406 ORLANDO FURIOSO 

CXXIV 

Colui che fu de tutti i vizii il vaso, 
rispose : Alto signer, dir non sapria 
chi sia costui; ch'io Tho trovato a caso, 
venendo d'Antiochia, in su la via. 
II suo sembiante m'avea persuaso 
che fosse degno di mia compagnia; 
ch'intesa non avea pruova ne vista, 
se non quella che fece oggi assai trista. 

cxxv 

La qual mi spiacque si, che resto poco 
che per punir Pestrema sua viltade 
non gli facessi allora allora un gioco, 
che non toccasse piii lance ne spade: 
ma ebbi, piu ch'allui, rispetto al loco, 
e riverenzia a vostra maestade. 
Ne per me voglio che gli sia guadagno 
ressermi stato un giorno o dua compagno: 

cxxvi 

di che contaminate anco esser parme; 
e sopra il cor mi sara eterno peso, 
se, con vergogna del mestier de Farme, 
io lo vedro da noi partire illeso: 
e meglio che lasciarlo, satisfarme 
potrete, se sara d'un merlo impeso; 
e fia lodevol opra e signorile, 
perch' el sia esempio e specchio ad ogni vile. - 

CXXVII 

Al detto suo Martano Orrigille have, 
senza accennar, confermatrice presta. 
Non son rispose il re Fopre si prave, 
ch'al mio parer v'abbia d'andar la testa. 
Voglio per pena del peccato grave, 
che sol rinuovi al populo la festa. 
E tosto a un suo baron, che fe' venire, 
impose quanto avesse ad esequire. 



CANTO DECIMOSETTIMO 407 

CXXVIII 

Quel baron molti armati seco tolse, 

et alia porta della terra scese; 

e quivi con silenzio li raccolse, 

e la vemita di Grifone attese: 

e ne 1'entrar si d'improviso il colse, 

che fra i duo ponti a salvamento il prese ; 

e lo ritenne con beffe e con scorno 

in una oscura stanza insin al giorno. 

cxxix 

II Sole a pena avea il dorato crine 
tolto di grembio alia nutrice antica, 
e cominciava da le piagge alpine 
a cacciar Tombre e far la cima aprica; 
quando temendo il vil Martan ch'al fine 
Grifone ardito la sua causa dica, 
e ritorni la colpa ond'era uscita, 
tolse licenzia, e fece indi partita, 

cxxx 

trovando idonia scusa al priego regio, 
che non stia allo spettacolo ordinato. 
Altri doni gli avea fatto, col pregio 
de la non sua vittoria, il signor grato; 
e sopra tutto un ample privilegio, 
dov'era d'alti onori al sommo ornato. 
Lascianlo andar; ch'io vi prometto certo, 
che la mercede avra secondo il merto. 

cxxxi 

Fu Grifon tratto a gran vergogna in piazza, 
quando piu si trov6 piena di gente, 
Gli avean levato Pelmo e la corazza, 
e lasciato in farsetto assai vilmente; 
e come il conducessero alia mazza, 
posto Tavean sopra un carro eminente, 
che lento lento tiravan due vacche 
da lunga fame attenuate e fiacche. 



ORLANDO FURIOSO 
CXXXII 

Venian d'intorno alia ignobil quadriga 
vecchie sfacciate e disoneste putte, 
di che n'era una et or un'altra auriga, 
e con gran biasmo lo mordeano tutte. 
Lo poneano i fanciulli in maggior briga, 
che, oltre le parole infami e brutte, 
Tavrian coi sassi insino a morte offeso, 
se dai piu saggi non era difeso. 

CXXXIII 

L'arme che del suo male erano state 
cagion, che di lui fer non vero indicio, 
da la coda del carro strascinate 
patian nel fango debito supplicio. 
Le mote inanzi a un tribunal fermate 
gli fero udir de Paltrui maleficio 
la sua ignominia, che 'n sugli occhi detta 
gli fu, gridando un publico trombetta. 

cxxxiv 

Lo levar quindi, e lo mostrar per tutto 
dinanzi a templi, ad officine e a case, 
dove alcun nome scelerato e brutto, 
che non gli fosse detto, non rimase. 
Fuor de la terra all'ultimo condutto 
fu da la turba, che si persuase 
bandirlo e cacciare indi a suon di busse, 
non conoscendo ben ch'egli si fusse. 

cxxxv 

Si tosto a pena gli sferraro i piedi 
e liberargli Tuna e Paltra mano, 
che tor lo scudo, et impugnar gli vedi 
la spada che rigo gran pezzo il piano. 
Non ebbe contra se lance ne spiedi; 
che senz'arme venia il populo insano. 
Ne 1'altro canto diferisco il resto; 
che tempo e omai, Signor, di finir questo. 



CANTO DECIMOTTAVO 409 



CANTO DECIMOTTAVO 



I 

Magnanimo Signore, ogni vostro atto 
ho sempre con ragion laudato e laudo; 
ben che col rozzo stil duro e mal atto 
gran parte de la gloria vi defraudo. 
Ma piu de Paltre una virtu m j ha tratto, 
a cui col core e con la lingua applaudo; 
che s'ognun truova in voi ben grata udienza, 
non vi truova pero facil credenza. 

ii 

Spesso in difesa del biasmato absente 
indur vi sento una et un'altra scusa, 
o riserbargli almen, fin che presente 
sua causa dica, 1'altra orecchia chiusa; 
e sempre, prima che dannar la gente, 
vederla in faccia, e udir la ragion ch'usa; 
differir anco e giorni e mesi et anni, 
prima che giudicar negli altrui danni. 

in 

Se Norandino il simil fatto avesse, 
fatto a Grifon non avria quel che fece. 
A voi utile e onor sempre successe: 
denigr6 sua fama egli piu che pece. 
Per lui sue genti a morte furon messe; 
che fe j Grifone in dieci tagli, e in diece 
punte che trasse pien d'ira e bizzarro, 
che trenta ne cascaro appresso al carro. 



410 ORLANDO FURIOSO 

IV 

Van gli altri in rotta ove il timor li caccia, 
chi qua chi la, pei campi e per le strade; 
e chi d'entrar ne la citta procaccia, 
e Fun su Taltro ne la porta cade. 
Grifon non fa parole e non minaccia; 
ma lasciando lontana ogni pietade, 
mena tra il vulgo inert e il ferro intorno, 
e gran vendetta fa d'ogni suo scorno. 



Di quei che primi giunsero alia porta, 
che le piante a levarsi ebbeno pronte, 
parte, al bisogno suo molto piu accorta 
che degli amici, alzo subito il ponte: 
piangendo parte, o con la faccia smorta 
fuggendo ando senza mai volger fronte, 
e ne la terra per tutte le bande 
levo grido e tumulto e rumor grande. 

VI 

Grifon gagliardo duo ne piglia in quella 
che '1 ponte si levo per lor sciagura. 
Sparge' de 1'uno al campo le cervella, 
che lo percuote ad una cote dura: 
prende Taltro nel petto, e Parrandella 
in mezzo alia citta sopra le mura. 
Sc6rse per 1'ossa ai terrazzani il gelo, 
quando vider colui venir dal cielo. 

VII 

Fur molti che temer che '1 fier Grifone 

sopra le mura avesse preso un salto. 

Non vi sarebbe piu confusione, 

s'a Damasco il soldan desse Fassalto. 

Un muover d'arme, un correr di persone, 

e di talacimanni un gridar d'alto, 

e di tamburi un suon misto e di trombe 

il mondo assorda, e '1 ciel par ne ribombe. 



CANTO DECIMOTTAVO 4!! 

VIII 

Ma voglio a un'altra volta differire 
a ricontar cio che di questo avenne. 
Del buon re Carlo mi convien seguire, 
che contra Rodomonte in fretta venne, 
il qual le genti gli facea morire. 

10 vi dissi ch'al re compagnia tenne 

11 gran Danese e Namo et Oliviero 

e Avino e Avolio e Otone e Berlingiero. 

IX 

Otto scontri di lance, che da forza 
di tali otto guerrier cacciati foro, 
sostenne a un tempo la scagliosa scorza 
di ch'avea armato il petto il crudo Moro. 
Come legno si drizza, poi che 1'orza 
lenta il nochier che crescer sente il Coro, 
cosi presto rizzossi Rodomonte 
dai colpi che gittar doveano un monte. 



Guido, Ranier, Ricardo, Salamone, 
Ganelon traditor, Turpin fedele, 
Angioliero, Angiolino, Ughetto, Ivone, 
Marco e Matteo dal pian di San Michele, 
e gli otto di che dianzi fei menzione, 
son tutti intorno al Saracin crudele, 
Arimanno e Odoardo d'Inghilterra, 
ch'entrati eran pur dianzi ne la terra. 

XI 

Non cosi freme in su lo scoglio alpino 
di ben fondata rocca alta parete, 
quando il furor di borea o di garbino 
svelle dai monti il frassino e Fabete, 
come freme d'orgoglio il Saracino, 
di sdegno acceso e di sanguigna sete: 
e com' a un tempo e il tuono e la saetta, 
cosi 1'ira de Pempio e la vendetta. 



412 ORLANDO FURIOSO 

XII 

Mena alia testa a quel che gli e phi presso, 
che gli e il misero Ughetto di Dordona: 
lo pone in terra insino ai denti fesso, 
come che Pelmo era di tempra buona. 
Percosso fu tutto in un tempo anch'esso 
da molti colpi in tutta la persona; 
ma non gli fan piu ch'alPincude Pago : 
si duro intorno ha lo scaglioso drago. 

XIII 

Furo tutti i ripar, fu la cittade 
d'intorno intorno abandonata tutta; 
che la gente alia piazza, dove accade 
maggior bisogno, Carlo avea ridutta. 
Corre alia piazza da tutte le strade 
la turba, a chi il fuggir si poco frutta. 
La persona del re si i cori accende, 
ch'ognun prend'arme, ognun animo prende. 

XIV 

Come se dentro a ben rinchiusa gabbia 
d'antiqua leonessa usata in guerra, 
perch' averne piacere il popul abbia, 
talvolta il tauro indomito si serra; 
i leoncin che veggion per la sabbia 
come altiero e mugliando animoso erra, 
e veder si gran corna non son usi, 
stanno da parte timidi e confusi: 

xv 

ma se la fiera madre a quel si lancia, 
e ne Porecchio attacca il crudel dente, 
vogliono anch'essi insanguinar la guancia, 
e vengono in soccorso arditamente; 
chi morde al tauro il dosso e chi la pancia: 
cosi contra il pagan fa quella gente. 
Da tetti e da finestre e piu d'appresso 
sopra gli piove un nembo d'arme e spesso. 



CANTO DECIMOTTAVO 413 

XVI 

Dei cavallieri e de la fanteria 
tanta e la calca, ch'a pena vi cape. 
La turba che vi vien per ogni via, 
v'abbonda ad or ad or spessa come ape; 
che quando, disarmata e nuda, sia 
piu facile a tagliar che torsi o rape, 
non la potria, legata a monte a monte, 
in venti giorni spenger Rodomonte. 

XVII 

Al pagan, che non sa come ne possa 
venir a capo, omai quel gioco incresce. 
Poco, per far di mille, o di piii, rossa 
la terra intorno, il populo discresce. 
II fiato tuttavia piu se gl'ingrossa, 
si che comprende al fin che, se non esce 
or c'ha vigore e in tutto il corpo e sano, 
vorra da tempo uscir che sara invano. 

XVIII 

Rivolge gli occhi orribili, e pon mente 

che d'ogn'intorno sta chiusa Tuscita; 

ma con ruina d'infinita gente 

Faprira tosto, e la fara espedita. 

Ecco, vibrando la spada tagliente, 

che vien quel empio, ove il furor lo J nvita, 

ad assalire il nuovo stuol britanno, 

che vi trass e Odoardo et Arimanno. 

XIX 

Chi ha visto in piazza romp ere steccato, 
a cui la folta turba ondeggi intorno, 
immansueto tauro accaneggiato, 
stimulato e percosso tutto '1 giorno ; 
che '1 popul se ne fugge ispaventato, 
et egli or questo or quel leva sul corno: 
pensi che tale o piu terribil fosse 
il crudele African quando si mosse. 



4H ORLANDO FURIOSO 

XX 

Quindici o venti ne taglio a traverse, 
altritanti lascio del capo tronchi, 
ciascun d'un colpo sol dritto o riverso; 
che viti o salci par che poti e tronchi. 
Tutto di sangue il fier pagano asperso, 
lasciando capi fessi e bracci monchi, 
e spalle e gambe et altre membra sparte, 
ovunque il passo volga, al fin si parte. 

XXI 

De la piazza, si vede in guisa torre, 
che non si puo notar ch'abbia paura; 
ma tuttavolta col pensier discorre 
dove sia per uscir via piu sicura. 
Capita al fin dove la Senna corre 
sotto alPisola, e va fuor de le mura. 
La gente d'arme e il popul fatto audace 
lo stringe e incalza, e gir nol lascia in pace. 

XXII 

Qual per le selve nomade o massile 
cacciata va la generosa belva, 
ch'ancor fuggendo mostra il cor gentile, 
e minacciosa e lenta si rinselva; 
tal Rodomonte, in nessun atto vile, 
da strana circondata e fiera selva 
d'aste e di spade e di volanti dardi, 
si tira al fiume a passi lunghi e tardi. 

XXIII 

E si tre volte e piu Pira il sospinse, 

ch'essendone gia fuor, vi torno in mezzo, 

ove di sangue la spada ritinse, 

e piu di cento ne levo di mezzo. 

Ma la ragione al fin la rabbia vinse 

di non far si, ch'a Dio n'andasse il lezzo ; 

e da la ripa, per miglior consiglio, 

si gitto all'acqua, e usci di gran periglio. 



CANTO DECIMOTTAVO 415 

XXIV 

Con tutte 1'arme ando per mezzo 1'acque, 
come s'intorno avesse tante galle. 
Africa, in te pare a costui non nacque, 
ben che d'Anteo ti vanti e d'Anniballe. 
Poi che fu giunto a proda, gli dispiacque, 
che si vide restar dopo le spalle 
quella citta ch'avea trascorsa tutta, 
e non 1'avea tutta arsa ne distmtta. 

XXV 

E si lo rode la superbia e 1'ira, 

che per tornarvi un'altra volta guarda, 

e di profondo cor geme e sospira, 

ne vuolne uscir, che non la spiani et arda. 

Ma lungo il flume, in questa furia, mira 

venir chi Podio estingue e 1'ira tarda. 

Chi fosse io vi faro ben tosto udire; 

ma prima un'altra cosa v'ho da dire. 

XXVI 

Io v'ho da dir de la Discordia altiera, 
a cui F angel Michele avea commesso 
ch'a battaglia accendesse e a lite fiera 
quei che piii forti avea Agramante appresso. 
Usci de* frati la medesma sera, 
avendo altrui TufEcio suo commesso: 
lascio la Fraude a guerreggiare il loco, 
fin che tornasse, e a mantenervi il fuoco. 

XXVII 

E le parve ch'andria con piu possanza, 
se la Superbia ancor seco menasse; 
e perche stavan tutte in una stanza, 
non fu bisogno ch'a cercar 1'andasse. 
La Superbia v'ando, ma non che sanza 
la sua vicaria il monaster lasciasse: 
per pochi di che credea starne absente, 
lascio Flpocrisia locotenente. 



416 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

L'implacabil Discordfa in compagnia 
de la Superbia si messe in camino, 
e ritrovo che la medesma via 
facea, per gire al campo saracino, 
1'afflitta e sconsolata Gelosia; 
e venia seco un nano piccolino, 
il qual mandava Doralice bella 
al re di Sarza a dar di se novella. 

XXIX 

Quando ella venne a Mandricardo in mano 
(ch'io v'ho gia raccontato e come e dove), 
tacitamente avea commesso al nano 
che ne portasse a questo re le nuove. 
Ella spero che nol saprebbe invano, 
ma che far si vedria mirabil pruove, 
per riaverla con crudel vendetta 
da quel ladron che gli 1'avea intercetta. 

xxx 

La Gelosia quel nano avea trovato; 
e la cagion del suo venir compresa, 
a caminar se gli era messa allato, 
parendo d'aver luogo a questa impresa. 
Alia Discordia ritrovar fu grato 
la Gelosia; ma piii quando ebbe intesa 
la cagion del venir, che le potea 
molto valere in quel che far volea. 

XXXI 

D'inimicar con Rodomonte il figlio 
del re Agrican le pare aver suggetto : 
trovera a sdegnar gli altri altro consiglio; 
a sdegnar questi duo questo e perfetto. 
Col nano se ne vien dove Partiglio 
del fier pagano avea Parigi astretto ; 
e capitaro a punto in su la riva, 
quando il crudel del fiume a nuoto usciva. 



CANTO DECIMOTTAVO 417 

XXXII 

Tosto che riconobbe Rodomonte 
costui de la sua donna esser messaggio, 
estinse ogn'ira, e sereno la fronte, 
e si senti brillar dentro il coraggio. 
Ogn'altra cosa aspetta che gli conte, 
prima ch'alcuno abbia a lei fatto oltraggio. 
Va contra il nano, e lieto gli domanda: 
Ch'e de la donna nostra? ove ti manda? 

XXXIII 

Rispose il nano: Ne piu tua ne mia 
donna diro quella ch'e serva altrui. 
leri scontrammo un cavallier per via 
che ne la tolse, e la meno con lui. 
A quello annunzio entrd la Gelosia, 
fredda come aspe, et abbraccio costui. 
Seguita il nano, e narragli in che guisa 
un sol Tha presa, e la sua gente uccisa. 

xxxiv 

L'acciaio allora la Discordia prese, 
e la pietra focaia, e picchio un poco, 
e 1'esca sotto la Superbia stese, 
e fu attaccato in un momento il fuoco; 
e si di questo 1'anima s'accese 
del Saracin, che non trovava loco: 
sospira e freme con si orribil faccia, 
che gli elementi e tutto il ciel minaccia. 

xxxv 

Come la tigre, poi ch'invan discende 
nel voto albergo, e per tutto s'aggira, 
e i can figli alPultimo comprende 
essergli tolti, avampa di tant'ira, 
a tanta rabbia, a tal furor s'estende, 
che ne a monte ne a rio ne a notte mira, 
ne lunga via, ne grandine raffrena 
Todio che dietro al predator la mena: 



4*8 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

cosi furendo il Saracin bizzarre 

si volge al nano, e dice : Or la t'invia ; 

e non aspetta ne destrier ne carro, 

e non fa motto alia sua compagnia. 

Va con piu fretta che non va il ramarro, 

quando il ciel arde, a traversar la via. 

Destrier non ha, ma il primo tor disegna, 

sia di chi vuol, ch'ad incontrar lo vegna. 

XXXVII 

La Discordia, ch'udi questo pensiero, 
guardo ridendo la Superbia, e disse 
che volea gire a trovare un destriero 
che gli apportasse altre contese e risse; 
e far volea sgombrar tutto il sentiero, 
ch'altro che quello in man non gli venisse: 
e gia pensato avea dove trovarlo. 
Ma costei Iasci6, e torno a dir di Carlo. 

XXXVIII 

Poi ch'al partir del Saracin si estinse 
Carlo d'intorno il periglioso fuoco, 
tutte le genti all'ordine ristrinse. 
Lascionne parte in qualche debol loco : 
adosso il resto ai Saracini spinse, 
per dar lor scacco, e guadagnarsi il giuoco; 
e gli mand6 per ogni porta fuore, 
da San Germane infin a San Vittore. 

xxxix 

E command6 ch'a porta San Marcello, 
dov'era gran spianata di campagna, 
aspettasse Fun 1'altro, e in un drappello 
si ragunasse tutta la compagna. 
Quindi animando ognuno a far macello 
tal, che sempre ricordo ne rimagna, 
ai lor ordini andar fe' le bandiere, 
e di battaglia dar segno alle schiere. 



CANTO DECIMOTTAVO 419 

XL 

II re Agramante in questo mezzo in sella, 
mal grado dei cristian, rimesso s'era; 
e con Pinamorato d 1 Isabella 
facea battaglia perigliosa e fiera: 
col re Sobrin Lurcanio si martella; 
Rinaldo incontra avea tutta una schiera, 
e con virtude e con fortuna molta 
Purta, Papre, ruina e mette in volta. 

XLI 

Essendo la battaglia in questo stato, 
Pimperatore assalse il retroguardo 
dal canto ove Marsilio avea fermato 
il fior di Spagna intorno al suo stendardo. 
Con fanti in mezzo e cavallieri allato, 
re Carlo spinse il suo popul gagliardo 
con tal rumor di timpani e di trombe, 
che tutto '1 mondo par che ne rimbombe. 

XLII 

Cominciavan le schiere a ritirarse 
de' Saracini, e si sarebbon volte 
tutte a fuggir, spezzate, rotte e sparse, 
per mai piu non potere esser raccolte; 
ma } 1 re Grandonio e Falsiron comparse, 
che stati in maggior briga eran piu volte, 
e Balugante e Serpentin feroce, 
e Ferrau che lor dicea a gran voce: 

XLIII 

Ah dicea valentuomini, ah compagni, 
ah fratelli, tenete il luogo vostro. 
I nimici faranno opra di ragni, 
se non manchiamo noi del dover nostro. 
Guardate Palto onor, gli ampli guadagni 
che Fortuna, vincendo, oggi ci ha mostro: 
guardate la vergogna e il danno estremo, 
ch'essendo 'vinti, a patir sempre avremo. 



420 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

Tolto in quel tempo una gran lancia avea, 
e contra Berlingier venne di botto, 
che sopra Largaliffa combattea, 
e 1'elmo ne la fronte gli avea rotto: 
gittollo in terra, e con la spada rea 
appresso a lui ne fe' cader forse otto. 
Per ogni botta almanco, che disserra, 
cader fa sempre un cavalliero in terra. 

XLV 

In altra parte ucciso avea Rinaldo 
tanti pagan, ch'io non potrei contarli. 
Dinanzi a lui non stava ordine saldo : 
vedreste piazza in tutto '1 campo darli. 
Non men Zerbin, non men Lurcanio e caldo; 
per modo fan, ch'ognun sempre ne parli: 
questo di punta avea Balastro ucciso, 
e quello a Finadur 1'elmo diviso, 

XL VI 

L'esercito d'Alzerbe avea il primiero, 
che poco inanzi aver solea Tardocco ; 
1'altro tenea sopra le squadre impero 
di Zamor e di Saffi e di Marocco. 
Non e tra gli Africani un cavalliero 
che di lancia ferir sappia o di stocco ? 
mi si potrebbe dir: ma passo passo 
nessun di gloria degno a dietro lasso. 

XLVII 

Del re de la Zumara non si scorda 
il nobil Dardinel figlio d'Almonte, 
che con la lancia Uberto da Mirforda, 
Claudio dal Bosco, Elio e Dulfin dal Monte, 
e con la spada Anselmo da Stanforda, 
e da Londra Raimondo e Pinamonte 
getta per terra (et erano pur forti), 
dui storditi, un piagato, e quattro morti. 



CANTO DECIMOTTAVO 421 

XLVIII 

Ma con tutto '1 valor che di se mostra, 
non puo tener si ferma la sua gente, 
si ferma, ch'aspettar voglia la nostra 
di numero minor, ma piu valente. 
Ha piu ragion di spada e piu di giostra 
e d'ogni cosa a guerra appertinente. 
Fugge la gente maura, di Zumara, 
di Setta, di Marocco e di Canara. 

XLIX 

Ma piu degli altri fuggon quei d'Alzerbe, 
a cui s'oppose il nobil giovinetto; 
et or con prieghi, or con parole acerbe 
ripor lor cerca Tammo nel petto. 
S'Almonte merito ch'in voi si serbe 
di lui memoria, or ne vedro Feffetto: 
io vedro dicea lor se me, suo figlio, 
lasciar vorrete in cosi gran periglio. 

L 

State, vi priego per mia verde etade, 
in cui solete aver si larga speme: 
deh non vogliate andar per fil di spade, 
ch'in Africa non torni di noi seme. 
Per tutto ne saran chiuse le strade, 
se non andiam raccolti e stretti insieme : 
troppo alto muro e troppo larga fossa 
e il monte e il mar, pria che tornar si possa. 

LI 

Molto e meglio morir qui, ch'ai supplici 

darsi e alia discrezion di questi cani. 

State saldi, per Dio, fedeli amici; 

che tutti son gli altri rimedii vani, 

Non han di noi piu vita gli nimici; 

piu d'un'alma non han, piu di due mani. 

Cosi dicendo, il giovinetto forte 

al conte d'Otonlei diede la morte. 



422 ORLANDO FURIOSO 

LII 

II rimembrare Almonte cosi accese 
Tesercito african che fuggia prima, 
che le braccia e le mani in sue difese 
meglio, che rivoltar le spalle, estima. 
Guglielmo da Burnich era uno Inglese 
maggior di tutti, e Dardinello il cima, 
e lo pareggia agli altri; e apresso taglia 
il capo ad Aramon di Cornovaglia. 

LIII 

Morto cadea questo Aramone a valle; 
e v'accorse il fratel per dargli aiuto: 
ma Dardinel 1'aperse per le spalle 
fin giu dove lo stomaco e forcuto. 
Poi for6 il ventre a Bogio da Vergalle, 
e lo mando del debito assoluto: 
avea promesso alia moglier fra sei 
mesi, vivendo, di tornare a lei. 

LIV 

Vide non lungi Dardinel gagliardo 
venir Lurcanio, ch'avea in terra messo 
Dorchin, passato ne la gola, e Gardo 
per mezo il capo e insin ai denti fesso ; 
e ch'Alteo fuggir volse, ma fu tardo, 
Alteo ch'amc- quanto il suo core istesso ; 
che dietro alia collottola gli mise 
il fier Lurcanio un colpo che Puccise. 

LV 

Piglia una lancia, e va per far vendetta, 
dicendo al suo Macon (s'udir lo puote), 
che se morto Lurcanio in terra getta, 
ne la moschea ne porra Parme vote. 
Poi traversando la campagna in fretta, 
con tanta forza il fiance gli percuote, 
che tutto il passa sin alPaltra banda; 
et ai suoi, che lo spoglino, commanda. 



CANTO DECIMOTTAVO 423 

LVI 

Non e da domandarmi, se dolere 
se ne dovesse Ariodante il frate; 
se desiasse di sua man potere 
por Dardinel fra I'anime dannate: 
ma nol lascian le genti adito avere, 
non men de le 'nfedel le battezzate. 
Vorria pur vendicarsi, e con la spada 
di qua di la spianando va la strada. 

LVII 

Urta, apre, caccia, atterra, taglia e fende 
qualunque lo 'mpedisce o gli contrasta. 
E Dardinel che quel desire intende, 
a volerlo saziar gia non sovrasta: 
ma la gran moltitudine contende 
con questo ancora, e i suoi disegni guasta. 
Se Mori uccide 1'un, Taltro non manco 
gli Scotti uccide e il campo inglese e '1 franco. 

LVIII 

Fortuna sempremai la via lor tolse, 
che per tutto quel di non s'accozzaro. 
A piu famosa man serbar Fun volse; 
che Tuomo il suo destin fugge di raro. 
Ecco Rinaldo a questa strada volse, 
perch' alia vita d'un non sia riparo; 
ecco Rinaldo vien: Fortuna il guida 
per dargli onor che Dardinello uccida. 

LIX 

Ma sia per questa volta detto assai 
dei gloriosi fatti di Ponente. 
Tempo e ch'io torni ove Grifon lasciai, 
che tutto d'ira e di disdegno ardente 
facea, con piu timor ch'avesse mai, 
tumultuar la sbigottita gente. 
Re Norandino a quel rumor corso era 
con piu di mille armati in una schiera. 



424 ORLANDO FURIOSO 

LX 

Re Norandin con la sua corte armata, 
vedendo tutto '1 populo fuggire, 
venne alia porta in battaglia ordinata, 
e quella fece alia sua giunta aprire. 
Grifone intanto avendo gia cacciata 
da se la turba sciocca e senza ardire, 
la sprezzata armatura in sua difesa 
(qual la si fosse) avea di nuovo presa; 

LXI 

e presso a un tempio ben murato e forte, 
che circondato era d'un'alta fossa, 
in capo un ponticel si fece forte, 
perche chiuderlo in mezzo alcun non possa. 
Ecco, gridando e minacciando forte, 
fuor de la porta esce una squadra grossa. 
L'animoso Grifon non muta loco, 
e fa sembiante che ne tema poco. 

LXII 

E poi ch'avicinar questo drappello 

si vide, ando a trovarlo in su la strada; 

e molta strage fattane e macello 

(che menava a due man sempre la spada), 

ricorso avea allo stretto ponticello, 

e quindi li tenea non troppo a bada: 

di nuovo usciva e di nuovo tornava; 

e sempre orribil segno vi lasciava. 

LXIII 

Quando di dritto e quando di riverso 
getta or pedoni or cavallieri in terra. 
II popul contra lui tutto converse 
piu e piu sempre inaspera la guerra. 
Teme Grifone al fin restar sommerso: 
si cresce il mar che d'ogn'intorno il serra; 
e ne la spalla e ne la coscia manca 
e gia ferito, e pur la lena manca. 



CANTO DECIMOTTAVO 425 

LXIV 

Ma la virtu, ch'ai suoi spesso soccorre, 
gli fa appo Norandin trovar perdono. 
II re, mentre al tumulto in dubbio corre, 
vede che morti gia tanti ne sono; 
vede le piaghe che di man d'Ettorre 
pareano uscite: un testimonio buono, 
che dianzi esso avea fatto indegnamente 
vergogna a un cavallier molto eccellente. 

LXV 

Poi, come gli e piu presso, e vede in fronte 
quel che la gente a morte gli ha condutta, 
e fattosene avanti orribil monte, 
e di quel sangue il fosso e Pacqua brutta; 
gli e aviso di veder proprio sul ponte 
Orazio sol contra Toscana tutta: 
e per suo onore, e perche gli ne 'ncrebbe, 
ritrasse i suoi, ne gran fatica v'ebbe. 

LXVI 

Et alzando la man nuda e senz'arme, 
antico segno di tregua o di pace, 
disse a Grifon: Non so, se non chiamarme 
d'avere il torto, e dir che mi dispiace: 
ma il mio poco giudicio, e lo instigarme 
altrui, cadere in tanto error mi face. 
Quel che di fare io mi credea al piu vile 
guerrier del mondo, ho fatto al piu gentile. 

LXVII 

E se bene alia ingiuria et a quelPonta 
ch'oggi fatta ti fu per ignoranza, 
1'onor che ti fai qui s'adegua e sconta, 
o (per piu vero dir) supera e avanza; 
la satisfazion ci sera pronta 
a tutto mio sap ere e mia possanza, 
quando io conosca di poter far quella 
per oro o per cittadi o per castella. 



426 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

Chiedimi la meta di questo regno, 
ch'io son per fartene oggi possessore; 
che 1'alta tua virtu non ti fa degno 
di questo sol, ma ch'io ti doni il core: 
e la tua mano, in questo mezzo, pegno 
di fe mi dona e di perpetuo amore. 
Cosi dicendo, da cavallo scese, 
e ver Grifon la destra mano stese. 

LXIX 

Grifon, vedendo il re fatto benigno 
venirgli per gittar le braccia al collo, 
lascio la spada e 1'animo maligno, 
e sotto Panche et umile abbracciollo. 
Lo vide il re di due piaghe sanguigno, 
e tosto fe j venir chi medicollo; 
indi portar ne la cittade adagio, 
e riposar nel suo real palagio. 

LXX 

Dove ferito, alquanti giorni, inante 
che si potesse armar, fece soggiorno. 
Ma lascio lui, ch'al suo frate Aquilante 
et ad Astolfo in Palestina torno, 
che di Grifon, poi che Iasci6 le sante 
mura, cercare han fatto piu d'un giorno 
in tutti i lochi in Solima devoti, 
e in molti ancor da la citta remoti. 

LXXI 

Or ne Puno ne Paltro e si indovino, 
che di Grifon possa saper che sia: 
ma venne lor quel Greco peregrino, 
nel ragionare, a caso a darne spia, 
dicendo ch'Orrigille avea il camino 
verso Antiochia preso di Soria, 
d'un nuovo drudo, ch'era di quel loco, 
di subito arsa e d'improviso fuoco. 



CANTO DECIMOTTAVO 427 

LXXII 

Dimandogli Aquilante, se di questo 
cosi notizia avea data a Grifone; 
e come Paffermo, s'aviso il resto, 
perche fosse partite, e la cagione. 
Ch'Orrigille ha seguito e manifesto 
in Antiochia con intenzione 
di levarla di man del suo rivale 
con gran vendetta e memorabil male. 

LXXIII 

Non tolero Aquilante che '1 fratello 
solo e senz'esso a queirimpresa andasse; 
e prese Parme, e venne dietro a quello: 
ma prima prego il duca che tardasse 
1'andata in Francia et al paterno ostello, 
fin ch'esso d'Antiochia ritornasse. 
Scende al Zaffo e s'imbarca, che gli pare 
e piu breve e miglior la via del mare. 

LXXIV 

Ebbe un ostro-silocco allor possente 
tanto nel mare, e si per lui disposto, 
che la terra del Surro il di seguente 
vide e SafTetto, un dopo Taltro tosto. 
Passa Barutti e il Zibeletto, e sente 
che da man manca gli e Cipro discosto. 
A Tortosa da Tripoli, e alia Lizza 
e al golfo di Laiazzo il camin drizza. 

LXXV 

Quindi a levante fe' il nocchier la fronte 
del navilio voltar snello e veloce; 
et a sorger n'and6 sopra FOronte, 
e colse il tempo, e ne piglio la foce. 
Gittar fece Aquilante in terra il ponte, 
e n'usci armato sul destrier feroce; 
e contra il fiume il camin dritto tenne, 
tanto ch'in Antiochia se ne venne. 



428 ORLANDO FURIOSO 

LXXVI 

Di quel Martano ivi ebbe ad informarse; 
et udi ch'a Darnasco se n'era ito 
con Orrigille, ove ima giostra farse 
dovea solenne per reale invito. 
Tanto d'andargli dietro il desir 1'arse, 
certo che '1 suo german 1'abbia seguito, 
che d'Antiochia anco quel di si tolle; 
ma gia per mar piu ritornar non voile. 

LXXVII 

Verso Lidia e Larissa il camin piega: 
resta piu sopra Aleppe ricca e piena. 
Dio per mostrar ch'ancor di qua non niega 
mercede al bene, et al contrario pena, 
Martano appresso a Mamuga una lega 
ad incontrarsi in Aquilante mena. 
Martano si facea con bella mostra 
portare inanzi il pregio de la giostra. 

LXXVIII 

Penso Aquilante, al primo comparire, 
che '1 vil Martano il suo fratello fosse; 
che 1'ingannaron 1'arme, e quel vestire 
candido piu che nievi ancor non mosse: 
e con quelPoh! che d'allegrezza dire 
si suole, incominci6; ma poi cangiosse 
tosto di faccia e di parlar, ch' appresso 
s'avide meglio che non era desso. 

LXXIX 

Dubito che per fraude di colei 
ch'era con lui, Grifon gli avesse ucciso; 
e: Dimmi, gli grido tu ch'esser dei 
un ladro e un traditor, come n'hai viso, 
onde hai quest'arme avute? onde ti sei 
sul buon destrier del mio fratello assiso ? 
Dimmi se '1 mio fratello e morto o vivo ; 
come de 1'arme e del destrier Thai privo. 



CANTO DECIMOTTAVO 429 

LXXX 

Quando Orrigille udi 1'irata voce, 
a dietro il palafren per fuggir volse; 
ma di lei fu Aquilante piii veloce, 
e fecela fermar, volse o non volse. 
Martano al minacciar tanto feroce 
del cavallier, che si improvise il colse, 
pallido triema, come al vento fronda, 
ne sa quel che si faccia o che risponda. 

LXXXI 

Grida Aquilante, e fulminar non resta, 
e la spada gli pon dritto alia strozza; 
e giurando minaccia che la testa 
ad Orrigille e a lui rimarra mozza, 
se tutto il fatto non gli manifesta. 
II mal giunto Martano alquanto ingozza, 
e tra se volve se puo sminuire 
sua grave colpa, e poi comincia a dire: 

LXXXII 

Sappi, signor, che mia sorella e questa, 
nata di buona e virtuosa gente, 
ben che temita in vita disonesta 
1'abbia Grifone obbrobriosamente : 
e tale infamia essendomi molesta, 
ne per forza sentendomi possente 
di torla a si grande uom, feci disegno 
d'averla per astuzia e per ingegno. 

LXXXIII 

Tenni modo con lei, ch'avea desire 
di ritornare a piu lodata vita, 
ch'essendosi Grifon messo a dormire, 
chetamente da lui fesse partita. 
Cosi fece ella; e perche egli a seguire 
non n'abbia, et a turbar la tela ordita, 
noi lo lasciammo disarmato e a piedi; 
e qua venuti sian, come tu vedi. 



430 ORLANDO FURIOSO 

LXXXIV 

Poteasi dar di somma astuzia vanto, 

che colui facilmente gli credea; 

e fuor che 'n torgli arme e destrier e quanto 

tenesse di Grifon, non gli nocea; 

se non volea pulir sua scusa tanto, 

che la facesse di menzogna rea: 

buona era ogn'altra parte, se non quella 

che la femina allui fosse sorella. 

LXXXV 

Avea Aquilante in Antiochia inteso 
essergli concubina da piu genti; 
onde gridando, di furore acceso: 
Falsissimo ladron, tu te ne menti! 
un pugno gli tiro di tanto peso, 
che ne la gola gli cacci6 duo denti; 
e senza piu contesa, arnbe le braccia 
gli volge dietro, e d'una fune allaccia; 

LXXXVI 

e parimente fece ad Orrigille, 
ben che in sua scusa ella dicesse assai. 
Quindi li trasse per casali e ville, 
n6 li Iasci6 fin a Damasco mai; 
e de le miglia mille volte mille 
tratti gli avrebbe con pene e con guai, 
fin ch'avesse trovato il suo fratello, 
per fame poi come piacesse a quello. 

LXXXVII 

Fece Aquilante lor scudieri e some 
seco tornare, et in Damasco venne, 
e trovo di Grifon celebre il nome 
per tutta la citta batter le penne: 
piccoli e grandi, ognun sapea gia come 
egli era, che si ben corse 1'antenne, 
et a cui tolto fu con falsa mostra 
dal compagno la gloria de la giostra. 



CANTO DECIMOTTAVO 43! 

LXXXVIII 

II popul tutto al vil Martano infesto, 

Funo all'altro additandolo, lo scuopre. 

Non e, dicean non e il ribaldo questo, 

che si fa laude con Faltrui buone opre ? 

e la virtu di chi non e ben desto, 

con la sua infamia e col suo obbrobrio copre ? 

Non e 1'ingrata femina costei, 

la qual tradisce i buoni e aiuta i rei ? 

LXXXIX 

Altri dicean : Come stan bene insieme 
segnati ambi d'un marchio e d'una razza! 
Chi li bestemmia, chi lor dietro freme, 
chi grida: Impicca, abrucia, squarta, amazza! 
La turba per veder s'urta, si preme, 
e corre inanzi alle strade, alia piazza. 
Venne la nuova al re, che mostro segno 
d'averla cara piu ch'un altro regno. 

xc 

Senza molti scudier dietro o davante, 
come si ritrovo, si mosse in fretta, 
e venne ad incontrarsi in Aquilante, 
ch'avea del suo Grifon fatto vendetta; 
e quello onora con gentil sembiante, 
seco lo 'nvita, e seco lo ricetta; 
di suo consenso avendo fatto porre 
i duo prigioni in fondo d'una torre. 

xci 

Andaro insieme ove del letto mosso 
Grifon non s'era, poi che fu ferito, 
che vedendo il fratel, divenne rosso ; 
che ben stimo ch'avea il suo caso udito. 
E poi che motteggiando un poco adosso 
gli ando Aquilante, messero a partito 
di dare a quelli duo iusto martoro, 
venuti in man degli awersari loro. 



432 ORLANDO FURIOSO 

XCII 

Vuole Aquilante, vuole il re che mille 
strazii ne sieno fatti; ma Grifone 
(perche non osa dir sol d'Orrigille) 
all'uno e all'altro vuol che si perdone. 
Disse assai cose, e molto ben ordille; 
fugli risposto: or per conclusione 
Martano e disegnato in mano al boia, 
ch'abbia a scoparlo, e non pero che moia. 

XCIII 

Legar lo fanno, e non tra' fiori e Ferba, 

e per tutto scopar Taltra matina. 

Orrigille captiva si riserba 

fin che ritorni la bella Lucina, 

al cui saggio parere, o lieve o acerba, 

rimetton quei signor la disciplina. 

Quivi stette Aquilante a ricrearsi 

fin che '1 fratel fu sano e pote armarsi. 

xciv 

Re Norandin, che temperato e saggio 
divenuto era dopo un tanto errore, 
non potea non aver sempre il coraggio 
di penitenzia pieno e di dolore, 
d'aver fatto a colui danno et oltraggio, 
che degno di mercede era e d'onore: 
si che di e notte avea il pensiero intento 
per farlo rimaner di se contento. 

xcv 

E statui nel publico conspetto 
de la citta, di tanta ingiuria rea, 
con quella maggior gloria ch'a perfetto 
cavallier per un re dar si potea, 
di rendergli quel premio ch'intercetto 
con tanto inganno il traditor gli avea: 
e percio fe' bandir per quel paese, 
che faria un'altra giostra indi ad un mese. 



CANTO DECIMOTTAVO 433 

XCVI 

Di ch'apparecchio fa tanto solenne, 
quanto a pompa real possibil sia: 
onde la Fama con veloci penne 
porto la nuova per tutta Soria; 
et in Fenicia e in Palestina venne, 
e tanto, ch'ad Astolfo ne die spia, 
il qual col vicere deliberosse 
che quella giostra senza lor non fosse. 

xcvn 

Per guerrier valoroso e di gran nome 
la vera istoria Sansonetto vanta. 
Gli die battesmo Orlando, e Carlo (come 
v'ho detto) a governar la Terra Santa. 
Astolfo con costui Iev6 le some, 
per ritrovarsi ove la Fama canta, 
si che d'intorno n'ha piena ogni orecchia, 
ch'in Damasco la giostra s'apparecchia. 

XCVIII 

Or cavalcando per quelle contrade 
con non lunghi viaggi, agiati e lenti, 
per ritrovarsi freschi alia cittade 
poi di Damasco il di de j torniamenti, 
scontraro in una croce di due strade 
persona ch'al vestire e a 3 movimenti 
avea sembianza d'uomo, e femin'era, 
ne le battaglie a maraviglia fiera. 

xcix 

La vergine Marfisa si nomava, 
di tal valor, che con la spada in mano 
fece piu volte al gran signor di Brava 
sudar la fronte e a quel di Montalbano ; 
e '1 di e la notte armata sempre andava 
di qua di la cercando in monte e in piano 
con cavallieri erranti riscontrarsi, 
et immortale e gloriosa farsi. 



434 ORLANDO FURIOSO 

C 

Com'ella vide Astolfo e Sansonetto, 
ch'appresso le venian con 1'arme indosso, 
prodi guerrier le parvero all'aspetto ; 
ch'erano ambeduo grandi e di buono osso: 
e perche di provarsi avria diletto, 
per isfidarli avea il destrier gia mosso; 
quando, affissando 1'occhio piu vicino, 
conosciuto ebbe il duca paladino. 

ci 

De la piacevolezza le sovenne 
del cavallier, quando al Catai seco era: 
e lo chiam6 per nome, e non si tenne 
la man nel guanto, e alzossi la visiera; 
e con gran festa ad abbracciarlo venne, 
come che sopra ogn'altra fosse altiera. 
Non men da Paltra parte riverente 
fu il paladino alia donna eccellente. 

en 

Tra lor si domandaron di lor via: 
e poi ch' Astolfo, che prima rispose, 
narr6 come a Damasco se ne gia, 
dove le genti in arme valorose 
avea invitato il re de la Soria 
a dimostrar lor opre virtuose; 
Marfisa, sempre a far gran pruove accesa, 
Voglio esser con voi disse a questa impresa. 

cm 

Sommamente ebbe Astolfo grata questa 
compagna d'arme, e cosi Sansonetto. 
Furo a Damasco il di inanzi la festa, 
e di fuora nel borgo ebbon ricetto: 
e sin all'ora che dal sonno desta 
1' Aurora il vecchiarel gia suo diletto, 
quivi si riposar con maggior agio, 
che se smontati fossero al palagio. 



CANTO DECIMOTTAVO 435 

CIV 

E poi che '1 nuovo sol lucido e chiaro 
per tutto sparsi ebbe i fulgent! raggi, 
la bella donna e i duo guerrier s'armaro, 
mandato avendo alia citta messaggi; 
che, come tempo fu, lor rapportaro 
che per veder spezzar frassini e faggi 
re Norandino era venuto al loco 
ch'avea constituito al fiero gioco. 

cv 

Senza phi indugio alia citta ne vanno, 
e per la via maestra alia gran piazza, 
dove aspettando il real segno stanno 
quinci e quindi i guerrier di buona razza. 
I premii che quel giorno si daranno 
a chi vince, e uno stocco et una mazza 
guerniti riccamente, e un destrier quale 
sia convenevol dono a un signer tale. 

cvi 

Avendo Norandin fermo nel core 
che, come il primo pregio, il secondo anco, 
e d'ambedue le giostre il sommo onore 
si debba guadagnar Grifone il bianco; 
per dargli tutto quel ch'uom di valore 
dovrebbe aver, ne debbe far con manco, 
posto con Tarme in questo ultimo pregio 
ha stocco e mazza e destrier molto egregio. 

cvn 

L'arme che ne la giostra fatta dianzi 
si doveano a Grifon che '1 tutto vinse, 
e che usurpate avea con tristi avanzi 
Martano che Grifone esser si finse, 
quivi si fece il re pendere inanzi, 
e il ben guernito stocco a quelle cinse, 
e la mazza all'arcion del destrier messe, 
perche Grifon Tun pregio e Paltro avesse. 



436 ORLANDO FURIOSO 

CVIII 

Ma che sua intenzione avesse effetto 
vieto quella magnanima guerriera, 
che con Astolfo e col buon Sansonetto 
in piazza nuovamente venuta era. 
Costei, vedendo Tarme ch'io v'ho detto, 
subito n'ebbe conoscenza vera: 
pero che gia sue furo, e Pebbe care 
quanto si suol le cose ottime e rare; 

cix 

ben che 1'avea lasciate in su la strada 
a quella volta che le fur d'impaccio, 
quando per riaver sua buona spada 
correa dietro a Brunei degno di laccio. 
Questa istoria non credo che m'accada 
altrimenti narrar; per6 la taccio. 
Da me vi basti intendere a che guisa 
quivi trovasse Parme sue Marfisa. 

ex 

Intenderete ancor che come Febbe 
riconosciute a manifeste note, 
per altro che sia al mondo non le avrebbe 
lasciate un di di sua persona vote. 
Se piu tenere un modo o un altro debbe 
per racquistarle, ella pensar non puote; 
ma se gli accosta a un tratto, e la man stende, 
e senz'altro rispetto se le prende: 

CXI 

e per la fretta ch'ella n'ebbe, avenne 
ch'altre ne prese, altre mandoline in terra. 
II re, che troppo offeso se ne tenne, 
con uno sguardo sol le mosse guerra; 
che '1 popul, che ringiuria non sostenne, 
per vendicarlo e lance e spade afferra, 
non rammentando ci6 ch'i giorni inanti 
nocque il dar noia ai cavallieri erranti. 



CANTO DECIMOTTAVO 437 

CXII 

Ne fra vermigli fiori, azzurri e gialli 
vago fanciullo alia stagion novella, 
ne mai si ritrovo fra suoni e balli 
piu volentieri ornata donna e bella; 
che fra strepito d'arme e di cavalli, 
e fra punte di lance e di quadrella, 
dove si sparga sangue e si dia morte, 
costei si truovi, oltre ogni creder forte. 

CXIII 

Spinge il cavallo, e ne la turba sciocca 

con Pasta bassa impetuosa fere; 

e chi nel collo e chi nel petto imbrocca, 

e fa con 1'urto or questo or quel cadere: 

poi con la spada uno et un altro tocca, 

e fa qual senza capo rimanere, 

e qual con rotto, e qual passato al fiance, 

e qual del braccio privo o destro o manco. 

cxiv 

L'ardito Astolfo e il forte Sansonetto, 
ch'avean con lei vestita e piastra e maglia, 
ben che non venner gia per tale effetto, 
pur, vedendo attaccata la battaglia, 
abbassan la visiera de Felmetto, 
e poi la lancia per quella canaglia; 
et indi van con la tagliente spada 
di qua di la facendosi far strada. 

cxv 

I cavallieri di nazion diverse, 
ch'erano per giostrar quivi ridutti, 
vedendo Tarme in tal furor converse, 
e gli aspettati giuochi in gravi lutti 
(che la cagion ch'avesse di dolerse 
la plebe irata non sapeano tutti, 
ne ch'al re tanta ingiuria fosse fatta), 
stavan con dubbia mente e stupefatta. 



438 ORLANDO FURIOSO 

CXVI 

Di ch'altri a favorir la turba venne, 
che tardi poi non se ne fu a pentire; 
altri, a cui la citta piu non attenne 
che gli stranieri, accorse a dipartire; 
altri, piu saggio, in man la briglia tenne, 
mirando dove questo avesse a uscire. 
Di quelli fu Grifone et Aquilante, 
che per vendicar Tarme andaro inante. 

CXVII 

Essi, vedendo il re che di veneno 
avea le luci inebriate e rosse, 
et essendo da molti instrutti a pieno 
de la cagion che la discordia mosse, 
e parendo a Grifon che sua, non meno 
che del re Norandin, ringiuria fosse; 
s'avean le lance fatte dar con fretta, 
e venian fulminando alia vendetta. 

cxvm 

Astolfo d'altra parte Rabicano 
venia spronando a tutti gli altri inante, 
con Tincantata lancia d'oro in mano, 
ch'al fiero scontro abbatte ogni giostrante. 
Feri con essa e lascio steso al piano 
prima Grifone, e poi trovo Aquilante; 
e de lo scudo tocco Porlo a pena, 
che lo gitt6 riverso in su 1'arena. 

cxix 

I cavallier di pregio e di gran pruova 
votan le selle inanzi a Sansonetto. 
L'uscita de la piazza il popul truova: 
il re n'arrabbia d'ira e di dispetto. 
Con la prima corazza e con la nuova 
Marfisa intanto, e 1'uno e Paltro elmetto, 
poi che si vide a tutti dare il tergo, 
vincitrice venia verso Palbergo. 



CANTO DECIMOTTAVO 439 

CXX 

Astolfo e Sansonetto non fur lenti 
a seguitarla, e seco a ritornarsi 
verso la porta (che tutte le genti 
gli davan loco), et al rastrel fermarsi. 
Aquilante e Grifon, troppo dolenti 
di vedersi a uno incontro riversarsi, 
tenean per gran vergogna il capo chino, 
ne ardian venire inanzi a Norandino. 

cxxi 

Presi e montati c'hanno i lor cavalli, 
spronano dietro agli nirnici in fretta. 
Li segue il re con molti suoi vasalli, 
tutti pronti o alia morte o alia vendetta. 
La sciocca turba grida: Dalli dalli! 
e sta lontana, e le novelle aspetta. 
Grifone arriva ove volgean la fronte 
i tre compagni, et avean preso il ponte. 

CXXII 

A prima giunta Astolfo raffigura, 
ch'avea quelle medesime divise, 
avea il cavallo, avea quella armatura 
ch'ebbe dal di ch'Orril fatale uccise. 
Ne miratol, ne posto gli avea cura, 
quando in piazza a giostrar seco si rnise: 
quivi il conobbe, e salutollo; e poi 
gli domand6 de li compagni suoi, 

CXXIII 

e perche tratto avean quell'arme a terra, 
portando al re si poca riverenza. 
Di suoi compagni il duca d'Inghilterra 
diede a Grifon non falsa conoscenza: 
de Tarme ch'attaccate avean la guerra, 
disse che non n'avea troppa scienza; 
ma perche con Marfisa era venuto, 
dar le volea con Sansonetto aiuto. 



44 ORLANDO FURIOSO 

CXXIV 

Quivi con Grifon stando il paladino, 
viene Aquilante, e lo conosce tosto 
che parlar col fratel 1'ode vicino, 
e il voler cangia, ch'era mal disposto. 
Giungean molti di quei di Norandino, 
ma troppo non ardian venire accosto; 
e tanto piu, vedendo i parlamenti, 
stavano cheti, e per udire intenti. 

cxxv 

Alcun ch'intende quivi esser Marfisa, 
che tiene al mondo il vanto in esser forte, 
volta il cavallo, e Norandino avisa 
che s'oggi non vuol perder la sua corte, 
proveggia, prima che sia tutta uccisa, 
di man trarla a Tesifone e alia Morte; 
perche Marfisa veramente e stata, 
che 1'armatura in piazza gli ha levata. 

cxxvi 

Come re Norandino ode quel nome 
cosi temuto per tutto Levante, 
che facea a molti anco arricciar le chiome, 
ben che spesso da lor fosse distante, 
e certo che ne debbia venir come 
dice quel suo, se non provede inante; 
pero gli suoi, che gia mutata 1'ira 
hanno in timore, a se richiama e tira. 

cxxvn 

Da Paltra parte i figli d'Oliviero 
con Sansonetto e col figliuol d'Otone, 
supplicando a Marfisa, tanto fero, 
che si die fine alia crudel tenzone. 
Marfisa, giunta al re, con viso altiero 
disse : lo non so, signor, con che ragione 
vogli quest'arme dar, che tue non sono, 
al vincitor de le tue giostre in dono. 



CANTO DECIMOTTAVO 441 

CXXVIII 

Mie sono Parme, e 'n mezzo de la via 
che vien d'Armenia, un giorno le lasciai, 
perche seguire a pie mi convenia 
un rubator che m'avea offesa assai: 
e la mia insegna testimon ne fia, 
che qui si vede, se notizia n'hai. 
E la mostro ne la corazza impressa, 
ch'era in tre parti una corona fessa. 

cxxix 

Gli e ver rispose il re che mi fur date, 
son pochi di, da un mercatante armeno; 
e se voi me Tavesse domandate, 
1'avreste avute, o vostre o no che sieno; 
ch'avenga ch'a Grifon gia Pho donate, 
ho tanta fede in lui, che nondimeno, 
accio a voi darle avessi anche potuto, 
volentieri il mio don m'avria renduto. 

cxxx 

Non bisogna allegar, per farmi fede 
che vostre sien, che tengan vostra insegna : 
basti il dirmelo voi; che vi si crede 
piu ch'a qual altro testimonio vegna. 
Che vostre sian vostr'arme si conciede 
alia virtu di maggior premio degna. 
Or ve Pabbiate, e piu non si contenda; 
e Grifon maggior premio da me prenda. 

cxxxi 

Grifon che poco a cor avea queirarme, 
ma gran disio che '1 re si satisfaccia, 
gli disse : Assai potete compensarme, 
se mi fate saper ch'io vi compiaccia. 
Tra se disse Marfisa: ccEsser qui parme 
Tonor mio in tutto, e con benigna faccia 
voile a Grifon de Farme esser cortese; 
e fmalmente in don da lui le prese. 



442 ORLANDO FURIOSO 

CXXXII 

Ne la citta con pace e con amore 
tornaro, ove le feste raddoppiarsi. 
Poi la giostra si fe j , di che 1'onore 
e J l pregio Sansonetto fece darsi; 
ch'Astolfo e i duo fratelli e la migliore 
di lor, Marfisa, non volson provarsi, 
cercando, com'amici e buon compagni, 
che Sansonetto il pregio ne guadagni. 

CXXXIII 

Stati che sono in gran piacere e in festa 
con Norandino otto giornate o diece, 
perche Tamor di Francia gli molesta, 
che lasciar senza lor tanto non lece, 
tolgon licenzia; e Marfisa, che questa 
via disiava, compagnia lor fece. 
Marfisa avuto avea lungo disire 
al paragon dei paladin venire, 

CXXXIV 

e far esperienzia se Teffetto 

si pareggiava a tanta nominanza. 

Lascia un altro in suo loco Sansonetto, 

che di Jerusalem regga la stanza. 

Or questi cinque in un drappello eletto, 

che pochi pari al mondo han di possanza, 

licenziati dal re Norandino, 

vanno a Tripoli e al mar che v'e vicino. 

cxxxv 

E quivi una caracca ritrovaro, 
che per Ponente mercanzie raguna. 
Per loro e pei cavalli s'accordaro 
con un vecchio patron ch'era da Luna. 
Mostrava d'ogn'intorno il tempo chiaro, 
ch'avrian per molti di buona fortuna. 
Sciolser dal lito, avendo aria serena, 
e di buon vento ogni lor vela piena. 



CANTO DECIMOTTAVO 443 

CXXXVI 

L'isola sacra alPamorosa dea 
diede lor sotto un'aria il prime porto, 
che non ch'a offender gli uornini sia rea, 
ma stempra il ferro, e quivi e '1 viver corto. 
Cagion n'e un stagno: e certo non dovea 
Natura a Famagosta far quel torto 
d'appressarvi Costanza acre e malign a, 
quando al resto di Cipro e si benigna. 

cxxxvn 

II grave odor che la palude esala 
non lascia al legno far troppo soggiorno. 
Quindi a un greco-levante spiego ogni ala, 
volando da man destra a Cipro intorno, 
e surse a Pafo, e pose in terra scala; 
e i naviganti uscir nel lito adorno, 
chi per merce levar, chi per vedere 
la terra d'amor piena e di piacere. 

CXXXVIII 

Dal mar sei miglia o sette, a poco a poco 
si va salendo inverso il colle ameno. 
Mirti e cedri e naranci e lauri il loco, 
e mille altri soavi arbori ban pieno. 
Serpillo e persa e rose e gigli e croco 
sp argon da Podorifero terreno 
tanta suavita, ch'in mar sentire 
la fa ogni vento cbe da terra spire. 

cxxxix 

Da limpida fontana tutta quella 
piaggia rigando va un ruscel fecondo. 
Ben si pu6 dir che sia di Vener bella 
il luogo dilettevole e giocondo; 
che v'e ogni donna affatto, ogni donzella 
piacevol piu ch'altrove sia nel mondo: 
e fa la dea che tutte ardon d'amore, 
giovani e vecchie, infino alPultime ore. 



444 ORLANDO FURIOSO 

CXL 

Quivi odono il medesimo ch'udito 
di Lucina e de 1'Orco hanno in Soria, 
e come di tornare ella a marito 
facea nuovo apparecchio in Nicosia. 
Quindi il padrone (essendosi espedito, 
e spirando buon vento alia sua via) 
1'ancore sarpa, e fa girar la proda 
verso ponente, et ogni vela snoda. 

CXLI 

Al vento di maestro alz6 la nave 
le vele all'orza, et allargossi in alto. 
Un ponente-libecchio, che soave 
parve a principio e fin che '1 sol stette alto, 
e poi si fe' verso la sera grave, 
le leva incontra il mar con fiero assalto, 
con tanti tuoni e tanto ardor di lampi, 
che par che '1 ciel si spezzi e tutto avampi. 

CXLII 

Stendon le nubi un tenebroso velo 
che ne sole apparir lascia ne* Stella. 
Di sotto il mar, di sopra mugge il cielo, 
il vento d'ogn'intorno, e la procella 
che di pioggia oscurissima e di gelo 
i naviganti miseri flagella: 
e la notte piu sempre si diffonde 
sopra 1'irate e formidabil onde. 

CXLIII 

I naviganti a dimostrare effetto 

vanno de Parte in che lodati sono : 

chi discorre fischiando col fraschetto, 

e quanto han gli altri a far, mostra col suono; 

chi Fancore apparechia da rispetto, 

e chi al mainare e chi alia scotta e buono; 

chi '1 timone, chi 1'arbore assicura, 

chi la coperta di sgombrare ha cura. 



CANTO DECIMOTTAVO 445 

CXLIV 

Crebbe il tempo crudel tutta la notte, 
caliginosa e piu scura ch'inferno. 
Tien per Palto il padrone, ove men rotte 
crede 1'onde trovar, dritto il governo; 
e volta ad or ad or contra le botte 
del mar la proda, e de Tombi! verno, 
non senza speme mai che, come aggiorni, 
cessi fortuna, o piu placabil torni. 

CXLV 

Non cessa e non si placa, e piu furore 
mostra nel giorno, se pur giorno e questo, 
che si conosce al numerar de Tore, 
non che per lume gia sia manifesto. 
Or con minor speranza e piu timore 
si da in poter del vento il padron mesto: 
volta la poppa alPonde, e il mar crudele 
scorrendo se ne va con umil vele. 

CXLVI 

Mentre Fortuna in mar questi travaglia, 
non lascia anco posar quegli altri in terra, 
che sono in Francia, ove s'uccide e taglia 
coi Sar acini il popul d'Inghilterra. 
Quivi Rinaldo assale, apre e sbaraglia 
le schiere awerse, e le bandiere atterra. 
Dissi di lui, che *1 suo destrier Baiardo 
mosso avea contra a Dardinel gagliardo. 

CXLVII 

Vide Rinaldo il segno del quartiero, 
di che superbo era il figliuol d' Almonte; 
e lo stimo gagliardo e buon guerriero, 
che concorrer d'insegna ardia col conte. 
Venne piu appresso, e gli parea piu vero; 
ch'avea d'intorno uomini uccisi a monte. 
Meglio e grido che prima io svella e spenga 
questo mal germe, che maggior divenga. 



446 ORLANDO FURIOSO 

CXLVIII 

Dovunque il viso drizza il paladino, 
levasi ognuno, e gli da larga strada; 
ne men sgombra il fedel che '1 Saracino, 
si reverita e la famosa spada. 
Rinaldo, fuor che Dardinel meschino, 
non vede alcuno, e lui seguir non bada. 
Grida: Fanciullo, gran briga ti diede 
chi ti lascio di questo scudo erede. 

CXLIX 

Vengo a te per provar, se tu m'attendi, 
come ben guardi il quartier rosso e bianco; 
che s'ora contra me non lo difendi, 
difender contra Orlando il potrai manco. 
Rispose Dardinello : Or chiaro apprendi 
che s'io lo porto, il so difender anco; 
e guadagnar phi onor che briga posso 
del paterno quartier candido e rosso. 

CL 

Perche fanciullo io sia, non creder farme 

pero ruggire, o che '1 quartier ti dia: 

la vita mi torrai, se mi toi Parme; 

ma spero in Dio ch'anzi il contrario fia. 

Sia quel che vuol, non potra alcun biasmarme 

che mai traligni alia progenie mia. 

Cosi dicendo, con la spada in mano 

assalse il cavallier da Montalbano. 

CLI 

Un timor freddo tutto '1 sangue oppresse 

che gli Africani aveano intorno al core, 

come vider Rinaldo che si messe 

con tanta rabbia incontra a quel signore, 

con quanta andria un leon ch'al prato avesse 

visto un torel ch'ancor non senta amore. 

II primo che feri, fu '1 Saracino; 

ma picchi6 invan su 1'elmo di Mambrino. 



CANTO DECIMOTTAVO 447 

CLU 

Rise Rinaldo, e disse: lo vo' tu senta, 

s'io so meglio di te trovar la vena. 

Sprona, e a un tempo al destrier la briglia allenta, 

e d'una punta con tal forza mena, 

d'una punta ch'al petto gli appresenta, 

che gli la fa apparir dietro alia schena. 

Quella trasse, al tornar, Talma col sangue : 

di sella il corpo usci freddo et esangue. 

CLIII 

Come purpureo fior languendo muore, 
che 'I vomere al passar tagliato lassa ; 
o come carco di superchio umore 
il papaver ne Porto il capo abbassa: 
cosi, giu de la faccia ogni colore 
cadendo, Dardinel di vita passa; 
passa di vita, e fa passar con lui 
Tardire e la virtu de tutti i sui. 

CLIV 

Qual soglion Facque per umano ingegno 
stare ingorgate alcuna volta e chiuse, 
che quando lor vien poi rotto il sostegno, 
cascano, e van con gran rumor difuse; 
tal gli African, ch'avean qualche ritegno 
mentre virtu lor Dardinello infuse, 
ne vanno or sparti in questa parte e in quella, 
che Than veduto uscir morto di sella. 

CLV 

Chi vuol fuggir, Rinaldo fuggir lassa, 
et attende a cacciar chi vuol star saldo. 
Si cade ovunque Ariodante passa, 
che molto va quel di presso a Rinaldo. 
Altri Lionetto, altri Zerbin fracassa, 
a gara ognuno a far gran prove caldo. 
Carlo fa il suo dover, lo fa Oliviero, 
Turpino e Guido e Salamone e Ugiero. 



448 ORLANDO FURIOSO 

CLVI 

I Mori fur quel giorno in gran periglio 
che J n Pagania non ne tornasse testa; 
ma '1 saggio re di Spagna da di piglio, 
e se ne va con quel che in man gli resta. 
Restar in danno tien miglior consiglio, 
che tutti i denar perdere e la vesta: 
meglio e ritrarsi, e salvar qualche schiera, 
che stando esser cagion che '1 tutto pera. 

CLVII 

Verso gli alloggiamenti i segni invia, 
ch'eron serrati d'argine e di fossa, 
con Stordilan, col re d'Andologia, 
col Portughese in una squadra grossa. 
Manda a pregar il re di Barb aria 
che si cerchi ritrar meglio che possa; 
e se quel giorno la persona e '1 loco 
potra salvar, non avra fatto poco. 

CLVIII 

Quel re che si tenea spacciato al tutto, 
ne mai credea piii riveder Biserta, 
che con viso si orribile e si brutto 
unquanco non avea Fortuna esperta, 
s'allegro che Marsilio avea ridutto 
parte del campo in sicurezza certa: 
et a ritrarsi comincio, e a dar volta 
alle bandiere, e fe j sonar raccolta. 

CLIX 

Ma la piu parte de la gente rotta 
ne tromba ne tambur ne segno ascolta: 
tanta fu la vilta, tanta la dotta, 
ch'in Senna se ne vide affogar molta. 
II re Agramante vuol ridur la frotta: 
seco ha Sobrino, e van scorrendo in volta; 
e con lor s'affatica ogni buon duca, 
che nei ripari il campo si riduca. 



CANTO DECIMOTTAVO 449 

CLX 

Ma ne il re, ne Sobrin, ne duca alcuno 
con prieghi, con minaccie, con affanno 
ritrar puo il terzo, non ch'io dica ognuno, 
dove I'insegne mal seguite vanno. 
Morti o fuggiti ne son dua per uno 
che ne rimane, e quel non senza danno: 
ferito e chi di dietro e chi davanti; 
ma travagliati e lassi tutti quanti. 

CLXI 

E con gran tema fin dentro alle porte 
dei forti allogiamenti ebbon la caccia: 
et era lor quel luogo anco mal forte, 
con ogni proveder che vi si faccia 
(che ben pigliar nel crin la buona sorte 
Carlo sapea, quando volgea la faccia), 
se non venia la notte tenebrosa, 
che stacc6 il fatto, et acquetb ogni cosa, 

CLXII 

dal Creator accelerata forse, 
che de la sua fattura ebbe pietade. 
Ondeggio il sangue per campagna, e corse 
come un gran flume, e dilago le strade. 
Ottantamila corpi numerorse, 
che fur quel di messi per fil di spade. 
Villani e lupi uscir poi de le grotte 
a dispogliargli e a devorar la notte. 

CLXIII 

Carlo non torna piu dentro alia terra, 

ma contra gli nimici fuor s'accampa, 

et in assedio le lor tende serra, 

et alti e spessi fuochi intorno avampa. 

II pagan si provede, e cava terra, 

fossi e ripari e bastioni stampa; 

va rivedendo, e tien le guardie deste, 

ne tutta notte mai Tarme si sveste. 



450 ORLANDO FURIOSO 

CLXIV 

Tutta la notte per gli alloggiamenti 
dei malsicuri Saracini oppress! 
si versan pianti, gemiti e lamenti, 
ma quanto piu si puo, cheti e soppressi. 
Altri, perche gli amici hanno e i parenti 
lasciati morti, et altri per se stessi, 
che son feriti, e con disagio stanno: 
ma piu e la tema del futuro danno. 

CLXV 

Duo Mori ivi fra gli altri si trovaro, 
d'oscura stirpe nati in Tolomitta; 
de' quai I'istoria, per esempio raro 
di vero amore, e degna esser descritta. 
Cloridano e Medor si nominaro, 
ch'alla fortuna prospera e alia afflitta 
aveano sempre amato Dardinello, 
et or passato in Francia il mar con quello. 

CLXVI 

Cloridan, cacciator tutta sua vita, 
di robusta persona era et isnella; 
Medoro avea la guancia colorita 
e bianca e grata ne la eta novella, 
e fra la gente a quella impresa uscita 
non era faccia piu gioconda e bella. 
Occhi avea neri, e chioma crespa d'oro: 
angel parea di quei del sommo coro. 

CLXVII 

Erano questi duo sopra i ripari 

con molti altri a guardar gli alloggiamenti, 

quando la Notte fra distanzie pari 

mirava il ciel con gli occhi sonnolenti. 

Medoro quivi in tutti i suoi parlari 

non pu6 far che '1 signer suo non rammenti, 

Dardinello d' Almonte, e che non piagna 

che resti senza onor ne la campagna. 



CANTO DECIMOTTAVO 45! 

CLXVIII 

Volto al compagno, disse : O Cloridano, 
io non ti posso dir quanto m'incresca 
del mio signor, che sia rimaso al piano, 
per lupi e corbi, ohime! troppo degna esca. 
Pensando come sempre mi fu umano, 
mi par che quando ancor questa anima esca 
in onor di sua fama, io non compensi 
ne sciolga verso lui gli oblighi immensi. 

CLXIX 

Io voglio andar, perche non stia insepulto 
in mezzo alia campagna, a ritrovarlo: 
e forse Dio vorra ch'io vada occulto 
la dove tace il campo del re Carlo. 
Tu rimarrai; che quando in ciel sia sculto 
ch'io vi debba morir, potrai narrarlo: 
che se Fortuna vieta si belP op ra, 
per fama almeno il mio buon cor si scuopra. 

CLXX 

Stupisce Cloridan, che tanto core, 
tanto amor, tanta fede abbia un fanciullo : 
e cerca assai, perche gli porta amore, 
di fargli quel pensiero irrito e nullo; 
ma non gli val, perch'un si gran dolore 
non riceve conforto ne trastullo. 
Medoro era disposto o di morire, 
o nella tomba il suo signor coprire, 

CLXXI 

Veduto che nol piega e che nol muove, 
Cloridan gli risponde : E verro anch'io, 
anch'io vuo' pormi a si lodevol pruove, 
anch'io famosa morte amo e disio. 
Qual cosa sara mai che piu mi giove, 
s'io resto senza te, Medoro mio ? 
Morir teco con Tarme e meglio molto, 
che poi di duol, s'awien che mi sii tolto. 



452 ORLANDO FURIOSO 

CLXXII 

Cosi disposti, messero in quel loco 
le successive guardie, e se ne vanno. 
Lascian fosse e steccati, e dopo poco 
tra' nostri son, che senza cura stanno. 
II campo dorme, e tutto e spento il fuoco, 
perche dei Saracin poca tema hanno. 
Tra 1'arme e' carriaggi stan roversi, 
nel vin, nel sonno insino agli occhi immersi. 

CLXXIII 

Fermossi alquanto Cloridano, e disse: 
Non son mai da lasciar 1'occasioni. 
Di questo stuol che '1 mio signer trafisse, 
non debbo far, Medoro, occisioni? 
Tu, perche sopra alcun non ci venisse, 
gli occhi e 1'orecchi in ogni parte poni; 
ch'io nVofferisco farti con la spada 
tra gli nimici spaziosa strada. 

CLXXIV 

Cosi disse egli, e tosto il parlar tenne, 
et entro dove il dotto Alfeo dormia, 
che Panno inanzi in corte a Carlo venne, 
medico e mago e pien d'astrologia: 
ma poco a questa volta gli sovenne, 
anzi gli disse in tutto la bugia, 
Predetto egli s'avea che d'anni pieno 
dovea morire alia sua moglie in seno : 

CLXXV 

et or gli ha messo il cauto Saracino 
la punta de la spada ne la gola. 
Quattro altri uccide appresso all'mdovino, 
che non han tempo a dire una parola: 
menzion dei nomi lor non fa Turpino, 
e '1 lungo andar le lor notizie invola; 
dopo essi Palidon da Moncalieri, 
che sicuro dormia fra duo destrieri. 



CANTO DECIMOTTAVO 453 

CLXXVI 

Poi se ne vien dove col capo giace 
appoggiato al barile II miser Grillo: 
avealo voto, e avea creduto in pace 
godersi un sonno placido e tranquillo. 
Troncogli il capo il Saracino audace: 
esce col sangue il vin per uno spillo, 
di che n'ha in corpo phi d'una bigoncia; 
e di ber sogna, e Cloridan lo sconcia. 

CLXXVII 

E presso a Grillo, un Greco et un Tedesco 
spenge in dui colpi, Andropono e Conrado, 
che de la notte avean goduto al fresco 
gran parte, or con la tazza, ora col dado: 
felici, se vegghiar sapeano a desco 
fin che de Tlndo il sol passassi il guado. 
Ma non potria negli uomini il destino, 
se del futuro ognun fosse in do vino. 

CLXXVIII 

Come impasto leone in stalla piena, 
che lunga fame abbia smacrato e asciutto, 
uccide, scanna, mangia, a strazio mena 
Tinfermo gregge in sua balia condutto; 
cosi il crudel pagan nel sonno svena 
la nostra gente, e fa macel per tutto. 
La spada di Medoro anco non ebe ; 
ma si sdegna ferir 1'ignobil plebe. 

CLXXIX 

Venuto era ove il duca di Labretto 
con una dama sua dormia abbracciato; 
e Fun con Taltro si tenea si stretto, 
che non saria tra lor Paere entrato. 
Medoro ad ambi taglia il capo netto. 
Oh felice morire! oh dolce fato! 
che come erano i corpi, ho cosi fede 
ch'andar Talme abbracciate alia lor sede. 



454 ORLANDO FURIOSO 

CLXXX 

Malindo uccise e Ardalico il fratello, 

che del conte di Fiandra erano figli ; 

e 1'uno e 1'altro cavallier novello 

fatto avea Carlo, e aggiunto alParme i gigli, 

perche* il giorno amendui d'ostil macello 

con gli stocchi tornar vide vermigli: 

e terre in Frisa avea promesso loro, 

e date avria; ma lo viet6 Medoro. 

CLXXXI 

Grinsidiosi ferri eran vicmi 
ai padiglioni che tiraro in volta 
al padigHon di Carlo i paladini, 
facendo ognun la guardia la sua volta; 
quando da Pempia strage i Saracini 
trasson le spade, e diero a tempo volta; 
ch'impossibil lor par, tra si gran torma, 
che non s'abbia a trovar un che non dorma. 

CLXXXII 

E ben che possan gir di preda carchi, 
salvin pur se, che fanno assai guadagno. 
Ove piu creda aver sicuri i varchi 
va Cloridano, e dietro ha il suo compagno. 
Vengon nel campo, ove fra spade et archi 
e scudi e lance in un vermiglio stagno 
giaccion poveri e ricchi, e re e vassalli, 
e sozzopra con gli uomini i cavalli. 

CLXXXIII 

Quivi dei corpi Porrida mistura, 
che piena avea la gran campagna intorno, 
potea far vaneggiar la fedel cura 
dei duo compagni insino al far del giorno, 
se non traea fuor d'una nube oscura, 
a* prieghi di Medor, la Luna il corno. 
Medoro in ciel divotamente fisse 
verso la Luna gli occhi, e cosi disse: 



CANTO DECIMOTTAVO 455 

CLXXXIV 

O santa dea, che dagli antiqui nostri 
debitamente sei detta triforme; 
ch'in cielo, in terra e ne 1'inferno rnostri 
Talta bellezza tua sotto piu forme, 
e ne le selve, di fere e di mostri 
vai cacciatrice seguitando Forme; 
mostrami ove 5 1 mio re giaccia fra tanti, 
che vivendo imito tuoi studi santi. 

CLXXXV 

La Luna a quel pregar la nube aperse 

(o fosse caso o pur la tanta fede), 

bella come fu allor ch'ella s'offerse, 

e nuda in braccio a Endimion si diede. 

Con Parigi a quel lume si scoperse 

Tun campo e 1'altro; e J l monte e '1 pian si vede: 

si videro i duo colH di lontano, 

Martire a destra, e Leri alPaltra mano. 

CLXXXVI 

Rifulse lo splendor molto piu chiaro 
ove d' Almonte giacea morto il figlio. 
Medoro and6 piangendo al signor caro; 
che conobbe il quartier bianco e vermiglio: 
e tutto '1 viso gli bagn6 d'amaro 
pianto, che n'avea un rio sotto ogni ciglio, 
in si dolci atti, in si dolci lamenti, 
che potea ad ascoltar fermare i ventL 

CLXXXVII 

Ma con sommessa voce e a pena udita; 
npn che riguardi a non si far sentire, 
perch' abbia alcun pensier de la sua vita, 
piu tosto Todia, e ne vorrebbe uscire: 
ma per timor che non gli sia impedita 
T opera pia che quivi il fe' venire. 
Fu il morto re sugli omeri sospeso 
di tramendui, tra lor partendo il peso. 



456 ORLANDO FURIOSO 

CLXXXVIII 

Vanno affrettando i passi quanto ponno, 
sotto 1'amata soma che gFingombra. 
E gia venia chi de la luce e donno 
le stelle a tor del ciel, di terra 1'ombra; 
quando Zerbino, a cui del petto il sonno 
1'alta virtude, ove e bisogno, sgombra, 
cacciato avendo tutta notte i Mori, 
al campo si traea nei primi albori. 

CLXXXIX 

E seco alquanti cavallieri avea, 
che videro da lunge i dui compagni. 
Ciascuno a quella parte si traea, 
sperandovi trovar prede e guadagni. 

Frate, bisogna - Cloridan dicea 

gittar la soma, e dare opra ai calcagni ; 
che sarebbe pensier non troppo accorto, 
perder duo vivi per salvar un morto. 

cxc 

E gitto il carco, perch6 si pensava 
che J l suo Medoro il simil far dovesse: 
ma quel meschin, che J l suo signor piu amava, 
sopra le spalle sue tutto lo resse. 
L'altro con molta fretta se n'andava, 
come 1'amico a paro o dietro avesse: 
se sapea di lasciarlo a quella sorte, 
mille aspettate avria, non ch'una morte. 

CXCI 

Quei cavallier, con animo disposto 
che questi a render s'abbino o a morire, 
chi qua chi la si spargono, et han tosto 
preso ogni passo onde si possa uscire. 
Da loro il capitan poco discosto, 
piu degli altri e sollicito a seguire; 
ch'in tal guisa vedendoli temere, 
certo e che sian de le nimiche schiere. 



CANTO DECIMOTTAVO 457 

CXCII 

Era a quel tempo ivi una selva antica, 
d'ombrose piante spessa e di virgulti, 
che come labirinto entro s'intrica 
di stretti calli e sol da bestie culti. 
Speran d'averla i duo pagan si arnica, 
ch'abbi a tenerli entro a' suoi rami occulti. 
Ma chi del canto mio piglia diletto, 
un'altra volta ad ascoltarlo aspetto. 



458 ORLANDO FURIOSO 



CANTO DECIMONONO 



I 

Alcun non pu6 saper da chi sia amato, 
quando felice in su la ruota siede; 
pero c'ha i veri e i finti amici a lato, 
che mostran tutti una medesma fede. 
Se poi si cangia in tristo il lieto stato, 
volta la turba adulatrice il piede; 
e quel che di cor ama riman forte, 
et ama il suo signor dopo la morte. 

n 

Se, come il viso, si mostrasse il core, 
tal ne la corte e grande e gli altri preme, 
e tal e in poca grazia al suo signore, 
che la lor sorte muteriano insieme. 
Questo umil diverria tosto il maggiore: 
staria quel grande infra le turbe estreme. 
Ma torniamo a Medor fedele e grato, 
che 'n vita e in morte ha il suo signore amato. 

ill 

Cercando gia nel piii intricate calle 
il giovine infelice di salvarsi; 
ma il grave peso ch'avea su le spalle, 
gli facea uscir tutti i partiti scarsi. 
Non conosce il paese, e la via falle, 
e torna fra le spine a invilupparsi. 
Lungi da lui tratto al sicuro s'era 
1'altro, ch'avea la spalla piu leggiera. 



CANTO DECIMONONO 459 

IV 

Cloridan s'e ridutto ove non sente 
di chi segue lo strepito e il rumore: 
ma quando da Medor si vede absente, 
gli pare aver lasciato a dietro il core. 
Deh, come fui dicea si negligente, 
deh, come fui si di me stesso fuore, 
che senza te, Medor, qui mi ritrassi, 
ne sappia quando o dove io ti lasciassi! 

v 

Cosi dicendo, ne la torta via 
de Tintricata selva si ricaccia; 
et onde era venuto si rawia, 
e torna di sua morte in su la traccia. 
Ode i cavalli e i gridi tuttavia, 
e la nimica voce che minaccia: 
alPultimo ode il suo Medoro, e vede 
che tra molti a cavallo e solo a piede. 

VI 

Cento a cavallo, e gli son tutti intorno : 
Zerbin commanda e grida che sia preso. 
L'infelice s'aggira com'un torno, 
e quanto pu6 si tien da lor difeso, 
or dietro quercia, or olmo, or faggio, or orno, 
ne si discosta mai dal caro peso. 
L'ha riposato al fin su Ferba, quando 
regger nol puote, e gli va intorno errando: 

VII 

come orsa, che 1'alpestre cacciatore 

ne la pietrosa tana assalita abbia, 

sta sopra i figli con incerto core, 

e freme in suono di pieta e di rabbia: 

ira la 'nvita e natural furore 

a spiegar Tugne e a insanguinar le labbia; 

amor la 'ntenerisce, e la ritira 

a riguardare ai figli in mezzo Pira. 



460 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Cloridan, che non sa come Taiuti, 
e ch'esser vuole a morir seco ancora, 
ma non ch'in morte prima il viver muti, 
che via non truovi ove piu d'un ne mora; 
mette su 1'arco un de' suoi strali acuti, 
e nascoso con quel si ben lavora, 
che fora ad uno Scotto le cervella, 
e senza vita il fa cader di sella. 

IX 

Volgonsi tutti gli altri a quella banda 
ond'era uscito il calamo omicida. 
Intanto un altro il Saracin ne manda, 
perche 3 1 secondo a lato al primo uccida; 
che mentre in fretta a questo e a quel domanda 
chi tirato abbia Farco, e forte grida, 

10 strale arriva e gli passa la gola, 
e gli taglia pel mezzo la parola. 

x 

Or Zerbin, ch'era il capitano loro, 
non pote a questo aver pm pazienza. 
Con ira e con furor venne a Medoro, 
dicendo: Ne farai tu penitenza. 
Stese la mano in quella chioma d'oro, 
e strascinollo a se con violenza: 
ma come gli occhi a quel bel volto mise, 
gli ne venne pietade, e non 1'uccise. 

XI 

11 giovinetto si rivolse a' prieghi, 

e disse: Cavallier, per lo tuo Dio, 
non esser si crudel, che tu mi nieghi 
ch'io sepelisca il corpo del re mio. 
Non vo j ch'altra pieta per me ti pieghi, 
ne pensi che di vita abbi disio: 
ho tanta di mia vita, e non piu, cura, 
quanta ch'al mio signor dia sepultura. 



CANTO DECIMONONO 461 

XII 

E se pur pascer voi fiere et augelH, 
che 'n te il furor sia del teban Creonte, 
fa lor convito di miei membri, e quelli 
sepelir lascia del figliuol d' Almonte. 
Cosi dicea Medor con modi belli, 
e con parole atte a voltare un monte; 
e si commosso gia Zerbino avea, 
che d'amor tutto e di pietade ardea. 

XIII 

In questo mezzo un cavallier villano, 
avendo al suo signer poco rispetto, 
feri con una lancia sopra mano 
al supplicante il delicato petto. 
Spiacque a Zerbin Fatto crudele e strano; 
tanto piu, che del colpo il giovinetto 
vide cader si sbigottito e smorto, 
che 'n tutto giudic6 che fosse morto. 

XIV 

E se ne sdegno in guisa e se ne dolse, 
che disse: Invendicato gia non fia! 
e pien di mal talento si rivolse 
al cavallier che fe 5 Fimpresa ria: 
ma quel prese vantaggio, e se gli tolse 
dinanzi in un momento, e fuggi via. 
Cloridan, che Medor vede per terra, 
salta del bosco a discoperta guerra. 

xv 

E getta Parco, e tutto pien di rabbia 
tra gli nimici il ferro intorno gira, 
piu per morir, che per pensier ch'egli abbia 
di far vendetta che pareggi 1'ira. 
Del proprio sangue rosseggiar la sabbia 
fra tante spade, e al fin venir si mira; 
e tolto che si sente ogni potere, 
si lascia a canto al suo Medor cadere. 



462 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Seguon gli Scotti ove la guida loro 
per 1'alta selva alto disdegno mena, 
poi che lasciato ha Puno e Paltro Moro, 
1'un morto in tutto, e 1'altro vivo a pena. 
Giacque gran pezzo il giovine Medoro, 
spicciando il sangue da si larga vena, 
che di sua vita al fin saria venuto, 
se non sopravenia chi gli die aiuto. 

XVII 

Gli sopravenne a caso una donzella, 
avolta in pastorale et umil veste, 
ma di real presenzia e in viso bella, 
d'alte maniere e accortamente oneste. 
Tanto e ch'io non ne dissi piu novella, 
ch'a pena riconoscer la dovreste: 
questa, se non sapete, Angelica era, 
del gran Can del Catai la figlia altiera. 

XVIII 

Poi che '1 suo annello Angelica riebbe, 
di che Brunei Tavea tenuta priva, 
in tanto fasto, in tanto orgoglio crebbe, 
ch'esser parea di tutto J l mondo schiva. 
Se ne va sola, e non si degnerebbe 
compagno aver qual piu famoso viva: 
si sdegna a rimembrar che gia suo amante 
abbia Orlando nomato, o Sacripante. 

XIX 

E sopra ogn'altro error via piu pentita 
era del ben che gia a Rinaldo volse, 
troppo parendole essersi avilita, 
ch'a riguardar si basso gli occhi volse. 
Tant'arroganzia avendo Amor sentita, 
piu lungamente comportar non volse: 
dove giacea Medor, si pose al varco, 
e Taspetto, posto lo strale alParco. 



CANTO DECIMONONO 463 

XX 

Quando Angelica vide il giovinetto 
languir ferito, assai vicmo a rnorte, 
che del suo re che giacea senza tetto, 
piii che del proprio mal si dolea forte; 
insolita pietade in mezzo al petto 
si senti entrar per disusate porte, 
che le fe' il duro cor tenero e molle : 
e piu, quando il suo caso egli narrolle. 

XXI 

E rivocando alia memoria Tarte 
ch'in India imparo gia di chimgia 
(che par che questo studio in quella parte 
nobile e degno e di gran laude sia; 
e senza molto rivoltar di carte, 
che '1 patre ai figli ereditario il dia), 
si dispose operar con succo d'erbe, 
ch'a piu matura vita lo riserbe. 

XXII 

E ricordossi che passando avea 
veduta un'erba in una piaggia amena; 
fosse dittamo, o fosse panacea, 
o non so qual, di tal effetto piena, 
che stagna il sangue, e de la piaga rea 
leva ogni spasmo e perigliosa pena. 
La trov6 non lontana, e quella colta, 
dove lasciato avea Medor, die volta. 

XXIII 

Nel ritornar s'incontra in un pastore 
ch'a cavallo pel bosco ne veniva 
cercando una iuvenca, che gia fuore 
duo di di mandra e senza guardia giva. 
Seco lo trasse ove perdea il vigore 
Medor col sangue che del petto usciva; 
e gia n'avea di tanto il terren tinto, 
ch'era omai presso a rimanere estinto. 



464 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

Del palafreno Angelica giii scese, 

e scendere il pastor seco fece anche. 

Pesto con sassi Ferba, indi la prese, 

e succo ne cav6 fra le man bianche: 

ne la piaga n'infuse, e ne distese 

e pel petto e pel ventre e fin a Fanche; 

e fu di tal virtu questo liquore, 

che stagno il sangue, e gli torno il vigore; 

xxv 

e gli die forza, che pote salire 
sopra il cavallo che '1 pastor condusse. 
Non per6 volse indi Medor partire 
prima ch'in terra il suo signor non fusse. 
E Cloridan col re fe' sepelire; 
e poi dove a lei piacque si ridusse. 
Et ella per pieta ne Fumil case 
del cortese pastor seco rimase. 

XXVI 

Ne fin che nol tornasse in sanitade, 
volea partir: cosi di lui fe' stima, 
tanto se inteneri de la pietade 
che n'ebbe, come in terra il vide prima. 
Poi vistone i costumi e la beltade, 
roder si senti il cor d'ascosa lima; 
roder si senti il core, e a poco a poco 
tutto infiammato d ? amoroso fuoco. 

XXVII 

Stava il pastore in assai buona e bella 
stanza, nel bosco infra duo monti piatta, 
con la moglie e coi figli; et avea quella 
tutta di nuovo e poco inanzi fatta. 
Quivi a Medoro fu per la donzella 
la piaga in breve a sanita ritratta: 
ma in minor tempo si senti maggiore 
piaga di questa avere ella nel core. 



CANTO DECIMONONO 465 

XXVIII 

Assai piu larga piaga e piu profonda 
nel cor senti da non veduto strale, 
che da 1 begli occhi e da la testa bionda 
di Medoro avento 1'Arcier c'ha Tale. 
Arder si sente, e sempre il fuoco abonda; 
e piu cura Paltrui che '1 proprio male: 
di se non cura, e non e ad altro intenta, 
ch'a risanar chi lei fere e tormenta. 

XXIX 

La sua piaga piu s'apre e piu incrudisce, 
quanto piu Taltra si ristrmge e salda. 
II giovine si sana: ella languisce 
di nuova febbre, or agghiacciata, or calda. 
Di giorno in giorno in lui belta fiorisce: 
la misera si strugge, come falda 
strugger di nieve intempestiva suole, 
ch'in loco aprico abbia scoperta il sole. 

xxx 

Se di disio non vuol morir, bisogna 
che senza indugio ella se stessa aiti: 
e ben le par che di quel ch'essa agogna, 
non sia tempo aspettar ch'altri la 'nviti. 
Dunque, rotto ogni freno di vergogna, 
la lingua ebbe non men che gli occhi arditi; 
e di quel colpo domando mercede, 
che, forse non sapendo, esso le diede. 

XXXI 

conte Orlando, o re di Circassia, 
vostra inclita virtu, dite, che giova? 
Vostro alto onor, dite, in che prezzo sia, 
o che merce vostro servir ritruova? 
Mostratemi una sola cortesia 
che mai costei v'usasse, o vecchia o nuova, 
per ricompensa e guidardone e merto 
di quanto avete gia per lei sofferto. 



466 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Oh se potessi ritornar mai vivo, 

quanto ti parria duro, o re Agricane! 

che gia mostro costei si averti a schivo 

con repulse cnideli et inumane. 

O Ferrau, o mille altri ch'io non scrivo, 

ch'avete fatto mille pruove vane 

per questa ingrata, quanto aspro vi fora, 

s'a costu' in braccio voi la vedeste ora! 

XXXIII 

Angelica a Medor la prima rosa 
coglier Iasci6, non ancor tocca inante: 
ne persona fu mai si aventurosa, 
ch'in quel giardin potesse por le piante. 
Per adombrar, per onestar la cosa, 
si celebr6 con cerimonie sante 
il matrimonio, ch'auspice ebbe Amore, 
e pronuba la moglie del pastore. 

xxxiv 

Fersi le nozze sotto all'umil tetto 
le piu solenni che vi potean farsi; 
e piu d'un mese poi stero a diletto 
i duo tranquilli amanti a ricrearsi. 
Piu lunge non vedea del giovinetto 
la donna, ne di lui potea saziarsi; 
ne, per mai sempre pendergli dal collo, 
il suo disir sentia di lui satollo. 

XXXV 

Se stava all'ombra o se del tetto usciva, 
avea di e notte il bel giovine a lato : 
matino e sera or questa or quella riva 
cercando andava, o qualche verde prato: 
nel mezzo giorno un antro li copriva, 
forse non men di quel commodo e grato, 
ch'ebber, fuggendo Tacque, Enea e Dido 
de' lor secreti testimonio fido. 



CANTO DECIMONONO 467 

XXXVI 

Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto 
vedesse ombrare o fonte o rivo puro, 
v'avea spillo o coltel subito fitto; 
cosi, se v'era alcun sasso men duro: 
et era fuori in mille luoghi scritto, 
e cosi in casa in altritanti il muro, 
Angelica e Medoro, in varii modi 
legati insieme di diversi nodi. 

XXXVII 

Poi che le parve aver fatto soggiorno 
quivi piu ch'a bastanza, fe' disegno 
di fare in India del Catai ritorno, 
e Medor coronar del suo bel regno. 
Portava al braccio un cercliio d'oro, adorno 
di ricche gemme, in testimonio e segno 
del ben che '1 conte Orlando le volea; 
e portato gran tempo ve Pavea. 

xxxvni 

Quel don6 gia Morgana a Ziliante, 
nel tempo che nel lago ascoso il tenne; 
et esso, poi ch'al padre Monodante 
per opra e per virtu d' Orlando venne, 
lo diede a Orlando: Orlando ch'era amante, 
di porsi al braccio il cerchio d'or sostenne, 
avendo disegnato di donarlo 
alia regina sua di ch'io vi parlo. 

xxxix 

Non per amor del paladino, quanto 
perch' era ricco e d'artificio egregio, 
caro avuto Pavea la donna tanto, 
che piu non si puo aver cosa di pregio. 
Se lo serb6 ne Tlsola del pianto, 
non so gia dirvi con che privilegio, 
la dove esposta al marin mostro nuda 
fu da la gente inospitale e cruda. 



468 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Quivi non si trovando altra mercede 
ch'al buon pastore et alia moglie dessi, 
che serviti gli avea con si gran fede 
dal di che nel suo albergo si fur messi, 
levo dal braccio il cerchio e gli lo diede, 
e volse per suo amor che lo tenessi. 
Indi saliron verso la montagna 
che divide la Francia da la Spagna. 

XLI 

Dentro a Valenza o dentro a Barcellona 
per qualche giorno avean pensato porsi, 
fin che accadesse alcuna nave buona 
che per Levante apparecchiasse a sciorsi. 
Videro il mare scoprir sotto a Girona 
ne lo smontar giu dei montani dorsi; 
e costeggiando a man sinistra il lito, 
a Barcellona andar pel camin trito. 

XLII 

Ma non vi giunser prima, ch'un uom pazzo 
giacer trovaro in su Testreme arene, 
che, come porco, di loto e di guazzo 
tutto era brutto e volto e petto e schene. 
Costui si scaglio lor come cagnazzo 
ch'assalir forestier subito viene; 
e die lor noia, e fu per far lor scorno. 
Ma di Marfisa a ricontarvi torno. 

XLIII 

Di Marfisa, d'Astolfo, d'Aquilante, 
di Grifone e degli altri io vi vuo' dire, 
che travagliati, e con la morte inante, 
mal si poteano incontra il mar schermire: 
che sempre piu superba e piu arrogante 
crescea fortuna le minaccie e Tire; 
e gia durato era tre di lo sdegno, 
ne di placarsi ancor mostrava segno. 



CANTO DECIMONONO 469 

XLIV 

Castello e ballador spezza e fraccassa 

Fonda nimica e '1 vento ognor pm fiero : 

se parte ritta il verno pur ne lassa, 

la taglia e dona al mar tutta il nocchiero. 

Chi sta col capo chino in una cassa 

su la carta appuntando il suo sentiero 

a lume di lanterna piccolina, 

e chi col torchio giu ne la sentina. 

XLV 

Un sotto poppe, un altro sotto prora 
si tiene inanzi Foriuol da polve; 
e torna a rivedere ogni mezz'ora 
quanto e gia corso, et a che via si volve: 
indi ciascun con la sua carta fuora 
a mezza nave il suo parer risolve, 
la dove a un tempo i marinari tutti 
sono a consiglio dal padron ridutti. 

XLVI 

Chi dice : Sopra Limisso venuti 
siamo, per quel ch'io trovo, alle seccagne ; 
chi : Di Tripoli appresso i sassi acuti, 
dove il mar le piu volte i legni fragne ; 
chi dice: Siamo in Satalia perduti, 
per cui piu d'un nocchier sospira e piagne. 
Ciascun secondo il parer suo argomenta, 
ma tutti ugual timor preme e sgomenta. 

XLVII 

II terzo giorno con maggior dispetto 
gli assale il vento, e il mar piu irato freme; 
e Fun ne spezza e portane il trinchetto, 
e '1 timon Faltro, e chi lo volge insieme. 
Ben e di forte e di marmoreo petto 
e piu duro ch'acciar, ch'ora non teme. 
Marfisa, che gia fu tanto sicura, 
non neg6 che quel giorno ebbe paura. 



470 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

Al monte Sinai fu peregrine, 

a Gallizia promesso, a Cipro, a Roma, 

al Sepolcro, alia Vergine d'Ettino, 

e se celebre luogo altro si noma. 

Sul mare intanto, e spesso al ciel vicino 

Fafflitto e conquassato legno toma, 

di cui per men travaglio avea il padrone 

fatto 1'arbor tagliar de rartimone. 

XLIX 

E colli e casse e cio che v'e di grave 
gitta da prora e da poppe e da sponde ; 
e fa tutte sgombrar camere e giave, 
e dar le ricche merci alTavide onde. 
Altri attende alle trombe, e a tor di nave 
1'acque importune, e il mar nel mar rifonde; 
soccorre altri in sentina, ovanque appare 
legno da legno aver sdnicito il mare. 

L 

Stero in questo travaglio, in questa pena 
ben quattro giorni, e non avean piu schermo; 
e n'avria avuto il mar vittoria piena, 
poco piu che '1 furor tenesse fermo: 
ma diede speme lor d'aria serena 
la disiata luce di santo Ermo, 
ch'in prua s'una cocchina a por si venne; 
che piu non v'erano arbori ne antenne. 

LI 

Veduto fiammeggiar la bella face, 
s'inginocchiaro tutti i naviganti, 
e domandaro il mar tranquillo e pace 
con umidi occhi e con voci tremanti. 
La tempesta crudel, che pertinace 
fu sin allora, non ando piu inanti: 
maestro e traversia piu non molesta, 
e sol del mar tiran libecchio resta. 



CANTO DECIMONONO 47! 

LII 

Questo resta sul mar tanto possente, 

e da la negra bocca in modo esala, 

et e con lui si il rapido corrente 

de T agitato mar ch'in fretta cala, 

che porta il legno piu velocemente 

che pelegrin falcon mai facesse ala, 

con timor del nocchier ch'al fin del mondo 

non lo trasporti, o romp a, o cacci al fondo. 

LIII 

Rimedio a questo il buon nocchier ritruova, 
che commanda gittar per poppa spere; 
e caluma la gommona, e fa pruova 
di duo terzi del corso ritenere. 
Questo consiglio, e piu 1'augurio giova 
di chi avea acceso in proda le lumiere: 
questo il legno salv6, che peria forse, 
e fe' ch'in alto mar sicuro corse. 

LIV 

Nel golfo di Laiazzo inver Soria 
sopra una gran citta si trov6 sorto, 
e si vicino al lito, che scopria 
Tuno e Paltro cast el che serra il porto. 
Come il padron s'accorse de la via 
che fatto avea, ritorn6 in viso smorto; 
che ne porto pigliar quivi volea, 
n6 stare in alto, ne fuggir potea. 

LV 

Ne potea stare in alto, ne fuggire, 
che gli arbori e Tantenne avea perdute: 
eran tavole e travi pel ferire 
del mar sdrucite, macere e sbattute. 
E '1 pigliar porto era un voler morire, 
o perpetuo legarsi in servitute; 
che riman serva ogni persona, o morta, 
che quivi errore o ria fortuna porta. 



47 2 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

E '1 stare in dubbio era con gran periglio 

che non salisser genti de la terra 

con legni armati, e al suo desson di piglio, 

mal atto a star sul mar, non ch'a far guerra. 

Mentre il padron non sa pigliar consiglio, 

fu domandato da quel d'Inghilterra 

chi gli tenea si Panimo suspeso, 

e perche gia non avea il porto preso. 

LVII 

II padron narro lui che quella riva 

tutta tenean le femine omicide, 

di quai Pantiqua legge ognun ch'arriva 

in perpetuo tien servo, o che 1'uccide; 

e questa sorte solamente schiva 

chi nel campo dieci uomini conquide, 

e poi la notte puo assaggiar nel letto 

diece donzelle con carnal diletto. 

LVIII 

E se la prima pruova gli vien fatta, 
e non fornisca la seconda poi, 
egli vien morto, e chi e con lui si tratta 
da zappatore o da guardian di buoi. 
Se di far 1'uno e Paltro e persona atta, 
impetra libertade a tutti i suoi; 
a se non gia, c'ha da restar marito 
di diece donne, elette a suo appetito. 

LIX 

Non pote udire Astolfo senza risa 
de la vicina terra il rito strano. 
Sopravien Sansonetto, e poi Marfisa, 
indi Aquilante, e seco il suo germano. 
II padron parimente lor divisa 
la causa che dal porto il tien lontano: 
Voglio dicea che inanzi il mar m'affoghi, 
ch'io senta mai di servitude i gioghi. 



CANTO DECIMONONO 473 

LX 

Del parer del padrone i marinari 
e tutti gli altri naviganti furo; 
ma Marfisa e' compagni eran contrari, 
che piu che 1'acque il lito avean sicuro. 
Via piu il vedersi intorno irati i mari, 
che centomila spade, era lor duro. 
Parea lor questo e ciascun altro loco 
dov'arme usar potean, da temer poco. 

LXI 

Bramavano i guerrier venire a pro da, 
ma con maggior baldanza il duca inglese; 
che sa, come del corno il rumor s'oda, 
sgombrar d'intorno si fara il paese. 
Pigliare il porto Tuna parte loda, 
e Taltra il biasma, e sono alle contese; 
ma la piu forte in guisa il padron stringe, 
ch'al porto, suo malgrado, il legno spinge. 

LXII 

Gia, quando prima s'erano alia vista 
de la citta crudel sul mar scoperti, 
veduto aveano una galea provista 
di molt a ciurma e di nochieri esperti 
venire al dritto a ritrovar la trista 
nave, confusa di consigli incerti; 
che, Talta prora alle sua poppe basse 
legando, fuor de 1'empio mar la trasse. 

LXIII 

Entrar nel porto remorchiando, e a forza 
di remi piu che per favor di vele; 
pero che Talternar di poggia e d'orza 
avea levato il vento lor crudele. 
Intanto ripigliar la dura scorza 
i cavallieri e il brando lor fedele; 
et al padrone et a ciascun che teme 
non cessan dar con lor conforti speme. 



474 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Fatto e '1 porto a sembianza d'una luna, 
e gira piu di quattro miglia intorno: 
seicento passi e in bocca, et in ciascuna 
parte una rocca ha nel finir del corno. 
Non teme alcuno assalto di fortuna, 
se non quando gli vien dal mezzogiorno. 
A guisa di teatro se gli stende 
la citta a cerco, e verso il poggio ascende. 

LXV 

Non fu quivi si tosto il legno sorto 
(gia 1' aviso era per tutta la terra), 
che fur seimila femine sul porto, 
con gli archi in mano, in abito di guerra; 
e per tor de la fuga ogni conforto, 
tra Tuna r6cca e Faltra il mar si serra: 
da navi e da catene fu rinchiuso, 
che tenean sempre instrutte a cotal uso. 

LXVI 

Una che d'anni alia Cumea d' Apollo 
pote uguagliarsi e alia madre d'Ettorre, 
fe' chiamare il padrone, e domandollo 
se si volean lasciar la vita t6rre, 
o se volcano pur al giogo il collo, 
secondo la costuma, sottoporre. 
Degli dua 1'uno aveano a t6rre: o quivi 
tutti morire, o rimaner captivi. 

LXVII 

Gli e ver dicea che s'uom si ritrovasse 
tra voi cosi animoso e cosi forte, 
che contra dieci nostri uomini osasse 
prender battaglia, e desse lor la morte, 
e far con diece femine bastasse 
per una notte ufficio di consorte; 
egli si rimarria principe nostro, 
e gir voi ne potreste al camin vostro. 



CANTO DECIMONONO 475 

LXVIII 

E sara in vostro arbitrio il restar anco, 
vogliate o tutti o parte; ma con patto 
che chi vorra restare, e restar franco, 
marito sia per diece fernine atto. 
Ma quando il guerrier vostro possa manco 
dei dieci che gli fian nimici a un tratto, 
o la seconda pruova non fornisca, 
voglian voi siate schiavi, egli perisca. 

LXIX 

Dove la vecchia ritrovar timore 
credea nei cavallier, trovo baldanza; 
che ciascun si tenea tal feritore, 
che fornir Funo e Faltro avea speranza: 
et a Marfisa non mancava il core, 
ben che mal atta alia seconda danza; 
ma dove non Paitasse la natura, 
con la spada supplir stava sicura. 

LXX 

Al padron fu commessa la risposta, 
prima conchiusa per commun consiglio: 
ch'avean chi lor potria di se a lor posta 
ne la piazza e nel letto far periglio. 
Levan Toffese, et il nocchier s'accosta, 
getta la fune e le fa dar di piglio; 
e fa acconciare il ponte, onde i guerrieri 
escono armati, e tranno i lor destrieri. 

LXXI 

E quindi van per mezzo la cittade, 
e vi ritruovan le donzelle altiere, 
succinte cavalcar per le contrade, 
et in piazza armeggiar come guerriere. 
Ne calciar quivi spron, ne cinger spade, 
ne cosa d'arme puon gli uomini avere, 
se non dieci alia volta, per rispetto 
de Tantiqua costuma ch'io v'ho detto. 



476 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

Tutti gli altri alia spola, alPaco, al fuso, 

al pettine et all'aspo sono intend, 

con vesti feminil che vanno giuso 

insin al pie, che gli fa molli e lenti. 

Si tengono in catena alcuni ad uso 

d'arar la terra o di guardar gli armenti. 

Son pochi i maschi; e non son ben, per mille 

femine, cento, fra cittadi e ville. 

LXXIII 

Volendo torre i cavallieri a sorte 
chi di lor debba per commune scampo 
1'una decina in piazza porre a morte, 
e poi 1'altra ferir ne Faltro campo; 
non disegnavan di Marfisa forte, 
stimando che trovar dovesse inciampo 
ne la seconda giostra de la sera, 
ch' ad averne vittoria abil non era. 

LXXIV 

Ma con gli altri esser volse ella sortita: 
or sopra lei la sorte in somma cade. 
Ella dicea: Prima v'ho a por la vita, 
che v'abbiate a por voi la libertade: 
ma questa spada e lor la spada addita, 
che cinta avea vi do per securtade 
ch'io vi sciorro tutti gPintrichi al modo 
che fe* Alessandro il gordiano nodo. 

LXXV 

Non vuo' mai piu che forestier si lagni 
di questa terra, fin che '1 mondo dura. 
Cosi disse; e non potero i compagni 
torle quel che le dava sua aventura. 
Dunque, o ch'in turto perda, o lor guadagni 
la liberta, le lasciano la cura. 
Ella di piastre gia guernita e maglia, 
s'appresento nel campo alia battaglia. 



CANTO DECIMONONO 477 

LXXVI 

Gira una piazza al sommo de la terra, 
di gradi a seder atti intorno chiusa; 
che solamente a giostre, a simil guerra, 
a caccie, a lotte, e non ad altro s'usa: 
quattro porte ha di bronzo, onde si serra. 
Quivi la moltitudine confusa 
de Parmigere femine si trasse; 
e poi fu detto a Marfisa ch'entrasse. 

LXXVII 

Entro Marfisa s'un destrier leardo, 
tutto sparse di macchie e di rotelle, 
di piccol capo e d'animoso sguardo, 
d'andar superbo e di fattezze belle. 
Pel maggiore e piu vago e piu gagliardo, 
di mille che n'avea con briglie e selle, 
scelse in Damasco, e realmente ornollo, 
et a Marfisa Norandin donollo. 

LXXVIII 

Da mezzogiorno e da la porta d'austro 
entro Marfisa; e non vi stette guari, 
ch'appropinquare e risonar pel claustro 
udi di trombe acuti suoni e chiari: 
e vide poi di verso il freddo plaustro 
entrar nel campo i died suoi contrari. 
II primo cavallier ch'apparve inante, 
di valer tutto il resto avea sembiante. 

LXXIX 

Quel venne in piazza sopra un gran destriero, 
che fuor ch'in fronte e nel pie dietro manco 
era, piu che mai corbo, oscuro e nero: 
nel pie e nel capo avea alcun pelo bianco. 
Del color del cavallo il cavalliero 
vestito, volea dir che, come manco 
del chiaro era Poscuro, era altretanto 
il riso in lui verso 1'oscuro pianto. 



478 ORLANDO FURIOSO 

LXXX 

Dato che fu de la battaglia il segno, 

nove guerrier Taste chinaro a un tratto: 

ma quel dal nero ebbe il vantaggio a sdegno; 

si ritiro, ne di giostrar fece atto. 

Vuol ch'alle leggi inanzi di quel regno, 

ch'alla sua cortesia, sia contrafatto. 

Si tra' da parte e sta a veder le pruove 

ch'una sola asta fara contra a nove. 

LXXXI 

II destrier, ch'avea andar trito e soave, 
porto alTincontro la donzella in fretta, 
che nel corso arrest6 lancia si grave, 
che quattro uomini avriano a pena retta. 
L'avea pur dianzi al dismontar di nave 
per la piu salda in molte antenne eletta. 
II fier sembiante con ch'ella si mosse, 
mille faccie imbianc6, mille cor scosse. 

LXXXII 

Aperse al primo che trovo si il petto, 
che fora assai che fosse stato nudo: 
gli passo la corazza e il soprapetto, 
ma prima un ben ferrato e grosso scudo. 
Dietro le spalle un braccio il ferro netto 
si vide uscir: tanto fu il colpo crudo. 
Quel fitto ne la lancia a dietro lassa, 
e sopra gli altri a tutta briglia passa. 

LXXXIII 

E diede d'urto a chi venia secondo, 
et a chi terzo si terribil botta, 
che rotto ne la schena uscir del mondo 
fe' Puno e 1'altro, e de la sella a un'otta: 
si duro fu l'incontro e di tal pondo, 
si stretta insieme ne venia la frotta. 
Ho veduto bombarde a quella guisa 
le squadre aprir, che fe' lo stuol Marfisa. 



CANTO DECIMONONO 
LXXXIV 

Sopra di lei piu lance rotte furo; 
ma tanto a quelli colpi ella si mosse, 
quanto nel giuoco de le caccie un muro 
si muova a j colpi de le palle grosse. 
L'usbergo suo di tempra era si duro, 
che non gli potean contra le percosse; 
e per incanto al fuoco de Flnferno 
cotto, e temprato alPacque fu d'Averno. 

LXXXV 

Al fin del campo il destrier tenne e volse, 
e fermo alquanto; e in fretta poi lo spinse 
incontra gli altri, e sbarragliolli e sciolse, 
e di lor sangue insin alPelsa tinse. 
AlPuno il capo, alPaltro il braccio tolse; 
e un altro in guisa con la spada cinse, 
che '1 petto in terra and6 col capo et ambe 
le braccia, e in sella il ventre era e le gambe. 

LXXXVI 

Lo parti, dico, per dritta misura, 
de le coste e de 1'anche alle confine, 
e lo fe* rimaner mezza figura, 
qual dinanzi alTimagini divine, 
poste d'argento, e piu di cera pura 
son da genti lontane e da vicine, 
ch'a ringraziarle e sciorre il voto vanno 
de le domande pie ch'ottenute hanno. 

LXXXVII 

Ad uno che fuggia, dietro si mise, 
ne fu a mezzo la piazza, che lo giunse; 
e '1 capo e '1 collo in modo gli divise, 
che medico mai piu non lo raggiunse, 
In somma tutti un dopo P altro uccise, 
o feri si ch'ogni vigor n'emunse; 
e fu sicura che levar di terra 
mai piu non si potrian per farle guerra. 



479 



480 ORLANDO FURIOSO 

LXXXVIII 

Stato era il cavallier sempre in un canto, 
die la decina in piazza avea condutta; 
pero che contra un solo andar con tanto 
vantaggio opra gli parve iniqua e brutta. 
Or che per una man torsi da canto 
vide si tosto la compagna tutta, 
per dimostrar che la tardanza fosse 
cortesia stata e non timor, si mosse. 

LXXXIX 

Con man fe j cenno di volere, inanti 
che facesse altro, alcuna cosa dire; 
e non pensando in si viril sembianti 
che s'avesse una vergine a coprire, 
le disse : Cavalliero, omai di tanti 
esser dei stance, c'hai fatto morire; 
e s'io volessi, piu di quel che sei, 
stancarti ancor, discortesia farei. 

xc 

Che ti riposi insino al giorno nuovo, 
e doman torni in campo, ti concede. 
Non mi fia onor se teco oggi mi pruovo, 
che travagliato e lasso esser ti credo. 
II travagliare in arme non m'e nuovo, 
ne per si poco alia fatica cedo ; 
disse Marfisa e spero ch'a tuo costo 
io ti fare- di questo aveder tosto. 

xci 

De la cortese offerta ti ringrazio, 
ma riposare ancor non mi bisogna; 
e ci avanza del giorno tanto spazio, 
ch'a porlo tutto in ozio e pur vergogna. 
Rispose il cavallier: Fuss'io si sazio 
d'ogn'altra cosa che J l mio core agogna, 
come t'ho in questo da saziar; ma vedi 
che non ti manchi il di piu che non credi. 



CANTO DECIMONONO 481 

XCII 

Cosi disse egli, e fe* portare in fretta 
due grosse lance, anzi due gravi antenne; 
et a Marfisa dar ne fe' 1'eletta: 
tolse Taltra per se ch'indietro venne. 
Gia sono in punto, et altro non s'aspetta 
ch'un alto suon che lor la giostra accenne. 
Ecco la terra e Paria e il mar rimbomba 
nel mover loro al primo suon di tromba. 

XCIII 

Trar fiato, bocca aprir, o battere occhi 
non si vedea de' riguardanti alcuno: 
tanto a mirare a chi la palma tocchi 
dei duo campioni, intento era ciascuno. 
Marfisa accio che de Tarcion trabocchi, 
si che mai non si levi, il guerrier bruno, 
drizza la lancia; e il guerrier bruno forte 
studia non men di por Marfisa a morte. 

xciv 

Le lancie ambe di secco e suttil salce, 
non di cerro sembrar grosso et acerbo, 
cosi n'andaro in tronchi fin al calce; 
e Pincontro ai destrier fu si superbo, 
che parimente parve da una falce 
de le gambe esser lor tronco ogni nerbo. 
Cadero ambi ugualmente; ma i campioni 
fur presti a disbrigarsi dagli arcioni. 

xcv 

A mille cavallieri, alia sua vita, 
al primo incontro avea la sella tolta 
Marfisa, et ella mai non n'era uscita; 
e n'usci, come udite, a questa volta. 
Del caso strano non pur sbigottita, 
ma quasi fu per rimanerne stolta. 
Parve anco strano al cavallier dal nero, 
che non solea cader gia di leggiero. 



482 ORLANDO FURIOSO 

XCVI 

Tocca avean nel cader la terra a pena, 
che furo in piedi e rinovar Passalto. 
Tagli e punte a furor quivi si mena, 
quivi ripara or scudo, or lama, or salto. 
Vada la botta vota o vada piena, 
1'aria ne stride e ne risuona in alto. 
Quelli elmi, quelli usberghi, quelli scudi 
mostrar ch'erano saldi phi ch'incudi. 

XCVII 

Se de 1'aspra donzella il braccio e grave, 
ne quel del cavallier nimico e lieve. 
Ben la misura ugual l j un da Taltro have: 
quanto a punto Fun da, tanto riceve. 
Chi vol due fiere audaci anime brave, 
cercar piu la di quest e due non deve, 
ne cercar piu destrezza ne piu possa; 
che n'han tra lor quanto piu aver si possa. 

XCVIII 

Le donne, che gran pezzo mirato hanno 

continuar tante percosse orreade, 

e che nei cavallier segno d'affanno 

e di stanchezza ancor non si comprende; 

dei duo miglior guerrier lode lor danno, 

che sien tra quanto il mar sua braccia estende. 

Par lor che se non fosser piu che forti, 

esser dovrian sol del travaglio morti. 

xcix 

Ragionando tra se, dicea Marfisa: 
Buon fu per me che costui non si mosse; 
ch'andava a risco di restarne uccisa, 
se dianzi stato coi compagni fosse, 
quando io mi truovo a pena a questa guisa 
di potergli star contra alle percosse. 
Cosi dice Marfisa; e tuttavolta 
non resta di menar la spada in volta. 



CANTO DECIMONONO 483 

C 

Buon fu per me, dicea quelPaltro ancora 
che riposar costui non ho lasciato. 
Difender me ne posso a fatica ora 
che de la prima pugna e travagliato. 
Se fin al nuovo di facea dimora 
a ripigliar vigor, che saria stato ? 
Ventura ebbi io, quanto piu possa aversi, 
che non volesse tor quel ch'io gli ofFersi. 

Ci 

La battaglia duro fin alia sera, 
ne chi avesse anco il meglio era palese; 
ne Fun ne Paltro piu senza lumiera 
saputo avria come schivar Poffese. 
Giunta la notte, all'inclita guerriera 
fu primo a dir il cavallier cortese : 
Che faren, poi che con ugual fortuna 
n'ha sopragiunti la notte importuna? 

en 

Meglio mi par che *1 viver tuo prolunghi 
almeno insino a tanto che s'aggiorni. 
Io non posso concederti che aggiunghi 
fuor ch'una notte picciola ai tua giorni. 
E di cio che non gli abbi aver piu lunghi, 
la colpa sopra me non vuo' che torni: 
torni pur sopra alia spietata legge 
del sesso feminil che '1 loco regge. 

cm 

Se di te duolmi e di quest'altri tuoi, 
Io sa colui che nulla cosa ha oscura. 
Con tuoi compagni star meco tu puoi: 
con altri non avrai stanza sicura; 
perche la turba, a cu' i mariti suoi 
oggi uccisi hai, gia contra te congiura. 
Ciascun di questi a cui dato hai la morte, 
era di diece femine consorte. 



484 ORLANDO FURIOSO 

CIV 

Del danno c'han da te ricevut'oggi, 
disian novanta femine vendetta; 
si che se meco ad albergar non poggi, 
questa notte assalito esser t'aspetta. 
Disse Marfisa: Accetto che m'alloggi, 
con sicurta che non sia men perfetta 
in te la fede e la bonta del core, 
che sia 1'ardire e il corporal valore. 

cv 

Ma che t'incresca che m'abbi ad uccidere, 
ben ti puo increscere anco del contrario. 
Fin qui non credo che Pabbi da ridere, 
perch'io sia men di te duro awersario. 
la pugna seguir vogli o dividere, 
o farla alPuno o all'altro luminario: 
ad ogni cenno pronta tu m'avrai, 
e come et ogni volta che vorrai. 

cvi 

Cosi fu differita la tenzone, 
fin che di Gange uscisse il nuovo albore, 
e si resto senza conclusione 
chi d'essi duo guerrier fosse il migliore. 
Ad Aquilante venne et a Grifone 
e cosi agli altri il liberal signore, 
e li preg6 che fin al nuovo giorno 
piacesse lor di far seco soggiorno. 

CVII 

Tenner lo 'nvito senza alcun sospetto: 
indi, a splendor de bianchi torch! ardenti, 
tutti saliro ov'era un real tetto, 
distinto in molti adorni alloggiamenti. 
Stupefatti al levarsi de Pelmetto, 
mirandosi, restaro i combattenti; 
che '1 cavallier, per quanto apparea fuora, 
non eccedeva i diciotto anni ancora. 



CANTO DECIMONONO 485 

CVIII 

Si maraviglia la donzella, come 
in arme tanto un giovinetto vaglia; 
si maraviglia Paltro, ch'alle chiome 
s'avede con chi avea fatto battaglia: 
e si domandan Fun con Paltro il nome; 
e tal debito tosto si ragguaglia. 
Ma come si nomasse il giovinetto, 
ne Taltro canto ad ascoltar v'aspetto. 



486 ORLANDO FURIOSO 



CANTO VENTESIMO 



I 

Le donne antique hanno mirabil cose 
fatto ne Tarme e ne le sacre muse; 
e di lor opre belle e gloriose 
gran lume in tutto il mondo si diffuse. 
Arpalice e Camilla son famose, 
perche in battaglia erano esperte et use; 
Safo e Corinna, perche furon dotte, 
splendono illustri, e mai non veggon notte. 

II 

Le donne son venute in eccellenza 
di ciascun'arte ove hanno posto cura; 
e qualunque alPistorie abbia awertenza, 
ne sente ancor la fama non oscura. 
Se '1 mondo n'e gran tempo stato senza, 
non pero sempre il mal influsso dura; 
e forse ascosi han lor debiti onori 
Pinvidia o il non saper degli scrittorL 

in 

Ben mi par di veder ch'al secol nostro 
tanta virtu fra belle donne emerga, 
che pu6 dare opra a carte et ad inchiostro, 
perche" nei futuri anni si disperga, 
e perche, odiose lingue, il mal dir vostro 
con vostra eterna infamia si sommerga: 
e le lor lode appariranno in guisa, 
che di gran lunga avanzeran Marfisa. 



CANTO VENTESIMO 487 

IV 

Or pur tornando a lei, questa donzella 

al cavallier che I'us6 cortesia, 

de Fesser suo non niega dar novella, 

quando esso a lei voglia contar chi sia. 

Sbrigossi tosto del suo debito ella: 

tanto il nome di lui saper disia. 

lo son disse Marfisa : e fu assai questo; 

che si sapea per tutto '1 mondo il resto. 



L'altro comincia, poi che tocca a lui, 
con piu proemio a darle di se conto, 
dicendo : lo credo che ciascun di vui 
abbia de la mia stirpe il nome in pronto; 
che non pur Francia e Spagna e i vicin sui, 
ma T India, FEtiopia e il freddo Ponto 
han chiara cognizion di Chiaramonte, 
onde usci il cavallier ch'uccise Almonte, 

VI 

e quel ch'a Chiariello e al re Mambrino 
diede la morte, e il regno lor disfece. 
Di questo sangue, dove ne FEusino 
Tlstro ne vien con otto corna o diece, 
al duca Amone, il qua! gia peregrino 
vi capito, la madre mia mi fece: 
e Fanno e ormai ch'io la lasciai dolente, 
per gire in Francia a ritrovar mia gente. 

vn 

Ma non potei finire il mio viaggio, 
che qua mi spinse un tempestoso Noto. 
Son died mesi o piu che stanza v'aggio, 
che tutti i giorni e tutte Fore noto. 
Nominate son io Guidon Selvaggio, 
di poca pruova ancora e poco noto. 
Uccisi qui Argilon da Melibea 
con dieci cavallier che seco avea. 



488 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Feci la pruova ancor de le donzelle: 
cosi n'ho diece a' mlei piaceri allato; 
et alia scelta mia son le piu belle, 
e son le piu gentil di questo stato. 
E queste reggo e tutte 1'altre; ch'elle 
di se m'hanno governo e scettro dato: 
cosi daranno a qualunque altro arrida 
Fortuna si, che la decina ancida. 

IX 

I cavallier domandano a Guidone, 
com'ha si pochi maschi il tenitoro, 
e s'alle moglie hanno suggezione, 
come esse Than negli altri lochi a loro. 
Disse Guidon : Piu volte la cagione 
udita n'ho da poi che qui dimoro ; 
e vi sara, secondo ch'io 1'ho udita, 
da me, poi che v'aggrada, riferita. 

x 

Al tempo che tornar dopo anni venti 
da Troia i Greci (che duro 1'assedio 
dieci, e dieci altri da contrari venti 
furo agitati in mar con troppo tedio), 
trovar che le lor donne agli tormenti 
di tanta absenzia avean preso rimedio: 
tutte s' avean gioveni amanti eletti, 
per non si raffreddar sole nei letti. 

XI 

Le case lor trovaro i Greci piene 
de Faltrui figli; e per parer commune 
perdonano alle mogli, che san bene 
che tanto non potean viver digiune. 
Ma ai figli degli adulteri conviene 
altrove procacciarsi altre fortune; 
che tolerar non vogliono i mariti 
che piu alle spese lor sieno notriti. 



CANTO VENTESIMO 489 

XII 

Sono altri esposti, altri tenuti occulti 

da le lor madri e sostenuti in vita. 

In varie squadre quei ch'erano adulti 

feron, chi qua chi la, tutti partita. 

Per altri Farme son, per altri culti 

gli studi e 1'arti; altri la terra trita; 

serve altri in corte; altri e guardian di gregge, 

come piace a colei che qua giu regge. 

XIII 

Parti fra gli altri un giovinetto, figlio 

di Clitemnestra, la crudel regina, 

di diciotto anni, fresco come un giglio, 

rosa colta allor di su la spina. 

Questi, armato un suo legno, a dar di piglio 

si pose e a depredar per la marina 

in compagnia di cento giovinetti 

del tempo suo, per tutta Grecia eletti. 

XIV 

1 Cretesi, in quel tempo che cacciato 
il crudo Idomeneo del regno aveano, 
e per assicurarsi il nuovo stato, 
d'uomini e d'arme adunazion faceano; 
fero con bon stipendio lor soldato 
Falanto (cosi al giovine diceano), 

e lui con tutti quei che seco avea 
poser per guardia alia citta Dictea. 

xv 

Fra cento alme citta ch'erano in Greta, 
Dictea phi ricca e piu piacevol era, 
di belle donne et amorose lieta, 
lieta di giochi da matino a sera: 
e com' era ogni tempo consueta 
d'accarezzar la gente forestiera, 
fe* a costor si, che molto non rimase 
a fargli anco signor de le lor case. 



490 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Eran gioveni tutti e belli affatto 
(che '1 fior di Grecia avea Falanto eletto): 
si ch'alle belle donne, al primo tratto 
che v'apparir, trassero i cor del petto. 
Poi che non men che belli, ancora in fatto 
si dimostrar buoni e gagliardi al letto, 
si fero ad esse in pochi di si grati, 
che sopra ogn'altro ben n'erano amati. 

XVII 

Finita che d'accordo e poi la guerra 
per cui stato Falanto era condutto, 
e lo stipendio militar si serra, 
si che non v'hanno i gioveni piu frutto, 
e per questo lasciar voglion la terra; 
fan le donne di Creta maggior lutto, 
e per cio versan piu dirotti pianti, 
che se i lor padri avesson morti avanti. 

XVIII 

Da le lor donne i gioveni assai foro, 
ciascun per se, di rimaner pregati: 
ne volendo restare, esse con loro 
n'andar, lasciando e padri e figli e frati, 
di ricche gemme e di gran summa d'oro 
avendo i lor dimestici spogliati; 
che la pratica fu tanto secreta, 
che non senti la fuga uomo di Creta. 

XIX 

Si fu propizio il vento, si fu Fora 
commoda, che Falanto a fuggir colse, 
che molte miglia erano usciti fuora, 
quando del danno suo Creta si dolse. 
Poi questa spiaggia, inabitata allora, 
trascorsi per fortuna li raccolse. 
Qui si posaro, e qui sicuri tutti 
meglio del furto lor videro i frutti. 



CANTO VENTESIMO 491 

XX 

Questa lor fu per died giorni stanza 
di piaceri amorosi tutta plena. 
Ma come spesso awien che 1'abondanza 
seco in cor giovenil fastidio mena, 
tutti d'accordo fur di restar sanza 
femine, e liberarsi di tal pena; 
che non e soma da portar si grave 
come aver donna, quando a noia s'have. 

XXI 

Essi che di guadagno e di rapine 
eran bramosi, e di dispendio parchi, 
vider ch'a pascer tante concubine, 
d'altro che d'aste avean bisogno e d'archi: 
si che sole lasciar qui le meschine, 
e se n'andar di lor ricchezze carchi 
la dove in Puglia in ripa al mar poi sento 
ch'edificar la terra di Tarento. 

XXII 

Le donne, che si videro tradite 

dai loro amanti in che piii fede aveano, 

restar per alcun di si sbigotite, 

che statue immote in lito al mar pareano. 

Visto poi che da gridi e da infinite 

lacrime alcun profitto non traeano, 

a pensar cominciaro e ad aver cura 

come aiutarsi in tanta lor sciagura. 

XXIII 

E proponendo in mezzo i lor pareri, 
altre diceano: in Greta e da tornarsi; 
e piu tosto all'arbitrio de' seven 
padri e d'offesi lor mariti darsi, 
che nei deserti liti e boschi fieri, 
di disagio e di fame consumarsi. 
Altre dicean che lor saria piu onesto 
affogarsi nel mar, che mai far questo; 



492 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

e che manco mal era meretrici 

andar pel mondo, andar mendiche o schiave, 

che se stesse offerire agli supplici 

di ch'eran degne Popere lor prave. 

Questi e simil partiti le infelici 

si proponean, ciascun piu duro e grave. 

Tra loro al fine una Orontea levosse, 

ch'origine traea dal re Minosse; 

xxv 

la piu gioven de Paltre e la piu bella 
e la piu accorta, e ch'avea meno errato: 
amato avea Falanto, e a lui pulzella 
datasi, e per lui il padre avea lasciato. 
Costei mostrando in viso et in favella 
il magnanimo cor d'ira infiammato, 
redarguendo di tutte altre il detto, 
suo parer disse, e fe j seguirne effetto. 

XXVI 

Di questa terra a lei non parve t6rsi, 
che conobbe feconda e d'aria sana, 
e di limpidi fiumi aver discorsi, 
di selve opaca, e la piu parte piana; 
con porti e foci, ove dal mar ricorsi 
per ria fortuna avea la gente estrana, 
ch'or d' Africa portava, ora d'Egitto 
cose diverse e necessarie al vitto. 

XXVII 

Qui parve a lei fermarsi, e far vendetta 
del viril sesso che le avea si offese: 
vuol ch'ogni nave, che da venti astretta 
a pigliar venga porto in suo paese, 
a sacco, a sangue, a fuoco al fin si metta; 
ne de la vita a un sol si sia cortese. 
Cosi fu detto e cosi fu concluso, 
e fu fatta la legge e messa in uso. 



CANTO VENTESIMO 493 

XXVIII 

Come turbar 1'aria sentiano, armate 

le femine correan su la marina, 

da Timplacabile Orontea guidate, 

che die lor legge e si fe j lor regina: 

e de le navi ai liti lor cacciate 

faceano incendi orribili e rapina, 

uom non lasciando vivo, che novella 

dar ne potesse o in questa parte o in quella. 

XXIX 

Cosi solinghe vissero qualch'anno, 
asp re nimiche del sesso virile. 
Ma conobbero poi che J l proprio danno 
procaccierian, se non mutavan stile: 
che se di lor propagine non fanno, 
sara lor legge in breve irrita e vile, 
e manchera con Pinfecondo regno, 
dove di farla eterna era il disegno. 

xxx 

Si che, temprando il suo rigore un poco, 
scelsero, in spazio di quattro anni interi, 
di quanti capitaro in questo loco 
dieci belli e gagliardi cavallieri, 
che per durar ne 1'amoroso gioco 
contr'esse cento fosser buon guerrieri. 
Esse in tutto eran cento; e statuito 
ad ogni lor decina fu un marito. 

XXXI 

Prima ne fur decapitati molti 
che riusciro al paragon mal forti. 
Or questi dieci a buona pruova tolti, 
del letto e del governo ebbon consorti; 
facendo lor giurar che se piu colti 
altri uomini verriano in questi porti, 
essi sarian che, spenta ogni pietade, 
li porriano ugualmente a fil di spade. 



494 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Ad ingrossare, et a figliar appresso 
le donne, indi a temere incominciaro 
che tanti nascerian del viril sesso, 
che contra lor non avrian poi riparo; 
e al fine in man degli uomini rimesso 
saria il governo ch'elle avean si caro: 
si ch'ordinar, mentre eran gli anni imbelli, 
far si, che mai non fosson lor ribelli. 

xxxin 

Accio il sesso viril non le soggioghi, 
uno ogni madre vuol la legge orrenda 
che tenga seco ; gli altri, o li suffoghi, 
o fuor del regno li permuti o venda. 
Ne mandano per questo in varii luoghi: 
e a chi gli porta dicono che prenda 
femine, se a baratto aver ne puote; 
se non, non torni almen con le man v6te. 

XXXIV 

Ne uno ancora alleverian, se senza 
potesson fare, e mantenere il gregge. 
Questa e quanta pieta, quanta clemenza 
piu ai suoi ch'agli altri usa 1'iniqua legge: 
gli altri condannan con ugual sentenza; 
e solamente in questo si corregge, 
che non vuol che secondo il primiero uso 
le femine gli uccidano in confuso. 

xxxv 

Se dieci o venti o piu persone a un tratto 
vi fosser giunte, in carcere eran messe: 
e d'una al giorno, e non di piu, era tratto 
il capo a sorte, che perir dovesse 
nel tempio orrendo ch'Orontea avea fatto, 
dove un altare alia Vendetta eresse; 
e dato all'un de' dieci il crudo ufficio 
per sorte era di fame sacrificio. 



CANTO VENTESIMO 495 

XXXVI 

Dopo molt'anni alle ripe omicide 

a dar venne di capo un giovinetto, 

la cui stirpe scendea dal buono Alcide 3 

di gran valor ne Tarrne, Elbanio detto. 

Qui preso fu, ch'a pena se n'avide, 

come quel che venia senza sospetto; 

e con gran guardia in stretta parte chiuso, 

con gli altri era serbato al crudel xiso. 

XXXVII 

Di viso era costui bello e giocondo, 
e di maniere e di costumi ornato, 
e di parlar si dolce e si facondo, 
ch'un aspe volentier 1'avria ascoltato: 
si che, come di cosa rara al mondo, 
de 1'esser suo fu tosto rapportato. 
ad Alessandra figlia d'Orontea, 
che di molt'anni grave anco vivea. 

XXXVIII 

Orontea vivea ancora; e gia mancate 

tutt'eran Faltre ch'abitar qui prima: 

e diece tante e piu n'erano nate, 

e in forza eran cresciute e in maggior stima; 

ne tra diece fucine che serrate 

stavan pur spesso, avean piu d'una lima; 

e dieci cavallieri anco avean cura 

di dare a chi venia fiera aventura. 

xxxrx 

Alessandra, bramosa di vedere 
il giovinetto ch'avea tante locle, 
da la sua matre in singular piacere 
impetra si, ch'Elbanio vede et ode; 
e quando vuol partirne, rimanere 
si sente il core ove e chi 1 punge e rode: 
legar si sente, e non sa far contesa, 
e al fin dal suo prigion si trova presa. 



496 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Elbanio disse a lei : Se di pietade 
s'avesse, donna, qui notlzia ancora, 
come se n'ha per tutt'altre contrade, 
dovunque il vago sol luce e colora; 
io vi osarei, per vostr'alma beltade 
ch'ogn'animo gentil di se inamora, 
chiedervi in don la vita mia, che poi 
saria ognor presto a spenderla per voi. 

XLI 

Or quando fuor d'ogni ragion qui sono 
privi d'umanitade i cori umani, 
non vi domander6 la vita in dono, 
che i prieghi miei so ben che sarian vani; 
ma che da cavalliero, o tristo o buono 
ch'io sia, possi morir con Parme in mani, 
e non come dannato per giudicio, 
o come animal bruto in sacrificio. 

XLII 

Alessandra gentil, ch'umidi avea, 
per la pieta del giovinetto, i rai, 
rispose: Ancor che piu crudele e rea 
sia questa terra, ch'altra fosse mai; 
non concedo per6 che qui Medea 
ogni femina sia, come tu fai; 
e quando ogn'altra cosi fosse ancora, 
me sola di tant'altre io vo* trar fuora. 

XLIII 

E se ben per adietro io fossi stata 
empia e citadel, come qui sono tante, 
dir posso che suggetto ove mostrata 
per me fosse pieta, non ebbi avante. 
Ma ben sarei di tigre piu arrabbiata, 
e piu duro avre' il cor che di diamante, 
se non m'avesse tolto ogni durezza 
tua belta, tuo valor, tua gentilezza. 



CANTO VENTESIMO 497 

XLIV 

Cosi non fosse la legge piu forte, 
che contra i peregrin! e statuita, 
come io non schiverei con la mia morte 
di ricomprar la tua piu degna vita. 
Ma non e grado qui di si gran sorte, 
che ti potesse dar libera aita; 
e quel che chiedi ancor, ben che sia poco, 
difficile ottener fia in questo loco. 

XLV 

Pur io vedro di far che tu 1'ottenga, 
ch'abbi inanzi al morir questo contento; 
ma mi dubito ben che te n'avenga, 
tenendo il morir lungo piu tormento. 
Suggiunse Elbanio : Quando incontra io venga 
a dieci armato, di tal cor mi sento, 
che la vita ho speranza di salvarme, 
e uccider lor, se tutti fosser arme. 

XL VI 

Alessandra a quel detto non rispose 
se non un gran sospiro, e dipartisse, 
e porto nel partir mille amorose 
punte nel cor, mai non sanabil, fisse. 
Venne alia madre, e volunta le pose 
di non lasciar che '1 cavallier morisse, 
quando si dimostrasse cosi forte, 
che, solo, avesse posto i dieci a morte. 

XL VII 

La regina Orontea fece raccorre 
il suo consiglio, e disse: A noi conviene 
sempre il miglior che ritroviamo, porre 
a guardar nostri porti e nostre arene; 
e per saper chi ben lasciar, chi t6rre, 
prova e sempre da far, quando gli awiene; 
per non patir con nostro danno a torto, 
che regni il vile, e chi ha valor sia morto. 



498 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

A me par, se a voi par, che statuito 

sia ch'ogni cavallier per lo awenire, 

che fortuna abbia tratto al nostro lito, 

prima ch'al tempio si faccia morire, 

possa egli sol, se gli place il partito, 

incontra i dieci alia battaglia uscire; 

e se di tutti vincerli e possente, 

guardi egli il porto, e seco abbia altra gente. 

XLIX 

Parlo cosi, perche abbian qui un prigione 
che par che vincer dieci s'offerisca. 
Quando, sol, vaglia tante altre persone, 
dignissimo e, per Dio, che s'esaudisca. 
Cosi in contrario avra punizione, 
quando vaneggi e temerario ardisca. 
Orontea fine al suo parlar qui pose, 
a cui de le piu antique una rispose: 

L 

La principal cagion ch'a far disegno 
sul comercio degli uomini ci mosse, 
non fa perch' a difender questo regno 
del loro aiuto alcun bisogno fosse; 
che per far questo abbiamo ardire e ingegno 
da noi medesme, e a sufficienzia posse: 
cosi senza sapessimo far anco, 
che non venisse il propagarci a manco! 

LI 

Ma poi che senza lor questo non lece, 
tolti abbian, ma non tanti, in compagnia, 
che mai ne sia piu d'uno incontra diece, 
si ch'aver di noi possa signoria. 
Per conciper di lor questo si fece, 
non che di lor difesa uopo ci sia. 
La lor prodezza sol ne vaglia in questo, 
e sieno ignavi e inutili nel resto. 



CANTO VENTESIMO 499 

LII 

Tra noi tenere un uom che sia si forte, 
contrario e in tutto al principal disegno. 
Se puo un solo a died uomini dar morte, 
quante donne fara stare egli al segno? 
Se i dieci nostri fosser di tal sorte, 
il primo di n'avrebbon tolto il regno. 
Non e la via di dominar, se vuoi 
por 1'arme in mano a chi puo piu di noi. 

LIII 

Pon mente ancor, che quando cosi aiti 
Fortuna questo tuo, che i dieci uccida, 
di cento donne che de' lor mariti 
rimarran prive, sentirai le grida. 
Se vuol campar, proponga altri partiti, 
ch'esser di dieci gioveni omicida. 
Pur, se per far con cento donne e buono 
quel che dieci fariano, abbi perdono. 

LIV 

Fu d'Artemia crudel questo il parere 
(cosi avea nome), e non manc6 per lei 
di far nel tempio Elbanio rimanere 
scannato inanzi agli spietati deL 
Ma la madre Orontea che compiacere 
volse alia figlia, replic6 a colei 
altre et altre ragioni, e modo tenne 
che nel senato il suo parer s'ottenne. 

LV 

L'aver Elbanio di bellezza il vanto 
sopra ogni cavallier che fosse al mondo, 
fu nei cor de le giovani di tanto, 
ch'erano in quel consiglio, e di tal pondo, 
che '1 parer de le vecchie and6 da canto, 
che con Artemia volean far secondo 
Fordine antique; ne lontan fu molto 
ad esser per favore Elbanio assolto. 



500 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Di perdonargli in somma fu concluso, 
ma poi che la decina avesse spento, 
e che ne 1'altro assalto fosse ad uso 
di diece donne buono, e non di cento. 
Di career Taltro giorno fu dischiuso; 
e avuto arme e cavallo a suo talento, 
contra dieci guerrier, solo, si mise, 
e 1'uno appresso all'altro in piazza uccise. 

LVII 

Fu la notte seguente a prova messo 
contra diece donzelle ignudo e solo, 
dove ebbe alPardir suo si buon successo, 
che fece il saggio di tutto lo stuolo. 
E questo gli acquisto tal grazia appresso 
ad Orontea, che Tebbe per figliuolo; 
e gli diede Alessandra e Taltre nove 
con ch'avea fatto le notturne prove. 

LVIII 

E lo lascio con Alessandra bella, 
che poi die nome a questa terra, erede, 
con patto ch'a servare egli abbia quella 
legge, et ogn'altro che da lui succede: 
che ciascun che gia mai sua fiera Stella 
fara qui por lo sventurato piede, 
elegger possa, o in sacrificio darsi, 
o con dieci guerrier, solo, provarsi. 

LIX 

E se gli awien che '1 di gli uomini uccida, 
la notte con le femine si provi; 
e quando in questo ancor tanto gli arrida 
la sorte sua, che vincitor si trovi, 
sia del femineo stuol principe e guida, 
e la decina a scelta sua rinovi, 
con la qual regni, fin ch'un altro arrivi, 
che sia piu forte, e lui di vita privi. 



CANTO VENTESIMO SOI 

LX 

Appresso a duamila anni il costume empio 
si e mantenuto, e si mantiene ancora; 
e sono pochi giorni che nel tempio 
uno infelice peregrin non mora. 
Se contra dieci alcun chiede, ad esempio 
d'Elbanio, armarsi (che ve n'e talora), 
spesso la vita al primo assalto lassa; 
ne di mille uno all'altra prova passa. 

LXI 

Pur ci passano alcuni, ma si rari, 
che su le dita annoverar si ponno. 
Uno di questi fu Argilon: ma guari 
con la decina sua non fu qui donno; 
che cacciandomi qui venti contrari, 
gli occhi gli chiusi in sempiterno sonno. 
Cosi fossi io con lui morto quel giorno, 
prima che viver servo in tanto scorno. 

LXII 

Che piaceri amorosi e riso e gioco, 
che suole amar ciascun de la mia etade, 
le purpure e le gemme, e Taver loco 
inanzi agli altri ne la sua cittade, 
potuto hanno, per Dio, mai giovar poco 
aH'uom che privo sia di libertade: 
e '1 non poter mai pm di qui levarmi, 
servitu grave e intolerabil parmi. 

LXIII 

II vedermi lograr dei miglior anni 
il piu bel fiore in si vile opra e molle, 
tiemmi il cor sempre in stimulo e in affanni, 
et ogni gusto di piacer mi tolle. 
La fama del mio sangue spiega i vanni 
per tutto '1 mondo, e fin al ciel s'estolle: 
che forse buona parte anch'io n'avrei, 
s'esser potessi coi fratelli miei. 



502 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Parmi ch'ingiuria il mio destin mi faccia, 
avendomi a si vil servigio eletto; 
come chi ne 1'armento il destrier caccia, 
il qual d'occhi o di piedi abbia difetto, 
o per altro accidente che dispiaccia, 
sia fatto all'arme e a miglior uso inetto: 
ne sperando io, se non per morte, uscire 
di si vil servitu, bramo morire. 

LXV 

Guidon qui fine alle parole pose, 
e maledi quel giorno per isdegno, 
il qual dei cavallieri e de le spose 
gli die vittoria in acquistar quel regno. 
Astolfo stette a udire, e si nascose 
tanto, che si fe' certo a piu d'un segno 
che, come detto avea, questo Guidone 
era figliuol del suo parente Amone. 

LXVI 

Poi gli rispose: Io sono il duca inglese, 
il tuo cugino Astolfo ; et abbracciollo, 
e con atto amorevole e cortese, 
non senza sparger lagrime, baciollo. 
Caro parente mio, non piu palese 
tua madre ti potea por segno al collo ; 
ch'a farne fede che tu sei de' nostri, 
basta il valor che con la spada mostri. 

LXVII 

Guidon, ch'altrove avria fatto gran festa 
d'aver trovato un si stretto parente, 
quivi Paccolse con la faccia mesta, 
perch6 fu di vedervilo dolente. 
Se vive, sa ch j Astolfo schiavo resta, 
n il termine e piu la che '1 di seguente; 
se fia libero Astolfo, ne more esso: 
si che '1 ben d'uno e il mal de Paltro espresso, 



CANTO VENTESIMO 503 

LXVIII 

Gli duol che gli altri cavallieri ancora 
abbia, vincendo, a far sempre captivi; 
ne piu, quando esso in quel contrasto mora, 
potra giovar che servitu lor schivi: 
che se d'un fango ben gli porta fuora, 
e poi s'inciampi come alPaltro arrivi, 
avra lui senza pro vinto Marfisa; 
ch'essi pur ne fien schiavi, et ella uccisa. 

LXIX 

Da Faltro canto avea I 5 acerb a etade, 
la cortesia e il valor del giovinetto 
d'amore intenerito e di pietade 
tanto a Marfisa et ai compagni il petto, 
che con morte di lui lor libertade 
esser dovendo avean quasi a dispetto: 
e se Marfisa non puo far con manco 
ch'uccider lui, vuol essa morir anco. 

LXX 

Ella disse a Guidon: Vientene insieme 
con noi, ch'a viva forza usciren quinci. 
Deh rispose Guidon lascia ogni speme 
di mai piu uscirne, o perdi meco o vinci. 
Ella suggiunse: II mio cor mai non teme 
di non dar fine a cosa che cominci; 
n6 trovar so la piu sicura strada 
di quella ove mi sia guida la spada. 

LXXI 

Tal ne la piazza ho il tuo valor provato, 
che, s'io son teco, ardisco ad ogn'impresa. 
Quando la turba intorno allo steccato 
sara domani in sul teatro ascesa, 
io vo' che Puccidian per ogni lato, 
o vada in fuga o cerchi far difesa, 
e ch'agli lupi e agli avoltoi del loco 
lasciamo i corpi, e la cittade al fuoco. 



504 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

Suggiunse a lei Guidon: Tu m'avrai pronto 

a seguitarti et a morirti a canto ; 

ma vivi rimaner non faccian conto ; 

bastar ne puo di vendicarci alquanto: 

che spesso diecimila in piazza conto 

del popul feminile, et altretanto 

resta a guardare e porto e rocca e mura, 

ne alcuna via d'uscir trovo sicura. 

LXXIII 

Disse Marfisa: E molto piu sieno elle 
degli uomini che Serse ebbe gia intorno, 
e sieno piu de Panime ribelle 
ch'uscir del ciel con lor perpetuo scorno: 
se tu sei meco, o almen non sie con quelle, 
tutte le voglio uccidere in un giorno. 
Guidon suggiunse : lo non ci so via alcuna 
ch'a valer n'abbia, se non val quest'una. 

LXXIV 

Ne puo sola salvar, se ne succede, 
quest'una ch'io diro, ch'or mi soviene. 
Fuor ch'alle donne, uscir non si concede, 
ne metter piede in su le salse arene: 
e per questo commettermi alia fede 
d'una de le mie donne mi conviene, 
del cui perfetto amor fatta ho sovente 
piu pruova ancor, ch'io non faro al presente. 

LXXV 

Non men di me tormi costei disia 
di servitu, pur che ne venga meco; 
che cosi spera, senza compagnia 
de le rivali sue, ch'io viva seco. 
Ella nel porto o fuste o saettia 
fara or dinar, mentre e ancor 1'aer cieco, 
che i marinari vostri troveranno 
acconcia a navigar, come vi vanno. 



CANTO VENTESIMO 505 

LXXVI 

Dietro a me tutti in un drappel ristretti, 
cavallieri, mercanti e galeotti, 
ch'ad albergarvi sotto a questi tetti 
meco, vostra merce, sete ridotti, 
avrete a farvi ample sentier coi petti, 
se del nostro camin siamo interrotti: 
cosi spero, aiutandoci le spade, 
ch'io vi trarro de la crudel cittade. 

LXXVII 

Tu fa come ti par, disse Marfisa 
ch'io son per me d'uscir di qui sicura. 
Piu facil fia che di mia mano uccisa 
la gente sia, che e dentro a queste mura, 
che mi veggi fuggire, o in altra guisa 
alcun possa notar ch'abbi paura. 
Vo' uscir di giorno, e sol per forza d'arme; 
che per ogn'altro modo obbrobrio parme. 

LXXVIII 

S'io ci fossi per donna conosciuta, 
so ch'avrei da le donne onore e pregio; 
e volentieri io ci sarei tenuta, 
e tra le prime forse del collegio: 
ma con costoro essendoci venuta, 
non ci vo' d'essi aver piu privilegio. 
Troppo error fora ch'io mi stessi o andassi 
libera, e gli altri in servitii lasciassi. 

LXXIX 

Queste parole et altre seguitando, 
mostro Marfisa che J l rispetto solo 
ch'avea al periglio de* compagni (quando 
potria loro il suo ardir tornare in duolo), 
la tenea che con alto e memorando 
segno d'ardir non assalia lo stuolo : 
e per questo a Guidon lascia la cura 
d'usar la via che piu gH par sicura. 



506 ORLANDO FURIOSO 

LXXX 

Guidon la notte con Aleria parla 
(cosi avea nome la piu fida moglie): 
ne bisogno gli fu molto pregarla, 
che la trovo disposta alle sue voglie. 
Ella tolse una nave e fece armarla, 
e v'arreco le sue piu ricche spoglie, 
fingendo di volere al nuovo albore 
con le compagne uscire in corso fuore. 

LXXXI 

Ella avea fatto nel palazzo inanti 
spade e lancie arrecar, corazze e scudi, 
onde armar si potessero i mercanti 
e i galeotti ch'eran mezzo nudi. 
Altri dormiro, et altri ster vegghianti, 
compartendo tra lor gli ozii e gli studi; 
spesso guardando, e pur con I'arme indosso, 
se Toriente ancor si facea rosso. 

LXXXII 

Dal duro volto de la terra il sole 
non tollea ancora il velo oscuro et atro ; 
a pena avea la licaonia prole 
per li solchi del ciel volto Taratro: 
quando il femineo stuol, che veder vuole 
il fin de la battaglia, empi il teatro, 
come ape del suo claustro empie la soglia, 
che mutar regno al nuovo tempo voglia. 

LXXXIII 

Di trombe, di tambur, di suon de corni 
il popul risonar fa cielo e terra, 
cosi citando il suo signer, che torni 
a terminar la cominciata guerra. 
Aquilante e Grifon stavano adorni 
de le lor arme, e il duca d'Inghilterra, 
Guidon, Marfisa, Sansonetto e tutti 
gli altri, chi a piedi e chi a cavallo instrutti. 



CANTO VENTESIMO 507 

LXXXIV 

Per scender dal palazzo al mare e al porto, 
la piazza traversar si convenia; 
ne v'era altro camin lungo ne corto: 
cosi Guidon disse alia compagnia. 
E poi che di ben far molto conforto 
lor diede, entro senza rumore in via; 
e ne la piazza, dove il popul era, 
s'appresento con piu di cento in schiera. 

LXXXV 

Molto affrettando i suoi compagni, andava 
Guidone all'altra porta per uscire: 
ma la gran moltitudine che stava 
intorno armata, e sempre atta a ferire, 
penso, come lo vide che menava 
seco quegli altri, che volea fuggire; 
e tutta a un tratto agli archi suoi ricorse, 
e parte, onde s'uscia, venne ad opporse. 

LXXXVI 

Guidone e gli altri cavallier gagliardi, 
e sopra tutti lor Marfisa forte, 
al menar de le man non furon tardi, 
e molto fer per isforzar le porte: 
ma tanta e tanta copia era dei dardi 
che con ferite dei compagni e morte 
pioveano lor di sopra e d'ogn'intorno, 
ch'al fin temean d'averne danno e scorno. 

LXXXVII 

D'ogni guerrier Fusbergo era perfetto; 
che se non era, avean piu da temere. 
Fu morto il destrier sotto a Sansonetto: 
quel di Marfisa v'ebbe a rimanere. 
Astolfo tra se disse: Ora, ch'aspetto 
che mai mi possa il corno piu valere? 
lo vo' veder, poi che non giova spada, 
s'io so col corno assicurar la strada. 



508 ORLANDO FURIOSO 

LXXXVIII 

Come aiutar ne le fortune estreme 
sempre si suol, si pone il corno a bocca. 
Par che la terra e tutto '1 mondo trieme, 
quando Torribil suon ne 1'aria scocca. 
Si nel cor de la gente il timor preme, 
che per disio di fuga si trabocca 
giu del teatro sbigottita e smorta, 
non che lasci la guardia de la porta. 

LXXXIX 

Come talor si getta e si periglia 
e da finestra e da sublime loco 
1'esterrefatta subito famiglia, 
che vede appresso e d'ogn'intorno il fuoco, 
che, mentre le tenea gravi le ciglia 
il pigro sonno, crebbe a poco a poco; 
cosi, messa la vita in abandono, 
ognun fuggia lo spaventoso suono. 

xc 

Di qua di la, di su di giu smarrita 
surge la turba, e di fuggir procaccia. 
Son piu di mille a un tempo ad ogni uscita: 
cascano a monti, e Tuna 1'altra impaccia. 
In tanta calca perde altra la vita; 
da palchi e da finestre altra si schiaccia: 
piu d'un braccio si rompe e d'una testa, 
di ch' altra morta, altra storpiata resta. 

xci 

II pianto e '1 grido insino al ciel saliva, 
d'alta ruina misto e di fraccasso. 
Affretta, ovunque il suon del corno arriva, 
la turba spaventata in fuga il passo. 
Se udite dir che d'ardimento priva 
la vil plebe si mostri e di cor basso, 
non vi maravigliate, che natura 
e de la lepre aver sempre paura. 



CANTO VENTESIMO 509 

XCII 

Ma che direte del gia tanto fiero 

cor di Marfisa e di Guidon Selvaggio ? 

del dua giovini figli d'Oliviero, 

che gia tanto onoraro il lor lignaggio? 

Gia centomila avean stimato un zero; 

e in fuga or se ne van senza coraggio, 

come conigli o timidi colombi 

a cui vicino alto rumor rimbombi. 

xcm 

Cosi noceva ai suoi come agli strani 
la forza che nel corno era incantata. 
Sansonetto, Guidone e i duo germani 
fuggon dietro a Marfisa spaventata; 
ne fuggendo ponno ir tanto lontani, 
che lor non sia 1'orecchia anco intronata. 
Scorre Astolfo la terra in ogni lato, 
dando via sempre al corno maggior fiato. 

xciv 

Chi scese al mare, e chi poggio su al monte, 
e chi tra i boschi ad occultar si venne: 
alcuna, senza mai volger la fronte, 
fuggir per dieci di non si ritenne: 
uscl in tal punto alcuna fuor del ponte, 
ch'in vita sua mai piu non vi rivenne. 
Sgombraro in modo e piazze e templi e case, 
che quasi vota la citta rimase. 

xcv 

Marfisa e '1 bon Guidone e i duo fratelli 
e Sansonetto, pallidi e tremanti, 
fuggiano inverse il mare, e dietro a quelli 
fuggiano i marinari e i mercatanti; 
ove Aleria trovar, che fra i castelli 
loro avea un legno apparechiato inanti. 
Quindi, poi ch'in gran fretta li raccolse, 
die i remi alPacqua et ogni vela sciolse. 



510 ORLANDO FURIOSO 

XCVI 

Dentro e d'intorno il duca la cittade 
avea scorsa dai colli insino all'onde; 
fatto avea vote rimaner le strade: 
ognun lo fugge, ognun se gli nasconde. 
Molte trovate fur, che per viltade 
s'eran gittate in parti oscure e immonde; 
e molte, non sappiendo ove s'andare, 
messesi a nuoto et affogate in mare. 

xcvn 

Per trovare i compagni il duca viene, 
che si credea di riveder sul molo. 
Si volge intorno, e le deserte arene 
guarda per tutto, e non v'appare un solo. 
Leva piu gli occhi, e in alto a vele piene 
da se lontani andar li vede a volo : 
si che gli convien fare altro disegno 
al suo camin, poi che partito e il legno. 

XCVIII 

Lasciamolo andar pur (ne vi rincresca 

che tanta strada far debba soletto 

per terra d'infedeli e barbaresca, 

dove mai non si va senza sospetto : 

non e periglio alcuno, onde non esca 

con quel suo corno, e n'ha mostrato effetto); 

e dei compagni suoi pigliamo cura, 

ch'al mar fuggian tremando di paura. 

xcix 

A piena vela si cacciaron lunge 

da la crudele e sanguinosa spiaggia: 

e poi che di gran lunga non li giunge 

Porribil suon ch'a spaventar piu gli aggia, 

insolita vergogna si gli punge, 

che com'un fuoco a tutti il viso raggia. 

L'un non ardisce a mirar 1'altro, e stassi 

tristo, senza parlar, con gli occhi bassi. 



CANTO VENTESIMO 511 

C 

Passa il nocchiero, al suo viaggio intento, 
e Cipro e Rodi, e giu per Fonda egea 
da se vede fuggire isole cento 
col periglioso capo di Malea; 
e con propizio et immutabil vento 
asconder vede la greca Morea; 
volta Sicilia, e per lo mar Tirreno 
costeggia de 1' Italia il lito ameno: 

ci 

e sopra Luna ultimamente sorse, 
dove lasciato avea la sua famiglia. 
Dio ringraziando che 1 pelago corse 
senza piii danno, il noto lito piglia. 
Quindi un nochier trovar per Francia sciorse, 
il qual di venir seco li consiglia: 
e nel suo legno ancor quel di montaro, 
et a Marsilia in breve si trovaro. 

en 

Quivi non era Bradamante allora, 
ch'aver solea governo del paese; 
che se vi fosse, a far seco dimora 
gli avria sforzati con parlar cortese. 
Sceser nel lito, e la medesima ora 
dai quattro cavallier congedo prese 
Marfisa, e da la donna del Selvaggio; 
e pigll6 alia ventura il suo viaggio, 

cm 

dicendo che lodevole non era 
ch'andasser tanti cavallieri insieme: 
che gli storm e i colombi vanno in schiera, 
i daini e i cervi e ogn'animal che teme; 
ma 1'audace falcon, Paquila altiera, 
che ne Paiuto altrui non metton speme, 
orsi, tigri, leon, soli ne vanno; 
che di piu forza alcun timor non hanno. 



512 ORLANDO FURIOSO 

CIV 

Nessun degli altri fu di quel pensiero; 
si ch'a lei sola tocco a far partita. 
Per mezzo i boschi e per strano sentiero 
dunque ella se n'ando sola e romita. 
Grifone il bianco et Aquilante il nero 
pigliar con gli altri duo la via piu trita, 
e giunsero a un castello il di seguente, 
dove albergati fur cortesemente. 

cv 

Cortesemente dico in apparenza, 
ma tosto vi sentir contrario effetto ; 
che 5 1 signor del castel, benivolenza 
fingendo e cortesia, lor de ricetto: 
e poi la notte, che sicuri senza 
timor dormian, gli fe' pigliar nel letto; 
ne prima li lascio, che d'osservare 
una costuma ria li fe' giurare. 

cvi 

Ma vo' seguir la bellicosa donna, 
prima, Signor, che di costor piu dica. 
Passo Druenza, il Rodano e la Sonna, 
e venne a pie d'una montagna aprica. 
Quivi lungo un torrente, in negra gonna 
vide venire una femina antica, 
che stanca e lassa era di lunga via, 
ma via piu afflitta di malenconia. 

evil 

Questa e la vecchia che solea servire 
ai malandrin nel cavernoso monte, 
la dove alta giustizia fe' venire 
e dar lor morte il paladino conte. 
La vecchia, che timore ha di morire 
per le cagion che poi vi saran conte, 
gia molti di va per via oscura e fosca, 
fuggendo ritrovar chi la conosca. 



CANTO VENTESIMO 513 

CVIII 

Quivi d'estrano cavallier sembianza 
Pebbe Marfisa all'abito e all'arnese; 
e percio non fuggi, com'avea usanza 
fuggir dagli altri ch'eran del paese; 
anzi con sicurezza e con baldanza 
si fermo al guado, e di lontan Tattese: 
al guado del torrente, ove trovolla, 
la vecchia le usci incontra e salutolla. 

cix 

Poi la prego che seco oltr'a quell'acque 
ne 1'altra ripa in groppa la portasse. 
Marfisa, che gentil fu da che nacque, 
di la dal fiumicel seco la trasse; 
e portarla anch'un pezzo non le spiacque, 
fin ch'a miglior camin la ritornasse, 
fuor d'un gran fango; e al fin di quel sentiero 
si videro all'mcontro un cavalliero. 

ex 

II cavallier su ben guernita sella, 
di lucide arme e di bei panni ornato, 
verso il fiume venia, da una donzella 
e da un solo scudiero accompagnato. 
La donna ch'avea seco era assai bella, 
ma d'altiero sembiante e poco grato, 
tutta d'orgoglio e di fastidio piena, 
del cavallier ben degna che la mena. 

CXI 

Pinabello, un de } conti maganzesi, 
era quel cavallier ch'ella avea seco; 
quel medesmo che dianzi a pochi mesi 
Bradamante gitt6 nel cavo speco. 
Quei sospir, quei singulti cosi accesi, 
quel pianto che lo fe' gia quasi cieco, 
tutto fu per costei ch'or seco avea, 
che *1 negromante allor gli ritenea. 



514 ORLANDO FURIOSO 

CXII 

Ma poi che fu levato di sul colle 
Tincantato castel del vecchio Atlante, 
e che pote ciascuno ire ove voile, 
per opra e per virtu di Bradamante; 
costei, ch'agli disii facile e molle 
di Pinabel sempre era stata inante, 
si torno a lui, et in sua compagnia 
da tin castello ad un altro or se ne gia. 

CXIII 

E si come vezzosa era e mal usa, 
quando vide la vecchia di Marfisa, 
non si pote tenere a bocca chiusa 
di non la motteggiar con beffe e risa. 
Marfisa altiera, appresso a cui non s'usa 
sentirsi oltraggio in qualsivoglia guisa, 
rispose d'ira accesa alia donzella 
che di lei quella vecchia era piu bella; 

cxiv 

e ch'al suo cavallier volea provallo, 
con patto dl poi t6rre a lei la gonna 
e il palafren ch'avea, se da cavallo 
gittava il cavallier di ch'era donna. 
Pinabel che faria, tacendo, fallo, 
di risponder con Farme non assonna: 
piglia lo scudo e Tasta, e il destrier gira, 
poi vien Marfisa a ritrovar con ira. 

cxv 

Marfisa incontra una gran lancia afferra, 
e ne la vista a Pinabel Farresta, 
e si stordito lo riversa in terra, 
che tarda un'ora a rilevar la testa. 
Marfisa, vincitrice de la guerra, 
fe' trarre a quella giovane la vesta, 
et ogn'altro ornamento le fe' porre, 
e ne fe j il tutto alia sua vecchia t6rre: 



CANTO VENTESIMO 515 

CXVI 

e di quel giovenile abito volse 
che si vestisse e se n'ornasse tutta; 
e fe' che '1 palafreno anco si tolse, 
che la giovane avea quivi condutta. 
Indi al preso camin con lei si volse, 
che quant' era piu ornata, era piu brutta. 
Tre giorni se n'andar per lunga strada, 
senza far cosa onde a parlar m'accada. 

cxvn 

II quarto giorno un cavallier trovaro, 
che venia in fretta galoppando solo. 
Se di saper chi sia forse v'e caro, 
dicovi ch'e Zerbin, di re figliuolo, 
di virtu esempio e di bellezza raro, 
che se stesso rodea d'ira e di duolo 
di non aver potuto far vendetta 
d'un che gli avea gran cortesia interdetta. 

CXVIII 

Zerbino indarno per la selva corse 

dietro a quel suo che gli avea fatto oltraggio; 

ma si a tempo colui seppe via torse, 

si seppe nel fuggir prender vantaggio, 

si il bosco e si una nebbia lo soccorse, 

ch'avea offuscato il matutmo raggio, 

che di man di Zerbin si levo netto, 

fin che Pira e il furor gli usci del petto. 

cxix 

Non pote, ancor che Zerbin fosse irato, 
tener, vedendo quella vecchia, il riso; 
che gli parea dal giovenile ornato 
troppo diverso il brutto antiquo viso; 
et a Marfisa, che le venia a lato, 
disse: Guerrier, tu sei pien d'ogni aviso, 
che damigella di tal sorte guidi, 
che non temi trovar chi te la invidi. 



516 ORLANDO FURIOSO 

CXX 

Avea la donna (se la crespa buccia 

puo darne indicio) piu de la Sibilla, 

e parea, cosi ornata, una bertuccia, 

quando per muover riso alcun vestilla; 

et or piu brutta par, che si coruccia, 

e che dagli occhi 1'ira le sfavilla: 

ch'a donna non si fa maggior dispetto, 

che quando o vecchia o brutta le vien detto. 

cxxi 

Mostro turbarse 1'inclita donzella, 
per prenderne piacer, come si prese; 
e rispose a Zerbin : Mia donna e bella, 
per Dio, via piu che tu non sei cortese; 
come ch'io creda che la tua favella 
da quel che sente Panimo non scese: 
tu fingi non conoscer sua beltade, 
per escusar la tua somma viltade. 

cxxn 

E chi saria quel cavallier che questa 
si giovane e si bella ritrovasse 
senza piu compagnia ne la foresta, 
e che di farla sua non si provasse? 
Si ben disse Zerbin teco s'assesta, 
che saria mal ch'alcun te la levasse; 
et io per me non son cosi indiscreto, 
che te ne privi mai: stanne pur lieto. 

CXXIII 

S'in altro conto aver vuoi a far meco, 
di quel ch'io vaglio son per farti mostra; 
ma per costei non mi tener si cieco, 
che solamente far voglia una giostra. 
brutta o bella sia, restisi teco : 
non vo' partir tanta amicizia vostra. 
Ben vi sete accoppiati: io giurerei, 
com'ella e bella, tu gagliardo sei. 



CANTO VENTESIMO 517 

CXXIV 

Suggiunse a lui Marfisa: Al tuo dispetto 
di levarmi costei provar convienti. 
Non vo' patir ch'un si leggiadro aspetto 
abbi veduto, e guadagnar nol tenti. 
Rispose a lei Zerbin: Non so a ch'effetto 
1'uom si metta a periglio e si tormenti, 
per riportarne una vittoria poi 
che giovi al vinto, e al vincitor annoi. 

cxxv 

Se non ti par questo partito buono, 
te ne do un altro, e ricusar nol dei: 
disse a Zerbin Marfisa che s'io sono 
vinto da te, m'abbia a restar costei; 
ma s'io te vinco, a forza te la dono. 
Dunque provian chi de' star senza lei: 
se perdi, converra che tu le faccia 
compagnia sempre, ovunque andar le piaccia. 

cxxvi 

E cosi sia , Zerbin rispose; e volse 
a pigliar campo subito il cavallo. 

Si levo su le staffe e si raccolse 
fermo in arcione; e per non dare in fallo, 
lo scudo in mezzo alia donzella colse; 
ma parve urtasse un monte di metallo: 
et ella in guisa a lui tocco Telmetto, 
che stordito il man do di sella netto. 

CXXVII 

Troppo spiacque a Zerbin Pesser caduto, 
ch'in altro scontro mai piu non gli awenne, 
e n'avea mille e mille egli abbattuto; 
et a perpetuo scorno se lo tenne. 
Stette per lungo spazio in terra muto; 
e piu gli dolse poi che gli sovenne 
ch'avea promesso e che gli convenia 
aver la brutta vecchia in compagnia. 



jig ORLANDO FURIOSO 

CXXVIII 

Tornando a lui la vincitrice in sella, 

disse ridendo: Questa t'appresento; 

e quanto piii la veggio e grata e bella, 

tanto ch'ella sia tua piu mi contento. 

Or tu in mio loco sei campion di quella; 

ma la tua fe non se ne porti il vento, 

die per sua guida e scorta tu non vada 

(come hai promesso) ovunque andar 1'aggrada. 

cxxix 

Senza aspettar risposta urta il destriero 
per la foresta, e subito s'imbosca. 
Zerbin, che la stimava un cavalliero, 
dice alia vecchia: Fa ch'io lo conosca. 
Et ella non gli tiene ascoso il vero, 
onde sa che lo 'ncende e che Tattosca: 
II colpo fu di man d'una donzella, 
che t'ha fatto votar disse la sella. 

cxxx 

Pel suo valor costei debitamente 
usurpa a' cavallieri e scudo e lancia; 
e venuta e pur dianzi d'Oriente 
per assaggiare i paladin di Francia. 
Zerbin di questo tal vergogna sente, 
che non pur tinge di rossor la guancia, 
ma rest6 poco di non farsi rosso 
seco ogni pezzo d'arme ch'avea indosso. 

cxxxi 

Monta a cavallo, e se stesso rampogna 
che non seppe tener strette le cosce. 
Tra se la vecchia ne sorride, e agogna 
di stimularlo e di piu dargli angosce. 
Gli ricorda ch' andar seco bisogna: 
e Zerbin, ch'ubligato si conosce, 
1'orecchie abbassa, come vinto e stanco 
destrier c'ha in bocca il fren, gli sproni al fianco. 



CANTO VENTESIMO 519 

CXXXII 

E sospirando : Ohime, Fortuna fella, 
dicea che cambio e questo che tu fai ? 
Colei che fu sopra le belle bella, 
ch'esser meco dovea, levata m'hai. 
Ti par ch'in luogo et in ristor di quella 
si debba por costei ch'ora mi dai? 
Stare in danno del tutto era men male, 
che fare un cambio tanto diseguale. 

CXXXIII 

Colei che di bellezze e di virtuti 
unqua non ebbe e non avra mai pare, 
sommersa e rotta tra gli scogli acuti 
hai data ai pesci et agli augei del mare; 
e costei che dovria gia aver pasciuti 
sotterra i vermi, hai tolta a perservare 
dieci o venti anni piu che non devevi, 
per dar piu peso agli mie j affanni grevi. 

cxxxiv 

Zerbin cosi parlava; ne men tristo 
in parole e in sembianti esser parea 
di questo nuovo suo si odioso acquisto, 
che de la donna che perduta avea. 
La vecchia, ancor che non avesse visto 
mai piu Zerbin, per quel ch'ora dicea 
s'awide esser colui di che notizia 
le diede gia Issabella di Galizia. 

cxxxv 

Se '1 vi ricorda quel ch'avete udito, 
costei da la spelonca ne veniva, 
dove Issabella, che d'amor ferito 
Zerbino avea, fu molti di captiva. 
Piu volte ella le avea gia riferito 
come lasciasse la paterna riva, 
e come rotta in mar da la procella 
si salvasse alia spiaggia di Rocella. 



520 



ORLANDO FURIOSO 
CXXXVI 

E si spesso dipinto di Zerbino 
le avea il bel viso e le fattezze conte, 
ch'ora udendol parlare, e piii vicino 
gli occhi alzandogli meglio ne la fronte, 
vide esser quel per cui sempre meschino 
fu d'Issabella il cor nel cavo monte; 
che di non veder lui piu si lagnava, 
che d'esser fatta ai malandrini schiava. 

CXXXVII 

La vecchia, dando alle parole udienza, 
che con sdegno e con duol Zerbino versa, 
s'avede ben ch'egli ha falsa credenza 
che sia Issabella in mar rotta e sommersa: 
e ben ch'ella del certo abbia scienza, 
per non lo rallegrar, pur la perversa 
quel che far lieto lo potria, gli tace, 
e sol gli dice quel che gli dispiace. 

CXXXVIII 

Odi tu, gli disse ella tu che sei 
cotanto altier, che si mi scherni e sprezzi, 
se sapessi che nuova ho di costei 
che morta piangi, mi faresti vezzi: 
ma piu tosto che dirtelo, torrei 
che mi strozzassi o fessi in mille pezzi; 
dove, s'eri ver me piu mansueto, 
forse aperto t'avrei questo secreto. 

cxxxix 

Come il mastin che con furor s'aventa 
adosso al ladro, ad achetarsi e presto, 
che quello o pane o cacio gli appresenta, 
o che fa incanto appropriate a questo; 
cosi tosto Zerbino umil diventa, 
e vien bramoso di sapere il resto, 
che la vecchia gli accenna che di quella, 
che morta piange, gli sa dir novella. 



CANTO VENTESIMO 521 



E volto a lei con piu piacevol faccia, 
la supplica, la prega, la scongiura 
per gli uomini, per Dio, che non gli taccia 
quanto ne sappia, o buona o ria ventura. 

Cosa non udirai che pro ti faccia: 
disse la vecchia pertinace e dura 

non e Issabella, come credi, morta; 
ma viva si, chV morti invidia porta. 

CXLI 

capitata in quest! pochi giorni 
che non n'udisti, in man di piu di venti: 
si che, qualora anco in man tua ritorni, 
ve j se sperar di corre il fior convienti. 
Ah vecchia maladetta, come adorni 
la tua menzogna! e tu sai pur se menti. 
Se ben in man de venti elPera stata, 
non Favea alcun per6 mai violata. 

CXLII 

Dove 1'avea veduta domandolle 
Zerbino, e quando; ma nulla n'invola, 
che la vecchia ostinata piu non voile 
a quel c'ha detto aggiungere parola. 
Prima Zerbin le fece un parlar molle, 
poi minacciolle di tagliar la gola: 
ma tutto e invan cio che minaccia e prega; 
che non puo far parlar la brutta Strega. 

CXLIII 

Lasci6 la lingua airultimo in riposo 
Zerbin, poi che '1 parlar gli giovo poco; 
per quel ch'udito avea, tanto geloso, 
che non trovava il cor nel petto loco; 
d'Issabella trovar si disioso, 
che saria per vederla ito nel fuoco: 
ma non poteva andar piu che volesse 
colei, poi ch'a Marfisa lo promesse. 



522 ORLANDO FURIOSO 

CXLIV 

E quindi per solingo e strano calle, 
dove a lei piacque, fu Zerbin condotto ; 
ne per o poggiar monte o scender valle 
mai si guardaro in faccia o si fer motto. 
Ma poi ch'al mezzodi volse le spalle 
il vago sol, fu il lor silenzio rotto 
da un cavallier che nel camin scontraro. 
Quel che segui, ne Paltro canto e chiaro. 



CANTO VENTESIMOPRIMO 523 



CANTO VENTESIMOPRIMO 



I 

Ne fune intorto credero che stringa 

soma cosi, ne cosi legno chiodo, 

come la fe ch'una bella alma cinga 

del suo tenace indissolubil nodo. 

Ne dagli antiqui par che si dipinga 

la santa Fe vestita in altro modo, 

che d'un vel bianco che la cuopra tutta: 

ch'un sol punto, un sol neo la pu6 far brutta. 

II 

La fede unqua non debbe esser corrotta, 
o data a un solo, o data insieme a milie; 
e cosi in una selva, in una grotta, 
lontan da le cittadi e da le ville, 
come dinanzi a tribunali, in frotta 
di testimon, di scritti e di postille, 
senza giurare o segno altro piu espresso, 
basti una volta che s'abbia promesso. 

in 

Quella serv6, come servar si debbe 
in ogni impresa, il cavallier Zerbino : 
e quivi dimostr6 che conto n'ebbe, 
quando si tolse dal proprio camino 
per andar con costei, la qual gl'increbbe, 
come s'avesse il morbo si vicino, 
o pur la morte istessa; ma potea, 
piu che '1 disio, quel che promesso avea. 



524 ORLANDO FURIOSO 

IV 

Dissi di lui, che di vederla sotto 

la sua condotta tanto al cor gli preme, 

che n'arrabbia di duol, ne le fa motto; 

e vanno muti e taciturni insieme: 

dissi che poi fu quel silenzio rotto, 

ch'al mondo il sol mostr6 le mote estreme, 

da un cavalliero aventuroso errante, 

ch'in mezzo del camin lor si fe* inante. 

v 

La vecchia che conobbe il cavalliero, 
ch'era nomato Ermonide d'Olanda, 
che per insegna ha ne lo scudo nero 
attraversata una vermiglia banda, 
posto 1'orgoglio e quel sembiante altiero, 
umilmente a Zerbin si raccomanda, 
e gli ricorda quel ch'esso promise 
alia guerriera ch'in sua man la mise. 

VI 

Perche di lei nimico e di sua gente 
era il guerrier che contra lor venia: 
ucciso ad essa avea il padre innocente, 
e un fratello che solo al mondo avia; 
e tuttavolta far del rimanente, 
come degli altri, il traditor disia. 

Fin ch'alla guardia tua, donna, mi senti, - 
dicea Zerbin non vo' che tu paventi. 

vn 

Come piu presso il cavallier si specchia 
in quella faccia che si in odio gli era: 

di combatter meco t'apparecchia, 
grid6 con voce minacciosa e fiera 

o lascia la difesa de la vecchia, 

che di mia man secondo il merto pera. 

Se combatti per lei, rimarrai morto: 

che cosi awiene a chi s'appiglia al torto. 



CANTO VENTESIMOPRIMO 525 

VIII 

Zerbin cortesemente a lui risponde 
che gli e desir di bassa e mala sorte, 
et a cavalleria non corrisponde 
che cerchi dare ad una donna morte: 
se pur combatter vuol, non si nasconde; 
ma che prima consider! ch'importe 
ch'un cavallier com' era egli gentile 
voglia por man nel sangue feminile. 

IX 

Queste gli disse e piu parole invano; 
e fu bisogno al fin venire a' fatti. 
Poi che preso a bastanza ebbon del piano, 
tornarsi incontra a tutta briglia ratti. 
Non van si presti i razzi fuor di mano, 
ch'al tempo son de le allegrezze tratti, 
come andaron veloci i duo destrieri 
ad incontrare insieme i cavallieri. 



Ermonide d'Olanda segno basso, 
che per passare il destro fianco attese: 
ma la sua debol lancia ando in fracasso, 
e poco il cavallier di Scozia ofTese. 
Non fu gia 1'altro colpo vano e casso; 
roppe lo scudo, e si la spalla prese, 
che la for6 da 1'uno all'altro lato, 
e riversar fe* Ermonide sul prato. 

XI 

Zerbin che si penso d'averlo ucciso, 

di pieta vinto, scese in terra presto, 

e levo Felmo da lo smorto viso; 

e quel guerrier, come dal sonno desto, 

senza parlar guard6 Zerbino fiso; 

e poi gli disse: Non m'e gia molesto 

ch'io sia da te abbattuto, ch'ai sembianti 

mostri esser fior de' cavallieri erranti; 



526 ORLANDO FURIOSO 

XII 

ma ben mi duol che questo per cagione 
d'una femina perfida m'awiene, 
a cui non so come tu sia campione, 
che troppo al tuo valor si disconviene. 
E quando tu sapessi la cagione 
ch'a vendicarmi di costei mi mene, 
avresti, ognor che rimembrassi, aflanno 
d'aver, per campar lei, fatto a me danno. 

XIII 

E se spirto a bastanza avro nel petto 
ch'io il possa dir (ma del contrario temo), 
io ti far6 veder ch'in ogni effetto 
scelerata e costei piu ch'in estremo. 
Io ebbi gia un fratel che giovinetto 
d'Olanda si parti, donde noi semo, 
e si fece d'Eraclio cavalliero, 
ch'allor tenea de } Greci il sommo impero. 

XIV 

Quivi divenne intrinseco e fratello 
d'un cortese baron di quella corte, 
che nei confin di Servia avea un castello 
di sito ameno e di muraglia forte. 
Nomossi Argeo colui di ch'io favello, 
di questa iniqua femina consorte, 
la quale egli am.6 si, che passo il segno 
ch'a un uom si convenia come lui degno. 

xv 

Ma costei, piu volubile che foglia 
quando Pautunno e piu priva d'umore, 
che J l freddo vento gli arbori ne spoglia, 
e le soffia dinanzi al suo furore; 
verso il marito cangi6 tosto voglia, 
che fisso qualche tempo ebbe nel core; 
e volse ogni pensiero, ogni disio 
d'acquistar per amante il fratel mio. 



CANTO VENTESIMOPRIMO 527 

XVI 

Ma ne si saldo alPimpeto marino 
FAcrocerauno d'infamato nome, 
ne sta si duro incontra borea il pino 
che rinovato ha piu di cento chiome, 
che quanto appar fuor de lo scoglio alpino, 
tanto sotterra ha le radici; come 
il mio fratello a 5 prieghi di costei, 
nido de tutti i vizii infandi e rei. 

XVII 

Or come awiene a un cavallier ardito 
che cerca briga e la ritrova spesso, 
fu in una impresa il mio fratel ferito, 
molto al castel del suo compagno appresso, 
dove venir senza aspettare invito 
solea, fosse o non fosse Argeo con esso; 
e dentro a quel per riposar fermosse 
tanto che del suo mal libero fosse. 

XVIII 

Mentre egli quivi si giacea, convenne 
ch'in certa sua bisogna andasse Argeo. 
Tosto questa sfacciata a tentar venne 
il mio fratello, et a sua usanza feo; 
ma quel fedel non oltre piu sostenne 
avere ai fianchi un stimulo si reo : 
elesse, per servar sua fede a pieno, 
di molti mal quel che gli parve meno. 

XIX 

Tra molti mal gli parve elegger questo: 
lasciar d' Argeo Pintrinsichezza antiqua; 
lungi andar si, che non sia manifesto 
mai piu il suo nome alia femina iniqua. 
Ben che duro gli fosse, era piu onesto 
che satisfare a quella voglia obliqua, 
o ch'accusar la moglie al suo signore, 
da cui fu amata a par del proprio core. 



528 ORLANDO FURIOSO 

XX 

E de le sue ferite ancora infermo 
Tarme si veste, e del castel si parte; 
e con animo va constante e fermo 
di non mai piii tornare in quella parte. 
Ma che gli val? ch'ogni difesa e schermo 
gli disipa Fortuna con nuova arte: 
ecco il marito che ritorna intanto, 
e trova la moglier che fa gran pianto, 

XXI 

e scapigliata e con la faccia rossa; 
e le domanda di che sia turbata. 
Prima ch'ella a rispondere sia mossa, 
pregar si lascia piu d'una fiata, 
pensando tuttavia come si possa 
vendicar di colui che 1'ha lasciata: 
e ben convenne al suo mobile ingegno 
cangiar Pamore in subitano sdegno. 

xxn 

Deh, disse al fine a che Terror nascondo 
c'ho commesso, signor, ne la tua absenzia? 
che quando ancora io '1 celi a tutto '1 mondo, 
celar nol posso alia mia conscienzia. 
L'alma che sente il suo peccato immondo, 
pate dentro da se tal penitenzia, 
ch'avanza ogn'altro corporal martire 
che dar mi possa alcun del mio fallire; 

XXIII 

quando fallir sia quel che si fa a forza. 
Ma sia quel che si vuol, tu sappil' anco; 
poi con la spada da la immonda scorza 
scioglie lo spirto imaculato e bianco, 
e le mie luci eternamente ammorza; 
che dopo tanto vituperio, almanco 
tenerle basse ognor non mi bisogni, 
e di ciascun ch'io vegga, io mi vergogni. 



CANTO VENTESIMOPRIMO 529 

XXIV 

II tuo compagno ha 1'onor mio distrutto: 
questo corpo per forza ha violate; 
e perche teme ch'io ti narri il tutto, 
or si parte il villan senza commiato. 
In odio con quel dir gli ebbe ridutto 
colui che piu d'ogn'altro gli fu grato. 
Argeo lo crede, et altro non aspetta; 
ma pigHa 1'arme e corre a far vendetta. 

xxv 
E come quel ch'avea il paese noto, 

10 giunse che non fu troppo lontano; 
che '1 mio fratello, debole et egroto, 
senza sospetto se ne gia pian piano : 
e brevemente, in un loco remoto 
pose, per vendicarsene, in lui mano. 
Non trova il fratel mio scusa che vaglia; 
ch'in somma Argeo con lui vuol la battaglia. 

XXVI 

Era Tun sano e pien di nuovo sdegno, 
infermo Faltro, et alFusanza amico: 
si ch'ebbe il fratel mio poco ritegno 
contra il compagno fattogli nimico. 
Dunque Filandro di tal sorte indegno 
(de Finfelice giovene ti dico: 
cosi avea nome), non sofrendo il peso 
di si fiera battaglia, resto preso. 

XXVII 

Non piaccia a Dio che mi conduca a tale 

11 mio giusto furore e il tuo demerto, 
gli disse Argeo ache mai sia omicidiale 
di te ch'amava; e me tu amavi certo, 
ben che nel fin me Thai mostrato male: 
pur voglio a tutto il mondo fare aperto 
che, come fui nel tempo de Pamore, 
cosi ne Todio son di te migliore. 



530 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

Per altro modo puniro il tuo fallo, 
che le mie man piu nel tuo sangue porre. 
Cosi dicendo, fece sul cavallo 
di verdi rami una bara comporre, 
e quasi morto in quella riportallo 
dentro al castello in una chiusa torre, 
dove in perpetuo per punizione 
condanno Pinnocente a star prigione. 

XXIX 

Non pero ch'altra cosa avesse manco, 
che la liberta prima del partire; 
perche nel resto, come sciolto e franco 
vi commandava e si facea ubidire. 
Ma non essendo ancor Fanimo stance 
di questa ria del suo pensier fornire, 
quasi ogni giorno alia prigion veniva; 
ch'avea le chiavi, e a suo piacer Tapriva: 

xxx 

e movea sempre al mio fratello assalti, 
e con maggiore audacia che di prima. 
Questa tua fedelta dicea che valti, 
poi che perfidia per tutto si stima? 
Oh che trionfi gloriosi et alti! 
oh che superbe spoglie e preda opima! 
o che merito al fin te ne risulta, 
se, come a traditore, ognun t'insulta! 

XXXI 

Quanto utilmente, quanto con tuo onore 
m'avresti dato quel che da te volli! 
Di questo si ostinato tuo rigore 
la gran merce che tu guadagni, or tolli: 
in prigion sei, ne crederne uscir fuore, 
se la durezza tua prima non molli. 
Ma quando mi compiacci, io far6 trama 
di racquistarti e libertade e fama. 



CANTO VENTESIMOPRIMO 531 

XXXII 

<( No, no disse Filandro aver mai spene 
che non sia, come suol, mia vera fede, 
se ben contra ogni debito mi awiene 
ch'io ne riporti si dura mercede, 
e di me creda il mondo men che bene: 
basta che inanti a quel che '1 tutto vede 
e mi puo ristorar di grazia eterna, 
chiara la mia innocenzia si discerna. 

XXXIII 

Se non basta ch'Argeo mi tenga preso, 
tolgami ancor questa noiosa vita. 
Forse non mi fia il premio in ciel conteso 
de la buona opra, qui poco gradita. 
Forse egli, che da me si chiama offeso, 
quando sara quest' anima partita, 
s'avedra poi d'avermi fatto torto, 
e piangera il fedel compagno morto. 

XXXIV 

Cosi piu volte la sfacciata donna 
tenta Filandro, e torna senza frutto. 
Ma il cieco suo desir, che non assonna 
del scelerato amor traer construtto, 
cercando va piu dentro ch'alla gonna 
suoi vizii antiqui, e ne discorre il tutto. 
Mille pensier fa d'uno in altro mo do, 
prima che fermi in alcun d'essi il chiodo. 

xxxv 

Stette sei mesi che non messe piede, 
come prima facea, ne la prigione; 
di che il miser Filandro e spera e crede 
che costei piu non gli abbia affezione. 
Ecco Fortuna, al mal propizia, diede 
a questa scelerata occasione 
di metter fin con memorabil male 
al suo cieco appetito irrazionale. 



532 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

Antiqua nimicizia avea il marito 
con un baron, detto Morando il bello, 
che non v'essendo Argeo spesso era ardito 
di correr solo, e sin dentro al castello; 
ma s'Argeo v'era, non tenea lo 'nvito, 
ne s'accostava a died miglia a quello. 
Or per poterlo indur che ci venisse, 
d'ire in Jerusalem per voto disse. 

XXXVII 

Disse d'andare; e partesi ch'ognuno 

lo vede, e fa di cio sparger le grida: 

ne il suo pensier, fuor che la moglie, alcuno 

puote saper; che sol di lei si fida. 

Torna poi nel castello all'aer bruno, 

ne mai, se non la notte, ivi s'annida; 

e con mutate insegne al nuovo alb6re, 

senza vederlo alcun, sempre esce fuore. 

XXXVIII 

Se ne va in questa e in quella parte errando, 
e volteggiando al suo castello intorno, 
pur per veder se credulo Morando 
volesse far, come solea, ritorno. 
Stava il di tutto alia foresta; e quando 
ne la marina vedea ascoso il giorno, 
venia al castello, e per nascose porte 
lo togliea dentro 1'infedel consorte. 

xxxix 

Crede ciascun, fuor che 1'iniqua moglie, 
che molte miglia Argeo lontan si trove. 
Dunque il tempo oportuno ella si toglie: 
al fratel mio va con malizie nuove. 
Ha di lagrime a tutte le sue voglie 
un nembo che dagli occhi al sen le piove. 
Dove potro dicea trovare aiuto, 
che in tutto Ponor mio non sia perduto ? 



CANTO VENTESIMOPRIMO 533 

XL 

E col mio quel del mio marito insieme, 
il qual se fosse qui, non temerei. 
Tu conosci Morando, e sai se teme, 
quando Argeo non ci sente, omini e dei. 
Quest! or pregando, or mmacciando, estreme 
prove fa tuttavia, ne alcun de' miei 
lascia che non contamini, per trarmi 
a' suoi disii, ne so s'io potro aitarmi. 

XLI 

Or c'ha inteso il partir del mio consorte, 
e ch'al ritorno non sara si presto, 
ha avuto ardir d'entrar ne la mia corte 
senza altra scusa e senz'altro pretesto; 
che se ci fosse il mio signor per sorte, 
non sol non avria audacia di far questo, 
ma non si terria ancor, per Dio, sicuro 
d'appressarsi a tre migKa a questo muro. 

XLII 

E quel che gia per messi ha ricercato, 
oggi me Tha richiesto a fronte a fronte, 
e con tai modi, che gran dubbio e stato 
de lo awenirmi disonore et onte; 
e se non che parlar dolce gli ho usato, 
e finto le mie voglie alle sue pronte, 
saria a forza di quel suto rapace 
che spera aver per mie parole in pace. 

XLIII 

Promesso gli ho, non gia per osservargli 
(che fatto per timor, nullo e il contratto) ; 
ma la mia intenzion fu per vietargli 
quel che per forza avrebbe allora fatto. 
II caso e qui : tu sol poi rimediargli ; 
del mio onor altrimenti sara tratto, 
e di quel del mio Argeo, che gia m'hai detto 
aver o tanto o piu che '1 proprio a petto* 



534 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

E se questo mi nieghi, io diro dunque 
ch'in te non sia la fe di che ti vanti; 
ma che fu sol per crudelta, qualunque 
volta hai sprezzati i miei supplici pianti; 
non per rispetto alcun d'Argeo, quantunque 
m'hai questo scudo ognora opposto inanti. 
Saria stato tra noi la cosa occulta; 
ma di qui aperta infamia mi risulta. 

XLV 

Non si convien disse Filandro tale 
prologo a me, per Argeo mio disposto. 
Narrami pur quel che tu vuoi, che quale 
sempre fui, di sempre essere ho proposto ; 
e ben ch'a torto io ne riporti male, 
a lui non ho questo peccato imposto. 
Per lui son pronto andare anco alia morte, 
e siami contra il mondo e la mia sorte. 

XLVI 

Rispose Pempia: (do voglio che tu spenga 
colui che '1 nostro disonor procura. 
Non temer ch' alcun mal di cio t'avenga; 
ch'io te ne mostrero la via sicura. 
Debbe egli a me tornar come rivenga 
su 1'ora terza la notte piu scura; 
e fatto un segno de ch'io 1'ho awertito, 

10 Tho a tor dentro, che non sia sentito. 

XLVII 

A te non gravera prima aspettarme 
ne la camera mia dove non luca, 
tanto che dispogliar gli faccia Parme, 
e quasi nudo in man te lo conduca. 
Cosi la moglie conducesse parme 

11 suo marito alia tremenda buca; 
se per dritto costei moglie s'appella, 
piu che furia infernal crudele e fella. 



CANTO VENTESIMOPRIMO 535 

XLVIII 

Poi che la notte scelerata venne, 

fuor trasse il mio fratel con Parme in mano; 

e ne Foscura camera lo tenne, 

fin che tornasse il miser castellano. 

Come ordine era dato, il tutto awenne; 

che '1 consiglio del mal va raro invano. 

Cosi Filandro il buono Argeo percosse, 

che si penso che quel Morando fosse. 

XLIX 

Con esso un colpo il capo fesse e il collo; 
ch'elmo non v'era, e non vi fu riparo. 
Pervenne Argeo, senza pur dare un crollo, 
de la misera vita al fine amaro: 
e tal Tuccise, che mai non pensollo, 
ne mai Tavria creduto: oh caso raro! 
che cercando giovar, fece alFamico 
quel di che peggio non si fa al nimico. 

L 

Poscia ch' Argeo non conosciuto giacque, 
rende a Gabrina il mio fratel la spada. 
Gabrina e il nome di costei, che nacque 
sol per tradire ognun che in man le cada. 
Ella, che s l ver fin a quell'ora tacque, 
vuol che Filandro a riveder ne vada 
col lume in mano il morto ond'egli e reo: 
e gli dimostra il suo compagno Argeo. 

LI 

E gli minaccia poi, se non consente 
all* amoroso suo lungo desire, 
di palesare a tutta quella gente 
quel ch'egli ha fatto, e nol puo contradire; 
e lo fara vituperosamente 
come assassino e traditor morire: 
e gli ricorda che sprezzar la fama 
non de', se ben la vita si poco ama. 



536 ORLANDO FURIOSO 

LII 

Pien di paura e di dolor rimase 
Filandro, poi che del suo error s'accorse. 
Quasi il primo furor gli persuase 
d'uccider questa, e stette un pezzo in forse: 
e se non che ne le nimiche case 
si ritrovo (che la ragion soccorse), 
non si trovando avere altr'arme in mano, 
coi denti la stracciava a brano a brano. 

LIII 

Come ne 1'alto mar legno talora, 
che da duo venti sia percosso e vinto, 
ch'ora uno inanzi 1'ha mandato, et ora 
un altro al primo termine respinto, 
e Than girato da poppa e da prora, 
dal piu possente al fin resta sospinto; 
cosi Filandro, tra molte contese 
de' duo pensieri, al manco rio s'apprese. 

LIV 

Ragion gli dimostro il pericol grande, 
oltre il morir, del fine infame e sozzo, 
se Pomicidio nel castel si spande; 
e del pensare il termine gli e mozzo. 
Voglia o non voglia, al fin convien che mande 
ramarissimo calice nel gozzo. 
Pur finalmente ne Faffiitto core 
piu de Postinazion pote il timore. 

LV 

II timor del supplicio infame e brutto 
prometter fece, con mille scongiuri, 
che faria di Gabrina il voler tutto, 
se di quel luogo se partian sicuri. 
Cosi per forza colse 1'empia il frutto 
del suo disire, e poi lasciar quei muri. 
Cosi Filandro a noi fece ritorno, 
di se lasciando in Grecia infamia e scorno. 



CANTO VENTESIMOPRIMO 537 

LVI 

E porto nel cor fisso il suo compagno 

che cosi scioccamente ucciso avea, 

per far con sua gran noia empio guadagno 

(Tuna Progne crudel, d'una Medea. 

E se la fede e il giuramento, magno 

e duro freno, non lo ritenea, 

come al sicuro fu, morta 1'avrebbe; 

ma quanto piu si puote in odio Tebbe. 

LVII 

Non fu da indi in qua rider mai visto: 
tutte le sue parole erano meste, 
sempre sospir gli uscian dal petto tristo; 
et era divenuto un nuovo Oreste, 
poi che la madre uccise e il sacro Egisto, 
e che 1'ultrice Furie ebbe moleste. 
E senza mai cessar, tanto Pafflisse 
questo dolor, ch'infermo al letto il fisse. 

LVIII 

Or questa meretrice, che si pensa 
quanto a quest'altro suo poco sia grata, 
muta la fiamma gia d'amore intensa 
in odio, in ira ardente et arrabbiata; 
ne meno e contra al mio fratello accensa, 
che fosse contra Argeo la scelerata: 
e dispone tra se levar dal mondo, 
come il primo marito, anco il secondo. 

LIX 

Un medico trovo d'inganni pieno, 
sufficiente et atto a simil uopo, 
che sapea meglio uccider di veneno, 
che risanar gPinfermi di silopo; 
e gli promesse inanzi piu che meno 
di quel che domand6 donargli, dopo 
ch'avesse con mortifero liquore 
levatole dagli occhi il suo signore. 



538 ORLANDO FURIOSO 

LX 

Gia in mia presenza e d'altre piu persone 
venia col tosco in mano il vecchio ingiusto, 
dicendo ch'era buona pozione 
da ritornare il mio fratel robusto. 
Ma Gabrina con nuova intenzione, 
pria che 1'infermo ne turbasse il gusto, 
per torsi il consapevole d'appresso, 
o per non dargli quel ch'avea promesso, 

LXI 

la man gli prese, quando a punto dava 
la tazza dove il tbsco era celato, 
dicendo : Ingiustamente e se J l ti grava 
ch'io tema per costui c'ho tanto amato. 
Voglio esser certa che bevanda prava 
tu non gli dia, ne succo avelenato; 
e per questo mi par che '1 beveraggio 
non gli abbi a dar, se non ne fai tu il saggio. 

LXII 

Come pensi, signor, che rimanesse 
il miser vecchio conturbato allora? 
La brevita del tempo si Toppresse, 
che pensar non pote che meglio fora; 
pur, per non dar maggior sospetto, elesse 
il calice gustar senza dimora: 
e Pinfermo, seguendo una tal fede, 
tutto il resto pigli6, che si gli diede. 

LXIII 

Come sparvier che nel piede grifagno 
tenga la starna e sia per trarne pasto, 
dal can che si tenea fido compagno, 
ingordamente e sopragiunto e guasto; 
cosi il medico intento al rio guadagno, 
donde sperava aiuto ebbe contrasto. 
Odi di summa audacia esempio raro! 
e cosi awenga a ciascun altro avaro. 



CANTO VENTESIMOPRIMO 539 

LXIV 

Fornito questo, il vecchio s'era messo, 
per ritornare alia sua stanza, in via, 
et usar qualche medicina appresso, 
che lo salvasse da la peste ria; 
ma da Gabrina non gli fu concesso, 
dicendo non voler ch'andasse pria 
che J l succo ne lo stomaco digesto 
il suo valor facesse manifesto. 

LXV 

Pregar non val, ne far di premio offerta, 
che lo voglia lasciar quindi partire. 
II disperato, poi che vede certa 
la morte sua, ne la poter fuggire, 
ai circonstanti fa la cosa aperta; 
ne la seppe costei troppo coprire. 
E cosi quel che fece agH altri spesso, 
quel buon medico al fin fece a se stesso : 

LXVI 

e sequit6 con Talma quella ch'era 
gia de mio frate caminata inanzi. 
Noi circonstanti, che la cosa vera 
del vecchio udimmo, che fe' pochi avanzi, 
pigliammo questa abominevol fera, 
piu crudel di qualunque in selva stanzi; 
e la serrammo in tenebroso loco, 
per condannarla al meritato fuoco. 

LXVII 

Questo Ermonide disse, e piu voleva 
seguir, com'ella di prigion levossi; 
ma il dolor de la piaga si Taggreva, 
che pallido ne Ferba riversossi. 
Intanto duo scudier, che seco aveva, 
fatto una bara avean di rami grossi : 
Ermonide si fece in quella porre; 
ch'indi altrimente non si potea torre. 



54 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

Zerbin col cavallier fece sua scusa, 
che gl'increscea d'averli fatto offesa; 
ma, come pur tra cavallieri s'usa, 
colei che venia seco avea difesa: 
ch'altrimente sua fe saria confusa; 
perche, quando in sua guardia Favea presa, 
promesse a sua possanza di salvarla 
contra ognun che venisse a disturb aria. 

LXIX 

E s'in altro potea gratificargli, 
prontissimo ofFeriase alia sua voglia. 
Rispose il cavallier, che ricordargli 
sol vuol che da Gabrina si discioglia 
prima ch'ella abbia cosa a machinargli, 
di ch'esso indarno poi si penta e doglia. 
Gabrina tenne sempre gli occhi bassi, 
perche non ben risposta al vero dassi. 

LXX 

Con la vecchia Zerbin quindi partisse 
al gia promesso debito viaggio; 
e tra se tutto il di la maledisse, 
che far gli fece a quel barone oltraggio. 
Et or che pel gran mal che gli ne disse 
chi lo sapea, di lei fu instrutto e saggio, 
se prima 1'avea a noia e a dispiacere, 
or 1'odia si che non la pu6 vedere. 

LXXI 

Ella che di Zerbin sa 1'odio a pieno, 
ne in mala volunta vuole esser vinta, 
un'oncia a lui non ne riporta meno: 
la tien di quarta, e la rifa di quinta. 
Nel cor era gonfiata di veneno, 
e nel viso altrimente era dipinta. 
Dunque ne la concordia ch'io vi dico, 
tenean lor via per mezzo il bosco antico. 



CANTO VENTESIMOPRIMO 54! 

LXXII 

Ecco, volgendo il sol verso la sera, 

udiron gridi e strepiti e percosse, 

che facean segno di battaglia fiera 

che, quanto era il rumor, vicina fosse. 

Zerbino, per veder la cosa ch'era, 

verso il rumore in gran fretta si mosse: 

non fu Gabrina lenta a seguitarlo. 

Di quel ch'awenne, all'altro canto io parlo. 



542 ORLANDO FURIOSO 



CANTO VENTESIMOSECONDO 



I 

Cortesi donne e grate al vostro amante, 
voi che d'un solo amor sete contente, 
come che certo sia, fra tante e tante, 
che rarissime siate in questa mente; 
non vi dispiaccia quel ch'io dissi inante, 
quando contra Gabrina fui si ardente, 
e s'ancor son per spendervi alcun verso, 
di lei biasmando 1'animo perverso. 

II 

Ella era tale; e come imposto fummi 
da chi puo in me, non preterisco il vero. 
Per questo io non oscuro gli onor summi 
d'una e d'un'altra ch'abbia il cor sincere. 
Quel che J l Maestro suo per trenta nummi 
diede a' ludei, non nocque a lanni o a Piero; 
ne d'Ipermestra e la fama men bella, 
se ben di tante inique era sorella. 

in 

Per una che biasmar cantando ardisco 
(che 1'ordinata istoria cosi vuole), 
lodarne cento incontra m'offerisco, 
e far lor virtu chiara piu che '1 sole. 
Ma tornando al lavor che vario ordisco, 
ch'a molti, lor merce, grato esser suole, 
del cavallier di Scozia io vi dicea, 
ch'un alto grido appresso udito avea. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 543 

IV 

Fra due montagne entro in un stretto calle 
onde uscia il grido, e non fu molto inante, 
che giunse dove in una chiusa valle 
si vide un cavallier morto davante. 
Chi sia diro ; ma prima dar le spalle 
a Francia voglio, e girmene in Levante, 
tanto ch'io trovi Astolfo paladino, 
che per Ponente avea preso il camino. 

v 

lo lo lasciai ne la citta crudele, 
onde col suon del formidabil corno 
avea cacciato il populo infedele, 
e gran periglio toltosi d'intorno, 
et a' compagni fatto alzar le vele, 
e dal lito fuggir con grave scorno. 
Or seguendo di lui, dico che prese 
la via d' Armenia, e usci di quel paese. 

VI 

E dopo alquanti giorni in Natalia 

trovossi, e inverso Bursia il camin tenne; 

onde, continuando la sua via 

di qua dal mare, in Tracia se ne venne. 

Lungo il Danubio ando per PUngaria; 

e come avesse il suo destrier le penne, 

i Moravi e i Boemi passo in meno 

di venti giorni, e la Franconia e il Reno. 

VII 

Per la selva d'Ardenna in Aquisgrana 

giunse e in Barbante, e in Fiandra al fin s'imbarca. 

L'aura che soffia verso tramontana 

la vela in guisa in su la prora carca, 

ch'a mezzo giorno Astolfo non lontana 

vede Inghilterra, ove nel lito varca. 

Salta a cavallo, e in tal modo lo punge, 

ch'a Londra quella sera ancora giunge. 



544 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Quivi sentendo poi che '1 vecchio Otone 
gia molti mesi inanzi era in Parigi, 
e che di nuovo quasi ogni barone 
avea imitate i suoi degni vestigi; 
d'andar subito in Francia si dispone : 
e cosi torna al potto di Tamigi, 
onde con le vele alte uscendo fuora, 
verso Calessio fe 5 drizzar la prora. 

IX 

Un ventolin che leggiermente all'orza 
ferendo avea adescato il legno aironda, 
a poco a poco cresce e si rinforza; 
poi vien si, ch'al nocchier ne soprabonda. 
Che li volti la poppa al fine e forza; 
se non, gli cacciera sotto la sponda. 
Per la schena del mar tien dritto il legno, 
e fa camin diverso al suo disegno. 

x 

Or corre a destra, or a sinistra mano, 
di qua di la, dove fortuna spinge, 
e piglia terra al fin presso a Roano ; 
e come prima il dolce lito attinge, 
fa rimetter la sella a Rabicano, 
e tutto s'arma e la spada si cinge. 
Prende il camino, et ha seco quel corno 
che gli val phi che mille uomini intorno. 

XI 

E giunse, traversando una foresta, 
a pie d'un colle ad una chiara fonte, 
ne Fora che '1 monton di pascer resta, 
chiuso in capanna, o sotto un cavo monte. 
E dal gran caldo e da la sete infesta 
vinto, si trasse I'elmo da la fronte; 
Ieg6 il destrier tra le piu spesse fronde, 
e poi venne per here alle fresche onde. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 545 

XII 

Non avea messo ancor le labra in molle, 
ch'un villanel che v'era ascoso appresso, 
sbuca fuor d'una macchia, e il destrier tolle, 
sopra vi sale, e se ne va con esso. 
Astolfo il rumor sente, e '1 capo estolle; 
e poi che '1 danno suo vede si espresso, 
lascia la fonte, e sazio senza here, 
gli va dietro correndo a piu potere. 

XIII 

Quel ladro non si stende a tutto corso, 

che dileguato si saria di botto: 

ma or lentando or raccogliendo il morso, 

se ne va di galoppo e di buon trotto. 

Escon del bosco dopo un gran discorso ; 

e 1'uno e Taltro al fin si fu ridotto 

la dove tanti nobili baroni 

eran senza prigion piu che prigioni. 

XIV 

Dentro il palagio il villanel si caccia 

con quel destrier che i venti al corso adegua. 

Forza e ch' Astolfo, il qual lo scudo impaccia, 

1'elmo e Faltr'arme, di lontan lo segua. 

Pur giunge anch'egli, e tutta quella traccia 

che fin qui avea seguita, si dilegua; 

che piu ne Rabican ne 1 ladro vede, 

e gira gli occhi, e indarno affretta il piede: 

XV 

afFretta il piede e va cercando invano 
e le loggie e le camere e le sale; 
ma per trovare il perfido villano, 
di sua fatica nulla si prevale. 
Non sa dove abbia ascoso Rabicano, 
quel suo veloce sopra ogni animale; 
e senza frutto alcun tutto quel giorno 
cerc6 di su di giu, dentro e d j intorno. 



546 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Confuso e lasso d'aggirarsi tanto, 
s'awide che quel loco era incantato; 
e del libretto ch'avea sempre a canto, 
che Logistilla in India gli avea dato, 
accio che ricadendo in nuovo incanto 
potessi aitarsi, si fu ricordato : 
all'indice ricorse, e vide tosto 
a quante carte era il rimedio posto. 

XVII 

Del palazzo incantato era difuso 

scritto nel libro; e v'eran scritti i modi 

di fare il mago rimaner confuso, 

e a tutti quei prigion di sciorre i nodi. 

Sotto la soglia era uno spirto chiuso, 

che facea questi inganni e queste frodi: 

e levata la pietra ov'e sepolto, 

per lui sara il palazzo in fumo sciolto. 

XVIII 

Desideroso di condurre a fine 

il paladin si gloriosa impresa, 

non tarda piu che '1 braccio non inchine 

a provar quanto il grave marmo pesa. 

Come Atlante le man vede vicine 

per far che Parte sua sia vilipesa, 

sospettoso di quel che pub awenire, 

10 va con nuovi incanti ad assalire. 

XIX 

Lo fa con diaboliche sue larve 

parer da quel diverso che solea: 

gigante ad altri, ad altri un villan parve, 

ad altri un cavallier di faccia rea. 

Ognuno in quella forma in che gli apparve 

nel bosco il mago, il paladin vedea; 

si che per riaver quel che gli tolse 

11 mago, ognuno al paladin si volse. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 547 

XX 

Ruggier, Gradasso, Iroldo, Bradamante, 
Brandimarte, Prasildo, altri guerrieri 
in questo nuovo error si fero inante, 
per distruggere il duca accesi e fieri. 
Ma ricordossi il corno in quello instante, 
che fe' loro abbassar gli animi altieri. 
Se non si soccorrea col grave suono, 
morto era il paladin senza perdono. 

XXI 

Ma tosto che si pon quel corno a bocca 
e fa sentire intorno il suono orrendo, 
a guisa dei colombi, quando scocca 
lo scoppio, vanno i cavallier fuggendo. 
Non meno al negromante fuggir tocca, 
non men fuor de la tana esce temendo 
pallido e sbigottito, e se ne slunga 
tanto, che '1 suono orribil non lo giunga. 

XXII 

Fuggi il guardian coi suo 5 prigioni; e dopo 

de le stalle fuggir molti cavalli, 

ch'altro che fune a ritenerli era uopo, 

e seguiro i patron per varii calli. 

In casa non resto gatta ne topo 

al suon che par che dica: Dalli, dalli. 

Sarebbe ito con gli altri Rabicano, 

se non ch'alPuscir venne al duca in mano. 

XXIII 

Astolfo, poi ch'ebbe cacciato il mago, 
levo di su la soglia il grave sasso, 
e vi ritrovb sotto alcuna imago, 
et altre cose che di scriver lasso: 
e di distrugger quello incanto vago, 
di cio che vi trovo fece fraccasso, 
come gli mostra il libro che far debbia; 
e si sciolse il palazzo in fumo e in nebbia. 



548 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

Quivi trovo die di catena d'oro 
di Ruggiero il cavallo era legato, 
parlo di quel che 'I negromante moro 
per mandarlo ad Alcina gli avea dato; 
a cui poi Logistilla fe' il lavoro 
del freno, ond'era in Francia ritornato, 
e girato da Tlndia alTInghilterra 
tutto avea il lato destro de la terra. 

xxv 

Non so se vi ricorda che la briglia 
lascio attacata all'arbore quel giorno 
che nuda da Ruggier spari la figlia 
di Galafrone, e gli fe' Palto scorno. 
Fe J il volante destrier, con maraviglia 
di chi lo vide, al mastro suo ritorno; 
e con lui stette infin al giorno sempre, 
che de Fincanto fur rotte le tempre. 

XXVI 

Non potrebbe esser stato piu giocondo 
d'altra aventura Astolfo, che di questa; 
che per cercar la terra e il mar, secondo 
ch'avea desir, quel ch'a cercar gli resta, 
e girar tutto in pochi giorni il mondo, 
troppo venia questo ippogrifo a sesta. 
Sapea egli ben quanto a portarlo era atto, 
che Tavea altrove assai provato in fatto. 

XXVII 

Quel giorno in India lo prov6, che tolto 

da la savia Melissa fu di mano 

a quella scelerata che travolto 

gli avea in mirto silvestre il viso umano : 

e ben vide e noto come raccolto 

gli fu sotto la briglia il capo vano 

da Logistilla, e vide come instrutto 

fosse Ruggier di farlo andar per tutto. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 549 

XXVIII 

Fatto disegno I'ippogrifo torsi, 
la sella sua, ch'appresso avea, gli messe; 
e gli fece, levando da piii morsi 
una cosa et un'altra, un che lo resse; 
che dei destrier ch'in fuga erano corsi, 
quivi attaccate eran le briglie spesse. 
Ora un pensier di Rabicano solo 
lo fa tardar che non si leva a volo. 

XXIX 

D'amar quel Rabicano avea ragione; 
che non v'era un miglior per correr lancia, 
e Tavea da 1'estrema regione 
de T India cavalcato insin in Francia. 
Pensa egli molto; e in somma si dispone 
darne piu tosto ad un suo amico mancia, 
che lasciandolo quivi in su la strada, 
se Tabbia il primo ch'a passarvi accada. 

xxx 

Stava mirando se vedea venire 
pel bosco o cacciatore o alcun villano, 
da cui far si potesse indi seguire 
a qualche terra, e trarvi Rabicano. 
Tutto quel giorno e sin all'apparire 
de Paltro stette riguardando invano. 
L'altro matin, ch'era ancor Paer fosco, 
veder gli parve un cavallier pel bosco. 

XXXI 

Ma mi bisogna, s'io vo' dirvi il resto, 
ch'io trovi Ruggier prima e Bradamante. 
Poi che si tacque il corno, e che da questo 
loco la bella coppia fu distante, 
guard6 Ruggiero, e f u a conoscer presto 
quel che fin qui gli avea nascoso Atlante: 
fatto avea Atlante che fin a queH'ora 
tra lor non s'eran conosciuti ancora. 



550 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Ruggier riguarda Bradamante, et ella 
riguarda lui con alta maraviglia, 
che tanti di Pabbia offuscato quella 
illusion si 1'animo e le ciglia. 
Ruggiero abbraccia la sua donna bella, 
che piu che rosa ne divien vermiglia; 
e poi di su la bocca i primi fiori 
cogliendo vien dei suoi beati amori. 

xxxin 

Tornaro ad iterar gli abbracciamenti 
mille fiate, et a tenersi stretti 
i duo felici amanti, e si content!, 
ch'a pena i gaudii lor capiano i petti. 
Molto lor duol che per incantamenti, 
mentre che fur negli errabondi tetti, 
tra lor non s'eran mai riconosciuti, 
e tanti lieti giorni eran perduti. 

xxxiv 

Bradamante, disposta di far tutti 
i piaceri che far vergine saggia 
debbia ad un suo amator, si che di lutti, 
senza il suo onore offendere, il sottraggia; 
dice a Ruggier, se a dar gli ultimi frutti 
lei non vuol sempre aver dura e selvaggia, 
la faccia domandar per buoni mezzi 
al padre Amon; ma prima si battezzi. 

xxxv 

Ruggier, che tolto avria non solamente 
viver cristiano per amor di questa, 
com* era stato il padre, e antiquamente 
1'avolo e tutta la sua stirpe onesta; 
ma per farle piacere, immantinente 
data le avria la vita che gli resta: 
Non che ne 1'acqua, disse ma nel fuoco 
per tuo amor porre il capo mi fia poco. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 551 

XXXVI 

Per battezzarsi dunque, indi per sposa 
la donna aver, Ruggier si messe in via, 
guidando Bradamante a Vallombrosa 
(cosi fu nominata una badia 
ricca e bella, ne men religiosa 
e cortese a chiunque vi venia); 
e trovaro all'uscir de la foresta 
donna che molto era nel viso mesta. 

XXXVII 

Ruggier, che sempre uman, sempre cortese 
era a ciascun, ma phi alle donne molto, 
come le belle lacrime comprese 
cader rigando il delicato volto, 
n'ebbe pietade, e di disir s'accese 
di saper il suo affanno; et a lei volto, 
dopo onesto saluto, domandolle 
perch'avea si di pianto il viso molle. 

XXXVIII 

Et ella alzando i begli umidi rai 
umanissimamente gli rispose, 
e la cagion de' suoi penosi guai, 
poi che le domando, tutta gli espose. 
Gentil signer, disse ella intenderai 
che queste guancie son si lacrimose 
per la pieta ch'a un giovinetto porto, 
ch'in un castel qui presso oggi fia morto. 

xxxix 

Amando una gentil giovane e bella, 
che di Marsilio re di Spagna e figlia, 
sotto un vel bianco e in feminil gonella, 
finta la voce e il volger de le ciglia, 
egli ogni notte si giacea con quella, 
senza darne sospetto alia famiglia: 
ma si secreto alcuno esser non puote, 
ch'al lungo andar non sia chi '1 vegga e note. 



552 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Se n'accorse uno, e ne parlo con dui; 
gli dui con altri, insin ch'al re fu detto. 
Venne un fedel del re I'altr'ieri a nui, 
che questi amanti fe* pigliar nel letto; 
e ne la rocca gli ha fatto ambedui 
divisamente chiudere in distretto: 
ne credo per tutto oggi ch'abbia spazio 
il gioven, che non mora in pena e in strazio. 

XLI 

Fuggita me ne son per non vedere 
tal crudelta; che vivo Tarderanno: 
ne cosa mi potrebbe piii dolere, 
che faccia di si bel giovine il danno; 
ne potro aver giamai tanto piacere, 
che non si volga subito in affanno, 
che de la crudel fiamma mi rimembri, 
ch'abbia arsi i belli e delicati membri. 

XLII 

Bradamante ode, e par ch'assai le prema 
questa novella, e molto il cor rannoi; 
ne par che men per quel dannato tema, 
che se fosse uno dei fratelli suoi. 
Ne* certo la paura in tutto scema 
era di causa, come io dir6 poi. 
Si volse ella a Ruggiero, e disse: Parme 
ch'in favor di costui sien le nostr'arme. 

XLIII 

E disse a quella mesta: Io ti conforto 
che tu vegga di porci entro alle mura; 
che se J l giovine ancor non avran morto, 
piu non 1'uccideran, stanne sicura. 
Ruggiero, avendo il cor benigno scorto 
de la sua donna e la pietosa cura, 
senti tutto infiammarsi di desire 
di non lasciare il giovine morire. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 553 

XLIV 

Et alia donna, a cui dagli occhi cade 
un rio di pianto, dice: Or che s'aspetta? 
Soccorrer qui, non lacrimare accade: 
fa ch'ove e questo tuo, pur tu ci metta. 
Di mille lancie trar, di mille spade 
tel promettian, pur che ci meni in fretta: 
ma studia il passo piii che puoi, che tarda 
non sia 1'aita, e intanto il fuoco Parda. 

XLV 

L'alto parlare e la fiera sembianza 
di quella coppia a maraviglia ardita, 
ebbon di tornar forza la speranza 
cola dond'era gia tutta fuggita; 
ma perch' ancor, piu che la lontananza, 
temeva il ritrovar la via impedita, 
e che saria per questo indarno presa, 
stava la donna in se tutta sospesa. 

XLVI 

Poi disse lor: Facendo noi la via 
che dritta e piana va fin a quel loco, 
credo ch'a tempo vi si giungeria, 
che non sarebbe ancora acceso il fuoco: 
ma gir convien per cosi torta e ria, 
che J l termine d'un giorno saria poco 
a riuscirne; e quando vi saremo, 
che troviam morto il giovine mi temo. 

XLVII 

E perche non andian disse Ruggiero 

per la piu corta? E la donna rispose: 

Perche un castel de' conti da Pontiero 
tra via si trova, ove un costume pose, 
non son tre giorni ancora, iniquo e fiero 
a cavallieri e a donne aventurose, 
Pinabello, il peggior uomo che viva, 
figliuol del conte Anselmo d'Altariva. 



554 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

Quindi ne cavallier ne donna passa, 
che se ne vada senza ingiuria e danni: 
1'uno e 1'altro a pie resta; ma vi lassa 
il guerrier 1'arme, e la donzella i panni. 
Miglior cavallier lancia non abbassa, 
e non abbasso in Francia gia molt'anni, 
di quattro che giurato hanno al castello 
la legge mantener di Pinabello. 

XLIX 

Come Pusanza (che non e piii antiqua 
di tre di) comincio, vi vo' narrare; 
e sentirete se fu dritta o obliqua 
cagion che i cavallier fece giurare. 
Pinabello ha una donna cosi iniqua, 
cosi bestial, ch'al mondo e senza pare; 
che con lui, non so dove, andando un giorno, 
ritrovo un cavallier che le fe* scorno. 



II cavallier, perche da lei beffato 
fu d'una vecchia che portava in groppa, 
giostr6 con Pinabel ch'era dotato 
di poca forza e di superbia troppa; 
et abbattello, e lei smontar nel prato 
fece, e prov6 s'andava dritta o zoppa: 
lasciolla a piede, e fe j de la gonella 
di lei vestir 1'antiqua damigella. 

LI 

Quella ch'a pie rimase, dispettosa, 
e di vendetta ingorda e sitibonda, 
congiunta a Pinabel che d'ogni cosa 
dove sia da mal far, ben la seconda, 
ne giorno mai, ne notte mai riposa, 
e dice che non fia mai piu gioconda, 
se mille cavallieri e mille donne 
non mette a piedi, e lor tolle arme e gonne. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 555 

LIT 

Giunsero il di medesmo, come accade, 
quattro gran cavallieri ad un suo loco, 
li quai di rimotissime contrade 
venuti a queste parti eran di poco; 
di tal valor, che non ha nostra etade 
tant'altri buoni al bellicoso gioco : 
Aquilante, Grifone e Sansonetto, 
et un Guidon Selvaggio giovinetto. 

LIII 

Pinabel con sembiante assai cortese 
al castel ch'io v'ho detto gli raccolse. 
La notte poi tutti nel letto prese, 
e presi tenne; e prima non li sciolse, 
che li fece giurar ch'un anno e un mese 
(questo fu a punto il termine che tolse) 
stariano quivi, e spogliarebbon quanti 
vi capitasson cavallieri erranti; 

LIV 

e le donzelle ch'avesson con loro 

porriano a piedi, e torrian lor le vesti. 

Cosi giurar, cosi constretti foro 

ad osservar, ben che turbati e mesti. 

Non par che fin a qui contra costoro 

alcun possa giostrar, ch'a pie non resti : 

e capitati vi sono infiniti, 

ch'a pie e senz'arme se ne son partiti. 

LV 

ordine tra lor che chi per sorte 
esce fuor prima, vada a correr solo: 
ma se trova il nimico cosi forte, 
che resti in sella, e getti lui nel suolo, 
sono ubligati gli altri infin a morte 
pigliar Timpresa tutti in uno stuolo. 
Vedi or, se ciascun d'essi e cosi buono, 
quel ch'esser de', se tutti insieme sono. 



556 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Poi non conviene all'importanzia nostra 
che ne vieta ogni indugio, ogni dimora, 
che punto vi fermiate a quella giostra; 
e presuppongo che vinciate ancora, 
che vostra alta presenzia lo dimostra; 
ma non e cosa da fare in un'ora: 
et e gran dubbio che '1 giovine s'arda, 
se tutto oggi a soccorrerlo si tarda. 

LVII 

Disse Ruggier: Non riguardiamo a questo: 
faccian nui quel che si pu6 far per nui; 
abbia chi regge il ciel cura del resto, 
o la Fortuna, se non tocca a luL 
Ti fia per questa giostra manifesto, 
se buoni siamo d'aiutar colui 
che per cagion si debole e si lieve, 
come n'hai detto, oggi bruciar si deve. 

LVIII 

Senza risponder altro, la donzella 
si messe per la via ch'era piu corta. 
Piu di tre miglia non andar per quella, 
che si trovaro al ponte et alia porta 
dove si perdon 1'arme e la gonnella, 
e de la vita gran dubbio si porta. 
Al primo apparir lor, di su la rocca 
e chi duo botti la campana tocca. 

LIX 

Et ecco de la porta con gran fretta, 
trottando s'un ronzino, un vecchio uscio; 
e quel venia gridando: Aspetta, aspetta: 
restate ola, che qui si paga il fio; 
e se 1'usanza non v'e stata detta, 
che qui si tiene, or ve la vo j dir io. 
E contar loro incomincio di quello 
costume, che servar fa Pinabello. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 557 

LX 

Poi seguito, volendo dar consigli, 
com' era usato agli altri cavallieri: 

Fate spogliar la donna, dicea figli, 
e voi 1'arme lasciateci e i destrieri; 

e non vogliate mettervi a perigli 
d'andare incontra a tai quattro guerrieri. 
Per tutto vesti, arme e cavalli s'hanno : 
la vita sol mai non ripara it danno. 

LXI 

Non piu, disse Ruggier non piu ; ch'io sono 
del tutto informatissimo, e qui venni 

per far prova di me, se cosi buono 
in fatti son, come nel cor mi tenni. 
Arme, vesti e cavallo altrui non dono, 
s'altro non sento che minaccie e cenni; 
e son ben certo ancor che per parole 
il mio compagno le sue dar non vuole. 

LXII 

Ma, per Dio, fa ch'io vegga tosto in fronte 
quei che ne voglion t6rre arme e cavallo; 
ch'abbiamo da passar anco quel monte, 
e qui non si pu6 far troppo intervallo. 
Rispose il vecchio : Eccoti fuor del ponte 
chi vien per f arlo : e non lo disse in fallo ; 
ch'un cavallier n'usci, che sopraveste 
vermiglie avea, di bianchi fior conteste. 

LXIII 

Bradamante prego molto Ruggiero 
che le lasciasse in cortesia 1'assunto 
di gittar de la sella il cavalliero, 
ch'avea di fiori il bel vestir trapunto; 
ma non pote impetrarlo, e fu mestiero 
a lei far cio che Ruggier volse a punto. 
Egli volse I'impresa tutta avere, 
e Bradamante si stesse a vedere. 



558 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Ruggiero al vecchio domando chi fosse 
questo primo ch'uscia fuor de la porta. 
Sansonetto ; disse che le rosse 
veste conosco e i bianchi fior che porta. - 
L'uno di qua, 1'altro di la si mosse 
senza parlarsi, e fu Tindugia corta; 
che s'andaro a trovar coi ferri bassi, 
molto affrettando i lor destrieri i passi. 

LXV 

In questo mezzo de la rocca usciti 
eran con Finabel molti pedoni, 
presti per levar Tanne et espediti 
ai cavallier ch'uscian fuor degli arcioni. 
Veniansi incontra i cavallieri arditi, 
fermando in su le reste i gran lancioni, 
grossi duo palmi, di native cerro, 
che quasi erano uguali insino al ferro. 

LXVI 

Di tali n'avea piu d'una decina 
fatto tagliar di su lor ceppi vivi 
Sansonetto a una selva indi vicina, 
e portatone duo per giostrar quivi. 
Aver scudo e corazza adamantina 
bisogna ben, che le percosse schivi. 
Aveane fatto dar, tosto che venne, 
Puno a Ruggier, Taltro per se ritenne. 

LXVII 

Con questi, che passar dovean gl'incudi 
(si ben ferrate avean le punte estreme), 
di qua e di la fermandoli agli scudi, 
a mezzo il corso si scontraro insieme. 
Quel di Ruggiero, che i dem6ni ignudi 
fece sudar, poco del colpo teme: 
de lo scudo vo' dir che fece Atlante, 
de le cui forze io v'ho gia detto inante. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 559 

LXVIII 

10 v'ho gia detto che con tanta forza 
Tincantato splendor negli occhi fere, 
ch'al discoprirsi ogni veduta ammorza, 
e tramortito Puom fa rimanere: 
percio, s'un gran bisogno non lo sforza, 
d'un vel coperto lo solea tenere. 

Si crede ch'anco impenetrabil fosse, 
poi ch'a questo incontrar nulla si mosse. 

LXIX 
L'altro, ch'ebbe Fartefice men dotto, 

11 gravissimo colpo non sofferse. 
Come tocco da fulmine, di botto 

die loco al ferro, e pel mezzo s'aperse; 
die loco al ferro, e quel trovo di sotto 
il braccio ch'assai mal si ricoperse; 
si che ne fu ferito Sansonetto, 
e de la sella tratto al suo dispetto. 

LXX 

E questo il primo fu di quei compagni 
che quivi mantenean 1'usanza fella, 
che de le spoglie altrui non fe' guadagni, 
e ch'alla giostra usci fuor de la sella. 
Convien chi ride anco talor si lagni, 
e Fortuna talor trovi ribella. 
Quel da la rocca, replicando il botto, 
ne fece agli altri cavallieri motto. 

LXXI 

S'era accostato Pinabello intanto 
a Bradamante, per saper chi fusse 
colui che con prodezza e valor tanto 
il cavallier del suo castel percusse. 
La giustizia di Dio, per dargli quanto 
era il merito suo, vi lo condusse 
su quel destrier medesimo ch'inante 
tolto avea per inganno a Bradamante. 



560 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

Fornito a punto era Fottavo mese 
che con lei ritrovandosi a camino 
(se 1 vi raccorda) questo Maganzese 
la gitto ne la tomba di Merlino, 
quando da morte un ramo la difese, 
che seco cadde, anzi il suo buon destino; 
e trassene, credendo ne lo speco 
ch'ella fosse sepolta, il destrier seco. 

LXXIII 

Bradamante conosce il suo cavallo, 
e conosce per lui Piniquo conte; 
e poi ch'ode la voce, e vicino hallo 
con maggiore attenzion mirato in fronte: 
Questo e il traditor disse senza fallo 
che procacci6 di farmi oltraggio et onte: 
ecco il peccato suo, che 1'ha condutto 
ove avra de' suoi merti il premio tutto. 

LXXIV 

II minacciare e il por mano alia spada 
fu tutto a un tempo, e lo aventarsi a quello; 
ma inanzi tratto gli levo la strada, 
che non pote fuggir verso il castello. 
Tolta e la speme ch'a salvar si vada, 
come volpe alia tana, Pinabello. 
Egli gridando e senza mai far testa, 
fuggendo si caccid ne la foresta. 

LXXV 

Pallido e sbigottito il miser sprona, 
che posto ha nel fuggir Fultima speme. 
L'animosa donzella di Dordona 
gli ha il ferro ai fianchi, e lo percuote e preme: 
vien con lui sempre, e mai non 1'abbandona. 
Grande e il rumore, e il bosco intorno geme. 
Nulla al castel di questo ancor s'intende, 
pero ch'ognuno a Ruggier solo attende. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 561 

LXXVI 

Gli altri tre cavallier de la fortezza 

intanto erano usciti in su la via; 

et avean seco quella male avezza 

che v'avea posta la costuma ria. 

A ciascun di lor tre, che '1 morir prezza 

piu ch'aver vita che con biasrno sia, 

di vergogna arde il viso, e il cor di duolo, 

che tanti ad assalir vadano un solo. 

LXXVII 

La crudel meretrice ch'avea fatto 
por quella iniqua usanza et osservarla, 
il giuramento lor ricorda e il patto 
ch'essi fatti F avean di vendicarla. 
Se sol con questa lancia te gli abbatto, 
perche mi voi con altre accompagnarla ? 
dicea Guidon Selvaggio e s'io ne mento, 
levami il capo poi, ch'io son contento. 

LXXVIII 

Cosi dicea Grifon, cosi Aquilante. 
Giostrar da sol a sol volea ciascuno, 
e preso e morto rimanere inante 
ch'incontra un sol volere andar piu d'uno. 
La donna dicea loro : A che far tante 
parole qui senza profitto alcuno? 
Per torre a colui Parme io v'ho qui tratti, 
non per far nuove leggi e nuovi patti. 

LXXIX 

Quando io v'avea in prigione era da farme 
queste escuse e non ora, che son tarde. 
Voi dovete il preso ordine servarme, 
non vostre lingue far vane e bugiarde. 
Ruggier gridava lor: Eccovi Tarme, 
ecco il destrier c'ha nuovo e sella e barde; 
i panni de la donna eccovi ancora: 
se li volete, a che piu far dimora ? 



562 ORLANDO FURIOSO 

LXXX 

La donna del castel da un lato preme, 
Ruggier da Taltro li chiama e rampogna, 
tanto ch'a forza si spiccaro insieme, 
ma nel viso infiammati di vergogna. 
Dinanzi apparve Funo e Taltro seme 
del marchese onorato di Borgogna; 
ma Guidon, che piu grave ebbe il cavallo, 
venia lor dietro con poco intervallo. 

LXXXI 

Con la medesima asta con che avea 
Sansonetto abbattuto, Ruggier viene, 
coperto da lo scudo che solea 
Atlante aver sui monti di Pirene: 
dico quello incantato, che splendea 
tanto, ch'urnana vista nol sostiene; 
a cui Ruggier per Pultimo soccorso 
nei piu gravi perigli avea ricorso. 

LXXXII 

Ben che sol tre fiate bisognolli, 
e certo in gran perigli, usarne il lume: 
le prime due, quando dai regni molli 
si trasse a piu lodevole costume; 
la terza, quando i denti mal satolli 
Iasci6 de 1'orca alle marine spume, 
che dovean devorar la bella nuda 
che fu a chi la campo poi cosi cruda. 

LXXXIII 

Fuor che queste tre volte, tutto } 1 resto 
lo tenea sotto un velo in mo do ascoso, 
ch'a discoprirlo esser potea ben presto, 
che del suo aiuto fosse bisognoso. 
Quivi alia giostra ne venia con questo, 
come io v'ho detto ancora, si animoso, 
che quei tre cavallier che vedea inanti, 
manco temea che pargoletti infanti. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 563 

LXXXIV 

Ruggier scontra Grifone, ove la penna 
de lo scudo alia vista si congiunge. 
Quel di cader da ciascun lato accenna, 
et al fin cade, e resta al destrier lunge. 
Mette allo scudo a lui Grifon Fantenna; 
ma pel traverse e non pel dritto giunge: 
e perche lo trov6 forbito e netto, 
Fando strisciando, e fe j contrario effetto. 

LXXXV 

Roppe il velo e squarcio che gli copria 
lo spaventoso et incantato lampo, 
al cui splendor cader si convenia 
con gli occhi ciechi, e non vi s'ha alcun scampo. 
Aquilante, ch'a par seco venia, 
stracci6 Favanzo, e fe' lo scudo vampo. 
Lo splendor feri gli occhi ai duo fratelli 
et a Guidon, che correa doppo quelli. 

LXXXVI 

Chi di qua, chi di la cade per terra: 
lo scudo non pur lor gli occhi abbarbaglia, 
ma fa che ogn'altro senso attonito erra. 
Ruggier, che non sa il fin de la battaglia, 
volta il cavallo ; e nel voltare afferra 
la spada sua che si ben punge e taglia: 
e nessun vede che gli sia alFincontro; 
che tutti eran caduti a quello scontro. 

LXXXVII 

I cavallieri e insieme quei ch'a piede 
erano usciti, e cosi le donne anco, 
e non meno i destrieri in guisa vede, 
che par che per morir battano il fianco. 
Prima si maraviglia, e poi s'awede 
che '1 velo ne pendea dal lato manco: 
dico il velo di seta, in che solea 
chiuder la luce di quel caso rea. 



564 ORLANDO FURIOSO 

LXXXVIII 

Presto si volge, e nel voltar cercando 
con gli occhi va 1'amata sua guerriera; 
e vien la dove era rimasa, quando 
la prima giostra cominciata s'era. 
Pensa ch'andata sia (non la trovando) 
a vietar che quel giovine non pera, 
per dubbio ch'ella ha forse che non s'arda 
in questo mezzo ch'a giostrar si tarda. 

LXXXIX 

Fra gli altri che giacean vede la donna, 
la donna che Pavea quivi guidato. 
Dinanzi se la pon, si come assonna, 
e via cavalca tutto conturbato. 
D'un manto ch'essa avea sopra la gonna, 
poi ricoperse lo scudo incantato; 
e i sensi riaver le fece, tosto, 
che '1 nocivo splendore ebbe nascosto. 

xc 

Via se ne va Ruggier con faccia rossa 
che per vergogna di levar non osa: 
gli par ch'ognuno improverar gli possa 
quella vittoria poco gloriosa. 
Ch'emenda poss'io fare, onde rimossa 
mi sia una colpa tanto obbrobriosa? 
che cio ch'io vinsi mai, fu per favore, 
diran, d'incanti, e non per mio valore. 

xci 

Mentre cosi pensando seco giva, 
venne in quel che cercava a dar di cozzo; 
che 'n mezzo de la strada soprarriva 
dove profondo era cavato un pozzo. 
Quivi Parmento alia calda ora estiva 
si ritraea, poi ch'avea pieno il gozzo. 
Disse Ruggiero: Or proveder bisogna 
che non mi facci, o scudo, piu vergogna. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 565 

XCII 

Piu non starai tu meco; e questo sia 

Fultimo biasmo c'ho d'averne al mondo. 

Cosi dicendo, smonta ne la via: 

piglia una grossa pietra e di gran pondo, 

e la lega allo scudo, et ambi invia 

per Palto pozzo a ritrovarne il fondo; 

e dice : Costa giu statti sepulto, 

e teco stia sempre il mio obbrobrio occulto. 

XCIII 

II pozzo e cavo, e pieno al sommo d'acque: 
grieve e lo scudo, e quella pietra grieve. 
Non si fermo fin che nel fondo giacque: 
sopra si chiuse il liquor molle e lieve. 
II nobil atto e di splendor non tacque 
la vaga Fama, e divulgollo in breve; 
e di rumor n'empi, suonando il corno, 
e Francia e Spagna e le provincie intorno. 

xciv 

Poi che di voce in voce si fe' questa 
strana aventura in tutto il mondo nota, 
molti guerrier si missero all'inchiesta 
e di parte vicina e di remota: 
ma non sapean qual fosse la foresta 
dove nel pozzo il sacro scudo nuota; 
che la donna che fe' 1'atto palese, 
dir mai non volse il pozzo ne il paese. 

xcv 

Al partir che Ruggier fe' dal castello, 
dove avea vinto con poca battaglia; 
che i quattro gran campion di Pinabello 
fece restar come uomini di paglia; 
tolto lo scudo, avea levato quello 
lume che gli occhi e gli animi abbarbaglia: 
e quei che giaciuti eran come morti, 
pieni di meraviglia eran risorti. 



566 ORLANDO FURIOSO 

XCVI 

Ne per tutto quel giorno si favella 
altro fra lor che de lo strano caso, 
e come fu che ciascun d'essi a quella 
orribil luce vinto era rimaso. 
Mentre parlan di questo, la novella 
vien lor di Pinabel giunto alPoccaso: 
che Pinabello e morto hanno P aviso, 
ma non sanno pero chi Pabbia ucciso. 

XCVII 

L'ardita Bradamante in questo mezzo 

giunto avea Pinabello a un passo stretto; 

e cento volte gli avea fin a mezzo 

messo il brando pei fianchi e per lo petto. 

Tolto ch'ebbe dal mondo il puzzo e J l lezzo 

che tutto intorno avea il paese infetto, 

le spalle al bosco testimonio volse 

con quel destrier che gia il fellon le tolse. 

XCVIII 

Volse tornar dove lasciato avea 
Ruggier; ne seppe mai trovar la strada. 
Or per valle or per monte s'awolgea: 
tutta quasi cerc6 quella contrada. 
Non volse mai la sua fortuna rea 
che via trovasse onde a Ruggier si vada. 
Questo altro canto ad ascoltare aspetto 
chi de 1'istoria mia prende diletto. 



CANTO VENTESIMOTERZO 567 



CANTO VENTESIMOTERZO 



I 

Studisi ognun giovare altrui; che rade 
volte 11 ben far senza il suo premio fia: 
e se pur senza, almen non te ne accade 
morte ne danno ne ignommia ria. 
Chi mioce altrui, tardi o per tempo cade 
il debito a scontar, che non s'oblia. 
Dice il proverbio, ch'a trovar si vanno 
gli uomini spesso, e i monti fermi stanno. 

il 

Or vedi quel ch'a Pinabello awiene 
per essersi portato iniquamente : 
e giunto in somma alle dovute pene, 
dovute e giuste alia sua ingiusta mente. 
E Dio, che le piu volte non sostiene 
veder patire a torto uno innocent e, 
salv6 la donna; e salvera ciascuno 
che d'ogni fellonia viva digiuno. 

Ill 

Credette Pinabel questa donzella 
gia d'aver morta, e cola giu sepulta; 
ne la pensava rnai veder, non ch'ella 
gli avesse a tor degli error suoi la multa. 
Ne il ritrovarsi in mezzo le castella 
del padre, in alcun util gli risulta. 
Quivi Altaripa era tra monti fieri 
vicina al tenitorio di Pontieri. 



568 ORLANDO FURIOSO 

IV 

Tenea quell' Altaripa il vecchio conte 
Anselmo, di ch'usci questo malvagio, 
che per fuggir la man di Chiaramonte, 
d'amici e di soccorso ebbe disagio. 
La donna al traditore a pie d'un monte 
tolse 1'indegna vita a suo grande agio; 
che d'altro aiuto quel non si provede, 
che d'alti gridi e di chiamar mercede. 

v 

Morto ch'ella ebbe il falso cavalliero 
che lei voluto avea gia porre a morte, 
volse tornare ove lascio Ruggiero; 
ma non lo consent! sua dura sorte, 
che la fe j traviar per un sentiero 
che la porto dov'era spesso e forte, 
dove piu strano e piu solingo il bosco, 
lasciando il sol gia il mondo all'aer fosco. 

VI 

Ne sappiendo ella ove potersi altrove 
la notte riparar, si fermo quivi 
sotto le frasche in su 1'erbette nuove, 
parte dormendo fin che '1 giorno arrivi, 
parte mirando ora Saturno or Giove, 
Venere e Marte e gli altri erranti divi; 
ma sempre, o vegli o dorma, con la mente 
contemplando Ruggier come presente. 

VII 

Spesso di cor profondo ella sospira, 

di pentimento e di dolor compunta, 

ch'abbia in lei, piu ch'amor, potuto 1'ira. 

L'ira dicea m'ha dal mio amor disgiunta: 

almen ci avessi io posta alcuna mira, 

poi ch'avea pur la mala impresa assunta, 

di saper ritornar donde io veniva; 

che ben fui d'occhi e di memoria priva. 



CANTO VENTESIMOTERZO 569 

VIII 

Queste et altre parole ella non tacque, 
e molto piu ne ragiono col core. 
II vento intanto di sospiri, e Pacque 
di pianto facean pioggia di dolore. 
Dopo una lunga aspettazion pur nacque 
in oriente il disiato albore: 
et ella prese il suo destrier ch'intorno 
giva pascendo, et ando contra il giorno. 

rx 

Ne molto ando, che si trovo all'uscita 
del bosco, ove pur dianzi era il palagio, 
la dove molti di Pavea schernita 
con tanto error 1'incantator malvagio. 
Ritrovo quivi Astolfo che fornita 
la briglia alFippogrifo avea a grande agio, 
e stava in gran pensier di Rabicano, 
per non sap ere a chi lasciarlo in mano. 

x 

A caso si trovo che fuor di testa 
Pelmo allor s'avea tratto il paladino; 
si che tosto ch'usci de la foresta, 
Bradamante conobbe il suo cugino. 
Di lontan salutollo, e con gran festa 
gli corse, e I'abbraccio poi piu vicino; 
e nominossi, et alzo la visiera, 
e chiaramente fe' veder ch'eU'era. 

XI 

Non potea Astolfo ritrovar persona 
a chi il suo Rabican meglio lasciasse, 
perche dovesse averne guardia buona 
e renderglielo poi come tornasse, 
de la figlia del duca di Dordona; 
e parvegli che Dio gli la mandasse, 
Vederla volentier sempre solea, 
ma pel bisogno or piu ch'egli n'avea. 



570 ORLANDO FURIOSO 

XII 

Da poi che due e tre volte ritornati 
fraternamente ad abbracciar si foro, 
e si for 1'uno a 1'altro domandati 
con molta affezion de Tesser loro; 
Astolfo disse : Ormai, se dei pennati 
vo* '1 paese cercar, troppo dimoro : 
et aprendo alia donna il suo pensiero, 
veder le fece il volator destriero. 

XIII 

A lei non fa di molta maraviglia 
veder spiegare a quel destrier le penne; 
ch'altra volta, reggendogli la briglia 
Atlante incantator, contra le venne; 
e le fece doler gli occhi e le ciglia: 
si fisse dietro a quel volar le tenne 
quel giorno, che da lei Ruggier lontano 
portato fu per camin lungo e strano. 

XIV 

Astolfo disse a lei che le volea 

dar Rabican, che si nel corso affretta, 

che se scoccando 1'arco si movea, 

si solea lasciar dietro la saetta; 

e tutte Tarme ancor, quante n'avea: 

che vuol che a Montalban gli le rimetta, 

e gli le serbi fin al suo ritorno ; 

che non gli fanno or di bisogno intorno. 

XV 

Volendosene andar per 1'aria a volo, 
aveasi a far quanto potea piu lieve. 
Tiensi la spada e J l corno, ancor che solo 
bastargli il corno ad ogni risco deve. 
Bradamante la lancia che '1 figliuolo 
port6 di Galafrone, anco riceve; 
la lancia che di quanti ne percuote 
fa le selle restar subito vote. 



CANTO VENTESIMOTERZO 571 

XVI 

Salito Astolfo sul destrier volante, 

10 fa mover per Faria lento lento; 
indi lo caccia si, che Bradamante 
ogni vista ne perde in un momento. 
Cosi si parte col pilota inante 

11 nochier che gli scogli teme e '1 vento; 
e poi che '1 porto e i liti a dietro lassa, 
spiega ogni vela e inanzi ai venti passa. 

XVII 

La donna, poi che fu partito il duca, 
rirnase in gran travaglio de la mente: 
che non sa come a Montalban conduca 
Parmatura e il destrier del suo parente; 
pero che 5 1 cor le cuoce e le manuca 
Tingorda voglia e il desiderio ardente 
di riveder Ruggier, che, se non prima, 
a Vallombrosa ritrovar lo stima. 

XVIII 

Stando quivi suspesa, per ventura 
si vede inanzi giungere un villano, 
dal qual fa rassettar quella armatura, 
come si puote, e por su Rabicano; 
poi di menarsi dietro gli die cura 
i duo cavalli, un carco e Taltro a mano: 
ella n'avea duo prima; ch'avea quello 
sopra il qual Iev6 1'altro a Pinabello. 

XIX 

Di Vallombrosa penso far la strada, 
che trovar quivi il suo Ruggier ha speme; 
ma qual piu breve o qual miglior vi vada, 
poco discerne, e d'ire errando teme, 
II villan non avea de la contrada 
pratica molta; et erreranno insieme. 
Pur andare a ventura ella si messe, 
dove pensb che } 1 loco esser dovesse. 



572 ORLANDO FURIOSO 

XX 

Di qua di la si volse, ne persona 
incontro mai da domandar la via. 
Si trovo uscir del bosco in su la nona, 
dove un castel poco lontan scopria, 
il qual la cima a un monticel corona. 
Lo mira, e Montalban le par che sia: 
et era certo Montalbano; e in quello 
avea la rnatre et alcun suo fratello. 

XXI 

Come la donna conosciuto ha il loco, 
nel cor s'attrista, e piu chT non so dire: 
sara scoperta, se si ferma un poco, 
ne piu le sara lecito a partire; 
se non si parte, P amoroso foco 
Pardera si, che la fara morire: 
non vedra piu Ruggier, ne fara cosa 
di quel ch'era ordinato a Vallombrosa. 

xxn 

Stette alquanto a pensar; poi si risolse 
di voler dar a Montalban le spalle: 
e verso la badia pur si rivolse, 
che quindi ben sapea qual era il calle. 
Ma sua fortuna, o buona o trista, volse 
che prima ch'ella uscisse de la valle, 
scontrasse Alardo, un de' fratelli sui; 
ne tempo di celarsi ebbe da lui. 

XXIII 

Veniva da partir gli alloggiamenti 
per quel contado a cavallieri e a fanti; 
ch'ad instanzia di Carlo nuove genti 
fatto avea de le terre circonstanti. 
I saluti e i fraterni abbracciamenti 
con le grate accoglienze andaro inanti; 
e poi, di molte cose a paro a paro 
tra lor parlando, in Montalban tornaro. 



CANTO VENTESIMOTERZO 573 

XXIV 

Entro la bella donna in Montalbano, 
dove Favea con lacrimosa guancia 
Beatrice molto desiata invano, 
e fattone cercar per tutta Francia. 
Or quivi i baci e il giunger mano a mano 
di matre e di fratelli estimo ciancia 
verso gii avuti con Ruggier complessi, 
ch'avra ne Talma eternamente impressi. 

xxv 

Non potendo ella andar, fece pensiero 
ch'a Vallombrosa altri in suo nome andasse 
immantinente ad avisar Ruggiero 
de la cagion ch' andar lei non lasciasse; 
e lui pregar (s'era pregar mistero) 
che quivi per suo amor si battezzasse, 
e poi venisse a far quanto era detto, 
si che si desse al matrimonio effetto. 

XXVI 

Pel medesimo messo fe' disegno 

di mandar a Ruggiero il suo cavallo, 

che gli solea tanto esser caro : e degno 

d'essergli caro era ben senza fallo; 

che non s'avria trovato in tutto J l regno 

dei Saracin, ne sotto il signor Gallo, 

piu bel destrier di questo o piu gagliardo, 

eccetti Brigliador soli e Baiardo. 

XXVII 

Ruggier, quel di che troppo audace ascese 
su 1'ippogrifo, e verso il ciel levosse, 
lascio Frontino, e Bradamante il prese 
(Frontino, che *1 destrier cosi nomosse); 
mandollo a Montalbano, e a buone spese 
tener lo fece, e mai non cavalcosse, 
se non per breve spazio e a picciol passo; 
si ch'era piu che mai lucido e grasso. 



574 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

Ogni sua donna tosto, ogni donzella 
pon seco in opra, e con suttil lavoro 
fa sopra seta Candida e morella 
tesser ricamo di finissimo oro; 
e di quel cuopre et orna briglia e sella 
del buon destrier: poi sceglie una di loro, 
figiia di Callitrefia sua nutrice, 
d'ogni secrete suo fida uditrice. 

XXIX 

Quanto Ruggier Tera nel core impresso, 
mille volte narrato avea a costei: 
la belta, la virtude, i modi d'esso 
esaltato 1'avea fin sopra i dei. 
A se chiamolla, e disse : Miglior messo 
a tal bisogno elegger non potrei; 
che di te ne piu fido ne phi saggio 
imbasciator, Ippalca mia, non aggio. 

xxx 

Ippalca la donzella era nomata. 
Va , le dice, e 1'insegna ove de' gire; 
e pienamente poi Tebbe informata 
di quanto avesse al suo signore a dire; 
e far la scusa se non era andata 
al monaster: che non fu per mentire; 
ma che Fortuna, che di noi potea 
piu che noi stessi, da imputar s'avea. 

XXXI 

Montar la fece s'un ronzino, e in mano 
la ricca briglia di Frontin le messe: 
e se si pazzo alcuno o si villano 
trovasse, che levar le lo volesse, 
per fargli a una parola il cervel sano, 
di chi fosse il destrier sol gli dicesse; 
che non sapea si ardito cavalliero, 
che non tremasse al nome di Ruggiero. 



CANTO VENTESIMOTERZO 575 

XXXII 

Di molte cose rammonisce e rnolte, 

che trattar con Ruggier abbia in sua vece; 

le qual poi ch'ebbe Ippalca ben raccolte, 

si pose in via, ne piu dimora fece. 

Per strade e campi e selve oscure e folte 

cavalco de le migHa piu di diece; 

che non fu a darle noia chi venisse, 

ne a domandarla pur dove ne gisse. 

XXXIII 

A mezzo il giorno, nel calar d'un monte, 

in una stretta e malagevol via 

si venne ad incontrar con Rodomonte, 

ch'armato un piccol nano e a pie seguia. 

II Moro alzo ver lei 1'altiera fronte, 

e bestemmi6 Feterna lerarchia, 

poi che si bel destrier, si bene ornato, 

non avea in man d'un cavallier trovato. 

XXXIV 

Avea giurato che '1 primo cavallo 
torria per forza, che tra via incontrasse. 
Or questo e stato il primo; e trovato hallo 
piu bello e piu per lui, che mai trovasse: 
ma torlo a una donzella gli par fallo ; 
e pur agogna averlo, e in dubbio stasse. 
Lo mira, lo contempla, e dice spesso: 

Deh perche il suo signor non e con esso! 

xxxv 

Deh ci fosse egli! gli rispose Ippalca 

che ti faria cangiar forse pensiero. 
Assai piu di te val chi lo cavalca, 

ne lo pareggia al mondo altro guerriero. 

Chi e le disse il Moro che si calca 
Fonore altrui ? Rispose ella: Ruggiero. 

E quel suggiunse : Adunque il destrier voglio, 
poi ch'a Ruggier, si gran campion, lo toglio. 



576 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

II qual, se sara ver, come tu parli, 
che sia si forte, e piu d'ogn'altro vaglia, 
non che il destrier, ma la vettura darli 
converrammi, e in suo albitrio fia la tagHa. 
Che Rodomonte io sono, hai da narrarli, 
e che, se pur vorra meco battaglia, 
mi trovera; ch'ovunque io vada o stia, 
mi fa sempre apparir la luce mia. 

XXXVII 

Dovunque io vo, si gran vestigio resta, 
che non Io lascia il fulmine maggiore. 
Cosi dicendo, avea tornate in testa 
le redine dorate al corridore: 
sopra gli salta; e lacrimosa e mesta 
rimane Ippalca, e spinta dal dolore 
minaccia Rodomonte e gli dice onta: 
non Tascolta egli, e su pel poggio monta. 

XXXVIII 

Per quella via dove Io guida il nano 
per trovar Mandricardo e Doralice, 
gli viene Ippalca dietro di lontano, 
e Io bestemmia sempre e maledice. 
Cio che di questo awenne, altrove e piano. 
Turpin, che tutta questa istoria dice, 
fa qui digresso, e torna in quel paese 
dove fu dianzi morto il Maganzese. 

xxxix 

Dato avea a pena a quel loco le spalle 
la figliuola d'Amon, ch'in fretta gia, 
che v'arrivo Zerbin per altro calle 
con la fallace vecchia in compagnia: 
e giacer vide il corpo ne la valle 
del cavallier, che non sa gia chi sia; 
ma come quel ch'era cortese e pio, 
ebbe pieta del caso acerbo e rio. 



CANTO VENTESIMOTERZO 577 

XL 

Giaceva Pinabello in terra spento, 
versando il sangue per tante ferite, 
ch'esser doveano assai, se piu di cento 
spade in sua morte si fossero unite. 
II cavalier di Scozia non fu lento 
per Forme che di fresco eran scolpite 
a porsi in awentura, se potea 
saper chi Fomicidio fatto avea. 

XLI 

Et a Gabrina dice che 1'aspette; 

che senza indugio a lei fara ritorno. 

Ella presso al cadavero si mette, 

e fissamente vi pon gli occhi intorno; 

perche, se cosa v'ha che le dilette, 

non vuol ch'un morto invan piu ne sia adorno, 

come colei che fu, tra Faltre note, 

quanto avara esser piu femina puote. 

XLII 

Se di portarne il furto ascosamente * 
avesse avuto modo o alcuna speme, 
la sopravesta fatta riccamente 
gli avrebbe tolta, e le belParme insieme. 
Ma quel che puo celarsi agevolmente, 
si piglia, e '1 resto fin al cor le preme. 
Fra Faltre spoglie un bel cinto levonne, 
e se ne Ieg6 i fianchi infra due gonne. 

XLIII 

Poco dopo arrive Zerbin, ch'avea 
seguito invan di Bradamante i passi, 
perche trovo il sentier che si torcea 
in molti rami ch'ivano alti e bassi: 
e poco omai del giorno rimanea, 
ne volea al buio star fra quelli sassi; 
e per trovare albergo die le spalle 
con Fempia vecchia alia funesta valle. 



578 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

Quindi presso a dua miglia ritrovaro 
un gran castel che fu detto Altariva, 
dove per star la notte si fermaro, 
che gia a gran volo inverse il ciel saliva. 
Non vi ster molto, ch'un lamento amaro 
1'orecchie d'ogni parte lor feriva; 
e veggon lacrimar da tutti gli occhi, 
come la cosa a tutto il popul tocchi. 

XLV 

Zerbino dimandonne, e gli fu detto 
che venut'era al cont'Anselmo aviso 
che fra duo monti in un sentiero istretto 
giacea il suo figlio Pinabello ucciso. 
Zerbin, per non ne dar di se sospetto, 
di cio si finge nuovo, e abbassa il viso; 
ma pensa ben, che senza dubbio sia 
quel ch'egli trov6 morto in su la via. 

XLVI 

* Dopo non molto la bara funebre 
giunse, a splendor di torchi e di facelle, 
la dove fece le strida piu crebre 
con un batter di man gire alle stelle, 
e con piu vena fuor de le palpebre 
le lacrime inundar per le mascelle: 
ma piu de 1'altre nubilose et atre 
era la faccia del misero patre. 

XLVII 

Mentre apparecchio si facea solenne 
di grandi essequie e di funebri pompe, 
secondo il modo et ordine che tenne 
Fusanza antiqua e ch'ogni eta corrompe; 
da parte del signore un bando venne, 
che tosto il popular strep ito rompe, 
e promette gran premio a chi dia aviso 
chi stato sia che gli abbia il figlio ucciso. 



CANTO VENTESIMOTERZO 579 

XLVIII 

Di voce in voce e d'una in altra orecchia 
il grido e '1 bando per la terra scorse, 
fin che Pudi la scelerata vecchia 
che di rabbia avanzo le tigri e Torse; 
e quindi alia ruina s'apparecchia 
di Zerbino, o per 1'odio che gli ha forse, 
o per vantarsi pur, che sola priva 
d'umanitade in uman corpo viva; 

XLIX 

o fosse pur per guadagnarsi il premio: 
a ritrovar n'and6 quel signor mesto; 
e dopo un verisimil suo proemio, 
gli disse che Zerbin fatto avea questo: 
e quel bel cinto si Iev6 di gremio, 
che *1 miser padre a riconoscer presto, 
appresso il testimonio e tristo uffizio 
de Fempia vecchia, ebbe per chiaro indizio. 



E lacrimando al ciel leva le mani, 
che 3 l figliuol non sara senza vendetta. 
Fa circundar Talbergo ai terrazzani; 
che tutto J l popul s'e levato in fretta. 
Zerbin che gli nimici aver lontani 
si crede, e questa ingiuria non aspetta, 
dal conte Anselmo, che si chiama offeso 
tanto da lui, nel primo sonno e preso; 

LI 

e quella notte in tenebrosa parte 
incatenato, e in gravi ceppi messo. 
II sole ancor non ha le luci sparte, 
che Tingiusto supplicio e gia commesso: 
che nel loco medesimo si squarte, 
dove fu il mal c'hanno imputato ad esso. 
Altra esamina in ci6 non si facea: 
bastava che '1 signor cosi credea. 



580 ORLANDO FURIOSO 

LII 

Poi che Paltro matin la bella Aurora 
Taer seren fe' bianco e rosso e giallo, 
tutto '1 popul gridando: Mora, mora, 
vien per punir Zerbin del non suo fallo. 
Lo sciocco vulgo 1'accompagna fuora, 
senz'ordine, chi a piede e chi a cavallo; 
e '1 cavallier di Scozia a capo chino 
ne vien legato in s'un piccol ronzino. 

LIII 

Ma Dio che spesso gl'innocenti aiuta, 
ne lascia mai ch'in sua bonta si fida, 
tal difesa gli avea gia proveduta, 
che non v'e dubbio piu ch'oggi s'uccida. 
Quivi Orlando arrivo, la cui venuta 
alia via del suo scampo gli fu guida. 
Orlando giu nel pian vide la gente 
che traea a morte il cavallier dolente. 

LIV 

Era con lui quella fanciulla, quella 
che ritrovo ne la selvaggia grotta, 
del re galego la figlia Issabella, 
in poter gia de' malandrin condotta, 
poi che lasciato avea ne la procella 
del truculento mar la nave rotta: 
quella che piu vicino al core avea 
questo Zerbin, che Talma onde vivea. 

LV 

Orlando se Pavea fatta compagna, 
poi che de la caverna la riscosse. 
Quando costei li vide alia campagna, 
domandb Orlando chi la turba fosse. 
Non so, diss'egli; e poi su la montagna 
lasciolla, e verso il pian ratto si mosse. 
Guard6 Zerbino, et alia vista prima 
lo giudico baron di molta stima. 



CANTO VENTESIMOTERZO 581 

LVI 

E fattosegli appresso, domandollo 
per che cagione e dove il menin preso. 
Levo il dolente cavalliero il collo, 
e megHo avendo il paladino inteso, 
rispose il vero; e cosi ben narrollo, 
che merito dal conte esser difeso. 
Bene avea il conte alle parole scorto 
ch'era innocente, e che moriva a torto. 

LVII 

E poi che 'ntese che commesso questo 
era dal conte Anselmo d'Altariva, 
fu certo ch'era torto manifesto; 
ch'altro da quel fellon mai non deriva. 
Et oltre acci6, Puno era alPaltro infesto 
per Tantiquissimo odio che bolliva 
tra il sangue di Maganza e di Chiarmonte; 
e tra lor eran morti e danni et onte. 

LVIII 

Slegate il cavallier, grido canaglia, 
il conte a' masnadieri o ch'io v'uccido. 

Chi e costui che si gran colpi taglia? 
rispose un che parer voile il piu fido. 

Se di cera noi fussimo o di paglia, 

e di fuoco egli, assai fora quel grido. 
E venne contra il paladin di Francia: 
Orlando contra lui chino la lancia. 

LIX 

La lucente armatura il Maganzese, 
che levata la notte avea a Zerbino, 
e postasela indosso, non difese 
contra Faspro incontrar del paladino. 
Sopra la destra guancia il ferro prese: 
Telmo non pass6 gia, perch' era fino; 
ma tanto fu de la percossa il crollo, 
che la vita gli tolse e roppe il collo. 



582 ORLANDO FURIOSO 

LX 

Tutto in un corso, senza tor di resta 
la lancia, passo un altro in mezzo '1 petto: 
quivi lasciolla, e la mano ebbe presta 
a Durindana; e nel drappel piu stretto 
a chi fece due parti de la testa, 
a chi levo dal busto il capo netto; 
foro la gola a molti; e in un memento 
n'uccise e messe in rotta piu di cento. 

LXI 

Piu del terzo n'ha morto, e '1 resto caccia 
e taglia e fende e Here e fora e tronca. 
Chi lo scudo, e chi Pelmo che lo 'mpaccia, 
e chi lascia lo spiedo e chi la ronca; 
chi al lungo, chi al traverse il camin spaccia: 
altri s'appiatta in bosco, altri in spelonca. 
Orlando, di pieta questo di privo, 
a suo poter non vuol lasciarne un vivo. 

LXII 

Di cento venti (che Turpin sottrasse 
il conto), ottanta ne periro almeno. 
Orlando finalmente si ritrasse 
dove a Zerbin tremava il cor nel seno. 
S'al ritornar d'Orlando s'allegrasse, 
non si potria contare in versi a pieno. 
Se gli saria per onorar prostrate, 
ma si trovo sopra il ronzin legato. 

LXIII 

Mentre ch s Orlando, poi che lo disciolse, 
Paiutava a ripor Parme sue intorno, 
ch'al capitan de la sbirraglia tolse, 
che per suo mal se n'era fatto adorno; 
Zerbino gli occhi ad Issabella volse, 
che sopra il colle avea fatto soggiorno, 
e poi che de la pugna vide il fine, 
port6 le sue bellezze piu vicine. 



CANTO VENTESIMOTERZO 583 

LXIV 

Quando apparir Zerbin si vide appresso 
la donna che da lui fu amata tanto 3 
la bella donna che per falso messo 
credea sommersa, e n'ha piu volte pianto; 
com'un ghiaccio nel petto gli sia messo, 
sente dentro aggelarsi, e triema alquanto: 
ma tosto il freddo manca, et in quel loco 
tutto s'avampa d'amoroso fuoco. 

LXV 

Di non tosto abbracciarla lo ritiene 
la riverenza del signor d'Anglante; 
perche si pensa, e senza dubbio tiene 
ch' Orlando sia de la donzella amante. 
Cosi cadendo va di pene in pene, 
e poco dura il gaudio ch'ebbe inante ; 
il vederla d'altnti peggio sopporta, 
che non fe' quando udi ch'ella era morta. 

LXVI 

E molto piu gli duol che sia in podesta 
del cavalliero a cui cotanto debbe; 
perche volerla a lui levar ne onesta 
ne forse impresa facile sarebbe. 
Nessuno altro da se lassar con questa 
preda partir senza romor vorrebbe : 
ma verso il conte il suo debito chiede 
che se lo lasci por sul collo il piede. 

LXVII 

Giunsero taciturn! ad una fonte, 
dove smontaro e fer qualche dimora. 
Trassesi Pelmo il travagliato conte, 
et a Zerbin lo fece trarre ancora. 
Vede la donna il suo amatore in fronte, 
e di subito gaudio si scolora; 
poi torna come fiore umido suole 
dopo gran pioggia all'apparir del sole. 



584 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

E senza indugio e senza altro rispetto 

corre al suo caro amante, e il collo abbraccia; 

e non puo trar parola fuor del petto, 

ma di lacrime il sen bagna e la faccia. 

Orlando attento all'amoroso affetto, 

senza che piu chiarezza se gli faccia, 

vide a tutti gl'indizii manifesto 

ch'altri esser che Zerbin non potea questo. 

LXIX 

Come la voce aver pote Issabella, 
non bene asciutta ancor 1'umida guancia, 
sol de la molta cortesia favella 
che Pavea usata il paladin di Francia. 
Zerbino, che tenea questa donzella 
con la sua vita pare a una bilancia, 
si getta a' pie del conte, e quello adora 
come a chi gli ha due vite date a un'ora. 

LXX 

Molti ringraziamenti e molte offerte 
erano per seguir tra i cavallieri, 
se non udian sonar le vie coperte 
dagli arbori di frondi oscuri e neri. 
Presti alle teste lor, ch'eran scoperte, 
posero gli elmi, e presero i destrieri: 
et ecco un cavalliero e una donzella 
lor sopravien, ch'a pena erano in sella. 

LXXI 

Era questo guerrier quel Mandricardo 
che dietro Orlando in fretta si condusse 
per vendicar Alzirdo e Manilardo, 
che '1 paladin con gran valor percusse: 
quantunque poi lo seguito piu tardo ; 
che Doralice in suo poter ridusse, 
la quale avea con un troncon di cerro 
tolta a cento guerrier carchi di ferro. 



CANTO VENTESIMOTERZO 585 

LXXII 

Non sapea il Saracin pero che questo, 
ch'egli seguia, fosse il signer d'Anglante: 
ben n'avea indizio e segno manifesto 
ch'esser dovea gran cavalliero errante. 
A lui miro piu ch'a Zerbino, e presto 
gli ando con gli occhi dal capo alle piante; 
e i dati contrasegni ritrovando, 
disse : Tu se j colui ch'io vo cercando. 

LXXIII 
Sono omai dieci giorni gli soggiunse 

che di cercar non lascio i tuo' vestigi: 
tanto la fama stimolommi e punse, 

che di te venne al campo di Parigi, 
quando a fatica un vivo sol vi giunse 
di mille che mandasti ai regni stigi; 
e la strage contb, che da te venne 
sopra i Norizii e quei di Tremisenne. 

LXXIV 

Non fui, come lo seppi, a seguir lento, 
e per vederti e per provarti appresso: 
e perche m } informal del guernimento 
c'hai sopra Tarme, io so che tu sei desso; 
e se non 1'avessi anco, e che fra cento 
per celarti da me ti fossi messo, 
il tuo fiero sembiante mi faria 
chiaramente veder che tu quel sia, 

LXXV 

Non si pu6 gli rispose Orlando dire 
che cavallier non sii d'alto valore; 

pero che si magnanimo desire 

non mi credo albergasse in umil core. 

Se '1 volermi veder ti fa venire, 

vo' che mi veggi dentro, come fuore: 

mi levero questo elmo da le tempie, 

acci6 ch'a punto il tuo desire adempie. 



586 ORLANDO FURIOSO 

LXXVI 

Ma poi che ben m'avrai veduto in faccia, 
alPaltro desideno ancora attend! : 
resta ch'alla cagion tu satisfaccia, 
che fa che dietro questa via mi prendi; 
che veggi se '1 valor mio si confaccia 
a quel sembiante fier che si commendi. 
Orsu, disse il pagano al rimanente; 
ch'al primo ho satisfatto interamente. 

LXXVII 

II conte tuttavia dal capo al piede 
va cercando il pagan tutto con gli occhi: 
mira ambi i fianchi, indi Farcion; ne vede 
pender ne qua ne la mazze ne stocchi. 
Gli domanda di ch'arme si pro vede, 
s'awien che con la lancia in fallo tocchi. 
Rispose quel: Non ne pigliar tu cura: 
cosi a molt'altri ho ancor fatto paura. 

LXXVIII 

Ho sacramento di non cinger spada, 
fin ch'io non tolgo Durindana al conte; 
e cercando lo vo per ogni strada, 
acci6 piu d'una posta meco sconte. 
Lo giurai (se d'intenderlo t'aggrada) 
quando mi posi quest' elmo alia fronte, 
il qual con tutte Faltr'arme ch j io porto, 
era d'Ettor, che gia mill'anni e morto. 

LXXIX 

La spada sola manca alle buone arme : 
come rubata fu, non ti so dire. 
Or che la porti il paladino, parme; 
e di qui vien ch'egli ha si grande ardire. 
Ben penso, se con lui posso accozzarme, 
fargli il mal tolto ormai ristituire. 
Cercolo ancor, che vendicar disio 
il famoso Agrican genitor mio. 



CANTO VENTESIMOTERZO 587 

LXXX 

Orlando a tradimento gli die morte: 
ben so che non potea farlo altrimente. 
II conte piu non tacque, e grido forte: 
E tu e qualunque il dice, se ne mente. 
Ma quel che cerchi t'e venuto in sorte: 
io sono Orlando, e uccisil giustamente ; 
e questa e quella spada che tu cerchi, 
che tua sara, se con virtu la merchi. 

LXXXI 

Quantunque sia debitamente mia, 
tra noi per gentilezza si contenda: 
n voglio in questa pugna ch'ella sia 
piu tua che mia; ma a un arbore s'appenda. 
Levala tu liberamente via, 
s'awien che tu m'uccida o che mi prenda. 
Cosi dicendo, Durindana prese, 
e 'n mezzo il campo a un arbuscel Pappese. 

LXXXII 

Gia Fun da Taltro e dipartito lunge, 
quanto sarebbe un mezzo tratto d'arco; 
gia Funo contra 1'altro il destrier punge, 
n6 de le lente redine gli e parco; 
gia 1'uno e Faltro di gran colpo aggiunge 
dove per Pelmo la veduta ha varco. 
Parveno Taste, al rompersi, di gielo; 
e in mille scheggie andar volando al cielo. 

LXXXIII 

L'una e Paltra asta e forza che si spezzi; 
che non voglion piegarsi i cavallieri, 
i cavallier che tornano coi pezzi 
che son restati appresso i calci interi. 
Quelli, che sempre fur nel ferro avezzi, 
or, come duo villan per sdegno fieri 
nel partir acque o termini de prati, 
fan crudel zuffa di duo pali armati. 



588 ORLANDO FURIOSO 

LXXXIV 

Non stanno Taste a quattro colpi salde, 
e mancan nel furor di quella pugna. 
Di qua e di la si fan Fire piu calde; 
ne da ferir lor resta altro che pugna. 
Schiodano piastre, e straccian maglie e falde, 
pur che la man, dove s'aggraffi, giugna. 
Non desideri alcun, perche piu vaglia, 
martel piu grave o piu dura tanaglia. 

LXXXV 

Come puo il Saracin ritrovar sesto 
di finir con suo onore il fiero invito ? 
Pazzia sarebbe 11 perder tempo in questo, 
che nuoce al feritor piu ch'al ferito. 
Ando alle strette Tuno e 1' altro, e presto 
il re pagano Orlando ebbe ghermito: 

10 strigne al petto; e crede far le prove 
che sopra Anteo fe' gia il figliol di Giove. 

LXXXVI 

Lo piglia con molto impeto a traverso: 
quando lo spinge, e quando a se lo tira; 
et e ne la gran colera si immerso, 
ch'ove resti la briglia poco mira. 
Sta in se raccolto Orlando, e ne va verso 

11 suo vantaggio, e alia vittoria aspira: 
gli pon la cauta man sopra le ciglia 
del cavallo, e cader ne fa la briglia. 

LXXXVII 

II Saracino ogni poter vi mette, 
che lo soffoghi, o de Pardon lo svella: 
negli urti il conte ha le ginocchia strette; 
ne in questa parte vuol piegar ne in quella. 
Per quel tirar che fa il pagan, constrette 
le cingie son d'abandonar la sella. 
Orlando e in terra, e a pena sel conosce; 
ch'i piedi ha in staffa, e stringe ancor le cosce. 



CANTO VENTESIMOTERZO 589 

LXXXVIII 

Con quel rumor ch'un sacco d'arme cade, 
risuona il conte, come il campo tocca. 
II destrier c'ha la testa in libertade, 
quello a chi tolto il freno era di bocca, 
non piu mirando i boschi che le strade, 
con ruinoso corso si trabocca, 
spinto di qua e di la dal timor cieco; 
e Mandricardo se ne porta seco. 

LXXXIX 

Doralice che vede la sua guida 
uscir del campo e torlesi d'appresso, 
e mal restarne senza si confida, 
dietro correndo il suo ronzin gli ha messo. 
II pagan per orgoglio al destrier grida, 
e con mani e con piedi il batte spesso; 
e come non sia bestia lo minaccia 
perche si fermi, e tuttavia piu il caccia. 

xc 

La bestia ch'era spaventosa e poltra, 
senza guardarsi ai pie, corre a traverso. 
Gia corso avea tre miglia, e seguiva oltra, 
s'un fosso a quel desir non era awerso; 
che, sanza aver nel fondo o letto o coltra, 
riceve Funo e Taltro in se ri verso. 
Die Mandricardo in terra aspra percossa; 
ne per6 si fiacco ne si roppe ossa. 

xci 

Quivi si ferma il corridore al fine; 
ma non si pu6 guidar, che non ha freno, 
II Tartaro lo tien preso nel crine, 
e tutto e di furore e d'ira pieno. 
Pensa, e non sa quel che di far destine. 
Pongli la briglia del mio palafreno; 
la donna gli dicea che non e molto 
il mio feroce, o sia col freno o sciolto. 



590 ORLANDO FURIOSO 

XCII 

Al Saracin parea discortesia 
la proferta accettar di Doralice; 
ma fren gli fara aver per altra via 
Fortuna a' suoi disii molto fautrice. 
Quivi Gabrina scelerata invia, 
che, poi che di Zerbin fu traditrice, 
fuggia, come la lupa che lontani 
oda venire i cacciatori e i cani. 

XCIII 

Ella avea ancora indosso la gonnella, 
e quei medesmi giovenili ornati 
che furo alia vezzosa damigella 
di Pinabel, per lei vestir, levati; 
et avea il palafreno anco di quella, 
dei buon del mondo e degli avantaggiati. 
La vecchia sopra il Tartaro trovosse, 
ch'ancor non s'era accorta che vi fosse. 

xciv 

L'abito giovenil mosse la figlia 
di Stordilano, e Mandricardo a riso, 
vedendolo a colei che rassimiglia 
a un babuino, a un bertuccione in viso. 
Disegna il Saracin torle la briglia 
pel suo destriero, e riusci P aviso. 
Toltogli il morso, il palafren minaccia, 
gli grida, lo spaventa, e in fuga il caccia. 

xcv 

Quel fugge per la selva, e seco porta 
la quasi morta vecchia di paura 
per valli e monti e per via dritta e torta, 
per fossi e per pendici alia ventura. 
Ma il parlar di costei si non m'importa, 
ch'io non debba d' Orlando aver piu cura, 
ch'alla sua sella cio ch'era di guasto, 
tutto ben racconci6 sanza contrasto. 



CANTO VENTESIMOTERZO 591 

XCVI 

Rimont6 sul destriero, e ste' gran pezzo 
a riguardar che '1 Saracin tornasse. 
Nol vedendo apparir, volse da sezzo 
egli esser quel ch'a ritrovarlo andasse: 
ma, come costumato e bene avezzo, 
non prima il paladin quindi si trasse, 
con che dolce parlar grato e cortese 
buona Hcenzia dagli amanti prese. 

xcvn 

Zerbin di quel partir molto si dolse; 
di tenerezza ne piangea Issabella: 
voleano ir seco, ma il conte non volse 
lor compagnia, ben ch'era e buona e bella; 
e con questa ragion se ne disciolse, 
ch'a guerrier non e infamia sopra quella 
che, quando cerchi un suo nimico, prenda 
compagno che Paiuti e che J l difenda. 

xcvni 

Li preg6 poi che quando il Saracino, 
prima ch'in lui, si riscontrasse in loro, 
gli dicesser ch j Orlando avria vicino 
ancor tre giorni per quel tenitoro; 
ma dopo, che sarebbe il suo camino 
verso le 'nsegne dei bei gigli d'oro, 
per esser con Pesercito di Carlo, 
accio, volendol, sappia onde chiamarlo. 

xcix 

Quelli promiser farlo volentieri, 
e questa e ogn'altra cosa al suo comando. 
Feron carnin diverso i cavallieri, 
di qua Zerbino, e di la il conte Orlando. 
Prima che pigli il conte altri sentieri, 
all' arbor tolse, e a s ripose il bran do; 
e dove meglio col pagan pensosse 
di potersi incontrare, il destrier mosse. 



592 ORLANDO FURIOSO 

C 

Lo strano corso che tenne il cavallo 
del Saracin pel bosco senza via, 
fece ch' Orlando ando duo giorni in fallo, 
ne lo trovo, ne pote averne spia. 
Giimse ad un rivo che parea cristallo, 
ne le cui sponde un bel pratel fioria, 
di nativo color vago e dipinto, 
e di molti e belli arbori distinto. 

Ci 

II merigge facea grato 1'orezzo 
al duro armento et al pastore ignudo; 
si che ne Orlando sentia alcun ribrezzo, 
che la corazza avea, Telmo e lo scudo. 
Quivi egli entro per riposarvi in mezzo; 
e v'ebbe travaglioso albergo e crudo, 
e piu che dir si possa empio soggiorno, 
queirinfelice e sfortunato giorno. 

CII 

Volgendosi ivi intorno, vide scritti 
molti arbuscelli in su 1'ombrosa riva. 
Tosto che fermi v'ebbe gli occhi e fitti, 
fu certo esser di man de la sua diva. 
Questo era un di quei lochi gia descritti, 
ove sovente con Medor veniva 
da casa del pastore indi vicina 
la bella donna del Catai regina. 

cm 

Angelica e Medor con cento nodi 
legati insieme, e in cento lochi vede. 
Quante lettere son, tanti son chiodi 
coi quali Amore il cor gli punge e fiede. 
Va col pensier cercando in mille modi 
non creder quel ch'al suo dispetto crede: 
ch'altra Angelica sia creder si sforza, 
ch'abbia scritto il suo nome in quella scorza. 



CANTO VENTESIMOTERZO 593 

CIV 

Poi dice : Conosco io pur queste note : 
di taPio n'ho tante vedute e lette. 
Finger questo Medoro ella si puote: 
forse ch'a me questo cognome mette. 
Con tali opinion dal ver remote 
usando fraude a se medesmo, stette 
ne la speranza il malcontento Orlando, 
die si seppe a se stesso ir procacciando, 

cv 

Ma sempre piu raccende e piu rinuova, 
quanto spenger piu cerca, il rio sospetto: 
come Tincauto augel che si ritrova 
in ragna o in visco aver dato di petto, 
quanto piu batte Tale e piu si prova 
di disbrigar, piu vi si lega stretto. 
Orlando viene ove s'incurva il monte 
a guisa d'arco in su la chiara fonte. 

cvi 

Aveano in su 1'entrata il luogo adorno 
coi piedi storti edere e viti erranti. 
Quivi soleano al piu cocente giorno 
stare abbracciati i duo felici amantL 
V'aveano i nomi lor dentro e d'intorno, 
piu che in altro dei luoghi circonstanti, 
scritti qual con carbone e qua! con gesso, 
e qual con punte di coltelli impresso. 

evil 

II mesto conte a pie quivi discese; 
e vide in su Fentrata de la grotta 
parole assai, che di sua man distese 
Medoro avea, che parean scritte allotta. 
Del gran piacer che ne la grotta prese, 
questa sentenzia in versi avea ridotta. 
Che fosse culta in suo linguaggio io penso; 
et era ne la nostra tale il senso: 



594 ORLANDO FURIOSO 

CVIII 

Liete piante, verdi erbe, limpide acque, 
spelunca opaca e di fredde ombre grata, 
dove la bella Angelica die nacque 
di Galafron, da molti invano amata, 
spesso ne le mie braccia nuda giacque; 
de la commodita che qui m'e data, 
io povero Medor ricompensarvi 
d'altro non posso, che d'ognior lodarvi; 

cix 

e di pregare ogni signore amante, 
e cavalieri e damigelle, e ognuna 
persona, o paesana o viandante, 
che qui sua volonta meni o Fortuna; 
ch'all'erbe, all'ombre, all'antro, al rio, alle piante 
dica: benigno abbiate e sole e luna, 
e de le ninfe il coro, che proveggia 
che non conduca a voi pastor mai greggia. 

ex 

Era scritto in arabico, che '1 conte 

intendea cosi ben come latino: 

fra molte lingue e molte ch'avea pronte, 

prontissima avea quella il paladino ; 

e gli schivo piu volte e danni et onte, 

che si trovo tra il popul saracino : 

ma non si vanti, se gia n'ebbe frutto, 

ch'un danno or n'ha, che pu6 scontargli il tutto. 

CXI 

Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto 
quello infelice, e pur cercando invano 
che non vi fosse quel che v'era scritto; 
e sempre lo vedea piu chiaro e piano: 
et ogni volta in mezzo il petto afflitto 
stringersi il cor sentia con fredda mano. 
Rimase al fin con gli occhi e con la mente 
fissi nel sasso, al sasso indifferente. 



CANTO VENTESIMOTERZO 595 

CXI I 

Fu allora per uscir del sentimento, 

si tutto in preda del dolor si lassa. 

Credete a chi n'ha fatto esperimento, 

che questo e '1 duol che tutti gli altri passa. 

Caduto gli era sopra il petto il mento, 

la fronte priva di baldanza e bassa; 

ne pote aver (che '1 duol 1'occupo tanto) 

alle querele voce, o umore al pianto. 

CXIII 

L'impetuosa doglia entro rimase, 

che volea tutta uscir con troppa fretta. 

Cosi veggian restar Facqua nel vase, 

che largo il ventre e la bocca abbia stretta; 

che nel voltar che si fa in su la base, 

Tumor che vorria uscir, tanto s'affretta, 

e ne Tangusta via tanto s'intrica, 

ch'a goccia a goccia fuore esce a fatica. 

cxiv 

Poi ritorna in se alquanto, e pensa come 
possa esser che non sia la cosa vera: 
che voglia alcun cosi infamare il nome 
de la sua donna e crede e brama e spera, 
o gravar lui d'insopportabil some 
tanto di gelosia, che se ne pera; 
et abbia quel, sia chi si voglia stato, 
molto la man di lei bene imitato. 

cxv 

In cosi poca, in cosi debol speme 
sveglia gli spirti e gli rifranca un poco ; 
indi al suo Brigliadoro il dosso preme, 
dando gia il sole alia sorella loco. 
Non molto va, che da le vie supreme 
dei tetti uscir vede il vapor del fuoco, 
sente cani abbaiar, muggiare armento: 
viene alia villa, e piglia alloggiamento. 



59^ ORLANDO FURIOSO 

CXVI 

Languido smonta, e lascia Brigliadoro 
a un discrete garzon che n'abbia cura: 
altri il disarma, altri gli sproni d'oro 
gli leva, altri a forbir va 1'armatura. 
Era questa la casa ove Medoro 
giacque ferito, e v'ebbe alta awentura. 
Corcarsi Orlando e non cenar domanda, 
di dolor sazio e non d'altra vivanda. 

cxvn 

Quanto piu cerca ritrovar quiete, 
tanto ritrova piu travaglio e pena; 
che de Podiato scritto ogni p arete, 
ogni uscio, ogni finestra vede piena. 
Chieder ne vuol: poi tien le labra chete; 
che teme non si far troppo serena, 
troppo chiara la cosa che di nebbia 
cerca offuscar perche men nuocer debbia. 

CXVI 1 1 

Poco gli giova usar fraude a se stesso; 
che senza domandarne, e chi ne parla. 
II pastor che lo vede cosi oppresso 
da sua tristizia, e che voria levarla, 
Tistoria nota a se, che dicea spesso 
di quei duo amanti a chi volea ascoltarla, 
ch'a molti dilettevole fu a udire, 
gl'incomincio senza rispetto a dire: 

cxix 

come esso a prieghi d' Angelica bella 
portato avea Medoro alia sua villa, 
ch'era ferito gravemente; e ch'ella 
euro la piaga, e in pochi di guarilla: 
ma che nel cor d'una maggior di quella 
lei feri Amor; e di poca scintilla 
Paccese tanto e si cocente fuoco, 
che n'ardea tutta, e non trovava loco: 



CANTO VENTESIMOTERZO 597 

CXX 

e sanza aver rispetto ch'ella fusse 
figlia del maggior re ch'abbia il Levant e, 
da troppo amor constretta si condusse 
a farsi moglie d'un povero fante. 
AlPultimo Tistoria si ridusse, 
che '1 pastor fe' portar la gemma inante, 
ch'aila sua dipartenza, per mercede 
del buono albergo, Angelica gli diede. 

cxxi 

Questa conclusion fu la secure 
che '1 capo a un colpo gli Iev6 dal collo, 
poi che d'innumerabil battiture 
si vide il manigoldo Amor satollo. 
Celar si studia Orlando il duolo; e pure 
quel gli fa forza, e male asconder polio: 
per lacrime e suspir da bocca e d'occhi 
convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi. 

CXXII 

Poi ch'allargare il freno al dolor puote 
(che resta solo e senza altrui rispetto), 
giu dagli occhi rigando per le gote 
sparge un fiume di lacrime sul petto: 
sospira e geme, e va con spesse ruote 
di qua di la tutto cercando il letto ; 
e piu duro ch'un sasso, e piu pungente 
che se fosse d'urtica, se lo sente. 

cxxin 

In tanto aspro travaglio gli soccorre 
che nel medesmo letto in che giaceva, 
Tingrata donna venutasi a porre 
col suo drudo piu volte esser doveva. 
Non altrimenti or quella piuma abborre, 
ne con minor prestezza se ne leva, 
che de 1'erba il villan che s'era messo 
per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso. 



598 ORLANDO FURIOSO 

CXXIV 

Quel letto, quella casa, quel pastore 
immantinente in tant'odio gli casca, 
che senza aspettar luna, o che Palbore 
che va dinanzi al nuovo giorno nasca, 
plglia 1'arme e il destriero, et esce fuore 
per mezzo il bosco alia piu oscura frasca; 
e quando poi gli e aviso d'esser solo, 
con gridi et urli apre le porte al duolo. 

cxxv 

Di pianger mai, mai di gridar non resta; 
ne la notte ne '1 di si da mai pace. 
Fugge cittadi e borghi, e alia foresta 
sul terren duro al discoperto giace. 
Di s6 si maraviglia ch'abbia in testa 
una fontana d'acqua si vivace, 
e come sospirar possa mai tanto; 
e spesso dice a se cosi nel pianto: 

cxxvi 

Queste non son piu lacrime, che fuore 
stillo dagli occhi con si larga vena. 
Non suppKron le lacrime al dolore: 
finir, ch'a mezzo era il dolore a pena. 
Dal fuoco spinto ora il vitale umore 
fugge per quella via ch'agli occhi mena; 
et e quel che si versa, e trarra insieme 
e '1 dolore e la vita alPore estreme. 

cxxvn 

Questi ch'indizio fan del mio tormento, 
sospir non sono, ne i sospir son tali. 
Quelli han triegua talora; io mai non sento 
che '1 petto mio men la sua pena esali. 
Amor che m'arde il cor, fa questo vento, 
mentre dibatte intorno al fuoco Tali. 
Amor, con che miracolo lo fai, 
che J n fuoco il tenghi, e nol consumi mai ? 



CANTO VENTESIMOTERZO 599 

CXXVIII 

Non son, non sono io quel che paio in viso: 
quel ch'era Orlando e morto et e sotterra; 
la sua donna ingratlssima Pha ucciso: 
si, mancando di fe, gli ha fatto guerra, 
Io son lo spirto suo da lui diviso, 
ch'in questo inferno tormentandosi erra, 
accio con 1'ombra sia, che sola avanza, 
esempio a chi in Amor pone speranza. 

cxxix 

Pel bosco errb tutta la notte il conte; 
e allo spuntar della diurna fiamma 
lo torno il suo destin sopra la fonte 
dove Medoro insculse Tepigramma. 
Veder Pingiuria sua scritta nel monte 
Paccese si, ch'in lui non rest6 dramma 
che non fosse odio, rabbia, ira e furore; 
ne piu indugi6, che trasse il brando fuore. 

cxxx 

Tagli6 lo scritto e '1 sasso, e sin al cielo 
a volo alzar fe' le minute schegge. 
Infelice quelFantro, et ogni stelo 
in cui Medoro e Angelica si legge! 
Cosi restar quel di, ch'ombra ne gielo 
a pastor mai non daran piu, ne a gregge: 
e quella fonte, gia si chiara e pura, 
da cotanta ira fu poco sicura; 

cxxxi 

che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle 
non cess6 di gittar ne le belPonde, 
fin che da sommo ad imo si turbolle, 
che non furo mai piu chiare ne monde. 
E stanco al fin, e al fin di sudor molle, 
poi che la lena vinta non risponde 
allo sdegno, al grave odio, alPardente ira, 
cade sul prato, e verso il ciel sospira. 



600 ORLANDO FURIOSO 

CXXXII 

Afflitto e stanco al fin cade ne 1'erba, 
e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto. 
Senza cibo e dormir cosi si serba, 
che '1 sole esce tre volte e torna sotto. 
Di crescer non cesso la pena acerba, 
che fuor del senno al fin 1'ebbe condotto. 
II quarto di, da gran furor commosso, 
e maglie e piastre si straccio di dosso. 

CXXXIII 

Qui riman 1'elmo, e la riman lo scudo, 
lontan gli arnesi, e piu lontan Tusbergo: 
Tarme sue tutte, in somma vi conclude, 
avean pel bosco diiferente albergo. 
E poi si squarcio i panni, e mostr6 ignudo 
Tispido ventre e tutto '1 petto e '1 tergo; 
e comincio la gran follia, si orrenda, 
che de la piu non sara mai ch'intenda. 

cxxxiv 

In tanta rabbia, in tanto furor venne, 
che rimase offuscato in ogni senso. 
Di tor la spada in man non gli sovenne; 
che fatte avria mirabil cose, penso. 
Ma ne quella, ne scure, ne bipenne 
era bisogno al suo vigore immenso. 
Quivi fe' ben de le sue prove eccelse, 
ch'un alto pino al primo crollo svelse: 

cxxxv 

e svelse dopo il primo altri parecchi, 
come fosser finocchi, ebuli o aneti; 
e fe j il simil di querce e d'olmi vecchi, 
di faggi e d'orni e d'illici e d'abeti. 
Quel ch'un ucellator, che s'apparecchi 
il campo mondo, fa per por le reti 
dei giunchi e de le stoppie e de 1'urtiche, 
facea de cerri e d'altre piante antiche. 



CANTO VENTESIMOTERZO 6oi 

CXXXVI 

I pastor che sentito hanno il fracasso, 

lasciando il gregge sparse alia foresta, 

chi di qua, chi di la, tutti a gran passo 

vi vengono a veder che cosa e questa. 

Ma son giunto a quel segno il qual s'io passo 

vi potria la mia istoria esser molesta; 

et io la vo' piii tosto diferire, 

che v'abbia per lunghezza a fastidire. 



602 ORLANDO FURIOSO 



CANTO VENTESIMOQUARTO 



I 

Chi mette il pie su Pamorosa pania, 
cerchi ritrarlo, e non v'mveschi Tale; 
che non e in somma amor, se non insania, 
a giudizio de* savi universale: 
e se ben come Orlando ogmm non smania, 
suo furor mostra a qualch'altro segnale. 
E quale e di pazzia segno piu espresso 
che, per altri voler, perder se stesso? 

II 

Varii gli effetti son, ma la pazzia 
e tutt'una per6, che li fa uscire. 
Gli e come una gran selva, ove la via 
conviene a forza, a chi vi va, fallire: 
chi su, chi giu, chi qua, chi la travia. 
Per concludere in somma, io vi vo' dire: 
a chi in amor s'invecchia, oltr'ogni pena, 
si convengono i ceppi e la catena. 

in 

Ben mi si potria dir: Frate, tu vai 
Taltrui mostrando, e non vedi il tuo fallo. 
Io vi rispondo che cornprendo assai, 
or che di mente ho lucido intervallo; 
et ho gran cura (e spero farlo ormai) 
di riposarmi e d'uscir fuor di ballo: 
ma tosto far, come vorrei, nol posso; 
che '1 male i penetrate infin all'osso. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 603 

IV 

Signer, ne Taltro canto io vi dicea 
che '1 forsennato e furioso Orlando 
trattesi Tarme e sparse al campo avea, 
squarciati i panni, via gittato il brando, 
svelte le piante, e risonar facea 
i cavi sassi e Palte selve; quando 
alcun 5 pastori al suon trasse in quel lato 
lor Stella, o qualche lor grave peccato. 



Viste del pazzo Pincredibil prove 

poi piu d'appresso e la possanza estrema, 

si voltan per fuggir, ma non sanno ove, 

si come awiene in subitana tema. 

II pazzo dietro lor ratto si muove: 

uno ne piglia, e del capo lo scema 

con la facilita che torria alcuno 

da I 5 arbor pome, o vago fior dal pruno. 

VI 

Per una gamba il grave tronco prese, 
e quello us6 per mazza adosso al resto: 
in terra un paio addormentato stese, 
ch'al novissimo di forse fia desto. 
Gli altri sgombraro subito il paese, 
ch'ebbono il piede e il buono aviso presto. 
Non saria stato il pazzo al seguir lento, 
se non ch'era gia volto al loro armento. 

VII 

Gli agricultori, accord agli altru' esempli, 
lascian nei campi aratri e marre e falci: 
chi monta su le case e chi sui templi 
(poi che non son sicuri olmi n6 salci), 
onde Porrenda furia si contempli, 
ch'a pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci, 
cavalli e buoi rompe, fraccassa e strugge; 
e ben e corridor chi da lui fugge. 



604 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Gia potreste sentir come ribombe 

1'alto rumor ne le propinque ville 

d'urli e di corni, rusticane trombe, 

e piu spesso che d'altro, il suon di squille; 

e con spuntoni et archi e spied! e frombe 

veder dai monti sdrucciolarne mille, 

et altritanti andar da basso ad alto, 

per fare al pazzo un villanesco assalto. 

IX 

Qual venir suol nel salso lito Fonda 
mossa da Faustro ch'a principio scherza, 
che maggior de la prima e la seconda, 
e con piu forza poi segue la terza, 
et ogni volta piu Fumore abonda, 
e ne Farena piu stende la sferza; 
tal contra Orlando Fempia turba cresce, 
che giu da baize scende e di valli esce. 

x 

Fece morir diece persone e diece, 
che senza ordine alcun gli andaro in manor 
e questo chiaro esperimento fece 
ch'era assai piu sicur starne lontano. 
Trar sangue da quel corpo a nessun lece, 
che lo fere e percuote il ferro invano. 
Al conte il re del ciel tal grazia diede, 
per porlo a guardia di sua santa fede. 

XI 

Era a periglio di morire Orlando, 
se fosse di morir stato capace. 
Potea imparar ch'era a gittare il brando, 
e poi voler senz'arme essere audace. 
La turba gia s'andava ritirando, 
vedendo ogni suo colpo uscir fallace. 
Orlando, poi che piu nessun Fattende, 
verso un borgo di case il camin prende. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 605 

XII 

Dentro non vi trov6 piccol ne" grande, 
che '1 borgo ognun per tema avea lasciato. 
V'erano in copia povere vivande, 
convenient! a un pastorale stato. 
Senza il pane discerner da le giande, 
dal digmno e da 1'impeto cacciato, 
le mani e il dente lascio andar di botto 
in quel che trov6 prima, o crudo o cotto. 

XIII 

E quindi errando per tutto il paese, 
dava la caccia e agli uomini e alle fere; 
e scorrendo pei boschi talor prese 
i capri isnelli e le damme leggiere. 
Spesso con orsi e con cingiai contese, 
e con man nude li pose a giacere; 
e di lor carne con tutta la spoglia 
piu volte il ventre empi con fiera voglia. 

XIV 

Di qua, di la, di su, di giu discorre 

per tutta Francia; e un giorno a un ponte arriva, 

sotto cui largo e pieno d'acqua corre 

un flume d'alta e di scoscesa riva. 

Edificato accanto avea una torre 

che d'ogn'intorno e di lontan scopriva. 

Quel che fe 5 quivi, avete altrove a udire; 

che di Zerbin mi convien prima dire. 

xv 

Zerbin, da poi ch' Orlando fu partito, 
dimor6 alquanto, e poi prese il sentiero 
che '1 paladino inanzi gli avea trito, 
e mosse a passo lento il suo destriero. 
Non credo che duo miglia anco fosse ito, 
che trar vide legato un cavalliero 
sopra un picciol ronzino, e d'ogni lato 
la guardia aver d'un cavalliero armato. 



606 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Zerbin questo prigion conobbe tosto 
che gli fu appresso, e cosi fe' Issabella: 
era Odorico il Biscaglin, che posto 
fu come lupo a guardia de 1'agnella. 
L'avea a tutti gli amici suoi preposto 
Zerbino in confidargli la donzella, 
sperando che la fede che nel resto 
sempre avea avuta, avesse ancora in questo. 

XVII 

Come era a punto quella cosa stata, 
venia Issabella raccontando allotta: 
come nel palischermo fu salvata, 
prima ch'avesse il mar la nave rotta, 
la forza che Tavea Odorico usata, 
e come tratta poi fosse alia grotta. 
Ne giunt'era anco al fin di quel sermone, 
che trarre il malfattor vider prigione. 

XVIII 

I duo ch'in mezzo avean preso Odorico, 

d'Issabella notizia ebbeno vera; 

e s'avisaro esser di lei Famico, 

e '1 signer lor, colui ch'appresso 1'era; 

ma piu, che ne lo scudo il segno antico 

vider dipinto di sua stirpe altiera: 

e trovar poi, che guardar meglio al viso, 

che s'era al vero apposto il loro aviso. 

XIX 

Saltaro a piedi, e con aperte braccia 
correndo se n'andar verso Zerbino, 
e 1'abbracciaro ove il maggior s'abbraccia, 
col capo nudo e col ginocchio chino. 
Zerbin, guardando 1'uno e 1'altro in faccia, 
vide esser Tun Corebo il Biscaglino, 
Almonio Faltro, ch'egli avea mandati 
con Odorico in sul 'navilio armati. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 607 

XX 

Almonio disse : Pol che place a Dio 
(la sua merce) che sia Issabella teco, 
io posso ben comprender, signer mio, 
che nulla cosa nuova ora t'arreco, 
s'io vo' dir la cagion che questo rio 
fa che cosi legato vedi meco; 
che da costei, che piu senti Toffesa, 
a punto avrai tutta 1'istoria intesa. 

XXI 

Come dal traditore io fui schernito 

quando da se levommi, saper dei; 

e come poi Corebo fu ferito, 

ch'a difender s'avea tolto costei. 

Ma quanto al mio ritorno sia seguito, 

ne veduto ne inteso fu da lei, 

che te 1'abbia potuto riferire: 

di questa parte dunque io ti vo' dire. 

XXII 

Da la cittade al mar ratto io veniva 
con cavalli ch'in fretta avea trovati, 
sempre con gli occhi intenti s'io scopriva 
costor che molto a dietro eran restati. 
Io vengo inanzi, io vengo in su la riva 
del mare, al luogo ove io gli avea lasciati: 
io guardo, n6 di loro altro ritrovo, 
che ne P arena alcun vestigio nuovo. 

XXIII 

La pesta seguitai, che mi condusse 
nel bosco fier; ne molto adentro foi, 
che dove il suon Torecchie mi percusse, 
giacere in terra ritrovai costui. 
Gli domandai che de la donna fusse, 
che d'Odorico, e chi avea offeso lui. 

10 me n'andai, poi che la cosa seppi, 

11 traditor cercando per quei greppi. 



608 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

Molto aggirando vommi, e per quel giorno 
altro vestigio ritrovar non posso. 
Dove giacea Corebo al fin ritorno, 
che fatto appresso avea il terren si rosso, 
che poco pm che vi facea soggiorno, 
gli saria stato di bisogno il fosso 
e i preti e i frati piu per sotterrarlo, 
ch' i medici e che J l letto per sanarlo. 

xxv 

Dal bosco alia citta feci portallo, 
e posi in casa d'uno ostier mio amico, 
che fatto sano in poco termine hallo 
per cura et arte d'un chirurgo antico, 
Poi d'arme proveduti e di cavallo 
Corebo et io cercammo d'Odorico, 
ch'in corte del re Alfonso di Biscaglia 
trovammo; e quivi fui seco a battaglia. 

XXVI 

La giustizia del re, che il loco franco 
de la pugna mi diede, e la ragione, 
et oltre alia ragion la Fortima anco, 
che spesso la vittoria, ove vuol, pone, 
mi giovar si, che di me pote manco 
il traditore; onde fu mio prigione. 
II re, udito il gran fallo, mi concesse 
di poter fame quanto mi piacesse. 

XXVII 

Non Pho voluto uccider ne lasciarlo, 
ma, come vedi, trarloti in catena; 
perche vo } ch'a te stia di giudicarlo, 
se morire o tener si deve in pena. 
L'avere inteso ch'eri appresso a Carlo, 
e '1 desir di trovarti qui mi mena. 
Ringrazio Dio che mi fa in questa parte, 
dove lo sperai meno, ora trovarte. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 609 

XXVIII 

Ringraziolo anco, che la tua Issabella 

10 veggo (e non so come) che teco hai: 
di cui, per opra del fellon, novella 
pensai che non avessi ad udir mai. 
Zerbino ascolta Almonio e non favella, 
fermando gli occhi in Odorico assai; 
non si per odio, come che gPincresce 
ch'a si mal fin tanta amicizia gli esce. 

XXIX 

Finito ch'ebbe Almonio il suo sermone, 
Zerbin riman gran pezzo sbigottito, 
che chi d'ogn'altro men n'avea cagione 
si espressamente il possa aver tradito. 
Ma poi che d'una lunga ammirazione 
fu sospirando finalmente uscito, 
al prigion domand6 se fosse vero 
quel ch'avea di lui detto il cavalliero. 

xxx 

11 disleal con le ginocchia in terra 
Iasci6 cadersi, e disse: Signor mio, 
ognun che vive al mondo pecca et erra: 
ne differisce in altro il buon dal rio, 

se non che Tuno e vinto ad ogni guerra 
che gli vien mossa da un piccol disio; 
1'altro ricorre alParme e si difende, 
ma se '1 nimico e forte, anco ei si rende. 

XXXI 

Se tu m'avessi posto alia difesa 
d'una tua r6cca, e ch'al primiero assalto 
alzate avessi, senza far contesa, 
degrinimici le bandiere in alto; 
di vilta o tradimento, che piu pesa, 
sugli occhi por mi si potria uno smalto: 
ma s'io cedessi a forza, son ben certo 
che biasmo non avrei, ma gloria e merto. 



6lO ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Sempre che 1'mimico e piu possente, 
piu chi perde accettabile ha la scusa. 
Mia fe guardar dovea non altrimente 
ch'una fortezza d'ogn'intorno chiusa: 
cosi, con quanto seruio e quanta mente 
da la somma Prudenzia m'era infusa, 

10 mi sforzai guardarla; ma al fin vinto 
da intolerando assalto, ne fui spinto. 

xxxm 

Cosi disse Odorico, e poi soggiunse 
(che saria lungo a ricontarvi il tutto) 
mostrando che gran stimolo lo punse, 
e non per lieve sferza s'era indutto. 
Se mai per prieghi ira di cor si emunse, 
s'umilta di parlar fece mai frutto, 
quivi far lo dovea; che cio che muova 
di cor durezza, ora Odorico trova. 

xxxiv 

Pigliar di tanta ingiuria alta vendetta, 
tra il si Zerbino e il no resta confuso : 

11 vedere il demerito lo alletta 

a far che sia il fellon di vita escluso ; 

il ricordarsi 1'amicizia stretta 

ch'era stata tra lor per si lungo uso, 

con Pacqua di pieta Taccesa rabbia 

nel cor gli spegne, e vuol che merce n'abbia. 

xxxv 

Mentre stava cosi Zerbino in forse 
di liberare, o di menar captivo, 
o pur il disleal dagli occhi t6rse 
per morte, o pur tenerlo in pena vivo ; 
quivi rignando il palafreno corse, 
che Mandricardo avea di briglia privo ; 
e vi port6 la vecchia che vicino 
a morte dianzi avea tratto Zerbino. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 6ll 

XXXVI 

II palafren, ch'udito di lontano 
avea quest'altri, era tra lor venuto, 
e la vecchia portatavi, ch'invano 
venia piangendo e domandando aiuto. 
Come Zerbin lei vide, alz6 la mano 
al ciel che si benigno gli era suto, 
che datogli in arbitrio avea que 5 dui 
che soli odiati esser dovean da lui. 

XXXVII 

Zerbin fa ritener la mala vecchia, 
tanto che pensi quel che debba fame : 
tagliarle il naso e Tuna e Paltra orecchia 
pensa, et esempio a' malfattori darne; 
poi gli par assai meglio, s'apparecchia 
un pasto agli avoltoi di quella carne. 
Punizion diversa tra se volve; 
e cosi finalmente si risolve. 

XXXVIII 

Si rivolta ai compagni, e dice : lo sono 
di lasciar vivo il disleal contento; 
che s'in tutto non merita perdono, 
non merita anco si crudel tormento. 
Che viva e che slegato sia gli dono, 
per6 ch'esser d'Amor la colpa sento; 
e facilmente ogni scusa s'ammette, 
quando in Amor la colpa si reflette. 

xxxix 

Amore ha volto sottosopra spesso 
senno piu saldo che non ha costui, 
et ha condotto a via maggiore eccesso 
di questo, ch'oltraggiato ha tutti nui. 
Ad Odorico debbe esser rimesso: 
punito esser debbo io che cieco fui, 
cieco a dargline impresa, e non por mente 
che '1 fuoco arde la paglia facilmente. 



6l2 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Poi mirando Ocjorico : lo vo' che sia 
gli disse del tuo error la penitenza, 
che la vecchia abbi un anno in compagnia, 
ne di lasciarla mai ti sia licenza; 
ma notte e giorno, ove tu vada o stia, 
un'ora mai non te ne trovi senza; 
e fin a morte sia da te difesa 
contra ciascun che voglia farle offesa. 

XLI 

Vo J , se da lei ti sara commandato, 
che pigli contra ognun contesa e guerra: 
vo* in questo tempo che tu sia ubligato 
tutta Francia cercar di terra in terra. 
Cosl dicea Zerbin; che pel peccato 
meritando Odorico andar sotterra, 
questo era porgli inanzi un'alta fossa, 
che fia gran sorte che schivar la possa. 

XLII 

Tante donne, tanti uomini traditi 
avea la vecchia, e tanti offesi e tanti, 
che chi sara con lei non senza liti 
potra passar de' cavallieri erranti. 
Cosi di par saranno ambi puniti: 
ella de' suoi commessi errori inanti, 
egli di torne la difesa a torto; 
ne molto potra andar che non sia morto. 

XLIII 

Di dover servar questo, Zerbin diede 
ad Odorico un giuramento forte, 
con patto che se mai rompe la fede, 
e ch' inanzi gli capiti per sorte, 
senza udir prieghi e averne piu mercede, 
lo debba far morir di cruda morte. 
Ad Almonio e a Corebo poi rivolto, 
fece Zerbin che fu Odorico sciolto. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 613 

XLIV 

Corebo, consentendo Almonio, sciolse 
il traditore al fin, ma non in fretta; 
ch'alPuno e all'altro esser turbato dolse 
da si desiderata sua vendetta. 
Quindi partissi il disleale, e tolse 
in compagnia la vecchia maledetta. 
Non si legge in Turpin che n'awenisse; 
ma vidi gia un autor che piu ne scrisse. 

XLV 

Scrive 1'autore, il cui nome mi taccio, 
che non furo lontani una giornata, 
che per torsi Odorico quello impaccio, 
contra ogni patto et ogni fede data, 
al collo di Gabrina gitt6 un laccio, 
e che ad un olmo la Iasci6 rmpiccata; 
e ch'indi a un anno (ma non dice il loco) 
Almonio a lui fece il medesmo giuoco. 

XLVI 

Zerbin che dietro era venuto aU'orma 
del paladin, ne perder la vorrebbe, 
manda a dar di se nuove alia sua torma, 
che star senza gran dubbio non ne debbe: 
Almonio manda, e di piu cose informa, 
che lungo il tutto a ricontar sarebbe; 
Almonio manda, e a lui Corebo appresso; 
ne tien, fuor ch'Issabella, altri con esso. 

XLVII 

Tant'era 1'amor grande che Zerbino, 
e non minor del suo quel che Issabella 
portava al virtuoso paladino; 
tanto il desir d'intender la novella 
ch'egli avesse trovato il Saracino 
che del destrier lo trasse con la sella; 
che non fara all'esercito ritorno, 
se non finito che sia il terzo giorno; 



614 ORLANDO FURIOSO 

XL VIII 

il termine ch' Orlando aspettar disse 
il cavallier ch'ancor non porta spada. 
Non e alcun luogo dove il conte gisse, 
che Zerbin pel medesimo non vada. 
Giunse al fin tra quegli arbori che scrisse 
Fingrata donna, un poco fuor di strada; 
e con la fonte e col vicino sasso 
tutti li ritrovo messi in fracasso. 

XLIX 

Vede lontan non sa che luminoso, 
e trova la corazza esser del conte; 
e trova Pelmo poi, non quel famoso 
ch'arm6 gia il capo all'africano Almonte. 
II destrier ne la selva piu nascoso 
sente anitrire, e leva al suon la fronte; 
e vede Brigliador pascer per 1'erba, 
che dall'arcion pendente il freno serba. 

L 

Durindana cerc6 per la foresta, 
e fuor la vide del fodero starse. 
Trovo, ma in pezzi, ancor la sopravesta 
ch'in cento lochi il miser conte sparse. 
Issabella e Zerbin con faccia mesta 
stanno mirando, e non san che pensarse: 
pensar potrian tutte le cose, eccetto 
che fosse Orlando fuor deH'mtelletto. 

LI 

Se di sangue vedessino una goccia, 
creder potrian che fosse stato morto. 
Intanto lungo la corrente doccia 
vider venire un pastorello smorto. 
Costui pur dianzi avea di su la roccia 
Talto furor de Tinfelice scorto, 
come 1'arme gitto, squarciossi i panni, 
pastori uccise, e fe' miU'altri danni. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 615 

LII 

Costui, richiesto da Zerbin, gli diede 
vera informazion di tutto questo. 
Zerbin si maraviglia, e a pena il crede; 
e tuttavia n'ha indizio manifesto. 
Sia come vuole, egli discende a piede, 
pien di pietade, lacrimoso e mesto; 
e ricogliendo da diversa parte 
le reliquie ne va ch'erano sparte. 

LIII 

Del palafren discende anco Issabella, 
e va queirarme riducendo insieme. 
Ecco lor sopraviene una donzella 
dolente in vista, e di cor spesso geme. 
Se mi domanda alcun chi sia, perch' ella 
cosi s'affligge, e che dolor la preme, 
io gli risponder6 che e Fiordiligi 
che de Tamante suo cerca i vestigi. 

LIV 

Da Brandimarte senza farle motto 
lasciata fu ne la citta di Carlo, 
dov'ella Faspetto sei mesi od otto; 
e quando al fin non vide ritornarlo, 
da un mare all'altro si mise, fin sotto 
Pirene e TAlpe, e per tutto a cercarlo: 
Fando cercando in ogni parte, fuore 
ch'al palazzo d'Atlante incantatore. 

LV 

Se fosse stata a quelFostel d'Atlante, 
veduto con Gradasso andare errando 
Tavrebbe, con Ruggier, con Bradamante, 
e con Ferrau prima e con Orlando; 
ma poi che cacci6 Astolfo il negromante 
col suon del corno orribile e mirando, 
Brandimarte torn6 verso Parigi : 
ma non sapea gia questo Fiordiligi. 



6l6 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Come io vi dico, sopraggiunta a caso 
a quei duo amanti Fiordiligi bella, 
conobbe Tarme, e Brigliador rimaso 
senza il patrone e col freno alia sella. 
Vide con gli occhi il miserabil caso, 
e n'ebbe per udita anco novella; 
che similmente il pastorel narrolle 
aver veduto Orlando correr folle. 

LVII 

Quivi Zerbin tutte raguna Tarme, 
e ne fa come un bel trofeo su 'n pino; 
e volendo vietar che non se n'arme 
cavallier paesan ne peregrino, 
scrive nel verde ceppo in breve carme: 
Armatura d' Orlando paladino; 
come volesse dir: nessun la muova, 
che star non possa con Orlando a prova. 

LVIII 

Fimto ch'ebbe la lodevol opra, 
tornava a rimontar sul suo destriero ; 
et ecco Mandricardo arrivar sopra, 
che visto il pin di quelle spoglie altiero, 
lo priega che la cosa gli discuopra: 
e quel gli narra, come ha inteso, il vero. 
Allora il re pagan lieto non bada, 
che viene al pino, e ne leva la spada, 

LIX 

dicendo : Alcun non me ne puo riprendere ; 
non e pur oggi ch'io Tho fatta mia, 
et il possesso giustamente prendere 
ne posso in ogni parte, ovunque sia. 
Orlando che temea quella difendere, 
s'ha finto pazzo, e 1'ha gittata via; 
ma quando sua vilta pur cosi scusi, 
non debbe far ch'io mia ragion non usi. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 617 

LX 

Zerbino a lui gridava: Non la torre, 
o pensa non Faver senza questione. 
Se togliesti cosi Farme d'Ettorre, 
tu Thai di furto, piu che di ragione. 
Senz'altro dir Tun sopra Faltro corre, 
d'animo e di virtu gran paragone. 
Di cento colpi gia rimbomba il suono, 
ne bene ancor ne la battaglia sono. 

LXI 

Di prestezza Zerbin pare una fiamma 
a torsi ovunque Durindana cada: 
di qua di la saltar come una damma 
fa '1 suo destrier dove e miglior la strada. 
E ben convien che non ne perda dramma; 
ch'andra, s'un tratto il coglie quella spada, 
a ritrovar grinnamorati spirti 
ch'empion la selva degli ombrosi mirti. 

LXII 

Come il veloce can che '1 porco assalta 
che fuor del gregge errar vegga nei campi, 
lo va aggirando, e quinci e quindi salta; 
ma quello attende ch'una volta inciampi: 
cosi, se vien la spada o bassa od alta, 
sta mirando Zerbin come ne scampi; 
come la vita e Tonor salvi a un tempo, 
tien sempre 1'occhio, e Here e fugge a tempo. 

LXIII 

Da Faltra parte, ovunque il Saracino 
la fiera spada vibra o piena o vota, 
sembra fra due montagne un vento alpino 
ch'una frondosa selva il marzo scuota; 
ch'ora la caccia a terra a capo chino, 
or gli spezzati rami in aria ruota. 
Ben che Zerbin piu colpi e fuggia e schivi, 
non pu6 schivare al fin, ch'un non gli arrivi. 



6l8 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Non puo schivare al fine un gran fendente 
che tra '1 brando e lo scudo entra sul petto. 
Grosso 1'usbergo, e grossa parimente 
era la piastra, e '1 panziron perfetto: 
pur non gli steron contra, et ugualmente 
alia spada crudel dieron ricetto. 
Quella calo tagliando do che prese, 
la corazza e Farcion fin su 1'arnese. 

LXV 

E se non che fu scarso il colpo alquanto, 
per mezzo lo fendea come una canna; 
ma penetra nel vivo a pena tanto, 
che poco phi che la pelle gli danna: 
la non profunda piaga e lunga quanto 
non si misureria con una spanna. 
Le lucid'arme il caldo sangue irriga 
per sino al pie di rubiconda riga. 

LXVI 

Cosi talora un bel purpureo nastro 
ho veduto partir tela d'argento 
da quella bianca man piii ch'alabastro, 
da cui partire il cor spesso mi sento. 
Quivi poco a Zerbin vale esser mastro 
di guerra, et aver forza e piu ardimento; 
che di finezza d'arme e di possanza 
il re di Tartaria troppo 1'avanza.' 

LXVII 

Fu questo colpo del pagan maggiore 
in apparenza, che fosse in effetto; 
tal ch'Issabella se ne sente il core 
fendere in mezzo alPagghiacciato petto. 
Zerbin pien d'ardimento e di valore 
tutto s'infiamma d'ira e di dispetto; 
e quanto piu ferire a due man puote, 
in mezzo Pelmo il Tartaro percuote. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 619 

LXVIII 

Quasi sul collo del destrier piegosse 
per Paspra botta il Saracin superbo; 
e quando Pelmo senza incanto fosse, 
partito il capo gli avria il colpo acerbo. 
Con poco differir ben vendicosse, 
ne disse: A un'altra volta io te la serbo; 
e la spada gli alzo verso Pelmetto, 
sperandosi tagliarlo infin al petto. 

LXIX 

Zerbin che tenea Pocchio ove la mente, 
presto il cavallo alia man destra volse; 
non si presto pero, che la tagliente 
spada fuggisse, che lo scudo colse. 
Da sommo ad imo ella il parti ugualmente, 
e di sotto il braccial roppe e disciolse; 
e lui feri nel braccio, e poi Parnese 
spezzogli, e ne la coscia anco gli scese. 

LXX 

Zerbin di qua di la cerca ogni via, 

ne mai di quel che vuol, cosa gli avviene; 

che 1'armatura sopra cui feria, 

un piccol segno pur non ne ritiene. 

Da 1'altra parte il re di Tartaria 

sopra Zerbino a tal vantaggio viene, 

che Pha ferito in sette parti o in otto, 

tolto lo scudo, e mezzo 1'elmo rotto. 

LXXI 

Quel tuttavia piu va perdendo il sangue; 
manca la forza, e ancor par che nol senta: 
il vigoroso cor che nulla langue, 
val si, che '1 debol corpo ne sostenta. 
La donna sua, per timor fatta esangue, 
intanto a Doralice s'appresenta, 
e la priega e la supplica per Dio 
che partir voglia il fiero assalto e rio. 



620 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

Cortese come bella Doralice, 

ne ben sicura come il fatto segua, 

fa volentier quel ch'Issabella dice, 

e dispone il suo amante a pace e a triegua. 

Cosi a' prieghi de 1'altra 1'ira ultrice 

di cor fugge a Zerbino e si dilegua: 

et egli, ove a lei par, piglia la strada, 

senza fmir 1'impresa de la spada. 

LXXIII 

Fiordiligi, che mal vede difesa 
la buona spada del misero conte, 
tacita duolsi; e tanto le ne pesa, 
che d'ira piange e battesi la fronte. 
Vorria aver Brandimarte a quella impresa; 
e se mai lo ritrova e gli lo conte, 
non crede poi che Mandricardo vada 
lunga stagione altier di quella spada. 

LXXIV 

Fiordiligi cercando pure invano 
va Brandimarte suo matina e sera; 
e fa camin da lui molto lontano, 
da lui che gia tomato a Parigi era. 
Tanto elk se n'ando per monte e piano, 
che giunse ove, al passar d'una riviera, 
vide e conobbe il miser paladino; 
ma dician quel ch'avvenne di Zerbino: 

LXXV 

che '1 lasciar Durindana si gran fallo 
gli par, che piu d'ogn'altro mal gl'incresce, 
quantunque a pena star possa a cavallo 
pel molto sangue che gli e uscito et esce. 
Or poi che dopo non troppo intervallo 
cessa con 1'ira il caldo, il dolor cresce : 
cresce il dolor si impetuosamente, 
che mancarsi la vita se ne sente. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 621 

LXXVI 

Per debolezza piu non potea gire; 
si che fermossi appresso una fontana. 
Non sa che far ne che si debba dire 
per aiutarlo la donzella umana. 
Sol di disagio lo vede morire; 
che quindi e troppo ogni citta lontana, 
dove in quel punto al medico ricorra, 
che per pietade o premio gli soccorra. 

LXXVII 

Ella non sa se non invan dolersi, 
chiamar fortuna e il cielo empio e crudele. 

Perche, ahi lassa! dicea non mi sommersi 
quando levai ne T Ocean le vele? 

Zerbin che i languidi occhi ha in lei conversi, 

sente piu doglia ch'ella si querele, 

che de la passion tenace e forte 

che 1'ha condutto omai vicino a morte. 

LXXVI n 

Cosi, cor mio, vogliate, le diceva, 

dopo ch'io saro morto, amarmi ancora, 
come solo il lasciarvi e che m'aggreva 
qui senza guida, e non gia perch'io mora: 
che se in sicura parte m'accadeva 

finir de la mia vita 1'ultima ora, 
lieto e contento e fortunate a pieno 
morto sarei, poi ch'io vi moro in seno. 

LXXIX 

Ma poi che '1 mio destino iniquo e duro 
vol ch'io vi lasci, e non so in man di cui; 
per questa bocca e per questi occhi giuro, 
per queste chiome onde allacciato fui, 
che disperato nel profondo oscuro 
vo de lo 'nferno, onde il pensar di vui 
ch'abbia cosi lasciata, assai piu ria 
sara d'ogn'altra pena che vi sia. 



622 ORLANDO FURIOSO 

LXXX 

A questo la mestissima Issabella, 
declinando la faccia lacrimosa 
e congiungendo la sua bocca a quella 
di Zerbin, languidetta come rosa, 
rosa non colta in sua stagion, si ch'ella 
impallidisca in su la siepe ombrosa, 
disse : Non vi pensate gia, mia vita, 
far senza me quest 'ultima partita. 

LXXXI 

Di cio, cor mio, nessun timor vi tocchi; 
ch'io vo ? seguirvi o in cielo o ne lo 'nferno. 
Convien che Tuno e 1'altro spirto scocchi, 
insieme vada, insieme stia in eterno. 
Non si tosto vedro chiudervi gli occhi, 
o che m'uccidera il dolore interne, 
o se quel non pu6 tanto, io vi prometto 
con questa spada oggi passarmi il petto. 

LXXXII 

De' corpi nostri ho ancor non poca speme, 
che me' morti che vivi abbian ventura. 
Qui forse alcun capitera, ch'insieme, 
mosso a pieta, dara lor sepoltura. 
Cosi dicendo, le reliquie estreme 
de lo spirto vital che morte fura, 
va ricogliendo con le labra meste, 
fin ch'una minima aura ve ne reste. 

LXXXIII 

Zerbin la debol voce riforzando, 
disse: Io vi priego e supplico, mia diva, 
per quello amor che mi mostraste, quando 
per me lasciaste la paterna riva; 
e se commandar posso, io vel commando, 
che fin che piaccia a Dio restiate viva; 
ne mai per caso pogniate in oblio 
che quanto amar si puo, v'abbia amato io. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 623 

LXXXIV 

Dio vi provedera d'aiuto forse, 
per liberarvi d'ogni atto villano, 
come fe* quando alia spelonca torse, 
per indi trarvi, il senator romano. 
Cosi (la sua merce) gia vi soccorse 
nel mare e contra il Biscaglin profano: 
e se pure awerra che poi si deggia 
morire, allora il minor mal s'elleggia. 

LXXXV 

Non credo che quest'ultime parole 
potesse esprimer si, che fosse inteso; 
e fini come il debol lume suole, 
cui cera manchi od altro in che sia acceso. 
Chi potra dire a pien come si duole, 
poi che si vede pallido e disteso, 
la giovanetta, e freddo come ghiaccio 
il suo caro Zerbin restare in braccio? 

LXXXVI 

Sopra il sanguigno corpo s'abbandona, 
e di copiose lacrime lo bagna, 
e stride si, ch'intorno ne risuona 
a molte miglia il bosco e la campagna. 
Ne alle guancie ne al petto si perdona, 
che Funo e Paltro non percuota e fragna; 
e straccia a torto Tauree crespe chiome, 
chiamando sempre invan Pamato nome. 

LXXXVII 

In tanta rabbia, in tal furor somrnersa 
Favea la doglia sua, che facilmente 
avria la spada in se stessa conversa, 
poco al suo amante in questo ubidiente; 
s'uno eremita ch'alla fresca e tersa 
fonte avea usanza di tornar sovente 
da la sua quindi non lontana cella, 
non s'opponea, venendo, al voler d'ella. 



624 ORLANDO FURIOSO 

LXXXVIII 

II venerabile uom, ch'alta bontade 

avea congiunta a natural prudenzia, 

et era tutto pien di caritade, 

di buoni esempi ornato e d'eloquenzia, 

alia giovan dolente persuade 

con ragioni efficaci pazienzia; 

et inanzi le puon, come uno specchio, 

donne del Testamento e nuovo e vecchio. 

LXXXIX 

Poi le fece veder, come non fusse 
alcun, se non in Dio, vero contento, 
e ch'eran 1'altre transitorie e fiusse 
speranze umane, e di poco momento; 
e tanto seppe dir, che la ridusse 
da quel crudele et ostmato intento, 
che la vita sequente ebbe disio 
tutta al servigio dedicar di Dio. 

xc 

Non che lasciar del suo signor voglia unque 
ne '1 grand'amor, ne le reliquie morte: 
convien che 1'abbia ovunque stia et ovunque 
vada, e che seco e notte e di le porte. 
Quindi aiutando Teremita dunque, 
ch'era de la sua eta valido e forte, 
sul mesto suo destrier Zerbin posaro, 
e molti di per quelle selve andaro. 

xci 

Non volse il cauto vecchio ridur seco, 
sola con solo, la giovane bella 
la dove ascosa in un selvaggio speco 
non lungi avea la solitaria cella; 
fra se dicendo : Con periglio arreco 
in una man la paglia e la facella. 
Ne si fida in sua eta ne in sua prudenzia, 
che di se faccia tanta esperienzia. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 625 

XCII 

Di condurla in Provenza ebbe pensiero, 
non lontano a Marsilia in un castello, 
dove di sante donne un monastero 
ricchissimo era, e di edificio bello: 
e per portarne il morto cavalliero, 
composto in una cassa aveano quello, 
che 'n un castel ch'era tra via, si fece 
lunga e capace, e ben chiusa di pece. 

XCIII 

Piu e piu giorni gran spazio di terra 
cercaro, e sempre per lochi piu inculti; 
che pieno essendo ogni cosa di guerra, 
volcano gir piu che poteano occulti. 
Al fine un cavallier la via lor serra, 
che lor fe' oltraggi e disonesti insulti; 
di cui diro quando il suo loco fia; 
ma ritorno ora al re di Tartaria. 

xciv 

Avuto ch'ebbe la battaglia il fine 
che gia v'ho detto, il giovin si raccolse 
alle fresche ombre e all'onde cristalline; 
et al destrier la sella e '1 freno tolse, 
e lo lascio per 1'erbe tenerine 
del prato andar pascendo ove egli volse: 
ma non ste' molto, che vide lontano 
calar dal monte un cavalliero al piano. 

xcv 

Conobbel, come prima alzo la fronte, 
Doralice, e mostrollo a Mandricardo, 
dicendo : Ecco il superbo Rodomonte, 
se non m'inganna di lontan lo sguardo. 
Per far teco battaglia cala il monte: 
or ti potra giovar Tesser gagliardo. 
Perduta avermi a grande ingiuria tiene, 
ch'era sua sposa, e a vendicar si viene. 



626 ORLANDO FURIOSO 

XCVI 

Qual buono astor che Panitra o Tacceggia, 
starna o Colombo o slmil altro augello 
venirsi incontra di lontano veggia, 
leva la testa e si fa lieto e bello; 
tal Mandricardo, come certo deggia 
di Rodomonte far strage e macello, 
con letizia e baldanza il destrier piglia, 
le staffe ai piedi, e da alia man la briglia. 

xcvn 

Quando vicini fur si, ch'udir chiare 
tra lor poteansi le parole altiere, 
con le mani e col capo a minacciare 
incomincio gridando il re d'Algiere, 
ch'a penitenza gli faria tornare, 
che per un temerario suo piacere 
non avesse rispetto a provocarsi 
lui ch'altamente era per vendicarsi. 

xcvm 

Rispose Mandricardo : Indarno tenta 
chi mi vuol impaurir per minacciarme: 
cosi fanciulli o femine spaventa, 
o altri che non sappia che sieno arme ; 
me non cui la battaglia piu talenta 
d'ogni riposo; e son per adoprarme 
a pie, a cavallo, armato e disarmato, 
sia alia campagna, o sia ne lo steccato. 

XCIX 

Ecco sono agli oltraggi, al grido, all'ire, 
al trar de' brandi, al crudel suon de 5 ferri; 
come vento che prima a pena spire, 
poi cominci a crollar frassini e cerri, 
et indi oscura polve in cielo aggire, 
indi gli arbori svella e case atterri, 
sommerga in mare, e porti ria tempesta 
che '1 gregge sparso uccida alia foresta. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 627 

C 

De 5 duo pagani senza pari in terra 
gli audacissimi cor, le forze estreme 
parturiscono colpi, et una guerra 
conveniente a si feroce seme. 
Del grande e orribil suon triema la terra, 
quando le spade son percosse insieme: 
gettano 1'arme insin al ciel scintille, 
anzi lampadi accese a mille a mille. 

ci 

Senza mai riposarsi o pigliar fiato 
dura fra quei duo re Faspra battaglia, 
tentando ora da questo, or da quel lato 
aprir le piastre e penetrar la rnaglia. 
Ne perde 1'un, ne 1'altro acquista il prato, 
ma come intorno sian fosse o muraglia, 
o troppo costi ogn'oncia di quel loco, 
non si parton d'un cerchio angusto e poco. 

CII 

Fra mille colpi il Tartaro una volta 
colse a duo mani in fronte il re d'Algiere; 
che gli fece veder girare in volta 
quante mai furon fiacole e lumiere. 
Come ogni forza alP African sia tolta, 
le groppe del destrier col capo fere: 
perde la staffa, et e, presente quella 
che cotant'ama, per uscir di sella. 

cm 

Ma come ben composto e valido arco 
di fmo acciaio in buona somma greve, 
quanto si china piu, quanto e piu carco, 
e piu lo sforzan martinelli e lieve; 
con tanto piu furor, quanto e poi scarco, 
ritorna, e fa piu mai che non riceve: 
cosi quello African tosto risorge, 
e doppio il colpo all'inimico porge. 



628 ORLANDO FURIOSO 

CIV 

Rodomonte a quel segno ove fu colto, 
colse a ptmto il figliol del re Agricane. 
Per questo non pote nuocergli al volto, 
ch'in difesa trovo 1'arme troiane; 
ma stordi in mo do il Tartaro, che molto 
non sapea s'era vespero o dimane. 
L'irato Rodomonte non s'arresta, 
che mena 1'altro, e pur segna alia testa. 

cv 

II cavallo del Tartaro, ch'aborre 
la spada che fischiando cala d'alto, 
al suo signor con suo gran mal soccorre, 
perche s'arretra per fuggir d'un salto: 
il brando in mezzo il capo gli trascorre, 
ch'al signor, non a lui, movea Tassalto. 
II miser non avea 1'elmo di Troia, 
come il patrone; onde convien che muoia. 

cvi 

Quel cade, e Mandricardo in piedi guizza, 
non piu stordito, e Durindana aggira. 
Veder morto il cavallo entro gli adizza, 
e fuor divampa un grave incendio d'ira. 
L' African, per urtarlo, il destrier drizza; 
ma non piu Mandricardo si ritira, 
che scoglio far soglia da Ponde: e awenne 
che 1 destrier cadde, et egli in pie si tenne. 

cvn 

L' African che mancarsi il destrier sente, 
lascia le staffe e sugli arcion si ponta, 
e resta in piedi e sciolto agevolmente: 
cosi Tun 1'altro poi di pari affronta. 
La pugna piu che mai ribolle ardente, 
e 1'odio e Tira e la superbia monta: 
et era per seguir; ma quivi giunse 
in fretta un messaggier che gli disgiunse. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 629 

CVIII 

Vi giunse un messaggier del popul Moro, 
di molti che per Francia eran mandati 
a richiamare agli stendardi loro 
i capitani e i cavallier privati; 
perche 1'imperator dai gigli d'oro 
gli avea gli alloggiamenti gia assediati; 
e se non e il soccorso a venir presto, 
1'eccidio suo conosce manifesto. 

cix 

Riconobbe il messaggio i cavallieri, 
oltre alPinsegne, oltre alle sopraveste, 
al girar de le spade, e ai colpi fieri 
ch'altre man non farebbeno che queste. 
Tra lor pero non osa entrar, che speri 
che fra tant'ira sicurta gli preste 
Fesser messo del re; ne si conforta 
per dir ch'imbasciator pena non porta. 

ex 

Ma viene a Doralice, et a lei narra 
ch'Agramante, Marsilio e Stordilano, 
con pochi dentro a mal sicura sbarra 
sono assediati dal popul cristiano. 
Narrato il caso, con prieghi ne inarra 
che faccia il tutto ai duo guerrieri piano, 
e che gli accordi insieme, e per lo scampo 
del popul saracin li meni in campo. 

CXI 

Tra i cavallier la donna di gran core 
si mette, e dice loro: lo vi comando, 
per quanto so che mi portate amore, 
che riserbiate a miglior uso il brando, 
e ne vegnate subito in favore 
del nostro campo saracino, quando 
si trova ora assediato ne le tende, 
e presto aiuto o gran ruina attende. 



630 ORLANDO FURIOSO 

CXII 

Indi il messo soggiunse il gran periglio 
dei Saracini, e narro il fatto a pieno; 
e diede insieme lettere del figlio 
del re Troiano al figlio d'Ulieno. 
Si piglia finalmente per consiglio 
che i duo guerrier, deposto ogni veneno, 
facciano insieme triegua fin al giorno 
che sia tolto Tassedio ai Mori intorno; 

CXIII 

e senza pm dimora, come pria 
liberate d'assedio abbian lor gente, 
non s'intendano aver piu compagnia, 
ma crudel guerra e inimicizia ardente, 
fin che con 1'arme diffinito sia 
chi la donna aver de* meritamente. 
Quella, ne le cui man giurato fue, 
fece la sicurta per amendue. 

cxiv 

Quivi era la Discordia impaziente, 
inimica di pace e d'ogni triegua; 
e la Superbia v'e, che non consente 
ne vuol patir che tale accordo segua. 
Ma piu di lor puo Amor quivi presente, 
di cui 1'alto valor nessuno adegua; 
e fe' ch'indietro, a colpi di saette, 
e la Discordia e la Superbia stette. 

cxv 

Fu conclusa la triegua fra costoro, 
si come piacque a chi di lor potea. 
Vi mancava uno dei cavalli loro, 
che morto quel del Tartaro giacea: 
per6 vi venne a tempo Brigliadoro, 
che le fresche erbe lungo il rio pascea. 
Ma al fin del canto io mi trovo esser giunto ; 
si ch'io faro, con vostra grazia, punto. 



CANTO VENTESIMOQUINTO 631 



CANTO VENTESIMOQUINTO 



I 

Oh gran contrasto in giovenil pensiero, 
desir di laude et impeto d'amore! 
ne chi piu vaglia, ancor si trova il vero; 
che resta or questo or quel superiore. 
Ne 1'uno ebbe e ne Taltro cavalliero 
quivi gran forza il debito e 1'onore; 
che Famorosa lite s'intermesse, 
fin che soccorso il campo lor s'avesse. 

II 

Ma piu ve Febbe Amor: che se non era 
che cosi commando la donna loro, 
non si sciogliea quella battaglia fiera, 
che Fun n'avrebbe il triunfale alloro; 
et Agramante invan con la sua schiera 
Faiuto avria aspettato di costoro. 
Dunque Amor sempre rio non si ritrova: 
se spesso nuoce, anco talvolta giova. 

in 

Or Funo e Faltro cavallier pagano, 
che tutti ha differiti i suoi litigi, 
va per salvar Fesercito africano 
con la donna gentil verso Parigi; 
e va con essi ancora il piccol nano 
che seguit6 del Tartaro i vestigi, 
fin che con lui condotto a fronte a fronte 
avea quivi il geloso Rodomonte. 



632 ORLANDO FURIOSO 

IV 

Capitaro in un prato ove a diletto 
erano cavallier sopra un ruscello, 
duo disarmati e duo ch'avean 1'elmetto, 
e una donna con lor di viso bello. 
Chi fosser quelli, altrove vi fia detto; 
or no, che di Ruggier prima favello, 
del buon Ruggier di cui vi fu narrato 
che lo scudo nel pozzo avea gittato. 

v 

Non e dal pozzo ancor lontano un miglio, 
che venire un corrier vede in gran fretta, 
di quei che manda di Troiano il figlio 
ai cavallieri onde soccorso aspetta; 
dal qual ode che Carlo in tal periglio 
la gente saracina tien ristretta, 
che se non e chi tosto le dia aita, 
tosto 1'onor vi lasciera o la vita. 

vi 

Fu da molti pensier ridutto in forse 
Ruggier, che tutti 1'assaliro a un tratto; 
ma qual per lo miglior dovesse torse, 
ne luogo avea ne tempo a pensar atto. 
Lascio andare il messaggio, e '1 freno torse 
la dove fu da quella donna tratto, 
ch'ad or ad or in modo egli affrettava, 
che nessun tempo d'indugiar le dava. 

VII 

Quindi seguendo il camin preso venne 
(gia declinando il sole) ad una terra 
che '1 re Marsilio in mezzo Francia tenne, 
tolta di man di Carlo in quella guerra. 
Ne al ponte ne alia porta si ritenne, 
che non gli niega alcuno il passo o serra, 
ben ch'intorno al rastrello e in su le fosse 
gran quantita d'uomini e d'arme fosse. 



CANTO VENTESIMOQUINTO 633 

VIII 

Perch'era conosciuta da la gente 
quella donzella ch'avea in compagnia, 
fu lasciato passar liberamente, 
ne domandato pure onde venia. 
Giunse alia piazza, e di fuoco lucente 
e plena la trovo di gente ria; 
e vide in mezzo star con viso smorto 
il giovine dannato ad esser morto. 

IX 

Ruggier come gli alzo gli occhi nel viso, 
che chino a terra e lacrimoso stava, 
di veder Bradamante gli fu aviso, 
tanto il giovine a lei rassimigliava. 
Piu dessa gli parea, quanto piu fiso 
al volto e alia persona il riguardava; 
e fra se disse : O questa e Bradamante, 
o ch'io non son Ruggier com' era inante. 

x 

Per troppo ardir si sara forse messa 
del garzon condennato alia difesa; 
e poi che mal la cosa 1'e successa, 
ne sara stata, come io veggo, presa. 
Deh perche tanta fretta, che con essa 
io non potei trovarmi a questa impresa? 
Ma Dio ringrazio che ci son venuto, 
ch'a tempo ancora io potro darle aiuto. 

XI 

E sanza piu indugiar la spada stringe 
(ch'avea all'altro castel rotta la lancia), 
e adosso il vulgo inerme il destrier spinge 
per Io petto, pei fianchi e per la pancia. 
Mena la spada a cerco, et a chi cinge 
la fronte, a chi la gola, a chi la guancia. 
Fugge il popul gridando; e la gran frotta 
resta o sciancata o con la testa rotta. 



634 ORLANDO FURIOSO 

XII 

Come stormo d'augei ch'in ripa a un stagno 

vola sicuro e a sua pastura attende, 

s'improviso dal ciel falcon grifagno 

gli da nel mezzo et un ne batte o prende, 

si sparge in fuga, ognun lascia il compagno, 

e de lo scampo suo cura si prende; 

cosi veduto avreste far costoro, 

tosto che J l buon Ruggier diede fra loro. 

XIII 

A quattro o sei dai colli i capi netti 
Iev6 Ruggier, ch'indi a fuggir fur lenti; 
ne divise altretanti infin ai petti, 
fin agli occhi infiniti e fin ai denti. 
Conciedero che non trovasse elmetti, 
ma ben di ferro assai cuffie lucenti: 
e s'elmi fini anco vi fosser stati, 
cosi gli avrebbe, o poco men, tagliati. 

XIV 

La forza di Ruggier non era quale 
or si ritrovi in cavallier moderno, 
ne in orso ne in leon ne in animale 
altro piu fiero, o nostrale od esterno. 
Forse il tremuoto le sarebbe uguale, 
forse il gran diavol; non quel de lo 'nferno, 
ma quel del mio signor, che va col fuoco 
ch'a cielo e a terra e a mar si fa dar loco. 

xv 

D'ogni suo colpo mai non cadea manco 
d'un uomo in terra, e le piu volte un paio ; 
e quattro a un colpo e cinque n'uccise anco, 
si che si venne tosto al centinaio. 
Tagliava il brando che trasse dal fianco, 
come un tenero latte, il duro acciaio. 
Falerina, per dar morte ad Orlando, 
fe' nel giardin d'Orgagna il crudel brando. 



CANTO VENTESIMOQUINTO 635 

XVI 

Averlo fatto poi ben le rincrebbe, 
che '1 suo giardin disfar vide con esso. 
Che strazio dunque, che ruina debbe 
far or ch'in man di tal guerriero e messo? 
Se mai Ruggier furor, se mai forza ebbe, 
se mai fu Falto suo valore espresso, 
qui Tebbe, il pose qui, qui fu veduto, 
sperando dare alia sua donna aiuto. 

XVII 

Qual fa la lepre contra i cani sciolti, 

facea la turba contra lui riparo. 

Quei che restaro uccisi, furo molti; 

furo infiniti quei ch'in fuga andaro. 

Avea la donna intanto i lacci tolti, 

ch'ambe le mani al giovine legaro; 

e come pote meglio, presto armollo, 

gli die una spada in mano e un scudo al collo. 

XVIII 

Egli che molto e offeso, piu che puote 
si cerca vendicar di quella gente: 
e quivi son si le sue forze note, 
che riputar si fa prode e valente. 
Gia avea attufato le dorate mote 
il Sol ne la marina d'occidente, 
quando Ruggier vittorioso e quello 
giovine seco uscir fuor del castello. 

XIX 

Quando il garzon sicuro de la vita 
con Ruggier si trov6 fuor de le porte, 
gli rende" molta grazia et infmita 
con gentil modi e con parole accorte, 
che non lo conoscendo a dargli aita 
si fosse messo a rischio de la morte; 
e preg6 che '1 suo nome gli dicesse, 
per sapere a chi tanto obligo avesse. 



636 ORLANDO FURIOSO 

XX 

Veggo dicea Ruggier la faccia bella 
e le belle fattezze e '1 bel sembiante, 
ma la suavita de la favella 
non odo gia de la mia Bradamante; 
ne la relazion di grazie e quella 
ch'ella usar debba al suo fedele amante. 
Ma se pur questa e Bradamante, or come 
ha si tosto in oblio messo il mio nome? 

XXI 

Per ben saperne il certo, accortamente 
Ruggier le disse: lo v'ho veduto altrove; 
et ho pensato e penso, e finalmente 
non so ne" posso ricordarmi dove. 
Ditemel voi, se vi ritorna a mente, 
e fate che '1 nome anco udir mi giove, 
acci6 che saper possa a cui mia aita 
dal fuoco abbia salvata oggi la vita. 

XXII 

Che voi m'abbiate visto esser potria, 
rispose quel che non so dove o quando : 
ben vo pel mondo anch'io la parte mia, 
strane aventure or qua or la cercando. 
Forse una mia sorella stata fia, 
che veste Parme e porta al lato il brando ; 
che nacque meco, e tanto mi somiglia, 
che non ne puo discerner la famiglia. 

XXIII 

N6 primo ne secondo ne ben quarto 
sete di quei ch'errore in ci6 preso hanno : 
ne '1 padre ne i fratelli ne chi a un parto 
ci produsse ambi, scernere ci sanno. 
Gli e ver che questo crin raccorcio e sparto 
ch'io porto, come gli altri uomini fanno, 
et il suo lungo e in treccia al capo awolta 
ci solea far gia differenzia molta: 



CANTO VENTESIMOQUINTO 637 

XXIV 

ma poi ch'un giorno ella ferita fu 

ixel capo (lungo saria a dirvi come), 

e per sanarla un servo di lesu 

a mezza orecchia le tagli6 le chiome, 

alcun segno tra noi non resto piu 

di differenzia, fuor che '1 sesso e '1 nome. 

Ricciardetto son io, Bradamante ella; 

io fratel di Rinaldo, essa sorella. 

xxv 

E se non v'increscesse I'ascoltarmi, 
cosa direi che vi faria stupire, 
la qual m'occorse per assimigliarmi 
a lei: gioia al principio e al fin martire. 
Ruggiero il qual piu graziosi carmi, 
piu dolce istoria non potrebbe udire, 
che dove alcun ricordo intervenisse 
de la sua donna, il prego si, che disse. 

XXVI 

Accadde a questi di, che pei vicini 
boschi passando la sorella mia, 
ferita da uno stuol de Saracini 
che senza Telmo la trovar per via, 
fu di scorciarsi astretta i lunghi crini, 
se sanar volse d'una piaga ria 
ch'avea con gran periglio ne la testa; 
e cosi scorcia err6 per la foresta. 

XXVII 

Errando giunse ad una ombrosa fonte; 
e perche afHitta e stanca ritrovosse, 
dal destrier scese e disarm6 la fronte, 
e su le tenere erbe addormentosse. 
Io non credo che fabula si conte, 
che piu di questa istoria bella fosse. 
Fiordispina di Spagna soprarriva, 
che per cacciar nel bosco ne veniva. 



638 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

E quando ritrovo la mia sirocchia 
tutta coperta d'arme, eccetto il viso, 
ch'avea la spada in luogo di conocchia, 
le fu vedere un cavalliero aviso. 
La faccia e le viril fattezze adocchia 
tanto, che se ne sente il cor conquiso; 
la invita a caccia, e tra Fombrose fronde 
lunge dagli altri al fin seco s'asconde. 

XXIX 

Poi che Tha seco in solitario loco 
dove non teme d'esser sopraggiunta, 
con atti e con parole a poco a poco 
le scopre il fisso cuor di grave punta. 
Con gli occhi ardenti e coi sospir di fuoco 
le mostra Talma di disio consunta. 
Or si scolora in viso, or si raccende; 
tanto s'arrischia, ch'un bacio ne prende. 

xxx 

La mia sorella avea ben conosciuto 
che questa donna in cambio Tavea tolta: 
ne dar poteale a quel bisogno aiuto, 
e si trovava in grande impaccio awolta. 
Gli e meglio dicea seco s'io rifiuto 
questa avuta di me credenza stolta, 
e s'io mi mostro ferrxina gentile, 
che lasciar riputarmi un uomo vile. 

XXXI 

E dicea il ver; ch'era viltade espressa, 
conveniente a un uom fatto di stucco, 
con cui si bella donna fosse messa, 
piena di dolce e di nettareo succo, 
e tuttavia stesse a parlar con essa, 
tenendo basse Tale come il cucco. 
Con modo accorto ella il parlar ridusse, 
che venne a dir come donzella fusse; 



CANTO VENTESIMOQXJINTO 639 

XXXII 

che gloria, qual gia Ippolita e Camilla, 
cerca ne Farme; e in Africa era nata 
in lito al mar ne la citta d'Arzilla, 
a scudo e a lancia da fanciulla usata. 
Per questo non si smorza una scintilla 
del fuoco de la donna inamorata. 
Questo rimedio alFalta piaga e tardo: 
tant'avea Amor cacciato inanzi il dardo. 

XXXIII 

Per questo non le par men bello il viso, 
men bel lo sguardo e men belli i costumi; 
per ci6 non torna il cor, che gia diviso 
da lei godea dentro gli amati lumi. 
Vedendola in quelFabito, 1'e aviso 
che puo far che '1 desir non. la consuml; 
e quando ch'ella e pur femina pensa, 
sospira e piange e mostra doglia 'imrnensa. 

xxxiv 

Chi avesse il suo ramarico e '1 suo pianto 
quel giorno udito, avria pianto con lei. 
Quai tormenti dicea furon rnai tanto 
crudel, che phi non sian crudeli i miei? 
D'ogn'altro amore, o scelerato o santo, 
il desiato fin sperar potrei; 
saprei partir la rosa da le spine: 
solo il mio desiderio & senza fine! 

xxxv 

Se pur volevi, Amor, darmi tormento 
che t'increscesse il mio felice stato, 
d'alcun martir dovevi star contento, 
che fosse ancor negli altri amanti usato. 
Ne tra gli uomini mai ne tra Tarrneiito, 
che femina ami femina ho trovato : 
non par la donna all'altre donne bella, 
ne a cervie cervia, n< all'agnelle agnella. 



640 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

In terra, in aria, in mar, sola son io 
che patisco da te si duro scempio ; 
e questo hai fatto accio che Terror mio 
sia ne Pimperio tuo Fultimo esempio. 
La moglie del re Nino ebbe disio, 
il figlio amando, scelerato et empio, 
e Mirra il padre, e la Cretense il toro: 
ma gli e phi folle il mio, ch'alcun dei loro. 

XXXVII 

La femina nel maschio fe' disegno, 
speronne il fine, et ebbelo, come odo: 
Pasife ne la vacca entro del legno, 
altre per altri mezzi e vario modo. 
Ma se volasse a me con ogni ingegno 
Dedalo, non potria scioglier quel nodo 
che fece il mastro troppo diligente, 
Natura d'ogni cosa piu possente. 

XXXVIII 

Cosi si duole e si consuma et ange 
la bella donna, e non s'accheta in fretta. 
Talor si batte il viso e il capel frange, 
e di se contra se cerca vendetta. 
La mia sorella per pieta ne piange, 
et e a sentir di quel dolor constretta. 
Del folle e van disio si studia trarla; 
ma non fa alcun profitto, e invano parla. 

XXXIX 

Ella ch'aiuto cerca e non conforto, 
sempre piu si lamenta e piu si duole. 
Era del giorno il t ermine ormai corto, 
che rosseggiava in occidente il sole, 
ora oportuna da ritrarsi in porto 
a chi la notte al bosco star non vuole: 
quando la donna invit6 Bradamante 
a questa terra sua poco distante. 



CANTO VENTESIMOQUINTO 641 

XL 

Non le seppe negar la mia sorella: 

e cosi insieme ne vennero al loco, 

dove la turba scelerata e fella 

posto m'avria, se tu non v'eri, al fuoco. 

Fece la dentro Fiordispina bella 

la mia sirocchia accarezzar non poco: 

e rivestita di feminil gonna, 

conoscer fe j a ciascun ch'ella era donna. 

XLI 

Pero che conoscendo che nessuno 
util traea da quel virile aspetto, 
non le parve anco di voler ch'alcuno 
biasmo di se per questo fosse detto: 
fello anco, accio che '1 mal ch'avea da 1'uno 
virile abito errando gia concetto, 
ora con Taltro, discoprendo il vero, 
provassi di cacciar fuor del pensiero. 

XLII 

Commune il letto ebbon la notte insieme, 
ma molto differente ebbon riposo; 
che 1'una dorme, e Paltra piange e geme 
che sempre il suo desir sia piu focoso. 
E se '1 sonno talor gli occhi le preme, 
quel breve sonno e tutto imaginoso: 
le par veder che J l ciel Tabbia concesso 
Bradamante cangiata in miglior sesso. 

XLI 1 1 

Come Tinfermo acceso di gran sete, 
s'in quella ingorda voglia s'addormenta, 
ne Pinterrotta e turbida quiete, 
d'ogn'acqua che mai vide si ramenta; 
cosi a costei di far sue voglie liete 
Timagine del sonno rappresenta. 
Si desta; e nel destar mette la mano, 
e ritrova pur sempre il sogno vano. 



642 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

Quanti prieghi la notte, quanti voti, 
ofFerse al suo Macone e a tutti i dei, 
che con miracoli apparent! e noti 
mutassero in miglior sesso costei! 
ma tutti vede andar d'effetto voti, 
e forse ancora il ciel ridea di lei. 
Passa la notte; e Febo il capo biondo 
traea del mare, e dava luce al mondo. 

XLV 

Poi che '1 di venne e che lasciaro il letto, 
a Fiordispina s'augumenta doglia; 
che Bradamante ha del partir gia detto, 
ch'uscir di questo impaccio avea gran voglia. 
La gentil donna un ottimo ginetto 
in don da lei vuol che partendo toglia, 
guernito d'oro, et una sopravesta 
che riccamente ha di sua man contesta. 

XLVI 

Accompagnolla un pezzo Fiordispina, 
poi fe* piangendo al suo castel ritorno. 
La mia sorella si ratto camina, 
che venne a Montalbano anco quel giorno. 
Noi suoi fratelli e la madre meschina 
tutti le siamo festeggiando intorno; 
che di lei non sentendo, avuto forte 
dubbio e tema avevan de la sua morte. 

XL VII 

Mirammo (al trar de Pelmo) al mozzo crine, 

ch'intorno al capo prima s'avolgea; 

cosi le sopraveste peregrine 

ne fer maravigliar, ch'indosso avea. 

Et elk il tutto dal principio al fine 

narronne, come dianzi io vi dicea: 

come ferita fosse al bosco, e come 

lasciasse, per guarir, le belle chiome; 



CANTO VENTESIMOQUINTO 643 

XLVIII 

e come poi dormendo in ripa alPacque, 
la bella cacciatrice sopragiunse, 
a cui la falsa sua sembianza piacque; 
e come da la schiera la disgiunse. 
Del lamento di lei poi nulla tacque, 
che di pietade I'anima ci punse; 
e come alloggio seco, e tutto quello 
che fece fin che ritorn6 al castello. 

XLIX 

Di Fiordispina gran notizia ebb'io, 
ch'in Siragozza e gia la vidi in Francia; 
e piacquer molto alFappetito mio 
i suoi begli occhi e la polita guancia: 
ma non lasciai fermarvisi il disio, 
che Pamar senza speme e sogno e ciancia. 
Or quando in tal ampiezza mi si porge, 
Pantiqua fiamma subito risorge. 

L 

Di questa speme Amore ordisce i nodi; 
che d'altre fila ordir non li potea: 
onde mi piglia, e mostra insieme i modi 
che da la donna avrei quel ch'io chiedea. 
A succeder saran facil le frodi; 
che come spesso altri ingannato avea 
la simiglianza c'ho di mia sorella, 
forse anco ingannera questa donzella. 

LI 

Faccio o nol faccio? Al fin mi par che buono 

sempre cercar quel che diletti sia. 

Del mio pensier con altri non ragiono, 

n6 vo j ch'in ci6 consiglio altri mi dia. 

lo vo la notte ove quelFarme sono 

che s'avea tratte la sorella mia: 

tolgole, e col destrier suo via camino; 

ne sto aspettar che luca il matutino. 



644 ORLANDO FURIOSO 

LII 

lo me ne vo la notte (Amore e duce) 
a ritrovar la bella Fiordispina; 
e v'arrivai che non era la luce 
del sole ascosa ancor ne la marina. 
Beato e chi correndo si conduce 
prima degli altri a dirlo alia regina, 
da lei sperando per 1'annunzio buono 
acquistar grazia e riportarne dono. 

LIII 

Tutti m'aveano tolto cosi in fallo, 
com'hai tu fatto ancor, per Bradamante; 
tanto piu che le vesti ebbi e '1 cavallo 
con che partita era ella il giorno inante. 
Vien Fiordispina di poco intervallo 
con feste incontra e con carezze tante, 
e con si allegro viso e si giocondo, 
che piu gioia mostrar non potria al mondo. 

LIV 

Le belle braccia al collo indi mi getta, 
e dolcemente stringe, e bacia in bocca. 
Tu puoi pensar s'allora la saetta 
dirizzi Amor, s'in mezzo il cor mi tocca. 
Per man mi piglia, e in camera con fretta 
mi mena; e non ad altri ch'a lei tocca 
che da Felmo allo spron Parme mi slacci; 
e nessun altro vuol che se n'impacci. 

LV 

Poi fattasi arrecare una sua veste 
adorna e ricca, di sua man la spiega, 
e come io fossi femina mi veste, 
e in reticella d'oro il crin mi lega. 
Io muovo gli occhi con maniere oneste, 
ne ch'io sia donna alcun mio gesto niega. 
La voce ch'accusar mi potea forse, 
si ben usai, ch'alcun non se n'accorse. 



CANTO VENTESIMOQUINTO 645 

LVI 

Uscimmo poi la dove erano molte 
persone in sala, e cavallieri e donne, 
dai quali fummo con 1'onor raccolte, 
ch'alle regine fassi e gran madonne. 
Quivi d'alcuni mi risi io piu volte, 
che non sappiendo cio che sotto gonne 
si nascondesse valido e gagliardo, 
mi vagheggiavan con lascivo sguardo. 

LVII 

Poi che si fece la notte piu grande, 
e gia un pezzo la mensa era levata, 
la mensa che fu d'ottime vivande, 
secondo la stagione, apparecchiata; 
non aspetta la donna ch'io domande 
quel che m'era cagion del venir stata: 
ella m'invita, per sua cortesia, 
che quella notte a giacer seco io stia, 

LVIII 

Poi che donne e donzelle ormai levate 
si furo, e paggi e camerieri intorno, 
essendo ambe nel letto dispogliate, 
coi torchi accesi che parea di giorno, 
io cominciai: Non vi maravigliate, 
madonna, se si tosto a voi ritorno; 
che forse v'andavate imaginando 
di non mi riveder fin Dio sa quando. 

LIX 

Dir6 prima la causa del partire, 
poi del ritorno Tudirete ancora. 
Se '1 vostro ardor, madonna, intiepidire 
potuto avessi col mio far dimora, 
vivere in vostro servizio e morire 
voluto avrei, ne" starne senza un'ora; 
ma visto quanto il mio star vi nocessi, 
per non poter far meglio, andare elessi. 



646 ORLANDO FURIOSO 

LX 

Fortuna mi tiro fuor del camino 
in mezzo un bosco d'intricati rami, 
dove odo un grido risonar vicino, 
come di donna che soccorso chiami. 
Vaccorro, e sopra un lago cristallino 
ritrovo un fauno ch'avea preso agli ami 
in mezzo 1'acqua una donzella nuda, 
e mangiarsi, il crudel, la volea cruda. 

LXI 

Cola mi trassi, e con la spada in mano 
(perch 5 aiutar non la potea altrimente) 
tolsi di vita il pescator villano : 
ella salto ne Pacqua immantinente. 
"Non m'avrai" disse "dato aiuto invano: 
ben ne sarai premiato e riccamente 
quanto chieder saprai, perche son ninfa 
che vivo dentro a questa chiara linfa; 

LXII 

et ho possanza far cose stupende, 
e sforzar gli element! e la natura. 
Chiedi tu, quanto il mio valor s'estende, 
poi lascia a me di satisfarti cura. 
Dal ciel la luna al mio cantar discende, 
s'agghiaccia il fuoco, e Taria si fa dura; 
et ho talor con semplici parole 
mossa la terra, et ho fermato il sole." 

LXIII 

Non le domando a questa offerta unire 
tesor, ne dominar populi e terre, 
ne in piu virtu ne in piu vigor salire, 
ne vincer con onor tutte le guerre; 
ma sol che qualche via donde il desire 
vostro s'adempia, mi schiuda e disserre: 
ne piu le domando un ch'un altro effetto, 
ma tutta al suo giudicio mi rimetto. 



CANTO VENTESIMOQUINTO 647 

LXIV 

Ebbile a pena mia domanda esposta, 
ch'un'altra volta la vidi attuffata; 
ne fece al mio parlare altra risposta, 
che di spruzzar ver me Facqua incantata: 
la qual non prima al viso mi s'accosta, 
ch'io (non so come) son tutta mutata. 
lo '1 veggo, io '1 sento, e a pena vero parmi: 
sento in maschio di femina mutarmi. 

LXV 

E se non fosse che senza dimora 
vi potete chiarir, nol credereste : 
e qual nell'altro sesso, in questo ancora 
ho le mie voglie ad ubbidirvi preste. 
Commandate lor pur, che fieno or ora 
e sempremai per voi vigile e deste. 
Cosi le dissi; e feci ch'ella istessa 
trov6 con man la veritade espressa. 

LXVI 

Come interviene a chi gia fuor di speme 
di cosa sia che nel pensier molt'abbia, 
che mentre piu d'esserne privo geme, 
piu se n'afflige e se ne strugge e arrabbia; 
se ben la trova poi, tanto gli preme 
Paver gran tempo seminato in sabbia, 
e la disperazion Pha si male uso, 
che non crede a se stesso, e sta confuso: 

LXVII 

cosi la donna, poi che tocca e vede 
quel di ch'avuto avea tanto desire, 
agli occhi, al tatto, a se stessa non crede, 
e sta dubbiosa ancor di non dormire; 
e buona prova bisogn6 a far fede 
che sentia quel che le parea sentire. 
Fa, Dio,)> disse ella ccse son sogni questi, 
ch'io dorma sempre, e mai piu non mi desti. 



648 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

Non rumor di tamburi o suon di trombe 
furon principio all' amoroso assalto, 
ma baci ch'imitavan le colombe, 
davan segno or di gire, or di fare alto. 
Usammo altr'arme che saette o frombe. 
lo senza scale in su la rocca salto 
e lo stendardo piantovi di botto, 
e la nimica mia mi caccio sotto. 

LXIX 

Se fu quel letto la notte dinanti 

pien di sospiri e di querele gravi, 

non stette 1'altra poi senza altretanti 

risi, feste, gioir, giochi soavi. 

Non con piu nodi i flessuosi acanti 

le colonne circondano e le travi, 

di quelli con che noi legammo stretti 

e colli e fianchi e braccia e gambe e petti. 

LXX 

La cosa stava tacita fra noi, 
si che duro il piacer per alcun mese: 
pur si trovo chi se n'accorse poi, 
tanto che con mio danno il re lo 'ntese. 
Voi che mi liberaste da quei suoi 
che ne la piazza avean le fiamme accese, 
comprendere oggimai potete il resto; 
ma Dio sa ben con che dolor ne resto. 

LXXI 

Cosi a Ruggier narrava Ricciardetto, 
e la notturna via facea men grave, 
salendo tuttavia verso un poggietto 
cinto di ripe e di pendici cave. 
Un erto calle e pien di sassi e stretto 
apria il camin con faticosa chiave. 
Sedea al sommo un castel detto Agrismonte, 
ch'ave' in guardia Aldigier di Chiaramonte. 



CANTO VENTESIMOQUINTO 649 

LXXII 

Di Buovo era costui figliuol bastardo, 
fratel di Malagigi e di Viviano: 
chi legitimo dice di Gherardo, 
e testimonio temerario e vano. 
Fosse come si voglia, era gagliardo, 
prudente, liberal, cortese, umano; 
e facea quivi le fraterne mura 
la notte e il di guardar con buona cura. 

LXXIII 

Raccolse il cavallier cortesemente, 
come dovea, il cugin suo Ricciardetto, 
ch'amo come fratello; e parimente 
fu ben visto Ruggier per suo rispetto. 
Ma non gli usci gia incontra allegramente, 
come era usato, anzi con tristo aspetto, 
perch'uno aviso il giorno avuto avea, 
che nel viso e nel cor mesto il facea. 

LXXIV 

A Ricciardetto in cambio di saluto 
disse: Fratello, abbian nuova non buona. 
Per certissimo messo oggi ho saputo 
che Bertolagi iniquo di Baiona 
con Lanfusa crudel s'e convenuto, 
che preziose spoglie esso a lei dona, 
et essa a lui pon nostri frati in mano, 
il tuo bon Malagigi e il tuo Viviano. 

LXXV 

Ella dal di che Ferrau li prese, 

gli ha ognor tenuti in loco oscuro e fello, 

fin che '1 brutto contratto e discortese 

n'ha fatto con costui di ch'io favello. 

Gli de s mandar domane al Maganzese 

nei confin tra Baiona e un suo castello. 

Verra in persona egli a pagar la mancia 

che compra il miglior sangue che sia in Francia. 



650 ORLANDO FURIOSO 

LXXVI 

Rinaldo nostro n'ho avisato or ora, 
et ho cacciato il messo di galoppo; 
ma non mi par ch'arrivar possa ad ora 
che non sia tarda, che '1 camino e troppo. 
lo non ho meco gente da uscir fuora: 
1'animo e pronto, ma il potere e zoppo. 
Se gli ha quel traditor, li fa morire: 
si che non so che far, non so che dire. 

LXXVII 

La dura nuova a Ricciardetto spiace; 
e perche spiace a lui, spiace a Ruggiero, 
che poi che questo e quel vede che tace, 
ne tra' profitto alcun del suo pensiero, 
disse con grande ardir: Datevi pace: 
sopra me quest'impresa tutta chero; 
e questa mia varra per mille spade 
a riporvi i fratelli in libertade. 

LXXVIII 

lo non voglio altra gente, altri sussidi, 
ch'io credo bastar solo a questo fatto; 
io vi domando solo un che mi guidi 
al luogo ove si dee fare il baratto. 
Io vi far6 sin qui sentire i gridi 
di chi sara presente al rio contratto. 
Cosi dicea; ne dicea cosa nuova 
all'un de j dui, che n'avea visto pruova. 

LXXIX 

L'altro non 1'ascoltava, se non quanto 
s'ascolti un ch'assai parli e sappia poco: 
ma Ricciardetto gli narro da canto 
come fu per costui tratto del fuoco; 
e ch'era certo che maggior del vanto 
faria veder 1'erTetto a tempo e a loco. 
Gli diede allor udienza piu che prima, 
e riverillo, e fe' di lui gran stima. 



CANTO VENTESIMOQUINTO 651 

LXXX 

Et alia mensa, ove la Copia fuse 
il corno, Tonor6 come suo donno. 
Quivi senz'altro aiuto si concluse 
che liberare i duo fratelli ponno. 
Intanto sopravenne e gli occhi chiuse 
ai signori e ai sergenti il pigro Sonno, 
fuor ch'a Ruggier; che per tenerlo desto 
gli punge il cor sempre un pensier molesto. 

LXXXI 

L'assedio d'Agramante ch'avea il giorno 
udito dal corrier, gli sta nel core. 
Ben vede ch'ogni minimo soggiorno 
che faccia d'aiutarlo, e suo disnore. 
Quanta gli sara infamia, quanto scorno, 
se coi nemici va del suo signore! 
Oh come a gran viltade, a gran delitto, 
battezzandosi alor, gli sara ascritto! 

LXXXII 

Potria in ogn'altro tempo esser creduto 
che vera religion Pavesse mosso; 
ma ora che bisogna col suo aiuto 
Agramante d'assedio esser riscosso, 
piu tosto da ciascun sara tenuto 
che timore e vilta 1'abbia percosso, 
ch'alcuna opinion di miglior fede: 
questo il cor di Ruggier stimula e fiede. 

LXXXIII 

Che s'abbia da partire anco lo punge 

senza licenzia de la sua regina. 

Quando questo pensier, quando quel giunge, 

che '1 dubio cor diversamente inchina. 

Gli era F aviso riuscito lunge 

di trovarla al castel di Fiordispina, 

dove insieme dovean, come ho gia detto, 

in soccorso venir di Ricciardetto. 



652 ORLANDO FURIOSO 

LXXXIV 

Poi gli sovien ch'egli le avea promesso 
di seco a Vallombrosa ritrovarsi. 
Pensa ch'andar v'abbi ella, e quivi d'esso 
che non vi trovi poi, maravigliarsi. 
Potesse almen mandar lettera o messo, 
si ch'ella non avesse a lamentarsi 
che, oltre ch'egli mal le avea ubbidito, 
senza far motto ancor fosse partito. 

LXXXV 

Poi che piu cose imaginate s'ebbe, 
pensa scriverle al fin quanto gli accada; 
e ben ch'egli non sappia come debbe 
la lettera inviar, si che ben vada, 
non per6 vuol restar; che ben potrebbe 
alcun messo fedel trovar per strada. 
Piu non s'indugia, e salta de le piume: 
si fa dar carta, inchiostro, penna e lume. 

LXXXVI 

I camarier discreti et aveduti 
arrecano a Ruggier cio che commanda. 
Egli comincia a scrivere, e i saluti 
(come si suol) nei primi versi manda: 
poi narra degli avisi che venuti 
son dal suo re, ch'aiuto gli domanda; 
e se Pandata sua non e ben presta, 
o morto o in man degli nimici resta. 

LXXXVII 

Poi seguita, ch'essendo a tal partito, 
e ch'a lui per aiuto si volgea, 
vedesse ella che '1 biasmo era infinite 
s'a quel punto negar gli lo volea; 
e ch'esso, a lei dovendo esser marito, 
guardarsi da ogni macchia si dovea; 
che non si convenia con lei, che tutta 
era sincera, alcuna cosa brutta. 



CANTO VENTESIMOQUINTO 653 

LXXXVIII 

E se mai per adietro un nome chiaro, 
ben oprando, cerco di guadagnarsi; 
e guadagnato poi, se avuto caro, 
se cercato 1'avea di conservarsi; 
or lo cercava, e n'era fatto avaro, 
poi che dovea con lei participarsi, 
la qual sua moglie, e totalmente in dui 
corpi esser dovea un'anima con lui. 

LXXXIX 

E si come gia a bocca le avea detto, 
le ridicea per questa carta ancora: 
finito il tempo in che per fede astretto 
era al suo re, quando non prima muora, 
che si fara cristian cosi d'effetto, 
come di buon voler stato era ogni ora; 
e ch'al padre e a Rinaldo e agli altri suoi 
per moglie domandar la fara poi. 

xc 

(c Voglio, le soggiungea quando vi piaccia, 
1'assedio al mio signor levar d'intorno, 
accio che 1'ignorante vulgo taccia, 
il qual direbbe, a mia vergogna e scorno : 
* 'Ruggier, mentre Agramante ebbe bonaccia, 
mai non 1'abandono notte ne giorno; 
or che Fortuna per Carlo si piega, 
egli col vincitor Finsegna spiega." 

xci 

Voglio quindici di t ermine o venti, 
tanto che comparir possa una volta, 
si che degli africani alloggiamenti 
la grave ossedion per me sia tolta. 
Intanto cercher6 convenienti 
cagioni, e che sian giuste, di dar volta. 
lo vi domando per mio onor sol questo: 
tutto poi vostro e di mia vita il resto. 



654 ORLANDO FURIOSO 

XCII 

In simili parole si diffuse 

Ruggier, che tutte non so dirvi a pieno ; 

e segui con molt'altre, e non concluse 

fin che non vide tutto il foglio pieno; 

e poi piego la lettera e la chiuse, 

e suggellata se la pose in seno, 

con speme che gli occorra il di seguente 

chi alia donna la dia secretamente. 

XCIII 

Chiusa ch'ebbe la lettera, chiuse anco 

gli occhi sul letto, e ritrovc- quiete; 

che '1 Sonno venne, e sparse il corpo stanco 

col ramo intinto nel liquor di Lete:- 

e pos6 fin ch'un nembo rosso e bianco 

di fiori sparse le contrade liete 

del lucido oriente d'ogn'intorno, 

et indi usci de 1'aureo albergo il giorno. 

xciv 

E poi ch'a salutar la nuova luce 
pei verdi rarai incominciar gli augelli, 
Aldigier che voleva essere il duce 
di Ruggiero e de Taltro, e guidar quelli 
ove faccin che dati in mano al truce 
Bertolagi non siano i duo fratelli, 
fu 7 1 primo in piede; e quando sentir lui, 
del letto usciro anco quegli altri dui. 

xcv 

Poi che vestiti furo e bene armati, 
coi duo cugin Ruggier si mette in via, 
gia molto indarno avendoli pregati 
che questa impresa a lui tutta si dia; 
ma essi, pel desir c'han de' lor frati, 
e perch6 lor parea discortesia, 
steron negando piu duri che sassi, 
ne consentiron mai che solo andassi. 



CANTO VENTESIMOQUINTO 655 

XCVI 

Giunsero al loco il di che si dovea 

Malagigi mutar nei carriaggi. 

Era un'ampla campagna che giacea 

tutta scoperta agli apollinei raggi. 

Quivi ne allot ne mirto si vedea, 

ne cipressi ne frassini ne faggi, 

ma nuda ghiara, e qualche umil virgulto 

non mai da marra o mai da vomer culto. 

xcvu 

I tre guerrieri arditi si fermaro 
dove un sentier fendea quella pianura; 
e giunger quivi un cavallier miraro 
ch'avea d'oro fregiata Farmatura, 
e per insegna in campo verde il raro 
e bello augel che piu d'un secol dura. 
Signer, non piu, che giunto al fin mi veggio 
di questo canto, e riposarmi chieggio. 



656 ORLANDO FURIOSO 



CANTO VENTESIMOSESTO 



I 

Cortesi donne ebbe 1'antiqua etade, 
che le virtu, non le ricchezze, amaro: 
al tempo nostro si ritrovan rade 
a cui piu del guadagno altro sia caro. 
Ma quelle che per lor vera bontade 
non seguon de le piu lo stile avaro, 
vivendo degne son d'esser contente; 
gloriose e immortal poi che fian spente. 

II 

Degna d'eterna laude e Bradamante, 
che non amo tesor, non am6 impero, 
ma la virtu, ma l'animo prestante, 
ma Talta gentilezza di Ruggiero; 
e merito che ben le fosse amante 
un cosi valoroso cavalliero, 
e per piacere a lei facesse cose 
nei secoli avenir miracolose. 

in 

Ruggier, come di sopra vi fu detto, 
coi duo di Chiaramonte era venuto, 
dico con Aldigier, con Ricciardetto, 
per dare ai duo fratei prigioni aiuto. 
Vi dissi ancor che di superbo aspetto 
venire un cavalliero avean veduto, 
che portava Paugel che si rinuova, 
e sempre unico al mondo si ritrova. 



CANTO VENTESIMOSESTO 657 

IV 

Come di questi il cavalier s'accorse, 
che stavan per ferir quivi su 1'ale, 
in prova disegn6 di voler porse, 
s'alla sembianza avean virtude uguale. 

di voi disse loro alcuno forse 
che provar voglia chi di noi piu vale 

a' colpi o de la lancia o de la spada, 
fin che Tun resti in sella e Faltro cada? 

v 

Farei disse Aldigier teco, o volessi 
menar la spada a cerco, o correr Pasta; 
ma un'altra impresa, che se qui tu stessi 
veder potresti, questa in modo guasta, 
ch'a parlar teco, non che ci traessi 

a correr giostra, a pena tempo basta: 
seicento uomini al varco, o piu, attendiamo, 
coi qua' d'oggi provarci obligo abbiamo. 

VI 

Per tor lor duo de' nostri che prigioni 
quinci trarran, pietade e amor n'ha mosso. 
E seguit6 narrando le cagioni 
che li fece venir con 1'arme indosso. 

Si giusta e questa escusa che m'opponi, 
disse il guerrier che contradir non posso; 
e fo certo giudicio che voi siate 

tre cavallier che pochi pari abbiate. 

VII 

lo chiedea un colpo o dui con voi scontrarme, 

per veder quanto fosse il valor vostro; 

ma quando all'altrui spese dimostrarme 

lo vogliate, mi basta, e piu non giostro. 

Vi priego ben, che por con le vostr'arme 

^uest'elmo io possa e questo scudo nostro; 

e spero dimostrar, se con voi vegno, 

che di tal compagnia non sono indegno. 



658 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Parmi veder ch'alcun saper desia 
il nome di costui, che quivi giunto 
a Ruggiero e a' compagni si offeria 
compagno d'arme al periglioso punto. 
Costei (non piu costui detto vi sia) 
era Marfisa che diede Passunto 
al misero Zerbin de la ribalda 
vecchia Gabrina ad ogni mal si calda. 

IX 

I duo di Chiaramonte e il buon Ruggiero 
Paccettar volentier ne la lor schiera, 
ch'esser credeano certo un cavalliero, 
e non donzella, e non quella ch'ella era. 
Non molto dopo scoperse Aldigiero 
e veder fe' ai compagni una bandiera 
che facea Paura tremolare in volta, 
e molta gente intorno avea raccolta. 



E poi che piu lor fur fatti vicini, 
e che meglio notar Pabito moro, 
conobbero che gli eran Saracini, 
e videro i prigioni in mezzo a loro 
legati e tratti su piccol ronzini 
a j Maganzesi, per cambiarli in oro. 
Disse Marfisa agli altri : Ora che resta, 
poi che son qui, di cominciar la festa? 

XI 

Ruggier rispose : GPinvitati ancora 
non ci son tutti, e manca una gran parte. 
Gran ballo s'apparecchia di fare ora; 
e perche sia solenne, usiamo ogn'arte: 
ma far non ponno omai lunga dimora. 
Cosi dicendo, veggono in disparte 
venire i traditori di Maganza: 
si ch'eran presso a cominciar la danza. 



CANTO VENTESIMOSESTO 659 

XII 

Giungean da 1'una parte i Maganzesi, 
e conducean con loro i muli carchi 
d'oro e di vesti e d'altri ricchi arnesi; 
da 1'altra in mezzo a lance, spade et archi, 
venian dolenti i duo germani presi, 
che si vedeano essere attesi ai varchi: 
e Bertolagi, empio inimico loro, 
udian parlar col capitano Moro. 

XIII 

Ne di Buovo il figliuol ne quel d'Amone, 
veduto il Maganzese, indugiar puote: 
la lancia in resta Tuno e 1'altro pone, 
e Puno e Taltro il traditor percuote. 
L'un gli passa la pancia e '1 primo arcione, 
e 1'altro il viso per mezzo le gote. 
Cosi n'andasser pur tutti i malvagi, 
come a quei colpi n'and6 Bertolagi. 

XIV 

Marfisa con Ruggiero a questo segno 
si muove, e non aspetta altra trombetta; 
n6 prima rompe 1'arrestato legno, 
che tre Tun dopo 1'altro in terra getta. 
De 1'asta di Ruggier fu il pagan degno, 
che guid6 gli altri, e usci di vita in fretta; 
e per quellst medesima con lui 
uno et un altro and6 nei regni bui. 

xv 

Di qui nacque un error tra gli assaliti, 
che lor caus6 lor ultima ruina. 
Da un lato i Maganzesi esser traditi 
credeansi da la squadra saracina; 
da 1'altro i Mori in tal modo feriti, 
1'altra schiera chiamavano assassina: 
e tra lor cominciar con fiera clade 
a tirare archi e a menar lancie e spade. 



660 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Salta ora in questa squadra et ora in quella 
Ruggiero, e via ne toglie or dieci or venti: 
altritanti per man de la donzella 
di qua e di la ne son scemati e spenti. 
Tanti si veggon gir morti di sella, 
quanti ne toccan le spade taglienti, 
a cui dan gli elmi e le corazze loco, 
come nel bosco i secchi legni al fuoco. 

XVII 

Se mai d'aver veduto vi raccorda, 
o rapportato v'ha fama aU'orecchie, 
come allor che '1 collegio si discorda, 
e vansi in aria a far guerra le pecchie, 
entri fra lor la rondinella ingorda, 
e mangi e uccida e guastine parecchie ; 
dovete imaginar che similmente 
Ruggier fosse e Marfisa in quella gente. 

XVIII 

Non cosi Ricciardetto e il suo cugino 
tra le due genti variavan danza, 
per che, lasciando il campo saracino, 
sol tenean 1'occhio all'altro di Maganza. 
II fratel di Rinaldo paladino 
con molto animo avea molta possanza, 
e quivi raddoppiar glie la facea 
Todio che contra ai Maganzesi avea. 

XIX 

Facea parer questa medesma causa 
un leon fiero il bastardo di Buovo, 
che con la spada senza indugio e pausa 
fende ogn'elmo, o lo schiaccia come un ovo. 
E qual persona non saria stata ausa, 
non saria comparita un Ett6r nuovo, 
Marfisa avendo in compagnia e Ruggiero, 
ch'eran la scelta e '1 fior d'ogni guerriero ? 



CANTO VENTESIMOSESTO 66l 

XX 

Marfisa tuttavolta combattendo, 
spesso ai compagni gli occhi rivoltava; 
e di lor forza paragon vedendo, 
con maraviglia tutti li lodava: 
ma di Ruggier pur il valor stupendo 
e senza pari al mondo le sembrava; 
e talor si credea che fosse Marte 
sceso dal quinto cielo in quella parte. 

XXI 

Mirava quelle orribili percosse, 
miravale non mai calare in fallo: 
parea che contra Balisarda fosse 
il ferro carta e non duro metallo. 
Gli elmi tagliava e le corazze grosse, 
e gli uomini fendea fin sul cavallo, 
e li mandava in parte uguali al prato, 
tanto da Fun quanto da Faltro lato. 

XXII 

Continuando la medesma botta, 
uccidea col signore il cavallo anche. 

I capi dalle spalle alzava in frotta, 
e spesso i busti dipartia da Tanche. 
Cinque e piu a un colpo ne tagli6 talotta: 
e se non che pur dubito che manche 
credenza al ver c'ha faccia di menzogna, 
di piu direi; ma di men dir bisogna. 

XXIII 

II buon Turpin, che sa che dice il vero, 
e lascia creder poi quel ch'a Puom piace, 
narra mirabil cose di Ruggiero, 
ch'udendolo il direste voi mendace. 
Cosi parea di ghiaccio ogni guerriero 
contra Marfisa, et ella ardente face; 

e non men di Ruggier gli occhi a s6 trasse, 
ch'ella di lui Falto valor mirasse. 



662 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

E s'ella lui Marte stimato avea, 
stimato egli avria lei forse Bellona, 
se per donna cosi la conoscea, 
come parea il contrario alia persona. 
E forse emulazion tra lor nascea 
per quella gente misera, non buona, 
ne la cui carne e sangue e nervi et ossa 
fan prova chi di loro abbia piu possa. 

xxv 

Basto di quattro Tanimo e il valore 
a far ch'un campo e 1'altro andasse rotto. 
Non restava arme, a chi fuggia, migliore 
che quella che si porta piu di sotto. 
Beato chi il cavallo ha corridore, 
ch'in prezzo non e quivi ambio ne trotto; 
e chi non ha destrier, quivi s'avede 
quanto il mestier de 1'arme e tristo a piede. 

XXVI 

Riman la preda e '1 campo ai vincitori, 
che non e fante o mulatier che resti. 
La Maganzesi, e qua fuggono i Mori : 
quei lasciano i prigion, le some questi. 
Furon, con lieti visi e piu coi cori, 
Malagigi e Viviano a scioglier presti ; 
non fur men diligenti a sciorre i paggi, 
e por le some in terra e i carriaggi. 

XXVII 

Oltre una buona quantita d'argento 
ch'in diverse vasella era formato, 
et alcun muliebre vestimento 
di lavoro bellissimo fregiato, 
e per stanze reali un paramento 
d'oro e di seta in Fiandra lavorato, 
et altre cose ricche in copia grande; 
fiaschi di vin trovar, pane e vivande. 



CANTO VENTESIMOSESTO 663 

XXVIII 

Al trar degli elmi, tutti vider come 
avea lor dato aiuto una donzella: 
fu conosciuta all'auree crespe chiorne 
et alia faccia delicata e bella. 
L'onoran molto, e pregano che J l nome 
di gloria degno non asconda; et ella, 
che sempre tra gli amici era cortese, 
a dar di se notizia non contese. 

XXIX 

Non si ponno saziar di riguardarla; 
che tal vista Favean ne la battaglia. 
Sol mira ella Ruggier, sol con lui parla: 
altri non prezza, altri non par che vaglia. 
Vengono i send intanto ad invitarla 
coi compagni a goder la vettovaglia, 
ch'apparecchiata avean sopra una fonte 
che difendea dal raggio estivo un monte. 

XXX 

Era una de le fonti di Merlino, 
de le quattro di Francia da lui fatte, 
d'intorno cinta di bel marmo fino, 
lucido e terso, e bianco piu che latte. 
Quivi d' intaglio con lavor divino 
avea Merlino imagini ritratte: 
direste che spiravano e, se prive 
non fossero di voce, ch'eran vive. 

XXXI 

Quivi una bestia uscir de la foresta 
. parea, di crudel vista, odiosa e brutta, 
ch'avea Porecchie d'asino, e la testa 
di lupo e i denti, e per gran fame asciutta: 
branche avea di leon; Taltro che resta, 
tutto era volpe; e parea scorrer tutta 
e Francia e Italia e Spagna et Inghelterra, 
TEuropa e PAsia, e al fin tutta la terra. 



664 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Per tutto avea genti ferite e morte, 
la bassa plebe e i piu superbi capi: 
anzi nuocer parea molto piu forte 
a re, a signori, a principi, a satrapi. 
Peggio facea ne la romana corte, 
che v'avea uccisi cardinali e papi: 
contaminate avea la bella sede 
di Pietro, e messo scandol ne la fede. 

xxxni 

Par che dinanzi a questa bestia orrenda 
cada ogni muro, ogni ripar che tocca. 
Non si vede citta che si difenda: 
se Papre incontra ogni castello e rocca. 
Par che agli onor divini anco s'estenda, 
e sia adorata da la gente sciocca, 
e che le chiavi s'arroghi d'avere 
del cielo e de Fabisso in suo potere. 

xxxiv 

Poi si vedea d'imperiale alloro 
cinto le chiome un cavallier venire 
con tre giovini a par, che i gigli d'oro 
tessuti avean nel lor real vestire; 
e con insegna simile con loro 
parea un leon contra quel mostro uscire : 
avean lor nomi chi sopra la testa, 
e chi nel lembo scritto de la vesta. 

xxxv 

L'un ch'avea fin a 1'elsa ne la pancia 
la spada immersa alia maligna fera, 
Francesco primo avea scritto di Francia; 
Massimigliano d' Austria a par seco era; 
e Carlo quinto imperator di lancia 
avea passato il mostro alia gorgiera; 
e 1'altro, che di stral gli fige il petto, 
Fottavo Enrigo d'Inghilterra e detto. 



CANTO VENTESIMOSESTO 665 

XXXVI 

Decimo ha quel Leon scritto sul dosso, 
ch'al brutto mostro i denti ha ne Torecchi; 
e tanto Tha gia travagliato e scosso, 
che vi sono arrivati altri parecchi. 
Parea del mondo ogni timor rimosso; 
et in emenda degli errori vecchi 
nobil gente accorrea, non per6 molta, 
onde alia belva era la vita tolta. 

XXXVII 

I cavallieri stavano e Marfisa 
con desiderio di conoscer questi, 
per le cui mani era la bestia uccisa, 
che fatti avea tanti luoghi atri e mesti. 
Avenga che la pietra fosse incisa 
dei nomi lor, non eran manifesti. 
Si pregavan tra lor che se sapesse 
Tistoria alcuno, agli altri la dicesse. 

XXXVIII 

Volto Viviano a Malagigi gli occhi, 

che stava a udire, e non facea lor motto: 

A te disse narrar Pistoria tocchi, 

ch'esser ne dei, per quel ch'io vegga, dotto. 

Chi son costor che con saette e stocchi 

e lance a morte han Panimal condojto ? 

Rispose Malagigi : Non e istoria 

di ch'abbia autor fin qui fatto memoria. 

xxxix 

Sappiate che costor che qui scritto hanno 
nel marmo i nomi, al mondo mai non furo; 
ma fra settecento anni vi saranno 
con grande onor del secolo futuro. 
Merlino, il savio incantator britanno, 
fe' far la fonte al tempo del re Arturo; 
e di cose ch'al mondo hanno a venire, 
la fe' da buoni artefici scolpire. 



666 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Questa bestia crudele usci del fondo 

de lo 'nferno a quel tempo che fur fatti 

alle campagne i termini, e fu il pondo 

trovato e la misura, e scritti i patti. 

Ma non and6 a principio in tutto '1 mondo : 

di se lascio molti paesi intatti. 

Al tempo nostro in molti lochi sturba; 

ma i populari offende e la vil turba. 

XLI 

Dal suo principio infin al secol nostro 
sempre e cresciuto, e sempre andra crescendo: 
sempre crescendo, al lungo andar fia il mostro 
il maggior che mai fosse e lo piu orrendo. 
Quel Fiton che per carte e per inchiostro 
s'ode che fu si orribile e stupendo, 
alia meta di questo non fu tutto, 
ne tanto abominevol ne si brutto. 

XLII 

Fara strage crudel, ne sara loco 
che non guasti, contamini et infetti: 
e quanto mostra la scultura, e poco 
de' suoi nefandi e abominosi effetti. 
Al mondo, di gridar merce gia roco, 
questi dei quali i nomi abbiamo letti, 
che chiari splenderan piu che piropo, 
verranno a dare aiuto al maggior uopo. 

XLIII 

Alia fera crudele il piu molesto 
non sara di Francesco il re de j Franchi: 
e ben convien che molti ecceda in questo, 
e nessun prima e pochi n'abbia a' fianchi; 
quando- in splendor real, quando nel resto 
di virtu fara molti parer manchi, 
che gia parver compiuti; come cede 
tosto ogn'altro splendor che '1 sol si vede. 



CANTO VENTESIMOSESTO 667 

XLIV 

L'anno primier del fortunate regno, 
non ferma ancor ben la corona in fronte, 
passera 1'Alpe, e rompera il disegno 
di chi alFincontro avra occupato il monte, 
da giusto spinto e generoso sdegno, 
che vendicate ancor non sieno Tonte 
che dal furor da paschi e mandre uscito 
1'esercito di Francia avra patito. 

XLV 

E quindi scendera nel ricco piano 
di Lombardia, col fior di Francia intorno, 
e si PElvezio spezzera, ch'invano 
fara mai piu pensier d'alzare il corno. 
Con grande e de la Chiesa e de 1'ispano 
campo e del fiorentin vergogna e scorno 
espugnera il castel che prima stato 
sara non espugnabile stimato. 

XLVI 

Sopra ogn'altr'arme, ad espugnarlo molto 
piii gli varra quella onorata spada 
con la qual prima avra di vita tolto 
il monstro corruttor d'ogni contrada. 
Convien ch'inanzi a quella sia rivolto 
in fuga ogni stendardo, o a terra vada; 
n6 fossa, ne ripar, ne grosse mura 
possan da lei tener citta sicura. 

XLVII 

Questo principe avra quanta ecccellenza 

aver felice imperator rnai debbia: 

Fanimo del gran Cesar, la prudenza 

di chi mostrolla a Transimeno e a Trebbia, 

con la fortuna d'Alessandro, senza 

cui saria fumo ogni disegno, e nebbia. 

Sara si liberal, ch'io lo contemplo 

qui non aver ne paragon ne esemplo. 



668 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

Cosi diceva Malagigi, e messe 
desire a' cavalier d'aver contezza 
del nome d'alcun altro ch'uccidesse 
1'infernal bestia, uccider gli altri avezza. 
Quivi un Bernardo tra' primi si lesse, 
che Merlin molto nel suo scritto apprezza. 
Fia nota per costui dicea Bibiena, 
quanto Fiorenza sua vicina e Siena. 

XLIX 

Non mette piede inanzi ivi persona 
a Sismondo, a Giovanni, a Ludovico: 
un Gonzaga, un Salviati, un d'Aragona, 
ciascuno al brutto mostro aspro nimico. 
V'e Francesco Gonzaga, ne abandona 
le sue vestigie il figlio Federico; 
et ha il cognato e il genero vicino, 
quel di Ferrara, e quel duca d'Urbino. 

L 

De 1'un di questi il figlio Guidobaldo 
non vuol che '1 padre o ch'altri a dietro il metta. 
Con Otobon dal Flisco, Sinibaldo 
caccia la fera, e van di pari in fretta. 
Luigi da Gazolo il ferro caldo 
fatto nel collo le ha d'una saetta 
che con Farco gli die Febo, quando anco 
Marte la spada sua gli messe al fianco. 

LI 

Duo Erculi, duo Ippoliti da Este, 
un altro Ercule, un altro Ippolito anco, 
da Gonzaga, de' Medici, le peste 
seguon del mostro, e Fhan cacciando stanco. 
Ne Giuliano al figliuol, ne par che reste 
Ferrante al fratel dietro ; ne che manco 
Andrea Doria sia pronto; ne che lassi 
Francesco Sforza ch'ivi uomo lo passi. 



CANTO VENTESIMOSESTO 669 

LII 

Del generoso, illustre e chiaro sangue 
d'Avalo vi son dui c'han per insegna 
lo scoglio, che dal capo ai piedi d'angue 
par che Fempio Tifeo sotto si tegna. 
Non e di questi duo, per fare esangue 
Torribil mostro, che piii inanzi vegna: 
Tuno Francesco di Pescara invitto, 
Paltro Alfonso del Vasto ai piedi ha scritto. 

LIII 

Ma Consalvo Ferrante ove ho lasciato, 
Fispano onor, ch'in tanto pregio v'era, 
che fu da Malagigi si lodato, 
che pochi il pareggiar di quella schiera? 
Guglielmo si vedea di Monferrato 
fra quei che morto avean la brutta fera; 
et eran pochi verso gPinfiniti 
ch'ella v'avea chi morti e chi feriti. 

LIV 

In giuochi onesti e parlamenti lieti, 

dopo mangiar, spesero il caldo giorno, 

corcati su fimssimi tapeti 

tra gli arbuscelli ond'era il rivo adorno. 

Malagigi e Vivian, perche quieti 

piu fosser gli altri, tenean 1'arrne intorno; 

quando una donna senza compagnia 

vider, che verso lor ratto venia. 

LV 

Questa era quella Ippalca a cui fu tolto 
Frontino, il bon destrier, da Rodomonte. 
L'avea il di inanzi ella seguito molto, 
pregandolo ora, ora dicendogli onte; 
ma non giovando, avea il camin rivolto 
per ritrovar Ruggiero in Agrismonte. 
Tra via le fu (non so gia come) detto 
che quivi il troveria con Ricciardetto. 



ORLANDO FURIOSO 
LVI 

E perche il luogo ben sapea (che v'era 
stata altre volte), se ne venne al dritto 
alia fontana; et in quella maniera 
ve lo trovo, ch'io v'ho di sopra scritto. 
Ma come buona e cauta messaggiera 
che sa meglio esequir che non Pe ditto, 
quando vide il fratel di Bradamante, 
non conoscer Ruggier fece sembiante. 

LVII 

A Ricciardetto tutta rivoltosse, 
si come drittamente a lui venisse ; 
e quel che la conobbe, se le mosse 
incontra, e domand6 dove ne gisse. 
Ella ch'ancora avea le luci rosse 
del pianger lungo, sospirando disse; 
ma disse forte, accio che fosse espresso 
a Ruggiero il suo dir, che gli era presso. 

LVIII 

Mi traea dietro disse per la briglia, 
come imposto m'avea la tua sorella, 
un bel cavallo e buono a maraviglia, 
ch'ella molto ama e che Frontino appella; 
e Pavea tratto piu di trenta miglia 
verso Marsilia, ove venir debbe ella 
fra pochi giorni, e dove ella mi disse 
ch'io Paspetassi fin che vi venisse. 

LIX 

Era si baldanzoso il creder mio, 
ch'io non stimava alcim di cor si saldo, 
che me Pavesse a tor, dicendogli io 
ch'era de la sorella di Rinaldo. 
Ma vano il mio disegno ieri m'uscio, 
che me lo tolse un Saracin ribaldo; 
ne per udir di chi Frontino fusse, 
a volermelo rendere s'indusse. 



CANTO VENTESIMOSESTO 671 

LX 

Tutto leri et oggi 1'ho pregato; e quando 
ho visto uscir prieghi e minaccie invano, 
maledicendol molto e bestemmiando, 
Tho lasciato di qui poco lontano, 
dove il cavallo e se molto affannando, 
s'aiuta quant o pub con Tarme in mano 
contra un guerrier ch'in tal travaglio il mette, 
che spero ch'abbia a far le mie vendette. 

LXI 

Ruggiero a quel parlar salito in piede, 
ch'avea potuto a pena il tutto udire, 
si volta a Ricciardetto, e per mercede 
e premio e guidardon del ben servire 
(prieghi aggiungendo senza fin) gli chiede 
che con la donna solo il lasci gire, 
tanto che '1 Saracin gli sia mostrato 
ch'a lei di mano ha il buon destrier levato. 

LXII 

A Ricciardetto, ancor che disco rtese 
il conciedere altrui troppo paresse 
di terminar le a s6 debite imprese, 
al voler di Ruggier pur si rimesse: 
e quel licenzia dai compagni prese, 
e con Ippalca a ritornar si messe, 
lasciando a quei che rimanean stupore, 
non maraviglia pur del suo valore. 

LXIII 

Poi che dagli altri allontanato alquanto 
Ippalca Tebbe, gli narro ch'ad esso 
era mandata da colei che tanto 
avea nel core il suo valore impresso; 
e senza finger piu, seguit6 quanto 
la sua donna al partir le avea commesso, 
e che se dianzi avea altrimente detto, 
per la presenzia fu di Ricciardetto. 



672 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Disse che chi le avea tolto il destriero 
ancor detto Pavea con molto orgoglio: 
Perche so che '1 cavallo e di Ruggiero, 
piu volontier per questo te lo toglio. 
S'egli di racquistarlo avra pensiero, 
fagli saper (ch'asconder non gli voglio) 
ch'io son quel Rodomonte il cui valore 
mostra per tutto '1 mondo il suo splendore. 

LXV 

Ascoltando, Ruggier mostra nel volto 
di quanto sdegno acceso il cor gli sia, 
si perche caro avria Frontino molto, 
si perche venia il dono onde venia, 
si perche in suo dispregio gli par tolto. 
Vede che biasmo e disonor gli fia, 
se t6rlo a Rodomonte non s'affretta, 
e sopra lui non fa degna vendetta. 

LXVI 

La donna Ruggier guida, e non soggiorna, 
che por lo brama col Pagano a fronte; 
e giunge ove la strada fa dua corna: 
1'un va giu al piano, e 1'altro va su al monte; 
e questo e quel ne la vallea ritorna, 
dov'ella avea lasciato Rodomonte. 
Aspra, ma breve era la via del colle; 
1'altra piu lunga assai, ma piana e molle. 

LXVII 

II desiderio che conduce Ippalca 
d'aver Frontino e vendicar 1'oltraggio, 
fa che '1 sentier de la montagna calca, 
onde molto piu corto era il viaggio. 
Per Taltra intanto il re d'Algier cavalca 
col Tartaro e cogli altri che detto aggio; 
e giu nel pian la via piu facil tiene, 
ne con Ruggiero ad incontrar si viene. 



CANTO VENTESIMOSESTO 673 

LXVIII 

Gia son le lor querele differite 
fin che soccorso ad Agramante sia 
(questo sapete); et han d'ogni lor lite 
la cagion, Doralice, in compagnia. 
Ora il successo de Pistoria udite. 
Alia fontana e la lor dritta via, 
ove Aldigier, Marfisa, Ricciardetto, 
Malagigi e Vivian stanno a diletto. 

LXIX 

Marfisa a' prieghi de' compagni avea 
veste da donna et ornamenti presi, 
di quelli ch'a Lanfusa si credea 
mandare il traditor de 5 Maganzesi; 
e ben che veder raro si solea 
senza 1'osbergo e gli altri buoni arnesi, 
pur quel di se li trasse; e come donna, 
a' prieghi lor Iasci6 vedersi in gonna. 

LXX 

Tosto che vede il Tartaro Marfisa, 
per la credenza c'ha di guadagnarla, 
in ricompensa e in cambio ugual s'avisa 
di Doralice, a Rodomonte darla; 
si come Amor si regga a questa guisa, 
che vender la sua donna o permutarla 
possa Pamante, ne a ragion s'attrista, 
se quando una ne perde, una n'acquista. 

LXXI 

Per dunque provedergli di donzella, 
acci6 per se quest'altra si ritegna, 
Marfisa, che gli par leggiadra e bella, 
e d'ogni cavallier femina degna, 
come abbia ad aver questa, come quella, 
subito cara, a lui donar disegna; 
e tutti i cavallier che con lei vede, 
a giostra seco et a battaglia chiede. 



674 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

Malagigi e Vivian, che 1'arme aveano 
come per guardia e sicurta del resto, 
si mossero dal luogo ove sedeano, 
Tun come Paltro alia battaglia presto, 
perche giostrar con amenduo credeano; 
ma I 1 African che non venia per questo, 
non ne fe' segno o movimento alcuno: 
si che la giostra rest6 lor contra uno. 

LXXIII 

Viviano 6 il primo, e con gran cor si muove, 
e nel venire abbassa un'asta grossa: 
e '1 re pagan da le famose pruove 
da 1'altra parte vien con maggior possa. 
Dirizza Funo e 1'altro, e segna dove 
crede meglio fermar 1'aspra percossa. 
Viviano indarno a 1'elmo il pagan fere; 
che non lo fa piegar, non che cadere. 

LXXIV 

II re pagan, ch'avea piu Tasta dura, 
fe' lo scudo a Vivian parer di ghiaccio; 
e fuor di sella in mezzo alia verdura, 
all'erbe e ai fiori il fe' cadere in braccio. 
Vien Malagigi, e ponsi in aventura 
di vendicare il suo fratello avaccio; 
ma poi d'andargli appresso ebbe tal fretta, 
che gli fe' compagnia piu che vendetta. 

LXXV 

L'altro fratel fu prima del cugino 
colParme indosso, e sul destrier salito; 
e disfidato contra il Saracino 
venne a scontrarlo a tutta briglia ardito, 
Rison6 il colpo in mezzo a 1'elmo fino 
di quel pagan sotto la vista un dito : 
volo al ciel 1'asta in quattro tronchi rotta; 
ma non mosse il pagan per quella botta. 



CANTO VENTESIMOSESTO 675 

LXXVI 

II pagan ferl lui dal lato manco; 

e perche il colpo fu con troppa forza, 

poco lo scudo e la corazza manco 

gli valse, che s'aprir come una scorza. 

Pass6 il ferro crudel Tomero bianco: 

pieg6 Aldigier ferito a poggia e ad orza; 

tra fiori et erbe al fin si vide avolto, 

rosso su Parme e pallido nel volto. 

LXXVII 

Con molto ardir vien Ricciardetto appresso; 
e nel venire arresta si gran lancia, 
che mostra ben, come ha mostrato spesso, 
che degnamente e paladin di Francia: 
et al pagan ne facea segno espresso, 
se fosse stato pari alia bilancia; 
ma sozzopra n'and6, perche il cavallo 
gli cadde adosso, e non gia per suo fallo. 

LXXVIII 

Poi ch'altro cavallier non si dimostra, 
ch'al pagan per giostrar volti la fronte, 
pensa aver guadagnato de la giostra 
la donna, e venne a lei presso alia fonte; 
e disse : Damigella, sete nostra, 
s'altri non e per voi ch'in sella monte. 
Nol potete negar, ne fame iscusa; 
che di ragion di guerra cosi s'usa. 

LXXIX 

Marfisa, alzando con un viso altiero 
la faccia, disse : II tuo parer molto erra. 
lo ti concedo che diresti il vero, 
ch'io sarei tua per la ragion di guerra, 
quando mio signor fosse o cavalliero 
alcun di questi c'hai gittato in terra, 
lo sua non son, ne d'altri son che mia: 
dunque me tolga a me chi mi desia. 



676 ORLANDO FURIOSO 

LXXX 

So scudo e lancia adoperare anch'io, 
e piu d'un cavalliero in terra ho posto. 
Datemi Parme, disse e il destrier mio , 
agli scudier che Pubbidiron tosto. 
Trasse la gonna, et in farsetto uscio ; 
e le belle fattezze e il ben disposto 
corpo mostro, ch'in ciascuna sua parte, 
fuor che nel viso, assimigliava a Marte. 

LXXXI 

Poi che fu armata, la spada si cinse 
e sul destrier monto d'un leggier salto ; 
e qua e la tre volte e piu lo spinse, 
e quinci e quindi fe' girare in alto; 
e poi sfidando il Saracino strinse 
la grossa lancia, e cominci6 1'assalto. 
Tal nel campo troian Pentesilea 
contra il tessalo Achille esser dovea. 

LXXXII 

Le lance infin al calce si fiaccaro 
a quel superbo scontro, come vetro; 
ne per6 chi le corsero, piegaro, 
che si notasse, un dito solo a dietro. 
Marfisa che volea conoscer chiaro 
s'a piu stretta battaglia simil metro 
le serverebbe contra il fier pagano, 
se gli rivolse con la spada in mano. 

LXXXIII 

Bestemmi6 il cielo e gli elementi il crudo 
pagan, poi che restar la vide in sella: 
ella, che gli pens6 romper lo scudo, 
non men sdegnosa contra il ciel favella. 
Gia Tuno e Paltro ha in mano il ferro nudo, 
e su le fatal arme si martella: 
1'arme fatali han parimente intorno, 
che mai non bisognar piu di quel giorno. 



CANTO VENTESIMOSESTO 677 

LXXXIV 

Si buona e quella piastra e quella maglia, 
che spada o lancia non le taglia o fora; 
si che potea seguir 1'aspra battaglia 
tutto quel giorno e 1'altro appresso ancora. 
Ma Rodomonte in mezzo lor si scaglia, 
e riprende il rival de la dimora, 
dicendo: Se battaglia pur far vuoi, 
finian la cominciata oggi fra noi. 

LXXXV 

Facemmo, come sai, triegua con patto 
di dar soccorso alia milizia nostra. 
Non debbian, prima che sia questo fatto, 
incominciare altra battaglia o giostra. 
Indi a Marfisa, riverente in atto 
si volta, e quel messaggio le dimostra; 
e le racconta come era venuto 
a chieder lor per Agramante aiuto. 

LXXXVI 

La priega poi che le piaccia non solo 
lasciar quella battaglia o differire, 
ma che voglia in aiuto del figliuolo 
del re Troian con essi lor venire; 
onde la fama sua con maggior volo 
potra far meglio infin al ciel salire, 
che per querela di poco momento 
dando a tanto disegno impedimento. 

LXXXVII 

Marfisa, che fu sempre disiosa 
di provar quei di Carlo a spada e a lancia, 
ne 1'avea indotta a venire altra cosa 
di si lontana regione in Francia, 
se non per esser certa se famosa 
lor nominanza era per vero o ciancia, 
tosto d'andar con lor partito prese 
che d' Agramante il gran bisogno intese. 



678 ORLANDO FURIOSO 

LXXXVIII 

Ruggiero in questo mezzo avea seguito 
indarno Ippalca per la via del monte; 
e trov6, giunto al loco, che partito 
per altra via se n'era Rodomonte: 
e pensando che lungi non era ito, 
e che '1 sentier tenea dritto alia fonte, 
trottando in fretta dietro gli venia 
per Forme ch'eran fresche in su la via. 

LXXXIX 

Volse che Ippalca a Montalban pigliasse, 
la via, ch'una giornata era vicino; 
perche s'alla fontana ritornasse, 
si torria troppo dal dritto camino. 
E disse a lei che gia non dubitasse 
che non s'avesse a ricovrar Frontino: 
ben le farebbe a Montalbano, o dove 
ella si trovi, udir tosto le miove. 

xc 

E le diede la lettera che scrisse 
in Agrismonte, e che si port6 in seno; 
e molte cose a bocca anco le disse, 
e la prego che 1'escusasse a pieno. 
Ne la memoria Ippalca il tutto fisse, 
prese licenzia e volt6 il palafreno; 
e non cess6 la buona messaggiera 
ch'in Montalban si ritrov6 la sera. 

xci 

Seguia Ruggiero in fretta il Saracino 
per Tonne ch'apparian ne la via piana, 
ma non lo giunse prima che vicino 
con Mandricardo il vide alia fontana. 
Gia promesso s'avean che per camino 
Tun non farebbe all'altro cosa strana, 
ne fin ch'al campo si fosse soccorso, 
a cui Carlo era appresso a porre il morso. 



CANTO VENTESIMOSESTO 679 

XCII 

Quivi giunto Ruggier Frontin conobbe, 
e conobbe per lui chi adosso gli era; 
e su la lancla fe' le spalle gobbe, 
e sfido 1 ? African con voce altiera. 
Rodomonte quel di fe* piu che lobbe, 
poi che dom6 la sua superbia fiera; 
e ricus6 la pugna ch'avea usanza 
di sempre egli cercar con ogni instanza. 

XCIII 

II primo giorno e Tultimo, che pugna 
mai ricusasse il re d'Algier, fu questo; 
ma tanto il desiderio che si giugna 
in soccorso al suo re gli pare onesto, 
che se credesse aver Ruggier ne 1'ugna 
piu che mai lepre il pardo isnello e presto, 
non se vorria fermar tanto con lui, 
che fesse un colpo de la spada o dui. 

xciv 

Aggiungi che sapea ch'era Ruggiero 
che seco per Frontin facea battaglia, 
tanto famoso, ch'altro cavalliero 
non e ch'a par di lui di gloria saglia, 
Puom che bramato ha di saper per vero 
esperimento quanto in arme vaglia; 
e pur non vuol seco accettar Timpresa: 
tanto Passedio del suo re gli pesa. 

xcv 

Trecento miglia sarebbe ito e mille, 
se cio non fosse, a comperar tal lite; 
ma se Tavesse oggi sfidato Achille, 
piu fatto non avria di quel ch'udite: 
tanto a quel punto sotto le faville 
le fiamme avea del suo furor sopite. 
Narra a Ruggier perch< pugna rifiuti ; 
et anco il priega che 1'impresa aiuti: 



68o ORLANDO FURIOSO 

XCVI 

che facendol, fark quel che far deve 
al suo signore un cavallier fedele. 
Sempre che questo assedio poi si leve, 
avra ben tempo da finir querele. 
Ruggier rispose a lui: Mi sara lieve 
differir questa pugna, fin che de le 
forze di Carlo si traggia Agramante, 
pur che mi rendi il mio Frontino inante. 

xcvn 

Se di provarti c'hai fatto gran fallo, 
e fatto hai cosa indegna ad un uom forte, 
d'aver tolto a una donna il mio cavallo, 
vuoi ch'io prolunghi fin che siamo in corte, 
lascia Frontino, e nel mio arbitrio dallo. 
Non pensare altrimente ch'io sopporte 
che la battaglia qui tra noi non segua, 
o ch'io ti faccia sol d'un'ora triegua. 

XCVIII 

Mentre Ruggiero all' African domanda 
o Frontino o battaglia allora allora; 
e quello in lungo e Funo e 1'altro manda, 
ne" vuol dare il destrier, ne far dimora; 
Mandricardo ne vien da un'altra banda, 
e mette in campo un'altra lite ancora, 
poi che vede Ruggier che per insegna 
porta Faugel che sopra gli altri regna. 

xcix 

Nel campo azzur 1'aquila bianca avea, 
che de' Troiani fu Pinsegna bella: 
perche Ruggier Porigine traea 
dal fortissimo Ett6r, portava quella. 
Ma questo Mandricardo non sapea; 
ne vuol patire, e grande ingiuria appella, 
che ne lo scudo un altro debba porre 
1'aquila bianca del famoso Ettorre. 



CANTO VENTESIMOSESTO 68l 

C 

Portava Mandricardo similmente 
1'augel che rapi in Ida Ganimede. 
Come Febbe quel di che fu vincente 
al castel periglioso, per mercede, 
credo vi sia con 1'altre istorie a mente, 
e come quella fata gli lo diede 
con tutte le bell'arme che Vulcano 
avea gia date al cavallier troiano. 

ci 

Altra volta a battaglia erano stati 
Mandricardo e Ruggier solo per questo; 
e per che caso fosser distornati, 
io nol dir6; che gia v'& manifesto. 
Dopo non s'eran mai piu raccozzati, 
se non quivi ora; e Mandricardo presto, 
visto lo scudo, alz6 il superbo grido 
minacciando, e a Ruggier disse: Io ti sfido. 

en 

Tu la mia insegna, temerario, porti; 
ne questo e il primo di ch'io te 1'ho detto. 
E credi, pazzo, ancor ch'io tel comporti, 
per una volta ch'io t'ebbi rispetto ? 
Ma poi che ne minaccie ne conforti 
ti pon questa follia levar del petto, 
ti mostrer6 quanto miglior partito 
t'era d'avermi subito ubbidito. 

cm 

Come ben riscaldato arrido legno 
a piccol soffio subito s'accende, 
cosi s'avampa di Ruggier lo sdegno 
al primo motto che di questo intende. 
Ti pensi disse farmi stare al segno, 
perche quest'altro ancor meco contende? 
Ma mostrerotti ch'io son buon per t6rre 
Frontino a lui, lo scudo a te d'Ettorre. 



682 ORLANDO FURIOSO 

CIV 

Un'altra volta pur per questo venni 
teco a battaglia, e non e gran tempo anco; 
ma d'ucciderti allora mi contenni, 
perche tu non avevi spada al fianco. 
Questi fatti saran, quelli fur cenni; 
e mal sara per te quelPaugel bianco, 
ch'antiqua insegna e stata di mia gente: 
tu te Pusurpi, io '1 porto giustamente. 

cv 

Anzi t'usurpi tu 1'insegna mia! 
rispose Mandricardo ; e trasse il brando, 
quello che poco inanzi per follia 

avea gittato alia foresta Orlando. 
II buon Ruggier, che di sua cortesia 
non puo non sempre ricordarsi, quando 
vide il Pagan ch'avea tratta la spada, 
Iasci6 cader la lancia ne la strada. 

cvi 

E tutto a un tempo Balisarda stringe, 
la buona spada, e me' lo scudo imbraccia: 
ma FAfricano in mezzo il destrier spinge, 
e Marfisa con lui presta si caccia; 
e 1'uno questo, e Paltro quel respinge, 
e priegano amendui che non si faccia. 
Rodomonte si duol che rotto il patto 
due volte ha Mandricardo che fu fatto, 

evil 

Prima, credendo d'acquistar Marfisa, 
fermato s'era a far piu d'una giostra; 
or per privar Ruggier d'una divisa, 
di curar poco il re Agramante mostra. 

Se pur dicea dei fare a questa guisa, 
finian prima tra noi la lite nostra, 
conveniente e piu debita assai, 
ch'alcuna di quest'altre che prese hai. 



CANTO VENTESIMOSESTO 683 

CVIII 

Con tal condizion fu stabilita 
la triegua e questo accordo ch'e fra nui. 
Come la pugna teco avr6 finita, 
poi del destrier risponder6 a costui. 
Tu del tuo scudo, rimanendo in vita, 
al lite avrai da terminar con lui; 
ma ti dar6 da far tanto, mi spero, 
che non n'avanzara troppo a Ruggiero. 

cix 

La parte che ti pensi, non n'avrai: 
rispose Mandricardo a Rodomonte 

io te ne daro piu che non vorrai, 
e ti faro sudar dal pie alia fronte : 

e me ne rimarra per darne assai 

(come non manca mai 1'acqua del fonte) 

et a Ruggiero et a milPartri seco, 

e a tutto il mondo che la voglia meco. 

ex 

Moltiplicavan Tire e le parole 
quando da questo e quando da quel lato: 
con Rodomonte e con Ruggier la vuole 
tutto in un tempo Mandricardo irato; 
Ruggier, ch'oltraggio sopportar non suole, 
non vuol piii accordo, anzi litigio e piato; 
Marfisa or va da questo or da quel canto 
per riparar, ma non pu6 sola tanto. 

CXI 

Come il villan, se fuor per Palte sponde 

trapela il fiume e cerca nuova strada, 

frettoloso a vietar che non affonde 

i verdi paschi e la sperata biada, 

chiude una via et un'altra, e si confonde; 

che se ripara quinci che non cada, 

quindi vede lassar gli argini molli, 

e fuor 1'acqua spicciaf con piu rampolli: 



684 ORLANDO FURIOSO 

CXII 

cosi, mentre Ruggiero e Mandricardo 
e Rodomonte son tutti sozzopra, 
ch'ognun vuol dimostrarsi piu gagliardo 
et ai compagni rimaner di sopra, 
Marfisa ad acchetarli have riguardo, 
e s'affatica, e perde il tempo e Topra; 
che come ne spicca uno e lo ritira, 
gli altri duo risalir vede con ira. 

CXIII 

Marfisa, che volea porgli d'accordo, 
dicea: Signori, udite il mio consiglio: 
differire ogni lite e buon ricordo 
fin ch'Agramante sia fuor di periglio. 
S'ognun vuole al suo fatto essere ingordo, 
anch'io con Mandricardo mi ripiglio; 
e vo' vedere al fin se guadagnarme, 
come egli ha detto, e buon per forza d'arme. 

cxiv 

Ma se si de' soccorrere Agramante, 
soccorrasi, e tra noi non si contenda. 
Per me non si stara d'andare inante, 
disse Ruggier pur che J l destrier si renda. 
che mi dia il cavallo, a far di tante 
una parola, o che da me il difenda: 
o che qui morto ho da restare, o ch'io 
in campo ho da tornar sul destrier mio. 

cxv 

Rispose Rodomonte : Ottener questo 
non fia cosi, come quell' altro, lieve. 
E seguit6 dicendo : lo ti protesto 
che s'alcun danno il nostro re riceve, 
fia per tua colpa; ch'io per me non resto 
di fare a tempo quel che far si deve. 
Ruggiero a quel protesto poco bada; 
ma stretto dal furor stringe la spada. 



CANTO VENTESIMOSESTO 685 

CXVI 

Al re d'Algier come cingial si scaglia, 
e 1'urta con lo scudo e con la spalla; 
e in mo do lo disordina e sbarraglia, 
che fa che d'una staffa il pie gli falla. 
Mandricardo gli grida: O la battaglia 
differisci, Ruggiero, o meco falla ; 
e crudele e fellon phi che mai fosse, 
Ruggier su Felmo in questo dir percosse. 

CXVII 

Fin sul collo al destrier Ruggier s'inchina, 
ne quando vuolsi rilevar si puote; 
perche gli sopragiunge la ruina 
del figlio d'Ulien che lo percuote. 
Se non era di tempra adamantina, 
fesso Pelmo gli avria fin tra le gote. 
Apre Ruggier le mani per Pambascia, 
e Tuna il fren, Taltra la spada lascia. 

CXVIII 

Se lo porta il destrier per la campagna: 
dietro gli resta in terra Balisarda. 
Marfisa che quel di fatta compagna 
se gli era d'arme, par ch'avampi et arda, 
che solo fra que' duo cosi rimagna: 
e come era magnanima e gagliarda, 
si drizza a Mandricardo, e col potere 
ch'avea maggior sopra la testa il fiere. 

cxix 

Rodomonte a Ruggier dietro si spinge: 
vinto e Frontin, s'un'altra gli n'appicca; 
ma Ricciardetto con Vivian si stringe, 
e tra Ruggiero e '1 Saracin si ficca. 
L'uno urta Rodomonte e lo rispinge, 
e da Ruggier per forza lo dispicca; 
Faltro la spada sua, che fa Viviano, 
pone a Ruggier, gia risentito, in mano. 



686 ORLANDO FURIOSO 

CXX 

Tosto che '1 buon Ruggiero in se ritorna, 
e che Vivian la spada gli appresenta, 
a vendicar I'ingiuria non soggiorna, 
e verso il re d'Algier ratto s'aventa, 
come il leon che tolto su le corna 
dal hue sia stato, e che '1 dolor non senta: 
si sdegno et ira et impeto Taffretta, 
stimula e sferza a far la sua vendetta. 

CXXI 

Ruggier sul capo al Saracin tempesta: 
e se la spada sua si ritrovasse, 
che, come ho detto, al comminciar di questa 
pugna, di man gran fellonia gli trasse, 
mi credo ch'a difendere la testa 
di Rodomonte Felmo non bastasse, 
Pelmo che fece il re far di Babelle 
quando muover pens6 guerra alle stelle. 

cxxn 

La Discordia, credendo non potere 
altro esser quivi che contese e risse, 
ne vi dovesse mai piu luogo avere 

pace o triegua, alia sorella disse 
ch'omai sicuramente a rivedere 

1 monachetti suoi seco venisse. 
Lascianle andare, e stian noi dove in fronte 
Ruggiero avea ferito Rodomonte. 

CXXIII 

Fu il colpo di Ruggier di si gran forza, 
che fece in su la groppa di Frontino 
percuoter 1'elmo e quella dura scorza 
di ch'avea armato il dosso il Saracino, 
e lui tre volte e quattro a poggia e ad orza 
piegar per gire in terra a capo chino; 
e la spada egli ancora avria perduta, 
se legata alia man non fosse suta. 



CANTO VENTESIMOSESTO 687 

CXXIV 

Avea Marfisa a Mandricardo intanto 
fatto sudar la fronte, il viso e il petto, 
et egli aveva a lei fatto altretanto ; 
ma si Tosbergo d'ambi era perfetto, 
che mai poter falsarlo in nessun canto, 
e stati eran sin qui pari in effetto: 
ma in un voltar che fece il suo destriero, 
bisogno ebbe Marfisa di Ruggiero. 

cxxv 

II destrier di Marfisa in un voltarsi 
che fece stretto, ov'era molle il prato, 
sdrucciolb in guisa, che non pote aitarsi 
di non tutto cader sul destro lato; 
e nel volere in fretta rilevarsi, 
da Brigliador fu pel traverse urtato, 
con che il pagan poco cortese venne; 
si che cader di nuovo gli convenne. 

cxxvi 

Ruggier che la donzella a mal partito 

vide giacer, non differ! il soccorso, 

or che 1'agio n'avea, poi che stordito 

da se lontan quell'altro era trascorso: 

feri su 1'elmo il Tartaro; e partito 

quel colpo gli avria il capo, come un torso, 

se Ruggier Balisarda avesse avuta, 

o Mandricardo in capo altra barbuta. 

cxxvn 

II re d'Algier che si risente in questo, 
si volge intorno, e Ricciardetto vede; 
e si ricorda che gli fu molesto 
dianzi, quando soccorso a Ruggier diede. 
A lui si drizza, e saria stato presto 
a darli del ben fare aspra mercede, 
se con grande arte e nuovo incanto tosto 
non se gli fosse Malagigi opposto. 



688 ORLANDO FURIOSO 

CXXVIII 

Malagigi, che sa d'ogni malia 
quel che ne sappia alcun mago eccellente, 
ancor che '1 libro suo seco non sia, 
con che fermare il sole era possente, 
pur la scongiurazione onde solia 
commandare ai demonii aveva a mente: 
tosto in corpo al ronzino un ne constringe 
di Doralice, et in furor lo spinge. 

cxxix 

Nel mansueto ubino che sul dosso 
avea la figlia del re Stordilano, 
fece entrar un degli angel di Minosso 
sol con parole il frate di Viviano: 
e quel che dianzi mai non s'era mosso, 
se non quanto ubidito avea alia mano, 
or d'improviso spicc6 in aria un salto, 
che trenta pie fu lungo e sedeci alto. 

cxxx 

Fu grande il salto, non per6 di sorte 
che ne dovesse alcun perder la sella. 
Quando si vide in alto, grid6 forte 
(che si tenne per morta) la donzella. 
Quel ronzin, come il diavol se lo porte, 
dopo un gran salto se ne va con quella, 
che pur grida soccorso, in tanta fretta, 
che non 1'avrebbe giunto una saetta. 

cxxxi 

Da la battaglia il figlio d'Ulieno 
si Iev6 al primo suon di quella voce; 
e dove furiava il palafreno, 
per la donna aiutar n'ando veloce. 
Mandricardo di lui non fece meno, 
ne piu a Ruggier, ne piu a Marfisa n6ce; 
ma senza chieder loro o paci o tregue, 
e Rodomonte e Doralice segue. 



CANTO VENTESIMOSESTO 689 

CXXXII 

Marfisa intanto si levo di terra, 
e tutta ardendo di disdegno e d'ira, 
credesi far la sua vendetta, et erra; 
che troppo lungi il suo nimico mira. 
Ruggier, ch'aver tal fin vede la guerra, 
mgge come un leon, non che sospira. 
Ben sanno che Frontino e Brigliadoro 
giunger non ponno coi cavalli loro. 

cxxxin 

Ruggier non vuol cessar fin che decisa 
col re d'Algier non Pabbia del cavallo: 
non vuol quietar il Tartaro Marfisa, 
che provato a suo senno anco non hallo. 
Lasciar la sua querela a questa guisa 
parrebbe all'uno e alPaltro troppo fallo. 
Di commune parer disegno fassi 
di chi offesi gli avea seguire i passi. 

cxxxiv 

Nel campo saracin li troveranno, 
quando non possan ritrovarli prima; 
che per levar Fassedio iti seranno, 
prima che *1 re di Francia il tutto opprima. 
Cosi dirittamente se ne vanno 
dove averli a man salva fanno stima. 
Gia non and6 Ruggier cos! di botto, 
che non facesse ai suoi compagni motto. 

cxxxv 

Ruggier se ne ritorna ove in disparte 
era il fratel de la sua donna bella, 
e se gli proferisce in ogni parte 
amico, per fortuna e buona e fella: 
indi lo priega (e lo fa con bella arte) 
che saluti in suo nome la sorella; 
e questo cosi ben gli venne detto, 
che ne a lui die ne agli altri alcun sospetto. 



69 ORLANDO FURIOSO 

CXXXVI 

E da lui, da Vivian, da Malagigi, 
dal ferito Aldigier tolse commiato. 
Si proferiro anch'essi alii servigi 
di lui, debitor sempre in ogni lato. 
Marfisa avea si il cor d'ire a Parigi, 
che '1 salutar gli amici avea scordato; 
ma Malagigi and6 tanto e Viviano, 
che pur la salutaron di lontano; 

cxxxvu 

e cosi Ricciardetto ; ma Aldigiero 
giace, e convien che suo mal grado resti. 
Verso Parigi avean preso il sentiero 
quelli duo prima, et or lo piglian questi. 
Dirvi, Signer, ne 1'altro canto spero 
miracolosi e sopraumani gesti, 
che con danno degli uomini di Carlo 
ambe le coppie fer di ch'io vi parlo. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 691 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 



I 

Molti consigll de le donne sono 
meglio improvise, ch'a pensarvi, usciti; 
che questo e speziale e proprio dono 
fra tanti e tanti lor dal ciel largiti. 
Ma pu6 mal quel degli uomini esser buono, 
che mature discorso non aiti, 
ove non s'abbia a ruminarvi sopra 
speso alcun tempo e molto studio et opra. 

ii 

Parve, e non fu per6 buono il consiglio 
di Malagigi, ancor che (come ho detto) 
per questo di grandissimo periglio 
liberassi il cugin suo Ricciar detto. 
A levare indi Rodomonte e il figlio 
del re Agrican, lo spirto avea constretto, 
non awertendo che sarebbon tratti 
dove i cristian ne rimarrian disfatti. 

in 

Ma se spazio a pensarvi avesse avuto, 
creder si pu6 che dato similmente 
al suo cugino avria debito aiuto, 
ne fatto danno alia cristiana gente. 
Commandare allo spirto avria potuto, 
ch'alla via di levante o di ponente 
si dilungata avesse la donzella, 
che non n'udisse Francia piu novella. 



692 ORLANDO FURIOSO 

IV 

Cosi gli amanti suoi 1'avrian seguita, 
come a Parigi, anco in ogn'altro loco; 
ma fu questa awertenza inawertita 
da Malagigi, per pensarvi poco : 
e la Malignita dal ciel bandita, 
che sempre vorria sangue e strage e fuoco, 
prese la via donde piu Carlo afflisse, 
poi che nessuna il mastro gli prescrisse. 



II palafren ch'avea il demonio al fianco, 

porto la spaventata Doralice, 

che non pote arrestarla fiume, e manco 

fossa, bosco, parade, erta o pen dice: 

fin che per mezzo il campo inglese e franco, 

e Taltra moltitudine fautrice 

de Tinsegne di Cristo, rassegnata 

non 1'ebbe al padre suo re di Granata. 

VI 

Rodomonte col figlio d'Agricane 
la seguitaro il primo giorno im pezzo, 
che le vedean le spalle, ma lontane: 
di vista poi perderonla da sezzo, 
e venner per la traccia, come il cane 
la lepre o il capriol trovare avezzo; 
ne si fermar, i che furo in parte dove 
di lei ch'era col padre ebbono nuove. 

VII 

Guardati, Carlo, che '1 ti viene adosso 
tanto furor, ch'io non ti veggo scampo : 
ne questi pur, ma '1 re Gradasso e mosso 
con Sacripante a danno del tuo campo. 
Fortuna, per toccarti fin alPosso, 
ti tolle a un tempo Tuno e Paltro lampo 
di forza e di saper, che vivea teco; 
e tu rimaso in tenebre sei cieco. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 693 

VIII 

lo ti dico d* Orlando e di Rinaldo; 
che 1'uno al tutto furioso e folle, 
al sereno, alia pioggia, al freddo, al caldo, 
nudo va discorrendo il piano e J l colle: 
Taltro, con senno non troppo phi saldo, 
d'appresso al gran bisogno ti si tolle; 
che non trovando Angelica in Parigi, 
si parte, e va cercandone vestigi. 

IX 

Un fraudolente vecchio incantatore 
gli fe* (come a principio vi si disse) 
creder per un fantastico suo errore 
che con Orlando Angelica vemsse: 
onde di gelosia tocco nel core, 
de la maggior ch'amante mal sentisse, 
venne a Parigi, e come apparve in corte, 
d'ire in Bretagna gli tocco per sorte. 

x 

Or fatta la battaglia onde portonne 
egli 1'onor d'aver chiuso Agramante, 
torno a Parigi, e monister di donne 
e case e rocche cerco tutte quante. 
Se murata non e tra le colonne, 
Favria trovata il curioso amante. 
Vedendo al fin ch'ella non v'e n6 Orlando, 
amenduo va con gran disio cercando. 

XI 

Pens6 che dentro Anglante o dentro a Brava 

se la godesse Orlando in festa e in giuoco; 

e qua e la per ritrovarla andava, 

ne in quel la ritrov6 ne in questo loco. 

A Parigi di nuovo ritornava, 

pensando che tardar dovesse poco 

di capitare il paladino al varco; 

che '1 suo star fuor non era senza incarco. 



694 ORLANDO FURIOSO 

XII 

Un giorno o duo ne la citta soggiorna 
Rinaldo; e poi ch' Orlando non arriva, 
or verso Anglante, or verso Brava torna, 
cercando se di lui novella udiva. 
Cavalca e quando annotta e quando aggiorna, 
alia fresca alba e all'ardente ora estiva; 
e fa al lume del sole e de la luna 
dugento volte questa via, non ch'una. 

XIII 

Ma Pantiquo aversario, il qua! fece Eva 
alFinterdetto pome alzar la mano, 
a Carlo un giorno i lividi occhi leva, 
che '1 buon Rinaldo era da lui lontano; 
e vedendo la rotta che poteva 
darsi in quel punto al populo cristiano, 
quanta eccellenzia d'arme al mondo fusse 
fra tutti i Saracini, ivi condusse. 

XIV 

Al re Gradasso e al buon re Sacripante, 
ch'eran fatti compagni all'uscir fuore 
de la piena d } error casa d'Atlante, 
di venire in soccorso messe in core 
alle genti assediate d'Agramante, 
e a distruzion di Carlo imperatore: 
et egli per 1'incognite contrade 
fe' lor la scorta e agevolo le strade. 

xv 

Et ad un altro suo diede negozio 
d'affrettar Rodomonte e Mandricardo 
per le vestigie donde P altro sozio 
a condur DoraKce non e tardo. 
Ne manda ancora un altro, perche* in ozio 
non stia Marfisa ne Ruggier gagliardo: 
ma chi guid6 1'ultima coppia tenne 
la briglia piii, n6 quando gli altri venne. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 695 

XVI 

La coppia di Marfisa e di Ruggiero 
di mezza ora plu tarda si condusse; 
per6 ch'astutamente P angel nero, 
volendo agli cristian dar de le busse, 
provide che la lite del destriero 
per impedire il suo desir non fusse, 
che rinovata si saria, se giunto 
fosse Ruggiero e Rodomonte a un punto. 

XVII 

I quattro primi si trovaro insieme 
onde potean veder gli alloggiamenti 
de 1'esercito oppresso e di chi '1 preme, 
e le bandiere in che feriano i venti. 
Si consigliaro alquanto; e fur 1'estreme 
conclusion dei lor ragionamenti 
di dare aiuto, mal grado di Carlo, 
al re Agramante, e de Tassedio trarlo. 

XVIII 

Stringonsi insieme, e prendono la via 
per mezzo ove s'alloggiano i cristiani, 
gridando Africa e Spagna tuttavia; 
e si scopriro in tutto esser pagani. 
Pel campo, arme, arme risonar s'udia; 
ma menar si sentir prima le mani: 
e de la retroguardia una gran frotta, 
non ch'assalita sia, ma fugge in rotta. 

XIX 

L'esercito cristian mosso a tumulto 
sozzopra va senza sapere il fatto. 
Estima alcun che sia un usato insulto 
che Svizzari o Guasconi abbino fatto. 
Ma perch' alia piu parte e il caso occulto, 
s'aduna insieme ogni nazion di fatto, 
altri a suon di tamburo, altri di tromba: 
grande 6 J l rumore, e fin al ciel rimbomba. 



696 ORLANDO FURIOSO 

XX 

II magno imperator, fuor che la testa, 
e tutto armato, e i paladini ha presso; 
e domandando vien che cosa e questa 
che le squadre in disordine gli ha messo; 
e minacciando, or questi or quelli arresta; 
e vede a molti il viso o il petto fesso, 
ad altri insanguinare o il capo o il gozzo, 
alcim tornar con mano o braccio mozzo. 

XXI 

Giunge piu inanzi, e ne ritrova molti 
giacere in terra, anzi in vermiglio lago 
nel proprio sangue orribilmente involti, 
ne giovar lor pub medico ne mago; 
e vede dagli busti i capi sciolti 
e braccia e gambe con crudele imago; 
e ritrova dai primi alloggiamenti 
agli ultimi per tutto uornini spenti. 

XXII 

Dove passato era il piccol drappello, 
di chiara fama eternamente degno, 
per lunga riga era rimaso quello 
al mondo sempre memorabil segno. 
Carlo mirando va il crudel macello, 
maraviglioso, e pien d'ira e di sdegno, 
come alcuno, in cui danno il fulgur venne, 
cerca per casa ogni sentier che tenne. 

XXIII 

Non era agli ripari anco arrivato 
del re african questo primiero aiuto, 
che con Marfisa fu da un altro lato 
I'animoso Ruggier sopravenuto. 
Poi ch'una volta o due Tocchio aggirato 
ebbe la degna coppia, e ben veduto 
qual via piu breve per soccorrer fosse 
1'assediato signor, ratto si mosse. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 697 

XXIV 

Come quando si da fuoco alia mina, 

pel lungo solco de la negra polve 

licenziosa fiamma arde e camina 

si ch'occhio a dietro a pena se le volve; 

e qual si sente poi 1'alta ruina 

che '1 duro sasso o il grosso muro solve: 

cosi Ruggiero e Marfisa veniro, 

e tai ne la battaglia si sentiro. 

xxv 

Per lungo e per traverse a fender teste 
incominciaro, e tagliar braccia e spalle 
de le turbe che male erano preste 
ad espedire e sgombrar loro ilcalle. 
C'ha notato il passar de le tempeste, 
ch'una parte d'un monte o d'una valle 
offende, e 1'altra lascia, s'appresenti 
la via di questi duo fra quelle genti. 

XXVI 

Molti che dal furor di Rodomonte 
e di quegli altri primi eran ftiggiti, 
Dio ringraziavan ch'avea lor si pronte 
gambe concesse, e piedi si espediti; 
e poi dando del petto e de la fronte 
in Marfisa e in Ruggier, vedean scherniti, 
come 1'uom ne per star ne per fuggire, 
al suo fisso destin puo contradire. 

XXVII 

Chi fugge Tun pericolo, rimane 
ne Taltro, e paga il fio d'ossa e di polpe. 
Cosi cader coi figli in bocca al cane 
suol, sperando fuggir, timida volpe, 
poi che la caccia de T antique tane 
il suo vicin che le da mille colpe, 
e cautamente con fumo e con fuoco 
turbata Tha da non temuto loco. 



698 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

Negli ripari entro de' Saracini 
Marfisa con Ruggiero a salvamento. 
Quivi tutti con gli occhi al ciel supini 
Dio ringraziar del buono awenimento. 
Or non v'e piii timor de' paladini : 
il piu tristo pagan ne sfida cento; 
et e concluso che senza riposo 
si torni a fare il campo sanguinoso. 

XXIX 

Corni, bussoni, timpani moreschi 
empieno il ciel di formidabil suoni: 
ne Paria tremolare ai venti freschi 
si veggon le bandiere e i gonfaloni. 
Da Taltra parte i capitan carleschi 
stringon con Alamanni e con Britoni 
quei di Francia, d'ltalia e d'Inghilterra; 
e si mesce aspra e sanguinosa guerra. 

XXX 

La forza del terribil Rodomonte, 
quella di Mandricardo furibondo, 
quella del buon Ruggier, di virtu fonte, 
del re Gradasso, si famoso al mondo, 
e di Marfisa Pintrepida fronte, 
col re circasso a nessun mai secondo, 
feron chiamar san Gianni e san Dionigi 
al re di Francia, e ritrovar Parigi. 

XXXI 

Di questi cavallieri e di Marfisa 
Far dire invitto e la mirabil possa 
non fu, Signer, di sorte, non fu in guisa 
ch'imaginar, non che descriver possa. 
Quindi si pub stimar che gente uccisa 
fosse quel giorno, e che crudel percossa 
avesse Carlo. Arroge poi con loro 
con Ferrau piu d'un famoso Moro. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 699 

XXXII 

Molti per fretta s'affogaro in Senna 
(che '1 ponte non potea supplire a tanti), 
e desiar, come Icaro, la penna, 
perche la morte avean dietro e davanti. 
Eccetto Uggieri e il marchese di Vienna, 
i paladin fur presi tutti quanti. 
Olivier ritorn6 ferito sotto 
la spalla destra, Uggier col capo rotto. 

XXXIII 

E se, come Rinaldo e come Orlando, 
lasciato Brandimarte avesse il giuoco, 
Carlo n'andava di Parigi in bando, 
se potea vivo uscir di si gran fuoco. 
Ci6 che pote, fe j Brandimarte, e quando 
non pote piu, diede alia furia loco. 
Cosi Fortuna ad Agramante arrise, 
ch'un'altra volta a Carlo assedio mise. 

XXXIV 

Di vedovelle i gridi e le querele, 
e d'orfani fanciulli e di vecchi orbi, 
ne Teterno seren dove Michele 
sedea, salir fuor di questi aer torbi; 
e gli fecion veder come il fedele 
popul preda de' lupi era e de' corbi, 
di Francia, d'Inghilterra e di Lamagna, 
che tutta avea coperta la campagna. 

xxxv 

Nel viso s'arrossi P angel beato, 
parendogli che mal fosse ubidito 
al Creatore, e si chiamo ingannato 
da la Discordia perfida e tradito. 
D'accender liti tra i pagani dato 
le avea 1'assunto, e mal era esequito; 
anzi tutto il contrario al suo disegno 
parea aver fatto, a chi guardava al segno. 



700 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

Come servo fedel, che piu d'amore 
che di memoria abondi, e che s'aveggia 
aver messo in oblio cosa ch'a core 
quanto la vita e Tanima aver deggia, 
studia con fretta d'emendar 1'errore, 
ne vuol che prima il suo signor lo veggia; 
cosi Fangelo a Dio salir non volse, 
se de Tobligo prima non si sciolse. 

XXXVII 

Al monister, dove altre volte avea 
la Discordia veduta, drizz6 Tali. 
Trovolla ch'in capitulo sedea 
a nuova elezion degli ufficiali; 
e di veder diletto si prendea 
volar pel capo a j frati i breviali. 
Le man le pose 1'angelo nel crine, 
e pugna e calci le die senza fine. 

XXXVIII 

Indi le roppe un manico di croce 
per la testa, pel dosso e per le braccia. 
Merce grida la misera a gran voce, 
e le ginocchia al divin nunzio abbraccia. 
Michel non 1'abandona, che veloce 
nel campo del re d' Africa la caccia; 
e poi le dice: Aspettati aver peggio, 
se fuor di questo campo piu ti veggio. 

xxxix 

Come che la Discordia avesse rotto 
tutto il dosso e le braccia, pur temendo 
un'altra volta ritrovarsi sotto 
a quei gran colpi, a quel furor tremendo, 
corre a pigliare i mantici di botto, 
et agli accesi fuochi esca aggiungendo, 
et accendendone altri, fa salire 
da molti cori un alto incendio d'ire. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 
XL 

E Rodomonte e Mandricardo e insieme 
Ruggier n'infiamma si, che inanzi al Moro 
li fa tutti venire, or che non preme 
Carlo i pagani, anzi il vantaggio e loro. 
Le differenzie narrano, et il seme 
fanno saper, da cui produtte foro ; 
poi del re si rimettono al parere, 
chi di lor prima il campo debba avere. 

XLI 

Marfisa del suo caso anco favella, 

e dice che la pugna vuol finire 

che comincio col Tartaro; perch' ella 

provocata da lui vi fu a venire: 

ne, per dar loco alPaltre, volea quella 

un'ora, non che un giorno, differire; 

ma d'esser prima fa Pinstanzia grande, 

ch'alla battaglia il Tartaro domande. 

XLII 

Non men vuol Rodomonte il primo campo 
da terminar col suo rival 1'impresa, 
che per soccorrer Fafricano campo 
ha gia interrotta, e fin a qui sospesa. 
Mette Ruggier le sue parole a campo, 
e dice che patir troppo gli pesa 
che Rodomonte il suo destrier gli tenga, 
e ch'a pugna con lui prima non venga. 

XLIII 

Per piu intricarla il Tartaro viene anche, 
e niega che Ruggiero ad alcun patto 
debba Faquila aver da Tale bianche; 
e d'ira e di furore & cosi matto, 
che vuol, quando dagli altri tre non manche, 
combatter tutte le querele a un tratto. 
Ne piu dagli altri ancor saria mancato, 
se J l consenso del re vi fosse stato. 



702 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

Con prieghi il re Agramante e buon ricordi 
fa quanto puo, perche la pace segua; 
e quando al fin tutti li vede sordi 
non volere assentire a pace o a triegua, 
va discorrendo come almen gli accordi 
si, che Tun dopo Taltro il campo assegua: 
e pel miglior partito al fin gli occorre 
ch'ognuno a sorte il campo s'abbia a t6rre. 

XLV 

Fe' quattro brevi porre: un Mandricardo 
e Rodomonte insieme scritto ayea; 
ne 1'altro era Ruggiero e Mandricardo; 
Rodomonte e Ruggier Paltro dicea; 
dicea 1'altro Marfisa e Mandricardo. 
Indi alParbitrio de Pinstabil dea 
li fece trarre: e 1 primo fu il signore 
di Sarza a uscir con Mandricardo fuore. 

XLVI 

Mandricardo e Ruggier fu nel secondo; 
nel terzo fu Ruggiero e Rodomonte; 
rest6 Marfisa e Mandricardo in fondo, 
di che la donna ebbe turbata fronte. 
Ne Ruggier piu di lei parve giocondo : 
sa che le forze dei duo primi pronte 
han tra lor da finir le liti in guisa, 
che non ne fia per se ne per Marfisa. 

XL VII 

Giacea non lungi da Parigi un loco, 
che volgea un miglio o poco meno intorno: 
lo cingea tutto un argine non poco 
sublime, a guisa d'un teatro adorno. 
Un castel gia vi fu, ma a ferro e a fuoco 
le mura e i tetti et a ruina andorno. 
Un simil pu6 vederne in su la strada, 
qual volta a Borgo il Parmigiano vada. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 703 

XL VIII 

In questo loco fu la lizza fatta, 
di brevi legni d'ogn'intorno chiusa, 
per giusto spazio quadra, al bisogno atta, 
con due capaci porte, come s'usa. 
Giunto il di ch'al re par che si comb atta 
tra i cavallier che non ricercan scusa, 
furo appresso alle sbarre in ambi i lati 
contra i rastrelli i padiglion tirati. 

XLIX 

Nel padiglion ch'e piu verso ponente 
sta il re d'Algier, c'ha membra di gigante. 
Gli pon lo scoglio indosso del serpente 
1'ardito Ferrau con Sacripante. 
II re Gradasso e Falsiron possente 
sono in quell 5 altro al lato di levante, 
e metton di sua man Tarme troiane 
indosso al successor del re Agricane. 

L 

Sedeva in tribunale amplo e sublime 
il re d' Africa, e seco era 1'Ispano; 
poi Stordilano, e 1'altre genti prime 
che riveria Fesercito pagano. 
Beato a chi pon dare argini e cime 
d'arbori stanza che gli alzi dal piano! 
Grande e la calca, e grande in ogni lato 
populo ondeggia intorno al gran steccato. 

LI 

Eran con la regina di Castiglia 
regine e principesse e nobil donne 
d'Aragon, di Granata e di Siviglia, 
e fin di presso all'atlantee colonne: 
tra quai di Stordilan sedea la figlia, 
che di duo drappi avea le ricche gonne, 
Tun d'un rosso mal tinto, e Paltro verde; 
ma '1 primo quasi imbianca e il color perde. 



704 ORLANDO FURIOSO 

LII 

In abito succinta era Marfisa, 
qual si convenne a donna et a guerriera. 
Termoodonte forse a quella guisa 
vide Ippolita ornarsi e la sua schiera. 
Gia, con la cotta d'arme alia divisa 
del re Agramante, in campo venut'era 
Taraldo a far divieto e metter leggi, 
che n in fatto ne in detto alcun parteggi. 

LIII 

La spessa turba aspetta disiando 
la pugna, e spesso incolpa il venir tar do 
dei duo famosi cavallieri; quando 
s j ode dal padiglion di Mandricardo 
alto rumor che vien moltiplicando. 
Or sappiate, Signor, che '1 re gagliardo 
di Sericana e '1 Tartaro possente 
fanno il tumulto e '1 grido che si sente. 

LIV 

Avendo armato il re di Sericana 
di sua man tutto il re di Tartaria, 
per porgli al fianco la spada soprana 
che gia d' Orlando fu, se ne venia; 
quando nel pome scritto Durindana 
vide, e 1 quartier ch' Almonte aver solia, 
ch'a quel meschin fu tolto ad una fonte 
dal giovenetto Orlando in Aspramonte. 

LV 

Vedendola, fu certo ch'era quella 
tanto famosa del signer d'Anglante, 
per cui con grand e armata, e la piu bella 
che giamai si partisse di Levante, 
soggiogato avea il regno di Castella, 
e Francia vinta esso pochi anni inante: 
ma non pu6 imaginarsi come avenga 
ch'or Mandricardo in suo poter la tenga. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 705 

LVI 

E dimand6gli se per forza o patto 
Pavesse tolta al conte, e dove e quando, 
E Mandricardo disse ch'avea fatto 
gran battaglia per essa con Orlando; 
e come finto quel s'era poi matto, 
cosi coprire il suo timor sperando, 
ch'era d'aver continua guerra meco, 
fin che la buona spada avesse seco. 

LVII 

E dicea ch'imitato avea il castore, 
il qual si strappa i genitali sui, 
vedendosi alle spalle il cacciatore, 
che sa che non ricerca altro da lui. 
Gradasso non udi tutto il tenore, 
che disse: Non vo' darla a te ne altrui: 
tanto oro, tanto affanno e tanta gente 
ci ho speso, che e ben mia debitamente. 

LVIII 

Cercati pur fornir d'un'altra spada, 
ch'io voglio questa, e non ti paia nuovo. 
Pazzo o saggio ch' Orlando se ne vada, 
averla intendo, ovunque io la ritrovo. 
Tu senza testimoni in su la strada 
te Tusurpasti: io qui lite ne muovo. 
La mia ragion dira mia scimitarra, 
e faremo ii giudicio ne la sbarra. 

LIX 

Prima di guadagnarla t'apparecchia, 
che tu Fadopri contra a Rodomonte. 
Di comprar prima Tarme e usanza vecchia, 
ch'alla battaglia il cavallier s'aflronte. 

Piu dolce suon non mi viene alForecchia, 
rispose alzando il Tartaro la fronte 

che quando di battaglia alcun mi tenta; 
ma fa che Rodomonte Io consenta. 



706 ORLANDO FURIOSO 

LX 

Fa che sia tua la prima, e che si tolga 
11 re di Sarza la tenzon seconda; 
e non ti dubitar ch'io non mi volga, 
e ch'a te et ad ogni altro io non risponda. - 
Ruggier grido : Non vo' che si disciolga 
il patto, o phi la sorte si confonda: 
o Rodomonte in campo prima saglia, 
o sia la sua dopo la mia battaglia. 

LXI 

Se di Gradasso la ragion prevale, 
prima acquistar che porre in opra 1'arme; 
ne tu 1'aquila mia da le bianche ale 
prima usar dei, che non me ne disarme: 
ma poi ch'e stato il mio voler gia tale, 
di mia sentenza non voglio appellarme, 
che sia seconda la battaglia mia, 
quando del re d'Algier la prima sia. 

LXII 

Se turbarete voi 1'ordine in parte, 
io totalmente turbarollo ancora. 
Io non intendo il mio scudo lasciarte, 
se contra me non Io combatti or ora. 

Se Puno e Paltro di voi fosse Marte, 
rispose Mandricardo irato allora 

non saria Tun ne" 1'altro atto a vietarme 
la buona spada o quelle nobili arme. 

LXIII 

E tratto da la colera, aventosse 
col pugno chiuso al re di Sericana; 
e la man destra in modo gli percosse, 
ch'abandonar gli fece Durindana. 
Gradasso, non credendo ch'egli fosse 
di cosi folle audacia e cosi insana, 
colto improviso fu, che stava a bada, 
e tolta si trov6 la buona spada. 



CANfO VENTESIMOSETTIMO 707 

LXIV 

Cosi scornato, di vergogna e d'ira 
nel viso avampa, e par che getti fuoco; 
e piu PafHige il caso e lo martira, 
poi che gli accade in si palese loco. 
Bramoso di vendetta si ritira, 
a trar la scimitarra, a dietro un poco. 
Mandricardo in se tanto si confida, 
che Ruggiero anco alia battaglia sfida. 

LXV 

Venite pure inanzi amenduo insieme, 
e vengane pel terzo Rodomonte, 
Africa e Spagna e tutto Tuman seme; 
ch'io son per sempremai volger la fronte. 
Cosi dicendo, quel che nulla teme, 

mena d'intorno la spada d' Almonte; 
lo scudo imbraccia, disdegnoso e fiero, 
contra Gradasso e contra il buon Ruggiero. 

LXVI 

Lascia la cura a me, dicea Gradasso 

ch'io guarisca costui de la pazzia. 

Per Dio, dicea Ruggier non te la lasso, 
ch'esser convien questa battaglia mia. 

Va indietro tu! Vawi pur tu! ne passo 
per6 tornando, gridan tuttavia; 

et attaccossi la battaglia in terzo, 
et era per uscirne un strano scherzo, 

LXVII 

se molti non si fossero interposti 

a quel furor, non con troppo consiglio; 

ch'a spese lor quasi imparar che costi 

voler altri salvar con suo periglio. 

Ne tutto '1 mondo mai gli avria composti, 

se non venia col re d'Ispagna il figlio 

del famoso Troiano, al cui conspetto 

tutti ebb on river enzia e gran rispetto. 



70S ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

Si fe' Agramante la cagione esporre 
di questa nuova lite cosi ardente: 
poi molto affaticossi per disporre 
che per quella giornata solamente 
a Mandricardo la spada d'Ettorre 
concedesse Gradasso umanamente, 
tanto ch'avesse fin 1'aspra contesa 
ch'avea gia incontra a Rodomonte presa. 

LXIX 

Mentre studia placarli il re Agramante, 
et or con questo et or con quel ragiona; 
da 1'altro padiglion tra Sacripante 
e Rodomonte un'altra lite suona. 
II re circasso (come e detto inante) 
stava di Rodomonte alia persona, 
et egli e Ferrau gli aveano indotte 
Tarme del suo progenitor Nembrotte. 

LXX 

Et eran poi venuti ove il destriero 
facea mordendo il ricco fren spumoso; 
io dico il buon Frontin, per cui Ruggiero 
stava iracondo e piu che mai sdegnoso. 
Sacripante ch'a por tal cavalliero 
in campo.avea, mirava curioso 
se ben ferrato e ben guernito e in punto 
era il destrier, come doveasi a punto. 

LXXI 

E venendo a guardargli piu a minuto 
i segni, le fattezze isnelle et atte, 
ebbe, fuor d'ogni dubbio, conosciuto 
che questo era il destrier suo Frontalatte, 
che tanto caro gia s'avea tenuto, 
per cui gia avea mille querele fatte; 
e poi che gli fu tolto, un tempo volse 
sempre ire a piedi: in modo gliene dolse. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 709 

LXXII 

Inanzi Albracca glie Tavea Brunello 
tolto di sotto quel medesmo giorno 
ch'ad Angelica ancor tolse Pannello, 
al conte Orlando Balisarda e '1 corno, 
e la spada a Marfisa: et avea quello, 
dopo che fece in Africa ritorno, 
con Balisarda insieme a Ruggier dato, 
il qual Tavea Frontin poi nominate. 

LXXIII 

Quando conobbe non si apporre in fallo, 
disse il Circasso, al re d'Algier rivolto: 
Sappi, signor, che questo e mio cavallo, 
ch'ad Albracca di furto mi fu tolto. 
Bene avrei testimoni da provallo; 
ma perche son da noi lontani molto, 
s'alcun lo niega, io gli vo' sostenere 
con Parme in man le mie parole vere. 

LXXIV 

Ben son contento, per la compagnia 
in questi pochi di stata fra noi, 
che prestato il cavallo oggi ti sia, 
ch'io veggo ben che senza far non puoi; 
per6 con patto, se per cosa mia 
e prestata da me conoscer vuoi: 
altrimente d'averlo non far stima, 
o se non lo combatti meco prima. 

LXXV 

Rodomonte, del quale un pin orgoglioso 
non ebbe mai tutto il mestier de Parme; 
al quale in esser forte e coraggioso 
alcuno antico d'uguagliar non panne; 
rispose: Sacripante, ogn'altro ch/oso, 
fuor che tu, fosse in tal modo a parlarme, 
con suo mal si saria tosto aweduto 
che meglio era per lui di nascer muto. 



710 ORLANDO FURIOSO 

LXXVI 

Ma per la compagnia che, come hai detto, 
novellamente insieme abbiamo presa, 
ti son contento aver tanto rispetto, 
ch'io t'ammonisca a tardar questa impresa, 
fin che de la battaglia veggi efFetto, 
che fra il Tartaro e me tosto fia accesa: 
dove porti uno esempio inanzi spero, 
ch'avrai di grazia a dirmi: Abbi il destriero. 

LXXVII 

Gli e teco cortesia 1'esser villano; 
disse il Circasso pien d'ira e di isdegno 

ma piu chiaro ti dico ora e piu piano, 
che tu non faccia in quel destrier disegno : 
che te lo defendo io, tanto ch'in mano 
questa vindice mia spada sostegno ; 

e metter6vi insino 1'ugna e il dente, 
se non potro difenderlo altrimente. 

LXXVIII 

Venner da le parole alle contese, 
ai gridi, alle minaccie, alia battaglia, 
che per molt'ira in piu fretta s'accese, 
che s'accendesse mai per fuoco paglia. 
Rodomonte ha 1'osbergo et ogni arnese, 
Sacripante non ha piastra ne maglia; 
ma par (si ben con lo schermir s'adopra) 
che tutto con la spada si ricuopra. 

LXXIX 

Non era la possanza e la fierezza 
di Rodomonte, ancor ch'era infinita, 
piu che la providenza e la destrezza 
con che sue forze Sacripante aita. 
Non volto ruota mai con piu prestezza 
il macigno sovran che '1 grano trita, 
che faccia Sacripante or mano or piede 
di qua di la, dove il bisogno vede. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO JII 

LXXX 

Ma Ferrau, ma Serpentine arditi 
trasson le spade, e si cacciar tra loro, 
dal re Grandonio, da Isolier seguiti, 
da molt'altri signor del popul Moro. 
Questi erano i romori, i quali uditi 
ne Paltro padiglion fur da costoro, 
quivi per accordar venuti invano 
col Tartaro, Ruggiero e '1 Sericano. 

LXXXI 

Venne chi la novella al re Agramante 
riport6 certa, come pel destriero 
avea con Rodomonte Sacripante 
incominciato un aspro assalto e fiero. 
II re, confuso di discordie tante, 
disse a Marsilio : Abbi tu qui pensiero 
die fra questi guerrier non segua peggio, 
mentre all'altro disordine io proveggio. 

LXXXII 

Rodomonte, che '1 re, suo signor, mira, 
frena Porgoglio, e torna indietro il passo; 
ne con minor rispetto si ritira 
al venir d j Agramante il re circasso. 
Quel domanda la causa di tant'ira 
con real viso e parlar grave e basso: 
e cerca, poi che n'ha compreso il tutto, 
porli d'accordo; e non vi fa alcun frutto. 

LXXXIII 

II re circasso il suo destrier non vuole 
ch'al re d'Algier piu lungamente resti, 
se non s'umilia tanto di parole, 
che lo venga a pregar che glie lo presti. 
Rodomonte, superbo come suole, 
gli risponde: Ne 1 ciel, ne tu faresti 
che cosa che per forza aver potessi, 
da altri che da me mai conoscessi. 



712 ORLANDO FURIOSO 

LXXXIV 

II re chiede al Circasso che ragione 
ha nel cavallo, e come gli fu tolto: 
e quel di parte in parte il tutto espone, 
et esponendo s'arrossisce in volto, 
quando gli narra che '1 sottil ladrone, 
ch'in un alto pensier 1'aveva colto, 
la sella su quattro aste gli suffolse, 
e di sotto il destrier nudo gli tolse. 

LXXXV 

Marfisa che tra gli altri al grido venne, 
tosto che '1 furto del cavallo udi, 
in viso si turb6, che le sovenne 
che perde la sua spada ella quel di: 
e quel destrier che parve aver le penne 
da lei fuggendo, riconobbe qui: 
riconobbe anco il buon re Sacripante, 
che non avea riconosciuto inante. 

LXXXVI 

Gli altri ch'erano intorno, e che vantarsi 
Brunei di questo aveano udito spesso, 
verso lui cominciaro a rivoltarsi, 
e far palesi cenni ch'era desso; 
Marfisa sospettando, ad informarsi 
da questo e da quell'altro ch'avea appresso, 
tanto che venne a ritrovar che quello 
che le tolse la spada era Brunello: 

LXXXVII 

e seppe che pel furto onde era degno 
che gli annodasse il collo un capestro unto, 
dal re Agramante al tingitano regno 
fu, con esempio inusitato, assunto. 
Marfisa, rinfrescando il vecchio sdegno, 
disegno vendicarsene a quel punto, 
e punir scherni e scorni che per strada 
fatti Pavea sopra la tolta spada. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 713 

LXXXVIII 

Dal suo scudier 1'elmo allacciar si fece; 
che del resto de Farme era guernita. 
Senza osbergo io non trovo che mai diece 
volte fosse veduta alia sua vita, 
dal giorno ch'a portarlo assuefece 
la sua persona, oltre ogni fede ardita. 
Con 1'elmo in capo ando dove fra i primi 
Brunei sedea negli argini sublimi. 

LXXXIX 

Gli diede a prima giunta ella di piglio 
in mezzo il petto, e da terra levollo, 
come levar suol col falcato artiglio 
talvolta la rapace aquila il polio; 
e la dove la lite inanzi al figlio 
era del re Troian, cosi portollo. 
Brunei, che giunto in male man si vede, 
pianger non cessa e domandar mercede. 

xc 

Sopra tutti i rumor, strepiti e gridi, 
di che '1 campo era pien quasi ugualmente, 
Brunei, ch'ora pietade ora sussidi 
domandando venia, cosi si sente, 
ch'al suono de j ramarichi e de' stridi 
si fa d'intorno accor tutta la gente. 
Giunta inanzi al re d'Africa, Marfisa 
con viso altier gli dice in questa guisa: 

xci 

Io voglio questo ladro tuo vasallo 
con le mie mani impender per la gola, 
perche il giorno medesmo che '1 cavallo 
a costui tolle, a me la spada invola. 
Ma se gli e alcun che voglia dir ch'io fallo, 
facciasi inanzi e dica una parola; 
ch'in tua presenzia gli vo j sostenere 
che se ne mente, e ch'io fo il mio dovere. 



714 ORLANDO FURIOSO 

XCII 

Ma perche* si potria forse imputarme 
c'ho atteso a farlo in mezzo a tante liti, 
mentre che questi piu famosi in arme 
d'altre querele son tutti impediti; 
tre giorni ad impiccarlo io vo j indugiarme: 
intanto o vieni, o manda chi Paiti; 
che dopo, se non fia chi me lo vieti, 
far6 di lui mille uccellacci lieti. 

XCIII 

Di qui presso a tre leghe a quella torre 
che siede inanzi ad un piccol boschetto, 
senza piu compagnia mi vado a porre 
che d'una mia donzella e d'un valletto. 
S'alcuno ardisce di venirmi a t6rre 
questo ladron, la venga, ch'io 1'aspetto. 
Cosi disse ella; e dove disse, prese 
tosto la via, ne piu risposta attese. 

xciv 

Sul collo inanzi del destrier si pone 
Brunei, che tuttavia tien per le chiome. 
Piange il misero e grida, e le persone, 
in che sperar solia, chiama per nome. 
Resta Agramante in tal confusione 
di questi intrichi, che non vede come 
poterli sciorre; e gli par via piu greve 
che Marfisa Brunei cosi gli leve. 

xcv 

Non che Fapprezzi o che gli porti amore, 
anzi piu giorni son che Podia molto ; 
e spesso ha d'impiccarlo avuto in core, 
dopo che gli era stato Pannel tolto. 
Ma questo atto gli par contra il suo onore, 
si che n'avampa di vergogna in volto. 
Vuole in persona egli seguirla in fretta, 
e a tutto suo poter fame vendetta. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 715 

XCVI 

Ma il re Sobrino, il quale era presente, 
da questa impresa molto il dissuade, 
dicendogli che mal conveniente 
era all'altezza di sua maestade, 
se ben avesse d'esserne vincente 
ferma speranza e certa sicurtade: 
piu ch'onor, gli fia biasmo che si dica 
ch'abbia vinta una femina a fatica. 

xcvn 

Poco Ponore, e molto era il periglio 
d'ogni battaglia che con lei pigliasse; 
e che gli dava per miglior consiglio, 
che Brunello alle forche aver lasciasse; 
e se credesse ch'uno alzar di ciglio 
a torlo dal capestro gli bastasse, 
non dovea alzarlo, per non contradire 
che s'abbia la giustizia ad esequire. 

XCVIII 

Potrai mandare un che Marfisa prieghi 
dicea ch'in questo giudice ti faccia, 
con promission ch'al ladroncel si leghi 
il laccio al collo, e a lei si sodisfaccia; 
e quando anco ostinata te lo nieghi, 
se 1'abbia, e il suo desir tutto compiaccia: 
pur che da tua amicizia non si spicchi, 
Brunello e gli altri ladri tutti impicchi. 

xcix 

II re Agramante volentier s'attenne 
al parer di Sobrin discrete e saggio; 
e Marfisa lascio, che non le venne, 
ne pati ch'altri andasse a farle oltraggio, 
n6 di farla pregare anco sostenne: 
e toler6, Dio sa con che coraggio, 
per poter acchetar liti maggiori, 
e del suo campo tor tanti romori. 



716 ORLANDO FURIOSO 



Di ci6 si ride la Discordia pazza, 
che pace o triegua omai piu teme poco. 
Scorre di qua e di la tutta la piazza, 
ne puo trovar per allegrezza loco. 
La Superbia con lei salta e gavazza, 
e legne et esca va aggiungendo al fuoco: 
e grida si, che fin ne 1'alto regno 
manda a Michel de la vittoria segno. 

Cl 

Trem6 Parigi e turbidossi Senna 
alFalta voce, a quello orribil grido; 
rimbombo il suon fin alia selva Ardenna 
si che lasciar tutte le fiere il nido. 
Udiron 1'Alpi e il monte di Gebenna, 
di Blaia e d' Arli e di Roano il lido ; 
Rodano e Sonna udi, Garonna e il Reno; 
si strinsero le madri i figli al seno. 

en 

Son cinque cavallier c'han fisso il chiodo 
d'essere i primi a terminar sua lite, 
1'una ne 1'altra aviluppata in modo, 
che non 1'avrebbe Apolline espedite. 
Commincia il re Agramante a sciorre il no do 
de le prime tenzon ch'aveva udite, 
che per la figlia del re Stordilano 
eran tra il re di Scizia e il suo African o. 

cm 

II re Agramante and6 per porre accordo 
di qua e di la piu volte a questo e a quello, 
e a questo e a quel piu volte die ricordo 
da signor giusto e da fedel fratello : 
e quando parimente trova sordo 
Tun come Paltro, indomito e rubello 
di volere esser quel che resti senza 
la donna da cui vien lor differenza; 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 717 

CIV 

s'appiglia al fin, come a miglior partite, 

di che amendui si contentar gli amanti, 

che de la bella donna sia marito 

1'uno de 5 duo, quel che vuole essa inanti; 

e da quanto per lei sia stabilito, 

piu non si possa andar dietro ne avanti. 

All'uno e alPaltro piace il compromesso, 

sperando ch'esser debbia a favor d'esso. 

cv 

II re di Sarza, che gran tempo prima 
di Mandricardo amava Doralice, 
et ella Pavea posto in su la cima 
d'ogni favor ch'a donna casta lice; 
che debba in util suo venire estima 
la gran sentenzia che 1 puo far felice: 
ne egli avea questa credenza solo, 
ma con lui tutto il barbaresco stuolo. 

cvi 

Ognun sapea ci6 ch'egli avea gia fatto 
per essa in giostre, in torniamenti, in guerra; 
e che stia Mandricardo a questo patto, 
dicono tutti che vaneggia et erra. 
Ma quel che piu fiate e piu di piatto 
con lei fu mentre il sol stava sotterra, 
e sapea quanto avea di certo in mano, 
ridea del popular giudicio vano. 

cvn 

Poi lor convenzion ratificaro 
in man del re quei duo prochi famosi, 
et indi alia donzella se n'andaro. 
Et ella abbasso gli occhi vergognosi, 
e disse che piu il Tartaro avea caro: 
di che tutti restar maravigliosi ; 
Rodomonte si attonito e smarrito, 
che di levar non era il viso ardito. 



ORLANDO FURIOSO 
CVIII 

Ma poi che 1'usata ira caccio quella 
vergogna che gli avea la faccia tinta, 
ingiusta e falsa la sentenzia appella; 
e la spada impugnando, ch'egli ha cinta, 
dice, udendo il re e gli altri, che vuol ch'ella 
gli dia perduta questa causa o vinta, 
e non Parbitrio di femina lieve 
che sempre inchina a quel che men far deve. 

cix 

Di nuovo Mandricardo era risorto, 
dicendo : Vada pur come ti pare : 
si che prima che '1 legno entrasse in porto, 
v'era a solcare un gran spazio di mare: 
se non che '1 re Agramante diede torto 
a Rodomonte, che non puo chiamare 
phi Mandricardo per quella querela; 
e fe 5 cadere a quel furor la vela. 

ex 

Or Rodomonte che notar si vede 
dinanzi a quei signor di doppio scorno: 
dal suo re, a cui per riverenzia cede, 
e da la donna sua, tutto in un giorno; 
quivi non volse phi fermare il piede, 
e de la molta turba ch'avea intorno 
seco non tolse piu che duo sergenti, 
et usci dei moreschi alloggiamenti. 

CXI 

Come partendo afflitto tauro suole, 
che la giuvenca al vincitor cesso abbia, 
cercar le selve e le rive piu sole 
lungi dai paschi, o qualche arrida sabbia; 
dove muggir non cessa all'ombra e al sole, 
ne per6 scema 1'amorosa rabbia: 
cosi sen va di gran dolor confuso 
il re d'Algier da la sua donna escluso. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 719 

CXII 

Per riavere il buon destrier si mosse 
Ruggier, che gia per questo s'era armato; 
ma poi di Mandricardo ricordosse, 
a cui de la battaglia era ubligato : 
non segui Rodomonte, e ritornosse 
per entrar col re tartaro in steccato 
prima che 'ntrasse il re di Sericana, 
che Paltra lite avea di Durindana. 

CXIII 

Veder torsi Frontin troppo gli pesa 
dinanzi agli occhi, e non poter vietarlo; 
ma dato ch'abbia fine a questa impresa, 
ha ferma intenzion di ricovrarlo. 
Ma Sacripante che non ha contesa, 
come Ruggier, che possa distornarlo, 
e che non ha da far altro che questo, 
per 1'orrne vien di Rodomonte presto. 

cxrv 

E tosto 1'avria giunto, se non era 
un caso strano che trovo tra via, 
che lo fe' dimorar fin alia sera, 
e perder le vestigie che seguia. 
Trovo una donna che ne la riviera 
di Senna era caduta, e vi peria, 
s'a darle tosto aiuto non veniva: 
salto ne 1'acqua e la ritrasse a riva. 

cxv 

Poi quando in sella volse risalire, 
aspettato non fu dal suo destriero, 
che fin a sera si fece seguire, 
e non si lascio prender di leggiero: 
preselo al fin, ma non seppe venire 
piu donde s'era tolto dal sentiero: 
ducento miglia erro tra piano e monte, 
prima che ritrovasse Rodomonte. 



72 ORLANDO FURIOSO 

CXVI 

Dove trovollo, e come fu conteso 
con disvantaggio assai di Sacripante, 
come perde il cavallo e resto preso, 
or non diro; c'ho da narrarvi inante 
di quanto sdegno e di quanta ira acceso 
contra la donna e contra il re Agramante 
del campo Rodomonte si partisse, 
e ci6 che contra aH'uno e alPaltro disse. 

CXVII 

Di cocenti sospir Paria accendea 
dovunque andava il Saracin dolente: 
Ecco per la pieta che gli n'avea, 
da' cavi sassi rispondea sovente. 

Oh feminile ingegno, egli dicea 

come ti volgi e muti facilmente, 
contrario oggetto proprio de la fede! 
Oh infelice, oh miser chi ti crede! 

CXVIII 

Ne lunga servitu, ne grand'amore 
che ti fu a mille prove manifesto, 
ebbono forza di tenerti il core, 
che non fossi a cangiarsi almen si presto. 
Non perch' a Mandricardo inferiore 
io ti paressi, di te privo resto; 
n6 so trovar cagione ai casi miei, 
se non quest'una: che femina sei. 

cxix 

Credo che t'abbia la Natura e Dio 
produtto, o scelerato sesso, al mondo 
per una soma, per un grave fio 
de 1'uom, che senza te saria giocondo : 
come ha produtto anco il serpente rio 
e il lupo e Torso, e fa Paer fecondo 
e di mosche e di vespe e di tafani, 
e loglio e avena fa nascer tra i grani. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 721 

cxx 

Perche fatto non ha Talma Natura, 
che senza te potesse nascer Fuomo, 
come s'inesta per umana cura 
Tun sopra 1'altro il pero, il sorbo e '1 porno? 
Ma quella non pu6 far sempre a misura: 
anzi, s'io vo' guardar come io la nomo, 
veggo che non puo far cosa perfetta, 
poi che Natura femina vien detta. 

cxxi 

Non siate pero tumide e fastose, 
donne, per dir che Tuom sia vostro figlio; 
che de le spine ancor nascon le rose, 
e d'una fetida erba nasce il giglio : 
importune, superbe, dispettose, 
prive d'amor, di fede e di consiglio, 
temerarie, crudeli, inique, ingrate, 
per pestilenzia eterna al mondo nate. 

cxxn 

Con queste et altre et infinite appresso 
querele il re di Sarza se ne giva, 
or ragionando in un parlar sommesso, 
quando in un suon che di lontan s'udiva, 
in onta e in biasmo del femineo sesso: 
e certo da ragion si dipartiva; 
che per una o per due che trovi ree, 
che cento buone sien creder si dee. 

CXXIII 

Se ben di quante io n'abbia fin qui amate, 
non n'abbia mai trovata una fedele, 
perfide tutte io non vo j dir ne ingrate, 
ma darne colpa al mio destin crudele. 
Molte or ne sono, e piu gia ne son state, 
che non dan causa ad uom che si querele; 
ma mia fortuna vuol che s'una ria 
ne sia tra cento, io di lei preda sia. 



722 ORLANDO FURIOSO 

CXXIV 

Pur vo' tanto cercar prima ch'io mora, 
anzi prima che '1 crin piu mi s'imbianchi, 
che forse diro un di che per me ancora 
alcuna sia che di sua fe non manchi. 
Se questo awien (che di speranza fuora 

10 non ne son), non fia mai ch'io mi stanchi 
di farla, a mia possanza, gloriosa 

con lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa. 

cxxv 

11 Saracin non avea manco sdegno 
contra il suo re, che contra la donzella; 
e cosi di ragion passava il segno, 
biasmando lui, come biasmando quella. 
Ha disio di veder che sopra il regno 
gli cada tanto mal, tanta procella, 
ch'in Africa ogni cosa si funesti, 

ne pietra salda sopra pietra resti; 

CXXVI 

e che spinto del regno, in duolo e in lutto 
viva Agramante misero e mendico : 
e ch'esso sia che poi gli renda il tutto, 
e lo riponga nel suo seggio antico, 
e de la fede sua produca il frutto; 
e gli faccia veder ch'un vero amico 
a dritto e a torto esser dovea preposto, 
se tutto '1 mondo se gli fosse opposto. 

CXXVII 

E cosi quando al re, quando alia donna 
volgendo il cor turbato, il Saracino 
cavalca a gran giornate, e non assonna, 
e poco riposar lascia Frontino. 
II di seguente o Paltro in su la Sonna 
si ritrovo, ch'avea dritto il camino 
verso il mar di Provenza, con disegno 
di navigare in Africa al suo regno. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 723 

CXXVIII 

Di barche e di sottil legni era tutto 
fra Tuna ripa e Faltra il fiume pieno, 
ch'ad uso de Tesercito condutto 
da molti lochi vettovaglie avieno; 
perche in poter de s Mori era ridutto, 
venendo da Parigi al lito ameno 
d'Acquamorta, e voltando inver la Spagna, 
ci6 che v'e da man destra di campagna. 

cxxix 

Le vettovaglie in carra et in iumenti, 
tolte fuor de le navi, erano carche, 
e tratte con la scorta de le genti, 
ove venir non si potea con barche. 
Avean piene le ripe i grassi armenti 
quivi condotti da diverse marche; 
e i conduttori intorno alia riviera 
per varii tetti albergo avean la sera. 

cxxx 

II re d'Algier, perche" gli sopravenne 
quivi la notte e 1'aer nero e cieco, 
d'un ostier paesan lo 'nvito tenne, 
che lo preg6 che rimanesse seco. 
Adagiato il destrier, la mensa venne 
di varii cibi e di vin corso e greco; 
che '1 Saracin nel resto alia moresca, 
ma volse far nel bere alia francesca. 

cxxxi 

L'oste con buona mensa e miglior viso 
studi6 di fare a Rodomonte onore; 
che la presenzia gli die certo aviso 
ch'era uomo ilhjstre e pien d'alto valore: 
ma quel che da se stesso era diviso, 
ne quella sera avea ben seco il core 
(che mal suo grado s'era ricondotto 
alia donna gia sua), non facea motto. 



724 ORLANDO FURIOSO 

CXXXII 

II buono ostier, che fu del dillgenti 
che mai si sien per Francia ricordati, 
quando tra le nimiche e strane genti 
Talbergo e' beni suoi s'avea salvati; 
per servir quivi, alcuni suoi parenti, 
a tal servigio pronti, avea chiamati ; 
de' quai non era alcun di parlar oso, 
vedendo il Saracin muto e pensoso. 

cxxxm 

Di pensiero in pensiero and6 vagando 
da se stesso lontano il pagan molto, 
col viso a terra chino, ne levando 
si gli occhi mai, ch'alcun guardasse in volto. 
Dopo un lungo star cheto, suspirando, 
si come d'un gran sonno allora sciolto, 
tutto si scosse, e insieme alzo le ciglia, 
e volto gli occhi all'oste e alia famiglia. 

cxxxiv 

Indi roppe il silenzio, e con sembianti 
piu dolci un poco e viso men turbato, 
domandc- all'oste e agli altri circonstanti 
se d'essi alcuno avea mogliere a lato. 
Che 1'oste e che quegli altri tutti quanti 
Taveano, per risposta gli fu dato. 
Domanda lor quel che ciascun si crede 
de la sua donna nel servargli fede, 

cxxxv 

Eccetto Foste, fer tutti risposta 
che si credeano averle e caste e buone. 
Disse 1'oste: Ognun pur creda a sua posta; 
ch'io so ch'avete falsa opinione. 
II vostro sciocco credere vi costa 
ch'io stimi ognun di voi senza ragione; 
e cosi far questo signor deve anco, 
se non vi vuol mostrar nero per bianco. 



CANTO VENTESIMOSETTIMO 725 

CXXXVI 

Perche, si come e sola la fenice, 

ne mai piu d'una in tutto il mondo vive, 

cosi ne mai piu d'uno esser si dice, 

che de la moglie i tradimenti schive. 

Ognun si crede d'esser quel felice, 

d'esser quel sol ch'a questa palma arrive. 

Come e possibil che v'arrivi ognuno, 

se non ne pu6 nel mondo esser piu d'uno ? 

cxxxvn 

lo fui gia ne Terror che siete voi, 
che donna casta anco piu d'una fusse. 
Un gentilomo di Vinegia poi, 
che qui mia buona sorte gia condusse, 
seppe far si con veri esempi suoi, 
che fuor de 1'ignoranza mi ridusse. 
Gian Francesco Valerio era nomato; 
che '1 nome suo non mi s'e mai scordato. 

CXXXVIII 

Le fraudi che le mogli e che Famiche 
sogliano usar, sapea tutte per conto: 
e sopra ci6 moderne istorie e antiche, 
e proprie esperienze avea si in pronto, 
che mi mostr6 che mai donne pudiche 
non si trovaro, o povere o di conto; 
e s'una casta piu de 1'altra parse, 
venia, perche piu accorta era a celarse. 

cxxxix 

E fra 1'altre (che tante me ne disse, 
che non ne posso il terzo ricordarmi), 
si nel capo una istoria mi si scrisse, 
che non si scrisse mai piu saldo in marmi: 
e ben parria a ciascuno che 1'udisse, 
di quest e rie quel ch'a me parve e parmi. 
E se, signor, a voi non spiace udire, 
a lor confusion ve la vo' dire. 



7^6 ORLANDO FURIOSO 

CXL 

Rispose il Saracin: Che puoi tu farmi, 
che piu al presente mi diletti e piaccia, 
che dirmi istoria e qualche esempio darmi 
che con 1'opinion mia si confaccia? 
Perch'io possa udir meglio, e tu narrarmi, 
siedemi incontra, ch'io ti vegga in faccia, 
Ma nel canto che segue io v'ho da dire 
quel che fe' 1'oste a Rodomonte udire. 



CANTO VENTESIMOTTAVO 727 



CANTO VENTESIMOTTAVO 



Donne, e voi che le donne avete in pregio, 
per Dio, non date a questa istoria orecchia, 
a questa che To.stier dire in dispregio 
e in vostra infamia e biasmo s'apparecchia; 
ben che ne macchia vi puo dar ne fregio 
lingua si vile, e sia Fusanza vecchia 
che '1 volgare ignorante ognun riprenda, 
e parli piu di quel che meno intenda. 

II 

Lasciate questo canto, che senza esso 
puo star Tistoria, e non sara men chiara. 
Mettendolo Turpino, anch'io Fho messo, 
non per malivolenzia ne per gara. 
Ch'io v'ami, oltre mia lingua che Tha espresso, 
che mai non fu di celebrarvi avara, 
n'ho fatto mille prove; e v'ho dimostro 
ch'io son, ne potrei esser se non vostro. 

in 

Passi, chi vuol, tre carte o quattro, senza 
leggerne verso, e chi pur legger vuole, 
gli dia quella medesima credenza 
che si suol dare a finzioni e a fole. 
Ma tornando al dir nostro, poi ch'udienza 
apparecchiata vide a sue parole, 
e darsi luogo incontra al cavalliero, 
cosi Tistoria incominci6 Fostiero. 



728 ORLANDO FURIOSO 

IV 

Astolfo, re de' Longobardi, quello 
a cui Iasci6 il fratel monaco il regno, 
fu ne la giovinezza sua si bello, 
che mai poch'altri giunsero a quel segno. 
N'avria a fatica un tal fatto a penello 
Apelle, o Zeusi, o se v'e alcun piu degno. 
Bello era, et a ciascun cosi parea: 
ma di molto egli ancor piu si tenea. 

v 

Non stimava egli tanto per Faltezza 
del grado suo d'avere ognim minore; 
ne tanto che di genti e di ricchezza 
di tutti i re vicini era il maggiore; 
quanto che di presenzia e di bellezza 
avea per tutto J l mondo il primo onore. 
Godea di questo udendosi dar loda, 
quanto di cosa volentier piu s'oda. 

VI 

Tra gli altri di sua corte avea assai grato 
Fausto Latini, un cavallier romano: 
con cui sovente essendosi lodato 
or del bel viso or de la bella mano, 
et avendolo un giorno domandato 
se mai veduto avea, presso o lontano, 
altro uom di forma cosi ben composto; 
contra quel che credea, gli fu risposto. 

VII 

Dico rispose Fausto che secondo 
ch'io veggo e che parlarne odo a ciascuno, 
ne la bellezza hai pochi pari al mondo; 
e questi pochi io li restringo in uno. 
Quest'uno e un fratel mio, detto locondo. 
Eccetto lui, ben creder6 ch'ognuno 
di belta molto a dietro tu ti lassi; 
ma questo sol credo t'adegui e passi. 



CANTO VENTESIMOTTAVO 729 

VIII 

Al re parve impossibil cosa udire, 
che sua la palma infin allora tenne ; 
e d'aver conoscenza alto desire 
di si lodato giovene gli venne. 
Fe* si con Fausto, che di far venire 
quivi il fratel prometter gli convenne; 
ben ch'a poterlo indur che ci venisse, 
saria fatica, e la cagion gli disse: 

IX 

che J l suo fratello era uom che mosso il piede 

mai non avea di Roma alia sua vita, 

che del ben che Fortuna gli concede, 

tranquilla e senza affanni avea notrita: 

la roba di che 5 1 padre il Iasci6 erede, 

ne mai cresciuta avea ne minuita; 

e che parrebbe a lui Pavia lontana 

piu che non parria a un altro ire alia Tana. 



E la difficulta saria maggiore 
a poterlo spiccar da la mogliere, 
con cui legato era di tanto amore, 
che non volendo lei non pu6 volere. 
Pur per ubbidir lui che gli e signore, 
disse d'andare e fare oltre il pot ere. 
Giunse il re a' prieghi tali ofFerte e doni, 
che di negar non gli lascio ragioni. 

XI 

Partisse, e in pochi giorni ritrovosse 
dentro di Roma alle paterne case. 
Quivi tanto prego, che '1 fratel mosse 
si ch'a venire al re gli persuase; 
e fece ancor (ben che difficil fosse) 
che la cognata tacita rimase, 
proponendole il ben che n'usciria, 
oltre ch'obligo sempre egli Tavria. 



730 ORLANDO FURIOSO 

XII 

Fisse locondo alia partita il giorno: 
trovo cavalli e servitori intanto; 
vesti fe' far per comparire adorno, 
che talor cresce una belta un bel manto. 
La notte a lato, e '1 di la moglie intorno, 
con gli occhi ad or ad or pregni di pianto, 
gli dice che non sa come patire 
potra tal lontananza e non morire; 

XIII 

che pensandovi sol, da la radice 
sveller si sente il cor nel lato manco. 
Deh, vita mia, non piagnere; le dice 
locondo, e seco piagne egli non manco 
cosi mi sia questo camin felice, 
come tornar vo' fra duo mesi almanco: 
ne mi faria passar d'un giorno il segno, 
se mi donasse il re mezzo il suo regno. 

XIV 

Ne la donna percio si riconforta: 
dice che troppo terrnine si piglia; 
e s'al ritorno non la trova morta, 
esser non pu6 se non gran maraviglia. 
Non lascia il duol che giorni e notte porta, 
che gustar cibo, e chiuder possa ciglia; 
tal che per la pieta locondo spesso 
si pente ch'al fratello abbia promesso. 

xv 

Dal collo un suo monile ella si sciolse, 
ch'una crocetta avea ricca di gemme, 
e di sante reliquie che raccolse 
in molti luoghi un peregrin boemme; 
et il padre di lei, ch'in casa il tolse 
tornando infermo di lerusalemme, 
venendo a morte poi ne lascio erede : 
questa levossi et al marito diede. 



CANTO VENTESIMOTTAVO 731 

XVI 

E che la porti per suo amore al collo 
lo prega, si che ognor gli ne sovenga. 
Piacque il dono al marito, et accettollo; 
non perche dar ricordo gli convenga: 
che ne tempo ne absenzia mai dar crollo, 
ne buona o ria fortuna che gli avenga, 
potra a quella memoria salda e forte 
c'ha di lei sempre, e avra dopo la morte. 

XVII 

La notte ch'and6 inanzi a quella aurora 
che fu il termine estremo alia partenza, 
al suo locondo par ch'in braccio muora 
la moglie, che n'ha tosto da star senza. 
Mai non si dorme; e inanzi al giorno un'ora 
viene il marito all'ultima licenza. 
Monto a cavallo, e si parti in effetto; 
e la moglier si ricorco nel letto. 

XVIII 

locondo ancor duo miglia ito non era, 
che gli venne la croce raccordata, 
ch'avea sotto il guancial messo la sera, 
poi per oblivion 1'avea lasciata. 
"Lasso!" dicea tra se "di che maniera 
trovero scusa che mi sia accettata, 
che mia moglie non creda che gradito 
poco da me sia Tamor suo infmito ?" 

XIX 

Pensa la scusa, e poi gli cade in mente 
che non sara accettabile ne buona, 
mandi famigli, mandivi altra gente, 
s'egli medesmo non vi va in persona. 
Si ferma, e al fratel dice : Or pianamente 
fin a Baccano al primo albergo sprona; 
che dentro a Roma e forza ch'io rivada: 
e credo anco di giugnerti per strada. 



732 ORLANDO FURIOSO 

XX 

Non potria fare altri il bisogno mio: 
ne dubitar, ch'io sar6 tosto teco. 
Volto il ronzin di trotto, e disse a Dio; 
ne de' famigli suoi volse alcun seco. 
Gia coirdnciava, quando pass6 il rio, 
dinanzi al sole a fuggir Paer cieco. 
Smonta in casa, va al letto, e la consorte 
quivi ritrova addormentata forte. 

XXI 

La cortina Iev6 senza far motto, 
e vide quel che men veder credea: 
che la sua casta e fedel moglie, sotto 
la coltre, in braccio a xm giovene giacea. 
Riconobbe Padultero di botto, 
per la pratica lunga che n'avea; 
ch'era de la farmglia sua un garzone, 
allevato da lui, d'umil nazione. 

XXII 

S'attonito restasse e malcontento, 
meglio e pensarlo e fame fede altrui, 
ch'esserne mai per far 1'esperimento 
che con suo gran dolor ne fe' costui. 
Da lo sdegno assalito, ebbe talento 
di trar la spada e uccidergli ambedui : 
ma da Pamor che porta, al suo dispetto, 
alPingrata moglier, gli fu interdetto. 

XXIII 

Ne lo Iasci6 questo ribaldo Amore 
(vedi se si Tavea fatto vasallo) 
destarla pur, per non le dar dolore 
che fosse da lui colta in si gran fallo. 
Quanto pote piu tacito usci fuore, 
scese le scale, e rimont6 a cavallo; 
e punto egli d'amor, cosi lo punse, 
ch'all'albergo non fu, che '1 fratel giunse. 



CANTO VENTESIMOTTAVO 733 

XXIV 

Cambiato a tutti parve esser nel volto; 
vider tutti che J l cor non avea lieto : 
ma non v'e chi s'apponga gia di molto, 
e possa penetrar nel suo secreto. 
Credeano che da lor si fosse tolto 
per gire a Roma, e gito era a Corneto. 
Ch'amor sia del mal causa ognun s'avisa; 
ma non e gia chi dir sappia in che guisa. 

xxv 

Estimasi il fratel che dolor abbia 
d'aver la moglie sua sola lasciata; 
e pel contrario duolsi egli et arrabbia 
che rimasa era troppo accompagnata. 
Con fronte crespa e con gonfiate labbia 
sta Tinfelice, e sol la terra guata. 
Fausto ch'a confortarlo usa ogni prova, 
perche non sa la causa, poco giova. 

XXVI 

Di contrario liquor la piaga gli unge, 
e dove tor dovria, gli accresce doglie; 
dove dovria saldar, piu 1'apre e punge: 
questo gli fa col ricordar la moglie. 
Ne posa di ne notte: il sonno lunge 
fugge col gusto, e mai non si raccoglie: 
e la faccia, che dianzi era si bella, 
si cangia si, che piu non sembra quella. 

XXVII 

Par che gli occhi se ascondin ne la testa; 
cresciuto il naso par nel viso scarno: 
de la belta si poca gli ne resta, 
che ne potra far paragone indarno. 
Col duol venne una febbre si molesta, 
che lo fe' soggiornar all'Arbia e airArno: 
e se di bello avea serbata cosa, 
tosto rest6 come al sol colta rosa. 



734 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

Oltre ch'a Fausto incresca del fratello 
che veggia a simil termine condutto, 
via piu gl'incresce che bugiardo a quello 
principe, a chl lodollo, parra in tutto: 
mostrar di tutti gli uomini il piii bello 
gli avea promesso, e niostrera il piu brutto. 
Ma pur continuando la sua via, 
seco lo trasse al fin dentro a Pavia. 

XXIX 

Gia non vuol che lo vegga il re improvise, 
per non mostrarsi di giudicio privo : 
ma per lettere inanzi gli da aviso 
che '1 suo fratel ne viene a pena vivo ; 
e ch'era stato alParia del bel viso 
un affanno di cor tanto nocivo, 
accompagnato da una febbre ria, 
che piu non parea quel ch'esser solia. 

xxx 

Grata ebbe la venuta di locondo 
quanto potesse il re d'amico avere; 
che non avea desiderato al mondo 
cosa altretanto, che di lui vedere. 
Ne gli spiace vederselo secondo, 
e di bellezza dietro rimanere; 
ben che conosca, se non fosse il male, 
che gli saria superiore o uguale. 

XXXI 

Giunto, lo fa alloggiar nel suo palagio, 
lo visita ogni giorno, ogni ora n'ode; 
fa gran provision che stia con agio, 
e d'onorarlo assai si studia e gode. 
Langue locondo, che '1 pensier malvagio 
c'ha de la ria moglier sempre lo rode: 
ne '1 veder giochi, ne musici udire, 
dramma del suo dolor puo minuire. 



CANTO VENTESIMOTTAVO 735 

XXXII 

Le stanze sue, che sono appresso al tetto 
Pultime, inanzi hanno una sala antica. 
Quivi solingo (perche ogni diletto, 
perch' ogni compagnia prova nimica) 
si ritraea, sempre aggiungendo al petto 
di piu gravi pensier nuova fatica: 
e trovo quivi (or chi lo crederia ?) 
chi lo san6 de la sua piaga ria. 

XXXIII 

In capo de la sala, ove e piu scuro 
(che non vi s'usa le finestre aprire), 
vede che '1 palco mal si giunge al muro, 
e fa d'aria piu chiara un raggio uscire. 
Pon Pocchio quindi, e vede quel che duro 
a creder fora a chi Tudisse dire: 
non 1'ode egli d'altrui, ma se lo vede; 
et anco agli occhi suoi proprii non crede. 

xxxiv 

Quindi scopria de la regina tutta 
la piu secreta stanza e la piu bella, 
ove persona non verria introdutta, 
se per molto fedel non Favesse ella. 
Quindi mirando vide in strana lutta 
ch'un nano aviticchiato era con quella: 
et era quel piccin stato si dotto, 
che la regina avea messa di sotto. 

xxxv 

Attonito locondo e stupefatto, 
e credendo sognarsi, un pezzo stette; 
e quando vide pur che gli era in fatto 
e non in sogno, a se stesso credette. 
"A uno sgrignuto mostro e contrafatto 
dunque" disse "costei si sottomette, 
che '1 maggior re del mondo ha per marito, 
piu bello e piu cortese? oh che appetite!" 



736 ORLANDO FURIOSO 

XXXVI 

E de la moglie sua, che cosi spesso 
piu d'ogn'altra biasmava, ricordosse, 
perche '1 ragazzo s'avea tolto appresso: 
et or gli parve che escusabil fosse. 
Non era colpa sua piu che del sesso, 
che d'un solo uomo mai non contentosse: 
e s'han tutte una macchia d'uno inchiostro, 
almen la sua non s'avea tolto un mostro. 

XXXVII 

II di seguente, alia medesima ora, 
al medesimo loco fa ritorno; 
e la regina e il nano vede ancora, 
che fanno al re pur il medesmo scorno. 
Trova 1'altro di ancor che si lavora, 
e 1'altro; e al fin non si fa festa giorno: 
e la regina (che gli par piu strano) 
sempre si duol che poco 1'ami il nano-. 

XXXVIII 

Stette fra gli altri un giorno a veder, ch'ella 
era turbata e in gran malenconia, 
che due volte chiamar per la donzella 
il nano fatto avea, n'ancor venia. 
Mand6 la terza volta, et udl quella 
che: ((Madonna, egli giuoca; riferia 
e per non stare in perdita d'un soldo, 
a voi niega venire il manigoldo. 

xxxix 

A si strano spettacolo locondo 
raserena la fronte e gli occhi e il viso; 
e quale in nome, divento giocondo 
d'efFetto ancora, e torno il pianto in riso. 
Allegro torna e grasso e rubicondo, 
che sembra un cherubin del paradise; 
che '1 re, il fratello e tutta la famiglia 
di tal mutazion si maraviglia. 



CANTO VENTESIMOTTAVO 737 

XL 

Se da locondo il re bramava udire 
onde venisse il subito conforto, 
non men locondo lo bramava dire, 
e fare il re di tanta ingiuria accorto; 
ma non vorria che piu di se punire 
volesse il re la moglie di quel torto; 
si che per dirlo e non far danno a lei, 
il re fece giurar su Fagnusdei. 

XLI 

Giurar lo fe' che ne per cosa detta, 
n che gli sia mostrata che gli spiaccia, 
ancor ch'egli conosca che diretta- 
mente a sua Maesta danno si faccia, 
tardi o per tempo mai fara vendetta; 
e di piu vuole ancor che se ne taccia, 
si che ne il malfattor giamai comprenda, 
in fatto o in detto, che '1 re il caso intenda. 

XLII 

II re, ch'ogn'altra cosa, se non questa, 

creder potria, gli giur6 largamente. 

locondo la cagion gli manifesta, 

ond'era molti di stato dolente: 

perche trovata avea la disonesta 

sua moglie in braccio d'un suo vil sergente; 

e che tal pena al fin Tavrebbe morto, 

se tardato a venir fosse il conforto. 

XLIII 

Ma in casa di sua Altezza avea veduto 
cosa che molto gli scemava il duolo; 
che se bene in obbrobrio era caduto, 
era almen certo di non v'esser solo. 
Cosi dicendo, e al bucolin venuto, 
gli dimostr6 il bruttissimo omiciuolo 
che la giumenta altrui sotto si tiene. 
tocca di sproni e fa giuocar di schene. 



738 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

Se parve al re vituperoso Fatto, 

10 crederete ben, senza ch'io '1 giuri. 
Ne fu per arrabbiar, per venir matto; 
ne fu per dar del capo in tutti i muri; 
fu per gridar, fu per non stare al patto: 
ma forza e che la bocca al fin si turi, 

e che 1'ira trangugi amara et acra, 
poi che giurato avea su Fostia sacra. 

XLV 

Che debbo far, che mi consigli, frate, 
disse a locondo poi che tu mi tolli 
che con degna vendetta e crudeltate 
questa giustissima ira io non satolli? 
Lascian disse locondo queste ingrate, 
e proviam se son 1'altre cosi molli: 
faccian de le lor femine ad altmi 
quel ch'altri de le nostre han fatto a nui. 

XLVI 

Ambi gioveni siamo, e di bellezza, 
che facilmente non troviamo pari. 
Qual femina sara che n'usi asprezza, 
se contra i brutti ancor non han ripari ? 
Se belta non varra ne giovinezza, 
varranne almen Faver con noi danari. 
Non vo' che torni, che non abbi prima 
di mille moglie altrui la spoglia opima. 

XLVII 

La lunga absenzia, il veder van luoghi, 
praticare altre femine di fuore, 
par che so vent e disacerbi e sfoghi 
de Famorose passioni il core. 
Lauda il parer, n6 vuol che si pror6ghi 

11 re Fandata; e fra pochissime ore, 
con duo scudieri, oltre alia compagnia 
del cavallier roman, si mette in via. 



CANTO VENTESIMOTTAVO 739 

XLVIII 

Travestiti cercaro Italia, Francia, 
le terre de' Fiaminghi e de Tingles! ; 
e quante ne vedean di bella guancia, 
trovavan tutte ai prieghi lor cortesi. 
Davano, e dato loro era la mancia; 
e spesso rimetteano i danar spesi. 
Da lor pregate foro molte, e foro 
anch'altretante die pregaron loro, 

XLIX 

In questa terra un mese, in quella dui 
soggiornando, accertarsi a vera prova 
che non men ne le lor, che ne Faltrui 
femine, fede e castita si trova. 
Dopo aicun tempo increbbe ad ambedui 
di sempre procacciar di cosa nuova; 
che mal poteano entrar ne 1'altrui porte, 
senza mettersi a rischio de la morte. 

L 

Gli e meglio una trovarne che di faccia 
e di costumi ad ambi grata sia; 
che lor communemente sodisfaccia, 
e non n'abbin d'aver mai gelosia. 
E perche dicea il re ccvo' che mi spiaccia 
aver piu te ch'un altro in compagnia? 
So ben ch'in tutto il gran femineo stuolo 
una non e che stia contenta a un solo. 

LI 

Una, senza sforzar nostro potere, 
ma quando il natural bisogno inviti, 
in festa goderemoci e in piacere, 
che mai contese non avren ne liti. 
N< credo che si debba ella dolere: 
che s'anco ogn'altra avesse duo mariti, 
piu ch'ad un solo, a duo saria fedele; 
ne forse s'udirian tante querele. 



740 ORLANDO FURIOSO 

LII 

Di quel die disse il re, molto contento 
rimaner parve il giovine romano. 
Dunque fermati in tal proponimento, 
cercar molte montagne e molto piano: 
trovaro al fin, secondo il loro intento, 
una figliuola d'uno ostiero ispano, 
che tenea albergo al porto di Valenza, 
bella di modi e bella di presenza. 

LIII 

Era ancor sul fiorir di primavera 
sua tenerella e quasi acerba etade. 
Di molti figli il padre aggravat'era, 
e nimico mortal di povertade; 
si ch'a disporlo fu cosa leggiera, 
che desse lor la figlia in potestade; 
ch'ove piacesse lor potesson trarla, 
poi che promesso avean di ben trattarla. 

LIV 

Pigliano la fanciulla, e piacer n'hanno 
or Tun or Paltro in caritade e in pace, 
come a vicenda i mantici che danno, 
or Funo or Taltro, fiato alia fornace. 
Per veder tutta Spagna indi ne vanno, 
e passar poi nel regno di Siface; 
e '1 di che da Valenza si partiro, 
ad albergare a Zattiva veniro. 

LV 

I patroni a veder strade e palazzi 
ne vanno, e lochi publici e divini; 
ch'usanza han di pigliar simil solazzi 
in ogni terra ove entran peregrini; 
e la fanciulla resta coi ragazzi. 
Altri i letti, altri acconciano i ronzini, 
altri hanno cura- che sia alia tornata 
dei signor lor la cena apparecchiata. 



CANTO VENTESIMOTTAVO 741 

LVI 

Ne Falbergo un garzon stava per fante, 
ch'in casa de la giovene gia stette 
a' servigi del padre, e d'essa amante 
fu da' prirni anni, e del suo amor godette. 
Ben s'adocchiar, ma non ne fer sembiante, 
ch'esser notato ognun di lor temette: 
ma tosto ch'i patroni e la famiglia 
lor dieron luogo, alzar tra lor le ciglia. 

LVII 

II fante domando dove ella gisse, 

e qual del duo signor Pavesse seco. 

A punto la Fiammetta il fatto disse 

(cosi avea nome, e quel garzone il Greco). 

Quando sperai che '1 tempo, ohime! venisse 

il Greco le dicea di viver teco, 

Fiammetta, anima mia, tu te ne vai, 

e non so piu di rivederti mai. 

LVIII 

Fannosi i dolci miei disegni amari, 
poi che sei d'altri, e tanto mi ti scosti. 
lo disegnava, avendo alcun danari 
con gran fatica e gran sudor riposti, 
ch'avanzato m'avea de' miei salari 
e de le bene andate di molti osti, 
di tornare a Valenza, e domandarti 
al padre tuo per moglie, e di sposarti. 

LIX 

La fanciulla negli omeri si stringe, 
e risponde che fu tardo a venire. 
Piange il Greco e sospira, e parte finger 
Vuommi dice dasciar cosi morire? 
Con le tuo braccia i fianchi almen mi cinge, 
lasciami disfogar tanto desire: 
ch'inanzi che tu parta, ogni momento 
che teco io stia mi fa morir contento. 



742 ORLANDO FURIOSO 

LX 

La pietosa fanciulla rispondendo: 
Credi dicea che men di te nol bramo; 
ma n6 luogo ne tempo ci comprendo 
qul, dove in mezzo di tanti occhi siamo. 
II Greco soggiungea: Certo mi rendo, 
che s'un terzo ami me di quel ch'io t'amo, 
in questa notte almen troverai loco 
che ci potren godere insieme un poco. 

LXI 

Come potr6, diceagli la fanciulla 
che sempre in mezzo a duo la notte giaccio ? 
e meco or 1'uno or 1'altro si trastulla, 
e sempre a Tun di lor mi trovo in braccio ? 
Questo ti fia suggiunse il Greco nulla; 
che ben ti saprai tor di questo impaccio, 
e uscir di mezzo lor, pur che tu voglia: 
e dei voler, quando di me ti doglia. 

LXII 

Pensa ella alquanto, e poi dice che vegna 
quando creder potra ch'ognuno dorma; 
e pianamente come far convegna, 
e de Pandare e del tornar 1'informa. 
II Greco, si come ella gli disegna, 
quando sente dormir tutta la torma, 
viene all'uscio e lo spinge, e quel gli cede: 
entra pian piano, e va a tenton col piede. 

LXIII 

Fa lunghi i passi, e sempre in quel di dietro 
tutto si ferma, e Taltro par che muova 
a guisa che di dar tema nel vetro, 
non che '1 terreno abbia a calcar, ma Tuova; 
e tien la mano inanzi simil metro, 
va brancolando infin che } 1 letto trova: 
e di la dove gli altri avean le piante, 
tacito si caccio col capo inante. 



CANTO VENTESIMOTTAVO 743 

LXIV 

Fra Tuna e 1'altra gamba di Fiammetta, 
che supina giacea, diritto venne; 
e quando le fu a par, Pabbracci6 stretta, 
e sopra lei sin presso al di si tenne. 
Cavalco forte, e non ando a staff etta; 
che mai bestia mutar non gli con venne: 
che questa pare a lui che si ben trotte, 
che scender non ne vuol per tutta notte. 

LXV 

Avea locondo et avea il re sentito 
il calpestio che sempre il letto scosse; 
e 1'uno e 1'altro, d'uno error schernito, 
s'avea creduto che '1 compagno fosse. 
Poi ch'ebbe il Greco il suo camin fornito, 
si come era venuto, anco tornosse. 
Saett6 il sol da 1'orizzonte i raggi; 
sorse Fiammetta, e fece entrare i paggi. 

LXVI 

II re disse al compagno mottegiando: 
Frate, molto camin fatto aver dei; 
e tempo e ben che ti riposi, quando 
stato a cavallo tutta notte sei. 
locondo a lui rispose di rimando, 
e disse: Tu di' quel ch'io a dire avrei. 
A te tocca posare, e pro ti faccia, 
che tutta notte hai cavalcato a caccia. 

LXVII 

(cAnch'io)) suggiunse il re senza alcun fallo 
lasciato avria il mio can correre un tratto, 
se m'avessi prestato un po' il cavallo, 
tanto che '1 mio bisogno avessi fatto. 
locondo replic6 : Son tuo vasallo, 
e puoi far meco e rompere ogni patto : 
si che non convenia tal cenni usare; 
ben mi potevi dir: lasciala stare. 



744 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

Tanto replica Tun, tanto soggiunge 
Paltro, che sono a grave lite insieme. 
Vengon da' motti ad un parlar che punge, 
ch'ad amenduo 1'esser beffato preme. 
Chiaman Fiammetta (che non era lunge, 
e de la fraude esser scoperta teme) 
per fare in viso Tuno all'altro dire 
quel che negando ambi parean mentire. 

LXIX 

Dimmi, le disse il re con fiero sguardo 
e non temer di me ne di costui; 
chi tutta notte fu quel si gagliardo, 
che ti gode senza far parte altrui ? 
Credendo Tun provar Taltro bugiardo, 
la risposta aspettavano ambedui. 
Fiammetta a' piedi lor si gitt6, incerta 
di viver piu, vedendosi scoperta. 

LXX 

Domando lor perdono, che d'amore 
ch'a un giovinetto avea portato, spinta, 
e da pieta d'un tormentato core 
che molto avea per lei patito, vinta, 
caduta era la notte in quello errore; 
e seguit6, senza dir cosa finta, 
come tra lor con speme si condusse, 
ch'ambi credesson che '1 compagno fusse. 

LXXI 

II re e locondo si guardaro in viso, 
di maraviglia e di stupor confusi; 
ne d'aver anco udito lor fu aviso, 
ch'altri duo fusson mai cosi delusi. 
Poi scoppiaro ugualmente in tanto riso, 
che con la bocca aperta e gli occhi chiusi, 
potendo a pena il fiato aver del petto, 
a dietro si lasciar cader sul letto. 



CANTO VENTESIMOTTAVO 745 

LXXII 

Poi ch'ebbon tanto riso, che dolere 
se ne sentiano il petto, e pianger gli occhi, 
disson tra lor: Come potremo avere 
guardia, che la moglier non ne Paccocchi, 
se non giova tra duo questa tenere, 
e stretta si, che 1'uno e 1'altro tocchi? 
Se piu che crini avesse occhi il rnarito, 
non potria far che non fosse tradito. 

LXXIII 

Provate mille abbiamo, e tutte belle; 
ne di tante una e ancor che ne contraste. 
Se provian 1'altre, fian simili anch'elle; 
ma per ultima prova costei baste. 
Dunque possiamo creder che piu felle 
non sien le nostre, o men de Faltre caste: 
e se son come tutte Faltre sono, 
che torniamo a godercile fia buono. 

LXXIV 

Conchiuso ch'ebbon questo, chiamar fero 
per Fiammetta medesima il suo amante; 
e in presenzia di molti gli la diero 
per moglie, e dote che gli fu bastante. 
Poi montaro a cavallo, e il lor sentiero 
ch'era a ponente, volsero a levante; 
et alle mogli lor se ne tornaro, 
di ch'affanno mai piu non si pigliaro. 

LXXV 

L'ostier qui fine alia sua istoria pose, 
che fu con molta attenzione udita. 
Udilla il Saracin, ne gli rispose 
parola mai, fin che non fu finita. 
Poi disse : lo credo ben che de Tascose 
feminil frode sia copia infinita; 
ne si potria de la millesma parte 
tener memoria con tutte le carte. 



746 ORLANDO FURIOSO 

LXXVI 

Quivi era un uom d'eta, ch'avea piu retta 
opinion degli altri, e ingegno e ardire; 
e non potendo ormai, che si negletta 
ogni femina fosse, piu patire, 
si volse a quel ch'avea 1'istoria detta, 
e gli disse : Assai cose udimo dire, 
che veritade in se non hanno alcuna: 
e ben di queste e la tua favola una. 

LXXVII 

A chi te la narr6 non do credenza, 
s'evangelista ben fosse nel resto; 
ch'opinione, piu ch'esperienza 
ch'abbia di donne, lo facea dir questo. 
L'avere ad una o due malivolenza, 
fa ch'odia e biasma 1'altre oltre all'onesto ; 
ma se gli passa Pira, io vo' tu 1'oda, 
piu ch'ora biasmo, anco dar lor gran loda. 

LXXVIII 

E se vorra lodarne, avra maggiore 
il campo assai, ch'a dime mal non ebbe: 
di cento potra dir degne d'onore 
verso una trista che biasmar si debbe. 
Non biasmar tutte, ma serbarne fuore 
la bonta d'infinite si dovrebbe; 
e se '1 Valerio tuo disse altrimente, 
disse per ira, e non per quel che sente. 

LXXIX 

Ditemi un poco: e di voi forse alcuno 
ch'abbia servato alia sua moglie fede ? 
che nieghi andar, quando gli sia oportuno, 
all'altrui donna, e darle ancor mercede? 
credete in tutto '1 mondo trovarne uno ? 
chi '1 dice, mente; e folk e ben chi '1 crede. 
Trovatene vo' alcuna che vi chiami? 
(non parlo de le publiche et infami). 



CANTO VENTESIMOTTAVO 747 

LXXX 

Conoscete alcun voi, che non lasciasse 
la moglie sola, ancor che fosse bella, 
per seguire altra donna, se sperasse 
in breve e facilmente ottener quella? 
Che farebbe egli, quando lo pregasse 
o desse premio a lui donna o donzella ? 
Credo, per compiacere or queste or quelle, 
che tutti lasciaremmovi la pelle. 

LXXXI 

Quelle che i lor mariti hanno lasciati, 
le piu volte cagione avuta n'hanno. 
Del suo di casa li veggon svogliati, 
e che fuor, de 1'altnii bramosi, vanno. 
Dovriano amar, volendo essere amati, 
e tor con la misura ch'allor danno. 
lo farei (se a me stesse il darla e t6rre) 
tal legge, ch'uom non vi potrebbe opporre. 

LXXXII 

Saria la legge ch'ogni donna colta 
in adulterio fosse messa a morte, 
se provar non potesse ch'una volta 
avesse adulterate il suo consorte: 
se provar lo potesse, andrebbe asciolta, 
ne temeria il marito ne la corte. 
Cristo ha lasciato nei precetti suoi: 
non far altrui quel che patir non vuoi. 

LXXXIII 

La incontinenza e quanto mal si puote 
imputar lor, non gia a tutto lo stuolo. 
Ma in questo chi ha di noi piu brutte note ? 
che continent e non si trova un solo. 
E molto piu n'ha ad arrossir le gote, 
quando bestemmia, ladroneccio, dolo, 
usura et omicidio, e se v'e peggio, 
raro, se non dagli uomini, far veggio. 



ORLANDO FURIOSO 
LXXXIV 

Appresso alle ragioni avea il sincere 
e giusto vecchio in pronto alcuno esempio 
di donne, che n6 in fatto ne in pensiero 
mai di lor castita patiron scempio. 
Ma il Saracin, che fuggia udire il vero, 
lo minaccio con viso crudo et empio, 
si che lo fece per timor tacere; 
ma gia non lo mut6 di suo parere. 

LXXXV 

Posto ch'ebbe alle liti e alle contese 
termine il re pagan, Iasci6 la mensa; 
indi nel letto per dormir si stese 
fin al partir de Paria scura e densa: 
ma de la notte, a sospirar 1'ofTese 
piu de la donna ch'a dormir, dispensa. 
Quindi parte alTuscir del nuovo raggio, 
e far disegna in nave il suo viaggio. 

LXXXVI 

Perc- ch'avendo tutto quel rispetto 
ch'a buon cavallo dee buon cavalliero, 
a quel suo bello e buono, ch'a dispetto 
tenea di Sacripante e di Ruggiero; 
vedendo per duo giorni averlo stretto 
piu che non si dovria si buon destriero, 
lo pon, per riposarlo, e lo rassetta 
in una barca, e per andar piu in fretta. 

LXXXVII 

Senza indugio al nocchier varar la barca, 
e dar fa i remi all'acqua da la sponda. 
Quella, non molto grande e poco carca, 
se ne va per la Sonna giu a seconda. 
Non fugge il suo pensier ne se ne scarca 
Rodomonte per terra ne per onda: 
lo trova in su la proda e in su la poppa; 
e se cavalca, il porta dietro in groppa. 



CANTO VENTESIMOTTAVO 749 

LXXXVIII 

Anzi nel capo, o sia nel cor gli siede, 
e di fuor caccia ogni conforto e serra. 
Di ripararsi il misero non vede, 
da poi che gli nimici ha ne la terra. 
Non sa da chi sperar possa mercede, 
se gli fanno i domestici suoi guerra: 
la notte e '1 giorno e sempre e combattuto 
da quel crudel che dovria dargli aiuto. 

LXXXIX 

Naviga il giorno e la notte seguente 
Rodomonte col cor d'affanni grave; 
e non si pu6 ringiuria tor di mente, 
che da la donna e dal suo re avuto have; 
e la pena e il dolor medesmo sente, 
che sentiva a cavallo, axicora in nave: 
ne spegner pu6, per star ne 1'acqua, il fuoco, 
ne* pu6 stato mutar, per mutar loco. 

xc 

Come rinfermo, che dirotto e stanco 
di febbre ardente, va cangiando lato ; 
o sia su 1'uno o sia su Paltro franco 
spera aver, se si volge, miglior stato ; 
ne sul destro riposa ne* sul manco, 
e per tutto ugualmente e travagliato : 
cosi il pagano al male ond'era infermo 
mal trova in terra e male in acqua schermo. 

xci 

Non puote in nave aver piu pazienza, 
e si fa porre in terra Rodomonte. 
Lion passa e Vienna, indi Valenza, 
e vede in Avignone il ricco ponte; 
che queste terre et altre ubidienza, 
che son tra il flume e '1 celtibero monte, 
rendean al re Agramante e al re di Spagna 
dal di che fur signer de la campagna. 



750 ORLANDO FURIOSO 

XCII 

Verso Acquamorta a man dritta si tenne 
con animo in Algier passare in fretta; 
e sopra un fiume ad una villa venne 
e da Bacco e da Cerere diletta, 
che per le spesse ingiurie che sostenne 
dai soldati, a votarsi fu constretta. 
Quinci il gran mare, e quindi ne 1'apriche 
valli vede ondeggiar le bionde spiche. 

XCIII 

Quivi ritrova una piccola chiesa 
di nuovo sopra un monticel murata, 
che poi ch'intorno era la guerra accesa, 
i sacerdoti v6ta avean lasciata. 
Per stanza fu da Rodomonte presa; 
che pel sito, e perch' era sequestrata 
dai campi, onde avea in odio udir novella, 
gli piacque si, che mut6 Algieri in quella. 

xciv 

Mut6 d'andare in Africa pensiero, 
si commodo gli parve il luogo e bello. 
Famigli e carriaggi e il suo destriero 
seco alloggiar fe* nel medesmo ostello. 
Vicino a poche leghe a Mompoliero 
e ad alcun altro ricco e buon castello 
siede il villaggio allato alia riviera; 
si che d'avervi ogn'agio il mo4o v'era. 

xcv 

Standovi un giorno il Saracin pensoso 
(come pur era il piu del tempo usato), 
vide venir per mezzo un prato erboso, 
che d'un piccol sentiero era segnato, 
una donzella di viso amoroso 
in compagnia d'un monaco barbato ; 
e si traeano dietro un gran destriero 
sotto una soma coperta di nero. 



CANTO VENTESIMOTTAVO 751 

XCVI 

Chi la donzella, chi s l monaco sia, 
chi portin seco, vi debbe esser chiaro. 
Conoscere Issabella si dovria, 
che '1 corpo avea del suo Zerbino caro. 
Lasciai che ver Provenza ne venia 
sotto la scorta del vecchio preclaro, 
che le avea persuaso tutto il resto 
dicare a Dio del suo vivere onesto. 

XCVII 

Come ch'in viso pallida e smarrita 

sia la donzella et abbia i crini inconti; 

e facciano i sospir continua uscita 

del petto acceso, e gli occhi sien duo fonti; 

et altri testimoni d'una vita 

mis era e grave in lei si veggan pronti; 

tanto per6 di bello anco le avanza, 

che con le Grazie Amor vi puo aver stanza. 

XCVIII 

Tosto che '1 Saracin vide la bella 
donna apparir, messe il pensiero al fondo 
ch'avea di biasmar sempre e d'odiar quella 
schiera gentil che pur adorna il mondo. 
E ben gli par dignissima Issabella, 
in cui locar debba il suo amor secondo, 
e spenger totalmente il primo, a modo 
che da 1'asse si trae chiodo con chiodo. 

xcix 

Incontra se le fece, e col piu molle 
parlar che seppe, e col miglior sembiante, 
di sua condizione domandolle: 
et ella ogni pensier gli spiego inante; 
come era per lasciare il mondo folle, 
e farsi arnica a Dio con opre sante. 
Ride il pagano altier ch'in Dio non crede, 
d'ogni legge nimico e d'ogni fede. 



752 ORLANDO FURIOSO 

C 

E chiama intenzione erronea e lieve, 
e dice che per certo ella troppo erra; 
ne men biasmar che Tavaro si deve, 
che '1 suo ricco tesor metta sotterra: 
alcuno util per se non ne riceve, 
e da 1'uso degli altri uomini il serra. 
Chiuder leon si denno, orsi e serpenti, 
e non le cose belle et innocenti. 

ci 

II monaco, ch'a questo avea Porecchia, 
e per soccorrer la giovane incauta, 
che ritratta non sia per la via vecchia, 
sedea al governo qual pratico nauta, 
quivi di spiritual cibo apparecchia 
tosto una mensa sontuosa e lauta. 
Ma il Saracin, che con mal gusto nacque, 
non pur la sapor6, che gli dispiacque: 

CII 

e poi ch'invano il monaco interroppe, 
e non pot6 mai far si che tacesse, 
e che di pazienza il freno roppe, 
le mani adosso con furor gli messe. 
Ma le parole mie parervi troppe 
potriano omai, se piii se ne dicesse: 
si che finiro il canto; e rni fia specchio 
quel che per troppo dire accade al vecchio. 



CANTO VENTESIMONONO 753 



CANTO VENTESIMONONO 



I 

O degli uomini inferma e instabil mente! 
come sian presti a variar disegno! 
Tutti i pensier mutamo facilmente, 
piu quei che nascon d'amoroso sdegno. 
lo vidi dianzi il Saracin si ardente 
contra le donne, e passar tanto il segno, 
che non che spegner 1'odio, ma pensai 
che non dovesse intiepidirlo mai. 

II 

Donne gentil, per quel ch'a biasmo vostro 
par!6 contra il dover, si offeso sono, 
che sin che col suo mal non gli dimostro 
quanto abbia fatto error, non gli perdono. 
lo far6 si con penna e con inchiostro, 
ch'ognun vedra che gli era utile e buono 
aver taciuto, e mordersi anco poi 
prima la lingua, che dir mal di voi. 

in 

Ma che par!6 come ignorante e sciocco, 
ve lo dimostra chiara esperienzia* 
Incontra tutte trass e fuor lo stocco 
de 1'ira, senza farvi differenzia: 
poi d'Issabella un sguardo si Tha tocco, 
che subito gli fa mutar sentenzia. 
Gia in cambio di quelPaltra la disia, 
1'ha vista a pena, e non sa ancor chi sia. 



754 ORLANDO FURIOSO 

IV 

E come il nuovo amor lo punge e scalda, 
muove alcune ragion di poco frutto, 
per romper quella mente intera e salda 
ch'ella avea fissa al Creator del tutto. 
Ma Feremita che 1'e scudo e falda, 
perche il casto pensier non sia distrutto, 
con argument! phi validi e fermi, 
quanto piu puo, le fa ripari e schermi. 



Poi che Tempio pagan molto ha sofferto 
con lunga noia quel monaco audace, 
e che gli ha detto invan ch'al suo deserto 
senza lei pu6 tornar quando gli piace; 
e che nuocer si vede a viso aperto, 
e che seco non vuol triegua ne pace: 
la mano al mento con furor gli stese, 
e tanto ne pe!6, quanto ne prese. 

VI 

E si crebbe la furia, che nel collo 
con man lo stringe a guisa di tanaglia; 
e poi ch'una e due volte raggirollo, 
da se per Paria e verso il mar lo scaglia. 
Che n'avenisse, ne dico ne sollo: 
varia fama e di lui, ne si raguaglia. 
Dice alcun che si rotto a un sasso resta, 
che '1 pie non si discerne da la testa; 

VII 

et altri, ch'a cadere and6 nel mare, 
ch'era piu di tre miglia indi lontano, 
e che mori per non saper notare, 
fatti assai prieghi e orazioni invano; 
altri, ch'un santo lo venne aiutare, 
lo trasse al lito con visibil mano. 
Di queste, qual si vuol, la vera sia: 
di lui non parla piu Tistoria rnia. 



CANTO VENTESIMONONO 755 

VIII 

Rodomonte crudel, poi che levato 
s'ebbe da canto il garnilo eremita, 
si ritorno con viso men turbato 
verso la donna mesta e sbigottita; 
e col parlar ch'e fra gli amanti usato, 
dicea ch'era il suo core e la sua vita 
e '1 suo conforto e la sua cara speme, 
et altri norni tai che vanno insieme. 

IX 

E si mostro si costumato allora, 
che non le fece alcun segno di forza. 
II sembiante gentil che Pinnamora, 
1'usato orgoglio in lui spegne et ammorza: 
e ben che *1 frutto trar ne possa fuora, 
passar non per6 vuole oltre a la scorza; 
che non gli par che potesse esser buono, 
quando da lei non lo accettasse in dono. 

x 

E cosl di disporre a poco a poco 
a' suoi piaceri Issabella credea. 
Ella, che in si solingo e strano loco 
qual topo in piede al gatto si vedea, 
vorria trovarsi inanzi in mezzo il fuoco; 
e seco tuttavolta rivolgea 
s' alcun partito, alcuna via fosse atta 
a trarla quindi immaculata e intatta. 

XI 

Fa ne Panimo suo proponimento 

di darsi con sua man prima la morte, 

che '1 barbaro crudel n'abbia il suo intento, 

e che le sia cagion d'errar si forte 

contra quel cavallier ch'in braccio spento 

Pavea crudele e dispietata sorte; 

a cui fatto have col pensier devoto 

de la sua castita perpetuo voto. 



756 ORLANDO FURIOSO 

XII 

Crescer piu sempre Pappetito cieco 
vede del re pagan, ne sa che farsi. 
Ben sa che vuol venire all'atto bieco, 
ove i contrast! suoi tutti fien scarsi. 
Pur discorrendo molte cose seco, 
il mo do trov6 al fin di ripararsi, 
e di salvar la castita sua, come 
io vi diro, con lungo e chiaro nome. 

XIII 

Al brutto Saracin, che le venia 

gia contra con parole e con effetti 

privi di tutta quella cortesia 

che mostrata le avea ne' primi detti: 

Se fate che con voi sicura io sia 

del mio onor disse e ch'io non ne sospetti, 

cos a alPincontro vi dar6 che molto 

piu vi varra, ch'avermi 1'onor tolto. 

XIV 

Per un piacer di si poco momento, 

di che n'ha si abondanza tutto '1 mondo, 

non disprezzate un perpetuo contento, 

un vero gaudio a nullo altro secondo. 

Potrete tuttavia ritrovar cento 

e mille donne di viso giocondo; 

ma chi vi possa dar questo mio dono, 

nessuno al mondo, o pochi altri ci sono. 

xv 

Ho notizia d'un'erba, e Tho veduta 
venendo, e so dove trovarne appresso, 
che bollita con elera e con ruta 
ad un fuoco di legna di cipresso, 
e fra mano innocenti indi premuta, 
manda un liquor che chi si bagna d'esso 
tre volte il corpo, in tal modo 1'indura, 
che dal ferro e dal fuoco 1'assicura. 



CANTO VENTESIMONONO 757 

XVI 

lo dico, se tre volte se n'immolla, 
un mese invulnerabile si trova. 
Oprar conviensi ogni mese Tampolla; 
che sua virtu piu termine non giova. 
lo so far Facqua, et oggi ancor farolla, 
et oggi ancor voi ne vedrete prova: 
e vi puo, s'io non fallo, esser piu grata, 
che d'aver tutta Europa oggi acquistata. 

XVII 

Da voi domando in guiderdon di questo, 
che su la fede vostra mi giuriate 
che ne in detto ne in opera molesto 
mai piu sarete alia mia castitate. 
Cosi dicendo, Rodomonte onesto 
fe' ritornar; ch'in tanta voluntate 
venne ch'inviolabil si facesse, 
che piu ch'ella non disse, le promesse: 

XVIII 

e servaralle fin che vegga fatto 

de la mirabil acqua esperienzia; 

e sforzerasse intanto a non fare atto, 

a non far segno alcun di violenzia. 

Ma pensa poi di non tenere il patto, 

perche non ha timor ne riverenzia 

di Dio o di santi; e nel mancar di fede 

tutta a lui la bugiarda Africa cede. 

XIX 

Ad Issabella il re d'Algier scongiuri 

di non la molestar fe' piu di mille, 

pur ch'essa lavorar 1'acqua procuri, 

che far lo pu6 qual fu gia Cigno e Achille. 

Ella per baize e per valloni oscuri 

da le citta lontana e da le ville 

ricoglie di molte erbe; e il Saracino 

non 1'abandona, e 1'e sempre vicino. 



75$ ORLANDO FURIOSO 

XX 

Poi ch'in piu parti quant'era a bastanza 
colson de 1'erbe e con radici e senza, 
tardi si ritornaro alia lor stanza; 
dove quel paragon di continenza 
tutta la notte spende che Tavanza 
a bollir erbe con molta avertenza: 
e a tutta 1'opra e a tutti quei misteri 
si trova ognor present e il re d'Algieri. 

XXI 

Che producendo quella notte in giuoco 
con quelli pochi send ch'eran seco, 
sentia, per lo calor del vicin fuoco 
ch'era rinchiuso in quello angusto speco, 
tal sete, che bevendo or molto or poco 
duo barili votar pieni di greco, 
ch'aveano tolto uno o duo giorni inanti 
i suoi scudieri a certi viandanti. 

XXII 

Non era Rodomonte usato al vino, 

perche la legge sua lo vieta e danna: 

e poi che lo gusto, liquor divino 

gli par, miglior che '1 nettare o la manna; 

e riprendendo il rito saracino, 

gran tazze e pieni fiaschi ne tracanna. 

Fece il buon vino, ch'ando spesso intorno, 

girare il capo a tutti come un torno. 

XXIII 

La donna in questo mezzo la caldaia 
dal fuoco tolse, ove quell' erbe cosse; 
e disse a Rodomonte : Accio che paia 
che mie parole al vento non ho mosse, 
quella che '1 ver da la bugia dispaia, 
e che pu6 dotte far le genti grosse, 
te ne far6 1'esperienzia ancora, 
non ne 1'altrui, ma nel mio corpo or ora. 



CANTO VENTESIMONONO 759 

XXIV 

lo voglio a far il saggio esser la prima 

del felice liquor di virtu pieno, 

accio tu forse non facessi stima 

che ci fosse mortifero veneno. 

Di questo bagnerommi da la cima 

del capo giu pel collo e per lo seno: 

tu poi tua forza in me prova e tua spada, 

se questo abbia vigor, se quella rada. 

xxv 

Bagnossi, come disse, e lieta porse 
alPincauto pagano il collo ignudo, 
incauto, e vinto anco dal vino forse, 
incontra a cui non vale elmo ne scudo. 
Quel uom bestial le presto fede, e scorse 
si con la mano e si col ferro crudo, 
che del bel capo, gia d'Amore albergo, 
fe' tronco rimanere il petto e il tergo. 

XXVI 

Quel fe 5 tre balzi; e funne udita chiara 
voce ch'uscendo nomino Zerbino, 
per cui seguire ella trov6 si rara 
via di fuggir di man del Saracino. 
Alma, ch'avesti piu la fede cara, 
e '1 nome quasi ignoto e peregrino 
al tempo nostro, de la castitade, 
che la tua vita e la tua verde etade, 

XXVII 

vattene in pace, alma beata e bellal 
Cosi i miei versi avesson forza, come 
ben m'affaticherei con tutta quella 
arte che tanto il parlar orna e come, 
perche mille e muTanni e piu novella 
sentisse il mondo del tuo chiaro nome. 
Vattene in pace alia superna sede, 
e lascia alPaltre esempio di tua fede. 



760 ORLANDO FURIOSO 

XXVIII 

All'atto incomparabile e stupendo, 
dal cielo il Creator giu gli occhi volse, 
e disse : Piii di quella ti commendo, 
la cui morte a Tarquimo il regno tolse; 
e per questo una legge fare intendo 
tra quelle mie che mai tempo non sciolse, 
la qual per le inviolabil' acque giuro 
che non mutera seculo futuro. 

XXIX 

Per Fawenir vo' che ciascuna ch'aggia 
il nome tuo, sia di sublime ingegno, 
e sia bella, gentil, cortese e saggia, 
e di vera onestade arrivi al segno: 
onde materia agli scrittori caggia 
di celebrare il nome inclito e degno; 
tal che Parnasso, Pindo et EKcone 
sempre Issabella, Issabella risuone. 

xxx 

Dio cosi disse, e fe' serena intorno 
1'aria, e tranquillo il mar piu che mai fusse. 
Fe' Talma casta al terzo ciel ritorno, 
e in braccio al suo Zerbin si ricondusse. 
Rimase in terra con vergogna e scorno 
quel fier senza pieta nuovo Breusse; 
che poi che 1 troppo vino ebbe digesto, 
biasmb il suo errore, e ne rest6 funesto. 

XXXI 

Placare o in parte satisfar pensosse 
a Fanima beata d'Issabella, 
se, poi ch'a morte il corpo le percosse, 
desse almen vita alia memoria d'ella. 
Trovo per mezzo, accio che cosi fosse, 
di convertirle quella chiesa, quella 
dove abitava e dove ella fu uccisa, 
in un sepolcro; e vi dir6 in che guisa. 



CANTO VENTESIMONONO 761 

XXXII 

Di tutti i lochi intorno fa venire 

mastri, chi per amore e chi per tema; 

e fatto ben seimila uomini unire, 

de' gravi sassi i vicin monti scema, 

e ne fa una gran massa stabilire, 

che da la cima era alia parte estrema 

novanta braccia; e vi rmchiude dentro 

la chiesa, che i duo amanti have nel centro. 

XXXIII 

Imita quasi la superb a mole 
che fe' Adriano alFonda tiberina. 
Presso al sepolcro una torre alta vuole; 
ch'abitarvi alcun tempo si destina. 
Un ponte stretto e di due braccia sole 
fece su Tacqua che correa vicina. 
Lungo il ponte, ma largo era si poco, 
che dava a pena a duo cavalli loco; 

xxxiv 

a duo cavalli che venuti a paro, 
o ch'insieme si fossero scontrati: 
e non avea ne sponda ne riparo, 
e si potea cader da tutti i lati. 
II passar quindi vuol che costi caro 
a guerrieri o pagani o battezzati; 
che de le spoglie lor mille trofei 
promette al cimiterio di costei. 

xxxv 

In dieci giorni e in manco fu perfetta 
Topra del ponticel che passa il fiume; 
ma non fu gia il sepolcro cosi in fretta, 
ne la torre condutta al suo cacume: 
pur fu levata si, ch'alla veletta 
starvi in cima una guardia avea costume, 
che d'ogni cavallier che venia al ponte, 
col corno facea segno a Rodomonte. 



762 ORLANDO FURJOSO 

XXXVI 

E quel s'armava, e se gli venia a opporre 
ora su 1'una, ora su 1'altra riva; 
che se '1 guerrier venia di ver la torre, 
su Taltra proda il re d'Algier veniva. 
II ponticello e il campo ove si corre; 
e se '1 destrier poco del segno usciva, 
cadea nel flume, ch'alto era e profondo: 
ugual periglio a quel non avea il mondo. 

XXXVII 

Aveasi imaginato il Saracino, 

che per gir spesso a rischio di cadere 

dal ponticel nel fiume a capo chino, 

dove gli converria molt'acqua here, 

del fallo a che Tindusse il troppo vino, 

dovesse netto e mondo rimanere; 

come Pacqua, non men che '1 vino, estingua 

Terror che fa pel vino o mano o lingua. 

XXXVIII 

Molti fra pochi di vi capitaro: 

alcuni la via dritta vi condusse, 

ch'a quei che verso Italia o Spagna andaro 

altra non era che phi trita fusse ; 

altri 1'ardire e, piu che vita caro, 

1'onore, a farvi di se prova indusse. 

E tutti, ove acquistar credean la palma, 

lasciavan Tarme, e molti insieme Talma. 

XXXIX 

Di quelli ch'abbattea, s'eran pagani, 
si contentava d'aver spoglie et armi; 
e di chi prima furo, i nomi piani 
vi facea sopra, e sospendeale ai marmi: 
ma ritenea in prigion tutti i cristiani; 
e che in Algier poi li mandasse parmi. 
Finita ancor non era Topra, quando 
vi venne a capitare il pazzo Orlando. 



CANTO VENTESIMONONO 763 

XL 

A caso venne il furioso conte 

a capitar su questa gran riviera, 

dove, come io vi dico, Rodomonte 

fare in fretta facea, ne finito era 

la torre ne il sepolcro, e a pena il ponte: 

e di tutte arme, fuor che di visiera, 

a quell' ora il pagan si trovo in punto, 

ch' Orlando al nume e al ponte e sopragiunto. 

XLI 

Orlando (come il suo furor lo caccia) 
salta la sbarra e sopra il ponte corre. 
Ma Rodomonte con turbata faccia, 
a pie, com 5 era inanzi a la gran torre, 
gli grida di lontano e gli minaccia, 
ne se gli degna con la spada opporre: 

Indiscreto villan, ferma le piante, 
temerario, importune et arrogante. 

XLII 

Sol per signori e cavallieri e fatto 
il ponte, non per te, bestia balorda. 
Orlando, ch'era in gran pensier distratto, 
vien pur inanzi e fa Porecchia sorda. 

Bisogna ch'io castighi questo matto 
disse il pagano ; e con la voglia ingorda 
venia per traboccarlo giu ne 1'onda, 
non pensando trovar chi gli risponda. 

XLIII 

In questo tempo una gentil donzella, 
per passar sovra il ponte, al fiume arriva, 
leggiadramente ornata e in viso bella, 
e nei sembianti accortamente schiva. 
Era (se vi ricorda, Signor) quella 
che per ogni altra via cercando giva 
di Brandimarte, il suo amator, vestigi, 
fuor che, dove era, dentro da Parigi. 



764 ORLANDO FURIOSO 

XLIV 

Ne Tarrivar di Fiordiligi al ponte 
(che cosi la donzella nomata era), 
Orlando s'attacco con Rodomonte 
che lo volea gittar ne la riviera. 
La donna, ch'avea pratica del conte, 
subito n'ebbe conoscenza vera: 
e rest6 d'alta maraviglia piena, 
de la follia che cosi nudo il mena. 

XLV 

Fermasi a riguardar che fine avere 
debba il furor dei duo tanti possenti. 
Per far del ponte Tun Taltro cadere 
a por tutta lor forza sono intenti. 
Come e ch'un pazzo debba si valere ? 
seco il fiero pagan dice tra' denti; 
e qua e la si volge e si raggira, 
pieno di sdegno e di superbia e d'ira. 

XL VI 

Con 1'una e 1'altra man va ricercando 
far nuova presa, ove il suo meglio vede; 
or tra le gambe, or fuor gli pone, quando 
con arte il destro, e quando il manco piede. 
Simiglia Rodomonte intorno a Orlando 
lo stolido orso che sveller si crede 
1'arbor onde e caduto; e come n'abbia 
quello ogni colpa, odio gli porta e rabbia. 

XLVII 

Orlando, che Tingegno avea sommerso, 
io non so dove, e sol la forza usava, 
Testrema forza a cui per 1'universo 
nessuno o raro paragon si dava, 
cader del ponte si lascio riverso 
col pagano abbracciato come stava. 
Cadon nel fiume, e vanno al fondo insieme : 
ne salta in aria Tonda, e il lito geme. 



CANTO VENTESIMONONO 765 

XLVIII 

L'acqua gli fece distaccare in fretta. 
Orlando e nudo, e nuota com'un pesce: 
di qua le braccia, e di la i piedi getta, 
e viene a proda; e come di fuor esce, 
correndo va, ne per mirare aspetta 
se in biasmo o in loda questo gli riesce. 
Ma il pagan, che da Tarme era impedito, 
torn6 piu tar do e con piu affanno al lito. 

XLIX 

Sicuramente Fiordiligi intanto 
avea passato il ponte e la riviera; 
e guardato il sepolcro in ogni canto, 
se del suo Brandimarte insegna v'era: 
poi che ne 1'arme sue vede ne il manto, 
di ritrovarlo in altra parte spera. 
Ma ritorniamo a ragionar del conte, 
che lascia a dietro e torre e flume e ponte. 

L 

Pazzia sara, se le pazzie d 5 Orlando 
prometto raccontarvi ad una ad una; 
che tante e tante fur, ch'io non so quando 
finir: ma ve n'andro scegliendo alcuna 
solenne et atta da narrar cantando, 
e ch'all'istoria mi parra oportuna; 
ne quella tacero miraculosa 
che fu nei Pirenei sopra Tolosa. 

LI 

Trascorso avea molto paese il conte, 
come dal grave suo furor fu spinto; 
et al fin capito sopra quel monte 
per cui dal Franco e il Tarracon distinto; 
tenendo tuttavia volta la fronte 
verso la dove il sol ne viene estinto: 
e quivi giunse in uno angusto calle, 
che pendea sopra una profonda valle. 



766 ORLANDO FURIOSO 

LII 

Si vennero a incontrar con esso al varco 
duo boscherecci gioveni, ch'inante 
avean di legna un loro asino carco; 
e perche ben s'accorsero al sembiante 
ch'avea di cervel sano il capo scarce, 
gli gridano con voce minacciante 
o ch'a dietro o da parte se ne vada, 
e che si levi di mezzo la strada. 

LIII 

Orlando non risponde altro a quel detto, 
se non che con furor tira d'un piede, 
e giunge a punto 1' asino nel petto 
con quella forza che tutte altre eccede; 
et alto il leva si, ch'uno augelletto 
che voli in aria sembra a chi lo vede. 
Quel va a cadere alia cima d'un colle, 
ch'un miglio oltre la valle il giogo estolle. 

LIV 

Indi verso i duo gioveni s'aventa, 
dei quali un, piu che senno, ebbe aventura, 
che da la balza, che due volte trenta 
braccia cadea, si gitt6 per paura. 
A mezzo il tratto trovo molle e lenta 
una macchia di rubi e di verzura, 
a cui bast6 graffiargli un poco il volto : 
del resto lo mand6 libero e sciolto. 

LV 

L'altro s'attacca ad un scheggion ch'usciva 
fuor de la roccia, per salirvi sopra; 
perche si spera, s'alla cima arriva, 
di trovar via che dal pazzo lo cuopra. 
Ma quel nei piedi (che non vuol che viva) 
lo piglia, mentre di salir s'adopra: 
e quanto piu sbarrar puote le braccia, 
le sbarra si, ch'in duo pezzi lo straccia; 



CANTO VENTESIMONONO 767 

LVI 

a quella guisa che veggian talora 
farsl cTuno aeron, farsi d'un polio, 
quando si vuol de le calde interiora 
che falcone o ch'astor resti satollo. 
Quanto e bene accaduto che non muora 
quel che fu a risco di fiaccarsi il collo! 
ch'ad altri poi questo miracol disse, 
si che 1'udi Turpino, e a noi lo scrisse. 

LVII 

E queste et altre assai cose stupende 
fece nel traversar de la montagna. 
Dopo molto cercare, al fin discende 
verso meriggie alia terra di Spagna; 
e lungo la marina il carnin prende, 
ch'intorno a Taracona il lito bagna: 
e come vuol la furia che lo mena, 
pensa farsi uno alb ergo in quella arena, 

LVIII 

dove dal sole alquanto si ricuopra; 
e nel sabbion si caccia arrido e trito. 
Stando cosi, gli venne a caso sopra 
Angelica la bella e il suo marito, 
ch'eran (si come io vi narrai di sopra) 
scesi dai monti in su Tispano lito. 
A men d'un braccio ella gli giunse appresso, 
perche non s'era accorta ancora d'esso. 

LIX 

Che fosse Orlando, nulla le soviene: 
troppo e diverso da quel ch'esser suole. 
Da indi in qua che quel furor lo tiene, 
e sempre andato nudo all'ombra e al sole: 
se fosse nato all'aprica Siene, 
o dove Ammone il Garamante cole, 
o presso ai monti onde il gran Nilo spiccia, 
non dovrebbe la carne aver piu arsiccia. 



768 ORLANDO FURIOSO 

LX 

Quasi ascosi avea gli occhi ne la testa, 
la faccia macra, e come un osso asciutta, 
la chioma rabuffata, orrida e rnesta, 
la barba folta, spaventosa e brutta. 
Non piu a vederlo Angelica fu presta, 
che fosse a ritornar, tremando tutta: 
tutta tremando, e empiendo il ciel di grida, 
si volse per aiuto alia sua guida. 

LXI 

Come di lei s'accorse Orlando stolto, 
per ritenerla si levo di botto: 
cosi gli piacque il delicato volto, 
cosi ne venne immantinente giotto. 
D'averla amata e riverita molto 
ogni ricordo era in lui guasto e rotto. 
Gli corre dietro, e tien quella maniera 
che terria il cane a seguitar la fera. 

LXII 

II giovine che '1 pazzo seguir vede 
la donna sua, gli urta il cavallo adosso, 
e tutto a un tempo lo percuote e fiede, 
come lo trova che gli volta il dosso. 
Spiccar dal busto il capo se gli crede: 
ma la pelle trovo dura come osso, 
anzi via piu ch'acciar; ch' Orlando nato 
impenetrabile era et affatato. 

LXIII 

Come Orlando senti battersi dietro, 
girossi, e nel girare il pugno strinse, 
e con la forza che passa ogni metro, 
feri il destrier che '1 Saracino spinse. 
Peril sul capo, e come fosse vetro 
lo spezzo si, che quel cavallo estinse: 
e rivoltosse in un medesmo instante 
dietro a colei che gli fuggiva inante. 



CANTO VENTESIMONONO 769 

LXIV 

Caccia Angelica in fretta la giumenta, 
e con sferza e con spron tocca e ritocca; 
che le parrebbe a quel bisogno lenta, 
se ben volasse piu che stral da cocca. 
De Tannel c'ha nel dito si ramenta, 
che puo salvarla, e se lo getta in bocca: 
e I'annel, che non perde il suo costume, 
la fa sparir come ad un soffio il lume. 

LXV 

O fosse la paura, o che pigliasse 
tanto disconcio nel mutar 1'annello, 
o pur, che la giumenta traboccasse, 
che non posso affermar questo n6 quello; 
nel medesmo momento che si trasse 
Pannello in bocca e ce!6 il viso bello, 
Iev6 le gambe et usci de Tarcione, 
e si trov6 ri versa in sul sabbione. 

LXVI 

Piu corto che quel salto era dua dita, 
aviluppata rimanea col matto, 
che con 1'urto le avria tolta la vita; 
ma gran ventura Taiuto a queLtratto. 
Cerchi pur ch'altro furto le dia aita 
d'un'altra bestia, come prima ha fatto ; 
che piu non e per riaver mai questa 
ch'inanzi al paladin 1'arena pesta. 

LXVII 

Non dubitate gia ch'ella non s'abbia 
a provedere; e seguitiamo Orlando, 
in cui non cessa 1'impeto e la rabbia 
perche si vada Angelica celando. 
Segue la bestia per la nuda sabbia, 
e se le vien piu sempre approssimando : 
gia gia la tocca, et ecco Fha nel crine, 
indi nel freno, e la ritiene al fine. 



77 ORLANDO FURIOSO 

LXVIII 

Con quella festa il paladin la piglia, 
ch'un altro avrebbe fatto una donzella: 
le rassetta le redine e la briglia, 
e spicca un salto et entra ne la sella; 
e correndo la caccia molte miglia, 
senza riposo, in questa parte e in quella: 
mai non le leva ne sella ne freno, 
ne le lascia gustare erba n6 fieno. 

LXIX 

Volendosi cacciare oltre una fossa, 
sozzopra se ne va con la cavalla. 
Non nocque a lui, ne senti la percossa; 
ma nel fondo la misera si spalla. 
Non vede Orlando come trar la possa; 
e finalmente se 1'arreca in spalla, 
e su ritorna, e va con tutto il carco, 
quanto in tre volte non trarrebbe un arco. 

LXX 

Sentendo poi che gli gravava troppo, 
la pose in terra, e volea trarla a mano. 
Ella il seguia con passo lento e zoppo; 
dicea Orlando: Carnina! e dicea invano. 
Se Pavesse seguito di galoppo, 
assai non era al desiderio insano. 
Al fin dal capo le levo il capestro, 
e dietro la Ieg6 sopra il pie destro ; 

LXXI 

e cosi la strascina, e la conforta 
che lo potra seguir con maggior agio. 
Qual leva il pelo, e quale il cuoio porta, 
dei sassi ch'eran nel camin malvagio. 
La mal condotta bestia rest6 morta 
finalmente di strazio e di disagio. 
Orlando non le pensa e non la guarda, 
e via correndo il suo camin non tarda. 



CANTO VENTESIMONONO 771 

LXXII 

Di trarla, anco che morta, non rimase, 
continoando il corso ad occidente; 
e tuttavia saccheggia ville e case, 
se bisogno di cibo aver si sente; 
e frutte e carne e pan, pur ch'egli in vase, 
rapisce ; et usa forza ad ogni gente : 
qual lascia morto e qual storpiato lassa; 
poco si ferma, e sempre inanzi passa. 

LXXIII 

Avrebbe cosi fatto, o poco manco, 
alia sua donna, se non s'ascondea; 
perche non discernea il nero dal bianco, 
e di giovar nocendo si credea. 
Deh maledetto sia Tannello et anco 
il cavallier che dato le Tavea! 
che se non era, avrebbe Orlando fatto 
di se vendetta e di miU'altri a un tratto. 

LXXIV 

Ne questa sola, ma fosser pur state 
in man d'Orlando quante oggi ne sono; 
ch'ad ogni modo tutte-sono ingrate, 
ne si trova tra loro oncia di buono. 
Ma prima che le corde rallentate 
al canto disugual rendano il suono, 
fia meglio difFerirlo a un'altra volta, 
accio men sia noioso a chi Tascolta. 



77 2 ORLANDO FURIOSO 



CANTO TRENTESIMO 



Quando vincer da 1'impeto e da 1'ira 

si lascia la ragion, ne si difende, 

e che '1 cieco furor si inanzi tira 

o mano o lingua, che gli amici offende; 

se ben dipoi si piange e si sospira, 

non e per questo che Terror s'emende. 

Lasso! io mi doglio e affligo in van di quanto 

dissi per ira al fin de Faltro canto. 

n 

Ma simile son fatto ad uno infermo, 
che dopo molta pazienzia e molta, 
quando contra il dolor non ha piu schermo, 
cede alia rabbia e a bestemmiar si volta. 
Manca il dolor, ne 1'impeto sta fermo, 
che la lingua al dir mal facea si sciolta; 
e si ravvede e pente e n'ha dispetto: 
ma quel c'ha detto, non puo far non detto. 

in 

Ben spero, donne, in vostra cortesia 
aver da voi perdon, poi ch'io vel chieggio. 
Voi scusarete, che per frenesia, 
vinto da 1'aspra passion, vaneggio. 
Date la colpa alia nimica mia, 
che mi fa star ch'io non potrei star peggio, 
e mi fa dir quel di ch'io son poi gramo: 
sallo Idio, s'ella ha il torto; essa, s'io Tamo. 



CANTO TRENTESIMO 773 

IV 

Non men son fuor di me, che fosse Orlando; 
e non son men di lui di scusa degno, 
ch'or per li monti, or per le piagge errando, 
scorse in gran parte di Marsilio il regno, 
molti di la cavalla strascinando 
morta, come era, senza alcun ritegno; 
ma giunto ove un gran fiume entra nel mare, 
gli fu forza il cadavero lasciare. 

v 

E perche sa nuotar come una lontra, 
entra nel fiume, e surge all'altra riva. 
Ecco un pastor sopra un cavallo incontra, 
che per abeverarlo al fiume arriva. 
Colui, ben che gli vada Orlando incontra, 
perche egli e solo e nudo, non lo schiva. 

Vorrei del tuo ronzin gli disse il matto 

con la giumenta mia far un baratto. 

VI 

10 te la mostrero di qui, se vuoi; 
che morta la su 1'altra ripa giace: 
la potrai far tu medicar dipoi; 
altro difTetto in lei non mi displace. 

Con qualche aggiunta il ronzin dar mi puoi: 
smontane in cortesia, perche mi piace. 

11 pastor ride, e senz'altra risposta 

va verso il guado, e dal pazzo si scosta. 

VII 

lo voglio il tuo cavallo : ola non odi ? 
suggiunse Orlando, e con furor si mosse. 
Avea un baston con nodi spessi e sodi 
quel pastor seco, e il paladin percosse. 
La rabbia e 1'ira passo tutti i modi 

del conte; e parve fier piu che mai fosse. 

Sul capo del pastore un pugno serra, 

che spezza Posso, e morto il caccia in terra. 



774 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Salta a cavallo, e per diversa strada 
va discorrendo, e molti pone a sacco. 
Non gusta il ronzin mai fieno ne biada, 
tanto ch'in pochi di ne riman fiacco: 
ma non pero ch' Orlando a piedi vada, 
che di vetture vuol vivere a macco; 
e quante ne trov6, tante ne mise 
in uso, poi che i lor patroni uccise. 

IX 

Capito al fin a Malega, e piu danno 
vi fece, ch'egli avesse altrove fatto: 
che oltre che ponesse a saccomanno 
il popul si, che ne resto disfatto, 
ne si pote rifar quel ne Faltr'anno; 
tanti n'uccise il periglioso matto, 
vi spiano tante case e tante accese, 
che disfe' piu che '1 terzo del paese. 

x 

Quindi partito, venne ad una terra, 
Zizera detta, che siede allo stretto 
di Zibeltarro, o vuoi di Zibelterra, 
che Puno e 1'altro nome le vien detto; 
ove una barca che sciogliea da terra 
vide piena di gente da diletto, 
che solazzando all'aura matutina 
gia per la tranquillissima marina, 

XI 

Cominci6 il pazzo a gridar forte: Aspetta! - 
che gli venne disio d'andare in barca. 
Ma bene invano e i gridi e gli urli getta; 
che volentier tal merce non si carca. 
Per 1'acqua il legno va con quella fretta 
che va per 1'aria irondine che varca. 
Orlando urta il cavallo e batte e stringe, 
e con un mazzafrusto all'acqua spinge. 



CANTO TRENTESIMO 775 

XII 

Forza e ch'al fin nelFacqua il cavallo entre, 
ch'invan contrasta, e spende invano ogni opra: 
bagna i genocchi, e poi la groppa e '1 ventre, 
indi la testa, e a pena appar di sopra. 
Tornare a dietro non si speri, mentre 
la verga tra Forecchie se gli adopra. 
Misero! o si convien tra via affogare, 
o nel lito african passare il mare. 

XIII 

Non vede Orlando piu poppe ne sponde 
che tratto in mar 1'avean dal lito asciutto; 
che son troppo lontane, e le nasconde 
agli occhi bassi Falto e mobil fhitto: 
e tuttavia il destrier caccia tra 1'onde, 
ch'andar di la dal mar dispone in tutto. 
II destrier, d'acqua pieno e d'alma v6to, 
finalmente fini la vita e il nuoto. 

XIV 

Ando nel fondo, e vi traea la salma, 
se non si tenea Orlando in su le braccia. 
Mena le gambe e Tuna e Paltra palma, 
e soffia, e Fonda spinge da la faccia. 
Era Taria soave e il mare in calma: 
e ben vi bisogno piu che bonaccia; 
ch'ogni poco che '1 mar fosse piu sorto, 
restava il paladin ne Pacqua morto. 

xv 

Ma la Fortuna, che dei pazzi ha cura, 
del mar lo trasse nel lito di Setta, 
in una spiaggia, lungi da le mura 
quanto sarian duo tratti di saetta. 
Lungo il mar molti giorni alia ventura 
verso levante ando correndo in fretta; 
fin che trov6, dove tendea sul lito, 
di nera gente esercito infinite. 



776 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Lasciamo il paladin ch'errando vada: 
ben di parlar di lui tornera tempo. 
Quanto, Signore, ad Angelica accada, 
dopo ch'usci di man del pazzo a tempo, 
e come a ritornare in sua contrada 
trovasse e buon navilio e miglior tempo, 
e de Tlndia a Medor desse lo scettro, 
forse altri cantera con miglior plettro. 

XVII 

lo sono a dir tante altre cose intento, 
che di seguir phi questa non mi cale. 
Volger conviemmi il bel ragionamento 
al Tartaro, che spinto il suo rivale 
quella bellezza si godea contento, 
a cui non resta in tutta Europa uguale, 
poscia che se n'e Angelica partita, 
e la casta Issabella al ciel salita. 

XVIII 

De la sentenzia Mandricardo altiero, 
ch'in suo favor la bella donna diede, 
non puo fruir tutto il diletto intero ; 
che contra lui son altre liti in piede. 
L'una gli muove il giovene Ruggiero, 
perche Faquila bianca non gli cede; 
1'altra il famoso re di Sericana, 
che da lui vuol la spada Durindana. 

XIX 

S'afFatica Agramante, ne disciorre, 
ne Marsilio con lui, sa questo intrico: 
ne solamente non li puo disporre 
che voglia Tun de Faltro essere amico ; 
ma che Ruggiero a Mandricardo t6rre 
lasci lo scudo del Troiano antico, 
o Gradasso la spada non gli vieti, 
tanto che questa o quella lite accheti. 



CANTO TRENTESIMO 777 

XX 

Ruggier non vuol ch'in altra pugna vada 
con lo suo scudo; ne Gradasso vuole 
che fuor che contra se porti la spada 
che J l glorioso Orlando portar suole. 
Al fin veggiamo in cui la sorte cada, 
disse Agramante e non sian piu parole ; 
veggian quel che Fortuna ne disponga, 
e sia preposto quel ch'ella preponga. 

XXI 

E se compiacer meglio mi volete, 
onde d'aver ve n'abbia oblige ognora, 
chi de' di voi combatter, sortirete; 
ma con patto, ch'al primo ch'esca fuora 
amendue le querele in man porrete: 
si che per se vincendo, vinca ancora 
pel compagno; e perdendo Tun di vui, 
cosi perduto abbia per ambidui. 

XXII 

Tra Gradasso e Ruggier credo che sia 

di valor nulla o poca differenza; 

e di lor qual si vuol venga fuor pria, 

so ch'in arme fara per eccellenza. 

Poi la vittoria da quel canto stia, 

che vorra la divina providenza. 

II cavallier non avra colpa alcuna, 

ma il tutto imputerassi alia Fortuna. 

XXIII 

Steron taciti al detto d' Agramante 
e Ruggiero e Gradasso; et accordarsi 
che qualunque di loro uscira inante, 
e Tuna briga e 1'altra abbia a pigliarsi. 
Cosi in duo brevi, ch'avean simigliante 
et ugual forma, i nomi lor notarsi; 
e dentro un'urna quelli hanno rinchiusi, 
versati molto, e sozzopra confusi. 



778 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

Un semplice fanciul nell'urna messe 

la mano, e prese un breve; e venne a caso 

ch'in questo il nome di Ruggier si lesse, 

essendo quel del Serican rimaso. 

Non si pu6 dir quanta allegrezza avesse, 

quando Ruggier si senti trar del vaso, 

e d'altra parte il Sericano doglia; 

ma quel che manda il del, forza e die toglia. 

xxv 

Ogni suo studio il Sericano, ogni opra 
a favorire, ad aiutar converte 
perche Ruggiero abbia a restar di sopra: 
e le cose in suo pro, ch'avea gia esperte, 
come or di spada, or di scudo si cuopra, 
qual sien botte fallaci e qual sien certe, 
quando tentar, quando schivar fortuna 
si dee, gli torna a mente ad una ad una. 

xxvr 

II resto di quel di, che da 1'accordo 
e dal trar de le sorti sopravanza, 
e speso dagli amici in dar ricordo, 
chi a 1'un guerrier chi a Paltro, come e usanza. 
II popul, di veder la pugna ingordo, 
s'affretta a gara d'occupar la stanza: 
ne basta a molti inanzi giorno andarvi, 
che voglion tutta notte anco veggiarvi. 

XXVII 

La sciocca turba disiosa attende 
ch'i duo buon cavallier vengano in prova; 
che non mira piu lungi ne comprende 
di quel ch'inanzi agli occhi si ritrova. 
Ma Sobrino e Marsilio, e chi piu intende 
e vede cio che nuoce e cio che giova, 
biasma questa battaglia, et Agramante, 
che voglia comportar che vada inante. 



CANTO TRENTESIMO 779 

XXVIII 

Ne cessan raccordargli il grave danno 
che n'ha d'avere il popul saracino, 
muora Ruggiero o il tartaro tiranno, 
quel che prefisso e dal suo fier destine : 
d'un sol di lor via piu bisogno avranno 
per contrastare al figlio di Pipino, 
che di dieci altri mila che ci sono, 
tra 5 quai fatica e ritrovare un buono. 

XXIX 

Conosce il re Agramante che gli e vero, 
ma non pu6 piu negar cio c'ha promesso. 
Ben prega Mandricardo e il buon Ruggiero, 
che gli ridonin quel c'ha lor concesso; 
e tanto piu che '1 lor litigio e un zero, 
ne degno in prova d'arme esser rimesso: 
e s'in cio pur nol vogliono ubbidire, 
voglino almen la pugna differire. 

xxx 

Cinque o sei mesi il singular certame, 
o meno o piu, si differisca, tanto 
che cacciato abbin Carlo del reame, 
tolto lo scettro, la corona e il manto. 
Ma Tun e Faltro, ancor che voglia e brame 
il re ubbidir, pur sta duro da canto; 
che tale accordo obbrobrioso stima 
a chi '1 consenso suo vi dara prima. 

XXXI 

Ma piu del re, ma piu d'ognun ch'invano 
spenda a placare il Tartaro parole, 
la bella figlia del re Stordilano 
supplice il priega, e si lamenta e duole: 
lo prega che consenta al re africano 
e voglia quel che tutto il campo vuole; 
si lamenta e si duol che per lui sia 
timida sempre e piena d'angonia. 



780 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Lassa! dicea che ritrovar poss'io 
rimedio mai ch'a riposar mi vaglia, 
s'or contra questo or quel, nuovo disio 
vi trarra sempre a vestir piastra e maglia? 
C'ha potuto giovare al petto mio 
il gaudio che sia spenta la battaglia 
per me da voi contra quelPaltro presa, 
se un'altra non minor se n'e gia accesa? 

xxxni 

Ohime! ch'invano i } me n'andava altiera 
ch'un re si degno, un cavallier si forte 
per me volesse in perigliosa e fiera 
battaglia porsi al risco de la morte; 
ch'or veggo per cagion tanto leggiera 
non meno esporvi alia medesma sorte. 
Fu natural ferocita di core 
ch'a quella v'instigo, piu che '1 mio amore. 

XXXIV 

Ma se gli e ver che '1 vostro amor sia quello 
che vi sforzate di mostrarmi ognora, 
per lui vi prego, e per quel gran flagello 
che mi percuote Talma e che m'accora, 
che non vi caglia se '1 candido augello 
ha ne lo scudo quel Ruggiero ancora. 
Utile o danno a voi non so ch'importi, 
che lasci quella insegna o che la porti. 

xxxv 

Poco guadagno, e perdita uscir molta 
de la battaglia puo, che per far sete: 
quando abbiate a Ruggier Faquila tolta, 
poca merce d'un gran travaglio avrete; 
ma se Fortuna le spalle vi volta 
(che non pero nel crin presa tenete), 
causate un danno, ch'a pensarvi solo 
mi sento il petto gia sparrar di duolo. 



CANTO TRENTESIMO 781 

XXXVI 

Quando la vita a voi per voi non sia 
cara, e piu amate un'aquila dipinta, 
vi sia almen cara per la vita rma: 
non sara Tuna senza 1'altra estinta. 
Non gia morir con voi grave mi fia: 
son di seguirvi in vita e in morte accinta; 
ma non vorrei morir si malcontenta 
come io morro, se dopo voi son spenta. 

XXXVII 

Con tai parole e simili altre assai, 
che lacrime accompagnano e sospiri, 
pregar non cessa tutta notte mai 
perch'alla pace il suo amator ritiri; 
e quel, suggendo dagli umidi rai 
quel dolce pianto, e quei dolci martiri 
da le vermiglie labra piu che rose, 
lacrimando egli ancor, cosi rispose: 

XXXVIII 

Deh, vita mia, non vi mettete afFanno, 
deh non, per Dio, di cosi lieve cosa; 
che se Carlo e '1 re d 5 Africa, e cio c'hanno 
qui di gente moresca e di franciosa, 
spiegasson le bandiere in mio sol danno, 
voi pur non ne dovreste esser pensosa. 
Ben mi mostrate in poco conto avere, 
se per me un Ruggier sol vi fa temere. 

xxxix 

E vi dovria pur ramentar che, solo 
(e spada io non avea ne scimitarra), 
con un troncon di lancia a un grosso stuolo 
d'armati cavallier tolsi la sbarra. 
Gradasso, ancor che con vergogna e duolo 
Io dica, pure a chi J l domanda narra 
che fu in Soria a un castel mio prigioniero ; 
et e pur d'altra fama che Ruggiero. 



782 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Non mega similmente il re Gradasso, 
e sallo Isolier vostro e Sacripante, 
io dico Sacripante, il re circasso, 
e '1 famoso Grifone et Aquilante, 
cent'altri e piu, che pure a questo passo 
stati eran presi alcuni giorni inante, 
macometani e gente di battesmo, 
che tutti liberai quel di medesmo. 

XLI 

Non cessa ancor la maraviglia loro 
de la gran prova ch'io feci quel giorno, 
maggior, che se 1'esercito del Moro 
e del Franco inimici avessi intorno. 
Et or potra Ruggier, giovine soro, 
farmi da solo a solo o danno o scorno ? 
Et or c'ho Durindana e 1'armatura 
d'Ettor, vi de' Ruggier metter paura? 

XLII 

Den, perche dianzi in prova non venni io, 
se far di voi con Tarme io potea acquisto? 
So che v'avrei si aperto il valor mio, 
ch'avresti il fin gia di Ruggier previsto. 
Asciugate le lacrime, e per Dio 
non mi fate uno augurio cosi tristo; 
e siate certa che '1 mio onor rn'ha spinto, 
non ne Io scudo il bianco augel dipinto. 

XLIII 

Cosi disse egli; e molto ben risposto 
gli fu da la mestissima sua donna, 
che non pur lui mutato di proposto, 
ma di luogo avria mossa una colonna. 
Ella era per dover vincer lui tosto, 
ancor ch'armato, e ch'ella fosse in gonna; 
e Tavea indutto a dir, se '1 re gli parla 
d'accordo piu, che volea contentarla. 



CANTO TRENTESIMO 783 

XLIV 

E lo facea; se non, tosto ch'al Sole 
la vaga Aurora fe' 1'usata scorta, 
Tanimoso Ruggier, che mostrar vuole 
che con ragion la bella aquila porta, 
per non udir piu d'atti e di parole 
dilazion, ma far la lite corta, 
dove circonda il popul lo steccato, 
sonando il corno s'appresenta armato. 

XLV 

Tosto che sente il Tartaro superbo, 
ch'alla battaglia il suono altier lo sfida, 
non vuol piu de Taccordo intender verbo, 
ma si lancia del letto, et arme grida; 
e si dimostra si nel viso acerbo, 
che Doralice istessa non si fida 
di dirgli piu di pace ne di triegua: 
e forza e infin che la battaglia segua. 

XLVI 

Subito s'arma, et a fatica aspetta 
da' suoi scudieri i debiti servigi; 
poi monta sopra il buon cavallo in fretta, 
che del gran difensor fu di Parigi; 
e vien correndo inver la piazza eletta 
a terminar con Tarme i gran litigi. 
Vi giunse il re e la corte allora allora; 
si ch'alFassalto fu poca dimora. 

XLVII 

Posti lor furo et allacciati in testa 
i lucidi elmi, e date lor le lance. 
Siegue la tromba a dare il segno presta, 
che fece a mille impallidir le guance. 
Posero Taste i cavallieri in resta, 
e i corridori punsero alle pance ; 
e venner con tale impeto a ferirsi, 
che parve il ciel cader, la terra aprirsi. 



784 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

Quinci e quindi venir si vede il bianco 
augel che Giove per 1'aria sostenne; 
come ne la Tessalia si vide anco 
venir piu volte, ma con altre penne. 
Quanto sia Puno e Taltro ardito e franco, 
mostra il portar de le massiccie antenne; 
e molto piii, ch'a quello incontro duro, 
quai torri ai venti, o scogli alPonde furo. 

XLIX 

I tronchi fin al ciel ne sono ascesi: 
scrive Turpin, verace in questo loco, 
che dui o tre giii ne tornaro accesi, 
ch'eran saliti alia sfera del fuoco. 
I cavallieri i brandi aveano presi: 
e come quei che si temeano poco, 
si ritornaro incontra; e a prima giunta 
ambi alia vista si ferir di punta. 

L 

Ferirsi alia visiera al primo tratto ; 
e non miraron, per mettersi in terra, 
dare ai cavalli morte, ch'e mal atto, 
perch' essi non han colpa de la guerra. 
Chi pensa che tra lor fosse tal patto, 
non sa 1'usanza antiqua, e di molto erra: 
senz'altro patto, era vergogna e fallo 
e biasmo eterno a chi feria il cavallo. 

LI 

Ferirsi alia visiera, ch'era doppia, 
et a pena anco a tanta furia resse. 
L'un colpo appresso all'altro si raddoppia: 
le botte piu che grandine son spesse, 
che spezza fronde e rami e grano e stoppia, 
e uscir invan fa la sperata messe. 
Se Durindana e Balisarda taglia, 
sapete, e quanto in queste mani vaglia. 



CANTO TRENTESIMO 785 

LII 

Ma degno di se colpo ancor non fanno, 
si Puno e Paltro ben sta su P aviso. 
Usci da Mandricardo il primo danno, 
per cui fu quasi il buon Ruggiero ucciso: 
d'uno di quei gran colpi che far sanno, 
gli fu lo scudo pel mezzo diviso, 
e la corazza apertagli di sotto; 
e fin sul vivo il crudel brando ha rotto. 

LIII 

L'aspra percossa agghiaccio il cor nel petto, 
per dubbio di Ruggiero, ai circonstanti, 
nel cui favor si conoscea lo affetto 
dei piu inchinar, se non di tutti quanti. 
E se Fortuna ponesse ad effetto 
quel che la maggior parte vorria inanti, 
gia Mandricardo saria morto o preso: 
si che J l suo colpo ha tutto il campo offeso. 

LIV 

lo credo che qualche agnol $' interpose 
per salvar da quel colpo il cavalliero. 
Ma ben senza piu indugio gli rispose, 
terribil piu che mai fosse, Ruggiero. 
La spada in capo a Mandricardo pose; 
ma si lo sdegno fu subito e fiero, 
e tal fretta gli fe', ch'io men Fincolpo 
se non mando a ferir di taglio il colpo. 

LV 

Se Balisarda lo giungea pel dritto, 
1'elmo d'Ettorre era incantato invano. 
Fu si del colpo Mandricardo afflitto, 
che si lascic- la briglia uscir di mano. 
D'andar tre volte accenna a capo fitto, 
mentre scorrendo va d'intorno il piano 
quel Brigliador che conoscete al nome, 
dolente ancor de le mutate some. 



786 ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Calcata serpe mai tanto non ebbe, 
ne ferito leon, sdegno e furore, 
quanto il Tartaro, poi che si riebbe 
dal colpo che di se lo trasse fuore. 
E quanto 1'ira e la superbia crebbe, 
tanto e piu crebbe in lui forza e valore: 
fece spiccare a Brigliadoro un salto 
verso Ruggiero, e alzo la spada in alto. 

LVII 

Levossi in su le staffe, et aU'elmetto 
segnolli; e si credette veramente 
partirlo a quella volta fin al petto : 
ma fu di lui Ruggier piu diligente; 
che, pria che '1 braccio scenda al duro effetto, 
gli caccia sotto la spada pungente, 
e gli fa ne la maglia ampla finestra, 
che sotto difendea 1'ascella destra. 

LVIII 

E Balisarda al suo ritorno trasse 
di fuori' il sangue tiepido e vermiglio, 
e viet6 a Durindana che calasse 
impetuosa con tanto periglio; 
ben che fin su la groppa si piegasse 
Ruggiero, e per dolor strignesse il ciglio: 
e s'elmo in capo avea di peggior tempre, 
gli era quel colpo memorabil sempre. 

LIX 

Ruggier non cessa, e spinge il suo cavallo, 
e Mandricardo al destro fianco trova. 
Quivi scelta finezza di metallo 
e ben condutta tempra poco giova 
contra la spada che non scende in fallo, 
che fu incantata non per altra prova, 
che per far chV suoi colpi nulla vaglia 
piastra incantata et incantata maglia. 



CANTO TRENTESIMO 787 

LX 

Taglionne quanto ella ne prese, e insieme 
lascio ferito il Tartaro nel fianco, 
che J l ciel bestemmia, e di tant'ira fretne, 
che 5 1 tempestoso mare e orribil manco. 
Or s'apparecchia a por le forze estreme: 

10 scudo ove in azzurro e 1'augel bianco, 
vinto da sdegno, si gitt6 lontano, 

e messe al brando e Tuna e 1'altra mano. 

LXI 

Ah, disse a lui Ruggier senza piu basti 
a mostrar che non merti quella insegna, 
ch'or tu la getti, e dianzi la tagliasti; 
n potrai dir mai piu che ti convegna. 
Cosi dicendo, forza e ch'egli attasti 
con quanta furia Durindana vegna; 
che si gli grava e si gli pesa in fronte, 
che piu leggier potea cadervi un monte. 

LXII 

E per mezzo gli fende la visiera; 
buon per lui che dal viso si discosta: 
poi calo su Pardon che ferrato era, 
ne lo difese averne doppia crosta: 
giunse al fin su Tamese, e come cera 
Taperse con la falda sopraposta; 
e feri gravemente ne la coscia 
Ruggier, si ch'assai stette a guarir poscia. 

LXIII 
De Tun, come de Paltro, fatte rosse 

11 sangue Tarme avea con doppia riga; 
tal che diverse era il parer chi fosse 

di lor ch'avesse il meglio in quella briga. 
Ma quel dubbio Ruggier tosto rimosse 
con la spada che tanti ne castiga: 
mena di punta, e drizza il colpo crudo 
onde gittato avea colui lo scudo. 



788 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Fora de la corazza il lato manco, 

e di venire al cor trova la strada, 

che gli entra piu d'un palmo sopra il fianco: 

si che convien che Mandricardo cada 

d'ogni ragion che pu6 ne 1'augel bianco, 

o che puo aver ne la famosa spada; 

e da la cara vita cada insieme, 

che piu che spada e scudo assai gli preme. 

LXV 

Non mori quel meschin senza vendetta; 
ch'a quel medesmo tempo che fu colto, 
la spada, poco sua, meno di fretta; 
et a Ruggier avria partito il volto, 
se gia Ruggier non gli avesse intercetta 
prima la forza, e assai del vigor tolto : 
di forza e di vigor troppo gli tolse 
dianzi, che sotto il destro braccio il colse. 

LXVI 

Da Mandricardo fu Ruggier percosso 
nel punto ch'egli a lui tolse la vita; 
tal ch'un cerchio di ferro, anco che grosso, 
e una cuffia d'acciar ne fu partita. 
Durindana taglio cotenna et osso, 
e nel capo a Ruggiero entro due dita. 
Ruggier stordito in terra si riversa, 
e di sangue un ruscel dai capo versa. 

LXVII 

II primo fu Ruggier, ch'ando per terra; 
e dipoi stette 1'altro a cader tanto, 
che quasi crede ognun che de la guerra 
riporti Mandricardo il pregio e il vanto: 
e Doralice sua, che con gli altri erra, 
e che quel di piu volte ha riso e pianto, 
Dio ringrazi6 con mani al ciel supine, 
ch'avesse avuta la pugna tal fine. 



CANTO TRENTESIMO 789 

LXVIII 

Ma poi ch'appare a manifest! segni 
vivo chi vive, e senza vita il morto, 
nei petti dei fautor mutano regni: 
di la mestizia, e di qua vien conforto. 
I re, i signori, i cavallier piu degni, 
con Ruggier ch'a fatica era risorto 
a rallegrarsi et abbracciarsi vanno, 
e gloria senza fine e onor gli danno. 

LXIX 

Ognun s'allegra con Ruggiero, e sente 
il medesmo nel cor c'ha nella bocca. 
Sol Gradasso il pensiero ha differ ente 
tutto da quel che fuor la lingua scocca: 
mostra gaudio nel viso, e occultamente 
del glorioso acquisto invidia il tocca; 
e maledice o sia destino o caso, 
il qual trasse Ruggier prima del vaso. 

LXX 

Che dir6 del favor, che de le tante 
carezze e tante, affettuose e vere, 
che fece a quel Ruggiero il re Agramante, 
senza il qual dare al vento le bandiere, 
ne volse muover d' Africa le piante, 
ne senza lui si fido in tante schiere? 
Or che del re Agricane ha spento il seme, 
prezza piu lui, che tutto il mondo insieme. 

LXXI 

Ne di tal volonta gli uomini soli 
eran verso Ruggier, ma le donne anco, 
che d'Africa e di Spagna fra gli stuoli 
eran venute al tenitorio franco. 
E Doralice istessa, che con duoli 
piangea 1'amante suo pallido e bianco, 
forse con Paltre ita sarebbe in schiera, 
se di vergogna un duro fren non era. 



790 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

10 dico forse, non ch'io ve 1'accerti, 
ma potrebbe esser stato di leggiero: 
tal la bellezza e tali erano i merti, 

i costumi e i sembianti di Ruggiero. 
Ella, per quel die gia ne siamo esperti, 
si facile era a variar pensiero, 
che per non si veder priva d'amore, 
avria potuto in Ruggier porre il core. 

LXXIII 

Per lei buono era vivo Mandricardo : 
ma che ne volea far dopo la morte? 
Proveder le convien d'un che gagliardo 
sia notte e di ne ? suoi bisogni, e forte. 
Non era stato intanto a venir tardo 

11 piu perito medico di corte, 
che di Ruggier veduta ogni ferita, 
gia Pavea assicurato de la vita. 

LXXIV 

Con molta diligenzia il re Agramante 
fece colcar Ruggier ne le sue tende; 
che notte e di veder sel vuole inante: 
si Pama, si di lui cura si prende. 
Lo scudo al letto e Parme tutte quante, 
che fur di Mandricardo, il re gli appende; 
tutte le appende, eccetto Durindana, 
che fu lasciata al re di Sericana. 

LXXV 

Con Parme Paltre spoglie a Ruggier sono 
date di Mandricardo, e insieme dato 
gli e Brigliador, quel destrier bello e buono, 
che per furore Orlando avea lasciato. 
Poi quello al re diede Ruggiero in dono, 
che s'avide ch'assai gli saria grato. 
Non piu di questo; che tornar bisogna 
a chi Ruggiero invan sospira e agogna. 



CANTO TRENTESIMO 
LXXVI 

Gli amorosi torment! che sostenne 
Bradamante aspettando, io v'ho da dire. 
A Montalbano Ippalca a lei riverine, 
e nuova le arreco del suo desire. 
Prima, di quanto di Frontin le avenne 
con Rodomonte, Pebbe a riferire; 
poi di Ruggier, che ritrovo alia fonte 
con Ricciardetto e' frati d 5 Agrismonte : 

LXXVII 

e che con esso lei s'era partito 
con speme di trovare il Saracino, 
e punirlo di quanto avea fallito 
d'aver tolto a una donna il suo Frontino; 
e che '1 disegno poi non gli era uscito, 
perche diverso avea fatto il camino. 
La cagione anco, perche non venisse 
a Montalban Ruggier, tutta le disse; 

LXXVIII 

e riferille le parole a pieno, 
ch'in sua scusa Ruggier le avea commesse. 
Poi si trasse la lettera di seno, 
ch'egli le die perch' ella a lei la desse. 
Con viso piu turbato che sereno 
prese la carta Bradamante, e lesse; 
che, se non fosse la credenza stata 
gia di veder Ruggier, fora piu grata. 

LXXIX 

L'aver Ruggiero ella aspettato, e invece 
di lui, vedersi ora appagar d'un scritto, 
del bel viso turbar 1'aria le fece 
di timor, di cordoglio e di despitto. 
Baci6 la carta diece volte e diece, 
avendo a chi la scrisse il cor diritto. 
Le lacrime vietar, che su vi sparse, 
che con sospiri ardenti ella non Parse. 



ORLANDO FURIOSO 
LXXX 

Lesse la carta quattro volte e sei, 
e volse ch'altretante Pimbasciata 
replicata le fosse da colei 
che 1'una e Paltra avea quivi arrecata, 
pur tuttavia piangendo : e crederei 
che mai non si saria piu racchetata, 
se non avesse avuto pur conforto 
di rivedere il suo Ruggier di corto. 

LXXXI 

Termine a ritornar quindici o venti 
giorni avea Ruggier tolto, et affermato 
Pavea ad Ippalca poi con giuramenti 
da non temer che mai fosse mancato. 
Chi m'assicura, ohime! degli accidenti, - 
ella dicea c'han forza in ogni lato, 
ma ne le guerre piu, che non distorni 
alcun tanto Ruggier, che piu non torni ? 

LXXXII 

Ohime! Ruggiero, ohime! chi aria creduto 
ch'avendoti amato io piu di me stessa, 
tu piu di me, non ch'altri, ma potuto 
abbi amar gente tua inimica espressa ? 
A chi opprimer dovresti, doni aiuto: 
chi tu dovresti aitare, e da te oppressa. 
Non so se biasmo o laude esser ti credi, 
ch'al premiar e al punir si poco vedi. 

LXXXIII 

Fu morto da Troian (non so se '1 sai) 
il padre tuo ; ma fin ai sassi il sanno : 
e tu del figlio di Troian cura hai 
che non riceva alcun disnor ne danno. 
questa la vendetta che ne fai, 
Ruggiero ? e a quei che vendicato Phanno, 
rendi tal premio, che del sangue loro 
me fai morir di strazio e di martoro ? 



CANTO TRENTESIMO 793 

LXXXIV 

Dicea la donna al suo Ruggiero absente 
queste parole et altre lacrimando, 
non una sola volta, ma sovente. 
Ippalca la venia pur confortando, 
che Ruggier servarebbe interamente 
sua fede, e ch'ella 1'aspetasse, quando 
altro far non potea, fin a quel giorno 
ch'avea Ruggier prescritto al suo ritorno. 

LXXXV 

I conforti d'lppalca, e la speranza 
che degli amanti suole esser compagna, 
alia tema e al dolor tolgon possanza 
di far che Bradamante ognora piagna; 
in Montalban senza mutar mai stanza 
voglion che fin al termine rimagna, 
fin al promesso termine e giurato, 
che poi fu da Ruggier male osservato. 

LXXXVI 

Ma ch'egH alia promessa sua mancasse, 
non per6 debbe aver la colpa affatto ; 
ch'una causa et un'altra si lo trasse, 
che gli fu forza preterire il patto. 
Convenne che nel letto si colcasse, 
e piu d'un mese si stesse di piatto 
in dubbio di morir, si il dolor crebbe 
dopo la pugna che col Tartaro ebbe. 

LXXXVII 

L'inamorata giovane Pattese 
tutto quel giorno e desiollo invano, 
ne mai ne seppe, fuor quanto ne 'ntese 
ora da Ippalca, e poi dal suo germane, 
che le narro che Ruggier lui difese, 
e Malagigi libero e Viviano. 
Questa novella, ancor ch'avesse grata, 
pur di qualche amarezza era turbata; 



794 ORLANDO FURIOSO 

LXXXVIII 

che di Marfisa in quel discorso udito 

1'alto valore e le bellezze avea: 

udi come Ruggier s'era partito 

con esso lei, e che d'andar dicea 

la dove con disagio in debol sito 

malsicuro Agramante si tenea. 

Si degna compagma la donna lauda, 

ma non che se n'allegri, o che Fapplauda. 

LXXXIX 

Ne picciolo e il sospetto che la preme; 
che se Marfisa e bella, come ha fama, 
e che fin a quel di sien giti insieme, 
e maraviglia, se Ruggier non Tama. 
Pur non vuol creder anco, e spera e teme; 
e '1 giorno che la puo far lieta e grama, 
misera aspetta; e sospirando stassi, 
da Montalban mai non movendo i passi. 

xc 

Stando ella quivi, il principe, il signore 
del bel castello, il primo de' suoi frati 
(io non dico d'etade, ma d'onore, 
che di lui prima dui n'erano nati), 
Rinaldo, che di gloria e di splendore 
gli ha, come il sol le stelle, illuminati, 
giunse al castello un giorno in su la nona; 
ne, fuor ch'un paggio, era con lui persona. 

xci 

Cagion del suo venir fu, che da Brava 
ritornandosi un di verso Parigi 
(come v'ho detto che sovente andava 
per ritrovar d' Angelica vestigi), 
avea sentita la novella prava 
del suo Viviano e del suo Malagigi, 
ch'eran per esser dati al Maganzese; 
e perci6 ad Agrismonte la via prese. 



CANTO TRENTESIMO 795 

XCII 

Dove intendendo poi ch'eran salvati, 
e gli aversarii lor morti e distrutti, 
e Marfisa e Ruggiero erano stati, 
che gli aveano a quei termini ridutti; 
e suoi fratelli e suoi cugin tornati 
a Montalbano insieme erano tutti; 
gli parve un'ora un anno di trovarsi 
con esso lor la dentro ad abbracciarsi. 

XCIII 

Venne Rinaldo a Montalbano, e quivi 
madre, moglie abbraccib, figli e fratelli 
e i cugini che dianzi eran captivi; 
e parve, quando egli arrivo tra quelli, 
dopo gran fame irondine ch'arrivi 
col cibo in bocca ai pargoletti augelli. 
E poi ch'un giorno vi fu stato o dui, 
partissi, e fe j partire altri con lui. 

xciv 

Ricciardo, Alardo, Ricciardetto, e d'essi 
figli d'Amone, il piu vecchio Guicciardo, 
Malagigi e Vivian, si furon messi 
in arme dietro al paladin gagliardo. 
Bradamante aspettando che s'appressi 
il tempo ch'al disio suo ne vien tardo, 
inferma disse agli fratelli ch'era, 
e non volse con lor venire in schiera. 

xcv 

E ben lor disse il ver, ch'ella era inferma, 
ma non per febbre o corporal dolore: 
era il disio che Talma dentro inferma, 
e le fa alterazion patir d'amore. 
Rinaldo in Montalban piu non si ferma, 
e seco mena di sua gente il fiore. 
Come a Parigi appropinquosse, e quanto 
Carlo aiut6, vi dira 1'altro canto. 



796 ORLANDO FURIOSO 



CANTO TRENTESIMOPRIMO 



I 

Che dolce piu, che piu giocondo stato 
saria di quel d'un amoroso core? 
che viver piu felice e piu beato, 
che ritrovarsi in servitu d'Amore? 
se non fosse Tuom sempre stimulato 
da quel sospetto rio, da quel timore, 
da quel martir, da quella frenesia, 
da quella rabbia delta gelosia. 

ii 

Pero ch'ogni altro amaro che si pone 
tra questa soavissima dolcezza, 
e un augumento, una perfezione, 
et e un condurre amore a piu fmezza. 
L'acque parer fa saporite e buone 
la sete, e il cibo pel digiun s'apprezza: 
non conosce la pace e non Testima 
chi provato non ha la guerra prima. 

in 

Se ben non veggon gli occhi cio che vede 
ognora il core, in pace si sopporta. 
Lo star lontano, poi quando si riede, 
quanto piu lungo fu, piu riconforta. 
Lo stare in servitu senza mercede 
(pur che non resti la speranza morta) 
patir si pu6: che premio al ben servire 
pur viene al fin, se ben tarda a venire. 



CANTO TRENTESIMOPRIMO 797 

IV 

Gli sdegni, le repulse, e finalmente 
tutti i martir d'amor, tutte le pene, 
fan per lor rimembranza, che si sente 
con miglior gusto un piacer quando viene. 
Ma se Tinfernal peste una egra mente 
awien ch'infetti, ammorbi et avelene; 
se ben segue poi festa et allegrezza, 
non la cura Pamante e non Fapprezza. 

v 

Questa e la cruda e avelenata piaga 
a cui non val liquor, non vale impiastro, 
ne murmure, ne imagine di saga, 
ne val lungo osservar di benigno astro, 
ne quanta esperienzia d'arte maga 
fece mai 1' inventor suo Zoroastro : 
piaga crudel che sopra ogni dolore 
conduce 1'uom, che disperato muore. 

VI 

Oh incurabil piaga che nel petto 
d'un amator si facile s'imprime, 
non men per falso che per ver sospetto! 
piaga che Tuom si crudelmente opprime, 
che la ragion gli offusca e Pintelletto, 
e lo tra' fuor de le sembianze prime! 
Oh iniqua gelosia, che cosi a torto 
levasti a Bradamante ogni conforto! 

VII 

Non di questo ch'Ippalca e che 5 1 fratello 
le avea nel core amaramente impresso, 
ma dico d'uno annunzio crudo e fello 
che le fu dato pochi giorni appresso. 
Questo era nulla a paragon di quello 
ch'io vi diro, ma dopo alcun digresso. 
Di Rinaldo ho da dir primieramente, 
che ver Parigi vien con la sua gente. 



798 ORLANDO FURIOSO 

VIII 

Scontraro il di seguente inver la sera 
un cavallier ch'avea una donna al fianco, 
con scudo e sopravesta tutta nera, 
se non che per traverso ha un fregio bianco. 
Sfido alia giostra Ricciardetto, ch'era 
dinanzi, e vista avea di guerrier franco: 
e quel, che mai nessun ricusar volse, 
gir6 la briglia e spazio a correr tolse. 

IX 

Senza dir altro, o piu notizia darsi 
de 1'esser lor, si vengono alFincontro. 
Rinaldo e gli altri cavallier fermarsi 
per veder come seguiria lo scontro. 
ccTosto costui per terra ha da versarsi, 
se in luogo fermo a mio modo lo incontro 
dicea tra se medesmo Ricciardetto; 
ma contrario al pensier segui 1'effetto: 

x 

per6 che lui sotto la vista offese 
di tanto colpo il cavalliero istrano, 
che lo levo di sella, e lo distese 
piu di due lance al suo destrier lontano. 
Di vendicarlo incontinente prese 
1'assunto Alardo, e ritrovossi al piano 
stordito e male acconcio : si fu crudo 
lo scontro fier, che gli spezzo lo scudo. 

XI 

Guicciardo pone incontinente in resta 
Pasta, che vede i duo germani in terra, 
ben che Rinaldo gridi: Resta, resta: 
che mia convien che sia la terza guerra : 
ma Telmo ancor non ha allacciato in testa, 
si che Guicciardo al corso si disserra; 
ne piu degli altri si seppe tenere, 
e ritrovossi subito a giacere. 



CANTO TRENTESIMOPRIMO 799 

XII 

Vuol Ricciardo, Viviano e Malagigi, 
e Tun prima de 1'altro essere in giostra; 
ma Rinaldo port fine ai lor litigi; 
ch'inanzi a tutti armato si dimostra, 
dicendo loro : 6 tempo ire a Parigi ; 
e saria troppo la tardanza nostra, 
s'io volesse aspettar fin die ciascuno 
di voi fosse abbattuto ad uno ad uno. 

XIII 

Dissel tra se, ma non che fosse inteso, 
che saria stato agli altri ingiuria e scorno. 
L'uno e Faltro del campo avea gia preso, 
e si faceano incontra aspro ritorno. 
Non fu Rinaldo per terra disteso, 
che valea tutti gli altri ch'avea intorno; 
le lance si fiaccar, come di vetro, 
ne i cavallier si piegar oncia a dietro. 

XIV 

L'uno e 1'altro cavallo in guisa urtosse, 
che gli fu forza in terra a por le groppe. 
Baiardo immantinente ridrizzosse, 
tanto ch'a pena il correre interroppe. 
Sinistramente si Taltro percosse, 
che la spalla e la schena insieme roppe. 
II cavallier che '1 destrier morto vede, 
lascia le staffe et e subito in piede. 

xv 

Et al figlio d'Amon, che gia rivolto 
tornava a lui con la man v6ta, disse: 
Signore, il buon destrier che tu m'hai tolto, 
perche caro mi fu mentre che visse, 
mi faria uscir del mio debito molto, 
se cosi invendicato si morisse: 
si che vientene, e fa ci6 che tu puoi, 
perche battaglia esser convien tra noi. 



800 ORLANDO FURIOSO 

XVI 

Disse Rinaldo a lui : Se '1 destrier morto, 
e non altro ci de* porre a battaglia, 
un de' miei ti daro, piglia conforto, 
che men del tuo non credero che vaglia. 
Colui soggiimse : Tu sei malaccorto, 
se creder vuoi che d'un destrier mi caglia. 
Ma poi che non comprendi cio ch'io voglio, 
ti spiegherb piu chiaramente il foglio. 

xvn 

Vo* dir che mi parria commetter fallo, 
se con la spada non ti provassi anco, 
e non sapessi s'in quest'altro ballo 
tu mi sia pari, o se piu vali o manco. 
Come ti piace, o scendi, o sta a cavallo: 
pur che le man tu non ti tegna al fianco, 

10 son contento ogni vantaggio darti: 
tanto alia spada bramo di provarti. 

XVIII 

Rinaldo molto non lo tenne in lunga, 
e disse: La battaglia ti prometto; 
e perche tu sia ardito, e non ti punga 
di questi c'ho d'intorno alcun sospetto, 
andranno inanzi fin ch'io gli raggiunga; 
ne meco restera fuor ch'un valletto 
che mi tenga il cavallo : e cosi disse 
alia sua compagnia che se ne gisse. 

XIX 

La cortesia del paladin gagliardo 
commendo molto il cavalliero estrano. 
Smonto Rinaldo, e del destrier Baiardo 
diede al valletto le redine in manor 
e poi che piu non vede il suo stendardo, 

11 qual di lungo spazio e gia lontano, 

lo scudo imbraccia e stringe il brando fiero, 
e sfida alia battaglia il cavalliero. 



CANTO TRENTESIMOPRIMO 8oi 

XX 

E quivi s'incomincia una battaglia 
di ch'altra mai non fu piu fiera in vista. 
Non crede Fun che tanto Taltro vaglia, 
che troppo lungamente gli resista. 
Ma poi che '1 paragon ben gli ragguaglia, 
ne Tun de Paltro piu s'allegra o attrista, 
pongon 1'orgoglio et il furor da parte, 
et al vantaggio loro usano ogn'arte. 

XXI 

S'odon lor colpi dispietati e crudi 

intorno rim.bom.bar con suono orrendo, 

ora i canti levando a* grossi scudi, 

schiodando or piastre, e quando maglie aprendo. 

Ne qui bisogna tanto che si studi 

a ben ferir, quanto a parar, volendo 

star Puno a 1'altro par; ch'eterno danno 

lor pu6 causar il primo error che fanno. 

XXII 

Dur6 Tassalto un'ora e piu che '1 mezzo 
d'un'altra; et era il sol gia sotto Ponde, 
et era sparso il tenebroso rezzo 
de Porizzon fin alPestreme sponde; 
ne riposato o fatto altro intermezzo 
aveano alle percosse furibonde 
questi guerrier, che non ira o rancore, 
ma tratto alParme avea disio d'onore. 

XXIII 

Rivolve tuttavia tra se Rinaldo 
chi sia Pestrano cavallier si forte, 
che non pur gli sta contra ardito e saldo, 
ma spesso il mena a risco de la morte; 
e gia tanto travaglio e tanto caldo 
gli ha posto, che del fin dubita forte; 
e volentier, se con suo onor potesse, 
vorria che quella pugna rimanesse. 



802 ORLANDO FURIOSO 

XXIV 

Da Paltra parte il cavallier estrano, 

che similmente non avea notizia 

che quel fosse il signer di Montalbano, 

quel si famoso in tutta la milizia, 

che gli avea incontra con la spada in mano 

condotto cosi poca nimicizia, 

era certo che d'uom di phi eccellenza 

non potesson dar Tarme esperienza. 

xxv 

Vorrebbe de I'impresa esser digiuno, 
ch'avea di vendicare il suo cavallo; 
e se potesse senza biasmo alcuno, 
si trarria fuor del periglioso ballo. 
II mondo era gia tanto oscuro e bruno, 
che tutti i colpi quasi ivano in fallo. 
Poco ferire e men parar sapeano, 
ch'a pena in man le spade si vedeano. 

XXVI 

Fu quel da Montalbano il primo a dire 
che far battaglia non denno allo scuro, 
ma quella indugiar tanto e dirferire, 
ch'avesse dato volta il pigro Arturo; 
e che pu6 intanto al padiglion venire, 
ove di se non sara men sicuro, 
ma servito, onorato e ben veduto, 
quanto in loco ove mai fosse venuto. 

XXVII 

Non bisogn6 a Rinaldo pregar molto, 
che '1 cortese baron tenne lo 'nvito. 
Ne vanno insieme ove il drappel raccolto 
di Montalbano era in sicuro sito. 
Rinaldo al suo scudiero avea gia tolto 
un bel cavallo e molto ben guernito, 
a spada e a lancia e ad ogni prova buono, 
et a quel cavallier fattone dono. 



CANTO TRENTESIMOPRIMO 803 

XXVIII 

II guerrier peregrin conobbe quello 
esser Rinaldo, che venia con esso; 
che prima che giungessero alPostello, 
venuto a caso era a nomar se stesso : 
e perche Tun de 1'altro era fratello, 
si sentir dentro di dolcezza oppresso, 
e di pietoso affetto tocco il core; 
e lacrimar per gaudio e per amore. 

XXIX 

Questo guerriero era Guidon Selvaggio, 
che dianzi con Marfisa e Sansonetto 
e' figli d' Olivier molto viaggio 
avea fatto per mar, come v'ho detto. 
Di non veder piu tosto il suo lignaggio 
il fellon Pinabel gli avea interdetto, 
avendol preso e a bada poi tenuto 
alia <difesa del suo rio statute. 

xxx 

Guidon, che questo esser Rinaldo udio, 
famoso sopra ogni famoso duce, 
ch'avuto avea piu di veder disio, 
che non ha il cieco la perduta luce, 
con molto gaudio disse: O signor mio, 
qual fortuna a combatter mi conduce 
con voi, che lungamente ho amato et amo, 
e sopra tutto il mondo onorar bramo ? 

XXXI 

Mi partori Costanza ne le estreme 
ripe del mar Eusino: io son Guidone, 
concetto de lo illustre inclito seme, 
come ancor voi, del generoso Amone. 
Di voi vedere e gli altri nostri insieme 
il desiderio e del venir cagione; 
e dove mia intenzion fu d'onorarvi, 
mi veggo esser venuto a ingiuriarvi. 



804 ORLANDO FURIOSO 

XXXII 

Ma scusimi apo voi d'un error tanto, 
ch'io non ho voi ne gli altri conosciuto ; 
e s'emendar si puo, ditemi quanto 
far debbo, ch'in ci6 far nulla rifiuto. 
Poi che si fu da questo e da quel canto 
de' complessi iterati al fin vemito, 
rispose a lui Rinaldo : Non vi caglia 
meco scusarvi piu de la battaglia: 

xxxm 

che per certificarne che voi sete 
di nostra antiqua stirpe un vero ramo, 
dar miglior testimonio non potete, 
che '1 gran valor ch'in voi chiaro proviamo. 
Se piu pacifiche erano e quiete 
vostre maniere, mal vi credevamo; 
che la damma non genera il leone, 
ne le colombe 1'aquila o il falcone. 

xxxiv 

Non, per andar, di ragionar lasciando, 
non di seguir, per ragionar, lor via, 
vermero ai padiglioni; ove narrando 
il buon Rinaldo alia sua compagnia 
che questo era Guidon, che disiando 
veder, tanto aspettato aveano pria, 
molto gaudio apport6 ne le sue squadre; 
e parve a tutti assimigliarsi al padre. 

xxxv 

Non dir6 1'accoglienze che gli fero 
Alardo, Ricciardetto e gli altri dui; 
che gli fece Viviano et Aldigiero, 
e Malagigi, frati e cugin sui; 
ch'ogni signor gli fece e cavalliero ; 
ci6 ch'egli disse a loro, et essi a lui: 
ma vi concludero che finalmente 
fu ben veduto da tutta la gente. 



CANTO TRENTESIMOPRIMO 805 

XXXVI 

Caro Guldone a } suoi fratelli stato 
credo sarebbe in ogni tempo assai; 
ma lor fu al gran bisogno ora piu grato, 
ch'esseir potesse in altro tempo mai. 
Poscia che '1 nuovo sole incoronato 
del mare usci di luminosi rai, 
Guidon coi frati e coi parenti in schiera 
se ne torno sotto la lor bandiera. 

XXXVII 

Tanto un giorno et un altro se n'andaro, 
che di Parigi alle assediate porte 
a men di dieci miglia s'accostaro 
in ripa a Senna; ove per buona sorte 
Grifone et Aquilante ritrovaro, 
i duo guerrier da Tarmatura forte: 
Grifone il bianco et Aquilante il nero, 
che partori Gismonda d'Oliviero. 

XXXVIII 

Con essi ragionava una donzella, 
non gia di vil condizione in vista, 
che di sciamito bianco la gonnella 
fregiata intorno avea d'aurata lista; 
molto leggiadra in apparenza e bella, 
fosse quantunque lacrimosa e trista: 
e mostrava ne' gesti e nel sembiante 
di cosa ragionar molto importante. 

xxxix 

Conobbe i cavallier, come essi lui, 
Guidon, che fu con lor pochi di inanzi; 
et a Rinaldo disse : Eccovi dui 
a cui van pochi di valore inanzi; 
e se per Carlo ne verran con nui, 
non ne staranno i Saracini inanzi. 
Rinaldo di Guidon conferma il detto, 
che Funo e P altro era guerrier perfetto. 



806 ORLANDO FURIOSO 

XL 

Gli avea riconosciuti egli non manco ; 
per6 che quelli sempre erano usati, 
Pun tutto nero, e Taltro tutto bianco 
vestir su 1'arme, e molto andare'ornati. 
Da 1'altra parte essi conobbero anco 
e salutar Guidon, Rinaldo e i frati; 
et abbracciar Rinaldo come amico, 
naesso da parte ogni lor odio antico. 

XLI 

S'ebbero un tempo in urta e in gran dispetto 
per Truffaldin, che fora lungo a dire; 
ma quivi insieme con fraterno affetto 
s'accarezzar, tutte obliando Tire. 
Rinaldo poi si volse a Sansonetto, 
ch'era tardato un poco piu a venire, 
e lo raccolse col debito onore, 
a pieno instrutto del suo gran valore. 

XLII 

Tosto che la donzella piu vicino 
vide Rinaldo, e conosciuto 1'ebbe 
(ch'avea notizia d'ogni paladino), 
gli disse una novella che gl'increbbe; 
e cominci6 : Signore, il tuo cugino 
a cui la chiesa e 1'alto imperio debbe, 
quel gia si saggio et onorato Orlando 
e fatto stolto, e va pel mondo errando. 

XLIII 

Onde causato cosi strano e rio 
accidente gli sia, non so narrarte. 
La sua spada e Paltr'arme ho vedute io, 
che per li campi avea gittate e sparte; 
e vidi un cavallier cortese e pio 
che le and6 raccogliendo da ogni parte, 
e poi di tutte quelle un arbuscello 
fe j , a guisa di trofeo, pomposo e bello. 



CANTO TRENTESIMOPRIMO 807 

XLIV 

Ma la spada ne fu tosto levata 
dal figliuol d'Agricane il di medesmo. 
Tu poi considerar quanto sia stata 
gran perdita alia gente del battesmo 
Tessere un'altra volta ritornata 
Durindana in poter del paganesmo. 
Ne Brigliadoro men, ch'errava sciolto 
intorno airarme, fu dal pagan tolto. 

XLV 

Son pochi di ch' Orlando correr vidi 
senza vergogna e senza senno, ignudo, 
con urli spaventevoli e con gridi : 
ch'e fatto pazzo in somma ti conchmdo; 
e non avrei, fuor ch'a questi occhi fidi, 
creduto mai si acerbo caso e crudo. 
Poi narro che lo vide giu dal ponte 
abbracciato cader con Rodomonte. 

XLVI 

A qualunque io non creda esser nimico 
d 5 Orlando soggiungea di ci6 favello, 
accio ch'alcun di tanti a ch'io lo dico, 
mosso a pieta del caso strano e fello, 
cerchi o a Parigi o in altro luogo amico 
ridurlo, fin che si purghi il cervello. 
Ben so, se Brandimarte n'avra nuova, 
sara per fame ogni possibil prova. 

XLVII 

Era costei la bella Fiordiligi, 
piu cara a Brandimarte che se stesso, 
la qual, per lui trovar, venia a Parigi: 
e de la spada ella suggiunse appresso, 
che discordia e contesa e gran litigi 
tra il Sericano e '1 Tartaro avea messo; 
e ch'avuta 1'avea, poi che fu casso 
di vita Mandricardo, al fin Gradasso. 



808 ORLANDO FURIOSO 

XLVIII 

Di cosi strano e misero accidente 
Rinaldo senza fin si lagna e duole; 
ne il core intenerir men se ne sente, 
che soglia intenerirsi il ghiaccio al sole: 
e con disposta et immutabil mente, 
ovunque Orlando sia, cercar lo vuole, 
con speme, poi che ritrovato Pabbia, 
di farlo risanar di quella rabbia. 

XLIX 

Ma gia lo stuolo avendo fatto unire, 
sia volonta del cielo o sia aventura, 
vuol fare i Saracin prima fuggire, 
e liberar le parigine mura. 
Ma consiglia 1'assalto differire, 
che vi par gran vantaggio, a notte scura, 
ne la terza vigilia o ne la quarta,. 
ch'avra 1'acqua di Lete il Sonno sparta. 

L 

Tutta la gente alloggiar fece al bosco, 
e quivi la poso per tutto J l giorno ; 
ma poi che '1 sol, lasciando il mondo fosco, 
alia nutrice antiqua fe' ritorno, 
et orse e capre e serpi senza tosco 
e 1'altre fere ebbeno il cielo adorno, 
che state erano ascose al maggior lampo, 
mosse Rinaldo il taciturno campo: 

LI 

e venne con Grifon, con Aquilante, 
con Vivian, con Alardo e con Guidone, 
con Sansonetto, agli altri un miglio inante, 
a cheti passi e senza alcun sermone. 
Trovo dormir 1'ascolta d' Agramante : 
tutta 1'uccise, e non ne fe' un prigione. 
Indi arriv6 tra 1'altra gente Mora, 
che non fu visto ne sentito ancora. 



CANTO TRENTESIMOPRIMO 809 

LII 

Del campo d'infedeli a prima giunta 
la ritrovata guardia all'improviso 
lascio Rinaldo si rotta e consunta, 
ch'un sol non ne rest6, se non ucciso. 
Spezzata che lor fu la prima punta, 
i Saracin non 1'avean piu da riso; 
che sonnolenti, timidi et inermi, 
poteano a tai guerrier far pochi schermi. 

LIII 

Fece Rinaldo per maggior spavento 
dei Saracini, al mover de Tassalto, 
a trombe e a corni dar subito vento, 
e gridando il suo nome alzar in alto. 
Spinse Baiardo, e quel non parve lento; 
che dentro all'alte sbarre entr6 d'un salto, 
e vers6 cavallier, pest6 pedoni, 
et atterr6 trabacche e padiglioni. 

LIV 

Non fu si ardito tra il popul pagano, 
a cui non s'arricciassero le chiome, 
quando senti Rinaldo e Montalbano 
sonar per 1'aria, il formidato nome. 
Fugge col campo d'Africa Tispano, 
ne perde tempo a caricar le some; 
ch'aspettar quella furia piu non vuole, 
ch'aver provata anco si piagne e duole. 

LV 

Guidon lo segue, e non fa men di lui; 
ne men fanno i duo figli d'Oliviero, 
Alardo e Ricciardetto, e gli altri dui: 
col brando Sansonetto apre il sentiero: 
Aldigiero e Vivian provar altrui 
fan quanto in arme 1'uno e Paltro e fiero. 
Cosi fa ognun che segue lo stendardo 
di Chiaramonte, da guerrier gagliardo. 



8lO ORLANDO FURIOSO 

LVI 

Settecento con lui tenea Rinaldo 
in Montalbano e intorno a quelle ville, 
usati a portar Parme al freddo e al caldo, 
non gia piu rei del Mirmidon d'Achille. 
Ciascun d'essi al bisogno era si saldo, 
che cento insieme non fuggian per mille; 
e se ne potean molti sceglier fuori, 
che d'alcun del famosi eran migliori. 

LVII 

E se Rinaldo ben non era molto 
ricco ne di citta ne di tesoro, 
facea si con parole e con buon volto, 
e ci6 ch'avea partendo ognor con loro, 
ch'un di quel numer mai non gli fu tolto 
per offerire altrui piu somma d'oro. 
Questi da Montalban mai non rimuove, 
se non lo stringe un gran bisogno altrove. 

LVIII 

Et or perch' abbia il Magno Carlo aiuto, 
Iasci6 con poca guardia il suo castello. 
Tra gli African questo drappel venuto, 
questo drappel del cui valor favello, 
ne fece quel che del gregge lanuto 
sul falanteo Galeso il lupo fello, 
o quel che soglia del barbato, appresso 
il barbaro Cinifio, il leon spesso. 

LIX 

Carlo, ch'aviso da Rinaldo avuto 
avea che presso era a Parigi giunto, 
e che la notte il campo sproveduto 
volea assalir, stato era in arme e in punto; 
e quando bisogn6, venne in aiuto 
coi paladini; e ai paladini aggiunto 
avea il figliol del ricco Monodante, 
di Fiordiligi il fido e saggio amante; 



CANTO TRENTESIMOPRIMO 8ll 

LX 

ch'ella piu giorni per si lunga via 
cercato avea per tutta Francia invano. 
Quivi all'insegne che portar solia, 
fu da lei conosciuto di lontano. 
Come lei Brandimarte vide pria, 
lascio la guerra, e torno tutto umano, 
e corse ad abbracciarla; e d'amor pieno, 
mille volte baciolla o poco meno. 

LXI 

De le lor donne e de le lor donzelle 
si fidar molto a quella antica etade. 
Senz'altra scorta andar lasciano quelle 
per piani e monti e per strane contrade; 
et al ritorno Than per buone e belle, 
ne mai tra lor suspizione accade. 
Fiordiligi narro quivi al suo amante 
che fatto stolto era il signer d'Anglante. 

LXII 

Brandimarte si strana e ria novella 
credere ad altri a pena avria potuto; 
ma lo credette a Fiordiligi bella, 
a cui gia maggior cose avea creduto. 
Non pur d'averlo udito gli dice ella, 
ma che con gli occhi proprii Fha veduto 
(c'ha conoscenza e pratica d' Orlando 
quanto alcun altro), e dice dove e quando. 

LXIII 

E gli narra del ponte periglioso, 
che Rodomonte ai cavallier difende, 
ove un sepolcro adorna e fa pomposo 
di sopraveste e d'arme di chi prende. 
Narra c'ha visto Orlando furioso 
far cose quivi orribili e stupende; 
che nel fiume il pagan mand6 riverso, 
con gran periglio di restar summerso. 



8l2 ORLANDO FURIOSO 

LXIV 

Brandimarte, che '1 conte amava quanto 
si puo compagno amar, fratello o figlio, 
disposto di cercarlo, e di far tanto, 
non ricusando affanno ne periglio, 
che per opra di medico o d'incanto 
si ponga a quel furor qualche consiglio, 
cosi come trovossi armato in sella, 
si mise in via con la sua donna bella. 

LXV 

Verso la parte ove la donna il conte 
avea veduto, il lor camin drizzaro, 
di giornata in giornata, fin ch'al ponte 
che guarda il re d'Algier, si ritrovaro. 
La guardia ne fe' segno a Rodomonte; 
e gli scudieri a un tempo gli arrecaro 
Parme e il cavallo: e quel si trov6 in punto, 
quando fu Brandimarte al passo giunto. 

LXVI 

Con voce qual conviene al suo furore 
il Saracino a Brandimarte grida: 
Qualunque tu ti sia, che, per errore 
di via o di mente, qui tua sorte guida, 
scendi e spogliati Farme, e fanne onore 
al gran sepolcro, inanzi ch'io t'uccida, 
e che vittima all'ombre tu sia offerto: 
ch'io '1 far6 poi, ne te n'avr6 alcun merto. 

LXVII 

Non volse Brandimarte a quelPaltiero 
altra risposta dar, che de la lancia. 
Sprona Batoldo, il suo gentil destriero, 
e inverso quel con tanto ardir si lancia, 
che mostra che pu6 star d'animo fiero 
con qual si voglia al mondo alia bilancia: 
e Rodomonte, con la lancia in resta, 
lo stretto ponte a tutta briglia pesta. 



CANTO TRENTESIMOPRIMO 813 

LXVIII 

II suo destrier ch'avea continuo uso 
d'andarvi sopra, e far di quel sovente 
quando uno e quando un altro cader giuso, 
alia giostra correa sicuramente ; 
Taltro, del corso insolito confuso, 
venia dubbioso, timido e tremente. 
Trema anco il ponte, e par cader ne Fonda, 
oltre che stretto e che sia senza sponda. 

LXIX 

I cavallier, di giostra ambi maestri, 
che le lance avean grosse come travi, 
tali qual fur nei lor ceppi silvestri, 
si dieron colpi non troppo soavi. 
Ai lor cavalli esser possenti e destri 
non giov6 molto agli aspri colpi e gravi; 
che si versar di pari ambi ul ponte, 
e seco i signor lor tutti in un monte. 

LXX 

Nel volersi levar con quella fretta 
che lo spronar de' fianchi insta e richiede, 
Tasse del ponticel lor fu si stretta, 
che non trovaro ove fermare il piede; 
si che una sorte uguale ambi li getta 
ne 1'acqua; e gran rimbombo al ciel ne riede, 
simile a quel ch'usci del nostro fiume, 
quando ci cadde il mal rettor del lume. 

LXXI 

I duo cavalli andar con tutto '1 pondo 
dei cavallier, che steron fermi in sella, 
a cercar la rivera insin al fondo, 
se v'era ascosa alcuna ninfa bella. 
Non e gia il primo salto ne '1 secondo, 
che giu del ponte abbia il pagano in quella 
onda spiccato col destrero audace; 
per6 sa ben come quel fondo giace: 



814 ORLANDO FURIOSO 

LXXII 

sa dove e saldo e sa dove e piii molle, 

sa dove e 1'acqua bassa e dove e 1'alta. 

Dal fiume il capo e il petto e i fianchi estolle, 

e Brandimarte a gran vantaggio assalta. 

Brandimarte il corrente in giro tolle: 

ne la sabbia il destrier, che '1 fondo smalta, 

tutto si ficca, e non pu6 riaversi, 

con rischio di restarvi ambi sommersi. 

LXXIII 

L'onda si leva e li fa andar sozzopra, 
e dove e piu profonda li trasporta: 
va Brandimarte sotto, e '1 destrier sopra. 
Fiordiligi dal ponte afflitta e smorta 
e le lacrime e i voti e i prieghi adopra: 
Ah Rodomonte, per colei che morta 
tu riverisci, non esser si fiero, 
ch'affogar lasci un tanto cavalliero! 

LXXIV 

Deh, cortese signer, s'unque tu amasti, 
di me, ch'amo costui, pieta ti vegna. 
Di farlo tuo prigion, per Dio, ti basti; 
che s'orni il sasso tuo di quella insegna, 
di quante spoglie mai tu gli arrecasti 
questa fia la piu bella e la piu degna. 
E seppe si ben dir, ch'ancor che fosse 
si crudo il re pagan, pur lo commosse; 

LXXV 

e fe' che '1 suo amator ratto soccorse, 
che sotto acqua il destrier tenea sepolto, 
e de la vita era venuto in forse, 
e senza sete avea bevuto molto. 
Ma aiuto non per6 prima gli porse, 
che gli ebbe il brando e dipoi 1'elmo tolto. 
De Tacqua mezzo morto il trasse, e porre 
con molti altri lo fe j ne la sua torre. 



CANTO TRENTESIMOPRIMO 815 

LXXVI 

Fu ne la donna ogni allegrezza spenta, 
quando prigion vide il suo amante gire; 
ma di questo pur megEo si contenta, 
che di vederlo nel fiume perire. 
Di se stessa, e non d'altri, si lamenta, 
che fu cagion di farlo ivi venire, 
per averli narrate ch'avea il conte 
riconosciuto al periglioso ponte. 

LXXVII 

Quindi si parte, avendo gia concetto 
di menarvi Rinaldo paladino, 
o il Selvaggio Guidone, o Sansonetto, 
o altri de la corte di Pipino, 
in acqua e in terra cavallier perfetto 
da poter contrastare col Saracino; 
se non piu forte, almen piu fortunato 
che Brandimarte suo non era stato. 

LXXVIII 

Va molti giorni prima che s'abbatta 
in alcun cavallier ch'abbia sembiante 
d'esser come lo vuol, perche combatta 
col Saracino e liberi il suo amante. 
Dopo rnolto cercar di persona atta 
al suo bisogno, un le vien pur avante, 
che sopravesta avea ricca et ornata, 
a tronchi di cipressi ricamata. 

LXXIX 

Chi costui fosse, altrove ho da narrarvi; 
che prima ritornar voglio a Parigi, 
e de la gran sconfitta seguitarvi, 
ch'a' Mori die Rinaldo e Malagigi. 
Quei che fuggiro io non saprei contarvi, 
ne quei che fur cacciati ai fiumi stigi. 
Levo a Turpino il conto 1'aria oscura, 
che di contarli s'avea preso cura. 



8l6 ORLANDO FURIOSO 

LXXX 

Nel primo sonno dentro al padiglione 
dormia Agramante; e un cavallier lo desta, 
dicendogli che fia fatto prigione, 
se la fuga non e via piu che presta. 
Guarda il re intorno, e la confusione 
vede del suoi, che van senza far testa 
chi qua chi la fuggendo inermi e nudi, 
che non han tempo di pur tor gli scudi. 

LXXXI 

Tutto confuso e privo di consiglio 
si facea porre indosso la corazza, 
quando con Falsiron vi giunse il figlio, 
Grandonio e Balugante e quella razza; 
e al re Agramante mostrano il periglio 
di restar morto o preso in quella piazza; 
e che puo dir, se salva la persona, 
che Fortuna gli sia propizia e buona. 

LXXXII 

Cosi Marsilio e cosi il buon Sobrino, 
e cosi dicon gli altri ad una voce, 
ch'a sua distruzion tanto e vicino, 
quanto a Rinaldo il qual ne vien veloce ; 
che s'aspetta che giunga il paladino 
con tanta gente, e un uom tanto feroce, 
render certo si pu6 ch'egli e i suo 5 amici 
rimarran morti, o in man degli nimici. 

LXXXIII 

Ma ridur si pu6 in Arli o sia in Narbona 
con quella poca gente c'ha d'intorno; 
che Tuna e Taltra terra e forte e buona 
da mantener la guerra piu d'un giorno: 
e quando salva sia la sua persona, 
si potra vendicar di questo scorno, 
rifacendo Tesercito in un tratto, 
onde al fin Carlo ne sara disfatto. 



CANTO TRENTESIMOPRIMO 817 

LXXXIV 

II re Agramante al parer lor s'attenne, 
ben che '1 partito fosse acerb o e duro. 
Ando verso Arli, e parve aver le penne, 
per quel camin che piu trovo sicuro. 
Oltre alle guide, in gran favor gli venne 
che la partita fu per 1'aer scuro. 
Ventirnila tra d } Africa e di Spagna 
fur ch'a Rinaldo uscir fuor de la ragna. 

LXXXV 

Quei ch'egli uccise e quei che i suoi fratelli, 
quei che i duo figli del signor di Vienna, 
quei che provaro empi nimici e felli 
i settecento a cui Rinaldo accenna, 
e quei che spense Sansonetto, e quelli 
che ne la fuga s'afTogaro in Senna, 
chi potesse contar, conteria ancora 
ci6 che sparge d'april Favonio e Flora. 

LXXXVI 

Istima alcun che Malagigi parte 
ne la vittoria avesse de la notte; 
non che di sangue le campagne sparte 
fosser per lui, ne per lui teste rotte: , 
ma che gl'infernali angeli per arte 
facesse uscir da le tartaree grotte, 
e con tante bandiere e tante lance, 
ch'insieme piu non ne porrian due France; 

LXXXVII 

e che facesse udir tanti metalli, 
tanti tamburi e tanti varii suoni, 
tanti anitriri in voce di cavalli, 
tanti gridi e tumulti di pedoni, 
che risonare e piani e monti e valli 
dovean de le longique regioni: 
et ai Mori con questo un timor diede, 
che li fece voltare in fuga il piede. 



8l8 ORLANDO FURIOSO 

LXXXVIII 

Non si scordo il re d'Africa Ruggiero, 
ch'era ferito e stava ancora grave. 
Quanto pote piu acconcio s'un destriero 
lo fece por, ch'avea 1'andar soave ; 
e poi che 1'ebbe tratto ove il sentiero 
fu piu sicuro, il fe' posar in nave, 
e verso Arli portar commodamente, 
dove s'avea a raccor tutta la gente. 

LXXXIX 

Quei ch'a Rinaldo e a Carlo dier le spalle 
(fur, credo, centomila o poco manco), 
per campagne, per boschi e monte e valle 
cercaro uscir di man del popul franco; 
ma la piu parte trov6 chiuso il calle, 
e fece rosso ov'era verde e bianco. 
Co