1-851 A?loc 55-01853
1-851 A7ioe 55-61853
Ariosto
Orlando Furioso.
Keep Your Card in This Pocket
Books will be issued only on presentation of proper
library cards.
Unless labeled otherwise, books may be retained
tor two weeks. Borrowers finding books marked, de-
laced or mutilated are expected to report same at
library desk; otherwise the last borrower will be held
responsible tor all imperfections discovered
The card holder is responsible for all books drawn
on this card.
Penalty for over-due books 2c a day plus cost of
notices.
Public Library
Kansas City, Mo.
TENSION ENVELOPE CORP.
TUTTI I DIRITTI RISERVATI - ALL RIGHTS RESERVED
PRINTED IN ITALY
AVVERTENZA DELL'EDITORE
La divisions delle opere di Ludovico Ariosto in due volumi ha
presentato all'editore una particolare difficoltd.
U((0rlando furiosov ha tali dimension! che, da solo, richiede
un volume di din 1200 pagine. Non era da pensare a com-
porlo su due colonne come e stato fatto in tutte le edizioni an-
teriori in un sol volume , guastando Varmonia tipografica detta
pagina e rendendo fastidiosa la lettura, ne evidentemente a
stamparlo in un corpo pin piccolo degli altri volumi della collana.
Si e quindi preferito accogliere in questo primo volume il te-
sto integrate e nudo del fa Orlando i>, e rimandarne le note alia
fine del secondo volume, che contiene tutti gli scritti minori del
Poeta, ciascuno con le note a pie di pagina secondo le consuetu-
dini della nostra collana.
Anche I'introduzione generale alle opere del Nostro si trova
in testa al secondo volume.
ORLANDO FURIOSO
DI MESSER LUDOVICO ARIOSTO ALLO
ILLUSTRISSIMO E REVERENDISSIMO
CARDINALE DONNO IPPOLITO DA ESTE
SUO SIGNORE
CANTO PRIMO
I
Le donne, i cavallier, Tarme, gli amori,
le cortesie, 1'audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo Tire e i giovenil furori
d'Agramante lor re, che si die vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
II
Dir6 d' Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai ne in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d'uom che si saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m'ha fatto,
che '1 poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sara per6 tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.
in
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol puo 1'umil servo vostro.
Quel ch'io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d'opera d'inchiostro ;
n6 che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.
ORLANDO FURIOSO
IV
Voi sentirete fra i piu degni eroi,
che nominar con laude m'apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de' vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L'alto valore e 5 chiari gesti suoi
vi faro udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensier cedino un poco,
si che tra lor miei versi abbiano loco.
v
Orlando, che gran tempo inamorato
fu de la bella Angelica, e per lei
in India, in Media, in Tartaria lasciato
avea infiniti et immortal trofei,
in Ponente con essa era tomato,
dove sotto i gran monti Pirenei
con la gente di Francia e de Lamagna
re Carlo era attendato alia campagna,
vi
per far al re Marsilio e al re Agramante
battersi ancor del folle ardir la guancia,
d'aver condotto, Tun, d' Africa quante
genti erano atte a portar spada e lancia;
1'altro, d'aver spinta la Spagna inante
a destruzion del bel regno di Francia.
E cosi Orlando arrivo quivi a punto:
ma tosto si penti d'esservi giunto;
VII
che vi fu tolta la sua donna poi:
ecco il giudicio uman come spesso erra!
Quella che dagli esperii ai liti eoi
avea difesa con si lunga guerra,
or tolta gli e fra tanti amici suoi,
senza spada adoprar, ne la sua terra.
II savio imperator, ch'estinguer volse
un grave incendio, fu che gli la tolse.
CANTO PRIMO
VIII
Nata pochi di inanzi era una gara
tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo,
che ambi avean per la bellezza rara
d'amoroso disio Tanimo caldo.
Carlo, che non avea tal lite cara,
che gli rendea Faiuto lor men saldo,
questa donzella, che la causa n'era,
tolse, e die in mano al duca di Bavera;
IX
in premio promettendola a quel d'essi
ch'in quel conflitto, in quella gran giornata,
degli infideli piu copia uccidessi,
e di sua man prestassi opra piu grata.
Contrari ai voti poi furo i successi;
ch'in fuga ando la gente battezzata,
e con molti altri fu '1 duca prigione,
e rest6 abbandonato il padiglione.
x
Dove, poi che rimase la donzella
ch'esser dovea del vincitor mercede,
inanzi al caso era salita in sella,
e quando bisogn6 le spalle diede,
presaga che quel giorno esser rubella
dovea Fortuna alia cristiana fede:
entr6 in un bosco, e ne la stretta via
rincontro un cavallier ch'a pie venia.
XI
Indosso la corazza, Pelmo in testa,
la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo;
e piu leggier correa per la foresta,
ch'al pallio rosso il villan mezzo ignudo.
Timida pastorella mai si presta
non volse piede inanzi a serpe crudo,
come Angelica tosto il freno torse,
che del guerrier, ch'a pie venia, s'accorse.
ORLANDO FURIOSO
XII
Era costui quel paladin gagliardo,
figliuol d'Amon, signer di Montalbano,
a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo
per strano caso uscito era di mano.
Come alia donna egli drizz6 lo sguardo,
riconobbe, quantunque di lontano,
Pangelico sembiante e quel bel volto
ch'all'amorose reti il tenea in volto.
XIII
La donna il palafreno a dietro volta,
e per la selva a tutta briglia il caccia;
ne" per la rara piu che per la folta,
la piu sicura e miglior via procaccia:
ma pallida, tremando, e di se tolta,
lascia cura al destrier che la via faccia.
Di su di giu, ne 1'alta selva fiera
tanto giro, che venne a una riviera.
XIV
Su la riviera Ferrau trovosse
di sudor pieno e tutto polveroso.
Da la battaglia dianzi lo rimosse
un gran disio di bere e di riposo;
e poi, mal grado suo, quivi fermosse,
perche, de 1'acqua ingordo e frettoloso,
1'elmo nel fiume si Iasci6 cadere,
ne 1'avea potuto anco riavere.
xv
Quanto potea piu forte, ne veniva
gridando la donzella ispaventata.
A quella voce salta in su la riva
il Saracino, e nel viso la guata;
e la conosce subito ch'arriva,
ben che di timor pallida e turbata,
e sien piu di che non n'udi novella,
che senza dubbio elPe Angelica bella.
CANTO PRIMO
XVI
E perche era cortese, e n'avea forse
non men del dui cugini il petto caldo,
Faiuto che potea tutto le porse,
pur come avesse 1'elmo, ardito e baldo:
trasse la spada, e minacciando corse
dove poco di lui temea Rinaldo.
Piu volte s'eran gia non pur veduti,
m' al paragon de Tarme conosciuti.
XVII
Cominciar quivi una crudel battaglia,
come a pie si trovar, coi brandi ignudi:
non che le piastre e la minuta maglia,
ma ai colpi lor non reggerian gPincudi.
Or, mentre Tun con Faltro si travaglia,
bisogna al palafren che '1 passo studi;
che quanto puo menar de le calcagna,
colei lo caccia al bosco e alia campagna.
XVIII
Poi che s'affaticar gran pezzo invano
i duo guerrier per por Tun Taltro sotto,
quando non meno era con Tarme in mano
questo di quel, ne quel di questo dotto;
fu primiero il signer di Montalbano,
ch'al cavallier di Spagna fece motto,
si come quel c'ha nel cor tanto fuoco,
che tutto n'arde e non ritrova loco.
XIX
Disse al pagan: Me sol creduto avrai,
e pur avrai te meco ancora offeso:
se questo awien perche* i fulgenti rai
del nuovo sol t'abbino il petto acceso,
di farmi qui tardar che guadagno hai ?
che quando ancor tu m'abbi morto o preso,
non per6 tua la bella donna fia,
che, mentre noi tardian, se ne va via.
ORLANDO FURIOSO
XX
Quanto fia meglio, amandola tu ancora,
che tu le venga a traversar la strada,
a ritenerla e farle far dimora,
prima che piu lontana se ne vada!
Come Tavremo in potestate, allora
di ch'esser de j si provi con la spada:
non so altrimenti, dopo un lungo affanno,
che possa riuscirci altro che danno.
XXI
Al pagan la proposta non dispiacque:
cosi fu differita la tenzone;
e tal tregua tra lor subito nacque,
si Podio e Fira va in oblivione,
che '1 pagano al partir da le fresche acque
non Iasci6 a piedi il buon figliol d' Amone :
con preghi invita, et al fin toglie in groppa,
e per 1'orme d' Angelica galoppa.
XXII
Oh gran bonta de' cavallieri antiqui!
Eran rivali, eran di fe diversi,
e si sentian degli aspri colpi iniqui
per tutta la persona anco dolersi;
e pur per selve oscure e calli obliqui
insieme van senza sospetto aversi.
Da quattro sproni il destrier punto arriva
ove una strada in due si dipartiva.
XXIII
E come quei che non sapean se Tuna
o 1'altra via facesse la donzella
(per6 che senza differenzia alcuna
apparia in amendue Forma novella),
si messero ad arbitrio di fortuna,
Rinaldo a questa, il Saracino a quella.
Pel bosco Ferrau molto s'awolse,
e ritrovossi al fine onde si tolse.
CANTO PRIMO
XXIV
Pur si ritrova ancor su la riviera,
la dove 1'elmo gli casco ne Fonde.
Poi che la donna ritrovar non spera,
per aver Feline che '1 fiume gli asconde,
in quella parte onde caduto gli era
discende ne Testreme umide sponde:
ma quello era si fitto ne la sabbia,
che molto avra da far prima che Pabbia.
xxv
Con un gran ramo d'albero rimondo,
di ch'avea fatto una pertica lunga,
tenta il fiume e ricerca sino al fondo,
ne loco lascia ove non batta e punga.
Mentre con la maggior stizza del mondo
tanto Findugio suo quivi prolunga,
vede di mezzo il fiume un cavalliero
insino al petto uscir, d'aspetto fiero.
XXVI
Era, fuor che la testa, tutto armato,
et avea un elmo ne la destra mano :
avea il medesimo elmo che cercato
da Ferrau fu lungamente invano.
A Ferrau par!6 come adirato,
e disse: Ah mancator di fe", marano!
perche di lasciar 1'elmo anche t'aggrevi,
che render gia gran tempo mi dovevi ?
XXVII
Ricordati, pagan, quando uccidesti
d' Angelica il fratel (che son quelPio),
dietro all'altr'arme tu mi promettesti
gittar fra pochi di Pelmo nel rio.
Or se Fortuna (quel che non volesti
far tu) pone ad effetto il voler mio,
non ti turbare; e se turbar ti dei,
turbati che di fe mancato sei.
10 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
Ma $e desir pur hai cTun elmo fino,
trovane un altro, et abbil con piu onore;
un tal ne porta Orlando paladino,
un tal Rinaldo, e forse anco migliore:
1'un fu d'Amonte, e 1'altro di Mambrino:
acquista un di quei duo col tuo valore;
e questo, c'hai gia di lasciarmi detto,
farai bene a lasciarmi con effetto.
XXIX
AlFapparir che fece alPimproviso
de 1'acqua 1'ombra, ogni pelo arricciossi,
e scolorossi al Saracino il viso;
la voce, ch'era per uscir, fermossi.
Udendo poi da PArgalia, ch'ucciso
quivi avea gia (che TArgalia nomossi),
la rotta fede cosi improverarse,
di scorno e d'ira dentro e di fuor arse.
xxx
Ne tempo avendo a pensar altra scusa,
e conoscendo ben che '1 ver gli disse,
resto senza risposta a bocca chiusa;
ma la vergogna il cor si gli traffisse,
che giur6 per la vita di Lanfusa
non voler mai ch'altro elmo lo coprisse,
se non quel buono che gia in Aspramonte
trasse del capo Orlando al fiero Almonte.
XXXI
E serv6 meglio questo giuramento,
che non avea quell' altro fatto prima.
Quindi si parte tanto malcontento,
che molti giorni poi si rode e lima.
Sol di cercare & il paladino intento
di qua di la, dove trovarlo stima.
Altra ventura al buon Rinaldo accade,
che da costui tenea diverse strade.
CANTO PRIMO II
XXXII
Non molto va Rinaldo, che si vede
saltare inanzi il suo destrier feroce:
Ferma, Baiardo mio, deh, ferma il piede!
che Fesser senza te troppo mi nuoce.
Per questo il destrier sordo a lui non riede,
anzi piu se ne va sempre veloce.
Segue Rinaldo, e d'ira si distrugge:
ma seguitiamo Angelica che fugge.
XXXIII
Fugge tra selve spaventose e scure,
per lochi inabitati, ermi e selvaggi.
II mover de le frondi e di verzure,
che di cerri sentia, d'olmi e di faggi,
fatto le avea con subite paure
trovar di qua di la strani viaggi;
ch'ad ogni ombra veduta o in monte o in valle,
temea Rinaldo aver sempre alle spalle.
xxxiv
Qual pargoletta o damma o capriuola,
che tra le fronde del natio boschetto
alia madre veduta abbia la gola
stringer dal par do, o aprirle '1 fianco o '1 petto,
di selva in selva dal crudel s'invola,
e di paura triema e di sospetto:
ad ogni sterpo che passando tocca,
esser si crede all'empia fera in bocca.
xxxv
Quel di e la notte e mezzo Paltro giorno
s'and6 aggirando, e non sapeva dove:
trovossi al fine in un boschetto adorno,
che lievemente la fresca aura muove.
Duo chiari rivi, mormorando intorno,
sempre Terbe vi fan tenere e nuove;
e rendea ad ascoltar dolce concento,
rotto tra picciol sassi, il correr lento.
12 ORLANDO FURIOSO
XXXVI
Quivi parendo a lei d'esser sicura
e lontana a Rinaldo mille miglia,
da la via stanca e da Pestiva arsura,
di riposare alquanto si consiglia:
tra' fiori smonta, e lascia alia pastura
andare il palafren senza la briglia;
e quel va errando intorno alle chiare onde,
che di fresca erba avean piene le sponde.
XXXVII
Ecco non lungi un bel cespuglio vede
di prun fioriti e di vermiglie rose,
che de le liquide onde al specchio siede,
chiuso dal sol fra Talte quercie ombrose;
cosi voto nel mezzo, che concede
fresca stanza fra 1'ombre piu nascose:
e la foglia coi rami in modo e mista,
che '1 sol non v'entra, non che minor vista.
XXXVIII
Dentro letto vi fan tenere erbette,
ch'invitano a posar chi s'appresenta.
La bella donna in mezzo a quel si mette,
ivi si corca et ivi s'addormenta.
Ma non per lungo spazio cosi stette,
che un calpestio le par che venir senta:
cheta si leva, e appresso alia riviera
vede ch'armato un cavallier giunt'era.
XXXIX
Se gli e amico o nemico non comprende:
tema e speranza il dubbio cor le scuote;
e di quella aventura il fine attende,
ne pur d'un sol sospir 1'aria percuote.
II cavalliero in riva al fiume scende
sopra 1'un braccio a riposar le gote;
e in un suo gran pensier tanto penetra,
che par cangiato in insensibil pietra.
CANTO PRIMO 13
XL
Pensoso piii d'un'ora a capo basso
stette, Signore, il cavallier dolente;
poi comincio con suono afflitto e lasso
a lamentarsi si soavemente,
ch'avrebbe di pieta spezzato un sasso,
una tigre crudel fatta clemente.
Sospirando piangea, tal ch'un ruscello
parean le guancie, e '1 petto un Mongibello.
XLI
Pensier dicea die 1 cor m'aggiacci et ardi,
e causi il duol che sempre il rode e lima,
che debbo far, poi ch'io son giunto tardi,
e ch'altri a corre il frutto e andato prima?
a pena avuto io n'ho parole e sguardi,
et altri n'ha tutta la spoglia opima.
Se non ne tocca a me frutto ne fiore,
perche affliger per lei mi vuo' piu il core ?
XLII
La verginella e simile alia rosa,
ch'in bel giardin su la nativa spina
mentre sola e sicura si riposa,
ne gregge n pastor se le avicina;
Taura soave e Talba rugiadosa,
1'acqua, la terra al suo favor s'inchina:
gioveni vaghi e donne inamorate
amano averne e seni e tempie ornate.
XLIII
Ma non si tosto dal materno stelo
rimossa viene, e dal suo ceppo verde,
che quanto avea dagli uomini e dal cielo
favor, grazia e bellezza, tutto perde.
La vergine che '1 fior, di che piu zelo
che de' begli occhi e de la vita aver de',
lascia altrui corre, il pregio ch'avea inanti
perde nel cor di tutti gli altri amanti.
14 ORLANDO FURIOSO
XLIV
Sia vile agli altri, e da quel solo amata
a cui di se" fece si larga copia.
Ah, Fortuna crudel, Fortuna ingrata!
trionfan gli altri, e ne moro io d'inopia.
Dunque esser pu6 che non mi sia piii grata?
dunque io posso lasciar mia vita propia?
Ah piu tosto oggi manchino i di miei,
ch'io viva piu, s'amar non debbo lei!
XLV
Se mi domanda alcun chi costui sia
che versa sopra il rio lacrime tante,
io dir6 ch'egli e il re di Circassia,
quel d'amor travagliato Sacripante ;
io diro ancor che di sua pena ria
sia prima e sola causa essere amante,
e pur un degli amanti di costei:
e ben riconosciuto fa da lei.
XLVI
Appresso ove il sol cade, per suo amore
venuto era dal capo d'Oriente;
che seppe in India con suo gran dolore,
come ella Orlando sequit6 in Ponente:
poi seppe in Francia che Pimperatore
sequestrata Tavea da Taltra gente,
per darla alTun de j duo che contra il Moro
piu quel giorno aiutasse i Gigli d'oro.
XL VII
Stato era in campo, e inteso avea di quella
rotta crudel che dianzi ebbe re Carlo:
cerco vestigio d' Angelica bella,
ne potuto avea ancora ritrovarlo.
Questa e dunque la trista e ria novella
che d'amorosa doglia fa penarlo,
affligger, lamentare e dir parole
che di pieta potrian fermare il sole.
CANTO PRIMO 15
XLVIII
Mentre costui cosi s'affligge e duole,
e fa degli occhi suoi tepida fonte,
e dice queste e molte altre parole,
die non mi par bisogno esser racconte;
Taventurosa sua fortuna vuole
ch'alle orecchie d' Angelica sian conte:
e cosi quel ne viene a un'ora, a un punto,
ch'in mille anni o mai piu non e raggiunto.
XLIX
Con molta attenzion la bella donna
al pianto, alle parole, al modo attende
di colui ch'in amarla non assonna;
ne questo e il primo di ch'ella Tintende:
ma dura e fredda piu d'una colonna,
ad averne pieta non per6 scende,
come colei c'ha tutto il mondo a sdegno,
e non le par ch'alcun sia di lei degno.
L
Pur tra quei boschi il ritrovarsi sola
le fa pensar di tor costui per guida;
che chi ne Facqua sta fin alia gola,
ben e ostinato se merce non grida.
Se questa occasione or se Finvola,
non trovera mai piu scorta si fida;
ch'a lunga prova conosciuto inante
s'avea quel re fedel sopra ogni amante.
LI
Ma non pero disegna de Faffanno
che lo distrugge alleggierir chi Tama,
e ristorar d'ogni passato danno
con quel piacer ch'ogni amator piu brama:
ma alcuna finzione, alcuno inganno
di tenerlo in speranza ordisce e trama;
tanto ch'a quel bisogno se ne serva,
poi torni all'uso suo dura e proterva.
l6 ORLANDO FURIOSO
LII
E fuor di quel cespuglio oscuro e cieco
fa di se bella et improvisa mostra,
come di selva o fuor d'ombroso speco
Diana in scena o Citerea si mostra;
e dice alPapparir: Pace sia teco;
teco difenda Dio la fama nostra,
e non comporti, contra ogni ragione,
ch'abbi di me si falsa opinione.
LIU
Non mai con tanto gaudio o stupor tanto
levo gli occhi al figliuolo alcuna madre,
ch'avea per morto sospirato e pianto,
poi che senza esso udi tornar le squadre;
con quanto gaudio il Saracin, con quanto
stupor 1'alta presenza e le leggiadre
maniere e il vero angelico sembiante,
improviso apparir si vide inante.
LIV
Pieno di dolce e d'amoroso affetto,
alia sua donna, alia sua diva corse,
che con le braccia al collo il tenne stretto,
quel ch'al Catai non avria fatto forse.
Al patrio regno, al suo natio ricetto,
seco avendo costui, 1'animo torse:
subito in lei s'awiva la speranza
di tosto riveder sua ricca stanza.
LV
Ella gli rende conto pienamente
dal giorno che mandate fu da lei
a domandar soccorso in Oriente
al re de' Sericani Nabatei;
e come Orlando la guard6 so vent e
da morte, da disnor, da casi rei:
e che '1 fior virginal cosi avea salvo,
come se lo porto del materno alvo.
CANTO PRIMO 17
LVI
Forse era ver, ma non pero credibile
a chi del senso suo fosse signore;
ma parve facilmente a lui possibile,
ch'era perduto in via piu grave errore.
Quel che Tuom vede, Amor gli fa invisibile,
e 1'invisibil fa vedere Amore.
Questo creduto fa; che J l miser suole
dar facile credenza a quel che vuole.
LVII
Se mal si seppe il cavallier d'Anglante
pigliar per sua sciochezza il tempo buono,
il danno se ne avra; che da qui inante
nol chiamera Fortuna a si gran dono :
tra se tacito parla Sacripante
ma io per imitarlo gia non sono,
che lasci tanto ben che m'e concesso,
e ch'a doler poi m'abbia di me stesso.
LVIII
Corr6 la fresca e matutina rosa,
che, tardando, stagion perder potria.
So ben ch'a donna non si pu6 far cosa
che piu soave e piu piacevol sia,
ancor che se ne mostri disdegnosa,
e talor mesta e flebil se ne stia:
non staro per repulsa o finto sdegno,
ch'io non adombri e incarni il mio disegno.
LIX
Cosi dice egli; e mentre s'apparecchia
al dolce assalto, un gran rumor che suona
dal vicin bosco gl'intruona 1'orecchia,
si che mal grado Timpresa abbandona,
e si pon Telmo (ch'avea usanza vecchia
di portar sempre armata la persona).
Viene al destriero, e gli ripon la briglia:
rimonta in sella e la sua lancia piglia.
l8 ORLANDO FURIOSO
LX
Ecco pel bosco un cavallier venire,
il cui sembiante e d'uom gagliardo e fiero:
candido come nieve e il suo vestire,
un bianco pennoncello ha per cimiero.
Re Sacripante, che non puo patire
che quel con rimportuno suo sentiero
gli abbia interrotto il gran piacer ch'avea,
con vista il guarda disdegnosa e rea.
LXI
Come e piii presso, lo sfida a battaglia;
che crede ben fargli votar Tarcione.
Quel che di lui non stimo gia che vaglia
un grano meno, e ne fa paragone,
1'orgogliose minaccie a mezzo taglia,
sprona a un tempo, e la lancia in resta pone.
Sacripante ritorna con tempesta,
e corronsi a ferir testa per testa.
LXII
Non si vanno i leoni o i tori in salto
a dar di petto, ad accozzar si crudi,
si come i duo guerrieri al fiero assalto,
che parimente si passar gli scudi.
Fe' lo scontro tremar dal basso alPalto
1'erbose valli insino ai poggi ignudi;
e ben giov6 che fur buoni e perfetti
gli osberghi si, che lor salvaro i petti.
LXIII
Gia non fero i cavalli un correr torto,
anzi cozzaro a guisa di montoni:
quel del guerrier pagan mori di corto,
ch'era vivendo in numero de* buoni;
quell'altro cadde ancor, ma fu risorto
tosto ch'al fianco si senti gli sproni.
Quel del re saracin rest6 disteso
adosso al suo signor con tutto il peso.
CANTO PRIMO 19
LXIV
L'incognito campion che rest6 ritto,
e vide Taltro col cavallo in terra,
stimando avere assai di quel conflitto,
non si cur6 di rinovar la guerra;
ma dove per la selva e il camin dritto,
correndo a tutta briglia si disserra;
e prima che di briga esca il pagano,
un miglio o poco meno e gia lontano.
LXV
Qual istordito e stupido aratore,
poi ch'e passato il fulmine, si leva
di la dove Taltissimo fragore
appresso ai morti buoi steso Paveva;
che mira senza fronde e senza onore
il pin che di lontan veder soleva:
tal si Iev6 il pagano a pie rimaso,
Angelica presente al duro caso.
LXVI
Sospira e geme, non perche Tannoi
che piede o braccia s'abbi rotto o mosso,
ma per vergogna sola, ohde a' di suoi
ne pria ne dopo il viso ebbe si rosso :
e piu, ch'oltre al cader, sua donna poi
fu che gli tolse il gran peso d'adosso.
Muto restava, mi cred'io, se quella
non gli rendea la voce e la favella.
LXVII
Deh! diss'ella signor, non vi rincresca!
che del cader non e la colpa vostra,
ma del cavallo, a cui riposo et esca
meglio si convenia che nuova giostra.
N6 percid quel guerrier sua gloria accresca;
che d'esser stato il perditor dimostra:
cosi, per quel ch'io me ne sappia, stimo,
quando a lasciare il campo e stato primo.
20 ORLANDO FURIOSO
LXVIII
Mentre costei conforta il Saracino,
ecco col corno e con la tasca al fianco,
galoppando venir sopra un ronzino
un messaggier che parea afflitto e stance;
che come a Sacripante fu vicino,
gli domand6 se con un scudo bianco
e con un bianco pennoncello in testa
vide un guerrier passar per la foresta.
LXIX
Rispose Sacripante : Come vedi,
m'ha qui abbattuto, e se ne parte or ora;
e perch'io sappia chi m'ha messo a piedi,
fa che per nome io lo conosca ancora.
Et egli a lui : Di quel che tu mi chiedi,
10 ti satisfar6 senza dimora:
tu dei saper che ti Iev6 di sella
Talto valor d'una gentil donzella.
LXX
Ella e gagliarda et e piii bella molto ;
ne il suo famoso nome anco t'ascondo:
fu Bradamante'quella che t'ha tolto
quanto onor mai tu guadagnasti al mondo.
Poi ch'ebbe cosi detto, a freno sciolto
11 Saracin Iasci6 poco giocondo,
che non sa che si dica o che si faccia,
tutto awampato di vergogna in faccia.
LXXI
Poi che gran pezzo al caso intervenuto
ebbe pensato invano, e finalmente
si trov6 da una femina abbattuto,
che pensandovi piu, piii dolor sente;
mont6 1'altro destrier, tacito e muto:
e senza far parola, chetamente
tolse Angelica in groppa, e differilla
a piu lieto uso, a stanza piu tranquilla.
CANTO PRIMO
LXXII
Non furo iti duo miglia, che sonare
odon la selva che li cinge intorno,
con tal rumore e strepito, che pare
che triemi la foresta d'ogn'intorno ;
e poco dopo un gran destrier n'appare,
d'oro guernito e riccamente adorno,
che salta macchie e rivi, et a fracasso
arbori mena e cio che vieta il passo.
LXXIII
Se Tintricati rami e 1'aer fosco
disse la donna agli occhi non contende,
Baiardo e quel destrier ch'in mezzo il bosco
con tal rumor la chiusa via si fende.
Questo e certo Baiardo, io '1 riconosco:
deh, come ben nostro bisogno intende!
ch'un sol ronzin per dui saria mal atto,
e ne viene egli a satisfarci ratto.
LXXIV
Smonta il Circasso et al destrier s'accosta,
e si pensava dar di mano al freno.
Colle groppe il destrier gli fa risposta,
che fu presto a girar come un baleno;
ma non arriva dove i calci apposta:
misero il cavallier se giungea a pieno!
che nei calci tal possa avea il cavallo,
ch/avria spezzato un monte di metallo.
LXXV
Indi va mansueto alia donzella,
con umile sembiante e gesto umano,
come intorno al padrone il can saltella,
che sia duo giorni o tre stato lontano.
Baiardo ancora avea memoria d'ella,
ch'in Albracca il servia gia di sua mano
nel tempo che da lei tanto era amato
Rinaldo, allor crudele, allor ingrato.
22 ORLANDO FURIOSO
LXXVI
Con la sinistra man prende la briglia,
con Paltra tocca e palpa il collo e '1 petto;
quel destrier, ch'avea ingegno a maraviglia,
a lei, come un agnel, si fa suggetto.
Intanto Sacripante il tempo piglia:
monta Baiardo, e Purta e lo tien stretto.
Del ronzin disgravato la donzella
lascia la groppa, e si ripone in sella.
LXXVII
Poi rivolgendo a caso gli occhi, mira
venir sonando d'arme un gran pedone.
Tutta s'awampa di dispetto e d'ira,
che conosce il figliuol del duca Amone.
Piu che sua vita Pama egli e desira;
1'odia e fugge ella piu che gru falcone,
Gia fu ch'esso odi6 lei piu che la morte;
ella am6 lui: or han cangiato sorte.
LXXVIII
E questo hanno causato due fontane
che di diverso effetto hanno liquore,
ambe in Ardenna, e non sono lontane :
d'amoroso disio Tuna empie il core;
chi bee de 1'altra, senza amor rimane,
e volge tutto in ghiaccio il primo ardore.
Rinaldo gust6 d'una, e amor lo strugge:
Angelica de 1'altra, e Podia e fugge.
LXXIX
Quel liquor di secreto venen misto,
che muta in odio 1'amorosa cura,
fa che la donna che Rinaldo ha visto,
nei sereni occhi subito s'oscura;
e con voce tremante e viso tristo
supplica Sacripante e lo scongiura
che quel guerrier piu appresso non attenda,
ma ch'insieme con lei la fuga prenda.
CANTO PRIMO 23
LXXX
Son dunque, disse il Saracino sono
dmxque in si poco credito con vui,
che mi stimiate inutile, e non buono
da potervi difender da costui ?
Le battaglie d'Albracca gia yi sono
di mente uscite, e la notte ch'io fui
per la salute vostra, solo e nudo,
contra Agricane e tutto il campo, scudo ?
LXXXI
Non risponde ella, e non sa che si faccia,
perche Rinaldo ormai Pe troppo appresso,
che da lontano al Saracin minaccia,
come vide il cavallo e conobbe esso,
e riconobbe Pangelica faccia
che P amoroso incendio in cor gli ha messo.
Quel che segui tra questi duo superbi
vo' che per Faltro canto si riserbi.
24 ORLANDO FURIOSO
CANTO SECONDO
I
Ingiustissimo Amor, perche si raro
corrispondenti fai nostri desiri ?
onde, perfido, awien che t'e si caro
il discorde voler ch'in duo cor miri ?
Gir non mi lasci al facil guado e chiaro,
e nel piu cieco e maggior fondo tin:
da chi disia il mio amor tu mi richiami,
e chi m'ha in odio vuoi ch'adori et ami.
ii
Fai ch'a Rinaldo Angelica par bella,
quando esso a lei brutto e spiacevol pare:
quando le parea bello e I'amava ella,
egli odio lei quanto si pu6 piu odiare.
Ora s'affigge indarno e si flagella;
cosi renduto ben gli e pare a pare:
ella 1'ha in odio, e 1'odio e di tal sorte,
che piu tosto che lui vorria la morte.
Ill
Rinaldo al Saracin con molto orgoglio
grid6 : Scendi, ladron, del mio cavallo !
Che mi sia tolto il mio, patir non soglio,
ma ben fo, a chi lo vuol, caro costallo:
e levar questa donna anco ti voglio,
che sarebbe a lasciartela gran fallo.
Si perfetto destrier, donna si degna
a un ladron non mi par che si convegna. -
CANTO SECONDO 25
IV
Tu te ne menti che ladrone io sia
rispose il Saracin non meno altiero
chi dicesse a te ladro, lo diria
(quanto io n'odo per fama) piu con vero.
La pruova or si vedra, chi di noi sia
piu degno de la donna e del destriero;
ben che, quanto a lei, teco io mi convegna
che non e cosa al mondo altra si degna.
v
Come soglion talor duo can mordenti,
o per invidia o per altro odio mossi,
avicinarsi digrignando i denti,
con occhi bieci e piu che bracia rossi;
indi a' morsi venir, di rabbia ardenti,
con aspri ringhi e ribuffati dossi:
cosi alle spade e dai gridi e da Tonte
venne il Circasso e quel di Chiaramonte.
VI
A piedi e Tun, Paltro a cavallo: or quale
credete ch'abbia il Saracin vantaggio ?
Ne ve n'ha pero alcun; che cosi vale
forse ancor men ch'uno inesperto paggio;
che '1 destrier per instinto naturale
non volea fare al suo signore oltraggio:
ne con man ne con spron potea il Circasso
farlo a volunta sua muover mai passo.
VII
Quando crede cacciarlo, egli s'arresta;
e se tener lo vuole, o corre o trotta:
poi sotto il petto si caccia la testa,
giuoca di schiene e mena calci in frotta.
Vedendo il Saracin ch'a domar questa
bestia superba era mal tempo allotta,
ferma le man sul primo arcione e s'alza,
e dal sinistro fianco in piede sbalza.
26 ORLANDO FURIOSO
VIII
Sciolto che fu il pagan con leggier salto
da 1'ostinata furia di Baiardo,
si vide cominciar ben degno assalto
d'un par di cavallier tanto gagliardo.
Suona Tun brando e 1'altro, or basso or alto:
il martel di Vulcano era piii tardo
ne la spelunca affumicata, dove
battea all'incude i folgori di Giove.
IX
Fanno or con lunghi, ora con finti e scarsi
colpi veder che mastri son del giuoco:
or li vedi ire altieri, or rannicchiarsi,
ora coprirsi, ora mostrarsi un poco,
ora crescere inanzi, ora ritrarsi,
ribatter colpi, e spesso lor dar loco,
girarsi intorno ; e donde 1'uno cede,
1'altro aver posto immantinente il piede.
Ecco Rinaldo' con la spada adosso
a Sacripante tutto s'abbandona;
e quel porge lo scudo, ch'era d'osso,
con la piastra d'acciar temprata e buona.
Taglial Fusberta, ancor che molto grosso :
ne geme la foresta e ne risuona.
L'osso e Pacciar ne va che par di ghiaccio,
e lascia al Saracin stordito il braccio.
XI
Quando vide la timida donzella
dal fiero colpo uscir tanta ruina,
per gran timor cangi6 la faccia bella,
qual il reo ch'al supplicio s'awicina;
ne le par che vi sia da tar dar, s'ella
non vuol di quel Rinaldo esser rapina,
di quel Rinaldo ch'ella tanto odiava,
quanto esso lei miseramente amava.
CANTO SECONDO 27
XII
Volta il cavallo, e ne la selva folta
10 caccia per un aspro e stretto calle:
e spesso il viso smorto a dietro volta;
che le par che Rinaldo abbia alle spalle.
Fuggendo non avea fatto via molta,
che scontr6 un eremita in una valle,
ch'avea lunga la barba a mezzo il petto,
devoto e venerabile d'aspetto.
XIII
Dagli anni e dal digiuno attenuato,
sopra un lento asinel se ne veniva;
e parea, piu ch'alcun fosse mai stato,
di conscienza scrupulosa e schiva.
Come egli vide il viso delicato
de la donzella che sopra gli arriva,
debil quantunque e mal gagliarda fosse,
tutta per carita se gli commosse.
XIV
La donna al fraticel chiede la via
che la conduca ad un porto di mare,
perche levar di Francia si vorria
per non udir Rinaldo nominare.
11 frate, che sapea negromanzia,
non cessa la donzella confortare
che presto la trarra d'ogni periglio;
et ad una sua tasca die di piglio.
xv
Trassene un libro, e mostr6 grande effetto;
che legger non fini la prima faccia,
ch'uscir fa un spirto in forma di valletto,
e gli commanda quanto vuol ch'el faccia.
Quel se ne va, da la scrittura astretto,
dove i dui cavallieri a faccia a faccia
eran nel bosco, e non stavano al rezzo;
fra' quali entr6 con grande audacia in mezzo.
28 ORLANDO FURIOSO
XVI
Per cortesia, disse un di voi mi mostre,
quando anco uccida 1'altro, che gli vaglia:
che merto avrete alle fatiche vostre,
finita che tra voi sia la battaglia,
se 3 1 conte Orlando, senza liti o giostre,
e senza pur aver rotta una maglia,
verso Parigi mena la donzella
che v'ha condotti a questa pugna fella?
XVII
Vicino un miglio ho ritrovato Orlando
che ne va con Angelica a Parigi,
di voi ridendo insieme, e mottegiando
che senza frutto alcun siate in litigi.
II meglio forse vi sarebbe, or quando
non son piu lungi, a seguir lor vestigi;
che s'in Parigi Orlando la puo avere,
non ve la lascia mai piu rivedere.
XVIII
Veduto avreste i cavallier turbarsi
a quel annunzio, e mesti e sbigottiti,
senza occhi e senza mente nominarsi,
che gli avesse il rival cosi scherniti;
ma il buon Rinaldo al suo cavallo trarsi
con sospir che parean del fuoco usciti,
e giurar per isdegno e per furore,
se giungea Orlando, di cavargli il core.
XIX
E dove aspetta il suo Baiardo, passa,
e sopra vi si lancia, e via galoppa,
ne al cavallier, ch'a pie nel bosco lassa,
pur dice a Dio, non che lo 'nviti in groppa.
L'animoso cavallo urta e fracassa,
punto dal suo signor, cio ch'egli 'ntoppa:
non ponno fosse o fiumi o sassi o spine
far che dal corso il corridor decline.
CANTO SECONDO 29
XX
Signer, non voglio che vi paia strano
se Rinaldo or si tosto il destrier piglia,
che gia piu giorni ha seguitato invano,
ne gli ha possuto mai toccar la briglia.
Fece il destrier, ch'avea intelletto umano,
non per vizio seguirsi tante miglia,
ma per guidar dove la donna giva,
il suo signor, da chi bramar Pudiva.
XXI
Quando ella si fuggi dal padiglione,
la vide et appostolla il buon destriero,
che si trovava aver v6to Tarcione,
pero che n'era sceso il cavalliero
per combatter di par con un barone,
che men di lui non era in arme fiero;
poi ne seguit6 Forme di lontano,
bramoso porla al suo signor e in mano.
XXII
Bramoso di ritrarlo ove fosse ella,
per la gran selva inanzi se gli messe;
ne lo volea lasciar montare in sella,
perche ad altro camin non lo volgesse.
Per lui trov6 Rinaldo la donzella
una e due volte, e mai non gli successe;
che fu da Ferrau prima impedito,
poi dal Circasso, come avete udito.
XXIII
Ora al demonio che mostro a Rinaldo
de la donzella li falsi vestigi,
credette Baiardo anco, e stette saldo
e mansueto ai soliti servigL
Rinaldo il caccia, d'ira e d'amor caldo,
a tutta briglia, e sempre inver Parigi;
e vola tanto col disio, che lento,
non ch'un destrier, ma gli parrebbe il vento.
30 ORLANDO FURIOSO
XXIV
La notte a pena di seguir rimane,
per affrontarsi col signor cTAnglante:
tanto ha creduto alle parole vane
del messaggier del cauto negromante,
Non cessa cavalcar sera e dimane,
che si vede apparir la terra avante,
dove re Carlo, rotto e mal condutto,
con le reliquie sue s'era ridutto:
xxv
e perche dal re d j Africa battaglia
et assedio v'aspetta, usa gran cura
a raccor buona gente e vettovaglia,
far cavamenti e riparar le mura.
Cio ch'a difesa spera che gli vaglia,
senza gran diferir, tutto procura:
pensa mandare in Inghilterra, e trarne
gente onde possa un novo campo fame;
XXVI
che vuole uscir di nuovo alia campagna,
e ritentar la sorte de la guerra.
Spaccia Rinaldo subito in Bretagna,
Bretagna che fu poi detta Inghilterra.
Ben de Fandata il paladin si lagna:
non ch'abbia cosi in odio quella terra;
ma perch6 Carlo il manda allora allora,
ne pur lo lascia un giorno far dimora.
XXVII
Rinaldo mai di ci6 non fece meno
volentier cosa; poi che fu distolto
di gir cercando il bel viso sereno
che gli avea il cor di mezzo il petto tolto:
ma, per ubidir Carlo, nondimeno
a quella via si fu subito volto,
et a Calesse in poche ore trovossi;
e giunto, il di medesimo imbarcossi.
CANTO SECONDO 31
XXVIII
Contra la volunta d'ogni nocchiero,
pel gran desir che di tornare avea,
entr6 nel mar ch'era turbato e fiero,
e gran procella minacciar parea.
II Vento si sdegn6, che da 1'altiero
sprezzar si vide; e con tempesta rea
sollevb il mar intorno, e con tal rabbia,
che gli mandc- a bagnar sino alia gabbia.
XXIX
Calano tosto i marinari accorti
le maggior vele, e pensano dar volta,
e ritornar ne li medesmi porti
donde in mal punto avean la nave sciolta.
Non convien dice il Vento ch'io comporti
tanta licenzia che v'avete tolta ;
e soffia e grida e naufragio minaccia,
s'altrove van, che dove egli li caccia.
xxx
Or a poppa, or all'orza hann' il crudele,
che mai non cessa, e vien piu ognor crescendo:
essi di qua di la con umil vele
vansi aggirando, e Talto mar scorrendo.
Ma perch6 varie fila a varie tele
uopo mi son, che tutte ordire intendo,
lascio Rinaldo e Fagitata prua,
e torno a dir di Bradamante sua.
XXXI
lo parlo di quella inclita donzella,
per cui re Sacripante in terra giacque,
che di questo signer degna sorella,
del duca Amone e di Beatrice nacque.
La gran possanza e il molto ardir di quella
non meno a Carlo e tutta Francia piacque
(che piu d'un paragon ne vide saldo),
che '1 lodato valor del buon Rinaldo.
32 ORLANDO FURIOSO
XXXII
La donna amata fu da un cavalliero
che d' Africa passo col re Agramante,
che partori del seme di Ruggiero
la disperata figlia d'Agolante:
e costei, che ne d'orso ne di fiero
leone usci, non sdegno tal amante;
ben che concesso, fuor che vedersi una
volta e parlarsi, non ha lor Fortuna.
XXXIII
Quindi cercando Bradamante gia
Pamante suo, ch'avea nome dal padre,
cosi sicura senza compagnia,
come avesse in sua guardia mille squadre:
e fatto ch'ebbe il re di Circassia
battere il volto de 1'antiqua madre,
travers6 un bosco, e dopo il bosco un monte,
tanto che giunse ad una bella fonte.
xxxiv
La fonte discorrea per mezzo un prato,
d'arbori antiqui e di belPombre adorno,
ch'i viandanti col mormorio grato
a ber invita e a far seco soggiorno :
un culto monticel dal manco lato
le difende il calor del mezzo giorno.
Quivi, come i begli occhi prima torse,
d'un cavallier la giovane s'accorse;
xxxv
d'un cavallier, ch'alPombra d'un boschetto,
nel margin verde e bianco e rosso e giallo
sedea pensoso, tacito e soletto
sopra quel chiaro e liquido cristallo.
Lo scudo non lontan pende e 1'elmetto
dal faggio, ove legato era il cavallo ;
et avea gli occhi molli e '1 viso basso,
e si mostrava addolorato e lasso.
CANTO SECONDO 33
XXXVI
Questo disir, ch'a tutti sta nel core,
de' fatti altrui sempre cercar novella,
fece a quel cavallier del suo dolore
la cagion domandar da la donzella.
Egli Taperse e tutta mostrb fuore,
dal cortese parlar mosso di quella,
e dal sembiante altier, ch'al primo sguardo
gli sembr6 di guerrier molto gagliardo.
XXXVII
E cominci6 : Signor, io conducea
pedoni e cavallieri, e venia in campo
la dove Carlo Marsilio attendea,
perch'al scender del monte avesse inciampo;
e una giovane bella meco avea,
del cui fervido amor nel petto avampo:
e ritrovai presso a Ro donna armato
un che frenava un gran destriero alato.
XXXVIII
Tosto che '1 ladro, o sia mortale, o sia
una de 1'infernali anime orrende,
vede la bella e cara. donna mia;
come falcon che per ferir discende,
cala e poggia in uno atimo, e tra via
getta le mani, e lei smarrita prende.
Ancor non m'era accbrto de 1'assalto,
che de la donna io senti' il grido in alto.
xxxix
Cosi il rapace nibio furar suole
il misero pulcin presso alia chioccia,
che di sua inawertenza poi si duole,
e invan gli grida e invan dietro gli croccia.
Io non posso seguir un uom che vole,
chiuso tra' monti, a pie d'un'erta roccia:
stanco ho il destrier, che muta a pena i passi
ne Taspre vie de' faticosi sassi.
34 ORLANDO FURIOSO
XL
Ma, come quel che men curato avrei
vedermi trar di mezzo il petto il core,
lasciai lor via seguir quegli altri miei,
senza mia guida e senza alcun rettore:
per gli scoscesi poggi e manco rei
presi la via che mi mostrava Amore,
e dove mi parea che quel rapace
portassi il mio conforto e la mia pace.
XLI
Sei giorni me n'andai matina e sera
per baize e per pendici orride e strane,
dove non via, dove sentier non era,
dove ne segno di vestigie umane;
poi giunse in una valle inculta e fiera,
di ripe cinta e spaventose tane,
che nel mezzo s'un sasso avea un castello
forte e ben posto, a maraviglia bello.
XLII
Da lungi par che come fiamma lustri,
ne sia di terra cotta, ne di marmi.
Come piu m'avicino ai muri illustri,
Popra piu bella e piu mirabil parmi.
E seppi poi, come i demoni industri,
da suffumigi tratti e sacri carmi,
tutto d'acciaio avean cinto il bel loco,
temprato alPonda et allo stigio foco.
XLIII
Di si forbito acciar luce ogni torre,
che non vi pu6 n6 ruggine n6 macchia.
Tutto il paese giorno e notte scorre,
e poi la dentro il rio ladron s'immacchia.
Cosa non ha ripar che voglia t6rre:
sol dietro invan se li bestemia e gracchia.
Quivi la donna, anzi il mio cor mi tiene,
che di mai ricovrar lascio ogni spene.
CANTO SECONDO 35
XLIV
Ah lasso! che poss'io piu che mirare
la rocca lungi, ove il mio ben m'& chiuso ?
come la volpe, che '1 figlio gridare
nel nido oda de Faquila di giuso,
s'aggira intorno, e non sa che si fare,
poi che Tali non ha da gir la suso.
Erto & quel sasso si, tale e il castello,
che non vi puo salir chi non e augello.
XLV
Mentre io tardava quivi, ecco venire
duo cavallier ch'avean per guida un nano,
che la speranza aggiunsero al desire;
ma ben fu la speranza e il desir vano.
Ambi erano guerrier di sommo ardire:
era Gradasso Tun, re sericano;
era 1'altro Ruggier, giovene forte,
pregiato assai ne Tafricana corte.
XLVI
((Vengon mi disse il nano per far pruova
di lor virtu col sir di quel castello,
che per via strana, inusitata e nuova
cavalca armato il quadrupede augello.
Deh, signor,)> dissi io lor pieta vi muova
del duro caso mio spietato e fello!
Quando, come ho speranza, voi vinciate,
vi prego la mia donna mi rendiate.
XLVII
E come mi fu tolta lor narrai,
con lacrime affermando il dolor mio.
Quei, lor merce, mi proferiro assai,
e giu calaro il poggio alpestre e rio.
Di lontan la battaglia io riguardai,
pregando per la lor vittoria Dio.
Era sotto il castel tanto di piano,
quanto in due volte si puo trar con mano.
36 ORLANDO FURIOSO
XLVIII
Poi che fur giunti a pie de Palta rocca,
Puno e Faltro volea combatter prima;
pur a Gradasso, o fosse sorte, tocca,
o pur che non ne fe' Ruggier piu stima.
Quel Serican si pone il corno a bocca:
rimbomba il sasso e la fortezza in cima.
Ecco apparire il cavalliero armato
fuor de la porta, e sul cavallo alato.
XLIX
Comincio a poco a poco indi a levarse,
come suol far la peregrina grue,
che corre prima, e poi vediamo alzarse
alia terra vicina un braccio o due;
e quando tutte sono alParia sparse,
velocissime mostra Tale sue.
Si ad alto il negromante batte Tale,
ch'a tanta altezza a pena aquila sale.
L
Quando gli parve poi, volse il destriero,
che chiuse i vanni e venne a terra a piombo,
come casca dal ciel falcon maniero
che levar veggia 1'anitra o il Colombo.
Con la lancia arrestata il cavalliero
1'aria fendendo vien d'orribil rombo.
Gradasso a pena del calar s'avede,
che se lo sente addosso e che lo fiede.
Li
Sopra Gradasso il mago Pasta roppe;
feri Gradasso il vento e Tana vana:
per questo il volator non interroppe
il batter 1'ale, e quindi s'allontana.
II grave scontro fa chinar le groppe
sul verde prato alia gagliarda alfana.
Gradasso avea una alfana, la piu bella
e la miglior che mai portasse sella.
CANTO SECONDO 37
LII
Sin alle stelle il volator trascorse;
indi girossi e torno in fretta al basso,
e percosse Ruggier che non s'accorse,
Ruggier che tutto intento era a Gradasso.
Ruggier del grave colpo si distorse,
e '1 suo destrier piu rinculo d'un passo:
e quando si volto per hii ferire,
da se lontano il vide al ciel salire.
LIII
Or su Gradasso, or su Ruggier percote
ne la fronte, nel petto e ne la schiena,
e le botte di quei lascia ognor vote,
per che e si presto, che si vede a pena.
Girando va con spaziose rote,
e quando all'uno accenna, all'altro mena:
alPuno e alPaltro si gli occhi abbarbaglia,
che non ponno veder donde gli assaglia.
LIV
Fra duo guerrieri in terra et uno in cielo
la battaglia duro sin a quella ora
che spiegando pel mondo oscuro velo
tutte le belle cose discolora.
Fu quel ch'io dico, e non v'aggiungo un pelo:
io '1 vidi, i' J l so: ne m'assicuro ancora
di dirlo altrui; che questa maraviglia
al falso piu ch'al ver si rassimiglia.
LV
D'un bel drappo di seta avea coperto
lo scudo in braccio il cavallier celeste.
Come avesse, non so, tanto sofferto
di tenerlo nascosto in quella veste;
ch'immantinente che lo mostra aperto,
forza e chi '1 mira abbarbagliato reste,
e cada come corpo morto cade,
e venga al negromante in potestade.
38 ORLANDO FURIOSO
LVI
Splende lo scudo a guisa di piropo,
e luce altra non e tanto lucente.
Cadere in terra allo splendor fu d'uopo
con gli occhi abbacinati, e senza mente.
Perdei da lungi anch'io li sensi, e dopo
gran spazio mi riebbi finalmente;
ne piu i guerrier ne piii vidi quel nano,
ma v6to il campo, e scuro il monte e il piano.
LVII
Pensai per questo che Tincantatore
avesse amendui colti a un tratto insieme,
e tolto per virtu de lo splendore
la libertade alloro, e a me la speme.
Cosi a quel loco, che chiudea il mio core,
dissi, partendo, le parole estreme.
Or giudicate s'altra pena ria,
che causi Amor, pu6 pareggiar la mia.
LVIII
Ritorn6 il cavallier nel primo duolo,
fatta che n'ebbe la cagion palese.
Questo era il conte Pinabel, figliuolo
d'Anselmo d'Altaripa, maganzese;
che tra sua gente scelerata, solo
leale esser non volse ne cortese,
ma ne li vizii abominandi e brutti
non pur gli altri adegu6, ma passo tutti.
LIX
La bella donna con diverso aspetto
stette ascoltando il Maganzese cheta;
che come prima di Ruggier fu detto,
nel viso si mostr6 piu che mai lieta:
ma quando senti poi ch'era in distretto,
turbossi tutta d'amorosa pieta;
ne per una o due volte contentosse
che ritornato a replicar le fosse.
CANTO SECONDO 39
LX
E poi ch'al fin le parve esserne chiara,
gli disse : Cavallier, datti riposo,
che ben puo la mia giunta esserti cara,
parerti questo giorno aventuroso.
Andiam pur tosto a quella stanza avara
che si ricco tesor ci tiene ascoso;
n6 spesa sara invan questa fatlca,
se Fortuna non m'e troppo nemica.
LXI
Rispose il cavallier: Tu v6i ch'io passi
di nuovo i monti, e mostriti la via?
A me molto non e perdere i passi,
perduta avendo ogni altra cosa mia;
ma tu" per baize e ruinosi sassi
cerchi entrar in pregione; e cosi sia.
Non hai di che dolerti di me poi
ch'io tel predico, e tu pur gir vi v6i.
LXII
Cosi dice egli, e torna al suo destriero,
e di quella animosa si fa guida,
che si mette a periglio per Ruggiero,
che la pigli quel mago o che la ancida.
In questo, ecco alle spalle il messaggiero,
ch' : Aspetta, aspetta! a tutta voce grida,
il messaggier da chi il Circasso intese
che costei fu ch'alPerba lo distese.
LXIII
A Bradamante il messaggier novella
di Mompolier e di Narbona porta,
ch'alzato li stendardi di Castella
avean, con tutto il lito d'Acquamorta;
e che Marsilia, non v'essendo quella
che la dovea guardar, mal si conforta,
e consiglio e soccorso le domanda
per questo messo, e se le raccomanda.
40 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Questa cittade, e intorno a molte miglia
cio che fra Varo e Rodano al mar siede,
avea Fimperator dato alia figlia
del duca Amon, in ch'avea speme e fede;
pero che '1 suo valor con maraviglia
riguardar suol, quando armeggiar la vede.
Or, com'io dico, a domandar aiuto
quel messo da Marsilia era venuto.
LXV
Tra si e no la giovane suspesa,
di voler ritornar dubita un poco :
quinci 1'onore e il debito le pesa,
quindi Pincalza T amoroso foco.
Fermasi al fin di seguitar I'impresa,
e trar Ruggier de 1'incantato loco ;
e quando sua virtu non possa tanto,
almen restargli prigionera a canto.
LXVI
E fece iscusa tal, che quel messaggio
parve contento rimanere e cheto.
Indi giro la briglia al suo viaggio,
con Pinabel che non ne parve lieto;
che seppe esser costei di quel lignaggio
che tanto ha in odio in publico e in secreto:
e gia s'avisa le future angosce,
se lui per maganzese ella conosce.
LXVII
Tra casa di Maganza e di Chiarmonte
era odio antico e inimicizia intensa;
e piu volte s'avean rotta la fronte,
e sparso di lor sangue copia immensa:
e pero nel suo cor 1'iniquo conte
tradir 1'incauta giovane si pensa;
o, come prima commodo gli accada,
lasciarla sola, e trovar altra strada.
CANTO SECONDO 41
LXVIII
E tanto gli occup6 la fantasia
il native odio, il dubbio e la paura,
ch'inavedutamente usci di via,
e ritrovossi in una selva oscura,
che nel mezzo avea un monte che finia
la nuda cima in una pietra dura;
e la figlia del duca di Dor dona
gli e sempre dietro, e mai non Pabandona.
LXIX
Come si vide il Maganzese al bosco,
pens6 torsi la donna da le spalle.
Disse: Prima che '1 ciel torni piu fosco,
verso uno albergo e meglio farsi il calle.
Oltra quel monte, s'io lo riconosco,
siede un ricco castel giu ne la valle.
Tu qui m'aspetta; che dal nudo scoglio
certificar con gli occhi me ne voglio,
LXX
Cosi dicendo, alia cima superna
del solitario monte il destrier caccia,
mirando pur s'alcuna via discerna,
come lei possa tor da la sua traccia.
Ecco nel sasso truova una caverna,
che si profonda piu di trenta braccia.
Tagliato a picchi et a scarp elli il sasso
scende giu al dritto, et ha una porta al basso.
LXXI
Nel fondo avea una porta ampla e capace,
ch'in maggior stanza largo adito dava;
e fuor n'uscia splendor, come di face
ch'ardesse in mezzo alia montana cava.
Mentre quivi il fellon suspeso tace,
la donna, che da lungi il seguitava
(perche* perderne Forme si temea),
alia spelonca gli sopragiungea.
42 ORLANDO FURIOSO
LXXII
Poi che si vide il traditore uscire,
quel ch'avea prima disegnato, invano,
o da se torla, o di farla morire,
nuovo argumento imaginossi e strano.
Le si fe' incontra, e su la fe' salire
la dove il monte era forato e vano;
e le disse ch'avea visto nel fondo
una donzella di viso giocondo,
LXXIII
ch j a' bei sembianti et alia ricca vesta
esser parea di non ignobil grade;
ma quanto piu potea turbata e mesta,
mostrava esservi chiusa suo mal grado :
e per saper la condizion di questa,
ch'avea gia cominciato a entrar nel guado;
e che era uscito de Tmterna grotta
un che dentro a furor Favea ridotta.
LXXIV
Bradamante, che come era animosa,
cosl malcauta, a Pinabel die fede;
e d'aiutar la donna, disiosa,
si pensa come por cola giu il piede.
Ecco d'un olmo alia cima frondosa
volgendo gli occhi, un lungo ramo vede;
e con la spada quel subito tronca,
e lo declina giu ne la spelonca.
LXXV
Dove e tagliato, in man lo raccomanda
a Pinabello, e poscia a quel s'apprende:
prima giu i piedi ne la tana manda,
e su le braccia tutta si suspende.
Sorride Pinabello, e le domanda
come ella salti; e le man apre e stende,
dicendole : Qui fosser teco insieme
tutti li tuoi, ch'io ne spegnessi il seme!
CANTO SECONDO 43
LXXVI
Non come volse Pinabello avenue
de Pinnocente giovane la sorte;
perche, gru diroccando, a ferir venne
prima nel fondo il ramo saldo e forte.
Ben si spezzo, ma tanto la sostenne,
che '1 suo favor la libero da morte.
Giacque stordita la donzella alquanto,
come io vi seguiro ne Paltro canto.
44 ORLANDO FURIOSO
CANTO TERZO
I
Chi mi dara la voce e le parole
convenient! a si nobil suggetto ?
chi Tale al verso prestera, che vole
tanto ch'arrivi all'alto mio concetto?
Molto maggior di quel furor che suole,
ben or convien che mi riscaldi il petto;
che questa parte al mio signer si debbe,
che canta gli avi onde 1'origine ebbe:
ii
di cui fra tutti li signori illustri,
dal ciel sortiti a governar la terra,
non vedi, o Febo, che '1 gran mondo lustri,
piu gloriosa stirpe o in pace o in guerra;
ne che sua nobiltade abbia piu lustri
servata, e servara (s'in me non erra
quel profetico lume che m'inspiri)
fin che d'intorno al polo il ciel s'aggiri.
in
E volendone a pien dicer gli onori,
bisogna non la mia, ma quella cetra
con che tu dopo i gigantei furori
rendesti grazia al regnator de Petra.
S'instrumenti avro mai da te migliori,
atti a sculpire in cosi degna pietra,
in queste belle imagini disegno
porre ogni mia fatica, ogni mio ingegno.
CANTO TERZO 45
IV
Levando intanto queste prime rudi
scaglie n'andr6 con lo scarpello inetto:
forse ch'ancor con piu solerti studi
poi ridurr6 questo lavor perfetto.
Ma ritorniamo a quello, a cui ne scudi
potran ne usberghi assicurare il petto:
parlo di Pinabello di Maganza,
che d'uccider la donna ebbe speranza.
II traditor pens6 che la donzella
fosse ne Talto precipizio morta;
e con pallida faccia lascio quella
trista e per lui contaminata porta,
e torn6 presto a rimontare in sella:
e come quel ch'avea ranima torta,
per giunger colpa a colpa e fallo a fallo,
di Bradamante ne men6 il cavallo.
VI
Lascian costui, che mentre aH'altrui vita
ordisce inganno, il suo morir procura;
e torniamo alia donna, che tradita
quasi ebbe a un tempo e morte e sepoltura.
Poi ch'ella si Iev6 tutta stordita,
ch'avea percosso in su la pietra dura,
dentro la porta and6, ch'adito dava
ne la seconda assai piu larga cava.
VII
La stanza, quadra e spaziosa, pare
una devota e venerabil chiesa,
che su colonne alabastrine e rare
con bella architettura era suspesa.
Surgea nel mezzo un ben locato altare,
ch'avea dinanzi una lampada accesa;
e quella di splendente e chiaro foco
rendea gran lume alPuno e all'altro loco.
46 ORLANDO FURIOSO
VIII
Di devota umilta la donna tocca,
come si vide in loco sacro e pio,
incominci6 col core e con la bocca,
inginocchiata, a mandar prieghi a Dio.
Un picciol uscio intanto stride e crocca,
ch'era all'mcontro, onde una donna uscio
discinta e scalza, e sciolte avea le chiome,
che la donzella saluto per nome.
IX
E disse : O generosa Bradamante,
non giunta qui senza voler divino,
di te piu giorni m'ha predetto inante
il profetico spirto di Merlino,
che visitar le sue reliquie sante
dovevi per insolito camino:
e qui son stata acci6 ch'io ti riveli
quel c'han di te gia statuito i cieli.
x
Questa e 1'antiqua e memorabil grotta
ch'edific6 Merlino, il savio mago
che forse ricordare odi talotta,
dove ingannollo la Donna del Lago.
II sepolcro e qui giu, dove corrotta
giace la carne sua; dove egli vago
di sodisfare a lei, che glil suase,
vivo corcossi, e morto ci rimase.
XI
Col corpo morto il vivo spirto alberga,
sin ch'oda il suon de 1'angelica tromba
che dal ciel lo bandisca o che ve Perga,
secondo che sara corvo o colomba.
Vive la voce; e come chiara emerga
udir potrai da la marmorea tomba,
che le passate e le future cose
a chi gli domand6, sempre rispose.
CANTO TERZO 47
XII
Piu giorni son ch'in questo cimiterio
venni di remotissimo paese,
perch circa il mio studio alto misterio
mi facesse Merlin meglio palese:
e perche ebbi vederti desiderio,
poi ci son stata oltre il disegno un mese;
che Merlin, che '1 ver sempre mi predisse,
termine al venir tuo questo di fisse. -
XIII
Stassi d'Amon la sbigottita figlia
tacita e fissa al ragionar di questa;
et ha si pieno il cor di maraviglia,
che non sa s'ella dorme o s'ella & desta:
e con rimesse e vergognose ciglia
(come quella che tutta era mo desta)
rispose : Di che merito son io,
ch'antiveggian profeti il venir mio ?
XIV
E lieta de Finsolita aventura,
dietro alia maga subito fu mossa,
che la condusse a quella sepoltura
che chiudea di Merlin Tamma e Fossa.
Era quella area d'una pietra dura,
lucida e tersa, e come fiamma rossa;
tal ch'alla stanza, ben che di sol priva,
dava splendore il lume che n'usciva.
XV
O che natura sia d'alcuni marmi
che muovin Tombre a guisa di facelle,
o forza pur di suffumigi e carmi
e segni impressi all'osservate stelle
(come piu questo verisimil parmi),
discopria lo splendor piu cose belle
e di scultura e di color, ch'intorno
il venerabil luogo aveano adorno.
48 ORLANDO FURIOSO
XVI
A pena ha Bradamante da la soglia
levato il pie ne la secreta cella,
che '1 vivo spirto da la morta spoglia
con chiarissima voce le favella:
Favorisca Fortuna ogni tua voglia,
casta e nobilissima donzella,
del cui ventre uscira il seme fecondo
che onorar deve Italia e tutto il mondo.
XVII
L'antiquo sangue che venne da Troia,
per li duo miglior rivi in te commisto,
produrra 1'ornamento, il fior, la gioia
d'ogni lignaggio ch'abbi il sol mai visto
tra 1'Indo e '1 Tago e } 1 Nilo e la Danoia,
tra quanto e 'n mezzo Antartico e Calisto.
Ne la progenie tua con sommi onori
saran marchesi, duci e imperatori.
XVIII
1 capitani e i cavallier robusti
quindi usciran, che col ferro e col senno
ricuperar tutti gli onor vetusti
de Tarme invitte alia sua Italia denno.
Quindi terran lo scettro i signer giusti,
che, come il savio Augusto e Numa fenno,
sotto il benigno e buon governo loro
ritorneran la prima eta de Toro.
XIX
Acci6 dunque il voler del ciel si metta
in effetto per te, che di Ruggiero
t'ha per moglier fin da principio eletta,
segue animosamente il tuo sentiero;
che cosa non sara che s'intrometta
da poterti turbar questo pensiero,
si che non mandi al primo assalto in terra
quel rio ladron ch'ogni tuo ben ti serra.
CANTO TERZO 49
XX
Tacque Merlino avendo cosi detto,
et agio alPopre de la maga diede,
ch'a Bradamante dimostrar 1'aspetto
si preparava di ciascun suo erede.
Avea de spirti un gran numero eletto,
non so se da 1'inferno o da qual sede,
e tutti quelli in un luogo raccolti
sotto abiti diversi e varii volti.
XXI
Poi la donzella a se richiama in chiesa,
la dove prima avea tirato un cerchio
die la potea capir tutta distesa,
et avea un palmo ancora di superchio.
E perche da li spirti non sia offesa,
le fa d'un gran pentacolo coperchio,
e le dice che taccia e stia a mirarla:
poi scioglie il libro, e coi demoni park.
XXII
Eccovi fuor de la prima spelonca,
che gente intorno al sacro cerchio ingrossa;
ma come vuole entrar, la via l'& tronca,
come lo cinga intorno muro e fossa.
In quella stanza, ove la bella conca
in se chiudea del gran profeta Fossa,
entravan Pombre, poi ch'avean tre volte
fatto d'intorno lor debite volte.
XXIII
Se i nomi e i gesti di ciascun vo j dirti,
dicea Tincantatrice a Bradamante
di questi ch'or per gl'incantati spirti,
prima che nati sien, ci sono avante,
non so veder quando abbia da espedirti;
che non basta una notte a cose tante:
si ch'io te ne verr6 scegliendo alcuno,
secondo il tempo, e che sara oportuno.
50 ORLANDO FURIOSO
XXIV
Vedi quel primo che ti rassimiglia
ne' bei sembianti e nel giocondo aspetto:
capo in Italia fia di tua famiglia,
del seme di Ruggiero in te concetto.
Veder del sangue di Pontier vermiglia
per mano di costui la terra aspetto,
e vendicato il tradimento e il torto
contra quei che gli avranno il padre morto.
xxv
Per opra di costui sara deserto
il re de' Longobardi Desiderio:
d'Este e di Calaon per questo merto
il bel domino avra dal sommo Imperio.
Quel che gli e dietro, e il tuo nipote Uberto,
onor de 1'arme e del paese esperio:
per costui contra barbari difesa
piu d'una volta fia la santa Chiesa.
XXVI
Vedi qui Alberto, invitto capitano
ch'ornera di trofei tanti delubri:
Ugo il figlio e con lui, che di Milano
fara 1'acquisto, e spieghera i colubri.
Azzo e quell'altro, a cui restera in mano,
dopo il fratello, il regno degl'Insubri.
Ecco Albertazzo, il cui savio consiglio
torra d'ltalia Beringario e il figlio;
XXVII
e sara degno a cui Cesare Otone
Alda sua figlia in matrimonio aggiunga.
Vedi un altro Ugo: oh bella successione,
che dal patrio valor non si dislunga!
Costui sara, che per giusta cagione
ai superbi Roman 1'orgoglio emunga,
che '1 terzo Otone e il pontefice tolga
de le man loro, e '1 grave assedio sciolga.
CANTO TERZO SI
XXVIII
Vedi Folco, che par ch'al suo germane,
cio che in Italia avea, tutto abbi dato,
e vada a possedere indi lontano
in mezzo agli Alamanni un gran ducato;
e dia alia casa di Sansogna mano,
che caduta sara tutta da un lato,
e per la linea de la madre erede
con la progenie sua la terra in piede.
XXIX
Questo ch'or a nui viene e il secondo Azzo,
di cortesia phi che di guerre amico,
tra dui figli, Bertoldo et Albertazzo:
vinto da Tun sara il secondo Enrico,
e del sangue tedesco orribil guazzo
Parma vedra per tutto il campro aprico ;
de Taltro la contessa gloriosa,
saggia e casta Matilde, sara sposa.
xxx
Virtu il fara di tal connubio degno;
ch'a quella eta non poca laude estimo
quasi di mezza Italia in dote il regno,
e la nipote aver d'Enrico primo.
Ecco di quel Bertoldo il caro pegno,
Rinaldo tuo, ch'avra Ponor opimo
d'aver la Chiesa de le man riscossa
de 1'empio Federico Barbarossa.
XXXI
Ecco un altro Azzo, et e quel che Verona
avra in poter col suo bel tenitorio;
e sara detto marchese d'Ancona
dal quarto Otone e dal secondo Onorio.
Lungo sara s'io mostro ogni persona
del sangue tuo, ch'avra del consistorio
il confalone, e s'io narro ogni impresa
vinta da lor per la romana Chiesa.
52 ORLANDO FURIOSO
XXXII
Obizzo vedi e Folco, altri Azzi, altri Ughi,
ambi gli Enrichi, il figlio al padre a canto;
duo Guelfi, di quai 1'uno Umbria suggiughi,
e vesta di Spoleti il ducal manto.
Ecco die '1 sangue e le gran piaghe asciughi
d'ltalia afflitta, e volga in riso il pianto:
di costui parlo (e mostrolle Azzo quinto)
onde Ezellin fia rotto, preso, estinto.
XXXIII
Ezellino, immanissimo tiranno,
che fia creduto figlio del demonio,
fara, troncando i sudditi, tal danno,
e distruggendo il bel paese ausonio,
che pietosi apo lui stati saranno
Mario, Silla, Neron, Caio et Antonio.
E Federico imperator secondo
fia per questo Azzo rotto e messo al fondo.
xxxiv
Terra costui con piu felice scettro
la bella terra che siede sul flume,
dove chiamo con lacrimoso plettro
Febo il figliuol ch'avea mal retto il lume,
quando fu pianto il fabuloso elettro
e Cigno si vesti di bianche piume;
e questa di mille oblighi mercede
gli donera 1'Apostolica sede.
xxxv
Dove lascio il fratel Aldrobandino ?
che per dar al pontefice soccorso
contra Oton quarto, e il campo ghibellino
che sara presso al Campidoglio corso,
et avra preso ogni luogo vicino,
e posto agli Umbri e alii Piceni il morso,
ne potendo prestargli aiuto senza
molto tesor, ne chiedera a Fiorenza;
CANTO TERZO 53
XXXVI
e non avendo gioia o miglior pegni,
per sicurta daralle il frate in mano;
spieghera i suoi vittoriosi segni,
e rompera 1'esercito germano;
in seggio riporra la Chiesa, e degni
dara supplicii ai conti di Celano;
et al servizio del sommo Pastore
finira gli anni suoi nel piu bel fiore.
XXXVII
Et Azzo, il suo fratel, lasciera erede
del dominio d'Ancona e di Pisauro,
d'ogni citta che da Troento siede
tra il mare e PApenin fin all'Isauro,
e di grandezza d'animo e di fede,
e di virtu, miglior che gemme et auro:
che dona e tolle ogn'altro ben Fortuna;
sol in virtu non ha possanza alcuna.
XXXVIII
Vedi Rinaldo, in cui non minor raggio
splendera di valor, pur che non sia
a tanta essaltazion del bel lignaggio
Morte o Fortuna invidiosa e ria.
Udirne il duol fin qui da Napoli aggio,
dove del padre allor statico fia.
Or Obizzo ne vien, che giovinetto
dopo Favo sara principe eletto.
xxxix
Al bel dominio accrescera costui
Reggio giocondo e Modona feroce.
Tal sara il suo valor, che signor lui
domanderanno i populi a una voce.
Vedi Azzo sesto, un de* figliuoli sui,
confalonier de la cristiana croce:
avra il ducato d'Andria con la figlia
del secondo re Carlo di Siciglia.
54 ORLANDO FURIOSO
XL
Vedi in un bello et amichevol groppo
de li principi illustri Teccellenza:
Obizzo, Aldrobandin, Nicolo zoppo,
Alberto, d'amor pieno e di clemenza.
10 tacer6, per non tenerti troppo,
come al bel regno aggiungeran Favenza,
e con maggior fermezza Adria, che valse
da se nomar Tindomite acque salse;
XLI
come la terra, il cui produr di rose
le die piacevol nome in greche voci,
e la citta ch'in mezzo alle piscose
paludi, del Po teme ambe le foci,
dove abitan le genti disiose
che 1 mar si turbi e sieno i venti atroci.
Taccio d'Argenta, di Lugo e di mille
altre castella e populose ville.
XLII
Ve' Nicolo, che tenero fanciullo
11 popul crea signer de la sua terra,
e di Tideo fa il pensier vano e nullo,
che contra hii le civil arme afferra.
Sara di questo il pueril trastullo
sudar nel ferro e travagliarsi in guerra;
e da lo studio del tempo primiero
il fior riuscira d'ogni guerriero.
XLIII
Fara de' suoi ribelli uscire a v6to
ogni disegno, e lor tornare in danno ;
et ogni stratagema avra si noto,
che sara duro il poter fargli inganno.
Tardi di questo s'avedra il Terzo Oto,
e di Reggio e di Parma aspro tiranno,
che da costui spogliato a un tempo fia
e del dominio e de la vita ria.
CANTO TERZO 55
XLIV
Avra il bel regno poi sempre augumento
senza torcer mai pie dal camin dritto;
n6 ad alcuno fara mai nocumento,
da cui prima non sia d'ingiuria afflitto:
et e per questo il gran Motor contento
che non gli sia alcun termine prescritto,
ma duri prosperando in meglio sempre,
fin che si volga il ciei ne le sue tempre.
XLV
Vedi Leonello, e vedi il primo duce,
fama de la sua eta, Tinclito Borso,
che siede in pace, e piu trionfo adduce
di quanti in altrui terre abbino cor so.
Chiudera Matte ove non veggia luce,
e stringera al Furor le mani al dorso.
Di questo signor splendido ogni intento
sara che J l popul suo viva contento.
XLVI
Ercole or vien, ch'al suo vicin rinfaccia,
col pie mezzo arso e con quei debol passi,
come a Budrio col petto e con la faccia
il campo volto in fuga gli fermassi,
non perche in premio poi guerra gli faccia,
ne per cacciarlo fin nel Barco passi:
questo e il signor, di cui non so esplicarme
se fia maggior la gloria o in pace o in arme.
XLVII
Terran Pugliesi, Calabri e Lucani
de* gesti di costui lunga memoria,
la dove avra dal re de' Catalani
di pugna singular la prima gloria;
e nome tra gl'invitti capitani
s'acquistera con piu d'una vittoria:
avra per sua virtu la signoria,
piu di trenta anni a lui debita pria.
56 ORLANDO FURIOSO
XLVIII
E quanto piu aver oblige si possa
a principe, sua terra avra a costui;
non perche fia de le paludi mossa
tra campi fertilissimi da lui;
non perche la fara con muro e fossa
meglio capace a' cittadini sui,
e 1'ornara di templi e di palagi,
di piazze, di teatri e di mille agi;
XLIX
non perche* dagli artigli de Paudace
aligero Leon terra difesa;
non perche, quando la gallica face
per tutto avra la bella Italia accesa,
si stara sola col suo stato in pace,
e dal timore e dai tributi illesa;
non si per questi et altri benefici
saran sue genti ad Ercol debitrici :
quanto che dara lor 1'inclita prole,
il giusto Alfonso e Ippolito benigno,
che saran quai 1'antiqua fama suole
narrar de' figli del Tindareo cigno,
ch'alternamente si privan del sole
per trar Tun 1'altro de 1'aer maligno.
Sara ciascuno d'essi e pronto e forte
1'altro salvar con sua perpetua morte.
LI
II grande amor di questa bella coppia
rendera il popul suo via piu sicuro,
che se, per opra di Vulcan, di doppia
cinta di ferro avesse intorno il muro.
Alfonso e quel che col saper accoppia
si la bonta, ch'al secolo futuro
la gente credera che sia dal cielo
tornata Astrea dove puo il caldo e il gielo.
CANTO TERZO 57
LII
A grande uopo gli fia 1'esser prudente,
e di valore assimigliarsi al padre;
che si ritrovera, con poca gente,
da un lato aver le veneziane squadre,
colei da 1'altro, che pm giustamente
non so se devra dir matrigna o madre;
ma se pur madre, a lui poco piu pia,
che Medea ai figli o Progne stata sia.
Lin
E quant e volte uscira giorno o notte
col suo popul fedel fuor de la terra,
tante sconfitte e memorabil rotte
dara a' nimici o per acqua o per terra.
Le genti di Romagna mal condotte,
contra i vicini e lor gia amici, in guerra,
se n'avedranno, insanguinando il suolo
che serra il Po, Santerno e Zanniolo.
Liv
Nei medesmi confini anco saprallo
del gran Pastore il mercenario Ispano,
che gli avra dopo con poco intervallo
la Bastia tolta, e morto il castellano,
quando Favra gia preso; e per tal fallo
non fia, dal minor fante al capitano,
che del racquisto e del presidio ucciso
a Roma riportar possa Paviso.
LV
Costui sara, col senno e con la lancia,
ch'avra 1'onor, nei campi di Romagna,
d'aver dato all'esercito di Francia
la gran vittoria contra lulio e Spagna.
Nuoteranno i destrier fin alia pancia
nei sangue uman per tutta la campagna;
ch'a sepelire il popul verra manco
tedesco, ispano, greco, italo e franco.
58 ORLANDO FURIOSO
LVI
Quel ch'in pontificate abito imprime
del purpureo capel la sacra chioma,
e il liberal, magnanimo, sublime,
gran cardinal de la Chiesa di Roma,
Ippolito, ch'a prose, a versi, a rime
dara materia eterna in ogni idioma;
la cui fiorita eta vuol il ciel iusto
ch'abbia un Maron, come un altro ebbe Augusto,
LVII
Adornera la sua progenie bella,
come orna il sol la machina del mondo
molto piu de la luna e d'ogni Stella;
ch'ogn'altro lume a lui sempre e secondo.
Costui con pochi a piedi e meno in sella
veggio uscir mesto, e poi tornar iocondo;
che quindici galee mena captive,
oltra milTaltri legni, alle sue rive.
LVIII
Vedi poi Funo e 1'altro Sigismondo.
Vedi d'Alfonso i cinque figli can,
alia cui fama ostar, che di s6 il mondo
non empia, i monti non potran ne i mari :
gener del re di Francia, Ercol secondo
e Tun; quest'altro (acci6 tutti gPimpari)
Ippolito e, che non con minor raggio
che '1 zio, risplendera nel suo lignaggio ;
LIX
Francesco, il terzo; Alfonsi gli altri dui
ambi son detti. Or, come io dissi prima,
s'ho da mostrarti ogni tuo ramo, il cui
valor la stirpe sua tanto sublima,
bisognera che si rischiari e abbui
piu volte prima il ciel, ch'io te li esprima:
e sara tempo ormai, quando ti piaccia,
ch'io dia licenzia all'ombre, e ch'io mi taccia.
CANTO TERZO 59
LX
Cosi con volunta de la donzella
la dotta incantatrice il libro chiuse.
Tutti gli spirti allora ne la cella
spariro in fretta, ove eran Fossa chiuse.
Qui Bradamante, poi che la favella
le fu concessa usar, la bocca schiuse,
e domand6 : Chi son li dua si tristi,
che tra Ippolito e Alfonso abbiamo visti?
LXI
Veniano sospirando, e gli occhi bassi
parean tener d'ogni baldanza privi;
e gir lontan da loro io vedea i passi
dei frati si, che ne pareano schivL
Parve ch'a tal domanda si cangiassi
la maga in viso, e fe' degli occhi rivi,
e grid6 : Ah sfortunati, a quanta pena
lungo instigar d'uomini rei vi mena!
LXII
O bona prole, o degna d'Ercol buono,
non vinca il lor fallir vostra bontade:
di vostro sangue i miseri pur sono:
qui ceda la iustizia alia pietade.
Indi soggiunse con piu basso suono:
Di cio dirti piu inanzi non accade.
Statti col dolcie in bocca, e non ti doglia
ch'amareggiare al fin non te la voglia.
LXIII
Tosto che spunti in ciel la prima luce,
piglierai meco la piu dritta via
ch'al lucente castel d'acciai' conduce,
dove Ruggier vive in altrui balia.
Io tanto ti sar6 compagna e duce,
che tu sia fuor de 1'aspra selva ria:
t } insegner6, poi che saren sul mare,
si ben la via, che non potresti err are.
60 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Quivi 1'audace giovane rimase
tutta la notte, e gran pezzo ne spese
a parlar con Merlin, che le suase
renders! tosto al suo Ruggier cortese.
Lascio di poi le sotterranee case,
che di nuovo splendor Paria s'accese,
per un camin gran spazio oscuro e cieco,
avendo la spirtal femina seco.
LXV
E riusciro in un burrone ascoso
tra monti inaccessibili alle genti ;
e tutto '1 di senza pigliar riposo
saliron baize e traversar torrenti.
E perche men Pandar fosse noioso,
di piacevoli e bei ragionamenti,
di quel che fu piu conferir soave,
1'aspro camin facean parer men grave:
LXVI
di quali era per6 la maggior parte,
ch'a Bradamante vien la dotta maga
mostrando con che astuzia e con qual arte
proceder de', se di Ruggiero e vaga.
Se tu fossi dicea Pallade o Marte,
e conducessi gente alia tua paga
piu che non ha il re Carlo e il re Agramante,
non dureresti contra il negromante;
LXVII
che oltre che d'acciar murata sia
la rocca inespugnabile e tant'alta
oltre che 5 1 suo destrier si faccia via
per mezzo 1'aria ove galoppa e salta,
ha lo scudo mortal che, come pria
si scopre, il suo splendor si gli occhi assalta,
la vista tolle, e tanto occupa i sensi,
che come morto rimaner conviensi.
CANTO TERZO 6l
LXVIII
E se forse ti pensi che ti vaglia
combattendo tener serrati gli occhi,
come potrai saper ne la battaglia
quando ti schivi, o Paversario tocchi?
Ma per fuggire il lume ch'abbarbaglia,
e gli altri incanti di colui far sciocchi,
ti mostrer6 xm rimedio, una via presta;
ne altra in tutto '1 mondo e se non questa.
LXIX
II re Agramante d' Africa uno annello,
che fu rubato in India a una regina,
ha dato a un suo baron detto Brunello,
che poche miglia inanzi ne camina;
di tal virtu, che chi nel dito ha quello,
contra il mal degPincanti ha medicina.
Sa de furti e d'inganni Brunei quanto
colui che tien Ruggier sappia d'incanto.
LXX
Questo Brunei si pratico e si astuto,
come io ti dico, e dal suo re mandato
accio che col suo ingegno e con Taiuto
di questo annello, in tal cose provato,
di quella rocca dove e ritenuto
traggia Ruggier, che cosi s'e vantato,
et ha cosi promesso al suo signore,
a cui Ruggiero e phi d'ogn'altro a core.
LXXI
Ma perch6 il tuo Ruggiero a te sol abbia,
e non al re Agramante, ad obligarsi
che tratto sia de Tincantata gabbia,
t'insegnero il remedio che de' usarsi.
Tu te n'andrai tre di lungo la sabbia
del mar, ch'e oramai presso a dimostrarsi;
il terzo giorno in un albergo teco
arrivera costui c'ha 1'annel seco.
62 ORLANDO FURIOSO
LXXII
La sua statura, accio tu lo conosca,
non e sei palmi, et ha il capo ricciuto;
le chiome ha nere, et ha la pelle fosca;
pallido il viso, oltre il dover barbuto ;
gli occhi gonfiati e guardatura losca;
schiacciato il naso, e ne le ciglia irsuto;
Pabito, acci6 ch'io lo dipinga intero,
e stretto e corto, e sembra di corriero.
LXXIII
Con esso lui t'accadera soggetto
di ragionar di quelli incanti strani:
mostra d'aver, come tu avra* in effetto,
disio che '1 mago sia teco alle mani;
ma non monstrar che ti sia stato detto
di quel suo annel che fa gl'incanti vani.
Egli t'offerira mostrar la via
fin alia r6cca, e farti compagnia.
LXXIV
Tu gli va dietro: e come t'avicini
a quella r6cca si ch'ella' si scopra,
dagli la morte; n6 pieta t'inchini
che tu non metta il mio consiglio in opra.
N6 far ch'egli il pensier tuo s'indovini,
e ch'abbia tempo che Tannel lo copra;
perche ti spariria dagli occhi, tosto
ch'in bocca il sacro annel s'avesse posto.
LXXV
Cosi parlando, giunsero sul mare,
dove presso a Bordea mette Garonna.
Quivi, non senza alquanto lagrimare,
si diparti Tuna da 1'altra donna.
La figliuola d'Amon, che per slegare
di prigione il suo amante non assonna,
camin6 tanto, che venne una sera
ad uno albergo ove Brunei prim'era.
CANTO TERZO 63
LXXVI
Conosce ella Brunei come lo vede,
di cui la forma avea sculpita in mente.
Onde ne viene, ove ne va, gli chiede:
quel le risponde, e d'ogni cosa mente.
La donna, gia prevista, non gli cede
in dir menzogne, e simula ugualmente
e patria e stirpe e setta e nome e sesso;
e gli volta alle man pur gli occhi spesso.
LXXVII
Gli va gli occhi alle man spesso voltando,
in dubbio sempre esser da lui rubata;
ne lo lascia venir troppo accostando,
di sua condizion bene iriformata.
Stavano insieme in questa guisa, quando
Porecchia da un rumor lor fu intruonata.
Poi vi dir6, Signor, che ne fu causa,
ch'avro fatto al cantar debita pausa.
64' ORLANDO FURIOSO
CANTO QUARTO
I
Quantunque il simular sia le phi volte
ripreso, e dia di mala mente indici,
si truova pur in molte cose e molte
aver fatti evidenti benefici,
e danni e biasmi e morti aver gia tolte;
che non conversiam sempre con gli amici
in questa assai piu oscura che serena
vita mortal, tutta d'invidia piena.
II
Se, dopo lunga prova, a gran fatica
trovar si pub chi ti sia amico vero,
et a chi senza alcun sospetto dica
e discoperto mostri il tuo pensiero;
che de' far di Ruggier la bella arnica
con quel Brunei non puro e non sincero,
ma tutto simulate e tutto finto,
come la maga le Pavea dipinto ?
in
Simula anch'ella; e cosi far conviene
con esso lui di finzioni padre;
e, come io dissi, spesso ella gli tiene
gli occhi alle man, ch'eran rapaci e ladre.
Ecco all'orecchie un gran rumor lor viene.
Disse la donna: O gloriosa Madre,
o Re del ciel, che cosa sara questa ?
E dove era il rumor si trovo presta.
CANTO QUARTO 65
IV
E vede Poste e tutta la famiglia,
e chi a finestre e chi fuor ne la via,
tener levati al ciel gli occhi e le ciglia,
come Fecclisse o la cometa sia.
Vede la donna un'alta maraviglia,
che di leggier creduta non saria:
vede passar un gran destriero alato,
che porta in aria un cavaliero armato.
v
Grandi eran Tale e di color diverso,
e vi sedea nel mezzo un cavalliero,
di ferro armato luminoso e terso;
e ver ponente avea dritto il sentiero.
Calossi, e fu tra le montagne immerso :
e, come dicea Foste (e dicea il vero),
quel era un negromante, e facea spesso
quel varco, or piu da lungi, or piu da presso^
VI
Volando, talor s'alza ne le stelle,
e poi quasi talor la terra rade;
e ne porta con lui tutte le belle
donne che trova per quelle contrade:
talmente che le misere donzelle
ch'abbino o aver si credano beltade
(come affatto costui tutte le invole)
non escon fuor si che le veggia il sole.
VII
Egli sul Pireneo tiene un castello
narrava Toste fatto per incanto,
tutto d'acciaio, e si lucente e bello,
ch'altro al mondo non e mirabil tanto.
Gia molti cavallier sono iti a quello,
e nessun del ritorno si da vanto :
si ch'io penso, signore, e temo forte,
o che sian presi, o sian condotti a morte.
66 ORLANDO FURIOSO
VIII
La donna il tutto ascolta, e le ne giova,
credendo far, come fara per certo,
con 1'annello mirabile tal prova,
che ne fia il mago e il suo castel deserto;
e dice a 1'oste : Or un de' tuoi mi trova,
che piu di me sia del viaggio esperto;
ch'io non posso durar, tanto ho il cor vago
di far battaglia contra a questo mago.
IX
Non ti manchera guida, le rispose
Brunello allora e ne verr6 teco io:
meco ho la strada in scritto, et altre cose
che ti faran piacere il venir mio.
Volse dir de Tannel, ma non Tespose,
ne chiari piu, per non pagarne il fio.
Grato mi fia disse ella il venir tuo ,
volendo dir ch'indi 1'annel fia suo.
Quel ch'era utile a dir, disse; e quel tacque
che miocer le potea col Saracino.
Avea 1'oste un destrier ch'a costei piacque,
ch'era buon da battaglia e da camino:
comperollo, e partissi come nacque
del bel giorno seguente il matutino.
Prese la via per una stretta valle,
con Brunello era inanzi, ora alle spalle.
XI
Di monte in monte e d'uno in altro bosco
giuhseno ove 1'altezza di Pirene
pu6 dimostrar, se non e 1'aer fosco,
e Francia e Spagna e due diverse arene,
come Apennin scopre il mar schiavo e il tosco
dal giogo onde a Camaldoli si viene.
Quindi per aspro e faticoso calle
si discendea ne la profonda valle.
CANTO QUARTO 67
XII
Vi sorge in mezzo un sasso che la cima
d'un bel muro d'acciar tutta si fascia;
e quella tanto inverse il ciel sublima,
che quanto ha intorno, inferior si lascia.
Non faccia, chi non vola, andarvi stima,
che spesa indarno vi saria ogni ambascia.
Brunei disse : Ecco dove prigionieri
il mago tien le donne e i cavallieri.
XIII
Da quattro canti era tagliato, e tale
che parea dritto a fil de la sinopia.
Da nessun lato ne sentier ne scale
v'eran, che di salir facesser copia:
e ben appar che d'animal ch'abbia ale
sia quella stanza nido e tana propia.
Quivi la donna esser conosce 1'ora
di tor Tannello e far che Brunei rnora.
XIV
Ma le par atto vile a insanguinarsi
d'un uom senza arme e di si ignobil sorte;
che ben potra posseditrice farsi
del ricco annello, e lui non porre a morte.
Brunei non avea mente a riguardarsi;
si ch'ella il prese, e lo Ieg6 ben forte
ad uno abete ch'alta avea la cima:
ma di dito Pannel gli trasse prima.
xv
Ne per lacrime, gemiti o lamenti
che facesse Brunei, lo volse sciorre.
Smonto de la montagna a passi lenti,
tanto che fu nel pian sotto la torre.
E perche alia battaglia s'appresenti
il negromante, al corno suo ricorre;
e dopo il suon, con minacciose grida
lo chiama al campo, et alia pugna '1 sfida.
68 ORLANDO FURIOSO
XVI
Non stette molto a uscir fuor de la porta
Tincantator, ch'udi J l suono e la voce.
L'alato corridor per 1'aria il porta
contra costei, che sembra uomo feroce,
La donna da principio si conforta,
che vede che colui poco le nuoce:
non porta lancia ne spada ne mazza,
ch'a forar Fabbia o romper la corazza.
XVII
Da la sinistra sol lo scudo avea,
tutto coperto di seta vermiglia;
ne la man destra un libro, onde facea
nascer, leggendo, 1'alta maraviglia:
che la lancia talor correr parea,
e fatto avea a piu d'un batter le ciglia;
talor parea ferir con mazza o stocco,
e lontano era, e non avea alcun tocco.
XVIII
Non e finto il destrier, ma naturale,
ch'una giumenta genero d'un grifo :
simile al padre avea la piuma e Pale,
li piedi anteriori, il capo e il grifo;
in tutte Paltre membra parea quale
era la madre, e chiamasi ippogrifo;
che nei monti Rifei vengon, ma rari,
molto di la dagli aghiacciati mari.
XIX
Quivi per forza lo tir6 d'incanto ;
e poi che Pebbe, ad altro non attese,
e con studio e fatica opero tanto,
ch'a sella e briglia il cavalco in un mese:
cosi ch'in terra e in aria e in ogni canto
lo facea volteggiar senza contese.
Non finzion d'incanto, come il resto,
ma vero e natural si vedea questo.
CANTO QUARTO 69
XX
Del mago ogn'altra cosa era figmento,
che comparir facea pel rosso il giallo ;
ma con la donna non fu di momento,
che per 1'annel non puo vedere in fallo.
Piu colpi tuttavia diserra al vento,
e quinci e quindi spinge il suo cavallo;
e si dibatte e si travaglia tutta,
come era, inanzi che venisse, instrutta.
XXI
E poi che esercitata si fu alquanto
sopra il destrier, smontar volse anco a piede,
per poter meglio al fin venir di quanto
la cauta maga instruzion le diede.
II mago vien per far Festremo incanto;
che del fatto ripar ne sa ne crede :
scuopre lo scudo, e certo si prosume
farla cader con Pincantato lume.
XXII
Potea cosi scoprirlo al primo tratto,
senza tenere i cavallieri a bada;
ma gli piacea veder qualche bel tratto
di correr 1'asta o di girar la spada:
come si vede ch'aU'astuto gatto
scherzar col topo alcuna volta aggrada;
e poi che quel piacer gli viene a noia,
dargli di morso, e al fin voler che muoia.
XXIII
Dico che '1 mago al gatto, e gli altri al topo
s'assimigliar ne le battaglie dianzi;
ma non s'assimigliar gia cosi, dopo
che con Fannel si fe' la donna inanzi.
Attenta e fissa stava a quel ch'era uopo,
accio che nulla seco il mago avanzi;
e come vide che lo scudo aperse,
chiuse gli occhi, e lascio quivi caderse.
70 ORLANDO FURIOSO
XXIV
Non die il fulgor del lucido metallo,
come soleva agli altri, a lei nocesse;
ma cosi fece acci6 che dal cavallo
contra se il vano incantator scendesse :
ne parte ando del suo disegno in fallo;
che tosto ch'ella il capo in terra messe,
accelerando il volator le penne,
con larghe ruote in terra a por si venne.
xxv
Lascia alParcion lo scudo, che gia posto
avea ne la coperta, e a pie discende
verso la donna che, come reposto
lupo alia macchia il capriolo, attende.
Senza piu indugio ella si leva tosto
che Tha vicino, e ben stretto lo prende.
Avea lasciato quel misero in terra
il libro che facea tutta la guerra:
XXVI
e con una catena ne correa,
che solea portar cinta a simil uso;
perche non men legar colei credea,
che per adietro altri legare era uso.
La donna in terra posto gia Favea:
se quel non si difese, io ben Pescuso ;
che troppo era la cosa differente
tra un debol vecchio e lei tanto possente.
XXVII
Disegnando levargli ella la testa,
alza la man vittoriosa in fretta;
ma poi che '1 viso mira, il colpo arresta,
quasi sdegnando si bassa vendetta,
Un venerabil vecchio in faccia mesta
vede esser quel ch'ella ha giunto alia stretta,
che mostra al viso crespo e al pelo bianco
eta di settanta anni o poco manco.
CANTO QUARTO 71
XXVIII
Tommi la vita, giovene, per Dlo ,
dicea il vecchio pien d'ira e di dispetto;
ma quella a torla avea si il cor restio,
come quel di lasciarla avria diletto.
La donna di sapere ebbe disio
chi fosse il negromante, et a che effetto
edificasse in quel luogo selvaggio
la r6cca, e faccia a tutto il mondo oltraggio.
XXIX
Ne per maligna intenzione, ahi lasso!
disse piangendo il vecchio incantatore
feci la bella rocca in cima al sasso,
ne per avidita son rubatore;
ma per ritrar sol da Pestremo passo
un cavallier gentil, mi mosse amore,
che, come il ciel mi mostra, in tempo breve
morir cristiano a tradimento deye.
xxx
Non vede il sol tra questo e il polo austrino
un giovene si bello e si prestante:
Ruggiero ha nome, il qual da piccolino
da me nutrito fu, ch'io sono Atlante.
Disio d'onore e suo fiero destino
Than tratto in Francia dietro al re Agramante;
et io, che Pamai sempre piu che figlio,
lo cerco trar di Francia e di periglio.
XXXI
La bella rocca solo edificai
per tenervi Ruggier sicuramente,
che preso fu da me, come sperai
che fossi oggi tu preso similmente;
e donne e cavallier, che tu vedrai,
poi ci ho ridotti, et altra nobil gente,
acci6 che, quando a voglia sua non esca,
avendo compagnia men gli rincresca.
72 ORLANDO FURIOSO
XXXII
Pur ch'uscir di la su non si domande,
d'ogn'altro gaudio lor cura mi tocca;
che quanto averne da tutte le bande
si puo del mondo, e tutto in quella rocca:
suoni, canti, vestir, giuochi, vivande,
quanto puo cor pensar, puo chieder bocca.
Ben seminato avea, ben cogliea il frutto;
ma tu sei giunto a disturb armi il tutto.
XXXIII
Deh, se non hai del viso il cor men bello,
non impedir il mio consiglio onesto!
Piglia lo scudo (ch'io tel dono) e quello
destrier che va per Paria cosi presto;
e non t'impacciar oltra nel castello,
o tranne uno o duo amici, e lascia il resto ;
o tranne tutti gli altri, e piu non chero
se non che tu mi lasci il mio Ruggiero.
xxxiv
E se disposto sei volermel torre,
deh, prima almen che tu '1 rimeni in Francia,
piacciati questa afflitta anima sciorre
de la sua scorza ormai putrida e rancia!
Rispose la donzella: Lui vo' porre
in liberta: tu, se sai, gracchia e ciancia;
ne mi offerir di dar lo scudo in dono
o quel destrier, che miei non piu tuoi sono :
xxxv
ne s'anco stesse a te di torre e darli,
mi parrebbe che '1 cambio convenisse,
Tu di' che Ruggier tieni per vietarli
il male influsso di sue stelle fisse.
che non puoi saperlo, o non schivarli,
sappiendol, cio che '1 ciel di lui prescrisse:
ma se '1 mal tuo, c'hai si vicin, non vedi,
peggio Paltrui c'ha da venir prevedi.
CANTO QUARTO 73
XXXVI
Non pregar ch'io t'uccida, ch'i tuoi preghi
sariano indarno ; e se pur vuoi la morte,
ancor che tutto il mondo dar la nieghi,
da se la puo aver sempre animo forte.
Ma pria che 1'alma da la carne sleghi,
a tutti i tuoi prigioni apri le porte.
Cosi dice la donna, e tuttavia
il mago preso incontra al sasso invia.
XXXVII
Legato de la sua propria catena
andava Atlante, e la donzella appresso,
che cosi ancor se ne fidava a pena,
ben che in vista parea tutto rimesso.
Non molti passi dietro se la mena,
ch'a pie del monte han ritrovato il fesso,
e li scaglioni onde si monta in giro,
fin ch'alla porta del castel saliro.
XXXVIII
Di su la soglia Atlante un sasso tolle,
di caratteri e strani segni insculto.
Sotto, vasi vi son che chiamano olle,
che fuman sempre, e dentro han foco occulto.
L'incantator le spezza; e a un tratto il colle
riman deserto, inospite et inculto ;
ne muro appar ne torre in alcun lato,
come se mai castel non vi sia stato.
xxxix
Sbrigossi da la donna il mago allora,
come fa spesso il tordo da la ragna;
e con lui sparve il suo castello a un'ora,
e lascio in liberta quella compagna.
Le donne e i cavallier si trovar fuora
de le superbe stanze alia campagna:
e furon di lor molte a chi ne dolse,
che tal franchezza un gran piacer lor tolse.
74 ORLANDO FURIOSO
XL
Quivi e Gradasso, quivi e Sacripante,
quivi e Prasildo, il nobil cavalliero
che con Rinaldo venne di Levante,
e seco Iroldo, il par d'amici vero.
Al fin trovo la bella Bradamante
quivi il desiderate suo Ruggiero,
che, poi che n'ebbe certa conoscenza,
le fe j buona e gratissima accoglienza;
XLI
come a colei che piu che gli occhi sui,
piu che '1 suo cor, piu che la propria vita
Ruggiero amo dal di ch'essa per lui
si trasse 1'elmo, onde ne fu ferita.
Lungo sarebbe a dir come, e da cui,
e quanto ne la selva aspra e romita
si cercar poi la notte e il giorno chiaro;
ne, se non qui, mai piu si ritrovaro.
XLII
Or che quivi la vede, e sa ben ch'ella
e stata sola la sua redentrice,
di tanto gaudio ha pieno il cor, che appella
se fortunato et unico felice.
Scesero il monte, e dismontaro in quella
valle, ove fu la donna vincitrice,
e dove 1'ippogrifo trovaro anco,
ch'avea lo scudo, ma coperto, al fianco.
XLIII
La donna va per prenderlo nel freno,
e quel Paspetta fin che se gli accosta;
poi spiega Tale per Paer sereno,
e si ripon non lungi a mezza costa.
Ella lo segue; e quel ne piu ne meno
si leva in aria, e non troppo si scosta;
come fa la cornacchia in secca arena,
che dietro il cane or qua or Ik si mena.
CANTO QUARTO 75
XLIV
Ruggier, Gradasso, Sacripante, e tutti
quei cavallier che scesi erano insieme,
chi di su, chi di giu, si son ridutti
dove che torni il volatore han speme.
Quel, poi che gli altri invaxio ebbe condutti
piu volte e sopra le cime supreme
e negli umidi fondi tra quei sassi,
presso a Ruggiero al fin ritenne i passi.
XLV
E questa opera fu del vecchio Atlante,
di cui non cessa la pietosa voglia
di trar Ruggier del gran periglio instante :
di cio sol pensa e di ci6 solo ha doglia.
Pero gli manda or Pippogrifo avante,
perch6 d'Europa con questa arte il toglia.
Ruggier lo piglia, e seco pensa trarlo,
ma quei s'arretra e non vuol seguitarlo.
XLVI
Or di Frontin quei animoso smonta
(Frontino era nomato il suo destriero),
e sopra quei che va per 1'aria monta,
e con li spron gli adizza il core altiero.
Quel corre alquanto, et indi i piedi ponta,
e sale inverso il ciel, via piu leggiero
che '1 girifalco, a cui lieva il capello
il mastro a tempo, e fa veder Taugello.
XLVII
La bella donna, che si in alto vede
e con tanto periglio il suo Ruggiero,
resta attonita in modo, che non riede
per lungo spazio al sentimento vero.
Ci6 che gia inteso avea di Ganimede
ch'al ciel fu assunto dal paterno impero,
dubita assai che non accada a quello,
non men gentil di Ganimede e bello.
76 ORLANDO FURIOSO
XLVIII
Con gli occhi fissi al ciel lo segue quanto
basta il veder; ma poi che si dilegua
si, che la vista non puo correr tanto,
lascia che sempre 1'animo lo segua.
Tuttavia con sospir, gemlto e pianto
non ha, ne vuol aver pace ne triegua.
Poi che Ruggier di vista se le tolse,
al buon destrier Frontin gli occhi rivolse:
XLIX
e si deliber6 di non lasciarlo,
che fosse in preda a chi venisse prima;
ma di condurlo seco, e di poi darlo
al suo signer ch'anco veder pur stima.
Poggia Paugel, ne pu6 Ruggier frenarlo:
di sotto rimaner vede ogni cima
et abbassarsi in guisa, che non scorge
dove e. piano il terren ne dove sorge.
Poi che si ad alto vien, ch'un picciol punto
10 puo stimar chi da la terra il mira,
prende la via verso ove cade a punto
11 sol, quando col Granchio si raggira:
e per Faria ne va come legno unto
a cui nel mar propizio vento spira.
Lascianlo andar, che fara buon camino,
e torniamo a Rinaldo paladino.
LI
Rinaldo 1'altro e Paltro giorno scorse,
spinto dal vento, un gran spazio di mare,
quando a ponente e quando contra TOrse,
che notte e di non cessa mai soffiare.
Sopra la Scozia ultimamente sorse,
dove la selva Calidonia appare,
che spesso fra gli antiqui ombrosi cerri
s'ode sonar di bellicosi ferri.
CANTO QUARTO 77
LII
Vanno per quella i cavallieri erranti,
incliti in arme, di tutta Bretagna,
e de' prossimi luoghi e de' distant!,
di Francia, di Norvegia e de Lamagna.
Chi non ha gran valor, non vada inanti,
che dove cerca onor, morte guadagna.
Gran cose in essa gia fece Tristano,
Lancilotto, Galasso, Artu e Galvano,
LIII
et altri cavallieri e de la nuova
e de la vecchia Tavola famosi:
restano ancor di piu d'una lor pruova
li monumenti e li trofei pomposi.
L'arme Rinaldo e il suo Baiardo truova,
e tosto si fa por nei liti ombrosi,
et al nochier comanda che si spicche
e lo vada aspettar a Beroicche.
LIV
Senza scudiero e senza compagnia
va il cavallier per quella selva immensa,
facendo or una et or un'altra via,
dove piu aver strane aventure pensa.
Capit6 il primo giorno a una badia
che buona parte del suo aver dispensa
in onorar nel suo cenobio adorno
le donne e i cavallier che vanno attorno.
LV
Bella accoglienza i monachi e 1'abbate
fero a Rinaldo, il qual domand6 loro
(non prima gia che con vivande grate
avesse avuto il ventre amplo ristoro)
come dai cavallier sien ritrovate
spesso aventure per quel tenitoro,
dove si possa in qualche fatto eggregio
1'uom dimostrar, se merta biasmo o pregio.
78 ORLANDO FURIOSO
LVI
Risposongli ch'errando in quelli boschi,
trovar potria strane aventure e molte :
ma come i luoghi, i fatti ancor son foschi;
che non se n'ha notizia le piu volte.
Cerca diceano andar dove conoschi
che Popre tue non restino sepolte,
accio dietro al periglio e alia fatica
segua la fama, e il debito ne dica.
LVII
E se del tuo valor cerchi far prova,
t'e preparata la piu degna impresa
che ne 1'antiqua etade o ne la nova
giamai da cavallier sia stata presa.
La figlia del re nostro or se ritrova
bisognosa d'aiuto e di difesa
contra un baron che Lurcanio si chiama,
che tor le cerca e la vita e la fama.
LVIII
Questo Lurcanio al padre Pha accusata
(forse per odio piu che per ragione)
averla a mezza notte ritrovata
trarr'un suo amante a se sopra un verrone.
Per le leggi del regno condannata
al fuoco fia, se non truova campione
che fra un mese, oggimai presso a finire,
Finiquo accusator faccia mentire.
LIX
L'aspra legge di Scozia, empia e severa,
vuol ch'ogni donna, e di ciascuna sorte,
ch'ad uom si giunga, e non gli sia mogliera,
s'accusata ne viene, abbia la morte.
Ne riparar si puo ch'ella non pera,
quando per lei non venga un guerrier forte
che tolga la difesa, e che sostegna
che sia innocente e di morire indegna.
CANTO QUARTO 79
LX
II re, dolente per Ginevra bella
(che cosi nominata e la sua figlia),
ha publicato per citta e castella,
che s'alcun la diffesa di lei piglia,
e che 1'estingua la calunnia fella
(pur che sia nato di nobil famiglia),
Favra per moglie, et uno stato, quale
fia convenevol dote a donna tale.
LXI
Ma se fra un mese alcun per lei non viene,
o venendo non vince, sara uccisa.
Simile impresa meglio ti conviene,
ch'andar pei boschi errando a questa guisa:
oltre ch'onor e fama, te n'aviene
ch'in eterno da te non fia divisa,
guadagni il fior di quante belle donne
da Tlndo sono all'Atlantee colonne;
LXII
e una ricchezza appresso, et uno stato
che sempre far ti pu6 viver contento;
e la grazia del re, se suscitato
per te gli fia il suo onor, che e quasi spento.
Poi per cavalleria tu se' ubligato
a vendicar di tanto tradimento
costei, che per commune opinione,
di vera pudicizia e un paragone.
LXIII
Pens6 Rinaldo alquanto, e poi rispose:
Una donzella dunque de' morire
perche lascio sfogar ne Pamorose
sue braccia al suo amator tanto desire?
Sia maladetto chi tal legge pose,
e maladetto chi la pu6 patire!
Debitamente muore una crudele,
non chi da vita al suo amator fedele.
8o ORLANDO FURIOSO
LXIV
Sia vero o falso che Ginevra tolto
s'abbia il suo amante, io non riguardo a questo :
d'averlo fatto la loderei molto,
quando non fosse stato manifesto.
Ho in sua diffesa ogni pensier rivolto:
datemi pur un chi mi guidi presto,
e dove sia 1'accusator mi mene;
ch'io spero in Dio Ginevra trar di pene.
LXV
Non vo* gia dir ch'ella non 1'abbia fatto;
che nol sappiendo, il falso dir potrei:
diro ben che non de' per simil atto
punizion cadere alcuna in lei;
e diro che fu ingiusto o che fu matto
chi fece prima li statuti rei;
e come iniqui rivocar si denno,
e nuova legge far con miglior senno.
LXVI
S'un medesimo ardor, s'un disir pare
inchina e sforza Puno e 1'altro sesso
a quel suave fin d'amor, che pare
all'ignorante vulgo un grave eccesso;
perche si de' punir donna o biasmare,
che con uno o piu d'uno abbia commesso
quel che 1'uom fa con quante n'ha appetito,
e lodato ne va, non che impunito ?
LXVII
Son fatti in questa legge disuguale
veramente alle donne espressi torti;
e spero in Dio mostrar che gli e gran male
che tanto lungamente si comporti.
Rinaldo ebbe il consenso universaie,
che fur gli antiqui ingiusti e mali accorti,
che consentiro a cosi iniqua legge,
e mal fa il re che puo ne la corregge.
CANTO QUARTO 8l
LXVIII
Poi die la luce Candida e vermiglia
de 1'altro giorno aperse 1'emispero,
Rinaldo 1'arme e il suo Baiardo piglia,
e di quella badia tolle un scudiero,
che con lui viene a molte leghe e miglia,
sempre nel bosco orribilrnente fiero,
verso la terra ove la lite nupva
de la donzella de' venir in pruova.
LXIX
Avean, cercando abbreviar camino,
lasciato pel sentier la maggior via;
quando un gran pianto udir sonar vicino,
che la foresta d'ogn'intorno empia.
Baiardo spinse Tun, 1'altro il ronzino
verso una valle onde quel grido uscia:
e fra dui mascalzoni una donzella
vider, che di lontan parea assai bella;
LXX
ma lacrimosa e addolorata quanto
donna o donzella o mai persona fosse.
Le sono dui col ferro nudo a canto,
per farle far Terbe di sangue rosse.
Ella con preghi differendo alquanto
giva il morir, sin che pieta si mosse.
Venne Rinaldo ; e come se n'accorse,
con alti gridi e gran minaccie accorse.
LXXI
Voltaro i malandrin tosto le spalle,
che '1 soccorso lontan vider venire,
e se appiattar ne la profonda valle.
II paladin non li cur6 seguire :
venne a la donna, e qual gran colpa dalle
tanta punizion, cerca d'udire;
e per tempo avanzar, fa allo scudiero
levarla in groppa, e torna al suo sentiero.
82 ORLANDO FURIOSO
LXXII
E cavalcando poi meglio la guata
molto esser bella e di maniere accorte,
ancor che fosse tutta spaventata
per la paura ch'ebbe de la morte.
Poi ch'ella fu di nuovo domandata
chi Pavea tratta a si infelice sorte,
incominci6 con umil voce a dire
quel ch'io vo' all'altro canto differire.
CANTO QUINTO 83
CANTO QUINTO
I
Tutti gli altri animal che sono in terra,
o che vivon quieti e stanno in pace,
o se vengono a rissa e si fan guerra,
alia femina il maschio non la face:
1'orsa con Torso al bosco sicura erra,
la leonessa appresso il leon giace;
col lupo vive la lupa sicura,
n6 la iuvenca ha del torel paura.
II
Ch'abominevol peste, che Megera
e venuta a turbar gli umani petti?
che si sente il marito e la mogliera
sempre garrir d'ingiuriosi detti,
stracciar la faccia e far livida e nera,
bagnar di pianto i geniali letti;
e non di pianto sol, ma alcuna volta
di sangue gli ha bagnati Tira stolta.
in
Parmi non sol gran mal, ma che Tuom faccia
contra natura e sia di Dio ribello,
che s'induce a percuotere la faccia
di bella donna, o romperle un capello;
ma chi le da veneno, o chi le caccia
Talma del corpo con laccio o coltello,
ch'uomo sia quel non creder6 in eterno,
ma in vista umana un spirto de Tinferno.
84 ORLANDO FURIOSO
IV
Cotali esser doveano i duo ladroni
che Rinaldo caccio da la donzella,
da lor condotta in quei scuri valloni
perche non se n'udisse piu novella.
10 lasciai ch'ella render le cagioni
s'apparechiava di sua sorte fella
al paladin, che le fu buono amico:
or, seguendo Pistoria, cosi dico.
v
La donna incominci6 : Tu intenderai
la maggior crudeltade e la piu espressa,
ch'in Tebe o in Argo o ch'in Micene mai,
o in loco piu crudel fosse commessa.
E se rotando il sole i chiari rai,
qui men ch'all'altre region s'appressa,
credo ch'a noi malvolentieri arrivi,
perche veder si crudel gente schivi.
VI
Ch'agli nemici gli uomini sien crudi,
in ogni eta se n'e veduto esempio;
ma dar la morte a chi procuri e studi
11 tuo ben sempre, e troppo ingiusto et empio.
E acci6 che meglio il vero io ti denudi,
perche costor volessero far scempio
degli anni verdi miei contra ragione,
ti dir6 da principio ogni cagione.
VII
Voglio che sappi, signer mio, ch'essendo
ten era ancora, alii servigi venni
de la figlia del re, con cui crescendo,
buon luogo in corte et onorato tenni.
Crudele Amore, al mio stato invidendo,
fe* che seguace, ahi lassa! gli divenni:
fe* d'ogni cavallier, d'ogni donzello
parermi il duca d' Albania piu bello.
CANTO QUINTO 85
VIII
Perche egli mostro amarmi piu che molto,
io ad amar lui con tutto il cor mi mossi.
Ben s'ode il ragionar, si vede il volto,
ma dentro il petto mal giudicar possi.
Credendo, amando, non cessai che tolto
1'ebbi nel letto, e non guardai ch'io fossi
di tutte le real camere in quella
che piu secreta avea Ginevra bella;
IX
dove tenea le sue cose piu care,
e dove le piu volte ella dormia.
Si pu6 di quella in s'un verrone entrare,
che fuor del muro al discoperto uscia.
Io facea il mio amator quivi montare,
e la scala di corde, onde salia,
10 stessa dal verron giu gli mandai
qual volta meco aver Io desiai:
x
che tante volte ve Io fei venire,
quanto Ginevra me ne diede I 5 agio,
che solea mutar letto, or per fuggire
11 tempo ardente, or il brumal malvagio.
Non fu veduto d'alcun mai salire,
per6 che quella parte del palagio
risponde verso alcune case rotte,
dove nessun mai passa o giorno o notte.
XI
Continu6 per molti giorni e mesi
tra noi secreto Tamoroso gioco:
sempre crebbe 1'amore; e si m'accesi,
che tutta dentro io mi sentia di foco :
e cieca ne fui si, ch'io non compresi
ch'egli fingeva molto, e amava poco;
ancor che li suo ? inganni discoperti
esser doveanmi a mille segni certi.
86 ORLANDO FURIOSO
XII
Dopo alcun di si mostro nuovo amante
de la bella Ginevra. lo non so appunto
s'allora cominciasse, o pur inante
de Famor mio n'avesse il cor gia punto.
Vedi s'in me venuto era arrogante,
s'imperio nel mio cor s'aveva assunto;
che mi scoperse, e non ebbe rossore
chiedermi aiuto in questo nuovo amore.
XIII
Ben mi dicea ch'uguale al mio non era,
ne vero amor quel ch'egli avea a costei ;
ma simulando esserne acceso, spera
celebrarne i legitimi imenei.
Dal re ottenerla fia cosa leggiera,
qualor vi sia la volonta di lei ;
che di sangue e di stato in tutto il regno
non era, dopo il re, di lu' il piii degno.
XIV
Mi persuade, se per opra mia
potesse al suo signor genero farsi
(che veder posso che se n'alzeria
a quanto presso al re possa uomo alzarsi),
che me n'avria bon merto, e non saria
mai tanto beneficio per scordarsi;
e ch'alla moglie e ch'ad ogn'altro inante
mi porrebbe egli in sempre essermi amante.
xv
lo ch'era tutta a satisfargli intenta,
ne seppi o volsi contradirgli mai,
e sol quei giorni io mi vidi contenta,
ch'averlo compiaciuto mi trovai;
piglio 1'occasion che s'appresenta
di parlar d'esso e di lodarlo assai;
et ogni industria adopro, ogni fatica,
per far del mio amator Ginevra arnica.
CANTO QUINTO 87
XVI
Feci col core e con Feffetto tutto
quel che far si poteva, e sallo Idio ;
ne con Ginevra mai potei far frutto,
ch'io le ponessi in grazia il duca mio:
e questo, che ad amar ella avea indutto
tutto il pensiero e tutto il suo disio
un gentil cavallier, bello e cortese,
venuto in Scozia di lontan paese;
XVII
che con un suo fratel ben giovinetto
venne d' Italia a stare in questa corte;
si fe' ne Farme poi tanto perfetto,
che la Bretagna non avea il piu forte.
II re Famava, e ne mostro Feffetto;
che gli dono di non picciola sorte
castella e ville e iuridizioni,
e lo fe' grande al par dei gran baroni.
XVIII
Grato era al re, piu grato era alia figlia
quel cavallier chiamato Ariodante,
per esser valoroso a maraviglia;
ma piu, ch'ella sapea che Fera amante.
Ne Vesuvio, ne il monte di Siciglia,
ne Troia avamp6 mai di fiamme tante,
quante ella conoscea che per suo amore
Ariodante ardean per tutto il core.
XIX
L'amar che dunque ella facea colui
con cor sincere e con perfetta fede,
fe 5 che pel duca male udita fui;
ne mai risposta da sperar mi diede:
anzi quanto io pregava piu per lui
e gli studiava d'impetrar mercede,
ella, biasmandol sempre e dispregiando,
se gli venia piu sempre inimicando.
ORLANDO FURIOSO
XX
lo confortai Tamator mio sovente,
che volesse lasciar la vana impresa;
ne si sperasse mai volger la mente
di costei, troppo ad altro amore intesa:
e gli feci conoscer chiaramente
come era si d'Ariodante accesa,
che quanta acqua e nel mar piccola dramma
non spegneria de la sua immensa fiamma.
XXI
Questo da me piii volte Polinesso
(che cosi nome ha il duca) avendo udito,
e ben compreso e visto per se stesso
che molto male era il suo amor gradito ;
non pur di tanto amor si fu rimesso,
ma di vedersi un altro preferito,
come superbo, cosi mal sofferse,
che tutto in ira e in odio si converse.
XXII
E tra Ginevra e Famator suo pensa
tanta discordia e tanta lite porre,
e farvi inimicizia cosi intensa,
che mai piu non si possino comporre;
e por Ginevra in ignominia immensa
donde non s'abbia o viva o morta a torre:
ne de 1'iniquo suo disegno meco
volse o con altri ragionar che seco.
XXIII
Fatto il pensier: ((Dalinda mia, mi dice
(che cosi son nomata) saper dei,
che come suol tornar da la radice
arbor che tronchi e quattro volte e sei,
cosi la pertinacia mia infelice,
ben che sia tronca dai successi rei,
di germogliar non resta; che venire
pur vorria a fin di questo suo desire.
CANTO QUINTO
XXIV
E non lo bramo tanto per diletto,
quanto perche vorrei vincer la pruova;
e non possendo farlo con effetto,
s'io lo fo imaginando, anco mi giova.
Voglio, qual volta tu mi dai ricetto,
quando allora Ginevra si ritruova
nuda nel letto, che pigli ogni vesta
ch'ella posta abbia, e tutta te ne vesta.
XXV
Come ella s'orna e come il crin dispone
studia imitarla, e cerca il phi che sai
di parer dessa, e poi sopra il verrone
a mandar giu la scala ne verrai.
10 verr6 a te con imaginazione
che quella sii, di cui tu i panni avrai:
e cosi spero, me stesso ingannando,
venir in breve il mio desir sciemando.
XXVI
Cosi disse egli. lo che divisa e sevra
e lungi era da me, non posi mente
che questo in che pregando egli persevra,
era una fraude pur troppo evidente;
e dal verron, coi panni di Ginevra,
mandai la scala onde sali sovente;
e non m'accorsi prima de 1'inganno,
che n'era gia tutto accaduto il danno.
XXVII
Fatto in quel tempo con Ariodante
11 duca avea queste parole o tali
(che grandi amici erano stati inante
che per Ginevra si fesson rivali):
Mi maraviglio incomincio il mio amante
ch'avendoti io fra tutti li mie' uguali
sempre avuto in rispetto e sempre amato,
ch'io sia da te si mal rimunerato.
90 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
lo son ben certo che comprendi e sai
di Ginevra e di me 1'antiquo amore;
e per sposa legitima oggimai
per impetrarla son dal mio signore.
Perche mi turbi tu ? perche pur vai
senza frutto in costei ponendo il core ?
lo ben a te rispetto avrei, per Dio,
s'io nel tuo grado fossi, e tu nel mio.
XXIX
Et io rispose Ariodante a lui
ccdi te mi maraviglio maggiormente;
che di lei prima inamorato fui,
che tu Tavessi vista solamente:
e so che sai quanto e 1'amor tra nui,
ch'esser non puo, di quel che sia, piu ardente;
e sol d'essermi moglie intende e brama:
e so che certo sai ch'ella non t'ama.
xxx
Perche non hai tu dunque a me il rispetto
per 1'amicizia nostra che domande
ch'a te aver debba, e ch'io t'avre' in efFetto,
se tu fossi con lei di me piu grande ?
Ne men di te per moglie averla aspetto,
se ben tu sei piu ricco in queste bande:
io non son meno al re, che tu sia, grato,
ma piu di te da la sua figlia amato.
XXXI
0h, disse il duca a lui grande e cotesto
errore a che t'ha il folle amor condutto!
Tu credi esser piu amato; io credo questo
medesmo: ma si pu6 vedere al frutto.
Tu fammi cio c'hai seco manifesto,
et io il secreto mio t'apriro tutto;
e quel di noi che manco aver si veggia,
ceda a chi vince, e d'altro si proveggia.
CANTO QUINTO
XXXII
E sar6 pronto, se tu vuoi ch'io giuri
di non dir cosa mai che mi riveli:
cosi voglio ch'ancor tu m'assicuri
che quel ch'io ti dir6, sempre mi celi.
Venner dunque d'accordo alii scongiuri,
e posero le man sugli Evangeli:
e poi che di tacer fede si diero,
Ariodante incomincio primiero.
XXXIII
E disse per lo giusto e per lo dritto
come tra se e Ginevra era la cosa;
ch'ella gli avea giurato, e a bocca e in scritto,
che mai non saria ad altri ch'allui sposa;
e se dal re le venia contraditto,
gli promettea di sempre esser ritrosa
da tutti gli altri maritaggi poi,
e viver sola in tutti i giorni suoi :
XXXIV
e ch'esso era in speranza, pel valore
ch'avea mostrato in arme a piu d'un segno,
et era per mostrare a laude, a onore,
a beneficio del re e del suo regno,
di crescere tanto in grazia al suo signore,
che sarebbe da lui stimato degno
che la figliuola sua per moglie avesse,
poi che piacer a lei cosl intendesse.
xxxv
Poi disse: A questo termine son io,
ne credo gia ch'alcun mi venga appresso;
ne cerco piu di questo, ne desio
de 1'amor d'essa aver segno piu espresso;
ne piu vorrei, se non quanto da Dio
per connubio legitimo e concesso:
e saria invano il domandar piu inanzi,
che di bonta so come ogn'altra avanzi.
92 ORLANDO FURIOSO
XXXVI
Poi ch'ebbe il vero Ariodante esposto
de la merce ch'aspetta a sua fatica,
Polinesso, che gia s'avea proposto
di far Ginevra al suo amator nemica,
cominci6 : Sei da me molto discosto,
e vo' che di tua bocca anco tu '1 dica;
e del mio ben veduta la radice,
che confess! me solo esser felice.
XXXVII
Finge ella teco, ne t'ama ne prezza;
che ti pasce di speme e di parole:
oltra questo, il tuo amor sempre a sciochezza,
quando meco ragiona, imputar suole.
lo ben d'esserle caro altra certezza
veduta n'ho, che di promesse e fole;
e tel diro sotto la fe in secreto,
ben che farei piu il debito a star cheto.
XXXVIII
Non passa mese, che tre, quattro e sei
e talor diece notti io non mi truovi
nudo abbracciato in quel piacer con lei,
ch'alP amoroso ardor par che si giovi:
si che tu puoi veder s'a' piacer miei
son d'aguagliar le ciance che tu pruovi.
Cedimi dunque e d'altro ti provedi,
poi che si inferior di me ti vedi.
xxxix
Non ti vo' creder questo,)) gli rispose
Ariodante e certo so che menti;
e composto fra te t'hai queste cose
accio che da Pimpresa io mi spaventi:
ma perche a lei son troppo ingiuriose,
questo c'hai detto sostener convienti;
che non bugiardo sol, ma voglio ancora
che tu sei traditor mostrarti or ora.
CANTO QUINTO 93
XL
Suggiunse il duca: Non sarebbe onesto
che noi volessen la battaglia torre
di quel che t'offerisco manifesto,
quando ti piaccia, inanzi agli occhi porre.
Resta smarrito Ariodante a questo,
e per Fossa un tremor freddo gli scorre;
e se creduto ben gli avesse a pieno,
venia sua vita allora allora meno.
XLI
Con cor trafitto e con pallida faccia,
e con voce tremante e bocca amara
rispose : Quando sia che tu mi faccia
veder questa aventura tua si rara,
prometto di costei lasciar la traccia,
a te si liberale, a me si avara:
ma ch'io tel voglia creder, non far stima,
s'io non lo veggio con questi occhi prima.
XLII
<c Quando ne sara il tempo, avisarotti ,
suggiunse Polinesso, e dipartisse.
Non credo che passar piu di due notti,
ch'ordine fu che '1 duca a me venisse.
Per scoccar dunque i lacci che condotti
avea si cheti, and6 al rivale, e disse
che s'ascondesse la notte seguente
tra quelle case ove non sta mai gente:
XLIII
e dimostrc-gli un luogo a dirimpetto
di quel verrone ove solea salire.
Ariodante avea preso sospetto
che lo cercasse far quivi venire,
come in un luogo dove avesse eletto
di por gli aguati, e farvelo morire,
sotto questa finzion, che vuol mostrargli
quel di Ginevra ch'impossibil pargli.
94 ORLANDO FURIOSO
XLIV
Di volervi venir prese partito,
ma in guisa che di lui non sia men forte;
perche accadendo che fosse assalito,
si truovi si, che non tema di morte.
Un suo fratello avea saggio et ardito,
il piu famoso in arme de la corte,
detto Lurcanio; e avea piu cor con esso,
che se dieci altri avesse avuto appresso.
XLV
Seco chiamollo, e volse che prendesse
rarme; e la notte lo men6 con lui:
non che '1 secreto suo gia gli dicesse;
n6 Favria detto ad esso ne ad altrui.
Da se lontano un trar di pietra il messe :
Se mi senti chiamar, vien disse a nui;
ma se non senti, prima ch'io ti chiami,
non ti partir di qui, frate, se m'ami.
XL VI
Va pur, non dubitar, disse il fratello:
e cosi venne Ariodante cheto,
e si ce!6 nel solitario ostello
ch'era d'incontro al mio verron secreto.
Vien d'altra parte il fraudolente e fello,
che d'infamar Ginevra era si Heto;
e fa il segno, tra noi solito inante,
a me che de Finganno era ignorante.
XL VII
Et io con veste Candida e fregiata
per mezzo a liste d'oro e d'ogn'intorno,
e con rete pur d'or, tutta adombrata
di bei fiocchi vermigli, al capo intorno
(foggia che sol fu da Ginevra usata,
non d'alcun'altra), udito il segno, torno
sopra il verron, ch'in modo era locato,
che mi scopria dinanzi e d'ogni lato.
CANTO QUINTO 95
XL VIII
Lurcanio in questo mezzo dubitando
die '1 fratello a pericolo non vada,
o come e pur commun disio, cercando
di spiar sempre cio che ad altri accada;
1'era plan plan venuto seguitando,
tenendo I'ombre e la piu oscura strada:
e a men di dieci passi a lui discosto,
nel medesimo ostel s'era riposto.
XLIX
Non sappiendo io di questo cosa alcuna,
venni al verron ne 1'abito c'ho detto,
si come gia venuta era piu d'una
e piu di due fiate a buono effetto.
Le veste si vedean chiare alia luna;
ne dissimile essendo anch'io d'aspetto
ne di persona da Ginevra molto,
fece parere un per un altro il volto:
L
e tanto piu, ch'era gran spazio in mezzo
fra dove io venni e quelle inculte case,
ai dui fratelli, che stavano al rezzo,
il duca agevolmente persuase
quel ch'era falso. Or pensa in che ribrezzo
Ariodante, in che dolor rimase.
Vien Polinesso, e alia scala s'appoggia
che giu manda'gli, e monta in su la loggia.
LI
A prima giunta io gli getto le braccia
al collo, ch'io non penso esser veduta;
Io bacio in bocca e per tutta la faccia,
come far soglio ad ogni sua venuta.
Egli piu de 1'usato si procaccia
d'accarezzarmi, e la sua fraude aiuta.
Quell' altro al rio spettacolo condutto,
misero sta lontano, e vede il tutto.
96 ORLANDO FURIOSO
LII
Cade in tanto dolor, che si dispone
allora allora di voler morire;
e il pome de la spada in terra pone,
che su la punta si volea ferire.
Lurcanio che con grande ammirazione
avea veduto il duca a me salire,
ma non gia conosciuto chi si fosse,
scorgendo Tatto del fratel, si mosse;
LIII
e gli viet6 che con la propria mano
non si passasse in quel furore il petto.
S'era piu tardo o poco piu lontano,
non giugnea a tempo, e non faceva effetto.
ccAh misero fratel, fratello msano,
grido perc'hai perduto Fintelletto,
ch'una femina a morte trar ti debbia?
ch'ir possan tutte come al vento nebbia!
LIV
Cerca far morir lei, che morir merta,
e serva a piu tuo onor tu la tua morte.
Fu d'amar lei, quando non t'era aperta
la fraude sua: or e da odiar ben forte,
poi che con gli occhi tuoi tu vedi certa
quanto sia meretrice, e di che sorte.
Serba quest'arme che volti in te stesso,
a far dinanzi al re tal fallo espresso.
LV
Quando si vede Ariodante giunto
sopra il fratel, la dura impresa lascia;
ma la sua intension da quel ch'assunto
avea gia di morir, poco s'accascia.
Quindi si leva, e porta non che punto,
ma trapassato il cor d'estrema ambascia;
pur finge col fratel, che quel furore
non abbia piu che dianzi avea nel core.
CANTO QUINTO 97
LVI
II seguente matin, senza far motto
al suo fratello o ad altri, in via si messe
da la mortal disperazion condotto;
ne di lui per piu di fu chi sapesse.
Fuor che '1 duca e il fratello, ogn'altro indbtto
era chi mosso al dipartir Favesse.
Ne la casa del re di lui diversi
ragionamenti e in tutta Scozia fersi.
LVII
In capo d'otto o di piu giorni in corte
venne inanzi a Ginevra un viandante,
e novelle arreco di mala sorter
che s'era in mar summerso Ariodante
di volontaria sua libera morte,
non per colpa di borea o di levante.
D'un sasso che sul mar sporgea molt' alto
avea col capo in giu preso un gran salto.
LVIII
Colui dicea: Pria che venisse a questo,
a me che a caso riscontro per via,
disse: "Vien meco, accio che manifesto
per te a Ginevra il mio successo sia;
e dille poi, che la cagion del resto
che tu vedrai di me, ch'or ora fia,
e stato sol perc'ho troppo veduto:
felice, se senza occhi io fossi suto!"
LIX
Eramo a caso sopra Capobasso,
che verso Irlanda alquanto sporge in mare.
Cosi dicendo, di cima d'un sasso
lo vidi a capo in giu sott'acqua andare.
Io lo lasciai nel mare, et a gran passo
ti son venuto la nuova a portare.
Ginevra, sbigottita e in viso smorta,
rimase a quello annunzio mezza morta.
ORLANDO FURIOSO
LX
Oh Dio, che disse e fece poi che sola
si ritrov6 nel suo fidato letto!
percosse il seno, e si straccio la stola,
e fece all'aureo crin dan.no e dispetto;
ripetendo sovente la parola
ch'Ariodante avea in estremo detto:
che la cagion del suo caso empio e tristo
tutta venia per aver troppo visto.
LXI
II rumor scorse di costui per tutto,
che per dolor s'avea dato la morte.
Di questo il re non tenne il viso asciutto,
n cavallier ne* donna de la corte.
Di tutti il suo fratel mostr6 piu lutto ;
e si sommerse nel dolor si forte,
ch'ad essempio di lui, contra se stesso
volt6 quasi la man per irgli appresso.
LXII
E molte volte ripetendo seco
che fu Ginevra che '1 fratel gli estinse,
e che non fu se non quelPatto bieco
che di lei vide, ch'a morir lo spinse;
di voler vendicarsene si cieco
venne, e si 1'ira e si il dolor lo vinse,
che di perder la grazia vilipese,
et aver 1'odio del re e del paese.
LXIII
E inanzi al re, quando era piu di gente
la sala plena, se ne venne, e disse:
Sappi, signor, che di levar la mente
al mio fratel, si ch'a morir ne gisse,
stata & la figlia tua sola nocente;
ch'a lui tanto dolor Talma trafisse
d'aver veduta lei poco pudica,
che piu che vita ebbe la morte arnica.
CANTO QUINTO 99
LXIV
Erane amante, e perche le sue voglie
disoneste non fur, nol vo' coprire:
per virtu meritarla aver per moglie
da te sperava e per fedel servire;
ma mentre il lasso ad odorar le foglie
stava lontano, altrui vide salire,
salir su 1'arbor riserbato, e tutto
essergli tolto il disiato frutto.
LXV
E seguito, come egli avea veduto
venir Ginevra sul verrone, e come
mand6 la scala, onde era a lei venuto
un drudo suo di chi egli non sa il nome,
che s'avea, per non esser conosciuto,
cambiati i panni e nascose le chiome.
Suggiunse che con Parme egli volea
provar tutto esser ver cio che dicea.
LXVI
Tu puoi pensar se '1 padre addolorato
riman, quando accusar sente la figlia;
si perche ode di lei quel che pensato
mai non avrebbe, e n'ha gran maraviglia;
si perche sa che fia necessitate
(se la difesa alcun guerrier non piglia,
il qual Lurcanio possa far mentire)
di condannarla e di farla morire.
LXVII
lo non credo, signor, che ti sia nuova
la legge nostra che condanna a morte
ogni donna e donzella che si pruova
di se far copia altrui ch'al suo consorte.
Morta ne vien, s'in un mese non truova
in sua difesa un cavallier si forte,
che contra il falso accusator sostegna
che sia innocente e di morire indegna.
100 ORLANDO FURIOSO
LXVIII
Ha fatto il re bandir, per liberarla
(che pur gli par ch'a torto sia accusata),
che vuol per moglie e con gran dote darla
a chi torra 1'infamia che l'e data.
Chi per lei comparisca non si parla
guerriero ancora, anzi Fun 1'altro guata;
che quel Lurcanio in arme e cosi fiero,
che par che di lui tema ogni guerriero,
LXIX
Atteso ha Tempia sorte che Zerbino,
fratel di lei, nel regno non si truove;
che va gia molti mesi peregrino,
mostrando di se in arme inclite pruove :
che quando si trovasse piu vicino
quel cavallier gagliardo, o in luogo dove
potesse avere a tempo la novella,
non mancheria d'aiuto alia sorella.
LXX
II re, ch'intanto cerca di sapere
per altra pruova, che per arme, ancora
se sono queste accuse o false o vere,
se dritto o torto e che sua figlia mora;
ha fatto prender certe cameriere
che lo dovrian saper, se vero fora:
ond'io previdi che se presa era io,
troppo periglio era del duca e mio.
LXXI
E la notte medesima mi trassi
fuor de la corte, e al duca mi condussi;
e gli feci veder quanto importassi
al capo d'amendua, se presa io fussi.
Lodommi, e disse ch'io non dubitassi:
a j suoi conforti poi venir m'indussi
ad una sua fortezza ch'e qui presso,
in compagnia di dui che mi diede esso.
CANTO QUINTO IOI
LXXII
Hai sentito, signer, con quanti effetti
de Famor mio fei Polinesso certo;
e s'era debitor per tai rispetti
d'avermi cara o no, tu '1 vedi aperto.
Or senti il guidardon che io ricevetti,
vedi la gran merce" del mio gran merto;
vedi se deve, per amare assai,
donna sperar d'essere amata mai,
LXXIII
che questo ingrato, perfido e crudele,
de la mia fede ha preso dubbio al fine :
venuto e in sospizion ch'io non rivele
al lungo andar le fraudi sue volpine.
Ha finto, acci6 che m'allontane e cele
fin che Tira e il furor del re decline,
voler mandarmi ad un suo luogo forte;
e mi volea mandar dritto alia morte;
LXXIV
che di secreto ha commesso alia guida,
che come m'abbia in queste selve tratta,
per degno premio di mia fe m'uccida.
Cosi Tintenzion gli venia fatta,
se tu non eri appresso alle mie grida.
Ve' come Amor ben chi lui segue, tratta!
Cosi narr6 Dalinda al paladino,
seguendo tuttavolta il lor camino;
LXXV
a cui fu sopra ogn'aventura, grata
questa d'aver trovata la donzella,
che gli avea tutta 1'istoria narrata
de 1'innocenzia di Ginevra bella.
E se sperato avea, quando accusata
ancor fosse a ragion, d'aiutar quella,
via con maggior baldanza or viene in prova,
poi che evidente la calunnia truova.
102 ORLANDO FURIOSO
LXXVI
E verso la citta di Santo Andrea,
dove era il re con tutta la famiglia,
e la battaglia singular dovea
esser de la querela de la figlia,
and6 Rinaldo quanto andar potea,
fin die vicino giunse a poche miglia;
alia citta vicino giunse, dove
trovo un scudier ch'avea piu fresche nuove:
LXXVII
ch'un cavallier istrano era venuto,
ch'a difender Ginevra s'avea tolto,
con non usate insegne, e sconoscmto,
per6 che sempre ascoso andava molto;
e che dopo che v'era, ancor veduto
non gli avea alcuno al discoperto il volto;
e che 1 proprio scudier che gli servia
dicea giurando: lo non so dir chi sia.
LXXVIII
Non cavalcaro molto, ch'alle mura
si trovar de la terra e in su la porta.
Dalinda andar piu inanzi avea paura;
pur va, poi che Rinaldo la conforta.
La porta e chiusa, et a chi n'avea cura
Rinaldo domand6: Questo ch'importa?
E fugli detto: perche '1 popul tutto
a veder la battaglia era ridutto,
LXXIX
che tra Lurcanio e un cavallier istrano
si fa ne 1'altro capo de la terra,
ove era un prato spazioso e piano;
e che gia cominciata hanno la guerra.
Aperto fu al signor di Montealbano,
e tosto il portinar dietro gli serra.
Per la vota citta Rinaldo passa,
ma la donzella al primo albergo lassa.
CANTO QUINTO 103
LXXX
E dice che sicura ivi si stia
fin che ritorni allei, che sara tosto;
e verso il campo poi ratto s'invia,
dove li dui guerrier dato e risposto
molto s'aveano e davan tuttavia.
Stava Lurcanio di mal cor disposto
contra Ginevra; e 1'altro in sua difesa
ben sostenea la favorita impresa.
LXXXI
Sei cavallier con lor ne lo steccato
erano a piedi, armati di corazza,
col duca d j Albania, ch'era montato
s'un possente corsier di buona razza.
Come a gran contestabile, a lui dato
la guardia fu del campo e de la piazza:
e di veder Ginevra in gran periglio
avea il cor lieto, et orgoglioso il ciglio.
LXXXII
Rinaldo se ne va tra gente e gente;
fassi far largo il buon destrier Baiardo:
chi la tempesta del suo venir sente,
a dargli via non par zoppo ne tardo.
Rinaldo vi compar sopra eminente,
e ben rassembra il fior d'ogni gagliardo;
poi si ferma all'incontro ove il re siede:
ognun s'accosta per udir che chiede.
LXXXIII
Rinaldo disse al re: Magno signore,
non lasciar la battaglia piu seguire;
perche* di questi dua qualunche more,
sappi ch'a torto tu '1 lasci morire.
L'un crede aver ragione, et e in errore,
e dice il falso, e non sa di mentire;
ma quel medesmo error che '1 suo germano
a morir trasse, a lui pon 1'arme in mano.
104 ORLANDO FURIOSO
LXXXIV
L'altro non sa se n'abbia dritto o torto;
ma sol per gentilezza e per bontade
in pericol si e posto d'esser morto,
per non lasciar morir tanta beltade.
lo la salute all'innocenzia porto ;
porto il contrario a chi usa falsitade.
Ma, per Dio, questa pugna prima parti,
poi mi da audienza a quel ch'io vo' narrarti.
LXXXV
Fu da 1'autorita d'un uom si degno,
come Rinaldo gli parea al sembiante,
si mosso il re, che disse e fece segno
che non andasse piu la pugna inante;
al quale insieme et ai baron del regno,
e ai cavallieri e all'altre turbe tante,
Rinaldo fe j 1'inganno tutto espresso
ch'avea ordito a Ginevra Polinesso.
LXXXVI
Indi s'offerse di voler provare
coU'arme, ch'era ver quel ch'avea detto.
Chiamasi Polinesso; et ei compare,
ma tutto conturbato ne Paspetto:
pur con audacia comincio a negare.
Disse Rinaldo: Or noi vedrem 1'efTetto.
L'uno e 1'altro era armato, il campo fatto,
si che senza indugiar vengono al fatto.
LXXXVII
Oh quanto ha il re, quanto ha il suo popul caro
che Ginevra a provar s'abbi innocent e!
tutti han speranza che Dio mostri chiaro
ch'impudica era detta ingiustamente.
Crudel, superbo e riputato avaro
fu Polinesso, iniquo e fraudolente;
si che ad alcun miracolo non fia,
che Pinganno da lui tramato sia.
CANTO QUINTO 105
LXXXVIII
Sta Polinesso con la faccia mesta,
col cor tremante e con pallida guancia;
e al terzo suon mette la lancia in resta.
Cosi Rinaldo inverso lui si lancia,
che disioso di finir la festa,
mira a passargli il petto con la lancia:
ne discorde al, disir segui Feffetto;
che mezza Pasta gli cacci6 nel petto.
LXXXIX
Fisso nel tronco lo transporta in terra
lontan dal suo destrier piu di sei braccia.
Rinaldo smonta subito, e gli afferra
Felmo, pria che si levi, e gli lo slaccia:
ma quel, che non pu6 far piu troppa guerra,
gli domanda merce con umil faccia,
e gli confessa, udendo il re e la corte,
la fraude sua che Pha condutto a morte.
xc
Non fini il tutto, e in mezzo la parola
e la voce e la vita Pabandona.
II re, che liberata la figliuola
vede da morte e da fama non buona,
piu s'allegra, gioisce e raconsola,
che s'avendo perduta la corona
ripor se la vedesse allora allora:
si che Rinaldo unicamente onora.
xci
E poi ch'al trar de Felmo conosciuto
Febbe, perch' altre volte Favea visto,
Iev6 le mani a Dio, che d'un aiuto
come era quel, gli avea si ben provisto.
QuelPaltro cavallier che, sconosciuto,
soccorso avea Ginevra al caso tristo,
et armato per lei s'era condutto,
stato da parte era a vedere il tutto.
106 ORLANDO FURIOSO
XCII
Dal re pregato fu di dire il nome,
o di lasciarsi almen veder scoperto,
accio da lui fosse premiato, come
di sua buona intension chiedeva il merto.
Quel, dopo lunghi preghi, da le chiome
si levo Telmo, e fe 7 palese e certo
quel che ne Taltro canto, ho da seguire,
se grata vi sara 1'istoria udire.
CANTO SESTO 107
CANTO SESTO
I
Miser chi mal oprando si confida
ch'ognor star debbia il maleficio occulto ;
che quando ogn'altro taccia, intorno grida
1'aria e la terra istessa in ch'e sepulto:
e Dio fa spesso che '1 peccato guida
il peccator, poi ch'alcun di gli ha indulto,
che se* medesmo, senza altrui richiesta,
innavedutamente manifesta.
ii
Avea creduto il miser Polinesso
totalmente il delitto suo coprire,
Dalinda consapevole d'appresso
levandosi, che sola il potea dire:
e aggiungendo il secondo al primo eccesso,
affretto il mal che potea differire,
e potea differire e schivar forse;
ma se stesso spronando, a morir corse.
in
E perde amici a un tempo e vita e stato,
e onor, che fu molto piu grave danno.
Dissi di sopra, che fu assai pregato
il cavallier, ch'ancor chi sia non sanno.
Al fin si trasse 1'elmo, e '1 viso amato
scoperse, che piu volte veduto hanno :
e dimostr6 come era Ariodante,
per tutta Scozia lacrimato inante;
108 ORLANDO FURIOSO
IV
Ariodante, che Ginevra pianto
avea per morto, e '1 fratel pianto avea,
il re, la corte, il popul tutto quanto:
di tal bonta, di tal valor splendea.
Adunque il peregrin mentir di quanto
dianzi di lui narro, quivi apparea;
e fu pur ver che dal sasso marino
gittarsi in mar lo vide a capo chino.
Ma (come aviene a un disperato spesso,
che da lontan brama e disia la morte,
e Fodia poi che se la vede appresso,
tanto gli pare il passo acerbo e forte)
Ariodante, poi ch'in mar fu messo,
si penti di morire: e come forte
e come destro e piu d'ogn'altro ardito,
si messe a nuoto e ritornossi al lito ;
VI
e dispregiando e nominando folle
il desir ch'ebbe di lasciar la vita,
si messe a caminar bagnato e molle,
e capit6 all'ostel d'un eremita.
Quivi secretamente indugiar voile
tanto, che la novella avesse udita,
se del caso Ginevra s'allegrasse,
o pur mesta e pietosa ne restasse.
VII
Intese prima che per gran dolore
ella era stata a rischio di morire
(la fama ando di questo in modo fuore,
che ne fu in tutta 1'isola che dire):
contrario effetto a quel che per errore
credea aver visto con suo gran martire.
Intese poi come Lurcanio avea
fatta Ginevra appresso il padre rea.
CANTO SESTO 109
VIII
Contra il fratel d'ira minor non arse,
che per Ginevra gia d'amore ardesse;
che troppo empio e crudele atto gli parse,
ancora che per lui fatto Favesse.
Sentendo poi che per lei non comparse
cavallier che difender la volesse
(che Lurcanio si forte era e gagliardo,
ch'ognun d'andargli contra avea riguardo;
IX
e chi n'avea notizia, il riputava
tanto discreto, e si saggio et accorto,
che se non fosse ver quel che narrava,
non si porrebbe a rischio d'esser morto;
per questo la piu parte dubitava
di non pigliar questa difesa a torto);
Ariodante, dopo gran discorsi,
penso aH'accusa del fratello opporsi.
x
Ah lasso! io non potrei seco dicea
asentir per mia cagion perir costei:
troppo mia morte fora acerba e rea,
se inanzi a me morir vedessi lei.
Ella e pur la mia donna e la mia dea,
questa e la luce pur degli occhi miei:
convien ch'a dritto e a torto, per suo scampo
pigli Timpresa, e resti morto in campo.
XI
So ch'io m'appiglio al torto; e al torto sia:
e ne morro; ne questo mi sconforta,
se non ch'io so che per la morte mia
si bella donna ha da restar poi morta.
Un sol conforto nel morir mi fia,
che se '1 suo Polinesso amor le porta,
chiaramente veder avra potuto
che non s'e mosso ancor per darle aiuto;
110 ORLANDO FURIOSO
XII
e me, che tanto espressamente ha offeso,
vedra, per lei salvare, a morir giunto.
Di mio fratello insieme, il quale acceso
tanto fuoco ha, vendicherommi a un punto ;
ch'io lo faro doler, poi che compreso
il fine avra del suo crudele assunto:
creduto vendicar avra il germane,
e gli avra dato morte di sua mano.
XIII
Concluso ch'ebbe questo nel pensiero,
nuove arme ritrovo, nuovo cavallo;
e sopraveste nere, e scudo nero
porto, fregiato a color verdegiallo.
Per aventura si trov6 un scudiero
ignoto in quel paese, e menato hallo;
e sconosciuto (come ho gia narrato)
s'appresento contra il fratello armato.
XIV
Narrato v'ho come il fatto successe,
come fu conosciuto Ariodante.
Non minor gaudio n'ebbe il re, ch'avesse
de la figliuola liberata inante.
Seco pens6 che mai non si potesse
trovar un piii fedele e vero amante;
che dopo tanta ingiuria, la difesa
di lei contra il fratel proprio avea presa.
xv
E per sua inclinazion (ch'assai 1'amava)
e per li preghi di tutta la corte,
e di Rinaldo che piu d'altri instava,
de la bella figliuola il fa consorte.
La duchea d' Albania, ch'al re tornava
dopo che Polinesso ebbe la morte,
in miglior tempo discader non puote,
poi che la dona alia sua figlia in dote.
CANTO SESTO III
XVI
Rinaldo per Dalinda impetr6 grazia,
che se n'and6 di tanto error e esente;
la qual per voto, e perche molto sazia
era del mondo, a Dio volse la mente:
monaca s'ando a render fin in Dazia,
e si Iev6 di Scozia immantinente.
Ma tempo omai di ritrovar Ruggiero,
che scorre il ciel su P animal leggiero.
XVII
Ben che Ruggier sia d'animo constante,
n6 cangiato abbia il solito colore,
io non gli voglio creder che tremante
non abbia dentro piu che foglia il core.
Lasciato avea di gran spazio distante
tutta FEuropa, et era uscito fuore
per molto spazio il segno che prescritto
avea gia a* naviganti Ercole invitto.
XVIII
Quello ippogrifo, grande e strano augello,
lo porta via con tal prestezza d'ale,
che lascieria di lungo tratto quello
celer ministro del fulmineo strale.
Non va per Faria altro animal si snello,
che di velocita gli fosse uguale:
credo ch'a pena il tuono e la saetta
venga in terra dal ciel con maggior fretta.
XIX
Poi che Faugel trascorso ebbe gran spazio
per linea dritta e senza mai piegarsi,
con larghe ruote, omai de Taria sazio,
cominci6 sopra una isola a calarsi,
pari a quella ove, dopo lungo strazio
far del suo amante e lungo a lui celarsi,
la vergine Aretusa passo invano
di sotto il mar percamin cieco e strano.
ORLANDO FURIOSO
XX
Non vide ne '1 piu bel ne '1 piu giocondo
da tutta 1'aria ove le penne stese;
ne se tutto cercato avesse il mondo,
vedria di questo il piu gentil paese,
ove, dopo un girarsi di gran tondo,
con Ruggier seco il grande augel discese:
culte piamire e delicati colli,
chiare acque, ombrose ripe e prati molli.
XXI
Vaghi boschetti di soavi allori,
di palme e d'amenissime mortelle,
cedri et aranci ch'avean frutti e fiori
contesti in varie forme e tutte belle,
facean riparo ai fervidi calori
de' giorni estivi con lor spesse ombrelle;
e tra quei rami con sicuri voli
cantando se ne giano i rosignuoli.
XXII
Tra le purpuree rose e i bianchi gigli,
che tiepida aura freschi ognora serba,
sicuri si vedean lepri e conigli,
e cervi con la fronte alta e superba,
senza temer ch'alcun gli uccida o pigli,
pascano o stiansi rominando 1'erba;
saltano i daini e i capri isnelli e destri,
che sono in copia in quei luoghi campestri.
XXIII
Come si presso e 1'ippogrifo a terra,
ch'esser ne pu6 men periglioso il salto,
Ruggier con fretta de Farcion si sferra,
e si ritruova in su 1'erboso smalto ;
tuttavia in man le redine si serra,
che non vuol che '1 destrier piu vada in alto:
poi lo lega nel margine marine
a un verde mirto in mezzo un lauro e un pino.
CANTO SESTO 113
XXIV
E quivi appresso ove surgea una fonte
cinta di cedri e di feconde palme,
pose lo scudo, e Pelmo da la fronte
si trasse, e disarmossi ambe le palme;
et ora alia marina et ora al monte
volgea la faccia all'aure fresche et alme,
che Falte cime con mormorii Ueti
fan tremolar dei faggi e degH abeti.
xxv
Bagna talor ne la chiara onda e fresca
I'asciutte labra, e con le man diguazza,
acci6 che de le vene il calore esca
che gli ha acceso il portar de la corazza.
Ne maraviglia e gia ch'ella gl'incresca,
che non e stato un far vedersi in piazza;
ma senza mai posar, d'arme guernito,
tremila miglia ognor correndo era ito.
XXVI
Quivi stando, il destrier ch'avea lasciato
tra le phi dense frasche alia fresca ombra,
per fuggir si rivolta, spaventato
di non so che, che dentro al bosco adombra;
e fa crollar si il mirto ove e legato,
che de le frondi intorno il pie gli ingombra:
crollar fa il mirto e fa cader la foglia,
ne succede pero che se ne scioglia.
XXVII
Come ceppo talor, che le medolle
rare e vote abbia, e posto al fuoco sia,
poi che per gran calor quell' aria molle
resta consunta ch'in mezzo Pempia,
dentro risuona e con strepito bolle
tanto che quel furor truovi la via;
cosi murmura e stride e si comccia
quel mirto offeso, e al fine apre la buccia.
114 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
Onde con mesta e flebil voce uscio
espedita e chiarissima favella,
e disse : - Se tu sei cortese e pio,
come dimostri alia presenza bella,
lieva questo animal da 1'arbor mio:
basti che J l mio mal proprio mi flagella,
senza altra pena, senza altro dolore
ch'a tormentarmi ancor venga di fuore. -
XXIX
Al primo suon di quella voce torse
Ruggiero il viso, e subito levosse;
e poi ch'uscir da Tarbore s'accorse,
stupefatto rest6 piu che mai fosse.
A levarne il destrier subito corse;
e con le guancie di vergogna rosse:
Qual che tu sii, perdonami, dicea
o spirto umano, o boschereccia dea.
xxx
II non aver saputo che s'asconda
sotto ruvida scorza umano spirto,
m'ha lasciato turbar la bella fronda
e far ingiuria al tuo vivace mirto :
ma non restar per6, che non risponda
chi tu ti sia, ch'in corpo orrido et irto,
con voce e razionale anima vivi;
se da grandine il ciel sempre ti schivi.
XXXI
E s'ora o mai potro questo dispetto
con alcun beneficio compensarte,
per quella bella donna ti prometto,
quella che di me tien la miglior parte,
ch'io faro con parole e con effetto,
ch'avrai giusta cagion di me lodarte.
Come Ruggiero al suo parlar fin diede,
tremo quel mirto da la cima al piede.
CANTO SESTO 115
XXXII
Poi si vide sudar su per la scorza,
come legno dal bosco allora tratto,
che del fuoco venir sente la forza,
poscia ch'invano ogni ripar gli ha fatto;
e comincio : Tua cortesia mi sforza
a discoprirti in un medesmo tratto
ch'io fossi prima, e chi converse m'aggia
in questo mirto in su 1'amena spiaggia.
XXXIII
II nome mio fu Astolfo; e paladino
era di Francia, assai temuto in guerra:
d' Orlando e di Rinaldo era cugino,
la cui fama alcun termine non serra;
e si spettava a me tutto il domino,
dopo il mio padre Oton, de Flnghilterra.
Leggiadro e bel fui si, che di me accesi
piu d'una donna; e al fin me solo ofFesi.
xxxrv
Ritornando io da quelle isole estreme
che da Levante il mar Indico lava,
dove Rinaldo et alcun' altri insieme
meco fur chiusi in parte oscura e cava,
et onde liberate le supreme
forze n'avean del cavallier di Brava;
ver ponente io venia lungo la sabbia
che del settentrion sente la rabbia.
xxxv
E come la via nostra e il duro e fello
distin ci trasse, uscimmo una matina
sopra la bella spiaggia ove un castello
siede sul mar de la possente Alcina.
Trovammo lei ch'uscita era di quello,
e stava sola in ripa alia marina;
e senza rete e senza amo traea
tutti li pesci al lito, che volea.
Il6 ORLANDO FURIOSO
XXXVI
Veloci vi correvano i delfini,
vi venia a bocca aperta il grosso tonno;
i capidogli coi vecchi marini
vengon turbati dal lor pigro sonno;
muli, salpe, salmon! e coracini
nuotano a schiere, in piu fretta che ponno ;
pistrici, fisiteri, orche e balene
escon del mar con monstruose schiene.
XXXVII
Veggiamo una balena, la maggiore
che mai per tutto il mar veduta fosse:
undeci passi e piu dimostra fuore
de Ponde salse le spallaccie grosse.
Caschiamo tutti insieme in uno errore,
perch' era ferma e che mai non si scosse:
ch'ella sia una isoletta ci credemo,
cosi distante ha Tun da Faltro estremo.
XXXVIII
Alcina i pesci uscir facea de Pacque
con semplici parole e puri incanti.
Con la fata Morgana Alcina nacque,
io non so dir s'a un parto o dopo o inanti.
Guardommi Alcina; e subito le piacque
Paspetto mio, come mostro ai sembianti:
e penso con astuzia e con ingegno
tormi ai compagni; e riusci il disegno.
xxxix
Ci venne incontra con allegra faccia,
con modi graziosi e riverenti,
e disse: Cavallier, quando vi piaccia
far oggi meco i vostri alloggiamenti,
io vi far6 veder, ne la mia caccia,
di tutti i pesci sorti different! :
chi scaglioso, chi molle e chi col pelo;
e saran piu che non ha stelle il cielo.
CANTO SESTO
XL
E volendo vedere una sirena
che col suo dolce canto acheta il mare,
passian di qui fin su quelFaltra arena,
dove a quest'ora suol sempre tornare.
E ci mostro quella maggior balena
che, come io dissi, una isoletta pare.
lo che sempre fui troppo (e me n'incresce)
volonteroso, andai sopra quel pesce.
XLI
Rinaldo m'accennava, e similmente
Dudon, ch'io non v'andassi; e poco valse.
La fata Alcina con faccia ridente,
lasciando gli altri dua, dietro mi salse.
La balena, airufficio diligente,
nuotando se n'ando per Ponde salse.
Di mia sciochezza tosto fui pentito,
ma troppo mi trovai lungi dal lito.
XLII
Rinaldo si cacci6 ne 1'acqua a nuoto
per aiutarmi, e quasi si sommerse,
perche levossi un furioso Noto
che d'ombra il cielo e '1 pelago coperse.
Quel che di lui segui poi, non m'e noto.
Alcina a confortarmi si converse;
e quel di tutto e la notte che venne,
sopra quel mostro in mezzo il mar mi tenne.
XLIII
Fin che venimmo a questa isola bella,
di cui gran parte Alcina ne possiede,
e Fha usurpata ad una sua sorella
che '1 padre gia Iasci6 del tutto erede,
perche sola legitima avea quella;
e, come alcun notizia me ne diede
che pienamente instrutto era di questo,
sono quest' altre due nate d'incesto.
Il8 ORLANDO FURIOSO
XLIV
E come sono inique e scelerate
e piene d'ogni vizio infame e brutto,
cosi quella, vivendo in castitate,
posto ha ne le virtuti il suo cor tutto.
Contra lei queste due son congiurate;
e gia piu d'uno esercito hanno instrutto
per cacciarla de 1'isola, e in piu volte
piu di cento castella Phanno tolte :
XLV
ne ci terrebbe ormai spanna di terra
colei che Logistilla e nominata,
se non che quinci un golfo il passo serra,
e quindi una montagna inabitata, 1
si come tien la Scozia e Tlnghilterra
il monte e la riviera, separata;
ne per6 Alcina n6 Morgana resta
che non le voglia tor ci6 che le resta.
XLVI
Perche di vizii e questa coppia rea,
odia colei, perche e pudica e santa.
Ma per tornare a quel ch'io ti dicea,
e seguir poi com'io divenni pianta,
Alcina in gran delizie mi tenea,
e del mio amore ardeva tutta quanta;
ne minor fiamma nel mio core accese
il veder lei si bella e si cortese.
XLVII
lo mi godea le delicate membra:
pareami aver qui tutto il ben raccolto
che fra i mortali in piu parti si smembra,
a chi piii et a chi meno e a nessun molto;
ne di Francia ne d'altro mi rimembra:
stavomi sempre a contemplar quel volto:
ogni pensiero, ogni mio bel disegno
in lei finia, ne passava oltre il segno.
CANTO SESTO
XLVIII
10 da lei altretanto era o piu amato:
Alcina piu non si curava d' altri;
ella ogn'altro suo amante avea lasciato,
ch'inanzi a me ben ce ne fur degli altri.
Me consiglier, me avea di e notte a lato,
e me fe' quel che commandava agli altri:
a me credeva, a me si riportava;
ne notte o di con altri mai parlava.
XLIX
Deh! perche vo le mie piaghe toccando,
senza speranza poi di medicina?
perche Favuto ben vo rimembrando,
quando io patisco estrema disciplina?
Quando credea d'esser felice, e quando
credea ch'amar piu mi dovesse Alcina,
11 cor che m'avea dato si ritolse,
e ad altro nuovo amor tutta si volse.
Conobbi tardi il suo mobil ingegno,
usato amare e disamare a un punto.
Non era stato oltre a duo mesi in regno,
ch'un novo amante al loco mio fu assunto.
Da se cacciommi la fata con sdegno,
e da la grazia sua m'ebbe disgiunto:
e seppi poi, che tratti a simil porto
avea mill' altri amanti, e tutti a torto.
LI
E perche essi non vadano pel mondo
di lei narrando la vita lasciva,
chi qua chi la, per lo terren fecondo
li muta, altri in abete, altri in oliva,
altri in palma, altri in cedro, altri secondo
che vedi me su questa verde riva;
altri in liquido fonte, alcuni in fiera,
come piu agrada a quella fata altiera.
120 ORLANDO FURIOSO
LII
Or tu che sei per non usata via,
signor, venuto all'isola fatale,
accio ch'alcuno amante per te sia
converse in pietra o in onda, o fatto tale;
avrai cTAlcina scettro e signoria,
e sarai lieto sopra ogni mortale:
ma certo sii di giunger tosto al passo
d'entrar o in fiera o in fonte o in legno o in sasso.
LIII
lo te n'ho dato volentieri aviso:
non ch'io mi creda che debbia giovarte;
pur meglio fia che non vadi improvise,
e de' costumi suoi tu sappia parte;
che forse, come e differente il viso,
e differente ancor 1'ingegno e 1'arte.
Tu saprai forse riparare al danno,
quel che saputo mill'altri non hanno.
LIV
Ruggier, che conosciuto avea per fama
ch'Astolfo alia sua donna cugin era,
si dolse assai che in steril pianta e grama
mutato avesse la sembianza vera;
e per amor di quella che tanto ama
(pur che saputo avesse in che maniera)
gli avria fatto servizio: ma aiutarlo
in altro non potea, ch'in confortarlo.
LV
Lo fe 5 al meglio che seppe; e domandolli
poi se via c'era, ch'al regno guidassi
di Logistilla, o per piano o per colli,
si che per quel d'Alcina non andassi.
Che ben ve n'era un'altra, ritornolli
Tarbore a dir, ma piena d'aspri sassi,
s'andando un poco inanzi alia man destra,
salisse il poggio inver la cima alpestra.
CANTO SESTO 121
LVI
Ma che non pensi gia che seguir possa
il suo camin per quella strada troppo :
incontro avra di gente ardita, grossa
e fiera compagnia, con duro intoppo.
Alcina ve li tien per muro e fossa
a chi volesse uscir fuor del suo groppo.
Ruggier quel mirto ringrazi6 del tutto,
poi da lui si parti dotto et instrutto.
LVII
Venne al cavallo, e lo disciolse e prese
per le redine, e dietro se lo trasse;
ne, come fece prima, piu Tascese,
perche mal grado suo non lo portasse.
Seco pensava come nel paese
di Logistilla a salvamento andasse.
Era disposto e fermo usar ogni opra,
che non gli avesse imperio Alcina sopra.
LVIII
Pens6 di rimontar sul suo cavallo,
e per Faria spronarlo a nuovo corso;
ma dubit6 di far poi maggior fallo,
che troppo mal quel gli ubidiva al morso.
lo passer6 per forza, s'io non fallo ,
dicea tra se, ma vano era il discorso.
Non fu duo miglia lungi alia marina,
che la bella citta vide d' Alcina.
LIX
Lontan si vide una muraglia lunga
che gira intorno, e gran paese serra;
e par che la sua altezza al ciel s'aggiunga,
e d'oro sia da 1'alta cima a terra.
Alcun dal mio parer qui si dilunga,
e dice ch'elFe alchimia; e forse ch'erra,
et anco forse meglio di me intende:
a me par oro, poi che si risplende.
122 ORLANDO FURIOSO
LX
Come fu presso alle si ricche mura,
che 1 mondo altre non ha de la lor sorte,
lascio la strada che per la pianura
ampla e diritta andava alle gran porte;
et a man destra, a quella piu sicura,
ch'al monte gia, piegossi il guerrier forte:
ma tosto ritrov6 1'iniqua frotta,
dal cui furor gli fu turbata e rotta.
LXI
Non fu veduta mai piu strana torma,
piti monstruosi volti e peggio fatti :
alcun dal collo in giii d'uomini han forma,
col viso altri di simie, altri di gatti;
stampano alcun con pie caprigni Forma;
alcuni son centauri agili et atti;
son gioveni impudenti e vecchi stolti,
chi nudi e chi di strane pelli involti.
LXII
Chi senza freno in s'un destrier galoppa,
chi lento va con 1'asino o col hue,
altri salisce ad un centauro in groppa,
struzzoli molti han sotto, aquile e grue;
ponsi altri a bocca il corno, altri la coppa;
chi femina e, chi maschio, e chi amendue;
chi porta uncino e chi scala di corda,
chi pal di ferro e chi una lima sorda.
LXIII
Di questi il capitano si vedea
aver gonfiato il ventre, e J l viso grasso ;
il qual su una testuggine sedea,
che con gran tardita mutava il passo.
Avea di qua e di la chi lo reggea,
perche egli era ebro, e tenea il ciglio basso ;
altri la fronte gli asciugava e il mento,
altri i panni scuotea per fargli vento.
CANTO SESTO 123
LXIV
Un ch'avea umana forma i piedi e '1 ventre,
e collo avea di cane, orecchie e testa,
contra Ruggiero abaia, acci6 ch'egli entre
ne la bella citta ch'a dietro resta.
Rispose il cavallier: Nol faro, mentre
avra forza la man di regger questa!
e gli mostra la spada, di cui volta
avea 1'aguzza punta alia sua volta.
LXV
Quel monstro lui ferir vuol d'una lancia,
ma Ruggier presto se gli aventa addosso :
una stoccata gli trasse alia pancia,
e la fe* un palmo riuscir pel dosso.
Lo scudo imbraccia, e qua e la si lancia,
ma Pinimico stuolo e troppo grosso:
Tun quinci il punge, e 1'altro quindi afferra;
egli s'arrosta, e fa lor aspra guerra.
LXVI
L'un sin a' denti, e Paltro sin al petto
partendo va di quella iniqua razza;
ch'alla sua spada non s'oppone elmetto,
ne scudo, ne panziera, ne corazza:
ma da tutte le parti e cosi astretto,
che bisogno saria, per trovar piazza
e tener da se largo il popul reo,
d'aver phi braccia e man che Briareo.
LXVII
Se di scoprire avesse avuto aviso
lo scudo che gia fu del negromante
(io dico quel ch'abbarbagliava il viso,
quel ch'all j arcione avea lasciato Atlante),
subito avria quel brutto stuol conquiso
e f attosel cader cieco davante ;
e forse ben, che disprezz6 quel modo,
perche virtude usar volse e non frodo.
124 ORLANDO FURIOSO
LXVIII
Sia quel che puo, piu tosto vuol morire,
che rendersi prigione a si vil gente.
Eccoti intanto da la porta uscire
del muro, ch'io dicea d'oro lucente,
due giovani ch'ai gesti et al vestire
non eran da stimar nate umilmente,
ne da pastor nutrite con disagi,
ma fra delizie di real palagi.
LXIX
L'una e 1'altra sedea s'un liocorno,
candido piu che candido armelino;
1'una e 1'altra era bella, e di si adorno
abito, e modo tanto pellegrino,
che a Fuom, guardando e contemplando intorno,
bisognerebbe aver occhio divino
per far di lor giudizio : e tal saria
Belta, s'avesse corpo, e Leggiadria.
LXX
L'una e Taltra n'andc- dove nel prato
Ruggiero e oppresso da lo stuol villano.
Tutta la turba si levo da lato ;
e quelle al cavallier porser la mano,
che tinto in viso di color rosato,
le donne ringrazi6 de 1'atto umano:
e fu contento, compiacendo loro,
di ritornarsi a quella porta d'oro.
LXXI
L'adornamento che s'aggira sopra
la bella porta e sporge un poco avante,
parte non ha che tutta non si cuopra
de le piu rare gemme di Levante,
Da quattro parti si riposa sopra
grosse colonne d'integro diamante.
vero o falso ch'aU'occhio risponda,
non e cosa piu bella o piu gioconda.
CANTO SESTO 125
LXXII
Su per la soglia e fuor per le colonne
corron scherzando lascive donzelle,
che se i rispetti debiti alle donne
servasser piu, sarian forse piu belle.
Tutte vestite eran di verdi gonne,
e coronate di frondi novelle.
Queste, con molte ofFerte e con buon viso,
Ruggier fecero entrar nel paradiso :
LXXIII
che si puo ben cosi nornar quel loco,
ove mi credo che nascesse Amore.
Non vi si sta se non in danza e in giuoco,
e tutte in festa vi si spendon Tore:
pensier canuto ne molto ne poco
si puo quivi albergare in alcun core:
non entra quivi disagio ne" inopia,
ma si sta ognor col corno pien la Copia.
LXXIV
Qui, dove con serena e lieta fronte
par ch'ognor rida il grazioso aprile,
gioveni e donne son: qual presso a fonte
canta con dolce e dilettoso stile;
qual d'un arbore all'ombra e qual d'un monte
o giuoca o danza o fa cosa non vile;
e qual, lungi dagli altri, a un suo fedele
discuopre Pamorose sue querele.
LXXV
Per le cime dei pini e degli allori,
degli alti faggi e degl'irsuti abeti,
volan scherzando i pargoletti Amori:
di lor vittorie altri godendo lieti,
altri pigliando a saettare i cori
la mira quindi, altri tendendo reti;
chi tempra dardi ad un ruscel piu basso,
e chi gH aguzza ad un volubil sasso.
126 ORLANDO FURIOSO
LXXVI
Quivi a Ruggier un gran corsier fu dato,
forte, gagliardo, e tutto di pel sauro,
ch'avea il bel guernimento ricamato
di preziose gemme e di fin auro ;
e fu lasciato in guardia quello alato,
quel che solea ubidire al vecchio Mauro,
a un giovene che dietro lo menassi
al buon Ruggier con men frettosi passi.
LXXVII
Quelle due belle giovani amorose
ch'avean Ruggier da 1'empio stuol difeso,
da 1'empio stuol che dianzi se gli oppose
su quel camin ch'avea a man destra preso,
gli dissero : Signor, le virtuose
op ere vostre che gia abbiamo inteso,
ne fan si ardite, che 1'aiuto vostro
vi chiederemo a beneficio nostro.
LXXVIII
Noi troveren tra via tosto una lama,
che fa due parti di questa pianura.
Una crudel, che Erifilla si chiama,
difende il ponte, e sforza e inganna e fura
chiunque andar ne 1'altra ripa brama;
et ella e gigantessa di statura,
li denti ha lunghi e velenoso il morso,
acute Tugne, e graffia come un orso.
LXXIX
Oltre che sempre ci turbi il camino,
che libero saria, se non fosse ella,
spesso correndo per tutto il giardino,
va disturbando or questa cosa or quella.
Sappiate che del populo assassino
che vi assali fuor de la porta bella,
molti suoi figli son, tutti seguaci,
empii, come ella, inospiti e rapaci.
CANTO SESTO 127
LXXX
Ruggier rispose: Non ch'una battaglia,
ma per voi saro pronto a fame cento:
di mia persona, in tutto quel che vaglia,
fatene voi secondo il vostro intento:
che la cagion ch'io vesto piastra e maglia
non e per guadagnar terre n6 argento,
ma sol per fame beneficio altmi,
tanto piu a belle donne come vui.
LXXXI
Le donne molte grazie riferiro
degne d'un cavallier, come quell* era:
e cosi ragionando ne veniro
dove videro il ponte e la riviera;
e di smeraldo ornata e di zafiro
su Parme d'or, vider la donna altiera.
Ma dir ne Paltro canto differisco,
come Ruggier con lei si pose a risco.
128 ORLANDO FURIOSO
CANTO SETTIMO
I
Chi va lontan da la sua patria, vede
cose da quel che gia credea lontane;
che narrandole poi, non se gli crede,
e stimato bugiardo ne rimane:
che '1 sciocco vulgo non gli vuol dar fede,
se non le vede e tocca chiare e piane.
Per questo io so che 1'inesperienza
fara al mio canto dar poca credenza.
ii
Poca o molta ch'io ci abbia, non bisogna
ch'io ponga mente al vulgo sciocco e ignaro.
A voi so ben che non parra menzogna,
che 1 lume del discorso avete chiaro;
et a voi soli ogni mio intento agogna
che 1 frutto sia di mie fatiche caro.
Io vi lasciai che '1 ponte e la riviera
vider, che J n guardia avea Erifilla altiera.
in
QuelPera armata del piii fin metallo,
ch'avean di piu color gemme distinto:
rubin vermiglio, crisolito giallo,
verde smeraldo, con flavo iacinto.
Era montata, ma non a cavallo;
invece avea di quello un lupo spinto:
spinto avea un lupo ove si passa il flume,
con ricca sella fuor d'ogni costume.
CANTO SETTIMO 129
IV
Non credo ch'un si grande Apulia n'abbia:
egli era grosso et alto piu d'un hue.
Con fren spurnar non gli facea le labbia,
n6 so come lo rega a voglie sue.
La sopravesta di color di sabbia
su 1'arrne avea la maledetta lue:
era, fuor che '1 color, di quella sorte
ch'i vescovi e i prelati usano in corte.
v
Et avea ne lo scudo e sul cimiero
una gonfiata e velenosa botta.
Le donne la mostraro al cavalliero,
di qua dal ponte per giostrar ridotta,
e fargli scorno e rompergli il sentiero,
come ad alcuni usata era talotta.
Ella a Ruggier, che torni a dietro, grida:
quel piglia un'asta, e la minaccia e sfida.
VI
Non men la gigantessa ardita e presta
sprona il gran lupo e ne Tarcion si serra,
e pon la lancia a mezzo il corso in resta,
e fa tremar nel suo venir la terra.
Ma pur sul prato al fiero incontro resta;
che sotto Telmo il buon Ruggier 1'afferra,
e de Parcion con tal furor la caccia,
che la riporta indietro oltra sei braccia.
VII
E gia, tratta la spada ch'avea cinta,
venia a levarne la testa superba:
e ben lo potea far, che come estinta
Erifilla giacea tra' fiori e Ferba.
Ma le donne gridar: Basti sia vinta,
senza pigliarne altra vendetta acerba.
Ripon, cortese cavallier, la spada;
passiamo il ponte e seguitian la strada.
130
ORLANDO FURIOSO
VIII
Alquanto malagevole et aspretta
per mezzo un bosco presero la via,
che oltra che sassosa fosse e stretta,
quasi su dritta alia collina gia.
Ma poi che furo ascesi in su la vetta,
usciro in spaziosa prateria,
dove il piu bel palazzo e '1 piu giocondo
vider, che mai fosse veduto al mondo.
IX
La bella Alcina venne un pezzo inante
verso Ruggier fuor de le prime porte,
e lo raccolse in signoril sembiante,
in mezzo bella et onorata corte.
Da tutti gli altri tanto onore e tante
riverenzie fur fatte al guerrier forte,
che non ne potrian far piu, se tra loro
fosse Dio sceso dal superno coro.
Non tanto il bel palazzo era escellente
perche vincesse ogn'altro di ricchezza,
quanto ch'avea la piu piacevol gente
che fosse al mondo e di piu gentilezza.
Poco era Fun da Taltro differente
e di fiorita etade e di bellezza:
sola di tutti Alcina era piu bella,
si come e bello il sol piu d'ogni Stella.
XI
Di persona era tanto ben formata,
quanto me' finger san pittori industri;
con bionda chioma lunga et annodata:
oro non e che piu risplenda e lustri.
Spargeasi per la guancia delicata
misto color di rose e di ligustri;
di terso avorio era la fronte lieta,
che lo spazio fmia con giusta rneta.
CANTO SETTIMO
XII
Sotto duo negri e sottilissimi archi
son duo negri occhi, anzi duo chiari soli,
pietosi a riguardare, a mover parchi,
intorno cui par ch'Amor scherzi e voli,
e ch'indi tutta la faretra search!
e che visibilmente i cori involi:
quindi il naso per mezzo il viso scende,
che non truova 1'Invidia ove Pemende.
XIII
Sotto quel sta, quasi fra due vallette,
la bocca sparsa di natio cinabro:
quivi due filze son di perle elette,
che chiude et apre un bello e dolce labro,
quindi escon le cortesi parolette
da render molle ogni cor rozzo e scabro,
quivi si forma quel suave riso,
ch'apre a sua posta in terra il paradiso.
XIV
Bianca nieve e il bel collo, e J l petto latte;
il collo e tondo, il petto colmo e largo:
due pome acerbe, e pur d'avorio fatte,
vengono e van come onda al primo margo,
quando piacevole aura il mar combatte.
Non potria Faltre parti veder Argo:
ben si puo giudicar che corrisponde
a quel ch'appar di fuor quel che s'asconde.
xv
Mostran le braccia sua misura giusta;
e la Candida man spesso si vede
lunghetta alquanto e di larghezza angusta,
dove n6 no do appar, n6 vena escede.
Si vede al fin de la persona augusta
il breve, asciutto e ritondetto piede.
Gli angelici sembianti nati in cielo
non si ponno celar sotto alcun velo.
132 ORLANDO FURIOSO
XVI
Avea in ogni sua parte un laccio teso,
o parli o rida o canti o passo muova:
ne maraviglia e se Ruggier n'e preso,
poi che tanto benigna se la truova.
Quel che di lei gia avea dal mirto inteso,
com'e perfida e ria, poco gli giova;
ch'inganno o tradimento non gli e aviso
che possa star con si soave riso.
XVII
Anzi pur creder vuol che da costei
fosse converso Astolfo in su 1'arena
per li suoi portamenti ingrati e rei,
e sia degno di questa e di piu pena:
e tutto quel ch'udito avea di lei,
stima esser falso, e che vendetta mena,
e mena astio et invidia quel dolente
a lei biasmare, e che del tutto mente.
XVIII
La bella donna che cotanto amava,
novellamente gli e dal cor partita;
che per incanto Alcina gli lo lava
d'ogni antica amorosa sua ferita;
e di se sola e del suo amor lo grava,
e in quello essa riman sola sculpita:
si che scusar il buon Ruggier si deve,
se si mostro quivi inconstante e lieve.
XIX
A quella mensa citare, arpe e lire,
e diversi altri dilettevol suoni
faceano intorno Taria tintinire
d'armonia dolce e di concenti buoni.
Non vi mancava chi, cantando, dire
d'amor sapesse gaudii e passioni,
o con invenzioni e poesie
rappresentasse grate fantasie.
CANTO SETTIMO 133
XX
Qual mensa trionfante e suntuosa
di qualsivoglia successor di Nino,
o qual mai tanto celebre e famosa
di Cleopatra al vincitor latino,
potria a questa esser par, che Tamorosa
fata avea posta inanzi al paladino ?
Tal non cred'io che s'apparecchi dove
ministra Ganimede al sornmo Giove.
XXI
Tolte che fur le mense e le vivande,
facean, sedendo in cerchio, un giuoco lieto:
che ne 1'orecchio Tun Taltro domande,
come piu piace lor, qualche secreto;
il che agli amanti fu commodo grande
di scoprir 1'amor lor senza divieto:
e furon lor conclusioni estreme
di ritrovarsi quella notte insieme.
XXII
Finir quel giuoco tosto, e molto inanzi
che non solea la dentro esser costume:
con torchi allora i paggi entrati inanzi,
le tenebre cacciar con molto lume.
Tra bella compagnia dietro e dinanzi
and6 Ruggiero a ritrovar le piume
in una adorna e fresca cameretta,
per la miglior di tutte Taltre eletta.
XXIII
E poi che di confetti e di buon vini
di nuovo fatti fur debiti inviti,
e partir gli altri riverenti e chini,
et alle stanze lor tutti sono iti;
Ruggiero entro ne' profumati lini
che pareano di man d'Aracne usciti,
tenendo tuttavia Torecchie attente,
s'ancor venir la bella donna sente.
134 ORLANDO FURIOSO
XXIV
Ad ogni piccol moto ch'egli udiva,
sperando die fosse ella, il capo alzava:
sentir credeasi, e spesso non sentiva;
poi del suo errore accorto sospirava.
Talvolta uscia del letto e Fuscio apriva,
guatava fuori, e nulla vi trovava:
e maledi ben mille volte Fora
che facea al trapassar tanta dimora.
xxv
Tra se dicea sovente : Or si parte ella ;
e cominciava a noverare i passi
ch'esser potean da la sua stanza a quella
donde aspettando sta che Alcina passi;
e questi et altri, prima che la bella
donna vi sia, vani disegni fassi.
Teme di qualche impedimento spesso,
che tra il frutto e la man non gli sia messo.
XXVI
Alcina, poi chV preziosi odori
dopo gran spazio pose alcuna meta,
venuto il tempo che piu non dimori,
ormai ch'in casa era ogni cosa cheta,
de la camera sua sola usci fuori;
e tacita n j and6 per via secreta
dove a Ruggiero avean timore e speme
gran pezzo intorno al cor pugnato insieme.
XXVII
Come si vide il successor d'Astolfo
sopra apparir quelle ridenti stelle,
come abbia ne le vene acceso zolfo,
non par che capir possa ne la pelle.
Or sino agli occhi ben nuota nel golfo
de le delizie e de le cose belle:
salta del letto, e in braccio la raccoglie,
ne pu6 tanto aspettar ch'ella si spoglie;
CANTO SETTIMO 135
XXVIII
ben che ne gonna ne faldiglia avesse;
che venne avolta in un leggier zendado
che sopra una camicia ella si messe,
bianca e suttil nel piu escellente grado.
Come Ruggiero abbracci6 lei, gli cesse
il manto: e resto il vel suttile e rado,
che non copria dinanzi ne di dietro,
piu che le rose o i gigli un chiaro vetro.
XXIX
Non cosi strettamente edera preme
pianta ove intorno abbarbicata s'abbia,
come si stringon li dui amanti insieme,
cogliendo de lo spirto in su le labbia
suave fior, qual non produce seme
indo o sabeo ne Fodorata sabbia.
Del gran piacer ch'avean, lor dicer tocca;
che spesso avean piu d'una lingua in bocca.
xxx
Queste cose la dentro eran secrete,
o se pur non secrete, almen taciute;
che raro fu tener le labra chete
biasmo ad alcun, ma ben spesso virtute.
Tutte proferte et accoglienze liete
fanno a Ruggier quelle persone astute:
ognun lo reverisce e se gli inchina;
che cosi vuol 1'innamorata' Alcina.
XXXI
Non e diletto alcun che di fuor reste;
che tutti son ne Tamorosa stanza.
E due e tre volte il di mutano veste,
fatte or ad una ora ad un'altra usanza.
Spesso in conviti, e sempre stanno in feste,
in giostre, in lotte, in scene, in bagno, in danza:
or presso ai fonti, all'ombre de' poggietti,
leggon d'antiqui gli amorosi detti.
136 ORLANDO FURIOSO
XXXII
Or per I'ombrose valli e lieti colli
vanno cacciando le paurose lepri;
or con sagaci cani i fagian folli
con strepito uscir fan di stoppie e vepri;
or a' tordi lacciuoli, or veschi molli
tendon tra gli odoriferi ginepri;
or con ami inescati et or con reti
turbano a* pesci i grati lor secreti.
XXXIII
Stava Ruggiero in tanta gioia e festa,
mentre Carlo in travaglio et Agramante,
di cui 1'istoria io non vorrei per questa
porre in oblio, ne lasciar Bradamante,
die con travaglio e con pena molesta
pianse piu giorni il disiato amante,
ch'avea per strade disusate e nuove
veduto portar via, ne sapea dove.
xxxiv
Di costei prima che degli altri dico,
che molti giorni and6 cercando invano
pei boschi ombrosi e per lo campo aprico,
per ville, per citta, per monte e piano ;
ne mai pote saper del caro amico,
che di tanto intervallo era lontano.
Ne 1'oste saracin spesso venia,
ne mai del suo Ruggier ritrovo spia.
xxxv
Ogni di ne domanda a piu di cento,
ne alcun le ne sa mai render ragioni.
D'alloggiamento va in alloggiamento,
cercandone e trabacche e padiglioni :
e lo pu6 far; che senza impedimento
passa tra cavallieri e tra pedoni,
merce all'annel che fuor d'ogni uman uso
la fa sparir quando 1'e in bocca chiuso.
CANTO SETTIMO 137
XXXVI
Ne puo ne creder vuol che morto sia;
perche di si grande uom 1'alta ruina
da Ponde Idaspe udita si saria
fin dove il sole a riposar declina.
Non sa ne dir ne imaginar che via
far possa o in cielo o in terra; e pur meschina
lo va cercando, e per compagni mena
sospiri e pianti et ogni acerb a pena.
XXXVII
Penso al fin di tornare alia spelonca
dove eran Fossa di Merlin prof eta,
e gridar tanto intorno a quella conca,
che '1 freddo marmo si movesse a pieta;
che se vivea Ruggiero, o gli avea tronca
1'alta necessita la vita lieta,
si sapria quindi, e poi s'appiglierebbe
a quel miglior consiglio che n'avrebbe.
XXXVIII
Con questa intenzion prese il camino
verso le selve prossime a Pontiero,
dove la vocal tomba di Merlino
era nascosa in loco alpestro e fiero.
Ma quella maga che sempre vicino
tenuto a Bradamante avea il pensiero,
quella, dico io, che nella bella grotta
1'avea de la sua stirpe instrutta e dotta;
XXXIX
quella benigna e saggia incantatrice,
la quale ha sempre cura di costei,
sappiendo ch'esser de' progenitrice
d'uomini invitti, anzi di semidei;
ciascun di vuol saper che fa, che dice,
e getta ciascun di sorte per lei.
Di Ruggier liberate e poi perduto,
e dove in India and6, tutto ha saputo.
138 ORLANDO FURIOSO
XL
Ben veduto 1'avea su quel cavallo
che reggier non potea, ch'era sfrenato,
scostarsi di lunghissimo intervallo
per sentier periglioso e non usato ;
e ben sapea che stava in giuoco e in ballo
e in cibo e in ozio molle e delicate,
ne piu memoria avea del suo signore,
ne de la donna sua, ne del suo onore.
XLI
E cosi il fior de li begli anni suoi
in lunga inerzia aver potria consunto
si gentil cavallier, per dover poi
perdere il corpo e Tanima in un punto;
e quel odor, che sol riman di noi
poscia che J l resto fragile e defunto,
che tra' Tuom del sepulcro e in vita il serba,
gli saria stato o tronco o svelto in erba.
XLII
Ma quella gentil maga, che piu cura
n'avea ch'egli medesmo di se stesso,
penso di trarlo per via alpestre e dura
alia vera virtu, mal grado d'esso:
come escellente medico, che cura
con ferro e fuoco e con veneno spesso,
che se ben molto da principio offende,
poi giova al fine, e grazia se gli rende.
XLIII
Ella non gli era facile, e talmente
fattane cieca di superchio amore,
che, come facea Atlante, solamente
a darli vita avesse posto il core.
Quel piu tosto volea che lungamente
vivesse e senza fama e senza onore,
che, con tutta la laude che sia al mondo,
mancasse un anno al suo viver giocondo.
CANTO SETTIMO 139
XLIV
L'avea mandate all'isola d'Alcina,
perche obliasse 1'arme in quella corte;
e come mago di somma dottrina,
ch'usar sapea gl'incanti d'ogni sorte,
avea il cor stretto di quella regina
ne Tamor d'esso d'un laccio si forte,
che non se ne era mai per poter sciorre,
s'invechiasse Ruggier piu di Nestorre.
XLV
Or tornando a colei ch'era presaga
di quanto de' awenir, dico che tenne
la dritta via dove Terrante e vaga
figlia d'Amon seco a incontrar si venne.
Bradamante vedendo la sua maga,
muta la pena che prima sostenne,
tutta in speranza; e quella Papre il vero,
ch'ad Alcina e condotto il suo Ruggiero.
XLVI
La giovane riman presso che morta,
quando ode che '1 suo amante e cosi lunge;
e piu, che nel suo amor periglio porta,
se gran rimedio e subito non giunge:
ma la benigna maga la conforta,
e presta pon Pimpiastro ove il duol punge;
e le promette e giura in pochi giorni
far che Ruggiero a riveder lei torni.
XLVII
Da che, donna, dicea Pannello hai teco,
che val contra ogni magica fattura,
io non ho dubbio alcun, che s'io Parreco
la dove Alcina ogni tuo ben ti fura,
ch'io non le rompa il suo disegno, e meco
non ti rimeni la tua dolce cura.
Me n'andro questa sera alia prim'ora,
e sar6 in India al nascer de 1* aurora.
140 ORLANDO FURIOSO
XLVIII
E seguitando, del mo do narrolle
che disegnato avea d'adoperarlo,
per trar del regno effeminate e molle
il caro amante, e in Francia rimenarlo.
Bradamante Fannel del dito tolle;
ne solamente avria voluto darlo,
ma dato il core e dato avria la vita,
pur che n'avesse il suo Ruggiero aita.
XLIX
Le da 1'annello e se le raccomanda;
e piu le raccomanda il suo Ruggiero,
a cui per lei mille saluti manda:
poi prese ver Provenza altro sentiero.
Ando Fincantatrice a un'altra banda;
e per porre in effetto il suo pensiero,
un palafren fece apparir la sera,
ch'avea un pie rosso, e ogn'altra parte nera.
L
Credo fusse un Alchino o un Farfarello,
che da I'inferno in quella forma trasse;
e scinta e scalza mont6 sopra a quello,
a chiome sciolte e orribilmente passe:
ma ben di dito si Iev6 1'annello,
perche gl'mcanti suoi non le vietasse.
Poi con tal fretta ando, che la matina
si ritrovo ne 1'isola d'Alcina.
LI
Quivi mirabilmente transmutosse:
s'accrcbbe piu d'un palmo di statura,
e fe* le membra a proporzion piu grosse,
e resto a punto di quella misura
che si penso che J l negromante fosse,
quel che nutri Ruggier con si gran cura.
Vesti di lunga barba le mascelle,
e fe' crespa la fronte e 1'altra pelle.
CANTO SETTIMO 141
LII
Di faccia, di parole e di sembiante
si lo seppe imitar, che totalmente
potea parer 1'incantatore Atlante.
Poi si nascose; e tanto pose mente,
che da Ruggiero allontanar 1'amante
Alcina vide un giorno fmalmente :
e fu gran sorte; che di stare o d'ire
senza esso un'ora potea mal patire.
LIII
Soletto lo trovo, come lo voile,
che si godea il matin fresco e sereno
lungo un bel rio che discorrea d'un colle
verso un laghetto limpido et ameno.
II suo vestir delizioso e molle
tutto era d'ozio e di lascivia pieno,
che de sua man gli avea di seta e d'oro
tessuto Alcina con sottil lavoro.
LIV
Di ricche gemme un splendido monile
gli discendea dal collo in mezzo il petto;
e ne 1'uno e ne 1'altro gia virile
braccio girava un lucido cerchietto.
Gli avea forato un fil d'oro sottile
ambe 1'orecchie, in forma d'annelletto;
e due gran perle pendevano quindi,
qua' mai non ebbon gli Arabi n6 gl'Indi.
LV
Umide avea 1'innanellate chiome
de' piu suavi odor che sieno in prezzo:
tutto ne' gesti era amoroso, come
fosse in Valenza a servir donne avezzo.
Non era in lui di sano altro che '1 no me;
corrotto tutto il resto, e piu che mezzo.
Cosi Ruggier fu ritrovato, tanto
da 1'esser suo mutato per incanto.
142 ORLANDO FURIOSO
LVI
Ne la forma d'Atlante se gli affaccia
colei che la sembianza ne tenea,
con quella grave e venerabil faccia
che Ruggier sempre riverir solea,
con quello occhio pien d'ira e di minaccia,
che si temuto gia fanciullo avea;
dicendo : 6 questo dunque il frutto ch'io
lungamente atteso ho del sudor mio ?
LVII
Di medolle gia d'orsi e di leoni
ti porsi io dunque li primi alimenti;
t'ho per caverne et orridi burroni
fanciullo avezzo a strangolar serpenti,
pantere e tigri disarmar d'ungioni
et a vivi cingial trar spesso i denti,
acci6 che dopo tanta disciplina
tu sii 1'Adone o FAtide d'Alcina?
LVIII
fi questo quel che 1'osservate stelle,
le sacre fibre e gli accoppiati punti,
responsi, auguri, sogni e tutte quelle
sorti ove ho troppo i miei studi consunti,
di te promesso sin da le mammelle
m'avean, come quest'anni fusser giunti,
ch'in arme 1'opre tue cosi preclare
esser dovean, che sarian senza pare?
LIX
Questo e ben veramente alto principio
onde si puo sperar che tu sia presto
a farti un Alessandro, un lulio, un Scipio!
Chi potea, ohime! di te mai creder questo,
che ti facessi d'Alcina mancipio ?
E perch6 ognun lo veggia manifesto,
al collo et alle braccia hai la catena
con che ella a voglia sua preso ti mena.
CANTO SETTIMO 143
LX
Se non ti muovon le tue proprie laudi,
e Topre escelse a chi t'ha il cielo eletto,
la tua succession perche defraudi
del ben che mille volte io t'ho predetto?
deh, perche il ventre eternamente claudi,
dove il ciel vuol che sia per te concetto
la gloriosa e soprumana prole
ch'esser de' al rnondo piu chiara che '1 sole?
LXI
Deh non vietar che le piu nobil alme,
che sian formate ne Feterne idee,
di tempo in tempo abbian corporee saline
dal ceppo che radice in te aver dee!
deh non vietar mille trionfi e palme,
con che, dopo aspri danni e piaghe ree,
tuoi figli, tuoi nipoti e successori
Italia torneran nei primi onori!
LXII
Non ch'a piegarti a questo tante e tante
anime belle aver dovesson pondo,
che chiare, illustri, inclite, invitte e sante
son per fiorir da Parbor tuo fecondo;
ma ti dovria una coppia esser bastante :
Ippolito e il fratel; che pochi il mondo
ha tali avuti ancor fin al dl d'oggi,
per tutti i gradi onde a virtu si poggi.
LXIII
Io solea piu di questi dui narrarti,
ch'io non facea di tutti gli altri insieme;
si perch< essi terran le maggior parti,
che gli altri tuoi, ne le virtu supreme;
si perche al dir di lor mi vedea darti
piu attenzion, che cT altri del tuo seme:
vedea goderti che si chiari eroi
esser dovessen dei nipoti tuoi.
144 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Che ha costei che t'hai fatto regina,
che non abbian milPaltre meretrici?
costei che di tant'altri e concubina,
ch'al fin sai ben s'ella suol far felici.
Ma perche tu conosca chi sia Alcina,
levatone le fraudi e gli artifici,
tien questo annello in dito, e torna ad ella,
ch'aveder ti potrai come sia bella.
LXV
Ruggier si stava vergognoso e muto
mirando in terra, e mal sapea che dire;
a cui la maga nel dito minuto
pose 1' annello, e lo fe' risentire.
Come Ruggiero in se fu rivenuto,
di tanto scorno si vide assalire,
ch'esser vorria sotterra mille braccia,
ch'alcun veder non lo potesse in faccia.
LXVI
Ne la sua prima forma in uno instante,
cosi parlando, la maga rivenne;
ne bisognava piii quella d* Atlanta,
seguitone 1'effetto per che venne.
Per dirvi quel ch'io non vi dissi inante,
costei Melissa nominata venne,
ch'or die a Ruggier di se notizia vera,
e dissegli a che effetto venuta era;
LXVII
mandata da colei, che d'amor piena
sempre il disia, ne piu pu6 starne senza,
per liberarlo da quella catena
di che lo cinse magica violenza:
e preso avea d'Atlante di Carena
la forma, per trovar meglio credenza.
Ma poi ch'a sanita 1'ha omai ridutto,
gli vuole aprire e far che veggia il tutto.
CANTO SETTIMO 145
LXVIII
Quella donna gentil che t'ama tanto,
quella che del tuo amor degna sarebbe,
a cui, se non ti scorda, tu sai quanto
tua liberta, da lei servata, debbe;
questo annel che ripara ad ogni incanto
ti manda: e cosl il cor mandato avrebbe,
s'avesse avuto il cor cosi virtute,
come Fannello, atta alia tua salute.
LXIX
E seguitfr narrandogli 1'amore
che Bradamante gli ha portato e porta;
di quella insieme comend6 il valore,
in quanto il vero e Faffezion comporta;
et uso modo e termine migliore
che si convenga a messaggiera accorta:
et in quel odio Alcina a Ruggier pose,
in che soglionsi aver 1'orribil cose.
LXX
In odio gli la pose, ancor che tanto
Famasse dianzi; e non vi paia strano,
quando il suo amor per forza era d'incanto,
ch'essendovi Fannel, rimase vano.
Fece Fannel palese ancor, che quanto
di belta Alcina avea, tutto era estrano;
estrano avea, e non suo, dal pie alia treccia:
il bel ne sparve, e le rest6 la feccia.
LXXI
Come fanciullo che maturo frutto
ripone, e poi si scorda ove e riposto,
e dopo molti giorni e ricondutto
la dove truova a caso il suo deposto,
si maraviglia di vederlo tutto
putrido e guasto, e non come fu posto;
e dove amarlo e caro aver solia,
Fodia, sprezza, n'ha schivo, e getta via:
146 ORLANDO FURIOSO
LXXII
cosi Ruggier, poi che Melissa fece
ch'a riveder se ne torn6 la fata
con quelFannello inanzi a cui non lece,
quando s'ha in dito, usare opra incantata,
ritruova, contra ogni sua stima, invece
de la bella che dianzi avea lasciata,
donna si laida, che la terra tutta
ne la piu vecchia avea ne la piu brutta.
LXXIII
Pallido, crespo e macilente avea
Alcina il viso, il crin raro e canuto,
sua statura a sei palmi non giungea,
ogni dente di bocca era caduto;
che piu d'Ecuba e piu de la Cumea,
et avea piu d'ogn'altra mai vivuto.
Ma si Farti usa al nostro tempo ignote,
che bella e giovanetta parer puote.
LXXIV
Giovane e bella ella si fa con arte,
si che molti inganno come Ruggiero;
ma Tannel venne a interpretar le carte,
che gia molti anni avean celato il vero.
Miracol non e dunque, se si parte
de 1'animo a Ruggiero ogni pensiero
ch'avea d'amare Alcina, or che la truova
in guisa, che sua fraude non le giova.
LXXV
Ma come F aviso Melissa, stette
senza mutare il solito sembiante,
fin che de 1'arme sue, piu di neglette,
si fu vestito dal capo alle piante;
e per non farle ad Alcina suspette,
finse provar s'in esse era aiutante,
finse provar se gli era fatto grosso,
dopo alcun di che non Pha avute indosso.
CANTO OTTAVO 147
LXXVI
E Balisarda' poi si messe al fianco
(che cosi nome la sua spada avea);
e lo scudo mirabile tolse anco,
che non pur gli occhi abbarbagliar solea,
ma Tanima facea si venir manco,
che dal corpo esalata esser parea.
Lo tolse, e col zendado in che trovollo,
che tutto lo copria, sel messe al collo.
LXXVII
Venne alia stalla, e fece briglia e sella
porre a un destrier piu che la pece nero:
cosi Melissa 1'avea instrutto; ch'ella
sapea quanto nel corso era leggiero.
Chi lo conosce, Rabican Tappella;
et e quel proprio che col cavalliero,
del quale i venti or presso al mar fan gioco,
porto gia la balena in questo loco.
LXXVIII
Potea aver I'ippogrifo similmente,
che presso a Rabicano era legato;
ma gli avea detto la maga: Abbi mente,
ch'egli e (come tu sai) troppo sfrenato.
E gli diede intenzion che '1 di seguente
gli lo trarrebbe fuor di quello state,
la dove ad agio poi sarebbe instrutto
come frenarlo e farlo gir per tutto.
LXXIX
Ne sospetto dara, se non lo tolle,
de la tacita fuga ch'apparecchia.
Fece Ruggier come Melissa voile,
ch'invisibile ognor gli era alPorecchia.
Cosi fingendo, del lascivo e molle
palazzo usci de la puttana vecchia;
e si venne accostando ad una porta,
donde e la via ch'a Logistilla il porta.
148 ORLANDO FURIOSO
LXXX
Assalt6 li guardian! alPimproviso,
e si cacci6 tra lor col ferro in mano :
e qual lascio ferito, e quale ucciso;
e corse fuor del ponte a mano a mano,
e prima che n'avesse Alcina aviso,
di molto spazio fu Ruggier lontano.
Diro ne 1'altro canto che via tenne;
poi come a Logistilla se ne venne.
CANTO OTTAVO 149
CANTO OTTAVO
I
Oh quante sono incantatrici, oh. quanti
incantator tra noi, che non si sanno!
che con lor arti uomini e donne amanti
di se, cangiando i visi lor, fatto hanno.
Non con spirti constretti tali incanti,
ne con osservazion di stelle fanno;
ma con simulazion, menzogne e frodi
legano i cor d'indissolubil nodi.
II
Chi Fannello d' Angelica, o piu tosto
chi avesse quel de la ragion, potria
veder a tutti il viso che nascosto
da finzione e d'arte non saria.
Tal ci par bello e buono che, deposto
il liscio, brutto e rio forse parria.
Fu gran ventura quella di Ruggiero,
ch'ebbe 1'annel che gli scoperse il vero.
in
Ruggier (come io dicea) dissimulando,
su Rabican venne alia porta armato:
trov6 le guardie sprovedute, e quando
giunse tra lor, non tenne il bran do a lato.
Chi morto e chi a mal termine lasciando,
esce del ponte, e il rastrello ha spezzato:
prende al bosco la via; ma poco corre,
ch'ad un de' send de la fata occorre.
150 ORLANDO FURIOSO
IV
II servo in pugno avea un augel grifagno
che volar con placer facea ogni giorno,
ora a campagna, ora a un vicino stagno
dove era sempre da far preda intorno;
avea da lato il can fido compagno :
cavalcava un ronzin non troppo adorno.
Ben penso che Ruggier dovea fuggire,
quando lo vide in tal fretta venire.
Se gli fe' incontra, e con sembiante altiero
gli domandb perche in tal fretta gisse.
Risponder non gli volse il buon Ruggiero :
perci6 colui, piu certo che fuggisse,
di volerlo arrestar fece pensiero ;
e distendendo il braccio manco, disse:
Che dirai tu, se subito ti fermo?
se contra questo augel non avrai schermo ?
VI
Spinge 1'augello: e quel batte si Pale,
che non Pavanza Rabican di corso.
Del palafreno il cacciator giu sale,
e tutto a un tempo gli ha levato il morso.
Quel par da Parco uno aventato strale,
di calci formidabile e di morso;
e '1 servo dietro si veloce viene,
che par ch'il vento, anzi che il fuoco il mene.
VII
Non vuol parere il can d'esser piu tardo,
ma segue Rabican con quella fretta
con che le lepri suol seguire il pardo.
Vergogna a Ruggier par, se non aspetta.
Voltasi a quel che vien si a pie gagliardo ;
ne gli vede arme, fuor ch'una bacchetta,
quella con che ubidire al cane insegna:
Ruggier di trar la spada si disdegna.
CANTO OTTAVO 151
VIII
Quel se gli appressa, e forte lo percuote;
lo morde a un tempo il can nel piede manco.
Lo sfrenato destrier la groppa scuote
tre volte e piu, ne falla il destro fianco.
Gira Faugello e gli fa mille mote,
e con 1'ugna sovente il ferisce anco :
si il destrier collo strido impaurisce,
ch'alla mano e allo spron poco ubidisce.
IX
Ruggiero, al fin constretto, il ferro caccia;
e perch6 tal molestia se ne vada,
or gli animali, or quel villan minaccia
col taglio e con la punta de la spada.
Quella importuna turba piu Pimpaccia:
presa ha chi qua chi la tutta la strada.
Vede Ruggiero il disonore e il danno
che gli averra, se piu tardar lo fanno.
Sa ch'ogni poco piu ch'ivi rimane,
Alcina avra col populo alle spalle :
di trombe, di tamburi e di campane
gia s'ode alto rumore in ogni valle.
Contra un servo senza arme e contra un cane
gli par ch'a usar la spada troppo falle:
meglio e piu breve e dunque che gli scopra
10 scudo che d'Atlante era stato opra.
XI
Levo il drappo vermiglio in che coperto
gia molti giorni lo scudo si tenne.
Fece Peffetto mille volte esperto
11 lume, ove a ferir negli occhi venne:
resta dai sensi il cacciator deserto,
cade il cane e il ronzin, cadon le penne
ch'in aria sostener 1'augel non ponno;
lieto Ruggier li lascia in preda al sonno.
152 ORLANDO FURIOSO
XII
Alcina, ch'avea intanto avuto aviso
di Ruggier, che sforzato avea la porta,
e de la guardia buon numero ucciso,
fu, vinta dal dolor, per restar morta.
Squarciossi i panni e si percosse il viso,
e sciocca nominossi e malaccorta;
e fece dar aU'arme immantinente,
e intorno a se raccor tutta sua gente.
XIII
E poi ne fa due parti, e manda Tuna
per quella strada ove Ruggier camina;
al porto Faltra subito raguna,
imbarca, et uscir fa ne la marina:
sotto le vele aperte il mar s'imbruna.
Con questi va la disperata Alcina,
che '1 desiderio di Ruggier si rode,
che lascia sua citta senza custode.
XIV
Non lascia alcuno a guardia del palagio :
il che a Melissa, che stava alia posta
per liberar di quel regno malvagio
la gente ch'in miseria v'era posta,
diede commodita, diede grande agio
di gir cercando ogni cosa a sua posta,
imagini abbruciar, suggelli t6rre,
e nodi e rombi e turbini disciorre.
xv
Indi pei campi accelerando i passi,
gli antiqui amanti ch'erano in gran torma
conversi in fonti, in fere, in legni, in sassi,
fe' ritornar ne la lor prima forma.
E quei, poi ch'allargati furo i passi,
tutti del buon Ruggier seguiron Forma:
a Logistilla si salvaro; et indi
tornaro a Sciti, a Persi, a Greci, ad Indi.
CANTO OTTAVO 153
XVI
Li rimando Melissa in lor paesi,
con obligo di mai non esser sciolto.
Fu inanzi agli altri il duca degl'Inglesi
ad esser ritornato in uman volto;
che '1 parentado in questo e li cortesi
prieghi del bon Ruggier gli giovar molto :
oltre i prieghi, Ruggier le die Tannello,
accio meglio potesse aiutar quello.
XVII
A' prieghi dunque di Ruggier, rifatto
fu '1 paladin ne la sua prima faccia.
Nulla pare a Melissa d'aver fatto,
quando ricovrar Tarme non gli faccia,
e quella lancia d'or, ch'al primo tratto
quanti ne tocca de la sella caccia:
de FArgalia, poi fu d'Astolfo lancia,
e molto onor fe' a Funo e a 1'altro in Francia.
XVIII
Trovo Melissa questa lancia d'oro,
ch'Alcina avea reposta nel palagio,
e tutte Parme che del duca foro,
e gli fur tolte ne 1'ostel malvagio.
Monto il destrier del negromante moro,
e fe' montar Astolfo in groppa ad agio;
e quindi a Logistilla si condusse
d'un'ora prima che Ruggier vi fusse.
XIX
Tra duri sassi e folte spine gia
Ruggiero intanto inver la fata saggia,
di balzo in balzo, e d'una in altra via
aspra, solinga, inospita e selvaggia;
tanto ch'a gran fatica riuscia
su la fervida nona in una spiaggia
tra J l mare e '1 monte, al mezzodi scoperta,
arsiccia, nuda, sterile e deserta.
154 ORLANDO FURIOSO
XX
Percuote il sole ardente il vicin colle;
e del calor che si riflette a dietro,
in modo 1'aria e 1'arena ne bolle,
che saria troppo a far liquido il vetro.
Stassi cheto ogni augello all'ombra molle:
sol la cicala col noioso metro
fra i densi rami del fronzuto stelo
le valli e i monti assorda, e il mare e il cielo.
XXI
Quivi il caldo, la sete, e la fatica
ch'era di gir per quella via arenosa,
facean, lungo la spiaggia erma et aprica,
a Ruggier compagnia grave e noiosa.
Ma perche non convien che sempre io dica,
ne ch'io vi occupi sempre in una cosa,
io lascero Ruggiero in questo caldo,
e gir6 in Scozia a ritrovar Rinaldo.
XXII
Era Rinaldo molto ben veduto
dal re, da la figliola e dal paese.
Poi la cagion che quivi era venuto,
piu ad agio il paladin fece palese:
ch'in nome del suo re chiedeva aiuto
e dal regno di Scozia e da Finglese;
et ai preghi suggiunse anco di Carlo
giustissime cagion di dover farlo.
xxni
Dal re senza indugiar gli fu risposto
che di quanto sua forza s'estendea,
per utile et onor sempre disposto
di Carlo e de rimperio esser volea;
e che fra pochi di gli avrebbe posto
piu cavallieri in punto che potea;
e se non ch'esso era oggimai pur vecchio,
capitano verria del suo apparecchio.
CANTO OTTAVO 155
XXIV
Ne tal rispetto ancor gli parria degno
di farlo rimaner, se non avesse
il figlio, che di forza, e piu d'ingegno,
dignissimo era a chi '1 governo desse,
ben che non si trovasse allor nel regno ;
ma che sperava che venir dovesse
mentre ch'insieme aduneria lo stuolo;
e ch'adunato il troveria il figliuolo.
XXV
Cosi mand6 per tutta la sua terra
suoi tesorieri a far cavalli e gente;
navi apparecchia e iminizion da guerra,
vettovaglia e danar maturamente.
Venne intanto Rinaldo in Inghilterra,
e '1 re nel suo partir cortesemente
insino a Beroicche accompagnollo ;
e visto pianger fu quando lasciollo.
XXVI
Spirando il vento prospero alia poppa,
monta Rinaldo, et a Dio dice a tutti ;
la fune indi al viaggio il nocchier sgroppa,
tanto che giunge ove nei salsi flutti
il bel Tamigi amareggiando intoppa.
Col gran flusso del mar quindi condutti
i naviganti per camin sicuro
a vela e remi insino a Londra furo.
XXVII
Rinaldo avea da Carlo e dal re Otone,
che con Carlo in Parigi era assediato,
al principe di Vallia commissione
per contrasegni e lettere portato,
che cio che potea far la regione
di fanti e di cavalli in ogni lato,
tutto debba a Calesio traghitarlo,
si che aiutar si possa Francla e Carlo.
156 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
II principe ch'io dico, ch'era, in vece
d'Oton, rimaso nel seggio reale,
a Rinaldo d'Amon tanto onor fece,
die non Tavrebbe al suo re fatto uguale:
indi alle sue domande satisfece;
perch6 a tutta la gente marziale
e di Bretagna e de 1'isole intorno
di ritrovarsi al mar prefisse il giorno.
XXIX
Signer, far mi convien come fa il buono
senator sopra il suo instrumento arguto,
che spesso muta corda, e varia suono,
ricercando ora il grave, ora Facuto.
Mentre a dir di Rinaldo attento sono,
d' Angelica gentil m'e sovenuto,
di che lasciai ch'era da lui fuggita,
e ch'avea riscontrato uno eremita.
xxx
Alquanto la sua istoria io vo' seguire.
Dissi che domandava con gran cura,
come potesse alia marina gire;
che di Rinaldo avea tanta paura,
che, non passando il mar, credea morire,
ne in tutta Europa si tenea sicura:
ma Peremita a bada la tenea,
perche di star con lei piacere avea.
XXXI
Quella rara bellezza il cor gli accese,
e gli scaldo le frigide medolle:
ma poi che vide che poco gli attese,
e ch'oltra soggiornar seco non voile,
di cento punte Pasinello ofFese;
ne di sua tardita per6 lo tolle :
e poco va di passo e men di trotto,
ne stender gli si vuol la bestia sotto.
CANTO OTTAVO 157
XXXII
E perche molto dilungata s'era,
e poco piu, n'avria perduta 1'orma,
ricorse il frate alia spelonca nera,
e di demoni uscir fece una torma:
e ne sceglie uno di tutta la schiera,
e del bisogno suo prima 1'informa;
poi lo fa entrare adosso al corridore,
che via gli porta con la donna il core.
XXXIII
E qual sagace can, nel monte usato
a volpi o lepri dar spesso la caccia,
che se la fera andar vede da un lato,
ne va da un altro, e par sprezzi la traccia,
al varco poi lo senteno arrivato,
che 1'ha gia in bocca, e Fapre il fianco e straccia:
tal I'eremita per diversa strada
aggiugnera la donna ovunque vada.
xxxiv
Che sia il disegno suo, ben io comprendo:
e dirollo anco a voi, ma in altro loco.
Angelica di cio nulla temendo,
cavalcava a giornate, or molto or poco.
Nel cavallo il demon si gia coprendo,
come si cuopre alcuna volta il fuoco,
che con si grave incendio poscia avampa,
che non si estingue, e a pena se ne scampa.
xxxv
Poi che la donna preso ebbe il sentiero
dietro il gran mar che li Guasconi lava,
tenendo appresso alFonde il suo destriero,
dove Tumor la via piu ferma dava;
quel le fu tratto dal demonio fiero
ne 1'acqua si, che dentro vi nuotava.
Non sa che far la timida donzella,
se non tenersi ferma in su la sella.
158 ORLANDO FURIOSO
-XXXVI
Per tirar briglia, non gli puo dar volta:
piu e piu sempre quel si caccia in alto.
Ella tenea la vesta in su raccolta
per non bagnarla, e traea i piedi in alto.
Per le spalle la chioma iva disciolta,
e 1'aura le facea lascivo assalto.
Stavano cheti tutti i maggior venti,
forse a tanta belta col mare attend.
XXXVII
Ella volgea i begli occhi a terra invano,
che bagnavan di pianto il viso e } 1 seno,
e vedea il lito andar sempre lontano
e decrescer piu sempre e venir meno.
II destrier, che nuotava a destra mano,
dopo un gran giro la porto al terreno
tra scuri sassi e spaventose grotte,
gia cominciando ad oscurar la notte.
XXXVIII
Quando si vide sola in quel deserto,
che a riguardarlo sol mettea paura,
ne 1'ora che nel mar Febo coperto
1'aria e la terra avea lasciata oscura,
fermossi in atto ch'avria fatto incerto
chiunque avesse vista sua figura,
s'ella era donna sensitiva e vera,
sasso colorito in tal maniera.
xxxix
Stupida e fissa nella incerta sabbia,
coi capelli disciolti e rabuffati,
con le man giunte e con rimmote labbia,
1 languidi occhi al ciel tenea levati,
come accusando il gran Motor che 1'abbia
tutti inclinati nel suo danno i fati.
Immota e come attonita ste alquanto ;
poi sciolse al duol la lingua, e gli occhi al pianto.
CANTO OTTAVO 159
XL
Dicea : Fortuna, che piu a far ti resta
acci6 di me ti sazii e ti disfami?
che dar ti posso omai piu, se non questa
misera vita? ma tu non la brami;
ch'ora a trarla del mar sei stata presta,
quando potea finir suoi giorni grami:
perche ti parve di voler piu ancora
vedermi tormentar prima ch'io muora.
XLI
Ma che mi possi nuocere non veggio,
piu di quel che sin qui nociuto nVhai.
Per te cacciata son del real seggio,
dove piu ritornar non spero mai:
ho perduto 1'onor, ch'e stato peggio;
che se ben con effetto io non peccai,
io do pero materia ch'ognun dica
ch'essendo vagabonda io sia impudica.
XLII
Ch'aver puo donna al mondo piu di buono,
a cui la castita levata sia?
Mi nuoce, ahime! ch'io son giovane, e sono
tenuta bella, o sia vero o bugia.
Gia non ringrazio il ciel di questo dono;
che di qui nasce ogni ruina mia:
morto per questo fu Argalia mio frate,
che poco gli giovar Parme incantate:
XLIII
per questo il re di Tartaria Agricane
disfece il genitor mio Galafrone,
ch'in India del Cataio era gran Cane;
onde io son giunta a tal condizione,
che muto albergo da sera a dimane.
Se 1'aver, se 1'onor, se le persone
m'hai tolto, e fatto il mal che far mi puoi,
a che piu doglia anco serbar mi vuoi ?
l6o ORLANDO FURIOSO
XLIV
Se Taffogarmi in mar morte non era
a tuo senno crudel, pur ch'io ti sazii,
non recuso che mandi alcuna fera
che mi divori, e non mi tenga in strazii.
D'ogni martir che sia, pur ch'io ne pera,
esser non puo ch'assai non ti ringrazii.
Cosi dicea la donna con gran pianto,
quando le apparve 1'eremita accanto.
XLV
Avea mirato da Testrema cima
d'un rilevato sasso 1'eremita
Angelica, che giunta alia parte ima
e de lo scoglio, affitta e sbigottita.
Era sei giorni egli venuto prima;
ch'un demonio il porto per via non trita:
e venne a lei fingendo divozione
quanta avesse mai Paulo o Ilarione.
XLVI
Come la donna il comincio a vedere,
prese, non conoscendolo, conforto;
e cesso a poco a poco il suo temere,
ben che ella avesse ancora il viso smorto.
Come fu presso, disse : Miserere,
padre, di me, chT son giunta a mal porto.
E con voce interrotta dal singulto
gli disse quel ch'a lui non era occulto.
XLVII
Comincia Teremita a confortarla
con alquante ragion belle e divote ;
e pon Paudaci man, mentre che parla,
or per lo seno, or per Pumide gote:
poi piu sicuro va per abbracciarla;
et ella sdegnosetta lo percuote
con una man nel petto, e lo rispinge,
e d'onesto rossor tutta si tinge.
CANTO OTTAVO l6l
XLVIII
Egli, ch'allato avea una tasca, aprilla,
& trassene una ampolla di liquore;
e negli occhi possenti, onde sfavilla
la piu cocente face ch'abbia Amore,
spruzzo di quel leggiermente una stilla,
che di farla dormire ebbe valore,
Gia resupina ne F arena giace
a tutte voglie del vecchio rapace.
XLIX
Egli Tabbraccia et a piacer la tocca,
et ella dorme e non puo fare ischermo.
Or le bacia il bel petto, ora la bocca;
non e ch'il veggia in quel loco aspro et ermo.
Ma ne 1'incontro il suo destrier trabocca,
ch'al disio non risponde il corpo infermo:
era mal atto, perche avea troppi anni;
e potra peggio, quanto piu TarTanni.
L
Tutte le vie, tutti li modi tenta,
ma quel pigro rozzon non pero salta.
Indarno il fren gli scuote, e lo tormenta;
e non pub far che tenga la testa alta.
Al fin presso alia donna s'addormenta;
e nuova altra sciagura anco 1'assalta:
non comincia Fortuna mai per poco,
quando un mortal si piglia a scherno e a gioco.
LI
Bisogna, prima ch'io vi narri il caso,
ch'un poco dal sentier dritto mi torca.
Nel mar di tramontana inver 1'occaso,
oltre Tlrlanda una isola si corca,
Ebuda nominata; ove e rimaso
il popul raro, poi che la brutta orca
e Paltro marin gregge la distrusse,
ch' in sua vendetta Proteo vi condusse.
162 ORLANDO FURIOSO
LII
Narran 1' antique istorie, o vere o false,
che tenne gia quel luogo un re possente,
ch'ebbe una figlia, in cui bellezza valse
e grazia si, che pote* facilmente,
poi che mostrossi in su 1'arene salse,
Proteo lasciare in mezzo Facque ardente;
e quello, un di che sola ritrovolla,
compresse, e di se gravida lasciolla.
LIII
La cosa fu gravissima e molesta
al padre, piu d'ogn'altro empio e severo:
ne per iscusa o per pieta, la testa
le perdon6: si pu6 lo sdegno fiero..
Ne per vederla gravida, si resta
di subito esequire il crudo impero:
e '1 nipotin che non avea peccato,
prima fece morir che fosse nato.
LIV
Proteo marin, che pasce il fiero armento
di Nettunno che Fonda tutta regge,
sente de la sua donna aspro tormento,
e per grand'ira, rompe ordine e legge;
si che a mandare in terra non e lento
Forche e le foche, e tutto il marin gregge,
che distruggon non sol pecore e buoi,
ma ville e borghi e li cultori suoi :
LV
e spesso vanno alle citta murate,
e d'ogn'iritorno lor mettono assedio.
Notte e di stanno le persone armate,
con gran timore e dispiacevol tedio :
tutte hanno le campagne abbandonate;
e per trovarvi al fin qualche rimedio,
andarsi a consigliar di queste cose
alPoracol, che lor cosi rispose:
CANTO OTTAVO 163
LVI
che trovar bisognava una donzella
che fosse all'altra di bellezza pare,
et a Proteo sdegnato offerir quella,
in cambio de la morta, in lito al mare.
S'a sua satisfazion gli parra bella,
se la terra, ne li verra a sturbare:
se per questo non sta, se gli appresenti
una et un'altra, fin che si content!.
LVII
E cosi cominci6 la dura sorte
tra quelle che piu grate eran di faccia,
ch'a Proteo ciascun giorno una si porte,
fin che trovino donna che gli piaccia.
La prima e tutte Taltre ebbeno morte;
che tutte giu pel ventre se le caccia
un'orca, che resto presso alia foce
poi che J l resto parti del gregge atroce.
LVIII
O vera o falsa che fosse la cosa
di Proteo (ch'io non so che me ne dica),
servosse in quella terra, con tal chiosa,
contra le donne un'empia lege antica:
che di lor carne Forca monstruosa
che viene ogni di al lito, si notrica.
Ben ch'esser donna sia in tutte le bande
danno e sciagura, quivi era pur grande.
LIX
Oh misere donzelle che trasporte
fortuna ingiuriosa al lito infausto!
dove le genti stan sul mare accorte
per far de le straniere empio olocausto;
che, come piu di fuor ne sono morte,
il numer de le loro e meno esausto:
ma perche il vento ognor preda non mena,
ricercando ne van per ogni arena.
164 ORLANDO FURIOSO
LX
Van discorrendo tutta la marina
con fuste e grippi et altri legni loro,
e da lontana parte e da vicina
portan sollevamento al lor martoro.
Molte donne han per forza e per rapina,
alcune per lusinghe, altre per oro;
e sempre da diverse region!
n'hanno piene le torn e le prigioni.
LXI
Passando una lor fusta a terra a terra
inanzi a quella solitaria riva
dove fra sterpi in su Terbosa terra
la sfortunata Angelica dormiva,
smontaro alquanti galeotti in terra
per riportarne e legna et acqua viva;
e di quante mai fur belle e leggiadre
trovaro il fiore in braccio al santo padre.
LXII
Oh troppo cara, oh troppo escelsa preda
per si barbare genti e si villane!
O Fortuna crudel, chi fia ch'il creda
che tanta forza hai ne le cose umane,
che per cibo d'un mostro tu conceda
la gran belta, ch'in India il re Agricane
fece venir da le caucasee porte
con mezza Scizia a guadagnar la morte?
LXIII
La gran belta, che fu da Sacripante
posta inanzi al suo onore e al suo bel regno;
la gran belta, ch'al gran signer d'Anglante
macchio la chiara fama e Palto ingegno;
la gran belta che fe* tutto Levante
sottosopra voltarsi e stare al segno,
ora non ha (cosi e rimasa sola)
chi le dia aiuto pur d'una parola.
CANTO OTTAVO 165
LXIV
La bella donna, di gran sonno oppressa,
incatenata fu prima che desta.
Portaro il frate incantator con essa
nel legno pien di turba afHitta e mesta.
La vela, in cima all'arbore rimessa,
rende la nave all'isola funesta,
dove chiuser la donna in rocca forte,
fin a quel di ch'a lei tocco la sorte.
LXV
Ma pote si, per esser tanto bella,
la fiera gente muovere a pietade,
che molti di le differiron quella
morte, e serbarla a gran necessitade;
e fin ch'ebber di fuore altra donzella,
perdonaro all* angelica beltade.
Al mostro fu condotta finalmente,
piangendo dietro a lei tutta la gente.
LXVI
Chi narrera 1'angoscie, i pianti, i gridi,
1'alta querela che nel ciel penetra?
maraviglia ho che non s'apriro i lidi,
quando fu posta in su la fredda pietra,
dove in catena, priva di sussidi,
morte aspettava abominosa e tetra.
lo nol dir6 ; che si il dolor mi muove,
che mi sforza voltar le rime altrove,
LXVII
e trovar versi non tanto lugubri,
fin che '1 mio spirto stanco si riabbia;
che non potrian li squalidi colubri,
ne Porba tigre accesa in maggior rabbia,
ne ci6 che da TAtlante ai liti rubri
venenoso erra per la calda sabbia,
ne veder n6 pensar senza cordoglio,
Angelica legata al nudo scoglio.
l66 ORLANDO FURIOSO
LXVIII
Oh se Pavesse il suo Orlando saputo,
ch'era per ritrovarla ito a Parigi;
o li dui ch'ingann6 quel vecchio astuto
col messo che venia dai luoghi stigi!
fra mille morti, per donarle aiuto,
cercato avrian gli angelici vestigi:
ma che fariano, avendone anco spia,
poi che distant! son di tanta via?
LXIX
Parigi intanto avea Tassedio intorno
dal famoso figliuol del re Troianp;
e venne a tanta estremitade un giorno,
che n'ando quasi al suo nimico in manor
e se non che li voti il ciel placorno,
che dilag6 di pioggia oscura il piano,
cadea quel di per Tafricana lancia
il santo Ijnperio e '1 gran nome di Francia.
LXX
II sommo Creator gli occhi rivolse
al giusto lamentar del vecchio Carlo;
e con subita pioggia il fuoco tolse :
ne forse uman saper potea smorzarlo.
Savio chiunque a Dio sempre si volse;
ch'altri non pote mai meglio aiutarlo.
Ben dal devoto re fu conosciuto,
che si salv6 per lo divino aiuto.
LXXI
La notte Orlando alle noiose piume
del veloce pensier fa parte assai.
Or quinci or quindi il volta, or lo rassume
tutto in un loco, e non I'afferma mai:
qual d'acqua chiara il tremolante lume,
dal sol percossa o da' notturni rai,
per gli ampli tetti va con lungo salto
a destra et a sinistra, e basso et alto.
CANTO OTTAVO 167
LXXII
La donna sua, che gli ritorna a mente,
anzi che mai non era indi partita,
gli raccende nel core e fa piu ardente
la fiamma che nel di parea sopita.
Costei venuta seco era in Ponente
fin dal Cataio; e qui Favea smarrita,
ne ritrovato poi vestigio d'ella
che Carlo rotto fu presso a Bordella.
LXXIII
Di questo Orlando avea gran doglia, e seco
indarno a sua sciochezza ripensava.
Cor mio, dicea come vilmente teco
mi son portato! ohime, quanto mi grava
che potendoti aver notte e di meco,
quando la tua bonta non mel negava,
t'abbia lasciato in "man di Namo porre,
per non sapermi a tanta ingmria opporre!
LXXIV
Non aveva ragione io di scusarme?
e Carlo non m'avria forse disdetto:
se pur disdetto, e chi potea sforzarme ?
chi ti mi volea t6rre al mio dispetto ?
non poteva io venir piu tosto alFarme ?
lasciar piu tosto trarmi il cor del petto ?
Ma ne Carlo n6 tutta la sua gente
di tormiti per forza era possente.
LXXV
Almen Favesse posta in guardia buona
dentro a Parigi o in qualche r6cca forte.
Che Fabbia data a Namo mi consona,
sol perch6 a perder Fabbia a questa sorte.
Chi la dovea guardar meglio persona
di me? ch'io dovea farlo fino a morte;
guardarla piu che '1 cor, che gli occhi miei:
e dovea e potea farlo, e pur nol fei.
l68 ORLANDO FURIOSO
LXXVI
Deh, dpve senza me, dolce mia vita,
rimasa sei si giovane e si bella?
come, poi che la luce e dipartita,
riman tra' boschi la smarrita agnella,
che dal pastor sperando essere udita,
si va laganando in questa parte e in quella;
tanto che '1 lupo 1'ode da lontano,
e '1 misero pastor ne piagne invano.
LXXVII
Dove, speranza mia, dove ora sei?
vai tu soletta forse ancor errando ?
o pur t'hanno trovata i lupi rei
senza la guardia del tuo fido Orlando ?
e il fior ch'in ciel potea pormi fra i dei,
il fior ch'intatto io mi venia serbando
per non turbarti, ohime! 1'animo casto,
ohime! per forza avranno colto e guasto.
LXXVIII
Oh infelice! oh misero! che voglio
se non morir, se '1 mio bel fior colto hanno?
sommo Dio, fammi sentir cordoglio
prima d'ogn'altro, che di questo danno.
Se questo e ver, con le mie man mi toglio
la vita, e Talma disperata danno.
Cosi, piangendo forte e sospirando,
seco dicea Faddolorato Orlando.
LXXIX
Gia in ogni parte gli animanti lassi
davan riposo ai travagliati spirti,
chi su le piume, e chi sui duri sassi,
e chi su 1'erbe, e chi su faggi o mirti:
tu le palpebre, Orlando, a pena abbassi,
punto da' tuoi pensieri acuti et irti;
ne quel si breve e fuggitivo sonno
godere in pace anco lasciar ti ponno.
CANTO OTTAVO 169
LXXX
Parea ad Orlando, s'una verde riva
d'odoriferi fior tutta dipinta,
mirare il bello avorio, e la nativa
purpura ch'avea Amor di sua man tinta,
e le due chiare stelle onde nutriva
ne le reti d'Amor Panima avinta:
io parlo de' begli occhi e del bel volto,
che gli hanno il cor di mezzo il petto tolto.
LXXXI
Sentia il maggior piacer, la maggior festa
che sentir possa alcun felice amante:
ma ecco intanto uscire una tempest a
che struggea i fiori, et abbatea le piante.
Non se ne suol veder simile a questa,
quando giostra aquilone, austro e levante.
Parea che per trovar qualche coperto,
andasse errando invan per un deserto.
LXXXII
Intanto I'infelice (e non sa come)
perde la donna sua per 1'aer fosco;
onde di qua e di la del suo bel nome
fa risonare ogni campagna e bosco.
E mentre dice indarno: Misero me!
chi ha cangiata mia dolcezza in tosco ?
ode la donna sua che gli domanda
piangendo aiuto, e se gli raccomanda.
LXXXIII
Onde par ch'esca il grido, va veloce
e quinci e quindi s'afTatica assai.
Oh quanto e il suo dolore aspro et atroce,
che non pu6 rivedere i dolci rai!
Ecco ch'altronde ode da un'altra voce:
Non sperar piu gioirne in terra mai.
A questo orribil grido risvegliossi,
e tutto pien di lacrime trovossi.
170 ORLANDO FURIOSO
LXXXIV
Senza pensar che sian Timagin false
quando per tema o per disio si sogna,
de la donzella per modo gli calse,
che stim6 giunta a danno od a vergogna,
che fulminando fuor del letto salse.
Di piastra e maglia, quanto gli bisogna,
tutto guarnissi, e Brigliadoro tolse;
ne* di scudiero alcun servigio volse.
LXXXV
E per potere entrare ogni sentiero,
che la sua dignita macchia non pigli,
non Tonorata insegna del quartiero,
distinta di color bianchi e vermigli,
ma portar volse un ornamento nero;
e forse accio ch'al suo dolor simigli:
e quello avea gia tolto a uno amostante,
ch'uccise di sua man pochi anni inante.
LXXXVI
Da mezza notte tacito si parte,
e non saluta e non fa motto al zio;
ne al fido suo compagno Brandimarte,
che tanto amar solea, pur dice a Dio.
Ma poi che '1 Sol con 1'auree chiome sparte
del ricco albergo di Titone uscio
e fe' Tombra fugire umida e nera,
s'avide il re che '1 paladin non v'era.
LXXXVII
Con suo gran dispiacer s'avede Carlo
che partito la notte e '1 suo nipote,
quando esser dovea seco e piu aiutarlo;
e ritener la colera non puote,
, ch'a lamentarsi d'esso, et a gravarlo
non incominci di biasmevol note;
e minacciar, se non ritorna, e dire
che lo faria di tanto error pentire.
CANTO OTTAVO 171
LXXXVIII
Brandimarte, ch j Orlando amava a pare
di se medesmo, non fece soggiorno;
o che sperasse farlo ritornare,
o sdegno avesse udirne biasmo e scorno:
e volse a pena tanto dimorare,
ch'uscisse fuor ne Poscurar del giorno.
A Fiordiligi sua nulla ne disse,
perche J l disegno suo non gl'impedisse.
LXXXIX
Era questa una donna che fa molto
da lui diletta, e ne fu raro senza;
di costumi, di grazia e di bel volto
dotata e d'accortezza e di prudenza:
e se licenzia or non n'aveva tolto,
fu che spero tornarle alia presenza
il di medesmo; ma gli accade poi,
che lo tardo piu dei disegni suoi.
xc
E poi ch'ella aspettato quasi un mese
indarno 1'ebbe, e che tornar nol vide,
di desiderio si di lui s'accese,
che si parti senza compagni o guide;
e cercandone and6 molto paese,
come 1'istoria al luogo suo dicide.
Di questi dua non vi dico or piu in ante;
che piu m'importa il cavallier d'Anglante.
xci
II qual, poi che mutato ebbe d' Almonte
le gloriose insegne, ando alia porta,
e disse ne Forecchio : lo sono il conte
a un capitan che vi facea la scorta;
e fattosi abassar subito il ponte,
per quella strada che piu breve porta
agPinimici, se n'and6 diritto.
Quel che segui, ne 1'altro canto e scritto.
172 ORLANDO FURIOSO
CANTO NONO
I
Che non puo far d'un cor ch'abbia suggetto
questo crudele e traditore Amore,
poi ch'ad Orlando puo levar del petto
la tanta fe che debbe al suo signore ?
Gia savio e pieno fu d'ogni rispetto,
e de la santa Chiesa difensore:
or per un vano amor, poco del zio,
e di se poco, e men cura di Dio.
II
Ma Pescuso io pur troppo, e mi rallegro
nel mio difetto aver compagno tale;
ch'anch'io sono al mio ben languido et egro,
sano e gagliardo a seguitare il male.
Quel se ne va tutto vestito a negro,
ne tanti amici abandonar gli cale;
e passa dove d' Africa e di Spagna
la gente era attendata alia campagna:
in
anzi non attendata, perche sotto
alberi e tetti Fha sparsa la pioggia
a dieci, a venti, a quattro, a sette, ad otto;
chi piu distante e chi piu presso alloggia.
Ognuno dorme travagliato e rotto :
chi steso in terra, e chi alia man s'appoggia.
Dormono; e il conte uccider ne puo assai:
n6 pero stringe Durindana mai.
CANTO NONO 173
IV
Di tanto core e il generoso Orlando,
che non degna ferir gente che dorma.
Or questo e quando quel luogo cercando
va, per trovar de la sua donna 1'orma.
Se truova alcun che veggi, sospirando
gli ne dipinge Tabito e la forma;
e poi lo priega che per cortesia
gl'insegni andar in parte ove ella sia.
V
E poi che venne il di chiaro e lucente,
tutto cerco Fesercito moresco:
e ben lo potea far sicuramente,
avendo indosso Tabito arabesco;
et aiutollo in questo parimente,
che sapeva altro idiorna che francesco,
e Tafricano tanto avea espedito,
che parea nato a Tripoli e nutrito.
VI
Quivi il tutto cerco, dove dimora
fece tre giorni, e non per altro effetto;
poi dentro alle cittadi e a* borghi fuora
non spio sol per Francia e suo distretto,
ma per Uvernia e per Guascogna ancora
rivide sin aH'ultimo borghetto:
e cerco da Provenza alia Bretagna,
e dai Picardi ai termini di Spagna.
Tra il fin d'ottobre e il capo di novembre,
ne la stagion che la frondosa vesta
vede levarsi e discoprir le membre
trepida pianta, fin che nuda resta,
e van gH augelli a strette schiere insembre,
Orlando entro ne Pamorosa inchiesta:
n6 tutto il verno appresso Iasci6 quella,
ne la lascio ne la stagion novella.
174 ORLANDO FURIOSO
VIII
Passando un giorno, come avea costume,
d'un paese in un altro, arriv6 dove
parte i Normandi dai Britoni un fiume,
e verso il vicin mar cheto si muove;
ch'allora gonfio e bianco gia di spume
per nieve sciolta e per montane piove:
e Timpeto de 1'acqua avea disciolto
e tratto seco il ponte, e il passo tolto.
IX
Con gli occhi cerca or questo lato or quello,
lungo le ripe il paladin, se vede
(quando ne pesce egli non e, ne augello)
come abbia a por ne Taltra ripa il piede :
et ecco a se venir vede un battello,
ne la cui poppe una donzella siede,
che di volere a lui venir fa segno;
ne lascia poi ch'arrivi in terra il legno.
Prora in terra non pon; che d'esser carca
contra sua volonta forse sospetta.
Orlando priega lei che ne la barca
seco lo tolga, et oltre il fiume il metta.
Et ella lui: Qui cavallier non varca,
il qual su la sua fe non mi prometta
di fare una battaglia a mia richiesta,
la piu giusta del mondo e la piu onesta.
XI
Si che s'avete, cavallier, desire
di por per me ne Faltra ripa i passi,
promettetemi, prima che finire
quest'altro mese prossimo si lassi,
ch'al re d'Ibernia v'anderete a unire,
appresso al qual la bella armata fassi
per distrugger quelPisola d'Ebuda,
che di quante il mar cinge, e la piu cruda.
CANTO NONO 175
XII
Voi dovete saper ch'oltre Plrlanda,
fra molte che vi son, Pisola giace
nomata Ebuda, che per legge manda
rubando intorno il suo popul rapace;
e quante donne puo pigliar, vivanda
tutte destina a un animal vorace
che viene ogni di al lito, e sempre nuova
donna o donzella, onde si pasca, truova;
XIII
che mercanti e corsar che vanno attorno,
ve ne fan copia, e piu de le piu belle.
Ben potete contare, una per giorno,
quante morte vi sian donne e donzelle.
Ma se pietade in voi truova soggiorno,
se non sete d'Amor tutto ribelle,
siate contento esser tra questi eletto,
che van per far si fruttuoso effetto.
XIV
Orlando volse a pena udire il tutto,
che giuro d' esser primo a quella impresa,
come quel ch'alcun atto iniquo e brutto
non puo sentire, e d'ascoltar gli pesa:
e f u a pensare, indi a temere indutto,
che quella gente Angelica abbia presa;
poi che cercata Fha per tanta via,
ne potutone ancor ritrovar spia.
XV
Questa imaginazion .si gli confuse
e si gli tolse ogni primier disegno,
che, quanto in fretta piu potea, conchiuse
di navigare a quello iniquo regno.
Ne prima Paltro sol nel mar si chiuse,
che presso a San Mal6 ritrov6 un legno,
nel qual si pose; e fatto alzar le vele,
pass6 la notte il monte San Michele.
176 ORLANDO FURIOSO
XVI
Breaco e Landriglier lascia a man manca,
e va radendo il gran lito britone;
e poi si drizza inver P arena bianca,
onde Ingleterra si nom6 Albione;
ma il vento, ch'era da meriggie, manca,
e sofSa tra il ponente e Taquilone
con tanta forza, die fa al basso porre
tutte le vele, e se per poppa torre.
XVII
Quanto il navilio inanzi era venuto
in quattro giorni, in un ritorno indietro,
ne Talto mar dal buon nochier tenuto,
che non dia in terra e sembri un fragil vetro.
II vento, poi che furioso suto
fu quattro giorni, il quinto cangio metro:
Iasci6 senza contrasto il legno entrare
dove il fiume d'Anversa ha foce in mare.
XVIII
Tosto che ne la foce entro lo stanco
nochier col legno afflitto, e il lito prese,
fuor d'una terra che sul destro franco
di quel fiume sedeva, un vecchio scese,
di molta eta, per quanto il crine bianco
ne dava indicio; il qual tutto cortese,
dopo i saluti, al conte rivoltosse,
che capo giudic6 che di lor fosse.
XIX
E da parte il preg6 d'una donzella
ch'a lei venir non gli paresse grave,
la qual ritroverebbe, oltre che bella,
piu ch'altra al mondo affabile e soave;
over fosse contento aspettar, ch'ella
verrebbe a trovar lui fin alia nave:
ne piu restio volesse esser di quanti
quivi eran giunti cavallieri erranti;
CANTO NONO 177
XX
che nessun altro cavallier ch'arriva
o per terra o per mare a questa foce,
di ragionar con la donzella schiva,
per consigliarla in un suo caso atroce.
Udito questo, Orlando in su la riva
senza punto indugiarsi usci veloce;
e come umano e pien di cortesia,
dove il vecchio il meno, prese la via.
XXI
Fu ne la terra il paladin condutto
dentro un palazzo, ove al salir le scale,
una donna trovo piena di lutto,
per quanto il viso ne facea segnale,
e i negri panni che coprian per tutto
e le loggie e le camere e le sale;
la qual, dopo accoglienza grata e onesta
fattol seder, gli disse in voce mesta:
XXII
lo voglio che sappiate che figliuola
fui del conte d'Olanda, a lui si grata
(quantunque prole io non gli fossi sola,
ch'era da dui fratelli accompagnata),
ch'a quanto io gli chiedea, da lui parola
contraria non mi fu mai replicata.
Standomi lieta in questo stato, avenne
che ne la nostra terra un duca venne.
XXIII
Duca era di Selandia, e se ne giva
verso Biscaglia a guerreggiar coi Mori.
La bellezza e Peta ch'in lui fioriva,
e li non piu da me sentiti amori
con poca guerra me gli fer captiva;
tanto piu che, per quel ch'apparea fuori,
io credea e credo, e creder credo il vero,
ch'amassi et ami me con cor sincero.
178 ORLANDO FURIOSO
XXIV
Quei giorni che con noi contrario vento,
contrario agli altri, a me propizio, il tenne
(ch'agli altri fur quaranta, a me un momenta:
cosi al fuggire ebbon veloci penne),
fummo piu volte insieme a parlamento,
dove che '1 matrimonio con solenne
rito al ritorno suo saria tra nui
mi promise egli, et io J l promisi a lui.
xxv
Bireno a pena era da noi partita
(che cosi ha nome il mio fedele amante),
che J l re di Frisa (la qual, quanta il lito
del mar divide il flume, e a noi distante),
disegnando il figliuol farmi marito,
ch'unico al mondo avea, nomato Arbante,
per li piu degni del suo stato manda
a domandarmi al mio padre in Olanda.
XXVI
10 ch j all 1 amante mio di quella fede
mancar non posso, che gli aveva data;
e ancor ch'io possa, Amor non mi conciede
che poter voglia, e ch'io sia tanto ingrata;
per ruinar la pratica ch'in piede
era gagliarda, e presso al fin guidata,
dico a mio padre che prima ch'in Frisa
mi dia marito, io voglio essere uccisa.
XXVII
11 mio buon padre, al qual sol piacea quanto
a me piacea, ne mai turbar mi volse,
per consolarmi e far cessare il pianto
ch'io ne facea, la pratica disciolse:
di che il superbo re di Frisa tanto
isdegno prese e a tanto odio si volse,
ch'entr6 in Olanda, e cominci6 la guerra
che tutto il sangue mio cacci6 sotterra.
CANTO NONO 179
XXVIII
Oltre che sia robusto e si possente,
che pochi pari a nostra eta ritruova,
e si astuto in mal far, ch'altrui niente
la possanza, 1'ardir, 1'mgegno giova;
porta alcun'arme che Fantica gente
non vide mai, ne fuor ch'a lui la nuova:
un ferro bugio, lungo da dua braccia,
dentro a cui polve et una palla caccia.
XXIX
Col fuoco dietro ove la canna e chiusa,
tocca un spiraglio che si vede a pena;
a guisa che toccare il medico usa
dove e bisogno d'allacciar la vena:
onde vien con tal suon la palla esclusa,
che si pu6 dir che tuona e che balena;
ne men che soglia il fulmine ove passa,
ci6 che tocca, arde, abatte, apre e fracassa.
xxx
Pose due volte il nostro campo in rotta
con questo inganno, e i miei fratelli uccise :
nel primo assalto il primo; che la botta,
rotto Tusbergo, in mezzo il cor gli mise;
ne Paltra zuffa a 1'altro, il quale in frotta
fuggia, dal corpo Fanima divise;
e lo feri lontan dietro la spalla,
e fuor del petto uscir fece la palla.
XXXI
Difendendosi poi mio padre un giorno
dentro un castel che sol gli era rimaso,
che tutto il resto avea perduto intorno,
lo fe* con simil colpo ire all'occaso;
che mentre andava e che facea ritorno,
provedendo or a questo or a quel caso,
dal traditor fu in mezzo gli occhi colto,
che Pavea di lontan di mira tolto.
l8o ORLANDO FURIOSO
XXXII
Morto i fratelli e il padre, e rimasa io
de Fisola d'Olanda unica erede,
il re di Frisa, perche avea disio
di ben fermare in quello stato il piede,
mi fa sapere, e cosi al popul mio,
che pace e che riposo mi conciede,
quando io vogli or quel che non volsi inante,
tor per marito il suo figliuolo Arbante.
XXXIII
10 per Podio non si, che grave porto
a lui e a tutta la sua iniqua schiatta,
11 qual m'ha dui fratelli e '1 padre morto,
saccheggiata la patria, arsa e disfatta;
come perche a colui non vo j far torto,
a cui gia la promessa aveva fatta,
ch'altr'uomo non saria che mi sposasse,
fin che di Spagna a me non ritornasse:
XXXIV
Per un mal ch'io patisco, ne vo' cento
patir, rispondo <c e far di tutto il resto ;
esser morta, arsa viva, e che sia al vento
la cener sparsa, inanzi che far questo.
Studia la gente mia di questo intento
tormi: chi priega, e chi mi fa protesto
di dargli in mano me e la terra, prima
che la mia ostinazion tutti ci opprima.
xxxv
Cosi, poi che i protesti e i prieghi invano
vider gittarsi, e che pur stava dura,
presero accordo col Frisone, e in mano,
come avean detto, gli dier me e le mura.
Quel, senza farmi alcuno atto villano,
de la vita e del regno m'assicura,
pur ch'io indolcisca 1'indurate voglie,
e che d' Arbante suo mi faccia moglie.
CANTO NONO l8l
XXXVI
10 che sforzar cosi mi veggio, voglio,
per uscirgli di man, perder la vita;
ma se pria non mi vendico, mi doglio
piu che di quanta ingiuria abbia patita.
Fo pensier molti; e veggio al mio cordoglio
che solo il simular puo dare aita:
fingo ch'io brami, non che non mi piaccia,
che mi perdoni e sua nuora mi faccia.
XXXVII
Fra molti ch'al servizio erano stati
gia di mio padre, io scelgo dui fratelli
di grande ingegno e di gran cor dotati,
ma piu di vera fede, come quelli
che cresciutici in corte et allevati
si son con noi da teneri citelli;
e tanto miei, che poco lor parria
la vita por per la salute mia.
XXXVIII
Communico con loro il mio disegno :
essi prometton d'essermi in aiuto.
L'un viene in Fiandra, e v'apparecchia un legno;
1'altro meco in Olanda ho ritenuto.
Or mentre i forestieri e quei del regno
s'invitano alle nozze, fu saputo
che Bireno in Biscaglia avea una armata,
per venire in Olanda, apparecchiata.
xxxix
Per6 che, fatta la prima battaglia
dove fu rotto un mio fratello e ucciso,
spacciar tosto un corrier feci in Biscaglia,
che portassi a Bireno il tristo aviso;
11 qual mentre che s'arma e si travaglia,
dal re di Frisa il resto fu conquiso.
Bireno, che di cio nulla sapea,
per darci aiuto i legni sciolti avea.
1 82 ORLANDO FURIOSO
XL
Di questo avuto aviso il re frisone,
de le nozze al figliuol la cura lassa;
e con Farmata sua nel mar si pone:
truova il duca, lo rompe, arde e fracassa,
e, come vuol Fortuna, il fa prigione;
ma di ci6 ancor la nuova a noi non passa.
Mi sposa intanto il giovene, e si vuole
meco corcar come si corchi il sole,
XLI
lo dietro alle cortine avea nascoso
quel mio fedele, il qual nulla si mosse
prima che a me venir vide lo sposo;
e non Tattese che corcato fosse,
ch'alz6 un'accetta, e con si valoroso
braccio dietro nel capo lo percosse,
che gli Iev6 la vita e la parola:
10 saltai presta, e gli segai la gola.
XLII
Come cadere il hue suole al macello,
cade il malnato giovene, in dispetto
del re Cimosco, il piu d'ogn'altro fello;
che Pempio re di Frisa e cosi detto,
che morto Puno e Paltro mio fratello
m'avea col padre, e per meglio suggetto
farsi il mio stato, mi volea per nuora;
e forse un giorno uccisa avria me ancora.
XLIII
Prima ch'altro disturbo vi si metta,
tolto quel che piu vale e meno pesa,
11 mio compagno al mar mi cala in fretta
da la finestra, a un canape sospesa,
la dove attento il suo fratello aspetta
sopra la barca ch'avea in Fiandra presa.
Demmo le vele ai venti e i remi alPacque,
e tutti ci salvian, come a Dio piacque.
CANTO NONO 183
XLIV
Non so se '1 re di Frisa piu dolente
del figliol morto, o se piu d'ira acceso
fosse contra di me, che '1 di seguente
giunse la dove si trovo si offeso.
Superbo ritornava egli e sua gente
de la vittoria e di Bireno preso;
e credendo venire a nozze e a festa,
ogni cosa trovo scura e funesta.
XLV
La pieta del figliuol, Todio ch'aveva
a me, ne dl ne notte il lascia mai.
Ma perche il pianger morti non rileva,
e la vendetta sfoga Todio assai,
la parte del pensier, ch'esser doveva
de la pietade in sospirare e in guai,
vuol che con 1'odio a investigar s'unisca,
come egli m'abbia in mano e mi punisca.
XLVI
Quei tutti che sapeva e gli era detto
che mi fossino amici, o di quei miei
che m'aveano aiutata a far 1'effetto,
uccise, o lor beni arse, o li fe' rei.
Volse uccider Bireno in mio dispetto;
che d'altro si doler non mi potrei:
gli parve poi, se vivo lo tenesse,
che per pigliarmi in man la rete avesse.
XLVII
Ma gli propone una crudele e dura
condizion: gli fa termine un anno,
al fin del qual gli dara morte oscura,
se prima egli per forza o per inganno,
con amici e parenti non procura,
con tutto ci6 che ponno e ci6 che sanno,
di darmigli in prigion: si che la via
di lui salvare e sol la morte mia.
184 ORLANDO FURIOSO
XLVIII
Ci6 che si possa far per sua salute,
fuor che perder me stessa, il tutto ho fatto.
Sel castella ebbi in Fiandra, e 1'ho vendute:
e '1 poco o '1 molto prezzo ch'io n'ho tratto,
parte, tentando per persone astute
i guardiani corrumpere, ho distratto;
e parte, per far muovere alii danni
di quelPempio or gl'Inglesi, or gli Alamanni.
XLIX
I mezzi, o che non abbiano potuto,
o che non abbian fatto il dover loro,
m'hanno dato parole e non aiuto;
e sprezzano or che n'han cavato 1'oro :
e presso al fine il termine e venuto,
dopo il qual ne la forza ne '1 tesoro
potra giunger piu a tempo, si che morte
e strazio schivi al mio caro consorte.
L
Mio padre e' miei fratelli mi son stati
morti per lui ; per lui toltomi il regno ;
per lui quei pochi beni che restati
m'eran, del viver mio soli sostegno,
per trarlo di prigione ho disipati:
ne mi resta ora in che piu far disegno,
se non d'andarmi io stessa in mano a porre
di si crudel nimico, e lui disciorre.
LI
Se dunque da far altro non mi resta,
ne si truova al suo scampo altro riparo
che per lui por questa mia vita, questa
mia vita per lui por mi sara caro.
Ma sola una paura mi molesta,
che non sapro far patto cosi chiaro,
che m'assicuri che non sia il tiranno,
poi ch'avuta m'avra, per fare inganno.
CANTO NONO 185
LII
lo dubito che poi che m'avra in gabbia
e fatto avra di me tutti li strazii,
ne Bireno per questo a lasciare abbia,
si ch'esser per me sciolto mi ringrazii ;
come periuro, e pien di tanta rabbia,
che di me sola uccider non si sazii :
e quel ch'avra di me, ne piu ne meno
faccia di poi del misero Bireno.
LIII
Or la cagion che conferir con voi
mi fa i miei casi, e ch'io li dico a quanti
signori e cavallier vengono a noi,
e solo accio, parlandone con tanti,
m'insegni alcun d'assicurar che poi
ch'a quel cnidel mi sia condotta avanti,
non abbia a ritener Bireno ancora,
ne voglia, morta me, ch'esso poi mora.
LIV
Pregato ho alcun guerrier, che meco sia
quando io mi daro in mano al re di Frisa;
ma mi prometta, e la sua fe mi dia,
che questo cambio sara fatto in guisa,
ch'a un tempo io data, e liberate fia
Bireno: si che quando io saro uccisa,
morro contenta, poi che la mia morte
avra dato la vita al mio consorte.
LV
Ne fino a questo di truovo chi toglia
sopra la fede sua d'assicurarmi
che quando io sia condotta, e che mi voglia
aver quel re, senza Bireno darmi,
egli non lasciera contra mia voglia
che presa io sia: si teme ognun quelParmi;
teme quell' armi, a cui par che non possa
star piastra incontra, e sia quanto vuol grossa.
l86 ORLANDO FURIOSO
LVI
Or, s'in voi la virtu non e diforme
dal fier sembiante e da 1'erculeo aspetto,
e credete poter darmegli, e t6rme
anco da lui, quando non vada retto;
siate contento d'esser meco a porme
ne le man sue: ch'io non avro sospetto,
quando voi siate meco, se ben io
poi ne morr6, che muora il signor mio.
LVII
Qui la donzella il suo parlar conchiuse,
che con pianto e sospir spesso interroppe.
Orlando, poi ch'ella la bocca chiuse,
le cui voglie al ben far mai non fur zoppe,
in parole con lei non si diffuse;
che di natura non usava troppe:
ma le promise, e la sua fe le diede,
che faria piu di quel ch'ella gli chiede.
LVIII
Non e sua intenzion ch'ella in man vada
del suo nimico per salvar Bireno :
ben salvera amendui, se la sua spada
e 1'usato valor non gli vien meno.
II medesimo di piglian la strada,
poi c'hanno il vento prospero e sereno.
II paladin s'affretta; che di gire
all'isola del mostro avea desire.
LIX
Or volta alPuna, or volta alPaltra banda
per gli alti stagni il buon nochier la vela:
scuopre un'isola e un'altra di Zilanda;
scuopre una inanzi, e un'altra a dietro cela.
Orlando smonta il terzo di in Olanda;
ma non smonta colei che si querela
del re di Frisa: Orlando vuol che intenda
la morte di quel rio, prima che scenda.
CANTO NONO 187
LX
Nel lito armato il paladino varca
sopra un corsier di pel tra bigio e nero,
nutrito in Fiandra e nato in Danismarca,
grande e possente assai piu che leggiero;
pero ch'avea, quando si messe in barca,
in Bretagna lasciato il suo destriero,
quel Brigliador si bello e si gagliardo,
che non ha paragon, fuor che Baiardo.
LXI
Giunge Orlando a Dordreche, e quivi truova
di molta gente armata in su la porta;
si perche sempre, ma piu quando e nuova,
seco ogni signoria sospetto porta;
si perche" dianzi giunta era una nuova,
che di Selandia con armata scorta
di navilii e di gente un cugin viene
di quel signor che qui prigion si tiene.
LXII
Orlando prega uno di lor, che vada
e dica al re ch'un cavalliero errante
disia con lui provarsi a lancia e a spada;
ma che vuol che tra lor sia patto inante:
che se '1 re fa che, chi lo sfida, cada,
la donna abbia d'aver ch'uccise Arbante,
che '1 cavallier 1'ha in loco non lontano
da poter sempremai darglila in mano;
LXIII
et all'incontro vuol che '1 re prometta
ch'ove egli vinto ne la pugna sia,
Bireno in liberta subito metta,
e che lo lasci andare alia sua via.
II fante al re fa Timbasciata in fretta:
ma quel che ne virtu ne cortesia
conobbe mai, drizz6 tutto il suo intento
alia fraude, alPinganno, al tradimento.
l88 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Gli par ch'avendo in mano il cavalliero,
avra la donna ancor, che si Fha ofFeso,
s'in possanza di lui la donna e vero
che se ritruovi, e il fante ha ben inteso.
Trenta uomini pigliar fece sentiero
di verso da la porta ov'era atteso,
che dopo occulto et assai lungo giro,
dietro alle spall e al paladino usciro.
LXV
II traditore intanto dar parole
fatto gli avea, sin che i cavalli e i fanti
vede esser giunti al loco ove gli vuole:
da la porta esce poi con altretanti.
Come le fere e il bosco cinger suole
perito cacciator da tutti i canti;
come appresso a Volana i pesci e 1'onda
con lunga rete il pescator circonda:
LXVI
cosi per ogni via dal re di Frisa,
che quel guerrier non fugga, si provede.
Vivo lo vuole, e non in altra guisa:
e questo far si facilmente crede,
che '1 fulmine terrestre, con che uccisa
ha tanta e tanta gente, ora non chiede;
che quivi non gli par che si convegna,
dove pigliar, non far morir, disegna.
LXVII
Qual cauto ucellator che serba vivi,
intento a maggior preda, i primi augelli,
accio in piu quantitade altri captivi
faccia col giuoco e col zimbel di quelli;
tal esser volse il re Cimosco quivi:
ma gia non volse Orlando esser di quelli
che si lascin pigliare al primo tratto;
e tosto roppe il cerchio ch'avean fatto.
CANTO NONO 189
LXVIII
II cavallier cTAnglante, ove piu spesse
vide le genti e Farme, abbasso Fasta;
et uno in quella e poscia un altro messe,
e un altro e un altro, che sembrar di pasta;
e fin a sei ve n'infilzo, e li resse
tutti una lancia: e perch'ella non basta
a piu capir, lascio il settimo fuore
ferito si, che di quel colpo muore.
LXIX
Non altrimente ne Festrema arena
veggian le rane de canali e fosse
dal cauto arcier nei fianchi e ne la schiena,
Funa vicina alFaltra, esser percosse;
ne da la freccia, fin che tutta piena
non sia da un capo alF altro, esser rimosse.
La grave lancia Orlando da se scaglia,
e con la spada entro ne la battaglia.
LXX
Rotta la lancia, quella spada strinse,
quella che mai non fu menata in fallo;
e ad ogni colpo, o taglio o punta, estinse
quando uomo a piedi, e quando uomo a cavallo:
dove tocco, sempre in vermiglio tinse
Fazzurro, il verde, il bianco, il nero, il giallo.
Duolsi Cimosco che la canna e il fuoco
seco or non ha, quando v'avrian piu loco.
LXXI
E con gran voce e con minaccie chiede
che portati gli sian, ma poco e udito;
che chi ha ritratto a salvamento il piede
ne la citta, non e d'uscir piu ardito.
II re frison che fuggir gli altri vede,
d'esser salvo egli ancor piglia partito :
corre alia porta, e vuole alzare il ponte;
ma troppo e presto ad arrivare il conte.
ORLANDO FURIOSO
LXXII
II re volta le spalle, e signer lassa
del ponte Orlando e d'amendue le porte ;
e fugge, e inanzi a tutti gli altri passa,
merc6 die '1 suo destrier corre piii forte.
Non mira Orlando a quella plebe bassa:
vuole il fellon, non gli altri, porre a morte;
ma il suo destrier si al corso poco vale,
che restio sembra, e chi fugge abbia 1'ale.
LXXIII
D'una in un'altra via si leva ratto
di vista al paladin; ma indugia poco,
che torna con nuove armi; che s'ha fatto
portare intanto il cavo ferro e il fuoco :
e dietro un canto postosi di piatto,
Tattende, come il cacciatore al loco,
coi cani armati e con lo spiedo, attende
il fier cingial che ruinoso scende;
LXXIV
che spezza i rami e fa cadere i sassi,
e ovunque drizzi Forgogliosa fronte,
sembra a tanto rumor che si fracassi
la selva intorno, e che si svella il monte.
Sta Cimosco alia posta, acci6 non passi
senza pagargli il fio Taudace conte :
tosto ch'appare, allo spiraglio tocca
col fuoco il ferro, e quel subito scocca.
LXXV
Dietro lampeggia a guisa di Baleno,
dinanzi scoppia, e manda in aria il tuono.
Trieman le mura, e sotto i pie il terreno;
il ciel ribomba al paventoso suono.
L'ardente stral, che spezza e venir meno
fa cio ch'incontra, e da a nessun perdono,
sibila e stride; ma, come e il desire
di quel brutto assassin, non va a ferire.
CANTO NONO 191
LXXVI
O sia la fretta, o sia la troppa voglia
cf uccider quel baron, ch'errar lo faccia;
o sia che il cor, tremando come foglia,
faccia insieme tremare e mani e braccia;
o la bonta divina che non voglia
che '1 suo fedel campion si tosto giaccia;
quel colpo al ventre del destrier si torse;
lo caccio in terra, onde mai piii non sorse.
LXXVII
Cade a terra il cavallo e il cavalliero :
la preme 1'un; la tocca 1'altro a pena,
che si leva si destro e si leggiero,
come cresciuto gli sia possa e lena.
Quale il libico Anteo sempre piu fiero
surger solea da la percossa arena,
tal surger parve, e che la forza, quando
tocco il terren, si radoppiasse a Orlando.
LXXVIII
Chi vide mai dal ciel cadere il foco
che con si orrendo suon Giove disserra,
e penetrare ove un richiuso loco
carbon con zolfo e con salnitro serra;
ch'a pena arriva, a pena tocca un poco,
che par ch'avampi il ciel, non che la terra;
spezza le mura, e i gravi marmi svelle,
e f a i sassi volar sin alle stelle;
LXXIX
s'imagini che tal, poi che cadendo
tocc6 la terra, il paladino fosse:
con si fiero sembiante aspro et orrendo,
da far tremar nel ciel Marte, si mosse.
Di che smarito il re frison, torcendo
la briglia indietro, per fuggir voltosse;
ma gli fu dietro Orlando con piu fretta
che non esce da Parco una saetta:
192 ORLANDO FURIOSO
LXXX
e quel che non avea potuto prima
fare a cavallo, or fara essendo a piede.
Lo seguita si ratto, ch'ogni stima
di chi nol vide, ogni credenza eccede.
Lo giunse in poca strada; et alia cima
de Telmo alza la spada, e si lo fiede,
che gli parte la testa fin al collo,
e in terra il manda a dar rultimo crollo.
LXXXI
Ecco levar ne la citta si sente
nuovo rumor, nuovo menar di spade;
che ? 1 cugin di Bireno con la gente
ch'avea condutta da le sue contrade,
poi che la porta ritrovo patente,
era venuto dentro alia cittade,
dal paladino in tal timor ridutta,
che senza intoppo la pu6 scorrer tutta.
LXXXII
Fugge il populo in rotta, che non scorge
chi questa gente sia, ne che domandi;
ma poi ch'uno et un altro pur s'accorge,
all'abito e al parlar, che son Selandi,
chiede lor pace, e il foglio bianco porge;
e dice al capitan che gli comandi,
e dar gli vuol contra i Frisoni aiuto,
che '1 suo duca in prigion gli ha ritenuto.
LXXXIII
Quel popul sempre stato era nimico
del re di Frisa e d'ogni suo seguace,
perche morto gli avea il signore antico,
ma piu perch' era ingiusto, empio e rap ace.
Orlando s 'interpose come amico
d'ambe le parti, e fece lor far pace;
le quali unite, non lasciar Frisone
che non morisse o non fosse prigione.
CANTO NONO 193
LXXXIV
Le porte de le carcere gittate
a terra sono, e non si cerca chiave.
Bireno al conte con parole grate
mostra conoscer Fobligo che gli have.
Indi insieme e con molte altre brigate
se ne vanno ove attende Olimpia in nave :
cosi la donna, a cui di ragion spetta
il dominio de 1'isola, era detta;
LXXXV
quella che quivi Orlando avea condutto
non con pensier che far dovesse tanto;
che le parea bastar, che posta in lutto
sol lei, lo sposo avesse a trar di pianto.
Lei riverisce e onora il popul tutto.
Lungo sarebbe a ricontarvi quanto
lei Bireno accarezzi, et ella lui;
quai grazie al conte rendano ambidui.
LXXXVI
II popul la donzella nel paterno
seggio rimette, e fedelta le giura.
Ella a Bireno, a cui con no do eterno
la Ieg6 Amor d'una catena dura,
de lo stato e di se dona il governo.
Et egli, tratto poi da un'altra cura,
de le fortezze e di tutto il domino
de Fisola guardian lascia il cugino;
LXXXVII
che tornare in Selandia avea disegno,
e menar seco la fedel consorte:
e dicea voler fare indi nel regno
di Frisa esperienzia di sua sorte;
perche di cio Passicurava un pegno
ch'egli avea in mano, e lo stimava forte:
la figliuola del re, che fra i captivi,
che vi fur molti, avea trovata quivi.
194 ORLANDO FURIOSO
LXXXVIII
E dice ch'egli vuol ch'un suo germane,
ch'era minor d'eta, Fabbia per moglie.
Quindi si parte il senator romano
il di medesmo che Bireno scioglie.
Non volse porre ad altra cosa mano,
fra tante e tante guadagnate spoglie,
se non a quel tormento ch'abbian detto
ch'al fulmine assimiglia in ogni effetto.
LXXXIX
L'intenzion non gia, perche lo tolle,
fu per voglia d'usarlo in sua difesa;
che sempre atto stim6 d'animo molle
gir con vantaggio in qualsivoglia impresa:
ma per gittarlo in parte, onde non voile
che mai potesse ad uom piu fare offesa;
e la polve e le palle e tutto il resto
seco porto, ch'apperteneva a questo.
xc
E cosi, poi che fuor de la marea
nel piu profondo mar si vide uscito,
si che segno lontan non si vedea
del destro piu n6 del sinistro lito;
10 tolse, e disse: Acci6 piu non istea
mai cavallier per te d'essere ardito,
ne quanto il buono val, mai piu si vanti
11 rio per te valer, qui giu rimanti.
xci
O maledetto, o abominoso ordigno,
che fabricato nel tartareo fondo
fosti per man di Belzebu maligno
che ruinar per te disegn6 il mondo,
airinferno, onde uscisti, ti rasigno.
Cosi dicendo, lo gitto in profondo.
II vento intanto le gonfiate vele
spinge alia via de Fisola crudele.
CANTO NONO
XCII
Tanto desire il paladino preme
di saper se la donna ivi si truova,
ch'ama assai piu che tutto il mondo insieme,
ne un'ora senza lei viver gli giova;
che s'in Ibernia mette il piede, teme
di non dar tempo a qualche cosa nuova,
si ch'abbia poi da dir invano: Ahi lasso!
ch'al venir mio non affrettai piu il passo.
XCIII
Ne scala in Inghelterra ne in Irlanda
mai Iasci6 far, ne sul contrario lito.
Ma lasciamolo andar dove lo manda
il nudo arcier che Pha nel cor ferito.
Prima che piu io ne parli, io vo' in Olanda
tornare, e voi meco a tornarvi invito ;
che, come a me, so spiacerebbe a voi,
che quelle nozze fosson senza noi,
xciv
Le nozze belle e sontuose fanno;
ma non si sontuose ne si belle,
come in Selandia dicon che faranno.
Pur non disegno che vegnate a quelle;
perche nuovi accidenti a nascere hanno
per disturbarle, de* quai le novelle
all'altro canto vi faro sentire,
s'all'altro canto mi verrete a udire.
196 ORLANDO FURIOSO
CANTO DECIMO
I
Fra quanti amor, fra quante fede al mondo
mai si trovar, fra quanti cor constant!,
fra quante, o per dolente o per iocondo
stato, fer prove mai famosi amanti;
piu tosto il primo loco ch'il secondo
daro ad Olimpia: e se pur non va inanti,
ben voglio dir che fra gli antiqui e nuovi
maggior de Pamor suo non si ritruovi;
II
e che con tante e con si chiare note
di questo ha fatto il suo Bireno certo,
che donna piu far certo uomo non puote,
quando anco il petto e J l cor mostrasse aperto.
E s'anime si fide e si devote
d'un reciproco amor denno aver merto,
dico ch' Olimpia e degna che non meno,
anzi piu che se ancor, Pami Bireno:
in
e che non pur non 1'abandoni mai
per altra donna, se ben fosse queUa
ch'Europa et Asia messe in tanti guai,
o s'altra ha maggior titolo di bella;
ma piu tosto che lei, lasci coi rai
del sol 1'udita e il gusto e la favella
e la vita e la fama, e s'altra cosa
dire o pensar si puo piu preciosa.
CANTO DECIMO 197
IV
Se Bireno am6 lei come ella amato
Bireno avea, se fu si a lei fedele
come ella a lui, se mai non ha voltato
ad altra via, che a seguir lei, le vele:
pur s'a tanta servitu fu ingrato,
a tanta fede e a tanto amor cnidele,
io vi vo } dire, e far di maraviglia
stringer le labra et inarcar le ciglia.
v
E poi che nota 1'impieta vi fia,
che di tanta bonta fu a lei mercede,
donne, alcuna di voi mai piu non sia,
ch'a parole d'amante abbia a dar fede.
L'amante, per aver quel che desia,
senza guardar che Dio tutto ode e vede,
aviluppa promesse e giuramenti,
che tutti spargon poi per 1'aria i venti.
VI
1 giuramenti e le promesse vanno
dai venti in aria disipate e sparse,
tosto che tratta questi amanti s'harmo
1'avida sete che gli accese et arse.
Siate a' prieghi et a' pianti che vi fanno,
per questo esempio, a credere piu scarse.
Bene e felice quel, donne mie care,
ch'essere accorto all'altrui spese impare.
VII
Guardatevi da questi che sul fiore
de' lor begli anni il viso han si polito;
che presto nasce in loro e presto muore,
quasi un foco di paglia, ogni appetite.
Come segue la lepre il cacciatore
al freddo, al caldo, alia montagna, al lito,
ne piu Testima poi che presa vede;
e sol dietro a chi fugge affretta il piede:
198 ORLANDO FURIOSO
VIII
cosi fan questi gioveni, che tanto
che vi mostrate lor dure e proterve,
v'amano e riveriscono con quanto
studio de' far chi fedelmente serve;
ma non si tosto si potran dar vanto
de la vittoria, che di donne, serve
vi dorrete esser fatte; e da voi tolto
vedrete il falso amore, e altrove volto.
IX
Non vi vieto per questo (ch'avrei torto)
che vi lasciate amar; che senza amante
sareste come inculta vite in orto,
che non ha palo ove s'appoggi o piante.
Sol la prima lanugine vi esorto
tutta a fuggir, volubile e inconstante,
e c6rre i frutti non acerbi e duri,
ma che non sien per6 troppo maturi.
x
Di sopra io vi dicea ch'una figliuola
del re di Frisa quivi hanno trovata,
che fia, per quanto n'han rnosso parola,
da Bireno al fratel per moglie data.
Ma, a dire il vero, esso v'avea la gola;
che vivanda era troppo delicata:
e riputato avria cortesia sciocca,
per darla altrui, levarsela di bocca.
XI
La damigella non passava ancora
quattordici anni, et era bella e fresca,
come rosa che spunti alora alora
fuor de la buccia e col sol nuovo cresca.
Non pur di lei Bireno s'inamora,
ma fuoco mai cosi non accese esca,
ne se lo pongan 1'invide e nimiche
mani talor ne le mature spiche;
CANTO DECIMO
XII
come egli se n'accese immantinente,
come egli n'arse fin ne le medolle,
che sopra il padre morto lei dolente
vide di pianto il bel viso far molle.
E come suol, se Facqua fredda sente,
quella restar che prima al fuoco bolle;
cosi F ardor ch'accese Olimpia, vinto
dal nuovo successore, in lui fu estinto.
XIII
Non pur sazio di lei, ma fastidito
n'e gia cosi, che pu6 vederla a pena;
e si de Faltra acceso ha Fappetito,
che ne morra se troppo in lungo il mena;
pur fin che giunga il di c'ha statuito
a dar fine al disio, tanto Faffrena,
che par ch'adori Olimpia, non che Fami,
e quel che piace a lei, sol voglia e brami.
XIV
E se accarezza 1'altra (che non puote
far che non Faccarezzi piu del dritto),
non e chi questo in mala parte note;
anzi a pietade, anzi a bonta gli e ascritto :
che rilevare un che Fortuna ruote
talora al fondo, e consolar rafHitto,
mai non fu biasmo, ma gloria sovente;
tanto piu una fanciulla, una innocente.
xv
Oh sommo Dio, come i giudicii umani
spesso offuscati son da un nembo oscuro!
i modi di Bireno empii e profani,
pietosi e santi riputati furo.
I marinari, gia messo le mani
ai remi, e sciolti dal lito sicuro,
portavan lieti pei salati stagni
verso Selandia il duca e i suoi compagni.
200 ORLANDO FURIOSO
XVI
Gia dietro rimasi erano e perduti
tutti di vista i termini d'Olanda;
che per non toccar Frisa, piu tenuti
s'eran ver Scozia alia sinistra banda:
quando da un vento fur sopravenuti,
ch'errando in alto mar tre di li manda.
Sursero il terzo, gia presso alia sera,
dove inculta e deserta un'isola era.
XVII
Tratti che si fur dentro un picciol seno,
Olimpia venne in terra; e con diletto
in compagnia de 1'infedel Bireno
cen6 contenta e fuor d'ogni sospetto :
indi con lui, la dove in loco ameno
teso era un padiglione, entr6 nel letto.
Tutti gli altri compagni ritornaro,
e sopra i legni lor si riposaro.
XVIII
II travaglio del mare e la paura
che tenuta alcun di Taveano desta,
il ritrovarsi al lito ora sicura,
lontana da rumor ne la foresta,
e che nessun pensier, nessuna cura,
poi che '1 suo amante ha seco, la molesta;
fur cagion ch'ebbe Olimpia si gran sonno,
che gli orsi e i ghiri aver maggior nol ponno.
XIX
II falso amante che i pensati inganni
veggiar facean, come dormir lei sente,
pian piano esce del letto, e de' suoi panni
fatto un fastel, non si veste altrimente;
e lascia il padiglione; e come i vanni
nati gli sian, rivola alia sua gente,
e li risveglia; e senza udirsi un grido,
fa entrar ne 1'alto e abandonare il lido.
CANTO DECIMO 2OI
XX
Rimase a dietro il lido e la meschina
Olimpia, che dormi senza destarse,
fin che 1' Aurora la gelata brina
da le do rate mote in terra sparse,
e s'udir le alcione alia marina
de 1'antico infortunio lamentarse.
Ne desta ne dormendo, ella la mano
per Bireno abbracciar stese, ma invano.
XXI
Nessuno truova: a se la man ritira;
di nuovo tenta, e pur nessuno truova.
Di qua 1'un braccio, e di la Taltro gira,
or Tuna or 1'altra gamba; e nulla giova.
Caccia il sonno il timor; gli occhi apre, e mira:
non vede alcuno. Or gia non scalda e cova
piu le vedove piume, ma si getta
del letto e fuor del padiglione in fretta:
XXII
e corre al mar, graffiandosi le gote,
presaga e certa ormai di sua fortuna.
Si straccia i crini, e il petto si percuote,
e va guardando (che splendea la luna)
se veder cosa, fuor che '1 lito, puote;
ne, fuor che '1 lito, vede cosa alcuna.
Bireno chiama; e al nome di Bireno
rispondean gli Antri che pieta n'avieno.
XXIII
Quivi surgea nel lito estremo un sasso,
ch'aveano Tonde, col picchiar frequente,
cavo e ridutto a guisa d'arco al basso;
e stava sopra il mar curvo e pendente.
Olimpia in cima vi sali a gran passo
(cosi la facea Tammo possente),
e di lontano le gonfiate vele
vide fuggir del suo signor cm dele:
202 ORLANDO FURIOSO
XXIV
vide lontano, o le parve vedere;
che Taria chiara ancor non era molto.
Tutta tremante si lascio cadere,
piu bianca e piu che nieve fredda in volto;
ma poi che di levarsi ebbe potere,
al camin de le navi il grido volto,
chiam6, quanta potea chiamar piu forte,
piu volte il nome del crudel consorte:
XXV
e dove non potea la debil voce,
supliva il pianto e '1 batter palrna a palma.
Dove fuggi, crudel, cosi veloce ?
Non ha il tuo legno la debita salma.
Fa che lievi me ancor: poco gli nuoce
che porti il corpo, poi che porta Talma.
E con le braccia e con le vesti segno
fa tuttavia, perche ritorni il legno.
XXVI
Ma i venti che portavano le vele
per Palto mar di quel giovene infido,
portavano anco i prieghi e le querele
de 1'infelice Olimpia, e '1 pianto e 5 1 grido ;
la qual tre volte, a se stessa crudele,
per affogarsi si spicc6 dal lido:
pur al fin si levo da mirar Tacque,
e ritorn6 dove la notte giacque.
XXVII
E con la faccia in giu stesa sul letto,
bagnandolo di pianto, dicea lui:
lersera desti insieme a dui ricetto ;
perche insieme al levar non siamo dui ?
perfido Bireno, o maladetto
giorno ch'al mondo generata fui!
Che debbo far? che poss'io far qui sola?
chi mi da aiuto ? ohime, chi mi consola ?
CANTO DECIMO 203
XXVIII
Uomo non veggio qui, non ci veggio opra
donde io possa stimar ch'uomo qui sia;
nave non veggio, a cui salendo sopra,
speri allo scampo mio ritrovar via.
Di disagio morro; ne che mi cuopra
gli occhi sara, ne chi sepolcro dia,
se forse in ventre lor non me lo danno
i lupi, ohime, ch'in queste selve stanno.
XXIX
Io sto in sospetto, e gia di veder parmi
di questi boschi orsi o leoni uscire,
o tigri o fiere tal, che natura armi
d'aguzzi denti e d'ugne da ferire.
Ma quai fere crudel potriano farmi,
fera crudel, peggio di te morire?
darmi una morte, so, lor parra assai;
e tu di mille, ohime, morir mi fai.
xxx
Ma presupongo ancor ch'or ora arrivi
nochier che per pieta di qui mi porti;
e cosi lupi, orsi, leoni schivi,
strazi, disagi et altre orribil morti:
mi port era fofse in Olanda, s'ivi
per te si guardan le fortezze e i porti ?
mi portera alia terra ove son nata,
se tu con fraude gia me Thai levata?
XXXI
Tu m'hai lo stato mio, sotto pretesto
di parentado e d'amicizia, tolto.
Ben fosti a porvi le tue genti presto,
per aver il dominio a te rivolto.
Tornero in Fiandra? ove ho venduto il resto
di che io vivea, ben che non fossi molto,
per sovenirti e di prigione trarte.
Mischina! dove andr6 ? non so in qual parte.
204 ORLANDO FURIOSO
XXXII
Debbo forse ire in Frisa, ove io potei,
e per te non vi volsi esser regina?
il che del padre e dei fratelli miei
e d'ogn'altro mio ben fu la ruina.
Quel c'ho fatto per te, non ti vorrei,
ingrato, improverar, ne disciplina
dartene; che non men di me lo sai:
or ecco il guiderdon che me ne dai.
XXXIII
Deh, pur che da color che vanno in cOrso
io non sia presa, e poi venduta schiava!
prima che questo, il lupo, il leon, Torso
venga, e la tigre e ogn'altra fera brava,
di cui 1'ugna mi stracci, e franga il morso;
e morta mi strascini alia sua cava.
Cosi dicendo, le mani si caccia
ne' capei d'oro, e a chiocca a chiocca straccia.
xxxiv
Corre di nuovo in su 1'estrema sabbia,
e ruota il capo e sparge alTaria il crine;
e sembra forsennata, e ch'adosso abbia
non un demonio sol, ma le decine;
o, qual Ecuba, sia conversa in rabbia,
vistosi morto Polidoro al fine.
Or si ferma s'un sasso, e guarda il mare
ne men d'un vero sasso, un sasso pare.
xxxv
Ma lascianla doler fin ch'io ritorno,
per voler di Ruggier dirvi pur anco,
che nel piu intense ardor del mez2o giorno
cavalca il lito, aflaticato e stanco.
Percuote il sol nel colle e fa ritorno:
di sotto bolle il sabbion trito e bianco.
Mancava alTarme ch'avea indosso, poco
ad esser, come gia, tutte di fuoco.
CANTO DECIMO 205
XXXVI
Mentre la sete, e de 1'andar fatica
per Talta sabbia e la solinga via
gli faceaxi, lungo quella spiaggia aprica,
noiosa e dispiacevol compagnia;
trov6 ch'alPombra d'una torre antica,
che fuor de Ponde appresso il lito uscia,
de la corte d'Alcina eran tre donne,
che le conobbe ai gesti et alle gonne.
XXXVII
Corcate su tapeti allessandrini
godeansi il fresco rezzo in gran diletto,
fra molti vasi di diversi vini
e d'ogni buona sorte di confetto.
Presso alia spiaggia, coi flutti marini
scherzando, le aspettava un lor legnetto
fin che la vela empiesse agevol 6ra;
ch'un fiato pur non ne spirava allora.
XXXVIII
Queste, ch'andar per la non ferma sabbia
vider Ruggiero al suo viaggio dritto,
che sculta avea la sete in su le labbia,
tutto pien di sudore il viso afflitto,
gli cominciaro a dir che si non abbia
il cor voluntaroso al camin fitto,
ch'alla fresca e dolce ombra non si pieghi
e ristorar lo stanco corpo nieghi.
XXXIX
E di lor una s'accosto al cavallo
per la staffa tener, che ne scendesse;
1'altra con una coppa di cristallo
di vin spumante, piu sete gli messe:
ma Ruggiero a quel suon non entro in ballo;
perche d'ogni tardar che fatto avesse,
tempo di granger dato avria ad Alcina,
che venia dietro et era omai vicina.
206 ORLANDO FURIOSO
XL
Non cosi fin salnitro e zolfo puro,
tocco dal fuoco, subito s'avampa;
ne cosi freme il mar quando 1'oscuro
turbo discende e in mezzo se gli accampa:
come, vedendo che Ruggier sicuro
al suo dritto camin Tarena stampa,
e che le sprezza (e pur si tenean belle),
d'ira arse e di furor la terza d'elle.
XLI
Tu non sei ne gentil ne cavalliero,
dice gridando quanto pu6 piu forte
et hai rubate Farme; e quel destriero
non saria tuo per veruna altra sorter
e cosi, come ben m'appongo al vero,
ti vedessi punir di degna morte;
che fossi fatto in quarti, arso o impiccato,
brutto ladron, villan, superbo, ingrato.
XLII
Oltr'a queste e molt'altre ingiuriose
parole che gli uso la donna altiera,
ancor che mai Ruggier non le rispose,
che de si vil tenzon poco onor spera;
con le sorelle tosto ella si pose
sul legno in mar, che al lor servigio v'era:
et affrettando i remi, lo seguiva,
vedendol tuttavia dietro alia riva.
XLIII
Minaccia sempre, maledice e incarca;
che 1'onte sa trovar per ogni punto.
Intanto a quello stretto, onde si varca
alia fata piu bella, e Ruggier giunto;
dove un vecchio nochiero una sua barca
scioglier da 1'altra ripa vede, a punto
come avisato, e gia provisto, quivi
si stia aspettando che Ruggiero arrivi.
CANTO DECIMO 207
XLIV
Scioglie il nochier, come venir lo vede,
di trasportarlo a miglior ripa lieto ;
che, se la faccia pu6 del cor dar fede,
tutto benigno e tutto era discrete.
Pose Ruggier sopra il navilio il piede,
Dio ringraziando ; e per lo mar quieto
ragionando venia col galeotto,
saggio e di lunga esperienzia dotto.
XLV
Quel lodava Ruggier, che si se avesse
saputo a tempo tor da Alcina, e inanti
che '1 calice incantato ella gli desse,
ch'avea al fin dato a tutti gli altri amanti ;
e poi che a Logistilla si traesse,
dove veder potria costumi santi,
bellezza eterna et infinita grazia
che '1 cor notrisce e pasce, e mai non sazia.
XLVI
Costei dicea stupore e riverenza
induce alTalma, ove si scuopre prima.
Contempla meglio poi 1'alta presenza:
ogn'altro ben ti par di poca stima.
II suo amore ha dagli altri differenza:
speme o timor negli altri il cor ti lima;
in questo il desiderio piu non chiede,
e contento riman come la vede.
XLVII
Ella t'insegnera studii piu grati,
che suoni, danze, odori, bagni e cibi;
ma come i pensier tuoi meglio formati
poggin piu ad alto che per 1'aria i nibi,
e come de la gloria de' beati
nel mortal corpo parte si delibi.
Cosi parlando il marinar veniva,
lontano ancora alia sicura riva;
208 ORLANDO FURIOSO
XL VIII
quando vide scoprire alia marina
molti navili, e tutti alia sua volta.
Con quei ne vien Tingiuriata Alcina;
e molta di sua gente have raccolta
per por lo stato e se stessa in ruina,
o racquistar la cara cosa tolta.
E bene e amor di ci6 cagion non lieve,
ma Fingiuria non men che ne riceve.
XLIX
Ella non ebbe sdegno, da che nacque,
di questo il maggior mai ch'ora la rode;
onde fa i remi si affrettar per Tacque,
che la spuma ne sparge ambe le prode.
Al gran rumor ne mar ne ripa tacque,
et Ecco risonar per tutto s'ode.
Scuopre, Ruggier, lo scudo, che bisogna;
se non, sei morto, o preso con vergogna.
Cosi disse il nocchier di Logistilla;
et oltre il detto, egli medesmo prese
la tasca e da lo scudo dipartilla,
e fe' il lume di quel chiaro e palese.
L'incantato splendor che ne sfavilla,
gli occhi degli aversari cosi offese,
che li fe' restar ciechi allora allora,
e cader chi da poppa e chi da prora.
LI
Un ch'era alia veletta in su la r6cca,
de 1'armata d j Alcina si fu accorto;
e la campana martellando tocca,
onde il soccorso vien subito al porto.
L'artegliaria, come tempesta, fiocca
contra chi vuole al buon Ruggier far torto :
si che gli venne d'ogni parte aita,
tal che salv6 la liberta e la vita.
CANTO DECIMO
LII
Giunte son quattro donne in su la spiaggia,
che subito ha mandate Logistilla:
la valorosa ^Andronica e la saggia
Fronesia e 1'onestissima Dicilla
e Sofrosina casta, che, come aggia
quivi a far piu che 1'altre, arde e sfavilla.
L'esercito ch'al mondo e senza pare,
del castello esce, e si distende al mare.
LIII
Sotto il castel ne la tranquilla foce
di molti e grossi legni era una armata,
ad un botto di squilla, ad una voce
giorno e notte a battaglia apparecchiata.
E cosi fu la pugna aspra et atroce,
e per acqua e per terra, mcominciata;
per cui fu il regno sottosopra volto,
ch'avea gia Alcina alia sorella tolto.
LIV
Oh di quante battaglie il fin successe
diverse a quel che si credette inante!
Non sol ch' Alcina alor non riavesse,
come stimossi, il fugitivo amante;
ma de le navi che pur dianzi spesse
fur si, ch'a pena il mar ne capia tante,
fuor de la fiamma che tutt'altre avampa,
con un legnetto sol misera scamp a.
LV
Fuggesi Alcina, e sua misera gente
arsa e presa riman, rotta e sommersa.
D'aver Ruggier perduto ella si sente
via piu doler che d'altra cosa aversa:
notte e di per lui geme amaramente,
e lacrime per lui dagli occhi versa;
e per dar fine a tanto aspro martire,
spesso si duol di non poter morire.
210 ORLANDO FURIOSO
LVI
Morir non puote alcuna fata mai,
fin die '1 sol gira, o il ciel non muta stilo.
Se ci6 non fosse, era il dolore assai
per muover Cloto ad inasparle il filo;
o qual Didon finia col ferro i guai,
o la regina splendida del Nilo
avria imitata con mortifer sonno :
ma le fate morir sempre non ponno.
LVII
Torniamo a quel di eterna gloria degno
Ruggiero ; e Alcina stia ne la sua pena.
Dico di lui, che poi che fuor del legno
si fu condutto in piu sicura arena,
Dio ringraziando che tutto il disegno
gli era successo, al mar volto la schena;
et affrettando per 1'asciutto il piede,
alia r6cca ne va che quivi siede.
LVIII
Ne la piu forte ancor n6 la piu bella
mai vide occhio mortal prima ne dopo.
Son di piu prezzo le mura di quella,
che se diamante fossino o piropo,
Di tai gemme qua giu non si favella:
et a chi vuol notizia averne, e d'uopo
che vada quivi, che non credo altrove,
se non forse su in ciel, se ne ritruove.
LIX
Quel che piu fa che lor si inchina e cede
ogn'altra gemma, e che mirando in esse,
Puom sin in mezzo alFanima si vede;
vede suoi vizii e sue virtudi espresse,
si che a lusinghe poi di s6 non crede,
ne a chi dar biasmo a torto gli volesse:
fassi, mirando allo specchio lucente
se stesso conoscendosi, prudente.
CANTO DECIMO 211
LX
II chiaro lume lor, ch'imita il sole,
manda splendore in tanta copia intorno,
che chi 1'ha, ovunque sia, sempre che vuole,
Febo, mal grado tuo, si puo far giorno.
Ne mirabil vi son le pietre sole;
ma la materia e I'artificio adorno
contendon si, che mal giudicar puossi
qual de le due eccellenze maggior fossi.
LXI
Sopra gli altissimi archi, che puntelli
parean che del ciel fossino a vederli,
eran giardin si spaziosi e belli,
che saria al piano anco fatica averli.
Verdeggiar gli odoriferi arbuscelli
si puon veder fra i luminosi merli,
ch'adorni son Testate e il verno tutti
di vaghi fiori e di maturi frutti.
LXII
Di cosi nobili arbori non suole
prodursi fuor di questi bei giardini,
ne di tai rose o di simil viole,
di gigli, di amaranti o di gesmini.
Altrove appar come a un medesmo sole
e nasca e viva, e morto il capo inchini,
e come lasci vedovo il suo stelo
il fior suggetto al variar del cielo :
LXIII
ma quivi era perpetua la verdura,
perpetua la belta de' fiori eterni:
non che benignita de la Natura
si temperatamente li governi;
ma Logistilla con suo studio e cura,
senza bisogno de' moti superni
(quel che agli altri impossible parea),
sua primavera ognor ferma tenea.
212 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Logistllla mostro molto aver grato
ch'a lei venisse un si gentil signore;
e comando che fosse accarezzato,
e che studiasse ognun di fargli onore.
Gran pezzo inanzi Astolfo era arrivato,
che visto da Ruggier fa di buon core.
Fra pochi giorni venner gli altri tutti,
ch'a 1'esser lor Melissa avea ridutti.
LXV
Poi che si fur posati un giorno e dui,
venne Ruggiero alia fata prudente
col duca Astolfo, che non men di lui
avea desir di riveder Ponente.
Melissa le par!6 per amendui;
e supplica la fata umilemente,
che li consigli, favorisca e aiuti,
si che ritornin donde eran venuti.
LXVI
Disse la fata: lo ci porro il pensiero,
e fra dui di te li daro espediti.
Discorre poi tra se, come Ruggiero,
e dopo lui, come quel duca aiti:
conchiude infin che '1 volator destriero
ritorni il primo agli aquitani liti;
ma prima vuol che se gli faccia un morso,
con che lo volga, e gli raffreni il corso.
LXVII
Gli mostra come egli abbia a far, se vuole
che poggi in alto, e come a far che cali;
e come, se vorra che in giro vole,
o vada ratto, o che si stia su Tali:
e quali effetti il cavallier far suole
di buon destriero in piana terra, tali
facea Ruggier che mastro ne divenne,
per 1'aria, del destrier ch'avea le penne.
CANTO DECIMO 213
LXVIII
Poi che Ruggier fu d'ogni cosa in punto,
da la fata gentil comiato prese,
alia qual resto poi sempre congiunto
di grande amore; e usci di quel paese.
Prima di lui che se n'ando in buon punto,
e poi dir6 come il guerriero inglese
tornasse con piu tempo e piu fatica
al magno Carlo et alia corte arnica.
LXIX
Quindi parti Ruggier, ma non rivenne
per quella via che fe' gia suo mal grado,
allor che sempre Tippogrifo il tenne
sopra il mare, e terren vide di rado :
ma potendogli or far batter le penne
di qua di la, dove piu gli era a grado,
volse al ritorno far nuovo sentiero,
come, schivando Erode, i Magi fero.
LXX
Al venir quivi, era lasciando Spagna
venuto India a trovar per dritta riga,
la dove il mare oriental la bagna,
dove una fata avea con Taltra briga.
Or veder si dispose altra campagna,
che quella dove i venti Eolo instiga,
e finir tutto il cominciato tondo,
per aver, come il sol, girato il mondo.
LXXI
Quinci il Cataio, e quindi Mangiana
sopra il gran Quinsai vide passando:
volo sopra Hmavo, e Sericana
lascio a man destra; e sempre declinando
da 1'iperborei Sciti a Fonda ircana,
giunse alle parti di Sarmazia: e quando
fu dove Asia da Europa si divide,
Russi e Pruteni e la Pomeria vide.
214 ORLANDO FURIOSO
LXXII
Ben che di Ruggier fosse ogni desire
di ritornare a Bradamante presto;
pur, gustato il piacer ch'avea di gire
cercando il mondo, non resto per questo,
ch'alli Pollacchi, agli Ungari venire
non volesse anco, alii Germani, e al resto
di quella boreale orrida terra;
e venne al fin ne Fultima Inghilterra.
LXXIII
Non crediate, Signor, che per6 stia
per si lungo camin sempre su Tale:
ogni sera all'albergo se ne gia,
schivando a suo poter d'alloggiar male.
E spese giorni e mesi in questa via,
si di veder la terra e il mar gli cale.
Or presso a Londra giunto una matina,
sopra Tamigi il volator declina.
LXXIV
Dove ne' prati alia citta vicini
vide adunati uomini d'arme e fanti,
ch'a suon di trombe e a suon di tamburini
venian, partiti a belle schiere, avanti
il buon Rinaldo, onor de' paladini;
del qual, se vi ricorda, io dissi inanti,
che mandato da Carlo, era venuto
in queste parti a ricercare aiuto.
LXXV
Giunse a punto Ruggier, che si facea
la bella mostra fuor di quella terra;
e per sapere il tutto, ne chiedea
un cavallier, ma scese prima in terra:
e quel, ch'affabil era, gli dicea
che di Scozia e d'Irlanda e d'Inghilterra
e de Tisole intorno eran le schiere
che quivi alzate avean tante bandiere:
CANTO DECIMO 215
LXXVI
e finita la mostra che faceano,
alia marina se distenderanno,
dove aspettati per solcar TOceano
son dai navili che nel porto stanno.
I Franceschi assediati si ricreano,
sperando in questi che a salvar li vanno.
Ma acci6 tu te n'informi pienamente,
10 ti distinguer6 tutta la gente.
LXXVII
Tu vedi ben quella bandiera grande,
ch'insieme pon la fiordaligi e i pardi:
quella il gran capitano all' aria spande,
e quella han da seguir gli altri stendardi.
II suo nome, famoso in queste bande,
e Leonetto, il fior de li gagliardi,
di consigHo e d'ardire in guerra mastro,
del re nipote, e duca di Lincastro.
LXXVIII
La prima, appresso il gonfalon reale,
che '1 vento tremolar fa verso il monte,
e tien nel campo verde tre bianche ale,
porta Ricardo, di Varvecia conte.
Del duca di Glocestra e quel segnale,
c'ha duo corna di cervio e mezza fronte.
Del duca di Chiarenza e quella face :
quel arbore e del duca d'Eborace.
LXXIX
Vedi in tre pezzi una spezzata lancia:
gli e '1 gonfalon del duca di Nortfozia.
La fulgure e del buon conte di Cancia;
11 grifone e del conte di Pembrozia.
II duca di Sufolcia ha la bilancia.
Vedi quel giogo che due serpi assozia:
e del conte d'Esenia; e la ghirlanda
in campo azzurro ha quel di Norbelanda.
2l6 ORLANDO FURIOSO
LXXX
II conte d'Arindelia e quel c'ha messo
in mar quella barchetta che s'affonda.
Vedi il marchese di Barclei, e appresso
di Marchia il conte e il conte di Ritmonda:
il primo porta in bianco un monte fesso,
1'altro la palma, il terzo un pin ne Fonda,
Quel di Dorsezia e conte, e quel d'Antona,
che 1'uno ha il carro, e 1'altro la corona.
LXXXI
II falcon che sul nido i vanni inchina,
porta Raimondo, il conte di Devonia.
II giallo e negro ha quel di Vigorina;
il can quel d'Erbia; un orso quel d'Osonia.
La croce che la vedi cristallina,
e del ricco prelato di Battonia.
Vedi nel bigio una spezzata sedia:
e del duca Ariman di Sormosedia.
LXXXII
Gli uomini d'arme e gli arcieri a cavallo
di quarantaduomila numer fanno.
Sono duo tanti, o di cento non fallo,
quelli ch'a pie ne la battaglia vanno.
Mira quel segni, un bigio, un verde, un giallo,
e di nero e d'azzur listato un panno:
Gofredo, Enrigo, Ermante et Odoardo
guidan pedoni, ognun col suo stendardo.
LXXXIII
Duca di Bocchingamia e quel dinante;
Enrigo ha la contea di Sarisberia;
signoreggia Burgenia il vecchio Ermante;
quello Odoardo e conte di Croisberia.
Questi alloggiati piu verso levante
sono gl'Inglesi. Or volgeti alPEsperia,
dove si veggion trentamila Scotti,
da Zerbin, figlio del lor re, condotti.
CANTO DECIMO 2iy
LXXXIV
Vedi tra duo unicorni il gran leone,
che la spada d'argento ha ne la zampa:
quell'e del re di Scozia II gonfalone;
il suo figliol Zerbino ivi s'accampa.
Non e un si bello in tante altre persone:
Natura il fece, e poi roppe la stampa.
Non e in cui tal virtu, tal grazia luca,
o tal possanza: et e di Roscia duca.
LXXXV
Porta in azzurro una dorata sbarra
il conte d'Ottonlei ne lo stendardo.
L'altra bandiera & del duca di Marra,
che nel travaglio porta il leopardo.
Di piu colori e di piu augei bizzarra
mira 1'insegna d'Alcabrun gagliardo,
che non e duca, conte, ne marchese,
ma primo nel salvatico paese.
LXXXVI
Del duca di Trasfordia e quella insegna,
dove e Paugel ch'al son tien gli occhi franchi.
Lurcanio conte, ch'in Angoscia regna,
porta quel tauro c'ha duo veltri ai fianchi.
Vedi la il duca d'Albania, che segna
il campo di colori azzurri e bianchi.
Quel avoltor, ch'un drago verde lania,
e 1'insegna del conte di Boccania.
LXXXVII
Signoreggia Forbesse il forte Armano,
che di bianco e di nero ha la bandiera;
et ha il conte d'Erelia a destra mano,
che porta in campo verde una lumiera.
Or guarda gribernesi appresso il piano:
sono duo squadre; e il conte duChildera
mena la prima, e il conte di Desmonda
da fieri monti ha tratta la seconda.
2l8 ORLANDO FURIOSO
LXXXVIII
Ne lo stendardo il primo ha un pino ardente;
Paltro nel bianco una vermiglia banda.
Non da soccorso a Carlo solamente
la terra inglese e la Scozia e Tlrlanda;
ma vien di Svezia e di Norvegia gente,
da Tile, e fin da la remota Islanda:
da ogni terra, insomma, che la giace,
nimica naturalmente di pace.
LXXXIX
Sedicimila sono, o poco manco,
de le spelonche usciti e de le selve;
hanno piloso il viso, il petto, il fianco,
e dossi e braccia e gambe, come belve.
Intorno allo stendardo tutto bianco
par che quel pian di lor lance s'inselve:
cosi Moratto il porta, il capo loro,
per dipingerlo poi di sangue Moro.
xc
Mentre Ruggier di quella gente bella,
che per soccorrer Francia si prepara,
mira le varie insegne e ne favella,
e dei signor britanni i nomi impara;
uno et un altro a lui, per mirar quella
bestia sopra cui siede, unica o rara,
maraviglioso corre e stupefatto;
e tosto il cerchio intorno gli fu fatto.
xci
Si che per dare ancor piu maraviglia,
e per pigliarne il buon Ruggier piu gioco,
al volante corsier scuote la briglia,
e con gli sproni ai fianchi il tocca un poco:
quel verso il ciel per 1'aria il camin piglia,
e lascia* ognuno attonito in quel loco.
Quindi Ruggier, poi che di banda in banda
vide gl'Inglesi, and6 verso 1'Irlanda.
CANTO DECIMO 219
XCII
E vide Ibernia fabulosa, dove
il santo vecchiarel fece la cava,
in che tanta merce par che si truove,
che ruom vi purga ogni sua colpa prava.
Quindi poi sopra il mare il destrier muove
la dove la minor Bretagna lava;
e nel passar vide, mirando a basso,
Angelica legata al nudo sasso.
XCIII
Al nudo sasso, alPIsola del pianto;
che Flsola del pianto era nomata
quella che da crudele e fiera tanto
et inumana gente era abitata,
che (come io vi dicea sopra nel canto)
per varii liti sparsa iva in armata
tutte le belle donne depredando,
per fame a un mostro poi cibo nefando.
xciv
Vi fa legata pur quella matina,
dove venia per trangugiarla viva
quel smisurato mostro, orca marina,
che di aborrevole esca si nutriva.
Dissi di sopra, come fu rapina
di quei che la trovaro in su la riva
dormire al vecchio incantatore a canto,
ch'ivi Favea tirata per incanto.
xcv
La fiera gente inospitale e cruda
alia bestia crudel nel lito espose
la bellissima donna, cosi ignuda
come Natura prima la compose.
Un velo non ha pure, in che richiuda
i bianchi gigli e le vermiglie rose,
da non cader per luglio o per dicembre,
di che son sparse le polite membre.
220 ORLANDO FURIOSO
XCVI
Creduto avria che fosse statua finta *
o d'alabastro o d'altri marmi illustri
Ruggiero, e su lo scoglio cosi avinta
per artificio di scultori industri;
se non vedea la lacrima distinta
tra fresche rose e candidi ligustri
far rugiadose le crudette pome,
e Faura sventolar 1'aurate chiome.
XCVII
E come ne' begli occhi gli occhi affisse,
de la sua Bradamante gli sovenne.
Pietade e amore a un tempo lo traffisse,
e di piangere a pena si ritenne;
e dolcemente alia donzella disse,
poi che del suo destrier freno le penne:
donna, degna sol de la catena
con chi i suoi send Amor legati mena,
XCVIII
e ben di questo e d'ogni male indegna,
chi e quel crudel che con voler perverso
d'importuno livor stringendo segna
di quest e belle man 1'avorio terso ?
Forza e ch'a quel parlare ella divegna
quale e di grana un bianco avorio asperso,
di se vedendo quelle parte ignude,
ch'ancor che belle sian, vergogna chiude.
xcix
E coperto con man s'avrebbe il volto,
se non eran legate al duro sasso;
ma del pianto, ch'almen non 1'era tolto,
10 sparse, e si sforzo di tener basso.
E dopo alcun' signozzi il parlar sciolto,
incomincio con fioco suono e lasso:
ma non segui; che dentro il fe' restare
11 gran rumor che si senti nel mare.
CANTO DECIMO 221
C
Ecco apparir lo smisurato mostro
mezzo ascoso ne Fonda e mezzo sorto.
Come sospinto suol da borea o d'ostro
venir lungo navilio a pigliar porto,
cosi ne viene al cibo che Pe mostro
la bestia orrenda; e Pintervallo e corto.
La donna e mezza morta di paura;
ne per conforto altrui si rassicura.
ci
Tenea Ruggier la lancia non in resta,
ma sopra mano, e percoteva Forca.
Altro non so che s'assimigli a questa,
ch'una gran massa che s'aggiri e torca;
ne forma ha d' animal, se non la testa,
c'ha gli occhi e i denti fuor, come di porca,
Ruggier in fronte la feria tra gli occhi;
ma par che un ferro o un duro sasso tocchi.
en
Poi che la prima botta poco vale,
ritorna per far meglio la seconda.
L'orca, che vede sotto le grandi ale
1'ombra di qua e di la correr su Fonda,
lascia la preda certa litorale,
e quella vana segue furibonda:
dietro quella si volve e si raggira.
Ruggier giu cala, e spessi colpi tira.
cm
Come d'alto venendo aquila suole,
ch'errar fra Ferbe visto abbia la biscia,
o che stia sopra un nudo sasso al sole,
dove le spoglie d'oro abbella e liscia;
non assalir da quel lato la vuole
onde la velenosa e soffia e striscia,
ma da tergo la adugna, e batte i vanni,
acci6 non se le volga e non la azzanni:
222 ORLANDO FURIOSO
CIV
cosi Ruggier con 1'asta e con la spada,
non dove era de j denti armato il muso,
ma vuol che '1 colpo tra 1'orecchie cada,
or su le schene, or ne la coda giuso.
Se la fera si volta, ei muta strada,
et a tempo giu cala, e poggia in suso :
ma come sempre giunga in un diaspro,
non puo tagliar lo scoglio duro et aspro.
cv
Simil battaglia fa la mosca audace
contra il mastin nel polveroso agosto,
o nel mese dinanzi o nel seguace,
Funo di spiche e Faltro pien di mosto:
negli occhi il punge e nel grifo mordace,
volagli intorno e gli sta sempre accosto;
e quel suonar fa spesso il dente asciutto:
ma un tratto che gli arrivi, appaga il tutto.
cvi
Si forte ella nel mar batte la coda,
che fa vicino al ciel Facqua inalzare;
tal che non sa se Tale in aria snoda,
o pur se *1 suo destrier nuota nel mare.
Gli e spesso che disia trovarsi a proda;
che se lo sprazzo in tal mo do ha a durare,
teme si Tale inaffi alFippogrifo,
che brami invano avere o zucca o schifo.
cvn
Prese nuovo consiglio, e fu il migliore,
di vincer con altre arme il mostro crudo :
abbarbagliar lo vuol con lo splendore
ch'era incantato nel coperto scudo.
Vola nel lito; e per non fare errore,
alia donna legata al sasso nudo
lascia nel minor dito de la mano
Fannel, che potea far Fincanto vano :
CANTO DECIMO 22$
CVIII
dico Pannel che Bradamante avea
per liberar Ruggier tolto a Brunello,
poi per trarlo di man d'Alcina rea,
mandate in India per Melissa a quello.
Melissa (come dianzi io vi dicea)
in ben di molti adoper6 1'annello ;
indi Tavea a Ruggier restituito,
dal qual poi sempre fu portato in dito.
cix
Lo da ad Angelica era, perche teme
che del suo scudo il fulgurar non viete,
e perche a lei ne sien difesi insieme
gli occhi che gia Pavean preso alia rete.
Or viene al lito e sotto il ventre preme
ben mezzo il mar la smisurata cete.
Sta Ruggiero alia posta, e lieva il velo ;
e par ch'aggiunga un altro sole al cielo.
ex
Feri negli occhi Pincantato lume
di quella fera, e fece al mo do usato.
Quale o trota o scaglion va giu pel flume
c'ha con calcina il montanar turbato,
tal si vedea ne le marine schiume
il mostro orribilmente riversciato.
Di qua di la Ruggier percuote assai,
ma di ferirlo via non truova mai.
CXI
La bella donna tuttavolta priega
ch'invan la dura squama oltre non pesti.
Torna, per Dio, signor; prima mi slega
dicea piangendo che Porca si desti:
portami teco e in mezzo il mar mi anniega;
non far ch'in ventre al brutto pesce io resti.
Ruggier, commosso dunque al giusto grido,
slego la donna, e la levo dal lido.
224 ORLANDO FURIOSO
CXII
II destrier punto, ponta i pie all' arena
e sbalza in aria, e per lo ciel galoppa;
e porta il cavalliero in su la schena,
e la donzella dietro in su la groppa.
Cosi privo la fera de la cena
per lei soave e delicata troppa.
Ruggier si va volgendo, e mille baci
figge nel petto e negli occhi vivaci.
CXIII
Non piu tenne la via, come propose
prima, di circundar tutta la Spagna;
ma nel propinquo lito il destrier pose,
dove entra in mar piu la minor Bretagna.
Sul lito un bosco era di querce ombrose,
dove ognor par che Filomena piagna,
ch'in mezzo avea un pratel con una fonte,
e quinci e quindi un solitario monte.
cxiv
Quivi il bramoso cavallier ritenne
1'audace corso, e nel pratel discese;
e fe j raccorre al suo destrier le penne,
ma non a tal che piu le avea distese.
Del destrier sceso, a pena si ritenne
di salir altri; ma tennel Tarnese:
1'arnese il tenne, che bisogn6 trarre,
e contra il suo disir messe le sbarre.
cxv
Frettoloso, or da questo or da quel canto
confusamente Farme si levava.
Non gli parve altra volt a mai star tanto;
che s'un laccio sciogliea, dui n'annodava.
Ma troppo e lungo ormai, Signor, il canto,
e forse ch'anco Tascoltar vi grava:
si ch'io differiro 1'istoria mia
in altro tempo che piu grata sia.
CANTO UNDECIMO 225
CANTO UNDECIMO
I
Quantunque debil freno a mezzo il corso
animoso destrier spesso raccolga,
raro e per6 che di ragione il morso
libidinosa furia a dietro volga,
quando il piacere ha in pronto; a guisa d'orso
che dal mel non si tosto si distolga,
poi che gli n'e venuto odore al naso,
o qualche stilla ne gusto sul vaso.
ii
Qual raggion fia che 'I buon Ruggier raffrene,
si che non vogfia ora pigliar diletto
d' Angelica gentil che nuda tiene
nel solitario e commodo boschetto?
Di Bradamante piu non gli soviene,
che tanto aver solea fissa nel petto:
e se gli ne sovien pur come prima,
pazzo e se questa ancor non prezza e stima;
in
con la qual non saria stato quel crudo
Zenocrate di lui piu continente.
Gittato avea Ruggier Pasta e lo scudo,
e si traea Taltre arme impaziente;
quando abbassando pel bel corpo ignudo
la donna gli occhi vergognosamente,
si vide in dito il prezioso annello
che gia le tolse ad Albracca Brunello.
226 ORLANDO FURIOSO
IV
Questo e 1'annel ch'ella porto gia in Francia
la prima volta che fe' quel camino
col fratel suo, che v'arreco la lancia,
la qual fu poi d'Astolfo paladino.
Con questo fe' gFincanti uscire in ciancia
di Malagigi al petron di Merlino;
con questo Orlando et altri una matina
tolse di servitu di Dragontina;
v
con questo usci invisibil de la torre
dove Tavea richiusa un vecchio no.
A che voglio io tutte sue prove acc6rre,
se le sapete voi cosi come io ?
Brunei sin nel giron lei venne a torre';
ch'Agramante d'averlo ebbe disio.
Da indi in qua sempre Fortuna a sdegno
ebbe costei, fin che le tolse il regno.
VI
Or che sel vede, come ho detto, in mano,
si di stupore e d'allegrezza e piena,
che quasi dubbia di sognarsi invano,
agli occhi, alia man sua da fede a pena.
Del dito se Io leva, e a mano a mano
sel chiude in bocca; e in men che non balena,
cosi dagli occhi di Ruggier si cela,
come fa il sol quando la nube il vela.
VII
Ruggier pur d'ogn'intorno riguardava,
e s'aggirava a cerco come un matto;
ma poi che de 1'annel si ricordava,
scornato vi rimase e stupefatto;
e la sua inawertenza bestemiava,
e la donna accusava di quello atto
ingrato e discortese, che renduto
in ricompensa gli era del suo aiuto.
CANTO UNDECIMO 227
VIII
Ingrata damigella, e questo quello
guiderdone dicea che tu mi rendi ?
che piu tosto involar vogli 1'annello,
ch'averlo in don. Perche da me nol prendi?
Non pur quel, ma lo scudo e il destrier snello
e me ti dono, e come vuoi mi spendi;
sol che '1 bel viso tuo non mi nascondi.
lo so, crudel, che m'odi, e non rispondi.
IX
Cosi dicendo, intorno alia fontana
brancolando n'andava come cieco.
Oh quant e volte abbraccio Taria vana,
sperando la donzella abbracciar seco!
Quella, che s'era gia fatta lontana,
mai non cesso d'andar, che giunse a un speco
che sotto un monte era capace e grande,
dove al bisogno suo trov6 vivande.
Quivi un vecchio pastor, che di cavalle
un grande armento avea, facea soggiorno.
Le iumente pascean giu per la valle
le ten ere erbe ai freschi rivi intorno.
Di qua di la da Pantro erano stalle,
dove fuggiano il sol del mezzo giorno.
Angelica quel di lunga dimora
la dentro fece, e non fu vista ancora.
XI
E circa il vespro, poi che rifrescossi,
e le fu aviso esser posata assai,
in certi drappi rozzi aviluppossi,
dissimil troppo ai portamenti gai,
che verdi, gialli, persi, azzurri e rossi
ebbe, e di quante foggie furon mai.
Non le puo tor pero tanto umil gonna,
che bella non rassembri e nobil donna.
228 ORLANDO FURIOSO
XII
Taccia chi loda Fillide, o Neera,
o Amarilli, o Galatea fugace;
che d'esse alcuna si bella non era,
Titiro e Melibeo, con vostra pace.
La bella donna tra' fuor de la schiera
de le iumente una che piu le place.
Allora allora se le fece inante
un pensier di tornarsene in Levante.
XIII
Ruggiero intanto, poi ch'ebbe gran pezzo
indarno atteso s'ella si scopriva,
e che s'avide del suo error da sezzo,
che non era vicina e non 1'udiva;
dove lasciato avea il cavallo, avezzo
in cielo e in terra, a rimontar veniva:
e ritrov6 che s'avea tratto il morso,
e salia in aria a piu libero corso.
XIV
Fu grave e mala aggiunta all'altro danno
vedersi anco restar senza Faugello.
Questo, non men che '1 feminile inganno,
gli preme al cor; ma piu che questo e quello,
gli preme e fa sentir noioso aflanno
1'aver perduto il prezioso annello;
per le virtu non tanto ch'in lui sono,
quanto che fu de la sua donna dono.
xv
Oltremodo dolente si ripose
indosso 1'arme, e lo scudo alle spalle;
dal mar slungossi, e per le piaggie erbose
prese il camin verso una larga valle,
dove per mezzo all'alte selve ombrose
vide il piu largo e '1 piu segnato calle.
Non molto va, ch'a destra, ove piu folta
e quella selva, un gran strepito ascolta.
CANTO UNDECIMO 229
XVI
Strepito ascolta e spaventevol suono
d'arme percosse insieme; onde s'affretta
tra pianta e pianta, e truova dui che sono
a gran battaglia in poca piazza e stretta.
Non s'hanno alcun riguardo ne perdono,
per far, non so di che, dura vendetta.
L'uno e gigante, alia sembianza fiero ;
ardito Paltro e franco cavalliero.
XVII
E questo con lo scudo e con la spada,
di qua di la saltando, si difende,
perche la mazza sopra non gli cada,
con che il gigante a due man sempre offende.
Giace morto il cavallo in su la strada.
Ruggier si ferma, e alia battaglia attende;
e tosto inchina 1'animo, e disia
che vincitore il cavallier ne sia.
XVIII
Non che per questo gli dia alcuno aiuto;
ma si tira da parte, e sta a vedere.
Ecco col baston grave il piu membruto
sopra Pelmo a due man del minor fere.
De la percossa e il cavallier caduto:
Taltro, che '1 vide attonito giacere,
per dargli morte Telmo gli dislaccia;
e fa si che Ruggier lo vede in faccia.
XIX
Vede Ruggier de la sua dolce e bella
e carissima donna Bradamante
scoperto il viso; e lei vede esser quella
a cui dar morte vuol Tempio gigante:
si che a battaglia subito Tappella,
e con la spada nuda si fa inante;
ma quel, che nuova pugna non attende,
la donna tramortita in braccio prende;
230 ORLANDO FURIOSO
e se Parreca in spalla, e via la porta,
come lupo talor piccolo agnello,
o Faquila portar ne Pugna torta
suole o Colombo o simile altro augello.
Vede Ruggier quanto il suo aiuto importa,
e vien correndo a piu poter; ma quello
con tanta fretta i lunghi passi mena,
che con gli occhi Ruggier lo segue a pena.
XXI
Cosi correndo Funo, e seguitando
P altro, per un sentiero ombroso e fosco,
che sempre si venia piu dilatando,
in un gran prato uscir fuor di quel bosco.
Non piu di questo; ch'io ritorno a Orlando,
che '1 fulgur che porto gia il re Cimosco
avea gittato in mar nel maggior fondo,
accio mai piu non si trovasse al mondo.
XXII
Ma poco ci giovo: che '1 nimico empio
de Fumana natura, il qual del telo
fu Finventor, ch'ebbe da quel Fesempio,
ch'apre le nubi e in terra vien dal cielo;
con quasi non minor di quello scempio
che ci die quando Eva ingann6 col melo,
10 fece ritrovar da un negromante,
al tempo de' nostri avi, o poco inante.
XXIII
La machina infernal, di piu di cento
passi d'acqua ove ste ascosa molt'anni,
al sommo tratta per incantamento,
prima portata fu tra gli Alamanni;
11 quali uno et un altro esperimento
facendone, e il demonio a' nostri danni
assutigliando lor via piu la mente,
ne ritrovaro Fuso finalmente.
CANTO UNDECIMO 231
XXIV
Italia e Francia, e tutte Taltre bande
del mondo han poi la cm dele arte appresa.
Alcuno il bronzo in cave forme spande,
che liquefatto ha la fornace accesa;
bugia altri il ferro; e chi picciol, chi grande
il vaso forma, che piu e meno pesa:
e qual bombarda e qual nomina scoppio,
qual semplice cannon, qual cannon doppio;
xxv
qual sagra, qual falcon, qual colubrina
sento nomar, come al suo autor piu agrada;
che '1 ferro spezza, e i marmi apre e ruina,
e ovunque passa si fa dar la strada.
Rendi, miser soldato, alia fucina
pur tutte Tarme c'hai, fin alia spada;
e in spalla un scoppio o un arcobugio prendi;
che senza, io so, non toccherai stipendi.
XXVI
Come trovasti, o scelerata e brutta
invenzion, mai loco in uman core ?
Per te la militar gloria e distrutta,
per te il mestier de Tarrne e senza onore;
per te e il valore e la virtu ridutta,
che spesso par del buono il rio migliore:
non piu la gagliardia, non piu Par dire
per te pu6 in campo al paragon venire.
XXVII
Per te son giti et anderan sotterra
tanti signori e cavallieri tanti,
prima che sia finita questa guerra,
che J l mondo, ma piu Italia ha messo in pianti;
che s'io v'ho detto, il detto mlo non erra,
che ben fu il piu crudele e il piu di quanti
mai furo al mondo ingegni empii e maligni,
ch'imagino si abominosi ordigni.
232 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
E credere che Dio, perche vendetta
ne sia in eterno, nel profondo chiuda
del cieco abisso quella maladetta
anima, appresso al maladetto Giuda.
Ma seguitiamo il cavallier ch'in fretta
brama trovarsi all'isola d'Ebuda,
dove le belle donne e delicate
son per vivanda a un marin mostro date.
XXIX
Ma quanto avea piu fretta il paladino,
tanto parea che men 1'avesse il vento.
Spiri o dal lato destro o dal mancino,
o ne le poppe, sempre e cosi lento,
che si pu6 far con lui poco camino;
e rimanea talvolta in tutto spento :
soffia talor si averso, che gli e forza
o di tornare, o d'ir girando alPorza.
xxx
Fu volonta di Dio che non venisse
prima che '1 re d'Ibernia in quella parte,
accio con piu facilita seguisse
quel ch'udir vi faro fra poche carte.
Sopra Fisola sorti, Orlando disse
al suo nochiero : Or qui potrai fermarte,
e '1 battel darmi; che portar mi voglio
senz'altra compagnia sopra lo scoglio.
XXXI
E voglio la maggior gomona meco,
e Tancora maggior ch'abbi sul legno :
io ti faro veder perche Farreco,
se con quel mostro ad affrontar mi vegno. -
Gittar fe' in mare il palischermo seco,
con tutto quel ch'era atto al suo disegno.
Tutte Parme lascio, fuor che la spada;
e ver lo scoglio sol prese la strada.
CANTO UNDECIMO 233
XXXII
Si tira i remi al petto, e tien le spalle
volte alia parte ove discender vuole;
a guisa che del mare o de la valle
uscendo al lito, il salso granchio suole.
Era ne Fora che le chiome gialle
la bella Aurora avea spiegate al Sole,
mezzo scoperto ancora e mezzo ascoso,
non senza sdegno di Titon geloso.
XXXIII
Fattosi appresso al nudo scoglio, quanto
potria gagliarda man gittare un sasso,
gli pare udire e non udire un pianto ;
si alForecchie gli vien debole e lasso.
Tutto si volta sul sinistro canto;
e posto gli occhi appresso all'onde al basso,
vede una donna, nuda come nacque,
legata a un tronco; e i pie le bagnan Pacque.
xxxiv
Perche gli e ancor lontana, e perche china
la faccia tien, non ben chi sia discerne.
Tira in fretta ambi i remi, e s'avicina
con gran disio di piu notizia averne.
Ma muggiar sente in questo la marina,
e rimbombar le selve e le caverne :
gonfiansi Ponde; et ecco il mostro appare,
che sotto il petto ha quasi ascoso il mare.
xxxv
Come d'oscura valle umida ascende
nube di pioggia e di tempesta pregna,
che piu che cieca notte si distende
per tutto '1 mondo, e par che J l giorno spegna;
cosi nuota la fera, e del mar prende
tanto, che si puo dir che tutto il tegna:
fremono Fonde. Orlando in se raccolto,
la mira altier, ne cangia cor ne volto.
234 ORLANDO FURIOSO
XXXVI
E come quel ch'avea il pensier ben fermo
di quanto volea far, si mosse ratto;
e perche alia donzella essere schermo,
e la fera assalir potesse a un tratto,
entro fra Porca e lei col palischermo,
nel fodero lasciando il brando piatto:
Pancora con la gomona in man prese;
poi con gran cor Porribil mostro attese.
XXXVII
Tosto che Porca s'accost6, e scoperse
nel schifo Orlando con poco intervallo,
per inghiottirlo tanta bocca aperse,
ch'entrato un uomo vi saria a cavallo.
Si spinse Orlando inanzi, e se gPimmerse
con quella ancora in gola, e s'io non fallo
col battello anco; e Pancora attaccolle
e nel palato e ne la lingua molle:
XXXVIII
si che ne 'piu si puon calar di sopra,
ne alzar di sotto le mascelle orrende.
Cosi chi ne le mine il ferro adopra,
la terra, ovunque si fa via, suspende,
che subita ruina non lo cuopra,
mentre malcauto al suo lavoro intende.
Da un amo alPaltro Pancora e tanto alta,
che non v'arriva Orlando, se non salta.
XXXIX
Messo il puntello, e fattosi sicuro
che '1 mostro piu serrar non pu6 la bocca,
stringe la spada, e per quel antro oscuro
di qua e di la con tagli e punte tocca.
Come si puo, poi che son dentro al muro
giunti i nimici, ben difender r6cca;
cosi difender Porca si potea
dal paladin che ne la gola avea.
CANTO UNDECIMO 235
XL
Dal dolor vinta, or sopra il mar si lancia,
e mostra i fianchi e le scagliose schene;
or dentro vi s'attufa, e con la pancia
muove dal fondo e fa salir Farene.
Sentendo Facqua il cavallier di Francia,
che troppo abonda, a nuoto fuor ne viene :
lascia Fancora fitta, e in mano prende
la fime che da Fancora depende.
XLI
E con quella ne vien nuotando in fretta
verso lo scoglio; ove fermato il piede,
tira Fancora a se, ch'in bocca stretta
con le due punte il brutto mostro fiede.
L'orca a seguire il canape e constretta
da quella forza ch'ogni forza eccede,
da quella forza che piu in una scossa
tira, ch'in died un argano far possa.
XLII
Come toro salvatico ch'al corno
gittar si senta un improviso laccio,
salta di qua di la, s'aggira intorno,
si colca e lieva, e non pu6 uscir d'impaccio;
cosi fuor del suo antico almo soggiorno
Forca tratta per forza di quel braccio,
con mille guizzi e mille strane ruote
segue la fune, e scior non se ne puote.
XLIII
Di bocca il sangue in tanta copia fonde,
che questo oggi il mar Rosso si pu6 dire,
dove in tal guisa ella percuote Fonde,
ch'insino al fondo le vedreste aprire;
et or ne bagna il cielo, e il lume asconde
del chiaro sol: tanto le fa salire.
Rimbombano al rumor ch'intorno s'ode,
le selve, i monti e le lontane prode.
236 ORLANDO FURIOSO
XLIV
Fuor de la grotta il vecchio Proteo, quando
ode tanto rumor, sopra il mare esce;
e visto entrare e uscir de 1'orca Orlando,
e al lito trar si smisurato pesce,
fugge per Palto occeano, obliando
lo sparse gregge: e si il tumulto cresce,
che fatto al carro i suoi delfini porre,
quel di Nettunno in Etiopia corre.
XLV
Con Melicerta in collo Ino piangendo,
e le Nereide coi capelli sparsi,
Glauci e Tritoni e gli altri, non sappiendo
dove, chi qua chi la van per salvarsi.
Orlando al lito trasse il pesce orrendo,
col qual non bisogno piu affaticarsi;
che pel travaglio e per 1'avuta pena,
prima mori che fosse in su P arena.
XL VI
De Tisola non pochi erano corsi
a riguardar quella battaglia strana;
i quai da vana religion rimorsi,
cosi sant'opra riputar profana:
e dicean che sarebbe un nuovo torsi
Proteo nimico, e attizzar Pira insana,
da farli porre il marin gregge in terra,
e tutta rinovar Pantica guerra;
XL VII
e che meglio sara di chieder pace
prima alPoffeso dio, che peggio accada;
e questo si fara, quando Paudace
gittato in mare a placar Proteo vada.
Come da fuoco Tuna a Paltra face,
e tosto alluma tutta una contrada,
cosi d'un cor ne Paltro si difonde
Pira ch'Orlando vuol gittar ne Ponde.
CANTO UNDECIMO 237
XLVIII
Chi d'una fromba e chi d'un arco armato,
chi d'asta, chi di spada, al lito scende;
e dinanzi e di dietro e d'ogni lato,
lontano e appresso, a piu poter Toffende.
Di si bestiale insulto e troppo ingrato
gran meraviglia il paladin si prende :
pel mostro ucciso ingiuria far si vede,
dove aver ne spero gloria e mercede.
XLIX
Ma come Torso suol, che per le fiere
menato sia da Rusci o da Lituani,
passando per la via, poco temere
Timportuno abbaiar di picciol cani,
che pur non se li degna di vedere;
cosi poco temea di quei villani
il paladin, che con un soffio solo
ne potra fracassar tutto lo stuolo.
E ben si fece far subito piazza
che lor si volse, e Durindana prese.
S'avea creduto quella gente pazza
che le dovesse far poche contese,
quando ne indosso gli vedea corazza,
ne scudo in braccio, ne alcun altro arnese;
ma non sapea che dal capo alle piante
dura la pelle avea piu che diamante.
LI
Quel che d' Orlando agli altri far non lece,
di far degli altri a lui gia non e tolto.
Trenta n'uccise, e furo in tutto diece
botte, o se piu, non le passo di molto.
Tosto intorno sgombrar F arena fece;
e per slegar la donna era gia volto,
quando nuovo tumulto e nuovo grido
fe' risuonar da un'altra parte il lido.
238 ORLANDO FURIOSO
LII
Mentre avea il paladin da questa banda
. cosi tenuto i barbari impediti,
eran senza contrasto quei d'Irlanda
da piu parte ne Tisola saliti;
e spenta ogni pieta, strage nefanda
di quel popul facean per tutti i liti :
fosse iustizia, o fosse crudeltade,
ne sesso riguardavano ne etade.
LIII
Nessun ripar fan gl'isolani, o poco:
parte, ch'accolti son troppo improviso,
parte, che poca gente ha il picciol loco,
e quella poca e di nessuno aviso.
L'aver fu messo a sacco; messo fuoco
fu ne le case; il populo fu ucciso;
le mura fur tutte adeguate al suolo:
non fu lasciato vivo un capo solo.
LIV
Orlando, come gli appertenga nulla
1'alto rumor, le stride e la ruin a,
viene a colei che su la pietra brulla
avea da divorar Porca marina.
Guarda, e gli par conoscer la fanciulla;
e piu gli pare, e piu che s'avicina:
gli pare Olimpia; et era Olimpia certo,
che di sua fede ebbe si iniquo merto.
LV
Misera Olimpia! a cui dopo lo scorno
che gli fe } Amore, anco Fortuna cruda
mando i corsari (e fu il medesmo giorno),
che la portaro all'isola d'Ebuda.
Riconosce ella Orlando nel ritorno
che fa allo scoglio: ma perch'ella e nuda,
tien basso il capo; e non che non gli parli,
ma gli occhi non ardisce al viso alzarli.
CANTO UNDECIMO 239
LVI
Orlando domand6 ch'iniqua sorte
Tavesse fatta all'isola venire
di la dove lasciata col consorte
lieta 1'avea quanto si pu6 piu dire.
Non so disse ella s'io v'ho, che la morte
voi mi schivaste, grazie a riferire,
o da dolermi che per voi non sia
oggi finita la miseria mia.
LVII
lo v'ho da ringraziar ch'una maniera
di morir mi schivaste troppo enorme;
che troppo saria enorme, se la fera
nel brutto ventre avesse avuto a porme.
Ma gia non vi ringrazio ch'io non pera;
che morte sol pu6 di miseria tonne:
ben vi ringrazier6, se da voi darmi
quella vedr6 che d'ogni duol pu6 trarmi.
LVIII
Poi con gran pianto seguit6, dicendo
come lo sposo suo Pavea tradita;
che la Iasci6 su Tisola dormendo,
donde ella poi fu dai corsar rapita.
E mentre ella parlava, rivolgendo
s'andava in quella guisa che scolpita
o dipinta e Diana ne la fonte,
che getta 1'acqua ad Ateone in fronte;
LIX
che, quanto puo, nasconde il petto e '1 ventre,
piu liberal dei fianchi e de le rene.
Brama Orlando ch'in porto il suo legno entre;
che lei, che sciolta avea da le catene,
vorria coprir d'alcuna veste. Or mentre
ch'a questo e intento, Oberto sopraviene,
Oberto il re d'Ibernia, ch'avea inteso
che '1 matin mostro era sul lito steso;
240 ORLANDO FURIOSO
LX
e che nuotando un cavallier era ito
a porgli in gola un'ancora assai grave;
e che 1'avea cosi tlrato al lito,
come si suol tirar contr'acqua nave.
Oberto, per veder se riferito
colui da chi 1'ha inteso, il vero gli have,
se ne vien quivi; e la sua gente intanto
arde e distrugge Ebuda in ogni canto.
LXI
II re d'Ibernia, ancor che fosse Orlando
di sangue tinto, e d'acqua molle, e brutto,
brutto del sangue che si trasse quando
usci de Torca in ch'era entrato tutto,
pel conte I'and6 pur raffigurando ;
tanto piu che ne Fanimo avea indutto,
tosto che del valor senti la nuova,
ch'altri ch' Orlando non faria tal pruova.
LXII
Lo conoscea, perch* era stato infante
d'onore in Francia, e se n'era partito
per pigliar la corona, Tanno inante,
del padre suo ch'era di vita uscito.
Tante volte veduto, e tante e tante
gli avea parlato, ch'era in infmito.
Lo corse ad abbracciare e a fargli festa,
trattasi la celata ch'avea in testa.
LXIII
Non meno Orlando di veder contento
si mostro il re, che '1 re di veder lui.
Poi che furo a iterar Tabbracciamento
una o due volte tornati amendui,
narro ad Oberto Orlando il tradimento
che fu fatto alia giovane, e da cui
fatto le fu, dal perfido Bireno,
che via d'ofjn'altro lo dovea far meno.
CANTO UNDECIMO 241
LXIV
Le pruove gli narro, che tante volte
ella d'amarlo dimostrato avea:
come i parent! e le sustanzie tolte
le furo, e al fin per lui morir volea;
e ch'esso testimonio era di molte,
e renderne buon conto ne potea.
Mentre parlava, i begli occhi sereni .
de la donna di lagrime eran pieni.
LXV
Era il bel viso suo, quale esser suole
da primavera alcuna volta il cielo,
quando la pioggia cade, e a un tempo il sole
si sgombra intorno il nubiloso velo.
E come il rosignuol dolci carole
mena nei rami alor del verde stelo,
cosi alle belle lagrime le piume
si bagna Amore, e gode al chiaro lume.
LXVI
E ne la face de' begli occhi accende
Taurato strale, e nel ruscello amorza,
che tra vermigli e bianchi fieri scende:
e temprato che 1'ha, tira di forza
contra il garzon, che ne scudo difende
ne maglia doppia ne ferigna scorza;
che mentre sta a mirar gli occhi e le chiome,
si sente il cor ferito, e non sa come.
LXVII
Le bellezze d'Olimpia eran di quelle
che son pm rare: e non la fronte sola,
gli occhi e le guancie e le chiome avea belle,
la bocca, il naso, gli omeri e la gola;
ma discendendo giu da le mammelle,
le parti che solea coprir la stola,
fur di tanta escellenzia, ch'anteporse
a quante n'avea il mondo potean forse.
242 ORLANDO FURIOSO
LXVIII
Vinceano di candor le nievi intatte,
et eran piu ch'avorio a toccar molli:
le poppe ritondette parean latte
che fuor dei giunchi allora allora tolli.
Spazio fra lor tal discendea, qual fatte
esser veggian fra piccolini colli
1'ombrose valli, in sua stagione amene,
che '1 verno abbia di nieve allora piene.
LXIX
I rilevati fianchi e le belle anche,
e netto piu che specchio il ventre piano,
pareano fatti, e quelle coscie bianche,
da Fidia a torno, o da piu dotta mano.
Di quelle parti debbovi dir anche,
che pur celare ella bramava invano ?
Diro insomma ch'in lei dal capo al piede,
quant'esser pu6 belta, tutta si vede.
LXX
Se fosse stata ne le valli Idee
vista dal pastor frigio, io non so quanto
Vener, se ben vincea quell'altre dee,
portato avesse di bellezza il vanto :
n forse ito saria ne le Amiclee
contrade esso a violar 1'ospizio santo;
ma detto avria: Con Menelao ti resta,
Elena pur; ch'altra io non vo j che questa.
LXXI
E se fosse costei stata a Crotone,
quando Zeusi rimagine far volse,
che por dovea nel tempio di lunone,
e tante belle nude insieme accolse;
e che, per una fame in perfezione,
da chi una parte e da chi un'altra tolse;
non avea da t6rre altra che costei,
che tutte le bellezze erano in lei.
CANTO UNDECIMO 243
LXXII
lo non credo che mai Bireno, nudo
vedesse quel bel corpo; ch'io son certo
che stato non saria mai cosi crudo,
che 1'avesse lasciata in quel deserto.
Ch'Oberto se n'accende, io vi conclude,
tanto che '1 fuoco non pu6 star coperto.
Si studia consolarla, e darle speme
ch'uscira in bene il mai ch'ora la preme:
LXXIII
e le promette andar'seco in Olanda;
ne fin che ne lo stato la rimetta,
e ch'abbia fatto iusta e memoranda
di quel periuro e traditor vendetta,
non cessara con cio che possa Irlanda,
e lo fara quanto potra piu in fretta.
Cercare intanto in quelle case e in queste
facea di gonne e di feminee veste.
LXXIV
Bisogno non sara, per trovar gonne,
ch'a cercar fuor de Pisola si mande ;
ch'ogni di se n'avea da quelle donne
che de Pavido mostro eran vivande.
Non fe' molto cercar, che ritrovonne
di varie foggie Oberto copia grande;
e fe' vestir Olimpia, e ben gPincrebbe
non la poter vestir come vorrebbe.
LXXV
Ma ne si bella seta o si fin'oro
mai Fiorentini industri tesser fenno ;
ne chi ricama fece mai lavoro,
postovi tempo, diligenzia e senno,
che potesse a costui parer decoro,
se lo fesse Minerva o il dio di Lenno,
e degno di coprir si belle membre,
che forza e ad or ad or se ne rimembre.
244 ORLANDO FURIOSO
LXXVI
Per piu rispetti il paladino molto
si dimostro di questo amor contento:
ch'oltre che '1 re non lasciarebbe asciolto
Bireno andar di tanto tradimento,
sarebbe anch'esso per tal mezzo tolto
di grave e di noioso impedimento,
quivi non per Olimpia, ma venuto
per dar, se v'era, alia sua donna aiuto.
LXXVII,
Ch'ella non v'era si chiarl di corto,
ma gia non si chiari se v'era stata;
perche ogn'uomo ne Fisola era morto,
ne un sol rimaso di si gran brigata.
II di seguente si partir del porto,
e tutti insieme andaro in una armata.
Con loro ando in Irlanda il paladino;
che fix per gire in Francia il suo camino.
LXXVIII
A pena un giorno si fermo in Irlanda;
non valser preghi a far che piu vi stesse:
Amor, che dietro alia sua donna il manda,
di fermarvisi piu non gli concesse.
Quindi si parte; e prima raccomanda
Olimpia al re, che send le promesse:
ben che non bisognassi; che gli attenne
molto piu, che di far non si convenne.
LXXIX
Cosi fra pochi di gente raccolse;
e fatto lega col re d'Inghilterra
e con Taltro di Scozia, gli ritolse
Olanda, e in Frisa non gli lascio terra;
et a ribellione anco gli volse
la sua Selandia: e non fini la guerra,
che gli die morte; ne pero fu tale
la pena, ch'al delitto andasse eguale.
CANTO UNDECIMO 245
LXXX
Olimpia Oberto si piglio per moglie,
e di contessa la fe 5 gran regina.
Ma ritorniamo al paladin che scioglie
nel mar le vele, e notte e di camina;
poi nel medesmo porto le raccoglie,
donde pria le spiego ne la marina:
e sul suo Brigliadoro armato salse,
e lascic- dietro i venti e Ponde salse.
LXXXI
Credo che '1 resto di quel verno cose
facesse degne di tenerne conto;
ma fur sin a quel tempo si nascose,
che non e colpa mia s'or non le conto;
perche Orlando a far Popre virtuose,
piu che a narrarle poi, sempre era pronto:
ne mai fu alcun de li suoi fatti espresso,
se non quando ebbe i testimonii appresso.
LXXXII
Pass6 il resto del verno cosi cheto,
che di lui non si seppe cosa vera:
ma poi che '1 sol ne P animal discrete
che porto Friso, illumin6 la sfera,
e Zefiro torno soave e lieto
a rimenar la dolce primavera;
d' Orlando usciron le mirabil pruove
coi vaghi fiori e con 1'erbette nuove.
LXXXIII
Di piano in monte, e di campagna in lido,
pien di travaglio e di dolor ne gia;
quando all'entrar d'un bosco, un lungo grido,
un alto duol Porecchie gli feria.
Spinge il cavallo, e piglia il bran do fido,
e donde viene il suon, ratto s'invia:
ma diferisco un'altra volta a dire
quel che segui, se mi vorrete udire.
246 ORLANDO FURIOSO
CANTO DUODECIMO
I
Cerere, poi che da la madre Idea
tornando in fretta alia solinga valle,
la dove calca la montagna Etnea
al fulminate Encelado le spalle,
la figlia non trov6 dove Tavea
lasciata fuor d'ogni segnato calle; .
fatto ch'ebbe alle guancie, al petto, ai crini
e agli occhi danno, al.fin svelse duo pini;
ii
e nel fuoco gli accese di Vulcano,
e die lor non potere esser mai spenti:
e portandosi questi uno per mano
sul carro che tiravan dui serpenti,
cerco le selve, i campi, il monte, il piano,
le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti,
la terra e '1 mare; e poi che tutto il mondo
cerco di sopra, and6 al tartareo fondo.
in
S'in poter fosse stato Orlando pare
alPEleusina dea, come in disio,
non avria, per Angelica cercare,
lasciato o selva o campo o stagno o rio
o valle o monte o piano o terra o mare,
il cielo e '1 fondo de Peterno oblio;
ma poi che '1 carro e i draghi non avea,
la gia cercando al meglio che potea.
CANTO DUODECIMO 247
IV
L'ha cercata per Francia: or s'apparecchia
per Italia cercarla e per Lamagna,
per la nuova Castiglia e per la vecchia,
e poi passare in Libia il mar di Spagna.
Mentre pensa cosi, sente all'orecchia
una voce venir che par che piagna:
si spinge inanzi; e sopra un gran destriero
trottar si vede inanzi un cavalliero,
che porta in braccio e su 1'arcion davante
per forza una mestissima donzella.
Piange ella e si dibatte e fa sembiante
di gran dolore, et in soccorso appella
il valoroso principe d'Anglante,
che come mira alia giovane bella,
gli par colei, per cui la notte e il giorno
cercato Francia avea dentro e d'intorno.
VI
Non dico ch'ella fosse, ma parea
Angelica gentil ch'egli tant'ama.
Egli, che la sua donna e la sua dea
vede portar si addolorata e grama,
spinto da Pira e da la furia rea,
con voce orrenda il cavallier richiama:
richiama il cavalliero e gli minaccia,
e Brigliadoro a tutta briglia caccia.
VII
Non resta quel fellon, ne gli risponde,
alFalta preda, al gran guadagno intento,
e si ratto ne va per quelle fronde,
che saria tar do a seguitarlo il vento.
L/un fugge, e Taltro caccia; e le profonde
selve s'odon sonar d'alto lamento.
Correndo usciro in un gran prato; e quello
avea nel mezzo un grande e ricco ostello.
248 ORLANDO FURIOSO
VIII
Di van marmi con suttil lavoro
edificato era il palazzo altiero.
Corse dentro alia porta messa d'oro
con la donzella in braccio il cavalliero.
Dopo non molto giunse Brigliadoro,
che porta Orlando disdegnoso e fiero.
Orlando, come e dentro, gli occhi gira,
ne piu il guerrier, ne la donzella mira.
IX
Subito smonta, e fulminando passa
dove piu dentro il bel tetto s'alloggia:
corre di qua, corre di la, ne lassa
che non vegga ogni camera, ogni loggia.
Poi che i segreti d'ogni stanza bassa
ha cerco invan, su per le scale poggia;
e non men perde anco a cercar di sopra,
che perdessi di sotto il tempo e 1'opra.
x
D'oro e di seta i letti ornati vede:
nulla de muri appar ne de pareti;
che quelle, e il suolo ove si mette il piede,
son da cortine ascose e da tapeti.
Di su di giu va il conte Orlando, e riede;
ne per questo puo far gli occhi mai lieti
che riveggiano Angelica, o quel ladro
che n'ha portato il bel viso leggiadro.
XI
E mentre or quinci or quindi invano il passo
movea, pien di travaglio e di pensieri,
Ferrau, Brandimarte e il re Gradasso,
re Sacripante et altri cavallieri
vi ritrovo, ch'andavano alto e basso,
ne men facean di lui vani sentieri;
e si ramaricavan del malvagio
invisibil signer di quel palagio.
CANTO DUODECIMO 249
XII
Tutti cercando il van, tutti gli danno
colpa di furto alcun che lor fatt'abbia:
del destrier che gli ha tolto, altri e in affanno;
ch'abbia perduta altri la donna, arrabbia;
altri d'altro Paccusa: e cosi stanno,
che non si san partir di quella gabbia;
e vi son molti, a questo inganno presi,
stati le settimane intiere e i mesi,
XIII
Orlando, poi che quattro volte e sei
tutto cercato ebbe il palazzo strano,
disse fra se: Qui dimorar potrei,
gittare il tempo e la fatica invano:
e potria il ladro aver tratta costei
da un'altra uscita, e molto esser lontano.
Con tal pensiero usci nel verde prato,
dal qual tutto il palazzo era aggirato.
XIV
Mentre circonda la casa silvestra,
tenendo pur a terra il viso chino,
per veder s'orma appare, o da man destra
o da sinistra, di nuovo camino;
si sente richiamar da una finestra:
e leva gli occhi; e quel parlar divino
gli pare udire, e par che miri il viso,
che Tha da quel che fu, tanto diviso.
xv
Pargli Angelica udir, che supplicando
e piangendo gli dica: Aita, aita!
la mia virginita ti raccomando
piu che Tanima mia, piu che la vita.
Dunque in presenzia del mio caro Orlando
da questo ladro mi sara rapita?
Piu tosto di tua man dammi la morte,
che venir lasci a si infelice sorte.
250 ORLANDO FURIOSO
XVI
Quest e parole una et un'altra volta
fanno Orlando tornar per ogni stanza,
con passione e con fatica molta,
ma temperata pur d'alta speranza.
Talor si ferma, et una voce ascolta,
che di quella d' Angelica ha sembianza
(e s'egli e da una parte, suona altronde),
che chieggia amto; e non sa trovar donde.
XVII
Ma tornando a Ruggier, ch'io lasciai quando
dissi che per sentiero ombroso e fosco
il gigante e la donna seguitando,
in un gran prato uscito era del bosco;
io dico ch'arriv6 qui dove Orlando
dianzi arrivo, se J l loco riconosco.
Dentro la porta il gran gigante passa:
Ruggier gli e appresso, e di seguir non lassa.
XVIII
Tosto che pon dentro alia soglia il piede,
per la gran corte e per le loggie mira;
ne piu il gigante ne la donna vede,
e gli occhi indarno or quinci or quindi aggira.
Di su di giu va molte volte, e riede;
ne gli succede mai quel che desira:
ne si sa imaginar dove si tosto
con la donna il fellon si sia nascosto.
XIX
Poi che revisto ha quattro volte e cinque
di su di giu camere e loggie e sale,
pur di nuovo ritorna, e non relinque
che non ne cerchi fin sotto le scale.
Con speme al fin che sian ne le propinque
selve, si parte ; ma una voce, quale
richiamo Orlando, lui cbiam6 non manco,
e nel palazzo il fe' ritornar anco.
CANTO DUODECIMO 251
XX
Una voce medesma, una persona
che paruta era Angelica ad Orlando,
parve a Ruggier la donna di Dordona,
che lo tenea di se medesmo in ban do.
Se con Gradasso o con alcun ragiona
di quei ch'andavan nel palazzo errando,
a tutti par che quella cosa sia,
che piu ciascun per se brama e desia.
XXI
Questo era un nuovo e disusato incanto
ch'avea composto Atlante di Carena,
perche* Ruggier fosse occupato tanto
in quel travaglio, in quella dolce pena,
che '1 maPinflusso n'andasse da canto,
Tinflusso ch'a morir giovene il metia.
Dopo il castel d'acciar, che nulla giova,
e dopo Alcina, Atlante ancor fa pruova.
XXII
Non pur costui, ma tutti gli altri ancora,
che di valore in Francia han maggior fama,
acci6 che di lor man Ruggier non mora,
condurre Atlante in questo incanto trama.
E mentre fa lor far quivi dimora,
perche di cibo non patischin brama,
si ben fornito avea tutto il palagio,
che donne e cavallier vi stanno ad agio.
XXIII
Ma torniamo ad Angelica, che seco
avendo quell' annel mirabil tanto,
ch/in bocca a veder lei fa Pocchio cieco,
nel dito 1'assicura da Pincanto;
e ritrovato nel montano speco
cibo avendo e cavalla e veste e quanto
le fu bisogno, avea fatto il'disegno
di ritornare in India al suo bel regno.
252 ORLANDO FURIOSO
XXIV
Orlando volentieri o Sacripante
voluto avrebbe in compagnia: non ch'ella
piu caro avesse 1'un che 1 altro amante;
anzi di par fu a' lor disii ribella:
ma dovendo, per girsene in Levante,
passar tante citta, tante castella,
di compagnia bisogno avea e di guida,
ne potea aver con altri la piu fida.
xxv
Or Funo or T altro an do molto cercando,
prima ch'indizio ne trovasse o spia,
quando in cittade, e quando in ville, e quando
in alti boschi, e quando in altra via.
Fortuna al fin la dove il conte Orlando,
Ferrau e Sacripante era, la invia,
con Ruggier, con Gradasso et altri molti
che v'avea Atlante in strano intrico avolti.
XXVI
Quivi entra, che veder non la puo il mago,
e cerca il tutto, ascosa dal suo annello,
e truova Orlando e Sacripante vago
di lei cercare invan per quello ostello.
Vede come fingendo la sua imago
Atlante usa gran fraude a questo e a quello.
Chi tor debba di lor, molto rivolve
nel suo pensier, n6 ben se ne risolve.
XXVII
Non sa stimar chi sia per lei migliore,
il conte Orlando o il re dei fier Circassi.
Orlando la potra con piu valore
meglio salvar nei perigliosi passi ;
ma se sua guida il fa, sel fa signore,
ch'ella non vede come poi Pabbassi,
qualunque volta, di lui sazia, farlo
voglia minore, o in Francia rimandarlo.
CANTO DUODECIMO 253
XXVIII
Ma 11 Circasso depor, quando le piaccia,
potra, se ben Tavesse posto in cielo.
Questa sola cagion vuol ch'ella il faccia
sua scorta, e mostri avergli fede e zelo.
L'annel trasse di bocca, e di sua faccia
levo dagli occhi a Sacripante il velo.
Credette a lui sol dimostrarsi, e avenne
ch* Orlando e Ferrau le sopravenne.
XXIX
Le sopravenne Ferrau et Orlando;
che 1'uno e Taltro parimente giva
di su di giu, dentro e di fuor cercando
del gran palazzo lei, ch'era lor diva.
Corser di par tutti alia donna, quando
nessuno incantamento gli impediva;
perche 1'annel ch'ella si pose in mano,
fece d'Atlante ogni disegno vano.
xxx
L'usbergo indosso aveano e Pelmo in testa
dui di questi guerrier, dei quali io canto;
ne notte o di, dopo ch'entraro in questa
stanza, Taveano mai messi da canto;
che facile a portar, come la vesta,
era lor, perche in uso 1'avean tanto.
Ferrau il terzo era anco armato, eccetto
che non avea, ne volea avere elmetto,
XXXI
fin che quel non avea che '1 paladino
tolse Orlando al fratel del re Troiano;
ch'allora lo giurb, che 1'elmo fmo
cerco de PArgalia nel fiume invano:
e se ben quivi Orlando ebbe vicino,
ne pero Ferrau pose in lui mano;
avenne che conoscersi tra loro
non si poter, mentre la dentro foro.
254 ORLANDO FURIOSO
XXXII
Era cosi incantato quello albergo,
ch'insieme riconoscer non poteansi.
Ne notte mai ne di, spada ne usbergo
ne scudo pur dal braccio rimoveansi.
I lor cavalli con la sella al tergo,
pendendo i morsi da 1'arcion, pasceansi
in una stanza che, presso alPuscita,
d'orzo e di paglia sempre era fornita.
XXXIII
Atlanta riparar non sa ne puote,
ch'in sella non rimontino i guerrieri
per correr dietro alle vermiglie gote,
all'auree chiome et a' begli occhi neri
de la donzella ch'in fuga percuote
la sua iumenta, perche volentieri
non vede li tre amanti in compagnia,
che forse tolti un dopo 1'altro avria.
XXXIV
E poi che dilungati dal palagio
gli ebbe si, che temer piu non dovea
che contra lor Pincantator malvagio
potesse oprar la sua fallacia rea;
1'annel che le schiv6 piu d'un disagio
tra le rosate labra si chiudea:
donde lor sparve subito dagli occhi,
e gli lascio come insensati e sciocchi.
xxxv
Come che fosse il suo primier disegno
di voler seco Orlando o Sacripante,
ch'a ritornar 1'avessero nel regno
di Galafron ne 1'ultimo Levante;
le vennero amendua subito a sdegno,
e si muto di voglia in uno instante:
e senza piu obligarsi o a questo o a quello,
pens6 bastar per amendua il suo annello.
CANTO DUODECIMO 255
XXXVI
Volgon pel bosco or quinci or quindi in fretta
quelli scherniti la stupida faccia;
come il cane talor, se gli e intercetta
o lepre o volpe a cui dava la caccia,
che d'improviso in qualche tana stretta
o in folta macchia o in un fosso si caccia.
Di lor si ride Angelica proterva,
che non e vista, e i lor progress! osserva.
XXXVII
Per mezzo il bosco appar sol una strada:
credono i cavallier che la donzella
inanzi a lor per quella se ne vada;
che non se ne pu6 andar, se non per quella.
Orlando corre, e Ferrau non bada,
ne Sacripante men sprona e puntella.
Angelica la briglia piu ritiene,
e dietro lor con minor fretta viene.
XXXVIII
Giunti che fur, correndo, ove i sentieri
a perder si venian ne la foresta,
e cominciar per 1'erba i cavallieri
a riguardar se vi trovavan pesta,
Ferrau che potea, fra quanti altieri
mai fosser, gir con la corona in testa,
si volse con mal viso agli altri dui,
e grid6 lor : Dove venite vui ?
xxxix
Tornate a dietro, o pigliate altra via,
se non volete rimaner qui morti:
ne in amar ne in seguir la donna mia
si creda alcun, che compagnia comporti.
Disse Orlando al Circasso : Che potria
piu dir costui, s'ambi ci avesse scorti
per le piu vili e timide puttane
che da conocchie mai traesser lane ?
256 ORLANDO FURIOSO
XL
Poi volto a Ferrau, disse: Uom bestiale,
s'io non guardassi che senza elmo sei,
di quel c'hai detto, s'hai ben detto o male,
senz'altra indugia accorger ti farei.
Disse il Spagnuol: Di quel ch'a me non cale,
perche pigliarne tu cura ti dei ?
lo sol contra ambidui per far son buono
quel che detto ho, senza elmo come sono.
XLI
Deh, disse Orlando al re di Circassia
in mio servigio a costui Felmo presta,
tanto ch'io gli abbia tratta la pazzia;
ch'altra non vidi mai simile a questa.
Rispose il re: Chi piu pazzo saria?
Ma se ti par pur la domanda onesta,
prestagli il tuo; ch'io non saro men atto,
che tu sia forse, a castigare un matto.
XLII
Suggiunse Ferrau: Sciocchi voi, quasi
che se mi fosse il portar elmo a grado,
voi senza non ne fosse gia rimasi;
che tolti i vostri avrei, vostro mal grado.
Ma per narrarvi in parte li miei casi,
per voto cosi senza me ne vado,
et anderc-, fin ch'io non ho quel fino
che porta in capo Orlando paladino.
XLIII
Dunque rispose sorridendo il conte
ti pensi a capo nudo esser bastante
far ad Orlando quel che in Aspramonte
egli gia fece al figlio d'Agolante?
Anzi credo io, se tel vedessi a fronte,
ne tremeresti dal capo alle piante;
non che volessi 1'elmo, ma daresti
Taltre arme a lui di patto, che tu vesti.
CANTO DUODECIMO 257
XLIV
II vantator Spagnuol disse : Gia molte
fiate e molte ho cosi Orlando astretto,
che facilmente Parme gli avrei tolte,
quante indosso n'avea, non che Felmetto;
e s'io nol feci, occorrono alle volte
pensier che prima non s'aveano in petto:
non n'ebbi, gia fa, voglia; or Faggio, e spero
che mi potra succeder di leggiero.
XLV
Non pote aver piu pazienzia Orlando,
e grido : Mentitor, brutto marrano,
in che paese ti trovasti, e quando,
a poter piu di me con Farme in mano ?
Quel paladin, di che ti vai vantando,
son io, che ti pensavi esser lontano.
Or vedi se tu puoi Telmo levarme,
o s'io son buon per torre a te Faltre arme.
XLVI
N6 da te voglio un minimo vantaggio.
Cosi dicendo, Felmo si disciolse,
e lo suspese a un ramuscel di faggio;
e quasi a un tempo Durindana tolse.
Ferrau non perde di ci6 il coraggio:
trasse la spada, e in atto si raccolse,
onde con essa e col levato scudo
potesse ricoprirsi il capo nudo.
XLVII
Cosi li duo guerrieri incominciaro,
lor cavalli aggirando, a volteggiarsi ;
e dove Farme si giungeano, e raro
era piu il ferro, col ferro a tentarsi.
Non era in tutto '1 mondo un altro paro
che piu di questo avessi ad accopiarsi:
pari eran di vigor, pari d'ardire;
ne Fun n6 F altro si potea ferire.
258 ORLANDO FURIOSO
XLVIII
Ch'abbiate, Signor mio, gia inteso estimo
che Ferrau per tutto era fatato,
fuor che la dove Falimento primo
piglia il bambin nel ventre ancor serrato:
e fin che del sepolcro il tetro limo
la faccia gli coperse, il luogo armato
us6 portar, dove era il dubbio, sempre
di sette piastre fatte a buone temp re.
XLIX
Era ugualmente il principe d'Anglante
tutto fatato, fuor che in una parte:
ferito esser potea sotto le piante;
ma le guard6 con ogni studio et arte.
Duro era il resto lor piu che diamante
(se la fama dal ver non si diparte);
e 1'uno e Paltro ando piu per ornato,
che per bisogno, alle sue imprese armato.
L
S'incrudelisce e inaspra la battaglia,
d'orrore in vista e di spavento piena.
Ferrau, quando punge e quando taglia,
n6 mena botta che non vada piena:
ogni colpo d' Orlando o piastra o maglia
e schioda e rompe et apre e a straccio mena.
Angelica invisibil lor pon mente,
sola a tanto spettacolo presente.
LI
Intanto il re di Circassia, stimando
che poco inanzi Angelica corresse,
poi ch'attaccati Ferrau et Orlando
vide restar, per quella via si messe,
che si credea che la donzella, quando
da lor disparve, seguitata avesse:
si che a quella battaglia la figliuola
di Galafron fu testimonia sola.
CANTO DUODECIMO 259
LII
Poi che, orribil come era e spaventosa,
1'ebbe da parte ella mirata alquanto,
e che le parve assai pericolosa
cosi da Tun come da Paltro canto;
di veder novita voluntarosa,
disegn6 Felmo tor per mirar quanto
fariano i duo guerrier, vistosel tolto;
ben con pensier di non tenerlo molto.
LIU
Ha ben di darlo al conte intenzione;
ma se ne vuole in prima pigliar gioco.
L'elmo dispicca, e in grembio se lo pone,
e sta a mirare i cavallieri un poco.
Di poi si parte, e non fa lor sermone;
e lontana era un pezzo da quel loco,
prima ch'alcun di lor v'avesse mente:
si 1'uno e Taltro era ne 1'ira ardente.
LIV
Ma Ferrau, che prima v'ebbe gli occhi,
si dispiccc- da Orlando, e disse a lui:
Deh come n'ha da male accorti e sciocchi
trattati il cavallier ch'era con nui!
Che premio fia ch'al vincitor piu tocchi,
se 1 bel elmo involato n'ha costui ?
Ritrassi Orlando, e gli occhi al ramo gira:
non vede Pelmo, e tutto avampa d'ira.
LV
E nel parer di Ferrau concorse,
che '1 cavallier che dianzi era con loro
se lo portasse; onde la briglia torse,
e fe j sentir gli sproni a Brigliadoro.
Ferrau che del campo il vide t6rse,
gli venne dietro; e poi che giunti foro
dove ne Perba appar Forma novella
ch'avea fatto il Circasso e la donzella;
260 ORLANDO FURIOSO
LVI
prese la strada alia sinistra il conte
verso una valle, ove il Circasso era ito :
si tenne Ferrau piu presso al monte,
dove il sentiero Angelica avea trito.
Angelica in quel mezzo ad una fonte
giunta era, ombrosa e di giocondo sito,
ch'ognun che passa alle fresche ombre invita,
ne senza ber mai lascia far partita.
LVII
Angelica si ferma alle chiare onde,
non pensando ch'alcun le sopravegna;
e per lo sacro annel che la nasconde,
non puo temer che caso rio le avegna.
A prima giunta in su Terbose sponde
del rivo I'elmo a un ramuscel consegna;
poi cerca, ove nel bosco e miglior frasca,
la iumenta legar, perche si pasca.
LVIII
II cavallier di Spagna, che venuto
era per Tonne, alia fontana giunge.
Non Tha si tosto Angelica veduto,
che gli dispare, e la cavalla punge.
L'elmo, che sopra 1'erba era caduto,
ritor non pu6, che troppo resta lunge.
Come il pagan d' Angelica s'accorse,
tosto ver lei pien di letizia corse.
LIX
Gli sparve, come io dico, ella davante,
come fantasma al dipartir del sonno.
Cercando egli la va per quelle piante,
ne i miseri occhi piu veder la ponno.
Bestemiando Macone e Trivigante,
e di sua legge ogni maestro e donno,
ritorn6 Ferrau verso la fonte,
u' ne Terba giacea Pelmo del conte.
CANTO DUODECIMO 261
LX
Lo riconobbe, tosto che mirollo,
per lettere ch'avea scritte ne Torlo ;
che dicean dove Orlando guadagnollo,
e come e quando, et a chi fe' deporlo.
Armossene il pagano il capo e il collo,
che non lascio, pel duol ch'avea, di torlo ;
pel duol ch'avea di quella che gli sparve,
come sparir soglion notturne larve.
LXI
Poi ch'allacciato s'ha il buon elmo in testa,
aviso gli e che a contentarsi a pieno,
sol ritrovare Angelica gli resta,
che gli appar e dispar come baleno.
Per lei tutta cerco 1'alta foresta:
e poi ch'ogni speranza venne meno
di piu poterne ritrovar vestigi,
torno al campo spagnuol verso Parigi;
LXII
temperando il dolor che gli ardea il petto,
di non aver si gran disir sfogato,
col refrigerio di portar relmetto
che u d'Orlando, come avea giurato.
Dal conte, poi che J l certo gli fu detto,
fu lungamente Ferrau cercato,
ne fin quel di dal capo gli lo sciolse,
che fra duo ponti la vita gli tolse.
LXIII
Angelica invisibile e soletta
via se ne va, ma con turbata fronte;
che de Telmo le duol, che troppa fretta
le avea fatto lasciar presso alia fonte.
Per voler far quel ch'a me far non spetta,
tra s6 dicea alevato ho 1'elmo al conte:
questo, pel primo merito, e assai buono
di quanto a lui pur ubligata sono.
262 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Con buona intenzione (e sallo Idio),
ben che diverse e tristo effetto segua,
io levai 1'elmo: e solo il pensier mio
fu di ridur quella battaglia a triegua;
e non che per mio mezzo il suo disio
questo brutto Spagnuol oggi consegua.
Cosi di se s'andava lamentando
d'aver de 1'elmo suo privato Orlando.
LXV
Sdegnata e malcontenta, la via prese
che le parea miglior, verso Oriente.
Piu volte ascosa and6, talor palese,
secondo era oportuno, infra la gente.
Dopo molto veder molto paese,
giunse in un bosco, dove iniquamente
fra duo compagni morti un giovinetto
trovo, ch'era ferito in mezzo il petto.
LXVI
Ma non diro d' Angelica or piu inante;
che molte cose ho da narrarvi prima:
ne sono a Ferrau ne a Sacripante,
sin a gran pezzo, per donar piu rima.
Da lor mi leva il principe d'Anglante,
che di s6 vuol che inanzi agli altri esprima
le fatiche e gli affanni che sostenne
nel gran disio, di che a fin mai non venne.
LXVII
Alia prima citta ch'egli ritruova
(perch6 d'andare occulto avea gran cura)
si pone in capo una barbuta nuova,
senza mirar s'ha debil tempra o dura.
Sia qual si vuol, poco gli nuoce o giova:
si ne la fatagion si rassicura.
Cosi coperto, seguita Tinchiesta;
ne notte o giorno, o pioggia o sol 1'arresta.
CANTO DUODECIMO 263
LXVIII
Era ne 1'ora che traea i cavalli
Febo del mar con rugiadoso pelo,
e 1'Aurora di fior vermigli e gialli
venia spargendo d'ogn'intorno il cielo;
e lasciato le stelle aveano i balli,
e per partirsi postosi gia il velo:
quando appresso a Parigi un di passando,
mostr6 di sua virtu gran segno Orlando.
LXIX
In dua squadre incontrossi: e Manilardo
ne reggea 1'una, il Saracin canuto,
re di Norizia, gia fiero e gagliardo,
or miglior di consiglio che d'aiuto;
guidava 1'altra sotto il suo stendardo
il re di Tremisen, ch'era tenuto
tra gli Africani cavallier perfetto:
Alzirdo fu, da chi '1 conobbe, detto.
LXX
Questi con 1'altro esercito pagano
quella invernata avean fatto soggiorno,
chi presso alia citta, chi piu lontano,
tutti alle ville o alle castella intorno :
ch'avendo speso il re Agramante invano,
per espugnar Parigi, piu d'un giorno,
volse tentar Tassedio finalmente,
poi che pigliar non lo potea altrimente.
LXXI
E per far questo avea gente infinita;
che oltre a quella che con lui giunt'era,
e quella che di Spagna avea seguita
del re Marsilio la real bandiera,
molta di Francia n'avea al soldo unita;
che da Parigi insino alia riviera
d'Arli, con parte di Guascogna (eccetto
alcune rocche) avea tutto suggetto.
264 ORLANDO FURIOSO
LXXII
Or cominciando i trepidi ruscelli
a sciorre il freddo giaccio in tiepide onde,
e i prati di nuove erbe, e gli arbuscelli
a rivestirsi di tenera fronde;
raguno il re Agramante tutti quelli
che seguian le fortune sue seconde,
per farsi rassegnar 1'armata torma;
indi alle cose sue dar miglior forma.
LXXIII
A questo effetto il re di Tremisenne
con quel de la Norizia ne venia,
per la giungere a tempo, ove si tenne
poi conto d'ogni squadra o buona o ria.
Orlando a caso ad incontrar si venne
(come io v'ho detto) in questa compagnia,
cercando pur colei, come egli era uso,
che nel career d'Amor lo tenea chiuso.
LXXIV
Come Alzirdo appressar vide quel conte
che di valor non avea pari al mondo,
in tal sembiante, in si superba fronte,
che '1 dio de I'arme a lui parea secondo ;
rest6 stupito alle fattezze conte,
al fiero sguardo, al viso furibondo:
e lo stim6 guerrier d'alta prodezza;
ma ebbe del provar troppa vaghezza.
LXXV
Era giovane Alzirdo, et arrogante
per molta forza, e per gran cor pregiato.
Per giostrar spinse il suo cavallo inante :
meglio per lui, se fosse in schiera stato ;
che ne lo scontro il principe d'Anglante
lo fe j cader per mezzo il cor passato.
Giva in fuga il destrier di timor pieno,
che su non v'era chi reggesse il freno.
CANTO DUODECIMO 265
LXXVI
Levasi un grido subito et orrendo,
che d'ogn'intorno n'ha 1'aria ripiena,
come si vede il giovene, cadendo,
spicciar il sangue di si larga vena.
La turba verso il conte vien fremendo
disordinata, e tagli e punte mena;
ma quella e piu, che con pennuti dardi
tempesta il fior dei cavallier gagliardi.
LXXVII
Con qual rumor la setolosa frotta
correr da monti suole o da campagne,
se '1 lupo uscito di nascosa grotta,
o Torso sceso alle minor montagne,
un tener porco preso abbia talotta,
che con grugnito e gran stridor si lagne;
con tal lo stuol barbarico era mosso
verso il conte, gridando : Adosso, adosso !
LXXVIII
Lance, saette e spade ebbe Fusbergo
a un tempo mille, e lo scudo altretante:
chi gli percuote con la mazza il tergo,
chi minaccia da lato, e chi davante.
Ma quel, ch'al timor mai non diede albergo
estima la vil turba e Tarme tante
quel che dentro alia mandra, alPaer cupo,
il numer de Tagnelle estimi il lupo.
LXXIX
Nuda avea in man quella fulminea spada
che posti ha tanti Saracini a morte:
dunque chi vuol di quanta turba cada
tenere il conto, ha impresa dura e forte.
Rossa di sangue gia correa la strada,
capace a pena a tante genti morte;
perche ne targa ne capel difende
la fatal Durindana, ove discende,
266 ORLANDO FURIOSO
LXXX
n6 vesta plena di cotone, o tele
che circondino il capo in mille v61ti.
Non pur per 1'aria gemiti e querele,
ma volan braccia e spalle e capi sciolti.
Pel campo errando va Morte cnidele
in molti, varii, e tutti orribil volti;
e tra s6 dice: In man d' Orlando valci
Durindana per cento de mie falci.
LXXXI
Una percossa a pena Paltra aspetta.
Ben tosto cominciar tutti a fuggire;
e quando prima ne veniano in fretta
(perch* era sol, credeanselo inghiottire),
non e chi per levarsi de la stretta
Tamico aspetti, e cerchi insieme gire:
chi fugge a piedi in qua, chi cola sprona;
nessun domanda se la strada e buona.
LXXXII
Virtude andava intorno con lo speglio
che fa veder ne 1'anima ogni ruga:
nessun vi si miro, se non un veglio
a cui il sangue 1'eta, non Pardir, sciuga.
Vide costui quanto il morir sia meglio,
che con suo disonor mettersi in fuga:
dico il re di Norizia; onde la lancia
arrest6 contra il paladin di Francia.
LXXXIII
E la roppe alia penna de lo scudo
del fiero conte, che nulla si mosse.
Egli ch'avea alia posta il brando nudo,
re Manilardo al trapassar percosse.
Fortuna I'aiuto, che '1 ferro crudo
in man d' Orlando al venir giu voltosse:
tirare i colpi a filo ognor non lece;
ma pur di sella stramazzar lo fece.
CANTO DUODECIMO 267
LXXXIV
Stordito de Tarcion quel re stramazza:
non si rivolge Orlando a rivederlo;
che gli altri taglia, tronca, fende, amazza:
a tutti pare in su le spalle averlo.
Come per Tana, ove ban si larga piazza,
fuggon li storni da Taudace smerlo,
cosi di quella squadra onnai disfatta
altri cade, altri fugge, altri s'appiatta.
LXXXV
Non cesso pria la sanguinosa spada,
che fu di viva gente il campo v6to.
Orlando e in dubbio a ripigliar la strada,
ben che gli sia tutto il paese noto.
O da man destra o da sinistra vada,
il pensier da Pandar sempre e remoto:
d' Angelica cercar, fuor ch'ove sia,
teme, e di far sempre contraria via.
LXXXVI
II suo camin (di lei chiedendo spesso)
or per li campi or per le selve tenne:
e si come era uscito di se stesso,
usci di strada, e a pie d'un monte venne,
dove la notte fuor d'un sasso fesso
lontan vide un splendor batter le penne.
Orlando al sasso per veder s'accosta,
se quivi fosse Angelica reposta.
LXXXVII
Come nel bosco de Fumil ginepre,
o ne la stoppia alia campagna aperta,
quando si cerca la paurosa lepre
per traversati solchi e per via incerta,
si va ad ogni cespuglio, ad ogni vepre,
se per ventura vi fosse coperta;
cosi cercava Orlando con gran pena
la donna sua, dove speranza il mena.
268 ORLANDO FURIOSO
LXXXVIII
Verso quel raggio andando in fretta il conte,
giunse ove ne la selva si difTonde
da Tangusto spiraglio di quel monte,
ch'una capace grotta in s6 nasconde;
e truova inanzi ne la prima fronte
spine e virgulti, come mura e sponde,
per celar quei che ne la grotta stanno,
da chi far lor cercasse oltraggio e danno.
Di giorno ritrovata non sarebbe,
ma la facea di notte il lume aperta.
Orlando pensa ben quel ch'esser debbe;
pur vuol saper la cosa anco piu certa.
Poi che legato fuor Brigliadoro ebbe,
tacito viene alia grotta coperta;
e fra li spessi rami ne la buca
entra, senza chiamar chi 1'introduca.
xc
Scende la tomba molti gradi al basso,
dove la viva gente sta sepolta.
Era non poco spazioso il sasso
tagliato a punte di scarpelli in volta;
ne di luce diurna in tutto casso,
ben che Fentrata non ne dava molta;
ma ve ne venia assai da una finestra
che sporgea in un pertugio da man destra.
xci
In mezzo la spelonca, appresso a un fuoco,
era una donna di giocondo viso ;
quindici anni passar dovea di poco,
quanto fu al conte, al primo sguardo, aviso:
et era bella si, che facea il loco
salvatico parere un paradiso;
ben ch'avea gli occhi di lacrime pregni,
del cor dolente manifesti segni.
CANTO DUODECIMO 269
XCII
V'era una vecchia, e facean gran contese
(come uso feminil spesso esser suole);
ma come il conte ne la grotta scese,
finiron le dispute e le parole.
Orlando a salutarle fu cortese
(come con donne sempre esser si vuole),
et elle si levaro immantinente,
e lui risalutar benignamente.
XCIII
Gli e ver che si smarriro in faccia alquanto,
come improviso udiron quella voce,
e insieme entrare armato tutto quanto
vider la dentro un uom tanto feroce.
Orlando domando qual fosse tanto
scortese, ingiusto, barbaro et atroce,
che ne la grotta tenesse sepolto
un si gentile et amoroso volto.
xciv
La vergine a fatica gli rispose,
interrotta da fervidi signiozzi,
che dai coralli e da le preziose
perle uscir fanno i dolci accenti mozzi.
Le lacrime scendean tra gigli e rose,
la dove avien ch'alcuna se n'inghiozzi.
Piacciavi udir ne Paltro canto il resto,
Signor, che tempo e omai di finir questo.
270 ORLANDO FURIOSO
CANTO TERZODECIMO
I
Ben furo aventurosi i cavallieri
ch'erano a quella eta, che nei valloni,
ne le scure spelonche e boschi fieri,
tane di serpi, d'orsi e di leoni,
trovavan quel che nei palazzi altieri
a pena or trovar puon giudici buoni:
donne, che ne la lor piu fresca etade
sien degne d'aver titol di beltade.
II
Di sopra vi narrai che ne la grotta
avea trovato Orlando una donzella,
e che le dimando ch'ivi condotta
1'avesse: or seguitando, dico ch'ella,
poi che piu d'un signiozzo 1'ha interrotta,
con dolce e suavissima favella
al conte fa le sue sciagure note,
con quella brevita che meglio puote.
in
Ben che io sia certa, dice o cavalliero,
ch'io porter6 del mio parlar supplizio,
perche a colui che qui m'ha chiusa, spero
che costei ne dara subito indizio ;
pur son disposta non celarti il vero,
e vada la mia vita in precipizio.
E ch'aspettar poss'io da lui piu gioia,
che J l si disponga un dl voler ch'io muoia?
CANTO TERZODECIMO 271
IV
Isabella sono io, che figlia fui
del re mal fortunate di Gallizia.
Ben dissi fui; ch'or non son piu di lui,
ma di dolor, d'affanno e di mestizia.
Colpa d'Amor; ch'io non saprei di cui
dolermi piu che de la sua nequizia,
che dolcemente nei principii applaude,
e tesse di nascosto inganno e fraude,
v
Gia mi vivea di mia sorte felice,
gentil, giovane, ricca, onesta e bella:
vile e povera or sono, or infelice;
e s'altra e peggior sorte, io sono in quella.
Ma voglio sappi la prima radice
che produsse quel mal che mi flagella;
e ben ch'aiuto poi da te non esca,
poco non mi parra che te n'incresca.
VI
Mio patre fe' in Baiona alcune giostre,
esser denno oggimai dodici mesi.
Trasse la fama ne le terre nostre
cavallieri a giostrar di piu paesi.
Fra gli altri (o sia ch'Amor cosi mi mostre,
o che virtu pur se stessa palesi)
mi parve da lodar Zerbino solo,
che del gran re di Scozia era figliuolo.
VII
II qual poi che far pruove in campo vidi
miracolose di cavalleria,
fui presa del suo amore; e non m'avidi,
ch'io mi conobbi piu non esser mia.
E pur, ben che '1 suo amor cosi mi guidi,
mi giova sempre avere in fantasia
ch'io non misi il mio core in luogo immondo,
ma nel piu degno e bel ch'oggi sia al mondo.
272 ORLANDO FURIOSO
VIII
Zerbino di bellezza e di valore
sopra tutti i signori era eminente.
Mostrommi, e credo mi portasse amore,
e die di me non fosse meno ardente.
Non ci manc6 chi del commune ardore
interprete fra noi fosse sovente,
poi che di vista an cor fummo disgiunti;
che gli animi restar sempre congiunti.
IX
Per6 che dato fine alia gran festa,
il mio Zerbino in Scozia fe' ritorno.
Se sai che cosa e amor, ben sai che mesta
restai, di lui pensando notte e giorno;
et era certa che non men molesta
fiamma intorno il suo cor facea soggiorno.
Egli non fece al suo disio piu schermi,
se non che cerc6 via di seco avermi.
x
E perche vieta la diversa fede
(essendo egli cristiano, io saracina)
ch'al mio padre per moglie non mi chiede,
per furto indi levarmi si destina.
Fuor de la ricca mia patria, che siede
tra verdi campi allato alia marina,
aveva un bel giardin sopra una riva,
che colli intorno e tutto il mar scopriva.
XI
Gli parve il luogo a fornir ci6 disposto,
che la diversa religion ci vieta;
e mi fa saper Tordine che posto
avea di far la nostra vita lieta.
Appresso a Santa Marta avea nascosto
con gente armata una galea secreta,
in guardia d'Odorico di Biscaglia,
in mare e in terra mastro di battaglia.
CANTO TERZODECIMO 273
XII
Ne potendo in persona far Feffetto,
perch' egli allora era dal padre antico
a dar soccorso al re di Francia astretto,
manderia in vece sua questo Odorico,
che fra tutti i fedeli amici eletto
s'avea pel piu fedele e pel piu amico:
e bene esser dovea, se i benefici
sempre hanno forza d'acquistar gli amici.
XIII
Verria costui sopra un navilio armato,
al terminate tempo indi a levarmi.
E cosi venne il giorno disiato,
che dentro il mio giardin lasciai trovarmi.
Odorico la notte, accompagnato
di gente valorosa alPacqua e aH'arnii,
smont6 ad un flume alia citta vicino,
e venne chetamente al mio giardino.
XIV
Quindi fui tratta alia galea spalmata,
prima che la citta n'avesse avisi.
De la famiglia ignuda e disarmata
altri fuggiro, altri restaro uccisi,
parte captiva meco fu menata.
Cosi da la mia terra io mi divisi,
con quanto gaudio non ti potrei dire,
sperando in breve il mio Zerbin fruire.
xv
Voltati sopra Mongia eramo a pena,
quando ci assalse alia sinistra sponda
un vento che turbo Taria serena,
e turbo il mare, e al ciel gli Iev6 Tonda.
Salta un maestro ch'a traverso mena,
e cresce ad ora ad ora, e soprabonda;
e cresce e soprabonda con tal forza,
che val poco alternar poggia con orza.
274 ORLANDO FURIOSO
XVI
Non giova calar vele, e P arbor sopra
corsia legar, ne ruinar castella;
che ci veggian mal grado portar sopra
acuti scogli, appresso alia Rocella.
Se non ci aiuta quel che sta di sopra,
ci spinge in terra la crudel procella.
II vento rio ne caccia in maggior fretta,
che d'arco mai non si avento saetta.
XVII
Vide il periglio il Biscaglino, e a quello
us6 un rimedio che fallir suol spesso:
ebbe ricorso subito al battello;
calossi, e me calar fece con esso.
Sceser dui altri, e ne scendea un drapello,
se i primi scesi 1'avesser concesso;
ma con le spade li tenner discosto,
tagliar la fune, e ci allargamo tosto.
XVIII
Fummo gittati a salvamento al lito
noi che nel palischermo eramo scesi;
periron gli altri col legno sdrucito:
in preda al mare andar tutti gli arnesi.
AlPeterna Bontade, alFinfinito
Amor, rendendo grazie, le man stesi,
che non m'avessi dal furor marino
lasciato tor di riveder Zerbino.
XIX
Come ch'io avessi sopra il legno e vesti
lasciato e gioie e 1'altre cose care,
pur che la speme di Zerbin mi resti,
contenta son che s'abbi il resto il mare.
Non sono, ove scendemo, i liti pesti
d'alcun sentier, ne intorno albergo appare,
ma solo il monte, al qual mai serhpre fiede
Tombroso capo il vento, e J l mare il piede.
CANTO TERZODECIMO 275
XX
Quivi il crude tiranno Amor, che sempre
d'ogni promessa sua fu disleale,
e sempre guarda come involva e stempre
ogni nostro disegno razionale,
mut6 con triste e disoneste tempre
mio conforto in dolor, mio bene in male;
che quelTamico, in chi Zerbin si crede,
di desire arse, et agghiacci6 di fede.
XXI
O che m'avesse in mar bramata ancora,
ne fosse stato a dimostrarlo ardito,
o cominciassi il desiderio allora
che Tagio v'ebbe dal solingo lito;
disegno quivi senza piu dimora
condurre a fin 1'ingordo suo appetito;
ma prima da se torre un de li dui
che nel battel campati eran con mii.
XXII
Quell' era omo di Scozia, Almonio detto,
che mostrava a Zerbin portar gran fede;
e commendato per guerrier perfetto
da lui fu, quando ad Odorico il diede.
Disse a costui che biasmo era e difetto,
se mi traeano alia Rocella a piede;
e lo preg6 ch'inanti volesse ire
a farmi incontra alcun ronzin venire.
XXIII
Almonio, che di ci6 nulla temea,
immantinente inanzi il camin piglia
alia citta che 3 1 bosco ci ascondea,
e non era lontana oltra sei miglia.
Odorico scoprir sua voglia rea
alTaltro finalmente si consiglia:
si perch6 tor non se lo sa d'appresso,
si perche avea gran confidenzia in esso.
276 ORLANDO FURIOSO
XXIV
Era Corebo di Bilbao nomato
quel di ch'io parlo, die con noi rimase;
che da fanciullo picciolo allevato
s'era con lui ne le medesme case.
Poter con lui communicar Pingrato
pensiero il traditor si persuase,
sperando ch'ad amar saria piii presto
il piacer de Pamico, che 1'onesto.
xxv
Corebo, che gentile era e cortese,
non lo pote ascoltar senza gran sdegno ;
lo chiamo traditore, e gli contese
con parole e con fatti il rio disegno.
Grande ira alPuno e alPaltro il core accese,
e con le spade nude ne fer segno.
Al trar de' ferri, io fui da la paura
volta a fuggir per Palta selva oscura.
XXVI
Odorico, che mastro era di guerra,
in pochi colpi a tal vantaggio venne,
che per morto lascio Corebo in terra,
e per le mie vestigie il camin tenne.
Prestbgli Amor (se '1 mio creder non erra),
accio potesse giungermi, le penne;
e gPinsegn6 molte lusinghe e prieghi,
con che ad amarlo e compiacer mi pieghi.
XXVII
Ma tutto e indarno; che fermata e certa
piu tosto era a morir, ch'a satisfarli.
Poi ch'ogni priego, ogni lusinga esperta
ebbe e minaccie, e non potean giovarli,
si ridusse alia forza a faccia aperta.
Nulla mi val che supplicando parli
de la fe ch'avea in lui Zerbino avuta,
e ch'io ne le sue man m'era creduta.
CANTO TERZODECIMO 277
XXVIII
Poi che gittar mi vidi i prieghi invano,
ne mi sperare altronde altro soccorso,
e che piu sempre cupido e villano
a me venia, come famelico orso;
io mi difesi con piedi e con mano,
et adopra'vi sin a Fugne e il morso:
pela'gli il mento, e gli graffiai la pelle,
con stridi che n'andavano alle stelle.
XXIX
Non so se fosse caso, o li miei gridi
che si doveano udir lungi una lega,
o pur ch'usati sian correre ai lidi
quando navilio alcun si rompe o anniega;
sopra il monte una turba apparir vidi,
e questa al mare e verso noi si piega.
Come la vede il Biscaglin venire,
lascia Fimpresa, e voltasi a fuggire.
xxx
Contra quel disleal mi fu adiutrice
questa turba, signer; ma a quella image
che sovente in proverbio il vulgo dice :
cader de la padella ne le brage.
Gli e ver ch'io non son stata si infelice,
ne le lor menti ancor tanto malvage,
ch'abbino violata mia persona:
non che sia in lor virtu, ne cosa buona;
XXXI
ma perch6 se mi serban, come io sono,
vergine, speran vendermi piu molto.
Finito e il mese ottavo e viene il nono,
che fu il mio vivo corpo qui sepolto.
Del mio Zerbino ogni speme abbandono;
che gia, per quanto ho da lor detti accolto,
m'han promessa e venduta a un mercadante,
che portare al soldan mi de* in Levante.
278 ORLANDO FURIOSO
XXXII
Cosi parlava la gentil donzella;
e spesso con signozzi e con sospiri
interrompea 1* angelica favella,
da muovere a pietade aspidi e tiri.
Mentre sua doglia cosi rinovella,
o forse disacerba i suoi martiri,
da venti uomini entrar ne la spelonca,
armati chi di spiedo e chi di ronca.
XXXIII
II primo d'essi, uom di spietato viso,
ha solo un occhio, e sguardo scuro e bieco;
1'altro, d'un colpo che gli aveva reciso
il naso e la mascella, e fatto cieco.
Costui vedendo il cavalliero assiso
con la vergine bella entro allo speco,
volto a' compagni, disse: Ecco augel nuovo,
a cui non tesi, e ne la rete il truovo.
XXXIV
Poi disse al conte : Uomo non vidi mai
piu commodo di te, ne piu oportuno.
Non so se ti se' apposto, o se lo sai
perche te Tabbia forse detto alcuno,
che si beH J arme io desiava assai,
e questo tuo leggiadro abito bruno.
Venuto a tempo veramente sei,
per riparare agli bisogni miei.
XXXV
Sorrise amaramente, in pie salito,
Orlando, e fe' risposta al mascalzone:
Io ti vendero 1'arme ad an partito
che non ha mercadante in sua ragione.
Del fuoco, ch'avea appresso, indi rapito
pien di fuoco e di fumo uno stizzone,
trasse, e percosse il malandrino a caso,
dove confina con le ciglia il naso.
CANTO TERZODECIMO 279
XXXVI
Lo stizzone ambe le palpebre coke,
ma maggior danno fe j ne la sinistra;
che quella parte misera gli tolse,
che de la luce, sola, era ministra.
Ne d'acciecarlo contentar si volse
il colpo fier, s'ancor non lo registra
tra quelli spirti che con suoi compagni
fa star Chiron dentro ai bollenti stagni.
XXXVII
Ne la spelonca una gran mensa siede
grossa duo palmi, e spaziosa in quadro,
che sopra un mal pulito e grosso piede,
cape con tutta la famiglia il ladro.
Con quelPagevolezza che si vede
gittar la canna lo Spagnuol leggiadro,
Orlando il grave desco da se scaglia
dove ristretta insieme e la canaglia.
XXXVIII
A ch'il petto, a ch'il ventre, a chi la testa,
a chi rompe le gambe, a chi le braccia;
di ch'altri muore, altri storpiato resta:
chi meno e offeso, di fuggir procaccia.
Cosi talvolta un grave sasso pesta
e fianchi e lombi, e spezza capi e schiaccia,
gittato sopra un gran drapel di biscie,
che dopo il verno al sol si go da e liscie.
xxxix
Nascono casi, e non saprei dir quanti:
una muore, una parte senza coda,
un'altra non si pu6 muover davanti,
e '1 deretano indarno aggira e snoda;
un'altra, ch'ebbe piu propizii i santi,
striscia fra 1'erbe, e va serpendo a proda.
II colpo orribil fu, ma non mirando,
poi che lo fece il valoroso Orlando.
280 ORLANDO FURIOSO
XL
Quei che la mensa o nulla o poco offese
(e Turpin scrive a punto che fur sette),
ai piedi raccomandan sue difese:
ma ne Puscita il paladin si mette;
e poi che presi gli ha senza contese,
le man lor lega con la fune istrette,
con una fune al suo bisogno destra,
che ritrov6 ne la casa silvestra.
XLI
Poi li strascina fuor de la spelonca,
dove facea grande ombra un vecchio sorbo.
Orlando con la spada i rami tronca,
e quelli attacca per vivanda al corbo.
Non bisogn6 catena in capo adonca;
che per purgare il mondo di quel morbo,
1' arbor medesmo gli uncini prestolli,
con che pel mento Orlando ivi attacolli.
XLII
La donna vecchia, arnica a* malandrini,
poi che restar tutti li vide estinti,
fuggi piangendo, e con le mani ai crini,
per selve e boscherecci labirinti.
Dopo aspri e malagevoli camini,
a gravi passi e dal timor sospinti,
in ripa un fiume in un guerrier scontrosse;
ma diferisco a ricontar chi fosse.
XLIII
E torno alPaltra, che si raccomanda
al paladin che non la lasci sola;
e dice di seguirlo in ogni banda.
Cortesemente Orlando la consola;
e quindi, poi ch'uscl con la ghirlanda
di rose adorna e di purpurea stola
la bianca Aurora al solito camino,
parti con Isabella il paladino.
CANTO TERZODECIMO 281
XLIV
Senza trovar cosa che degna sia
d'istoria, molti giorni insieme andaro;
e finalmente un cavallier per via,
che prigione era tratto, riscontraro.
Chi fosse, diro poi; ch'or me ne svia
tal, di chi udir non vi sara men caro:
la figliuola d'Amon, la qual lasciai
languida dianzi in amorosi guai.
XLV
La bella donna, disiando invano
ch'a lei facesse il suo Ruggier ritorno,
stava a Marsilia, ove allo stuol pagano
dava da travagliar quasi ogni giorno;
il qual scorrea, rubando in monte e in piano,
per Linguadoca e per Provenza intorno:
et ella ben facea Tufficio vero
di savio duca e d'ottimo guerriero.
XLVI
Standosi quivi, e di gran spazio essendo
passato il tempo che tornare a lei
il suo Ruggier dovea, ne lo vedendo,
vivea in timor di mille casi rei.
Un di fra gli altri, che di ci6 piangendo
stava solinga, le arriv6 colei
che port6 ne Tannel la medicina
che sano il cor ch'avea ferito Alcina.
XLVII
Come a se ritornar senza il suo amante,
dopo si lungo termine, la vede,
resta pallida e smorta, e si tremante,
che non ha forza di tenersi in piede:
ma la maga gentil le va davante
ridendo, poi che del timor s'avede;
e con viso giocondo la conforta,
qual aver suol chi buone nuove apporta.
282 ORLANDO FURIOSO
XLVIII
Non temer disse di Ruggier, donzella,
ch'6 vivo e sano, e come suol t'adora;
ma non & gia in sua liberta, che quella
pur gli ha levata il tuo nemico ancora:
et e bisogno che tu monti in sella,
se brami averlo, e che mi segui or ora;
che se mi segui, io t'aprir6 la via
donde per te Ruggier libero fia.
XLIX
E seguit6, narrandole di quello
magico error che gli avea ordito Atlante:
che simulando d'essa il viso bello,
che captiva parea del rio gigante,
tratto 1'avea ne rincantato ostello,
dove sparito poi gli era davante;
e come tarda con simile inganno
le donne e i cavallier che di la vanno.
L
A tutti par, 1'incantator mirando,
mirar quel che per se brama ciascuno,
donna, scudier, compagno, amico, quando
il desiderio uman non e tutto uno.
Quindi il palagio van tutti cercando
con lungo affanno, e senza frutto alcuno ;
e tanta & la speranza e il gran disire
del ritrovar, che non ne san partire.
LI
Come tu giungi disse in quella parte
che giace presso all'incantata stanza,
verrk 1'incantatore a ritrovarte,
che terra di Ruggiero ogni sembianza;
e ti fara parer, con sua maTarte,
ch'ivi lo vinca alcun di piu possanza,
accio che tu per aiutarlo vada
dove con gli altri poi ti tenga a bada.
CANTO TERZODECIMO 283
LII
Accio Tinganni, in che son tanti e tanti
caduti, non ti colgan, sie avertita,
che se ben di Ruggier viso e sembianti
ti parra di veder, che chieggia aita,
non gli dar fede tu; ma, come avanti
ti vien, fagli lasciar 1'indegna vita:
ne dubitar percio che Ruggier muoia,
ma ben colui che ti da tanta noia.
LIII
Ti parra duro assai, ben lo conosco,
uccidere un che sembri il tuo Ruggiero:
pur non dar fede alPocchio tuo, che losco
fara Fincanto, e celeragli il vero.
Fermati, pria ch'io ti conduca al bosco,
si che poi non si cangi il tuo pensiero;
che sempre di Ruggier rimarrai priva,
se lasci per vilta che '1 mago viva.
LIV
La valorosa giovane, con questa
intenzion che J l fraudolente uccida,
a pigliar Farme, et a seguire e presta
Melissa; che sa ben quanto Fe fida.
Quella, or per terren culto, or per foresta,
a gran giornate e in gran fretta la guida,
cercando alleviarle tuttavia
con parlar grato la noiosa via.
LV
E piu di tutti i bei ragionamenti,
spesso le repetea ch'uscir di lei
e di Ruggier doveano gli eccellenti
principi e gloriosi semidei.
Come a Melissa fossino presenti
tutti i secreti degli eterni dei,
tutte le cose ella sapea predire,
ch'avean per molti seculi a venire.
284 ORLANDO FURIOSO
LVI
Deh, come, o prudentissima mia scorta,
dicea alia maga Pinclita donzella
molti anni prima tu m'hai fatto accorta
di tanta mia viril progenie bella;
cosl d'alcuna donna mi conforta,
che di mia stirpe sia, s'alcuna in quella
matter si puo tra belle e virtuose.
E la cortese maga le rispose:
LVII
Da te uscir veggio le pudiche donne,
madri d'imperatori e di gran regi,
reparatrici e solide colonne
de case illustri e di domini egregi;
che men degne non son ne le lor gonne,
ch'in arme i cavallier, di sommi pregi,
di pieta, di gran cor, di gran prudenza,
di somma e incomparabil continenza.
LVIII
E s'io avr6 da narrarti di ciascuna
che ne la stirpe tua sia d'onor degna,
troppo sara; ch'io non ne veggio alcuna
che passar con silenzio mi convegna.
Ma ti faro, tra mille, scelta d'una
o di due coppie, acci6 ch'a fin ne vegna.
Ne la spelonca perche nol dicesti?
che Timagini ancor vedute avresti.
LIX
De la tua chiara stirpe uscira quella
d'opere illustri e di bei studii arnica,
ch'io non so ben se piii leggiadra e bella
mi debba dire, o piu saggia e pudica,
liberale e magnanima Isabella,
che del bel lume suo di e notte aprica
fara la terra che sul Menzo siede,
a cui la madre d'Ocno il nome diede:
CANTO TERZODECIMO 285
LX
dove onorato e splendido certame
avra col suo dignissimo consorte,
chi di lor piu le virtu prezzi et arne,
e chi meglio apra a cortesia le porte.
S'un narrera ch'al Taro e nel Reame
fu a liberar da' Galli Italia forte;
1'altra dira: Sol perche casta visse
Penelope, non fu minor d'Ulisse.
LXI
Gran cose e molte in brevi detti accolgo
di questa donna, e piu dietro ne lasso,
che in quelli di ch'io mi levai dal volgo,
mi fe' chiare Merlin dal cavo sasso.
E s'in questo gran mar la vela sciolgo,
di lunga Tifi in navigar trapasso.
Conchiudo in somma ch'ella avra, per dono
de la virtu e del ciel, cio ch'e di buono.
LXII
Seco avra la sorella Beatrice,
a cui si converra tal nome a punto;
ch'essa non sol del ben che qua giu lice,
per quel che vivera, tocchera il punto;
ma avra forza di far seco felice
fra tutti i ricchi duci il suo congiunto,
il qual, come ella poi lasciera il mondo,
cosi de Tinfelici andra nel fondo.
LXIII
E Moro e Sforza e Viscontei colubri,
lei viva, formidabili saranno
da Tiperboree nievi ai lidi rubri,
da 1'Indo ai monti ch'al tuo mar via danno:
lei morta, andran col regno degl'Insubri,
e con grave di tutta Italia danno,
in servitute; e fia stimata, senza
costei, ventura la somma prudenza.
286 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Vi saranno altre ancor, ch'avranno il nome
medesmo, e nasceran molt'anni prima:
di ch'una s'ornera le sacre chiome
de la corona di Pannonia opima;
un'altra, poi che le terrene some
lasciate avra, fia ne Tausonio clima
collocata nel numer de le dive,
et avra incensi e imagini votive.
LXV
De P altre tacer6; che, come ho detto,
lungo sarebbe a ragionar di tante;
ben che per se ciascuna abbia suggetto
degno ch'eroica e chiara tuba cante.
Le Blanche, le Lucrezie io terr6 in petto,
e le Costanze e 1'altre, che di quante
splendide case Italia reggeranno,
reparatrici e madri ad esser hanno.
LXVI
Piu ch j altre fosser mai, le tue famiglie
saran ne le lor donne aventurose;
non dico in quella piu de le lor figlie,
che ne Talta onesta de le lor spose.
E acci6 da te notizia anco si piglie
di questa parte che Merlin mi espose,
forse perch'io '1 dovessi a te ridire,
ho di parlarne non poco desire.
LXVII
E diro prima di Ricciarda, degno
esempio di fortezza e d'onestade:
vedova rimarra, giovane, a sdegno
di Fortuna; il che spesso ai buoni accade.
I figli, privi del paterno regno,
esuli andar vedra in strane contrade,
fanciulli in man degli aversari loro;
ma infine avra il suo male amplo ristoro.
CANTO TERZODECIMO 287
LXVIII
De 1'alta stirpe d'Aragone antica
non tacer6 la splendida regina,
di cui ne saggia si, ne si pudica
veggio istoria lodar greca o latina,
ne a cui Fortuna piu si mostri arnica;
poi che sara da la Bonta divina
elletta madre a parturir la bella
progenie, Alfonso, Ippolito e Isabella.
LXIX
Costei sara la saggia Leonora,
che nel tuo felice arbore s'inesta.
Che ti dir6 de la seconda nuora,
succeditrice prossima di questa?
Lucrezia Borgia, di cui d'ora in ora
la belta, la virtu, la fama onesta
e la fortuna crescera, non meno
che giovin pianta in morbido terreno.
LXX
Qual lo stagno all'argento, il rame alPoro,
il campestre papavere alia rosa,
pallido salce al sempre verde alloro,
dipinto vetro a gemma preziosa;
tal a costei, ch'ancor non nata onoro,
sara ciascuna insino a qui famosa
di singular belta, di gran prudenzia,
e d'ogni altra lodevole eccellenzia.
LXXI
E sopra tutti gli altri incliti pregi
che le saranno e a viva e a morta dati,
si lodera che di costumi regi
Ercole e gli altri figli avra dotati,
e dato gran principio ai ricchi fregi
di che poi s'orneranno in toga e armati;
perche Podor non se ne va si in fretta,
ch'in nuovo vaso, o buono o rio, si metta.
288 ORLANDO FURIOSO
LXXII
Non voglio ch'in silenzio anco Renata
di Francia, nuora di costei, rimagna,
di Luigi il duodecimo Re nata,
e de Peterna gloria di Bretagna.
Ogni virtu ch'in donna mai sia stata,
di poi die *1 fuoco scalda e Pacqua bagna,
e gira intorno il cielo, insieme tutta
per Renata adornar veggio ridutta.
LXXIII
Lungo sara che d'Alda di Sansogna
narri, o de la contessa di Celano,
o di Bianca Maria di Catalogna,
o de la figlia del re Sicigliano,
o de la bella Lippa da Bologna,
e d'altre; che s'io vo' di mano in mano
venirtene dicendo le gran lode,
entro in un alto mar che non ha prode.
LXXIV
Poi che le racconto la maggior parte
de la futura stirpe a suo grand' agio,
piu volte e piu le replic6 de 1'arte
ch'avea tratto Ruggier dentro al palagio.
Melissa si ferm6, poi che fu in parte
vicina al luogo del vecchio malvagio;
e non le parve di venir piu inante,
accio veduta non fosse da Atlante.
LXXV
E la donzella di nuovo consiglia
di quel che mille volte ormai 1'ha detto.
La lascia sola; e quella oltre a dua miglia
non cavalco per un sentiero istretto,
che vide quel ch'al suo Ruggier simiglia;
e dui giganti di crudele aspetto
intorno avea, che lo stringean si forte,
ch'era vicino esser condotto a morte.
CANTO TERZODECIMO 289
LXXVI
Come la donna in tal periglio vede
colui che di Ruggiero ha tutti i segni,
subito cangia in sospizion la fede,
subito oblia tutti i suoi bei disegni.
Che sia in odio a Melissa Ruggier crede,
per miova ingiuria e non intesi sdegni,
e cerchi far con disusata trama
che sia morto da lei che cosi Tama.
LXXVII
Seco dicea: Non e Ruggier costui,
che col cor sempre, et or con gli occhi veggio ?
e s'or non veggio e non conosco lui,
che mai veder o mai conoscer deggio?
perche voglio io de la credenza altrui
che la veduta mia giudichi peggio ?
che senza gli occhi ancor, sol per se stesso
pu6 il cor sentir se gli e lontano o appresso.
LXXVIII
Mentre che cosi pensa, ode la voce
che le par di Ruggier, chieder soccorso;
e vede quello a un tempo, che veloce
sprona il cavallo e gli ralenta il morso,
e Tun nemico e Paltro suo feroce,
che lo segue e lo caccia a tutto corso.
Di lor seguir la donna non rimase,
che si condusse all'mcantate case.
LXXIX
De le quai non piu tosto entro le porte,
che fu sommersa nel commune errore.
Lo cerc6 tutto per vie dritte e torte
invan di su e di giu, dentro e di fuore;
ne cessa notte o di, tanto era forte
Tincanto: e fatto avea Pincantatore,
che Ruggier vede sempre, e gli favella,
ne Ruggier lei, ne lui riconosce ella.
ORLANDO FURIOSO
LXXX
Ma lascian Bradamante, e non v'incresca
udir che cosi resti in quello incanto;
che quando sara il tempo ch'ella n'esca,
la faro uscire, e Ruggiero altretanto.
Come raccende il gusto il mutar esca,
cosi mi par che la mia istoria, quanto
or qua or la piu variata sia,
meno a chi 1'udira noiosa fia.
LXXXI
Di molte fila esser bisogno parme
a condur la gran tela ch'io lavoro.
E per6 non vi spiaccia d'ascoltarme,
come fuor de le stanze il popul Moro
davanti al re Agramante ha preso Tarme,
che, molto minacciando ai Gigli d'oro,
lo fa assembrare ad una mostra nuova,
per saper quanta gente si ritruova.
LXXXII
Perch' oltre i cavallieri, oltre i pedoni
ch'al mimero sottratti erano in copia,
mancavan capitani, e pur de' buoni,
e di Spagna e di Libia e d'Etiopia:
e le diverse squadre e le nazioni
givano errando senza guida propia.
Per dare e capo et ordine a ciascuna,
tutto il campo alia mostra si raguna.
LXXXIII
In supplimento de le turbe uccise
ne le battaglie e ne' fieri conflitti,
Tun signore in Ispagna, e Taltro mise
in Africa, ove molti n'eran scritti;
e tutti alii lor ordini divise,
e sotto i duci lor gli ebbe diritti.
Differir6, Signor, con grazia vostra,
ne Taltro canto 1'ordine e la mostra.
CANTO QUARTODECIMO
CANTO QUARTODECIMO
I
Nei molti assalti e nei crudel conflitti,
ch'avuti avea con Francia, Africa e Spagna,
morti erano infiniti, e derelitti
al lupo, al corvo, alTaquila griffagna;
e ben che i Franchi fossero piu afflitti,
che tutta avean perduta la campagna,
piu si doleano i Saracin, per molti
principi e gran baron ch'eran lor tolti.
II
Ebbon vittorie cosi sanguinose,
che lor poco avanz6 di che allegrarsL
E se alle antique le moderne cose,
invitto Alfonso, denno assimigliarsi ;
la gran vittoria, onde alle virtuose
opere vostre puo la gloria darsi,
di ch'aver sempre lacrimose ciglia
Ravenna debbe, a queste s'assimiglia:
in
quando cedendo Morini e Picardi,
Fesercito normando e 1'aquitano,
voi nei mezzo assaliste li stendardi
del quasi vincitor nimico ispano,
seguendo voi quei gioveni gagliardi,
che meritar con valorosa mano
quel di da voi, per onorati doni,
Telse indorate e gFindorati sproni.
ORLANDO FURIOSO
IV
Con si animosi petti che vi foro
vicini o poco lungi al gran periglio,
crollaste si le ricche Giande d'oro,
si rompeste il baston giallo e vermiglio,
ch'a voi si deve il trionfale alloro,
che non fu guasto ne sfiorato il Giglio.
D'un'altra fronde v'orna anco la chioma
Faver servato il suo Fabrizio a Roma.
v
La gran Colonna del nome romano,
che voi prendeste, e che servaste intera,
vi da piu onor che se di vostra mano
fosse caduta la milizia fiera,
quanta n'ingrassa il campo ravegnano,
e quanta se n'and6 senza bandiera
d'Aragon, di Castiglia e di Navarra,
veduto non giovar spiedi n6 carra.
VI
Quella vittoria fu piu di conforto
che d'allegrezza; perche troppo pesa
contra la gioia nostra il veder morto
il capitan di Francia e de Pimpresa;
e seco avere una procella absorto
tanti principi illustri, ch'a difesa
dei regni lor, dei lor confederati,
di qua da le fredd'Alpi eran passati.
VII
Nostra salute, nostra vita in questa
vittoria suscitata si conosce,
che difende che '1 verno e la tempesta
di Giove irato sopra noi non crosce:
ma ne goder potiam, ne fame festa,
sentendo i gran ramarichi e Tangosce,
ch'in veste bruna e lacrimosa guancia
le vedovelle fan per tutta Francia.
CANTO QUARTODECIMO 293
VIII
Bisogna che proveggia il re Luigi
di nuovi capitani alle sue squadre,
che per onor de 1'aurea Fiordaligi
castighino le man rapaci e ladre,
che suore, e frati e bianchi e neri e bigi
violate hanno, e sposa e figlia e madre ;
gittato in terra Cristo in sacramento,
per torgli un tabernaculo d'argento.
IX
O misera Ravenna, t'era meglio
ch'al vincitor non fessi resist enza;
far ch'a te fosse inanzi Brescia speglio,
che tu lo fossi a Arimino e a Faenza.
Manda, Luigi, il buon Traulcio veglio,
ch'insegni a questi tuoi piu continenza,
e conti lor quanti per simil torti
stati ne sian per tutta Italia morti.
Come di capitani bisogna ora
che '1 re di Francia al campo suo proveggia,
cosi Marsilio et Agramante allora,
per dar buon reggimento alia sua greggia,
dai lochi dove il verno fe' dimora
vuol ch'in campagna all'ordine si veggia;
perche vedendo ove bisogno sia,
guida e governo ad ogni schiera dia.
XI
Marsilio prima, e poi fece Agramante
passar la gente sua schiera per schiera.
I Catalani a tutti gli altri inante
di Dorifebo van con la bandiera.
Dopo vien, senza il suo re Folvirante,
che per man di Rinaldo gia morto era,
la gente di Navarra; e lo re ispano
halle dato Isolier per capitano.
294 ORLANDO FURIOSO
XII
Balugante del popul di Leone,
Grandonio cura degli Algarbi piglia;
il fratel di Marsilio, Falsirone,
ha seco armata la minor Castiglia.
Seguon di Madarasso il gonfalone
quei che lasciato han Malaga e Siviglia,
dal mar di Gade a Cordova feconda
le verdi ripe ovunque il Beti inonda.
XIII
Stordilano e Tesira e Baricondo,
Tun dopo Paltro, mostra la sua gente:
Granata al primo, Ulisbona al secondo,
e Maiorica al terzo e ubidiente.
Fu d j Ulisbona re (tolto dal mondo
Larbin) Tesira, di Larbin parente.
Poi vien Gallizia, che sua guida, in vece
di Maricoldo, Serpentino fece.
XIV
Quei di Tolledo e quei di Calatrava,
di ch'ebbe Sinagon gia la bandiera,
con tutta quella gente che si lava
in Guadiana e bee de la riviera,
Paudace Matalista governava;
Bianzardin quei d'Asturga in una schiera
con quei di Salamanca e di Piagenza,
d'Avila, di Zamora e di Palenza.
XV
Di quei di Saragosa e de la corte
del re Marsilio ha Ferrau il governo:
tutta la gente e ben armata e forte.
In questi e Malgarino, Balinverno,
Malzarise e Morgante, ch'una sorte
avea fatto abitar paese esterno;
che poi che i regni lor lor furon tolti,
gli avea Marsilio in corte sua raccolti.
CANTO QUARTODECIMO 295
XVI
In questa e di Marsilio il gran bastardo,
Follicon d'Almeria, con Doriconte,
Bavarte e Largalifa et Analardo,
et Archidante il sagontino conte,
e PAmirante e Langhiran gagliardo,
e Malagur ch'avea 1'astuzie pronte,
et altri et altri, di quai penso, dove
tempo sara, di far veder le pruove.
XVII
Poi che pass6 Fesercito di Spagna
con bella mostra inanzi al re Agramante,
con la sua squadra apparve alia campagna
il re d'Oran, che quasi era gigante.
L'altra che vien, per Martasin si lagna,
il qual morto le fu da Bradamante;
e si duol ch'una femina si vanti
d'aver ucciso il re de' Garamanti.
XVIII
Segue la terza schiera di Marmonda,
ch'Argosto morto abbandon6 in Guascogna:
a questa un capo, come alia seconda
e come anco alia quarta, dar bisogna.
Quantunque il re Agramante non abonda
di capitani, pur ne finge e sogna:
dunque Buraldo, Ormida, Arganio elesse,
e dove uopo ne fu, guida li messe.
XIX
Diede ad Arganio quei di Libicana,
che piangean morto il negro Dudrinasso.
Guida Brunello i suoi di Tingitana,
con viso nubiloso e ciglio basso;
che, poi che ne la selva non lontana
dal castel ch'ebbe Atlante in cima al sasso,
gli fu tolto Tannel da Bradamante,
caduto era in disgrazia al re Agramante:
296 ORLANDO FURIOSO
XX
e se *1 fratel di Ferrau, Isoliero,
ch'a Parbore legato ritrovollo,
non facea fede inanzi al re del vero,
avrebbe dato in su le forche un crollo.
Muto, a' prieghi di molti, il re pensiero,
gia avendo fatto porgli il laccio al collo:
gli lo fece levar, ma riserbarlo
pel primo error, che poi giuro impiccarlo.
XXI
Si ch'avea causa di venir Brunello
col viso mesto e con la testa china.
Seguia poi Farurante, e dietro a quello
eran cavalli e fanti di Maurina.
Venia Libanio appresso, il re novello:
la gente era con lui di Constantina;
per6 che la corona e il baston d'oro
gli ha dato il re, che fu di Pinadoro.
XXII
Con la gente d'Esperia Soridano,
e Dorilon ne vien con quei di Setta;
ne vien coi Nasamoni Puliano.
Quelli d'Amonia il re Agricalte affretta;
Malabuferso quelli di Fizano.
Da Finadurro e 1'altra s quadra retta,
che di Canaria viene e di Marocco;
Balastro ha quei che fur del re Tardocco.
XXIII
Due squadre, una di Mulga, una d'Arzilla,
seguono : e questa ha '1 suo signore antico ;
quella n } e priva; e pero il re sortilla,
e diella a Corineo suo fido amico.
E cosi de la gente d'Almansilla,
ch'ebbe Tanfirion, fe' re Caico;
die quella di Getulia a Rimedonte.
Poi vien con quei di Cosca Balinfronte.
CANTO QUARTODECIMO
XXIV
QuelTaltra schiera e la gente di Bolga:
suo re e Clarindo, e gia fu Mirabaldo.
Vien Baliverzo, il qual vuo 5 che tu tolga
di tutto il gregge pel maggior ribaldo.
Non credo in tutto il campo si disciolga
bandiera ch'abbia esercito piu saldo
de 1'altra, con che segue il re Sobrino,
ne piu di lui prudente Saracino.
xxv
Quei di Bellamarina, che Gualciotto
solea guidare, or guida il re d'Algieri
Rodomonte e di Sarza, che condotto
di miovo avea pedoni e cavallieri;
che rnentre il sol fu nubiloso sotto
il gran centauro e i corni orridi e fieri,
fu in Africa mandato da Agramante,
onde venuto era tre giorni inante.
XXVI
Non avea il campo d* Africa piu forte,
ne Saracin piu audace di costui;
e piu temean le parigine porte,
et avean piu cagion di temer lui,
che Marsilio, Agramante, e la gran corte
ch'avea seguito in Francia questi dui:
e piu d'ogni altro che facesse mostra,
era nimico de la fede nostra.
XXVII
Vien Prusione, il re de 1' Alvaracchie ;
poi quel de la Zumara, Dardinello.
Non so s'abbiano o nottole o cornacchie,
o altro manco et importune augello,
il qual dai tetti e da le fronde gracchie
futuro mal, predetto a questo e a quello;
che fissa in ciel nel di seguente e 1'ora,
che 1'uno e F altro in quella pugna muora.
298 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
In campo non aveano altri a venire,
che quei di Tremisenne e di Norizia;
ne si vedea alia mostra comparire
il segno lor, ne dar di se notizia.
Non sapendo Agramante che si dire,
ne che pensar di questa lor pigrizia,
uno scudiero al fin gli fu condutto
del re di Tremisen, che narro il tutto.
XXIX
E gli narro ch'Alzirdo e Manilardo
con molti altri de' suoi giaceano al campo.
Signor, diss'egli il cavallier gagliardo
ch'ucciso ha i nostri, ucciso avria il tuo campo,
se fosse stato a torsi via piu tardo
di me, ch'a pena ancor cosi ne scamp o.
Fa quel de j cavallieri e de j pedoni,
che '1 lupo fa di capre e di montoni.
xxx
Era venuto pochi giorni avante
nel campo del re d' Africa un signore;
ne in Ponente era, ne in tutto Levante,
di piu forza di lui, ne di piu core.
Gli facea grande onore il re Agramante,
per esser costui figlio e successore
in Tartaria del re Agrican gagliardo :
suo nome era il feroce Mandricardo.
XXXI
Per molti chiari gesti era famoso,
e di sua fama tutto il mondo empia;
ma lo facea piu d'altro glorioso,
ch'al castel de la fata di Soria
Tusbergo avea acquistato luminoso
ch'Ettor troian port6 mille anni pria,
per strana e formidabile aventura,
che } 1 ragionarne pur mette paura.
CANTO QUARTODECIMO 299
XXXII
Trovandosi costui dunque presente
a quel parlar, alz6 Pardita faccia;
e si dispose andare immantinente,
per trovar quel guerrier, dietro alia traccia.
Ritenne occulto il suo pensiero in mente,
o sia perche d'alcun stima non faccia,
o perche tema, se '1 pensier palesa,
ch'un altro inanzi a lui pigli Pimpresa.
XXXIII
Allo scudier fe' dimandar come era
la sopravesta di quel cavalliero.
Colui rispose : Quella e tutta nera,
lo scudo nero, e non ha alcun cimiero.
E fu, Signor, la sua risposta vera,
perche lasciato Orlando avea il quartiero;
che come dentro Panimo era in doglia,
cosi imbrunir di fuor volse la spoglia.
xxxiv
Marsilio a Mandricardo avea donato
un destrier baio a scorza di castagna,
con gambe e chiome nere; et era nato
di frisa madre e d'un villan di Spagna.
Sopra vi salta Mandricardo armato,
e galoppando va per la campagna;
e giura non tornare a quelle schiere,
se non truova il campion da Parme nere.
xxxv
Molta incontr6 de la paurosa gente
che da le man d' Orlando era fuggita,
chi del figliuol, chi del fratel dolente,
ch'inanzi agli occhi suoi perd6 la vita.
Ancora la codarda e trista mente
ne la pallida faccia era sculpita;
ancor per la paura che avuta hanno
pallidi, muti et insensati vanno.
300 ORLANDO FURIOSO
XXXVI
Non fe' lungo camin, che venne dove
cnidel spettaculo ebbe et inumano,
ma testimonio alle mirabil pruove
che fur raconte inanzi al re africano.
Or mira questi, or quelli morti, e muove,
e vuol le piaghe misurar con mano,
mosso da strana invidia ch'egli porta
al cavallier ch'avea la gente morta.
XXXVII
Come lupo o mastin ch'ultimo giugne
al bue lasciato morto da 5 villani,
che truova sol le corna, Tossa e 1'ugne,
del resto son sfamati augelli e cani;
riguarda invano il teschio che non ugne:
cosi fa il crudel barbaro in que' piani.
Per duol bestemmia, e mostra invidia immensa,
che venne tardi a cosi ricca mensa.
xxxvni
Quel giorno e mezzo Paltro segue incerto
il cavallier dal negro, e ne domanda.
Ecco vede un pratel d'ombre coperto,
che si d'un alto fiume si ghirlanda,
che lascia a pena un breve spazio aperto,
dove Facqua si torce ad altra banda.
Un simil luogo con girevol onda
sotto Ocricoli il Tevere circonda.
XXXIX
Dove entrar si potea, con 1'arme indosso
stavano molti cavallieri armati.
Chiede il pagan chi gli avea in stuol si grosso,
et a che effetto insieme ivi adunati.
Gli fe j risposta il capitano, mosso
dal signoril sembiante e da' fregiati
d'oro e di gemme arnesi di gran pregio,
che lo mostravan cavalliero egfegio.
CANTO QUARTODECIMO 3OI
XL
Dal nostro re sian disse di Granata
chiamati in compagnia de la figliuola,
la quale al re di Sarza ha rnaritata,
ben che di ci6 la fama ancor non vola.
Come appresso la sera racchetata
la cicaletta sia, ch'or s'ode sola,
avanti al padre fra Tispane torme
la condurremo : intanto ella si dorme.
XLI
Colui, che tutto il mondo vilipende,
disegna di veder tosto la praova,
se quella gente o bene o mal difende
la donna, alia cui guardia si ritruova.
Disse : Costei, per quanto se n'intende,
e bella; e di saperlo ora mi giova.
Allei mi mena, o falla qui venire;
ch'altrove mi convien subito gire.
XLII
Esser per certo dei pazzo solenne ,
rispose il Granatin, n6 piu gli disse.
Ma il Tartaro a ferir tosto lo venne
con 1'asta bassa, e il petto gli trafisse;
che la corazza il colpo non sostenne,
e forza fu che morto in terra gisse.
L'asta ricovra il figlio d'Agricane,
perch6 altro da ferir non gli rimane.
XLIII
Non porta spada ne baston; che quando
Farme acquisto, che fur d'Ettor troiano,
perche trovo che lor mancava il brando,
gli convenne giurar (ne giuro invano)
che fin che non togliea quella d' Orlando,
mai non porrebbe ad altra spada mano :
Durindana ch' Almonte ebbe in gran stima,
e Orlando or porta, Ettor portava prima.
302 ORLANDO FURIOSO
XLIV
Grande e Pardir del Tartaro, che vada
con disvantaggio tal contra coloro,
gridando : Chi mi vuol vietar la strada ?
E con la lancia si cacci6 tra loro.
Chi 1'asta abbassa, e chi tra' fuor la spada;
e d'ogn'intorno subito gli foro.
Egli ne fece morire una frotta,
prima che quella lancia fosse rotta.
XLV
Rotta che se la vede, il gran troncone,
che resta intero, ad ambe mani afferra;
e fa morir con quel tante persone,
che non fu vista mai piu crudel guerra.
Come tra' Filistei 1'ebreo Sansone
con la mascella che levo di terra,
scudi spezza, elmi schiaccia, e un colpo spesso
spenge i cavalli ai cavallieri appresso.
XLVI
Correno a morte que' miseri a gara,
ne perche cada 1'un, Paltro andar cessa;
che la maniera del morire, amara
lor par piu assai che non e morte istessa.
Patir non ponno che la vita cara
tolta lor sia da un pezzo d'asta fessa,
e sieno sotto alle picchiate strane
a morir giunti, come biscie o rane.
XLVII
Ma poi ch'a spese lor si furo accord
che male in ogni guisa era morire,
sendo gia presso alii duo terzi morti,
tutto 1'avanzo comincio a fuggire.
Come del proprio aver via se gli porti,
il Saracin crudel non pu6 patire
ch'alcun di quella turba sbigottita
da lui partir si debba con la vita.
CANTO QUARTODECIMO 303
XLVIII
Come in palude asciutta dura poco
stridula canna, o in campo arrida stoppia
contra il soffio di borea e contra il fuoco
che '1 cauto agricultore insieme accoppia,
quando la vaga fiamma occupa il loco,
e scorre per li solchi, e stride e scoppia;
cosi costor contra la furia accesa
di Mandricardo fan poca difesa.
XLIX
Poscia ch'egli restar vede 1'entrata,
che mal guardata fu, senza custode ;
per la via che di nuovo era segnata
ne Ferba, e al suono dei ramarchi ch'ode,
viene a veder la donna di Granata,
se di bellezze e pan alle sue lode:
passa tra i corpi de la gente morta,
dove gli da, torcendo, il fiume porta.
L
E Doralice in mezzo il prato vede
(che cosi nome la donzella avea),
la qual, sufrblta da Pantico piede
d'un frassino silvestre, si dolea.
II pianto, come un rivo che succede
di viva vena, nel bel sen cadea;
e nel bel viso si vedea che insieme
de 1'altrui mal si duole, e del suo teme.
LI
Crebbe il timor, come venir lo vide
di sangue brutto e con faccia empia e oscura,
e '1 grido sin al ciel Taria divide,
di se e de la sua gente per paura;
che, oltre i cavallier, v'erano guide,
che de la bella infante aveano cura,
maturi vecchi, e assai donne e donzelle
del regno di Granata, e le piu belle.
304 ORLANDO FURIOSO
LII
Come il Tartaro vede quel bel viso
che non ha paragone in tutta Spagna,
e c'ha nel pianto (or ch'esser de' nel riso ?)
tesa d'Amor I'inestricabil ragna;
non sa se vive o in terra o in paradiso:
ne de la sua vittoria altro guadagna,
se non che in man de la sua prigioniera
si da prigione, e non sa in qual maniera.
LIII
Allei per6 non si concede tanto,
che del travaglio suo le doni il frutto;
ben che piangendo ella dimostri, quanta
possa donna mostrar, dolore e lutto.
Egli, sperando volgerle quel pianto
in sommo gaudio, era disposto al tutto
menarla seco; e sopra un bianco ubino
montar la fece, e torn6 al suo camino.
LIV
Donne e donzelle e vecchi et altra gente,
ch'eran con lei venuti di Granata,
tutti Iicenzi6 benignamente,
dicendo: Assai da me fia accompagnata;
10 mastro, io balia, io le sar6 sergente
in tutti i suoi bisogni: a Dio, brigata.
Cosi, non gli possendo far riparo,
piangendo e sospirando se n'andaro;
LV
tra lor dicendo : Quanto doloroso
ne sara il padre, come il caso intenda!
quanta ira, quanto duol ne avra il suo sposo!
oh come ne fara vendetta orrenda!
Deh, perche a tempo tanto bisognoso
non e qui presso a far che costui renda
11 sangue illustre del re Stordilano,
prima che se Io porti piu lontano ?
CANTO QUARTODECIMO 305
LVI
De la gran preda il Tartaro contento,
che fortuna e valor gli ha posta inanzi,
di trovar quel dal negro vestimento
non par ch'abbia la fretta ch'avea dianzi.
Correva dianzi: or viene adagio e lento;
e pensa tuttavia dove si stanzi,
dove ritruovi alcun commodo loco,
per esalar tanto amoroso foco.
LVII
Tuttavolta conforta Doralice,
ch'avea di pianto e gli occhi e '1 viso molle:
compone e finge molte cose, e dice
che per fama gran tempo ben le voile;
e che la p atria, e il suo regno felice
che J l nome di grandezza agli altri tolle,
Iasci6, non per vedere o Spagna o Francia,
ma sol per contemplar sua bella guancia.
LVIII
Se per amar, Puom debbe essere amato,
merito il vostro amor; che v'ho amat'io:
se per stirpe, di me chi e meglio nato?
che '1 possente Agrican fu il padre mio:
se per richezza, chi ha di me piu stato ?
che di dominio io cedo solo a Dio:
se per valor, credo oggi aver esperto
ch' essere amato per valore io merto.
LIX
Queste parole et altre assai, ch'Amore
a Mandricardo di sua bocca ditta,
van dolcemente a consolare il core
de la donzella di paura afflitta.
II timor cessa, e poi cessa il dolore
che le avea quasi Panima trafitta.
Ella comincia con piu pazienza
a dar piu grata al nuovo amante udienza;
306 ORLANDO FURIOSO
LX
poi con risposte piu benigne molto
a mostrarsegli affabile e cortese,
e non negargli di fermar nel volto
talor le luci di pietade accese:
onde il. pagan, che da lo stral fu colto
altre volte d'Amor, certezza prese,
non che speranza, che la donna bella
non saria a' suo' desir sempre ribella.
LXI
Con questa compagnia lieto e gioioso,
che si gli satisfa, si gli diletta,
essendo presso alPora ch'a riposo
la fredda notte ogni animale alletta,
vedendo il sol gia basso e mezzo ascoso,
commincic- a cavalcar con maggior fretta;
tanto ch'udi sonar zuffoli e canne,
e vide poi fumar ville e capanne.
LXII
Erano pastorali alloggiamenti,
miglior stanza e piu commoda, che bella.
Quivi il guardian cortese degli armenti
onor6 il cavalliero e la donzella,
tanto che si chiamar da lui contenti;
che non pur per cittadi e per castella,
ma per tugurii ancora e per fenili
spesso si trovan gli uomini gentili.
LXIII
Quel che fosse dipoi fatto alPoscuro
tra Doralice e il figlio d'Agricane,
a punto raccontar non m'assicuro;
si ch'al giudicio di ciascun rimane.
Creder si pu6 che ben d'accordo furo;
che si levar piu allegri la dimane,
e Doralice ringrazio il pastore,
che nel suo alb ergo Favea fatto onore.
CANTO QUARTODECIMO 307
LXIV
Indi cTuno In un altro luogo errando,
si ritruovaro al fin sopra un bel fiume
che con silenzio al mar va declinando,
e se vada o se stia, mal si presume;
limpido e chiaro si, ch'in lui mirando,
senza contesa al fondo porta il lume.
In ripa a quello, a una fresca ombra e bella,
trovar dui cavallieri e una donzella.
LXV
Or Talta fantasia, ch'un sentier solo
non vuol ch'i' segua ognor, quindi mi guida,
e mi ritorna ove il moresco stuolo
assorda di rumor Francia e di grida,
d'intorno il padiglione ove il figliuolo
del re Troiano il santo Imperio sfida,
e Rodomonte audace se gli vanta
arder Parigi e spianar Roma santa.
LXVI
Venuto ad Agramante era alTorecchio,
che gia Tlnglesi avean passato il mare:
per6 Marsilio e il re del Garbo vecchio
e gli altri capitan fece chiamare.
Consiglian tutti a far grande apparecchio,
si che Parigi possino espugnare.
Ponno esser certi che piii non s'espugna,
se nol fan prima che Taiuto giugna.
LXVII
Gia scale innumerabili per questo
da' luoghi intorno avea fatto raccorre,
et asse e travi, e vimine contesto,
che lo poteano a diversi usi porre;
e navi e ponti: e piu facea che '1 resto,
il primo e il secondo ordine disporre
a dar Tassalto ; et egli vuol venire
tra quei che la citta denno assalire.
308 ORLANDO FURIOSO
LXVIII
L'imperatore il di che '1 di precesse
de la battaglia, fe' dentro a Parigi
per tutto celebrare uffici e messe
a preti, a frati bianchi, neri e bigi;
e le gente che dianzi eran confesse,
e di man tolte agl'inimici stigi,
tutti communicar, non altramente
ch'avessino a morire il di seguente.
LXIX
Et egli tra baroni e paladini,
principi et oratori, al maggior tempio
con molta religione a quei divini
atti intervenne, e ne die agli altri esempio.
Con le man giunte e gli occhi al ciel supini,
disse: Signor, ben ch'io sia iniquo et empio,
non voglia tua bonta, pel mio fallire,
che '1 tuo popul fedele abbia a patire.
LXX
E se gli e tuo voler ch'egli patisca,
e ch' abbia il nostro error degni supplici,
almen la punizion si differisca
si, che per man non sia de j tuoi nemici;
che quando lor d'uccider noi sortisca,
che nome avemo pur d'esser tuo' amici,
i pagani diran che nulla puoi,
che perir lasci i partigiani tuoi.
LXXI
E per un che ti sia fatto ribelle,
cento ti si faran per tutto il mondo ;
tal che la legge falsa di Babelle
cacciera la tua fede e porra al fondo.
Difendi queste genti, che son quelle
che '1 tuo sepulcro hanno purgato e mondo
da' brutti cani, e la tua santa Chiesa
con li vicarii suoi spesso difesa.
CANTO QUARTODECIMO 309
LXXII
So che I meriti nostri atti non sono
a satisfare al debito d'un'oncia;
ne dovemo sperar da te perdono,
se riguardiamo a nostra vita sconcia:
ma se vi aggiugni di tua grazia il dono,
nostra ragion fia ragguagliata e concia;
ne del tuo aiuto disperar possiamo,
qualor di tua pieta ci ricordiamo.
LXXIII
Cosi dicea 1'imperator devoto,
con umiltade e contrizion di core.
Giunse altri prieghi e convenevol voto
al gran bisogno e alTalto suo splendore.
Non fu il caldo pregar d'effetto voto;
per6 che '1 genio suo, 1' angel migliore,
i prieghi tolse e spieg6 al ciel le penne,
et a narrare al Salvator li venne.
LXXIV
E furo altri infmiti in quello instante
da tali messaggier portati a Dio ;
che come gli ascoltar Tanime sante,
dipinte di pietade il viso pio,
tutte miraro il sempiterno Amante,
e gli mostraro il commun lor disio,
che la giusta orazion fosse esaudita
del populo cristian che chiedea aita.
LXXV
E la Bonta ineffabile, ch'invano
non fu pregata mai da cor fedele,
leva gli occhi pietosi, e fa con mano
cenno che venga a se T angel Michele.
Va gli disse all'esercito cristiano
che dianzi in Picardia ca!6 le vele,
e al muro di Parigi Fappresenta
si, che ? 1 campo nimico non lo senta.
310 ORLANDO FURIOSO
LXXVI
Truova prima il Silenzio, e da mia parte
gli di' che teco a questa impresa venga;
ch'egli ben proveder con ottlma arte
sapra di quanto proveder convenga.
Fornito questo, subito va in parte
dove il suo seggio la Discordia tenga:
dille che Fesca e il fucil seco prenda,
e nel campo de' Mori il fuoco accenda;
LXXVII
e tra quei che vi son detti piu forti
sparga tante zizzanie e tante liti,
che combattano insieme; et altri morti,
altri ne sieno presi, altri feriti,
e fuor del campo altri lo sdegno porti,
si che il lor re poco di lor s'aiti.
Non replica a tal detto altra parola
il benedetto augel, ma dal ciel vola.
LXXVIII
Dovunque drizza Michel angel Tale,
fuggon le nubi, e torna il ciel sereno.
Gli gira intorno un aureo cerchio, quale
veggian di notte lampeggiar baleno.
Seco pensa tra via, dove si cale
il celeste corrier per fallir meno
a trovar quel nimico di parole,
a cui la prima commission far vuole.
LXXIX
Vien scorrendo ov'egli abiti, ov'egli usi;
e se accordano infin tutti i pensieri,
che de frati e de monachi rinchiusi
lo pu6 trovare in chiese e in monasteri,
dove sono i parlari in modo esclusi,
che '1 Silenzio, ove cantano i salteri,
ove dormeno, ove hanno la piatanza,
e finalmente e scritto in ogni stanza.
CANTO QUARTODECIMO 31!
LXXX
Credendo quivi ritrovarlo, mosse
con maggior fretta le derate penne;
e di veder ch'ancor Pace vi fosse,
Quiete e Carita, sicuro tenne.
Ma da la opinion sua ritrovosse
tosto ingannato, che nel chiostro venne:
non e Silenzio quivi; e gli u ditto
che non v'abita piu, fuor che in iscritto.
LXXXI
Ne Pieta, ne Quiete, ne Umiltade,
ne quivi Amor, ne quivi Pace mira.
Ben vi fur gia, ma ne Tantiqua etade;
che le cacciar Gola, Avarizia et Ira,
Superbia, Invidia, Inerzia e Crudeltade.
Di tanta no vita 1' angel si ammira:
and6 guardando quella brutta schiera,
e vide ch'anco la Discordia v'era.
LXXXI I
Quella che gli avea detto il Padre eterno,
dopo il Silenzio, che trovar dovesse.
Pensato avea di far la via d'Averno,
che si credea che tra' dannati stesse;
e ritrovolla in questo nuovo inferno
(ch'il crederia?) tra santi ufficii e messe.
Par di strano a Michel ch'ella vi sia,
che per trovar credea di far gran via.
LXXXIII
La conobbe al vestir di color cento,
fatto a liste inequali et infinite,
ch'or la cuoprono or no; che i passi e '1 vento
le giano aprendo, ch'erano sdrucite.
I crini avea qual d'oro e qual d'argento,
e neri e bigi, e aver pareano lite;
altri in treccia, altri in nastro eran raccolti,
molti alle spalle, alcuni al petto sciolti.
312 ORLANDO FURIOSO
LXXXIV
Di citatorie piene e di libelli,
d'essamine e di carte di procure
avea le mani e il seno, e gran fastelli
di chiose, di consigli e di letture;
per cui le faculta de' poverelli
non sono mai ne le citta sicure.
Avea dietro e dinanzi e d'ambi i lati,
notai, procurator! et avocati.
LXXXV
La chiama a se Michele, e le commanda
che tra i piu forti Saracini scerida,
e cagion truovi, che con memoranda
ruina insieme a guerreggiar gli accenda.
Poi del Silenzio nuova le domanda:
facilmente esser puo ch'essa n'intenda,
si come quella ch'accendendo fochi
di qua e di la, va per diversi lochi.
LXXXVI
Rispose la Discordia: lo non ho a mente
in alcun loco averlo mai veduto:
udito Fho ben nominar sovente,
e molto commendarlo per astuto.
Ma la Fraude, una qui di nostra gente,
che compagnia talvolta gli ha tenuto,
penso che dir te ne sapra novella ;
e verso una alzo il dito, e disse: quella.
LXXXVII
Avea piacevol viso, abito onesto,
un umil volger d'occhi, un andar grave,
un parlar si benigno e si modesto,
che parea Gabriel che dicesse: Ave.
Era brutta e deforme in tutto il resto:
ma nascondea queste fattezze prave
con lungo abito e largo; e sotto quello,
attosicato avea sempre il coltello.
CANTO QUARTODECIMO 313
LXXXVIII
Domanda a costei Fangelo che via
debba tener, si che '1 Silenzio truove.
Disse la Fraude : Gia costui solia
fra virtudi abitare, e non altrove,
con Benedetto e con quelli d'Elia
ne le badie, quando erano ancor nuove:
fe' ne le scuole assai de la sua vita
al tempo di Pitagora e d'Arctuta.
LXXXIX
Mancati quei filosofi e quei santi
che lo solean tener pel camin ritto,
dagli onesti costumi ch'avea inanti,
fece alle sceleraggini tragitto.
Commincio andar la notte con gli amanti,
indi coi ladri, e fare ogni delitto.
Molto col Tradimento egli dimora:
veduto 1'ho con FOmicidio ancora.
xc
Con quei che falsan le monete, ha usanza
di ripararsi in qualche buca scura.
Cosi spesso compagni muta e stanza,
che '1 ritrovarlo ti saria ventura.
Ma pur ho d'insegnartelo speranza,
se d'arrivare a mezza notte hai cura
alia casa del Sonno: senza fallo
potrai (che quivi dorrne) ritrovallo.
xci
Ben che soglia la Fraude esser bugiarda,
pur e tanto il suo dir simile al vero,
che 1'angelo le crede; indi non tarda
a volarsene fuor del monastero.
Tempra il batter de Tale, e studia e guarda
giungere in tempo al fin del suo sentiero,
ch'alla casa del Sonno, che ben dove
era sapea, questo Silenzio truove.
314 ORLANDO FURIOSO
XCII
Giace in Arabia una Valletta amena,
lontana da cittadi e da villaggi,
ch'aH'ombra di duo monti e tutta piena
d'antiqui abeti e di robusti faggi.
II sole indarno il chiaro di vi mena;
che non vi puo mai penetrar coi raggi,
si gli e la via da folti rami tronca:
e quivi entra sotterra una spelonca.
XCIII
Sotto la negra selva una capace
e spaziosa grotta entra nel sasso,
di cui la fronte Tedera seguace
tutta aggirando va con storto passo.
In questo albergo il grave Sonno giace;
FOzio da un canto corpulento e grasso,
da Taltro la Pigrizia in terra siede,
che non puo andare, e mal reggersi in piede.
xcrv
Lo smemorato Oblio sta su la porta:
non lascia entrar, ne riconosce alcuno;
non ascolta imbasciata, ne riporta;
e parimente tien cacciato ognuno.
II Silenzio va intorno, e fa la scorta:
ha le scarpe di feltro, e 1 mantel bruno;
et a quanti n'incontra, di lontano,
che non debban venir, cenna con mano.
xcv
Se gli accosta all'orecchio e pianamente
1'angel gli dice: Dio vuol che tu guidi
a Parigi Rinaldo con la gente
che per dar, mena, al suo signor sussidi;
ma che lo facci tanto chetamente,
ch'alcun de' Saracin non oda i gridi;
si che piu tosto che ritruovi il calle
la Fama d'avisar, gli abbia alle spalle.
CANTO QUARTODECIMO 315
XCVI
Altrimente il Silenzio non rispose,
che col capo accennando che faria;
e dietro ubidiente se gli pose;
e furo al primo volo in Picardia.
Michel mosse le squadre coraggiose,
e fe' lor breve un gran tratto di via;
si che in un di a Parigi le condusse,
ne alcun s'avide che miracol fusse.
xcvn
Discorreva il Silenzio, e tuttavolta, ,
e dinanzi alle squadre e d'ogn'intorno,
facea girare un'alta nebbia in volta,
et avea chiaro ogn'altra parte il giorno;
e non lasciava questa nebbia folta,
che s'udisse di fuor tromba ne corno :
poi n'and6 tra' pagani, e men6 seco
un non so che, ch'ognun fe' sordo e cieco.
XCVIII
Mentre Rinaldo in tal fretta venia,
che ben parea da Tangelo condotto,
e con silenzio tal, che non s'udia
nel campo saracin farsene motto;
il re Agramante avea la fanteria
messo ne' borghi di Parigi, e sotto
le minacciate mura in su la fossa,
per far quel di I'estremo di sua possa.
xcix
Chi pu6 contar Tesercito che mosso
quest o di contra Carlo ha '1 re Agramante,
contera ancora in su Pombroso dosso
del silvoso Apennin tutte le piante;
dira quante onde, quando e il mar piu grosso,
bagnano i piedi al mauritano Atlante;
e per quanti occhi il ciel le furtive op re
degli amatori a mezza notte scuopre.
316 ORLANDO FURIOSO
C
Le campane si sentono a martello
di spessi colpi e spaventosi tocche;
si vede molto, in questo tempio e in quello,
alzar di mano e dimenar di bocche.
Se '1 tesoro paresse a Dio si bello,
come alle nostre openioni sciocche,
questo era il di che '1 santo consistoro
fatto avria in terra ogni sua statua d'oro.
ci
S'odon ramaricare i vecchi giusti,
che s'erano serbati in quelli affanni,
e norninar felici i sacri busti
composti in terra gia molti e molt'anni.
Ma gli animosi gioveni robusti
che miran poco i lor propinqui danni,
sprezzando le ragion de' piu maturi,
di qua di la vanno correndo a j muri.
en
Quivi erano baroni e paladini,
re, duci, cavallier, marchesi e conti,
soldati forestieri e cittadini,
per Cristo e pel suo onore a morir pronti;
che per uscire adosso ai Saracini,
pregan Fimperator ch'abbassi i ponti.
Gode egli di veder Tanimo audace,
ma di lasciarli uscir non li compiace.
cm
E li dispone in oportuni lochi,
per impedire ai barbari la via:
la si contenta che ne vadan pochi,
qua non basta una grossa compagnia;
alcuni han cura maneggiare i fuochi,
le machine altri, ove bisogno sia.
Carlo di qua di la non sta mai fermo:
va soccorrendo, e fa per tutto schermo.
CANTO QUARTODECIMO 317
CIV
Siede Parigi in una gran pianura,
ne Tombilico a Francia, anzi nel core;
gli passa la riviera entro le mura,
e corre, et esce in altra parte fuore.
Ma fa un'isola prima, e v'assicura
de la citta una parte, e la migliore;
Paltre due (ch'in tre parti e la gran terra)
di fuor la fossa, e dentro il flume serra.
cv
Alia citta, che molte miglia gira,
da molte parti si pu6 dar battaglia;
ma perche sol da un canto assalir mira,
ne volentier Tesercito sbarraglia,
oltre il flume Agramante si ritira
verso ponente, acci6 che quindi assaglia:
per6 che ne cittade ne campagna
ha dietro, se non sua, fin alia Spagna.
cvi
Dovunque intorno il gran muro circonda,
gran munizioni avea gia Carlo fatte,
fortificando d'argine ogni sponda
con scannafossi dentro e case matte;
onde entra ne la terra, onde esce Fonda,
grossissime catene aveva tratte:
ma fece, piu ch'altrove, prove dere
la dove avea piu causa di temere.
cvn
Con occhi d'Argo il figlio di Pipino
previde ove assalir dovea Agramante;
e non fece disegno il Saracino,
a cui non fosse riparato inante.
Con Ferrau, Isoliero, Serpentino,
Grandonio, Falsirone e Balugante,
e con ci6 che di Spagna avea menato,
rest6 Marsilio alia campagna armato.
318 ORLANDO FURIOSO
CVIII
Sobrin gli era a man manca in ripa a Senna,
con Pulian, con Dardinel d' Almonte,
col re d'Oran, ch'esser gigante accenna,
lungo sei braccia dai piedi alia fronte.
Deh perche a muover men son io la penna,
che quelle genti a muover Tanne pronte?
che '1 re di Sarza, pien d'ira e di sdegno,
grida e bestemmia, e non pu6 star piii a segno.
cix
Come assalire o vasi pastorali,
o le dolci reliquie de' convivi
soglion con rauco suon di stridule ali
le impronte mosche a' caldi giorni estivi;
come li storni a rosseggianti pali
vanno de mature uve: cosi quivi,
empiendo il ciel di grida e di rumori,
veniano a dare il fiero assalto i Mori.
ex
L'esercito cristian sopra le mura
con lancie, spade e scure e pietre e fuoco
difende la citta senza paura,
e il barbarico orgoglio estima poco;
e dove Morte uno et un altro fura,
non e chi per vilta ricusi il loco.
Tornano i Saracin giu ne le fosse
a furia di ferite e di percosse.
CXI
Non ferro solamente vi s'adopra,
ma grossi massi, e merli integri e saldi,
e muri dispiccati con molt'opra,
tetti di torn, e gran pezzi di spaldi.
L'acque bollenti che vengon di sopra,
portano a' Mori insupportabil caldi;
e male a questa pioggia si resiste,
ch'entra per gli elmi, e fa acciecar le viste.
CANTO QUARTODECIMO 319
CXII
E questa piu nocea che '1 ferro quasi:
or che de' far la nebbia di calcine ?
or che doveano far li ardenti vasi
con olio e zolfo e peci e trementine ?
I cerchii in munizion non son rimasi,
che d'ogn'intorno hanno di fiamma il crine :
questi, scagliati per diverse bande,
mettono a* Saracini aspre ghirlande.
CXIII
Intanto il re di Sarza avea cacciato
sotto le mura la schiera seconda,
da Buraldo, da Ormida accompagnato,
quel Garamante, e questo di Marmonda.
Clarindo e Soridan gli sono allato,
n6 par che J l re di Setta si nasconda:
segue il re di Marocco e quel di Cosca,
ciascun perche il valor suo si conosca.
cxiv
Ne la bandiera, ch'e tutta vermiglia,
Rodomonte di Sarza il leon spiega,
che la feroce bocca ad una briglia
che gli pon la sua donna, aprir non niega.
Al leon se medesimo assimiglia;
e per la donna che lo frena e lega,
la bella Doralice ha figurata,
figlia di Stordilan re di Granata:
cxv
quella che tolto avea, come io narrava,
re Mandricardo, e dissi dove e a cui.
Era costei che Rodomonte amava
piu che '1 suo regno e piu che gli occhi sui;
e cortesia e valor per lei mostrava,
non gia sapendo ch'era in forza altrui:
se saputo Tavesse, allora allora
fatto avria quel che fe' quel giorno ancora.
320 ORLANDO FURIOSO
CXVI
Sono appoggiate a un tempo mille scale,
che non han men di dua per ogni grado.
Spinge il secondo quel ch'inanzi sale;
che '1 terzo lui montar fa suo mal grado.
Chi per virtu, chi per paura vale:
convien ch'ogruin per forza entri nel guado;
che qualunche s'adagia, il re d'Algiere,
Rodomonte crudele, uccide o fere.
cxvn
Ognun dunque si sforza di salire
tra il fuoco e le mine in su le mura.
Ma tutti gli altri guardano, se aprire
veggiano passo ove sia poca cura:
sol Rodomonte sprezza di venire,
se non dove la via meno e sicura.
Dove nel caso disperato e rio
gli altri fan voti, egli bestemmia Dio.
CXVIII
Armato era d'un forte e duro usbergo,
che fu di drago una scagliosa pelle.
Di questo gia si cinse il petto e '1 tergo
quello avol suo ch'edific6 Babelle,
e si pens6 cacciar de 1'aureo albergo,
e torre a Dio il governo de le stelle:
1'elmo e lo scudo fece far perfetto,
e il brando insieme; e solo a questo effetto.
cxix
Rodomonte non gia men di Nembrotte
indomito, superbo e furibondo,
che d'ire al ciel non tarderebbe a notte,
quando la strada si trovasse al mondo,
quivi non sta a mirar s'intere o rotte
sieno le mura, o s'abbia Pacqua fondo:
passa la fossa, anzi la corre e vola,
ne Pacqua e nel pantan fin alia gola.
CANTO QUARTODECIMO 321
CXX
Dl fango brutto, e molle d'acqua vanne
tra il foco e i sassi e gli archi e le balestre,
come andar suol tra le palustri canne
de la nostra Mallea porco silvestre,
che col petto, col grifo e con le zanne
fa, dovunque si volge, ample finestre.
Con lo scudo alto il Saracin sicuro
ne vien sprezzando il ciel, non che quel muro.
CXXI
Non si tosto alPasciutto e Rodomonte,
che giunto si senti su le bertresche
che dentro alia muraglia facean ponte
capace e largo alle squadre francesche.
Or si vede spezzar piu d'una fronte,
far chieriche maggior de le fratesche,
braccia e capi volare, e ne la fossa
cade da* muri una fiumana rossa.
cxxu
Getta il pagan lo scudo, e a duo man prende
la crudel spada, e giunge il duca Arnolfo.
Costui venia di la dove discende
1'acqua del Reno nel salato golfo.
Quel miser contra lui non si difende
meglio che faccia contra il fuoco il zolfo;
e cade in terra, e da Pultimo crollo,
dal capo fesso un palmo sotto il collo.
CXXIII
Uccise di rovescio in una volta
Anselmo, Oldrado, Spineloccio e Prando:
il luogo stretto e la gran turba folta
fece girar si pienamente il brando.
Fu la prima metade a Fiandra tolta,
Faltra scemata al populo normando.
Divise appresso da la fronte al petto,
et indi al ventre, il maganzese Orghetto.
322 ORLANDO FURIOSO
CXXIV
Getta da' merli Andropono e Moschino
giu ne la fossa: il primo e sacerdote;
non adora il secondo altro che '1 vino,
e le bigonce a un sorso n'ha gia vuote.
Come veneno e sangue viperino
Facque fuggia quanto fuggir si puote:
or quivi muore; e quel che piu 1'annoia,
e '1 sentir che ne Facqua se ne muoia.
cxxv
Taglio in due parti il provenzal Luigi,
e passo il petto al tolosano Arnaldo.
Di Torse Oberto, Claudio, Ugo e Dionigi
mandar lo spirto fuor col sangue caldo ;
e presso a questi, quattro da Parigi,
Gualtiero, Satallone, Odo et Ambaldo,
et altri molti; et io non saprei come
di tutti nominar la patria e il nome.
cxxvi
La turba dietro a Rodomonte presta
le scale appoggia, e monta in piu d'un loco.
Quivi non fanno i Parigin piu testa;
che la prima difesa lor val poco.
San ben ch'agli nemici assai phi resta
dentro da fare, e non Favran da gioco ;
perche tra il muro e Fargine secondo
discende il fosso orribile e profondo.
cxxvn
Oltra che i nostri facciano difesa
dal basso all' alto, e mostrino valore;
nuova gente succede alia contesa
sopra Ferta pen dice interiore,
che fa con lancie e con saette offesa
alia gran moltitudine di fuore,
che credo ben, che saria stata meno,
se non v'era il figliuol del re Ulieno.
CANTO QUARTODECIMO 323
CXXVIII
Egli questi conforta, e quei riprende,
e lor mal grade inanzi se gli caccia:
ad altri il petto, ad altri il capo fende,
che per fuggir veggia voltar la faccia.
Molti ne spinge et urta; alcuni prende
pei capelli, pel collo e per le braccia:
e sozzopra la giu tanti ne getta,
che quella fossa a caplr tutti e stretta.
cxxix
Mentre lo stuol de' barbari si cala,
anzi trabocca al periglioso fondo,
et indi cerca per diversa scala
di salir sopra Fargine secondo;
il re di Sarza (come avesse un'ala
per ciascun de' suoi mernbri) levo il pondo
di si gran corpo, e con tant'arme indosso,
e netto si lancio di la dal fosso.
cxxx
Poco era men di trenta piedi, o tanto,
et egli il passo destro come un veltro,
e fece nel cader strepito, quanto
avesse avuto sotto i piedi il feltro:
et a questo et a quello affrappa il manto,
come sien 1'arme di tenero peltro,
e non di ferro, anzi pur sien di scorza:
tal la sua spada, e tanta e la sua forza!
cxxxi
In questo tempo i nostri, da chi tese
Finsidie son ne la cava profonda,
che v'han scope e fascine in copia stese,
intorno a quai di molta pece abonda
(ne per6 alcuna si vede palese,
ben che n'e piena Tuna e Paltra sponda
dal fondo cupo insino all'orlo quasi),
e senza fin v'hanno appiatati vasi,
324 ORLANDO FURIOSO
CXXXII
qual con salnitro, qual con oglio, quale
con zolfo, qual con altra simil esca:
i nostri in questo tempo, perch6 male
ai Saracini il folle ardir riesca
ch'eran nel fosso, e per diverse scale
credean montar su Tultima bertresca,
udito il segno da oportuni lochi,
di qua e di la fenno avampare i fochi.
CXXXIII
Torn6 la fiamma sparsa tutta in una,
che tra una ripa e 1'altra ha '1 tutto pieno;
e tanto ascende in alto, ch'alla luna
pu6 d'appresso asciugar Pumido seno.
Sopra si volve oscura nebbia e bruna,
che '1 sole adombra, e spegne ogni sereno.
Sentesi un scoppio in un perpetuo suono,
simile a un grande e spaventoso tuono.
cxxxiv
Aspro concento, orribile armonia
d'alte querele, d'ululi e di strida
de la misera gente che peria
nel fondo per cagion de la sua guida,
istranamente concordar s'udia
col fiero suon de la fiamma omicida.
Non piu, Signer, non piu di questo canto ;
ch'io son gia rauco, e vo' posarmi alquanto.
CANTO QUINTODECIMO 325
CANTO QUINTODECIMO
I
Fu il vincer sempremai laudabil cosa,
vincasi o per fortuna o per ingegno:
gli e ver che la vittoria sanguinosa
spesso far suole il capitan men degno;
e quella eternamente e gloriosa,
e del divini onori arriva al segno,
quando, servando i suoi senza alcun danno,
si fa che grinimici in rotta vanno.
ii
La vostra, Signer mio, fu degna loda,
quando al Leone, in mar tanto feroce,
ch'avea occupata Tuna e Paltra proda
del Po, da Francolin sin alia foce,
faceste si, ch'ancor che ruggir Toda,
s'io vedr6 voi, non tremer6 alia voce.
Come vincer si de', ne dimostraste ;
ch'uccideste i nemici, e noi salvaste.
in
Questo il pagan, troppo in suo danno audace,
non seppe far; che i suoi nel fosso spinse,
dove la fiamma subita e vorace
non perdono ad alcun, ma tutti estinse.
A tanti non saria stato capace
tutto il gran fosso, ma il fuoco restrinse,
restrinse i corpi e in polve li ridusse,
accio ch'abile a tutti il luogo fusse.
326 ORLANDO FURIOSO
IV
Undicimila et otto sopra venti
si ritrovar ne Faffocata buca,
che v'erano discesi malcontent!;
ma cosi voile il poco saggio duca.
Quivi fra tanto lume or sono spenti,
e la vorace fiamma li manuca:
e Rodomonte, causa del mal loro,
se ne va esente da tanto martoro;
che tra' nemici alia ripa piu interna
era passato d'un mirabil salto.
Se con gli altri scendea ne la caverna,
questo era ben il fin d'ogni suo assalto.
Rivolge gli occhi a quella valle inferna;
e quando vede il fuoco andar tanfalto,
e di sua gente il pianto ode e lo strido,
bestemmia il ciel con spaventoso grido.
vi
Intanto il re Agramante mosso avea
impetuoso assalto ad una porta;
che, mentre la crudel battaglia ardea
quivi ove e tanta gente afflitta e morta,
quella sprovista forse esser credea
di guardia, che bastasse alia sua scorta.
Seco era il re d'Arzilla Bambirago,
e Baliverzo d'ogni vizio vago;
VII
e Corineo di Mulga, e Prusione,
il ricco re de 1'Isole beate;
Malabuferso che la regione
tien di Fizan sotto continua estate;
altri signori et altre assai persone
esperte ne la guerra e bene armate;
e molti ancor senza valore e nudi,
che '1 cor non s'armerian con mille scudi.
CANTO QUINTODECIMO 327
VIII
Trovo tutto il contrario al suo pensiero
in questa parte il re de' Saracini:
perche in persona il capo de 1'Impero
v'era, re Carlo, e de' suoi paladini,
re Salamone et il danese Ugiero,
et ambo i Guidi et ambo gli Angelini,
e '1 duca di Bavera e Ganelone,
e Berlengier e Avolio e Avino e Otone;
IX
gente infinita poi di minor conto,
de* Franchi, de 5 Tedeschi e de' Lombardi,
presente il suo signer, ciascuno pronto
a farsi riputar fra i piu gagliardi,
Di questo altrove io vo' rendervi conto;
ch'ad un gran duca e forza ch'io riguardi,
il qual mi grida, e di lontano accenna,
e priega ch'io nol lasci ne la penna.
x
Gli e tempo ch'io ritorni ove lasciai
I'aventuroso Astolfo d'Inghilterra,
che '1 lungo esilio avendo in odio ormai,
di desiderio ardea de la sua terra;
come gli n'avea data pur assai
speme colei ch'Alcina vinse in guerra.
Ella di rimandarvilo avea cura
per la via piu espedita e piu sicura.
XI
E cosi una galea fu apparechiata,
di che miglior mai non solco marina;
e perche ha dubbio per tutta fiata,
che non gli turbi il suo viaggio Alcina,
vuol Logistilla che con forte armata
Andronica ne vada e Sofrosina,
tanto che nel mar d'Arabi, o nel golfo
de 5 Persi, giunga a salvamento Astolfo.
328 ORLANDO FURIOSO
XII
Pin tosto vuol che volteggiando rada
gli Sciti e gl'Indi e i regni nabatei,
e torni poi per cosi lunga strada
a ritrovare i Persi e gli Eritrei,
che per quel boreal pelago vada,
che turban sempre iniqui venti e rei,
e si qualche stagion pover di sole,
che stare senza alcuni mesi suole.
XIII
La fata, poi che vide acconcio il tutto,
diede licenzia al duca di partire,
avendol prima ammaestrato e instrutto
di cose assai, che fora lungo a dire;
e per schivar che non sia piu ridutto
per arte maga, onde non possa uscire,
un bello et util libro gli avea dato,
che per suo amore avesse ognora allato.
XIV
Come 1'uom riparar debba agl'incanti
mostra il libretto che costei gli diede:
dove ne tratta o piu dietro o piu inanti,
per rubrica e per indice si vede.
Un altro don gli fece ancor, che quanti
doni fur mai, di gran vantaggio accede;
e questo fu d'orribil suono un corno,
che fa fugire ognun che Fode intorno.
xv
Dico che '1 corno e di si orribil suono,
ch'ovunque s'oda, fa fuggir la gente;
non pu6 trovarsi al mondo un cor si buono,
che possa non fuggir come lo sente:
rumor di vento e di termuoto, e '1 tuono,
a par del suon di questo, era niente.
Con molto riferir di grazie, prese
da la fata licenzia il buono Inglese.
CANTO QUINTODECIMO 329
XVI
Lasciando il porto e Tonde piu tranquille,
con felice aura ch'alla poppa spira,
sopra le ricche e populose ville
de Podorifera India il duca gira,
scoprendo a destra et a sinistra mille
isole sparse; e tanto va, che mira
la terra di Tomaso, onde il nocchiero
piu a tramontana poi volge il sentiero.
XVII
Quasi radendo Paurea Chersonesso,
la bella armata il gran pelago f range:
e costeggiando i ricchi liti, spesso
vede come nel mar biancheggi il Gauge;
e Traprobane vede e Cori appresso;
e vede il mar che fra i duo liti s'ange.
Dopo gran via furo a Cochino, e quindi
usciro fuor dei termini degPIndi.
XVIII
Scorrendo il duca il mar con si fedele
e si sicura scorta, intender vuole,
e ne domanda Andronica, se de le
parti c'han nome dal cader del sole,
mai legno alcun che vada a remi e a vele
nel mare orientale apparir suole;
e s'andar pu6 senza toccar mai terra,
chi d' India scioglia, in Francia o in Inghilterra.
XIX
Tu dei sapere Andronica risponde
che d'ogn'intorno il mar la terra abbraccia;
e van Tuna ne Paltra tutte Ponde,
sia dove bolle o dove il mar s'aggiaccia;
ma perche qui davante si difonde,
e sotto il mezzo di molto si caccia
la terra d'Etiopia, alcuno ha detto
ch'a Nettunno ir piu inanzi ivi e interdetto.
330 ORLANDO FURIOSO
XX
Per questo dal nostro indico levante
nave non e che per Europa scioglia;
ne si muove d'Europa navigante
ch'in queste nostre parti arrivar voglia.
II ritrovarsi questa terra avante,
e questi e quelli al ritornare invoglia;
che credeno, veggendola si lunga,
che con 1'altro emisperio si congiunga.
XXI
Ma volgendosi gli anni, io veggio uscire
da 1'estreme contrade di ponente
nuovi Argonauti e nuovi Tifi, e aprire
la strada ignota infin al di presenter
altri volteggiar 1' Africa, e seguire
tanto la costa de la negra gente,
che passino quel segno onde ritorno
fa il sole a noi, lasciando il Capricorno;
XXII
e rftrovar del lungo tratto il fine,
che questo fa parer dui mar diversi;
e scorrer tutti i liti e le vicine
isole d'Indi, d'Arabi e di Persi:
altri lasciar le destre e le mancine
rive che due per opra Erculea fersi;
e del sole imitando il carnin tondo,
ritrovar nuove terre e nuovo mondo.
XXIII
Veggio la santa croce, e veggio i segni
imperial nel verde lito eretti:
veggio altri a guardia dei battuti legni,
altri all'acquisto del paese eletti:
veggio da dieci cacciar mille, e i regni
di la da PIndia ad Aragon suggetti;
e veggio i capitan di Carlo quinto,
dovunque vanno, aver per tutto vinto.
CANTO QUINTODECIMO 331
XXIV
Dio vuol ch'ascosa antiquamente questa
strada sia stata, e an cor gran tempo stia;
ne che prima si sappla che la sesta
e la settima eta passata sia:
e serba a farla al tempo manifesta,
che vorra porre il mondo a monarchia,
sotto il piu saggio imperatore e giusto
che sia o sara mai dopo Augusto.
xxv
Del sangue d' Austria e d'Aragon io veggio
nascer sul Reno alia sinistra riva
un principe, al valor del qual pareggio
nessun valor, di cui si parli o scriva.
Astrea veggio per lui riposta in seggio,
anzi di morta ritornata viva;
e le virtu che caccio il mondo, quando
lei caccio ancora, uscir per lui di bando.
XXVI
Per questi merti la Bonta suprema
non solamente di quel grande impero
ha disegnato ch'abbia diadema
ch'ebbe Augusto, Traian, Marco e Severo,
ma d'ogni terra e quinci e quindi estrema,
che mai ne al sol ne all'anno apre il sentiero:
e vuol che sotto a questo imperatore
solo un ovile sia, solo un pastore.
XXVII
E perch' abbian piu facile successo
gli ordini in cielo eternamente scritti,
gli pon la somma Providenzia appresso
in mare e in terra capitani invittL
Veggio Ernando Cortese, il quale ha messo
nuove citta sotto i cesarei editti,
e regni in Oriente si remoti,
ch'a noi, che siamo in India, non son noti.
332 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
Veggio Prosper Colonna, e di Pescara
veggio un marchese, e veggio dopo loro
un giovene del Vasto, che fan cara
parer la bella Italia ai Gigli d'oro:
veggio ch'entrare inanzi si prepara
quel terzo agli altri a guadagnar Falloro,
come buon corridor ch'ultimo lassa
le mosse, e giunge, e inanzi a tutti passa.
XXIX
Veggio tanto il valor, veggio la fede
tanta d* Alfonso (che '1 suo nome e questo),
ch'in cosi acerba eta, che non eccede
dopo il vigesimo anno ancora il sesto,
Timperator 1'esercito gli crede,
il qual salvando, salvar non che *1 resto,
ma farsi tutto il mondo ubidiente
con questo capitan sara possente.
xxx
Come con questi, ovunque andar per terra
si possa, accrescera rimperio antico;
cosi per tutto il mar, ch'in mezzo serra
di la 1'Europa e di qua 1'Afro aprico,
sara vittorioso in ogni guerra,
poi ch' Andrea Doria s'avra fatto amico.
Questo e quel Doria che fa dai pirati
sicuro il vostro mar per tutti i lati.
XXXI
Non fu Pompeio a par di costui degno,
se ben vinse e caccio tutti i corsari;
per6 che quelli al piu possente regno
che fosse mai, non poteano esser pari:
ma questo Doria sol col proprio ingegno
e proprie forze purghera quei mari;
si che da Calpe al Nilo, ovunque s'oda
il nome suo, tremar veggio ogni proda.
CANTO QUINTODECIMO 333
XXXII
Sotto la fede entrar, sotto la scorta
di questo capitan di ch'io ti parlo,
veggio in Italia, ove da lui la porta
gli sara aperta, alia corona Carlo.
Veggio che 1 premio che di ci6 riporta,
non tien per se, ma fa alia patria darlo:
con prieghi ottien ch'in liberta la metta,
dove altri a se Pavria forse suggetta.
XXXIII
Questa pieta ch'egli alia patria mostra,
e degna di piu onor d'ogni battaglia
ch'in Francia o in Spagna o ne la terra vostra
vincesse lulio, o in Africa o in Tessaglia.
Ne il grande Ottavio, ne chi seco giostra
di par, Antonio, in piu onoranza saglia
pei gesti suoi; ch'ogni lor laude amorza
Pavere usato alia lor patria forza.
XXXIV
Questi et ogn'altro che la patria tenta
di libera far serva, si arrosisca;
ne dove il nome d' Andrea Doria senta,
di levar gli occhi in viso d'uomo ardisca.
Veggio Carlo che '1 premio gli augumenta;
ch'oltre quel ch'in commun vuol che fruisca,
gli da la ricca terra ch'ai Normandi
sara principio a farli in Puglia grandi.
xxxv
A questo capitan non pur cortese
il magnanimo Carlo ha da mostrarsi,
ma a quauti avra ne le cesaree imprese
del sangue lor non ritrovati scarsi.
D'aver citta, d'aver tutto un paese
donato a un suo fedel, piu ralegrarsi
lo veggio, e a tutti quei che ne son degni,
che d'acquistar nuov'altri imperil e regni.
334 ORLANDO FURIOSO
XXXVI
Cosi de le vittorie le qual, poi
ch'tm gran numero d'anni sara corso,
daranno a Carlo i capitani suoi,
facea col duca Andronica discorso:
e la compagna intanto ai venti eoi
viene allentando e raccogliendo il morso;
e fa ch'or questo or quel propizio 1'esce,
e come vuol li minuisce e cresce.
XXXVII
Veduto aveano intanto il mar de' Persi
come in si largo spazio si dilaghi;
onde vicini in pochi giorni fersi
al golfo che nomar gli antiqui Maghi.
Quivi pigliaro il porto, e fur conversi
con la poppa alia ripa i legni vaghi;
quindi, sicur d'Alcina e di sua guerra,
Astolfo il suo camin prese per terra.
XXXVIII
Passo per piu d'un campo e piu d'un bosco,
per piu d'un monte e per piu d'una valle,
ove ebbe spesso, all'aer chiaro e al fosco,
i ladroni or inanzi or alle spalle.
Vide leoni, e draghi pien di t6sco,
et altre fere attraversarsi il calle;
ma non si tosto avea la bocca al corno,
che spaventati gli fuggian d'intorno.
XXXIX
Vien per 1' Arabia ch'e delta Felice,
ricca di mirra e d'odorato incenso,
che per suo albergo Tunica fenice
eletto s'ha di tutto il mondo immenso;
fin che Fonda trovo vendicatrice
gia d' Israel, che per divin consenso
Faraone sommerse e tutti i suoi:
e poi venne alia terra degli Eroi.
CANTO QUINTODECIMO 335
XL
Lungo il flume Traiano egli cavalca
su quel destrier ch'al mondo e senza pare,
che tanto leggiermente e corre e valca,
che ne P arena 1'orma non n'appare:
1'erba non pur, non pur la nieve calca;
coi piedi asciutti andar potria sul mare;
e si si stende al corso, e si s'affretta,
che passa e vento e folgore e saetta.
XLI
Questo e il destrier che fu de PArgalia,
che di fiamma e di vento era concetto;
e senza fieno e biada, si nutria
de 1'aria pura, e Rabican fu detto.
Venne, seguendo il duca la sua via,
dove da il Nilo a quel fiume ricetto;
e prima che giugnesse in su la foce,
vide un legno venire a se veloce.
XLII
Naviga in su la poppa uno eremita
con bianca barba, a mezzo il petto lunga,
che sopra il legno il paladino invita,
e : Figliuol mio, gli grida da la lunga
se non t'e in odio la tua propria vita,
se non brami che morte oggi ti giunga,
venir ti piaccia su quest' altra arena;
ch'a morir quella via dritto ti mena.
XLIII
Tu non andrai piu che sei miglia inante,
che troverai la sanguinosa stanza
dove s'alberga un orribil gigante
che d'otto piedi ogni statura avanza.
Non abbia cavallier ne viandante
di partirsi da lui, vivo, speranza:
ch'altri il crudel ne scanna, altri ne scuoia,
molti ne squarta, e vivo alcun ne 'ngoia.
336 ORLANDO FURIOSO
XLIV
Placer, fra tanta crudelta, si prende
d'una rete ch'egli ha, molto ben fatta;
poco lontana al tetto suo la tende,
e ne la trita polve in modo appiatta,
che chi prima nol sa, non la comprende,
tanto e sottil, tanto egli ben Fadatta:
e con tai gridi i peregrin minaccia,
che spaventati dentro ve li caccia.
XLV
E con gran risa, aviluppati in quella
se li strascina sotto il suo coperto;
ne cavallier riguarda n6 donzella,
o sia di grande o sia di piccipl merto;
e mangiata la carne, e le cervella
succhiate e '1 sangue, da 1'ossa al deserto;
e de 1'umane pelli intorno intorno
fa il suo palazzo orribilmente adorno.
XL VI
Prendi quest'altra via, prendila, figlio,
che fin al mar ti fia tutta sicura.
lo ti ringrazio, padre, del consiglio,
rispose il cavallier senza paura
ma non istimo per Fonor periglio,
di ch'assai piu che de la vita ho cura.
Per far ch'io passi, in van tu parli meco;
anzi vo al dritto a ritrovar lo speco.
XLVII
Fuggendo, posso con disnor salvarmi;
ma tal salute ho piu che morte a schivo.
S'io vi vo, al peggio che potra incontrarmi,
fra molti restero di vita privo;
ma quando Dio cosi mi drizzi Farmi,
che colui morto, et io rimanga vivo,
sicura a mille render6 la via;
si che Putil maggior che *1 danno fia.
CANTO QUINTODECIMO 337
XLVIII
Metto alPincontro la morte d'un solo
alia salute di gente infinita.
Vattene in pace, rispose figliuolo ;
Dio mandi in difension de la tua vita
Farcangelo Michel dal sommo polo :
e benedillo il semplice eremita.
Astolfo lungo il Nil tenne la strada,
sperando piu nel suon che ne la spada.
XLIX
Giace tra 1'alto fiume e la palude
picciol sentier ne Tarenosa riva:
la solitaria casa lo richiude,
d'umanitade e di commercio priva.
Son fisse intorno teste e membra nude
de 1'infelice gente che v'arriva.
Non v'e finestra, non v'e merlo alcuno,
onde penderne almen non si veggia uno.
L
Qual ne le alpine ville o ne' castelli
suol cacciator che gran perigli ha scorsi,
su le porte attaccar 1'irsute pelli,
Torride zampe e i grossi capi d'orsi;
tal dimostrava il fier gigante quelli
che di maggior virtu gli erano occorsi.
D'altri infiniti sparse appaion Fossa;
et e di sangue uman piena ogni fossa.
LI
Stassi Caligorante in su la porta;
che cosi ha nome il dispietato mostro
ch'orna la sua magion di gente morta,
come alcun suol de panni d'oro o d'ostro.
Costui per gaudio a pena si comporta,
come il duca lontan se gli e dimostro ;
ch'eran duo mesi, e il terzo ne venia,
che non fu cavallier per quella via.
338 ORLANDO FURIOSO
LII
Ver la palude, ch'era scura e folta
di verdi canne, in gran fretta ne viene;
che disegnato avea correre in volta,
e uscire al paladin dietro alle schene ;
che ne la rete, che tenea sepolta
sotto la polve, di cacciarlo ha spene,
come avea fatto gli altri peregrini
che quivi tratto avean lor rei destini.
LIII
Come venire il paladin lo vede,
ferma il destrier, non senza gran sospetto
che vada in quelli lacci a dar del piede,
di che il buon vecchiarel gli avea predetto.
Quivi il soccorso del suo corno chiede,
e quel sonando fa 1'usato effetto:
nel cor fere il gigante che Fascolta
di tal timor, ch'a dietro i passi volta.
LIV
Astolfo suona, e tuttavolta bada;
che gli par sempre che la rete scocchi.
Fugge il fellon, ne vede ove si vada;
che, come il core, avea perduti gli occhi.
Tanta e la tema, che non sa far strada,
che ne li proprii aguati non trabocchi:
va ne la rete; e quella si disserra,
tutto 1'annoda, e lo distende in terra.
LV
Astolfo, ch'andar giu vede il gran peso,
gia sicuro per se, v'accorre in fretta;
e con la spada in man, d'arcion disceso,
va per far di miiranime vendetta.
Poi gli par che s'uccide un che sia preso,
vilta, piu che virtu, ne sara detta:
che legate le braccia, i piedi e il collo
gli vede si, che non pu6 dare un crollo.
CANTO QUINTODECIMO 339
LVI
Avea la rete gia fatta Vulcano
di sottil fil d'acciar, ma con tal arte,
che saria stata ogni fatica invano
per ismagliarne la piu debol parte;
et era quella che gia piedi e mano
avea legate a Venere et a Marte.
La fe' il geloso, e non ad altro effetto,
che per pigliarli insieme ambi nel letto.
LVII
Mercurio al fabbro poi la rete invola;
che Cloride pigliar con essa vuole,
Cloride bella che per Faria vola
dietro all' Aurora, alPapparir del sole,
e dal raccolto lembo de la stola
gigli spargendo va, rose e viole.
Mercurio tanto questa ninfa attese,
che con la rete in aria un di la prese.
LVIII
Dove entra in mare il gran fiume etiopo,
par che la dea presa volando fosse.
Poi nel tempio d'Anubide a Canopo
la rete molti seculi serbosse.
Caligorante tremila anni dopo,
di la, dove era sacra, la rimosse:
se ne port6 la rete il ladrone empio,
et arse la cittade, e rub6 il tempio.
LIX
Quivi adattolla in modo in su 1'arena,
che tutti quei ch'avean da lui la caccia
vi davan dentro ; et era tocca a pena,
che lor legava e collo e piedi e braccia.
Di questa Iev6 Astolfo una catena,
e le man dietro a quel fellon n'allaccia:
le braccia e '1 petto in guisa gli ne fascia,
che non pu6 sciorsi; indi levar lo lascia.
340 ORLANDO FURIOSO
LX
Dagli altri nodi avendol sciolto prima,
ch'era tomato uman piu che donzella,
di trarlo seco e di mostrarlo stima
per ville, per cittadi e per castella.
Vuol la rete anco aver, di che ne lima
ne martel fece mai cosa piu bella:
ne fa somier colui ch'alla catena
con pompa trionfal dietro si mena.
LXI
L'elmo e lo scudo anche a portar gli diede,
come a valletto, e seguit6 il camino,
di gaudio empiendo, ovunque metta il piede,
ch'ir possa ormai sicuro il peregrino.
Astolfo se ne va tanto, che vede
ch'ai sepolcri di Memfi e gia vicino,
Memfi per le piramidi famoso:
vede alFincontro il Cairo populoso,
LXII
Tutto il popul correndo si traea
per vedere il gigante smisurato.
Come e possibil Tun Taltro dicea
che quel piccolo il grande abbia legato ?
Astolfo a pena inanzi andar potea,
tanto la calca il preme da ogni lato;
e come cavallier d'alto valore
ognun rammira, e gli fa grande onore.
LXIII
Non era grande il Cairo cosi allora,
come se ne ragiona a nostra etade:
che '1 populo capir, che vi dimora,
non puon diciottomila gran contrade;
e che le case hanno tre palchi, e ancora
ne dormono infiniti in su le strade;
e che 1 soldano v'abita un castello
mirabil di grandezza, e ricco e bello;
CANTO QUINTODECIMO 341
LXIV
e che quindicimila suoi vasalli,
che son cristiani rinegati tutti,
con mogli, con famiglie e con cavalli
ha sotto un tetto sol quivi ridutti.
Astolfo veder vuole ove s'avalli,
e quanto il Nilo entri nei salsi flutti
a Damiata; ch'avea quivi inteso,
qualunque passa restar morto o preso.
LXV
Pero ch'in ripa al Nilo in su la foce
si ripara un ladron dentro una torre,
ch'a paesani e a peregrini nuoce,
e fin al Cairo, ognun rubando, scorre.
Non gli pu6 alcun resistere; et ha voce
che Tuom gli cerca invan la vita t6rre:
centomila ferite egli ha gia avuto,
ne ucciderlo pero mai s'e potuto.
LXVI
Per veder se puo far rompere il filo
alia Parca di lui, si che non viva,
Astolfo viene a ritrovare Orrilo
(cosi avea nome), e a Damiata arriva;
et indi passa ove entra in mare il Nilo,
e vede la gran torre in su la riva,
dove s'alberga Tanima incantata
che d'un folletto nacque e d'una fata.
LXVII
Quivi ritruova che crudel battaglia
era tra Orrilo e dui guerrieri accesa.
Orrilo e solo; e si que j dui travaglia,
ch'a gran fatica gli puon far difesa:
e quanto in arme Tuno e Taltro vaglia,
a tutto il mondo la fama palesa.
Questi erano i dui figli d'Oliviero,
Grifone il bianco et Aquilante il nero.
342 ORLANDO FURIOSO
LXVIII
Gli e ver che '1 negromante venuto era
alia battaglia con vantaggio grande;
che seco tratto in campo avea una fera,
la qual si truova solo in quelle bande:
vive sul lito e dentro alia rivera;
e i corpi umani son le sue vivande,
de le persone misere et incaute
de viandanti e d'infelici naute.
LXIX
La bestia ne T arena appresso al porto
per man dei duo fratei morta giacea;
e per questo ad Orril non si fa torto,
s'a un tempo Puno e 1'altro gli nocea.
Piu volte Than smembrato e non mai morto,
ne, per smembrarlo, uccider si potea;
che se tagliato o mano o gamba gli era,
la rapiccava, che parea di cera.
LXX
Or fin a' denti il capo gli divide
Grifone, or Aquilante fin al petto.
Egli dei colpi lor sempre si ride:
s'adiran essi, che non hanno effetto.
Chi mai d'alto cader 1'argento vide,
che gli alchimisti hanno mercurio detto,
e spargere e raccor tutti i suo' membri,
sentendo di costui, se ne rimembri.
LXXI
Se gli spiccano il capo, Orrilo scende,
ne cessa brancolar fin che lo truovi;
et or pel crine et or pel naso il prende,
lo salda al collo, e non so con che chiovi.
Piglial talor Grifone, e '1 braccio stende,
nel fiume il getta, e non par ch'anco giovi ;
che nuota Orriio al fondo come un pesce,
e col suo capo salvo alia ripa esce.
CANTO QUINTODECIMO 343
LXXII
Due belle donne onestamente ornate,
Tuna vestita a bianco e Taltra a nero,
che de la pugna causa erano state,
stavano a riguardar 1'assalto fiero.
Queste eran quelle due benigne fate
ch'avean notriti i figli d'Oliviero,
poi che li trasson teneri citelli
dai curvl artigli di duo grandi augelli,
LXXIII
che rapiti gli avevano a Gismonda,
e portati lontan dal suo paese.
Ma non bisogna in cio ch'io mi diffonda;
ch'a tutto il mondo e 1'istoria palese,
ben che Tautor nel padre si confonda,
ch'im per un altro (io non so come) prese.
Or la battaglia i duo gioveni fanno,
che le due donne ambi pregati n'hanno.
LXXIV
Era in quel clima gia sparito il giorno,
alFisole ancor alto di Fortuna:
Tombre avean tolto ogni vedere a torno
sotto 1'incerta e mal compresa luna;
quando alia rocca Orril fece ritorno,
poi ch'alla bianca e alia sorella bruna
piacque di differir 1'aspra battaglia
fin che '1 sol nuovo all'orizzonte saglia.
LXXV
Astolfo, che Grifone et Aquilante,
et all'insegne e piu al ferir gagliardo,
riconosciuto avea gran pezzo inante,
lor non fu altiero a salutar ne tar do.
Essi vedendo che quel che J l gigante
traea legato, era il baron dal pardo
(che cosi in corte era quel duca detto),
raccolser lui con non minore arTetto.
344 ORLANDO FURIOSO
LXXVI
Le donne a riposare i cavallieri
menaro a un lor palagio indi vicino.
Donzelle incontra vennero e scudieri
con torchi accesi, a mezzo del camino:
diero a chi n'ebbe cura, i lor destrieri,
trassonsi Tarme; e dentro-un bel giardino
trovar ch'apparechiata era la cena
ad una fonte limpida et amena.
LXXVII
Fan legare il gigante alia verdura
con un'altra catena molto grossa
ad una quercia di molt'anni dura,
che non si rompera per una scossa;
e da dieci sergenti averne cura,
che la notte discior non se ne possa,
et assalirli, e forse far lor danno,
mentre sicuri e senza guardia stanno.
LXXVIII
AlTabondante e sontuosa mensa,
dove il manco piacer fur le vivande,
del ragionar gran parte si dispensa
sopra d'Orrilo e del miracol grande,
che quasi par un sogno a chi vi pensa,
ch'or capo or braccio a terra se gli mande,
et egli lo raccolga e lo raggiugna,
e piu feroce ognor torni alia pugna.
LXXIX
Astolfo nel suo libro avea gia letto
(quel ch'agPincanti riparare insegna)
ch'ad Orril non trarra Talma del petto
fin ch'un crine fatal nel capo tegna;
ma se lo svelle o tronca, fia constretto
che suo mal grado fuor Talma ne vegna.
Questo ne dice il libro; ma non come
conosca il crine in cosi folte chiome.
CANTO QUINTODECIMO 345
LXXX
Non men de la vittoria si godea,
che se n'avesse Astolfo gia la palma;
come chi speme in pochi colpi avea
svellere il crine al negromante e Talma.
Per6 di quella impresa promettea
tor sugli omeri suoi tutta la salma:
Orril fara morir, quando non spiaccia
ai duo fratei ch'egli la pugna faccia.
LXXXI
Ma quei gli danno volentier 1'impresa,
certi che debbia affaticarsi invano.
Era gia Faltra aurora in cielo ascesa,
quando calo dai muri Orrilo al piano.
Tra il duca e lui fu la battaglia accesa:
la mazza 1'un, Paltro ha la spada in mano.
Di mille attende Astolfo un colpo trarne,
che lo spirto gli sciolga da la came.
LXXXII
Or cader gli fa il pugno con la mazza,
or 1'uno or Taltro braccio con la mano;
quando taglia a traverso la corazza,
e quando il va troncando a brano a brano :
ma ricogliendo sempre de la piazza
va le sue membra Orrilo, e si fa sano.
S'in cento pezzi ben Tavesse fatto,
redintegrarsi il vedea Astolfo a un tratto.
LXXXIII
Al fin di mille colpi un gli ne colse
sopra le spalle ai termini del mento :
la testa e 1'elmo dal capo gli tolse,
ne fu d* Orrilo a dismontar piu lento.
La sanguinosa chioma in man s'avolse,
e risalse a cavallo in un momento;
e la porto correndo incontra 5 1 Nilo,
che riaver non la potesse Orrilo.
346 ORLANDO FURIOSO
LXXXIV
Quel sciocco, che del fatto non s'accorse,
per la polve cercando iva la testa:
ma come intese il corridor via torse,
portare il capo suo per la foresta;
immantinente al suo destrier ricorse,
sopra vi sale, e di seguir non resta.
Volea gridare: Aspetta, volta, volta!
ma gli avea il duca gia la bocca tolta.
LXXXV
Pur che non gli ha tolto anco le calcagna
si riconforta, e segue a tutta briglia.
Dietro il lascia gran spazio di campagna
quel Rabican che corre a maravigKa.
Astolfo intanto per la cuticagna
va da la nuca fin sopra le ciglia
cercando in fretta, se '1 crine fatale
conoscer puo, ch'Orril tiene immortale.
LXXXVI
Fra tanti e innumerabili capelli,
un piu de Taltro non si tende o torce:
qual dunque Astolfo scegliera di quelli,
che per dar morte al rio ladron raccorce?
Meglio e disse che tutti io tagli o svelli -
ne si trovando aver rasoi ne force,
ricorse immantinente alia sua spada,
che taglia si, che si puo dir che rada.
LXXXVII
E tenendo quel capo per lo naso,
dietro e dinanzi lo dischioma tutto.
Trov6 fra gli altri quel fatale a caso :
si fece il viso allor pallido e brutto,
travolse gli occhi, e dimostro all'occaso
per manifesti segni esser condutto;
e 3 1 busto che seguia troncato al collo,
di sella cadde, e die Pultimo crollo.
CANTO QUINTODECIMO 347
LXXXVIII
Astolfo, ove le donne e i cavallieri
lasciato avea, torno col capo in mano,
che tutti avea di morte i segni veri,
e mostro il tronco ove giacea lontano.
Non so ben se lo vider volentieri,
ancor che gli mostrasser viso umano;
che la intercetta lor vittoria forse
d'invidia ai duo germani il petto morse.
LXXXIX
Ne che tal fin quella battaglia avesse,
credo piu fosse alle due donne grato.
Queste, perche piu in lungo si traesse
de' duo fratelli il doloroso fato
ch'in Francia par ch'in breve esser dovesse,
con loro Orrilo avean quivi azzuffato,
con speme di tenerli tanto a bada,
che la trista influenzia se ne vada.
xc
Tosto che '1 castellan di Damiata
certificossi ch'era morto Orrilo,
la columba lascio, ch'avea legata
'sotto 1'ala la lettera col filo.
Quella and6 al Cairo; et indi fu lasciata
un'altra altrove, come quivi e stilo:
si che in pochissime ore ando 1' aviso
per tutto Egitto ch'era Orrilo ucciso.
xci
II duca, come al fin trasse Timpresa,
conforto molto i nobili garzoni,
ben che da se v'avean la voglia intesa,
n6 bisognavan stimuli ne sproni,
che per difender de la santa Chiesa
e del romano Imperio le ragioni,
lasciasser le battaglie d'Oriente,
e cercassino onor ne la lor gente.
348 ORLANDO FURIOSO
XCII
Cosi Grifone et Aquilante tolse
ciascuno da la sua donna licenzia;
le quali, ancor che lor ne 'ncrebbe e dolse,
non vi seppon per6 far resistenzia.
Con essi Astolfo a man destra si volse ;
che si deliberar far riverenzia
ai santi luoghi ove Dio in carne visse,
prima che verso Francia si venisse.
XCIII
Potuto avrian pigliar la via mancina,
ch'era piu dilettevole e piu piana,
e mai non si scostar da la marina;
ma per la destra andaro orrida e strana,
perch6 Falta citta di Palestina
per questa sei giornate e men lontana.
Acqua si truova et erba in questa via:
di tutti gli altri ben v'e carestia.
xciv
Si che prima ch'entrassero in viaggio,
ci6 che lor bisogno, fecion raccorre,
e carcar sul gigante il carriaggio,
ch'avria portato in collo anco una torre.
Al finir del camino aspro e selvaggio,
da Palto monte alia lor vista occorre
la santa terra, ove il superno Amore
Iav6 col proprio sangue il nostro errore.
xcv
Trovano in su Pentrar de la cittade
un giovene gentil, lor conoscente,
Sansonetto da Meca, oltre 1'etade,
ch'era nel primo fior, molto prudente;
d'alta cavalleria, d'alta bontade
famoso, e riverito fra la gente.
Orlando lo converse a nostra fede,
e di sua man battesmo anco gli diede.
CANTO QUINTODECIMO 349
XCVI
Quivi lo trovan che disegna a fronte
del calife d'Egitto una fortezza;
e circondar vuole il Calvario monte
di muro di duo miglia di lunghezza.
Da lui raccolti fur con quella fronte
che pu6 d'interno amor dar piu chiarezza,
e dentro accompagnati, e con grande agio
fatti alloggiar nel suo real palagio.
xcvn
Avea in governo egli la terra, e in vece
di Carlo vi reggea 1'irnperio giusto.
II duca Astolfo a costui dono fece
di quel si grande e smisurato busto,
ch'a portar pesi gli varra per diece
bestie da soma, tanto era robusto.
Diegli Astolfo il gigante, e diegli appresso
la rete ch'in sua forza Favea messo.
xcvm
Sansonetto all'mcontro al duca diede
per la spada una cinta ricca e bella;
e diede spron per Tuno e Faltro piede,
che d'oro avean la fibbia e la girella;
ch'esser del cavallier stati si crede,
che Iiber6 dal drago la donzella:
al ZafTo avuti con molt'altro arnese
Sansonetto gli avea, quando lo prese.
xcix
Purgati de lor colpe a un monasterio
che dava di se odor di buoni esempii,
de la passion di Cristo ogni misterio
contemplando n' an dar per tutti i tempii
ch'or con eterno obbrobrio e vituperio
agli cristiani usurpano i Mori empii.
L'Europa e in arme, e di far guerra agogna
in ogni parte, fuor ch'ove bisogna.
350 ORLANDO FURIOSO
C
Mentre avean quivi Tanimo divoto,
a perdonanze e a cerimonie intend,
un peregrin di Grecia, a Grifon noto,
novelle gli areco gravi e pungenti,
dal suo primo disegno e lungo voto
troppo diverse e troppo difTerenti;
e quelle il petto gl'mfiammaron tanto,
che gli scacciar 1'orazion da canto.
Cl
Amava il cavallier, per sua sciagura,
una donna ch'avea nome Orrigille:
di piu bel volto e di miglior statura
non se ne sceglierebbe una fra mille;
ma disleale e di si rea natura,
che potresti cercar cittadi e ville,
la terra ferma e 1'isole del mare,
ne credo ch'una le trovassi pare.
en
Ne la citta di Constantin lasciata
grave Pavea di febbre acuta e fiera.
Or quando rivederla alia tornata
piu che mai bella, e di goderla spera,
ode il meschin, ch'in Antiochia andata
dietro un suo nuovo amante ella se n'era,
non le parendo ormai di piu patire
ch'abbia in si fresca eta sola a dormire.
cm
Da indi in qua ch'ebbe la trista nuova,
sospirava Grifon notte e di sempre.
Ogni piacer ch'agli altri aggrada e giova,
par ch'a costui piu Tanimo distempre:
pensilo ognun, ne li cui danni pruova
Amor, se li suoi strali han buone tempre.
Et era grave sopra ogni martire,
che '1 mal ch'avea si vergognava a dire.
CANTO QUINTODECIMO 351
CIV
Questo, perche mille fiate inante
gia ripreso 1'avea di quello amore,
di lui piii saggio, il fratello Aquilante,
e cercato colei trargli del core:
colei ch'al suo giudicio era di quante
femine rie si trovin la peggiore.
Grifon 1'escusa, se '1 fratel la danna;
e le piu volte il parer proprio inganna.
cv
Pero fece pensier, senza parlarne
con Aquilante, girsene soletto
sin dentro d'Antiochia, e quindi trarne
colei che tratto il cor gli avea del petto ;
trovar colui che gli Tha tolta, e fame
vendetta tal, che ne sia sempre detto.
Dir6 come ad effetto il pensier messe
nelPaltro canto, e ci6 che ne successe.
352 ORLANDO FURIOSO
CANTO SESTODECIMO
I
Gravi pene in amor si provan molte,
di che patito io n'ho la maggior parte,
e quelle in danno mio si ben raccolte,
ch'io ne posso parlar come per arte.
Pero s'io dico e s'ho detto altre volte,
e quando in voce e quando in vive carte,
ch'un mal sia lieve, un altro acerbo e fiero,
date credenza al mio giudicio vero.
II
Io dico e dissi, e dir6 fin ch'io viva,
che chi si truova in degno laccio preso,
se ben di se vede sua donna schiva,
se in tutto aversa al suo desire acceso;
se bene Amor d'ogni mercede il priva,
poscia che 1 tempo e la fatica ha speso;
pur ch'altamente abbia locato il core,
pianger non de', se ben languisce e muore.
in
Pianger de' quel che gia sia fatto servo
di duo vaghi occhi e d'una bella treccia,
sotto cui si nasconda un cor protervo,
che poco puro abbia con molta feccia.
Vorria il miser fuggire; e come cervo
ferito, ovunque va, porta la freccia:
ha di se stesso e del suo amor vergogna,
ne 1'osa dire, e in van sanarsi agogna.
CANTO SESTODECIMO 353
IV
In questo caso e il giovene Grifone,
che non si pu6 emendare, e il suo error vede,
vede quanto vilmente il suo cor pone
in Orrigille iniqua e senza fede;
pur dal mal uso e vinta la ragione,
e pur Tarbitrio alFappetito cede:
perfida sia quantunque, ingrata e ria,
sforzato e di cercar dove ella sia.
v
Dico, la bella istoria ripigliando,
ch'usci de la citta secretamente,
ne parlarne s'ardi col fratel, quando
ripreso invan da lui ne fu sovente.
Verso Rama, a sinistra declinando,
prese la via piu piana e piu corrente.
Fu in sei giorni a Darnasco di Soria;
indi verso Antiochia se ne gia.
VI
Scontr6 presso a Darnasco il cavalliero
a cui donate avea Orrigille il core:
e convenian di rei costumi in vero,
come ben si convien Terba col fiore;
che Puno e Paltro era di cor leggiero,
perfido Puno e Paltro e traditore;
e cop ria Funo e Faltro il suo difetto,
con danno altrui, sotto cortese aspetto.
VII
Come io vi dico, il cavallier venia
s'un gran destrier con molta pompa armato:
la perfida Orrigille in compagnia,
in un vestire azzur d'oro fregiato,
e duo valletti, donde si servia
a portar elmo e scudo, aveva allato;
come quel che volea con bella mostra
comparire in Darnasco ad una giostra.
354 ORLANDO FURIOSO
VIII
Una splendida festa che bandire
fece il re di Damasco in quelli giorni,
era cagion di far quivi venire
i cavallier quanto potean piu adorni.
Tosto che la puttana comparire
vede Grifon, ne teme oltraggi e scorni:
sa che 1'amante suo non e si forte,
che contra lui Pabbia a campar da morte.
IX
Ma si come audacissima e scaltrita,
ancor che tutta di paura trema,
s'acconcia il viso, e si la voce aita,
che non appar in lei segno di tema.
Col drudo avendo gia 1'astuzia ordita,
corre, e fingendo una letizia estrema,
verso Grifon Taperte braccia tende,
10 stringe al collo, e gran pezzo ne pende.
x
Doppo, accordando affettuosi gesti
alia suavita de le parole,
dicea piangendo : Signor mio, son questi
debiti premii a chi fadora e cole ?
che sola senza te gia un anno resti,
e va per 1'altro, e ancor non te ne duole ?
E s'io stava aspettare il tuo ritorno,
non so se mai veduto avrei quel giorno!
XI
Quando aspettava che di Nicosia,
dove tu te n'andasti alia gran corte,
tornassi a me che con la febbre ria
lasciata avevi in dubbio de la morte,
intesi che passato eri in Soria:
11 che a patir mi fu si duro e forte,
che non sapendo come io ti seguissi,
quasi il cor di man propria mi traffissi.
CANTO SESTODECIMO 355
XII
Ma Fortuna di me con doppio dono
mostra d'aver, quel che non hai tu, cura:
mandommi il fratel mio, col quale io sono
sin qui venuta del mio oner sicura;
et or mi manda questo incontro buono
di te, ch'io stimo sopra ogni aventura:
e bene a tempo il fa; che piu tardando,
morta sarei, te, signor mio, bramando.
XIII
E seguit6 la donna fraudolente,
di cui Top ere fur piu che di volpe,
la sua querela cosi astutamente,
che riverso in Grifon tutte le colpe.
Gli fa stimar colui, non che parente,
ma che d'un padre seco abbia ossa e polpe:
e con tal modo sa tesser gPinganni,
che men verace par Luca e Giovanni.
XIV
Non pur di sua perfidia non riprende
Grifon la donna iniqua piu che bella;
non pur vendetta di colui non prende,
che fatto s'era adultero di quella:
ma gli par far assai, se si difende
che tutto il biasmo in lui non riversi ella;
e come fosse suo cognato vero,
d'accarezzar non cessa il cavalliero.
xv
E con lui se ne vien verso le porte
di Damasco, e da lui sente tra via,
che la dentro dovea splendida cotte
tenere il ricco re de la Soria;
e ch'ognun quivi, di qualunque sorte,
o sia cristiano, o d'altra legge sia,
dentro e di fuori ha la citta sicura
per tutto il tempo che la festa dura.
356 ORLANDO FURIOSO
XVI
Non pero son di.seguitar si intento
Tistoria de la perfida Orrigille,
ch'a' giorni suoi non pur un tradimento
fatto agli amanti avea, ma mille e mille;
ch'io non ritorni a riveder dugento
mila persone, o piu de le scintille
del fuoco stuzzicato, ove alle mura
di Parigl facean danno e paura.
XVII
10 vi lasciai, come assaltato avea
Agramante una porta de la terra,
che trovar senza guardia si credea:
ne piu riparo altrove il passo serra;
perche in persona Carlo la tenea,
et avea seco i mastri de la guerra,
duo Guidi, duo Angelmi, uno Angeliero,
Avino, Avolio, Otone e Berlingiero.
XVIII
Inanzi a Carlo, inanzi al re Agramante
Tun stuolo e Paltro si vuol far vedere,
ove gran loda, ove merce abondante
si puo acquistar, facendo il suo dovere.
I Mori non per6 fer pruove tante,
che par ristoro al danno abbiano avere;
perch6 ve ne restar morti parecchi,
ch'agli altri fur di folle audacia specchi.
XIX
Grandine sembran le spesse sa$tte
dal muro sopra gli nimici sparte.
11 grido insin al ciel paura mette,
che fa la nostra e la contraria parte.
Ma Carlo un poco et Agramante aspette;
ch'io vo' cantar de Tafricano Marte,
Rodomonte terribile et orrendo,
che va per mezzo la citta correndo.
CANTO SESTODECIMO 357
XX
Non so, Signor, se phi vi ricordiate
di questo Saracin tanto sicuro,
che morte le sue genti avea lasciate
tra il secondo riparo e '1 primo muro,
da la rapace fiamma devorate,
che non fu mai spettacolo piu oscuro.
Dissi ch'entro d'un salto ne la terra
sopra la fossa che la cinge e serra.
XXI
Quando fu noto il Saracino atroce
alParme istrane, alia scagliosa pelle,
la dove i vecchi e '1 popul men feroce
tendean Forecchie a tutte le novelle,
levossi un pianto, un grido, un'alta voce,
con un batter di man ch'and6 alle stelle;
e chi pote fuggir non vi rimase,
per serrarsi ne 5 templi e ne le case,
XXII
Ma questo a pochi il brando rio conciede,
ch'intorno ruota il Saracin robusto.
Qui fa restar con mezza gamba un piede,
la fa un capo sbalzar lungi dal busto:
Tun tagliare a traverse se gli vede,
dal capo alFanche un altro fender giusto ;
e di tanti ch'uccide, fere e caccia,
non se gli vede alcun segnare in faccia.
XXIII
Quel che la tigre de Parmento imbelle
ne' campi ircani o la vicino al Gange,
o '1 lupo de le capre e de Pagnelle
nel monte che Tifeo sotto si f range;
quivi il crudel pagan facea di quelle
non diro squadre, non dir6 falange,
ma vulgo e populazzo voglio dire,
degno, prima che nasca, di morire.
358 ORLANDO FURIOSO
XXIV
Non ne trova un che veder possa in fronte,
fra tanti che ne taglia, fora e svena.
Per quella strada che vien dritto al ponte
di san Michel, si popolata e piena,
corre il fiero e terribil Rodomonte,
e la sanguigna spada a cerco mena:
non riguarda ne al servo n6 al signore,
ne al giusto ha piu pieta ch'al peccatore.
xxv
Religion non giova al sacerdote,
n6 la innocenzia al pargoletto giova:
per sereni occhi o per vermiglie gote
merce n6 donna n6 donzella truova:
la vecchiezza si caccia e si percuote;
ne quivi il Saracin fa maggior pruova
di gran valor, che di gran crudeltade;
che non discerne sesso, ordine, etade.
XXVI
Non pur nel sangue uman 1'ira si stende
de Tempio re, capo e signer degli empi,
ma contra i tetti ancor, si che n'incende
le belle case e i profanati tempi.
Le case eran, per quel che se n'intende,
quasi tutte di legno in quelli tempi:
e ben creder si pu6; ch'in Parigi ora
de le diece le sei son cosi ancora.
XXVII
Non par, quantunque il fuoco ogni cosa arda,
che si grande odio ancor saziar si possa.
Dove s'aggrappi con le mani, guarda,
si che mini un tetto ad ogni scossa.
Signer, avete a creder che bombarda
mai non vedeste a Padova si grossa,
che tanto muro possa far cadere,
quanto fa in una scossa il re d'Algiere.
CANTO SESTODECIMO 359
XXVIII
Mentre quivi col ferro il maledetto
e con le fiamme facea tanta guerra,
se di fuor Agramante avesse astretto,
perduta era quel di tutta la terra:
ma non v'ebbe agio; che gli fu interdetto
dal paladin che venia d'Inghilterra
col populo alle spalle inglese e scotto,
dal Silenzio e da 1'angelo condotto.
XXIX
Dio volse che alFentrar che Rodomonte
fe' ne la terra, e tanto fuoco accese,
che presso ai muri il fior di Chiaramonte,
Rinaldo, giunse, e seco il campo inglese.
Tre leghe sopra avea gittato il ponte,
e torte vie da man sinistra prese;
che disegnando i barbari assalire,
il fmme non 1' avesse ad impedire.
xxx
Mandate avea seimila fanti arcieri
sotto Paltiera insegna d'Odoardo,
e duomila cavalli, e piu, leggieri
dietro alia guida d'Ariman gagliardo;
e mandati gli avea per li sentieri
che vanno e vengon dritto al mar picardo,
ch'a porta San Martino e San Dionigi
entrassero a soccorso di Parigi.
XXXI
I cariaggi e gli altri impedimenti
con lor fece drizzar per questa strada.
Egli con tutto il resto de le genti
piu sopra ando girando la contrada.
Seco avean navi e ponti et argument!
da passar Senna che non ben si guada.
Passato ognuno, e dietro i ponti rotti,
ne le lor schiere ordino Inglesi e Scotti.
360 ORLANDO FURIOSO
XXXII
Ma prima quei baroni e capitani
Rinaldo intorno avendosi ridutti,
sopra la riva ch'alta era dai piani
si, che poteano udirlo e veder tutti,
disse : Signer, ben a levar le mani
avete a Dio, che qui v'abbia condutti,
acci6, dopo un brevissimo sudore,
sopra ogni nazion vi doni onore.
XXXIII
Per voi saran dui principi salvati,
se levate Passedio a quelle porte:
il vostro re, che voi sete ubligati
da servitu difendere e da morte;
et uno imperator de j piu lodati
che mai tenuto al mondo abbiano corte;
e con loro altri re, duci e marchesi,
signori e cavallier di piu paesi.
xxxiv
Si che salvando una citta, non sol i
Parigini ubligati vi saranno,
che molto piu che per li proprii duoli,
timidi, afflitti e sbigottiti stanno
per le lor mogli e per li lor figliuoli
ch'a un medesmo pericolo seco hanno,
e per le sante vergini richiuse,
ch'oggi non sien dei voti lor deluse :
xxxv
dico, salvando voi questa cittade,
v'ubligate non solo i Parigini,
ma d'ogn'intorno tutte le contrade.
Non parlo sol dei populi vicini;
ma non e terra per Cristianitade,
che non abbia qua dentro cittadini:
si che, vincendo, avete da tenere
che piu che Francia v'abbia obligo avere.
CANTO SESTODECIMO 361
XXXVI
Se donavan gli antiqui una corona
a chi salvasse a un cittadin la vita,
or che degna mercede a voi si dona,
salvando multitudine infinita?
Ma se da invidia, o da vilta, si buona
e si santa opra rimarra impedita,
credetemi che, prese quelle mura,
ne Italia ne Lamagna anco e sicura;
xxxvn
ne qualunque altra parte ove s'adori
quel che volse per noi pender sul legno.
Ne voi crediate aver lontani i Mori,
ne che pel mar sia forte il vostro regno:
che s'altre volte quelli, uscendo fuori
di Zibeltaro e de FErculeo segno,
riportar prede da Pisole vostre,
che faranno or, s'avran le terre nostre?
XXXVIII
Ma quando ancor nessuno onor, nessuno
util v'inanimasse a questa impresa,
commun debito e ben soccorrer Puno
1'altro, che militian sotto una Chiesa.
Ch'io non vi dia rotti i nemici, alcuno
non sia chi tema, e con poca contesa;
che gente male esperta tutta parmi,
senza possanza, senza cor, senz'armi.
xxxix
Pote con queste e con miglior ragioni,
con parlare espedito e chiara voce
eccitar quei magnanimi baroni
Rinaldo, e quello esercito feroce:
e fu, com'e in proverbio, aggiunger sproni
al buon corsier che gia ne va veloce.
Finite il ragionar, fece le schiere
muover pian pian sotto le lor bandiere.
362 ORLANDO FURIOSO
XL
Senza strepito alcun, senza rumore
fa il tripartite esercito venire:
lungo il fiume a Zerbin dona Fonore
di dover prima i barbari assalire;
e fa quelli d'Irlanda con maggiore
volger di via piu tra campagna gire;
e i cavallieri e i fanti d'Inghilterra
col duca di Lincastro in mezzo serra.
XLI
Drizzati die gli ha tutti al lor camino,
cavalca il paladin lungo la riva,
e passa inanzi al buon duca Zerbino
e a tutto il campo che con lui veniva;
tanto ch'al re d'Orano e al re Sobrino
e agli altri lor compagni soprarriva,
che mezzo miglio appresso a quei di Spagna
guardavan da quel canto la campagna.
XLII
L' esercito cristian che con si fida
e si sicura scorta era venuto,
ch'ebbe il Silenzio e 1'angelo per guida,
non pote ormai patir piu di star muto.
Sentiti gli nimici, alz6 le grida,
e de le trombe udir fe' il suono arguto;
e con 1'alto rumor ch'arrivb al cielo,
mand6 ne Fossa a' Saracini il gelo.
XLIII
Rinaldo inanzi agli altri il destrier punge;
e con la lancia per cacciarla in resta
lascia gli Scotti un tratto d'arco lunge,
ch'ogni indugio a ferir si lo molesta.
Come groppo di vento talor giunge,
che si tra' dietro un'orrida tempesta,
tal fuor di squadra il cavallier gagliardo
venia spronando il corridor Baiardo.
CANTO SESTODECIMO 363
XLIV
Al comparir del paladin di Francia,
dan segno i Mori alle future angosce:
tremare a tutti in man vedi la lancia,
i piedi in staifa, e ne Parcion le cosce.
Re Puliano sol non muta guancia,
che questo esser Rinaldo non conosce;
ne pensando trovar si duro intoppo,
gli muove il destrier contra di galoppo:
XLV
e su la lancia nel partir si stringe,
e tutta in se raccoglie la persona;
poi con ambo gli sproni il destrier spinge,
e le redine inanzi gli abandona.
Da Taltra parte il suo valor non finge,
e mostra in fatti quel ch'in nome suona,
quanto abbia nel giostrare e grazia et arte
il figliuolo d'Amone, anzi di Marte.
XL VI
Furo, al segnar degli aspri colpi, pari,
che si posero i ferri ambi alia testa:
ma furo in arme et hi virtu dispari,
che Tun via passa, e 1'altro morto resta.
Bisognan di valor segni piu chiari,
che por con leggiadria la lancia in resta:
ma fortuna anco piu bisogna assai;
che senza, val virtu raro o non mai.
XL VII
La buona lancia il paladin racquista,
e verso il re d'Oran ratto si spicca,
che la persona avea povera e trista
di cor, ma d'ossa e di gran polpe ricca.
Questo por tra bei colpi si pu6 in lista,
ben ch'in fondo allo scudo gli 1'appicca:
e chi non vuol lodarlo, abbialo escuso,
perche non si potea giunger piu in suso.
364 ORLANDO FURIOSO
XLVIII
Non lo ritien lo scudo, che non entre,
ben che fuor sia d'acciar, dentro di palma;
e che da quel gran corpo uscir pel ventre
non faccia 1'inequale e piccola alma.
II destrier che portar si credea, mentre
durasse il lungo di, si grave salma,
riferi in mente sua grazie a Rinaldo,
ch'a quello incontro gli schivo un gran caldo.
XLIX
Rotta Fasta, Rinaldo il destrier volta
tanto leggier, che fa sembrar ch'abbia ale;
e dove la piu stretta e maggior folta
stiparsi vede, impetuoso assale.
Mena Fusberta sanguinosa in volta,
che fa 1'arme parer di vetro frale:
tempra di ferro il suo tagliar non schiva,
che non vada a trovar la carne viva.
L
Ritrovar poche tempre e pochi ferri
pub la tagliente spada, ove s'incappi;
ma targhe, altre di cuoio, altre di cerri,
giupe trapunte e attorcigliati drappi.
Giusto e ben dunque che Rinaldo atterri
qualunque assale, e fori e squarci e afTrappi;
che non piu si difende da sua spada,
ch'erba da falce, o da tempesta biada.
LI
La prima schiera era gia messa in rotta,
quando Zerbin con 1'antiguardia arriva.
II cavallier inanzi alia gran frotta
con la lancia arrestata ne veniva.
La gente sotto il suo pennon condotta,
con non minor fierezza lo seguiva:
tanti lupi parean, tanti leoni
ch'andassero assalir capre o montoni.
CANTO SESTODECIMO 365
LII
Spinse a un tempo ciascuno il suo cavallo,
poi che fur presso; e spari immantinente
quel breve spazio, quel poco intervallo
che si vedea fra Tuna e 1'altra gente.
Non fu sentito mai piu strano ballo;
che ferian gli Scozzesi solamente:
solamente i pagani eran distrutti,
come sol per morir fosser conduttL
LIII
Parve piu freddo ogni pagan che ghiaccio;
parve ogni Scotto piu che fiamma caldo.
I Mori si credean ch'avere il braccio
dovesse ogni cristian, ch'ebbe Rinaldo.
Mosse Sobrino i suoi schierati avaccio,
senza aspettar che lo 'nvitasse araldo:
de Paltra squadra questa era migliore
di capitano, d'arme e di valore.
LIV
D' Africa v'era la men trista gente;
ben che ne questa ancor gran prezzo vaglia.
Dardinel la sua mosse incontinente,
e male armata, e peggio usa in battaglia;
ben ch'egli in capo avea Telmo lucente,
e tutto era coperto a piastra e a maglia.
lo credo che la quarta miglior sia,
con la qual Isolier dietro venia.
LV
Trasone intanto, il buon duca di Marra,
che ritrovarsi all'alta impresa gode,
ai cavallieri suoi leva la sbarra,
e seco invita alle famose lode,
poi ch' Isolier con quelli di Navarra
entrar ne la battaglia vede et ode.
Poi mosse Ariodante la sua schiera,
che nuovo duca d j Albania fatt'era.
366 ORLANDO FURIOSO
LVI
L/alto rumor de le sonore trombe,
de' timpani e de' barbari stromenti,
giunti al continue suon d'archi, di frombe,
di macliine, di ruote e di tormenti;
e quel di che piu par che '1 ciel ribombe,
gridi, tumulti, gemiti e lamenti:
rendeno un alto suon, ch'a quel s'accorda
con che i vicin cadendo il Nilo assorda.
LVII
Grande ombra d'ogn'intorno il cielo involve,
nata dal saettar de li duo campi:
1'alito, il fumo del sudor, la polve
par che ne 1'aria oscura nebbia stampi.
Or qua Tun campo, or 1'altro la si volve:
vedresti or come un segua, or come scampi ;
et ivi alcuno, o non troppo diviso,
rimaner morto ove ha il nimico ucciso.
LVIII
Dove una squadra per stanchezza e mossa,
un'altra si fa tosto andare inanti.
Di qua di la la gente d'arme ingrossa:
la cavallieri, e qua si metton fanti.
La terra che sostien 1'assalto, e rossa:
mutato ha il verde ne' sanguigni manti;
e dov'erano i fiori azzurri e gialli,
giaceno uccisi or gli uomini e i cavalli.
LIX
Zerbin facea le piu mirabil pruove
che mai facesse di sua eta garzone:
1'esercito pagan che 'ntorno piove,
taglia et uccide e mena a destruzione.
Ariodante alle sue genti nuove
mostra di sua virtu gran paragone;
e da di se timore e meraviglia
a quelli di Navarra e di Castiglia.
CANTO SESTODECIMO 367
LX
Chelindo e Mosco, i duo figli bastardi
del morto Calabrun re d'Aragona,
et un che reputato fra' gagliardi
era, Calamidor da Barcelona,
s'avean lasciato a dietro gli stendardi;
e credendo acquistar gloria e corona
per uccider Zerbin, gli furo adosso;
e ne' fianchi il destrier gli hanno percosso.
LXI
Passato da tre lance il destrier morto
cade; ma il buon Zerbin subito e in piede;
ch'a quei ch'al suo cavallo han fatto torto,
per vendicarlo va dove gli vede:
e prima a Mosco, al giovene inaccorto,
che gli sta sopra, e di pigliar sel crede,
mena di punta, e lo passa nel fianco,
e fuor di sella il caccia freddo e bianco.
LXII
Poi che si vide tor, come di furto,
Chelindo il f rat el suo, di furor pieno
venne a Zerbino, e pens6 dargli d'urto;
ma gli prese egli il corridor pel freno:
trasselo in terra, onde non e mai surto,
e non mangi6 mai piu biada ne fieno ;
che Zerbin si gran forza a un colpo mise,
che lui col suo signor d'un taglio uccise.
LXIII
Come Calamidor quel colpo mira,
volta la briglia per levarsi in fretta;
ma Zerbin dietro un gran fendente tira,
dicendo: Traditore, aspetta, aspetta !
Non va la botta ove n'ando la mira,
non che per6 lontana vi si metta;
lui non pote arrivar, ma il destrier prese
sopra la groppa, e in terra lo distese.
368 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Colui lascia il cavallo, e via carpone
va per campar, ma poco gli successe;
che venne caso che '1 duca Trasone
gli pass6 sopra, e col peso 1'oppresse.
Ariodante e Lurcanio si pone
dove Zerbino e fra le genti spesse ;
e seco hanno altri e cavallieri e conti,
che fanno ogn'opra che Zerbin rimonti.
LXV
Menava Ariodante il brando in giro,
e ben lo seppe Artalico e Margano;
ma molto piu Etearco e Casimiro
la possanza sentir di quella manor
i primi duo feriti se ne giro,
rimaser gli altri duo morti sul piano.
Lurcanio fa veder quanto sia forte;
che fere, urta, riversa e mette a motte.
LXVI
Non crediate, Signor, che fra campagna
pugna minor che presso al flume sia,
n6 ch'a dietro Pesercito rimagna,
che di Lincastro il buon duca seguia.
Le bandiere assali questo di Spagna,
e molto ben di par la cosa gia;
che fanti, cavallieri e capitani
di qua e di la sapean menar le mani.
LXVII
Dinanzi vien Oldrado e Fieramonte,
un duca di Glocestra, un d'Eborace;
con lor Ricardo, di Varvecia conte,
e di Chiarenza il duca, Enrigo audace.
Han Matalista e Follicone a fronte,
e Baricondo et ogni lor seguace.
Tiene il primo Almeria, tiene il secondo
Granata, tien Maiorca Baricondo.
CANTO SESTODECIMO 369
LXVIII
La fiera pugna un pezzo and6 di pare,
che vi si discernea poco vantaggio.
Vedeasi or Funo or 1'altro ire e tornare,
come le biade al ventolin di maggio,
o come sopra '1 lito un mobil mare
or viene or va, ne mai tiene un viaggio.
Poi che Fortuna ebbe scherzato un pezzo,
dannosa ai Mori ritorno da sezzo.
LXIX
Tutto in un tempo il duca di Glocestra
a Matalista fa votar Farcione;
ferito a un tempo ne la spalla destra
Fieramonte riversa Follicone:
e Fun pagano e 1'altro si sequestra,
e tra gl'Inglesi se ne va prigione.
E Baricondo a un tempo riman senza
vita per man del duca di Chiarenza.
LXX
Indi i pagani tanto a spaventarsi,
indi i fedeli a pigliar tanto ardire,
che quei non facean altro che ritrarsi
e partirsi da Fordine e fuggire,
e questi andar inanzi et avanzarsi
sempre terreno, e spingere e seguire:
e se non vi giungea chi lor die aiuto,
il campo da quel lato era perduto.
LXXI
Ma Ferrau, che sin qui mai non s'era
dal re Marsilio suo troppo disgiunto,
quando vide fuggir quella bandiera,
e Fesercito suo mezzo consunto,
spronc- il cavallo, e dove ardea piu fiera
la battaglia, lo spinse; e arriv6 a punto
che vide dal destrier cadere in terra
col capo fesso Olimpio da la Serra;
370 ORLANDO FURIOSO
LXXII
un giovinetto che col dolce canto,
Concorde al suon de la cornuta cetra,
d'intenerire un cor si dava vanto,
ancor che fosse piu duro che pietra.
Felice lui, se contentar di tanto
onor sapeasi, e scudo, arco e faretra
aver in odio, e scimitarra e lancia,
che lo fecer morir giovine in Francia!
LXXIII
Quando lo vide Ferrau cadere,
che solea amarlo e avere in molta estima,
si sente di lui sol via piu dolere,
che di milPaltri che periron prima:
e sopra chi Puccise in modo fere,
che gli divide 1'elmo da la cima
per la fronte, per gli occhi e per la faccia,
per mezzo il petto, e motto a terra il caccia.
LXXIV
Ne qui s'indugia; e il brando intorno ruota,
ch'ogni elmo rompe, ogni lorica smaglia;
a chi segna la fronte, a chi la gota,
ad altri il capo, ad altri il braccio taglia:
or questo or quel di sangue e d'alma v6ta;
e ferma da quel canto la battaglia,
onde la spaventata ignobil frotta
senza ordine fuggia spezzata e rotta.
LXXV
Entro ne la battaglia il re Agramante,
d'uccider gente e di far pruove vago;
e seco ha Baliverzo, Farurante,
Prusion, Soridano e Bambirago.
Poi son le genti senza nome tante,
che del lor sangue oggi faranno un lago,
che meglio conterei ciascuna foglia,
quando 1'autunno gli arbori ne spoglia.
CANTO SESTODECIMO 371
LXXVI
Agramante dal muro una gran ban da
di fanti avendo e di cavalli tolta,
col re di Feza subito li manda,
che dietro ai padiglion piglin la volta,
e vadano ad opporsi a quei d'Irlanda,
le cui squadre vedea con fretta molta,
dopo gran giri e larghi avolgimenti,
venlr per occupar gli alloggiamenti.
LXXVII
Fu 5 1 re di Feza ad esequir ben presto;
ch'ogni tardar troppo nociuto avria.
Raguna intanto il re Agramante il resto;
parte le squadre, e alia battaglia invia.
Egli va al fiume; che gli par ch'in questo
luogo del suo venir bisogno sia:
e da quel canto un messo era venuto
del re Sobrino a domandare aiuto.
LXXVIII
Menava in una squadra piu di mezzo
il campo dietro; e sol del gran rumore
tremar gli Scotti, e tanto fu il ribrezzo,
ch'abbandonavan Tordine e Fonore.
Zerbin, Lurcanio e Ariodante in mezzo
vi restar soli incontra a quel furore:
e Zerbin, ch'era a pie, vi peria forse,
ma '1 buon Rinaldo a tempo se n'accorse.
LXXIX
Altrove intanto il paladin s'avea
fatto inanzi fuggir cento bandiere.
Or che Torecchie la novella rea
del gran periglio di Zerbin gli fere,
ch'a piedi fra la gente cirenea
lasciato solo aveano le sue schiere,
volta il cavallo, e dove il campo scotto
vede fuggir, prende la via di botto.
372 ORLANDO FURIOSO
LXXX
Dove gli Scotti ritornar fuggendo
vede, s'appara; e grida: Or dove andate?
perche tanta viltade in voi comprendo,
che a si vil gente il campo abbandonate ?
Ecco le spoglie, de le quali intendo
ch'esser dovean le vostre chiese ornate.
Oh che laude, oh che gloria, che '1 figliuolo
del vostro re si lasci a piedi e solo!
LXXXI
D'un suo scudier una grossa asta afferra,
e vede Prusion poco lontano,
re d'Alvaracchie, e adosso se gli serra,
e de 1'arcion lo porta morto al piano.
Morto Agricalte e Bambirago atterra:
dopo fere aspramente Soridano;
e come gli altri 1'avria messo a morte,
se nel ferir la lancia era piii forte.
LXXXII
Stringe Fusberta, poi che 1'asta e rotta,
e tocca Serpentin, quel da la Stella.
Fatate 1'arme avea, ma quella botta
pur tramortito il manda fuor di sella.
E cosi al duca de la gente scotta
fa piazza intorno spaziosa e bella;
si che senza contesa un destrier puote
salir di quei che vanno a selle v6te.
LXXXIII
E ben si ritrov6 salito a tempo,
che forse nol facea se phi tardava;
perche Agramante e Dardinello a un tempo,
Sobrin col re Balastro v'arrivava.
Ma egli, che montato era per tempo,
di qua e di la col brando s'aggirava,
mandando or questo or quel giu ne Tinferno
a dar notizia del viver moderno.
CANTO SESTODECIMO 373
LXXXIV
II buon Rinaldo, il quale a porre in terra
i piu dannosi avea sempre riguardo,
la spada contra il re Agramante afFerra,
che troppo gli parea fiero e gagliardo
(facea egli sol piu che mille altri guerra) ;
e se gli spinse adosso con Baiardo:
10 fere a un tempo et urta di traverso,
si che lui col destrier rnanda riverso.
LXXXV
Mentre di fuor con si crudel battaglia,
odio, rabia, furor Tun Faltro offende,
Rodomonte in Parigi il popul taglia,
le belle case e i sacri templi accende.
Carlo, ch'in altra arte si travaglia,
questo non vede, e nulla ancor ne 'ntende:
Odoardo raccoglie et Arimanno
ne la citta, col lor popul britanno.
LXXXVI
Allui venne un scudier pallido in volto,
che potea a pena trar del petto il fiato.
Ahime! signor, ahime! replica molto,
prirna ch'abbia a dir altro mcominciato :
Oggi il romano Imperio, oggi e sepolto;
oggi ha il suo popul Cristo abandonato:
11 demonio dal cielo e piovuto oggi,
perche in questa citta piu non s'alloggi.
LXXXVII
Satanasso (perch* altri esser non puote)
strugge e ruina la citta infelice.
Volgiti e mira le fumose mote
de la rovente fiamma predatrice;
ascolta il pianto che nel ciel percuote;
e faccian fede a quel che '1 servo dice.
Un solo e quel ch'a ferro e a fuoco strugge
la bella terra, e inanzi ognun gli fugge.
374 ORLANDO FURIOSO
LXXXVIII
Quale e colui che prima oda il tumulto,
e de le sacre squille il batter spesso,
che vegga il fuoco a nessun altro occulto
ch'a se, che piu gli tocca, e gli e piii presso;
tal e il re Carlo, udendo il nuovo insulto,
e conoscendol poi con Pocchio istesso ;
onde lo sforzo di sua miglior gente
al grido drizza e al gran rumor che sente.
LXXXIX
Dei paladini e dei guerrier piu degni
Carlo si chiama dietro una gran parte,
e ver la piazza fa drizzare i segni;
che *1 pagan s'era tratto in quella parte.
Ode il rumor, vede gli orribil segni
di crudelta, Pumane membra sparte.
Ora non piu: ritorni un'altra volta
chi voluntier la bella istoria ascolta.
CANTO DECIMOSETTIMO 375
CANTO DECIMOSETTIMO
I
II giusto Dio, quando i peccati nostri
hanno di remission passato il segno,
acci6 che la giustizia sua dimostri
uguale alia pieta, spesso da regno
a tiranni atrocissimi et a mostri,
e da lor forza e di mal fare ingegno.
Per questo Mario e Silla pose al mondo,
e duo Neroni e Caio faribondo,
II
Domiziano e Pultimo Antonino;
e tolse da la immonda e bassa plebe,
et esalt6 alFimperio Massimino;
e nascer prima fe* Creonte a Tebe;
e die Mezenzio al populo Agilino,
che fe s di sangue uman grasse le glebe;
e diede Italia a tempi men remoti
in preda agli Unni, ai Longobardi, ai Goti.
in
Che d'Atila dir6 ? che de Piniquo
Ezellin da Roman ? che d'altri cento ?
che dopo un lungo andar sempre in obliquo,
ne manda Dio per pena e per tormento.
Di questo abbian non pur al tempo antique,
ma ancora al nostro, chiaro esperimento,
quando a noi, greggi inutili e malnati,
ha dato per guardian lupi arrabbiati :
376 ORLANDO FURIOSO
IV
a cui non par ch'abbi a bastar lor fame,
ch'abbi il lor ventre a capir tanta carne;
e chiaman lupi di piu ingorde brame
da boschi oltramontani a dlvorarne.
Di Trasimeno Tinsepulto ossame
e di Canne e di Trebia poco parne
verso quel che le ripe e i campi ingrassa,
dov'Ada e Mella e Ronco e Tarro passa.
v
Or Dio consente che noi sian puniti
da populi di noi forse peggiori,
per li multiplicati et infiniti
nostri nefandi, obbrobriosi errori.
Tempo verra ch'a depredar lor liti
andremo noi, se mai saren migliori,
e che i peccati lor giungano al segno,
che Feterna Bonta muovano a sdegno.
VI
Doveano allora aver gli eccessi loro
di Dio turbata la serena fronte,
che scorse ogni lor luogo il Turco e '1 Moro
con stupri, uccision, rapine et onte:
ma piu di tutti gli altri danni, foro
gravati dal furor di Rodomonte.
Dissi ch'ebbe di lui la nuova Carlo,
e che 'n piazza venia per ritrovarlo.
VII
Vede tra via la gente sua troncata,
arsi i palazzi, e ruinati i templi,
gran parte de la terra desolata:
mai non si vider si crudeli esempli.
Dove fuggite, turba spaventata?
Non e tra voi chi '1 danno suo contempli ?
Che citta, che refugio piu vi resta,
quando si perda si vilmente questa ?
CANTO DECIMOSETTIMO 377
VIII
Dunque un uom solo in vostra terra preso,
cinto di mura onde non puo fuggire,
si partira che non Favrete offeso,
quando tutti v'avra fatto morire ?
Cosi Carlo dicea, che d'ira acceso
tanta vergogna non potea patire.
E giunse dove inanti alia gran corte
vide il pagan por la sua gente a morte.
IX
Quivi gran parte era del populazzo,
sperandovi trovare aiuto, ascesa;
perche forte di mura era il palazzo,
con munizion da far lunga difesa.
Rodomonte, d'orgoglio e d*ira pazzo,
solo s'avea tutta la piazza presa:
e Tuna man, che prezza il mondo poco,
ruota la spada, e Paltra getta il fuoco.
x
E de la regal casa, alta e sublime,
percuote e risuonar fa le gran porte.
Gettan le turbe da le eccelse cime
e merli e torri, e si metton per morte.
Guastare i tetti non e alcun che stime;
e legne e pietre vanno ad una sorte,
lastre e colonne, e le dorate travi
che mro in prezzo agli lor padri e agli avi.
XI
Sta su la porta il re d'Algier, lucente
di chiaro acciar che '1 capo gli arma e '1 busto,
come uscito di tenebre serpente,
poi c'ha lasciato ogni squalor vetusto,
del nuovo scoglio altiero, e che si sente
ringiovenito e piu che mai robusto:
tre lingue vibra, et ha negli occhi foco;
dovunque passa, ogn'animal da loco.
378 ORLANDO FURIOSO
XII
Non sasso, merlo, trave, arco o balestra,
ne cio che sopra il Saracin percuote,
ponno allentar la sanguinosa destra
che la gran porta taglia, spezza e scuote:
e dentro fatto v'ha tanta finestra,
che ben vedere e veduto esser puote
dai visi impress! di color di morte,
che tutta plena quivi hanno la corte.
XIII
Suonar per gli alti e spaziosi tetti
s'odono gridi e feminil lament!:
Tafflitte donne, percotendo i petti,
corron per casa pallide e dolenti;
e abbraccian gli usci e i geniali letti
che tosto hanno a lasciare a strane genti.
Tratta la cosa era in periglio tanto,
quando '1 re giunse, e suoi baroni accanto.
XIV
Carlo si volse a quelle man robuste
ch'ebbe altre volte a gran bisogni pronte.
Non sete quelli voi, che meco fuste
contra Agolante disse in Aspramonte ?
Sono le forze vostre ora si fruste,
che, s'uccideste lui, Troiano e Almonte
con centomila, or ne temete un solo
pur di quel sangue e pur di quello stuolo ?
xv
Perch6 debbo vedere in voi fortezza
ora minor ch'io la vedessi allora ?
Mostrate a questo can vostra prodezza,
a questo can che gli uomini devora.
Un magnanimo cor morte non prezza,
presta o tarda che sia, pur che ben muora.
Ma dubitar non posso ove voi sete,
che fatto sempre vincitor m'avete.
CANTO DECIMOSETTIMO 379
XVI
Al fin de le parole urta il destriero,
con 1'asta bassa, al Saracino adosso.
Mossesi a un tratto il paladino Ugiero,
a un tempo Namo et Ulivier si e mosso,
Avino, Avolio, Otone e Berlingiero,
ch'un senza Paltro mai veder non posso :
e ferir tutti sopra a Rodomonte
e nel petto e nei fianchi e ne la fronte.
XVII
Ma lasciamo, per Dio, Signore, ormai
di parlar d'ira e di cantar di morte;
e sia per questa volta detto assai
del Saracin non men crudel che forte:
che tempo e ritornar dov'io lasciai
Grifon, giunto a Damasco in su le porte
con Orrigille perfida, e con quello
ch'adulter era, e non di lei fratello.
XVIII
De le piu ricche terre di Levante,
de le piu populose e meglio ornate
si dice esser Damasco, che distante
siede a Jerusalem sette giornate,
in un piano fruttifero e abondante,
non men giocondo il verno che Testate.
A questa terra il primo raggio tolle
de la nascente aurora un vicin colle.
XIX
Per la citta duo fiumi cristallini
vanno inaffiando per diversi rivi
un numero infinito di giardini,
non mai di fior, non mai di fronde privi.
Dicesi ancor, che macinar molini
potrian far Facque lanfe che son quivi;
e chi va per le vie vi sente fuore
di tutte quelle case uscire odore.
380 ORLANDO FURIOSO
XX
Tutta coperta e la strada maestra
di panni di diversi color lieti,
e d'odorifera erba, e di silvestra
fronda la terra e tutte le pareti.
Adorna era ogni porta, ogni finestra
di finissimi drappi e di tapeti,
ma piu di belle e ben ornate donne
di ricche gemme e di superbe gonne.
XXI
Vedeasi celebrar dentr'alle porte,
in molti lochi, solazzevol balli;
il popul, per le vie, di miglior sorte
maneggiar ben guarniti e bei cavalli :
facea piu bel veder la ricca corte
de' signor, de' baroni e de' vasalli,
con ci6 che d'India e d'eritree maremme
di perle aver si puo, d'oro e di gemme.
XXII
Venia Grifone e la sua compagnia
mirando e quinci e quindi il tutto ad agio,
quando fermolli un cavalliero in via,
e gli fece smontare a un suo palagio;
e per Tusanza e per sua cortesia
di nulla Iasci6 lor patir disagio.
Li fe' nel bagno entrar, poi con serena
fronte gli accolse a sontuosa cena.
XXIII
E narro lor come il re Norandino,
re di Damasco e di tutta Soria,
fatto avea il paesano e '1 peregrino
ch'ordine avesse di cavalleria,
alia giostra invitar, ch'al matutino
del di sequente in piazza si faria;
e che s'avean valor pari al sembiante,
potrian mostrarlo senza andar piu inante.
CANTO DECIMOSETTIMO 381
XXIV
Ancor che quivi non venne Grifone
a questo effetto, pur lo 'nvito tenne;
che qual volta se n'abbia occasione,
mostrar virtude mai non disconvenne.
Interrogollo poi de la cagione
di quella festa, e s'ella era solenne
usata ogn'anno, o pure impresa nuova
del re ch'i suoi veder volesse in pruova.
xxv
Rispose il cavallier: La bella festa
s'ha da far sempre ad ogni quarta luna;
de Paltre che verran, la prima e questa:
ancora non se n'e fatta piu alcuna.
Sara in memoria che salvo la testa
il re in tal giorno da una gran fortuna,
dopo che quattro mesi in doglie e 'n pianti
sempre era stato, e con la morte inanti.
XXVI
Ma per dirvi la cosa pienamente,
il nostro re, che Norandin s'appella,
molti e molt'anni ha avuto il core ardente
de la leggiadra e sopra ogn'altra bella
figlia del re di Cipro: e finalmente
avutala per moglie, iva con quella,
con cavallieri e donne in compagnia;
e dritto avea il camin verso Soria.
XXVII
Ma poi che fummo tratti a piene vele
lungi dal porto nel Carpazio iniquo,
la tempesta salto tanto crudele,
che sbigotti sin al padrone antiquo.
Tre di e tre notti andammo errando ne le
minacciose onde per camino obliquo.
Uscimo al fin nel lito stanchi e molli,
tra freschi rivi, ombrosi e verdi colli.
382 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
Piantare i padiglioni, e le cortine
fra gli arbori tirar facemo lieti.
S'apparechiano i fuochi e le cucine;
le mense d'altra parte in su tapeti.
Intanto il re cercando alle vicine
valli era andato e a 1 boschi piu secreti,
se ritrovasse capre o daini o cervi;
e Tarco gli portar dietro duo send.
XXIX
Mentre aspettamo, in gran placer sedendo,
che da cacciar ritorni il signor nostro,
vedemo 1'Orco a noi venir correndo
lungo il Hto del mar, terribil mostro.
Dio vi guardi, signor, che '1 viso orrendo
de TOrco agli ocelli mai vi sia dimostro:
meglio e per fama aver notizia d'esso,
ch'andargli, si che lo veggiate, appresso.
xxx
Non gli puo comparir quanto sia lungo,
si smisuratamente e tutto grosso.
In luogo d'occhi, di color di fungo
sotto la fronte ha duo coccole d'osso.
Verso noi vien (come vi dico) lungo
il Hto, e par ch'un monticel sia mosso.
Mostra le zanne fuor, come fa il porco ;
ha lungo il naso, il sen bavoso e sporco.
XXXI
Correndo viene, e 1 muso a guisa porta
che '1 bracco suol, quando entra in su la traccia.
Tutti che lo veggiam, con faccia smorta
in fuga andamo ove il timor ne caccia.
Poco il veder lui cieco ne conforta,
quando, fiutando sol, par che piu faccia,
ch'altri non fa ch'abbia odorato e lume:
e bisogno al fuggire eran le piume.
CANTO DECIMOSETTIMO 383
XXXII
Corron chi qua chi la; ma poco lece
da lui fuggir, veloce piii che 7 1 Note.
Di quaranta persone, a pena diece
sopra il navilio si salvaro a nuoto.
Sotto il braccio un fastel d'alcuni fece,
ne il grembio si lascio ne il seno voto:
un suo capace zaino empissene anco,
che gli pendea, come a pastor, dal fianco.
XXXIII
Portoci alia sua tana il mostro cieco,
cavata in lito al mar dentr'uno scoglio.
Di marmo cosi bianco e quello speco,
come esser soglia ancor non scritto foglio
Quivi abitava una matrona seco,
di dolor piena in vista e di cordoglio;
et avea in compagnia donne e donzelle
d'ogni eta, d'ogni sorte, e brutte e belle.
xxxiv
Era presso alia grotta in ch'egli stava,
quasi alia cima del giogo superno,
un'altra non minor di quella cava,
dove del gregge suo facea governo.
Tanto n'avea, che non si numerava;
e n'era egli il pastor Testate e '1 verno.
Ai tempi suoi gli apriva e tenea chiuso,
per spasso che n'avea, piu che per uso.
xxxv
L'umana carne meglio gli sapeva,
e prima il fa veder ch'alPantro arrivi;
che tre de' nostri giovini ch'aveva,
tutti li mangia, anzi trangugia vivi.
Viene alia stalla, e un gran sasso ne leva:
ne caccia il gregge, e noi riserra quivi.
Con quel sen va dove il suol far satollo,
sonando una zampogna ch'avea in collo.
384 ORLANDO FURIOSO
XXXVI
II signor nostro intanto ritornato
alia marina, il suo danno comprende;
che truova gran silenzio in ogni lato,
voti frascati, padiglioni e tende.
Ne sa pensar chi si 1'abbia nibato ;
e pien di gran timore al lito scende,
onde i nocchieri suoi vede in disparte
sarpar lor ferri e in opra por le sarte.
XXXVII
Tosto ch'essi lui veggiono sul lito,
il palischermo mandano a levarlo :
ma non si tosto ha Norandino udito
de 1'Orco che venuto era a rubarlo,
che, senza piu pensar, piglia partito,
dovunque andato sia, di seguitarlo.
Vedersi tor Lucina si gli duole,
ch'o racquistarla, o non piu viver vuole.
XXXVIII
Dove vede apparir lungo la sabbia
la fresca orma, ne va con quella fretta
con che lo spinge 1'amorosa rabbia,
fin che giunge alia tana ch'io v'ho detta,
ove, con tema la maggior che s'abbia
a patir mai, POrco da noi s'aspetta:
ad ogni suono di sentirlo parci,
ch'affamato ritorni a divorarci.
xxxix
Quivi Fortuna il re da tempo guida,
che senza I 3 Oreo in casa era la moglie.
Come ella '1 vede: Fuggine! gli grida
misero te, se TOrco ti ci coglie!
Coglia disse o non coglia, o salvi o uccida,
che miserrimo i' sia non mi si toglie.
Disir mi mena, e non error di via,
c'ho di morir presso alia moglie mia.
CANTO DECIMOSETTIMO 385
XL
Poi segui, diman dan dole novella
di quei che prese TOrco in su la riva;
prima degli altri, di Lucina bella,
se Favea morta, o la tenea captiva.
La donna umanamente gli favella,
e lo conforta che Lucina e viva,
e che non e alcun dubbio ch'ella muora;
che mai femina 1'Orco non divora.
XLI
ccEsser di cio argumento ti poss'io,
e tutte queste donne che son meco :
ne a me ne a lor mai POrco e stato rio,
pur che non ci scostian da questo speco.
A chi cerca fuggir, pon grave fio ;
ne pace mai puon ritrovar piu seco :
o le sotterra vive, o Pincatena,
o fa star nude al sol sopra 1' arena.
XLII
Quando oggi egli port6 qui la tua gente,
le femine dai maschi non divise;
ma, si come gli avea, confusamente
dentro a quella spelonca tutti mise.
Sentira a naso il sesso differente.
Le donne non temer che sieno uccise:
gli uomini, siene certo; et empieranne
di quattro, il giorno, o sei Tavide canne.
XLIII
Di levar lei di qui non ho consiglio
che dar ti possa; e contentar ti puoi
che ne la vita sua non e periglio:
stara qui al ben e al mai ch'avremo noi.
Ma vattene, per Dio, vattene, figlio,
che TOrco non ti senta e non t'ingoi.
Tosto che giunge, d'ogn'intorno annasa,
e sente sin a un topo che sia in casa.
386 ORLANDO FURIOSO
XLIV
Rispose il re, non si voler partire,
se non vedea la sua Lucina prima;
e che piu tosto appresso a lei morire,
che viverne Ionian, faceva stima.
Quando vede ella non potergli dire
cosa che '1 muova da la voglia prima,
per aiutarlo fa nuovo disegno,
e ponvi ogni sua industria, ogni suo ingegno.
XLV
Morte avea in casa, e d'ogni tempo appese,
con lor mariti, assai capre et agnelle,
onde a se et alle sue facea le spese ;
e dal tetto pendea piu d'una pelle.
Le donna fe* che '1 re del grasso prese,
ch'avea un gran becco intorno alle budelle,
e che se n'unse dal capo alle piante,
fin che 1'odor caccio ch'egli ebbe inante.
XLVI
E poi che '1 tristo puzzo aver le parve,
di che il fetido becco ognora sape,
piglia Firsuta pelle, e tutto entrarve
10 fe' ; ch'ella e si grande che lo cape.
Coperto sotto a cosi strane larve,
facendol gir carpon, seco lo rape
la dove chiuso era d'un sasso grave
de la sua donna il bel viso soave.
XLVII
Norandino ubidisce; et alia buca
de la spelonca ad aspettar si mette,
acci6 col gregge dentro si conduca;
e fin a sera disiando stette.
Ode la sera il suon de la sambuca,
con che 'nvita a lassar Pumide erbette,
e ritornar le pecore all'albergo
11 fier pastor che lor venia da tergo.
CANTO DECIMOSETTIMO 387
XLVIII
Pensate voi se gli tremava il core,
quando 1'Orco senti che ritornava,
e che J l viso crudel pieno d'orrore
vide appressare alFuscio de la cava:
ma pote la pieta piu che '1 timore;
s'ardea, vedete, o se fingendo amava.
Vien 1'Orco inanzi, e leva il sasso, et apre:
Norandino entra fra pecore e capre.
XLIX
Entrato il gregge, TOrco a noi descende;
ma prima sopra se Fuscio si chiude.
Tutti ne va fiutando: al fin duo prende;
che vuol cenar de le lor carni crude.
Al rimembrar di quelle zanne orrende,
non posso far ch'ancor non trieme e sude.
Partito 1'Orco, il re getta la gonna
ch'avea di becco, e abbraccia la sua donna.
L
Dove averne piacer deve e conforto,
vedendol quivi, ella n'ha affanno e noia:
lo vede giunto ov'ha da restar morto ;
e non puo far pero ch'essa non muoia.
Con tutto 7 1 mal diceagli ch'io supporto,
signor, sentia non mediocre gioia,
che ritrovato non t'eri con nui
quando da FOrco oggi qui tratta fui.
LI
Che se ben il trovarmi ora in procinto
d'uscir di vita m'era acerbo e forte;
pur mi sarei, come e commune instinto,
dogliuta sol de la mia trista sorter
ma ora, o prima o poi che tu sia estinto,
piu mi dorra la tua che la mia morte.
E seguito, mostrando assai piu afFanno
di quel di Norandin, che del suo danno.
388 ORLANDO FURIOSO
LII
((La speme disse il re mi fa venire,
c'ho di salvarti, e tutti quest! teco:
e s'io nol posso far, meglio e morire,
che senza te, mio sol, viver poi cieco.
Come io ci venni, mi potro partire;
e voi tutt'altri ne verrete meco,
se non avrete, come io non ho avuto,
schivo a pigliare odor d'animal bruto.
LIII
La fraude insegno a noi, che contra il naso
de FOrco insegno allui la moglie d'esso;
di vestirci le pelli, in ogni caso
ch'egli ne palpi ne Tuscir del fesso.
Poi che di questo ognun fu persuaso,
quanti de Tun, quanti de Paltro sesso
ci ritroviamo, uccidian tanti becchi,
quelli che piu fetean, ch'eran piu vecchi.
LIV
Ci ungemo i corpi di quel grasso opimo
che ritroviamo alFintestina intorno,
e de 1'orride pelli ci vestimo:
intanto usci da Faureo albergo il giorno.
Alia spelonca, come apparve il primo
raggio del sol, fece il pastor ritorno;
e dando spirto alle sonore canne,
chiamo il suo gregge fuor de le capanne.
LV
Tenea la mano al buco de la tana,
accio col gregge non uscissin noi:
ci prendea al varco ; e quando pelo o lana
sentia sul dosso, ne lasciava poi.
Uomini e donne uscimmo per si strana
strada, coperti dagl'irsuti cuoi:
e TOrco alcun di noi mai non ritenne,
fin che con gran timor Lucina venne.
CANTO DECIMOSETTIMO 389
LVI
Lucina, o fosse perch'ella non voile
ungersi come noi, che schivo n'ebbe;
o ch'avesse 1'andar phi lento e molle,
che I'imitata bestia non avrebbe;
o quando 1'Orco la groppa toccolle,
gridasse per la tema che le accrebbe ;
o che se le sciogliessero le chiome;
sentita fu, ne ben so dirvi come.
LVII
Tutti eravam si intent i al caso nostro,
che non avemrno gli occhi agli altrui fatti.
lo mi rivolsi al grido; e vidi il mostro
che gia gl'irsuti spogli le avea tratti,
e fattola tornar nel cavo chiostro.
Noi altri dentro a nostre gonne piatti
col gregge andamo ove '1 pastor ci mena,
tra verdi colli in una piaggia amena.
LVIII
Quivi attendiamo infin che steso all'ombra
d'un bosco opaco il nasuto Oreo dorma.
Chi lungo il mar, chi verso '1 monte sgombra :
sol Norandin non vuol seguir nostr'orma.
L'amor de la sua donna si lo 'ngombra,
ch'alla grotta tornar vuol fra la torma,
ne partirsene mai sin alia morte,
se non racquista la f edel consorte :
LIX
che quando dianzi avea all'uscir del chiuso
vedutala restar captiva sola,
fu per gittarsi, dal dolor confuso,
spontaneamente al vorace Oreo in gola;
e si mosse, e gli corse infino al muso,
ne fu lontano a gir sotto la mola:
ma pur lo tenne in mandra la speranza
ch'avea di trarla ancor di quella stanza.
390 ORLANDO FURIOSO
LX
La sera, quando alia spelonca mena
il gregge 1'Orco, e noi fuggiti sente,
e c'ha da rimaner privo di cena,
chiama Lucina d'ogni mal nocente,
e la condanna a star sempre in catena
allo scoperto in sul sasso eminente.
Vedela il re per sua cagion patire,
e si distrugge, e sol non puo morire.
LXI
Matina e sera Tinfelice amante
la puo veder come s'affliga e piagna;
che le va misto fra le capre avante,
torni alia stalla o torni alia campagna.
Ella con viso mesto e supplicante
gli accenna che per Dio non vi rimagna,
perche vi sta a gran rischio de la vita,
ne pero allei pu6 dare alcuna aita.
LXII
Cosi la moglie ancor de POrco priega
il re che se ne vada, ma non giova;
che d'andar mai senza Lucina niega,
e sempre piii constante si ritruova.
In questa servitude, in che lo lega
Pietate e Amor, stette con lunga pruova
tanto, ch'a capitar venne a quel sasso
il figlio d'Agricane e '1 re Gradasso.
LXIII
Dove con loro audacia tanto fenno,
che liberaron la bella Lucina;
ben che vi fu aventura piu che senno :
e la portar correndo alia marina;
e al padre suo, che quivi era, la denno:
e questo fu ne Fora matutina,
che Norandin con Paltro gregge stava
a ruminar ne la montana cava.
CANTO DECIMOSETTIMO 391
LXIV
Ma poi che '1 giorno aperta fu la sbarra,
e seppe il re la donna esser partita
(che la moglie de I s Oreo gli lo narra),
e come a punto era la cosa gita;
grazie a Dio rende, e con voto n'inarra,
ch'essendo fuor di tal miseria uscita,
faccia che giunga onde per arme possa,
per prieghi o per tesoro, esser riscossa.
LXV
Pien di letizia va con Taltra schiera
del simo gregge, e viene ai verdi paschi;
e quivi aspetta fin ch'alPombra nera
il mostro per dormir ne Terba caschi.
Poi ne vien tutto il giorno e tutta sera;
e al fin sicur che POrco non lo 'ntaschi,
sopra un navilio monta in Satalia;
e son tre mesi ch'arrivb in Soria.
LXVI
In Rodi, in Cipro, e per citta e castella
e d' Africa e d'Egitto e di Turchia,
il re cercar fe' di Lucina bella;
ne fin Paltr'ieri aver ne pote spia.
L'altr'ier n'ebbe dal suocero novella,
che seco 1'avea salva in Nicosia,
dopo che molti di vento crudele
era stato contrario alle sue vele.
LXVII
Per allegrezza de la buona nuova
prepara il nostro re la ricca festa;
e vuol ch'ad ogni quarta luna nuova,
una se n'abbia a far simile a questa:
che la memoria rifrescar gli giova
dei quattro mesi che 'n irsuta vesta
fu tra il gregge de TOrco; e un giorno, quale
sara dimane, usci di tanto male.
392 ORLANDO FURIOSO
LXVIII
Questo ch'io v'ho narrate, in parte vidi,
in parte udi j da chi trovossi al tutto;
dal re, vi dico, che calende et idi
vi stette, fin che volse in riso il lutto :
e se n'udite mai far altri gridi,
direte a chi gli fa, che mal n'e instrutto. -
II gentiluomo in tal modo a Grifone
de la festa narro 1'alta cagione.
LXIX
Un gran pezzo di notte si dispensa
dai cavallieri in tal ragionamento ;
e conchiudon ch'amore e pieta immensa
mostr6 quel re con grande esperimento.
Andaron, poi che si levar da mensa,
ove ebbon grato e buono alloggiamento.
Nel seguente matin sereno e chiaro,
al suon de 1'allegrezze si destaro.
LXX
Vanno scorrendo timpani e trombette,
e ragunando in piazza la cittade.
Or, poi che de cavalli e de carrette
e ribombar de gridi odon le strade,
Grifon le lucide arme si rimette,
che son di quelle che si trovan rade;
che 1'avea impenetrabili e incantate
la Fata bianca di sua man temprate.
LXXI
Quel d'Antiochia, piu d'ogn'altro vile,
armossi seco, e compagnia gli tenne.
Preparate avea lor 1'oste gentile
nerbose lance, e salde e grosse antenne,
e del suo parentado non umile
compagnia tolta; e seco in piazza venne;
e scudieri a cavallo, e alcuni a piede,
a tal servigi attissimi, lor diede.
CANTO DECIMOSETTIMO 393
LXXII
Giunsero in piazza, e trassonsi in disparte,
ne pel campo curar far di se mostra,
per veder meglio il bel popul di Marte,
ch'ad uno, o a dua, o a tre, veniano in giostra.
Chi con colon accompagnati ad arte
letizia o doglia alia sua donna mostra;
chi nel cimier, chi nel dipinto scudo
disegna Amor, se Pha benigno o crudo.
LXXIII
Soriani in quel tempo aveano usanza
d'armarsi a questa guisa di Ponente.
Forse ve gli inducea la vicinanza
che de ? Franceschi avean contimiamente,
che quivi allor reggean la sacra stanza
dove in carne abito Dio onnipotente;
ch'ora i superbi e miseri cristiani,
con biasmi lor, lasciano in man de j cani.
LXXIV
Dove abbassar dovrebbono la lancia
in augumento de la santa fede,
tra lor si dan nel petto e ne la pancia
a destruzion del poco che si crede.
Voi, gente ispana, e voi, gente di Francia,
volgete altrove, e voi, Svizzeri, il piede,
e voi, Tedeschi, a far piu degno acquisto;
che quanto qui cercate e gia di Cristo.
LXXV
Se Cristianissimi esser voi volete,
e voi altri Catolici nomati,
perche di Cristo gli uomini uccidete?
perche de' beni lor son dispogliati?
Perche Jerusalem non riavete,
che tolto e stato a voi da' rinegati?
Perche Constantinopoli, e del mondo
la miglior parte occupa il Turco immondo?
394 ORLANDO FURIOSO
LXXVI
Non hai tu, Spagna, F Africa vicina,
che t'ha via piu di questa Italia offesa?
E pur, per dar travaglio alia meschina,
lasci la prima tua si bella impresa.
O d'ogni vizio fetida sentina,
dormi, Italia imbriaca, e non ti pesa
ch'ora di questa gente, ora di quella
che gia serva ti fu, sei fatta ancella ?
LXXVII
Se '1 dubbio di morir ne le tue tane,
Svizzer, di fame, in Lombardia ti guida,
e tra noi cerchi o chi ti dia del pane,
o per uscir d'inopia chi t'uccida;
le richezze del Turco hai non lontane :
caccial d'Europa, o almen di Grecia snida;
cosi potrai o del digiuno trarti,
o cader con piu merto in quelle parti.
LXXVIII
Quel ch'a te dico, io dico al tuo vicino
tedesco ancor: la le richezze sono,
che vi porto da Roma Constantino :
portonne il meglio, e fe j del resto dono.
Pattolo et Ermo, onde si tra' Tor fino,
Migdonia e Lidia, e quel paese buono
per tante laudi in tante istorie noto,
non e, s'andar vi vuoi, troppo remoto.
LXXIX
Tu, gran Leone, a cui premon le terga
de le chiavi del ciel le gravi some,
non lasciar che nel sonno si sommerga
Italia, se la man Thai ne le chiome.
Tu sei Pastore ; e Dio t'ha quella verga
data a portare, e scelto il fiero nome,
perche tu niggi, e che le braccia stenda,
si che dai lupi il grege tuo difenda.
CANTO DECIMOSETTIMO 395
LXXX
Ma d'un parlar ne Paltro, ove sono ito
si lungi dal camin ch'io faceva ora?
Non lo credo pero si aver smarrito,
ch'io non lo sappia ritrovare ancora.
10 dicea ch'in Soria si tenea il rito
d'armarsi, che i Franceschi aveano allora:
si che bella in Damasco era la piazza.
di gente armata d'elmo e di corazza.
LXXXI
Le vaghe donne gettano dai palchi
sopra i giostranti fior vermigli e gialli,
mentre essi fanno a suon degli oricalchi
levare assalti et aggirar cavalli.
Ciascuno, o bene o mal ch'egli cavalchi,
vuol far quivi vedersi, e sprona e dalli:
di ch'altri ne riporta pregio e lode;
muove altri a riso, e gridar dietro s'ode.
LXXXII
De la giostra era il prezzo un'armatura
che fu donata al re pochi di inante,
che su la strada ritrov6 a ventura,
ritornando d* Armenia, un mercatante.
11 re di nobilissima testura
le sopraveste alParme aggiunse, e tante
perle vi pose intorno e gemme et oro,
che la fece valer molto tesoro.
LXXXIII
Se conosciute il re quell' arm e avesse,
care avute 1'avria sopra ogni arnese;
ne in premio de la giostra Favria messe,
come che liberal fosse e cortese.
Lungo saria chi raccontar volesse
chi Pavea si sprezzate e vilipese,
che J n mezzo de la strada le lasciasse,
preda a chiunque o inanzi o indietro andasse.
396 ORLANDO FURIOSO
LXXXIV
Di questo ho da contarvi piu di sotto:
or diro di Grifon, ch'alla sua giunta
un paio e piu di lancie trovo rotto,
menato piu d'un taglio e d'una punta.
Dei piu cari e piu fidi al re fur otto
che quivi insieme avean lega congiunta;
gioveni, in arme pratichi et industri,
tutti o signori o di famiglie illustri.
LXXXV
Quei rispondean ne la sbarrata piazza
per un di, ad uno ad uno, a tutto '1 mondo,
prima con lancia, e poi con spada o mazza,
fin ch'al re di guardarli era giocondo;
e si foravan spesso la corazza:
per giuoco in somma qui facean, secondo
fan gli nimici capitali, eccetto
che potea il re partirli a suo diletto.
LXXXVI
Quel d'Antiochia, un uom senza ragione,
che Martano il codardo nominosse,
come se de la forza di Grifone,
poi ch'era seco, participe fosse,
audace entro nel marziale agone;
e poi da canto ad aspettar fermosse,
sin che finisce una battaglia fiera
che tra duo cavallier cominciata era.
LXXXVII
II signor di Seleucia, di quell'uno,
ch'a sostener Pimpresa aveano tolto,
combattendo in quel tempo con Ombruno,
lo feri d'una punta in mezzo '1 volto,
si che Tuccise: e pieta n'ebbe ognuno,
perche buon cavallier lo tenean molto;
et oltra la bontade, il piu cortese
non era stato in tutto quel paese.
CANTO DECIMOSETTIMO 397
LXXXVIII
Veduto cio, Martano ebbe paura
che parimente a se non awenisse;
e ritornando ne la sua natura,
a pensar comincio come fugisse.
Grifon, che gli era appresso e n'avea cura,
10 spinse pur, poi ch'assai fece e disse,
contra un gentil guerrier che s'era mosso,
come si spinge il cane al lupo adosso;
LXXXIX
che dleci passi gli va dietro o venti,
e poi si ferma, et abbaiando guarda
come digrigni i minacciosi denti,
come negli occhi orribil fuoco gli arda.
Quivi ov'erano e principi present!
e tanta gente nobile e gagliarda,
fuggi lo 'ncontro il timido Martano,
e torse '1 freno e '1 capo a destra mano.
xc
Pur la colpa potea dar al cavallo,
chi di scusarlo avesse tolto il peso;
ma con la spada poi fe* si gran fallo,
che non Pavria Demostene difeso.
Di carta armato par, non di metallo;
si teme da ogni colpo essere offeso.
Fuggesi al fine, e gli ordini disturba,
ridendo intorno allui tutta la turba.
xci
11 batter de le mani, il grido intorno
se gli levo del populazzo tutto.
Come lupo cacciato, fe' ritorno
Martano in molta fretta al suo ridutto.
Resta Grifone; e gli par de lo scorno
del suo compagno esser macchiato e brutto:
esser vorrebbe stato in mezzo il foco,
piu tosto che trovarsi in questo loco.
398 ORLANDO FUJUOSO
XCII
Arde nel core, e fuor nel viso avampa,
come sia tutta sua quella vergogna;
perche 1'opere sue di quella stampa
vedere aspetta il populo et agogna:
si che rifulga chiara piu che lampa
sua virtu, questa volta gli bisogna;
ch'un'oncia, un dito sol d'error che faccia,
per mala impression parra sei braccia.
xcm
Gia la lancia avea tolta su la coscia
Grifon, ch'errare in arme era poco uso :
spinse il cavallo a tutta briglia, e poscia
ch'alquanto andato fu, la messe suso,
e potto nel ferire estrema angoscia
al baron di Sidonia, ch'ando giuso.
Ognun maravigliando in pie si leva;
che '1 contrario di cio tutto attendeva.
xciv
Torno Grifon con la medesma antenna,
che 'ntiera e ferma ricovrata avea,
et in tre pezzi la roppe alia penna
de lo scudo al signer di Lodicea.
Quel per cader tre volte e quattro accenna,
che tutto steso alia groppa giacea:
pur rilevato al fin la spada strinse,
volto il cavallo, e ver Grifon si spinse.
xcv
Grifon, che '1 vede in sella, e che non basta
si fiero incontro perche a terra vada,
dice fra se: Quel che non pote 1'asta,
in cinque colpi o 'n sei fara la spada.
E su la tempia subito Tattasta
d'un dritto tal, che par che dal ciel cada;
e un altro gli accompagna e un altro appresso,
tanto che 1'ha stordito e in terra messo.
CANTO DECIMOSETTIMO 399
XCVI
Quivi erano d'Apamia duo germani,
soliti in giostra rimaner di sopra,
Tirse e Corimbo; et ambo per le mani
del figlio d'Uliver cader sozzopra.
L'uno gli arcion lascia allo scontro vani;
con Faltro messa fu la spada in opra.
Gia per commun giudicio si tien certo
che di costui fia de la giostra il merto.
XCVII
Ne la lizza era entrato Salinterno,
gran diodarro e maliscalco regio,
e che di tutto 5 1 regno avea il governo,
e di sua mano era guerriero egregio.
Costui, sdegnoso ch'un guerriero esterno
debba portar di quella giostra il pregio,
piglia una lancia, e verso Grifon grida,
e molto minacciandolo lo sfida.
xcvm
Ma quel con un lancion gli fa risposta,
ch'avea per lo miglior fra dieci eletto,
e per non far error, lo scudo apposta,
e via lo passa e la corazza e '1 petto:
passa il ferro crudel tra costa e costa,
e fuor pel tergo un palrno esce di netto.
II colpo, eccetto al re, fu a tutti caro;
ch'ognuno odiava Salinterno avaro.
XCIX
Grifone, appresso a questi, in terra getta
duo di Damasco, Ermofilo e Carmondo.
La milizia del re dal primo e retta;
del mar grande almiraglio e quel secondo.
Lascia allo scontro Tun la sella in fretta:
adosso alFaltro si riversa il pondo
del rio destrier, che sostener non puote
Palto valor con che Grifon percuote.
400 ORLANDO FURIOSO
C
II signer di Seleucia ancor restava,
miglior guerrier di tutti gli altri sette;
e ben la sua possanza accompagnava
con destrier buono e con arme perfette.
Dove de Pelmo la vista si chiava,
Pasta allo scontro 1'uno e Paltro mette:
pur Grifon maggior colpo al pagan diede,
che lo fe' staffeggiar dal manco piede.
ci
Gittaro i tronchi, e si tornaro adosso
pieni di molto ardir coi brandi nudi.
Fu il pagan prima da Grifon percosso
d'un colpo che spezzato avria gPincudi.
Con quel fender si vide e ferro et osso
d'un ch'eletto s'avea tra mille scudi;
e se non era doppio e fin Parnese,
feria la coscia ove cadendo scese.
CII
Feri quel di Seleucia alia visera
Grifone a un tempo; e fu quel colpo tanto,
che Pavria aperta e rotta, se non era
fatta, come Paltr'arme, per incanto.
Gli e un perder tempo che '1 pagan piii fera;
cosi son Parme dure in ogni canto:
e J n piu parti Grifon gia fessa e rotta
ha 1'armatura a lui, ne perde botta.
cm
Ognun potea veder quanto di sotto
il signor di Seleucia era a Grifone;
e se partir non li fa il re di botto,
quel che sta peggio, la vita vi pone.
Fe' Norandino alia sua guardia motto
ch'entrasse a distaccar Paspra tenzone.
Quindi fu Puno, e quindi Paltro tratto;
e fu lodato il re di si buon atto.
CANTO DECIMOSETTIMO 401
CIV
Gli otto che dianzi avean col mondo impresa,
e non potuto durar poi contra uno,
avendo mal la parte lor difesa,
usciti eran del campo ad uno ad uno.
Gli altri ch'eran venuti allor contesa,
quivi restar senza contrasto alcuno,
avendo lor Grifon, solo, interrorto
quel che tutti essi avean da far contra otto.
cv
E duro quella festa cosi poco,
ch'in men d'un'ora il tutto fatto s'era:
ma Norandin, per far piu lungo il giuoco
e per continuarlo infino a sera,
dal palco scese, e fe j sgombrare il loco;
e poi divise in due la grossa schiera;
indi, secondo il sangue e la lor prova,
gli ando accoppiando, e fe' una giostra nova.
cvi
Grifone intanto avea fatto ritorno
alia sua stanza, pien d'ira e di rabbia:
e piu gli preme di Martan lo scorno,
che non giova Tenor ch'esso vinto abbia.
Quivi per tor I'obbrobrio ch'avea intorno,
Martano adopra le mendaci labbia:
e Tastuta e bugiarda meretrice,
come meglio sapea, gli era adiutrice.
evil
O si o no che '1 giovin gli credesse,
pur la scusa accetto, come discrete;
e pel suo meglio allora allora elesse
quindi levarsi tacito e secreto,
per tema che se '1 populo vedesse
Martano comparir, non stesse cheto.
Cosi per una via nascosa e corta
usciro al camin lor fuor de la porta.
402 ORLANDO FURIOSO
CVIII
Grifone, o ch'egli o che J l cavallo fosse
stance, o gravasse il sonno pur le ciglia,
al primo albergo che trovar, fermosse,
che non erano andati oltre a dua miglia.
Si trasse Felmo, e tutto disarmosse,
e trar fece a' cavalli e sella e briglia;
e poi serrossi in camera soletto,
e nudo per dormire entro nel letto.
cix
Non ebbe cosi tosto il capo basso,
che chiuse gli occhi, e fu dal sonno oppresso
cosi profundamente, che mai tasso
ne ghiro mai s'addormento quanto esso.
Martano intanto et Orrigille a spasso
entraro in un giardin ch'era li appresso ;
et un inganno ordir, che fu il piu strano
che mai cadesse in sentimento umano.
ex
Martano disegno torre il destriero,
i panni e Parme che Grifon s'ha tratte;
e andare inanzi al re pel cavalliero
che tante pruove avea giostrando fatte.
L'effetto ne segui, fatto il pensiero :
tolle il destrier piu candido che latte,
scudo e cimiero et arme e sopraveste,
e tutte di Grifon Pinsegne veste.
CXI
Con gli scudieri e con la donna, dove
era il popolo ancora, in piazza venne;
e giunse a tempo che finian le pruove
di girar spade e d'arrestare antenne.
Commanda il re che '1 cavallier si truove,
che per cimier avea le bianche penne,
bianche le vesti e bianco il corridore;
che '1 nome non sapea del vincitore.
CANTO DECIMOSETTIMO 403
CXII
Colui ch'indosso il non suo cuoio aveva,
come Pasino gia quel del leone,
chiamato se n'ando, come attendeva,
a Norandino, in loco di Grifone.
Quel re cortese incontro se gli leva,
Tabbraccia e bacia, e allato se lo pone:
ne gli basta onorarlo e dargli loda,
che vuol che '1 suo valor per tutto s'oda.
cxni
E fa gridarlo al suon degli oricalchi
vincitor de la giostra di quel giorno.
L/alta voce ne va per tutti i palchi,
che '1 nome indegno udir fa d'ogn'intorno.
Seco il re vuol ch'a par a par cavalchi,
quando al palazzo suo poi fa ritorno;
e di sua grazia tanto gli compart e,
che basteria, se fosse Ercole o Marte.
cxiv
Bello et ornato allogiamento dielli
in corte, et onorar fece con lui
Orrigille anco; e nobili donzelli
mand6 con essa, e cavallieri sui.
Ma tempo e ch'anco di Grifon favelli,
il qual ne dal compagno ne d'altrui
temendo inganno, addormentato s'era,
ne mai si riveglio fin alia sera.
cxv
Poi che fu desto, e che de Fora tarda
s'accorse, usci di camera con fretta,
dove il falso cognato e la bugiarda
Orrigille lascio con Faltra setta;
e quando non gli truova, e che riguarda
non v'esser Parme ne i panni, sospetta;
ma il veder poi phi sospettoso il fece
Tinsegne del compagno in quella vece.
404 ORLANDO FURIOSO
CXVI
Sopravien Poste, e di colui I'mforma
che gia gran pezzo, di bianch'arme adorno,
con la donna e col resto de la torma
avea ne la citta fatto ritorno.
Truova Grifone a poco a poco Forma
ch'ascosa gli avea Amor fin a quel giorno ;
e con suo gran dolor vede esser quello
adulter d'Orrigille, e non fratello.
cxvn
Di sua sciochezza indarno ora si duole,
ch'avendo il ver dal peregrino udito,
lasciato mutar s'abbia alle parole
di chi Tavea piii volte gia tradito.
Vendicar si potea, ne seppe: or vuole
rinimico punir, che gli e fuggito;
et e constretto con troppo gran fallo
a tor di quel vil uom Parme e '1 cavallo.
CXVIII
Eragli meglio andar senz'arme e nudo,
che porsi indosso la corazza indegna,
o ch'imbracciar Pabominato scudo,
por su 1'elmo la beffata insegna;
ma per seguir la meretrice e '1 drudo,
ragione in lui pari al disio non regna.
A tempo venne alia citta, ch'ancora
il giorno avea quasi di vivo un'ora.
cxix
Presso alia porta ove Grifon venia,
siede a sinistra un splendido castello,
che, piu che forte e ch'a guerre atto sia,
di ricche stanze e accommodato e bello.
1 re, i signori, i primi di Soria
con alte donne in un gentil drappello
celebravano quivi in loggia amena
la real sontuosa e lieta cena.
CANTO DECIMOSETTIMO 405
CXX
La bella loggia sopra '1 muro usciva
con 1'alta rocca fuor de la cittade;
e lungo tratto di lontan scopriva
i larghi campi e le diverse strade.
Or che Grifon verso la porta arriva
con quell'arme d'obbrobrio e di viltade,
fu con non troppa aventurosa sorte
dal re veduto e da tutta la corte:
cxxi
e riputato quel di ch'avea insegna,
mosse le donne e i cavallieri a riso.
II vil Martano, come quel che regna
in gran favor, dopo '1 re e '1 primo assiso,
e presso allui la donna di se degna;
dai quali Norandin con lieto viso
volse saper chi fosse quel codardo
che cosi avea al suo onor poco riguardo;
cxxn
che dopo una si trista e brutta pruova,
con tanta fronte or gli tornava inante.
Dicea: Questa mi par cosa assai nuova,
ch'essendo voi guerrier degno e prestante,
costui compagno abbiate, che non truova,
di vilta, pari in terra di Levante.
II fate forse per mostrar maggiore,
per tal contrario, il vostro alto valore.
cxxin
Ma ben vi giuro per gli eterni dei,
che se non fosse ch'io riguardo a vui,
la publica ignominia gli farei,
ch'io soglio fare agli altri pari a lui.
Perpetua ricordanza gli darei,
come ognor di vilta nimico fui.
Ma sappia, s'impunito se ne parte,
grado a voi che *1 menaste in questa parte.
406 ORLANDO FURIOSO
CXXIV
Colui che fu de tutti i vizii il vaso,
rispose : Alto signer, dir non sapria
chi sia costui; ch'io Tho trovato a caso,
venendo d'Antiochia, in su la via.
II suo sembiante m'avea persuaso
che fosse degno di mia compagnia;
ch'intesa non avea pruova ne vista,
se non quella che fece oggi assai trista.
cxxv
La qual mi spiacque si, che resto poco
che per punir Pestrema sua viltade
non gli facessi allora allora un gioco,
che non toccasse piii lance ne spade:
ma ebbi, piu ch'allui, rispetto al loco,
e riverenzia a vostra maestade.
Ne per me voglio che gli sia guadagno
ressermi stato un giorno o dua compagno:
cxxvi
di che contaminate anco esser parme;
e sopra il cor mi sara eterno peso,
se, con vergogna del mestier de Farme,
io lo vedro da noi partire illeso:
e meglio che lasciarlo, satisfarme
potrete, se sara d'un merlo impeso;
e fia lodevol opra e signorile,
perch' el sia esempio e specchio ad ogni vile. -
CXXVII
Al detto suo Martano Orrigille have,
senza accennar, confermatrice presta.
Non son rispose il re Fopre si prave,
ch'al mio parer v'abbia d'andar la testa.
Voglio per pena del peccato grave,
che sol rinuovi al populo la festa.
E tosto a un suo baron, che fe' venire,
impose quanto avesse ad esequire.
CANTO DECIMOSETTIMO 407
CXXVIII
Quel baron molti armati seco tolse,
et alia porta della terra scese;
e quivi con silenzio li raccolse,
e la vemita di Grifone attese:
e ne 1'entrar si d'improviso il colse,
che fra i duo ponti a salvamento il prese ;
e lo ritenne con beffe e con scorno
in una oscura stanza insin al giorno.
cxxix
II Sole a pena avea il dorato crine
tolto di grembio alia nutrice antica,
e cominciava da le piagge alpine
a cacciar Tombre e far la cima aprica;
quando temendo il vil Martan ch'al fine
Grifone ardito la sua causa dica,
e ritorni la colpa ond'era uscita,
tolse licenzia, e fece indi partita,
cxxx
trovando idonia scusa al priego regio,
che non stia allo spettacolo ordinato.
Altri doni gli avea fatto, col pregio
de la non sua vittoria, il signor grato;
e sopra tutto un ample privilegio,
dov'era d'alti onori al sommo ornato.
Lascianlo andar; ch'io vi prometto certo,
che la mercede avra secondo il merto.
cxxxi
Fu Grifon tratto a gran vergogna in piazza,
quando piu si trov6 piena di gente,
Gli avean levato Pelmo e la corazza,
e lasciato in farsetto assai vilmente;
e come il conducessero alia mazza,
posto Tavean sopra un carro eminente,
che lento lento tiravan due vacche
da lunga fame attenuate e fiacche.
ORLANDO FURIOSO
CXXXII
Venian d'intorno alia ignobil quadriga
vecchie sfacciate e disoneste putte,
di che n'era una et or un'altra auriga,
e con gran biasmo lo mordeano tutte.
Lo poneano i fanciulli in maggior briga,
che, oltre le parole infami e brutte,
Tavrian coi sassi insino a morte offeso,
se dai piu saggi non era difeso.
CXXXIII
L'arme che del suo male erano state
cagion, che di lui fer non vero indicio,
da la coda del carro strascinate
patian nel fango debito supplicio.
Le mote inanzi a un tribunal fermate
gli fero udir de Paltrui maleficio
la sua ignominia, che 'n sugli occhi detta
gli fu, gridando un publico trombetta.
cxxxiv
Lo levar quindi, e lo mostrar per tutto
dinanzi a templi, ad officine e a case,
dove alcun nome scelerato e brutto,
che non gli fosse detto, non rimase.
Fuor de la terra all'ultimo condutto
fu da la turba, che si persuase
bandirlo e cacciare indi a suon di busse,
non conoscendo ben ch'egli si fusse.
cxxxv
Si tosto a pena gli sferraro i piedi
e liberargli Tuna e Paltra mano,
che tor lo scudo, et impugnar gli vedi
la spada che rigo gran pezzo il piano.
Non ebbe contra se lance ne spiedi;
che senz'arme venia il populo insano.
Ne 1'altro canto diferisco il resto;
che tempo e omai, Signor, di finir questo.
CANTO DECIMOTTAVO 409
CANTO DECIMOTTAVO
I
Magnanimo Signore, ogni vostro atto
ho sempre con ragion laudato e laudo;
ben che col rozzo stil duro e mal atto
gran parte de la gloria vi defraudo.
Ma piu de Paltre una virtu m j ha tratto,
a cui col core e con la lingua applaudo;
che s'ognun truova in voi ben grata udienza,
non vi truova pero facil credenza.
ii
Spesso in difesa del biasmato absente
indur vi sento una et un'altra scusa,
o riserbargli almen, fin che presente
sua causa dica, 1'altra orecchia chiusa;
e sempre, prima che dannar la gente,
vederla in faccia, e udir la ragion ch'usa;
differir anco e giorni e mesi et anni,
prima che giudicar negli altrui danni.
in
Se Norandino il simil fatto avesse,
fatto a Grifon non avria quel che fece.
A voi utile e onor sempre successe:
denigr6 sua fama egli piu che pece.
Per lui sue genti a morte furon messe;
che fe j Grifone in dieci tagli, e in diece
punte che trasse pien d'ira e bizzarro,
che trenta ne cascaro appresso al carro.
410 ORLANDO FURIOSO
IV
Van gli altri in rotta ove il timor li caccia,
chi qua chi la, pei campi e per le strade;
e chi d'entrar ne la citta procaccia,
e Fun su Taltro ne la porta cade.
Grifon non fa parole e non minaccia;
ma lasciando lontana ogni pietade,
mena tra il vulgo inert e il ferro intorno,
e gran vendetta fa d'ogni suo scorno.
Di quei che primi giunsero alia porta,
che le piante a levarsi ebbeno pronte,
parte, al bisogno suo molto piu accorta
che degli amici, alzo subito il ponte:
piangendo parte, o con la faccia smorta
fuggendo ando senza mai volger fronte,
e ne la terra per tutte le bande
levo grido e tumulto e rumor grande.
VI
Grifon gagliardo duo ne piglia in quella
che '1 ponte si levo per lor sciagura.
Sparge' de 1'uno al campo le cervella,
che lo percuote ad una cote dura:
prende Taltro nel petto, e Parrandella
in mezzo alia citta sopra le mura.
Sc6rse per 1'ossa ai terrazzani il gelo,
quando vider colui venir dal cielo.
VII
Fur molti che temer che '1 fier Grifone
sopra le mura avesse preso un salto.
Non vi sarebbe piu confusione,
s'a Damasco il soldan desse Fassalto.
Un muover d'arme, un correr di persone,
e di talacimanni un gridar d'alto,
e di tamburi un suon misto e di trombe
il mondo assorda, e '1 ciel par ne ribombe.
CANTO DECIMOTTAVO 4!!
VIII
Ma voglio a un'altra volta differire
a ricontar cio che di questo avenne.
Del buon re Carlo mi convien seguire,
che contra Rodomonte in fretta venne,
il qual le genti gli facea morire.
10 vi dissi ch'al re compagnia tenne
11 gran Danese e Namo et Oliviero
e Avino e Avolio e Otone e Berlingiero.
IX
Otto scontri di lance, che da forza
di tali otto guerrier cacciati foro,
sostenne a un tempo la scagliosa scorza
di ch'avea armato il petto il crudo Moro.
Come legno si drizza, poi che 1'orza
lenta il nochier che crescer sente il Coro,
cosi presto rizzossi Rodomonte
dai colpi che gittar doveano un monte.
Guido, Ranier, Ricardo, Salamone,
Ganelon traditor, Turpin fedele,
Angioliero, Angiolino, Ughetto, Ivone,
Marco e Matteo dal pian di San Michele,
e gli otto di che dianzi fei menzione,
son tutti intorno al Saracin crudele,
Arimanno e Odoardo d'Inghilterra,
ch'entrati eran pur dianzi ne la terra.
XI
Non cosi freme in su lo scoglio alpino
di ben fondata rocca alta parete,
quando il furor di borea o di garbino
svelle dai monti il frassino e Fabete,
come freme d'orgoglio il Saracino,
di sdegno acceso e di sanguigna sete:
e com' a un tempo e il tuono e la saetta,
cosi 1'ira de Pempio e la vendetta.
412 ORLANDO FURIOSO
XII
Mena alia testa a quel che gli e phi presso,
che gli e il misero Ughetto di Dordona:
lo pone in terra insino ai denti fesso,
come che Pelmo era di tempra buona.
Percosso fu tutto in un tempo anch'esso
da molti colpi in tutta la persona;
ma non gli fan piu ch'alPincude Pago :
si duro intorno ha lo scaglioso drago.
XIII
Furo tutti i ripar, fu la cittade
d'intorno intorno abandonata tutta;
che la gente alia piazza, dove accade
maggior bisogno, Carlo avea ridutta.
Corre alia piazza da tutte le strade
la turba, a chi il fuggir si poco frutta.
La persona del re si i cori accende,
ch'ognun prend'arme, ognun animo prende.
XIV
Come se dentro a ben rinchiusa gabbia
d'antiqua leonessa usata in guerra,
perch' averne piacere il popul abbia,
talvolta il tauro indomito si serra;
i leoncin che veggion per la sabbia
come altiero e mugliando animoso erra,
e veder si gran corna non son usi,
stanno da parte timidi e confusi:
xv
ma se la fiera madre a quel si lancia,
e ne Porecchio attacca il crudel dente,
vogliono anch'essi insanguinar la guancia,
e vengono in soccorso arditamente;
chi morde al tauro il dosso e chi la pancia:
cosi contra il pagan fa quella gente.
Da tetti e da finestre e piu d'appresso
sopra gli piove un nembo d'arme e spesso.
CANTO DECIMOTTAVO 413
XVI
Dei cavallieri e de la fanteria
tanta e la calca, ch'a pena vi cape.
La turba che vi vien per ogni via,
v'abbonda ad or ad or spessa come ape;
che quando, disarmata e nuda, sia
piu facile a tagliar che torsi o rape,
non la potria, legata a monte a monte,
in venti giorni spenger Rodomonte.
XVII
Al pagan, che non sa come ne possa
venir a capo, omai quel gioco incresce.
Poco, per far di mille, o di piii, rossa
la terra intorno, il populo discresce.
II fiato tuttavia piu se gl'ingrossa,
si che comprende al fin che, se non esce
or c'ha vigore e in tutto il corpo e sano,
vorra da tempo uscir che sara invano.
XVIII
Rivolge gli occhi orribili, e pon mente
che d'ogn'intorno sta chiusa Tuscita;
ma con ruina d'infinita gente
Faprira tosto, e la fara espedita.
Ecco, vibrando la spada tagliente,
che vien quel empio, ove il furor lo J nvita,
ad assalire il nuovo stuol britanno,
che vi trass e Odoardo et Arimanno.
XIX
Chi ha visto in piazza romp ere steccato,
a cui la folta turba ondeggi intorno,
immansueto tauro accaneggiato,
stimulato e percosso tutto '1 giorno ;
che '1 popul se ne fugge ispaventato,
et egli or questo or quel leva sul corno:
pensi che tale o piu terribil fosse
il crudele African quando si mosse.
4H ORLANDO FURIOSO
XX
Quindici o venti ne taglio a traverse,
altritanti lascio del capo tronchi,
ciascun d'un colpo sol dritto o riverso;
che viti o salci par che poti e tronchi.
Tutto di sangue il fier pagano asperso,
lasciando capi fessi e bracci monchi,
e spalle e gambe et altre membra sparte,
ovunque il passo volga, al fin si parte.
XXI
De la piazza, si vede in guisa torre,
che non si puo notar ch'abbia paura;
ma tuttavolta col pensier discorre
dove sia per uscir via piu sicura.
Capita al fin dove la Senna corre
sotto alPisola, e va fuor de le mura.
La gente d'arme e il popul fatto audace
lo stringe e incalza, e gir nol lascia in pace.
XXII
Qual per le selve nomade o massile
cacciata va la generosa belva,
ch'ancor fuggendo mostra il cor gentile,
e minacciosa e lenta si rinselva;
tal Rodomonte, in nessun atto vile,
da strana circondata e fiera selva
d'aste e di spade e di volanti dardi,
si tira al fiume a passi lunghi e tardi.
XXIII
E si tre volte e piu Pira il sospinse,
ch'essendone gia fuor, vi torno in mezzo,
ove di sangue la spada ritinse,
e piu di cento ne levo di mezzo.
Ma la ragione al fin la rabbia vinse
di non far si, ch'a Dio n'andasse il lezzo ;
e da la ripa, per miglior consiglio,
si gitto all'acqua, e usci di gran periglio.
CANTO DECIMOTTAVO 415
XXIV
Con tutte 1'arme ando per mezzo 1'acque,
come s'intorno avesse tante galle.
Africa, in te pare a costui non nacque,
ben che d'Anteo ti vanti e d'Anniballe.
Poi che fu giunto a proda, gli dispiacque,
che si vide restar dopo le spalle
quella citta ch'avea trascorsa tutta,
e non 1'avea tutta arsa ne distmtta.
XXV
E si lo rode la superbia e 1'ira,
che per tornarvi un'altra volta guarda,
e di profondo cor geme e sospira,
ne vuolne uscir, che non la spiani et arda.
Ma lungo il flume, in questa furia, mira
venir chi Podio estingue e 1'ira tarda.
Chi fosse io vi faro ben tosto udire;
ma prima un'altra cosa v'ho da dire.
XXVI
Io v'ho da dir de la Discordia altiera,
a cui F angel Michele avea commesso
ch'a battaglia accendesse e a lite fiera
quei che piii forti avea Agramante appresso.
Usci de* frati la medesma sera,
avendo altrui TufEcio suo commesso:
lascio la Fraude a guerreggiare il loco,
fin che tornasse, e a mantenervi il fuoco.
XXVII
E le parve ch'andria con piu possanza,
se la Superbia ancor seco menasse;
e perche stavan tutte in una stanza,
non fu bisogno ch'a cercar 1'andasse.
La Superbia v'ando, ma non che sanza
la sua vicaria il monaster lasciasse:
per pochi di che credea starne absente,
lascio Flpocrisia locotenente.
416 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
L'implacabil Discordfa in compagnia
de la Superbia si messe in camino,
e ritrovo che la medesma via
facea, per gire al campo saracino,
1'afflitta e sconsolata Gelosia;
e venia seco un nano piccolino,
il qual mandava Doralice bella
al re di Sarza a dar di se novella.
XXIX
Quando ella venne a Mandricardo in mano
(ch'io v'ho gia raccontato e come e dove),
tacitamente avea commesso al nano
che ne portasse a questo re le nuove.
Ella spero che nol saprebbe invano,
ma che far si vedria mirabil pruove,
per riaverla con crudel vendetta
da quel ladron che gli 1'avea intercetta.
xxx
La Gelosia quel nano avea trovato;
e la cagion del suo venir compresa,
a caminar se gli era messa allato,
parendo d'aver luogo a questa impresa.
Alia Discordia ritrovar fu grato
la Gelosia; ma piii quando ebbe intesa
la cagion del venir, che le potea
molto valere in quel che far volea.
XXXI
D'inimicar con Rodomonte il figlio
del re Agrican le pare aver suggetto :
trovera a sdegnar gli altri altro consiglio;
a sdegnar questi duo questo e perfetto.
Col nano se ne vien dove Partiglio
del fier pagano avea Parigi astretto ;
e capitaro a punto in su la riva,
quando il crudel del fiume a nuoto usciva.
CANTO DECIMOTTAVO 417
XXXII
Tosto che riconobbe Rodomonte
costui de la sua donna esser messaggio,
estinse ogn'ira, e sereno la fronte,
e si senti brillar dentro il coraggio.
Ogn'altra cosa aspetta che gli conte,
prima ch'alcuno abbia a lei fatto oltraggio.
Va contra il nano, e lieto gli domanda:
Ch'e de la donna nostra? ove ti manda?
XXXIII
Rispose il nano: Ne piu tua ne mia
donna diro quella ch'e serva altrui.
leri scontrammo un cavallier per via
che ne la tolse, e la meno con lui.
A quello annunzio entrd la Gelosia,
fredda come aspe, et abbraccio costui.
Seguita il nano, e narragli in che guisa
un sol Tha presa, e la sua gente uccisa.
xxxiv
L'acciaio allora la Discordia prese,
e la pietra focaia, e picchio un poco,
e 1'esca sotto la Superbia stese,
e fu attaccato in un momento il fuoco;
e si di questo 1'anima s'accese
del Saracin, che non trovava loco:
sospira e freme con si orribil faccia,
che gli elementi e tutto il ciel minaccia.
xxxv
Come la tigre, poi ch'invan discende
nel voto albergo, e per tutto s'aggira,
e i can figli alPultimo comprende
essergli tolti, avampa di tant'ira,
a tanta rabbia, a tal furor s'estende,
che ne a monte ne a rio ne a notte mira,
ne lunga via, ne grandine raffrena
Todio che dietro al predator la mena:
4*8 ORLANDO FURIOSO
XXXVI
cosi furendo il Saracin bizzarre
si volge al nano, e dice : Or la t'invia ;
e non aspetta ne destrier ne carro,
e non fa motto alia sua compagnia.
Va con piu fretta che non va il ramarro,
quando il ciel arde, a traversar la via.
Destrier non ha, ma il primo tor disegna,
sia di chi vuol, ch'ad incontrar lo vegna.
XXXVII
La Discordia, ch'udi questo pensiero,
guardo ridendo la Superbia, e disse
che volea gire a trovare un destriero
che gli apportasse altre contese e risse;
e far volea sgombrar tutto il sentiero,
ch'altro che quello in man non gli venisse:
e gia pensato avea dove trovarlo.
Ma costei Iasci6, e torno a dir di Carlo.
XXXVIII
Poi ch'al partir del Saracin si estinse
Carlo d'intorno il periglioso fuoco,
tutte le genti all'ordine ristrinse.
Lascionne parte in qualche debol loco :
adosso il resto ai Saracini spinse,
per dar lor scacco, e guadagnarsi il giuoco;
e gli mand6 per ogni porta fuore,
da San Germane infin a San Vittore.
xxxix
E command6 ch'a porta San Marcello,
dov'era gran spianata di campagna,
aspettasse Fun 1'altro, e in un drappello
si ragunasse tutta la compagna.
Quindi animando ognuno a far macello
tal, che sempre ricordo ne rimagna,
ai lor ordini andar fe' le bandiere,
e di battaglia dar segno alle schiere.
CANTO DECIMOTTAVO 419
XL
II re Agramante in questo mezzo in sella,
mal grado dei cristian, rimesso s'era;
e con Pinamorato d 1 Isabella
facea battaglia perigliosa e fiera:
col re Sobrin Lurcanio si martella;
Rinaldo incontra avea tutta una schiera,
e con virtude e con fortuna molta
Purta, Papre, ruina e mette in volta.
XLI
Essendo la battaglia in questo stato,
Pimperatore assalse il retroguardo
dal canto ove Marsilio avea fermato
il fior di Spagna intorno al suo stendardo.
Con fanti in mezzo e cavallieri allato,
re Carlo spinse il suo popul gagliardo
con tal rumor di timpani e di trombe,
che tutto '1 mondo par che ne rimbombe.
XLII
Cominciavan le schiere a ritirarse
de' Saracini, e si sarebbon volte
tutte a fuggir, spezzate, rotte e sparse,
per mai piu non potere esser raccolte;
ma } 1 re Grandonio e Falsiron comparse,
che stati in maggior briga eran piu volte,
e Balugante e Serpentin feroce,
e Ferrau che lor dicea a gran voce:
XLIII
Ah dicea valentuomini, ah compagni,
ah fratelli, tenete il luogo vostro.
I nimici faranno opra di ragni,
se non manchiamo noi del dover nostro.
Guardate Palto onor, gli ampli guadagni
che Fortuna, vincendo, oggi ci ha mostro:
guardate la vergogna e il danno estremo,
ch'essendo 'vinti, a patir sempre avremo.
420 ORLANDO FURIOSO
XLIV
Tolto in quel tempo una gran lancia avea,
e contra Berlingier venne di botto,
che sopra Largaliffa combattea,
e 1'elmo ne la fronte gli avea rotto:
gittollo in terra, e con la spada rea
appresso a lui ne fe' cader forse otto.
Per ogni botta almanco, che disserra,
cader fa sempre un cavalliero in terra.
XLV
In altra parte ucciso avea Rinaldo
tanti pagan, ch'io non potrei contarli.
Dinanzi a lui non stava ordine saldo :
vedreste piazza in tutto '1 campo darli.
Non men Zerbin, non men Lurcanio e caldo;
per modo fan, ch'ognun sempre ne parli:
questo di punta avea Balastro ucciso,
e quello a Finadur 1'elmo diviso,
XL VI
L'esercito d'Alzerbe avea il primiero,
che poco inanzi aver solea Tardocco ;
1'altro tenea sopra le squadre impero
di Zamor e di Saffi e di Marocco.
Non e tra gli Africani un cavalliero
che di lancia ferir sappia o di stocco ?
mi si potrebbe dir: ma passo passo
nessun di gloria degno a dietro lasso.
XLVII
Del re de la Zumara non si scorda
il nobil Dardinel figlio d'Almonte,
che con la lancia Uberto da Mirforda,
Claudio dal Bosco, Elio e Dulfin dal Monte,
e con la spada Anselmo da Stanforda,
e da Londra Raimondo e Pinamonte
getta per terra (et erano pur forti),
dui storditi, un piagato, e quattro morti.
CANTO DECIMOTTAVO 421
XLVIII
Ma con tutto '1 valor che di se mostra,
non puo tener si ferma la sua gente,
si ferma, ch'aspettar voglia la nostra
di numero minor, ma piu valente.
Ha piu ragion di spada e piu di giostra
e d'ogni cosa a guerra appertinente.
Fugge la gente maura, di Zumara,
di Setta, di Marocco e di Canara.
XLIX
Ma piu degli altri fuggon quei d'Alzerbe,
a cui s'oppose il nobil giovinetto;
et or con prieghi, or con parole acerbe
ripor lor cerca Tammo nel petto.
S'Almonte merito ch'in voi si serbe
di lui memoria, or ne vedro Feffetto:
io vedro dicea lor se me, suo figlio,
lasciar vorrete in cosi gran periglio.
L
State, vi priego per mia verde etade,
in cui solete aver si larga speme:
deh non vogliate andar per fil di spade,
ch'in Africa non torni di noi seme.
Per tutto ne saran chiuse le strade,
se non andiam raccolti e stretti insieme :
troppo alto muro e troppo larga fossa
e il monte e il mar, pria che tornar si possa.
LI
Molto e meglio morir qui, ch'ai supplici
darsi e alia discrezion di questi cani.
State saldi, per Dio, fedeli amici;
che tutti son gli altri rimedii vani,
Non han di noi piu vita gli nimici;
piu d'un'alma non han, piu di due mani.
Cosi dicendo, il giovinetto forte
al conte d'Otonlei diede la morte.
422 ORLANDO FURIOSO
LII
II rimembrare Almonte cosi accese
Tesercito african che fuggia prima,
che le braccia e le mani in sue difese
meglio, che rivoltar le spalle, estima.
Guglielmo da Burnich era uno Inglese
maggior di tutti, e Dardinello il cima,
e lo pareggia agli altri; e apresso taglia
il capo ad Aramon di Cornovaglia.
LIII
Morto cadea questo Aramone a valle;
e v'accorse il fratel per dargli aiuto:
ma Dardinel 1'aperse per le spalle
fin giu dove lo stomaco e forcuto.
Poi for6 il ventre a Bogio da Vergalle,
e lo mando del debito assoluto:
avea promesso alia moglier fra sei
mesi, vivendo, di tornare a lei.
LIV
Vide non lungi Dardinel gagliardo
venir Lurcanio, ch'avea in terra messo
Dorchin, passato ne la gola, e Gardo
per mezo il capo e insin ai denti fesso ;
e ch'Alteo fuggir volse, ma fu tardo,
Alteo ch'amc- quanto il suo core istesso ;
che dietro alia collottola gli mise
il fier Lurcanio un colpo che Puccise.
LV
Piglia una lancia, e va per far vendetta,
dicendo al suo Macon (s'udir lo puote),
che se morto Lurcanio in terra getta,
ne la moschea ne porra Parme vote.
Poi traversando la campagna in fretta,
con tanta forza il fiance gli percuote,
che tutto il passa sin alPaltra banda;
et ai suoi, che lo spoglino, commanda.
CANTO DECIMOTTAVO 423
LVI
Non e da domandarmi, se dolere
se ne dovesse Ariodante il frate;
se desiasse di sua man potere
por Dardinel fra I'anime dannate:
ma nol lascian le genti adito avere,
non men de le 'nfedel le battezzate.
Vorria pur vendicarsi, e con la spada
di qua di la spianando va la strada.
LVII
Urta, apre, caccia, atterra, taglia e fende
qualunque lo 'mpedisce o gli contrasta.
E Dardinel che quel desire intende,
a volerlo saziar gia non sovrasta:
ma la gran moltitudine contende
con questo ancora, e i suoi disegni guasta.
Se Mori uccide 1'un, Taltro non manco
gli Scotti uccide e il campo inglese e '1 franco.
LVIII
Fortuna sempremai la via lor tolse,
che per tutto quel di non s'accozzaro.
A piu famosa man serbar Fun volse;
che Tuomo il suo destin fugge di raro.
Ecco Rinaldo a questa strada volse,
perch' alia vita d'un non sia riparo;
ecco Rinaldo vien: Fortuna il guida
per dargli onor che Dardinello uccida.
LIX
Ma sia per questa volta detto assai
dei gloriosi fatti di Ponente.
Tempo e ch'io torni ove Grifon lasciai,
che tutto d'ira e di disdegno ardente
facea, con piu timor ch'avesse mai,
tumultuar la sbigottita gente.
Re Norandino a quel rumor corso era
con piu di mille armati in una schiera.
424 ORLANDO FURIOSO
LX
Re Norandin con la sua corte armata,
vedendo tutto '1 populo fuggire,
venne alia porta in battaglia ordinata,
e quella fece alia sua giunta aprire.
Grifone intanto avendo gia cacciata
da se la turba sciocca e senza ardire,
la sprezzata armatura in sua difesa
(qual la si fosse) avea di nuovo presa;
LXI
e presso a un tempio ben murato e forte,
che circondato era d'un'alta fossa,
in capo un ponticel si fece forte,
perche chiuderlo in mezzo alcun non possa.
Ecco, gridando e minacciando forte,
fuor de la porta esce una squadra grossa.
L'animoso Grifon non muta loco,
e fa sembiante che ne tema poco.
LXII
E poi ch'avicinar questo drappello
si vide, ando a trovarlo in su la strada;
e molta strage fattane e macello
(che menava a due man sempre la spada),
ricorso avea allo stretto ponticello,
e quindi li tenea non troppo a bada:
di nuovo usciva e di nuovo tornava;
e sempre orribil segno vi lasciava.
LXIII
Quando di dritto e quando di riverso
getta or pedoni or cavallieri in terra.
II popul contra lui tutto converse
piu e piu sempre inaspera la guerra.
Teme Grifone al fin restar sommerso:
si cresce il mar che d'ogn'intorno il serra;
e ne la spalla e ne la coscia manca
e gia ferito, e pur la lena manca.
CANTO DECIMOTTAVO 425
LXIV
Ma la virtu, ch'ai suoi spesso soccorre,
gli fa appo Norandin trovar perdono.
II re, mentre al tumulto in dubbio corre,
vede che morti gia tanti ne sono;
vede le piaghe che di man d'Ettorre
pareano uscite: un testimonio buono,
che dianzi esso avea fatto indegnamente
vergogna a un cavallier molto eccellente.
LXV
Poi, come gli e piu presso, e vede in fronte
quel che la gente a morte gli ha condutta,
e fattosene avanti orribil monte,
e di quel sangue il fosso e Pacqua brutta;
gli e aviso di veder proprio sul ponte
Orazio sol contra Toscana tutta:
e per suo onore, e perche gli ne 'ncrebbe,
ritrasse i suoi, ne gran fatica v'ebbe.
LXVI
Et alzando la man nuda e senz'arme,
antico segno di tregua o di pace,
disse a Grifon: Non so, se non chiamarme
d'avere il torto, e dir che mi dispiace:
ma il mio poco giudicio, e lo instigarme
altrui, cadere in tanto error mi face.
Quel che di fare io mi credea al piu vile
guerrier del mondo, ho fatto al piu gentile.
LXVII
E se bene alia ingiuria et a quelPonta
ch'oggi fatta ti fu per ignoranza,
1'onor che ti fai qui s'adegua e sconta,
o (per piu vero dir) supera e avanza;
la satisfazion ci sera pronta
a tutto mio sap ere e mia possanza,
quando io conosca di poter far quella
per oro o per cittadi o per castella.
426 ORLANDO FURIOSO
LXVIII
Chiedimi la meta di questo regno,
ch'io son per fartene oggi possessore;
che 1'alta tua virtu non ti fa degno
di questo sol, ma ch'io ti doni il core:
e la tua mano, in questo mezzo, pegno
di fe mi dona e di perpetuo amore.
Cosi dicendo, da cavallo scese,
e ver Grifon la destra mano stese.
LXIX
Grifon, vedendo il re fatto benigno
venirgli per gittar le braccia al collo,
lascio la spada e 1'animo maligno,
e sotto Panche et umile abbracciollo.
Lo vide il re di due piaghe sanguigno,
e tosto fe j venir chi medicollo;
indi portar ne la cittade adagio,
e riposar nel suo real palagio.
LXX
Dove ferito, alquanti giorni, inante
che si potesse armar, fece soggiorno.
Ma lascio lui, ch'al suo frate Aquilante
et ad Astolfo in Palestina torno,
che di Grifon, poi che Iasci6 le sante
mura, cercare han fatto piu d'un giorno
in tutti i lochi in Solima devoti,
e in molti ancor da la citta remoti.
LXXI
Or ne Puno ne Paltro e si indovino,
che di Grifon possa saper che sia:
ma venne lor quel Greco peregrino,
nel ragionare, a caso a darne spia,
dicendo ch'Orrigille avea il camino
verso Antiochia preso di Soria,
d'un nuovo drudo, ch'era di quel loco,
di subito arsa e d'improviso fuoco.
CANTO DECIMOTTAVO 427
LXXII
Dimandogli Aquilante, se di questo
cosi notizia avea data a Grifone;
e come Paffermo, s'aviso il resto,
perche fosse partite, e la cagione.
Ch'Orrigille ha seguito e manifesto
in Antiochia con intenzione
di levarla di man del suo rivale
con gran vendetta e memorabil male.
LXXIII
Non tolero Aquilante che '1 fratello
solo e senz'esso a queirimpresa andasse;
e prese Parme, e venne dietro a quello:
ma prima prego il duca che tardasse
1'andata in Francia et al paterno ostello,
fin ch'esso d'Antiochia ritornasse.
Scende al Zaffo e s'imbarca, che gli pare
e piu breve e miglior la via del mare.
LXXIV
Ebbe un ostro-silocco allor possente
tanto nel mare, e si per lui disposto,
che la terra del Surro il di seguente
vide e SafTetto, un dopo Taltro tosto.
Passa Barutti e il Zibeletto, e sente
che da man manca gli e Cipro discosto.
A Tortosa da Tripoli, e alia Lizza
e al golfo di Laiazzo il camin drizza.
LXXV
Quindi a levante fe' il nocchier la fronte
del navilio voltar snello e veloce;
et a sorger n'and6 sopra FOronte,
e colse il tempo, e ne piglio la foce.
Gittar fece Aquilante in terra il ponte,
e n'usci armato sul destrier feroce;
e contra il fiume il camin dritto tenne,
tanto ch'in Antiochia se ne venne.
428 ORLANDO FURIOSO
LXXVI
Di quel Martano ivi ebbe ad informarse;
et udi ch'a Darnasco se n'era ito
con Orrigille, ove ima giostra farse
dovea solenne per reale invito.
Tanto d'andargli dietro il desir 1'arse,
certo che '1 suo german 1'abbia seguito,
che d'Antiochia anco quel di si tolle;
ma gia per mar piu ritornar non voile.
LXXVII
Verso Lidia e Larissa il camin piega:
resta piu sopra Aleppe ricca e piena.
Dio per mostrar ch'ancor di qua non niega
mercede al bene, et al contrario pena,
Martano appresso a Mamuga una lega
ad incontrarsi in Aquilante mena.
Martano si facea con bella mostra
portare inanzi il pregio de la giostra.
LXXVIII
Penso Aquilante, al primo comparire,
che '1 vil Martano il suo fratello fosse;
che 1'ingannaron 1'arme, e quel vestire
candido piu che nievi ancor non mosse:
e con quelPoh! che d'allegrezza dire
si suole, incominci6; ma poi cangiosse
tosto di faccia e di parlar, ch' appresso
s'avide meglio che non era desso.
LXXIX
Dubito che per fraude di colei
ch'era con lui, Grifon gli avesse ucciso;
e: Dimmi, gli grido tu ch'esser dei
un ladro e un traditor, come n'hai viso,
onde hai quest'arme avute? onde ti sei
sul buon destrier del mio fratello assiso ?
Dimmi se '1 mio fratello e morto o vivo ;
come de 1'arme e del destrier Thai privo.
CANTO DECIMOTTAVO 429
LXXX
Quando Orrigille udi 1'irata voce,
a dietro il palafren per fuggir volse;
ma di lei fu Aquilante piii veloce,
e fecela fermar, volse o non volse.
Martano al minacciar tanto feroce
del cavallier, che si improvise il colse,
pallido triema, come al vento fronda,
ne sa quel che si faccia o che risponda.
LXXXI
Grida Aquilante, e fulminar non resta,
e la spada gli pon dritto alia strozza;
e giurando minaccia che la testa
ad Orrigille e a lui rimarra mozza,
se tutto il fatto non gli manifesta.
II mal giunto Martano alquanto ingozza,
e tra se volve se puo sminuire
sua grave colpa, e poi comincia a dire:
LXXXII
Sappi, signor, che mia sorella e questa,
nata di buona e virtuosa gente,
ben che temita in vita disonesta
1'abbia Grifone obbrobriosamente :
e tale infamia essendomi molesta,
ne per forza sentendomi possente
di torla a si grande uom, feci disegno
d'averla per astuzia e per ingegno.
LXXXIII
Tenni modo con lei, ch'avea desire
di ritornare a piu lodata vita,
ch'essendosi Grifon messo a dormire,
chetamente da lui fesse partita.
Cosi fece ella; e perche egli a seguire
non n'abbia, et a turbar la tela ordita,
noi lo lasciammo disarmato e a piedi;
e qua venuti sian, come tu vedi.
430 ORLANDO FURIOSO
LXXXIV
Poteasi dar di somma astuzia vanto,
che colui facilmente gli credea;
e fuor che 'n torgli arme e destrier e quanto
tenesse di Grifon, non gli nocea;
se non volea pulir sua scusa tanto,
che la facesse di menzogna rea:
buona era ogn'altra parte, se non quella
che la femina allui fosse sorella.
LXXXV
Avea Aquilante in Antiochia inteso
essergli concubina da piu genti;
onde gridando, di furore acceso:
Falsissimo ladron, tu te ne menti!
un pugno gli tiro di tanto peso,
che ne la gola gli cacci6 duo denti;
e senza piu contesa, arnbe le braccia
gli volge dietro, e d'una fune allaccia;
LXXXVI
e parimente fece ad Orrigille,
ben che in sua scusa ella dicesse assai.
Quindi li trasse per casali e ville,
n6 li Iasci6 fin a Damasco mai;
e de le miglia mille volte mille
tratti gli avrebbe con pene e con guai,
fin ch'avesse trovato il suo fratello,
per fame poi come piacesse a quello.
LXXXVII
Fece Aquilante lor scudieri e some
seco tornare, et in Damasco venne,
e trovo di Grifon celebre il nome
per tutta la citta batter le penne:
piccoli e grandi, ognun sapea gia come
egli era, che si ben corse 1'antenne,
et a cui tolto fu con falsa mostra
dal compagno la gloria de la giostra.
CANTO DECIMOTTAVO 43!
LXXXVIII
II popul tutto al vil Martano infesto,
Funo all'altro additandolo, lo scuopre.
Non e, dicean non e il ribaldo questo,
che si fa laude con Faltrui buone opre ?
e la virtu di chi non e ben desto,
con la sua infamia e col suo obbrobrio copre ?
Non e 1'ingrata femina costei,
la qual tradisce i buoni e aiuta i rei ?
LXXXIX
Altri dicean : Come stan bene insieme
segnati ambi d'un marchio e d'una razza!
Chi li bestemmia, chi lor dietro freme,
chi grida: Impicca, abrucia, squarta, amazza!
La turba per veder s'urta, si preme,
e corre inanzi alle strade, alia piazza.
Venne la nuova al re, che mostro segno
d'averla cara piu ch'un altro regno.
xc
Senza molti scudier dietro o davante,
come si ritrovo, si mosse in fretta,
e venne ad incontrarsi in Aquilante,
ch'avea del suo Grifon fatto vendetta;
e quello onora con gentil sembiante,
seco lo 'nvita, e seco lo ricetta;
di suo consenso avendo fatto porre
i duo prigioni in fondo d'una torre.
xci
Andaro insieme ove del letto mosso
Grifon non s'era, poi che fu ferito,
che vedendo il fratel, divenne rosso ;
che ben stimo ch'avea il suo caso udito.
E poi che motteggiando un poco adosso
gli ando Aquilante, messero a partito
di dare a quelli duo iusto martoro,
venuti in man degli awersari loro.
432 ORLANDO FURIOSO
XCII
Vuole Aquilante, vuole il re che mille
strazii ne sieno fatti; ma Grifone
(perche non osa dir sol d'Orrigille)
all'uno e all'altro vuol che si perdone.
Disse assai cose, e molto ben ordille;
fugli risposto: or per conclusione
Martano e disegnato in mano al boia,
ch'abbia a scoparlo, e non pero che moia.
XCIII
Legar lo fanno, e non tra' fiori e Ferba,
e per tutto scopar Taltra matina.
Orrigille captiva si riserba
fin che ritorni la bella Lucina,
al cui saggio parere, o lieve o acerba,
rimetton quei signor la disciplina.
Quivi stette Aquilante a ricrearsi
fin che '1 fratel fu sano e pote armarsi.
xciv
Re Norandin, che temperato e saggio
divenuto era dopo un tanto errore,
non potea non aver sempre il coraggio
di penitenzia pieno e di dolore,
d'aver fatto a colui danno et oltraggio,
che degno di mercede era e d'onore:
si che di e notte avea il pensiero intento
per farlo rimaner di se contento.
xcv
E statui nel publico conspetto
de la citta, di tanta ingiuria rea,
con quella maggior gloria ch'a perfetto
cavallier per un re dar si potea,
di rendergli quel premio ch'intercetto
con tanto inganno il traditor gli avea:
e percio fe' bandir per quel paese,
che faria un'altra giostra indi ad un mese.
CANTO DECIMOTTAVO 433
XCVI
Di ch'apparecchio fa tanto solenne,
quanto a pompa real possibil sia:
onde la Fama con veloci penne
porto la nuova per tutta Soria;
et in Fenicia e in Palestina venne,
e tanto, ch'ad Astolfo ne die spia,
il qual col vicere deliberosse
che quella giostra senza lor non fosse.
xcvn
Per guerrier valoroso e di gran nome
la vera istoria Sansonetto vanta.
Gli die battesmo Orlando, e Carlo (come
v'ho detto) a governar la Terra Santa.
Astolfo con costui Iev6 le some,
per ritrovarsi ove la Fama canta,
si che d'intorno n'ha piena ogni orecchia,
ch'in Damasco la giostra s'apparecchia.
XCVIII
Or cavalcando per quelle contrade
con non lunghi viaggi, agiati e lenti,
per ritrovarsi freschi alia cittade
poi di Damasco il di de j torniamenti,
scontraro in una croce di due strade
persona ch'al vestire e a 3 movimenti
avea sembianza d'uomo, e femin'era,
ne le battaglie a maraviglia fiera.
xcix
La vergine Marfisa si nomava,
di tal valor, che con la spada in mano
fece piu volte al gran signor di Brava
sudar la fronte e a quel di Montalbano ;
e '1 di e la notte armata sempre andava
di qua di la cercando in monte e in piano
con cavallieri erranti riscontrarsi,
et immortale e gloriosa farsi.
434 ORLANDO FURIOSO
C
Com'ella vide Astolfo e Sansonetto,
ch'appresso le venian con 1'arme indosso,
prodi guerrier le parvero all'aspetto ;
ch'erano ambeduo grandi e di buono osso:
e perche di provarsi avria diletto,
per isfidarli avea il destrier gia mosso;
quando, affissando 1'occhio piu vicino,
conosciuto ebbe il duca paladino.
ci
De la piacevolezza le sovenne
del cavallier, quando al Catai seco era:
e lo chiam6 per nome, e non si tenne
la man nel guanto, e alzossi la visiera;
e con gran festa ad abbracciarlo venne,
come che sopra ogn'altra fosse altiera.
Non men da Paltra parte riverente
fu il paladino alia donna eccellente.
en
Tra lor si domandaron di lor via:
e poi ch' Astolfo, che prima rispose,
narr6 come a Damasco se ne gia,
dove le genti in arme valorose
avea invitato il re de la Soria
a dimostrar lor opre virtuose;
Marfisa, sempre a far gran pruove accesa,
Voglio esser con voi disse a questa impresa.
cm
Sommamente ebbe Astolfo grata questa
compagna d'arme, e cosi Sansonetto.
Furo a Damasco il di inanzi la festa,
e di fuora nel borgo ebbon ricetto:
e sin all'ora che dal sonno desta
1' Aurora il vecchiarel gia suo diletto,
quivi si riposar con maggior agio,
che se smontati fossero al palagio.
CANTO DECIMOTTAVO 435
CIV
E poi che '1 nuovo sol lucido e chiaro
per tutto sparsi ebbe i fulgent! raggi,
la bella donna e i duo guerrier s'armaro,
mandato avendo alia citta messaggi;
che, come tempo fu, lor rapportaro
che per veder spezzar frassini e faggi
re Norandino era venuto al loco
ch'avea constituito al fiero gioco.
cv
Senza phi indugio alia citta ne vanno,
e per la via maestra alia gran piazza,
dove aspettando il real segno stanno
quinci e quindi i guerrier di buona razza.
I premii che quel giorno si daranno
a chi vince, e uno stocco et una mazza
guerniti riccamente, e un destrier quale
sia convenevol dono a un signer tale.
cvi
Avendo Norandin fermo nel core
che, come il primo pregio, il secondo anco,
e d'ambedue le giostre il sommo onore
si debba guadagnar Grifone il bianco;
per dargli tutto quel ch'uom di valore
dovrebbe aver, ne debbe far con manco,
posto con Tarme in questo ultimo pregio
ha stocco e mazza e destrier molto egregio.
cvn
L'arme che ne la giostra fatta dianzi
si doveano a Grifon che '1 tutto vinse,
e che usurpate avea con tristi avanzi
Martano che Grifone esser si finse,
quivi si fece il re pendere inanzi,
e il ben guernito stocco a quelle cinse,
e la mazza all'arcion del destrier messe,
perche Grifon Tun pregio e Paltro avesse.
436 ORLANDO FURIOSO
CVIII
Ma che sua intenzione avesse effetto
vieto quella magnanima guerriera,
che con Astolfo e col buon Sansonetto
in piazza nuovamente venuta era.
Costei, vedendo Tarme ch'io v'ho detto,
subito n'ebbe conoscenza vera:
pero che gia sue furo, e Pebbe care
quanto si suol le cose ottime e rare;
cix
ben che 1'avea lasciate in su la strada
a quella volta che le fur d'impaccio,
quando per riaver sua buona spada
correa dietro a Brunei degno di laccio.
Questa istoria non credo che m'accada
altrimenti narrar; per6 la taccio.
Da me vi basti intendere a che guisa
quivi trovasse Parme sue Marfisa.
ex
Intenderete ancor che come Febbe
riconosciute a manifeste note,
per altro che sia al mondo non le avrebbe
lasciate un di di sua persona vote.
Se piu tenere un modo o un altro debbe
per racquistarle, ella pensar non puote;
ma se gli accosta a un tratto, e la man stende,
e senz'altro rispetto se le prende:
CXI
e per la fretta ch'ella n'ebbe, avenne
ch'altre ne prese, altre mandoline in terra.
II re, che troppo offeso se ne tenne,
con uno sguardo sol le mosse guerra;
che '1 popul, che ringiuria non sostenne,
per vendicarlo e lance e spade afferra,
non rammentando ci6 ch'i giorni inanti
nocque il dar noia ai cavallieri erranti.
CANTO DECIMOTTAVO 437
CXII
Ne fra vermigli fiori, azzurri e gialli
vago fanciullo alia stagion novella,
ne mai si ritrovo fra suoni e balli
piu volentieri ornata donna e bella;
che fra strepito d'arme e di cavalli,
e fra punte di lance e di quadrella,
dove si sparga sangue e si dia morte,
costei si truovi, oltre ogni creder forte.
CXIII
Spinge il cavallo, e ne la turba sciocca
con Pasta bassa impetuosa fere;
e chi nel collo e chi nel petto imbrocca,
e fa con 1'urto or questo or quel cadere:
poi con la spada uno et un altro tocca,
e fa qual senza capo rimanere,
e qual con rotto, e qual passato al fiance,
e qual del braccio privo o destro o manco.
cxiv
L'ardito Astolfo e il forte Sansonetto,
ch'avean con lei vestita e piastra e maglia,
ben che non venner gia per tale effetto,
pur, vedendo attaccata la battaglia,
abbassan la visiera de Felmetto,
e poi la lancia per quella canaglia;
et indi van con la tagliente spada
di qua di la facendosi far strada.
cxv
I cavallieri di nazion diverse,
ch'erano per giostrar quivi ridutti,
vedendo Tarme in tal furor converse,
e gli aspettati giuochi in gravi lutti
(che la cagion ch'avesse di dolerse
la plebe irata non sapeano tutti,
ne ch'al re tanta ingiuria fosse fatta),
stavan con dubbia mente e stupefatta.
438 ORLANDO FURIOSO
CXVI
Di ch'altri a favorir la turba venne,
che tardi poi non se ne fu a pentire;
altri, a cui la citta piu non attenne
che gli stranieri, accorse a dipartire;
altri, piu saggio, in man la briglia tenne,
mirando dove questo avesse a uscire.
Di quelli fu Grifone et Aquilante,
che per vendicar Tarme andaro inante.
CXVII
Essi, vedendo il re che di veneno
avea le luci inebriate e rosse,
et essendo da molti instrutti a pieno
de la cagion che la discordia mosse,
e parendo a Grifon che sua, non meno
che del re Norandin, ringiuria fosse;
s'avean le lance fatte dar con fretta,
e venian fulminando alia vendetta.
cxvm
Astolfo d'altra parte Rabicano
venia spronando a tutti gli altri inante,
con Tincantata lancia d'oro in mano,
ch'al fiero scontro abbatte ogni giostrante.
Feri con essa e lascio steso al piano
prima Grifone, e poi trovo Aquilante;
e de lo scudo tocco Porlo a pena,
che lo gitt6 riverso in su 1'arena.
cxix
I cavallier di pregio e di gran pruova
votan le selle inanzi a Sansonetto.
L'uscita de la piazza il popul truova:
il re n'arrabbia d'ira e di dispetto.
Con la prima corazza e con la nuova
Marfisa intanto, e 1'uno e Paltro elmetto,
poi che si vide a tutti dare il tergo,
vincitrice venia verso Palbergo.
CANTO DECIMOTTAVO 439
CXX
Astolfo e Sansonetto non fur lenti
a seguitarla, e seco a ritornarsi
verso la porta (che tutte le genti
gli davan loco), et al rastrel fermarsi.
Aquilante e Grifon, troppo dolenti
di vedersi a uno incontro riversarsi,
tenean per gran vergogna il capo chino,
ne ardian venire inanzi a Norandino.
cxxi
Presi e montati c'hanno i lor cavalli,
spronano dietro agli nirnici in fretta.
Li segue il re con molti suoi vasalli,
tutti pronti o alia morte o alia vendetta.
La sciocca turba grida: Dalli dalli!
e sta lontana, e le novelle aspetta.
Grifone arriva ove volgean la fronte
i tre compagni, et avean preso il ponte.
CXXII
A prima giunta Astolfo raffigura,
ch'avea quelle medesime divise,
avea il cavallo, avea quella armatura
ch'ebbe dal di ch'Orril fatale uccise.
Ne miratol, ne posto gli avea cura,
quando in piazza a giostrar seco si rnise:
quivi il conobbe, e salutollo; e poi
gli domand6 de li compagni suoi,
CXXIII
e perche tratto avean quell'arme a terra,
portando al re si poca riverenza.
Di suoi compagni il duca d'Inghilterra
diede a Grifon non falsa conoscenza:
de Tarme ch'attaccate avean la guerra,
disse che non n'avea troppa scienza;
ma perche con Marfisa era venuto,
dar le volea con Sansonetto aiuto.
44 ORLANDO FURIOSO
CXXIV
Quivi con Grifon stando il paladino,
viene Aquilante, e lo conosce tosto
che parlar col fratel 1'ode vicino,
e il voler cangia, ch'era mal disposto.
Giungean molti di quei di Norandino,
ma troppo non ardian venire accosto;
e tanto piu, vedendo i parlamenti,
stavano cheti, e per udire intenti.
cxxv
Alcun ch'intende quivi esser Marfisa,
che tiene al mondo il vanto in esser forte,
volta il cavallo, e Norandino avisa
che s'oggi non vuol perder la sua corte,
proveggia, prima che sia tutta uccisa,
di man trarla a Tesifone e alia Morte;
perche Marfisa veramente e stata,
che 1'armatura in piazza gli ha levata.
cxxvi
Come re Norandino ode quel nome
cosi temuto per tutto Levante,
che facea a molti anco arricciar le chiome,
ben che spesso da lor fosse distante,
e certo che ne debbia venir come
dice quel suo, se non provede inante;
pero gli suoi, che gia mutata 1'ira
hanno in timore, a se richiama e tira.
cxxvn
Da Paltra parte i figli d'Oliviero
con Sansonetto e col figliuol d'Otone,
supplicando a Marfisa, tanto fero,
che si die fine alia crudel tenzone.
Marfisa, giunta al re, con viso altiero
disse : lo non so, signor, con che ragione
vogli quest'arme dar, che tue non sono,
al vincitor de le tue giostre in dono.
CANTO DECIMOTTAVO 441
CXXVIII
Mie sono Parme, e 'n mezzo de la via
che vien d'Armenia, un giorno le lasciai,
perche seguire a pie mi convenia
un rubator che m'avea offesa assai:
e la mia insegna testimon ne fia,
che qui si vede, se notizia n'hai.
E la mostro ne la corazza impressa,
ch'era in tre parti una corona fessa.
cxxix
Gli e ver rispose il re che mi fur date,
son pochi di, da un mercatante armeno;
e se voi me Tavesse domandate,
1'avreste avute, o vostre o no che sieno;
ch'avenga ch'a Grifon gia Pho donate,
ho tanta fede in lui, che nondimeno,
accio a voi darle avessi anche potuto,
volentieri il mio don m'avria renduto.
cxxx
Non bisogna allegar, per farmi fede
che vostre sien, che tengan vostra insegna :
basti il dirmelo voi; che vi si crede
piu ch'a qual altro testimonio vegna.
Che vostre sian vostr'arme si conciede
alia virtu di maggior premio degna.
Or ve Pabbiate, e piu non si contenda;
e Grifon maggior premio da me prenda.
cxxxi
Grifon che poco a cor avea queirarme,
ma gran disio che '1 re si satisfaccia,
gli disse : Assai potete compensarme,
se mi fate saper ch'io vi compiaccia.
Tra se disse Marfisa: ccEsser qui parme
Tonor mio in tutto, e con benigna faccia
voile a Grifon de Farme esser cortese;
e fmalmente in don da lui le prese.
442 ORLANDO FURIOSO
CXXXII
Ne la citta con pace e con amore
tornaro, ove le feste raddoppiarsi.
Poi la giostra si fe j , di che 1'onore
e J l pregio Sansonetto fece darsi;
ch'Astolfo e i duo fratelli e la migliore
di lor, Marfisa, non volson provarsi,
cercando, com'amici e buon compagni,
che Sansonetto il pregio ne guadagni.
CXXXIII
Stati che sono in gran piacere e in festa
con Norandino otto giornate o diece,
perche Tamor di Francia gli molesta,
che lasciar senza lor tanto non lece,
tolgon licenzia; e Marfisa, che questa
via disiava, compagnia lor fece.
Marfisa avuto avea lungo disire
al paragon dei paladin venire,
CXXXIV
e far esperienzia se Teffetto
si pareggiava a tanta nominanza.
Lascia un altro in suo loco Sansonetto,
che di Jerusalem regga la stanza.
Or questi cinque in un drappello eletto,
che pochi pari al mondo han di possanza,
licenziati dal re Norandino,
vanno a Tripoli e al mar che v'e vicino.
cxxxv
E quivi una caracca ritrovaro,
che per Ponente mercanzie raguna.
Per loro e pei cavalli s'accordaro
con un vecchio patron ch'era da Luna.
Mostrava d'ogn'intorno il tempo chiaro,
ch'avrian per molti di buona fortuna.
Sciolser dal lito, avendo aria serena,
e di buon vento ogni lor vela piena.
CANTO DECIMOTTAVO 443
CXXXVI
L'isola sacra alPamorosa dea
diede lor sotto un'aria il prime porto,
che non ch'a offender gli uornini sia rea,
ma stempra il ferro, e quivi e '1 viver corto.
Cagion n'e un stagno: e certo non dovea
Natura a Famagosta far quel torto
d'appressarvi Costanza acre e malign a,
quando al resto di Cipro e si benigna.
cxxxvn
II grave odor che la palude esala
non lascia al legno far troppo soggiorno.
Quindi a un greco-levante spiego ogni ala,
volando da man destra a Cipro intorno,
e surse a Pafo, e pose in terra scala;
e i naviganti uscir nel lito adorno,
chi per merce levar, chi per vedere
la terra d'amor piena e di piacere.
CXXXVIII
Dal mar sei miglia o sette, a poco a poco
si va salendo inverso il colle ameno.
Mirti e cedri e naranci e lauri il loco,
e mille altri soavi arbori ban pieno.
Serpillo e persa e rose e gigli e croco
sp argon da Podorifero terreno
tanta suavita, ch'in mar sentire
la fa ogni vento cbe da terra spire.
cxxxix
Da limpida fontana tutta quella
piaggia rigando va un ruscel fecondo.
Ben si pu6 dir che sia di Vener bella
il luogo dilettevole e giocondo;
che v'e ogni donna affatto, ogni donzella
piacevol piu ch'altrove sia nel mondo:
e fa la dea che tutte ardon d'amore,
giovani e vecchie, infino alPultime ore.
444 ORLANDO FURIOSO
CXL
Quivi odono il medesimo ch'udito
di Lucina e de 1'Orco hanno in Soria,
e come di tornare ella a marito
facea nuovo apparecchio in Nicosia.
Quindi il padrone (essendosi espedito,
e spirando buon vento alia sua via)
1'ancore sarpa, e fa girar la proda
verso ponente, et ogni vela snoda.
CXLI
Al vento di maestro alz6 la nave
le vele all'orza, et allargossi in alto.
Un ponente-libecchio, che soave
parve a principio e fin che '1 sol stette alto,
e poi si fe' verso la sera grave,
le leva incontra il mar con fiero assalto,
con tanti tuoni e tanto ardor di lampi,
che par che '1 ciel si spezzi e tutto avampi.
CXLII
Stendon le nubi un tenebroso velo
che ne sole apparir lascia ne* Stella.
Di sotto il mar, di sopra mugge il cielo,
il vento d'ogn'intorno, e la procella
che di pioggia oscurissima e di gelo
i naviganti miseri flagella:
e la notte piu sempre si diffonde
sopra 1'irate e formidabil onde.
CXLIII
I naviganti a dimostrare effetto
vanno de Parte in che lodati sono :
chi discorre fischiando col fraschetto,
e quanto han gli altri a far, mostra col suono;
chi Fancore apparechia da rispetto,
e chi al mainare e chi alia scotta e buono;
chi '1 timone, chi 1'arbore assicura,
chi la coperta di sgombrare ha cura.
CANTO DECIMOTTAVO 445
CXLIV
Crebbe il tempo crudel tutta la notte,
caliginosa e piu scura ch'inferno.
Tien per Palto il padrone, ove men rotte
crede 1'onde trovar, dritto il governo;
e volta ad or ad or contra le botte
del mar la proda, e de Tombi! verno,
non senza speme mai che, come aggiorni,
cessi fortuna, o piu placabil torni.
CXLV
Non cessa e non si placa, e piu furore
mostra nel giorno, se pur giorno e questo,
che si conosce al numerar de Tore,
non che per lume gia sia manifesto.
Or con minor speranza e piu timore
si da in poter del vento il padron mesto:
volta la poppa alPonde, e il mar crudele
scorrendo se ne va con umil vele.
CXLVI
Mentre Fortuna in mar questi travaglia,
non lascia anco posar quegli altri in terra,
che sono in Francia, ove s'uccide e taglia
coi Sar acini il popul d'Inghilterra.
Quivi Rinaldo assale, apre e sbaraglia
le schiere awerse, e le bandiere atterra.
Dissi di lui, che *1 suo destrier Baiardo
mosso avea contra a Dardinel gagliardo.
CXLVII
Vide Rinaldo il segno del quartiero,
di che superbo era il figliuol d' Almonte;
e lo stimo gagliardo e buon guerriero,
che concorrer d'insegna ardia col conte.
Venne piu appresso, e gli parea piu vero;
ch'avea d'intorno uomini uccisi a monte.
Meglio e grido che prima io svella e spenga
questo mal germe, che maggior divenga.
446 ORLANDO FURIOSO
CXLVIII
Dovunque il viso drizza il paladino,
levasi ognuno, e gli da larga strada;
ne men sgombra il fedel che '1 Saracino,
si reverita e la famosa spada.
Rinaldo, fuor che Dardinel meschino,
non vede alcuno, e lui seguir non bada.
Grida: Fanciullo, gran briga ti diede
chi ti lascio di questo scudo erede.
CXLIX
Vengo a te per provar, se tu m'attendi,
come ben guardi il quartier rosso e bianco;
che s'ora contra me non lo difendi,
difender contra Orlando il potrai manco.
Rispose Dardinello : Or chiaro apprendi
che s'io lo porto, il so difender anco;
e guadagnar phi onor che briga posso
del paterno quartier candido e rosso.
CL
Perche fanciullo io sia, non creder farme
pero ruggire, o che '1 quartier ti dia:
la vita mi torrai, se mi toi Parme;
ma spero in Dio ch'anzi il contrario fia.
Sia quel che vuol, non potra alcun biasmarme
che mai traligni alia progenie mia.
Cosi dicendo, con la spada in mano
assalse il cavallier da Montalbano.
CLI
Un timor freddo tutto '1 sangue oppresse
che gli Africani aveano intorno al core,
come vider Rinaldo che si messe
con tanta rabbia incontra a quel signore,
con quanta andria un leon ch'al prato avesse
visto un torel ch'ancor non senta amore.
II primo che feri, fu '1 Saracino;
ma picchi6 invan su 1'elmo di Mambrino.
CANTO DECIMOTTAVO 447
CLU
Rise Rinaldo, e disse: lo vo' tu senta,
s'io so meglio di te trovar la vena.
Sprona, e a un tempo al destrier la briglia allenta,
e d'una punta con tal forza mena,
d'una punta ch'al petto gli appresenta,
che gli la fa apparir dietro alia schena.
Quella trasse, al tornar, Talma col sangue :
di sella il corpo usci freddo et esangue.
CLIII
Come purpureo fior languendo muore,
che 'I vomere al passar tagliato lassa ;
o come carco di superchio umore
il papaver ne Porto il capo abbassa:
cosi, giu de la faccia ogni colore
cadendo, Dardinel di vita passa;
passa di vita, e fa passar con lui
Tardire e la virtu de tutti i sui.
CLIV
Qual soglion Facque per umano ingegno
stare ingorgate alcuna volta e chiuse,
che quando lor vien poi rotto il sostegno,
cascano, e van con gran rumor difuse;
tal gli African, ch'avean qualche ritegno
mentre virtu lor Dardinello infuse,
ne vanno or sparti in questa parte e in quella,
che Than veduto uscir morto di sella.
CLV
Chi vuol fuggir, Rinaldo fuggir lassa,
et attende a cacciar chi vuol star saldo.
Si cade ovunque Ariodante passa,
che molto va quel di presso a Rinaldo.
Altri Lionetto, altri Zerbin fracassa,
a gara ognuno a far gran prove caldo.
Carlo fa il suo dover, lo fa Oliviero,
Turpino e Guido e Salamone e Ugiero.
448 ORLANDO FURIOSO
CLVI
I Mori fur quel giorno in gran periglio
che J n Pagania non ne tornasse testa;
ma '1 saggio re di Spagna da di piglio,
e se ne va con quel che in man gli resta.
Restar in danno tien miglior consiglio,
che tutti i denar perdere e la vesta:
meglio e ritrarsi, e salvar qualche schiera,
che stando esser cagion che '1 tutto pera.
CLVII
Verso gli alloggiamenti i segni invia,
ch'eron serrati d'argine e di fossa,
con Stordilan, col re d'Andologia,
col Portughese in una squadra grossa.
Manda a pregar il re di Barb aria
che si cerchi ritrar meglio che possa;
e se quel giorno la persona e '1 loco
potra salvar, non avra fatto poco.
CLVIII
Quel re che si tenea spacciato al tutto,
ne mai credea piii riveder Biserta,
che con viso si orribile e si brutto
unquanco non avea Fortuna esperta,
s'allegro che Marsilio avea ridutto
parte del campo in sicurezza certa:
et a ritrarsi comincio, e a dar volta
alle bandiere, e fe j sonar raccolta.
CLIX
Ma la piu parte de la gente rotta
ne tromba ne tambur ne segno ascolta:
tanta fu la vilta, tanta la dotta,
ch'in Senna se ne vide affogar molta.
II re Agramante vuol ridur la frotta:
seco ha Sobrino, e van scorrendo in volta;
e con lor s'affatica ogni buon duca,
che nei ripari il campo si riduca.
CANTO DECIMOTTAVO 449
CLX
Ma ne il re, ne Sobrin, ne duca alcuno
con prieghi, con minaccie, con affanno
ritrar puo il terzo, non ch'io dica ognuno,
dove I'insegne mal seguite vanno.
Morti o fuggiti ne son dua per uno
che ne rimane, e quel non senza danno:
ferito e chi di dietro e chi davanti;
ma travagliati e lassi tutti quanti.
CLXI
E con gran tema fin dentro alle porte
dei forti allogiamenti ebbon la caccia:
et era lor quel luogo anco mal forte,
con ogni proveder che vi si faccia
(che ben pigliar nel crin la buona sorte
Carlo sapea, quando volgea la faccia),
se non venia la notte tenebrosa,
che stacc6 il fatto, et acquetb ogni cosa,
CLXII
dal Creator accelerata forse,
che de la sua fattura ebbe pietade.
Ondeggio il sangue per campagna, e corse
come un gran flume, e dilago le strade.
Ottantamila corpi numerorse,
che fur quel di messi per fil di spade.
Villani e lupi uscir poi de le grotte
a dispogliargli e a devorar la notte.
CLXIII
Carlo non torna piu dentro alia terra,
ma contra gli nimici fuor s'accampa,
et in assedio le lor tende serra,
et alti e spessi fuochi intorno avampa.
II pagan si provede, e cava terra,
fossi e ripari e bastioni stampa;
va rivedendo, e tien le guardie deste,
ne tutta notte mai Tarme si sveste.
450 ORLANDO FURIOSO
CLXIV
Tutta la notte per gli alloggiamenti
dei malsicuri Saracini oppress!
si versan pianti, gemiti e lamenti,
ma quanto piu si puo, cheti e soppressi.
Altri, perche gli amici hanno e i parenti
lasciati morti, et altri per se stessi,
che son feriti, e con disagio stanno:
ma piu e la tema del futuro danno.
CLXV
Duo Mori ivi fra gli altri si trovaro,
d'oscura stirpe nati in Tolomitta;
de' quai I'istoria, per esempio raro
di vero amore, e degna esser descritta.
Cloridano e Medor si nominaro,
ch'alla fortuna prospera e alia afflitta
aveano sempre amato Dardinello,
et or passato in Francia il mar con quello.
CLXVI
Cloridan, cacciator tutta sua vita,
di robusta persona era et isnella;
Medoro avea la guancia colorita
e bianca e grata ne la eta novella,
e fra la gente a quella impresa uscita
non era faccia piu gioconda e bella.
Occhi avea neri, e chioma crespa d'oro:
angel parea di quei del sommo coro.
CLXVII
Erano questi duo sopra i ripari
con molti altri a guardar gli alloggiamenti,
quando la Notte fra distanzie pari
mirava il ciel con gli occhi sonnolenti.
Medoro quivi in tutti i suoi parlari
non pu6 far che '1 signer suo non rammenti,
Dardinello d' Almonte, e che non piagna
che resti senza onor ne la campagna.
CANTO DECIMOTTAVO 45!
CLXVIII
Volto al compagno, disse : O Cloridano,
io non ti posso dir quanto m'incresca
del mio signor, che sia rimaso al piano,
per lupi e corbi, ohime! troppo degna esca.
Pensando come sempre mi fu umano,
mi par che quando ancor questa anima esca
in onor di sua fama, io non compensi
ne sciolga verso lui gli oblighi immensi.
CLXIX
Io voglio andar, perche non stia insepulto
in mezzo alia campagna, a ritrovarlo:
e forse Dio vorra ch'io vada occulto
la dove tace il campo del re Carlo.
Tu rimarrai; che quando in ciel sia sculto
ch'io vi debba morir, potrai narrarlo:
che se Fortuna vieta si belP op ra,
per fama almeno il mio buon cor si scuopra.
CLXX
Stupisce Cloridan, che tanto core,
tanto amor, tanta fede abbia un fanciullo :
e cerca assai, perche gli porta amore,
di fargli quel pensiero irrito e nullo;
ma non gli val, perch'un si gran dolore
non riceve conforto ne trastullo.
Medoro era disposto o di morire,
o nella tomba il suo signor coprire,
CLXXI
Veduto che nol piega e che nol muove,
Cloridan gli risponde : E verro anch'io,
anch'io vuo' pormi a si lodevol pruove,
anch'io famosa morte amo e disio.
Qual cosa sara mai che piu mi giove,
s'io resto senza te, Medoro mio ?
Morir teco con Tarme e meglio molto,
che poi di duol, s'awien che mi sii tolto.
452 ORLANDO FURIOSO
CLXXII
Cosi disposti, messero in quel loco
le successive guardie, e se ne vanno.
Lascian fosse e steccati, e dopo poco
tra' nostri son, che senza cura stanno.
II campo dorme, e tutto e spento il fuoco,
perche dei Saracin poca tema hanno.
Tra 1'arme e' carriaggi stan roversi,
nel vin, nel sonno insino agli occhi immersi.
CLXXIII
Fermossi alquanto Cloridano, e disse:
Non son mai da lasciar 1'occasioni.
Di questo stuol che '1 mio signer trafisse,
non debbo far, Medoro, occisioni?
Tu, perche sopra alcun non ci venisse,
gli occhi e 1'orecchi in ogni parte poni;
ch'io nVofferisco farti con la spada
tra gli nimici spaziosa strada.
CLXXIV
Cosi disse egli, e tosto il parlar tenne,
et entro dove il dotto Alfeo dormia,
che Panno inanzi in corte a Carlo venne,
medico e mago e pien d'astrologia:
ma poco a questa volta gli sovenne,
anzi gli disse in tutto la bugia,
Predetto egli s'avea che d'anni pieno
dovea morire alia sua moglie in seno :
CLXXV
et or gli ha messo il cauto Saracino
la punta de la spada ne la gola.
Quattro altri uccide appresso all'mdovino,
che non han tempo a dire una parola:
menzion dei nomi lor non fa Turpino,
e '1 lungo andar le lor notizie invola;
dopo essi Palidon da Moncalieri,
che sicuro dormia fra duo destrieri.
CANTO DECIMOTTAVO 453
CLXXVI
Poi se ne vien dove col capo giace
appoggiato al barile II miser Grillo:
avealo voto, e avea creduto in pace
godersi un sonno placido e tranquillo.
Troncogli il capo il Saracino audace:
esce col sangue il vin per uno spillo,
di che n'ha in corpo phi d'una bigoncia;
e di ber sogna, e Cloridan lo sconcia.
CLXXVII
E presso a Grillo, un Greco et un Tedesco
spenge in dui colpi, Andropono e Conrado,
che de la notte avean goduto al fresco
gran parte, or con la tazza, ora col dado:
felici, se vegghiar sapeano a desco
fin che de Tlndo il sol passassi il guado.
Ma non potria negli uomini il destino,
se del futuro ognun fosse in do vino.
CLXXVIII
Come impasto leone in stalla piena,
che lunga fame abbia smacrato e asciutto,
uccide, scanna, mangia, a strazio mena
Tinfermo gregge in sua balia condutto;
cosi il crudel pagan nel sonno svena
la nostra gente, e fa macel per tutto.
La spada di Medoro anco non ebe ;
ma si sdegna ferir 1'ignobil plebe.
CLXXIX
Venuto era ove il duca di Labretto
con una dama sua dormia abbracciato;
e Fun con Taltro si tenea si stretto,
che non saria tra lor Paere entrato.
Medoro ad ambi taglia il capo netto.
Oh felice morire! oh dolce fato!
che come erano i corpi, ho cosi fede
ch'andar Talme abbracciate alia lor sede.
454 ORLANDO FURIOSO
CLXXX
Malindo uccise e Ardalico il fratello,
che del conte di Fiandra erano figli ;
e 1'uno e 1'altro cavallier novello
fatto avea Carlo, e aggiunto alParme i gigli,
perche* il giorno amendui d'ostil macello
con gli stocchi tornar vide vermigli:
e terre in Frisa avea promesso loro,
e date avria; ma lo viet6 Medoro.
CLXXXI
Grinsidiosi ferri eran vicmi
ai padiglioni che tiraro in volta
al padigHon di Carlo i paladini,
facendo ognun la guardia la sua volta;
quando da Pempia strage i Saracini
trasson le spade, e diero a tempo volta;
ch'impossibil lor par, tra si gran torma,
che non s'abbia a trovar un che non dorma.
CLXXXII
E ben che possan gir di preda carchi,
salvin pur se, che fanno assai guadagno.
Ove piu creda aver sicuri i varchi
va Cloridano, e dietro ha il suo compagno.
Vengon nel campo, ove fra spade et archi
e scudi e lance in un vermiglio stagno
giaccion poveri e ricchi, e re e vassalli,
e sozzopra con gli uomini i cavalli.
CLXXXIII
Quivi dei corpi Porrida mistura,
che piena avea la gran campagna intorno,
potea far vaneggiar la fedel cura
dei duo compagni insino al far del giorno,
se non traea fuor d'una nube oscura,
a* prieghi di Medor, la Luna il corno.
Medoro in ciel divotamente fisse
verso la Luna gli occhi, e cosi disse:
CANTO DECIMOTTAVO 455
CLXXXIV
O santa dea, che dagli antiqui nostri
debitamente sei detta triforme;
ch'in cielo, in terra e ne 1'inferno rnostri
Talta bellezza tua sotto piu forme,
e ne le selve, di fere e di mostri
vai cacciatrice seguitando Forme;
mostrami ove 5 1 mio re giaccia fra tanti,
che vivendo imito tuoi studi santi.
CLXXXV
La Luna a quel pregar la nube aperse
(o fosse caso o pur la tanta fede),
bella come fu allor ch'ella s'offerse,
e nuda in braccio a Endimion si diede.
Con Parigi a quel lume si scoperse
Tun campo e 1'altro; e J l monte e '1 pian si vede:
si videro i duo colH di lontano,
Martire a destra, e Leri alPaltra mano.
CLXXXVI
Rifulse lo splendor molto piu chiaro
ove d' Almonte giacea morto il figlio.
Medoro and6 piangendo al signor caro;
che conobbe il quartier bianco e vermiglio:
e tutto '1 viso gli bagn6 d'amaro
pianto, che n'avea un rio sotto ogni ciglio,
in si dolci atti, in si dolci lamenti,
che potea ad ascoltar fermare i ventL
CLXXXVII
Ma con sommessa voce e a pena udita;
npn che riguardi a non si far sentire,
perch' abbia alcun pensier de la sua vita,
piu tosto Todia, e ne vorrebbe uscire:
ma per timor che non gli sia impedita
T opera pia che quivi il fe' venire.
Fu il morto re sugli omeri sospeso
di tramendui, tra lor partendo il peso.
456 ORLANDO FURIOSO
CLXXXVIII
Vanno affrettando i passi quanto ponno,
sotto 1'amata soma che gFingombra.
E gia venia chi de la luce e donno
le stelle a tor del ciel, di terra 1'ombra;
quando Zerbino, a cui del petto il sonno
1'alta virtude, ove e bisogno, sgombra,
cacciato avendo tutta notte i Mori,
al campo si traea nei primi albori.
CLXXXIX
E seco alquanti cavallieri avea,
che videro da lunge i dui compagni.
Ciascuno a quella parte si traea,
sperandovi trovar prede e guadagni.
Frate, bisogna - Cloridan dicea
gittar la soma, e dare opra ai calcagni ;
che sarebbe pensier non troppo accorto,
perder duo vivi per salvar un morto.
cxc
E gitto il carco, perch6 si pensava
che J l suo Medoro il simil far dovesse:
ma quel meschin, che J l suo signor piu amava,
sopra le spalle sue tutto lo resse.
L'altro con molta fretta se n'andava,
come 1'amico a paro o dietro avesse:
se sapea di lasciarlo a quella sorte,
mille aspettate avria, non ch'una morte.
CXCI
Quei cavallier, con animo disposto
che questi a render s'abbino o a morire,
chi qua chi la si spargono, et han tosto
preso ogni passo onde si possa uscire.
Da loro il capitan poco discosto,
piu degli altri e sollicito a seguire;
ch'in tal guisa vedendoli temere,
certo e che sian de le nimiche schiere.
CANTO DECIMOTTAVO 457
CXCII
Era a quel tempo ivi una selva antica,
d'ombrose piante spessa e di virgulti,
che come labirinto entro s'intrica
di stretti calli e sol da bestie culti.
Speran d'averla i duo pagan si arnica,
ch'abbi a tenerli entro a' suoi rami occulti.
Ma chi del canto mio piglia diletto,
un'altra volta ad ascoltarlo aspetto.
458 ORLANDO FURIOSO
CANTO DECIMONONO
I
Alcun non pu6 saper da chi sia amato,
quando felice in su la ruota siede;
pero c'ha i veri e i finti amici a lato,
che mostran tutti una medesma fede.
Se poi si cangia in tristo il lieto stato,
volta la turba adulatrice il piede;
e quel che di cor ama riman forte,
et ama il suo signor dopo la morte.
n
Se, come il viso, si mostrasse il core,
tal ne la corte e grande e gli altri preme,
e tal e in poca grazia al suo signore,
che la lor sorte muteriano insieme.
Questo umil diverria tosto il maggiore:
staria quel grande infra le turbe estreme.
Ma torniamo a Medor fedele e grato,
che 'n vita e in morte ha il suo signore amato.
ill
Cercando gia nel piii intricate calle
il giovine infelice di salvarsi;
ma il grave peso ch'avea su le spalle,
gli facea uscir tutti i partiti scarsi.
Non conosce il paese, e la via falle,
e torna fra le spine a invilupparsi.
Lungi da lui tratto al sicuro s'era
1'altro, ch'avea la spalla piu leggiera.
CANTO DECIMONONO 459
IV
Cloridan s'e ridutto ove non sente
di chi segue lo strepito e il rumore:
ma quando da Medor si vede absente,
gli pare aver lasciato a dietro il core.
Deh, come fui dicea si negligente,
deh, come fui si di me stesso fuore,
che senza te, Medor, qui mi ritrassi,
ne sappia quando o dove io ti lasciassi!
v
Cosi dicendo, ne la torta via
de Tintricata selva si ricaccia;
et onde era venuto si rawia,
e torna di sua morte in su la traccia.
Ode i cavalli e i gridi tuttavia,
e la nimica voce che minaccia:
alPultimo ode il suo Medoro, e vede
che tra molti a cavallo e solo a piede.
VI
Cento a cavallo, e gli son tutti intorno :
Zerbin commanda e grida che sia preso.
L'infelice s'aggira com'un torno,
e quanto pu6 si tien da lor difeso,
or dietro quercia, or olmo, or faggio, or orno,
ne si discosta mai dal caro peso.
L'ha riposato al fin su Ferba, quando
regger nol puote, e gli va intorno errando:
VII
come orsa, che 1'alpestre cacciatore
ne la pietrosa tana assalita abbia,
sta sopra i figli con incerto core,
e freme in suono di pieta e di rabbia:
ira la 'nvita e natural furore
a spiegar Tugne e a insanguinar le labbia;
amor la 'ntenerisce, e la ritira
a riguardare ai figli in mezzo Pira.
460 ORLANDO FURIOSO
VIII
Cloridan, che non sa come Taiuti,
e ch'esser vuole a morir seco ancora,
ma non ch'in morte prima il viver muti,
che via non truovi ove piu d'un ne mora;
mette su 1'arco un de' suoi strali acuti,
e nascoso con quel si ben lavora,
che fora ad uno Scotto le cervella,
e senza vita il fa cader di sella.
IX
Volgonsi tutti gli altri a quella banda
ond'era uscito il calamo omicida.
Intanto un altro il Saracin ne manda,
perche 3 1 secondo a lato al primo uccida;
che mentre in fretta a questo e a quel domanda
chi tirato abbia Farco, e forte grida,
10 strale arriva e gli passa la gola,
e gli taglia pel mezzo la parola.
x
Or Zerbin, ch'era il capitano loro,
non pote a questo aver pm pazienza.
Con ira e con furor venne a Medoro,
dicendo: Ne farai tu penitenza.
Stese la mano in quella chioma d'oro,
e strascinollo a se con violenza:
ma come gli occhi a quel bel volto mise,
gli ne venne pietade, e non 1'uccise.
XI
11 giovinetto si rivolse a' prieghi,
e disse: Cavallier, per lo tuo Dio,
non esser si crudel, che tu mi nieghi
ch'io sepelisca il corpo del re mio.
Non vo j ch'altra pieta per me ti pieghi,
ne pensi che di vita abbi disio:
ho tanta di mia vita, e non piu, cura,
quanta ch'al mio signor dia sepultura.
CANTO DECIMONONO 461
XII
E se pur pascer voi fiere et augelH,
che 'n te il furor sia del teban Creonte,
fa lor convito di miei membri, e quelli
sepelir lascia del figliuol d' Almonte.
Cosi dicea Medor con modi belli,
e con parole atte a voltare un monte;
e si commosso gia Zerbino avea,
che d'amor tutto e di pietade ardea.
XIII
In questo mezzo un cavallier villano,
avendo al suo signer poco rispetto,
feri con una lancia sopra mano
al supplicante il delicato petto.
Spiacque a Zerbin Fatto crudele e strano;
tanto piu, che del colpo il giovinetto
vide cader si sbigottito e smorto,
che 'n tutto giudic6 che fosse morto.
XIV
E se ne sdegno in guisa e se ne dolse,
che disse: Invendicato gia non fia!
e pien di mal talento si rivolse
al cavallier che fe 5 Fimpresa ria:
ma quel prese vantaggio, e se gli tolse
dinanzi in un momento, e fuggi via.
Cloridan, che Medor vede per terra,
salta del bosco a discoperta guerra.
xv
E getta Parco, e tutto pien di rabbia
tra gli nimici il ferro intorno gira,
piu per morir, che per pensier ch'egli abbia
di far vendetta che pareggi 1'ira.
Del proprio sangue rosseggiar la sabbia
fra tante spade, e al fin venir si mira;
e tolto che si sente ogni potere,
si lascia a canto al suo Medor cadere.
462 ORLANDO FURIOSO
XVI
Seguon gli Scotti ove la guida loro
per 1'alta selva alto disdegno mena,
poi che lasciato ha Puno e Paltro Moro,
1'un morto in tutto, e 1'altro vivo a pena.
Giacque gran pezzo il giovine Medoro,
spicciando il sangue da si larga vena,
che di sua vita al fin saria venuto,
se non sopravenia chi gli die aiuto.
XVII
Gli sopravenne a caso una donzella,
avolta in pastorale et umil veste,
ma di real presenzia e in viso bella,
d'alte maniere e accortamente oneste.
Tanto e ch'io non ne dissi piu novella,
ch'a pena riconoscer la dovreste:
questa, se non sapete, Angelica era,
del gran Can del Catai la figlia altiera.
XVIII
Poi che '1 suo annello Angelica riebbe,
di che Brunei Tavea tenuta priva,
in tanto fasto, in tanto orgoglio crebbe,
ch'esser parea di tutto J l mondo schiva.
Se ne va sola, e non si degnerebbe
compagno aver qual piu famoso viva:
si sdegna a rimembrar che gia suo amante
abbia Orlando nomato, o Sacripante.
XIX
E sopra ogn'altro error via piu pentita
era del ben che gia a Rinaldo volse,
troppo parendole essersi avilita,
ch'a riguardar si basso gli occhi volse.
Tant'arroganzia avendo Amor sentita,
piu lungamente comportar non volse:
dove giacea Medor, si pose al varco,
e Taspetto, posto lo strale alParco.
CANTO DECIMONONO 463
XX
Quando Angelica vide il giovinetto
languir ferito, assai vicmo a rnorte,
che del suo re che giacea senza tetto,
piii che del proprio mal si dolea forte;
insolita pietade in mezzo al petto
si senti entrar per disusate porte,
che le fe' il duro cor tenero e molle :
e piu, quando il suo caso egli narrolle.
XXI
E rivocando alia memoria Tarte
ch'in India imparo gia di chimgia
(che par che questo studio in quella parte
nobile e degno e di gran laude sia;
e senza molto rivoltar di carte,
che '1 patre ai figli ereditario il dia),
si dispose operar con succo d'erbe,
ch'a piu matura vita lo riserbe.
XXII
E ricordossi che passando avea
veduta un'erba in una piaggia amena;
fosse dittamo, o fosse panacea,
o non so qual, di tal effetto piena,
che stagna il sangue, e de la piaga rea
leva ogni spasmo e perigliosa pena.
La trov6 non lontana, e quella colta,
dove lasciato avea Medor, die volta.
XXIII
Nel ritornar s'incontra in un pastore
ch'a cavallo pel bosco ne veniva
cercando una iuvenca, che gia fuore
duo di di mandra e senza guardia giva.
Seco lo trasse ove perdea il vigore
Medor col sangue che del petto usciva;
e gia n'avea di tanto il terren tinto,
ch'era omai presso a rimanere estinto.
464 ORLANDO FURIOSO
XXIV
Del palafreno Angelica giii scese,
e scendere il pastor seco fece anche.
Pesto con sassi Ferba, indi la prese,
e succo ne cav6 fra le man bianche:
ne la piaga n'infuse, e ne distese
e pel petto e pel ventre e fin a Fanche;
e fu di tal virtu questo liquore,
che stagno il sangue, e gli torno il vigore;
xxv
e gli die forza, che pote salire
sopra il cavallo che '1 pastor condusse.
Non per6 volse indi Medor partire
prima ch'in terra il suo signor non fusse.
E Cloridan col re fe' sepelire;
e poi dove a lei piacque si ridusse.
Et ella per pieta ne Fumil case
del cortese pastor seco rimase.
XXVI
Ne fin che nol tornasse in sanitade,
volea partir: cosi di lui fe' stima,
tanto se inteneri de la pietade
che n'ebbe, come in terra il vide prima.
Poi vistone i costumi e la beltade,
roder si senti il cor d'ascosa lima;
roder si senti il core, e a poco a poco
tutto infiammato d ? amoroso fuoco.
XXVII
Stava il pastore in assai buona e bella
stanza, nel bosco infra duo monti piatta,
con la moglie e coi figli; et avea quella
tutta di nuovo e poco inanzi fatta.
Quivi a Medoro fu per la donzella
la piaga in breve a sanita ritratta:
ma in minor tempo si senti maggiore
piaga di questa avere ella nel core.
CANTO DECIMONONO 465
XXVIII
Assai piu larga piaga e piu profonda
nel cor senti da non veduto strale,
che da 1 begli occhi e da la testa bionda
di Medoro avento 1'Arcier c'ha Tale.
Arder si sente, e sempre il fuoco abonda;
e piu cura Paltrui che '1 proprio male:
di se non cura, e non e ad altro intenta,
ch'a risanar chi lei fere e tormenta.
XXIX
La sua piaga piu s'apre e piu incrudisce,
quanto piu Taltra si ristrmge e salda.
II giovine si sana: ella languisce
di nuova febbre, or agghiacciata, or calda.
Di giorno in giorno in lui belta fiorisce:
la misera si strugge, come falda
strugger di nieve intempestiva suole,
ch'in loco aprico abbia scoperta il sole.
xxx
Se di disio non vuol morir, bisogna
che senza indugio ella se stessa aiti:
e ben le par che di quel ch'essa agogna,
non sia tempo aspettar ch'altri la 'nviti.
Dunque, rotto ogni freno di vergogna,
la lingua ebbe non men che gli occhi arditi;
e di quel colpo domando mercede,
che, forse non sapendo, esso le diede.
XXXI
conte Orlando, o re di Circassia,
vostra inclita virtu, dite, che giova?
Vostro alto onor, dite, in che prezzo sia,
o che merce vostro servir ritruova?
Mostratemi una sola cortesia
che mai costei v'usasse, o vecchia o nuova,
per ricompensa e guidardone e merto
di quanto avete gia per lei sofferto.
466 ORLANDO FURIOSO
XXXII
Oh se potessi ritornar mai vivo,
quanto ti parria duro, o re Agricane!
che gia mostro costei si averti a schivo
con repulse cnideli et inumane.
O Ferrau, o mille altri ch'io non scrivo,
ch'avete fatto mille pruove vane
per questa ingrata, quanto aspro vi fora,
s'a costu' in braccio voi la vedeste ora!
XXXIII
Angelica a Medor la prima rosa
coglier Iasci6, non ancor tocca inante:
ne persona fu mai si aventurosa,
ch'in quel giardin potesse por le piante.
Per adombrar, per onestar la cosa,
si celebr6 con cerimonie sante
il matrimonio, ch'auspice ebbe Amore,
e pronuba la moglie del pastore.
xxxiv
Fersi le nozze sotto all'umil tetto
le piu solenni che vi potean farsi;
e piu d'un mese poi stero a diletto
i duo tranquilli amanti a ricrearsi.
Piu lunge non vedea del giovinetto
la donna, ne di lui potea saziarsi;
ne, per mai sempre pendergli dal collo,
il suo disir sentia di lui satollo.
XXXV
Se stava all'ombra o se del tetto usciva,
avea di e notte il bel giovine a lato :
matino e sera or questa or quella riva
cercando andava, o qualche verde prato:
nel mezzo giorno un antro li copriva,
forse non men di quel commodo e grato,
ch'ebber, fuggendo Tacque, Enea e Dido
de' lor secreti testimonio fido.
CANTO DECIMONONO 467
XXXVI
Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto
vedesse ombrare o fonte o rivo puro,
v'avea spillo o coltel subito fitto;
cosi, se v'era alcun sasso men duro:
et era fuori in mille luoghi scritto,
e cosi in casa in altritanti il muro,
Angelica e Medoro, in varii modi
legati insieme di diversi nodi.
XXXVII
Poi che le parve aver fatto soggiorno
quivi piu ch'a bastanza, fe' disegno
di fare in India del Catai ritorno,
e Medor coronar del suo bel regno.
Portava al braccio un cercliio d'oro, adorno
di ricche gemme, in testimonio e segno
del ben che '1 conte Orlando le volea;
e portato gran tempo ve Pavea.
xxxvni
Quel don6 gia Morgana a Ziliante,
nel tempo che nel lago ascoso il tenne;
et esso, poi ch'al padre Monodante
per opra e per virtu d' Orlando venne,
lo diede a Orlando: Orlando ch'era amante,
di porsi al braccio il cerchio d'or sostenne,
avendo disegnato di donarlo
alia regina sua di ch'io vi parlo.
xxxix
Non per amor del paladino, quanto
perch' era ricco e d'artificio egregio,
caro avuto Pavea la donna tanto,
che piu non si puo aver cosa di pregio.
Se lo serb6 ne Tlsola del pianto,
non so gia dirvi con che privilegio,
la dove esposta al marin mostro nuda
fu da la gente inospitale e cruda.
468 ORLANDO FURIOSO
XL
Quivi non si trovando altra mercede
ch'al buon pastore et alia moglie dessi,
che serviti gli avea con si gran fede
dal di che nel suo albergo si fur messi,
levo dal braccio il cerchio e gli lo diede,
e volse per suo amor che lo tenessi.
Indi saliron verso la montagna
che divide la Francia da la Spagna.
XLI
Dentro a Valenza o dentro a Barcellona
per qualche giorno avean pensato porsi,
fin che accadesse alcuna nave buona
che per Levante apparecchiasse a sciorsi.
Videro il mare scoprir sotto a Girona
ne lo smontar giu dei montani dorsi;
e costeggiando a man sinistra il lito,
a Barcellona andar pel camin trito.
XLII
Ma non vi giunser prima, ch'un uom pazzo
giacer trovaro in su Testreme arene,
che, come porco, di loto e di guazzo
tutto era brutto e volto e petto e schene.
Costui si scaglio lor come cagnazzo
ch'assalir forestier subito viene;
e die lor noia, e fu per far lor scorno.
Ma di Marfisa a ricontarvi torno.
XLIII
Di Marfisa, d'Astolfo, d'Aquilante,
di Grifone e degli altri io vi vuo' dire,
che travagliati, e con la morte inante,
mal si poteano incontra il mar schermire:
che sempre piu superba e piu arrogante
crescea fortuna le minaccie e Tire;
e gia durato era tre di lo sdegno,
ne di placarsi ancor mostrava segno.
CANTO DECIMONONO 469
XLIV
Castello e ballador spezza e fraccassa
Fonda nimica e '1 vento ognor pm fiero :
se parte ritta il verno pur ne lassa,
la taglia e dona al mar tutta il nocchiero.
Chi sta col capo chino in una cassa
su la carta appuntando il suo sentiero
a lume di lanterna piccolina,
e chi col torchio giu ne la sentina.
XLV
Un sotto poppe, un altro sotto prora
si tiene inanzi Foriuol da polve;
e torna a rivedere ogni mezz'ora
quanto e gia corso, et a che via si volve:
indi ciascun con la sua carta fuora
a mezza nave il suo parer risolve,
la dove a un tempo i marinari tutti
sono a consiglio dal padron ridutti.
XLVI
Chi dice : Sopra Limisso venuti
siamo, per quel ch'io trovo, alle seccagne ;
chi : Di Tripoli appresso i sassi acuti,
dove il mar le piu volte i legni fragne ;
chi dice: Siamo in Satalia perduti,
per cui piu d'un nocchier sospira e piagne.
Ciascun secondo il parer suo argomenta,
ma tutti ugual timor preme e sgomenta.
XLVII
II terzo giorno con maggior dispetto
gli assale il vento, e il mar piu irato freme;
e Fun ne spezza e portane il trinchetto,
e '1 timon Faltro, e chi lo volge insieme.
Ben e di forte e di marmoreo petto
e piu duro ch'acciar, ch'ora non teme.
Marfisa, che gia fu tanto sicura,
non neg6 che quel giorno ebbe paura.
470 ORLANDO FURIOSO
XLVIII
Al monte Sinai fu peregrine,
a Gallizia promesso, a Cipro, a Roma,
al Sepolcro, alia Vergine d'Ettino,
e se celebre luogo altro si noma.
Sul mare intanto, e spesso al ciel vicino
Fafflitto e conquassato legno toma,
di cui per men travaglio avea il padrone
fatto 1'arbor tagliar de rartimone.
XLIX
E colli e casse e cio che v'e di grave
gitta da prora e da poppe e da sponde ;
e fa tutte sgombrar camere e giave,
e dar le ricche merci alTavide onde.
Altri attende alle trombe, e a tor di nave
1'acque importune, e il mar nel mar rifonde;
soccorre altri in sentina, ovanque appare
legno da legno aver sdnicito il mare.
L
Stero in questo travaglio, in questa pena
ben quattro giorni, e non avean piu schermo;
e n'avria avuto il mar vittoria piena,
poco piu che '1 furor tenesse fermo:
ma diede speme lor d'aria serena
la disiata luce di santo Ermo,
ch'in prua s'una cocchina a por si venne;
che piu non v'erano arbori ne antenne.
LI
Veduto fiammeggiar la bella face,
s'inginocchiaro tutti i naviganti,
e domandaro il mar tranquillo e pace
con umidi occhi e con voci tremanti.
La tempesta crudel, che pertinace
fu sin allora, non ando piu inanti:
maestro e traversia piu non molesta,
e sol del mar tiran libecchio resta.
CANTO DECIMONONO 47!
LII
Questo resta sul mar tanto possente,
e da la negra bocca in modo esala,
et e con lui si il rapido corrente
de T agitato mar ch'in fretta cala,
che porta il legno piu velocemente
che pelegrin falcon mai facesse ala,
con timor del nocchier ch'al fin del mondo
non lo trasporti, o romp a, o cacci al fondo.
LIII
Rimedio a questo il buon nocchier ritruova,
che commanda gittar per poppa spere;
e caluma la gommona, e fa pruova
di duo terzi del corso ritenere.
Questo consiglio, e piu 1'augurio giova
di chi avea acceso in proda le lumiere:
questo il legno salv6, che peria forse,
e fe' ch'in alto mar sicuro corse.
LIV
Nel golfo di Laiazzo inver Soria
sopra una gran citta si trov6 sorto,
e si vicino al lito, che scopria
Tuno e Paltro cast el che serra il porto.
Come il padron s'accorse de la via
che fatto avea, ritorn6 in viso smorto;
che ne porto pigliar quivi volea,
n6 stare in alto, ne fuggir potea.
LV
Ne potea stare in alto, ne fuggire,
che gli arbori e Tantenne avea perdute:
eran tavole e travi pel ferire
del mar sdrucite, macere e sbattute.
E '1 pigliar porto era un voler morire,
o perpetuo legarsi in servitute;
che riman serva ogni persona, o morta,
che quivi errore o ria fortuna porta.
47 2 ORLANDO FURIOSO
LVI
E '1 stare in dubbio era con gran periglio
che non salisser genti de la terra
con legni armati, e al suo desson di piglio,
mal atto a star sul mar, non ch'a far guerra.
Mentre il padron non sa pigliar consiglio,
fu domandato da quel d'Inghilterra
chi gli tenea si Panimo suspeso,
e perche gia non avea il porto preso.
LVII
II padron narro lui che quella riva
tutta tenean le femine omicide,
di quai Pantiqua legge ognun ch'arriva
in perpetuo tien servo, o che 1'uccide;
e questa sorte solamente schiva
chi nel campo dieci uomini conquide,
e poi la notte puo assaggiar nel letto
diece donzelle con carnal diletto.
LVIII
E se la prima pruova gli vien fatta,
e non fornisca la seconda poi,
egli vien morto, e chi e con lui si tratta
da zappatore o da guardian di buoi.
Se di far 1'uno e Paltro e persona atta,
impetra libertade a tutti i suoi;
a se non gia, c'ha da restar marito
di diece donne, elette a suo appetito.
LIX
Non pote udire Astolfo senza risa
de la vicina terra il rito strano.
Sopravien Sansonetto, e poi Marfisa,
indi Aquilante, e seco il suo germano.
II padron parimente lor divisa
la causa che dal porto il tien lontano:
Voglio dicea che inanzi il mar m'affoghi,
ch'io senta mai di servitude i gioghi.
CANTO DECIMONONO 473
LX
Del parer del padrone i marinari
e tutti gli altri naviganti furo;
ma Marfisa e' compagni eran contrari,
che piu che 1'acque il lito avean sicuro.
Via piu il vedersi intorno irati i mari,
che centomila spade, era lor duro.
Parea lor questo e ciascun altro loco
dov'arme usar potean, da temer poco.
LXI
Bramavano i guerrier venire a pro da,
ma con maggior baldanza il duca inglese;
che sa, come del corno il rumor s'oda,
sgombrar d'intorno si fara il paese.
Pigliare il porto Tuna parte loda,
e Taltra il biasma, e sono alle contese;
ma la piu forte in guisa il padron stringe,
ch'al porto, suo malgrado, il legno spinge.
LXII
Gia, quando prima s'erano alia vista
de la citta crudel sul mar scoperti,
veduto aveano una galea provista
di molt a ciurma e di nochieri esperti
venire al dritto a ritrovar la trista
nave, confusa di consigli incerti;
che, Talta prora alle sua poppe basse
legando, fuor de 1'empio mar la trasse.
LXIII
Entrar nel porto remorchiando, e a forza
di remi piu che per favor di vele;
pero che Talternar di poggia e d'orza
avea levato il vento lor crudele.
Intanto ripigliar la dura scorza
i cavallieri e il brando lor fedele;
et al padrone et a ciascun che teme
non cessan dar con lor conforti speme.
474 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Fatto e '1 porto a sembianza d'una luna,
e gira piu di quattro miglia intorno:
seicento passi e in bocca, et in ciascuna
parte una rocca ha nel finir del corno.
Non teme alcuno assalto di fortuna,
se non quando gli vien dal mezzogiorno.
A guisa di teatro se gli stende
la citta a cerco, e verso il poggio ascende.
LXV
Non fu quivi si tosto il legno sorto
(gia 1' aviso era per tutta la terra),
che fur seimila femine sul porto,
con gli archi in mano, in abito di guerra;
e per tor de la fuga ogni conforto,
tra Tuna r6cca e Faltra il mar si serra:
da navi e da catene fu rinchiuso,
che tenean sempre instrutte a cotal uso.
LXVI
Una che d'anni alia Cumea d' Apollo
pote uguagliarsi e alia madre d'Ettorre,
fe' chiamare il padrone, e domandollo
se si volean lasciar la vita t6rre,
o se volcano pur al giogo il collo,
secondo la costuma, sottoporre.
Degli dua 1'uno aveano a t6rre: o quivi
tutti morire, o rimaner captivi.
LXVII
Gli e ver dicea che s'uom si ritrovasse
tra voi cosi animoso e cosi forte,
che contra dieci nostri uomini osasse
prender battaglia, e desse lor la morte,
e far con diece femine bastasse
per una notte ufficio di consorte;
egli si rimarria principe nostro,
e gir voi ne potreste al camin vostro.
CANTO DECIMONONO 475
LXVIII
E sara in vostro arbitrio il restar anco,
vogliate o tutti o parte; ma con patto
che chi vorra restare, e restar franco,
marito sia per diece fernine atto.
Ma quando il guerrier vostro possa manco
dei dieci che gli fian nimici a un tratto,
o la seconda pruova non fornisca,
voglian voi siate schiavi, egli perisca.
LXIX
Dove la vecchia ritrovar timore
credea nei cavallier, trovo baldanza;
che ciascun si tenea tal feritore,
che fornir Funo e Faltro avea speranza:
et a Marfisa non mancava il core,
ben che mal atta alia seconda danza;
ma dove non Paitasse la natura,
con la spada supplir stava sicura.
LXX
Al padron fu commessa la risposta,
prima conchiusa per commun consiglio:
ch'avean chi lor potria di se a lor posta
ne la piazza e nel letto far periglio.
Levan Toffese, et il nocchier s'accosta,
getta la fune e le fa dar di piglio;
e fa acconciare il ponte, onde i guerrieri
escono armati, e tranno i lor destrieri.
LXXI
E quindi van per mezzo la cittade,
e vi ritruovan le donzelle altiere,
succinte cavalcar per le contrade,
et in piazza armeggiar come guerriere.
Ne calciar quivi spron, ne cinger spade,
ne cosa d'arme puon gli uomini avere,
se non dieci alia volta, per rispetto
de Tantiqua costuma ch'io v'ho detto.
476 ORLANDO FURIOSO
LXXII
Tutti gli altri alia spola, alPaco, al fuso,
al pettine et all'aspo sono intend,
con vesti feminil che vanno giuso
insin al pie, che gli fa molli e lenti.
Si tengono in catena alcuni ad uso
d'arar la terra o di guardar gli armenti.
Son pochi i maschi; e non son ben, per mille
femine, cento, fra cittadi e ville.
LXXIII
Volendo torre i cavallieri a sorte
chi di lor debba per commune scampo
1'una decina in piazza porre a morte,
e poi 1'altra ferir ne Faltro campo;
non disegnavan di Marfisa forte,
stimando che trovar dovesse inciampo
ne la seconda giostra de la sera,
ch' ad averne vittoria abil non era.
LXXIV
Ma con gli altri esser volse ella sortita:
or sopra lei la sorte in somma cade.
Ella dicea: Prima v'ho a por la vita,
che v'abbiate a por voi la libertade:
ma questa spada e lor la spada addita,
che cinta avea vi do per securtade
ch'io vi sciorro tutti gPintrichi al modo
che fe* Alessandro il gordiano nodo.
LXXV
Non vuo' mai piu che forestier si lagni
di questa terra, fin che '1 mondo dura.
Cosi disse; e non potero i compagni
torle quel che le dava sua aventura.
Dunque, o ch'in turto perda, o lor guadagni
la liberta, le lasciano la cura.
Ella di piastre gia guernita e maglia,
s'appresento nel campo alia battaglia.
CANTO DECIMONONO 477
LXXVI
Gira una piazza al sommo de la terra,
di gradi a seder atti intorno chiusa;
che solamente a giostre, a simil guerra,
a caccie, a lotte, e non ad altro s'usa:
quattro porte ha di bronzo, onde si serra.
Quivi la moltitudine confusa
de Parmigere femine si trasse;
e poi fu detto a Marfisa ch'entrasse.
LXXVII
Entro Marfisa s'un destrier leardo,
tutto sparse di macchie e di rotelle,
di piccol capo e d'animoso sguardo,
d'andar superbo e di fattezze belle.
Pel maggiore e piu vago e piu gagliardo,
di mille che n'avea con briglie e selle,
scelse in Damasco, e realmente ornollo,
et a Marfisa Norandin donollo.
LXXVIII
Da mezzogiorno e da la porta d'austro
entro Marfisa; e non vi stette guari,
ch'appropinquare e risonar pel claustro
udi di trombe acuti suoni e chiari:
e vide poi di verso il freddo plaustro
entrar nel campo i died suoi contrari.
II primo cavallier ch'apparve inante,
di valer tutto il resto avea sembiante.
LXXIX
Quel venne in piazza sopra un gran destriero,
che fuor ch'in fronte e nel pie dietro manco
era, piu che mai corbo, oscuro e nero:
nel pie e nel capo avea alcun pelo bianco.
Del color del cavallo il cavalliero
vestito, volea dir che, come manco
del chiaro era Poscuro, era altretanto
il riso in lui verso 1'oscuro pianto.
478 ORLANDO FURIOSO
LXXX
Dato che fu de la battaglia il segno,
nove guerrier Taste chinaro a un tratto:
ma quel dal nero ebbe il vantaggio a sdegno;
si ritiro, ne di giostrar fece atto.
Vuol ch'alle leggi inanzi di quel regno,
ch'alla sua cortesia, sia contrafatto.
Si tra' da parte e sta a veder le pruove
ch'una sola asta fara contra a nove.
LXXXI
II destrier, ch'avea andar trito e soave,
porto alTincontro la donzella in fretta,
che nel corso arrest6 lancia si grave,
che quattro uomini avriano a pena retta.
L'avea pur dianzi al dismontar di nave
per la piu salda in molte antenne eletta.
II fier sembiante con ch'ella si mosse,
mille faccie imbianc6, mille cor scosse.
LXXXII
Aperse al primo che trovo si il petto,
che fora assai che fosse stato nudo:
gli passo la corazza e il soprapetto,
ma prima un ben ferrato e grosso scudo.
Dietro le spalle un braccio il ferro netto
si vide uscir: tanto fu il colpo crudo.
Quel fitto ne la lancia a dietro lassa,
e sopra gli altri a tutta briglia passa.
LXXXIII
E diede d'urto a chi venia secondo,
et a chi terzo si terribil botta,
che rotto ne la schena uscir del mondo
fe' Puno e 1'altro, e de la sella a un'otta:
si duro fu l'incontro e di tal pondo,
si stretta insieme ne venia la frotta.
Ho veduto bombarde a quella guisa
le squadre aprir, che fe' lo stuol Marfisa.
CANTO DECIMONONO
LXXXIV
Sopra di lei piu lance rotte furo;
ma tanto a quelli colpi ella si mosse,
quanto nel giuoco de le caccie un muro
si muova a j colpi de le palle grosse.
L'usbergo suo di tempra era si duro,
che non gli potean contra le percosse;
e per incanto al fuoco de Flnferno
cotto, e temprato alPacque fu d'Averno.
LXXXV
Al fin del campo il destrier tenne e volse,
e fermo alquanto; e in fretta poi lo spinse
incontra gli altri, e sbarragliolli e sciolse,
e di lor sangue insin alPelsa tinse.
AlPuno il capo, alPaltro il braccio tolse;
e un altro in guisa con la spada cinse,
che '1 petto in terra and6 col capo et ambe
le braccia, e in sella il ventre era e le gambe.
LXXXVI
Lo parti, dico, per dritta misura,
de le coste e de 1'anche alle confine,
e lo fe* rimaner mezza figura,
qual dinanzi alTimagini divine,
poste d'argento, e piu di cera pura
son da genti lontane e da vicine,
ch'a ringraziarle e sciorre il voto vanno
de le domande pie ch'ottenute hanno.
LXXXVII
Ad uno che fuggia, dietro si mise,
ne fu a mezzo la piazza, che lo giunse;
e '1 capo e '1 collo in modo gli divise,
che medico mai piu non lo raggiunse,
In somma tutti un dopo P altro uccise,
o feri si ch'ogni vigor n'emunse;
e fu sicura che levar di terra
mai piu non si potrian per farle guerra.
479
480 ORLANDO FURIOSO
LXXXVIII
Stato era il cavallier sempre in un canto,
die la decina in piazza avea condutta;
pero che contra un solo andar con tanto
vantaggio opra gli parve iniqua e brutta.
Or che per una man torsi da canto
vide si tosto la compagna tutta,
per dimostrar che la tardanza fosse
cortesia stata e non timor, si mosse.
LXXXIX
Con man fe j cenno di volere, inanti
che facesse altro, alcuna cosa dire;
e non pensando in si viril sembianti
che s'avesse una vergine a coprire,
le disse : Cavalliero, omai di tanti
esser dei stance, c'hai fatto morire;
e s'io volessi, piu di quel che sei,
stancarti ancor, discortesia farei.
xc
Che ti riposi insino al giorno nuovo,
e doman torni in campo, ti concede.
Non mi fia onor se teco oggi mi pruovo,
che travagliato e lasso esser ti credo.
II travagliare in arme non m'e nuovo,
ne per si poco alia fatica cedo ;
disse Marfisa e spero ch'a tuo costo
io ti fare- di questo aveder tosto.
xci
De la cortese offerta ti ringrazio,
ma riposare ancor non mi bisogna;
e ci avanza del giorno tanto spazio,
ch'a porlo tutto in ozio e pur vergogna.
Rispose il cavallier: Fuss'io si sazio
d'ogn'altra cosa che J l mio core agogna,
come t'ho in questo da saziar; ma vedi
che non ti manchi il di piu che non credi.
CANTO DECIMONONO 481
XCII
Cosi disse egli, e fe* portare in fretta
due grosse lance, anzi due gravi antenne;
et a Marfisa dar ne fe' 1'eletta:
tolse Taltra per se ch'indietro venne.
Gia sono in punto, et altro non s'aspetta
ch'un alto suon che lor la giostra accenne.
Ecco la terra e Paria e il mar rimbomba
nel mover loro al primo suon di tromba.
XCIII
Trar fiato, bocca aprir, o battere occhi
non si vedea de' riguardanti alcuno:
tanto a mirare a chi la palma tocchi
dei duo campioni, intento era ciascuno.
Marfisa accio che de Tarcion trabocchi,
si che mai non si levi, il guerrier bruno,
drizza la lancia; e il guerrier bruno forte
studia non men di por Marfisa a morte.
xciv
Le lancie ambe di secco e suttil salce,
non di cerro sembrar grosso et acerbo,
cosi n'andaro in tronchi fin al calce;
e Pincontro ai destrier fu si superbo,
che parimente parve da una falce
de le gambe esser lor tronco ogni nerbo.
Cadero ambi ugualmente; ma i campioni
fur presti a disbrigarsi dagli arcioni.
xcv
A mille cavallieri, alia sua vita,
al primo incontro avea la sella tolta
Marfisa, et ella mai non n'era uscita;
e n'usci, come udite, a questa volta.
Del caso strano non pur sbigottita,
ma quasi fu per rimanerne stolta.
Parve anco strano al cavallier dal nero,
che non solea cader gia di leggiero.
482 ORLANDO FURIOSO
XCVI
Tocca avean nel cader la terra a pena,
che furo in piedi e rinovar Passalto.
Tagli e punte a furor quivi si mena,
quivi ripara or scudo, or lama, or salto.
Vada la botta vota o vada piena,
1'aria ne stride e ne risuona in alto.
Quelli elmi, quelli usberghi, quelli scudi
mostrar ch'erano saldi phi ch'incudi.
XCVII
Se de 1'aspra donzella il braccio e grave,
ne quel del cavallier nimico e lieve.
Ben la misura ugual l j un da Taltro have:
quanto a punto Fun da, tanto riceve.
Chi vol due fiere audaci anime brave,
cercar piu la di quest e due non deve,
ne cercar piu destrezza ne piu possa;
che n'han tra lor quanto piu aver si possa.
XCVIII
Le donne, che gran pezzo mirato hanno
continuar tante percosse orreade,
e che nei cavallier segno d'affanno
e di stanchezza ancor non si comprende;
dei duo miglior guerrier lode lor danno,
che sien tra quanto il mar sua braccia estende.
Par lor che se non fosser piu che forti,
esser dovrian sol del travaglio morti.
xcix
Ragionando tra se, dicea Marfisa:
Buon fu per me che costui non si mosse;
ch'andava a risco di restarne uccisa,
se dianzi stato coi compagni fosse,
quando io mi truovo a pena a questa guisa
di potergli star contra alle percosse.
Cosi dice Marfisa; e tuttavolta
non resta di menar la spada in volta.
CANTO DECIMONONO 483
C
Buon fu per me, dicea quelPaltro ancora
che riposar costui non ho lasciato.
Difender me ne posso a fatica ora
che de la prima pugna e travagliato.
Se fin al nuovo di facea dimora
a ripigliar vigor, che saria stato ?
Ventura ebbi io, quanto piu possa aversi,
che non volesse tor quel ch'io gli ofFersi.
Ci
La battaglia duro fin alia sera,
ne chi avesse anco il meglio era palese;
ne Fun ne Paltro piu senza lumiera
saputo avria come schivar Poffese.
Giunta la notte, all'inclita guerriera
fu primo a dir il cavallier cortese :
Che faren, poi che con ugual fortuna
n'ha sopragiunti la notte importuna?
en
Meglio mi par che *1 viver tuo prolunghi
almeno insino a tanto che s'aggiorni.
Io non posso concederti che aggiunghi
fuor ch'una notte picciola ai tua giorni.
E di cio che non gli abbi aver piu lunghi,
la colpa sopra me non vuo' che torni:
torni pur sopra alia spietata legge
del sesso feminil che '1 loco regge.
cm
Se di te duolmi e di quest'altri tuoi,
Io sa colui che nulla cosa ha oscura.
Con tuoi compagni star meco tu puoi:
con altri non avrai stanza sicura;
perche la turba, a cu' i mariti suoi
oggi uccisi hai, gia contra te congiura.
Ciascun di questi a cui dato hai la morte,
era di diece femine consorte.
484 ORLANDO FURIOSO
CIV
Del danno c'han da te ricevut'oggi,
disian novanta femine vendetta;
si che se meco ad albergar non poggi,
questa notte assalito esser t'aspetta.
Disse Marfisa: Accetto che m'alloggi,
con sicurta che non sia men perfetta
in te la fede e la bonta del core,
che sia 1'ardire e il corporal valore.
cv
Ma che t'incresca che m'abbi ad uccidere,
ben ti puo increscere anco del contrario.
Fin qui non credo che Pabbi da ridere,
perch'io sia men di te duro awersario.
la pugna seguir vogli o dividere,
o farla alPuno o all'altro luminario:
ad ogni cenno pronta tu m'avrai,
e come et ogni volta che vorrai.
cvi
Cosi fu differita la tenzone,
fin che di Gange uscisse il nuovo albore,
e si resto senza conclusione
chi d'essi duo guerrier fosse il migliore.
Ad Aquilante venne et a Grifone
e cosi agli altri il liberal signore,
e li preg6 che fin al nuovo giorno
piacesse lor di far seco soggiorno.
CVII
Tenner lo 'nvito senza alcun sospetto:
indi, a splendor de bianchi torch! ardenti,
tutti saliro ov'era un real tetto,
distinto in molti adorni alloggiamenti.
Stupefatti al levarsi de Pelmetto,
mirandosi, restaro i combattenti;
che '1 cavallier, per quanto apparea fuora,
non eccedeva i diciotto anni ancora.
CANTO DECIMONONO 485
CVIII
Si maraviglia la donzella, come
in arme tanto un giovinetto vaglia;
si maraviglia Paltro, ch'alle chiome
s'avede con chi avea fatto battaglia:
e si domandan Fun con Paltro il nome;
e tal debito tosto si ragguaglia.
Ma come si nomasse il giovinetto,
ne Taltro canto ad ascoltar v'aspetto.
486 ORLANDO FURIOSO
CANTO VENTESIMO
I
Le donne antique hanno mirabil cose
fatto ne Tarme e ne le sacre muse;
e di lor opre belle e gloriose
gran lume in tutto il mondo si diffuse.
Arpalice e Camilla son famose,
perche in battaglia erano esperte et use;
Safo e Corinna, perche furon dotte,
splendono illustri, e mai non veggon notte.
II
Le donne son venute in eccellenza
di ciascun'arte ove hanno posto cura;
e qualunque alPistorie abbia awertenza,
ne sente ancor la fama non oscura.
Se '1 mondo n'e gran tempo stato senza,
non pero sempre il mal influsso dura;
e forse ascosi han lor debiti onori
Pinvidia o il non saper degli scrittorL
in
Ben mi par di veder ch'al secol nostro
tanta virtu fra belle donne emerga,
che pu6 dare opra a carte et ad inchiostro,
perche" nei futuri anni si disperga,
e perche, odiose lingue, il mal dir vostro
con vostra eterna infamia si sommerga:
e le lor lode appariranno in guisa,
che di gran lunga avanzeran Marfisa.
CANTO VENTESIMO 487
IV
Or pur tornando a lei, questa donzella
al cavallier che I'us6 cortesia,
de Fesser suo non niega dar novella,
quando esso a lei voglia contar chi sia.
Sbrigossi tosto del suo debito ella:
tanto il nome di lui saper disia.
lo son disse Marfisa : e fu assai questo;
che si sapea per tutto '1 mondo il resto.
L'altro comincia, poi che tocca a lui,
con piu proemio a darle di se conto,
dicendo : lo credo che ciascun di vui
abbia de la mia stirpe il nome in pronto;
che non pur Francia e Spagna e i vicin sui,
ma T India, FEtiopia e il freddo Ponto
han chiara cognizion di Chiaramonte,
onde usci il cavallier ch'uccise Almonte,
VI
e quel ch'a Chiariello e al re Mambrino
diede la morte, e il regno lor disfece.
Di questo sangue, dove ne FEusino
Tlstro ne vien con otto corna o diece,
al duca Amone, il qua! gia peregrino
vi capito, la madre mia mi fece:
e Fanno e ormai ch'io la lasciai dolente,
per gire in Francia a ritrovar mia gente.
vn
Ma non potei finire il mio viaggio,
che qua mi spinse un tempestoso Noto.
Son died mesi o piu che stanza v'aggio,
che tutti i giorni e tutte Fore noto.
Nominate son io Guidon Selvaggio,
di poca pruova ancora e poco noto.
Uccisi qui Argilon da Melibea
con dieci cavallier che seco avea.
488 ORLANDO FURIOSO
VIII
Feci la pruova ancor de le donzelle:
cosi n'ho diece a' mlei piaceri allato;
et alia scelta mia son le piu belle,
e son le piu gentil di questo stato.
E queste reggo e tutte 1'altre; ch'elle
di se m'hanno governo e scettro dato:
cosi daranno a qualunque altro arrida
Fortuna si, che la decina ancida.
IX
I cavallier domandano a Guidone,
com'ha si pochi maschi il tenitoro,
e s'alle moglie hanno suggezione,
come esse Than negli altri lochi a loro.
Disse Guidon : Piu volte la cagione
udita n'ho da poi che qui dimoro ;
e vi sara, secondo ch'io 1'ho udita,
da me, poi che v'aggrada, riferita.
x
Al tempo che tornar dopo anni venti
da Troia i Greci (che duro 1'assedio
dieci, e dieci altri da contrari venti
furo agitati in mar con troppo tedio),
trovar che le lor donne agli tormenti
di tanta absenzia avean preso rimedio:
tutte s' avean gioveni amanti eletti,
per non si raffreddar sole nei letti.
XI
Le case lor trovaro i Greci piene
de Faltrui figli; e per parer commune
perdonano alle mogli, che san bene
che tanto non potean viver digiune.
Ma ai figli degli adulteri conviene
altrove procacciarsi altre fortune;
che tolerar non vogliono i mariti
che piu alle spese lor sieno notriti.
CANTO VENTESIMO 489
XII
Sono altri esposti, altri tenuti occulti
da le lor madri e sostenuti in vita.
In varie squadre quei ch'erano adulti
feron, chi qua chi la, tutti partita.
Per altri Farme son, per altri culti
gli studi e 1'arti; altri la terra trita;
serve altri in corte; altri e guardian di gregge,
come piace a colei che qua giu regge.
XIII
Parti fra gli altri un giovinetto, figlio
di Clitemnestra, la crudel regina,
di diciotto anni, fresco come un giglio,
rosa colta allor di su la spina.
Questi, armato un suo legno, a dar di piglio
si pose e a depredar per la marina
in compagnia di cento giovinetti
del tempo suo, per tutta Grecia eletti.
XIV
1 Cretesi, in quel tempo che cacciato
il crudo Idomeneo del regno aveano,
e per assicurarsi il nuovo stato,
d'uomini e d'arme adunazion faceano;
fero con bon stipendio lor soldato
Falanto (cosi al giovine diceano),
e lui con tutti quei che seco avea
poser per guardia alia citta Dictea.
xv
Fra cento alme citta ch'erano in Greta,
Dictea phi ricca e piu piacevol era,
di belle donne et amorose lieta,
lieta di giochi da matino a sera:
e com' era ogni tempo consueta
d'accarezzar la gente forestiera,
fe* a costor si, che molto non rimase
a fargli anco signor de le lor case.
490 ORLANDO FURIOSO
XVI
Eran gioveni tutti e belli affatto
(che '1 fior di Grecia avea Falanto eletto):
si ch'alle belle donne, al primo tratto
che v'apparir, trassero i cor del petto.
Poi che non men che belli, ancora in fatto
si dimostrar buoni e gagliardi al letto,
si fero ad esse in pochi di si grati,
che sopra ogn'altro ben n'erano amati.
XVII
Finita che d'accordo e poi la guerra
per cui stato Falanto era condutto,
e lo stipendio militar si serra,
si che non v'hanno i gioveni piu frutto,
e per questo lasciar voglion la terra;
fan le donne di Creta maggior lutto,
e per cio versan piu dirotti pianti,
che se i lor padri avesson morti avanti.
XVIII
Da le lor donne i gioveni assai foro,
ciascun per se, di rimaner pregati:
ne volendo restare, esse con loro
n'andar, lasciando e padri e figli e frati,
di ricche gemme e di gran summa d'oro
avendo i lor dimestici spogliati;
che la pratica fu tanto secreta,
che non senti la fuga uomo di Creta.
XIX
Si fu propizio il vento, si fu Fora
commoda, che Falanto a fuggir colse,
che molte miglia erano usciti fuora,
quando del danno suo Creta si dolse.
Poi questa spiaggia, inabitata allora,
trascorsi per fortuna li raccolse.
Qui si posaro, e qui sicuri tutti
meglio del furto lor videro i frutti.
CANTO VENTESIMO 491
XX
Questa lor fu per died giorni stanza
di piaceri amorosi tutta plena.
Ma come spesso awien che 1'abondanza
seco in cor giovenil fastidio mena,
tutti d'accordo fur di restar sanza
femine, e liberarsi di tal pena;
che non e soma da portar si grave
come aver donna, quando a noia s'have.
XXI
Essi che di guadagno e di rapine
eran bramosi, e di dispendio parchi,
vider ch'a pascer tante concubine,
d'altro che d'aste avean bisogno e d'archi:
si che sole lasciar qui le meschine,
e se n'andar di lor ricchezze carchi
la dove in Puglia in ripa al mar poi sento
ch'edificar la terra di Tarento.
XXII
Le donne, che si videro tradite
dai loro amanti in che piii fede aveano,
restar per alcun di si sbigotite,
che statue immote in lito al mar pareano.
Visto poi che da gridi e da infinite
lacrime alcun profitto non traeano,
a pensar cominciaro e ad aver cura
come aiutarsi in tanta lor sciagura.
XXIII
E proponendo in mezzo i lor pareri,
altre diceano: in Greta e da tornarsi;
e piu tosto all'arbitrio de' seven
padri e d'offesi lor mariti darsi,
che nei deserti liti e boschi fieri,
di disagio e di fame consumarsi.
Altre dicean che lor saria piu onesto
affogarsi nel mar, che mai far questo;
492 ORLANDO FURIOSO
XXIV
e che manco mal era meretrici
andar pel mondo, andar mendiche o schiave,
che se stesse offerire agli supplici
di ch'eran degne Popere lor prave.
Questi e simil partiti le infelici
si proponean, ciascun piu duro e grave.
Tra loro al fine una Orontea levosse,
ch'origine traea dal re Minosse;
xxv
la piu gioven de Paltre e la piu bella
e la piu accorta, e ch'avea meno errato:
amato avea Falanto, e a lui pulzella
datasi, e per lui il padre avea lasciato.
Costei mostrando in viso et in favella
il magnanimo cor d'ira infiammato,
redarguendo di tutte altre il detto,
suo parer disse, e fe j seguirne effetto.
XXVI
Di questa terra a lei non parve t6rsi,
che conobbe feconda e d'aria sana,
e di limpidi fiumi aver discorsi,
di selve opaca, e la piu parte piana;
con porti e foci, ove dal mar ricorsi
per ria fortuna avea la gente estrana,
ch'or d' Africa portava, ora d'Egitto
cose diverse e necessarie al vitto.
XXVII
Qui parve a lei fermarsi, e far vendetta
del viril sesso che le avea si offese:
vuol ch'ogni nave, che da venti astretta
a pigliar venga porto in suo paese,
a sacco, a sangue, a fuoco al fin si metta;
ne de la vita a un sol si sia cortese.
Cosi fu detto e cosi fu concluso,
e fu fatta la legge e messa in uso.
CANTO VENTESIMO 493
XXVIII
Come turbar 1'aria sentiano, armate
le femine correan su la marina,
da Timplacabile Orontea guidate,
che die lor legge e si fe j lor regina:
e de le navi ai liti lor cacciate
faceano incendi orribili e rapina,
uom non lasciando vivo, che novella
dar ne potesse o in questa parte o in quella.
XXIX
Cosi solinghe vissero qualch'anno,
asp re nimiche del sesso virile.
Ma conobbero poi che J l proprio danno
procaccierian, se non mutavan stile:
che se di lor propagine non fanno,
sara lor legge in breve irrita e vile,
e manchera con Pinfecondo regno,
dove di farla eterna era il disegno.
xxx
Si che, temprando il suo rigore un poco,
scelsero, in spazio di quattro anni interi,
di quanti capitaro in questo loco
dieci belli e gagliardi cavallieri,
che per durar ne 1'amoroso gioco
contr'esse cento fosser buon guerrieri.
Esse in tutto eran cento; e statuito
ad ogni lor decina fu un marito.
XXXI
Prima ne fur decapitati molti
che riusciro al paragon mal forti.
Or questi dieci a buona pruova tolti,
del letto e del governo ebbon consorti;
facendo lor giurar che se piu colti
altri uomini verriano in questi porti,
essi sarian che, spenta ogni pietade,
li porriano ugualmente a fil di spade.
494 ORLANDO FURIOSO
XXXII
Ad ingrossare, et a figliar appresso
le donne, indi a temere incominciaro
che tanti nascerian del viril sesso,
che contra lor non avrian poi riparo;
e al fine in man degli uomini rimesso
saria il governo ch'elle avean si caro:
si ch'ordinar, mentre eran gli anni imbelli,
far si, che mai non fosson lor ribelli.
xxxin
Accio il sesso viril non le soggioghi,
uno ogni madre vuol la legge orrenda
che tenga seco ; gli altri, o li suffoghi,
o fuor del regno li permuti o venda.
Ne mandano per questo in varii luoghi:
e a chi gli porta dicono che prenda
femine, se a baratto aver ne puote;
se non, non torni almen con le man v6te.
XXXIV
Ne uno ancora alleverian, se senza
potesson fare, e mantenere il gregge.
Questa e quanta pieta, quanta clemenza
piu ai suoi ch'agli altri usa 1'iniqua legge:
gli altri condannan con ugual sentenza;
e solamente in questo si corregge,
che non vuol che secondo il primiero uso
le femine gli uccidano in confuso.
xxxv
Se dieci o venti o piu persone a un tratto
vi fosser giunte, in carcere eran messe:
e d'una al giorno, e non di piu, era tratto
il capo a sorte, che perir dovesse
nel tempio orrendo ch'Orontea avea fatto,
dove un altare alia Vendetta eresse;
e dato all'un de' dieci il crudo ufficio
per sorte era di fame sacrificio.
CANTO VENTESIMO 495
XXXVI
Dopo molt'anni alle ripe omicide
a dar venne di capo un giovinetto,
la cui stirpe scendea dal buono Alcide 3
di gran valor ne Tarrne, Elbanio detto.
Qui preso fu, ch'a pena se n'avide,
come quel che venia senza sospetto;
e con gran guardia in stretta parte chiuso,
con gli altri era serbato al crudel xiso.
XXXVII
Di viso era costui bello e giocondo,
e di maniere e di costumi ornato,
e di parlar si dolce e si facondo,
ch'un aspe volentier 1'avria ascoltato:
si che, come di cosa rara al mondo,
de 1'esser suo fu tosto rapportato.
ad Alessandra figlia d'Orontea,
che di molt'anni grave anco vivea.
XXXVIII
Orontea vivea ancora; e gia mancate
tutt'eran Faltre ch'abitar qui prima:
e diece tante e piu n'erano nate,
e in forza eran cresciute e in maggior stima;
ne tra diece fucine che serrate
stavan pur spesso, avean piu d'una lima;
e dieci cavallieri anco avean cura
di dare a chi venia fiera aventura.
xxxrx
Alessandra, bramosa di vedere
il giovinetto ch'avea tante locle,
da la sua matre in singular piacere
impetra si, ch'Elbanio vede et ode;
e quando vuol partirne, rimanere
si sente il core ove e chi 1 punge e rode:
legar si sente, e non sa far contesa,
e al fin dal suo prigion si trova presa.
496 ORLANDO FURIOSO
XL
Elbanio disse a lei : Se di pietade
s'avesse, donna, qui notlzia ancora,
come se n'ha per tutt'altre contrade,
dovunque il vago sol luce e colora;
io vi osarei, per vostr'alma beltade
ch'ogn'animo gentil di se inamora,
chiedervi in don la vita mia, che poi
saria ognor presto a spenderla per voi.
XLI
Or quando fuor d'ogni ragion qui sono
privi d'umanitade i cori umani,
non vi domander6 la vita in dono,
che i prieghi miei so ben che sarian vani;
ma che da cavalliero, o tristo o buono
ch'io sia, possi morir con Parme in mani,
e non come dannato per giudicio,
o come animal bruto in sacrificio.
XLII
Alessandra gentil, ch'umidi avea,
per la pieta del giovinetto, i rai,
rispose: Ancor che piu crudele e rea
sia questa terra, ch'altra fosse mai;
non concedo per6 che qui Medea
ogni femina sia, come tu fai;
e quando ogn'altra cosi fosse ancora,
me sola di tant'altre io vo* trar fuora.
XLIII
E se ben per adietro io fossi stata
empia e citadel, come qui sono tante,
dir posso che suggetto ove mostrata
per me fosse pieta, non ebbi avante.
Ma ben sarei di tigre piu arrabbiata,
e piu duro avre' il cor che di diamante,
se non m'avesse tolto ogni durezza
tua belta, tuo valor, tua gentilezza.
CANTO VENTESIMO 497
XLIV
Cosi non fosse la legge piu forte,
che contra i peregrin! e statuita,
come io non schiverei con la mia morte
di ricomprar la tua piu degna vita.
Ma non e grado qui di si gran sorte,
che ti potesse dar libera aita;
e quel che chiedi ancor, ben che sia poco,
difficile ottener fia in questo loco.
XLV
Pur io vedro di far che tu 1'ottenga,
ch'abbi inanzi al morir questo contento;
ma mi dubito ben che te n'avenga,
tenendo il morir lungo piu tormento.
Suggiunse Elbanio : Quando incontra io venga
a dieci armato, di tal cor mi sento,
che la vita ho speranza di salvarme,
e uccider lor, se tutti fosser arme.
XL VI
Alessandra a quel detto non rispose
se non un gran sospiro, e dipartisse,
e porto nel partir mille amorose
punte nel cor, mai non sanabil, fisse.
Venne alia madre, e volunta le pose
di non lasciar che '1 cavallier morisse,
quando si dimostrasse cosi forte,
che, solo, avesse posto i dieci a morte.
XL VII
La regina Orontea fece raccorre
il suo consiglio, e disse: A noi conviene
sempre il miglior che ritroviamo, porre
a guardar nostri porti e nostre arene;
e per saper chi ben lasciar, chi t6rre,
prova e sempre da far, quando gli awiene;
per non patir con nostro danno a torto,
che regni il vile, e chi ha valor sia morto.
498 ORLANDO FURIOSO
XLVIII
A me par, se a voi par, che statuito
sia ch'ogni cavallier per lo awenire,
che fortuna abbia tratto al nostro lito,
prima ch'al tempio si faccia morire,
possa egli sol, se gli place il partito,
incontra i dieci alia battaglia uscire;
e se di tutti vincerli e possente,
guardi egli il porto, e seco abbia altra gente.
XLIX
Parlo cosi, perche abbian qui un prigione
che par che vincer dieci s'offerisca.
Quando, sol, vaglia tante altre persone,
dignissimo e, per Dio, che s'esaudisca.
Cosi in contrario avra punizione,
quando vaneggi e temerario ardisca.
Orontea fine al suo parlar qui pose,
a cui de le piu antique una rispose:
L
La principal cagion ch'a far disegno
sul comercio degli uomini ci mosse,
non fa perch' a difender questo regno
del loro aiuto alcun bisogno fosse;
che per far questo abbiamo ardire e ingegno
da noi medesme, e a sufficienzia posse:
cosi senza sapessimo far anco,
che non venisse il propagarci a manco!
LI
Ma poi che senza lor questo non lece,
tolti abbian, ma non tanti, in compagnia,
che mai ne sia piu d'uno incontra diece,
si ch'aver di noi possa signoria.
Per conciper di lor questo si fece,
non che di lor difesa uopo ci sia.
La lor prodezza sol ne vaglia in questo,
e sieno ignavi e inutili nel resto.
CANTO VENTESIMO 499
LII
Tra noi tenere un uom che sia si forte,
contrario e in tutto al principal disegno.
Se puo un solo a died uomini dar morte,
quante donne fara stare egli al segno?
Se i dieci nostri fosser di tal sorte,
il primo di n'avrebbon tolto il regno.
Non e la via di dominar, se vuoi
por 1'arme in mano a chi puo piu di noi.
LIII
Pon mente ancor, che quando cosi aiti
Fortuna questo tuo, che i dieci uccida,
di cento donne che de' lor mariti
rimarran prive, sentirai le grida.
Se vuol campar, proponga altri partiti,
ch'esser di dieci gioveni omicida.
Pur, se per far con cento donne e buono
quel che dieci fariano, abbi perdono.
LIV
Fu d'Artemia crudel questo il parere
(cosi avea nome), e non manc6 per lei
di far nel tempio Elbanio rimanere
scannato inanzi agli spietati deL
Ma la madre Orontea che compiacere
volse alia figlia, replic6 a colei
altre et altre ragioni, e modo tenne
che nel senato il suo parer s'ottenne.
LV
L'aver Elbanio di bellezza il vanto
sopra ogni cavallier che fosse al mondo,
fu nei cor de le giovani di tanto,
ch'erano in quel consiglio, e di tal pondo,
che '1 parer de le vecchie and6 da canto,
che con Artemia volean far secondo
Fordine antique; ne lontan fu molto
ad esser per favore Elbanio assolto.
500 ORLANDO FURIOSO
LVI
Di perdonargli in somma fu concluso,
ma poi che la decina avesse spento,
e che ne 1'altro assalto fosse ad uso
di diece donne buono, e non di cento.
Di career Taltro giorno fu dischiuso;
e avuto arme e cavallo a suo talento,
contra dieci guerrier, solo, si mise,
e 1'uno appresso all'altro in piazza uccise.
LVII
Fu la notte seguente a prova messo
contra diece donzelle ignudo e solo,
dove ebbe alPardir suo si buon successo,
che fece il saggio di tutto lo stuolo.
E questo gli acquisto tal grazia appresso
ad Orontea, che Tebbe per figliuolo;
e gli diede Alessandra e Taltre nove
con ch'avea fatto le notturne prove.
LVIII
E lo lascio con Alessandra bella,
che poi die nome a questa terra, erede,
con patto ch'a servare egli abbia quella
legge, et ogn'altro che da lui succede:
che ciascun che gia mai sua fiera Stella
fara qui por lo sventurato piede,
elegger possa, o in sacrificio darsi,
o con dieci guerrier, solo, provarsi.
LIX
E se gli awien che '1 di gli uomini uccida,
la notte con le femine si provi;
e quando in questo ancor tanto gli arrida
la sorte sua, che vincitor si trovi,
sia del femineo stuol principe e guida,
e la decina a scelta sua rinovi,
con la qual regni, fin ch'un altro arrivi,
che sia piu forte, e lui di vita privi.
CANTO VENTESIMO SOI
LX
Appresso a duamila anni il costume empio
si e mantenuto, e si mantiene ancora;
e sono pochi giorni che nel tempio
uno infelice peregrin non mora.
Se contra dieci alcun chiede, ad esempio
d'Elbanio, armarsi (che ve n'e talora),
spesso la vita al primo assalto lassa;
ne di mille uno all'altra prova passa.
LXI
Pur ci passano alcuni, ma si rari,
che su le dita annoverar si ponno.
Uno di questi fu Argilon: ma guari
con la decina sua non fu qui donno;
che cacciandomi qui venti contrari,
gli occhi gli chiusi in sempiterno sonno.
Cosi fossi io con lui morto quel giorno,
prima che viver servo in tanto scorno.
LXII
Che piaceri amorosi e riso e gioco,
che suole amar ciascun de la mia etade,
le purpure e le gemme, e Taver loco
inanzi agli altri ne la sua cittade,
potuto hanno, per Dio, mai giovar poco
aH'uom che privo sia di libertade:
e '1 non poter mai pm di qui levarmi,
servitu grave e intolerabil parmi.
LXIII
II vedermi lograr dei miglior anni
il piu bel fiore in si vile opra e molle,
tiemmi il cor sempre in stimulo e in affanni,
et ogni gusto di piacer mi tolle.
La fama del mio sangue spiega i vanni
per tutto '1 mondo, e fin al ciel s'estolle:
che forse buona parte anch'io n'avrei,
s'esser potessi coi fratelli miei.
502 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Parmi ch'ingiuria il mio destin mi faccia,
avendomi a si vil servigio eletto;
come chi ne 1'armento il destrier caccia,
il qual d'occhi o di piedi abbia difetto,
o per altro accidente che dispiaccia,
sia fatto all'arme e a miglior uso inetto:
ne sperando io, se non per morte, uscire
di si vil servitu, bramo morire.
LXV
Guidon qui fine alle parole pose,
e maledi quel giorno per isdegno,
il qual dei cavallieri e de le spose
gli die vittoria in acquistar quel regno.
Astolfo stette a udire, e si nascose
tanto, che si fe' certo a piu d'un segno
che, come detto avea, questo Guidone
era figliuol del suo parente Amone.
LXVI
Poi gli rispose: Io sono il duca inglese,
il tuo cugino Astolfo ; et abbracciollo,
e con atto amorevole e cortese,
non senza sparger lagrime, baciollo.
Caro parente mio, non piu palese
tua madre ti potea por segno al collo ;
ch'a farne fede che tu sei de' nostri,
basta il valor che con la spada mostri.
LXVII
Guidon, ch'altrove avria fatto gran festa
d'aver trovato un si stretto parente,
quivi Paccolse con la faccia mesta,
perch6 fu di vedervilo dolente.
Se vive, sa ch j Astolfo schiavo resta,
n il termine e piu la che '1 di seguente;
se fia libero Astolfo, ne more esso:
si che '1 ben d'uno e il mal de Paltro espresso,
CANTO VENTESIMO 503
LXVIII
Gli duol che gli altri cavallieri ancora
abbia, vincendo, a far sempre captivi;
ne piu, quando esso in quel contrasto mora,
potra giovar che servitu lor schivi:
che se d'un fango ben gli porta fuora,
e poi s'inciampi come alPaltro arrivi,
avra lui senza pro vinto Marfisa;
ch'essi pur ne fien schiavi, et ella uccisa.
LXIX
Da Faltro canto avea I 5 acerb a etade,
la cortesia e il valor del giovinetto
d'amore intenerito e di pietade
tanto a Marfisa et ai compagni il petto,
che con morte di lui lor libertade
esser dovendo avean quasi a dispetto:
e se Marfisa non puo far con manco
ch'uccider lui, vuol essa morir anco.
LXX
Ella disse a Guidon: Vientene insieme
con noi, ch'a viva forza usciren quinci.
Deh rispose Guidon lascia ogni speme
di mai piu uscirne, o perdi meco o vinci.
Ella suggiunse: II mio cor mai non teme
di non dar fine a cosa che cominci;
n6 trovar so la piu sicura strada
di quella ove mi sia guida la spada.
LXXI
Tal ne la piazza ho il tuo valor provato,
che, s'io son teco, ardisco ad ogn'impresa.
Quando la turba intorno allo steccato
sara domani in sul teatro ascesa,
io vo' che Puccidian per ogni lato,
o vada in fuga o cerchi far difesa,
e ch'agli lupi e agli avoltoi del loco
lasciamo i corpi, e la cittade al fuoco.
504 ORLANDO FURIOSO
LXXII
Suggiunse a lei Guidon: Tu m'avrai pronto
a seguitarti et a morirti a canto ;
ma vivi rimaner non faccian conto ;
bastar ne puo di vendicarci alquanto:
che spesso diecimila in piazza conto
del popul feminile, et altretanto
resta a guardare e porto e rocca e mura,
ne alcuna via d'uscir trovo sicura.
LXXIII
Disse Marfisa: E molto piu sieno elle
degli uomini che Serse ebbe gia intorno,
e sieno piu de Panime ribelle
ch'uscir del ciel con lor perpetuo scorno:
se tu sei meco, o almen non sie con quelle,
tutte le voglio uccidere in un giorno.
Guidon suggiunse : lo non ci so via alcuna
ch'a valer n'abbia, se non val quest'una.
LXXIV
Ne puo sola salvar, se ne succede,
quest'una ch'io diro, ch'or mi soviene.
Fuor ch'alle donne, uscir non si concede,
ne metter piede in su le salse arene:
e per questo commettermi alia fede
d'una de le mie donne mi conviene,
del cui perfetto amor fatta ho sovente
piu pruova ancor, ch'io non faro al presente.
LXXV
Non men di me tormi costei disia
di servitu, pur che ne venga meco;
che cosi spera, senza compagnia
de le rivali sue, ch'io viva seco.
Ella nel porto o fuste o saettia
fara or dinar, mentre e ancor 1'aer cieco,
che i marinari vostri troveranno
acconcia a navigar, come vi vanno.
CANTO VENTESIMO 505
LXXVI
Dietro a me tutti in un drappel ristretti,
cavallieri, mercanti e galeotti,
ch'ad albergarvi sotto a questi tetti
meco, vostra merce, sete ridotti,
avrete a farvi ample sentier coi petti,
se del nostro camin siamo interrotti:
cosi spero, aiutandoci le spade,
ch'io vi trarro de la crudel cittade.
LXXVII
Tu fa come ti par, disse Marfisa
ch'io son per me d'uscir di qui sicura.
Piu facil fia che di mia mano uccisa
la gente sia, che e dentro a queste mura,
che mi veggi fuggire, o in altra guisa
alcun possa notar ch'abbi paura.
Vo' uscir di giorno, e sol per forza d'arme;
che per ogn'altro modo obbrobrio parme.
LXXVIII
S'io ci fossi per donna conosciuta,
so ch'avrei da le donne onore e pregio;
e volentieri io ci sarei tenuta,
e tra le prime forse del collegio:
ma con costoro essendoci venuta,
non ci vo' d'essi aver piu privilegio.
Troppo error fora ch'io mi stessi o andassi
libera, e gli altri in servitii lasciassi.
LXXIX
Queste parole et altre seguitando,
mostro Marfisa che J l rispetto solo
ch'avea al periglio de* compagni (quando
potria loro il suo ardir tornare in duolo),
la tenea che con alto e memorando
segno d'ardir non assalia lo stuolo :
e per questo a Guidon lascia la cura
d'usar la via che piu gH par sicura.
506 ORLANDO FURIOSO
LXXX
Guidon la notte con Aleria parla
(cosi avea nome la piu fida moglie):
ne bisogno gli fu molto pregarla,
che la trovo disposta alle sue voglie.
Ella tolse una nave e fece armarla,
e v'arreco le sue piu ricche spoglie,
fingendo di volere al nuovo albore
con le compagne uscire in corso fuore.
LXXXI
Ella avea fatto nel palazzo inanti
spade e lancie arrecar, corazze e scudi,
onde armar si potessero i mercanti
e i galeotti ch'eran mezzo nudi.
Altri dormiro, et altri ster vegghianti,
compartendo tra lor gli ozii e gli studi;
spesso guardando, e pur con I'arme indosso,
se Toriente ancor si facea rosso.
LXXXII
Dal duro volto de la terra il sole
non tollea ancora il velo oscuro et atro ;
a pena avea la licaonia prole
per li solchi del ciel volto Taratro:
quando il femineo stuol, che veder vuole
il fin de la battaglia, empi il teatro,
come ape del suo claustro empie la soglia,
che mutar regno al nuovo tempo voglia.
LXXXIII
Di trombe, di tambur, di suon de corni
il popul risonar fa cielo e terra,
cosi citando il suo signer, che torni
a terminar la cominciata guerra.
Aquilante e Grifon stavano adorni
de le lor arme, e il duca d'Inghilterra,
Guidon, Marfisa, Sansonetto e tutti
gli altri, chi a piedi e chi a cavallo instrutti.
CANTO VENTESIMO 507
LXXXIV
Per scender dal palazzo al mare e al porto,
la piazza traversar si convenia;
ne v'era altro camin lungo ne corto:
cosi Guidon disse alia compagnia.
E poi che di ben far molto conforto
lor diede, entro senza rumore in via;
e ne la piazza, dove il popul era,
s'appresento con piu di cento in schiera.
LXXXV
Molto affrettando i suoi compagni, andava
Guidone all'altra porta per uscire:
ma la gran moltitudine che stava
intorno armata, e sempre atta a ferire,
penso, come lo vide che menava
seco quegli altri, che volea fuggire;
e tutta a un tratto agli archi suoi ricorse,
e parte, onde s'uscia, venne ad opporse.
LXXXVI
Guidone e gli altri cavallier gagliardi,
e sopra tutti lor Marfisa forte,
al menar de le man non furon tardi,
e molto fer per isforzar le porte:
ma tanta e tanta copia era dei dardi
che con ferite dei compagni e morte
pioveano lor di sopra e d'ogn'intorno,
ch'al fin temean d'averne danno e scorno.
LXXXVII
D'ogni guerrier Fusbergo era perfetto;
che se non era, avean piu da temere.
Fu morto il destrier sotto a Sansonetto:
quel di Marfisa v'ebbe a rimanere.
Astolfo tra se disse: Ora, ch'aspetto
che mai mi possa il corno piu valere?
lo vo' veder, poi che non giova spada,
s'io so col corno assicurar la strada.
508 ORLANDO FURIOSO
LXXXVIII
Come aiutar ne le fortune estreme
sempre si suol, si pone il corno a bocca.
Par che la terra e tutto '1 mondo trieme,
quando Torribil suon ne 1'aria scocca.
Si nel cor de la gente il timor preme,
che per disio di fuga si trabocca
giu del teatro sbigottita e smorta,
non che lasci la guardia de la porta.
LXXXIX
Come talor si getta e si periglia
e da finestra e da sublime loco
1'esterrefatta subito famiglia,
che vede appresso e d'ogn'intorno il fuoco,
che, mentre le tenea gravi le ciglia
il pigro sonno, crebbe a poco a poco;
cosi, messa la vita in abandono,
ognun fuggia lo spaventoso suono.
xc
Di qua di la, di su di giu smarrita
surge la turba, e di fuggir procaccia.
Son piu di mille a un tempo ad ogni uscita:
cascano a monti, e Tuna 1'altra impaccia.
In tanta calca perde altra la vita;
da palchi e da finestre altra si schiaccia:
piu d'un braccio si rompe e d'una testa,
di ch' altra morta, altra storpiata resta.
xci
II pianto e '1 grido insino al ciel saliva,
d'alta ruina misto e di fraccasso.
Affretta, ovunque il suon del corno arriva,
la turba spaventata in fuga il passo.
Se udite dir che d'ardimento priva
la vil plebe si mostri e di cor basso,
non vi maravigliate, che natura
e de la lepre aver sempre paura.
CANTO VENTESIMO 509
XCII
Ma che direte del gia tanto fiero
cor di Marfisa e di Guidon Selvaggio ?
del dua giovini figli d'Oliviero,
che gia tanto onoraro il lor lignaggio?
Gia centomila avean stimato un zero;
e in fuga or se ne van senza coraggio,
come conigli o timidi colombi
a cui vicino alto rumor rimbombi.
xcm
Cosi noceva ai suoi come agli strani
la forza che nel corno era incantata.
Sansonetto, Guidone e i duo germani
fuggon dietro a Marfisa spaventata;
ne fuggendo ponno ir tanto lontani,
che lor non sia 1'orecchia anco intronata.
Scorre Astolfo la terra in ogni lato,
dando via sempre al corno maggior fiato.
xciv
Chi scese al mare, e chi poggio su al monte,
e chi tra i boschi ad occultar si venne:
alcuna, senza mai volger la fronte,
fuggir per dieci di non si ritenne:
uscl in tal punto alcuna fuor del ponte,
ch'in vita sua mai piu non vi rivenne.
Sgombraro in modo e piazze e templi e case,
che quasi vota la citta rimase.
xcv
Marfisa e '1 bon Guidone e i duo fratelli
e Sansonetto, pallidi e tremanti,
fuggiano inverse il mare, e dietro a quelli
fuggiano i marinari e i mercatanti;
ove Aleria trovar, che fra i castelli
loro avea un legno apparechiato inanti.
Quindi, poi ch'in gran fretta li raccolse,
die i remi alPacqua et ogni vela sciolse.
510 ORLANDO FURIOSO
XCVI
Dentro e d'intorno il duca la cittade
avea scorsa dai colli insino all'onde;
fatto avea vote rimaner le strade:
ognun lo fugge, ognun se gli nasconde.
Molte trovate fur, che per viltade
s'eran gittate in parti oscure e immonde;
e molte, non sappiendo ove s'andare,
messesi a nuoto et affogate in mare.
xcvn
Per trovare i compagni il duca viene,
che si credea di riveder sul molo.
Si volge intorno, e le deserte arene
guarda per tutto, e non v'appare un solo.
Leva piu gli occhi, e in alto a vele piene
da se lontani andar li vede a volo :
si che gli convien fare altro disegno
al suo camin, poi che partito e il legno.
XCVIII
Lasciamolo andar pur (ne vi rincresca
che tanta strada far debba soletto
per terra d'infedeli e barbaresca,
dove mai non si va senza sospetto :
non e periglio alcuno, onde non esca
con quel suo corno, e n'ha mostrato effetto);
e dei compagni suoi pigliamo cura,
ch'al mar fuggian tremando di paura.
xcix
A piena vela si cacciaron lunge
da la crudele e sanguinosa spiaggia:
e poi che di gran lunga non li giunge
Porribil suon ch'a spaventar piu gli aggia,
insolita vergogna si gli punge,
che com'un fuoco a tutti il viso raggia.
L'un non ardisce a mirar 1'altro, e stassi
tristo, senza parlar, con gli occhi bassi.
CANTO VENTESIMO 511
C
Passa il nocchiero, al suo viaggio intento,
e Cipro e Rodi, e giu per Fonda egea
da se vede fuggire isole cento
col periglioso capo di Malea;
e con propizio et immutabil vento
asconder vede la greca Morea;
volta Sicilia, e per lo mar Tirreno
costeggia de 1' Italia il lito ameno:
ci
e sopra Luna ultimamente sorse,
dove lasciato avea la sua famiglia.
Dio ringraziando che 1 pelago corse
senza piii danno, il noto lito piglia.
Quindi un nochier trovar per Francia sciorse,
il qual di venir seco li consiglia:
e nel suo legno ancor quel di montaro,
et a Marsilia in breve si trovaro.
en
Quivi non era Bradamante allora,
ch'aver solea governo del paese;
che se vi fosse, a far seco dimora
gli avria sforzati con parlar cortese.
Sceser nel lito, e la medesima ora
dai quattro cavallier congedo prese
Marfisa, e da la donna del Selvaggio;
e pigll6 alia ventura il suo viaggio,
cm
dicendo che lodevole non era
ch'andasser tanti cavallieri insieme:
che gli storm e i colombi vanno in schiera,
i daini e i cervi e ogn'animal che teme;
ma 1'audace falcon, Paquila altiera,
che ne Paiuto altrui non metton speme,
orsi, tigri, leon, soli ne vanno;
che di piu forza alcun timor non hanno.
512 ORLANDO FURIOSO
CIV
Nessun degli altri fu di quel pensiero;
si ch'a lei sola tocco a far partita.
Per mezzo i boschi e per strano sentiero
dunque ella se n'ando sola e romita.
Grifone il bianco et Aquilante il nero
pigliar con gli altri duo la via piu trita,
e giunsero a un castello il di seguente,
dove albergati fur cortesemente.
cv
Cortesemente dico in apparenza,
ma tosto vi sentir contrario effetto ;
che 5 1 signor del castel, benivolenza
fingendo e cortesia, lor de ricetto:
e poi la notte, che sicuri senza
timor dormian, gli fe' pigliar nel letto;
ne prima li lascio, che d'osservare
una costuma ria li fe' giurare.
cvi
Ma vo' seguir la bellicosa donna,
prima, Signor, che di costor piu dica.
Passo Druenza, il Rodano e la Sonna,
e venne a pie d'una montagna aprica.
Quivi lungo un torrente, in negra gonna
vide venire una femina antica,
che stanca e lassa era di lunga via,
ma via piu afflitta di malenconia.
evil
Questa e la vecchia che solea servire
ai malandrin nel cavernoso monte,
la dove alta giustizia fe' venire
e dar lor morte il paladino conte.
La vecchia, che timore ha di morire
per le cagion che poi vi saran conte,
gia molti di va per via oscura e fosca,
fuggendo ritrovar chi la conosca.
CANTO VENTESIMO 513
CVIII
Quivi d'estrano cavallier sembianza
Pebbe Marfisa all'abito e all'arnese;
e percio non fuggi, com'avea usanza
fuggir dagli altri ch'eran del paese;
anzi con sicurezza e con baldanza
si fermo al guado, e di lontan Tattese:
al guado del torrente, ove trovolla,
la vecchia le usci incontra e salutolla.
cix
Poi la prego che seco oltr'a quell'acque
ne 1'altra ripa in groppa la portasse.
Marfisa, che gentil fu da che nacque,
di la dal fiumicel seco la trasse;
e portarla anch'un pezzo non le spiacque,
fin ch'a miglior camin la ritornasse,
fuor d'un gran fango; e al fin di quel sentiero
si videro all'mcontro un cavalliero.
ex
II cavallier su ben guernita sella,
di lucide arme e di bei panni ornato,
verso il fiume venia, da una donzella
e da un solo scudiero accompagnato.
La donna ch'avea seco era assai bella,
ma d'altiero sembiante e poco grato,
tutta d'orgoglio e di fastidio piena,
del cavallier ben degna che la mena.
CXI
Pinabello, un de } conti maganzesi,
era quel cavallier ch'ella avea seco;
quel medesmo che dianzi a pochi mesi
Bradamante gitt6 nel cavo speco.
Quei sospir, quei singulti cosi accesi,
quel pianto che lo fe' gia quasi cieco,
tutto fu per costei ch'or seco avea,
che *1 negromante allor gli ritenea.
514 ORLANDO FURIOSO
CXII
Ma poi che fu levato di sul colle
Tincantato castel del vecchio Atlante,
e che pote ciascuno ire ove voile,
per opra e per virtu di Bradamante;
costei, ch'agli disii facile e molle
di Pinabel sempre era stata inante,
si torno a lui, et in sua compagnia
da tin castello ad un altro or se ne gia.
CXIII
E si come vezzosa era e mal usa,
quando vide la vecchia di Marfisa,
non si pote tenere a bocca chiusa
di non la motteggiar con beffe e risa.
Marfisa altiera, appresso a cui non s'usa
sentirsi oltraggio in qualsivoglia guisa,
rispose d'ira accesa alia donzella
che di lei quella vecchia era piu bella;
cxiv
e ch'al suo cavallier volea provallo,
con patto dl poi t6rre a lei la gonna
e il palafren ch'avea, se da cavallo
gittava il cavallier di ch'era donna.
Pinabel che faria, tacendo, fallo,
di risponder con Farme non assonna:
piglia lo scudo e Tasta, e il destrier gira,
poi vien Marfisa a ritrovar con ira.
cxv
Marfisa incontra una gran lancia afferra,
e ne la vista a Pinabel Farresta,
e si stordito lo riversa in terra,
che tarda un'ora a rilevar la testa.
Marfisa, vincitrice de la guerra,
fe' trarre a quella giovane la vesta,
et ogn'altro ornamento le fe' porre,
e ne fe j il tutto alia sua vecchia t6rre:
CANTO VENTESIMO 515
CXVI
e di quel giovenile abito volse
che si vestisse e se n'ornasse tutta;
e fe' che '1 palafreno anco si tolse,
che la giovane avea quivi condutta.
Indi al preso camin con lei si volse,
che quant' era piu ornata, era piu brutta.
Tre giorni se n'andar per lunga strada,
senza far cosa onde a parlar m'accada.
cxvn
II quarto giorno un cavallier trovaro,
che venia in fretta galoppando solo.
Se di saper chi sia forse v'e caro,
dicovi ch'e Zerbin, di re figliuolo,
di virtu esempio e di bellezza raro,
che se stesso rodea d'ira e di duolo
di non aver potuto far vendetta
d'un che gli avea gran cortesia interdetta.
CXVIII
Zerbino indarno per la selva corse
dietro a quel suo che gli avea fatto oltraggio;
ma si a tempo colui seppe via torse,
si seppe nel fuggir prender vantaggio,
si il bosco e si una nebbia lo soccorse,
ch'avea offuscato il matutmo raggio,
che di man di Zerbin si levo netto,
fin che Pira e il furor gli usci del petto.
cxix
Non pote, ancor che Zerbin fosse irato,
tener, vedendo quella vecchia, il riso;
che gli parea dal giovenile ornato
troppo diverso il brutto antiquo viso;
et a Marfisa, che le venia a lato,
disse: Guerrier, tu sei pien d'ogni aviso,
che damigella di tal sorte guidi,
che non temi trovar chi te la invidi.
516 ORLANDO FURIOSO
CXX
Avea la donna (se la crespa buccia
puo darne indicio) piu de la Sibilla,
e parea, cosi ornata, una bertuccia,
quando per muover riso alcun vestilla;
et or piu brutta par, che si coruccia,
e che dagli occhi 1'ira le sfavilla:
ch'a donna non si fa maggior dispetto,
che quando o vecchia o brutta le vien detto.
cxxi
Mostro turbarse 1'inclita donzella,
per prenderne piacer, come si prese;
e rispose a Zerbin : Mia donna e bella,
per Dio, via piu che tu non sei cortese;
come ch'io creda che la tua favella
da quel che sente Panimo non scese:
tu fingi non conoscer sua beltade,
per escusar la tua somma viltade.
cxxn
E chi saria quel cavallier che questa
si giovane e si bella ritrovasse
senza piu compagnia ne la foresta,
e che di farla sua non si provasse?
Si ben disse Zerbin teco s'assesta,
che saria mal ch'alcun te la levasse;
et io per me non son cosi indiscreto,
che te ne privi mai: stanne pur lieto.
CXXIII
S'in altro conto aver vuoi a far meco,
di quel ch'io vaglio son per farti mostra;
ma per costei non mi tener si cieco,
che solamente far voglia una giostra.
brutta o bella sia, restisi teco :
non vo' partir tanta amicizia vostra.
Ben vi sete accoppiati: io giurerei,
com'ella e bella, tu gagliardo sei.
CANTO VENTESIMO 517
CXXIV
Suggiunse a lui Marfisa: Al tuo dispetto
di levarmi costei provar convienti.
Non vo' patir ch'un si leggiadro aspetto
abbi veduto, e guadagnar nol tenti.
Rispose a lei Zerbin: Non so a ch'effetto
1'uom si metta a periglio e si tormenti,
per riportarne una vittoria poi
che giovi al vinto, e al vincitor annoi.
cxxv
Se non ti par questo partito buono,
te ne do un altro, e ricusar nol dei:
disse a Zerbin Marfisa che s'io sono
vinto da te, m'abbia a restar costei;
ma s'io te vinco, a forza te la dono.
Dunque provian chi de' star senza lei:
se perdi, converra che tu le faccia
compagnia sempre, ovunque andar le piaccia.
cxxvi
E cosi sia , Zerbin rispose; e volse
a pigliar campo subito il cavallo.
Si levo su le staffe e si raccolse
fermo in arcione; e per non dare in fallo,
lo scudo in mezzo alia donzella colse;
ma parve urtasse un monte di metallo:
et ella in guisa a lui tocco Telmetto,
che stordito il man do di sella netto.
CXXVII
Troppo spiacque a Zerbin Pesser caduto,
ch'in altro scontro mai piu non gli awenne,
e n'avea mille e mille egli abbattuto;
et a perpetuo scorno se lo tenne.
Stette per lungo spazio in terra muto;
e piu gli dolse poi che gli sovenne
ch'avea promesso e che gli convenia
aver la brutta vecchia in compagnia.
jig ORLANDO FURIOSO
CXXVIII
Tornando a lui la vincitrice in sella,
disse ridendo: Questa t'appresento;
e quanto piii la veggio e grata e bella,
tanto ch'ella sia tua piu mi contento.
Or tu in mio loco sei campion di quella;
ma la tua fe non se ne porti il vento,
die per sua guida e scorta tu non vada
(come hai promesso) ovunque andar 1'aggrada.
cxxix
Senza aspettar risposta urta il destriero
per la foresta, e subito s'imbosca.
Zerbin, che la stimava un cavalliero,
dice alia vecchia: Fa ch'io lo conosca.
Et ella non gli tiene ascoso il vero,
onde sa che lo 'ncende e che Tattosca:
II colpo fu di man d'una donzella,
che t'ha fatto votar disse la sella.
cxxx
Pel suo valor costei debitamente
usurpa a' cavallieri e scudo e lancia;
e venuta e pur dianzi d'Oriente
per assaggiare i paladin di Francia.
Zerbin di questo tal vergogna sente,
che non pur tinge di rossor la guancia,
ma rest6 poco di non farsi rosso
seco ogni pezzo d'arme ch'avea indosso.
cxxxi
Monta a cavallo, e se stesso rampogna
che non seppe tener strette le cosce.
Tra se la vecchia ne sorride, e agogna
di stimularlo e di piu dargli angosce.
Gli ricorda ch' andar seco bisogna:
e Zerbin, ch'ubligato si conosce,
1'orecchie abbassa, come vinto e stanco
destrier c'ha in bocca il fren, gli sproni al fianco.
CANTO VENTESIMO 519
CXXXII
E sospirando : Ohime, Fortuna fella,
dicea che cambio e questo che tu fai ?
Colei che fu sopra le belle bella,
ch'esser meco dovea, levata m'hai.
Ti par ch'in luogo et in ristor di quella
si debba por costei ch'ora mi dai?
Stare in danno del tutto era men male,
che fare un cambio tanto diseguale.
CXXXIII
Colei che di bellezze e di virtuti
unqua non ebbe e non avra mai pare,
sommersa e rotta tra gli scogli acuti
hai data ai pesci et agli augei del mare;
e costei che dovria gia aver pasciuti
sotterra i vermi, hai tolta a perservare
dieci o venti anni piu che non devevi,
per dar piu peso agli mie j affanni grevi.
cxxxiv
Zerbin cosi parlava; ne men tristo
in parole e in sembianti esser parea
di questo nuovo suo si odioso acquisto,
che de la donna che perduta avea.
La vecchia, ancor che non avesse visto
mai piu Zerbin, per quel ch'ora dicea
s'awide esser colui di che notizia
le diede gia Issabella di Galizia.
cxxxv
Se '1 vi ricorda quel ch'avete udito,
costei da la spelonca ne veniva,
dove Issabella, che d'amor ferito
Zerbino avea, fu molti di captiva.
Piu volte ella le avea gia riferito
come lasciasse la paterna riva,
e come rotta in mar da la procella
si salvasse alia spiaggia di Rocella.
520
ORLANDO FURIOSO
CXXXVI
E si spesso dipinto di Zerbino
le avea il bel viso e le fattezze conte,
ch'ora udendol parlare, e piii vicino
gli occhi alzandogli meglio ne la fronte,
vide esser quel per cui sempre meschino
fu d'Issabella il cor nel cavo monte;
che di non veder lui piu si lagnava,
che d'esser fatta ai malandrini schiava.
CXXXVII
La vecchia, dando alle parole udienza,
che con sdegno e con duol Zerbino versa,
s'avede ben ch'egli ha falsa credenza
che sia Issabella in mar rotta e sommersa:
e ben ch'ella del certo abbia scienza,
per non lo rallegrar, pur la perversa
quel che far lieto lo potria, gli tace,
e sol gli dice quel che gli dispiace.
CXXXVIII
Odi tu, gli disse ella tu che sei
cotanto altier, che si mi scherni e sprezzi,
se sapessi che nuova ho di costei
che morta piangi, mi faresti vezzi:
ma piu tosto che dirtelo, torrei
che mi strozzassi o fessi in mille pezzi;
dove, s'eri ver me piu mansueto,
forse aperto t'avrei questo secreto.
cxxxix
Come il mastin che con furor s'aventa
adosso al ladro, ad achetarsi e presto,
che quello o pane o cacio gli appresenta,
o che fa incanto appropriate a questo;
cosi tosto Zerbino umil diventa,
e vien bramoso di sapere il resto,
che la vecchia gli accenna che di quella,
che morta piange, gli sa dir novella.
CANTO VENTESIMO 521
E volto a lei con piu piacevol faccia,
la supplica, la prega, la scongiura
per gli uomini, per Dio, che non gli taccia
quanto ne sappia, o buona o ria ventura.
Cosa non udirai che pro ti faccia:
disse la vecchia pertinace e dura
non e Issabella, come credi, morta;
ma viva si, chV morti invidia porta.
CXLI
capitata in quest! pochi giorni
che non n'udisti, in man di piu di venti:
si che, qualora anco in man tua ritorni,
ve j se sperar di corre il fior convienti.
Ah vecchia maladetta, come adorni
la tua menzogna! e tu sai pur se menti.
Se ben in man de venti elPera stata,
non Favea alcun per6 mai violata.
CXLII
Dove 1'avea veduta domandolle
Zerbino, e quando; ma nulla n'invola,
che la vecchia ostinata piu non voile
a quel c'ha detto aggiungere parola.
Prima Zerbin le fece un parlar molle,
poi minacciolle di tagliar la gola:
ma tutto e invan cio che minaccia e prega;
che non puo far parlar la brutta Strega.
CXLIII
Lasci6 la lingua airultimo in riposo
Zerbin, poi che '1 parlar gli giovo poco;
per quel ch'udito avea, tanto geloso,
che non trovava il cor nel petto loco;
d'Issabella trovar si disioso,
che saria per vederla ito nel fuoco:
ma non poteva andar piu che volesse
colei, poi ch'a Marfisa lo promesse.
522 ORLANDO FURIOSO
CXLIV
E quindi per solingo e strano calle,
dove a lei piacque, fu Zerbin condotto ;
ne per o poggiar monte o scender valle
mai si guardaro in faccia o si fer motto.
Ma poi ch'al mezzodi volse le spalle
il vago sol, fu il lor silenzio rotto
da un cavallier che nel camin scontraro.
Quel che segui, ne Paltro canto e chiaro.
CANTO VENTESIMOPRIMO 523
CANTO VENTESIMOPRIMO
I
Ne fune intorto credero che stringa
soma cosi, ne cosi legno chiodo,
come la fe ch'una bella alma cinga
del suo tenace indissolubil nodo.
Ne dagli antiqui par che si dipinga
la santa Fe vestita in altro modo,
che d'un vel bianco che la cuopra tutta:
ch'un sol punto, un sol neo la pu6 far brutta.
II
La fede unqua non debbe esser corrotta,
o data a un solo, o data insieme a milie;
e cosi in una selva, in una grotta,
lontan da le cittadi e da le ville,
come dinanzi a tribunali, in frotta
di testimon, di scritti e di postille,
senza giurare o segno altro piu espresso,
basti una volta che s'abbia promesso.
in
Quella serv6, come servar si debbe
in ogni impresa, il cavallier Zerbino :
e quivi dimostr6 che conto n'ebbe,
quando si tolse dal proprio camino
per andar con costei, la qual gl'increbbe,
come s'avesse il morbo si vicino,
o pur la morte istessa; ma potea,
piu che '1 disio, quel che promesso avea.
524 ORLANDO FURIOSO
IV
Dissi di lui, che di vederla sotto
la sua condotta tanto al cor gli preme,
che n'arrabbia di duol, ne le fa motto;
e vanno muti e taciturni insieme:
dissi che poi fu quel silenzio rotto,
ch'al mondo il sol mostr6 le mote estreme,
da un cavalliero aventuroso errante,
ch'in mezzo del camin lor si fe* inante.
v
La vecchia che conobbe il cavalliero,
ch'era nomato Ermonide d'Olanda,
che per insegna ha ne lo scudo nero
attraversata una vermiglia banda,
posto 1'orgoglio e quel sembiante altiero,
umilmente a Zerbin si raccomanda,
e gli ricorda quel ch'esso promise
alia guerriera ch'in sua man la mise.
VI
Perche di lei nimico e di sua gente
era il guerrier che contra lor venia:
ucciso ad essa avea il padre innocente,
e un fratello che solo al mondo avia;
e tuttavolta far del rimanente,
come degli altri, il traditor disia.
Fin ch'alla guardia tua, donna, mi senti, -
dicea Zerbin non vo' che tu paventi.
vn
Come piu presso il cavallier si specchia
in quella faccia che si in odio gli era:
di combatter meco t'apparecchia,
grid6 con voce minacciosa e fiera
o lascia la difesa de la vecchia,
che di mia man secondo il merto pera.
Se combatti per lei, rimarrai morto:
che cosi awiene a chi s'appiglia al torto.
CANTO VENTESIMOPRIMO 525
VIII
Zerbin cortesemente a lui risponde
che gli e desir di bassa e mala sorte,
et a cavalleria non corrisponde
che cerchi dare ad una donna morte:
se pur combatter vuol, non si nasconde;
ma che prima consider! ch'importe
ch'un cavallier com' era egli gentile
voglia por man nel sangue feminile.
IX
Queste gli disse e piu parole invano;
e fu bisogno al fin venire a' fatti.
Poi che preso a bastanza ebbon del piano,
tornarsi incontra a tutta briglia ratti.
Non van si presti i razzi fuor di mano,
ch'al tempo son de le allegrezze tratti,
come andaron veloci i duo destrieri
ad incontrare insieme i cavallieri.
Ermonide d'Olanda segno basso,
che per passare il destro fianco attese:
ma la sua debol lancia ando in fracasso,
e poco il cavallier di Scozia ofTese.
Non fu gia 1'altro colpo vano e casso;
roppe lo scudo, e si la spalla prese,
che la for6 da 1'uno all'altro lato,
e riversar fe* Ermonide sul prato.
XI
Zerbin che si penso d'averlo ucciso,
di pieta vinto, scese in terra presto,
e levo Felmo da lo smorto viso;
e quel guerrier, come dal sonno desto,
senza parlar guard6 Zerbino fiso;
e poi gli disse: Non m'e gia molesto
ch'io sia da te abbattuto, ch'ai sembianti
mostri esser fior de' cavallieri erranti;
526 ORLANDO FURIOSO
XII
ma ben mi duol che questo per cagione
d'una femina perfida m'awiene,
a cui non so come tu sia campione,
che troppo al tuo valor si disconviene.
E quando tu sapessi la cagione
ch'a vendicarmi di costei mi mene,
avresti, ognor che rimembrassi, aflanno
d'aver, per campar lei, fatto a me danno.
XIII
E se spirto a bastanza avro nel petto
ch'io il possa dir (ma del contrario temo),
io ti far6 veder ch'in ogni effetto
scelerata e costei piu ch'in estremo.
Io ebbi gia un fratel che giovinetto
d'Olanda si parti, donde noi semo,
e si fece d'Eraclio cavalliero,
ch'allor tenea de } Greci il sommo impero.
XIV
Quivi divenne intrinseco e fratello
d'un cortese baron di quella corte,
che nei confin di Servia avea un castello
di sito ameno e di muraglia forte.
Nomossi Argeo colui di ch'io favello,
di questa iniqua femina consorte,
la quale egli am.6 si, che passo il segno
ch'a un uom si convenia come lui degno.
xv
Ma costei, piu volubile che foglia
quando Pautunno e piu priva d'umore,
che J l freddo vento gli arbori ne spoglia,
e le soffia dinanzi al suo furore;
verso il marito cangi6 tosto voglia,
che fisso qualche tempo ebbe nel core;
e volse ogni pensiero, ogni disio
d'acquistar per amante il fratel mio.
CANTO VENTESIMOPRIMO 527
XVI
Ma ne si saldo alPimpeto marino
FAcrocerauno d'infamato nome,
ne sta si duro incontra borea il pino
che rinovato ha piu di cento chiome,
che quanto appar fuor de lo scoglio alpino,
tanto sotterra ha le radici; come
il mio fratello a 5 prieghi di costei,
nido de tutti i vizii infandi e rei.
XVII
Or come awiene a un cavallier ardito
che cerca briga e la ritrova spesso,
fu in una impresa il mio fratel ferito,
molto al castel del suo compagno appresso,
dove venir senza aspettare invito
solea, fosse o non fosse Argeo con esso;
e dentro a quel per riposar fermosse
tanto che del suo mal libero fosse.
XVIII
Mentre egli quivi si giacea, convenne
ch'in certa sua bisogna andasse Argeo.
Tosto questa sfacciata a tentar venne
il mio fratello, et a sua usanza feo;
ma quel fedel non oltre piu sostenne
avere ai fianchi un stimulo si reo :
elesse, per servar sua fede a pieno,
di molti mal quel che gli parve meno.
XIX
Tra molti mal gli parve elegger questo:
lasciar d' Argeo Pintrinsichezza antiqua;
lungi andar si, che non sia manifesto
mai piu il suo nome alia femina iniqua.
Ben che duro gli fosse, era piu onesto
che satisfare a quella voglia obliqua,
o ch'accusar la moglie al suo signore,
da cui fu amata a par del proprio core.
528 ORLANDO FURIOSO
XX
E de le sue ferite ancora infermo
Tarme si veste, e del castel si parte;
e con animo va constante e fermo
di non mai piii tornare in quella parte.
Ma che gli val? ch'ogni difesa e schermo
gli disipa Fortuna con nuova arte:
ecco il marito che ritorna intanto,
e trova la moglier che fa gran pianto,
XXI
e scapigliata e con la faccia rossa;
e le domanda di che sia turbata.
Prima ch'ella a rispondere sia mossa,
pregar si lascia piu d'una fiata,
pensando tuttavia come si possa
vendicar di colui che 1'ha lasciata:
e ben convenne al suo mobile ingegno
cangiar Pamore in subitano sdegno.
xxn
Deh, disse al fine a che Terror nascondo
c'ho commesso, signor, ne la tua absenzia?
che quando ancora io '1 celi a tutto '1 mondo,
celar nol posso alia mia conscienzia.
L'alma che sente il suo peccato immondo,
pate dentro da se tal penitenzia,
ch'avanza ogn'altro corporal martire
che dar mi possa alcun del mio fallire;
XXIII
quando fallir sia quel che si fa a forza.
Ma sia quel che si vuol, tu sappil' anco;
poi con la spada da la immonda scorza
scioglie lo spirto imaculato e bianco,
e le mie luci eternamente ammorza;
che dopo tanto vituperio, almanco
tenerle basse ognor non mi bisogni,
e di ciascun ch'io vegga, io mi vergogni.
CANTO VENTESIMOPRIMO 529
XXIV
II tuo compagno ha 1'onor mio distrutto:
questo corpo per forza ha violate;
e perche teme ch'io ti narri il tutto,
or si parte il villan senza commiato.
In odio con quel dir gli ebbe ridutto
colui che piu d'ogn'altro gli fu grato.
Argeo lo crede, et altro non aspetta;
ma pigHa 1'arme e corre a far vendetta.
xxv
E come quel ch'avea il paese noto,
10 giunse che non fu troppo lontano;
che '1 mio fratello, debole et egroto,
senza sospetto se ne gia pian piano :
e brevemente, in un loco remoto
pose, per vendicarsene, in lui mano.
Non trova il fratel mio scusa che vaglia;
ch'in somma Argeo con lui vuol la battaglia.
XXVI
Era Tun sano e pien di nuovo sdegno,
infermo Faltro, et alFusanza amico:
si ch'ebbe il fratel mio poco ritegno
contra il compagno fattogli nimico.
Dunque Filandro di tal sorte indegno
(de Finfelice giovene ti dico:
cosi avea nome), non sofrendo il peso
di si fiera battaglia, resto preso.
XXVII
Non piaccia a Dio che mi conduca a tale
11 mio giusto furore e il tuo demerto,
gli disse Argeo ache mai sia omicidiale
di te ch'amava; e me tu amavi certo,
ben che nel fin me Thai mostrato male:
pur voglio a tutto il mondo fare aperto
che, come fui nel tempo de Pamore,
cosi ne Todio son di te migliore.
530 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
Per altro modo puniro il tuo fallo,
che le mie man piu nel tuo sangue porre.
Cosi dicendo, fece sul cavallo
di verdi rami una bara comporre,
e quasi morto in quella riportallo
dentro al castello in una chiusa torre,
dove in perpetuo per punizione
condanno Pinnocente a star prigione.
XXIX
Non pero ch'altra cosa avesse manco,
che la liberta prima del partire;
perche nel resto, come sciolto e franco
vi commandava e si facea ubidire.
Ma non essendo ancor Fanimo stance
di questa ria del suo pensier fornire,
quasi ogni giorno alia prigion veniva;
ch'avea le chiavi, e a suo piacer Tapriva:
xxx
e movea sempre al mio fratello assalti,
e con maggiore audacia che di prima.
Questa tua fedelta dicea che valti,
poi che perfidia per tutto si stima?
Oh che trionfi gloriosi et alti!
oh che superbe spoglie e preda opima!
o che merito al fin te ne risulta,
se, come a traditore, ognun t'insulta!
XXXI
Quanto utilmente, quanto con tuo onore
m'avresti dato quel che da te volli!
Di questo si ostinato tuo rigore
la gran merce che tu guadagni, or tolli:
in prigion sei, ne crederne uscir fuore,
se la durezza tua prima non molli.
Ma quando mi compiacci, io far6 trama
di racquistarti e libertade e fama.
CANTO VENTESIMOPRIMO 531
XXXII
<( No, no disse Filandro aver mai spene
che non sia, come suol, mia vera fede,
se ben contra ogni debito mi awiene
ch'io ne riporti si dura mercede,
e di me creda il mondo men che bene:
basta che inanti a quel che '1 tutto vede
e mi puo ristorar di grazia eterna,
chiara la mia innocenzia si discerna.
XXXIII
Se non basta ch'Argeo mi tenga preso,
tolgami ancor questa noiosa vita.
Forse non mi fia il premio in ciel conteso
de la buona opra, qui poco gradita.
Forse egli, che da me si chiama offeso,
quando sara quest' anima partita,
s'avedra poi d'avermi fatto torto,
e piangera il fedel compagno morto.
XXXIV
Cosi piu volte la sfacciata donna
tenta Filandro, e torna senza frutto.
Ma il cieco suo desir, che non assonna
del scelerato amor traer construtto,
cercando va piu dentro ch'alla gonna
suoi vizii antiqui, e ne discorre il tutto.
Mille pensier fa d'uno in altro mo do,
prima che fermi in alcun d'essi il chiodo.
xxxv
Stette sei mesi che non messe piede,
come prima facea, ne la prigione;
di che il miser Filandro e spera e crede
che costei piu non gli abbia affezione.
Ecco Fortuna, al mal propizia, diede
a questa scelerata occasione
di metter fin con memorabil male
al suo cieco appetito irrazionale.
532 ORLANDO FURIOSO
XXXVI
Antiqua nimicizia avea il marito
con un baron, detto Morando il bello,
che non v'essendo Argeo spesso era ardito
di correr solo, e sin dentro al castello;
ma s'Argeo v'era, non tenea lo 'nvito,
ne s'accostava a died miglia a quello.
Or per poterlo indur che ci venisse,
d'ire in Jerusalem per voto disse.
XXXVII
Disse d'andare; e partesi ch'ognuno
lo vede, e fa di cio sparger le grida:
ne il suo pensier, fuor che la moglie, alcuno
puote saper; che sol di lei si fida.
Torna poi nel castello all'aer bruno,
ne mai, se non la notte, ivi s'annida;
e con mutate insegne al nuovo alb6re,
senza vederlo alcun, sempre esce fuore.
XXXVIII
Se ne va in questa e in quella parte errando,
e volteggiando al suo castello intorno,
pur per veder se credulo Morando
volesse far, come solea, ritorno.
Stava il di tutto alia foresta; e quando
ne la marina vedea ascoso il giorno,
venia al castello, e per nascose porte
lo togliea dentro 1'infedel consorte.
xxxix
Crede ciascun, fuor che 1'iniqua moglie,
che molte miglia Argeo lontan si trove.
Dunque il tempo oportuno ella si toglie:
al fratel mio va con malizie nuove.
Ha di lagrime a tutte le sue voglie
un nembo che dagli occhi al sen le piove.
Dove potro dicea trovare aiuto,
che in tutto Ponor mio non sia perduto ?
CANTO VENTESIMOPRIMO 533
XL
E col mio quel del mio marito insieme,
il qual se fosse qui, non temerei.
Tu conosci Morando, e sai se teme,
quando Argeo non ci sente, omini e dei.
Quest! or pregando, or mmacciando, estreme
prove fa tuttavia, ne alcun de' miei
lascia che non contamini, per trarmi
a' suoi disii, ne so s'io potro aitarmi.
XLI
Or c'ha inteso il partir del mio consorte,
e ch'al ritorno non sara si presto,
ha avuto ardir d'entrar ne la mia corte
senza altra scusa e senz'altro pretesto;
che se ci fosse il mio signor per sorte,
non sol non avria audacia di far questo,
ma non si terria ancor, per Dio, sicuro
d'appressarsi a tre migKa a questo muro.
XLII
E quel che gia per messi ha ricercato,
oggi me Tha richiesto a fronte a fronte,
e con tai modi, che gran dubbio e stato
de lo awenirmi disonore et onte;
e se non che parlar dolce gli ho usato,
e finto le mie voglie alle sue pronte,
saria a forza di quel suto rapace
che spera aver per mie parole in pace.
XLIII
Promesso gli ho, non gia per osservargli
(che fatto per timor, nullo e il contratto) ;
ma la mia intenzion fu per vietargli
quel che per forza avrebbe allora fatto.
II caso e qui : tu sol poi rimediargli ;
del mio onor altrimenti sara tratto,
e di quel del mio Argeo, che gia m'hai detto
aver o tanto o piu che '1 proprio a petto*
534 ORLANDO FURIOSO
XLIV
E se questo mi nieghi, io diro dunque
ch'in te non sia la fe di che ti vanti;
ma che fu sol per crudelta, qualunque
volta hai sprezzati i miei supplici pianti;
non per rispetto alcun d'Argeo, quantunque
m'hai questo scudo ognora opposto inanti.
Saria stato tra noi la cosa occulta;
ma di qui aperta infamia mi risulta.
XLV
Non si convien disse Filandro tale
prologo a me, per Argeo mio disposto.
Narrami pur quel che tu vuoi, che quale
sempre fui, di sempre essere ho proposto ;
e ben ch'a torto io ne riporti male,
a lui non ho questo peccato imposto.
Per lui son pronto andare anco alia morte,
e siami contra il mondo e la mia sorte.
XLVI
Rispose Pempia: (do voglio che tu spenga
colui che '1 nostro disonor procura.
Non temer ch' alcun mal di cio t'avenga;
ch'io te ne mostrero la via sicura.
Debbe egli a me tornar come rivenga
su 1'ora terza la notte piu scura;
e fatto un segno de ch'io 1'ho awertito,
10 Tho a tor dentro, che non sia sentito.
XLVII
A te non gravera prima aspettarme
ne la camera mia dove non luca,
tanto che dispogliar gli faccia Parme,
e quasi nudo in man te lo conduca.
Cosi la moglie conducesse parme
11 suo marito alia tremenda buca;
se per dritto costei moglie s'appella,
piu che furia infernal crudele e fella.
CANTO VENTESIMOPRIMO 535
XLVIII
Poi che la notte scelerata venne,
fuor trasse il mio fratel con Parme in mano;
e ne Foscura camera lo tenne,
fin che tornasse il miser castellano.
Come ordine era dato, il tutto awenne;
che '1 consiglio del mal va raro invano.
Cosi Filandro il buono Argeo percosse,
che si penso che quel Morando fosse.
XLIX
Con esso un colpo il capo fesse e il collo;
ch'elmo non v'era, e non vi fu riparo.
Pervenne Argeo, senza pur dare un crollo,
de la misera vita al fine amaro:
e tal Tuccise, che mai non pensollo,
ne mai Tavria creduto: oh caso raro!
che cercando giovar, fece alFamico
quel di che peggio non si fa al nimico.
L
Poscia ch' Argeo non conosciuto giacque,
rende a Gabrina il mio fratel la spada.
Gabrina e il nome di costei, che nacque
sol per tradire ognun che in man le cada.
Ella, che s l ver fin a quell'ora tacque,
vuol che Filandro a riveder ne vada
col lume in mano il morto ond'egli e reo:
e gli dimostra il suo compagno Argeo.
LI
E gli minaccia poi, se non consente
all* amoroso suo lungo desire,
di palesare a tutta quella gente
quel ch'egli ha fatto, e nol puo contradire;
e lo fara vituperosamente
come assassino e traditor morire:
e gli ricorda che sprezzar la fama
non de', se ben la vita si poco ama.
536 ORLANDO FURIOSO
LII
Pien di paura e di dolor rimase
Filandro, poi che del suo error s'accorse.
Quasi il primo furor gli persuase
d'uccider questa, e stette un pezzo in forse:
e se non che ne le nimiche case
si ritrovo (che la ragion soccorse),
non si trovando avere altr'arme in mano,
coi denti la stracciava a brano a brano.
LIII
Come ne 1'alto mar legno talora,
che da duo venti sia percosso e vinto,
ch'ora uno inanzi 1'ha mandato, et ora
un altro al primo termine respinto,
e Than girato da poppa e da prora,
dal piu possente al fin resta sospinto;
cosi Filandro, tra molte contese
de' duo pensieri, al manco rio s'apprese.
LIV
Ragion gli dimostro il pericol grande,
oltre il morir, del fine infame e sozzo,
se Pomicidio nel castel si spande;
e del pensare il termine gli e mozzo.
Voglia o non voglia, al fin convien che mande
ramarissimo calice nel gozzo.
Pur finalmente ne Faffiitto core
piu de Postinazion pote il timore.
LV
II timor del supplicio infame e brutto
prometter fece, con mille scongiuri,
che faria di Gabrina il voler tutto,
se di quel luogo se partian sicuri.
Cosi per forza colse 1'empia il frutto
del suo disire, e poi lasciar quei muri.
Cosi Filandro a noi fece ritorno,
di se lasciando in Grecia infamia e scorno.
CANTO VENTESIMOPRIMO 537
LVI
E porto nel cor fisso il suo compagno
che cosi scioccamente ucciso avea,
per far con sua gran noia empio guadagno
(Tuna Progne crudel, d'una Medea.
E se la fede e il giuramento, magno
e duro freno, non lo ritenea,
come al sicuro fu, morta 1'avrebbe;
ma quanto piu si puote in odio Tebbe.
LVII
Non fu da indi in qua rider mai visto:
tutte le sue parole erano meste,
sempre sospir gli uscian dal petto tristo;
et era divenuto un nuovo Oreste,
poi che la madre uccise e il sacro Egisto,
e che 1'ultrice Furie ebbe moleste.
E senza mai cessar, tanto Pafflisse
questo dolor, ch'infermo al letto il fisse.
LVIII
Or questa meretrice, che si pensa
quanto a quest'altro suo poco sia grata,
muta la fiamma gia d'amore intensa
in odio, in ira ardente et arrabbiata;
ne meno e contra al mio fratello accensa,
che fosse contra Argeo la scelerata:
e dispone tra se levar dal mondo,
come il primo marito, anco il secondo.
LIX
Un medico trovo d'inganni pieno,
sufficiente et atto a simil uopo,
che sapea meglio uccider di veneno,
che risanar gPinfermi di silopo;
e gli promesse inanzi piu che meno
di quel che domand6 donargli, dopo
ch'avesse con mortifero liquore
levatole dagli occhi il suo signore.
538 ORLANDO FURIOSO
LX
Gia in mia presenza e d'altre piu persone
venia col tosco in mano il vecchio ingiusto,
dicendo ch'era buona pozione
da ritornare il mio fratel robusto.
Ma Gabrina con nuova intenzione,
pria che 1'infermo ne turbasse il gusto,
per torsi il consapevole d'appresso,
o per non dargli quel ch'avea promesso,
LXI
la man gli prese, quando a punto dava
la tazza dove il tbsco era celato,
dicendo : Ingiustamente e se J l ti grava
ch'io tema per costui c'ho tanto amato.
Voglio esser certa che bevanda prava
tu non gli dia, ne succo avelenato;
e per questo mi par che '1 beveraggio
non gli abbi a dar, se non ne fai tu il saggio.
LXII
Come pensi, signor, che rimanesse
il miser vecchio conturbato allora?
La brevita del tempo si Toppresse,
che pensar non pote che meglio fora;
pur, per non dar maggior sospetto, elesse
il calice gustar senza dimora:
e Pinfermo, seguendo una tal fede,
tutto il resto pigli6, che si gli diede.
LXIII
Come sparvier che nel piede grifagno
tenga la starna e sia per trarne pasto,
dal can che si tenea fido compagno,
ingordamente e sopragiunto e guasto;
cosi il medico intento al rio guadagno,
donde sperava aiuto ebbe contrasto.
Odi di summa audacia esempio raro!
e cosi awenga a ciascun altro avaro.
CANTO VENTESIMOPRIMO 539
LXIV
Fornito questo, il vecchio s'era messo,
per ritornare alia sua stanza, in via,
et usar qualche medicina appresso,
che lo salvasse da la peste ria;
ma da Gabrina non gli fu concesso,
dicendo non voler ch'andasse pria
che J l succo ne lo stomaco digesto
il suo valor facesse manifesto.
LXV
Pregar non val, ne far di premio offerta,
che lo voglia lasciar quindi partire.
II disperato, poi che vede certa
la morte sua, ne la poter fuggire,
ai circonstanti fa la cosa aperta;
ne la seppe costei troppo coprire.
E cosi quel che fece agH altri spesso,
quel buon medico al fin fece a se stesso :
LXVI
e sequit6 con Talma quella ch'era
gia de mio frate caminata inanzi.
Noi circonstanti, che la cosa vera
del vecchio udimmo, che fe' pochi avanzi,
pigliammo questa abominevol fera,
piu crudel di qualunque in selva stanzi;
e la serrammo in tenebroso loco,
per condannarla al meritato fuoco.
LXVII
Questo Ermonide disse, e piu voleva
seguir, com'ella di prigion levossi;
ma il dolor de la piaga si Taggreva,
che pallido ne Ferba riversossi.
Intanto duo scudier, che seco aveva,
fatto una bara avean di rami grossi :
Ermonide si fece in quella porre;
ch'indi altrimente non si potea torre.
54 ORLANDO FURIOSO
LXVIII
Zerbin col cavallier fece sua scusa,
che gl'increscea d'averli fatto offesa;
ma, come pur tra cavallieri s'usa,
colei che venia seco avea difesa:
ch'altrimente sua fe saria confusa;
perche, quando in sua guardia Favea presa,
promesse a sua possanza di salvarla
contra ognun che venisse a disturb aria.
LXIX
E s'in altro potea gratificargli,
prontissimo ofFeriase alia sua voglia.
Rispose il cavallier, che ricordargli
sol vuol che da Gabrina si discioglia
prima ch'ella abbia cosa a machinargli,
di ch'esso indarno poi si penta e doglia.
Gabrina tenne sempre gli occhi bassi,
perche non ben risposta al vero dassi.
LXX
Con la vecchia Zerbin quindi partisse
al gia promesso debito viaggio;
e tra se tutto il di la maledisse,
che far gli fece a quel barone oltraggio.
Et or che pel gran mal che gli ne disse
chi lo sapea, di lei fu instrutto e saggio,
se prima 1'avea a noia e a dispiacere,
or 1'odia si che non la pu6 vedere.
LXXI
Ella che di Zerbin sa 1'odio a pieno,
ne in mala volunta vuole esser vinta,
un'oncia a lui non ne riporta meno:
la tien di quarta, e la rifa di quinta.
Nel cor era gonfiata di veneno,
e nel viso altrimente era dipinta.
Dunque ne la concordia ch'io vi dico,
tenean lor via per mezzo il bosco antico.
CANTO VENTESIMOPRIMO 54!
LXXII
Ecco, volgendo il sol verso la sera,
udiron gridi e strepiti e percosse,
che facean segno di battaglia fiera
che, quanto era il rumor, vicina fosse.
Zerbino, per veder la cosa ch'era,
verso il rumore in gran fretta si mosse:
non fu Gabrina lenta a seguitarlo.
Di quel ch'awenne, all'altro canto io parlo.
542 ORLANDO FURIOSO
CANTO VENTESIMOSECONDO
I
Cortesi donne e grate al vostro amante,
voi che d'un solo amor sete contente,
come che certo sia, fra tante e tante,
che rarissime siate in questa mente;
non vi dispiaccia quel ch'io dissi inante,
quando contra Gabrina fui si ardente,
e s'ancor son per spendervi alcun verso,
di lei biasmando 1'animo perverso.
II
Ella era tale; e come imposto fummi
da chi puo in me, non preterisco il vero.
Per questo io non oscuro gli onor summi
d'una e d'un'altra ch'abbia il cor sincere.
Quel che J l Maestro suo per trenta nummi
diede a' ludei, non nocque a lanni o a Piero;
ne d'Ipermestra e la fama men bella,
se ben di tante inique era sorella.
in
Per una che biasmar cantando ardisco
(che 1'ordinata istoria cosi vuole),
lodarne cento incontra m'offerisco,
e far lor virtu chiara piu che '1 sole.
Ma tornando al lavor che vario ordisco,
ch'a molti, lor merce, grato esser suole,
del cavallier di Scozia io vi dicea,
ch'un alto grido appresso udito avea.
CANTO VENTESIMOSECONDO 543
IV
Fra due montagne entro in un stretto calle
onde uscia il grido, e non fu molto inante,
che giunse dove in una chiusa valle
si vide un cavallier morto davante.
Chi sia diro ; ma prima dar le spalle
a Francia voglio, e girmene in Levante,
tanto ch'io trovi Astolfo paladino,
che per Ponente avea preso il camino.
v
lo lo lasciai ne la citta crudele,
onde col suon del formidabil corno
avea cacciato il populo infedele,
e gran periglio toltosi d'intorno,
et a' compagni fatto alzar le vele,
e dal lito fuggir con grave scorno.
Or seguendo di lui, dico che prese
la via d' Armenia, e usci di quel paese.
VI
E dopo alquanti giorni in Natalia
trovossi, e inverso Bursia il camin tenne;
onde, continuando la sua via
di qua dal mare, in Tracia se ne venne.
Lungo il Danubio ando per PUngaria;
e come avesse il suo destrier le penne,
i Moravi e i Boemi passo in meno
di venti giorni, e la Franconia e il Reno.
VII
Per la selva d'Ardenna in Aquisgrana
giunse e in Barbante, e in Fiandra al fin s'imbarca.
L'aura che soffia verso tramontana
la vela in guisa in su la prora carca,
ch'a mezzo giorno Astolfo non lontana
vede Inghilterra, ove nel lito varca.
Salta a cavallo, e in tal modo lo punge,
ch'a Londra quella sera ancora giunge.
544 ORLANDO FURIOSO
VIII
Quivi sentendo poi che '1 vecchio Otone
gia molti mesi inanzi era in Parigi,
e che di nuovo quasi ogni barone
avea imitate i suoi degni vestigi;
d'andar subito in Francia si dispone :
e cosi torna al potto di Tamigi,
onde con le vele alte uscendo fuora,
verso Calessio fe 5 drizzar la prora.
IX
Un ventolin che leggiermente all'orza
ferendo avea adescato il legno aironda,
a poco a poco cresce e si rinforza;
poi vien si, ch'al nocchier ne soprabonda.
Che li volti la poppa al fine e forza;
se non, gli cacciera sotto la sponda.
Per la schena del mar tien dritto il legno,
e fa camin diverso al suo disegno.
x
Or corre a destra, or a sinistra mano,
di qua di la, dove fortuna spinge,
e piglia terra al fin presso a Roano ;
e come prima il dolce lito attinge,
fa rimetter la sella a Rabicano,
e tutto s'arma e la spada si cinge.
Prende il camino, et ha seco quel corno
che gli val phi che mille uomini intorno.
XI
E giunse, traversando una foresta,
a pie d'un colle ad una chiara fonte,
ne Fora che '1 monton di pascer resta,
chiuso in capanna, o sotto un cavo monte.
E dal gran caldo e da la sete infesta
vinto, si trasse I'elmo da la fronte;
Ieg6 il destrier tra le piu spesse fronde,
e poi venne per here alle fresche onde.
CANTO VENTESIMOSECONDO 545
XII
Non avea messo ancor le labra in molle,
ch'un villanel che v'era ascoso appresso,
sbuca fuor d'una macchia, e il destrier tolle,
sopra vi sale, e se ne va con esso.
Astolfo il rumor sente, e '1 capo estolle;
e poi che '1 danno suo vede si espresso,
lascia la fonte, e sazio senza here,
gli va dietro correndo a piu potere.
XIII
Quel ladro non si stende a tutto corso,
che dileguato si saria di botto:
ma or lentando or raccogliendo il morso,
se ne va di galoppo e di buon trotto.
Escon del bosco dopo un gran discorso ;
e 1'uno e Taltro al fin si fu ridotto
la dove tanti nobili baroni
eran senza prigion piu che prigioni.
XIV
Dentro il palagio il villanel si caccia
con quel destrier che i venti al corso adegua.
Forza e ch' Astolfo, il qual lo scudo impaccia,
1'elmo e Faltr'arme, di lontan lo segua.
Pur giunge anch'egli, e tutta quella traccia
che fin qui avea seguita, si dilegua;
che piu ne Rabican ne 1 ladro vede,
e gira gli occhi, e indarno affretta il piede:
XV
afFretta il piede e va cercando invano
e le loggie e le camere e le sale;
ma per trovare il perfido villano,
di sua fatica nulla si prevale.
Non sa dove abbia ascoso Rabicano,
quel suo veloce sopra ogni animale;
e senza frutto alcun tutto quel giorno
cerc6 di su di giu, dentro e d j intorno.
546 ORLANDO FURIOSO
XVI
Confuso e lasso d'aggirarsi tanto,
s'awide che quel loco era incantato;
e del libretto ch'avea sempre a canto,
che Logistilla in India gli avea dato,
accio che ricadendo in nuovo incanto
potessi aitarsi, si fu ricordato :
all'indice ricorse, e vide tosto
a quante carte era il rimedio posto.
XVII
Del palazzo incantato era difuso
scritto nel libro; e v'eran scritti i modi
di fare il mago rimaner confuso,
e a tutti quei prigion di sciorre i nodi.
Sotto la soglia era uno spirto chiuso,
che facea questi inganni e queste frodi:
e levata la pietra ov'e sepolto,
per lui sara il palazzo in fumo sciolto.
XVIII
Desideroso di condurre a fine
il paladin si gloriosa impresa,
non tarda piu che '1 braccio non inchine
a provar quanto il grave marmo pesa.
Come Atlante le man vede vicine
per far che Parte sua sia vilipesa,
sospettoso di quel che pub awenire,
10 va con nuovi incanti ad assalire.
XIX
Lo fa con diaboliche sue larve
parer da quel diverso che solea:
gigante ad altri, ad altri un villan parve,
ad altri un cavallier di faccia rea.
Ognuno in quella forma in che gli apparve
nel bosco il mago, il paladin vedea;
si che per riaver quel che gli tolse
11 mago, ognuno al paladin si volse.
CANTO VENTESIMOSECONDO 547
XX
Ruggier, Gradasso, Iroldo, Bradamante,
Brandimarte, Prasildo, altri guerrieri
in questo nuovo error si fero inante,
per distruggere il duca accesi e fieri.
Ma ricordossi il corno in quello instante,
che fe' loro abbassar gli animi altieri.
Se non si soccorrea col grave suono,
morto era il paladin senza perdono.
XXI
Ma tosto che si pon quel corno a bocca
e fa sentire intorno il suono orrendo,
a guisa dei colombi, quando scocca
lo scoppio, vanno i cavallier fuggendo.
Non meno al negromante fuggir tocca,
non men fuor de la tana esce temendo
pallido e sbigottito, e se ne slunga
tanto, che '1 suono orribil non lo giunga.
XXII
Fuggi il guardian coi suo 5 prigioni; e dopo
de le stalle fuggir molti cavalli,
ch'altro che fune a ritenerli era uopo,
e seguiro i patron per varii calli.
In casa non resto gatta ne topo
al suon che par che dica: Dalli, dalli.
Sarebbe ito con gli altri Rabicano,
se non ch'alPuscir venne al duca in mano.
XXIII
Astolfo, poi ch'ebbe cacciato il mago,
levo di su la soglia il grave sasso,
e vi ritrovb sotto alcuna imago,
et altre cose che di scriver lasso:
e di distrugger quello incanto vago,
di cio che vi trovo fece fraccasso,
come gli mostra il libro che far debbia;
e si sciolse il palazzo in fumo e in nebbia.
548 ORLANDO FURIOSO
XXIV
Quivi trovo die di catena d'oro
di Ruggiero il cavallo era legato,
parlo di quel che 'I negromante moro
per mandarlo ad Alcina gli avea dato;
a cui poi Logistilla fe' il lavoro
del freno, ond'era in Francia ritornato,
e girato da Tlndia alTInghilterra
tutto avea il lato destro de la terra.
xxv
Non so se vi ricorda che la briglia
lascio attacata all'arbore quel giorno
che nuda da Ruggier spari la figlia
di Galafrone, e gli fe' Palto scorno.
Fe J il volante destrier, con maraviglia
di chi lo vide, al mastro suo ritorno;
e con lui stette infin al giorno sempre,
che de Fincanto fur rotte le tempre.
XXVI
Non potrebbe esser stato piu giocondo
d'altra aventura Astolfo, che di questa;
che per cercar la terra e il mar, secondo
ch'avea desir, quel ch'a cercar gli resta,
e girar tutto in pochi giorni il mondo,
troppo venia questo ippogrifo a sesta.
Sapea egli ben quanto a portarlo era atto,
che Tavea altrove assai provato in fatto.
XXVII
Quel giorno in India lo prov6, che tolto
da la savia Melissa fu di mano
a quella scelerata che travolto
gli avea in mirto silvestre il viso umano :
e ben vide e noto come raccolto
gli fu sotto la briglia il capo vano
da Logistilla, e vide come instrutto
fosse Ruggier di farlo andar per tutto.
CANTO VENTESIMOSECONDO 549
XXVIII
Fatto disegno I'ippogrifo torsi,
la sella sua, ch'appresso avea, gli messe;
e gli fece, levando da piii morsi
una cosa et un'altra, un che lo resse;
che dei destrier ch'in fuga erano corsi,
quivi attaccate eran le briglie spesse.
Ora un pensier di Rabicano solo
lo fa tardar che non si leva a volo.
XXIX
D'amar quel Rabicano avea ragione;
che non v'era un miglior per correr lancia,
e Tavea da 1'estrema regione
de T India cavalcato insin in Francia.
Pensa egli molto; e in somma si dispone
darne piu tosto ad un suo amico mancia,
che lasciandolo quivi in su la strada,
se Tabbia il primo ch'a passarvi accada.
xxx
Stava mirando se vedea venire
pel bosco o cacciatore o alcun villano,
da cui far si potesse indi seguire
a qualche terra, e trarvi Rabicano.
Tutto quel giorno e sin all'apparire
de Paltro stette riguardando invano.
L'altro matin, ch'era ancor Paer fosco,
veder gli parve un cavallier pel bosco.
XXXI
Ma mi bisogna, s'io vo' dirvi il resto,
ch'io trovi Ruggier prima e Bradamante.
Poi che si tacque il corno, e che da questo
loco la bella coppia fu distante,
guard6 Ruggiero, e f u a conoscer presto
quel che fin qui gli avea nascoso Atlante:
fatto avea Atlante che fin a queH'ora
tra lor non s'eran conosciuti ancora.
550 ORLANDO FURIOSO
XXXII
Ruggier riguarda Bradamante, et ella
riguarda lui con alta maraviglia,
che tanti di Pabbia offuscato quella
illusion si 1'animo e le ciglia.
Ruggiero abbraccia la sua donna bella,
che piu che rosa ne divien vermiglia;
e poi di su la bocca i primi fiori
cogliendo vien dei suoi beati amori.
xxxin
Tornaro ad iterar gli abbracciamenti
mille fiate, et a tenersi stretti
i duo felici amanti, e si content!,
ch'a pena i gaudii lor capiano i petti.
Molto lor duol che per incantamenti,
mentre che fur negli errabondi tetti,
tra lor non s'eran mai riconosciuti,
e tanti lieti giorni eran perduti.
xxxiv
Bradamante, disposta di far tutti
i piaceri che far vergine saggia
debbia ad un suo amator, si che di lutti,
senza il suo onore offendere, il sottraggia;
dice a Ruggier, se a dar gli ultimi frutti
lei non vuol sempre aver dura e selvaggia,
la faccia domandar per buoni mezzi
al padre Amon; ma prima si battezzi.
xxxv
Ruggier, che tolto avria non solamente
viver cristiano per amor di questa,
com* era stato il padre, e antiquamente
1'avolo e tutta la sua stirpe onesta;
ma per farle piacere, immantinente
data le avria la vita che gli resta:
Non che ne 1'acqua, disse ma nel fuoco
per tuo amor porre il capo mi fia poco.
CANTO VENTESIMOSECONDO 551
XXXVI
Per battezzarsi dunque, indi per sposa
la donna aver, Ruggier si messe in via,
guidando Bradamante a Vallombrosa
(cosi fu nominata una badia
ricca e bella, ne men religiosa
e cortese a chiunque vi venia);
e trovaro all'uscir de la foresta
donna che molto era nel viso mesta.
XXXVII
Ruggier, che sempre uman, sempre cortese
era a ciascun, ma phi alle donne molto,
come le belle lacrime comprese
cader rigando il delicato volto,
n'ebbe pietade, e di disir s'accese
di saper il suo affanno; et a lei volto,
dopo onesto saluto, domandolle
perch'avea si di pianto il viso molle.
XXXVIII
Et ella alzando i begli umidi rai
umanissimamente gli rispose,
e la cagion de' suoi penosi guai,
poi che le domando, tutta gli espose.
Gentil signer, disse ella intenderai
che queste guancie son si lacrimose
per la pieta ch'a un giovinetto porto,
ch'in un castel qui presso oggi fia morto.
xxxix
Amando una gentil giovane e bella,
che di Marsilio re di Spagna e figlia,
sotto un vel bianco e in feminil gonella,
finta la voce e il volger de le ciglia,
egli ogni notte si giacea con quella,
senza darne sospetto alia famiglia:
ma si secreto alcuno esser non puote,
ch'al lungo andar non sia chi '1 vegga e note.
552 ORLANDO FURIOSO
XL
Se n'accorse uno, e ne parlo con dui;
gli dui con altri, insin ch'al re fu detto.
Venne un fedel del re I'altr'ieri a nui,
che questi amanti fe* pigliar nel letto;
e ne la rocca gli ha fatto ambedui
divisamente chiudere in distretto:
ne credo per tutto oggi ch'abbia spazio
il gioven, che non mora in pena e in strazio.
XLI
Fuggita me ne son per non vedere
tal crudelta; che vivo Tarderanno:
ne cosa mi potrebbe piii dolere,
che faccia di si bel giovine il danno;
ne potro aver giamai tanto piacere,
che non si volga subito in affanno,
che de la crudel fiamma mi rimembri,
ch'abbia arsi i belli e delicati membri.
XLII
Bradamante ode, e par ch'assai le prema
questa novella, e molto il cor rannoi;
ne par che men per quel dannato tema,
che se fosse uno dei fratelli suoi.
Ne* certo la paura in tutto scema
era di causa, come io dir6 poi.
Si volse ella a Ruggiero, e disse: Parme
ch'in favor di costui sien le nostr'arme.
XLIII
E disse a quella mesta: Io ti conforto
che tu vegga di porci entro alle mura;
che se J l giovine ancor non avran morto,
piu non 1'uccideran, stanne sicura.
Ruggiero, avendo il cor benigno scorto
de la sua donna e la pietosa cura,
senti tutto infiammarsi di desire
di non lasciare il giovine morire.
CANTO VENTESIMOSECONDO 553
XLIV
Et alia donna, a cui dagli occhi cade
un rio di pianto, dice: Or che s'aspetta?
Soccorrer qui, non lacrimare accade:
fa ch'ove e questo tuo, pur tu ci metta.
Di mille lancie trar, di mille spade
tel promettian, pur che ci meni in fretta:
ma studia il passo piii che puoi, che tarda
non sia 1'aita, e intanto il fuoco Parda.
XLV
L'alto parlare e la fiera sembianza
di quella coppia a maraviglia ardita,
ebbon di tornar forza la speranza
cola dond'era gia tutta fuggita;
ma perch' ancor, piu che la lontananza,
temeva il ritrovar la via impedita,
e che saria per questo indarno presa,
stava la donna in se tutta sospesa.
XLVI
Poi disse lor: Facendo noi la via
che dritta e piana va fin a quel loco,
credo ch'a tempo vi si giungeria,
che non sarebbe ancora acceso il fuoco:
ma gir convien per cosi torta e ria,
che J l termine d'un giorno saria poco
a riuscirne; e quando vi saremo,
che troviam morto il giovine mi temo.
XLVII
E perche non andian disse Ruggiero
per la piu corta? E la donna rispose:
Perche un castel de' conti da Pontiero
tra via si trova, ove un costume pose,
non son tre giorni ancora, iniquo e fiero
a cavallieri e a donne aventurose,
Pinabello, il peggior uomo che viva,
figliuol del conte Anselmo d'Altariva.
554 ORLANDO FURIOSO
XLVIII
Quindi ne cavallier ne donna passa,
che se ne vada senza ingiuria e danni:
1'uno e 1'altro a pie resta; ma vi lassa
il guerrier 1'arme, e la donzella i panni.
Miglior cavallier lancia non abbassa,
e non abbasso in Francia gia molt'anni,
di quattro che giurato hanno al castello
la legge mantener di Pinabello.
XLIX
Come Pusanza (che non e piii antiqua
di tre di) comincio, vi vo' narrare;
e sentirete se fu dritta o obliqua
cagion che i cavallier fece giurare.
Pinabello ha una donna cosi iniqua,
cosi bestial, ch'al mondo e senza pare;
che con lui, non so dove, andando un giorno,
ritrovo un cavallier che le fe* scorno.
II cavallier, perche da lei beffato
fu d'una vecchia che portava in groppa,
giostr6 con Pinabel ch'era dotato
di poca forza e di superbia troppa;
et abbattello, e lei smontar nel prato
fece, e prov6 s'andava dritta o zoppa:
lasciolla a piede, e fe j de la gonella
di lei vestir 1'antiqua damigella.
LI
Quella ch'a pie rimase, dispettosa,
e di vendetta ingorda e sitibonda,
congiunta a Pinabel che d'ogni cosa
dove sia da mal far, ben la seconda,
ne giorno mai, ne notte mai riposa,
e dice che non fia mai piu gioconda,
se mille cavallieri e mille donne
non mette a piedi, e lor tolle arme e gonne.
CANTO VENTESIMOSECONDO 555
LIT
Giunsero il di medesmo, come accade,
quattro gran cavallieri ad un suo loco,
li quai di rimotissime contrade
venuti a queste parti eran di poco;
di tal valor, che non ha nostra etade
tant'altri buoni al bellicoso gioco :
Aquilante, Grifone e Sansonetto,
et un Guidon Selvaggio giovinetto.
LIII
Pinabel con sembiante assai cortese
al castel ch'io v'ho detto gli raccolse.
La notte poi tutti nel letto prese,
e presi tenne; e prima non li sciolse,
che li fece giurar ch'un anno e un mese
(questo fu a punto il termine che tolse)
stariano quivi, e spogliarebbon quanti
vi capitasson cavallieri erranti;
LIV
e le donzelle ch'avesson con loro
porriano a piedi, e torrian lor le vesti.
Cosi giurar, cosi constretti foro
ad osservar, ben che turbati e mesti.
Non par che fin a qui contra costoro
alcun possa giostrar, ch'a pie non resti :
e capitati vi sono infiniti,
ch'a pie e senz'arme se ne son partiti.
LV
ordine tra lor che chi per sorte
esce fuor prima, vada a correr solo:
ma se trova il nimico cosi forte,
che resti in sella, e getti lui nel suolo,
sono ubligati gli altri infin a morte
pigliar Timpresa tutti in uno stuolo.
Vedi or, se ciascun d'essi e cosi buono,
quel ch'esser de', se tutti insieme sono.
556 ORLANDO FURIOSO
LVI
Poi non conviene all'importanzia nostra
che ne vieta ogni indugio, ogni dimora,
che punto vi fermiate a quella giostra;
e presuppongo che vinciate ancora,
che vostra alta presenzia lo dimostra;
ma non e cosa da fare in un'ora:
et e gran dubbio che '1 giovine s'arda,
se tutto oggi a soccorrerlo si tarda.
LVII
Disse Ruggier: Non riguardiamo a questo:
faccian nui quel che si pu6 far per nui;
abbia chi regge il ciel cura del resto,
o la Fortuna, se non tocca a luL
Ti fia per questa giostra manifesto,
se buoni siamo d'aiutar colui
che per cagion si debole e si lieve,
come n'hai detto, oggi bruciar si deve.
LVIII
Senza risponder altro, la donzella
si messe per la via ch'era piu corta.
Piu di tre miglia non andar per quella,
che si trovaro al ponte et alia porta
dove si perdon 1'arme e la gonnella,
e de la vita gran dubbio si porta.
Al primo apparir lor, di su la rocca
e chi duo botti la campana tocca.
LIX
Et ecco de la porta con gran fretta,
trottando s'un ronzino, un vecchio uscio;
e quel venia gridando: Aspetta, aspetta:
restate ola, che qui si paga il fio;
e se 1'usanza non v'e stata detta,
che qui si tiene, or ve la vo j dir io.
E contar loro incomincio di quello
costume, che servar fa Pinabello.
CANTO VENTESIMOSECONDO 557
LX
Poi seguito, volendo dar consigli,
com' era usato agli altri cavallieri:
Fate spogliar la donna, dicea figli,
e voi 1'arme lasciateci e i destrieri;
e non vogliate mettervi a perigli
d'andare incontra a tai quattro guerrieri.
Per tutto vesti, arme e cavalli s'hanno :
la vita sol mai non ripara it danno.
LXI
Non piu, disse Ruggier non piu ; ch'io sono
del tutto informatissimo, e qui venni
per far prova di me, se cosi buono
in fatti son, come nel cor mi tenni.
Arme, vesti e cavallo altrui non dono,
s'altro non sento che minaccie e cenni;
e son ben certo ancor che per parole
il mio compagno le sue dar non vuole.
LXII
Ma, per Dio, fa ch'io vegga tosto in fronte
quei che ne voglion t6rre arme e cavallo;
ch'abbiamo da passar anco quel monte,
e qui non si pu6 far troppo intervallo.
Rispose il vecchio : Eccoti fuor del ponte
chi vien per f arlo : e non lo disse in fallo ;
ch'un cavallier n'usci, che sopraveste
vermiglie avea, di bianchi fior conteste.
LXIII
Bradamante prego molto Ruggiero
che le lasciasse in cortesia 1'assunto
di gittar de la sella il cavalliero,
ch'avea di fiori il bel vestir trapunto;
ma non pote impetrarlo, e fu mestiero
a lei far cio che Ruggier volse a punto.
Egli volse I'impresa tutta avere,
e Bradamante si stesse a vedere.
558 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Ruggiero al vecchio domando chi fosse
questo primo ch'uscia fuor de la porta.
Sansonetto ; disse che le rosse
veste conosco e i bianchi fior che porta. -
L'uno di qua, 1'altro di la si mosse
senza parlarsi, e fu Tindugia corta;
che s'andaro a trovar coi ferri bassi,
molto affrettando i lor destrieri i passi.
LXV
In questo mezzo de la rocca usciti
eran con Finabel molti pedoni,
presti per levar Tanne et espediti
ai cavallier ch'uscian fuor degli arcioni.
Veniansi incontra i cavallieri arditi,
fermando in su le reste i gran lancioni,
grossi duo palmi, di native cerro,
che quasi erano uguali insino al ferro.
LXVI
Di tali n'avea piu d'una decina
fatto tagliar di su lor ceppi vivi
Sansonetto a una selva indi vicina,
e portatone duo per giostrar quivi.
Aver scudo e corazza adamantina
bisogna ben, che le percosse schivi.
Aveane fatto dar, tosto che venne,
Puno a Ruggier, Taltro per se ritenne.
LXVII
Con questi, che passar dovean gl'incudi
(si ben ferrate avean le punte estreme),
di qua e di la fermandoli agli scudi,
a mezzo il corso si scontraro insieme.
Quel di Ruggiero, che i dem6ni ignudi
fece sudar, poco del colpo teme:
de lo scudo vo' dir che fece Atlante,
de le cui forze io v'ho gia detto inante.
CANTO VENTESIMOSECONDO 559
LXVIII
10 v'ho gia detto che con tanta forza
Tincantato splendor negli occhi fere,
ch'al discoprirsi ogni veduta ammorza,
e tramortito Puom fa rimanere:
percio, s'un gran bisogno non lo sforza,
d'un vel coperto lo solea tenere.
Si crede ch'anco impenetrabil fosse,
poi ch'a questo incontrar nulla si mosse.
LXIX
L'altro, ch'ebbe Fartefice men dotto,
11 gravissimo colpo non sofferse.
Come tocco da fulmine, di botto
die loco al ferro, e pel mezzo s'aperse;
die loco al ferro, e quel trovo di sotto
il braccio ch'assai mal si ricoperse;
si che ne fu ferito Sansonetto,
e de la sella tratto al suo dispetto.
LXX
E questo il primo fu di quei compagni
che quivi mantenean 1'usanza fella,
che de le spoglie altrui non fe' guadagni,
e ch'alla giostra usci fuor de la sella.
Convien chi ride anco talor si lagni,
e Fortuna talor trovi ribella.
Quel da la rocca, replicando il botto,
ne fece agli altri cavallieri motto.
LXXI
S'era accostato Pinabello intanto
a Bradamante, per saper chi fusse
colui che con prodezza e valor tanto
il cavallier del suo castel percusse.
La giustizia di Dio, per dargli quanto
era il merito suo, vi lo condusse
su quel destrier medesimo ch'inante
tolto avea per inganno a Bradamante.
560 ORLANDO FURIOSO
LXXII
Fornito a punto era Fottavo mese
che con lei ritrovandosi a camino
(se 1 vi raccorda) questo Maganzese
la gitto ne la tomba di Merlino,
quando da morte un ramo la difese,
che seco cadde, anzi il suo buon destino;
e trassene, credendo ne lo speco
ch'ella fosse sepolta, il destrier seco.
LXXIII
Bradamante conosce il suo cavallo,
e conosce per lui Piniquo conte;
e poi ch'ode la voce, e vicino hallo
con maggiore attenzion mirato in fronte:
Questo e il traditor disse senza fallo
che procacci6 di farmi oltraggio et onte:
ecco il peccato suo, che 1'ha condutto
ove avra de' suoi merti il premio tutto.
LXXIV
II minacciare e il por mano alia spada
fu tutto a un tempo, e lo aventarsi a quello;
ma inanzi tratto gli levo la strada,
che non pote fuggir verso il castello.
Tolta e la speme ch'a salvar si vada,
come volpe alia tana, Pinabello.
Egli gridando e senza mai far testa,
fuggendo si caccid ne la foresta.
LXXV
Pallido e sbigottito il miser sprona,
che posto ha nel fuggir Fultima speme.
L'animosa donzella di Dordona
gli ha il ferro ai fianchi, e lo percuote e preme:
vien con lui sempre, e mai non 1'abbandona.
Grande e il rumore, e il bosco intorno geme.
Nulla al castel di questo ancor s'intende,
pero ch'ognuno a Ruggier solo attende.
CANTO VENTESIMOSECONDO 561
LXXVI
Gli altri tre cavallier de la fortezza
intanto erano usciti in su la via;
et avean seco quella male avezza
che v'avea posta la costuma ria.
A ciascun di lor tre, che '1 morir prezza
piu ch'aver vita che con biasrno sia,
di vergogna arde il viso, e il cor di duolo,
che tanti ad assalir vadano un solo.
LXXVII
La crudel meretrice ch'avea fatto
por quella iniqua usanza et osservarla,
il giuramento lor ricorda e il patto
ch'essi fatti F avean di vendicarla.
Se sol con questa lancia te gli abbatto,
perche mi voi con altre accompagnarla ?
dicea Guidon Selvaggio e s'io ne mento,
levami il capo poi, ch'io son contento.
LXXVIII
Cosi dicea Grifon, cosi Aquilante.
Giostrar da sol a sol volea ciascuno,
e preso e morto rimanere inante
ch'incontra un sol volere andar piu d'uno.
La donna dicea loro : A che far tante
parole qui senza profitto alcuno?
Per torre a colui Parme io v'ho qui tratti,
non per far nuove leggi e nuovi patti.
LXXIX
Quando io v'avea in prigione era da farme
queste escuse e non ora, che son tarde.
Voi dovete il preso ordine servarme,
non vostre lingue far vane e bugiarde.
Ruggier gridava lor: Eccovi Tarme,
ecco il destrier c'ha nuovo e sella e barde;
i panni de la donna eccovi ancora:
se li volete, a che piu far dimora ?
562 ORLANDO FURIOSO
LXXX
La donna del castel da un lato preme,
Ruggier da Taltro li chiama e rampogna,
tanto ch'a forza si spiccaro insieme,
ma nel viso infiammati di vergogna.
Dinanzi apparve Funo e Taltro seme
del marchese onorato di Borgogna;
ma Guidon, che piu grave ebbe il cavallo,
venia lor dietro con poco intervallo.
LXXXI
Con la medesima asta con che avea
Sansonetto abbattuto, Ruggier viene,
coperto da lo scudo che solea
Atlante aver sui monti di Pirene:
dico quello incantato, che splendea
tanto, ch'urnana vista nol sostiene;
a cui Ruggier per Pultimo soccorso
nei piu gravi perigli avea ricorso.
LXXXII
Ben che sol tre fiate bisognolli,
e certo in gran perigli, usarne il lume:
le prime due, quando dai regni molli
si trasse a piu lodevole costume;
la terza, quando i denti mal satolli
Iasci6 de 1'orca alle marine spume,
che dovean devorar la bella nuda
che fu a chi la campo poi cosi cruda.
LXXXIII
Fuor che queste tre volte, tutto } 1 resto
lo tenea sotto un velo in mo do ascoso,
ch'a discoprirlo esser potea ben presto,
che del suo aiuto fosse bisognoso.
Quivi alia giostra ne venia con questo,
come io v'ho detto ancora, si animoso,
che quei tre cavallier che vedea inanti,
manco temea che pargoletti infanti.
CANTO VENTESIMOSECONDO 563
LXXXIV
Ruggier scontra Grifone, ove la penna
de lo scudo alia vista si congiunge.
Quel di cader da ciascun lato accenna,
et al fin cade, e resta al destrier lunge.
Mette allo scudo a lui Grifon Fantenna;
ma pel traverse e non pel dritto giunge:
e perche lo trov6 forbito e netto,
Fando strisciando, e fe j contrario effetto.
LXXXV
Roppe il velo e squarcio che gli copria
lo spaventoso et incantato lampo,
al cui splendor cader si convenia
con gli occhi ciechi, e non vi s'ha alcun scampo.
Aquilante, ch'a par seco venia,
stracci6 Favanzo, e fe' lo scudo vampo.
Lo splendor feri gli occhi ai duo fratelli
et a Guidon, che correa doppo quelli.
LXXXVI
Chi di qua, chi di la cade per terra:
lo scudo non pur lor gli occhi abbarbaglia,
ma fa che ogn'altro senso attonito erra.
Ruggier, che non sa il fin de la battaglia,
volta il cavallo ; e nel voltare afferra
la spada sua che si ben punge e taglia:
e nessun vede che gli sia alFincontro;
che tutti eran caduti a quello scontro.
LXXXVII
I cavallieri e insieme quei ch'a piede
erano usciti, e cosi le donne anco,
e non meno i destrieri in guisa vede,
che par che per morir battano il fianco.
Prima si maraviglia, e poi s'awede
che '1 velo ne pendea dal lato manco:
dico il velo di seta, in che solea
chiuder la luce di quel caso rea.
564 ORLANDO FURIOSO
LXXXVIII
Presto si volge, e nel voltar cercando
con gli occhi va 1'amata sua guerriera;
e vien la dove era rimasa, quando
la prima giostra cominciata s'era.
Pensa ch'andata sia (non la trovando)
a vietar che quel giovine non pera,
per dubbio ch'ella ha forse che non s'arda
in questo mezzo ch'a giostrar si tarda.
LXXXIX
Fra gli altri che giacean vede la donna,
la donna che Pavea quivi guidato.
Dinanzi se la pon, si come assonna,
e via cavalca tutto conturbato.
D'un manto ch'essa avea sopra la gonna,
poi ricoperse lo scudo incantato;
e i sensi riaver le fece, tosto,
che '1 nocivo splendore ebbe nascosto.
xc
Via se ne va Ruggier con faccia rossa
che per vergogna di levar non osa:
gli par ch'ognuno improverar gli possa
quella vittoria poco gloriosa.
Ch'emenda poss'io fare, onde rimossa
mi sia una colpa tanto obbrobriosa?
che cio ch'io vinsi mai, fu per favore,
diran, d'incanti, e non per mio valore.
xci
Mentre cosi pensando seco giva,
venne in quel che cercava a dar di cozzo;
che 'n mezzo de la strada soprarriva
dove profondo era cavato un pozzo.
Quivi Parmento alia calda ora estiva
si ritraea, poi ch'avea pieno il gozzo.
Disse Ruggiero: Or proveder bisogna
che non mi facci, o scudo, piu vergogna.
CANTO VENTESIMOSECONDO 565
XCII
Piu non starai tu meco; e questo sia
Fultimo biasmo c'ho d'averne al mondo.
Cosi dicendo, smonta ne la via:
piglia una grossa pietra e di gran pondo,
e la lega allo scudo, et ambi invia
per Palto pozzo a ritrovarne il fondo;
e dice : Costa giu statti sepulto,
e teco stia sempre il mio obbrobrio occulto.
XCIII
II pozzo e cavo, e pieno al sommo d'acque:
grieve e lo scudo, e quella pietra grieve.
Non si fermo fin che nel fondo giacque:
sopra si chiuse il liquor molle e lieve.
II nobil atto e di splendor non tacque
la vaga Fama, e divulgollo in breve;
e di rumor n'empi, suonando il corno,
e Francia e Spagna e le provincie intorno.
xciv
Poi che di voce in voce si fe' questa
strana aventura in tutto il mondo nota,
molti guerrier si missero all'inchiesta
e di parte vicina e di remota:
ma non sapean qual fosse la foresta
dove nel pozzo il sacro scudo nuota;
che la donna che fe' 1'atto palese,
dir mai non volse il pozzo ne il paese.
xcv
Al partir che Ruggier fe' dal castello,
dove avea vinto con poca battaglia;
che i quattro gran campion di Pinabello
fece restar come uomini di paglia;
tolto lo scudo, avea levato quello
lume che gli occhi e gli animi abbarbaglia:
e quei che giaciuti eran come morti,
pieni di meraviglia eran risorti.
566 ORLANDO FURIOSO
XCVI
Ne per tutto quel giorno si favella
altro fra lor che de lo strano caso,
e come fu che ciascun d'essi a quella
orribil luce vinto era rimaso.
Mentre parlan di questo, la novella
vien lor di Pinabel giunto alPoccaso:
che Pinabello e morto hanno P aviso,
ma non sanno pero chi Pabbia ucciso.
XCVII
L'ardita Bradamante in questo mezzo
giunto avea Pinabello a un passo stretto;
e cento volte gli avea fin a mezzo
messo il brando pei fianchi e per lo petto.
Tolto ch'ebbe dal mondo il puzzo e J l lezzo
che tutto intorno avea il paese infetto,
le spalle al bosco testimonio volse
con quel destrier che gia il fellon le tolse.
XCVIII
Volse tornar dove lasciato avea
Ruggier; ne seppe mai trovar la strada.
Or per valle or per monte s'awolgea:
tutta quasi cerc6 quella contrada.
Non volse mai la sua fortuna rea
che via trovasse onde a Ruggier si vada.
Questo altro canto ad ascoltare aspetto
chi de 1'istoria mia prende diletto.
CANTO VENTESIMOTERZO 567
CANTO VENTESIMOTERZO
I
Studisi ognun giovare altrui; che rade
volte 11 ben far senza il suo premio fia:
e se pur senza, almen non te ne accade
morte ne danno ne ignommia ria.
Chi mioce altrui, tardi o per tempo cade
il debito a scontar, che non s'oblia.
Dice il proverbio, ch'a trovar si vanno
gli uomini spesso, e i monti fermi stanno.
il
Or vedi quel ch'a Pinabello awiene
per essersi portato iniquamente :
e giunto in somma alle dovute pene,
dovute e giuste alia sua ingiusta mente.
E Dio, che le piu volte non sostiene
veder patire a torto uno innocent e,
salv6 la donna; e salvera ciascuno
che d'ogni fellonia viva digiuno.
Ill
Credette Pinabel questa donzella
gia d'aver morta, e cola giu sepulta;
ne la pensava rnai veder, non ch'ella
gli avesse a tor degli error suoi la multa.
Ne il ritrovarsi in mezzo le castella
del padre, in alcun util gli risulta.
Quivi Altaripa era tra monti fieri
vicina al tenitorio di Pontieri.
568 ORLANDO FURIOSO
IV
Tenea quell' Altaripa il vecchio conte
Anselmo, di ch'usci questo malvagio,
che per fuggir la man di Chiaramonte,
d'amici e di soccorso ebbe disagio.
La donna al traditore a pie d'un monte
tolse 1'indegna vita a suo grande agio;
che d'altro aiuto quel non si provede,
che d'alti gridi e di chiamar mercede.
v
Morto ch'ella ebbe il falso cavalliero
che lei voluto avea gia porre a morte,
volse tornare ove lascio Ruggiero;
ma non lo consent! sua dura sorte,
che la fe j traviar per un sentiero
che la porto dov'era spesso e forte,
dove piu strano e piu solingo il bosco,
lasciando il sol gia il mondo all'aer fosco.
VI
Ne sappiendo ella ove potersi altrove
la notte riparar, si fermo quivi
sotto le frasche in su 1'erbette nuove,
parte dormendo fin che '1 giorno arrivi,
parte mirando ora Saturno or Giove,
Venere e Marte e gli altri erranti divi;
ma sempre, o vegli o dorma, con la mente
contemplando Ruggier come presente.
VII
Spesso di cor profondo ella sospira,
di pentimento e di dolor compunta,
ch'abbia in lei, piu ch'amor, potuto 1'ira.
L'ira dicea m'ha dal mio amor disgiunta:
almen ci avessi io posta alcuna mira,
poi ch'avea pur la mala impresa assunta,
di saper ritornar donde io veniva;
che ben fui d'occhi e di memoria priva.
CANTO VENTESIMOTERZO 569
VIII
Queste et altre parole ella non tacque,
e molto piu ne ragiono col core.
II vento intanto di sospiri, e Pacque
di pianto facean pioggia di dolore.
Dopo una lunga aspettazion pur nacque
in oriente il disiato albore:
et ella prese il suo destrier ch'intorno
giva pascendo, et ando contra il giorno.
rx
Ne molto ando, che si trovo all'uscita
del bosco, ove pur dianzi era il palagio,
la dove molti di Pavea schernita
con tanto error 1'incantator malvagio.
Ritrovo quivi Astolfo che fornita
la briglia alFippogrifo avea a grande agio,
e stava in gran pensier di Rabicano,
per non sap ere a chi lasciarlo in mano.
x
A caso si trovo che fuor di testa
Pelmo allor s'avea tratto il paladino;
si che tosto ch'usci de la foresta,
Bradamante conobbe il suo cugino.
Di lontan salutollo, e con gran festa
gli corse, e I'abbraccio poi piu vicino;
e nominossi, et alzo la visiera,
e chiaramente fe' veder ch'eU'era.
XI
Non potea Astolfo ritrovar persona
a chi il suo Rabican meglio lasciasse,
perche dovesse averne guardia buona
e renderglielo poi come tornasse,
de la figlia del duca di Dordona;
e parvegli che Dio gli la mandasse,
Vederla volentier sempre solea,
ma pel bisogno or piu ch'egli n'avea.
570 ORLANDO FURIOSO
XII
Da poi che due e tre volte ritornati
fraternamente ad abbracciar si foro,
e si for 1'uno a 1'altro domandati
con molta affezion de Tesser loro;
Astolfo disse : Ormai, se dei pennati
vo* '1 paese cercar, troppo dimoro :
et aprendo alia donna il suo pensiero,
veder le fece il volator destriero.
XIII
A lei non fa di molta maraviglia
veder spiegare a quel destrier le penne;
ch'altra volta, reggendogli la briglia
Atlante incantator, contra le venne;
e le fece doler gli occhi e le ciglia:
si fisse dietro a quel volar le tenne
quel giorno, che da lei Ruggier lontano
portato fu per camin lungo e strano.
XIV
Astolfo disse a lei che le volea
dar Rabican, che si nel corso affretta,
che se scoccando 1'arco si movea,
si solea lasciar dietro la saetta;
e tutte Tarme ancor, quante n'avea:
che vuol che a Montalban gli le rimetta,
e gli le serbi fin al suo ritorno ;
che non gli fanno or di bisogno intorno.
XV
Volendosene andar per 1'aria a volo,
aveasi a far quanto potea piu lieve.
Tiensi la spada e J l corno, ancor che solo
bastargli il corno ad ogni risco deve.
Bradamante la lancia che '1 figliuolo
port6 di Galafrone, anco riceve;
la lancia che di quanti ne percuote
fa le selle restar subito vote.
CANTO VENTESIMOTERZO 571
XVI
Salito Astolfo sul destrier volante,
10 fa mover per Faria lento lento;
indi lo caccia si, che Bradamante
ogni vista ne perde in un momento.
Cosi si parte col pilota inante
11 nochier che gli scogli teme e '1 vento;
e poi che '1 porto e i liti a dietro lassa,
spiega ogni vela e inanzi ai venti passa.
XVII
La donna, poi che fu partito il duca,
rirnase in gran travaglio de la mente:
che non sa come a Montalban conduca
Parmatura e il destrier del suo parente;
pero che 5 1 cor le cuoce e le manuca
Tingorda voglia e il desiderio ardente
di riveder Ruggier, che, se non prima,
a Vallombrosa ritrovar lo stima.
XVIII
Stando quivi suspesa, per ventura
si vede inanzi giungere un villano,
dal qual fa rassettar quella armatura,
come si puote, e por su Rabicano;
poi di menarsi dietro gli die cura
i duo cavalli, un carco e Taltro a mano:
ella n'avea duo prima; ch'avea quello
sopra il qual Iev6 1'altro a Pinabello.
XIX
Di Vallombrosa penso far la strada,
che trovar quivi il suo Ruggier ha speme;
ma qual piu breve o qual miglior vi vada,
poco discerne, e d'ire errando teme,
II villan non avea de la contrada
pratica molta; et erreranno insieme.
Pur andare a ventura ella si messe,
dove pensb che } 1 loco esser dovesse.
572 ORLANDO FURIOSO
XX
Di qua di la si volse, ne persona
incontro mai da domandar la via.
Si trovo uscir del bosco in su la nona,
dove un castel poco lontan scopria,
il qual la cima a un monticel corona.
Lo mira, e Montalban le par che sia:
et era certo Montalbano; e in quello
avea la rnatre et alcun suo fratello.
XXI
Come la donna conosciuto ha il loco,
nel cor s'attrista, e piu chT non so dire:
sara scoperta, se si ferma un poco,
ne piu le sara lecito a partire;
se non si parte, P amoroso foco
Pardera si, che la fara morire:
non vedra piu Ruggier, ne fara cosa
di quel ch'era ordinato a Vallombrosa.
xxn
Stette alquanto a pensar; poi si risolse
di voler dar a Montalban le spalle:
e verso la badia pur si rivolse,
che quindi ben sapea qual era il calle.
Ma sua fortuna, o buona o trista, volse
che prima ch'ella uscisse de la valle,
scontrasse Alardo, un de' fratelli sui;
ne tempo di celarsi ebbe da lui.
XXIII
Veniva da partir gli alloggiamenti
per quel contado a cavallieri e a fanti;
ch'ad instanzia di Carlo nuove genti
fatto avea de le terre circonstanti.
I saluti e i fraterni abbracciamenti
con le grate accoglienze andaro inanti;
e poi, di molte cose a paro a paro
tra lor parlando, in Montalban tornaro.
CANTO VENTESIMOTERZO 573
XXIV
Entro la bella donna in Montalbano,
dove Favea con lacrimosa guancia
Beatrice molto desiata invano,
e fattone cercar per tutta Francia.
Or quivi i baci e il giunger mano a mano
di matre e di fratelli estimo ciancia
verso gii avuti con Ruggier complessi,
ch'avra ne Talma eternamente impressi.
xxv
Non potendo ella andar, fece pensiero
ch'a Vallombrosa altri in suo nome andasse
immantinente ad avisar Ruggiero
de la cagion ch' andar lei non lasciasse;
e lui pregar (s'era pregar mistero)
che quivi per suo amor si battezzasse,
e poi venisse a far quanto era detto,
si che si desse al matrimonio effetto.
XXVI
Pel medesimo messo fe' disegno
di mandar a Ruggiero il suo cavallo,
che gli solea tanto esser caro : e degno
d'essergli caro era ben senza fallo;
che non s'avria trovato in tutto J l regno
dei Saracin, ne sotto il signor Gallo,
piu bel destrier di questo o piu gagliardo,
eccetti Brigliador soli e Baiardo.
XXVII
Ruggier, quel di che troppo audace ascese
su 1'ippogrifo, e verso il ciel levosse,
lascio Frontino, e Bradamante il prese
(Frontino, che *1 destrier cosi nomosse);
mandollo a Montalbano, e a buone spese
tener lo fece, e mai non cavalcosse,
se non per breve spazio e a picciol passo;
si ch'era piu che mai lucido e grasso.
574 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
Ogni sua donna tosto, ogni donzella
pon seco in opra, e con suttil lavoro
fa sopra seta Candida e morella
tesser ricamo di finissimo oro;
e di quel cuopre et orna briglia e sella
del buon destrier: poi sceglie una di loro,
figiia di Callitrefia sua nutrice,
d'ogni secrete suo fida uditrice.
XXIX
Quanto Ruggier Tera nel core impresso,
mille volte narrato avea a costei:
la belta, la virtude, i modi d'esso
esaltato 1'avea fin sopra i dei.
A se chiamolla, e disse : Miglior messo
a tal bisogno elegger non potrei;
che di te ne piu fido ne phi saggio
imbasciator, Ippalca mia, non aggio.
xxx
Ippalca la donzella era nomata.
Va , le dice, e 1'insegna ove de' gire;
e pienamente poi Tebbe informata
di quanto avesse al suo signore a dire;
e far la scusa se non era andata
al monaster: che non fu per mentire;
ma che Fortuna, che di noi potea
piu che noi stessi, da imputar s'avea.
XXXI
Montar la fece s'un ronzino, e in mano
la ricca briglia di Frontin le messe:
e se si pazzo alcuno o si villano
trovasse, che levar le lo volesse,
per fargli a una parola il cervel sano,
di chi fosse il destrier sol gli dicesse;
che non sapea si ardito cavalliero,
che non tremasse al nome di Ruggiero.
CANTO VENTESIMOTERZO 575
XXXII
Di molte cose rammonisce e rnolte,
che trattar con Ruggier abbia in sua vece;
le qual poi ch'ebbe Ippalca ben raccolte,
si pose in via, ne piu dimora fece.
Per strade e campi e selve oscure e folte
cavalco de le migHa piu di diece;
che non fu a darle noia chi venisse,
ne a domandarla pur dove ne gisse.
XXXIII
A mezzo il giorno, nel calar d'un monte,
in una stretta e malagevol via
si venne ad incontrar con Rodomonte,
ch'armato un piccol nano e a pie seguia.
II Moro alzo ver lei 1'altiera fronte,
e bestemmi6 Feterna lerarchia,
poi che si bel destrier, si bene ornato,
non avea in man d'un cavallier trovato.
XXXIV
Avea giurato che '1 primo cavallo
torria per forza, che tra via incontrasse.
Or questo e stato il primo; e trovato hallo
piu bello e piu per lui, che mai trovasse:
ma torlo a una donzella gli par fallo ;
e pur agogna averlo, e in dubbio stasse.
Lo mira, lo contempla, e dice spesso:
Deh perche il suo signor non e con esso!
xxxv
Deh ci fosse egli! gli rispose Ippalca
che ti faria cangiar forse pensiero.
Assai piu di te val chi lo cavalca,
ne lo pareggia al mondo altro guerriero.
Chi e le disse il Moro che si calca
Fonore altrui ? Rispose ella: Ruggiero.
E quel suggiunse : Adunque il destrier voglio,
poi ch'a Ruggier, si gran campion, lo toglio.
576 ORLANDO FURIOSO
XXXVI
II qual, se sara ver, come tu parli,
che sia si forte, e piu d'ogn'altro vaglia,
non che il destrier, ma la vettura darli
converrammi, e in suo albitrio fia la tagHa.
Che Rodomonte io sono, hai da narrarli,
e che, se pur vorra meco battaglia,
mi trovera; ch'ovunque io vada o stia,
mi fa sempre apparir la luce mia.
XXXVII
Dovunque io vo, si gran vestigio resta,
che non Io lascia il fulmine maggiore.
Cosi dicendo, avea tornate in testa
le redine dorate al corridore:
sopra gli salta; e lacrimosa e mesta
rimane Ippalca, e spinta dal dolore
minaccia Rodomonte e gli dice onta:
non Tascolta egli, e su pel poggio monta.
XXXVIII
Per quella via dove Io guida il nano
per trovar Mandricardo e Doralice,
gli viene Ippalca dietro di lontano,
e Io bestemmia sempre e maledice.
Cio che di questo awenne, altrove e piano.
Turpin, che tutta questa istoria dice,
fa qui digresso, e torna in quel paese
dove fu dianzi morto il Maganzese.
xxxix
Dato avea a pena a quel loco le spalle
la figliuola d'Amon, ch'in fretta gia,
che v'arrivo Zerbin per altro calle
con la fallace vecchia in compagnia:
e giacer vide il corpo ne la valle
del cavallier, che non sa gia chi sia;
ma come quel ch'era cortese e pio,
ebbe pieta del caso acerbo e rio.
CANTO VENTESIMOTERZO 577
XL
Giaceva Pinabello in terra spento,
versando il sangue per tante ferite,
ch'esser doveano assai, se piu di cento
spade in sua morte si fossero unite.
II cavalier di Scozia non fu lento
per Forme che di fresco eran scolpite
a porsi in awentura, se potea
saper chi Fomicidio fatto avea.
XLI
Et a Gabrina dice che 1'aspette;
che senza indugio a lei fara ritorno.
Ella presso al cadavero si mette,
e fissamente vi pon gli occhi intorno;
perche, se cosa v'ha che le dilette,
non vuol ch'un morto invan piu ne sia adorno,
come colei che fu, tra Faltre note,
quanto avara esser piu femina puote.
XLII
Se di portarne il furto ascosamente *
avesse avuto modo o alcuna speme,
la sopravesta fatta riccamente
gli avrebbe tolta, e le belParme insieme.
Ma quel che puo celarsi agevolmente,
si piglia, e '1 resto fin al cor le preme.
Fra Faltre spoglie un bel cinto levonne,
e se ne Ieg6 i fianchi infra due gonne.
XLIII
Poco dopo arrive Zerbin, ch'avea
seguito invan di Bradamante i passi,
perche trovo il sentier che si torcea
in molti rami ch'ivano alti e bassi:
e poco omai del giorno rimanea,
ne volea al buio star fra quelli sassi;
e per trovare albergo die le spalle
con Fempia vecchia alia funesta valle.
578 ORLANDO FURIOSO
XLIV
Quindi presso a dua miglia ritrovaro
un gran castel che fu detto Altariva,
dove per star la notte si fermaro,
che gia a gran volo inverse il ciel saliva.
Non vi ster molto, ch'un lamento amaro
1'orecchie d'ogni parte lor feriva;
e veggon lacrimar da tutti gli occhi,
come la cosa a tutto il popul tocchi.
XLV
Zerbino dimandonne, e gli fu detto
che venut'era al cont'Anselmo aviso
che fra duo monti in un sentiero istretto
giacea il suo figlio Pinabello ucciso.
Zerbin, per non ne dar di se sospetto,
di cio si finge nuovo, e abbassa il viso;
ma pensa ben, che senza dubbio sia
quel ch'egli trov6 morto in su la via.
XLVI
* Dopo non molto la bara funebre
giunse, a splendor di torchi e di facelle,
la dove fece le strida piu crebre
con un batter di man gire alle stelle,
e con piu vena fuor de le palpebre
le lacrime inundar per le mascelle:
ma piu de 1'altre nubilose et atre
era la faccia del misero patre.
XLVII
Mentre apparecchio si facea solenne
di grandi essequie e di funebri pompe,
secondo il modo et ordine che tenne
Fusanza antiqua e ch'ogni eta corrompe;
da parte del signore un bando venne,
che tosto il popular strep ito rompe,
e promette gran premio a chi dia aviso
chi stato sia che gli abbia il figlio ucciso.
CANTO VENTESIMOTERZO 579
XLVIII
Di voce in voce e d'una in altra orecchia
il grido e '1 bando per la terra scorse,
fin che Pudi la scelerata vecchia
che di rabbia avanzo le tigri e Torse;
e quindi alia ruina s'apparecchia
di Zerbino, o per 1'odio che gli ha forse,
o per vantarsi pur, che sola priva
d'umanitade in uman corpo viva;
XLIX
o fosse pur per guadagnarsi il premio:
a ritrovar n'and6 quel signor mesto;
e dopo un verisimil suo proemio,
gli disse che Zerbin fatto avea questo:
e quel bel cinto si Iev6 di gremio,
che *1 miser padre a riconoscer presto,
appresso il testimonio e tristo uffizio
de Fempia vecchia, ebbe per chiaro indizio.
E lacrimando al ciel leva le mani,
che 3 l figliuol non sara senza vendetta.
Fa circundar Talbergo ai terrazzani;
che tutto J l popul s'e levato in fretta.
Zerbin che gli nimici aver lontani
si crede, e questa ingiuria non aspetta,
dal conte Anselmo, che si chiama offeso
tanto da lui, nel primo sonno e preso;
LI
e quella notte in tenebrosa parte
incatenato, e in gravi ceppi messo.
II sole ancor non ha le luci sparte,
che Tingiusto supplicio e gia commesso:
che nel loco medesimo si squarte,
dove fu il mal c'hanno imputato ad esso.
Altra esamina in ci6 non si facea:
bastava che '1 signor cosi credea.
580 ORLANDO FURIOSO
LII
Poi che Paltro matin la bella Aurora
Taer seren fe' bianco e rosso e giallo,
tutto '1 popul gridando: Mora, mora,
vien per punir Zerbin del non suo fallo.
Lo sciocco vulgo 1'accompagna fuora,
senz'ordine, chi a piede e chi a cavallo;
e '1 cavallier di Scozia a capo chino
ne vien legato in s'un piccol ronzino.
LIII
Ma Dio che spesso gl'innocenti aiuta,
ne lascia mai ch'in sua bonta si fida,
tal difesa gli avea gia proveduta,
che non v'e dubbio piu ch'oggi s'uccida.
Quivi Orlando arrivo, la cui venuta
alia via del suo scampo gli fu guida.
Orlando giu nel pian vide la gente
che traea a morte il cavallier dolente.
LIV
Era con lui quella fanciulla, quella
che ritrovo ne la selvaggia grotta,
del re galego la figlia Issabella,
in poter gia de' malandrin condotta,
poi che lasciato avea ne la procella
del truculento mar la nave rotta:
quella che piu vicino al core avea
questo Zerbin, che Talma onde vivea.
LV
Orlando se Pavea fatta compagna,
poi che de la caverna la riscosse.
Quando costei li vide alia campagna,
domandb Orlando chi la turba fosse.
Non so, diss'egli; e poi su la montagna
lasciolla, e verso il pian ratto si mosse.
Guard6 Zerbino, et alia vista prima
lo giudico baron di molta stima.
CANTO VENTESIMOTERZO 581
LVI
E fattosegli appresso, domandollo
per che cagione e dove il menin preso.
Levo il dolente cavalliero il collo,
e megHo avendo il paladino inteso,
rispose il vero; e cosi ben narrollo,
che merito dal conte esser difeso.
Bene avea il conte alle parole scorto
ch'era innocente, e che moriva a torto.
LVII
E poi che 'ntese che commesso questo
era dal conte Anselmo d'Altariva,
fu certo ch'era torto manifesto;
ch'altro da quel fellon mai non deriva.
Et oltre acci6, Puno era alPaltro infesto
per Tantiquissimo odio che bolliva
tra il sangue di Maganza e di Chiarmonte;
e tra lor eran morti e danni et onte.
LVIII
Slegate il cavallier, grido canaglia,
il conte a' masnadieri o ch'io v'uccido.
Chi e costui che si gran colpi taglia?
rispose un che parer voile il piu fido.
Se di cera noi fussimo o di paglia,
e di fuoco egli, assai fora quel grido.
E venne contra il paladin di Francia:
Orlando contra lui chino la lancia.
LIX
La lucente armatura il Maganzese,
che levata la notte avea a Zerbino,
e postasela indosso, non difese
contra Faspro incontrar del paladino.
Sopra la destra guancia il ferro prese:
Telmo non pass6 gia, perch' era fino;
ma tanto fu de la percossa il crollo,
che la vita gli tolse e roppe il collo.
582 ORLANDO FURIOSO
LX
Tutto in un corso, senza tor di resta
la lancia, passo un altro in mezzo '1 petto:
quivi lasciolla, e la mano ebbe presta
a Durindana; e nel drappel piu stretto
a chi fece due parti de la testa,
a chi levo dal busto il capo netto;
foro la gola a molti; e in un memento
n'uccise e messe in rotta piu di cento.
LXI
Piu del terzo n'ha morto, e '1 resto caccia
e taglia e fende e Here e fora e tronca.
Chi lo scudo, e chi Pelmo che lo 'mpaccia,
e chi lascia lo spiedo e chi la ronca;
chi al lungo, chi al traverse il camin spaccia:
altri s'appiatta in bosco, altri in spelonca.
Orlando, di pieta questo di privo,
a suo poter non vuol lasciarne un vivo.
LXII
Di cento venti (che Turpin sottrasse
il conto), ottanta ne periro almeno.
Orlando finalmente si ritrasse
dove a Zerbin tremava il cor nel seno.
S'al ritornar d'Orlando s'allegrasse,
non si potria contare in versi a pieno.
Se gli saria per onorar prostrate,
ma si trovo sopra il ronzin legato.
LXIII
Mentre ch s Orlando, poi che lo disciolse,
Paiutava a ripor Parme sue intorno,
ch'al capitan de la sbirraglia tolse,
che per suo mal se n'era fatto adorno;
Zerbino gli occhi ad Issabella volse,
che sopra il colle avea fatto soggiorno,
e poi che de la pugna vide il fine,
port6 le sue bellezze piu vicine.
CANTO VENTESIMOTERZO 583
LXIV
Quando apparir Zerbin si vide appresso
la donna che da lui fu amata tanto 3
la bella donna che per falso messo
credea sommersa, e n'ha piu volte pianto;
com'un ghiaccio nel petto gli sia messo,
sente dentro aggelarsi, e triema alquanto:
ma tosto il freddo manca, et in quel loco
tutto s'avampa d'amoroso fuoco.
LXV
Di non tosto abbracciarla lo ritiene
la riverenza del signor d'Anglante;
perche si pensa, e senza dubbio tiene
ch' Orlando sia de la donzella amante.
Cosi cadendo va di pene in pene,
e poco dura il gaudio ch'ebbe inante ;
il vederla d'altnti peggio sopporta,
che non fe' quando udi ch'ella era morta.
LXVI
E molto piu gli duol che sia in podesta
del cavalliero a cui cotanto debbe;
perche volerla a lui levar ne onesta
ne forse impresa facile sarebbe.
Nessuno altro da se lassar con questa
preda partir senza romor vorrebbe :
ma verso il conte il suo debito chiede
che se lo lasci por sul collo il piede.
LXVII
Giunsero taciturn! ad una fonte,
dove smontaro e fer qualche dimora.
Trassesi Pelmo il travagliato conte,
et a Zerbin lo fece trarre ancora.
Vede la donna il suo amatore in fronte,
e di subito gaudio si scolora;
poi torna come fiore umido suole
dopo gran pioggia all'apparir del sole.
584 ORLANDO FURIOSO
LXVIII
E senza indugio e senza altro rispetto
corre al suo caro amante, e il collo abbraccia;
e non puo trar parola fuor del petto,
ma di lacrime il sen bagna e la faccia.
Orlando attento all'amoroso affetto,
senza che piu chiarezza se gli faccia,
vide a tutti gl'indizii manifesto
ch'altri esser che Zerbin non potea questo.
LXIX
Come la voce aver pote Issabella,
non bene asciutta ancor 1'umida guancia,
sol de la molta cortesia favella
che Pavea usata il paladin di Francia.
Zerbino, che tenea questa donzella
con la sua vita pare a una bilancia,
si getta a' pie del conte, e quello adora
come a chi gli ha due vite date a un'ora.
LXX
Molti ringraziamenti e molte offerte
erano per seguir tra i cavallieri,
se non udian sonar le vie coperte
dagli arbori di frondi oscuri e neri.
Presti alle teste lor, ch'eran scoperte,
posero gli elmi, e presero i destrieri:
et ecco un cavalliero e una donzella
lor sopravien, ch'a pena erano in sella.
LXXI
Era questo guerrier quel Mandricardo
che dietro Orlando in fretta si condusse
per vendicar Alzirdo e Manilardo,
che '1 paladin con gran valor percusse:
quantunque poi lo seguito piu tardo ;
che Doralice in suo poter ridusse,
la quale avea con un troncon di cerro
tolta a cento guerrier carchi di ferro.
CANTO VENTESIMOTERZO 585
LXXII
Non sapea il Saracin pero che questo,
ch'egli seguia, fosse il signer d'Anglante:
ben n'avea indizio e segno manifesto
ch'esser dovea gran cavalliero errante.
A lui miro piu ch'a Zerbino, e presto
gli ando con gli occhi dal capo alle piante;
e i dati contrasegni ritrovando,
disse : Tu se j colui ch'io vo cercando.
LXXIII
Sono omai dieci giorni gli soggiunse
che di cercar non lascio i tuo' vestigi:
tanto la fama stimolommi e punse,
che di te venne al campo di Parigi,
quando a fatica un vivo sol vi giunse
di mille che mandasti ai regni stigi;
e la strage contb, che da te venne
sopra i Norizii e quei di Tremisenne.
LXXIV
Non fui, come lo seppi, a seguir lento,
e per vederti e per provarti appresso:
e perche m } informal del guernimento
c'hai sopra Tarme, io so che tu sei desso;
e se non 1'avessi anco, e che fra cento
per celarti da me ti fossi messo,
il tuo fiero sembiante mi faria
chiaramente veder che tu quel sia,
LXXV
Non si pu6 gli rispose Orlando dire
che cavallier non sii d'alto valore;
pero che si magnanimo desire
non mi credo albergasse in umil core.
Se '1 volermi veder ti fa venire,
vo' che mi veggi dentro, come fuore:
mi levero questo elmo da le tempie,
acci6 ch'a punto il tuo desire adempie.
586 ORLANDO FURIOSO
LXXVI
Ma poi che ben m'avrai veduto in faccia,
alPaltro desideno ancora attend! :
resta ch'alla cagion tu satisfaccia,
che fa che dietro questa via mi prendi;
che veggi se '1 valor mio si confaccia
a quel sembiante fier che si commendi.
Orsu, disse il pagano al rimanente;
ch'al primo ho satisfatto interamente.
LXXVII
II conte tuttavia dal capo al piede
va cercando il pagan tutto con gli occhi:
mira ambi i fianchi, indi Farcion; ne vede
pender ne qua ne la mazze ne stocchi.
Gli domanda di ch'arme si pro vede,
s'awien che con la lancia in fallo tocchi.
Rispose quel: Non ne pigliar tu cura:
cosi a molt'altri ho ancor fatto paura.
LXXVIII
Ho sacramento di non cinger spada,
fin ch'io non tolgo Durindana al conte;
e cercando lo vo per ogni strada,
acci6 piu d'una posta meco sconte.
Lo giurai (se d'intenderlo t'aggrada)
quando mi posi quest' elmo alia fronte,
il qual con tutte Faltr'arme ch j io porto,
era d'Ettor, che gia mill'anni e morto.
LXXIX
La spada sola manca alle buone arme :
come rubata fu, non ti so dire.
Or che la porti il paladino, parme;
e di qui vien ch'egli ha si grande ardire.
Ben penso, se con lui posso accozzarme,
fargli il mal tolto ormai ristituire.
Cercolo ancor, che vendicar disio
il famoso Agrican genitor mio.
CANTO VENTESIMOTERZO 587
LXXX
Orlando a tradimento gli die morte:
ben so che non potea farlo altrimente.
II conte piu non tacque, e grido forte:
E tu e qualunque il dice, se ne mente.
Ma quel che cerchi t'e venuto in sorte:
io sono Orlando, e uccisil giustamente ;
e questa e quella spada che tu cerchi,
che tua sara, se con virtu la merchi.
LXXXI
Quantunque sia debitamente mia,
tra noi per gentilezza si contenda:
n voglio in questa pugna ch'ella sia
piu tua che mia; ma a un arbore s'appenda.
Levala tu liberamente via,
s'awien che tu m'uccida o che mi prenda.
Cosi dicendo, Durindana prese,
e 'n mezzo il campo a un arbuscel Pappese.
LXXXII
Gia Fun da Taltro e dipartito lunge,
quanto sarebbe un mezzo tratto d'arco;
gia Funo contra 1'altro il destrier punge,
n6 de le lente redine gli e parco;
gia 1'uno e Faltro di gran colpo aggiunge
dove per Pelmo la veduta ha varco.
Parveno Taste, al rompersi, di gielo;
e in mille scheggie andar volando al cielo.
LXXXIII
L'una e Paltra asta e forza che si spezzi;
che non voglion piegarsi i cavallieri,
i cavallier che tornano coi pezzi
che son restati appresso i calci interi.
Quelli, che sempre fur nel ferro avezzi,
or, come duo villan per sdegno fieri
nel partir acque o termini de prati,
fan crudel zuffa di duo pali armati.
588 ORLANDO FURIOSO
LXXXIV
Non stanno Taste a quattro colpi salde,
e mancan nel furor di quella pugna.
Di qua e di la si fan Fire piu calde;
ne da ferir lor resta altro che pugna.
Schiodano piastre, e straccian maglie e falde,
pur che la man, dove s'aggraffi, giugna.
Non desideri alcun, perche piu vaglia,
martel piu grave o piu dura tanaglia.
LXXXV
Come puo il Saracin ritrovar sesto
di finir con suo onore il fiero invito ?
Pazzia sarebbe 11 perder tempo in questo,
che nuoce al feritor piu ch'al ferito.
Ando alle strette Tuno e 1' altro, e presto
il re pagano Orlando ebbe ghermito:
10 strigne al petto; e crede far le prove
che sopra Anteo fe' gia il figliol di Giove.
LXXXVI
Lo piglia con molto impeto a traverso:
quando lo spinge, e quando a se lo tira;
et e ne la gran colera si immerso,
ch'ove resti la briglia poco mira.
Sta in se raccolto Orlando, e ne va verso
11 suo vantaggio, e alia vittoria aspira:
gli pon la cauta man sopra le ciglia
del cavallo, e cader ne fa la briglia.
LXXXVII
II Saracino ogni poter vi mette,
che lo soffoghi, o de Pardon lo svella:
negli urti il conte ha le ginocchia strette;
ne in questa parte vuol piegar ne in quella.
Per quel tirar che fa il pagan, constrette
le cingie son d'abandonar la sella.
Orlando e in terra, e a pena sel conosce;
ch'i piedi ha in staffa, e stringe ancor le cosce.
CANTO VENTESIMOTERZO 589
LXXXVIII
Con quel rumor ch'un sacco d'arme cade,
risuona il conte, come il campo tocca.
II destrier c'ha la testa in libertade,
quello a chi tolto il freno era di bocca,
non piu mirando i boschi che le strade,
con ruinoso corso si trabocca,
spinto di qua e di la dal timor cieco;
e Mandricardo se ne porta seco.
LXXXIX
Doralice che vede la sua guida
uscir del campo e torlesi d'appresso,
e mal restarne senza si confida,
dietro correndo il suo ronzin gli ha messo.
II pagan per orgoglio al destrier grida,
e con mani e con piedi il batte spesso;
e come non sia bestia lo minaccia
perche si fermi, e tuttavia piu il caccia.
xc
La bestia ch'era spaventosa e poltra,
senza guardarsi ai pie, corre a traverso.
Gia corso avea tre miglia, e seguiva oltra,
s'un fosso a quel desir non era awerso;
che, sanza aver nel fondo o letto o coltra,
riceve Funo e Taltro in se ri verso.
Die Mandricardo in terra aspra percossa;
ne per6 si fiacco ne si roppe ossa.
xci
Quivi si ferma il corridore al fine;
ma non si pu6 guidar, che non ha freno,
II Tartaro lo tien preso nel crine,
e tutto e di furore e d'ira pieno.
Pensa, e non sa quel che di far destine.
Pongli la briglia del mio palafreno;
la donna gli dicea che non e molto
il mio feroce, o sia col freno o sciolto.
590 ORLANDO FURIOSO
XCII
Al Saracin parea discortesia
la proferta accettar di Doralice;
ma fren gli fara aver per altra via
Fortuna a' suoi disii molto fautrice.
Quivi Gabrina scelerata invia,
che, poi che di Zerbin fu traditrice,
fuggia, come la lupa che lontani
oda venire i cacciatori e i cani.
XCIII
Ella avea ancora indosso la gonnella,
e quei medesmi giovenili ornati
che furo alia vezzosa damigella
di Pinabel, per lei vestir, levati;
et avea il palafreno anco di quella,
dei buon del mondo e degli avantaggiati.
La vecchia sopra il Tartaro trovosse,
ch'ancor non s'era accorta che vi fosse.
xciv
L'abito giovenil mosse la figlia
di Stordilano, e Mandricardo a riso,
vedendolo a colei che rassimiglia
a un babuino, a un bertuccione in viso.
Disegna il Saracin torle la briglia
pel suo destriero, e riusci P aviso.
Toltogli il morso, il palafren minaccia,
gli grida, lo spaventa, e in fuga il caccia.
xcv
Quel fugge per la selva, e seco porta
la quasi morta vecchia di paura
per valli e monti e per via dritta e torta,
per fossi e per pendici alia ventura.
Ma il parlar di costei si non m'importa,
ch'io non debba d' Orlando aver piu cura,
ch'alla sua sella cio ch'era di guasto,
tutto ben racconci6 sanza contrasto.
CANTO VENTESIMOTERZO 591
XCVI
Rimont6 sul destriero, e ste' gran pezzo
a riguardar che '1 Saracin tornasse.
Nol vedendo apparir, volse da sezzo
egli esser quel ch'a ritrovarlo andasse:
ma, come costumato e bene avezzo,
non prima il paladin quindi si trasse,
con che dolce parlar grato e cortese
buona Hcenzia dagli amanti prese.
xcvn
Zerbin di quel partir molto si dolse;
di tenerezza ne piangea Issabella:
voleano ir seco, ma il conte non volse
lor compagnia, ben ch'era e buona e bella;
e con questa ragion se ne disciolse,
ch'a guerrier non e infamia sopra quella
che, quando cerchi un suo nimico, prenda
compagno che Paiuti e che J l difenda.
xcvni
Li preg6 poi che quando il Saracino,
prima ch'in lui, si riscontrasse in loro,
gli dicesser ch j Orlando avria vicino
ancor tre giorni per quel tenitoro;
ma dopo, che sarebbe il suo camino
verso le 'nsegne dei bei gigli d'oro,
per esser con Pesercito di Carlo,
accio, volendol, sappia onde chiamarlo.
xcix
Quelli promiser farlo volentieri,
e questa e ogn'altra cosa al suo comando.
Feron carnin diverso i cavallieri,
di qua Zerbino, e di la il conte Orlando.
Prima che pigli il conte altri sentieri,
all' arbor tolse, e a s ripose il bran do;
e dove meglio col pagan pensosse
di potersi incontrare, il destrier mosse.
592 ORLANDO FURIOSO
C
Lo strano corso che tenne il cavallo
del Saracin pel bosco senza via,
fece ch' Orlando ando duo giorni in fallo,
ne lo trovo, ne pote averne spia.
Giimse ad un rivo che parea cristallo,
ne le cui sponde un bel pratel fioria,
di nativo color vago e dipinto,
e di molti e belli arbori distinto.
Ci
II merigge facea grato 1'orezzo
al duro armento et al pastore ignudo;
si che ne Orlando sentia alcun ribrezzo,
che la corazza avea, Telmo e lo scudo.
Quivi egli entro per riposarvi in mezzo;
e v'ebbe travaglioso albergo e crudo,
e piu che dir si possa empio soggiorno,
queirinfelice e sfortunato giorno.
CII
Volgendosi ivi intorno, vide scritti
molti arbuscelli in su 1'ombrosa riva.
Tosto che fermi v'ebbe gli occhi e fitti,
fu certo esser di man de la sua diva.
Questo era un di quei lochi gia descritti,
ove sovente con Medor veniva
da casa del pastore indi vicina
la bella donna del Catai regina.
cm
Angelica e Medor con cento nodi
legati insieme, e in cento lochi vede.
Quante lettere son, tanti son chiodi
coi quali Amore il cor gli punge e fiede.
Va col pensier cercando in mille modi
non creder quel ch'al suo dispetto crede:
ch'altra Angelica sia creder si sforza,
ch'abbia scritto il suo nome in quella scorza.
CANTO VENTESIMOTERZO 593
CIV
Poi dice : Conosco io pur queste note :
di taPio n'ho tante vedute e lette.
Finger questo Medoro ella si puote:
forse ch'a me questo cognome mette.
Con tali opinion dal ver remote
usando fraude a se medesmo, stette
ne la speranza il malcontento Orlando,
die si seppe a se stesso ir procacciando,
cv
Ma sempre piu raccende e piu rinuova,
quanto spenger piu cerca, il rio sospetto:
come Tincauto augel che si ritrova
in ragna o in visco aver dato di petto,
quanto piu batte Tale e piu si prova
di disbrigar, piu vi si lega stretto.
Orlando viene ove s'incurva il monte
a guisa d'arco in su la chiara fonte.
cvi
Aveano in su 1'entrata il luogo adorno
coi piedi storti edere e viti erranti.
Quivi soleano al piu cocente giorno
stare abbracciati i duo felici amantL
V'aveano i nomi lor dentro e d'intorno,
piu che in altro dei luoghi circonstanti,
scritti qual con carbone e qua! con gesso,
e qual con punte di coltelli impresso.
evil
II mesto conte a pie quivi discese;
e vide in su Fentrata de la grotta
parole assai, che di sua man distese
Medoro avea, che parean scritte allotta.
Del gran piacer che ne la grotta prese,
questa sentenzia in versi avea ridotta.
Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
et era ne la nostra tale il senso:
594 ORLANDO FURIOSO
CVIII
Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
spelunca opaca e di fredde ombre grata,
dove la bella Angelica die nacque
di Galafron, da molti invano amata,
spesso ne le mie braccia nuda giacque;
de la commodita che qui m'e data,
io povero Medor ricompensarvi
d'altro non posso, che d'ognior lodarvi;
cix
e di pregare ogni signore amante,
e cavalieri e damigelle, e ognuna
persona, o paesana o viandante,
che qui sua volonta meni o Fortuna;
ch'all'erbe, all'ombre, all'antro, al rio, alle piante
dica: benigno abbiate e sole e luna,
e de le ninfe il coro, che proveggia
che non conduca a voi pastor mai greggia.
ex
Era scritto in arabico, che '1 conte
intendea cosi ben come latino:
fra molte lingue e molte ch'avea pronte,
prontissima avea quella il paladino ;
e gli schivo piu volte e danni et onte,
che si trovo tra il popul saracino :
ma non si vanti, se gia n'ebbe frutto,
ch'un danno or n'ha, che pu6 scontargli il tutto.
CXI
Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
quello infelice, e pur cercando invano
che non vi fosse quel che v'era scritto;
e sempre lo vedea piu chiaro e piano:
et ogni volta in mezzo il petto afflitto
stringersi il cor sentia con fredda mano.
Rimase al fin con gli occhi e con la mente
fissi nel sasso, al sasso indifferente.
CANTO VENTESIMOTERZO 595
CXI I
Fu allora per uscir del sentimento,
si tutto in preda del dolor si lassa.
Credete a chi n'ha fatto esperimento,
che questo e '1 duol che tutti gli altri passa.
Caduto gli era sopra il petto il mento,
la fronte priva di baldanza e bassa;
ne pote aver (che '1 duol 1'occupo tanto)
alle querele voce, o umore al pianto.
CXIII
L'impetuosa doglia entro rimase,
che volea tutta uscir con troppa fretta.
Cosi veggian restar Facqua nel vase,
che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
che nel voltar che si fa in su la base,
Tumor che vorria uscir, tanto s'affretta,
e ne Tangusta via tanto s'intrica,
ch'a goccia a goccia fuore esce a fatica.
cxiv
Poi ritorna in se alquanto, e pensa come
possa esser che non sia la cosa vera:
che voglia alcun cosi infamare il nome
de la sua donna e crede e brama e spera,
o gravar lui d'insopportabil some
tanto di gelosia, che se ne pera;
et abbia quel, sia chi si voglia stato,
molto la man di lei bene imitato.
cxv
In cosi poca, in cosi debol speme
sveglia gli spirti e gli rifranca un poco ;
indi al suo Brigliadoro il dosso preme,
dando gia il sole alia sorella loco.
Non molto va, che da le vie supreme
dei tetti uscir vede il vapor del fuoco,
sente cani abbaiar, muggiare armento:
viene alia villa, e piglia alloggiamento.
59^ ORLANDO FURIOSO
CXVI
Languido smonta, e lascia Brigliadoro
a un discrete garzon che n'abbia cura:
altri il disarma, altri gli sproni d'oro
gli leva, altri a forbir va 1'armatura.
Era questa la casa ove Medoro
giacque ferito, e v'ebbe alta awentura.
Corcarsi Orlando e non cenar domanda,
di dolor sazio e non d'altra vivanda.
cxvn
Quanto piu cerca ritrovar quiete,
tanto ritrova piu travaglio e pena;
che de Podiato scritto ogni p arete,
ogni uscio, ogni finestra vede piena.
Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
che teme non si far troppo serena,
troppo chiara la cosa che di nebbia
cerca offuscar perche men nuocer debbia.
CXVI 1 1
Poco gli giova usar fraude a se stesso;
che senza domandarne, e chi ne parla.
II pastor che lo vede cosi oppresso
da sua tristizia, e che voria levarla,
Tistoria nota a se, che dicea spesso
di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
ch'a molti dilettevole fu a udire,
gl'incomincio senza rispetto a dire:
cxix
come esso a prieghi d' Angelica bella
portato avea Medoro alia sua villa,
ch'era ferito gravemente; e ch'ella
euro la piaga, e in pochi di guarilla:
ma che nel cor d'una maggior di quella
lei feri Amor; e di poca scintilla
Paccese tanto e si cocente fuoco,
che n'ardea tutta, e non trovava loco:
CANTO VENTESIMOTERZO 597
CXX
e sanza aver rispetto ch'ella fusse
figlia del maggior re ch'abbia il Levant e,
da troppo amor constretta si condusse
a farsi moglie d'un povero fante.
AlPultimo Tistoria si ridusse,
che '1 pastor fe' portar la gemma inante,
ch'aila sua dipartenza, per mercede
del buono albergo, Angelica gli diede.
cxxi
Questa conclusion fu la secure
che '1 capo a un colpo gli Iev6 dal collo,
poi che d'innumerabil battiture
si vide il manigoldo Amor satollo.
Celar si studia Orlando il duolo; e pure
quel gli fa forza, e male asconder polio:
per lacrime e suspir da bocca e d'occhi
convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.
CXXII
Poi ch'allargare il freno al dolor puote
(che resta solo e senza altrui rispetto),
giu dagli occhi rigando per le gote
sparge un fiume di lacrime sul petto:
sospira e geme, e va con spesse ruote
di qua di la tutto cercando il letto ;
e piu duro ch'un sasso, e piu pungente
che se fosse d'urtica, se lo sente.
cxxin
In tanto aspro travaglio gli soccorre
che nel medesmo letto in che giaceva,
Tingrata donna venutasi a porre
col suo drudo piu volte esser doveva.
Non altrimenti or quella piuma abborre,
ne con minor prestezza se ne leva,
che de 1'erba il villan che s'era messo
per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.
598 ORLANDO FURIOSO
CXXIV
Quel letto, quella casa, quel pastore
immantinente in tant'odio gli casca,
che senza aspettar luna, o che Palbore
che va dinanzi al nuovo giorno nasca,
plglia 1'arme e il destriero, et esce fuore
per mezzo il bosco alia piu oscura frasca;
e quando poi gli e aviso d'esser solo,
con gridi et urli apre le porte al duolo.
cxxv
Di pianger mai, mai di gridar non resta;
ne la notte ne '1 di si da mai pace.
Fugge cittadi e borghi, e alia foresta
sul terren duro al discoperto giace.
Di s6 si maraviglia ch'abbia in testa
una fontana d'acqua si vivace,
e come sospirar possa mai tanto;
e spesso dice a se cosi nel pianto:
cxxvi
Queste non son piu lacrime, che fuore
stillo dagli occhi con si larga vena.
Non suppKron le lacrime al dolore:
finir, ch'a mezzo era il dolore a pena.
Dal fuoco spinto ora il vitale umore
fugge per quella via ch'agli occhi mena;
et e quel che si versa, e trarra insieme
e '1 dolore e la vita alPore estreme.
cxxvn
Questi ch'indizio fan del mio tormento,
sospir non sono, ne i sospir son tali.
Quelli han triegua talora; io mai non sento
che '1 petto mio men la sua pena esali.
Amor che m'arde il cor, fa questo vento,
mentre dibatte intorno al fuoco Tali.
Amor, con che miracolo lo fai,
che J n fuoco il tenghi, e nol consumi mai ?
CANTO VENTESIMOTERZO 599
CXXVIII
Non son, non sono io quel che paio in viso:
quel ch'era Orlando e morto et e sotterra;
la sua donna ingratlssima Pha ucciso:
si, mancando di fe, gli ha fatto guerra,
Io son lo spirto suo da lui diviso,
ch'in questo inferno tormentandosi erra,
accio con 1'ombra sia, che sola avanza,
esempio a chi in Amor pone speranza.
cxxix
Pel bosco errb tutta la notte il conte;
e allo spuntar della diurna fiamma
lo torno il suo destin sopra la fonte
dove Medoro insculse Tepigramma.
Veder Pingiuria sua scritta nel monte
Paccese si, ch'in lui non rest6 dramma
che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
ne piu indugi6, che trasse il brando fuore.
cxxx
Tagli6 lo scritto e '1 sasso, e sin al cielo
a volo alzar fe' le minute schegge.
Infelice quelFantro, et ogni stelo
in cui Medoro e Angelica si legge!
Cosi restar quel di, ch'ombra ne gielo
a pastor mai non daran piu, ne a gregge:
e quella fonte, gia si chiara e pura,
da cotanta ira fu poco sicura;
cxxxi
che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
non cess6 di gittar ne le belPonde,
fin che da sommo ad imo si turbolle,
che non furo mai piu chiare ne monde.
E stanco al fin, e al fin di sudor molle,
poi che la lena vinta non risponde
allo sdegno, al grave odio, alPardente ira,
cade sul prato, e verso il ciel sospira.
600 ORLANDO FURIOSO
CXXXII
Afflitto e stanco al fin cade ne 1'erba,
e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
Senza cibo e dormir cosi si serba,
che '1 sole esce tre volte e torna sotto.
Di crescer non cesso la pena acerba,
che fuor del senno al fin 1'ebbe condotto.
II quarto di, da gran furor commosso,
e maglie e piastre si straccio di dosso.
CXXXIII
Qui riman 1'elmo, e la riman lo scudo,
lontan gli arnesi, e piu lontan Tusbergo:
Tarme sue tutte, in somma vi conclude,
avean pel bosco diiferente albergo.
E poi si squarcio i panni, e mostr6 ignudo
Tispido ventre e tutto '1 petto e '1 tergo;
e comincio la gran follia, si orrenda,
che de la piu non sara mai ch'intenda.
cxxxiv
In tanta rabbia, in tanto furor venne,
che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovenne;
che fatte avria mirabil cose, penso.
Ma ne quella, ne scure, ne bipenne
era bisogno al suo vigore immenso.
Quivi fe' ben de le sue prove eccelse,
ch'un alto pino al primo crollo svelse:
cxxxv
e svelse dopo il primo altri parecchi,
come fosser finocchi, ebuli o aneti;
e fe j il simil di querce e d'olmi vecchi,
di faggi e d'orni e d'illici e d'abeti.
Quel ch'un ucellator, che s'apparecchi
il campo mondo, fa per por le reti
dei giunchi e de le stoppie e de 1'urtiche,
facea de cerri e d'altre piante antiche.
CANTO VENTESIMOTERZO 6oi
CXXXVI
I pastor che sentito hanno il fracasso,
lasciando il gregge sparse alia foresta,
chi di qua, chi di la, tutti a gran passo
vi vengono a veder che cosa e questa.
Ma son giunto a quel segno il qual s'io passo
vi potria la mia istoria esser molesta;
et io la vo' piii tosto diferire,
che v'abbia per lunghezza a fastidire.
602 ORLANDO FURIOSO
CANTO VENTESIMOQUARTO
I
Chi mette il pie su Pamorosa pania,
cerchi ritrarlo, e non v'mveschi Tale;
che non e in somma amor, se non insania,
a giudizio de* savi universale:
e se ben come Orlando ogmm non smania,
suo furor mostra a qualch'altro segnale.
E quale e di pazzia segno piu espresso
che, per altri voler, perder se stesso?
II
Varii gli effetti son, ma la pazzia
e tutt'una per6, che li fa uscire.
Gli e come una gran selva, ove la via
conviene a forza, a chi vi va, fallire:
chi su, chi giu, chi qua, chi la travia.
Per concludere in somma, io vi vo' dire:
a chi in amor s'invecchia, oltr'ogni pena,
si convengono i ceppi e la catena.
in
Ben mi si potria dir: Frate, tu vai
Taltrui mostrando, e non vedi il tuo fallo.
Io vi rispondo che cornprendo assai,
or che di mente ho lucido intervallo;
et ho gran cura (e spero farlo ormai)
di riposarmi e d'uscir fuor di ballo:
ma tosto far, come vorrei, nol posso;
che '1 male i penetrate infin all'osso.
CANTO VENTESIMOQUARTO 603
IV
Signer, ne Taltro canto io vi dicea
che '1 forsennato e furioso Orlando
trattesi Tarme e sparse al campo avea,
squarciati i panni, via gittato il brando,
svelte le piante, e risonar facea
i cavi sassi e Palte selve; quando
alcun 5 pastori al suon trasse in quel lato
lor Stella, o qualche lor grave peccato.
Viste del pazzo Pincredibil prove
poi piu d'appresso e la possanza estrema,
si voltan per fuggir, ma non sanno ove,
si come awiene in subitana tema.
II pazzo dietro lor ratto si muove:
uno ne piglia, e del capo lo scema
con la facilita che torria alcuno
da I 5 arbor pome, o vago fior dal pruno.
VI
Per una gamba il grave tronco prese,
e quello us6 per mazza adosso al resto:
in terra un paio addormentato stese,
ch'al novissimo di forse fia desto.
Gli altri sgombraro subito il paese,
ch'ebbono il piede e il buono aviso presto.
Non saria stato il pazzo al seguir lento,
se non ch'era gia volto al loro armento.
VII
Gli agricultori, accord agli altru' esempli,
lascian nei campi aratri e marre e falci:
chi monta su le case e chi sui templi
(poi che non son sicuri olmi n6 salci),
onde Porrenda furia si contempli,
ch'a pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci,
cavalli e buoi rompe, fraccassa e strugge;
e ben e corridor chi da lui fugge.
604 ORLANDO FURIOSO
VIII
Gia potreste sentir come ribombe
1'alto rumor ne le propinque ville
d'urli e di corni, rusticane trombe,
e piu spesso che d'altro, il suon di squille;
e con spuntoni et archi e spied! e frombe
veder dai monti sdrucciolarne mille,
et altritanti andar da basso ad alto,
per fare al pazzo un villanesco assalto.
IX
Qual venir suol nel salso lito Fonda
mossa da Faustro ch'a principio scherza,
che maggior de la prima e la seconda,
e con piu forza poi segue la terza,
et ogni volta piu Fumore abonda,
e ne Farena piu stende la sferza;
tal contra Orlando Fempia turba cresce,
che giu da baize scende e di valli esce.
x
Fece morir diece persone e diece,
che senza ordine alcun gli andaro in manor
e questo chiaro esperimento fece
ch'era assai piu sicur starne lontano.
Trar sangue da quel corpo a nessun lece,
che lo fere e percuote il ferro invano.
Al conte il re del ciel tal grazia diede,
per porlo a guardia di sua santa fede.
XI
Era a periglio di morire Orlando,
se fosse di morir stato capace.
Potea imparar ch'era a gittare il brando,
e poi voler senz'arme essere audace.
La turba gia s'andava ritirando,
vedendo ogni suo colpo uscir fallace.
Orlando, poi che piu nessun Fattende,
verso un borgo di case il camin prende.
CANTO VENTESIMOQUARTO 605
XII
Dentro non vi trov6 piccol ne" grande,
che '1 borgo ognun per tema avea lasciato.
V'erano in copia povere vivande,
convenient! a un pastorale stato.
Senza il pane discerner da le giande,
dal digmno e da 1'impeto cacciato,
le mani e il dente lascio andar di botto
in quel che trov6 prima, o crudo o cotto.
XIII
E quindi errando per tutto il paese,
dava la caccia e agli uomini e alle fere;
e scorrendo pei boschi talor prese
i capri isnelli e le damme leggiere.
Spesso con orsi e con cingiai contese,
e con man nude li pose a giacere;
e di lor carne con tutta la spoglia
piu volte il ventre empi con fiera voglia.
XIV
Di qua, di la, di su, di giu discorre
per tutta Francia; e un giorno a un ponte arriva,
sotto cui largo e pieno d'acqua corre
un flume d'alta e di scoscesa riva.
Edificato accanto avea una torre
che d'ogn'intorno e di lontan scopriva.
Quel che fe 5 quivi, avete altrove a udire;
che di Zerbin mi convien prima dire.
xv
Zerbin, da poi ch' Orlando fu partito,
dimor6 alquanto, e poi prese il sentiero
che '1 paladino inanzi gli avea trito,
e mosse a passo lento il suo destriero.
Non credo che duo miglia anco fosse ito,
che trar vide legato un cavalliero
sopra un picciol ronzino, e d'ogni lato
la guardia aver d'un cavalliero armato.
606 ORLANDO FURIOSO
XVI
Zerbin questo prigion conobbe tosto
che gli fu appresso, e cosi fe' Issabella:
era Odorico il Biscaglin, che posto
fu come lupo a guardia de 1'agnella.
L'avea a tutti gli amici suoi preposto
Zerbino in confidargli la donzella,
sperando che la fede che nel resto
sempre avea avuta, avesse ancora in questo.
XVII
Come era a punto quella cosa stata,
venia Issabella raccontando allotta:
come nel palischermo fu salvata,
prima ch'avesse il mar la nave rotta,
la forza che Tavea Odorico usata,
e come tratta poi fosse alia grotta.
Ne giunt'era anco al fin di quel sermone,
che trarre il malfattor vider prigione.
XVIII
I duo ch'in mezzo avean preso Odorico,
d'Issabella notizia ebbeno vera;
e s'avisaro esser di lei Famico,
e '1 signer lor, colui ch'appresso 1'era;
ma piu, che ne lo scudo il segno antico
vider dipinto di sua stirpe altiera:
e trovar poi, che guardar meglio al viso,
che s'era al vero apposto il loro aviso.
XIX
Saltaro a piedi, e con aperte braccia
correndo se n'andar verso Zerbino,
e 1'abbracciaro ove il maggior s'abbraccia,
col capo nudo e col ginocchio chino.
Zerbin, guardando 1'uno e 1'altro in faccia,
vide esser Tun Corebo il Biscaglino,
Almonio Faltro, ch'egli avea mandati
con Odorico in sul 'navilio armati.
CANTO VENTESIMOQUARTO 607
XX
Almonio disse : Pol che place a Dio
(la sua merce) che sia Issabella teco,
io posso ben comprender, signer mio,
che nulla cosa nuova ora t'arreco,
s'io vo' dir la cagion che questo rio
fa che cosi legato vedi meco;
che da costei, che piu senti Toffesa,
a punto avrai tutta 1'istoria intesa.
XXI
Come dal traditore io fui schernito
quando da se levommi, saper dei;
e come poi Corebo fu ferito,
ch'a difender s'avea tolto costei.
Ma quanto al mio ritorno sia seguito,
ne veduto ne inteso fu da lei,
che te 1'abbia potuto riferire:
di questa parte dunque io ti vo' dire.
XXII
Da la cittade al mar ratto io veniva
con cavalli ch'in fretta avea trovati,
sempre con gli occhi intenti s'io scopriva
costor che molto a dietro eran restati.
Io vengo inanzi, io vengo in su la riva
del mare, al luogo ove io gli avea lasciati:
io guardo, n6 di loro altro ritrovo,
che ne P arena alcun vestigio nuovo.
XXIII
La pesta seguitai, che mi condusse
nel bosco fier; ne molto adentro foi,
che dove il suon Torecchie mi percusse,
giacere in terra ritrovai costui.
Gli domandai che de la donna fusse,
che d'Odorico, e chi avea offeso lui.
10 me n'andai, poi che la cosa seppi,
11 traditor cercando per quei greppi.
608 ORLANDO FURIOSO
XXIV
Molto aggirando vommi, e per quel giorno
altro vestigio ritrovar non posso.
Dove giacea Corebo al fin ritorno,
che fatto appresso avea il terren si rosso,
che poco pm che vi facea soggiorno,
gli saria stato di bisogno il fosso
e i preti e i frati piu per sotterrarlo,
ch' i medici e che J l letto per sanarlo.
xxv
Dal bosco alia citta feci portallo,
e posi in casa d'uno ostier mio amico,
che fatto sano in poco termine hallo
per cura et arte d'un chirurgo antico,
Poi d'arme proveduti e di cavallo
Corebo et io cercammo d'Odorico,
ch'in corte del re Alfonso di Biscaglia
trovammo; e quivi fui seco a battaglia.
XXVI
La giustizia del re, che il loco franco
de la pugna mi diede, e la ragione,
et oltre alia ragion la Fortima anco,
che spesso la vittoria, ove vuol, pone,
mi giovar si, che di me pote manco
il traditore; onde fu mio prigione.
II re, udito il gran fallo, mi concesse
di poter fame quanto mi piacesse.
XXVII
Non Pho voluto uccider ne lasciarlo,
ma, come vedi, trarloti in catena;
perche vo } ch'a te stia di giudicarlo,
se morire o tener si deve in pena.
L'avere inteso ch'eri appresso a Carlo,
e '1 desir di trovarti qui mi mena.
Ringrazio Dio che mi fa in questa parte,
dove lo sperai meno, ora trovarte.
CANTO VENTESIMOQUARTO 609
XXVIII
Ringraziolo anco, che la tua Issabella
10 veggo (e non so come) che teco hai:
di cui, per opra del fellon, novella
pensai che non avessi ad udir mai.
Zerbino ascolta Almonio e non favella,
fermando gli occhi in Odorico assai;
non si per odio, come che gPincresce
ch'a si mal fin tanta amicizia gli esce.
XXIX
Finito ch'ebbe Almonio il suo sermone,
Zerbin riman gran pezzo sbigottito,
che chi d'ogn'altro men n'avea cagione
si espressamente il possa aver tradito.
Ma poi che d'una lunga ammirazione
fu sospirando finalmente uscito,
al prigion domand6 se fosse vero
quel ch'avea di lui detto il cavalliero.
xxx
11 disleal con le ginocchia in terra
Iasci6 cadersi, e disse: Signor mio,
ognun che vive al mondo pecca et erra:
ne differisce in altro il buon dal rio,
se non che Tuno e vinto ad ogni guerra
che gli vien mossa da un piccol disio;
1'altro ricorre alParme e si difende,
ma se '1 nimico e forte, anco ei si rende.
XXXI
Se tu m'avessi posto alia difesa
d'una tua r6cca, e ch'al primiero assalto
alzate avessi, senza far contesa,
degrinimici le bandiere in alto;
di vilta o tradimento, che piu pesa,
sugli occhi por mi si potria uno smalto:
ma s'io cedessi a forza, son ben certo
che biasmo non avrei, ma gloria e merto.
6lO ORLANDO FURIOSO
XXXII
Sempre che 1'mimico e piu possente,
piu chi perde accettabile ha la scusa.
Mia fe guardar dovea non altrimente
ch'una fortezza d'ogn'intorno chiusa:
cosi, con quanto seruio e quanta mente
da la somma Prudenzia m'era infusa,
10 mi sforzai guardarla; ma al fin vinto
da intolerando assalto, ne fui spinto.
xxxm
Cosi disse Odorico, e poi soggiunse
(che saria lungo a ricontarvi il tutto)
mostrando che gran stimolo lo punse,
e non per lieve sferza s'era indutto.
Se mai per prieghi ira di cor si emunse,
s'umilta di parlar fece mai frutto,
quivi far lo dovea; che cio che muova
di cor durezza, ora Odorico trova.
xxxiv
Pigliar di tanta ingiuria alta vendetta,
tra il si Zerbino e il no resta confuso :
11 vedere il demerito lo alletta
a far che sia il fellon di vita escluso ;
il ricordarsi 1'amicizia stretta
ch'era stata tra lor per si lungo uso,
con Pacqua di pieta Taccesa rabbia
nel cor gli spegne, e vuol che merce n'abbia.
xxxv
Mentre stava cosi Zerbino in forse
di liberare, o di menar captivo,
o pur il disleal dagli occhi t6rse
per morte, o pur tenerlo in pena vivo ;
quivi rignando il palafreno corse,
che Mandricardo avea di briglia privo ;
e vi port6 la vecchia che vicino
a morte dianzi avea tratto Zerbino.
CANTO VENTESIMOQUARTO 6ll
XXXVI
II palafren, ch'udito di lontano
avea quest'altri, era tra lor venuto,
e la vecchia portatavi, ch'invano
venia piangendo e domandando aiuto.
Come Zerbin lei vide, alz6 la mano
al ciel che si benigno gli era suto,
che datogli in arbitrio avea que 5 dui
che soli odiati esser dovean da lui.
XXXVII
Zerbin fa ritener la mala vecchia,
tanto che pensi quel che debba fame :
tagliarle il naso e Tuna e Paltra orecchia
pensa, et esempio a' malfattori darne;
poi gli par assai meglio, s'apparecchia
un pasto agli avoltoi di quella carne.
Punizion diversa tra se volve;
e cosi finalmente si risolve.
XXXVIII
Si rivolta ai compagni, e dice : lo sono
di lasciar vivo il disleal contento;
che s'in tutto non merita perdono,
non merita anco si crudel tormento.
Che viva e che slegato sia gli dono,
per6 ch'esser d'Amor la colpa sento;
e facilmente ogni scusa s'ammette,
quando in Amor la colpa si reflette.
xxxix
Amore ha volto sottosopra spesso
senno piu saldo che non ha costui,
et ha condotto a via maggiore eccesso
di questo, ch'oltraggiato ha tutti nui.
Ad Odorico debbe esser rimesso:
punito esser debbo io che cieco fui,
cieco a dargline impresa, e non por mente
che '1 fuoco arde la paglia facilmente.
6l2 ORLANDO FURIOSO
XL
Poi mirando Ocjorico : lo vo' che sia
gli disse del tuo error la penitenza,
che la vecchia abbi un anno in compagnia,
ne di lasciarla mai ti sia licenza;
ma notte e giorno, ove tu vada o stia,
un'ora mai non te ne trovi senza;
e fin a morte sia da te difesa
contra ciascun che voglia farle offesa.
XLI
Vo J , se da lei ti sara commandato,
che pigli contra ognun contesa e guerra:
vo* in questo tempo che tu sia ubligato
tutta Francia cercar di terra in terra.
Cosl dicea Zerbin; che pel peccato
meritando Odorico andar sotterra,
questo era porgli inanzi un'alta fossa,
che fia gran sorte che schivar la possa.
XLII
Tante donne, tanti uomini traditi
avea la vecchia, e tanti offesi e tanti,
che chi sara con lei non senza liti
potra passar de' cavallieri erranti.
Cosi di par saranno ambi puniti:
ella de' suoi commessi errori inanti,
egli di torne la difesa a torto;
ne molto potra andar che non sia morto.
XLIII
Di dover servar questo, Zerbin diede
ad Odorico un giuramento forte,
con patto che se mai rompe la fede,
e ch' inanzi gli capiti per sorte,
senza udir prieghi e averne piu mercede,
lo debba far morir di cruda morte.
Ad Almonio e a Corebo poi rivolto,
fece Zerbin che fu Odorico sciolto.
CANTO VENTESIMOQUARTO 613
XLIV
Corebo, consentendo Almonio, sciolse
il traditore al fin, ma non in fretta;
ch'alPuno e all'altro esser turbato dolse
da si desiderata sua vendetta.
Quindi partissi il disleale, e tolse
in compagnia la vecchia maledetta.
Non si legge in Turpin che n'awenisse;
ma vidi gia un autor che piu ne scrisse.
XLV
Scrive 1'autore, il cui nome mi taccio,
che non furo lontani una giornata,
che per torsi Odorico quello impaccio,
contra ogni patto et ogni fede data,
al collo di Gabrina gitt6 un laccio,
e che ad un olmo la Iasci6 rmpiccata;
e ch'indi a un anno (ma non dice il loco)
Almonio a lui fece il medesmo giuoco.
XLVI
Zerbin che dietro era venuto aU'orma
del paladin, ne perder la vorrebbe,
manda a dar di se nuove alia sua torma,
che star senza gran dubbio non ne debbe:
Almonio manda, e di piu cose informa,
che lungo il tutto a ricontar sarebbe;
Almonio manda, e a lui Corebo appresso;
ne tien, fuor ch'Issabella, altri con esso.
XLVII
Tant'era 1'amor grande che Zerbino,
e non minor del suo quel che Issabella
portava al virtuoso paladino;
tanto il desir d'intender la novella
ch'egli avesse trovato il Saracino
che del destrier lo trasse con la sella;
che non fara all'esercito ritorno,
se non finito che sia il terzo giorno;
614 ORLANDO FURIOSO
XL VIII
il termine ch' Orlando aspettar disse
il cavallier ch'ancor non porta spada.
Non e alcun luogo dove il conte gisse,
che Zerbin pel medesimo non vada.
Giunse al fin tra quegli arbori che scrisse
Fingrata donna, un poco fuor di strada;
e con la fonte e col vicino sasso
tutti li ritrovo messi in fracasso.
XLIX
Vede lontan non sa che luminoso,
e trova la corazza esser del conte;
e trova Pelmo poi, non quel famoso
ch'arm6 gia il capo all'africano Almonte.
II destrier ne la selva piu nascoso
sente anitrire, e leva al suon la fronte;
e vede Brigliador pascer per 1'erba,
che dall'arcion pendente il freno serba.
L
Durindana cerc6 per la foresta,
e fuor la vide del fodero starse.
Trovo, ma in pezzi, ancor la sopravesta
ch'in cento lochi il miser conte sparse.
Issabella e Zerbin con faccia mesta
stanno mirando, e non san che pensarse:
pensar potrian tutte le cose, eccetto
che fosse Orlando fuor deH'mtelletto.
LI
Se di sangue vedessino una goccia,
creder potrian che fosse stato morto.
Intanto lungo la corrente doccia
vider venire un pastorello smorto.
Costui pur dianzi avea di su la roccia
Talto furor de Tinfelice scorto,
come 1'arme gitto, squarciossi i panni,
pastori uccise, e fe' miU'altri danni.
CANTO VENTESIMOQUARTO 615
LII
Costui, richiesto da Zerbin, gli diede
vera informazion di tutto questo.
Zerbin si maraviglia, e a pena il crede;
e tuttavia n'ha indizio manifesto.
Sia come vuole, egli discende a piede,
pien di pietade, lacrimoso e mesto;
e ricogliendo da diversa parte
le reliquie ne va ch'erano sparte.
LIII
Del palafren discende anco Issabella,
e va queirarme riducendo insieme.
Ecco lor sopraviene una donzella
dolente in vista, e di cor spesso geme.
Se mi domanda alcun chi sia, perch' ella
cosi s'affligge, e che dolor la preme,
io gli risponder6 che e Fiordiligi
che de Tamante suo cerca i vestigi.
LIV
Da Brandimarte senza farle motto
lasciata fu ne la citta di Carlo,
dov'ella Faspetto sei mesi od otto;
e quando al fin non vide ritornarlo,
da un mare all'altro si mise, fin sotto
Pirene e TAlpe, e per tutto a cercarlo:
Fando cercando in ogni parte, fuore
ch'al palazzo d'Atlante incantatore.
LV
Se fosse stata a quelFostel d'Atlante,
veduto con Gradasso andare errando
Tavrebbe, con Ruggier, con Bradamante,
e con Ferrau prima e con Orlando;
ma poi che cacci6 Astolfo il negromante
col suon del corno orribile e mirando,
Brandimarte torn6 verso Parigi :
ma non sapea gia questo Fiordiligi.
6l6 ORLANDO FURIOSO
LVI
Come io vi dico, sopraggiunta a caso
a quei duo amanti Fiordiligi bella,
conobbe Tarme, e Brigliador rimaso
senza il patrone e col freno alia sella.
Vide con gli occhi il miserabil caso,
e n'ebbe per udita anco novella;
che similmente il pastorel narrolle
aver veduto Orlando correr folle.
LVII
Quivi Zerbin tutte raguna Tarme,
e ne fa come un bel trofeo su 'n pino;
e volendo vietar che non se n'arme
cavallier paesan ne peregrino,
scrive nel verde ceppo in breve carme:
Armatura d' Orlando paladino;
come volesse dir: nessun la muova,
che star non possa con Orlando a prova.
LVIII
Fimto ch'ebbe la lodevol opra,
tornava a rimontar sul suo destriero ;
et ecco Mandricardo arrivar sopra,
che visto il pin di quelle spoglie altiero,
lo priega che la cosa gli discuopra:
e quel gli narra, come ha inteso, il vero.
Allora il re pagan lieto non bada,
che viene al pino, e ne leva la spada,
LIX
dicendo : Alcun non me ne puo riprendere ;
non e pur oggi ch'io Tho fatta mia,
et il possesso giustamente prendere
ne posso in ogni parte, ovunque sia.
Orlando che temea quella difendere,
s'ha finto pazzo, e 1'ha gittata via;
ma quando sua vilta pur cosi scusi,
non debbe far ch'io mia ragion non usi.
CANTO VENTESIMOQUARTO 617
LX
Zerbino a lui gridava: Non la torre,
o pensa non Faver senza questione.
Se togliesti cosi Farme d'Ettorre,
tu Thai di furto, piu che di ragione.
Senz'altro dir Tun sopra Faltro corre,
d'animo e di virtu gran paragone.
Di cento colpi gia rimbomba il suono,
ne bene ancor ne la battaglia sono.
LXI
Di prestezza Zerbin pare una fiamma
a torsi ovunque Durindana cada:
di qua di la saltar come una damma
fa '1 suo destrier dove e miglior la strada.
E ben convien che non ne perda dramma;
ch'andra, s'un tratto il coglie quella spada,
a ritrovar grinnamorati spirti
ch'empion la selva degli ombrosi mirti.
LXII
Come il veloce can che '1 porco assalta
che fuor del gregge errar vegga nei campi,
lo va aggirando, e quinci e quindi salta;
ma quello attende ch'una volta inciampi:
cosi, se vien la spada o bassa od alta,
sta mirando Zerbin come ne scampi;
come la vita e Tonor salvi a un tempo,
tien sempre 1'occhio, e Here e fugge a tempo.
LXIII
Da Faltra parte, ovunque il Saracino
la fiera spada vibra o piena o vota,
sembra fra due montagne un vento alpino
ch'una frondosa selva il marzo scuota;
ch'ora la caccia a terra a capo chino,
or gli spezzati rami in aria ruota.
Ben che Zerbin piu colpi e fuggia e schivi,
non pu6 schivare al fin, ch'un non gli arrivi.
6l8 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Non puo schivare al fine un gran fendente
che tra '1 brando e lo scudo entra sul petto.
Grosso 1'usbergo, e grossa parimente
era la piastra, e '1 panziron perfetto:
pur non gli steron contra, et ugualmente
alia spada crudel dieron ricetto.
Quella calo tagliando do che prese,
la corazza e Farcion fin su 1'arnese.
LXV
E se non che fu scarso il colpo alquanto,
per mezzo lo fendea come una canna;
ma penetra nel vivo a pena tanto,
che poco phi che la pelle gli danna:
la non profunda piaga e lunga quanto
non si misureria con una spanna.
Le lucid'arme il caldo sangue irriga
per sino al pie di rubiconda riga.
LXVI
Cosi talora un bel purpureo nastro
ho veduto partir tela d'argento
da quella bianca man piii ch'alabastro,
da cui partire il cor spesso mi sento.
Quivi poco a Zerbin vale esser mastro
di guerra, et aver forza e piu ardimento;
che di finezza d'arme e di possanza
il re di Tartaria troppo 1'avanza.'
LXVII
Fu questo colpo del pagan maggiore
in apparenza, che fosse in effetto;
tal ch'Issabella se ne sente il core
fendere in mezzo alPagghiacciato petto.
Zerbin pien d'ardimento e di valore
tutto s'infiamma d'ira e di dispetto;
e quanto piu ferire a due man puote,
in mezzo Pelmo il Tartaro percuote.
CANTO VENTESIMOQUARTO 619
LXVIII
Quasi sul collo del destrier piegosse
per Paspra botta il Saracin superbo;
e quando Pelmo senza incanto fosse,
partito il capo gli avria il colpo acerbo.
Con poco differir ben vendicosse,
ne disse: A un'altra volta io te la serbo;
e la spada gli alzo verso Pelmetto,
sperandosi tagliarlo infin al petto.
LXIX
Zerbin che tenea Pocchio ove la mente,
presto il cavallo alia man destra volse;
non si presto pero, che la tagliente
spada fuggisse, che lo scudo colse.
Da sommo ad imo ella il parti ugualmente,
e di sotto il braccial roppe e disciolse;
e lui feri nel braccio, e poi Parnese
spezzogli, e ne la coscia anco gli scese.
LXX
Zerbin di qua di la cerca ogni via,
ne mai di quel che vuol, cosa gli avviene;
che 1'armatura sopra cui feria,
un piccol segno pur non ne ritiene.
Da 1'altra parte il re di Tartaria
sopra Zerbino a tal vantaggio viene,
che Pha ferito in sette parti o in otto,
tolto lo scudo, e mezzo 1'elmo rotto.
LXXI
Quel tuttavia piu va perdendo il sangue;
manca la forza, e ancor par che nol senta:
il vigoroso cor che nulla langue,
val si, che '1 debol corpo ne sostenta.
La donna sua, per timor fatta esangue,
intanto a Doralice s'appresenta,
e la priega e la supplica per Dio
che partir voglia il fiero assalto e rio.
620 ORLANDO FURIOSO
LXXII
Cortese come bella Doralice,
ne ben sicura come il fatto segua,
fa volentier quel ch'Issabella dice,
e dispone il suo amante a pace e a triegua.
Cosi a' prieghi de 1'altra 1'ira ultrice
di cor fugge a Zerbino e si dilegua:
et egli, ove a lei par, piglia la strada,
senza fmir 1'impresa de la spada.
LXXIII
Fiordiligi, che mal vede difesa
la buona spada del misero conte,
tacita duolsi; e tanto le ne pesa,
che d'ira piange e battesi la fronte.
Vorria aver Brandimarte a quella impresa;
e se mai lo ritrova e gli lo conte,
non crede poi che Mandricardo vada
lunga stagione altier di quella spada.
LXXIV
Fiordiligi cercando pure invano
va Brandimarte suo matina e sera;
e fa camin da lui molto lontano,
da lui che gia tomato a Parigi era.
Tanto elk se n'ando per monte e piano,
che giunse ove, al passar d'una riviera,
vide e conobbe il miser paladino;
ma dician quel ch'avvenne di Zerbino:
LXXV
che '1 lasciar Durindana si gran fallo
gli par, che piu d'ogn'altro mal gl'incresce,
quantunque a pena star possa a cavallo
pel molto sangue che gli e uscito et esce.
Or poi che dopo non troppo intervallo
cessa con 1'ira il caldo, il dolor cresce :
cresce il dolor si impetuosamente,
che mancarsi la vita se ne sente.
CANTO VENTESIMOQUARTO 621
LXXVI
Per debolezza piu non potea gire;
si che fermossi appresso una fontana.
Non sa che far ne che si debba dire
per aiutarlo la donzella umana.
Sol di disagio lo vede morire;
che quindi e troppo ogni citta lontana,
dove in quel punto al medico ricorra,
che per pietade o premio gli soccorra.
LXXVII
Ella non sa se non invan dolersi,
chiamar fortuna e il cielo empio e crudele.
Perche, ahi lassa! dicea non mi sommersi
quando levai ne T Ocean le vele?
Zerbin che i languidi occhi ha in lei conversi,
sente piu doglia ch'ella si querele,
che de la passion tenace e forte
che 1'ha condutto omai vicino a morte.
LXXVI n
Cosi, cor mio, vogliate, le diceva,
dopo ch'io saro morto, amarmi ancora,
come solo il lasciarvi e che m'aggreva
qui senza guida, e non gia perch'io mora:
che se in sicura parte m'accadeva
finir de la mia vita 1'ultima ora,
lieto e contento e fortunate a pieno
morto sarei, poi ch'io vi moro in seno.
LXXIX
Ma poi che '1 mio destino iniquo e duro
vol ch'io vi lasci, e non so in man di cui;
per questa bocca e per questi occhi giuro,
per queste chiome onde allacciato fui,
che disperato nel profondo oscuro
vo de lo 'nferno, onde il pensar di vui
ch'abbia cosi lasciata, assai piu ria
sara d'ogn'altra pena che vi sia.
622 ORLANDO FURIOSO
LXXX
A questo la mestissima Issabella,
declinando la faccia lacrimosa
e congiungendo la sua bocca a quella
di Zerbin, languidetta come rosa,
rosa non colta in sua stagion, si ch'ella
impallidisca in su la siepe ombrosa,
disse : Non vi pensate gia, mia vita,
far senza me quest 'ultima partita.
LXXXI
Di cio, cor mio, nessun timor vi tocchi;
ch'io vo ? seguirvi o in cielo o ne lo 'nferno.
Convien che Tuno e 1'altro spirto scocchi,
insieme vada, insieme stia in eterno.
Non si tosto vedro chiudervi gli occhi,
o che m'uccidera il dolore interne,
o se quel non pu6 tanto, io vi prometto
con questa spada oggi passarmi il petto.
LXXXII
De' corpi nostri ho ancor non poca speme,
che me' morti che vivi abbian ventura.
Qui forse alcun capitera, ch'insieme,
mosso a pieta, dara lor sepoltura.
Cosi dicendo, le reliquie estreme
de lo spirto vital che morte fura,
va ricogliendo con le labra meste,
fin ch'una minima aura ve ne reste.
LXXXIII
Zerbin la debol voce riforzando,
disse: Io vi priego e supplico, mia diva,
per quello amor che mi mostraste, quando
per me lasciaste la paterna riva;
e se commandar posso, io vel commando,
che fin che piaccia a Dio restiate viva;
ne mai per caso pogniate in oblio
che quanto amar si puo, v'abbia amato io.
CANTO VENTESIMOQUARTO 623
LXXXIV
Dio vi provedera d'aiuto forse,
per liberarvi d'ogni atto villano,
come fe* quando alia spelonca torse,
per indi trarvi, il senator romano.
Cosi (la sua merce) gia vi soccorse
nel mare e contra il Biscaglin profano:
e se pure awerra che poi si deggia
morire, allora il minor mal s'elleggia.
LXXXV
Non credo che quest'ultime parole
potesse esprimer si, che fosse inteso;
e fini come il debol lume suole,
cui cera manchi od altro in che sia acceso.
Chi potra dire a pien come si duole,
poi che si vede pallido e disteso,
la giovanetta, e freddo come ghiaccio
il suo caro Zerbin restare in braccio?
LXXXVI
Sopra il sanguigno corpo s'abbandona,
e di copiose lacrime lo bagna,
e stride si, ch'intorno ne risuona
a molte miglia il bosco e la campagna.
Ne alle guancie ne al petto si perdona,
che Funo e Paltro non percuota e fragna;
e straccia a torto Tauree crespe chiome,
chiamando sempre invan Pamato nome.
LXXXVII
In tanta rabbia, in tal furor somrnersa
Favea la doglia sua, che facilmente
avria la spada in se stessa conversa,
poco al suo amante in questo ubidiente;
s'uno eremita ch'alla fresca e tersa
fonte avea usanza di tornar sovente
da la sua quindi non lontana cella,
non s'opponea, venendo, al voler d'ella.
624 ORLANDO FURIOSO
LXXXVIII
II venerabile uom, ch'alta bontade
avea congiunta a natural prudenzia,
et era tutto pien di caritade,
di buoni esempi ornato e d'eloquenzia,
alia giovan dolente persuade
con ragioni efficaci pazienzia;
et inanzi le puon, come uno specchio,
donne del Testamento e nuovo e vecchio.
LXXXIX
Poi le fece veder, come non fusse
alcun, se non in Dio, vero contento,
e ch'eran 1'altre transitorie e fiusse
speranze umane, e di poco momento;
e tanto seppe dir, che la ridusse
da quel crudele et ostmato intento,
che la vita sequente ebbe disio
tutta al servigio dedicar di Dio.
xc
Non che lasciar del suo signor voglia unque
ne '1 grand'amor, ne le reliquie morte:
convien che 1'abbia ovunque stia et ovunque
vada, e che seco e notte e di le porte.
Quindi aiutando Teremita dunque,
ch'era de la sua eta valido e forte,
sul mesto suo destrier Zerbin posaro,
e molti di per quelle selve andaro.
xci
Non volse il cauto vecchio ridur seco,
sola con solo, la giovane bella
la dove ascosa in un selvaggio speco
non lungi avea la solitaria cella;
fra se dicendo : Con periglio arreco
in una man la paglia e la facella.
Ne si fida in sua eta ne in sua prudenzia,
che di se faccia tanta esperienzia.
CANTO VENTESIMOQUARTO 625
XCII
Di condurla in Provenza ebbe pensiero,
non lontano a Marsilia in un castello,
dove di sante donne un monastero
ricchissimo era, e di edificio bello:
e per portarne il morto cavalliero,
composto in una cassa aveano quello,
che 'n un castel ch'era tra via, si fece
lunga e capace, e ben chiusa di pece.
XCIII
Piu e piu giorni gran spazio di terra
cercaro, e sempre per lochi piu inculti;
che pieno essendo ogni cosa di guerra,
volcano gir piu che poteano occulti.
Al fine un cavallier la via lor serra,
che lor fe' oltraggi e disonesti insulti;
di cui diro quando il suo loco fia;
ma ritorno ora al re di Tartaria.
xciv
Avuto ch'ebbe la battaglia il fine
che gia v'ho detto, il giovin si raccolse
alle fresche ombre e all'onde cristalline;
et al destrier la sella e '1 freno tolse,
e lo lascio per 1'erbe tenerine
del prato andar pascendo ove egli volse:
ma non ste' molto, che vide lontano
calar dal monte un cavalliero al piano.
xcv
Conobbel, come prima alzo la fronte,
Doralice, e mostrollo a Mandricardo,
dicendo : Ecco il superbo Rodomonte,
se non m'inganna di lontan lo sguardo.
Per far teco battaglia cala il monte:
or ti potra giovar Tesser gagliardo.
Perduta avermi a grande ingiuria tiene,
ch'era sua sposa, e a vendicar si viene.
626 ORLANDO FURIOSO
XCVI
Qual buono astor che Panitra o Tacceggia,
starna o Colombo o slmil altro augello
venirsi incontra di lontano veggia,
leva la testa e si fa lieto e bello;
tal Mandricardo, come certo deggia
di Rodomonte far strage e macello,
con letizia e baldanza il destrier piglia,
le staffe ai piedi, e da alia man la briglia.
xcvn
Quando vicini fur si, ch'udir chiare
tra lor poteansi le parole altiere,
con le mani e col capo a minacciare
incomincio gridando il re d'Algiere,
ch'a penitenza gli faria tornare,
che per un temerario suo piacere
non avesse rispetto a provocarsi
lui ch'altamente era per vendicarsi.
xcvm
Rispose Mandricardo : Indarno tenta
chi mi vuol impaurir per minacciarme:
cosi fanciulli o femine spaventa,
o altri che non sappia che sieno arme ;
me non cui la battaglia piu talenta
d'ogni riposo; e son per adoprarme
a pie, a cavallo, armato e disarmato,
sia alia campagna, o sia ne lo steccato.
XCIX
Ecco sono agli oltraggi, al grido, all'ire,
al trar de' brandi, al crudel suon de 5 ferri;
come vento che prima a pena spire,
poi cominci a crollar frassini e cerri,
et indi oscura polve in cielo aggire,
indi gli arbori svella e case atterri,
sommerga in mare, e porti ria tempesta
che '1 gregge sparso uccida alia foresta.
CANTO VENTESIMOQUARTO 627
C
De 5 duo pagani senza pari in terra
gli audacissimi cor, le forze estreme
parturiscono colpi, et una guerra
conveniente a si feroce seme.
Del grande e orribil suon triema la terra,
quando le spade son percosse insieme:
gettano 1'arme insin al ciel scintille,
anzi lampadi accese a mille a mille.
ci
Senza mai riposarsi o pigliar fiato
dura fra quei duo re Faspra battaglia,
tentando ora da questo, or da quel lato
aprir le piastre e penetrar la rnaglia.
Ne perde 1'un, ne 1'altro acquista il prato,
ma come intorno sian fosse o muraglia,
o troppo costi ogn'oncia di quel loco,
non si parton d'un cerchio angusto e poco.
CII
Fra mille colpi il Tartaro una volta
colse a duo mani in fronte il re d'Algiere;
che gli fece veder girare in volta
quante mai furon fiacole e lumiere.
Come ogni forza alP African sia tolta,
le groppe del destrier col capo fere:
perde la staffa, et e, presente quella
che cotant'ama, per uscir di sella.
cm
Ma come ben composto e valido arco
di fmo acciaio in buona somma greve,
quanto si china piu, quanto e piu carco,
e piu lo sforzan martinelli e lieve;
con tanto piu furor, quanto e poi scarco,
ritorna, e fa piu mai che non riceve:
cosi quello African tosto risorge,
e doppio il colpo all'inimico porge.
628 ORLANDO FURIOSO
CIV
Rodomonte a quel segno ove fu colto,
colse a ptmto il figliol del re Agricane.
Per questo non pote nuocergli al volto,
ch'in difesa trovo 1'arme troiane;
ma stordi in mo do il Tartaro, che molto
non sapea s'era vespero o dimane.
L'irato Rodomonte non s'arresta,
che mena 1'altro, e pur segna alia testa.
cv
II cavallo del Tartaro, ch'aborre
la spada che fischiando cala d'alto,
al suo signor con suo gran mal soccorre,
perche s'arretra per fuggir d'un salto:
il brando in mezzo il capo gli trascorre,
ch'al signor, non a lui, movea Tassalto.
II miser non avea 1'elmo di Troia,
come il patrone; onde convien che muoia.
cvi
Quel cade, e Mandricardo in piedi guizza,
non piu stordito, e Durindana aggira.
Veder morto il cavallo entro gli adizza,
e fuor divampa un grave incendio d'ira.
L' African, per urtarlo, il destrier drizza;
ma non piu Mandricardo si ritira,
che scoglio far soglia da Ponde: e awenne
che 1 destrier cadde, et egli in pie si tenne.
cvn
L' African che mancarsi il destrier sente,
lascia le staffe e sugli arcion si ponta,
e resta in piedi e sciolto agevolmente:
cosi Tun 1'altro poi di pari affronta.
La pugna piu che mai ribolle ardente,
e 1'odio e Tira e la superbia monta:
et era per seguir; ma quivi giunse
in fretta un messaggier che gli disgiunse.
CANTO VENTESIMOQUARTO 629
CVIII
Vi giunse un messaggier del popul Moro,
di molti che per Francia eran mandati
a richiamare agli stendardi loro
i capitani e i cavallier privati;
perche 1'imperator dai gigli d'oro
gli avea gli alloggiamenti gia assediati;
e se non e il soccorso a venir presto,
1'eccidio suo conosce manifesto.
cix
Riconobbe il messaggio i cavallieri,
oltre alPinsegne, oltre alle sopraveste,
al girar de le spade, e ai colpi fieri
ch'altre man non farebbeno che queste.
Tra lor pero non osa entrar, che speri
che fra tant'ira sicurta gli preste
Fesser messo del re; ne si conforta
per dir ch'imbasciator pena non porta.
ex
Ma viene a Doralice, et a lei narra
ch'Agramante, Marsilio e Stordilano,
con pochi dentro a mal sicura sbarra
sono assediati dal popul cristiano.
Narrato il caso, con prieghi ne inarra
che faccia il tutto ai duo guerrieri piano,
e che gli accordi insieme, e per lo scampo
del popul saracin li meni in campo.
CXI
Tra i cavallier la donna di gran core
si mette, e dice loro: lo vi comando,
per quanto so che mi portate amore,
che riserbiate a miglior uso il brando,
e ne vegnate subito in favore
del nostro campo saracino, quando
si trova ora assediato ne le tende,
e presto aiuto o gran ruina attende.
630 ORLANDO FURIOSO
CXII
Indi il messo soggiunse il gran periglio
dei Saracini, e narro il fatto a pieno;
e diede insieme lettere del figlio
del re Troiano al figlio d'Ulieno.
Si piglia finalmente per consiglio
che i duo guerrier, deposto ogni veneno,
facciano insieme triegua fin al giorno
che sia tolto Tassedio ai Mori intorno;
CXIII
e senza pm dimora, come pria
liberate d'assedio abbian lor gente,
non s'intendano aver piu compagnia,
ma crudel guerra e inimicizia ardente,
fin che con 1'arme diffinito sia
chi la donna aver de* meritamente.
Quella, ne le cui man giurato fue,
fece la sicurta per amendue.
cxiv
Quivi era la Discordia impaziente,
inimica di pace e d'ogni triegua;
e la Superbia v'e, che non consente
ne vuol patir che tale accordo segua.
Ma piu di lor puo Amor quivi presente,
di cui 1'alto valor nessuno adegua;
e fe' ch'indietro, a colpi di saette,
e la Discordia e la Superbia stette.
cxv
Fu conclusa la triegua fra costoro,
si come piacque a chi di lor potea.
Vi mancava uno dei cavalli loro,
che morto quel del Tartaro giacea:
per6 vi venne a tempo Brigliadoro,
che le fresche erbe lungo il rio pascea.
Ma al fin del canto io mi trovo esser giunto ;
si ch'io faro, con vostra grazia, punto.
CANTO VENTESIMOQUINTO 631
CANTO VENTESIMOQUINTO
I
Oh gran contrasto in giovenil pensiero,
desir di laude et impeto d'amore!
ne chi piu vaglia, ancor si trova il vero;
che resta or questo or quel superiore.
Ne 1'uno ebbe e ne Taltro cavalliero
quivi gran forza il debito e 1'onore;
che Famorosa lite s'intermesse,
fin che soccorso il campo lor s'avesse.
II
Ma piu ve Febbe Amor: che se non era
che cosi commando la donna loro,
non si sciogliea quella battaglia fiera,
che Fun n'avrebbe il triunfale alloro;
et Agramante invan con la sua schiera
Faiuto avria aspettato di costoro.
Dunque Amor sempre rio non si ritrova:
se spesso nuoce, anco talvolta giova.
in
Or Funo e Faltro cavallier pagano,
che tutti ha differiti i suoi litigi,
va per salvar Fesercito africano
con la donna gentil verso Parigi;
e va con essi ancora il piccol nano
che seguit6 del Tartaro i vestigi,
fin che con lui condotto a fronte a fronte
avea quivi il geloso Rodomonte.
632 ORLANDO FURIOSO
IV
Capitaro in un prato ove a diletto
erano cavallier sopra un ruscello,
duo disarmati e duo ch'avean 1'elmetto,
e una donna con lor di viso bello.
Chi fosser quelli, altrove vi fia detto;
or no, che di Ruggier prima favello,
del buon Ruggier di cui vi fu narrato
che lo scudo nel pozzo avea gittato.
v
Non e dal pozzo ancor lontano un miglio,
che venire un corrier vede in gran fretta,
di quei che manda di Troiano il figlio
ai cavallieri onde soccorso aspetta;
dal qual ode che Carlo in tal periglio
la gente saracina tien ristretta,
che se non e chi tosto le dia aita,
tosto 1'onor vi lasciera o la vita.
vi
Fu da molti pensier ridutto in forse
Ruggier, che tutti 1'assaliro a un tratto;
ma qual per lo miglior dovesse torse,
ne luogo avea ne tempo a pensar atto.
Lascio andare il messaggio, e '1 freno torse
la dove fu da quella donna tratto,
ch'ad or ad or in modo egli affrettava,
che nessun tempo d'indugiar le dava.
VII
Quindi seguendo il camin preso venne
(gia declinando il sole) ad una terra
che '1 re Marsilio in mezzo Francia tenne,
tolta di man di Carlo in quella guerra.
Ne al ponte ne alia porta si ritenne,
che non gli niega alcuno il passo o serra,
ben ch'intorno al rastrello e in su le fosse
gran quantita d'uomini e d'arme fosse.
CANTO VENTESIMOQUINTO 633
VIII
Perch'era conosciuta da la gente
quella donzella ch'avea in compagnia,
fu lasciato passar liberamente,
ne domandato pure onde venia.
Giunse alia piazza, e di fuoco lucente
e plena la trovo di gente ria;
e vide in mezzo star con viso smorto
il giovine dannato ad esser morto.
IX
Ruggier come gli alzo gli occhi nel viso,
che chino a terra e lacrimoso stava,
di veder Bradamante gli fu aviso,
tanto il giovine a lei rassimigliava.
Piu dessa gli parea, quanto piu fiso
al volto e alia persona il riguardava;
e fra se disse : O questa e Bradamante,
o ch'io non son Ruggier com' era inante.
x
Per troppo ardir si sara forse messa
del garzon condennato alia difesa;
e poi che mal la cosa 1'e successa,
ne sara stata, come io veggo, presa.
Deh perche tanta fretta, che con essa
io non potei trovarmi a questa impresa?
Ma Dio ringrazio che ci son venuto,
ch'a tempo ancora io potro darle aiuto.
XI
E sanza piu indugiar la spada stringe
(ch'avea all'altro castel rotta la lancia),
e adosso il vulgo inerme il destrier spinge
per Io petto, pei fianchi e per la pancia.
Mena la spada a cerco, et a chi cinge
la fronte, a chi la gola, a chi la guancia.
Fugge il popul gridando; e la gran frotta
resta o sciancata o con la testa rotta.
634 ORLANDO FURIOSO
XII
Come stormo d'augei ch'in ripa a un stagno
vola sicuro e a sua pastura attende,
s'improviso dal ciel falcon grifagno
gli da nel mezzo et un ne batte o prende,
si sparge in fuga, ognun lascia il compagno,
e de lo scampo suo cura si prende;
cosi veduto avreste far costoro,
tosto che J l buon Ruggier diede fra loro.
XIII
A quattro o sei dai colli i capi netti
Iev6 Ruggier, ch'indi a fuggir fur lenti;
ne divise altretanti infin ai petti,
fin agli occhi infiniti e fin ai denti.
Conciedero che non trovasse elmetti,
ma ben di ferro assai cuffie lucenti:
e s'elmi fini anco vi fosser stati,
cosi gli avrebbe, o poco men, tagliati.
XIV
La forza di Ruggier non era quale
or si ritrovi in cavallier moderno,
ne in orso ne in leon ne in animale
altro piu fiero, o nostrale od esterno.
Forse il tremuoto le sarebbe uguale,
forse il gran diavol; non quel de lo 'nferno,
ma quel del mio signor, che va col fuoco
ch'a cielo e a terra e a mar si fa dar loco.
xv
D'ogni suo colpo mai non cadea manco
d'un uomo in terra, e le piu volte un paio ;
e quattro a un colpo e cinque n'uccise anco,
si che si venne tosto al centinaio.
Tagliava il brando che trasse dal fianco,
come un tenero latte, il duro acciaio.
Falerina, per dar morte ad Orlando,
fe' nel giardin d'Orgagna il crudel brando.
CANTO VENTESIMOQUINTO 635
XVI
Averlo fatto poi ben le rincrebbe,
che '1 suo giardin disfar vide con esso.
Che strazio dunque, che ruina debbe
far or ch'in man di tal guerriero e messo?
Se mai Ruggier furor, se mai forza ebbe,
se mai fu Falto suo valore espresso,
qui Tebbe, il pose qui, qui fu veduto,
sperando dare alia sua donna aiuto.
XVII
Qual fa la lepre contra i cani sciolti,
facea la turba contra lui riparo.
Quei che restaro uccisi, furo molti;
furo infiniti quei ch'in fuga andaro.
Avea la donna intanto i lacci tolti,
ch'ambe le mani al giovine legaro;
e come pote meglio, presto armollo,
gli die una spada in mano e un scudo al collo.
XVIII
Egli che molto e offeso, piu che puote
si cerca vendicar di quella gente:
e quivi son si le sue forze note,
che riputar si fa prode e valente.
Gia avea attufato le dorate mote
il Sol ne la marina d'occidente,
quando Ruggier vittorioso e quello
giovine seco uscir fuor del castello.
XIX
Quando il garzon sicuro de la vita
con Ruggier si trov6 fuor de le porte,
gli rende" molta grazia et infmita
con gentil modi e con parole accorte,
che non lo conoscendo a dargli aita
si fosse messo a rischio de la morte;
e preg6 che '1 suo nome gli dicesse,
per sapere a chi tanto obligo avesse.
636 ORLANDO FURIOSO
XX
Veggo dicea Ruggier la faccia bella
e le belle fattezze e '1 bel sembiante,
ma la suavita de la favella
non odo gia de la mia Bradamante;
ne la relazion di grazie e quella
ch'ella usar debba al suo fedele amante.
Ma se pur questa e Bradamante, or come
ha si tosto in oblio messo il mio nome?
XXI
Per ben saperne il certo, accortamente
Ruggier le disse: lo v'ho veduto altrove;
et ho pensato e penso, e finalmente
non so ne" posso ricordarmi dove.
Ditemel voi, se vi ritorna a mente,
e fate che '1 nome anco udir mi giove,
acci6 che saper possa a cui mia aita
dal fuoco abbia salvata oggi la vita.
XXII
Che voi m'abbiate visto esser potria,
rispose quel che non so dove o quando :
ben vo pel mondo anch'io la parte mia,
strane aventure or qua or la cercando.
Forse una mia sorella stata fia,
che veste Parme e porta al lato il brando ;
che nacque meco, e tanto mi somiglia,
che non ne puo discerner la famiglia.
XXIII
N6 primo ne secondo ne ben quarto
sete di quei ch'errore in ci6 preso hanno :
ne '1 padre ne i fratelli ne chi a un parto
ci produsse ambi, scernere ci sanno.
Gli e ver che questo crin raccorcio e sparto
ch'io porto, come gli altri uomini fanno,
et il suo lungo e in treccia al capo awolta
ci solea far gia differenzia molta:
CANTO VENTESIMOQUINTO 637
XXIV
ma poi ch'un giorno ella ferita fu
ixel capo (lungo saria a dirvi come),
e per sanarla un servo di lesu
a mezza orecchia le tagli6 le chiome,
alcun segno tra noi non resto piu
di differenzia, fuor che '1 sesso e '1 nome.
Ricciardetto son io, Bradamante ella;
io fratel di Rinaldo, essa sorella.
xxv
E se non v'increscesse I'ascoltarmi,
cosa direi che vi faria stupire,
la qual m'occorse per assimigliarmi
a lei: gioia al principio e al fin martire.
Ruggiero il qual piu graziosi carmi,
piu dolce istoria non potrebbe udire,
che dove alcun ricordo intervenisse
de la sua donna, il prego si, che disse.
XXVI
Accadde a questi di, che pei vicini
boschi passando la sorella mia,
ferita da uno stuol de Saracini
che senza Telmo la trovar per via,
fu di scorciarsi astretta i lunghi crini,
se sanar volse d'una piaga ria
ch'avea con gran periglio ne la testa;
e cosi scorcia err6 per la foresta.
XXVII
Errando giunse ad una ombrosa fonte;
e perche afHitta e stanca ritrovosse,
dal destrier scese e disarm6 la fronte,
e su le tenere erbe addormentosse.
Io non credo che fabula si conte,
che piu di questa istoria bella fosse.
Fiordispina di Spagna soprarriva,
che per cacciar nel bosco ne veniva.
638 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
E quando ritrovo la mia sirocchia
tutta coperta d'arme, eccetto il viso,
ch'avea la spada in luogo di conocchia,
le fu vedere un cavalliero aviso.
La faccia e le viril fattezze adocchia
tanto, che se ne sente il cor conquiso;
la invita a caccia, e tra Fombrose fronde
lunge dagli altri al fin seco s'asconde.
XXIX
Poi che Tha seco in solitario loco
dove non teme d'esser sopraggiunta,
con atti e con parole a poco a poco
le scopre il fisso cuor di grave punta.
Con gli occhi ardenti e coi sospir di fuoco
le mostra Talma di disio consunta.
Or si scolora in viso, or si raccende;
tanto s'arrischia, ch'un bacio ne prende.
xxx
La mia sorella avea ben conosciuto
che questa donna in cambio Tavea tolta:
ne dar poteale a quel bisogno aiuto,
e si trovava in grande impaccio awolta.
Gli e meglio dicea seco s'io rifiuto
questa avuta di me credenza stolta,
e s'io mi mostro ferrxina gentile,
che lasciar riputarmi un uomo vile.
XXXI
E dicea il ver; ch'era viltade espressa,
conveniente a un uom fatto di stucco,
con cui si bella donna fosse messa,
piena di dolce e di nettareo succo,
e tuttavia stesse a parlar con essa,
tenendo basse Tale come il cucco.
Con modo accorto ella il parlar ridusse,
che venne a dir come donzella fusse;
CANTO VENTESIMOQXJINTO 639
XXXII
che gloria, qual gia Ippolita e Camilla,
cerca ne Farme; e in Africa era nata
in lito al mar ne la citta d'Arzilla,
a scudo e a lancia da fanciulla usata.
Per questo non si smorza una scintilla
del fuoco de la donna inamorata.
Questo rimedio alFalta piaga e tardo:
tant'avea Amor cacciato inanzi il dardo.
XXXIII
Per questo non le par men bello il viso,
men bel lo sguardo e men belli i costumi;
per ci6 non torna il cor, che gia diviso
da lei godea dentro gli amati lumi.
Vedendola in quelFabito, 1'e aviso
che puo far che '1 desir non. la consuml;
e quando ch'ella e pur femina pensa,
sospira e piange e mostra doglia 'imrnensa.
xxxiv
Chi avesse il suo ramarico e '1 suo pianto
quel giorno udito, avria pianto con lei.
Quai tormenti dicea furon rnai tanto
crudel, che phi non sian crudeli i miei?
D'ogn'altro amore, o scelerato o santo,
il desiato fin sperar potrei;
saprei partir la rosa da le spine:
solo il mio desiderio & senza fine!
xxxv
Se pur volevi, Amor, darmi tormento
che t'increscesse il mio felice stato,
d'alcun martir dovevi star contento,
che fosse ancor negli altri amanti usato.
Ne tra gli uomini mai ne tra Tarrneiito,
che femina ami femina ho trovato :
non par la donna all'altre donne bella,
ne a cervie cervia, n< all'agnelle agnella.
640 ORLANDO FURIOSO
XXXVI
In terra, in aria, in mar, sola son io
che patisco da te si duro scempio ;
e questo hai fatto accio che Terror mio
sia ne Pimperio tuo Fultimo esempio.
La moglie del re Nino ebbe disio,
il figlio amando, scelerato et empio,
e Mirra il padre, e la Cretense il toro:
ma gli e phi folle il mio, ch'alcun dei loro.
XXXVII
La femina nel maschio fe' disegno,
speronne il fine, et ebbelo, come odo:
Pasife ne la vacca entro del legno,
altre per altri mezzi e vario modo.
Ma se volasse a me con ogni ingegno
Dedalo, non potria scioglier quel nodo
che fece il mastro troppo diligente,
Natura d'ogni cosa piu possente.
XXXVIII
Cosi si duole e si consuma et ange
la bella donna, e non s'accheta in fretta.
Talor si batte il viso e il capel frange,
e di se contra se cerca vendetta.
La mia sorella per pieta ne piange,
et e a sentir di quel dolor constretta.
Del folle e van disio si studia trarla;
ma non fa alcun profitto, e invano parla.
XXXIX
Ella ch'aiuto cerca e non conforto,
sempre piu si lamenta e piu si duole.
Era del giorno il t ermine ormai corto,
che rosseggiava in occidente il sole,
ora oportuna da ritrarsi in porto
a chi la notte al bosco star non vuole:
quando la donna invit6 Bradamante
a questa terra sua poco distante.
CANTO VENTESIMOQUINTO 641
XL
Non le seppe negar la mia sorella:
e cosi insieme ne vennero al loco,
dove la turba scelerata e fella
posto m'avria, se tu non v'eri, al fuoco.
Fece la dentro Fiordispina bella
la mia sirocchia accarezzar non poco:
e rivestita di feminil gonna,
conoscer fe j a ciascun ch'ella era donna.
XLI
Pero che conoscendo che nessuno
util traea da quel virile aspetto,
non le parve anco di voler ch'alcuno
biasmo di se per questo fosse detto:
fello anco, accio che '1 mal ch'avea da 1'uno
virile abito errando gia concetto,
ora con Taltro, discoprendo il vero,
provassi di cacciar fuor del pensiero.
XLII
Commune il letto ebbon la notte insieme,
ma molto differente ebbon riposo;
che 1'una dorme, e Paltra piange e geme
che sempre il suo desir sia piu focoso.
E se '1 sonno talor gli occhi le preme,
quel breve sonno e tutto imaginoso:
le par veder che J l ciel Tabbia concesso
Bradamante cangiata in miglior sesso.
XLI 1 1
Come Tinfermo acceso di gran sete,
s'in quella ingorda voglia s'addormenta,
ne Pinterrotta e turbida quiete,
d'ogn'acqua che mai vide si ramenta;
cosi a costei di far sue voglie liete
Timagine del sonno rappresenta.
Si desta; e nel destar mette la mano,
e ritrova pur sempre il sogno vano.
642 ORLANDO FURIOSO
XLIV
Quanti prieghi la notte, quanti voti,
ofFerse al suo Macone e a tutti i dei,
che con miracoli apparent! e noti
mutassero in miglior sesso costei!
ma tutti vede andar d'effetto voti,
e forse ancora il ciel ridea di lei.
Passa la notte; e Febo il capo biondo
traea del mare, e dava luce al mondo.
XLV
Poi che '1 di venne e che lasciaro il letto,
a Fiordispina s'augumenta doglia;
che Bradamante ha del partir gia detto,
ch'uscir di questo impaccio avea gran voglia.
La gentil donna un ottimo ginetto
in don da lei vuol che partendo toglia,
guernito d'oro, et una sopravesta
che riccamente ha di sua man contesta.
XLVI
Accompagnolla un pezzo Fiordispina,
poi fe* piangendo al suo castel ritorno.
La mia sorella si ratto camina,
che venne a Montalbano anco quel giorno.
Noi suoi fratelli e la madre meschina
tutti le siamo festeggiando intorno;
che di lei non sentendo, avuto forte
dubbio e tema avevan de la sua morte.
XL VII
Mirammo (al trar de Pelmo) al mozzo crine,
ch'intorno al capo prima s'avolgea;
cosi le sopraveste peregrine
ne fer maravigliar, ch'indosso avea.
Et elk il tutto dal principio al fine
narronne, come dianzi io vi dicea:
come ferita fosse al bosco, e come
lasciasse, per guarir, le belle chiome;
CANTO VENTESIMOQUINTO 643
XLVIII
e come poi dormendo in ripa alPacque,
la bella cacciatrice sopragiunse,
a cui la falsa sua sembianza piacque;
e come da la schiera la disgiunse.
Del lamento di lei poi nulla tacque,
che di pietade I'anima ci punse;
e come alloggio seco, e tutto quello
che fece fin che ritorn6 al castello.
XLIX
Di Fiordispina gran notizia ebb'io,
ch'in Siragozza e gia la vidi in Francia;
e piacquer molto alFappetito mio
i suoi begli occhi e la polita guancia:
ma non lasciai fermarvisi il disio,
che Pamar senza speme e sogno e ciancia.
Or quando in tal ampiezza mi si porge,
Pantiqua fiamma subito risorge.
L
Di questa speme Amore ordisce i nodi;
che d'altre fila ordir non li potea:
onde mi piglia, e mostra insieme i modi
che da la donna avrei quel ch'io chiedea.
A succeder saran facil le frodi;
che come spesso altri ingannato avea
la simiglianza c'ho di mia sorella,
forse anco ingannera questa donzella.
LI
Faccio o nol faccio? Al fin mi par che buono
sempre cercar quel che diletti sia.
Del mio pensier con altri non ragiono,
n6 vo j ch'in ci6 consiglio altri mi dia.
lo vo la notte ove quelFarme sono
che s'avea tratte la sorella mia:
tolgole, e col destrier suo via camino;
ne sto aspettar che luca il matutino.
644 ORLANDO FURIOSO
LII
lo me ne vo la notte (Amore e duce)
a ritrovar la bella Fiordispina;
e v'arrivai che non era la luce
del sole ascosa ancor ne la marina.
Beato e chi correndo si conduce
prima degli altri a dirlo alia regina,
da lei sperando per 1'annunzio buono
acquistar grazia e riportarne dono.
LIII
Tutti m'aveano tolto cosi in fallo,
com'hai tu fatto ancor, per Bradamante;
tanto piu che le vesti ebbi e '1 cavallo
con che partita era ella il giorno inante.
Vien Fiordispina di poco intervallo
con feste incontra e con carezze tante,
e con si allegro viso e si giocondo,
che piu gioia mostrar non potria al mondo.
LIV
Le belle braccia al collo indi mi getta,
e dolcemente stringe, e bacia in bocca.
Tu puoi pensar s'allora la saetta
dirizzi Amor, s'in mezzo il cor mi tocca.
Per man mi piglia, e in camera con fretta
mi mena; e non ad altri ch'a lei tocca
che da Felmo allo spron Parme mi slacci;
e nessun altro vuol che se n'impacci.
LV
Poi fattasi arrecare una sua veste
adorna e ricca, di sua man la spiega,
e come io fossi femina mi veste,
e in reticella d'oro il crin mi lega.
Io muovo gli occhi con maniere oneste,
ne ch'io sia donna alcun mio gesto niega.
La voce ch'accusar mi potea forse,
si ben usai, ch'alcun non se n'accorse.
CANTO VENTESIMOQUINTO 645
LVI
Uscimmo poi la dove erano molte
persone in sala, e cavallieri e donne,
dai quali fummo con 1'onor raccolte,
ch'alle regine fassi e gran madonne.
Quivi d'alcuni mi risi io piu volte,
che non sappiendo cio che sotto gonne
si nascondesse valido e gagliardo,
mi vagheggiavan con lascivo sguardo.
LVII
Poi che si fece la notte piu grande,
e gia un pezzo la mensa era levata,
la mensa che fu d'ottime vivande,
secondo la stagione, apparecchiata;
non aspetta la donna ch'io domande
quel che m'era cagion del venir stata:
ella m'invita, per sua cortesia,
che quella notte a giacer seco io stia,
LVIII
Poi che donne e donzelle ormai levate
si furo, e paggi e camerieri intorno,
essendo ambe nel letto dispogliate,
coi torchi accesi che parea di giorno,
io cominciai: Non vi maravigliate,
madonna, se si tosto a voi ritorno;
che forse v'andavate imaginando
di non mi riveder fin Dio sa quando.
LIX
Dir6 prima la causa del partire,
poi del ritorno Tudirete ancora.
Se '1 vostro ardor, madonna, intiepidire
potuto avessi col mio far dimora,
vivere in vostro servizio e morire
voluto avrei, ne" starne senza un'ora;
ma visto quanto il mio star vi nocessi,
per non poter far meglio, andare elessi.
646 ORLANDO FURIOSO
LX
Fortuna mi tiro fuor del camino
in mezzo un bosco d'intricati rami,
dove odo un grido risonar vicino,
come di donna che soccorso chiami.
Vaccorro, e sopra un lago cristallino
ritrovo un fauno ch'avea preso agli ami
in mezzo 1'acqua una donzella nuda,
e mangiarsi, il crudel, la volea cruda.
LXI
Cola mi trassi, e con la spada in mano
(perch 5 aiutar non la potea altrimente)
tolsi di vita il pescator villano :
ella salto ne Pacqua immantinente.
"Non m'avrai" disse "dato aiuto invano:
ben ne sarai premiato e riccamente
quanto chieder saprai, perche son ninfa
che vivo dentro a questa chiara linfa;
LXII
et ho possanza far cose stupende,
e sforzar gli element! e la natura.
Chiedi tu, quanto il mio valor s'estende,
poi lascia a me di satisfarti cura.
Dal ciel la luna al mio cantar discende,
s'agghiaccia il fuoco, e Taria si fa dura;
et ho talor con semplici parole
mossa la terra, et ho fermato il sole."
LXIII
Non le domando a questa offerta unire
tesor, ne dominar populi e terre,
ne in piu virtu ne in piu vigor salire,
ne vincer con onor tutte le guerre;
ma sol che qualche via donde il desire
vostro s'adempia, mi schiuda e disserre:
ne piu le domando un ch'un altro effetto,
ma tutta al suo giudicio mi rimetto.
CANTO VENTESIMOQUINTO 647
LXIV
Ebbile a pena mia domanda esposta,
ch'un'altra volta la vidi attuffata;
ne fece al mio parlare altra risposta,
che di spruzzar ver me Facqua incantata:
la qual non prima al viso mi s'accosta,
ch'io (non so come) son tutta mutata.
lo '1 veggo, io '1 sento, e a pena vero parmi:
sento in maschio di femina mutarmi.
LXV
E se non fosse che senza dimora
vi potete chiarir, nol credereste :
e qual nell'altro sesso, in questo ancora
ho le mie voglie ad ubbidirvi preste.
Commandate lor pur, che fieno or ora
e sempremai per voi vigile e deste.
Cosi le dissi; e feci ch'ella istessa
trov6 con man la veritade espressa.
LXVI
Come interviene a chi gia fuor di speme
di cosa sia che nel pensier molt'abbia,
che mentre piu d'esserne privo geme,
piu se n'afflige e se ne strugge e arrabbia;
se ben la trova poi, tanto gli preme
Paver gran tempo seminato in sabbia,
e la disperazion Pha si male uso,
che non crede a se stesso, e sta confuso:
LXVII
cosi la donna, poi che tocca e vede
quel di ch'avuto avea tanto desire,
agli occhi, al tatto, a se stessa non crede,
e sta dubbiosa ancor di non dormire;
e buona prova bisogn6 a far fede
che sentia quel che le parea sentire.
Fa, Dio,)> disse ella ccse son sogni questi,
ch'io dorma sempre, e mai piu non mi desti.
648 ORLANDO FURIOSO
LXVIII
Non rumor di tamburi o suon di trombe
furon principio all' amoroso assalto,
ma baci ch'imitavan le colombe,
davan segno or di gire, or di fare alto.
Usammo altr'arme che saette o frombe.
lo senza scale in su la rocca salto
e lo stendardo piantovi di botto,
e la nimica mia mi caccio sotto.
LXIX
Se fu quel letto la notte dinanti
pien di sospiri e di querele gravi,
non stette 1'altra poi senza altretanti
risi, feste, gioir, giochi soavi.
Non con piu nodi i flessuosi acanti
le colonne circondano e le travi,
di quelli con che noi legammo stretti
e colli e fianchi e braccia e gambe e petti.
LXX
La cosa stava tacita fra noi,
si che duro il piacer per alcun mese:
pur si trovo chi se n'accorse poi,
tanto che con mio danno il re lo 'ntese.
Voi che mi liberaste da quei suoi
che ne la piazza avean le fiamme accese,
comprendere oggimai potete il resto;
ma Dio sa ben con che dolor ne resto.
LXXI
Cosi a Ruggier narrava Ricciardetto,
e la notturna via facea men grave,
salendo tuttavia verso un poggietto
cinto di ripe e di pendici cave.
Un erto calle e pien di sassi e stretto
apria il camin con faticosa chiave.
Sedea al sommo un castel detto Agrismonte,
ch'ave' in guardia Aldigier di Chiaramonte.
CANTO VENTESIMOQUINTO 649
LXXII
Di Buovo era costui figliuol bastardo,
fratel di Malagigi e di Viviano:
chi legitimo dice di Gherardo,
e testimonio temerario e vano.
Fosse come si voglia, era gagliardo,
prudente, liberal, cortese, umano;
e facea quivi le fraterne mura
la notte e il di guardar con buona cura.
LXXIII
Raccolse il cavallier cortesemente,
come dovea, il cugin suo Ricciardetto,
ch'amo come fratello; e parimente
fu ben visto Ruggier per suo rispetto.
Ma non gli usci gia incontra allegramente,
come era usato, anzi con tristo aspetto,
perch'uno aviso il giorno avuto avea,
che nel viso e nel cor mesto il facea.
LXXIV
A Ricciardetto in cambio di saluto
disse: Fratello, abbian nuova non buona.
Per certissimo messo oggi ho saputo
che Bertolagi iniquo di Baiona
con Lanfusa crudel s'e convenuto,
che preziose spoglie esso a lei dona,
et essa a lui pon nostri frati in mano,
il tuo bon Malagigi e il tuo Viviano.
LXXV
Ella dal di che Ferrau li prese,
gli ha ognor tenuti in loco oscuro e fello,
fin che '1 brutto contratto e discortese
n'ha fatto con costui di ch'io favello.
Gli de s mandar domane al Maganzese
nei confin tra Baiona e un suo castello.
Verra in persona egli a pagar la mancia
che compra il miglior sangue che sia in Francia.
650 ORLANDO FURIOSO
LXXVI
Rinaldo nostro n'ho avisato or ora,
et ho cacciato il messo di galoppo;
ma non mi par ch'arrivar possa ad ora
che non sia tarda, che '1 camino e troppo.
lo non ho meco gente da uscir fuora:
1'animo e pronto, ma il potere e zoppo.
Se gli ha quel traditor, li fa morire:
si che non so che far, non so che dire.
LXXVII
La dura nuova a Ricciardetto spiace;
e perche spiace a lui, spiace a Ruggiero,
che poi che questo e quel vede che tace,
ne tra' profitto alcun del suo pensiero,
disse con grande ardir: Datevi pace:
sopra me quest'impresa tutta chero;
e questa mia varra per mille spade
a riporvi i fratelli in libertade.
LXXVIII
lo non voglio altra gente, altri sussidi,
ch'io credo bastar solo a questo fatto;
io vi domando solo un che mi guidi
al luogo ove si dee fare il baratto.
Io vi far6 sin qui sentire i gridi
di chi sara presente al rio contratto.
Cosi dicea; ne dicea cosa nuova
all'un de j dui, che n'avea visto pruova.
LXXIX
L'altro non 1'ascoltava, se non quanto
s'ascolti un ch'assai parli e sappia poco:
ma Ricciardetto gli narro da canto
come fu per costui tratto del fuoco;
e ch'era certo che maggior del vanto
faria veder 1'erTetto a tempo e a loco.
Gli diede allor udienza piu che prima,
e riverillo, e fe' di lui gran stima.
CANTO VENTESIMOQUINTO 651
LXXX
Et alia mensa, ove la Copia fuse
il corno, Tonor6 come suo donno.
Quivi senz'altro aiuto si concluse
che liberare i duo fratelli ponno.
Intanto sopravenne e gli occhi chiuse
ai signori e ai sergenti il pigro Sonno,
fuor ch'a Ruggier; che per tenerlo desto
gli punge il cor sempre un pensier molesto.
LXXXI
L'assedio d'Agramante ch'avea il giorno
udito dal corrier, gli sta nel core.
Ben vede ch'ogni minimo soggiorno
che faccia d'aiutarlo, e suo disnore.
Quanta gli sara infamia, quanto scorno,
se coi nemici va del suo signore!
Oh come a gran viltade, a gran delitto,
battezzandosi alor, gli sara ascritto!
LXXXII
Potria in ogn'altro tempo esser creduto
che vera religion Pavesse mosso;
ma ora che bisogna col suo aiuto
Agramante d'assedio esser riscosso,
piu tosto da ciascun sara tenuto
che timore e vilta 1'abbia percosso,
ch'alcuna opinion di miglior fede:
questo il cor di Ruggier stimula e fiede.
LXXXIII
Che s'abbia da partire anco lo punge
senza licenzia de la sua regina.
Quando questo pensier, quando quel giunge,
che '1 dubio cor diversamente inchina.
Gli era F aviso riuscito lunge
di trovarla al castel di Fiordispina,
dove insieme dovean, come ho gia detto,
in soccorso venir di Ricciardetto.
652 ORLANDO FURIOSO
LXXXIV
Poi gli sovien ch'egli le avea promesso
di seco a Vallombrosa ritrovarsi.
Pensa ch'andar v'abbi ella, e quivi d'esso
che non vi trovi poi, maravigliarsi.
Potesse almen mandar lettera o messo,
si ch'ella non avesse a lamentarsi
che, oltre ch'egli mal le avea ubbidito,
senza far motto ancor fosse partito.
LXXXV
Poi che piu cose imaginate s'ebbe,
pensa scriverle al fin quanto gli accada;
e ben ch'egli non sappia come debbe
la lettera inviar, si che ben vada,
non per6 vuol restar; che ben potrebbe
alcun messo fedel trovar per strada.
Piu non s'indugia, e salta de le piume:
si fa dar carta, inchiostro, penna e lume.
LXXXVI
I camarier discreti et aveduti
arrecano a Ruggier cio che commanda.
Egli comincia a scrivere, e i saluti
(come si suol) nei primi versi manda:
poi narra degli avisi che venuti
son dal suo re, ch'aiuto gli domanda;
e se Pandata sua non e ben presta,
o morto o in man degli nimici resta.
LXXXVII
Poi seguita, ch'essendo a tal partito,
e ch'a lui per aiuto si volgea,
vedesse ella che '1 biasmo era infinite
s'a quel punto negar gli lo volea;
e ch'esso, a lei dovendo esser marito,
guardarsi da ogni macchia si dovea;
che non si convenia con lei, che tutta
era sincera, alcuna cosa brutta.
CANTO VENTESIMOQUINTO 653
LXXXVIII
E se mai per adietro un nome chiaro,
ben oprando, cerco di guadagnarsi;
e guadagnato poi, se avuto caro,
se cercato 1'avea di conservarsi;
or lo cercava, e n'era fatto avaro,
poi che dovea con lei participarsi,
la qual sua moglie, e totalmente in dui
corpi esser dovea un'anima con lui.
LXXXIX
E si come gia a bocca le avea detto,
le ridicea per questa carta ancora:
finito il tempo in che per fede astretto
era al suo re, quando non prima muora,
che si fara cristian cosi d'effetto,
come di buon voler stato era ogni ora;
e ch'al padre e a Rinaldo e agli altri suoi
per moglie domandar la fara poi.
xc
(c Voglio, le soggiungea quando vi piaccia,
1'assedio al mio signor levar d'intorno,
accio che 1'ignorante vulgo taccia,
il qual direbbe, a mia vergogna e scorno :
* 'Ruggier, mentre Agramante ebbe bonaccia,
mai non 1'abandono notte ne giorno;
or che Fortuna per Carlo si piega,
egli col vincitor Finsegna spiega."
xci
Voglio quindici di t ermine o venti,
tanto che comparir possa una volta,
si che degli africani alloggiamenti
la grave ossedion per me sia tolta.
Intanto cercher6 convenienti
cagioni, e che sian giuste, di dar volta.
lo vi domando per mio onor sol questo:
tutto poi vostro e di mia vita il resto.
654 ORLANDO FURIOSO
XCII
In simili parole si diffuse
Ruggier, che tutte non so dirvi a pieno ;
e segui con molt'altre, e non concluse
fin che non vide tutto il foglio pieno;
e poi piego la lettera e la chiuse,
e suggellata se la pose in seno,
con speme che gli occorra il di seguente
chi alia donna la dia secretamente.
XCIII
Chiusa ch'ebbe la lettera, chiuse anco
gli occhi sul letto, e ritrovc- quiete;
che '1 Sonno venne, e sparse il corpo stanco
col ramo intinto nel liquor di Lete:-
e pos6 fin ch'un nembo rosso e bianco
di fiori sparse le contrade liete
del lucido oriente d'ogn'intorno,
et indi usci de 1'aureo albergo il giorno.
xciv
E poi ch'a salutar la nuova luce
pei verdi rarai incominciar gli augelli,
Aldigier che voleva essere il duce
di Ruggiero e de Taltro, e guidar quelli
ove faccin che dati in mano al truce
Bertolagi non siano i duo fratelli,
fu 7 1 primo in piede; e quando sentir lui,
del letto usciro anco quegli altri dui.
xcv
Poi che vestiti furo e bene armati,
coi duo cugin Ruggier si mette in via,
gia molto indarno avendoli pregati
che questa impresa a lui tutta si dia;
ma essi, pel desir c'han de' lor frati,
e perch6 lor parea discortesia,
steron negando piu duri che sassi,
ne consentiron mai che solo andassi.
CANTO VENTESIMOQUINTO 655
XCVI
Giunsero al loco il di che si dovea
Malagigi mutar nei carriaggi.
Era un'ampla campagna che giacea
tutta scoperta agli apollinei raggi.
Quivi ne allot ne mirto si vedea,
ne cipressi ne frassini ne faggi,
ma nuda ghiara, e qualche umil virgulto
non mai da marra o mai da vomer culto.
xcvu
I tre guerrieri arditi si fermaro
dove un sentier fendea quella pianura;
e giunger quivi un cavallier miraro
ch'avea d'oro fregiata Farmatura,
e per insegna in campo verde il raro
e bello augel che piu d'un secol dura.
Signer, non piu, che giunto al fin mi veggio
di questo canto, e riposarmi chieggio.
656 ORLANDO FURIOSO
CANTO VENTESIMOSESTO
I
Cortesi donne ebbe 1'antiqua etade,
che le virtu, non le ricchezze, amaro:
al tempo nostro si ritrovan rade
a cui piu del guadagno altro sia caro.
Ma quelle che per lor vera bontade
non seguon de le piu lo stile avaro,
vivendo degne son d'esser contente;
gloriose e immortal poi che fian spente.
II
Degna d'eterna laude e Bradamante,
che non amo tesor, non am6 impero,
ma la virtu, ma l'animo prestante,
ma Talta gentilezza di Ruggiero;
e merito che ben le fosse amante
un cosi valoroso cavalliero,
e per piacere a lei facesse cose
nei secoli avenir miracolose.
in
Ruggier, come di sopra vi fu detto,
coi duo di Chiaramonte era venuto,
dico con Aldigier, con Ricciardetto,
per dare ai duo fratei prigioni aiuto.
Vi dissi ancor che di superbo aspetto
venire un cavalliero avean veduto,
che portava Paugel che si rinuova,
e sempre unico al mondo si ritrova.
CANTO VENTESIMOSESTO 657
IV
Come di questi il cavalier s'accorse,
che stavan per ferir quivi su 1'ale,
in prova disegn6 di voler porse,
s'alla sembianza avean virtude uguale.
di voi disse loro alcuno forse
che provar voglia chi di noi piu vale
a' colpi o de la lancia o de la spada,
fin che Tun resti in sella e Faltro cada?
v
Farei disse Aldigier teco, o volessi
menar la spada a cerco, o correr Pasta;
ma un'altra impresa, che se qui tu stessi
veder potresti, questa in modo guasta,
ch'a parlar teco, non che ci traessi
a correr giostra, a pena tempo basta:
seicento uomini al varco, o piu, attendiamo,
coi qua' d'oggi provarci obligo abbiamo.
VI
Per tor lor duo de' nostri che prigioni
quinci trarran, pietade e amor n'ha mosso.
E seguit6 narrando le cagioni
che li fece venir con 1'arme indosso.
Si giusta e questa escusa che m'opponi,
disse il guerrier che contradir non posso;
e fo certo giudicio che voi siate
tre cavallier che pochi pari abbiate.
VII
lo chiedea un colpo o dui con voi scontrarme,
per veder quanto fosse il valor vostro;
ma quando all'altrui spese dimostrarme
lo vogliate, mi basta, e piu non giostro.
Vi priego ben, che por con le vostr'arme
^uest'elmo io possa e questo scudo nostro;
e spero dimostrar, se con voi vegno,
che di tal compagnia non sono indegno.
658 ORLANDO FURIOSO
VIII
Parmi veder ch'alcun saper desia
il nome di costui, che quivi giunto
a Ruggiero e a' compagni si offeria
compagno d'arme al periglioso punto.
Costei (non piu costui detto vi sia)
era Marfisa che diede Passunto
al misero Zerbin de la ribalda
vecchia Gabrina ad ogni mal si calda.
IX
I duo di Chiaramonte e il buon Ruggiero
Paccettar volentier ne la lor schiera,
ch'esser credeano certo un cavalliero,
e non donzella, e non quella ch'ella era.
Non molto dopo scoperse Aldigiero
e veder fe' ai compagni una bandiera
che facea Paura tremolare in volta,
e molta gente intorno avea raccolta.
E poi che piu lor fur fatti vicini,
e che meglio notar Pabito moro,
conobbero che gli eran Saracini,
e videro i prigioni in mezzo a loro
legati e tratti su piccol ronzini
a j Maganzesi, per cambiarli in oro.
Disse Marfisa agli altri : Ora che resta,
poi che son qui, di cominciar la festa?
XI
Ruggier rispose : GPinvitati ancora
non ci son tutti, e manca una gran parte.
Gran ballo s'apparecchia di fare ora;
e perche sia solenne, usiamo ogn'arte:
ma far non ponno omai lunga dimora.
Cosi dicendo, veggono in disparte
venire i traditori di Maganza:
si ch'eran presso a cominciar la danza.
CANTO VENTESIMOSESTO 659
XII
Giungean da 1'una parte i Maganzesi,
e conducean con loro i muli carchi
d'oro e di vesti e d'altri ricchi arnesi;
da 1'altra in mezzo a lance, spade et archi,
venian dolenti i duo germani presi,
che si vedeano essere attesi ai varchi:
e Bertolagi, empio inimico loro,
udian parlar col capitano Moro.
XIII
Ne di Buovo il figliuol ne quel d'Amone,
veduto il Maganzese, indugiar puote:
la lancia in resta Tuno e 1'altro pone,
e Puno e Taltro il traditor percuote.
L'un gli passa la pancia e '1 primo arcione,
e 1'altro il viso per mezzo le gote.
Cosi n'andasser pur tutti i malvagi,
come a quei colpi n'and6 Bertolagi.
XIV
Marfisa con Ruggiero a questo segno
si muove, e non aspetta altra trombetta;
n6 prima rompe 1'arrestato legno,
che tre Tun dopo 1'altro in terra getta.
De 1'asta di Ruggier fu il pagan degno,
che guid6 gli altri, e usci di vita in fretta;
e per quellst medesima con lui
uno et un altro and6 nei regni bui.
xv
Di qui nacque un error tra gli assaliti,
che lor caus6 lor ultima ruina.
Da un lato i Maganzesi esser traditi
credeansi da la squadra saracina;
da 1'altro i Mori in tal modo feriti,
1'altra schiera chiamavano assassina:
e tra lor cominciar con fiera clade
a tirare archi e a menar lancie e spade.
660 ORLANDO FURIOSO
XVI
Salta ora in questa squadra et ora in quella
Ruggiero, e via ne toglie or dieci or venti:
altritanti per man de la donzella
di qua e di la ne son scemati e spenti.
Tanti si veggon gir morti di sella,
quanti ne toccan le spade taglienti,
a cui dan gli elmi e le corazze loco,
come nel bosco i secchi legni al fuoco.
XVII
Se mai d'aver veduto vi raccorda,
o rapportato v'ha fama aU'orecchie,
come allor che '1 collegio si discorda,
e vansi in aria a far guerra le pecchie,
entri fra lor la rondinella ingorda,
e mangi e uccida e guastine parecchie ;
dovete imaginar che similmente
Ruggier fosse e Marfisa in quella gente.
XVIII
Non cosi Ricciardetto e il suo cugino
tra le due genti variavan danza,
per che, lasciando il campo saracino,
sol tenean 1'occhio all'altro di Maganza.
II fratel di Rinaldo paladino
con molto animo avea molta possanza,
e quivi raddoppiar glie la facea
Todio che contra ai Maganzesi avea.
XIX
Facea parer questa medesma causa
un leon fiero il bastardo di Buovo,
che con la spada senza indugio e pausa
fende ogn'elmo, o lo schiaccia come un ovo.
E qual persona non saria stata ausa,
non saria comparita un Ett6r nuovo,
Marfisa avendo in compagnia e Ruggiero,
ch'eran la scelta e '1 fior d'ogni guerriero ?
CANTO VENTESIMOSESTO 66l
XX
Marfisa tuttavolta combattendo,
spesso ai compagni gli occhi rivoltava;
e di lor forza paragon vedendo,
con maraviglia tutti li lodava:
ma di Ruggier pur il valor stupendo
e senza pari al mondo le sembrava;
e talor si credea che fosse Marte
sceso dal quinto cielo in quella parte.
XXI
Mirava quelle orribili percosse,
miravale non mai calare in fallo:
parea che contra Balisarda fosse
il ferro carta e non duro metallo.
Gli elmi tagliava e le corazze grosse,
e gli uomini fendea fin sul cavallo,
e li mandava in parte uguali al prato,
tanto da Fun quanto da Faltro lato.
XXII
Continuando la medesma botta,
uccidea col signore il cavallo anche.
I capi dalle spalle alzava in frotta,
e spesso i busti dipartia da Tanche.
Cinque e piu a un colpo ne tagli6 talotta:
e se non che pur dubito che manche
credenza al ver c'ha faccia di menzogna,
di piu direi; ma di men dir bisogna.
XXIII
II buon Turpin, che sa che dice il vero,
e lascia creder poi quel ch'a Puom piace,
narra mirabil cose di Ruggiero,
ch'udendolo il direste voi mendace.
Cosi parea di ghiaccio ogni guerriero
contra Marfisa, et ella ardente face;
e non men di Ruggier gli occhi a s6 trasse,
ch'ella di lui Falto valor mirasse.
662 ORLANDO FURIOSO
XXIV
E s'ella lui Marte stimato avea,
stimato egli avria lei forse Bellona,
se per donna cosi la conoscea,
come parea il contrario alia persona.
E forse emulazion tra lor nascea
per quella gente misera, non buona,
ne la cui carne e sangue e nervi et ossa
fan prova chi di loro abbia piu possa.
xxv
Basto di quattro Tanimo e il valore
a far ch'un campo e 1'altro andasse rotto.
Non restava arme, a chi fuggia, migliore
che quella che si porta piu di sotto.
Beato chi il cavallo ha corridore,
ch'in prezzo non e quivi ambio ne trotto;
e chi non ha destrier, quivi s'avede
quanto il mestier de 1'arme e tristo a piede.
XXVI
Riman la preda e '1 campo ai vincitori,
che non e fante o mulatier che resti.
La Maganzesi, e qua fuggono i Mori :
quei lasciano i prigion, le some questi.
Furon, con lieti visi e piu coi cori,
Malagigi e Viviano a scioglier presti ;
non fur men diligenti a sciorre i paggi,
e por le some in terra e i carriaggi.
XXVII
Oltre una buona quantita d'argento
ch'in diverse vasella era formato,
et alcun muliebre vestimento
di lavoro bellissimo fregiato,
e per stanze reali un paramento
d'oro e di seta in Fiandra lavorato,
et altre cose ricche in copia grande;
fiaschi di vin trovar, pane e vivande.
CANTO VENTESIMOSESTO 663
XXVIII
Al trar degli elmi, tutti vider come
avea lor dato aiuto una donzella:
fu conosciuta all'auree crespe chiorne
et alia faccia delicata e bella.
L'onoran molto, e pregano che J l nome
di gloria degno non asconda; et ella,
che sempre tra gli amici era cortese,
a dar di se notizia non contese.
XXIX
Non si ponno saziar di riguardarla;
che tal vista Favean ne la battaglia.
Sol mira ella Ruggier, sol con lui parla:
altri non prezza, altri non par che vaglia.
Vengono i send intanto ad invitarla
coi compagni a goder la vettovaglia,
ch'apparecchiata avean sopra una fonte
che difendea dal raggio estivo un monte.
XXX
Era una de le fonti di Merlino,
de le quattro di Francia da lui fatte,
d'intorno cinta di bel marmo fino,
lucido e terso, e bianco piu che latte.
Quivi d' intaglio con lavor divino
avea Merlino imagini ritratte:
direste che spiravano e, se prive
non fossero di voce, ch'eran vive.
XXXI
Quivi una bestia uscir de la foresta
. parea, di crudel vista, odiosa e brutta,
ch'avea Porecchie d'asino, e la testa
di lupo e i denti, e per gran fame asciutta:
branche avea di leon; Taltro che resta,
tutto era volpe; e parea scorrer tutta
e Francia e Italia e Spagna et Inghelterra,
TEuropa e PAsia, e al fin tutta la terra.
664 ORLANDO FURIOSO
XXXII
Per tutto avea genti ferite e morte,
la bassa plebe e i piu superbi capi:
anzi nuocer parea molto piu forte
a re, a signori, a principi, a satrapi.
Peggio facea ne la romana corte,
che v'avea uccisi cardinali e papi:
contaminate avea la bella sede
di Pietro, e messo scandol ne la fede.
xxxni
Par che dinanzi a questa bestia orrenda
cada ogni muro, ogni ripar che tocca.
Non si vede citta che si difenda:
se Papre incontra ogni castello e rocca.
Par che agli onor divini anco s'estenda,
e sia adorata da la gente sciocca,
e che le chiavi s'arroghi d'avere
del cielo e de Fabisso in suo potere.
xxxiv
Poi si vedea d'imperiale alloro
cinto le chiome un cavallier venire
con tre giovini a par, che i gigli d'oro
tessuti avean nel lor real vestire;
e con insegna simile con loro
parea un leon contra quel mostro uscire :
avean lor nomi chi sopra la testa,
e chi nel lembo scritto de la vesta.
xxxv
L'un ch'avea fin a 1'elsa ne la pancia
la spada immersa alia maligna fera,
Francesco primo avea scritto di Francia;
Massimigliano d' Austria a par seco era;
e Carlo quinto imperator di lancia
avea passato il mostro alia gorgiera;
e 1'altro, che di stral gli fige il petto,
Fottavo Enrigo d'Inghilterra e detto.
CANTO VENTESIMOSESTO 665
XXXVI
Decimo ha quel Leon scritto sul dosso,
ch'al brutto mostro i denti ha ne Torecchi;
e tanto Tha gia travagliato e scosso,
che vi sono arrivati altri parecchi.
Parea del mondo ogni timor rimosso;
et in emenda degli errori vecchi
nobil gente accorrea, non per6 molta,
onde alia belva era la vita tolta.
XXXVII
I cavallieri stavano e Marfisa
con desiderio di conoscer questi,
per le cui mani era la bestia uccisa,
che fatti avea tanti luoghi atri e mesti.
Avenga che la pietra fosse incisa
dei nomi lor, non eran manifesti.
Si pregavan tra lor che se sapesse
Tistoria alcuno, agli altri la dicesse.
XXXVIII
Volto Viviano a Malagigi gli occhi,
che stava a udire, e non facea lor motto:
A te disse narrar Pistoria tocchi,
ch'esser ne dei, per quel ch'io vegga, dotto.
Chi son costor che con saette e stocchi
e lance a morte han Panimal condojto ?
Rispose Malagigi : Non e istoria
di ch'abbia autor fin qui fatto memoria.
xxxix
Sappiate che costor che qui scritto hanno
nel marmo i nomi, al mondo mai non furo;
ma fra settecento anni vi saranno
con grande onor del secolo futuro.
Merlino, il savio incantator britanno,
fe' far la fonte al tempo del re Arturo;
e di cose ch'al mondo hanno a venire,
la fe' da buoni artefici scolpire.
666 ORLANDO FURIOSO
XL
Questa bestia crudele usci del fondo
de lo 'nferno a quel tempo che fur fatti
alle campagne i termini, e fu il pondo
trovato e la misura, e scritti i patti.
Ma non and6 a principio in tutto '1 mondo :
di se lascio molti paesi intatti.
Al tempo nostro in molti lochi sturba;
ma i populari offende e la vil turba.
XLI
Dal suo principio infin al secol nostro
sempre e cresciuto, e sempre andra crescendo:
sempre crescendo, al lungo andar fia il mostro
il maggior che mai fosse e lo piu orrendo.
Quel Fiton che per carte e per inchiostro
s'ode che fu si orribile e stupendo,
alia meta di questo non fu tutto,
ne tanto abominevol ne si brutto.
XLII
Fara strage crudel, ne sara loco
che non guasti, contamini et infetti:
e quanto mostra la scultura, e poco
de' suoi nefandi e abominosi effetti.
Al mondo, di gridar merce gia roco,
questi dei quali i nomi abbiamo letti,
che chiari splenderan piu che piropo,
verranno a dare aiuto al maggior uopo.
XLIII
Alia fera crudele il piu molesto
non sara di Francesco il re de j Franchi:
e ben convien che molti ecceda in questo,
e nessun prima e pochi n'abbia a' fianchi;
quando- in splendor real, quando nel resto
di virtu fara molti parer manchi,
che gia parver compiuti; come cede
tosto ogn'altro splendor che '1 sol si vede.
CANTO VENTESIMOSESTO 667
XLIV
L'anno primier del fortunate regno,
non ferma ancor ben la corona in fronte,
passera 1'Alpe, e rompera il disegno
di chi alFincontro avra occupato il monte,
da giusto spinto e generoso sdegno,
che vendicate ancor non sieno Tonte
che dal furor da paschi e mandre uscito
1'esercito di Francia avra patito.
XLV
E quindi scendera nel ricco piano
di Lombardia, col fior di Francia intorno,
e si PElvezio spezzera, ch'invano
fara mai piu pensier d'alzare il corno.
Con grande e de la Chiesa e de 1'ispano
campo e del fiorentin vergogna e scorno
espugnera il castel che prima stato
sara non espugnabile stimato.
XLVI
Sopra ogn'altr'arme, ad espugnarlo molto
piii gli varra quella onorata spada
con la qual prima avra di vita tolto
il monstro corruttor d'ogni contrada.
Convien ch'inanzi a quella sia rivolto
in fuga ogni stendardo, o a terra vada;
n6 fossa, ne ripar, ne grosse mura
possan da lei tener citta sicura.
XLVII
Questo principe avra quanta ecccellenza
aver felice imperator rnai debbia:
Fanimo del gran Cesar, la prudenza
di chi mostrolla a Transimeno e a Trebbia,
con la fortuna d'Alessandro, senza
cui saria fumo ogni disegno, e nebbia.
Sara si liberal, ch'io lo contemplo
qui non aver ne paragon ne esemplo.
668 ORLANDO FURIOSO
XLVIII
Cosi diceva Malagigi, e messe
desire a' cavalier d'aver contezza
del nome d'alcun altro ch'uccidesse
1'infernal bestia, uccider gli altri avezza.
Quivi un Bernardo tra' primi si lesse,
che Merlin molto nel suo scritto apprezza.
Fia nota per costui dicea Bibiena,
quanto Fiorenza sua vicina e Siena.
XLIX
Non mette piede inanzi ivi persona
a Sismondo, a Giovanni, a Ludovico:
un Gonzaga, un Salviati, un d'Aragona,
ciascuno al brutto mostro aspro nimico.
V'e Francesco Gonzaga, ne abandona
le sue vestigie il figlio Federico;
et ha il cognato e il genero vicino,
quel di Ferrara, e quel duca d'Urbino.
L
De 1'un di questi il figlio Guidobaldo
non vuol che '1 padre o ch'altri a dietro il metta.
Con Otobon dal Flisco, Sinibaldo
caccia la fera, e van di pari in fretta.
Luigi da Gazolo il ferro caldo
fatto nel collo le ha d'una saetta
che con Farco gli die Febo, quando anco
Marte la spada sua gli messe al fianco.
LI
Duo Erculi, duo Ippoliti da Este,
un altro Ercule, un altro Ippolito anco,
da Gonzaga, de' Medici, le peste
seguon del mostro, e Fhan cacciando stanco.
Ne Giuliano al figliuol, ne par che reste
Ferrante al fratel dietro ; ne che manco
Andrea Doria sia pronto; ne che lassi
Francesco Sforza ch'ivi uomo lo passi.
CANTO VENTESIMOSESTO 669
LII
Del generoso, illustre e chiaro sangue
d'Avalo vi son dui c'han per insegna
lo scoglio, che dal capo ai piedi d'angue
par che Fempio Tifeo sotto si tegna.
Non e di questi duo, per fare esangue
Torribil mostro, che piii inanzi vegna:
Tuno Francesco di Pescara invitto,
Paltro Alfonso del Vasto ai piedi ha scritto.
LIII
Ma Consalvo Ferrante ove ho lasciato,
Fispano onor, ch'in tanto pregio v'era,
che fu da Malagigi si lodato,
che pochi il pareggiar di quella schiera?
Guglielmo si vedea di Monferrato
fra quei che morto avean la brutta fera;
et eran pochi verso gPinfiniti
ch'ella v'avea chi morti e chi feriti.
LIV
In giuochi onesti e parlamenti lieti,
dopo mangiar, spesero il caldo giorno,
corcati su fimssimi tapeti
tra gli arbuscelli ond'era il rivo adorno.
Malagigi e Vivian, perche quieti
piu fosser gli altri, tenean 1'arrne intorno;
quando una donna senza compagnia
vider, che verso lor ratto venia.
LV
Questa era quella Ippalca a cui fu tolto
Frontino, il bon destrier, da Rodomonte.
L'avea il di inanzi ella seguito molto,
pregandolo ora, ora dicendogli onte;
ma non giovando, avea il camin rivolto
per ritrovar Ruggiero in Agrismonte.
Tra via le fu (non so gia come) detto
che quivi il troveria con Ricciardetto.
ORLANDO FURIOSO
LVI
E perche il luogo ben sapea (che v'era
stata altre volte), se ne venne al dritto
alia fontana; et in quella maniera
ve lo trovo, ch'io v'ho di sopra scritto.
Ma come buona e cauta messaggiera
che sa meglio esequir che non Pe ditto,
quando vide il fratel di Bradamante,
non conoscer Ruggier fece sembiante.
LVII
A Ricciardetto tutta rivoltosse,
si come drittamente a lui venisse ;
e quel che la conobbe, se le mosse
incontra, e domand6 dove ne gisse.
Ella ch'ancora avea le luci rosse
del pianger lungo, sospirando disse;
ma disse forte, accio che fosse espresso
a Ruggiero il suo dir, che gli era presso.
LVIII
Mi traea dietro disse per la briglia,
come imposto m'avea la tua sorella,
un bel cavallo e buono a maraviglia,
ch'ella molto ama e che Frontino appella;
e Pavea tratto piu di trenta miglia
verso Marsilia, ove venir debbe ella
fra pochi giorni, e dove ella mi disse
ch'io Paspetassi fin che vi venisse.
LIX
Era si baldanzoso il creder mio,
ch'io non stimava alcim di cor si saldo,
che me Pavesse a tor, dicendogli io
ch'era de la sorella di Rinaldo.
Ma vano il mio disegno ieri m'uscio,
che me lo tolse un Saracin ribaldo;
ne per udir di chi Frontino fusse,
a volermelo rendere s'indusse.
CANTO VENTESIMOSESTO 671
LX
Tutto leri et oggi 1'ho pregato; e quando
ho visto uscir prieghi e minaccie invano,
maledicendol molto e bestemmiando,
Tho lasciato di qui poco lontano,
dove il cavallo e se molto affannando,
s'aiuta quant o pub con Tarme in mano
contra un guerrier ch'in tal travaglio il mette,
che spero ch'abbia a far le mie vendette.
LXI
Ruggiero a quel parlar salito in piede,
ch'avea potuto a pena il tutto udire,
si volta a Ricciardetto, e per mercede
e premio e guidardon del ben servire
(prieghi aggiungendo senza fin) gli chiede
che con la donna solo il lasci gire,
tanto che '1 Saracin gli sia mostrato
ch'a lei di mano ha il buon destrier levato.
LXII
A Ricciardetto, ancor che disco rtese
il conciedere altrui troppo paresse
di terminar le a s6 debite imprese,
al voler di Ruggier pur si rimesse:
e quel licenzia dai compagni prese,
e con Ippalca a ritornar si messe,
lasciando a quei che rimanean stupore,
non maraviglia pur del suo valore.
LXIII
Poi che dagli altri allontanato alquanto
Ippalca Tebbe, gli narro ch'ad esso
era mandata da colei che tanto
avea nel core il suo valore impresso;
e senza finger piu, seguit6 quanto
la sua donna al partir le avea commesso,
e che se dianzi avea altrimente detto,
per la presenzia fu di Ricciardetto.
672 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Disse che chi le avea tolto il destriero
ancor detto Pavea con molto orgoglio:
Perche so che '1 cavallo e di Ruggiero,
piu volontier per questo te lo toglio.
S'egli di racquistarlo avra pensiero,
fagli saper (ch'asconder non gli voglio)
ch'io son quel Rodomonte il cui valore
mostra per tutto '1 mondo il suo splendore.
LXV
Ascoltando, Ruggier mostra nel volto
di quanto sdegno acceso il cor gli sia,
si perche caro avria Frontino molto,
si perche venia il dono onde venia,
si perche in suo dispregio gli par tolto.
Vede che biasmo e disonor gli fia,
se t6rlo a Rodomonte non s'affretta,
e sopra lui non fa degna vendetta.
LXVI
La donna Ruggier guida, e non soggiorna,
che por lo brama col Pagano a fronte;
e giunge ove la strada fa dua corna:
1'un va giu al piano, e 1'altro va su al monte;
e questo e quel ne la vallea ritorna,
dov'ella avea lasciato Rodomonte.
Aspra, ma breve era la via del colle;
1'altra piu lunga assai, ma piana e molle.
LXVII
II desiderio che conduce Ippalca
d'aver Frontino e vendicar 1'oltraggio,
fa che '1 sentier de la montagna calca,
onde molto piu corto era il viaggio.
Per Taltra intanto il re d'Algier cavalca
col Tartaro e cogli altri che detto aggio;
e giu nel pian la via piu facil tiene,
ne con Ruggiero ad incontrar si viene.
CANTO VENTESIMOSESTO 673
LXVIII
Gia son le lor querele differite
fin che soccorso ad Agramante sia
(questo sapete); et han d'ogni lor lite
la cagion, Doralice, in compagnia.
Ora il successo de Pistoria udite.
Alia fontana e la lor dritta via,
ove Aldigier, Marfisa, Ricciardetto,
Malagigi e Vivian stanno a diletto.
LXIX
Marfisa a' prieghi de' compagni avea
veste da donna et ornamenti presi,
di quelli ch'a Lanfusa si credea
mandare il traditor de 5 Maganzesi;
e ben che veder raro si solea
senza 1'osbergo e gli altri buoni arnesi,
pur quel di se li trasse; e come donna,
a' prieghi lor Iasci6 vedersi in gonna.
LXX
Tosto che vede il Tartaro Marfisa,
per la credenza c'ha di guadagnarla,
in ricompensa e in cambio ugual s'avisa
di Doralice, a Rodomonte darla;
si come Amor si regga a questa guisa,
che vender la sua donna o permutarla
possa Pamante, ne a ragion s'attrista,
se quando una ne perde, una n'acquista.
LXXI
Per dunque provedergli di donzella,
acci6 per se quest'altra si ritegna,
Marfisa, che gli par leggiadra e bella,
e d'ogni cavallier femina degna,
come abbia ad aver questa, come quella,
subito cara, a lui donar disegna;
e tutti i cavallier che con lei vede,
a giostra seco et a battaglia chiede.
674 ORLANDO FURIOSO
LXXII
Malagigi e Vivian, che 1'arme aveano
come per guardia e sicurta del resto,
si mossero dal luogo ove sedeano,
Tun come Paltro alia battaglia presto,
perche giostrar con amenduo credeano;
ma I 1 African che non venia per questo,
non ne fe' segno o movimento alcuno:
si che la giostra rest6 lor contra uno.
LXXIII
Viviano 6 il primo, e con gran cor si muove,
e nel venire abbassa un'asta grossa:
e '1 re pagan da le famose pruove
da 1'altra parte vien con maggior possa.
Dirizza Funo e 1'altro, e segna dove
crede meglio fermar 1'aspra percossa.
Viviano indarno a 1'elmo il pagan fere;
che non lo fa piegar, non che cadere.
LXXIV
II re pagan, ch'avea piu Tasta dura,
fe' lo scudo a Vivian parer di ghiaccio;
e fuor di sella in mezzo alia verdura,
all'erbe e ai fiori il fe' cadere in braccio.
Vien Malagigi, e ponsi in aventura
di vendicare il suo fratello avaccio;
ma poi d'andargli appresso ebbe tal fretta,
che gli fe' compagnia piu che vendetta.
LXXV
L'altro fratel fu prima del cugino
colParme indosso, e sul destrier salito;
e disfidato contra il Saracino
venne a scontrarlo a tutta briglia ardito,
Rison6 il colpo in mezzo a 1'elmo fino
di quel pagan sotto la vista un dito :
volo al ciel 1'asta in quattro tronchi rotta;
ma non mosse il pagan per quella botta.
CANTO VENTESIMOSESTO 675
LXXVI
II pagan ferl lui dal lato manco;
e perche il colpo fu con troppa forza,
poco lo scudo e la corazza manco
gli valse, che s'aprir come una scorza.
Pass6 il ferro crudel Tomero bianco:
pieg6 Aldigier ferito a poggia e ad orza;
tra fiori et erbe al fin si vide avolto,
rosso su Parme e pallido nel volto.
LXXVII
Con molto ardir vien Ricciardetto appresso;
e nel venire arresta si gran lancia,
che mostra ben, come ha mostrato spesso,
che degnamente e paladin di Francia:
et al pagan ne facea segno espresso,
se fosse stato pari alia bilancia;
ma sozzopra n'and6, perche il cavallo
gli cadde adosso, e non gia per suo fallo.
LXXVIII
Poi ch'altro cavallier non si dimostra,
ch'al pagan per giostrar volti la fronte,
pensa aver guadagnato de la giostra
la donna, e venne a lei presso alia fonte;
e disse : Damigella, sete nostra,
s'altri non e per voi ch'in sella monte.
Nol potete negar, ne fame iscusa;
che di ragion di guerra cosi s'usa.
LXXIX
Marfisa, alzando con un viso altiero
la faccia, disse : II tuo parer molto erra.
lo ti concedo che diresti il vero,
ch'io sarei tua per la ragion di guerra,
quando mio signor fosse o cavalliero
alcun di questi c'hai gittato in terra,
lo sua non son, ne d'altri son che mia:
dunque me tolga a me chi mi desia.
676 ORLANDO FURIOSO
LXXX
So scudo e lancia adoperare anch'io,
e piu d'un cavalliero in terra ho posto.
Datemi Parme, disse e il destrier mio ,
agli scudier che Pubbidiron tosto.
Trasse la gonna, et in farsetto uscio ;
e le belle fattezze e il ben disposto
corpo mostro, ch'in ciascuna sua parte,
fuor che nel viso, assimigliava a Marte.
LXXXI
Poi che fu armata, la spada si cinse
e sul destrier monto d'un leggier salto ;
e qua e la tre volte e piu lo spinse,
e quinci e quindi fe' girare in alto;
e poi sfidando il Saracino strinse
la grossa lancia, e cominci6 1'assalto.
Tal nel campo troian Pentesilea
contra il tessalo Achille esser dovea.
LXXXII
Le lance infin al calce si fiaccaro
a quel superbo scontro, come vetro;
ne per6 chi le corsero, piegaro,
che si notasse, un dito solo a dietro.
Marfisa che volea conoscer chiaro
s'a piu stretta battaglia simil metro
le serverebbe contra il fier pagano,
se gli rivolse con la spada in mano.
LXXXIII
Bestemmi6 il cielo e gli elementi il crudo
pagan, poi che restar la vide in sella:
ella, che gli pens6 romper lo scudo,
non men sdegnosa contra il ciel favella.
Gia Tuno e Paltro ha in mano il ferro nudo,
e su le fatal arme si martella:
1'arme fatali han parimente intorno,
che mai non bisognar piu di quel giorno.
CANTO VENTESIMOSESTO 677
LXXXIV
Si buona e quella piastra e quella maglia,
che spada o lancia non le taglia o fora;
si che potea seguir 1'aspra battaglia
tutto quel giorno e 1'altro appresso ancora.
Ma Rodomonte in mezzo lor si scaglia,
e riprende il rival de la dimora,
dicendo: Se battaglia pur far vuoi,
finian la cominciata oggi fra noi.
LXXXV
Facemmo, come sai, triegua con patto
di dar soccorso alia milizia nostra.
Non debbian, prima che sia questo fatto,
incominciare altra battaglia o giostra.
Indi a Marfisa, riverente in atto
si volta, e quel messaggio le dimostra;
e le racconta come era venuto
a chieder lor per Agramante aiuto.
LXXXVI
La priega poi che le piaccia non solo
lasciar quella battaglia o differire,
ma che voglia in aiuto del figliuolo
del re Troian con essi lor venire;
onde la fama sua con maggior volo
potra far meglio infin al ciel salire,
che per querela di poco momento
dando a tanto disegno impedimento.
LXXXVII
Marfisa, che fu sempre disiosa
di provar quei di Carlo a spada e a lancia,
ne 1'avea indotta a venire altra cosa
di si lontana regione in Francia,
se non per esser certa se famosa
lor nominanza era per vero o ciancia,
tosto d'andar con lor partito prese
che d' Agramante il gran bisogno intese.
678 ORLANDO FURIOSO
LXXXVIII
Ruggiero in questo mezzo avea seguito
indarno Ippalca per la via del monte;
e trov6, giunto al loco, che partito
per altra via se n'era Rodomonte:
e pensando che lungi non era ito,
e che '1 sentier tenea dritto alia fonte,
trottando in fretta dietro gli venia
per Forme ch'eran fresche in su la via.
LXXXIX
Volse che Ippalca a Montalban pigliasse,
la via, ch'una giornata era vicino;
perche s'alla fontana ritornasse,
si torria troppo dal dritto camino.
E disse a lei che gia non dubitasse
che non s'avesse a ricovrar Frontino:
ben le farebbe a Montalbano, o dove
ella si trovi, udir tosto le miove.
xc
E le diede la lettera che scrisse
in Agrismonte, e che si port6 in seno;
e molte cose a bocca anco le disse,
e la prego che 1'escusasse a pieno.
Ne la memoria Ippalca il tutto fisse,
prese licenzia e volt6 il palafreno;
e non cess6 la buona messaggiera
ch'in Montalban si ritrov6 la sera.
xci
Seguia Ruggiero in fretta il Saracino
per Tonne ch'apparian ne la via piana,
ma non lo giunse prima che vicino
con Mandricardo il vide alia fontana.
Gia promesso s'avean che per camino
Tun non farebbe all'altro cosa strana,
ne fin ch'al campo si fosse soccorso,
a cui Carlo era appresso a porre il morso.
CANTO VENTESIMOSESTO 679
XCII
Quivi giunto Ruggier Frontin conobbe,
e conobbe per lui chi adosso gli era;
e su la lancla fe' le spalle gobbe,
e sfido 1 ? African con voce altiera.
Rodomonte quel di fe* piu che lobbe,
poi che dom6 la sua superbia fiera;
e ricus6 la pugna ch'avea usanza
di sempre egli cercar con ogni instanza.
XCIII
II primo giorno e Tultimo, che pugna
mai ricusasse il re d'Algier, fu questo;
ma tanto il desiderio che si giugna
in soccorso al suo re gli pare onesto,
che se credesse aver Ruggier ne 1'ugna
piu che mai lepre il pardo isnello e presto,
non se vorria fermar tanto con lui,
che fesse un colpo de la spada o dui.
xciv
Aggiungi che sapea ch'era Ruggiero
che seco per Frontin facea battaglia,
tanto famoso, ch'altro cavalliero
non e ch'a par di lui di gloria saglia,
Puom che bramato ha di saper per vero
esperimento quanto in arme vaglia;
e pur non vuol seco accettar Timpresa:
tanto Passedio del suo re gli pesa.
xcv
Trecento miglia sarebbe ito e mille,
se cio non fosse, a comperar tal lite;
ma se Tavesse oggi sfidato Achille,
piu fatto non avria di quel ch'udite:
tanto a quel punto sotto le faville
le fiamme avea del suo furor sopite.
Narra a Ruggier perch< pugna rifiuti ;
et anco il priega che 1'impresa aiuti:
68o ORLANDO FURIOSO
XCVI
che facendol, fark quel che far deve
al suo signore un cavallier fedele.
Sempre che questo assedio poi si leve,
avra ben tempo da finir querele.
Ruggier rispose a lui: Mi sara lieve
differir questa pugna, fin che de le
forze di Carlo si traggia Agramante,
pur che mi rendi il mio Frontino inante.
xcvn
Se di provarti c'hai fatto gran fallo,
e fatto hai cosa indegna ad un uom forte,
d'aver tolto a una donna il mio cavallo,
vuoi ch'io prolunghi fin che siamo in corte,
lascia Frontino, e nel mio arbitrio dallo.
Non pensare altrimente ch'io sopporte
che la battaglia qui tra noi non segua,
o ch'io ti faccia sol d'un'ora triegua.
XCVIII
Mentre Ruggiero all' African domanda
o Frontino o battaglia allora allora;
e quello in lungo e Funo e 1'altro manda,
ne" vuol dare il destrier, ne far dimora;
Mandricardo ne vien da un'altra banda,
e mette in campo un'altra lite ancora,
poi che vede Ruggier che per insegna
porta Faugel che sopra gli altri regna.
xcix
Nel campo azzur 1'aquila bianca avea,
che de' Troiani fu Pinsegna bella:
perche Ruggier Porigine traea
dal fortissimo Ett6r, portava quella.
Ma questo Mandricardo non sapea;
ne vuol patire, e grande ingiuria appella,
che ne lo scudo un altro debba porre
1'aquila bianca del famoso Ettorre.
CANTO VENTESIMOSESTO 68l
C
Portava Mandricardo similmente
1'augel che rapi in Ida Ganimede.
Come Febbe quel di che fu vincente
al castel periglioso, per mercede,
credo vi sia con 1'altre istorie a mente,
e come quella fata gli lo diede
con tutte le bell'arme che Vulcano
avea gia date al cavallier troiano.
ci
Altra volta a battaglia erano stati
Mandricardo e Ruggier solo per questo;
e per che caso fosser distornati,
io nol dir6; che gia v'& manifesto.
Dopo non s'eran mai piu raccozzati,
se non quivi ora; e Mandricardo presto,
visto lo scudo, alz6 il superbo grido
minacciando, e a Ruggier disse: Io ti sfido.
en
Tu la mia insegna, temerario, porti;
ne questo e il primo di ch'io te 1'ho detto.
E credi, pazzo, ancor ch'io tel comporti,
per una volta ch'io t'ebbi rispetto ?
Ma poi che ne minaccie ne conforti
ti pon questa follia levar del petto,
ti mostrer6 quanto miglior partito
t'era d'avermi subito ubbidito.
cm
Come ben riscaldato arrido legno
a piccol soffio subito s'accende,
cosi s'avampa di Ruggier lo sdegno
al primo motto che di questo intende.
Ti pensi disse farmi stare al segno,
perche quest'altro ancor meco contende?
Ma mostrerotti ch'io son buon per t6rre
Frontino a lui, lo scudo a te d'Ettorre.
682 ORLANDO FURIOSO
CIV
Un'altra volta pur per questo venni
teco a battaglia, e non e gran tempo anco;
ma d'ucciderti allora mi contenni,
perche tu non avevi spada al fianco.
Questi fatti saran, quelli fur cenni;
e mal sara per te quelPaugel bianco,
ch'antiqua insegna e stata di mia gente:
tu te Pusurpi, io '1 porto giustamente.
cv
Anzi t'usurpi tu 1'insegna mia!
rispose Mandricardo ; e trasse il brando,
quello che poco inanzi per follia
avea gittato alia foresta Orlando.
II buon Ruggier, che di sua cortesia
non puo non sempre ricordarsi, quando
vide il Pagan ch'avea tratta la spada,
Iasci6 cader la lancia ne la strada.
cvi
E tutto a un tempo Balisarda stringe,
la buona spada, e me' lo scudo imbraccia:
ma FAfricano in mezzo il destrier spinge,
e Marfisa con lui presta si caccia;
e 1'uno questo, e Paltro quel respinge,
e priegano amendui che non si faccia.
Rodomonte si duol che rotto il patto
due volte ha Mandricardo che fu fatto,
evil
Prima, credendo d'acquistar Marfisa,
fermato s'era a far piu d'una giostra;
or per privar Ruggier d'una divisa,
di curar poco il re Agramante mostra.
Se pur dicea dei fare a questa guisa,
finian prima tra noi la lite nostra,
conveniente e piu debita assai,
ch'alcuna di quest'altre che prese hai.
CANTO VENTESIMOSESTO 683
CVIII
Con tal condizion fu stabilita
la triegua e questo accordo ch'e fra nui.
Come la pugna teco avr6 finita,
poi del destrier risponder6 a costui.
Tu del tuo scudo, rimanendo in vita,
al lite avrai da terminar con lui;
ma ti dar6 da far tanto, mi spero,
che non n'avanzara troppo a Ruggiero.
cix
La parte che ti pensi, non n'avrai:
rispose Mandricardo a Rodomonte
io te ne daro piu che non vorrai,
e ti faro sudar dal pie alia fronte :
e me ne rimarra per darne assai
(come non manca mai 1'acqua del fonte)
et a Ruggiero et a milPartri seco,
e a tutto il mondo che la voglia meco.
ex
Moltiplicavan Tire e le parole
quando da questo e quando da quel lato:
con Rodomonte e con Ruggier la vuole
tutto in un tempo Mandricardo irato;
Ruggier, ch'oltraggio sopportar non suole,
non vuol piii accordo, anzi litigio e piato;
Marfisa or va da questo or da quel canto
per riparar, ma non pu6 sola tanto.
CXI
Come il villan, se fuor per Palte sponde
trapela il fiume e cerca nuova strada,
frettoloso a vietar che non affonde
i verdi paschi e la sperata biada,
chiude una via et un'altra, e si confonde;
che se ripara quinci che non cada,
quindi vede lassar gli argini molli,
e fuor 1'acqua spicciaf con piu rampolli:
684 ORLANDO FURIOSO
CXII
cosi, mentre Ruggiero e Mandricardo
e Rodomonte son tutti sozzopra,
ch'ognun vuol dimostrarsi piu gagliardo
et ai compagni rimaner di sopra,
Marfisa ad acchetarli have riguardo,
e s'affatica, e perde il tempo e Topra;
che come ne spicca uno e lo ritira,
gli altri duo risalir vede con ira.
CXIII
Marfisa, che volea porgli d'accordo,
dicea: Signori, udite il mio consiglio:
differire ogni lite e buon ricordo
fin ch'Agramante sia fuor di periglio.
S'ognun vuole al suo fatto essere ingordo,
anch'io con Mandricardo mi ripiglio;
e vo' vedere al fin se guadagnarme,
come egli ha detto, e buon per forza d'arme.
cxiv
Ma se si de' soccorrere Agramante,
soccorrasi, e tra noi non si contenda.
Per me non si stara d'andare inante,
disse Ruggier pur che J l destrier si renda.
che mi dia il cavallo, a far di tante
una parola, o che da me il difenda:
o che qui morto ho da restare, o ch'io
in campo ho da tornar sul destrier mio.
cxv
Rispose Rodomonte : Ottener questo
non fia cosi, come quell' altro, lieve.
E seguit6 dicendo : lo ti protesto
che s'alcun danno il nostro re riceve,
fia per tua colpa; ch'io per me non resto
di fare a tempo quel che far si deve.
Ruggiero a quel protesto poco bada;
ma stretto dal furor stringe la spada.
CANTO VENTESIMOSESTO 685
CXVI
Al re d'Algier come cingial si scaglia,
e 1'urta con lo scudo e con la spalla;
e in mo do lo disordina e sbarraglia,
che fa che d'una staffa il pie gli falla.
Mandricardo gli grida: O la battaglia
differisci, Ruggiero, o meco falla ;
e crudele e fellon phi che mai fosse,
Ruggier su Felmo in questo dir percosse.
CXVII
Fin sul collo al destrier Ruggier s'inchina,
ne quando vuolsi rilevar si puote;
perche gli sopragiunge la ruina
del figlio d'Ulien che lo percuote.
Se non era di tempra adamantina,
fesso Pelmo gli avria fin tra le gote.
Apre Ruggier le mani per Pambascia,
e Tuna il fren, Taltra la spada lascia.
CXVIII
Se lo porta il destrier per la campagna:
dietro gli resta in terra Balisarda.
Marfisa che quel di fatta compagna
se gli era d'arme, par ch'avampi et arda,
che solo fra que' duo cosi rimagna:
e come era magnanima e gagliarda,
si drizza a Mandricardo, e col potere
ch'avea maggior sopra la testa il fiere.
cxix
Rodomonte a Ruggier dietro si spinge:
vinto e Frontin, s'un'altra gli n'appicca;
ma Ricciardetto con Vivian si stringe,
e tra Ruggiero e '1 Saracin si ficca.
L'uno urta Rodomonte e lo rispinge,
e da Ruggier per forza lo dispicca;
Faltro la spada sua, che fa Viviano,
pone a Ruggier, gia risentito, in mano.
686 ORLANDO FURIOSO
CXX
Tosto che '1 buon Ruggiero in se ritorna,
e che Vivian la spada gli appresenta,
a vendicar I'ingiuria non soggiorna,
e verso il re d'Algier ratto s'aventa,
come il leon che tolto su le corna
dal hue sia stato, e che '1 dolor non senta:
si sdegno et ira et impeto Taffretta,
stimula e sferza a far la sua vendetta.
CXXI
Ruggier sul capo al Saracin tempesta:
e se la spada sua si ritrovasse,
che, come ho detto, al comminciar di questa
pugna, di man gran fellonia gli trasse,
mi credo ch'a difendere la testa
di Rodomonte Felmo non bastasse,
Pelmo che fece il re far di Babelle
quando muover pens6 guerra alle stelle.
cxxn
La Discordia, credendo non potere
altro esser quivi che contese e risse,
ne vi dovesse mai piu luogo avere
pace o triegua, alia sorella disse
ch'omai sicuramente a rivedere
1 monachetti suoi seco venisse.
Lascianle andare, e stian noi dove in fronte
Ruggiero avea ferito Rodomonte.
CXXIII
Fu il colpo di Ruggier di si gran forza,
che fece in su la groppa di Frontino
percuoter 1'elmo e quella dura scorza
di ch'avea armato il dosso il Saracino,
e lui tre volte e quattro a poggia e ad orza
piegar per gire in terra a capo chino;
e la spada egli ancora avria perduta,
se legata alia man non fosse suta.
CANTO VENTESIMOSESTO 687
CXXIV
Avea Marfisa a Mandricardo intanto
fatto sudar la fronte, il viso e il petto,
et egli aveva a lei fatto altretanto ;
ma si Tosbergo d'ambi era perfetto,
che mai poter falsarlo in nessun canto,
e stati eran sin qui pari in effetto:
ma in un voltar che fece il suo destriero,
bisogno ebbe Marfisa di Ruggiero.
cxxv
II destrier di Marfisa in un voltarsi
che fece stretto, ov'era molle il prato,
sdrucciolb in guisa, che non pote aitarsi
di non tutto cader sul destro lato;
e nel volere in fretta rilevarsi,
da Brigliador fu pel traverse urtato,
con che il pagan poco cortese venne;
si che cader di nuovo gli convenne.
cxxvi
Ruggier che la donzella a mal partito
vide giacer, non differ! il soccorso,
or che 1'agio n'avea, poi che stordito
da se lontan quell'altro era trascorso:
feri su 1'elmo il Tartaro; e partito
quel colpo gli avria il capo, come un torso,
se Ruggier Balisarda avesse avuta,
o Mandricardo in capo altra barbuta.
cxxvn
II re d'Algier che si risente in questo,
si volge intorno, e Ricciardetto vede;
e si ricorda che gli fu molesto
dianzi, quando soccorso a Ruggier diede.
A lui si drizza, e saria stato presto
a darli del ben fare aspra mercede,
se con grande arte e nuovo incanto tosto
non se gli fosse Malagigi opposto.
688 ORLANDO FURIOSO
CXXVIII
Malagigi, che sa d'ogni malia
quel che ne sappia alcun mago eccellente,
ancor che '1 libro suo seco non sia,
con che fermare il sole era possente,
pur la scongiurazione onde solia
commandare ai demonii aveva a mente:
tosto in corpo al ronzino un ne constringe
di Doralice, et in furor lo spinge.
cxxix
Nel mansueto ubino che sul dosso
avea la figlia del re Stordilano,
fece entrar un degli angel di Minosso
sol con parole il frate di Viviano:
e quel che dianzi mai non s'era mosso,
se non quanto ubidito avea alia mano,
or d'improviso spicc6 in aria un salto,
che trenta pie fu lungo e sedeci alto.
cxxx
Fu grande il salto, non per6 di sorte
che ne dovesse alcun perder la sella.
Quando si vide in alto, grid6 forte
(che si tenne per morta) la donzella.
Quel ronzin, come il diavol se lo porte,
dopo un gran salto se ne va con quella,
che pur grida soccorso, in tanta fretta,
che non 1'avrebbe giunto una saetta.
cxxxi
Da la battaglia il figlio d'Ulieno
si Iev6 al primo suon di quella voce;
e dove furiava il palafreno,
per la donna aiutar n'ando veloce.
Mandricardo di lui non fece meno,
ne piu a Ruggier, ne piu a Marfisa n6ce;
ma senza chieder loro o paci o tregue,
e Rodomonte e Doralice segue.
CANTO VENTESIMOSESTO 689
CXXXII
Marfisa intanto si levo di terra,
e tutta ardendo di disdegno e d'ira,
credesi far la sua vendetta, et erra;
che troppo lungi il suo nimico mira.
Ruggier, ch'aver tal fin vede la guerra,
mgge come un leon, non che sospira.
Ben sanno che Frontino e Brigliadoro
giunger non ponno coi cavalli loro.
cxxxin
Ruggier non vuol cessar fin che decisa
col re d'Algier non Pabbia del cavallo:
non vuol quietar il Tartaro Marfisa,
che provato a suo senno anco non hallo.
Lasciar la sua querela a questa guisa
parrebbe all'uno e alPaltro troppo fallo.
Di commune parer disegno fassi
di chi offesi gli avea seguire i passi.
cxxxiv
Nel campo saracin li troveranno,
quando non possan ritrovarli prima;
che per levar Fassedio iti seranno,
prima che *1 re di Francia il tutto opprima.
Cosi dirittamente se ne vanno
dove averli a man salva fanno stima.
Gia non and6 Ruggier cos! di botto,
che non facesse ai suoi compagni motto.
cxxxv
Ruggier se ne ritorna ove in disparte
era il fratel de la sua donna bella,
e se gli proferisce in ogni parte
amico, per fortuna e buona e fella:
indi lo priega (e lo fa con bella arte)
che saluti in suo nome la sorella;
e questo cosi ben gli venne detto,
che ne a lui die ne agli altri alcun sospetto.
69 ORLANDO FURIOSO
CXXXVI
E da lui, da Vivian, da Malagigi,
dal ferito Aldigier tolse commiato.
Si proferiro anch'essi alii servigi
di lui, debitor sempre in ogni lato.
Marfisa avea si il cor d'ire a Parigi,
che '1 salutar gli amici avea scordato;
ma Malagigi and6 tanto e Viviano,
che pur la salutaron di lontano;
cxxxvu
e cosi Ricciardetto ; ma Aldigiero
giace, e convien che suo mal grado resti.
Verso Parigi avean preso il sentiero
quelli duo prima, et or lo piglian questi.
Dirvi, Signer, ne 1'altro canto spero
miracolosi e sopraumani gesti,
che con danno degli uomini di Carlo
ambe le coppie fer di ch'io vi parlo.
CANTO VENTESIMOSETTIMO 691
CANTO VENTESIMOSETTIMO
I
Molti consigll de le donne sono
meglio improvise, ch'a pensarvi, usciti;
che questo e speziale e proprio dono
fra tanti e tanti lor dal ciel largiti.
Ma pu6 mal quel degli uomini esser buono,
che mature discorso non aiti,
ove non s'abbia a ruminarvi sopra
speso alcun tempo e molto studio et opra.
ii
Parve, e non fu per6 buono il consiglio
di Malagigi, ancor che (come ho detto)
per questo di grandissimo periglio
liberassi il cugin suo Ricciar detto.
A levare indi Rodomonte e il figlio
del re Agrican, lo spirto avea constretto,
non awertendo che sarebbon tratti
dove i cristian ne rimarrian disfatti.
in
Ma se spazio a pensarvi avesse avuto,
creder si pu6 che dato similmente
al suo cugino avria debito aiuto,
ne fatto danno alia cristiana gente.
Commandare allo spirto avria potuto,
ch'alla via di levante o di ponente
si dilungata avesse la donzella,
che non n'udisse Francia piu novella.
692 ORLANDO FURIOSO
IV
Cosi gli amanti suoi 1'avrian seguita,
come a Parigi, anco in ogn'altro loco;
ma fu questa awertenza inawertita
da Malagigi, per pensarvi poco :
e la Malignita dal ciel bandita,
che sempre vorria sangue e strage e fuoco,
prese la via donde piu Carlo afflisse,
poi che nessuna il mastro gli prescrisse.
II palafren ch'avea il demonio al fianco,
porto la spaventata Doralice,
che non pote arrestarla fiume, e manco
fossa, bosco, parade, erta o pen dice:
fin che per mezzo il campo inglese e franco,
e Taltra moltitudine fautrice
de Tinsegne di Cristo, rassegnata
non 1'ebbe al padre suo re di Granata.
VI
Rodomonte col figlio d'Agricane
la seguitaro il primo giorno im pezzo,
che le vedean le spalle, ma lontane:
di vista poi perderonla da sezzo,
e venner per la traccia, come il cane
la lepre o il capriol trovare avezzo;
ne si fermar, i che furo in parte dove
di lei ch'era col padre ebbono nuove.
VII
Guardati, Carlo, che '1 ti viene adosso
tanto furor, ch'io non ti veggo scampo :
ne questi pur, ma '1 re Gradasso e mosso
con Sacripante a danno del tuo campo.
Fortuna, per toccarti fin alPosso,
ti tolle a un tempo Tuno e Paltro lampo
di forza e di saper, che vivea teco;
e tu rimaso in tenebre sei cieco.
CANTO VENTESIMOSETTIMO 693
VIII
lo ti dico d* Orlando e di Rinaldo;
che 1'uno al tutto furioso e folle,
al sereno, alia pioggia, al freddo, al caldo,
nudo va discorrendo il piano e J l colle:
Taltro, con senno non troppo phi saldo,
d'appresso al gran bisogno ti si tolle;
che non trovando Angelica in Parigi,
si parte, e va cercandone vestigi.
IX
Un fraudolente vecchio incantatore
gli fe* (come a principio vi si disse)
creder per un fantastico suo errore
che con Orlando Angelica vemsse:
onde di gelosia tocco nel core,
de la maggior ch'amante mal sentisse,
venne a Parigi, e come apparve in corte,
d'ire in Bretagna gli tocco per sorte.
x
Or fatta la battaglia onde portonne
egli 1'onor d'aver chiuso Agramante,
torno a Parigi, e monister di donne
e case e rocche cerco tutte quante.
Se murata non e tra le colonne,
Favria trovata il curioso amante.
Vedendo al fin ch'ella non v'e n6 Orlando,
amenduo va con gran disio cercando.
XI
Pens6 che dentro Anglante o dentro a Brava
se la godesse Orlando in festa e in giuoco;
e qua e la per ritrovarla andava,
ne in quel la ritrov6 ne in questo loco.
A Parigi di nuovo ritornava,
pensando che tardar dovesse poco
di capitare il paladino al varco;
che '1 suo star fuor non era senza incarco.
694 ORLANDO FURIOSO
XII
Un giorno o duo ne la citta soggiorna
Rinaldo; e poi ch' Orlando non arriva,
or verso Anglante, or verso Brava torna,
cercando se di lui novella udiva.
Cavalca e quando annotta e quando aggiorna,
alia fresca alba e all'ardente ora estiva;
e fa al lume del sole e de la luna
dugento volte questa via, non ch'una.
XIII
Ma Pantiquo aversario, il qua! fece Eva
alFinterdetto pome alzar la mano,
a Carlo un giorno i lividi occhi leva,
che '1 buon Rinaldo era da lui lontano;
e vedendo la rotta che poteva
darsi in quel punto al populo cristiano,
quanta eccellenzia d'arme al mondo fusse
fra tutti i Saracini, ivi condusse.
XIV
Al re Gradasso e al buon re Sacripante,
ch'eran fatti compagni all'uscir fuore
de la piena d } error casa d'Atlante,
di venire in soccorso messe in core
alle genti assediate d'Agramante,
e a distruzion di Carlo imperatore:
et egli per 1'incognite contrade
fe' lor la scorta e agevolo le strade.
xv
Et ad un altro suo diede negozio
d'affrettar Rodomonte e Mandricardo
per le vestigie donde P altro sozio
a condur DoraKce non e tardo.
Ne manda ancora un altro, perche* in ozio
non stia Marfisa ne Ruggier gagliardo:
ma chi guid6 1'ultima coppia tenne
la briglia piii, n6 quando gli altri venne.
CANTO VENTESIMOSETTIMO 695
XVI
La coppia di Marfisa e di Ruggiero
di mezza ora plu tarda si condusse;
per6 ch'astutamente P angel nero,
volendo agli cristian dar de le busse,
provide che la lite del destriero
per impedire il suo desir non fusse,
che rinovata si saria, se giunto
fosse Ruggiero e Rodomonte a un punto.
XVII
I quattro primi si trovaro insieme
onde potean veder gli alloggiamenti
de 1'esercito oppresso e di chi '1 preme,
e le bandiere in che feriano i venti.
Si consigliaro alquanto; e fur 1'estreme
conclusion dei lor ragionamenti
di dare aiuto, mal grado di Carlo,
al re Agramante, e de Tassedio trarlo.
XVIII
Stringonsi insieme, e prendono la via
per mezzo ove s'alloggiano i cristiani,
gridando Africa e Spagna tuttavia;
e si scopriro in tutto esser pagani.
Pel campo, arme, arme risonar s'udia;
ma menar si sentir prima le mani:
e de la retroguardia una gran frotta,
non ch'assalita sia, ma fugge in rotta.
XIX
L'esercito cristian mosso a tumulto
sozzopra va senza sapere il fatto.
Estima alcun che sia un usato insulto
che Svizzari o Guasconi abbino fatto.
Ma perch' alia piu parte e il caso occulto,
s'aduna insieme ogni nazion di fatto,
altri a suon di tamburo, altri di tromba:
grande 6 J l rumore, e fin al ciel rimbomba.
696 ORLANDO FURIOSO
XX
II magno imperator, fuor che la testa,
e tutto armato, e i paladini ha presso;
e domandando vien che cosa e questa
che le squadre in disordine gli ha messo;
e minacciando, or questi or quelli arresta;
e vede a molti il viso o il petto fesso,
ad altri insanguinare o il capo o il gozzo,
alcim tornar con mano o braccio mozzo.
XXI
Giunge piu inanzi, e ne ritrova molti
giacere in terra, anzi in vermiglio lago
nel proprio sangue orribilmente involti,
ne giovar lor pub medico ne mago;
e vede dagli busti i capi sciolti
e braccia e gambe con crudele imago;
e ritrova dai primi alloggiamenti
agli ultimi per tutto uornini spenti.
XXII
Dove passato era il piccol drappello,
di chiara fama eternamente degno,
per lunga riga era rimaso quello
al mondo sempre memorabil segno.
Carlo mirando va il crudel macello,
maraviglioso, e pien d'ira e di sdegno,
come alcuno, in cui danno il fulgur venne,
cerca per casa ogni sentier che tenne.
XXIII
Non era agli ripari anco arrivato
del re african questo primiero aiuto,
che con Marfisa fu da un altro lato
I'animoso Ruggier sopravenuto.
Poi ch'una volta o due Tocchio aggirato
ebbe la degna coppia, e ben veduto
qual via piu breve per soccorrer fosse
1'assediato signor, ratto si mosse.
CANTO VENTESIMOSETTIMO 697
XXIV
Come quando si da fuoco alia mina,
pel lungo solco de la negra polve
licenziosa fiamma arde e camina
si ch'occhio a dietro a pena se le volve;
e qual si sente poi 1'alta ruina
che '1 duro sasso o il grosso muro solve:
cosi Ruggiero e Marfisa veniro,
e tai ne la battaglia si sentiro.
xxv
Per lungo e per traverse a fender teste
incominciaro, e tagliar braccia e spalle
de le turbe che male erano preste
ad espedire e sgombrar loro ilcalle.
C'ha notato il passar de le tempeste,
ch'una parte d'un monte o d'una valle
offende, e 1'altra lascia, s'appresenti
la via di questi duo fra quelle genti.
XXVI
Molti che dal furor di Rodomonte
e di quegli altri primi eran ftiggiti,
Dio ringraziavan ch'avea lor si pronte
gambe concesse, e piedi si espediti;
e poi dando del petto e de la fronte
in Marfisa e in Ruggier, vedean scherniti,
come 1'uom ne per star ne per fuggire,
al suo fisso destin puo contradire.
XXVII
Chi fugge Tun pericolo, rimane
ne Taltro, e paga il fio d'ossa e di polpe.
Cosi cader coi figli in bocca al cane
suol, sperando fuggir, timida volpe,
poi che la caccia de T antique tane
il suo vicin che le da mille colpe,
e cautamente con fumo e con fuoco
turbata Tha da non temuto loco.
698 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
Negli ripari entro de' Saracini
Marfisa con Ruggiero a salvamento.
Quivi tutti con gli occhi al ciel supini
Dio ringraziar del buono awenimento.
Or non v'e piii timor de' paladini :
il piu tristo pagan ne sfida cento;
et e concluso che senza riposo
si torni a fare il campo sanguinoso.
XXIX
Corni, bussoni, timpani moreschi
empieno il ciel di formidabil suoni:
ne Paria tremolare ai venti freschi
si veggon le bandiere e i gonfaloni.
Da Taltra parte i capitan carleschi
stringon con Alamanni e con Britoni
quei di Francia, d'ltalia e d'Inghilterra;
e si mesce aspra e sanguinosa guerra.
XXX
La forza del terribil Rodomonte,
quella di Mandricardo furibondo,
quella del buon Ruggier, di virtu fonte,
del re Gradasso, si famoso al mondo,
e di Marfisa Pintrepida fronte,
col re circasso a nessun mai secondo,
feron chiamar san Gianni e san Dionigi
al re di Francia, e ritrovar Parigi.
XXXI
Di questi cavallieri e di Marfisa
Far dire invitto e la mirabil possa
non fu, Signer, di sorte, non fu in guisa
ch'imaginar, non che descriver possa.
Quindi si pub stimar che gente uccisa
fosse quel giorno, e che crudel percossa
avesse Carlo. Arroge poi con loro
con Ferrau piu d'un famoso Moro.
CANTO VENTESIMOSETTIMO 699
XXXII
Molti per fretta s'affogaro in Senna
(che '1 ponte non potea supplire a tanti),
e desiar, come Icaro, la penna,
perche la morte avean dietro e davanti.
Eccetto Uggieri e il marchese di Vienna,
i paladin fur presi tutti quanti.
Olivier ritorn6 ferito sotto
la spalla destra, Uggier col capo rotto.
XXXIII
E se, come Rinaldo e come Orlando,
lasciato Brandimarte avesse il giuoco,
Carlo n'andava di Parigi in bando,
se potea vivo uscir di si gran fuoco.
Ci6 che pote, fe j Brandimarte, e quando
non pote piu, diede alia furia loco.
Cosi Fortuna ad Agramante arrise,
ch'un'altra volta a Carlo assedio mise.
XXXIV
Di vedovelle i gridi e le querele,
e d'orfani fanciulli e di vecchi orbi,
ne Teterno seren dove Michele
sedea, salir fuor di questi aer torbi;
e gli fecion veder come il fedele
popul preda de' lupi era e de' corbi,
di Francia, d'Inghilterra e di Lamagna,
che tutta avea coperta la campagna.
xxxv
Nel viso s'arrossi P angel beato,
parendogli che mal fosse ubidito
al Creatore, e si chiamo ingannato
da la Discordia perfida e tradito.
D'accender liti tra i pagani dato
le avea 1'assunto, e mal era esequito;
anzi tutto il contrario al suo disegno
parea aver fatto, a chi guardava al segno.
700 ORLANDO FURIOSO
XXXVI
Come servo fedel, che piu d'amore
che di memoria abondi, e che s'aveggia
aver messo in oblio cosa ch'a core
quanto la vita e Tanima aver deggia,
studia con fretta d'emendar 1'errore,
ne vuol che prima il suo signor lo veggia;
cosi Fangelo a Dio salir non volse,
se de Tobligo prima non si sciolse.
XXXVII
Al monister, dove altre volte avea
la Discordia veduta, drizz6 Tali.
Trovolla ch'in capitulo sedea
a nuova elezion degli ufficiali;
e di veder diletto si prendea
volar pel capo a j frati i breviali.
Le man le pose 1'angelo nel crine,
e pugna e calci le die senza fine.
XXXVIII
Indi le roppe un manico di croce
per la testa, pel dosso e per le braccia.
Merce grida la misera a gran voce,
e le ginocchia al divin nunzio abbraccia.
Michel non 1'abandona, che veloce
nel campo del re d' Africa la caccia;
e poi le dice: Aspettati aver peggio,
se fuor di questo campo piu ti veggio.
xxxix
Come che la Discordia avesse rotto
tutto il dosso e le braccia, pur temendo
un'altra volta ritrovarsi sotto
a quei gran colpi, a quel furor tremendo,
corre a pigliare i mantici di botto,
et agli accesi fuochi esca aggiungendo,
et accendendone altri, fa salire
da molti cori un alto incendio d'ire.
CANTO VENTESIMOSETTIMO
XL
E Rodomonte e Mandricardo e insieme
Ruggier n'infiamma si, che inanzi al Moro
li fa tutti venire, or che non preme
Carlo i pagani, anzi il vantaggio e loro.
Le differenzie narrano, et il seme
fanno saper, da cui produtte foro ;
poi del re si rimettono al parere,
chi di lor prima il campo debba avere.
XLI
Marfisa del suo caso anco favella,
e dice che la pugna vuol finire
che comincio col Tartaro; perch' ella
provocata da lui vi fu a venire:
ne, per dar loco alPaltre, volea quella
un'ora, non che un giorno, differire;
ma d'esser prima fa Pinstanzia grande,
ch'alla battaglia il Tartaro domande.
XLII
Non men vuol Rodomonte il primo campo
da terminar col suo rival 1'impresa,
che per soccorrer Fafricano campo
ha gia interrotta, e fin a qui sospesa.
Mette Ruggier le sue parole a campo,
e dice che patir troppo gli pesa
che Rodomonte il suo destrier gli tenga,
e ch'a pugna con lui prima non venga.
XLIII
Per piu intricarla il Tartaro viene anche,
e niega che Ruggiero ad alcun patto
debba Faquila aver da Tale bianche;
e d'ira e di furore & cosi matto,
che vuol, quando dagli altri tre non manche,
combatter tutte le querele a un tratto.
Ne piu dagli altri ancor saria mancato,
se J l consenso del re vi fosse stato.
702 ORLANDO FURIOSO
XLIV
Con prieghi il re Agramante e buon ricordi
fa quanto puo, perche la pace segua;
e quando al fin tutti li vede sordi
non volere assentire a pace o a triegua,
va discorrendo come almen gli accordi
si, che Tun dopo Taltro il campo assegua:
e pel miglior partito al fin gli occorre
ch'ognuno a sorte il campo s'abbia a t6rre.
XLV
Fe' quattro brevi porre: un Mandricardo
e Rodomonte insieme scritto ayea;
ne 1'altro era Ruggiero e Mandricardo;
Rodomonte e Ruggier Paltro dicea;
dicea 1'altro Marfisa e Mandricardo.
Indi alParbitrio de Pinstabil dea
li fece trarre: e 1 primo fu il signore
di Sarza a uscir con Mandricardo fuore.
XLVI
Mandricardo e Ruggier fu nel secondo;
nel terzo fu Ruggiero e Rodomonte;
rest6 Marfisa e Mandricardo in fondo,
di che la donna ebbe turbata fronte.
Ne Ruggier piu di lei parve giocondo :
sa che le forze dei duo primi pronte
han tra lor da finir le liti in guisa,
che non ne fia per se ne per Marfisa.
XL VII
Giacea non lungi da Parigi un loco,
che volgea un miglio o poco meno intorno:
lo cingea tutto un argine non poco
sublime, a guisa d'un teatro adorno.
Un castel gia vi fu, ma a ferro e a fuoco
le mura e i tetti et a ruina andorno.
Un simil pu6 vederne in su la strada,
qual volta a Borgo il Parmigiano vada.
CANTO VENTESIMOSETTIMO 703
XL VIII
In questo loco fu la lizza fatta,
di brevi legni d'ogn'intorno chiusa,
per giusto spazio quadra, al bisogno atta,
con due capaci porte, come s'usa.
Giunto il di ch'al re par che si comb atta
tra i cavallier che non ricercan scusa,
furo appresso alle sbarre in ambi i lati
contra i rastrelli i padiglion tirati.
XLIX
Nel padiglion ch'e piu verso ponente
sta il re d'Algier, c'ha membra di gigante.
Gli pon lo scoglio indosso del serpente
1'ardito Ferrau con Sacripante.
II re Gradasso e Falsiron possente
sono in quell 5 altro al lato di levante,
e metton di sua man Tarme troiane
indosso al successor del re Agricane.
L
Sedeva in tribunale amplo e sublime
il re d' Africa, e seco era 1'Ispano;
poi Stordilano, e 1'altre genti prime
che riveria Fesercito pagano.
Beato a chi pon dare argini e cime
d'arbori stanza che gli alzi dal piano!
Grande e la calca, e grande in ogni lato
populo ondeggia intorno al gran steccato.
LI
Eran con la regina di Castiglia
regine e principesse e nobil donne
d'Aragon, di Granata e di Siviglia,
e fin di presso all'atlantee colonne:
tra quai di Stordilan sedea la figlia,
che di duo drappi avea le ricche gonne,
Tun d'un rosso mal tinto, e Paltro verde;
ma '1 primo quasi imbianca e il color perde.
704 ORLANDO FURIOSO
LII
In abito succinta era Marfisa,
qual si convenne a donna et a guerriera.
Termoodonte forse a quella guisa
vide Ippolita ornarsi e la sua schiera.
Gia, con la cotta d'arme alia divisa
del re Agramante, in campo venut'era
Taraldo a far divieto e metter leggi,
che n in fatto ne in detto alcun parteggi.
LIII
La spessa turba aspetta disiando
la pugna, e spesso incolpa il venir tar do
dei duo famosi cavallieri; quando
s j ode dal padiglion di Mandricardo
alto rumor che vien moltiplicando.
Or sappiate, Signor, che '1 re gagliardo
di Sericana e '1 Tartaro possente
fanno il tumulto e '1 grido che si sente.
LIV
Avendo armato il re di Sericana
di sua man tutto il re di Tartaria,
per porgli al fianco la spada soprana
che gia d' Orlando fu, se ne venia;
quando nel pome scritto Durindana
vide, e 1 quartier ch' Almonte aver solia,
ch'a quel meschin fu tolto ad una fonte
dal giovenetto Orlando in Aspramonte.
LV
Vedendola, fu certo ch'era quella
tanto famosa del signer d'Anglante,
per cui con grand e armata, e la piu bella
che giamai si partisse di Levante,
soggiogato avea il regno di Castella,
e Francia vinta esso pochi anni inante:
ma non pu6 imaginarsi come avenga
ch'or Mandricardo in suo poter la tenga.
CANTO VENTESIMOSETTIMO 705
LVI
E dimand6gli se per forza o patto
Pavesse tolta al conte, e dove e quando,
E Mandricardo disse ch'avea fatto
gran battaglia per essa con Orlando;
e come finto quel s'era poi matto,
cosi coprire il suo timor sperando,
ch'era d'aver continua guerra meco,
fin che la buona spada avesse seco.
LVII
E dicea ch'imitato avea il castore,
il qual si strappa i genitali sui,
vedendosi alle spalle il cacciatore,
che sa che non ricerca altro da lui.
Gradasso non udi tutto il tenore,
che disse: Non vo' darla a te ne altrui:
tanto oro, tanto affanno e tanta gente
ci ho speso, che e ben mia debitamente.
LVIII
Cercati pur fornir d'un'altra spada,
ch'io voglio questa, e non ti paia nuovo.
Pazzo o saggio ch' Orlando se ne vada,
averla intendo, ovunque io la ritrovo.
Tu senza testimoni in su la strada
te Tusurpasti: io qui lite ne muovo.
La mia ragion dira mia scimitarra,
e faremo ii giudicio ne la sbarra.
LIX
Prima di guadagnarla t'apparecchia,
che tu Fadopri contra a Rodomonte.
Di comprar prima Tarme e usanza vecchia,
ch'alla battaglia il cavallier s'aflronte.
Piu dolce suon non mi viene alForecchia,
rispose alzando il Tartaro la fronte
che quando di battaglia alcun mi tenta;
ma fa che Rodomonte Io consenta.
706 ORLANDO FURIOSO
LX
Fa che sia tua la prima, e che si tolga
11 re di Sarza la tenzon seconda;
e non ti dubitar ch'io non mi volga,
e ch'a te et ad ogni altro io non risponda. -
Ruggier grido : Non vo' che si disciolga
il patto, o phi la sorte si confonda:
o Rodomonte in campo prima saglia,
o sia la sua dopo la mia battaglia.
LXI
Se di Gradasso la ragion prevale,
prima acquistar che porre in opra 1'arme;
ne tu 1'aquila mia da le bianche ale
prima usar dei, che non me ne disarme:
ma poi ch'e stato il mio voler gia tale,
di mia sentenza non voglio appellarme,
che sia seconda la battaglia mia,
quando del re d'Algier la prima sia.
LXII
Se turbarete voi 1'ordine in parte,
io totalmente turbarollo ancora.
Io non intendo il mio scudo lasciarte,
se contra me non Io combatti or ora.
Se Puno e Paltro di voi fosse Marte,
rispose Mandricardo irato allora
non saria Tun ne" 1'altro atto a vietarme
la buona spada o quelle nobili arme.
LXIII
E tratto da la colera, aventosse
col pugno chiuso al re di Sericana;
e la man destra in modo gli percosse,
ch'abandonar gli fece Durindana.
Gradasso, non credendo ch'egli fosse
di cosi folle audacia e cosi insana,
colto improviso fu, che stava a bada,
e tolta si trov6 la buona spada.
CANfO VENTESIMOSETTIMO 707
LXIV
Cosi scornato, di vergogna e d'ira
nel viso avampa, e par che getti fuoco;
e piu PafHige il caso e lo martira,
poi che gli accade in si palese loco.
Bramoso di vendetta si ritira,
a trar la scimitarra, a dietro un poco.
Mandricardo in se tanto si confida,
che Ruggiero anco alia battaglia sfida.
LXV
Venite pure inanzi amenduo insieme,
e vengane pel terzo Rodomonte,
Africa e Spagna e tutto Tuman seme;
ch'io son per sempremai volger la fronte.
Cosi dicendo, quel che nulla teme,
mena d'intorno la spada d' Almonte;
lo scudo imbraccia, disdegnoso e fiero,
contra Gradasso e contra il buon Ruggiero.
LXVI
Lascia la cura a me, dicea Gradasso
ch'io guarisca costui de la pazzia.
Per Dio, dicea Ruggier non te la lasso,
ch'esser convien questa battaglia mia.
Va indietro tu! Vawi pur tu! ne passo
per6 tornando, gridan tuttavia;
et attaccossi la battaglia in terzo,
et era per uscirne un strano scherzo,
LXVII
se molti non si fossero interposti
a quel furor, non con troppo consiglio;
ch'a spese lor quasi imparar che costi
voler altri salvar con suo periglio.
Ne tutto '1 mondo mai gli avria composti,
se non venia col re d'Ispagna il figlio
del famoso Troiano, al cui conspetto
tutti ebb on river enzia e gran rispetto.
70S ORLANDO FURIOSO
LXVIII
Si fe' Agramante la cagione esporre
di questa nuova lite cosi ardente:
poi molto affaticossi per disporre
che per quella giornata solamente
a Mandricardo la spada d'Ettorre
concedesse Gradasso umanamente,
tanto ch'avesse fin 1'aspra contesa
ch'avea gia incontra a Rodomonte presa.
LXIX
Mentre studia placarli il re Agramante,
et or con questo et or con quel ragiona;
da 1'altro padiglion tra Sacripante
e Rodomonte un'altra lite suona.
II re circasso (come e detto inante)
stava di Rodomonte alia persona,
et egli e Ferrau gli aveano indotte
Tarme del suo progenitor Nembrotte.
LXX
Et eran poi venuti ove il destriero
facea mordendo il ricco fren spumoso;
io dico il buon Frontin, per cui Ruggiero
stava iracondo e piu che mai sdegnoso.
Sacripante ch'a por tal cavalliero
in campo.avea, mirava curioso
se ben ferrato e ben guernito e in punto
era il destrier, come doveasi a punto.
LXXI
E venendo a guardargli piu a minuto
i segni, le fattezze isnelle et atte,
ebbe, fuor d'ogni dubbio, conosciuto
che questo era il destrier suo Frontalatte,
che tanto caro gia s'avea tenuto,
per cui gia avea mille querele fatte;
e poi che gli fu tolto, un tempo volse
sempre ire a piedi: in modo gliene dolse.
CANTO VENTESIMOSETTIMO 709
LXXII
Inanzi Albracca glie Tavea Brunello
tolto di sotto quel medesmo giorno
ch'ad Angelica ancor tolse Pannello,
al conte Orlando Balisarda e '1 corno,
e la spada a Marfisa: et avea quello,
dopo che fece in Africa ritorno,
con Balisarda insieme a Ruggier dato,
il qual Tavea Frontin poi nominate.
LXXIII
Quando conobbe non si apporre in fallo,
disse il Circasso, al re d'Algier rivolto:
Sappi, signor, che questo e mio cavallo,
ch'ad Albracca di furto mi fu tolto.
Bene avrei testimoni da provallo;
ma perche son da noi lontani molto,
s'alcun lo niega, io gli vo' sostenere
con Parme in man le mie parole vere.
LXXIV
Ben son contento, per la compagnia
in questi pochi di stata fra noi,
che prestato il cavallo oggi ti sia,
ch'io veggo ben che senza far non puoi;
per6 con patto, se per cosa mia
e prestata da me conoscer vuoi:
altrimente d'averlo non far stima,
o se non lo combatti meco prima.
LXXV
Rodomonte, del quale un pin orgoglioso
non ebbe mai tutto il mestier de Parme;
al quale in esser forte e coraggioso
alcuno antico d'uguagliar non panne;
rispose: Sacripante, ogn'altro ch/oso,
fuor che tu, fosse in tal modo a parlarme,
con suo mal si saria tosto aweduto
che meglio era per lui di nascer muto.
710 ORLANDO FURIOSO
LXXVI
Ma per la compagnia che, come hai detto,
novellamente insieme abbiamo presa,
ti son contento aver tanto rispetto,
ch'io t'ammonisca a tardar questa impresa,
fin che de la battaglia veggi efFetto,
che fra il Tartaro e me tosto fia accesa:
dove porti uno esempio inanzi spero,
ch'avrai di grazia a dirmi: Abbi il destriero.
LXXVII
Gli e teco cortesia 1'esser villano;
disse il Circasso pien d'ira e di isdegno
ma piu chiaro ti dico ora e piu piano,
che tu non faccia in quel destrier disegno :
che te lo defendo io, tanto ch'in mano
questa vindice mia spada sostegno ;
e metter6vi insino 1'ugna e il dente,
se non potro difenderlo altrimente.
LXXVIII
Venner da le parole alle contese,
ai gridi, alle minaccie, alia battaglia,
che per molt'ira in piu fretta s'accese,
che s'accendesse mai per fuoco paglia.
Rodomonte ha 1'osbergo et ogni arnese,
Sacripante non ha piastra ne maglia;
ma par (si ben con lo schermir s'adopra)
che tutto con la spada si ricuopra.
LXXIX
Non era la possanza e la fierezza
di Rodomonte, ancor ch'era infinita,
piu che la providenza e la destrezza
con che sue forze Sacripante aita.
Non volto ruota mai con piu prestezza
il macigno sovran che '1 grano trita,
che faccia Sacripante or mano or piede
di qua di la, dove il bisogno vede.
CANTO VENTESIMOSETTIMO JII
LXXX
Ma Ferrau, ma Serpentine arditi
trasson le spade, e si cacciar tra loro,
dal re Grandonio, da Isolier seguiti,
da molt'altri signor del popul Moro.
Questi erano i romori, i quali uditi
ne Paltro padiglion fur da costoro,
quivi per accordar venuti invano
col Tartaro, Ruggiero e '1 Sericano.
LXXXI
Venne chi la novella al re Agramante
riport6 certa, come pel destriero
avea con Rodomonte Sacripante
incominciato un aspro assalto e fiero.
II re, confuso di discordie tante,
disse a Marsilio : Abbi tu qui pensiero
die fra questi guerrier non segua peggio,
mentre all'altro disordine io proveggio.
LXXXII
Rodomonte, che '1 re, suo signor, mira,
frena Porgoglio, e torna indietro il passo;
ne con minor rispetto si ritira
al venir d j Agramante il re circasso.
Quel domanda la causa di tant'ira
con real viso e parlar grave e basso:
e cerca, poi che n'ha compreso il tutto,
porli d'accordo; e non vi fa alcun frutto.
LXXXIII
II re circasso il suo destrier non vuole
ch'al re d'Algier piu lungamente resti,
se non s'umilia tanto di parole,
che lo venga a pregar che glie lo presti.
Rodomonte, superbo come suole,
gli risponde: Ne 1 ciel, ne tu faresti
che cosa che per forza aver potessi,
da altri che da me mai conoscessi.
712 ORLANDO FURIOSO
LXXXIV
II re chiede al Circasso che ragione
ha nel cavallo, e come gli fu tolto:
e quel di parte in parte il tutto espone,
et esponendo s'arrossisce in volto,
quando gli narra che '1 sottil ladrone,
ch'in un alto pensier 1'aveva colto,
la sella su quattro aste gli suffolse,
e di sotto il destrier nudo gli tolse.
LXXXV
Marfisa che tra gli altri al grido venne,
tosto che '1 furto del cavallo udi,
in viso si turb6, che le sovenne
che perde la sua spada ella quel di:
e quel destrier che parve aver le penne
da lei fuggendo, riconobbe qui:
riconobbe anco il buon re Sacripante,
che non avea riconosciuto inante.
LXXXVI
Gli altri ch'erano intorno, e che vantarsi
Brunei di questo aveano udito spesso,
verso lui cominciaro a rivoltarsi,
e far palesi cenni ch'era desso;
Marfisa sospettando, ad informarsi
da questo e da quell'altro ch'avea appresso,
tanto che venne a ritrovar che quello
che le tolse la spada era Brunello:
LXXXVII
e seppe che pel furto onde era degno
che gli annodasse il collo un capestro unto,
dal re Agramante al tingitano regno
fu, con esempio inusitato, assunto.
Marfisa, rinfrescando il vecchio sdegno,
disegno vendicarsene a quel punto,
e punir scherni e scorni che per strada
fatti Pavea sopra la tolta spada.
CANTO VENTESIMOSETTIMO 713
LXXXVIII
Dal suo scudier 1'elmo allacciar si fece;
che del resto de Farme era guernita.
Senza osbergo io non trovo che mai diece
volte fosse veduta alia sua vita,
dal giorno ch'a portarlo assuefece
la sua persona, oltre ogni fede ardita.
Con 1'elmo in capo ando dove fra i primi
Brunei sedea negli argini sublimi.
LXXXIX
Gli diede a prima giunta ella di piglio
in mezzo il petto, e da terra levollo,
come levar suol col falcato artiglio
talvolta la rapace aquila il polio;
e la dove la lite inanzi al figlio
era del re Troian, cosi portollo.
Brunei, che giunto in male man si vede,
pianger non cessa e domandar mercede.
xc
Sopra tutti i rumor, strepiti e gridi,
di che '1 campo era pien quasi ugualmente,
Brunei, ch'ora pietade ora sussidi
domandando venia, cosi si sente,
ch'al suono de j ramarichi e de' stridi
si fa d'intorno accor tutta la gente.
Giunta inanzi al re d'Africa, Marfisa
con viso altier gli dice in questa guisa:
xci
Io voglio questo ladro tuo vasallo
con le mie mani impender per la gola,
perche il giorno medesmo che '1 cavallo
a costui tolle, a me la spada invola.
Ma se gli e alcun che voglia dir ch'io fallo,
facciasi inanzi e dica una parola;
ch'in tua presenzia gli vo j sostenere
che se ne mente, e ch'io fo il mio dovere.
714 ORLANDO FURIOSO
XCII
Ma perche* si potria forse imputarme
c'ho atteso a farlo in mezzo a tante liti,
mentre che questi piu famosi in arme
d'altre querele son tutti impediti;
tre giorni ad impiccarlo io vo j indugiarme:
intanto o vieni, o manda chi Paiti;
che dopo, se non fia chi me lo vieti,
far6 di lui mille uccellacci lieti.
XCIII
Di qui presso a tre leghe a quella torre
che siede inanzi ad un piccol boschetto,
senza piu compagnia mi vado a porre
che d'una mia donzella e d'un valletto.
S'alcuno ardisce di venirmi a t6rre
questo ladron, la venga, ch'io 1'aspetto.
Cosi disse ella; e dove disse, prese
tosto la via, ne piu risposta attese.
xciv
Sul collo inanzi del destrier si pone
Brunei, che tuttavia tien per le chiome.
Piange il misero e grida, e le persone,
in che sperar solia, chiama per nome.
Resta Agramante in tal confusione
di questi intrichi, che non vede come
poterli sciorre; e gli par via piu greve
che Marfisa Brunei cosi gli leve.
xcv
Non che Fapprezzi o che gli porti amore,
anzi piu giorni son che Podia molto ;
e spesso ha d'impiccarlo avuto in core,
dopo che gli era stato Pannel tolto.
Ma questo atto gli par contra il suo onore,
si che n'avampa di vergogna in volto.
Vuole in persona egli seguirla in fretta,
e a tutto suo poter fame vendetta.
CANTO VENTESIMOSETTIMO 715
XCVI
Ma il re Sobrino, il quale era presente,
da questa impresa molto il dissuade,
dicendogli che mal conveniente
era all'altezza di sua maestade,
se ben avesse d'esserne vincente
ferma speranza e certa sicurtade:
piu ch'onor, gli fia biasmo che si dica
ch'abbia vinta una femina a fatica.
xcvn
Poco Ponore, e molto era il periglio
d'ogni battaglia che con lei pigliasse;
e che gli dava per miglior consiglio,
che Brunello alle forche aver lasciasse;
e se credesse ch'uno alzar di ciglio
a torlo dal capestro gli bastasse,
non dovea alzarlo, per non contradire
che s'abbia la giustizia ad esequire.
XCVIII
Potrai mandare un che Marfisa prieghi
dicea ch'in questo giudice ti faccia,
con promission ch'al ladroncel si leghi
il laccio al collo, e a lei si sodisfaccia;
e quando anco ostinata te lo nieghi,
se 1'abbia, e il suo desir tutto compiaccia:
pur che da tua amicizia non si spicchi,
Brunello e gli altri ladri tutti impicchi.
xcix
II re Agramante volentier s'attenne
al parer di Sobrin discrete e saggio;
e Marfisa lascio, che non le venne,
ne pati ch'altri andasse a farle oltraggio,
n6 di farla pregare anco sostenne:
e toler6, Dio sa con che coraggio,
per poter acchetar liti maggiori,
e del suo campo tor tanti romori.
716 ORLANDO FURIOSO
Di ci6 si ride la Discordia pazza,
che pace o triegua omai piu teme poco.
Scorre di qua e di la tutta la piazza,
ne puo trovar per allegrezza loco.
La Superbia con lei salta e gavazza,
e legne et esca va aggiungendo al fuoco:
e grida si, che fin ne 1'alto regno
manda a Michel de la vittoria segno.
Cl
Trem6 Parigi e turbidossi Senna
alFalta voce, a quello orribil grido;
rimbombo il suon fin alia selva Ardenna
si che lasciar tutte le fiere il nido.
Udiron 1'Alpi e il monte di Gebenna,
di Blaia e d' Arli e di Roano il lido ;
Rodano e Sonna udi, Garonna e il Reno;
si strinsero le madri i figli al seno.
en
Son cinque cavallier c'han fisso il chiodo
d'essere i primi a terminar sua lite,
1'una ne 1'altra aviluppata in modo,
che non 1'avrebbe Apolline espedite.
Commincia il re Agramante a sciorre il no do
de le prime tenzon ch'aveva udite,
che per la figlia del re Stordilano
eran tra il re di Scizia e il suo African o.
cm
II re Agramante and6 per porre accordo
di qua e di la piu volte a questo e a quello,
e a questo e a quel piu volte die ricordo
da signor giusto e da fedel fratello :
e quando parimente trova sordo
Tun come Paltro, indomito e rubello
di volere esser quel che resti senza
la donna da cui vien lor differenza;
CANTO VENTESIMOSETTIMO 717
CIV
s'appiglia al fin, come a miglior partite,
di che amendui si contentar gli amanti,
che de la bella donna sia marito
1'uno de 5 duo, quel che vuole essa inanti;
e da quanto per lei sia stabilito,
piu non si possa andar dietro ne avanti.
All'uno e alPaltro piace il compromesso,
sperando ch'esser debbia a favor d'esso.
cv
II re di Sarza, che gran tempo prima
di Mandricardo amava Doralice,
et ella Pavea posto in su la cima
d'ogni favor ch'a donna casta lice;
che debba in util suo venire estima
la gran sentenzia che 1 puo far felice:
ne egli avea questa credenza solo,
ma con lui tutto il barbaresco stuolo.
cvi
Ognun sapea ci6 ch'egli avea gia fatto
per essa in giostre, in torniamenti, in guerra;
e che stia Mandricardo a questo patto,
dicono tutti che vaneggia et erra.
Ma quel che piu fiate e piu di piatto
con lei fu mentre il sol stava sotterra,
e sapea quanto avea di certo in mano,
ridea del popular giudicio vano.
cvn
Poi lor convenzion ratificaro
in man del re quei duo prochi famosi,
et indi alia donzella se n'andaro.
Et ella abbasso gli occhi vergognosi,
e disse che piu il Tartaro avea caro:
di che tutti restar maravigliosi ;
Rodomonte si attonito e smarrito,
che di levar non era il viso ardito.
ORLANDO FURIOSO
CVIII
Ma poi che 1'usata ira caccio quella
vergogna che gli avea la faccia tinta,
ingiusta e falsa la sentenzia appella;
e la spada impugnando, ch'egli ha cinta,
dice, udendo il re e gli altri, che vuol ch'ella
gli dia perduta questa causa o vinta,
e non Parbitrio di femina lieve
che sempre inchina a quel che men far deve.
cix
Di nuovo Mandricardo era risorto,
dicendo : Vada pur come ti pare :
si che prima che '1 legno entrasse in porto,
v'era a solcare un gran spazio di mare:
se non che '1 re Agramante diede torto
a Rodomonte, che non puo chiamare
phi Mandricardo per quella querela;
e fe 5 cadere a quel furor la vela.
ex
Or Rodomonte che notar si vede
dinanzi a quei signor di doppio scorno:
dal suo re, a cui per riverenzia cede,
e da la donna sua, tutto in un giorno;
quivi non volse phi fermare il piede,
e de la molta turba ch'avea intorno
seco non tolse piu che duo sergenti,
et usci dei moreschi alloggiamenti.
CXI
Come partendo afflitto tauro suole,
che la giuvenca al vincitor cesso abbia,
cercar le selve e le rive piu sole
lungi dai paschi, o qualche arrida sabbia;
dove muggir non cessa all'ombra e al sole,
ne per6 scema 1'amorosa rabbia:
cosi sen va di gran dolor confuso
il re d'Algier da la sua donna escluso.
CANTO VENTESIMOSETTIMO 719
CXII
Per riavere il buon destrier si mosse
Ruggier, che gia per questo s'era armato;
ma poi di Mandricardo ricordosse,
a cui de la battaglia era ubligato :
non segui Rodomonte, e ritornosse
per entrar col re tartaro in steccato
prima che 'ntrasse il re di Sericana,
che Paltra lite avea di Durindana.
CXIII
Veder torsi Frontin troppo gli pesa
dinanzi agli occhi, e non poter vietarlo;
ma dato ch'abbia fine a questa impresa,
ha ferma intenzion di ricovrarlo.
Ma Sacripante che non ha contesa,
come Ruggier, che possa distornarlo,
e che non ha da far altro che questo,
per 1'orrne vien di Rodomonte presto.
cxrv
E tosto 1'avria giunto, se non era
un caso strano che trovo tra via,
che lo fe' dimorar fin alia sera,
e perder le vestigie che seguia.
Trovo una donna che ne la riviera
di Senna era caduta, e vi peria,
s'a darle tosto aiuto non veniva:
salto ne 1'acqua e la ritrasse a riva.
cxv
Poi quando in sella volse risalire,
aspettato non fu dal suo destriero,
che fin a sera si fece seguire,
e non si lascio prender di leggiero:
preselo al fin, ma non seppe venire
piu donde s'era tolto dal sentiero:
ducento miglia erro tra piano e monte,
prima che ritrovasse Rodomonte.
72 ORLANDO FURIOSO
CXVI
Dove trovollo, e come fu conteso
con disvantaggio assai di Sacripante,
come perde il cavallo e resto preso,
or non diro; c'ho da narrarvi inante
di quanto sdegno e di quanta ira acceso
contra la donna e contra il re Agramante
del campo Rodomonte si partisse,
e ci6 che contra aH'uno e alPaltro disse.
CXVII
Di cocenti sospir Paria accendea
dovunque andava il Saracin dolente:
Ecco per la pieta che gli n'avea,
da' cavi sassi rispondea sovente.
Oh feminile ingegno, egli dicea
come ti volgi e muti facilmente,
contrario oggetto proprio de la fede!
Oh infelice, oh miser chi ti crede!
CXVIII
Ne lunga servitu, ne grand'amore
che ti fu a mille prove manifesto,
ebbono forza di tenerti il core,
che non fossi a cangiarsi almen si presto.
Non perch' a Mandricardo inferiore
io ti paressi, di te privo resto;
n6 so trovar cagione ai casi miei,
se non quest'una: che femina sei.
cxix
Credo che t'abbia la Natura e Dio
produtto, o scelerato sesso, al mondo
per una soma, per un grave fio
de 1'uom, che senza te saria giocondo :
come ha produtto anco il serpente rio
e il lupo e Torso, e fa Paer fecondo
e di mosche e di vespe e di tafani,
e loglio e avena fa nascer tra i grani.
CANTO VENTESIMOSETTIMO 721
cxx
Perche fatto non ha Talma Natura,
che senza te potesse nascer Fuomo,
come s'inesta per umana cura
Tun sopra 1'altro il pero, il sorbo e '1 porno?
Ma quella non pu6 far sempre a misura:
anzi, s'io vo' guardar come io la nomo,
veggo che non puo far cosa perfetta,
poi che Natura femina vien detta.
cxxi
Non siate pero tumide e fastose,
donne, per dir che Tuom sia vostro figlio;
che de le spine ancor nascon le rose,
e d'una fetida erba nasce il giglio :
importune, superbe, dispettose,
prive d'amor, di fede e di consiglio,
temerarie, crudeli, inique, ingrate,
per pestilenzia eterna al mondo nate.
cxxn
Con queste et altre et infinite appresso
querele il re di Sarza se ne giva,
or ragionando in un parlar sommesso,
quando in un suon che di lontan s'udiva,
in onta e in biasmo del femineo sesso:
e certo da ragion si dipartiva;
che per una o per due che trovi ree,
che cento buone sien creder si dee.
CXXIII
Se ben di quante io n'abbia fin qui amate,
non n'abbia mai trovata una fedele,
perfide tutte io non vo j dir ne ingrate,
ma darne colpa al mio destin crudele.
Molte or ne sono, e piu gia ne son state,
che non dan causa ad uom che si querele;
ma mia fortuna vuol che s'una ria
ne sia tra cento, io di lei preda sia.
722 ORLANDO FURIOSO
CXXIV
Pur vo' tanto cercar prima ch'io mora,
anzi prima che '1 crin piu mi s'imbianchi,
che forse diro un di che per me ancora
alcuna sia che di sua fe non manchi.
Se questo awien (che di speranza fuora
10 non ne son), non fia mai ch'io mi stanchi
di farla, a mia possanza, gloriosa
con lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa.
cxxv
11 Saracin non avea manco sdegno
contra il suo re, che contra la donzella;
e cosi di ragion passava il segno,
biasmando lui, come biasmando quella.
Ha disio di veder che sopra il regno
gli cada tanto mal, tanta procella,
ch'in Africa ogni cosa si funesti,
ne pietra salda sopra pietra resti;
CXXVI
e che spinto del regno, in duolo e in lutto
viva Agramante misero e mendico :
e ch'esso sia che poi gli renda il tutto,
e lo riponga nel suo seggio antico,
e de la fede sua produca il frutto;
e gli faccia veder ch'un vero amico
a dritto e a torto esser dovea preposto,
se tutto '1 mondo se gli fosse opposto.
CXXVII
E cosi quando al re, quando alia donna
volgendo il cor turbato, il Saracino
cavalca a gran giornate, e non assonna,
e poco riposar lascia Frontino.
II di seguente o Paltro in su la Sonna
si ritrovo, ch'avea dritto il camino
verso il mar di Provenza, con disegno
di navigare in Africa al suo regno.
CANTO VENTESIMOSETTIMO 723
CXXVIII
Di barche e di sottil legni era tutto
fra Tuna ripa e Faltra il fiume pieno,
ch'ad uso de Tesercito condutto
da molti lochi vettovaglie avieno;
perche in poter de s Mori era ridutto,
venendo da Parigi al lito ameno
d'Acquamorta, e voltando inver la Spagna,
ci6 che v'e da man destra di campagna.
cxxix
Le vettovaglie in carra et in iumenti,
tolte fuor de le navi, erano carche,
e tratte con la scorta de le genti,
ove venir non si potea con barche.
Avean piene le ripe i grassi armenti
quivi condotti da diverse marche;
e i conduttori intorno alia riviera
per varii tetti albergo avean la sera.
cxxx
II re d'Algier, perche" gli sopravenne
quivi la notte e 1'aer nero e cieco,
d'un ostier paesan lo 'nvito tenne,
che lo preg6 che rimanesse seco.
Adagiato il destrier, la mensa venne
di varii cibi e di vin corso e greco;
che '1 Saracin nel resto alia moresca,
ma volse far nel bere alia francesca.
cxxxi
L'oste con buona mensa e miglior viso
studi6 di fare a Rodomonte onore;
che la presenzia gli die certo aviso
ch'era uomo ilhjstre e pien d'alto valore:
ma quel che da se stesso era diviso,
ne quella sera avea ben seco il core
(che mal suo grado s'era ricondotto
alia donna gia sua), non facea motto.
724 ORLANDO FURIOSO
CXXXII
II buono ostier, che fu del dillgenti
che mai si sien per Francia ricordati,
quando tra le nimiche e strane genti
Talbergo e' beni suoi s'avea salvati;
per servir quivi, alcuni suoi parenti,
a tal servigio pronti, avea chiamati ;
de' quai non era alcun di parlar oso,
vedendo il Saracin muto e pensoso.
cxxxm
Di pensiero in pensiero and6 vagando
da se stesso lontano il pagan molto,
col viso a terra chino, ne levando
si gli occhi mai, ch'alcun guardasse in volto.
Dopo un lungo star cheto, suspirando,
si come d'un gran sonno allora sciolto,
tutto si scosse, e insieme alzo le ciglia,
e volto gli occhi all'oste e alia famiglia.
cxxxiv
Indi roppe il silenzio, e con sembianti
piu dolci un poco e viso men turbato,
domandc- all'oste e agli altri circonstanti
se d'essi alcuno avea mogliere a lato.
Che 1'oste e che quegli altri tutti quanti
Taveano, per risposta gli fu dato.
Domanda lor quel che ciascun si crede
de la sua donna nel servargli fede,
cxxxv
Eccetto Foste, fer tutti risposta
che si credeano averle e caste e buone.
Disse 1'oste: Ognun pur creda a sua posta;
ch'io so ch'avete falsa opinione.
II vostro sciocco credere vi costa
ch'io stimi ognun di voi senza ragione;
e cosi far questo signor deve anco,
se non vi vuol mostrar nero per bianco.
CANTO VENTESIMOSETTIMO 725
CXXXVI
Perche, si come e sola la fenice,
ne mai piu d'una in tutto il mondo vive,
cosi ne mai piu d'uno esser si dice,
che de la moglie i tradimenti schive.
Ognun si crede d'esser quel felice,
d'esser quel sol ch'a questa palma arrive.
Come e possibil che v'arrivi ognuno,
se non ne pu6 nel mondo esser piu d'uno ?
cxxxvn
lo fui gia ne Terror che siete voi,
che donna casta anco piu d'una fusse.
Un gentilomo di Vinegia poi,
che qui mia buona sorte gia condusse,
seppe far si con veri esempi suoi,
che fuor de 1'ignoranza mi ridusse.
Gian Francesco Valerio era nomato;
che '1 nome suo non mi s'e mai scordato.
CXXXVIII
Le fraudi che le mogli e che Famiche
sogliano usar, sapea tutte per conto:
e sopra ci6 moderne istorie e antiche,
e proprie esperienze avea si in pronto,
che mi mostr6 che mai donne pudiche
non si trovaro, o povere o di conto;
e s'una casta piu de 1'altra parse,
venia, perche piu accorta era a celarse.
cxxxix
E fra 1'altre (che tante me ne disse,
che non ne posso il terzo ricordarmi),
si nel capo una istoria mi si scrisse,
che non si scrisse mai piu saldo in marmi:
e ben parria a ciascuno che 1'udisse,
di quest e rie quel ch'a me parve e parmi.
E se, signor, a voi non spiace udire,
a lor confusion ve la vo' dire.
7^6 ORLANDO FURIOSO
CXL
Rispose il Saracin: Che puoi tu farmi,
che piu al presente mi diletti e piaccia,
che dirmi istoria e qualche esempio darmi
che con 1'opinion mia si confaccia?
Perch'io possa udir meglio, e tu narrarmi,
siedemi incontra, ch'io ti vegga in faccia,
Ma nel canto che segue io v'ho da dire
quel che fe' 1'oste a Rodomonte udire.
CANTO VENTESIMOTTAVO 727
CANTO VENTESIMOTTAVO
Donne, e voi che le donne avete in pregio,
per Dio, non date a questa istoria orecchia,
a questa che To.stier dire in dispregio
e in vostra infamia e biasmo s'apparecchia;
ben che ne macchia vi puo dar ne fregio
lingua si vile, e sia Fusanza vecchia
che '1 volgare ignorante ognun riprenda,
e parli piu di quel che meno intenda.
II
Lasciate questo canto, che senza esso
puo star Tistoria, e non sara men chiara.
Mettendolo Turpino, anch'io Fho messo,
non per malivolenzia ne per gara.
Ch'io v'ami, oltre mia lingua che Tha espresso,
che mai non fu di celebrarvi avara,
n'ho fatto mille prove; e v'ho dimostro
ch'io son, ne potrei esser se non vostro.
in
Passi, chi vuol, tre carte o quattro, senza
leggerne verso, e chi pur legger vuole,
gli dia quella medesima credenza
che si suol dare a finzioni e a fole.
Ma tornando al dir nostro, poi ch'udienza
apparecchiata vide a sue parole,
e darsi luogo incontra al cavalliero,
cosi Tistoria incominci6 Fostiero.
728 ORLANDO FURIOSO
IV
Astolfo, re de' Longobardi, quello
a cui Iasci6 il fratel monaco il regno,
fu ne la giovinezza sua si bello,
che mai poch'altri giunsero a quel segno.
N'avria a fatica un tal fatto a penello
Apelle, o Zeusi, o se v'e alcun piu degno.
Bello era, et a ciascun cosi parea:
ma di molto egli ancor piu si tenea.
v
Non stimava egli tanto per Faltezza
del grado suo d'avere ognim minore;
ne tanto che di genti e di ricchezza
di tutti i re vicini era il maggiore;
quanto che di presenzia e di bellezza
avea per tutto J l mondo il primo onore.
Godea di questo udendosi dar loda,
quanto di cosa volentier piu s'oda.
VI
Tra gli altri di sua corte avea assai grato
Fausto Latini, un cavallier romano:
con cui sovente essendosi lodato
or del bel viso or de la bella mano,
et avendolo un giorno domandato
se mai veduto avea, presso o lontano,
altro uom di forma cosi ben composto;
contra quel che credea, gli fu risposto.
VII
Dico rispose Fausto che secondo
ch'io veggo e che parlarne odo a ciascuno,
ne la bellezza hai pochi pari al mondo;
e questi pochi io li restringo in uno.
Quest'uno e un fratel mio, detto locondo.
Eccetto lui, ben creder6 ch'ognuno
di belta molto a dietro tu ti lassi;
ma questo sol credo t'adegui e passi.
CANTO VENTESIMOTTAVO 729
VIII
Al re parve impossibil cosa udire,
che sua la palma infin allora tenne ;
e d'aver conoscenza alto desire
di si lodato giovene gli venne.
Fe* si con Fausto, che di far venire
quivi il fratel prometter gli convenne;
ben ch'a poterlo indur che ci venisse,
saria fatica, e la cagion gli disse:
IX
che J l suo fratello era uom che mosso il piede
mai non avea di Roma alia sua vita,
che del ben che Fortuna gli concede,
tranquilla e senza affanni avea notrita:
la roba di che 5 1 padre il Iasci6 erede,
ne mai cresciuta avea ne minuita;
e che parrebbe a lui Pavia lontana
piu che non parria a un altro ire alia Tana.
E la difficulta saria maggiore
a poterlo spiccar da la mogliere,
con cui legato era di tanto amore,
che non volendo lei non pu6 volere.
Pur per ubbidir lui che gli e signore,
disse d'andare e fare oltre il pot ere.
Giunse il re a' prieghi tali ofFerte e doni,
che di negar non gli lascio ragioni.
XI
Partisse, e in pochi giorni ritrovosse
dentro di Roma alle paterne case.
Quivi tanto prego, che '1 fratel mosse
si ch'a venire al re gli persuase;
e fece ancor (ben che difficil fosse)
che la cognata tacita rimase,
proponendole il ben che n'usciria,
oltre ch'obligo sempre egli Tavria.
730 ORLANDO FURIOSO
XII
Fisse locondo alia partita il giorno:
trovo cavalli e servitori intanto;
vesti fe' far per comparire adorno,
che talor cresce una belta un bel manto.
La notte a lato, e '1 di la moglie intorno,
con gli occhi ad or ad or pregni di pianto,
gli dice che non sa come patire
potra tal lontananza e non morire;
XIII
che pensandovi sol, da la radice
sveller si sente il cor nel lato manco.
Deh, vita mia, non piagnere; le dice
locondo, e seco piagne egli non manco
cosi mi sia questo camin felice,
come tornar vo' fra duo mesi almanco:
ne mi faria passar d'un giorno il segno,
se mi donasse il re mezzo il suo regno.
XIV
Ne la donna percio si riconforta:
dice che troppo terrnine si piglia;
e s'al ritorno non la trova morta,
esser non pu6 se non gran maraviglia.
Non lascia il duol che giorni e notte porta,
che gustar cibo, e chiuder possa ciglia;
tal che per la pieta locondo spesso
si pente ch'al fratello abbia promesso.
xv
Dal collo un suo monile ella si sciolse,
ch'una crocetta avea ricca di gemme,
e di sante reliquie che raccolse
in molti luoghi un peregrin boemme;
et il padre di lei, ch'in casa il tolse
tornando infermo di lerusalemme,
venendo a morte poi ne lascio erede :
questa levossi et al marito diede.
CANTO VENTESIMOTTAVO 731
XVI
E che la porti per suo amore al collo
lo prega, si che ognor gli ne sovenga.
Piacque il dono al marito, et accettollo;
non perche dar ricordo gli convenga:
che ne tempo ne absenzia mai dar crollo,
ne buona o ria fortuna che gli avenga,
potra a quella memoria salda e forte
c'ha di lei sempre, e avra dopo la morte.
XVII
La notte ch'and6 inanzi a quella aurora
che fu il termine estremo alia partenza,
al suo locondo par ch'in braccio muora
la moglie, che n'ha tosto da star senza.
Mai non si dorme; e inanzi al giorno un'ora
viene il marito all'ultima licenza.
Monto a cavallo, e si parti in effetto;
e la moglier si ricorco nel letto.
XVIII
locondo ancor duo miglia ito non era,
che gli venne la croce raccordata,
ch'avea sotto il guancial messo la sera,
poi per oblivion 1'avea lasciata.
"Lasso!" dicea tra se "di che maniera
trovero scusa che mi sia accettata,
che mia moglie non creda che gradito
poco da me sia Tamor suo infmito ?"
XIX
Pensa la scusa, e poi gli cade in mente
che non sara accettabile ne buona,
mandi famigli, mandivi altra gente,
s'egli medesmo non vi va in persona.
Si ferma, e al fratel dice : Or pianamente
fin a Baccano al primo albergo sprona;
che dentro a Roma e forza ch'io rivada:
e credo anco di giugnerti per strada.
732 ORLANDO FURIOSO
XX
Non potria fare altri il bisogno mio:
ne dubitar, ch'io sar6 tosto teco.
Volto il ronzin di trotto, e disse a Dio;
ne de' famigli suoi volse alcun seco.
Gia coirdnciava, quando pass6 il rio,
dinanzi al sole a fuggir Paer cieco.
Smonta in casa, va al letto, e la consorte
quivi ritrova addormentata forte.
XXI
La cortina Iev6 senza far motto,
e vide quel che men veder credea:
che la sua casta e fedel moglie, sotto
la coltre, in braccio a xm giovene giacea.
Riconobbe Padultero di botto,
per la pratica lunga che n'avea;
ch'era de la farmglia sua un garzone,
allevato da lui, d'umil nazione.
XXII
S'attonito restasse e malcontento,
meglio e pensarlo e fame fede altrui,
ch'esserne mai per far 1'esperimento
che con suo gran dolor ne fe' costui.
Da lo sdegno assalito, ebbe talento
di trar la spada e uccidergli ambedui :
ma da Pamor che porta, al suo dispetto,
alPingrata moglier, gli fu interdetto.
XXIII
Ne lo Iasci6 questo ribaldo Amore
(vedi se si Tavea fatto vasallo)
destarla pur, per non le dar dolore
che fosse da lui colta in si gran fallo.
Quanto pote piu tacito usci fuore,
scese le scale, e rimont6 a cavallo;
e punto egli d'amor, cosi lo punse,
ch'all'albergo non fu, che '1 fratel giunse.
CANTO VENTESIMOTTAVO 733
XXIV
Cambiato a tutti parve esser nel volto;
vider tutti che J l cor non avea lieto :
ma non v'e chi s'apponga gia di molto,
e possa penetrar nel suo secreto.
Credeano che da lor si fosse tolto
per gire a Roma, e gito era a Corneto.
Ch'amor sia del mal causa ognun s'avisa;
ma non e gia chi dir sappia in che guisa.
xxv
Estimasi il fratel che dolor abbia
d'aver la moglie sua sola lasciata;
e pel contrario duolsi egli et arrabbia
che rimasa era troppo accompagnata.
Con fronte crespa e con gonfiate labbia
sta Tinfelice, e sol la terra guata.
Fausto ch'a confortarlo usa ogni prova,
perche non sa la causa, poco giova.
XXVI
Di contrario liquor la piaga gli unge,
e dove tor dovria, gli accresce doglie;
dove dovria saldar, piu 1'apre e punge:
questo gli fa col ricordar la moglie.
Ne posa di ne notte: il sonno lunge
fugge col gusto, e mai non si raccoglie:
e la faccia, che dianzi era si bella,
si cangia si, che piu non sembra quella.
XXVII
Par che gli occhi se ascondin ne la testa;
cresciuto il naso par nel viso scarno:
de la belta si poca gli ne resta,
che ne potra far paragone indarno.
Col duol venne una febbre si molesta,
che lo fe' soggiornar all'Arbia e airArno:
e se di bello avea serbata cosa,
tosto rest6 come al sol colta rosa.
734 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
Oltre ch'a Fausto incresca del fratello
che veggia a simil termine condutto,
via piu gl'incresce che bugiardo a quello
principe, a chl lodollo, parra in tutto:
mostrar di tutti gli uomini il piii bello
gli avea promesso, e niostrera il piu brutto.
Ma pur continuando la sua via,
seco lo trasse al fin dentro a Pavia.
XXIX
Gia non vuol che lo vegga il re improvise,
per non mostrarsi di giudicio privo :
ma per lettere inanzi gli da aviso
che '1 suo fratel ne viene a pena vivo ;
e ch'era stato alParia del bel viso
un affanno di cor tanto nocivo,
accompagnato da una febbre ria,
che piu non parea quel ch'esser solia.
xxx
Grata ebbe la venuta di locondo
quanto potesse il re d'amico avere;
che non avea desiderato al mondo
cosa altretanto, che di lui vedere.
Ne gli spiace vederselo secondo,
e di bellezza dietro rimanere;
ben che conosca, se non fosse il male,
che gli saria superiore o uguale.
XXXI
Giunto, lo fa alloggiar nel suo palagio,
lo visita ogni giorno, ogni ora n'ode;
fa gran provision che stia con agio,
e d'onorarlo assai si studia e gode.
Langue locondo, che '1 pensier malvagio
c'ha de la ria moglier sempre lo rode:
ne '1 veder giochi, ne musici udire,
dramma del suo dolor puo minuire.
CANTO VENTESIMOTTAVO 735
XXXII
Le stanze sue, che sono appresso al tetto
Pultime, inanzi hanno una sala antica.
Quivi solingo (perche ogni diletto,
perch' ogni compagnia prova nimica)
si ritraea, sempre aggiungendo al petto
di piu gravi pensier nuova fatica:
e trovo quivi (or chi lo crederia ?)
chi lo san6 de la sua piaga ria.
XXXIII
In capo de la sala, ove e piu scuro
(che non vi s'usa le finestre aprire),
vede che '1 palco mal si giunge al muro,
e fa d'aria piu chiara un raggio uscire.
Pon Pocchio quindi, e vede quel che duro
a creder fora a chi Tudisse dire:
non 1'ode egli d'altrui, ma se lo vede;
et anco agli occhi suoi proprii non crede.
xxxiv
Quindi scopria de la regina tutta
la piu secreta stanza e la piu bella,
ove persona non verria introdutta,
se per molto fedel non Favesse ella.
Quindi mirando vide in strana lutta
ch'un nano aviticchiato era con quella:
et era quel piccin stato si dotto,
che la regina avea messa di sotto.
xxxv
Attonito locondo e stupefatto,
e credendo sognarsi, un pezzo stette;
e quando vide pur che gli era in fatto
e non in sogno, a se stesso credette.
"A uno sgrignuto mostro e contrafatto
dunque" disse "costei si sottomette,
che '1 maggior re del mondo ha per marito,
piu bello e piu cortese? oh che appetite!"
736 ORLANDO FURIOSO
XXXVI
E de la moglie sua, che cosi spesso
piu d'ogn'altra biasmava, ricordosse,
perche '1 ragazzo s'avea tolto appresso:
et or gli parve che escusabil fosse.
Non era colpa sua piu che del sesso,
che d'un solo uomo mai non contentosse:
e s'han tutte una macchia d'uno inchiostro,
almen la sua non s'avea tolto un mostro.
XXXVII
II di seguente, alia medesima ora,
al medesimo loco fa ritorno;
e la regina e il nano vede ancora,
che fanno al re pur il medesmo scorno.
Trova 1'altro di ancor che si lavora,
e 1'altro; e al fin non si fa festa giorno:
e la regina (che gli par piu strano)
sempre si duol che poco 1'ami il nano-.
XXXVIII
Stette fra gli altri un giorno a veder, ch'ella
era turbata e in gran malenconia,
che due volte chiamar per la donzella
il nano fatto avea, n'ancor venia.
Mand6 la terza volta, et udl quella
che: ((Madonna, egli giuoca; riferia
e per non stare in perdita d'un soldo,
a voi niega venire il manigoldo.
xxxix
A si strano spettacolo locondo
raserena la fronte e gli occhi e il viso;
e quale in nome, divento giocondo
d'efFetto ancora, e torno il pianto in riso.
Allegro torna e grasso e rubicondo,
che sembra un cherubin del paradise;
che '1 re, il fratello e tutta la famiglia
di tal mutazion si maraviglia.
CANTO VENTESIMOTTAVO 737
XL
Se da locondo il re bramava udire
onde venisse il subito conforto,
non men locondo lo bramava dire,
e fare il re di tanta ingiuria accorto;
ma non vorria che piu di se punire
volesse il re la moglie di quel torto;
si che per dirlo e non far danno a lei,
il re fece giurar su Fagnusdei.
XLI
Giurar lo fe' che ne per cosa detta,
n che gli sia mostrata che gli spiaccia,
ancor ch'egli conosca che diretta-
mente a sua Maesta danno si faccia,
tardi o per tempo mai fara vendetta;
e di piu vuole ancor che se ne taccia,
si che ne il malfattor giamai comprenda,
in fatto o in detto, che '1 re il caso intenda.
XLII
II re, ch'ogn'altra cosa, se non questa,
creder potria, gli giur6 largamente.
locondo la cagion gli manifesta,
ond'era molti di stato dolente:
perche trovata avea la disonesta
sua moglie in braccio d'un suo vil sergente;
e che tal pena al fin Tavrebbe morto,
se tardato a venir fosse il conforto.
XLIII
Ma in casa di sua Altezza avea veduto
cosa che molto gli scemava il duolo;
che se bene in obbrobrio era caduto,
era almen certo di non v'esser solo.
Cosi dicendo, e al bucolin venuto,
gli dimostr6 il bruttissimo omiciuolo
che la giumenta altrui sotto si tiene.
tocca di sproni e fa giuocar di schene.
738 ORLANDO FURIOSO
XLIV
Se parve al re vituperoso Fatto,
10 crederete ben, senza ch'io '1 giuri.
Ne fu per arrabbiar, per venir matto;
ne fu per dar del capo in tutti i muri;
fu per gridar, fu per non stare al patto:
ma forza e che la bocca al fin si turi,
e che 1'ira trangugi amara et acra,
poi che giurato avea su Fostia sacra.
XLV
Che debbo far, che mi consigli, frate,
disse a locondo poi che tu mi tolli
che con degna vendetta e crudeltate
questa giustissima ira io non satolli?
Lascian disse locondo queste ingrate,
e proviam se son 1'altre cosi molli:
faccian de le lor femine ad altmi
quel ch'altri de le nostre han fatto a nui.
XLVI
Ambi gioveni siamo, e di bellezza,
che facilmente non troviamo pari.
Qual femina sara che n'usi asprezza,
se contra i brutti ancor non han ripari ?
Se belta non varra ne giovinezza,
varranne almen Faver con noi danari.
Non vo' che torni, che non abbi prima
di mille moglie altrui la spoglia opima.
XLVII
La lunga absenzia, il veder van luoghi,
praticare altre femine di fuore,
par che so vent e disacerbi e sfoghi
de Famorose passioni il core.
Lauda il parer, n6 vuol che si pror6ghi
11 re Fandata; e fra pochissime ore,
con duo scudieri, oltre alia compagnia
del cavallier roman, si mette in via.
CANTO VENTESIMOTTAVO 739
XLVIII
Travestiti cercaro Italia, Francia,
le terre de' Fiaminghi e de Tingles! ;
e quante ne vedean di bella guancia,
trovavan tutte ai prieghi lor cortesi.
Davano, e dato loro era la mancia;
e spesso rimetteano i danar spesi.
Da lor pregate foro molte, e foro
anch'altretante die pregaron loro,
XLIX
In questa terra un mese, in quella dui
soggiornando, accertarsi a vera prova
che non men ne le lor, che ne Faltrui
femine, fede e castita si trova.
Dopo aicun tempo increbbe ad ambedui
di sempre procacciar di cosa nuova;
che mal poteano entrar ne 1'altrui porte,
senza mettersi a rischio de la morte.
L
Gli e meglio una trovarne che di faccia
e di costumi ad ambi grata sia;
che lor communemente sodisfaccia,
e non n'abbin d'aver mai gelosia.
E perche dicea il re ccvo' che mi spiaccia
aver piu te ch'un altro in compagnia?
So ben ch'in tutto il gran femineo stuolo
una non e che stia contenta a un solo.
LI
Una, senza sforzar nostro potere,
ma quando il natural bisogno inviti,
in festa goderemoci e in piacere,
che mai contese non avren ne liti.
N< credo che si debba ella dolere:
che s'anco ogn'altra avesse duo mariti,
piu ch'ad un solo, a duo saria fedele;
ne forse s'udirian tante querele.
740 ORLANDO FURIOSO
LII
Di quel die disse il re, molto contento
rimaner parve il giovine romano.
Dunque fermati in tal proponimento,
cercar molte montagne e molto piano:
trovaro al fin, secondo il loro intento,
una figliuola d'uno ostiero ispano,
che tenea albergo al porto di Valenza,
bella di modi e bella di presenza.
LIII
Era ancor sul fiorir di primavera
sua tenerella e quasi acerba etade.
Di molti figli il padre aggravat'era,
e nimico mortal di povertade;
si ch'a disporlo fu cosa leggiera,
che desse lor la figlia in potestade;
ch'ove piacesse lor potesson trarla,
poi che promesso avean di ben trattarla.
LIV
Pigliano la fanciulla, e piacer n'hanno
or Tun or Paltro in caritade e in pace,
come a vicenda i mantici che danno,
or Funo or Taltro, fiato alia fornace.
Per veder tutta Spagna indi ne vanno,
e passar poi nel regno di Siface;
e '1 di che da Valenza si partiro,
ad albergare a Zattiva veniro.
LV
I patroni a veder strade e palazzi
ne vanno, e lochi publici e divini;
ch'usanza han di pigliar simil solazzi
in ogni terra ove entran peregrini;
e la fanciulla resta coi ragazzi.
Altri i letti, altri acconciano i ronzini,
altri hanno cura- che sia alia tornata
dei signor lor la cena apparecchiata.
CANTO VENTESIMOTTAVO 741
LVI
Ne Falbergo un garzon stava per fante,
ch'in casa de la giovene gia stette
a' servigi del padre, e d'essa amante
fu da' prirni anni, e del suo amor godette.
Ben s'adocchiar, ma non ne fer sembiante,
ch'esser notato ognun di lor temette:
ma tosto ch'i patroni e la famiglia
lor dieron luogo, alzar tra lor le ciglia.
LVII
II fante domando dove ella gisse,
e qual del duo signor Pavesse seco.
A punto la Fiammetta il fatto disse
(cosi avea nome, e quel garzone il Greco).
Quando sperai che '1 tempo, ohime! venisse
il Greco le dicea di viver teco,
Fiammetta, anima mia, tu te ne vai,
e non so piu di rivederti mai.
LVIII
Fannosi i dolci miei disegni amari,
poi che sei d'altri, e tanto mi ti scosti.
lo disegnava, avendo alcun danari
con gran fatica e gran sudor riposti,
ch'avanzato m'avea de' miei salari
e de le bene andate di molti osti,
di tornare a Valenza, e domandarti
al padre tuo per moglie, e di sposarti.
LIX
La fanciulla negli omeri si stringe,
e risponde che fu tardo a venire.
Piange il Greco e sospira, e parte finger
Vuommi dice dasciar cosi morire?
Con le tuo braccia i fianchi almen mi cinge,
lasciami disfogar tanto desire:
ch'inanzi che tu parta, ogni momento
che teco io stia mi fa morir contento.
742 ORLANDO FURIOSO
LX
La pietosa fanciulla rispondendo:
Credi dicea che men di te nol bramo;
ma n6 luogo ne tempo ci comprendo
qul, dove in mezzo di tanti occhi siamo.
II Greco soggiungea: Certo mi rendo,
che s'un terzo ami me di quel ch'io t'amo,
in questa notte almen troverai loco
che ci potren godere insieme un poco.
LXI
Come potr6, diceagli la fanciulla
che sempre in mezzo a duo la notte giaccio ?
e meco or 1'uno or 1'altro si trastulla,
e sempre a Tun di lor mi trovo in braccio ?
Questo ti fia suggiunse il Greco nulla;
che ben ti saprai tor di questo impaccio,
e uscir di mezzo lor, pur che tu voglia:
e dei voler, quando di me ti doglia.
LXII
Pensa ella alquanto, e poi dice che vegna
quando creder potra ch'ognuno dorma;
e pianamente come far convegna,
e de Pandare e del tornar 1'informa.
II Greco, si come ella gli disegna,
quando sente dormir tutta la torma,
viene all'uscio e lo spinge, e quel gli cede:
entra pian piano, e va a tenton col piede.
LXIII
Fa lunghi i passi, e sempre in quel di dietro
tutto si ferma, e Taltro par che muova
a guisa che di dar tema nel vetro,
non che '1 terreno abbia a calcar, ma Tuova;
e tien la mano inanzi simil metro,
va brancolando infin che } 1 letto trova:
e di la dove gli altri avean le piante,
tacito si caccio col capo inante.
CANTO VENTESIMOTTAVO 743
LXIV
Fra Tuna e 1'altra gamba di Fiammetta,
che supina giacea, diritto venne;
e quando le fu a par, Pabbracci6 stretta,
e sopra lei sin presso al di si tenne.
Cavalco forte, e non ando a staff etta;
che mai bestia mutar non gli con venne:
che questa pare a lui che si ben trotte,
che scender non ne vuol per tutta notte.
LXV
Avea locondo et avea il re sentito
il calpestio che sempre il letto scosse;
e 1'uno e 1'altro, d'uno error schernito,
s'avea creduto che '1 compagno fosse.
Poi ch'ebbe il Greco il suo camin fornito,
si come era venuto, anco tornosse.
Saett6 il sol da 1'orizzonte i raggi;
sorse Fiammetta, e fece entrare i paggi.
LXVI
II re disse al compagno mottegiando:
Frate, molto camin fatto aver dei;
e tempo e ben che ti riposi, quando
stato a cavallo tutta notte sei.
locondo a lui rispose di rimando,
e disse: Tu di' quel ch'io a dire avrei.
A te tocca posare, e pro ti faccia,
che tutta notte hai cavalcato a caccia.
LXVII
(cAnch'io)) suggiunse il re senza alcun fallo
lasciato avria il mio can correre un tratto,
se m'avessi prestato un po' il cavallo,
tanto che '1 mio bisogno avessi fatto.
locondo replic6 : Son tuo vasallo,
e puoi far meco e rompere ogni patto :
si che non convenia tal cenni usare;
ben mi potevi dir: lasciala stare.
744 ORLANDO FURIOSO
LXVIII
Tanto replica Tun, tanto soggiunge
Paltro, che sono a grave lite insieme.
Vengon da' motti ad un parlar che punge,
ch'ad amenduo 1'esser beffato preme.
Chiaman Fiammetta (che non era lunge,
e de la fraude esser scoperta teme)
per fare in viso Tuno all'altro dire
quel che negando ambi parean mentire.
LXIX
Dimmi, le disse il re con fiero sguardo
e non temer di me ne di costui;
chi tutta notte fu quel si gagliardo,
che ti gode senza far parte altrui ?
Credendo Tun provar Taltro bugiardo,
la risposta aspettavano ambedui.
Fiammetta a' piedi lor si gitt6, incerta
di viver piu, vedendosi scoperta.
LXX
Domando lor perdono, che d'amore
ch'a un giovinetto avea portato, spinta,
e da pieta d'un tormentato core
che molto avea per lei patito, vinta,
caduta era la notte in quello errore;
e seguit6, senza dir cosa finta,
come tra lor con speme si condusse,
ch'ambi credesson che '1 compagno fusse.
LXXI
II re e locondo si guardaro in viso,
di maraviglia e di stupor confusi;
ne d'aver anco udito lor fu aviso,
ch'altri duo fusson mai cosi delusi.
Poi scoppiaro ugualmente in tanto riso,
che con la bocca aperta e gli occhi chiusi,
potendo a pena il fiato aver del petto,
a dietro si lasciar cader sul letto.
CANTO VENTESIMOTTAVO 745
LXXII
Poi ch'ebbon tanto riso, che dolere
se ne sentiano il petto, e pianger gli occhi,
disson tra lor: Come potremo avere
guardia, che la moglier non ne Paccocchi,
se non giova tra duo questa tenere,
e stretta si, che 1'uno e 1'altro tocchi?
Se piu che crini avesse occhi il rnarito,
non potria far che non fosse tradito.
LXXIII
Provate mille abbiamo, e tutte belle;
ne di tante una e ancor che ne contraste.
Se provian 1'altre, fian simili anch'elle;
ma per ultima prova costei baste.
Dunque possiamo creder che piu felle
non sien le nostre, o men de Faltre caste:
e se son come tutte Faltre sono,
che torniamo a godercile fia buono.
LXXIV
Conchiuso ch'ebbon questo, chiamar fero
per Fiammetta medesima il suo amante;
e in presenzia di molti gli la diero
per moglie, e dote che gli fu bastante.
Poi montaro a cavallo, e il lor sentiero
ch'era a ponente, volsero a levante;
et alle mogli lor se ne tornaro,
di ch'affanno mai piu non si pigliaro.
LXXV
L'ostier qui fine alia sua istoria pose,
che fu con molta attenzione udita.
Udilla il Saracin, ne gli rispose
parola mai, fin che non fu finita.
Poi disse : lo credo ben che de Tascose
feminil frode sia copia infinita;
ne si potria de la millesma parte
tener memoria con tutte le carte.
746 ORLANDO FURIOSO
LXXVI
Quivi era un uom d'eta, ch'avea piu retta
opinion degli altri, e ingegno e ardire;
e non potendo ormai, che si negletta
ogni femina fosse, piu patire,
si volse a quel ch'avea 1'istoria detta,
e gli disse : Assai cose udimo dire,
che veritade in se non hanno alcuna:
e ben di queste e la tua favola una.
LXXVII
A chi te la narr6 non do credenza,
s'evangelista ben fosse nel resto;
ch'opinione, piu ch'esperienza
ch'abbia di donne, lo facea dir questo.
L'avere ad una o due malivolenza,
fa ch'odia e biasma 1'altre oltre all'onesto ;
ma se gli passa Pira, io vo' tu 1'oda,
piu ch'ora biasmo, anco dar lor gran loda.
LXXVIII
E se vorra lodarne, avra maggiore
il campo assai, ch'a dime mal non ebbe:
di cento potra dir degne d'onore
verso una trista che biasmar si debbe.
Non biasmar tutte, ma serbarne fuore
la bonta d'infinite si dovrebbe;
e se '1 Valerio tuo disse altrimente,
disse per ira, e non per quel che sente.
LXXIX
Ditemi un poco: e di voi forse alcuno
ch'abbia servato alia sua moglie fede ?
che nieghi andar, quando gli sia oportuno,
all'altrui donna, e darle ancor mercede?
credete in tutto '1 mondo trovarne uno ?
chi '1 dice, mente; e folk e ben chi '1 crede.
Trovatene vo' alcuna che vi chiami?
(non parlo de le publiche et infami).
CANTO VENTESIMOTTAVO 747
LXXX
Conoscete alcun voi, che non lasciasse
la moglie sola, ancor che fosse bella,
per seguire altra donna, se sperasse
in breve e facilmente ottener quella?
Che farebbe egli, quando lo pregasse
o desse premio a lui donna o donzella ?
Credo, per compiacere or queste or quelle,
che tutti lasciaremmovi la pelle.
LXXXI
Quelle che i lor mariti hanno lasciati,
le piu volte cagione avuta n'hanno.
Del suo di casa li veggon svogliati,
e che fuor, de 1'altnii bramosi, vanno.
Dovriano amar, volendo essere amati,
e tor con la misura ch'allor danno.
lo farei (se a me stesse il darla e t6rre)
tal legge, ch'uom non vi potrebbe opporre.
LXXXII
Saria la legge ch'ogni donna colta
in adulterio fosse messa a morte,
se provar non potesse ch'una volta
avesse adulterate il suo consorte:
se provar lo potesse, andrebbe asciolta,
ne temeria il marito ne la corte.
Cristo ha lasciato nei precetti suoi:
non far altrui quel che patir non vuoi.
LXXXIII
La incontinenza e quanto mal si puote
imputar lor, non gia a tutto lo stuolo.
Ma in questo chi ha di noi piu brutte note ?
che continent e non si trova un solo.
E molto piu n'ha ad arrossir le gote,
quando bestemmia, ladroneccio, dolo,
usura et omicidio, e se v'e peggio,
raro, se non dagli uomini, far veggio.
ORLANDO FURIOSO
LXXXIV
Appresso alle ragioni avea il sincere
e giusto vecchio in pronto alcuno esempio
di donne, che n6 in fatto ne in pensiero
mai di lor castita patiron scempio.
Ma il Saracin, che fuggia udire il vero,
lo minaccio con viso crudo et empio,
si che lo fece per timor tacere;
ma gia non lo mut6 di suo parere.
LXXXV
Posto ch'ebbe alle liti e alle contese
termine il re pagan, Iasci6 la mensa;
indi nel letto per dormir si stese
fin al partir de Paria scura e densa:
ma de la notte, a sospirar 1'ofTese
piu de la donna ch'a dormir, dispensa.
Quindi parte alTuscir del nuovo raggio,
e far disegna in nave il suo viaggio.
LXXXVI
Perc- ch'avendo tutto quel rispetto
ch'a buon cavallo dee buon cavalliero,
a quel suo bello e buono, ch'a dispetto
tenea di Sacripante e di Ruggiero;
vedendo per duo giorni averlo stretto
piu che non si dovria si buon destriero,
lo pon, per riposarlo, e lo rassetta
in una barca, e per andar piu in fretta.
LXXXVII
Senza indugio al nocchier varar la barca,
e dar fa i remi all'acqua da la sponda.
Quella, non molto grande e poco carca,
se ne va per la Sonna giu a seconda.
Non fugge il suo pensier ne se ne scarca
Rodomonte per terra ne per onda:
lo trova in su la proda e in su la poppa;
e se cavalca, il porta dietro in groppa.
CANTO VENTESIMOTTAVO 749
LXXXVIII
Anzi nel capo, o sia nel cor gli siede,
e di fuor caccia ogni conforto e serra.
Di ripararsi il misero non vede,
da poi che gli nimici ha ne la terra.
Non sa da chi sperar possa mercede,
se gli fanno i domestici suoi guerra:
la notte e '1 giorno e sempre e combattuto
da quel crudel che dovria dargli aiuto.
LXXXIX
Naviga il giorno e la notte seguente
Rodomonte col cor d'affanni grave;
e non si pu6 ringiuria tor di mente,
che da la donna e dal suo re avuto have;
e la pena e il dolor medesmo sente,
che sentiva a cavallo, axicora in nave:
ne spegner pu6, per star ne 1'acqua, il fuoco,
ne* pu6 stato mutar, per mutar loco.
xc
Come rinfermo, che dirotto e stanco
di febbre ardente, va cangiando lato ;
o sia su 1'uno o sia su Paltro franco
spera aver, se si volge, miglior stato ;
ne sul destro riposa ne* sul manco,
e per tutto ugualmente e travagliato :
cosi il pagano al male ond'era infermo
mal trova in terra e male in acqua schermo.
xci
Non puote in nave aver piu pazienza,
e si fa porre in terra Rodomonte.
Lion passa e Vienna, indi Valenza,
e vede in Avignone il ricco ponte;
che queste terre et altre ubidienza,
che son tra il flume e '1 celtibero monte,
rendean al re Agramante e al re di Spagna
dal di che fur signer de la campagna.
750 ORLANDO FURIOSO
XCII
Verso Acquamorta a man dritta si tenne
con animo in Algier passare in fretta;
e sopra un fiume ad una villa venne
e da Bacco e da Cerere diletta,
che per le spesse ingiurie che sostenne
dai soldati, a votarsi fu constretta.
Quinci il gran mare, e quindi ne 1'apriche
valli vede ondeggiar le bionde spiche.
XCIII
Quivi ritrova una piccola chiesa
di nuovo sopra un monticel murata,
che poi ch'intorno era la guerra accesa,
i sacerdoti v6ta avean lasciata.
Per stanza fu da Rodomonte presa;
che pel sito, e perch' era sequestrata
dai campi, onde avea in odio udir novella,
gli piacque si, che mut6 Algieri in quella.
xciv
Mut6 d'andare in Africa pensiero,
si commodo gli parve il luogo e bello.
Famigli e carriaggi e il suo destriero
seco alloggiar fe* nel medesmo ostello.
Vicino a poche leghe a Mompoliero
e ad alcun altro ricco e buon castello
siede il villaggio allato alia riviera;
si che d'avervi ogn'agio il mo4o v'era.
xcv
Standovi un giorno il Saracin pensoso
(come pur era il piu del tempo usato),
vide venir per mezzo un prato erboso,
che d'un piccol sentiero era segnato,
una donzella di viso amoroso
in compagnia d'un monaco barbato ;
e si traeano dietro un gran destriero
sotto una soma coperta di nero.
CANTO VENTESIMOTTAVO 751
XCVI
Chi la donzella, chi s l monaco sia,
chi portin seco, vi debbe esser chiaro.
Conoscere Issabella si dovria,
che '1 corpo avea del suo Zerbino caro.
Lasciai che ver Provenza ne venia
sotto la scorta del vecchio preclaro,
che le avea persuaso tutto il resto
dicare a Dio del suo vivere onesto.
XCVII
Come ch'in viso pallida e smarrita
sia la donzella et abbia i crini inconti;
e facciano i sospir continua uscita
del petto acceso, e gli occhi sien duo fonti;
et altri testimoni d'una vita
mis era e grave in lei si veggan pronti;
tanto per6 di bello anco le avanza,
che con le Grazie Amor vi puo aver stanza.
XCVIII
Tosto che '1 Saracin vide la bella
donna apparir, messe il pensiero al fondo
ch'avea di biasmar sempre e d'odiar quella
schiera gentil che pur adorna il mondo.
E ben gli par dignissima Issabella,
in cui locar debba il suo amor secondo,
e spenger totalmente il primo, a modo
che da 1'asse si trae chiodo con chiodo.
xcix
Incontra se le fece, e col piu molle
parlar che seppe, e col miglior sembiante,
di sua condizione domandolle:
et ella ogni pensier gli spiego inante;
come era per lasciare il mondo folle,
e farsi arnica a Dio con opre sante.
Ride il pagano altier ch'in Dio non crede,
d'ogni legge nimico e d'ogni fede.
752 ORLANDO FURIOSO
C
E chiama intenzione erronea e lieve,
e dice che per certo ella troppo erra;
ne men biasmar che Tavaro si deve,
che '1 suo ricco tesor metta sotterra:
alcuno util per se non ne riceve,
e da 1'uso degli altri uomini il serra.
Chiuder leon si denno, orsi e serpenti,
e non le cose belle et innocenti.
ci
II monaco, ch'a questo avea Porecchia,
e per soccorrer la giovane incauta,
che ritratta non sia per la via vecchia,
sedea al governo qual pratico nauta,
quivi di spiritual cibo apparecchia
tosto una mensa sontuosa e lauta.
Ma il Saracin, che con mal gusto nacque,
non pur la sapor6, che gli dispiacque:
CII
e poi ch'invano il monaco interroppe,
e non pot6 mai far si che tacesse,
e che di pazienza il freno roppe,
le mani adosso con furor gli messe.
Ma le parole mie parervi troppe
potriano omai, se piii se ne dicesse:
si che finiro il canto; e rni fia specchio
quel che per troppo dire accade al vecchio.
CANTO VENTESIMONONO 753
CANTO VENTESIMONONO
I
O degli uomini inferma e instabil mente!
come sian presti a variar disegno!
Tutti i pensier mutamo facilmente,
piu quei che nascon d'amoroso sdegno.
lo vidi dianzi il Saracin si ardente
contra le donne, e passar tanto il segno,
che non che spegner 1'odio, ma pensai
che non dovesse intiepidirlo mai.
II
Donne gentil, per quel ch'a biasmo vostro
par!6 contra il dover, si offeso sono,
che sin che col suo mal non gli dimostro
quanto abbia fatto error, non gli perdono.
lo far6 si con penna e con inchiostro,
ch'ognun vedra che gli era utile e buono
aver taciuto, e mordersi anco poi
prima la lingua, che dir mal di voi.
in
Ma che par!6 come ignorante e sciocco,
ve lo dimostra chiara esperienzia*
Incontra tutte trass e fuor lo stocco
de 1'ira, senza farvi differenzia:
poi d'Issabella un sguardo si Tha tocco,
che subito gli fa mutar sentenzia.
Gia in cambio di quelPaltra la disia,
1'ha vista a pena, e non sa ancor chi sia.
754 ORLANDO FURIOSO
IV
E come il nuovo amor lo punge e scalda,
muove alcune ragion di poco frutto,
per romper quella mente intera e salda
ch'ella avea fissa al Creator del tutto.
Ma Feremita che 1'e scudo e falda,
perche il casto pensier non sia distrutto,
con argument! phi validi e fermi,
quanto piu puo, le fa ripari e schermi.
Poi che Tempio pagan molto ha sofferto
con lunga noia quel monaco audace,
e che gli ha detto invan ch'al suo deserto
senza lei pu6 tornar quando gli piace;
e che nuocer si vede a viso aperto,
e che seco non vuol triegua ne pace:
la mano al mento con furor gli stese,
e tanto ne pe!6, quanto ne prese.
VI
E si crebbe la furia, che nel collo
con man lo stringe a guisa di tanaglia;
e poi ch'una e due volte raggirollo,
da se per Paria e verso il mar lo scaglia.
Che n'avenisse, ne dico ne sollo:
varia fama e di lui, ne si raguaglia.
Dice alcun che si rotto a un sasso resta,
che '1 pie non si discerne da la testa;
VII
et altri, ch'a cadere and6 nel mare,
ch'era piu di tre miglia indi lontano,
e che mori per non saper notare,
fatti assai prieghi e orazioni invano;
altri, ch'un santo lo venne aiutare,
lo trasse al lito con visibil mano.
Di queste, qual si vuol, la vera sia:
di lui non parla piu Tistoria rnia.
CANTO VENTESIMONONO 755
VIII
Rodomonte crudel, poi che levato
s'ebbe da canto il garnilo eremita,
si ritorno con viso men turbato
verso la donna mesta e sbigottita;
e col parlar ch'e fra gli amanti usato,
dicea ch'era il suo core e la sua vita
e '1 suo conforto e la sua cara speme,
et altri norni tai che vanno insieme.
IX
E si mostro si costumato allora,
che non le fece alcun segno di forza.
II sembiante gentil che Pinnamora,
1'usato orgoglio in lui spegne et ammorza:
e ben che *1 frutto trar ne possa fuora,
passar non per6 vuole oltre a la scorza;
che non gli par che potesse esser buono,
quando da lei non lo accettasse in dono.
x
E cosl di disporre a poco a poco
a' suoi piaceri Issabella credea.
Ella, che in si solingo e strano loco
qual topo in piede al gatto si vedea,
vorria trovarsi inanzi in mezzo il fuoco;
e seco tuttavolta rivolgea
s' alcun partito, alcuna via fosse atta
a trarla quindi immaculata e intatta.
XI
Fa ne Panimo suo proponimento
di darsi con sua man prima la morte,
che '1 barbaro crudel n'abbia il suo intento,
e che le sia cagion d'errar si forte
contra quel cavallier ch'in braccio spento
Pavea crudele e dispietata sorte;
a cui fatto have col pensier devoto
de la sua castita perpetuo voto.
756 ORLANDO FURIOSO
XII
Crescer piu sempre Pappetito cieco
vede del re pagan, ne sa che farsi.
Ben sa che vuol venire all'atto bieco,
ove i contrast! suoi tutti fien scarsi.
Pur discorrendo molte cose seco,
il mo do trov6 al fin di ripararsi,
e di salvar la castita sua, come
io vi diro, con lungo e chiaro nome.
XIII
Al brutto Saracin, che le venia
gia contra con parole e con effetti
privi di tutta quella cortesia
che mostrata le avea ne' primi detti:
Se fate che con voi sicura io sia
del mio onor disse e ch'io non ne sospetti,
cos a alPincontro vi dar6 che molto
piu vi varra, ch'avermi 1'onor tolto.
XIV
Per un piacer di si poco momento,
di che n'ha si abondanza tutto '1 mondo,
non disprezzate un perpetuo contento,
un vero gaudio a nullo altro secondo.
Potrete tuttavia ritrovar cento
e mille donne di viso giocondo;
ma chi vi possa dar questo mio dono,
nessuno al mondo, o pochi altri ci sono.
xv
Ho notizia d'un'erba, e Tho veduta
venendo, e so dove trovarne appresso,
che bollita con elera e con ruta
ad un fuoco di legna di cipresso,
e fra mano innocenti indi premuta,
manda un liquor che chi si bagna d'esso
tre volte il corpo, in tal modo 1'indura,
che dal ferro e dal fuoco 1'assicura.
CANTO VENTESIMONONO 757
XVI
lo dico, se tre volte se n'immolla,
un mese invulnerabile si trova.
Oprar conviensi ogni mese Tampolla;
che sua virtu piu termine non giova.
lo so far Facqua, et oggi ancor farolla,
et oggi ancor voi ne vedrete prova:
e vi puo, s'io non fallo, esser piu grata,
che d'aver tutta Europa oggi acquistata.
XVII
Da voi domando in guiderdon di questo,
che su la fede vostra mi giuriate
che ne in detto ne in opera molesto
mai piu sarete alia mia castitate.
Cosi dicendo, Rodomonte onesto
fe' ritornar; ch'in tanta voluntate
venne ch'inviolabil si facesse,
che piu ch'ella non disse, le promesse:
XVIII
e servaralle fin che vegga fatto
de la mirabil acqua esperienzia;
e sforzerasse intanto a non fare atto,
a non far segno alcun di violenzia.
Ma pensa poi di non tenere il patto,
perche non ha timor ne riverenzia
di Dio o di santi; e nel mancar di fede
tutta a lui la bugiarda Africa cede.
XIX
Ad Issabella il re d'Algier scongiuri
di non la molestar fe' piu di mille,
pur ch'essa lavorar 1'acqua procuri,
che far lo pu6 qual fu gia Cigno e Achille.
Ella per baize e per valloni oscuri
da le citta lontana e da le ville
ricoglie di molte erbe; e il Saracino
non 1'abandona, e 1'e sempre vicino.
75$ ORLANDO FURIOSO
XX
Poi ch'in piu parti quant'era a bastanza
colson de 1'erbe e con radici e senza,
tardi si ritornaro alia lor stanza;
dove quel paragon di continenza
tutta la notte spende che Tavanza
a bollir erbe con molta avertenza:
e a tutta 1'opra e a tutti quei misteri
si trova ognor present e il re d'Algieri.
XXI
Che producendo quella notte in giuoco
con quelli pochi send ch'eran seco,
sentia, per lo calor del vicin fuoco
ch'era rinchiuso in quello angusto speco,
tal sete, che bevendo or molto or poco
duo barili votar pieni di greco,
ch'aveano tolto uno o duo giorni inanti
i suoi scudieri a certi viandanti.
XXII
Non era Rodomonte usato al vino,
perche la legge sua lo vieta e danna:
e poi che lo gusto, liquor divino
gli par, miglior che '1 nettare o la manna;
e riprendendo il rito saracino,
gran tazze e pieni fiaschi ne tracanna.
Fece il buon vino, ch'ando spesso intorno,
girare il capo a tutti come un torno.
XXIII
La donna in questo mezzo la caldaia
dal fuoco tolse, ove quell' erbe cosse;
e disse a Rodomonte : Accio che paia
che mie parole al vento non ho mosse,
quella che '1 ver da la bugia dispaia,
e che pu6 dotte far le genti grosse,
te ne far6 1'esperienzia ancora,
non ne 1'altrui, ma nel mio corpo or ora.
CANTO VENTESIMONONO 759
XXIV
lo voglio a far il saggio esser la prima
del felice liquor di virtu pieno,
accio tu forse non facessi stima
che ci fosse mortifero veneno.
Di questo bagnerommi da la cima
del capo giu pel collo e per lo seno:
tu poi tua forza in me prova e tua spada,
se questo abbia vigor, se quella rada.
xxv
Bagnossi, come disse, e lieta porse
alPincauto pagano il collo ignudo,
incauto, e vinto anco dal vino forse,
incontra a cui non vale elmo ne scudo.
Quel uom bestial le presto fede, e scorse
si con la mano e si col ferro crudo,
che del bel capo, gia d'Amore albergo,
fe' tronco rimanere il petto e il tergo.
XXVI
Quel fe 5 tre balzi; e funne udita chiara
voce ch'uscendo nomino Zerbino,
per cui seguire ella trov6 si rara
via di fuggir di man del Saracino.
Alma, ch'avesti piu la fede cara,
e '1 nome quasi ignoto e peregrino
al tempo nostro, de la castitade,
che la tua vita e la tua verde etade,
XXVII
vattene in pace, alma beata e bellal
Cosi i miei versi avesson forza, come
ben m'affaticherei con tutta quella
arte che tanto il parlar orna e come,
perche mille e muTanni e piu novella
sentisse il mondo del tuo chiaro nome.
Vattene in pace alia superna sede,
e lascia alPaltre esempio di tua fede.
760 ORLANDO FURIOSO
XXVIII
All'atto incomparabile e stupendo,
dal cielo il Creator giu gli occhi volse,
e disse : Piii di quella ti commendo,
la cui morte a Tarquimo il regno tolse;
e per questo una legge fare intendo
tra quelle mie che mai tempo non sciolse,
la qual per le inviolabil' acque giuro
che non mutera seculo futuro.
XXIX
Per Fawenir vo' che ciascuna ch'aggia
il nome tuo, sia di sublime ingegno,
e sia bella, gentil, cortese e saggia,
e di vera onestade arrivi al segno:
onde materia agli scrittori caggia
di celebrare il nome inclito e degno;
tal che Parnasso, Pindo et EKcone
sempre Issabella, Issabella risuone.
xxx
Dio cosi disse, e fe' serena intorno
1'aria, e tranquillo il mar piu che mai fusse.
Fe' Talma casta al terzo ciel ritorno,
e in braccio al suo Zerbin si ricondusse.
Rimase in terra con vergogna e scorno
quel fier senza pieta nuovo Breusse;
che poi che 1 troppo vino ebbe digesto,
biasmb il suo errore, e ne rest6 funesto.
XXXI
Placare o in parte satisfar pensosse
a Fanima beata d'Issabella,
se, poi ch'a morte il corpo le percosse,
desse almen vita alia memoria d'ella.
Trovo per mezzo, accio che cosi fosse,
di convertirle quella chiesa, quella
dove abitava e dove ella fu uccisa,
in un sepolcro; e vi dir6 in che guisa.
CANTO VENTESIMONONO 761
XXXII
Di tutti i lochi intorno fa venire
mastri, chi per amore e chi per tema;
e fatto ben seimila uomini unire,
de' gravi sassi i vicin monti scema,
e ne fa una gran massa stabilire,
che da la cima era alia parte estrema
novanta braccia; e vi rmchiude dentro
la chiesa, che i duo amanti have nel centro.
XXXIII
Imita quasi la superb a mole
che fe' Adriano alFonda tiberina.
Presso al sepolcro una torre alta vuole;
ch'abitarvi alcun tempo si destina.
Un ponte stretto e di due braccia sole
fece su Tacqua che correa vicina.
Lungo il ponte, ma largo era si poco,
che dava a pena a duo cavalli loco;
xxxiv
a duo cavalli che venuti a paro,
o ch'insieme si fossero scontrati:
e non avea ne sponda ne riparo,
e si potea cader da tutti i lati.
II passar quindi vuol che costi caro
a guerrieri o pagani o battezzati;
che de le spoglie lor mille trofei
promette al cimiterio di costei.
xxxv
In dieci giorni e in manco fu perfetta
Topra del ponticel che passa il fiume;
ma non fu gia il sepolcro cosi in fretta,
ne la torre condutta al suo cacume:
pur fu levata si, ch'alla veletta
starvi in cima una guardia avea costume,
che d'ogni cavallier che venia al ponte,
col corno facea segno a Rodomonte.
762 ORLANDO FURJOSO
XXXVI
E quel s'armava, e se gli venia a opporre
ora su 1'una, ora su 1'altra riva;
che se '1 guerrier venia di ver la torre,
su Taltra proda il re d'Algier veniva.
II ponticello e il campo ove si corre;
e se '1 destrier poco del segno usciva,
cadea nel flume, ch'alto era e profondo:
ugual periglio a quel non avea il mondo.
XXXVII
Aveasi imaginato il Saracino,
che per gir spesso a rischio di cadere
dal ponticel nel fiume a capo chino,
dove gli converria molt'acqua here,
del fallo a che Tindusse il troppo vino,
dovesse netto e mondo rimanere;
come Pacqua, non men che '1 vino, estingua
Terror che fa pel vino o mano o lingua.
XXXVIII
Molti fra pochi di vi capitaro:
alcuni la via dritta vi condusse,
ch'a quei che verso Italia o Spagna andaro
altra non era che phi trita fusse ;
altri 1'ardire e, piu che vita caro,
1'onore, a farvi di se prova indusse.
E tutti, ove acquistar credean la palma,
lasciavan Tarme, e molti insieme Talma.
XXXIX
Di quelli ch'abbattea, s'eran pagani,
si contentava d'aver spoglie et armi;
e di chi prima furo, i nomi piani
vi facea sopra, e sospendeale ai marmi:
ma ritenea in prigion tutti i cristiani;
e che in Algier poi li mandasse parmi.
Finita ancor non era Topra, quando
vi venne a capitare il pazzo Orlando.
CANTO VENTESIMONONO 763
XL
A caso venne il furioso conte
a capitar su questa gran riviera,
dove, come io vi dico, Rodomonte
fare in fretta facea, ne finito era
la torre ne il sepolcro, e a pena il ponte:
e di tutte arme, fuor che di visiera,
a quell' ora il pagan si trovo in punto,
ch' Orlando al nume e al ponte e sopragiunto.
XLI
Orlando (come il suo furor lo caccia)
salta la sbarra e sopra il ponte corre.
Ma Rodomonte con turbata faccia,
a pie, com 5 era inanzi a la gran torre,
gli grida di lontano e gli minaccia,
ne se gli degna con la spada opporre:
Indiscreto villan, ferma le piante,
temerario, importune et arrogante.
XLII
Sol per signori e cavallieri e fatto
il ponte, non per te, bestia balorda.
Orlando, ch'era in gran pensier distratto,
vien pur inanzi e fa Porecchia sorda.
Bisogna ch'io castighi questo matto
disse il pagano ; e con la voglia ingorda
venia per traboccarlo giu ne 1'onda,
non pensando trovar chi gli risponda.
XLIII
In questo tempo una gentil donzella,
per passar sovra il ponte, al fiume arriva,
leggiadramente ornata e in viso bella,
e nei sembianti accortamente schiva.
Era (se vi ricorda, Signor) quella
che per ogni altra via cercando giva
di Brandimarte, il suo amator, vestigi,
fuor che, dove era, dentro da Parigi.
764 ORLANDO FURIOSO
XLIV
Ne Tarrivar di Fiordiligi al ponte
(che cosi la donzella nomata era),
Orlando s'attacco con Rodomonte
che lo volea gittar ne la riviera.
La donna, ch'avea pratica del conte,
subito n'ebbe conoscenza vera:
e rest6 d'alta maraviglia piena,
de la follia che cosi nudo il mena.
XLV
Fermasi a riguardar che fine avere
debba il furor dei duo tanti possenti.
Per far del ponte Tun Taltro cadere
a por tutta lor forza sono intenti.
Come e ch'un pazzo debba si valere ?
seco il fiero pagan dice tra' denti;
e qua e la si volge e si raggira,
pieno di sdegno e di superbia e d'ira.
XL VI
Con 1'una e 1'altra man va ricercando
far nuova presa, ove il suo meglio vede;
or tra le gambe, or fuor gli pone, quando
con arte il destro, e quando il manco piede.
Simiglia Rodomonte intorno a Orlando
lo stolido orso che sveller si crede
1'arbor onde e caduto; e come n'abbia
quello ogni colpa, odio gli porta e rabbia.
XLVII
Orlando, che Tingegno avea sommerso,
io non so dove, e sol la forza usava,
Testrema forza a cui per 1'universo
nessuno o raro paragon si dava,
cader del ponte si lascio riverso
col pagano abbracciato come stava.
Cadon nel fiume, e vanno al fondo insieme :
ne salta in aria Tonda, e il lito geme.
CANTO VENTESIMONONO 765
XLVIII
L'acqua gli fece distaccare in fretta.
Orlando e nudo, e nuota com'un pesce:
di qua le braccia, e di la i piedi getta,
e viene a proda; e come di fuor esce,
correndo va, ne per mirare aspetta
se in biasmo o in loda questo gli riesce.
Ma il pagan, che da Tarme era impedito,
torn6 piu tar do e con piu affanno al lito.
XLIX
Sicuramente Fiordiligi intanto
avea passato il ponte e la riviera;
e guardato il sepolcro in ogni canto,
se del suo Brandimarte insegna v'era:
poi che ne 1'arme sue vede ne il manto,
di ritrovarlo in altra parte spera.
Ma ritorniamo a ragionar del conte,
che lascia a dietro e torre e flume e ponte.
L
Pazzia sara, se le pazzie d 5 Orlando
prometto raccontarvi ad una ad una;
che tante e tante fur, ch'io non so quando
finir: ma ve n'andro scegliendo alcuna
solenne et atta da narrar cantando,
e ch'all'istoria mi parra oportuna;
ne quella tacero miraculosa
che fu nei Pirenei sopra Tolosa.
LI
Trascorso avea molto paese il conte,
come dal grave suo furor fu spinto;
et al fin capito sopra quel monte
per cui dal Franco e il Tarracon distinto;
tenendo tuttavia volta la fronte
verso la dove il sol ne viene estinto:
e quivi giunse in uno angusto calle,
che pendea sopra una profonda valle.
766 ORLANDO FURIOSO
LII
Si vennero a incontrar con esso al varco
duo boscherecci gioveni, ch'inante
avean di legna un loro asino carco;
e perche ben s'accorsero al sembiante
ch'avea di cervel sano il capo scarce,
gli gridano con voce minacciante
o ch'a dietro o da parte se ne vada,
e che si levi di mezzo la strada.
LIII
Orlando non risponde altro a quel detto,
se non che con furor tira d'un piede,
e giunge a punto 1' asino nel petto
con quella forza che tutte altre eccede;
et alto il leva si, ch'uno augelletto
che voli in aria sembra a chi lo vede.
Quel va a cadere alia cima d'un colle,
ch'un miglio oltre la valle il giogo estolle.
LIV
Indi verso i duo gioveni s'aventa,
dei quali un, piu che senno, ebbe aventura,
che da la balza, che due volte trenta
braccia cadea, si gitt6 per paura.
A mezzo il tratto trovo molle e lenta
una macchia di rubi e di verzura,
a cui bast6 graffiargli un poco il volto :
del resto lo mand6 libero e sciolto.
LV
L'altro s'attacca ad un scheggion ch'usciva
fuor de la roccia, per salirvi sopra;
perche si spera, s'alla cima arriva,
di trovar via che dal pazzo lo cuopra.
Ma quel nei piedi (che non vuol che viva)
lo piglia, mentre di salir s'adopra:
e quanto piu sbarrar puote le braccia,
le sbarra si, ch'in duo pezzi lo straccia;
CANTO VENTESIMONONO 767
LVI
a quella guisa che veggian talora
farsl cTuno aeron, farsi d'un polio,
quando si vuol de le calde interiora
che falcone o ch'astor resti satollo.
Quanto e bene accaduto che non muora
quel che fu a risco di fiaccarsi il collo!
ch'ad altri poi questo miracol disse,
si che 1'udi Turpino, e a noi lo scrisse.
LVII
E queste et altre assai cose stupende
fece nel traversar de la montagna.
Dopo molto cercare, al fin discende
verso meriggie alia terra di Spagna;
e lungo la marina il carnin prende,
ch'intorno a Taracona il lito bagna:
e come vuol la furia che lo mena,
pensa farsi uno alb ergo in quella arena,
LVIII
dove dal sole alquanto si ricuopra;
e nel sabbion si caccia arrido e trito.
Stando cosi, gli venne a caso sopra
Angelica la bella e il suo marito,
ch'eran (si come io vi narrai di sopra)
scesi dai monti in su Tispano lito.
A men d'un braccio ella gli giunse appresso,
perche non s'era accorta ancora d'esso.
LIX
Che fosse Orlando, nulla le soviene:
troppo e diverso da quel ch'esser suole.
Da indi in qua che quel furor lo tiene,
e sempre andato nudo all'ombra e al sole:
se fosse nato all'aprica Siene,
o dove Ammone il Garamante cole,
o presso ai monti onde il gran Nilo spiccia,
non dovrebbe la carne aver piu arsiccia.
768 ORLANDO FURIOSO
LX
Quasi ascosi avea gli occhi ne la testa,
la faccia macra, e come un osso asciutta,
la chioma rabuffata, orrida e rnesta,
la barba folta, spaventosa e brutta.
Non piu a vederlo Angelica fu presta,
che fosse a ritornar, tremando tutta:
tutta tremando, e empiendo il ciel di grida,
si volse per aiuto alia sua guida.
LXI
Come di lei s'accorse Orlando stolto,
per ritenerla si levo di botto:
cosi gli piacque il delicato volto,
cosi ne venne immantinente giotto.
D'averla amata e riverita molto
ogni ricordo era in lui guasto e rotto.
Gli corre dietro, e tien quella maniera
che terria il cane a seguitar la fera.
LXII
II giovine che '1 pazzo seguir vede
la donna sua, gli urta il cavallo adosso,
e tutto a un tempo lo percuote e fiede,
come lo trova che gli volta il dosso.
Spiccar dal busto il capo se gli crede:
ma la pelle trovo dura come osso,
anzi via piu ch'acciar; ch' Orlando nato
impenetrabile era et affatato.
LXIII
Come Orlando senti battersi dietro,
girossi, e nel girare il pugno strinse,
e con la forza che passa ogni metro,
feri il destrier che '1 Saracino spinse.
Peril sul capo, e come fosse vetro
lo spezzo si, che quel cavallo estinse:
e rivoltosse in un medesmo instante
dietro a colei che gli fuggiva inante.
CANTO VENTESIMONONO 769
LXIV
Caccia Angelica in fretta la giumenta,
e con sferza e con spron tocca e ritocca;
che le parrebbe a quel bisogno lenta,
se ben volasse piu che stral da cocca.
De Tannel c'ha nel dito si ramenta,
che puo salvarla, e se lo getta in bocca:
e I'annel, che non perde il suo costume,
la fa sparir come ad un soffio il lume.
LXV
O fosse la paura, o che pigliasse
tanto disconcio nel mutar 1'annello,
o pur, che la giumenta traboccasse,
che non posso affermar questo n6 quello;
nel medesmo momento che si trasse
Pannello in bocca e ce!6 il viso bello,
Iev6 le gambe et usci de Tarcione,
e si trov6 ri versa in sul sabbione.
LXVI
Piu corto che quel salto era dua dita,
aviluppata rimanea col matto,
che con 1'urto le avria tolta la vita;
ma gran ventura Taiuto a queLtratto.
Cerchi pur ch'altro furto le dia aita
d'un'altra bestia, come prima ha fatto ;
che piu non e per riaver mai questa
ch'inanzi al paladin 1'arena pesta.
LXVII
Non dubitate gia ch'ella non s'abbia
a provedere; e seguitiamo Orlando,
in cui non cessa 1'impeto e la rabbia
perche si vada Angelica celando.
Segue la bestia per la nuda sabbia,
e se le vien piu sempre approssimando :
gia gia la tocca, et ecco Fha nel crine,
indi nel freno, e la ritiene al fine.
77 ORLANDO FURIOSO
LXVIII
Con quella festa il paladin la piglia,
ch'un altro avrebbe fatto una donzella:
le rassetta le redine e la briglia,
e spicca un salto et entra ne la sella;
e correndo la caccia molte miglia,
senza riposo, in questa parte e in quella:
mai non le leva ne sella ne freno,
ne le lascia gustare erba n6 fieno.
LXIX
Volendosi cacciare oltre una fossa,
sozzopra se ne va con la cavalla.
Non nocque a lui, ne senti la percossa;
ma nel fondo la misera si spalla.
Non vede Orlando come trar la possa;
e finalmente se 1'arreca in spalla,
e su ritorna, e va con tutto il carco,
quanto in tre volte non trarrebbe un arco.
LXX
Sentendo poi che gli gravava troppo,
la pose in terra, e volea trarla a mano.
Ella il seguia con passo lento e zoppo;
dicea Orlando: Carnina! e dicea invano.
Se Pavesse seguito di galoppo,
assai non era al desiderio insano.
Al fin dal capo le levo il capestro,
e dietro la Ieg6 sopra il pie destro ;
LXXI
e cosi la strascina, e la conforta
che lo potra seguir con maggior agio.
Qual leva il pelo, e quale il cuoio porta,
dei sassi ch'eran nel camin malvagio.
La mal condotta bestia rest6 morta
finalmente di strazio e di disagio.
Orlando non le pensa e non la guarda,
e via correndo il suo camin non tarda.
CANTO VENTESIMONONO 771
LXXII
Di trarla, anco che morta, non rimase,
continoando il corso ad occidente;
e tuttavia saccheggia ville e case,
se bisogno di cibo aver si sente;
e frutte e carne e pan, pur ch'egli in vase,
rapisce ; et usa forza ad ogni gente :
qual lascia morto e qual storpiato lassa;
poco si ferma, e sempre inanzi passa.
LXXIII
Avrebbe cosi fatto, o poco manco,
alia sua donna, se non s'ascondea;
perche non discernea il nero dal bianco,
e di giovar nocendo si credea.
Deh maledetto sia Tannello et anco
il cavallier che dato le Tavea!
che se non era, avrebbe Orlando fatto
di se vendetta e di miU'altri a un tratto.
LXXIV
Ne questa sola, ma fosser pur state
in man d'Orlando quante oggi ne sono;
ch'ad ogni modo tutte-sono ingrate,
ne si trova tra loro oncia di buono.
Ma prima che le corde rallentate
al canto disugual rendano il suono,
fia meglio difFerirlo a un'altra volta,
accio men sia noioso a chi Tascolta.
77 2 ORLANDO FURIOSO
CANTO TRENTESIMO
Quando vincer da 1'impeto e da 1'ira
si lascia la ragion, ne si difende,
e che '1 cieco furor si inanzi tira
o mano o lingua, che gli amici offende;
se ben dipoi si piange e si sospira,
non e per questo che Terror s'emende.
Lasso! io mi doglio e affligo in van di quanto
dissi per ira al fin de Faltro canto.
n
Ma simile son fatto ad uno infermo,
che dopo molta pazienzia e molta,
quando contra il dolor non ha piu schermo,
cede alia rabbia e a bestemmiar si volta.
Manca il dolor, ne 1'impeto sta fermo,
che la lingua al dir mal facea si sciolta;
e si ravvede e pente e n'ha dispetto:
ma quel c'ha detto, non puo far non detto.
in
Ben spero, donne, in vostra cortesia
aver da voi perdon, poi ch'io vel chieggio.
Voi scusarete, che per frenesia,
vinto da 1'aspra passion, vaneggio.
Date la colpa alia nimica mia,
che mi fa star ch'io non potrei star peggio,
e mi fa dir quel di ch'io son poi gramo:
sallo Idio, s'ella ha il torto; essa, s'io Tamo.
CANTO TRENTESIMO 773
IV
Non men son fuor di me, che fosse Orlando;
e non son men di lui di scusa degno,
ch'or per li monti, or per le piagge errando,
scorse in gran parte di Marsilio il regno,
molti di la cavalla strascinando
morta, come era, senza alcun ritegno;
ma giunto ove un gran fiume entra nel mare,
gli fu forza il cadavero lasciare.
v
E perche sa nuotar come una lontra,
entra nel fiume, e surge all'altra riva.
Ecco un pastor sopra un cavallo incontra,
che per abeverarlo al fiume arriva.
Colui, ben che gli vada Orlando incontra,
perche egli e solo e nudo, non lo schiva.
Vorrei del tuo ronzin gli disse il matto
con la giumenta mia far un baratto.
VI
10 te la mostrero di qui, se vuoi;
che morta la su 1'altra ripa giace:
la potrai far tu medicar dipoi;
altro difTetto in lei non mi displace.
Con qualche aggiunta il ronzin dar mi puoi:
smontane in cortesia, perche mi piace.
11 pastor ride, e senz'altra risposta
va verso il guado, e dal pazzo si scosta.
VII
lo voglio il tuo cavallo : ola non odi ?
suggiunse Orlando, e con furor si mosse.
Avea un baston con nodi spessi e sodi
quel pastor seco, e il paladin percosse.
La rabbia e 1'ira passo tutti i modi
del conte; e parve fier piu che mai fosse.
Sul capo del pastore un pugno serra,
che spezza Posso, e morto il caccia in terra.
774 ORLANDO FURIOSO
VIII
Salta a cavallo, e per diversa strada
va discorrendo, e molti pone a sacco.
Non gusta il ronzin mai fieno ne biada,
tanto ch'in pochi di ne riman fiacco:
ma non pero ch' Orlando a piedi vada,
che di vetture vuol vivere a macco;
e quante ne trov6, tante ne mise
in uso, poi che i lor patroni uccise.
IX
Capito al fin a Malega, e piu danno
vi fece, ch'egli avesse altrove fatto:
che oltre che ponesse a saccomanno
il popul si, che ne resto disfatto,
ne si pote rifar quel ne Faltr'anno;
tanti n'uccise il periglioso matto,
vi spiano tante case e tante accese,
che disfe' piu che '1 terzo del paese.
x
Quindi partito, venne ad una terra,
Zizera detta, che siede allo stretto
di Zibeltarro, o vuoi di Zibelterra,
che Puno e 1'altro nome le vien detto;
ove una barca che sciogliea da terra
vide piena di gente da diletto,
che solazzando all'aura matutina
gia per la tranquillissima marina,
XI
Cominci6 il pazzo a gridar forte: Aspetta! -
che gli venne disio d'andare in barca.
Ma bene invano e i gridi e gli urli getta;
che volentier tal merce non si carca.
Per 1'acqua il legno va con quella fretta
che va per 1'aria irondine che varca.
Orlando urta il cavallo e batte e stringe,
e con un mazzafrusto all'acqua spinge.
CANTO TRENTESIMO 775
XII
Forza e ch'al fin nelFacqua il cavallo entre,
ch'invan contrasta, e spende invano ogni opra:
bagna i genocchi, e poi la groppa e '1 ventre,
indi la testa, e a pena appar di sopra.
Tornare a dietro non si speri, mentre
la verga tra Forecchie se gli adopra.
Misero! o si convien tra via affogare,
o nel lito african passare il mare.
XIII
Non vede Orlando piu poppe ne sponde
che tratto in mar 1'avean dal lito asciutto;
che son troppo lontane, e le nasconde
agli occhi bassi Falto e mobil fhitto:
e tuttavia il destrier caccia tra 1'onde,
ch'andar di la dal mar dispone in tutto.
II destrier, d'acqua pieno e d'alma v6to,
finalmente fini la vita e il nuoto.
XIV
Ando nel fondo, e vi traea la salma,
se non si tenea Orlando in su le braccia.
Mena le gambe e Tuna e Paltra palma,
e soffia, e Fonda spinge da la faccia.
Era Taria soave e il mare in calma:
e ben vi bisogno piu che bonaccia;
ch'ogni poco che '1 mar fosse piu sorto,
restava il paladin ne Pacqua morto.
xv
Ma la Fortuna, che dei pazzi ha cura,
del mar lo trasse nel lito di Setta,
in una spiaggia, lungi da le mura
quanto sarian duo tratti di saetta.
Lungo il mar molti giorni alia ventura
verso levante ando correndo in fretta;
fin che trov6, dove tendea sul lito,
di nera gente esercito infinite.
776 ORLANDO FURIOSO
XVI
Lasciamo il paladin ch'errando vada:
ben di parlar di lui tornera tempo.
Quanto, Signore, ad Angelica accada,
dopo ch'usci di man del pazzo a tempo,
e come a ritornare in sua contrada
trovasse e buon navilio e miglior tempo,
e de Tlndia a Medor desse lo scettro,
forse altri cantera con miglior plettro.
XVII
lo sono a dir tante altre cose intento,
che di seguir phi questa non mi cale.
Volger conviemmi il bel ragionamento
al Tartaro, che spinto il suo rivale
quella bellezza si godea contento,
a cui non resta in tutta Europa uguale,
poscia che se n'e Angelica partita,
e la casta Issabella al ciel salita.
XVIII
De la sentenzia Mandricardo altiero,
ch'in suo favor la bella donna diede,
non puo fruir tutto il diletto intero ;
che contra lui son altre liti in piede.
L'una gli muove il giovene Ruggiero,
perche Faquila bianca non gli cede;
1'altra il famoso re di Sericana,
che da lui vuol la spada Durindana.
XIX
S'afFatica Agramante, ne disciorre,
ne Marsilio con lui, sa questo intrico:
ne solamente non li puo disporre
che voglia Tun de Faltro essere amico ;
ma che Ruggiero a Mandricardo t6rre
lasci lo scudo del Troiano antico,
o Gradasso la spada non gli vieti,
tanto che questa o quella lite accheti.
CANTO TRENTESIMO 777
XX
Ruggier non vuol ch'in altra pugna vada
con lo suo scudo; ne Gradasso vuole
che fuor che contra se porti la spada
che J l glorioso Orlando portar suole.
Al fin veggiamo in cui la sorte cada,
disse Agramante e non sian piu parole ;
veggian quel che Fortuna ne disponga,
e sia preposto quel ch'ella preponga.
XXI
E se compiacer meglio mi volete,
onde d'aver ve n'abbia oblige ognora,
chi de' di voi combatter, sortirete;
ma con patto, ch'al primo ch'esca fuora
amendue le querele in man porrete:
si che per se vincendo, vinca ancora
pel compagno; e perdendo Tun di vui,
cosi perduto abbia per ambidui.
XXII
Tra Gradasso e Ruggier credo che sia
di valor nulla o poca differenza;
e di lor qual si vuol venga fuor pria,
so ch'in arme fara per eccellenza.
Poi la vittoria da quel canto stia,
che vorra la divina providenza.
II cavallier non avra colpa alcuna,
ma il tutto imputerassi alia Fortuna.
XXIII
Steron taciti al detto d' Agramante
e Ruggiero e Gradasso; et accordarsi
che qualunque di loro uscira inante,
e Tuna briga e 1'altra abbia a pigliarsi.
Cosi in duo brevi, ch'avean simigliante
et ugual forma, i nomi lor notarsi;
e dentro un'urna quelli hanno rinchiusi,
versati molto, e sozzopra confusi.
778 ORLANDO FURIOSO
XXIV
Un semplice fanciul nell'urna messe
la mano, e prese un breve; e venne a caso
ch'in questo il nome di Ruggier si lesse,
essendo quel del Serican rimaso.
Non si pu6 dir quanta allegrezza avesse,
quando Ruggier si senti trar del vaso,
e d'altra parte il Sericano doglia;
ma quel che manda il del, forza e die toglia.
xxv
Ogni suo studio il Sericano, ogni opra
a favorire, ad aiutar converte
perche Ruggiero abbia a restar di sopra:
e le cose in suo pro, ch'avea gia esperte,
come or di spada, or di scudo si cuopra,
qual sien botte fallaci e qual sien certe,
quando tentar, quando schivar fortuna
si dee, gli torna a mente ad una ad una.
xxvr
II resto di quel di, che da 1'accordo
e dal trar de le sorti sopravanza,
e speso dagli amici in dar ricordo,
chi a 1'un guerrier chi a Paltro, come e usanza.
II popul, di veder la pugna ingordo,
s'affretta a gara d'occupar la stanza:
ne basta a molti inanzi giorno andarvi,
che voglion tutta notte anco veggiarvi.
XXVII
La sciocca turba disiosa attende
ch'i duo buon cavallier vengano in prova;
che non mira piu lungi ne comprende
di quel ch'inanzi agli occhi si ritrova.
Ma Sobrino e Marsilio, e chi piu intende
e vede cio che nuoce e cio che giova,
biasma questa battaglia, et Agramante,
che voglia comportar che vada inante.
CANTO TRENTESIMO 779
XXVIII
Ne cessan raccordargli il grave danno
che n'ha d'avere il popul saracino,
muora Ruggiero o il tartaro tiranno,
quel che prefisso e dal suo fier destine :
d'un sol di lor via piu bisogno avranno
per contrastare al figlio di Pipino,
che di dieci altri mila che ci sono,
tra 5 quai fatica e ritrovare un buono.
XXIX
Conosce il re Agramante che gli e vero,
ma non pu6 piu negar cio c'ha promesso.
Ben prega Mandricardo e il buon Ruggiero,
che gli ridonin quel c'ha lor concesso;
e tanto piu che '1 lor litigio e un zero,
ne degno in prova d'arme esser rimesso:
e s'in cio pur nol vogliono ubbidire,
voglino almen la pugna differire.
xxx
Cinque o sei mesi il singular certame,
o meno o piu, si differisca, tanto
che cacciato abbin Carlo del reame,
tolto lo scettro, la corona e il manto.
Ma Tun e Faltro, ancor che voglia e brame
il re ubbidir, pur sta duro da canto;
che tale accordo obbrobrioso stima
a chi '1 consenso suo vi dara prima.
XXXI
Ma piu del re, ma piu d'ognun ch'invano
spenda a placare il Tartaro parole,
la bella figlia del re Stordilano
supplice il priega, e si lamenta e duole:
lo prega che consenta al re africano
e voglia quel che tutto il campo vuole;
si lamenta e si duol che per lui sia
timida sempre e piena d'angonia.
780 ORLANDO FURIOSO
XXXII
Lassa! dicea che ritrovar poss'io
rimedio mai ch'a riposar mi vaglia,
s'or contra questo or quel, nuovo disio
vi trarra sempre a vestir piastra e maglia?
C'ha potuto giovare al petto mio
il gaudio che sia spenta la battaglia
per me da voi contra quelPaltro presa,
se un'altra non minor se n'e gia accesa?
xxxni
Ohime! ch'invano i } me n'andava altiera
ch'un re si degno, un cavallier si forte
per me volesse in perigliosa e fiera
battaglia porsi al risco de la morte;
ch'or veggo per cagion tanto leggiera
non meno esporvi alia medesma sorte.
Fu natural ferocita di core
ch'a quella v'instigo, piu che '1 mio amore.
XXXIV
Ma se gli e ver che '1 vostro amor sia quello
che vi sforzate di mostrarmi ognora,
per lui vi prego, e per quel gran flagello
che mi percuote Talma e che m'accora,
che non vi caglia se '1 candido augello
ha ne lo scudo quel Ruggiero ancora.
Utile o danno a voi non so ch'importi,
che lasci quella insegna o che la porti.
xxxv
Poco guadagno, e perdita uscir molta
de la battaglia puo, che per far sete:
quando abbiate a Ruggier Faquila tolta,
poca merce d'un gran travaglio avrete;
ma se Fortuna le spalle vi volta
(che non pero nel crin presa tenete),
causate un danno, ch'a pensarvi solo
mi sento il petto gia sparrar di duolo.
CANTO TRENTESIMO 781
XXXVI
Quando la vita a voi per voi non sia
cara, e piu amate un'aquila dipinta,
vi sia almen cara per la vita rma:
non sara Tuna senza 1'altra estinta.
Non gia morir con voi grave mi fia:
son di seguirvi in vita e in morte accinta;
ma non vorrei morir si malcontenta
come io morro, se dopo voi son spenta.
XXXVII
Con tai parole e simili altre assai,
che lacrime accompagnano e sospiri,
pregar non cessa tutta notte mai
perch'alla pace il suo amator ritiri;
e quel, suggendo dagli umidi rai
quel dolce pianto, e quei dolci martiri
da le vermiglie labra piu che rose,
lacrimando egli ancor, cosi rispose:
XXXVIII
Deh, vita mia, non vi mettete afFanno,
deh non, per Dio, di cosi lieve cosa;
che se Carlo e '1 re d 5 Africa, e cio c'hanno
qui di gente moresca e di franciosa,
spiegasson le bandiere in mio sol danno,
voi pur non ne dovreste esser pensosa.
Ben mi mostrate in poco conto avere,
se per me un Ruggier sol vi fa temere.
xxxix
E vi dovria pur ramentar che, solo
(e spada io non avea ne scimitarra),
con un troncon di lancia a un grosso stuolo
d'armati cavallier tolsi la sbarra.
Gradasso, ancor che con vergogna e duolo
Io dica, pure a chi J l domanda narra
che fu in Soria a un castel mio prigioniero ;
et e pur d'altra fama che Ruggiero.
782 ORLANDO FURIOSO
XL
Non mega similmente il re Gradasso,
e sallo Isolier vostro e Sacripante,
io dico Sacripante, il re circasso,
e '1 famoso Grifone et Aquilante,
cent'altri e piu, che pure a questo passo
stati eran presi alcuni giorni inante,
macometani e gente di battesmo,
che tutti liberai quel di medesmo.
XLI
Non cessa ancor la maraviglia loro
de la gran prova ch'io feci quel giorno,
maggior, che se 1'esercito del Moro
e del Franco inimici avessi intorno.
Et or potra Ruggier, giovine soro,
farmi da solo a solo o danno o scorno ?
Et or c'ho Durindana e 1'armatura
d'Ettor, vi de' Ruggier metter paura?
XLII
Den, perche dianzi in prova non venni io,
se far di voi con Tarme io potea acquisto?
So che v'avrei si aperto il valor mio,
ch'avresti il fin gia di Ruggier previsto.
Asciugate le lacrime, e per Dio
non mi fate uno augurio cosi tristo;
e siate certa che '1 mio onor rn'ha spinto,
non ne Io scudo il bianco augel dipinto.
XLIII
Cosi disse egli; e molto ben risposto
gli fu da la mestissima sua donna,
che non pur lui mutato di proposto,
ma di luogo avria mossa una colonna.
Ella era per dover vincer lui tosto,
ancor ch'armato, e ch'ella fosse in gonna;
e Tavea indutto a dir, se '1 re gli parla
d'accordo piu, che volea contentarla.
CANTO TRENTESIMO 783
XLIV
E lo facea; se non, tosto ch'al Sole
la vaga Aurora fe' 1'usata scorta,
Tanimoso Ruggier, che mostrar vuole
che con ragion la bella aquila porta,
per non udir piu d'atti e di parole
dilazion, ma far la lite corta,
dove circonda il popul lo steccato,
sonando il corno s'appresenta armato.
XLV
Tosto che sente il Tartaro superbo,
ch'alla battaglia il suono altier lo sfida,
non vuol piu de Taccordo intender verbo,
ma si lancia del letto, et arme grida;
e si dimostra si nel viso acerbo,
che Doralice istessa non si fida
di dirgli piu di pace ne di triegua:
e forza e infin che la battaglia segua.
XLVI
Subito s'arma, et a fatica aspetta
da' suoi scudieri i debiti servigi;
poi monta sopra il buon cavallo in fretta,
che del gran difensor fu di Parigi;
e vien correndo inver la piazza eletta
a terminar con Tarme i gran litigi.
Vi giunse il re e la corte allora allora;
si ch'alFassalto fu poca dimora.
XLVII
Posti lor furo et allacciati in testa
i lucidi elmi, e date lor le lance.
Siegue la tromba a dare il segno presta,
che fece a mille impallidir le guance.
Posero Taste i cavallieri in resta,
e i corridori punsero alle pance ;
e venner con tale impeto a ferirsi,
che parve il ciel cader, la terra aprirsi.
784 ORLANDO FURIOSO
XLVIII
Quinci e quindi venir si vede il bianco
augel che Giove per 1'aria sostenne;
come ne la Tessalia si vide anco
venir piu volte, ma con altre penne.
Quanto sia Puno e Taltro ardito e franco,
mostra il portar de le massiccie antenne;
e molto piii, ch'a quello incontro duro,
quai torri ai venti, o scogli alPonde furo.
XLIX
I tronchi fin al ciel ne sono ascesi:
scrive Turpin, verace in questo loco,
che dui o tre giii ne tornaro accesi,
ch'eran saliti alia sfera del fuoco.
I cavallieri i brandi aveano presi:
e come quei che si temeano poco,
si ritornaro incontra; e a prima giunta
ambi alia vista si ferir di punta.
L
Ferirsi alia visiera al primo tratto ;
e non miraron, per mettersi in terra,
dare ai cavalli morte, ch'e mal atto,
perch' essi non han colpa de la guerra.
Chi pensa che tra lor fosse tal patto,
non sa 1'usanza antiqua, e di molto erra:
senz'altro patto, era vergogna e fallo
e biasmo eterno a chi feria il cavallo.
LI
Ferirsi alia visiera, ch'era doppia,
et a pena anco a tanta furia resse.
L'un colpo appresso all'altro si raddoppia:
le botte piu che grandine son spesse,
che spezza fronde e rami e grano e stoppia,
e uscir invan fa la sperata messe.
Se Durindana e Balisarda taglia,
sapete, e quanto in queste mani vaglia.
CANTO TRENTESIMO 785
LII
Ma degno di se colpo ancor non fanno,
si Puno e Paltro ben sta su P aviso.
Usci da Mandricardo il primo danno,
per cui fu quasi il buon Ruggiero ucciso:
d'uno di quei gran colpi che far sanno,
gli fu lo scudo pel mezzo diviso,
e la corazza apertagli di sotto;
e fin sul vivo il crudel brando ha rotto.
LIII
L'aspra percossa agghiaccio il cor nel petto,
per dubbio di Ruggiero, ai circonstanti,
nel cui favor si conoscea lo affetto
dei piu inchinar, se non di tutti quanti.
E se Fortuna ponesse ad effetto
quel che la maggior parte vorria inanti,
gia Mandricardo saria morto o preso:
si che J l suo colpo ha tutto il campo offeso.
LIV
lo credo che qualche agnol $' interpose
per salvar da quel colpo il cavalliero.
Ma ben senza piu indugio gli rispose,
terribil piu che mai fosse, Ruggiero.
La spada in capo a Mandricardo pose;
ma si lo sdegno fu subito e fiero,
e tal fretta gli fe', ch'io men Fincolpo
se non mando a ferir di taglio il colpo.
LV
Se Balisarda lo giungea pel dritto,
1'elmo d'Ettorre era incantato invano.
Fu si del colpo Mandricardo afflitto,
che si lascic- la briglia uscir di mano.
D'andar tre volte accenna a capo fitto,
mentre scorrendo va d'intorno il piano
quel Brigliador che conoscete al nome,
dolente ancor de le mutate some.
786 ORLANDO FURIOSO
LVI
Calcata serpe mai tanto non ebbe,
ne ferito leon, sdegno e furore,
quanto il Tartaro, poi che si riebbe
dal colpo che di se lo trasse fuore.
E quanto 1'ira e la superbia crebbe,
tanto e piu crebbe in lui forza e valore:
fece spiccare a Brigliadoro un salto
verso Ruggiero, e alzo la spada in alto.
LVII
Levossi in su le staffe, et aU'elmetto
segnolli; e si credette veramente
partirlo a quella volta fin al petto :
ma fu di lui Ruggier piu diligente;
che, pria che '1 braccio scenda al duro effetto,
gli caccia sotto la spada pungente,
e gli fa ne la maglia ampla finestra,
che sotto difendea 1'ascella destra.
LVIII
E Balisarda al suo ritorno trasse
di fuori' il sangue tiepido e vermiglio,
e viet6 a Durindana che calasse
impetuosa con tanto periglio;
ben che fin su la groppa si piegasse
Ruggiero, e per dolor strignesse il ciglio:
e s'elmo in capo avea di peggior tempre,
gli era quel colpo memorabil sempre.
LIX
Ruggier non cessa, e spinge il suo cavallo,
e Mandricardo al destro fianco trova.
Quivi scelta finezza di metallo
e ben condutta tempra poco giova
contra la spada che non scende in fallo,
che fu incantata non per altra prova,
che per far chV suoi colpi nulla vaglia
piastra incantata et incantata maglia.
CANTO TRENTESIMO 787
LX
Taglionne quanto ella ne prese, e insieme
lascio ferito il Tartaro nel fianco,
che J l ciel bestemmia, e di tant'ira fretne,
che 5 1 tempestoso mare e orribil manco.
Or s'apparecchia a por le forze estreme:
10 scudo ove in azzurro e 1'augel bianco,
vinto da sdegno, si gitt6 lontano,
e messe al brando e Tuna e 1'altra mano.
LXI
Ah, disse a lui Ruggier senza piu basti
a mostrar che non merti quella insegna,
ch'or tu la getti, e dianzi la tagliasti;
n potrai dir mai piu che ti convegna.
Cosi dicendo, forza e ch'egli attasti
con quanta furia Durindana vegna;
che si gli grava e si gli pesa in fronte,
che piu leggier potea cadervi un monte.
LXII
E per mezzo gli fende la visiera;
buon per lui che dal viso si discosta:
poi calo su Pardon che ferrato era,
ne lo difese averne doppia crosta:
giunse al fin su Tamese, e come cera
Taperse con la falda sopraposta;
e feri gravemente ne la coscia
Ruggier, si ch'assai stette a guarir poscia.
LXIII
De Tun, come de Paltro, fatte rosse
11 sangue Tarme avea con doppia riga;
tal che diverse era il parer chi fosse
di lor ch'avesse il meglio in quella briga.
Ma quel dubbio Ruggier tosto rimosse
con la spada che tanti ne castiga:
mena di punta, e drizza il colpo crudo
onde gittato avea colui lo scudo.
788 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Fora de la corazza il lato manco,
e di venire al cor trova la strada,
che gli entra piu d'un palmo sopra il fianco:
si che convien che Mandricardo cada
d'ogni ragion che pu6 ne 1'augel bianco,
o che puo aver ne la famosa spada;
e da la cara vita cada insieme,
che piu che spada e scudo assai gli preme.
LXV
Non mori quel meschin senza vendetta;
ch'a quel medesmo tempo che fu colto,
la spada, poco sua, meno di fretta;
et a Ruggier avria partito il volto,
se gia Ruggier non gli avesse intercetta
prima la forza, e assai del vigor tolto :
di forza e di vigor troppo gli tolse
dianzi, che sotto il destro braccio il colse.
LXVI
Da Mandricardo fu Ruggier percosso
nel punto ch'egli a lui tolse la vita;
tal ch'un cerchio di ferro, anco che grosso,
e una cuffia d'acciar ne fu partita.
Durindana taglio cotenna et osso,
e nel capo a Ruggiero entro due dita.
Ruggier stordito in terra si riversa,
e di sangue un ruscel dai capo versa.
LXVII
II primo fu Ruggier, ch'ando per terra;
e dipoi stette 1'altro a cader tanto,
che quasi crede ognun che de la guerra
riporti Mandricardo il pregio e il vanto:
e Doralice sua, che con gli altri erra,
e che quel di piu volte ha riso e pianto,
Dio ringrazi6 con mani al ciel supine,
ch'avesse avuta la pugna tal fine.
CANTO TRENTESIMO 789
LXVIII
Ma poi ch'appare a manifest! segni
vivo chi vive, e senza vita il morto,
nei petti dei fautor mutano regni:
di la mestizia, e di qua vien conforto.
I re, i signori, i cavallier piu degni,
con Ruggier ch'a fatica era risorto
a rallegrarsi et abbracciarsi vanno,
e gloria senza fine e onor gli danno.
LXIX
Ognun s'allegra con Ruggiero, e sente
il medesmo nel cor c'ha nella bocca.
Sol Gradasso il pensiero ha differ ente
tutto da quel che fuor la lingua scocca:
mostra gaudio nel viso, e occultamente
del glorioso acquisto invidia il tocca;
e maledice o sia destino o caso,
il qual trasse Ruggier prima del vaso.
LXX
Che dir6 del favor, che de le tante
carezze e tante, affettuose e vere,
che fece a quel Ruggiero il re Agramante,
senza il qual dare al vento le bandiere,
ne volse muover d' Africa le piante,
ne senza lui si fido in tante schiere?
Or che del re Agricane ha spento il seme,
prezza piu lui, che tutto il mondo insieme.
LXXI
Ne di tal volonta gli uomini soli
eran verso Ruggier, ma le donne anco,
che d'Africa e di Spagna fra gli stuoli
eran venute al tenitorio franco.
E Doralice istessa, che con duoli
piangea 1'amante suo pallido e bianco,
forse con Paltre ita sarebbe in schiera,
se di vergogna un duro fren non era.
790 ORLANDO FURIOSO
LXXII
10 dico forse, non ch'io ve 1'accerti,
ma potrebbe esser stato di leggiero:
tal la bellezza e tali erano i merti,
i costumi e i sembianti di Ruggiero.
Ella, per quel die gia ne siamo esperti,
si facile era a variar pensiero,
che per non si veder priva d'amore,
avria potuto in Ruggier porre il core.
LXXIII
Per lei buono era vivo Mandricardo :
ma che ne volea far dopo la morte?
Proveder le convien d'un che gagliardo
sia notte e di ne ? suoi bisogni, e forte.
Non era stato intanto a venir tardo
11 piu perito medico di corte,
che di Ruggier veduta ogni ferita,
gia Pavea assicurato de la vita.
LXXIV
Con molta diligenzia il re Agramante
fece colcar Ruggier ne le sue tende;
che notte e di veder sel vuole inante:
si Pama, si di lui cura si prende.
Lo scudo al letto e Parme tutte quante,
che fur di Mandricardo, il re gli appende;
tutte le appende, eccetto Durindana,
che fu lasciata al re di Sericana.
LXXV
Con Parme Paltre spoglie a Ruggier sono
date di Mandricardo, e insieme dato
gli e Brigliador, quel destrier bello e buono,
che per furore Orlando avea lasciato.
Poi quello al re diede Ruggiero in dono,
che s'avide ch'assai gli saria grato.
Non piu di questo; che tornar bisogna
a chi Ruggiero invan sospira e agogna.
CANTO TRENTESIMO
LXXVI
Gli amorosi torment! che sostenne
Bradamante aspettando, io v'ho da dire.
A Montalbano Ippalca a lei riverine,
e nuova le arreco del suo desire.
Prima, di quanto di Frontin le avenne
con Rodomonte, Pebbe a riferire;
poi di Ruggier, che ritrovo alia fonte
con Ricciardetto e' frati d 5 Agrismonte :
LXXVII
e che con esso lei s'era partito
con speme di trovare il Saracino,
e punirlo di quanto avea fallito
d'aver tolto a una donna il suo Frontino;
e che '1 disegno poi non gli era uscito,
perche diverso avea fatto il camino.
La cagione anco, perche non venisse
a Montalban Ruggier, tutta le disse;
LXXVIII
e riferille le parole a pieno,
ch'in sua scusa Ruggier le avea commesse.
Poi si trasse la lettera di seno,
ch'egli le die perch' ella a lei la desse.
Con viso piu turbato che sereno
prese la carta Bradamante, e lesse;
che, se non fosse la credenza stata
gia di veder Ruggier, fora piu grata.
LXXIX
L'aver Ruggiero ella aspettato, e invece
di lui, vedersi ora appagar d'un scritto,
del bel viso turbar 1'aria le fece
di timor, di cordoglio e di despitto.
Baci6 la carta diece volte e diece,
avendo a chi la scrisse il cor diritto.
Le lacrime vietar, che su vi sparse,
che con sospiri ardenti ella non Parse.
ORLANDO FURIOSO
LXXX
Lesse la carta quattro volte e sei,
e volse ch'altretante Pimbasciata
replicata le fosse da colei
che 1'una e Paltra avea quivi arrecata,
pur tuttavia piangendo : e crederei
che mai non si saria piu racchetata,
se non avesse avuto pur conforto
di rivedere il suo Ruggier di corto.
LXXXI
Termine a ritornar quindici o venti
giorni avea Ruggier tolto, et affermato
Pavea ad Ippalca poi con giuramenti
da non temer che mai fosse mancato.
Chi m'assicura, ohime! degli accidenti, -
ella dicea c'han forza in ogni lato,
ma ne le guerre piu, che non distorni
alcun tanto Ruggier, che piu non torni ?
LXXXII
Ohime! Ruggiero, ohime! chi aria creduto
ch'avendoti amato io piu di me stessa,
tu piu di me, non ch'altri, ma potuto
abbi amar gente tua inimica espressa ?
A chi opprimer dovresti, doni aiuto:
chi tu dovresti aitare, e da te oppressa.
Non so se biasmo o laude esser ti credi,
ch'al premiar e al punir si poco vedi.
LXXXIII
Fu morto da Troian (non so se '1 sai)
il padre tuo ; ma fin ai sassi il sanno :
e tu del figlio di Troian cura hai
che non riceva alcun disnor ne danno.
questa la vendetta che ne fai,
Ruggiero ? e a quei che vendicato Phanno,
rendi tal premio, che del sangue loro
me fai morir di strazio e di martoro ?
CANTO TRENTESIMO 793
LXXXIV
Dicea la donna al suo Ruggiero absente
queste parole et altre lacrimando,
non una sola volta, ma sovente.
Ippalca la venia pur confortando,
che Ruggier servarebbe interamente
sua fede, e ch'ella 1'aspetasse, quando
altro far non potea, fin a quel giorno
ch'avea Ruggier prescritto al suo ritorno.
LXXXV
I conforti d'lppalca, e la speranza
che degli amanti suole esser compagna,
alia tema e al dolor tolgon possanza
di far che Bradamante ognora piagna;
in Montalban senza mutar mai stanza
voglion che fin al termine rimagna,
fin al promesso termine e giurato,
che poi fu da Ruggier male osservato.
LXXXVI
Ma ch'egH alia promessa sua mancasse,
non per6 debbe aver la colpa affatto ;
ch'una causa et un'altra si lo trasse,
che gli fu forza preterire il patto.
Convenne che nel letto si colcasse,
e piu d'un mese si stesse di piatto
in dubbio di morir, si il dolor crebbe
dopo la pugna che col Tartaro ebbe.
LXXXVII
L'inamorata giovane Pattese
tutto quel giorno e desiollo invano,
ne mai ne seppe, fuor quanto ne 'ntese
ora da Ippalca, e poi dal suo germane,
che le narro che Ruggier lui difese,
e Malagigi libero e Viviano.
Questa novella, ancor ch'avesse grata,
pur di qualche amarezza era turbata;
794 ORLANDO FURIOSO
LXXXVIII
che di Marfisa in quel discorso udito
1'alto valore e le bellezze avea:
udi come Ruggier s'era partito
con esso lei, e che d'andar dicea
la dove con disagio in debol sito
malsicuro Agramante si tenea.
Si degna compagma la donna lauda,
ma non che se n'allegri, o che Fapplauda.
LXXXIX
Ne picciolo e il sospetto che la preme;
che se Marfisa e bella, come ha fama,
e che fin a quel di sien giti insieme,
e maraviglia, se Ruggier non Tama.
Pur non vuol creder anco, e spera e teme;
e '1 giorno che la puo far lieta e grama,
misera aspetta; e sospirando stassi,
da Montalban mai non movendo i passi.
xc
Stando ella quivi, il principe, il signore
del bel castello, il primo de' suoi frati
(io non dico d'etade, ma d'onore,
che di lui prima dui n'erano nati),
Rinaldo, che di gloria e di splendore
gli ha, come il sol le stelle, illuminati,
giunse al castello un giorno in su la nona;
ne, fuor ch'un paggio, era con lui persona.
xci
Cagion del suo venir fu, che da Brava
ritornandosi un di verso Parigi
(come v'ho detto che sovente andava
per ritrovar d' Angelica vestigi),
avea sentita la novella prava
del suo Viviano e del suo Malagigi,
ch'eran per esser dati al Maganzese;
e perci6 ad Agrismonte la via prese.
CANTO TRENTESIMO 795
XCII
Dove intendendo poi ch'eran salvati,
e gli aversarii lor morti e distrutti,
e Marfisa e Ruggiero erano stati,
che gli aveano a quei termini ridutti;
e suoi fratelli e suoi cugin tornati
a Montalbano insieme erano tutti;
gli parve un'ora un anno di trovarsi
con esso lor la dentro ad abbracciarsi.
XCIII
Venne Rinaldo a Montalbano, e quivi
madre, moglie abbraccib, figli e fratelli
e i cugini che dianzi eran captivi;
e parve, quando egli arrivo tra quelli,
dopo gran fame irondine ch'arrivi
col cibo in bocca ai pargoletti augelli.
E poi ch'un giorno vi fu stato o dui,
partissi, e fe j partire altri con lui.
xciv
Ricciardo, Alardo, Ricciardetto, e d'essi
figli d'Amone, il piu vecchio Guicciardo,
Malagigi e Vivian, si furon messi
in arme dietro al paladin gagliardo.
Bradamante aspettando che s'appressi
il tempo ch'al disio suo ne vien tardo,
inferma disse agli fratelli ch'era,
e non volse con lor venire in schiera.
xcv
E ben lor disse il ver, ch'ella era inferma,
ma non per febbre o corporal dolore:
era il disio che Talma dentro inferma,
e le fa alterazion patir d'amore.
Rinaldo in Montalban piu non si ferma,
e seco mena di sua gente il fiore.
Come a Parigi appropinquosse, e quanto
Carlo aiut6, vi dira 1'altro canto.
796 ORLANDO FURIOSO
CANTO TRENTESIMOPRIMO
I
Che dolce piu, che piu giocondo stato
saria di quel d'un amoroso core?
che viver piu felice e piu beato,
che ritrovarsi in servitu d'Amore?
se non fosse Tuom sempre stimulato
da quel sospetto rio, da quel timore,
da quel martir, da quella frenesia,
da quella rabbia delta gelosia.
ii
Pero ch'ogni altro amaro che si pone
tra questa soavissima dolcezza,
e un augumento, una perfezione,
et e un condurre amore a piu fmezza.
L'acque parer fa saporite e buone
la sete, e il cibo pel digiun s'apprezza:
non conosce la pace e non Testima
chi provato non ha la guerra prima.
in
Se ben non veggon gli occhi cio che vede
ognora il core, in pace si sopporta.
Lo star lontano, poi quando si riede,
quanto piu lungo fu, piu riconforta.
Lo stare in servitu senza mercede
(pur che non resti la speranza morta)
patir si pu6: che premio al ben servire
pur viene al fin, se ben tarda a venire.
CANTO TRENTESIMOPRIMO 797
IV
Gli sdegni, le repulse, e finalmente
tutti i martir d'amor, tutte le pene,
fan per lor rimembranza, che si sente
con miglior gusto un piacer quando viene.
Ma se Tinfernal peste una egra mente
awien ch'infetti, ammorbi et avelene;
se ben segue poi festa et allegrezza,
non la cura Pamante e non Fapprezza.
v
Questa e la cruda e avelenata piaga
a cui non val liquor, non vale impiastro,
ne murmure, ne imagine di saga,
ne val lungo osservar di benigno astro,
ne quanta esperienzia d'arte maga
fece mai 1' inventor suo Zoroastro :
piaga crudel che sopra ogni dolore
conduce 1'uom, che disperato muore.
VI
Oh incurabil piaga che nel petto
d'un amator si facile s'imprime,
non men per falso che per ver sospetto!
piaga che Tuom si crudelmente opprime,
che la ragion gli offusca e Pintelletto,
e lo tra' fuor de le sembianze prime!
Oh iniqua gelosia, che cosi a torto
levasti a Bradamante ogni conforto!
VII
Non di questo ch'Ippalca e che 5 1 fratello
le avea nel core amaramente impresso,
ma dico d'uno annunzio crudo e fello
che le fu dato pochi giorni appresso.
Questo era nulla a paragon di quello
ch'io vi diro, ma dopo alcun digresso.
Di Rinaldo ho da dir primieramente,
che ver Parigi vien con la sua gente.
798 ORLANDO FURIOSO
VIII
Scontraro il di seguente inver la sera
un cavallier ch'avea una donna al fianco,
con scudo e sopravesta tutta nera,
se non che per traverso ha un fregio bianco.
Sfido alia giostra Ricciardetto, ch'era
dinanzi, e vista avea di guerrier franco:
e quel, che mai nessun ricusar volse,
gir6 la briglia e spazio a correr tolse.
IX
Senza dir altro, o piu notizia darsi
de 1'esser lor, si vengono alFincontro.
Rinaldo e gli altri cavallier fermarsi
per veder come seguiria lo scontro.
ccTosto costui per terra ha da versarsi,
se in luogo fermo a mio modo lo incontro
dicea tra se medesmo Ricciardetto;
ma contrario al pensier segui 1'effetto:
x
per6 che lui sotto la vista offese
di tanto colpo il cavalliero istrano,
che lo levo di sella, e lo distese
piu di due lance al suo destrier lontano.
Di vendicarlo incontinente prese
1'assunto Alardo, e ritrovossi al piano
stordito e male acconcio : si fu crudo
lo scontro fier, che gli spezzo lo scudo.
XI
Guicciardo pone incontinente in resta
Pasta, che vede i duo germani in terra,
ben che Rinaldo gridi: Resta, resta:
che mia convien che sia la terza guerra :
ma Telmo ancor non ha allacciato in testa,
si che Guicciardo al corso si disserra;
ne piu degli altri si seppe tenere,
e ritrovossi subito a giacere.
CANTO TRENTESIMOPRIMO 799
XII
Vuol Ricciardo, Viviano e Malagigi,
e Tun prima de 1'altro essere in giostra;
ma Rinaldo port fine ai lor litigi;
ch'inanzi a tutti armato si dimostra,
dicendo loro : 6 tempo ire a Parigi ;
e saria troppo la tardanza nostra,
s'io volesse aspettar fin die ciascuno
di voi fosse abbattuto ad uno ad uno.
XIII
Dissel tra se, ma non che fosse inteso,
che saria stato agli altri ingiuria e scorno.
L'uno e Faltro del campo avea gia preso,
e si faceano incontra aspro ritorno.
Non fu Rinaldo per terra disteso,
che valea tutti gli altri ch'avea intorno;
le lance si fiaccar, come di vetro,
ne i cavallier si piegar oncia a dietro.
XIV
L'uno e 1'altro cavallo in guisa urtosse,
che gli fu forza in terra a por le groppe.
Baiardo immantinente ridrizzosse,
tanto ch'a pena il correre interroppe.
Sinistramente si Taltro percosse,
che la spalla e la schena insieme roppe.
II cavallier che '1 destrier morto vede,
lascia le staffe et e subito in piede.
xv
Et al figlio d'Amon, che gia rivolto
tornava a lui con la man v6ta, disse:
Signore, il buon destrier che tu m'hai tolto,
perche caro mi fu mentre che visse,
mi faria uscir del mio debito molto,
se cosi invendicato si morisse:
si che vientene, e fa ci6 che tu puoi,
perche battaglia esser convien tra noi.
800 ORLANDO FURIOSO
XVI
Disse Rinaldo a lui : Se '1 destrier morto,
e non altro ci de* porre a battaglia,
un de' miei ti daro, piglia conforto,
che men del tuo non credero che vaglia.
Colui soggiimse : Tu sei malaccorto,
se creder vuoi che d'un destrier mi caglia.
Ma poi che non comprendi cio ch'io voglio,
ti spiegherb piu chiaramente il foglio.
xvn
Vo* dir che mi parria commetter fallo,
se con la spada non ti provassi anco,
e non sapessi s'in quest'altro ballo
tu mi sia pari, o se piu vali o manco.
Come ti piace, o scendi, o sta a cavallo:
pur che le man tu non ti tegna al fianco,
10 son contento ogni vantaggio darti:
tanto alia spada bramo di provarti.
XVIII
Rinaldo molto non lo tenne in lunga,
e disse: La battaglia ti prometto;
e perche tu sia ardito, e non ti punga
di questi c'ho d'intorno alcun sospetto,
andranno inanzi fin ch'io gli raggiunga;
ne meco restera fuor ch'un valletto
che mi tenga il cavallo : e cosi disse
alia sua compagnia che se ne gisse.
XIX
La cortesia del paladin gagliardo
commendo molto il cavalliero estrano.
Smonto Rinaldo, e del destrier Baiardo
diede al valletto le redine in manor
e poi che piu non vede il suo stendardo,
11 qual di lungo spazio e gia lontano,
lo scudo imbraccia e stringe il brando fiero,
e sfida alia battaglia il cavalliero.
CANTO TRENTESIMOPRIMO 8oi
XX
E quivi s'incomincia una battaglia
di ch'altra mai non fu piu fiera in vista.
Non crede Fun che tanto Taltro vaglia,
che troppo lungamente gli resista.
Ma poi che '1 paragon ben gli ragguaglia,
ne Tun de Paltro piu s'allegra o attrista,
pongon 1'orgoglio et il furor da parte,
et al vantaggio loro usano ogn'arte.
XXI
S'odon lor colpi dispietati e crudi
intorno rim.bom.bar con suono orrendo,
ora i canti levando a* grossi scudi,
schiodando or piastre, e quando maglie aprendo.
Ne qui bisogna tanto che si studi
a ben ferir, quanto a parar, volendo
star Puno a 1'altro par; ch'eterno danno
lor pu6 causar il primo error che fanno.
XXII
Dur6 Tassalto un'ora e piu che '1 mezzo
d'un'altra; et era il sol gia sotto Ponde,
et era sparso il tenebroso rezzo
de Porizzon fin alPestreme sponde;
ne riposato o fatto altro intermezzo
aveano alle percosse furibonde
questi guerrier, che non ira o rancore,
ma tratto alParme avea disio d'onore.
XXIII
Rivolve tuttavia tra se Rinaldo
chi sia Pestrano cavallier si forte,
che non pur gli sta contra ardito e saldo,
ma spesso il mena a risco de la morte;
e gia tanto travaglio e tanto caldo
gli ha posto, che del fin dubita forte;
e volentier, se con suo onor potesse,
vorria che quella pugna rimanesse.
802 ORLANDO FURIOSO
XXIV
Da Paltra parte il cavallier estrano,
che similmente non avea notizia
che quel fosse il signer di Montalbano,
quel si famoso in tutta la milizia,
che gli avea incontra con la spada in mano
condotto cosi poca nimicizia,
era certo che d'uom di phi eccellenza
non potesson dar Tarme esperienza.
xxv
Vorrebbe de I'impresa esser digiuno,
ch'avea di vendicare il suo cavallo;
e se potesse senza biasmo alcuno,
si trarria fuor del periglioso ballo.
II mondo era gia tanto oscuro e bruno,
che tutti i colpi quasi ivano in fallo.
Poco ferire e men parar sapeano,
ch'a pena in man le spade si vedeano.
XXVI
Fu quel da Montalbano il primo a dire
che far battaglia non denno allo scuro,
ma quella indugiar tanto e dirferire,
ch'avesse dato volta il pigro Arturo;
e che pu6 intanto al padiglion venire,
ove di se non sara men sicuro,
ma servito, onorato e ben veduto,
quanto in loco ove mai fosse venuto.
XXVII
Non bisogn6 a Rinaldo pregar molto,
che '1 cortese baron tenne lo 'nvito.
Ne vanno insieme ove il drappel raccolto
di Montalbano era in sicuro sito.
Rinaldo al suo scudiero avea gia tolto
un bel cavallo e molto ben guernito,
a spada e a lancia e ad ogni prova buono,
et a quel cavallier fattone dono.
CANTO TRENTESIMOPRIMO 803
XXVIII
II guerrier peregrin conobbe quello
esser Rinaldo, che venia con esso;
che prima che giungessero alPostello,
venuto a caso era a nomar se stesso :
e perche Tun de 1'altro era fratello,
si sentir dentro di dolcezza oppresso,
e di pietoso affetto tocco il core;
e lacrimar per gaudio e per amore.
XXIX
Questo guerriero era Guidon Selvaggio,
che dianzi con Marfisa e Sansonetto
e' figli d' Olivier molto viaggio
avea fatto per mar, come v'ho detto.
Di non veder piu tosto il suo lignaggio
il fellon Pinabel gli avea interdetto,
avendol preso e a bada poi tenuto
alia <difesa del suo rio statute.
xxx
Guidon, che questo esser Rinaldo udio,
famoso sopra ogni famoso duce,
ch'avuto avea piu di veder disio,
che non ha il cieco la perduta luce,
con molto gaudio disse: O signor mio,
qual fortuna a combatter mi conduce
con voi, che lungamente ho amato et amo,
e sopra tutto il mondo onorar bramo ?
XXXI
Mi partori Costanza ne le estreme
ripe del mar Eusino: io son Guidone,
concetto de lo illustre inclito seme,
come ancor voi, del generoso Amone.
Di voi vedere e gli altri nostri insieme
il desiderio e del venir cagione;
e dove mia intenzion fu d'onorarvi,
mi veggo esser venuto a ingiuriarvi.
804 ORLANDO FURIOSO
XXXII
Ma scusimi apo voi d'un error tanto,
ch'io non ho voi ne gli altri conosciuto ;
e s'emendar si puo, ditemi quanto
far debbo, ch'in ci6 far nulla rifiuto.
Poi che si fu da questo e da quel canto
de' complessi iterati al fin vemito,
rispose a lui Rinaldo : Non vi caglia
meco scusarvi piu de la battaglia:
xxxm
che per certificarne che voi sete
di nostra antiqua stirpe un vero ramo,
dar miglior testimonio non potete,
che '1 gran valor ch'in voi chiaro proviamo.
Se piu pacifiche erano e quiete
vostre maniere, mal vi credevamo;
che la damma non genera il leone,
ne le colombe 1'aquila o il falcone.
xxxiv
Non, per andar, di ragionar lasciando,
non di seguir, per ragionar, lor via,
vermero ai padiglioni; ove narrando
il buon Rinaldo alia sua compagnia
che questo era Guidon, che disiando
veder, tanto aspettato aveano pria,
molto gaudio apport6 ne le sue squadre;
e parve a tutti assimigliarsi al padre.
xxxv
Non dir6 1'accoglienze che gli fero
Alardo, Ricciardetto e gli altri dui;
che gli fece Viviano et Aldigiero,
e Malagigi, frati e cugin sui;
ch'ogni signor gli fece e cavalliero ;
ci6 ch'egli disse a loro, et essi a lui:
ma vi concludero che finalmente
fu ben veduto da tutta la gente.
CANTO TRENTESIMOPRIMO 805
XXXVI
Caro Guldone a } suoi fratelli stato
credo sarebbe in ogni tempo assai;
ma lor fu al gran bisogno ora piu grato,
ch'esseir potesse in altro tempo mai.
Poscia che '1 nuovo sole incoronato
del mare usci di luminosi rai,
Guidon coi frati e coi parenti in schiera
se ne torno sotto la lor bandiera.
XXXVII
Tanto un giorno et un altro se n'andaro,
che di Parigi alle assediate porte
a men di dieci miglia s'accostaro
in ripa a Senna; ove per buona sorte
Grifone et Aquilante ritrovaro,
i duo guerrier da Tarmatura forte:
Grifone il bianco et Aquilante il nero,
che partori Gismonda d'Oliviero.
XXXVIII
Con essi ragionava una donzella,
non gia di vil condizione in vista,
che di sciamito bianco la gonnella
fregiata intorno avea d'aurata lista;
molto leggiadra in apparenza e bella,
fosse quantunque lacrimosa e trista:
e mostrava ne' gesti e nel sembiante
di cosa ragionar molto importante.
xxxix
Conobbe i cavallier, come essi lui,
Guidon, che fu con lor pochi di inanzi;
et a Rinaldo disse : Eccovi dui
a cui van pochi di valore inanzi;
e se per Carlo ne verran con nui,
non ne staranno i Saracini inanzi.
Rinaldo di Guidon conferma il detto,
che Funo e P altro era guerrier perfetto.
806 ORLANDO FURIOSO
XL
Gli avea riconosciuti egli non manco ;
per6 che quelli sempre erano usati,
Pun tutto nero, e Taltro tutto bianco
vestir su 1'arme, e molto andare'ornati.
Da 1'altra parte essi conobbero anco
e salutar Guidon, Rinaldo e i frati;
et abbracciar Rinaldo come amico,
naesso da parte ogni lor odio antico.
XLI
S'ebbero un tempo in urta e in gran dispetto
per Truffaldin, che fora lungo a dire;
ma quivi insieme con fraterno affetto
s'accarezzar, tutte obliando Tire.
Rinaldo poi si volse a Sansonetto,
ch'era tardato un poco piu a venire,
e lo raccolse col debito onore,
a pieno instrutto del suo gran valore.
XLII
Tosto che la donzella piu vicino
vide Rinaldo, e conosciuto 1'ebbe
(ch'avea notizia d'ogni paladino),
gli disse una novella che gl'increbbe;
e cominci6 : Signore, il tuo cugino
a cui la chiesa e 1'alto imperio debbe,
quel gia si saggio et onorato Orlando
e fatto stolto, e va pel mondo errando.
XLIII
Onde causato cosi strano e rio
accidente gli sia, non so narrarte.
La sua spada e Paltr'arme ho vedute io,
che per li campi avea gittate e sparte;
e vidi un cavallier cortese e pio
che le and6 raccogliendo da ogni parte,
e poi di tutte quelle un arbuscello
fe j , a guisa di trofeo, pomposo e bello.
CANTO TRENTESIMOPRIMO 807
XLIV
Ma la spada ne fu tosto levata
dal figliuol d'Agricane il di medesmo.
Tu poi considerar quanto sia stata
gran perdita alia gente del battesmo
Tessere un'altra volta ritornata
Durindana in poter del paganesmo.
Ne Brigliadoro men, ch'errava sciolto
intorno airarme, fu dal pagan tolto.
XLV
Son pochi di ch' Orlando correr vidi
senza vergogna e senza senno, ignudo,
con urli spaventevoli e con gridi :
ch'e fatto pazzo in somma ti conchmdo;
e non avrei, fuor ch'a questi occhi fidi,
creduto mai si acerbo caso e crudo.
Poi narro che lo vide giu dal ponte
abbracciato cader con Rodomonte.
XLVI
A qualunque io non creda esser nimico
d 5 Orlando soggiungea di ci6 favello,
accio ch'alcun di tanti a ch'io lo dico,
mosso a pieta del caso strano e fello,
cerchi o a Parigi o in altro luogo amico
ridurlo, fin che si purghi il cervello.
Ben so, se Brandimarte n'avra nuova,
sara per fame ogni possibil prova.
XLVII
Era costei la bella Fiordiligi,
piu cara a Brandimarte che se stesso,
la qual, per lui trovar, venia a Parigi:
e de la spada ella suggiunse appresso,
che discordia e contesa e gran litigi
tra il Sericano e '1 Tartaro avea messo;
e ch'avuta 1'avea, poi che fu casso
di vita Mandricardo, al fin Gradasso.
808 ORLANDO FURIOSO
XLVIII
Di cosi strano e misero accidente
Rinaldo senza fin si lagna e duole;
ne il core intenerir men se ne sente,
che soglia intenerirsi il ghiaccio al sole:
e con disposta et immutabil mente,
ovunque Orlando sia, cercar lo vuole,
con speme, poi che ritrovato Pabbia,
di farlo risanar di quella rabbia.
XLIX
Ma gia lo stuolo avendo fatto unire,
sia volonta del cielo o sia aventura,
vuol fare i Saracin prima fuggire,
e liberar le parigine mura.
Ma consiglia 1'assalto differire,
che vi par gran vantaggio, a notte scura,
ne la terza vigilia o ne la quarta,.
ch'avra 1'acqua di Lete il Sonno sparta.
L
Tutta la gente alloggiar fece al bosco,
e quivi la poso per tutto J l giorno ;
ma poi che '1 sol, lasciando il mondo fosco,
alia nutrice antiqua fe' ritorno,
et orse e capre e serpi senza tosco
e 1'altre fere ebbeno il cielo adorno,
che state erano ascose al maggior lampo,
mosse Rinaldo il taciturno campo:
LI
e venne con Grifon, con Aquilante,
con Vivian, con Alardo e con Guidone,
con Sansonetto, agli altri un miglio inante,
a cheti passi e senza alcun sermone.
Trovo dormir 1'ascolta d' Agramante :
tutta 1'uccise, e non ne fe' un prigione.
Indi arriv6 tra 1'altra gente Mora,
che non fu visto ne sentito ancora.
CANTO TRENTESIMOPRIMO 809
LII
Del campo d'infedeli a prima giunta
la ritrovata guardia all'improviso
lascio Rinaldo si rotta e consunta,
ch'un sol non ne rest6, se non ucciso.
Spezzata che lor fu la prima punta,
i Saracin non 1'avean piu da riso;
che sonnolenti, timidi et inermi,
poteano a tai guerrier far pochi schermi.
LIII
Fece Rinaldo per maggior spavento
dei Saracini, al mover de Tassalto,
a trombe e a corni dar subito vento,
e gridando il suo nome alzar in alto.
Spinse Baiardo, e quel non parve lento;
che dentro all'alte sbarre entr6 d'un salto,
e vers6 cavallier, pest6 pedoni,
et atterr6 trabacche e padiglioni.
LIV
Non fu si ardito tra il popul pagano,
a cui non s'arricciassero le chiome,
quando senti Rinaldo e Montalbano
sonar per 1'aria, il formidato nome.
Fugge col campo d'Africa Tispano,
ne perde tempo a caricar le some;
ch'aspettar quella furia piu non vuole,
ch'aver provata anco si piagne e duole.
LV
Guidon lo segue, e non fa men di lui;
ne men fanno i duo figli d'Oliviero,
Alardo e Ricciardetto, e gli altri dui:
col brando Sansonetto apre il sentiero:
Aldigiero e Vivian provar altrui
fan quanto in arme 1'uno e Paltro e fiero.
Cosi fa ognun che segue lo stendardo
di Chiaramonte, da guerrier gagliardo.
8lO ORLANDO FURIOSO
LVI
Settecento con lui tenea Rinaldo
in Montalbano e intorno a quelle ville,
usati a portar Parme al freddo e al caldo,
non gia piu rei del Mirmidon d'Achille.
Ciascun d'essi al bisogno era si saldo,
che cento insieme non fuggian per mille;
e se ne potean molti sceglier fuori,
che d'alcun del famosi eran migliori.
LVII
E se Rinaldo ben non era molto
ricco ne di citta ne di tesoro,
facea si con parole e con buon volto,
e ci6 ch'avea partendo ognor con loro,
ch'un di quel numer mai non gli fu tolto
per offerire altrui piu somma d'oro.
Questi da Montalban mai non rimuove,
se non lo stringe un gran bisogno altrove.
LVIII
Et or perch' abbia il Magno Carlo aiuto,
Iasci6 con poca guardia il suo castello.
Tra gli African questo drappel venuto,
questo drappel del cui valor favello,
ne fece quel che del gregge lanuto
sul falanteo Galeso il lupo fello,
o quel che soglia del barbato, appresso
il barbaro Cinifio, il leon spesso.
LIX
Carlo, ch'aviso da Rinaldo avuto
avea che presso era a Parigi giunto,
e che la notte il campo sproveduto
volea assalir, stato era in arme e in punto;
e quando bisogn6, venne in aiuto
coi paladini; e ai paladini aggiunto
avea il figliol del ricco Monodante,
di Fiordiligi il fido e saggio amante;
CANTO TRENTESIMOPRIMO 8ll
LX
ch'ella piu giorni per si lunga via
cercato avea per tutta Francia invano.
Quivi all'insegne che portar solia,
fu da lei conosciuto di lontano.
Come lei Brandimarte vide pria,
lascio la guerra, e torno tutto umano,
e corse ad abbracciarla; e d'amor pieno,
mille volte baciolla o poco meno.
LXI
De le lor donne e de le lor donzelle
si fidar molto a quella antica etade.
Senz'altra scorta andar lasciano quelle
per piani e monti e per strane contrade;
et al ritorno Than per buone e belle,
ne mai tra lor suspizione accade.
Fiordiligi narro quivi al suo amante
che fatto stolto era il signer d'Anglante.
LXII
Brandimarte si strana e ria novella
credere ad altri a pena avria potuto;
ma lo credette a Fiordiligi bella,
a cui gia maggior cose avea creduto.
Non pur d'averlo udito gli dice ella,
ma che con gli occhi proprii Fha veduto
(c'ha conoscenza e pratica d' Orlando
quanto alcun altro), e dice dove e quando.
LXIII
E gli narra del ponte periglioso,
che Rodomonte ai cavallier difende,
ove un sepolcro adorna e fa pomposo
di sopraveste e d'arme di chi prende.
Narra c'ha visto Orlando furioso
far cose quivi orribili e stupende;
che nel fiume il pagan mand6 riverso,
con gran periglio di restar summerso.
8l2 ORLANDO FURIOSO
LXIV
Brandimarte, che '1 conte amava quanto
si puo compagno amar, fratello o figlio,
disposto di cercarlo, e di far tanto,
non ricusando affanno ne periglio,
che per opra di medico o d'incanto
si ponga a quel furor qualche consiglio,
cosi come trovossi armato in sella,
si mise in via con la sua donna bella.
LXV
Verso la parte ove la donna il conte
avea veduto, il lor camin drizzaro,
di giornata in giornata, fin ch'al ponte
che guarda il re d'Algier, si ritrovaro.
La guardia ne fe' segno a Rodomonte;
e gli scudieri a un tempo gli arrecaro
Parme e il cavallo: e quel si trov6 in punto,
quando fu Brandimarte al passo giunto.
LXVI
Con voce qual conviene al suo furore
il Saracino a Brandimarte grida:
Qualunque tu ti sia, che, per errore
di via o di mente, qui tua sorte guida,
scendi e spogliati Farme, e fanne onore
al gran sepolcro, inanzi ch'io t'uccida,
e che vittima all'ombre tu sia offerto:
ch'io '1 far6 poi, ne te n'avr6 alcun merto.
LXVII
Non volse Brandimarte a quelPaltiero
altra risposta dar, che de la lancia.
Sprona Batoldo, il suo gentil destriero,
e inverso quel con tanto ardir si lancia,
che mostra che pu6 star d'animo fiero
con qual si voglia al mondo alia bilancia:
e Rodomonte, con la lancia in resta,
lo stretto ponte a tutta briglia pesta.
CANTO TRENTESIMOPRIMO 813
LXVIII
II suo destrier ch'avea continuo uso
d'andarvi sopra, e far di quel sovente
quando uno e quando un altro cader giuso,
alia giostra correa sicuramente ;
Taltro, del corso insolito confuso,
venia dubbioso, timido e tremente.
Trema anco il ponte, e par cader ne Fonda,
oltre che stretto e che sia senza sponda.
LXIX
I cavallier, di giostra ambi maestri,
che le lance avean grosse come travi,
tali qual fur nei lor ceppi silvestri,
si dieron colpi non troppo soavi.
Ai lor cavalli esser possenti e destri
non giov6 molto agli aspri colpi e gravi;
che si versar di pari ambi ul ponte,
e seco i signor lor tutti in un monte.
LXX
Nel volersi levar con quella fretta
che lo spronar de' fianchi insta e richiede,
Tasse del ponticel lor fu si stretta,
che non trovaro ove fermare il piede;
si che una sorte uguale ambi li getta
ne 1'acqua; e gran rimbombo al ciel ne riede,
simile a quel ch'usci del nostro fiume,
quando ci cadde il mal rettor del lume.
LXXI
I duo cavalli andar con tutto '1 pondo
dei cavallier, che steron fermi in sella,
a cercar la rivera insin al fondo,
se v'era ascosa alcuna ninfa bella.
Non e gia il primo salto ne '1 secondo,
che giu del ponte abbia il pagano in quella
onda spiccato col destrero audace;
per6 sa ben come quel fondo giace:
814 ORLANDO FURIOSO
LXXII
sa dove e saldo e sa dove e piii molle,
sa dove e 1'acqua bassa e dove e 1'alta.
Dal fiume il capo e il petto e i fianchi estolle,
e Brandimarte a gran vantaggio assalta.
Brandimarte il corrente in giro tolle:
ne la sabbia il destrier, che '1 fondo smalta,
tutto si ficca, e non pu6 riaversi,
con rischio di restarvi ambi sommersi.
LXXIII
L'onda si leva e li fa andar sozzopra,
e dove e piu profonda li trasporta:
va Brandimarte sotto, e '1 destrier sopra.
Fiordiligi dal ponte afflitta e smorta
e le lacrime e i voti e i prieghi adopra:
Ah Rodomonte, per colei che morta
tu riverisci, non esser si fiero,
ch'affogar lasci un tanto cavalliero!
LXXIV
Deh, cortese signer, s'unque tu amasti,
di me, ch'amo costui, pieta ti vegna.
Di farlo tuo prigion, per Dio, ti basti;
che s'orni il sasso tuo di quella insegna,
di quante spoglie mai tu gli arrecasti
questa fia la piu bella e la piu degna.
E seppe si ben dir, ch'ancor che fosse
si crudo il re pagan, pur lo commosse;
LXXV
e fe' che '1 suo amator ratto soccorse,
che sotto acqua il destrier tenea sepolto,
e de la vita era venuto in forse,
e senza sete avea bevuto molto.
Ma aiuto non per6 prima gli porse,
che gli ebbe il brando e dipoi 1'elmo tolto.
De Tacqua mezzo morto il trasse, e porre
con molti altri lo fe j ne la sua torre.
CANTO TRENTESIMOPRIMO 815
LXXVI
Fu ne la donna ogni allegrezza spenta,
quando prigion vide il suo amante gire;
ma di questo pur megEo si contenta,
che di vederlo nel fiume perire.
Di se stessa, e non d'altri, si lamenta,
che fu cagion di farlo ivi venire,
per averli narrate ch'avea il conte
riconosciuto al periglioso ponte.
LXXVII
Quindi si parte, avendo gia concetto
di menarvi Rinaldo paladino,
o il Selvaggio Guidone, o Sansonetto,
o altri de la corte di Pipino,
in acqua e in terra cavallier perfetto
da poter contrastare col Saracino;
se non piu forte, almen piu fortunato
che Brandimarte suo non era stato.
LXXVIII
Va molti giorni prima che s'abbatta
in alcun cavallier ch'abbia sembiante
d'esser come lo vuol, perche combatta
col Saracino e liberi il suo amante.
Dopo rnolto cercar di persona atta
al suo bisogno, un le vien pur avante,
che sopravesta avea ricca et ornata,
a tronchi di cipressi ricamata.
LXXIX
Chi costui fosse, altrove ho da narrarvi;
che prima ritornar voglio a Parigi,
e de la gran sconfitta seguitarvi,
ch'a' Mori die Rinaldo e Malagigi.
Quei che fuggiro io non saprei contarvi,
ne quei che fur cacciati ai fiumi stigi.
Levo a Turpino il conto 1'aria oscura,
che di contarli s'avea preso cura.
8l6 ORLANDO FURIOSO
LXXX
Nel primo sonno dentro al padiglione
dormia Agramante; e un cavallier lo desta,
dicendogli che fia fatto prigione,
se la fuga non e via piu che presta.
Guarda il re intorno, e la confusione
vede del suoi, che van senza far testa
chi qua chi la fuggendo inermi e nudi,
che non han tempo di pur tor gli scudi.
LXXXI
Tutto confuso e privo di consiglio
si facea porre indosso la corazza,
quando con Falsiron vi giunse il figlio,
Grandonio e Balugante e quella razza;
e al re Agramante mostrano il periglio
di restar morto o preso in quella piazza;
e che puo dir, se salva la persona,
che Fortuna gli sia propizia e buona.
LXXXII
Cosi Marsilio e cosi il buon Sobrino,
e cosi dicon gli altri ad una voce,
ch'a sua distruzion tanto e vicino,
quanto a Rinaldo il qual ne vien veloce ;
che s'aspetta che giunga il paladino
con tanta gente, e un uom tanto feroce,
render certo si pu6 ch'egli e i suo 5 amici
rimarran morti, o in man degli nimici.
LXXXIII
Ma ridur si pu6 in Arli o sia in Narbona
con quella poca gente c'ha d'intorno;
che Tuna e Taltra terra e forte e buona
da mantener la guerra piu d'un giorno:
e quando salva sia la sua persona,
si potra vendicar di questo scorno,
rifacendo Tesercito in un tratto,
onde al fin Carlo ne sara disfatto.
CANTO TRENTESIMOPRIMO 817
LXXXIV
II re Agramante al parer lor s'attenne,
ben che '1 partito fosse acerb o e duro.
Ando verso Arli, e parve aver le penne,
per quel camin che piu trovo sicuro.
Oltre alle guide, in gran favor gli venne
che la partita fu per 1'aer scuro.
Ventirnila tra d } Africa e di Spagna
fur ch'a Rinaldo uscir fuor de la ragna.
LXXXV
Quei ch'egli uccise e quei che i suoi fratelli,
quei che i duo figli del signor di Vienna,
quei che provaro empi nimici e felli
i settecento a cui Rinaldo accenna,
e quei che spense Sansonetto, e quelli
che ne la fuga s'afTogaro in Senna,
chi potesse contar, conteria ancora
ci6 che sparge d'april Favonio e Flora.
LXXXVI
Istima alcun che Malagigi parte
ne la vittoria avesse de la notte;
non che di sangue le campagne sparte
fosser per lui, ne per lui teste rotte: ,
ma che gl'infernali angeli per arte
facesse uscir da le tartaree grotte,
e con tante bandiere e tante lance,
ch'insieme piu non ne porrian due France;
LXXXVII
e che facesse udir tanti metalli,
tanti tamburi e tanti varii suoni,
tanti anitriri in voce di cavalli,
tanti gridi e tumulti di pedoni,
che risonare e piani e monti e valli
dovean de le longique regioni:
et ai Mori con questo un timor diede,
che li fece voltare in fuga il piede.
8l8 ORLANDO FURIOSO
LXXXVIII
Non si scordo il re d'Africa Ruggiero,
ch'era ferito e stava ancora grave.
Quanto pote piu acconcio s'un destriero
lo fece por, ch'avea 1'andar soave ;
e poi che 1'ebbe tratto ove il sentiero
fu piu sicuro, il fe' posar in nave,
e verso Arli portar commodamente,
dove s'avea a raccor tutta la gente.
LXXXIX
Quei ch'a Rinaldo e a Carlo dier le spalle
(fur, credo, centomila o poco manco),
per campagne, per boschi e monte e valle
cercaro uscir di man del popul franco;
ma la piu parte trov6 chiuso il calle,
e fece rosso ov'era verde e bianco.
Cosi non fece il re di Sericana,
ch'avea da lor la tenda piu lontana:
xc
anzi, come egli sente che '1 signore
di Montalbano e questo che gli assalta,
gioisce di tal iubilo nel core,
che qua e la per allegrezza salta.
Loda e ringrazia il suo sommo Fattore,
che quella notte gli occorra tant'alta
e si rara aventura d'acquistare
Baiardo, quel destrier che non ha pare.
xci
Avea quel re gran tempo desiato
(credo ch'altrove voi Pabbiate letto)
d'aver la buona Durindana a lato,
e cavalcar quel corridor perfetto.
E gia con piii di centomila armato
era venuto in Francia a questo effetto ;
e con Rinaldo gia sfidato s'era
per quel cavallo alia battaglia fiera;
CANTO TRENTESIMOPRIMO 819
XCII
e sul lito del mar s'era condutto
ove dovea la pugna diffinire;
ma Malagigi a turbar venne il tutto,
che fe' il cugin, mal grado suo, partire,
avendol sopra un legno in mar ridutto.
Lungo saria tutta Tistoria dire.
Da indi in qua stimo timido e vile
sempre Gradasso il paladin gentile.
XCIII
Or che Gradasso esser Rinaldo intende
costui ch'assale il campo, se n'allegra.
Si veste Tarme, e la sua alfana prende,
e cercando lo va per Taria negra:
e quanti ne riscontra, a terra stende;
et in confuso lascia afHitta et egra
la gente, o sia di Libia o sia di Francia:
tutti li mena a un par la buona lancia.
xciv
Lo va di qua di la tanto cercando,
chiamando spesso e quanto pu6 piu forte,
e sempre a quella parte declinando,
ove piu folte son le genti morte,
ch'al fin s'incontra in lui brando per brando
poi che le lancie loro ad una sorte
eran salite in mille scheggie rotte
sin al carro stellato de la Notte.
xcv
Quando Gradasso il paladin gagliardo
conosce, e non perche ne vegga insegna,
ma per gli orrendi colpi e per Baiardo,
che par che sol tutto quel campo tegna;
non e gridando a improverargli tardo
la prova che di s6 fece non degna:
ch'al dato campo il giorno non comparse,
che tra lor la battaglia dovea farse.
820 ORLANDO FURIOSO
XCVI
Suggiunse poi : Tu forse avevi speme,
se potevi nasconderti quel punto,
che non mai piu per raccozzarci insieme
fossimo al mondo: or vedi ch'io t'ho giunto.
Sie certo, se tu andassi ne Testreme
fosse di Stigie, o fossi in cielo assunto,
ti seguirb, quando abbi il destrier teco,
ne 1'alta luce e giu nel mondo cieco.
XCVII
Se d'aver meco a far non ti da il core,
e vedi gia che non puoi starmi a paro,
e piu stimi la vita che Tonore,
senza periglio ci puoi far riparo,
quando mi lasci in pace il corridore ;
e viver puoi, se si t'e il viver caro:
ma vivi a pie, che non merti cavallo,
s'alla cavalleria fai si gran fallo.
xcvin
A quel parlar si ritrovo presente
con Ricciardetto il cavallier Selvaggio;
e le spade ambi trassero ugualmente,
per far parere il Serican mal saggio.
Ma Rinaldo s'oppose immantinente,
e non pati che se gli fesse oltraggio,
dicendo : Senza voi dunque non sono
a chi m'oltraggia per risponder buono ?
xcix
Poi se ne ritorno verso il pagano,
e disse: Odi, Gradasso; io voglio farte,
se tu m'ascolti, manifesto e piano
ch'io venni alia marina a ritrovarte:
e poi ti sosterro con 1'arme in mano,
che t'avro detto il vero in ogni parte;
e sempre che tu dica mentirai,
ch'alla cavalleria mancass'io mai.
CANTO TRENTESIMOPRIMO 821
C
Ma ben ti priego che prima che sia
pugna tra noi, che pianamente intenda
la giustissima e vera scusa mia,
acci6 ch'a torto piu non mi riprenda;
e poi Baiardo al termine di pria
tra noi vorr6 ch'a piedi si contenda
da solo a solo in sol