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Full text of "Orlando Furioso"

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•-;/ 



ORLANDO FURIOSO 



DI MESSER 



LODOVICO AIIIOSTQ 

CONSERVATO NELLA SUA EPicA INTEGRITÀ 

|S AEGÀTO ID V3Q 

DELLA STUDIOSA GIOVENTÙ 
dall'abate 

GIOVACCHINO AVESANI 

VERONESE 

CON UTILI ANNOTAZIONI 



TÒMO TERZO 



FIRENZE 

IMPRESSO NELLA TIPOGRAFIA 

all' insegna 

DJ S. BERNARDO ABATE 

]tfDCCCXXIiL 



■jU'i 



i/.J 



ARGOMENTO 



DEL CANTO XX. 



apologia e laude delle donne sia in arme o in lettere. Mar" 
fisa si dà a conoscere al guerriero dell* isola col quale ha 
combattuto; ed egli a lei e a* compagni , tra* quali Astolfo 
viene in cognizione lui esser Guidon Selvaggio parente suo ; 
onde pieno di giubbilo lo abbraccia e accarezza . Ma quello 
all' incontro via più s* attrista per la crudele alternativa di 
dovere o perire egli , se vinto ^ o esser morto un di loro che 
sia perdente; e condannati i compagni alla schiavi ìu . Mar-* 
fisa braveggia da sua gran pari . Si conviene di uscir di là 
tutti per via di forza . Fatto apparecchio allo scampo si dà . 
principio air impresa con gran coraggio . Le donne già 
folte in piazza , per dove er' uopo passare , avvedutesi del 
disegno saettano sì fortemente *, ed ingrossano intorno ai 
fuggiaschi, che veduto il pericolo maggiore d' ogni difesa, 
Astolfo dà fiato al corno incantato e sbaragliti e à tutta le-m 
na precipita in iscompiglio e ampia fuga , non che le nimi^ 
che femmine , allo stesso modo gì' impauriti compagni, che 
rifugiatisi al porto salpan senza dimora : ond' egli rimasto 
solo è costretto intraprendere il viaggio di terra . Essi ap^ 
prodano a Marsiglia . Marfisa si congeda da loro : che vuo^ 
le andare separata . Essi preso cammino insieme e giunti a 
un castello sono traditi nel sonno dal perfido signor di quel 
loco j e costretti a comperare la libertà con un barbaro giU" 
ramento . Marfisa viaggiando così alla (Ventura s* ifieontra 
in Gabrina , che andava fuggiasca a piedi dalla spelonca 
de'laàrij dove Orlando liberato aveva Isabella, e pregata } 



^ 



la toglie in groppa , e di lì a poco apparisce ih su la via Pi^ 
nabtllo con la leziosa sua donna , la quale veduto il brutto 
viso della vecchia ne fa le smorfia e le beffe èli che sdegnata 
Marfisa vuol con la lancia provare al suo cavaliere eh' è 
dessa anzi più avvenente di lei ^ a patio di toglierle ^ vincen- 
do , veste e cavallo . Pinabello va rovescioni . Gabrina ha le 
vesti e il cavallo . Colei sì bellamente vestita parca prii brut- 
ta • Cavalcando più oltre s' appresenta Zerbino , a cui tocca 
per la steìsa cagione piii dura sorte che a Pinabello , poiché 
abbàttalo da Marfisa fu obbligato di essere cavalier di Ga* 
brina » La rìa vecchia venuta in suspicione di chi e' si fosse ^ 
gli accenna di saper cose della sua» sposa Isabella da lui 
pianta siccome morta ; ed ella afferma esser viva ; ma per 
macerarlo non vuol dir più . 



e A In TO XX. 



Jje donne antiche burnivo mirabìl cose 
Fatto nell'arnie e nelle sacre muse y 
£ dlior opre belle e gloriose 
Gran lume in tutto il mondo si diffuse : 
Arpalice e Gammilla son famose , 
Perchè in battaglia erano esperte ed use; . 
' Sa£fo e Corinna perchè furon dotte 
Splendono illustri ^ e mai non ifeggion notte . 

Le donne som venute in eccellenza 

Di ciascun^ arte ove hanno posto cura y 
£ qualunque all' istorie abbia avvertenza 
Ne sente ancor la fama non oscura ; 
Se'l mondo n' è gran tempo stato senza , 
Non però sempre il mal' influsso dura: 
£ forse ascosi lian lór debiti onori 
L^ invìdia ^ o il non saper degli scrittori • 

Ben mi par di veder che a) sécol nostro 
Tanta virtù fra belle donne emerga y . 
Che può dare opra a carte et ad inchiostro y 
Perchè nei futuri anni si disperga ; 
£ perchè y odiose lingue, il mal dir vostra 
Con vostra eterna in&mia si sommerga y 
£ le lor lode appariranno in guisa, 
Che dr gran lunga avapzeran MarGsa • 



6 C il NT O XX. 

Or pur tornando a lei : questa donzella 
»Al cavalier che le usò cortesia 
Deir esser suo nou nega dar novella , 
Quando esso a lei voglia contar chi sia: ' ^ 
Sbrigassi tosto del suo debito ella , 
Tanto il nome di lui saper desia : 
Io son f disse , Marfisa : e fu assai qdesto; 
Che si sapea per tutto il mondo il resto • 

h' altro comincia , poi che tocca a lui ^ 

Con più proemio a darle di sé conto, v 

Dicendo : io credo che ciascun di vui 

Abbia della mia stirpe il nome in pronto ; ' 

Che non pur Francia e Spagna e i vicin sui , 

Ma r India V Etiopia e il freddo Ponto . 

Han chiara cognizion di Ghiaramonte , 

Onde uscii cavalier che uccise Almonte , 

6 
E quél che a Cliiariello e al re Mambrino 

Diede la morte e il regno lor disfece: 

Di questo sangue, dove neir Eusino 

L'Istro ne yien con otto corna o diece , 

Al ^uca Amone , il qnal già peregrino 

Yi capitò, la madre mia mi fece: 

E r^^ino è ormai eh' io la lasciai dolente 

Per gire in Francia a ritrovar mia gente • 

. 7 . \ 
Ma non potei finire il mio viaggio, 

Gilè qua mi spinse un tempestoso Noto : 

. Son dieci mési o più che stanza v' baggio , 

Glie tutti i giorni e tutte Tore noto : 

!Nominato son io Guidon Selvaggio , 

Di poca prova ancora e poco noto : , 

Ma qualche fama al mondo io pur avrei ^ 

S' esser potessi ^o' fratelli miei . 



*■ 



CANTO XX. 

8 • 
Guidon qui fin€ralla risposta pose , ^ 

E maledi tjfiel giorno per isdegno 

Il qual dei dieci cavalier' le odiose 

Spòglie li diede ed a goder quel regno ; 

Astolfo stette a udire e si nascose 

Tanto, che si fé' certo a più d'un segno 

Che, cóme détto avea , questo Guidone 

Era figliuol del suo parente Amon», 

Poi lì soggiunse ) io sono il duca inglese 
Il tuo cugino Astolfo, ed abbracciollo, 
E con atto amorevole e cortese 
Non senza sparger lagrime bariollo : 
Caro parente mio , non più palese 
Tua madre ti potea por segno al cai Io : 
Che a farne fede che tu sei de' nostri 
Basta ii Valor che con la spada mostri. 



IO 



Guidon che altrove avHa fatto gran festa 
D'aver trovato un si stretto parente , 
Quivi r ac<;olse con la faccia mesta , 
Perchè fu di vedervelo dolente ; 
Se vive , sa che Astolfo schiavo reèta , 

^è il termine è piiì là che '1 di seguente ; 

Se fia libero Astolfo , ne muor esso j 

Si che il ben d' tino è il mal delPaltro espressa. 

Il 
Lì duo! che gli altri taralierì àncora 

. Abbia, vincendo, a far sempre Captivi ; 

Né pia, quando €Sso in quel contrasto mnota% 

Potrà giovar che servitii Ini* schivi j 

Ma sola dèi periglio u.scita fuoi'a 

Sarà Mat'fisa , se a fiaccarlo drfìvi i 

E gli altri ttitti con obbrobHof e danno 

Nel regno femmlttil schiari saranno , 



8 CANTO XX/ 

12 

Dair altro* canto ave^ l'acerba etade 
La cortesia e il valor del giovanetto 
D' amore intenerito e di pfetade 
Tanto n Marfisa ed ai compagni il petto ; 
Che con morte di lui lor libertade 

* Esser dovendo^ avean quasi a dispetto: 
E se Marfisa noH può far con manco 
Che uccider lui y vuol essa ìnorir anco . 

Ella disse a Guidon : vientenè iusiepiei 

Con noi che a riva forza Uscirem' quinci : . 

Deh ! rispose Guidon , lascia ogni speme 

Di mai più uscirne' o perdi meco o vinci: * 

Ella soggiunse : il min cor .mai non teme 

Di non dar fine a cosa che cominci , 

!Nè trovar so la più sicura strada 

Di quella ove mi sia guida la spada . - 

Tal nella piazza ho il tuo valor provato , 

Che , %' io son teco , ardisco ad ogni impresa • 

Quando la turba intorno allo steccato 

Sarà domane in sul teatro ascesa ; 

Io vo' che V uccidjam per ogni lato 

O vada in fuga o cerchi far difesa : . 

E che indi ai lupi agli avoltoi del. loco 

Lasciamo i corpi , e la cittade al foco. 

i5 
Soggiunse a lei Guidon : tu m' avrai pronto • 

A seguitarti ed a morirti a canto : 

Ma vivi rimaner non facciam conto , 

Bastar ne pnò di vendicarsi alquapto ; 

Che spesso dieci mila in piazza conto 

Del popol fent^minile , ed altrettanto 

Besta a guardare e porto e rocca e mura , 

]Nè alcuna via d' uscir trovo sicura . 



CAN^O XX. 9 

Disse Marfisa : e, molto più sieno elle ' ! 

Degli uomini che Serae ebbe d' intorno , 
. £ sìeno più dell' anime ribelle 
Che uscir del ciel con lor perpetuo scorno : 
Se tu sei meco , o almen non aie con quelle ; 
Tutte le voglio uccidere in un giorno : 
Guidon soggiunse ; io non ci so via alcuna 
Che a Taler n' abbia ^ se non vai quest' una • 

Ne può sola salvar ^ se' ne succede , 
Quest' una eh' io dirò , eh' or mi sovviene : 
Fuor che alle donne uscir non si concede 
Né metter piede in su le salse arene ; ' 
£ per questo commettermi alla fede 
D'una fida mia, ancella mi conviene^ 
Del cui perfetto amor fatto ho sovente 
Più prova dncor eh' io non farò al presente • 

Questa non men di me quinci desia 
Prender la foga a salvamento meco : 
Che per me dice di sperar che fia 
Salva con tutte quel che torrà seco ; 
£lla nel porto o fusta o saettia 
Farà ordinar ^ mentre è ancor T aer cieco ^ 
Che i nlai^inari vòstri troveranno 

. Acconcia a navigar ^ come vi vanno • 

Dietro a me tutti in un drappel ristretti 
Cavalieri , mercanti e galeotti , 
Che meco ad albergar in queti tetti 
Dalla sorte crudel foste «ridotti , 
Avrete a farvi ampio sentier coi petti ^ 
Se del nostro cammin siamo interrotti : 
Cosi spero , àjutandoci le Spade ^ 
Ch' io vi trarrò della crudel cittade . 



IO CktCtÓ tt. 

» IO ^ 

.Tu fa come ti par , disse Marfisa^ 

Ch'io son per me d'*uscir di qui sicura ; 
Più facil fia che di mia mano uccisa 
La gente sìa eh' è dentro a queste mura ; ' 
, Che mi veggia fuggire o in altra guisa 
Alcun possa notar eh' abbia paura . 
Yo' us«ir di giorno, e sol per forza d' arme , 
.Che per ogni altro modo obbrobrio parmt. 



2r 



S'io ci fossi per donna conosciuta , 

So che avrei dalle donn* onore e pregiò , 
E volentieri io ci sarei tenuta 
£ tra le prime forse del collegio ; 
Ma con costoro essendoci venuta , 
Non ci vo' d'essi aver più privilegio : 
Troppo error foni eh' io mi stessi o andassi 
Libera^ gli altri in servitù lasciassi ; 

Queste parole ed altre seguitando > 
Mostrò Marfisa che '1 rispetto soto 
Ch'avea al periglio de' compagni , quando 
Potria loro il suo ardir tornare in duolo^ 
La tenea , che con alto e memorando 
Segno d' ardir non assalia lo stuolo : 

, E per questo a Guidon lascia la cura 
D' usar la via che più li par sicura ^ 

Guidone appresso con Ateria parìa ^ 
Così la fida donna aveva nome^ 
Né bisogno gli fu di stimolai^la 
A dispor tutto ed a levar le some i 
Cercò in porto una Fusta e fec^ armarla , 
Ordinando a nocchieri il tempfo e il come , 
E fingea di voler sui primi albori 
Varar da terra a corseggiar di fuori . 



e ANTO XI. If 

£Ila avea fatto nel palazzo innaiHi 

Spade e lance arreear, corazze e scudi ^ 
Onde^armar sì potessero i mercanti 
E ì galeot^ eh' erau mezzo ignudi. 
Altri doriM'o ed altri ster vegghianti 
Compartendo tra lor gli ozi e gli studi : 
Spesso guardando^ e pur con V arme indosso^ 
Se r Oriente ancor si facea rosso . 

25 

Dal duro volto della terra il sole 
Non toUea ancora il velo oscuro ed atro ; 
Appena aveaja Licaonia prole 
*Per li solchi del ciel vol(o V aratro ; 
Quando il femmineo stuol, ehe veder vuole 
11 tìi; della battaglia, empi il teatro, 
Qome ape del suo claustro empie la soglia 
Che mutar regno al novo tempo voglia . 

Di trombe di tambur ' di suon di corni 

11 popol risonar fa cielo e terra ; 

Cosi citando il suo signor che torni 

A terminar là cominciata guerra :^^ 

Aquilante e Grifon stavano adorni 

Delle lor arme, e il duca d'Inghilterra 

Guidon Marfiua e Sansonetto e tutti 

Gli altri chi a piedi , e chi a cavallo instruUr . 

27 
Per scender dal palazzo al mare e al porto 

La piazza traversar si convenia ^ 

Né v' era altra cammin lungo né corto ^ 

Così Guidon disse alla compagnia . . 

E poi che di ben far niolto conforto 

Lor diede, entrò senza romore in via , 

£ nella piazza dove il popolo era 

S' appresentò con più di cento in schiera < 



7^ 



la . CANTO XX. 

Molto affrettando i suoi compagni, andava 
Guidone air altra porta «per uscire ; 
Ma la gran moltitudine ch^ slava * 
Intorno armata e sempre atta a ffrir« 
Pensò f come la vide <:he menati 
Seco auegli altri ', che volea fuggire ; 
£ tutt' a un tratto agli archi suoi ricorse^ 
E parte onde a' uscia venne ad opporse . 

Guidone e gli altri cavalier' gagliardi , 
E sopra tutti lor Marfisa forte , 
Al menar delle man' non furon tardi , . 
E molto fer per isforzar le porte ; 
Ma tanta e tanta copia era de' dardi 
Che con ferite dei compagni e morte 
Piaveano lor di sopra e d' ogn' intorno , ^ 
G^e al fin temean d' averne danno e. scorno . 

D' ogni guerrier V usbergo era perfetto ; 
Che se non era , avean più da temere : 
Fu morto il destrier sotto a Sansonetto ; 
Quel di Marfisa v' ebbe a rimanere : 
Astolfo tra sé disse ^ ora che aspetto 
Ghe mai mi possa il corno più valere ? 
Io vo' veder y poiché non giova spada , 
S' io so col corno assicurar la strada • 

Come ajutar nelle fortune estreme 
Sempre si suol , si pone il corno a bocca : 
Par che la terra e tutto il mondo treme 
Quando V orribil suon nell' aria scocca : 
Si nel cor della gente il timor preme , 
Ghe per disio di fuga si trabocca 
Giù del teatro sbigottita e smorta^ 
IVon che lasci la guardia della porta , 



OANTO XX. i3^ 

Gome talor si gftta e sì periglia 

E da finestre e da s.ublime loco 

U es terreni tta 3ubito famiglia 

Che vede appresso e d' ogn- iotorno il foco ^ 

Che mentre le tenea gravi le ciglia 

Il pigro sonno /crebbe a poco a poco ; 

Cosi y messa la vita in abbandono , 

Ognun foggia lo spaventoso suono « 

33 
Di qua ^ di là, di su di giù smarrita 

Surge la turba e di fuggir procaccia : 

Son più di mille a un tempo ad ogni uscita , 

Cascano a monti e V una V altra impaccia : 

In tanta calca perde altra la vita , v 

Da palchi e da finestre altra si schiaccia : 

Più d' un braccio si rompe e d' una testa , 

Di che altra morta altra storpiata resta - 

Il pianto e '1 grido insino al ciel saliva 

P' alta mina misto e di fracasso : 

Affretta , ovunque il suon del corno arriva , 

La turba spaventata in fuga il passo: 

Se udite dir che d' ardimento priva 

La vii plebe si mostri e di cor basso ^ 

Non vi maravigliate ; che natura 

£ della lepre aver sempre paura • 

35 
Ma che direte del già tanto fiero 

Cor di Marfisa e di Guidon selvaggio? 

Dei due giovani figli di Oliviero 

Che già tanto onorarò il lor ligqaggio ? 

Già centd mila avean stimati un zero , 

E in fuga w se ne van senza coraggio , 

Come conigli o timidi colombi 

\ A cui vicino alto romor rimbombi ^ 



i4 CANTO XX. 

.36 

Così noce va ai suoi come a gli strani 

La forza che nel còrno era incantata ; 

Sansonetto Guidone e i duo germani 

Fug^on dietro a MarQsa spaventata: 

Né fuggendo ponilo ir tanto lontani y 

Che lur non sia V orecchia anco intronata ; 

Scorre ÀstoHb la Terra in ogni lato 

Dando via sempre al corno maggior fiata. 

37 
Chi scese al mare e chi poggiò ^l monte 

JB chi tra i boschi ad uccultar si venne : 

Alcuna senza mai volger la fronte 

Fuggir pév dieci dì non si ritenne : 

Uscì in ,tal punto alcuna fuor del ponte , 

Cbe in vita sua mai più non vi rivenne : 

3gombraro in modo e piazze e. templi e case^ 

Che quasi vota la città rimase « 

38 ^ . 

Mai fisa e il buon Guidone e i due fratelli 

£ Sansonetto pallidi e tremanti 

Fuggiano in verso il mare ^ e dietro a quelli 

Fuggiano ì marinari e i mercatanti , 

Ove Aleria trovar'^ che fra i castelli 

Loro avea un leg bo apparecchiato inoanti: 

Quindi poi che in gran fretta li raccolse , 

Die i remi a l' acqua ed ogui vela sciolse « 

.59 
Dentro e d' intorno il Duca la cittade 

Avea scorsa dai colli in fina, a V onde : 

Fatto avea vote rimaner le strade ; 

Ognun lo fugge ognun se gli nasconde: 

Molte trovate fur , che per viltade 

^ S' eran gittate in parli oscure e immonde ; 

£ molte ; non sapendo ove s' andare , 

Messesi a nuoto ed aflfogate in mare 4 



\ 



CANTO TX. iS 

Per trovare i compagni il Duca viené^ 
Che 5Ì credea di riveder sai molo : 
Si volge intorno e le deserte arene 

. Guarda per tutto , e non v^ appare un solo : 
liCvapiù gli occhi , e in alto a vele piène - 
Da sé lontani andar li vede a volo ; 
Si che gli convien fare altro disegno 
Al suo cammin ^ /poi che partito è il legno* 

luasciamolo andar pur , ne vi rincrescsi 
Che tanta strada far debba soletto 
Per terra d' infedeli e barbaresca , 
Dove mai non si va senza sospetto 2 
Non è periglio alcuno , onde non esca 
Con quel spo corno ^ e n' ha mostrato effetto ; 
£ dei compagni suoi pigliamo cura , 
Che in mar fuggiah tremando di paura . 

A piena vela si cacciaron lungo 
Da'la crudèle e sanguinosa spiaggia , 
"Ei poi che di gran lunga non li giunge 
1/ Qrribil suon che a spaventar più gli aggia ; 
Insolita vergogna si li punge , 
Ghe^ come un foco^ a tutti il viso raggia : 
L' un non ardisce mirar l'altro^ e stasai 
Tristo e isenza parlar con gli occhi bassi . 

Passa il nocchiero al suo viaggio intento 
£ Cipro e Ròdi ^ e giù per V onda Egea 
Da sé vede fuggire isole cento 
Col perigtiqso capo di Maleà */ 
£ con {Propizio ed immutabil vento 
Asconder vede la greca Morea. : 
Volta Sicilia . e per lo mar tirreno 
Costeggia dell' Italia il lito ameno . 



i6 CANTO XX, 

44 
£ sopra Luna ultimamente sorse ^ 

Dove lasciato avea la sua famiglia ^ 

bio ringraziando^ che '1 pelago corse 

Senza più danno, e il noto li to piglia: 

Quindi un noccliier trovar' per Francia sciorse 

Il qual di venir seco li consiglia ^ 

E nel suo legno ancor quel di montaro 

Ed a Marsiglia in breve si trovaro. 

45 
Quivi non era Bradamante allora 

Che aver solea governo del paese : 

Che se vi fosse , a far seco dimora 

Gii avria sforzati con parlar Cortese : 

Sceser nel lito, e la medesim' ora 

Dai quattro cavalier! congedo prese 

Marfisa , e da la donna del Selvaggio , 

£ pigliò a la ventura il suo viaggio r 

4* 
Dicendo , che lodevole non era 

Ch' andasser tanti cavalieri insieme ; 

Che gli storni e i colombi vannoo in schiera - 

I daini i cervi e ogni animai che teme ; 

Ma r audace falcon l'aquila altera, 

Che neir ajuto altrui non metton speme , . 

Orsi tigri leon' soli ne vanno , 

Che di più forza alcun timor non hanno . 

Nessun degli altri fu di quel pensiero , 
Si ciie a lei sola toccò a far partita : 
Per mezzo i boschi e per strano sentiero ' 
Dunqu' ella se ,n' andò sola e romila : 
Grifone il bianco ed Aquilante il nero 
Pigliar' con gli altri duo la via più trita , 
£ giunsero a un castello il di seguente, 
Dove albergati fur cortesemente. 



CANTO XX. 1 

*^ 
Gorteseménie , dico , in apparenza , 

Ma tosto vi sentir contrario efletto: 

Che il signor del Castel benevolenza 

Fìngendo e cortesia lor die ricetto ; 

E poi la notte y che sicuri senza 

TiniQr dormiau , li fé' pigliar nel letto : 

Ve prima li lasciò ^ che d'osservare 

Una costuma ria li fé' giurare . 

Ma vo' seguir la bellicosa donna^ 
Prima , signor^ che di costor più dica: 
Passò Druenza il Rodan(^e la Sonna , 
E venne a pie d' uqa montagna aprica ; 
Quivi lungo un torrente in i^sgra^onua 
Vide vanire una femmina antica , 
Che stanca e lassa era di lunga via^. 
Ma via piy afQitta di malinconia . 

Questa è la vecchia che solea servire 
Ai malandrin nel cavernoso .mante. ^ 
Là dove alta Giustizia fé' venire 
A dar lor morte il paladino ponte; 
La vecchia y che timor ha di morire 
Per le cagion che poi vi sarau conte , 
Già molti di va per via oscura e fosca ^ 

Fuggendo ritrovar chi la conosca . 

5i 
Quivi d^ estrano cavalier sembianza 

L'jebbe Marfisa all'abito e all'arnese: 

E per ciò non fuggi , com' avea usanza 

Fuggir dagli altri eh' eran del paese ; 

Anzi con sicurezza e eoa baldanza 

${ fermò al guado e. di lontaa l'attese: 

Al guado del torrente ove trovolla , 

La vecchia le usci incontra e salutolla . 



i8 C A N T O XX: 

Poi la pregò che $eco oltra quell* acqiid 

Nell' altra ripa in groppa la portasse : 

Marfisa che gentil fti da che nacque, 

Di là dal fiun^icel seco la trasse , 

E portarla anche un pezzo non le spiacque 

' Fin che a miglior cammin la ritornasse 

Fuor d' un gran fango , e al fin di quel seutierq 

Si videro air incontro qn cavaliero. 

53 
Il cavalier su ben guernita sella 

Di lucid' arme e di b.ei panni ornato 

Verso il fiume vegia da una donzella 

^ da un solo scudiero accompagnato : 

La dqnna eh' avea seco era assai bella j^ 

Ma d'altiero sembiante e poco grato , 

Tu^ta d' orgoglio e di fastidio piena , 

Del cavalier ben degna che la mena. 

Pinabello un de' conti masanzesi 

£ra quel cavalier eh' ella avea seco , 

Quel medesmo che dianzi a pochi mesi 

Bradamante gittò nel cavo speco; 

Quei sospir , quei singulti cosi accesi 

Quel pianto che lo fé' già quasi cieco « 

Tuito fu per costei ch'or seco avea> 

Che 1 Negromante allor gli ritenea. 

55 
Ma ppi che fq levato di sul colle 

L' incantato castri del vecchio Atlante 4 

£ che potè ciascqno ire ove volle 

Pt,T opra e per virtù di Brada mante '^' 

Costei ardente fiuo alle midolle 

Di comparir sua donqa come innante j^ 

Si tornò a Pinabello, e in compagnia 

Da un castello ad uo altro or «e iie gia^ 



^ 
I 



e ANTO XX. iQ 

56 ^ 

E siccome vezzosa era e mal usa ^ 
Quando vide la vecchia di Marfisa , 
Non si potè tenere a bocca chiusa 
Di non la motteggiar con beffe e risa ; 
Marfisa altiera, appresso a cui non s'usa 
Sentirsi oltraggio in qual si voglia guisa, 

. Rispose d'ira accesa alla donzella 

Che di lei quella vecchia era più bella . 

£ che al suo cavalier volea provallo 

Con pattò di poi torre a lei la gonna 

E il palafren ch'avea, se da qivallo 

Gittava il cavalier di ehi era donna ; 

Pinabel che faria tacendo fallo, 

Di risponder con Y arme non assonna : 

Piglia. lo scudo e Tasta e il destrier gira, 

Poi vien Marfisa a ritrovar con ira. 

58 
Marfisa incontra juna gran lancia afferra 

E nella vista a Pinabet4' arresta , 

E si stordito lo riversa in terra 

Che tarda un' ora a rilevar la testa ; 

Marfisa vincitrice della guerra 

Fé' trarre a quella giovane la vesta , 

Ed ogni altro ornamento le fé' torre , 

E ne fé' il tutto alla sua vecchia porre « 

E di quel giovanile abito v^lse 
Che. 9Ì vestisse e se ne ornasse tutta , 
E fé' che il palafreno anco si tolse 
Che la giovane avea quivi condutta ; 
Indi al preso cammin con lei si volse. 
Che quanto era più ornata era più brutta: 
Tre giorni se n' andar per lunga strada 
S^nza far cosa onde a parlar m' accada . 



IO CANTO XX. 

60 • 

Il quarto giorno un cavalier trovare 

Che venia in fretta galoppando soIqi 

Se di saper chi sia forse v' è caro , 

Dicovi eh' è Zerbin di re fi|[liuolo ; 

Di virtfu esempio e di bellf^zza raro , 

Che sé stesso rodea d' ira e di duolo 

Di non aver potuto far vendetta 

D' un che gli avea gran cortesia interdetta • 

6i 
Zerbino indarno per la selva corse 

Dietro o quel suo che gli |ivea fatto oltraggio t 

Ma si a tempo colui seppe via torse , 

Si seppe nel fuggir prender vantaggio ^ 

Si il bosco e si una nebbia lo soccorse 

eli' avea offuscato il mattutino raggio; 

Che di man di Zerbin si levò netto , 

Fin che l' ira e il furor gli usci del petto • 

Non potè , ancor che Zerbin fosse irato , 
Tener vedendo quella vecchia il riso : 
Che gli parea dal giovanile ornato 
Troppo diverso il brutto antico viso; 
Ed a MarGsa che le venia a lato 
Di3se: guerrier, se tu sei pien d'ogni avvisQji 
Cl^e damigella di tal sorte guidi , 
Che npn temi trovar chi te la invidi. 

Avea la donna , se la crespa buccia 
Può darne indizio ^ più della Sibilla : 
£ parea . cosi ornata , una bertuccia 
Quando per-4iiover fiso alcun vestilla ^ 
Ed or più brutta par che si cdrruccia , 
£ he dagli occhi l'ira le sfavilla : 
Che a donna non sì fa maggior dispetto , 
Gkie quando o vecchia p birulU le vìea detto ;^ 



\ 



CANTÒ X* . sr 

Mostrò turbarsi l' inclita donzella • 
Per prenderne piacer , come si prese : 
E rispose a Zerbin : mia donna è bella ^ 
£ Jbelia più che tU non sei cortese ; 
Come eh' io creda che la tua favella 
Da quel che sente V animo non scese : 
Tu fingi non conoscer dua beltado 
Per escusar la tua somma viltade . 

£ chi sana quel cavalier che questa 

Sì giovane e si bella ritrovasse 

Senza più compagnia nella foresta , 

£ ad esserle campion non s' affrettasse 1 

Si ben ) disse Zerbin , teco s' assesta ^ 

Che saria mal ch'alcun te la levasse : 

Ed io per me non son cosi indiscreto 

Che te ne privi mai^ stanne pur lièto ; 

66 
Se in altro conto aver>aoi a far meco^ 

Di quel ch'io vaglio son per sfarti mostra^ 

Ma per costai non mi tener si cieco , 

Che solam^ente far voglia utia giostra } 

O brutta o bella sia | testisi teco ^ 

Non vo' partir tanta amicizia vostra ; 

Ben vi siete accoppiati • io^ giurerei^ , 

Coni' ella è bella tu gagliardo sei^ 

Soggiùnse a lui Marfisà : al tuio dispetto 
Di levarn^i costei provar convienti > 
]N"ou vo' patii* eh' un si leggiadro aspe£to ^ 
Abbi vedtitdj è gùadaghar hol lenti; 
Rispose a lei Jlefbini hoU ma a che effe t te/ 
L' uoua si ^t^ìta a péiigìid è ài tormenti / 
Per riportarne ùiia irittotia pòi / 
Che giovi al tinto, è'i viiicitorc ahtìói. 



^1 CANTO XX. 

Se non ti par questo partito buono^ 
Te ne do' un altro i, e ricusar noi dei ^ 
Disse a Zerbiu Marfisa : che a' io sono 
Vinto da te , m' abbia a restar costei ; 
Ma s' io te vinco, a for«a te la dono: 
Dunque proviam chi de'star senza lei , 
Se perdi , converrà che tu le faccia 

Compagnia sempre ovunque andar le piaccia» 

69 
E cosi sia , Zerbin rispose, e volse 
A pigliar campo subito il cavallo: 
Si levò su le staffe e sì raccolse 
Fermo in arcione, e per non dare in fallo 
Lo scudo in mezzo alla donzella colse ; 
Ma parve urtasse un monte di inetallo: 
Ed ella in guisa a lui toccò V elmetto , 
Che stordito il mandò di sella netto . 

Troppo spiacque a Zerbin Tesser caduto ^ 

Che in altro scontro mai più non gii avvenne/ 

£^n' avea mille e mille egli abbattuto, 

Ed a perpetuo scorno se lo tenne; 

Stette per lungo spazio in terra mulo, 

E più gli dolse , poi che gli sovvenne 

Ch' avea promesso e che li convenia 

Aver la brutta vecchia in compagnia. 

Tornando a lui la vincitrice in sella 
Disse ridendo: questa t'appresento: 
E quanto più la veggio e grata e bella. 
Tanto eh' ella sia tua più mi contento ; 
Or tu in mio loco sei campion di quella : 
Ma la tua fé non se ne porti il vento : 
Che per sua guida e scorta tu non vada , 
Come hai promesso, ovunque-audar le aggrada. 



CANTÒ XX. 23 

Senza appettai* risposta urta il destriero 
Per la foresta e subito s'jmbo^ca : 
£erbiii che la stimava un cavalierò 
Dice alla vecchia: fa' eh 'io lo conosca , 
—^ Ed ella non gli tiene ascoso il vero 

Onde sa che che lo 'ncehde e che T attosca: 
Il colpo fu di man d' una donzella 

Che t' ha fatto-vòtar ^ disse la sella. 

. .73 

Pel suo valor costei debitamente 

Usurpa a' cavalièri e scudo e lancia : 

fi venuta è pur dianzi d' Oriente 

Per assaggiare i paladin' di Francia ; 

Zerbin di questo tal vergogna sente , 

Che non pur tinge di rossor La guancia : 

Ma restò poco di tk)n farsi rosso 

Seco ogni pezzo d' arine eh' avea indosso . 

i 74 

Mónta a cavallo è se steàso rampogna,^ 
Che non seppe tener strétte le cosce : 
Tra se la Vecchia ne sorride , e agogna- 
Di stinatilarlo è di più dargli angosce ; 
Li ricorda che andar seco bisogna , 
E Zerbin j che obbligato si conosce , 
Le orécchie abbassa ^ come vinto è stancò 
Destrier ch'ha in bocca il fren^ gli sproni al fianco. 

• 75 
£ sospirando : Oimè ! Fortuhal fella ; 

Dicea ', che cambio è questo che tu fai ? 

Colei che fu sópra le belle bèlla ^ 

Ch* esser meco dofvea^ levata iti' hai ; 

Ti par che ìli Iciogo ed iti tistov dì quella 

Si debba por costei eh' ora mi dai ? 

Stare in dahnó del tutto èri liien male ; 

Che fare un cambiò tanto disti|[ùal^ « v 



aA CANTO XlC. 

76: . . 
Colei , che dì bellezza e di virtuli 

Unqua non ebbe e non avrà mai pare. 

Sommersa e rolla Ira gli seogli acuti 

Hai data ai pesci ed agli augei del mare; 

"e costei che dovria già aver pasciuti 

Sotterra i vermi , hai tolta a preservare 

Dieci o vent' anni più che ilon dovevi , 

Per dar più peso a li mie' affanni grevi . 

77 
Zerbin cosi parlava : né men tristo 

In parole e in sembianti esser parea 

Di questo novo suo sì odioso acquisto^ 

Che della donna che perduto avea ; 

La vecchia ancor che non avesse visto 

Mai più Zerbin , per quel eh' ora dicea , 

S'avvide esser colui di che notizia j 

Le diede già Isabella di Galizia • 

Se vi ricorda quel ch'avete udito^ , 

Costei dalla spelonca ne veniva, 

Dove Isabella che d' amor ferito 

Zerbino avea, fu molti di captiva; 

Più volle ella le avea già riferito 

Come lasciasse la paterna riva f 

E come rotta in mar dalla procella 

Si salvasse alla spiaggia <li Rocella . 

79 
E si spesso dipinto di Zerbino 

Le avea il bel viso e le fattezze conte , 

Ch'ora udendol parlare, e più vicino 

Gli occhi alzandoli meglio nella fronte; 

Vide esser quel, per cui sempre meschino 

Fu d' Isabella il cor nel cavo monte : 

Che di non veder lui più si lagnava. 

Che d' esser fatta ai malandrini schiava • 



«ANTO XX. 5 

80 

tid vecchia , dando alle parole udienza 

Che con sdegno e con duol Zerbino verta ^ 

S' avvede ben ch'egli ha falsa credenza 

Che sia Isabella in mar rotta e sommersa ; 

E bench' ella del certo abbia scienza , 

Per non lo rallegrar , pur la perversa 

Quel che far lieto lo potria li tace ^ 

È sol li dice quel^^fae li dispiace. 

81 
Odi tu y gli diss' ella, tu che sei 

Cotanto altier , che si mi scherni e sprezzi 1 

Se sapessi che nova ho di costei 

Che morta piangi , mi faresti vezzi ; 

Ma più tosto che dirtelo ^ torrei 

Che mi strozzassi o fessi in mille pezisi: 

Dove s* eri ver me più mansueto , 

Forse aperto t' avrei questo secret#. 

.8% 
Come il mastin , che con furor s' avventa 

Addosso al ladro : ad acchetarsi è presto 

Che quello o pane o cacio gli appresenta ^ 

che fa incanto appropriato a questo ^ 

Così tosto Zerbino umil diventa , 

£ vien bramoso di sapere il resto 

Che la vecchia li accenna , che di quella 

Che morta piange , li sa dir novella . 

83 
£ volto a lei con più piacevol faccia , 

La supplica^ la prega, e la scongiura 

Per gli uomini , e per Dio che non li taccia 

Quanto ne sappia , o buona o ria ventura ; 

Cosa non udirai che pro ti faccia . 

Disse la vecchia pertinace e dura : 

Non è Isabella , come credi, morta , 

Ma viva sì , eh' a' morti invidia porta . 



j 



V 



ìb cantò ti. 

Gli' è capitata in questi pochi giorni 

Per tua ventura a certi ladri in nianof j 

Che tosto la levar' di quei contorni 

Per condurla a uno speco assai lontano j 

t^edi àe puoi sperar eh' ella ti l^orni : 

Gh' io ti dica di piò lo speri in vano : 

Sol per darti martoro ho detto questo / 

JNè a costo di morir ti dirò il resto. 

85 
Dove r avea veduta domandolle 

Zerbino e quando; nia nulla n' invola : 

Che la vecchia ostinata mai non voile 

A quel che ha detto aggiunger più parola : 

Prima Zerbin le fece un parlar molle; 

Poi miuacciolle di tagliar la gola : 

Ma tutto è in van ciò che minaccia e prega ; 

Che non puà far parlar la brutta strega . 

86 
Lasciò là lingua a V ultimo in riposo 

Zerbin , poiché il parlar li giovò poco, 

Per quel che udito avea tanto affannoso 

Che non trovava il coi* nel'petto loco, 

' D' Isabella trovar si desioso 

Che saria per vederla ito nel foco : 

Ma non poteva hndar più che volesse 

Colei ; poiché a Marfisa lo promesse » 

87 
£ quindi per solingo e strano calle 

Dove a lei piacque fu Zerbin condotto : 

Né per o poggiar monte o scender valle 

Mai si guardare in faccia o si fer motto , 

Ma poi eh' al Mezzodì volse le spalle 

Il vago sol y fu il lor silenzio rotto 

Da un cavalier , cHe nel cammìn scontraro /. 

Quel che seguì MÌV altro canto è chiaro* 



^1 

ANNOTAZIONI AÌ CANTO XX. 



Se. I nelle sacre muse ; nella poesia ; frase famigliare. 

St. ivi . Jrpalice e Camilla, Arpalice fa figlia d'an rè 
di Tracia , la quale , sendo stato suo padre in battaglia scon- 
fìtt) e preso da' Geti , postasi aita tebta di un nuovo esercito , 
die una g|aD rotta a' nimici e io liberò . Camilla fu figlia di 
uo re de^Volsci guerriera e capitana di sue truppe , e com- 
battendo fu uccisa da Arunte trojano nella guerra tra Turnoi 
ed Enea. 

Come la tuba di Virgilio suona . 

St. i\^i. Saffo e Corinna: poetesse greche . 11 tempo 
tion ha potuto estinguer la fama di queste due donne. )1 me- 
tro saffico vendica dall' oblivione la pridria , che fu inventri- 
. ce di versi in nuova foggia tessuti , e dal suo nome chiamati 
saffici . Le Corione è scritto che fulron tre , tebana una, una 
téspia y corintia la terza . Si può credere che 1' Autore ac« 
cenni qui la tebana , di cui dicesi eh' abbia vitìto Pindaro 
nel certame de' versi j senza iperò far a sapere di quanto fino 
gusto e ^i quanta imparzialità fossero dotati li giudici . 

^st. 4* Io son , disse , Marfisa , eju assai questo ; Che si 
sapéaper tutto il mondo il resto : esempio di stile conciso 
succoso ed anche sublime > e mirabilmente adattato al carat- 
tere di Marfisa • 

st, 'j. stanza (^' aggio: poco usato in voce di lio dal verbof 
ai^ere , 

st. 14. ardisco ad. Così il Bocc. No«. 11. 9: non ardi^ 
l'ano ad ajutarlo . £ Petr. Son. li. 

Che paventosamente a dirlo ardisco . 

st, \S. Degli uomini che Serse ebbe d' intorno ,r k\\xì 
leggono ebbe già intorno . Ebbe Serse un' armata di numero 
prodigiosa , se non gliel' accrebbono i greci storici per ag- 
grandir le vittorie della nazione . 

st* iQ.saettia: legno leggiero , così nominata-lbrse o 
dalla velocità o dalla forma . 

st, ivi. come w vanno : tosto che , quando . 

st, 19. ampio: ampio. Latinismo. Casa Lett. y. ben fa 
ampia fede. 

st. 25. tollea e lolle ama meglio l'Ariosto che tcgliea 
toglie . 

st, ivi . la licaonia prole : le due costellazioni dell' Orse 
maggiore e minore , dal cui greco lor nome Arktos , il polo 
sartico è contrassegnato . La mitologia insegna che la mag- 
giore"^ fu Calisto figlia di Licaone, e la minore Arcade fìgliuol 
di Calisto trasportati da Giove iii cielo . 

st. ivi. Per li solchi del del volto V atatto : cioè rivolta 



i8 

ti carro ò V aratro come qai dice il I^oets , per dare a dieiré 
che è il suo scomparire . Sono composte le due costel)azii»nJ 
pi sette stelle ^ cinque delle quali locate in giiisà che pòrTcrO 
lag fi àfitroDomi e farou dette formare an carro ; altre daé 
nnnnzi rappre.<;entare due buoi ; onde tutto ciò si nomina il 
carro di Boote , che è il bifolco aggiuntovi come guida ; 
Ìj* Allegoria del Para trover // solchi dèi cielo pare che oiesi 
alcun poco di secentismo . 

st, ivi. del suo cldustro : bf Ha metafora dì aWèaré e la- 
tinismo usato da D^trìte Pnrg. C xixn. t 97. 
In cerchio le facexfan di sé claustro . 

St. 28. alta a ferire : spedita ^ iii acconcio , in atto , ap- 
postata . 

st, 3f. scocca , esce come uno strale via dalla coccar • 
Dante Purg. C vi. ▼. 1 3o. 

Molti han giustizia in cuor , ma tardi scoccà 
Per non venir sema consiglio ali arco . 

st. Z'i. si gitta e si periglia . Questo bel verbo poetico 
perigliarsi non 6i è abbiittuto a farsi vedere a' vocabolari. 

si. ivi. V estem-fatta subito famiglia . BeUissimo verso 
di terrore e di affretta men to. Né la spaventata né la intimo^ 
rita ne la impaurita Subita famiglia supplirebbono a quel 
latinismo esteri e fai ta^ che non è stato ricotto da' vocabolari! 

st, 3i. Di qui fino alla st. 4^ è una bella amplificazione 
dello spavento formata dalla così detta Enumerazione d* èf" 
felli . 

st. ^1. aggia : abbia .- poco usato . 

st, 4^* capo di Màlea . Promontorio ventoto delta La- 
conia • 

st. ivi. Asconder vede : iti luogo di ascondersi : modo 
singolare che merita osservazione . 

st. ivi. Folta Sicilia : modo singolare pur questo : s' ag,. 
gira da lato intorno delia Sicilia . 

st. ^4* sci orse , sciorre efcioglier^i partire. 

st. 46. di più forza \ di maggioi- fo^za : maniera usafta 
altre volte . 

st. 48. Una costuma : coàta^é usanza . Dante Infer. 
C XX ix. V. 1*7. 

E Niùcolò che la costuma ricca 
Del garofano prima discoperse . 

st. ^S. innante : avanti . Manca nel Voc. Fior, ma r 
trova ne| Voc. £d. Ver. con esempio dell'A.ramanni. Colt 1/ 
I. V. 950. 

. . .... dubbioso sembri 

Tra bellezza e valor chi vada innante v 
£ Frane. Sacch. L. I7. 11. 

Se ti vuoi fare innante 
Puoilo provar 'n eslanle .- 



29 
Ifi. 56. i^ezzosa ; in sen^o peggiorativo schizzinosa . 
ft» 63. Groziosa Prqsopografìa . Più delia Sibilla , s' ìqo 

tende anni . 
si. 64 Lepida Ironia cominciata gi& alla $t. 62 y. 7 ^ • 

die tratto tratto ripiglia . 
sti 75. in n'stor. in compenso. 

sL 80. rotta e summer ja , e di sopra st. 76 ▼. 3 soni'- 
mersa e rotta. Io ho rotto , w ruppi in mare si trova bens\ 
comuneDiente : ma io soi}o o fui rotto non s' è veduto finora 
^e pon che presso 1' Ariosto . 

st, ivi. del certo • dì cì4 cb* è ce|rtamente avvmiuto . 
st* 8t mi scherni i mi schernisci ; per aatorità poetica . 
st. Sa. E uien bramoso : diventa . 
st. H5 ma nulla n inyola : non paò ricoglierrie motto , 

non può rubai'gline che . 
st. 86. lo promesse : promise , e cosi messe in luogo di 
mise\ privilegi pc»eticl . 

st. 87 Ne per o poggiar monte o scender i*alle : n^ o per 
monte e he si alzasse incontro al lor viaggio o per adimarsi di 
valle , che vai auanto ne per salire che facesser di munte , n$ 
per iseendere l ne facessero iif valle . 

st. ivi. // vago 50/ .Qui 1' ppitet'> vago è in senso di a^- 
girantesi . Peti*. Son, 84:' vago fra i rami ovunque vuof 
(n' adduce. 



1 / 



\ 



\ 



CANTO XXI. 

ARGOMENTO 

Etopeja della fede impromessa . Zerbino obbligatosi man^ 
iien parola , difendendo Gabrina stata moglie di Argeo sì-- 
gnor d' un castello in Servia contra Ernionide che la i^uoi 
morta . Ermonide abbattuto e gravemente ferito da Zer^ 
bino , come può in tale stato , gli narra che un suo fratello 
nomato Filandro da colei fu calunniato presso il marito , 
il quale di subita ira acceso y lo assalì e prese e condannol- 
lo a perpetua prigione. Di poi la perfida con altra frode , 
fa sì , che senza saperle e intendenao anzi tutt' altro egli 
uccide a tradinitnto Argeo col quale avutati le rie macchi- 
nazioni di colei mssuto era amicissimo . Dopo ciò per colmo 
di mali costringe con le minacce di obbrobriosa morte Filan^ 
dro a sposarla ; di che sempre tristo egli venutone e malatic- 
cio , e però cadutole in odio ; pensa ella a spacciar sene col 
veleno . Si conviene tt grandi promesse con un medico avaro 
scheja e porge la mortifera medicina . Ma la furba donna 
per toglier via il testimonio e V artefice del misfatto , Iq ob- 
bliga a dover egli fe^r prima il saggio della pozione . to scel- 
lerato bee : si vuol sottrarre di la per aver ricorso a contrav* 
veleni . Gabrina lo ferma a forza .• disperato palesa il delit- 
to comune , e spirando tien dietro a Filandro • Gabrina fu 
imprigionata per dover essere bruciata viva \_ma campò dal- 
la carcere non si sa come . Con questa giunta di buone opere 
e de"* meriti di Gabrina Zerbino seguitando il viaggio per 
mezzo il bosco ode gridi e strepito e botte d* armi . D* onde 
e che ciò fosse è accennato nelle prime stanze del canto so-^ 
guente . ÌVV/ canto XXUl . St, 89 si ripiglia la storia di f 24^*1 
^i due viaggiatori così mal accoppiati . 



N 



è fune intorto crederò che stringa 
Soma così né cosi legno chiodo , 
Gon^e la fé che una belT alma cinga 
Del suo tenace indissolubil nodo ; 
Né da gli anlichi par che si dipinga 
La santa Fé vestita in altro modo , 
Che d' un vel bianco che la copra tutta , 
Che un sol punto un sol neo la può far brutta^ 



e A NTO XXL, :{i 



2 



^jà fede unqua non deve essser corrotta , 

data a un solo o data insieme a mille j 

^ cosi in una selva in una grotta 

Lontan da^e cittadi e dalle ville ^ 

Come dinanzi a' tribunali in frottj^ 

Di testimou' di scritti e di postille; 

Senza giurare o segno altro piìj espresso ^ 

Basti una volta che $' abbia promesso. 

3 

Qqella servò , come servar si debbe , 
In ogn' impresa il cavalier Zerbino ^ 
E quivi dimostrò che conto n' ebbe , 
Quando si tolse dal proprio cammino 
Per andar con costei ^ la qual gl'iacrebbe 
Come s' avesse il morbo si vicino 
O pur la morte stiessa ^ ma potea 
Più ebe '1 disio quel che promesso ave^. 

4 
pissi di lui che di vederla sotto 

La sua condotta tanto al cor li preme ^ 

Che n' arrabbia di duol né le fa motto 

£ vanno muti e taciturni insieme . 

Dissi che poi fu quel silenzio rotto ^ 

Che al mondo il sol mostrale rote estreme^ 

Da un cavalierQ avventuroso errante 

Che in mezzo, del cammin lor si fé* innante. 

5 
^a vecchia che conobbe il cavaliero , 

Ch*era nomato Ermonide d'Olanda^ 

Che per insegna ha nello scudo nero 

Attraversata una vermiglia banda , 

Posto l'orgoglio e quel sembiante altero^ 

Umilmente a Zerbin si raccomanda • 

E li ricorda quel ch'esso promise 

Alla guerriera ch'in sua man la mise* 



^ 



32 CANTO XXI. 

6 . 

Perchè di lei nimico e di sua gente 
Era il gaerrier che contra lor venia: 
Ucciao ad essa avea il padre innocènte 
£d un fratel che solo al mondo avìa : 
E tuttavolta far del rimanente 
Come degli altri il traditor disia , 
Fin di'? alla guardia tua , donna ^ mi senti , 
J>icea Zerbin , non vo'che tu paventi.. 

Come più presso il Cavalier si specchia 
In quella faccia che si in odio gli era ; 
O di combatter meco t* apparecchia , 
Gridò con voce minacciosa e fiera ^ 
O lascia la difesa della vecchia 
Che di mia man secondo il merlo pera : 
Se combatti per lei^ rimarrai morto , 
Che così avviene a chi s' appiglia al torto . 

Zerbin cortesemente a lui risponde , 
Ch'egli è desir di bassa e mala sorte , 
Ed a cavalleria non corrisponde 
Che cerchi dare ad tina donna morte ; 
Se puf combatter vuol, non &i nasconde^ 
Ma che prima consideri che importe , 
Che un cavalier , com* era egli , gentile 
Voglia por man nel sangue femminile. 

Queste li disse e più parole in vano, 
E fu bisogno al fin venire ai fatti , 
Poi che preso abbastanza ebbon del piano. 
Tornarsi incontra a tutta briglia ratti. 
Non van si presti ì razzi fuor di mano 
Che al tempo son' delle allegrezze tratti; 
Come andare» veloci i due destrieri 
Ad incontrare insieme i cavalieri <, 



»*« 



/ 



CANTO XXI. . 33 

Brmonìde d' Olanda segnò basso , 

Che per passare il destro fianco attese; 
Ma la sua deboi lancia andò in fracasso, 
E poco ii cavalier di Scozia offese. 
Hon fu già l'altro colpo vano e casso; 
Ruppe lo scudo e si la spalla prese 
Che la forò dall' uno all'altro lato, 
£ riversar fé' Eraionìde sul prato • 



1 1 



Zerbin che si pensò d'averlo uccìso. 
Di pietà vinto scese in terra presto 
£ levò Telmo dallo smorto viso: 
£ quel guerrier, come dal sonno desto, 
Senza parlar guardò Zerbino^ fiso, 
E pòi gli disse: non m*e già molesto 
Ch'io sia da te abbattuto, ohe ai sembianti 
Mostri esser fior de' cavalieri erranti. 

Ma ben mi duol che questo per cagione 
D'una femmina perfida m'avviene, 
A cui non so come tu sia campione; 
Che, troppo al tuo valor 6i disconviene; 
£ quando tu sapessi la cagione 
Che a vendicarmi di costui mi mene ; 
Avresti, ognor che rimembrassi, affanno 
D*aver per campar lei, fatto a me danno. 

E se spirto a bastanza avrò nel petto 
Ch' io ^1 possa dir , ma del tontrario temo^ 
Io ti farò veder che in ogni effetto 
Scellerata è costei più che in estremo. 
Io ebbi già un frate! che giovanetto 
D' Olanda si parti d'onde noi semio , 
E si fece d' £raclio cavaliero , 
Che allur lenea de' Greci il soo^mo impero. 



>•> w 



54 CANTO XXt 

• .^ ; '^ \ 

Quivi divenne intrinseco e fratelk> 
D'un cortese baron di quella Corte, 
Che nei confin di Servìa ayea un castello 
Di sito ameno e di muraglia forte; 
Numossi Argeo collii y di eh' io. fanello y 
Di questa iniqua fenainina consorte, 
La quale egli amò si, che passa il segno 
Ch' a un uo^m si conv^nia come lui degno • 

Ma costei più volubile ^ che foglia 

Quando T autunno è più priva d' umore ^ 
Che '1 freddo vento gli alberi ne spoglia ^ 
E le soffia , dinanzi al suo furore; 
Verso il marito <:aagiò tosto voglia 
Che fisso qualche tempo ebbe nel core, 
£1 volse ogni pensiero ogni desio ' 
D' acquistar per amante il fratel mio • 

Ma riè si saldo air impeto marino 
L* Àcroceranuo d* infamato nome , 
Né sta sì duro incoutr'a 3orea il pino 
Che rinnovato ha più di cento chiome; 
Che quanto appar fuor dello scoglio alpino , 
Tanto, sotterra ha le radici; come 
Il . mio fratello a' preghi di costei 
Nido di tutti i vizi infandi e rei. 

»? 
Or , come avviene a un cavalier arditi) 

Che cerca briga e la ritrova spesso^ 

Fu in una impre^ il mio fratel ferito 

Mollo al Castel del suo compagno appresso , 

Dove venir, sénz' aspettare invito 

Solea, fosse o non fosse Argeo con esso: 

E dentro a quel per riposar fer mosse 

Tl^nto che del suo mal libero fosse. 



M 



CANTO. XXL 35 

HeiHr' egli quivi si giacea fu audato 
Argea da luuge a c^rta sua bisogna : 
Questb strega d'amore ha il cor piagato, 
E farsi amar dal mio fratello agogna ; 
Ma il m,Ì0 buono fratel culto sdegnato 
Le fa il viso dell' arine e la ramppgna: 
Sceglie alfiii per Uscir di noja a pieno 
Di molti mal quel«che gli parve meno. 

Tra molti piai gli p^i'ye el^ger questo, 
Lasciar d' Argeo T intrinsichezza antiqua., 
Lungi andar si, che non sia manifesto 
Mai più il suo nome alla femminn iniqua;^ 
Bjsnchè duix) li fosse, era più onesta. 
Che sodisfare a qualche voglia obliqua, . 
che accular la moglie ai suo signore . 
Da cui fu amata a par del proprio cori^. 

11 delle sue ferite ancora infermo 

L'arme si veste e del castel si pacte, 

E con animo va costante e &rmo 

Di non mai più. tornare in quella parte; 

Ma non gli vai ; eh' ogni difesa e scherma , 

Gli dissipa Fortuna con nova arte: 

Ecco il marito che ritorna intanto « 

£ trova ìà moglier che fa gran piautO;^ 

ai 
£, scapigliata è con la faccia rossa , 

E, le domanda di che sia turbata; 
Prima eh! ella a rispondere sia mossa.^ 
Pregar si lascia più d'.una^^ fi^ta , 
Pensando tuttavia come si.po^l^a , 
Vendicar di colui erbe V ha lasciala : 
E ben convenne al suo ^nubile ingegno 
Cangiar l'amore in subiUn^^degM^* 



^ 



3fi Cìnto XXI. 

Deh ! disse al fine , ò che il gran caso ascotitfa 
Ch'era per avvenir nella tua absenza ? 
Non è amico colui , ma un mostro immondo 
A cui donasti la tuu confiden:^ ; 
Che tentò, benché in van, di porre in fondo 
La mia fede il tuo onor , la mia ìnnocensu : 
]B air atroce tuo oltraggio e al rischio mio. 
Starai tu in pace e fremerò sol io l 

Se r amicizia contra il ver ti sforsa, 
£é albi moglie tua tu credi manco, 
Credi ^ lui , cbe via fugge ora a gran fersa : 
I^on è lontano, é il puoi raggiunger ancow 
O tu dammi vendetta , o tu la scoriSa 
Sciogli al mio spirto di più star qui stanco.. 
Argeo le creile ed altro non aspetta , 
IVIa piglia Tarme e c:orre a far vendetta « 

E come quel cb' avea il paese noto , 
. Lo giunse cbe non fa troppo lontano i 
Che '1 mia &*atello debole ed egroto 
Sejiza sospetto se ne già pian piano} 
£ bi*e temente in uri luogo remoto 
Pose per vendtearsene in lui mano: 
!Nou tiova il fiMitel mio scusa cbe vagKa , 
Che in somma Argeo con lui vuol la battaglia^. 

Era . r un sa4i'o e pien di novo sdegno , 
Infermo T altro ed aM* usanza amico, ; 
" Si cb' ebbe il fratel mio p<Ko ritegno - 
Contro al compagno fattoli nemico: 
Dunijue Filandro di tal aorte indegno , 
Deir infelice giovine ti dico, 
Gisì avea nome, non soffrendo il pesoi 
Di sì lieiti battaglia ^ restp preso , 



iéANTo xxr. àf 

|Vofi piaccia a Dio che mi conduca d tale 
Il mio giusto furore e il tuo demerto, 
Li disse Argeo, che mai sia micidiale 
Di te che amava ; e me tu amavi certo: 
fieiichè nel fin me V hai mostrato male. 
Pur voglio a lutto il ti^ondo fare aperto 
Cfae^ comìe fui nel tempo delT amore , 
Così neir odio son di te migliore • 

Per altro modo punirò il tuo fallo , 

Che le mìe man* piò nei tuo sangue porre : 

Cosi dicendo fece sul cavallo 

Di verdi r.imi una bara comprri^é, 

E quasi morto in q^uelia riportai lo 

Dentro ai castello in una chiusa torre: 

Dove in perpetuo per punizionf"^ 

Condannò riunocente'a star prigixaié;' 

Non però eh' altra cosa a^vessè manco ^ 
Che la libertà prima del partire y 
Pèrcliè nel resto ^ come sciolto e fVauco 
Vi comandava e si facea ubbidirle: 
Ma non essendo ancor 1' animo stanco 
Di questa ria del suo pensipr fornire: 
Quasi ogni giorno alla prigion \etìiv£l^, 
Che avea le chiavi > e a 6uo piacer V apriva . 

É movea sempre al mio fratello assalti ^ 
E con maggior audacia che di prima : 
Questa rozzezza tua , dicea , che vaiti ^ 
Poiché perfidia per tutto é* egtima 7 
O che trionfi gloriosi ed alti 
O che superbe spoglie e prèda opicrta 
O che. merito alfin te ne rì.stilta , 
Se come a ttddiiore ognun t' inèulta 7 



38 CANTO XXI. 

3o 

'Quanto utilmente quanto con tuo onore 

M' avresti dato quell' amor che volli ! 

Di questo si ostinato tuo rigore 

La gran mercè > che tu guadagni , or tolli ; 

In prigion sei ; né crederne uscir fuore 

Se la durezza tua prima non molli : ^ 

Ma quando non mi spregi, io farò trama 

Di raquistarti e libertade e fama . 

3i 
No , non disse Filandro , aver mai spene 

Che non sia come suol mia vera fede ; 

Se ben contra ogni 4cbito mi avviene 

Ch' io ne riporti si dura mercede , 

£ di tne creda il mondò men che bene ; 

Basta che innauti a Quel che'l tutto vede 

E^ mi può ristorar di grazia eterna , 

Chiara la mia innocenza si discerna • 

3a 
Se non basta che Argeo mi tenga preso. 

Tolgami ancor questa nojosa vita ; 

Nun mi sarà già il premio in ciel conteso 

Beila buon'opra qui poco gradita^ 

Fors' egli , che da me si chiama offeso , . 

Quando sarà ijuest' anima partita , 

S'avvedrà poi d' avermi fatto torto 

E piangerà il fedel compagno morto^ 

,33 
Stette sei mesi che non volse il piede 

La nialadetta donna alla prigione ^ 

• Di che il miser Filandro e spera e credè 

Che costei più non gli abbia affezione ; 

Ecco Fortuna al mal propizia diede 

A questa scellerata occasione 

Di metier fin con memorabil male. 

Al suo cieco appetito irrazionale • 



• 5» 



CANTO XXI- 3q 

Antica nimicizia avea il marito 

Con un baroli detto Morando il bello , 
Che Don v' èssendo Argeo, spesso era ardito 
Di correr solo e siti dentro al castello ; 
Ma se Argeo.v' era , non tenea lo ^nvito , 
JVè s' accostava a dieci miglia a quello , 
Or , per poterlo indur che ci yeiiiase , 
D' ire in Geru6|alem per voto disse . 

Disse d'andare ; e partesi che ognuno 
Lo vede e fa di ciò spargeì:* le grida; ^^ 
Né il suo pensier^ fuor che la moglie, alcuno 
Puote saper; che sòl di lei si fida ; 
Torna poi nel castella alTaer bruno, 
Né mai , se non la notte , ivi s' annida , 
£ con mutate insegne al novo albore, 
Senza vederlo alcun , sèmpre esce ftiore. < 

Se ne va in questa e in quella parte errando 
E volteggiando al suo cartellò intorno , 
Per pur veder se il Credulo Morando 
Volesse far , come solea , ritorno, ; ^ 
Stava il di tutto alla foresta , e quando 
fjella marina vedeà ascoso il giórno, 
\enia al castellò , e per nascose pòrte 
Lo togliea dentro l'infedel consorte. 

Crede , ciascun , for che V inìqua nioglie:, 
Che molte miglia Argeo lontan si trote : 
Dunque il tempo opportuno ella si toglie ; 
ÀI fratel mio ^a con malizie liove ^ 
Ha di lagrime a tutte le sue voglie t 
Un nembo , che dagli occhi al seri le piove ; 
t)ove potrò ì dicea , trovar ajutò 
Che iù tùttò^ rònòr imo hHii sia pérdùió[ . 



4o . CANTO XXI. 

58 
E col mio quel del hiio marito insieme? 

Il qual , se foss,e qui , non temerei, 

Tu conosci Morando ; e sai se teme, 

Quando Argeo non ci sente , uomini e dei , 

Questi or pregando or minacciando estreme 

Prove fa tuttuvia , ne alcun de' miei 

Lascia che non contamini per farmi 

Onta è disnor, né so s'io potrò aitarmi . 

* 39 
Or eh' ha inteso il partir del mìo consorte 

E che al ritorno non sarà si presto , 

Ha avuto ardir d' entrar neija mia corte 
Senz* altra scusa e senz* altro pretesto , 
Che se ci fosse il mio signor per sorte ^ 
Non sol non avria audacia di far questo ; 
Ma non si terria ancor punto sicuro 
D'appressarsi a tre miglia a questo muro . 

Non si convien , disse Filandro , tale 
Prologo a me per Argeo mio disposto : 
JMarrami pur quel che tu vuoi , che ^ quale 
Sempre fui , di sempr' esser ho proposto ; 
E benché a torto io ne riporti male ; 
A lui non ho questo peccato imposto: 
Per lui son pronto andare anco alla morte, 
Escami contro il mondo e la mia sorte . 

Rispose l'empia, io voglio che tu spenga 
Colui che tanto il nostro mal procura ^ 
Se tìa che, come suole, anch' oggi venga 
In sull'uri eh' è più la notte oscura; 
Farò che sicurìssimp si tenga- 
Né* pensier a gfuardarsi abbia ne cura : 

. E luUul dentro con parlare umano 
Te lo darò tutto sprov\isto in mano. 



^ 



Canto xxi. 4t 

k te non gl^ayerà prima aspettartne 

Nella camera niia^ dove non luca, 

Tanto che dispogliar gli faccia Tarme 

,E quasi nudo in man te lo conduca ; 

Così la moglie conducesse parme 

Il suo marito alla tremenda buca : 

Se per dritto costei moglie s'appella 

Più che furia infernal crudele e fella . 

43 
Poi che la notte scellerata venne , 

Fuor trasse il mio fratel con V arme in mano ^ 

È nell'oscura camera lo tenne 

Fin che tornasse il miser cartellano ; 

Come s' era ordinato il tutto avvenne : 

Cbe'l consìglio del mal va raro in vano: 

Cosi Filandro il buon Argeo percosse , 

Che si pen.sp che quel Morando fosse • 

44 . „ 
Con esso un colpo il capo fesse e il collo , 

Ch'elmo non v'era e non vi fu riparo: 

Pervenne Argeo senza pur dare un crollo 

• Della misera vita al fine amaro; • 

F. tal r uccise che mai non pensoUo 

Né mai Tavria creduto . caso raro! 

. Che cercando giovar, fece all' amico 

Quel che di peggio non si fa al nemico . 

45 . . 

Poscia che Argeo non conosciuto giacque , 

Rendè a Gabrina il mio fratel la spada ; 
Gabrina è il nóme di costei che nacque 
Sol per, tradire ognun che in man le cada ; 
Ella> che il ver fin a quell'ora nacque/ 
Vuol che Filandro a riveder ne vada 
Col lume in mano il morto ond'egli è reo, 
E li dimostra il suo compagno Arg«o . 



< • n 



4i CANTO til 

% gli minaccia poi , se tion condente 
iiÀlle sue nozze e al lungo suo desire^ 
Or che del primo nodo è fatta esente , 
E lesi ostina ancor di contraddire; 
Che lo farà vituperosamente 
Come assassino e traditor morire : > 

E li ricorda che sprezzar la fama 
Non de') sebben la vita sì poco ama . 

f . 47 

f^ien di paura e di dolor rimase * 

Filandro poi che del suo error s' accorse : 

Quasi il primo furor li .persuase "■ 

D'uccider questa ^ e stette, un pezzo in forse? 

E se noli che nelle nimiche case 

Si ritrovò , che la ragion soccorre : 

Non si trovando avere altr' arme in mano , 

Coi 4euti là stracciava a brano a brano . 

Come neir aitò, niar legno talora 

Che da diie venti sia percosso e vinto , 
Ch' ora uno innanzi 1' ha mandato , ed ora 
Un altro al primo termine respinto, 
È Than girato da poppa e da prora , 
Dal più possente al On resta sospinto : 
Cosi Filandro tra molte contese 
Questa furia in isposa al fin si prese. 

Bagioii Ir dimostrò '1 pericol grande, 
Pllre il morir, del fine infame e so22o, 
Se l'omicidio nel Castel si spande ,. 
E del pensare il termine gli è mo^s^o ; 
Yoglra o non voglia , al fin convien ch^ raande 
Il boccone a alarissimo nel gozzo ; 
]^ filialmente neirafHiitp core 
Più della ostiuazion potè il timore . 



CANTO xxr. ù 

ti timor del supplicio infame e brutto 

Prometter fece con mille scongiuri 

Che faria dì Gabrina il voler tutto. 

Se di quel loco si partian sicuri ; 

Cosi poi che a quel seguo fu condutto 

Che spòso fusse^ uscirou di quei mqri : ' 

Cosi Filandro a noi, fece ritorno 

Di sé lasciando in Grecia infamia e scorno . 

5i 
E portò nel cor fissò il sdo compagno 

Che cosi scioccamente ucciso avea , 

Per far con sua gran noja empio gèùidagnQ 

l!>'una Progne crudel d'una Medea ; 

E se la fedfi e ii giuramento , magno 

£ duro freno y non Io ritenea : 

Come al sicuro fu , morta V avrebbe , 

Ma quanto più si puote in odio TebBe. 

jNon fu da indi in qua rider mai visto, 

Tutte le sue parole erano meste : 

Sempre sospir' gli uscian del petto tristo , 

Ed «ra divenuto un nuovo Oreste 

Poi che la madre uccise e il sacro Egisto , 

E chele nitrici furie ebbe moleste: 

£ senza mai cessar tanto V afflisse 

Questo dolor, clie inferaio al letto il lìsse. 

53 
^r questa meretrice , che si pensa 

Quanto a quest' altrq suo poco sia grata, 

Muta la fiamma gtà d'amore intensa 

In odio , in ira ardente ed arrabbiata ; 

Né meno è contra il mio fratello accensa 

Che fosse contr'Argeo la scellerata , 

E dispone tra sé levar dal mondo, 

Come il primo marito, anclie il secondo. 

. / 



1, 



'^. 



44 CANTO XXt 

54 

tJo iti^dico tl*ovò d* iuganiiì pieno 
Sufficiente ed atto a simil uopo • 
Che sapea tiiegliu uccider di venenò, 

' Che risanar gt' inférmi di scilopo; 

£ gli promise innanzi più , die meno 

Di quel che dimandò , donargli , dopo 

L'aver lui con ntiortifi^ra liqui^re 

Levatole dagli occcht il suo signore. 

.55 
Già in mia presenza e d' altre più persone 

Venia col tosco in mano il vecchio ingiuslOji 

Dicendo eh' era buona pozione 

Da ritornare il mio flatel robusto. 

Ma Gabrina con nova invenzione ^ 

Pria che V infermo ne turbasse il gusto ^ 

Per torsi il consapevole d'appresso, 

O per non darli quel eh' avea promessa. 

56 
La man gli prese, quando appunto dava 

La tazza doye il tosco era celato, 

Dicendo: iugiust£|mente è, sé ti grava 

Gh' io tema per costui eh' ho tanto amato ; 

Voglio esser certa che bevanda prava 

Tu non li dia né 'succo avvelenato ; . 

« 

E per questo mi par che '1 beveraggio 

Non gli babbi a dui% se non ae fai tu il saggii 

Come pensi , signor, che rimanesse 
Il miscr vecchio conturbato allora.? 
La brevità del tempo sì 1* oppresse , 
Che pensar non potè che meglio fora: 
Pur, per non dar m:iga|ior sospetto, elesse 
Il calice gustar senza dimora , 
£ r infermo seguendo una tal fede^ 
Tutto il resto pigliò che se li diede • 



«ANTO XXI. 43 

Come sparvier , che nel piede grifagno 
Tenga la starna e sia. per trarne pasto | 
Bai can che 01 Lenea fido compagno 
Ingordamente è soppraggiunto e guasto ; 
Cosi, il medico intento al rio guadagno 
D'onde speì*ava aiuto ebbe contrasto: 
Qdi dì somma audacia esempio raro I 

£ cosi avvenga a ciascun altro avaro* 

59 
f'oruito questo , s* era il vecchro messo , 

Per ritornare alia sua stanza in via, 

Ed asap qualche medicina appresso 

Che lo salvasse dalla peste ria ; 

Mn da Gabrina non li fu concesso , 

Dicendo non voler che andasse^ pris| 

Che'l succo nello stomaco digesto 

Il suo valor facesse manifesto • 

60 
Pregar non vai né far di premio offerti^ 

dhe lo voglis^ lasciar quindi partire ; 

|1 disperato 9 poi che vede certa 

La morta sua he. la poter fuggire^ 

Ai circostanti fa la cosa aperta, 

Kè la seppe costei troppo coprire ; 

E cosi quel che fece agli altri spesso 

Quel buon medico^ alfin fece a sé stésso. 

61 
C seguitò con l'alma quella ch'era 

Già di mio frate caniminata innanzi: 

Hoì circostanti , che la cosa vera 

Del vecchio udimmo che fé' pochi avanzi^ 

Pigliammo questa abbominevol fera 

Più crudel di qualunque in selva stanzi , 

• £ la serrammo in tenebroso loco 

l^er coudaouarla ai meritato foco ^ 



\ 



^. CANTO XXK 

Questo Erxnonide disse , e più voleva.^ 

Seguir com' ella di prigion levoasi : 

Ma il dolor della piaga si l'aggreva , 

Che pallido uell'erba riversossi ; 

Intanlo due scudier che seco aveva 

Fallo una bara avean di rami grossi: 

Erraonicle si fece in q[uella porre , 

Cli' indi altramente non si pote^ torre . 

63 
2erbin col cavalier fece sua scusa , 

Che gr increscea d' avergli fatto offesa : 

Ma j come pur tra cavalieri s* osa , 

Colei che venia seco avea difesa ; 

Ch' aliramente sua fé' saria confusa : 

Perchè quando in sua guardia V avea presa , 

Promise a sua possanza di salvarla 

Con Ir' ognun che venisse a disturbsirla • 

ti se in^altro potea gratiQcargli , 

Prontissimo offertasi alla sua voglia : 
Rispose il cavalier che ricordargli 
Sol vuol j che da Gabrina si discioglia 
Prima ch'ella abbia cosa a macchinargii ^ 
Di eh' esso indarno poi si penta e doglia : 
Gabrina tenne sempre gli occhi bassi , 

Perchè non ben risposta al vero dassi • 

65 

Con la vecchia 2erbin quindi partisse 
Al già promesso debito viaggio, 
£ tra sé tutto il di la maledisse , 
Che fur li fece a quel barone oltraggio : 
Ed or che, pél gran mal che gli ne disse 
Chi lo sapea , di lei fu ijiistrutto e saggio ; . 
Se prima V avea a qoja e a dispiacere , 
Or r odia si che nonJa può vedere. 



V 



CANTO XXt. 4* 

fllla , che di Zerbin sa 1' odio a pieno 

^ ^iè in mala volonià vuol esser vinta , 

Un' oncia a Ini non ne riporta meno , 

La tien di quarta e la rifa di quinta : 

Nel cor era gonfiata di veleno , 

Ne nel viso altramente era di{ìiata : 

Dunque nella concordia eh' io vi dico 

Xeneaii lor via per mezzo il bosco antico • 

67 
Ecco j volgendo il sol verso la sera ^ 

• Udirou gridi e strepiti e percosse , 

Cl|0 facean segno di battaglia fiera 

Che y quanto era il romor , vicina fosse : 

Zerbino per veder la cosa eh' era ^ 

Verso il romore con fretta si moss^ : 

Non fu Giibrina lenta a seguitarlo/ 

pi quel che avvenne s^ir altro canto io parlo. 

c 



48 



ANNOTAZIONI AL CANTO IXl. 



St I. intorio; così le prime stampe ; ni si Tede per 
^ttfil rugioDe gli editori che Tenner dopo abbiano cambia- 
to il testo ohe s' aTvicina più a' tempi in chn 1' opera soa 
correggeTa T Autore istes^o , leTando intorto e sostitoen- 
doTÌ inforno che e Toce meno significante } alla qaale o ar- 
ditv:zza o inscenza degli editori fu sentir^ con grazia dei 
buoni colpi un erudito e piacevole annotatore , a cai sia-, 
mo tal Tolta e .sempre ricpnoscpnti. 

St. ivi. Che d' un vel bianco : è proprio quella di 
Orazio Lib. I Od. J5 : 

O Di^a gratum ..... 

. . . alita rara fid(fs ; . »^ 

ytfkata panno 

St. 3. die conico n* ebl^e : che conto, che sCicn^ ne 
fece . 

St. 4* ^ cor lìprf^me . Di qaesio Terbo col terzo case 
abbiaiso anche esernpio in D^nte Purg. C V. t. 4^. 
Questa gente , che preme a noi , è motta* 

St. ivi. Dissi che poi : quel poi deve riferirsi al cbe 
seguente nel Terso dopo , onde formasi V avT. poiché : spez- 
aalùra di cui si diletta V Autore qua e là con grazia. 

St. ìtì. casfaliero avventuroso: Tenturiere^ cercator d'av- 
Tenture. I vocabolari non recano esempio di altro autore» 
lua supplisce 1* Ariosto usandolo anche altra voUa. 

St. 6 avia i avea ; disusato. 

St. IO. vano e casso : voto senza effetto. 

St. 19. mi mene : adopera qui V Autore it modo sog-i 
^untiTO; il luogo dell'indicazione alla foggia Ialina. 

St. i5. 11 terzo e il quarto Terso di questa stante 
aTTiluppano il sentimento , né dicono punto piji o me- 
glio de' primi du«, 

St. i6. L Acrocrauno d'infamato nome. Alludesi al 
verso d' Orazio Lib. I. Od. i. 

SÌ€ te Diva ....*. 

Infames scopulos Acrocerauma* 
St. j vi. /Via stOt si duro incontro a Borea il pino ec. 

Ac velati annosam valido cuni rotore tfuercum. 

Alpini Eoreae nunc hinc nunc Jlatibus illinc 

Artiere inter se certant 

Ipsa haeret scópulis , et quantum vertice ad aura$ 

Bftherias , tantum radice in Tartara tendit. 

Virg. Aen- L IV; v. 44 •• 

St i8. Di molti mal* : mali. Cosi id questo com» 



49 
Bel primo verfO della Stanta segutnte il Poeta si vale della 

liceosa annessd alla saa prolèsdone. 

St. «4- egrolo: malato. Latìiiismo rioeTato da amendae 

i Tocabolari con qaest' unico esempio. 

St a5. poco ritegno : poco contrasto poca difesa. 

St. 3o, non molli : non ammollisci dal Terbo moUire 

poco osato , ma eh' è in lingua. 

SX* 3». disnor : disonore. Petr. Cans. XXXV. 

• • • fermo in campo 

Starò ; eh* egli è disnor morir fuggendo. 

9t. 46. s^ituperosamente t è ano di que' paroloni che sono 

•Iti y come qui , a indicare grandezza sia in bene o in male. 

St. 47* E se non che nelle nimìcke caseec. e se non cha 

la ragione lo soccorse o ajutollo ad aTTertire che si tr<>?«Ta 

nelle nimiche case ; questo è il senso netto di que* due Torsi 

•▼▼iluppati ed oscuri. Altri forse avria detto. 

E se non eh* esser tra quell* empie case 

Troppo in gran rischio a l'animo gli occorse. 

£ cosi e maglio avria saputo , volendolo y l'Ariosto dire ; ma 

non rha detto : a comodo forse degli annotatori , che potes- 

aero essi pure dir qualche cosa in favore delle iluove edizioni. 

St. 5i. P rogue e Medea i nomi di donne in&mi presso 

a' poeti per mostruosa barbarie. 

St. 52. Oreste figlio di Agamennone e di Clitennestra , 

Ja quale fu da lui morta per ayergli el'a ucciso suo padre ^ 

del qoal matricidio fu tocco e travolto nella fantasia si , che 

£ireTagli di vedersela sempre di e notte intorno con serpi • 
ci a punirlo. 

St. 53. accensay infiammata, latinismo adottatolo poe« 
aia. Petr. Canz.X Vili. 

E interrompendo quelli spirti accensi : 
• cosi in altre occasioni lo stesso aut. 

St. 55. Pria che V infermo nfi turbasse il gusto .• pria 
che dalla qualità del sapore si potesse turbar l'infermo e so* 
spettar male ; sembra che gusto sia il caso retta 

St 57« che meglio fora ; qual partito sarebbe mingilo. 
St. 58- guasto : questa voce è costretta qui a signi ficaro 
distaphato dal cane , che gli guasta il disegno di mangiarsi la 
preda, 

St Si. in selva stanzi i dimori^ dal Terbo «#ai}ai^r«, 
Frane. Sacch. rira. 6i. 
E se nei capo cano ho gli anni ascolti / 
Non è che Amor talvolta in me. non stami, 
St. 65 partisse s si partì. ^ 

St ivi. saggio : consapevole. Dante Purg. C V. t. Tf* 
Corsero 'acontra noi e dimandarne ; 
-Di vostra co ndizion fatene saggi* 

4 



CANTO XXII. 



ARGOMENTO ^ 

Si scusa da prima il Poeta del n%ale che detto ha di 6a^^ 
orina - poi accenna ciò che av^a cominciato a dire rieir ul» 
fima Stanza ^ del canto anttcede^te. Interrompe per ripi- 
gliare la storia di Astolfo , che timjasto solo nelV isola delle 
' donne , prese la yia di terra , e varcato molto paese , s' im^ 
barcò in Fiandra per l*^ Inghilterra, Da questa , va e smon- 
ta in Francia ; e nel traversare d' ana foresta incappa nei 
nuovi inganni di Atlante. Avvedutosene ricorre al libretto 
datogli da Logistilla , in cui è scritto il rimedio contra 
ogn* incantesimo ; e ^tentre e sul valersene, viene assafitOi 
da tutti gli affatturati illusi del Mago. Astolfo da fiato ai 
corno e manda in rotta ben lunge e tutti gli assalitori e lo 
. slesso mago. Mette in pezzi e a fracasso le malie tutte che 
sosteneano H palagio incantato che ivi era ; ed acquista e 
trae sfxo V Ippogrifo, che fuggitosi già da Ruggiero , r//or- 
nato era ad Atlante. In quella fuga e scombuglio di cava- 
lieri e di donne ghe andavano senza saper dove , vennero tf 
caso a incontrarsi ed a riconoscersi Bradamar^te e Ruggie^ 
ro ; e trattalo ii%sien^e di batteiiirrio e nozze e a una badia 
ineamminàtisi , vien loro innanzi dolentissima donna che 
li scongiura di ajuto ad un giovinetto in pericolo d'essere 
bruciato vivo. Neil* andare a soccorrerìp passano tid un 
castello , dove riconosciuto tfa pradqmqnte il tjaditor suo. 
Pinabello che n' era signore , furiosamente lo assalta euC" 
c/de intanto qhe Ruggiero combatte contra quattro cavalier 
ri, che sosteneano per giuramento fatto a quel magamele ^ 
la nuova usanza di togfie^e a qualunque venturiero l' arme 
e. a sua donna le belfe ye^ti. In uno scontro di lancia si 
squarcia a caso quel velo ^^e asconde lo scudo incantato di 
Ruggiero , or\dt folgoro^ , e al, solito come morti rimasero 
quanti ivi erano, Ruggiero poi cercando intorno con gli oCr 
chi non vede più Bradftmante , la quale in quel frattempo^ 
ftyea ammazzato nel vicin bosco il no Pinabello , e ciò fai-' 
to non seppe né potè ella pia tornarsi dove avca lascicelo, 

Ruggiero, 



• \ 



\ 



CANTO XXII. 



^. '■■' .",> ■ . I » »» 



vJortesi donne e grate al vostro amante, 
Voi che d' un solo amor sete contente^ 
Come che certo sia fra tante e tante 
Che rarissime siate in questa mente ; 
Non vi dispiaccia quel che io dissi innante, 
Quando contra Gabripa fui si ardente ; 
£ se ancor, son per spendervi alcuii verso 
Di lei biasmandu V animo perverso. 

Ella era tale: e,, come imposto fummi 
Da chi può in me , non preterisco il vero; 
Per questo io non oscuro gli onor summi 
D'una e d'un' altra eh' abbia il cor sincero: 
.Quel , che il Maestro suo per trenta nummi 
XUede t'Giudei, non nocque a Gianni o a Piero; 
Ned' Ipermestra è la fama men bella , 
. Se ben di tante inique era sorella : 

Per una che biasm^r cantando ardisco ; 
Che l'/ytdinata istoria così vuole , 
Lodarne incontra cento m' offerisco , 
£ far lor virtù chiara piti che 'isole , 
Ala tornando al lavor che vario ordisco, . 
Che a molti , lor mercè, grato esser suole; 
Del cavalier di Scozia io vi dicea 

. Che un alto grido appresso udito avea , 






C4NTO XXIf. 

■ 4 '. 
I^ra dqe montagne entrò in un stretto callo 

Onde uscia il grido \ e non fa molto ini|antft • 

Cbe giunse doye in una chiusa valle 

Si vide un cavaljer mojrto da vanto : 

Chi sia 4irò ; ma prima dar le «palle 

A Francia voglio e girmene in Levante ^ 

Tanto eh' io trovi Astolfo paladino 

Che per Ponente avea pfeso il canimino, • 

5 
Io Io lasciai nella città crudele, 

Onde col suon del formidabil corno 

^vea cacciato il popolo infedele 

E gran periglio tpUosi d' intorno , 

Ed a' compagni fatto alzar le vele 

• E dal litp fuggir pon grave «corno , 

Or seguendo di lui dico che prese 

La via d' ^rmenia p usci di quel paese • 

E 4opo alquanti giorni in Ifatalia 

Trovossi , e in verso Mursia il panim^n tenne ^ 

Qnde continuando la «qa via 

Di qua dal mare iq Tracia ^e ne venne : 

Lungo il I)ani|bio andò per V Ungheria , 

£ come avesse il suo desti*ier le penne, 

I Mòfarv] e i Boemi passò in meno 

Di venti giorni e |a Franconia e il Reno. 

7 
Per la selva d' Ardenna in Aquisgrana barca : 

piunsé e in Brabante, e in Fiandra al fiq s'im- 

X* aria che soffia verso Tramontana 

La vela in guisa in su la prora carca , 

Che a mez^o giorpo Astolfo non lontana 

Vede Inghilterra , ove qel ^ito varca : 

Salta a cavallo e ip tal modo lo punge, 

Che a Londra quella sera ancora giunge * 



X 






tk^TÓ XXìt 53 

Quivi sentendo poi cfae'l vecchio Òltonè 
Già molti n^esi innanzi era in Parigi ^ 
£ che dL»ovo quasi ogni barone 
Avea imitato i suoi degni vestigi ; 
D' andar sùbito in Fi*ancia si dispone 
E così torna al porto di Tamigi ; 
Onde con le véle alte uscendo fuorà 
Verso Calessio fé drizzar la prora . 

Un ventolin , che leggermente air orza 
Ferendo avea adescato il legno all' onda y 
A poco a poco cresce e si rinforza , 
Poi- vien sìf che al nocchìer ne soprabbonda : 
Che li vòlti la poppa al fin è forza , 
Se non , gli caccerà sotto la sponda : 
Fer la schienai del mar tien dritto il légno , 
£ fa cammin diverso al suo disegno . 

IO 

Or corre a destra or a' sinistra nfi'ano 



li qua di là dove fortuna spinge , 
£ piglia terra al fin pressò a Roano : 
£ come prima al dolce lito attinge ; 
Fa rimetter la siella a Rabicano , 
£ tutto s* arma e la spada si cinge : 
Prende il cammino, ed ha seco quél corno 
Che gli vài più che mille uòmini intorno. 

£ giunse traver^liindo óna foresta 

A pie d' un colle ad una chiara fonte \ 
Neir ora che il monton di pascer resta 
Chiuso in capanna o sotto un cavo moiité: 
E dal gran caldo e dalla sete infesta 
Vinto si trasse V elmo dalla fronte: 
Legò il destrier tra le più spesse fronde , 
E poi venne per bére alle fresche òàde« 



N 



44 CàATÓ Xilt. 

Mqn àvea messo ancor le labbra in molle ^ 
Che un villauel che v* era asco^ appresso 
Sbuca fuitr ci' una macchia e il Hestrier lolle ^ 
Sopra vi sale e se ne va cuti esso : 
Aiilolfo il romor sente e il capo estolle, 
£ poi che il danno suo vede si espresso , 
Lascia la fonte ^ e sazie senza bere 
Gli va dietro correndo a pio potere. 

Quel ladro non si stende a tutto corso ; 
Che dileguato si saria di botto ; 
Ma f or lentando or raccogliendo il morso ^ 
Se ne va di galoppo e di buon trotto: 
Escon del bosco dopo un gran discorso ^ 
£ r uno e V altro alfin si fu ridotto 
Là , dove tanti nobili baroni 
£ran senza prigion più che prigioni. 

Dentro il palagio il villanel si caccia \ 

Con quel destrier che i venti al coi'so adegua: 

Forza è che Asltolfo , il qual lo scudo impaccia 

L' elmo e V altr' arme ^ di lontan lo segua : 

Pur giunge anch' egli; e tutta quella traccia 

Che fin qui avea seguita s^ dilegua; 

Che piij né Rabican né il ladro vede , 

£ gira gli occhi e in damo affretta il piede* 

i5 
Affretta il piede e va cercando in Tano 

£ le logge e le camere e le sale : 

Ma per trovar il perfido villano 

Di sua fatica nulla si prevale : 

I7cn sa dove abbia ascoso Rabicano , 

Quel suo veloce sopra ogni animale ; 

£ senza frutto alcun tutto quel giorno 

Cercò di su , di giì^ dentro e di' ìntorna/ 



.tu ti TO ttn. 15 

"fi 

Confuso « lasso d' aggirarsi tanto , 

S'avvide che quei loco era incautato ; 

E dèi libretto eli' avea sempce decanto ^ 

Cbe Logistilia in India gli avea dato 

Acciò elle ricadendo in nuovo incanto 

Potesse aitarsi , si fu ricordato , 

Air indice ricorse , è vide tosto 

A quante carte era il riniedic^osto ; 

t)el palaz'/o incautato era diffuso 

Scritto nel libro , e v' eran scritti i modi 

Di fare il mago rimaner confuso 

£ a tutti quei prigìon disciOrre i nodi . 

Sotto la soglia era Uno spirto chiuso 

Che facea quest' inganni e queste frodi } 

£ levata la pietica ov' è sepolto , 

Per lui sarà il palazzo in fumo Jciolto^ 

Desideroso' di condurre a fine 

Il Falaidin sì gloriósa impresa 

Kon tarda più che il braccio non iuchine 

A provar quanto il grave marmò pesa : 

Come Atlante le man vede vicine 

Per far che l' arte sua sia vilipesa ; 

Sospettoso di quel che può avvenire 

Lo va con novi incanti ad assalire. 

19 
Lo fa conile diaboliche sue larve 

Parer da quel diverso che solea : 

Gigante ad altriy ad altri un villan parve 

Ad altri un cavalier di faccia rea , 

Ognun in quella forma , in che gli apparve 

Nel bosco il Mago , il Paladin védea i 

Sì che per riaver qUel che gli tolse 

Il mago , ùgnunia al Paladin si volse . 



56 CANT 6 XTLth 



ao 



Ruggier Gradasso Iroldo Bradaniante 
Brandimarte Prasildo e altri guerrieri 
In questo novo error si fero innante 
Per distrugger il Duca accesi e fieri j 

, Ma ricordossi il corno in quello istante^ 
Che fé loro abbassrar gli animi altieri , 
Se non si soccorrea col grave suono , 
Morto^ era il Paladin senza perdono • 



ai 



Ma tosto che si pon quel corno a bocca , 
E fa sentire intorno il suono orrendo } 
A guisa di colombi quando scocca 
Lo scoppio, vanno i cavalier fuggendo^ 
Noti meno al Negra monte fuggir tocca , 
Non men fuor della tana esce temendo , 
Pallido e sbigottito se ne slunga 
Tanto che 1 suono orrifail non lo giunga v 



sa 



Fuggi il guardian coi suoi prigioni , e dopa 

Delle stalle fuggir molti cavalli ; 

Cll^ altro che fune a ritenerli era uopo^ 

E seguirò ì padron per vari calli . 

In casa non restò gatta né topo 

Al soon che par che dica , dalli dalli , 

Sarebbe ito con gli altri Rabicano , 

Se non che all' uscir veane al Duca in oiamy. 

a3 
Astolfo;, poi eh' ebbe cacciato il Mago , 

Levò di su la soglia il grave sasso ,• 

E vi ritrovò sotto alcuna imnfógo ^ - 

Ed altre cose che di scriver lasso : 

£ di distrugger quello incanto vago^ 

Di ciò che vi trovò fece fracasso , 

Come li mostra il libro che far debbia y 

E si sciolse il palazzo ia fumo e in nel^ift». 



Ckìti 6 Xtit Sf 

QdiTÌ trovò chef di càteoa d' ortf 
Di Ruggiero il cavallo era legato i 
Parlo di quel che 1 Negromante moro 
Pi^r mandarlo ad Alcina gli avea dato ^ 
A cui poi Logistilla fé il lavoro 
Del freno , ond' era in Francia ritornato^ 
E girato dall' India ali* Inghilterra 
Tutto avea il lato destro della terra • 

Hon 80 se vi ricorda che la brìglia ^ 
Lasciò attaccata air arbore , qdel gtoroto 
Che lesta da Ruggier spari la figlia 
Di Galafroue con sua doglia e scorno^ 
Fé il volante destrier , con meraviglia 
Di chi lo vide , al mastro suo ritorno ^ 
£ con lui stette in fin al giorno sempref 
Che deir incanto fur rotte le tempre . 

jHon potrebbe esser stato più giocondo 

D' altra avventura Astolfo che di questa ; 

Che, per cercar la terra e il mar , secondo 

Ch'avea desi r /quel che a cercar gli resta 

£ girar tutta in pochi giorni il mondo 

Troppo Vjenia questo Ippogrifo a sesta | 

Sapea egli ben quanto a portarlo era atto;^ 

Che r avea altrove assai provato in fatta • 

a? 
Quel giorno in India lo p^rovò « che tolto » 

Dalla savH) Melissa fu di mano 

A ({tiella scellerata, che travolto 

Gli avea in mrirto silvestre il viso umano ^ 

E ben vide e notò, come raccolto 

Li fu sotto la briglia il capo vano 

Da Logistilla , e vide come istrutto 

Fosse Róggier di £irlo aadar per tutto',' 



5» CANTO tit*. 

Fatto disegno T Ippogrifo torsi; 

La sella sua che presso avea li messe ^ 

E gli fece^ levando da più morsi 

Una edsa ed un' altra , un che lo resse ; 

Cbé dei destrier che in fuga erano corsi } 

Quivi attaccate eran le briglie spesse , 

Ora un pensier di Rabicano solo 

Lo fa tardar che non si leva a volo. 

D'amar quel Rabicano avea ragione; 

Che non era un miglior per correr lancia , 
£ l'avea dalFestrènoa regione 
Dell'India cavalcato insin in Francia, 
Pensa egli molto, e in somma si disponef 
Darne piuttosto ad un suo amico mancia , 
Che lasciandolo* quivi in su la strada 
Se r abbia il primo che a passarvi accada 4 

Stava mirando se vedea venire 

-Pél bosco o cacciator alcun villana 

Da cui far si potesse indi seguire 

A qualche terra , è trarvi Rabicano : 

Tutto quel giorno fin all'apparire 

Dell'altro stette riguardando in vano, 

L' altro mattin , eh' era ancor Y ster fosco f 

Veder li parve un cavalier pel bosca. 

3i 
Ma mi bisogna , a' io vo dirvi il resto , 

Ch' io trovi Ruggier prima e Bradamante . 

poi che si tacque il corno , e cb^ da questa 

Loco la bella coppia fu distante; 

Guardò Ruggiero, e fu a eoBOscep presta 

Quel che fin qui gli avea nascoso Atlante, 

Fatto avea Atlante che fin a queir ora: 

Tra Icr non s'eran conosciuti a^ora .^ 



CÀifTÓ Xilf. 

Bijggier riguarda Bradamante, ed ell^ 

Riguarda lui con alta maraviglia^ 

£ pria che il labbro sciolga' la favella | 

Il cor d'entrambi parla in su le ciglia , 

Buggier la data fede rinovella y 

E la sua fede a lui d' Amon la figlia { 

£ dolca lor di tanti di perduti ; 

Che non s'erano mai riconosciuti ^ 

33 
Èradaniante disposta di far quanto 

Fossa fare verso uom tergine saggia. 

Si che r animo casto e '1 pudor santo 

Alcuna macchia a soflferir non aggia ; 

Dice a Ruggiero che col padre intanto 

Trattar si vuol perchè V affar non caggia | 

La faccia domandar per buoni mezzi 

Al padre Amon ^ ma prima si battessi • 

Buggier I che tolto avria aon solamente 

Viver cristiano per amor di questa ^ 

Com'era stato il padre , e anticamente 

L ' Avult> e tutta la sua stirpe onesta ^ 

Ma per farle piacere^ immantinente 

Data le avria la vita che gli resta ; 

Non che nell'acqua , disse, ma nel fòco 

Per tuo amor porre il capo mi fia poco • 

35 
Per battezzarsi adunque^ indi per apoaa 

La donna aver , Ruggier si mise in via 

Guidando Bradamante a Vallombrosa y 

Cosi fu nominata una badia 

Bieca e bella né men religiosa 

£ cortese a chiunque vi venia ^ 

£ trovaro all' uscir della foresta 

Donna che molto era nel viso metU^ 



iSó CANTÒ XXil. 

^^ 
Ruggier , ebe sempre uman sempre cortése 

£ra a ciasc^uo , ma più alla doDuà mdlLtf } 

Come le belle lagrime comprese 

Cader rigando il delicato trotto , 

N' ebbe pietadé , e di desir s' accese 

Jii saper il suo affanno : ed a lei volto' 

Dopo onefifto saluto domandolle 

Perchè avea si di pianta il viso motte. 

Ed ella alzando i begli ùmidi rai 
UmaAissimamente lì cispose: 
£ la' ca'gion de' suoi penosi guai , 
Poi che le domandò > tcrtta gli espose': 
Gentil sìgn<ìt*^ diss' ella , intenderai 
Che queste gnafice son si lagrìmose 
Per la pietà che a un giovinetto porto ,* 
Ch'oggi presso' di qui uà spento a (orto; 

1) giovinetto ad una figlia aveaf 

Del re Marsilio tutto il cor rivotlo , 

lia qual non meno a lui fede facea 

B' ugual fiamma d'amoi^e in petto accolto; 

£ com' ei batteszata esseì^^volea ; 

Che da gran tempo il desiava molto: ) 

Ma si secreta trama esser non pùnte ^' 

Che a lungo alcun non la discopra énoté . 

Se ne accorse uóo , e né parlò con dui p 
Li dui con altri in fin che al re fu detto: 
La fiinciulla a un véron da pressò a Aui 
(Consigliava V al trier col giovinétto ; 
Un sergente del re viene , e amendui 
Divisamente fa porre in distretto ^ 
Kè credo per tótt'oggi ch'abbia spazio 
n giovin che non mòra in pena e in strazia / 



tEANTO XXn. §f 

40 

F]aggita me tie son per non vedere 
Tal crudeltà ^ che vivo F arderanno: 
ìfè co«a mi pqtrel^be, più dolere 
(Glie * fsiccia di si b<el giovane il danno; 
Me potrò aver giammai tanto piacere , 
Phe non si volga spbito ip affando 
Chef della credei/ fiamoia nii rio^embri , 

Ch' ab]>ia are^i i belli e 4^^'^^^^ membri • 

4^ 
^radamante pde> e par c^e a^sai le prema 

Questa novella e inolto il cor le apnuoi : 

Me par che non per qpel dannalo tt^ma. 

Che se fosse uno de* fratelli suoi -, 

Me certo la paura in tutto scema 

Era di causa, com^ io dir<s| poi: 

Si volse ell^ a Ruggierq ^ disse: parme 

Che in favor di costici sien |e nostr*arme. 

4^ 
^ disse a quella mest^ : io ti conforto 

Che tu vegga di porci entro alle mura: 

Che sp-'il giovane ancor non avran morto ^ 

Più nop r accideran : stanne sicura ; 

• Ru^iero avjei^o il cor benigno scorto 

Della sua donna e la pifstosa cura^ 

Sentì tutto infiammarsi di d^^^ire 

Di noif la^ciarp il giovane iporìre. 

43 ; 

Ed alla ^^^pna, a cuj ^^^\i occhi cade 
Un rio di piando, dice: or che s'aspetta? 
Soccorrer qui , nop lagrimare acpade : 
Fa che oye è questo tuo pur tu ci metta \ 
Di mille lance trar^ di mil)e spade 
Tel promettiam, purché ci n^eni in fretta: 
Ma studia il passo più che p^o^ : cb^ tavd^ 
Mon sia V aita ^ ^ intanto il focQ X^Lvà^ . 



i% CANTO XXII. - 

44 
II' alto parlare e la' fiera sembiapsa 

Di quella «oppia a maraviglia ardita 

Ebbon di tornar forza la operativa 

Colà , d' ònd' era già tutta fuggita ; 

Ma perch' ancor più «he la lontananza ^ 

Temeva il ritrovar la yia impedita, 

E che saria per questo indarno pres9» 

Stava la donna in se tutta soppesa • 

Poi disse allor : facendo noi la via 

Che dritta e piana va fin a quel loco , 

Credo che a tempo vi si giugneria , 

Che non sarebbe ancorii acceso il fuoco : 

Ma gir convien per così torta e ria , 

Che il termine d* un giorno saria poca 

A riuscirne , e quando vi saremo 

Che troviam morto il giovane nn tenace 

46 
TE» perchè non andiam, disse Ruggiero , 

Per la più corta ? e la donna rispose: 

Perchè un Castel de' conti da Pontiero 

Tra via si trova / ove un co^tunie pose 

Non son tre giorni ancora , iniquo e ùe^a 

A^ cavalieri e a donne avventurose 

Pinabello, il peggior uomo che viva' 

Figliuol del conte Anselmo d' Altativa. 

Quindi né cavalier né donna passa 

Che se ne vada senza ingiuria e danni : 
TJ uno e V altro a piò resta ; ma vi lassa 

\ Il guerrier V arme e la donzella i panni ; 
Miglior cavalier lancia non abbassa , 
£ non abbassò in Francia già mult'anni^ 
Di quattro che giurato hanno al castello 
J^a legge mantener di Pinabello. 



CANTO XXir. 03 

4» 

Gpnie r usanza , che non è più antiqua 
Pi tre di , cominciò vi vo narrare } 
E sentirete se fu dritta a obliqua 
Cagion che i cavalier fece giurare: 
Piuabello ha ju^n». donna cosi inìqua 
Cosi bestì^, che ài mondo è senza pare, 
Che con kii^ non so dove^ addando un giorno 
Ritrovò un cavalier che le fé scorno , 

49 
Jì cavalier^ perchè da lei beffato 

Fu d'una vecchia che portava in groppa, 

Giostrò con Pinabel ch'era dotato 

Di poca forza e di superbia troppa y v 

Ed abbattello, e lei smontar nel prato 

Fece, e provò se andava dritta o zoppa; 

Lasciolla a piede, e fé della gonnella 

J)i lei vestir ran^tica damigella* 

5o 
Quella che a pie rimase, dispettosa 

E di vendetta ingorda e sitibonda, 

Congiunta a Pinabel, che d'ogni cosa 

Dove sia da mal far bene la seconda , 

If è giorno mai ne notte mai riposa , 

E dice che non Ga mai più gioconda , 

Se mille cavalieri e mille donqe 

Kon mette a piedi: e lor toUe arme e gonne. 

5i 
Giunsero il dì medesmo, come accade , 

Quattro gran cavalieri ad un suo loco^ 

Li quai di rimotissime contrade 

Venuti in queste parti eran di^aco} 

pi tal valor, che non ha nostra etade 

. Tanti dltri buoni al bellicoso gioco, 

Aquilante Grifone e Sansonetto 

^d un Guidon Selvaggio giovanetto. 



** 



«4 CAUTO jxn. 

Pinabel con tembiaote aisai cortese 

Al cartel , eh' io y' ho detto , li raccoke i 

La notte poi tutti nel letto prese , 

E presi tenne, e prima noq li sciolse; 

Che li fece giurar eh' un' anno e un niese ^ 

Questo fu appunto il termine che tolse , 

Sariano qqivi , e spoglierebbon filanti 

Vi capitasson cavalieri erranti • 

53 

E le donzelle eh' avesson con loro 
Porriano a piede e tòrrianlor le Testi: 
Cosi giurar 9 e cos/costretti foro 
A.d osservar , b^chè turbati e mesti ; 
Non par che fin a qui contra costoro 
Alcun possa giostrar che a pie non restia 
E capitati vi sono infiniti 

. Che a pie e aenz' arme se ne son partiti • 

È ordine tra lor che chi per sorte 

Esce fuor prima , vada a correr solo ^ 
Ma se trova il nimico cosi forte 
Che resti in sella e getti lui nel suolo ; 
Sono obbligati gli altri insin a morte 
Pigliar r impresa tutti ili l|no stuolo : 
Vedi or 9 se ciascun d^ e3s\ è cosi buono , 
Quel eh' esser de', se tqtti insieme sono . 

poi non conviene alla importanzia nostra 
Che ne vieta ogni indugio ogni dimora ^ 
Che punto vi fermii|te j^ quella giostra : 
E presuppongo che vinciate ancora; 
Che vostra s|lta presenzia lo din\ostra: 
Ma non è cosa da fare in un*^ ora : 
fld è gran diibbio che/1 giovane s arda 
Se tutto oggi a' soccorrerlo si tarda. 



CANTO XXII. 65 

56 

Disse Ruggier : non riguardiamo a questo ; 
Facciam ìììà quel che si può far per nui : 
Abbia chi regge il ciel cura del resto ^ 
£ le sorti ordinar lasciamo a lui: 
Ti fia per questa giostra manifesto 
Se buoni siamo d' ajutar colui 
Che con si iniqua crudeltade e pazza 
Si vuol ardere vivo in su la piazza. 

Senza risponder altro la donzella 

Si mise per la via eh' era più corta : 

Più di tre miglia non andar per quella , 

Che si trova ro al ponte ed alla porta 

Dove si perdon 1^ arme e la gonnella , 

E della vita gran dubbio si porta : 

Ài primo apparir lor di sulla rocca 

£ chi a due botti la campana tocca. 

58 
Ed ecco della porta con gran fretta 

Trottando s^un ronzino un vecchio uscio ^ 

E quel venia gridando : aspetta aspetta , 

Restate olà , che qui si paga il fio : 

E se r usanza non vi è stata detta 

Che qui si tien , or ve la vo' dir io ; 

£ contar loro incominciò di quello 

Costume che serbar fa Pinabella» 

Poi seguitò volendo dar consigli, 
Com' era usato agli altri cavalieri : 
Fale spogliar la donna ^ dicea , figli, 
E voi 1* arme lasciateci e i destrieri , 
E Don vogliate mettervi a' perigli 
jy andar incontra a tai quattro guerrieri,^ 
Per tutta vesti armi e cavalli s'iianno: 
JLa vita sol mai non ripara it danao. 



66 C4NTQ Xl^TI. 

I^oii più 5 difse Ruggier, non più ; eh' in sctcif^ 

Del tutto iuforipatissniiQ, e (jut yenni 

per far prova di me , se cosi buono 

Di fatli son, come nel cor mi tenni: 

Arnie vesti e cavallo altrqi non dono, 

S' altro ijun s^oto che minacce e cenni: 

E 60 ben certo ancor che per parole 

11 mio compagno le sue dar non vuole» 

6c 
iià tu fa che senz' altro io vegga in fronte 

Quei che ne voglion torre arme e cavallo ;. 

Cli'abbiam da passar anco quel n\ontei 

£ qui non si può far troppo intervallo. 

Rispose il vecchio: eccoti fuor del ponte 

Chi vien per farlo ^ e non lo disse in faUo^ 

Gh' un cjvalier n' uscì , che sopravveste 

Vermiglie avea di bianchi Qor contesto* 

Bradamante pregò molto Ruggiero 

Che le laticiasse in cortesia l'assunto 

Di gìttar dalla sella il cavaliero , 

Ch'aveajli fiori il bel vestir trapunto; 

Ma non poilà impetrarlo , e fu mestiere 

4 lei far ciò che Ruggier volse appunto^: 

Egji voUe Tiimpresa tutta avere, 

£ Bradamante «i stesse a vedere. 

63 
Ruggiero al vecchio domandò^ cl\i foss^. 

Questo primo che uscia fi^o^ 4^11^ portaci 

£ Sansouetlo, disa^^ cl^e {e russe 

Vesti conosco e i b,iaachi^or che porta: 

L' uno di qua Y altro di là si mosse 

Senza parlarsi , ^ fu l' indugia corta ;{ 

Che s'andaro a trovar coi ferri bassi 

Mollo afF^etLa^d^'i lor destrieri i pas^i. 



calNto xxir. 67 

In questo mezzo della rocca usciti 
£raa con Pinabel molti pedoni^ 
Presti per levar V arme ed espediti 
jU cavalier che usciali fuor degli arcioni : 
Veoiansi incontra i cavalieri arditi 
Fermando in su le rjeste i gr^n laociodi 
Grossi due palmi di nativo cerre^ 
Che quasi erano uguali insino al ferro. 

Di tali n' àvea più d'una decina 

Fatto tagliar di su lor ceppi vivi 

Sansouetto a una selva indi vicina , 

E portatone .due per giostrar quivi : 

Aver scado e corazza adamantina 

Bisogna ben che le percosse schivi : 

Aveane fatto dar tosto che venne 

L' uno a-Ruggier , V altro per sé ritenne. 

66 
Con questi che passar dovean le incudi , 

Si ben ferrate avean le punte estreme. 

Di qua e di là fermandoli a gli scudi , 

A mezzo il cor^o si scontraro insieme :. 

Quel di Ruggiero^ che i demoni ignudi 

Fece sudar , poco del colpo teme : 

Dello scudo vo dir che fece Atlante 

Delle cui forale io v' ho già det^o innante. 

67 
Io v' ho già detto che con tanta forza 

1/ incantato splendor negli occhi fere , 

Che al discoprirsi ogni vecluta ammorza ^ 

E tramortito V uom fa rimanere : 

Perciò, s'un gran bisogno no lo sfoi^za , 

D' un vel coperto lo solea tenere : 

Sì crede ch'apco impenetrabil fosse, >^ 

Poi che a questo scontrar nulla si mosse. 



01 CANTO XXIL 

68 

L' akro eh' ebbe l' arteBce men dotta % 
Il gravissimo colpo non soSi;rse : 
G)me tocco da fulmine, di botto 
Die loco al ferro , e per mezzo, s' aperte :. 
Die loco al ferro , e quel trovò di sotto 
Il braccio^ che assai mal si ricoperse , 
Sì che ne fu ferito Sansonetto, 
E della sella tratto a suo dispetto; 

^ questo il primo fu di quei compagni 
Che quivi mantenean l'usanza fella , 
Che delle spoglie altrui non fé guadagni j^ 
£ che alla giostra usci fuor della sella: 
Convien chi ride anco talor si lagni ^ 
E fortuna talor trovi ribella : 
Quel della rocca replicando il botto j, 
Ne fece a gli altri cavalieri motto. 

S'era accostato Pinabello intanto 
A Brada man te per saper chi fusse 
Colui y che con prodezza e valor tanto. 
Il cavalier del suo Castel percusse : 
La giustizia di Diq^ per darli quanto 
Era U marito sup^ ve lo condusse 
Su quel destrier medesimo che innante 

Tolto avea per inganno a Aradam9ixte^ 

_ . 7» 

fornito appuotoiera l'ottavo mese 

Che cop lei ritrovandoci a camolino ^ 
Se vi ricorda , questo maganzese 
La gittò nella toìnba di Merlino, 
Quando da morte uo ramo la difese 
Che ceco cadde^ anzi il suo buon destino,: 
F' trassene y credendo nello speco 
ph' ella fosse aepolta , il des^trier seco • 



CANTÒ XXII. te 

'/a 



pradamante conosce il suo cavallo ^ 
E coiiosce per lui V iniquo conte : 
£ poi ch'ode là voce e Viciào hallo 
Con maggior attenzion mirato in fronte ; 
Questo è il traditor , disse, sen^a fallo , 
Che plrocacciò di farmi oltraggio ed onte : 
Ecco il peccato suo che Tha condotto 
Ove avrà de' suoi hierti.il premio tutto« 

Il minacciare e il por mano alla spada 

Fa tutto un tempo è lo avventarsi a quello : 
Ma innanzi tratto gli levò la strada , 
Che non potè fuggir veì*so il castello ; 
Tolta è la speme che a salvar si vada > 
Come volpe alla tana , Pinabello; 
Egli gridando senza mai far testa 
Fuggendo si cacciò per la foresta. 

Pallido e sbigottitd il nàiser sprona ) 

Che posto ha nel fuggir V ultima speme ; 
L'aninàoSa donzella di Dorddna 
Gli ha il ferro ai fianchi e lo percoté e pretbè ; 
Vien con lui sempre e mai non V abbandona ; 
Grand' è il remore e il Bosco intorno gemei; 
Nulla al Castel di questo anco s'intende, 
Però che ognuno a Ruggier solo attende: 

&li aiiri tré caVàlier della fortez^ 
Intanto erano usciti in sulla via ^ 
Ed aVean secò quella male avvezza / 
Che v' avea posto la costurna ria ; 
A ciascun di lor tre y che '1 morir prezzai 
Pili che aver vita che con biasmo sia , 
Di vergogna arde il viso e il cor di duolo,* 
Che ta nti ad assalir vadano un aoìo: 

[ 



7# CANTO XXir. 

La inviperata donna , ch'avea fatto 
Per quella iniqua usanza ed osserva ria 
Il giuramento lor ricorda é ii patto 
Ch'easi fatto le avean di vendicarla ; 
Se sol con questa lancia te li abbatto , 
Perchè mi vuoi con altre accompagnarla ? 
Dicea Guidon Selvaggio, e s'io non mento, 
Levami il capo poi , eh' io son contento. 

77 
Cosi dicea Grifon , così Aquilante ; 

Giostrar da solo a sol volea ciascuno, 

E preso e morto rimanere innante 

Che incontra un sol volere andar più d' uno; 

La donna dióea loro ; a che far tante 

Parole qui senza profitto alcuno 7 

Per torre a colui l'arme io v'ho qui tratti, 

Non per far nuove leggi e nuovi patti. 

Quando io v'avea in prigione era da Tarme 
Queste scuse , e non ora che son tarde ; 
Voi dovete il preso ordine servarme. 
Non vostre lingue far vane e bugiarde j 
Ruggier gridava lor; eccovi Tarme 
Ecco il destrier eh' ha nuova e sella. e barde, 
I panni della donna eccovi ancora; 
Se ii volete., a che più far dimora? 

La donna del caste! da un lata preme , 
Ruggier dall' altro li chiama e rampogna 
Tanto che a forza si spiccaro insieme, 
Ma nel viso infiammati di vergogna ; 
Dinanzi apparve T uno e l'altro seme 
£lel marchese onorato di. Boro<)gna ; 
Ma Guidon di'* più grave ebbe il cavallo 
Yeuia lor dietro cou poco intervallo. 



fcÀWftO XXlf. yj 

dòn la niedesim' asta , con cHé avpà 
Sansonetto abbattalo^ Rii^gi^r viene 
Coperto lo scudo che solea 
Atlante aver su ì monti di Pi rene ; 
Dico quello incantalo che splend«a 
Tanto, che uaiaiìa vista noi sostiene, 
A cui Ruggier per T ultimo* soccorso 
Sei più gravi perigli avea ricorso» 

. Si 

Benché sòl tré fiate bisognoUi , 

E certo in gran periglio, dsariie il lume ; 
Le pripie due quando dai regni molli 
Si trasse a più lodetole costume , 
La terza quando t deilti aial satoll'i 
Lasciò dell'Orca alle marine spume, 
Che dovean divorar k disolata 
Angelica sili lido al mar legata. 

Fuor che queste tré volte , tutto '1 resto 
Ld tenea sotto un telo in modo ascoso , 
Che a discoprirlo esser potea ben presto 
Che del suo ajuto fosse bi.sognoso ; 
Quivi alla giostra he venia con questo , 
Compio v'ho detto ancor ^ cosi animoso, 
Che quei tré cavalier che vedea innanti 
Manco téiùea che pargoletti infanti, 

AUggier scontra Grifone óve la jpenna 
Dello scudo alla vista si congiùnge ; 
Quel di cader da ciascun lato accenna , 
Ed alfin cade e resta al destrier lunga ; 
Mette' allò scudo a lui Grifon V antenna , 
Ma pet traterso e non per dritto giunge ; 
t perchè lo trovò forbito e netto, 
L'andò strisciando e fé contrario effetto. 



^1 CANTO Xill. 

Ruppe il velo e squarciò che gli copria 
Lo spaventoso ed incantato lampo^ 
Al cui splendor cader si convenia 
G)n gli occhi cieci^ e non vi s'ha alcun scampo: 
Aquilante che a par seco venia * 
Stracciò Tavaazo e fé' lo scudo vampo: 
Lo splendor ferì gli occhi ai <fue fratelli 
Ed a Guidon che correa dopo quelli . 

85 

Chi di qua , chi di là cade, per terra : 

Lo scudo non pur lor gli occhi abbarbaglia , 

Ma fa che ogni altro senso attonito erra : 

Ruggier che non sa il fin della battaglia , 

Volta il cavallo , e nel voltare afferra 

La spada sua che si ben punge .e taglia , 

E nessun vede che gli sia all'incontro} 

Che tutti eran caduti a quello scontro • 

86 
I cavalieri e insieme quei che a piede 

Erano usciti e cosi le donne anco 

£ non meno i destrieri in guisa vedej 

Che par che per morir battano il fianco: 

Prima si maraviglia , e poi s' avvede 

Che '1 velo ne pendea dal Iato manco; 

Dico il velo di seta, ili che solea 

Chiuder la luce di quel caso rea. 

Presto si volge", e nel voltar cercando 
Con gli occhi va l'amata sua guerriera, 
E vien là dove era rimasa quando 
La prima giostra cominciata s'era: 
Pensa che andata sia , non la trovando, 
A vietar che quel giovane non pera , 
Per dubbio ch'ella ha forse che non s'ard» 
In questo mezzo che a giostrar si tarda* 



Cìnto xtiì. 

88 
f^fa gli altri che giacean vede la donila^ 
La donna che V avea quivi guidato : 
Dinanzi se la pon , si come assonna , 
E via cavalca tuito conturbato; 
i)' un manto eh' essa avéa sópra la gonnl 
Poi ricoperse lo scudo incantato^ 
E i sensi riaver le fece , tosto 
Che '1 nocivo splendore ebbe nascosto. 

Via se ne va Riìggier con faccia rossa 
Che per vergogna di levar non osa , 
Li par che ognuno improvérar gli possa 
Quella vittoria poco gloriosa ; 
Gh' emenda poss^ io fare , onde rimossa 
Mi sia una colpa tanto obbrobriosa ? 
Che ciò eh' io vìnsi mai y fu per favore , 
Diran ^ d' incanti e non per mio valore^ 

Mentre così pensando seco giva , 

Venne in quel che cei*cava a dar di cózto} 
Che in' mezzo delh strada soprarriva 
Dove profondo era cavato un pozzo ; 
Quivi r armento alia calda ora estiva 
Si ritraea poi gli' avca pieno il gozzo ; 
Disse Ruggier ; or provveder bisogna 
Che non mi facci , ^udo , più vergogna. 

Più non starai tu meco ; e questo sia 

L'ultimo biasmo eh' lu d' averne al mondo j 

Cosi dicendo , smonta iella tia , 

Piglia una grossa pietra è di gran pondo 

E la lega allo scudo , ed ambi invia 

Per l'alto pozzo a ritrovarne il fondo ^ 

£ dice ; costà giù statti sepulto, 

£ teco stia sempre il mio obbrobrio acciiltflr^ 



jf4 tAKTTd XSII. 

U pozzo è cava e pieno al sommo d' ao<{ùé, 

' Greve è lo snido e quella pietra greve ; 

Non sì fermò fin che nei fondo giacque: 

Sopra si rbiuse il liquor molle e lieve; 

Il nobìl atto e di splendor non tacque 

La vaga fama e divulgollo in breve , 

E di'fomot n'empì sonando il corno 

E Francia e Spagna e le province intorno. 

93 
Poi che di voce, in voce si fé questa 

Strana avventura in tutto il mondo ùnta j 

Molti guerrier si niisero a l' inchiesta 

£ di parte vicina e di remota ; 

Ha non sapean qual fosse la foresta 

Dove nel puzzo il sacro scftdo nuota , 

Che la donna che fé Tatto palese 

Dir mai non volle il pozio tìè il paese. 

Al partir che Rnggier fé dai castello , 
Dove avea vinto con poca battaglia ; 
Che i quattro gran campion di Pinabella 
Fece restar come uomini di paglia : 
Tolto lo scudo, avea lavato quello^ 
Lume che gli occhi egli animi abbarbaglia: 
E quei che giacinti eran come morti , 
Pieni di maraviglia, eràn risorti. 

liè per tutto qtTel giorno si favella 
Altro fra lor che c/ello strano caso, 
£ come fu che ciascun d' essi a quella 
Orribil luce vint^ era rimaso : 
Mentre parlan diquesto , là novella' 
Vien lor di Pina)lel giunto a V occaso ; 
Che Pinabello è taorto hanno T avviso ^ 
Ma non sanno però chi V abbia ucciso. 



CANTÒ XX». ^5 

96 
li* ardita firadamante in questo mezzo 

Giunto avea Pinabello a un passo stretto > 

E cento volte gli avea fin a mezzo 

Messo il brando pei fianchi e per lo petto: 

Tolto eh' ebbe dal mondò il puzzo e il Ic^zzd 

Che tutto intorno avéa il pae^e insetto ; 

Le spalle al bo^co testimonio vols<* 

Con quél destrier che già il fellon le tolstf^ 

Volle tornar dove lasciato avea 

Boggier j tìè seppe mai trovar la strada ; 
Or per valle or per monte s'avvolgea; 
Tutta quasi cercd quella contrada ) 
Non volle mai la sua fortuna rea 
Che via trovasse ^ onde a Ruggier si vada ^ 
Questo altro canto ad ascoltare aspettò 
Chi della istoria mia prende diletto* 



i*«MM«MMMa«MM«IMrtMM 



AIfNOT\2!lONI AL CANTO XXiL 

4^^ 1» gli onor* summi. Latinismo sfuggito agli editorr 
Ae' Vocabolari. Dante Infer. C. 7 ▼. 119. 

E /anno pullular ^uest* acefua al summo . 

1^/. ivi. trenta nummi. Voce par essa latiiia ma regi* 
strata in amendue i vocabolari con però questo solo esempio 
dell' Ariosto . £ osservabile ana vòlta per sempre che la poe« 
sia é debitrice in alcuni incontri ora di on certo decoro è or 
di sostegno e di grazia ancora e di avvenevolezza alla intro- 
duzione fatta da autorevoli autori di latine voci nel toscano 
idioma . 
\ St. ikfi. Tpermestra*. sorella' di quaranta nove figlie di 

Banao le quali assassinarono in una notte tatti i l«ro mariti^ 
ed ella salvò il suo . 

St, g, tfe non , gli caccerà sotto la sponda^ Quello. g/i ^ 
terzo caso e si riferisce al nocchiero , quarto cbmo è la spon* 
da^ primo caso iAitxt^gfik^ il vento ch^ ioprabbijnda '^ fit 
affenderà il kgifo • 



7* . ... V >;• 

St. IO. jél dolce liió attinge : approda . Pr. jaeop. T. t; 
fto. 5* 

PaMsa H del lutto stellato , 
Ed attinge allo sperare . 
Altri leggono il dolce lito attinge : tocca . 

St. ì ', Non avea messo ancor te èabbra in molle x doé 
atea immerso le labbra nell' acqua . 

^ ' St, li. dopo Un gran discoì'so\ dopo ayer molto ag-* 
girato. 

Sti i5. mdla si prevale*, niente profitta. 

St. i^» era diffuso scritto; diffuso è qai aTrerbio; 
difliisametìte. Così a modo di aTferbio dicesi ; parlò chiaro 
•ehietto osearo , andò dritto difilato; e di quest' altìma Toce 
Il Voc. Ed. Ver. apporta il seguente esempio decisiro. Lasc. 
Parent, i. i .H. Ella ne verrd difilato a voi . 

1^/. 21. Èe ne slunga: si dilunga s' allontana. £ un lomi- 
bardisrao aiicbe del Bet'ni ricevuto nel Voc. Fior. 

St, 22. In casa non restò gatta né topo. Questo Terso 
ècandolexzò già qualche ipocundrìco, e fuvvi chi seriamente 
Scrisse contro a questo sdrucciolar del Poeta allo stil troppo^ 
timìle e famigliare. Per altro la diseriìone della città riraasà 
perfino senaa gatti né topi non può essere portata piò in là ; 
è r Ariosto , quando glie ne venga il taglio , fa sempre à 
tnodo della piacevol sua indole « e lascia dire^ 

St. 33. vago : desioso. 

St. ivi. fece fracasso : fece in petzi minò distrusse. 

St. 26. a setta : in acconcio al bisogno. Metafora tratte 
dallo strumento meccanico della sesta o seste o compasso* 
the dir piaccia. 

St. 28. li nteise : gli potè. 

St. 29. Se /' abbia il primo che a passarvi accada : 
cui accada passarvi: sintassi particolare e forse vtAco 6 
idiotismo. 

St. ^o. Che faccia di sì bel giovine il danno ; di quello 
ciìe mi addolori il male di sì bel giovine. 

St. 43* l^^ studia il passo. Studiare il passo è affret- 
tarlo. Così Dante Purg. C. XXVI l v. 62, 

Non v' arrestate , ma studiate il passo. 

St. 44* ^Ifl^ofì di tornar forza la speranza ; ebbero 
forza di richiamare la speransa. Quel ierso per là mala sua 
tessitura fu riprovato gii da' censori. 

St. 46 A' cavalieri e donne avventurose ; cavalieri av- 
venturieri e donne avventuriere. L'uno e l'altro vocabola-» 
rio non danno che questo solo esempio dell' Ariosto. 

St. 49> ^ provò se andava dritta o zoppa. Vedi 1' an- 
tiot. St. XXIl.n. II. 

Sti S2. Fi capitasson , e St; seguente eh' avesson ; par«^ 



f7 
^icolarìtà di desinenze poetiche in luogo di eapitasser^L 

^vesserò. 

Si. 57. E chi a due botti la campana toccai è chi topr 
ea la campana a martello. 

òV. 59. La uita sol mai non ripara il danno ; estinta 
fion li ravTÌTa uè f\ res^^^a. 

St' 61. intt rifallo *, intrattenimento. 

fit, 6S, indugia \ ìtìóìì^o dìinor^, 

St, 66. 1 demoni ignudi ^ come i ciclopi di Virg. Eneide 
1^. Vili. Y 425 

Brontesque Steropesqueet nudus membra Pyracmon^ 

St, 70. pereusse ; latinismo ; p^TCosse. 

St. 79. /' uno e V altro seme ; gli due figli A.qailante ^ 
e Grifone già nominati. 

St,ì\\. dai regni molli ; di A Icina C. Vi I. 

Sf. Sa. «5st;r ^ore<f ben presto Che \ in rect dj hc^ 
presto , tosto che. 

St. 8B. 5I come assonna : ti addormentata com' ella è \ 
pella €|oal gaiea usò Dante lo ft^s» Terbo. Farad. G. VU* 
verso i3- 

jda quella reverenza pke s* if^lonna 
Di tutto me , pur per B e per ICE 
Ufi richiama come r uom eh* assonna» 

S(. 90. A dar 4^ cozzo j a incontrarsi. . Dante Farg. 
C. ?:VI. T. IO. 

Sì come ciego va dietro a sua guida 

Per non smarrirsi e per non dar di cozzo. 
Sembra però che la propria significazione di (|\iella forn\% 
^ dire sia di tartar nella intoppo. 

St. 93. nuota ; propriamente no , ma t^ol intender^ 
«he é in moUe. 

Sf» 94* ^^^^ uomini di paglia ; detto piaceyoline^tf^ 



CANTO XXHl- 



ARGOMENTO 

Cài mal Ja male aspetti^ eom* a^s^eniUo è a Pina hello sot^ 
preso e ucciso da Bradamante , eh* egli si credeva aver 
morta e seppellita nella spelonca. Di colui i^ndicata ritor-^ 
Ha addietro per dos^e a^ea lasciato Ruggiero; ma non le 
vie^/atto (ti ritrovarlo. Incontrasi in quella ^ece in Astol^ 
fo j che divennlo signore dell* Jppogri/o e volendo valersene 
a gir per l' aria , Te consegna a custodire il suo Rabicano , 
e su V. altro si leva a volo. Ella tuttavia rintracciando né 
riuscendole mai V intento d'aver spia di Ruggiero , quando 
da ultimo pensava recarsi aV allombrosa, dove avria dovuto 
esservisi egli avviato ; è costretta rinutitrrsi in Montalbano, 
Non si potendone partir ella poi^ manda a quella badia 
la sua Ippalca guidando a mano il frontino . cavallo tan^ 
to caro a Ruggiero e riccamente da lei guarnito ; ma Ro" 
domonte a mezzo il cammino sopravvenendole , se lo toglie 
e via passa. Zerbino con Gabrina giungono là dove giacea 
U cadavere di Pinabello. Costei lo dinimzia al padre di 
ini conte Anselmo come uccisore del figlio ; Zerbino e pre-^ 
so perciò e condotto al supplicio. Orlando da un vicin pog' 
fio , dov' era arrivato con Isabella , veduto quello appa-- 
recchio di morte , s' accosta , e saputone da Zerbino i stèsso 
4Pom* era il fatto y mena le mani a strage de* Maganztii ; 
lo libera' t è gli consegna la tanto da lui lagrimata sua spo» 
sa creduta morta.. Ite congratulazioni e le allegrezze del 
fausto incontro sono interrotte da Mandricardo che viene 
€ si batte con Orlando , e lungi assai trasportato dal ca^* 
vallo rimastogli senza briglia ; se ne provvede levandole a 
quello su cui Gabrina di là passava. Orlando noi veggen-^ 
do ricomparire , s'accomiata dalli due sposi , e dopo molta 
averlo cercato per affrontarsi , un tiì alfine si posa su l'er- 
be fresche presso ad un rio poco distante da* pastorali abi» 
turi. Condottovi dai Poeta 9 incomincia qui V ammirabile 
intreccio e successione di eause , ^ìH^ peggior dell* altra y 
per cui l* infelice da prima ondeggia fra speranze e timo' 
ri ; poi da questi alla disperazione , indi passa al furore 
di smisurata pazzia , della quale sì noverano alcuni efftt" 
ti in questo , e altri leggonsi nel canto seguente. 



/ 

If 



c| ik N T o xitin 



Volte il ben far seuza il t^up premio 69 : 
T^ se è pur «enz^ , a I men non te oe accada 
Morte Ile danno ne ignominia ria ; 
Chi nuoce altrui, tardi o per tempo cad^ 
11 debjto a scontar che non s' obliai ; 
Dice il proverbio che a trovar si yaano 
Qli uomini spessore i monti ^ fermi stanno^ 

Or vedi quel che a Pinabello avviene 

Per essersi .pprtato iniquamente : 

E giunto in somma alle dovute pene 

Dovute e giuste alla sua ingiusta mente; 

£ Dio , che le più volte non sostiene 

Veder patif*e a torto un innocente , 

Salvò la dolina e salverà ciascuno 

Che d'ogni fellonia viva digiuno • 

3 
Credette Pinabel questa donzella 

Già d' aver morta e colà giù sepulta : 

Uè la pensava mai veder ; non eh' elU 

Qli avesse a tor degli error suoi la multa. 

Né il ritrovarsi in mezso le castella 

Del padre in ^Icun util gli risuUa: 

Quivi Altaripa era tra i monti fieri 

Vicina al lenitorio di Pontieri. 



•o CANTO XXin. 

Tenea quell' Altaripa il vecchio conte 

Anselmo, di chi usci questo malvagio^ 

Che per fuggir le man di Ghiaramonte, 

D'amici e di soccorso ehbe disagio: 

Lia donna al traditore a pie d' un monte 

Tolse l'indegna vita a suo grand' agio; 

Che d'altro ajuto quel non si provvede^ 

Che d'alti gridi e di chiamar mercede^ • 

5 
Morto ch'ella ehbe il falso cavaliero 

Che lei voluto avea già porre a morte. 

Volse tornare ove lasciò Ruggiero; 

Ma non lo consenti sua dura sorte ; 

Che la fé traviar per un sentiero , 

Che la portò dov'era spesso e forte 

Do Ve più strano e più solingo il hosco. 

Lasciando il sol già il mondo a l' aer fosca 

6 
fiè sapendo ella ove potersi altrove 

La notte riparar , si fermò quivi 

Sotto le frasche in su l'erhette nove. 

Parte dormendo fin che il giorno arrivi ^^ 

Parte mirando ora Saturno or Giove 

Venere e Marte e gli altri erranti divf; 

Ma sempre o vegli o dorma con la mente 

Contemplando Ruggier come presente. 

7 
Spesso di cor prefondo ella sospira 

Di pentimento e di dolor compunta , 

Ch'ahbia in lei più che amor potuto Tira: 

L'ira^ dicea , m' ha dal mio an^or disgiunta : 

Al men ci avessi io posto alcuna mira , 

Poi ch'avea pur la mala impresa assunta^ 

Di saper ritornar d' ond' io veniva ; 

Che ben fui d' occhi e di memoria priva ! 



CAKTO XXIIK 8i 

Queste ed altre parole ella non tacque , 
E molte più ne ragionò col core: 
Il vento intanto di sospiri e Tacque 
Ì)i pianto facean pioggia e di dolore : 
Dopo una lunga aspèttazion pur nacque 
In Oriente il desiato albore; 
Ed «Ha prese il suo destrier che intorno 
Giva pascendo , ed andò contra il giorno. 

Ne molto andò che si trovò all' uscita 
Del bosco , ove pur dianzi era il palagio , 
Là dove molti di Tavea schernita 
Con tanto error V incantator malvagio : 
RitrovQ quivi Astolfo, che fornita 
La briglia all'Ippogrifo avea a grand' agio^ 
E stava in gi:an pensier di Rabicano 
Per non saipisre a chi lasciarlo in mano. 



10 



A caso lo trovò che fuor di testa 

L' elmo allor s' avea tratto il Paladino ; 
Sì che tosto, che usci della foresta , 
Bradamantc ccMXobb^ il suo cugino; 
Di lontan salutoUo, e con gran festav 
Li corse e l' abbracciò poi più vicina 
E nominossi ed alzò la visiera 
E chìai:amente fé yeden chi ella. era... 

iljfon potea Astolfij ritrovai persona^ 

A chi il suo Rabican meglio lasciasse y 
Perchè dovesse averne guardia buona 
E renderglielo poi come tornasse, 
Dells^ figlia del duca di Dordona : 
E parvegli che Dio glie la mandasse : 
Vederla yolentier sempre solea , 
Ala pel bisogjao/oc più ch'egli n'avea.. 

6 



»v CANTO, XXflL 

Pa poi che due o Ire vt^lte ritornali 
Fraternamente ad abbracciar si foro,, 
£ si fur l'uno e l'altro domandati 
Con molta affezion dell'esser loro; 
Astolfo disse : ormai se dei pennati 
Vo'l paese cercar, troppo dimoro; 
Ed aprendo alla donna il suo pensiero, 
Veder le fece il volator destriero. 

Jk lei non fu di molta meraviglia 

Veder^ spiegare a quel destrier le pennf ;|; 

Che altra volla y reggendoli la briglia 

Atlante incantator, contra le venne 

E le fece doler gli occhi e le ciglia ; 

Sì fisse dietro a quel volar le tenne 

Quel giorno che da lei Ruggier lontano 

Portato fu per cammin lungo e strano,. 

«4 
Astolfo disse a lei che le volea 

Dar Rabican che sì nel corso aflfretta , 

Che se scocca ndot 1* arco si movea , 

Si solca lasciar dietro la saetta, 

E tutte Tarme ancor quante n'avea; 

Che vuol che a Mont' Alban gliele rimetta.,^ 

E glie le serbi fin al suo ritorno ; 

Che non gli fanqo or di bisogno intornoi^ 

Volendosene andar per l'aria a volo 
Aveasi a far quanto potea più. lieve; 
Taensi la sparla e il corno, ancor che solò, 
IV^siargli il corno ad ogni rischio deve : 
Bradamanle la lancia, che il figliuola. 
Porlo di Galafrone, anco riceve: 
I^a lancia che di quanti ne percote 
Fa le stelle Fó-star subita vote. 



e ^ N T O XXm. 81 

Salito Astolfo sul destrier volante 
Lo fa mover per Taria lento lenta; 
Indi lo caccia si, che Bradamante 
Ogni vista ne perde in un momento : 
Cosi si parte col pilota innante 
Il nocchier che gli scògli teme e il vento ; 
£ poi che '1 porto e i liti a dietro lassa , 
Spiega' ogni vela e innanzi ài venti passa^ 

lia donna poi che fu partito il Duca, 
Riniase in gran travaglio della meiìte ; 
Che non sa come a Mont' A.Ibiin condor 
L' armatura e il destrier del suo parente 
Però che '1 cor le coce e le ma nuca 
L'ingorda voglia e il desiderio ardente 
Di riveder Ruggii, clie se non prima, 
A Yailombrosa ritrovarlo stima. 

Stando quivi sospesa per ventura 

Si vide innanzi giungere un villana. 
Dal qual fa. rassettar quell'armatura 
Come si puote e por su Rabicano; 
Poi di menarsi dietro li die cura 

I due Cavalli , un carco e V altro a mana : 
Ella n'àvea due prima , eh' avea quella 
Sopra ilqùàl kvò, l'altro a Pinabello, 

I)i Vallombrosa pensò, far la strada ; 
Che trovar quivi il suo Ruggiero ha spen 
Ma qual più breve a qual miglior vi vad;^ 
Poco discerné è d' ir errando teme ; 

II villan non avea della contrada 
Pratica molta, ed erreranno insieme: 

i 

Pur andare a ventura ella si messe 
Dove pensò che 1 loco esser dovesse. 



•4 CAK.Taxxni. 

Pk.quji di là si volse , né per^ojasi. 
lacontrù.niai da domandar la via : 
Si trovò, uscir del bosco in sulla nona.. 
Po ve uii caste] ppco lontan scopria 
11 qual la cima a un mouticel corona : 
Lo mira , e Mont* Alban le par che sia ; 
Ed eira certo Mont' Albano , e in quello 

Avea la madre ed alcun st\o fratello. 

ai ' ' 

Come la donna conosciuto ba il Ipco., 

Nel cor s'attrista q^ più eh* io non so dire^ 

Sarà scoperta se si ferma un poco 

ISè più le sarà lecito partire ; 

Se non si parte , V amoroso foco 

L' arderà sì , che le farà morijre ; 

Non vedrà più Buggier né farà cosa 

Di qujel eh' era ordinata a VallombrusjEi, ^^ 

Slette alcpanto a pensar ; poLsi risolse 
Di voler dare a Mout^ Alban le spalle, 
£ verso la badia pur sì rivolse ; 
Che quindi ben sapea qual era il calle ;^ 
Ma sua fortuna , o buona o trista , volse 
Che prima eh' elja ^scisse della valle 
Scoutcasise Alardo uiji de' fratelli sui , 
Né tempo, di celarsi ebbe da lui • 

a3 
Veniva da partir gli alloggiamenti 

Per, quel contado a' cavalieri e a' fanti ;, 

Che ad istanzia di Carlo nove genti 

Fatto avea delle terre circostanli ; 

1 saluti e i fraterni abbracciamenti 

Con le grate accoglienze andaro.innanti, 

E poi di molte cose a paro a paro 

Tra lor parlando in Mont' Alban tornaro,^ 



CANTO XXUT. 9Ì 

c^trò la bella donna in Mont' Albano , 
Dove ravea coil lagrìmosa guancia 
Beatrice mollo desiata iti va fio 
E fattone dercar per tutta Francia: 
Or quivi i baci 'e il giunger matto a niarió 
Di tutta laTamiglia hott far ciancia ; 
Che tutto ijuel lignaggio era d'amore 
llaro esempio non mea che di valore. 

Ifon potendo ella andar, fece pensiero 

Che a Vallòntibro^a altri in suo nome aildasàé 
Immantinènte ad kvvisar Ruggiero 
Della cagion che andar lei non lanciasse 3 
E lui pregar, s' era pregar Sestiero , 
Che quivi per suo aiiior si battezza^jse, 
E poi venisse a far q\iàhto era detto, , 
Si che si dedàe ài matrimonio effetto i 

; -^^^ - 

Pel medesimo messo fé disec^hò 

Di mandare a Ruggier il suo cavallo ^ 
Che gli solea tanto esser caro , e degno 
D' eissergli caro era bon senza fallo ; 
Che non s' avria trovato in tutto '1 regnò 
Dei saraèih ìiè sotto il signor gallo 
Pili bel destrier di questo o più gagliardo j 
Eccètto BrigliadoV solo e fiajardo; 

Buggiér quel dì che troppo audace scése 
Suir Ippogrifo e verso il ciel levosse, 
Lasciò Frontino, è Bradamante il prese , 
ì^'rontiho; che '1 destrier cosi liomosse . 
MandoUo a Moht' Albano, e a buone spè^é 
Tener lo fece fe niai non cavaìcosse 
Se non per breve spazio e a pìcciol passo} 
Si cb^ èra più che mai lucido e grasso < , 



86 CANTO XXIIL 

Ogni sua donna tosto ogni donzella' 
Pon seco in opra y e con sotti 1 lavoro 
Fa sopra seta candida e morèlla 7 

Tesser ricamo di finissim'oro: 
E di quel copre ed orna briglia e sella 
Del buon destrier , poi sceglie una di loro 

* Figlia di GallitreGa sua nutrice ^ 
D' ogni secreto suo fida uditrice • 

Quanto Rnggier T ek*a nel core impresso 
Mille volte narrato avea a costei : 
La beltà la virlude i modi d^ esso 

- Esaltato le avea fin sopra i dei: 

A se e biamolla e disse : miglior messo 

A tal bisogno elegger non potrei. 

Che di te^ più fido uè più saggio 

Imbasciator, Ippalca mia y non aggio • 

3o 
Ippalca la dozella era nomata : 

Va , le dice , e le insegna ove de* gire > 

E pienamente poi V ebbe informata 

Di quanto avesse al suo signor^ a dire, 

E far la scusa se non era andata 

Al monaster, c\\e non fu per mentire ) 

Ma che Forturia che di noi potea 

Più che noi stessi da imputar s'avea « 

Montar la fece s* un ronzino, e in mano 
La ricca brìglia di Frontin le messe: 
E se si pazzo alcuno o si villano 
Trovasse che levar glie lo volesse; 
Per fargli a una parola ilcervel sano^ 
Di chi fosse il destrier sol gli dicesse ; 
Che non sapea si ardito cavaliero , 
Che non tremasse al nume di Ruggiero « 



Tiì molle cose T ammonisce e molle 

Glie trattar con Ruggiero abbia in sua voce ; 

Xe quai poi eli* ebbe Ippalca ben raccolte ^ 

Si pose in via né più dimora fece: 

Per strade e campi e selve oscure e folte 

Cavalcò delle miglia più di diece; 

'Che non fu a darle noja chi venisse 

Kè a domandarla pur dove ne gisse • 

% mezzo il giorno nel calar d' un monte 
In una stretta è raalagevol via 
Si venne ad incontrar con Rodomonte 
Che armato un picciol nano e a pie segala { 
Il Moro alzò ver* lei l'altera fronte 
E bestemmiò l'eterna Gerarchia , 
Poi che isi bel destrier sì bene ornato 
Non avea in man d' un cavalier trovato . 

Avea giurato che '1 primo cavallo 

Torria per forza che tra via incontrasse : 

Or questo è stato il primo è trovato hallo 

Più bello è più per lui che mai trovasse : 

Ma torlo a una donzella li par fallo ^ 

E pur agogna averlo e in dubbio sUsiàé^ 

Lo mira lo contempla e dice spésso , 

Deh ! perchè il suo signor non e con ^ssù : 

35 
Deh ! ci foss' egli , li rispose Ippalcà , 

Che ti furia cangiar forse pensiero : 

Assai più dir te vai chi lo cavalca 

Né lo pareggia al móndo altro guerrriero^ 

Chi è f le disse il Moì'ò , che sì calca 

L'onor altrùi ? tìSpos' ella : Ruggiero; 

È quel soggiunse : adunque il destrier vogliòj 

Poi che a Ruggier sì gran campion lo toglio ^ 



88 CANtO XXm. 

36 
11 qual se sarà ver, come tu parli , 

Che sìa si forte e più d' ogni altro raglia ^ 

?Ioii che il destrier, ma la vettura darli 

Converrammi , e in suo arbitrio fia la taglia^ 

Che Rodomonte io sono hai da narrarli ^ 

£ che se pur vorrà meco battaglia , 

Mi troverà ; che ovunque io vada o stia , 

Mi fa sempre apparir la luce mia . 

Dovunque io vo si gran vestigio resta ^ 

Che non lo lascia il fulmine magggiore , 

Cosi dicendo avea tornate in testa 

Le redine dorate al corridore , 

Sopra vi salta y e lagrimosa e mesta 

Rimane Ippalca , e spinta dal dolore 

Minaccia Rodomonte e li dice onta ; 

Non r ascolta egli è su pel poggio montai 

38 
Per quella via dove lo guida il nano 

Per trovar Ms^ndricardo e Doralice , 

Gli viene Ippalca dietro di lontana 

£ lo bestemmia sempre e maledice^ 

Ciò che di questo avvenne altrove è piano ^ 

Turpin che tutta questa istoria dice 

Fa qui digresso , e torna in quel paese 

Dove fu dianzi morto il Maganzese ^ 

Dato avea appena a quel loco le spalle 
La figliuola d' Amon che in fretta già, 
Che v'arrivò Zerbin per altro calle 
Con la fallace vecchia in compagnia ^ 
£ giacer vide il corpo nella valle 
Del cavalier che non si sa chi sia , 
Ma come quel eh' era cortese e pia 
Ebbe pietà del caso acerbo e rio ; 



CANTO XilII. H 

4o 
Giaceva Pinabello in terra ispetito 

Versando il sangue per tante ferite , 

Ch' esseìr doveailo assai se più di cento 

Spade in sUa inorte si fossero unite : 

Il cavalier di Scoria non fu lento 

Per r orme che di fresco eran scalpiti 

A porsi in avventura se potea 

Saper chi V omicidio fatto avea . 

4» 
Ed a Gabrina dice che V aspette ^^ 

Che senza indugio a lei farà ritorno j 

Ella presso al cadavero si mette 

E fissamente Vi pon gli occhi intorno > 

Perchè se cosa v' ha che le dilette^ 

]^on vuol che un morto invan più ne 6ia adorno} 

Come colei che fu , tra V altre note , 

Quanto avara esser più femmina puote« 

4^ 
Se di portarne il furto ascosamente 

Avesse avuto rtiodo o alcuna speme^ 

La sopravvesta fatta riccatìieiité 

Gli avrebbe tolta e le beli' arme insième; 

Ma quel che può celarsi agevolmente 

Si piglia , e il resto sin al cor le preme : 

Fra r altre spoglie un bel cinto levonne, 

E se ne legò i fianchi in fra due gonne é 

43 
Poco dopo arrivò Zerbin eh' avea 
Seguito invan di Bradamante i passim 
Perchè trovò il sen tier che si torcea 
In molti rami <ih' ivano alti e bassi j 
E poco ornai del giorno rimanea. 
Né volea al buio star tra quelli sassi ; 
E per trovare albergo , die le spalle 
Con r empia vecchia alla funesta valiti 



^ e A N T Ó XXHfv 

^ . , 44 

Quindi presso -a due miglia ritrovaró 

Un gran casiel, che fu dello Àltariva> 

Dove per star la notte si ferniaro 

Che già a gran volo verso il ciel saliva ; 

Non vi ster mollo che un lamento amard 

Le orecchie da ogni parte lor feriva ; 

È veggon lagrimar da tutti gli occhi^ 

Come la cosa a tutto il popol tocchi • 

45 
Zerbino domandonne^ e li fu detto 

Che venut' ers^ al conte Anselmo avvisò ) 

Che fra due monti in un sentiero stretto 

&iarea il suo figlio Pinabello ucciso ; 

Zerbin per non ne dar di sé sospetto, 

Di ciò si finge novo è abbassa il viso ; 

Ma pensa beU che $enza dubbio sia 

Quel eh' egli trovò morto in sulla via ; 

46 
Dopo non molto la bara funebre 

Giunse a splendor di torci e di facellé 

Là dove fece le slrida più crebre 

Con un batter di man gire alle stelle ^ 

£ con piò vena fuor delle palpebre \^ 

Le lagrime inondar per le mascelle; 

Ma più dell'altre nubilose ed atre 

Era la faccia del misero pat re. 

Mentre apparecchio si facea solenne 
Di grandi esequie e di funebri pompe ^ 
Secondo il modo ed ordine che tenne 
L'usanza antica e che ogni età corrompe j 
Da parte del signor un bando vende ^ 
Che tosto 11 popolar strepito rompe 
È promette gran premio a chi dia avviso 
Chi stato sia che gli abbia il figlio uccise^; 



CANTO XlllL òt-. 

Di ypce In voce e d' una in altra orecchia 

li grido e il J)aiido per la tèrra scorse , ' 

,Fin tlie r udì la scellerata vecchia 
Che di rabbia avanzò le tigri e r<;r5e ; 
E quindi alla ruina s'apparecchia 
Di Zerbino , o per l'odio che gli ha forse 
O per vantarsi pur che sola priva 
D'umanitade in uman corpo viva. 

O fosse pur per guadagnarsi il premio, 

A ritrovar n'andò quel signor mesto > 

E dopo un verisimil suo proemio , 

Li disse che Zerbin fatto avea questo j 

E quel bel cinto si levò di gremio , ^^ 

Che il miser padre a riconos^cer presto |' 

Appresso il testimonio e tristo ufiicio 

Deir empia vecchia , ebbe per chiaro indiciOè 

5o 
E lagrimando, al ciél Ifeva le mani 

Che il.figliuol non sarà senza vendetta: 

Fa circondar V albergo ai terrazzani ^ 

Che lutto il popol s ò levato in fretta , 

Zerbin, che gì' inimici aver lontani 

Si,,crede e. questa ingiuria non aspetta 

Dal conte Anselmo che si chiama offeso 

Tanto da lui, nel primo sonno è preso i 



5i 



£ quella notte in tenebrosa parte 
Incatenato e in gravi ceppi messo: * 
Il soie ancor non ha le luci sparte, 
Che r ingiusto supplicio è già commésso 
Che nel loco medesimo sì sqUarte 
Dove fu il mal eh" hanno imputato ad essdi 
Altra esamina in ciò non si facea ^ 
Bastava che 'l signor cosi credea« 



^i CANTÒ XXTIf. 

Poi elle r altro mattin la bella aurora 

L^ aer seren fé biaDCo e rosso e giallo ^ 

Tutto il popol gridando : mora mora , 

Vien per punir Zerbin del non suo fallo { 

liO sciocco vulgo r accompagna fuora 

Senz'ordine chi a piede e chi a Cavallo: 

E il cavalier di Scozia d capo chino 

Ne rien legato a' uh pic'ciol ronzino . 

53 
Ma l)io , che sjpesso gì' innocenti a jota 

Né lascia mai chi in sua bontà si fida^ 

Tal difesa gli avea già provveduta , 

Che Dou v' è dubbio più eh' oggi s' uccida : 

Quivi Orlando artivò^ la cui venuta 

Alla via del suo scampo li fu guida : 

Orlando giù nel pian vide la gente 

Gke traea a morte il cavalier dolente ì 

Era con lui (quella fanciulla, quella 

Che ritrovò nella selvaggia grotta i 

Del re GalegO la figlia Isabella 

In poter già dei malandrin condotta 

Poi che lasciato atrea nella procella 

Del turbolento mar la nate rotta , 

Quella che più vicino al core avea 

Questo Zerbin , che V alma onde viveà ; 

55 
Orlando se Tavea fatta compagna 

Poi che della caverna la riscosse : 

Quando costisi li vide alla campagna 

Domandò Orlando chi la turba fosse ; 

Non so, diss' egli , e poi su la montagna 

Lasciolla e verso il pian ratto si mosse; 

Guardò Zerbino, ed alla vista prima 

Lo giudicò baron di molta ^tima ; 



CANTO xml. ^ 

56 
fi &ttosegli appresso dimandollp 

Per che cagione e dove il meiiin preso : 

{^«vò il dolente catralier il collo , 

£ meglio avendiril Paladino intese , 

Rispose il vero, e cosi ben narroUo 

Che meritò dal Conte esser difesa : 

3ene avea il Cqnte alle paroie scojrto 

Ch'era innoceate e che moriva a ^orto • 

/ . 57 

C poi che intese che commesso questo. 

Era 4^1 conte ^ns^lpao, d'ÀU^riv^ y 

Fu certo, eh' era torto manifesto^ 

Ch' altro da quel fellon mai non deriva ; 

Ed oltre a ciò, 1' uno era all' altro infesta 

Per r antichissima odio che bolliva 

Tra il sangue di Maganza e di Chiarnaont^ ^ 

E tra lor eran morti e dapni ed onte • , 

58 
Slegata il Qayalier , gridò , canaglia , 

Il Conte a' masnadieri , o chj io y* uccido : 

Chi è costui che sì gran colpi taglia , 

Rispose un che parer yolle più fido ^ 

Se di cera noi fossimp.o dj pa|[lia , 

£ di foco egl i y assai fora quel grido , 

E venne contra il paladin di Francia^ 

Orlando contra lui chinò la lancia. 

La lucente armatura il Maganzese , 
Che levata la notte avea Zerbiné. 
E postasela indosso , non difese 
Contro l' aspro incontrar del Paladino ; 
Sopra la destra guancia il ferro prese ^ ^ 

L' elmo non piiasò già, perch'era fino; 
Ma tanto fu della percossa il crollo , 
Che la vta gU tpjse e ruppe il collo . y; ; 



^ CINTO XZIII 

^ ' 68 

dosi reso il colore alla sua bella 

I7on hene asciutta ancora umida guancia j^ 
A lui dell'alta corlesia favella 
Che le avea usal^a il paladio di Francia ; 
Gerbino , che tenea questa donzella 
Con la sua vita pari a una bilancia, 
Si gitta a pie del conte e quello adoca , 
Geme a chi gU ha due vite date a un' orat«^ 

Molti ringraziamenti e molte offerte 
Erano per seguir tra i cavalieri , 
Se non udian sonar le vie coperte 
Dagli arbori di frondi oscuri e ileri ; 
Presti alle teste lor eh' eran scoperte 
Posero gli elmi e presero i destrieri : 
Ed ecco un cavaliero e una donzella 
Lor sopra vvien , che appena erano in iella .: 

Era questo guerrier quel Mandricardo 
Che dietro Qrlando in fretta si condusse 
Per vendjicar Al^irdo e Manilardo , 
Che 1 Paladja con gran valor percusse }, 
Quantunque poi lo seguitò più tardo^. 
Che Doralice in suo poter ridusse^ 
La quale avea con un troncon di cerro. 
Tolta a cento guerrier carchi di ferro^. 

Kon sapea il Saracin però che questo , 

Ch' egli seguia , fosse il signor d'Anglante : 
Ben n' avea indizio e segno manifesta 
Ch'esser dovea gran cavaliero errante; 
A lui mirò più che a ^erbina, e presto 
Gli andò con gli occhi did capo alle piante :- 
E i dati contrassegni ritrovando ^ 
pisse : tu se' colui qti' iq vq cerraudq « 



CANTO XXHL 97 

Sono ornai dieci giorni , It soggiunse , 

Che di cercar nun lascio i tuoi vestigi ; 

Tanto la &nia stimolommi e punse 

Che di te venne al campo di Parigi ^ 

Quando a fatica un vivo sol vi giunse 

Di mille che mandasti a' regni stigi p 

£ la strage contò che da te venne 

Sopra i Norìzi e quei di Tremiseniie, 

7S' 
)(on fui y come lo seppi , a seguir leuto^ 

E per vederti e per provairti appresso : 

E perchè m' informai del givrrnimenta 

Ch' hai sop^ Y arme ; io so che tu sei de$&^ ; 

E se non V avessi aipico e che fra centa 

Per celarti da me ti fossi messo; 

Il tuo fiero sembiante mi farla 

Chiaramente yeder che tu quel sia. 

|7on si può 9 li risponde Orknda, dire 
s Che cavalier non sii d^ alto valore , ' 
Però che sì magnanimo desire 
Non mi credo albergasse in umil cerOj^ 
Se 1 volermi veder ti fa venii«^ 
Yo' che mi vegghì dentro, come foore j, 
Mi leverò questo elmo dalle tem^xie, 
Acciò che a punto il tuo desir s' adempie «. 

9la poi che ben m' avaai veduto in faccia ,, 
▲U'allnro desiderio, aacota attendi. , 
Resta che alla cagiea tu satis&ccia 
Che fa che dentro questa via, mi prendi ^ 
Che veggia se i^ yalor mìo si con&ccia 
A quel sembiacite fi.er che si commendi ^ 
Qrsùf disse il Pagano 9 al rimanente , 
Q\e al primo ho aatkfsit^ intieramente ^ 

7 



!»> GANTaXXlUf 

11 Cont^ tuttavia dal capo al piede 

Ya cercando il Pagan tutto coq gli occHi : 
Mira aoibi i Giincly ^ i^di ì! arciou ; nè.vedji; 
jPender uè qua né. là maz^ impatacchi , - 
I^i domanda di che ^rine ai provvede , 
Sis avvien cUp con. la lancia in fjiUo tocchi • 
Rispose queii., non m? pigliar, tu, cura j 
Cosi a ociolt' altri ho. ancor iiitto. paura • 

b.o sacramenta di noli cinger apadii.» 

Fin eh' io, non tolgo Duriud^a^ al Gp^tei^ , 

£ cercando Ip VvO per ugni strada ^ 

perchè pi il d' una posta meco «qonte^ 

Lo giurai » se d' iiiterderlo t' aggrada ,_ 

Quando n^i posi quest' eliQp alla fronte, 

11 qual con tutte Paltr'arme ch'io porto. 

Era d" Ettor che già millVanni è morto • 

78 
I^a apada sola maupa alle h|ipn' arme p 

Come r.ub^ta fu non ti so. dire f 

Or che la porti il Paladino pannai 

E di qi^ viene ch«'eg}i ha si grande acdiriai^ 

Ben penso., S9 eoa lui pesto, accoaiiurmf^ 

Fargli il mill tolto o^niai reatituìre , 

Cercolo. ancor ; che vendicar disip 

Il;.racQ$i^ .4gricau;genìtor mia. 

Orlaudo a tradicpento li die. mprte 1^ 
Ben so elle aoo po^ea f^rlo altramente.; 
1.1 Conte più non tacque e gridò Corte 9, 
E tu e qualunque il^^cet se ne m^nte , 
Ma quel che cerchi t! è venutp in sprte, .. 
Ip sono Orlando, e upciail giu^tameutej^ 
E questa è quella spada che tu cerchi ^ 
Che ina s*J^ se con yirtiH U Wprchi •. , 



e A. N T O XXUI. ^ 

Quantunque sia debitamente mia y 
Tra noi per gentilezza fili co|ì tenda : 
Né yoglio in questa pugna eh' ella sia 
Più tua chjB mia ; ma a un arbore s* appenda : 
Levala tu liberamente, via , 
Se ayvien che tu cn' uccida oche mi prenda. 
Cosi dicendo , Ikiridaoa prese 

E in mesuBo il campo a un arbuscel T appese. 

81 . 
Già r un dair altro è. dipartito lunge 

Quanto sarebbe un mea^o tratto d' arco : 

Già y uno contra l'altro il destrier punge ^ 

Uè delle lente redini gli è parca, 

Già Tuno e V altro di gran qolpo. aggiunge 

Dove per Telmo la veduta ha varco, 

Parvero T aste al rompersi di gelo , 

E in mille schegge andar, volando al cielo 

li' una e V altr^ asta è forza che si spezzi, 

Cft^e non vc^lion piegarsi i cavalieri,, 

I cavalier che tornano coi pezzi 

. Che ^n restati appressa i ealci intieri. 

Quelli ) che sempre Cur nel ferro avvezzi,^ 

Or , come due yiUaa per sdegno fieri 

Kel partir acque o. termini de' prati ^ 

Fan crudel zuffa di due pali armati «. 

81 
Ifon stanne Faste a q^uattro^eoJpi salde; . 

E mancan nel fiiror di queiUa pugna, « 

Di qua e di là si fan. V ire più calde , 

Né da ferir lor resta altro che pugna , . 

Schiodano piastre e stcaccian maglie e £ildf 

Purché la man dove s'aggraJ^ giugni 9 

Non desideri alcun > perchè: più vaglia ^ 

Marlel più grave o più dura tenaglia^ 



Vm, CA.KTA XXItt. 

^me pq^ il- Saracii) rftrovar sesto. 

J)i, fiuir con sqo ppore il $ero ipvito.7* ■ 
Pazzia sarebbe il perder tempo in questo ^ 
die. nuoce al feritor più che al ferito: 
Aodp al)e strette ^^^no e T aUro.^ e presto, 
li re pagano Ofhndo, ebh^ ghermito: 
1^0 stri'o|e al petto , e crede fiir le prove 
Che.nopra Àn|eo fé giì^ U-figliuol-di Giovo, . 

\o piglia, coó^m^o) to impeto. a traverso: 
Quando lo spinge e quando a sé lo tira.. 
Ed è nella gran collera sì iijimerw , 
Che ove resti h briglia poco, niìra: 
Sta. VI se raccolto Orlando e ne va. verso 
IV suo vantaggio e aHa vittoria aspira i. 
Li pon la cauta man sopra le ciglia 
Del cavallo j( e cader ne Qi labpigUa^ 

ì^ Saraqinp o|^i pp(;er vi meHe 

Che lo soffi)gbi 9 dell' arcion lo avella.^ 

Kegli qrti il Conte ha le ginocchia strette^ 

Né in questa parte vuol piegar, ne in quella.^ 

Per quel tirar che fa il Pagan , costrette. 

Le cinghje éQn^ d' abbn^doiiar la «.ella;; 

Orlando è in terra e appena, set coupsce., 

Ch^ i pi^di ^a in staffisi e stringe aiicorleco8C% 

87 

^on ciuet-Tomoc che un sacco d'arme, cado. 
Risùona il Conte qome il campo tocca; 
11 destrier che. alla testfi in libi^tadt , 
Quello a chi tolto, il Ireno ena di bocca ^ 
Non più, niirai|do i boschi che le ii^rado^ ^ 
Con rovinoso corso si trabocca 
Spinto di qua e di là dal timor cieco j^ 
E Afandricardo se ne porta, seipq. 






CANTO XXlfL ti> 

Dqralice^ che Tede la sua guida 
Uscir del campo e torlesi d'appresso 
E inai resta rìie sehza si coÀ&da, 
Dietro correndo il sìio rontià gli ha rn e ssòì 
Il Pagan per orgoglio al destrier grid.l ^ 
]£ con mani e con piedi il batte Spesso ^ 
£ , còme non sia l>estià • lo minaccia 
Percbi ài fermai e tuttavia -più il caccia. 

lia bestia ch'era dpa ventola è [idi tra , 
Senta gtiardar^i ai pie cot*re à trayerso : 
'Già corso aVeà tré niij^lia e seguiva olirà 
Se un fosso a cruel desir non era aV versi 
Che senza aver nel fondo o Iettò ò coltra ^ 
Hicevò r imo e T altro ih sé riVersò : 
pie Mandricardo.^ in terrà à^pra percossa > 
l(è però ài fiaccò né òi t*uppe ossaci 

univi di terma^ il corridore al fihbt 

tta non si può guidar ; che noù M freno : 
il Tàrtaro lo (ien preso nel crml^ , 
E tutto è di furore e d' ìv^ pieno : 
Pensa è npn sa quel che ai far destine : 
Pongli la briglia del tàìo palafreno ^ 
La donna li dicéà ; clie non è mólto 
Il mio feróce ò sia poi freno o sciolto: 

Al Baraci Q parea discortesia 
.La próferta. accettar di Darà lice ; 
Ma fr^ li farà aver per altìra via 
Fortuna a' suoi d^àii ìiiòltb fautrice; 
^uivi Gabrihà scelleVàU invia, 
t^he^ poi che di Zerkin fu traditrice/ . 
ÌPuggià f càiàé la lupa che lontani 
bda V'ekiiÌ*b il cacciatore e i cani; 



\ 



i«a CANTO XXUt. 

Ella avea ancora indosso la gonnella 
C quei medesmi giovenil' ornati^ 
Che furp alla vezzosa damigella 
Di Pinabel, per lei vestir, levati; 
Ed avea il palafreno anco di quella 
Dei buon del mondo e degli avvantaggiati } 
La vecchia sopra il Tartaro trovosse 
Che ancor non s' era accorta che vi fosse. 

L' abito gìoVanil mosse la figlia 

Di Stordilano e Mandricardo a riso^ 
Vedeudoìu a colèi che rassimiglia 
A un babbuino ^un bertuccione in viso) 
ilisegna il Saracin torle la briglia 
Pel suo destriero ; e riusci V avvisò ; 
Toltogli il morso il palafren minaccia ^ 
Li grida lo spaventa e in fuga il caccia« 

Quel fugge per la selva e seco poi'ta 
La quasi morta vecchia di patirà 
Per valli e monti e per via dritta e torta 
Per foci e per pendici alla ventura ; 
Ma il parlar di costei sì non m' importa , 
Gh' io non debba d' Orlando aver più cur^y 
Che alla sua sella ciò ch'era di guasto 
Tutto ben racconciò senza contrasto. 

Rimontò sul destriero e stè gran pezzo 
A riguardar che'l Saracin tornasse; 
Né '1 vedendo apparir volse da sezza 
Egli esser quel che a ritrovarlo andasse'^ 
Ma come costumato e bene avvezzo , 
Non prima il Paladin quindi si trasse > 
Che con dolce parlar grato e cortese 
Buona licenza da gli amanti prese; 



2erbiti di ^uel partir molto si dolse , 

Di tenerezza .ne piaiigèa Isabella ; 

Yoleano ir seco; ma il Conte non volse . 

lior compagnia, bench'era bdona e bella; 

£ con questa tagion se ne disciólse ; 

Che a guetrier non è infamia sopra quella ^ 

Che quando cerchi on suo nemiòo, preudA 

Gompaglio cbe Tajuli e che 4 difenda. 

97 
^Li preeò f^oi^ che quando il Saracino 

Prima che in Ini si riscontrasse In lóro> 

Gii dicesse!* che Orlando' aVria vicino 

Ancor fre giorni per quel tenitório , 

' Ma che dojpò sarebbe il siìty cammino 

Verso le iùsegùé dei bèi Gigli d'orò) 

Per esser eòa T esercitò di Cariò, 

Perchè , volendo!, sappia ónde chianiarlo. 

yùelli prproiìser fatlo volétì lieti , 

E questa e ogni altra cosa al suo comando , 

Fero cammin divèrso i cavalieri ^ 

Di qua Zerbin e di là il conte Orlando , 

Prima che pigli il cotite altri sentieri 

All' arbor tohé é a se ri pòse il brando , 

£ dove meglio col pagan peiisòsse 

Di potérsi itìcontrare il destrier mosse^ 

, ^ 99 , , 

Lo strano corno che teline il cavallo 

Del Saracin nel bosco senza via^ 

Fece clie Orlando andò dtae giorni in fililo^ 

Né io trovò lìè potè averne spia , 

Giunse ad un rivo che parea cristallo, 

Nelle coi éponde un bel pratel fioria 

t)i nativo color vago b dipinto, 

È di tnoiti e belli arbori distinto^ 



io4 CANTÒ XXIlt 



lOO 



/ 



ti merigge fiicea grato T orezzo 
Al duro armento ed al pastore ignudo ^ 
Sì che né Orlando sentia alcun ribrezzo! | 
G)n la corazza avea Telmo e lo scudo ^ 
Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo > 
£ v' ebbe travaglioso albergo e crudo 
. E più che dir si possa empio soggiorno , 
Queir infelice e sfortunato giorno. 

IDI 

Volgendosi ivi ititorno vide scritti 
Molti arbuscelli in sulT ombrosa riva : 
Tosto che fermi v'ebbe gli occhi e fitti ^ 
Fu certo esser di man della sua diva , 
Questo era un di quei lochi già descritti ^ 
Ove sovente con Medor veniva 
Da casa del pastor iodi vicina 
La bella donna del Gatai regina. 

D'Angelica e Medor con vari nodi 
LegHti4>nomi e in cento loqhi vede: 
Quante lettere son , tanti son chiodi 
Coi quali Amore il cor gli punge e fiede ; 
Va col peosier cercando in mille modi 
Non creder quel clfe al suo dispetto crede : 
Ch' altra Angelica sia creder si sforza 
Ch'abbia scriver voluto in quella scorza/ 

Poi dice : conosco io pur queste note « 
Di tali io n'ho tante vedute e lette: 
Finger questo Medoro ella si puole , 
Forse che a me questo cognome mette ; 
Con tali opinion dal ver remote. 
Usando fraude a sé me.desmoy stette 
Nella speranza il maj^ contento Orlanda^» 
Che si seppe a sé stesio ir procacciando^/ 



è AM to tini. t^i 

104 

Ha sempre pia raccende e più rinnova 
Quanto spegner più cerca il rio sospetto ì 

- Come r incauto àugel che si ritrova 

In ragna o in tìsco aver dato di petto ^ 

Quanto più batte V ale e più si prova 

Dì disbrigar , più vi si lega stretto , 

Orlando viene ove s' incurva il monte 

A guisa d' arco in su la chiara fonte • 

io5 
Àveano in sa V entrata il lubgo adórno 

Coi piedi storti édere e viti erranti : 

Quivi soleano il più cocente giorno 

Novellare tra lor gli sposi aitianti ; 

V aveano i nomi ler dentro e d' intornia 

Più che in altro dei luoghi circostanti 

Scritti f qual con carbone e qual con gessi 

E qual con punte di coltelli impresso • 

106 
Il mesto conte à pie (Juivi discese , 

E vede in su Y entrata della grotta 

Parole assai che di sua man distese 

Medor avea , che parean Scritte allotta ì 

E che troppo a ciascun &cean palese 

Come Anglslith al 6n s' era condotta 

A stringere con lui nodo di sposa , 

Ed in arabo scritta èra tal chioika: 

107 

Liete piante verdi erbe e litrìpid' ai^qùe 
Spelonca opaca e di fredde oinbre grata j 
Dove la bella Angelica , che nacque 
Di Galafron , da molti ih vaìio amata ^ 
Per volontà del Cielo si compiacque 
Meco dei sacri nodi esser legata : 
Io povero liedor ricompensarvi 
D' altro non posso > che d' OfnOt^ lòdarii^ 



Io0 CAUTO xttt 

fe di pì'egare ogni sigiìore amante 
fe cavalieri e damigelle e ognuna 
Persona , o paesana o viandante • 
Che qui stia volontà roelii o fortuna ; 
CbeaU'erbe all'oimbra airantròalrio alle piintti. 
Dica : benigno abbiate e sole e luna , 
E delle ninfe jl. coro che proveggta ^ 
Che nogi conduta a Vói pastor inai greggia . 

L'arabico sermone intendea il conte 
Orlando cosi ben come il latino: 
Fra molte lingue e molte ch'area pronte, 
JProntissima atea quella il paladino : * 

£ gli schivò più volte e danni ed onte 
Che si trovò tra il popol Saracino: 
Ma non si vanti èie già n' ebbe frutto , 
Che un dann.0 or n'à che può scontargli il tuttil 

IIÓ 

Tre volte è qUsttro e tei lesse lo àcritto 

|uelIo infelice e pur cercando in vano 

Ihe non vi fosse quel che v' era scrino ^ 

sempre lo vedea più ehnh» e piano; 

Ed ogni volta in meszo al petto afflitto 

Stringersi il cor sentia con fredda mano : 

Rimase al fin con gli occhi e con la mente 

Fissi nel sasso ^ al sadso indifferente. 

Iti 
t*u allohi per iiscir del setitimento , 

Si tutto in preda del dolor si lasda : 

Credete a chi n' ha fiitto eàperimehto , 

Che questo è il dtiol che tutti gli altri paàia^ 

Caduto gli era sopra il petto il mento. 

La fronte priva di baldahza e ba^sa : 

jfè potè aver ;, che il duoÌ V occupò tanto j 

AII9, querele voce umore al pianto. 



CANTO Xint. téf 



112 



tuMmpetuosa doglia en tro rimase * 

Glie volea tutta uscit con troppa fretta : 

Cosi veggiam réstatj^ acqua nei Vasé 

Che largo il Ventre e la bocca abbia stretta 1 

. Che nel voltar che si fa in su la base , 
L' umor che vorria uscir tanto s' affretta 

.£ neir angusta vìa^ tanto s' intrica , 

Che a goccia a goccia fuori esce a fatica. 

Ili 
t^oi ritorna in se alquanto , e pensa come 

Possa ^sser che non sia la cosa Vera: 

Che TOglia alcun cosi infamare il nome ^ 

Della sua doiltia é crede e brama è spera ^ 

O gravar lui d' insopportabìl some 

Tanto di gelosìa , che se ne pera , 

Ed abbia quel , sia chi si voglia Stato ^ 

Molto la man di lei bene imitato. 

ii4 
tu cosi poca it) cosi debol speme 

Sveglia gli spirti e li rinfranca uri poco \ 

Indi al suo Brìgliadoro il dorso premei 

Bando già il sole alla sorella loeo: 

Mon molto va che dalle vie supreme 

Dei tetti uscir vede il vapor del foco y 

Seiite cani abbajar muggire armento ^ 

Viene alla \illa e piglia alloggia mentoi 

i.i5 

Languido smoh|a e lascia Brigliadòro 
A un diVreto garzon che n' abbia cura : 
Altri il disarrha , altri gli sprohi d'orò 
Gli levaj altri a forbir va r armatura: 
,Era <]uesta la casa ove Medoro 
Giacque ferito e v'ebbe alta* ventura i 
Colcarsi Orlando e noti cenar domandai 
t>ì dolor sazio e non d'altra vivanda^ 



\fà éARTO XXIII. 

ybanto più cerea ritrovar qaiete , 
Tanto riCroya pVù travaglio e pena; 
Che deir odiato acritlo ogni parete 
Ogni ùscio, ogni finestra vede piena : 
Chibder ne vuol , poi lieo le labbra clieté ) 
Che teme non si far tro|ipd àeredà. 
Troppo chiara la co^ia i che di nebbia 
Cerca offuscar pel'chè hdn nuòcer debbia. 

^ocb li giova usa fraude a sé stesso^ 

Che senza dimandarne è chi ne parla ; 

Il pastor che lo vede cosi oppresso 

l)a sua tristizia e che vorria levarla ; 

L'istoria nòta a éè, cliè dicéa spesso 

ÌDi qiìe' due amanti à chi volèà ascoltarla } 

Che a molti dilettevole fu a udire. 

br incominciò sentoà rispetto A dire, 

ìi8 
iCoai' esso à' preghi d' Angelica Bella 

Portato avea Medoro alla sda villa 

Ch'era ferito gravemente, e ch'ella 

Curò la piaga è iti {>ochi dì gdarillà : 

Ma che nel cor d' lida nlaggior di - quelli! 

Lei feri Amore, è di poca Scintilla 

L' accese tanto è sì cocente foco , 

Che ù' ardea tutta è noii trovava locò; 

E senta aver riatto ch'ella fùsse 

Figlia dei maggior re ch'abbia' il Levante^ 
Ì9a troppo arbòT costretta A condusse 
A farsi móglie d' tiii poirerp firn te: 
All'ultimo l'istoria si condusse 
Che '1 pastor fé portar ìa gemma innante; . 
Ch'alia sua dipartenza per itiercedé, 
JDel buono albergo- Angelica li elicti^; 



CANTO JEXm. 
itio 

Questa conclusion fui la sicure 

Cbé 1 capo a un colpo gli levQ.d^l collo , 
Poi che d' ipnunierabil Inaiti t^re 
Si vide il inanigoldo A^ntior satollo; 
"Celar si j^tudia Orlati4o il du,olo , e pure 
Quel gli 1^ £>rza e male ajsfconder puoMo; 
Per lagrime e spspir^ da bpcca ^ d' oeciù 
CouYicn^ voglia oQ^ì vogHa^ alin che scocciai 

121 

poi che allargare il freno al dolor puote ^ 
Che resta solo e senz' altrui rispetto , 
Giù da^i occhi rigando per le gote 
Sparge un fiun)e 41 l^griipe sul petto} 
Sospira e gem^ , e va con ^pe^ei ruote 
Di qua di là tcilto cercando il letto; 
£ più éi^ro à' uo Sjafj^o e più pungente^ 
Che se fosse d^ urtics^ s<^ io sente. 

\a tanto aspro travaglio li soccorre , 
Che nel medesmo letto in che giaceva 
L' in|[ra^ 4^n^a venutasi a porre 
Gol suo sppAp pi^ vplte esser doveva : 
Koi| alt^aìneate or quella piun^a si borre 
Kè cop. minor presl^af^ ^e nei le.^a.j^ 
Che dell^erfa^ U viUan , che s'«ra mesw - 
Per chiuder gli occhi , e vegga il serpe appresso^ 

l^uel letto quella casa quel pastore 
Immantinente in taut^odio gli casca, 
G^e ^nas^ aspettar luna o che F albore. 
Che va dinanzi al i^^ovo giorno nasca ; 
piglia r arme e il destriero e4 esce fuore 
per mezzo il bosco alla più osciira frasca ;^ 
P quando |h>ì gli è ayVi^ d' esser solo , 
.(x)n gri4i ed urli apre le porte al duolo^ ^ 



y 



tt9 CANTO XXIIL 

pi pianger mai , mai di gridar non resta j^ 
Né la notte né 1 di ài d^ mai pace ; 
Fugge cittadi e borghi e alla foresta 
Sui terren nudo al discoperto giace: 
Bi se si maraviglia eh' abbia in testa . 
Una fontana d' acqua si vivace ; 
£ come sospirar possa mai tanta, 
E spesso dice a aè cosi nel pianto. 

125 

Queste non aon più lagrime che fuore 
Stilla da gU occhi con si larga vena : 
Non suppliron le lagrime al doloqe ; 
Finir che a mezso era il dolore a pena : 
Dal foco spinto ora il vitale umore 
Fugge per quella via che a gli ecchi mena j^ 
Ed è quel che si versa ; e trarrà insieme 
Il dolore e la vita all' orq estreme. 

Questi che it^di^ioikp. del mio tormento, 
Sospir non sano > ne i sospir son tali : 
Quelli Iian tregi^i talora : io mai non senta.. 
Che '1 petto mia men la sua pena esali ; 
Amor che m'arde* il cor £i <|ttesto venta. 
Mentre dibatte intorno al fo^o Tali:. 
Amor I con che miracolo lo £ii ^ 
Che 'n foco '1 freghi e noi consumi mai^ 

TSon son , non sona ìp quel che pajo in visa : 
Quel eh' or^ Orlando è morto ed è sotterra: 
La sua donna ingratissima l'ha uccisa ; 
Si mancando di fé gU ha fótta ga^(:2^ : 
lo son 1a spirto suo da lui diviso^ 
Che in questa inferno tormen^ndosi erra^ 
Perchi^ con V ombra ^ ia ^ che; sola avanza ^ 
Esempia a chi in Amor pone speranza^ i 



V . 



CANTO XXlIt iM 

1^ bo$.co errò tutta la uotte il Conte , . 
Jg alia spuntar della diurna fiaoiina 
liO tornò il suo deaiin sopra la fiinte 
Dove Medoro insculse Tepigraiiiaiia ^ 
Veder V ingiuria st|a scritta nel monte 
ti' accese sì , che in lui non resta drànaaifl^ 
Che non iibsse odio rabbia ipa e furore ; 
M.è più indugiò che trasse il brando fooré^ 

Tagliò lo scritto, e. il sasso , e fino al cielo . 

A volo alzar fé le minute schégge: : ■ 

Infelice quell* antro ed ogni atelo ' 

In cui Medoro e Angelica ai legge! 

Così restar quel di, eh' ombra uè gelo. 

A' pastor mai non daran più né a gregge ^ 

^ quella fonte già sì chiara e pura 

Da cotauta ira fu poco sicura , 

i3o 
Che rami e ceppi e tronchi e/sas^i e >iollé 

I4on cessò di gittar nelle beirond^e.. 

Fin che da spmmp ad iiQO si turbolle 

Che non furo mai più chiare ne rapadiSy 

E stanco alGue alfin. di sudor molle.. 

Poi che la lena Tinta non risponde 

Allo sdegno I al grave^ odio , «ir.aiiieQtè ira^^ 

Cade SiìJ prato, e verso il ciel solp^a. -. 

Afliiitto e staUtCò al fin cade nell' erbe ^ "" 
£ ficca gli occhi al cielo e npn fa mpCto 
Senza cibo e dorniir cosi si serba |> • 
Che '1 sole espe tre volte e torna sp^e^ 
Di crescer npn ceasò, la pena aoeirha^ 
Che fuor del sennp.al fin T ebbe condotto |^ 
Jl quarto di da gran furor commosso 
1^ maglie, e piastre si stracciò di dosso. 



' 4 

St. .<}. Piir am^are a ventura Ma d m^sse: at- pose 
acl antliire alia ventara . Messe in luogo di mise lo asa altre 
yolte il Poi'U 9 e taoe 1* a<^ o T a aircome qui e «ome nei 
C. XV ni. st. i4H. /mi seguir non bada , non indngis^. 

st, -27. 56'e5£ iS'ti /^ ippogrifo . Atulò sopra , salì montò .- 
quelito è ceriniQciUc il sei»so pei- quanto il vrrho scentà&re 
stfinbri dire altramente ; Scender sopra v^\e andare addoss » 
assalire . Qo.cc. No.v. 171. 4>^* X«ui quatUo potè allo scendertr 
sopra Osbech sollecitò* 

. »t. 36 cÀc si céUkd L^ onore altrui? eli e è tanto h1 di 
sopra deir altrui gloria . 

st. ^^, altros^ è pìa^oi è diciiiarato. 

st. ivi . ft'(i tfuji dipresso , digre6fii(>Ji« , possa ad altro. 

st. 4'* <^^*^ /^ dilette i le piaccia. Dt^l ▼««rbo ditettare iti 
significazione di ricev<er« dHeit» e pia^.^ere «congiunto e \ 
terzo caso ci li a teseiapio nel Voc. Fior. E^li questo creden- 
do e dilettandogli » Qoo. Ilov. *i5. i8. e altro ne ag^iugne 
il Voc- ed. Ver. Vit. SS, PP* a. 332. non vi è dilettato tii 
vfidere I0 bellezza ? 

'st. ivi. Come colei che fu tra l* altre note. Sefnbra m 

prima vista che vaglia dire tra l'altre per avarìsìa f«imose •' 

tpa è riputato più giu^^to che quel note sia tacche niaechie 

di vizi 9 e si sottintenda che aveva. Dante Pttrg. C. XU v, 34« 

Ben si dee loi*o atar lavar le note . 

st« 4). il resto $ir^ al cor le preme .<« s' aecuora di iMin »• 
^ter togliere il restante . fi verno premere giunto al tevs^ 
C9S0 si trova anco i^ Dante Purg. G» V. v. i43. • 
Questa grnfe , che preme a noi y ^ molta . 

st. 46. le strìda più crebre i più spesse frequenti . Lati* 
nismo usato da Dant« Par..C. XIX* ▼• 69. 

Di chefacei quistion cotanto crebra % 
e da altri a piacere . 

st. ivi. dffl misero patre . Di quest? voce si veggono 
parecchi esempi nel Voc. Ed. Ver. tra gii altri , di Dante 
ii)fer. G- XiX* ▼« pry* 

Che da te prese il primo ricco patre . Ed il Voc. EA 
Pitt. 17^3 di Fr. Jacop . T. VI. s. 14. 

fien veggio ch^ ama il figlio 

li pietre per natura . 

L' aspro liogi^uiggio si confà ai tetri oggetti di questa Stanca .i 

st 4d- di gremio ; voce Ialina : grembo . Non danno i 
vocabolari altro ^setnpio di qtiesta voce trasportata dall', Ca- 
lore i^cconciafuente in toscano ad arriecbire la rima sdruccio* 
a. * 

st- 5i. e già commesso : comandato . 

s^t. 54- Qel turbolento m^r, altri vogliono che s' abbia 
a figgere truculento , e sospettano di cambiamento fatto nel 
V ^ o testo . Qui parlasi di naufragio , alla, qual cij'costaasi^ 



n5 
•on ▼iene aI mare on epiteto più sigfiiftcaRte e più forte come 
è iruQiiLento . S<mi> voci amendue iutine : la prioia e ammessa 
He* Tocabori , e sperasi di vedere a tecnpo suo la seconda nel 
Voc Ed Ver. 

si. 5S. dimandolio . Dimandare , come èqui,«i trova 
anco in 0«inie evi quarto caso . Puro. C. U y. 1 19: 
pai g/nit coni V un poco ebài ri tratto 
fj occhio . per dimandar lo duca rw'o • 
at. 66 /7 idt'sta . Così anco Dante Jnfer. G. Vi. ▼• f)6^ 

Quando s^rrà Lot nimica podestà . 
st. 71 percnsse . latmisiiio , in luogo òi percosse. . 
st. ivi Qi^t poi di questo verso si ri ferisce al che del y^t" 
9o segut^te . 

St. ivi. 5' adempiei s' adempia; licenia poetica poco 
usata . 

st 77. Perchè pia d' una posta meco sconte . Posta di- 
cono i vocaboi.iri è anco quella somma che si espone e si av- 
ventura nel gioco . Qui lo scontare più d' una posta , semlira 
che accepni il psig^r più d' un debito . 

st. 81. di gran colpo aggiunge con un gran colpo arrjviu 
Petr. Son. i8ì. 

Che né ingegno né lingua al vero aggiugne. 
st. 83 Purché la man dove s* aggraffi giugna: ter«a 
{>er8ona del verb * impersonalmente pas:>ivu aggraffare, che è 
afferrare prendere violentemente . 

st. 89. spaventosa . pnurosa . 1 vocabulàri non ne danno 
altro esempio . . * 

st. hi. poltra \ pigra lenta. Dante* Purg. G. XXiV- 
T. i35. 

Come fan bestie spaventose e poltre . 
st. ivi. coltra. Goitre coperta da letto. H Poeta si é 
qui osiinato a vincere Im ritrosii) disila ri'iia a qualunque con- 
sto . Per altro se in O.mte Infer. G. XXIV. v, 4B, ove leg- 
«esi 

che seggendo in pi unta 

In fama^ non si vicn né sotto coltre , 
se qae.sta voce coltre si pretendesse usata in plurale, s». 
rehbe aUtra nel singolare.. Il Pittori nella sua Ed. del 
Voc. 1783 per far servii^io all'Ariosto, che non ne abbt- 
sugna , cita il verso di Daiité scrivendo ; 

Che senza aver tìel fondo o letto o coltra. 
Ma le due altre rime obbligate della Terxina sono oltre è 
spoltre. 

st. 9j. e degli avvantaggiati ; de* mialiori de* più co- 

si. 95. ^^/À^a//io ; bertuccione scimfii.i.itla8ciinmtow% 
st. ^. da sczzo^ da ultimo alia Une. 



« / 



> 



itflr 

«il. loa. fi merigge /kceà gi^aio t' or*ezo , merif^f^m rtifNi 
rigs*io e meriggia , iutt' uno. Orezo è Tentolino. Dal Isiti- 
fio uura 4 che è pur toscano vocubolo , si fa ora , da orc^ 
orezo ed oreza j come disse Dante Purg. C. XXIV. ▼. t 60. 

Che Jè sentir d' ambrosia /' oreza. 
Il senso de* primi quattro versi è che quella frescura i*ri| 
Luonn tanto al pastore in camicia emù n to a Orlando la 
corazza , ohe difen<ftei^alo dalT irrigidire. 

st. 1104 indiffcretitex niente diverso , simibe affatto. ( 
rocabolaVi non hanno altro asempio dr ootaj senso, fuor 
^he qqesto. 

%ié \ ì'ò. O gravar hU d^ ins opportahil^ome. Tanto di 
gtiosìa che se ne pera i mettasi quo! tanto appresso gra^ 
%'ar ', il senso è piano, o gravar tanto Ini ec. 

st \%o. fu la secure in vece «di scure; latinismo ac- 
cettato da M^^ <^<rusca ,* che non né allega altri esempi. 
' st ìvì^ asconder pùollo .* puoi nasconderlo. 

st. 1 3o. Poi che la lena scinta non risponde : oon c<^ir- 
risponde. Petr. Son. Sg. 

S* al principio risponde il fine e *k mezzo* Dajitc Infer. 

C. XXX. y S\. 

Che l Sfiso non risponde alla venèraja. 

(t i33. V arme sue tutte »... 
Avean pel bosco dì/ferente albergo : frase impropria. 

stivi. Che della piai della ma|;giorei sottintendesi 
grande. 

st. i33. né scure né bipenne. La differenza tra scura 
e bipenne sarh per avventura che questa colpisca in due 
guise , come aoc^enna k greca parola anjistomos anceps , 
a due tagli , o da due colpi diversi , ciò che la semplice 
•cure non fa. * 

st. 134. ebuli o aneài : pinntereltis ortrtisi » guisa d' er« 
bi»ggio cofine i finocchi ai quali s'assomiglia l'itnc^to che va 
pronuncitelo , secondo la Crusca, con la è Urga : ma secciu4o 
lo Spada{()ra con la e stretta ; e forse con mai^gior ragiono 
tale essendo la pronuncia di tutti i snstantivi in eto. 

st. ivi. ilici : latinisn^o , e voce sfuggita a^ Vocabolari ; 
l7/c«r è lo stesso che l' ilex latino , elee leccio. 

st. ivi. ur^/cAef. 1 vocabolari. non appresero questo lati- 
nismo o 0^1 curarono ; ma le migliori edizioini la colsero. 

st. 1 35. Cile V* abbia pei; lunghezza a fastidire ; recar- 
vi fastidio e no)a ; dappoiché anco in questa significazione è 
«dopava lo da buoni autori il verbo fastidire , Bembo Pros. 
a. 79 : Le due dell* ultima e dell* innanzi penultima sillaba 
iige\fqtmenie fastidiscono e s{^zi^y/tj/ijiono» E Fr. Giord. Prc- 
d. K. Ao« pjensar^o ad altro che afustidit<^ o^auesti o ((tubm 
li accattatam^nit * ' ^ 



CANTO XXIV. 



ARGOMENTO 

Saggio aifviso a doversi guardare dalla, passioffis antó" 
f>osa. Orlando veruUone furioso dà- in pazzie sempre pia 
rovinose e insensate» Ztr*òino e Isabella incCfittansi per 
cammino con Alntonio eCorebo , due fidi che menano 
a catena lo sciaurato Odorico , SopraM$fiene Gabrina 
pnrtatas^i sul cai^alìo sfrenatole da luandricardo, Zerbi- 
no la consegna a Odorico^ pena la vita e a patto di 
doverle essere cavallette. Da costui ella fU poi impiccati , 
e poco dopo ^ costui da Alntonio. Zerbino e Isabella se- 
guono tuttavia cercando traccia di Orlando , e arriimiio 
dove uscito affatto di senno avea lanciato (fuà e td spai- 
dm , elmo , coraiza , e abbandonato BrigUad^^. Fiordi « 
ligi che andava in cerca del suo- Brandimar(e , sopra0^ 
giugne a questo doloroso spettacolo. Si conipone un tra- 
Jeo di queW ari)ìe. Pe/^ mala 'SoHe tàpitti Maridrréardoy 
che a prima giunta dispicca appunto e togliesi la fhmo" 
sa spada Durindana^ Zerbino lo sgrida , e minaccia : 
si battono crudel mente ; e Herbino ne muore pei* le fé» 
rite tra le braccia della sua sposa , di eh* ella dispera- 
la , morendosi vuol seguirlo. Ma un santa ariacóreta la 
sana di que' deliri e le si fa guida verso un divoto mo- 
nistero a Marsiglia^ Mandricardo fermatasi a riposare 
vede Rodomonte scenderò di rincontì*é. SI minate/ a no , 
si martellano di gran colpi con varia sorte. Dori/ lice si 
frammette per lo avviso di un messo giunto daL campo 
ohe chiama i due rivali a noeeorrere A^ramànie a$^ 
sediato da Carlo nelle trincee. 



c 



àI\\ mette il pie su V amorosa pania , 
Cercbi ritrario e non v' inverdii V aie ; 
Che non è in somma Amor s^ non insania 
A giudizio de' Savi universale; 
£ sebben ^ cpme Orlando , ognun non smania, 
Suo furor mostra a qualch' altro segnale, 
£ qua! è di pa/zia segno più espresso^ 
Che per altri voler perder sé stesso ? , , 



\ 



ii8 CANTO XXIV. 

Vari gli effetti son ; ma la pazzia 

E tutt^ una però che li fa uscire ; « 

Gli è come unagran selva, ove la via 

Conviene a forza a chi vi va fi|ilire : 

Chi su chi gid , chi qua chi là travia ; 

Per concluder in somma iu vi vo dire : 

A chi in Amor s' invecchia , oltre ogni pena^ 

Si convengono i ceppi e la catena; . 

3 

Ben mi si potria dir ; frate tu vai ' * 

L'altrui mostrando e non vedi il tuo fallo: 
Io vi rispondo che comprendo assai 
Or cbf di mente ho lucido intervallo , 
Ed ho gran cura, e spero farlo ornai. 
Di riposarmi e d' uscir fuor del ballo : 
Ma tosto far, come vorrei , noi posso; 

Che U male è penetrato in fin all'osso. 

4 . . . 
Signor, nell'altro Canto io vi direa 

Che'l forsennato e furioso Orlando ^ 

Trattesi'r arine e sparse al campo avea, 

Squarciati i panni e via gittato il brando 

Svelte le piante , e risourir/ficea 

I cavi si»#.r e l'alte selve; quando 

Alcun' pastori al suon trasse in quel lato 

Lor stella o qualche lur grave peccato. 

5 
Viste del pazzo le incre<libil prove 

Poi piif da presso e la possanza estrema, 

Si voltan per fuggir, ma non sanno ove, 

Siccome avviene in subitanea téma : 

11 pazzo dietro lor* ratto si move , 

Uno ne piglia e del capo lovficema 

Con la' facilità che torria alcuno' 

* Dall' arbor pome o vago fior dal pruno* 



CA.HTO XXIV. «IO 

6 
Per una gamba il grave Iponco prese ^ 

£ qwello usò per snazsa addosso al resto » 

In terra un pajo addormentato slese | 

Cb' al no?istìiiiio di Ibrse sia desto : 

Gli altri sgomllraro solato il paese , 

Gb* ebbon il piede e il buon avviso presto ^ 

Noìk saria stato il paszò a seguir lento, 

Se DOD ck' ora già toUo al loro arnae»tif. 

: 7 . 

Gli agricoltori accorti a gli altrui esempli 
Lascian xm canapi aratri e naarre e &lci } 
Chi monta sulle case e chi sui templi , 
( Poi che oon son sicuri oloai né salci ) 
Onde r orrenda furia sì. contempli ; 
Che a pugni ad urti a morsi a graffi a caki 
Cavalli e buoi tiompe fracassa e strugge ; 
£ be» è corridor- chi da lui fugge. 

Già potrestiB sentir eon»e rimbonìbe 
L' alto romor nelle propinque ville 
D' urli e di corni e rusticane trombe, 
E più spesso che d' altro il suon di scpillé : 
£ con apuntoni ed arebi.e apiedi e froiiibe 
Veder dai monti sdrucciolarne mille , 
Ed altrettanti andar da basso ad »l'to 
Per fave al paazo uu viUauesco' aasaitob 

Qual venir sìatel Ael salso iHo rcmda<. 
Mossa dal r Àusiro cbe a principio soherzat-^ 
Che maggior della prima è la secii^od» , 
E con più forza- j^i ^guie la terza ; 
Ed Ogni V4^1lé pili Tumore id!»bo«rda^ 
E neir airei^a più stende la sferz» ; 
Tal con(/ra< (^4Mido V empia turbs eréséè^ 
Che già da balsw scenda- e di. v«rlll: evie. 



ft<io e A N t O XXIV. 

Fece -mofir dieci persone e diece 
Che senza ordine alcun gli andaro in nuuM) 
E questo chiaro esperimento fece- 
Gli' era assai più sieur starne lontano ; 
Trar laiigue da quel corp8 a nessun lece ; 
Obe lo fere e percote il ferro in vano ; 
Al conte il re del ciel tal grazia diede 
Per porlo a guardia di sua santa fede, 

• ^ II 

Era a periglio di morire Orlando ^ 

Sfi fosse di morir stato capace; 

Potea iftipatar ch'era a gittate il brando ^ 

E poi voler senz' arme esser audace ^ 

La turba già s'andava ritirando 

Vedendo ogni suo colpo uscir fallaee , 

Orlando , poi che più nessun l' attende. 

Terso nn borgo di case il cammin prende. 



12 



Dentro non vi trovò picciol né grande ; 
Che il borgo ognun per tema avea lasciato | 
V* erano ili copia pavere vivande 
Convenienti a un pastorale stato ; 
SewMi il pane discerner dalle ghiande. 
Dal digiuuo' e dall' impeto cacciato , 
Le mani e il dente lasciò andar di botto 
In quel che trovò prima o crudo o cotto. 



i3 I 



£ quindi errando per tutto il paese , 
Dava la caccia agli uomini e alle fere ; 
E scorrendo pei boschi talor presa 
I capri anelli e le damme leggiere; 
Spesso con orsi e con cinghiai contese , 
£ con man nude li pose a giacere; 
£ di lor carne con tutta la spoglia 
Più volte il ventre empi con fiera voglia. 



CANtò XtlV. m 

Di qua di là di su di giù diacorre 

Per tutta Frantia, e uà giorao a un ponte arrifii 
SottQ cui largo • pieno d'acqua corre 
tJti fiume d' alta e diflCosceèa, riva : 
Edificata a un canto avea ulia totte^ 
Che d'pgu' intorno di lontan acoprtva: 
Quel che fé quivi avete altrove a udire ; 
Che di Zerbin mi convien prima dire. \ 

Zerbin, da poi che Orlando fu partito , 
Dimorò alquanto , e poi prede il sentiero 
Che '1 Paladino innanzi gii àvea trito , 
E mosse a passo lento il suo destriero : 
Non credo che due niìgliaanco fosse ito. 
Che trar vide legato un cavaliero 
Sopra un picciol ronzino , e d'ogni lato 
La guardia aver d' un cavaliero armato. 

Zerbin questo prigion conobbe tosto 
Che gli fu appresso y e così fé Isabella: 
Era Odorico il Biscaglin , che posto 
Fu come lupo a guardia delF agnella : 
L' avea a tutti gli amici suoi preposto 
Zerbino in confidargli la donzella, 
Spefaudo che la fede , che nel resto 

Sempre avea avuta ,. avesse ancora in questo* 

•7 
Cofaì'era appunto quella cosa stata 

Venia Isabella raccontando allotta: 

Come nel palischermo fu salvata 

Prima ch'avesse il mar la nave ruttai 

La irriverenza da Odorico usata^ 

£ come tratta poi fosse ^rUsT grotta ; 

Né giunta ya anco alfin di quel sermone. 

Che trarre il malfattor vide prigione. 



t^« CANTO IXIV. 

I due che m mezzo avean preso Odorico^ 
D' lsal>ella notizia ebbono vera , 
£ j^* avTiaaro^ il cavalier^ amico 
Esser lo sposo suo , cbe appresso V j^ta j 
Ma più, che nello scudo il seguo antico 
Vider dipiato di saa stirpe altera : 
E. trovar' poi che guardar meglio il viso , 
Che s'era al vero apposto il loro avviso. 

Saltaro a piedi , e eoo apèrte braccia 
Correndo se n' andar versq Zerbino ^ 
E r aUMTacciaro , ove il maggior s' abbraccia , 
Col capo nu3o e col ginocchio chino: 
Zerbili guardando V uno e V altro in faccia , 
Vide esser Tun Corebo il Biseaglino 
Almonio V altro , cW .egli avéa mandati 

Con Odorico in sul navilio armali. 

20 
Almonio disse: poiché piacela Dio 
La sua mercè , che sia Isabella teco ^ 
Io posso ben comprender, signor mio,* 
Che nulla cosa nova ora t' arreco , 
£ vedi la cagion che questo rio 
Fa che cosi legato vedi meco ,, ~ 
Che da costei , qual ti tramiasse offesa^ 
Tutta a' avrai la vera istoria appresa. 

E come dal malvagio io fui schernito , 
Ora dir non importa^ e ciò che fei , 
E come per sua fraode fti impedito 
Di scender nello schifo inaiem. con. lei j 
Ma come siamo poi venuti a lito 
E cercalo d' intorno ^ sentir dei> 
E scoperto il delitto e eoatui prepo; 
Che non puoi d* altra p^r (e averlo isut&sa ^ 



e A If t O XXm ÀI 



9a 



*Non molto poi che*dìlifogai:a é^em 
Con qiiel fellone e tolta a noi dt ^ìéìày 
Raddoppiò la ièatpèsta ognor piur fiera , 

«. Glie mare ed aria e ci«l mesc% e contrista 
.Di vento e pioggia e gelo e d' ombra nem , 
Metter si può co' gran prodigi in lista 
Cotne^ apertosi il legno ed iti al fondo. 
Fortuna ci soccorse e ifscioimo al motido. 

. . ^^ . 
E come volle il ciel , proprio a qnel lido 

Notando ci portò prospera un' onda ; 

Ed entrati in un bosco alzammo il gndb 

> A veder se v'ha alcun che ci risponda; 

O se solo è di' belve ospizio e nido; 

E di dove piò spessa era la fronda 

Vediamo un pastorello a noi venire. 

Che parea averci alcuita cosa^ a drre. 

Costui ci ricontò quel che a te duetto 

E meglio avrà la tua gentil consorte, 

Se sdegno y se dolor se n' ai:se*il pett^ 

Disio d'alta vendetta acerbo e fotte. 

Non si può dir così , eh' ogni concetto 

Minor non sia di quel che il caso porte: 

Ci risolviamo al fin di tener dietro^ 

A questo mostro abbominosò e tetra; 

2S 
E il ciel ne amò di taiito , che tra ria 

Coulez'A^ avemmo che in discaglia et?a it» 

Alla Corte d' Alfonso , e si copria 

Con altro nome et} abito mentito; 

Ma non era a iioi duro il porgli spia , 

Foste pur misto in popolo infinito. 

Fu scorto : È desso , io grido , e tostamente 

Lo costringo a battaglia il dì segctente. 



/ 



La giustizia del Re che il loco'franctf 
Della pugna mi diede ^ e la ragione^ 
Ed, oltre alla ragion, la Fortuna anco 
Che spesso la vittoria ove vuol pone , 
Mi giovar si, che di me potè manco 
Il traditore ; onde fu mio prigione ; 
11 Re , udito il suo fallo , mi concessa! 
Di poter farne quanto mi piacesse* 

Non r ho Tdluto uccider né lasciarlo; 
Ma , come vedi , trarloti in catena , 
Perchè vo che a te stia di giudicarlo 
Se morire o tener si deve in pena : 
L'aver inteso eh' eri appresso a Carlo, 
£ 1 desir di trovarti qui mi mena : 
Ringraaio Dio che mi fa in questa pi|rte ^ 
Dove lo sperai meno , osa trovarle. 

Ringraziolo anco ehe la tua Isabèlla 

Io veggo , e non so come , che teco hai , 
Di cui per opi*a del fellon novella 
Pensai cl^e non avessi ad udir mai. 
Zerbino ascolta Almonio e non favella 
Fermando gli occhi in Odorico as9ai ^ 
Mon si per odio, come che gì' incresce 
Che a si ma fin tanta amicia^ia gli esce. 

Finito ch'ebbe À.lmonio il suo sermone-, 
Zerbin riman gran peszo sbigottito 
Che chi d' ogni altro men n* avea cagione 
Sì espressamente il possa aver tradito. 
Ma poi che d' una lunga ammirazione 
Fu sospirando finalmente uscito , 
Al prigion domandò se fosse vero 
Quel che àvea di lui de^to il cavaliero i 



ClNtÒ XXIV. M 

Confessdllo Odonco ; e poi yiggiunse , 

Che saria lungo a ricontarvi il tutto; 

Che tanta doglia il cor poi li conpunse , 

Che n' ebbe qua.si a rimaner distrutto • 

Se mai per preghi ira di cor si emunse. 

Se umiltà di parlar fece mai frutto; 

Quivi far lo dovea; che ciò che mova 

Di cor durezza or Odorico trova. 

il 
Pigliar di tanta ingiuria alta vendetta 

Tra il si Zerbino e il nò resta confuso: 

Il veder il demerito lo alletta 

A far che sia il fellon di vil!a escluso ; 

Il ricordarsi T amicizia stretta , 

Oh* era istata tra lor per si lungo uso • 

Con l'acqua di pietà l'accasa rabbia 

Nei cor gli spegne e vuol che pietà a* abbia^»^ 

Mentre stava cosi Zerbino in forse 

Di liberare o di menar captiVo 

O pur il disleal dagli occhi torse 

Per morte òppur tenerfo in pena vivo. 

Quivi ringhiando il palafreno corse ; 

^ Che Mandricardo avea di briglia privo. 

£ vi portò la vecchia che vicino 

A morte dianzi avea tratto Zerbino. 

33 
lì palafren, che udito di lontano 

Avea questi altri , era tra lor venuto 

E Ic) vecchia portatavi, che in vano^ 

Venia piangendo e domandando ajut»; 

Come 2^erbin lei vide, alzò la mano 

Al ciel che si l^ienigno gli era suto, * 

Che datogli in arbitrio avea que'Viui 

Che soli odiati esser dovean da lui. ' 



V» CANTO XXIV. 

.34 

Zerbin .fa ritener la ni<tla veccbis 

Taqio che pensi qi|el che debba farne: 

Tagliarle il tia«o e i' uua e V altra orecchia 

Pei»«a , ad e^mpio a' malfattori darue.; 

Ppi li pare assai oieglia se apparecchia 

Un paata «gli avvoltoi di quella carne ^ 

Pupizian divierse tra sé vulve| 

£ cosi iiualnieate si risolve. 

35 
Si rivolta ai compagni e /lice ; io SOQ0 

l>i lasci;^r vivo il disleal couteo^ct^ 

Che se io lutto non merita perdono^ 

Non merita anco si crudel iormepiof 

« Che yiya che slegato, sia li dono, 

Pero ch'esser d'Àmur la colpa sento; 

£ facilmente ogni scusa s'anirqette, 

j Quund<^ in Amor la colpa si riflette. 

36 
Amor ha yòlto sotto sopra spesso 

Senno piy salda che non ha costui , 

£d ha condotto a vie maggior eccesso 

;pi questo ch'ha oltraggiato tutti u\ii: 

Ad Odorico dev'esser rimesso: 

Punito esser d^hbo io cki^ cieco fui, • 

Cieco a dargliene iojipresa e non poc mente 

Ghe'l foco arde la p;iiglia facihuepte. 

Poi mirando Odorìco: io vo che sia» 
Li .disse, dql tuo error la peniteii^, 
GI^ la vecchia abbi un anuQ ili compagnia ^ 
Né di lasciarla mai ti sia licenaa j 
Ma, notte r giorno ove ta vada o stia 
Un' ora mai non te ne trovi senaa , 
£ ^1 a .morte sia da te dil^isa 
Contri f iascup che vogl farle oifesa» 



CANTO XXIV. fi7 

38 
Vò 69 <da lei ti aarà comatidato , 

Cbe pigli contra ognun eontesa « guerra : 

Vo in questo tempo che tu aia obbligato 

Tutta Francia cercar di terra in terra. 

Cosi dicea Zerbin; che pel peccato 

Meritando Odorico andar sotterra , 

Questo era porli innanti un' altra Fossa 

Che fia gran soi*te che schÌTar lo possa. 

'Tante donne tanti uomini traditi 

Avea la recchia e tanti offesi e tanti , 
Che chi sarà, con lei non senza liti 
- Potrà passar de' cavalieri erranti : 
Cosi di par saranno ambi puniti ^ 
.Ella de^suoi commessi errori innanti, 
Egli di tome la difesa a torto ; 
Ne molto potrà andar che non sia morto. 

Di dover serbar questo Zerbin diede 
Ad Odorico un giuramento forte 
Con patto che , se mai rompe la fede 
E ette innanzi gli capiti per sorte , 
Senza udir preghi e averne più mercede 
Lo debba far morir di cruda morte: 
Ad Almonìo e a Corebo poi rivolto, 
Fece Zerbio che fu Odorico sciolto. 

Corebo, consentendo Almonlo^ sciolse 
Il traditore alfin , ma non in fretta; 
Che air uno e alP altro esser turbato dolse 
Da si desiderata sua vendetta: 
Quindi partissi il disleale e tolse 
In compagnia la vecchia maladetta : 
Non si legge in Turpin che n'avvenisse'^ 
Ma vidi già un autor che più ne aerisi. 



is8 GàNTO XXIV» 

Scrive r aatwe , il cui nome mi tacci» ^ 
Che ooa furo lontani una giornaU^ 
Che per torsi Odorico quello impaccio^ 
Contra \)gni patto ed ogni fede data 
Ài collo di Ga brina gittò un laccio 
E che ad un olmo la lasciò impiccata , 
£ che indi a un anno , ma non dice il loco^ 
Almonio a lui fece il mede^mo gioco. 

Zerbin, che dietro era venuto all'orma 
Del Paiadìn ne perder. la vorrebbe. 
Manda a dar di aè nuove. alla aua torma 
Che atar sen^ gran dubbio non ne debbe ; 
Almonio manda ^ di più coae informa , 
Che liiQgo il tutto a raccontar sarebbe , 
Almenio manda e. a li^i Coreho appresso , 

Ne tien 9 fuor che Isabella^ altri con esspK 

44 
Tant' era jl' amor gi*aade che Zerbino , 

£ non minor del suo quel che Isabella 

Port.ava al virtuoso paladina , 

Tanto il desir d! intender U novella 

Ch'egli avesse trovato il Saracino 

Che del destrier lo trasse con la scolla ; 

Che non farà all' eserciio riturno , 

Se non finito che sia il terzo giorno. 

Il termine che. Orlando aspettar disse 
Il cavalier che ancor non porta spada,: 
Jiotx è alcun luogo dove il Conte gisse > 
Che Zerbin pel medesitao non vad^.: 
Giunse alfin tra que|[li arbori che ^crisse^ 
là ingrata donoa uq poco fupr di strada ^ 
£ con la fonte e col vicino sasso 
'lutti li ritrovo messi in fracasso^ . 



CANTO XXrV. »a9 

YeJe Ionian non sa che luminoso , 
E trova la corazza esser del Conte ^ 
E trova Telmo poi , non quel famoso' 
Cile armò già il capo alTafTricano /l||pnan te- 
ll destrier nella selva più nascoso 
Sente annitrire e lera al suon la fronte^ 
£ vede Brigliiidor pascer per l' erba ^ 
Che dair artlòn pendente il freno serba. 

47 

Durindana cercò per la foresta 
£ fuor la vide d^ fodero starse : 
Trovò, ma in pezzi , ancor la sopravvesta 
Che in cento lochi il miser conte sparse : 
Isabella e Zerbintcon faccia mesta 
Stanno mirando e iioo san che pensarsi: 
Pensar potrian tutte le cose j eccetto 
Che fosse Orlando fuor dell' intelletto. 

Se di sangue vedessino una goccia , 
Creder potrian che fosse stato morta: 
Intanto lungo Ja corrente doccia 
Vider venire un pastorello smorto: 
Costui pur dianzi avea di su la ro<:cia 
L'alto furor dell' infelice scorto ; 
Come Tarme gittòr squarciossi i panni 
Pastori uccise e fé milT altri danni» 

Costui ricliiesto da Zerbin , gli diede- 
Vera iiiformazion di tutto questo : 
Zerbin si maraviglia e a pena ircrede> . 
E tuttavia a' ha indizio manifesto : 
Sia come vuole, eg4i discende a piede 
Pien di pietade e lagrimoso e mesto,, 
£ raccogliendo da diversa parte 
Le reliquie ne va. eli' erano sparte. 

9 



i3v CANTO XXI?. 

Del palafren diftcende anco [«làb^ltd , 

E va queir arme ridocett/lu ihsierMé: 

Ecco lor sopravviene una drmaelh 

Dol«|»te in rista e di cor spesso gente : 

Se mi domanda alcun chi sia , e percb'elli 

Così s'affligge e che dolor la preme; 

Io ^i risponderò eh' è Piordiligi 

Che deUo sposo suo cerca i vésligk 

5i 

_ • 

Da Brandi marte senia farle motto 
Lasciata fu nella cittìi di Carlo^ 
Dov'eUa Taspettò sei m^esi od otto; 
h quando àlfin non vide ritorrrarlo ^ 
Da un mare air altro si mise t^n salto 
Pitene e TAIpe e per tutto a cercarli>: 
L'andò cercando in ogni parte, fuofe 
Che al palazzo d- Atlante incantatore. 

Se fosse stata a quel)' ostel d' Allan<(e • 
Veduto con Gradasso andare errando 
L' avrebbe con Ruggier eoii Brada mante 
E con Ferra» prìmu e oon Orlan.do: 
Ma poi che caccio Astolfo il Negromante 
Col suon del corno orribile e mirando ^ 
Brandinoarte tornò verso Pariqft, 
Ma non sapéa già questo Fiordiligì. 

Com' io vi dico^ sopraggiunta a <iaso 
A quei duo amanti Fturdiligi b<?ila , 
Conobbe Tarme e Brigliador rimaso 
Senza il padrone e col freno alia sella; 
Vide con gli occhi il miserabil caso^ 
E n' ebbe per udita anco novella ; 
Che similmente il pastorel narrolle 
Aver veduto Orlando correr folle. 



CANTÒ XXIV %ÌM 

Qaivi Zerbio tatte raguiia Tairniey 

E ne fa come un bel trofeo s' un pino: 

E volendo Vietar che non se n' arme 

Cayalier paesan ne peregrino ;. 

Scrive nel verde ceppo in breve carole i 

Arraatara d' Orlatido Paladino;' 

Come volesse dir: nessun la mora , 

Che star non possa con Orlando a provai 

55 
Finita cb' ebbe la iodevoi opra^ 

Tornara a rimontar sul soo dlstriero ; 

Ed ecco Mandricardo arrivar sopra , 

Che , visto il pin di quelle spoglie altien>^ 

Lo prega che la cosa gli discopra : 

E quel K narra » come ha inteso, il vero^: 

Allora il t-e pA^an lieto non badti , 

. Che viene al pino e He leva la spada. 

56 
Dacendo.;.alctm non me ne può^ riprendere ^ 

Non è puf oggi ch'io F ho. fatta mia.; 

Ed il posisessd giustamente prendene^ 

Ne posso in ogni parte ovunque sia; 

Orlando, che temea quella difendere^ 

S'ha finto paz20 e Fba gittata "via; 

iVIa quando stia vìkà pur cosi scusi. 

Non deve far eh* io mia ragion non usù 

2erbiho il lui gtidav^ ; non la torre, 
O pensa non l'aver sen&a quìstìone;, , 
Se togliesti cosi 1' alieni d'EttdiTe, 
Tu le hai di furto, più ct>e di ragione^ 
Séùt' altro dir l' un sopra l' akro corre ^ 
D' animò e di tirtù gran paragone ^ . 
Di cento colpi già rimbomba i) suono^. 
Né betie ancoc nella battaglia sobo p. 



iS2 CANTO XXfV. 

58 

^ Di prestezza Zerbin pare una fiamnui 

A torsi ovunque Durindana cada ; 
Di qua di là saltar come una damma 
Fa il suo destrier dove ò miglior la strada ; 
£ ben convien cbe non ne perda dramma , 
Che andrà ^ se un tratto il coglie quella spada: 
' A ritrovar gl'innamorati spirti 

Cb'empion la selva degli ombrosi mirti. 

Come il veloce can cbe'l porco assalta , 

Che fuor del gregge errar vegga nei campi , 

Lo va aggirando e quinci e quindi salt<l , 

Ma quello attende che una volta inciampi; 

Cosi y se vien la spa(ia o bassa od alta ^ 

Sta mirando Zerbin come ne scampi: 

Come la vita e Tonor salvi a un tempo 

Tien sempre V occhio e fere e fugge a tempa 

60 
Dair altra parte, ovunque il Saracino. 

La fera spada vibra o piena >q vota , 

Sembra fra due montagne un v^nto alpina 

Che una frondosa selva il Marzo Vcota , 

Ch' ora la caccia a terra a capo chino , 

Or gli spezzati rami in aria rota : 

Benché Zerbin più colpi e fugga e schivi , 

Non può schivare al6n eh' un non gli arrivila 

61 
, Non può schivare alGne un gran fendente 

Che tra 'l brando e lo scudo entra sul petto j 

Grosso r usbergo e grossa pariaiente 

Era la piastra e '1 pan^eron perfetto , 

Pur non gli steron contra , ed ugualmente 

Alla spada crudel dieron ricetto : 

Quella tagliò calando ciò che prese , 

La corazza e Tarcion fin su V arnese^ 



Canto* XXIV. ?33 

1^ se non che fu scar^io il colpo n1quai>tor| 

Per mezzo lo fehdea come una canna : 

Ma penetra nel vivo appena tanto ^ 

Che po.co più che la pelle gli danna ; 

La non profonda piaga è lunga quanto 

Non si roìsureria con una spanna ; - 

Le lucid' arm» il caldo sangue irriga 

Per sin al pie di rubiconda riga. 

63 
Cosi talora un bel purpureo nastro 

veduto partir tela d' argento , 

O tingere il candor dell'alabastri» 

Rosata striscia in mensa o u\ pavimento^ 

Quivi poco a Zerbin vale €sser mastro 

Di guerra ed aver forza e più ardimento , 

Che dì fiiiezza d*arme e di possanza 

Il re di Tartdi'ia troppo l'avanza. 

64 
Fu quest^ colpo del Pagan maggiore 

In appirrenza che fosse in effetto; 

Tal (^he Isabella se ne sente il core 

Fendere iti mezzo alTagghiaceiato petto: 

Zerbin pien d'ardimento e di valore 

Tutto s'infiamma d'ira di dispetto: 

£ quanto più ferire a du(? man puote 

Jn mezzo l'elmo il Tartaro peri^uut^, 

63 
Quasi sul collo del destrier piegosse 

Per l'aspra botta il Saracin superbo; 

E quando l^^Uno senza incanto fosse , 

Partito il capo gli avria ìì colpo acerbo: 

Con poco differir ben vendicosse , 

Né diìsse; a un'altra volta io te la serbo: 

£«la spada gli alzò verso 1' elmetto, 

Sperandosi tagliarlo infin al petto. 



tSl CANTO XXIV. 

m 

Zerbìny che tenea l' occhio ove la inentB ^ 
T^restt) il cdTallo alla man destra volae: 
Non si presto però, ébe la tagliente 
Spada fuggisse che lo 8cudo colse; 
Da sotnmo ad imo ella il parti ugualmente ^ 
E di sotto il bracctal roppe e disciolse 
E l«i ferì nel braccio y e p«i V arnese 
Spezzolli e nella coscia anco gli scese •; 

Zrrbin di<}ua di "là cerca ogni via , 

f4è mai di quel che vuol cosa gli avviene : 

Che l'armatura sopra cui feria 

Un picciol segno pur non ne ritietie; 

Dair altra parte il re di Tartaria 

Sopra Zerbino a tal vantaggio viene, 

Che r ha ferito in sette parti o m otto, 

Tolto lo scudo, e mozzo V elmo rotto. 

68 
Quel tuttavia va più perdendo il sangue , 

Manca la forza e ancor par che noi senta : 

II generoso cor che nulla langue 

Val si , che il debòl corpo ne sustenta ; 

La donna sua per timor fatta esangue 

Intanto a Dcralìce s^ appre8enta , 

E là prega e la supplica per Dio 

Che partir voglia il fiero assalto e rio • 

Cortese Come bella Doralice , 

Né ben sicura come il fatto segua , 

Fa volentier quel che Isabella dice 

E dispone il suo limante ^ pace e a tregua ; 

Cosi a' preghi dell' altra V ira uhrice 

Di cor fugge a Zerbino e sì dilegua : ' 

Ed egli , ove a lei par^ piglia la strada . 

Senza finir l'impresa della spada • 



CANTO XXiV. iW 

Fior diligi^ che mal ved^ difeso 
La JMHNM spada del misero GQi>te y 
Tacita daolsi e tsliiio le ne pe^sbf 
Che d' ira piange e haUesi la fronti^ 
Vlprria ater Braudimarie a quella ÌQ3preati; 
E se mai lo riir<#va e gli Io cunàìe^ 
Non crede 'poi che Mandricardv vada 
Lufi^ aiajgùuie alti^ di «quella «pada t 

FiordÀligi , ceccando ptir jn vano 

Va firaiidiimarte suo mattina e aera , 
E fa camaùn di luì molto lontano, 
JSIia lui che già ternato a Parigi era i 
Tanto ella se n'andò per monte <e piano , 
Che giunse'o^*e«&l passar d' una drÌA^iei» 
Vide e Go»obhe il miaer paladimi , 
Ma dioiam «quel che A.Tven»ne di Zeri^iuo., 

Che il k^ciar Durindana si gran fallo 
liti par, che più d'ogni altro mal gì' incresce , 
Quantunqije HI) pelila star possa a. cavala 
Per mollo sangue che' gli è uscito ed esce : 
Or , poi che dopo non troppo intervallo . 
Cessa con l'ira il caldo e il «dolor cresce : 
Crec^ee il dolor sì i(npefuo6aQ!>en)te , 
Che mancarci la yiia se ne sente. 

Per d^bdlec^a pin non polea (gire , 

Sì che fermossi appresso una foi»teoa : 
jKon sa che ^ar né -che si debba idiire 
Per aiutarlo la Somedia ntnaita:; 
Sol 4Ìi disagio lo vede morire , 
Che €]uindi è troppo ogni 'Citti lontan* 
Duve in quel punto ,b1 medico ricorra , 
die per |pieta<de o premio ^gli isnacoi^na . 



A< 



IÌ6 CANTO XXÌV. 

Ella non sa se non in van dolersi , 

E chiamar la Fortuna empia e crudele r 

Percliè aii^ ! lassa , dic^a , non mi soipmersi 

Quan^ levai nell' Ocean le vele? 

2erbin ctie i languidi occhi ha in lei conversi 

Senle più doglia ch'ella si querele^ 

Che della passion tenace e forte 

Che r ha condotto ornai vicino a morte . 

Cosi cor mio vogliate^ te diceva^ 

Da poi eh' io sarò mor0t> amarmi ancora , 
Come solo il lasciarvi è che m' ac[greva 
Qui senza guida ^ e non g^à perchè io mora { 
Che se in sicura parte m/ accadeva 
Finir della mia vita rultim'pra: 
Lieto e contento dei connubio sauto ^ 
Morto sarei vi, e fortanato accanto . 

Ma poi che il mio destino iniquo e duiy) 

Vuol eh* io vi lasci e non so in man di cui : 

Per questa bocca e per ques(j^ occhi giuroii 

Per queste chiome onde allacciato fui , 

Che, ombra doleute, nel profondo oscuro 

Non lascierò mai di pensare a vui : 

Come or d' ogni altra pena è la più forte 

Che da vedervi mi torrà la morte . 

77 
Di ciò y cor mio , nessun timor vi tocchi, 

Replicò la mestissima donzella : 

Copvien che V uno e T altro spirto scocchi^ 

iNè , partito Zerbin , resti Isabella ; 

Non sì tosto vedrò chiudervi gli occhi , 

Se non potrà la doglia acerba e.fella : * 

Questa spada il potrà , con cui prometto 

Per seguirmi compagna aprirmi il petto . 



Canto ixiV- iif 

78 

iKerbin la debil voce rinforzando 

Disse : io vi prego e supplico , naia diva f 

Per qaello amor che mi aiostra«te quaodo 

Per me lasciaste la paterna riva ; 

£ se comandar posso ^ io vel codoando^ 

Che fin che piaccia a Dio^ restiate viva : 

Né mai per caso poniate in oblio 

Ohe quanto amar si può v^abbia amato io« 

^ . , 79 

Dio vi provvederà d'aiuto forse 

Per liberarvi d' ogni atto villano : 

Come fé' quando alla spelonca torse ^ 

Per indi trarvi , il senator rqmano ; 

Così y la sua mercè ^ già vi soccorse 

Nel mare e coutra il biscaglin profano : ^ 

£ se pur avverrà che poi si deggia 

Morire , allora il minor mal s'eleggia. 

^Non credo che quest' ultime parole 

Potesse esprimer si, che fosse inteso: ' 

£ fini come il debil lume suole 

Cui cera manchi od altro in che sia acceso} 

Chi potrà dire a pìen come si duole. 

Poi che si vede pallido e disteso , 

La giovinetta , e freddo come ghiaccio 

Il suo caro Zerbin restare in braccio . 

Sopra il sanguigno corpo s' abbandona 
E di copiose lagrime lo bagna , 
E Intride- sì , che intorno ne risuona 
A molte miglia il bosco e la cainpagna ; 
Né alle guance» né al petto si perdona , 
Che r uno e T altro non percola e fragna 2 
£ straccia a torto l'auree crespe chionnfe^ 
Chiamando seaipre in vau l'amato nome. 



i9t e à fir TO XXIV. 

In tanta rabbia in tal furor 60oinier«8 

L' a^ea la doglia $ua , die fa^ilfnen4i0 

Ayria la spada in sé aiesaa converia 

Poco al suo sposo in questo ubbidiente ^ 

S'uno eremita che. alla fresca e tersa 

Fonie atrea usanza di rtoraar solente 

Dalla sua quindi ikk» lontana ceUa , 

JNen «i oppoiiea venendo al vulet' 4 ^Ibi • 

83 
Il venerabil uom ch'alta bóntade 

Avea congiunta a naturai prudenzia, 

Ed èra tutto pien di «arilade 

Di buMni esejnpi ornato e d'eioqwencia; 

Alla giovin dolei^te persuade 

Con ragioni efficaci pazienc^ia : 

Ed innanzi le pon come uno specchio 

Dono0 del Testamento e nuovo- e vecckio* 

' 84 

Poi le fece veder come non fusse 

Alcun y se iidn in Dio, vero contento; 

£ eh' eràn V altre transitorie e fltisse 

Speranze umane e di poco nionieato. 

E tanto seppe dir, che la ridusse 

Da quel ^crudele. ed ostiivato intento ; 

Che la vita seguente ebbe disio 

Tutta al servigio dedicar di Dio • 

• 85 

Non che lasciar del suo «(ignor voglia unqiie 

Né il grande amor uè le reliquie morte : 

Convien che le abbia ovunque stia ed ovunque 

Vada , e che seco e notte e di Je port^f : 

Quindi , ajutando Teremitìa dunque 

Ch'era della sua età valido e foKe, 

Sul mesto suo destrier Zerbin posare , 

E molti dì per qFuelie seW<!«andai^ . 



Canto xxm. 1% 

^OD volse il cauto Vecchio ritjor seco 
Sola con solo la giova oc bella 
Là dóve ascosa in un selvaggio speco 
V Non lungi avea la solitaria cella , 
Fra se dicendo : con periglio ifrreco 
In una man la paglia e la ftcellà ! 
Me si fida in sua eti uè in sua pr^denua 
Che di sé faccia tanta csperiepzia . 

Di condurla in Proventa ebbe pensiffro 
Non lontano a Marsiglia ia un casUilia^* . 
Dove di sante donne un monastero 
RiccnìssifìfìO era e di edificio bello t 
E per portare il morto cayaliero, 
Composto in una cassa a freano quello, 
Che in un Castel eh' era tra via si fece 
Lunga e capace e beo chiusa |ii p^o^ • 

Più e piti giorni grbn spazio di terra 
Cercaro/e sempre per lochi più ipeulti } 
Che pieno essendo c^ii cosa di guerra , 
Voleano gir più che poteano occulti : 
Al fine un cavalier la via lor serr^ 
Che lor fé' oltraggi e disonesti insulti , 
Di cui dirò quando il suo loco fia ; 
Ma ritorno ora al re di Tariaria. 

Avuto ch'ebbe la battaglia il fine 

Cine già v' ho detto , il giova n si raoeolse . 
Alle fresche ombre *e all'onde oristalline.. 
Ed al destrier la sella e il freno tolse, 
E lo lasciò per V erbe tenérìm 
Del prato andar pascendo ov' egli volse : 
Ma npn ste' molto ohe vide lontaso 
Calar dal monte un cavali^r<> al piano • ^ 



t4« CANTO xxrit. 

90 

CoDobbel, come brim» also la fronte^ 
Doralice e niostrotlo a Mandricardo , 
Dicendo: ecco il superbo Rodomonte , 
Se non m' inganna di Ionian lo sguardo ! 
Per far teco battaglia cala il ofionte: 
Or ti potrà giovar Tesser gagliardo: 
Perduta avermi a grande ingiuria tiene ^ 
Ch'era sua sposa e a vendicarsi viene • 

Qual buono astor, che l'anitra o Taccéggia 
Starna o colomba o simil ^llro augello 
Venirsi incontra di lontano veggia > 
Leva la testa e si fa lieto e bello ; 
Tal Mandricardo y come certo deggia 
Di Rodomonte far strage e macello^ 
Con letizia e baldanza il destrìer piglia , 
Le staffe ai piedi e alla man dà la briglia* 

Quando vicini fur si che udir chiare 
Tra lor poteansi le parole altiere^ 
Con le mani e col capo a minacciare 
Incominciò gridando il re d' Algiere ; 
Che a penitenza gli faria tornare , 
Che per un temerario suo piacere 
Non avesse rispetto a provocarsi 
Lui j cW altamente era per vendicarsi . 

Rispose Mandricardo : indarno tenta 
Chi mi vuol impaurir per minacciarme : 
Cosi fanciulli o femmine spav.enta 
O altri che non sappia che sieno arme ; 
Me non , cui la battaglia più talenta 
D'ogni riposo ; e soh per adoprarme 
A pie a cavallo armato e disarmato ^ 
Sia alla campagna sia nello steccalo. 



e à N T O XXIV. i4f 

£cco 8ono agli oltraggi ài grido ali' ire 

Al trar de' brandi al crudel suoo de' ferri ; 
Come vento che prima appena spire, 
Poi cominci a crollar frassini e cerrì , 
£d indi oscura polve in cielo aggire. 
Indi gli arbori svelta e case atterri , 
Sommerga in mare e porti ria tempesta 
Che il gregge sparso uccida alla foresta . 

Dei due pagani senza pari in terra 
Gli audacissimi cor le forze estreme 
Parturiscono colpi ed una guerra 
Conveniente a si feroce seme: 
Jiel grande e orribil suon trema la terra 
Quando le spade son percosse insieme : 
Gettano l' arme infino al ciel scintille, 
Anzi lampade accese a mWe a mille* 

Senza mai riposarsi o pigliar fiato 

Dura fra quei due re l' aspra battaglia , 
Tentando ora da questo or da quel lato 
Aprir le piastre a penetrar la maglia : 
Né perde l' un, né 1 altro acquista il prato; 
Ma , come intorno sian fosse q muraglia 
O troppo costf ogni oncia di quel loco , 
Non si partoD da un cerchio anguato e poco. 

Fra miHe colpi il Tartaro una volta 

Colse a due mani ii^ fronte il re d' Algiere, 
Che li fece veder girare in volta 
Quante mai furon fiaccole e lumiere; 
Come ogni forza all' African sia tolta , 
Le groppe del destrier col capo fere: 
Perde la stafia ed è , presente quella 
Che cotanto ama, per uscir di sellai 



ti% e A» to xxiy. 

Ua colile ben òòihpdftto é iàltdò àrw 
* ITi fitto acidajd in bUDfift èòmnm gréVe ^ 
Quahto fti (ihinA più quahto è jpik Ciittty 
E più lo^ sfatttkfi martinélli e leve , 
Con tanto più furor quàiid' è poi scsir^^ 
Ritorna e fa più uul ehe nou riceve; 
Gòéi q Belle africàn to^to fi^oKge ' 
E doppiò il Colpo àirinicbico porge . 

de 

Rodomonte à quél àégno òte fu colto , 
Colse a piftito il flgliaol del re Agricane^ 
Per questo noti potè buoeergli al Volte ; 
Che in difesa trovò V arate trojane ; 

. Ma fiordi in ikiedo il Tartaro , cbe molto. 
Mófl ^àpea é'èra vespero ò dimane: 
L'irato Rodomonte non »' arresta , 
Che mena Y alito è pur segna aliai testa* 

Il cavallo del Tartaro , che faborré 
Là spada <hé fischiando Caln d'iillo> 
Ài suo liignor tòù sod gr^n mal soccórre^. 
Perché a' arretra per fbggìr d' un saltò • 
11 brando in me^tso il capò li trascorre ; 
Che al signor nou à lui tnovea T assalto: 
Il mi^er non avea V elmo di Tro)a 
Gémè il pad/tine , onde couvien che muoja* 

Quel cade , e Màndridàrdo ih piedi gnitita 
' Non più stordito è £kirindana aggira : 
Veder mortai! Cavallo entro gli attizza 
E fuor dtVàmpa un grande incendio d'ira.. 
L' African péJr urtarlo il déàtrièr drizza ; 
Ma non più Mandric^rdo si ritira , 
Che sfcogliò far soglia dair òftde; é avvenne 
Che it déslrièr cadde ed egli in pie si tenne. 



CAITTO XXm 10 



i«i 



L* African', ehe manrtini il ciéstriér scnfei 
Lasdfft le Maiffe • to gli ai'cion Bt pontai 
£ resta in piedi e aciollo agevolmente t 
Goȓ Tua r altro poi di pari affrontai 
La pugna più che mai ribolle .ardente ^ 
E l' odio e l'ira e la superbia monta y- 
Ed era per seguir; mei quivi giunse 
In fretti un messagger che li di^igiunse* 

Vi giunse un messagger del popol mdro» 
Di molti che per Francia eran mandati 
A richiamare a gii stendardi ' loro 
1 capkani e caralier privati; 
Perchè i'imperator dai Gigli d'oro 
ÌÀ avea gli atloggiia menti già assediati) 
E se non è il socc^u^s^'a yenir presto^ 
L' e<^cidio suo conosce manifesto » 

Biconobbe il messaggio i cavalieri \ 

Oltre alle insegne oltre alle sopravveste^ 
Al girar delle spade e ai colpi fieri 
Ch'altre man non farebbono che qaéscc; 
Tra lor però non osa entrar , che speri 
Che fra tant'ira sicurtà li preste 
L'esser mes^o del re, né si conforta 
Per dir che ambascìator pena non portilr« 

Ma viene a Doralice, ed a lei 'narra 
Che Agraroanie Marsilio e Stordilano 
Con pochi dentro a itaal sicura sbarra 
Sono assediati dal popol cristiano j 
Narrato il caso , con prieghi ne inarra 
Che faccia il tntto a due guerrieri pianò 
E che gli accordi insieme ^ e per le scAm^po 
Del popol seracin li meni iii campa • 



i44 CANTO XMV^ 

106 

l*ra 1 cayaller la donna di gran core 

Si mette e dice loro: io vi comanda 

Per quanto so che mi portate amorce 

Cbe riserbiate a miglior uso il braudu^ 

£ ne vegnate subito in favore 

Del nostro campo Saracino, quando 

Si trova ora assediato nelle tende , 

£ presto ajute o gran ruina attende. 

107 
Indi il mésso soggiunse il gran periglio 

Dei saracini, e narrò il fatto appieno, 

£ diede insieme lettere del figlio 

Del re Trojano al figlio d* Ulieno . 

Si piglia finalmente per consiglio 

Che ì due guerrier deposto ugni venena 

Facciano insieme tregua fin al giorno 

Cbe sia telto V assedio ai Mori, intorno » 

£ senza più dimora, come pria 

Liberata d'assedio abbian lor gente. 

Non a* intendano aver più compagnia , 

Ma crudel guerra e inimicizia ardente^ 

Fin che con Tarme diffinito sia 

Chi la donna aver de' meritamente ;. 

Quella , nelle cui man* giurato fue , 

Fece la sicurtà per amendue . 

109 
Quivi era la Discordia impaziente 

Inimica di pace e d'ogni tregua, 

£ la Superbia v' è the non consente* 

J*^è vuol patir che tale accordo segua ; 

Ma più di lor può Amor quivi presente:' 

Dì cui r alto valor nessuno, adegua ; 

' £ fé' che indietro a colpi di saette 

£ la discordia e la Suberbia stette ^ 



CANTO XXIV. 145: 



1 10 



Fu conci lisa la tregua fra costoro , 

Si come piacque a chi di ior potea ] 
Vi mancava uno dei cavalli k>roi 
Che morto quel del Tàrtaro giacea. 
Pera vi venne a tempo Brigliadoro 
Che le fresch' erbe lungo il rio pascea.*^ 
Ma alfin del canto io mi trovo esser giunto^ 
Si eh' io &rò con vostra grazia punto . 



iW"— * 



ANNOTAZIONI AJL CANTO 



•t. 5. ratio si move,'^ veloca . Dante Purg. G. XV r. %i^ 
Perch' a fuggir la mia vista fu ratta . 
La Grofca lo dà anche arrerbio , e cita Dante Farad. Can- 
to. XXV II! v. aS. 

Distante intomo al punto un cerchiò d'igne Si girava 
sì rattOy . . . ' 
si rapidamente • 

8t ÌTÌ . det capo lo scema : gli ^spicca la "testa : fipasa 
poetica . 

8t. ivi. pome t lo stesso che poaio . Alarn. Colt. L. IH. t. 
460: 

Or con queste ne snen quel caro pome • 

8t. 6. avviso t accorgimento consiglio baon partito. Ch^ai 
novissimo dì forse sia drsto , Cioè gli estese in terra addor* 
mentati in m'aniera che forse ii giorna dei giudizio anÌTer- 
sala si desteranno . Ciò è detto iperbo^lcamaate , per esprit 
mere a forza delle percosse di Orlando . 

st. 8. Veder dai monti sdrucciolarne mille \ Qacsì<à 
verbo dimostra la frettale gli effetti delio scender a precipi- 
zio. 

st ^9. stende la sferza. Bella metaibra che piega lo svilup.» 
parsi e distendersi e percuotere dell' onda al lito. 

st. IO. A nessun lece . il verbo lecere e licere non ha ch« 
dare di tò fuor che lece e li^e^ « per altri modi e tempi saj^ 
plisce ù verbo esser lecito . 



' ,46 ^ 

St. If. Potea imparar eh* era a sputare il brando : che 
cosa fosse di che pericolo e di qaanla consegaensa 1' essersi 
sprovvedalo di spada ^ com' area fatto , gìUaodoia alla lore- 
sU. 

st. i3»/t pose a giacerei ti uccise: frase popolare e 
scherzevole sol^ mode Ilo del t* S at pciocipio di questo Gaato 
St. 6. 

In terra mipajv addormentato' s'teie. 
st. ìj^ JDi ifmi diha disùdi già diseoi^re • Discorrere ss 
dice anche , e vale qui a punto- il correre da cpesto a queil'> 
I e farsi prestamente da un luogo a un altro come i raxsiartifU 
ciati . Dante Pa». C XV t. iJ. 

Quale per li seren* tranquilli e puri 
Discorre ad ora ad or subito fuoco . 
. st. i5. Che'l Paladino innanzi gii auea trito: inoatìKi 
a lui avea calcato .* voce latina dal verbo tero is ixfi tritutn : 
si traduce comunemente tritare , ma nel caso nostro non sa- 
rebbe a proposito . 

st. 17% raccontando allotta: allora. Dante Infer. G. 
XXXI. V. 112. 

, UToi procedemmo più aitanti allotta . 
st. 18. s* avviserò: s'immaginarono. Bocc. Nor. 3. 4. 
s' avvisò troppo bene ehe .'1 Saladino guardava di pigliarla 
■elle parole . v 



y 



e A JS T O XXV- 



ARGOMENTO 

Doraiice i^a €on Mandricardo , e con Rodomonte ai Cftmpo 
moresco, Ruggiero s' avs^ia con la donna , di che st narrò al 
C, XXIL V» 7. e é^gg , a iahare la vita di un gi/uinetto 
mal capitato y che si scopre poi esser un dé'^^atelli di 
Bradamante. Vanno insième questi due a un castello 
guardato da un valoroso , che Racconta il gran rischio 
di vita in chr-^rqno JUalagigi , e Liviano presi da Fer*- 
raù , e in sul pukto d* esser venduti a* nemici lor Ma- 
ganzesi. /(u^glero risolve di liherarlL Messosi in camtni" 
no col giovine da ltd Salvato ^ s^ aggiunge loro 9 scono* 
scinta j Marjisa : e questi tre fulminano sopra Mori , e 
Maganzesi .* il campo è voH> di gènte viva • i prigioni 
sciolti y e grandioso il bottino. Dopo questa impresa ve^ 
nuti a una bella fonte pef^ ricrearsi ai quelV orezOy Ma-* 
lagigi sfHega la significazione delle figure a basso rilie^ 
va in marmo di che era adorna^ Sopravviene Jppalcà^ e 
Ruggiero va con lei per ritogliere a Rodomonte il caval- 
lo da éolui rubatole con prepotente insolenza , ma noi rag- 
giunge j che anzi per altra via insieme con Mandricardo e 
con fior alice s* era condotto a quella istessa fontana , di 
dove partitosi era egli a cercarlo. Quivi si corre più d'una 
lancia ; poiché Mandricardo vuoi conquistare Marfisa 
per darla in isposà a Rodomonte in cambio di Dor alice, 
Ruggiero vi capita novamente , e s' avventa contra Rodò-^ 
monte per il ca^^allo j e cantra Mandricardo per fargli 
deporre la insegna dell' aquila bianca in campo azzurro ; 
e finaliqfnte entra in Lizza I^arfisa , e si tempestalo e si 
martellano tutti. Malagigi fa entrare un diavolo in pan* 
€Ìa air abino di Doraiice , il quale spicca uà gran salt^ 
in aria , e via se la porta ; e diètro a lei galoppano i du4t 
rivali, Marjisa e Ruggiero vanno al campo in ajuto de* MorL- 



o 



gfran conti^sto in giòvetiil pen';^iéro> 
Dfesio di laude , ed impeto d' Sktùore !' 
JHè dhì piir vàgliisl a&còf ^i tróva il vei*o^ 
Che rest?a ór qiKèsta, ói*'qael ^peritire: 
Neir uno ebbe e neft' altro Cavali'efo' 
Quivi graui forz'à il débito^ e V onore i< 
Che r amorósa lite s' in teriliesse^ 
Fin che soccorso il' campo io^ ^ite^se 



/ 



i4* CANTO xxr. 

Ma più Te V ebbe A.mor ;, che se. non er» 
Che cosi comandò la douna loro. 
Non si iciogliea fiielia battaglia fiera ; 
Glie r un ne avrebbe il trionfale alloro ,. 
Ed Agramante in van con la sua schiera 

^ L' ajuto avria aspettato di costoro: 
Dunque Amor sempre rio non si ritrova : 
Se spesso noce , anco talvolta giova» 

Or l'uno e T altro cavalier pagano y ^ . 
Che tutti ban differiti i suoi litigi ^ 
Va per salvar l'esercito affricano 
Con la donna gentil verso Parigi: 
E va con essi ancora il picciol naqo 
Che seguitò del Tartaro i vestigi , 
Finché con lui condotto a fronte a front» 
Avea quivi il geloso Rodomonte. 

4 
Gapitaro in un piyto ove a diletto 

Erano cavalier sopra un ruscello , 

Due disarmati e due che avean V elmetto^ 

E una donna con lor di viso bello; 

Ohi fosser quelli aln*ove vi fia detto,. 

Or no ; che di Ruggii prima favello ^ 

Dèi buon Ruggier di cui vi fu narrato 

Ghe lo scudo nel pozzo avea gittato. 

^on è dal pozzo ancor lontano un miglio , 
Ghe. venire un corrier vede in gran fretta 
Di quei che nianda di Trojano il figlio 
Ai cavalieri onde soccorso aspetta , 
Dal qual ode che Carlo io^ tal periglia 
La gente saracina tien ristretta , 
Ghe se non è chi tosto le dia aita ^ 
Tosto r onor vi lascerà o la vita^ 



\ 



CANTO TVr. 149 

6 • ■ 

Fd da mólti pensier ridutto in forse 

Ruggier^ che tutti l'assalirò a un tfatto; 

Ma qual per to miglior dovesse lorse 

Né vluogo avea lìè tempo a pensar atto : 

Lasciò andare il messaggio ^ e M freno tol?se 

Là doye fo da a[uella donna tratto ^ 

Che sid or ad or in modo lo affretta va , 

Che nessun traopo d' indugiar li dava* 

7 
Quindi seguendo il cammin preso, venne , 

Giù declinando il sole , ad una terra 

Che il re Marsilio in luezco Francia tenne , 

Tolta di man di Carlo in quella gueri^a ; 

ì^è al pente né alla porta si ritenne, 

Che non li nega*, alcuno il passo o serra , 

Benché intorno al rastrello, e in su le fosse 

Gran quantità d' uomini , e d' armi fosse. 

8 
Perch'era cotiosciuta dalla gente 

Quella donzella eh' avea in compagnia. 

Fu lasciato passar liberaipaente 

Né domandato pure onde venia: 

Giunse alla piazza , e di foco lucente 

£ piena k trovò di gente ria , 

E vide in mezzo star con Viso smorto 

Il giovane dannato ad esser morto. 

9' 
Buggier come gli alzò gli occhi nel viso 

Che chino a terra e lagrimoso^ stava, 

Di veder Bradamante gli fu avviso ; 

Tanto il giovane a lei rassomigliava: 

Piu'dessa gli parea quanto più fiso 

ÀI volto e alla persona il riguardava , 

E fra sé disse: o questa è Bradamante, 

O eh' io non son Buggier come era innante* 



/ 



N 



|5o CAKTO XXV. 



IO 



Per troppo ardir si sarà forse piessa . 
Del garsson condeiinato alla difi^sa^ 
E poi che mal la cosa Tè success^ , 
Ne sarà stata, copi io veggo, pr^sa ; 
•Deh I perchè tanta fretta, che con essa 
Io non potei trovarmi a questa impresa 7 
Ma Dio ringrazio che ci son venuto , 
Chea tempo sincora io pptrò darle ajuto. 



II 



E senza più indugiar la spada stnnge , 
Ch'ayea air altro Castel rotta la lancia ; 
E addosso il volgo inerme il destrier spinge 
Per lo petto pei fianchi e per la rancia: 
Mena la spada a cercp , ed a chi cipge 
La fronte a ^hi la gola a chi la guancia ; 
Fugge il popol gridando , e la gran frotta 
Resta o sciancata o con la testa rotta . 

I 2 

Come stormo 4'augei che in ripa a un stagno 
Vola sicuro e a sua pastura attende , 
Se improvviso del ciel falcon grifagno 
Li dà nel mc^zzo ed un ne batte o prende; 
Si sparge in fuga , ognun lascia il compagno 
E dello scampo suo cura si prende; 
Cosi veduto avreste far costoro 
Tosto che! buon Ruggier diede fra loco. 

A quattro o sei dai colli i capi netti 

Levò Ruggier , eh' indi a fuggir fur lenti ; 
Ne divise altrettanti in fin ai petti, 
Fin agli occhi infiniti e fin. ai denti : 
Concederò che non trovasse elmetti^ 
Ma b>n di ferro assai cuffie lucenti ; 
E s'elniì fini anco v\, fosser stati, 
Così gli avrebbe o poco naen tagliati* 



CANTO rsy. ijf 

14/ 

ki^a furz^ di tluggier noo era quale 
Or si ritrovi in cavsilier modernp, 
Ne in orso De in lean uè in aniniale 
Altro più fiero o postralf od, esterno: 
Forse il tren^noto le sarebbe uguale , 
Forse il gran diarol^ nqn quel dello 'nferno 
Ma quel del naio Signor che va col foco. 
Che a cielo e a terra e 41 mar ai fa dar loco. 

'*• • 
D'ogni suo ooipà fnai Xìoa cadea manca ^ 

D* u3 uomo in terra , e le pi 14' volte un pajo, 

E quattro ba un colpo e cinque n'uccide ^nco. 

Sd die si venne tosto al centinajo ; 

Tagliava il brando che trasse dal fianco , 

Come uo tenero latte il duro acciajo; 

Faterifia per dar morte ad Orlando 

Fé nel giardin d' Orgagna il crudel brando. 

16 
Averlo fatto poi ben le rincrebbe, 

Glie il suo giardin disiar vide con esso; 

Che strazio dunque, che ruina debbe 

Far or che in man di fai guerriero è uiesso ? 

Se mai Ruggier fii4ror , se mai forca ebbe , 

Se mai fu l'alto suo valor espresso; 

Qui l'ebbe, il pose qui, qui fu veduto, 

Sperando dare alla sua divina ajuto. 

Qual fa la lepre contra ì cani .sciolti , 
Facea la turba oootra lui ri pare; 
Quei che restaro uccìsi furon molti , 
Furo infiniti quei cke in fuga a<idara; 
Avea la donna intanto i lacci tolti 
Ch'ambe le mani al giocane legaro ; 
E, come potè meglio, presto armollo , 
Li die ui&a spada in mauoe un scudo al odU ' 



i5t CANTO 3LXV* 

«8 

Egli che ràolto è offeso , più che puote 
Sì cerca vendicar di quella gente : 
E quivi son sì le sue forze note , 
Che riputar si fa prode e valente ; 
Già avea attuffato le dorate rote 
Il sol nella marina d' Occidente ; 
Quando Ruggier vittorioso e quello 
Giovane seco uscir fuor del castello. 

Quando il garzon sicuro della vita* ' 
Con Ruggier si trovò fuor delle porte ^ 
Gli rendè molta grazia ed infinita 
Con gentil modi e con parole accorge, 
Che nen lo conoscendo , a darli aita 
Si fosse mesUo a rischio della morte, 
£ pregò che il suo nume li dicesse 
Per saper a chi tanto obbligo avesse. 

10 

Veggo , diccf^^ Ruggier , la faccia bèlla 
E le belle fattezze e il bel sembiante; 
Ma la soavità della favella 
Non odo già della mia Bradamante: 
Né la relazion di grazie è quella 
Ch' ella usar debba al suo fedele amante: 
Ma , se pur questa è Brada mante , or come 
Uà si tosto in oblio messo il mio nome 7 

Per ben saperne il certo , accortamente 
Ruggier li disse , io v' ho veduto altrove , 
Ed ho pensato e penso e finalmente 
Non so ne posso ricordarmi dove ; 
Ditemèl voi , se vi ritorna a mente , 
E fate che *l nome anco udir mi giove , 
Àccio che saper possa a cui mia aita 
Dal foco abbia salvata oggi la vita . 






CANTO XXV. ai 



SA 



Che voi m' abbiate yiato esser potria p 
Rispose quel| che Don so dove o quando , 
Ben vo pel mondo ancb^ io h parte mia 
Strane avventure or qua or là cercando , 
Forse una mia Sorella stata^ fia | 

. Che veste V arme e porta allato il brando , 

Che nacque meco e tanto mi somiglia. 

Che non ne può discerner la famiglia. 

a3 
Né primo né secondo né ben quarto 

Sete di quei eh' errore in ciò preso hanno , 

Né 1 padre né i fratelli né chi a un parto 

Ci produsse ambi scernere ci sanno ^ 

Gli è ver che questo crin raccorcio e sparto 

(ih' in porto come gli altri uommi fanno , 

Ed il suo lungo e in treccia al capo avvolta 

Ci solea far già differenzia * molta. 

Ma poi che un giorno ella ferità fu 
' Nel capo ^ lungo saria a dirvi come , 
£ per sanarla un servo di Gesù 
A mezza orecchia le tagliò le chiome ;- 
Alcun segno tra noi nqn restò piò, 
Né si sapea come chiamarci a nome : 
Ricciardetto son io, Bradamante ella, 

10 fratel di Rinaldo , essa sorella • 

Cosi a Ruggier rispose Ricciarcìetto , 
£ con altri parlar rendea men grave 

11 salir che faceano ad un poggetto 
Cinto di ripe e di pendici cave; 
Un erto calle e pien di sassi stretto 
Apria il cammin con faticosa chiave: 
Sedea al sommo un Castel detto Agrismente^ 
Ch' avea in guardia Aldigier di Chiaramontt* 



iS4 CAKTO XXV. 

Di BuOvo era costui figliuol bastarda 
Fratel di Malagifi e di Viviano: 
Chi legittima dic« di Gherardo , 
E testimonio temerario e vano ; 
Fosse come sì veglia , era gagliardo 
Prudente , liberai , cortese, umano , 
E facea quivi le fraterne mura . 
La notte e il dì guardar con buona cura. 

Baccolse il cavalier cortesemente , 

Gome dovea , il cugin suo Ricciardetto 
Che amò come fratello , e parimente 
Fu ben visto Buggier per suo rispeUo ; 
Ila non gli uscì già incontra allegramente. 
Com'era usato, anzi con tristo aspetto , 
Perch'uno avviso il giorno avuto avea 
Che nel viso e nel cor mesto il iacea . 

A Ricciardetto in cambio di saluto 

Disse : fratello , abbiaro nova non buona .* 
Per certissimo messo oggi ho, saputo 
Che Bertolagi. iniquo di Bajona 
Con Lanfusa erudii s'è convenuto 
Che preziose spoglie esso a lei dona, 
Ed essa a lui pon nostri frati in mano , 
Il tuo buon Malagigi f il tuo Viviano • 

Ella dal dì che rerraù li prese 

Li ha ognor tenuti in loco oscuro e frllo , 
Fin che il brutto contratto e discortese 
N'ha fatto con costui, di ch'io favello; 
Li de' mandar domane a] Maganzese 
Nei confin' tra Bajona e suo castello : 
Verrà in persona egli a pngar la mancia , 
£he compra il miglior sangue che ^ia in Francia* 



CANTO XXV: iff 

Rinaldo nostro n'bp avvisato un' ora , 
Ed ho caccvito il messo di pioppo; 
^ non mi par che arrivar possa ad ora 
Che non sia tqrda ; che 1 cammino è troppo : 
Io non ho meco gente da uscir fuora 2 
L' animo è pronto ma il potere è lipppo; 
Se gli ha quel traditor li fa morire , 
Sì che non so che far non so che dire* 

La dura nova a Ricciardetto apiace : 
£ perchè spiace a lui spiace a Ruggiero ^ 
Che poi che questo e quel vede che tace 
Ne trae profitto alcun del suq pensiero; 
Disse con grande ardir: datevi pace. 
Sopra me questa impresa tutta chero^ 
E questa mia varrà per mille spade 
A riporvi i fratelli in libertade * 

Io non voglio altra gente, altri sussidi; 
Ch' io credo bastar solo a questo fatto: 
Io vi donjiando sole un che mi guidi 
Al luogo ove sì de' far il baratto. 
Io vi farò sin qui sentire i gridi 
Di chi sarà presente al rio contratto. 
Così dicea , né dicea cosa nova 
A r un de' due die n' avea vi^to prova • 

U altro non V ascoltava , se non quanta 
S'ascolti iin che assai parli e sappia poca: 
Ma Ricciardetto li narrò da canto 
Come fu per costui tratto del' foco, 
E ch^ era cmìo che maggior del vanto 
Faria veder r effetto a tempo e a loco r 
Gli diede allora udienza più che prima ^ 
E riveriilo^e fé' di lui graaà^imft. 



\ 



t56 CANTO XXV. 

34 
Ed alia mensa , ove la Copia fuse 

Il cor no I l'onorò come suoi|onnór 

Quivi senz'altro ajuto si concluse 

Che liberare i due fratelli ponno. 

Intanto sopravvenne e gli occhi chitlse 

Ai signori e ai sergenti il pigro sonno, 

Fuor che a Ruggier , che per tenerlo desto 

Li punge il cor sempre un pensier molesto. 

35 ' 
L'assedio d'Agramante , ch'avea il giorno 

Udito dal corrier ; gli sta nel core ; 

Ben vede ch'ogni minimo soggiorno 

Che faccia d' a ju tarlo , è suo disnore. 

Quanto gli sarà infamia quanto scorno, 

Se coi nemici va del suo signore I 

:h O come a gran viltade a gran delitto , 

Battezzandosi allor , gli sarà ascritto I 

36 
Potria in ogni altro tempo esser creduto 

Che vera religion V avesse mosso ; 

Ma ora che bisogna col suo ajuto 

' Agramante* d'assedio esser riscosso, 

Piuttosto da ciascun sarà tenuto 

Che timor e viltà l'abbia percosso, 

Che alcuna opinion di miglior Fede; 

Questo il cor di Ruggier stimula e fiede. 

Ma che faccia ritorno in campo a mori 
Senza licenzia della sua regina; 
Questo in lei desterà mille timori 
Su la cagion che a cosi far lo inchina; 
Che non sa che Agra man te n^ndò fuori 
Per riparare all'ultima mina 
Messi e protesti in ogni parte, dove . 
Pe' suoi più prodi o questo o quel si trove. 



CANTO XXV- i5y 

Poi gli sovvìen eh' egli le avea promesso 
Di seco a Vallombrosa ritrovarsi; 
Pensa che andar v' abbia ella , e quivi d'esso 
Che noi vi trovi poi maravigliarsi : 
Potesse almeo mandar lettera o messo , 
Si ch'ella non avesse a lamentarsi , 
Che oltre eh' egli mal lo avea ubbidito , 
Senza far motto ancor fosse partito . 

Poi che più cose immaginate a* ebbe , 
Pensa scriverle al fin quanto gli accada: 
E bench' egli non sappia come debbe 
. La lettera inviar si che ben vada ; 

, Non però vuol restar ; che ben potrebbe 
Alcun messo fedel trovar per strada : 
Più Bon s' indugia e salta dalle piulme. 
Si fa dar carta inchiostro penna e lume* 

I camerier discreti ed avveduti 
Arrecano a^ Ruggier ciò che comanda : 
Egli comincia a scrivere^ e i saluti , 
Come si suol , nei primi versi m^nda • 
Poi narra degli avvisi che venuti ^ 

Son dal suo re che ajuto li domanda , 
E se r andata sua non è ben presta , 
O morto o in man degl' inimici resta « 

Poi seguita , che essendo a tal partito , 
Et che a lui per ajuto si volgea ; 
Vedesse ella che il biasmo era infinito 

. Se a quel punto negargli lo volea . 
E ch'esso a lei dovendo esser marito, 
Guardarsi da ogni macchia si dovea; 
Che non si con venia con lei , che tutta 
Era sincera ; alcuna cosa br utta . 



f58 Cà NTO XXV. 

E se mai per addietro un nóme chiare 
Ben oprando cercò, dì guada^^narsi ; 
£ guadagnato poi, ae avuto car», 
Se cercato V avea di conservarsi ; * 
Or lo cercava e n'era fatto aVaro, 
Poi che dovea con lei parteciparsi : 
La' qual aua moglie e totalmente in duìf 
Corpi esser dovta un' aAÌma con lui . 

E si come già a bocca le avea detto , 
Le ridicea per qtiest» darta ancora ; 
Finito il tempo in cbe per fede astrétto 
Era al suo re f quando non prima muoili,, 
Cìke sì farà Cristian così d' effetto ^ 
Come di btMui Tokr stato era ognora ; , 
E che al padre a Rinaldo è agli altri suoi 
Per moglie dooNrodar \m farrìl poi . 

Voglio, le soggiuhgea , cenando ri piaccia f 
U assedio al mio signor le var^ d' i»lorira , 
Acciò ibe r ignorante volgo taccia, 
11 qual direbbe a mia yer^ognae aeorné . 
Ruggieri mentii Agramante ebbe bonaccia ^ 
Mai don \ abbandonò notte né giorno; 
Or cbe fortuiia per Carla ék spiega y 
Egli col vincitor V insegna^ «pi^g^ • 

4^ 
Voglio quiDrdici dì termine o reMi y ' 

Tanto che comparir possa «na^ ve^lUi^ 

Si cbe degli afiVicani alloggia nfHsii ti • 

La grave ossedioA^ per me sia talt« : 

Intanto cercherò convenienti 

Cagioni,. e che sien giuste, di dar volta: 

Io vi domtodo.per mio pnor soi qtu^esto ,. 

Tutto poi vofitrp e di mia vita ii vesto • 



CJLVTO XXV. tib 

In si mil parole si diffuse • 

fiuggier, che tutte non eo dirvi a pieno t 

£ seguì COD molt' altre , e non concluse 

Fio che non vide tutto il foglio pteud, 

E poi piegò la lettera e la chiuse ^ 

E suggellfita se la pose in seno , 

Cion speme che gli occorra il di seguente 

Chi alla donna la dia secretameute . 

47 
Chiusa eh' ehbe la lettera , cbìnseaitcq. 

Gli occhi sul letto e ritroTÒ quiete j 

Che '1 Sonno venne , e sparse il corpo stanco 

Col ramo intinto nel liquor di Lete « 

£ posò fin che un nenàhìo rosso e biaficé 

Di fiori sparse le contrade liete 

Del lucido oriente d'ogn' intomo, 

£d indi usci dell' aureo albergo il giorno. 

48 
£ poi che a salutar la nova luce 

Pei verdi rami incominciar' gli augelli, 

Aldigier y che voleva esser il duce 

Di Ruggiero e dell' altro, e guidar quelli 

Ove faccian che dati in mano al truce 

Bertolagi non siano i due fratelli , 

Fu '1 primo in piede , e quando sentir' loì ^ 

Del letto uscirò anco quegli altri dui . 

. , 49 

Poi che vestiU furo e bene armati , 

Coi due cugin' Ruggier si jnette in via. 

Già nfoltó indarno avendoli pr^ati 

Che questa impresa a lui tutta si dia ; 

Ma essi^ per desir eh' ban de' lor frati, * 

E perchè lor parca discortesia , 

Steron negando più duri che sassi , '^ 

Né conseutiron mai che solo andassi « 



i6a CANTO XIV. 

5o ' 

Giunsero al loco il di che si dovea 
Malagigi mutar nei cariaggi : 

. Era un'ampia campagna che giacca 
•tutta scoperta agli apollinei raggi ; 
Quivi né allor né mirto sivedea * 
I4é cipressi ne frassini ne &ggV 
Ha nuda ghiara e qualche unìil virgulto 
l^on mai da marra o mai da vomer culto t , 

I tre guerrieri arditi si fermare 
Dove un sentier fendea quella pianura ^ 
E giunger quivi un cavalier miraro 
Ch'avea d'oro fregiata T armatura , 
E per insegna iri campo verde il raro 
E bello aqgel che più d' un secol dura : 
Costui che ben in arme andar li scorse ^ 

In prova disegnò di voler porse • 

5» 
E fatto più da presso ad Aldigìero 

Ch' era dinanzi : È alcun , disse, di voi ; 
Che per mostrarmi s' egli è buon guerriero 
D'abbassare una lancia non s^ annoi , 
Ond' io conosca se al sembiante altero 
Ed air arme il valor risponda poi ? 
Che non é novo y e spesso ancor si vede 
Che all'apparenza non si può dar fede . 

Farei , disse AJdigier ^ teco , o vtlessf 
Menar la spadma cerco ^ o correr Tèsta ; 
Ma un'altra impresa ; che se qui tu stessi 
Veder potresti , questa in modo guasta , 

• Che a parlar t^co ^ non ch^ci traessi 
A correr giostra , a pena tempo basta : 
Seicent' uomini al varco o più attendiamo, 
Coi quai 4'og^i provarci obbligo abbiumo. 



CANTO XXV. iCi 

Per tor lor due de' nostri , cbe prigioni 

Quinci trarran pietade , e amor n' lia mosso; 

E seguitò narrando le cagioni 

Che li fece venir con V arme indosso ; 

Si giusta è questa scusa che m' apponi y 

Disse il guerrier , che contraddir non posso ; 

E fo certo giudicio che voi siate 

Tre cavalier' che pochi pari abbiate • 

55 
Io chìedea un colpo o due con voi scontrarmi 

Per veder quanto fosse il valor vostro ; 

Ma quando all' altrui spese dimoslrarme' 

Lo vogliate ^ mi basta e più non giostro ; 

Vi pt* ^go ben che por con le yostr' Arme 

Quest' elmo io possa e questo scudo nostro ; 

E spero di frnostrar^ se con voi vegno^ 

Che di tal Compagnia non sono indegno .. 

56 
Farmi veder che alcun saper desia 

Il nome di costui , che quivi giunta 

A Ruggiero e a' compagni si offeria 

Compagno d'arme al periglioso punto; 

Costei 9 non più costui detto vi sia ^ 

Era MarSsa che diede l' assunto 

Al misero Zerbin delia ribalda 

Vecchia Gabrina ad ogni mal sì calda. 

I due dì Chìaramonte e il buon Ruggiero 

L' accettar' volentier nella ior schiera : 

Ch' esser credeano certo un cavaliero 

£ non donzella e non quella eh' elk era; 

Non molto dopo scoperse Aldigiero, 

E v^der fé' ai compagni una bandiera 

Che facea l' nura tremolare in volta , 

E molta gente intorno avea raccolta « 

11 



\ 



i6d CANTO XXV. : 

58 

E poi che più lor far fatti vicini 
K ciie meglio notar T abito moro:. 
Conobbero cb'egii eraii saracìni , 
£ videro i pri|^iuni iu mezzo a loro 
Legali trar su piccoli ronzini 
A'IVlagauzesi per cambiarli in oro: 
Disse Marfisa agli altri : ora che resta ,, 
Poi cbe sou qui^ 4' incominciar la festal 

Ruggier rispose: gli invitati ancora 

Mon ci sou tutti, e manca una grau parte: 

Gran ballo si apparecchia di fare ora, 

£ perchè sia solenne usiamo ogni arte ; 

Ma far non ponno ornai lunga dimora; 

Cosi dicendo veggono in disparte 

Venire i traditori di Maganza : 

Si cb'eran presso a incominciar ia danza • 

60 
Giungean dall' una parte i màganzesi , 

£ conducean con loro i muli carchi 

D' oro di vesti e d'altri ricchi arnesi , 

Dair altra in mezzo a lance a spade ed archi ^ 

Yenian dolenti i due germani pre^i , 

Che si vedeano essere attesi ai varchi : 

E Bertolagi empio nemico loro 

Udian parlar col capitano moro • 

Ne di Buovo il figliuol uè quel d'Amene^ 
Veduto il maganzese, indugiar puote: 
La lancia in resta l'uno e l'altro pone, 
£ l'uno e l'altro il traditor percote ; 
L' un gli passa la pancia e '1 primo arcione^ 
E r altro il viso per mezzo le gote : . 
Cosi n'audasser pur tutti i malvagi, 
Comie a quei colpi u' andò Bertolagi. 



\ 



CANTO XXV. iSì 

Marfisa con Ruggiero a questo*segno 

Si move , e non aspetta altra trumbelta> : 
Né prima rompe l' arrestato legno , 
Che tre Tun dopo T altro in terra getta j 
Dell' asta di Ruggier fu il pagan degno 
Che guidò altri ^ e usci di vita in frettai 
E per quella medesima con lui 
Uno ed un altro andò nei regni bui • 

63 ... 

Di qui nacque un erto^^ra gli assaliti 

Che lor ^•usé lor ultima mina : 

Da un lato i maganzesi esser traditi 

Credeansi dalla squadra saracina ; 

Dall'altro i morì in tal modo feriti 

L^ altra schiera chiamavano assassina^ 

£ tra lor cominciar' con fiera clade 

A tirare archi e menar lance e spade . 

64 
Salta ora in questa squadra ^d or in quell» 

Ruggiero , e via toglie or dieci or venti : 

Altrettanti per man della donzella 

Dì qua e di là ne son scemati e spenti,^ 

Tanti si veggon gir morti di sella 

Quanti ne toccan le spade taglienti , 

A cui dan gli elmi e le corazze loco^ 

Come nel bosco i^ secchi legni al foco*. 

65 
Se mai d' aver veduto vi ricord» . 

O rapportato v' ha fama all' orèechiey 

Come allor, che i4 collegia si discorda 

£ vansi in ària a far guerra le pecchie : 

Entri fra lor la rondinella ingorda 

E mangi e uccida e guastine parecchie^ 

Dovete immaginar che similmTente 

Ruggier fosse e Marfisa in quella gent& 



t61 CANTO XXV. 

66 

Non rosi Rtcciafìiletto e il swd qugina 

Tra le due genti rariavan dansa ^ 

Perchè, lasciando il campo saracìna. 

Sai ienean 1* occhia air altra di Magansa z 

Il fralel di Rinaldo paladino 

Con molto anima avea molta possanaNi ; 

E quivi raddoppiar glie la fàcea 

L' odio che contra i Maganaesi avea • 

67 
Facea parer questa n^ri«sma <rao8a 

Un leon fiera il bastarda di ^av^yva » 

Che con la spada seusa indugio e pausa 

Fende ogni elmo o lo schiaccia come* un uoTa 

£ qua! persona non saria stat^ ausa , 

Non saria comparita un Ettor no^o, 

Mai fisa avenda in compagnia e Ruggiera, 

Ch' erau la scelu è 1 fior d' ogni guerriero J 

6a 
Marfisà tutta volta, combattenda 

Spesso ai caropagui gli occhi rivoltava ^ 

K di lor forxa paragon vedeodu 

Con maraviglia tutti li lodava , 

Ma di Ruggier pur il valor stupenda 

E senza pari al mondo le sembrava j 

E talor si credea che fosse Marte 

Sceso dai quinto cielo in quella part^ 

Mirava quelle orribili percosse^ 
Miravale'non mai calare ia fallai, 
Parca che cantra Balisarda fosse 
il ferra carta , e non dura metallo : 
Gli elmi tagliava e le caraaw grosse 
E gli uomini feudea fin sul cavallo, 
E .i mandava in parti uguali al prata 
lauto dall' un quanta dall' altro latQ^ 



e à N T O XXV* tSS 

Continuacelo la medesma bottit 

Uccidea col «ignore il cavallo anche ^ 
I capi dalie spalle alzava in frotta , 
E spesso i busti diparlia dair anche , 
Cinque e più a un colpo ne tagliò taiotta^ 
E se. non che pur dubito che manche 
Credenza al ver che ha fàccia di menxogna , 
Di più direi ^ ma di tnen dir bisogna* 

7' 
Il buon Turpin > che sa Che dice il véro, 

E lascia creder poi quel dhe air uom piace , 

Narra mirabil cose di Ruggiero 

Che udendole il direste voi mendace ^ 

*Gosì parea di ghiaccio ogni guerriero 

Contra Marfisa ^ ed ella ardente face; 

E non men di Ruggier gli occhi a se trasse ^ 

Ch'ella di lui Talto valor mirasse.. 

7» 
lE, s'ella lui Marte stimato oveai> 

Stimato egli avria-lei forse. Bellona ^ 

Se per donna cosi la conoscea^ 

Come parea il contrario alla per'soiià p 

E forse emulazion tra lor nascea 

t^er quella gente misera non buona > 

Nella cui carne e sangue e nervi ed ossa 

Fan prova chi di loro abbia più possa* 

.75 
Bastò di quattro l'animo e il valore 

À far che un campo e Y altro andasse rótto: 

Non restava arme a chi fug$[ia migliore 

Di quella che a' ginocclii a|Uta sotto: 

Beato chi il cavallo ha corridore , 

Che in prezzo non è «quivi ambio né trottò , 

£ chi non ha destrier .quivi à' avvede 

Quanto il meatier dèli' arme è tristo a piede. 



i6S CAUTO XXV- 

74 
Rimali la preda e il campo ai vincitori 

Glie non è fante o niulattier che resti: 

Là i Maganzeai e qua fuggono i Mori , 

Quei lasciano i prigion le some questi , 

Fufon con lieti visi, e pili coi cori 

9 Malagigi e Viviano a scioglier presti , 

Non fur men diligenti a sciorre i paggi 

£ por le some in terra e i cariaggi. 

Oltre una buona quantità d'argento 

Glie in diverse vàsella era formato , 

Ed alcun muliebre vestimento 

Di laVort> bellissimo fregiato , 

£ per Stan» reali un paramento 

D* oro e di seta in Fiandra lavorato y 

Ed altre cose ricche in copia grande , 

Fiaschi di vin trovar pane e vivande^ 

76 
Al trar degli elmi tutti vider come 

Avea lor dato ajuto una donzella : 

Fu conosciuta air auree crespe chiome 

Ed alla faccia delicata e bella , 

L' onoran molto , e pregano che ^1 nome 

Di gloria degno non asconda , ed ella , 

Glie sempre tra gii amici era corcese, 

A dar di sé notizia non contese. 

77. 

Non si ponno saziar di riguardarla ^ 
Che tal vista V avean nella battaglia : 
Sol mira ella Ruggier , sol con lui parla , 
Altri noil prezza, %ltri non par che vaglia, 
Vengono i servi intanto ad invitarla 
Coi compagni e goder la vettovaglia 
'TChe apparecchiata avean sopra una fonte ^ 
Che difendea dal raggio eativo un monte. 



\ 



CANTO XXV. 167 

78 
Era una delle fonti di Merlino, 

Delle quatto di Francia da lui fcitte , 

D' inlorno cinta di bel marmo fino 

Lucido e terso e bianco più che latte: 

Quivi d'intaglio con lavor divino 

Avea Merlino imcnagini ritratte, 

Direste che spiravano , e se prive ' 

Non fossero di voce, eh* eran vive. 

Quivi una })estia uscir della foresta ^ 

Parea di crudel vista odiosa e brutta , 

Ch'avea le orecchie d'asino, e la testa 

Di lupo e i denti, e per gran fdiiie asciutta ; 

Branche avea di leon: T altro che resta 

Tutto era volpe , e parea scorrer tutta 

E Fcancia e Spagna e Italia ed Inghilterra 

1/ Europa e V Asia , e alfin tutta la terra* 

80 
Per tutto avea genti ferite e morte, 

La bassa plebe e* i più superbi capi: 

Anzi nocer parea molto piti forte 

A re a signori a principi a satrapi; 

Peggio facea nella ronrana Corte , 

Che v' avea uccisi cardinali e papi ; 

Contaminato avea la bella sede 

Di Pietro j e messo seaudol nella F^e. 

Par che dinanzi a questa bestia orrenda 
Cada ogni muro ogni ripar che tocca : 
Non si vede città che si difenda ; 
Se le apre incontra ogni castello e rocca : 
Par ohe agli onor divini anco si estenda 
E sia adorala dalla gente sciocca , 
E che le chiavi s' arroghi d'avere 
Del oielo e dell' abisso in suo potere* 



ITO CANTO XXV. 

Farà strage crudel ; né sarà loco ^ 
Che non guasti contamini ed infetti; 
E quanto mostra la scoltura , è poco 
De* suoi nefandi e abbominosi effetti » 
AI imondo di gridar mtrce già roeo^ 
Questi, dei quali i nomi abbiamo letti. 
Che chiari splenderan piò che piropo. 
Verranno a dare ajuto al maggior uopo . 

V 
Alla fera crudele il più molesto 

Non sarà di Francesco il re de' Franchi : 

£ ben couvien che molti ecceda in questo , 

£ nessun prima e pochi n'abbia^' fianchi ; 

Quando in splendor rea! , quando nel resto 

Di^viftù farà molti parer manchi, 

Che già parver compiuti , cotfoe cede 

Tosto ogni altro splendo!* che il sol si vede. 

9, 

L' anno primier del fortunato regno , 

Kon fcjrma ancor ben la corona in fronte, 
Passerà l'Alpe e romperà il disegno 
Di chi all'incontro avrà occupato il monte. 
Da giusto spinto e generoso sdegno 
Che veudic^^te ancor non lieno Tonte, 
Che dal furor de* paschi e mandre uscito, 
L'esercito di Francia avrà patito. 

£ quindi scenderà nel ricco piano 

Di Lombardia col fior di Fj^incia intornor, 
.£ si Telvezio spezzerà, Ae in vano 
Farà mai piìì pensier d'alzaie il. corno. 
Con grande e della Chiesa e delTispano 
Campo e del fiorentin vergogna e scorno 
Espugnerà il caste! , che prima slato 
Sarà non espugnabile stimato . 



^ CANTO XXV. 171 

Sopra ogni* altr' arme ad espagnarlo molto 
• Più gli varrà quella onorata spada , 
Con la qual prima avrà di vita tolto 
Il móstro corruttor d' ogni contrada . 
Conrien che innanzi a quella sia rivolto 
In fuga ogni stendardo o a terra vada ; 
Ve fossa né ripar né grosse mura 
Possan da lei tener città sicura. 

Questo principe avrà quanta eccellenza 
Aver felice imperator mai debbia ; 
L' animo del gran Cesar, la prudenza 
Di chi mostrolla a Trasimeno e a Trebbia 
Con la fo^^tuna d' Alessandro , senza 
Cui saria fumo ogni disegno e nebbia : 
Sarà si libera} , eh' io lo contemplo 
Qui non aver né paragon né esemplo. 

Còsi diceva Malagigi , e messe 

X)estre ài cavalier' d' aver contezza 

Del nome d' alcun altro che uccidesse 

L' infernal bestia^uccider gli altri avvezza. 

Quivi un Bernardo tra primi si lesse ^ 

die Merlin molto nel suo scritto apprezza:. 

Fia nota per costui , dicea , Bibbiena / 

' Quanto Fiorenza sua vicina, e Siena . 

. , . ^7 . . . 
Non mette piede innanzi ivi persona 

A Gismondo a Giovanni a Lodovico: 

Un Gonzaga un Salviàti un d' Aragona , 

Ciascuno al brutto mostro aspro nimico . ^ 

V è Francesco Gonzaga ^ né abbandona 

te sue ves^tigie il figlio Federico ; 

Ed ha il cognato e il genero vicinp , 

Quel di Ferrara e qud duca d'Urbino. 



\j% CANTO XXV/ 

Deir un di questi il figlio Guidobaldo 

Nou vuol che il padre odaltri dietro il metta : 

Con Ottobon dal Flisco Sinibaldo 

Caccia la fera , e van di pari in fretta « 

Luigi da Gasolo il ferro caldo 

Fatto nel collo li ha d' una saetta 

Che con Tarco gli die Febo , quando anco 

Marte la spada sua gli mise al fianco « 

99 
Du' Ercoli due Ippoliti da Este: 

Un altro Ercole un altro Ippolito anco 

Da Gonzaga e de' Medici le peste 

Seguon del mostro, e V ban cacciando stanco s 

Me Giuliano al figiiuol , né par che reste 

Ferrante al fratel ; dietro ^ né che manco 

Andrea Dona sia pronto , nè^he lassi 

Francesco Sforza eh' ivi uomo lo passi « • 



lOO 



Del generoso illustre e chiaro sangue 
D' a vaio vi son' due eh' han per insegna 
Lo scoglio y che dal capo ai piedi d' angU4l 
Par che Tempio Tifeo sotto si tegua : 
Non è di questi due per far esangue 
L'orribil mostro chi più innanzi vegna : 
L' uno Francesco di Pescara invitto. 
L' altro Alfonso del Vasto ai piedi ha scrìtto^. 

idi 

Ma consalvo Ferrante ove ho lasciato, 
L' ispano onor che in tanto pragio v' era 7 
Che fu da Malagigi sì lodato , 
Che pochi il pareggiar' di quella schiera : 
Guglielmo si vedea di Monferrato , 
Fra quei che n\orta avean la bratto fera } 
Ed eran pochi verso gì' infiniti 
Ch'ella v'avea chi niorti e chi feriti • 



CANTO XXV. *r3 

lui 

In giochi onesti e parlameoti lieti 
Dopo mangiar^ spesero il caldo giorno 
Corcati su tinissiaii tappeti 
Tra gli arbuscelii oiid'era H rivo adorno; 
Malagigi e Vivian , perchè quieti 
Più fosser gli altri , tenean l' arme intorno : 
Quando una donna senza compagnia 
Vider che verso lor ratto venia. 

lol 

Questa era quella Ippalca a cui fu tolto 

Frontino ti buon destrier da Rodomolìte : 

L'avea il di innanzi ella seguito molto 

Prega ndol ora , ora dicendogli onte ; 

Ma non giovando, avea il cammin rivolto 

Per ritrovar Ruggiero in Agriamonte : 

Tra via le fu, non so già come detto. 

Che quivi il troveria con Ricciardetto • 

io4 
£ perchè il lungo^en sa pea che v^era 

Stata altre volte , se ne venne a) dritto 

Alla fontana , ed in quella maniera 

Ve lo trovò, eh' io v' ho di sopra scritto; 

Ma come buona e cauta messaggiera 

Che sa meglio eseguir che non l' è ditto : 

Quando vide il fratel di Bradamente, 

Mon conoscer Ruggier fece sembiante « 

A Ricciardetto tutta rivoltosse, 
Si come drittamente a lui venisse: 
E quel che la conobbe se le mosse 
Incontro , e domandò dove ne gisse ; 
Ella che ancora avea le luci Tosse 
Del pianger lungo, sospirando disse: 
Ma disse forte , acciò che fosse espresm 
A Ruggiero il suo dir che gli era appresso • 



174 CANTO XXV. 

106 
Mi traea dietro ^ disse ^ per la briglia ^ 

Come imposto m^avea la tua sorella , . 

Un bel cavallo e buono a maraviglia 

Ch'ella molto ama e che Frontino appella ; 

E Tavea tratto più di trenta miglia 

Verso Marsiglia, oye venir debb'ella 

Fra pochi giorni , dove ella mi disse , 

Che Taspetta.ssi fin che vi venisse. 

107 
Era sì baldanzoso il creder mio , 

Ch' io non stimava alcun di cor si saldo 

Che me l'avesse a tor, dicendogli io 

Ch'era della sorella di Rinaldo; 

Ma vano il mio disegno ier m' uscio. 

Che me lo tolse un saracin ribaldo: 

vNè per udir dixhi Frontino fusse^ 

A volermelo rendere s', indusse . 

Tutt' ieri ed oggi V ho pregito , e quando 

Ho visto uscir preghi e minacce in vano ^ 

Maledicendol molto e bestemmiando 

L'ho lasciato di qui poco lontano, 

Dove, il cavallo e sé molto affannando « 

S'aJHta quanto può con l'arme in m^no 

Contr'un guerrier, che in tal travaglio il mette, 

Che spero eh' abbia a far le mie vendette. 

109 
Ruggiero a quel parlar salito in piede, 

Ch'avea potuto appena il tutto udire,. 

Si volta a Ricciardetto , e per mercede 

E premio e guiderdon del ben servire , 

Preghi aggiugnendo senza fin , li chiedo 

Che con la donna sola si lasci gire 

Tanto che il saracin li fia mostrato , 

Ch'a lei di mano ha il buon destrier levato. 



CANTO XXV. 175 

110 

A Ricciardetto ancor che discortese 

Il concedere altrui troppo paresse » 

Di terminar le a sé debite imprese; 

Al voler di Ruggìer pur si rimesse: 

E, quel licenzia dai compagni prese^ 

E con ippalca a' ritornar si messe 

Lasciando a quei che rimanean stupore > 

Non maraviglia pur del suo valore •« 

1 1 1 
Poi che dagli altri allontanato alquanto 

Ippalca r ebbe , li narrò che ad esso 

Era mandata da colei che tanto 

Avea nel core il suo valore impresso: 

E senza finger più , seguita quanto 

La sua donna al partir le avea commesso: 

£ òhe se dianzi avea altramente detto^ 

Per la presenza fu di Ricciardetto. 

1 fa 
Disse che chi le avea tolto il destriero 

Ancor detto le avea con mollo orgoglio: 

Perchè so che il cavallo è di Ruggiero ^ 

Più volentier per questo te lo toglio : 

S' egli di racquistarlo avrà pensiero^ 

Fagli saper che asconder non gli voglio 

Gh*io son quel Rodomonte ^ il cui valore 

Mostra per tutto '1 mondo il suo splendore. 

ii3 
Ascoltando Ruggier mostra nel volto 

Di quanto sdegnò acceso il cor gli sia, 

* Sì perchè caro avria Frontino molto , 

Si perchè venia il* dono onde venia , 

Si perchè in s;uo dispregio gli par tolto ^ 

Vede che biaàmo e disnor li fia. 

Se torlo a Rodomonte non s'affretta 

E sopra lui non fa degna vendétta ; 



w€ CANTO XXV. 

La donna Ruggier guida e non soggiorna, 

Che por lo brama col Pagano a fronte, 

£ giunge ove la strada fa due corna, 

1/ un va giù al piano e T.aUro va sul monte : 

£ questo e quel nella vallea rilorna 

Dov'ella avea lasciato Rodomonte, 

Aspra ma breve era la via del colle , 

L'altra più lunga assai mi piauci e molte. 

ii5 
Il desiderio che conduce Ippalca 

D' aver Frontino e vendicar T oltraggio. 

Fa che il sentier della montagna calca , 

Onde molto più corto era il viaggio, 

Per r altro intanto il re d' Algier cavalca 

Col Tartaro e con gli altri che detto aggio ^ 

£ giù nel pian la via più facil tiene, 

Me con Ruggiero ad incontrar ai viene. 

116 
Già son le lor querele differite 

'Fin che soccorso ad Agramante sia: 
Questo sapete, ed han d'ogni lor lite 
La cagion Doralice in compagnia , 
Or il successo dell'istoria udite; 
Alla fontana è la lor dritta via. 
Ove Aldigier , Marfisa , Ricciardetto, 
Malagigi e Vivian stanno a diletto. 

Marfisa a'prieghi de' compagni avea 
Veste da donna ed ornamenti presi , 
Di quelli che a Lanfusa si credea 
Mandare il traditor de' maganzesi . 
£ benché veder raro si òolea 
Senza V usbergo e gli altri bu<^ni arnesi ; 
Per quel di se li trasse , e come doiina 
A' preghi lor lasciò vederci in ^oaua. 



Tosto cbe Veck il Tartaro Mdrg^à, 

Per la credeuza ch'ha di gniadàgikariìii ^ 
Io ricompensa <rìh éalìibso ogùalfl^' avvisa 
Ili Doralice a Rodoiìtont^' dhi^hi ^ 
Si collie AoK^r si tej^ A guèlfo go}^ ^ 
Che vetider la stia ddHna (f ^ef Mtdiat^Ièi * 
Possa Tamaiite^ né a Mgìbci ^ attcsti ^ 
Se quando atia ne p^de ttthl lié acc^uistv . 

Per dunque ]>t*oi^edeffgli di cfctfltenà 
Acciò t>cr sé ^est^ ah« si' ritegifia^; 
Marfisa che gii par leggiadfc)! é bella 
£ d"^ ogni carvalier f%MitìiYiK dÉifgila , 
Coifae abbia ìkè avéi* c[tie^ta caiUé (jfutfltsk 
Subito cara , k lui donar dtségiìu^ 
£ tutti ì cavafier che con iti véd^ 
A giostra seco ed a baetaglSa Chiède". 

Ma^lagigì e Vivian , che V arme ^eàiio 
Come per guardia t siCttrtàdel resttr,. 
Si mossero dai luogo ove sedeanò 
L' un come V altro alla* battiàglia' prèsto^ 
Perchè giostsar éotì amljediie cr^dfeanó ;, 
.Ma r African che iion' Venia pél» qwestoy 
r*on ne fé' segilo o tóovitoi^iato alcmió , 
Si che k' gìodi!i»a* resta- tei* ttmtf trtio^ 

Vivìatio è il priM^^ e coh graft cw si ttióve*^ 
E nel venir abbassa tur" aaftk gfdssa f 
E 't rtf psrgan dalle ibn^o^ pi*ov* 
Dair>iltra parte vien conr ilia^giD^ póssa^^ 
Dirizza V ììùoé T altro , e* ségitó* dt)ve 
Crede meglio fermai; Faspra^p^rcos^a : 
Viviano indarno a'IlJ^'eliiia fl Pagan ferfr 
Gte* non lo ili picgaV tìùm: chr cadére. 

1^ 



17a Canto XXV. 



i^a 



11 re pagau ch'aveu più 1' asta dujrd 
Fé' lo scudo a Vivian parer di ghiaccio ^ 
£ fuor di sella ìu mezzo alla verdura 
A l'erbe e ai fiori il fé' cadere in braccio ; 
Vien Malagigi ^ e potisi in avventura 
Di vendicare il suo fralellaavaccio; 
Ma poi d'andargli appresso ebbe lai, frett^^ 
Gl^e li fé' compagnia più cb^ vendetta • 

125 

L' altro fratel fu primo del cugiqo * 

G)n r arme indosso e su *1 d^estrier salito y 

£ disfidato contra il Saracino 

Venne a scontarlo a tutta briglia ardito : 

Risonò, il colpo in mez^&o all' elm^ fina 

Di quel pagan sotto la vista un dito; 

Volò al ciel l'asta in quattro tronchi rottati 

Ma non mosse il Pagau per quella botta. ^ 

Il Pagan feri lui dal lato manco , ^ 
E perchè il colpo fu con troppa fors^a : 
Poco lo scudo e la corazza nl^uco 
Li valse ; che s' aprir coni^ una scorza: 
Passò il ferra crudel Tooxero bianca: 
Piegò Aldigier ferito a poggia e ad orza ;. 
Tra i fiori e l'erbe alfiji si vede avvolto ^ 
Rosso suirarn^e e pallido nel volto .. 

Clón molto ardir 9 vien Ricciardetto appressa 
£ nel venire airre&ta sì gran laucia ^ 
Che mostra ben come ha n;ìostrato spesso, ^ 
Ch^ degnamente è pialadin di Francia : 
£d al. Paga a ne^fgcea segna espresso , 
Se fosse stato p^ri alla bilaixcia ; 
Ma {^ozzqpjra n'andò : perchè il cavalla. 
Li cadde aiidossQ^ e aou già per si\j faìlou 



Ì?DÌ cìi'altro tévalier ndnd di-mostra 

Che al pagaà per giostrar volti la fronte ^ 

Pen9^ aver guadagnato delia giostra 

La donna ^ e venne a lei presso alla fronte; 

£ disse : damigella siete nostfa , 

S'altri non è per voi che in sella moDté: 

Noi potete tiepiT né farne scusa , 

Che dfÌTafgion di guerra cosi i' usa . 

Marfisa alzando con un viso altiero 

La faccia ^ -disse : il tuo paret molto erra : 
Io ti concedo che diresti il vero, 
Ch'io sarei tua per la ragion di guerra ; 
<^uando mio signorTosseo cavalìero 
Alcun di questi eh' bai gittato in terra : 
Io sua non .son ^ ne d' altri son che mia , 
' Duncj^e me tolga a me chi me desia . 

So scodo ìe lanciìi adoperare atìch* Ìo , 

E piò d' on cavaiiero in terra ho posto : 

Datemi V arme , disse ; e il destrier mio 

Agli scudier, che V ubbidirò» tosto; 

arasse la gonna ed in farsetto uscio , 

£ le belle fatte^s^^ il ben disposto 

dorpo moì^trd che in ciascuna sua parte , 

Fuor che ìiel viso , assitnigliava a Marte • 

179 
t^oi che Tu armata , la 'spada si tinse 

E sul destrier tnoul6 d' Un leggier salto ,' 

E qua e là tre Volte e più lo spinse 

E quinci e quindi fé' girare in alto : ' 

E poi sfidando il Saracino, strinse 

La grossa lancia e cominciò l'assalto ; 

Tal nel campo trojan Pantasilea 

Contra il tessalo Achille esser dovea. 



/ 



Le lance ipilii »\ c»Ice ti 4àvc9f9 

Né perp icfci Ife^qprs^p pi?g9ro s 
Cbi? si Aotasae , ito 4ito fiii4v ^d4ifM^v$ 
Marfisa , cbe vpleil .conpnc^ dElifCQ 
S^ ^ più sti^tbi baUqgUa w^Qlil mie^c^ 
Le servirò}^ jCQPtf!? Ài fier {^gw^ 
Se li riyplfl^ fjp|i 1# np^d^ R »«¥>.• 

at 

Bestemmio il ci^lp ^ glÀ ^l^mCffU il f^t|d«| 
P^an ppi clip ri^st^r fe vid'P in 9^-} 
Ella che }i pensò CQOnper Ip scudo. 
Nop men sdegQOS^ CPqM*^ U /cUtl j^vjellfi ; 
Già r mw) e r ^Ilrp ba io maiitQ il Jfcw« <V«do, 

E /ju 4e fetftl' arpKJ si fnvJ«U«i * . . 

U arme &taU ban pfirin^iei^ti; ìi]^(orQ<>> 
Che mai no» bjs^gw^ pi" 4i qv^ |[|pr»p • 

l4a 
Si buoiia è qvi^lU pia^iltraf quella maglina 
Cbe spada o lancia con la x^g\\^ Q.fftra : 
$i che ppleii .«egoir V A^pra battagli^ . 
Tutto quel giol:^o i? X allrp appjiqiHo 9AQpra ; 
Ma Rpdoffoa^^ io me^zo Jor ^i sycfigliA 
È rìjprpodp il rivai fldlfi ^inìor^^ 
Dicendo : >e ,^jtag|Ì9 por f^ ivwp^ , 
Fioiam la (:oi[iiÌ9^^|ta oggi fr^ pp^ • 

Facemmo.^ fionw wi j tr^^ua ^wp fa|*p 
Bi dar soc^tprsp pila inilizia ^optrfi ; 
Non d^b^Ì4i9 > JHTWa che si;^ q^e«tp jfi^tQ , 
Incominciare jiltTfi h^^t^J^ p gìwMff.^ 
Indi a Ql^rfi^^ riy^j:^ptp \^ .«l,tp 

Si vplltfl , e q^eJ.roe8§sggi9 IfiàiqjtfWtr* 

E le raccpqt9 q^m* era VjpPMtp 

A chf^^r l^iTjppr if gpapwtf laH^Q . 



134. 
La prega poi cW U pi^ci« OOd 80|a 

Lasciar qucilW h»t^glU a diSerUet , 

Ma che s^oglU Ui apt^ dul £glH>ol# 

Del re Trof^n cat» f^§m Jar iiwirt; 
Onde la fpma w(^ qqh DdiigBÌar v^ 
' Potrà far nujglio ioi6o »1 f ifil «udirai 
Che per (quecelft 4i poca mommi» 

Marfisa cl|« f^i 40nipr<^ difiMa 

Di pr9V4ir qii|iM4i 'C^rW n «p»tf« ^ « HmÌì : 
I4è r^^m Ì»4MU 9i ^ewr ;i4ifiil «MR 

<Sf nm ptir 4i9s«r c?frt» «e &wmii 
Lor i>(^ipixiaAZA^f« pw vMQ 1^ ckmciij 
TostQ 4'^iMbf ^Qfcm Jov ]^iiu> frf9«i# 
Q^ 4'AgirM»iiU9 il graia èkpgM kUwf^ 

Ruggiero in 4^«s(0 q9«?i^ at^m flegvttn 

Iiid^^rno Ipjptaloi p^r i« «rifi 4^ nwAn^ 
\ E trovò , lanuto ftl JUic^ , 4^t purtilii 
^ Per altr<9 via ^ a'^ei^^ fi^dAWMt* % 
E pMWIvto ebt lu^gi PW «i« lAii^ 
E che U fie»iUer t^ufi^ drUTQ «U» Into;: 
Trottand:^ W fr«U» 4ie|ivi» U leok ». 

Per I'wnsfi i^'uPftP &ii^p in 49 k rat* 

Volse chi) jtpp^U» ^ BfpAfc' JlUh!» y%liMto 
La iw ^ elV VW! giprRajMi i^r^i V/Ìqhmì t 
Perched? ftlk^ footow fÀtOmUMC^ 
Si torrin tvoppi» 4al ii(imcm»mimi 
E, 4À«^e ]a lei ^he gii^ l»m^ 4«lM|ft84» 

Ben le {arQbb^ ^ «loM'A^haM» 9 doM 
Ella f ) U:QHk % i|d«r toaHi^ k Sll(«M> 



^\ 



iii CAiff Ó XXV. ' 

£ le ciied<$ la lettera che scrìsse 

In Agrìsmofite e che si portò \ii setlol 
E molte cose a bocca anco 4e disse 
E la pregò che r escusasse a pieno : 
Ofelia nienioria Ippalca il tutto fisse ^ 
Prese licenzia e tolto il palafreno ; 
E non cessò la buona messaggera , 
Che la Moat' Alban si ritrovò la sera « 

Regala Ruggiero in fretta il Sardcitfo 

Per Torme éhé apparian nella via piaàa ^ 
Ma non lo|[iunse j^ima che vicino 
Con Mandricardo il vide alla fontana: 
Già promesso s' à vean the per Cammino 
L^ un noti farebbe air altro cosa strana , 
Kè fin cbed campo si fosse soccorso , 
A cui Carlo era appresso a porre il morso . 

Quivi giunto Rug2[ier Frontìn conobbe , , 
E conobbe per lui chi addosso gli era , 
E su la lancia fé* le spalle gobbe , 
E sfidò r Aft*ican con voce altiera : 
Rodomonte quel dì fé' pia che Giobbe ^ 
Poiché domò la sua superbia fiera , 
£ ricusò la pugna ch'avea usanza 
• I>i sempreegli cercar con ogn* istanza « 

'4» 
Il primo giorno e V ultimo che pugna 

'MaicHcusasse il re d' Algier fu questa^ 

Ma tanto il desiderio che si giugna 

In'soccorso al suo re li pare onesto, 

Che se credesse aver Ruggìer nelT ugAa 

Più che mai lepre il pardo isnello e presDO'^ 

Non si vorria fermar tanto con lui , 

Che fesse un colpo della spada o dui . 



\ 



CAUTO XXT. -> i81 

Aggiungi , che sapea eh' era Ruggiero ' 
Che seco per Frontin f^cea battaglia ,. 
Tanto famoso, eli' altro cavaliero 
Non è che a p^ di lui di gloria s£^lia ^ 
L' uQui che bramato ha di saper per yero 
Esperimento quanto io arme vaglia : . . 
Eppur non vuoi seco accettar V impresa ; 
Tanto 'l'assedio del suo re li pesai 

Trecènto pniglia sarebbe ito e milieu ' 

Se ciò non fosse ^ a comperar tal lite: 
Ma se l'avesse ogni sfidato Achille, >, 
Più fatto non avria di quel che udite ; 
Tanto a quel punto sotto le faville 
L? fiamme avea del suo furar sopite: 
Narra a Ruggier perchè pugna rifiuti, < 

Ed anche il prega che l' impresa ajuti ^^ .: 

«44 
Che facendol ^ 0irè quel che far deve 

Al suo signor un cavalier fedele :. 

Sempre che questo assedio poi si leve , 

Avran ben tempo da finir querele. 

Ruggier rispose a lui : mi sarà liev^ 

Differir questa pugna fin che de le 

Forze di Carlo si tragga Agramante, 

Pur che mi rendi il mio Fronliao innante* 

)45 
Se di provarti eh' bai fatto gran fallo, 

E fatto bai cosa indegna d' uomo forte, 

D* aver tolto a una donna il mio cavallo, 

Vuoi ch'io prolunghi fin che siamo in Corte; 

Lascia Frontino e nel mio arbitrio dallo: 

Non pensare altramente eh' io sopporto 

Che U battaglia qui tra noi non segua , 

O eh' io ti faccia sol d' uu' ora tregua ^ 



UMlre ìinìg^m& AT ÀtritMt ètMlMia 
O FraMitMTO iMitttf^Inl àllora àììotsty 
E quello* iB( klAgo é P uiM e V ^Itro otrada 
Nòr ttt0l daiM ìt déstHef tìè fiir" cfìmoi^ ; 

£ métfté kk cMtp9 on'dfhràr lite ancora ; 
Pbkfcè tede Rtiggkr elle per ìaàegùg 
Porta r ati^el che sopra gli altrr regitsr . 

Nel campo aticif Tif^ifar biaftcar are» 
Che (fe^ tfofam fb F irt^gnar belh : 
Perchè Ruggi^f T orfgioe traear 
Dal feitfèalmo Etiùt , portava <|U(erlKi . 
Ma qii«9l0 Hatidricard!o troti sapéa . 

Né vuol fàiitt , é grantte iogioru appella 

Che aéVhèCtìÓa iiir altroi (fébba porre 
UaiftliU Uaifta del fàtaxm £ttbrre . 

Portava MlÀd^icatdo aimilmieitfe* 
L' augel chef rapì iir fdar Ganìmeif é ; 
Gonaé F ebbe qtfet d1^ clVe fu viaceiite 
Al caatel pertglioao per morééde , 
Credo ti ara dòti f altre istorie a nieifte , 
E come qiMlh fartar gVb Ib diede 
Co» tnWt le beiraritie c&e Vutcauo 

* Avw già^ dato d cavtrlrer trojàno . 

r4o 
Altra voltfl a kttagtta ehmo tftati 

Maiidrnrardo e Ruggier aoh> p^t questo : 

B per die casor foaser diatornati , 

' fo tfoi dfi6 ; che gtit v** è manifesto ; 

Doipo ttott fl^eran mai più fàccozsati 

$9 ùóit ^ttiVf ora ; é MaiirdHCardo presto ^ 

Viato la scttdo , alacò' il aoperho grido 

Minareiéiido^ é a Biiggim* disse : io ti sfido. 



N 



7a la mi*a insegna , temeraciò*, porti : 

JNé questo è4i prirbo^'éH cb^io te 1* tia detta : 

E ctedi , pazfso /aifcdrch'io te -1 còiiipot^ù 

Per HUB evolta ch'io t'^i^khi Tispétto? 

Ma poi che né mhiaccé.isè coli forti 

Ti pon q^iesta foHia ìtìfnt «dui <pe(!(o; 

Ti ^tto^ti'erò qaanto ttii|;!ftÌQr pamea 

T' «ra à' avermi ìnibfto^ ^isfalbid^to. 

iSi 
G>me ben liscàldatò ffricto iegiiù 

A pìccfol sóffio sabito s'^ecende^ 

Coà s'avvatnpa di 'ftoggier lo séegno^ 

Al fntùo motto cbé di qci<e5to rMeacler 

Ti penai y diss&y fartai «tare «t se^o , ' 

Peròbè qiEiest'iaUi*o ^ttcor meco- conri^mclé ^ 

Ma mostrerotti ck^ io «iion bixun- per toriie 

iProMiiio a lm> )o stnéo a te «cK- £ttdri^e. 

Un^ altra volta pur pervq^iesta tenoi 
Teco a battaglia , « non è gran» tempo anco*; 
Ma d'ucciderti allora mi ^conti^utti. 
Perchè tu non. avevi spada ial fianco: \^ 
Questi fòtti sa ran ) quéUi ftir ^eeulii; 
£ mal sarà per te queir aug^l bìatito- 
Che antica insegna è Hàtò di tt>ia ^etU^e ^ 
Tu t^ r Usurpi > id i pòrt^ j$itlstàaiei^lt&/ 

Anzi t' uswrpi tu V insegna niài ^ 

Rispose Maodrìcardo^ 1^ ird^se il bi^aiide^^ 
Quello che poc0 inhanti per follici 
Avea jgittalb alla JS[)réstà O^kihdb: 
Il buon Ruggier elle di hhik Coitesi» 
Non può nott sempt-é fltòtdarsi ^ (|il3lllda 
Vide il Pagàu cb'avèa tratta hi ipada>. 

Lasciò cadet* la lancia beila ulràiib : - 

l'i 

r 



tm CAUTO XXV. 

E hitt'a »n tempo BitlitfarJa &trìi>oev 
Lo buona spada , e incelo scudo iiabraccH 

, Ma i' AfricMio in iliezzo il destrip^r spinge, 
E Marfiia con lui presta si caccia; 
E r una questo , € T altro quel rispiiige , 
E pregano ambedue cbé. nen si feccia : 
Rodomonte si duol cbe rotto il pattò 
Due volte a Maudricardo, che fu fatto. 

Prima credendo d'acquistAr Marfisa , 
Fermato s'era a far più cTuna giostra ^^ 
Or , per privtfr Riiggier à' una divisa ^ 
Di curar poco il re Agramante mostra : 
Se pur, diceA| dei fare a qiiesta guisa ^ 
Finiam prima tra noi la lite nostra 
Conveniente e piò debita assai , 
Che alcuna di quest'altre cbe preso bai.- 

Gon tal coiidiaiión fu stabilita 

La tregua e quelto accordo eh' è fra nui : 

Come la pugna teco avrò finita , 

Poi del destrier risponderò' ;i cu.siui: 

Tu del tuo scudo, rimanendo in vita, 

La lite avrai da termioar con lui : 

Ma ti darò da far tanto, mi spero, 

. Che nou n'avanzerà troppo a Ruggiero^ 

i57 
La parte cbe ti pensi non n'avrai, 

Rispose Mandricardo a Rodomonte: 

Io te ne darò piò cbe non vorrai,, 

E ti farò sudar dal pie alia fronte : 

E me ne rimajrà per darne assai , 

Come non manca mai l'acqua del fonte ^ 

Ed a Ruggiero ed a mille altri seco 

£ a tutto il mondo che la voglia meco. 



CANTO XXV. i»7 

Moltiplicava!) l' ine e h parQl^ 

Quando da qaefllo e quando d«i quel lato: 
jUuu Rodomoiite e con Huggi^r la vuole 
Tutto iu nti tvmpo Maudriqardo irat<^ : 
Ruggier die ultruggfio «(oppurlar aoii suole ^ 
Moti vuol pia accordoi aoei litigio e pialo: 
Marfisa or va da questo or da qii«;l cauto 
Per riparar^ ma..DoD può aula tanto. 

Come il vJHan , aie fuor per P alte sponde 

Trapela il ti u tue e cerca nova strada , 

Frettoloso a vietar ciie non affonde 

i verdi paschi e la sperata biada , 

Cliiude utia via ed uti' altra e si coutUude; 

Che fm ripara quinci che non cada , 

Quindi vede lassut* gli argini iqulii^ 

E fuor r acqua spiccar con più raiupoUi ; 

160 
Così ; mentre Ruggiero e Mandric»rdo 

K Rodofnunie son lutti suàszoprii ; 

Che ognun vuol diniosXt*arsi più gagliardo 

l!^d ai compagni niuanet: di «sopra ; 1 

Mal tisi ad acn^lielarli aveu ngu^fdi^* 

E s' affatica e perde il tei^ipo ^ T opra; 

Che coma ne spicca .u|io e lo rjlira y 

Gli alili tijue risalir yede cpii jr^. 

161 
Marfisa che vo|et| porgli 4* accordo , . 

Dicea: sigo^ri Mdite il mio cunsiglip; 

Differire ogni lite ^ Iniofi ricorda 

Fin che Agra.nij»iUe sia fuor di periglio ; 

Se ognun, Viiple;^! suo fatto esser ingordo^ . 

Anch! IP con Maudi'icardu nii ripiglio ^ 

£ vo'.veder ^1 fine $^ g^uadagnariDe, 

Cow' egli ba fjellp, è t^iiotà per forza d' aro^id» 



V- 



iM CAUTO XXÌC/ 

Ma se sì de' 90COirrev« Agsa manìe > 
<2>occorr9^ì , e Ira ooi noa ai contesda ; 
P^r me non si storà d' aodaffe ìoB£i«le 
Disse Rug'gier, purché il4estrìer ai rettila > 
O che* mi dia il «^avallo., a Cu* di taal^^^ 
Uua parola , o che da. aie il dòli^aila , 
O obe qijjiìi morto^ ha da restare, o^M io 
In campò ho da loTnar sul de^ptrèeK mio* 

B impose Rodomonte * oUeoev qvesto^ 

JS'olì fia cosi , coiDe queir alleo , lie^&e 

£ seguita dicendo; io ti protesto, 

Che se alcun doano il oofiSt^o re f4cew j 

Fia^ per lua colpa ; eli io per ine noa vesto 

Di fare a tempo quel che far si d^ioe j 

Buggìeroo quel protesto poca bada , 

Ma stretto dal i[uror- siringe U fpada. 

164 ' 

A ? re d' A>g4er coinè cinghiai si sragWa , • 

£ i* urta eoa lo scudo e eoa la apaUa». 

E in modo lo disordina e sbaraglia, 

Che fa cbed' una etaflFa il pie gli falla ; 

Mandricardo gli grida ; o la battagha 

Differisci , Rtiggievo, o meco falla; 

E crudele e fellon più* cheniai fusa*' 

Buggier su 1* e)me in questo dir percossa» 

Fin sul collo al' destrier Rugg^ier s'inclfibas 
Né quandi) volse rilfe var si piiàlè , 
Perchè li sopraggiunge la rtrhià' 
Del figHo d' Ufien che lo perràofe; 
Sé non èra di temj^a jidanlàntirfaV 
Fesso r eln^o gli avrìa fin tfà le gòfé ; 
Apre. Róggier te^inàm pef YcfttiBsdìa, 
^É r una 11 frf^u r àttra la spada hàtki. 



\ 



Se Io porta il ^bflteier per la eiim:pdgtia ; ' < 
Dietro li re»ta in terra Balisarda ; - 

Marfisa ', che quel dì £|tta oompagna 
Se gii era d'arme, par che avvampi ed arda, 
Che solp tra ^ue' due coaìf rinaagna ; * x ' > 
£ com'era magoanima 'e gagliarda y 
Si driesa a MaDdrioardo:, « col potere 
Che avea maggior «, aopra la testa il fert* ^ 

BodomoiHe a Ruggìcr dietfò si spinge; _ ' • 
Vinto è Frontin s' mi^ aiiira gU n' appicca } 
Ma Birciarclttte con Vìifìsq si stringe, > 
E iva fiuggiero ttU Saracin'si ficca ; 
L' uno urte Beidomonte p ip rispii>gey 
£ da Hiiggiep fcf (orza lo dispicca ;;• 
L' altro la spenda sua ^ pbe fu Viviafi^y 
Pone a Roggier già ri«^iìi|ito ia mano. 

To8to che il buoo Ruggiero in sé ritorna , 

E che Vii^ian k spadagli eppresenta ; 

A vendicar riiygi«uiria non soggiorna , ' • 

E verso il re d'Àlgier ratto $' avventa,' 

CoK>e il leoH -che tolto ìrsh le eortm 

DhI bue sia «tfito e'cbe '1 dolor non iseiila ( 

Si sdf*gfìoed tra ed impeto!' affretta > 

Stimula e sferza a &r la sua vendetta. 

169 
Rnggier sul éapo sFSàtacìn tempers j * 

E se- la spsdà sua si ritrovasse , ^ 

Cite ^ cnnw ho dettò , 'al cottrinciàt d? questa 

Pugna di man gran feWonia W trasse ; ' 

Mi credo che a difendere la testa _ . 

Di Rodomónte Telmè non bastasse;, 

L' elmo che fece il re far di gabelle 

Quando mtióvef pensò guerra alle steftfc P 



19» CAUTO XXY. 

Iti 

Fb gi;ancle il fiaUo, noli però di aòrte 
Che ne 4<>^^^ alcun perder la sella : 
Quando si vide in alio gridò folate ; 
Cbe si tenne per tnorfca la donzella ^ 
Quel ronsin , come il diaVoi s« lo porle ^ 
Dopo un gran sallo % ne va "con qvrella ^ 
Che pur grida soccorso , in tètita firetta 
Che non T avrebbe giunta ^^na saetta w 

Dalla battaglia il figlio d' Uiièno 

Si levò al primo suòn dì tjuella voce, 
E dove furiava il palafreno 
Per la donna a jutar n' andò veloce . 
Mandricardo di luì non fece meno, 
Kè più a Ruggier né più a Marfisa nuoce ; 
Ma senza chieder loro o paci o tregue . 
£ Rodomonte e Doralice segae • 

Blarfisa intanto sì levò di lerra, 

, £ tutta ardendo di disdegno e d' ira 

Credesi far la sua vendetta ^ ed erra ; 

Che troppo lungi il suo nimico mira : 

Ruggier che aver tal fin vede lu guerra, 

Rogge come un leon ^ non cbe sospira; 

Ben sanno che Frontino e Brigliadoro - 

Giugner non ponno coi cavalli loro • 

t8i 
Ruggier non vuol cessar fin che decisa 

Col re d' Algier non T abbi« del cavallo: 

Non vnol quietar il Tartaro Marfisa ; 

Che provato a suo senno anco non hallo • 

Lasciar la sua querela a questa guisa . 

Parrebbe all' uno e all' altro, troppo fallo : 

. Di comune parer disegno fassi 

Di chi offesi li avcsa segasire i passi • 



1 






CANTO XXV. "' iQl r 

Ket campo sa raciu li troverauno , 

Quando non possau ritrovarli prima; 

Gbe per levar V assedio iti saranno 

Prima che il re di Francia il tutta opprima ; 

Cosi dirittamente se ne yanao 

Dove averli a man salva Émoo atinto : 

Già non andò Ruggier cosi di botto, 

Ghe non facesse a' suoi compagni motto . 

i83 
lluggier se ne ritorna ove in disparte 

Era il fratel della sua donna bella j^ 

£ se gli proferisce ìd ogni parte 

Amico per fortuna e buona e fella ;, 

. Indi lo prega , e lo b con bella arte ^ 

€he saluti in suo nome la sorella : 

£ questo cosi ben li venne detto > 

Che né a lui die uè agli altri alcun sospetta • 

184 
£ da luìj da Vivian^ da Malagigi 

Dal ferito Aldigier tolse comiato: 

Si proferirò anch' essi a li servigi 

Di lui debitor sempre in ogni Iato ; 

Marisa ^vea si'l cor d'ire a Parigi^ 

Che '1 salutar gli amici avea accordato r 

Ma Malagigi andò tanto e Viviano y 

Ghe pur la salutaroii di lontano. 

E cosi Ricciardetto : ma Aldigiero 
Giace, e convien che suo malgrado rest»: 
Verso Parigi avean preso il sentiero 
Quelli due prima , ed or lo pigliaa questi y 
Dirvi signor nell'altro canto spero 
Miracoloni e sopra umani gesti , 
Che con danno degli uomini di Garlo^ 
Ambe le coppie fer' di chi vi parlo • 

^ 14 



^94 

ANNOTAZIONI AL CANTO XXV. 

st. \ . Che V amorosa lite s'intermesse^ intermetterete: 
propriamente cessare » intrameCéere è frapporre . 

8t. 4< Vedi Cant XXII. st. 51. t. 2. 

8t. 6. torse : togKersi eleggere . 

8t. 7. i» mezzo Francia : pìÀ elegante che in messa 
della o alla Francia . Cosi qni sotto alla st. ti. 

in ripa un stagno ^ 

tt. 8. ad esser morto : morire si nsa attivamente con 
elegunsa in luogo di uccidere • Petr. Canz, XX. 6. 

Che questo è il colpo di che Amor mi ha morto, 

st. II. cinge : sembra che al verbo citigsre si dia ani la 
sigili ficasione di tagliare a travèrso , nel qaal senso non si 
trova apportato da' vocabolari . 

sL 1 4« Forse il gran dia^ol : questo gran diavol era il 
some di uno smisurato cannobe d* Alfonso I duca di Ferrara. 

st. 3i. Né trae profitto alcun dal suo pensiero: enoìk 
trova partito o messo di poterli soccorrere . 

st. 34* ove la Copia Juse: latinismo: versò sparse • Dan-^ 
le Purg. C. XX. t. 7 : 

Che la gente che/onde a goccia, a goccia 

Per gli occhi il mal 

E Infer, C, XL v. 44 s 

Biscazza e/bìide la suafacultade * 

st. 35. soggiorno : indugio dilazione di.mora , Gio. Vili. 
8. 52. 1 : Sanza soggiorno andarono popolo e cavalieri di 
Firenze in Mugello • 

st. S^. Que versi ebe V un megVio deir altro ti fanno ve- 
dere il guizso la fretta e V impeto con che si lancia Rug- 
giero a scrivere la eloquente e ingegnosa sua lèttera a Bra<« 
damante • 

st. ^%, Se cercato tavea di conservarsi , se avea cerca- 
lo di conservarlosi : costrusione straordinaria , di cui talvolta 
fi serve V Aut. 

st 46. Con speme che gli occorra : con isperansa d'incon- 
trare che gli venga incontro akùno che ecc. 

st 47* Col ramo intinfo nel liquor di Lete , Questo ramo 
è posto da poeti in mano al Sonno alludendo alia favola del 
fiume Lete cui travalicando te ombre degli estinti oblia^anci 
d' essere state ai inondo . Lete voce sreca significa oblio «. 



fó5 
• -St. So. ^^Vì ni attor ecc. EnaiheraSBiotie cbe. serve alla 
Y^ma o al capriccio più che al bisogno . 

st. 5i.i7 raro £ òdio augel che pia dì un secol dura 
\à Fenice. 

si. 53. ci traessi \ io ci Venissi . Nov. ani. ^. io. ^idè 
"tntPare •«» topo pef* la, finestrella , che trasse all'odore. 

st. 58. Legati trar : trarsi o òsser tratti , idiotismo • 
V ha chi pretende ì\ testo genuino esser qaesti» 

Legati e tratti su picciól ronzini , • ^ 

come dicono le prime edizioni . 

st. ivi. incominciar la festa y frase popolare8ca> come le 
mitre dell' ottava seguente . 

st. (^3» clade ; strage , Voce latina ed esempio ^nico liei 
Vocabolari . 

st. ^7« conte un uovo ; similitadine di bassa lega . 

st. ìtì. non saria stat' ausa ; latinismo . Dante Far. 3« 

y. 63. 

Che nulla volontade è di più ausa • 
«t. ivi. comparita f comparsa: Vit. Sant. Ant. Aivoltò 

igli occhi sopra quest* uomo , comparito nuovamente . 

st. 83. di lancia Avea passato il mostro > con o à* an 

colpo di lancia . 

st. hi, gli Jigge il petto ySemhra posto in vece di trH<« 

figge. 

si. 87. che fui scritto hanno Nel marmo i nomi^ i cuh 
Domi sono qui scritti . Il testo è vizioso per anfibologia . 

. st. 189. Quel Piion. In altre ed. si legge Fiton, Ser- 
pente di mostruosa proceriti e fierezza , cbé la Mitologia 
fa nascere dopo il diluvio , e morire trafitto da Apollo. 

st. 92. Che dal furor da* paschi e mahdre uscito : il 
Jpaese degli Svizzeri , che a quel tempo era tutto pastori e 
pascoli armenti e gregge. 

st. 93. R sì l* Elvezio spazzerà , che in vano* Fard 
inai pia pensier di alzare il corno ; due belle e yigorose 
metafore. 

lit. 99. le peste , i passi le orme i vestigi. 

st. 1 00. Lo scoglio che dal capo ai piedi d* angue. Par 
che t empio Tifeo sotto si tegna .* V isoletta d' Ischia figu- 
rata in guisa , cbe alla fantasia de' poeti parve sott' essa 
vedervi sepolto Tifeo uno de' giganti fulminati da Giove , 
che aveano la metà inferiore del corpo a mantera di serpe 



Bt. loi^ sene ¥ennt al dritto ; curiHiiiiart» ditlalb** 
St. 1 1 3. Focosa ripetisione. 

St. 117. il ttaditor dc' Mafanzesi ; tn>è il trsiitor ma« 
«nzese , o cfa« era ano de' Magansesi ; modo anEbologieo « 
t>8caro. 

St. 1 22* as^accio; prontanieinlet Dakite Par. C XVi 
t. 70. 

j^ cieco toro più diroccio ùode, 
Che cieco agallo • . • • 
st. 123. E^disfidaio: cosi rediriòttè) riMi pti6 kgt^'* 
mente sembrare «he 1' Qte abbia presd per il»? Vettens» 
errore dall* altra. Mandricardo fiocfai Tèrsi aVottiti sfidli tnt* 
lo qael croccbio di catatieri a battaglia percboqaislart a 
Rodomonte Marfisa st 119. 

E tutti i cavalier che con hi P-ede 
A giostra ^eco ed a battaglia chiede. 
E infatti s'incomincia dall'una parte e dall' altra. Qoa? 
bisogno di ripetere che un di loro fosse disfidato ? Non è 
imprebabile il sospettar^ cbe il rero e genuino testo ics* 
se ; E difilato , beltà ed acconcia voce italMoa «piegata • 
riportata iti Crusca. 

st. ia& della giostra , per diritto dì giostra Vinta . 
st. 119. PantasileUf o come altri scrìt^ob , Pèntesdea t 
fa, secondo o favola o istoria , una regina delle Amnzoni cbd 
combatti e ilu morta nella guerra trojana , altri dice da iPirro 
altri da Diomede . 

st. i3o« in fin €il calce; calca in luogo di càltio delT ar« 
me in asta . 

st ìtì . Né però chi le colsero. E' ossert abile il i^ronome 
chi accordato al numero de' pia . Ve V htt esempie a^cbe nel 
libr. Ségr. E i tavernieri , e chi questo sostengono . 

st. i35. Lor nominanza ; nome ^ grido , !bma , gbrìa . 
Dante Purg. G. XT. t. ii5. 

La vostra nominanza è color d' efrìa • 
st. i4o. E su la lancia/e' le spalle gobbe , pittura tira , 
ma frase bassa . 

st i54* ^ fne* lo scudo imbraccia; mediti luogo Ai meglio. 
Petr. Cam: CCXLVU. 

Afe* V* era che da noi fisse il di/etto . 
Dante Infer. Ù. I. t. 1 11. 

Ond* io per lo tuo me' penso t Hpenso • 
st i55. Prima credendo d' acquistar Marfisa . Altri 



laUge : Prima credendo it' ac^star Marfisa , cioè acqm- 
stamela , la qaal lesione non sembra impropria . 

it. 159. lassar ; staiicargl , oTTero oadere o stancare 11 
<he non possono sostenersi • 

st ìtì. rampMi , rampollo 4t propriamente rena d'acqua 
sorgente ; ed é ancora il pollone cbe spunta dh' rami Teochi 
degli arbori • 

st 1^1. mi ripiglio; ri tomo a contrastare . 

st. 167. gli ^ appicca ; replica j aggiunge . 

St. i^i, suia ; stata; termànhsione assai rara del Torbo 
Tessere . 

st. 1^4* ^ome UH torso ; modo famigliare e babso • 

st. 1 76. solia ; soleva ; poco asato . 

st. ig:. iVbit vMo/ quietar il Tartaro Marfisa ; non tuoI 
fasciarlo quieto . 

st. iyi • a suo senno ; a sua opioiooe , a suo giadicio • 
^aoto Terrebbe % 



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