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Full text of "Ortografia sarda nazionale, ossia gramatica della lingua logudorese ..."

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I 



/ó>. ^. // 



mm^m 



ORTOGRAFIA SARDA 



ìQ* 



OBTOGRAPHIA 

SARDA NATIONALE 



O SIAT 
DI Si 

UMBA tOGUDOnCSA CUMPAKADA CUM S^ ITALIANA 

D 1 I 9 V 

SACERD. PROFESSORE 

JOHAIVPIfi ISPAMU 

llBUOTECAaiO llf SA R. UNIVERSIDADIL DE EALARIS 

PAIVTE pum^ 



^ non isce cum quale duìcùra 
Mi retirat sa Terra uè so nadu, 
jVc/i nU laxat de ipsa ismentigadu» 

Dor. 




KALARIS MDGGCXL, 



in SA IMPREIfTA REGIA 

Cum pcrmitciont 



ORTOGRAFIA 

SARDA NAZIONALE 



OSSIA 



(DMMAiriIClA 



DELLA. 

LmGUA LOGUDORESE PARAGONATA ALl' ITALIANA 



DAL 

SACERD. PROFESSORE 

GIO VANN I SPANO 

BIBLIOTICAIUO IfELLA R. UNIVERSITÀ' I>I CAGLIARI 

PAAT£ PRIMA. 



JVescio qua natale Solum duìcedine cunctos 
Duciti et ùnmemore* non Jtìnit esse sui. 
Ovid. lib. I. de Ponto. 




CAGLIARI 1340. 

HELLA REALE STAMPERIA 

Con permissione 



(gt Sua •TO. 

^tC^fi^ ^^ ^311^ ^(3^ d^ flUK^ fQHQk ^311^ ^QBK^ ^9Bk ^^ 



DI TOSCANA 



ecc. ecc. 



Se 



OoiQò\>a> 




ra destino che la dolcissima Italiana 
favella , sebbene nata sulle amene sponde 
dell'Arno, divenuta sarebbe un dì anche 
ricco patrimonio degli Abitanti del fer- 
tile Tirso. 



TI 



Di tanto bene la Sardegna è debitrice 
air Augustissima Casa Sabauda, la quale, 
cessata l' ispanica dominazione , contan- 
te savie istituzioni promosse in ogni 
tempo le scienze, statuendo fin dalla 
metà del secolo trascorso, che nei Di- 
casteri e nel pubblico insegnamento delle 
Scuole Inferiori si facesse uso di quel 
Toscano che fu poscia la lingua di quante 
persone ebbero voce di bennate e di 
colte. 

A chi adunque meglio che a V. S. 
B. Maestà' poteva io offrire questo ideo- 
logico lavoro di patria lingua raffrontata 
alla sua gentil compagna, alla Maestà' 
Vostra, mercè di cui la Dinastia Tosca- 
na si congiunse con la gloriosa Sabauda 
Stirpe cui oggi la Sardegna riferisce 
tutti i suoi beneficii ed il suo splendo- 
re ? Aggiungerò che tra le altre lumi- 
nose doti onde va adorna la mente della 
Maestà' Vostra grandemente risplende 



r amore per le lingue: amore divenuto 
a' tempi nostri uno degli studii non 
meno dei profondi intelletti che delle 
anime gentili. Né indegno di si fatto 
amore è certo il Sardo Dialetto per ogni 
capo si venerando, e più per le sue 
tristi vicende ^ e per esser comparso 
adulto quando tutti gli altri delF Italia 
vagivano appena, frai quali tutti oggidì 
esso è l' unico che ritragga dell* antica 
ed insigne sua Madre che fu la Lingua 
Latina. 

Yoglia adunque la Vostrì R. Maesti* 
aggradire l' umile omaggio che ardisco 
presentare a' piedi del Vostro Real Trono. 
E desso il sacro e prezioso avito tesoro 
che le sarde labbra meno contaminate 
serbarono per tanti secoli come vero 
segno di quell' amore, e direi sincera 
espressione di quella fedeltà che salde 
radici ha posto nel cuore dei Sardi, per 
quei tratti di singoiar munificenza eh? 



tm 



sovr' essi risplendono da poi che saliva 
il Trono de' suoi Maggiori, tutte recan- 
dovi le lor virtù, 1' Augustissimo Consorte 
di V. Maesta% il glorioso Re Carlo Al- 
berto. Sono questi tratti, che mentre 
formano il più durevole monumento 
dell' illustre suo Regno , tutta obbligano 
la riconoscenza di questa Terra che alle 
provvide Leggi ed alle indefesse cure 
di Lui debbe oggi il suo civile e mo- 
rale risorgimento- - ' [ ' 

Pregando intanto il Cielo per la lun- 
ga e felice conservazione di V. S. R. 
Maestà', e di tutta 1' Augusta di Lei 
Famiglia, ho 1' alto onore di protestarmi 
col più profondo sentimento di vene- 
razione e di ossequio. 



GIOVANNI SPANO 



AL GIOVANETTO ALUNNO 



Il faut étudier la Grammaire 
en notre Langue asiani que de 
V ét'odier en une autre, 
Fleury Traile des Études, e. X3L 



L 



seopo eh* ebbi nel porgerti queste prime regole delia 
natia favella fu anzi quello di darti a coooscere il tuo pro- 
prio linguaggio. Conoscer questo è più dovere che lode, e 
pereiò come per base lo devi studiare pria d' inoltrarti ad 
un' altra lingua qual' è la Toscana che, sebbene affine, tanta 
è la sua dolcez^ea, che travisata con altro dialeCto, eome è 
la sorte di tutte, perde la sua sonanza e le^iadria. Questo è 
quel lavoro ch^. almeno, se non il più necessario, riputava 
il più utile ai bisogni tuoi e d' ogni classe di persone che 
come per fondamento debbono porre la materna lingua, né 
con questa corregger le altre, ma a queste dirigersi dalla 
propria che non potrà mai cancellarsi , sia qualunque Y esilio 
o la frequenza, perchè tratta col proprio sangue dal cuor 
materno ( i ) . Converrammi adunque che prima t' instruisca , 
com' è dovere d' ogni opera per piccola che sia , dell' anda- 
mento che ho tenuto in questo mio lavoro. 



(I) n materno grembo molto influisce nelV Ì7tfantile balbuzie alV ajh 
prendimento della lingua^ e forse più di quello dell" arie sotto la disci' 
plina dei Maestri, quando sono adulti^ lo che notava Cic. lib. L de 
Orat. — Le Madri sono quelle che instillano il primo elemento scevro 
dal tramestio di altrui dialetto nel loro ritiro domestico > a loro mollo 
deve il fanciullo del suo patrimonio di lingua acquistata con queW in- 
cocente libertà con la quale vivono tra le materne braccia ^ e tra noi è 
un ineontraslabile fatto ^ che il fanciullo non mai parla la lingua del 
Padre bensì quella della Madre, 



X PREFAZIONE 

II titolo è semplice, né poteva esserlo diversamente per 
le ragioni che vedrai appresso, tale pure sarà ir metodo da 
me serbato in sulle orme delle migliori Gramatiche che sono 
in uso. La prima parte abbraccia il discorso che propriamente 
forma la Gramatica : la seconda la Prosodia Sarda , ed altre 
osservazioni inerenti air idioma. Applicata in ambedue scor-* 
gerai la tua maestosa lingua alla sonante italiana che hai pur 
obbligo di apprendere, dacché -a quella classica Terra per 
adiacenza e per governo appartieni. Vedrai i precetti combi- 
nati sotto un medesimo andamento per istruirti in un tempo 
stesso in ambe le lingue. Non istarò adunque a dettarti sola- 
mente i precetti del materno tuo idioma, che, salvo sul 
Pulpito e con le muse , non potrai adattare ovunque Y istesso, 
bensì il comun dialetto del Logudoro assoggetterò a «quelle 
regole che ferma guida ti porgeranno per apprendere qublla^ 
lingua che t* interessa. Tale quindi comparirà con gli elementi 
di sua vera pronuncia , òhe serbando air istesso tempo il 
decoro e la maestà del nostro dialetto , anderò esponendo i 
precetti ed il modo con cut amicamente ambi procedimo. 

Per tre anni ftii istruttore dr Numerosi Fanciulli nel primo 
impianto delle R. Scuole Normali a S. Carlo in Sassari, e 
quanto non sarebbe stato laudevole che i maèstri avve^sferò 
avuto una Scuola pria d* esser assunti alla difficir arte dell' in- 
segnare ! Vidi fin d* allora con Y esperienza il gran bisogno 
di ridurre a precetti la materna tua lingua applicati alla To- 
scana per agevolare ¥ apprendimento di questa ( i ) . Mi ao- 



(1) Questo bisogno prima di me lo conobbe il Porrne, quando nel 
9U0 Saggio di Gramatica sul Dialetto meridionale Cagl. i8ii. scrivea 
in una nota a f, iì. Confesso ingenuamente, che per lo spazio di 
circa tre lustri , che ho avuto Y onore di esercire nelle pubbliche R, 
Scuole di questa Capitale il magistero di Lingua Italiana, e Latina rav- 
visai sempre la gran difficoltà , che gli Scolari nel xjorso degli studii 
grama tìcali provavano in apprendere esse due ignote Lingue, nello 
studio delle quali insumono quasi un decennio ( eccetto quelli d* inge- 
gno felice), e questo trascorso possiam dire di essi, che abbino ap- 
pena salutata dai primi limitari la cognizion di araendue, che se 
avessero il sussidio della Gramatica e del Dizionario Sardo — ^Italiano , 
pm^errebbero fuor di dubbio all' intelligenza di esse Lingue , e cott 
minor fatica , e col risparmio di parecchi anni da consagrarsì nello 
studio di pin alte scienze , e che sono di maggior giovamento alla 



PREFAZIONE n 

eorsi quanta fatica debba costare ad un giovine » queUo di 
sbrigarsi dall' abito originato da un fallato esordio, obbligato 
non solo ad imprender da capo gli erudimenti ma a disap* 
parare prima ciò che imparato aveva. Il gran studio però esser 
dovea nel suggerire un mezzo per cui né la lingua illustre 
perdesse la grazia di cui è adorna , né il tuo idioma venisse 
spogliato di quella gravità di cui sfavilla e campeggia. Nessuno 
di fatti Io ravviserà col Mabillon barbaro ed intrattabile ( 4 ) ^ 
anzi fluido, pieghevole, ricco ed armonioso: e se altri lo 
tacciarono un miscuglio di lingua di quelle nazioni che domi» 
narono questa Terra , non fu mai il tramestio dei vocaboli o 
intrusi o prestati che formò la sonanza o deformità d'un idioma, 
bensì il meccanismo, le inflessioni, la gorgia e tutto quella 
ebe riguarda il filosofico suo apparato. 

Neil' esposizione ossia narrativa dei precetti per tanti mo« 
tivi ho giudicato a proposito di attenermi alla lingua italiana 
meglio che alla nazionale , ma il primario fu che tu stesso ti 
avvezzassi a sentirla esposta in quei termini che apprendesti 
nelle pi]d>bliehe Scuole elementari dove ne avesti un princi- 
pio apprendendo i primi rudimenti del leggere e dello scrivere; 
per questo lo stile scorgerai piano ed all' intelligenza di tutti 
adatto. Indi ho avuto pensiere per qualche dotto al di là dei 



Repubblica. — Questa difficoltà oggi sarebbe sparita del tutto , mercè 
le paterne cure ch'ebbe il Re di gloriosa mem. Carlo Felice L, 
stabilendo fin dal 4824. le Scuole Normali in tutte le Città e Villaggi 
del Regno , se i Maestri si fossero limitati a quello solamente che 
viene prescritto. Aggiungo i miei voti a quelli del dotto Illustratore 
delle cose Sarde , qv' on rappelle ks Maitres des Écoles normales é 
V efiprit (t une instituUon doni les avantagesi doivent étre d* apprer^ 
dre a lire et a ecrire a la classe du petiple. Della-Marm. Foyage ^ ecCw 
voi. I. f. 344. j 2. Ediz. — V. la n. 4., che ragionevolmente appone a 
questo luogo cit. esponendo le funeste conseguenze che nascono 
dair esser limitato il numero di quelli che ne* Villaggi sanno leggera 
e scrivere. 

(4) Forse questi con gli altri Istorici e Viaggiatori che gli diedero 
quesf epiteto lo presero in qtiel senso nel quale i Greci che troppo Hi" 
magano la loro lingua barbare chiamavano le altrui ^ anche la rth 
mana , K Varchi. Ércol, quejt, 3. — La sarda Lingua qtmnte vod mm 
nerberà usate nelV antico Lazio ^ e che a noi non perv^ennero dai 
classici^ e perciò saranno barbare? Ogni lingua sembra barbara 
quando non $' intende. 



xn PREFAZIONE 

mare, che per onesta curiosità volesse informarsi del nostro 
Dialetto. Ad intuito di questi che personalmente non potessero 
visitarci , né positivamente sapere qual tratto di regione ab- 
bracciasse il Logudoro ho giudicato d* arricchirla della Carta 
Corografica (e per te ancora che devi studiare e sapere la 
Terra tua natale ) , tracciandovi prima i tre dialetti principali , 
indi a norma della diversità dei distretti in cui cambiano di 
accento o che per la gorgia vengono sensibilmente alterati. 
11 presente lavoro però restringesi propriamente al solo Logy^ 
dorese ossia centrale , che questo forma la vera lingua nazio- 
nale 5 la più antica ed armoniosa e che soffri alterazioni meno 
delle altre ( 1 ) ; questa solamente abbiamo intenzione di ripu- 
lire e con meditazione adattarla a conformità di sistemi. Della 
meridionale o campidanese abbastanza lavorò il benemerita 
Porru ( 2 ) . Niente di meno io talvolta sugli esempii , e più 
sul prospetto tanto dei pronomi che dei verbi ho fatto uso 

di tutti e tre dialetti vale a dire Logudorese ossia centrale (3),' 

— ■ ■■ I-. ........ ..^ . 

{i) La posizione della Provincia^ come scorgerai dalla Carta, molte 
influì che il Loguéoro non si mesce-^se a sorgenti straniere j ma <n>fl 
ritenesse le usanze e gV idiotismi senza tralignar dalla bella eti 
della antica sua Madre di cui serbò un gran deposito fino alV età 
presente. La barbarie ^ il trafico ed il commercio infettò le terre marit- 
time ^ non i Paesi centrali tenutisi indipendenti j e nei costumi e nella 
lingua con^ vincolo il più sacro tra loro. K la Pref. ai Canti Popolari 
della Sardegna. Cagl i836. 

(2) K la ciL Gram. col Diz, e la Bibl. ItaL di Milano. Ago8t9 
4836. dove il eh. Francesco Cherubini dà il giudizio dell opera. 

(3) Questa voce Logudoro crede il Wesselengio ne' suoi commenti 
alV itinerario ^ che sia derivata da Liguidonis ÌPortus , forse V attuai 
Porto di S, Paolo presso Terranova. K la Tav. i dell' yèti, e la f 447 
del 2 f^oL del Cav. Della Marmora ^ Luquidonenses dalla Città di 
Luquido che pone nelle rovine di Castra presso Oscheri ^ e dove an- 
ch' egli pensa che da questi sia stata chiamata la contrada di Logu- 
doro. Il P. Filale Cronica sacra , nella dedica alla Signora Donna 
Camilla Doria ^ la fa discendere dalla di lei Famiglia^ cosi pure 
il P. Napoli nelle sue annotazioni ecc. Ma il più sicuro pare d* esser 
tenuta dalle straordinarie ricchezze ^ dalle miniere o dall' abbondanza 
del pascolo ed amenità del Luogo. La desinenza in ro è un' indizio 
che non sia proveniente da Doria ^ ma da oro (aurum) y. %. 4. n. ^ 
di questa Gram. Nella C. de Logu vien seynpre appellato Capudoro : 
nel Condaghe di S. Gavino ed in qualche mss. ani. trovasi Lugudore , 
forse da lucus , bosco , selva t 



PREFAZIONE xni 

Campidanese ossia meridionale ( 1 ) , Gallurese ossia settentrio- 
ttale (2), affinchè potesse chiunque rilevare a colpo d'occhio 



(i) (hiesta parte della Sardegna fu cosi detta dalla grand' estensione 
di continuata pianura che chiamano Gampidanu dal gr. 39. sino al 
40. di latitudine (F» la Carta) ^ per lo che fece cantare a Claud. de 
ML Gild. 

quae pars cicinior afris 

Plana solo 

Di^desi in Campidano di Cagliari^ e Campidano d* Oristano. Qu^ 
sto sudcUndesi in altri tre ^ in Campidano maggiore , di Milis , e di 
Simaxìs dalle rispettive regioni che abbraccia. F* JVap. Compend. De- 
8criz. corogr. della Sard. Cagl. 1814. Questi sono i principali Dialetti 
dei quali componesi la Sardegna : eccettuerai solamente Alghero ^ an- 
Uca Colonia di Catalani sotto gli aragonesi ^ che tuttora conserva 
quasi nella sua purezza V originario idioma. NelV Isola di S. Pietro ^ 
Colonia di Tabarchini parlano il Genovese alquanto trasformato ^ e 
neW Isola della Maddalena il Corso appena alterato. Come di fatto 
alla Lingua Corsa molto rassomiglia la lingua Gallurese (*) ^ sebbene 
debba dirsi questa un* Italiano corrotto ^ e come molte voci tiene prette 
italiane più che gli altri dialetti. Ora^ che questo del Settentrione sia un 
dialetto sopra{igiunto e separato dalla lingua propriamente nazionale 
Sarda chiamata ^ pare indicarsi col fatto di un esempio singolare con 
cui non solamente i Sassaresi ^ ma tutta la Gallura e Sorso appellano 
i Logudoresi Li Sardi e la loro lingua Sarda, e questo solamente 
restringono alla centrale o logudorese ^ chiamando con altro vocabolo 
la meridionale Cagliaritana o campidanese generalmente ^ sebbene 
Cagliari non appartenga al Campidano ^ come pure né il Sulcis ^ né 
quei villaggi di montagna e della Barbagia in cui parlasi il dialetto 
meridionale. Questi tre principali dialetti in sostanza si riducono ad 
uno ^ salva quella accidentaria diferenza dei verbi, nomi e participii , e 
tutu quei vocaboli originali totalmente diversi ^ e più nella gallurese che 
nella meridionale avvicinandosi meglio questa alla logudorese. Questa 
diferenza poi meno si scorge nei suddialetti in cui ha luogo qualche 
raro vocabolo proprio del distretto con quelle accidentarie mutazioni di 
pronuncia e di alcune lettere che all' occasione abbiamo notato^ 

(2) i2 nome di Gallura gimta il Fara venne dato a quella Provincia 
del settentrione da Galatas Re dei Gallio e che edificandovi Città e 
Castella ^ dal nome di questi sia stata chiamata in appresso Gallura ^ 
come lo Stretto di Bonifacio (sas buccas) Fretum GalUcanum. Ma 
secondo Cristoforo Landino ne' suoi Comment. al Canto XXII del' 
f Inferno di Dante ^ derivò da certi Conti Pisani che portavano unr 
Gallo per insegna. Nella Chiesa di S. Domen.tn Bologna osservai il 
ritratto di Enzo che ha un gallo nel cimiero, 

(*) In Sartene specialmente vi si scorge una maggiore analogia. — ■ 
V Àngius la ravvisò anche alla Siciliana^ e leggendo le rime del Meli 
Siciliano gli sembrava il Pes Tempiese. F* Bibìiot. Sarda^ fase. F. 



xff PREFAZIONE 

la diversità o parentela che passa tra questi dominanti del 
Regno. Questo metodo altresì potrà servire in comuae ai 
Regnicoli e viaggiatori si per esser rara la Gramatica del Porru 
come per chi desiderasse apprenderli ad un tempo , bastando 
i paradimmi per esser questi le fondamenta, ed attesa la 
loro somiglianza 9 per potersi esercitare nei medesimi. 

Nel sistema ortografico ossia modo di scriverla non mi ac- 
cuserai di neografismo. Questo in verità mi tenea lungo tempo ^ 
perplesso, e tralasciando quella ortografia come appare in 
lutti gli Scrittori dei Secoli passati, propendeva trattarla e scri- 
verla nel modo con cui si parla volgarmente, degenerato 
appena dalla sua prima articolazione, forza e veemenza: ma 
r autorità di dotte Persone e di altri colti amici di buoa 
senso e criterio mi fece cambiar di sentimaito, e mi persuasi 
con ragione di trattarla come la scrissero gli autori che ab- 
biamo , sebbene in poco numero , e quelli che costrussero in 
patrio idioma memorie, testamenti, contratti ecc. dei quali in 
gran quantità se ne trovano negli archivii e nelle particolari 
Famiglie. Ho premesso perciò le regole del vero suono di 
ciascuna lettera sola o accoppiata ed il valore di pronuncia ^ 
restituendola alla purezza, e senza affettar latinismo, salvo 
dove convenga Y uso , la ragione ed il bisogno. La volgare 
cambia anche a piccola distanza dei popolati, questa che io 
adopero, la comune, giammai, perchè ugualmente fìi sempre 
trattata dagli Scrittori , eccetto nei segni diacritici di qualche 
lettera , e confermata in ogni tempo nei discorsi , nel Pulpito 
sino ad oggi giorno in ogni suo Distretto ( i ) . 



(4) Gli Scrittori in lingua Sarda variano quasi tutti nel sistema 
ortografico. Chi la viziò coli' accento Spagnuolo ^ chi la volle ingenti- 
lire con la pronuncia italiana , altri finalmente intrusero il suono e le 
desinenze di molte voci del capo meridionale. Dopo il Garipa quello che 
studiò di ripulire la logudorese favella fu il Madau , nel Saggio di un 
opera intitolata il ripulimento della lìngua Sarda ^ Cagl. ITo^. (in cui 
diede anche una piccola tintura di Gramatica) , E nelV altra Ar- 
monie dei Sardi , Cagl, 1787 ^ ma pure in molte voci non è esatta 
la sua ortografia scrivendo chi a vece di qui ^ che ; ca a vece di qua. 
(lai, quia) perchè; faghen^ haben etc, in vece di faghent, habent 
{% 34.), e cosi molte altre. Lode però sia a qtMist infaticabile Ecde- 
sfastico che schiuse per cosi dire la via ai Lessicografi nazionali^ $ 



PREFAZIONE ir 

Nei nomi e verbi mi sarò molto diffuso più di quello che 
iuteressava : ma in questi tale appunto si richiedeva per ambe 
le lingue y attesa la gran difficoltà , che anche gli stessi Ita- 
liani trovano nell' uso ed andamento loro , e maggiormente si 
presenta a noi essendo molto ricchi in queste due parti che 
molto si discostano dall' italiano per cui bisognava stabilirne 
il preciso valore col confronto di quella. Inoltre osserverai 
nei nomi una succinta spiegazione della radice da cui sono 
formati con etimologiche osservazioni, e scevro di passione 
come conviensi, per qualunque lingua: ma di questi più difr> 
iusamente ne tratterò nel Vocabolario. — La sintassi, a più 
della parte separata, viene avvertita opportunamente sotto 
ciascun trattato e vocabolo che si allontani dalla lingua d' Ita- 
lia. Scorgerai qua e là alcune osservazioni poste per la 
riduzione di un dialetto e suddialetto all' altro con cui tal- 
volta in uno riesce la costruzione inversa, ed opposto il 
senso ; come pure osserverai alcune rimarchevoli voci proprie 
a quel dato distretto che sempre ho notato, e cortese uffi- 
zio intendo fare a quelli che per commercio o per altr' og- 
getto vorrebbero esser informati di questo , osservando quella 
che più si discosti dal comun dialetto o si ravvicini all' affine 
sorella. Il nativo, il Forastiere, il Filologo ed il curioso po- 
tranno dottamente rintracciarne la ragione. A tal oggetto anche 
nei pronomi e verbi ho disposto come in prospetto sinottico 
il corrispondente latino affinchè ognuno da sé potesse farla 
da giudice nel confrontarlo cogli altri dialetti , e vedere quale 
degli stessi proceda meglio in dolcezza, conformità ed armo- 
nia, senza che io stia a deciderlo. 

Non isdegnerai quelle pagine che nella 2 Parte ho vergato 
a onore delle muse del Logudoro. Quelle osservazioni ho 
raccolto da me, come ho potuto dalle poesie edite e MSS. 
per far rilevare a quanti generi di metri si presti la tua lin- 
gua di sua natura poetica e musicale. Né ti sarà discaro di 



di stimolo sarà ai posteri pel ripulimento della loro natia fapeUa, 
Il Ubro più puro nella Sarda ortografia è quello di recente stam^ 
palo dal Teol fìett. Salvatore Cossu — Compendia de sa Doctrina 
Cristiana. Cài, 1839. 



xTi PREFAZIONE 

\ edere da secolo in secolo una gradazione o quasi dirò una 
scala del Logudorese dialetto principiando dal suo nascere 
insino al presente secolo, adducendo documenti tanto stam- 
pati che manoscritti a fine di vedere il sensibil progresso che 
fece da tempo in tempo. Questo feci solamente sd coomn dia- 
ktto non agli altri speciali, cui mi restrinsi formare un pa- 
rallelo dei vigenti, prevalendomi opportunamente dell'Orazione 
Dominicale piucchè di un brano di classico per esser quella 
costante in bocca di tutti impressa fin dai teneri anni , e per- 
ciò più facilmente poter rilevarne la diferenza , non che fare 
il paragone in ogni voce tra gli altri e specialmente col co- 
mune che dovrà sempre adattare il Catechista nei suoi di* 
scorsi, ed il letterato nei suoi componimenti. 

Due vedi bene adunque furono per te i miei divisamenti 
nel compilare il presente trattato d'ideologia. Il primo, perchè 
dalla tua favella passando alla Toscana lingua , che hai dovere 
di parlar e scriver bene, eviterai tanti provinciali nostri nu- 
meri che il leggiadro toscano affatto disdegna, sebbene di 
vezzo siano al nostro dialetto , e cosi quando non voglia far 
passaggio alla lingua latina, per cui ancora è necessario, ti 
basterà esser ben fondato nell' italiano da servirtene nella 
società e ne' tuoi aff^ari. L' altro fu perchè riducendo ad ana- 
lisi la patria favella, perpetuando molte voci della prisca 
lingua del Lazio e dell' età dell' oro ( 1 ) , non che i verna- 
coli e modi di questa primogenita delle altre sorelle (2), che 



(I) Quattro dMsioni si fanno intorno all'età della lingtui del LazU>, 
come nota Isidoro l. IX. orig, e. i. cioè prisca , latina^ romana e mista. 
La prima in cui furono scritte le saliche poesie e le prime tavole dei 
fratelli Armli conta dalla fondazione di Roma sino al tempo di Li^o, 
ed abbraccia 514. anni in circa. La seconda in cui furono scritte U 
Leggi delle XIL Tavole durò un Secolo insino aW età di Tullio. La 
terza in cui scrissero Ennio ^ Plauto ^ Cicerone ecc. e che durò tutto il 
secolo di guest' Oratore e di ^augusto che appellasi età dell* oro. La 
quarta finalmente meno pura venne in appresso e durò sino atta 
decadenza dell' Impero in cui i Barbari rivendicando la potenza atter- 
rarono insieme alle loro grandezze, quasi dirò per dispetto e per 
rabbia, anche la lingua. 

( 2 ) Che la Lingua Sarda , cioè la Logudorese siasi stabilita prima 
degli altri Dialetti d' Italia , basterà citare l' autorità del celeb. Mura^ 
tori Dissert. XXXII. antiq. Med. Aevi. — Sardorum quoque eiemplum 



PREFAZIONE Tm 

perciò a doppio diritto devi venerarla , strappata di probrosa 
oblìvioDe, pura si conservasse senza più travisarla a capriccio 
in avvenire , che molte voci nei tempi andati cambiarono e 
patirono, come le altre lingue, la sorte, secondo il detto Ora- 
ziano , delle foglie di Autunno ( i ) . Ecco per quali motivi 
mi determinai all' opera , né so se il divisamento corrisponderà 



memoravi viilgari sua lingua utentiimi , utpote qui Italis praeivisse 
in hoc eodem studio videntur .... haec adfero non tantum ut 
prodam consuevisse Sardos Acta publica consignare vernaculo sermo- 
ne decun'eate ipso Saeculo XIL (atque antea fcrtassis apud eos mos 
idem invaluerat) , sed etiam ut lectores intelligant , quantum adhuc 
latinae Linguae retineat Sardorum Lingua , smmlque quantum ad 
italicam nostram accéderet. Jl me pare probabile che questa lingua 
che volgare chi(xma il Muratori ^ e nella quale t Sardi principiarono a 
$eri9ere gU atti pubblici ^ sia V istessa che usavano nei secoli precedenti 
come molti pretendono della Lingua Itali, che non sia derivante dalla 
Latina^ ma prima di cessar questa sia stata da se generata. Per 
doppia ragione potrebbe ciò asserirsi del sardo idioma , attesa la sua 
grand' analogia che tuttora serba col Latino. E se ciò fosse , avrebbe 
ragione il laboriosissimo P. ntt, Aagius nella BibL ^rd. . fase. Vllt, 
pag. 3i4. dove fa ri»iontare la lingua del Logudoro non solo al Sec. 
K ma più in là ^ cioè al secolo di Ennio , appoggiato al principio che 
le incursioni dei Barbari e V arrivo delle diverse nazioni che domnch 
rono la Sardegna al cessare del Romano Impero^ avranno influito 
solamente nei costumi e nel poter delle Leggi ^ non mai però nella 
lingua » e quindi esser la presente lingua del Logudoro queW ist^sa 
che parlavasi anticamente. Pare specioso più che sincero a prima vista 
questo suo assunto ^ ma siccome lo prova con esempii e calcoli ben 
ponderati > lasciano i medesimi almeno a credere che poco avranno 
influito le sopravvenute dominazioni nella lingua popolesca ^ ma col 
commercio e coli' uso molto avrà patito nella parte di sua purezza ^ 
ora prestandosi vocaboli ed adottandone nuovi ^ ora corrompendone 
ed inflettendone alla foggia di questi qualcuno vetusto in virtù delle 
frequenti comunicazioni che avranno avuto in tempo di pace. 
(I) Vt Silvae foliis pronos mutanlur in annosj 
Prima cadunt : ita verborum vetus interit aeta9 , 
Et juvenum ritu florens modo ttata vigentque. 

Art. Poet. v. 60. 
G>me la Selva al declinar d' autunno 
Gitta le foglie , e d' a! ire poi s' ammanta , 
Cosi la vecchia età delle parole 
Sen muore , e quella che poco anzi è nata 
In modo gioveuii s' avviva e Infiora. 

Yers. del Maglian^. 
2 



xTni PREFAZIONE 

air esecuzione. Non è dessa da potermi portare a vanità , ma 
è r amore che nutro per la Patria, e Y utile che spero sarai 
per ricavarne. Beati noi se nei passati anni pietoso qualcuno 
avesse pensato in questo modo, ed accinto si fosse all'opera! 
Un giovine in qualunque ramo di scienza abbandonato a sé, 
è d' uopo che cada , prima^ d' arrivare allo scopo , in molti 
errori , da cui non lo ritrae se non Y ammaestramento d' uno 
che col giro d* anni e con Y esperienza conobbe i difetti e 
le pecche : Io che tanti nella nostra lingua poteano fare , e 
cosi aver reso men penosa la via in favore degli altri. 
Mi perdonerai se sovente sia disceso a tante minuzie, quasi 
sii condotto alla prima istituzione puerile, ma questo si ri- 
chiedeva pei vocaboli elementari. Non saranno perciò frutto 
di magra fatica questi pochi precetti che ti ho scritto; né 
ascoltar ti prego quelli che soliti a spregiar tutto dicono, per 
non confessar la verità e la fatica , che ella non dee curarsi : 
attendi solamente ai ben pensanti, e se qualcuno di loro 
sarà Precettore di teneri giovanetti confesserà il bisogno che 
si aveva di un mezzo per avviarli dall' alba dello sviluppo in 
buon sentiero. Presso tutti lo studio della Ungua fu difficile 
ed arido, ma se difficile, è pur necessario per cui vantò 
js^opr' ogni altro la preminenza. I sistemi gramaticali per sen- 
tenza d' un* Illustre sono spine , ma il frutto che si raccoglie 
dai medesimi sono rose ( i ) . Senza i precetti della lingua 
non farassi ben noto agli altri quello che vorrai che si sap'^ 
pia e si pensi. Alle voci rispondono le cose e le idee su cui 
basa r umano sapere. Serviti adunque con frutto di questa 
mia fatica cui nessuno per lo innanzi si accinse. Prega quelli 
che notassero fralezze nelle quali sarò potuto cadere, di cen- 
surarle , io accoglierò con animo riconoscente i loro amiche- 
voli avvisi i quali se giusti, penserò rimediarle nel Vocabolario 
che vado sempre infaticabilmente rivedendo, e che quanto 
presto spero sarà dato alla luce. E tu intanto vivi felice, ed 
abbiano presso di te vantaggioso incontro questi detti miei, 
sarai utile a Dio, a te stesso ed alla Patria. 



(4) Ogni Lingua non è che immagine della mente la quale mani- 
a i suoi concetti per la via della parola. MonU Op, ined. voi. 3. 
hz, XL Dante. 



ABBREVIATURE 

DEGLI AUTORI E DELLE VOCI 
TANTO SARDE CHE ITALLiNE 



xix 



▲DUOPERATE HEL CORSO DI QUESTO LIBRO 



A. MSS. vedi MSS. A. 

AbL — Ablativo 

Acc. — ^Accento. 

Accrescit. — ^Accrescitivo 

Accus. — Accusativo. 

Addiet. — Addiettivo, Aggettivo 

Affimi. — ^Affirmativo. 

Alb. — Alberti, Gran Vocabolario. 

Ale. — ^Alcalà Sinodo di Ottana 

MSS. 
Altr. — Altrove , in altro luogo. 
Angl. — ^Anglona v. la Carta. 
Ann. Sard. — ^Annales Sardiniae del 

Vitale Firenz. 1639. 
Aiiom. — ^Anomalo 
Arab. — ^Arabo , voce arabica. 
Araol — ^AraoUa, Rimas ispirituales 

Cagl. 4S33. 
Arb— Arbusto. 
Artic. — ^Articolo 
Aut. — ^Autori nazionali che hanno 

scritto nel dial. Logudorese. 



B 



Barbar. — Barbargie , Barbargia 
OloUai , Barbargia Beivi , Bar- 
bargia Selli. 

Bibl. ftal. — ^Biblioteca Italiana di 
Milano. 

Bibl. Sard.— Biblioteca Sarda. 

Bit.— Bitti , villag. 

Boec. — ^Boccacio Giovanni. 



Bon. — ^Bono , villag 
Bono. — ^Bonorva , villag. 
Bos. — Bosa , Cit. 
Budd. — ^Buddusò , villag. 
Buomm. — Buommattei , Avverti- 
menll Gramaticali. 



C. de L. — Carta de Logu. Corp« 
di Leggi civili e criminali di 
Donna Eleonora Giudicessa d' 
Arborea. Roma 1805. 

Cagl.-~Cagliari Città Capit. della 
Sardegna, nella Carta Kalaris. 

Cagliari. — Cagliaritano^ dial. Ca- 
gliaritano. 

Cet. — ^Cetti, Storia de' Quadrupedi 
volat. uccelli della Sardegna. 
Sassari, 1774. 

Cic. — Cicerone M. Tullio. 

Claud. — Claudiano , de Bello Gil- 
donìco. 

Cit. — Cita , citazione , citato. 

Com. — Comune , Dialetto comune 

Comp, — Composto. 

Conaag,---Condaghe, ( Catalogo o 
cronaca V. il Vocab. 

Con. — Congiu Raimondo , Poeta 
vernacolo , Poesie edile e MSS. 

Congiunt. — Congiuntivo. 

Congiunz. — Congiunzione. 

Cons. — Consonante. 



Cont. — Contorno, vicinanza. 

Contr. — Contratto, Sincopato 

Coir. — Corrotto, corruzione, voce 
corrotta. 

Cosso. — Cossoine , villag. 

Cubed. — Cubeddu P. Giampietro, 
Improvvisatore vernacolo , Poe- 
sie edite e MSS. 

Cugl.— Cuglieri , villag, 

D 

Dant. — ^Dante , Inferno, 

Dat.^ — ^Dativo. 

Delog.— Delogu Ibba Giovanni 
Rett. di Villanova . Poesie del- 
l' Index Libri vitae, Villan. 1736. 

Dial. — Dialetto. 

Diàl. com.-»--Dialetto comune. 

Dial. princ. — ^Dialetto principale, 

Diininut. — Diminutivo. 

Dipi. Ant.— Diplomi antichi de' 
Regoli in lingua Logudorese 

pipart. — Dipartunento secondo la 
divisione della Carta della Sar- 
degna. 

Dop. — Doppio , doppiato. 

Dor. — ^Dore Canonico Melchiorre 
Poeta ed improvvisatore, 

Porg.— Dorgali , villag. 



E 



Ebr. — Ebreo , voce ebraica. 
Eccet. — Fccetto, eccettuato, eccet- 
tuerai, 
Ediz. — Edizione, 
Erb. — ^Erba , pianta erbacea. 
Ese.— Esempio, per es. per esempio. 



F.-— Facciata pagina. 
Fase. — Fascicolo. 

Fem.— Feminino. 

Filip.— Filippi Giorgio di Ritti, 

Poeta vernacolo. Poesie MSS, 



Fir. — Firenze , in Firenze , o fio- 
rentino. 

Fon. — ^Fonni. vDlag. 

Form. — ^Formoiario Ant. delle 
Curie. 

Fr. Gav. — ^Frà Gavino, celebre 
missionario e Poeta Ozierese, 

G 

Gallur. — Gallura, gallurese o dial. 

Settentrionale. 
Galt.— GaltelU , villag. 
Garip. — Garippa Gian Matteo. 

Poeta vernacolo e Scrittore^ 

Legendariu de Sanctas Yirgines 

et Marlires , Roni. 1627, 
Gemei. — Gemelli. 
Gen. — Genere. 
Genet. — ^Genetivo. 
Ger. — Gerundio. 
Ghilar. — Ghilarza. villag. 
Giav. — Giave, nella Carta Jave, 

villag. 
Gn. — Gnejo Scipione Ispano. 
Gooe — Goeeano , distretto. 
Gos. — Gosos, gaudii, cannoni SpK 

rituali per Te feste de' Santi 4 

della Vergine. 
Gre. — Greco, voce greca. 



I 



Imper. — Imperativo. 

Imprec. — Imprecazione. 

Inc. — Incerto Autore o Poeta, 

Indie. — Indicativo. 

Inf. — ^Infinito. 

Iscr.— Iscrizioni. — Iscr. Arv — 19^ 

criz. Arvali di Marini, 
Ital. — Italia. 
Itali.-^Italìana 
Itali, ant. — ^Italìano Antiquato, cho 

non usasi più. 
Interp. — ^Interposto, o ìnterjezion9« 

h 

Lat,— Latino. Voce latina^ 



Lat barb.— Latino barbaro del 
Med. Evo. V. De Gange. 

Leon. — ^Leonardo, Vescovo di Ca- 
stra , Frammento di Sinodo M- 
SS. del Sec. XV. 

Let. — Lettera , lett. a , b , e , ecc. 

Lidi. — ^Licheri, Ex-ges. poeta. 

Ijogud. — ^Logudoro , logudorese , 
o centrale 

Lur.— Luras , villagi 



M 



M. Ac— Monte acuto , distretto 

Mad. — ^Madau Matteo, Scrittore di 
cose Sarde , Armonie de' Sardi 
Cagl. i787. 

Maded.— Madeddu Rett. Giam- 
battista , Poeta. 

Malt. — 'Maltese, voce maltese. 

Mamu.— Mamujada , viliag. 

Margh. — Marghine , distretto. 

Harong. — Marongiu Teol. Rett. di 
Olzaì Poeta di Sacri argomenti. 

Masc.— Mascolino. 

Mart. — Martini Biografia Sarda. 
Cagliari 1837. 

Meil. — ^Meilo^ , distretto 

Merid. — ^Meridionale. 

Mes. — ^Mesina Nicolò Improvvisa- 
tore Pioaghese. 

MSS. A. — ^Manoscritti Antichi in 
lingua nazionale , cioè logudo- 
rese, sinodi, cronache, testa- 
menti, apoche, contratti ecc. 

Murat. — ^Muratori , Antiq. Itali- 
carum. 



N 



N. — ^Nota , annotazione. 

Nap. — ^Napoli P. Tommaso , Scrit^ 
tore di cose Sarde — Compendio- 
sa descrizione della Sardegna 
ecc. Cagl. 4814L Note illustrate 
Cagl. 4814. 



Negai.— Negativo* 
Nom. — ^Noiìiiiaativo. 
Nuor.—Nuoro , città* 

O 

Oberl-^Oberleitner Glosiariiim 

Arabìcum* 
Olz. — Olzai , villag< 
Ora. — Grani , viliag. 
Graz. — -Grazio. 
Grg.— Orgosolo , viliag. 
Grot.— Grotelli , viliag. nella C, 

Groteddi. 
Gru. — -Grune , viliag. 
Gs. — Gsile , viliag. 
Gsch.-— Gscheri , villa j;. 
Gttat.— Gltativo. 
Gvi.— -Gvidio 
Gvo. — Ovodda , viliag. 
Gzi.—Gzieri , Città, neUa CjtfU 

Gthieri. 



P. erb.— Pianta erbacea* 

Pad.-— Padria , viliag. 

Paulelat.— Paulelatinu, Viliag* 

Part.— Particella. 

Partic— Participio. 

Pass. — Passato. 

Peggiora t.— Peggiorativo. 

Pena. — ^Pjendente. 

Petr.*— Petrarca Francesco, Riitìé, 

Pin.— Pinna , S' Anghelu de s^ 

guardia ecc. Calaris i782. 
Pisurc— Pisurciu Pietro, Poeta 

ed improvvisatore Logudorese^ 

Poesie MSS. 
Plaut,— Plauto. 
Pleb.— Plebe, plebeo* 
Ploag.— Ploaghe , viliag. lielli 

Carta , Piaghe* 
Plur.— Plurale 
Pos.— Posada , viliag- 
Por.— Pomi Vincenzo , Saggio di 

Gramat nel dial. Sardo mericj. 



xxn 

Cagl. 1811.— Vocab. Sardu Uni- 

versali. Cagl. 4832. 
Pr. — Pronuncia, o pronuncierai. 
Prep. — Preposizione. 
Pron. — Pronome. 
Prov. — Proverbio. » 

Provi. — ^Provincia , distretto. 



R 



Reg.— Regola. 

Regol. — ^Regolare. 

Rom. — ^Romano , in Roma. 



Salv. — Salvini Anton. Maria , Pro- 
se. La versione di Oppiano, della 
Caocia e della Pesca, Firenze. 

Sannaz. — Sannazaro \ M. Jacopo 
Arcadia. 

Sar. — Sarule , villag. 

Sass. — Sassari Citta, o Sassarese, 
nella Carta Tataris. 

Scrit. — Scritture o Scrittori in lin- 
gua nazionale. 

Sett. — Settentrionale o gallurese. 

Sez. — Sezione, cioè divisione del 
distretto de' suddialetti come 
apparisce dalla Carta. 

Sin. — Sinodo. 

Sinc. — Sincope , sincopato. 

Sing. — Singolare. 

Sir. — Siriaco , voce siriaca 

Sost, — Sostantivo. 

Sotg. — Sotgiu Serafino di Ghilar- 
za Poesie e canzonette MSS. 

Spagn.— Spagnuolo , voce spa- 
gnuola. 



Span. — Spano, D. Pietro Spano 
Arciv. di Sassari, frammento di 
Sinodo MSS. 

Strab. — Strabene, 

Sudd. — ^Suddialetti. 



Tass. — Tasso Torquato. 

Temp. — ^Tempio Città: tempiese o 
voce tempiese. 

Termin. — Terminazione. 

Tol— Tola Diz. Biograf. degli uo- 
mini illustri di Sardegna Tori. 
i837. 

Trag. MSS.— Tragedia di S. Giam- 
battista MSS. in Logud. 



U 



Ucc. — ^Uccello. 



V.— Vedi. 

V. n. — Verbo neutro 

V. not. — Vedi nota , annotazione. 

V. pi. — ^Voce plebea. 

Vezzeggiat. — Vezzeggiativo. 

Vid.— Vidale o Vitale Salvatore, 
Urania Sulcitana; Vida et mar- 
tiriu de S. Antiogu. Tatari, 1638. 

Vili.— Villaggio. 

Virg. — Virgilio. 

Voc. — ad vocem., ad vocabulum. 

Voca. — Vocale. 

Vocat. — Vocativo. 



ORTOGRAFIA 

SARDA NAZIONALE 



OSSIA 







PARTE PRIMA 



PRENOZIONE 

1 utti sogliono riporre V ortografia per ultima parte della Grama* 
tica (4)^ ma può considerarsi per la principale, perchè sotto la mede- 
sima comprendonsi tutte le altre. L'ortografia di fatti è quell'arte che 
insegna a scrivere rettamente ; perchè non è altro che un risultato di 
ossenrazioni fatte sulF origine delle voci dello stesso idioma o di un' 
estraneo. Ora ninno potrà mandare bene ad effetto questa parte se 
prima non sappia pronunciare ciò che vorrà scrivere , né mai potrà 
felicemente pronunciar questo , se prima non intenda e sappia come 
si scrive. U ortografia adunque abbraccia in uno tutte le parti di qua- 
lunque Gramatica. 

La Gramatica è queir arte che insegna ad esprimer bene il discorso 
t metterlo correttamente in iscritto. Il discorso non è altro che espri- 
mere con le parole inostri pensieri alle persone presenti, o esternarli 
con le persone lontane per mezzo della scrittura: e meglio col yanzon 
il discorso è un unione di parole colla quale componendo e dividendo le 
nostre idee , manifestiamo i diversi concetti dell' animo nostro : adunque 
per farsi intendere bisogna con aggiustatezza pronunciare il discorso 
e scriverlo senza errori. 



(i) La Gramatica o Grammatica Hene dal gr, ypaiinix, lettera^ cod 
chiamata^ perchè le lettere sono f elemento edi primarii materiali delle 
Ungue. f^iene spartita in miiàssi, ortologia, ecf ort(^rafia: la prima 
ordina le parole, df« §uv con e rx^t(^ ordine.' la seconda imegna a 
pronunciarle y da op9oi retto, e /Coyo; discorso: la terza serve per ben 
iscriverle y da o/90o«7 retto^ e ypotfnt scrittura. 



S ORTOGR. PARTE PRIMA 

Le parti del discorso c<HuuneineHte bono sette ^ e numeransi eon 
l'ordine seguente. Nome, Pronome, Verbo, Preposizione, Avverbio, 
Congiunzione ed Interposto. Sopra queste parti vertesi ogni cenno orto- 
granco che ha per fondamento le lettere, ossia l'alfabeto {ì) che tanti 
ripongono per altra parte dì Grama tìca e che chiamano etimologia. 
Noi intanto diamo principio a parlare prima di questa, che molto in- 
teressante per istabìlire l'ortografia del sardo idioma, indi succoft- 
tivamente delle altre. 

CAPO I. 

DeUe Lettere 

|.I. JLe parole compongonsi di sillabe, e queste di lettere; le parole 
sono quei segni o espressioni di cui ci serviamo per manifestare affli 
altri le nostre idee (2) delle quali sono simbolo, come pur lo sono de- 
gli affetti (3). Le parole quindi nascono dai pensieri come le frasi 



( i ) Alfabeto è cosi chiamato dalle prime due lettere greche « p alpha 
•vita^ e secondo V erasmiana pronuncia beta, da cui si estese a tutte le 
lingue il nome di alfabeto. In sardo chiamasi lesus o perchè i Maestri 
fanno pronunciare ai fanciulli il nome di Jesus, o perchè negli antichi 
jàbbecedarU prima della lettera A pfngevano la Sigla IHs. 

(2) La voce semplice rappresentarsi con una lettera sola come a. 
L' articolata con più come manu, mano nella quale m ed n indicano 
V articolazione^ e secondo il movimento delle labbra^ del palato e dei 
dmti prendono la loro denominazione. Cosi b, f, m, p, v «< diranno 
labiali; d, t, z dentali; e, g. n, q, r palatine perchè pronunciate con 
gli organi delle labbra ^ dei denti e del palato (*). Le rimanenti chia- 
mansi linguali. Sogliono dividersi anche dai moderni in mute, semivocah 
è liquide. Mute sono h. e, d, g, p, t, z. perchè nel profferirle si sente prù 
ma la consonante e poi la vocale. Semivocali sono f, 1, m, n, r, s, pcr- 
chè profferendole si co^nincia da vocale. Liquide sono l, m, n, r perchè 
hanno come un fluido scorrendo leggermente netta pronuncia unite ad 
altre consonanti. Quesie nella Sarda lingua pronunciami come neUa 
lati.he, ce, de, effa, gè, ella, eumia, enna, pe, qu erra, esse, te, vu, 
zeta, e toscanamente ossia alla fiorentina bi, ci, di, effe, gi, elle, emme, 
enne, pi, erre, esse, ti. zeta. 

(3) Osserverai come r uomo parlando non solamente si sforza con 
le parole di esternare i concetti della mente, ma pure di manifestare le 
commozioni del cuore, e tanto più sono lodevoli ed efficaci queste voci 
quanto più vengono ad esprimere non solamente le idee ma anche gli 
afletti da cui siamo compresi. 

(*) Log. chelu de sa bucca ; Campid. paladàri. 



GAP. I. LETTERE S 

dalle parole. — Le siUabe sono quelle voci profferite con una distinta 
emissione di fiato (I). — Le lettere finalmente sono quelle cifre o fi- 
gure con le quali sono rappresentate le diverse voci di cui è composta 
ogni parola. 

§. n. Le lettere altre rappresentano le voci, altre le articolazioni. 
Le prime chiamansi vocali perchè esprimono la voce istessa e stanno 
da sé sole nella formazione dei suono: le altre consonanti perchè espri- 
mono le articolazioni, né possono profferirsi da sé sole, ma hanno bi- 
sogno di vocali cui sono congiunte (2). Tanto quelle che queste nel 
sardo alfabeto sono le istesse che nel latino vale a dire venticinque, e 
sonoABCDEFGHIJKLMNOPQRSTUVXYZ — 
La lettera h che Y ital. adopera in poche voci per toglier V equivoco ^ 
nel sardo se ne fa uso quasi in tutte le voci latine, quindi scrivesi 
kora, honestu, homine, ecc. sebbene non facciasi sentire il valore che 
avrà avuto in origine (3) . L'j che chiamano je o i lungo, i doppio o 
t consonante che nella lingua ital. é bandita dai più corretti Scrittori 
supplendo con due ii il suo carattere, come vedrai alia n. 3 del §. 21. 
nel sardo dialetto poi é un carattere necessario per giustamente pro- 
nunciare quelle voci che sono un residuo della pronuncia latina ja ja 
ecc. qual suona in ^m e neirital. m^a, come maju, maggio, mudeju, 
cistio ecc. (4) Serve anche per notare la vera ortografia del g proveniente 
dal j lai. come vedrassi al §. 21. — Il kappa similmente è sbandito 
nell' ital. fav^lla^ ma nella nostra servirà per iscrivere alcuni nomi 



(i) Le parole che sono formate da una sola sillaba diconsi monosil- 
labe come se, sé; ma, ma: se di due sillabe, bissillabe come maro, ma- 
no, ed a queste appartengono tutte le voci tronche come pè, pie ecc. se 
di tre, trisillabe come cùaRERE, cor-re-re: se di quattro^ quadrisillabe 
come AQuisTADu, ac-qui-sta-to; e se più, polisillabe, cioè di molte sillabe 
di cinque^ di sei, di sette come ap-pas-sio-na-dis-si-mu, ap-pas-sio-na-tis- 
si-mo. 

(2) Nessuno di fatti per quanto si sforzi di pronunciare qualunque 
consonante p. gr. b non farà certamente sentire il suo suono finché non 
Pi aggiungerà una vocale ba, be, ecc. 

(3) In Bit, e Distr, pare d' esser rimasta una traccia dell* antica cw- 
pirazione nella voce homines prowwnciawdo fomines(f soave): e "questo 
combina con quello che osserva il Lanzi, ^^ggiè di Lingua Etrusca e 
di altre antiche d' Italia, Roma 1789. f 128. che i Latini nel primo 
tempo che i Gr2d portarono V alfab. in Italia per esprimere V aspirch 
zione si servirono del digamma F che poi cambiarono in H. 

(A) In alcuni Libri ed in molti MSS, Antichi in vece del j trovasi 
usato V X, perciò osserverai scritto raxone, ragione in vece di rajone o 
reJone; axu^ agio per aju ecc. forse perchè pronunciavano rasone^ asu. 
Alcuni altri si servirono deWy, còme m4tu maggio ^ in vece di maju; 
KUTtj , rosso per ruju ecc. ma noi eviteretno sempre quesf erronea 
ortografia. 



4 ORTOGR. PARTE PRIMA 

come i Latini che T adoperavano nelle voci provenienti dal greco Kyrie 
KaUndae ecc. nei nomi di Città come Kalaris o Karatis, e sovente la 
scambiavano col e come diremo alS. 28. n. 3, — La xnelFital. adoperasi 
solamente per esprimere qualche nome esotico, come Xanto nome pro- 
prio e di fmme per distinguerlo da Santo; exprofesso, ex frate ecc. ma 
nella Sarda lingua bisogna ammetterlo in tutte le voci che hanno 
origine da radice latina come sexu ^ sesso ; excessitu , eccessivo j iihex- 
PLicABiLE , inesplicabik ecc. e cosi vedesi scritto presso tutti i Sardi 
Autori (i). — ^Neppur V y finalmente è lettera oziosa nel Sardo Alfabeto 
^m solo per iscrivere ( — " ^' i»-;^^ j««:««^*ì j-.i — ^ 

molti Libri e MSS. 
pronuncia di qualch< 
più per rispetto, che per necessità. 

LETTERE VOCALI 

§. III. A più del y nel Sardo dialetto tanto Logud. che Cagliari, e 
Gallurese noveransi cinque vocali a^ e^ i^ o^ u^ come nella Lingua 
Ital. La diversa ortofonia o suono di queste dipende dalla diversa 
apertura delle labbra, della bocca e della gola. La a èia vocale in cui 
questi tre organi si aprono più che nelle altre quattro, e perciò tanto 
nella Sarda lingua che neir Itali, non sentesi nella medesima più che 
un suono. V istesso dicasi dell' i e dell' u che hanno un suono con* 
stante ed invariabile. 

§. IV. Tutta la gran difficoltà consiste neir e e nelV o riuscendo il 
suono di queste in due maniere cioè largo ossia aperto , e stretto ossia 
chiuso. Largo si fa allorquando stringesi la laringe e si allargan le 
labbra, come bène, bène; chèrva, cerva (2); còro^ cuore y córte, còfina 



{{) La lettara x ha importantissimo uffìzio, secondo il sistema orUh 
grafico del Porru^ nel Dialet Campid. o merla, per esprimere le infinite 
voci con quel rimesso suono simile aW usage o tujurs con lo\ frane, che 
ordinariamente provengono dalle voci itali, e lat, ci, ce, come ìnxì, 
luce, da lux-cis; calixi, calice da calix-cis ecc. Nel Logud, V\ avrà 
sempre il suono lat, di cs. Noterai che in alcuni Scrittori e MsS, A. si 
trova V X in vece del j o s dolce come bruxare in vece di brcjì.r£> bru-» 
ciare; xemu in vece di semu^ se^no (dal gr. ^to^jìiov^ signum) ecc. — • 
Nel MeiL e AngL si fa sentire V x merid. o j frane, nelle sole voci ba- 
ptiximu e crixima in vece di BAPrisraiD, crisima, battesimo^ cresima. 

(2) Chèrva in Logud. è anche add, fem, da chkryij, acerbo, non 
maturo^ e dicesi solamente delle frutta v, gr, pruina cberta^ susina 
acerba; non dell' animo cui si mette acerbu, v, gr, acérbu dowire, 
acerbo dolore. — Noterai bene per maggior chiarezza ed intelligenza, 
che in questa sezione abbiamo segnate tutte le vocali' eed o degU esempii 
con V accento C) grave per le aperte, e con Voce, (^ ) acuto per le 
chiuse. 



CAP. I. VOCALI 5 

buo, uro ete. Stretto è quando rotondansi le labbra ed apresi la gola 
quasi che tenda a profferire un' u stringendo un poco le labbra special- 
mente per Fo, v. gr. bów^ vieni j ghertu^ acerbo j còsjj, coroj ór», 
oro^ (i)l sÓMWj, sonno ecc. 

%, V. Ora nella Logudorese nostra avella è la cosa più facile di ri- 
durre ad un sol precetto il suono delle dette vocali, quale sarà un 
problema per tutte le altre lingue^ e che fu scoglio sempre ai Grama- 
tici. Eccolo in poche parole, generale e senza eccezione (2). L'è ed o 
saranno sempre aperti o larghi in principio e mezzo di parole allor- 
quando seguitano immediatamente o poi le vocali a^ e^ o, per esemp. 
cHÈifAj cenaj chèa (3), fossa j bèuv-j bene; melone, popóne; conca (4) 
testa j cÒYAzzA, focaccia; còsTTE, razzo; codone, (3on. codone), marco^ 
reUa^ erb. ecc. ecc. Saranno strette o chiuse quando gli seguitano t ed 
u neiristesso modo^ per esemp. béni^ vieni j teridade^ verità j bénuic, 
ginocchio j feu, brutto j córu, coroj Deus Dio ecc. ecc. (5). — In fine 



(4) Dal grec, òpoq^ extremitas, non da orlo itali, perchè in Sardo 
farebbe il risolHmento come da orlare , orvlale ecc, come osserveì'emo 
al %. 26. — Da questa ii^oce pare probabile d' esser chiamata la Città 
d* Oristanis, Oristano dalla vicinanza o estremità degli stagni ^ non 
da auri stamnum, che avrebbe avuto il dop» nn o il g; né da, arisfa^ 
spiga. — Nelle spiaggie della Gallura vi esistevano due villaggi cosi 
chiamati per V istessa ragione, 

(2) Sembrano eccettuate le sole voci chéja^ chiesa (Meil AngL) dioL 
com. ecclesia; mèsoa, miccia; préigare, predicare con tutte le voci che 
immediatamente hanno un ì dQpo V e: cosi nelV o in bòccia, palla; is- 
tròscia stroscio; bòja, carnefice; a yòglia, in quantità; (*) ma è chiaro 
che in chéja, préiga ecc, le voccài sono strette non in forza dell' a ma 
del j consonante che equivale a due i ^ formando sillaba separata. 
Nelle altre poi bòccia ecc, si fanno sentir larghe in virtù deHo schiaccia- 
mento delVulUma sillaba per cui fSiSi fa sentire immediatamente all'o, 

(3) Chea nel Logud, propriamente significa quel gran fosso in cui i 
carbonai accatastano la legna per abbruciarla e per formarne il car- 
bone, dal grec, x^o» uro, comhùro. 

(4) Conca dal grec, x®7Z^ concavità. Conca dicesi anche la madia^ 
conca de suighère. Pio, (Scivu, Fon, Nuo, dal gr, ^xu^oc^ vaso) e 
qualunque tronco scavato, da cui il dim, cònculu, concheddu, vasetto. 

(5) Quando la voce è trisillaba o polisillaba procede constantemente 
questa regola: se nelle due precedenti sillabe saranno vocali simili, s' in- 
vestono a norma della terza p, esemp, vélénu, veleno; bén.nerc, genero 
net qu€Ui i primi due e sono stretti, perchè seguita V u: ma se dico bèi»- 
here , venire saranno larghi perchè seguita e : così stesso dell' o come 
FÒGÒNE, focone; fògósd, focoso ecc. Se sono dissimili prevale la terza, p, 
esemp, potenti a, potenza; pérdonu, perdóno ecc. La ragione è che dis- 

(*) La voce istója, stoja nelV Àngl, é larga, nel Goc, Meil. ed altrove 
stretta : come jòja in Os: giovedì , lòggia , loggia. 



6 ORTOGR, PARTE PRTMA 

di parola le suddette vocali rimangono sempre aperte^ y. gr. Gkm^ eo* 
nej B£NrH£^ ventre j gomo^ oraj domo, casa ece. Cosi pure nelle voci 
accentate o tronche v. gr. gaffe ^ caffè j pè, piede; so, sono (1) ecc. 
ed in questo solamente andiamo d' accordo con la toscana gorgia ed 
armonìa (2). 



ponendosi il movimento della bocca dalla prima sillaba alle seguenti j 
pare volerla prevenire nel suo suono accompagnandola fino che troH la 
vocale che deve dare il suono. Questa regola è conforme aW acento kh 
tino da cui è rimasta in questo dialetto che serbò molti caratteri <ii 
quella lingua madre j per cui non può dubitarsi di asserire che la prO' 
nuncia logudorese sia la migliore fra tutti gli altri dialetti per V accento 
dell" idioma latino, 

(ì) Avvertesi che tutti questi nel parlare s" investono del suono della 
vocale che ha la prima sillaba della parola seguente j modulandoli se" 
condo la suddetta regola del §. 5. onde fé, piede sarà largo isolato e 
segitendo una voce che principii in a, e, o, per es. pb manivU;, piede 
grande; so amigu^ sono amico: seguendo al contrario i, u sarà stretto 
per es. fé nudu, pie nudo; so uwicu, sono unico ecc. — Generalmente 
il dial, Logud. tende aW e ed o chiuso j ma più a guest' ultimo. Anzi 
degno d' osservazione è lo scangio che ha fatto dell' o in u in molte voci 
originarie latine ^ come pustis da post^ dopo; funtana da fons-tiSj fon- 
tana; TUNDERE da tondeo^ es^ tosare ecc. ma segnatamente è sensibile 
questa mutazione nelV infinità delle voci latine che principiano da con 
coni seguendo b, m, p, t, v, modulandole tutte in u, forse perchè 
composte dalla prep, cum^ comesi rileverà meglio nel Vocabolario j per 
es. cunibidu^ convito j, cumpàrrere, comparire; cumponnere, comporre', 
cuntennere, contenere; cunifidare, confidare; cumvertire, convertire 
ecc, ecc. per cui pare che la Sardegna sia stata uno di quei, vetustissimi 
Popuii dei quali parla Prisciano al lib, ì. che cambiavano queste vocali 
dicendo — cungruum per congrum — fiuites per fontes — frundes per 
frondes etc, e Plinio ci oMicura che nelV antichità alcune Città d' Italia 
non avevano la lett, o, ed in vece sostituivano V u. Pesto nomina segna- 
tamente gli Umbria e gli Etruschi. 

(2) Lo fosse cosi in tutte le altre voci ! da questo proviene che noi 
avezzi al nostro uniforme accento indistintamente ne rivestiamo le voci 
toscane. Cosi v, gr, séta^ seda perchè aperto in sardo per la detta reg, 
% 5 j tale lo pronunciamo in itali, non diversificandosi all' orecchio da 
sètla^ UNIONE^- rócca, rucca pronunciandolo noi largo per la detta uni* 
formila d" accento si confonde cow rócca o^^'a ròccia ^ Koock; e nella 
prima voce pare che anticamente nel sardo sia stato o stretto ^ che sopra- 
caricandolo lo fece col tempo declinare in u dicendo hucc \ ; cosi cuile , 
covile (*),cow»e anche può dirsi della let, e ini,v.gr, fittì^ fetta ;nisscN«i 

(*) Questo pare Tu lat. da cubile, cioè capanna, dove dormono i 
Pastori .sebbene s' intenda il ricovero del gregge j, lat. caula, mandrei 
stalla di pecore, cuile dicesi pure il covàcciolo delle fiere. 



GAP. I. VOCALI 7 

5. VI. Non però è cosi facile assoggettare a regole gli altri duo 
dialetti merid. e settentrionale (J), che in questa parte vagano come 
neir ital. la cui delicata pronuncia dipende dall' attenta osservazione 
dell' orecchio dei Toscani , ma più dei Romani , che perciò andò in 
proverbio lingua toscana in bocca romana. Nessun Gramatico ha fin 
qui potuto mandar ad effetto compitamente, per quanto sappia, una si 
bella ed utile fatica, né si potè almeno combinar mai sul modo di no- 
tarle (2). Il Trissino nella sua lettera a Clemente VII. e nella sua Gra- 
matica. Verona 1729, indi il Salvini ed altri opinavano che venissero 
le suddette vocali contradistinte con segni diacritici, e sarebbe stato 
laudevole e vantaggioso, se da tutti si fosse messo in esecuzione questo 
loro progetto , potendosi contrassegnare le vocali aperte con Y accento 
grave , e le strette con V acuto , come nella lingua francese ( 3 ). Nel 

nessuno; si\TfGA, seatiga; biadv beato ecc. come molte ^oci latine nonRW 
granajo, eia horreum ; mindigu ^ mendico^ da mendicus; disertore^ di* 
seriore, da desertor, etc. 

(A) Di (fuetti ém^il meridionale è meno difficile del settentrionale 
iegnatamen^ il dial. Tempiese il qtmle differisce molto dal Sassarese, 
Per esemp. mela in Som. è apèrto in Temp. stretto ^ anzi in fnolte voci 
U) cambia in i p. gr, fetta fitta^ pera pira^ fredda fredda^ eddu iddu^ 
ecc. Lo e targo in Sass, si cmnbia tali>olta in a in Temp, p. gr. ferra 
farru^ serra «arro, terra tarra^ ecc. Cosi deiV 0, tutta le iH)ei in ori «'n- 
Sass, aperte^ in Temp. strette amóri, fióri, pastóri, signóri ecc. le altre 
desinenze \mriùno v, jf/r. móftu,' •S'os». niòltu, Temp. pórchi Sass. pòlci 
Temp. sòrti, sòr tt ecc. Combinaftàd $n molté^ tome cónti, mónti, tòntu^ 
ecc. che bisogna apprenderle dalla pratica. 

(2) Questo il conobbe anche il nostro sardo Autore (che credesi un 
tal Bonifacio DolbiJ del libretto — Vida, MàRTmiu et morte de Sanctu 
Effisiu Protiectore de Calaris m cawtos tres. Calaris 4787. un 90l. in 
16. il quale nella prefaz. dà un brevissimo saggio dell* ortografia Logu- 
doresej e che mi venne aUe mani dopo che io avea escogitata e stabilita 
la su esposta regola rapporto alle vocali aperte chiuse. L* Autore segnò 
i Suoi canti con appositi segni per indicare le vocali larghe strette ^ ed 
a pag. 14. conchiude ^ importante cosa sarebbe il far cosa simile nei 
Toscano ed in altre Lingue. 

(S) Il Salvini nella Lezi. XXXI. delle sue Prose proponea agli Ac- 
cademici il sistema d' ortografia per le vocali larghe e strette^ segnando 
con l' accento ( a ) te aperte ^ e lasciando le chiuse com* elle sono. Lo 
esegui nobilmente nella sua Versione — Della Caccia e della Pesca di 
Oppiano, Fir. 4828. — Il Trissini prima di lui avea escogitato V innesto 
delle vocali greche « e « per le aperte^ cosi pure loì^ grec. per lo z dolce 
ecc. V, la cit Gram, — Anche il Taverna molto si affaticò per simile 
scopo neW ingegnoso Libro Prime letture de' Fanciulli ecc. Nap. 4836. 
in cui oltre d* istruire le tenere menti con quei graziosi racconti , notò 
con V accento grave aW uso dei francesi le vocali aperte e , 0: lasciando 
senza segno le chiuse. Per questa parte ortologica itaU. F- Fanzon 
Gramm. Ragionata della Lingua Itali. Livorno 4834. 



8 ORTOGR. PARTE PRIMA 

nostro Dialetto però non potrei stabilire un precetto relativo all' ita* 
liano, sebbene resterebbe diminuita la difficoltà per parte nostra, ser- 
vendoci di quei esemplari dove le vocali venissero notate in quel moda 
né più si scambierebbero in questa guisa le une colle altre , ciò che, 
non solamente accade a noi , ma anche agli altri d' Italia e del Medi- 
terraneo 5 i quali neppur con la vicinanza e col frequentissimo com- 
mercio ne appresero l'uso. Questo succede più o meno conforme T af- 
finità del provincial accento da cui facilmente alla prima apertura di 
bocca ognuno è conosciuto. H sardo però è quello che più sì appros- 
sima al giusto accento, e che meno desìi altri si osserva peccare 
tanto nelle conferenze che nel Pulpito ( i}. 

%, VII. Niente di meno ecco a quanto brevemente si possono fissare 
le regole intorno alle dette vocali neir italiana pronuncia — La e ha 
tuono aperto quando viene preceduta da un i p. esemp. piede , Cielo , 
€hiè$a ecc. Seguita da un n nelle terminazioni endo^ ente ^ de, na^ 
no,ra,ro, te, to, sarà sempre stretta v. gr. tremèndo , parénte , 
fède, péna, séno , séra, véro, réte , acéto: così pure tutte le termi- 
nazioni dei verbi rèmo , réte e le 3 pers. pi. dell' indie, v. gr. saremo, 
amerete, leggete ecc. Eccettuasi o almeno sembra ondi^^^are quando 
la voce è bissillaba v. gr. dènte, ménte, e tuUi gli awerlu che hanno 
quest'ultima desinenza, come finaimènie,8peciaknénte, caramente ecc. 
e questo combina col dìal. nostro, secondo la regola di sopra {%. 5. > . 
Se poi è in ento, chiaramente è aperto, come mento ( 2 ) epavènio, 
tormento ecc. 

%. VITI. La e finale tanto nei nomi che nei verbi è sempre chiusa, 
V. ^. fine, amare, leggere ecc. ed a questa regola noi dobbiamo bada- 
re inciampandovi facilmente per vestirlo sempre dell' accento della 
sillaba che precede^ cioè largo se gli precede a, e, o , come 6ae> va', 
boe, bue ecc. stretto, se i, u come fihe, fine; fuste, bastone (3). Ec- 
cettuerai i nomi accentati o tronchi, v. gr. perchè j caffè, mercè, Mosè, 
die, pie (diede, piede), e qualche monosillabo come sé, me, te» ecc. 
con la terza pers. del verbo essere per distinguerla dalla congiunzione 
e che è sempre chiusa ( 4 ) . Non cosi la particeUa negativa né, e le 



(4) Questo è almeno un fatto accaduto sempre in me, che in tutto le 
Capitali deW ItaUa dove ho soggiornato per molto tempo, principiando 
dallo Stato Veneto al Napolitano , da per tutto le colte persone con le 
quali conversala dicevano che io dalla pronuncia fossi romano, 

{2) Di questo non abbiamo in Sardo il vocabolo corrispondente, e 
dicesi PUNTA DE SA BARBA, il mcuto {Sass, fabeddu) ; sutta barba, barbozzolo. 

(3) Nel Dial, Cagl. e Sass, non vi è pericolo di confonder questa ac- 
cento , perchè non vi è nome né verbo che abbia la desinenza ine, ma 
tutti terminano in i. V. i Prospetti. 

Ì4) Molte voci per l* equivoco suono che presentano sono distinte nelr 
taliana Lingua , e perciò piacemi qui riportare le più uiitale per i 
meno esperti di lingua. 



CAP. I. VOCALI 9 

tene persone del passato rìmoto di molti verbi poti, vendè ecc. che 

EroQuncierai sempre chiuse. Di moltissime altre voci non si può stabi-i 
re regola certa ^ delle quali in Toscana e Roma molte mi s»iibran»a 
ondeggiare tra V e chiuso e V aperto. 



£ stretta 

Accétta (bistrate)» 
Acéto (aghèdu)^ 
Bécco (su beccu). 
Bèi per bevi , 
Capélli (sos pilos). 
Céra ( chera ) , 
Còcca ( ruèddula ) , 
Détti ( dictos ) , 
Esca (addescu). 
Péste per feeeste , 
Légge nome , 
Mèle per pomo > 
Mésse ( sas missas ) , 
Péra , frtOlo ( pira ) ^ 
Péste (pistadas). 
Té pron. 

Téma 3. pers. temere, 
Vénti , ( vinti ) , 

O stretto 

Addotto da addurre , 
Bòtte ( cuba ). 
Còlla» collo con la-Io, 
Còsta 3. per$. costare » 
Fòro ( istampa ) , 
Gótta ( sa gutta ) , 
Nóce frutto , ( sa nughe ) , 
Pésca da pescare , 
Póppa di nave , 
Pòsta (postu part). 
Ròcca (^rucca ) , 
Scòla 3. pera, scolare. 
Scopo da scopare , 
Sono ( eo so ) , 
Stòppa ( istuppa ) , 
Tòrta (sa turta). 
Vólgo , ( gentagUa ) , 
Vólto nome (cara). 
Vóto, promessa > 



E larga 

Accètta ^erbo 3. p«rf. 
Accètto i. pere. 
Bécco (su biccu). 
Bèi per belli. 
Capéllo ( sumbreri ). 
Céra per ciera ( cara ). 
Còcca , U090. 
Détti per diedi ( desi ). 
Esca , ^rho escire. 
Fèste (festas). 
L^ge verbo. 
Mèle per miele. 
Mèsse ( messèra ). 
Péra per perisca. 
Pèste (sa peste). 
Tè erba (su tei. 
Tèma (su tema). 
Vènti (bentos ) . . 

O largo 

Adòtto da adottare. 

Bòtte pi, percosse ( colpos ) . 

Còlla — còllo (sa colla, su coddu ). 

Còsta, (sa costa). 

Fòro ( sa piata ) . 

Gotta , gota ( cavanu ). 

Nóce 3. pere, nuocere. 

Pèsca frut, pérsighe. 

Póppa ( titta). 

Pòsta (sa posta). 

Ròcca (sa rocca). 

Scòla (Iscola). 

Scopo , fine. 

Sono per suono. 

Stòppa 3. p. (istuppare). 

Tòrta part, da torcere. 

Vólgo I. pere, volgere. 

Vòlto verbo. 

Vóto agg, vuoto. 



40 ORTOGR. PARTE PRIMA 

$. IX. Varia di più Y ortoepia intorno bM*ù, per cui sarà più difficile 
a chiunque di ridurlo a regole fisse. Ecco però a quanto generalmente 
ti può restringere, h' o sarà sempre chiuso quando gli seguiterà n o 
m preceduti dà qualunque vocale v. gr. biòndo, fóndo^ conoscere, rom- 
pere, colombo ecc. Anche questa pronuncia si scangia spessissimo da 
noi per la regola del §. 5. dicendo mónte, cónte per mónte, cónte ecc. 
Sono parimenti strette le voci desinenti tutte in ione, ojo, ogno ed 
oso, come ragióne, occasione, avoltójo (unturzu), sógno, bisógno, spò- 
so, curióso, amoroso ecc. Finalmente sono chiuse tutte le voci in o 
che derivano dall' u o dall' au dittongo lat. v. gr. cólpa, mósca, móglie 
ecc. da culpa, musca, mulier etc. oro, tesoro, ostro etc. da aurum, 
tìtesaurus, auster etc. Fuori dì dette desinenze non si può aver regola 
fissa j onde dirai alquanto aperto chiòma (I), sómmo, inchiòstro, di- 
plòma ecc. chiuse totalmente pronuncierai le voci fióre, cuòre, suòno, 
giuéco. Róma e va dicendo. Finalmente serbano chiuso V o in fine le 
parole buono, matto, frutto^ candido, asciuto ecc. ma eccettuerai Id 
accentate e monosillabe, opera, amò, nò, so ecc. e la partic. disgiun* 
tiva per distinguerla dalla prima persona del verbo avere ho ehm 
pronuncierai bastantemente largo. 

DITTONGHI 

% X. Due vocali unite ma pronunciate in una sola emissione di 
voce col suo suono non formano che una sillaba. Questa riunione dai 
Gramatici chiamasi dittongo ( 2 ) che nella lingua sarda è ad un di- 
presso come neh' itaUana ( 3 ) . I dittonghi si riducono ai seguenti ae, 
ai, au, eu, ia, ie, iu, oi, uà, ui, come aekl, aerej Mài, maij au- 
BORA^ aurora j deunzu^ digiuno j hiscia^ mischia,- fiero, fieru^* triutu^ 
forcella; bois^ vói; boinare^ muggire; guardia^ guardia; guida ^ guida, 
n Logudoro tiene altri tre dittonghi ae, ei, oe, come faeddare^ parla-^ 
re^ taeddAj (dim. di tabula) mazzuòlo; prèiga, predica, ecc. hoe (con- 
tr. da hodie) oggij noeddu^ vitello (4) ecc. Il tuono di questi posasi 



( 1) SOS piLos TBitzA, mentre in singoL su pilu s' intende U pelo dd 
panni , delle pelli , o di altro, 

2ì Dal gr, $tz bis , due volte , e ff^òyy^g, sonus, suono. 
S) Il dittongo che in itali. Suona vo come uomo, suono, cuore ecc. 
è raro nella Sarda favella , rimanendo la dominante vocale a , dicendo 
homine , soNu ;, CORO ccc, comc nel latino. Si eccettua la sòia voce suore^ 
sudore^ ed i verbi ruo ^ cado^ suo, suggo^- cuo^ nascondo^' fuo, fuggo 
ecc, 

(4) Del dittongo lat. ae^ oe come aemulare^ phoenix o coelum^ non 
è rimasta traccia presso il Logudoro , i quali pronunciane come nell* 
Itali, facendo sentire V ultima sillaba. Osservo però in qualche diploma 
e MSS. A, le voci poen*, praedictu scritte con dittongo anUeo del earaP' 
Hre longobardo w , qual segno adoperarono come ricotdo dell' antico 



CAP. I. DITTONGHI 41 

sulla vocal dominante come neir itali, con far sentire appena la secon- 
da. Qaando vi ha luogo V a, il tuono posa sempre su questa v. gr 
AURORA, aterora^ aera, dere, ecc. Quando vi ha parte Fm, questo 
attira tutto a sé con pronuncia schiacciata e raccolta v. gr. buu, vitel- 
Unoj juDiciUj giudizio j jvgbere, portare ecc. 

TRITTONGHI 

§. XI. Tre vocali unite occorrono pure nella nostra lingua corno 
neir itali, in cui formano una sola sillaba pronunciandosi ogni vocale 
col suo suono in una emission di voce. Questa chiamasi trittongo, 
come v. gr. isciau, isciAiTUDinE, schiaro ^ schiavitù j adjuare, qjutare, 
e neir itali, giuoco ^ jogv, firgliuo-lo^ ma-glitto-lo ecc. In questi ed altri 
simili le prime due vocali si fanno sentire sfugitamente^ ossìa pronun- 
ciansi con dittongo raccolto come nell' italiano. Talvolta però nella 
Sarda lingua il fiato posa sulla vocale media v. gr. miaulu, miagolio j 
DiAULU, diavolo j BiEiT iuvecc di BiEsiT^ bevette ecc. e nelF itali, miei^ 
«uot, Mios, suos. — Il quadrittongo nella Sarda favella non occorre in 
nessuno dei suoi dialetti, qualche volta neir italiana, come figliuoi^ 
lacdiwì ecc. che possono dirsi più presto voci poetiche. 

LETTERE CONSONANTI 

B 

% XII. Anche le lettere consonanti meritano una speciale e più at- 
tenta rivista a fine di stabilire una constante ortografis^, senza per- 
derci in tante ortoepiche squisitezze. — li B nella sarda hngua soffre 
mia bizzarrissima metamorfosi. Tralasciando che in certe voci si è cam- 
biato ora in f, ora in p, ora in v (4), lo che è comune ad altre lingue 
per la loro affinità , ed ora intruso come nelle voci basqne , bogghirb , 



profferimento , e perchè andava a perdersi la vera pronuncia del dit- 
tongo lat Presso noi adunque fu almeno V ultimo a sparire , sebbene 
oggi non si usi che nel lat, in cui però devonsi scrivere estesi ae, oe per 
non essére confusi tra loro , ed il Benci molto lavorò su questo punto. 
( i ) Nella sarda Lingua moltissime sono le voci lat. che hanno il b 
in vece del v come, bw, vivo; bentxj, vento; beru, vero; birde, verde; 
ecc. Lo che pare un residuo della prisca pronunzia lat. e lo vediamo 
nelle Iscrizioni antiche bixit per vixit^ biginti per viginti, biam per 
viam, serbus per servus, (*) inbicto per invicto, ecc. Anche a quelli 
poteoisi applicare il motto Scaligeriano. 

Felices quibus vivere est Ubere I 

( * ) Questa pronuncia si è conservata nella parte merid. serbidoriy 
flerbiri, ecc. Ma nel Logud. servidore ; servitudine, servire ecc. 

o 



13 ORTOGR. PARTE PRIMA 

BEssiRE, bùttero o cavallaro ^ uscire, sortire, dal lat. àgaso^ts , oc^ 
cidere , exire ecc. : in queste ed in molte altre il b ora si profferisce 
aspro, ora lene o aspirato. Questo mi richiama alla memoria il Daghés 
forte e lene ebraico ( 1 ) il quale ha la virtù di togliere la vibrazione 
a certe lettere , e tra questa, alle labiali e farle aspirate quando la 
parola precedente termina in lettera quiescente che diremo vocale ; 
terminando però in mobile ossia consonante , comunica alle dette let- 
tere una certa vibrazione più di quello che ha in natura. Cosi per 
esemp. la parola eoe, bue, precedendogli nel discorso una vocale il b 
rimane aspirato o soppresso v. gr. unu oej bellu oe, in vece di unu boe 
bellu boe , cosi una olla , su entu , sa este, s* idei ecc. al contrario pre- 
cedendo una consonante sarà vibrato come sos boes , bellos boes, tanta» 
bottas , SOS bentos , sas be^tes , non bides { 2 ) ecc. 

§. XIII. L' istesso accade alle lettere e, d, f, p, q, r , s, t tras- 
formandole nelle loro affini cioè il e in g ^ come una cosa una cosa 
in vece di cosa : il d gagliardo in dolce su depidu , il debito , tantos 
depidos , tanti debiti : la /" in v, su vine il fine, in vece di fine , eccet a 
sa FiwE ; su vizu il figlio in vece di fizu ( 3 ) : il p in 6, bóveru , povero 



( 1 ) Daghés è un accento gramatico in figura d* un punto che 
mettesi in mezzo delle lettere Ebraiche consonanti mobili per indicare 
la detta proprietà. F, Pasini Gram. Ebr, f, 9. 

( 2 ) Da questa regola si eccettuano i seguenti che sono introdotti dal 
itali, come balla ^ palla; ballu^ ballo, dicendosi una balla, unu ballu 
ecc. cosi pure baa, o BA£,bava; babu, padre; bancu, banco; bulla, bolla; 
BARCA, barca; bastardu, bastardo; bastone, bastone; bandu, bando, editto; 
BATTU, patto per distinguerlo da attu, gatto; bèccu biccu, becco; bellu 
bello; BicuLu, branetto; buffone, buffone; buscia, borsa; buglia, burla; 
bullu, bollore; buscica, vessica; butiru, butiro; buttega, bottega; 
BUTT0NE, bottone, con altre v>oci introdotte come bonetto, ecc. Cosi 
pure tutti gV infiniti che hanno prefissa la prep. a , o segna caso rispetto 
ai nomi (e V istesso dicasi delle lettere e, d, f. p, ecc.^ v. gr.ji biere, 
a bevere; a fine, a fine; a furare, a rubare ecc. perchè sottointendesi 
ad: al contrario pronunciasi prò iere, per bevere; eo io, tue ies, nois 
BiMus ecc.; A BiNZA, PRO DE, a vigua per te; dae inza, dae de ecc. Fi' 
nalmente dopo la cong. et, e, et. bene, pron. e bene ecc. 

( 3 ) Bit. e distr. elide totalmente la f. nella voce fizu sing, dicendo su 
Bizu, ma nel pi. sos fizos. Orgos. Mam. Gav>. ecc. con V aspirazione 
gutturale v. §. 40. Cosi nelle altre voci hachere> per faghere; hactu per 
FACTU ecc. e sembra un residuo della prisca lingua neUa quale dicevasi 
haba per faba ecc. Nel comune dialetto sarà regola generale che le 
voci latine che principiano da f prendono il suono molle di \ nel su 
accennato andamento, v. gr. sa fune, prò fuire lati, funis^ fugere, 
ecc. Se le voci parimenti lati, principiano da v, si fa sentire un' aspi- 
razione v. gr. su hinu , prò hèndere lat. vinum , vendere ecc. salvo 
velenu, vitiu, voluntade : scriverai però sempre sa fune, prò fuire, su 
binu^ prò benderò, ecc. 



CAP. I. CONSONANTI A3 

in vece di poveru :' il g in 9 , bona gv^lidade , buona qualità in vece 
di Qu ALIDADE : la rffagliarda in dolce, onu regxu, un regno, duo* 
r£g:^os ^ due regni. La s aspra e sibilante in dolce su sowu , il ^ono j 
SOS soinos ^ìl t in d, come o truncad' o bessit, prov. in vece di trukcat, 
tronca fa gancio j su dempus , il tempo in vece di tempus , ed 
in questo eccettuansi su "^lu _, lo zio ^ su tittoi^e ^ il tizzone e pochi 
altri. Le suddette voci e tutte quelle che principiano in simili lettere 
pronunciate isolatamente suonano appena gagliarde boe, cosa , depidu^ 
POE, Fizu ecc. 

§. XIV. Nella lìngua Italiana e nel dial. merid. non evvi questa stra- 
na mutazione (i). Osserverai inoltre, come nell' AngU Meil. ed in altri 
distr. che levano il 6 iniziale a certe voci, p. ese. aayeghb pecora (2); 
ARYAcTARE ; dissodorc H campo ecc. Anche nel mezzo di molte voci la- 
tine nel com. dialetto , come taula da tabula ^ tavola : ruu da rubus 
rovero : sula da subula^ lesina, f^ula^ paraula ecc da fabula, pai*a-^ 
boia ecc. bugia, detto parola. Cosi del p, come aes da aves, uccelli j 
RAEs da naves, navi e simili II doppio 6 in mezzo di voce quasi 
non diferisce dal semplice 6 , come si sente in roba , roba ^ addob- 
bare, percuotere (3) ecc. Ma parlando l'italiano deve avvertirsi 
bene di non confonder V uno con F -altro, accadendo a molti di non 
far diferenza tra abbandonare e abitare , tra libro e labbro, e cosi di 
molti altri, dovendosi profferire il primo dolcemente ed il secondo 
con forza e vibrazione. Questo è vezzo e maestà della nostra lingua 
di pronunciar con forza le lettere consonanti specialmente il 6, /*, m, 
r, s,ìo che. è molto più notabile nella Sez. di Bitti, che meno de- 
generò dair antica pronuncia latina fra tutti gli altri suddialetti del 
Logudoro che serban le vere tracce della loro madre. 



§. XV. n e, salva la notabile mutazione di cui or ora parlammo, 
e che in qualche voce proveniente dal lati, siasi trasformato in t come 
da hericium, erittu; riccio, litos da licium, i liei; corri atu, farinato 
ecc. tiglioso, farinaceo da coriaceum, farinaeeum ecc. ed in qualche 
altra in ò come bulteddu, coltello; bardu, cardo j cubuddu, cuculio; 
sodale, cotale e qualche altra rara, pronunciasi come nella lingua 



(i) j^l Dial Settentr, è quasi comune la detta regola dicendo 9, gr, 
un boi (b gagliardo), li boi (b soave); un pugnu, li bugni ecc. 

( 2 ) Nella sez. di Nuoro e segnatamente in Bitti dicesi berbeche da 
vervex, ecis lat. e tiella vecchia lingua dicevasi berbeces come trovasi 
nel carme Arvale, Cosi la voce arvactare si è fatta da vervactum lat. « 
questo da vervagere. 

(3) p^oce onomatopeica ossia che imita il suono rumore che fanno 
le percosse. Di questi vocaboli abbonda la lìngua Sarda specialment$ 
nei nomi di volatili, come vedrassi nel Vocabolario. 



14 ORTOGR. PARTE PRIMA 

lati, ed itali. — Ca cu in principio è sempre constante , in mezzo 
e fine, se doppio e non soffre alcuna mutazione, al contrario se sem- 
'plice trasformandosi in g come ispiga, spiga; formica, formica; carica^ 
fico secco j ANTiGu, antico j figu, fico (i) ecc. Ce 3 ci in principio e 
mezzo di voce, semplice raddoppiato, e provenga dal lati, o itali. (2) 
suona ze zi gagliardo, come cibu pronu. zibu, ciboj certu, pr. zertu, 
certo j FACILE pr. fazile, facile j succedere, pr. — zedere, succedete j cosi 

PRECEPTtJ, CIPPC, NECESSIDADE, CRUCIFIXU, CODICE (3), RECIRE CCC. prCCettO, 

cippo, necessità, crocifisso^ codice ecc. Eccettuerai acerbu, acerbo j 
FACI A, faccia, ma faciada pr. — zada, facciata j liceivtia pr. lissenzia, 
licenzas ciuciu pr. silissiu o siliziu, cilicio , come pure alcune voci 
introdotte v. gr. sucidu , sucido; accentu, accento j mancia, mancia 
e macchia j frangia, ferro da stirare ecc. ed alcune altre rare con 
vÀSEixu e i suoi derivati che sortono in s da macellum, ( lat. barb. ) 
beccheria, 

§. XVI. Pronuncieransi con dop. ss quelle parole che derivano dal 
lat. cium^ come officiu, pr. offissiu, officio j sacrificio, pr. — pissiu^ 
sacrifizio j suppliciu, supplizio j judiciu, giudizio j indiciu, indizio j (4); 
delicia, delizia j ecc. Se dall'itali, in ccio o cio^ cia^ escono in zzu 
V. gr. BRAzzu, braccio j istrazzu, straccio j saltizza, salsiccia j ispazzare^ 
spacciare j intrezzu, intreccio ( 5 ) , ecc. eccettuansi cappricciu, cap^ 
priccioj dici a, sentenza o proverbio j triccia triccia aw. bagnato assai, 
ispiciu, spicciato j dispaccio 3 dispaccio j e tutti nomi accrescitivi o peg- 
giorativi (§. 61) come paraulazza^ parolaccia j hominazzu, uoma^cioj 
BULTEDDAzzu, coltcllaccio ccc. Prccedcndo però un s al e suonerà natu- 
ralmente e schiacciato, come nesciunu, nessuno j cHEsaA^ lagnanza j 



{{) Questa regola non si estende alla ProH, di Nuoro^ Fon. « Barb. 
in cui è rimasto V accento latino. Nel dial. comune si eccettua buscica^ 
vessica , butica , spezieria e tutti quei che hanno ombra di diminuU{>i 
con qualche monosillabo. 

{ 2 ) Dal latino discende constantemente^ salpo da cera che fa chera ^ 
ciera ; da cervix ^ icis ^ chertija ^ cervice ; da centum ^ chentu , cento 
da caespes ^ chesva, piota^ zolla j da cilium pi. cilia^ chiza, sopracciglia 
da uncìnus ^ unchinu ^ rampino ecc : e questo pare secondo V avviso di 
Quintiliano un residuo dell' antica pronuncia lati, dicendo Grachis per 
Gracis j chentiun per centum ecc. 

(3) Negli antichi MSS. trovasi codiche^ non però codighillu^ ma 

CODICILLU. 

( 4 ) Schifferai di pronunciare come fa il volgo Meil. Pio. Angl. Os. 
ecc. iNDisciu^ offisciu e simili. 

(ò) In molti libri stampati e nelle antiche Scritture troverai questo 
valore di pronuncia espresso con cha ^ chi ^ chu v. gr. capprichu j cha- 
qHARA^* ACBkj cocHARi CCC. pcr cAppRicQu ^ aAccLARA^ cUachcra^ ACCU^ 
torcia 3 cocciARi , cucchiajo ecc. 



GAP. I. CONSONANTI 15 

niBAsciÀDA; ambasùiata^ basciu^ basso ( i ) : ma se dal lat. scSj sci fa 
scHE scHi, come coNNoscHEs conosctj 1SCHIRE3 (lat. scire) sapere, e va 
dicendo. — Finalmente tutte le desinenze lat. in cis provenienti dai 
nomi della 3 declinazione aXj ex, ix, ox, tix, sortono constantemente, 
eccet. gli addiet. atroce e veloce, in ghe come paghe da pax, cis, pacej 
soRiGHE dasorex, icis, topo', fighe, da pix, cis, pece; boghe, da vox, cis, 
90ce, lughe, rughe, luce, croce (2), e tutti i tempi dei verbi che sor- 
tono in cere, come faghere da facere, piaghere, da piacere, ecc. 

D 

S- XVn. La lettera d quando è semplice ha V istesso valore che 
nella lingua itali, tanto in principio ( 3 ) che in mezzo di voce. In 
guest' ultimo caso provenendo dal cambio del t, come dirassi al §. 
34. , si farà sentire dolcemente. E' soggetta anche a quella generale 
metamorfosi come dicemmo al §. 13 , e gioverà ripeterlo con un' e- 
sempio più evidente , nella voce dinari , denaro , dicendosi meda 

IRARI , QUANTOS DINARIS , LEO INARI , LEAT DINARI CCC. mOliO dCfiarO , 

quanti denari , prendo denari, prende denari ecc. V elisione però 
totale capita in questa sola voce , nelle altre che principiano in d 
questo si fa sentire dolce e rimesso ( 4 ) . Il d doppio poi ha una 
singolare pronuncia comune solamente agi' Inglesi e Siciliani , e dà 
noi si sente più viva e gagliarda , vale a dire palatina , appoggiando 
r estremità della lingua alla parte superiore del palato e con mol- 
lezza tramandando fuori il suono , per esemp. caddd cavallo j su ad- 
dine , capostorno j póddine , fiscello j trudda , mestola ecc. 
§. XVIII. Non sempre però serba questa pronuncia. Eccone una 



(i) Troverai similmente questa ortografia negli ani, A. e MSS. conr 
traddistinta con xa , xe, xo , xu come imbaxada, baxv, nexunu ecc, 

(2) Bit. Nuo. fanno in che, come pache, soriche, ecc. nel dial, 
campid. questa desinenza sorte sempre in xì (j frane.) come al §. 2. 
N. 5. p. esemp. boxi^ luxi ecc. Nel Gallur. in z dolce, bozi, luzi, e va 
dicendo. 

( 3 ) Osserverai solamente nel Meli. Bono. Pio. ed in qualche altro 
villaggio vicino la voce daga targa , coltellaccio pronunciata con suono 
palatino j in Os. la voce ddadda, parola vezzeg. dei bimbi per sorella, 
zia 3 (altr. tatta) j ed in Or ani la voce deus. Nel dial. merid. le sole 
voci DDEDDU — ^DDA^ bimbo ba^ 6 DDU pron. addi. V. Por. Diz. ad voc. — 
Cosi in Ghil. P. Lat. e distr. 

( 4 ) Z/^ elisione, ossia la contrazione della lettera d in mezzo di voce 
è comunissima nel Logud. dicendo v. gr. critu per crudu, crudo; mèigit 
medico ; meuddu, midollo ; pèiga, lat. pedica, laccio ; preiga ; predica ; 
RiERE, ridere ecc. Questo non succede nellì altri due dial, pronunciando 
crudu, medicu. Gali, medigu; predica Gali, prediga ecc. — Eccet. Mofv, 
da modius misura, moggio, e raju, raggio da radius in tutti e tre dial. 



46 ORTOGR. PARTE PRIMA 

regola generale , senza infastidirti con ripetuti avvisi e senza deturpar 
le voci con innesto di altra lettera che annuncii il valore (1). Il dd 
sarà palatino in mezzo olle parole che vengono da doppia II latina e 
italiana , v. gr. modde , da niollis , molle j fodde , da follis , mantice j 
jfUDDk , nulla j MjLssiDDÀ da maxilla , guancia j mamidda da mammìlla , 
mammella j Qt asiddc da quasillum , arnia j pedde da pellis , pelle j 
cuDDo , quello j marteddu , martello (2) ecc. Similmente nei diminutivi 
che provengono dalle desinenze etto , elio come notighedda notarella j 

BARRILEDDU , bariletto J MINOREDDU , pÌCCOlÌ?lO J HOxMINEDDU , FEMINEDDA , 

JOVANEDDU ecc. ometto , feminella ^ giovinotto ecc. 

§. XJX. Si eccettueranno da questa regola i seguenti che sono 
rimasti nella loro primitiva pronuncia dall' uso , ed ognuno sa quanto 
dispotismo abbia questo, e sono* alla voce d' ammiraz. ampulla, 
ampolla j bagateixa, bagatella j bello, bello j bitellu, vitello j bullone 
bollonej bordellu, bordello j callu, callo j carradellu, botticellaj collu(3) 
collo j coRALLU, coralloj balla, pallaj ballu, ballo (4)^* istella, stella {6)j 
iscabelld ( Delo. ) sgabello j m asellu , macello j nullu , nullo , di nessun 
valore ; pinnadellu , ambraj querella, lagnanza (6). Come pure tutte 
quelle voci composte dalla prep. ad seguendo d o l per esemp. adden- 
tare, addenticchiare j addaisegls, dietro j allentare, rallentare j cosi 
pure sudditu , suddito j subraddote , sopraddotte j suddivisione , siiddi- 



{ì) Ti Porru nel suo Focab. Merid. in ogni voce che ha questa pro- 
nuncia ha segnato tra parentesi {pron. ingl.) e non vi è da dubitare 
che questo sia un' ottimo mezzo per evitare ogni difficoltà nella pronun* 
cia^ quando non si possa fissare una regola. — Il cit Autore de sa 
Vida e morte de S. Effisiu segnò questa pronuncia con dh come nudha, 
cuDHu ecc. questa sarebbe convenzione più adattata ^ ma inutile poten- 
dosi assoggettare a regole. 

(2) Questo scangio del doppio 1 in dd è sfato usato nelV antichità della 
lingua latina, ma non sappiamo se avrà avuto questo suono. Festo ne 
adduce V esempio nella parola sella che pronunciavano sedda (come 
oggi nel sardo) cosi capitodium per capitolium, fidius per filius e «m?7i. 

( 3 ) Per distinguevo da coddu , collo ^ cervice : come callu per di- 
stinguerlo da c^DDu, cavallo. 

( 4 ) Nel Gallur. baddu per distinguerlo da balla, palla da schioppo, 
in cui nel pi. la voce rimarrebbe equivoca. 

( 5 ) Ma V addiet. stellato dicesi istedd*du; norie isteddada, nie a car- 
rada ^ prov. de' pastori j ed il verbo isteddare da isteddu^ stella ^ ma 
dicesi solamente dalla plebe ^ nel pulpito dirai istella matutina, corona 
istellada, ecc. 

( 6 ) Querella e quareìla lae^nanza , lamento , e propriamente quella 
accusa che si fa innanzi al Giudice per un' oltraggio o un danno avuto 
da un terzo. Nella prisca lingua usava^ii co^i^ e sono a tutti note quelle 
lodi dei fé antiche funerarie conjuqali iscrizioni O. VIXIT SINE ÒVE- 
RELLA. 



CAP. I. CONSONANTI 17 

visione ^ ecc. E questo accade per la propria ortogr. lat. subditu , 
iubdivisu „ ecc. 

§. XX. n d inoltre sarà palatino quando gli precede nelF istessa 
voce un' n come nde , ne , ardo , vado j cumandu , comando j mundu , 
mondo, e tutte le desinenze dei gerundi! di qualunque Conjug. 
HàNDiGANDE maugiaudo; factende o faghinde^ facendo (i) ecc. Eccet- 
tuasi qualche nome che viene dal lat. come abblandare , raddolcire ; 
BLANDU, blando j istupendu^ stupendo j treoiendu, tremendo j i!hce?ìdiu^ 
incendio, e talvolta anche questi dal volgo pronunciansi palatini (2). 
Finalmente eccettuerai quando alla prep. in seguita d in principio 
di voce unita o separata, v. gr. inoignu^ indegno j iKDOLEfiTiA, indo» 
lenza j n de badas, grahtitamentej in d'ogni logu, in ogni luogo (3), 
ecc. Unita con domo^ casa in qualche distr. si fa palatina, in domo 
sua^ nella sua casa, 

G J 

§. XXI. H g in princìpio di voce per la sua parentela col e ( §. <5 ) 
soffre la mutazione che dicemmo al §. 42. In qualche parola è stato 
cambiato in b come balanzu, guadagno j battu, gatto j bettare, get-* 
tarej benneru (Bos. gehemj), genero j bennarzu, gfcnwajOj bul a (Barb. 
gcttur)^ golaj benuju, ginocchio, limba, lingua j sambene, sangue j 
ed il pron. bi^ gli. Si dà il suono di g alle parole che sono scritte con 
j come joventude, pr. giuventude, gioventù j joale pr. giù ale, giogo j 
ìau, chiodo j joGVixj, culla j janna, uscio, porta j jamare chiamare, 
JURAMENTU, giuramento ecc. i quali tutti vengono dal lati, ja, je, jo, ju, 
e eia, come janna da janua, ae; e jau da clavus, i (4): se dall'itali, 
scrivesi e suona g, come giardini, giardino j girare^ giru e shnilì. 
Accadendo in mezzo di parola suonerà come nel lat. adjicere, proji- 



( I ) Nel dioL Settentr, il d si raddoppia in tutte le voci che hanno il 
semplice t come biuddit, muto; istaddu, stato; feddi^ fate ecc. nei quali 
non si fa mai palatino. — Neppur la suddetta regola del dop. 11. può ap- 
plicarsi a questo diaL né al Cagliar, diferendo dal Logud. in molte voci, 
per es. bellu dicesi in Logud. . e beddu in Gallu. ballu , dicesi baddu ; 
càLLUj caddu. Convengono m ballu, palla, ampullacc? in qualche altro. 

( 2 ) Questa regola non può addattarsi aidi altri due dial. merid. e 
settentrionale in cui tutti ì gerundii si pronunciano italianamente. 

{^) Se 4n guest avverbio non è la prep, de , pare V indù antico lat. 
come ind'una, in una parola; induna ind'una^ improvvisamente. 

( 4 ) Se precede la voce terminata in vocale, sarà la pron. dolce, come 
al §. 12. p. esemp. unu jau, in cui la pron. è quella naturale delV}: 
SOS jAos^ pr. SOS GiAos, Os. ciaos, ciaru ecc. — Se alV } precede ad o ob, 
t{ d e b s* immedesimano colV] come adjunghere, pr. aggiunghere , ag- 
giungere ; adjuar»^ ajutare ; objectu, pr. oggeitu , oggetto , e cosi irò- 
vansi scritte queste voci nella C. de L, e ne' MSS. 

Creada prò sempr* amare alcun' objectu. 

Mad. 



18 ORTOGR. PARTE PRIMA 

cere ecc. p. esemp. m^jv, maggio j pijare, raccogliere j cojd o conjoii- 
w ( I ) matrimonio j sponsali j Questa desinenza talvolta proviene dal- 
l' itali, echio, aggio ed ajo come in bevxjjv da ginocchio j fenuju da 
finocchio j oju da occhio j raju (2) da raggio j seddaju da sellajo con 
molti altri nomi d'arte (3). . 

§. XXII. IL g in principio di voce suona naturale come in itali, 
come GENERE^ genere; giorra (4) giarra; geographia^ geografia j genio , 
genio j ecc. Talvolta suona in z come zente, gente (y, % 35). Simil- 
mente suona naturale nel mezzo, come virgine. verginea pagina, po- 
ginaj margine, margine. In qualche dipart. come nel Goc. Ghil. Pos. 
lo cambiano in z dolce dicendo virzine, anzelu (5), zorzi ecc. angelo, 
Giorgio ecc. — Se viene dal ce lati diventa ghe dolce ( §. 46 ) come 
LUGHE, NUGHE ccc. il qualc non si discerne se venga dal gè lati, che 
similmente in sardo ra ghe, come pianghere, piangere j mulghet; mi^ 
gne, isparghere spargere ( 6 ). Noterai finalmente che in molti autori 
e MSS. A. troverai scritta (juesta pronuncia con Y, come yae per 
JFAE, pr. GiAE, chiavej atuare, pr. agiuare lat. adjuvare, ajutare, e 
questo accade in tutte le voci che dopo l'i seguita vocale. Nelle 
seconde pers. pi. del pendente, e perf. dell' Indie, e Sogg. troverai il 
g in vece dello z dolce come ponzegis in vece di pqnzezis^ metteste; 
▲MAiAGis in vece di amaiazis, amavate ecc. 



( i) Lat. conjugium, ed in molte iscrizioni sepolcrali antiche trovasi 
eojux e cojUGi, in vece di conjux, come in varie Iscriz, del H, Mm, di 
CagUari. 

( 2 ) Raju prendesi per il fulmine; i raggi del Sole, sos radios de su 
sole. — ^Itre voci conservan la desinenza aggio, come coraggiu, corag- 
gio; VANTAGGiu vantaggio, tiaggiu (pleb. viazu) viaggio ecc. 

( 3 ) Nel Margh, e Goc, questo suono lo cambiano in molte voci con 
s dolce , come chisina, per chjina, cenere; cresi a per cheja, (com. ec- 
clesia^ chiesa — uu in gru, come bigru, per bijd, vitello; ispigru per 
ispiju , specchio ; OGRU , annigru ecc. occhio , annicolo. — Bos. in giù , 
p. gr. oGGiu, BiGGiu ecc. —^ Ghil. e distr. con la trasposiz. v, gr. birgu, 
ANNiRGU. — Bit. cRu comc ocRU , ANNicRU , c scmòva una corruzione del 
dimin. lati, ulus, come anniculus, speculum, vitulus ecc. cambiata 
V 1 in r. 

(4) DalV arab. come pure l'itali, ziroo giarra. In sardo scrivesi anche 
jorra, da questo e da quello del %. precedente vedrai che la lettera j non 
e ì vocale, ma lettera consonante anche nelV itali, in cui deve la vita al 
Tris^ino scrivendosi prima confusatnente colVì: Scrivasi adunque io je 
iniziale o intermedio progressivamente, metodo trascurato da qualche 
Vocabolarista e dal Porru , recando impaccio nel ritrovamento delle 
voci , V. §. 2. 

( 5 ) Anghelu dicesi dalla maggior parte del Logud. è tale è la prò- 
nuncia grec. a77e>o;. 

(6) In qualche voce il gè lat. sopprimesi come in stere, da sugere, 
buggere ; Fuo, fuire da fugere , fugire. 



GAP. I. CONSONANTI « 

5. XXni. Nella lingua Itali, è molto delicata la pronuncia del g il 
^ale quando è semplice ha un suono men vibrato di quello quando 
e doppio. Baderai perciò di pronunciare giorno , die , e non ggiorno j 
cagione cajofte motivu , e non caggione. Al contrario pronuncierai 
con forzsi oggi ^ hoe; appoggio , arrumbu; loggia, loggia ecc. Quando 
al g seguita un l tanto in itali, che in sardo hanno V istesso suono 
come maglia, hagua; scoglio, iscoglic^ ma nel Logud. suona za zc in 
quelle voci che vengono dal lati, lim , a , um , come azu , da alium ; 
aglio; fizu da. filius^ figUo; lizu da lilìum, giglio ecc. Eccet. folium che 
fa pogliu^ foglio; con qualche voce itali, battaglia^ battaglia; bagagliu, 
6a^a{io ; romagliette^ mazzetto di fiori , {fraine, bouquet); cagliare, 
tacere ; imbrogliu ;, imbroglio ; taglio , taglio ; ispoglia , spoglia ( non il 
verbo ispozare , spogliare ) ; canaglia , canaglia : monda>glia e squagli' 
are fanno mcndaza , gazare , z dolce ( i ). 

§. XXIV. Quando al g neir itali, seguitano due vocali formando i 
dittonghi %ie , ui , nel sardo formano ghe , ghi , come gherra guerra ; 
cmA , guida ecc. E noterai che in molti libri stampati e MSS. A. tro- 
vasi questa ortografia nelle sillabe ghe ghi in gue , gui , come bogue , 
voce; RUGUE croce, negue colpa; faguere (2) fare, in vece di boghe, 
RUGHE ecc. Se gli seguita un n nel logud. fa nzA^ rze ecc. come binza, 
vigna ; bisonzu bisogno ; bahzu percossa zombamento ; punzu , pugno ; 
TinzA, tigna ecc. eccettuerai bagno (3). bagno; compagno, compagno; 
isTAGifo^ stagno, signo, segno (4); maugnu, maligno; ed in Os, AngL 



( i ) / nomi peggiorativi designanti una certa quantità hanno V una 
e V altra desinenza v. gr, piccinivaglia e nnaza^ mucchio di ragazzi; 
FEMiNAGLiAeriAzA, di donnc ecc. Negli autori ed A MSS. troverai questa 
ortografia in ghi, già come consigiu , figios ecc. — Nel dial Cagliar, si 
fa in dop. U come palla, ollo, fillu, consillu ecc. In Temp. dd palat, 
padda, fiddolo ecc. Il Sassar, ad eccez, di oglio che dicesi ozu^ seguita 
la pronuncia itali, paglia, figliolu, ecc. 

( 2 ) Bitt. e Nuo. pronunciano in che tutte queste voci ^ facuerb , bo- 
ghe e simili. 

(3) Banzo nel Goc. dicesi anche il bagno, e cosi fanno terminare 
molti nomi di qttesta desinenza ^ companzo , compagno , onzi , e onzono , 
ogni , ognuno ecc. e pare che questa sia V anticha pronuncia Logud. 
perchè negli altri distr. si è conservata nei nomi di terre dove sono ac- 
que termali. In Ploaghe abbiamo un territorio chiamato so b^nzo, dove 
si conservano ruderi di fabbrica antica^ e sovente si trovano delle monete 
puniche con la spiga delle quali io ne conservo due^ abbiamo molti no- 
mi di Hllaggi distrutti chiamati banzd, banzos, fra i quali uno vicino a 
Perfugas — K Manno lib. Fili, f 4i6 , 3. ediz. Milan. 1835. 

( 4 ) Non cosi il verbo insinzarb , Jngl. Meil. additare , mostrare. — 
In alcuni Libri e MSS. trovasi alla Spagn. na^ ne ecc. U autore db 

5A TIDA E MARTIRIU CCC. SCgnÒ «HA, HHE, CCC. MANHIFICENTIA CCC. 



so ORTOGR. PARTE PRIMA 

BISOGNI! in vece di sisonzu, bisogno ( I ). Rare volte il g s* incorpora col 
n in certi vocaboli latini , come manrc , ( da magnus ) , grande ; linna , 
( da lignum ) legna ( 2 ). 



§. XXV. Questa'' lettera in priiKìpio di voce serba una costante 
pronuncia in tutti i dialetti. In qualche voce si cambia in d come 
damare per laxare , pleb. lasciare : e viceversa il d in l come luctrin- 
zu , da cui il prov. natura faghet , non luctrinzu ( insegnamento , corr. 
da dottrina), itali, la natura può più che V arte. In mezzo cambia 
secondo la lettera con cui è combinata, così essendo II doppia si cam- 
bia in dd palatino (§. 48). Se gli seguono due vocali nella desinenza 
liVnH , um , eccettuato esiuu , e soliu , esilw , soglio , si cambia in za , 
zu (§. 23). Se ffli precedo un r si risolve per eufonia o si converte la 
l in r , come da perla pèrela ; da merlo merula da tarla , tarula ; 
orlo , oiiutu ; ciarla , ciarra ecc. Se gli precede un p lo risolve in i in 
tutte le voci che vengono dal lati, come da plus plus , più ; da pianta 
PIANTA, pianta; da splen, ispiene, milza, da flumen, fiume^t fiume ecc. 
Ecoet. FLAccu, fiacco o debole , e friastimare in cui la / e slata conver- 
tita in r , lat. blasphaemare ( 3 ) , e questo è indole di tutto il Margh: 
e Goc. di convertire la l in r come artu in vece di altu , alio ; car- 
GHiNA, in vece di cALcmNA, calcina^ parche, in vece di falche, falce ( Os. 
Pio. messadorza), eccet. nella sola voce sementosu è stato cambiato in n 
( da semeltonsiim ) agnello d' un' anno cosi detto dai pastori perchè 
tosato una sola volta. 

MNP 

%. XXVI. La m ed n in principio di voce amano quella dolce alte- 
razione secondo la voce che precede (§. 42). In mezzo, la m sarà sem- 
pre rimessa v. gr. comunj'. , comune . comodu , cofnodo , fiama , fiam,mn 
ecc : non cosi la n badando di far disfinzione tra manu e mannu, mar 
nOj grande; tra sana, e saimva, sana, zanna ecc. Quando la n viene 
appresso del b si converte in m^ p. esemp. cambiare , cangiare , barat- 
tare ; s^mbejse , sangue ; ambisÙa . sanguisuga o mignatta. La ?« che 
viene dalla prep. cum unita coi verbi e nomi si fa sentire col suo su- 



( A ) Bisogno in ital. prendesi per necessità o mancamento dt' cosa: 
per affare ^ o facenda dicesi bisogna , pi. bisogne. 

( 2 ) jivvertisci che in itali, legna dicesi sa lwna; e legno, sa carrozza. 

(3) Nella C. de L. è blastimarb. Nel Goc. e Margh. il pl si fa pr 
tome pRus, FRANTA, PRENU ccc. nel comun dial. scriverai sempre pius o 
PLUS. Nel merid. si è consentala più pura questa articolazione lati, di- 
cendo claru , fiori , pìanu ecc. sebbene il volgo dica frori , pranu ecc. 
Nella Gallu, procede tutto come neW itali, ciani, diori, pianu ecc. 



GAP. I. CONSOÌVANTI 21 

ono , e massime se gli seguita b mp ì> come cvmpbtere , competere ^ 
cuMTERSARE, convcrsafe j cumtehtare, contentare; cum megus (non ciw 
MEGcs) con me, meco; cum manu, con la mano (§. 6. n. 6.)- Neir Angl. 
Meil. ed in qualche altro Vili, la m è stata cangiata in n nella voce 
HEUDDU per meuddu dal lat. meduUùm ; cosi nica per mica , braneU 
lo. (i) — Il p finalmente non soffre alcun particolare cambiamento 
fuorché quello che notanmio al §. 12. Osserverai però esser rimasto 
nel Loffud. il ph proveniente dal gr. come Propheta, Ortographia ecc. 
usato oagli Scrittori Sardi e che io pure ho seguito nel corso della 
Gram. e del Vocabolario. 



S. XXVII. n q nella logudorese favella si è scangiato in qualche 
nome col b , come in abba (lat. aqua) acqua; ebba (lat. equa), cavallai 
BATTO» da quatuor quattro ; quimbe da quinque , cinque ; upuale (lat 
aqualis) secchia (2). Neppur intorno alla sua ortografia serbò constan- 
te regola, e negli autori e MSS. A. trovasi confuso col suono del e, for- 
se per la somma affinità che passa con questo. Ho creduto dunque a 
proposito non attenermi a quelli , ma stabilirne prima una constante 
regola rapporto alla sua ortoepia , e che indi si dovrà tenere in ap- 
presso nel presente lavoro , e nel Vocabolario 

§. XXVIII. QUA, QUE, QUI scriverassi e pronuncìerassi sciolto quando 
viene dal lati, e che conserva il q originario , come qcartu , quarto ; 
QUASI, quasi; quarteri, quartiere-, quinternu, quaderno; aquila., aquila 
ecc. Si eccettuano quale (3), quale; quantu, quanto; »dquirire, acqui- 
stare j QUALEcuNu; qualcuno; qui, che; quercu, quercia; quietu, quieto; 
pronunciandosi cale, cantv (4) ecc. Scriveransi con ch, è tali si pro- 



( 4 ) Molti sono i nomi che in sardo hanno perduto la n seguitandole 
s, e che provengono dal latino^ come presu da prehensum^, legato; mb- 
SE5 da menses,, mesi; mesura damensura^ misura e simili j, i quali sono 
delV antica lingua trovandosi in molte iscrizioni mases^ mesor ecc. per 
menses, mensor; ecc. Cosi in una lapide alla vigna di Santa Teresa 
VIX. AN. VNV ET MESES II. 

( 2 ) Nel dial Settentr. usansi le due voci eba per acqua ; e ebba per 
cavalla : non nel merid. dicendosi il primo acqua, il secondo egua. // q 
in nessuna lingua usasi raddoppiato, salvo in itali, nella voce soqquadro. 

(3) Pronunciasi però anche disteso quando si adopera per significare 
uguaglianza ^ come tale et quale, tal quale; tale su babbu, quale su 
Fizu; tal il Padre, quale il Figlio. 

( 4 ) jévvertirai che se nel discorso precede una vocak il q diventa 
dolce con suono tendente al gh come prò qu *ntu , pr. prò g aintu , per 
quanto; ja gui, pr. ja ghi, giacche ecc. — / Romani prima di avere il 
q si serviano del e come osserva il Facciolati ed il Gruferò , per cui 
dicevano acua, calis,eis,cantum in vece di aqua, qualis, qiiis, quantum. 



S3 ORTOGR. PARTE PRIMA 

nuncieraimo se avranno origine greca^ a provengono dal lat. ca, ce, 
ci, ga, gè, gt come calchina^ calcina', gheld, cielo-, bogchire (lat oc- 
cidere) uccidere \ fichire (lat. figere) ficcare (1) ecc. 

R S . 

§. XXIX. La r non ha nient' altro di particolare che quanto no- 
tanuno di sopra al §. 12. e che talvolta associata all' n converte questa 
in r come carré da carne; inferru da inferno; corru da corno; fvrru, 
da forno ecc. Eccet. carnale carnale; infernale > infernale. Unita al r 
talvolta la converte in s come mossu per morsu, wor50;Dossu per dorsu^ 
dorso ecc. — Os, Osch, quando viepe unita al t lo convertono in l, di- 
cendo Maltu per martcj marzo ; colzu per gorzu , meschino , ecc. ma 
in Os. è più frequente in altre voci. — Anche la s soffre poche muta- 
zioni , se non che sentirassi dolce in pasare , riposare , sibilerà poi in 
passare , RIPASSARE ccc. lu priucipio di parola è soave se gli precede 
una vocale come su sanctu il santo ; altrimenti sarà aspra sos sanctos , 
i santi con quell' andamento ed eccezioni che notammo al §. i2. Il 



€ pare che in Sardegna questa primitiva pronuncia sia rimasta viva 
nelle sunnotate parole. Dalle iscriz, antiche però si rileva che promiscuor 
mente i Latini prendessero qtMSte due lettere j e dicevano aquitur per 
acuitur: nella lapide di Rufus nel R. Museo di Cagliari sta scritto FA- 
CI VNDVM QVRAVIT. Ed è nota quella satira di Tullio volendo scher- 
zare un figlio di un Cuoco che a lui si raccomandava per ottenere alte 
cariche — ego, quoque ^ tibi jure favebo — in vece di coque il cuoco ^ e 
per jure inlese dire il bròdo. 

(\) L' Autore de s' Anghelu notava nella prefaz. = Custu supposta 
>» penso qui non hat a causare maraviglia a nisciunu qui hapa iscriptu 
» algunas paraulas cum g e atera^s cum gh, si considerai sa diversa 
» origine de tales bogues. Hapo iscriptu cum q sas paraulas quale , 
» quantu^ quietu, qui^ que ecc. ancora qui hapant sa pronuntia itor 
» liana ^ cale^ cantu, chietu ec(e. prò qui derivant immediatamente dae 
» sas latina^; qualis^ quantusecc. e hap' iscriptu cum eh sas paraulas 
>j cherzo , chic , ischire e ateras similes in logu de kerzo , kirco , kie , 
« iskire , conforme a s^ origine ipsoro grega. Dessa matessi manera 
>y chida, chelos, connoscherCj in logu de kida, kelos, connoskere coìv> 
« forme a su sardu antigu^ prò qui sos Latinos non hant usadu sa 
» litera k si non raras boltas^ servendesi sempre in logu de sa litera 
»' e. — JVon vi è dubbio che in molte iscrizioni antiche trovisi il k in 
vece del e: cosi in alcune lapidi del Museo di Cagliari si pecfe karalibus, 
e caraleos. NeW epitaf di Scip. Ispano judikandis, e nel Museo di Mo- 
dena e Parma ^ massime di quesf ultimo nella celebre Tavola alimenr 
taria osservai le voci kausa^ kALUMwiA, edukavit ecc. — Nei. documenti 
del sec, XII. e XI IL troverai karitate, ui ecc. in vece di charitate, 
qui. F, Cnsi ecc. in fine della pres. Gram. P. ii. 



CAP. I. CONSONANTI 23 

Logudorese dìal. sdegna Y asprezza della s impura^ e perciò premette 
in tutte queste voci un i come ispedire , spedire ; isttdi? ; studio ecc. 
la qual cosa è comune all' itali, allorquando la voce precedente termina 
in conson, come per iscorno, per istudiare ecc. a fine di evitare la ca- 
cofonia che nascerebbe dalla pronuncia di tre consonanti (i). Cosi nello 
Spagn. espada ^ estampa ^ ecc. Si elide pronunciando i pron. nos, bos 
uniti air altro pron. lu v. gr. wos if amentat , pr. no l ammentat , cel 
ricorda j così bos ld det dare^ vel daràj bazibosque^ andadebosque , 
itevene ecc. 

§. XXX. In Italia si fa sentire un suono forte nelle parole cosi, gasi, 
cosa, COSA, quasi, quasi, e medesimo, matessi. Unito col e o per meglio 
dire se seguendo due vocali tanto in Sardo che in Itali, pronunciasi 
schiacciato a guisa dello v ebr. e come nella voce Italiana grascia , 
come Musciu, cordicella, frvscit (2), fischio; masciu, maschio ecc. Nei 
mezzi delle voci quando la ^ è preceduta da l, n, r, sarà gagliarda comò 
in itali, p. esemp. falsu , falso ; sensos , sensi ecc. Ma schiverai in itali, 
quello scambio che sentesi da certuni delle s in z, horza, senzi^ 
penzo ecc. per borsa , sensi , penso ecc. Finalmente il suono dell s in 
tutti 1 dialetti è sottile nelle particelle iniziali dis mis e tras quando 
la prima lettera della parola con cui sono unite sia una vocale o una 
delle liquide l, m, n , r , come disabitadu, disabitato; disleale disleale: 
sarà gaghardo se in altra lettera come discuntentu ^ discontento ; hi»- 



( 1 ) Da questo dipende che nel Sardo-Logud. la lettera ì è la più 
vasta del Vocabolario^ non cosi nel sardo-merid. perchè la lett. s si può 
congiungere a tutte le consonanti ^ eccetto lo z . Pareggia V a ^a quaU 
per esser la più facile e la prima ad esser pronunciata anche dagV In- 
fanti ^ perciò in ogni lingua è abbondantissima ma più degli altri dia* 
letti nel campid, che ha il vezzo di preporre V a ai nomi che princi- 
piano in T come arrelogiu, arrettori, arreda, ecc. Logud, orolozu, re- 
ctore, roda, ecc. Pare antico questo vezzo ^ perchè s. Lucifero nelle sue 
opere a più di grecizzare ^ perchè greca era la terra d' esilio da doif$ 
scri{>eva j tiene molte voci in a come allegìsset per elegisset , e simili : 
cosi dell* s come Scarioth. Spania, ecc. — In tutti i dialetti questa lett. 
s messa in composizione di un vocabolo primitivo^ ha forza per lo più 
di privativo p. esc. montare, smontare ^ fasciare, sfasciare, ecc. e pare 
il 5tc grec, che in quella lingua ha l' istessa forza e valore^ e nel sardo 
forse vien indicato dall' is colV aferesi del $ come isMorrrARE, isfa sciare., 
ishamare, slattare ecc. 

(2) Nel Goc. scia, sciu si' fa scra, sera come muscru, fruscru ecc. 
quesV ultimo significa anche il pungitopo arb, {lat, rtiscus) con la prò- 
tesi della f fruscu. — Sce sci Pos. Margh, fa ss, v, gr, bussa, borsa; ms- 
suwu, nessuno, bussica, vessica; assutu, asciulo, assùcconarb far paura 
ecc. Se sce, sci provengono da voci lati, nel Logud, suonano schb, schi, 
come connosches, conosci, pischina, piscina ecc. e guesto in virtù del ce 
ci (%. ìèj—Nel diaL merid, e settentr, è conforme all'italiano. 



24 ORTOGR. PARTE PRIMA 

ckedeute^ miscredente ecc. e se la voce componente principia da s 
come Di-siziGUARE di'Sigillare ; tra-sudare , trorsudare ed altre in cui la 
$ è gagliarda (i). 

T 

% XXXI. Tralasciando di questa lettera quanto notammo nel §. 12 
é Ì7 , avrà la pronunziazione latina allorquando gli precederà e p^ co» 
me TRACTU;, tratto; factu, fatto; iscriptu, scritto; ecc. sebbene il suono 
del e e del j> appena facciasi sentire nel parlare. Ma tutta la difficoltà 
di questa lettera consiste nella prolazione che assume allorquando gli 
seguita una vocale , ossia la i pura nelF istesso vocabolo , pronunzi- 
andosi ora con due ss , ora con z , ed ora con suono naturale come in 
tiara, anUoco , ecc. Nessuno fin qui ha rintracciato uiia constante re- 
gola di questa lettera sebbene negli autori e ne' MSS. A. ordinaria- 
mente si trovi segnata con ortografia latina. Osserverai adunque che 
TiA, Tio^ Tiu, Tios, TiAs avrà la pronuncia che corrisponde alla doppia 
ss itali, quando sono vocaboli latini che prima del t hanno una vocale 
p. ese. ABMONiTioNE , admonizione ; appretiu , apprezzo ; minispretid dis- 
pregio (lat. minus pretium); ispatiu, spazio; malitia, malizia; watio- 
iie, wajrione; negotiu, negfozto ; occupatione , occupazione; vitid, vizio 
«ce. che pronuncierai admoi^issione » apprèssiy; ispassiu^ haussia (2) ecc. 



( i ) Avvertisci sempre che queste particelle dìs, mis ecc. dindono la 
foce nella sillabazione e quindi in fine di linea scriverassi come appar- 
tenenti alla precedente vocale p. ese. disonore^ dls-onore; dis-vnidu^ dis- 
unito; DispiAGHBRE^ dispìacerc ; dis-gratia^ disgrazia; Mis-AriTROpc^ mis- 
antropo ecc. — Scongiuro una volta per sempre il benevolo lettore che 
legge queste minuzie ^ le quelli io noto per gU esordienti ad oggetto di 
far avvertire a' fanciulli che si avvezzino a distinguer le sillabe nelle 
prime lezioni. 

( 2 ) Questa è la vera ortografia Sarda che tutti devono seguitare^ né 
eserà alcuno tacciarmi di neografo , perchè prima di me V avvertiva 
V autore de S' Angbelu il quale dopo il Garipa ^ può chiamarsi degli 
antichi il vero ortografo Sardo, — JVè mancuj (dice af, i,) hot a cati- 
» sare novidade, qui hapa iscriptu cum t sa>s paraulas orationes^ me- 
9^ ditatìones, considera tiones et simileS:, prò qui sunt boghes interamente 
9» latinas. — Questo sistema seguitò anche il Madau nella raccolta dei 
vocaboli greci e latini sardi in due grossi volumi appartenenti alla Bi- 
blioteca Baileana, Avrà perciò sempre torto V Autore de sa Vida e Mar- 
tiriu de Sanct' Effisiu , che nella prefaz: avvisando il lettore sulV orto- 
grafia da lui tenuta dice^ a cagione di non essersene fin qui avuta fer- 
ma nessuna^ come dice e fece T autore dell' Anghely liella sua prefa- 
zione. Se tra tutti i libri stampati in Sardo Logudorese evvi lingua in- 
sozzata di cappricciosa ortografia, è quella del censurator deM^Anghelu. 
La suddetta pronuncia V ha stabilita tsi a, isiu dicendo jvstitsi^^ giusti- 
zia; TiTtiT^ vizio ecc. — Il Madau ragionevolmente seguitò questa orto- 



GAP. I. CONSONANTI 25 

% XXXn. Avranno la pronunzia naturale come antioco tutti i mo- 
Bosilabl V. gr. tiu , zio ; tia , zia : quelle voci che hanno V acce, sull i 
come ATTiTÌA, brivido (1), battIa, battìu-, vedovo-va; bagantiu^ radura; 
BDTTiu, goccia; istiu, estate, talenti a, prodezza ecc: quelle che han- 
no un' 5 , o l prima del t come bestia , bestia ; imbrestia , piastrella ; 
HosTiA , hostia ; saltiu , salto c& seguenti crentia , credenza o fidanza ; 
ETIA, ETiosv (2), arroganza, tracotante; ispetia, spezie pepe; preitia 
(lat pigritia)^ poltroneria: finalmente tutti i tempi in cui cade lo • 
puro dei verbi della prima coniug. terminati in tiare , come ini^ettiars 
pulire; isvewtiare, guastarsi (dicesi del vino) ecc. ed i pend. dei verbi 
che sortono in tire, come da patire patia, as, at ecc. da advertire^ orf- 
vertia-tias'tiat ecc. 

§. XXXIJI. Pronuncierai finalmente con z suono latino le seguenti 
parole adsistentia , assistenza ; etiam , ancora ; ausentia fermezza e a*- 
senza ; constanti a , constanza ; innocenti a , innocenza ; exercitiu , eser^ 
cizio ; PENiTENTiA , penitenza ; prepotentia , prepotenza ; protidentu , 
provvidenza; ed il primo t in annuntiatione col secondo dipATiENTiA che 
per eufonia pronunzierai passientia, annunziassione. Generalmente può 
ridursi a questa regola , tutte le voci che innanzi al t hanno n, o p , 
pronunziansi con z gagliardo, come constanti a, redemtione, inyentione, 

PRESVMPTIONE^ ANNUNTIO , AS, ARE, PRONUNTIO^ RENUNTIO, CCC. lu qualche 

distr. però sentesi ad arbitrio neir uno e nelF altro suono dicendo con- 
sTANsiA, REDEMPsioNE (3). ccc. lu qualchc Ubro stampato ed A. MSS. 



grafia ^ come pure del et , bs , ds , pt. (%. Sì) , che noi stabiliamo ^ né 
deve chiamarsi esagerazione appassionata per la Patria ^ come la cenr 
suro il Napoli nelle Note illustrate ecc. p. 7. Se fassi attenzione dov€ 
regna la vera pronunzia ^ si sentirà anche dal volgo quelle lettere ch4 
si vorrebbero soppresse. Non senza ragione perciò la seguitarono U 
scritture di ogni tempo. Presso di me riposano tanti MSS. in lingua 
vernacola ^ testamenti ^ atti di vendizione^ inventarii di diversi secoli ^ e 
tra questi un' originale Trattato di Teol. morale ^ raccolti da me per 
farne lo spoglio a fine di accrescere il vocab. e tutti hanno quesf orto- 
grafia più meno constante , né vi potrà esser dubbio che questa sia 
stata tenuta in ogni secolo. V. Crisi ecc. in fine della II. P. di 
quesf Ortografia. 

( ì ) Questa voce è imitativa e più presto puerile e plebea v. gr. ben- 
RERii s' ATTiTiA, iNTRARELi s' ATTiTiA , cioè sopraggiungergU il frcddo. ^ 

(2) Dal gr. aeVia^ causa ^ etiosc uno che adduce pretesti. 

(3) È meglio però nel discorso preferire la prima forma in queste 
voci che la seconda, sebbene questa credo che sia in bocca de* Sardi un' 
eredità della pronuncia latina perdutasi negli altri dialetti : I Latini 
certamente avranno fatto diferenza tra il suono proveniente dallo z 
come in zelus e da quello proveniente dal t come in malitia. Inoltre S. 
Isidoro ci assicura l. I. orig. e. lì^. che gli antichi latini si servivano 
del dop. ss in vece dello z in certe voci, come crolaiissare per crotalia- 
zare ecc. 



26 ORTOGR. PARTTE PRIMA 

troverai il e in vece del t , p. ese. cdm DELiBERAaoriE , WEcoac , occupa* 

doriE ecc. in vece di delireratione ( i ) ecc. 

§. XXXIV. Quando il t viene in fine di parola^ cioè in tutte le ^. 
pers. tanto del sing. che del plur. di tutti i verbi (2) , e la voce segu- 
«fite principia in consonante, nel parlare il f si elide per enfonia v. 

gr. EST BÉWNIDU , 6 VeUUtO , pr. ES BENNIDU ; BEPIIT PRESTO , ViCfie prCStO , 

pr. BENI PRESTU (3). Sc priucipierà in vocale, si converte in d come 
KEnzAT iPSE , venga egli , pr. benzad' ipse ; siat istadu , sia stato pr. siad 
isTADu. Se la voce è isolata si fa terminare dolcemente cambiandolo in 
d facendosi sentire appena con la vocale snnile a quella che precede v. 
gr. siad' in vece di siat , sia ; hapered' , in vece di haperet , avesse (4)* 
Cosi nel pi. AMANA in vece di amawt amano ; PAGHEnE in vece di fa- 
cHEirr, fanno; béniwi in vece di bewint, vengono ecc. Questo special- 
mente sentesi dalla plebe , ed i colti e gli Oratori se ne astengono 
pronunciandole col suo giusto valore come stanno scritte. Lo stesso 
osserverai in tutti i nomi terminati in consonante pronunciate is(data- 
mente , p. ese. pectvs , tolumen , lacrimas ecc. Ma ciò insensibihnente 
ch€ appena può scorgersi nel continuato discorso. 



5. XXXV. La z dopo di se non ammette nessuna consonante , ed 
avanti di se riceve solamente i , w , r in tutti i dialetti. Altro è dolc$ 
o Iene come zelu , zelo ; gazare , squagliare : altro è forte come in zìn- 



(ì) In qualche Pillag. delle Barò, vige questa pronu. di ss z in e 
e vice versa quella del e in z come viciv per titit; wizzt, per wicciv ecc. 
Fon, lo cambia in 9 gr. come tentadione. — Nel dial, merid, la pronu, 
del t lati, procede constantemente come neW itali, scrivendosi con z e 
pronunciandolo forte. Nel Settentr. scrivesi pure con z e salvo che non 
preceda al i la n il p , suona con z dolce come in itali, razo, p. ese. 
tentazioni^ malizia ecc. e qui osserverai una regolarìssima gradazione di 
suono nei tre principali dialetti. 

( 2 ) Quest andamento osservasi anche nel dial. merid, non però nd 
settent. che ha diverse desinenze, v. il prosp. de' verbi. 

( 3 ) Badando di pronunciar con forza la cons. della voce che siegtte 
altrimenti lo confonderai con bew prestv (p dolce) vieni , presto. 

(4) Lo scangio del t in d nel sardo è frequente nelle voci che ten- 
gono dal lati, come fadu da fatum ^ destino ; ludu da lutum ^ fango ; 
▼IDA da K>ita^ vita; pedra da petra^ pietra, ecc. salvo dote, votu, 
e simili. Nella Sez. di Bitti ha veemenza del t come nel Lati, Cosi 
pure in tutti i participii passivi de' verbi della i conju^. assadt ^ ab- 
brustolito^ ERRADY^ sbagliato, ecc. Questo andamento è comune anche 
^l dial. Cagliarit. na ne' partici, fanno la sincope del d amàu, x>appau, 
ecc. — Questo scangio del X in à. era usato anche nella prisca lingua 
lati, aput, quodannis e simili in vece di apud , quotaonìs. 



C4P. I. CONSONANTI St 

ndt, zanzara, e giuggiola {frut.) ; cazzàiui, fcac^'arc. IV«1 sardo dialet- 
to sarà dolce in principio di quelle voci latine o itali, che principiano 
daUa lettera g come zente , lat. gens , gente ; zeuIa. , genia genere , lat. 

rnus ( i ) ; zpRONADA , giornata ; zudigare , giudicare ( 2 ). Anche S9 
g viene in mezzo . come ca^zu , misura ( lat. congius ) ecc. Simil* 
mente se lo z dipenderà dalle desinenze glia , glia , e gna , gnq ìtali. 
{% 23) ; ed alium , olium , areo , orium lat. come paza , paglia ; fud ,' 
figlio ; auNZA . rogna ; bisoftzu , bisogno ; azu , aglio ; ozu , oglio ; arzola 
dja; {hiX. arèola); mortorzu^ carogna-, occbisorzu (3), porchetto; cor- 
iD, (lat. corium) cuQjo. 

% XXXVI. Lo ^ sarà aspro nelle voci che provengono da ce ^ ci , o 
te in mezzo di voce^ come zegu^ cieco; zibu^ ciòo; lanziu, slancio; kRkfivo, 
arancio ; ganzu , gancio ; frizzu , freccia ; trizza , treccia ( 4 ). In alcune 
voci si discerne dal significato v. gr. corzu (z dolce), cuojo; corzu (x 
forte), meschino; aunzare (z for.) , aizzare; aunzare (z dol.); pesare, 
da vifZA , oncia ; lanza (z dol.) magra , add. da lanzu ; lanza (z ^ for.) , 
lancia j bi}i.za ( z dolce ) , buzzicliello j bulzu ( z forte ) , polso , dipen* 
dando dall' uso , come nel Itali, in cui sarà dolce in zio, zero ecc. 
aspro in zotico, Zaccaria ecc — . In tutti i dialetti si raddoppia lo x 
ogni volta che si trova tra due vocali v. gr. cozzighitia , ceppala ; 
tazza , tazza ecc. seguendo ia , ie , io sarà semplice in ital. corno 
grazia, paziente, precipizio ecc. Come pure nelle voci azzo , ezzo ^ 
izzo, ozzo, uzzo, e nelle terminazioni anza, enza dei nomi astratti 
eome mazzo, hatolu; vezzo, collana; tizzo, titowe ecc. costanza j 
ooffsTAiiTiA ; prudenza , prudentia ecc. Cosi nelle desinenze in ezza cho 
In Logud. escono in esa , come fortezza , fortesa ; ricchezza , aiGoatA ; 



(4) Zenia, meglio dal gr. ytittà, e dicesi anche per vituperio o in 
watHvo senso pure , come quello del Vangelo ytvtà juoc^aXcc generatio 
mala. Matth- XII . 39. 

(2) yoc, pL in sen^o cft mormorare o criticare j- per chiamare in giu- 
dizio dicesi jcDicARE. — Nel Goc. Margh. Galt. Dorg. danno lo z dolce a 
quei nomi che principiqi^no in g provenienti da j lat. come Zuanne ((al. 
Johannes^j zogu^ (lat jocus) giuoco; zesos (lat. Jesus) Gesù; inzuria 
(lat. tnjwna/ ingiuria; zij?ici}(lat.juncus), giunco ecc. v. §. 22. 

(3) Cosi detto da occisorium lat (Nuo. occhisoriu^ perchè quando 
A porchetto ha circa sei mesi è al giusto tempo di ammazzarsi e di esser 

'mangiato v>. %. 50. 

(A) In qualche libro stampato e MSS. tros^asi lo z doppio segnato con 
la sidìglia spagn, fri^a, trica ecc. — Nel Logud, non trovasi una poce 
die prineipii in z dolce originario: non cosi negli altri due diat massime 
im( settentr, p. gr, iantaiu^ vituperio^ che in Logud. è i gagliarda, in 

Aa$$, I dolce. 

4 



i» ORTOGR. PARTE PRIMA 

tenerezza , teìiiéaesà ( i ) ecc. Ha »uono dolce in mezzo, heìii , rtuxcu 

GOÈTE e billiili. 

LETTERE ESOTICHE E LORO VALORE 

§. XXXVII. Oltre le comuni sovraccennate lettere , alcuni diparti* 
menti o provincie del Logudoro hanno esclusivamente tante aspirar 
zioni a nessun' altro dialetto comuni , per cui agli abitanti nessuna 
pronuncia delle lingue dell' Europa e dell' Asia riesce difficile. Le co» 
fonie di varie nazioni che accorsero nella Sardegna , e che per amore 
della libertà si ritirarono nel centro delle montagne, sebbene vinte 
con le armi romane con cui insieme portavano da per tutto la lìngua. 
conser> arono la gorgia , ed i posteri uscirono con questa pre^vol^ 
qualità , rara ad altre nazioni , di tenere in simil modo amradlita la 
lingua. Considerando ne' miei viaggi che a tal' oggetto feci nel centro» 

Ìuesti rari spìriti di fiato che si sentono in moltissime sillabe di varìi 
distretti (v. la Car.), ravvisai un carattere ed una somiglianza di al« 
cune lettere orientali e greche. Cosi nella sezione che ablH*accìa ki 
Città d' Ozieri, il Meilogu (2), Itiri, Tissi, Ossi, Ploaghe e tutto il 
dipartimento d' Angìona scorgesi chiaramente la n , cìiet ebr. o cha 
Arab. corrispondente al / gr. o j spagnolo , nelle sillabe sca, sche ecc* 
RCA , RCHE ecc : il he siri, nelle sillabe lga, lge, erga , rgbe ecc. , coma 
ACRILE per ASCHU.E , 8ottoginocchio ; machu per march , marchio ; pacha 
per PAscHA pasqua ecc. : così aghada per argada , maciuUa ; agha per 
ALGA spazzatura ; largbesa , murgore ecc larghezza , lanugine o Wi^a, 
e va dicendo. 



( I ) Nel Camp, suona come in itali. In Gallur, si scioglie il dop, z $ 
si fa dolce v. gr. fortezia^ richezia ecc. Dial. Temp. in già se da z dolce 
come puligia^ Sass. puliza^ pulce; geli, Sass. zeli, cieli ecc. In ccia s$ 
da z forte v. gr. saliiccia, Sass. saltìzza salciccia^ ecc. 

( 2 ) Meilogu COSÌ detto non dalla gran quantità del miele che ivi A 
raccoglie, come mole il Napoli ( Conip. descriz. della Sard. Cagl. 1848^ 
f. 92.): né da Meonidum locus come vuole il Madau, ma, credo io pfà si- 
curo da medii locus (%. 72) luogo di mezzo, facendo in quella incofk- 
trada la sincope del d (% 17. n. A) , come meidade^ metà ( lat. medL 
etas-atis) j e pare ugualmente distare da una parte e dall' altra del 
mare, come di fatti il sito in vicinanza a M. Santo chiamasi mesc muudo 
mezzo mondo, e la Chiesa della Vergine, che io credo d* esser un ath 
tico CALIDARIO comc SÌ osserva dalle rovine delle Terme, dalV acqua. 
termale e dalla struttura, è chiamata dal volgo N. Seg!sora de meso 
MUNDV. — Oppure sarebbe forse detto meilogu ^ perchè questa regione oc^ 
eupavoi il centro degli Stati del Duca di Candia , e logo in Sardo vuol 
dir stato , da cui Carta de Logu , cioè carta o Leggi dello stato : ma 
sicconìe nella detta Carta vien nominato hejo Logv^ perciò dev* e$S6T^ 
più antico , $ vale solo la detta ragione. 



CAP. T. CONSONANTI 99: 

5. XXX VITI. Io crederò scyupre che queste e cimili aspirMioni, ch« 




poiraniio ripetersi da un rilassamento di lingua 
difficile esporre le cause fisiche e dare in brocco ( i ) , farle rimontarib 
all' epoca che vi approdarono i Greci: e chi sa pure esser una li^acciA 
della fenìcia e punica dominazione ? Per il suono del eh aspirato po- 
trebbe facilmente conghieltui^arsi di aver a> uto origine dalle armi Pi- 
sane che tanto tempo influirono nel governo e nei costumi , e comò 
di (atti fino ad oggi in Pisa , Siena , Firenze ed in . tutta la Toscana 
nella dolce loro favella sentesi questa aspirazione in tutte le voci ìa 
Cui trovasi il ca, co, cu come in lohanda per locanda; Aosa. per eosa, 
iihuro per sicuro, ecc ecc. (2). 

%, XXXIX. Nella sovraccennata sezione fanno sentire anche il suona 
deUo dhsal arab. nelle sillabe sta. ste ecc. lta, lt£ ecc. rta, rtb ecc. 
appoggiando la punta della lingua schiacciata tra i denti ed il palata» 



( 4 ) Questo è un fatto degno di osservazione che le dette aspirazioni 
occupano le Terre di bassura , non di altezza montagna ^ come è 
Osilo in cui parlasi il dialetto scevro d' aspirazione in confronto (U 
Sennori, Nulvi^ Ploaghe ecc. da' quali dista poche miglia (v, la Car.) 
C^d Giave con Torralba^ Borutta ecc.; Paltadacon Ozieri, Nughedu 
ecc. — Non può dirsi che V abbiano presa dalla Capitale del Logudor^ 
Sassari in cui si parla il Gallurese aspirato (e questa è la principaU 
differenza del dialetto Sassar. del Tempiese),, perchè Osilo sarebbe statò 
U primo ^ per la sua maggior vicinanza ^ di adoperare le dette aspira»' 
zioni. ^altronde in Sassari non credo che ne' secoli addietro tenessero 
fuesia gorgia aspirata^ sciUnguamento , ma che sia stala una corr»' 
zione introdotta , perchè diverse famiglie antiche parlano la lingua 
articolagli. Questo fenomeno adumjue deve ripetersi da altro andamentOi 
( 2 ) Questa mollissima gorgia pare che la gaja Etruria V abbia tenuta 
in retaggio dagli antichi Padri suoi ^ mentre quelV osservazione di Quin" 
UUano che dicemmo alla n. 3. del §. i5 ^ vale a dire di cambiar gli 
antichi il e in eh praechones per praecones; chentumi?er centum ecc. 
sembra che voglia indicare questa pronuncia aspirata simile al x grec^ 
Una con ferina di questo^ a mio pef^are, è quelV epigramma che /Ci à 
rimasto di Catullo che parlando di Àrrio espresse il caratteristico suona 
$hé dava al co ed ì ereditati da' suoi Maggiori in qutCSto mx>do. 

Chomoda dicebat si quando comoda vellet 

Diùere ^ et hinsidias Arrius insidìas. 
Ognuno sa che i Latini allorquando riferivano una voce gr, con x j, 
questa esprimeano con eh come charitas; chorus da x^P^^ ^^' ^^^ 
jMM'e con h quelle che principiavano da vocale con ispirilo aspro v. gr. 
biHtius^ homilia ecc. Ad imitazione dunque dell' aspirazione gr, avr^ 
dalfo ;|o/xd^a hinsidias ecc. altrimenti non si può capire dove stia <4| 
Ufferenza $ la forza di quel dicebat. K Carm. 83 ^ 1. 



30 ORTOGR. PARTE PRIMA 

p. esc. pisTOPTE, pistello ', bALTv , salto ', arte, arte ecc. — Nelle sillaba 
LDA, LDE ecc. RDA, RDE ccc. ritengono il t)let»o suono della leftera dhad 
arab. come in barohu. cardo; rerdha per berda^ sìccìoIo^Vìt.), sbricciole 
Rom. ecc. — Nel Goc. e nella divisione di Bitli , Nuoro, Sar. Orot. .e 
Fonni, non si potrà mai meglio esprimere lo ^ theJa gr. ossia il the 
arab. di modo che nessuna difficoltà provano anche i fanciullini a 
. pronunciare V alfabeto in detta lingua. Questo aspirato accento fanno 
sentire in tutte le voci che hanno doppio t, ma che non provenga dal 
lat. et, p. ese. rathu per rattu, ramo; matha per matta, ventre opanza 
BiTHA per bitta, cervetla*, athathare, per attattare, saziare j catha 
per catta (ì), frittata ecc. Al contrario dirassi se da et o pi , come 
pACTu , fatto j pactu , patto j iscriptu , scritto ecc. La detta aspirazione 
ha luogo anche in prhicipio di voce ma ben di rado , e perciò non 
si può stabilire precetto dipendendo dall' uso , come in dematu per 
TEMATC, tacciato j DAPULu pcr tapxjlu, cencio , toppa j duvdd a , per 
TUDDA, setola j DURpu (2) per turpu dial. com. cegu, (merid. zurpu) 
cieco, e varie altre (3). 

§. XL. In Dorgali poi, il di cui speciale dialetto merita esser 
osservato per quella continua e dolce sibilazione che fanno sentire 
della 8, si fa sentire una gorgia gutturale che risuona il cha arab. 
emesso dalle fauci per cui si distingue immantinenti un nativo del 
luogo , e questo accade quasi in tutte le voci che principiano in ca 
come in heeresia i^er cheresia , (dial. com. cariasa) ecriegia; hariciw 
per cARiGNUj carezza ecc. — In Olia. Orgos. Urzulei, Fon. ed in 
qualch' altra terra di vicinanza fassi sentire chiaramente V hain 
arab, o T y hain ebr. simile air n malt. emettendo il suono senza 
fiato dair epiglottide ^ ossia dal fondo del gargarozzo della gola , ed 
ordinariamente in quelle voci che principiano da e o ^e talvolta in 
mezzo di parola anche col g , come hasu per casu , formaggio j hogo 



( i ) Propriamente questo suono corrisponde a quella aspirazione che 
si fa sentire scendendo la lingua dal palato e fermandone V estremità 
fra i denti. — È da notare nella detta Sez. anche quel sibilo che fanno 
sentire nelle sillabe tPA^ lpe ecc. lva^ lve ecc. «ma^ rme ecc. rva^ rve 
ecc. spA^ spE ecc. schiacciando In lingua nel palate prima della chiusa 
delle labbra, v. gir. pulpu^ polpo; bilvura^ polvere da fucile; armctu, 
asfodillo; SALVIA^ salvia; arteke^ albero; ispada, spada e va dicendo. 

(2) Catta da cui il verbo cattare ^ schiacciare^ propriamente è una 
specie di frittala sottile e schiacciata (Osch. Bono , Cosso. Giav. ecc. 
catta è V istesso che frittella ) dall' arab. chatta nella IF. conj. minuit^ 
scidit. 

( 3 ) Thurpu voc. arab, da tàrapa o sdàrapa, oculum laesit^ obcoecavit, 

(4) Il suono dello ^ gr. è chiaro di esser residuo dei Greci, perché 
ha preso stanza nel dtpart. Doris cosi chiamato dal Fara dai Dorici 
ehe lo popolarono^ e sono Grani ^ Sarule^ Orotelli^ Onniferi, Otlana, 
she poi si estese ai finitimi Bono, Fonni eoe. 



CAP. I. APOSTROFO S4 

per p«eu . fuoca , e va dicendo ; ia qual pronuncia o espressione di 
spirilo lioa può essere che un residuo dell' antica lingua dei primi 
coloni, che se abbracciarono il patrimonio della lingua del Lazio ^ 
Qoa si spogliarono certamente della gorgia dei {)rimi Padri che 
furono , secondo gì' Istorici, gli Egìzii ^ i Fenicii ^ i Lidii , gV Ilienst 
da' quali è rimasto sino a noi qualche nome anche di Terra (i).— 
Queste particolari osservazióni di suono , e quelle altre che vedrai ioi 
fine nella spiegaz. dcila Carta, niente influiscono sulla rozzezza 
della Lingua del Logudoro in cui una è presso tutti i Popoli e le 
Tribù. Servono solamente all' erudito ed al curioso che vorrebbe 
esser informato della gorgia particolare con cui si distinguono gli 
uni dagli altri , non però per imitarla nel Pulpito , nelle istruzioni , 
e come di fatti è bandita anche dagl' illetterati posti ne' loro poetici 
aringhi^ usando sempre la chiara e distinta latina pronuncia , come 
quella de'Menomeni, la Sarda Toscana,, e che io chiamerò il dial. co- 
mune , scrivendo le accennate sillabe col rispettivo loro articolameato. 

APOSTROFO 

§. XLL L' apostrofo è quella elisione dell* ultima vocale di una 
parola incontrandosi con un' altra che incomincii da vocale, perciò 
il suo uffizio è di disegnare la mancanza di una vocale soppressa. 
Anticamente in tutte le lingue le voci scriveansi come tult' una , 
ma col tempo si convenne di adoperare per bisogno questo segno 
che i Greci chiamarono apostrofe, cioè aversio, quasi slontanamento 
•della vocale cui tocca esser espunta. Il suo segno è una virgoletta (') 
che segnasi al di sopra, v. gr. s' anima, T anima j homin' autìt, 
uom^ alto (2), lo. che è frequentissimo nella armoniosa nostra Lingua (3), 



-— ♦ 



( i ) Jlienses , Populi Sardiniae circa medium illius incolentes , quo- 
rum tractus Ilena, teste Pinete: v. Baudrand Diz. Geogr.-^Il Gazano 
erede per Ilena doversi intendere Oliena^ nome corrotto che sia derivato 
da liiena^ quak asserisce esser stata la sede principale degli Iliensi. E 
sebt>ene questa Colonia di Trojani dalia tempesta sia stata spinta in 
rarr/*.?, 0(/(;t Capo. S. Marco nella parte occidentale dell'Isola^ pure 
rimangono altri nomi che notano il loro stabilimento nella parte Orieth 
tale ^ come Trìeì. Troja, Tortoli corrotto da Porlus Ilii^ in memoria 
dell' Ilion fortezza di Troja. — liieneM furono chiamali quei che si riti- 
rarono, scacciati dai Romani, nelle alpestri montagne delle Birbagìe ecc. 

( 2 ) Questa virgoletta tralasciaci in quei momi che sogliono troncarsi 
anche non i^enendo innanzi vocale, v. gr. fede! amico; buon uomo, in 
vece di fedeV jimico ^ buon^ uomo ecc. 

(3) Questo notava il succitato Autore (Aq s. Anghelu j : " s* apo- 
» strophe in custa limbaest tantu nccessarlu, quanta est in s' italiana, 
>* et in sa francesa : prò cu<fsi( V hapo umdu in sos logos convenientes, 
*• aivertende qui saii paraula^ apo^trophalas si deoent legere né piu$ 
» né manctt eoinenie et in sas ateras limba.%. >» 



32 ORTOGR. PARTE PRIMA 

mÈL pia m italiano, e per toglier la troppa uniformità di mxmè, 
alcune voci si fanno finire anche in consonante^ v. gr. buon vinoj 
fedel #er<H) j non cosi in Sardo , eccetto nel Dral. Settentrionale , non 
potendoci dire ▼. gr. bon biru^ un die^ né fidel servidore , ma bonv 
^im; , UNA DIE , FiDELE sERTiDORE. Ama pcrò questo vezzo negl' Infiniti 
4eUa seconda Conjug. v. gr. f\gher be^e, far òenej bieer heda^ bever 
-molto j ed in questa va d' accordo colla lìngua Italiana , non però 
nelle altre due Conjugazioni nelle quali dicesi handigare meda, (non 
MANDiGAR meda) mangiar molto j ischire NUDDA(non ischir nuddia) saper 
.nulla, in Sardo come in itali. V apostrofo indica mancamento di sil- 
laba in molti Imperativi contratti (§. 124) te', per tene, te* tieni j 
MA per nara; le' per le a; to* in vece di togli j abba' per abbaida, 
w' per vedi ecc. 

~ %, XL1I. In Italiano tutti i nomi che finiscono in e ed o precedendo 
le consonanti l, m, n ammettono il suddetto troncamento, v. gr. 
fedel servo j uom grande ecc. ma se raddoppiate o precedute da 
altra consonante non lo possono ammettere, v. gr. fer rovente^ ma 
dirassi ferro rovente j ladro buono ^ non ladr buono. Si eccettueranno 
bello j quello j capello ^ dicendosi v. gr. bel gionne ^ quel Signore ece, 
come pure grande ^ e Santo ^ dicendosi gran signore ^ San Paolo j 
ma se a quesf ultimo seguiterà z o s impura non si farà elisione, 
ma dirassi Santo Zaccaria, Santo Stefano, come pure in Sardo sant* 
x^ccAHiA, air s impara premettendo un' i sanct' istevene, ecc. (§. 29). 
Innanzi alla s impura non troncasi V antecedente vocale , e dirassi 
uno. spirito^ hello specchio, non però un spirito, bel specchio ecc. 

§. X.LI1I. Terminando la voce in a non amBietle troncamento alcuno ; 
rar donna per rara donna j un sol polla per una sola fiotta ecc. Nei 
verbi sogliono elidersi gì' infiniti, e le prime e terze pers. plur. dri 
pendente v. gp. amìam , sentiam , aman , senton ecc, non mai le 
accentate come am^ egli per amò egli ecc. Eccet. i composti di che 
come bench' egli ^ perch* io, mancar' ipse, proit eo ecc. Talvolta si 
elide un' intiera sillaba come por ^ trar per porre, trarre, fonnere, 
bogare: die\ fé' per diede, fece j desit, factestt (§. 44 V Degli 
avverbii finalmente si elidono bene e male , quindi dicasi ben fatto , e 
sgriderassi mal fatto j in sardo però ricordali che sarà bene fa.ctw 
Tamar il prossimo, e male factu il non amarlo. — Nei nomi che 
principiano in h si fa in Logud. 1' elisione come nel lati. v. gr. s' ucm' 
HE , PRO %* HONORE , IN cudd' hora , V uofjio , per V ouore , in quéU 
r ora ( 1 ). 



^^^ Baderassì ih itali, al segnacaso dì , db ti quale ammette T apò' 
$tr. non però (\^ segnacaso delV ahi. per cui scriverai d'altnii, de aterb 
d' Antonio ecc. da altri, dai ai ere, da Antonio ecc. DelV Art pi, 
V, %, 65. 



CAP. L ACCENTI 

ACCENTI 

%é XLTV. L' accento è quella posa che fa la voce sopra una sfnaba 
di una parola più che in un- altra. Questa pausa che corrisponde al 
grec. TTjo^w^ia (4) soprannominossi accento tonico, ed è quella 
piccola linea ( ^ ) con cui vien contrassegnata la vocale della sillaba 
su cui si fa la posa , quindi la volgale di questa sillaba dicesi lunga ^ 
le altre brevi. Nella sarda lingua si conoscono tre sorta d' accenti 
come neir Itali, cioè acuto , gra^e e circonflesso. Anticamente presso 
i Greci V accento acuto assottigliava ed alzava il suono della sillaba 
con un certo canto che accompagnava il parlare, il grave lo abbas- 
sava, ed il circonflesso faceva all' istesso tempo V uno e V altro 
uffìzio , detto perciò Trs^i^Ttraucvm , circumnclsa che soffre una 
certa^onvulsione. Gii antichi avevano pure la quantità della sillaba 
lunga e breve che nel pronunziar la voce valevano per allungar il 
il suono nel tempo lungo, e per accelerarlo nel tempo breve; e 
perciò chiamavano sillaba lunga e sillaba breve ^ per cui accento e 
quantità erano presso loro due diverse cose. Di questa prerogativa 
la nostra Lingua sarà slata anche adorna in un tempo , ma oggi , 
Come pure nell' itali, e nelle altre sorelle per le vicende cui furono 
esposte , non che dal sistema che presero , si confondono hi modo 
che r accento acuto e la sillaba lunga sono T istessa cosa ( 2 ) , seb- 
bene r accento grave siasi neir itali, in qualche modo conservato 
nelle sillabe tronche dando a queste un certo canto o tempo allun- 
gato. NelLogud. però crederei opportuno ed a proposito di notare che 
in qualche Terra sia rimasta un' ombra ed und traccia più sensibile 
dell' accento grave antico (3). 



( 4 ) Prosodia è quella parte di Gramatica in cui s' insegna V arte di 
89pere quando le sillabe componenti una parola debbansi pronunciar 
lunghe o brevi. V. II. Parte di quesV Ortograf. 

{2) In molte Iscrizioni lapidarie antiche si osservano certe parole 
accentate^ come ne abbiamo nel R. Museo di Cagliari ^ e molte ne 05- 
»ervai nel R. Museo di Parma e Modena. Il Lanzi ne porta con due 
accenti nell' istessa parola per cui crede che sia o arbitrio o ignoranza 
dell' epigrafo. 

( 3 ) Sembrerà cosa molto strana e ridicola aìV orecchio di costui che 
è avezzo di parlare lo schietto Logudorese del Marghine il sentire quella 
singoiar depressione di vocale allungata in bocca di un nativo di Senr* 
nori^ e di Omdda nella Barb. (v. la C.) : e pure io reputo quesf effetto 
di abbassamenlo un vero residuo dell' accento baritono delV antica lingua 
di cui assunsero le forme senza spogliarla di questo accidente. U istesso 
notava il D\ Afflitto per, il dialetto di Pozzuoli e di Precida, dove le 
Donne specialmewk ^ che hanno pure conservato le vesti alla greca ^ 
ems^wJktofM questa ilualità di deprimento di sillabe ^ simile a queUa di 



94 ORTOGR. PARTE PRIMA 

^ XLT. L' accento adunque o posa nelF ultima sillaba della Toe« 
the nel dial. Logud. è ben raro (i), e chiamasi acuta o tronca v. gr. 
amò ^ piè^ AMEsiT, pé ; o nella penultima , e chiamasi piana o penacu* 
ta , come in onore j fedéle ^ honòre , fidele ecc. o finalmente suU' anti- 
penultima e si appella sdrucciola o proparossitona v. gr. parlano 
paepdakt; sècolo^ seculu. In natura non si ammette, rigorosamente 
parlando, V accento antipropàrossitono ossia quartultimo, pure accade 
nell' itali, segnatamente nelle terze pers. più. del pres. indie. , Imper> 
e Sogg. dei verbi che all' Infinito sono quadrisillabi terminati in are^ 
ì^me da congregare , fabbricare ^ operare ^ congregano ^ fabbrichino ^ 
operino ecc. ritependo F accento su quella sillaba su cui posa nella 
radicale congrega^ òpera fàbbrica ecc. Nel dial. Logud. non succede 
mai quesf accento per ritenere la desinenza latina , cÒNGREGAifT , 
fàbbricant ecc: cosi pure nel merid: non però nel Gallur. .che si 
approssima air itali, (v. i prosp). Avvertirai finalmente scrivendo in 
toscano di nqn accentare i seguenti monosillabi do^ fa^ fu, no, re,, 
sta , sto : non cosi dà verbo , di nome e verbo , 2 pers. dell* Imp. 
KARA , là avv, NÉ cong. negat. , sé pron. e si interp. affermativo per 
discernerli da da segnacaso ^ da e cougiunz. da la artic. da ne, se, si, 
pronomi primitivi. 

§. XLVI. Questo è quanto di proposito osservava rapporto alle 
lettere ed alla finezza della sarda e losca eufonia. Se ho ecceduto in 
prolissità lo richiedeva la materia per il bisogno che si aveva di 
stabilire una constante ortografia nella lingua del Logud. che dovrà 
servire per norma al Vocab. ed a tutti gli altri libri che si stampe- 
ranno , né si vagherà più , come per lo avanti straziandola a cappric- 
cio. Suir itali, quelli che vorrebbero più internarvisi potranno 
consultare all' occasione tanti trattati che si hanno, e pei Gióvani 
sarà un' ottima guida V orale lezione del Maestro , e di quelli coi 
quali praticheranno (2). né desso è uno studio da disprezzarsi, 
perchè trascurando la pronuncia che è la gentil veste della voce, 
sebbene sappiano V idioma, lo spoglieranno di quel maestoso abbiglia- 



Sènnori^ ed io che attentamente osservai gli uni e gli altri, vi ho tro^ 
i?oto una grand' analogia. 

(i ) Salve le voci estranee^ co»i« canapè, cumò^ café, vostè, Spagn. 
Ella : non che le monoMUabe che sembrano averlo nelV ultimo te, se ecc. 
# U voci contralte dalV lati, come crù , lai. crudics , crudo ; pò lai, pe- 
item, pie; (Bit. pede pi. pedes) uù^ lai rubus, rovere ecc.-r-L* istesso 
accade nel Merid. non cosi nel Gallurese. 

(2) Un gran vantaggio sarebbe pei Fanciulli se si segnassero ' nei 
Libri tutte le sillabe su cui deve posar la voce, senza ricorrere alla Pro- 
sodìa. Noi abbiamo segnato nelle voci Logud. quelle che sono lunghe, 
né quest arte si può ridurre, a pr scelti, pernhè varia dal lat. e da!V itali, 
sebbene non sia uno scoglio insuptrabiU, comi si tiens della Linjua 
Ilalianm: 



CAP. I. ACCENTI SS 

nento che. Io h comparire in pubblico pieno di dolcezza e di grazia. 
Rè per questo farà mestieri che ogni alunno si porti là dove fiorisce 
la Imgua. Basterà osservare attentamente i generali precetti , e che i 
nostri Maestri avessero cura di far rilevare le sillabe ai teaerì 
ingegnetti come meglio converrassi sul valore delle lettere accennate. 
Indi far bandire due solenni difetti che nella nostra lingua prendon 
posto di grazia e di concento: noi che abbiamo sortiti i natali in 
una Terra di tiepido Cielo , siamo precoci d' ingegno , e perciò 
pronti^ fervidi, e sciolti di lingua, affrettandoci di soperchio nel 
discorso, ed accavallando le voci ad incalzo. La lingua italiana special 
mente ama la pronuncia co' suoni de' rispettivi elementi , spiccata , 
giusta , rotonda e chiara. 

% XLVII. Un' altro nostro diffetto è quello di rinforzar soverchia- 
mente le lettere ; questo che certamente armonica e grave rende la 
sarda chiostra disponendola più di tutte al classico latino di cui 
porta le più severe impronte , nella lingua delle grazie prende un 
diverso carattere, e le conferisce una certa asprezza degradandola 
notabilmente dalla sua naturai dolcezza. Inculchino adunque gì' Isti* 
tutori ai loro Imparanti questo breve precetto , vale a dire di non 
aprir mai le labbra prima che 1' idea di quella cosa di cui si parla 
non sia predisposta in ispirito, oppur meglio, pria di non aver regola* 
tamente presentato alla memoria quello che si dovrà pronunciare. 
Così nelle verbali conversazioni non intopperanno , non ismarriranno 
le voci porgendo in un discorso, non barbuglieranno finalmente 
straziando 1 orecchio di quelli che li ascolteranno. E tanto basti 
per r ortografico elemento d' ambe le Lingue. 

CAPO IL 

Del Nom$ 

SOSTANTIVO 

1 XLVIII. il nome ( 1 ) è tutto ciò che serve ad indicare la persona 
cosa di cui si parla, come pedhu, Pietro; chelij. Cielo j abbi, acquai 
•ce. Altro è proprio ossia particolare, ed è quello che si dà solamente 
a date persone, ovvero che è particolare a cose, luogo ecc. come 



( i ) Nome è dal lat nomea ^ e questo dal gr. vg/xstv ( nemiin), distri- 
buire. — Dalla desinenza dei nomi sost. nel dial. Logud. pare definita 
la questione d^i Gramaticij se le figUe della madre lingua Romana <iò- 
biano presa la desinenza dalV accus, o dall' abl, Almeno per il nostro è 
finita la questione^ in cui se aggiungesi la m ad ogni nome si ha V aee. 
▼iflTUDE, virtulera; so'sv, sonum, vitiu, vitium ecc. In quei di gen^r% 
mmWo è rimata la medesima taratteristiea ^ «uHrtJt^ corpo > pi^not^ 



S8 ORTOGR. PARTE PRIMA 

PAULO , P(^oìo j soLS , Sole j KàL^ais , Cagliari j ecclesia -, CMe$a j uè. 
altra è comune ^ ossìa universale , ed è quello che si dà UDÌT^sal* 
mente a tutte le cose della medesima specie, luogo, genere ecc. 
come HOMTNE, uomo j i-rvere, albero j douq, cmaj fexixi., donna j (1) 
e va dicendo. 

ASTRATTO E CONCRETO 

§. XLTX. n nome sostantivo altro è concreto, altro è astratto: 
fl primo è quando si denolano le cose che realmante esistono ( 2 ) : 
e si possono numerare in natura iso^ata^n^inte, coma atizo^e, agnello ; 
TADL.4 , tavola j ecc. Il secondo poi è quando ci rappresenta i nomi 
delle cose che ci figuriamo esistenti come tali, ma che formansi 
separatamente da qualche nolna concreto ossia addiettivo , v. gr. 
DULcuRA, dolcezza j grandesa, grandezza j Bo?rmADE, bontà j e simili 
da DULCHE, dolce j grande, grande j bo^u, buono. Le più comuni des^i 
nenze di questi nel Logiid. sono in ade, es\; ine, ori a, ore, ose, ti a, 
URA, come sANCTiDADE, Santità j man^ii'Sa, grandezza j ingratitcdiwe , t'n- 
gratf Indine j sabidoria, mviezzaj Bi.4?fcoREj btanckezzaj lectiojte, lezione, 
JusTiTiA, giustìzia j nieddura, nerezza; ecc. In itali, i principali sono in 
acia^ enza ^ ezza ^ igia ^ ina , izia^ one^ tà, udine^ ura, come audacia, 
prudenza ^ bellezza , alterigia ^ dottrina , giustizia ^ erudizione , santità, 
ingratitudine ^ bravura. — A questa classe di nomi appartengono 
anche i ver])ali, che per lo più in sardo hanno la desinenza in 
ctoke , DORÈ , PTORE , come FACTORE , fattorc j nandwadore , mangiatore; 
iscRiPTORE^ scrittore j eccet traitore (3) traditore. Ai tri finabnentó 



pegno j PECTU5, petto (*) Ma più endente è nel plur. de' nomi in tutte 
le declin. come s\s laudes^ le lodi; sas musas , le muse, sas virtudes, 
le virtù; sos boes, i buoi. ecc. 

( i ) Amertisci che feniiiia in itali, ed in sardo prendesi per donna, e 
per animale di sesso femmin. non però in itali, dicesi donna in questo 
ultimo significato. 

( 2 ) Tanto breve quanto chiara è la definiz. di qussti nomi che riporta 
V erudito Prof, di Melodica Frane. Cherubini ne' primi elementi Gra- 
maticali , Cagli. 1836. f. 14. I nomi designanti enti , luoghi o idee ve- 
nerali o speciali sono comuni: quelli designanti enti, luoghi o idee 
individuali sono proprii. 

(3) Questa voce dovrebb' esser tratgbfdore, da traighere^ tradire; 
ma forse con ci è pervenuta dalla dominazione Pisana ^ e mi ricordo 
di aver osservato a Pisa un' iscrizione nel cantone di Via le vele, che 
fece mettere un tal Donus Dodus in questi termini. — » L' anno i244* 

(*) / nomi terminati in en sono alquanto alterati nella pronuncia, 
eome pectejIj exa^teiv^ tolumeiv ecc. cosi pure coro, cuore-, ma dò è in 
tirati di quanto notammo al §. 34. 



CAP. n. NOMI S7 

rkCBM itk mmaa$ a »oka« eoute M*SBsaàmBsms , f aìu b u i iit , r * i » Bi R w i w , 
TEisiMEimr ecc. e notano r atto del mangiare del patire > fallire ^ 
U9»ere ece: cosi in Dua\ come sfàNiMCADURA, tessidlra, bidura., aujir 
DURA ecc. in cui sì formano molti avverbìi denotando il modo 
dell' azione^ come ▲ tuidcra^ furtivamente (A), ecc. Come pure ia 
INA p. e^. PADDiHA, errore j FkViA,, fattura j istantina^ tardìiia ecc. 
ritardo ( 2 ). 

% L. Questi possono chiamarsi verbali astratti perchè sono dìreU 
iamente derivati dai verbi (3), ed a questa classe appartengono nella 
lingua Sarda un' infinità di nomi degni d'osservazione che hanno là 
desinenza in arza arzu^ ed orza, orzc ritenula dal lati, arium, e orium. 
Tutti questi denotano o nome d' arte come fraharzu , ferrare , juar- 
fu ; lat. jugum ^ socio di giogo j ma/arzu , mago j truoiarzu , arvmn- 
torio j cAWÀRzu, canafo'ere j- TRUDDARzu, che fa mestole^ in domo de 
truddarm, ne trudda, ne cogarzu, prov. O di stromento, come chintorza, 
lat. cinctorium^ cinta (4); punctorzu, stimolo o pungolo j iscat^dorza, 
(Os. isgranzadorza) strom. di agricoltore per risolver le zolle; mes- 
sadorza ^ falce j fermentarzu , màzzero ecc. O finalmente sito o nomi 
locali , come bizadorzd , luogo dove si veglia j balladorzu , dove si 
balla j cussoRZA , distretto ^ lat. cursorium , camb. la s in r §. 29. I'ur- 
RiADORZu, dove si ritira il bestiame per dormire j lìouadokzu, lat. 
laboratorium, sito dove si ara^ e conlr. laorzu, sito dove si ha il senU* 
fiato.(5)jr tusorzu, lat tunsorium, dove si tosan le pecorej ^ortorzu, 
dove sta un morto o una carogna j mandigadorza , maìnjiatoja dove si 
mette lo strame alle bestie; siivnadorzu, dove si marca il besèiamej 
MRaiADORzu Ghìl. HERiAGir^ Bit. meriagruj lat. meridiem agero^^Yo doif§ 



» li Pisani andaro a cum galee a Porto venere stettervi per die XV, € 
9 gtMStaro tucto e avrebbelo preso non fusse lo Conte Pandalo che uhm 
» volse chera tra/itore » ecc. — Bessa è uno dei monumenti antichissiìni 
della Lingua volgare d' Italia, 

( I ) Notano anche tempo ^ v. gr. a s' isptg*dura , al tempo di spigo- 
lare; A s' occisuRA, Ora. al tempo di uccidere, ecc. / nomi Sardi in 
URA meramente astratti si rendono per V ordinario in itali, in ezza , 
tome AMARGDRA, BRCTTUfti, TRisTURA, amarczza, sporchezza, tristezza ecc. 

( 2 ) Se questi nomi in ina non vengono da verbi^ sono diminutivi e 
collettivi come pedrighira j luogo di ciottoli ; calcasiiva ^ luogo di sterco 
bovino^ di cavallo, calcinaccio ecc. caddazina^ quantità di cavalli; 
CORRAZINA , di corna ecc. e questi talvolta sono peggiorativi. 

(3) Il Fanzon f. 69. distingue in verbali caratteristici è sono i sfh 
vraccennati in • ore , fattore ^ scrittore ecc. ed in verbali astratti che 
esprimono l' effetto delf azione^ e talora V azione medesima. 

( 4 ) Propriamente è una striscia di cuojo lavorato in seta e recamo 
ton fermaglixt, che sogliono portare i Sardi per tenere la vita ben comr 
posta. 

( 5 ) Oli. Orgo$. tivei^e dal Siri, tubelah , ipiga. 



88 ORTOGR. PARTE PRIMA 

i Pastori pi%ssano il mezzo giorno aW ombra con le pecore: eosl ber- 
▼arzu. prurarzu, tiiwiarztj ecc., ItLogo (t erba^ di molti prugni^ di giuf^ 
co {i) ecc. , e nella C. de L. abbiRmo molte voci, tra le quali goletor- 
GiD (2), che tale è la desinenza in qi^alche sez. del Logud. come in 
Fon. OIz. Ghil. ed in tutto il Campidano , in cui dicono fuYiadorgiu ; 
schusorgiu (3) ecc. Nel dial. ^settentr. in aggiu^ oggiu come faulaggiu, 
magnaddoggia ecc. Bit. Olia, in gliu come frailargliu per /raj7orztt(4K 
La medesima desinenza orzu finalmente segna spazio di tempo , come 
ALBEscBmoRzu, suU' albeggiare : a s' iscuaigadorzu ^ o inclinadorzd^ sul' 
l'imbrunire: a naschidorzu, al nascer delle stelle; a chenadorzu 
(cenatorium lat barb.) all' ora di cenare, ecc. (5). 

§. LI. Pochi hanno serbato la forma lati, come armariu^ oratorict, 
PURGATORTU , 6 simili. Tanti altri nomi di simil natura ed uso hanno 



( i ) / siti di piante j alberi ecc. sogliono aviere anche la desinenza in 
EDu, come piREDu, wuGHEDU ccc. di pero, noce ecc. aleuni han conser- 
vato la desinenza lat arium\, come mendclariu^ oliaric, 6o5co di man- 
dorle 3 di olivi Olivetto ecc. 

( 2 ) Per il significato e per V etimologia di questa voce che il Mameli 
ricavò dal gr. yoXsa spelonca ^ e ap^oL^ sacrum^ quasi luogo consagrato 
alla divinità^ supponendo^ com' egli spiega^ che nei tempi del paganesi- 
mo, si usasse in occasione di caccio di ragunare icapi presi in qualche 
spelonca esistente in bosco sacro a fine di far prima di ogn' altra cosa 
le offerte alle deità delle selve ^ basta avvertire aUa suddetta regola 
per farla derivare da colligere alqtmnto travisato collectorium ^ cioè 
luogo il sito destinato dove i Cacciatori si doveano radunare e rip.orvi 
la caccia fatta senza nasconderne per sé. Ecco le parole della Legge. — 
Jtem ordinamus qui si alcunu homini qui hat a vennir a silva nostra 
ti non hai a venner a goletorgiu cun su pecus qui hat hawiri mortu 
levintilli prò su Rennii Boi unu, et prò su curadori soddos doghi, r. 
C. de Logu fac. 96. Rom, 1805. 

(3) Questa voce ^ che al Porru sfuggi nel siio ^Vocabolario ^ pare 
dal lat exclusorìum o reclusorium , significando un tesoro nascosto^ o 
quantità di denari scoperta. In Lotjudj siddadu^ che se non è dal lati, 
sigilla tum ^ contrai, il g §. 21, e mutata la ll in dd , viene dalV arab, 
sadda^ cioè copia, ed il verbo nella IV, conJMp. separavit. — Ghil. pósidu 
eorr. da deposito. 

{A) In qualche Dipi ant trovasi la desinenza arium coìne nelV atto 
di donazione di Torgotorio fatta a Salusio nel i249, porcarios, armeo- 
tariu , e simili, 

( 5 ) Isteddii de chenadorzu, dicesi dai Pastori la stella maggiore di 
Boote ossia Bifolco, coHdlaz. settenfr. perchè quando spunta questa, 
iegna t' ora che devono portare a pascere le pecore. Cosi pure sugvza- 
DORZA (lat, sequor) chiamano fa prima stella di Orione (Itirij, bor- 
ronchèra ) quando di mattina spioifa neìV estate , e muovono dalla 
mfundra (pasciàlp)J<? pecore per ìmscere wi' altra volta. 



CAP. II. NOMI Sf 

la desinenza in oifzt; cotne isposonzu Dorg. ispoioriu Pio. luogo dellt 
nozze j MEssowzc , il sito rfoce mietesi il grano , forse corrotto da mes- 
sADORzu: ma questa special desinenza determina meglio la maniera con 
cui è fatta una cosa, p. ese. andonzu, modo di camminare j ballonzu, 
di ballare s filonzo, di filare j lionzu , di legare ecc. applicabile per 
r ordinario a tutti i verbi della prima coiijug. ed a molti della 2, 
come iscaioNzu , modo di scrivere j cukkonzu , di correre ^ e simili { -i ); 
Altri in iwzu , come MA^'DIGHI^izu , prurito ^ crudore ( Bit. pistighinzu ) . 
iscALHnzu , sudamini ecc. Altri finalmente in eìnta' che denotano una 
collezione di cose , provvista ecc. , come bestimeinta , provvista di vesUj 
càLZAMENTA ,. di scarpc j FERRAMENTA , dì attrezzi stromenti di officinaj 
isTERRiMENTA , dì stemito ^ lat. sternere; lorameista, di agricoltura da 
lORu ( lat. lorum ) corda ^ fune ecc. i quali sembrano esser formati dal 
lat. neutro calceamentum pi. calceamenta. — Vi sono quelli desinenti in 
DE, ma questi sono propriamente nomi collettivi come resti amiihe , 
bestiame j ossamine , ossame ^ quantità di ossa ; barrascamine , v. pi. 
qiMntità d' immondezze j teraccamine ( 2 ) , quantità di ser^n j zepita- 
mwE , calca ^ quantità di gente ecc. 

§. LIl. Il nome sostantivo propriamente chiamato che esprime un 
oggetto su cui si possa esprimere un verbo di stato o moto , nel dial. 
del Logud. e negli altri due ha questa singolarità che raddoppiato e 
congiunto al verbo di_stato o di moto, indica una preposizione, come 
Riu Riu , lungo il fiume j terra terra , sopra la terra j serra serra , 
lungo la costa j - or' gru de sv mare , giusta la sponda del mare j ca- 
Mwu CAMINI), lungo il camminoj mdru muru, rasente il muro ecc. Indica 
anche successione di cose regolatamente v. gr. a pé a pé , a piedi ^ 
pian pianino j. a manu a manc , di mano in mano , ma questo nota 
anche avverbio jùgher^a man' a manù, (manuducere), menar a manoj 
A oju A ojr , adocchiando sempre ecc. Quando il nome che si raddop- 
pia diventa addiet. v. §. 60. 

ADDIETTIVO 

% LUI. Addiettivo o aggettivo così detto dal lat. adjtcerb che val« 
aggiungere^ è quello che serve ad esprimere la qualità o attributo 
naturale o accidentale che ha la persona o la cosa nonunata , com« 
WLcoE , dolce j RANziGu^ amaro j chìberc, gonfio (3) ecc. Nel Logud. 

.( I ) J}a queste desinenze in oNzt si fa qualche nome d' arte come ri- 
LoivzARA . filatrice ; cvrronzana e simili. 

( 2 ) Dal grec. Qspànùìv servitore ^ da OsjoaTréucr servire. Barb. Goc. 
ha conservato lo B gr. Ne* diaL Settentr. e merid, t* ha cambiato in z , 

zeraccu. 

(3> Chib^rv, fnegh'o QTifiERV dalV arab. kkherai intufnvit Da questa 
radice i Maomettani chiamano qubar il pianeta Venere o LucifeiH), 
ferchè insuperbiondo Doo se ventosum aequaflem fecerat. OberlMt 
CIms ad V. 



4» ORTOGR. l^ARTE PRDtfA 

ha due desinenze una in e di gen. cont che ne^lì altri Dial. è in f 
come FACILE; facile^ Merid. facili, Gali, fazilij T altra in ti masQ. a 
fém. come sabiu , savio j sabia , savia ecc. Questi si accordano col sog- 
getto cui sono aggiunti .. v. gr. homine bello , beli' uomo j femuvas bra- 
TAs , belle donne ( I ) . Quando aggiungasi a due sostantivi , seguita 
la regola dell' itali, e lati, di accordarlo in plur. come babbu et fizq 
Bonus , padre e figlio buoni. Se uno è masc. V altro fem. accordasi col 
primo ; come Pedru et Lugbìa sukt horestos^ Pietro e Lttcia sonù 
onesti. — Se inanimati col vicino , v. gr. foguos et paginas isgriftaa^ 
fagli e pagine scritte. 

%, LIV. Altro è qualificativo -^ v. gr. pbuna ^ cbekta ; uà ( Margh. 
AGHin* ) coGTA , uva matura j trigu tahdiu ( Bit. serotianu , iat. seroth 
Bum, grano tardivo ecc. altro indicativo j quando indica una cosa 
determinata , quali sono cussu^ cuddu, matessi (2)^ questo, quello, 
medesimo : o numero determinato di cose^ come vyv , (3 ) dcfos^ taes^ 
uno, due, tre ecc. oppur V ordine col quale sono disposti^ come prihu» 
primo j sE&unDV^ secondo ecc. e questi chiamansi ordinali, ossia nu* 
morali : o distributivi, e sono quelli che distribuiscono uba quantità 
in dati numeri : o proporzionali quando indicaiìo la proporzione di 
una cosa rispetto all'altra, v. gr. doppiu, doppio j triplc, triplo j, 
^vADRVFLU , quadruplo j decuplv , decuplo j centuplu , ceìUuplo ( 4 ) . 



( i ) Noterai che nella sarda favella non ^ prepone , come in itali. 
V addiet. al sost. salvo dai Poeti, ed in qualche espressione am/nUratìva 
per ese. bella cosa l bravu fizv ! bella cosa , bravo figlio ! — Nei nomi 
composti talvolta V addiet. è preposto, come in grabt figt^ Iat ficus 
crabus, fico selvatico; talvolta anteposto , come mpoRcr abrTj, Iat. aper 
cinghiale^ Bit. Pos. sertoive, quasi silvonem da silvesco: Merid, sirboni 
che il Porru lo crede dall' arab. ed è vero che nel Cortmo trovasi in 
Senso di agmen ferarum. 

(2) La voce matessi dell isfessa desinenza anche al plur. comune al 
Gallur. corrotta dui lati, metipsum , esprime come in itali. V identità 
della persona o della cosa, v. gr. eo hatbssi, io stesso^ egometipse^ 
ipsE matessi, egli medesimo; cuddu matessi^ queir istesso ; est ipsb ma- 
tessi è desso, e bada che questo in itali, usasi solamente col verbo es* 
sere. — Quando si prepone d .sost. si esprime in itali, con esso ^ t?. gr» 
su MATESSI Deus , esso Dio , e vale lo stesso. — Nel dial. Merid. uscui 
propriu , come su propriu Deu.9 , sa propria cosa ecc. 

( 3 ) Avvertisci che unu congiunto all' add^ett. tantu considerasi come 
iostantivo V. gr. unu tantu , un tanto ^ cioè porzione; in plurale poi 
cambia aspetto ed adoperasi per indicare una piccola qitantità 9. gr. 
unos tantos , parecchi , pochi ; duos tantos , due porzioni ; tres tmitos, 
tre porzioni ecc. 

( 4 ) // proporzionale si forma pure nel Sardo Dialetto prendendo U 
numero cardinale con partes,v. gr. est manko de tres partes^ò grandi 
il triplo ; SI i^u' akdat de ghentu parte* , il centuplo ; db trm parti» 



CAP, n. ADDIETTITO 4*^ 

ffnabaiente che accenda una cosa determinata , v. gr. oGminv o don* 
JCTTU, ognuno ^a'mcuno j quali^ciivc o qualquiuno, qualcuno (v. §. 94.) 
Diamo in prospetto questi addiettivi e per far rilevare la loro affinità 
^Q la Mngua madre , giova riportarli insieme con gli altri dialetti. 

NOMI C4RDTNALI 



LaU 



Logud. Campid^ Gallar, 



Itali, jàrab. Lat 



Unum Unu 

Duo Duos 

Tri» Tres 

Qaatnor Batter 

Quinqui Quinbe 

Sex S«i 

S«pteni Septe 

Odo Octo 

N«T€m Noe 

Deeem Deghe (I) 

Undecim Undighi 

Duodecim Do igni 

Tredecim Treighi 
Quatuordecim Batturdighi 

Quindecim Bindijhi 

Sexdecim Seighi 

Decemet se- Deghe septe 
ptem 

Decemet octo Deghe octo 

Decemet DO- Deghe noe 

vem 

Vidimi Vinti 

Vigilili unum Vinti unu (2) 

Viginti duo Vintiduos 

Vigiliti iria Vinti tres 
Vigintiquatuor Vinti baltor 
VigjnliquinqueVinti quimbe 

Viginti sex Vinti sex 

Vigintiseptem Vinti septe 

Vigiliti octo Vinti odo 

Viginti Dovein Vinti noe 

Ttiginta Tri n la 

Trlginla u- Trintunu-ta- 

iium ecc. dbos ecc. 

Quidraginta Baranta 

Quisquaginta Quinbanta 



Unu 

Duus 

Tres 

Quatluru 

Cincu 

Ses 

Setti 

Oltu 

Noi 

Dexi 

Undixi 

Doxi 

Trexi 

Caltordixi 

Quindixi 

Sexi 

Dexesetti 

Deiiottu 
Dexennoi 

Binti 
Bintunu 
Bintiduus 
Biiititres 
Binliquatturu 
Bintixincu 
Biiiti ses 
Binti setti 
Binìi ottu 
Binti noi 
Trinla 
Trintunu ecc. 

Quaranta 
Cinquanta 



Unu 
Dui 
Tre 

Quattru 

Zinca 

Sei 

Setti 

Ottu 

Nobi 

Dezi 

Ondizi 

Dodizi 

Tredizi 

jQuattordizi 

Quindizi 

Se di zi 

Dizesetli 

Dizottu 
Dizannobi 



Uno 

Due 

Tre 

Quattro 

Cinque 

Sei 

Sette 

Otto 

Noi>e 

Dieci 

Undici 

Dodici 

Tredici 

Quattordici 

Quindici 

Sedici 

Diciasette 

Diciotto 
Dicianove 



Vinti 


Venti 


Vintunu 


Ventuno 


Vintidui 


Ventidue 


Vintitre 


Ventitré 


Vinti quattru 


Ventiquattro 


Vint'ziricu 


Venticinque 


Vinlisei 


Veniisei 


Vinlisetli 


Ventisette 


Vintottu 


Ventnito 


Vinti nobi 


Ventinove 


Trenta 


Trenta 


Trenlunu 


Trentuno 



ecc. 
Quaranta 
Zinquanta 



I Iv' 

2 II. 

3 II!. 

4 IV. 

5 V. 

6 VI. 

7 vii; 

8 vili. 

9 IX. 

10 X. 

11 XI. 

12 XII. 

n xiiL 

14 XIV. 

15 XV. 

16 XVL 

17 XVII. 

18 XVIII. 

19 XIX. 

20 XX. 

21 XXI, 

22 XXII, 

23 xxin. 

24 XXIV. 

25 XXV. 

26 XXVI. 

27 XXVI L 
28XXVIII. 

29 XXIX, 

30 XXX. 

31 XXXI. 
ecc. 

Quaranta 40 XL. 
Cinquanta 50 L« 



wa, deUa terza parte ecc. Opjmre^ de s* civd tres, ti triplo; de s' unu 
fflEWTu, il centuplo, ecc. 

( i ) Bit^ Gru, DECHE , nella lingua antica romana e nella EtrttseO' 
travasi DUKtM. 

( ì) Questi numeri cardinali ventuno trentuno ecc. in tutti dialetti 
«wtcordano in gen. col loro sost, ventun^anno, vintiunu ankc; TRUfTun^ 
ntunày trenttina donna: crent'et ora ubera, centuna libra ecc* 



ORTOGR. PARTE PRIMA 



Lai, 



Logud, . Campid, Gallar, 



ItaU. Armò. Lat, 



Sezaginta 

Septua^inta 

Octuaginta 

Nonaginta 

Ceutum 

Centum et a- 

num ' 
Ducentum 
Trecentum 
Quatuor cen- 
tum 
Quinque cen- 
tum 
Sexcentum 

ecc. 
Mille , 
Duo millia 
Ter mille 
Decem mille 
Centum mille 
D«cies centena 
millia 



Sexanta 

Septanta 

Oetanta 

Noranta 

Cbeutu 

Cbeiit^et unu 

ecc. 
Dughentos 
Treghentos 
Battor chen- 

tos 
Quinbighen- 

tos 
Sex chentos 



Sessanta 

Settanta 

Ottanta 

Noranta 

Centu 

Ceat' e unu 

ecc. 
Duzentus 
Trtxenius 
Quattruxen- 

tus 
Cincuxentus 



Sessanta 

Settanta 

Ottanta 

Not)auta 

Zentu 

Zent' e lina 

ece. 
Duizentu 
Trezenta 
Quattruzen- 

tu 
Zincuzentu 



Sexentus ecc. Seizentu ecc. 



ecc. 
Milli Milli 

Duamiza(l) Dumilla - 
Tremiza ecc. Tremillaecc. 
Deghe miza Deximiila 
Chentu miza Gentumilla 
Millione (2) Millioui 



Sessanta 

Settanta 

Ottanta 

Novanta 

Cento 

Cenfe,uno 

ecc. 
Ducenio 
Trecento 
Quattro' 
cento 
Cinque- 
cento 
Seicento 
ecc. 



60 LX. 
70 LXX. 
80LXXX 
90 XG. 

100 C. 

101 a. 

200 ce. 
300 ecc. 
400 CD. 

500 D. 

600 DC. 



Milli Mille 1000 M. 

Duimilla Duemila 2000 IIM. 
Tremillaecc. Tremila ecc. 3000 IIIM. 
Dezimilla Diecimila lOOOO X>1. 
Zentu milla Centomila lOOOOO GM 
Millioni MiUoM lOOOOOO IsL 



NOMI ORDINALI 



Lai. 



Logud, 



Campid, 



Gallar, 



Itali, 



Prìmas 


Primu (3) 


Primu 


Prima 


Primo 


Secundut 


Seguudu 


Sigundu 


Sigunda 


Secondo 


Tertius 


Terzu 


Terzu 


Terzu 


Terzo 


Quartus 
Quintus 
Sextus 


Quartu 
Quintu 


Quarta 
Quintu 


Quarta 
Quinta 


Quarto 
Quinto 


Sextu 


Sestu 


Sèsta 


Sesto 


Septimut 


^Septìmu 


Settima 


Settima 


Settimo 


Ociavus 


Octavu 


Ottava 


Ottabu 


Oliavo 


Nonus 


Nonu 


Nonu 


Nonu 


Nono 


Decimus 


Decimu 


Decimu 


Dezimu 


Decimo 



Jrab, 

!• 
%• 
3.» 

5* 
6.* 
?.• 
8.* 
9.« 
IO.* 



( i ) Mille in (tal, dicesi nel plur, mila e milia ; non miglia fsatd, 
miza % ^,) che è la distanza o lo spazio di iOOO passi, Vicesi però 
migliaja , non milìaja. 

' ( 2 ) / Romani presero i numeri dalle lettere delV alfabeto ^ come i 
Greci ed i Popoli d' Oriente, Ma più di cento mila non conta^ana 
innanzi j quindi adoperavano due o tre volte il tal numero^ v, gr, bis 
centena millia^ duecento mila; vicies centena millia,, due milioiiì. ecc. 

{S) L* addtet, numerale fossi anche determinando il cardina^^ p. gr, 
$u de unuj su de duosj su de vinti j su de chentu j primo, secondo ecc. 
J)ic^ anche fact a primu ^ secondo; fact' a segundu^ terio ecis. 
gulUu ^ ultimo , pleò. 



CAP. n. NOMI 



43 



Undecimus 
Duo^ecimus 
Decimus Ur- 

tiiis 
Vì^simas 
Trigesimus 
Qaadiragesi- 

mus 
Centesimus 

Millesimas 



Logud. Campid, 



Gallar. 



Itali, 



Undecima 
Duodecima 
Decima terza 

ecc. 
Vigesima 
Trigesima 
Quadragesi- 
ma ecc. 
Cheùteumo 
o centesima 
Millesima 



Logud. 



Undecima 
Duodecima 
Decima terza 

ecc. 
Vigesima 
Trigesima 
Qaadragesi- 

.mu 
Centesima 



Vigesima 
Trigesima 
Quadragesi- 
ma 
Zentesimu 



NOMI DISTRIBUTIVI 



Campid. 



Gallur. 



Vigesimo 
Trigesimo 
Quadragesi- 
mo 
Centesimo 



Arab. 



Undezima Undecimo II.^ 

Daodezimu Duodecima 12.^ 

Dezimu terza Decimo terso 13.^ 



Millesima Millesima Millesimo 



2a^ 
30.^ 

lOO* 
1000.^ 



Itali. 



Uuìdade 

Deghma 

Trei^hina 

Bindighina 

Vintina 

Trìntina (i) 

Barantìna 

Quimbantina 

Sexantina 

Sep Iantina 

Oc Iantina 

Norantina 

Chentinaja 

Migliare 



Unidadi 

Dexina 

Tredixina 

Quindixina 

Bintena 

Trintìna 

Quarantina 

Cinquantina 

Sessantina 

Settantina 

Ottantina 

Norantina 

Centina] u 

Migliari 



Uniddai 

Dezina 

Tredizina 

Quindizina 

Vintina 

Trentina 

Quarantina 

Zinquantina 

Sessantina 

Settantina 

Ottantina 

Nóbantina 

Zentinaja 

Migliari 



VERBAU 



Unità 

Decina 

Tredicina 

Quindicina 

faentina 

Trentina 

Quarantina 

Cinquantina 

Sessantina 

Settantina 

Ottantena 

Novantena 

Centinaio 

Migliaio 



% LY. Esistono neUa Sarda lingua anche gli addiet. verbali ossia 
i nomi direttamente derivati dai verbi , t;ome letabundv , allegro ; 
MORiflunpu fnonóonofo V yÀGABuiu>v , vagabondo j venerandu^ venerando 
ed altri comunissimi specialmente ai Poeti. Più copiosa è però la 
Sarda fevella negli addiet. potenziali e modali ; i primi possono for- 
marsi quasi da ogni verbo, come si vedrà nel Vocab. ed hanno la desi- 
nenza in abile , se il verbo è della prima conjugaz. ed in ibile se della 



(1) Dicesi anche trintenarlu, t;. gr. trintenariu de missas, trenta 
messe, o numero trenla messe. Cosi pure octavariu> ottavario, o serie 
di otto giorni. 



44 ORTOGR. PARTE PRIMA 

seconda o della terza , y. gr. amabile , admirabilk, resertabile , ecc. 
amabile^ maraviglioso ^ degno di riservarsi , da amare ^ ammirare eco. 
Cosi in tMe^come crediimle^ credibile j FkcmivE; fattibile, che può farsi 
MEsuMiBiLE^ siGviBiLE, TOCCABILE, ecc. I modali cho Ì modeml chiamano 
tetbali caratteristici hanno la desinenza in ore pel masc. ed in ora pel 
fem. che in itali, fa trice^ come blasphebiadorb o friastimadohe — ora, 
bestemmiatore - trice j calunni adore - ora , calunniatore - tricej pedidore- 
ORA, chieditore-trice o accattone , ecc. A questi possono appartenere 
quei nomi che hanno la desinenza in arzu (§. 50), damnarzu-rza , cht 
fa danni; faularzu, faularza, che racconta bugie^ ecc. e questi pren- 
donsi anche sostantiv. grande damnarzu ^ bellu faularzu : . ecc. com« 
tutti ì verbali astretta che hanno la desinenza in ione ed ura (§. 49.) 
Y. gr. ADHONiTioivE ^ ammonizionc j iscriptura, scrittura^ ecc. (i) 

POSITIVO 

5- LVI. L' addietivo inoltre appellasi positivo , ed è quando nominia- 
mo la qualità d' una cosa o d' una persona semplicemente e senza 
relazione con altri, y. gr. sAfrcxu, santo j vile, vile^ ecc. in cui si bada 
ad una sola cosa esposta nel suo semplice significato senza pensare a 
più cose , e quindi senza fare nessuna comparazione. Il positivo neUa 
sarda favella ha due desinenze in u per H masc. ed in a pel fem. sing. 
o in e per tutti i due generi, come in tutti gU addiet. comuni (§. LIIl.) 
nel phir. poi in os masc. as fem. della prima desinenza , ed in e$ co- 
mune della seconda, Y. gr. sanctos-ctas^ viles^ ecc. Non deve escludersi 
da questa classe meda , molto j troppu troppo j ì quali sebbene siano 
avverbii, pure prendonsi per addiettivi cambiando solamente nel 
numero, non poi nel genere, y. gr. meda gente, medas homiNes, molta 
gente ^ molti uomini j troppu feminas, troppu piccinnos, troppo donne ^ 
troppo regazzi (2). Cosi pure gli avY. ehedda e mesu^ de* quali il 



( i ) Non devono tralasciarsi di notare nel Sardo Dialetto gli agget- 
tivi nazionali , cioè che designano il nome della patria o del luogo^ del 
Distretto o della Provincia ^ i quali nelle desinenze sono un residuo 
de" latihi anus, ed ensis , come p. es, kalaritanu (Merid. casteddaju) j 
cuLARiTANu, di Cagliari, di Cuglieri, ecc. In esu, coTne, bonesu, othie- 
REsu, piAGHEsu, TATAREsu, ccc. di Bouo , di Ozicri , di Ploaghc , di 
Sassari , ecc. Cosi campidanesu , marghinesu , ecc. della Provincia del 
Campidano, Marghine, ecc. O in incu, come bósincu, sossmcu, di 6osa, 
di Sorso, e questa desin. sembra vezzegg. (%. 63. n. 3), O in inu, come 
TiEsiNu , LODEitfu , di Tìcsì, di Lodè, ecc. Finalmente una sola in eddu, 
come maurreddu, sulcitano, della prov. di Sulcis. (F. la Car.)_, cosi 
detti forse dai Maurifani che sovente infestavano quel tratto di terra. 

( 2 ) Meda in pi. usasi solamente co' sost. v. gr. medas fizos , medas 
faomines : non però cogli addiet. v. gr. femìnas meda bellas , hoinines 
moda birbantes , meda honestos , ecc. 



GAP. IL POSITIVI 45 

primo usasi solamente con una » v. gr. una chedda , una tuona quan- 
tìlày e dicesi di frutta , o di altre cose da mangiare, talvolta di bestia 
non mai di uomini (i). Similmente biesu, dal gr. fteffo?, mezzo che in 
itali, preso per metà di una cosa è invariàbile, non cosi in Sardo, v. 
gr. un' HQR,A , ET MESA , UNA LiBEaà, ET MESA, un^ Ora 6 mezzQ^ una libra 
f mezzo. Premesso ad un' àddìet. o partic. vanno d' accòrdo nellf 
due liQgue , per es. homine mesu mortu ,- femina mesu sajicta , domo mesu 
FACTA , uomo mezzo morto ^ donna mezzo santa ^ casa mezzo fatta • 
va dicendo. 

COMPARATIVO 

$. LVn. n comparativo è quello che esprime una persona o cosa 
che tiene qualche qualità esistente in maggiore o minor grado di 
un' altra per mezzo degli avverbii pius o plus, piùj mancu, manco, 
fUeno (2), v. gr. su bonu nomen est plus pketiosu de sas richesas, la 
buona fama è più preziosa delle ricchezze, su caive est M-a«cu astutu de 
w MAZZ09IE, il cane è meno astuto della volpe: e noterai che in veco 
di questo comparativo di difetto più frequente usasi nel sardo pii^ 
pagu e pagu pius che corrisponde al meno, v. gr, Pedru est pius 
pa^ illuminadu de Paulu, Pietro è. meno illuminato di Paolo, Accade 
bàbneate che nel sardo V avverbio plus congiunto con manct^. sia 
riempitivo, v. gr. tue fadigaè pius mancu de me, tu lavori meno di 
me; pius.tardamus, pius mancu nd'ischimus, più tardiamo, meno 
M sappiamo ( 3 ). 

$. LVIII. Evyi nel sardo come neir itali, anche il comparativo di 
eguaglianza, ed esprimesi con gli avverbii qua?itu quanto j que, co- 
MEWTB, come, V. gr. pedru est forte quant' et paulu, Pietro è forte 
quando Paolo: unu piccinnu bellu que jana (4), un fanciullo bello co7n$ 



(i) Questa voce sembra dall' arab, gheddi cioè molto in quantità , 
ér. ghad , cioè torma , moltitudine. 

(2) QuesV aggiunta meno, più che serve dirò come una scala per 
^noscere la qualità delle cose poste a confronto fra loro j dicesi dai 
GramaUci grado di comparazione che tanto in sardo che in itali, 
^ un' ente inutile ^ come giustamente nota il dotto. Cherubini nella sua 
Guida per insegnare ai fanciulli Italiani i primi elementi grama ticali 
secondo i principii della Gramat. generale e della metodica, p. 37 , 
iKlattato solamente e tenuto in conto dei Gramatici per onorare quei 
pochi cast che si danno di comparativi irregolari, come sarebbero 
nizoiiE , maggiore ; minore , minore ; inferiore , inferiore, ecc. rimastici 
dallu Ungua kUina: 

(3) Mancu viene da mancus , a. um. Negli A. mss, trovasi sempr$ 
^nus , MiNus QUI , meno che , e nella C. de L. ad minus , ad su minus. 

(4) Jana non si può rendere in itali, ed è V istesso che fada, incanto, 
^a cui il prov. bellu que jana , bellu qui pariat una fada , ecc. Fada t 



46 ORTOGR. PARTE PRIMA 

un' angele^: sabiu coment et Sàlouoni, sa\^io come Salomone: ne* quali 
esempì noterai nel sardo V et epentetico tra T avvèrbio ed il nome, 
Ciò che credo d' essere un vero residuò del latino quantum et, velud 
ac. Questo però non accade frapponendosi il verbo o il nome^ v. gr. 

L* ISGO QUAWTU L* ISCHIS TUE, il 80 QUaUtO V0ÌJ SABIU COMEWt' EST SABIO 

SALOMoni, savio com'è sa^>io Salomotiè, haccu quanto su babbu est 
sABiu, pazzo quanto il padre è savio, ecc. 



SUPERLATIVO 



§. LIX. Il superlativo è quando si vuol significare una cosa o qua- 
lità eh' esiste o ^i possiede in massimo o minimo grado. Uno è asso- 
luto che ha la desinenza in ssihu, rrimu; ssimo^ rrimo^ per il masc. 
e ssiMA , HRiMA, s^ma, rrima per il femin. v. gr. prudentissimu, pruden- 
tissimoj FORTissiMU/ fortissimoj acerrimu, acerrimo j saluberrimu, salu- 
berrimo e simili. Altro è relativo o di paragone, ed esprimesi con 
r articolo mnanzi al pius, v. gr. pedru est so pius quietu de sos cumpa- 
gnos, Pietro è il più tranquillo de' compagni. Dove baderai tanto in 
sardo che in itali, di non mai replicare V articolo coir avverbio e col 
nome, laonde non dirassi, custu est su >ovanu su pius bravu, guest' è il 
giovine il più bello j ma dirà cust' est su jovanu pius bravu ^ ed in 
itali, guest' è il giovine più bello. Finalmente nella sarda favella «on 
anche comuni come nelle altre lingue i superlativi e comparativi ano- 
mali, i quali giova riportarli ne' tre suoi principali dialetti. 



jana dicesi ad una donna bella che incanta ^ da cui domos de jan as , 
casa di fate o d' incantatrici , che sono piccole grotte d' una o più 
camerette scavate nel macigno, com' è da vedersi presse Bonorva^ 
Martis e Ploaghe^ ed in guest* ultimo nel sito Monte pertusu., cosi 
chiamato da questi bucchi quadrati de' quali uno è {orinato a raggi 
nella parte superiore alla foggia di conchiglia. V uso di queste 
caverne elevate fu per sepoltura^ V. Della Marmora voi 2. f 165; dove 
janas fh derivare da janua (porta), perchè queste tombe sembrano in 
lontananza tante fenestre d* un' abitazione^ V, tav, XFl, Ma siccome^ 
se venisse da janua , dovrebbe avere la n doppia janna ^ uscio j perciò a 
me pare ravvisarvi un' origine fenicia da hiièn ebr. in pihèl, fece 
prestigi di cui in molti luoghi della S. Scrittura j ed i Rabbini da 
questa radice dissero gli astrologi e gli ammaliatori. La Tradizione dei 
Sardi è che fossero domos de fadas cioè maliarde , incantatrici. Come 
conciliar queste con la bellezza ^ V* il Focab, ad Foc^ 



CAP. n. SUPERLATIVI 



47 





. 


ANOMALI 




Posit 


Compar, 


Superlat. 


ILat. 

2 Logud^ 

3 Campid. 

4 GaUuT. 
6 Itali. 


Boniim , 
Qonu, 
Bona, 
Bonu^ 
Buono ^ 


melius , 
mezus , 
melius, 
mégliori (1) , 
migliore , 


optimum. 

optimu. 

ottimu. 

ottimu. 

ottimo e buonissimo. 


ILat. 
SLogud. 

3 Campid. 

4 Gallur. 
ditali. 


Mahiifi ^ 

Malu, 

Mala, 

Malu, 

MalOj 


pejus , 
peus (2) , 
peus, 
peggiori , 
peggiore , 


pessimum. 

pessimu. 

pessimu. ; 

pessinm. 

pessimo e malissimo. 


4 Ut 
SLogud. 

3 Campid. 

4 Gallur. 

5 Itali. 


Maltum , 

Meda, 

Meda, 

Assai , 
MoUo, 


plus, 

pius e plus , 

prus, 

più, 

pia. 


plurimum. 
medissimu. 
medissimu. 
assaissimu. 
moltissimo. 


i Ut 
2Logud. 

3 Campid. 

4 Gallur. 

5 Itali. 


Minus , 

Mancu e tninus , 
Piticu (3), 
Piccinneddu^ 
Piccolo , 


minor, 
minore , 
minori , 
minori , 
minore , 


minimum. 

minimu. 

minimu. 

jnininm. 

minimo e piccioliS" 


- 




, 


Simo. 



% LX. Oltre questi comparativi e superlativi anomali , esiste nel 
Sardo un modo particolare ai formare i superlativi comune solamente 
alle lingue Orientali , e questo è di raddoppiare o il positivo , o Y av- 
verbio V. gr. BELLU BBLLU , ÒelliSSimO 1 ÀBBERU BERD , VCriSSimO J GALDU 



(i) Dicesi anche in dial. Sassar. megliu ^ coìne peggiore , peggiu. 
I^al. Temp. meddu , peu. 

&)Bit. Òli. Barò. OloL peius^ ipse leget pejus de me. egli legge 
P^gio di me ; corno andamus de mcUe in pejus . ora andiamo di male 
^ P^gio. Qui quircat su mezus . incontrai su pejus . prov. cercando 
il meglio trovasi talvolta il peggio. Unito colV avverò, male esprime il 
^perlatipOi male et peus, peggio che mai, pessimamente. 

(3) Questa voce propriamente è un diminuL in icu ( §. 63 ) j e pare 
à^ origine arab, phati (parms) . da cui fitta^ fetta: diminuì, piticu^ 
pilicheddu , Piccolino. 



tó OR TOGR. PARTE PRTM4 

CALDU, ealdissimo j lughent£ loghb.-hte , lucidissimo j meda meda (I), 
moltissimo j mesu biesv^ in mezzo totalmente j amìèìj ahrèu, spessissimo^ 
PERRA PERR\, metà per metà^ giustamente. In fine esistono i superlatiri 
formati dagli avverbìi e dalie preposizioni come neir itati, e lati. r. 
gr. EXTREMu, estremo (da extra); interiore, interiore (adi intra); infibiv 
infimo (da infra); chitissimu, a buonmim' ora (da cito)^ e simili. Cosi 
pure pRoxiMioRE , prossimiore ^ viciniore , ecc. Nel Logud. è rimasto il 
vocab. pRiMOREs , gli anziani , i pia vecchi j majore come nel lat. ma 
questo non prendesi per nome aumentativo o comparativo propria- 
mente, ma significa un certo grado che si dà nei villaggi alle persone 
f he presiedoui/ alla polizia o ai seminati , che appellano $u major€ d$ 
justitia ^ su memore de s' atdatone ( 2 ). 

ACCRESCITIVI 

S. LXI. I nomi di più altri sono aumentativi o accrescitivi , altri 
peggiorativi^ ed altri finalmente diminutivi. Della classe dei primi 



(i) Questa espressione si ha frequentemente nella lingua originaie 
della S. Bibita Exo. ì^ 7^ meód meod (moltissimo). Se si congiunge con 
pi US risponde al comparai, meda pius, molto meglio; meda, peu», 
molto peggio ; pius meda , vie più. Si mette anche dopo V addici, mannu 
meda , duru meda , e vale meda duru , e questo è un provincialismo 
antico usato anche da S. Lucifero dura mulla cioè muitum dura. Nel 
sardo si adopera anche per diminuzione^ v. gr. pago pagu, appewa 
APPENA, MEDA PAGu, pochissìmo. — PcT esprimere una via di mezzo si 
ha una particolare voce metanzu, mediocre. Bit. menditu (col B gr.), 
LAÓRE MEISDITU , scmiuato mcdiocrc ^ da minus. Oppure adoperando il 
sostant. mesu , mesidade , o meidade (lat. medietas-tatis) _, v. gr. meso 

MALU, MESU METÀIfZU, peggiore; FERRA, UlCtà , come PERRA PARAULA, 

meno una parola (*). Il nome mesu però si mette o prima dell' addiet. 
e significa mediocremente , v. gr. mesu sabiu , mesu bonu : o prima 
€él sost. e significa la metà di una cosa^ v. gr. mesa taula,mesa domo: 
finalmente dopo V addici, con la congiunz. et e significa ^ìh/ facendo 
forza di comparativo assoluto^ v. gr. maccu et mesu, più pazzo; qui 
dormit cum cane runzosu, si 'nde pesai runzosu- et mesu, prov. chi 
dorme con cane che ha la rogna , sene alza più rognoso : figurat. ehi 
sì accompagna con un cattivo o con un miserabile. 

(2) Aidatone è cosi detto da aditls , callaja , o entrata , Logud. àidu, 
perchè i seminati sono cinti da siepe o da muro. O forse dà veto , 
\etatio-onis (proibizione) ed anticamente dicevasi pure aidationé dalla 
porta della chiusura secondo V Olives ed il Fico, perchè è proibito iH 
entrarvi a pascere il bestiame e le greggia _, ma in questo caso scriverai 
bidatone, r. il vocab. ad voc. Nella Ànt. Donazioni dei Regoli majore 
de s<!olca corrisponde a questo majore de s' aidatone. 

(*) Termine pleb. ma la voce è arab. da pharra//raflfwf»nfwm^., pezzo. 
Nella Hnq. Ebr. fidit in duas partes . «icmora^a nella divisione del Mar 
rosso, PS. LXXlr, 13. 



GAP. II. ACCRESCITIVI 49 

molto ricca e vaga è la sarda favella nel triplice dialetto, gareggiando 
in questa parte con V italiana^ e con qualunque altra lingua moderna 
da cui li assunse^ mentre la madre latina servivasi di certi avverbii 
per esprimere questo stato e qualità di nomi , vale a dire per notare 
una cosa o persona smisurata e grande che nel Logudoro ha la desi- 
nenza, come in Italia in one, v. gr. ccbone, tino; homknone, uomo grande^ 
o altO'y FAULOHE, bugia grande-, salone, sala ampia e grande; palatone, 
gran palazzo, ecc. ecc. Fassi anche il nome accrescitivo nel Logudoro 
con premettere il nome cantu ( 1 ) , pezzo , v. gr. unu cantu de fàula , 
unu cantu de homine, ed equivale a bugia grossa, ad uomo alto e.grossOj^ 
Oppure adattando al soggetto V addiet mannu, v. gr. facimanvii, fran* 
cone, spudorata; oBiJìMArnv, orecchione; ^kt^mATi^v , nasone, e va cLicénir 
do, notando^ che in questi e simili nomi prendesi il subietto nel cagQ 
gen. come vedrassi al §. 72. 

PEGGIORATIVI 

§. LXII. I nomi peggiorativi sono quelli che adoperianio per indicar* 
la viltà della cosa, o il biasimo della persona,, ed hannp invariabilmente 
la desinenza in azzu dall' accio italiano , v. gr. fobulazzu , popolaccio ; 
noBAzzAj robaccia; ircurtazzu (2) vilaccio, imbecille, e simili. Neir itali. 
molti di questi nomi peggiorat. terminano in astro v. gr. giovanastrò ^ 
filosofastro, teologastro, ecc. che in sardo sortono comunemente come 
sopra in azzu, jovanazzti, ecc. non in astru che più presto indicherebbe 
diminuzione ne' sostantivi , come in pirastru , pera selvatica , e negli 
addiet una qualità che tenderebbe ad un'altra, specialmente nei co- 
lori, V. gr. RujASTRu, rossiccio, tendente al rosso; grogastru e grogau- 
«JLU gialliccio^ giallogtiolo , ecc. Avvi nel Logud. qualche Home sost. 
della terminaz. in ile che esprime un' idea peggiorativa, v. gr. ascahil^ 
da.AscAMD, ribrezzo; faghu^, maccherone e simili. Finalmente sono da 
notare due avverbii che indeterminatamente indicano una cosa o per^ 
sona in ìstato peggiorativo, e questi sono zou e judc, v. gr. now cosa de 
lou ^ PAGu DE zoo , robaccia : wow est roba de judu , ( su servidore ) 5er- 
mcciò, ( su liberu ì . libraccio ( 3 ) , e cosi va adattandoli ad ogni noum 
che vorrai indicarli in istato peggiorativo. 



(1) DiaL.merid. arrògu, forse poce orient da raghah {tagliarti 
stritolare) , con la protesi deW a ( §. 29. N. 2.). Dial settentr, pezzu. 

(2) Dal, lat tncurvus^ a^ um^ quello che ha gli omeri storti o curv^ 
prendesi per un contrafatto ^ metaf. imbecille , dappocco, ignorante. 

(3) Queste due voci si crede d' esser arabiche di origine, zuh o zahu 
puicruni, bello: e. V altro da gihada (bonum^ egregium) , da cui 
pare derivato il tedesco gut cioè buono. Se non è •h^ in sardo sia da 
jutum, lat antiq, da juvo, as^ giovare. 



80 ORTOGR. PARTE PRIMA 

DIMINUTIVO 

" §. LXin. I diminutivi sono quei nomi che per natura o per vezzo di 
lìngua servono ad esprimere una cosa piccola^ i quali nella sarda lingua 
hanno la desinenza comunemente in eddu^ se provengono dal latino 
llus. Uà, dàlF itali. e«o, elio (§. 18.)? come bucchbddu, lat. buccella, 
brunetto,; aineddu, lat. asellus^ asinelio; canigheddu, cateddu, làt. calel- 
lus , cagnolino , ecc. altri sortono in ittu ed in otto , v. gc. maiwittu , 
grandetto ; maccotto , pazzotto , ecc. questi però sembrano prendere il 
senso di accrescitivo (§. 61. ) : altri in uza ( z dol. ) , come ^ascicza da 
lascia^ trucciolo; o scheggia^ da cui il prov. dai su truncu-dolat s* ascia, 
et dai s^ ascia s' asciuza, ( I ) ; iscaluza^ da iscala^ raspolU); farfarcza, 
mollica, polpa di pane; funduldza^ fondigliuolo , ecc. O in zzu, come 
cARRvzzv, piccol carro-, babbauzzu (2)^ aniìmluzzo, e simili che con 
quest' ultimo sembrano peggiorativi e diminutivi doppi : altri sono in 
inu ; come battulinu , gattino. ; columbinu , colombino ; puddighitto , 
pollàstrino. Molti hanno la desinenza in icu, e .questa è esclusiva ai 
nomi vezzeggiativi proprii d'uomo, v. gr. Piricu, Pietrino; Antowict, 
Antonino; Joh^nnictj Gio'ìjannino (3), e molti altri. Pochi hanno la 
desinenza in òlu , ola , come labiolu ^ caldarotto , da labi a , caldaro j 
AscioLu da Ascu, ascia strom. fizolu^ figlioccio da fizu, fi^glio; corri<hLu> 
piccola coreggia o br anetto (4); mustizzòlu, acquerello; hoiolu^ tram- 



i 



(1) Pare probabile penir dal grec, enccg» scindo. S. Ludf. parlando 
della legna délV altare di Elia III, Reg. XfIL 2^ dice constipavit 
scizas , cioè asciuzas con la protesi delV a. 

(2) Questa voce pare arab. originalmente bahauza ^ culex ^ insetto. 

(3) Questo minorativo di vezzoso^ e che segnatamente ha molta grazia 
nel dial. Sassarese e Cagliaritano ^ se pure non fu introdotto è lasci€Uo 
dagli spagnoli^ sembra alquanto antico^ e modellato alla foggia di tanti 
nómi alla Teutònica^ nella decadenza deìV Impero latino e deUa sua linr 
gua, come Teodorico, diminutivo di Teodoro, Genserico, Elfrico, Ulderico, 
Unnerico , ecc. provenienti dalla greca desinenza kos come ]Sa<n>t<rst<K 
piccolo Re da /Bao^tXevs Re; vsavtarxoc adoloscentulus, cfa veovta; giovine; 
/Aflvtcrxos lunula , dfa ftKjv*? luna , xo/)i(rrtx«v, usato da Oppiano^ botti- 
netto, vezzeg di bottino, e simili,, fatta la dieresi delV s: anzi V istessa 
desinenza è usata nelV AngL e nel M, Acuto (chiarissimo avanzo 
della lingua greca nel poco tempo che dominò nelV Isola) in atcuni 
sostantivi ^ come ahadisca , da anade , piccola anatra ; trotiscc , piccola 
trotta, da trotta, pesce di fiume j majaliscd, piccol majale^* serbowiscu, 
picc. cinghiale, ecc Nel Campid. caboniscu, pollastro, da cabone^ 
gallo , Logud. puddighinu , da puddu , lat pullùs ^ pollo. — JVeUa C. 
de L. sono indicati in questa desinenza ^ i nomi naizionali ^ sardìscu , 
pisanisctt ; ecc. 

(4) Metterai differenza tra chirriolu , e corriolu. Il primo dicesi per 



CAP. n. DIMINUTIVI 51 

moggia^ da moto, lai mùdius (I);.pippiriold, pi/ferina; tirriolu, ani- 
maluccio (2); BATTAGLIOLA, dd battaglia, battagliola^ e propriam«iite 
questa da noi è battere a sassate; arzola (lat. areola), ajaj pudajola, 
ronca, ecc. Questa termìnaz. . sembra vezzegg. in sARDiGnoLU , di Sar- 
degna (S). In itali, questa desinenza si ha raramente, come corpuscolo, 
ma in uolo esprime disprezzo, còme omicciuòlo, mercantùolo, pretaz- 
zuòlo ecc. 

§. LXrV. Di più nel Sardo vi è il diminut. in ttu simile àlF itali, v. 
gr. B A wcHjTTu, 6a«c/i€«o; DOMiTT A, cose^to, esimili: ed anche in igu, 
forse il e del diminut. ico fatto dolce (% 15.), v. gr. pvdderigu, polte- 
drino ; màlèsigc , cattivello , ecc. Altri 1 hanno in iju che sembra dal 
lat. tcwlté^, V. gr. ANNiJCj poliedro d'un annoj baddiju^ valletta; fu- 
sti jtj, fuscello o bruscolo; montiju, montieello ecc. quasi da anniculus, 
fusticulns, monticuluSy ecc. (4). Pochissimi in onzu e «fro, come cruonzu, 
erudeUo; grogastru, gialHccto (§.83). Finalmente nella sarda lingua 
diMiiinano molto, come nelF it^i. i diminutivi doppi, v. gr. basciotted- 



un lembo , o strìscia di veste da chirriu, estremità: corriolu dfa corria, 
coreggia , striscia di cuojo , o di altro ^ da cui in Barb, Orgos, Bit 
ecc. festa de corriolu in cui agli accorrenti sml darsi un brano di 
carne ^ pane ed altro. 

(4) Moju è una misura sarda di soUdi immaginaria composta di 
quattro misure s córvulas ^ diminut. di corbis lat fatte di tavole, Moju 
anche è una misura di sovero. D(dla voce moju è il dimin. mojolu 
quella cassetta di tavole qttadrangolare in forma conica la cui punta 
riposa neUa mola superiore ^ perchè ha una som^lianza alla misura 
corvula de medire. 

(2) DalV arab, tir, aniìnal^ o dal grec, ©u/oioc bellua^ animai 

( 3 ) Apèrtirai che tutte queste desinenze in sardo sono lunghe^ eccet. 
nzzoLiJ^ o pizzcTLu^ mezzo denaro sardo, picciolo, moneta bassa di 
toscana^ voce rimastaci dal tempo dei Pisani, 

( 4 ) Noterai che nel Logud, vi sono molti diminut fatti alla latina, 
come cellula, animula, per es. ardla^ covijpr«^el/a trojaj formigbla, 
formica; jotula, forriotcla, Rom. naticchia^ Fir, notolino; joGVh\^(Bit 
GhiL Barb. barzolu), culla: codulu (Olz.), sassolino; lotcr a {corr. da 
rotula), ciambeHa; astula (l^t astuta, ae), assiceUa, scheggia^- 
harrocula (*) trotola; mcdulu, muto; muzcltj, {lat mullus ) , ma^^i- 
nei pesce j bubula^ pela bubula J?tY. vaccina; roeddula, còcca, fusajola 
Fir. verticchio^ Rom. {**); begtjlu^ regolo^ piccol Re, e S. Lucif neUa 
sua opera in vece del Satrapa della Scrittura porta sempre Regolus. 

{*) Da MARRA, bùtero quel segno che fa il chiodo. DiaL campid. 
bardùfula. Diat Temp, baddaròculu (e aperto). 

( ** ) Nuo. GhU. Barb. màscula , Goc. cùccura , Os niella ma^jW , 
Pio. rueddula de subra, Itat còcca. Rueddula de subta^ Os. rueledda, 
P. Lat furigheddu , Italt. fusajolo. 



58 ORTOGR. PARTE PRIMA 

BV, bassottino, iimoREDDuzzu^ pizziiunedou^ piccinnino; BicxnAsmxs, pexzH* 
Uno; CADDITTEDDU, camlhuccino \ e a scittedda , ca55et^<na; fustijeddu, 
fuscellino , ecc. ( i ). Ed anche dalla desinenza greca , come or' ora 
abbiamo detto ^ v. gr. trotischeddu ^ picc. trota ; pedruscheddula ( Os. 
pedriscula), ciottolino: prpniscqcdda ^ prùgnolo, il frutto dei pri^ 
gnolo^ pRONizzAj Os. prunazza (2). 

ARTICOLO 

S. LXV. Ne' nomi si devono considerare V articolo , il segna caso , il 
easo , il numero , il genere e la declinazione ^ le quali co$e possiamo 
chiamare affezioni del nome. — U articolo serve nel nom.3 a determi- 
nare la cosa, persona, e perciò uno è chiamato determinativo , quale 
è su , SA ; il , là , la _, pi. sos , sas ; t , gli , le (3) , cosi detto perchè si 
premette ai nomi quando parlasi di cosa o persona determinata: altro 
è indetermimtó . v. gr. unu , ui^a , uno , una , perchè questo adoperasi 



( 1 ) Sono d* a^^eriirsi anche nel sardo quei diminuì, che hann§ 
ghe prima della caratteristica ddu^ tramezzando il nome nel caso 
genet come canigheddu^ cagnolino; caddigheddd, cavallino; domighedda^ 
casupola; iscurigheddu^ meschinello; funigheoda, funicella; e simili , 
in cui pare il ce itat come in funicella. Negli ant. Dipi, abbiamo 
Donnicellu, Nel dial. Cagliarit* cambia in xe, canixeddu, domixedda, ecc. 

( 2 ) / diminutivi si esprimono anche nella sarda favella^ come 
in itali, preponendo V artic, indeterminato con pagu ^ v, gr. dnu pago 
RAnziGu , un poco amaro , cioè amaretto. Se si premette a* nomi proprU 
di persona diventa peggior.,v. gr. su pagu de Antoni, Jngl. aggiungesi 
BENE , SU pagu bene de intoni ^ il poco da bene , cioè il vile Aiìtonio ; 
e questo si usa quando si minaccia o si disprezza. Tante volte il difni' 
nut. si esprime col pron. certu, p. gr. owu certu sabore, un saporetto; 
tMv certo piago, (Bit. olore^ da oleo ^ ^) ^ un' odoretto^ ecc. ma 
questo adoperasi quando non si può esprimere la qualità o accidente 
del subbietto ^ notandolo indeterminatamente. Nel sardo esprimesi an* 
che una diminuzione con' la voce mesu, preposta al nome^ v.-gr. mb90 
jtaru, chiaretto; mesu ranzigu, amaretto {§. 60. N. L). 

(S) L^ artic. su è invariabile j gli seguiti qualunque consonante : ma 
se gli seguita vocale ammette V -elisione ^ v. gr. s^ istodiu, lo studio; s' a- 
MORE , r amore ^ ecc. In itali, baderai che principiando la voce^ da t 
impura o z^ si adopera l" artic. lo nel sing. e nel plur. gli^ anche nei 
nomi principiando da vocale ^ v. gr. lo zìo , su tju ; gli stormi , 805 
isTRUNELLos; degli onori, de sos hoimores^ ecc. non inaili onori. — Lo 
adopera^H prima del che _, e dello p ^ dicendo per lo che, motivu prò su 
quale ; per lo peccato , prò su peccadu. Si fa però la sincope nel , pel 
peccato, e vale per il^ non nel femin. polla ^ ma per la;.ne{ plur. pei, 
pe', non pelle, in vece di per le: cosi pure con gli, con la> con le, 
non cogli, colla , colle, ecc. 



CAP. II. ARTICOLO 63 

^Ando si YuoF accennare una cosa o persona seQza determinarla. Coiii 
quando dico per modo di esempio^ appokeuh su pane^ datemi U pane, 
Toglio indicare quel tal pane determinato , e di cui si é convenuto , e 
che si avrà presenta. Ma se in vece dirò y battimi su pane , poriatenU 
il pane^ s' intenderà^ di un pane qualunque ( 4 ) Il determinato è come 
siegue ne' suoi casi^ e ne' tre dialetti. 



Logud. 

mase. fem, 
Nom. Su (2), sa. 
Geo. Desu(3), de sa. 
Dat. A su, a sa. 
AcQ. Su, - sa. 
Abi. Dai su, dai sa. 



MeHd. 

mase, fem. 

Su, sa. 

D«su, de sa. 

A su, a sa. 

Su, sa. 

De su, de sa. 



Settentr. 



masc, 

Lu, 

Dilu, 

Alu, 

Lu, 

Dalu, 



fem, 
la. 

di la. 
ala. 
la. 
da la. 



liàU. 

mase, fem. 
Ih lo^ la. 
Deh dello, deUa. 
Ah allo, alla. 
Ih lo, la. 
Dal, daUo, dalla. 



( 1 ) Distinguerai uno , una quando è numerale , o per indicare U 
numero deUa cosa {% d4.), che in questo caso mettesi dopo il sost. , v.gr. 
Deus est uptu , Dio è uno ; sa Sardigna est una , la Sardegna è una. — 
Un^ altro artie. di persona indeterminata nel sardo è fulanu , rimar- 
€he9ole per esser una voce orientale conservata^ in tanti luoghi della 
BibUa Ruth. IV, K, peloni , colendo indicare un certo (/. Reg. XXI. 3.), 
p. gr. iulanu et fulanu , fiilanu et suttanu , cioè un certo ( v. §. 94. ) . 

( 2 ) Su ^ sa , SOS , sas pensava il Madau cui aderiva il . Porru di t?e* 
nire dkU lati, antiquato sus , sa , sum , sos , sas , sa , usato ai tempi di 
Ennio , LùciUo e Plauto in vece di is , eos , eas : ma io credo se non 
e da Zìi ebr. hìc, o dal arab. sdu il, «T essere una contrazione da 
ipsum, ipsa, ipsos^ ipsas. Tra gli altri esempi che i suddetti ripartano 
è quel passo di Ennio citato da Festo Yirgìnes nam sibi quisque ro* 
manas habet sas , in cui sembra di stare in vece del possessivo suas , o 
del dimostrai, ipsas in luogo delV artic. prepositivo che in Logudoro 
usasi in principio di nome. Di fatto in tanti MSS. A. e neUa C. de L. 
quest artic. è sempre scritto ipsu-psa , v. gr. ipsu honore , ipsa gloria 
doè su honore , sa gloria , ecc. e nel Sinodo di Castra citato dal Tota, 
Nos Leonardus per ipsa gratia de Deu, ecc. K Tol. ad voc. Leonardo: 
ma una più sicura prova è quel i che ci è rimasto dopo il que , per, e 
la eongiunz. et, v. gr. que i sos homines, per i sos logos, eti su sanu, 
ecc. cio^ que ipsos homines , ipsos logos, ipsu sanu, altrimenti non 
si può capire come siasi introdotto V i in mezzo. 

{3) In molU libri stampati e MSS. troverai dessu , assu , dò pro^ 
viene , perchè la s pronunciasi con forza, salvo neW ablat. dai su , dai 
sa in virtù della vocale che gli precede (%. 29.) . Dessu è una com- 
posizione <fa de, e su^ come nelV itaU. del, da di il^ dello , da dì lo; 
allo^ (fa a lo; degli da di li ; delle da di le^ ecc. Cosi pel da per lo; 
eoi da con lo o il ; itali, anti. ciun il , Iscriz. di Sant* Eufemia nel 
Mus. di Modena , cum il terreno quilli apertene , ecc. 



64 ORTOGR; PARTE PRIMA 

PLURALE 

Logud, Merid. Settentr, Itali, 

Nom. Sos (i), sas. Is, is. Li, - li. /, li, gli, le. 

Gen. De sos, de sas. De is, de is. Di li, di li. Dei,de\degli, delle. 

Dat. A SOS, a sas. Ais, ais. Ali, ali. Ai,a\agU^ alle, 

Acc. Sos, sas. Is, is. Li, li. I,ltgU, le, 

Abl. Dai sos, dai sas. Dais, dais. Da lì, da 11. Dai,da\dctgU, dalle 

%, LXVI. L* articolo accoppiasi nel sardo idioma, coi nomi uniti 
a' pronomi possessivi di 3 persona, ma nelF itali, col pronome, v. gr. siat 
FACTA SA TOLUNTADE SUA , 8ia fatta Ui Stia volontà : parimenti non am- 
mettesi con que' di prima e seconda persona , bensì nelF itali, , v. gr. 
Est BÈNNID0 BABBO MEO , è avrwato il mio padre : est bessidix con fizu 
Too , è ito via col tuo figlio : che se poi vuol significarsi col di Im, col 
di lei figlio ^ in sardo si mette solamente V artic. senza il pronome , 
V. gr. est bennidu cum su fizu ^ cioè di lei o di colui di cui si parla. 
Quando in itali, l' articol. il trovasi prima del verbo , allora diventa 
pronome, ed il sardo toglie l'ambiguità producendolo per lu (2), non 
per so , V. gr. lo Bn>EsiT , il vide ^ e vale vide lui : saranno perciò 
pronomi allorquando al nome potrà aggiungasi lui ^ lei^ loro , ecc. 
Similmente so quando è unito al pron. relativo Qoiin qualunque genere 
e numero equivale al dimostrativo ille ^ ipse ^ v. gr. so qoi bides , quel 
che vedi j sos qoi qoerides, quelli che volete; dove sta per ipsum^ ipsos^ 
ecc. lo che conferma quanto accennavamo al N. 6. del precedente §. — 
Fa anche le veci di pronome di cosa , v. gr. su qoi waro eo , ciò che 
io dico j so QOI sento , ciò che sento ^ ecc. 

§. LXVIL L' articolo accoppiasi a tutti i sostantivi uniti a' posses- 
sivi di diviso e medesimo genere , ma in ^tali. solamente di diverso , 
V. gr. SAS DisGRATiAs ET iNFORToivios RosTRos ^ U disgrazic e gV infortunii 
nostri j 5 isTiMA ET' I s ALLEGRIA NOSTRA , la sHma cd allegrezza nostra. 
Mai però metterassi a' nomi proprii,- perchè abbastanza da sé deter- 



{ì) Sos nel sardo non cambia ^ e dà forza a tulle le voci seguenti 
in b^ c^ f, ecc. (%, 43.). I neW itali, si adopera quando il nome 
principia da qualunque consonante j ma se da vocale^ s impura o z, 
adoperasi gli ^ i?. gr. gli onori, gli studi, gli zii, ecc. Si suole applicare 
anche alla voce Dei, gli dei. Si elide quando la voce principia in i, 
come gV ingenui , gV iniqui , ecc. Le poi non f ammette , le -amicizie , 
delle iniquità , ecc. — Nel Meridi. V artic. plur. is è di genere comune, 
caH pure nel Gallur. cui si conformano anche i nomi {%. 77. ). 

( 2 ) / MSS. A. hanno Oli , illu , congiunto ai verbi j da cui si rileva 
che LU è una corruzione di illu, v. gr. videntillì in vece di lo bident; 
portentillu invece di lu portent ; e la C, de L. in molti luoghi seghuit 
iiLi SA MANO dextra , gli tagliuo la mano destra. 



CAP. IL ARTICOLO 65 

minati^ salvo che non siano accompagnati da addiet, quindi non dirai 
su pACLU , né il Paolo , bensì su grande Paulu , il grun Paolo : né 
sALUDA su Pedru ^ Salutate il Pietro , bensì saluda a Pedrit , salutate 
Pietro j ecc. salvo chef non venga sottointeso qualche nome con cui si 
costruisce, come nel M. Acuto p. ese. andamus a sa de Pedm, a sa 
de Maria , andiamo alla casa di Pietro , alla casa di Maria j sas 
quantas sunt (horas), che ora è (Fir. che ora egF è). Neil' itali, met- 
tesi ai nomi di fenunina la Carolina ^ la Teresa : similmente a' nomi 
di famiglia tanto in itali, che in sardo /v. gr. il Calmela il Segneri, 
s AzTjNi, su Fois, ecc. Finalmente si adopera in itali, co' nomi di fiun^ 
e monti , v. jjr. il Coghinas , il Corno di bue (i) e simili : con le Pro- 
vincie tanto m sardo che itali. ^ v. gr. sa Sardigna>, sa Sicilia^ la Sur- 
dégna j la Sicilia j su Logudoro, sa Gallura^ il Logudoro, la Gallura 
(v. §. 69.). Dei fiumi in sardo ammette V artic. su Tirsu^ ed è più 
tosto italianizzato /appellandosi comunemente éu fiumen de Oristanis^ 
ecc. Giammai né in sardo né in ìtali, accoppiasi isolatamente alle 
Città o Villaggi, bensì co' nomi addiettivi (2). 

§. LXVIILX' articolo inoltre devesi accordare col suo soggetto in 
genere e numero, v. gr. su mezus remediu a sas injurias est su sinde 
olvidare, prov. il miglior rimedio alle ingiurie è f obUo: si ripete però 
se succedono tanti nomi di diverso genere e numero^ anzi é riinarche- 
vde nel Sardo idioma di metter Vi fra la congiunzione e l'articolo 
allor quando si congiunge un'altro nome, v. gr. sos boes, et i sas bao 
cAs, i buoi e le vacche y lo che serbasi constantemente (v. ^ 65.), al 
contrario dirai boes et baccas : gloria et honore ecc. Coi gerundi o in- 
finiti precedendo a mettesi l' artic. che é il pronome di terza persóna, 
prima del verba, non cosi nell'itali., v. gr. a lu pregare, a pregarlo, 
non ( a pregarelu ) : cosi pure col de o prò , dicendo v. gr. de lo pre- 
gare , di pregarlo ; prò lu pregare , per pregarlo. Coli* infin. semplice- 
mente usasi dopo il verbo , v. gr. biderlu, vederlo ; batirelu , addurlo , 
ecc. e cosi con tutti i pronomi, come diremo appresso. 

SEGNACASO 

%, LXIX. Dopo gli articoli ne' nomi si devono considerare i segnacasi 
vice casi, i quali sono in uso nella nostra Lingua e possono ridursi 
a tre, cioè de, dt; a, a, e dai, o dae, da, v. gr. est voluntade de Deus, 
è volontà di Dio; si devet a mie, devesi a me; V hapo tentu dai Roma^ 

- 

( 1 ) Montagna biforcuta di (ionnargentu una delle più elevate della 
Sardegna cosi detta perchè in quel punto di catena viene ad imitare 
V arenazione delle corna di un bue ^ e come tale sensibilmente com- 
parisce in lontananza, ^ 

( 2 ) Baderai di-non confondere V articolo col segna caso il quale 
accoppiasi con tutti i nomi di fiumi ^ monti ^ città e villaggi ^ de Co- 
ghinas , a Pèlau , dal Kalaris , ecc. 



56 ORTOGR. PARTE PRIMA 

r ho avuto da Roma ( ì ). Noterai però che il segnacaso del genet. ^t 
preposto ad un nome che principia da vocale non suol' apostrofarsi, al 
contrario nella toscana favella , cosi dirai , v. gr. gust est de Aìvtoni , 
questo è (t Antonio, Al. segnacaso dei. dat a può aggiungersi il d 
come neìFital. v. gr. non fu n^zas ad homine^ non lo diciate ad 
uomo (2). De nel Campid. serve al 2 e 6 caso. In Gali, come in ItaL 

§. LXX. Il vice caso de, né in sardo^ né in itali, anunette apostrofo, 
V. gr. de homine, de amigu^ da uomo, da amico, non. cT uomo^ d* arnica 
confondendolo col segnacaso del gcnet. Raramente accoppiasi con verbi, 
lo che è frequènte in italiano, v. gr. tenet bonoà dinaris^-Aa de\ di, o 
dei buoni denari. £ noterai che in ital. quando il soggetto è unito ad 
aggett. si possono addattare tutte le tre forme nel plur. mentre che 
essendo il sostantivo solo , adopererai dei, v. ^. io ho deir denari, dei 
libri, non mai di denari^ di libri. In sardo poi è invariabile in ambi 1 
numeri , v. gr. tractare de aifares , trattare degli affari ; contenit de 
cosas , contiene delle cose ; fagher de ogn' herva una fescia , prov. far 
d' ogn' erba un fascio, e simili. 

§. LXXI. I Toscani sopprimono qualche volta i detti vicecasi, pw ese. 
invece del di adoperano colui , colèi , costui ^ costei ^ coloro ^ costoro , 
come ne abbiamo moltissimi esempi dei Classid , v. gr. Boccac. per 
lo colui consiglio , cioè per lo consiglio di lui ; per la costoro negli' 
genza, cioè per la negligenza di costoro;, ecc. In sardo talvolta si ado- 
pera il pron. possess. ^u , v. gr. prò su consizu sou. Il vìcecaso a in 
itali, suppliscesi con lui, lei, loro ^ cui , v. gr. per dar lui coraggio, 
cioè a lui; cui fu dimostrato j cioè a lui, ecc. Finalmente il tfa ai so- 
stituisce con o, V. gr. Boccac. gli fece pigliare a tre suoi servidori, cioè 
da tre^ e questo accade sovente nel sardo, lu factesit teare a tres serìfi- 
dores , oppure con cum^ Iw factesit leare cum tres servidores, e cosi in 
«noi ti altri esempi , specialmente coi pronomi totu^ cdstos^ ecc. 

CASO 

5. LXXn. Nella lingua sarda, come nell' itali, ed in tutte le altre vol- 
gari, se non fosse la diversità del genere e del numero non si potrebbe 
conoscere alcun caso dei nomi . perchè questi noìi variano termina- 
aione ossia cadenza : n^ pure a questa mancanza si supph in qualche 
modo coi segnacasi de' quali or ora abbiamo parlato. Nel lati, e nel gre. 



(i) j^l segnacaso del dat, tanto nel singolare che nel plur, eoi pro- 
nomi addjet, cuddu e custu si unisce V ì (%. 6S,), p. gr, ludo a ixiuddu, 
lo do a quello ; lu nego a i custos ^ lo niego a questi. 

( 2 ) Avvertisci che nel sardo idioma con questo segna <mso si costrui- 
scono molti verbi che in itali, richiedono accusata v, gr, amare a Deus, 
amar Dio ; quircare a De^s , cercare Dio ; impign are a wn , impegnar 
uno e simili _, lo che apprenderai dalla pratica § €0ll" uso d»l Fotabo- 
lario in cui ho dato molti etempi. 



CAP. n. CASO 67 

Ti è un ottimo mezzo > anzi in quest' ultimo, come nel tedesco ewi di 
più r artic. prepositivo indicante il caso , che in sei diverse mtanier« 
possono profferire un' is tesso nome, cosi , v. gr. in vece di dire Paolo , 
di Paolo, a Paolo^ Paolo , ò Paolo ^ da Paolo, dicono Paulus ^ Pauli , 
Paulo i Paule ^ PaiUOi Questo cangiamento o alterazione nell'istessa 
voce si chiama caso, che vale cadenza, ossia desinenza, e serve ad es- 

E rimere una cosa affetta ora in un modo , or nell' altro , o le varie re- 
iziom cui è soggetto un nome. Nel sardo serbasi solamente una trac- 
eia del genet. latino di possessione, ossia il subietto è un residuo del 
caso di proprietà terminato in i ne' nomi che indicano una qualità 
unitamente. ad un' addiett v. gr. cori MAriNu, dicwtr magnanimo'; limbi 
HAifivu, di lingua mordace', facimani-hu^ spudorato^ facitortu, doppio", 
imAzziix>RGii , di braccia lutighe', mam loivgù, di mani lunghe, figura t. 
ladro, niezus faci ruju qui non cori uieddu, prov. (i) ecc. ed in quaesti 
ed altri intendesi honine da cui sono retti questi genet. — Còsi pure 
avvi la traccia del genet. nelle voci cabidanm, settembre (§. 77. ), e 
Meilogu ( §. 37. ) , ed il pron. dimostrativo ipsoro di genet. plur. ipso- 
rum, di loro. Evvi anche ne' nomi che sortono in inis lat. un'ombra 
di genet. dicendo t. gr. su nomen, su samben, su semen, ,ecc. de su nomene^ 
DE su sambene, ecc. cosi nei nomi in ersu cadayer, de su cadavere, ecc. 
e nella voce Decs con la prep. per (% ÌS2); come pure dell' ablat. in 
questi due modi di salutare, bo.^o sero, bona nocte, buon di^ buona not- 
te ^ ed in alcune altre, hoc annu, facta die, in guest anno ^ al far di 
giorno , ecc. 

^ LXXilI. Questi casi adunque bisogna ammetterli nel sardo come 
neU' itah. i quali sono sei di pari terminazione formati da' verbi attivi^ 
cioè nominativo r genetico ^ dativo^ accusativo, vocativo, ablativo, U pri- 
ffio der' quali chiamasi caso retto, gli altri obliqui; chiamasi retto, perchò 
regge, ossia chiama tutto il discorso; nominativo da nomino, nommare^; 
feneUvo, perchè è generato da un'altro, ed adoperiamo questo quando 
voghamo indicare di qual genere di cosa sia quello di cui ci serviamo; 
dativo, perchè dà oaceoi'da; accwsaWro perchè accusa o riceve l'azione; 
vocàtieo , perchè chiama ; ablativo finalmente , perchè .toglie o viene 
ablato. Questi, sebbene inutili si reputino da taluni per le lingue mo- 
derne, pure bisogna rispettarli, perchè esprimono le affezioni del no- 
me; come i numeri, le persone.. le declinazioni^ i modi ed i tempi dir 
si possoùo affezi(mi delle parti del discorsa 



(1) ^afe, meglio arresici rsi, confessando la verità^ ch'esser nero 
di cuore annnettendo il peccalo ^ e perseverando pertinacanente, — Jt 
proposilo siami qui permesso r annunciare che la Lingua logudores% 
è troppo ricca di si fatti proverbii e di sentenze che si aggirano in ogni 
materia , essendo dessi ^ come presso tutte le nazioni ^ la scienza e la 
filosofia del popolo: Nel mio Vocabolario ne avrò annicchiati più di tre 
ornila ', e per iscémare il volume del medesimo ^ li ho già raccolti tutu 
in ordine alfabetico sotìo la rispettiva voce per darli tosto alla hé$§ 
prima di esso roeabolario. 



68 ORTOGR. PARTE PRIMA 

GENERE 

\ LXXIV. I generi nella lingua sarda come nelF Itali, sono due , 
cioè mascolino , come su trigu ( lat. triticmn , i ) il grano ; su fructo , 
il frutto ( i ) ecc. Femminino, come xixmk (lat. cupa) ^ 6o«e;.cAaiASA, 
ciliegia ( 2 ) ; binza /vigna, e simili. Questo ente di gràmatica fii difficile 
in ogni lingua a conoscerne il carattere ed il suo sistema , ed ha Fa- 
none r ingegnoso ^Cherubini di dire nella sua metodica p. 16. che non 
v' ha parte nelle lingue che sia meno riducibile a sistema filosofico di 
questa dei generi. Nelle due nostre lingue sarda ed itali, gli articoli 
sono la miglior regola per conoscere i generi delle parole. Pure ecco 
a quanto brevemente si possono ridurre accennand^e i cambiameuti 
in ambe due. 

§. LXXV. Oltre i nomi propri di quaHmqiie terminazione, come 
Elias,, Tobias, Raphaele^ Moyses^ Pera o Pedru^ Peppe o luseppe, 
ecc. tutti i nomi che nella sarda favella hanno la desinenza in u 
provenienti da u&, e um lat. sono di genere masc« v. gr. so cumu, 
lat. cubitus, Cubito j su donc^ lat. donum, ti dono, (3), ecc. Ecce^ 
tuerai i seguenti s'agu. Vago, spillo j sa figo, il fico-,, sa mano, la 
mano^ sa elogu, Budd. Os. il mjolOj (dial. com.su arzolu, sa pigotta). 
Similmente sono masc. ì nomi finienti in us , o dal masc. lat come 
Deus, Dio, Jesds, Gesùj fedus, lat. foetus, fetoi o dal neutro lat 
V. gr. coRPDs, corpo j opus, opera; (4), pectus, petto, lados e lados, 
lato e simili : o da t*« lat. masc. sia o femminino, v. gr. su finis, il^ la 



(A) Frutto nel singolare è anche femfnln. frutta: nel plur, però dicesi 
le frutte , quando intendiamo il prodotto degli alberi o deUe piante ^ 
in sardo sos froctos ad ogni genere di prodotto.: ma le frutta dicono 
SAs FRucTUREs , in sing, SA FRUGTURE. / frutti poi sono le produzi(Mìi di 
rendite ^ di possessi ^ ecc. 

( 2 ) Intendesi dèlia frutta ^ che in tutti i nomi itali è di genere fetH. 
eccet il fico, sa nou, e. gr, la mela, sa mela ; la màndorla, uèndula ; la 
giùggiola^ Liff2o](.A; la noce, la pera, caròba, ecc. nughe, fira, carruba. 
Se però s'intende deW albero è masc. (non cosi nel sardo ^ che sotto 
d' un' istesso genere abbraccia le due qualità)], quindi Mirassi il giùg- 
giolo^ il noce, il pero, ecc. Eccett. elee, su elighe, e quercia, su qoergo. 

( 3 ) Nella desinenza in u sono da osservare quegV infiniti nomi che 
fanno ricca messe della lingua Logud, formati dal pres. dell' Indie. , 
9. gr. su MANDiGU, lat, pleb. manducum per obsonium, il cibo; da mar- 
digare; su cAscHiDu, s' isTURRiDt, sbadigUo^ stamuto; isettu cfa isettare, 
aspettativa, ecc. Campid. Gallu,usano gl'infiniti su pappài,lu magnà,ecc. 

( 4 ) Opus trovasi scritto cosi ne' MSS. J. e nella C. de L, ad opus 
de sa Corte nostra , e pale bisogno , ajuto, opera. Obus dicesi gene- 
ralmente^ e vale], lavoro, opera, da cui il prov, obus bonu hoh queret 
presse^ buon lavoro non vuol fretta. 



CAP. II. GENERE 59 

fine; »v noiB , la sete j eccettuerai sa cuois, la cute: anche i nomi 
teruùiiati in o , come »u coro , il cuore , su cappotto , il cappottò j su 
' cosso 3 U èorsoiello j su thesoro , il tesoro con altre voci introdotte 
bonetto ^ cumò ^ ecc. salva sa domo , la casa.^ Finalmente tutti i nomi 
terminati in en_, er ^ ile ^ ine ed t*^ v. gr. s' examew, T esame j su 
ftxTEn, U pettine j vdumen^ bitumen, ecc. so cadaji^r^ ii cadavere j 
su PAPATER, U papavero j (Meil. sisia, Dorg.tanda); su piber U pepe; 
fU cvjiLE , il ciHHle J su ArnuE , la nuca ^ o collòtola ^ su assile {ì\l<f 
màriora j su isdile ^ U eèreine , ecc. su panine , la fame j s istamme , 



{i) Molti nomi di questa desinenza notano una voce peggioraf. 
(% 63.^^ come da ascamu^ ribrezzo, asgamile; da faci a, viso, pachile, 
da iscoBA f scopa , isgobile e simili s^oci d^ ingiuria e di disprezzo. Altri 
sono addiet cornei increscbìle , increscioso, nojoso; p^itilnsìle, pazien- 
te y ehe ha paaenza , ed altrL Alcuni notano tempo ^ come puddile , 
(di' ora che cantano i galli ( lat. gallicinium) ^ mafizanile , a parte di 
mattina ^ ecc. Molti nomi finalmente di questa desinenza sono nomi 
locali » p. 0r. campile > luogo di pianura j fqghilb , focolare , dove si fa 
U fuoco j pABOAiu > ( lat pabulum ) ^ luogo di pastura , o di fieno (*) , 
campo novale , maggese ; veranile {lat, ver ^ veris ) la terra che si pre- 
para nella primaiùera i**)j bacchile^ sito dove stanno k vacci^j 
Mint£ (Fon. petrim) , dove statmoii vitelli j cabaìle, dove stanno le 
capre (Bit hedUe:, 0^% annile) j sunx per le troje {lat. sugo-is), e 
cimili j piacemi riportare una strofa di un' antica èomunissiìna can- 
zone dofe vengono usati alcuni di questi nomi, 

S* ateata occasione a cazziare 

Andesi aste ad hora de puddiles. 

Sende in sa serra sigo abbaidare 

Et Indo una crabola in sos mmpiles 

Tando, «arest, cttsta dét andare 

A bier abba dai -^s setileSj {""**) 

Et mi colo ^ et U facto seì'va inie , 

^ non factesi effectu qua fit die. 

( * ) S. Luctf. n^le sue Opere m ogni luogo della Scrittura che ha 
foenum , tradisce o porta pabulum. 

(^) Prendesi per tempo di primavera beranu nel guai tempo si 
prepara la terra per seminarla nelV anno appi-esso , a differenza di 
BEDVSTO ^ lat vetustum la terra che si semina con la coltura della vec- 
chia , cioè due anni consecutivi^ trovandosi la terra preparata dall\ al- 
tro anno. — Alcuni di questi escono in ale, come benale, luogo di 
piccole sorgenti di acqua j pasciate, luogo di pascere j codinale, lungo 
di rocce ^ e di sassi j pesciale, roccia che ha bucchi e simili. Qualcuno 
nota tempo ^ come istabiale , tempo di estate. 

(***) Setile ^ sitile dal lat sitiSj luogo da bevere , abbeveratojp ^ 
ornila atr incile kit chiazzatola, fosso o canale di acqua. 

6 



60 ORTOGR. PARTE PRIMA 

io stame , su AAMmE , il rame e simili (1). Su arrciRRT, io striliezio , ucc. 
su I.EBRERI la conca j su tidgteri, il calamajoj »v sUMfiBEHi, it capello, 
eccecc. In itali, son di gen. masch. tutti i nomi projpilii di qualunque * 
terminaz. Andrea ^ Antonio » ecc. i nomi di dignità Papa ^ Monarca 
ecc. di professione ebanista^ legista^ geometra, ecc. i nomi degli 
alberi / fuerchè (jf«eereta ; tli metalli ; fìiorchè latta j &ia]niente i nomi 
di mesi e di settimana , fuorché Domenica. 

%, LXXYL Tutti i nómi terminati in a tanto in sardo che in itali, 
sono del genere femin. v. gr.'sA luha, la luna; sa pa^èdda^ la pentola ^ 
SA cADREAj 11 scctiaj SA piTERAGCA Plo. piuzza ckiasso ( dall' arab. 
pzfóraflf viculus ) ; sa semida (lat. semita, ae) traccia, ormaj sa trozza 
(da torceo, es) la bilia, ecc. Salvo che non provengano dal gre. 
in ma e ta che. in allora saranno masc. come in itali, v. gr. su 
TEMA^ il tema; su clima, il clima', su sistema, il sistema; su poèta ^ 
il poeta; su pianeta il pianeta (2), e le sole voci bu cura, il curato j 

ISCUPETTA, schioppo J LIGAGAMBA, IttCCtO J FURABUSCIA, SOeCOlarO. PoChì 

sono femminini della desinenza in e come sa fide, la fedej sa cocce^ 
la coltra j sa dode, la dote; sa laude, la lodej sa rughe, la croce j ecc. 
e quelli che vengono dalla 3 declinaz. lat. tis che escono in Ms 
come SA VIRTUDE, la ^irtù (3)> 6cc. Pochissimi di genere promiscuo, 
massime degli animali, come su care, sa cane; ilmne, la cagna j 
stanzone, s'attu, V agnello, il gatto; su coluihbù, sa oolumba; «u ser- 
pente, SA SERPENTE, SU BESTIA, SA BESTIA (4). Moltl'' BOUOx Opicènl ( 5 )^, 

come in Italia v. gr. «u sokighe, il topo; su éupu, il-htpoj sa pigerà, 
la sHperaj sa tana de mvru, la donnola, (Giav. Cèssa dna de 'mete, 
Ghìì, maramele , dal lat. n^les) — di genere doppio ^su fìne,- sa ipwej 
il fine, la finej sos seros, sas serìis, le sere. In itali, molti ^ il fonte 



( i ) Ndta desinenza in àine è di gen. fem, «artaine^ (lat sartago- 
ginis) padella. Fine è di genere promiscuo su fine, sa fine, il fine, la 
fine : A SA fine , alla Gne.-^Tutti i nomi in ore , come factore , ecc. 
sono masc. eccet amore tmito coi pronomi mea, tou, nostru, ecc. 
faghelu prò s* amore mia , fatelo per mio riguardo : ma dirai amore 
divinu, amore castu, ecc. ed in quelV antico prov. s' amore noa qve 
CAZZAT SA REZZA, T amor nuovo, scaccia il vecchio,, cioè amóre. Itali, il 
novello amore , il vecchio trae dal cuore. 

(2) Pianeta dicesi in sardo anche la càsula, che dicesi anche casu- 
glia ^ casula ed in questo significato è di gen. femin. 

( 3 ) Molti nomi che in itali, terminano in ù come virtù , in sardo 
sortono in Udine , come da schiavitù , isciaitudine : cosi bezz'idvdine , 
vecchiezza ; istracchidvdine , stanchezza , ecc. 

(4) Noterai che sólamente si tisa in genere masc. quando s^ intende 
il diavolo , e ciò è comune in Os. ed altr. come sas vngias de sv grande 
bestia , le branche della bestia infernale. 

( 5 ) Epiceno gre. em-Aotvoq sopracomune era V ep&eto che dui^ano i 
Greci ai nomi che con una voce significavano il mastio e la femwinu. 



gap.il genere «} 

la fonte, il fune, la fune, il fronte la fronte, U emere, la cenere, 
fi carcere, la carcere ^[iiel pi. questi due sono feinmin.); ti margifne, 
la ìèiaryine (ì),il niàMlo, ia midolla, ( 2 ). Molti sono i oomi oblila 
stessa e di diversa radice, i quali cambiano dì genere nel sardo 
confrontato airitaliaiHs e sebbene di questi troverai l'esatta raccolta 
nel Vocjibolario, pure gioYa qui riportare i principali. 

L0GIH>. HAsa Itau. fem. 



Su attlle. 

Su bentone ( 3 ) , 

Su earagòlu^ 

Su carignu^ 

Su càvanu. 

Su chimiche 

So6 chizos. 

Su coinzòlu 

Su famine , o Cuneo , 

Sos fflos. 

Su forfore^ 

Su (ìirraghe. 

Su fronte, 

S' innojadorzu , 

S'ispiene 

Su lebreri^ 

Su lepere, sos lepereis.. 

Su marcu, / - 

Sumazzone, 

Sos mojos , 

Sos nares , 

Sos oos^ 

Su pabilu, o palHrUv 

Su pesu , 

Su pighe , 

Sos poddighes , 

Su pulighe. 

Su quercu , 



W 



La nuca. 

La camicia. 

La morsa , o lo strettilo. 

La carezza. 

La guancia. 

La cimice. 

Le ciglia. 

La. ceste. 

La fhme. 

Le fiUx. 

La crusca. 

La fornace. 

La fronte. 

La giuntura. 

La milza. 

La conca. 

La lepre , i lepri. 

La cicatrice. 

La volpe. 

Le moggia. 

Le narici. 

Le uova^ 

La carta. 

La bilancia. 

La pece. 

Le dita. 

La pulce. 

La quercia. ^ 



( 1 ) A99erUrai die mafgiiie fem. è in significato dS cicatrice , sard. 

BIARCU , «Gif ALE. CoH fiUrC SY CYRJR£9XE é mOSC, PCV travicello ; SA CYR- 

RERTB , la corrente , cioè del fiume. 

( 3 ) flfidoliè , «orci. ifEYM^Y e msyddv dieeH per la sostanza dell* osso, 
-éet vegetcUi, -eco, piur. midolii; ma middla, pi. midolle éicesi sa matta 

DB lY PARE. 

< 9 } Beatene Hoesi la camicia degU Uomini : queUa delle donne ca- 
mya , Margh. Dorg. camisa o caniisia. 



6S 



ORTOGR. PARTE PRIMA 



Su rattiine o ramen (l), 
Su randìne , 
SuregoctUy ^ 

Su sero. 
Su trepotrè , 
Su tràucu , 
Su zappu , 

LOGCD. FEM. 

Sa aiscu^ 

Sa bentre^ 

Sa berritta. 

Sa bogada , 

Sas botes ( Bono ) ^ 

Sa buca, o pelcia^ 

Sa cama ( 2 ) , 

Sa candela j 

Sa cara , 

Sa caula , 

Sa chenàbura , 

Sa chessa . 

Sa cobertura , 

Sa dente , 

Sa fiffu , 

Sas nlas , 

Sas foddes> 

S' ìstampa , 

Sa lara , 

Sa madrìghe ; 

Sa manna ( de trigu ) 

Sa menila , 

Sa mèrìa , 

Sas palas , 

Sa pectorra , 

Sas pajas , 

Sa presone, 

Sas ragas , 

Sa resorza , 

Sa sìndria ( 8 ) , 



La gramiglia 
La gragnuòla. 
La ricotta. 
Las&ra. 
La quagUa, 
V àsola. 
La zappa. 



Itali, masc. 



il disco. 
n venire. 
Il berretto. 
Il (meato. . 
Gli stivaU. 
Il buco. 
Il soffoco. 
Il candite. 
Il 9iso. 
Il cavolo. 
Il venerdì. 
n lentisco. 
Il tetto. 
Il dente. 
Il fico. 
I filari. 4 i 

I mantici. 

II buco , 
Il labbro. 
Il fermento. 
n covone. 
n merlo. 
n bersagliò. 
Le spalle. 
n petto. 
Le paja. 

n carcere. 

I calzoni. 
n rasoio. 

II cocomero. 



! 



ì ) Da gramen, inis. Ramine pure dicesi, il rame^ metallo. 
2 ) Foce araba chamma^ incaluit. Propriamente in sardo è il calore 
estivo del mezzo giorno. 

( 3 ).Sindria dicesi anche la centina V arco con cui si fanno le 9oUe 
della casa ( bòvidas ) . 



Sa sisaja. 
Sa tiliba ( I ) 
Sa trìbide , 
Sa tughe. 



GAP. n. GENERE 

Lo èòarabeo» 
n baeceUo, 
Il trepiè. 
Il HirAcciolo. 



63 



% LXXYII. Moltissimi anche sono i nomi che cambiano cenere 
ne' tpe dialetti prìncìpali della Sardegna, v. gr. sa colora (lat. coTuber), 
camp, su coloru, gallur.to. colera (Bos. su coloru è la cidgna Cet 
dial. com. tiugùgu , specie di ramarro ) ; sa pezza , il cantone, campìd. 
su PEzzv^ gallur« la pèzza; su sims^ la séte, campid. su sidis, gallur. la 
séddij su FERRinu, ferro da calze, campid. sa busa, gallur. lu far^ 
rittu , e simili. Gioverà parimenti riport^ore qui una serìe almeno dei 

Siù comuni ed usitati di un medesimo e diverso tema col qorrispon- 
ente italiano il quale cambia dì genere o con T uno o con V altro« 



Logud, 



Cagliar. 



Sassar. 



ItaU. 



S' antedda (2) , 
S'ancallitta(à), 
S'ascinza(4), - 
S^ assu&tu, 
Su babbarrottu, 
Sa bidè. 
Sa bogadèra^ 

Su bote. 
Sa briglia. 
Sa bula^ 
Su buttìu. 
Su carradellu. 
Su càvanu. 
Sa càula (5) , 

Su chelu de rai^ 

zòlu (6) , 
Sa chenàura. 
Sa chijna. 
Su chìmighe. 
Sa chiza. 



su deventali , 
su peincareddu , 
sa burrumbaUa, 
s' az^ìchidu, 
Sa varzia, 
su fundu de àxina^ 
su còssiu, 

sa bota, 
su frenu, 
su gutturu, 
sa gutta, 
sa ìascella, 
sa trempa, 
su cauli, 

sa tirinlna, 

sa cenàbara, 
su xinixiu, 
su cimìxi^ 
su ciliu. 



lu panneddu, 

r ancallitta, 

r ascia, 

la paura, 

lu babbarrottu, 

la bidda, 

la buggaddera, 

la bota^ 

la brìglia, 

lagola(Temp.ula), 

lu gutteggiu, 

la pippa, 

la cavana, 

la caula (Temp. 

fódda), 
lu zelu di ragnòhi, la ragna^tela. 



il grembiule, 
il cfUzoppo. 
il tràcciolo. 
la paura, 
il rondone, 
la vite, 
la raniera^ Fir. 

conca, 
io stivale. 
il freno, 
il gozo, la gola, 
la stilla, 
la botticella, 
la. guancia, 
il cavolo. 



lu vènnari, 
la chìsgina, 
lu zimiza, 
lu ghizu. 



il venerdì 
la cenere, 
la cimice, 
il ciglio. 



(1) Nuo. Bit theca, gr. 5ìpx>? ^ (dove si ripone qualche cosa) . 

(2) Os. sa falda de nanU.. Ariz* antUèna. Angl. fakHUa. 

(3) Cugl. Ghil. peinzoccu. 

(4) Bit burumbazza. Altr. gallone dalla smniglianza al bindello, 
(d) Dicesi masc. per nulla, mi faghes unu càtdu., mi fai un cavolo. 
(6) Bit tallarànu (tela aranci). 



64 



ORTOGR. PARTE PRIMA 



LoguiL 



CagUar. 



Sassar, 



ItalL 





Su cìafiii. 


sa bu^sinàda. 


lu ciaffu. 


lo sàUaffo. 




Su cocciàre. 


sa eugliera, 


Ili cucciari. 


U cuechìa^ot 




Su córìcòrì , 


sa chirìghitta. 


lu coricori, (Tem 


. U soUeUco. 








- soddizigbi), 


- 




Su die (1), 


sa dì^ 


iddi, 


U gtofno. 




Su fimine, 


su fammi, 


la imi. 


ta femie. 




Sa Èiseìna, 


su fisiscittu. 


la fesma, 


ia fitsdHa. 




Sa fòula. 


su mmddìu. 


ia Iftula, 


ia hugia. 




Su femttu, 


sa busa. 


lu farri ttu» 


U ferro éa calza. 




Su frìsciu,' 


sa taneadura, 


lu irbciu. 


la serratura. 




S'igealìna^ 


su scatinn, 


l'iscalina. 


il gradino. 




S'ismneculadore. 


, i» «if ibìlladèras. 


. r ìsniuc€^adwi^ . 


lo^$moceokUojOé 




Sos ispijtfos^ 


is oglieras^ 


li spicei tti. 


gli oechiaU. 




S' istagnale^ 


sa cardda (2)/ 


ristagnala, 


la séechiu. 




Sa jorra, 


su ziru. 


la jorra. 


la gietrra. 




Sa labla. 


su cardaxu, ^ 


lupagffiolu, 
la janda. 


il caldaro. 




Sa laude. 


su laudìri , 


la ghfan^. 




Su mattone. 


s' arr^gi^ , 


lu mattoni. 


ha pkineUa. - 




Sa melinzaud (3); 


su perdingianu. 


lu miiinzanu. 


il petrindano. 




Su nenriu, 


sa zironia. 


lu nerviu. 


il nerpo. 




Su nìe. 


sa ni. 


la neW (Temp. ȓ) la mve. 




Sa ortijd. 


su pizzianti» 


l'ortiga. 


V artica. 




Su pùlighe. 


su pùlì]d. 


la pùliza , 


la pulce. 




Sa punta de sa 


su mentUy 


lu fabeddu. 


il mento: - 




barba. 


. 








Su ranzòlu. 


s' àragna , 


lu ragnolu. 


U ràgnoio. 




Su risu (ridere), 


s' arrisu , 


la risa , 


ilri80^pLUsri$a. 




Sa ruèddula. 


su OFtieddu, 


la rubèddula. 


il perOehio. 




Su rustraglìu. 


sa cà\una, 


la rustaggia, 


il roncone. 




Sa saltìzam. 


su sartizzn, 


la saltizza. 


la galaicda. 




Sero (ista, bona) 


su meri , 


chìsfa séra , 


questa sera. 




Sorighe pinnadu- 


■ sa ratapignata, 


la zirrìóla (Temp. H pipìstreUo. 




le. 




passalitolta)^ 


\ 




Su dUGCU (4) , 


sa frèguTa , 


lu suceu. 


la ienudeUa, 



. (ì) Dicesi anche sa die, plur, sas dies. Preso avv^erb. è masc,^ su die, 
a su nocte, con gli addieL sono fem. claras dies,..obscuras noctes, ecc. 

(2) Se la secchia è di legna ^ dicesi su baddironi ( bigonciuòlo ). 

(3) LaL malumjnsanum, 

(4) Qualità di pasta che fanno le donne sarde con la semolella che 
girano attorno e sorte rotonda a guisa di pallini. Fote urùb. suikn , 
gr. «>f tTov ^ ptisana. Fregola è voce lombarda che tmoI dir briciolo : 
oppure da fregola quelle uom che depongono i pesci ^ è cui si rassomi- 
glia perchè sono rotonde. 



CAP. II. GENERE 65 

Sa terrazza, su terrazzu, la tarrazza, il terrazzo. 

Sa trainatta (I), su matelafu, * la tramazza, il materazzo. 

Sa trlbide^ su trèbini^ la tribidda, il Irepiè. 

Sa tu^^ su «tampu, la tupa (Temp.lu la toppa: 

tavoni). 
Sa zìminèa^ su fumajolu, la ziminea, il camino. 

Sa zuizula> su muschittu^ la zinzula, la zanzara, 

Sa.^umba^ au zumburu^ la zurumbaogòba. Ut gobba. 

% LXX.VIII. Fìns^Unente meritano anche d' essere considerate le lei- 
tm^ dell' Alfabeto, nelle quali procederi quasi come nelF italiano. lÀ a 
è di gen. femin. la e oiascol. in ambe le tinsue : . cosi pure tutte le 
consonanti che principiano da e nella nomenclatura^ v. gr. sì f , sa l , 
SA H, SA m, SA %, SA a^ SA s; in italL la f, la Ij ecc. Al contrario lo t ^ 
o^u con le rimanenti lettere sono mascolini in ambe le lingue , su b, 
su e, su p eoe. il b, il c^M 4, ecc. Eccettuerai Iojz che in sardo è fem. 
sebbene da alcuni dicasi al itali, su z. — I giorni della settimana coi 
nonù dei mesi sono mascolini , eccet. in itah. la domenica , ed in sardo 
SA JOJA, U giovedi; sa csenaura ( 2) ti venerdì, e sa dominiga, ( dialetto 
merid. au dominion). — GÌ' infiniti tanto attivi che neutri, i q^ali 
soao molto usati in vece del nome concreto, sono come in itali, di ge- 
nere masc. V. gr. su fagher tou^ su mandigare tou , il ttto fare , il tuo 
wmngiare, ecG. £ qui è ben degno d' osservarsi che la maggior parte 
d^' infiniti si usano coli' astratto del partic. passivo o di tempo fut. 
iémin. per indicare un'atto, una quantità e qualità della cosa o per- 
sona , V. gr. a sa passada qui hat factu , nel passate ahe ha fatto ; a sa 
pesada de su sole, al nascer ijtel sole ; a sa facta de sa die , al far del 
giorno , a s' inclinada ^ nel tramontare ; a s' imbolada , all' avventarsi ; 
passada de gente, de abba, decolpos, ecc. quantità di gente, di acqua. 
da colpi ecc. Una mandigada^ una mirada^ una bottada, ecc. ecc. Così 
pare del partic. di tempo futuro a sa boltaduha, al voltarsi; a sa por- 
TADURA, al eomportarsij pisgadura quel residuo del latte coagulato da 
cui si forma il cacio^ frigàdura, Io strofinarsi (3), e ne' Dipi. A. dì- 
bora > testes de sa presente dadura , cioè del darsi, donazione , sega- 
dura > AEGAiKA ( 4 ) , ecc. 



(4) CugL P, Lai, banitta. Angh trematta. 

(2) Ne* MSS, A. trovasi chenàpura^ e quenàpura, che vale, caena 
pura , Mudendo forse aUa cena legale pura di fermento fatta dal /V. 
Salvatore neW ultima cena: oppure caena parata alludendo al venerdì 
détV antica Legge. V. FocoJb^ ad v. ed il documento autògrafo del sec, 
Xrl, nella IL Parte di guest' Ortografia, 

(3) Da cm il noto volgare proverbio — a quie V hat de natura , non 
balet frigàdura, equivale al lati qiiod natura dedit tollere nemo potest. 

(4) Segada vale taglio, ed una parte della vidazzone non seminata , 
lai, secta, secata, quoM stralciata dal rimanente delle biade per uso 
degli armenti. Secada de sa Jcja , fagliata de' buoi aratori. Gemei, 



66 ORTOGR. PARTE PRMA 

NUMERO 

§. LXXIX. Con un nome sostantivo si può indìdard lauto una cosà 
sìngola quanto più cose della stessa specie, questo eambiamento chia- 
masi numero cne tanto in sardo che in ìtali, e di due sorta Singolare 
e plurale f e che i Toscani con altro nome chiamano numero del meno 
e del più. Il singolare è quello che nota una unità individuale, laddove 
nel plurale esprimesi più di un' individuo. Nel sìngol. ì femmìni. hanno 
la desìÉenzà in a^ e^ nel plur. m^ es, v. gr. sa Yn>A, sas tidas, la vita 
le vite ; sa sue , sas soes , la scrofa , le scrofe , ecc. I mascolini poi che 
hanno la desinenza' iD u nel sìng. provenienti d9& 2 o 4 declinazione 
lat di qualunque desinenza, nel plur. fanno os, quelli in e fonno es^ e 
quelli in i sortono in is, v. gr. su liberu^ sos libero», il libro ^ i- libri; 
su cADiNu, SOS cADiNos il catìfio, 4 ccUim; ( I ) ; su sensu, 808 sensos: ( eccet. 
ìspiritu , ispiritus ;, Christu , Christos-us ; manu , manos e manus ) : so 
MONTE, SOS MOifTEs, «7 monU, t monU, SA TUiTUDB, SAS viRTuioEs , la iHrtù 
le virtù', su gandaleri , sos candaleris, il candeliere, i candelieri, ecc. 
Quei nomi che hanno la desinenza^ in m della 3. neutra latina faumo 
in 0^, V. gr. SD TEMPUs, su pEcus, su piGNus , ecc. U tempo , la pecora (2) 
il pegno, sos tempos^ sos pecos, sos pignos, ecc. Venus però fa teheres. 
Nel dialet. campìdanese tutti i plur. che nel Logudoro escono iti os, 
fanno in us v. gr. is liburm, ts cadinus, ecc. e ^elli in e eA i escono 
comunemente in is, v. gr. is homìnis, is montis^* gli uomini, i monti , 
ecc. Nel dialet. poi Gallurese tutti i plur. sortono in generale in •* 
non potendosi discernere che dal singolare a qual genere apparten* 
gaiio^ V. gr. la fèmina, li fèminì, le donne-, li grazi, le grazie; li vecci 
i vecchi e k vecchie; li cerbi, t corvi,, e le ceste {Logud, sas ow^e^), 
ecc. ecc. per cui molte voci restano ambigue in questo dialetto, se non 
si riportano al singolare. Nel dial. campìd. si fa differenza in tutti i 
plurali del genere, non però dell'articolo (§. 66. N. I.). Il Logudoro 
adunque è quello che ha serbato più distinte tracce in questi accidenti 
se si eccettua Sennori il quale inflette la maggior parte dei femin. nel' 
plur. mascolini dicendo p. es. mn ebbos, sos còrvulm, sos feminos, ecc. 
in vece di sas ebbas, sas còrvuìàs, sas feminas, eoe. e questo a' intende 
nulamente dalla plebe e dagli idioti. 



(i)-Ca9ìnu nel Logudoro è una specie di vaso fatto di doghe di tavo- 
la di f orina conica che le donne adoperano per portar l* acqua dalle 
fofétane , dal lati, catinus ; e noterai che nel Campid, cadiiìu è una 
specie di cofiìio fatto di vimini ^ cestone. 

(2) Pecus e pegus prendesi generalmente per una bestia o capo , iHh 
vfno^ pecorino^ sia qualunque o di armento o di greggia ^ ma ordinai 
riamente per pecora, unu pegus, una pecora, capo piscorino: nelle an^ 
tiche Donazioni pegus de bestiamine. 



CAP. II. NUMERO «7 

$. LXXX. In itati, poi . se la desinenza del femm. è in a, nel piar, 
sarà in 6 : se in 6 nel plur. sarà in i, v. gr. la grc^ia , le grazie ; ìa 
musa , le muxe ; la dote , le doti ; la notte , le notti. Se questi femin. 
hanno la desinenza nel sing. in eia , già fenno una sola sillaba e sop- 
frìsaonoA'i, v. gr. la traccia, le tracce; la lancia^ le lance, ecc. Al 
contrario formando due sìllabe, ed avendo l' accento nella penultima 
appiccasi Ve, v. er. la bugia, le bugie, la magia, le magie, ecc. Nei 
mascol. però, (piatunque sia la terminazione, generalmente fanno nel 
plur. in <3 come libro, libri; profeta, profeti j padrone , padroni, ecc. 
Quelli che hanno il singolare acuto^ ossia accentato non cambiano in 
itali, nel plurale, coi^ la tribù, le tribù j la virtù ^ le virtù j la verità, 
le i>erità^ ecc. Non cAnel sardo che escono in es air uso latino, «a« 
virtudes, sas veridaàes, (4). Inalterabili sono i nomi che nel singol. 
terminano in I v. gr. la tesi, le tesi, ( sas theses^; V ecclissi, gU eccUsH 
( sas ecdìsses ) , ecc. Molti della desinenza in o nel singolare V hanno 
doppia nel plur.. come gli anelli , le anella ( sos aneddos ) ; i gridi le 
grida ( sos ticchirrios ) ecc. Giova riportare una serie di questi nomi 
de' più usitati che .eterocliti possono chiamarsi , perchè essendo nel 



Plur, fem. 



Sing. maee. 


Plur. masc. 


Anello , 


^li anelli , 
1 bisogni , 
i bracci , 


Bisogno, 
Braccio , 


Budello ; 


i budelli , 


Calcagno, 
Carro, 


i calcagni , 
i carri , 


Castello , 


i castelli , 


Ciglio , 
Cervello,. 


A cigli , 
i cervelli , 


Coltello , 


i coltelli , 


Corno , 


• i comi. 


Cuqjo , 
Dito, 


i cuoj , 
i diti , 


Fato, 


i fati, 


Filo, 


i fili , 


Fondamento 


i fondamenti (ragione) 


Fosso,. 


^ i fossi , 



le anella. 

le bisogna. 

le braccia. 

le budella. 

le calcagna. 

le carpa. 

le castella. 

le ciglia. 

le cervella. 

le coltella; 

le corna. 

le cuoja. 

le dita. ^ 

le fata. 

le fila. 

le fondamenta ( edì- 

fizio) 
le fossa. 



(1) Nel DiaL Campid. questi nomi hanno nel plur. la desinenza in 
is, come is virtudis , is veridadis, ecc. Nel Gallur. le hanno come in 
itaU. Nel singolare in ù; nel plur. in ai se vengono da à , i» ù se ven- 
gono daù, coìne la veriddài , li veriddài ; la folsiddài, li falsiddài; la 
viltù, li viitù; la servitù, li servitù, ecc. 



6» ORTOGR. PARTE PRIMA 

Fuso, 

Gesto , 

Ginocchio ,. 

Gfomito , 

Granello , 

Grido , 

Guscio , 

Labbro , 

Legno , 

Lenzuolo , 

Membro, 

Muro, 

Orecchio , 

Osso 

Peccato, 

Pomo 

Prato 

Pugno , 

Riso ( da ridere ) 

Sacco , 

Strido , 

n telajo 

Vestigio , 

Vestimento , 

% LXXXI. Pochissimi nomi finalmente trovansi nel sardo e n^' i- 
tali, eterocliti di numero , ossia che si usino nel sìng. e non nel plur. 
e viceversa. CosL v. gr. non hanno plurale né in sardo ne in itali so 
FDRFURE, lacrtLScaj su FAMiNE, la famej so ledahen (lat. laetamen), 
il concime, ecc. s' aèra^ V aria nel sardo ha il plur. sas aèras, non in 
itali, le arie per i cielL I nomi astratti sapieivtia , sapienza j hqrestade, 
onestà^ ecc. e quelli di materie minerali, v. gr. oro, oroj prata^ ar- 
gento , ecc. Similmente non hanno plur. i seguenti prole , prolej pro- 
genie, progenie, e gli addiet. oqnunu, ognuno, ciascuno ^ciascheduno j 
wiuNu, nessuno^ ed il numerale unu, uno (1). Pochissimi nomi final- 
mente trovansi nel sardo e neir itali, che si usino nel plur. e non nel 
sing. questi sono le molle ^ sos pìtighes; i calzoni^ sos galzoptes; le far- 
(nei 3 SAS FosciGHEs , e sa forfigse ( Campid. is ferrus) ; le moroéMa sas. 
MUKENAs, malatt. le narici, sas pinnas de rare; parecchi-cchie ^ parizzos- 
zAs; le pastoia, sas travas ; i singhiozzi^ sastaccullìdas, e pochi altri 
Nel sardo hanno il solo plur. sos litos , il lido j sas ìmbenas , V ingui- 
naia j baldanas Ghil. abigeato ^ furto di bestiame ; con exequias , ese- 



X fusi , 


le (usa. 


i gèsti , 


le gesta-ste. 


i ginocchi. 


le ginoccliia. 


i g<MEÌtÌ , 


le g<«nita. 


i granelli , 


le granella. 


i gridi , 


le grida. 


i gusci , 


le guscia* 


i labbri , 


le labbra. 


i legni (nave), 
i lenzuoli , 


le legna (dell' aJbero). 


le lenzuola. 


i membri , 


le membra. 


i muri (della casa). 


je mura (di città )^ 


gli orecchi , 


le or^chia. 


gli ossi , 


le osaa. 


i peccati. 


le peccata. 


i pomi , 


le poma. 


i prajti j 


le prata. 


i pugni , 


le pugna. 


i risi , 


le fisa. 


ì sacchi , 


le sacca. 


gli stridi. 


le strida. 


i telai , 


le telaja. 


i vestigi , 


le vesligia-stige. 


i vestimenti , 


le vestimenta. 



(I) Questo in forma d" addiet: numerale (%. 6i.) ammette il plur. 
sos cNos , gli uni. Unito alle decene- usasi in sing. vinti un' arnc, ven- 
t' un' anno^ non veni' un' anni; cosi quarant* un glorilo, ecc. 



CAP. IL NUMERO C9 

^ute ^' cBiTos , semus chitos, giusti ne'èonUj conm, esser a.conos, 
esser a vomiii sforzati {ìaL conor , aris) ; antias ^ esser in antìas , li» 
biUieo ^ perpksso (4) ; come pure qualche nome di vilhi^io . db^f reti» 
o fiume che hanno la desinenza in pìur. forse rimastici dall' antica 
nomenclatura latina , come Codranzanùs^ Fiolinas^ Perfuifas^ Siianoa, 
Mares s Cogkinas^ Sarrabus ^ Sutcis^ ecc. ed il nome Chbistos, forse 
cambiata Vu in o, oppure ritenuto dal gr. x/otcrroc, ritenuto in tutti i 
casi, DE Cbmstos, jl tristos, ecc. Qui non lu dat ad Clirisios ^ lu do« 
nat ad tristos , prov. ^«el che noti va nette maniche ^ va ne* gheroni. 
Finalmente alcmni nomi di costellazione , come isteniales ^ ehe^ifr^es . 
sepie frades , ecc. V. il Vocab.:£ di mese^ come vedesi nella serie che 
appongo ne' principali dialetti. 



Lat 

Jannarìns, 

Februarìus, 

Martius^ 

Aprilìs^ 

Majns, 

Junius, 

Julius^ 

Augustus, 

September^ 



Logud. 

Bennarzu^ 

Frearzu, 

MartUy 

Abrile, 

Maju, 

Làmpadas(2), 

Triùlas (3), 

Austu, 

Cabidanni(4), 



Bfeiid, 

Genri^giu, 

Friargiu, 

Marza, 

Arbili, 

Maiu', 

Giugnu , 

Lugliu, 

Austu, 

Settembri , 



SeUentr. 

Ginnaggiu, 

Fibraggiu, 

Marzu, * 

Abbrili, 

Maggia, 

Làinpadda, 

Triùla, 

Aòstu, 

Cabidannu, 



ifalL 

Genntjffn, 

Febbraja, 

Marzo. 

Aprile. 

Maggio. 

Giugiìù. 

Luglio, 

Agosto. 

Setteinbre. 



(4) Pare strano che nel sardo avente V imprónta del Lazio non sitano 
rimasti quei nomi lalim che non itanno sing, cQme deìiciao, ecc. e pare 
che siano stati sbanditi fin dalla rimota antichità , perché S. Lucifero 
U adoperò tutti in sinffekare ^ come armam/ tenebra, delicium e sim^i, 

(2) CoM detto da ìaiwkt, lampo, baleno, come ipuole il Mameli allet 
noi. 34. ddla Carta de L, perchè in quel mese pia che negU altri so- 
gliono accadere frequeMemente i tuoni : o forse come vucie il Vìdafi* 
Annoi. Sard. in $nemoria della celebre illuminazione che si ^ece in Ro- 
ma per comando deW Imperatore FHippo nel 248«: ma sembra più 
probabile che sick detto dalle lampadi e fuochi che si fanno nella notte 
di S. Gio. Battista. Mese de lampadas, mese in cui si fanno le lampa- 
di], e fuochi di allegria j e notissime Simo a tutti quelle denominazioni 
affettuose di compare, r. il Kocabol. e Bibl. Hai. Ag. 1836. 

(3) Triùlas dal tempo delle trebbie^ da cui triulare^ trebbiare.' 

(4) F'oee corrot. da caput anni , cambiando il t in d f §. Al.) ^ e co- 
me CAPCDE, cArcDV, caput chiamano nel Logud. una focaccia die si 
rigalano a vicenda come per istrennà nel priìno giorno dell* anno , V. 
Voeab. ad voc. — Ecco una prova in confertna della ' tradizione derfi 
Ebrei e di altri Popoli^ che credono il mondo esser creato ed aìter amito 
principio in questo tnesej, e come di fatto principiano t' anno civile con 
la luna nuova di Settembre, 



70 ORTOGR. PARTE PRIMA 

October, Sanctuaini(l) Ottobri, Santubainì, Ottobre. 

November^ Sanctandria^ 7^0Yeinbri^> Santandfia, Novembre. 

December, . Nadàle (2), Decembri, Naddali^ Decembré. 

DECLINAZIONE 

§. LXXXU. I^e declinazioni nella Sarda Lingua , sebbene siano «nti 
superflui come nell' itali, perchè non variano terminazione ( §. 72. ) , 
pure per anche adattarci alla redola comune. nel nostro idioma pos- 
sono ridursi a due , secondo ìe desinenae mascolina e femminina. La 
prima abbraccia i nomi terminati in e^ o^ a^ come vLtuR^ miele j pòddi- 
WE , fmcello (3) ; coro , cuore j oro , oroj bifd , Hnoj maridi^ , marito: o 
in s , cernie corpus, corpo j pi-ctus , petto , ecc. Alia seconda apparten- 
gono ì nomi che finiscono in a^ ed, e dì gen. femin. come conca > iestaj 
coA, coda^ lat. cauda; tita, mammella, Rom. zinna (4): fune, cotdaj 
MÌTZERE, mogUej paghe, pace^ ecc. ecc. Di tutti questi nessuno. cam- 
bia inflessione né in sing..nè in pluf, tanto nel sardo che ndlMtala 
idioma. Eccone V esempio ne' tre dialetti principali a cónfròaio , se- 
condo il solito , coli' italiano. 

PRIMA DECLINAZ. MASCOLINA 

Vi' 

Singolare 
Logud, Merid, ^ettentr. ItaU. 



Nom. Su fizu, su fiUu, In figliòlu (5) ^ il figWhgliuòlo. 



{{) Sanctu^tini, Sanctiaini Angl, Sanctugaini-ne, 4^' ^^ ^^^ ^^ 
San Gavino , Protettore della Provincia , che cade il giorno 25. di otto- 
bre,-^MSS, A, mese de ledanìines, cod detto perchè in qud mese ^uole 
concimarsi il terreno , ledaminare da laetamèn j ini$. 

(2) Cosi detto dalla festa del Santo giorno della Natività di G. Cristo. 
-T-MSS. A. ed in qualche Distr. mese de idas , cosi detto dagV idi di 
Decembre presso i Latini: e probabilmente dalla detta festività , perchè 
la notte suole vegliarsi , idas, bidas, veglie, bizare, vegliare, bizadorzd^ 
luogo dove si veglia, (§. 50.) passando il tempo in orazioni ed in 
opere pietose, Folgarmente anche dicesi la casa delle puerpere. 

(3) Fuscello friscello è quella parte della farina la-più fina e polor 
iUe, dial. Campid, scèClL Noterai che pòddine (lat poUen, twfej, prò- 
priamente è il fuscello : in Cagliari prendesi per crusca, Logud. fur- 
fure (lat. furfar-iiris): ed avvertirai che crusca in itali, è semola,, e ciò 
che in Logud. diciamo s\\rm\di(latsimula*ae),in itali, dicesi semoielia. 

(4) Dal grec. rtr^.-h ^ rtq ^ mamma , mammìlla. 

(5) Dial. Temp. liddóiu (v. %. 23. N. ì.) e s" intende di figliò adtdto: ma 
voletiUo dire d' un bimbo dicono sléddu , fem» stédda , che sen^ra ter-^ 



€AP. IL DECLINAZIONE 71 

Gen. De su flzu, de su fillu, di lu figliolu^ del figlio, 

Dat. A su fizu^ a su fillu^ a lu fi^iolu^ al figlio. 

Aec. Su fizu^ su fillu^ lu figlìolu, ti figlio. 

Voc. O fizu, fillu, o figiiolu, figlio. 

At)l. Dai su fizi^ de su fillu^ da hi figiìoln^ <ial figlio. 

Figurale 

Nom. Sos iizos^ is fiHus, li figlioli^ i figU. 

Gen. De SOS fizos, de ìs fillus, dili figlioli^ dki figU. 

Dat. A sos fizos^ a is fiilus, a li figlioli, ai figli. 

Aec. Sos fizos, is filSus/ li figlioli^ i figli. 

Voc. O fizos, o fiUus, o fi^Uoii^ o figli. 

Abl. Dai sos fizos, de is fillus, da h figlioli, dai figli 

% LX^^^XIIL E cosi infletterai tutti i nomi the li^niìo la desinenza In « 
prov^iiente dalla lati. uSy e um come da manus, momu^ da vilium^ ^Hu^ 
ecc. la quale sembra un residuo del prisco latino/ come ne fa cenno 
il Vo^sio citato dal Quadrio, cioè che il volgo romano troncava la « e 
la ni agli anzidetti nomi. Oltre di averne degli esempii nel Carme 
Arvale , negli epitafii de' Scipioni e nelle tavole Eugubine del Land 
^esu M per (7e«mm, cioè xfisumj binu per binum^ cìró Hnmnj Tullio 
riporta qnello di Catone die hanc per diem hanc j Quinliiìano quello 
di Lucilio serenu fuit {)er eerennm , ecc. Cosi della s , v. gr. marea 
per Marcus^ dignu per digntui, ecc. lo che sembrò a Cicerone a prima 
vista barbaro, ma poi coiiJéssò d' e»s^ legante e peftito, coma attesta 
Yarrtee ed Isidoro (i). 

SECONDA DECLINAZ. FEMMIN. 

• » 

SlNGOLillB 

Logud. Merid. Setlentr. ItaU. 



Nom. Sa fiza, sa fiUa, la figliola , la figUa-gUtiola, 

Gen. De sa fiza, de sa filla, ' di la figliola > deUa figlia. 

Dat. A sa 6xk, a sa filla, a la figliola, alla figlia. 

Aec. Sa fiza, sa filla, la figliola, la figlia. 

Voc. O fiza, e filla^ o figliola, o figlia. 

Ahi. Dai sa fiza, de sa fiUa , data figliola , dorila figlia. 



mine ^vezzeggiativo da stella (v. %, 23.) e ehe pronuneierai in suono pa- 
latino. Trutta ta gran difficoltà di questo dial. è nel dare il giusto vcdore 
nel plur. a* nomi che terminano in chi nel dial. Sassar. ci,p. gr, jono- 
chi, occhi, ecc. pronunciandosi con la lingua schiacciata nel palato^ 
che non può apprendersi .che dalla Hva voce ^simile al lu^xoii.de^ Greci 
secondo la moderna pronuncia^ ed oggi comune neWlUiria agli Schiàvoni. 
(A) Quod autem subrusticum videtur^ olim autem poliUus postremam 
Uteram detrahebant^ ita enim i^quebanlur=^est omnébu princeps: vita 
mu dignu locoque=z ecc. 



72 (MITOGR. PARTE PRimA 

PLURALE 

Noia Sas flzais, is iSDe», ^ li figlioli , le figtie-uole. 

Gen. De gas iiaas, da ìs fiUas,, dili figlioli, . dette fighe. 

Dat. A sas fizas, a is fillas, a li figlioli ^ alle figlie, 

Ac(^. Sasfizas, i$ fiUas^ li .figlioli, le figlie. 

Yoc. O fizaSy fiilas^ o figlioli, o ^lie, 

Abl. Dai sas fizas^ de is^ fiUas^ dali figlioli, dalle figUe, 

■ 

|. LXXXIV. Nel Sardo sooo vani quei noim ehe nel singolare sono 
d' lu^a dedinaùone e ne) plurale d' un altra salvo uni? paio, %in pajo 
elle al plur. cambia come nell' itali, duas pajas , due paia. Neil' itali, i 
fltìf^uenii un eetitim^o^ un miglùi^o phir. oenUnaiaj migUc^aj un moggio^ 
h maggia j i' uovo, le uova ecc. Nel Sardo finalmente non danno nessun 
iiiil>arazzo nel plur, della prima declin. i nomi finiti in €u^ gu e della 
seconda in ea , ga, perche si soggiunge sc^amente la s nel modo lat 
\. gr. porou^ porcosj longu, longos longas ecc. Non cosi néU' itali 
nei quale se i nomi s<m bissillabi desinenti in co ^ 90 sort<Hio in O3 gi 
V. gr; fuoco, iuwM; drag^nhi j eeeeito greeo-ùi (i), poroo-d. Se di più 
sillabe , dipendono plu^Ml' uso, .quindi <Urai amico^, aei^ragchgi 
<.isfÀrau); al^rgo-gkij lung^H* antieo<hi, presàgorghé ecc. Se <fa 
origioe .greca haRBo a .grado le dueterjaiiiasiom parroco-cM-d, prait 
€iHiliét€i,i.te0lQ9ùigénghi eoe* I ùmm ^a,ga hmnu oonstant^nenste in che^ 
glie V. gr. medica-me , vergorghe ecc. Ma i nomi caoalitiicistioi eartono 
assolutamente in clii y. gr. monarca ^ monarchi j Patriarca , patriarchi 
ecc. Se in eia , già S^ùilO in' ]<fd', gè ;so{)piiitiendti 1'- i v. gr. /accio-cce 
manda-ce, pioggiorgge, tracciorcce ecc. ove cioè le due vocali formino 
insieme una sola sillaba. 

CAPO IIL 

Del Pronome 

% I AXXY. 1 pronomi sono quelle parole che nel discorso stsmno in 
vece.di w nome. Per suonare troppo male all' orecchio quando nel di- 
scorso è d' uopo ripetere con molta frequenza gli stessi nomi, v. gr. se 
io dicessi — Deus amat soshomìnes soshomiiies sunt creaturas de Deus, 
et i SOS homines non amant a Deus , in itali. Dio ama gH. umnim gli 
Mtomini sono creature di Dio, e gli uomini non amano.Dio. Questa stiie- 
cavolo ripetizioiie di voci che straziano V orecchio ci. ha bitto riccor- 



(i) ^vvevUsd che greci dicesi. parlando di uomini, ma d* altre cose 
farai la desinenza in chi, v. gr. vini grechi, venti grechi (gregaks, 
ben(mgregos),ecc. 



CAP. m. PRfWOME 7S 

rere all' uso dei pronomi , dicendo meglio — Deus amat sos homines 
qui sunt creaturas suas , et ìpsos non m amant — itali. Dio ama gli 
uomini che sono stie creature ^ ed essi non lo amano. Di questi pronomi 
perciò altri sono sostantivi^ ed altri adtilietivi. I sostantivi o personali 
vengono usati in vece di nomi delle persone o delle cose personificate 
ed hanno V istessa variazione de' casi come nell* itali. Eccoli per dis- 
teso ne' tre dialetti a confronto ancora del latino. 

PREMA PERSONA 

Singolare 
Lat Lognd, Merid, Settentr. Itali, 



Ego Nom. eo, deo (i), deu, eju (T. eu), io^ 

Mei Gen. de me, de mei, di me, di* me^ 

Mihi Dal. a mie, mi (2), a ftiei, mi, a me, mi, a me^ mi. 

Me Acc. a mie, mi, a mei, mi, a me, mi, me, a me^ mi, 

A me Abl. dai me, de mei, dame^ dame. 

Plurale 

Nos Nom. nois, nos (3), nosatùrus, noi, noi, 

^ost^um Gen. denois,noslru de nosatùrus, di noi, di' woi, 

Nq|)ìs Dat. a nois, nos, a nosatùrus, a noi, à, a nói, ci, 

Nos Acc. a noìs, nos, a nosatùrus, "a noi, zi, noi, ci, 

Anobis Abl. dai nois, de nosatùrus, da noi^ da noi. 



(i) Orgos. Jlustis , Barò. Olol. fanno la trasposizione di ego , dicen- 
do geOj Dorg, GMl. e coni zeo {z dolce), Ortuerij samugh,}eo(i firmn,) 
in pece di eo contrai, da ego , che in qucdche luogo iHge tuttora , come 
in Ga9, ed in Mamu. Bit, Nuo, dego. Negli A, Dipi, Donazioni ego 
io, tnegii cow me. 

(2) Nuor, Fùnn, e distr, mimmi in pece di mie. Dorg, a me €.mihi, 
e questore un chiaro testimonio che V h in qymto caso di pronome non 
era ozioso presso i Latini come pretendofio molti per confermare il 
loro uso di non pronunciare la forza dell' h in detta voce, 

X3) Goe, Monte Ferru e distr. a questa persona di pronome sogliono 
aggiungere alVuso merid, àteros dicendo nois ateros^ bois ateros: e dò 
quando parlasi dimoiti e per rispetto : se poi ad un'idiota che sia 
grande di età dicesi bois. — Nel dial. Cagliarit, alle pers, nos , bos suol 
aggiungersi un ì,^ v, gr, nosi portas, ci porti; aspettanosi, aspettateci; 
non pozzu trattaiosi, non posso trattarvi, ecc. Quando il dat, plur, 
congiungesi al pron, lu ( lat, illiim) , in sardo rendesi- nos e que, che 
dall' itali, ce, ci, p, gr. sa natura nos lù imparai, la natura cel' insegna: 
nos que lu bimus, ed beviamo , ecc, dope tanio in sardo che im il 



74 ORTOGR. PARTE PRIMA 

SECONDA PERSONA 



. 


- 


SlNCOLARE 


■ 




Lat 


LogMd. 


. Merid. 


Settentr, 


F 

ItaU. 


Tu, Nom. 
Tui, Gen. 
Tibi, Dat. 
Te, Acc. 
A te, Abl. 


Tue(l), 
de te, 

a tie (2), ti, 
a tie, ti ; 
dai te. 


Tui, 
de tuii 
a tui, ti, 
a tui, ti, 
de tui. 

Plurale 


Tu, 
di te^ 
a te, ti, 
a te, ti, 
da te. 


Tu^ (ant. tue)^ 

dite^ 

a te^ U^ te^ 

da te^ 


Vos, Nom. bois, Bosdturus, 
Ve$trum,Gen. debois,bostru de bosatur. 
Yobis, Dat. a bois, a bosatur. 
Vos, Acc. a bois, bos, , a bosatur. 
A vobis, Abl. dai bois, de bosatur. 


Voi, F(d, 
divoi(v.dòlu) <tt vot 
a voi, vi, a poi, pi*^ pc. 
a voi, vi, poi^ pi*^ ve. 
da voi, da poi*. 




TOR ZA PERSONA 


■ 


k 
\ 




Singolare. 


« 




Sui^ Gcn. 
Sibi, Dai 
Se, Aoe. 
A se, Abl. 


De se (a), 
a SQ, sì, 
a sè„ si, , 
dai, de se^ 


De. sai, 
a sei, si, 
a sei, si, 
de sei. 


Di se, 
a se, si, 
a se, SI, 
da se. 


Dine. 

a sè^ H. 
iè^ «1. 
da sé. 



ora A ri^plUvo j ora avverbio di stato e vale qua ^ v. gr. non fu* est, 
non e' è : avertendo che nel Logu4, meltesi tra il nome, ed ik verbo ^ 9. 
gr. a nos qu' andamm^ cene andiamo : non cosi nelV itaU, e negli diqr 
letti , merid, cinnandàus^ GaU, zìnnandemu. Jvpertisci pure nelV itali, 
di schivare a potere di non iseambiarlo coli' avverbio di moto vi , ivi, 
dicendo^ v, gr, non ci vado^ in vece di non vi vado: io che €ibbiamo 
chiaro nel nostro idiiomia non bi andò ; non bi torro., lat, ibi. 

(i) Tu in itali: non si usa the coi ragazzi e coi plebei j con gUuguoH 
usasi di voi , con le persone colte e di rispetto ^ ella ^ di tei } in sardo 
sempre tue con gU uguali^ bois con le persone idiote grandi di età, 
coi signori e con le persone colte vostè. r. appresso §. 88. 

(2) TiE é poca della lingua prisca in vece di tibe, soppresso ti b, 
come in molte altre voci (% ìi.) j tie (ropo^i neW epitafio di G» Scip. 
Ispano. Anche il bois non è altro che vobis cambiai il y in]^ e sop- 
presso il b di mezzo secondo gli esempii del citato luogo, ' 

(3) Questo pron, si nel Logud, e Campid, mettesi prima del verbo 
quando è infinito al contrario dell" itali, e del gallure. , v, gr, prò si 



CAP. m. DECUNAncmE n 

$. LWXVI. If <d |4iir. questo proncMiie è V istesso in tutti i dialetti, 
come nel singolare, e per ctisoernerlo Insogna por mente 3é^ riferisca 
skI una o più persone , oosk per modo di es^npìo, se io dicessi, s' ho- 
mine a\aru tirat totu a se , <' mqwo avaro ara tutto a- sé : il pron. m 
sarà singolare, perdiè ai riferisce ad una soia persona: ma se ^tìc^z 
806 hoimnes. qui nm si dant cura , né pensant a se , pli' uomini che 
non $i danno pnenturoi né petèmno a sé, perdio H, se, si riferiscono 
a molte persone, sona di num. plur. Nel sardo più frequente è., per 
evitare ogni equivooo, di servirsi del pron. diniostr. ipse, €ome--4irat 
a ipse, peiisiant a ipsos, ed in questa parte iiiiita il latino, siài ipsi, 
ssipmm^, asgiungendo tutu, v. fgt, £ftghet male a ips' et lotu, siòimet- 
ip&i. Unito nnalm^ite eon la prep. de tanto in sin^. che in plur. dicesi 
anche ae^« v.gr. l'hat &ctu, i'hant foetu da seis^, V hanno fatte da 
si stessi , hkt seip^. 

J|. LXXX VII. Quando i detti pronomi p^sonali si adoperano coi verbi 

aitivi, usasi 4a seconda forraa^ tanto nel Sardo che nell itali, v. gr. mi 

tighes , ti baUas , si sentit , nos laighinms , bos ballades,. si sentiiit; mi 

fai, a battio si sente, ci facciamo, vi ballcUe, si sentono. Cosi pore, 

libera nos dai male, Uberaei ded malej prQ nos fegheir bene, per farei 

dei benej bastatbos , vi basti , ma questa forma è poetica , salvo negli 

infiniti della S Qonjng. ne' quali dicesi nàrrei^ti, bùerti, fàgherU, ecc. 

Nella 4 oonjug. però senza troncamento , amàreoi, faeddareoi , amarti, 

partarU, eoe. am ndia 8 bessircdi, attiredi, uscirti, portarti, ecc. 

( V. $. 17 ) n quarto casa plur. delle prime due persone unito ai verbi 

o separalo^ si £si senim con suono dopjHo, v. gr. pa^hersos, farpij B4r- 

TENDEiHM poriondod, ecc. Non così. della 3 persona si, v. gr. pactendesi 

facendosi, AiuàiiTEiiiiiesi db totu, ricordandosi di tutto j eure de se, 

usdr da sé, ecc. Finalmente intorno a questi, pronomi é da notarsi die 

la prima persona so* si adopmii in sardo quando è soggetto della prò* 

positioiie ; e dopo il Tcrbo essere, v. gr. ipso est cemento et eo , efiit i 

come me, non io: a mie, a nois, a bois, ecc.- usasi coi veii)i attivi, non 

cosi in itali, v. gr. hat a perdere a mie et a boi» , perderà me evoin 

Quando st iidoperano an verbi reciproci , si mettono tutto due formo 

una dopo i' a^ , conte nel frane, nous nous , v. gr. nois noe «amo» 



faghere, per farsi, gaUur. pai fossi; prò si eunteniare, per contentarsi, 
ecc. Jnche nei cagUarH. dicesi prò euntentaisl : mi Logud. però non 
mai, ia che pare un residuo di eùstruzione latina. Quando fa diventare 
U verbo passavo , lo vedremo nd Tratt. de* verbi. — Ir' istesso dicasi deUs 
aitre parUeeUe pronandnaU mi , ti , ci , vi ; m, ti , nos , aos, v. gr, prò 
nos boneéghere , per benedirci ; prò bos servire , per servirvi ; ecc. 
Ne* gerundi il sardo in tutti i dialetli le riceve uf^te com^ T itali^ v. gr, 
améndsmi^ facténdsbos, amandovi, facradpvi, ecc. Precedendo la parHc^ 
non ìM infinito e gerund. itedi. secondo gU esempii di qualche classica, 
possono premettersi le dette particelle pronominali , v. gr. non mi pà-< 
rendo , non e' ingannare , ecc. 



7« ORTO€ai. PARTE PRIMA 

uamus , noi d laviamo j Y istesso nel DiaL campid. nel ^Hur. zi 
air uso italiano. Finalmente le dette-partìcelie pronominali quando 
sono rette dalla prep. dai si frameite per^ v. gr. dai per me, dai per 
te^ dai' per se ^ dai per nóis , eccu da me ^ da U\ da sé , ecc. e n^ 
sardo , in vece di quesf ultimo è usato il dimostrativo: ipsB , t. gr. dai 
per ipse ^ o ipsu ^ da sé j qui daè per ipse si noghet , dae per ipsè 
pianghet ^ prov. chi da sé si fa male ^ da eè siesso piange. 

PRONOME ADDIETTIVO 

§. LXXXY in. Il pronome diiamaai addiettivo quello die ba seco 
qualdie rapporto acd^ntale di un nceoEie qualunque con cui trovasi in 
unione , per cui ha il carattere sempre dì pronome al quale n^ sardo 
facilmente si può ridurre. Questi sonò o possessivi o indécaùvi, o rela^ 
Hvi. Il possessivo o derivativo cosi detto ^ -perchè deriva dal prifitdUvo^ 
serve .per nominare il possessore di una cosa *> qual' h meuj ftm^ sou 
nel sing. Nostru^bostru^ipsorO'JieX plmr. Giova riportarli^ in esleso nella 
seguente tavola sec(»ido il soUto^ a cimfiRento anche del Lat. 

POSSESSIVO 



Lat. 



Logttd. 



^lIlGOLilRE MàSCOURO 

Merid. 



Setlentr^ 



ItM. 



Meus^ 


su meu (i) , , 


su miu. 


lu meju> 


anif». 


Tuus , 


su tou^ 


su tuu, 


In toju. 


U two. 


Suus, 


su sou , 


su suu^ 


lUSO)U> 


il SfjèO. 


Woster , 


su nostru , 


su nostu^ 


lu nostra^ 


U -rimiro* 


Vester , 


su bostru , 


su bostu^ 


la vostru. 


ilvmiro. 


Eonun , 


su ipsoro (2)^ 


su ìnsòru^ 


lu d' eddi9, 

• • 


il loro. 

« 



(1) In Bit Nuo. e disir.'dicesi too^mea, suo intatiii casi e numeri^ 
V. §r: in doma mea, in mia casa ; sa firate ftio^ il tno iraldjo ; m0 
pedes nostros , i nostri piedi , ecc. Cosi pure tr&posi ndl' ortografia di 
molli MSS. A* nella C, de L. ed in tutto il Sinodo di Oltana,. V^ sec, 
Xy. nétta 2. Parte. Dorg. dieesi suu: Sop mei dìal. com^può essere de^ 
la prisca lingua in cui dicevano souo per suo. Noterai similmenUi die 
nel dial. com. questi pronomi meu, iou, sou cambiano tiel plur.^ v. gr. 
su meu^ il mio, sos mios^ i miei; sté touj il tuo^ sos tuos^ i Inoi j ^u 
souj il &no y sos suos , i suoi.— ^opo la prep. innantis e addaìs^;u8 
ftsasi il pron. addiet, meu ^ ton, sou ecc. i». gr. innantis meu^ addai- 
segue tou ^ prima di ine , dietro a voi : con contra e postis H^ntAk il 
personale , 9. gr. contra a He j postis de me, <;ontro di voi » poi di me^ 
ecc. sebbene talvolta dicasi postis meu -, postis bostm , ecc. 

(3) Questo viedesi chiaro (H venire iial lai. ff«OR«M , di loro, ipse, a^ 
um. — Nella Carla de L. issoru, insoro, issoro^ task ntt DipL A. ed^ 
altri Mss. F> Crisi , ecc. della 2. P. di questa Ottogr. 



CAP. m. PQssEssiva 



77 



SutoOLARE p£BIMiIfI!IÒ 



Mea, 
Tua, 

Sua, 

Vestra, 
Sua^ 



Tui-os, 

Soi-06, 

Nostri-os, 
Sui-os» 



Meae,' 

Toae-as, 

Snae-as, 

Nostraeras, 

Vestrackis^ 

Soae-as, 



sa^mia, 
sa tua, 
sa sua, 
sa Dostra, 
sa bostra. 



sania, 
sa tua«. 
sa sitai 
sa nosta^ 
sa.bosta. 



la méja, 
ta téja, 
la s^ja, 
la nostra, 
la vostra, 



sa sua^ipsoro, sasua.insòru, la d'eddis, 
Plubàlk Mascoliivo 



la mia, 
la héa. 
la $n€u 
la nastra, 
la vostra, 
la loro. 



808 mi0S, 

SOS tuos, 
sos SUOS, 

sos nostros, 
so&bqstros^ 
sossuos^ 



is mius, V 
is tuus^ 
is suus, 
is nostus, 
is bostus. 



issuus,insòru li U'eddis, 



li ìnei, ine',me^*i, i miei. 
li toi, to', toji, f* tuoi, 
li soi, so', soji, 
li nostri, 
K vostri. 



t sum. 
i nostri. 
• vostiH. 
i loro. 



PlVAALB FéMMiniNO 



sas mias, 
sas toap, / 

sas sòas^ 
sas nofttras, 
sas bostras. 



is mias, 
is luas, 
is suas, 
is nostas, 
Is bostas. 



li mei, meji, 
li toi, toji, 
li soi, so)i, 
li nostri, 
li vostri. 



le nUe. 
le tm. 
le sue. 
h nostre, 
le vostre. 



sas sttas,q)soro issuas,iasoro li $oi« d' eddis, le loro. 



S. LXXXDL Questi pronomi ndla Logudorese favella vanno in 
seguito ai loro sostantivi , non cosi in itali., v. gr. su babbu sou » il 
mto pmdre j s' arrogaatia ip$<H*o , la loro arroganza ^ e cosi mev , tou , 
BO9TR0, ece. Ll' istésso usasi nel dia!, merid. non cosi nei seitentr. 
dicendosi lu tne* fyUolu ^ la to' casa , cosi in plur. li so^ figUoH^ H to' 
patena j, li vostri fàtU^ ecc. Log. su fuu mev ^ sa domo tua , ecc. il mté 
flgUù, la tua €Qsa^ ecc. Awertisci solamente che la voce sou, suo, né 
HI sardo uè in itali, non fa relazione a tanti, ma in questo caso met- 
terai , in vece di sov , irsoiio , loro -, così dirai, v.- gr. su Rectore cuia 
saspanroepfaàanos suos, non ifsoro, ti Rettore coi suoi parrocchiani^ 
non laro: sos parrocchianos cum su Rect(H*e ipS(H*o;non fiou,t parroo- 
Mani coi loro ReHortì non suo : su babbu cum sos fizos suos^ ecc. 
sos fizos eam.su Babbu ipsoro , ecc. 

PRONOME INDICAT. O DIMOSTRATIVO 

%. XC. I pronomi dimostrativi sono quelli c^ indicano la persona o 
la cosa , prcssintei sia o rimota. Sogliono aoveraroene. quattro in ambe 
k lingue, e sono in sing. custo , masc. gusta femm. ; questa qumH 



78 ORTOGR. PARTE PRIMA 

costui masc. questa, imtei fèm» in plur. custòs, giìstas; questi, costoro, 
queste, CiÌddc, ccdda, qudlo, quMot, colui, colei i cbddos,.i:uiidas, quelli, 
coloro, quelle ( 4 ). Cusso, cussa, cotesto, cotesta; cdssos, cussas, cotesti, 
codesti, cfft-codeste , costoro, cotesXùro (2). I^b, uree, ipsa^. egli, ellaj 
ipsos, iì»sAS, egtóno etteno, qual -pronome attesala difficoltà, nei itali 
giova dì metterlo in esteso co' <^rrispondenti dialetti. 

SlffCOLARB MaSOOUNO 

Lat, Logud. Merid. Settentr. Itati. 



ipse Nom. ipse,-p6u (3), is3u, eddu(T.iddu) «flfK,cl,e',e»»a 

Ipsius Gen. de ipse-psu^ de issu, tf eddu, di luii di esso. 

(4) Cuddu scorgesi abbastanza dalla pronuncia (% iS.} .propenire 
da quella itaU, e nella Carta de Logu abbiamo culle, culla, cnllos, 
ecc. onde pare anche una corruzione da qui , ille. 

(2) Questo e cotesto , gusto , cosso lanto in sardo che in itaU. fanno 
V uffizio di addiet. e pronome. Di addici quando è unito a sost, v. 
gr. cusT HOMWE, quest' uomo. Di pronome quando è isolato o riferiscesi 
a qualche nome di cui fa le veci , p. gr. hapo bidu a PedrU , custu fiat 
in sa Ecclesia , ho vistò Pietro , questi era in Chiesa , (non questo >, 
la differenza tra questo e questi è che il primo adoperasi per cosa j 
l' altro per persona. Costui e costei in ital. vuol dire quesf yomo, que- 
sta donna : cotestui , costei, vale cotesf uomo, cotesta d(mna« Xo diffe- 
renza tra questo (custu) > cotesto (cussu) è che questo indica una, 
cosa vicina, o persona cui parla o scrive j cotesto però di cosa o per- 
sona vicina a qt$ello cui si parla , ^- 9^* ti m^ndo custa litera prò mi 
restituire cussu liberu qui t imprestesi > vi mando questa lel^ra per 
rimettermi cotesto libro che vi prestai. — Con mane, sera e notte tu 
italiano adoperasi sta, v. gr. sta mane,^sta sera> ecc. ^ sardo ^ però 
cbsro MANZAivo , ist A ifocTE , isTA 8ERO , 6 notcroi chc su sero è di gen. 
femm. solamente con questo pron. dicendosi bellu sero^ ecc. (%. 76J. 
— Colui ^ cdei vale quell'uomo, queUa donna. Costo trovasi, negli an- 
tichi Àf^S. e Carta de Logu custe, in cui vedesi V ancdogia con iste 
lai, — Tra V artic* ed il pron. custu, cjddu, cfusso fraponesii, v. gr. 
a i custos ,et ai cuddos ecc. a questi , ed a quelli ecc< e-neUa Caria 
de L. icussos, icullos homines, ecc. 

(3) Jvvertisd bene che esso ed essa in itoL usansi quando si parìa 
di cosa, in sardo poi vale per egli, ed ella, v. gir. Jfpse hat factu cusiu. 
Ella ha fatto questo. InilaU. adoperasi come semplice ctddiett. unito a 
nome, e vede lo stesso, o il medesimo, i;. gr. esso signore cioè V istesso 
Signore che già si era nominato: ùniscesi anche con lui, lei^ loro, 
meco, teco, seco ecc. come , essoluì , essoleì , essoloro , essomeco^ esso- 
teeo , ecc. non secolui, secdoro, ecc. né can^biando to^ desin. o, iiome, 
essalei , essilopo. . 



GAP. HL DIMOSTRATIVO 79 

Ipsi Dat. a ìpse-p6u^i(l) a' issu, ddi> .a eddu, lì, « lui, gli- 

Ipsum Acc. a ipse-psu, lu, a issu« ddu^ a eddu, li, ih los lui. 

^ipso Abl. Da ip^-psu, . de issu, da eddu, da lui, 

SlNGOULRE FeMMIIUIIO 

Ipsa Nom. iosa, issa, edda,(T.idda) Ma, essa. 

Ipsius Gea. de ipsa, de issa, d'edda, di lei. 

Ipsi Dat. a ìpse, li, a issa, ddi, a edda, li, a lei, le. 

Ipsam Acc. a ipsa, la, a. issa, d(da, a edda, lu, lei, la. 

Ab ipsa Abl. da'ipsa^ de issa, da edda, da ki. 

Pluralb Masgouho 

Ipsi, a Nom. ipsos, ^ issus, ' €ddi-ìs(T.iddi) «gltito^ essi. 

IpsorumGen. ipsoro, de ipsos deissus4nsoru d'-eddi, diloro,di essi. 

Ipsis Dat. a ipsos, lis, a issus, ddis, a eddi, li, u loro, gli. 
Ipisos Acc. a ipsos, los, a issus,ddus, a eddi, li, loro, gli^ li. 
Ab i|^ AIH. da^ ipsos^ de issus, > da eddi-is, da loro. 

Plurale Femviiiino 

Ipsae-a" Nom, ipsas , issas , eddi, (T. iddi), elleno, esse. 

IpsarumGen. ipsoro^de ipsas de issas, d'eddi, di loro. 

Ipsis, Dat a ipsas, lis^ a issas, ddis, a eddi, lis, a loro, le. 

Ipsas Acc ipsas, las, a issas, ddàs, a eddi, lis, loro, le. 

Ab ipsis A}>1. da'ipsas^ de issas, da eddi, da loro. 

% XGI. n terzo caso di questo pronome tanto in singolare che in 
phir. egprimesi nel sardo eoi 6t quando è unito a verbo, v. gr. dabilu, 
datèglido (non datecelo); biV bap' a narrer, glielo dirò (non celo dirò) 
perchè, il ci vale a noi{%. 86). Li e li&, tanto separati che uniti ai verbi 
seguitano le forme della lingua toscana, lun^ però quel barbarismo 
che noi sovente commettiamo di portarli in ital. sempre per li^ noa 
facendo alcuna distinzione tra il sing. e plùr. v. gr. nàrali, digli, cioè 
a lui (non dilli) ; prò lis fs^her , per farli cioè a loro ( non fargli ) 
faghelos istare, fateU starle, (non fategli); prò bilu cunceder» per 
eoneeder^Uelo .( non conced^rUelo ( 2 ). 



(4) QttesU) caso li che ih 9ardo non cambia mai, pare esser contratto 
da ilii leggendosi nella C. de L.. ad illi cuncEOER , seghintilli , a con- 
cederli, gli. taglino ecc.; ed in mólti autografi antichi del sec. XlF. 

QGI ILEOS TRACTENT > QUI ILLOS CUSTODI ABt , CCC. t^ho 1Ì trattino , ChC 11 

cu^xMliscano. 

(2) Nota bene che gli unito al pronome lo, o alla parf. riemp. ne 
^mmeUe la i in mezzo, v. i/r. glielo, gliele, glieU» gliene^ sard, ndeu. 



tO ORTOGR. PARTE PRIMA 

§. XCn. Ndr esposto pronome è da osservai^ che nel sardo non 
cambia mai nei casi, non cosi però nellMlaHaiio in cui egli, dia del 
sing. eglino elleno del plur. debbonsi ad(^erare solamente nel nomin« 
e quando formano il subietto della prepos.; non dirassi perciò od egli, 
con figlia con ella ecc. ma a lui, con lui, con lei ecc.: alcontrariotiirasst 
egli dorme, ella parla, non mai, come sentesi erroneamente da alcuni^ 
lui dorme, lei parla, lui è alato, loro ignori, loro sono, bensi egU è 
stato, le signorie loro, eglino sono ecc. Si eccettuerà quand9> venisse 
dopo il verbo eésere o V avverb. come, v. gr. se ie fosH lui, m diventassi 
come lei, lo che non vien seguito dal sardo^ ma mettesi nel retto caso 
dicendo >j eo essere ipse; si benzere coment' et ipsé ecc. 

% XCUI. Nel quarto caso in vece di ipse usasi tu lìel sardo dial. 
come neir ital. il, lo, la in vece di lui, lei, v. gr. lu bidesit, in vece di 
bidesit a ipse, ed in ital, il vide, lo vide, non vide a (tii; eccetto che 
non vi sia confronto o distribuzione/ v, gr. mi toccat de pagare a tia 
et a ipse, tocca a me di pagare à voi ed a Jwf, non pagarvi e pagarlo. 
Nel genet. plur. sopprimesi il vicecaso de, in ital. però è a grado^ v. gr. 
su bestiamene ipsoro, il loro, o il di loro bestiame: nel dat esprimesi 
sempre in sardo v. gr. cumandesit a ipso» : nell' itali, può omettersi a 
piacimento comandò loro ed a loro : fece loro sentire , e fece itentire a 
loro, ecc. 

§. XCIV. In tutti tre dialetti della Sardegna è molto in uso una qua- 
lità di pronome per accennare la persona presente a cui si parla, que- 
sto è yosTÈ, meria. vostetti, sa merzèi (ì) dallo spagn. vosted, e CorrispaBdA 



Cosi pure coi pronomi personali mi , ti , vi , ci , si cambiasi V\ in e, 
V, gr, melo dirà^ cel dirà, vel dirà, ecc. non milo,cilo, vilp dirà^ ecc. 
Se il vi si mette aW ultimo, V ì non perde, v, gr. diròllovi, bos l* hap' ad 
ifARRER. Nel Logud, è da osservare il pron, lu che us€tsi innanzi e do^ 
pò i verbi , v. gr. faghslu , fetelo ; fagherlc , farlo. Coi gerundii usasi 
prima , de lu fagber , prò lu faghere ; al contrario in itali, di farlo , 
per farlo {%. 67.). E anche da osservare d pron. bi unito ad altro pron. 
LU , US , in vece di ipso, v. gr. dabilu, faghidebilu, dateglielo, fetefflìelo, 
ecc. che masi tanto in sing. che nel plur. Merid. donasiddu^ faisiddu, o 
a siddu donas , ecc. Settentr. davilu , favìlu. Cosi pure con a e prò , v. 
igr. A BiLU DAs, PRO BiLU cvHCEDERE, glìclo datc, pcF Concederglielo. Dove 
si vede chiaramente che questo bi è il pron. gli itali, cambiato il b in 
gì (§. 2Ì), e tanto in sardo che in itiUicmo si riferisce a uomo e a don- 
na: bilu desit, glielo diede, Bocc. cioè aduna donna. Può essere 
anche il pron. vi , v. gr. darebi subka , darvi sopra , cioè a quiella cosa. 
Nel sardo usasi frequentemente suffisso ai verbi nella ì. e 2. persona, 
raramente nella terza, lo che è comune ne' Dipi. A. e nella C. de L. 

OCCHI ANTBILLU, in VCCC di BlLC OCC4NT^ glìclO UCCldano; LEVENTBILLO , CCC. 

(i) A questa qualità di pronome, aggiungesi V artic. sx , ed usa.si so- 
lamente in sing. ih ambi i generi sa mer7.èi , Ella , Vostra Signoria , e 
pare aper origine daW itali, mercè, grazia, favore, ecc. Voslèi però ièa 
il plur. vosteris. 



CAP, in. DIMOSTRATIVO 84 

al toscano ella. Si adatta tanto ad uomini che a donne quando si pre- 
tende parlar con rispetto, e sì accorda eoi verbo in sing. come il pron. 
ella sebbene questo sia fem. intendendosi persona , v, gr. coment istat 
vostè? come sia dlal Colle persone grandi di età usasi bois, voi, per 
yenei^zioae, ma si accorda in 2 persona ptur.^ parlando, v. gr. ad un 
canuto agricoltore dicesi — comente boia passades bois ?co9n^ 62/a 
sela passai costruendo o concordando Fagg. oìl part.ìngen. solamente 
cernie nell' itali, e nel Tedesco, sahu sezis bois, sano siete voi^ ( sie sind 
fraich)/se a uomo: se a donna, sìna sezis bois, siete sana ecc. Che se 
poi il parlare dirigasi a persona di alto grado si adopera vossignoria , 
se il seryo^ al Padrone missegnoria ^ missegHore , contratto da mie 
signore, ìaital. dirasai la signoria vostra^ altrimenti sita signoria fCow» 
SaatUà vas^a, Maestà yospra^ presente sia o lontana. 

. PRONOME RELATIVO 

~ , . ■ . 

•S- XCy. Questo pronome dicesi relativo perchè riferiscesi a qualche 
Bome precedente. In jsardo è di tre f(Nrme qui» chi', quale, quale-, quib 
eAì. Qui e quaie jspnp comuni a persone «d a cose, quie blamente a 
persona come in itali, quie h comune a tutti i numeri, non così quale 
e questo declinasi con s^nacasì come si vede seguendo, ed è il' ambi 
i generi in una sola desinenza. 

- - . » - " 

SmcOLARE 

Nom. Su, sa quale <4), Nom. il quale , la quale ^ che. 

GeiK Did su, de sa quale , Geìi. del quale ^ ddla queUe^ di cut 

Dal. A .9U3 a sa quale,. Dat. al quale ^ alla quale^ a cui, 

Acc Su j, sa quale ^ Acc. il quale , la quale , cut. 

Ai>l* De su, de «a quale, Abl. dal quale, 4aUa quaJle, da cui. 



(i) Quale tamto 4n sardo che in itali, è talvolla 9oee di qualità e cor* 
rispand» a tale ^ 9,gr.tale et <ji«a{e^ tal quale: eaprimesi anche in 
sardo per <xmBmE , siceooie,. 9. gr. cotìient* est vividù , gasi est mortu,. 
qual. yi&Re.tokmoTÌi.€orrisponàe. al que., v. gr. faghet que noiS:, fa sic^ 
come JDoi / MSS. J-. e le JDommoni de". Regoli in 9ece (U quie ,. de su 
quale hmtmo de chùi, de 4suja, a chÌMu *» Stahnmus qui ciascunu^ bene- 
» fidu dfipiat iener^ su Likru de su baptimmu . . . et agùtadu su Prela- 
nduinea visita su cùntrariUs potai prò dogni visita condemnare a 
j> SU' benefida^u , ovvero a su pobulu , os cdj a hai esser sa culpa > si 
M j^seret su benefidadu per non haver comandadu,o vero de su pobulu 
» per non Jhaver obedidu^ de ducadu unu per botta. « u^lc. Sin. — È de- 
gnu da osservare di essere più chiaramente rimasta troiccia del genit 
lati. (%. 12.) in questo pronorne, dicendosi 'in Nuoro, Billi e dislr. cujus 
ES, figlio di chi sei, cdja est, di chi è, cujus est, ecc. Da cui pare esser 
venuto il vocab. eojv , chiuso , tenuta , possesso ,^d it. verbo cunzare^ 
cungiare , ctoé far suo , far di sua possessione. 



U ORTOGR. PARTE PRIMA 

Plctralb 

Ifòm. Sos, sas quales Nom. i quali y h q^M, d^. 

Gen. De ses, de sas quales Gen. dui quaU ^ delle quaH^ dif cui. 

Dal. A BÓ&, a sas quales Dal (U quaU , aXU quali , <»H. 

Acc. Sos, sas quales Aec. i qttàli^ le quali, cui. 

Abl. De SOS, de sas quales Ahi dai quaU^ daUe quaU, da cui, 

%, XCV I. Similmente tiene i segnacasi qui, e quie, v. gr. de qoie, di 
cMj a quìe, a ehi; a su qui, a quel che ; dai su qui, da quello che ecc. 
Avvertirai però che qui prendesi non solo per relativo, com^ in itali., 
V. gr. su sole qui resplendet, il eole che brilla, ma pure come cotogiun» 
zione, V. gr. nara su qui sentis, dite dò che sentite: talvolta come av- 
verbio, V. gr. isco qui tue istudias , so che voi studiate ; so mezus qui 
non tue, «ono meglio che non. te; tue sì qui Y ischis, lu si che lo sai ecc. 
finalmente può esser riempitivo v. gr', qui non benis, ^ui non faglies 
cufttu? non vieni, e non fai questo 1 se non è che isottointendasi uomo 
e vafe, non ses hmnine qui non benis ecc. non sei uomo che non iieni^ 
(fuie adoperasi per interrogazione di persona, v.tfr. quie faghetcnistut 
chi fa qHes$f}'g qui est, chi è, qualèl sebben Uilvcrtta serva anche a dar 
ragione di cosa. 

§. XCVII. Il vice.easo de su, a su ecc. non si omette mai innanzi ai 
relativo in tutti tre dialetti ; non così nel toscano , v. gr. homine sa 
virtude de su quale» uomo la cui virtù, cioè ^ ctf^j ^ il Petrarc; 
F^edi cui do mangiare il mio , cioè a cui : iMKiando sempre che se il 
relativo si mette dopo il nome, allora va ed segnacaso éi, v. gr. H nome 
di cui, non il nome cui ecc. Anzi neir itali, in vece di cui, con euL, 
per cui, da cui trovasi onde, v. gr. l* am'ma gloriosa ondb si parla. 
Dante. Nella bella prigione onde era sciolta, Petr. cioè da età. Per le 
quali penne onde questo corpo si scuopre , Boccac. cioè con cui. Tanto 
nel sardo che nel!' itali, omettesi la prep. in quando denota tempo o 
maniera , v. g^. in su tempus qui eo fai a Roma , nel tiempo che io 
fui in Roma-, in su modu chi si podet» net modo che si può. In questo 
caso il qui e costrutto in sardo alla foggia dell' antico latino usato da 
Plauto in ablat. anzi di genere fem. come usasi in tutto il tjOgudoro 
diòendo sa ftmina qui, sa gloria qui, e Plauto cotumices danhtr gutf ecc. 

% XCVIJI. Alla classe dei sardi pronomi appartiene la- voce itb che, 
che casa, cosa, comune al due dialetti logud. e c^npid.(4)ilqtiale -non 
cambia né in genere né in numero, e riceve i segna(^i, v. gr. de ite, 
di che; a ite, e ad Ite, a che ecc. pi. ite jovanos, che giovani I ite còsas 
che cose. Qu^ta voce pare di esser una corruzione idèi ijfuid lat. fotta 
Tal»^ del ^, e cambiato il d in f4)er essere affini (§. 34.)» v. gr. 



(A) Dial, Cagliar, ita^ pi, itas. IHal Gali, chi: iias ogus bellus^ che 
occhi belli ! Sett, chi occi beddi ! 



GAP. in. REIJkTTVO 

ite faghes? the faiUqvkìà facis)? Innanzi ad un Mst fa le veci di re- 
lativo di qualità, v. gr. ite homine^ ite (emin^L, che uomo, che donna \ 
innanzi però ad un'a<kett. è di quantità, v. gr. ite graiides et bellas 
demos, eh€ eme ampie e grandi \ Finalmente può esser intern^àtivo di 
persona e di cosa, v. gr. ite quefes, che vuoi'i ite qoeret narrer custa 
cosa, che nud dire qu^fa eo9a ? dò <ihe significai 

%. XCIX. Esistono anche i prenomi di diversità» e questi sono ateau 
e àTEHfi ^ .ttllro ; A^Eem7> cdtfuii aterù dicesrdi persona e cosa, v. gr. 
ater' homine, Mr^ uomo; ateru tngu, aWro grano. Atere preso in sardo 
per ttinno, in toscano è :aUri nel caso rétto^, altrui negli obliqui, v. gr. 
né tue né atere hai a poder pius oarrer, né 9oi, né altri potrà pia dire 
Boce. he detto moie d" altrui, napo nadu male de atere. Nel sing. quissto 
pronome adoperilo assolutamente, se non si sottointende uomo, ^i ac- 
coflipagna coi pronomi uno^ aieum ecc. però in sardo può star serio, 
V. gr. «i it ìstad- atere, ee fosse stato ok^n altro: nel plur. sta solo 
in itali; come in sardo, v.j^r. ateros n^nt, ateros afnrmant , altri 
niegunOy altri afferwtano. Può^ omettersi il segnacaso in itak non. in 
sardo, v. gr. de atere, di altrui, o/lrm'; a atere ad altrui, altrui, Ateru 
atera; aUro, aUra^ de s' ateru, de s'atèra; deli" altro^ dell' aitrai cosi 
nel pkir. ìbos ateros, sas ateras; gli altri, le altre, Jnzènu^ànzèna non 
cambia tanto in. sardo che itali, de s' ànaenu, de s' anzena., deW altrui 
ecc. consumare s' anzenu, consumar l' altrui, cioè la roba (f altri. Cosi 
nel phir. sos anzenos, gU edtrui; de sos anzènos, deifli altrui ecc. 

% a Finalmente vi sono, i pronomi generali o indeterminati, è sono 
quelli che denotano generalmente la persona o la cosa , e questi sono 
•GM, Boem , ogni JOGW1W, Doonujiv, ognuno j ciascuno y ciaschedufto y 
(Dorg. onnunu, MSS. A. ommunu, cada (i), cadaunu); totu, tutto (2) 
ii|DA, PAGC, inolio^ pocoi il primo prendesi in ambi i generi cqì nomi 
di ccAleodoBe, meda zente, mok pobulit, molta gente, molto popolo; cosi 
pure pagU:, pa^a gente, mezus festa, prov. Nel plur. fa pagosifa^; non 
cosi meda che è iiMtectinaUle in tutti i generi nel sing. ( S. ^* ) * ^ 



(I) Cada é.cadannii é usato tuttora in Org. Gàlt. Nuo, e dislr. Il 
primo dieeei dt cosa , p, gr, cada die ^ ogni giorno ^ e tale si usa nel- 
V Oruz. Dùminicale che pare corrotto da quotidie: il secondo di persona 
o di nomi eolletUìfi , v. gr, cadaunu ^ o cada persone detet amare a 
Deus , ognuno deve amar Dio, cioè tutti. 

(là) 7ì>tù M plur, è <K genere promiscuo^ <?. gr, benedicta ini»r totu 
sas feminas^ boiedetlo fra tutte le donne; iotu quantoSj tutti quanti ; 
Mu Ao«it*oe9^- tutti uomini; noii tetos homines;»}» coi noìni numerali 
usasi in plurale, v, gr. totos dàos hanUnes, totas tres feminasr, in totas 
òator parie» de su mundu , tutti due nomini ^ tutte tre donne ecc, e 
può aggiungersi in itati, un e in mezzo co' nomi numerali solamente, 
tutti e tre , tutti e sette. — Ne" MSS,< e Dipi, A^ tot tres, tot Iwmines, 
eum.ioi sos ateros ,^ de tot sos modos, ecc. Unito a ma , vale il mede- 
simo , de tot' una Umba , della stessa lingua. 



84 0RT06R. TARTE PRIMA 

plim di una sola desinenza , sa eumbenienfia e$t de pa^ùs ; 9a fi«ces- 
sidade de medas, prov. Nisciimy, o niasuffu^ TfE^suNv-VB, pffmuNu {D, nella 
donaz, di Torgotorio.a perunu ateru: mìnos{S), nessuno^ veruno, ninno, 
Alguru^ QVAJLQi}iuf«c> QVALEcuNv {4Z'i de L.- e MSS. A, qusUttnoQt, quaìuo- 
eha ) > €UctmQ , gualcufio , qualcheduno. QvkULstsiLv , «ih£sisìa;c , qua.le'» 
siQUERFAT ( MSS. A. quale si bolgìsti) ^ehiunque^ chieckessia, queìtoivùyUa 
qÙ€Usisia, Itesisiat ^ pron. solaijieiite di cosa , checchessia^ Vw', fwrv, 
QOAiHTu ^ uno y tanto , ,qu(mtù , seblteae qaesU oon appaHeogaao alla 
elasse dei pronaani, potendosi aecoiiipagoare con nonu, y. gr. un' do- 
mine, un'uomo; tantas die» y tanti giorm, ecc. Tanto in ss^do che ia 
ìtali, salvo to^, unu, tcmtu^ e qìàa»^u, non si usano nel plur. Eecelli 
in ital. la voce og,ni santi totv sos savctos. Aoibos^-a:»-/ nel. plur. sola* 
mente come in itali, ambi^ ambe. — Rimarchevote pm JkéL sardo è^il 
pron. fulanu che adq)erasi di p<»rs4Mia indeterminalamente <^ 6fk 
N. 2. ) DoaiNu FULANU^ U signoT tale',, come pure €U&i>' hqwise ( Merid: 
cuddu ziu^ Settent, chiddu ziu )y quéi toT uomo^ quel signore^ Pronome 
mdefinito di cosa è bodaue , il tale^ un certo, Seti. cudcLatu , coiate* Di 
persona e -di cosa matessi, il medesimo^ sttsso (.§.54.) il quale in sardo 

Srendesì indeclinabile. — ^Fìnahn^te kiesitb, rubda., menUe, mdiaL^ seb- 
ene noix siano strettì pronomi > pure siniss^no in sardo come in ìtali 
in iuttii generi e co' segnacasi , onu niente , sEaviT a nmumA, u^ niente, 
ser^e a nulla , ecc. > .. 

CAPO IV. 

jDe' Ferbi 

$. €1. il verbo è quella voce con la quale nel discorse^ V indica 
dò che fa , ciò che patisce, o lo statoki cui si trova una ^pwsona 4» 
cosa : se io dico v. gr. Di^us Dio, conoscerò solamente il^subhietlo di 
cui trattasi, non mai però cosa vogliasi dire di questo: ma se aggiun- 
gerò puixiT SOS PEccÀDORBs, punUcB t pcccatovi^ vengo in cognizione della 
cosa che Egli fa. Anchei prcmomi perscmsdi ($. 85:> sona ui^ mezzo 
per coiK>scere. il verbo quando è conjugato. Dei verbi altri sono aus^ 
Itort^ altri transitici ^. ed altri intransiiivù L'ausiliare o eijutaiote h 



r*- 



(1) M pron: nessuno , ninno, tanto tn sardo ^he in italL accopiasi 
il non senza che noti la nBgassi&ne^ v, gr. non èst nisctune cuntentUs 
non è nessuno contento^ vale nessuno e' è contento, ^^pvert^i però 
che mettendo la partic negativa ^ il ppon, sia dopo il verbo C9me nd 
suddetto eseìnpioj mentre se dirai ninno non è contento^ vate aiuno 
è confentQ. . - . ■ - - , . ■ 

(2) Nemos , lat nemo-inis ^ queste è di persona. Di cosà è peronu 4d 
usasi non in principio di periodo i ma dopo , v, gr, in modu perunu^ 
in nessun modo. 



ChP: IV. VERM *» 

^elto che serve a formape altri tempi che senza rajato dì quello non 
potrebbero indicare V azione o lo stato di nna persona o cosa , e que- 
sti sono due cioè so , mno , hapo , ho: e nella sarda lingua devonsi 
aggiungere in qualche tempo bèvERE , dovere^ e rèwERE, tenere^ segna* 
tamente per formare V imperfetta e piucchè perfetto remoto del con- 
gittntiVò , come vedrassi appresso. 

% GII. Il verbo tratmitive è quello che fe passare V aaione al di 
km sopra un' altra cosa o persona : questo è attivo quando esprime 
ciocché ima data persóna p cosa fa , v. gr. Deus remunerat sos justos^. 
Die rimunera i ^$tsti : p€ts8Ì90 quando esprime ciò che vien fatto a 
una data persona o cosa, V. gr. sos jùstos sunt remnnerados dai Deus 
i^A^ono rimunerati da Bio. U intransitivo è quello che non de* 
nota azione ille«na che passi al di fuori sopra data persona o cosa, 
V. gr. eo pasfiilzo^ tue andas, io passeggio, tu vai ecc. Questo dicesi 
anche neutro per il détto motivo : ed altro dicesi neutro passilo , e si 
conosce da quésto solo che ammette le particelle nd^ tij, si ecc. che sono 
pnraniénté eieeompagna verbi , v. gr. mi setóo , ti dormii , mi siedo, ti 
émni ecc. che se queste particelle pronominali esprimono azione clK 
ritorni alla persona o cosa , il verbo cui conginngonsi chiamasi- reti*' 
proco, V. gr. mi sàmuno» si bochit, mi lavo^ si ammazza. Il v^rbo 
altro è impersonale y quaiido è privo della prima e seconda persona, 
V. gr. lampat, lampeggia j cumbenìt, conviene, AXtvo finalmente ano- 
malo irregc^re i quali si dìscostane dalla radicale ; o difettivo che 
gode solamente di alcuni tempi. 

NUMERI , PERSONE 

$. Cni. Ne' verbi si considerano i numeri , le persone , i tempi ed I 
wo^;i quali dir si possono affezioni dei verbi o delle parti dell'orar 
rione { J. 78 ). I numeri servono per esprimere - checchesia , rispetto 
ad una singola cosa o a tante persone ( §. 79 ) ; nel primo caso et il 
singolare, neir altro il plurale. Der duale, comune airebr. arab. grec. 
ecc. è-privo il sardo^ dialetto come il lat. l'itali, e le altre lingue mo* 
derfie. In ogni numero succedono tre diverse persone, quella che 
paria, coinè eo,,^: quella a cui sr paria come tue, tvrj e quella di 
CU! si parla come frsB*, egli^ colui y e queste nel sing« nel plur. nos , 
««.; Bois, voi, IPSO», eglino, coloro (§. 85). ^ 

TEMPI 

% CIV. Uffizio del verbo è indicare il tempo in cui una persona o 
cosa agisce, o dimostrar lo stato in cui si trova (§. 401), ora questo o 
accade presentemente , o è già accaduto o è per accadere: se l'azione 
accade presentemente il tempo si chiamerà pre«ente,.v: gr. eo mandigo, 
fo mangio j se è accaduta sarà passaioo pfefón'fo^ v. gr. eo mandighesl, 
fe mungiate' se finalmente sarà per accadere si chiamerà futuro , v. 
gr. eo hap' a maudigare , io mangierò , e questi si chiamano tempi 



M ORTOGR. PARTE PRIMA 

smnptfei (4): Siccome però la nat^ira dd verbo è soggetta spesse volle 
ad indicare secondo il bisogno due succedenti azioni , ossia V idea 
d'un' azione che continui nel tempo istesso che sene fa mi' altra, 
perciò s' inventarono altri tempi dei quali uno è semplice ^ e gli altri 
si didono tempi oomposU , perchè formati eoi verbi ausiliar ii 

S. CV. Di questi il primo dìcesi pendente o preterito imperfetto che 
si chiama pure presente di pasmfo ^ v. gr. eo mandigaìa , o mandigào , 
io ìnangiava : degli altri composti sono il pa$8<ito prossimo ed è quan- 
do si vuol esprimere una cosa che già è succeduta da non molto tem- 
po > v. gr. eo hapo mandigadu , io ho mangialo , mentre m anosghcsi , 
mangiai indica tempo remoto del quale è privo il dial. campid. v^) e 
Fatto accaduto già da molto tempo^ e perciò dai Gramatici dioesi pa^ 
9alo remoto, I Greci per notar un tempo xosl indeterminato avevano i 
loro aoriati, ma i Latini furono troppo austeri. Il trapassi^ imperfgUo 



(1) n futuro neìia Logud. e merid, favdla non Piene streiiamente 
parlando sotto il rapporto di tempo seilsidice , perchè è formato dal 
verbo ausiliare aU' uso antico latino , e come oggi usano i Tedeschi 
servendosi del verbo diventare , dieendo -, p. gr, io divento, essera , io 
divento avere (werde sein^, werde haJben)^ Adoperasi nel Logud. and^ 
seaipltcemente àUa foggia itali, ne* eompotUmenti poetici, timerhàpo^ 
tìmerhàs ^ timerhat ^ ecc. e risponde al timore habeo kU. V AraMa e 
l' autore de S' Anghelu hanno càntarhapo , fagherhàt , tee. Il diaL 
settentr. a più dell* ordinaria forma abaraggiu, ecc. è usata anche fot- 
ira forma ali* uso logudor. Aggi' sbè, aggi ama ,ecc. SM>ene anche 
V itali, futuro non è altro che una eomposizione- deW infin. e del fiU. 
avere , cosi amerò è amare ho, amerai è amare hai; ameranno, amare 
hanno X «co. Cosi pure U lai. amabo, doè amare habebo; doóebunt^ 
dQè decere habebunt,. ecc. ed anticamente i Latini dicevano Yfame 
habebo, decere habebo, {*) ecc. Il verbo ausUiare spesse volte si pospone 
all' infinito , p. gr. a bider i! hamus , il vedr^ao ; nEmaa *at a moGint, 
qua verrà, ecc. Spessissimo in vece dell* ausiliare hàere «' adopera il 
verbo dèvere , dovére j v. gr. lu deet fagher^, lo farà 5 lu deemus bider 
il \edremo; it* hora deet esser, che ora sa»*à, quanf ore saranno ecc. 
Del resto ^ salvo in questo tempo, in tutti gU altri la Un^ua Morda 
set^uita V analogia ddla lingua itali, più che la latina 

(2) Ordinariamente nel dial. merid. il passato rimoto supliscesi col 
trapassato imperfètto^ in vece di ebbi dicesi hemd terto, aveva avuto; 
in vece di amai dicesi hemv amau, aveva amato, ecc. 

(*) Da guest* analisi di tefnpo si vede .quania nagione abbiano aleuné» 
illustri Storici e dotti viaggiatori sul giudizio che diedero della Sarda 
Lingua dicendo di non aver futuro , e per questo i Sardi^ di badare 
solmnente al presente delU cose e non mai al futuro. Saranno stati dessi 
forfè che in alhrà non badarono^ al futuro ? D* altronde > fiojn M vede 
seriamente co' fatti questa loro spensieratezza per V avvenire. 



' CAP. IV. TEMPI g7 

66sìa prcflerito piucebè perfeito , quando accennasi una cosa avvéanta 
innanzi, v. gr. eo haja niandigadu, io civ^m mangMo: e finafauenle il 
postato di fuòéfo che Indica una relazione, t. gr. eò hàp' hàer mandi* 
gadu, io avrò mangiato , e dipende da una condizione che comune- 
mente esprimesi con quando, earateristico del detto futuro. . 

MODI 

• 

^ evi. I verbi esprimono anche il modo con cui un' azione accade o 
fossi , cioè o dimostrando, e questo si dirà modo indicativo s o coman- 
dando, e si dirà imperatipoj o dubitando , e sarà congtunHvoj o con- 
diadoTialniente e sarà condizionale, o finalmente senza determinare, e 
si cUrà modo infinito. U indie, chiamasi anche affermatilo pcnrchè af- 
ferma la cosa, V. gr. eo amo sa-virtuqe, io amo la Wrfi«.-L'imperat 
anche m sardo non ha futuro, giacché le cose che si comandano han- 
no da farsi, jùa pure se la cosa comandata fassi nel momento chiamasi 
presente ^ se poi. ha da venire adoperasi il futuro dell' indicai. , v. gr. 
pustisqui dormis ha&a isfudiare , cfopo aver dormito etudierai, Quan« 
do all' imper. si mette la partic. negativa non , il verbo non mandasi 
all'infinito come in ìtali, ma al congi.,'y. gr. noli mandighos", non fe- 
ctes^ non mangiare, non fare, ecc: Se interrogativo ^ al presente 
dell' indie., v; gr. nen mahdigas, non mdngHf Nella Barbarg. l' imper. 
si forma pure col pres. del verbo fàghere ( fare ) e l' infinito del verbo 
col qiiale comandasi, v. 'gr. faghes a i)enner, in vece di brtii, vieni qua. 

% CVn. Il congiuntivo dicesi sinché soggiuntivo perchè soggiunge 
accennando senz» affermar la cosa, è questo è il dubitativo che nel sar- 
do si fo nella voce in ère, v. ^r. mandighère> factère, mangierei, fareij 
che se esprimesi colla condizione di un^ altra cosa, allora dicesi cònr 
dizionale, ed adoperasi la vooe composta, v. gr. ti dia amare si mi 
haei'je^ amadu> ti amerei se mi avesti atnolo^* si iiaere hàpidu custu, se 
Offessi a^ulo questo ecc. E noterai che la^condizionale se regge la prima 
voce quando l' altro Verbo è congiunt., v. gr. diere (lat debàrem ) o dio, 
dia mandtgare si potére^ mangiérei se potessi: regge però l^ indicai, 
quando l'altro veirtM è kidic. parimenti, v. gr. da qui hap'a poder^ 
hap' a mandigare , se potrò, mangierò , e vaie come potrò , mangierò. 
Se dubitativo regge il congiunt, v. ^. non isco m eo betiza, non so 
se io.^enga : cosi pure colle congiunzioni a taecs ìi\ì\, acciocché, affina 
ckè j MAifcARi > benché , sebbene ecc. 

$. CVIII. Finalmente V infinito è quando il verbo adoperasi in modo 
da non indicare alcuna variazione o tempo preciso, o come meglio il 
Cherubini nella sua Guida >v (^ni volta che il verbo espone una cosa 
» come accadibile o accaduta m tempo indeciso senza fiirsi sentire 
» la<^ fòrza dèi pronómi personali, il modo sarà indefinito » v. gr. bìza* 
re, iscriere, legere, vegliare, scrivere, ^ggere. I Greci hanno il modo 
ottativo <|uando^ vogliono. esprimere il desiderio d'una cosa-, non però 
r hamio 1 JjSktim che a vece fanno precedere l' avi'erbio utinam ai mo^ 
do sogg. nella voce ìa si, e gì' Italiani piaccia al Cielo, voglia U Gelo 



I» ORTOGR, PARTE PRIMA 

eec» In Sardo poi si è eooservatò la paiPticella o^ avverbio greeo n^^ 
utinam che soleaiiO metter ionanzi del modo, ed il v^tK>i&i manda al 
ccNigitinti., y. gr^ et a -ite non mi euncediat Deus costa grada t Iddio 
(zolea^ di concedermi, questa gruxiat e prò it^ noQ mi suoòediat custut 
Iddio mi ftzcciu <KC€ider questo ! Oppure presòiettendo l' art. su al y^- 
bo, v.gr. su qui non dia dare, ^an(o fèon darei! Y. Cap» VIILInterp. 

conjugazionÌ 

§. CIX. La conjugasione del verbo non è altro che levarla desine»* 
za air indefinito, e sostituir -quella prc^rìa. che conviene a ciascun 
tempo, numero e, persona. In quest'operazione starà salva la radice 
di qualunque verbose 1' 4l^?a^one formerà la diversità che risulta. da 
dascmi tempo, numero e persona. Niella Sarda lingua le conjiigazioni 
sono prj^isamente tre, sebbene nel lat. ed itadl^nr esistano quattro (4), 
La prima termina neir infinito in «re come mandigare, mangiare, 
{merid. in ot^ pappai {S^) Settentr. in à magna). La seconda in ere 
breve sempre , v. gr. blere, riero, becere, ridere, (merid. tri, biri, 
arriri^ Sett. è, i vide, ridi). La terza in ire come dormire, sentire, 
éormirJR ; sentire (mered; 4ri Sett. t ). Principiamo a conjugar questi 
verbi che per usarli in confr<mto li abbkumo esposti in taìti e tre dia* 
Ietti ( V. la pref. f. 45.)» e sicc(»»e nei (empi composti si adoperano gli 
ausiliari (§. 404.), perciò gioverà^ premettere questi^ èa indi gli 
sdtri nelle singole conjugazioni.e nelle rispettive voci. 



. {i) Nel dtoL Logudi U finimento àelf ère èungc pare ii a^mlo- i ^ 
guenti cRàRE , credere, rèrb, reggere, ma quesH vedesi. chiartLd^ess^ 
contratti. Al più sarebbe seere, sedere, ma questo ancora dà aU*^ree^ 
càio un suono 6repe. Anche, in itaK dovrMero esser tre le conjug. chè^ 
salva la pronuncia in ere lungo e breve, nef^n' altra è la.iùversità 
fielV iffflessione o :formaziom dei tempi. Nel Gallmrese poi sono due, 
perchè la terza e la seconda sono simi^ in ogni tempo, come 'dai prò- 
spetti. Il presente nel Logud, si ha con metter o aUa radice. Nel camp. 
e GaUu. con aggiunger u in tutie le co^fugaz. Ma md. GaUur. neùa 
prtma conjug. terminata mU'infin. in à.acìilo, qmetmJb> a. questa prò? 
cede una vocale, fa nel pres. in ég^n , t^. gr. barrià, barrieggks , tstf 
rìc^re; cojiuà , e^ueggm , maritarsi ecc. Éecet ^H anomeUt, fa» fare; 
fk>Kzo; uK, dare, doggd, ecc. 

(2) ^Questa terminaz. in ai della parte meriéionaìe non è da rip^ersi 
dotto sdogUmsnto del .dittongo greco ai , covte erede il Porru , ma da 
un vezzo particolare della Contrada an^cMssimo éi «t» abbiamo prwe 
che si usasse nd Sec. Ir. Le Opere di S. .Lucifero sono piene di questo 
provincialismo judicari , orc^ari , ji^ulari , zèlari e simM da cui in 
seguito soppressero la r. Cosi neHa ±eog^ug. tiene fundi cruorem per 
fimdere , ecc. 



£AP. IV. VERBO AUSIL. 



89. 



LcUm, . . Logttd. 

Sum, i £o so (1) 

Es, 2 Tue ses 

£st^ 3 Ips' est 



PROSPETTO I. 

.Verbo ausiliare essere 

Modo Indicativo 
' Presente 

SlIVGOLARE 

• Campiti. , €!allur; 



Itali 



Dea seu 
Tui ses 
Issu esli 



Eju soggu (2) Io sono. 
Tu sei Tu sei, 

£ddu è Egli è. 



Plurale 



SumuSj A Nois semus Nosaturus seus Noi semu Noi siamo. 

EsUs, 2 Bois sezis (3) Bosat. seis Voi seddi (4) Fai .siete (sete) 

Suut» f3Ipsossuat($) J^^aus sunti Eddi so Eglino sono. ^ 



—"* 



(ì) So è anche voce antiquata italiana per sono^ cosi pure dicevasi 
este per è. N. B. In questo verbo e negli altri prospetti , le voci italiane 
che sono segnate con parentesi, sono poetiche, — Nel Logud, con questo 
verbo ausiliare si esprime la particella fa itali, quando determina tempo,, 
V, §r, degh' annos sunt, dieci anni fA.'Ad^percmdo il verbo faghere si 
aggiwÈ^é U tempo determinato j v. gr, degh' annos fùghent a* cnas. Nel 
ntGrid. usasi come in itali, dexi aonus £gdt -, tosi pure nel seUenir. dati 
anni ^n, \ - 

(2) La prima persoìia di questo verbo nel Gallur, ha due significati, 
mentre può venire dal verbo sabé sapere , v, gr, eju sòggu la lezioni , 
io 60 la lezioiic. I^rdisiinguerte awerHfói cHe sóggmjmao-ha Vo stret- 
to:; sòggu so è largo abbastanza, 

(8) Tutte ìé desinemu dèlia 2 persona plur, che vengono dal tis o stis 
lat in Logud, escono i^ zis in tutte le conjtkgaz, ed in tutti i tempi, 
Eccet, nel pres, dell'indie, e sogg, mandigades-ghedas , kgides, legedaè. 
eec. Ma ijjnest asiSiMare essere con avere hcmnosEus e àazisì Sembra 
questo un segno dell' a/tcmca lingua in cui si faceva lo scangio ddla 
lettera i4» s^, e ^fueskn in z ; come osserva Fesio, 

{A} Nd dial.Sasmr. doDe^ vedrai doppio d che v^né dal t ìtali, lo 
pronundermi d non palatino (%, 20. N, i») : un tal ^mutamento si fa 
in iutH i pmrtiUpii passati ed in tutte le^ vod primitive italiane 'che fini- 
scono in ato, eta^i^^ uto. :^e^' dial. Temp. perà è cosi esatta quesJÈa 
pronuncia del iitaUi the si dMingueilt semplice dal doppio, " * 

4d) In Iforg. cambiana V amo in questa^ p»s^ «ort , sqkc. 



90" 



ORTOGR. PARTE PRIMA 



Eram, 

Eras, 

Erat, 



1 Eo fia 

2 Tue ifias 

3 Ipse fiat 



Eramus, 1 Nois fiamus 
Eratìs, 2 Bois fiazis 
Erant, S Ipsos fianl 



Pendente 

SifVGOIJLRB 

Deu fenuutt 
Tui fiasta 
Ustt ,fiat 

Pluraus 

Nosu femus 
Bosat feétis 
Issus fianl 



Eju era 
Tu eri 
Edd' era 



Noi erami 
Voi èraddi 
Eddi erani 



Io era(iy 
Tu eri. 
EgVera. 



Noi eravamo, 
Foi eravaiU. 
EgUno erano. 



Paseato remoto 



Fui, i Eo foi 
Fnisli, 2 Tue fusti, fis 
Fuil, 3 Ipse fuit, fit 



SllfGOtAM 

Deu femmu 
Tui fiasta 
Issu fiat 

Plurale 



Eju ) 
Tu )fusi 
Eddu) 



Fuimu^. INoisfiinus-is 
Faistis, 2 Bois fizis-ustis 
Fuei'uat^ 3 Ipsos fuiat 



Nosat. femus) 3 Noi ftisimi 
Bosat. festis f^ Voi fusid<fi 
Issus fiaut )^ Eddi fusiui 



Io fui. 

TufosH(fu9U) 
Egli fu (fue). 



Noifrnnmoiil 

Fot filate. 

EgHno furono 
(fàro,furno, 
foro^funno). 



Manca 
nel lat. 



iE0 80 ).^^ 

2Tueses)^^ 
8 Ipse est) ^" 

1 Noissonns) s 

2 Bois sezis)"^ 
Sfpsossont);^ 



Tassaio pfopinqteo 

. SlNGOLARR 

Deuseu) Ejusoffgu) is- lemma) 

Tulses )i$tetin Tu s^ )Uid' Tu sei )9tato. 
ksu esti) Eddu è . ) du EgH è ) 

' PUJRALC 

^01 «Aimo) 
Fot siete )sMi 
ÈglifèO sono) 



Nosat. femas) 3 Noi semu) 9 
Bosat. festis )}§ Voiseddi^ *§ 
Issus tiant ),« Eddi so ) .9 



(1) Schiferai di dire ero antiq. per ersk ; araino> saramo; èriyo; erate 
sara(e per erarno eravate. Erroneo è erava^sìmo. 

<2) ParimeiiU fossimo per fummo to che odesi sevenie da moUi. — In 
Nuoro e distr. la prima pere, di questo tempo la fannoìnppo col quaie 
indicano anche il pend. — In Austis e liana in 9ece di pntis» o vtAum, 
dicono fustis ^ Busachi fcstiai]» ^ e questa forma pare un r^iduo della 
lingua etruscQj che nelle Litanie Pelasge trovasi sempre FVST per imi. 
Nella C. de L: la terza pere. plur. è sempre fvhlikt e wvtabmv, furunt 
remàsidos, furono rimasti , e tosi in nuM MSS. J, Fusti^ fut> Jra. 



CAf. iV. VBIUia ANSSL 94 

Lai, Logud. Campid. Gallur, JtalL 



«' !' 



Fueram I Ho fia ) a Deu feII^Il^).3 Ejii era) U^ Io era stato. 
Fueras 3 Tue flasì ^ Tui Casta ) ^ Tu . eri .) tadr Tu eri ètato.- 
Faerat . 3 Ipse fiat> .SS Issu fiat ).S Edd' era) du \£y Itera «faft>. 



Plitralb 



Fufiramus INois fiamus Nosatfmos)^ Noi erami. Noi eravamo. 

istados ).^ istaddi stati. 

Fueratis 2 Bois fiazisec Bosat^stis )^ . Vqi èraddiec. Voieravateec. 
Fueraat SIpsosfiantec. Issus fiant )"-• Èddi èraniec. j^l^na erano. 



Futuro 

4 

SufGQLARB t 

Ero lEohap') a Deuhap') Eju sara^giu Io sari^ (fia). 

Erk 9 Tue fia$)e89e- Tui has )èssiri Tu sarai (I) TV sarai. 

Erìt 8Ip3'liat)re Issuhat) Eddu sarà EgUsarà(fia) 

• * • 

. Plurale 



Eriffluft 4 Nms liamus Nosat. heus es- Noi saremu JVoi saremo. 

a essere siri 

Erìtis SBoishazìsec. Bosatheis essiri Voi sareddi Voi sarete. 
Enint I Ipsesbantec. Issus h^t essiri Eddi saràni Eglino saran- 
no, (fiano). 
Modo imperaUvo 

SlIVGOLàLB 

Esto,Qi,8is 2 Sias tue Siasta tui Si tu Sii^ sia f». 

Eftto, sit SSiat ipse Siat issu Sia eddu Sia egH. 

Plurale 

Simus iSie-amusnois Siaus tiosatenis Siami noi Siamo noi. 

Estote , 2 Sie-ades bois Siais bosaterus Siaddi boi siate poi. 
este,sitis 

Sunto, 8iat SSiant-eht ips. Siant issus , Sian'eddi «Stono eglino. 



»■>•■ 



(1) Italiano anUeo serai ; e nella L pere, terò , saraggio per sarò. 
Irrofiee sarabbo , sarajo. 

8 



9Ì 



ORTO&R. PARTE PB39tà 



Sìm 

Sis 

Sit 



Simus 

Sitis 

Sint 



Modo eongiwìiUfO 
Presente 

Sin GOLilUK 

4 Eo sìa, e ^ìe Deu sìa 
2Tuesias-es(l) Tui siasta 

5 Ipse siat-et Issù sial 



Ejitsia 
Tu si 
Eddu sia 



Plvbale 

• 

INoìssiàmus Nosat siàtts 
2Bois siazis ^osat. siàts 
3 Ipsos siant Issos siant 



Jioì siami 
Voi siaddì 
Eddi siani 



Imperfetto propinquo 

SnfGOLAAE 



Essem 

Esses 
Ei>set 



1 Eo es^re 

2 Tue esseres 

3 Ipse esseret 



Deu fessi 
Tuì fessìs 
Issu fessit 



Era fossi 
Tu fussi 
Eddu fussi 



Plcìialb 
Essemus 4 Nois essere- Nosat. fessimus Noi fàssimi 

mus 
Essetis SBois essere- Bosat. fi»tis(5) Voi fùssiddi 

zis (4) 
Essent 3 Ipsos esserent Issus fessìnt Eddi fussìni 



Io sia. 
Tu «Y(2). 
Egli sta. 



Noi siamo. 
,Foi siate. 
Eglino siemo 
(Steno). 



Io fossi. 
Tu fossi (3). 
Egli fosse. 



Noi fossimo. 

Voi foste. 

Eglino fossero^ 
(fbssorùhssino) 



(4) Questa desinenza in es, et, ecc. è un residuo della lingua prisca. 
Pesto nella formolo che gli Strufertarii f espiatori degli alberi su cui 
cadeva qualche fulmine) adoperaì>ano , riporta questa , precor te , Ju- 
piter y ut mihi propitius fies. ^ E Catone Mars Pater te precor sas 
\olens. Terenz. usò la 3. pers. jf>lur. sìent: e nella Costituzione scavata 
in .Pozznolò trovasi adsi^kt in vece di adsint , 

(2) Sii quando unìscesi a pronome cangiasi in itali. V ultimo e in ìj 
V. gr. sieti assai^ in vece di siati assai. In sardo avviene questo cambia' 
mento di lettera quasi in tiUte le persone prese isolatamente^ sie, sies^ 
siEMtis , ecc. 

(3) Non dirai fosti in 2 pers. per fossi. Similmente nel plur. fàssimo; 
fusti , fussero'j che sono voci antiquate. 

(4) Esserezis pare una composizione da èssere dezis ; dicesi ànciù 
in logud. puro esseredas , esseredes , ed esseredi^. 

(5) Nel dial. CagliariL questa voce in tutti i verbi ed in tutte le £0f^ug. 
usasi se le preceda la partic. condizionale si, v. gr. si festis, si hestis, si 
liggestis ecc. altrimenti fèssidis ^ hèssidis^ liggèssidis^ ecc. 



CAP. IV, TEMO ASmtL 



93 



VaDca 4 Eo dep' ) g Deu hem' ) a Eju aarla (I) 

ncH àTue dees) » Tui hiast)esM- Tu saristi 
LaiiBo 3Ipse deet) S Issti hìat ) ri Edda saria 

Plorale 
I Noìs deemtis 'Nosat. beeius Noi sanami 

^sere a essiri 

SBoisdéezisec. Bosat, hestis ee. Voi sariaddi 
Slpsosdeeotec Issus hiaat ecc. £ddi sariani 

^ . - Preparilo p^feUo remoto 

SirrGOLARE 

I Eo sìa ìatadit Beu sia isietiu 1^ sia}^ 
S Tue sias ecc. Tui siasta ecc. Tu si ) 'g 
Sfpse fiìaiecc. Issa siat ecc: Edda sia) .« 

Plurale 



Io:8arei(for^ 
Tu saresft 
Egli sarebbe 
( fora )r 

Noi9arem.(3!^ 

Vài sareste 
EgHnqsarebb, 
(sariano, far.) 



Fuerim 
Fuerìs 



Io sia) 
Tu sii )stato. 
EgUsia^ 



Fuerimus ^ìi(As sianms Nosat siausiste- Noi siami is- Noisiamosta- 

istados tiiis taddi ti, 

Fneritid 8 Bois siades èc. Bòsat. siais ecc. Voi siaddi ec. Voi siate ecc. 
Faeriiit iìpf» siant ec. Issus siautecc. Eddisianiec. Eglino Siano. 



(4) Degna (t osservazione è questa forma in tutte le co^jùg, del diaL 
s^tentri, la qucUe è conforme aìV itcdL ma è sempre poetica in ogni 
verbo , saria , abarìa , amaria , aeotiria , vedarìa , ecc. ecc. 

(fi) Baderai di non ìc(»re^isares8Ìmo , né fossimo per sarctomo. — jVél 
Logud. e Gatlur. questo t^po si fa con dia^ dias^ diat^ e dière, dières 
di^t, eec.\lùt. déberem/ts , ecc.),v. gr. éo dia essere, o dier* essere 
io sarei; fu^ dieremus essere, noi saremmo, ecc. GaUur. eju dia ass^ 
noi diam' asse. Cosi pure H piucckè perf. dia esser' istadu^ di as esser' is- 
TADtr, ecc. Dees, deet indica fui. assoMo deet essere, «ard: deves però 
e devet inéiica dubbiezza , devet essere , forse. Jì propinqiìù M fa dftUà 
plebe in tutte lepers;, cambiando Ve in Si, essbra ^-ras ,-rat. PI. essbra^ 
K«7s,è<rc. Cosi in tutti gii altri vèrbi di qwiunque e&ttjug. Fon. si HuaiifT 
om HO» (iat fuerita), se fossaro stati con noi. Noterai che i' aiMiar» 
depo, dées ecc. con awerb. di stato unito alt* infin. baere , quando è 
interrogativo diventa H ìferbo essere nella 3 pere. , 9. gr. atero b' eat, 
nitro v'èf QOE ude deet baere, cene sarà; ite qus heet xiERa ìogcedidij, 
cosa d sarà succeduta? aitrimenti sarà il fui» ordinario ( % 404. ) hdb 
BEEifirs BAER BBBRT licvDos , ua avrcmo cento «taidL 



94 



ORTOGrR. PARTE PRIMA 



Trapauato imperfetto remoto 



Manca 

nel 
Lat. 



1 Et) essere 

istadu 
S Tue esseres, 
3 Ipse esseret 



1 Nois cssere- 
mus istados 

SBoìs esserezis 
istados 

3 Ipsos esserent 
istados 



SillGOLARB 

Deu hem' a essi- E|u saria 

ri stetiù istaddu 

Tuihiasf ecc. Tu saristi 
Issu hìaf ecc. Eddu saria 



Pluhale ' 
Nosat. hemus 

a essiri steliùs 
Bosat. hestis 

a essiri stetius 
Issos hianf 

a essiri stetius 



Noi sariami 

istaddi 
Voi sariaddi- 

istaddi 
Eddi sarìani 

istaddi 



Io sarei stato. 

TU saresti et. 

Egli sarebbe. 



Noi saremmo 

stati 
Vùi sarete 

stati 
Eglino sareb. 

staU 



Fuissem 

Fuisses 
Fuisset 



Trapassato imperfetto propinquo 
Singolare 
i Eo fia istadu Deu fessi istetiu Eju fìissi is- Io fossi staio. 

taddu 
3 Tue fusti ec. Tui fessis eoe. Tu fiissi ecc. Tu fossi stato. 
3 Ipse fiat ecc. Issii fessit ecc. Eddu fossi ec. Egli fosse ecc. 



Plurale 

Fuissemus 1 Nois iuimus Nosat. fessimus Noi tìissinù Noi feMlmo 

istados istetius istaddi stati. . 

Fuissetis SBoisfizisecc. Bosat. fèssidis Voi fossiddi Fot foste stati 

Fuissent 3Ipsosfoint Issus fessint ecc. Eddi fossini Eglino fossero 

Passato di futuro 

SlRGOLARB 

Fuero 4 Eo hap'a es» Deu hap' èssiri E^u saraggiu Io sarò stato. 

sereistadu(i) istetiu istaddu. 

Fueris 2 Tue has ecc. Tui has ecc. Tu sarai ecc. Tu sarai^Mo 
Fuerit 3 Ipse hat ecc. Issu hat ecc. Eddusarà ec. EgU sàràstoL 

Plurale 
Fuerimus I Noishamusa Nosat heus es- Noi saremu * Noi\ saremo 

èssere istados siri stetius istaddi stati,, 

Fueritìs 2 Bois hazisec. Bosat. heis ecc. . Voi sareddi Foi sarete ecc. 
Fuerint 3 Ipsos liant ec Issus hant ecc. Eddi safari . Egli, saranno 



. (i) Nel Logud. questo tempo si forma anche col verbo ausUl. devo o 
DEPo ^ V. gr. depet esser* istadu , sarà stato: cosi pure nel cftal. settentr. 
aggi' a asse istuddu, sarò stato, ecc. 



CAP. IV. VERBO AUSIL. 95 

Modo infinitivo 

Presente 

Esse Essere^ e esse EBsirì Asse . Essere. 

Passato perfetto 

Fuisse Essere istadu Essìri stetiu Asse istaddu Esser stato, 

Gkrtmdto 

Essènde(i) Ess^di-du Essendi Essendo, 

Futuro 
Fore.fìitu-^sser prò essere Essiri pò essiri Asse par asse Essere per ^s- 

rum esse sere, 

Haer de essere Abé a asse jiverdaessere 

Futuru Futura Futuru Futuro^ 

Participio passato 

listadu Stètiu Istaddu Stato. 

PROSPETTO II. 

Verbo jive^e 

Modo indiccitivo 

Presente 

SlNGOLUlB 

Lat. Logud. Ccempid,- Gallwr. ItaU. 

Habeo Eo hapo (2) Deu happu |^u aggiu Io ho fjpl. aggio), 
Habes Tue h«s Tui has Tu hai Tu hoL 

Habet Ipse hat (3) Issu hat - Edd' ha Egli ha (ave). 



(i) Negli A. MSS. Dipi, e Sinodi trovasi essendo , e sendo. Cosi nel 
prologo del Sinodo di CASTRà. » essendo in S, Miali de Bono celebrando 
» sancto sinnodu » K Toh ad voc. Leonardo. Trovasi anche sonde K 
Iscriz. Lapid. Sarda Sec. XVlI, 2 P. di quesf Ortogr. Esse usasi at- 
tualmente nélV infin. e pm frequentemente dai Poeti j prò esse cum te- 
CVS , per esser con te. — Dial. Temp, esse. 

(2) Jn molti Mss. autografi trovasi babbo ^ come-neK itali, antiq. di- 
eevasi abbo > abbiendo ^ K Buomm. — In Busaehi ^ Sorgono, Azzara 
e distr. dicesi haggio^ — A vece di quesV ausiliare usasi nel Logud. 
tenzo^ teneSj ecc,^ v, gr. tenzo de faguere^ in vece di hapo de faghere, 
ho da fare ; rapo tcertu in vece di hap' hapidu ^ ho avuto; ite tenes cum 
hegus^ in vece di ir ra»> cosa avete meco. Cosi nel dial, Campid, tengu 
de fai 3 ho da fare ; e nel, gallur. tengu di fa ^ ecc. 

(3) Noterai bene quanto r or' ora dicemmo (n.6.) che la & e 3 pers, 
di qttesta in tuUi i tempi e modi prendesi per U verbo essere nel dial. 
JéOgud. e Campid, i^non nel. Gallur)^ v: gr. non que net hat^ non ce 
n' è^ Campid. non ci nd' hatj Gallur. no' zi n* è. Bo$, non si no' est. 
Non bi nd, hapesiij non vene fu , eee. 



*6 



ÓRTOGR. PARTE PRIBÌA 



Habenius Nois hamus 
HabetìÀ Bois hàzis 
Habent Ipsos hant 



Plcrai^e ■ > 

Nosat heus Noi abemo ' Noi abbiamo. 

Bosat heis Voi alaeddi VoiaveU. 

k»us hani Edd' hani Eglitào hanno. 



Raibebam 

flabebaii 

Habebat 



Habebamus 
Habebatis 
Babebant , 



Habui 

Habuisti 

Habuit 



Habuimus 

Habuistis 
Habuerufit 



Manca 

nd 
Lat. 



Eò baia 
Tue haìas 
Ipse baiat 



JPéndenie 

&IIGOLARÌV 

Deu hemu 
Tuì Uasta 
Issu hiat 

Plurale 



Eju abia 
Tu ab! 
Eddu abla 



Io apepa-p#a(l) 
Tu aceW. 
Egli a^eva^w. 
(avia) 



N. haìamus(S) Nosat. hemus Noi abianà Noi ai^ePamó, 
Bois haiazis Bosat, hestis Voi abiaddi roi ave^a^ 
Ipsos baiant Issus hianta Eddi abiani EgUnoavevanù 

( aviano ). 
Passato remoto 

Singolare 

Eo hapesi Deu hemu tentu Eju abìsi 
Tue hapesti Tuì hiasta ec. Tu abisti 
Ipse hapesit Issu hiat ec. Eddu abi^i 

Plurale 



Io ebbi. 
Tu asbesti. 
Egli ebbe. 



Noishapemus Nosat hemus Noi abisimi Noi ebbimo, 

tentu 
Bois h^pezis Bosat hestis ec Voi abisiddi roi aveste, 
Ips. hapesint Issus hianta ec. Eddi abisini Eglino ebbero^ 

Passato propinquo 

Singolare 

Eohapliapidu Deu happa Eju -aggìa Io ho aouio. 

tentu auddu 

Tue has ecc. Tui has tentu Tu hai ecc. Tu hai apuio, 
Ipse hat ecc. Issu hat tentu Edd' ha eoe. EgUhaavuio^ 



(i) jéìJperUset una volta per sempre che. le termiinaxiofU del pend. ia 
ogni perbo^ ed in ogni eonjug, ea, ia^ in pece €li èva, iva, sono sempre 
poetiche, /neve, ivo^ sono antiquate, né si soffrirebbero nella scriiiuf» 
di moderna italL ortografia, 

(2) Questo tempo nétta 2 pers, tiene cmche haistr in pece di faaiasli 
éhe dovreb^' esser regolarmente. Nel plur, si usa pure haìmus , haizis. 
Condag. di Saccargia hapisunuit 



C*P. Vf. VERBO AVSIL. 

t 

FiMKiàtM 



97 



Manca nd 
Lat. 



Babueram 

Babneras 
Habaerat 



Nois hamud Nos» beus tentu Noi abemu Noi abbiamo 

hapida auddu- av^to; • ^ 

Bgishazis ec. Bosat^heis ec. Voiabeddiec, Foicwpte ecc 

Ipsoshantec. Is^us hanti ec. Eddi han'èc. Egìin' liannó. 

Trapassato imperfetto 

Singolare 

Eohaiahapi- Deu benm Kjù abla Io ai^eva 

du tentu auddu aimtQ 

Tuehalas ea Tui biasta ec. Tu abt ecc. Tu apept* ecc, 
I{^ baiai ec. Issu hiat ecc. Èddu abia ecMgli aveva ecc. 

FUJRAIE 



Habofiramus Nob haiànuis Nosat. hemus Noi abiami Noi avemmo 

teutu auddu avuto. 

Haimeratis Bod^ haiazìs Bosat. hestis ecYoiàbiaddi ec. Foi avevate. 
Habuerant Ipsos baiant Issushiantaec. Eddi abiani Eglinoxivevano. 

Futuro 



Habebis 
Habebit 



•Deo hap' si 
bàere (1) 
Tu has ec. 
Ipse hat 



Siugolàre 

Qeu happ' hai Eju abarag- Io avrà. . 

gi« (2) 
Tui bas bài Tu abarai Tu avrai. 

Issu bat bai Edd' abarà Egli avrà. 
Plurale 



Habebimus Nois bamus Nosat. beus Noi abaremu Noi avremo. 

a baere bai . 

Bòis bazis ecBosat. hestis ec. Voi abareddi roi avrete. 
Ipsos bant ec. Issus hant Eddi abarani Eglin. avranno. 



Habebìtis 
Habebunt 



(4^ È u9itatis9imo anch' dep' baère ^ dees baère , ecc. come sopra 
notammo N. i. f. 86. , 

(2) lì Gallur. (Hai. tiene anche il fut. composto (dia foggia togudo- 
rese ^ p. gr. aggi' abè ^ abanu abè , debin' abé , ecc. Cosi nelV ausiliare 
aesere], r gr, aggi' asse ^ e nella formazione Hel fuU degli altri verbi 
ndle sue conjug.. aggi' a fa , aggi' ama , ecc. 



96 



Hid^a-beto 
Hàbèàt 



Habeamus 

Habete-tote 
Habeaht- 
bento 



ORTOGR. TArttl PROVA 
Mode lmp!&uUvò 

Hapi-pfts tìiè Hapas tui Aggi tu Jtbbi lei (agg^ 

Bapat ipse Hapiat iséu Aggia edda Jàbki tgii. 

». ...<«- • ■ ■ , ■ ■ , . • 

Plurale 

Kkpemus nois Hapaus no- Aggìaihi noi Jbbiamo iiot. 

satonis 
Hapedas bois Hapaig bosat Aggiaddi voi Abbiate voi, 
Hapent if^sos Hapant issus Aggianl^di Abbiane e§ì4n$ 

i^giono). 
Mfodo CòngiunHvo 

Presente 

SlffGÒLÀltE 



Habeam 

Habeas 

Habeat 



Eò hapa (l) 
Tue hapas 
Ip$e bapat 



Déu hapa 
Tui hapas 
Issu hapat 



Ejìì ag^a ' io ^Mia. 
Tu aggi. , /TU abbi. 
Eddù aggià '. EgU abbia. 



Habeamus 

Habeatis 
Habeànt 



Plurale 

Noishapfflnus Nosat. hapaus Noi àggiami Noi abbiamo, 
-amus !;.?.!<;. .5 : 

Bois hapedas Bosat. h^pais Voi aggiadd^ Voi abbiate, , 
^^ Ipsos faapant Issus ihapanW Eddi ag^iaiiiJE^^n. ùèbianò 

hhperfetto P^o^iiquo 



Haberem 

Haberes 

Haberet 



Singolare 

Eo hapère Deù hessl 
Tue haper^s Tui h^ssis 
Ipèe haperet Issu hessit 

* Plurale 






Eju abissi lo avessi. 
Tu abissi Tu avessi. 
Eddtt abissi EgU avesse. 



Haber&mus Nois hapwèmus Nos.hessimus Noi abìssimi Noi avessimo. 
Haberetìs Bois haperedas Bosat.hèssidis Voi abissiddi Voi aveste. 

-rezis 
Haberent ipsos haperent Issus hessint Eddi abissim ÈgUn: avessero. 



(ì) In alcuni MSS. A, trovasi hàza ^-zas ^xat, per es, hàzat valore^ 
abbia valwe. Ale, Sin. di Otta. ^ 



CAP. IV. VERBO AUSIL 



99 



Imptrfdnù'Réfnolò 

Sm«OLÀRK 

Manet Eo dia hàere Deu hem' hai Eju abaria /b avfrei (I). 

nel Tue dìas éc. Tui hiast* Tu ^baristi Tu avresti. 

Lat Ipse diat > Issu hiat Eddu abarìa EgH avrebbe. 



Nois diamus 

hàere ^ 
Bois diazis 
Ipms (Mant 



Plurai^v 

Nosat. hemus Noi abàriamì Noi avremmo. 

hai 
Bosat. hestis Voi abariaddi P^oi avreste. 
Iseas hiant' Eddiabarìani^pl. avreòòero. 

' Pasàato Perfetto 

Singolare 

Habaerim Eohap'hapiduDeuhapatentu Eju aggìa Io abbia avuto. 

auddu 
Ihbnm» Tae hapa» Tui hapas Tu aggi Tu abbi avuto. 

Babuerit Ipse hapat Issu hapat Eddu aggia Egli abbia. 

' ••»,•■.■•• 

■ r 

Flurilb j • 

HsribUeriiBu» NoisJiapaina^ Nosatt. hapaus Noi aggianu Noi 4bbia)iièi 
•. liapidui> ^ i tentu... \ andaja^ > ^' avuiih • *: 
Babaeritis Bois hapedas Bosat. hapais Voi aggiaddi Voi abbiate. 
Eabuerìiit Ipse» hapant Issas^hapliat Eddi di%^vàOìEglin,abbiano. 



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IfApèrfetào pt^pidqu» 



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SiriGQLARE . 



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• • f 



Habttissem . Eo tepi^rcShdr ^ Deu h^m teiì- Eju : abissi a* Io am^i am 

pidu tu uddu io. 

Habuisses Tue haperes .Tu hessis TU abissi ec. Tu av>essi ecc. 

Habuisset Ipse haperet Issu hessit Edd' abissi ec. £(/ltape$«eec. 

Pluralb 

HabuisaeiDiif Nois hapere^ Nosat. hessi- Noi abissimi Noi amsimo 

mushapidu mus tentu auddu avuto. 

Habuissetis Boishaperezis Bosat. hestis Voi abìssiddi^ Foi aveste ecc. 

Habuissent Ipsoshaperent Issiis hessìnt Eddi abissini Egk avessero. 



(1) Dicesi pure averei ^ ma è antiquato. Averla , avrìa è poetico nel 
plur. avverebbero, awerebbono «o»o disusati j ma averiano^ avriano 
Avrieno s&no poetici.— In Logud. ne' MSS. J. bavere, haveremus ecc. Da,l 
volgo fossi haìre, v. gr. si haère chentu iscudos^ se avessi cento s^udi. 



400 



Manca tìd 
Iiati. 



Habuero 

Habueris 
Habuerit 



ORTOGR. PARTE PRIMA 

Trapeliate, imperfeHQ remoto 

SlIlGOLjLllB 

Eo dia haer Deu barn' hai Eja abaria l0CMi'Ha9uto. 

hapidu(l) tentu auddu 

Tue dias ecc. Tui hiasf ecc. Tu abaristi Tu avresti ee, 

Ipse diat ecc. Issu hiat ecc. Eddu abaria Egli avrebbe, 

Pluraus^ 

Nos dìamus Nosat. hemus Noi abariami Noi opr^mnto 

haer hapidu hai tentu auddu acuto. 

Boisr diazis Bosat. hestis Voi abariaddi Voi avreste ee. 
Ipsos diant Issus hìantec. EddiabariaiuJ59{.avre66er(» 

Futuro di passato 

SlIIGpLÀllE 

Eo hap' haer Deu hap'haì Eju abarag- Ioavròaimto. 

hapidu tentu giù auddu 

Tue has Tui has ecc. Tu abarai éc. Tm tt»nBU.oi&: 

Ipse hat ecc. Issu hat ecc. Edd'abaràec. Egli avrà ec«. 



VunuLLE 



111 »* « 



Habuerimus Nois hamm Nosatbeushai Nói abaremu Nói avremo 

haer hapidu. tentu auddu avuto. 

Babuerftis Bois hazis Bosat. heis ec. Voi abareddi Foi avrete^ «j. 
Habuèrint Ipsos hant Issus ham ec Eddi afoaràni\£y(. avranno. 

'^ Modo infiniUpo 

Presente 



Habere 



Hàere 



Hai 



Abè 



Jvere. 



.Passato perfetta 
Habuisse Haere hapidu Hai tentu. . Abò auddu ^ver avuto. 



(i) In vece di dia contr. da devia del verbo dèvere (dovere) M, mm 
anche V {stesso tempo del verbo hàere v. gr. Eo baia hàere , tue haias 
hàere , ipse haiat hàere eie. 



CAP. IV. VERBO AUSIL, 



101 



Babendo 



Habitoiis 



flahitiiiii 



Gerundio 
Bapende (4) H^du Abendi 

Futuro (3) 
Essere prò Essiri pò hai Asse par abè 
hàere 

Participio passai (3) 
Bàpidu Tentu Auddu 

VERBI REGOLARI 

PROSPETTO III. 
Paima Conjugazioiie Attita 

Modo ituUcativo 
Presente 



avendo. 



Esser pptave* 
rt. 



jiiPUtO. 



LoUn. 

Manduco 

Manducas 

Manducat 



Maiidiidamiis 
Manduca tis 
Mandoeanl 



Logud, 



SmciOLARE 

Campici 



Ifàndigo 

Màndigas 

Maìidìgat 



Pappu <4) 

Pappas 

Pappai 

Mandigamiis Pappaua 
Mandigades (5) Pappaìs 
Mahdlgant Pappant 



Gallur, 

Magmi 
Magni 
Magna 



Magnemtt 
Hagneddi 
Magnani 



ItedL 

Mangio» 

MangiL 
Mangia. 



Man/giamo,. 
Mangktte. . 
Mangiano. 



(1) Negli A A, MSS. e Sinodi ProvinciaU si trova sovente havendo^ « 
baendo. Dal volgo^ haeiide: GtUlar. e Disiret hainde. 

(2) Dieesi anche U futuro col verbo hàere v. gr. haer prò hàere : 
«»»« nel Gallurese abè par abè. Nei MSS. antichi hàver e bavere. 

(8) Il participio presente manca in tutti tre Dialetti^ ma nelV itali, è 
wi'teto avente. Anche in mtìlU StromenU antichi trovasi in Logiidoro 
«OS benes haventes^ sebbene sia più usato tenentes, et qui hant a tenner. 

(4) Pappo ^-às ,-avi ^-atum è voce kOina ustUa da Plauto. E aneAe 
^ itali, in s^mso di mangiar smoderatamente > scialacquare^ gozzo- 
^g^iare , mètaf. insultare, r. rocab. deUa Crusca , ed Alb. 

(5) La desinenza lai, di questa pere, ini Me conservata nel Sardo 
^^ atàUiari èssere ed hàére, non però neile altre conjug. nelle quaU 
''Aa cambiata in e. Questo cami^mento però sembra -antico, perchè i 
Latini rnHa prisca ^tò ^cangiavano sopente fa i tfn e ^ dicendo , v, gr. 
aere , ute^ in vece di beri, uti. Nella Ungua primitiva dieevasi pure far 
^^> ^néte, eccrper facite> sinite. Nel iscriz, Duilliana del Sec. F. di 



Mi 



ORTOGR. PARTE PRIMA 

Pendente 



Manducabam 

Manducabas 

Manducabat 



Singolare 
Mandìgaia (4) Pappamu 
Mandigaìas Pappasta 
Mandigaìat Pa(^t 



Magnabà 
Magnabi 
Magnaba 



Mangiala. 
Mangiavi, 
Mangiti/va. 



Plurale 

Manducabamus Mandigaiàmus Pappamus Magnàbami Mangiapam. 

Manducabatis Mandìgaìazi^ Pappasiis Magnabaddi Mangiav>ate. 

Manducabant Mandigaiant Pappànta Magnabanì Mangiamn. 



Mandacavi 

Manducavisti 

Handucavit 



Passato remoto 
Singolare 
Mandìgbesi (2) Manca in 
Mandighesti questo 

Handigh6sit(4) DiaL (a) 



Magnesi 
Magnesti 
Magnesi 



Mangiai. 

MangiastL 

Mangiò, 



Manducavìmus Mandtghemus 
Manducavistis Mandìghezis 
Manducaverunt Mandigbesint 



Plurale 



Magnesimi Mangigimm. 
Magnesiddi Mangiaste. 
Magnesini Mangiarono 



Roma che sta sotto la colonna rostrata nel Campidolio cepet per cepit, 
navebus per navibus ^ ecc, E nelV èpitafio di Gn, Scip, Ispano obtenui 
per obtìntiL Fiuaimente in quf^he'provimia^Ml" Mruriais'neUeu T<x/ii. 
IF. Eugàb. si trova vestì per visu^ ecc. '. . . ' . ». 

(1) Questo tempo netta i perà, sing» tiene anche la desinenza, in ao« 
specialmente presso i Poeti , v. gr. mandìgao ^ nelle altre con la contrae 
zione dell' i , mandìgaas , mandigaat ^ eco. In molti autogr, A. trovasi 
mandigavà ^-Vas ,-.vat ^ £cc. Bit OloL Gav. Olz, e dipart* mandlgàbada, 
amàbada^ dabas> mandigàbana . ctW maindigabat^ gabant^ ecc. — Nd 
Logud. talvoita questo tempo prendesi per. t hnperf. propinqtu> del 
congiunt, precedendo la condizionale^ v. gr. si fia que tue faighia custu^ 
se fossi come te farei questo , e simili altri esempi* 

(2) In j4, Mss. ed in molti libri stampisti trovaci questo tempo nella 
desinenza in ai , contratto il v delta desinenza lat, , v. gr.. amai , man- 
digastì^ sonait, operai t, ecc. \£d i Poeti specialmente sene servirono pei 
privilegi che in ogni tempo loro fu accordato, 

(3) Osservo però che anticamente nel dial. CagHe^r, usatasi questo 
passato retnoto , mentre in alcune lodi de' Santi ( GososX ^ trova mo- 
vistis in vece di hestis inovidu; nascivistis, in vece di hest^s nascia^ 
ecc. Nel Canipid. d' Oristano è tuttora in uso dicendo credesi, pappesi^ 
in ì>ece di hapu creliu , hapu pappau , e cosi degli altri verbi. 

(4) E in uso anche specicàmente presso i poeti per venir bene alla rima^ 
la desinenza in ei, co/vie uiandighei, cantei ecc. In ai parimenU è poet 



CàP. IV. VERBO ATTIVO 



lOS 



Manca nid 



Passato propfnqtto 

SuiGOLARB 

Hsipo mandiga** Hapu pap- A^iu ma- Ho mangia- 

dtt pau gnadda to. 

Has mandigadùBaspai^a mLmagnaddJTa»* mang. 
Hat mandigada Hatpappau HamagnadduiTa mang. 

Plorale 

Hamus mandig. Heus pap- Abemu ma- sabbiamo 

pau ffnaddu tnangiato, 

H^zismandifad. Ueì8 papp. ADeddi ecc. Hanno ^cc* 
Hantmandigad. Hantpapp. Haui ecc. Hanno ecc. 



Trapassato imperfetto 

SuiGOLARE 



Nanducaveram 

Handucaveras 
Manducayerat 



Halamandigadu Hemu pap- 

pau 
Baiai mandig. Hiastà ec. 
Haiat mandig. Hiat ecc. 

Plurale 



Abia ma- 
gnaddu 
Abl ecc. 
Abia ecc. 



Manducaveram. Haiamusmandig. Hémus 

pappau 
Haiazis mandig. Hestis ec. 
Haiant mandig. Hiant* ec. 



Handucaverati^ 
Handucaverant 



Abiami ma- 

ffnaddu 
^iaddi ec. 
Abismì 



Jve9aman^ 
gialo. 
A^e^i ecc. 
Aveva ecc. 



Avevamo 
mangiato. 
Avevate ee. 
Avevano ee. 



Handacabo 

Manducàfois 
Manducabit 



Futwro 

Singolare 

Hapo a mandi* Hap' a 
gare pappai 

Hàs a mandig. Has ec. 
Hat a mandig. Hat ec. 



Hagnarag- Mfangierd. 



giù (i) 

Magifiirai 

Magnarà 



Mangierat 
Ma/ngierà. 



allegrai^ desizai. ece, (Àraol.): ma la più comune è in e$ì,e questa è in 
tutte le conjugazioni j p. gr. curresi, lesesi, da currere, lègere; accu- 
DEsi y accudii , da accudire ^ fmesi , da finire ecc. Anticamente dieemsi 
integrasit , dubitasit , ect. eambiando il\ in &, e Ve insi. — In itali, 
nella prima hanno la desinenza in si, mangiai^ suonai ecc. Nelle altre 

(i) Questo tempo si fa nel dial settentr. anche eoi presente del verbo 
ausiliare abè, conforme il fut. del diaì. Logud. ^. gr. aggiu a magni^ 
hai a magnai ecc. v. %. i04. N. L 



104 



OKTOGR. PARTE PlUKà 



Mandacabimus 

Manducabìtis 
Maudueabunt 



Mandiiea 
Manducet 



Manducemus 

Manducetis 
Manducent 



Manducem 

Manduces 

Manducet 



Handacennis 

Manducetis 

Manducent 



Pluhave 

Hamus a mandi- Beus a MagnaNnm ManQU- 
É^re j[)appai rema, 

Hazis a mandìg. Heis ec. Magnareddi Mtan^fUrée, 

Hant a mam^. Hanf ec* Magnarani Man§immtio 

Modo ImperaHvo 

Sw&OtAKB 

Màndiga tue Pappa tui M9q[iia tu Mangia U$. 
Màttdìghet ipse PapjMt tesa Hagnia eddu MatègUegU 

Plvrìlb 

Handìghemas Pappeus Hagnemu nd Mangiamo 
nois nosaturos noL 

Mandigade bms Pappai bos. Ms^eddì yoìManglal poi 
Mandighent ips.Pappint m. Magniani^ddiAfa^. egUiL 

Modo Congiuntivo 

Presente 



SniGOLARB 

Màndigbe Pappi 

Mandigbes (I) Pappis 
Mandìgbet Pappit 

Plurau 

Malidiffhemus Pappeus 
Mandigneda&Hles Pappeis 
Mandighent Pappint 



Magnia 

Magni 

Hagnla 



Manga. 
Manga. 
Manga. 



M^ignìani 

Magniaddi 

Magnìani 



•Matogiano. 

MangiaU. 

Mangino. 



(1) Nétta seconda pen. def cong. ia prima eonjug. iarda ha conHaih 
temente ines^ e nOie altre in as all^ ueo latino. NeU* itali.' eempre.in 
ì netta prima^ in a nette aUre^ quindi dirai che tu tema^ ^t tue Htnai; 
che tu conosca ecc. non mai temi ecc. cosi nelplur. conoscano» temano^ 
non conoschiiìo , temino , ecc. — iVe^flt* anticM MSS. del Logud. ia desi^ 
nefiza di tutte le persone era hàpia, hàpias,-at, ecc. Cosi netta oeeonda 
eonjug. de' verbi dipendènti dotta 2 tat. coatte Tàlia j, vadìas» ecc. : limla- 
mns r azis ecc. cambiata- rami. 



CAP. IV. VEEBO ATTIVO 



105 



Manducarem 

Mandacares 

Handucaret 



Imperfetto propinquo 

SlRGOLAIlB 

Mandighère <1) Pappesd Magnessi 
Maad^hered Pappessis. Magnessi 
Maudigheret Pappessit Magnìessi 



•Plurale 
Handocaremus Handigheremus Pappessim. Magnèssimi 



HaDducaretis 
Manducarrait 



Màùca. ìèqI 
Lati. 



Mandigherezis Pappessìdis Magnèssiddi 
Mandì^erent Pappessint Magnessìni 

Imperfetto remoto 

SnVGOLARB 

Dia-maiidii^ffe Hemu a Magnaria 



Mangiassi, 
Mangiassi* 
Mangiasse. 



Mangiassi- 
mo. 
Mangiaste 
Mangiassero 



pappai 
Dìas mandìgare Inasta ec. Hagnaristi 
Dìat mand%are Hiat ec* Magnarla 

Plithalb 

Diamus mandi- Hemus a 

gare 
Dìads ecc. 
Dianl ecc. 

Passato perfetto 

Sdigolàrk 
Hsmducaterisi Hapa mandigadu Hapa pap- Aggia ma- 

pau gnaddu 

Bapas ecc, Bapas ec. Àggi ecc. 
liapat ecc.^ Hapat ec. Aggia ecc. 



paijpai 
Hestis ec. 
Hiant ec. 



Magnariani 

Magnariaddi 
Magniariani 



Mangierei. 

MangiaresH 
Mangiareà, 



Mangierenh 

mo. 
Mangiereste 
' Mangiereb. 



MandocaTeris 
Manducaverit 



^bbia man- 
giato. 
Abbi ecc. 
Abbia ecc. 



(4) Tutti gV imperfetti propinqui mutano V a deW infin, in e , coni« 
net^ itali, (di questo pure il /wfwro; -mangiare, mangìereì, niangierò, 
non nùtntóiffrò , ecc. Dal volgo si fa pure la desinenza in a; as, at ecc. 
mandighèra-ras-rat , ecc. Ma he MSS. A, trovasi la giusta desinenza 
latina ^ mandlgai^t , laxaret , gastìgaret ecc. laddove il volgo ha fatto 
la trasposizione delV a in e. Cosi baptizeret per baptìzaret, — Et si air 
eunu de cussos baptizaret senza crisima et ogiu Sanctu ecc. (Leon. % 
9). Staiuimus qui dascunu Curadu dèpiat tener sas Ecclesias Parrò- 
quUtOes nettas. una cum sos parammtos , Hbros , et calighes et pannos 
die eussas, et hue su Preladu non agataret in sa visita cussos cosas 
nettai potai itlu condesnnare a su dieta Curadu per ciascuna visita 
unu éucadu Ala Sin. et Ott. a XriII^ 



106 



OSTOGK. PARTE PRIItQL 
Plurais 



H anducaverim. H£q>amu$ man- Hs^us Aggiami ma-» Jbbkmo 

digadu ps^PP^u gnaddu mangiato 

Manducavi^tis Haj^as ecc. Ha'pais^ec. JlggiadOiec. ijdbltiaté9eà. 
Hundibcavmat ELapant'isoc.: Hapanteto»; Aggiajoi ec ^b^kmoic. 

PiucM perfetto , propinquo 

SvXGOLkSÌE 



Maiiducayìssem Bapere mandi- Hessi pap- Abissi ma-> ' A^ei9i maf^ 

^ gadu pati ^- ;^Aad4ii qMo, 

H^uadacavisseSi, Haperes eoe*. . Bessis.ec;, Abissi ec. 

Hauducavisset Haperet ecc. Hesslt ec. Abissi ec. 

Plvaale * 



A99M «Cf . 



Ibndacatissem. Haperanus •: Bèssimns AUssiiiiii ma-'iff^ìsmàn» 

mandì^adu paji^au snaddu mangiato, 

Manducavii^setis Haperezis .eoe Hessidis Abisfiiiddi ec. Awstoeu. 

Uànducavisseut Haperet ecc. Hessint ec. Abissini ec. Jveu&rou. 

PiuccM perfetto remoto 

« ■ ■ 
Dia hàere man- Hemu hai Abariama- ji^eimsm- 
digadu pappai . gnadda 



Manca nd 
Lati. 



giaio. 
Hiast^ ec. Àbacisti ec. A^esU ee. 
Hiat ec. Abaria ec. 



Avrebbe w* 



Dias ecc. 
Diat ecc. 

Plurai£ 

Dìamus hàere Hemuft hai Abarìainima- Avremmo 

mandìgadu pappai cnaddu . mangialo. 

IMazis ecc-^ Ifestis ec./ Abaiiiaddi Aveste oc 

Diant ecc.. . HJsant ec. Abaiiani ec. Avrebbero. 



Paseato di Futuro 
SmcoLÀRe 



A9rò tnon- 
giato. 



Manducarero Dep^ hàere man- Hap'haìpap- Abaraggiu 

digadu pau magn^u 

Hàndncaveris Dees hàère ecc. Has hai ecc. Abarai ecc. Aprai eoe, 
Mandacaverit Deet Mere ecc. EEat hai ece. Absurà ecc. A9rà ecc. 

Plurale 

Manducaverim. Deemus hàere Heus. hai Abar»nu ma- Avremo 

mandigadu paf^aa gnaddu mangiato, 

Manducaveritis Dezis hàere ecc. Heishaìecc Abareddi ecc. 'avrete eoe, 
Manducaverint Deent hàere ec. Hant hai ec. Abaràni ecc. A^annoeo. 



CAP. IV. VERBO ATTIVO ^ 

Modo Infinitivo 
Presente 
Hdiìducare Maixiigare ^ Pappai Màgaà Mangiart. 

Passero perfetto 
Handiicavisse Haere mandiga- H«i pappau Abe magnad- Aver man- 
in du giato. 

Gerundio 

Haoiducando Mandighende- Pappendi-du Magnendi Mangiemdo 

ande 

Futuro 

Manducaturus Haere dc( man- Hai de pap- Abè di magna Jver di 

digare pai mangiare. 

Participio passato 
IbAdiiefttia Mandigadu Pappau Magnaddu Mangiato. 

% ex. L' luo^ la co$truzì(Nie ed accordo di questo verbo attivo 
BOQ tanto della prima conjugazione qui esposta , quanto delle altre 
da«i nel sardo Dialètto è presso che V istesso dell' italiano.. Riceve 
«omunamente T.accus; paziente, v. gr. assare su pare (lat. asso-as) 
oàbruaiolirB il pane; abbaici are sa bogbb, abbassar la vocej dare una 
BocHB., tramandar un grido ecc. Talora quest' accus. paziente mettesi 
in genaU pr^^edendo la part. riempitiva noe, ne, v. gr. principiat a nde 
&gEer de dèpidos , principia a far dei debiti j noe tenet de bonos 
dmaris^ tiene buoni quattrini ^cc. Riceve il genit. quando esprime la 
materia^ all' uso toscano , v. gr. fagher un' hòrriu de uda , costruire 
un granago d^ ulva j inghiriare sa mesa de piatos , imbandir la mensa 
a piaiu ecc. Talvolta col dat , v. gr. dare pelèa a unu.^ far celila ad 
uno^ e cd.4Ìat. doppio ^ v. gr. attribuiresìlu a bantu ^ aitribtarselo a 
vanto, ecc. Finalmente 1' ablat. quando indica modo, v. gr. mandigare 
dai se , mangiar da se j fagher dai s' oru , far dalV orlo , ecc. 

%. €XI. Molti anche si c>ostruiscono col dat. semplicemente , v. gr. 
fiinuré sa liberu a mie, togliere a me, o da me il libro j Iscudere a 
totu,^<^er tintHi bocchire a nisciunu, ammazzar ne9«t4/}(^ presentesit 
a mìe, presentii mej ecc. Altri con la pr^. in, a, da, cum,, v. gr. 
mandigare in. mesa «^Mangiare tn tavola j beuder a-baraltu, vender a 
buon mercato j Uberarelu da un' affannù^ .cafarto da un* affanno j 
boddire una pianta 4^1 raighina», svellere una pianta dMe radici j 
darebiiu in^ conca, darglielo nella testaj iscudere cum sa manu^ isehjx- 
saré cum SOS pees, òatfer co/2a mano, schiacciare coi piedi ecc. la 
qual costruzione vale ordinariamente per gli altri dialetti settentrio- 
nale • m^idjionale. 

9 



4Q0 OBTOGR. PARTE PRIMA 

%, exit Noterai però che il verbo attivo può stare nel discorso as- 
solutamente da sé, V. gr. eo miidigo^,. io mangio j eo log io. io legijo. 
La concordanza dev' essere col suo soggetto in numero et) in persona 
V. gr. eo amo , Pedru màndigat ; io amo ^ Pietro mangia. Col verbo 
è$8er€ il participio acc(M*dasi col soggetto cteia V azione^ y. gr.,eo s« 
istadu , ipsa est istada , io sono stato ^ colei è stata : cosi coli' ausiliare 
avere , v. gr. Pedru bat fiactu una mancantia , Maria hat factu eusta 
•cosa , Pietro ha fatto uria mancanza ^ JUaria ha fatto ^ e- fatta questa 
coscL So sono due noad, il verbo si mette in plur. e se di diverse per- 
sone, la prima è sempre preferita alle altre, e la seconda alla terza, y. 
gr. Pedru et Paulu sunt sanctos homines, eo et tue semus, tue et ipse 
«e^is ecc. Pietro e Paolo sono sanU uomini j io a.voisiamQj voitdeyU 
siete ecc. I nomi collettivi sono accordati come in itali, cioè in sing., 
V. gr. su pobulu est airadu^ il popolo è sdegnato j anticamente air. uso 
latino diceasi, il popolo amano j furono ecc. usas^ però in Sardo come 
in itali, alle espressioni, sa mazore pafte, la maggior fwrte;.Mi ma*- 
zore numeru , U maggior numero , v. gr. sa mazpre parte, de sos ho- 
mines pensant , la maggior parte degli uomini penscmo ecc. 

§. CaIII. I gerundii nella sarda favella come iieir itali, sono due, 
cioè semplice scomposto. Il primo termina sempre in ande^ et wds^ 
Y. gr. mandigande ^ mandighende nella prima Conjug. {i) : nella 2 e 3 
conjug. in inde ^ ed ende , v. gr. leginde-gende j divertinde^tende ecc. 
Ih toscano poi sempre in andò quei della iH*ima conjug* mangiando > 
amando j studiando ^ ecc. Nelle altre in endo , come leggendo s diver* 
tendo , ecc. Il composto è formato dai gerundii degli ausiliari hìisiib, 
ESSERE col participio passato del verbo, v. gr. essehde avbaùu , eèset^ 
andato j hapeivde oiafidigadu, avendo fnangiato. L'uso di questi gerandii 
è di adoperarli come per subbietto della proposizione in ablat. assoluto 
in cui si pospone come neir itali , v. gr. qoerfende Deus , volendo^ Dio 
( nmi Devs querfende ) , Dio volendo j so hdndu bipeudb ci»tu^- U inondo 



(i) La prima desinenza è comune a Bonò,^ Giav.j Dgrg, ed a tuilo 
il Margh. andando^ intrande^ narande^ ecc La seconda a Ploa. AìUiL 
Angl. andende, intrende^ ecc. Cosi pure benzende > factènde, e quelH 
beninde^ faghinde ( Tet, Barò, faghende) Nella C. de L, benendoy &- 
ffhendo , come negli A, MSS, e nel Prologo del Sin. delf Arcio. Staro 
7f OS Petrus Spaihcs . . . celebrando Capidulu cum sos voneràbilès Frades 
i^ fUjiùs sos canohigos de Turres^ desiderando^ ecc, Cosi nel Sin. d* OC- 
fa^ta visitando , intendendosi , ecc. In Busachi^ Aliai e distr. u9ano 
andàndoro, saltandoro^ écc, avpicinandosi al merid. amèndiri^liggen- 
dura e va dicendo. GhiL e distr. tiene inde e andò, ma nel baéso Cam- 
pid. i gerundii di tutte le conjug. sono in endo come 4ieUa C. de Jb. — 
Nel dial. Cagliari, e Settentr. con gli affissi mi, sì, ecc. hanno ia 
desinenza in di ^ v. gr, Cagl. dormendinosl, Sass. drom^nendizi j CagL 
-amendiddu^ «S'osr. amèndilu, ecc. Isolatamente in CagL ha la deoinofma 
in u ^ amendu , liggendu , ecc. 



TAP. IV. VERBO ATTIVO 409 

Hdméo ^f ffl9 « non miM:nDE su ncndo cvsrru. , vedendo H ihondù quut9 
tee. — Intorno ai supini latim la lingua Sarda non ha conservato aes* 
san vestigio, e perciò formansì eome nell'itali, per mezzo d^r infinito^ 
V. gr. DIFFICILE AD 51 piAKREftE (difficile dictu ) tUfficiìs u TOGcóntarsì j 
MDo 4 coMPORARE , ( 60 emptuoì ) , vodo a comprare ; ecc. 

$. CXIV. Il participio uno è di tempo presente, altro è di tempo 
passafo ( i ). Il primo ha la desinenza in ante nella prima conjug. ed 
uì BFiTE nella 2 e 3^ come nella lirigna itali. , v. gr. dante, ambulante, 
dischenie ( discepolo ), tenente, adsislentej ubbidiente, ecc. Il participio 
passato nella prima eonjiig. & constanfemente in adu , v. gr. dado , 
IIA2VDIGADU, dato, mangiato, ^dla 2 e 3 conjug. generalmenie in idu breve 
quando viene dall' iiidBnit. ere breve ^ lungo quando viene dall' infinito 
ire lungo , v. gr^ LÈcmu , letto da légehe ; bènnidu venuto da bènnehe ; 
AFFLiGiDU^ afflitto da kFFhiGmE ,. af/liggGrej i^chidu^ da ischire^ ..capere; 
nsùic da fedire; chiedere , ecc. ece. Cambia p^ò sovente lauto in^ 
sardo <;he in italiano ^ per cui non può stabilirsi altra più sicura re- 
gola, ehe 1* USO') ponsuliando nei duU)ii la tavola dei verbi irregolari 
tanto sardi che italiani della presente Ortografia, riservandoci a notarli 
(in difasamente nei Vocabolìiria Niente di meno eccone alcune tegole 
gm^^li. 

S. CXV. I verbi sardi che hanno nel pass, rimoto esi fanno ibc al 
partic. pass, come iiutendgsi , da iUTèimERE , intbndidij ; inferchesi da 
BruuMinij vtìUtì^aoùìs f ficcare, innestare j ma mm»i da rubre fa acri; 
air 1190 lai. cadere, caduto-, gogbesi, coctu , cuocere, ecc. Se in zesi 
teuiO ERTO^ V. gr. da arberzesi; abbbrreke, aprire, abbkrtu; offertesi 
iaoFFSMiBRB 9 eff^ire , oprERi-u , ecc. Così pure nel Toscano. Se il pas- 
sato remoto termina in ai , ii , sarà in ato , ito il partic. pass, come 
ornai , amato, sentii, sentito , ferii , ferito: ma cpncepH fa concepito e 
concetto, morii i^ morto. Quelli che hanno ti, etti fanno uto, come ri- 



(4> Qualche fferbù ha cotu^rvato. il partic. di tempo attivo futuro , 
wome factum , futnru » ventura , visuru , ecc. Moltissimi gli astratti 
fcmmin, folne ^rralnado^a , factura , serradura , segadura , piscadura , 
•ec. (^ 78.) Noterai anche , come nella Sarda favella sono formati 
mola verbi dai participii latini , ovvero dal supini come radicali termi- 
nffH in etum^ é. gr, adderectaré da ereetiém , raddrizzare ; custodiare 
et €U9Mtitum custodire; ADJtncrARE da adfunctum^ aggiungere; cum- 
rscTARB^ da c&nfeCtifm , condire dive o altre cosèj cqctakb. da coctum 
CBOcere it moMj pincfARB da pinctum , difmigère ; sègudare da secu- 
ium , raggiungere ; exequtare , da exequtum , eseguire ; lnctimare da 
unctum , ungere , ecc. E da questi nuov^umente si formano i nomi as- 
trata, adjunctura^ cumfectura, cocturaj unctiuadura ecc. alcuni de' qua- 
Uvtrèi Sembrano (nfficare una contihua!:i(me o frequenza di atta., ed 
m queìfte^easo appartengono alla classe dei verbi frequentatin , come 
Pèdmno in appresso, e come dai lai. motum si è fatto motito^ as, liia- 
lit«r« , àa variditui» , vandito , as e molti altri. 



no ORTOGR. PARTE PRIMA 

teveij-eta, ricevuto j temei, -etti, temuto, ecc. Se hanno doppia ee U 
convertono in doppio t, v. gr. t^st, ìetUiyafjfliaei, afflitto, ecc. Se i 
pura i in èo , v. gr. fMwsi , chmeo , tancare^ presi , preso , leare , ecc. 
Eccet rimasi che fa rimasto. Se impura^ in to come colsi, colto, spensi 
spento, isTUDARte; ptansij pianto, pìangbere^ ecc. Eccet. sparsi cht 
fo sparso , corsi , corso , gorrbre ^ e molti altri 

PROSPETTO IV 



CoVijnGAZIOVlE PASSITA • 

Modo indicativo 
Presente 

SlNCCO^ARE 

Logud. Campid. GaUur. ItaH 



LoH. 

Manducor 

Handucaris 
Handucatur 



Eo 8ò mandiga- Deiisenpap* Eju soggu losenomam^ 

du J^^ magnadda giòia: 

Tue sesmandig. Tui ses ecc. Tuseieec Tuseimaàg. 

Ips'estmandig. Issu est ecc. Edduèecc. Egli è mang. 



Pltoiale 
Handucamur Nois semusman- Nosat seos Notsenmma-iVM -siamo 

digados pappaus gnaddi mangiati. 

Handucamini Bois sezis ecc. xBosat seìs Voi seddiec. Foi siete eec 
Handucantur Ipsos suat ecc. Issus sunti Eddi so ecc. Eglino amo. 

Pendente 
Singolare 

Manducabar Eo fia msndiga- Dea fema Eju era ma- Io era man- 

du pa{>pau gnaddu giaio. 

Manducabaris Tuefiasnandìg.Tuiiiastaec. Tu eri ecc. Tu^man^. 
Handucabatur Ip^fiatoianiìg. Issa fiat ec. Eddueraec. EgU era ttìc 



. Plurale 
Manducaba- Nois fiamus Nosat.femas Noi erami 
mur mandi^ados pappaus magnaddi 

ManduCabami. Bois fiazis ecc. Bosat. festis Voi eraddi 
Manducabant. Ipsos fiant ecc. Issus fiant Eddi erani 



Nòieremaum 

mangiati 

Foi: eravate. 

Eglino erano 



Manducatus 

fui 
Fuisa 
Fuit 



Passato remoto 

SlRGOLARB 

Eo Ali mandi- Deu femu Eju.fiisi.ina-/o fui manh 

gadu pappau jpaaddu gùaa. 

Tue fisti ecc. Tui ec. come Tu (usi ecc. Tu fèàU ecc. 
Ipso fit ecc. nelEendente Eddu (usi ee. EgU fu ecc. 



CAP. IV. VERBO PASSIVO 



iU 



Manducati fui- Nois fiiuus man- 
mus V digados 



P1.1JBAUB 



Fuìstis 
Fuérunt 



Bois fizis eec. 
]^$oa fiitt ecc. 



Noi fusìml Ifoi fummo 

ma^naddi mangiati. 

Voi ìusiddi F'oi foste ecc. 

Eddi fiisini Egì, furono. 



Manca nel 
tat. 



Handucatus 

eram 
Eras 
Erat 



Passato propinquo 
Shioolare 

So istadù man- Seu stètiu Soggu istad- «Sbno stato 
digadu P^pP^u dumagnad. ^mangiato, 

Ses istadu ecc. Ses istèfiu Seistadauec.5^ stato eoe. 

Est istadu ecc. Est istètìii È istaddu ^c. È skuto ecc. 

Plorale 

Semus istados Seusistetius Sema isladdi «Scarno stati 

mandigados pappaus magiiaddi mangiati. 

Sezis istados ec. Seis istetius Sedai ìstaidàì Siete stati ecc, 

Sunt istados ec. Sunt istetius So istaddi ec. Sono stati ec. 

Trapassato Imperfetto 

Singolare 
Fia istadu man- Femu stetiu Era istaddu Era stato 
dìgadu pappau magnaddu mangiato. 

Fias istadu ec. Fiasta ecc. Eri istaddu Eri stato ecc. 
Fiat istadu ecc. Fiat ecc. Era istaddu Era stato ecc. 

Plurale 



nandueatiera- Fiamus istados Femus iste- Erami istad- Erammo sUjh 
mus mandigados tius pappaus di magnaddi ti mangiati, 

Eratig ^ Fiazis istados ecFestis ecc. Eradoi ecc. Eravate stati, 
Erant Fiant istados ec. Fiant ecc. Erani staddi Erano stati, , 

Futuro 

Singolare 

Handucabor Happ a esser Hap'"essiri Saraggiu is- Sarò stato 

mandigadu paf^àu taddu ma- mangiato, 

gnaddu 
Manducaberis Has a esser ecc. Has essiri ec. Sarai ecc. ^ Sarai staU) ec* 
Handucabiiur Hat a esser ecc. Hat essiri ec. Sarà istaddu Sarà stato ec. 



ili ORTOGR. PARTE PRIMA 

1 

PtDKALE 

Mandi|eabi- Bamus a esser Heus essiri Sar. istaddi Sartmo $$aii 

tnur mandigados pappaus magnaddi mangiali. 

ManducabumniBazisa esser ec. Heisessìriec Sarèddi ecc. SareUsfmUet, 
Maiiducabunt. Hant a esser ec. Hant essiri Sarani ecc. SaranfMiiati. 

Modo Imperativo 

SinGOLARE 

Manducare^ra- Sias tue mandi- Siasta (ui Si tu ma- Stt, Ha im 
tor gadu pappau gnaddu mangiato, 

Manducetur Siat ipse ecc. Siat issuecc. Sia eddu ec. Sia tglimang. 

Plurale 

TCaQducemuT Siamus nois Siaus nosat. Siami noi Sfamo noi 

mandigados pappaus ma^nadd! mangiati, 

Manducemini Siades bois ecc. Siais bosat Siadoti voi Siate voi eee, 

Uanducentur Siant ipsos ecc. Sìantissus Sianieddi Siano egUno, 

Modo Congiuntivo 

Presente 

Singolare •• ^ 

Manducer Sia mandigadu Sia pappau Sia magnad- Sfa mangiate, 

du * 

Manduceris Sias mandigadu Siasta papp. Si magnadd. Sii mangiato, 
Manducetur Siat mandigadu Siat pappau Sia magnad. .Sia mangiai. 

Plurale 

Manducemur Siamus mandi- Siaus pap- Siami ma- Siamo maik 

^ados paus gnaddi giati, 

Manducemini Siedas mandig. Siais papp. Siaddi ecc. Siate manj. 

Maixducentur Siant mandigad. Siant papp. Siani ecc. Siano mang. 

Imperfetto Propinquo 

SirrGOLARE 

Manducarer Essère mandi- Fessi pappau Fussi ma- Fos$i manr 

gadu . gnaddu giato, 

Uandueareris ' Essères mandig. Fessis papp. Fussi ecc^ Fosti mang. 

Handucareiur Esseret mandig. Fessit papp. Fussi ecc. F.os9i man^. 



ì 



CAP, IT. VERBO PASSIVO 41$ 

Manducare- Esserèmus man- Fessimus Fùssimi ma- Fossimo man- 

mur digados pappatis gnaddi giaU, 

Manducarem. Esserezis ecc. Festis papp. Fussiddi ec. Foste mang. 

Mandacarent. Essèrent ecc. Fessim ecc. Fàssinì edc.. Fornero ed^, 

Imperfetto Remoto 

SmGOLARE 

Manca Dia èssere man- Hemu èssìri Saria ma- Sarei mangici 
nel dìgadu pappàu gnaddu to, 

Lat Dias essere ecc. Hiast e^siri Saristi ecc. Saresti mang. 

Diat essere ecc. Hiat essiri Saria ecc. Sarebbe ecc. 

Plurale 
Diamiis èsser Hemns essiri Sariami ma- Saremmo 
man^tigados pappaus gnaddi mangiati. ^ 
Diazis esser ^cc. Hestis essiri Sarìaddi ec. Sareste ecc. 
Diant esser eec. Hianf e^sìii Sariani ecc. Sarebbero ecc. 

Preterito Perfetto 

Singolare 

Mstoiducàtos Sia ìstadu man- Sia" stetiu Sia istaddu Sia stato manr 

6im digadu pappau magnaddu giato. 

Sis ^ias istadu eoe. Siasta qcc. SI istaddu Sii stato eec. 

Sii Siat istadu ecc. Siat ecc. Sia istadda Sia stato eec. 

Plurale 

Manducati si- Siamns istados Siausistetius Siam'istaddi 5f amo st(U$ 
mus mandigados pappaus magnaddi mangiati. 

Sitis Siedas istados Siaìs eec. Sìadd' istad. Siate stati ecc. 

Stet Siant istados ec. Siant ecc. Sian' istaddi Siano stati 00. 

Piucchè perfetto propinquo 

Singolare 

Mandoesctus Essère, istadu Fessi stetiu Fvssì istad- Foési. atelf 

essem mandigadu pappau duniagnaddu mangiato. 

Esses Esseres istadu Fessis ecc. Fussiistadd. Fosti stato ec. 

Esset Esseret istadu Fessit ecc. Fussiistadd. Fosse stato ec* 

Plurale 

Manducati es- Esser^nus ista- Fessimus is- Fussim' ist. Fossimo stati 

semus dos mandigad. tet pappaus magnaddi mangiati. 

Essétift Esserezis ecc. F^stis ecc. Sussidi' ist. Foste stati ecc. 

Essent Esserent ecc. Fessint ec. Fussin' ista. Fossero stati. 



114 ORTOGR. PARTE PRIMA 

Remoto ■" 

SlHGOLARE 

Manca nel Dia essere ista- Hem' essìri Saria istadd.tfaré^ staio 
Lat. du mandigadu stetìupappau magnaddu mangialo. 

Dias essere ecc. Hiast' essiri Saristìecc. Sarestistatoet. 
Diat essere ecc. Hiat^ ^essiri Sarlaistadd. «Sareòò^ stato. 



> ''. . Plcralb 

Diam.essereista- Hem.a es^riSariam'istad- SaremmùstaH 

dos mandigad. stet. papp. dimagnaddi mangiati. 
Diazìs essere ec.Hestis a ess. Sariadd'ec. Sareste stati. 
Diant essere ee. Hìant' a ess. Sarian' ecc. Sarebbsro$taL 

Futuro di passato 

SlNGOLJkRE 

Manducatus Hap' a essere is- Hap' essiri Sarasgìu ìs- Sarò stato 
ero tadtt mandig. stetiu papp. tadau ma- mai^iùto. 

gnaddu 
£ris Has a essere ec. Has essiri ec. Sarai ecc. Sarai stato et, 

Eni ■■ Hat a essere ecc. Hat essirìec. Sarà istaddu Sarà etato ece. 

Plurale 

Manducati eri- Hamus a essere Heus a essiri Sarem'istad- Saremo staH 

mus istados mandi- stetius pap- dì magnad- mangiati. 

gados paus di 

Erìtis Hazis a essere Heis a essirì Saredd^ ecc. Sarete staU. 

Erunt Hant a essere Hant essirì SaraAi ecc. Saranno «M'. 

Modo infinitivo 

Manducarì Essere mandi- Essiri pap- Asse ma- Esser mangUt- 

gadu pau gnaddu to. 

Passato 

Manduca tum Èsser' istadu Essiri stetiu Asse istaddu J&««er stato 
esse mandigadu pappau magnaddu mangiato. 

Gerundio 
Essende istadu Essenduste- TAsend* hisi- Essendo stalo 
mandigadu tiu pappau du magnad- mangiato. 

du 






CÀP. IT. VERBO PASSIVO 145 

Futuro 

Mandueandus Haer de eseét* Hai d' essiri Abè d'asse Jveredaeimr 

mandigadtt P^ppàu magnaddu manyìato. 

Participio pcissato 

Mandueatut Istadu mandi» Stètìu pap- Istaddu ma- Stalo mangiar 

gadu pau gnaddu to. 

% CXVI. Dall'esposta tavola ben apparisce che i verbi passivi io tutti 
quattro dialetti si formano col verbo ausiliare esser». Ma tanto in sarda 
che in toscano il presente dell' Indie, e nel congiuntivo modo , il pen- 
denteed il passato remoto formansi col verbo bennpre, vemre,\, gr eo 
benzo istimadu dae te , to vengo stimato da te ^ cioè sono stimato ; 
ipsos benìant adjunctos , eglino venipàno o^ erano aggiunti ; benzesint 
iscutos; tennero o furona percossi ecc. non però dirai sunt bènnidaé 
ikutos, né in itali, sono venuti battuti ecc. Nel genek*ale osserverai che 
i verbi sardi nella voce passiva , seguitano il processo delia Lingua 
Italiana. 

% ex VII. La terza persona di tutti i tempi dei verbi passivi si forma 
anche colla partìc. si che mettesi nel verbo attivo semplice prima del 
verbo come in itali., v. gr. si màndigat^ si amat, e pooiìco^ màndigatsi^ 
faghetsiecc. ( Araol.). Nel composto, col verbo essere prima di questo 
ausiliare ,,v. gr. si est observadu, si fiat observadu , si è osservato , H 
era osservato j anche col ausil. hàere, v. gr. si hat a fàghere., ( poet 
fagherhatsi)^ si farà, forassi ecc. Coi verbi neutri o intransitivi è 
riempitiva , v. gr. si vivet ^ si v>ive , si andat , si camina j s' isiat , si 
<te ecc. Coi neutri parsivi o reciproci il si è partic. pronominale ed 
esprime V azione della persona (v. f. 62. N. 3 e §. 102.). Ne'MSS. Ant, tro- 
vasi questa partic. sovente non solo unita al verbo , come depiatsi ma 
anche seguendogli il pronome conae levitsilli, lèvisigli,o gli si tolga ecc. 
^ $. ex Villi La costruzione del verbo passivo è che il paziente del- 
rattivo diventi soggetto^ e questo si debba accompagnare in ogni dialetto 
colla prep. rfat', dae, v. gr. Deus est amadu dai sos justos, JUio è mnaio 
rf«« gitistt In itali, per la prep. da sostituiscesi per , ma raramente, v. 
gr. per voi venne btxttuto Antonio , cioè da voi fu battuto Antonio ^ 
ÀfdofHo fu baltuU) da voi. La particella si seguita, come io itali, il 
noihe con cui. sì accorda il verbo, se quello è in sing. anche queslo 
mettesi jnel. sing; e viceversa, v. gr. Dai nois si amant sos piagheres, 
da noi si amano i piaceri 'y s' otiu si segat dai nois, da^ noi si toglie 
f ozio ecc.: e questo si. osserva quando il verbo cui uniscesi il vi con- 
giungasi ad un' infinito in si podet , si devet, si fccghet ecc. quindi non 
può dirsi né in Sardo né in toscano — si devet iscansare sos perigulo^, 
^ deve fuggire i pericoli , ma — si devent iscansare sos perigulos , si 
d^ono fuggire i pericoli, e cosi degli altri. — Avvertirai finalmente ch« 
la parjticeHa si nel Sardo si premette agF infiniti al contrario dell' ita- 
lia.. V. gr. prò amàresi, per tmi^rsi^ prò si Caghei*e, per farsi, «oa 
P«r si amare eca. * 



IM 



OUTOGR. PARTE PRTHA 



PROSPETTO V. 

SfiOOFIDà G>1IJUGAK10I«E AtTIVA 

Modo IndicaUi^ 



Lat. 

Mulgeo 
Htilges 
Mulgel 



Mulgemns 

Mnlgetis 
Bfulgent 



Logud, 



Sittgolare 
Campici 



Gallur, 



fiali. 



Eo mulgo (I) Deu muUu 
Tue mulghes Tui mullìs 
Ipse mulghet Issu mitUit 



Eju mugnu Io mungo. 
Tu mugni Tu mugni. 
Eddu ecc. Egli inugne. 



Plurale 
Nois multili- Nosaterus Noi mugne- Noi mungiamo. 

mus mulleus niu 

Bois mulghides Rosai, mulleis Mùgneddi yoi mugnMé. 
Ipsos muTgheiit Issus muUint Mùgniui EgLmugnena(^ 



Mulgébam MiiYghla 
Mulgebas Mulghias 
Muigebat Mulghiat 



Mulgebamus Mulghiamus 
Mnìgebalis Muigliiazis 
Miilgebant Mulghiant 



Pendente 

Siugolarb 
Mullèmu 
Miillìasta 
MuUiat 

P^.URALE 

MuUeiiius 

Muilestis 

Muliìanta 



Magnia 

Mugnii 

Mttgnia 



Mugneva. 

MugnevÌ4 

Mugnepa. 



Mugniami Mugnepamo, 
Nugniaddi Mugnev<Ue, 
Hugnìani Mugne^ano. 



(4) La 2eS pere, del presente hanno constantemente in questa conjug. 
la desinenza in es, et^ come leges^ l^ct, ecc. Sene eccettuano akuni, 
come BÈ?inERE , venire fa benis ^ bei«it ; sèzzeub ^ sedere ^ sezéis , sekzit ; 
ABBÈRRERE ., ^priro/ ABBBRis^ ABBKRiT;, ccc. s questt Ordinariamente sono 
quelli che sebbene in sardo sono della 2 eonjug^ sono originati dalla 4 
dei latini in ire , come yenire ^ aperìre , ecc. S0 poi sono da ere lungo 
o breve lat. ^ in sardo fanno in es ^ et , v. gr. bies / bibt l da tnòere) 
bierej times^ timet (da liniere ) usure ^ teim|Pei eee. Salvo che non 
facciano nel sardo l' infin. in ire , conw adduire ,■- fùire , pedire ^ <fa 
adducere, fugere, petere^ ecc. e qualcuno raramente in ere brenne ^ cowt 
tegogWere ( da eolligere ) che ha regoglis , regOglit, cambiata la e in h 
come anche questo fu comune nell\ antica lingua latina, tanto ne* veròi 
fotne ne' hami. Cosi si trova nelle antiche iscrizioni sedh per sedes, 
turris. per turres , ecc. V. i. Coniug, f iOi. N. 6. 

(2) In questo verbo itaU. il g si prepone aW n a grado^ 



CIP. IV. VERBO ATTIV. 



♦17 



Xulsi-xi 
Muìsisti 
Mulsit 



Malsimus 

Mulsìstis 

Molseniiìt 



Manca 

nel 

Lat. 



Midfleram 

Mulseras 
Huiserat 



Hulghésf 

Mulghesti' 

Mulghesìt 



Bkilghèsimus 

Mu]ghezift 

Hulghesini 



Ptwaiq renèoio 

SlIfGOLAIlB 

Hapu Mùllia Magnisi ' MufMf, 

Has Mnlliu ' Mugnisti MungesU. 

Hat Mùlliu Mugnisi Munse. 

Pli?ralb 

Hens Mùlliu Mugnisimi Mugnemm». 

Heis.MiVlIiu Mugnisiddì Mungeste, 

Hànti Mttlliu Mugnisìni Munsero. 



Tassato propinquo 

SirfGOLARB 

Hapo mtilghi- Hapu ecc. Haggiu Ho munt&. 

du e mutctu l*istesso che mugniddu 
Has ecc. il remoto Hai ecc. Hai munto. 

Hai ecc. Ha ecc. Ha tnunto. 



Hamus mulctu 

Hazis ttiaictu 
Hant mulctu 



Plurale 



Habemu Jbbiam. munto. 
mugniddu 

Habeddiec. jéi^ete munto, 
Hani ecc. Hatmo muniù. 



Trapassato Imperfetto 

SmCOLARE 

Haia mulctu Hemu muliiu Abia mu- J^wa munto. 

gniddu 
Hajas mulctu ^Hiasta mùlliu Abii ecc. jiveH munto. 
Haiat mulctu Hlat mùlliu Abia ecc« A9eva munto. 



Mulseratis 
Kuiserant 



Plurale 
Moteeramut Haiiamn» mul- HemusmùUiu 

ctu 
Haìazis e<^c. Hestis mùlliu 
Haìanl ecc. Hianta mùlliu 

Futuro 

SlRGQLARa 

Hap'a mulghe- Hap' a mùfiiri 
ré 

Has a ecc. Hàs a mùlliri 
Bat a ecc. Hat a mùlliri 



Aliami jÌ9e9am.muntik 
mugniddu 

Abiaddi ec. Avevate munto. 
Abìani ecc. Avevano munto. 



Mulgebo 



Mulgebis 
MuTgebir 



Mugnarag- Mugnerò. 

mugnarai MugHetai. 
Mngnarà Mùgnerà. 



i» 



ORTOGR. PARTE PRIMA 



Plx^kale 
Mulgebimus Hamus a mul- Heus a mùl- Mugnare- augneremo. 

ghere Uri mu 

Mulgebitis Hazis a ecc. Heis a ecc. Mugnared. Mugnerete. 
Mulgebunt Hant a ecc. Hanl a ecc. « Mugnaranni JKftfyneraniio. 



Mulge 
Mulgeat 



Mulgeamus 

Mulgete 
Hulgeabt 



Modo Imperativo 

f SlIfGOLARB 

Mulghe tue (i) MuUì tu Mugni. tu Mugni tu, 
Mujgat ipse Mullat issu^ WingoìaLeAdu Mugna eglL 

VlVKME 

Mulgamus nois MuUaus nos. MugniamÌB(n^tignlàm.iioJ 
Mulghìde bois Mullei bosat. Mugiìiadd.yoi Magnete poi, 
Mulgant ìpsos MuUant iss. Mugnianieddi Mugnan, ^l 

Modo congiuntivo 
Presente 



Hulgeam 

Mulgeas 

Mulgeat 



Mulgeamus 

Midgealis 

Mulgeant 



Hulgerem 

Mulgeres 

Mulgeret 



Mulgerenius 

Mulgeretis 

Mulgerent 



Mulga 

Mulgas 

Muigat 



Mulgamus 

Mulghedas 
Mulgant 



Singolare 
Mulla 
Mullas 
Mullat 

Plurale 
Mullaus 
Mullais 
Mullant 



Mugnia 

Mugnt 

Muguia 



Mugniami 

Mugniaddi 

Mugniani 



Imperfetto propinquo 

SmOOLARE 

Mulghère Mullessì Mugnissì 



Mulghères 
Mulghèret 



Mulghèremus 

Mulghèrezis 

Mulghèrent 



Mullessis Mugnissì 
Mullessit Mugnissì 



Munga. 

Mugni. 

Mugna, 



MugniamOé 

Magniate. 

Mugnano. 



MugneeH. 
Mugnessi. 
MugneeMe, 



PlORAIiB 

Mullessimus Mugnìssimi MugneMmik 
Mullestis Mugnissiddi Mugneste, 
MuUessint Mugnissini Mugnessero. 



{i) Tutti gli Imperativi dei verbi che hanno origine dai verbi latifU 
éeUa 2 a 3 conjug. hanno la 2 pere, in e legge ^ bidè ecc. ee della A 
V hanno in i come beni , abbèri^ feri ecc. venire^ aperirt^ ferire ecc. 



CàP. IV. VERBO ATTIV. 



U9 



Manca 
nel 
Lat. 



Mulserim-xe- 

ran 
Mulseric 
Kulserit 



Mijdderimus 

Mulseritis 
Muk^ìnt 



Itemolù 

Sìugolare 

Dia m jdghere Hem' a mvi- M ugnarla 

Hrì 
Dias mùlghere Hiast' a ecc. Mugnaristi 
Dìat mùlghere Hiat a ecc. Mugnarìa 

Pluraxb 



MugneresH, 
Mugnerebb$. 



Diamuftmùlghe-Hemus a VLugpsiTìxaà Mugtieremmi 

re miritiri 

Diazismùlghere Heslis a ecc. Mugnariaddi Mugnere9l$. 
Diant mùlghere Hiant a ecc. Mugnariani Mi*gner§bber. 



Passato Perfetto 
Sjugolare 



Hapa mulctu 

Hapà8 mulctu 
Hapàt mulctu 



Hapa mùlliu Ag^a mn- Jbbia mu9h 

gniddtt to. 

Hapas muli. Aggi ecc. Jbbi mimio, 

Hapat mùU. Aggìa ecc. u^bbia ecc. 

Plvralb 



Hapàmusmulct. Eapausmùl- Aggjand mk- Jòbiamo 

liu gnìddu munto. 

Hapedas mulctu Hapaismnll. Aggiaddiecc. ^(^ò^olc ecc. 
Hàpant mulctu Hàpantmùl. Àggiauì eco. Abbiano ecr. 

Piuechè perfetto propinquo 



Hulsis6eni-xi 

sera. ■ 
Mulsisses 
HuldSMt 



Singolare 

Hapère mulctu Hessi mùlliu Abissi mu- 

gnìddu 
Hapères mulctu Hessis muli. Abissi ecc. 
Hapèret mulctu ilessit muli. Abissi ecc. 

Plurale 



Js^esiifàun- 
to, 

bévesti ecc. 

J veste munt. 



Mulsìssetis 
Mulsment 



Hapèremusmul- Hessimus Abisàimi mn- avessimo 
ctu mùlJiu gniddu munto. 

Hapèrezismulct Hesfis mùU. Abissiddiecc. jé veste munt 
Hapèreiitmulct. Hessintmùl. Abissini ecc^ jivessero ecc. 



i» 



CHITOGR. PARTE PRUlA 



Manca 
nei 
Lat. 



$1RGQLAR« 

Dia haere mul- Hem' hai 

. ctu . raùUiu 

Dìas haere ecc. Hiast' hai 

Diat haere ece. Hiat' hai 

4 

Plurale 



Aharia mu- jdvreimunto. 

ffoiddii 
Abarì ecc. jivresUmuni, 
Aharia eec. Jvrebb» mc. 



Diamus haere Hemus hai Ahariamìmu-^iremoiio 

moiciu màiiiu ' gniddu - munto, 

Diazls haere ecc. Hestis hai Abariaddi ec. Aveste ecc. 

fiiant haere ecc. Hiani' bai Ahariani ecc. JvrM>m'Q. 

' < • ' .. ' 

Futuro di passato 

SlllGOLARB 

Mttlsaro-xero Hapohaeremul- Hap' hai Abarag^u jivrò munto, 

ctu .mùUiu mugniddu 

Mulseris Has haere ecc. Has hai ecc. Abarai ecc. Avrai muni. 

Hai haere ecc. Hat liai eoe. Abarà ecc. Avràmunl^ 

4 

Plurale 



Mulserimus 

Hutaerìti^ 
Mtd&erinl 



SIulgèr« Mùlghere 



Hamtts haere Heus hai Abaremumu- Avremo 
mulctH mùlUu gmdda HHifila. 

Hazis haere ecc. Heis hai ecc. Abareddi ecc. Avreste eec, 
Hant haere ecc. Hàntluie^^c. Al>afaaaieec. Awrmimo. • 

Modo infinitivo 

PresenUi 

Mùlliri Mugni 



Mugner$, 



UultisM 



Hulgendo 



Passato perfetto 
Hàere niulclu Hai mùliia ' Abè mugaid. Aver munl$. 

Gerundio 
Mulghepde MuUendu Mugnendi MMf^mindie, 



Futuro 
lluleturus^*su- Haer de mùl- Hai de mul- Abè da mu- Aver da ni#- 
rm ghere lirì gni .funere. 

Participio passata 
Muician^-ftuiii M«leCu Mùlliu Mugniddu Muiùo 



CA? IV VERBO ATTIVO m 

% CXIX. Tal' è r inflessione dei verbi Sardi nella seconda conjug. 
la quale comprende tntti ì >vepbi delia 2^8 conjug. latina con molti 
deli' italiana ( §. 103 ). Avvertirai solamente che il passato remoto 
anche della i conjug. termina poeticamente in isi , isis ^ isit ecc. come 
isTETisi . sietti j DiscQBRisiT^ 8ctéopri .( AraoL )j in vece di istesi^ disoobre- 
sit, ecc. nella qual desinenza sortono tutti li passati della 3 conjug. 
Similmente neit^ rieint^ legeint, contratti da nesint^ riesintj ecc. e cosi 
nella L ^mafY.Sarà pure da osservarsi che la.2pers^. plur.del presente 
del congiunt. si discosta nel Meil. Àngl. e Monte Acuto dalla vera desi- 
nenza dei Menomeni^ come^più analoga al lat. dicendo^ v. gr. legedas in 
vece di ixgiapbs , leggtatej renzEDAs, tlnzabes, tenghiafe, cosi adsistades, 
iscades , pcc, — Come uell'imperf. propinquo ischirediSjrdaSf-'dezis j ìegeh 
redas ,-dis j-dezis , ecc. — U infinito in Ghilarz. e cont. fassi lègiti, 
bendili, fmwin. per kg ère , bendere ^ ecc. Generalmente però nel dial, 
comuni^ vengano» dalla 8 , o dalia 3 conjug. lat. fanno in tutto U 
Logud. in crcpreve, y. gr. non nde tenzo ne a bidere (vedere)^ ne a 
tànghere (tangere), prov. non ne ho né a vedere^ né a toccare. Cosi 
da reiineo retimre, REmNNERE; da npceOj nocere, no<ìHER£; da possideo, 
possidere j possedere, da moveo moyere, da luceo^ lxjghere e, va dicendo. 
Che se poi sono quella classe de' verbi latini che hanno la i pers. ^el 
presente finita in io , fan^o V infin. in ire come gvbire, bramate^^ da 
cupio ^ capere' j rezjahjù , ricevere i^ reciperej fcirh, fuggire da fuger$. 
Eccétt, QAmiV-, prendere da capio ^ capere , e qualcheduii' altro (1). 

$. C\X. 11 passivo tanto di questa seconda ccgijug. che della terza 
inflettesi come la prima coir aqsiliare essere, v. gr. eo so miilctu^ eo so 
jscQtu, IO sono munto, io sono battuto ecc. eo so istadu nduictu, eo s6 
istadu i$cutu^ IO sono staio munto, io sono stato battuto ecc. Casi pure 
la co^tnmone è simile a quanto dicemmo (§. 448.) ilei verbo èsser 
MiKDiGADu^ esser mangiato. Moterò finalmente in generale che tutti i 
verbi sardi ne' tre dialetti che hanno .origine dal lat. in cui la prima 
persoiia del presente sia terminata in o impuro, fanno V elisione della 
precedente vocale come da video bido, da timeo timo, da sentio senio 
ecc. Se prima della radicale hanno g^ lo faxmo Bchiacciato, v. gr. da 
Ugtre^ legi» da reger^, regio, ecc. 



(I) Gmetalmenie deve dirsi r istesso degli altri due dialetti sotto le 
fispetU^e desinenze v. S- 4^9- ^Vl>/ Seitentr, pochissimi sono in è come 
W)è, vide, ecc—Mss. J. Leyud* recier per rècire, ricevere j, pedior 
W pi»4ir«, chf^dere ^ ecc. 



482 



ORTOGR. PARTE PRWU 
PROSPETl^O VI. 







- 


. , 


- 


Modo indicativo 
^Presente 


- 


r^t. 


Logtid, 


Singolare 
Campid. 


Gallur. 


ItaU, 


Fimo (4) 

Fini* 

Finit 


Eo fino 
Tue finis 
Ipse finit 


Deu finu 
Tui finis 
Issu finit 


Eju finu 
Tu fini 
Eddu fini 


Finisco (2) 
Finisce - 
Finisce. 


Finlmut 

Finiti» 

Fiuiunt 


Nois finlmus 
Bois finìdes 
Ipsos finint 


Plurale 

No'sat. fin^us Noi ^nimu rFìniame. 
Bósat. fineis Voi finiddi Finite. 
Issus finint £ddi fiuini Finiscono, 






Pendente 


■ 




Ftniebam 

Finiebas 

Finie})at 


Finia 
Finias 
Finiat ' 


Singolare 
Finemu 
Finiasta 
Finiat 


Finià 

Finisti 

Finià 


Finiva. 
Finivi. 
Finita. 


Finie]>ainu$ 

Fìniebatis 

Fìniebant 


« 

Finiamus 

Finiazis 

Finiant 


» 

Plurale 
Fmemus 
Finestis 
Finiant 


Fintami 

Finiaddi 

Finiani 


Fifìi^afn0. 

Finivate. 

Finivmno, 


Finivi 

Fiiiivisti 

Finivit 


Fiiiesi 

FinesU 

Finesit 


Passalo remoti) 
Singolare 
Hapu finiu Finiti 
Has finiu Finisti 
Has finiu Fìnisi 


Finii. 

FinisiL 

FinL 



(i) Wel sardo logud. vi sono molti verbi di questa 2 conjug.ehe hanno 
la desinenza m ndo^ in questi il d.è palatino o prununxna inglese ($. 
Al)j non cosi negli altri dialetti in cui suona, cmne in4talL v. gr,, 
cundo ^ condisco Campid. cundu ; yallur. cundu ; cosi tundo j toso; 
infundo , bagno. 

(2) Nella fav>ella itali, molti verbi hanno nel presente qttesta desinenza 
in sco^ impedisco^ arrossisco^ coi|disco ecc. nei sardi dialetti giammai, 
solo isco^ sapere (làL disco, is) perchè tal^ è V originai desinenza 
tutina. — Nella C. de L. si trova pheslmiscàt per presumat. Dai poeli 
anche finiscati pentiscala ecc. ma raramente. Da questa desinenza 
imnno a^ulo oriijiue in sardo i verbi aggradessu*e^ is>'anesslre^ ecc. 



CAP. IV. VERBO ATTIVO 



129 



Fìnivimaff Finemns 
Finìvistis Finezis 
Finiverunt Fiaesiat 



Banca Bapo finidu 



nel 
Lat. 



Plnivenon 

Finiveras 
Finiverat 



Has finidu 
fiat finidu 



Plurale 

Hea« finiu Finlsimi Finimmo. 
Heis finiu Pinisiddi Finiste, ^ 
Hanti finiu Fioisini Finirono. 

Passato in'opinquo 

Singolare 
Hapu ecc. co* Aggin fi- Ho finito, 
me nel remoto niddu 

Hai finiddu Hai finito. 

Hat finiddu Ha finito. 



Plorale 



Hamus finidu 

Bazis finidu 
Hant finidu 



Abeinu fi- Abbiamo finito. 
niddu 

Abeddi ec. Jvete finito. 

Hani ecc. Hanno finito. 



TYapassato perfetto 

m 

Singolare 
Haja finidu Hemu finiu Abia finid- Jve^a finito. 

du 
Bajas finidu Hiasta finiu Abii ecc. A^evi finito. 
Hajat finidu Hiat finiu Abia ecc. Aveva finito. 



Plurale 
Finlveramus Hajamus finidu Hemus finiu Abiami fi- Avevamo finito. 

niddu 
Hajzig finidu Hesti$ finiu Abiaddiec. Avevate finito. 
Baiant finidu Hianta finiu Abiani ecc. Avevano finito. 

Futuro 



Flniveratis 
Finiverant 



Finiam 

Finies 

Finiel 



Singolare 
Hapo a finire Hap' a finiri 
Has a finire Has a finiri 
Hat a finire Hat a finiri 



Finira^giu ^Finirò-, 
Finirai Finirai. 
Finirà Finirà. 



Finiemu» 

Finietis 

Fitti^t 



Plurale 
Hamus a finire Heus a finiri Finiremu 
HaJEis a finire Heis a finiri Finireddi 
Hant a &iire Hani a finiri Finirani 



Finiremo. 
Finirete. 
Finiranno. 
10 



iu 



ORTOGR. PARTE PRIMA 



Fini-ito 
Finiat 



ipiniamus 
Finiatis 



Fini tue 
Finat ipse 



Modo Imp&raMvo 

SniGOLARE 

Fini tui . Fini tui Finisci tu. 
Finat Finìa eddu Finisca egli. 



Pluraus 
Finamus nois Finàus nosat. Finiamìnoi Finiamo noi. 
Finide bois Finei bosat. Finiddi voi Finite voi. 



f UlAOU» 


A-tJLMOM» A^C 


Modo Congiuntivo 


>• ^ -v«vv%«f*w*v«r 


• 




Presente 


« 




Finiam 

Finias 

Finiat 


Fina 

Finas 

Finat 


Singolare 
Fina 
Finas 
Finat 


Finìa 

Fini 

Finìa 


Finisca. 
Finisca. 
Finisca. 


Finiamus 

Finiatis 

Finiant 


Finamus 

Finedas 

Finant 


Plurale 
Finaus 
Finais 
Finant 


FInìamì 

Finiaddi 

Fìnianì 


Finiamo. 

Finiate. 

Finiscano, 


Fìnirem 

Finires 

Finiret 


Finere 

Fineres 

Fineret 


Imperfetto Propinquo. 
Singolare 
Finessi Finissi 
Finessis Finissi 
Finessit Finissi 


Finissi, 
Finissi. 
Finisse. 



Finiremus Fineremus 
Finiretis Finerezis 
Finirent Finerent 



Plurale 

Finessimus Finissimi Finissimo. 

Finestis Finissiddi Finiste.. 

Finessint Finissini Finissero. 



Manca 

nel 

Lati. 



Dia finire 
Dias finire 
Dìat finire 



Remoto 

Singolare 

Hemu a finiri Finaria. 
Hiast' a finiri Finaristi 
Uiat a finiri Finaria 



Finirei. 

Finiresti. 

Finirebbe, 



Plurale 

Diamus finire Hemus a finiri Finariamì Finiremmo. 

Diazis finire Hestis a finiri Finariaddi Finireste. 

Diant finire Hiant' a finiri Finarianì Finirebbero. 



GAP. IV. VERBO ATTIV. 



i25 



Passato Perfetto 



SlDIGOLARE 

Fìnìvmm Hapa finidu Bapa finlu 

Finiveris - Hapas finidu Hapas finiu 
Finiverlt Hapat finidu Hapat finiu 

Plurale 

Finiverimus HapemuS fini- Hapaus finia 

du 
jPimveritis Hapedas finidu Hapais ecc. 
Fioiverint Hapant finidu Hapanta eco. 



A([ffia fi- Jòbia finilo, 
niddu 
Aggi ecc. JbbifinUo. 
Aggia ecc. Abbia finito. 



^ 



Ag:giami fi- Abbiamo finito. 
niddu 

Aggiaddi Abbiate finito. 
Aggiani ec. Abbiano finito. 



TYapassato imperfetto proptnqtso 



Singolare 

Fioivissem Hàpi^e finidu Hessi finlu 

Fioivissès ' Haperes finidu Hessis finìu 
Finivisset Haperet finidu Hessit finlu 

PlURA|£ 

FmiTfafsenms flaperemus fi- Hèssimus fi- 
nidu niu 
Finivisseiis Haperezis ecc. Hestis finiu 
Finivissent Haperent. ecc. Hessint ecc. 



Remoto 



Abissi fi- Avessi finito. 
niddu 
Abisti ecc. Avesti finito. 
Abissi ecc. Avesse^ finito. 



Abissiini fi- Avessimo finito. 
niddu 

Abissiddi Aveste finito. 
Abissini ec. Avessero finito. 



Manca 

nel 

Uti. 



SufGOLALE 

IHa haeré fini- Hem' hai finiu Abaria fi- Avrei finito. 

du niddu . 

Dias haere ec. Hiast'hai ecc. Abarìstiec. Avresti finito, 
Diat haere ec. Hiat hai ecc. Abaria ecc. Ayrebbe finito. 

Plurale 

Diamus haere Hemus hai fi- Abariami Avremmo finito. 

finidu niu finiddu 

Diazis haere Hestis hai ec. Abàriaddi Avreste finito, 

Diaiii haére Hiant l^ai ecc. Abariani Avrebbero finito. 



126 



ORTOGR. PAtlTE PRIMA 



Passato di Futuro 

Singolare 

Finìvero Hapo haere fi- Hap'hai finiu Abaraggiu Jvrò finito. 

nidu finiddu 

Finiveris Has haere ecc. Has hai finiu Abarai ecc. Awrai, finito. 
Finiverit Hat haere ecc. Hat hai finiu Abarà ecc. Avrà jfinUo. 



Plurale 
Finiverimus Hamus haere Heus hai finiu Abaremu 

finidu finiddu 

Finiverìtis Hazìs haere ec. Heis hai finiu Abareddi 
Finlverint Hant haere ec. Hant bài ec. Abarani 



Apremo finito. 

Avrete finito. 
Avranno finito. 



Finire 



Finire 



Modo Infinitivo 

Presente 
Piniri Pini 



Finire. 



Passato perfetto 
FiniYisse Haere finidu Hai finiu Abè finiddu Aver finito. 

Gerundio 
Finiendo Finende-inde Finendu Finendi Finendo. 

Futuro 
Finiturus Haere de finire Hai de finiri Abè xli fini Ai>er da finire. 



Finitus 



Finidu 



Participio passato 

Finiu Finiddu Finito. 



%. CXXI. In questa conjugazione è da osservarsi ciò che nofammo 
al f). 109. Neir infinitivo tutti hanno la desinenza in ire ma non prò- 
vengono tutti dalla 3 conjug. ital. o dalla 4 latina^ assumendo nel 
dialetto di Logudoro cotal desinenza dalla 2 e 3 latina, « seconda itaL, 
V. gr. pedire, chiedere (dal Xàt petere); cumplire, compiere, (dal lai 
compiere) ecc. cambia similmente negli altri dialetti, cosi , v. gr. de- 
strùere, distruggere che è della seconda in itali, e logud. nel Campid. 
è delIa^S, destruirii descriere, descrivere ^ in campid. descriri ecc. Nel 
Gallur. sempre in t ciìmpli, destrui, describi ecc. e questa desinenza 
è coniune a quelli che hanno origine dalla 3 e 4 latina ed anche del- 
la % ma pochi V hanno in è, v. gr. abè, sole, sabè, pudè^ ecc. da habère, 
solére, potere^ sapere ecc. Il Gerundio di questa conjug. fa constali- 
temente in ende comune a tutte le altre conjug. amende (ii3), ieg- 
gende ecc. in Bonorva, Già ve Cósseine ecc» fanno inde^ v. gr. seniinde, 
pulinde ecc. anche quelli della 2 , v. gr. faghinde da fiighere; benindi 
da bennere ecc. 



GAP. IV. VERBO NEUTRO 



127 



Lati. 

Venio 
Venis 
Venit 



Logud. 



Renzo 
Benis 
Benit 



Venimus Benlmus' 
Venitis Benides 
Veniunt Benint 



Veniebam Benia 
Veniebas Benias 
Veniebat Benìat 



Veniebamus Beniamus 
Veniebatis Benìazis 
Veniebant Beniant - 



Veni 

Venisti 

Venit 



Benzesi 

Benzesti 

Benzesit 



PROSPETTO VII. 

Verbo Necjtro 
Modo Indicatipo 

Presente 

Singolare 
Campid, Gallur, 



Ben^ 

Benis 

Benit 



Venj[u 

Veni 

Veni 



Plurale 

Beneus Venimu 

Beneis Veniddi 

Benint Venìni 

Pendente 

Singolare 
Benemmu Venia 
Beniasta Veni 
Beniat Venia 

Plurale 

Benemus Veniami 

Benestìs Veniaddi 

Benianta Veniani 

Passato propinquo 



Singolare 
Seu bènniu 
Ses bènniu 
Est bènniu 



Venìsi 

Venisti 

Venisi 



ItaU, 

Vengo (vegno), 
Fieni. 
Viene (^ene). 



Veniamo (i). 

Venite. 

Vengono. 



Veniva^ 

Venivi. 

Veniva* 



Venivano. 

Venivate. 

Venivano. 



Venni. 

Venisti. 

Venne. 



Venimus Benzemus 
Veniétis Benzezis 
Venerunt Benzesint 



Plttrale 

Seusbennius Venisimi Venimmo. 

Seis beimius Venìstiddi Veniste. 

Sunt bennius Venisini Vennero. 



(1) Inolerai che venghiamo , sebbene «t senta comunemente , pure è 
voce erronea. V. il prosp. de* Verbi Irreg. Ital. ad voc. 



tì& 



ORTOGR. PARTE PRIMA 



Remoto 

Singolare 

Manca nel So bennìdu Femi> benniu Soggu ve- Sono venuto. 

nuddu 
Lati Ses bennìdu Fiasta benniu Sei ecc. Sii venuto. 

Est bennìdu Fiat benniu E venuddu È venuto. 

Pluraia 

Semus benni- Femus ben- Semu ve- Siamo venuti. 

dos nius nuddi 

Sezis bennidos Festis ecc. Seddi ec. Siete venuti. 

Sunt bennidos Fiant ecc. So venuddi Sono venuti. 

Trapassato imperfetto 

SllfGOtARB 



Veneram 

Veneras 

Venerai 



Fia bènnidu Femu ecc. 
Fias bènnidu come nel 
Fiat bènnidu remoto 

Plurale 



Veneramus Fiamus bènni- 

'dos : 



Veneratis 
Venerant 



Fiazis ecc. 
Fiant ecc. 



Era venud. Era venuto. 
Eri ecc. Eri venuto. 
Era ecc. Era venuto. 



Erami ve- Eravamo w- 
, nuddi nuti, 

Eraddi ec. Eravate venuH. 

Erani ec Erano venuti. 



Veniam 

Venies 

Veniet 



Futuro 

Singolare 
Hap'abennere Hap'abenniriVenirà^glu F'errò. 
Has a bennere Has a benniri Venirai , FerraL 
Hat a bennere Hat a benniri Yenirà Verrà. 



Plurale 
Yenìemusec. Hamus ecc. Heus ecc. Yeniremu Verremo ecc. 



Veni 
Yeniat 



Modo Imperativo 

^ Singolare 

Beni tue Beni tui Veni tu Vieni tu, 

Benzat ipse Bengat issu Venghia edd. Venga egli 



CÀP. IV. VERBO NEUTRO 



4^ 



Venìamus 

Venite 
Yemaiit 



Yeniam 

Vemas 

Venìat 



PtVRAhE 

Benzemus nois Beiìeus nosa- Venghiami Funghiamo noi. 

turus noi 

Benide bois Benei bosat. Veniddi voi Punite voi. 
Benzeni ipsos Bengant issus Venghiani Fingano eglino. 

Modo Congiuntiva 



Benza 

Benzas 

Benzat 



SlNGOLARB 

Benga 

Bengas 

Bengat 



Venghia 

Venghi 

Venghia 



Fenga. 
Venga. 
Fenga. 



XURALE 



Veniamus 

Veniatis 

Veniant 



Venirem 

Venires 

Veniret 



Veniremus 

Veniretis 

Venirenf 



Benzemus 

Benzedas 

Benzant 



Bengaus 
Bengais 
Bengant 



Venghiami Fenghiamo 
Venghiaddi Feniate. 
Tenghiani Fengano. 



Benzère 

Benzeres 

Benzeret 



Imperfetto propinquo 

Singolare 

Benghessi Venissi 

Beoghessis Venissi 

Benghessit Venissi 



Benzeremus 

Benzerezis 

Benzerent 



Fenissi. 
Fenissi. 
Fenisse 



Plurale 



Benghessimus Venissimi Fenissimo. 

Benestis Venissiddi Feniste. 

Benghessint Venissini Fenissero. 

Remoto 



Manca nel 
Lati. 



Singolare 
Dia bènnere Hem'a benniri VenaHa 
Dias bènnere Hiasf a ecc. Veriaristi 
Diat bènnere Iliat a ecc. Venarìa 



Ferrei. 

Ferresti. 

Ferrebbe. 



Plurale 
Diamus ben- JHemus a ben- Venariami Ferremmo. 

nere niri 

Diazisbènnère He^tis a ec. Venariaddi Ferreste. 
Diant bènnere Hiant a ec. Venariàni Ferrebbero. 



490 



Teneiim 

Yenerìs 

Veneri! 



ORTOGR, PARTE PRIMA 
Passato perfetto 

Sia bènnìdu Sia bennia Siavenoddu Sia venuto, 
Sias bènnidu Siasta benniu Si venuddu SU venuto. 
Sial bènnidu Siat benniu Sìa ecc. Sia venuto. 

Plohalb 



Yenerinms Siamus benni- Siaus ben- Siami ve- Siamo venuti. 

dos nius nuddi 

Yeneritis Siedas ecc. Siais bennius Siaddi ecc. Siate penuH. 
Yenerint Siant ecc. Siant bennius Siani ecc. «Stono venuti* 

Trapassato imperfetto propinquo 

SUIGOLARE 

Yenissem Essere bènnidu Fessi benniu Pussi ve- Possi venuto. 

nuddu 

Yenisses Essere^ ecc. Fessìs benniu Fussi ecc. Fossi venuto. 

Yenisset Esseret ecc. Fessit benniu Fussi ecc. Fosse venuto. 

Plurale 

Yenissemus Esseremus ben* Fessimusben- Fùssimive- Fossimo venuti. 

nidos nius nuddi 

Yenissetis Esserezis ec. Festis ecc. Fus^éàì ec Foste venuU. 
Yenissent Esserent ecc. Fessint ec. Fussini ec. Fossero venuti 

Remoto 



Manca nel 
Lat. 



Singolare 

Dia essere ben- Hem' essiri Saria ve- •S'arai' venuto. 

nidtt benniu nuddu 

Dias essere ec. Hìast' essiri Saristì ec. Saresti venuto. 

Diat essere ec. Hiat essirì Saria ecc. Sarebbe .venuto. 

Plurale 

Diamus essere Hemus essiri Sariami ve- Saremmo ve- 

bennidos bennius • nuddi nuti. 

Diazis essere Hestis essiri Sariaddi ec. Sare.^te venuti 

Diant essere. Hiant essiri Sariani ecc. Sarebbero ecc. 



Venero 

Venero 
Venerit 



Venerimus 

Veneritis 
Venerint 



Venire 



Venisse 



CÀP. IV.. VERBO NEUTRO 

Passato di futuro 



134 



Singolare 

Hapo èssere Hap* essiri Saraggiu Sarò venuto. 

bennidu bennìu veriuddu 

Has essere ec. Has essiri ec. Sarai ec; Sarai venuto. 

Hai essere ec. Hat essiri ec Sarà ec. «S'arò venuto. 



Plurale 
Hamus essere Heus essiri 

bennìdos bennius 

Hazis essere Heìs essiri 
Hant essere Hant essiri 



Sanami ve- Saremo venuti. 
nuddi 
Sariaddi Sareste venutL 
Sariani ec. Sarebbero ecc. 



Bènnere 



Modo infinitivo 
Benniri Veni 

Passato perfetto 



lenire. 



Esser' bennidu Essiri benniu Asse ve- 

nuddu 



Esser venuto. 



Gerundio 
Vanendo Benzende-inde Benendu ' Venendi renendo. 



Ventmi» 



Futuro 

Esser prò ben- Espiri pò 
nere benniri 



Asse par Es^er per ve- 
veni 



mre. 



VentiMÌ 



Bennidu 



Participio 
Benniu 



Venuddu Fenato. 



% CXXn. I v^rbi neutri si conjugano come in italiano coi due verbi 
ausiliari avere ed essere. Questo dipende dall' usò di adoperare uno o 

altro; alcuni amano il verbo essere^ v. gr. so andadu, sono andato', 
semus bennidos, siamo venuti ecc. altri col verbo avere ^ v, gr. hapo 
canunadu , ho camminato j hamus jogadu , abbiamo giuocato ecc. Nel 
sardo al più usasi promiscuamente nei passati di futuro il verbo ausil. 
flèvere, t/overe {%. 95), ed hàere, avere, v. gr. dep' esser andadu, hap' 
^ser andadu^ sarò andato. ecc. dia esser bennidu, hat esser bennidu, 
^rei venuto, sarà venuto, ecc. — Nel Dial. Sett. avvertirai^che il partic 
01 questo verbo ne' t^mpi composti usasi meglio giuntu , dicendo «o^ 
ptt giuntu , dicesi però ben venuddu , ecc. 



m ORTOGR. PARTE PRIMA 

§• CXXIII. L' ordinaria costruzione di questo verbo è di due nomi- 
nativi un' avanti e i' al Irò dopo^ v. gr. su piecinnu andai solu, il 
fanciullo cammina solo; tue curaparis jovanu , tu comparisci giovine. 
Aggiugendo un addjet. concorda col soggetto v. gr. Pedru vivet cun- 
len tu, Pietro PiVe contento; iMaria istat lambrìda/^ana é ghiottona 
ecc. altri hanno un genet. v. gr. ruer de su fainine, cader dalla fame-, 
morrere de arrennègu, morir di rabbia: altri con un daf. di persona, — 
si mi resessi t , se mi riesce; o di cosa — faeddare a sii bentu, parlar 
al i'enlo: altri con dat. di pers. e gene!, di cosa,— non mi faeddes de 
custu, non parlarmi di questo j ocoirablat. — rùermi daimanos, cadér- 
mi dalle mani ecc» ne' quali modi non differisce dall'uso toscano. No- 
terai finalmente che tanti verbi neutri possono esser attivi, e neutri 
passivi, V. gr. faghet gòsi, fa cosi^ si faghet a biculos,'5i fa a pezzetti-, 
faghet ìscarpas, fa scarpe, e cosi va dicendo di molti altri. ^ 

PROSPETTÒ VII. 

Verbo Neutro Passito 

Modo Indicativo 
Presente 



Lat 

Fatlgo . 
Fatigas 

' Faiigat 



Fatigamus 

Fatigatis 
Fatigant 



Logud, 



Singolare 
Campid. 



Gallur. 



Itali, 



Fo mi fadigo Deu mi cansu Ejumlistracca lo mi 
Tue ti fadigas Tui ti cansas Tu t' istracchi Tu ti i 



stanco, 

igas lui ti cansas lii t isiraccni i\t ti stanchi 

Ipsesifadigat Issusi causai Eddils'ì&iraiCcaL Egli si stanca. 



Plurale 
Kois no9 fadi- Nosat. nosi > Noi z' istrac- Noi ci stan- 
gamus cansaus chemu chiamo, 

Bois bos ec. Bosat. osi ec. Voi v' istrac^ Foi vi stancate 
Ipsos si ec. Issus si ecc. Eddi s' ìsiTaiC,Egl,sistancan. 

Pendente 



Fatigabam 

Fatigabas 

Fatigabat 



Singolare 

Mi fadigaìa Mi cansamu M' istraccaba Mi stancava. 

Ti fadigaias Ti cansasta T' istraccabi Ti stancavi. 

Si fadigaìat Si cansàt S' istraccaba Si stancava. 



Plurale 
Fatigabamus Nos fadigaia-Nosl causa- Z' istraccaba- Ci stancava- 

• mus mus mi mo, 

Fntigabatis Bos fadigaiazis Osi cansastis yìstrsLCCdib^dó} Fi stancavate. 
Fatigabant Si fadigaiant Si cansànta S' istraccabani St stancavano. 



CAP. IV. VERBO NEUTRO 133 

Passato remoto 

r • 

Singolare 

Fatigavi Mi fadighesi Miseucansàu M' isfracchesi Mi staneaL 
Fatigavisti Ti fadighesti Ti ses cansau T' istracchesti Ti stancasiL 
Fatigavit Si fadighesit S' est cansau S' istracchesi Si stancò. 

Plorale 

r 

Fatìgavimus Nos fadighe- Noslseuscan- Z' istracchesi- Ci stancami 

mus sàus mi nw, 

Fatìgavistis Bos fadighezis Osi seis ecc. V istracchesid. ri stancante. 
Falìgaverunt Si fadìghesint Si sunti canst S4stracchesini Sistancarono, 

Propinquo 

SuiiGOLARE 

Manca Misòfadigadu Mi seu ecc. Mi soggu Mi sono stan- 

nel istraccaddu calo. 

Lat. Ti ses ecc. come nel ré- Ti sei ecc. Ti fiei ecc. 

Si est ecc. moto S'è ecc. Si é stancato. 

Plurale 

Nos semus fa- Nosl seus ec. Zi semu istrac-O siamo stan^ 

digados caddi catL 

Bos sezis ec. Vi seddi ecc. Fi siete ecc. 

Sì sunt ec. Si so ecc. Si sono ecc. 

' Trapassato imperfetto 

Singolare 

FatigaveramMifiafadigadu Mi femu can- M'era istrac- Mi erastan- 

sàu - caddu caio. 

Fafigaveras Ti fias éò. Ti fiasta ecc. T' eri ecc. Ti eri ecc. 

Fatigaveràt Si fiat ecc. Si fiat cansau S' era ecc. Si era ecc. 

Plurale 

FaligaveramusNos fiamus Nosi femus Z'erami istrac- Ce eravamo 

fadigados . cansaus caddi , stancati, 

Faligaveratis Bos fiazis ec. Osi festis ec. V eraddi ec. Fi eravate ec. 
Faligavcrant Si fiant ecc. Si fiaùnta ecc. S' crani ec. Si erano, ecc. 



^ 



434 



Fatigabo 

Fatigabis 
Fatigabit 



ORTOGR. PARTE PRIMA 
Futuro 

SìJiGOLkRK 

W hapo a fa- M* hapu a M'istraccaragr Mi stancherò. 

digare cansài giù 

Ti Tias a ec. T' has a ecc. T istraccharai Ti stancherai 
Sì hat a ec. S' hat a ecc. S' istraccharà Si stancherà. 



Plurale 
Fatigabimus Nos hamus a Nos beus a Z* istracchare- Ci stanchere- 

fadìgare cansài mu mo 

Fatigabitis Bos hazis a Os heis a ec. V istracchar. ri stancherete, 
Fatigabimt Si hant a ec. S' hant a ec. S'istraccharan.«9( stonc/ieran. 

Modo imperativo 



Fatiga 
Fatiget 



Fatigemus 

Fatiga te 
Fatigeut 



Fatigein 

Fatiges 

Fatiget 



Fatfgemus 
Fatigetis 
Fatigènt , 



Fafigarem 

Fatigares 

Fatigaret 



Singolare 

Fadigati tue Causati tuì Tstraccaddi tu Stancati tu. 
Fadighetsiips. Cansìssl issu Istracchiasi ec. Stanchisi egU. 

Plurale 
Fadighemu- Canseus nosl Istracchemuzi^ Stanchiamoci 

nos nois nosat. noi noL 

Fadigadebqs Cansaiosl ec. Istraccheddibi Stancatevi poi. 
Si . fadighent Cansintisi ec. S' Istracchian' Stanchinsi egl 

Modo Congiuntivo 



Mi fadigbe 
Ti fadigbes 
Si fadighet 



Presente 

SllVGOLARE 

Mi causi 
Ti cansis 
Si cansit 



M' istracchia 
T' istracchi 
S' istraccbia 



Mi stanchi. 
Ti stanchi. 
Si stanchi. 



Plurale 
Nos fadighem. Nosl cansèus 27 ìstTkcchÌ9xmCi stanchiamo, 
Bosfadighedas Osi causèìs Y'istracchiaddi Fi stanchiate. 
Si fadighent Si cansint S' istracchiani Si stanchino. 

Imperfetto propinquo 

Singolare 
Mi fadighere Mi cansessi M' istracchessi Mi stancassi. 
Tifadigheres Ti cansessis. T' istracchessi Ti stancassi. 
Si fadigheret Si cansessit S' istracchessi Si stancasse. 



CAP. IV. VERBO NEUTRO 136 

Plurale 
Fatigaremus N09 fadighe- Nosì cansèssi- Z' istracches- Ci stancassi- 

remiis mus simi nio» 

Fatigàretis Bos fadtgher. Osi cansèssid. V* istracches. Fi stancaste. 
Fatigarent Sìfadìgherent Si cansessint S'ìstraLCchesìm Si stancassero. 

Remoto 
Singolare 

Manca Mi dia a fadi- M' hem' a M' iàtracchapia Mi stancherei. 
nel gare cansai 

Lat. Ti dias ecc. T' hiast' a T^ìsìTSiCcaiTÌsìiTi stancheresti. 

Sì diat ec. S' hiat a ecc. S' istraccarla Si stanchereb. 

I Plurale 

Nos diamus a Nos hemusa Z'istraccariajni Ci stanche- 

fadigare cansai remmo, 

Bos diazis ec Os hestis a V'istraccariad.f't stancherest 
Si diant ec. S' hiant a ec. S' istraccariani Si stanchereb. 

Singolare 

Passato perfetto 

Fatigaverim Mi sia fatigadu Mi sia cansàu Mi sia istrac- Mi sia stan» 

caddu^ cato. 

Faljgaveris Ti sias ecc. Ti siasta ecc. Ti si ecc. Ti sii ecc. 

Fatigaverit Si siat ec. Si siat cansàu Si sia ecc. Si sia ecc. 

Plurale 
Faligaverimus Nos siàmus Nosì siaus Zi siamiistrac- Cisiamostan' 

fadigadu cansaus caddi cati. 

Fatigaverilis Bos siedas ec. Osi siais ecc. Vi siaddì ce. Fi siate ecc. 
Fatìgaverint Si siant ecc. Si siant cans. Si siani ecc. iSiT siano^ ecc. 

Trapassato imperfetto propinquo 

SiNGOI^ARE- 

Fatigavissent M' essere fa- Mi fessi can- Mi fussi istrac* Mi fossi stan- 

digadu sàu caddu calo. 

Faligavisses Ti esseres Ti fessis ecc. Ti fussi ecc. Ti fossi ecc. 
Fatigavisset Si esseret ec. Si fessit ecc. Si fussi ecc. Si fosse ecc. 

Plurale 
Fatigavisse- Nosesseremus Nosi fessimus Zi fussimi is- Ci fossimo 

l^us fadigados cansaus tracc£(ddi stancati. 

Fatigavisset. Bos esserezis Osi festis ecc. Vi fussiddi ec. Fi foste ecc. 
Faligarissent S'esserentec. Si fessint ec. Si fussiui ec. SH fossero ecc. 



m ORTOGR. PARTE PRIMA 

K^moto 

Singolare 
Manca Mi dia esser M' hem' es^i- Misarìaistrac- JUi sarei stan^ 
ladìgs^du ri cansaìi. caddu catp, 

nel Ti dias ecc. T' hiast' ess. Ti saristi ec. 71 saresti eec, 

Lat. Si dial ec. S' hìat essirì Si saria ecc. Si sarebbe ee. 

Plurale 
Nos diamus es- Nos hem. essi- Zi sariami is- Ci saremmo 
serfadigados ri cansaus traccaddi stancati, 

Bos diazis ec. Os hestis ess. Vi sar iaddi ec. Fi sareste ec. 
Si diant ec. S' hiant essiri Si sariani Si sarebbero. 

Futuro di passato 

^ SlRQOLARB 

Fatigavero M' hap'aesse- W hap' essirì Mi saragff iu is- Mi sarò stan- 

re fadigadu cansau traccaddu caio. 

Fatigaveris Ti has ec. T'. hai essiri Ti sarai ecc. 7? sarai ecc. 
Fatigaverit Si hat ec. S' hat èssiri Si sarà ecc. Si sarà ecc. 

Plcralb 

Fatigaverim. Nos hamus a Nos heus es- Zi saremu |s- Ci saremo 

essere ecc. siri cansaus traccaddi stancati. 

Fatigaveritis Bos hazis ec. Os heis essiri Vi sareddi ecc. Fi sarete eec. 

Fatigaverint Si hant ec. S' hant essirì Si sarani ec. Si saranno ee. 

Modo infinitivo 
Presente 

Fatigare Fadigaresi Cansaisi Istraccassi «Stancarsi. 

Passato perfetto 
Fatigasse Essersi fadig. £ssirisi cans. Assessi istrac. Essersi stane. 

Gerundio ■ 
Fatigando Fadighendesi Cansendusi Istraccheiidisi Stancando^. 

Futuro 
Fatigaturus Haer de si fa- Hai de can- Abè d' istrac- Aver da stanr 

digare saisi cassia corsi. 

Participio 
Fatigatiis Fadigadu Cansàu- Istraccaddu Stancato. 



CAR IV. VERBO NEUTRO 437 

5. CXXrV. n detto verbo che ho scelto per paradimma^ ossia per 
dimostrazione dicesi anche nel Logud. istraccare. Il carnài del Cam* 
pìd porla presso quello tutt' altro significato di stanchezza^ perchè 
significa riposarsij, adagiarsi alquanto, per cui cànsadi vuol dire, 
accomodati^ mettiti a sedere per riposare^ yocé arabica e forse ere- 
ditata dagli antichi abitanti dell'Isola (ngàscia) requievit, contabuit (4). 
Nel Meil. Tissi, Itiri e nell' Anglona esprimono tuttora il gain gutturale 
arabo e lo iijin^ pronunciandolo camciàresi, mi canscio ecc. dandogli 
il suono nasale caratteristico di questa lettera nell'arabo alfabeto. 
§. CXXV. La costruzione di questi verbi neutri passivi è come 
quella dei verbi neutri (§. 146), e come tale è in itali. La più comune 
è di prdinarlo con un nomina t. avanti ed uno dopo ^ v. gr. su binu si 
faghet aghedu^ il vino si fa aceto ^ o s' inacetisce", ogni bezzu si disizat 
piccinnu, ogni vecchio si desidera giovine. Sembrano però questi st^re 
per predicati, e vale cosa acida, cosa giovine ecc. l' istesso dicendosi 
deffli anzidetti verbi neutri. Riceve anche un genet. di cosa, vi gr. 
abbizàresi de un'affare, avvedersi di un'affare; allegraresi de su 
maranzenu, rallegrarsi ' deW altrui male. Altri si costruiscono col 
dat assimizaresi a tie, rassomigliarsi a tej avvesaresi a su pagu, ai?- 
piarsi al poco. Altri finalmante sono retti da preposiz. di stato e 
dimotOj come i verbi neutri assoluti, v. gr. istaresi in otiu^-s^aròi.m 
ozio; andaresiqué ih una in una, andarsene di botto eco, 

VERBO RECIPROCO 

S-CXXVL Qualsia il verbo reciproco^ e come distinguasi dal verbo 
neutro, e dal neutro passivo lo dicemmo al §. 402 quindi non vi sarà 
bisogno di formar nuòvo prospetto non soffrendo alcun divario nelle 
inflessioni che del significato. Quindi dirassi — mi occo, ti occhis,. si 
occhit,nos bocchimus ecc. mi uccido, ti uccidi, si uccide ^ ci uccidiamo • 
ecc. Simili a questi sono^— samunaresi, lavarsi; truncaresij troncarsi; 
bestiresì, vestirsi; istroppiaresi, storpiarsi ecc. - 

S- CXXVII. La costruzione di questi verbi è di ricevere come neirital. 
il genetivo che in lat. mettesi in ablat. , v. gr. consolaresi de sa fop* 
bina, consolarsi della fortuna (}dit consolari sede fortuna); talvolta 
Tace. V. gr. daresi sa morte, beslire§i s'abidu, darsi la morte ^vestirsi 
ì^ abito. Riceve anche il dat. — daresi a sa tris tesa, abbandonarsi alla 



(l) Da questa voce viene cv?isciu, corpo, cadavere j? cosi V Araol, in 
^cca di Barbaro. 

Bettade cansciu ^ et testa tot* umpare , ^ 

Qui li siant sepoltura arena ^ et unda ;, 

Qui piùs non si nde potai Mgatare 

Pezzu nessunu in s' abba furibunda, 
Folgarmente cansciu, casciu dicesi la parte della camicia che cuopv^ 
il dorso d' una persona ^ e propriamente la ^arte anteriore, v. Focab^^ 



138 ORTOGR, PARTE PRIMA 

tristezza. Quando significa moto riceve Y acc. con la prep. in , y. gr. 
istraiuparesi in terra, precipitaresi in sas fiaminas, buttarsi prè terra, 
preeipitarfti nelle fiamme. Finalmente costroiscesi anche coU' ablat. , 
\. gr. còntennersi dai su risb, contenersi del riso} abstenner$i dai su 
|»antu« astenersi dal pianto ecc. 

VERBO IMPERSONALE 

$, Cn\I. I verbi impersonali sono quelli che hanno la sola tana 
persona del singolare comune a tutti i tempi e modi , senza che mo- 
strino U soggetto del verbo. Molti però vendono accompagnati coUa 
particellai si^ v. gr. si mandigat, si mangia, si vivet, si vive; si narat, 
si dice; »' incapata se accade (ì) ecc. Altri la rigettano e questi sono 
propriamente i verbi impersonali, i quali chiamansi anche fenominali, 
perchè si adoperano per indicare i fenomeni del cielo e del tempo , v. 
gr. piòet, piove-, albe^het^ albeggia j tronat, tuona; resinata spruz- 
zola; lampat, 6afena;fioccat, nevica (2), i quali possono adoperarsi 
CO! verbi ausiliari hàere et essere specialmente coi loro participii e 
gerundii. Il gerund. cóL verbo èssere, v. gr. est pioende, est trorbhdb^ 
piot^e, tuona, ecc. In vece dell' ausiliare èssere, adoperasi anche il 
verbo istarb, stare, v. gr. »tat L4MPEnDB, istàt fiogheroEj lampeggia, 
nevica, ecc. Il partic. poi col verbo hiere, avere, v. gr. hat piopidu, 
ha piovuto, SI uvpEaET thon^du, se. avesse tiM>nato, ecc. Da questi deve 
eccettuarsi vljlt usato solamente nell'indie, e rimasto nel prov. oGFi^Aiif* 
■A ULAT, ognuno ha il suo desiderio (3), e adjuat, come vedrassi a|h 
presso. Cosi pure olet adoperato comunemente nelle Barb. ; ed m 
Dorg. Nel 'Meli, e Margh. in questo sol prov. qui. queret su qui olet, 
dat su qui li dolet, lo che viene dall' aferesi del p o 6 ccnqi cui si scan- 
gia {%. 12. ), o alla Campid. usato in quest'altro prov, quando Deus 
non bolet, sos sanctos nudda podent (4). Finalmente usasi nel Logud 



(1) Questo verbo impersonale prendesi anche per avverbio dubitativo 
forse ^ sembra, mi pare: ed anche affermativo, Sincnpat ti dolet, 
certamente vi duole ^ vi sta a cuore , ecc. 

(2) jé questi si sottointende sempre il soggetto > su chelu , il cielo : 
s'' A£RA^ r aria. Si aggiunge perà nel solej calat sole ^ tramonta .- vas- 
gbet sole , spanta il sole. 

(3) UJat pare da gulat soppresso il g (% 24. j. Dicesi questo prov. attor 
quando uno , sebbene non sia a tempo ed a luogo , pure desidera una 
cosa che converrebbe meglio ad altri, 

(4) yale, che irimedii e gli sforzi umani sono di nessuna efficacia, 
allorquando Dio non permette. — Questo verbo bolo, boles^ boleti 
bolemus , ecc. era mollo tn uso ne* primi Secoli della lingua Logud. 
quasi in tutu i modi e tempi , bolgia ^-as ^-at , bergere ,-res e boleres , 
boiendo , bolero , ecc. cotne osserverai negli antichi documenti che ri- 
portiaà>u> nella 2 parte di questa^ Ortograf. 



j 



CAP. IV. VERBO IMPERS. 139 

h(nȓ HimsTERic per bisogna, v. gr. est ministeriu de fagher castu, 
bisogna far quesUh' 

J. CXXIX. La cofitniziòtte de' predetti verbi è senza alcun caso es~ 
presso^ ossìa senza nominare soggetto del verbo , che se talvdtà si 
adopera il nome radicale del verb», usasi tanto in sardo che in itali. 
il terbo istarb^ stare col geru. del verbo fa^heae, fare^ v. gr, est 
FAcrEin>E ifiEi sta facendo neve, nemica, istat pactend' abba^ ecc. (i). 
Molti si tiostruiscoQp con un nomina t. avanti^ v. gr. custu constata 
la Qosa interessata questo consta, V affare interessa, ecc. anche coi 
genet. ▼. gr. si.tractat de nois, si faeddat de te, si trattu di noi, si 
parto di te^ ecc. Finalmente con tin nomin. avanti, e con dat. dopo, 
T. gr. custu non mi cumbenit, ^^esto non mi conviene, custu mi pia- 
ghete mi paret, bos istat, nos tenet, ecc. questo mi piace, mi sembra, 
vi ita, ci tiene, ecc. Fra questi è rimarchevole il verbo decet^-bat 
lat. rimasto chiaramente nel dial. Logud. mi deghet, nos deghiat , fiti' 
tonviene, ci eonveniya^ usato nelle S pers. del pres. e del pend. Tiene 
anche il partic. Dicamu in senso di meritato, come quando in itali. 
dicesi vi sta bene, gU meriterebbe ^ ecc. 

VERBI DIFETTIVI 

i CXXX. I Verbi difettivi sono quelli che mancano di qualche 
OKido^ tempo^ numero^ o persona^ non potendo passare per tutte 
^elle varietà che hanno i verbi comuni. Nella sarda favella sono po- 
oùssimi^ se non è che vogliamo mettere nella serie dei verbi difettivi 
quelle sincopazioni usitatissime nel parlar volgare, segnatamente nel 
«lodò Imper., v. gi*. abba'ìu vece di abbaida, da abbaiìmre vedere; in 
itali. 9nche ¥^ in vece di vedi; ad mira' in vece di mira, mirade da 
«iBAiiB, guardare (2); acu' in vece di acosta, ascolta da agustare (3) 
àHXLTÀsas:, ascoltare; acgo^ accolto- da aggostarb, avvicinare (4)> le'. 



(4) È degno di curiosa osservazitme che in mssuno de' dial, della 
Sardegna si abbia il vocabolo per esprimere to pioggia ^ dicendo comu- 
nemente Log. ABBA, campid, aqua, Gallu, eba, sebbene stabbia il verbo 
piovere^ pioere, piotosu, ecc. Pure nella Sez, di Bit, è usato paoia cAe 
if^ta la plùvia lat, cambiata lai in r {% 25 ). 

J% Nel dial. Campid. cf^cc^t laba, label o lebitchi (Logud. miret i^ui) 
i che. r. Por. Focab. ad voc. labài. In Olz, e Barb, si ha il verbo 
LAPPARE^ làppalu, vedilo, probabilmente è voce gr. Xao, coW epentesi del 
b, video. — Di€U, Seti. mare. 

(3) In Logud. dicesi iscoltare e agustare> il primo è dal ktt. ausculto, 
ds, U secondo dal gr. axovu audio da cui oexoiKrrexo; auditorius, il nervo 
aeusUeo, — Ago' può essere anche una contraz. deW avv. a cca ^ di na- 
scosto, 6 dicesi quando si chiama uno per dirgli qualche cosà neW orec- 
chio. K gli JwerÓ. 

(4) Se a questa voce seguita qui^ in dllora sarà avv. v, gr. aggo qui , 
ecco che , ma^ ma che ecc, ^ come vedrassi appresso. 

il 



440 ORTOGR. PARTE PRIMA 

te' iti vece di lba, tene (i)^ da leare^ té«fìere^, prendere; wn,*, sentii 
da INTENDERE, Sentire (fios. cacca), va in vece di nara^ di da narrerei, 
dire; naqui in veee di narat, o narant qvij. dicesi^ dicono, e simiii. 

§. CXXXI. Può anche annoverarsi nella classe di questi verbi il 
verbo soiet , stwle, il quale nel pres. dell' indie, e del sogg, manca 
della prim. pers. adoperando 1- ausiliare èssere, v. gr. so solitu, soglio^ 

SOLES, SOLET, OCC. SlA SOUTTJ, SOglia, SOLA, SOLAS, SOL^T, eCC. SOLERE /-RES, 

-RET, ecc. fossi solitoj Merita attenzione il verbo, amèjjio, usitato in tut- 
te quasi le Provincie del Logud. ed esteso al dialet. Cagliarit. Questo 
verbo ^he usasi solamente nella i e 2 pers. del pi'esénte, e nelle anti- 
che sacre cannoni ( gosos ) in 3 pers. del peno, suoi* adoperarsi coi 
verbi nelF infinitivo medio ^ nel passato e coi loro -gerundii , e significa 
r atto prossimo d' una cosa , ossia esprime un tempo tra il passato 
prossimo ed il presente ^ p. ese. amego de berinere, sono venendo, op- 
pure sono arrivato in questo mo^nento^ amegas benzesi, nell;* oMo che 
venni, àestè son venuto , e propriamente corrisponde al non guari, e 
meglio al testé degr Italiani, amegas de benner qui, »on guari era ve- 
nuto che: amegant de botare/ Gos. si affrettavano a gettare, o nell'atto 
che gettavano (2). — La voce eaixc o ali^ollu, vedilo eccolo, che il Pomi 



(i) Non vi è alcun bisogno dì farlo derivare dal gr. tri Heoi, come 
vuole il Msidìm. 

(2) Il Madau fa venire questa voce dal gr, fteXu^ satago^ curo^ e sia 
lo stesso ANNEGO DE ACCABARE c/i6 quello dci Lotint curo , satago per- 
ficere. Cosi pure il Porru che lo riporta dal Madau, Qualunque però 
sia la radice io credo che in vece d' esser una pers. di verbo diffettivo. 
Sia un* avverbio \ perchè non dicesi ammego o^ aniego , ma ammega / e 
molU sono gli awerbii che in sardo escono in a c0999e,meda^ fiiia^ finza 
in senso di etiam , Cond, A, baxa per basciu , basso ecc. Raddoppiasi 
aìiche e vale il superlat. ( %. 60), come ammega aiumega^ e vale or"* ora. 
Negli atti di sottomissione che anticamente facevano i Notarti , e che 
chiamavano omenatgios^ spagn, homenage, giuramento, trovasi la voce 
amagadamente, ma il senso 6 di nascosto; fintamente, forse dallo spagn. 
^tasigSiV ,{ fingere di dire alcuna cosa):. giova riportarne a maggior 
chiarezza le parole originali per esser tm formolario constante e di buona 
ortografia. — » De provisione et cumandamentu . ... in virtude de su 
» quale promittit et siobUgat de non offendere^ nen fagher' offender' ipse 
99 n&n persona nexuna prò ipse palesamente , nen amagadamente in 
« persona , nen benes de NN,, et factende per ipsu su cofitrariu queret 
n incedire, et ruere in sa pena qui incedint et ruent sos qui tallanl, et 
99 rupent semblantes ^agramentos et oìnenatgios , qui est, su qtti Deus 
non quergiat, su collu a sa^Furca, et sos benes confiscados. >9 FormoL 
A. MSS. a f, 180.^ — Desso è un voi. in S.^ che apparteneva ad un Notajo 
di Ploaghe nelSec. XfI , ed ora riposa nella Bibliot della R. Univ. cui 
r Autore della presente opera ne fece un dono insieme ad un' altro MSS. 
Ebraico e Rabbinico membranaceo del Sec. Xlr* rinvermto neU' Isola 



CAP. IV. VERBI DIFElTfVI iU 

ed il Madau la derivano da 9X<» gre. habeo , teneo ; ma vedesi chiaro 
d essere una corruzione di en illum lat. (i). — A^, pia, andiamo, dicesi 
quando si parla ad uno, ajozi amdti^il quale pare più tosto avverbio^ 
come in seguito vedremo. — Aure ( Lnr. abbùa ) ferma , aspetta , cou 
poclii altri. — Dair antico vadere è rimasto solo bae , bazi. 

$. CXXXfF. i>ieir italiana favella questi verbi sono più rari ^ i quali 
possono ridurci ai seguenti, re' per vedi , bidb ; tranne per trcUne da 
(rorre^ BUG ^RDE. ^rro(|r6r<;, (aggiungere) che trovasi nella 3 persona 
ùrrogej arrogeva, or ro$e, 'rósero j arrogetido» Calere (essere a cuore), 
cak , colei'a , eaise r Isero ^ caglia , calesse ,-ssero ^ carrebbe , calato » 
talendo, Cbèrere per chiedere o volere da cui il sardo quererb, indie. 
cA^ro, cAierij chere, PI. cherono, Fut. chererai, chierremo. Sogg. chera 
Part. chesto, Ger. cherendo, — Capere in sardo cabeae per co-ntenere , 
tiene la 3 pers. del pres. iiape, cant. PI. cappiamo, capete, capono (2). 
Lkere-i esser lecito ) ^ trovasi, solo Uce, — Gire { andare ) ha molte voci 
Pres. gite : peoden. giva e già: Fut. girò. Iniperf. del cong. gissi girei^ 
Partic. gito, Àvvertisd però che tutte queste voci sono poetiche, come 
pure <r6 , iiva , ivano, iremoy irete^ ilei — Serpere ( serpeggiare ); Indie. 
Krpo^ serpi ^'Pe. Plur. serpono, Pend. serpeva , ecc. Cong. serpa ^ ecc. 
maneapte solamente della 2 pcrs. plur. Ger. serpemlo. Finalmente so- 
lere, lod. sogiiù, suoli, suole : pi. sogliamo, «ce. Pend. soleva ecc. Cong. 
9ogUa ecc. Ger. solendo. Folce p^r moderare ha solamente. questa voce» 

VERBI ANOMALI O IRREGOLARI 

{. CXXXni. Anomali o irregolari si chiamano quei verbi che si al* 
lontanano dalla comune inflessione d^li altri verbi. Nella sarda favella, 
che ne' tre prin(upali dialetti procede relativamente con poche irr^o- 
brità nelle parti dell'orazione^ anche di questi sene contan pochi, conio 
cedrassi nel prospetto seguente in cui sono notati in ordine alfabetico 
eoi ten^i che escono dalle ordinarie regole delle tre conjugazioni su 
esposte : in sostanza però si riducono a pochi Non così in itali, come 
rileverassi dall' altro pr(^petto che skuibnente ho disposto in ordine 
^diabetico meglio che ia ordine di conjugazioni, affinchè il principiante 
senza stento possa ricoiTere ai medesuoi ne' suoi duU)ii. 



con un' antro Siriaco in ottimo stato , non che il prezioso Codice origi- 
nale in Lingua Logudorese che menziona»mèto a fac, 24. n. 2. di questa 
Ortografia ^ ^uUi riposti da me nella R, Biblioteca di Cagliari ^ con 
^immo del Magistrato sopra gUStudii. — Classelì. N. il4. II&. ii6. 117. 

(4) Ea* dicesi assoluto diverso da éa perchè— Eà su gtistu meu^ s' al- 
kgriar-^ecco il mio gusto, ecc. Oppure sarà daW esclaìnaz. gre. sa vahl 
iaiperat. da est» ^ sino^ onoittoì . 

(2) MolU Gramatici dei moderni mettono queste voci tra le poetiche: 
«nzt vogliono che quésto verbo ^ia V istmo che il verbo capire portato 
nietaforicamente a senso d* intelligenza : quindi capere antóco prese U^ 
^namen^ sia il medestmo cAc capire per significazione e per andamento. 



442 ORTOGR. PARTE PRIMA 

VERBI ANOMALI SARDI 
A 

r 

InFiniTo Abbèrrere , aprire. 

Presewte— Eo abberzo, io apro in vece di abbero (<), abberis, ab- 
berit. PI. abberiuftus, ecc. regolarmente. — Passato. Eo abberzesi,-zesti,- 
zesit. PI. abberzesimus ,-zestis,-ze$iirt. Poet. abbersìnt. AraolL — Imper. 
Abbcri tue, abberzat ipse. PI. abberzamus nois, abberìde^-erzant ipsos. 
— SoGGiTJifT. Eo Abberza,-zas,-zat. PJ. abberzamus, -zedas^-zant — 
Jmperf. Eo abberzére,-zeres,-z^et PI. abberzeremus^-zeredas^^zeraiit.— 
Partic. Al*ertu. > Ger,. Abberzende, 

Iifpui. Abbìdere , a99eder9i. 

Pres. Abbìzo e abbido, abbizas e abbìdes, abbizat ecc. come il ver- 
bo abbizare della L conjug. — Passat. Abbizesi e abbidesi , abbìzesti- 
desti ecc. — Imper at. Abbiza e abbide , abbizat,-dat ecc. — Soggiunt. Ab- 
bize e abbida^-zes,-<lat ecc. — Ihperf. Abbizère e abbidere ,-zere$-def6$ 
ecc. — Partic. Abbistu , awistu e abbìzadu* Ger. Abbizende. 

• IifFWiTo Adpàrrere ^ apparire, 

Pre». AdparzOj adparis^-parit ecc. — Pass. Adparsesi^-zesti^-zesit. PI 
Adparzesimus ^-zestìs ,-zesint. — Ihper. Adpari tue, adparzat ipse. PL 
Adparzamus nois^-zant ipsos — Soggiunt. Adparza>zas, zat PL Adpar- 
zanius,-zedas,-zant,-—lMPERF. Adpai'zere,-zeres, zeret. PL Adparzeremus 
e adparferemus ,-zeredas ,-zerenL-^PARTic. Adparidu, adparfidu e ad- 
partu. Ger. Adparzende* 

Ipifiw. Adouirire^ acquistare. 

Pre». Adquipoeadquisto, adquìrìs-rit ecc.— Pass. Adqufresie adqui- 
stesi, come adquistare della ì. conjug. 

Infin. Andare , andare. 

Pres. Ando (Olia. Orgos. vado, vajo), andas ecc. (v. %. 481.) 

Iwpiif. Arrère, fermarsi. 

Pres. Arrèo , arrès ,-ret. PL arreunus, arreides ecc. — Pass. Aireesi, 
-cesti j-eesit PI. arreesimus ecc; — Ihper. Arrèttie, aireat ipse ecc. 
— Soggiunt. Arrèa , reas,-FeaL PL arreàmus ccc-^Imperf. Arrère,-re- 
res ecc. — Partic. Anressu. Ger. Aireeude. 

B 

Infin. Balere, polère. 
Pres. Balzo , e baio , bales, balet. PL baiimus ecc. — ^Pàss. Balzesi, 
-zesti,-^esit. PL Balzesimns,-zestis,-zesìnt.-^l9iPER. Balzai ipse. PL bai- 



(i) Nuoterai che tutte qtteste anomalie o desinenze in enoeseltésii^ aila 
prima persona del presente dell' Indie, sonor originate dalla desinenxa 
lai erìo come aperio, ferio, aperiam, ferìam ecc. sitnik atta desinenza 
in orium (%.M). 



GAP. tv. VERBI ANOMALI SARDI 143 

zemiis noìs, balzani ipsos. — ^Soggioivt. Balza rzas,-zat.M) PI. Balzamus, 
-zedas e ba]edas,-zant. — Imperf. Balzere> balei*e e balfere,-zerps,-z€iret. 
PJ. baleremus e Izere^mus ecc.— Partic. Bàlfidu e balidu Ger, 'Balfende. 

IwFiw. Bèimere^ venire. 

Pres. Benzo , benìs ,-nit ecc. regolare il resto.— Pass. Benzesi ,-zesti , 
•zesit. PI. Benzesìmus^zestis^-zesint. — Imper. Beni tue, benzat jpse. PI. 
benzamus ^-zaot ipsos.^ — So^GroriT. . Benza ^zas^-za t. PI. Benzamns ,-zedas, 
-zant.— Imperf. Benzere,-zeres,-ieret Ì*L Benzerenius,-iizeredasrnzereut. 
— Pàrtig. Bènnidu Ger. Benzende. Altr. cambiasi il ò in i». 

IifFiN. Bidere, cedere. 

Pres. Bido^ bides^-det ecc. re^ofarmenfó. — ^Pa»s. Bidesi,-sti ecc. — 
Imper. Abbà, mi, bidat ipse. PI. Bidamus ecc. — Soggiurt. Bida^ bidas^i 
ecc.-— Imperf. Bidère^*ères^ ecc. — ^Partic. Bidu (2). 

C 

IifFiif . — Coberrere , cuoprire. 
Pbes. Coberzo, cobèris, cobèrit ecc. — ^Pa8s. Coberzesi,-zesti, -zesit. PK 
Coberzesimùs^rzestis^-zesint (3). — Imper. Cobèri tue, coberzat ipse. PI. 
Coberzamus nois , coberzant ipsos. — ^Sogg. Coberza ,-zas , ecc. — Imperf. 
Coberzère» zères ecc.— Partic. Cobertu Ger. Coberende. 
i . IifFW. Crèere, Credere. 

Pres. Ci*eo, crees^ creel ecc.— Pass. Cretesi e creesi, cretesti ,-tesit. 
PI. cretèsimus e creèsimus ,-testis ,-tesintr — Imper. Cree tue, cretat e 
creat ipse. PI. Cretamus nois, cretant ipsos.— Soggiunt. Creta e crea, 
cretas,-tat. PI. Cretamus e creamus,-tedas,-tant-^lMPERF. Cretère,-teres, 
•teret. PI. Creteremus,-rezis,-terent.— Part. Cretidu. Ger. Cretende. 

Infin. Cumbènnere, convenire. 
Pres. Cumbehzo, cumbenis ecc. V. bèhhere da cute composto. — Pass. 
Gumbenzesi ecc. — iMPEk. Cumbeni ecc. — ^Soggiunt. Cuinl)enza ecc. — 
Imperf. Cumbennère e-zere. — Partìc. Cumbènnidu Ger. Cumbenzende. 

JpiFiN. Cumfaghere, confare. 
Pres. Cumfactò, cumfagbes, cumfaghet ecc. V. fàghere. 

IjfFiii.,Cumparrere, comparire. 
Pres. Cumparzo, cumparis, cumparit ecc. — Pass. Cuniparzési-fesi , 
-zesti-^esti,'<zesit-fesit PI. Cumparzesimus ,-zeslis ,-zesint. — Imcer. Cuiu- 
pàri tae,-zat ipse. PI. Cumparzàmus nois^-zant ipsos. — Soggiu.^. Cuiii- 
parza,-zas,-zal. PJ. Cumparzàmus, -zedas,- zant. — Imper. Cumparzere e 
cnmparfere ,-zeres ,-feret. PI. Cumparzeremus-feremus ,-zeredas ,rzer^nt. 
^PARtic. CumpàriSdu e cumparidu. Ger. Cumparzende. 



(1) MSS. A. hàXzia^'Zias.'Ziat Ale. Sin. d' Oit. Valet, Ya!eret. Araol. 

(2) All' orecchio questa voce si confonde col part. del verlìo bi'eiie ^ 
beyere^ e perciò scriveremo sempre questo bÌdVj conie contratto da budu, 
(libitum) , oppure dirassi meglio vistu. 

(3) Non dirai mai coberesi , che questo viene, da coberake^ lilro^are 
(cooperare) , dal volgo grobare in senso di ritrovare. 



144 ORTOGR. PARTE PRIMA 

Ihfi». Ciimponnepe , comporre. 
Pres. Cuiriponio, cuitìpones^-net ecc. V. ponnere il 8&mp§fee,^---VkH, 
Cumponzesì ecc. Imper. Cuiìiponerzat ecc. — SocGieni^. Cumponza eoe. 
— Imperf. Cumponzere, ecc. Fartic. Ciunpoetu, 

IwFiif. Cundólere, condolersi, 
Pre». Cundolfo,-lzo ecc. v. dolere da cui è composto. 

IifFiit: Gontéiiheré, contenere, capirei 
' Pre8. Contenzo,-tems ecc, v. tennere. 

IwFiN. Cuirere, correre.' 
Pres.. Curro e curzo, ecc. (i)— Passit. Gurresi e curzei-zesi^-zesti, 
-zesit. PI. Curresinius yPestis-rzestis ,-resmt-raesmt — Imper at. Curre, 
currat^ ecc.^ — Sogg. Curra e cupza ecc. — Imperf. Cunrèpe e ciirzèrè, ecc. 
— Pabtic. Curtii e curridu — Ger. Currende e curzende.- 

D 

Iwfìw. Dare, dare. 

Pres. Do, das, dàt ecc. e dono,-nas ecc. dal verbo donare. — Passit. 
Desi dei; desti ecc. Negl' A. MSS. e Cond. dedi, deserunl. é denint Xcontp. 
da dederunt) — Ihherat. Da , dona ecc.— So<sg. Dia , dias , diat , e die, 
dies, diet. PI. dìamus , diazis , diant, e diemus e demus^ dedas^ dent.— 
Imperf. Dere^-res^ret. PI. Daremus.-aredas , derent— JP^»t. Regol, Ger, 
Dande , dande. MSS. A. dando. 

. Infin, Dovere , dovére. 

Pres. Devo è depo, deves depes e dees, devet e depet Plur. 
devimus ecc. regolarmante. — Passat. Devesi e depesi, devisti-pisti, 
devesit-pesit. Pl.devèsimùs-j)esinius , devestis-e^sis-estis, devesint-pesinl 
— Imperf. Deve, deval-pat. PI. Devamus -pamus ,-pìde -vide , devant 
-pant. — SoGG. Deva-pa e dia (à), depas-va& e dias, depat-vat e diat 
PI. Depàmùs-vamus , e dìamus , Depedas-vedas e diazìs , depant-vant 
e diailt. — Imperf. Devere-pere , e diére, deveres-peres , dieres, deverel- 
peret-ieret. PI. Deveretìius-peremus-ieremus , deverezis-perezis-ierezis, 
deperent-verentìerent. — Part. Dèvidu e depidu. Gef. devende, depende. 

Infin. Discumpàrrere , scomparire. 

Pres. Discumparzo,-paris ecc. — Passat. Discumparzesi-fcsi ecc. come 
in cumpàrrere j e parrere dà cui è cromposto. 

Infin. Disfàghere , rfi5/are. 

Pre^. Disfacto , disfaghes ecc. v. faghere. 

Infin. Disponnere, dispórre. 

Pres. Disponzo, dispones ecc. — ^Passat. Disponzesi ecc. V. pò««€r# 
da cui è composto. 



{ì) La 2 maniera non è a tutti comune ^ usasi in Osilo, IVulHJeec. 

(2) Noterai che la v>oce dia j dias ; diat ecc. diere , dieres , dieret ecc. 
Serve solamente a formare T ausiliare ess&e v. /*. 93. N. % nel TroL 
de" Ferbi ausiliarii. 



GAP, IV. VERBI ANOMALI SARDI i4& 

Infin. Dolere , Dolere, 
Pres. Dolo o dolfo e dolgo-zo l doles , dolet. PI, dolimus ecc.~PAss. 
Dolesi-lfesi-lzesi , dolesti-festi-zesti , dolesìt-lfei^t-lzesit PI. dolesìmus- 
Ifesimus-lzesiiaus/ dolestì$-lfestis-lzesUs^ dolesìnt-lfesi'nt-lzesint.-~^lMPER. 
Doiat-lfat ipse. PI. Dolfamus ,-lfant ipsps,— Sogg. J>ola-I&-lza ; dolas* 
Ifas-zas; dolat-lfat-lzat. Pi. Dolamus-lzamus-lfamus, doledas-lfedas-lzedas. 
dolant-lfant-lzant. — Imperf. Dolère-tfere-lzere ; doleres-lferes-lzeres, dole- 
ret-lferet-lzerel. PI. Dolerémus-lferemus-lzereiaus ; dolerent-Iferent-lze- 
reat-^PAUTic. Dòlidu , doliidu. Ger. Dolende ,-lfeiide. 



IwFiif. Fàghere , /are. 
. Phes. Facto , faghes ^-ghet. PI. taghimi^s occ. — ^Pas». Factesi ,-cte$ti,. 
etesii. PI. Factesimus ,-ctestis ,-ctesiiit. — ^Ihperat. Paghe tue (A) , factat 
ìpse. PI. Factamus noìs , factant ipsos. — Sogg. Fact^ e fecte , factas e 
tectes , fectat e fectet. PI. Factemus,-ctedas , factant.— Imperp. Factère, 
-cteres ,-cleret. PI. Facteremus ,-cteredas ,-cterent (2) — ^Partig. Factu. 
Ger. Factende e faglùnde Barb. faghende. 

LiFiif . Fèrreré, ferire , ferire, 
. Ihfiii.. Ferzo , feris ^ ferit. Pi. ferimus ecc. — Pass at. Ferzesi ,«4:esti ,- 
zesit pi. ferzesimus,-zestis^ zesint. — ^Imperat. Ferzat ipse. PI. Ferzamus 
pois , Ferzant ipsosw-r-SoGc. Ferza ,-zas ,-zat. PI. Ferzamus ,-zedas,-zant 
r~lBfP£»F. Ferzerey-rzcres^-zeret. PI. Ferzeremu$,-zeredas-zere2is,-zerent. 
-t-Partic* Feria e feridu. Ger. F«rzende. 

IwpHi. Friere , frigere.^ 
Pres. Frio , ifries ^ ifriel , ecc. — ^Partic. Frixu. 



IwFCT. Giùghere v. Jùgheré. 
Infin. Godere , godire , gosare , godere. •. . . 

Pres. Godo goso^ godis gosas^ gedit gosal. PI. Godiraus e gosamiis 
ecc. , godides e gosades , godinl e gòsant. — ^Passat. Gosesi godesi , 
gosesli godesti , godesit , gosesit. PI, godesimus gosesinius ecc. ,-sezis 
-sesint.^^ — lupsRF. Godi, gosa tue, godat, gosal ipse. PI. Gosamus nois, 
godide e gosade bois, godant gosant ipso»,— Soog. Gosa ,-sas ,-sat. PI. 
Gosamus ,-sedas ,-sant. — ^Imperf. Gosere , goseres-serel. PI. Goseremus 
ecc. — ^Pa^rtiè. Godidu e gosadu; Ger. Gosende ,-ande e godende. 



(4) Paghe e V antico lat face che usavano in vece di fac. Presso noi 
è rimMto don la mutazione del e in gh. (%. i6.>. 

(2) Negli Ant. MSS. fugherete e fàgueret ecc, Stahdmùs qui su Pr&- 
ladu nen minus sos beneficiados non potai nen deziàt cùmsentlre in 
aliqua diminutione de iia mensa j et si atgunu illu fàgueret, non »fal 
in pr^udiciu de sos avvenidotes in cmsa nexuna. Ale. Sin, Ott. Cap. 
XXIIL-^Nel pass, fectit , fectint, Araol. 



146 ORTOGR. PARTE PRIMA 



Iwpw, InièTTere , inferire. 
Pres. Inferzoij inferis inferii. PI. Inferimus ecc. — ^Passìt. Inferiesi ^ 
meglio iiìferesi ^-esti ,*esit ecc. cmne ferrere da cui è composto. 

Infin. Interpònnere^ interporre. 
Prb». Inlerponzo,-potìes ^cc. come ponnere. 

, iNFw. intractennere , trattenére. 
Pres. Intractenzo,-tenes ecc.— Pass. Tntractenzesi eca — ^Imper. Intra- 
ctène ecc-r-SoGG. Intractenza ecc. — Imperf. Infractenzere ecc. — ^Partic. 
Intraclènnidq^ intractesu. Ger. Intrantenzende. v. |;ènnere. 

Infin. Iscobèrrere , scuoprire, 
Pres. Iscoberzo, iscoberis ecc. — Pass. Iscpberasesi ecc. — ^Imper. Iscobèrì 
ecc.— SoGG. Iscoberza ecc.— Imferf. Iscoberzère ecc. — ^Partic. Iscoberlu. 
Ger, Iscobèrende. v. goberrere. 

IiiFiN. Isfòghere ^ disfare ^ struggersL 
Pres. Disfacto , disfaghes ecc. — Passat. Disfaetesì ecc. — ^Impeil DisCah 
ghe ecc. — $ogg. Disfacta eccr^ImpERF. Disfactere ecc-^PARx, IMs&cIn; 
Ger. Disfaghinde , e disfactende» v. faghere. 

Infin. Isparire , ispàrrére , «parare. 
Prés. Isparzo , isparis ,-pàrit. PI. Ispariinus ecc. — ^Passax. Is^iarasèsi ,- 
zesti,-isparzesit e ìsparesit. PI. I&parzesimus-rèsimus,-£estis-restis, ispar- 
zesint-esint. — Imperat. Ispari tue , isparzat ipse. PI. Isparzamus noia , 
zaiit ipsos. — Sogg. Isparza-ta^ ispares-zes-fes^ ìsparet^fetrzet. PL Isparamus 
-zamus-Èimus.isparedas-zedasTfedas, ìsparent-zent-fent — Imferf. Ispàr^ 
-zere-fere , isparzeres^feres-zeret ecc. — PARTia Ispàrfidu isparldo. Ger. 
Isparende (1) e isparzenda 

IriFiN. Jùghere (2), condurre. 
Juto , jiigìies , jughet PI. jughimus. ecc. — ^Passat. ìutesi ò joctesi , 
-testi,-tesit PI. julesimus ,-testis ,-tesint ecc. — Imperat. Jughe tuejutat 
ipse. PI. jufamus. nois , jutant ipsos. — Sogg. Juta o jucta , jutas ,-tat 
Fi. jutainus ,-tèdas ,-tani. — Imferf. Jutère5-res,-ret. PL. Juteremus^-rezis, 
-terent.— Pahtic. Jutu. Ger. Jutende. 

L 

TTnfiw. Lassare o l^^xare, lasciare. 
Pres. Lasso , lassas ecc. — Passat. Lassesi ecc. — Imperat.. Lassa ecc. 
— Sogg. Lasse ,-«^^ >-set , e lessa, lessas , -lessa t. PI. lasse^lus^-sedasy 
sent e laxent Part, e Ger. regolare. 



(1) Isparende si confonde con, isparare e quindi Siirà meglio mparpbii- 
pE^ rspARZENDE. •S'/m/imenfó isparfesit^isparfestìs. ' 

(2) Questo verbo jùghere (Oz. jighere ^) Sito ^ jighes ecc. jighet^ ecc. 
è Ù ducere taf. cambiato il d in c^ eome accade anche in itali.. ghiaccio 
diaccio ecc. MSS. A. sughere. In c^rti tempi prende le forme dal supmo 
V. %. KKL N, 1. Cosi ATTI RE da adducere; Orgos. e Pos. jughendèlu a 
inogke^ portalo qua. Marg. Meit sarebbe , attindèiu. 



CAP. IV. VERBI ANOMALI SARDI **7 

- ■ M. 

IifFiM. Manteimerey sostenere. 
Pass. Mantenio , mantenes ecc. ( Is^t. manu ieneo ) t. tènnere. 

Iwpw. Mòrrere , morire. 
Pres. Morzo, moris, morit. PI. Morimus,-)des^ morint. — PAs^,Mopzesì, 
-zesti,-ze6it. PI. Morzèsìmus^-ze^tis^-zesint. — ^Imper. Mori tue, morsal 
róse. PI. Morzemus nois, raorzsmt ipsos. — ^Sog^^iunt. Morza,-zas,-zat PL 
Morzamus,-zedas, zant. — ^Ihfer. Morzère,-zeres,-zeret PI. Morzerémusy- 
zerezìs,-4Eèreiit: — ^Part. Mortu. Ger, Mcnrzende e morinde (i). 

N 

Iifpiif. Nàirere , dire , raeeontare. 
Pres; Naro, naras^-rat. PI. Naramus « namus, narades^ nades, na- 
rant. — »Pass. Narzesi e naresì,-zesti e restì,-zQ.sit e -re$ìt< PI. Narzèsimus, 
e Daresimus ,-zestìs-restìs ,-zesint-resìnt. — Imper. Nara tue , nerzat ipse. 
PI. Naremus jioiSj-rade bois, nerzant ipsos. — Soggiuntì Ner^a, zas,-zat 
PI. Narzemus, nancedas , -zent — Thperf. Naf zère , -zeres ^ -zeref. PI. 
Narzeremus^-zecezisHredas^-zèreDt. Partic. Nadu. Ger. Nende, narende^ 
narzende (2). 

O . 

Ikfiii. Offèirere^ offerire^ offrire. 
Pres. Offerzo,offèro eoffi*o, offeris,-ferit. PI. CWferiinu9,-ides,-offerìnt 
— ^Pass. Offepzesi ,*-ze8ti ,-sit. PL Offerzesiraus ,-zestis ,-zesmt. — Imper. 
Offerì ,-^t ipse. PI. offeramus neis, offerzaut ipsos. — Soggivnt. Offerza, 
-zas,-zat PI. Offeramus. — Impbrf. Offerzère ,-zeres ,-zeret. PL Offerzere- 
musj-zerezis-edas^-szérent — ^Partic. Offertu. G«r. Ofiferende,-mde, e of- 
fenende. 



Iifrw. Pàrrere , «««iftrare. 
Pres. ParzO) pares,- ret, PL parimus,-ides , parent.— -Pass. Parzesi, 
fesì,-zesti-festi,-zerì^fesit PI Partesimus-fesimus ,-zestÌ8-feslis ,-zesmt* 
fesint. — Imper. Parzat ipse. PL Parzaitìus noìs,-zant ipsos. — Sogg. Par- 
za-rfa,-parzas ecc. simile a cumparrerb suo composto e isparire. 



(ì) Alcuni Libri A, hanno morrère, morrères eec, 

(2) In alcuni Distr, questo tempo è regolare, come nare, narcs, naret, 

eec, V Araol. ed altri Mss. A. mano '^uasi sempre in tutti i tempi 

narro , narras , narrat ^ narramus , ecc. 



Ì48 ORTOGR. PARTE PRIMA 

Infiw. Fòdere , potere. 
Pres. PotOj podes, podet. PI. Podlmus, podìdes, podent. — Pass, Po- 
tesì,-testì,-tesit. PI. Potèsìmus.-tezìs^-tesiiìt. — Tmper. Pode tue, potat ipse. 
PI. Potamus nois potaot ipso».— SoGcniifT. Pota, -tas^ tat. PI. Potamus, 
-tedas , . potant.— Imper. Potére 3-teres ^-teret PI. Poteremus ^-teresis , 
-terent. — ^Partic. Pòtidu, (Jer. Potendo e podinde. 

Ihfìw. Pònnere , porre ^ méti^ere, 
. Pres, Podzo^ ponés, ponet. PK podimus.-ides, podent.— -Pass. Ponzesi, 
Tzesti ,-zesit. PI. Ponzesimusrze&tìs^-zesint (4). — Tjhper. Pone tue, ponzai 
ipse. PI. ponzanìus nois^.ponzant ipsos. — ^Soggiv^t. Penza.,-zas,-zat. Pi. 
Ponzanius.-zedas'^-ponzant. Tmperf. Ponzile ,-zeFes>-zeret PL Ponzeremus 
-rezis- redas,-zerent. — Partic. Postu. Ger. Ponzende poninde.- 

Infin. Preferire , Prefèrrere , preferire. 
Pres. Preferzo ,-prefèris ecc. come ferire. 

Iwpm. Prèvennere, prevenire. ' 
Pres. Prevenzo,prevenis ecc. — Pass. Prcvenzesi ecc. — lMFER.*Prcyèni 
ecc. — SoGGicciT. Provenza ecc. — ^Impeaf. Prevenzère ecc. — ^Partic. Pro- 
vènnidu. V. bènnere. 

IwFiN. Propònnere , proporre. 
Pres. Prpponzo, propones ecc-^pAss PropcMizesi ecc.^ — Imfer. Pro- 
pone ecc-^SoGGiuNT. Proponza ecc. — Ihperp. Proponzòre ecc. — ^Parti& 
Propostu. V. pònnere. 



IwFiw. Quèrrere , volére. 
. Pres. Querzo , queres , querét. PI. Querìmus , queridcjr, qiierent — 
Pass. .Querfej5i-zesi , festi-zesti^ fe^trzesit PI. Querfesimus ^-feslis yfo- 
sint. Poet. qneriU, querfint. ^ao{. — Imper. Querfat ipse. PI. Querfamus 
nois, querfant ipsos. — ^Sogg. Querza-fa^-zas-fas^ zat-tat. PL Querzamu» 
•*famud ,-zedasrfeaas ,-^zant-fant. — ^Iiuperp. Querfère-zere ,-feres,,-feret. Pi. 
Querfèremus , -rezis ,-fèrent.— Partic. Quèrfidu. Ger. Querfende. 

R 

IifFiir. Rèeroi stare, sorreggersi. 
Pres. Reo e rezo (z dolce )3 rees rezis, reet rczit. PI.' Relmus 
rzimus, reìdés-zides^ reent rezìnt. — ^Pas^. Reesi»zèsi, reesti-zésti, reesit- 
zesit. PL Reesimus-zesimus, reeslis-zestis^ reèsint rezesinL-— ^Ihiperì Re* 
zat ipse*.PL rezamus nois ^ rezant ipsos.— tSoggidNt. Rea-za^ reas-zas, 
reat-zat. PL Rezdmus,-zedas,-zant. — Imperf. Reère-zere, reeres-zeres , 
reeret-zeret. PL Reeremus-zeremus, reerecUs-rezìs , reerent rezèrent 
— Partic. Rèzidu. 



(4) Poet. posit , posint , ecc, AraoL 



CAP; fV. VERBI ANOMALI SARDI 149 

- Twiw. Referire , riferire , riportare, 
Pres. Refèro^ referzo ecèi — Pass. Referesi ecc. — Imper. Referat ecc. 
— Soocicht. Referza ecc.— Partic. Rèferidu. v. Ferire^ e offèrrere. 

Ihfir. Reponnere , riporre. 
Pres. Repòiizo , ^epones ecc. — Pass. Reponzesi ecc^— iMPER.Repòne 
ecc. — SoGGicwT. Réponza ecc. Ihpehp.* Reponzèré ecc. — Partic Repo»- 
nidu e repostu. v. Poimeire. 

InFiR. Retènnerè, ritenere, conservare, 
PiCE». Retenzo, retenesecc. — ^Pass. Retenzesi ecc. — Imper. Retène ccc 
— SoGc. Reténza, ecc. — Imperf. Retenzère, ecc. — ^Partic Retentu e 
retèonidu. C. de L: ténùdu. v. Tennere. 



IwFCT. Séere, sedersi. 

Pres. Seo sezzo, seis' sezzìs , seit sezztt. PI. Seimus-zimus , sè\des 
•zìdes , seint-zint.-*-pAss. Seèsì , sezzesi , seestì-zesti ^-esit-zesit. PI . Seèsi- 
mu&-zesìmus,-e$tis-ze$tìs,^$ìiit-ze$ìnL — Imper. Sei tue, sezzi (G(K*e. sè- 
didì ) , seat^zat ipse. PI. Seamus-zamus nois, seide-zide bois, seanl-zant 
ipsòs.-^SoGc. Sea-zà, seas-zas^ seat-zat. PI. Seamus-zamus, seèdas-zeclas, 
seant-zaBt. — ^Imperps Seère-zere, seerés-zerés, seéret-ieret. Pi^ Seeremus 
-zeremuS,-erezis-zerezi^-eerent-;Eerent. — ^Partic. Sèttidu e sèzzidu. 

InFiif, Substènnere , sostenere , sostentare. 

Prìes. Substenzo, substenes ecc-r-PAssAT. Substenzesi ecc. — Imper. 
5abstène^ ecc.-^-r-SoGc. Substenza ec<5. — ^lMPERF..Substenzere ecc» — Parx. 
Sttbstènnidu. v. Tennerc; 

Iwmi Snb\ènnere^ sovvenire, ajutare, 

Pres. Subvenzo, subvènis ecc.^— Pass. Subvenzesi ecc. — Impèr. Sub- 
vèm , ecc.-*-SoGG. Subtenza , ecc. — Imperf. Subvenzere ; ecc.— Part. 
Subvénnidu. y. Bennete. 



IwFiif. Tènnere, tènere, fumare, conservare, 
Pres. Tenzo , tenes ,-net PI. Tenemus,-ides , tenent , ecc. (1).— Pass, 
Tenzesi ,-$lt ,-zesit. PI. Tenze$imus,-zeslis ,-zesint. — Imper. Tene tue, 
tenzat ipse. PI. Tenzamus nois , tenzant ipsos. — Sogg. Tenza ,-zas,-zat 
PI. Tenzainus,-zeda&,-zaiìt. — ^Imperf. Tenzère,-zeres,-zeret. Pi. Tenze^ 
remus ,-zerezis -zeredas ^«zerent. — ^Part. Tenlu, tènnidu. C. de Logu 
tenùdu. Ger. Tenzende e tenìende. 

Ivriv. TThèieTe, tirare, trarre ^a sé, 
• pRÉs. Trhao e trazo, trhaes trazas, ecc. come ilr verbo trazare della 
L conjug.-r^pAss. Trazesi e trhaesi , trazesti-haesti ecc. — ^Imper. Trhae 

(4) Similmente infletterai i suoi co»Q)Mft* trattènnere ^ trattenére, 
MARTÈniKEuE , coìiservare , ecc. 



460 ORTOGR. PARTE PRIMA 

e traza ecc. — Sogg. Trhaa e traza, trhaas, trazes ecc. — ^Impebf. Trhaè- 
re-zere , traheres-zeres ecc. — ^Part. Trazàdu , . trbatu. G^r^ TrahcaUe , 
trazende. 

Iwpiif. Valere , valére, V. bà]»*e. 

VERBI IRREGOLARI ITALIANI 

$. CXXXrV. Più ampia ed estesa è la serie dei verbi anomali ossia 
fwn regolari nella lingua italiana, i quali, come ora abbiamo praticato 
nella sarda favella, senza far distinzione. dell'ordine delle conjngaz. per 
pronto ritrovamento, abbiam dispositi in ordine alfabetico i più usitati, 
e che possono servire d' imbarazzo agli esordienti. Maggiori sono in 
questa lingua le loro accidentali mutazioni , come pure in maggior 
numero sono i tempi che si allontanano dalia regola x^omune : avrai 
osservato, per esempio, che il futuro nel sardo è sempre uniforme 
e regolare, e ciò per il motivo che dicemmo al %. 104. N. L Queste 
mutazioni, o diremo meglio sregolate forme che si estendono a tutte 
le conjugazionì, delle quali Y orecchio fu solamente il legislatore^ sono 
comuni più o meno a tutte le lìngue tanto antiche che moderne, e 
pure fa d' uopo studiarle per saper parlar bene e scrivere corretta- 
mente. Codeste anomalìe altro non sono in sostanza che un filosofico 
lavoro dell' uomo , amando discostarsi più per bisogno che per bizar- 
ria dall' ordinario cammino ora con un cambio dì lettere, ora con una 
sincopazìone ed ora con un prolungamento di sillaba per tui migliore 
e più jgrato suono che avrà sentito nell' armoniosa pronuncia di una 
parola. E chi non sa che il Popolo è il creatore della lingua e prece- 
dette ogni Gramatica ? E quindi fa di bisogno che il Gramatico s' im- 
pegni solamente di avvertire , tion di correggere , questi deviamenti 
dalla regola comune, niessi in uso già, e confermati dagli scrittori, 
a' quali si deve uniformare (4). La lingua è l' organo fondamentale del 
viver civile il quale all' occasione adoperò questo meccanismo conside- 
randolo secondo il diverso stato e rapporto , come uno stromento di 
comimicazione de' vicendevoli sentimenti degli uomini posti in comune 
società : perciò fu di bisogno anche gli altri adoperarli a guisa delie 
monete come li misero in corso, e come li diedero il valore. I brevi 
termini di questa nostra opera non ci permettono riportarli tutti in 
esteso, ichi bramerebbe una simìl opera potrà ricorrere al Mastrofiìii» 
al Pistoiesi, alla Teorica de" verbi Italiani ed ad altri illustri Grama- 



(4) Tutti sanno che ogni lingua ha preceduto la Gramatica , e se 
fosse stato diversaìnenie , nepptir Vistesso Socrate avrebbe avuto da la- 
gnarsi Qome di un male che gli era insopportabile al par degli altri due 
eh' esecrava. Non si avrebber a soffrire tanti flagelli se precedesse to 
Gramatica alla lingua ; anzi neppur il suo nome sarebbe esistito, perchè 
tutto piano e facile, se non che in senso meno rigido j per Vavviametito 
che in pochi precetti avvrebbe mostralo. 



CAP. IV. VERBI IRREG. ITAL. 151 

tièi. Ifol intanto ^amo la serie di quei verbi anomali i più difficoltosi 
e che potrebbero arrecare imbarazzo ^1 giovinetto ^cui abbiamo con« 
serrato il nostro tenue lavoro* 



Infìn. Acèorgere, Log. abbizare. 
Pbes. Accorgo ,-gi, -gè. PI. àccorgianio,-gete, accorgono (1). — Vasìkt. 
Accorsi, acc(»rgesti, accorse. PI. Accorgemmo ,-geste, accorsero. — ^Fox. 
Accorgerò, accorgerai, ecc. — ^Ihper. Accorgi, accorga. PI. accorgiaoio 
ecc. — CoRG. Accorga,-ga,-ffa. PI. accorgiamo ,-gìate, accorgano: — Ihperf. 
Accorgessi ,-ge$si, -gesso. Pi. Accorgessimo, occ-^Paiit. Accorto. Ger. 
Accorgendo. 

^ IwFin. Addurre , Log. adduire. 
Pres. Adduco, -ci ,-ice. PI. adduciamo, -cete, adducono (2).^ — ^Pass. Ad- 
dussi , -ducesti ; addusse. PI. adducemmo , -ceste , addussero.-^PuT. Ad- 
durrò, addurrai , addurrà. PI. Addurremo ecc. — Imper. Adduci ,-ca. PI; 
adduciamo, ecc-^Conc. Adduca, 2^ 3 pers, PI. Adduciamo , -ciato , 
adducano. — Imperf. Adducessi, addurrei, -cessi ,-rresti, ecc. — Part. 
Addotto. Ger. Adducendo. 

IifFiN. Ai9igere v. Figere. 
Inpuf. Andare , Log. andare. 
Pres. Vado e vo, vai^ va.' Pi. andiamo. Andate > vanno (8). — Pass. 
Andai, andasti, andò. PI. andammo ,-daste , andarono. — ^Fot. Andrò, 
andrai^ andrà. PI. Andremo, ecc. — ^Ihper. Va, Vada. PI. Andia'mo,-date, 
vadano. — Corg. Vada ,2,3 pers. PI. Andiamo, -dia te, vadano. — ^Impbrf. 
Andassi, andrei, ecc. — ^Part. Andato. Ger, Andando. 

IifFiN. Apparire, Log. adpàrrere. 
Pres. Apparisco ,-4risci,-risce e ap|)are. PI. Appaiamo /-rite, appari- 
scena e appajono (4). — ^Pass. Apparii e apparvi,-risti, apparì e apparve. 



(1) ProcedùfW aW istesso modo tuHi quache hanno ugual desinenza 
come sorgere, porgere, ecc. coi loro derivati risorgere, scorgere, ecc. 

(2) L^ anomalia di questo verbo specialmente consiste n§llaì e 3 pers. 
9ing. e 3 pi. del pass, remoto \, dicendo addussi in vece di adduceì : e 
simiH a- questo sono iU altri composti indurre, dedurre, condurre, 
produrre , ecc. che gli antichi italiani dissero adducere , inducere , ecc. 

(3) /composti di questo verbo riaudare, tràsandare, procedono rego- 
larmente. Ando , andi, anda è itali, antiq. Audiede per andò è erroneo^ 
cosi pure ànderò per andrò. / poeti usano il difeit. gire {%. 132), e do9e 
manca supliscesi eotte voct' dell" abbandonata verbo vadere che qua si 
sono congiunte col verbo andare. 

(4) Hanno la causa comune con questo, verbo isuoi «^mi^i comparire, 
sparire , trasparire. E qui fa d' uopo notare che questi verbi che nella 
lingua Itali, ^ortono^ajpre^. ibisco co^ne abbellire, abbellisco; addolcire, 
addolcisco^' impedire , impedisco, ed infima aWi, nùn escono al plur. 



I5S ORTOGR. PARTE PRWU 

PL Ap'pàriamo ,-rfste ,-àrsero-àFfero o apparirono. — Fin*. Apiparir*, 
ap{)arirai , ecc. — Imper. Apparisci ,-sca, PI. Appariamo, ecc. — Conciuin- 
Apparisca e appaja ,-8ca ^-sca e appaja. PI. Appariamo, -naie, 4scano.— 
liiPERF. Apparissi > apparirei, ecc. — Part. Apparito e apparso. Ger. 

Apparendo. , 

B 

Infiw. Benedire v. dire. 
I«Fis. Bevere, Log. Mere 
PuE». BevorVÌ,-ve, o beo, bei, bee. PI. Beviamo ,-évète-èvono,o 
bejamo, lieele, beono (i). — Pass^ Bevti, -vesti, t>evve. PI. Bevemmo o 
beemfno\, beveste beeste, bévvero.— -Fct^ Beverò,-rai,-rà, o berò, 
berai , berà. PI. Beveremo^-rete, -ranno, o berenio, berete, bwanno.^ 
Imi*er. Bevi a bei tu, t>eva o bea colui. PI. Beviamo o bejamo noi , be^ 
vete o beote voi, bcivano o beano coloro. — Gowg. Béva, -va, -va, o bea, 
2, e 3. PI. Beviamo , -via te, bévano, o bejamo, bejate, beano. — IttPEiir^ 
Bevessi o beessi , ecc. — ^Pa«t. Bevuto. Ger, Bevendo. 

■ ,c 

Celliere, Log. refjfògliere. 
Pres. Colgo^ cogli, ci^lie. PI. Cogliamo, cogliete, colgono. — Pass. 
Cd si . cogliesti , colse. PI. Cogliemmo ,-gIiesie , colsero^-— Fut. Corrò 
C4>rrai, corrà. PI. Corremo, epe.-— Imper. Cogli tu,. colga colui. PI. Co- 
gliamo, éec-^oinG. Colga o coglia ^ colgbi, eol^a o coglia. PL Coglia* 
morglisite, colgano. — Imperf. Cogliessi coglierei (poet. còrrèi, coma); 
cogliesti, ecc. — ^Part. Cdta. Gcr. Cogliendo. 

InFiH. Correre, Log.. ctirrer^. 
Prés. CtìiTo, corri, ecc. (2).— Pass. G>rsi, corresti, corse. PL Cor- 



come osserva il Buomm. in schlamo^ ma naiuralmente secondo ìa 
eoniuìie desinènza. Infiniti sono questi verbi deUaS, eotiivg, o-4 in ire 
che hanno il pres, in isco desinenza frequentativa. In una piccola a»* 
notazione non sareààe sufficiènte a riportare la serie dei medesimi che 
ciascuno apprenderà dalla ^prccUca o consultando i succitati GramaUei 
che li riportarono in esteso, o ricorrendo ar FocaMarU ed aUe Orto* 
grafìe lUtUane, ' 

(i) Tutte le seconde forme di questo yerbo sono po^cke^heo, beièec 
j^uzi singolare è questo verbo, nella natura de' suoi accorciamenti dd 
quali alcuni sono proprii più alla prosa che eU verso j come bere in 
prosa è più preferito c^ bevere; coiSt'berò, berai, ecc. borei, beresti ecc. 
meglio che heverò , beverai , beverei , beveresti , ecc, 

(2) Simili a quésto verbo inficerai tutta i suoi composti accorrere^ 
concorrere, incQrrere, percorrere, soccorrere^ eccJ^i fuL non. dicesi nd 
setàipHce corrò, corrai ecc, per f^n confonderlo col verbo cògliere: nd 
cotnposti Dante usò soccorra. 



GAP. IV. VERBI ÌRREG. ITAL. 46S 

remmo, -reste, -corsero» — ^Fut. Correrò, eorrerai^ ecc. — ^Imper.- Corri tu, 
epc.^-4ZoiK^: Corra, 2, 3 pers. PI. Corriamo^ ecc. — ^Imperf. Corressi, ecc. 
— Pakv. Corso. Ger> Correndo. . 

ìwriw.' Crescere Log. creschere» 

Pres. Cresco, cresci, cresce. PI. Cresciamo, ecc. (I).— Pass. Crebbi, 
crescesti , crebbe. PI. Crescemmo ,-sce&te , crebbero.^ — ^Fot. Crescerò , 
-rai ecc. — Imper. Cresci, cresca^ ecc. — Cong. Cresca, 2, 3 pers.. PI. Cre-* 
sciamo, ecc. — Imperf. Crescessi, crescejpei, ecc. — Partig. Cresciuto 
Ger. Crescenda 

Infift; Cuocere , Log. còghere. 

Pres. Cuoco , cuoci , cuoce. PI. Cupciamo , cuocete , cuòcono.-^PAss. 
Cossi , cocesti , cosse. PI. Cnocemmo ,-ceste , cossero.^-r-FoT. Cuoceròy 
cuocerai, ecc^— Impèr. Cuoci tu^ cuoca colui. PI. Cuocìamo noi^ ecc.-^ 
CoHG. Cuoca , -ci ^ cuoca, PI. Cuociamo,,-ciate , cuocano. — ^Imperf. Cuo- 
cessi ^ ecc. — Paìiti^ Cotto Ger. Gocendo. 

Lif'iN. Cudre , Log. coserei 

Paps. Cucio, cuci, cuce. Pi. Cuciamo, cucite, cuciono (2).— Pass. Cu- 
cii, -«isti, cuci. PI. Cucirne, cuciste, cucirono. — ^Put. Cucirò, -rai, ecc. 
— ^Imper. Cuci tu^ cucia. PI. Cuciamo ecc.— tCorg. Cucia, 2,3 pers. FL 
Cuciamo, ecc.'— Imphif. Cucissi, ecc. — Partig. Cucito. Ger. Cucendo. ^ 

D 

Infw. Dare , Log. dare. ì 

Pbes. Do, dai, dà. PI. Diamo date, danno. — ^Pass. Diedi o detti, desti, 
diedro detfe. PI. Demmo, deste, diedero o dettero.— Fot. Darò; darai 
ecc.— Imper. Dà tu^ dia colui. PI. Diamo, ecc. — Cong. Dia , dii e dia^ 
dia. PI. Diamo yiate/dieno odiano. — ^Ibiper. Dessi , desài, desse. PI. 
Dessimo, deste, dessero. — ^Partic. Dato. Ger. Dando. 

IwFBf .. Dire , .Log. Narrerò. 
Pres. Dico , dìd e di', dice. PL Diciamo , dite ^ dicono. (3). — ^Pam, 
Dissi, dicesti, disse. PI. Dicemmo, -ceste, dissero. — Fct. Dirò, dirai ec. 
— ^Ihper. DF tu, dica coluL PI. Diciamo, dite^ dicano. — CoeiGt Dica,-ca 
e dichi, dica. PI. Diciamo ^ diciate, dicano. — Imperf. Dicessi, ecc. 
— ^Partig. Detto. Ger. Dicendo. 



(1) Hanno V ieteeso andamento i suoi deridati j^ accrescere^ decre- 
scere, rincrescere j ecc. ; , ^ 

(2) Hannt) gli H^si accidenti scucire, sdrucire. Nella l e 3 pers* sing. 
Indie, e Sogg, non dispiabe alf m^ecchio cupisco, cucisca per. essere o 
appartenere alla classe d^gV incoativi^ ma pure sarà meglio astenersenei 

(3) Simile a quMto infletterai benedire, e maledire. 4»ia guest' ultimo 
torte emche in sco, maledico e malediéco,-sci,-sce,-$ciamo, malediscono. 
Cosi alV imperai, maledisci , ed al Soggi, maledisca ,2,3 pers. male^ 
discaho. Ger. maledicendo. . . • 



154 ORTOGR. PARTE PRIMA ' 

Iwin. Dolere, Log. dolere. 
Pris. Dolgo e doglio , duc^i , duole. Pi. DogUamb ^ dolete ^ dolgono. 
— Pàs». Dolsi, dolesti^ dolse. Pi. Dolemnio,4est^ dolsero-r-^Fax. Dorrò, 
-rai, rà. Pi. Dorremo, ecc. — ^Ihi»er. Duolki tu, dolgasi e dogliaài colui. 
PI. Doglìaido ecc. Cono. DolgargKa, dolga-lghi> dòlga-glia^Pi. Dogliamo, 
dogliate, dolgano-giiana— Imferf. Dolessi, ecc-HpABfiG* Doluto.- &er. 
Dcuendb. 

Iiiriw. Dovére , Log. dèfjere, 
. PiiEs. Devo debbo, devi, deve o debbo. PI. Dobbiamo, dovete, deb- 
bono. — Pass. Dovei dovetti,-ve8ti, dovèo dovette, PI. Dovemmo,-yeste, 
dovettero. — ^Fux. Dovrè,-vrai , vrà. Pi, dovremo , ec^. — ^Ihper« rigorosa- 
mente manca.--ConG. Debba, 2, 3 pres. PL Doblnamo,-biaie^ debbano 
e devano. — Paatic. Dovuto. Ger. Dovendo. 

F 
IifMif . JFare , Log. fàghere. 
Pres. Fo c faccio , fai , fa. PI. Facciamo, Éate^ fenno. (i) — Vsss. Feci, 
facesti ,'fece ^ fé*. PI. Face«imo,-ceste, feeero.^— Fot. Farò , farai ecc. — 
Ihper. Fa tu, faccia colui. PI. Facciamo noi, fate voi, facciano coloro. — 
CoRG. Faccia ,-ccia-cci,-ccia. PI. Facdamo-cciate-cciano.— ìmperf. Facessi, 
-cesti,-ce$se. Pi. Facessimo,*ceste,-ce88ero. — ^Part. Fatto. Ger. Facenda 

1nf|w. Figere, L(gr. /JcAire. 
Pres. Figo, e figgo (2), figi,-ge. Pi. Figiamo,-gete,-igonQ.-r-PAs$. Pisi 
e fissi,-gestvse e -sse. PL Fig«rimo,-gesté,-sero essere. — Fut. Pigerò e 
-^erò, ecc.— Imper. Figgi e gi, figa ecc.— Cohg. Figa e-ffga^*ga,-ga. 
Pi. Pigiamo ,-giate,-figano.—lMpeRF. Figessi e-ggessiecc— Part. Fitta 
fiso, fisso. Ger, Figendo. 

' •ImpiN. Fondere, Log. fàndere, 
Pres. Fondo,-ndì, nde. PI. Fondiamo ,-ndete, f(todono(3). — Pass. Fusi 
e fondei, fondesti, fuse e fonde. Pi. Fondemmo ,«ndeste, fusero e fonde- 
ronou — Fut. Fonderò,-rai ecc. — ^Ihper. Fondi, fonda ecc. — Cong. Fon'aa, 
2,9i pers. PI. Fondiamo, ecci — ^Ihfrrf. Fomlessi,^ssi,"Sse eco — ^Partic 
Fuso e fonduto. Ger. Fondendo. 



(1) Questo verbo è uno de' più anomcdi^ netta Ungua Itali, come nd 
Sarda. Il prospettò del medesimo vale pei suoi composti, assuefare^ 
ccHitraffare, confare, disfare, soddisfare. 

(2) La coniug. di questo vèrbo serva di norma ai composti affiggere, 
configgere, crocifiggere, traffiggere ed altri, i qttaU possono scriperti 
con un g e con due : non cosi erigere , dirigere , ecc. Frigere Log. 
Iriere ha nel pas. frissi cmne i composti di figece , trafissa ^ crocifissi 
ecc. Nel parlic. trafitto, confitto^ e sso, non però crocifitto. Ck)si inflìg- 
gifre^ r6r6o conosciuto, inflitto. 

(3) Alcunfi uscite di queèlo verbo sono comuni al verbo fìindare , lo 
cke accade, pure nel sardo. Cosi i suoi camposU, confondere, infimdere^ 
rìufondere , trasfóndere ecc. 



GAP IV. VERBI IRRE«. ITAL. 45* 

G 

* t 

\ 

Inpiw. Giacere, Log. sèzzersi, 
Pbes. Giaccio, l^aci, giace. Pi. GiaceiaÒM), giacete, giacciono. — Fass. 
Giacqui,-cestiy<^ue. Pi. Giacemmo ,-ceste,-cquero. — Fwt. Giacerò ecc. 
— Impeh. Giaci tu, ecc. — Gong. Giaccia ,-ccia,-ccia. PI. Giacciamo^ ecc. — 
Imp£bf. Giacessi, ecc. — ^Partic. Giaciuto. Ger, Giacendo. 

M 

IffFiii. Maledire v. dire. 
briN. Morire, Lc^* mòrrere. 
Pbes. Muore e mnojo, muori, muore, ri. moriamo,-orite,muorono-jono. 
Pass. Morii, -isti, mori. PI; Morìnmio-rlste, morirono. — ^Fu't. Morrò e mo- 
rirò, morrai-riraì, ecc. — Imper. Muori ^ muora-ja. PI. moriamo, ecc. — 
CeifG. Hu<H*a-ja, 2, 3. PI. Moriamo,-riate, muorano-jano. — ^Imperf. Mori»- 
si,-ssi, ecc. — ^Partic. Morto. Ger. morendo. 

N 

Iafin. Nuocere, Log. nòghere. 

Pass. Nnoco, nnoci,-ce. PI. Nociamo, nocete, nuoccmo. — ^Pass. Nocqui, 

•cesti, nocque. PL Nocemmo,-ce$te, nocquero. — ^Fdt. Nuocerò,-rai ecc. — 

Imper. Nuoci > ecc. — Gong. Nuoca,-ca,-ca. PI. Nociamo, nociate, nuoca- 

Ba — ^Imferf. Nocessi, ecc. — ^Partig. Nociuto. Ger. Nuocendo. 

O 
Isra. Offerire , Log. offèrrere. 
pBEs. Offerisco e* offipo, offerisci e offri, offerisce e offre. PI. Offeria- 
mo4riamo, offerite-frite, offeriscono-frono (I). — Pass. Offerii e offrii, 
offerìsti-^tristi, offerì-ffri. PI. Offerìmmo-ffrimmo, offeriste-ffriste, offe- 
rirono-lfrirono. — ^Fot. Offerirò e offrirò, offerirai e offirirai, ecc. — Imper. 
Offerisci e offri, offerisca e offra, ecc. — Sogg. Offerisca-offrà,-sca-ffra, 
•«èa-ffira. PI. offenamo-ffriamo, offeriate-ffriate, ecc. — Imperf. Offerissi e 
offrissi, ecc. — ^Partic* Offerto. Ger. Offerendo e offrendo. 

P 
Irfipi. Parèi*e , Log. pàrrere. 
Pres. Pajo, pari, -re. PI. Pariamo, parete, pajono e paronò. — Pass. 
Parvi, paresti^ parve. Pi. Paremmo, pareste, parvero. — Fut. Parrò, 



(ì) Offrisco, soffirisco trovasi poeticamente : ma dirassi differisco, in^ 
ferisco , conferisco , riferisco , trasferisco. — Offersi , proffersi , soffersi 
e proprio net verso ^ non mài confersi, infersi, differsi. Suona mate 
differto , tnferto , conferto , eec. Nella desinema in ìi sieguono tutti il 
verbo offerire. 

12 



156 ORTOGR. PAKTE PRIMA 

parrai, pairà. PI. Parremo, ecc. — ^Imper. Pari tu, paja. PI. pariamo ecc. 
— Gong. Paja ,-ja> j^- PJl- Pariamo ,-ja te, ps^ano. — ^Imp£iìf. Paressi, ecc. 
Partic. Parato. Ger, Parendo. 

Iwpwi. Piacére , Log., jdaghere. 

Pres. Piaccio, piaci,-piace. PI. Piacciamo, piacete, piacciono. — Pass. 
Piacquiracesti, piacque. PI. Piacemmo-ceste, piacquero.— Fbt. Piacerò 
ecc. Imper. Piaci, piaccia ecc. — Cowg. Piaccia ,-ccia,-ccia. PL Piaccia- 
mo, ecc. — Imperf. Piacessi ecc. — Pabtic. Piaciuto. Ger. Piacendo. 

IwFiif. Piovere , Log. piòere, 

Prbs. Piovo , piovi , ecc. — Pass. Piovvi e piovei , piovesti , piovve e 
piove, poet. piobbe, PI. Piovemmo,-veste,-vvero. — ^Fut. Pioverò, ecc. — 
ìiopER. Piovi, ecc. — SocG. Piova, ecc. — ^bupERF. Pioverei, ecc. — ^Paktic 
Piovuto. 

LfFin. Pònere, p(»rre Log. ponfMr«* 
. Pres. Pongo, poni, pone. PI. Poniamo, ponete^ pongono. — Vmss. Po- 
si, ponesti, pose. PI. Ponemmo, poneste, pQsero.--*:FiJT. Porrò», porrai, 
porrà. PI. Porremo, ecc. — ^Imper. Poni, ponga, PI Poniamo, ponete, 
pongano. — Sogg. Ponga ,-ga.,-ga. Pi. Poniamo, poniate, pongano. — 
Imperf. Ponessi, ecc. — Partic. Posto. Ger. Ponendo. 

Infiu. Pòrgere , Log. apporrire. 

Pres. Porgo, porgi, -gè. PL Porgiamoy^ete, porgono (I). — ^Pass. Por- 
si, porgesti, porse. PI. Porgemmo, -gesto, porsjero.-^ut. Porgerò^ ec 
— Ihper. Porgi, ecc.-— Sogg. Porga,-ga,-ga. PI. Porgiamorgiate, porgano. 
— ^loiraRF. Porgessi, ecc. — ^Part. Porto. Gér. Porgendo. 

Infw. Potére, liOg. podere^ 

Pres. Posso, puoi, può. PI. possiamo, potete, possono. — ^Pass. Potei, 
potesti, potè. Pi. Potemmo ,-teste, poterono e potettero. — ^Fdt. Potrò, 
potrai, potrà, ecc. — Wer. Puoi, possa. PI. Possiamo, ecc.— Sogg. Poà- 
sa,-ssarssa. PI. Possiamo ecc-^IuFERF. Potessi, ecc.-*-JPAiiTic. Potuta 
Ger. Potendo. > 

IwFin. Pungere, Log, punghere. 

Pres. Pungo, pungi,-ge. PI. Pungiamo,-gel;e, pongono (2).-— Pass. Pun- 
si ,-gesti , punse. PI. Pungemmo j-g^'sttì , punsero. — Fùt.. Pungerò ,-rai, 
ecc. — ^Imper. Pungi,-ga, ecc. — Sogg. Pungargà,-ga. PI. Pungiam.o,-giate, 
pungano. — Imperf. Pungessi , ecc.— Partic. Punto* G«r, Pungendo. 

R 

fcipiif . Ridere , Log. tiere. 
Pres. Rido , ridi , ride. Pi. Ridiamo , ecc. (3),— Pass. Risi , Rìdeste 



(ì) Procedono cosi non solo (derivati, ma gli altri di simile desinenxa 
come accorgere, scorgere, sorgere, risorgere, ecc. 

(2) Simile a questo sono giungere, ei composi^ aggnuigere,. congiun- 
gere, ecc. Cosi ungere, mungere , e simili, 

(3) Si conformano a questo i camposU derìdere ; irridere , sorridere, 
ecc, con intridere , Log. infcndiìre. 



GAP. IV. VERBI mREG. ITAL. 157 

rise. PI. RMemiiid^ rideste, rìsero. — ^Fot. Riderò^ ecc. — lamBR. Ridi^ 
rida, ecc.— tSuc€u Rida ,-da>da, ecc. — InpgMf. Ridessi^-ssi ecc. — Partic 
RiiA>. Ger. Ridendo. 

livFKi. Rilucere, I:«og. relàgherer, 
Pheseute Riluco, rìlaci,-cé. PI. Riluciamo, -cete, rilucono. (1) — Pks», 
Rilassi e rìiucei , -cestì, rilusse e rilucer Pi. Riiuceinnio.,-ce9te rilussero 
e -lucerono.-— Per. Rilucerò ,-raiyHrà, ecc. — Thpcii. Riluci, riluca^ ecc. 
— SoGG. Riiiica,-ea»-ea. Pi. Riluciamo, ecc^^IoirEaLF. Riiuce8si,-cessì éc» 
Ger. Rilucendo. 

S . / 

Infiu. Sapere , Log. ischtrt. 

Pre». So, sai, sa. PI. Sappiamo, sapete, sanno. — ^Pass. Seppi, sapesti, 
seppe 9^ PI. Sapemmo, sapeste, seppero.-^Fi]T. Saprò, saprai, saprà, ecc. 
— ^Imper. Sappi, sappia. Pi. sappiamo ecc. — S(ìgg. Sappia,-ppia,-ppia. PI. 
Sappìamo«ec.-^areRF.Sapessi,-pessi ecc. — Pakt. Sapulo é^er. Sapendo. 

hm. Scégliere, Log. mberare. 

Pres. Scelgo, scegli, sceglie. PI. Scegliamo, scegliete, scelgono, e 
sceffliono. — ^tass. Scelsi^ scegliesti, scelse. Pi. Scegliemmo, sc<^lieste, 
scelsero. — Fdt. Sceglierò ,-rai,-rà. PI. Sceglieremo, ecc. — Tmpkr. Scesli, 
scelga e sceglìa. Pi. Scegliamo, ecc. — Sogg. Scelga-glia , scelga-^lia, 
scelga-glia. ri. Scegliamo.-gU^te, scelgano-gliana-^IaipcRF. Scegiiessi, 
•ssi^ eec. — Partii Slcelto Ger. Scegliendo. 

Iufiu. Sciògliere JjOg. isolvere. 

Pres. Sciolgo» e scioglio^ sciogli, scioglie; PI. Sciogliamo.,-gUete, 
sdolgono-gliono. — ^Pass. Sciolsi, sciogliesti, sciolse. PI. Sciogltemmo,- 
glieste, sciolsero. — Firr. Scioglierò e sciorrò,-glierai-rrai,-giierà-rrà, 
ecc.— Imper. Sciogli, scìoiga-glia. Pi. sciogliamo, ecc. — Sogg. Sciolga e 
-glia, ecc. PI. Sciogliamo,-gliete, sciolgano-gliano. — ^Imperf. Sciogliessi, 
ecc. — ^Partig. Sciolto. G<;r. Sciogliendo. 

Infm. Sedere , Log. seere, 

Pres. Siedo e seggo, siedi, siede. Pi. Sediamo-^giamo, sedete, siedo- 
no e seggono {2). — Pass. Sedei-deiti, sedesti, sede sedettCv— -Fut. Sede- 
rò,'-rai»-ra, ecc.-^lMPBR. Siedi, sieda e siegga. PI. Sediamo ecc. — ^Sogg. 
Sieda-ggd^ ecc. Pi. Sediamo-ggiamo, ecc. — Imferf.' Sedessi,-ssi, ecc. — 
Partic Seduto (?er*. Sedendo. 

Irpir. Spingere, Log. ispinghere 

Pres. Spingo, spingi^ spinge, PI. Spingiamo ,-gete, spingono, (3). 



(1) Simile è tralucere , dal 9enipl lucere il quale è difettivo (% 
Il particdpio riluciuto , traluciulo non è erroneo, r. Teodca de' verbi 
Italiani. Li^^. 1826. 

(S) La Mtessa varietà di questo verbo hanno i suoi compoeti possedere, 
sc^rassedere , ecc. 

(3) Ifsinna l' andamento di questo verbo pingere, dipingere, tingere, 
stringere , fingere , cingere , piangere co' cotnposti. In , akune loro 



158 ORTOGR. PARTE PRIMA 

— Pass. Spinsi, spingesti, spinse. PI. Spingeninio,'^este, spinsero. — ^Firr. 

Spingerò, ecc. — Ihpcr. Spingi,-ga ecc. — Corg. Spinga ,-g»,-ga. PI. Spin- 

fiamo, ecc.— Imperf. Spingessi,-ssi,-sse. Pi. Spìngessimo^ ecc.— Partic 
pinto. Ger. Spìngendo. 

InFiif. Sùggere , Log. «tlera. 
Pres. Suggo, 8Uggì,-gge. PI. Stingiamo, snggete, sùggono.— Pass. 
Suggei (poet. su99i)^ suggestì, sugge. Pi. Suggeinmoy-ggeste^ suggero- 
no ( poet. mggèo). — Fot. Suggefò, suggerai/ ecc. — ^Imper. Soggi,rg{^. 
PI. Suggiamo ,-ggete, suggano. — Gong. Sugga^, 2. 3. pers. PI. Su^gia- 
mo,-ggiate^ suggano. — Imperf. Suggessi ^-ssi ^-sse. Pi. Suggessmio, 
ggeste^-ggessero. — Partic. Sncchiato (I). Ger, Suggendo. 

Inr». Svellere^ Log. UraighifMre. 
Pres. Svello e svelgo, svelli,-lle. Pi. SveUiamo,41ete^-éllono^ e svel- 

fono. — Pass. Svelsi, svellesti, svelse. PK Svellemmo ^-lleste, svelsero. — 
'ut. Svellerò, svellerai, ecc. — Imper. avelli ,41a. PI. Sveliamo ,-llele,- 
èlcano-ellano. — Gong. Svella-l^a, 2. 3, pers. Pi. Sveltiamo ,-llìate,-èllano 
-èlgano. — Imperf. Svellessi ,-ssi,-sse. PI, Svellessimo, ecc.— Partic. Svel- 
to Ger. Svellendo. 



IifFiif. Tacére, Log. eagUàre. 
Pres. Tacio, taci, tace. PI. Tadamo, tacete, taciono, (2). — ^Pass. 
Tacqui, tacesti, tacque. PI. Tacemmo, -ceste, tacquero. — Firr.' Tacerò 
ecc. — Imper. Taci, tacia. PI. Tacìamo, -cete, Sciano. — Cowg. Tacia, 2, 
3. pers. PI. Taciamo,«cìate,-àciano.~^lMPERF. Tacessi,-ssi,rsse. PI. Taces- 
simo, ecc. — ^Partic. Taciuto. Ger. Tacendo. 

IwFiN. Tenére , Log. tènnere. 
Pres. Tengo, tieni, tiene. PI. Teniamo, tenete, tengono (3). — Pass. 
Tenni, tenesti, tenne, PI. Tenemmo, teneste, tennero.— Fut.. T«tò, 
terrai, ecc. — Imper. Tieni, tenga. PI. teniamo, ecc. — Gong. Tenga, 2. 
3. pers. PI.. Teniamo , -nia te ^ tengano. — Imper. Tenessi ,-ssi,-sse. PI 
Tenessimo, ecc. — ^Partic. Tenuto Ger. Tenendo. 

Inpm. Tessere , Log. tessere. 
Pres. Tesso,-ssi,-sse. PI. Tessiamoy^sete, tèssono. — Pass. Tessei,-sesti, 
tessè. PI. Tessemipo, -sseste, tesserono. — Fct. Tesserò, ecc.— tImper. 
Tessi,-ssa, ecc. — Gong. Tessa, ecc. — ^Imperf. Tessestt, ecc. — Partig. 
Tessuto Ger. Tessendo. 



i 

terminazioni sostengono la trasposizione , e nel partic. pass, stringere 
co' composti ha la desinenza in etto , stretto , costretto , ecc. 

(i) n part. manca e bisogna prenderlo dal verbo succhiare , essendo 
erroneo dire suggiuto o susso. In sardo è regol. sùerb , suesi ì sucre. 

(2) Scrivesi questo verbo con un e per non confonderlo con tacciare 
sard. inculpare. 

(3) serve anche questo verbo per tutu quelU che da esso campongotisi 
appartenere , contenere , ritenere , ecc. 



CAP. IV. VERBI IRREG. IT AL. 159 

Wm^ Tjèndere, Log. tèndere. 

Prés. Tondo ,-tondi,-nde. PI. Tondiamo, ec.— Pass. Tondei, tondesCf, 

(oiidè. PI. TondeiiiniOj,-ndeste, tonderoBo. — ^Fut. Tonderò, ecc. — ^Imper. 

Tondi, ecc. — Gong. Tonda, ecc.— Ibiperp. Tondessi, ecc. — ^Pahtic. Ton- 

duto (ì) Ger. Tondenda 

Ihpiw. Tòrcere , Log. foscigare, 
Pres. Torco, torci, torce. PI. torciamo, torcete, tòrcono (2). — Pass. 
Torsi, torcesti, torse. Pl. Torcemmo, torceste, torsero. — ^Fut. Torcerò 
ecc.-4MPER. Torci, torca. Pi. Torciamo écp.— Sogg. Torca, % 3i pers. 
PI. Torciamo ,-eiate 9 tòrcano. — ^Lhperf. Torcessi ecc.— Pàrtic» Torto 
Ger. Torcendio. 

' IwFOT. Tossire , Log: tuscire. 
Pres. Tosso e tossisco, tossi^sisci^ tosse-sisce. PI. Tossiamo,-site, tos- 
sono e tossiscono (3). — ^Pass. Tossii,-sÌ8ti, tossi. PL Tossimmo, ecc. — Fwt. 
Tossirò, ecc. — Ibiper. Tossi ecc. — Sogg-. Tossa-ssisca 2 e 3 pers. tossa. 
PL Tossiamo, -siate, tossano e- tossiscano.— Imperf. Tossissi, ecc. — 
Pahtic. Tossito. Ger. Tossendo. ^ 

IiiFm. Trarre, Log. bogare. 
Pres. Traggo, trai, trae. PL Traiamo e traggiamo, traete, trag- 
gono (4). — Pass. Trassi, traesti trasse. PL Traemmo, traeste, trassero. 
— FcT, Trarrò, trarrai, ecc. — Imper. Trai, tragga. PL Traiamo, traete 
traggano. — Sogg. Tragga , 2 , 3 pers. PL Traiamo-aggiamo , traiate 
-ggia(!e> traggano. — ^Iupei^. Traessi, ecc.— Partig. Tratto Ger. Traendo. 

, ■ D ■ 

hriif . Udire , Log; iseultare. 
Pre9. Odo , odi , ode. PL Udiamo ^ udite, odono (6). — Pas^. Udii, 
udisti, udL PL Udimmo, udiste, udirono. — ^Fut. Udirò.-rai ecc. — Imperi 
Odi, oda. PL Udiamo, udite, odano.— -Sogg. Oda, 2, 3. pers. PL Udia- 
mo, -dite, odano. — Imferf. Udissi ecc. — ^Paatic. Udito Ger. Udendo. 



(A) Tiene anfike tonso , come apparisce da intonso. 

(2) I composti di questo verbo in nulla deviano dalle sue desinenze 
quali sono attòrcere ("attrozzare^, contòrcere, stòrcere, estòrcere, ecc. 

(3) i^hesto verbo e simili si riproducono come abbbrrire, avvertendo 
che è più usata la forma in isco ^ abborrisco , tossisco meglio che ab- 
Ikmto ;, tosso , ecc. 

(4) Questo prospetto ser^e pei suoi composti^ astrarre, contrarre, de- 
fearre» estrarre, sottrarre, ecc. Noterai però ehe dicesi meglio nel 
«ewi>^{^ce traggiamo che trajamo^* ma nel composto meglio contraiamo, 
estraiamo ecc. che contraggiamo ecc. sebbene imiti da buoni Scrittori. 

(5) Quantunque il Bembo abbia detto udisce , pure la termi, in isco 
è propria solamente dejixomp. esaudire. 



160 ORTOGR. PARTE PRIMA 

Ww. Uscire, Log. òeè«ér«. 
Pìes. jEscè csci^ esce. PI. Usciamo, uscite, escono (l). — F±9s, Uscii, 
udisti, uscì. PI. Uscimmo, usciste^ uscirono.— Fbtì Uscirò, rài, ecc. 
-— Imper. Esci, esca; PI.- Usciamo , uscite, escano.-— Cong. Eseà, S, 3. 
pers. PI. Usciamo ,-ia te, escano. — ^Imperf. IJscissi, eoe» — Paktic. Uscito. 
Ger. Uscendo. ' 

•V > . . 

IwpiN. Valére, Log. balere. 

Pee». Valgo 3 ( poet. vaglio ) vali, vale. Pi. VaBàIno, valete, valgono 
e vagliono (2).— Pass. Valsi, valesti, valse. PL Valemmo valeste valsero. 
— FuT. Vatrò, varrai,-rà, ccc-^Impeh. Vali^ valga. PI. Valiamo, valete, 
valgano.— So<;g. Valga e vaglia, 2,8 pers. PI. valiamo,-liate , valgano 
e vagliano.— Ibiperf. Valessi, ecc. — Partic. Valuto. Ger, Valendo. 

IwFiH. Vedére, Log. 6tóer«. 

Pres. Vedo-ggio-ggb, vedi, vede. PI. Vediamo-sgiamo, vedete, vedo- 
no^ggono-éggiono (3). — Pass. Vidi , vedesti , vide. PI. Vedemmo , ve- 
deste, videro. — ^Fut. Vedrò, drài, ecc.— Imper. Vedi (poet pè' ), veda- 
gga-ggia. PI. vediamo>-etè. vedano^^gano-èggiano. — ^ogg. Veda-gga , 
2, 3. pers. PI. Vediamo-ggiamo ,-vediate-ggìate , vedanò-ggilano-ggana 
— ^Imperf. Vedessi , ecc.— PartIc Veduto Ger, Vedenda 

IriFim Venire, Lojf.óènnere. 

Pres. Vengo (poet. vegno), vieni, viene. PI. Venianlo, venite, ven- 
gono (4). — Pass. Venni, venisti, venne. Pi: Venimmo, veniste, vennera- 
FuT. Verrò-rrài ecc. — Imper. Vieni , ven^a. PL Veniamo , venite , ven- 
gano. — Gong. Venga 2, 3. pers. PI. Veniamo, iate, vengano^ — Ihperf. 
Venissi, ecc. — ^Partic. Venuto Ger. Venendo. 

Iwrm. Volére, Log. quèrrere. 

Pres. Voglio ( poet. po', vuo'), vuoi-, vuole. PI. Vogliamo, volete, 
vogliono, (5).— Pass. Volli, volesti, volle. PI. Vdemmo, voleste, VòUem. 



(1) Simile a questo sarà il comp. riuscire di cui La Crusca parta 
riescire , e che òggi è antiquata come i tempi riesciva , riescirò , rie- 
sciréi , ecc. 

(2) Simili sono i suoi composti prevalére ecc. Nel partic. pavtato os- 
serverai che in pròsa tiene sempre la desinenza in uto , lasdandù ai 
Poeti quella di bIso^ come \aX^i e riggetteraì come erronee valsulo, 
prevalsuto, ecc. 

(8) Il medesimo serve pei compoèti avvedere , prevedere , ravvedere 
ecc. Visto si usa poco, ma pregiansi di quesfa .sincope rivedere e awedere. 

(4) Da que.'ito prendono norma ne' loro procedimenti i composti av- 
venire, convenire, divenire, prevenire , provenire , sovvenire, ecc. R 
semplice venire, nel part. pres. ama vegnente più che veniente; non 
però i composti avvegnente, convegnenle, amando meglio avvenente, ec. 

(5) Vonno dicesi a Roma , V usò anche V Mfieri. Piti ^to emteroi 
di dire nel pass, volsi , volse , volsero confondendosi col verbo volgere. 
Cosi pure volsuto che odesi a Roma. 



CAP. IV. VERBI IRREG. TTAL. 461 

—Fot. Voi!TÒ,-rfài, ecc. — Imperi Vogiì^^-glia. PI. Vogliamo, ecc.— Cowo. 
Vòglia, 2, 3. pers. Fi. Vogliamo, ecc. — Ihpbrf. Volessi, ecc.— Partio. 
Voluto. Ger. Volendo. 

Immi. Volgere » ìjog. boltulare. 

Pres. Volgo, volgi 9 volge. PI. Volglamo,*gete , volgono (4).-— Pass. 

Voi», volgesti, volse. PI. Volgemmo ,-geste , volsero. — Fdt.- Volgerò:, 

*rài,'ecc.-^lMpER. Volgi,-ga. PI. Volgiamo, ecc. — Cowg. Volga, 2,3. pers. 

Volgiamo^ ecc.-^lMPERF. Volgessi, ecc.— Partic. Volto Ger. Volgendo. 

VERBI FREQUENTATIVI 

^ ^ CXXXV. La sarda &veDa gode anche di questa classe di verbi 
che frequentissimi occorrono nel Logudorese dialetto. Questo di fatto 
non solo usa quei comuni agli altri dialetti d* Italia , cioè di ripetere 
]f avverbio che esprime la frequenza ddr azione verbale o il verbo (anr 
éare col gem« a la seconda pers. dell' Impeif . o la 3 del pres. delF In^ 
die. che tutti esprimono la frequenza del verbo, v. gr. andare can ten- 
de, islare canta canta, canticchiare; andare narende^ andar dicendo; 
istare rie rie, rider con frequenza; istare curre curre, correr di tanto 
in tanto ; tnncia tuncia ^ lagnandosi spesso ; pìoe pioe , piopieicare ; 
istare bie ìÀe, sorseggiarej andare balla balla, andar ballandosi; faghe 
liaighe, beni beni^ coita coita, mandìga màhdiga, fare^ venire, mangiare 
con frequenza^; andare toppi toppi, andar ancajo»e^ zoppicare: andare 
forche torche^ torcerti don frequenza, piegarsi qua e là: pidma pidina, 
e pidinare (2), saltellare, muoversi qua e là, ecc. ecc : ma ritiene an- 
cora una qualità di frequentativi suoi proprìi terminati in ttare (3) , 
formati dai diminutivi rru (%. 63.): cosi per es. da brinchittu brih- 
chittar» ^ saltellare ( lai saltitò , as ) ; isciucchittare , sciaguattare , di- 
guazzare-, iscambari ttare, tinar a gambetto j annoditare , far nodi con 
frequenza ; bieulittare , «far di beccate spesso ; joghittare , andar giuo- 
fuindo; clascottare, sbeffeggiare; téittare, gridar di tanto in tanto , 
come fanno i pastori per cacciare i lupi o le volpi ; durittare , star ri- 
petendo tu per tu ( lai tuìto , as ) , ecc. ecc. 

% CXXX VI. Altri terminano m wìre, v. gr. cìlindronare^ vagheg- 
giare ^ andar qità e là vagando; iscutinareo iscutulai'e, sgrullare; uri- 
ctinare, star ungendo da^una parte e dall' altra; isparminare, sparger 
una cosa qua e là , ecc. Altri in izarb ( z sottile ) v. gr. iscurrizare , 
correre qua e là ( iat. excursito-as ) ; istripizare , far strepito coi piedi 



(4) Serve questo prospetto pei composti avvolgere, involgere, sconvol- 
gere > ecc. 

(2) Pidinare dal gre. mètoi insilio, salto da cui iwiStfiot salfus, motus., 

(3) / Latini similmente formavano da questa desinenza i loro fre- 
quentativi radicali, per ese. damilo ^-a^, -tetre, gridar spesso e con fre- 
quenza; dictitoras, andar dicendo; motito^as, muoversi con frequenza; 
UUftOyos, nascondersi spesso; saltilo j-as, saltar sovente e simiU. 



463 ORTOGR. PARTE PRIMA 

gtià e là, ecc. Alcuni finalmente provengono da quella qualità di verlM 
che hanno la desinenza in inioaiie o chinare a guisa di quei diminutivi 
che hanno intruso il ghe come dohighedda (§. 63.), e questi sono bor^ 
righmare , mugire con frequenza ; isfinigare ^ render sottile con ispe»- 
9ezza\ pastorighìzare/mandighizare, da cui il prov. qui pastorigbuat, 
MAHDiGBizAT^ chc valc chi 9a pasturando il bestiame^ mangia frequente^ 
mente del latte , e VjStrii altri i quali ìion occorre registrare in questo 
luogo ^ ma che si vedranno notati nel Vocabolario. 

CAPO V. 

DELLA PREPOSUaONE 

% CXXXYIL xje preposizioni sond quelle voci che premettonsi al 
nomi, dette perciò dal lat. praet pos}fo'o( posto avanti), e servono vtd 
discorso ad esprimere la relazione ^ il rapporto o la. dipendenza eie 
hanno fra di loro due cose. Da questo si può rilevare di quanta impor- 
tanza esse siano in un linguaggio, perchè senza esse resterebbeiro i 
concetti isolati senza denotare le moltiplici relazioni che hanno fra 
loro : adunque la preposizione non si potrebbe appellare con vocabolo 
più proprio che segno di relazione: per ese. solu Deus senza defectu, 
prov. sol' Iddio è senza peccato ^ se si leva la prepos. non si potrà in- 
dicare rapporto delle due idee di Dio e del diffetto con la precisa 
relazione, se non con una bestemmia, o esprimendo la sostanza dd 
concetto diversamente, non sì farebbe ehe con un largo giro di parola 
La lingua sarda è pur ricca di questa parte di discorso, ma qui noi 
noteremo solamente le principali e quelle che sono difficili a rend^^ 
nella lìngua italiana, o cUe^in questa portano un'altro senso, essendo 
questo lo scopo che ci abbiamo prefisso nella presente opera, riservan- 
doci a registrarle tutte nel Vocabolario. 

J, DAI^UA, DE, 
%, CXXXVin. A usasi in Sardo, come nel Toscano in vece di ito, 
V. gr. Fhat intesu a tantos, cipèoAi tantos, V ha inteso da tanti, come 
Bocc. udendo a molti, IMscesi eoi verbi di moto, v. gr. andare a Ro* 
ma, andare a domo, cioè dentro Rmìm, dentro casaj mentre in ilalL 
andare a Roma vale andare nelle vicinanze di Roma. Non si fa di 
questo alcuna differenza nel Sardo, in cui unìscesi talvolta avverbi di 
stato, V. gr. est a binza^ est a domo, €^ in vigna, è in casa, ma inten- 
desi ANDADfj cioè è ito a casa. Quando uniscesi ad un nome plur.^ in 
itali, si lega coir articolo^ v. gr. a boltas, alle volte j a palas, atte spair 
le (i). Nel? Itali, seguendo una vocale si aggiunge un d per eufonia. 



(ì) Qualche volta anche nel sardo suol* accoppiarsi coW artic. v. g. 
a m firn., alla fine; istare a aa caridade, essere alla limosina; a s' as- 
segus, finalmente, dietro ciò. E più presto qua «ono vicecasi (%. 69). 



CAP. V. PREPOSIZIONI 463 

V. gr. ud Orùftane, ad un uomo: in sardo poi ss^bene si scriva in 
tutte le voci che principiano in vocale^ non. si pronuncia il d, salvo 
col relat. ognunu, v. gr. ad ognunu^ a ciascuno. Adoperasi^ coinè in 
italL in vece di otbi^ con^ v. gr. pesadu a lacte, cioè cuh lacte^ nutri-» 
io a ìaite , o con latte j a manos iigadas ,■ cioè cum manos - ligadas , m 
mani legate, o con le moM legate. Vale a guisa, v. gr. factu a caragolu, 
a guisa^di chiocciola, di ftimaca. Uniscesi con là prep. in e significa 
verso, y. gr. ainhòghende, di qua, verso qua; adincuddàe^ verso quel- 
la parte ; a incùe , verso là ; ad innanti , pia in là^ perso su. Significa 
finalmen.te ira, v. gr. da inhoffhe ad batter dies, fra quattro giorni: 
Talvolta però è riempitiva neOe interrogazioni^ v. gr. a nde benis^ 
venite f a bUu foghe», glido fate ? anche m mezzo di periodo. 

Amigu , a mi conservas un' anzone, Pisur. 
%, CXXXIX. Dai» da nota. spesse volte lo stato e significa presso, v. 
gr. istat da Johanne, riposa presso Giovanni \ so istadii dai te^ sono 
stato da voi; dai jovanu , dai piccinnu , da giovine ,■ da fanciullo, Yale 
anche cagione, v«gr. custu T hapo dai te^ mi viene per voi, per vo- 
stra cagione, — ^De usasi dai Sardi per significare un* attitudine , ed in 
itali, voltasi da^ v. gr. terrènu de bidè , Sa cènnau» terreno da vite , da 
canape ; cosas d^ niente , cose da n%tàa. Adq[>erasi anclie per signifi- 
care derivazione, v. gr. Rafaelle de Urbinu, luseppe o Raphaelie de 
VìaL^% Rafaele da Urbino^ Giuseppe o RafaeUo da Ploaghe^ evale ad 
indicar il luogo dove ebbero T origine o. i natali. Ma se avrassi da in-f 
dicar una Provincia, v.gr. sd de ^rdigna, so de Piemonte, dirassi in 
itaL sono di Sardegna, son di Piemonte. Nelle asserzio9Ì,' oa^jurazioni 
dicesl — de Christianu, de homine de honore, da Cristiano, da uomo 
di onore. Unita all'avv. comparativo plus, non si ripete in sardo all'uso 
lat non cosi nel itali, v. gr. De plus importu,et plus necessidade, Jra, 
Con gl'infiniti finalmente vale a, o per, v.gr. niente de faghere, niente 
de chenare, mente, da fare, niente da cenare, cioè a cenare, o per cenare. 

CUM, IN, PER, PERI, PRO 

%. CXL. Cuh, con esprime la relazione di compaffuia, v.gr. cum 
pare, insieme j cum su fizu^ col figlio j cum megus (1), con me: ed 
all' italL mettesi come per affisso ai pronomi p^sonali, e dicesi in una 
sola voce, come meco, teco, seco, nosco, vosco, ma questi ultimi due 
sono più presto poetici in vece di cof^ noi, con voi. Trovasi anche 



(I) OH, Org. MSS, A. biiimeggcs wn^pron. guttur, forse da him 
ebir. CUM, himmechà (con te), Oz, e Pos, chin, altr. cun cambiando la 
m in n, lo che fanno in molte altre voci: ma cum è astato sempre 
usato dagli antichi, più corretti Scrittori,^ e tale è fot stia giusta pro- 
nuncia ed il suo suono, con^ rilevasi dai verbi composti con questa 
prep, (v. 8- b, «. 6. e §. 25.;. m'piimordU della lingua itaU, usavasi 
anche cum t;. §. 49. n. 3. 



164 ORTOGR. PARTE prima; 

pressò molti SerRòri replicato, v. gr. con meco, e&tk tèeOj doc. sari 
pere meglio astenersene : in sardo poi dirai cìtm mt^us , cttm tegta 
ecc. (I). vale anche presso, v. gr. cum ims, presso ài noi. l'kivolta noia 
lo stromento^ v. gr; segare cum sa sara^ tagù»r con la sega: o il naodo 
o la maniera, v. gr. cum dìfGcultade, cuia ordine, con tUfficoltó'j con 
ordine^ In adoperasi in tutti i dialetti per esprimei^e' circostanze tanto 
dì tempo che di stato e di moto, t. gr. in quant' ai cvt^in, intomo 
a questo ; in podere meu, presso di me; esser in bidda, esser in vt(- 
laggioj istare in paghe, star in pace*, mere in teira, cader per terra, 
Uniscesi anche alla prep. de, che pare più presto un resìduo dell' mou 
antico, V. gr. iud' ite, in bhej ind^ una, in una parotai ìnd^ ogni logu, 
in ogni luogo (§. 20 N. 6). Talvolta vale per, v. gr. in su passadu, pet 
lo passato. Con la parola hora, e con F awerb. aitte si raddoppia la 
n, V. gr. innh(»*a Ixma, alla buon' ora j ìnnaMi de totu, prima di 
tutto. Adoperasi anche per esprimere la misura del tèmpo ^ v. gr. in 
chenf annos, in cenf ànni^ cioè ne{ centesinio anno (2).' 

% CXLl. Per, ad(^erasi per adjùrazione e congiungest coti T arti» 
colo da cui ne proviene Y altra prep. pehi (3), v. gr. per vida tua, 
per la vostra vitaj per homine, per uomo s peri su segnale, per U 
segno j péri su sole ,per questo sole ^ ec45. Non però mettesi V artic. a* 
Deds^ perdeu, perdio ^ ìmprec. Significa per meztso , o dal, per lo, 
per ktj V. gr.' Donna Elecmora peri sa gratia de Deus, Donna Eleo- 
nora per la grazia di Dioj constìtutiones ordinadas perì s^ illiistris* 
sima Segnora, censtituzioni ordinate per mèzzo dèW iUustrif^mà 
Signora (4) ecc. Unito a mbsu significa stromento^ v. gr. per mesa 



(1) Alla poce SEGIJS3 secondò, il bisogno^ si prepongono nel Logud. le 
preposiz. PER , D il , A, 'W, <?. gn. per segus , da «è ; a palas per segus ^ a 
spalle indietro; a imcffus ^ ìndìiàtto\ dai sèg^us da iniè^iSy dalla parte 
di diètro; qui non mirat innantis, firmat addaisegus, modo proi^. chi 
non guarda innanzi riman dietro;. a s' clssbqus^ finalmente 3 all'ultima 
Noterai però che in questo caso non è dal latino secum, ( rum se ) , ma 
daUa prep. lat. secus, dietro rimastaci composta àd-ìn-seèus^ per-seeus 
in-secus, ecc. dietro, a lui, alle spalle, em dicendo: e tanto è vero che 
negli A. MSS. il pron. composto tmpasi curamegu, cumtegu, «ce. non 
mai. col pron. di 3 pers, cum segu, ma cum ìpsu^ cum'ipse^ cofne a^ 
tiMdmente usasi da nof. 

(2) Cosi anche usavasinella decadenza deU' Impero j come si osserva 
in molte Iscriz. fecit in mille, e nella prima formazione della lingua 
Itali. Ne" Dipi. J. trovasi per moto ad un hwgoj lo che^ é. comune an- 
che ai' PòeU, 

Tantas boltas in sai tu so andadu, cioè al salto. 

{3) Propriamente è la prep. pek, e quéWì la prima lettera di ipsfi 
(K f. 53. N.2.)j cioè per ipsu sole, per ipsa gratia, ecc. 

(4) Nelle Donaz. antiche non mettevasi V artic. £go luigi Trogodori 
peri boluntade de Donu Deu , ecc. 



CAR V. PREP08TZT0OT .165 

de sa fogu» fòl fUoeej oppur tu , per vìa de sos batidòs, Aràòl. peifi 
mezzo dai bandi. Vale anche in o verso, v. gr. peri cassa parte, verifo 
quMa parie j peri so mesu, M mezzo. — Pro denòta il fevore, v. g**. 
prò me , per me, a favor mio , in mio riguardo: o distribuzione , v. 

§r. tanta prò dognunu^ tanto per chseuno: o origine^ v. gr. prò parte 
a SII Babà , per parte dèi Padre. Prendesi talvolta per come ^ v. gr* 
tenelu prò certa , abbiatelo per eerto , cioè come certo. Per esprimer© 
r agente del verbo passivo tanto in sardo, come in itali, fa le veci di 
DAI , DÀ , V. gr. prò te so ìstadu factu Rectore , da voi venni fatto fte^ 
toro. Vale anche in vece, v. gr. prò te, prò me, ecc. in vece mia^ in 
vostra Pece. Vale finalmente motivo o cagione, v. gr. prò nois> prò te, 
prò me^ per nostra colpa, per vostra cagione, ecc. 

SENZA, INTER, TRA, FINA, PVSTIS, ecc. 

^ CXLII. Shvkil, o ciim2A o chbua (forse corr. da^t^in) nella sarda 
faivella adoperasi come nel lat, né richiede il vice caso, come in itali. , 
V. gr. senza nois, senza di noi\ senza te, senta di tej e vale senza la 
tua compagnia. Usurpasi anche, come in itali, per oltre, v. gr. cheua 
custu isco qui m'istimas, senza questo cioè oltre dò so che mi stimate. 
— ^Inter, tra, ne* Sin. e MSS. A. infra, infra sas atera cosas (Leon. §. 
IV.) tra le cdtre cose: esprime l'esistenza di una cosa in mezzo air al- 
tra , V. gr. inter Caghere et non faghefe , tra il fare e non farej in ter 
ipsos, tra loro; inter nois et nois , tra noi e noi: talvolta V ugua- 
glianza, v. gr. Inter ipsos et ipsos, tra loro medesimi, che corrisponde 
al latL pares eum paribus. Al tra che ha l'istesso uso e isignifìeazione 
aggiungesi l'f originato da ipse (%. 65.) v. gr. tra i custu el i cuddu , 
tra questo e quello j tra i su fagher et tra i su narrer bi hat meda 
parrer, prov. tra il detto ed il fatto vi è un gran tratto. Questa prep. 
Tèa esprimesi anche per ihtro, v. gr. narrer intro de se, dir tra di sé: 
ma propriamente intro significa dentro, e riceve il segnacaso, v. gr. 
intro de coro, dentro cuore; intro de Roma, dentro Roma; talvolta 
costruiscesi con Vaccus., v. gr. istare intro sa domo, intro sa cella, 
stare dentro la casa, dentro la cafnera, ecc. anche senza il vicecaso — ' 
intro bidda rundende, Plsur. 

% CXLIIL FniA nota limite di luogo, V.'gr. fina ad domo^ fino a 
casa; fin ad inhoghe^ fin qui Dicesi anche pinza e riceve parimenti il 
dat. — FoRA%, col genet. foras de domo, foras àe su coro, fuori di casa, 
fuori di cuore. Post», o pust», poi costruiscesi col gen. postis de nois, 
poi di noi; postis decustu, dopo questo, ecc. (i). Ma però questa prep. 
insieme a molte altre , può essere avverbio , e conoscerassi d' essere 



(i) Questo esprimesi anche coh factu (fac. 4S. N d) , fjactu ad unu 
s* ateru, uno dopo l'altro; factu ad sa Marna, dietro 1» Madre; facf 
Infac^i^ , immediatamente ; andareU in factu , andargli sopra. DiaL 
Cagliar, ava tu > GaUù. dareddu. ^ 



466 ORTOGR. PARTE PRIMA 

prep. aIlor(}uando dopo di 8è regge nn nome, come pustis ,de Pas^a ; 
dopo Pasqm , ecc. — ^L'ìstesso dirassi dì affaga, accanto ^ vicino (4); 
exceptu, eccetto; a ojos a mie, contro di me, "se avv. oppostamenie. — 
B^scii}, sotto (^pagiLbaxu), basciu.pena, sotiopena; basciu su podere 
de Fowziu Pilatu, sotto U potere di Ponzio. Pilato. — Ipinai«tis> davanti, 
prima , innantis de nois , prima di noi : vale anche mezus , me^o y 
innantis pagu qui non nudda^ meglio poco che ntdla* Ultra, a pius, 
oltre, — et ultra de sa tanta obscuridade , Jraol. — ^Jdxta , giusta ed in- 
dica modo , non però vicinanza; saltu, salvo, tranne j ad iughiriu, 
d'intorno j,u>mAjiv, attesu, lontano ^ lufigij aggvrzu, adpuobe (lat. ad 
prope)^ vicino j sEGmDv ^ secondo, conforme; rasento^ rasenta, lungoj 
POI, dappoi; subra (3), sapra, dicesi anche super ^ pome super owua, 
eccellente ottimo^ (Bit. Dorg. supraj^ e cosi va dicendo di altre che 
air occasione potranno consultarsi nel Vocabolario , ed ora reggono il 
genet. ora il dat. ora V accus< Quando però queste e simili non reg- 
gono nome, passeranno sotto la classe di awerbii, come pustte benze- 
sit, poi vennej foras qui, fuorché, ecc. ecc. 

CAPO VL 

AVVERBIO 

§. CXLIV. lj"Ii avverbi! sono quelle vota che servono ad esprimere le 
qualificazioni dei verbi, e quasi come gli addiettivi queUe de'nomi (^. 
53): Qssla come accenna il chiar. Cherubini nella sua guida ^ ecc. f. 
112. quelle parole le quali s'accompagnano col vjBrbo per indiare U 
come, il dove, il quando precisameìUe ^^ucceda checchessia in yramatica 
si chiamano avverbio La qual definizione sebbene n<Hì includa quelli 
che $ono indipendenti dal verbo, pure è la più piana, e più adatta 
per far capire la forza che Favverbio fa nel discorsa Molto copiosa e 
ricca è la lingua de) Logudoro in questa parte d'orazione, e larga 
messe ne riserviamo nel corpo del nostro Vocabolario^ restringendoci 
qua di notare i principali.— Gli awerbiidistinguonsi in >ogni lingua 
precipuamente 3 L^ In affermativi, negativi e dubbii. 2.^ itt awerbii 
di tempo e luogo. 3.^ in awerbii di quantità e qualità. 4.^ finalmente 
in awerbii di somiglianza e di ragione. 

§. CXLV. Sotto il nome di awerbii intendiamo pure i modi avver- 
biali, i quali si esprimano con la prep. in, cum, de ecc. col nome 



(1) Appaga, vicino, voce singolare conservatasi nel sardo idioma pro- 
veniente non dal lat, ad faciem, di rimpetto, vis^vU frane, che in sardo 
dU^esi a faccia, ma antica orientale rimasta dai FenicU c&me vedrai 
nel Focali, ad voc, 

(2) Subra fu adoperato nella vetusta lingua trovandosi nelle litanie 
pelàsgiche surra per supra. 



CAP. VI. AVVERBH «7 

1 astratto, v. gr. in verìdade^ de verax, in verità evale verammie ^«m- 

eemetUCf 9eri98imo; cum prestesa, cum amore^ con prestezza, con. 
. emore; e vale lestamente, amorevolmente, ecc. Nella sarda lingua enei 
I coinun parlare usasi talvolta U gerundio^ v. gr. l'has a iagher coiten- 
j de^ lo farai prestamente, quanto presto^ non però lo renderai barba* 
I mente in itali fa>cendo preeto; lu factesit noii pensende^ lo fece 
I sbadatamente: oppure con la prep. senza e Finfin.^ v. gr. mipreghesit 
r senza cessare mai^ mi pre^ò incessantemente ecc. Per questa ragiona 
, ogni avverbio equivale ad un' s^ddiet, e può ridursi in ogni lingua ad 

una proposiz. Cosi non equivale a questa — ^non est gasie, non è cosi; 
I tteU'italL qui equivale in questo luogo, e cosi va dicendo di molti altri. 

AFFERMATIVI 

ì ' ' '•■''.: - ■ 

I % CXLVI. Gli awerbii affermativi ed assoluti sono ebimo (1), ei (2)^ 
I SI, ma quest' ultimo per galateo si unisce a segnore , v. gr. si si^ore , 
sonore, signorsì, quando si parla a persona istruita o di grado emii 
Dente (3). Bì:hu , abberu , ammen ( ebr. amen ) ^ in verità , in vero , da 
vero. Senza duda , seùz' ateru , senza dubiu , senza dubbio ; senz* altro. 
Alili ^ antis, anzi, quesf avverbio è divenuto usuale anche presso di 
noi, come neli' itali, per esternare un volenteroso animo nel servire o 
compiacere una persona. Gasi ^ poet. gasie , gosie ( Osch. vasi ) , cosi « 
in questo modo: Gksi comerte vale^»e, se in vece '^ gasi qui, finalmente, 
in conclusione. Avvertirai che al gasinfA membro gli risponde cernente, 
gasi in su Chelu coment' in sa Terra, conte in Cielo, ecc. che sarebbe 
come nel lati. — ^ita sit in Terra veluti est in Coelp. — ^Ja, già ed equi- 
vale a quesf intiera proposizione — ja est beru^ già è vero. A fide^ de nde^ • 
affé, a mia f^ per mia fe\ Ne, certamente, ma questo è più presto 
poetico^ usato dagl' Improvvisatori (4). Bene^ i)ene volentieri; cum pia- 



(i) Questo avverbio tumo^ sebbene ruvido e poco poUHco., se non ei 
è rimasto dal l€U, ìmmo ^ è perdonabile per la SfM antica semplicità^ 
lasciatoci forse dai Fenieiij in ebr. him^ uUquej in arab, hamma, 
quidera, utique^ dalla radice haman^ ita est^ da cui amen conservatosi 
nella Chiesa, e nd Fangelo, espresso da Gesù Cristo, come oggi usasi 
nel sardo.\ 

(2) Ei dal grec. «uv^ osto, sic^ Mad. Porr. Quando si raddoppia, 
ironicamente parlando, nel secondo si eUde l'i, ei, e'^ si si: per ottazio- 
ne, V. Interposto. 

(3) Quando parlasi con parsona plebea , ma grande di età , dicesi 
bois.(%. 88 Jj quindi nel sardo —tractare ad unu da segnore, tractare 
unu de bois, usare il rispetto da Signore, o da villano o plebeo. 

(4) Molti improvvisatori io udii sentirsi, non senza grazia di questa 
avverbio paraigogico in-^fine di verbi o nomi, lo che o fcuxiano per sup- 
plire qualche mllaòa mancante , come. 

J-men-de-ne a Ve-nus bel-la , 



168 ORTOGR. PARTE PRIMA 

ghère, benij'ben volentieri, con piacere. Córtu, certamntte^ tegata, se- 
giuaiuente, certOj di certo, certamente, sicuro^ dt sicttro^ tientniaunte. 

NEGATIVI 

%, CXLYII. Gli awerbii di negazione assoluta, sono fon, fio (I) , ed 
equivale a questa piroposizione-^non est beru^ non è véro, CoDgiuttfo 
a verbo o nome ossìa di unione nei dbccu^^io^ ffv,,.nè; ne i cuslu> ne i 
cuddu, fi^ questo, ne queììo (2). P(e' MSS. A. Nbn, nen mìaus (Le(A.): 
è comune anche ai Poeti — ^nen mi laxat de ipsa ismentigadu. — ìieoh 
mancu , ne manca , nen mancu , mancu , seiiza manca / neppuni , nea 
puru , meno , nemméno , manco , ne mancò , neppure ; ne mancii a 
conca, né anco a testa. Plessi ^ a su, nessi , nlmeno , il qual ressi non è 
altro che una metatesi di stne lat. e Pesto porta questo medesìn|Mi 
esempio resi, come dicevasi anticaQiente. De làssunu modu> o de oes- 
suna manera, in nessun modo; mai^ jam mai, non mai, giammai , die 
in sardo talvolta usausi come presso gli Ebrei per tèmpo indefinito, o 
l^ttgo alquanto. Senza, senza mancu, senza, senza neppute. Niente, 
nuiUia , nudda de totu, nudda ad factu, niente nulta, menu affaJtUi. 
Tantu mancu ( MSS. A. tampoco), tanto meno. A cuaristu voce indi* 
i^nXe manmnza,. bisogno, penuria j ^ qaàxvàì pare meglio interposto 
{ V. Inferposti). — Bal«a, o basca che parimenti indica mancanza^ v. 
gr. balga de dustu tenes, non hai bisogno di 'questo (3). Negli A. MSS. 
unalmeMe trovasi minus, ad minus, non ininus^ meno, né meno — Sia* 
tuimus qui nexunu Preidi potat .firmare nexunu matrimoniu ▲ Hans 
qui siat prouunciadu in sa Ecclesia per tres bóltas. Ale Sin. Ott 
Gap. XV. i ' 

\ , - — - j 

oppure abustyafhente ,. mi pere di ravvisarvi il yai gree. equidem, sane, 
e cóme di (atti si adopera in senso di affermazione: non poirà essere 
la partic. riempitiva italiana ne, perchè questa in sardo si rende nde, 
come vedrai nella seguente Nota, 

(1) ÌHi/ dicesi in sarda in ripetizione^ massime dai Poeti. 
Non mi amas., non ti amo nò. Inc. 
NQn dent kaer forza nò, venenu o dente. Arao* 

(£) Ne per nec erU usato in Sardegna anche ai tempi di S. Lucifero 
il quale nelle sue opere ne porge tanU esempii, ne dixisse memineras 
in vece di nec : perciò anche %he non venga accenterò ndki sarda scrit- 
tnra. non si può confondere con ne pron: o riempitivo, itali, che questo 
rendesi in Loyud. nde, (lat. inde), Campid. ndi.. Galla, ni, v. gr. 
non nde facto^ non ne faccio. Negli A. Mss. e nella C. de L. la partie, 
negativa né trovasi nen , pare il nen antico de' latini , ed il pron. ude, 
inde, V. gr., Leon. Sin. prò su pretiu qui inde hanta dare €Ul un^ aUeru, 
cioè a quel prezìco : daminde -, cioè dami di qjaella cosa. 

(3) Bai^a^ voce arab. baghag (petiit, quaesivit) , da cui fbaghihat) 
res expetita , baghihun exorbitantia, quindi nel sardo sarebbe U senso 
questo è superfluo, o di sovrabbondanza a voi. 



C4P. VI. AWERBiOr 469 

PÙBBII 

$. CXLYin. Gli arverbii di dubbio. s<;Kfio pochi nella é^rda bvdla^e 
possono ridurci ai seguenti, cipè^ forsi, forsis, fliaunài, forsinunài, hat 
com' essere (1) , forse j forse mai ^ se per avventura ', aju mai , . quct^i , 
fncmcò poco. Abuisu meu, ( CagL a pensu nùu], che sembra avviso 
mio ^ mi pare,\Sembra ^ forse. Sa , ista > forse, ista qui ses lue , forse 
itefe voi. Cìrca^ in circs^, .circa^ aU w cerca» a un dipresso, presso che, 
presso a pòco : pagu pìus , pagu mancu , pagu si , pagu non , pìus a 
inancu, poco meno, più p meno^ alV incirca j in dubiu, in ,duda, du- 
biosamente , dudosu , dudosamente, in dubbio , dubitativamente ; inter 
nembos^ o in nembos, èsser dubbioso j, perplesso (forse dal lat nemos) 
ò ambos ) , e questo dicesi comunemente . quando uno trovasi in un 
bivio pensando a qua! d' appigliai^sL. Alza, et fala , in bilico ; quasi « 
quasi quasi ;, quasi , quasi quasi ; beUu , beli' et mOTtu » beli' et ciagu , 
qua^ morto ^ qtMLSi cieca ; ad probe, quasi , appena , e questo bisogna 
duplicarlo per far V ui'fizio d' avverbio « v. gr. adprobe adprobe; quasi 
ptasi, altrimenti entra nella classe delle i^repos. ( $. i34 ). È da botare 
finalmente la voce baddu , badd^he ( Bit. Olia, e Distr. ) forse , chi m , 
baddone des esser tue, forse sarai tuì viecessariamente sarai .tu, forse 
dall' arabo, (la budda), ^enza dubbia 

AVVERBn m STATO E MOTO 

%. CXLIX.,Gli awerfoii di atato sono uihogbb» vmoammDE (Dorg. 
uiedio, Barb. inhoi) gt/dj qui, e vuol dire in questo luogo. Inhogh'et 
iotu, in questo medesimo luogo, Que, qui, usasi prima e dopo i verbi, 
T. gr. a qu' est, a que nd' hat, e' è, ce n' è (2) : andamiisnoque, andiamo 
cene. Talvolta è superfluo , y. gr. ^n^ique qaeria , mi vorrei ; a binza 
qu'est, sta, è in vigna, ecc. Qui, dove; in su logu qui, nel luogo dove; 
eorza sa domo qui non.b' hat barba bianca , guai alla ^casà dove non 
et sono consigli di vecchi. Arre, ferma, sta qua: ma meglio è un. Verbo 
Goatrat. {% 124), Inie (Nuor. Orgos. inibe), costi, costà, in cotesto 
luogo. In cuddàe (Kuor. t)org. inelo, Barb. inhèu. Bit. inedda), li, là, 
colà, ivi, quivi, cioè in quel luogo. Igne, o incùe, li, costà; per igùe 
colà, i^erso là, intorno; inter ini^oghe, verso qua; inte^ i^ue, verso qui 
verso là, inter igne m' inde queria £alare, prov. quando si finge di fare 
del bisogno una virtù. Uè (3) inue» ove, dove, nel qu^l luogo. De inue, 

(1) £t hat com* esser sempre^ et sempr' in vanu. Arao. 

(2) Nel dialL Cagliar, si aggiunge un* n, v. gr. ila nd hat, non 
e' ind^ hat, cosa e' è, non ce n',è. JDial. Sasà. no zi n' è, DiaL Temp. 
no d n' ha. 

. (3) Uè e V ubo antico, per ubi trovandosi coài nella lingua etrusca 
antica ,^ soppresso, il b. F. % 14. come oggi in Bit. e DisPr^ uve.- 



170 ORTOGR. PARTE PRIMA 

da inue , da dove , msn meglio ende , donde , e significa da guai luogo. 
A inue» per dove; aterùe> in aterii logu^ altrove; de aterue, de ateru 
logu (MSS. A. da ùnde), da aiirave, fia altro luogo; in aterue, in 
altro luogo; in quale si siat Ioga, ovunque, per tutto, da per tutto. To- 
tùe^ in totue^ da pet tutto. Neadue e nuddue, in neddue^ in nessuna 
logu, in nessun luogo. Affaca, adprobe, ( poet. in prò' Arao. ) appresso, 
vicino (Dial. Cagl. accanta); a£fa<;;a adigue, ad probe a igue, verso là 
verso costà. Dae attesa^ dae affàca odeaccurzu, dà lontano, da vicino. 
A sa parte de subra, o de josso, verso su, versogiii. Bei, bi, (lat. ibi) 
ivi, vi, andabèi, baebei, abi andas, àndabi, andatevi. In eaddae subra, 
colasse ^ tossii ; in cuddae a basciu , laggiù , eotaggiù. Araid. iti , — sas 
determinadas ivi almas salvait.^ — ^Incue subra, incue josso^ cosiasgàs 
costagiù.Ver inoghe, per in cuddae (Dlal. Cagliar, a focda a innòì. 
a faccia a inni), verso qua, "verso costà. Attesu, lontana, lungi, lon- 
ianoi Da un'ala, aicustapart^, aiéusta banda, da un conto ^ a questo 
lato parte. In mesu , in s' oru , in mezzo , HelV estremità , e costmì- 
scesi col vice caso in tutti ì dialetti, poetic. tralasciasi in sardo, v. gr. 
et iu làxant in mesu sas bramantes, Jrao. — ^Yersu, in versu, verso, 
ttrca, voiat versu suportu Turritanu, Arao. — A costazos, a unu lados 
o lados, a fianco, allato, accqnto, accosto, vicino, da un lato. A ojos, 
a faeìa, a ojos ad pare, dirimpetto, incontro, di' rincontro, A inchini], 
attorno, d'intorno. Goi, ingòinde, qua, al di qua, vèrso qua (1): av- 
vertiscì che nde anteposto su solo verbo bennere, venire fo ndi^ v. gr. 
a ndi benis ( che pare Y i eontr. hic veni»), venite qua, posposto non 
cambia, v. gr. bèninde, benidinde, venitevene: cosi con gli sdtri verbi 
nde tenes, nde faghes, eec. — Addàe, lontano, al di là; àddainantis, o 
ad innantìs, innanzi, davanti; addaisegus, dietro, (Caglia, a palaSj 

SaSS. ▲ DABEDDV). 

DI TEMPO E LUOGO 

% CL. Gli awerbii di tempo o sono di présente j 6 di passato, o 
di futuro. Per significare il tempo presente si adoperano i seguenti, — 
COMO, corno còrno ^ ora, adesso j or* ora. Dial. merid. immòì, S^tlentr. 



(I) È degno cf osservarsi come questa voce, e molte altre, portino seco 
questo affìsso nde , il quale , se non è la partic. riempitiva ne , pare 
d* essere un* avverbio locale come nel greco che infìggesi alla fine ddla 
voce, se di stato 9t^ se ad un luogo ie, tn , se da un luogo Qsv^ v. gr. 
da oexoc^ casa, oexode^ in casa; oexoors, a casa; oexodsv, da casa, ecc. 
Cosi nel Logud. eande, allonde, eccótie là^* ajozi, andiamcene^* lezi, 
tezi , bazi, prendi qua , va ili qua (grec. Bt) , Goce. minzi , mizi ( z 
dolce) ^ ve', guarda qua L'istesso dicasi di — ingòinde,.inhòghende^ peri- 
gueMe , òessimique , ponnermique, andaremique, sortir di qua, metter 
qua , andar di qua ecc. 



CAP. Vt. AVVERB. DI TEMPO E LUOGO 171 

abà , àbaii , dair itali, avale , abalabà , av<W aviUe. Lu6go (ì) , luega- 
uiente , prestu ( poet presta , Lis narat , prestu andomus a sa feeta-^ 
De su triufliphu meu vennida presta , Arao. ) , subiio , presto ^ tosto ; 
ifi s' istante > in cast' istante, m custn momentu, in ^^u&tto mom%nU>\ 
presentemente, a su presente, presentemente, Aiumega o ammegas 
{ V. §. 124 ). Fin' ai comò , finora ^ tuttora , per anco , fino ad ^ora. 
Hoc ( Barb. hogie ) , oggij fin' ad hoe , ai custa die , fino a questo di >• 
hoe in die , ad dies de hoe , oggi giorno j com' et totu , luego et totn 
IMÒtto , m questo momento j un' iscutta ( MSS. A. istonda ) , un mo- 
mento : istessit un' istunda mirende a Gavinu , ( Vita di S. Gavino ) 
Ediz. Mondovi. hoc aiutò (o stretto), in guest' anno. Per notare il 
tempo passato sono ipsara , o in saras (2) , poc' anzi , di anzi , poco 
fa, testé , ma quost' ultimo noterai chfs in itali, vale in questo punto. 
In su passadu^ antìgamente, per V addietro, per lo passato, antica- 
mente j una bolta , ind' unu tempus , una volta , in un tempo j si 
mai msd , in un tempo , in altri tempi ^ ma meglio indica un' interpo* 
sto di ottazione, come vedremo avanti. Meda tempus, (^Bes. lànlinu 
meda > , motto tempo, da molto j dai quando , ka guari _, fa tempo j 
s' annu passadu , neW anno scorso j innant' annu , daos annos corno , 
due anni sono. A nd' hamus de aju , eh da molto ! Custu manzanu , 
questa mattina , sta mane j heris , beri sero , jantèris o in ani' heris , 
( Arae.), innanti de jantèris, jert^ ier sera, ieri sul tardo, sul farsi notte 
o sera (3) , a^ant ieri ^ o ipri t altro ^ tre giorni sono j batter dies a 
hoe, da quattro giorni. Chito <lat. cito), a bunn' ora, presto ^ di 
buon mattino. A maùzanu , a mesu die , a sero , a de notte ^ a tempus 
de nocte , a de die , di mattina , di mezzodì ^ di sera ^ di notte ^ di 
giorno j a parte de sero , a serentina , a parte di sera ^ serale. Non 
est meda, non guari, ma a questo avvertisci che in itali, si usa col 
verbo stare ^ non istette guari], non istesit meda, oppure il pres. del- 
l' auMliare avere, non ha guari, ecc. 



(4) Luego è anche voce spagn. e sembra corrotto daW avverò, latino 
ilico 3 cambiato il e in g §. 16 , « T i i» e , V. f. 101. N, 5. 

(2) Ipsara ^ Diat, caìnpid. issaras e lignifica allora ^ Logud. tahdo. .* 
neW uno e nàti' altro dica, sembra derivalo dal lai. in ipsa hora, cioè tunc. 

(3) Sera in Italia intendesi l* imbrunire dopo l" avemaria insino alle 
due ore- prima della mezza notte in circa. Tutto il teìnpo pomeridiatèo^ 
passato il mezzo giorno, dicesi giorno; la notte inoltrata sino all' au^ 
roreL^ notte, dall' aurora fino al mezzo di^ mattina. Noterai pure che 
nel dial. Camp, bari seru significa nulla ^ se non aggiungi a miri ^ e 
vuol dire ieri dopo pranzu; hari seru a mangianu ^ ieri mattina ; hari 
seru a notti ^ ieri a notte; a merixeddu basdu, verso l'avemmaria, alle 
venti quattro , cioè mezz' ora dopo il tramonto del sole. Cosi innant* 
hari seru a mangianu^ a miri, ecc. avant'ieri mattina^dopo pranzo, ecc. 

13 



172 ORTOGR, PARTE PRIMA 

|. CU. Gli awerbii di tempo futuro sono cRhs, postis , barigsidu (1), 
dimani j poi dimani, di qua a tre giorni, kd dies^ a giorni, fra 
giorni (2), Da ìnhoghe a bator d|es^ di qua q, quattro giorni. ^ Da ia- 
hogli'ad un'annu, in, s'avvenire, in su ventura , in su venidore, di 
qua ad- un' anno ^ da qui innanzi, da qui in avanti ^ per V appèniré. 
Postis, poi^ dappoi, appresso, in appresso. S'annu qui benit, V anna 
venturo j a su nou, aìla nuova raccolta. Postis de tanl'hora, postis de 
tempus, dopo molte ore, dopo molto tempo, Tardu, ad in tardos, tardi, 
rarissimamente s a distempus^ fuor di tempo, fuor di stagione. In fa- 
ctu, faetu factu^ appresso^ immediatamente. Mehtres, in «u mentres, 
mentre, in quel mentre^ frattanto. Inter lughes ^ suir imbrunire j a 
s' albeschidorzu, allo spuntar del giorno ^ aW albaj a s' inclinadorzu^ 
a s' iscurigadorzu, nel tramontar del sole ecc. Y. il $. 50. per la desi- 
nenza ed origine di questi nomi. 

§. CLII. Per indicare nella sarda favella qualimque tempo inde- 
fenninatamente sì suole far uso de' seguenti awerbii, qitafido, quando, 
qualora, se talvolta, qualvolta; in diversos tempos, in diversi ien^; a 
tempus, opportupamente , a tempo, opportunamente; tantas boltas, a 
s'ìspissa, spesse fiate, spesse volte, spesso, soventej alcuna boltas, a sas 
hoìtSiS, alle volte, talvfdta, qualche fiata. De raiu> raramente , raras 
boltas^ ra(/o, iit raefo^ , cfi raro, raramente, rade volte. A principiu> 
primis, primas, a primu, a principio, prima, prifèia di tutto: cura 
pare, insième (non assieme); &ctu de pare, un dopo T altro , successi* 
vawe»^^; pesca, da pesca, indijConsecuUvamente; admisci' ad pare , 
confusamente j ad pare, incontro, lat. obviam; a ,pàlas ad pare, 
a spalle riunite; cum pare, insieme (Barb. OlolL con me)j bennere ad 
pare, incontrarsi; montes et montes non benint ad pare, prov. 1% 
montagne non s' incontrano , ma gli uomini si. Paris, t>it$/en»6; paris 
qui, appena, subito che: totu semus que pare, tutti siamo uguali; 
paris qui est bennìdu^ appena che venne j paris paris,. ugualmente s 
faclu de pare, consecutivamente, all' istesso tempo, senza interruzione, 
insieme (lat. par paris). Finalmente per indicare il termine di una 
cosa qualunque^ a sa fine, finalmente, in bora bona^ alla fine, final- 
mente, alla buon' ora. 

DI QUANTITÀ' E QUALITÀ' 

§. CLIII. I principali awerbii di questa classe sono meda, assai ^ 
(Arao. multu) molto, in quantità, oMai; meda uieda, moltissimo {%. 60.) 
De pius, a plus de custu, di più, inoltre, oltreciò, oltraciò. Troppa, 

* " ' ' ' M I I . I .l..» 

(I) Barigadu, lat. del medio evo varica tum , vartco ^ as. Noterai che 
in Bosa con questa voce s' intende non di qua a poi dimani, ossia paS" 
sala la giornata di dimani, ma di qua a quelito giorni. 
' (2) Ad dìes prendesi anche per notare il numero di giorni interpotati, 
non consecutivi, v. il Vocat>. 



CAP. VI AVVERMI 478 

troppo 9(werchiamente. Ismisuradameixte^ smisurat(»mente , senza mi- 
stira j abbastat, bastante, abbastanza:, sufficientemente, Tantu, quantu, 
tanto., quantoy qaànV et quantu, tanto per tanto*, in quant'ìn quantu 
qui, subito the,' I^ mancu, né anche, ad miiius qui, a meno che. 
Niente affactu^m'enfe punto-, mancali, (Malt. mquàr), anche, se pure. 
Bene, mezus (i), optimamente, bene meglio, ottimamente. Male, peus, 
pessimameiite, male, malamente, peggio^ pessimamente. A bètìa de 
pare, a gara (Cagl. a proa de pari): Torra, nuovamente , (H nuovo, 
est bèunidu torra, faghelu torra, è tenuto di nuovo ^ un* altra ^ta, 
fatelo nuovamente. Solu, smaniente, ebbia, solo, solamente, soltanto. 
Coniente!, come (2). Totu quantu, tutta (nel dial. merid. si omette 
quantu). De sn totu« del tutta, affato ^ onninaìnente. Dae accurzu, dai 
tesu^S), da vicino^ da'lontano. A su modu, bisogna^ preciso; a modu 
de, a foggia, a guisa di'; ad un'ala, a banda, a disparte, separata'men- 
te (4). Gai^ gasi, gasie, goi, gosi, gosìe, cosi^ in quello, in questo modo; 
gasi matessi, puru, similmente, cosi pure^ parimenti, del parij ugual- 
mente, ugualmente , dd pari, A su nessi, almeno. A posta, appostada*- 
mente, a posta, (5); espressamente, a bello studio; a* bona boza, a 
mala boza» di Imon grado ^ benpolentieri, malgrado, mal volentieri, A 
derectiira, a dirithird; a dtspectu, dispectosamenfe, a dispetto, espiyìs- 
samente. Ad penas, ad calaizù, ad izii ad izu^ appena, appen' appena. 
A peùtu pèùtu (Os. a peisinzu. Temp. a pedisùgnulu)^ queto, queto. 
Arrèu, «empre, semper, scwtpré^ continuamente. Ad imbarru, a tra- 
bocco', pienu ad itnb^nr' ad imbarru, pieno zeppo. In manu , daresi m 
manu, darsi in^balia. A cua (Dorg. a fura), di nascosto, di soppiato, ' 
célatamente, furUmmenteJ k s'imbesse, al rovescio. De badas, gratis, 
a s'in donu, graOSy gratuitamente, inutilmente (lai. frustra). In publìeu, 
publicamente (Dorg. a pala, lat, palam), in pubblico, -camente, in pais- 
se , -lesamente. Dai nomi in dura (§. 49),'a fuidura, furiivamente, a 
bidura, a rujadura, ecc. Isfacciadamente, honoradamente, ardente- 
m^te; ed altri iiifiniti terminatr in ente da* nomi addiet. e da' pai4ici- 



(4) Mezus prendesi anche per più tosto, più presto, in significazione 
di preferenza di una qualunque cosa, 

(2) Cernente prendesi pure per quando^- comente fit tempus, quando 
era tempo. Provincialismo uscUo da S. Lucifero, quomodo tempus èrat 
ut accenderei , dee quando tempus erat. 

(3) Tesu dai lai. tensum, né vi è bisogno derivarlo dal grec. cmne il 
Por. ed il Mad. da oOsm expello^ scacciare. 

(4) Noterai che quando a banda o ala si prepone il pronome cudda , 
cu^TA, dUlora diventano awerbii di stato, v. gr. ai cudda banda, verso 
là^ ai cust^ ala, al di quà^ ecc. ^ 

(5) MSS. 'A. a postat , statuimus qui ciascunu beneficiadu potai a 
postai, et a plàghere suo subterrare intro de sas Ecclesias ipsoro quale 
si bolgiat ChrisHanu o Christiana de bona Vida et fama. Me. Sin. Ott, 
e. XXXI. 



174 ORTOGR. PARTE PRIMA 

pil di tempo preterito e presente, come grandemente^ abbidldamente^ 
ecc. ecc. che il Madau deriva dal greco <1). 

§. CLIV. Finalmente naeritano esser notati nella sarda favella gli 
averbii di ragione , e questi sono froite , ( Dial. Cagl. poita. Gali, par- 
chi ) , proiteu (2) , perchè , per guai motivo y per gticUi ragione , il quale 
talvolta non è interrogativo, ma di ragione o schiarimento. Ea' pereliè, 
ed a 'questo affiggesi il nc^e del quale* abbiam parlato al ^ 447. ^. 2. 
colile pure i pronomi tu , la , ti , hos , bos> ecc., v. gr. eallu , calla , 
eccolo^ eccola j eallu ad ìpse^ giusto ^ fatto. Ite, che, cosa, ed a questo 
prefigonsi tutte le preposizioni, v. gr. proite, laite (3)^ addite, dalle, 
in ite, perchè y per guai motiw ^ a che cosa, dacché , in che^ in ite, 
ìnd ite consistit, in che consisté. Qua' (pronu. ca §. 28). ^ perchè, 
mentre, giacché:, ( contr. da quia, o quare lat. ); prò qua, qua proite, 
perchè, pel moUvo che (làt. quoniam) e negli A. MSS. alla spagn. pues 
ca, pues gui.e poet. qui, Qui senza te nessun' in tendimen tu. ^roo. Itèu, 
itesisiat, cosa, gualungue cosa; proiteu, perchè; si non esseret prò 
iteti , se non fosse per un certo che. Pro qui , perchè , mentre ,, imper- 
ciocché ( lat. etenim ) ; ja qui , giacché j proite qui , laite qui , a fine 
qui , perchè , acciò , acciocché , affinchè , e cosi varli altri che scorge- 
rai nel Vocabolario di questa' ed altra natura, come le deprecatile 
ET DAu , et diet , diet , de gratla , in grazia , di grazia. . 



(1) Dal grec. [isynoi, vere, sane^profecto; grandemente, cioè grande 
veramente; abbizadamente, abbizadu, certamente ^ ecc. In questo caso 
anche nell'itali, avranno la tal origine, e più apparentemente negli 
altri due dialetti Cagliari, e Gallur. in cm questi avverbi hanno la giu- 
sta desinenza in m.VTi, come veramenti, direttamenti ecc. — // Sijtlvini 
spiegando nella Versione di Oppiano quella vote fpsdt mente, f. 227, 
opina aver gli awerbii italiani la desinenza in mente, perché la mente 
perfeziona tutte le nostre operazioni citando in proposito qtiel verso di 
Ovidio. 

lììSistam forti mente vehendus equis. 

(2) Poét priteu. 

Et lis narat , qui est cu^tu Redemptore 
Fostru, qui tanV amades , et prit&u 
Suffrides tanV istraUu et dishonore ? Araol. 

(3) Ite pare esser corrotto del lat. quid colf àfferesi del q e cambiata 
la leti, d en l ( |. 34 ) . Campid. poita dal gr. ttots , curnam , Por. (*) 
Cosa singolare poi è quélV 1 affissa a questa voce, comune al solo Log. 
ed è alla foggia orientale formando il dat. con lamed, come segna caso 
accordandola anche agli awerbii 1 chen, ad sic, ecc-^Laite è anche 
ottat. eh laite ! e perchè , arab. làita , uUnam ! 

(*) Ita nel dial. Cagliar, cambia nel plur. non pere nel Logùd. in cui 
dicesi ITE KovAs, che nuove ^ Cagliarit Itas novasin Castedduy gopai 
noslu ? nostro compadre , che nuove a Cagliari ? Log. Ite novas in 
Kalaris , compare nostru? 



CAP. Vn. CONGIUNZIONI 475 

. CAPO VII. 

I 

DELLA CONGIUNZIONE 

% CLY.JLa congiunsjone' serve nel discorso e nel comun parlare 
per congiungere le parti componenti ,- per cosi evitare ogni sconnes- 
sione che produrrebbe una stucchevole prolissità di ^^i ^ di propo-. 
sizioni. La congiunzione adunque è quella /voce che s^rve.a congiufi- 
gere insieme una. parola o una proposizione con 1' altra per dare 
maggior chiarezza e precisione al discorso ; gli conferisce anzi una 
forza , e sembra che chi parla col ripetere la congiunz. intenda 
richiamare V attenzione sopra le singole proposizioni legate, per mezzo 
delia congiunzione, laddove tralasciandole non otterrà che 1' effetto 
che risulta dall' agregato delle medesime. Le congiunzioni dividonsL 
in varie classi , secondo i diversi usi che si adoperano : altre perciò 
sono copukUive, disgiuntiPe^fiUative^ condizionali^ eccettuative, ecc. 

%. CLYI. Copulative sono et , e che nel sardo gode ;, residuo del 
latino, di mettersi dopo la voce congiunta, v. gr. coment' et tue, (lat. 
sicut et tu) é còme cot'^proquì et ttte,6d acciocché tu.Tsjitom sardo 
che in itali, questa congiunzione si ripete avanti a ciascmia voce o 
proposizione, e talora nun si mette che all' ultimo, v. gr. sa faula, et 
i sa calumnia, eti sa vindicta sunt cosas abomìnabiles, la bugia, e la 
calunnia, e la vendetta sono cose abbominevoli. Depiantu,doiu, frittu, 
fogu, et penas,- ^raòf. Et sufferrer cum gaudiu, et pena, et morte. 
Qui fetit Chelu, Terra, et mare, et bentos, Id. Ed in itali. Fior, 
(rondi, erbe, ombre, antri, onde, aure soavi, valli chiuse,, alti colli,. 
« piagge, apridie, Petr. Nel sardo qualche volta è di risveglio, v.gr. et 
ite si facto, se faccio. Equivale anche aitalo che è frequenle, ai rodi 
all'uso orientale, e specialmente degli Arabi. — 

Et non factesi effectu , qua fit die. 
Cioè^ 9na non factesi effectu,. qua fit die, ma non prodjissi effetto, che 
era giorno, v. f. 59. N. 1. . 

§. CLVII. Caiésali sono ja qui, giacché; prò qui, prpite qui, mentre 
che, perché; attesu.qui, essendo qui, mentras, nientras qui, atteso che, 
essendo che, mentre, mentre che, benzat qui, avvegna che, bisogna 
che; tantu prò tantu^.si que si, tanto per tanto, in conclusione, ecc. 
Disgiuntive jsono o, o porc, o siat, o siat quanlu, o, ovvero, ovverà- 
mente, ossia, oppure. Le quali voci, sebbene sembrino disgiungere gli 
of»S^^i che cadono nel discorso, pure si considerano come congiunzio- 
ni, perchè queste legano fra loro non gli oggetti solamente che cadono 
nelle proposizioni, ma le proposizioni stesse, noVandone le reiazioni di 
causa, di dipendenza, ecc. che possono avere fra di loro le parti del 
discorso, e eolle proposizioni vengono legale, anche quando una si 
contrapponga all'altra, v.gr. col Cong. nella canzone dello Sparviero, 

Q ti salvas sa vida cum sas aias 
O ti segaut sas alas in su nidu. 



176 ORTOGR. PARTR PRfMA 

Sebbene disgiunga Tidca delle alt dalla vita, pure congiunge la pro- 
posizione, su non ti salvi con le ali, don le stesse perirai, 

% CLYIII. Alle congiunzioni d'unione appartengono sinchele seguenti 
vov SUI.U, non MUo; non in tainen, tàme (4), tamt^s, non sólo, non sola- 
mente, ma; puru . ma punì, etiani (C. de L. eciandeus), pure, ma 
pure , eziandio. Tantu , non in taìitu , .tantos , tanto , non solamente. 
Niente de mancuy tota via {Ara^ì. ), nvUa di meno, tuUavia. Umpare 
cumpare (MSS. A. imparis, ìki semes), insieme, una eum, cuoi, unì- 
damente, insieme, con, unitamente. Coniente (poet. com'et) — Com'et 
qu' essere! sa Qiia persone — Pisul come, e nell' ital, antico dicevasì an- 
die comente , e come oggi è plebeo in Cortona , Dante V usò nei suo 
Convito, V. Monti, Proposta «ce. Voi. 4 f, 192. in cui corregge la voce 
eomento introdotta da' copisti. — Tam, anche; tam custu que queriat, 
anche qt^esto ci voleva; tambene, item, anche, similmenie, eonffiunta- 
mente. Fina , finamentras , &izamente , anche, fina che, fintanto che, 
ancora. 

%. CLIX. Dichiarative sono, cust' est ( MS& A. hoc est, co est, quo 
est ) , querzo narrer, qi^et narrer, qui es^, est a ischire, doè, w)§liù 
o vede a dire; in fòctis, di fatto, in fatti; a punctu, appunto, per r ap- 
punfy. — Condiinoncdi sono si, si (2) ; qUando, quando esseret, quando 
fosse; bastet qui, casu qui, qualora, basta che, caso che, caso poi; ù 
ja qui, si ja qui non , se non , se non che. Men^es , m^Htras ( spagn. 
mientras), in su mentres qui, inqntrc nel mentre che; subita qui, i» 
taiite qui, suàito che, stante che.^—lUaHm sono Dtrc&s, dunoas, et du- 
cas , adduncas , dunque , adunque. Elio , et bene , e bene , dunque ; in 
pertantu , io tantu (3) , intertantu , pertanto , frattanto , intanto. Pro 
cussu, et prò cussu, percià, e per questo. Si què, sicché, per lù che, 
onde. Motivu prò su quale, in conclusione, in fine, per lo che, laonde, 
perciò, in fine, in conditone. Beli' et gai, eppure, pure, in tanto. Però, 
però, ed avvertirai che in itali, questa congiunz. non mai si usa ia 
nrincìpio, e quindi dirai però bene, ma però dirai male cosi dicendo. 
Nel sardo talvolta unito alla negativa non confi^ma ed assicura la cosa 
negata, v. gr. non però s'intendet, non mica s* intende, cioè certamente. 

|. CLX. Avversative sono uAficARi^ anche; sibenes^ eUd^enchè, 
benché, sebbene, bellu et, v. gr. bdlu et in citade, beli* et homine,«e6- 
bene in città , sebbetie uomo ; -ateramente , qui si non , quando si non , 
in su conirariu, altrimenti, diversamente, incapo contrario, al contra- 



(ì) Questo è il tam de* Latini, cni anticamente aggiungevano un' e, 
come d assicura Pesto , dieendo tame. 

(2) Questa congiunzione si costruiseesi in ogni dialetto col soggiunL 
quando le precede un* altro soggiuntivo : col fui. poi quando gli precede 
il futuro , V. gr. lu dia fafiher si, potere , lo farei , se potessi : V hap' a 
fagher si hap' a poder , il farò , se potrò. 

(8) Cugl. ìscantonis . forse dall' entonces spagn. — C. de L. hiterdeu 
che Sembra il taf, interdum. 



CAP. VII. CONGTUNZTOIVI AÌ7 

rio. — ^Eccettuative finalmente sono, appenas, ad pena, ctppena; àppenas 
appenas, unu (pntinu, appena appena, un tantino. Saivuquì, exceptu 
qui , reservadu qui , eccetto , tranne ^ salvo ^ salvo che ; si non est , se 
non è ; ne, ( poet, nen %, 447. ) , ne i custu ^ ne ì eiidu , né questo , né 
quello (1). Franca, si ja, bezzi,, a su nes(Si, nessi custu, manco, meno, 
appena, salvo che, almeno questo. Solu, solamente, ebbia (Cagli, féli, 
scèti), solo^ solamente, ed awertisci che in sardo colla eongiun. so/m si 
può fare la copulativa dicendo non solu, non solamente, non però di- 
rai, non ^bb(a. Galu (Bit), custu galu? diaì. com. custu ebbia, qttesto 
solo, questo sokunente ? 

CAPO Vili. 

DELL' lìNTERPOSTO , OSSIA INTERIEZIONE 

% CLXL Interposto, o ìnterjezione^ cosi detto, perchè le voci di tal 
natura si trovano messe per entro al discorso , e poste fra mezzo di 
altre parti, è quella voce che nel discorso serve ad esprimere ì diversi 
affettìr d^^ anima, o i moti dì gioja, di tristezza, di maraviglia, dì 
disprezzo, ecc, ed i quali equivalgono ad un intiero concetto o propo- 
sizione {2r). Questi interpose adunque che alcuni Gramatici vorrebbero 
che fossero sbanditi dal novero dc^lc parti del discorso , perchè sono 
di arbitraria e di artificiale istituzione, hanno tanta forza che possono 
chiamare r anima del linguaggio affettivo : e perdio questi si rassomi- 



, (I) Noterai però che nen si adopera segnatamente quando è in ripeti- 
zióne di non , o ne ^ 

Non agatat reposu ^ nen cuntentu. 

Fistu qui ne carissias^ nen timore. Arao, 
(2) Ahi de me^ forma da sé due proposizioni, ahi, cioè io soffro : de 
HE, cioè abbiate voi compassione dime. Mettono adunque opreiwngono 
U sentimento, d* un' intiera proposizione come quelli dell^ Araol. 

Ahi! casu tropp' istrangiuj ahi casu duru ! 
Non esistono però tanti interposti quante sono le affezioni delV animo j, 
e quindi le medesime interjezioni servono a significare i diversi affetti. 
Cosi oh / ora è di maraviglia , ^ - ' 

Oh ! maraviglia d* unu Deus fidele I 

Qui. faghet lugher ind" ogni criadura 

Podere ^ sabienìia , et ermosura, Cubedi 
Ora è di allegrezza e di piacere. 

Oh ì dizzosa sa culpa ,, et sa ventura , 

jQui huinaìia carne su Divinu presit ! Araol 
Ora di disprezzo e di abbominaztone 

Nendelij oh! fra nois veru retractu 

D* una furia infernale , cega, immunda ! Araol, 



é\ ORTOGR. PARTE PRIMA 

glfaiìo in ogni lingua alle grida naturali che emétterebbe uW uomo 
non parlante alcuna lingua per esternare V affetto dell' animo da cui è 
compreso, e da sé sono espressivi di queir alTezione che naturalmente 
si eccita neir uomo , per cui molte , atteso di eagicmare in tutti Y in* 
tessa sensazione dì allegrezza e di dolore^ non cambiano in nessuna 
lingua, sebbene iion afhui (i). ^ 

%, CLXli. Gl'interposti nella sarda favella^ come nelle altre lìngue» 
altri sono di allegrezza o di gioja, v. gr. oh, ahià, -oh, ben'avventn- 
rados nois, oh noi. beati. Ma questo oh in Sardo molte volte è riempi- 
tivo, specialmente in bocca degl' improvvisatori. Biadu, biad'ad tìe, 
biad'a ipse, o te beato, o egli beato ! Eh biada, ( Campìd. d' Orist. o- 
fiimiu !) me beato ! ringrazio il Cielo ! Drciosu (2) , diciosu ìpse, dicio- 
su tue, fortunato egli, te fortunato ! Ah gàlia, ad gratias (3), me fortu- 
nato ^ ringrazio il Cielo ! Adjuàt qui, manco male^ alla bon* ora ! Di 
soverchia gioja sono, Ehia, ahjò, ehi, isghiri sghia 1 chi, evuiva, atte- 
griaf Animu^ animo, allegria, a noi! Eni ehi, ancu ti bida ehi ehi, 
ti possa veder bisato ! — Altri sono di dolore e di sdegno che in sardo 
per r ordinario si costruiscono col segnacaso del genet , v. gr. ahi de 
me ! ohi de me! ahi me, dolente me, me misero, me lasso! atti de ips^ 
ìasso lui, Iscuru de te, ìscuru a mie, meschina de me, ahi meschino, 
misero di te. Ah dolu mannu meu ! misero me. Ahi ^ mala fortuna 
mia / oh sorte ! ohi tronu , misericordia ! A* inoghe ì accorruomo ! Di 
cordoglio in offni lingua om^ oh, doh ! ohi domo mìa, ohinìè ! 

%, CLXIH. I>i disprezzo, nausea, abborrimento, o minaccia^ ob (o 
chiuso), oh, puh\ oi Bo (4), oi 6^; bae da ìgue^ ajosa, su, via, arvìa, 
passa viaj tirrìa, eh ma! Guaì a tie, guai a te, ter lasso, ìb misero, 
Pucci, puCci pucci, puh, via. Hu, iddèu, sordido! Arichi, eh^ fiera- 
mente! Miserabile, vile, miserabile! Iscuru a tie^ disdiciadu de te, 
miseru de ìq, guai a te^ disgraziato, misero te! Di approvazione, 
bravu, bravissìmu^ bene! bravo, buono, bene! Dì sfida è curiosa e da 
rimarcare nel sardo harr^nu (5), che vale non sei uomo!^Y>\ desiderio. 



{{) Ohij per es. interponilo di dolore è V istesso in ebr.' Is, LV, v, I. 
Wi ftò (sard, boi, hoi) Amos w 46. Così in grec, oi, heu/ ahi ed ah! 
in tutte le lingue antiche e moderne, 

(2) Dal gre, ^Dt-n ^ tic sors, fortuna , sardo dicia, da cui V addiet, di- 
ciosu , dicia, Sa mala sorte, et dicia qui mi hatjutu. Pisurc. 

(3) Dicesi anche graUas a Deus ! specialmente quando è in segno ài 
ringraziamento , al quale tosto rispondono gli aitanti ad Deus gratias. 

(4) Dal gre. àt/Soc ^ vah. P(yr. 

(6) Questa bizzarra voce m^ryt\m\,guando è uomo, e marrana quan^ 
do è donna , difficilmente si rende in itali, Adoperasi allorquando uno 
come per dispetto voglia fare una cosa che V altro non vuole, in allora 
da questo sentesi come provocato MARRAfio ! marranu qui non lu faghes, 
in Eoma corrisponde ^ se ci provi ! JFVr. guai a te se ciò fai ! — La sua 
origine, se non è dall' Hai. marrano (cmne per ingiuria) misleale, tra- 



CAP. Vin. INTERJEZTONI l^f 

Aivcv (4), ITE; OH, et aite (3), oh, $e, mi fosse lecito, Iddio mlesse ohe! 
Si mai in mai^ oh in un' tempo t eh tefnpi.— hì maraviglia, oh 
Deus! o/i Dio ^^no/ Alla {8), ma, che cosa. Dio grande! Caspita^ 
caspitma, ciperi, capperi, capperina. Eh abbàu, eh troppo; arrèa, 
arrea qui, eh! eh si! — D'impazienza^ off, auffa, auff, oh nòia! Oddeu 
oddéu. o/a se non fòsse! Jesus, jessu, Jesus Marta, oh Dio, oh Gesà 
mio! Et pilru et puru, eh finalmente; et prò eussu, et tantu, eh 
perciò eh tanto! Fisti pisti, oh calore! Qiiant'et cuba, quant'et horriu, 
eh finalmente. Eh affannu, eh mattana (4)! eh tanto, eh briga! — Depre- 
cativa ed esortativa è deh, deh! — ^Di timore ahi, ahi; ahi Deus meu, 
ahi Dio mio! Deus n[ùnde ardet. Dio mene Uberi. Jesus ite tronu^ 
misericordia, mi guardi U Cielo , misericordia ! e vàrii altri, 

%, CLXJV. Finalmente altri sono gl'interposti diavvtóoo di risveglio, 
come OLAH, òlha, heè, helà, (daH'arab. hàla) /lotò; alò (Frane, al^lons) 
iia, andiamo, ehi, eh, oh, uh! oh ehja, eh! — Di lamento, eh, ehi, 
eh. — Di eccitamento i»a, Ha, orsù, presto, (voc. malt. Isa, cito); animu, 
animò, coraggio! Ah tie (questo è segnatamente d'aizzo ai cani) A 
bois, lestru, a noi, via, su, su via, presto! D'indignazione, ossia 
d'imprecazione eh ite, eh, va! Oh ben'hapat, oh maladetto (5)! 
Iscurìgadu, maledictu, moMetlo, oixideHteì — Di privazione oh miseria, 
ah earistiai -e/i a7i»S6n*a^ grettezza! — Di compassione, bieschinu (6), 



ditore, iniquo, pare una voce greca usata da S. Paolo I. ad Chor. 
Xn. , 22. [A9f ocìto^ot (maranatha) , anathema , e sarebbe il senso , tu 
sarai anatematizzato, o rovinato, se ciò fai, ed in Pos. e Distr. dicesi 
a pena de marranu, che sarebjbe sotto pena di anatema, o di scomuni- 
ca. L' jilb. nel suo Focab. lo porta in senso di eretico. 

(ì) Noterari che awcc unito a qm,fale veci di congiunz. presso i Poeti 
jàncu qui fuit in juvenik etade. Araol. 

<2) Dal gre.iiroì. Màd. — Ma in questo ,sewso ite non è avperbio di 
ragione (%. ibi,) bensi sembra V avverb.liBi ithe che prepongono ai 
tempi del modo ottativo. Cosi in sardo , v. gr. et ad ite Deus non mi 
haeret factu cucita gratta. Iddio avesse voluto di farmi questa grazia! 
et ad ite non tu factesi , gre. UBt ireTroiKoiiAt utinam fecissem. L^ istesso 
dei^ dirsi deW artic. su , K % 402. 

(3) Alla voce ammirativa greca , Mad. Porr. a>Xa , sed , verum. A 
me sembra corrotto da balla , palla , con V aferesi del b (§. 42.) a(la 
qui ti eolet (pleb.) , perbacco , caspita ! 

(4) F'oce araba, da cui in sardo il i?cr6o mattati are, affannarsi, pren- 
dersi briga. 

(5) Degna d' osservazione è nella sarda Ungua quesf antifr^si , come 
nella lingua ebr. cioè di metter il verbo benedire per maledire , come 
quel di Giobe I. 24. ne forte benedixerint Deum. Cosi in sardo bae in 
Boif' ora , cioè alla malora; Uque mando cum chenV anghelas , cioè con 
cento diavoli ; non mi fectas beneighere j cioè maledire , ecc. 

(6) ìToce araba meskin da cui lo presero anche gli Italiani. 



180 ORTOGR. PARTE PRIMA 

meschineddu, poverìitu, poverinu meschino^ mescMneìlo, poverino! 
Pagu bene tou, oh speranza, o vanità! Ite lastima/ sventura, pietà, 
che peccato! Iscurigheddu, meschimllo, e questo talvolta è j^ezzeg. 
Conchiudo finalmente col far osservare nella sarda l'aveila, comune 
ai tre dialetti, V interposto aa, olà, dunque, siccìiè, il quale si propone 
allorquando uno si muove a quaìchp cosa> v. gr. ba, qui la accerto, 
olà che t indorino: ma segnatamente è curioso com' entra nell' atto 
in cui si congeda, b4 ten^di conto, sicché c^omervatevi , a rivederci, 
ecc. o quando si dimostra renitenza, tedio, maraviglia, disprezzo^ 
ecc. dai gre. ^a' V. il mio Vocab, Sard. ad voc. (I). 

APPLICAZIONE 

DEGM ESPOSTI ELEMENTI 

OSSIA 

SINTASSI 

CAPO IX. 

$. CLXV. tiesta finalmente di parlare del modo di applicare! precelti 
esposti in queste sette parti o elementi dell' Orazione, vale a dire 
come deve farsi la disposizione delle parole secondo l' ufficio cui sono 
destinate nel discorso. Questa disposizione in ogni lingua deve essere 
adorna dì queste due prerogative, cioè eliiarezza ed armonia: e 
sebbene non abbiamo oinesso dì mano mano annotare ie osservazioni 
relative, alla loro reciproca dipendenza in ogni rispettiva parte^ nel 
dar le regole di concordanza e reggimento, pure per ciò che riguarda 
la disposizione, o coordinazione di voci, che tale suona il greco voca- 
bolo sintassi (V. f. i. N. i), pure non sarà fuor di proposito quello 
di aggiungere questo semplice, generale e brevissimo cenno. 

§. CLXvI. La clum^ezza di. un discorso si ottiene disponendo in mo- 
do le sue parti componenti, che niente trasparisca dubbioso ed 
oscuro. Questo si eviterà con la naturale e semplice costruzione, cioè 
mettendo prima il subbietto con le sue qualificazioni, indi il verbo 
col suo complemento, e finalniento il nome' retto dal verbo con le 
altre incidenze, ossia col corredo di quelle voci accessorie che gli sono 
proprie. Ecco come nella sarda lingua si potrebbe descriver la bugia 
col detto ordine. — Sa faula^ qui rendei sThomine tantu odiosu in sa 
à>ociedade, cousislil iu su proiiuii tiare cum sa limba diversa cosa de 
cuddu, qui si tenet in mente. Ed in itali, la Imgia che rende T uomo 



(ì) Noterai die alcune delle csfìoste interiezioni nella sarda ed it(AL 
faveliu prendono talvolta il valore del nome, v, gr, untola, sos ohis^ 
narrer ohi , ecc. Ed il Tasso. 

In un languido ohitnè proruppe e disse. 



CAI*. IX. DtLLA SINTASSI «1 

mi mfso alla iodetà, consiste nel pronunciar colUi lingua, e intender 
dire diverso di qtieUo phe si tiene in niente: e questa connessione, o 
disirihiizione d^lle parti del discorso si chiamerà eostruzione diretta. 

§. CLXVil. Qnesta maniera poi di disjiorre le parole, sebbene sia 
spontanea e la più facile^ rende talvolta il discorso nojoso^ languido 
ed arido, perciò si può invertere in sardo in quest'altra maniera — su 
qui rendet s'homine gasi odiosu in sa sociedade est sa faula, sa quale 
consìstìt in pronuntiare cum sa limba su diversu de qui si tenet in 
mente—lo che potrà rendersi anche in italiano in questo modo, cioc- 
ché rende V uomo esoso nella società è la tmgia ; la quale consiste net 
pronunziar con la lingua diversamente da quella che si ha nella men- 
te: e questa maniera di costruzione dicesi inversa, la quale sebbene 
non sia sottoposta ad alcuna legge relativamente al collocamento ddy 
le parole, pure la chiarezza e 1 armonia sono le sue leggi indispensa- 
bili che ognuno deve Mudiardi, ma più dalla- natura che dall'arte, 
come tutti gli Scrittori in ogni lingua, che sparsero le loro opere di 
que^ inverse costruzioni più per impulso a anima che per istudio 
d'arte. 

% CLXVIII. Bisogna perciò aver cautela di non inverter Y ordine 
delle parole in modo tale che diventi oscuro il discorso. Questo sareb- 
be biasimevole nel Pergamo in cui la chiarezza dcv' esser sostenuta 
coir eleganza. Sarà pure mén compatita nelle lettere familiari in cui 
deve parlar X animo (1). Alquanto potrebbe tolerarsi nella poesia , in 
cai talvolta per la rima il soggetto può invertirsi o rimoversi dal suo 
posto naturale, come per un esempio se dicessi — bendesit su babbu 
Sttfizu, vendette il padre il figUo^ neV quale non si sa chi sia il ven- 
ditore, se il Padre o il figlio (2). Per evitar dunque quest' oscurità 
avvertirai sempre di metter qualche incidenza, òppur di voltar la 
frase in passivo in cui svanito resterà T ambìguo senso, dicendo, v. gr. 



{{) La lettera di fatti non è altro Che un colloquio in iscritto fra per- 
one assenti. Perciò coìiverrà scrivere come si, parlerebbe essendo presente 
cioè schifando le frasi ampollose e le voci ricercate j ed ordinando le 
ptit pure e gentili j senza sdegnarsi ne apertamente rimbrottare nessun 
difetto trattando con tutti civilmente. In somma consultare più il cuore 
che altro, e questo sarà U più bel fregio d* una lettera, sia in qualunque 
genere. 

(2) NeHa sarda favella questa ambiguità cade raramente perchè i 
^rbi attivi ricevendo il dai. del quai ordine sqno la maggior parte (ÌOÒ) 
l' art toglierà V eqtdvoco ^ p. gr. Pedru iscudesit a Paùlu , Pietro bàt- 
tette Paolo, > chiaro nel sardo che Paolo^ fu battuto da Pietro, non 
coH in itali. Cosi pure su babbu botchesit a Paulu y il Padre uccise 
Paolo ecc. che se pok il verbo sia di queW ordine che riceve V accus. to- 
(lUc V ambiguità il pronome di riempitivo , v. gr. nel servente prov. 
Sardo, Sa pedde pagai sa craba^ itali, la pelle paga la capra: s' inverte 

SA GR4B4 LA. PAC^AT SA PE»D£ j CÌO€ qUClla «apra. 



*8S ORTOGR. PARTE PRIMA 

Dai su babbu istesit bèiididu su fizu^ daf padre fu {>enduto il figliò. 
Se non è che dalla pers. del verbo e dal numero e più dalla natura 
del senso si veda manifestamente qual. sia V agente della proposizione, 
V. gr. SOS peccadores odiant su justu — potrà beìie invertersi anche a 
questo modo — su Justu odiant sos peécadores» — Così pure in italL gU 
empii sdegnano il giusto, e parimeoli il giusto sdegnano gli empii. 

%. CLXIX. Sebbene n^la sarda lingua serbisi un gran patrimonio 
della latina non però tale lo serbò nella costruzione in generale, segna- 
tamente di metter il verbo all' ultimo. Potrebbe al più convenire ad 
un componiniento poetico, ma nel comun discorso perderebbe la sua 
naturai chiarezza, e marcherebbe affettazione, quale sdegna il sardo 
dialetto al par dell'italiana favella: cosi, v. gr. s^ dicessi — sos fizos 
pensare devent sos parenles honorare — anderejjj^e bene in poesia , ma 
la schietta ordinazione delle parole sarebbe nel coinun discorso — sos 
fizos devent pensare ad honorare sos parentes — anderebbe parimenti 
bene se cantasi^ì — ^Deus sos Chelos et Terra dai su niente formesit, 
s' homine de ludu impastesit ecc. ma predicando direi— Deus formesit 
(criesit) sos Chelos, et i sa Terra dai su niente^ et impastesit s' ho- 
mine de fangu ecc. — ^Cosl pure in itali, in cui non sarannu da imitare 
quelli che alla foggia del latino affettano di metter frequentemente il 
verbo all'ultimo del periodo, a guisa del Boccaccio, sènza esser spìnti 
da un bisognò , e guidati da una giusta regola di armonia cui possa 
convenire 1 usato modo e cadenza. 

^ % CLX.X. L' armonia era V altra parte del discorso. Qu^ta se nd- 
r italiana riesce gratissima, nel logudorese dialetto vie maggiormente 
sfoggia per la sua gravità latina e per le tante locuzioni che in 
tantissimi modi si possono rendere dal parlante. Questa devono stu- 
diare quelli che eserciscono 11 santo ministero, gli oratori e Missionari, 
o^ quelli ,che scrivono poetici componimenti in cui la sarda armonia 
soavemente spicca e campeggia. Questa consiste principalmente nel 
saper temperare le vocali di suono grave ed aperto con quelle di 
suono stretto ed acuto: parimenti di raccozzar le voci che hanno o 
che terminano in consonanti con quelle che principiano in vocale, 
gpecialmenle nel sardo logud. e campid. in cui tutti i plurali hanno la 
desinenza, in « (§. 79): finalmente di saper framischiare con maestria 
e piacevolezza le voci piane alle tronche, le sdrucciole a. quelle di 
proluipgato suono^ e di tutto sarà guida Y orecchio e l' uso nel sentire 
i dotti ed eloquenti maestri del Pergamo. Cosi^ v. gr. sarebbe duro 
all' orecchio di chi ascolta se dicessi — ^sos transgressores de sos pre- 
ceplos divinos deent recire sos llagellos minetados dae sos sanctos 
Prophetas — più dolce renderassi — sos qui transgredint sos preceptos de 
Deu^ ispectent puru sos flagellos qui sunt . minatados dai sos inspira- 
dos Prophetas — Còsi pure nell'italiano componimento in cui bisognerà 
moderare le aspre consonanti con quelle di spirito tenue, salvo che 
noi richie^ga una descrizione viva o patetica sentenza^ ed in questo 
sarà un'otfmia guida la lettura dei buoni Scrittori. 

S- CLXXI. Da quest' accozzamento di parole e di general armonia 



CAP. IX. DELLA SINTASSI 18S 

ehe orna il nostro parlare dì una grata varietà ed eleganza^ ne nasce 
lo stile, ossia il contesto delle voci^ e sebbene sembri dipendere più 
dall' arbitrio degli scrittori e dall' ingegno di ehi paria, pure la 
natura istessa celo sonmiinistra conforme gli affetti da cqi siamo com- 
presi. Gli Oratori infatti non fecero altro che esaminar quello cì^ la 
natura dettava ^ e gli stessi animali tramandano un suono diverso 
secondo che sono .tranquilli od agitati, affetti da una o dall' altra 
passione^ Mai adunque lo stile potrà esser Tistesso, cambiando a nor« 
ma del soggetto che sceglierassi, ed altro sarà lo stile in una lettera , 
altro in un' orazione , in una commedia , in una tragedia ecc. Di più 
diverso sarà il giudizio di colui che tranquillamente considera i rap- 
porti delle idee, da quello in cui V anima è scossa improvvisamenie 
da questi rapporti. 

FIGURE GRAMATICALI 

CAPO X. 

% CLXXn. Ju armonia deriva pure dalla brevità ed eleganza del di- 
scorso. Sembra a prima vista un' assurdo quello di far risultare 
armonìa dal mancamento di una voce , eppure rese un servigio alia 
vaghezza del parlare , ed un' alterazione servi di pregio ed ornamento 
al discorso, purché non si abusi in modo da inciampare nella con&isio' 
ne ed oscurità. Quesf alterazione in Gramatica chiamasi figura (ì) di 
cui la sarda favella tanto è feconda al par dell' italiana. Le principali 
sono r dissi, il pleonasmo , la silessi, V enaUage e l' iperbato (2). 



(1) Queste figure non devono confondersi con le figure ortografiche 
che sono pròtesi quando aggiungesi una lettera a principio , p. gr, af- 
fateare per /ateore ^ tradire , ingannare ; acchrisUanare (JlraoL) per 
ehristianare, i^tudiu per studiu, studio ecc, Afèresi al contrario quando 
si toglie, r. gr. tattare, saziare per—attattarej soltu per isoltu, Cmnente 
nos hat soltu et liberadu , Arao. Epèntesi quando si mette in mezzo di 
voce , V. gr. abberu , davvero per beru , vero ; a cui è contraria la 
sincope — divu , divo per — dwinu, divino ; pamentu (Delog.) pavimento 
per — paximentu ecc. La paragòge, quando aggiunga una lettera, p. gr. 
fiàmuMt, eravamo per^-fiaìnus. Apocope al contrario, v. gr. morre, 
moTÌF per mòrrere, morire ecc. La mela lesi finalmente quando tra»- 
ponesi una sillaba o lettera, v. gr. istinchìddascìniiìl^ per — ischintìdda, 
dresta per destra, prenetart per penetrare,- pidigu per pighidu (lat 
pictus) NiiDpu PIDIGU^ cioè lì^vo comc la pece, ecc. 

(2) Noterai che tutti questi nomi di figpre sono presi dal greco , ed 
in sé, cioè nella nomenclatura^ tutti racchiiédono il significato del valo- 
re e della forza che hanno nelle parole: cosi ellissi significa omissione; 
pleohasho, abbondanza, grec, IXkstyfnq da lunta , relinqupj nhtovoLtrfioq ^ 
da 7r>toy , plus, multum , e cosi va dicendo di tutti gli altri. 



184 OKTOCPR. PARTE PRIMA 

S» CLXXni. V eUissi consiste nel tralasciar ana parola cbe facfl- 
niente si comprenda nel discorso , v. gr. esser dae meda , esser da 
molto , cioè dai meda tempus , da molto tempo j non lu poto ; non lo 
posso ^ cioè faghere, fare, e specialmente domina nelle interieeioni , 
che da sé indicano un compiuto pensiero, (%. 161). Il pUeotmsmo ado- 
perasi per dar maggior forza al discorso, o ripetendo le partic. nega- 
tive , V. ^r. sempre et mai , mai se-nipre j non est nudda , non è nien» 
te(l); con iiipetizione di pron. — Connoschende meschinu, et cremi a 
mie , Araot. Non querzo niente , non ^'oglio nulla ecc. o con aggiunta 
di un verbo, v. gr. benzo a narrer, a partire, vengo a dire^ a partire, 
cioè naro j parto j cum megus, cum tegus ecc» con mpco , con teco» 
in véce di con me , con te ecc. La sillessi è quando si mantiene nel 
discorso l'ordine delle idee, senza attenersi rigorosamente ai precetti 
grama (icalì, e sembra discordare o il nome col verbo, o 1 agget 
col soslant. , v. ^r. ndeli hat rutu tantas pedras , gli cadette molte 
pietre , in vece di rutasj parie fucsint, et parte restesint, parte fuggi- 
rono , e parte restarono , cioè — de ipsos , di loro. Paulu est una bestia 
Iraitore , Paolo è una bestia traditore, cioè est traitoré coment' et una 
bestia , come una bestia ecc. 

§. CLWI V. U encUtage è quella frequente sostitutione che fassi dei- 
r agget. in vece dell* avverbio, v, gr. certu qui Tisco, certo che lo so, 
cioè certamente ;s>egnTu, sicuramente ecc. Oppure di adoperare T infinito 
in vece del concreto o dell' asttrato nome, v. gr. fagher su mandigare, 
far il mangiare in vece di su mandign, cibo: e questo ò familiarissimo 
in tutti tre dialetti del regno, — su caulinare, su laudare, s' ischire in 
vece di — su caminu, sa laude ecc. A questa figura appartiene quando 
in Sardo parlando ad uno di rispetto usasi il plur. Beis sezis, ella è 
( §. 88 ). Ù iperbato finalmente che suona disordine o confusione , è 
quando si cambiano certe parole dal suo posto naturale, che perciò 
non è altro che una conseguenza dell' inversione, (% 167.); e siccome 
questo accade in diversi modi, perciò secondo il diverso rovesciamento 
tiene un parlìcolar nonie^ cioè anastrofe, parentesi j^ tme$i, sinchesi, 
anacolùton ecc. 

$. CLXXV. V anastrofe è allorquando trasportasi^una voce al luogo 
non suo, V. gr. grande Deus et onuìipotente, in vece di Deus grande et 
onmipotente; l' hap'a narrertilu, in vece di — ^hapo de tilu narrer. In ital 
la pur diròy la vi ho data, in vece di vét dirò, ve l'ho data ecc. La pa- 
rentesi fassi interrompendo unaproposìz. v.gr. su mundu est pienu de 
traitores ( et eo l' hapo proadu ) et est precisu a non sinde fidare, il 
mondo abbonda di proditori (io lo toccai) e bisogna non fidarsi tanto. La 
tmesi è rarissima in prosa v. gr a tales educas que bidas , acciò dunque 
che vegga j, in vece di a tales qui edducàs, aeciochè dunque. La sinckesi 
è quando si fa un'apparente confusione. L'anaco/utoTi finalmente quan- 



il) Provincialismo antico in Sardegna ^ usato da S Lucifero sovente 
nelle sue opere ^ non est nihil in vece di non est quidquam. 



GAP. X. FIGURE GKAMATICALI Ì8à 

do metesì una voce isolata quasi per inconseguenza;. Io che è proprio 

del latino e del greco. 

- <■ 

CAPO XI. 
INTERPUNZIONE 



§. CLXXTI. IMeHa sarda ortografia merita esser accennata anche Tin- 
terpunzione^ o la punteggiatura. Questa à queir arte con cui si segnano 
i periodi nel modo che si profferiscono in un discorso (i). L' uomo 
parlando fa naturalmente alcune pause o fermate che dichiarano i suoi 
sentimenti, ed alcune modificazioni di voci e di tuono nel manifestare 
gli affetti del suo animo, eppure in un discorso non si veggono segni 
ertoarafici in alcun modo, e solo le pause ed il variato tuono fauno 
nel discorso il medesùiio effetto che nello scritto i se^i di punteggia- 
tura. Essendo adunque la scrittura un' immagine dei pensieri e della 
prelazione ( §. 1. ) auesta deve seguir quella , non solamente nelle pa- 
role, ma anche nelia chiarezza del senso. Questa chiarezza si ottiene 
per mezzo della puntatura da cui è dipesa sempre la giusta intelligenza 
dei testi. NelF antica scrittura , come si rileva dalle lapidi antiche , le 
parole si segnavano senza spazio tra loro, còme è da vedere negli epi- 
grammi idei celebre nostro col(Hnbario,o sepoltura di Pomptilla volgar- 
mente chiamata sa grutta de sa pibera (2) , ed il senso era quello che 
determinava il valore della separazione; da questo talvolta nasceva la 
difficoltà di stabilire il senso che si presentava equivoco dal diverso, 
accozzamento delle sillabe. Quesf incomodo suggerì col tempo andando 
da eccesso in eccesso, i pianti che si metteano tra parola e parola, a 
pie della lettera o in mezzo, quaF operazione o arte chiamarono t'es- 
pungere ( trapuntare ). Questo si rileva da molte iscrizioni in cui in 
(^ni voce si vede scavato un punto ora in una forma ora nell' altra, e 



(1) Per periodo s' intende quel giro di parole ordinato in modo che 
il senliftiento non intendesi se non alla fine. Il sentimento si divide in 
membri , e tutte le altte parti si chiamano incisi. Per esempio^ comente 
s' homine minispretiende sas pagas rìcchesas de custu mundu, mazores 
Dde adquirit in ispirltn ; gasi renunciende a sas fallacias mundanas, 
conformendesi a s Evangelia, iiìazores benes obtenit in su Chelu. Da 
comente sinjo adquirit, sarà un membro, e da gasi sino a Chelu un" al" 
tro : gli altri sartmno incisi, 

(2) Cosi detta perchè nel frontone o nel architrave ha scolpiti due 
serpenti V, Della Marmerà atl. tav. XXXF, ed in fine del t?o^. 2 Voyage 
ecc. la spiegazione e restituzione delle iscrizioni che ne ^ta fatto M, le 
Bas. il quale per la purezza di lingua^, e per V esattezza della, prosodia 
gli assegna un' epoc^ non posteriore al Sec, IL della nostra Eva, 



486 ORTOGR. PARTE PRIMA 

chiaramente si osserva nelle lamine metalliche (1). Altre aveano divise 
le parole,. ma senza esser interpunte 3 come sono inostri antichi diplo- 
mi e Condaghi (2). Questo modo però di separar le voci se ottenne 
r effetto di non confonder né le parole, né il senso, non indicava quella 
pausa che in natura succede facendo un discorso, e qypiindi il bisogno 
insegnò un' altro mezzo che indicasse le pause o le fermate di quello, 
non solamente denotando quella naturai gradi\zione di posa massima , 
media, minore e minima, ma pure quella della diversità del sentimento 
ossia dell' affezione dell' animo. 

f . CLXXYII. Questi segni che inventarono con comune accordo gli 
appellarono virgola, o camma (,); punto e virgola, ossia «ew/coto» (;): 
due puliti colon (;): punto fermo, o finale (.)'• punto ammirativo (!) 
e piloto interrogativo (?). In nessuna Lingua è stata soggetta que- 
sta arte ai j[)iù esatti e severi precetti, variando più o meno m tutti eli 
Scrittori, e la Sarda soffri anche questo cambiamento sotto quelli eoe 
la trattarono. La ragióne per quanto sembra a me, si è che la punteg- 
giatura d'uno proviene dallo stile che tratta, e questo dalla diversa 
respirazione che gli è di guida per regolar i periodi e le frasi che 
adopera, quindi dalla diversa punteggiatura conoscerassi ht respira- 
zione di colui che scrive, ed il modo come emette i periodi dalla bocca. 
Ad ogni piodo però siccome la mòltiplice punteggiatura massime delle 
virgole inceppa la lettura di un fluido periodo , così la negligenza 
troppa avarizia fa arrestare sovente il lettore nel discorso , e fa che il 
^nso si renda oscuro. Senza però che a capriccio uno segni qualun- 
que scrittura, e peggio senza constante ed uniforme regola, 1'. analisi 
logica per ognuno sarà la miglior e più precisa guida, a mio credere, 
per punteggiare qualunque discorso. Niente di meno ecco quanto gene- 
rahnentc può stabilirsi dei predetti segni. 

VIRGOLA O COMMA 

§. CLXXVIII. La virgola esprime una minima p|ausa quanto è a con- 
iar uno, ed il suo uffìzio é principalmente a distinguer gì' incisi le 
parti minori del periodo. Si adopera questo segno nello scrivere innanzi 



(1) Questo si vede ne' due congedi militari Sardi nel R. Museo di 
CayUarij e più chiara^^ente V osservai nel R, Mttseo di Partila nd 
frammento di bronzo della legislazione Fekjate incisa un See* prima di 
Christo : e nelV altra rarissima Tavola alimentaria di bronzo ^ la pi» 
grande che si conosca ^ larga 3 metri e lunga 2 in circa , fatta sotto 
Trajano dal Popolo di Veleja^ città antica distrutta da una valanga 
degli A pennini dove trovassi la suddetta Tavola col nome delle famiglie 
che ipotecarono i predii per gli alimenti d' un certo numero di fan- 
ciulli e di spurii , dove le voci sono separale con un punto. 

(2) Il Condaghe di S. Gavino (F. Sec. XF) è notato con bellissima 
ortografia latina , se pur dessa non sia addizione dell', editore. 



<!àP. XI. BVtÈRPtmziOM 117 

a pronomi relativi, ed alla congiunzione e^ quando separa due incisi, o 
quando seguitano nomi sostantivi b aggettivi uno disgiunto datr altro. 
Eviterai niente di meno^quando cosi ti sembrerà bene, di non caricar 
le virgole nelF italiano dove lina voce da se tiri V altra naturaltoente 
colia detta congiunzione, v.gr. Padre e figlio j He marito né mogUeì 
cosi pure quando, il pìwiome relativo che sia caso dei verbo, v. gr^ H 
libro che leggo j salvo che questo iion venga a far diverso ufitoo , o 
che venga fra parentesi senza aver refezione col rimanente del peno>> 
do. — Anticamente era molto esteso V uso di punteggiare una scrittura 
con vii^ole , oggi è molto temperato anche nel latino al quale eonfor^ 
mar si deve la sarda scrittura pel* la troppa sua affinità , .e per esser 
la più conveniente alla sua costrtizìoòe €kI a' suoi.peifiedi : e quindi se 
Io vorrai vestire di questi segni come apparisce nelle antiche stampe 
dei Classici , non avrai paura d' incorrer la sorte di Stimatla (i). 

PUNTO E VmGOLA 

% CLXXIX. Questa sorta di punteggiamento si jsHlopera quando fassì 
una patisa minore relativamente alla virgola , quanto è contar due , e 
nella scrittura divide gì' incìsi del "periodo un poco lungo, separaiuio 
un membra di esso dall' altro, senza del quale il senthnento del pri«> 
mo resterebbe sospeso :' notando però che il soggetto del primo 
membro sia diversò dall' aliro , allrimenti si segnerà con uiìa virgola. 
Per esempio Ingratu est ^ qui negai su beneficiu recida j ingrata éìst , 
qui lu fingit j ingratu ^ qui non lu rendei : ma ingratu est pius de 
tatù qui V hàt olvidadu. 

DUE PUNTI 

$. CLXXX. I due punti si adoperano per indicare uM pausa media ed 
un poco maggiore, quanto è, come dice il Yanzon, conlare tre. Il suo 
uffizio è di dividere una parte dall' altra del periodo quando il senso 
è perfettamente compiuto, e sene voglia aggiunger un'altro che 
dbbia comiessione col primo ^ oppur dando le ragioni in conferma , e 
finalmente quando .si cita im periodo profferito t^on le parole-^i un 
altro. Ecco un' esempio estratto dalla Dottrina Cristiana del Cossu — O 
grande , eterna , et immensa Deus j ijtui àèais sempre ^ et in ogni logu > 
a mie presente : eo mi humilio ittnanfis de 8u Ttonu de sa Majestade 
bostra : bos adoro profuhdamente , et bos , reconnosco prò supremu 
Auctore, et Paéronu de ogni cosa ^ et^ prò verdaderu^ unicu^ et Princi- 
più de ogni bene, 

(1) Racconta Suida cmne un' antico OramaUco Greco nel dare un 
trattato di punteggiare il discorso, perchè fu molto ac&urato e severo in 
guest' arte, gli venne dato il soprannotne di t^uj^ftcìa^ che è fistesso che 
trapunto , o marchiato, col qual vocaboli 9i appellamfto i Malfattori 
marchiati in fronte per quakìie delitto. 

14 



188 ORTOGR. PARTE PRIMA 

PUNTO FERMO 

$.. CLXXXI. n punto fermo sì pone quando il senso è intieramente 
compito^ dimostrando abbastanza esser venuta la sentenza al suo ter- 
mine^ e corrispondendo la sua pausa quanto sarebbe contar quattro.— 
La scrittura si adorna anche di tre o quattro punti che i Gramatici 
chiamano pttnti sospensivi, ed è allorquando s' mterrompe il sentimen- 
to d'una proposiiSione che si tace per qualche cagione^ o per trovarsi 
l' animo, fortemente aitato. Talvolta servono quesU solamente ad in- 
dicare la mancanza di un periodo, o membro che non ha di mestieri 
riferirsi citando un passo a un Autore. 

PUNTO AMMIRATIVO 

§. CLXXXII. n punto ammirativo, patetico o passionato , come l'ap- 
pella il Salvini è una specie di punto che accenna o il dolore o Y am- 
mirazione qualunque interno affetto dell' animo.' La pausa sarà con- 
formerai membro corrispondente . all' emozione ed al subbietto, e si 
scrive immediatamente all'interposto^ o in fine del periodo. Nevi 
sarebbe male^ a mìo pensare, che sì scrivesse,, a guisa della scrittura 
spagnuola , coli' interposto , ed in fine del periodo , quando questo è 
lungo. Nella sarda lìngua io l' ho praticato in questo modo , perchè 
pare di darle maggior gravità ed emozione , e talvolta così si trova 
negli A. MSS. e Scrittori. 

Ahi 1 MUriDU transitoriu, cegu , et varo ! 

Araiol. 
£ Dante , Inf. 33. 

^hi Pisa vituperio delle genti 

Del bel paese là dove il si suona t 

PUNTO INTERROGATIVO 

Il punto interrogativo finalmente si adopera in fine della proposiàone 
che denota una dimanda^ ed è piena di polte varietà. 

i^ual' est custa Segnora 
Simile ad s' aurora , 

Qui alzat in Ghelu in carni triumi^ante ? 

Gubed.. Ass. di M. 

CAPO XII. 

ANALISI 

§. CLXXXIII. xx fine che il giovine esordieiite possa dar ragione delle 
parti del discorso analiticamente in ambi i dialetti, gioverà qui, per 
maggicHT vantaggio e comodità , di riportare un' esercizio sopra le 



GAP. XII. ANÀLISI 489 

schiarìfe Partì col citale i §§. dove ricorrere per cedere le regole e le 
deiitiizioni delle date voci , conforme i precetti della presente Grama- 
tlca , onde tener sempre in mente le cose che sinteticamente si sono 
esposte e spiegate nel corso deU' Ortografia. Questo esercìzio si chiaioa 
Analisi Gramaticale ^ la quale non' è altro che dar la ragione d'ogni 
pàrok di cui è formata una proposizione. Dessa è di due sorta^ una è 
mtetiale che consiste nel saper dire a qual parte del discorso appar- 
tiene ciascuna parola. ÌJ altra è formale j e sta nel saper dire le ra- 
gioni dei casi, della concordanza e del reggimento, nello sviluppare la 
natura, dei Verbi, delle preposizioni e degli altri incidenti del discorso. 
Sena adunque di esercizio il bellissimo apologo di Salomone Ci^mpreso 
nel verso 6. e seguenti del cap. VI. de' suoi Proverbii. 

LATINO DELLJ VOLGATA 

Vade ad formicam^ o piger, et considera vias ejus, et disce sapien- 
tiam: quae cum non habeat ducem, nec praeceptorem, nec principem, 
parat in aestate cibum sibi , et congregat in messe quod comedat. 
Usquequo^ pìg^r dormies? quando consurges e somno tuo? Pauhilum 
dorniies , paùlulum dormitabis, pauliilum conseres manus, ut dormias^ 
et veniet tibi quasi viator egestas , et pauperies quasi vir armatus. Si 
vero impiger fueris , veniet ut fons messis tua^ et egestas longe fugiet 
a te. 

LOGUDORESE 

Bae a sa formiga^ opreitiosu^ et considera sas viassuas^ et apprende 
sasapientia^ proìte qui non hapende ipsa ne Capitanu, ne Mastru, nen 
Prìncipe^ si prepara t su mandigu in sMstadiale^et r^oglit in sa mes- 
cerà su qui devet mandigare. Et tue/ et fin' a quando, o mandrone, has 
a dormire^ quando ti has a ischidare dai su somnu tou? Has a dormire 
nnu pa^u , ( naras inter te ) , t' has addonnentare , t' has a ponner sas 
manos m chintu prò; reposare /ma intantu t' hat a benner sa carestia 
coniente unii viaggiante, et i sa povertade coiitente un' homine armadu. 
Ma però , si tue nas a e^sser diligente , s' ìncunza tua ti hat a benner 
coment'' et una funtana , et i su bisonzu hat a fuire a lontanu dae te. 

ITALIANO DEL CAMIERES 

Va alla formica^ pigro che tu seij considera la s%ta condotta ed im- 
para (da essa) a divenir saggio : poicchè non avendo né capo (che la 
9^ìdi)^ né maestro (che 1' istruisca )3 ne principe (cke la governi)^ 
^Ua fa nondimeno la sua provvi^one naW estale , e mette insieme nel 
^po della messe dì che nutrirsi. (Tu dunque che vedi quest' esempio) 
fi fin' a quando dormirai? Pigro^ quando ti risvegUerai dal tuo sonno? 
Dormirai un poco C dici tu ^^ sonnecchierùi un poco; metterai un poco 
^ mani V una neW altra per riposarti ^ ("e fra questo mentre^ la |Mh 



490 ORTOGR. PARTE PRIMA 

verta ferri a wrprenderti come tm* uomo che cammina a gran passim 
e la miseria i* impossesserà di te^ come sarebbe v/n' ttom' armato ( a 
cut noR potrai resistere ). Ma se ( per lo contrario ) tu sei diligente^ la 
iua casa sarà eome^una so^^gente abbondante, e la miseria fuggirà lungi 
da te (pnrdiè però unirai la pietà alla letica ). 

ANALISI MATERIALE E FORMALE 

2 Ba^ , Verbo neutro , modo imperata 2. pers. num. sinff. In quest» 
sol tempo è verbo defett. % i3i. alores. ando-as-at ecc. v. Verb. anooL 
Sardi L i42. Bae è un residuo delT antico vadere % cit. , contratto H 
d , proprio della sarda lingua §. 17. N. 4. 

2 A SA ^ Artic. dì gen. fem. num. sing. caso dat. §. 65. La « si pro- 
nuncia con forza , f. oS. N. 3: . 

3 Formica , nome sost. gen. fem. 2 declin. num. sin^. <^so dat 
ma in virtù del verbo, caso accus. v. $. 440. In sardo il diminùt è 
formigula alla foggia latina §. 64. N. 4. Questo npme sarebbe il caso 
del moto , perchè n verbo neutro non riceve oggetto paziente dopo di 
sé. V. §. 123. Formiga è cosi detta dal lat. f^rens mieas, cioè pezzetto, 
granello, briciolo. 

4 Ò FREiTiosu i nome addiet. num. sing. caso vocat in virtù ddF o 
% 82. Il I si pronuncia naturale come in tiara % 32. D vocat. lo scrì- 
verai sempre tra virgole §. 178. perchè chiamasi vocat. |. 73. 

5 Et , congiunzione di unione o copulativa , % 156. Il t nel sardo 
si elìde appena nella pronuncia % 34. Dà forza alle consonanti delia 
voce seguente , e perchè , V. f. 12. N. 2. 

6 Consacra, Verbo att. 2. pers. del modo imperai 4. conju^. Que- 
sto verbo è transitivo perchè la sua azione passa al di fuori , cioè 
tue consideras sas yias e significa ad emulare questa provida e labo- 
riosa bestiola nel suo operare, cioè nelle sue operazioni, o nell'esempio 
come spiegano i LXX. Interpreti. Anche Orazio disse. 

Parvula nam esemplo est magni formica laboris , 
Ore trahit quodcumque poteste atque addit acervo. 
» Minore est sa formiga — exemplu ad su mandrcme, 
» In bacca su qui podet — trahet ad su muntone. 

Prov. Sardo 

7 Sas , artic. di gen. fem. plur. caso accus. in virtù del verbo. V.i 

8 ViAs , nome sost. gen. lem. %, 74. num. pi. |. 79. caso accus. in 
virtù del verbo considerare di cui il nome forma V oggetto. Yias qui 
è per operationes. V. 6. 

9 Si;as, Pron. addiet. possessivo, o derivat. §.88. gen. fem. caso aec. 
num. pL al sing. fa sou %. 88. N. 1. suo in Bit. §. cit. Ccmcorda col 
nome sost. Non dicesi ipsoro^ ma suas perchè $. 89. 

10 Et. V. 5, 

li Apprende , v. att. 2 pers. imperai, sing. 2 conjug. §. 109. 
12^ Sa, Artic. gen. fem. sing. caso accus. in virtù &1 verbo, v. 2. 
13 Sapieiutia , Some sost. gen. fem. num. sing. caso accus. I^oniiiiciasi 
con z per eccez. §. 33. Forma V oggetto del verbo ^ V. 8. 



CAP. Xn. ANALISI tìi 

H Proitb, Congiunz. causale, §. 157. 

Ì5 Qui , Prono, relat. §. 95. ma qui è awerb. che uniscesi alla con- 
giunz. $. citato. Quando è aw. di stato , §. 149. di ragione % 454. . 

46 Non, Awerb. negai, si elide appena Taitima n nella pronuncia 
% 34. ha forza di ra£iopp|are nella pronuncia la consonante della 
seguente voce, §. 447. 

47 Hapeude, Genmd. sempl. del verbo au^. avere, hibre f. 404. 

48 Ne C4P1TAIII;, ne pari, negat. §. 447. non mettesi racconto in sardo 
% cit. N. 2. Capitanu , nome sost. gen. masc. num. sing. caso accas. % 7& 

49 Ne Mastru, l'istesso come sopra: avvertendo solamente che nen 
si mette quando si ripete la partìc. negativa % 447* 

20 Neh Pringipe, nome, sost gen. mase. nome verbale astratto e prò» 
priamente verbale caratteristico §. 55. da verbo principiare. Le fcMmi* 
che sebbene vivano in greggia non hanno Re o Governatore come le 
Gm e le api : cosi osserva Arist. 1. 4 hist. animai. 

24 Si, pron. pers. dì 3. pers. gen. fem. num. sing. §. 85. non può 
esser partic. condiz. f. 74. N. 3. non fa diventare il verbo pass. §. 447. 
Quando regge V indie, o il congiunt. S- 407. 

22 Preparat , verbo att. smg. indie, della 4. conju^. composto dalla 
prep. lat prae e paro, as. Non sì scrive in sardo il dittongo, v. §. 40. 

23 Su , pron. masc, v. 42. È mia con*, di ipsum^ f. 53. N. 3. 
Mardkìi;', nome sost verb. ^en. masc. sing. Qualità dì n<Mne in sardo 

frequentemente formato dall' indie, del verlM % 75. N. 3, e sta'in vece 
cidi' Infin. V. §. 78. Neil' ebr. Salomone porta pane ( lechem ) , e tale è 
il sifliiificato di fnandigu in sardo , che comprende ogni sorta di cibo. 

24 In ^ prep. che riceve 1' artìc« §. 440. di ^tato % cit 

25 IsTADiALE , nouL sost gcu. masc num. sing. caso ablat m virtù 
dellWn. Questa desinenza in cUe,^ nota ln(%o, tempo^f.59.N. 4. Nell'e- 
state la formica racc(]^Ue la provvista, ed affinchè il grano non germogli 
nell' inverno , lo morde nella punta. Gli arabi da questo hanno un 
proverb. Sii formica neUa slcOe, cioè lavorare nella gioventù per godere 
nella vecchiaja. 

26Et,v. 5. 

27 Regoglit, verbo att mod. indie sing. 3. pers. 2. conjug. verbo 
tomposto da recoUigo , t*«. . 
28l!i,t. 24. 

29 Sa , V. 42. 

30 Messera, nome sost. gen. fem. sing. caso accus. per il verbo. Nota 
hogo, come i nomi in ónzu % 54. 

31 Su, V. 42. e 23. Ma qui è per pron. dimostrat. §. 66. caso del 
verbo regoglit 

32 Qui , v. 45. 

33 Devjkt , verbo ausil. in sardo ( f. 94. N. 4. e 444. N. 2. > 3. pers.. 
sinff. indie 

oi Mardigare , V. att. modo infin. devet mandigUre nota^ tempo fut 
Questo infin. fa vece deU' oggetto regoglit %. 78. 



I9S ORTOGR. PARTE PRIMA 

85 Et , V. 5. 
, 36 Tue , pron. pers. di S pers. caso genef. f. 74. quando si parla agli 
uguali cosa si ui^ in lUil f. 74. N: 4. quando per rispetto %, 94. 

37 FV V. 5. 

38 Fina , avverb. |. i43. usasi con la prep. ad e riceve il dat. §. cit 

39 A , prep. che nota accus. e tempo , §. 138. 

40 Quando , congìunz. condiz. % i59. qui partice. che indica tempo 
futuro, ta quale va unita al fìituro. Congiunge talvolta la proposizione 
seguente con la precedente, §. cit. 

4iO,v. 4. 

Mandrone, sost. masc. num. sìng. nome accresdt §. 6i. Il' suo posi- 
tivo non esiste, bensì il suo nome concreto feminin. u androni a, poltro- 
neria, preso dalle mandre delle bestie , le quali quelle sono pigre che 
rimangono nella màndria senza far nulla. 

42 Ras a dormire , ( nelF Ebr. riposare ) , verbo neut. 2. pers. sing. 
del modo indie. 3 conju. Cosa è verbo neutro §. 402. in sardo il fui è 
composto dairausìl. avere % 404. come direbbesi poeticamente e coinè 
fu usato da qualche scrittore f. 86. N. 4. 

43 Quando . v. 40. , 

44. Ti, prm. pers. primi t. sing. caso dat o accus. qui dat perii 
verbo % 410. 

45 Has a isGHiDARE , V. ucutr. 2. pers. fuf . v. 42. 

46 Dae so , segna caso che indica ablat. ^ 69. Può separarsi anche 
dalV artic. e dicesi anche de alia lati. ^ 70. 

47 SoHND, nome sost g^. masc. §. 75. num. sing. caso abl. in virtn 
del segnacaso, e per esser retto dal verbo % HO. La desinenza in u è 
antica usata nella prisca lingua S- ^* La m può cambiarsi in f», §. % 

48 Tpu, pron. addiet posses.sing. n^sc. §. 88. concorda con «omntf. 
Bit. e Distr. tuo % 88. N. 401. plur. fa tuos come nel lat $. cit II punto 
che sta (topo tou^ chiamasi punto d' interrogaz. .§. 182. 

. 49 Ras a dormire , fut v. 42. , 

50 Naras INTER TE, vcrbo n. 2. pers. sing. indie, verbo anomalo f.l47. 
Viene dal lat. narro ^ ra« , ed in sardo usasi da qualche Scrittore 
f. 147. N. 2. — Inter prep. §. 142. riceve V accus. te. 

51 Unu pagu ; questi due nomi pr^donsi come avverbio , espresso 
nel lat. patUulum : o sostantivalmente §. 54. Unu è^ nome numerale, % 
54. e f. 53. N. 1. quando è artic. §. 65. Pagd nome positivo f. 48. N. 4. 
che corrisponde a mintts % 59. Se è artic. indeterminato , v. $. 65. 
congiunto a pa>gu cotìsiderasi come sost f. 4. N. 3. 

52 Has addormentare , verbo frequent. §. 135. 2. pers. fiit. indie II 
verbo frequent. sardo sarebbe propriamente, dormi dormi, % 135. pleb. 
dormicciare. 

53 Ti , V. 44. 

54 Has A ponnere, verbo att anomalo $. 148. 2. p^rs. (ut indie, plur. 

55 Sas , artic. km. num. pi. v. 7. 

56 Manos , nome sost masc. pi. fa anche manus §. 79. Ha la desinen- 
za in tf ed è di gen. fem. % 7ò. 



CAP. XII. ANALISI 193 

67 h , prep. v. 24. 

58 Chintu, no. sost. sing. masc. % 75. ponner^ o istare cuin sas ma- 
nos in chintu, prov. esser ozioso :, perchè scFitto con eh e non q^ %. 27. 

59 Pro, prep. che riceve Y abl. % Hi, qui unito al verbo noia ge- 
nindio % 143. 

60 Dormire , v. 42. 

64 Ma, congiunz. avversali. §. 158. i^iiscesi con ptirti, pt/re e<?c. §. cit. 
That ▲ BEmiER, Ti V. 44. perchè apostrofo o quella virgoletta |. 41. 
Benner, verbo anom. §. 143. con V ausiliare ras, è ti^npo fufurJ sing. 
!2. pers. indie §. 104. 

o2 Intantu, congiunz. illativa §. 159. qui è avverb. %, 144. 

63 Sa, V. 12. 

64 Carestia, (scarsità) nom. sost. sing. fem. % 76 caso accus. e nomin. 
J. 82. U ^ suona naturale , perchè prejpede s, o perchè è acuta §. 32. 

65 CoMENTE, congiunz. illat §. 158. o partic. di similitudine §. cit. 

66 Unu, artic. indetermin. % 65. quando è nome addiet. numer. §. 54. 

67 Viaggiante , o Gabuhante , partic. di tempo pres. si sottointende 
ìwmine^ dal verbo camminare della 1 conjug. V. appresso 74. 

68 Et, V. 5. 

69 I SA 3 artic. di gen. fem. num. sing. caso nom. Queir i »ta per 
ipsa cioè per la prima lettera di questo pronome f. 53. A. 2, e si mette 
sempre dopo gli avverbii, comente^ P^ {% cit.), quando seguita T ar- 
tic. su , SA , ecc. . . 

70 PovERTjLDE, uomc sost. sing^ gen. fem. num. sing. caso nom. Tutti 
questi nomi che in itali, faiino m à nel sardo in ade dal lat. atis come 
da US uUs %, 76. nel dialet. galiur. in ai tanto in sing. che in plur. 
S.80.N. 1. 

74 Comerte , congiunz. o particella , v. 65. 

72 Unù , artic. indeterm. masc. e quando è numerale v. 51. 

73 Hobune , nome sost. sing. masc.> 

74 x4rbiado , nome addiét. %. 53. concorda con homine. L' Ebr. ha 
uonw di spada: e per camminante, viator, i LJlX. hanno predone ^ 
assassino , ed il senso è che Y indigenza cammina velocemente qouie; 
un ladro armato che assalisce improvvisamente , e senza dar tempo. 
Qui finisce la prima parte del periodo e principia F antitesi del pigro. 

75 Ma, V. 64. 

76 Però , partic. avversai. % 160. 

77 Si , V. 21. 

78 Tue , v. 36. 

79 Has a ESSERE , 2. pers. del fut. indie, del verbo ausil. essere f. 91. 
n futuro è composto dal verbo aus. avere ^ haeru §. 103. 

80 DiLiGERTE, partic. di tempo pres. usato solamente in questo nome 
col nome astratto diligenUa rimastoci dal lat. diligo , is j come pure è 
iu itali. 

81 Sa 3 artic. v. 23. 

82 IneuTizi, nome sost. sing. fem. Nome locale dalla desinonzo in 
onzu % 51. qui prendesi per ricchezza , abbondanza, ecc. perchè F ab- 



194 ORTOGR. PARTE PRIMA 

bondaAza del grano e delle biade è la fonte delle ricchezze. Delta de- 
rivazione di questa radice, V. §.95. N. 1. 

83Too, V. 48. ' 

84 Hat a benner , 3» per», sing. fi^L indie, d^l verbo bérrere , verbo 
anomalo, V. f. 143. 

85 CoMEWTE , V. 65. 

86 Et, v. 5. 

87 Un A , artic. indeter. fem, v. 72. . 

88 FcRTAivA, nome sost. sing. lat fom, nUs. in sardo ha cambiato 
r in t«, ed è un vezzo della antica lingua^ V. f. 6. N. L 

89 Et, V. 6. 

90 I su, V. 69. 

94 Risomn, nome liiase. sing. cas. nom. fa la trasposi^s. ed il candùa- 
mento della lettera ital. gf in j: |. 35. Questa voce è meglio adattata 
che carestia ( 64 ) , perchè questa in Sardo è un flagello che ferisce 
ahch^ ffl' inaustriosì. 

92 ILkT A FuiRE^ 3, pers. sing.fut. indie, sing. deUa 3 conjug. Y. 43. 

93 A LONTANu , avv. di moto, §. 449. 

94 Dae DAI , segna caso , v. 46. 

95 Te , pron. primit. caso abl. num. sing. §. 85. v. 36. e 44. 



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SCIHAIUMENTO 



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oggeilé che og m i po ipoioase oss^vape . L» f iavìacift dé^ Logitilórdi^ ed 
I limili ^'Dislnetlì dpvefHPeei^iiiiMll^i^igevecU quriiitiofve IrMMBtt 
ki vera liBjpm deUa Jlardii -I^fttÌQiie. Nel «cmw «kAmi. deli' Oi'lò^àfflt 
)BÌ ve4riiaii« ^titoli ÈÈokii ViHaggi fM^r quHlcbe «iagoiafe \tMHihoV0 , iéi^ 
ttMÌiaed tufiBii^^éDè^^ ^ìkmtàaiammi^f polerrieonetre «vedere U procise 
inmto tknre vìafte usata. 

•L« Carta fo traoéH>>u ia aie ^etméa il laeridiona . di- Parigi, mi» 
ftt»^vi{aell* àA 4]tfv. Atberla f>eito'*Maraimi. iwMa i»Par%i ^el tl^ 
rhe va unita a( grande JdlMie della ^rwà ; paste d&i sadt rém^i0 in 
a e p dfl fit^ eoe. par eaier ^«eéta )a più .4Mlta ^Im le-M^re che A|roR<^ 
eastriM» in 4#ver9Klenii|»i , ed ost^^a.^tcondoi le tera^ regale deil'ar* 
le éa^^nel dotìò ed Iwkibvè Uiiiii^vilDve de* Sardi Meauiaimli, e deiè 
nostre preziosissime pariti. Ila ekcoipie'ii mia principale e|a^eti# ara 
4Jtt far ritewire uaiKA' esleneioae' mikterìjiAe e p<MÌiKa deHe Proidaìsìe, 
kea^ 4erBì$ìeiU , peréiè àa giudicato a.pfaplmti) d'jngaandirla aito- 
«ante:^' un-^iiiaHa per ^pater «m maMico* feeflilà ^eefervare. i noaì 
de' Vlte^Mt, "ed esetgttire eoa iii^;gi<Mr ^c&ianeaua. il ti^ieeiaiiieala tapo^ 
grafioa de fìiakittì^ e de' epeeiatt «uddiltelti ehe mm^ sppf^i «ella su- 
peafi^ della teera ^ctol Logudara, €l«e perciò^ Carta ^iMBografim po4reì 
H2liialttave.qae8la mia Carta. . 

ì prifieipali Dialetti véngaM(epiHraài,# sepolti eoa KnaeltefeaNMMi- 
saìe »m fMtttll^; iauddialelti poi em 'soli puntii». R^porjo^ p^iàai 
pvineipaii^DialeHi ehe aonai.fire doiuì»aiili<(l;^e' cheocaupàna iulta la 



MrlvM» GmilwresB eèe «a.JMlto (iarta jf^mé» per la Unffna.4k^ SnUm- 
Mm^ inigtmemky ^aéàihmdmm perà nigii meiftpi § pirwpemék qumi' Or- 
Ésgr: aléi^ rnsaamem, nòtmnO» M' 9Qm$hm^ kkÉi^r^nzorikàT^mpiem 
meHe vad Pimcafehe^^,, rém^Wékmìi .<^ dam^ téli e^imo ^gèiier^ a-pnè 
diftmo fwlla IL P, iii que$f Oriogr. mentre vokr notare, con iscrup^ 
Ufi ni »#itnf*rA» yramattcale, bisognava fare una Gpainatica espresmmente, 
MÌà'cht $0 ftòt^'^m prtf\9si'^el praMHfile Ui^r^, V. Prefaz: f. Xlt. : 



im ORTOGR. PARTE PRIM \ 

saperfifie deirisoha (Y.'pcéfaif.^XliOr "^^^^b^O niateniaticamenlf 
allogati a qdèl preciso punto che fio iK)iato nella parte lueridÙMiale in 
cui ho iuciuso^ualcuno dei ViUaggl coitie appartenente al Logudoro, 
sebbene hi loiro pronunziasione ^pa iiàiMa, vale adire che tende al Lo- 
gitdoro ed al Campidano , V4)nie sarebbe da Jìillai procedendo verso ki 
regione Orieg^tale Desolar', Tòifiaara» Arizz«, 'è- ^te due Barbargìe 
Beivi e Seni, in cui dicono^ p. ese. fischi per FisipmE, p^cejrBìEwn per 
BiEHfej bsverej pafì^are per niandigaTe^ wéangiarej cohu ed immoi per 
conio, ora j gasi ed aici per gasi, coHij loge , i?(hoge per tughe, inho- 
ghe, luce^ quà^ eec. ecc. Cosi pure Lanusei, -llbonò, Arzanà, Villa 
Grande , Vitla Nova Strisatli con tutto ìi dipartimeìAto facendo gV in- 
finiti dft verbi , che è il priuclpalcf caratteristico,^ in art ed ar€, y. gn 
tUiafi ,*m , ^biepérare «. imtparej bogari )-«e ^ cavare , . giMere. j. ìkfSok 
per 'lingua (eone fiel Cag&HÒt.), I^wgwk^ ecc. ^a ìk Diatetto del Per^ 
fKank), ^ della CaAeohistiealu tulli* ftuesti è:H I^egodjoreM ooiìiune. 
fiatmei p(^ò Trièie l^alaua pro^endMo moìti» più :aifai viilgar lingua 
iriet iioguiraro, nelfisteMo niad0 egrudd <;hé gli ÀUk^r S{^iafaii0nle 
^tidli ehii occupuno la piaggia, a queHa del CaaipMauoi Pie in làr firi^ 
«odeu^t^, mme hi Um^, partecifNittdQ appena fj^mMc^tìo^fa sen* 
tire una particolar gorgia stretta e sibilante, oltre 41 fate guHoMe» 
«Mie quella di ]>0rgàfi; e del DiifHirti«a»lo 4i Nuoro Mua DorgaU fra 
4!faìm(\ merita ségttataoMnle esser osservato , «he eeoferisce all'« Sem* 
fUee e tloppia , ed ai noQutifirtvatli eh& Immuo «te v^oalo' dopo del I 
\ ^ 49. > coitte ffrudetUta y tfdmfmtlUme ^ tm, vaam certa btosìòiie iskt 
iwnr pud spkigaral a vooe; >fia pure il dìfettcì éett'^^iiMéùlio dtol r, a 
ed fleàngto'w questa comune a tutto il .ìfoi^g^iiie t G^smù, p..^ese. 
««rjm ^ tetHimk fere^jm^ i^ftiiMi^e'-vaffi aHH. . 
, Wir coastaiité oevCaiuenle ed «àaltu rffgua la pranancìa ^vceat la re^ 
p0me se^tewlriOiiiAe d«hLogi^ro iii'eui sel^beiie i viUaggi^ane posti 
IH vidni»i»a, pare non Iscorg^si- questo noliibHe mìscnglio colvrihir 
rese , rome «ai^de^ a qm^ situati verm él nwrì|p||io col GaBqpnuo-. 
^iélam^ila ò èk osservale alcttas telaggi d' «s^er bilingui, oome in Ber- 
Mi^JMm,.T$rr9nw>aj, ecc. in (;ui parlasi il GaBm'ese ed ii Lo|(iidartae 
insieme : le madri di famiglie però sono quelle ehe iissltoo.piii affeiio- 
•«ale alla Sarda lingua nasionafe (V. Pr«ibuL#. IX.N«. i.),^^*^*^^^^^ 
^«Mmte- i figli parlano il pretto Lbgudorese , apprendendo MA «el con- 
«hojfvio il ^nguagf^io della Galluni in si iitto modd, efae- non dift^-iseoiis 
pimto dagli stessi Galluresi - ' ^ 

Ne' suddlaletti parimenti sembrerà a qualcheduno, che io 'sia stato 
mm& indulgente, dovendo ^re nt\ Logudelro' pia dftiM<Mii> ^ «uddivi- 
mm. Anch' io mi avvidi di quoslA leggiN4»iinia imperfeaioBe, la^gheg- 

r' lido più presto sulle dlv1si«Nii, come suveliìw nel Dipartnaonla 
Angiomi ,. di cui non ho'fòrtnafo narto separate, seMmo la sua 
pfmttMìà {i) sia toslo conosciuta e diversa , parlando oor rigoFe da 



(1) It earuttere dUiUntitfO è i§i esprfimre la s , e supplirla eol^e doite 



SeaiAHIM. DELIA CARTA m 

4ii^kà dì Pio|if[fa0 , %Aieila da quella di IWi <!) , e di S«MQri(a) , e 
cosi va dicendo. Ma aver vjohito idtrini^iUi j^arre F aMesf ÌQii^ e lo. ala- 
dio a 4iUte ie ioip^feai^ e éaaabiaiwpiti astrios^oeU e oaUmUd'^ogni 
9uddìatei(« ; ossia d' ogni Uoguà si^ci^te di-quainttiue trnra^, satemia 
siato pr&t^eèe, oome dice r.AntoiiiH< Saggio: di ^Munatielo hgU foc;^ 
Italiane } raj^iprto 4ii Dialetti déU' itaU«» un" imjmaft imi wemM^tH^ 
vole al urlo 4iqueUa di vebtr .f¥»merAr0 k ^Ùlk iuUe eh» mdoénwné 
il I^tpntameHio^ pé igratUdi urtila eh» i'imm^mm jpéktgo mt^kné^. la 
perelò bo giudica tp soiaiiieofQ & iiataye i distretti in eiii la gor^ift e 
delicatezaa Daaùòoide viene seiisibilmfentfa aUerata, e quelM lutti che 
haano iia parilc^riai' dUUntive al nelle parti dèi diseoiwo :eoine neHa 
pronuìiziazioAe die hanno consj%¥Jite ed in cni eoòsìaift il pr«viiieial 
caraUtare. . > . : ^ '. 

Per evitare adiaMiue fuesle infinite «iiddivìsioni » mi eonteotai iof 
chider nel medesiiino aspetto quei villaggi die mi seinft>ràronb menò 
rimarcbevo»li> e che si aiscostano meno dal comune :' mentre , se mi 
avessi i>reàs8o.4i venir all' analiiléelpartieolM* veisodi ogni virag- 
gio, pisfl^nava fiire ianle, suddivisioni quanti sono i m^Etositni,^ 
e questo -anaiie Maognavà eaegiuie dentro gli stessi popotetiasimi Vit 
l^gi^ Terre, nelle quali accade qiietioi ch# fu notato da tuMjseHo 
^audi ed ainpie Citta, vale a dire seoando le» regioni e oantiado in 
cui sono divise i oyssorvaisi unaaiutaMno appena seaaihite dipaftrio 
dialetto^ Questo io osservai.in Fireoaer e. ne' suoi contorni , eome ipsiM 
a BLQa9^l ed a. INapoli, ed osservasi aneho in; Cagliari dal quartiere del 
Casello a quello di Yiìlànova y io &»8ari dal qaartiafe di Ssttta Cala» 
rina a quello delK ApipiolliRare, e oosi v» discorrendo» fiè eia $olam6i^to 
ai nostri.tftoipl, ma aeCadeva, pure ne' secoli disila puroam di Uo|^ftia 
dei Greci e de' BLomani. QuintiliattQ^pwrlando del dialetto di Faleotuis^ 
che. da Roma dista, sq^qiena 10 mtf^ > li>0tM» |w*òai|aaA*ia« la ooraUo; 
rizzava. per la^- diversità cbo passava da qudlà di Roma: e Livio i|Uur 
dendo a questo proposito uiee che netèa Magna Grecia (Calabriar) 
.taoti erano gli spoetali sujddialetti^ die se Pitagora U^sm p«»l^ da 
.Cratqne , sarebbe passalo fMr ioi §€fUesi dissonai sermone. 

la generale ^adtiaqne ecco il quadro dei syddial«tti>.co(iie si vedran- 
no tracciati Jiella Carta. Quella larga Isseia nei oontro. della Loputor 



. \ 



nelle voci archibi^u , pre^oiie, traskiadu , efi/% /iroiitMisidJido archibi^ 
pri^jone , ecc. sebbene questo nùn sia genera m Mie le -(^eL 

(i) In questa, ricca e pQ)M>lo<o. Terra non senl^^ V aspirazione del- 
l' Anglena e di Pl»aghe^:ùxàeH» ecc. una pelemlosi uniformare alV ar- 



Mci^a^itìs» de' MemìmenPs€€in0aroni»la^'iu s,o InldissiM^a poscu per 
. porou^ coleate jKr Gareare,L scc. per cui M rende ^cUl' areechio^iptà n^yra^n 
, dell' aspiralo mtddialeUa. ^ 

(2) In fu^^ yìHagfiia -a pia delU aspirazigm comuni vi re§na quel- 
la anomaka^d^' §s»eri (% 77.> e quella ca$U»lena dett' aeeenlo grme ck^e 
Piotammo o^ g. 44.. v > 



ìm 4)inx)Gft. fAsavE prima 

vese n^gkiMf; A» tompteààé tal «àteiMi dei MéiHm&i^t(i),yiig9Tttt6iità 
Jiow^rM» ^^|r«M!Ìi)tamJb 4«ir«iigole di tkàe-^ B^nètuttl, Procèdendo 
ifei«odl «t^lmmle, i^ eMoqmnde il^4iparli»6iit<> oositftettoG<>cea- 
iio> Man^gldne^ €otllci«, B^om , Pàdria>^ee;4éin) jdla CìmS tfit JBkràa 
{KMfilìeàe Mi pirwiuQiiòia féà rer^ « Inlti i viÀi^ isdinpresivi possiedi^ 
Ilo nrila M^jiglor Mrftta il naatfottll ttttlello. sk^Mm raéa' mn; ddla 
Vmgm MrdflL <»6 «• dt«evti 1* Afif;liierì hM volgala KMcò, ^$er qud- 
^ €ke éippmre ^ ^M9eim«'0rM ét'fMià , -^ in fKiivià riposa,, ma 
rteetto al lu«|o> ataya ^ in ToMana, che «^ altfe Pròiilyeie. Gd91 
la lingua aan£ sta a prefeumca. in <fis»tb dìpaHiiiiente; Qaisto io 
cblaiiiio semfM^ il'dlale&o eemuiie , e tutta quesla r^ione può appel- 
hrà eau ragìatié V Attiea del Log«idon> , o là' «S^aftf a Toèeana j insi fn 
tutte le terre compresevi, Bonorva^ segnatamente « sé ini fosse lecito il 
|«iragme, potiìri ci^aonre cai su» drcuito' la Stméhi Sknm (2)^ 



<4) iW Monomanl nan a* fiiaeiifle te fnanlagrAo di lAmbéra , ma fe 
miNifiiiriie dd Gaetano, daftoCoilfei^^ilfàéd^Mler, «ce. Slifomeo segna i 
menameni rat fui$/yiptr»pt ^^in mHia 9t$a Cmrfa eeptti Maceomer , V. ti i 
^al. jti^ dd Cm, Detta HUrmera^ed U Tem fUtc, ÌOì. Si erecfeiHi tht 
fèee&m. eoei ikt$$ éa /Mvojkftt inaanfo , furo , ed ineaìubfi , insali H thim- 
«MTOHa^i iéàUfa erede»do<ke4kminwnHyim(éfo ia ett^Mne éM ineth 
htbntàéèH' ària édktpin'tefneriàlonxAe^d^lV^ l99lu\, menare e^traver- 
emnMainimzgé da Lévantea ponente ^mpedU^stro ivenU di tramontane 
m pkrff^ne i' aHa. Questa ragione^ che i^kmdìano , ée bello GM. 
riporta diffftsamenH ^ in par$$ ammetie^m anche jit^ Gemdli ^ OHtz. in 
Ma di S, Gavino j tee: fttc. 9^ N. h. Erroiieo lutto ^ dfce H P. Napoli 
^note iUustlraite^ aec.)^ ed ifimnagteato dal ia^olM Gìred ^ ma cht 
fe ee tm cosi tkiBmaH in eensod^ iiitrafficabfli, as|yri e burrascosi^ eofine 
Otaxio iuMOiieBa chiamò il Jh^ra. — IlNmra néiki Dissert tinctura 
aardinlacR f. ^. crede, che siano deWinsanos t'tr vee^dV nfkaguos^ comt 
>P^rgièio^ 4iisse 'ìoasmi lluetus^ efo^ magni. Ma siccome non pnHecam 
werilare queiSle nome di grandi se^non se rékahcnmnfe'iioevwUsrei esstiir 
etaU cosi iMemaH da fi^ivm indieo» liuntìoypercàé da -que^ prende^m 
i segifé i prognosiloi delle tempesie e dille bufere di cui ìuilora è rimasSn 
idea presso i Pastori , i qfàoìi, quando vedono la vetta di questa monta- 
gna attorniata di nebbia ^ hanno per certq che imperversi U tempo, ed 
iiscrudettsea la stagioi/ie ionio fatate él§e gregge loro errantf^ in citando 
un prognot^eo proverbiale- in boeea di luMi. . ' ^ 

Monte Masu est euguddadnf 
Temporada manna estcusta. 

(2) Colà non sentesij dome a Bono, ha èlesa pronuncia i^ltgrecbàhe 
per molo di posizione , non meno^ che per ragwnè <§( ftttaofiìDi di Sn- 
gua e dolcezza deve apeUarsi il eentro e la Capit^e àeùa Unguà Logh- 
émese. Boneeva solaniente- adopera unaptcóola'coktitenache )fiOn hanno 
gU altri; eon-la qtMile accompagnano MtcunevàcaU emesse dtMa tariate 
sebbene questo sentasi solo dal volgo, Sei*ba anche quel vezzo comune ed 



SCHIARIM. DELLA CARTA tó* 

La diTÌsioTie che ablnraccia V Anglona , il Meilogu , Ploaghe, Ozieri, 
ecc. ha sofferto quell' abbassamento che tòglie la maestà non poco aHai 
lingua, facendo sentire quello scilinguamento aspirato nelle sillabe sc^, 
sehe^ ecc. Ita^ rto, ecc. (v. §. 37), sebbene le colte persone non adoperino 
questa pronunziazione se non che parlando col volgo (i), serbando mwhQ 
negli scritti la giusta prelazione articolata col suono delle ri$pettive> 
lettere cui corrisponde. — Il dipartimento di Bltti è il più che con 
iscrupoiosa venerazione sia stato attaccato .alla giusta prelazione della 
lingua di Tullio, e séntesi cosi vìva e gagliarda cl^non differisce pun- 
to dal latino , vìvo rimasto specialmente ne' particlpii passivi , e dove 
vi si trovi iW> come amatu^ frateypeira^ peto (chiedo) , ecc. ecc. che 
nel diai. comune è convertito in d : anche ne' principii di voce non fa 
quella metamorfosi intomo al b^ e^ r, ecc. (^12). Neppure in mezzo 
di voce, come apes, opera, dial. com. abes, obera, ecc. — La piccola 
Sceìone di Os(;hiri seguita una via di mezzo tra l'aspirazione d Ozierl 
e la veemenza o gaglìardia di Bitfi: ma nello scangiamento dell' r in l 
seguita Osilo , al contrario del Marghine , dicendo v. gr. colzu, maitu 
ecc. per corzu , martu (.§. 86 ). 

£ sorprendente come in quella tenia di Posada e Torpè domini la 
vera pronuncia del comun dialetto simile a quella d' Osilo , e del Mar- 
ghine, alquanto solamente alterato in alcune voci alla meridionale pel 
commercio marittimo , come miu per tneu , ecc. — ^Nella città di Nuora 
e nel suo vasto Distretto sentesi alquanto temperata T energica Laziare 
pronuncia Bittese, ma odesi alquanto Taspirazicme orientale dell' Aatn^ 
regnando però il gutturale suono più sensibile nelle sue vicinanze ( ^ 
40 ). Dove poi r orientai gorgia spicca più ad evidenza è in Orgosolo, 



Marghine ed €U Goceano di scangiare l" l radicale di moltissimi nomi in 
r ^ come artu , urtimu , carchimt , ecc. per altu , ultimu , calchina ^ ecc. 
to che puramente e schiett» sentasi in Osilo, Oscherì^ ecc. Cosi pure 
prenii, prus, pranta, ecc. per plenu, plus, pianta, ecc. O nel congiungere 
una voce che termini in s ehe scangiano in r. Ciò però poco e nulla 
influisce nel generale delkt lingua, dovendosi attribuire alla volgar cor- 
ruzione, succedendo questo seangio della canina lettera in altre Terre 
d* Italia, ed io sentiva in Koma dal volgo cortello , cortivare , ecf t'n 
Firenze raccòf'ta , ecc. per coltello , coltivare, racolta , ecc. Che nel Go- 
ceano questo sia introdotto dal volgo, è chiaro, che nel Sinodo celebrato 
in Ottana non vi si legge questa corruzione, dove vedremo sempre bolta, 
plus , plenu , ecc. f^. Crisi ecc- Sec. Xfl. 

(4) Osilo è l'unico che in vicinanza alla Capitale delLogudoro abbia 
serbata la dolce prelazione (K % SS. N. l.Jìv Questa con altre vicine 
Terre, come Ossi, Tissi, Usini , ecc. hanno preso cui imprestito da 
quella qualche voce, specialmente d' arte , officina, attrezzi di molino, 
vendemmia , ecc. In Osilo anche qualche pronuncia' di sillaba , còme 
cazzigare da cazngà Sassar. mentre il com. è cattigare , calpestare , 
pigiare le uve j e cosi di akune atlre , come vedrai nel Focab. 



200 ORTOGR. PARTE PRIMA 

Mamujada, Dorgali ed Urzuleì, combinando comunemente nelle voci 
che principiano in Z*^ come hachtt per fughete h,ecG, — La sezione che 
ho fatto di Siniscola prende una via di mezzo tra Posada ed il Dipar- 
timento di Nuoro, ma propende più a questo che a quello.-rln Fonni 
e nella sua vasta divisione a più di sentirsi quelle aspirazioni e gorgia 
gutturali comuni jà Nuoro , Oliana , ecc. ha un patrimonio di molte 
voci inflesse alla foggia del Campidano , e questo specialmente regna 
nella plehe, e negh uomini, perchè i Pastori scendendo ofl;n' anno per 
isvernare con le loro mandre nelle pianure del Campiiiano, hanno 
avuto continuamente occasione di trasformare alquanto la loro lingua 
materna, sapendo ognuno quanta forza abbiano i finitimi nell' alterare 
i vocaboli. 

Ghilarza poi Sedilo e tutto il distretto loro hanno acquistato ima 
certa dolcezza , e grato suono appena diverso dal Marghine e dal co- 
mun dialetto , specialmente nella soluzione di molte sillabe dove ha 
parte la z semplice: ma negli accenti e mutazioni di lettere, non che in 
alcune inflessioni di tempi e nomi propendono più al basso Campidano 
che a'Menomeni, dicendo v. gr. cazzeddu per catteddu^ (lat. catulus), 
ccignolinoj puzzu per putu^ pozzoj moizzeddu per moitteddu, piccol vaso 
di sovero j ddu naras , ddi factesit per lu, narctSj lu factesitj (lo dite, il 
fece)^ ecc. Finalmente in Sorgono, Tonnara, (iadoni, e nelle Barbar- 
gie Seùlo e Bervi osservasi una via di mezzo tra quest'ultimo e Fonni, 
ma vi ha preso in tutta la sua estensione più notabile mistura la lin- 
gua meridionale fin dal tempo in cui la Diocesi d' Ogliastra era unita 
a quella di Cagliari (4) ; e quanto più t' inoltri al meriggio osserverai 
questo tramestio , come al contrario quanto più salisci verso il Nord 
sentirai la sua purezza si nelle voci radicali che nelle inflessioni dei 
verbi e nella pronuncia , come ho notato , ed in quest' ultima Sezione 
siamo totalmente all' occaso della Lingua Nazionale della Sardegna. 

Questo è quanto ho creduto in proposito di notare rapporto ai dia- 
letti principali , e suddialetti particolari che sono sparsi nel Sardo 
suolo per 1 intelligenza e ragione delle divisioni che ho fatto m'Ua 
Carta. Non mi biasimerai se nella medesima abbia segnato i nomi d^^lle 
Città , e dei Villaggi, non che dei Dipartimenti in lingua vernacola 
co* rispettivi accenti , ossia nel modo preciso come appellansi in ogni 
rispettivo dialetto , e più comunemente nel Logudpro , al quale stiel- 
tamente parlando si limita questo nostro qualunque lavoro. A questo 
mi determinò il riflesso , perchè molti nomi sono travisati dalla loro 
antica nomenclatura nella lingua italiana introdotta, ed essendomi de- 
terminato al presente )avoro in grazia e per ischiarimento della Sarda 
Lingua , anche i nomi delle Città e dei Villaggi convenivano d' esser 
scritti nel dialetto in cui furono nati e conservati. Indi cosi giudicai 



(i) Non dovrà perciò servire di regola V Orazione Dominicale, ome 
vedremo mila IL parle^ perchè i Parrochi adottavano la Dottrina Criè- 
Uana , quella stessa che fterviva per la Diocesi di Cagliari 



SCHIARII». DELLA CARTA 20< 

opportuno perchì^ nei nomi vernacoli a preferenza si è conservata ia 
più chiara notizia della pronuncia antica , che nella sua origine o net 
suo primordio avrà certamente avuto una ragione sufficiente o casuale 
nel cosi appellarli. Questi sono più permanenti cl^e i vocaboli usuali di 
arte e di commercio , perchè meno esposti alla corruzione e depe- 
rimento in cui i posteri serbarono le tracce almeno dell' antico nome 
cól quale li avranno appellati i loro Padri antichi. Molti nomi di fatti 
conservando in sé qualche antica rimembranza, sono argomento e ma- 
teria dì pregievoli osservazioni per gli Eruditi spiegando punti i più 
interessanti per V origine di Storia patria , o di monumenti , come al- 
cuni ne notò l' Ab. Arri per farsi guida alla spie^zipne dei Nuraghes, 
quali sono NuraminU ^ JVurallao ecc. ( v. Lapid. Fenic. illustrata ecc. 
p. 82. Tori. 4834 ). Io poi mi riservo a far conoscere il pregio singola- 
re di questi nomi antichi in altro mio lavoro riportandoli singolar- 
mente nella loro primitiva purezza fenicia o latina in quanto potrà 
comportare ne' lavori filologici V analisi e V etimologia di vocal>oli 
dell' età più rimota. 

FINE DELLA I. PARTE. 



INDICE GENERALE C) 



DELLA 



PRIMA PARTE 



P 



refazione . . * . . fac. IX. 

AU)revìature XJX. 

Prenozione i 

CAPO I. 

Delle Lettere ...... 2 

Lettere \ocali ...... 4 

Dittonghi IO 

Trittonghi ........ il 

Lettela consonanti . . . . id. 

Lettere esotiche . . . , . 28 

Apostrofo 34 

Accenti 33 

CAPO IL 

Del nome .35 

Astratto e Concreto .... 36 

Addiettivo 39 

Nomi Cardinali 44 

Nomi Ordinali 42 

Nomi Distributivi 48 

Positivo . . , 44 

Comparativo 45 

Superlativo 46 

Anomali 47 

Accrescitivi r 48 

Peggiorativi . i .... 50 

Diminutivi 50 

Articolo 52 

Segnacaso 55 

Caso 56 

Genere . 58 

Numero 66 



Declinazione .70 

CAPO UL 
Del Pronome . . . . . .72 

Primitivo 73 

Addiettivo 76 

Possessivo id. 

Indicativo , o Dimostratiyo . 77 
Relativo ........ 84 

CAPO IV. 
Dei Verbi ....... 84 

Numeri e persone .... 85 

Tempi id. 

Modi . 87 

Conjugazìoni ...... 88 

PROSPETTO L 
Verbo ausiliare essere ... 89 

PROSP. IL 
Verbo ausiliare avere ... 95 

PROSP. IIL 
Prima Conjug. Attiva . . . 404 

PROSP. IV. 
Conjugaz. Passiva .... 440 

PROSP. V. 
Seconda Coniugazione . . .446 

PROSP. VL 
Terza Conjugazione. . . . 422 
PROSP. VIL 

Verbo Neutro 427 

Verbo Neutro Passivo . . . 432 

Verbo Reciproco 437 

Verbo Impersonale .... 438 



(*) In fine della IL Parte di guest* Ortografica si darà V Indice JU 
fabetico e ragionato di tutte le vod e le cose più essenziali contenute in 
ambe le Parti. 



Verbo Difettiva . . 
Verbi Anomali Sardi 
Verbi Anomali Italiani 
Verbi Frequentativi 
CAPO V 
Della Preposizione 
A, dai, da, ecc. . 
Coni , in , peri. . 
Senza , inter , tra. 
Altre diverse Preposiz 



CAPO VI. 

Deir Avverbio .... 

Airerjiiati>o 

Negativo 

Dubbio 

Di Stato 6 Moto . . . 
Di Tempo e Luogo . . 
Di Quantità e Qualità . 
Di tempo indeterminato 
Di ragione ..... 



fae. 139 
. 442 
. 450 
. 161 



463 

id. 

463 

465 

id. 



466 
467 
468 
469 

id. 
470 
472 

id. 
474 



CAPO vn. 

Della Congiunzione .... 175 
Copulative e Causali . . . id. 
Dichiarative ed Illative. . . 476 
Avversative, Eccettuative . . id. 

CAPO VIIL 

Deir Interposto 177 

Di allegrezza o di gioja . . 178 
Di dolore e di disprezzo . . id. 
Di risveglio e di sdegno . . 179 

CAPO IX. 
Della Sintassi ...... 480 

CAPO X. 
Delle Figure Gramaticali . . 483 

CAPO XL 
Interpunzione 485 

CAPO XII. 
Analisi materiale e formale . 488 

SCHIARIMENTO 
Della Carta Corografica . . 495 





ERRORI 


linea 


ce 

22 


»RREZIONI 


trafico , 


fac. XII 


traffico 


cicinior ^ 


» XIII. 


M 


7 


vicinior 


diferenza ^ 


» ìd. 


39 


33 


differenza 


Dolbi , 


7 


»9 


28 


Dolmi 


na. 


» 26 


» 


antipen. 


tna 


dolu^ 


« 74 


M 


7 


dolce 


abàriami. 


« 99 


M 


4 


abarlami 


mngnarà^ 


>> 447 


» 


ult 


mugnarà 


Hat, 


» 423 


»f 


7 


Ha 


Istracchesìmi 


» 433 


39 


4 


Istracchèsi 


pre. 


» 438 


» 


2 


per 


rìggetlerai 
diffetto 


y> 460 


» 


29 


r^etterai' 


» 462 


» 


48 


duetto 


scritnru ^ 


» 468 


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scriOura 



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ORTOGRAFIA SARDA 



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ORTOGRAPHIA 

SARDA NATIONALE 

O SIAT 
DE SA 

LIMBA LOGUDOBESA GUMP ARABA CUM S^ ITALIAJNA 

D A I S 10 

SACERD. PROFESSORE 

JOHANNE ISPANU 

BlBUOfEGà&ie in SA B. U1I1¥ERSIDADE DE &AI«AA1$ 

. • • • ■ 

PARTE SEGUNDA 



Sa Patria sua 
Ad og^mn* est cara, 
Prov. Sardo. 




KALARIS MDCCCXL* 

UT SA IMPRESTA REGIA 

Gum permissione 



ORTOGRAFIA 

SARDA NAZIONALE 

OSSIA 
DELLA 

LINGUA LOGUDORESE PARAGONATA ALl' ITALIANA 

DAL 

SACERD. PROFESSORE 

GIOVANNI SPANO 

BIBLIOTECARIO IVELLA R, UNIVERSITÀ* DI CAGLIARI 

PARTE SECONDA 



Sua cuique cara Patria 
Eurip. 




CAGLIARI 1840* 

NELLA REALE STA'MFERIA 

Con permissione 



AL GIOVINETTO ALUNNO 



Tout Ècrit anahjtiqke eMt un Ouprage 
de- réflexiony et il serait ridicul de lui 
donner le ton d' une farce. 
Tratt. delle cause, fls. e mor. del ridere, f. 7. 



I 



1 favorevole gradimento che ha incontrato presso di te (a 
Prima Parte di quest' Ortografia , mi fa premaroso dì dare 
alla luce la Seconda Parte che contiene^ come ti prometteva 
(f. X.),, la Prosodia Sarda. Dessa non è una parte del nostra, 
patrimonio linguistico da disprezzarsì nella nostra Terra , e 
gli stessi sacri vìncoli ci stringono a dolcemente venerar qu^ 
sta non meno che la prima. Chi vi è che non sentesi' tras^ 
portato e commosso al leggere un componimento poetico ^ 
air udire le vive rime d' un' Improvvisatore ? Siano gli uomini 
più indifferenti ed insensibili , vediamo coir esperienza , che 
tutti accorrono ad ascoltarli, e far onorata corona a questi 
Vati , dirò così , che sembrano inspirati in mezzo ad un tor^ 
rente di versi. Ogni terra vanta il suo , ogni famiglia si pre^ 
già di aver posseduto qualcuno di questi. Dai Poeti altronde 
si è tramandata la Religione, la Storia ed i costumi, non 
meno che la scienza e la lingua insieme ai proverbii dei quali 
spesso ingemmarono i loro concetti , e tali poscia risuonarono 
in bocca di tutti i loro nepoti< 

Ma quello che più deve aver importanza in rapporto a 
queste mìe tenui osservazioni sulla Sarda Poesia si è quello 
di far rilevare le bellezze de' pensieri che adoperarono i Poeti 
con quelle vaghe immagini, colorite dalla fantasia e scaldate 
dalla passione per arricchire la patria favella , non meno che 
quello di spiegare i moltiplìci e variati metri cui si adatta lai 
Lingua Nazionale y ed in cui li usarono i nostri maggiori: 
mostrare la deformità e gli errori, esporre i precetti del can- 
to e di misurare i versi , affinchè non più guidati dalla sola 



natura che non è bella senza T ajuto dell'arte, ma avvisali 
da questa quelli che nascono senza quest' arte , non più ca- 
dano in quelle imperfezioni ed abusi di rime e di figure, 
come fecero molti dei nostri trapassati. Questo almeno cono- 
sceranno da queste mie osservazioni , come meco si esprimea 
un dotto Poeta Ecclesiastico, cui comunicai prima di essere 
stato stampato . questo n^iò lavora. Li mot lumi apposti neUa 
Fonia Sarda mi hamno fatto^ amoseere più a fondo ed apprez' 
zare una sdenìsa cfte io non conosceva che per natura. 

Gradisci adunque, mio caro Alunno , anche quest' altra mia 
tenue fatica cui in mezzo alle mie occupazioni che d'uffizio 
m' incombono ho potuto dar mano. II giovin poeta vi trove- 
rà il sìùo pascolo ; Y intelligente ^mebo loderà quelle menti 
tanto felici ( specialmente di queir antico Maestro <li cui f ìih 
iiero Poema abbiam messo come in a{»pendìee ) di cui abbondò 
questa fertile Terra. Ed io vorrei tenere V inspirata lingua 
di questi per celebrare laudevolmente il loro nome eoo en- 
comiaste canzoni , e cosi kifianmiare il cuore de' nostri Nipoti 
per ritrarre maggior frutto dalle opere di quelli, che tutto 
influisce al miglioramento politico e morale di cui tanto sen- 
sibile progresso sta facendo questa nostra Terra Natale, dac- 
ché entrò sotto la Sabauda Dinastia, e mercè le paterne cure 
del Nostro Augusto Signore Carlo Alberto I. per cui faccia- 
mo seippre voti al Cielo di una hniga carriera per il bene 
della S. Religione, e per il vantaggio di noi tutti. 

La materia adunque che. imprendiamo a trattare appartiene 
aoche alla lingua. Prego perciò per V interesse di tutti di 
parlarne con critica libertà, e di emendare quei difetti ed 
errori in cui sarò caduto. Si apre a questi un campo da no- 
bilmente esercitarsi per comun vantaggio della Patria. Ma a 
Voi più di tutti è diretta, questa parte orlografica, o Poeti 
Nazionali , cui sacra fiamma ferve in seno per un dono di na- 
tura di cui r Autore Supremo vi arricchì : a Voi professo un 
gran rispetto , leggetela perciò e meditatela , e cosi avrò luo- 
go a sperare di aver ottenuto il nobile intento presso di Voi: 
questo sarà tutto il un'o premio., perchè ho giovato , o almeno 
risvegliato il vostro estro divino onde abbiate un vasto campo 
a sviluppare la ricchezza e le bellezze delia nostra favella di 
Logudoro. Vivete felici. 



ORTOORAFIA. 

SARDA H AZIONA LE 



OSSIA '' ' 



'•..,• -i. 



Cl9t£k9iAllltA Q^ljltl^ 



PARTE SECONDA 



' • I 



"% • . 



CAPO I. 



Versi e Poesie 

J. I. iion sarà certamente fuor dì pr(9)osito , dopo aver esposte le 
partì gramaticali e gli accidenti della sarda favella di trattenermi a 
porger una qualche idea del sardo Parnasso. Ogni Gramatìco prestò in 
fine quest' uffizio , e se io non sono nel numero de' Poèti, p^chè que- 
sti nascono , almeno come attento osservatore della lingua « de' metri 
de' quali si servirono i nazionali antichi e moderni verseggiatori > 
adempirò a que^ parte: e sareU)e stata in me una mancanza di aver 
lasciato neir oscuro o nel desiderio quelli che se non avessero H Arar 
sporto per coltivare questa nobile e divina arte ; volessero almeno co- 
noscerne r uso , i metri e le rime cui tanto si presta il logudorese 
dialetto sonoro in alto grado , poetico e musicale di sua natura ^ da 
potersene formare, attese le uniformità delle sue voci, un voluminoso 
rimario. Servirà anche pe' dotti forestieri die pascolo e vaghezza trove- 
ranno nel confrontare il canto dei Sardi tanto vivi e pronti neir improv- 
visare (i)^ coir antico e moderno canto ddle altre ItazionL Finalmente 



(i) La facilité poéUque des Sardes parati antique , et pourrait fden 
remonter à ce TigeUius bizzarre^ interminable improviaateur de Césur^ 
et d' AìiguHte, chanteur a la mode^ favori de Cleopatre ^ detesté ^ et 
recherché de Ciceran , et peint si admirabtement par Borace, Valéry 
Voi. 2. f. 41. 



2 ORTOGR. PARTE SECONDI 

pregio avrà questa Parie, che la p<»<^^i^ presso tutine le nazioni serìrò ì 
costumi più antichi ed i tratti più vivi della tradizione dei venerandi 
Padri dai quali con quest* organo attinsero le sentenze di morale , le 
leggi ^ e gì' ìn^tituti della vita. I Poeti perciò fprono certamente quei 
maestri die porgevano con diletto alle genti Lpre(!etti dell' ottimo vi- 
vere in tutti i rapporti ne' quali V uomo è constituito. 

% IL La poesìa in fatti è tanto antica nel mondo quanto è 
r uomo (i). Appena che questo avrà aperto gli occhi e dato uno 
sguardo allo svariato spettacolo dell' Universo, .saran state si piacevo^ 
le sue impressioni , cagionandogli maraviglia e contentezza , che non 
avrà esitato ad inalzar la voce di .giubilo in tributo e lode del suo 
Creatore. Il Salmo XCII. che ha principio Bonum est confituri Domino 
e dal titolo Canticum in diem Sabbati, credono i Rabbini d' esser stato 
cfMuposto da Adamo. Presso le vetuste nazioni i Poeti furono i Teolc^ 
ed i Legislatori, e Poeta era l'i^tèsso che Profeta, Filosofo e Dottore: 
suppliche religiose , espiazioni , storie , patti , voti , allocuzioni non 
iscriveansi presso loro che in versi. Nella Oenesi abitarne un celebre 
frammento m quella laconica parlata dj Lamec alle sue spose Ada 
ed Sella , Gen. lY . 23. Presso gli Egizii i Cantici e gì' Inni nacquero 
insieme colla Religione : similmente pre«so gli Etruschi , ed avevano 
col tempo iustituiti dei combattimenti in cui dispùtavansi il premio 
della poesia , di cui è rimasta traccia presso tanti Popoli , e segnata- 
mente nel centro della Sardegna, come vedrassi appresso, applaudendo 
al vincitore. Presso i Greci rinomatissimi erano i Poeti cantori (2), ed 
il canto nella più remota loro origine era inseparabile dalla Teologia e 






(4) iPT. O^imt^ionesvìì origline, progressi, e varii generi della poesia 
dd Ca9.f l).. Pasquale Tola^ uenom 1824. — Piac^m riportare a prò- 
posito m otta^ dell] ItUroduzi, alla S. Biblia^ della quale si terrà 
parola in appresso , del Pan, Dorè, il quale congedandosi dallt Muse 
pmfme, , cosi ^ca^ava. , 

Noo si vantet Apollo , ne una Musa , 
: ^ .; .. , i)n\ tp! liapat imparadu poesia; 
....... >.. Dai Àddm connota 1' hap' infusa, 

. ,.: ..... ..r Per impera xle sp Elcrnu la tenia , 

. ,Qu' a su gcner humanu s' est difusa , 
I. .. , . Nen fit Apollo su Poeta ebbia. 

Sa Musa Sacra est plus eccellente. 
Centra custa est Apollo unu niente. 
(2) Questi Cantori crede Sirab. l L che fossero incaricati di mantener 
^li\u(mmi ndVamor del dovere e della virtk Ontero racconta cheJya- 
$kh(^H3ton^ ed UUsfie quando si partirono alla guerra Trojaua lasciarono 
nella rfspeftii'o casa, i Canlori, lo che pare che fa-cessero, a fine d'invi- 
gifare/ed, istruire, le famiglie coìiié Maestri o A ti nella loro mancanza 
ed assenza. 



'I « • Il .< 



CAP. L VERSr E POESIE 8 

dair istnmone. I Romani finalmente, sebbene da principio niente sap- 
piasi del .conto che facessero dei caft', notissimo è T instituto arvale 
e saìiare sotto Romolo e Numa , ed il pregio in etii ebbero Ennio , 
Terenzio ed Aedo, sotto i Consoli; e sotto gì' Imperatori Virgilio; 
Orazio ed il nostro benigno Tigellio. 

§.111. Ma la colta Grecia fu quella che più si distinse fra le anti- 
che nazioni in ogni genere di poesia. I suoi Poeti erano i soli dottori 
che insegnavano la morale ed addisctplinavano il popolo prima che 
sorgessero i suoi Filosofi nelle sfuole. Con la lirica poesia y da cui ' 
vennero gì' inni e le odi ^ istruivano gli ascoltatori cantando , accom- 
'pagnando con la lira il canto. Una cosa naturale fu questa e molto 
adatta in quel tempo in citi ogni sciènza ed arte lavoravasi a memo- 
ria, che in questo modo, senza 1' ajuto della scrittura, potevano 
solamente ben consonare il deposito dell' inspirato Maestro, dilettando 
air istesso tempo V udito. A tal' oggetto ni ritrovato il verso con 
cui, per r armonia che in sé contiene, imprimonsi con facilita le 
udite cose con le pardo in mente , e colle pause o co' determinati 
acceati , che servono come tanti sostegni alla memoria , risvegliasi la 
reminiscenza , laddove senza queste pause e senza questo numero di 
sillabe, non avrebbero ottenuto il commendevole scopo. 

J. IV, Il numero delle sillabe ne' versi dei Greci e. de' La tini 
formava la natura del verso. La quantità, vale a dire la lunghezza e 
brevità delle sillabe fu il fondamento della loro poesia, e sebbene il 
verso fosse composto ora di maggiore ora di minore numero di sillabe^ 
pure equivaleva al medesimo tempo musicale. Il verso esametro p. ese. 
può estendersi fino a 17 sillabe, e si può restringer^, secondo l' uso 
che si fa ne' pripii quattro piedi di dattili o spondei, sino al numero 
di 13, V. gr. nel primo caso quello di Virg. Egl. IX. 15. An-te-si-ni 
-stra-ca-va-mo-nu-is-set-ab-i-li-ce*^or-nix. Nel secondo, quell'altro ddla, 
medesima Egl. v. 56. cau-san-do-np-stros-in-lon-gmn-du-cis-a-mo-res. In 
questi due versi le battute o il tempo musicale è ristesse equivalendo 
a dodici sillabe lunghe, considerando còme due sillabe il piede sesto, 
cioè il dattilo. La quantità adunque distbiguevasi da una certa prò* 
nunzia che non potevasi discernere se non da quelli che avevano un 
finissimo orecchio. Questa sensibilità si perdette nella decadenza della 
lingua latina perdendo con la lingua il metrico suono ed il fino anda- 
mento del valore della quantità, che constituiva la poesia metrica 
dell' età dell' oro. Fu allora che subentrò la poesia ritmica, vale a 
dire que' versi che pel numero de' piedi e pel suono delle parole ren- 
dessero un concento ed una sonanza all'orecchio simile a quella dei 
versi metrici regolari, senza badare alla fina quantità che risuonavano 
i versi dell'aurea età: per es. quello dell' iscriz. che riporta il Fabro tti 
—Fixi parum duldsque fui dum vixi parenti — dove il vixi è riportato 
due volte in diversa quantità di quella che prima l'adoperavano, ba- 
dando solamente al suono, e non al metro. E quello della nostra Pom- 
plilla nella Grotta' cosi detta della Vipera — lunonis aedes infernae cernite 
cumiL — Ed ecco la diversità della metrica e ritmica poesia^ alla qual'ul* 



4 ORTOGR. PARTE SECONDA 

tìma si aggiunsero i versi rimati, p leonini <l) i quali col tempo, igno- 
rando la quantità armonica che risuonava in bocca di Virgilio, Orazio 
e di Tigeìlio, diedero occasione alla struttura e fomazione de' mostri 
versi, della di cui natura, qualità e bellezza imprendiamo a parlare. 

§. V. Il meccanismo del verso armonico è cosi naturale all'udito 
dell'uomo che anche presso i selva^ il cantone notato d'una certa 
cadenza per cui pare certa la sentenza del Vossio che ogni poesia 
anticamentente fosse cantata, e quella di Servio che il ballo sia erigi- 
oato dal culto degli Dei afOnchè iohitn corpm smUret rdigionem, per 
cui i versi salteri furono cosi appellati 'perchè si cantavano saltando. ( 
primi abitanti d'Tcnusa avranno perciò sempre mai estivata nella piò 
remota antichità la poesia in quella lingua che avranno seco portato, in 
un tiepido Cielo e nelle dolci stagioni avranno ancor essi fatto risno- 
nare di loro accenti i pHicidi lìdi, insegnando ai figli oon brevi sermo- 
ni la teologìa, le massime di religione, e la pratica della virti!^ con le 
morali sentenze. Niente a noi pervenne del genere di poesìa e della 
qualità dei versi in cui nella semplicità di loro vita gli Arcadi sardi 
avranno celd>rato i Numi, gli Eroi e gli amori (2). L^ attuale ritmica 
si sar^ introdotta fin dal Sec. XII. , o da quando formossi lo special 
dialetto (V. P. L Pref. f. XVII.) al par d^i altri d'Italia. Presso i 
classici Latini trovasi qualche verso ritmico che io li c^edo fatti più 
presto per caso che per arte, v. gr. quel di Graz, nell' arte Poetica. 
Non satis est pulcra esse poemata; dulcia sunto 



« .. «„«...« ^.^ per 

Agli antichi anche questi saranno forse scappati di bocca per accaso, 
come ad Omero — Einers vuv fiot Movo-ae-J^uftwea ^OfArra iy^ovtrat 

Dicite nunc mihi musae coelestes demos tenente^ II. p 484. 
Ed ad' Ovidio 

Quot Coelum stellas-tot habet tua Roma pneUas. 
Anche Virgil. iieir Eneid. 

Cornua velatarum obvertimus antennarum. 



(i) / versi Leonini H crede d* esser stati cosi deM da Leone poeta 
Francese il quale vùsse nel Séc. XII. ed ebbe fama net comporre i versi 
dì questo metro : ma pure se badiamo a' monumenti eiie porta il Mu- 
ratori Diss. XL. bisogna riportarli al Sec. Fi., e òcwto osservare i' epi- 
grafe di Bellisario che U Baronio pubblicò aW anno 538. detta nostra Era, 

(2) Neil" immensa raccolta di poesie e canti popolari che conservo 
presso di me , la maggior parte dei medesimi sono odi amorose. V a- 
more non vi è dubbio fu quella gran forza che in ogni tempo inspirò 
i Poeti a mille leggiadre maniere di dire. L'animo dei medesimi armaio 
dt questa virtù U spinse a fecondità di pensieri e di concetti sublimi j 
com' è da ossenmrsi preMo i Poeti d' ogni nazione ^ e come distinta- 
mente lo accennò Catullo. 



CAP. I. VERSI E POESIE 8 

Ma pfoi molti di questi componimenti si fecero ad arte. Nulla di menò 
r itali, poesia non sarà più antica del Sec. XIL troracì osserva il Qua- 
drio, e prima del ÌÌ35 in Italia non si trovarono altri versi che quelli 
della Cattedrale di Ferrara lavorati a musaico sopra V arco dell aliar 
maggiore in questo mòdo, (se pure come crede ii Muratori non siano 
scritti da altro posteriormente). 

n mille cento trentacinque nato 
Fo questo Tempio a Zoi*zi cónsecrato 
Fo Sicolao Scolptore 
E Glielmo fo V aui^tore. 
Un' altra simile rimata iscrizione dell' antica Famiglia Guidiccioni 
io vidi a Lucca in caratteri gotici nella capella attigua a S. Frediano, 
antichissima chiesa del tempo dei Longobardi, ma è posteriore cioè 
del 1290. Credesi però la poesia nata in Sicilia come nota il Muratóri 
tom. II. diss. XL. ant. ìtal. quando -fiorì Vincenzo d' Alcamo del quale 
rimane una cantilena. Anche in Sardegna sarà nata col dialetto acco- 
modabile a tutte le forme (§. 5), ma non serbossi in iscritlo nessun coui- 
poniinento, sebbene molti siano vetustissimi di quelli che rìsuonano in 
bocca del volgo, senza saper gli autori, specialmente certe cantilene in 
occasione del Nàtale e dell' Epifania, e ciò da certe voci che si trovano 
solamente negli A. MSS. edal modo particolare con cui sono modulate. 
§. VI. Il verso adunque è un discorso di cui tutte le sillabe sono 
regolate o dalla quantità o dal numero delle stesse sillabe. Questo di- 
cesi verso armonico, parisìllabo o isocrono^ ed è il più antico e natu- 
rale; quello metricOj soggetto a rigoi^ose leggi di piedi per la lunghcijza 
e brevità a richiesta deldetermìnato numero di sillabe; il verso ritmico 
poi richiede la consonanza nelle voci finali , oltre il numero delle sil- 
labe, ed è il più moderno. Questo, secondo il Madau,'fu introdotto in 
Sardegna dai Homuni^ tra i quali i primi a comparli giusta la sentenza 
di Tibullo (i) furono gii agricoltori, — Xìlce^ì verno , perchè anticamente 
scrivevasi in mezzo , e terminato si rincominciava là linea : oppure 
perchè aveva sempre gli stessi numeri^ piodi e misure. Ma ir versa 
sardo non è altro che un accozzamento di sillabe ccm accenti a deter- 
minati luoghi collocati, come il verso italiano, il quale si numera dalle 
sillabe come presso i Greci e Romani dai piedi (2). La vaghezza però, 
r armonia ed il suono, oltre il ritmo, consiste tutto negli accenti, e se 
questi non vengono ben collocati, diverrà una prosa, sebbene abbia il 



(4) y^g ricola assiduo primum lassalus arcHro 
Cantavit certo rustica verbo pede. 
(2) PreMO i Latini il verso a scie piade ed endecasillabo è regolato per 
mezzo di quafitità e di nntneri. I versi fescennini e saturnali erano versi 
armonici legati con certa numerosità usati prima dai Greci e ])0ì dai 
Latini , c^me il carme arvale pubblicato dal Marini e tromto in versi 
dal sagacissimo Galvani. F. Alcuni studi sul carme ecc. Lez. di Gio9. 
Galvani . Mod. 1839. 



6 ORTOGR. PARTE St;CONDA 

dato numero di sillabe, e la ritmica cadenza. Cosi per un ese. se cantassi 

, Un' anzòne a narrer , amigu meu, 
a vece di dire 

A narrer un' anzone , amigu meu , Pisur. 
sebbène nel primo sia V istessa quantità delle sillabe del secondo, pure 
non sarebbe degno in bocca del soave cantore del ilfo^te Acuto: Couie 
non lo è il 2 verso di quella canzone in bocca di tutti 

Mezus ind' unu li tu mi querla 

Mandìghendemi sas hervas prò pane 
in vece di 

Sas hervas mandìghendemi prò pane. 
Cosi pure in itali, se a vece di dire 

Canto l'armi pietose e il Capitano Tttós. 
volessi inverterlo 

Canto il Capitano e V armi pietose , 
perderebbe tutta la sua eleganza ed armonìa. — ^Sarà pregio adunque 
il sapere di quante sillabe consti il verso sardo^, quali siano i suoi me- 
tri, qual'arte si tenga nelle strofe con la varietà del ritmo, e come o 
dove debbansi collocar gli accenti, per non confonderlo colla prosa e 
per comparir più armonioso e bello , seguendo gli esempii de' più va- 
lenti sardi Vati di cui si conservarono le loro produzioni m bocca dei 
E esteri, e che forse qualcuno caldo di amo^ di patria raccoglierà tanti 
ei documenti di patria gloria ed il frutto e le bellezze di quei vividi 
ingegni per non mai più perire (i). 

^. VII. Prima però di annoverare la qualità de' versi, giova premet- 
tere il modo come i Sardi Poeti misurano i versi perchè si avvedano 
d'esser sonanti, rotondi^ e sonori. Le persone colte scandono i versi 
alla foggia italiana, cioè misurando per sillabe: ma i plebei per 
avvedersi della mancanza di qualche sillaba, è per renderli a perfe- 
zione e gradevoli all' orecchio li scandono ( a pees ) per mezzo di piedi 
i quali constano di due sillabe regolandole secondo il metro che usano. 
Quindi i versi di undici sillabe constano per loro di cinque piedi e 
mezzo (mesu pé), quelli di òtto di quattro, e cosi va dicendo. Per 
misurare un verso endecasillabo , ecco come congiungono le sillabe 
alla foggia della misura del verso lat. di cui pare di aver conservato 
il mezzo di scandere, sebbene abbiano perduto la quantità 

Unu-Deus-ado-ra non-lu ju-res 
Nel quale sì contengono cinque piedi con una cesura , o sillaba* 
Cosi del verso ottonario 

Pro me^segu-ros i-stade 



(1) Per il raro pregio di originalità che Aanno tanti coniponimenU 
sardi j non sarebbe opera umile quello di occuparsene persone dotle e 
d* ingegno. Sono intanto accertato che quelV istesso che fece per le latine 
poesie Carboniane ^ sta facendo nel suo Parnasso Sardo, in cui quanto 
presto avranno luce in un corpo le migliori sarde canzoni. 



CAP. I. VERSI E POESIE 7 

Cosi del settenario 

Ah ) sot4' ite-fortu-na 
Ne' quali vi sono quattro piedi nel primo, e tre e mezzo ossia con una 
cesura nel secondo. 

In questo modo si assicurano i sardi Poeti che ì versi non sono maa- 
cantì, salvo quando non facciano la dieresi, o usino le figure dì sillabe 
delle quali ragioneremo appresso. Cosi peresemp. misurano renlmina 
della fenice 

Eo-sA sa-pius b^Mnter-sas a-es 
Il qual verso è sonante , giusto ed armonioso , perchè di ed ^ aes ne 
han fatto due sillabe diverse, accennandolo molto bene col suono della 
voce e con la pausa d^li accenti quando lo cantano. Nell^ vocq però 
Plus non fanno sentire la dieresi ncj)piu* col suono perchè renderebbero 
ingrato il "verso con dodici sillabe. Altra ragione poi sarà per. le voci 
acute o accentate , delle quali parleremo appresso , in cui mettendole 
air ultimo, le fanno sentire anche per mezzo del canto , equivalere a 
due, come 

. Qui sa-lege dicta-da V hat-Mosè 
Nel quale la voce Mosè per T accento circonflesso equivale a due; non 
cosi nel seguente ' 

So certu qui sa Le^e V hat dictada 

Mosè, prò qui sa Bibbia lu d^clarat. 
§. Vili. I versi comunemente dividonsi in dodecasiUabi o bissenarH, 
endeccisiUabi ^ decasillabi, novenarfi^ ottonarH, seitenarU^ senarii^ 
quinarii, quadrisiUabi , trisillabi e dissiUabi; mail verso endecasillabo 
e settanario sono i più frequenti nel sardo Parnasso, quel verso vale a 
dire che compie V intiera sua misura con imdici sillabe, o con sette. 
Dividesi in piano ^ sdrucciolo e tronco. Il piano è quello che piana- 
mente termina la voce, ossia che ha T accento nella penultima sillaba^ 
come nel seguente 

In quirca de sa fide so andadu Plsur. 
In italiano 

Che un bel morir tuUa la vita onora, Petr. 
Sdruciolo è quando ha V accento nella penultima , come 

Qui per disgràtia non r has in memoria Jrao, 
In italiano 

Che non è in somma amor se non insania f 
Tronco finalmente quando posa neir ultima, come 

Gipressu venerabile eo sé 
In Italiano 

Senza quella sublime alma virtù, 
% rX. Sebbene il verso tronco sembri appartenere al genere dei 
decasillabi , pure perchè la voce troncata non fa altro che corrispon- 
dere a due sillabe , v. gr. pe per pee , pie , piede ^ perciò eoa ragione 
dee appellarsi endecasUlabo. Cosi pure lo sdrucciolo, sebbene sembri 
essere decasillabo piano con sillaba breve , pure appartiene air ende- 
casillabo, in cui rilevasi che T armonia, come ne' detti esempiì, previe- 



8 ORTOGR. PARTE SECONDA 

ne dalla dimensione, vale a dire dall' aver T accento ndHa desta sìIlalNi, 
olire la decima in cui deve riposare neeessariamaite ^ v. gr. 

In quinci de sa fide so andadu. 
fiancando questi, il verso non avrà il desiderato suono e leggiadria^ 
come $e per es. fosse trasposto in questo modo 

Sd andadu in quirc» de sa £de , 
il quale non ha odor di verso.—! versi piani certamente sono i più 
perfetti e sonori, nàa intrecciati con gli altri rendono il componimento 
dilettevole , leggiadro e maestoso. Di questo mescolaniento nella poesia 
logudMrese se ne fa un uso moderato , perchè scarso di voci tronche 
ma nel dial $ett€otr. è più frequente pel* essior ricco di monosillabi e 
dissillahi provenienti dagl' Infiniti che tutti sono tronchi o aeceatati 

$, X. Un* altro genere di dimensione rende ancora sonante il verso 
sardo ed italiano , ed è di aver T accento nella quarta e ndl' ottava 
^llaba come net seguente 

Si continùat s' amorosa gherra ^ 

Viver senz' ìpsa paret impossibile Inc. 
fA in Atamano 

Voi eh' ascoltate in rime sparse il sttono, Petr. 
Finalmente accentando la quarta e la settima sillaba non riuscirà in- 
grato ed aspro il verso sardo , sebbene in itaU. sia men rara questa 
jlimensione, per esemp. 

Si custu f2ghes connoseher dés claru 

Qui t' accousuo su veni caminu. jàrao. 
Ma nel ioseano maggiormente quelli in cui le voci terminano nella 
quinta sillaba e neir ottava, Vv gr. 

Termine fisso d' eterno, eonsigUa. P^tr. 
1 versi però dji^ un cOwponUnento sia qualunffae non devono esser &b- 
bricati della stessa misura e posizion di accenti. Questo sareU)e viiio 
di ritmo , che ac(Qordando le sillabe air istesisa numero , v. pr. sempre 
sulla quarta, 5, 6 ecc. renderebbe monotona e stucchevole la cadenza. 
Anche nel liatino una dmiie oootinuata misura offende finalmrate 
r orecchio , per cui Ovidio fu criticato nella sua Metamorfosi di cui 
raro è quel verso diie non princ^kii da dattilo. L'arte di variare il verso 
è neccessaria , come lo fece Dante «ed il Petrarca , e nel sardo quel 
padre di mostra poesia Girolamo JraoUa ^ ottimo faluro di locuzioni e 
d' accenti , che certamente non cadde nella censura di Orazio. 

Bidetur chorda t^i semper oberrat eadem, 
% XT. n verso endecassillabo che, per testhnonio di Dante, è U più 
maestoso e superiore agli altri versi per capacità di sefcitenze per gra- 
vità ^ «lelodia nel sarcb Parnasso è adattato ad ogni genere di poema: 
ma si adopera molto frequente né soggetti d' amore modulandolo in 
due maniere; primo nelle carole (I); ossia nel ballo a vezzo o collaaa 



(4) La voce caròla viene dal gr, x^P^^ 9^^i^ ilarità. -^ Dicesi b<Uio a 



CAP. I. VERSI B POESIE » 

comunemente iChìamato bollo ,mrdi^, ner quale quattro perswie 
cantano a concerto, che dai ^rcci chiamasi polyodia, adattando i' de* 
cento Umico ossia il tempo ai movimenti ciie sono corretti da quello , 
come si cantavano gii antichi veìrsi saturnL II primo fa il tuono del 
dOs abbassando o inalzando il tuono dopo ripetuti uno o due versi per 
tre 4 quattro ^ più volte ad arbìtrio per evitar la monotonìa, e che 
chiamano tenore p boghe j perchè è il primo a pronunciar il verso , ii 
quale dopo la prima ripetizione viene segtiitato dall' altra voce che & 
il «0/ e che chiamano contha ^òniraUo : indi il do d' ottava bassa che 
chiamano basciu o burdohe, b<a8so (I): finalmente seguita il mi che chia- 
mano Tippmi, MbsA BooB« e pALsiTTO, soprano. Tal volta aggiungesi il 
4p dell' ottava squraua che cjbiamano sa quirta > ed ordinariamente à 
un ragazzo.. Questi si a^grupp^no con la mani sul collo, e per non 
^perdei^Ja voce avvicmano la de>itra ad una parte della bocca 
regolando con ajrmonia le voci confonne il tuono del cantore. Simil- 
mente praticasi dagl' improvvisatori nelle dispute estemporanee in oc* 
casione di pubbliche e private allegrez^, e nelle feste campi3stri o jper 
divertire un' ospite o per onorare ui^ per^cniaggio , con questa diffe- 
renza però che il Cantore dice il verso intiero ed indi quelli che ac- 
compagnano co' detti tuoni assumono la finale del verso modulandolo 
inarticolatamente per un poco spazio di tempo , e tanto nèli' uno che 
ndl' altro canto Scendo la pausa tonica, se endecasillabo nella 3, 6 o 
7 e penultima sillaba^ se ottonario o settenario nella i,8 e penultima 
sillaba» — Questo costume di ballare col suono del canto senza il 
coocertp di mu^caU stromenti è antichissimo (3) ed è il i»t^rìò dei 
Logudora Si principia con tardità il canto , indi si accelera un poco , 
dopo una o due stroife , adattando il passo alla cad^iza della voce 
(passu tortadu) perchè si fa un passo avanti , indi ritornano facendo 
le suddette movenze : finalmente danno la giunta cadenza ( pesare m 
baliu ) j cioè levare o metter in moto , aggrupatisi 1 cantori nel mezzo 
cui Éumo circolo i ballanti , girando attorno dalla destra alla sinistra. 



collanna perche è intreccialo da giomni e donzeUe con le mani unite e 
sortite insieme imitando un circolo per cui, dicesi anche in sardo ballo 

Tuvinu. 

(1) Burdone dicesi in Logud, da hurdu add^cioè sordo ^ sonv burdo 
{oppure aurdu) suono sordo, il quaie si fa con l' organo della gola^ per 
cut chiamasi anche basuu de hvhk^se poi col petto dicesi hAsav de pectcs, 
basso. 

(2) Quesio baUo a vezzo sembra queW o^mos (collana) d^ Grecia 
rammentato da Luciano^ e sembra pure (H averlo accennato rirg, 

jEn. Ir. , 644. 

Pedibus plaudunt choreas et carmina dicunl 
Il fnedesima non solamente negli altri due dialetti^ ma anche nel Logud. 
appellici ballu sardu:, cioè patrio, come gli AusonU carminibus patriis 
(oceano le feste ed onoravano a Bacco^ secondo Firg. Georg, Ub, II. 394. 



IO ORTOGR. PARTE SECONDA 

% XTI. Il distica Tibulliano sopraccitato (f. 9. N. 2.) non può spie- 

5ar meglio la natura del ballo sardo il quale consiste in tre percosse 
i piedi che corrispondono ottimamente alte tre arsi e fest (l)-dei ver- 
so prisco Uaziaré o saturnio. In molti Distretti ho iùteso da persone, 
ayanzate in età , come hanno conosdnto in Sardegna che il ballo a 
\ezzo faeevasi anticamente cantando il giovine e dirigendo la strofa alla 
donzella, la quale rispondeva, con analoga strofe. Da questo venne 
quella frase presso i Latini tripodare carmen , cioè 

. ter pede lata ferire 

Carmina', 
come lo avvisò Calpurnio. Da qifesfo venne pure la voce tripudio che 
esprjjne T effetto del ballo quaFè T allegrezza. Sebbene nella sua più 
alta orighìe avesse altra fortuna , cioè di voce augurale presa dall' ao- 
spicio del piaste dei polli, (V. Mntmo Della fortuna delle parole , voi. 
2. p. 103 ). Si ossa'verà nel ballo sardo come nel canto si fanno tre 
pose in ogni verso cui cmrisponde una l^ttuta di piedi ed un' eleva- 
zione con la persona e con le mani che regolano fl movimento con- 
forme al canto. Queste battute cambiano secondo la diversità del ballo 
secondo là maggiore o minor celerità che si dà alla voce. 

% XIII. L' altro modo usato dai Sardi per adattare il verso 
endecasillabo al canto è ccm V ajuto della cetra ( sard. Chiterra ) , 
qual canto dai Greci è chiamato mono(Ha, Il medesimo rende meno 
monotana la cantata , e perciò è il trattenimento delle persone civili 
e colte. In sardo chiamasi cantare una octa^a , ed ognuna abforacda 
quattro ver^i i quali veng<Nìo modulati dal cantore accompagnando la 
voce col suono della cetra , ed in fine del quarto verso sortono altri 
tre insieme abbellando la cantilena del tenore in quegF istessì suoni 
del canto ohe si adatta alle carole , cioè il do o basso , il ^ o contri, 
il m^ o Uppiti. Il tenore dà principio al primo verso in delasolrè 
minore^ ossia in re col diesis^ e lo termina in do: il secondo lo- esegui- 
sce in fafaut o fa : il terzo lo principia in ^ e lo termina in do ^ il 
quarto verso finalmente lo principia in ia o alamirè e lo termina in 
re ^ prolungando Y ultimo accento col concerto delle altre tre voci 

$. XIV. Il verso decasillabo è quello che consta di dieci sillabe : il 
più sonoro è qudlo che , djlre alla penultima , avrà V accento sulla 
terza e sesta ovvero settima sillaba. Eccone un' esempio del Hadau. 

- Senza te vivo, oh ite tormentu ! 

O castigu time o ama su premili. 
Oppure in quell' avviso d' un vul^tissimo proverbio 

Ferr' acutu non jutas affacci (2). 
Ed in itali, sarebbero quei, versi del Redi nel suo Ditarambo. 

Ben è folte ehi spera ricevere 

Senza nevi net bere un contento. 



{D Arsi voc, gr. àptrti; elevazione di voce, cowe 5«(rt? abbassamento. 
(2) f^. Dissertai, ai sardi Proverbii ^ che presto verranno in luce. 



GAP I. VERSI E POESm 11 

Ma nel sardo Parnasso è molto raro questo cenere di verso biqui- 

nano, — Dell' is fesso modo è men frequente il noveiiétrft) , . il qu«le 

tanfo io sardo che instati, riceve Y accento sulla 3 e 6 sìllaba. come 

apparisca ne' seguenti versi che sembrano più presto prosa 

Sa salùd' est unu tesoro 
Ipsa bàlet (Mns que ì s' orò. Ine. 
O quello espresso nel tritissimo proverbio 

Ogni linna benit; a fogu. . 
Similmente in itali, in quei versi di Gino da Pistoja 

Che 8' acorse che era partita 
Chi mi porse qttella ferita. 
%. XV. Frequentissimi poi sono , e forse pip degli endecassilìabi / 
nella sarda melodia i versi ott^iarii e settenarii (4J. Questi adope- 
ransi nelle canzoni di lode ( sard. gosos o gaudios) e ne' componimen- 
ti amorosi , i quali oltre ali' adattarsi al tuono degli endeeassìllabi 
nelle carole (§. 41. ) e ne' canti di passatempo, acecmipagnansi con 
la cetra sarda emettendo due versi consecutivamente^ e ripetendoli 
a talento due e tre volte in tuono gajo e festoso ; talvolta con alterne 
voci segnatamente se la canzone che si canta sia costrutta in dialogi- 
smo. Questo genere di cauto è esclusivo alla Gallura ed a tutta la 
parte settentrionale, e pare che ivi^abbia avuto, origine e vita : pure 
anche nel Logudoro è comune , e si presta sommamente tanto alla 
musa de' Galluresi quanto a quella de' Lògudoresi prestandosi a 
vicenda lo stromentp e le strofe. Il tuono del suo canto si es^fuisce 
in qualunque chiave , e cambia alternativamente dalla maggiore alla^ 
minore variando il gorgheggio conforme il soggetto del componimento 
di tristezza o allegria. Nella Gallu. s' improvvisa anche in metri di 
questo verso^ con cantilena a voce, e più comune colla chitarra al di 
cui accordo s^natamente improvvisano le.Donnedi Tempio nel ^rami- 
naddoggiu (2). Questi versi settenarii nel Logud. si uniscono nel canto 
di novena^ ciie diventano martetlianf^ di quattordici sìllabe, v. gr. 

Gum vostè a retentu-so vividu in substéntu. 
Aìizi nella fwvena^ tanto coi versi bissenarii, come con questi potran- 
no scriversi a foggia di epigrammi con un verso intiero ed un ernisti* 
chio ^ p. es. sia la detta strofa 

, Cum vostè a retentu— so vividu in substéntu , 

Et ind' ogni manera.. 
Àtera lemusinera — De vostè plus sincera 

Si nde det incontrare. 
Cumpatat^ missegnora — Gum vostè mane' un bora 
Non mi torr' allogare. 
Ghiaramente vedesi che i due versi in questo canto si prendcmo 



(4) Questa metrica dimemione è conosciuta nétta poesia araba sotto 
il nome di metro amputato. 
^) Di guest uso F. Della Marmora. Voi 1. f. 262 con VJtla. N. FlIL 



tì ORTOGR. PARTE SECONDA 

accoppiati , e quindi devono considerarsi come un sòl verso , e corri- 
spondono in certo modo ai versi Martelliani (4) i quali stanno come in 
confronto ai bissenarìL Ciò tanto è vero che il canfore sovente non 
prende il 2 verso^ ma ripete il medesima a talento per due e tre volte, 
ed uno non può stare solo nel canto. < . ^ 

n verso ottonario però, sarà più armonioso quello che ha l'accento 
nella seconda sillaba , oltre la penultima , come nel seguente 

Non fectas , superbu riu ^ 

Passende tantu rumore. Inc. 
Oppur nella terza ^ come 

Iscidtade unu lamentu ^ Sech, 
E neU' itali, in quei v^si del Redi 

Medicine cosi fatte 

Non saran giammai per me. 
LMslesso accade nel verso settenario di &r. cader V accento nella 
seconda e terza siUaba, per esemp. 

Intro Id(k rundende. Pisur, 
%WL II verso seuario è quello che consta di sei sillabe, ed il più 
armonioso è quello che ha V accento nella seconda sillaba , come in 
quest' es. del Madau 

Ti dant sos jairdinos 

Claveilos , jasminos 

A ti corcmare. 
Oppure quelli molto celebrati ed in bocca di tutti, espressi in un 
eantico proverbiale 

Caddu et pobidda 

Leadilu m bidda. 

Et s' has a maneta 

Lqal' in carrera (3). . 
Ed in iftali. in quelli del Redi 

Ma tesso ghirlande 

Su quesU miei crini. 
Sebbene questo genere di v^so si usi una tal volta dai Poeti del 
Logudòro più in materia giocosa che in altro , come quella notissùna 
canzone di una donna molto dilettante del vino 

Mal' hapat et conzu 

Sui senza Uonzu 
i faghet andare. 
Quando bìdo tughe 



, (I) Cosi delH da Pieriacopo Martelli Bolognese^ sebbene prima di 
lui fossero noti in Italia. V. Affò, Diz. Precettivo^ ad 90c. MiL 1824. 

(2) Parafrasi ^ cavallo e Massaja , o padrona dì Casa , prendetela 
sempre nel villaggio , anzi se potete far a modo, prendetevela in istra- 
da, cioè da quei che sono vicini a voi, perchè così conoscerete i difetti. 
V. Sardi Prov. ad v. Caddu. ♦ . 



CAP. I. VERSI E POESIE A3 

Li facto «a rughc^ 

Pro deVotione. • 

Non importat lughe 

Pro miqiielu jughe ( jugher ) 

in su carraffoné , eco. /«e. 
Pure trovasi sparso qua e I» nelle Cònunédie e Tragedie, peresemp. il 
segue nle in una Trag. di S. Giambattista, dove uno de' servi parla ad 
Erode • 

Su recatu a ptinctu 

Junetu cum sa mesa, ^ 

Benzant cum prestesa ^ 

Qua cumbenit cuslu. 

Cun^ndet toccare 

Musica sonora 

SasJ>anias ancora 

Benint prò ballare. Trag. MSS. 
Ma questo genere di verseggiare è più proprio ed esclus^ivo al capo 
meridionale in ogni soggetto, e molti sono t componimenti cfae corrono 
misurati all' italiana con V accento nella seconda sillaba, oltre la pe- 
nultima^ per esemp. ^ , 

Mar hapat e mascu, 

£ cliinì ddu mantenit 

Su vizili chi tenit - . 

Nìssunu ddu sctdi, ecc. Inc. 
Qualche volta lo tiene neHa 3, come nel 3 verso di quella trita canzone^ 

Si culpa nisciuna 

Non tenit sa sorti 
y Si Constant' et foìpti, ecc. 
La dimensione dì questo verso che per ragione del primo accento, 
e quando nniscesi al secondo verso (che perciò chiamasi anche verso 
composto o bissenario) nel cantarsi, pare anche di appartenere agli 
ende^casillabi della secoiida dimensione t.$- B), che il Bisso, Introd. 
Ma volg. poes, Nap. i836. crede d' e^ser venuto dalla Sicilia, e da que« 
sta introdotto nelF Italiano Parnasso. Ma in sardo «ono precisamente 
di i2 sillabe tramezzati , sebbene n' esistano anche senza questo arti- 
fizio, che in questo <^so possono propriamente appellarsi dodecasillabi 
Nsaenarii/i quali per esser soavi all'orecchio, oltre racconto sull'un- 
decima sillaba la richiedono nella quinta e nella setthna o nell'ottava. 
Eccone un'esempio nel Garlpa, Leggendario Sardo, Rom. 1527. 

Pustis qui gosades cunr làuta dulsura 
S' etemu discansu trabagliadn inoghe 
Bos pregamus sarìctas ecc. , 

Oppure quello celebrato e compreso in uir tritissimo proverbio. 

Qui faghet fossu, in cussu que ruet. 
Od in queir altro volgarissimo anche 

Sa cosa qu' est licita — ^si disizat mancu 
In cui osserverai percnè l' ultima parola del primo emistichio è 



M ORTOGR PARTE SECONDA 

sdrucciola^ T accento sì posa nella quinta^ ossia helF antipenultima. 
Non «osi nei seguenti \ersi proverblalL 

Ogni bezzu a sinnii — torrat de piccinnu. 

A tempus de ghepra — ^non compores armas^ ecc. 
Ed è cosa singolare da notarsi che molti sardi proverbii o sentenze 
siano tessute ih questa foggia dì metro, come vedrassi qella mia 
Dissert. / sardi proverbii {% 72. P. I. ). 

Nulla di meno pare che anche in Sardegna sia antichissimo questo 
verso, perchè adattato ad una naturale modulazione ed al suono del 
flauto (merid. liuneddmj iogud. bencis, enas^ aenas), e siccome è anti- 
chissimo questo pastorale stromento , perciò anche il verso che è 
naturalmente accomodato a quello sarà antico, che appartiene alla 
musica ipofrigia, cosi detta per esser strepitosa e sonora , e perciò è 
propria dei ditirambi. Non è adunque da chiamarsi questo verso e le 
sue canzoni solamente di dimensione siciliana come vogliono molti, 
mentre è comune alla Sardegna, e non so dove avrà avuto la sua 
prima origine. Questa dimensione altronde è conosciuta dagli arabi 
che la chiamano 9)ie{ro copto^o. Del suo accordo, v. Gap. seg. e si accom- 
pagna, come dissi con le ;^mpogne (enas) modulato con tuono più 
presto uguale, e che varia dal sol al e/o, e talvolta in mezzo, per evitar 
la monotonia, s'inalza o abbassa il gorgh^gio. 

§. XY II. Liunedda viene da ieone ^ perche questi calami o fistole si 
Csicevano dagli antichi con le ossa o stinchi di lionesse , orsi , elefanti 
ecc. che i Latini dissero tibia cioè sUnco. V. Mad. arm. f. 27. (i). Le 
fistole che adoperansi dai sardi sono tre, fatte di canna sottile che il suo- 
natore imbocca a guaiicie gonfie respirando dalle narici con continuo 
fiato che molti protraggono a due e tre ore di seguito. Le imboccature 
sono cannelline ( cabissa ) che vanno ad introdursi nel tubò ( linguaz- 
zu ) : sono legate fra sé ( allega ) due con ispago incerato : pezzi di 
cera sovrapposti alla linguetta della (^anneliina servono al eomun' ac- 
cordo , facendo abbassare o assottigliare il suono. La più grossa can- 
nella (tnuibu) fa il do la inedia (mancosa manna) il ^of , e la più sottile 
mezza voce ( mancosedda ) (2) il mi. La voce ena o aena nel Logud. è 
una corruzione di a:vena ( fistola ) , onde Virg. Aen. I. 

. . . gracili modulatus avena. . ^ 

Cioè con la contrazione del v(§..44. P. I^ Dicesi anche in Logud. tru- 
vedda ^ che pare voce imitativa del suono che fa la più grossa canneUtei 



(1) Liunedda corrisponde aM' àu^£<Rtoc , fistula diminuì, da ««>©?, 
tibia. Lino credono che sia stato il primo ad ttsarla : sembra però più 
antica dal tempo dei Fenicii j ed Erasmo riporta come questi nella 
morte di Adone si servivano delle tibie per accompagmxre le stn'dtile voci, 

(2) Mancosa^ perchè sta alla parte sinistra^ in sardo manca. / Latini 
chiamavano le tibie incentiva quelle che sumtavansi dalta parte destra ^ 
e succentiva quelle della sinistra. F. Manno Detta Fort, delle par. y. 
% ad voc. incenlivum. 



CAP. I. VERSI E POESIE (6 

TRun : oppure da trovar , forse perchè gì' Improvvisatori soleano 
accompagnarsi con questo nisticale stromento. Simile a questa voce 
per far cainniinare il caysìUo è piruw, da cui truyare; toccar 41 cavallo, 
e figurai, guidare ^ menare ^ term. pleb. — Noterai inoltre che il sud- 
deilo accordo è il comune , ed hanno i suonatori nel sardo flauto 
molti concerti o chiavi conìspeciali nomi, cioè, contrappunta :, [ras- 
settu ( corr. falsettu Log. fali^ittujj punctu de ortjanu^ fioràssiu^ pippia, 
viiida, rampogna, ecc. de' quali mi riservo parlare ki altra occasione. 
§. XVIII. n verso quinario o pentasillabo è composto di cinque sillabe^ 
e prende V accento sulla seconda sillaba, come nel seguente esempio. 

Oh quanta gente 

Miseramente 

S'est condemnada! Mad, 
Ed in itali, quello del Chiabrera 

Togliti al sonno 

Tirsi deh! sorgi: 
n quadrisillabo , che componesi di quattro sillabe , per esser sonoro 
richiede V accento nella prima e penultima sillaba , per esemp, 

Sancta Ruglie, 

Vera lughe 

De su Mundu , 
►u* in te pendet 
li defendet 
* Da ogni male. Madl 
Ed in itali, cui basta racconto sulla terza sillaba. 

F^aga, luce 

Non- riluce. Chiabr. 
Similmente il trisìllabo che componesi di tre sillabe richiede V accento 
generale , per esemp. 

Oh Deu ! \ 

Sòreu, 

Perdona. Mad. 
Ed in italiano Su vieni 

Risvegliati, 
Finalmente il bissillabo, se pur questo meriti il nome di verso, tiene 
il general' accento che è il primo o penultimo , v. gr. 

S' oro 

Coro 

Tirat Mad. 
Ed in itali, in cui resta senza corpo , come dice il Mattei , con i^sta 
solamente e piedi. Lasso I 

Questi versi però, sebbene nell'Itali, si trovino nelle vetuste ballatene, 
per la loro Corta misura ed estensione non usansi nella sarda poesia 
che talvolta ne' brindisi , in qualche proverbio , od in altre occasioni 
dì divertimento accordando a talento le rime, o accozzandoli con altri 
di maggior dimensione^ In vece di questi adoperansi nelle strofe e can- 
zonette i versi senarii e quinarii col quadrisillabo , ed hanno per Io 



8! 



i6 ORTOGR. PARTE SECONDA 

più f^getti «acri come sono quelle strofe! le iii onore deìla Vergine, 
in o<;ca$ione di penitenza , giubileo, missiinii ecc. , che perciò si chia- 
mano propriamente orntorii {ì) ^ qaali sono per esemp. 

I)èu8 ti saivel , Maria , 
- • Qui ses de grafia piena 

De gratias ses sa vena 

Et sa corrente^, ecc. 



E queir altra 



Oppure 



Perdoni! , Deus meu 
Cunfess^ hapo p€k;cadu 
Con tri t' et huiniliadu 
Pedo perdonu , ecc. 

Pro te peccadore 
Ist' agouìzende 
De sainben formende 
Largos rios , ecc. 

METRO ED ACCORDO 

CAPO lì. 



I 



% XIX. 1 coiuponimenti eh' esistono di fanti Sardi Poeti , e disix^fi 
in (ante maniere co' suddetti versi, numeri, e dimensioni sono innnili. 
Generalmente però la sarda armonia combina con le leggi dell' italiana 
versificazione, com'abbiam visto -nelle su accennate regole di misura (2). 
Sarà mio uffizio quello di annoverare i principali metri;, e di questi i più 
usati e comuni , perchè anche nell' istesso metro tanti moderni , forse 
per r ambizione di distinguersi , inventarono a talento strani accordi. 
— Capitone, canzone in s£irdo chiamasi ogni qualità di componimento 
rimato , ma in itali, sotto questo nome intendesi per eccellenza una 



(i) Si chiamanù questi versi strofe oratorie ^ o perchè senyono di 
preghiere ^ oppure perchè appartengono alle cantate sacre ^ e come af- 
ferma il Crescimbeni^ ebbero origiìie dall' Apostolo di Roma S. Filippo, 
che nel suo Oratorio tra i sermoni che faceva per trattenere ed allettare 
la raccolta gioventày solca far cantare inni e strofe con una e più 9on, 
guai pio uso praticai tuttora in Roma e Firenze dai RR. PP. delia 
Congreg. delV Oratorio nelle ser^ de' giorni festivi colla musica princi- 
piando dal giorno d* Ognissanti sino aUa sera della Domenica delle 
Palme, 

(2) // Cubeddu molto studiò , specialmente nelle composizioni sacre , 
ed impegnosRi di portare le leggi del Parnasso Italiano al Sardo, e come 
di fatti esistono tanti suùi coìnponimeMi ne* quali €ulattò i metri italiani 
riuscefidov^i feUcemenle. 



GAP. IL METRO ED ACCORDO 47 

composizione di più stanze, o quel numero di versi chiamata canzone 
pftrarchesca. Cantonarku, Disputadore e Poet/^ in sardo chiamasi^ come 
presso gli aiìtichi Provenzali TVoòadors, cioè trovatori, cohii che com- 
pone canzoni ed improvvisa, sard. poetare^ disputare^ cantare de repen- 
te (ì), cioè improvvisare, o che si è dato o proiessa quist' arte. 

Cantadore colui che canta le sue canzoni odi altri. Metru o MÒnA(2), 
metrOj chiamasi il genere del metro della poesia, ed anche oe^ca se è 
di otto versi, sexta se di sei ecc. Muto appellasi la strofa ossia istanza, 
e nel M. Ac. globu ^ globe o globulu (o). Sond , assono , comonanHa 
chiamano 1' accordo o la rima delle parole, da alcuni arhIjmbu, appog- 
gio. Il^rimo verso d' una stanza qualunque F appellano isterrimAnta , 
ba.se, da isterrere, lat. sternere , V altro verso che deve accordare con 
quello chiamano coyacv , da cui cov acare , cioè cuoptire^ star sopra. 

% XX. Molti sono , còme dissi , i metri che si usano nella sarda 
armonia. Prediletta quanto mar è ai Poeti V ottava eia sesto. Anche la 
novena è usitatissima nelle canzoni, ma più dagl' Improvvisatori dopo 
aver mostrata la loro abilità negli altri metri men difficili. Meno fre- 
quente è SA DEGHIN A TREIGHINA CllC COUStaUO di 40 6 Ì3 VCrsi ; SA 9D1M- 

BiNA guiNTiLLAs cho consta di cinque; similmente le quartine dette in 
sardo quartettas o rodordiglias. Si usano anche i sonetti dai Poeti 
colti e letterati ^ rarissime sono le canzoni dette alla campidanese 
($.14), ma frequentissime le oanronef^e, e antoheddas. composte a 
talento per diversi soggetti , e secondo la materia. Curiosissimo è su 
TRiNTA SE\, sebbene non consti di 36 versi, ed il QuiNBAfiTA quìmbe, perchè 
sembra di altri 55. versi, frequenti ambi nelle arnighe e che fanno am- 
mirare una gran forza intellettuale e memoria sorprendente nel ripeter 
le prime strofe ora naturali, ora rovesciate dopo un' intermedio di tanti 
versi. Finalmente un' altro metodo consecrarono a sos awni^inidos , e a 
SOS ATTiTiDos clìc sono Ic lugùbrì poesie delle Sarde Poetesse. Anche 
le rime cambiano quasi in tutti, e sovente negli stessi metri, in altri 
sono vicine , più vicine e ranote : in altri al contrario lontane , più 



(4) Olia. Nuo. CANTARE A ziRFAs , se non è da cifra con la trivifìofi, 
deUa f , pare dalV arab, zaraf, parlar inolio ed in, modo v?Vo ed ecces- 
^t>o per esprimere la prontezza degV improvvisatori. — Olz, cantare a 

TRIJA. , 

(2) Cosi detto o da modello ^ o dal modo di saper intrecciare i versi 
in tanti e diversi metri ^ perciò dicesi ad un improvpi.satore cui si fa 
elogio di saper tanti melri^ ischire pius modas. Prendesi anche dal no- 
fne deW autore o inventore, sa moda de Tlìomas Satta, de Pisurdu ecc. 

(3) In Sass. gobbuli chiamatisi canzonette di piccole strofe ^ - Ital. co- 
ltola eh' è un componimento di versi accoppiati per rima a due a due: 
s'oce Provenz. come crede il Salviati j cioè coppie di stanze , spagn. 
copìas , e forse da globus , dim. globulus In Oz, gobbulos : Os. globe , 
in Bit. c4MB\s^ Barh. trassos da tracciare ^ in altri Dìslr. postas. — 
Da mutu viene anmutadore ^ ammutahe ^ improvvisatore , improvvisare. 



18 ORTOGR. PARTE SECONDA 

Umtane e Ipntanissime (I). È pregio dare un'esempio di tutti e singoli 
modi in cui le usano, principiando dalle più usuali. 

OCTAVA 

% XXT. V ottava è il metro o la poesia più iinequente nel canto sa^ 
desco , ed ottava rima chiamasi come in itali*, adattala a qualunque 
materia anche gravissima , a soggetti leggiadri ed ameni , al canto 
eroico o lirico, amoroso o didascalico. Si costruisce di versi endecasil- 
labi fecondo il seguente accordo^ cioè il 1^ col 3 e 5, il 2 col 4 e 6, il 
7 finalmente con T ultimo. Siane per esemp. una strofa estratta dal- 
l' jépe del Pisureìo 

In SOS fiores/abe, su paschinzu 
Ti quirca^ et non in una costa ratta 
De una labia, qu' est tota lascinzu^ 
Si prò pagu ti fidas^ e alla fatta ! ( facta) 
Ammentadi , li nei ^ de s' istìvinzu 
Ja est antigu , et ancora si tratta j ( tracfat) 
Dà qui su sorighe imbizzat a su casu 
IVon pasat fina a bì perder.su nasu. (2) 
I versi accordati , coinè dissi ^ ehiamansi in sardo covacados , come 
islérrida la base ed il riordinamento del verso ( §. i9 ). Istèi*rere a 
camba camba ^ oppure ▲ camba jambada altertiata dicesì quando una 
riiiìfi viene dopo la seconda , come nel primi sei versi dell' esposta 
ottava^ e nella seguente ottava del Madeddu(3)^neirintrod. ai Poema 
della Passione. 

(4) Rima vicina è quando V accordo è framezzato da uno sol verso. 
Più vicina quando si accordano due versi imniediatamente. Vicinissima 
quando la voce della metà del verso accorda con V ultima voce del pre- 
cedente, lo che accade ne* versi senarii o dedecasillabi {% 15) ed in una 
specie di ottava (§.25). Jl contrario lontana è quando si frappongono 
due versi rimati. Più lontana quando tre, come si usa nella novena. 
Lontanissima quando frapponesi una strofa intiera cui corrisponde 
un" altra come nelle seighinas , bindigliinas , e ne' Brindis. 

(2) F. Il Promotore, ./ose. FlI^ dove si ha tradotta con eleganza 
questa canzone. 

(3) Di questo Poeta esistono Mella R. Bibl. di Cagliari , MSS. Clas. 
HI. N.^ 89. Varios^ canligos sacroa in sardu idiama de su Sac. Jolianne 
Baplìsta Madeddu, Bencdciadu de sa primaziale Caralitana et in ateru 
tempus Rectore de saParroccliia de Tadasuni. (>wftf/o Mss. compren- 
de il Poema di S. Nicolò, Patrono di Tadasuni. L' inno di S. Giambat- 
tista, ut queant laxis. ecc. Farri Inni per la Fergitie, e per altri Santi. 
Una commedia Sacra per la Risurrezione di G. Cristo in Sexta lira 
Sarda 3 fatta, com' egli dice , prò recj'eafione de sos Seminaristas Tri- 
dentmos. Finalmente un Poema ^acro per S. Giorgio Fesc. dì SucW , 
con note in Lojudorese. 2." MSS, Ciati. III. N.^ 90. Cartabello MSS. 



GAP. II. OCTAVA 19 

O Divina incarnad^ì Sapientia 
Qui Chelu ; Torra , el Mare hazis formadu , 
Et cum ispeeiale pro\1dentìa 
Hazis su Sole et £una ilhiininadu , 
Sa mente mia prò s,a bostra clenientìa, 
M'ustrademi si est de bostru aggradu 
Pro fagher cum accertu et devotione 
Memoria de sa hoétra Passione. 
A camba johctda poi cioè unita, dicesi quando T accordo è immediata- 
mente, come nel settimo coli' ottavo verso. Finalmente allaclu ó atta- 
ctare dicesi quando i versi o le strofe sono in -tal modo collega te die, 
attesa la loro varietà e ripetizione, una dipende dair altra, come accade 
nei metri difficili in cui i versi sono rovesciati dopo certe disposizioni 
(lì rima , da. allactare , dar il latte > o da lactu , lactare^ vale a dire 
allacciare , lat; lacio ^ is, 

%. X\II. La medesima disposizione di ritmo è in italiano , sebbene 
amicamente neir ottava rima si usasse di accordare il 4 , 3, 5 e 7 col 
2, 4, 6 e 8, qual metrico variamento fu Boccaccio il primo che lo 
addusse. Nel sardo il numero delle stanze e delle ottave mutos è inde- 
terminato secondo la materia più o meno diffusa che ijnprendesi a trat- 
tare, e vene sono anche di cento , sebbene possa stare anche con uno, 
segnatamente ne' motti di biasimo, o elogio a qualcuno., c^in materia 
giocosa. Il soggetto è stato sempre libero come in itali, sacro cioè o 
morale , eroico o giocoso ecc. e le sarde canzoni sebbene non possano 
chiamarsi stl*ettamente epopea , attesa la loro picciol^zza , molle non 
di meno per il carattere e per le circostanze dell^ argomento appar- 
tengono a questa classe di poesìa (1). Ognuna per piccola che sìa 
consta di tre parti, pesada ossia tema o esordio; mesu ossia narrazione^ 
e FINIS ossia recapitolazione che mettesi nell' ultima stanza del compo- 
nimento prìncipìanda il prkno verso finis o prò finis (2). Quando il 



che contiene il detto Poema della Pernione^ diviso in due libri^ coi testi 
Lat. (fel ^'angelo al lato. 

(1) Lo stile che adoperasi nelle canzoni è Ubero come lo è V argo^ 
mento. Non però dee contentarsi il Poeta della materialità del verso ^ 
Hìa dee studiare di esser sugoso non sortendo dalV argomento che deve 
esser uno ^ mettendo gli episodii o intermezzi con moderatezza ed arti- 
fizio siccome parti che appartengano al tutto. Piacerà a{>er presente 
l' avvertimento del Menzini 

Se fai poema osserva che ogni parte 
Risponda al tutto come piani' annosa 
Stende da un tronco sol le braccia sparte. 

(2) Questo riassunto o conclusione ordinariamente si compie in una 
Manza ^ tante mite nelle due ultime o tre. Degna d' osservazione è iteli e 
canzoni' degl' rilef eratti quel collegamento di parole cM fanno dei fine 
di una stanza al principio delV altra , servendo di richiamo alla me- 



20 ORTOGR. PARTE SECONDA 

componimento è grande suol dividersi in libri o canti qual è V Urania 
Suldtana del Vitali, ossia Vida, et Martiriu de Sancì' Antiogu. Sass. 
i638. E Vida de Sancf EfUiiu ecc. Cagl. 1787. E finalmente in Parti , 
come r Araolla Sa vida, su niarliriu et morte de sos gloriosos martire^ 
Gavinu ^ Brothu et Gianuarù Cagl.^ 4582. Mondovi 4645. Non che il 
Poema didattico, che dà i precetti della coltivazione dei gelsi e deir al- 
levamento de' filugelli , del Porqueddu in dial. mmd. Cagl. 4779. inti- 
tolato su Tesoru de sa Sakdignà.. 

%, XXHT. Esìstono molti componimenti MSS. di questo géneie in 
lingua sarda, tra i quali mi e ddce ramembrare la versione quasi di 
tutta la Biblia Sacra in ottava rima del Can. Melch. Dorè , Rett. dì 
Posada, il solo emulo. in un tempo del Cubeddu nelle poetiche sue 
aringhe « e degno sarebbe che -la medesima vedesse la luce per pot(T 
venire alle mani di tutti e per esser un' aureo lavoro della spoatanea 
musa dì quel pio Ecclesiastico. Ecco come il medesimo in una stanza 
dispose il Decalogo , come sta nell' Esod. Cap. .XX. 

I. _ Unu Deus adora. II. Non lu jures. 

III. Sacra sas feslas. IV. ParenjLes honora. 

V. Non boccas. VI. Non luxuries. VII. Non fures. 
- VIH. Su falsu non testifi(*hes ancora. 

IX. D' liaer femin' anzena non li cures. 

X. Non disizes s' anzenu in nessun' bora. 
Promiltit s^ observantìa degni Ilebreu , 

Qua sa Lege est dictada da unu deu. ( Deus ) 
Bellissima è un' antica Tragedia che io conservo del Martirio di S. 
Giambal lista, sebbene sia mutilata al i>rìncipìo. Piacemì riportare 
rodava in cui T empia Erodìade insinua alla Figlia cosa debba 
dimandare da Eiode. 

Piistis qui cum paraula reale 

T' hat premiti idu in cust' occasione 

Qui su qui queres potas dimandare 

Et lu negare non paret rajone : 

Gasi li pedi , qui ti querzat dare , 

Pro celebrare cusla fuuctione , 

Iniro d' unu piattu sa cabita 

De s' imbusteri Juanne Rapti^ta. ecc. 
§. XXIV. Esisloho nella sarda melodìa altre qualità di ottave tra le 
quali due mer ìtano considerazione, s'ocr a? a toppa, jzoppa, cosi delta per 
ragion de' versi di cui si compone , uno cioè settenario e l' altro ende- 
casillabo alternativamente , ed appartiene al genere elegiaco come la 
sesta lira ( v. appr. ). Il suo accordo è come nelF ottava rima cioè il 



moria s e pel di citi mezzo gli stessi autori , le donne ed i ragazzi con 
prodigiosa memoria le recitano appuntino , senta confonder le stanze , 
appiese che le abbiano una volta. 



CAP. Il OCTAVA 21 

primo verso col 3 e col 5, il 2 col 4 e col 6, il 7 coir 8. Eccone au 
esempio. ' ' . 

Oh sorte 1 ite fortuna 

Qua. a mie non mi , queret ajusrre. 
Persona non b' hat una 

De mi querrei* prò pagu alleviare. 
Sa charidade est una , 

Ducas ad Deus mi dep' invocare 
Pensende.de continù 

Et confidare in Deus xjmi et trinu. Mes. 
L'altra chiamasi octa?a rnkVkDk, impastcjala (ì) perchè alla prima 
quartina devono esser legati tutti gli altri versi ripetendo il primo ed 
il terzo, e framiscliiando il quarto. Componesi di 14 versi, ma propria- 
mente di otto, perchè gli altri sei osono ripetuti, o sono rivolti (tro- 
BEADos ). Ecco un' esempio che io udii nella mia terra natale da un 
giovine improvvisatore che ammoniva il compagno di allontanarsi dal 
fuoco , ed in questo intendeva metaforicamente le lusinghe d' una 
donna perduta. 

Fui dai su fo^u , fuind' attesn , 

Non ti nd' abbizas qu' est tropp' avvampadu ? 

Si prò disdicia tua intras in mesu 

Passas penas de unu cundeihnadu. 

Fui dai su fogu fuimf ^ttesu\ 

Ca si leat sos moiìtes cum sas venas , 

Et prò disdicia tua intras in mesu ^ 

De unu cundemnadu passas penas. 

Fui dai su fogu fuind" attesu 

Pius ti brujat si pius t' abballassas , 

Si prò disdicia tua intras in mesu 

De unu cundemnadu penas passas : 

Si passas cussa pena , iscuru a tie \ 

Des istare in s^ abissu a noct' et die. 
§. XW. Ma quest' octava travada (2) cambia in bocca de^' Improv- 
visatori, secondo come convengono nell'atto e prima di accingersi al- 
l' aringo, servendosi di versi settenarii in vece degli endecasillabi e 



(1) Forse questo genere di canto sarà cosi chiamato dalla voce prò- 
v^enzale trobada^ e che sia statd cosi appellata per eccellenza dai troba- 
dòrs, poeti che per far rilegare la loro abilità nel cantarla fluidamente, 
gli abbiano imposto questa qualità di nome, 

(2) ^questo genere di componimento appartengono quelli scherzi che 
fanno gV improvvisatori in versi che appellano trobojados :, complicati 
che Angius Bibl. Sard, fase, V, chiama varianti, de' quali porta V esempio, 

Qui-cheriat-darè^a mossu 
Qui'dàre-a mosst^cheriat 
Qui-a mossu'Cheriat-dare, 



22 ORTOGR. PARTE SECONDA 

rimando il i col 5, il 2 col 3, il 4 colF ultimo il 6 col 7. Ecotone la 
foruiola che a proposito un fervido Poeta Ploaghese proponeva a' suoi 
alunni in una iiera^ dove sovente si hanno quéste aringhe. 

Eo so Thomas Sala ( Satta ) 

In Piaghe baptiz^du , 

Et qui in' hat cresiraadu 

Fuit unu Monsegpore , 

Ips' ancora s' agata , { agatat) 

Et antis nii regala^ (regalai) 

Nde faghet meda gala , 

Qua mi bidet, cauladore. 
Evvi anche tra ^li altri modi im' altra qualità d' ottava che non 
dififerisce dalla comune che in questo, cioè d'esser la rima vicinissima 
(§. 21. N. 1') nel penultimo verso, ossia rispondendo la 3 e 4 sillaba 
del penultimo verso alla rima del sesto. Eccone un esempio 

Attende ^ isculta , ingannadu mortale , 

Non ti provoches s' eternu castigu , 

Est lege positiva et naturale , 

Qui si devet amare s' inimigu : 

Quie pensat eiducas fagher male 

Volontariamente a un' Jmigu , 

2^0 cmttgu-— dèi esser condemnadu 

A su male qui fagher hatpensadu. Ine, 
% XXVI. Avvertirai che V ottava, si accorda da' Poeti Sardi in altre 
bizzarre maniere. La più dignitosa è quella che chiamasi octctva tor- 
«ADA f con ritornello) , a differenza della rima che chiamasi serrada, 
chiusa, accordando il primo con V ultimo per aver il ritornello, il 2 col 
3, il 4 col 5, il 6 col y, alle volte con versi ottonarli come quella im- 
pressa e MSS. canzone del Cav. Mannu; 

Procurade moderare, 

Barones sa tirannia ecc. 
Ma più frequente in versi endecasillabi, e valga per esemp. una bellis- 
.sima strofa del Teol. Rett. Mele, Improvvisatore non de' mediocri. 

Como si qui piango cu)U rajone 

Sa mala sorte ^ sa disgrajia mia. 

In sas beffes qui sèmpre mi faghia 

Hoc so rutu corzu disdiciadu. 

Totu su tempus meu so istadu 

Faghinde nulli beffes de Lode, (i) 

Iloe beffant sos ateros de me, 

Et subra a mie est sa derisione. 
Como si ecc. 



(ì) Egli a^em comparto tanti motti e poesie bernesche deridendo le 
aiioni di quei Popolani» finalmente gli accadde in sorte che dai suo Or- 
dinario fu destinato in quel Villaggio a regger la Parrocchia. 



GAP. IL SEXTA 23 

SEXTA 

§. XX VII. La sexta sestina è F altro' genere di metro frequentissimo 
dei Sardi Poeti. Ai tra chiamasi serrada, chiusa; altra torrida ^ con 
ritornello; altra lira^ altra finalmente abtròc^ra o retrògrada vale a 
dire che torna indietro. La prima è quella istessa che in. itali, chiamasi 
sesta lira^ il di cui accordo è il i col 4, il 2 col 3^ il 5 col 6, oppure 
i primi quattro versi alternativamente, ed il 5 col 6. Eccone on esemp. 

Cudda qui pius adoro pius offendo , 
€udda qui pius istimo cherzo male; 
Su quale lii refcrìt su sìgnale. 
Mi dat mala mirada et la cumprendo, 
Quando pius mala li do sa mirada 
- Tand* est pius juta in coro et istimada Inc. 
Altro accordo tiene la sexta torrada la quale se sei*ve di tema, pe- 
SADA, ad un' ottava, il i accorda coli' ultimo, il 2 col 3, il 4 col 5, per ese. 

Como non so pius portad' in coro , 
N(Hi so pius que tandaappretiadu, 
A primu fia in su coro portadu, 
Como dai su coro nde so fora, 
Tand' istaià intro de coro ognora 
Et fia appretiadu pius de s'oro 
Como non ecc. ìnc, » 

Seguita ora V ottava con V iste$so accordo, come or ora dicemmo nel 
§. precedente, ripetendo per ritornello il 2 verso del tema come nella 
seguente, per seguitare il filo del medesimo argomento. 

Tando portadu intro de coro na 
Lt inserradu continù in sa mente 
S' hora qui tando non fia presente 
In coro non b' haiat allegria. 
Et in una mudadu in agonia 
S' est s' amòre , s' ispassu , su cuntentu, 
Tand' intro de su coro fia tentu 
Como si m' hat su coro ismentigadu 
s Como nori-Jió pius ecc.. 
Ma seguendo la narrazione m sexta torrada, il ritornello ossia il tema 
consislc in una quartina al cui verso primo o secondo deve accordare 
r ultimo d' ogni stanza , per oscmp. 

Tema 
Querrer mi dès qualchidie 
Qualchi die m' has amare 
Quando male dos istare 
Tandos dès quircare a mie 
Querrer mi ecc. 
. Quando dcs bider de veras (verax) 
in te ma tessi su danuu 



24 OUTOGR. PARTE SECONDA 

Dès tenner su disìngannu 
De totu cussas chìmeras, 
Como non lu consideras. 
Però ja lu dès i)roare. 
Querrer mi ecc. 
Questo genere di metro oltre di servire alle canzoni amorose, dispute, 
elogi ^cc, e scherzi poetici, come quella sestina del Cubeddu a Mons. 
Soliiias dal quale venne inti tato a casa, ed egli fingendo di non poter 
approfittare , facendo precedere il servo per anunziargli questo^ il Cub. 
improwisamenle cantava all' uscio socchiuso, nelF atto che il buon Pre- 
lato ranunaiicavasi di lui. 

Appizzigada ti Y hapo sa trampa, 
Eo puru, sì<iueres so tramposu, 
' So tant' imbolìganf et imboligosu. 
Qui maneu eo mi poto isvoligare. 
Quando mi ponzo trampas a- formare, ^ 

Parent qui mi resessint a istampa ecc. 
Adoperasi anche negli argomenti sacri che in sardo chiamano gosox 
(lodi)^ i quali sono il panigirico di un Santo o della Nostra Donna, 
esponendo in rima la vita ea i miracoli. Si cantano nelle Chiese a suo- 
no d'organo in varìi tuoni, ma il più frequente a voce tra due o quat- 
tro, rispondendo il Popolo ad ogni stanza cantata dai Cantóri co' due 
ultimi versi del ritornello, per esemp. nella festa di S. Sebastiano. 

Coro 
I ValoFOsu Capitami 

De sa fide defensore 

Popolo 
Sìas nostr' intercessore 
Martyre Sehastianu.. 

Coro. 
A su Re Celestiale , 
Ses tanta cani et amadu. 
Qua prò te hamus logradu 
Su remediu ad ogni male 
Et ti venenant prò tale 
Narbon' , insigne Milanu 

Popolo 
« Sias nostr' intercessore 
*' Martyre Sebastianu. 
% \XVin. Esìstono in bocca del volgo le Vite quasi di tutti i Santi 
e dei principali Misterii della Madonna disposti, in questo metro. Una 
porzione ne stampò il Delogu nel lib. VI. Index ecc. Villan. i736., e 
sarebbe utile fatica di raccoglierle tutte e darle alla luce in un volu- 
me, che ognuno presso di sé avrebbe un Leggendario delle Vite 
de' Santi, e facilmente, per la disposizione della rima e per T ordine 
in cui sono disposte, le terrebbe a memoria. Servono anche queste 



GAP. FI. SEXTA 26 

rime per giaculatorie e per atti di divozione, per esemp. le lodi che 
fa il Belo, per V Arcang. S. Michele. 

Principe sanctu et potente 

De sa celeste milìtia, 

Refrenade sa nialitia 

De d' infernale serpente. 
Micheli Arcangelu sanlu (sanctu) 

De sas anlmas broqueri (i)* 

Contra s' astutu gherreri 

Qui nos. insidiai tantu , 

Amparu nostr' et refrantu^ 

Et defensore valente, 
Refrenade ecc. - 
Contengono intiltre fatti Scritturali, Storie ecc. come quello del Ma- 
ron. per V Arcangelo Raffaelo. 

§u nòmen de Raphaele 

Signìficat meighina 

Dadu prò gratia divina ' 

Cumpagnu a Tobis fidele, 

Et de Asmodeu crudele 

Sara eurat cum clementia. 

» Raphael de Deus meighina 

» Sana sa nostra dolentia.\ 

Raphaele in Azarias 

Mudat prò votu divinu 

In figura de pelegtìnù 

Si presentar a Tobias, ,. 

Et de su grand' Ananias 

Exponet sa descendentia. 
Raphael, ecc. 
S. XXIX. La sesta lira propriamente è 6tA genere elegiaco, e gene- 
ralmente non si adatta che al mesta ed al lugubre. Usasi questo metro 
allorquando uno volesse spiegare il sud patimento ed il dolore con 
un' altro , oppure raccontare le sue disgrazie di amore. Un amante , 
per esempio, abbandonato da. un' altro canterebbe la sua solitudine 
in questi tristi e flebili accenti 

Que turturella iscura 
Sola sola in su ralu.dep' istare, 

Cantendc cum Iristura 
Su dolu , discuutentu , su penare ; 

Ma narzende in su cantu 
Miserabile coro , et tristu piantu ! Inc. 
Si adopera anche questo genere di metro in sacri componimenti. Cosi 
nella parafrasi dell' Inno della Santa Vergine Quem Uivra^ pontus ecc. 

(1) Bkoqueiu, scudiere, wc. spagn» da broquel (scudo). 



26 ORTOGR. PARTE SECONDA 

Qui Chelu, Terr' et mare 
Exaltant , et àdorant reverentes , 

Qui podet guvemare 
Gusta machina trina inter viventes 

In su claustru Sagradu 
Maria hat noe meses inserradu. Maded, 
Nei qaah' esempii tosto si vede d' esser composta questa poesia di un 
lùisto di dimensione settenariaedi endecasillabi^ «che mi«^fVmf appun- 
to chiamavano gli antichi Poeti Italiani nelle loro BcUlate (ì). Questo 
metro raramente si adopera al canto e movimento delle caròle, se non 
che quando cade in soggetto allegro ed amoroso^ ed in questo e^so 
sì fa la cadenza o la misura del tempo equivalente a due nella prima 
e seconda sillaba del verso corto o settenario, e cosi viene a formare 
il verso di undici sìllabe, v, gr. 

Que-e-tu-u-urturella iscura 
oppure ripetendo T ultima voce del verso, il quale essendo di quattro 
sillabe viene a formare il giusto verso di undici, altrimenti si aggiun- 
ge o e (el)^ o qualch' intercalare ehi, ohi ecc. , v. gr. , 

Que turtureir iscura , ohi e iscura! 
§. XXX. Il medesimo accordo e V istessa dimensione di versi tiene 
la sesta retrograda, la quale apparentemente, come V ottava travada 
(§. 84), componesi di otto versi, ripetendo il 8 verso nel quinto po- 
sto, troncando a metà, e trasponendo il medesimo (/bsc^fliare) con isce- 
gliere una voce del 6 verso , ancor esse dimezzato che possa accorda- 
re con r ultima voce del verso trasposto. Osserverai inoltre come (^ni 
voce dell' ultimo verso rima colla prima o seconda del verso seguente. 
Ecco come uno esternerebbe il moco d' amore da cui inlernamente 
trovasi acceso. * ^ 

S' ischeres, rosa amena , 
Sa pena qui conservo intro su coro^ 

T' ador' dfisende iri^ pena; 
Qua so vivendo in cadena que moro. 

» T'adoro essendo in pena^ 
Qua «Q vivendo que moro in cadena. 

» T'adoro in pena essendo. 
Qua que moro in cadena so vivendo. Inc. 
Del metro in sestine ovvi anche un altro genere grazioso e gentile, 



(ì) Le ballate degli antichi, cosi dette per esser regolate a tempo di ballo 
corrispondono a qtielle che dissero i Greci hyp(H*Qhema(a con le quali si 
ballava. In versi misti sarebbe conte quella di Messer Cina da Pistoia. 

Amor che ha messo in gìojà lo mio coi^£ 

Di voi , gentil messere 

Mi fa in gran.benignanza sormontare 

Et io noi vuò celare , . 

Come le* donne per temenza fanno, ecc. 



GAP. IL SEXTA . 07 

comune ai poeti nelle canzoni enconu^tiche, e ctie chiamano sexta a 
puncV In menu, perchè il 4 verso e tramezzato. Di questa qualità di 
canzoni sene trovano nel quaderno dell' orbo Poeta Ptcfro Dec/terc/*« (1), 
e valgano per csemp. queste due strofe , 

Prenda ses de valore 

Asie t' hat dotada sa fortuna , . . . . 
Coment' in su canclore 

Das risplendore pius dij sa luna 

' >} Coment' in sii candore t, 

Das pius de sa luoa risplendòre. 

Pius de sas istellas 
Das lugore in su mundu luminosas. 

Tue mudas sas bellas, - 

Sas virginellas sunt in^idiosas. 

» Tue mudas sas bellas^ 
Invidiosas sùnt sas virgindlas. 
Singolare però è il metro di una canzone' trìi le , altre che conservo 
nella mia raccolta^ del Teol. Vie. Carboni, fratello del sardo Orazio: 
ripetonsì sempre le ultime voci del 1, 3. e 5 Terso nel 2, 4 e 6^ ac^ 
cordando alla strofa grazia ed armonìa, ed all' istesso tempo esternan- 
do una forza per animare il dolore intensa con quell(^ ripetizioni^ di 
cui meglio non può desiderarsi V espressione, com' è da vedere in 
queste due strofe ^guenti. 

Ol coro tolu penas, 
Penas tot' imprimidas in su coro! 

Parént d' oro cadenas, 
Cadenas sunt, ma non eadenas d'oro. 

D'oro sunt cussas friecìas, 
Fricclas^ penas, cadenas, prò me diccias. 

Passo sa vida in sustos' 
In sustos infinitos vivo, e| passo. 

Lasso .cuddos prò custos 
Custos prò cuddos de contare lasso. 

(I) Della raccolta di questo Poeta sono debitore al Sig, Salvatore 
Simula , Segret nel Mandam. d' Itiri, fi detto quaderno ha, V epigrafe 
seguente semplice e compassionevole. -^ Resumu de sas cantones de su 
isventuradu Pedru De Cherchi, nativu de sa bidda de Tissi, castigadu 
dai sa manu de Deus / pi:ivu de sa vista dai creatura de duos aiinos 
et non jompidos, faghet cust' opera de' totu sas cantones suas, sepia 
que ncr haer, de nessun' ateru in custu quadernu; et faghet custu 
cunsideru, prò qui si nde tenzat sa memoria de totu sas cantones pos» 
tas dai propria mente sua, anhu 1828. Iscriptore Antoni Ziccheddu, 
ambos Sagristianos de sa Ecclesia Parrocchiale Sanct' Anastasia. Si 
vede che il cieco era il vate ^ ed il vedente appena V amanuense, 

3 



28 ORTOGR. PARTE SECONDA 

Lasso qua idf soni rajo$> 
Rajos custo» aséustos cum dismajos. ecc. 
Formasi questo metro in altro modo più vago e gentile in istìle alto e 
maestoso simile alle odi pindariche^ in versi settenàrii o endecasìilaù 
che pure chiamano versus retrogrados, perchè il 3 verso deÙa prima 
terzina si risolve ne' tre termini finali che contiene^ a^iustandoli alla 
rima del quinto verso delle alt^e due sestine.'Ecco come il Dorè loda- 
va a Madau autore delle ctmioMe e di. altri lavori patriL 

Ferso della prima retrograda 

Pro trìumphu et grande honore 

Musas^ Apollo et Vestales 

Formade c<MPonas d' oro 

Pro unu Sardn Iscriptore 

De-cosas nati(males 

Nasehidu in su Logudoro. 
Lìras^ purpuras ipsoro 

Sardos allegros de coro 

Jughide tota et sonade. 

» Pro triumph' et grand' honore 

« Musas^ AnoUo et Vesfales- 

« Coronas a orò formade^ 

Laru cum mirtu adjùnetade 

Tessìdelas adorade 

Cum artes sas pius honàs 

« Pro triumph et grand* honore 

» Musas, Apollo et Ve&tales 

» Formade de oro coronas. 

Nlmphas , Orphèu et Latonas 

Amabiles Heliconas - 

Baiitade custu Auctore 
» Pro triumphu ecc. 
Mp questa disposizione di versi e corrispondenza di rime appartiene 
meglio alla novena, xhe chiamano in sardo novena repetida, retrogra- 
da, quale serve per far prova della forza della mente dell' Improvvi- 
satore, dovendosi ricordare defilé finali del 3 verso cui devono rimare 
gli altri ili lontananza. 

NOVENA ' 

%. XXXÌ. La no\'ena è. un* altro de' più usitati componimenti sardi 
poetici , e sebbene fin' ora pòchi ne abbia Visti stampati , salvo qu^ 
che riporta il Madau , che canzone antica la chianti , armon. f. SS. 

Un' idolu adoresi 
Unu marmaru arnesi 
Confesso qu* hapo peccadu 
Una rocca piantai 
Un' istatua anìmada 



GAP. II. «aVENA 29 

Arnesi cuni impimiu f 

Tue fis s* adoraoa , 

l^ue fis s* ÀsUraada 

Oh mar hapal carìgnu ! 

Pius deforme disi^Bu 

Discursu pùis Indignu 

Creo non .si nd' bat dadu. 
Un' idolu eoe. 
Pure è frequentissimo nelle po^tiebe, aringhei , nelle allegrezze per 
nozze , nascita o di altra fausta- occorrenza , e conosciuto anche dagli 
esordienti neU' arte che non ha arte. Consta di 9 versi ^ senza il 
ritornello , per cui, appellasi nona torrcuia che mettesi per base o 
tema cui deve rispondere V. ultimo venso della novena , e ripetei*si il 
ritornello chiamato anche pesala (i) , pereiò là primo verso del' ritor- 
nello accorda col 2 ^ ed il 8 con 1 ultimo della stanza. Oltre il suac- 
cennato esempio^ eocone un' altro del valente Còngiu provando bucar- 



«•«^w^*' 



(ì) Questa in tutte le sarde canzoni regolate tot tempo della danza 
corrisponde alV epodo de' Greci -^ e propriamente alV esordio perche si 
propone V idea :prinpipale, del pensiere^ indi nelle altre strofe seguitta èo 
wUìif^ delta proposizionfi {% 21^. Ma questo ritoruMo non sempre 
usasi nelle novene^ specialmente in quelle che servono ad istruire, o che 
trattano maceria sacra. Allora chiamasi i«otj&na simplb (lat simplex) , 
semplice^ la quale consta di 9 versi de" gi«ah il ì^ ild^ il 9 sono en- 
decasillahi, gli altri Settenarii, rispondendo il i ali e% , ed il^ al 4, 
bel, VS al9, Eccone un esempio dd Pisurdu nella famosa sua ean- 
zane de sas pestas (delie feste) in cui finge una Madre moribonda consi- 
gliando la figlia di evitar i pericoli (;,hes* incontrata nelle feste campestri. 

Intro d* Idda rundende ( Bidda) 
Mi corchesi cansadu in sa o^rrerà 

Mi nde peso ^ bidende 
Qui sa gente fit tota vitirada 

Intendo in sa passada 

A una agonizende ,' . 

Et facto s* appuntada 

De pes in sa carrera 
Nende a sa fiza de custa manera, 

Mentras connosco claru 
Qui ses benzende et eo andende presta. 

Morta eo senz' amparu 
Et orphanedda in custu mundu resta, (restas) 

Imprimi custu in testa 

A ispassu anda rctru 

A Ecclesia sa die fes^ 

A baHos quatqui orta^ (botta) 
Però a festas , gìiarda innantis morta, ecc. 



80 ORTOGR. PARTE SECONDA 

ramente quanto riesca dolce il patimento allor quando si cambia in 

contentezza. 

Pesada, Quando su patimentu 
Si mudat in cuntentu 
Ite bellu penare ! 
Mutu. Sa burrasca tenzesi 
Ma cum iotu jompesi 
Salvu fin' a su portu. 
Meda cosa peraesi 
Ma' mi nd* accunortesi 
Pro quantu non so mortu. 
Su barbaru trasporti! 
^ Servesit de accuiiortu 

Superende su mare. 
Tarrada » Quando su patimentu ecc. ' 
§. XXXn. I versi onHnariamente sono tutti seftenàrii come i sud- 
detti , e talvolta senarii.^ come nel seguente esemp. 

Da' sa Tos' impara 
Qui mustras in cara , ' 
femina vana , Mad. ' 

I quali insieme ai settenarii si possono modulare col canto e col 
stioho^di strumento all'uso del campidano/cpme nella seguente volgar 
canzone , mettendo 1' accénto nella 2 e 6 sillaba 

Gumpatat Missegnora 
Cum vostè inane' un bora 
Non mi torrp allogare. ' 
Su moro de Barbarla 
De domo si qu' exia ( bessiat ) 
Cum sas manos pienas , 
Et eo qui servia 
A murrunzu tenia 
Sos avanzos appenas , 
De su pane sas renas 
De sas cascias anzetias 
Andaia a qjtiircare. 
Cumpatat, ecc. - 
Avvi anche un' altro genere di noe boltadu in cui le prime 6 strofe à 
rispondono a vicenda, il 7 e T 8 col 6, il 9 con l' ultimo del ritomella 
Ecco come il Cherchi piangeva la sua orbita (§. 30). 

mtor. 
Da qui sa mala sorte 
M' hat cumbàttidu forte 
Non mi pot' allegrare 

Manchende s' allegria , 
Et qual' est sa persone 
Qui non perdat sos brios? 



GAP. II. NOVENA 31 

Pro ciissu faghent bia 

Ciim sobrada rajone 

Sos tristos bjos mios. 

Qua vivo cum azios 

Formende lar^os rios 

De tanlu lagnmare 
Da qui , ecc. 

Sos ojos in piantu 

Si finint ad ogn'* bora , . 

Qua su coro est feridu 

Considereiid' ad quantu ^ 

Sa sorte tfaitora 

Miscbinu m' hat battìdu , 
. Pro cuss' hapo perdidu 

Cuddu justu sentìdu 

Da' su tantu penare 
Da qui ecc. 
Talvolta ad ogni terzo verso si pone un' endecasillabo cbe perciò 
appellano no^^ena cum undighi sillabas in m terzu versu. Tutti questi 
metri pronunciansi dai Poeti con una velocità ed artifizio indicìbile 
a forma di cantilena. Bisogna vedere con quai spontanei pensieri e con 
qual chiarezza si eleva 1 Improvvisatore nell accordare e tesser le 
rime di questo ratetro , essendo suscettibile ed applicabile a qualunque 
soggetto e materia. Senza pausa ^ e per così dire in un fiato emettono 
le prime tre linee del ritornello, indi principiano la stanza velocemente^ 
facendo un poco di pausa nel fine di ogni, tre versi^ accompafflaandone 
la cadenza , ossia facendo alla fine del verso armonioso ecco aue voci « 
cioè il bcisso ed il contrailo , talvolta aggiungesi il soprano , tippiki 
(% 44.). Entrano in lizza due o tre Improvvisatori, dei quali molti 
ne vantò in ogni tempo questa Terra fertile d' ingegni , e che sono 
tenuti come gli eroi della villa o del distretto, e de* quali grata suona 
la memoria ed il nome loro in bocca dei posteri. Propongono argomenti 
enimmi (i) , convengono prima sul premio del vincitore in poesia di 



(4) Gli enimmi che propongono^ tante volte non U risolvono ad imi- 
tazione di Virgilio EgL JIL Cosi uno improvvisando in Os. dimandava 
aU* altro che chiamavasi Anguelu, Angelo, giuocando nel nome. 

Tue ses Messer Anghèiu , 

Famosu in indovinare , 

Ite contos m' has a dai:e 

De sos isteddos de chelu? ecc. 
E V altro rispondeì)a 

« Ite contos t' hap'a dare ' 

>j Contos qui mai s' ische : ( ischint ) 

^» Dami contos de su pisi^he 

» Qu' habitat intro su mare ? ecc. 



32 ORTOGR. PARTE SECONDA 

miei medesimo genere , rimenbrando i greci «pvfal^ot { dal premio del* 
r agnello) o gli anfizìoni ne' loro certami, ed ad imitazione di Teocri- 
to, di Virgilio (Egl. Ili.) e di Sannaz. (Fgf. IX): balza mio con estro 
sfidando r altro , questo risponde con isptrito e (ranchezza , risolve il 
dubbio e la questione , ne intralcia di naovo, salta con poetico furore 
un terzo come giudice, chiama in testimonio ^li ascoltanti, che talvolta 
sono gli arbitri, difende il giusto; sostiene V mgegnoso compagno dan- 
do le ragioni, e cosi una cosa tirando T altra, passa intanto u tempo, 
né si stanca il festevole crocchio sempre in piedi intento ad ascoltare 
i pensieri di quegl' inspirati cantori, e se vie calore nella tenzone non 
disdogliesì fino a che non si veda spuntar il sole nelF Orizzonte in 

3 nei bei giorni deU' estiva stagione, in cui più giulivi dopo la raccolta 
èi loro sudori frequentano le fiere o le feste rurali e per divozione vi- 
sitano colle Spose i Santuarii come in rendimento di grazie al Cielo 
dei beni e frutti elargiti. Ma quello che più sorprende in questi Sardi 
Improvvisatori si è che mandano quasi in retaggio questo spirito ai loro 



CoH in SanfMZ. EgL IX, Elenco dimanda ad Ofelia, 

Dimmi qual fiera è si di mente umana 

Che s' ingiòocchia al ragio della luna , 

E per purgarsi scende alla fontana ? 
Risponde Ofelia Dimmi qual è V uccello il qual raguna 

I le^i alla sua morte , e poi s' accende , 

E vive al mondo senza pare alcuna ? 
^Ne* quali il primo intendeva -V Elefante, l'altro la Fenice, Molti però dei 
Sardi Edipi propongono l' enimnia, sembrando un' amma,^o di contra- 
ri ^ che vien sciolto neW altra strofa dall' avversario ^ come qudlo in 
bocca di tutti, 

» Bid' hapo currende riu 

» Quena fagher abb' in logu j 

f> Bìd' hapo tenzende fògu 

» Quena bi haer chijina. ecc. 
Ma dove meglio , pare a me, spiccili il vaiore de' Sardi Improvvisatori 
si è allorquando da uno di questi si pronuncia il distico in rime singo- 
lari e difficili, che versi amel)ei chiamarono gli antichi, e gli altri sono 
costretti di seguitare alternativamente fino a cofnpirsi la strofa , segui- 
tando a gara il soggetto sebbene sia enimmatico. Per esem, quel princi- 
pio di canzone in cui principiò , il ., 
ì,^ Eo hapo bidu laminare a' fruscia 

Bóes , et baco^s barrios de sale. 
2.** Però cussos sunt boes de isfrussa , 

Qui benint senza fune a su juale. 
3.^ A su umtaidu su Meìgu abbrussa , ( abbulsat ) 

Et ischi ( si est de vida su mortale. 
4.^ Et li dal a su male sa meighina 

Qui a sa vida, o sa morte V ìncamiiia ecc. (incaminat) 



GAP. II. NOVENA 33 

figli i quali fin dalla tenera età sostengono argomenti facendo spiccare 
uii'animirabil forza d' intelletto, facendo uso talvolta della mitologia, per 
quanto comportano le loro cognizioni adattate al tempo ed air età (1). 



(i) V. Bibl Sarda suqV Improvvisatori Sardi , di Viti. Anqim , foHc. 
iKs f, 452. e fase, F. f, Ì9L dove tratta in diffuso il costume ed i modi 
che sogliono praticare i medesimi nelle feste rurali e neUe tenzoni poetiche. 

Perckè ognuno rilevi quanto la Terra del Logudoro sia ferace di 
quesf ingegni, contribuendo ancke non poco l'armonia ddla lingua {\ 
non sarà fuor di proposito qui riportare una breve nota dei più rino- 
mati Poeti^ Improvvisatori, ed Improvvisatrid che vissero nel passato & 
in'esente Secolo , restringendomi a soli cirique f^illaggi , argomentando 
nelV istesso modo degli altri ^ che sebbene piccoli ^ pure raro è quello 
che non abbia avuto più o meno il numero di questi, de' quali molti 
degli altn Secoli non vennero alla memoria dei presenti : e cosi siami 
alme^ permesso di consegnare alla posterità i dolci nomi di questi 
genti delia patria ^ dei quali molte reliquie riconosco nella mia copiosa^ 
raccolta deUe Sarde composizioni. 

BiTTI 

Atene (agricoltore) Giorgio. Coccu Antonia^ sorella ài Coccu (agric.) 

^ Salvatore. Corvu (agric.) Antonio, viv. Delogu (agr.) Raimondo. Fa- 

* rina (agr.J Raimondo. Filippi Sig. Giorgio. I^lropi Sig. Salvatore, viv. 

figlio. Pala Reti, di Gorofai. Sauna Giorgia. Satta Rett. Gius. Serra 

Maoro, viv. Tuia Sig. Ciriaco, viv. Tola .S^. Sebast. Tota J{«(f. Filò. ecc. 

Bo?IORVA 

Biosa (agr.) Michelang. viv» Clierchi-Fadda Sig. Jnt Jng. viv.. 
Ckerchi Giomm. Cherchi-Satta Sig. Ani. Ang. viv. Cberchi Giov. e 
ÌHetrOy agric. fratelli. Lussurzu Salvatore. Maninchedda Michele. Ma-^ia 
(agr.) Giommaria. Morittu ("at/r.^ Pietra. Pfiba Giov. Pintore (agr.) 
Salvatore, viv. ecc. 

Osilo 

Cherchi (agr.) Pietro. Cherchi Maria. Cherchi Matt. Dcrosas ( Past.) 
Qmrico, viv. Dorè Pietro. Dorè Sore^e due. Morongiu Bella, Pilo Dom. 
(figlia di) Seehe Francesco. Soggia Leonardo. Soggia Sig. Baingio. Sini 
Bdla. Tolu (agr.) Giuseppe, ecd 

Ploaghe 

Brandino (agr.) Giomm. Deligios Pietro, celebre, orbo nato. Ccsa- 
racciu (agr.) Giov. e Francesco faglio. Chessa Anto. Fais Antonio. 
Ligios 4Sac Gam'no. Liberi ^n^., Masala (agr.) Gpvanni. Me (agr.) 
Ginn. Mele Andrea: Pmna Carlo. Pintore Pietro? Pisana (agr.) Ga-, 

C) La pieghevolezza della lingua centrale o di Logud. è tanto natu- 
Tale ed inclinata alla rima, che molti vi sono, sebbetà^mWi poeti, ndla 
Prov. meridionale, che a stento connettono una strofa nella loro lingua 
fiialerna : al contrario, benché aj)pena abbiano praticato la lingua 
Logud. riescono a verseggiare con una massima facilità. 



a4 ORTOGR. PARTE SECONDA 

§. XXXIIT. Evvi un'altra qualità di novena che chiamano noe boit 
TADO Q HOE BOLTADU ALLACTU peFchè uTia rima dovc allattar V aUra 



vino, Pisch^dda Giomm, Rebecchesìi Elias. Salis (agr.) Sali^atore. 
Sàtta TeoL Giom. Satta (Mpo.) Tommaso, ecc. 

■ Tissi 

Carta 6??o6om. Decherchi Pietro. Delogii Angeio. Delogu Giommaria. 
Della croce Sig. Giov. Mudàdu Pietro. Scano Antonio. Mulas Jtit. 
Simula Salvatore. Tanchis ^g. Gius, di sorprendente memoria. Zinellu 
Ant Zicconi Giuseppe. Ruzzu Gius. 

Tralascio di nominare per brevità , oltre i Poeti Galluresi , cioè di 
Sassari e Tempio ^ che improvvisavano e cantavano nella sonora lingua 
del Logudoro ^ molti altri che vissero in tutti i villaggi ^ e che tuttora 
sono celebrati da tulti^ come, un famoso Alvaru Francesco di Birchidda 
un Birgozzi Giomm. di Ala ^ un Campus Giacomo di Norghiddo , un 
Canu Giom. di Giave , un Capra Gian, d' Orosei^ un Cara Salvatore 
òrbo nato di Lodè^ un Canu Gim. d* Usini con la sua consorte Luigia 
Bacchìdda con tutti i suoi figli Gionim. Baingio, Raimondo ^ Domenico. 
Michelino e Giacomo {*) un Crispacciu Palmerio e Cabiddu P^inc. di 
Ghilarza^ un Gaviano Ant. di Sorgono^ un Lintas Giom. è Pinna 
Luigi di Siligo^ i Maloni di Fonni^ un Manunta Can. e Pìredda Benef. 
con tutta la progenie Pinna, co' Nob. Tedde e la 9iv. D.^ Francesca di 
JVulvi^ un Moro Andrea^ Marcello Cav. Domenico col suo figlio 9i9. D. 
Giov. di Ovodda, "un Meloni Cosimo di Padr.-un Mulas Can. di Vrzu- 
leij gli Qnida di Sor radile^ un Piga Antioco e la stirpe Capecp di Per- 
fugafi.^ un Pisanu Gio. di Mores ^ un Pintus Angelo di Torralba, gli 
orbi Sauna Antonio e Laconi .6rm.s. diAbbasanta^ il primo specialmente 
che lavorava di sedie e di scarpe ^ e conosceva tutte le persone del villag- 
gio al sentirle solo camminare ^ un Pinna Francesco di Rebeccu ^ vn 
Pinna Andrea dì Florinas, un Seche Gavino e Sisini TeoL di Sennori^ 
un Sechi Benef. d' Oz. un Tundone Giomm. di Benetutti viv. celebre 
perchè capace di stare' improvvisando ì^ ore sullo stesso argomento 
sènza mancare mai al senso ^ un Zinteri Antonio di Seìnestene ^ un 
Zanzu Timoteo diPosada^ e cosi va discorrendo d'infiniti altri:, il 
nome dei quali caldo tuttora risuona per la fama loro in bocca dei grati 
nipoti , e per nominarli tutti bisognerebbe empire molte facciate. 

(*) Questa prosapia di Arcadia faceva stupire a tutti. Del maggiore 
(Giomm.) specialrMnte ^ che fin dall' infanzia si vedeva dispùtcsre eoi 
di lui Genitori^ si racconta che in un' occorrenza in Porto Torres, aUa 
festa di S. Gavino ^ essendo entrato in lizza con altri della professiofie 
dopo averli fatti singolarmente ammutolir tutti ^ si rivolse finalmente 
con apostrofe' (it di funto di lui Genitore Giuseppe, evocandolo dalla 
tomba ^ e chiamarìdolo in testimonio per vedere^ e per applaudire al suo 
trionfo. Spettacolo ' che fa sovvenire in quegV idioti le vittorie e gli ap- 
plausi degli atleti Olimpici della Grecia. 



CAP. IT. NOVENA 35 

dimezzandola in tre parti cui devono accordare tre versi. L' impianto 
ossia ritornello è come nella novena ordinaria , o nona torrada , ed al 
verso ultimo di questa deve accordare T tiltiifio della stanza che ha 
24 versi apparentemente e tutti ottouarìi. Piarcmi portare un esempio 
che io udii cantare da un' Improvvisatore ploaghose. 
Pesada Bid' hapo in mare una barca 
Qui sa vela liat tramudadu, 
Sos pannos hat ispazzadu. 

Sa barca qn' hap' idu in mare 
Como regoglit corallu 
Qu' hat ispazzadn sos pannos. 
Si torrat a p'ienare 
Dènt esser a unu ballu 
Totu SQS vascellos mannos. 
Currende cum disingannos 
Sos colonellos benzende. 
» Cum disìTìgannos currende 
y> Benzende sos colonellos. 
« Si torrat a pienare 
" Dènt esser a unu ballu 
Totu sos mannos vascellos. 
Aneddos et pinnadellos 
Hant connotu sòs piseddos 
« Pinnadellos et aneddos 
Sos piseddos hant conotu. 
» Si torrat a pienare . 
» Dènt essere a unu ballu. 
>» Sos vascellos mannos. totu 
Su Patronu est de annotu 
Segnaladu hat logu bonu 
>y De annotu est su patronu . 
Logu bonu hat segnaladu. 

DEGHINA 

§. XXXTV. La DEGmNA o dècima, in itali. Deca, è un genere di com- 
ponimento usato dai Poeti sardi non solamente nelle poetiche gare, ma 
pure ne' soggetti sacri e morali ^ negli augurii , racconti ecc. Il suo 
comune accordo è il i verso col 4 e col 5 , il 2 col 3 , il 6 col 7, 1' 8 
col 9, r ultimo col 6 e 7. Eccone un' esemp. 

Pro me seguros istades , 

Bos la cedo ja lu bidides , 

Non qucrzo sa qui querides ; 

Neil stimo sa qu' slìmades. 

Ma est cerlu sa qui adorades 

Adorai a milli sautos , ( sanctos ) 



36 ORTOGR. PARTE SECONDA 

Et bos taiet totu quantos 
Cum c^hidade importuna 
S' aihad^s tantos a una 
Femina qui amat a tantos. Mad. 
Ma pure evvi un' aHro^mooo più frequente nelle gare poetiche, ed è 
che si accordino i primi tre vèrsi coi tre consecutivi , il 7 coir 8 , 
il 9 col 6, il iO con V ultimo verso del ritornello composto di tre, 
come il tema della novena: Eccone un' esenipj^ - 
Tema Q"^^® barbaru moro 
Trafigit unu coro 
Gemente mi lu affrizzas inhumana ! 

Quale tant' horrorosu 

Quale Judas tiranu 
Sì servit d' un' oltragiu tantu obscuru ! 

Quale objectu odiosu 

Quale Herodes paganu 
B' fiat a esser prò esser su pius duru 1 

D' Holophernes sa maiiu 

Non puniat in vanu 

Que tue a. un' iscuru 
Senza dolu,, inflexibile et tirana. 
nitorn. Quale barbaru ecc. Cossu. . 
Nel qual' esempio si vede che il 3 , 6 e ÌO verso è endecasillabo. Ma 
pure è in uso un' altra specie con versi ottonarli , e chiamasi deghifia 
TURKAD4 perchè 1' ultima rima col 4, il 2 col 3, il 4 col 5, il 6 
col 7 , r 8 col 9. Ecco un' esempio in una strofa del Congìu quando 
veniva pregato da due giovanetti a dis<^nder con loro in arena 

Dudosu est a caminare , 

Qua s' est obscuradu s' astru , 

Una traessa de ozastru 

Duas bigas de isciarèa ? (ì) 

Inutife est sa pelèa 

Su trabagliu andat a terra , 

Unu gherreri in sa gherra 

Senz' armas non fag^et nndda , 

Su l^one cum sa pudda 

Non si queret bistentare. 
Dudosu est ecc. 
S- XXXV. Un'altra qualità di metro avvi di non far accordare l'ul- 
timo verso con nessuno della stanza. Molti di questi ne riporta il Delogu 
nel prologo della tragedia deUa parte VII. deU' Index Libri vitae, per 

esempio il seguente 

. * « 

(1) Isciarèa ^ o isciarèu , ( Ploa. Meiì. senabre ) è il fusto che cava 
V asfodillo (armutu)^ hastula regia, Pliw. In qualche viUag. dicesi anche 
bacchiddu de Sanclu Jusepe. 



C4P. ir. ^DKTGHINA 37 

Reparade , Christianos , 

Alzad' homines sa mente ^. 

Bìdtde s' Omnipotente 

Ligadu in pes et in niàiio»^ 

Oh Mini»tros soberanos 

De s' altissimu Segnore ! 

Non bos causet horrore 

Bider s' Etern' et Imiuensu 

In duo8 fùstes extensu 

Factii Theatru de amore. 
ÌjSì deghir a inoltre usasi da qualcuno accordando il i col 3, il à col 4, 
il 5 col 6^ il 7 coir 8, il 9 col 40 con versi simili alla sesta lira ($. 27 ), 
il primo cioè settenario , ed il 2 endecasillabo e così alternativamente, 
ed adoperasi in materia lugubre ed affettuosa : che se poi sono ende- 
casillabi in niente differiscono dalla deca itali. (§.34). Avvi finalmente 
un'altra qualità di deghina dai sardi Poeti chiamata glosas òhiose^op- 
pure DECIMA GLosA pEKFECTA, ìtk cuì sì poiìc uu rìtorncllo di quattro versi 
per tema, indi si accordano le stanze come nella detta prima dimen- 
sione, eccetto r ultimo verso, cioè il decimo che dev' esser uno del ri- 
tornello nelle rispettive strofe, e quindi questo genere di metro appar- 
tiene propriamente alla novena. Eccone un' ese. intiero del Madau in 
bocca di uno che avea perduto l'amante che non avea saputo riconoscere. 
Tèma De verax qui hapo proadu 

Penas qui ispiccant su coro , 

Fina qui est perdidu s' oro 

Non si tenet appretiadu. 

I. 

€um tegus nient' a mie 
Manca t a t'haer connotu, 
Eo tenia unu totu 
Solu cum tenner a tie , 
Pro te semper nocte et die 
Devia andare re^radu , 
Ma prò qui ja discuidadu 
Ti perdesi jH^enda amada 
Sa Vida piùs disdiciada 
De verax qu' hapo proadu. 

II. 
Trist' eo qui malogresi 
Una joja qui tenia , 
Fis tue sa joja mia 
Et godire non t* ischesi 
A s errore qui factesi 
In vanu remcdiu imploro , 
Qua perder tantu tesoro 
Perdida est senza remediu , 
Et s/ofu patire est mediu 
Pen^s qu" ispiccant su coro. 



38 ORTOGR. PARTE SECONDA 

III. 
Uè sunt sas àllcgrìas 
S' antigu guslu et cuntentu ! 
Restat soUi s' ìscarmenfu 
Qu' hapo cum sas penas mias , 
Qua tristura et agonìas 
Sunt SOS extrenios ipsoro , 
Nessi corno t' amo et> adoro 
Qui conuosco iscarmentadu , 
Qua mai est appreti^du 
Fincùs gui est perdidu sf oro. 

iv. 

Malogresi s* occasione 
Quaiid' Inter manos t' haja 
Cum tegus tractende ebbia 
Senz' auectu et istimatione^ 
Como qui sa pfivatione 
Sento de le uisdicìadu 
Connoscp sì qu hapo erradu, 
Ma, prò me male hapo ischidu 
Qui si no' est s' oro perdidu 
Non si tenet appreUadu. 

TREIGHINA 

§. XXXVI. La TREIGHINA nolla Sarda armonia è usata solamente 
dagr Improvvisatori, si canta raramente, ma pure tutti la conoscono, 
perchè nel caso che venga sfidato da un'altro, ha obbligo di rispon- 
dere neir istesso metro per non essere tacciato d' imperito di mode 
{% 19. ) in quest' arte cui nessuno V obbligava a consegrarsi. Questa 
in sostanza componesi di tredici versi endecasillabi, ma per la repiti- 
zione de vessi che occcmtoiio in mezzo, per cui chiamasi treighina 
REPETiDA, e pei rivolgimenti, foscigamentos ascende il numero dei me- 
desimi a 37^ non sarà disaggradevole riportarne un'esempio che io 
udii da un Poeta Ploaghese, pregato da me a cantare in questo metro. 

i Como ti canto civile, et cortesu. . 

2 Porsi mai ti pota superare.— 

» Como ti canto civile et cortesu 

3 Mancari hapas de oro unu calasciu. — 
» Como ti canto civiV et cortesu 

4 Mancari de cantare hapas sa muta^ — 
>9 Como ti canto civile et cortesu 

5 Si tenes de cantare da inùe. — 

>? Como ti canto civile et cortesu, 

6 Ma si t' ispingo appuntella de pòs. — 
>> Como ti eaiito civile et cortesu 
Mancari hapas de oro unu calasciu. 
» Como li canto civile et cortesu ^ 



CAP. IL TREIGtìlNA 39 

7 Et si tocco su adda in meSu in mesu, 

8 Tando has a. istare a sutta et basciu. 
» Como ti canto civile et cortesu, 

« Mancari de cantarehapas sa muta. 

» Como ti canto civile et cortesu 

Et si ti tocco su addu in mesu in Aiesu 

9 Tue has a istare a basciu sutta 

f' Como ti canto civile et coFtesu 

» Si de cantare tenes da inue. 

>y Como ti canto civile et cortesu 
ÌO Et sutta et basciu de» istare tue. 

» Como ti canto civile et cortesu, 

w Ma si t' ispingo appuntella de pès. 

»> Coma ti canto oivile et cortesu, 
il Et tue sutta et basciu istare dès. - 

y> Como ti canto civil* et cortesu ^ 

» Porsi mai ti pota superare. 

« Como ti canto civir et cortesu , 

« Et ti tocco su addu in mesu in mesu. 
12 Et tue sutt' et basciu dés istare. 

Como ti cantn civil' et cortesu , 
AB Ecco sa treìghina, mi- has cumpresu:? 

BINDIGHrNAE SEIGHINA 

% XXXVII. Più frequente dell'esposto metrovia tfnnDiGHivAesEiGHi- 
NA, strofe cioè di 15 e 16 verisi^ che sono in usò non solo presso 
gì' Improvvisatori, ma adattate a qualunque argcnnento, • dei quali 
molti componimenti conservo MSS. >nella nda gran raccolta di questo 
genere. U accordo della prima, cioè delta hindigfiina si fa nel s^uen- 
te modo; 1 primi tre versi rimano co' tre seguenti, il 6 col 7, T 8 col 
9 che è il settimo inverso, retrogradu, il IO col il, il 12 col 13 che 
è r undecimo inverso, il 14 col 45, il 17 (i) ool 2 del tema o pesada 
che consta di sei versi. Per esemp. 

Tema Piangher podes, donosa. 

Su tou barbar' istadu. 

Senz' haer faclu peccadu , 

T'han postu in manos de' moro, 

Suspìra bella cum coro 

Sa sorte tua penosa. 

Piangher podes dechida 
Su tou istad' infidele 



(4) Sebbene materialmente compariscano 17 ^ersi^ pure sono di 45, 
perchè non entrano in conto il 9 ed il 43. 



40 ORTOGR. PARTE SECONDA 

pgn' ÌK>ra et ogni mementu 

Con^umis, bella, sa vida 

Sufrènde dolu crudele 

Cum pena dura, et turmentu. 

Piangher pqdes de intentu 

Qua ses in manus de Herodes. 

» De intentu piangher podes^ 

Qu'has unu Moro in eadena, 

Qua siccat totu sas vena^ (venas) 

Mai lu haeras eonnotu, 

y Qua siccat sas venas totu « 

Su bider cussa figura 

Pianghe, bella, in tH$tura 

Sa tua forte amargura. 

Qua a mala ffana t'hant dadu 

>» Su tou baroaru istadu. 
L' istesso andamento tiene la sEicnifiA, la quale cresce di un sol verso 
in fine accordato col 47 , ed il iS col 4 del. tema. Per esempio. 

Tema 

Si m' amas nara qui m* amas , 

Non tenzas duUu in coro. 

Si mi amas eo ti adoro 

Si non , accàbat s' amare : 

Inna«tis de f istimare - 

Nara su qui ischis et bramas. 
In dudà non m' istes nò 

Su qui has in coro rdata 

Pro esser sa cosa jara. 

Si pagii ìstimadu s6 , 

Nim querzo pviru qui fata < laelas ) 

Malu coro et bona cara , 

Si aes in pectus avara 

Noa mustres qui m' has affectu 

Si ses avara in su pectu ^ ( pectus ) 

Naralu qui sas^padrona , 

Su fingimentu dispona 

Pro non ti servire in bentu , 

Dispotm su fingimentu 

Non sias falsa que moro , (i) 



(i) Degne d' osservazioni sono te metafore che adoperano gV idioti sardi 
Poeti , le quali sono tirate sempre dagli oggetti che hanno presenti , co- 
m* è il mare , il Cielo ^ le foreste ecc. Per significare V infedeltà^ e bar- 
barie di un'amante quasi tutti si servono del moro, memori sempre ddle 
tristi incumioni saracinesche che t€tnto tempo straziarono k^, Sardegna 
nelle persone^ nelle robe j e neUe campagne* 



GAP, II. BINDIGHINA E SEIGHINA 41 

Pro qu' àncora aon ignoro ; 
Fines d' una traitora , 
Pro qui npn ignoro ancora 
SiM imaximas de mi usare 

. TRINTA SEX, O VICTORIA 

% XXXVIII. li trenta sei è un' altro genere di metro curioso e bizar- 
ro nel sardo Pamasso pei diversi giri che fa capovolgendo la prima 
terzina che serve d' impianto fino a che si esauriscano i versi cor- 
rispondenti alle yoci messe nel tema. O^i verso abbraccia tre parole 
le quali bisogna tener a memoria capovolgendole con ordine inverso: 
anzi le voci nel tema possono esser 8, 4 , 5, 6 > 7, 8, e 9. Usasi 
solamente nelle poetiche aringhe , e massime da quelli che vogliono 
iiair ostentazione della loro valentia e memoria^ anzi è un canto ch^ 
decide la vittoria per X una o per X altra parte ( per cui converrebbe 
meglio appellarlo con questo ninne di ▼ittoria ) perchè secondo il 
numero delie voci del tema i versi possono crescere fino a cento. 
Qaesto canto in somma' è Io scandaglio della vastità e ritentiva di 
mente del cantore. I versi possono ;essere endecasillabi e settenarii a 
talento dell' improvvisante^ e la struttura è che prima si feccia s'ister- 
RiDA, imfdantù , iema^ che consiste in 8 versi, indi formasi una 
quartina sopra ogni verso , rivoltando le parole della ter^na che si 
richiamano in tutti i A5t versi i quali strettamente ascendono a 86 
senza contare la ripetizioBe del ritorneUo , che ascende sino al nu- 
mero di 59. Eccone un' esempio d' un aiovinotto Improvvisatore dalla 
cui bocca io lo ti^ascrissi , in un tema ai nove voci che sono chelu , 
terra , mare , Uteddu , aera^ luna, turres^ muragiia, cannone, le 
quali in fine defvono accoppiarsi ad altrettanti versi. L' impianto tante 
volte niente influisce nel senso ddl' ar^omento^ essendo intento il loro 
animo a scegliere sitamente quelle voci capace dà rlmazione. 

Stèrrida o Pesàda 
Su chelu , et i sa terra , et i su mare 
S' isteddu , et i s' aera , et i sa luna 
Sas turres^ sa muraglia, su cannone. 

Si mi flghit sa mia intenliòne 

Non des andare tantu in pfaantasia 

Sì mi sìghit s' ìntentione mia 

Cedìs a sa Victoria , et battaglia. 

>9 Su chelu ;. et i sa terra, et i su mare 

»> S' isteddu , et i s' aera et i sa luna 

» Sas turres , su cannone , sa muraglia. 

Tue ti mustras forte , et de iscaglia , 

Et cegu ti dispones a sa morte , 

l'ue ti mustras de iscaglia forte , 

Pro cussu a su duellu est qui cuncorres. 



42 ORTOGR. PARTE SECONDA 

>i Su chelu ^et i sa terra^ et i su mare. 
>ì S' ìsteddu, et r %' aera , et i sa luna 
» Sa muraglia , eannone, et i sas turres. 
Si ses belligerante et si discurres 
Non sias attrividu et arrogante , 
Si dì$.curres et ses belligerante 
Decìdit sa Victoria sa fortuna. 
M Sas turres, sa muraglia > su cannone > 
>3 Su chelu, et i sa terra ^ et i su mare 
N '> S' isteddu , et i s' aera ^ cum sa luna , 
. Pensadi bene qui sa vida est una , 
Mon s' adquistat piùs quand! est perdida 
Pensadi bene qu' est una sa vida 
Usa prò ti salvare ogni m^era. 
>9 Sas turres , sa muraglia , su cannone 
V Su chelu » et i sa terra ,01 i su mare 
» S' isteddu , et i sa luna , et i s* aera. 
Laxa s' orgogUu , laxa sa chimera , 
Et armas , et coragiu ti cumpassa , 
Laxa s'. orgogliu , sa chimera lassa 
Qui non est a burlare eum piseddu. • 
» Sas turres , sa muraglia , su cannone 
>? Su chelu , et i sa terra « et i su mare 
» S' aera , et i sa luna , et i s' isteddu. 
Queres formare in altu unu casteddu 
Pro bincher s' iainùgu .et ogni assaltu 
Queres formare unu casstedd' in altu ^ 
Cum s' idea de poder, superare • 
» Sas turres , sa muraglia , su cannone 
9> S* isteddu , et i s' aera , et i sa luna , 
» Su chelu , et i sa terra, et i su mare. 
Non ses nadu in su mundu prò gherrare , 
ìien mancu de poeta ses in grami 
Pro gherrare in su mundu non ses nadu , 
Ses poeta et gherreri de una perra. 
y> Sas turres , sa muraglia , su cannone 
« S' isteddu , et i s' aera , et i sa luna , 
99 Su chelu , et i su mare cum sa terra. 
Napoleone attrividu in sa gherra 
Sos ossos in d' un' Isula hat finidu. 
Napoleone in sa gherr' attrividu 
Est mortu prò mancauzia dq rezelu. 
>' Sas turres, sa muraglia, su cannone, 
» S' isteddu , et i s' aera , et i sa luna 
» Su mare, et i sa terra , et i su. chelu. 
Cust' est su ^trinta sex , qu ad Sarda gloria 
Adquistat ad sos Poetas sa victuìua. 



CAP. n. TRWTA SEX ECC. 48 

% XXXIX. Tale è il metro che usano ^' Improvvisatori sardì nel 
trinta sex per ultima prova di loro valore , ai quali insinuai di appel- 
larìo col suddetto nome , convenendo meco in questo anche il l?ore : 
e sebbene in un laberihto di versi sembrino in i^{)arenza concihiu- 
der niente , purè nella sostanza fanno spiccare una - gran varietà di 
pensieri, senza perder il. filo dell' argomento, né lasciano .gU ascoltanti 
digiuni intorno . al subbietlo che si propongono*, e ^u cui cade la 
disputa. — Più enèrgica è la fentasìa dei Poeti nelF altro e più lungo 
metro , che ndle aringhe similmente sogliono adoperare , cioè nei 
QuiMBANTA QuiMBE , cinqtMnta cinque, il quale non differisce dal 96, 
se non in questo , che a vece di porre tre versi nel ritornello o 
impianto (isterrida), ne mettono quattro, indi col medesimo ordine 
dell' esposto metro formano la' stanza intiera-^ di 52 versi. Questa 
qualità di metro sostengono òon uguali forze, allorché riscaldati 
dall' entusiasmo vogliono hre V ultima prova del talento e dell' emu- 
lazione, perchè mdta difficile a ritenefe quella ^elva di parole a 
mente, e pochi sono qu^MI che vi riescono, se non sono molto versati 
nell' arte. Allungano talvolta questo canto , accrescendolo di voci a 
talento e secondo la materia fino a stai' tire ore intiere un sor improv- 
visatore tramandando coli' avversario questi complicati versi. £ siami 
permesso , amati Connazionali , che io faccia di Legislatore anche in 
questo astruso e difficilissimo mètro , chiamandolo non più col nome 
apparente di 65 ma di Isonorodia in onore di quella nobile Eroina di 
cui , se finora i figli non vii. eressero un perpetuo' raonomento le sìa 
questo almeno, ncMi meri durevole forse, di risuonare continuamente il 
suo illustre nome nei villaggi e n€fHe'campagne,pèr cui tante provvide 
Lqggi emanò , m bocca degl' inspirati suoi tajrdi nipoti; 

LEONpRODIA . . 

Est Deus qu' hat creadù et postu in via 

De lucrare Victoria divina 

Sa sua^ creatura prodigiosa , 

Et chelu li stfbjectat, terra et mare. 
Cantadores de Paris et Januare 

Qu' hapezis é' Helicona sos honores 

De Paris et Januare Cantadores 

Benide a defifiire custa gherr^! 

>' Est Deus qui hat creadu et postu in via 

» Pro lucrare Victoria divina ' 

>y Sa sua creatura prodigiosa , 

yy Et chelu li subjectàt mar' et terra. 

SI pesat,d' Eleonora sa cunti^rra 

A ^inas et Christinas superiora 

Si pesat sa cuutierra d'Eleonora 

Da Sardos qui nd' iscrìene eum zelu. (iscrient) 

- 4 



44 ORTOGIL PARTE SECONDA 

^ Est Deu^ qut hat creiidu et postu ìu via 

» D^ luerare Victoria divina 

» Sa sua cresajtura prodigiosa , - 

M Et terra li sn^yieetat mar' et dìelu.. 

Parade . . . si ìd^ van' est^ et rezelu 

]Liaudare cufisa Reina de Arl)opea: 

Parade si est rezeki et vana idea 

Cantare d' Eleonora sa fernosa. 

>» ^Est Deus qu' hat creadu et posta in via 

n Pro> lucrare Victoria divina 

>» Sa qni terra sn]>)ectat mar' et chèlu 

» Pro <|pii est sua creatura piadiaiDsa. 

Ingratoa , bazi et subta ad frilta Iosa 

Proade ismentigados sa vindi^ta : 

Iiigratos, bazi, et subta ad Iosa fritta 

Pianghide sa qu' hat postu-tot' In 6ia. - 

*i E»t Deus^ qu' hat creadu et po^tu ia via 

M Pro lucrare Victoria divina 

» Sa qui chelu subjectat terra et mare, 

V» Sa prodigtosa creatura sua. 

Eterna est , Eleonora, feiiia tua, ^ 

Oh gloria de sos Sàrdos sempiterna l 

Sa fama^tua viver det eterna 

Qua ses altu prodigiu de natura. 

» Est Deus qui -hat creadu et postu in via 

» De Fuerare Victoria divkia 

» Sa qui cheln subjectat , terra et mare 

» Pro qu' est sua prodigiosa creatura. 

Timbora de te marna isU^t segura 

Qui viver det prò te a etema fama 

Segura istet Tin4>ora de te marna; 

Ne timat de su tenq)ue sa ruina. 

>» Est Deus qui hat. creadu et postu in via 

» Sa sua creatura prodigiosa , 

» Et chelu U subjectat terra et mare 

» Pro lucrare Victoria divina. 

Pro te qu' has postu Leges in dgetrina 

Et q* has in Arborea tota cumpostu 

Pro te qui leges^ in doctrina has po&tu 

Est cara de Arborea sa memoria. 

>' Est Deus qui hat creadu et postu in via 

>» Sa sua crea tura, prodigiosa 

n Et chelu li subjectat terra et mare 

w Pro nde lucrare divina Victoria 

Oh lughe et isplendore ad ogn' historia ! 

Qui laude ti fribùiat et honore 

Ad o^ historia , oh lugh' et isplendore 1 

Prodigiu de valore militare. 



CMF. IL LEQNORODi^ 45 

>! Est Dem qui bai cpeddu ai postu in Tia 
» Sa stia oreaturaNprodigiosa 
>' Et chelH li liubjectai 4eiYa et m^e 
M Sa Victoria divina prò lucrare. 
Se$ lue qui qve .|>acIroiia bmuUiaro 
Factesti/sos i*eguantes de Aragona 
Ses tue qu' tiumiliare què Padrona 
Faclesti d' ogn' ipaero phantas^. 
» Sa sua creatura prodigiosa 
»> A quie mare subjeetat -tohr' e4 cbelu : 
» Sa divina vieioria prò gbsare, 
» £$t Deos qidi hai creadu ^ et post» in via. 
Et prite non naschesli la vida ink . 
Pro ider so6 prodi^ios qiii foctesti I 
Et prite in vida ima non na^cbesti 
Pro narrer quantu tue has operadu ! ' . 

» Sa SUA Cf eaiura ^odigiosa / 
'» A-qute mare sub^ecùt terra, ol didu 
>' Sa Victoria iMvina prò gasare , 
iy Est Deus qui postu in vìa hat, et creadu. 
Allegradi, Mariaiiu^ ja qui has dadu 
A vida s' isplend<»pe Sjj^dinianu: 
Allegradi qui hai% dadu , o Marianu> 
Su sole de virtude in legu meu. 
» Sa sua creatura prodigiosa 
» A quie floare sul^cctat terr' et cfaelu 
f Sa Victoria divina prò goss^re 
« Qu' in vida liat postu , et cread^, bat solu Deu. 
Et prò qui ismentigadu ingratu, et re^ 
Si connosphat su seculu passadu 
Et prò qui ihgratu et xeu et ismentigadu : 
Non dét esser msì» in vida mia , 
Cum coronas de Taru^ olia et rosa 
Monupentu dot haer s' Eroina 
In qu'in quimbmita quinkbe d^i cantare. 
Est Deus, eoe. 

QUIMBINA 

%, \h. Le quinte rime in sardo appeUansi quimbmis, o^ i^un-nGuèa 
daUo spagottolo qtamhUms: Sellicene desse siano neiia sarda poesia 
un poco disusate^ come pure sono in disuso nel!' italiano parnasso^ in- 
ventate dal Crescirabeni, pure gioverà esporre Id sue metriche regole^ 
si per trovarsi in molti libri stampati di sacro argomento^ come pure 
per venire a talento agli: Jmppovvisatorì éi capirne in molle oeoasioni 



(i) ^ice^t' epinicio è d*un\idii>ùa^mai9miimenUdeU' JtiUcoSsdiUìoL 



46 ORTOGR. PARTE SECONDA 

più di tristezza che di gaudio/ per cui appartengono al genere elegia- 
co. -Consta di cinque versi, ed una chiamasi quimbin a lua, seìuplke il 
di cui accordo è ili col- 3, il 2 col 4, il 6 col 4 e col 2. 1 versi poi sono 
della medesima dimensione della sesta lira, il 2 e l'ultimo endecasìlla- 
bo^ gli altri tre settenarii oeUasiUabi, com'è da vedersi nella seguente 
stroSi della Resurrezione di Cristo 

Immensa majestade * 
Isaac sacrifióadii in Monte Moria , 

Lustrosa faumantdade 

jQui in immortale gloria 
Hat factu de sa morte sa Victoria. Lich: 
Oppure in quest' altra significando il dolore della solitudine. 

In aspera muntagna 
Cantat sa turturella imjl^enserada^ 

Qua non tènet cum'pagna 

Restat addolorida 
Su tempu» qui U avanzat de sa vida. Mad. 
Talvolta i versi sonoiutti ottosillabi, come nella seguente 

Trassas sunt Proprias de Deu 

De infinita bmiidade 

Deponner sa majestade 

Pro tractare cùm su rèu 

Cum familiaridade. Mad.- 
L'altra specie della quinta rima chiamasi in sardo quimbina gbindada, 
girala, il di cui accordo è FÌ3tesso che nella suddetta^ ad accezione 
che nel 5 verso si ripete- il 3^ e per il 6 sì mette il 4 rivoltato da 
cui prende il nome^ e che chiamano poscigarb^ o ghindare^ ritorcere o 
dimezzare. Eccone un' esemp. ' 

Cum intemu dolore 
Devimus cunfessare prò concordia. 

Cumfidende in s' amore. 
Su Segnore nos dat misericordia 

» Cumfidend' in" s' amore 
Nos dat misericordia su Segnore. il/est'. 
Spessissimo è l'uso che fanno i Sardi roeti ed improvvisatori nel 
rivolgere i versi, come apparisce dai sovra esposti metri e tessiture. 
Me' componimenti tante volte non risalta la metrica esattezza, ma nel 
canto il verso più imperfetto per le figure gramaticali o per le licenze 
arriva il più armonioso all'orecchio, <;ome vedremo, e specialmente 
Belle caròle adattando le pause e le battute al posto naturai^. 

qiÌartettas e TERZINAS 

• - > 

> $. XLl. Più frequenti ed usate sono le quarte rime, ossia quadermh 
rii. Questi sono qu^i componimenti tessuti di quattro versi ottonarli o 
endecasillabi per ogni stanza, accordati alternatamente, come in questo. 

Jiidas avaru , falsu et traitore 



CAP. II. QUARTETT AS E TERZINAS 47 

- Pienu de tantos vitios, et malès, . .; 

Qui jompesti a traigher su Sbgnore, / 

Soffri comò sas penas infernales. 
Oppure sì rima il primo con V ultimo ed II 2 col 3 , per esemp. 

Ajó! lassademi istare, 

Pensaìnentqs qui mi occhide^, 

Lassademi si querides 

Un' istante reposare. Inc. 
Possono essere anche senarii, coioe négl' intermezzi della Trag. del 
Rattista^ nelle ambasciate che fanno i servi agl'invitati ^ 

Concertend' istant 

Instrumentos varios, 

Furia&^ et canarios 

Ad ipsos incitant. 
Como tota junetos 

Béiizant cum prestesa, 

Pro qui in Concertesa 

Sunt SOS contrapunc^s. Trag, MSS, 
Altri finalmente hanno il 2 è 4 verso, accordato insie^ie ed il i ed il 
3 libero. Sono dessi moltissimo usati nelle canzoni sacre, e ne*^ soggetti 
Morali, in sardQ li chiamano redondiguas dallo spagnolo^> che sarebbe 
rotondelle, e delle quali molto uso fece nella jsua saci:a Tragedia il 
Delogu nella parte VII. I versi sono tutti ottonarli per esemp.. quelli 
che riporta per Christo neUa Colonna . 

Ligant su Re de sùChelu 

Cum cannaos et oadenas. 

Et trazend' in sas ispinas, 

U ispezzant totu sas venàs. ,- 

S^« manos qui fabrichesint ' ...... 

Su Ghelu, et totu su mundn ^ 

A sa coliunna las ligant . . 

Cum animu fii^ibundit! 
§. XLII. Le terzine , tbrzinas., ossia terze rime usate più dalle 
persone colte che dagli altri, sono una continuazione di terzetti formati 
di versi endecasìllabi, de' quali il i corrisponde al 3, il 2 al i ed al 3 
della seguente terzina, il 2 dì questa al i e3 della seguente e così va 
dicendo sino air ultima che cori un verso, dì più accordalo al 2 della 
medesima chiude il componimento. Di questo genere segnatamente 
abbiamo i componimenti spirituali d' Araoila. Eccone per esempio due 
strofe della sua Visione 

Dulche, amara memoria de jornadas 

Fugìtivas cum doppia pena mia. 

Qui quantu pius V istnngo sunt passadas! 
Viver islraccu de su qui solia 

Ja m' has mudadu^ et bots currentes annos 

De vird* aranzu una pallida oUa , ecc. 
L' ìstesso metro talvolta usasi nelle odi amorose . familiarissimo ai 



4» ORTOGR. PARTE SECONDA 

letterati , ad imitazione dr Dante. Ecco cernie un vivente Poeta mio' 

Amico esponeva l' infedeltà dell' amante 

Pro quantu tantu fecìle t' oìtesti (bdtesti) 
A s* amore qui haias proraittfdn» ~ 
Custas sunt sds parauias qui' desti? 
Si dai primu titu haera ischidu 
> Qui fisti duos coros/ trai torà, 

Mancu a t'idx?r sa cara fia bennìdu. (bider) 
mi faresfi sii coro, iiìcantadora , 
Qua mi fidesi in sos amores tuos, 
Tristu quie si fidat de una moraf ecc; 

§. XLIII. A questo genere di metro apparfer^ono tutte quelle 
canzonette spirituali, o divote strofe che ^si hanno in gran numero in 
tutti e tre dialetti della Sardegna /e che in aftro nome appellansi 
dal Madau, laddes, fienias, liras, cosi dette per<^hè con questa specie 
di cantilene si cantano le lodi a Dio, in Chiesa, nc^li Oratorii (% i8. 
N. 1), al tempo delle missioni, ed in altre occorrenze di penitenza e 
À solennità. In questi metri abbiamo gli alti di fede, speranza , carità 
e coit^i^one stampati tn diverse occof renae, e che risuonano tn boc- 
,ca andhe dei (i9mciuI1L Girano similmente atti di offerta, Eucaristict e 
memorie di qualche prodigioso fatto. Pieno di alti sentimenti è il 
CuHHDtr Sktenj del Sotgìtf die principia 

Anima Isposa amada 

De Chrisfos dolce amante, 

Accudì jubilante 
Ad r incontròre. ecc. ' ' 

In altri argomenti ne riporta il Madan perula creazione, per la Nati- 
vità del Salvatore, di Maria Vergine wC. — ^l vérsitutti sono settenarii, 
eccetto la cadenza che è un emistichio b quinario (§. 18). Il prioio 
verso della prima strofa n<Mi accorda con nessun», fl 2 col 3, r emi- 
stichio col ì verso della seconda sf anzina , e cos4 va dicendo. Valga 
per un' esemp. quella che riporfa il detto Madau.. 

Laudemus su Crt^adorc 

Creaturas qui vivimns, 

Semus et nos moviuius 
Pro gratia sua. 

S' anima mìa et tua 

Amat cum tanto zelu 

Qui benit dai su Chelu 
A la quircare , ecc. 
O queir altra bellissima che Newia Virginale chiama l' istesso autore a 
su NiWNu Jesus. 

A su nàscher Jesus 

Sas pupillas divinas 

Derramanl'perlas fTnas 
TeneramenR», 



CAP. H. QUARTETTAS E TERZINAS 49 

Cum geiuìd' ìmpaiì^iite ' 

Qui nd' ispìecat su coro, 

S' amabile thesciro 
Troppu suspirat. 

Qaando sa Marna itdrat, eco. 
$. XLIV. Riposano presso di me in mezso alla raccolta che ho 
fatto delle sarde canzoni, aleuneCommedie ficaie quali una tutta buffa 
che principia in dial. merid. la narrativa è in Logud. e gì' intramezzi 
in ispagnuolo e sassarese, e sebbene sìa pjena.cfi buffónórie^ dDn man- 
ca di qualche bellezza. Ma più questp metro rliftomparisee nella poesia 
malincolica. La storia di Giuseppe Ebreo che M&S:- gira quasi in ma- 
no dì tutti, è un capo d' opera, né può sentirsi senta esser commosso. 
Ecco come risponde e si lagna coitigli il Teechto Gìadobe all'annunzio 
della simulata morte delf innoeente figlio. 

■• , » • 

Non hi hàt consolu prò me, 
Pustis qui fan istiAàdu 
Que mortu ses ìstadu ' 
Nocteetdiet 
Isto pianghende a.tie 

Et adverto qui quantu et ({uantù 
Cum suspìraredi tantu 
Sorte traittòret 
Non morzo de puru dolore 
Non si cambiai su flolu 
Ne mi servii de ccmsolu 
Su bider'qui 
Mi est resfadu Benjamin 
Fizu de Rachel sa bella, 
Tue fiss' unica istella 
Juseppe amadu ! 
Et quie te mi hat leadu 
In sa mezus pizzinnia 
Baculiji de sa bezzesa mia 
. Prenda rara I ^ 
Et comente ìstesit , nara , 
Retatemi sa manera 
Qiiì cussa tigre fiera 
T' isbranesit, 
Nisciunu bei aceudesit 

Tue inerme, e ìsprammadu 
Des haer tiechirriadu 
Ma ... et a quie ? 
Ah ! qui mi parot gasie 
Qui t'intenda ticchirriende 
Pedende ajudu et narzende 
Babu! babul 



t» ORTOGR. PARTE SECONDA 

E ad ogni fieru i^gabbu 

De cussa bestia cruda 

T' intendo jamendé a^Jud^ 

Cvm piantu. 
Giuda. Babù non ti afifliges tantu 

Est casa irremediabìie 

Et piangas quantu es dabile . 

Et ite fruttai (fructu ) 
G{ac(^, Quando mai oju asciuttu 

Sende biu nap' a. portare^ 

Et quando mi <let passare 

Su dolore. 
LasiSadetni prò favore , 

Fizos , piangher fin' a tanlu 

Qui m' aifoghct su pi^nf u 

Et l sa pena. ^ 
Giuda. Ma si in una terra anzena 

Sos ateros fizos lassas 

Non est tormentu chi passas 

Et. a qiiie tede? ( tenes ) 
Ah.! babu reflecti bene 

Nessi in Benianiin, et poi ,« 

Si no lu faghes prò noi (nois ) 

Ecco prò quie 
Ti deves pregare die 

Jà lu bides qiii est minore , 

Modera tantu rigore 

Piedade! 
Giacob. In custa tenera edade 

Fi2u de te hapo dolu ' 

Et mi servis de consolu 

Ad tanta pena 
In cussa cara serena 

Mi paret qu' ida presènte 

A frade tou Juscppe 

Et a marna tua 

Pentimento dei figli di Giacobe: ciascuno parla colla sua strofa 

Giuda. Sa tanta tristesa sua 

Su tantu piangher sou 
Mi fepresentat de nou 
Su.peccadu. 
L' altro. Mancari a su qui has nadu 
Haeremus pbstu mente 
Non dia tenner presente 
Sa culpa mia : 



CAP. II. QUARTETTAS E TERZINAS 6i 

O qui su peecadu siat 

O impulsos de natura, . , , 

Naro in veridade purg 

Piango, ogn' bora - 
Et eo presente.anoora 

Tenzo de quando alzaia t 

Dai su'puttù , et nde exiat 

Su brazzigheddu. 
Cuddu piantu tenereddu • 

Cuddas bogbes de Anzone 

Oh! frades ite confusione 

Qui mi danai (dant) 
Bidu hazis cumdite gana 

Lu hamus totu intre^adu 

Sue qui nos esseret istadu "- - 
n inimìgù. 
Non restai senza ca$tìgu 
Gusta barbara actione 
Ja facta^ senza rejone 
A unu innocente. 
Mi paret qui hapa .presente 
Sas boghe» qui hat bettadu 
Quando V hamus intregadu 
Ad sos Ismaeiitas 
Ah {invìdia malaìtta 
^Qui nos hat precipitadu 
A fagher cussu peecadu 
Tantu..feu! 
Mi paret sempre qid Deu 
. Coiftra ^ sa nostra matitia 
Isgarrighet sa justìtia 
Dei sa ira sua. ecc. 

ALTRE SPECIE DI METRI 

% XLV. Esistono nel Logùdorese Parnasso molti altri e diyersi me- 
tri , e troppo lungo sarei volerli tutti singolarmente accennare. Sa 
Campid4nesa che il Madau chiama rima vicinissima^ della quale abbia- 
ne parlato al §. 20; f. 18 N. i , cosi detta perchè gradita nel Campi- 
dano ossia alla parte mwidionale dell' Isola , è usata talvolta dai Poeti 
Logudoresi. Consta di versi 'o emistichi sonarli uniti insieme , i quali 
nescono bissenarii o dodecasillabi intrecciati in modo che l' ultima 
voce del secondo emistichio rimi con Y ultima del precedente verso. Si 
distendono perciò con ima lineola in mezzo , standa libero il numero 
dei versi (i^ coipe quello delle stanze. Siane per esemp. il seguente 

(i) Nel Dial. Cagliar, le panzoni più comuni^ oltre di esser di metré 



52 ORTOGR. PARTE SECONDA 

Infelic* amante — et male afTortunadu 

Ben' attribuladu-«*«es tue € cmitiiTu , 

Coniente , mescliì&ii I -— ^utfris et toièras 

Et non disisperas — ^in tanta agonìa ? Mtid. 
Talvolta mettesi il ritornello ìV quale compon^ì di due versi, per ese. 

Conosco qu' èst bera-^<fai pagtt m' istimas , 

Pro ite ti prìmas — sènza fìindaiaentu ? 
Questi fanno di capo alla canzone , ossia servcai di tema , cui deve ri- 
tornare l' ultimo verso d^ ogni strofe ; ripet^Mio B ritornello ed allun- 
§ando sensìbilmente nel eantd V tiltiina sillaba dd verso. — Un genere 
i accordo simile a questo è anche nel Logud^ chiamato gantigd apilas 
BOLTAD4S, cafito tt Spalle rivolte ^,o$mi tifnainìezzOj\etìuio dai Prorenzali, 
il quale consta di undici sillabe, e la riiufl tramezza taf si fa nella 4 o 5 
sillaba^ valga quest'esemp.che io udii da un Improvvisatore Ploaghese, 

Homines meda— istant trabagliende , 

Quie pudaf , quie prende— de Martu Ba bidè , ( prendet ) 

Qui jutant fide— stint notos a pilu , 

In d' ogni filu — ^hant fòcV una lioda ^ 

De tale modu — ^1' hant asseginradu 

Non hat cuidadu — de s' isvoligare ecc. Mes. 
E cosi seguitano a rimare ^ino a q«^ niitìi^rò di versi che sugge- 
risce r argomento e la materia , accordando I* ultimo verso col pri- 
mo (i). Altri intrecci usano i sardi Melibei nelle alternative gare. 



set^nario j che nel Logud, nm d eonmoe , ^ue^' reciproco accordo 
V hanno nel tema solamente e negli a^ri tre versf della strofa^ come 
per ese. in qt^ella nota canzone — Si culpa niw^iuna , ecc. 

Birisi olvidam^ma tmi passìenzla , 
Chi pò culpa tua^rangenim«i deu pura 
Raru est su peeeaii-sonza peniten^ia , 
Chi pò prus chi tardit«oii fartat seguru. 
Immoi non m' incuru-chi m* hapas burlau , 
Chi t' hauti pagau-cum muneda eguali 
Cum gustu sii mali-boilu toleraì. 
Si culpa , ecc. 
(i) Qtiesio metodo di rima finora no» V ho trovato in coìnponimenti 
antichi^ ma t'adoperano i sardi Improvvisatori ncWe poeUeke aringhe, 
in qualch£ brindisi ^ augurio ecc. o per esercizith Non è pere nwo90 nd 
Parnasso itali, edusasi neUe odi, frottole, bisticci^ egitoffhe, comemvevit 
U Sannazaro Mila sua Arcadia^, e segnatamente neW Egl IL , neSa 
quale induce Montano , pastore , rimando in questo modo» 

>9 Fugite il ladro-o pecore e Pastori 
^ Che egli è di fuori-ìl l«pa pien d' inganni 
« E niilìe danni-fa per le contrade, 
« Qui son due strade-or via veloci e pronti 
» Per mezzo i monti^ - die 1 caioiiii vi scfuadro. 



C\P II. ALTRK SPF.CIK m MKTRT 58 

sebbene il metro noti sia diverse da quelli che sopra abbiamo anno^ 
\ erato , ed ili tri anche sen* escogitano dai letterati, ora ripetendo in 
tutto il componimento nel principio d' ogni verso o inlerpolatamente' 
(§. 90.^ la voce ultima della rima precedente (4), ora facendo compo- 
nimenti acrostici, cioè disposti col nome, o con le lellere progressiva- 
mente deir alfabeto , e questi ora semplici , come nelf Ebreo il salmo ^ 
BeatuH xir qui timet Domimimy^eec. ora composti, come ìeLamentaz. 
di Geremia j ed il salmo BtiHi immacuUiH in via^ ecc. Il Cub. V usò 
in quella nota canzone 

» Apollo ciim sas Musas d' elicona , 
w Accudì prò attitare unu defutictu, ecc. 
§. XLVI. Moltor in uso è anche una specie di canzonetta eneomiasUca, 
chiamata gobbula (§. i9. f, i7 n. 3), stanza di versi che sogliono cantarsi 
dal volgo in occasione di qualche festività, come del Natale, dei Capo 
d' anno, dell' Epifania ecc. adattandole anche al bernesco nelle odi 
epitalamiche , ne' divertimenti privati ecc. Uno , che è il cantore^ Il 
Poeta , fa di capo e gli altri di compagnia , che può dirsi il coro » 
ripetono te rima- pronunciata a vorsicofo versicelo dal canlwe. li' ac- 
coréo è semplicissimo, cioè il ì col 2 , il ^ col 4 , il 5 coi 6 ^ e va 
dicendo. Qneal' mo specialnìeirte vige in Sassari e per V ordinario 
sono if¥ dialetto sassarese , ma pure si è esteso a incinti vìHaggi del 
Logudoro, cambiando la lingua seiiza cambiarne il coslnrne. — T>i 
questo modello si femio suppliche, salire, bisticci, lettere ecc. accor- 
dando il 2 col 3, il' 4 òdi 5, e<^r. con versi settenarii o ottbttarii, ^ome 
ledette coppie^ senza compartirle in istrore,e stando in balia del Pócla 
il numero dei versi , badando di ac(*ordare V ultima voce dell' ultimo 
verso col primo. Rinomala, è quella supplica del Sedie (2) , della 
quale giova riportare il |*imnpio ^ 



w Cacciate il ìàdro-il quale sempre s* appiatta 
w In questa fratta-e in quella e mai non dorme 
" Seguendo lo orme-dei gregi nostri, 
« Nessun si mostri-pav<*ntoso al fiosfo 
>j Che io ben conosco-i lupi, andiamo, andiamo, ecc. 
(i) QuesV intreccio y col nome di versi incatenali , sebbene sia de' 6i- 
sficciatiti j si conosce nella poesia spagnola , e di tal costruzione è il So- 
netto die porta il De Simon Artiz in lode di Cagliari nel Carnicer , 
Trati. salire e( Primaélo ecc, 

E« Csrfler la calieca de Cerdena 
Cerdena que de lodas e^ nombrada 
Nombrada por el filo de su espada , 
Espada que ; ecc, 
(2) Qusto Poeta Itir&se dimaudaim al Vie, Capitolare , in seguito 
Jrcivesc. di Sassari , per venir assolto da un censo cf^e già aveva />a- 
gato al Fabbrirfere delia Parrocchia il qnale mori senza fargli in tempo 
la quitanza per giuiìfiffcarsi col mi090 che lo impelkva al pagamento. 



64 ORTOGR. PARTE SECONDA 

niustrissìmu Segnore, 

Iscuitenii cuiu a£fettu , ( afifectu ) 

Illustre , qui hamus ieettu 

D' esser Metropolitani^ 

Benzo a basare sa manu 

A Don Baptista Simone 

Cuin d' una lamentatione^^ 

Qui facto , et supplica viva ^ 

Supplica trist' et caupiiva , 

Qui facto, de pagamentos. 

Attendat ad sos iamentos^. 

Qui iacto senza qui peche. 

Éo Joan Maria Seche 

( Isi^uitet cum attentione y . . ■ 

Cum Margarida Melone, 

Fagamus unu sensale . 

A sa Ecclesia Parrochiale , ecc. 
E cosi seguita ad esporre il fatto in graziosa maniera ^ conchiudendo 
in fine col pregarlo affinchè non venisse molestato al nuovo pagameo- 
to^come di fatti gli venne accordata la grazia. Molte altre su diversi 
argomenti ne girano di questo e di altri Autori^ ed eleganti sono tut- 
te nella conclusione in .cui si mette un' otlazione : come per esempio 
quella Supplica del Tedde di Torralba al Censore Locale per darìgU 
tempo al pagamento ^ conchiudendo in questo modo . 



Essènde veni s' expostu 
De. non esser mojiestadu , 
Qui ìli Ciielu remùnoradu , 
\À dét esser dai Deu. 
Felicidade in s' iml)leu 

Goset quant'hat a 4ii>^re> 
Et i su Chelu agatare 

Potat abbertu a sa morte. 

Deus li dial sa sorte 

De In beatificare y 

Et passo a mi rafllrmare 

Que poveru Servidore, 

lUustrissimu Censore , ecc, . 
%, ^t VII. Al tre bizzarrissime forme di metro danno i Sardi Poeti a moth', 
bistiaci 3 brindisi ecc. che pronunciane in mezzo alle imbandite mense 
e nel caler di Bacco , ora accompagnati con vocale concerto , ed ora 
senza cantilena, così pure variando la tessitura ed il subbietta de' loro 
versi (i). L'ordinario metro però è la runsi lontanissima {% 20.) prima 



. (i) Tanti ^ per esempio,, prendono il bicchiere ^ altri il color del p/wo^ 
il $ito dov' è nato ^ ecc. ecc. Il Cubeddu etti era esibito un bicchier 



GAP. n. ALTRE SPEOnE DI METRI 65 

ponendo un tenia con qualche sentenza , o che alluda alF occasione 
della solennità, ìndi gradatamente rimando i nomi (ti quelli che diedo- 
ro la festa e che fanno parte al corteggio, augurando a tutti felicità e 
bene. In altre occasioni giocano i nostri Poeti eon mùtos , secondo la 
fanlasia ora con versi varianti (§^2&), ora con canzoni distese (serven- 
te» de' Provenzali ) , ora con madrigali per variare , e pfer dilettare 
all' istessò tempo V orecchio degli ascoltanti. Avvisi, ammonizioni^ fatti 
che spirano gravità e sentenze si sentono in bocca^ di tanti rozzi ed 
idioti agricoltori che con T aratro alla mano conversando con le 
muse raddolciscono i rigori della stagione^ e senton meno il peso della 
&tica. Pare impossibile come siano dotati di si potente memoria 
ricordandoli sempre , e gli ascoltanti ripeterli dopo tanti^ anni , non 
che i posteri , specialmente i pastorelli farne risuonare le foreste in 
mezzo alla loro solitudine: Altri poi si sentono applicarli alle diverse 
circostanze dalle quali fu mosso il Poeta per pufobtica o propria utilità. 
Il citato Seche perchè vedea nella Confraternita ^ cui egli appartene- 
va , del suo Villaggio varie dissensioni per gF impieghi da cui vo- 
leansì escludere i plebei e gì' idioti, ecco come ammoniva ed instruiva 
a tutti in caniMa rima, 'v 

Non hamus fr^deiidade. 

Non qu' hat pius anione. 
Totu suht dados in presumptiime 

Et superbia vana. 
Sa generatione nostra humana 

Et quie la iiindesit? 
Su Deus omnipòtente la formesit 

In d' unu corposittu. 
Istesit animadu> et beneittu (/benedictu ) 

Cum tres àlidos suos (i) 
Su Deus Babb^ et Fizu, totps duos 

Cum s' Ispiridu Santu , (>Sanctu ) 



d* acquavite, cosi faceta un brindis che spero sarà gradito dai httorù 

M Totu mirant cum. cuntentu 

» Su hquore istinchiddante , 

M Qui stat in colore d' oro, . 

» Nebode de su Sarmentu. 

>' Su binu r est bab' amante 

» Qui r exit tlae su coro * 

>9 Su babu nieddu que moro 

»> Su fizu tantu galante, 

» De coro est dulche turmentu ! 
(I) Quanto non è grande e sublime il pensiere^ di questo idiota l Egli 
sembra far la parafrasi di quelle sublimi voci di Mosè faciamus homi- 
nem^ ecc, in cui i SS, Padri annumiiatio il Mistero della SS. Trinità^ « 
di queUe altre inspìravit in faciem ejus Spira^culum. vitae. Gen. II, 7. 



88 ORTOGR PARTE SECONDA 

un ùòco in queste due sorta di nenie curiose e molto usate dalle 
Sarde Poetesse , le quali perchè non possono avere tanto frequente 
quella liberta di entrar in aringo con ^ìi uomini , sebbene talvolta 
anche questo sia comunissimo a talune (I) , hanno occa^sione di mo- 
strare la loro abilità in due estremi punti della vita defi' uomo/ cioè 
nella cull^ appena nato lodandolo , e nel feretro appena morto pian- 

Sendolo con lugubri cantilenc-T-ifiimiDc o iupifiiu, corrotto dal neniae 
e* Romani, sono quelle canzonette o cantilene delle madri fatte sopra 
la culla dei loro pargoletti per far* loro riconciliare il sonno (2). In 
Sard<^na , ne' villaggi specialmente del centro, non vi è quasi Donna 
che eseguendo questo tenero uffizio non tributi un' augurio, presagendo 
ffrandi cose , alla fortuna del Inmbo , o tessendo elogi alle sue fresche 
fòttezze, al chiaro nome di qualche suo' congiunto, alla virtù de' Ge- 
nitori, ecc. Il metro è cosi facile che anche le fònciulle di tenera età 
si provano ad ìnùtar le Madri (3) , facendo pompa della voce e deUa 
scelta dei pensieri. negli augurii.che intrecciano all'innocente fanciol- 



(i) Molle io ne ho cono9eiuto di questo valore^ e molte di queste Sarde 
Sulpicie ne vantano i nostri vecchi ^ come ^desi nétta Nota (f, 9Ò) dd 
Sardi Poeti ed Improwisatori, le quali sono dotate d'una pronta e fer- 
vida immaginazione^ e note per tante canzoni ^oUre di saper a mano- 
ria tante <ii queste che ricordano fatti parUcelari della Patria. 

(2) Forse sono quelle fesseriae di cui parla S, Girolam, scrivendo a 
Paola, Il modo d' intrecciare i versi dicesi in sardo ahmdtare da btoto, 
strofa , cantilena. Ghil, cantare su piccinnu. Margh. Goc. ninniare. 
Ninnidu però generaltnente vale canto di augurio da cui il proif. quaih 
do ad uno accade una tristissima sventura « non bilu haiat bettadu sa 
marna in su ninnidu. Nel gre. trovasi v^veroc^nìnitos cioè carme o can- 
tilena trista^ vSvt<xt^ naeniae, dove nel sardo si è conservata la m greca, 

(3) Ecco coììie io sentiva una fanciulla che cullava un suo fratellino. 

Oh t ninna et anninnia I 
Dormi comò ^ frade meu ^ 
Oh ninna et anninnia t 
Fortuna ti diat Deu. (Deus) 
Oh ! ninna et anninnia. / - 
Intro et fora de domo ^ 
Oh t ninna et anninnia / 
Dormidi ^ frade ^ comò. 
Oh! ninna et anninnia! 
Dormi riceu tesoro, . 
Oh i ninna et anninnia ! 
Bellu comente et s' oro, 
Puppia de s' oju tneu. 
Dormi non timm arreu. 
Gioja de mama sua 
Dormi senza par uà, (paura) ecc. 



\ 



CAP. II. NINNIDOS ET ATTITIDOS 6» 

lino the iònie volte col pianto dimanda questa e^intilena alla quale 
per riconciliar il sonno è abituato. Si principia con un* intercalare^ 
secondo V uso del paese , iiìdi si pone il verso , si ripete V intercalar 
re, e si mette un' altro verso accordato al primo ^ e così va dìóen- 
do (i). Per modo di esempio, 

Oh t ninna et anninnia ^ 
Anghelu de su Chelu. 
» Oh ! anìnna et anninnia 
Dormi senza rezelu. 
» Oh ! ninna et anninnia 
Fizu de marna cara 
>' Oh ! ninna et anninnia 
Prite non dormis , nara ? 
» Oh ! ninna ecc. 
E cosi seguitano smtpre con versi settenàrii o ottonaci con tuono al- 
lungato per più ore addattando talvolta il movimento della culla ài 
tempo della cantilena la quale sei^e quasi di sollievo al materno uffizio 
ed al lavoro domestico che hanno nelle mani , barcollando intanto col 
piede. Ma quest'esempio di s(^ra, ripeto^ non è comune a tutti i dipar- 
timenti ne' quali variano non solamente i metri, ma anche l'intercalar^ 
anninna. In Os. ed Angl. per esemp. accordano due versi consecutiva- 
mente ripetendo una sola volta V intercalare , oh AriNiniuA , anninnia. 
• % LI. Da questo vocabolo ànninna viene quel noto armonico inter- 
calare che adoperano i Sardì Cantori nelle cantate chianiate dal Vidali 
TASI, che si praticano nei festini/nella natività (cdìiiU} genetliaco) ed iu 
altre fauste occasioni , e consiste in due versi con un' emistichio , cioè 

Èja 1 ennoinnonna ^ 
Ninnerà et ninnonna 
Ninnerà ninna ! 
In qualche provìncia cambia come lo riporta il Madau y cioè 

Aimlnno et anninno 
Anninnp nera annino 
Et norà. 
E nella parte merìd. della Sardegna, ossia nel Camp, usano il seguente 

Andimbironai ! 
Nora nera andiro 
Andimbironai! 



(4) Un simile canto anche si usa dagli Ecclesiastici a suono d' orga- 
no nelle Chiese nella notte del Natale per il Bambino Gesù'. / versi 
ordinariamente sono ottonarti : cosi nella Diocesi di Nuoro adoperano 
gudla nenia composta dal Can. Dor, 

n Ninna ninna pilos d' oro y 
« Ninna ninna fior' et lizu, 
>i Ninna ninna , amadu fizu 
« Ninna ninna , amadu coro. ecc. 

6 



60 ORTOGR. PARTE SECONDA 

L' uso di servirsi di qiiest' intercalare si è di metter V augurio ò eneo- 
mio adattato- all' occasione ki versi senarìi o ottonarli a due a due, ed 
accompagnato col concerto delle altre tre voci (% iì), mdi ripetevi 
y interoamre^ par modo di esem. serva il seguente che io udii cantarsi 
da un' Improvvisatore neir occasione che un Giovine di un Villaggio 
celebrava la prima Messa. 

Celebremus festa 

Cum coro et cum laras. 

>9 Eja anneinnonna 

>' Ninn(H*à et niniionna 
>' Ninnora ninna 1 

Mitras et thiaras 

Miremusr in testa. 

» Eja ! anneinnonna 
B Vidali^ Uran. Sulc. f. 8. crede che questa cantilenarla stata iasegaata 
da Ennio, e lo ricavò da frammeuti negli Archivi di Pisa, jànninna 
€8 griego mUy^ eetragttdo ^ y alude ai nombre de Ennio ^ qut lo ensefh. 
Il Madau però Armon, de^ Sardi f. 6. crede che questo verso armonico 
sia stato celebrato dagl' antichi Sardi in memoria di Norm ed in etema 
protestazione dì riconoscenza verso il loro bene&ttore Norace. Ma io 
eredo, che siano versi imitativi a misura della csmtilena^^eavEa toglier 
il merito dell' antichità ai mede^mi , come quegli altri 

Lalla , latta , lallà 

Rà l^irà ìaàrk 
che le matrone romane usavano cantando facendo la ninna ai bambi- 
ni 0). Similmente quelli che il cit Madau erede esser arzigogoli déW an- 
tichissimo Poeta Ennio 

Taira , taira , taira 

Taira , taira , taira 

Tarantara ta. 
Non però allusivi a nessun benefattore in atto di riconoscenza per 
conservarne la grata memoria , che tenue olterta sarebbe stata , bensì 
la cadenza naturale e V orecchio avergli formati a cappriccio, come 
m of^ì Paese vi sono le tarenteile , ed a Roma e Napcli< vi esistono 
particolarmente, per esempio quello tanto in uso presso i fanciulli, e 
che io sovente sentiva ad ogni passo. 

^9 Là lara lara là 
r Che bel moretto , 

>' La lara lara là 

Quanto mi place 

» Là , lara ecc. 
S. LII Ma se allegro riesce qsesto canto delle Donne ed a. quelli di 
casa ed al vicinalo, altrettanto nojoso e tristo era quell'altro ehe n^ 



-« « 



(i) Da questa cantilena dissero il verbo latto ^ as, (far la nanna) 
ninnare , cullare. 



j 



CAP. n. NINWtDOS KT ATTmOOS SI 

anni addietro generakHeAte sì praticava dalie Pr^fklit (I) con le lii-^ 
neralì iainentaztoni ^ stando atton'iio al doloralo cadavere costitoitb 
aeHa bara in mézzo deiki casa , ed assise Ifra le donne prossimiori aK 
r estinto. Grazie sia aHa premura dbi buoni Parrocfhi e da zelanti 
Vescovi che a sé facendo cHso riservato; ed in qualche Diocesi con la 
scomunica, l' arte di quelle, superstiziose femminuiDeie, riuscirono <piaài 
del tutto a toglier di mezzo questo costarne indegno nel seno del Oi> 
sfianesimo. Ecco adunque come solea praticarsi dalle nostre laiiieatatrìoi 
iTTiTADORAs (2). Si^vvlavafio vestiteci gramaglia^ conforme Y uso del 



(i) Praeficae furono cosi dette ^ secondo Nonio ^ Fe^ e f^arrone^ per- 
ché planctui praefiéìebaniur. / GenUU ed i Romani furono i ritrovatori 
di queste apprezzolate laìnenHairici. Dait Gentili pare di averlo appreso 
anche gii Ebrei presso i quali M fa cenno di qudk non solo ed tempo 
del Salvatore^ Matth, /X.„ 23^ quando ristiscitò ta figlia di Jàiro, ma 
pure al femip^o 4H Geremia IX. , i^^in queliti frase vocatè lameAtairiées. 
Jnzi è da notarsi che nei testo di S. Matteo si fa menzione dei tibìeineìsi 
(suonatori di flauto o di fistole) ^ da cwi pare che anche gii uonHni eser- 
citassero questo triste uffizi di piagnoni apprezzolaH^ questo però non 
è rimasto in Sardegna {*), e tanto meno aM suono di stromentiy per cui 
dice Lattanzio che per gli uomini si piangeva accompagnando il canto 
con la tuba ^ e per le vergini con la tibia. Che in Sardegna ci fossero 
gussée Lagrimatrìéi é chiaro dalla quantità dette piccole fiide bislunghe 
di ^etro e éi stovigHa tfeffó lacrima torìum (sard, lagrimmd^rzu) che 
sovente si trovano ne' Sepolcri antichi {**). Che che dicano' gli ^^ntiquarii 
^W %tso éH queste^ il Òétsso rilievi scoperto in Juvergne dove si vede una 
Prefica scarmigliata con due vasetti nelV atto di spremervi dentro 1% 
lagrime dagli occhia simili e delta fotma de* nostri j abbastanza confer- 
ina la comun' opinióne. K Lanoir^ Nouveaux assés ecc. Paris , f 144. 

(2) Da cui il vefbo attita«Eì V atto ATTiTii>lr, ArrixAiiÉNTt. yìfce on* 
tichissima la quale si è conserùata nelV arab. adda, iteUa II. con^ug. 
tahìdìdda. » Numerami uìid post aUam et maxime de laudibus Prae^ 
» ficatum sumitur j qude" tma post alictm laudee mortui numerant. >* 

(*) Bm un Canone deità Sinodo di Mons. Pilo Festovo d* Ales, peste 
che anche gli uomini facessero questo uffizio. » Maxima ergo soUicitu- 
y» dine deùént rectores animarum a suis eliffiinare popuUs immodica 
V ma ^ insana et fanatica externi luctus indieia ^ quibus ositentandia 
" viros mulieresve aliqui condueunt^ Ut lugubri cantu ^ cenHnuove 
« ((julatu moerofeth ^ et luctum testentar more ethnicot^m. » 

(**) Olire quelli che riposano nel R^i^useo- di Cagliari e nel nascente 
di Sassari^ nel mio Cimelio conservo i8 tacrimatorU di vetro ^ 20 di 
stoviglia tra i quali due bellissimi rotandi colf orificio depresso e bucato^ 
i^iU a quelli del Museo di Verona. Nel detto Museo di Cagliari jSin- 
9Qla*'e è quello in férma di crotalo dato in dono al medesimo da iVai-^ 
lual Direttore Sig. Gaetatw Cara^ insieme ad altri oggetti, ^ 



6S ORTOGR. PARTE SECONDA 

paese, alla casa del difunto, con pezEuola bianca in mano quivi al- 
l' ingresso prorompevano in singhiozzi , indi assise intorno alla bara 
cui mnno corona in silenzio le parenti immerse nel dolore (i>, princi- 
piavano la trenodia , 6 le lugubri note che credevano fosse un' onore 
e sollievo al difunto, essendo dì obbrobrio è segno dt poca stima quello 
di non prestargli quest' ultimo pietoso uffizio (2). La moglie ^ se il 
manto è il defunto , sorte la prima con questo intercalare in flebile 
tuono ed alquanto prolungato. 

Ohi I su bene , et ì su coro meu ! 
Indi pone il verso settenario o ottonario , come nel precedente distico 
dei fanciulli , ripete l' intercalare , e pone il 2 verso rimato col primo 
che forma il distico. Per esempio 

»> Ohi ! su bene , et i su coro meu ! 

Bellù et raru qu' et i s' oro ! 

>» Ohi ! su bene et i su coro meu / 

Sempre ti tenzo in coro f 
% LUI. Cambia quest' intercalare secondo la persona morta cui si 
dirigono gli accenti funerei .* se per esemp. la difunta è figlia , parla 
la madre cantando in detto tuono 

Ohi ! su bene et i sa fiza mia ! 
Se figlio, Fizv MEU, se è la sorella che piange il defunto fratello, 



Oberi, Gloss. ad i^oc. Ma però le sarde attitadòkès, parlo delle attuali, 
non corrispondono affatto alle Prefiche antiche de' Gentili j mentre que- 
ste irenode lamentatrici non fanno da noi qtèesf uffizio per la mercede 
o per interesse come quelle , e tanto meno con atti indegni e barbari 
come narra Lucilio 

. . , in- funere praefieae 
Multo et capillos scindunt et clamant magis , 
bensi modulano qtteste nenie col pianto , ma con compostezza^ talvolta 
neppur chiamate^ solamente per onorar il defunto ^ e per generoso af- 
fetto ai medesimo ^ ai parenti ed agli amici. 

(i) In sardo addoloridas, addolorate, r. la tav, FlL del L voi. dd 
Foffttge del Cav, Della-Marmora. — Il verbo attitare egli crede che sia 
da un grido naturale e di sorpresa ^ secondo quel verso di Plauto 

Atat^ perii hercle ego miser t 
Oppure da quella esclamazione comune ai Tragici Greci otototoI, oto- 
tote. In Ghil. e distr. attìtidu dicesi teu o theu, da cui fagher su teu, 
attitare. Il Maded. nella Commedia Sacr, 

Sighint pianghinde a li fagher su theu 
Sas MariaSs Johann' et Magdalena 
Ognune narende^ oh ! amadu meu^ 
QuanV amargura nos faghes et pena ! 
(2) Esistono molte canzoni antiche in cui fingendo V amante d' esser 
morto di doloie pone per unico segno che l'onori e tostimi quello d'es- 
ser pianto^ attiladu dalla sua amata. 



CAP. II. NINNIDOS ET ATTITIDOS 63 

Ohi ! su bene et i su frade meu ì Se un' amica deplora 1' altra che fu 
maritata , ohi i su bene et i sa bona muzere ! se nubile , ohi ! su bene 
et i sa bajana mia ! Se uomo nubile* o maritato si nomina la profes- 
sione che esercitava , per es. se agricoltore^ ohi ì su bene eti su bònu 
massaju j se pastore , ohi! su bene et i su bonu pastore (i) ; se un 
signore o principale , ohi! su bene et i sa bona persone s e cosi va 
dicendo secondo le particolari circostanze della persona che si piange^ 
senza cambiare la sostanza , sebbene diversi siano gì' intercalari in 
qualche distretto , il modo di applicar le rime ed n piagnistèo (2). 
Le àùttoe che &nno corona alla bara ed alla Trenoda ad ogni strou- 
Da di questa mandano fuori de' singhiozzi e l' interposto ohi ! non 
poi strappansi il crine , insanguinandosi colle unghie nel viso , come 
taluni esagerarono. . Dopo che una piagnitrice si stanca sottentra 



(4) La semplicissima lode contenuta in quest intercalare che mettono 
per base , annunzia U costume più remoto dell* antichità ^ indicandolo 
Catone U quale dice che i suoi maggiori cMora qtianckf lodavano 
un* uomo dabbene gridavano, bonum agricolam bonumque colonum. 

(2) r. La BibL Sard. dt fase, dove si riportano poche strofe nel 
modo come praticasi di onorar i defunti a Grani, Le medesime sono 
le lodi di un giovinetto che moriva in età di. anni dodici, di cui meglio 
si può chiamare un" epicedio , cioè canto funebre in deplorazione di 
alcuno «opra del corpo morto. 

Oh \ de su coro meu 

Delida et tughe cara ! 

Da^ corno pena amara, 
' Suspiru et dolu eternu ! 
Coment' et arvur' electa 

Bellu creschias et forte , 

Cuntenta de sa sorte 

Eo ti mìrd continu 

Et riende in exultantia 

Sentia fiorire in sinu 

Gratissima sperantia 

Ti conserveret Deu (Deus) 

O de su coro meu 
Delicia ecc. 

Suòla de s* umbra tua 

Sperao de reposare 

Sperao mi alimentare 

Eo in SOS fructos tuos : 

Ma appena tue compliàs 

Sos annos deghe et duos 

Sas allegrias mias 

In dolu cambiat Deu (Deus^ 
O de su coro ecc. 



64 ORTOGR. PARTE SRCOINDA 

1' àlffa , sard. aochidaaeh {A) , aUemarsi , e sovente a gara si dì.^puta- 
wy qud^' uffizio , ognuna procurando di distmeuepsi in pronteflLza dr 
Tersi , in dilata , in seniinie»ti e nella forxa cu intenerir gli astanti 
«ol descriver bene le gesta del morto , e nel saper bene portar F ar- 
gomento con giusta successione dei l'atti dì sua vita. Bis<^na confes- 
sare per amore della verità , che la virtù delle sarde poetesse spicca 
molto iyi questo genere di poesia. 

§. LIY . In sostanza la sarda trenodìa o canto ftmebre di queste 
donne non è altro che un' eiogìo domestico o funebre orazione del 
morto. In questo. di fatti non fanno aUro che ricordare la religione, 
la virtA , la fortuna , o le beUe doti e le buone opere del parente o 
éeH* amico dtfunto. h* attaccamento specialmente che aveva alla fami- 
glia , ai parenti, agM amici. In sé adunque ques4' uHùiio èva da 
principio innocente ed onorala, jna in seguita lo deturparono devian- 
do dal suo primo istituto. Bisogna sentire quanti aneddoti e fattarelli 
mettono In cdHipo e che mai nessuno avrebbe potuto $apere se non 
la curiosità delle donne. Se €u nomo non dabbene (se pur vi è cattivo 
alla morte alcuno) è f^ho che di costui, come certuni credono, metta* 
no in can^K) i visìi. Tutto il pericolo in queislo pietoso uso era , allor- 
quando si trattava di prestarlo a quelli die .furono uìorti per disgrazia 
o di violenza ( sard. mortu a maleficm ^ mottu male) ^ oh 1 allora si 
che le viperee lingue delle piagnitrìci , trasportate dal dolore, speda)- 
meme se desse erano congiunte all' estinto, s'intingevano nel ^ele della 
vendetta , e le loro lagrime erano un potente e micidial veleno. Noa 
più le flebili rime, dette dai Greci Erinni^ dai fcatìni Dira e dagl'Ital. 
Disperata^ rivolgono in lode dell' insanj^uinato cadavere, ma come 
tante Erinni rivangano V origine delle invinioiaie , rinnovano le sopite 
tristi memorie, espongono la sua innocenza ed I suoi diritti, esagerano 
la prepotenza e nequizia dell' uccisore , a talento «ircoustanziano i lat- 
ti, descrivono il colpo fatale, nominano espressamente, sèbben lo aves- 
sero per indizio, il malfattore , gli diriggo»o im nembo di esecrazioni, 
ìmprecaÌKi il giorno natale, ii^citano alla vendetta i figliai parenti, gli 
amici, e coinè talvolta, aggiungendo dolore a dolore, sene sono veduti 
funesti e tristissimi, effètti. Ma ormai, ripeto, \^ a svanire quest'abl)or- 
revole costume dalF Isola nostra : ho esposto solamente questo a chi 
volea esser curioso di saper minutamente come pratica vasi questo resi- 
duo dì gentilesimo e di pregiudizìi, di cui ogni.pai'se più o meno non 
difetta , e che fu più tardi a sparire in questa isoìata Terra. 

TRÒPI 
C A P O I I I. 

§. LV. V aga è la sarda poesia nelV uso dei tropi e delle (igiire delle 

quali è copiosa la lingua di sua natura , e di cui fanno uso i sardi 

. » — ^ 

(ì) Da cHiDA , settimana , Hceome le si^Hwmne tmccedono ufìu rfojw 
V altra, cosi esprime in sardo il verbo acchh>aiie. ila cui V avT. a cbidl 
cHiDA ^ alternativamente. 



CAPO in. TROPI 66 

Poeti. I tropi altri sono di parole, che s<»io la metafiMra, la sineddoche 
e ia metonimia. Altri di sentimento , che sono V allegona , V iperbole 
e r ironia. Questi tropi come le .figure in ogni lingua furono adoperati 
in origine per «necessità, ma col andar del tempo servirono di yaghez- 
za e di ornamento al discorso. La metafora è quando si trasferisce un 
senso di una cosa ad una persona e viceversa. Questa dev' esser con- 
veniiente alle eose o persone cui si attribuisce, perciò dev'èsser pura 
e inodesta , espressiva ed addattata. Cosi il Filippi nella ^ua cansone 
della primavera per significare il rigoglio delle piante , cantava. 

Sas piantas delicadas , 

Appenas ispuntat su die , 

Parent qui joghent et rie , ( rient ) 

Qua prhuavera est torrada , 

Et mustrant a sa mirada 

Su fructu nòu béssidu. 
Ed il Madau per mostrare V inconstanza di lina Donna cantò in questo 
modo paragonandola al Sole , alla luna , pianeti ecc. 

Sole in sa cara et in su coro luna j 

Angelica veletta , istella errante , 

Ses bellissima roda de fortuna > 

Infogadu cometa ad ogni instante, ecc. 
§. LVI. Non dev' esser però troppo frequente perchè non renda il 
ccmiponìmento oscuro ed in intelligibile , ma pure presa una volta 
deve:» continuare nell' istesso soggetto , come fece il Petrarca nel so* 
netto che principia ^- 

» Passa la nave mia colma d' oblio , 
In cui per nave intende 1' anima , e cosi felicemente lo condusse sino 
al termine. Le sarde canzoni rare sono quelle che non siano adorne 
di quest' importantissima dote (i) , tutte sono felicemente portate allo 
scopo ora sotto metafora di mi' agnello, ora di un daino o cavriolo, come 

§U arabi dalla gazella; ora della volpe, ora di una nave, di un cipresso 
i una rosa , di un fiore , ergi di un sparviero , come in . quella del 
Congìu , di cui non dispiaccia portare la prima stanza. • 

Astore , troppu tentas attrividu • .* •• 

In su nidu sas puddas insultare. . 
Cumpassadi sos logos de belare , 
Qui siant de padronu abbandonados. 
Ma si sunt bene occultos et habitados 



(i) Ogni pagina e strofa delle sarde armonie sono ripiene di queste 
bellissime continuate metafore. Nel genere descrittivo ed amoroso sfavU- 
lano di grandi bellezze,, e maravigliosamente ricompariscono nella poesia 
maìineolica. La differenza dei clivfìi è la cagione dei diversi ornamenti 
poetici. In questi la sarda Poesia combina molto colV arabesca con cui 
infinite similitudini e paralleli possono farsi. V. La raccolta delie 
Poesie arabe dilean Humbert neUa\sua Anthologie Arabe, Paris 1849. 



66 ORTOGR. PARTE SECONDA 

Dae attesu tilos mira , et tilos lassa : 

Qua si alcuna boH^ ti propassa (pròpassas) 

Cnm sas pinnas lidadu a fagher gala , 

O ti salvas sa \ida cum sas ala , ( alas ) 

O ti segant sas alas in su nidu. 
Astore , ecc. 
Bellissima è anche quella in cui gli errori di un amore descrivonsi 
nelle insìdie di un vezzoso fanciullino. 

L«assami , amore , in su$^egu 

Qua ses piccinnu traitore. 

Non bi jogo pius , amore , 

Qua. mi das colpos de cegu. 
Sunt notas sas a^tes tuas , . 

Faghes de su bellu in cara , 

Et mi tràpassas insara 

Su coro , et pustis ti cuas ; 

Mi lu has factu un' olla et duas ( bolta ) 

Bene connosco su errore. Mad, 
Vaga pure è la metafora di quel Poeta che per esprimere il coraggio 
e la fermezza chiama il petto muraglia , ed il cuore diamante. 

Su pectus est de muraglia 

Su coro est que diamante, Cub, 
E così va discorrendo di tutti i sardì componimenti i quali sono ripieni 
di vaghe similHudìnì.e dì graziose comparazioni ricavate ora dalle cose 
animate ora dalle insensibili secondo la materia* ed U subbietto^ come 
nella seguente d' incerto autore antico. 

Unu coro sinceru est immutabile 

Que rocca posta a proas de sos tiros : 

Ma tue, ancora q' hapas c^ra amabile^ 

Has unu coro qui sempre dat giros. 

Tantos ses in amare , et non nissuna 
. In sa cara reale ^ in coro luna. ecc. 
Queste metafore per lo più (*Qn le similitudini consistono nel recar 
la parità di un' altra cosa per ispiegare con maggior e\idenza ciò che 
si espone. Cosi il Cubeddu nella Canz. die sa Religione 

Coniente dai st;rpentes iscapade 

Dae sa ■gente atheista disgratiada. 
Ne* poemi in ottava rima s'impiega un'ottava intiera nella similitudi- 
ne come r Ariosto, ed in sardo l' Araolla nel Gavino trionfante impie- 
gò metà delle ottave in ottime e quadre similitudini , come vedremo 
appresso. 

) % LVII. La sineddochi o intellezione è quando nel discorso si mette 
il genere per la specie , la parte per il tutto , ecc. variando sì che in 
vece di una cosa s' intenda l' altra. Tra le molte sue specie le più nsi- 
tate nella Sarda favella sono quando sì (prende il genere per la specie 
e la parte per il tutto , per esempio. 



GAP. ni. TROPI 67 

A nois benit mortales 

Sa lamentabile boghe. 
E in queir altra 

Como non dès erèr in vanu , 

Ja qui b' has postu sa manu/ 
E r AraoUa nel suo Poema del Martirio di S. Gavino sovente fa uso 
di questo tropo. > 

Pro cuddu sitibundu ardente zelu , , 

Qu' hapìstis in salvare sos humanos^ 

Ti prego j salva custu humidu velu ) 
Fja metonimia o trasnominazione è quando il significato di una voce 
si trasporta ad un' altra. Anche questa è di molte specie^ ma la più 
usitata è di metter il contenente per il contenuto , Sardegna pei sardi 
Cagliari per gli abitanti ecc. 

O Kalaris superba alza sa testa 

D' ispigas d' oro et gemmas coronada. Mad: 
E queir altra stampata in Sassari in occasione d^lf ingresso del Yesc. 
Azzei in Ozìeri 

Caru Othieri , est bennidu su die 

Dai te tantos annos disizadu , 

Exnlta , faghe festa , et ere a mie , ^ 

Qui ti, podes jamare fortunadu. 
O quella d' un Ecclesiastico Improvvisatore Ploaghese nelF occorrenza 
della benedizione del Tempio della Vergine di Valverde fatto da una 
pia Donna ajutafa con le oblazioni de' divoti. 

Piaghe faghe festa de allegrìa 

Exulta letabunda , gosa , et rie , 

Qua sa Reina de sos Chelos Maria 

S' est dignada habitare in -mesu a tie , ecc. Ledda. 
Anche 1* onomatopeja ossia nominazione che appartiene alla classe del 
tropo è usata dai Sardi Poeti rappresentando o imitando la voce di 
quello che si vuol esprimere e far sentire in atto. Cosi il Pisur. espres- 
se lo sdiioppo nella canzone deli' agnello 

Amigu meu ^ si bides su lupu 

Accurre prestu cum su tpu zis-tupu (i). 
Nella qual voce imita l'avvampo che fa la polvere nello scodellino dello 



(i) Cosi troipasi il finimento dei due versi di questa strofa del Pisur. in 
molte copie della mia raccolta delle canzoni. Il Dorè poi cosi li riporta 

S* intendes boghès. A inhogh' a sm lupu I 
Curre cum canes ^ et cum su zis^tupu. 
E cosi a<i:>rà detto V Apolla del Monte Acuto ^ ed ecco una prova come 
si. corrompono dai copisti^ come pure di altre ho potuto rilegare. Sorga 
finalmente uno della professione ptr restituire tutte le canzoni sarde al 
lorif antico splendore,, e si mandino Mi alla posterità per non mai più 
travisare le parole e le idee di quei vividissimi ingegni ! 



68 ORTOGR. PARTE SECONDA 

schioppo con zzis , ed il fragore o lo scoppio del medesimo con iupu. 
Cosi Ennio espresse in lati, il ^jyono delie trombe con taralàntara e 
gì' Italiani con la voce tafapatà, 

%, LV III. U allegoria è una •fìgui^ poetica con ia quale sotto larve 
d' altra cosa spiegasi il proprio pensiero. Non è altro perciò che una 
tacita e continua coiii|)arasiioofi , la quale ^esìgge che i^e canzoni si 
tiri avanti ugualmente nel sentimento dal principio sino ^a fine ( ^. 
56). Tutte le sarde canaoai-haxino questo distintissimo pregio , tal' è 
la canzone dell' a^,iDip6ra del celebre Pisurciu; tale quella che riporta 
il Madau allegorizzaftdo te guerra doir amore e la perdita di un' aman- 
te nella guerra di tanti cani > e che principia 

Iseo ^ qui ténes , bella m caneria 

Valente» dioj^hi e^tnes separados ecc. 
h' iperbole è un tropo di sentenza in cui il Poeta esagera una cosa 
inalzandola troppo ó abb0is§an(k)la; cosi V Araoi. descrivendo il dolore 
della moglie di Calpunùo HtdJsa vita di S. Cavino 

In lacrimas prorumpit tantu forte , 

Qui mai canale d' abba non fùt vistu 

Palare cum pius furia , et £agher rios 

Quantu falant de custos ojos pios. 
Tal' è V. gr. quella avversità espressa da un amante in verso di un'altro 

Non ti cherzo , et si vivere 

Annos de Mathusalè^ 

Non ponzas aOìcu in me. Mad. 
O quel rovinio espresso nella caduta di un cipresso nel quale il Poeta 
figurava la fortezza di im Eroe. 

Et guarda qui mi trèmulet su fundu , 

Si eo ruo , isperda mesu mundu ! Id. 
Ed U Cubeddu nella canzone 

Qui e^t custu Tyranu 

Qu' bat ispintu sa manu 

Pro affligire sa Nìmpha pius galana ! 
Così il carattere del Genitore di questa Donzella descrisse esagerando 
la crudeltà dell' animo di costui 

In s' orizont« nostru 

Fiera assimizaute, 
Quirqueret dai Olanda a Macedonia , 

Non b' hat simile mostru 

Dai ponente ad levante 
llancu in sa serpentosa Babylonia. 

Cum iscagiia ispuniante 

Silvone de su Atlante 
O de s' antiga Ausonia 
S' iscadenat cum furia mancu insana. 
Tal' è ancora quella impassibilità che un frat-e Poeta poneva al suo 
definitore scherajamiolo (*he mai diverrebbe Guardiano. 

Quando Deus Soheranu 
Non dèi esser Creadore , 



GAP. m. TROPI 69 

Taiide su definidoiie 
Dèi esser Guardiami. 
Quando s' abba de sos rio^ 
Del alzare et non falare^ — .. 

F4 i SOS pl$ches dent instare 
In su fogu semper bòos , 
Et duas musoas hapant l»nos 
De juglier su mundu in manu. -^ 
Tando su ecc. ^ , 
Oppure queir altro die dlsinganitava! il suo amante. 

Quand! has a iridar sa die hoe cras 
Et i sa pascha de Abrile in ina|.u^ 
Su die q' hai a messare su messaju 
In cìambu de trigu prana et cai*iasa, ecc. 
E quello per esprimere la penuria in cui mescbinamente viTéra > cun* 
ta\a in que&tQ QiOflo^di sé. 

Paschìa hervas in s' hortu 
De su lamiine niorlu , 
Et de su sidis siccu. 
BiVia tantu a ziccu 
Qui unu corvu in su biccu 

Mi podiat portare , ecc. » 

Ed il Vjdali fiualiaente liell' Urania. Sulc, mette in bocca del Tiranno 
b seguente ottava , 

Sos mios antecessores^ quant* hant factu 
Pro esterminare custa sètta prava , 
Qui a unu po^u in Hughe diaie Pilatu^^ 
Adorat et ti fkgbiet tanta salv^. 
Tof est fadiga in vanu, et pagu acca tu ^ 
Tot' esl Leai^e ad Hercules sa clava. 
Spudare in chelu, a s' aer verberare^ 
Iscrier in abba et in codina arare. 
Meglio r Arad^a in sa vida et niartiriu ecc. de Sanctu Gavinu cosi fa 
rispondere S. Pro lo. e S. Gianuarìo al Presidente Barbaro che ti lusin- 
gava ad abbracciar l' idolatria 

N^ perdas tempus solu unu monaentu 
De querrer su contrariu inunaginare, 
Qu'est propriu battir' abba a sa marina > 
Et rumper cura sa canna sa codina. 
§. LTX. Non sembrerà stravagante ne' Sardi Poeti quest' argomento 
cavato dair imposiìbile, ossia questa maniera di portar le cose che 
sono contro natura, poiché niolti esempì abbiamo degli antichi Poeti 
greci, latini ed italiani in questo genere. Ovidio a proposito cene dà 
un belUssinio esenifiio nell' Eleg. VII. lib. i. vedendosi tradito dall' in- 
timo suo amico, lo che credea impossibile. 

Terra feret stellas, coelum scìndetur aratro 
linda dabit flammas, et dabìt ignis aquas» 
Omnia naturae ecc. 



70 ORTOGR. PARTE SECONDA 

Anche Sannazaro, per tralasciar gli altri/ sovente fece uso di questo 
tropo. Cosi neir Egl. IV. induce Logìsto rispondendo ad Elpino che 
gli fiacea sperare il suo continuo pianto di voltarsi finalmente in riso 
ed allegrezza -" 

>y Li ignudi pesci andran per secchi campii 
» E '1 mar fia duro e liquefatti ì sassi , 
» .Ergasto vincerà Titiro in rime. 
M La notte vedrà il sol le stelle il gipmo, 
» Pria che gli abeti ed i faggi d' està valle 
» Odan dalla mia bocca altro che pianto. 
E sebbene queste iperboli siano manifestamente false ed esagerate, 
pure accordano vaghezza al sentimento in ogni dialetto e musa. Non 
deve però un Poeta tanto lasciarsi trasportare nelle medesime, tenen- 
do sempre che le più grate saranno quelle che gli uditori prende- 
ranno per verisimili come in conferma del soggetto cui si applicano, 
e dell' argomento che trattasi. Per es. quella in cui il Poeta esagera il 
carattere della sua amante ingannatrice. 

Dalila presumida, ingannadora 
Infida et variabile que mare. 
Non mi bastat sa lìmba a V explicare. 
A narrerò qui est custa filistea ecc. 
S. LX. U ironia finalmente è quando per esprimere una cosa o un 
fatto che non è tale qùal sentesi nel cuòre, si serve il Poeta dì parole 
che significano tutto il contrario, ma che dalla persona o dalle circo- 
stanze o dal tuono comprendesi la verità. Non ho potuto vedere nessun 
esempio a proposito nella voluminosa raccolta che tengo delle sarde 
manuscritte canzoni , fuorché nella seguente strofa dell' Araolla nel 
Gavinu iriumphante ^ quando la turba che vide la pia moghe di 
Calfurnio prestare un velo al Santo 

Gavìim , accepta s' humile presente , 
Et leat su velu involtu et assetadu. 
Rìet sa frx)ta iniqua de su gestu , 
Veni , li narat , cras , et lea s' imprestu ! 
E queir altra composizione del Dorè nel far il confronto della felicità 
della Sardegna quando era sotto la Spagna al tempo attuale sotto 
r inclita Casa Sabàuda 

S' Hispagna hat de Sardigna comparadu 
Gente , terras , et montes , chelu et mare , 
Gratia prò nos haer riscattadu 
Deus nos jompat a bilu pagare ! 
Bendende corno nos hat imparadu 
S' arte de airricchire , et de lucrare , 
Proende qui non est cuntractu àvaru 
Comporare a baratu et bender caru , ecc. 



CAP. rV. FIGURE ^ 71 

FIGURE 
CAPO IV. 

% LXI. Anche le figure non tanto di parole che di sentenze o di 
concetti danno energia ed eleganza, noi^ meno che nelF Italiano , alla 
sarda fisivella^ specialmente in bocca dei Poeti e degl' Improvvisatori. Le 
figure di parole tanto sono feriali a tutti che non occorre porgerne 
degli esempiì separatamente per rilevarsi abbastanza dai suddetti. Dan- 
no però molta grazia al verso , v. gr. la ripetizione , 

Cusf est su logu , cusf est su disterru , 

Inue s^ iniqu luighe hat destinadti. Jrao. 
La ripetizione inoltre ora si fa ripetendo immediatamente la voce per 
dare maggior intensità alla cosa che si dice, come il Pindarico Cubeddu 

Deus , Deus cumandat ad T ^mare 

Subra tolu sas cosas et servire. 
Oppure tramezzate le voci ed anche le stròfe, come il medesimo Cubed 

Ite Motivi! agatas 

O barbaro Nerone 
Incrudelire ite motivu has tentu ? 

Guarda qui non fatas ( factas ) 

Su fine de Absalone , 
Et servas a su mundu de ìscarmentu. 
Anche le figure di sentenze vediamo qua e là disposte, senza escludere 
le canzoni di poco rilievo. U interrogazione speciahnente^ quella figura 
vale a dire che si adopera non per saper cosa ignota, ma per dar forza 
e risalto al sentimento è comunissiilia a tutti: ne sia per esemp. quella 
del cit. pindarico Cubeddu nella sua ode deirAssunzione che prùicipia 

, Qual es,t cu^ta Segnerà ' ' 

Simile a s' aurora 

Qui alzat a (]helu in carru triumphante ? 
E nella stanza 83 della canzone de m Religione contra a sa liberlade 
con graziosa enfasi cerca le grandezze del mondo 

Uè sunt sas ricchesas de Dariu ? 

O s' armada de Xerse persiahu ? 

De Annibal et Cesare uè est su briu? 

O de cuddu Corneliu s' aTricanu ? 

Sunu passados totu que unu riu ( sunt) 

Qui andat a s' attuffare in s' oceanu. 

Asi disparìt ogni majestade 

A vista de un immensa eternidade. 
Inue est cuddu raju de battaglia 

Alexandru su iizu de Fiiippu? 

A vista de su quale ogni muraglia 

Que de bidru ruìat a dissippu ? ecc. Cubed. 



72 ORTOGR. PARTE SECONDA 

E finalmente' quella stanza 31 della canzone fetta dal Can. Manunta 
Nulv. Deli' occorrenza della consegrazìotìe di Mons. Paradiso. 

Qui est custu ? Est Onias ? o est Aronne ? 

Qui rìsplendet que in maAtu imperiale ? 

Sui offerit a Deus vivu in s' altu Sionne 
ostia et Tymiamma orientale ? 
Cussu est Sistentes {ì) ek^idU a p<»ine(ponner) 
Sa pretiosa tiara e^seopale 
In fronte de -Giuseppe Stat^islau 
Paradiso in su Templu de Arche)à« (2) 
% L\IT. L' esclamaziotte è ufi altra figc^a adoperata da Poeti quando 
sono percossi da qualche doloroso affetto. Brillantissiaia è quella del 
Filippi per esprimere le illusioni dell' amore 

Oh amore et quantu ingannas ! 
. Affeetos ite rendìdes ! 
Milli ^stos promittides , ecc. 
Usasi anche per esprimere una sientnca quali sono tutti i distici deUe 
trenodie ossia nenie (§. 52), e la seguente della 2 stanza della glossa 
del Di4s iras del Delogu 

Oh ! die de ira , die de justltia 1 
Horrendu , horrendu die inconsolabile ! 
E queir altra in cui il Poeta esterna il dolore da cui è compreso par- 
tendosi dair amante 

Oh ! trista licentiada , 
Qui Csict» dispedidu dae te ! 

Oh crudele lanzada 
Qui isperantia de YÌda non hai in me ! 

Oh l dolore insuffribile 
Qui su viver mi pare! impossibile ! 
Graziosa (inahuente è quella del cipresso altero che piangendo la sna 
solitudine si consola esclamando di aver 'in compagnia >gli augelli. 



Asi prò cumpathre malès graves 
' Pius stnceras de totu stint sas aves. 
Oh ! quantu sunl vassallas afièctuosas 

Sentinella factende nocte et die ! 

Si mi dormo sì caffliant obsequiosas , 
« Si m>^ ischido saluaant totu a mie. • 

Milli tonos inventant armoniosas , 

Sos Aidos sunt sos organos gasie. Mad, 
\ LXIII. V ipoHp^i ossia viva descrizione di una cosa qualunque, 
è comunissima alla vivida immaginazione de' Sardi Poeti , e consiste 



(i) D. Francesco Maria Sisternes , Ardi^esc(yvo d' Oristano che co»- 
sagrò Mons. Paradiso. Nota originale dell' Autote. 
(2) San Archelao, Patrono della Cattedrale di Oristano^ not. orig. 



CAP. IV* FIGURE ?Sr 

neir esporre o descrìvere an fatto in maniera si viva dhe lùnòva noa 
solamente nel sentirlo raccontare, ma vederlo avanti a hii ed agli altri 
cogli occhi materiali. Infiniti esempii potrei éitare d'idioti che compresi 
da immaginativa potenza vibrano dalia fantasia questi vivissimi lampi. 
Piacemi riportare quella di Mons. Sogia nella canzone della nave ovo 
cosi descriveva il naufragio. 

In sas barbaras abbas qu' bant absortu 

Sa pretiosa nave ciun nirere 

Perder depo sa vìda , et pustis mortu 

Mi sèrvanta de ira et de terrwe. ( servant ) 

Mudu eadaver privu de calore » 

Ad su li tu dep^e$ser furriadu: 

Sas matess' abbas qui m' hant annegadu 

Pentidas benner dént a m' attitare. 

» Ite nave famosa hapo perfida 

» Pro SOS bentos contrarìos de su mare. 
Beltissima è quella an^he del Madau nella canzone della fonte di Ozie- 
ri ((uando invita le gaie donzelle della sua patria a celebrar col canto 
le sue bellezze che poeticamente descrive in questo modo con quanta 
grazia^ ed altrettajftta vaghezza 

S' intenoides sas abbas raurmnrende 

Cum octo limbas dulches nocf et die , 

Qui 8unt fizas àmenas , ìstant nende ^ 

De una marna piiis frisca de su nie. 

Funtana generosa qui isparghende 

Thesauros de cristallos , sempre inie 

Allactat ipsa sola cum sasi venas 

lardinos , hortos, rios et sirenas. 
Ed in queir epigramma del disinganno dei vivi sopra i morti , questi 
descriveva il citato Poeta in questo modo. 

O mudos de sa tumba habitadwes 

Subta- lapìdes tristos inlerrados 

Niidas earenas , ossos ispulpados 

Esside a predicare a sos viadores. ecc. 
Vaga è quella descrizione che p(»rta il Manu», nella stanza II. j dopo 
aver finto di vedere una Ninfa cioè ìet Vergine , che scendeva tra le 
nuvole per consolare la diocesi di Ampuriasn 

Gusta Ninfa suprema iivter sas bellas 

Reve»tida de Soie resplendente 

Tenìat prò corona doighi istellas 

Et subta pès fit sa luna^ creschente. 

Et sa ]f imbenujànt dua$ orphanelks (4) 

Bellas de cara, ma in coro dolente ^ 

Que fizas ^ qui su Babbu hana p^dbdu , ( hant ) 

Isposas qui piangfaent su Hifarido. 

- "^ 

(i) Duas virtudes qui representant sas duas Diocesis vacantes Am" 
Vurias et Civita, Not orig. dell' Autore. 



74 ORTOGR. PARTE SECONDA 

Ed il ,Cubeddu nella strofa 90. della famosa canzone sa Religione cantra 

$a libertadé cosi descrivea V esito delle galliche navi 

Quando Pranza imbiesit pius de chentu 
Naves cum truppas et bombas pesaut^s 
Pro nde bettare a Casteddu in su moment: 
Et prender sos reales habitantes , 
Su Deus qui cumandat mare , et bentu 
Armesit sas tempestas pius sonante» 
Et attappat sas naves totu a pare 
Que fiascu ^ ludibjriu de su mare. 

Cosi Monti nel caiito I. neHa iuorte di Bas-Ville 

Indi veloci in men che noi so dirti 
Giunsero dove gemebondo e roco 
n mar sì frange tra le sarde sirti , 

Ed al raggio di luna incerto e fioco 
Vider spezzar antenne /infrante vele 
Del regnator libecchio orrendo gioca 
E sbattuti dall' aspra onda crudele 
Cadaveri e bandiere , e disperdea 
L' irà del vento i gridi e le querele. 

Finalmente degna è di ^sser riportata quella strofa della canzone fatta 

in occasione che si separava la Mitra diBisarcio da quella d' Alghero, 

ove si descrive la gioja ed il divertimento del Popolo. 

Hoe qui in sas piattas passo et giro 
Incontro turmas de pobulu in fe»ta , 
Mi bolto in custa , in cudda parte et miro 
Sos beroes illustres , b^ghes , tiro , ( tiros ) 
QiU assurdant sas campagnas , sa foresta , 
Instrumentos , campanas sonant totu , 
Armonias factente unu cumplotu. Ine, 

Cosi r Ariosto descrivendo un campo di guerra , cantava 

w V alto rumor delle sonore trombe 
» Di timpani e di barbari stromenti 
>' Giunti al continuo suon d' archi e di trombe 
» Di machine , di morte , e di tormenti , ecc. 
^. LXIV. L' apostrofi si fa col rivolgersi il discorso dal Poeta ad 

un' altro soggetto, tal volta alle eo.4e inanimate e materiali^ per esem. 

il Coug. nella ^ua canzone della nave. 

Bentu ! prite sa nae m' has leadu 
Qui baia tantos ànnos custodida 1 
Non podias istare sussegadu 
Reprimende cuss'.irà hicrudelida? 

Teneramente anche riesce nella seguente 

Et bois.russignolos, rios, et bentos 
Qui andades cussa via i 
De similes lamento^ 
Non portcdas notìtìa a Clori mia. Sotg. 



CAP. IV. FIGURE 75 

E queir altro che rivolgevasì alle fiere per averle compagne nel suo 
dolore per la perdita deir amante 

• Feras totù de luctu bo's bestide 

Adjuade unu tristu a lagrimare! 

Ad SOS montes (^scuros accudide 

Uè solu mi dezis incontrare. Ine, 
Patetico poi è quando i Poeti per motivo di angoscia si rivolgono 
alla morte , agli uccelli, alle fiere, al destino, ecc. p. es. 

Morte , fiera morte ! 
Beni so moribundu a mi leare 

Aves , de .una borta , ( bolta ) 
Tumulu mi formade qua so morta, ecc. Ine. 
Un'altro parimenti piangendo la sua tristezza perla sfortunata unione 
con una petulante donna cosi cantava. 

Morte , et prite non segas sa cadena , 

Beni prò caridade a mi bocchire ! 

Ja mi bides qui s6 in tanta pena 

Et corno plus non poto resistìre , ecc. 
Sovente adoperano questa figura nel principio delle canzoni per 
invocazione, e gl'idioti vi legano anche la proposizione, per esemp. 

Musas totu propitias benide 

Mentras querzo su bantu incominzare. 

Ad sas orìjas mias suggeride 

Sos tractos qui la devent adornare, ecc. Ine, 
Opnure quella 3 strofa della canzone per 1' erezione della Mitra 
d' Ozieri , essendo Yice-Re in Sardegna il Re Carlo Felice I. 

Musas edducas totu d' Helicona , 

Benide cum s' affectu a accumpagnare , 

Qui ancor eo de gloria una corona 

Tesser querzo : ma a quie incoronare ? 

Tantas dignas nd' incontro de Persona ; ( Personas ) 

Ma quie pius la devet meritare ? 

Ah 1 si r intendo , non lu penso male ^ 

Carlu Felice Principe Reale. Ine, 
% LXV. La dubitazione è quando il Poeta finge di prender dub- 
bioso il discorso, né" sa dove rivolgersi, lo che dà molta eleganza 
specialmente nelle anUtesi e negli esordii del componimento. Per ese, 
A quale parte mi borto , ( bolto ) 

Chelos , mila suggeride ! 

Mar est sì porto sa fide , 

Peus si fide non porto. 
Decider troppu est de pesu 

In custos punctos fatales, 

Oppostos et partiales 

Mi tenent turbu et suspesu, Coss. 
E l'autore della citata canzone della consecrazione di Hons. Paradisa. 

Però it' est su qui miro in custu die ? 

6 



78 ORTOGR. PARTE SECONDA 

Su Chelu mi cumparìt plus serena , 
Ogn' arvure , ogni fiore rie rie 
Paret qui cantei in su campu amenu, ecc. Man. 
Come r Ariosto nella Canzone XVII. 

» Lasso me , che io non so in qual parte pieghi 
>' La speme eh' è tradita ornai più. volte. 
£iiQ9e a questa è la preterizione nella quale il Poeta tien sospesi g)ì 
uditori per qualche tempo prima di esporre il suo sentimento. Siane 
per esempio il principio della canzone del Giudizio 

Attentos totu istade , o Christianos , 
De su rigore a bos fagher ischire , 
Pensadebi malaidos et sanos , 
i Qua su mundu si devet isfinire » ecc. Fr, Cav. 

La prosopopeja però fra tutte colpisce con veemenza la mente del- 
l' uditore ^ ed è quella figura dove il Poeta introduce a parlare una 
persona lontana o morta, o.una cosa, una virtù, un vizio, ecc. Molti 
sardi Poeti usarono questa figura, specialmente l' Araolla, ed il Pisur. 
neir ape. Basterà riportare una stanza della canzone della morte ^ la 
spiale cori r autore la induce seco parlando 

Si moris in s' istadu qui ses corno 
A ti cumdemnas sa morte mi nesit 
Tando mi lesit a man' afferrada 
Et mi que jughet a unu disterru , 
Beni cum megus , qui so imbiada 
r.. A t'admustrare ite logu est s'inferra, ecc. Ine. 

%. LXYI. h* etpp^a finalmente adoperasi dai poeti con le persone 
paragonandole a soggetti che giudicano poter esprimere la qualità ed 
il carattere del soggetto che vogliono lodare, per esemp. 

Lin Anghela perfecta est sa qui adoro 
De singulares gratias dotada. 
Vera palma frunzida a ramos de oro 
In su monte de Jericu elevada, ecc. Inc. 
Ed il Madau para^(mando le venuste forme dì una donzella ad una 
rupe da cui scaturiva una limpida sorgente, cosi cantava 

Bella ses, et incantu de ermosura, 
Tunda, viva, famosa in majestade, 
Ses annosa et ancora in juventura 
Senza crispas in fronte et in tanta edade. 
Ne bianca ses ne niedda in sa figura 
Si non morena cum gratiosidade, 
S' amore de sas pedras pius liddias , 

Qui per ripas andamus et per vias. 
Come pure quella bellissima e modesta descrizione che il Poeta feceva 
della sua amante 

Quale fine corallu et lizu quale 

S' incontrant bellos tanta, et rubicundos. 

Si dudat in giardinos uguale 



GAP. nr. riGVRJL 77 

Bider rosas^ colovros pius jucim^^^ 
Sa presentia sua est tanta, et tale 
Qui ìnspirat milU dooofi pius^ profuodM, 
Moa sunt in ipsa cystos vagabundes 
Ma puros senza peccujt Vista anzena. 
T9rr. £o canto in honore de mia Elèna 

Qu' est una de sas Deas pius perfectas. Ine. 



LICENZE POETICHE 
CAPO V. 

$. LXVn. Lse licenze poetiche sono quelle facoltà cha il poeta si prende 
svariando in grazia fiel verso ciò che lo scrittore di prosa r eligiosa- 
mente osserva. Frequentissime sono quéste licenze nella sarda armo* 
Dia più che nell' Italiana ed in qualunque altro dialetto. La ragióne 
di questo abuso deve ripetersi da molte fonti. Oltre di esser stati 
idioti quei Poeti de' quali ci sono rimasti i componiipenti ^ Ifuid^li 
solamente dall'orecchio e dalla natura, la principale si è dalla varia- 
mone de' suddialetti in molte incontrade^ e più dalle aspirazioni ch0 
occupano la maggior plaga del Logudoro (Y. la C.) per es. ie sìUab0 
RCA con SGA, LTA cou «TI 6 simili ($. 37. P. I. ) La maneaT);s& di nm 
essersi prima accinto alcuno di assoggettare ad una constante e giusta 
ortografia questa lingua sonora fu il mojtiyo che tutti la straziassero a 
cappriccio, lo che non fu per mancanza di icario, come ognuno 
potrà rilevare dalla sua filos(^a ed andamento. Tralasciando perciò 
di parlare detagliatamente di questi falli, perchè noil sono da imitare» 
accenner^no iii l»*eve quelle jche sono comuni in ogni lingua ed in 
ogni Parnasso. Le licenze adunque riduconsi a tre sorta, vale a dire 
licenza di €u^nU, di sillabe e finalmente di rime, 

% LXVIII. Le licenze.dì accento sono quando questo si trasporto d|t 
una sillaba all' altra per esemp. angbsjlu, per argbelu, angelo; memorìa 
per memòria; bennUu. per iiàNNiou, perdìou per pEanuiu e simili, coipe 
li Congiu. 

Sa burrasca sa nae m' hat perdidu 
Qui baia tantos annos iu su mare. 
Oppure 

Sa morte m' est bennida in visione 
Querfendemi leare a mala boza. Inc. 
Ed Araolla nella canz. della miseria umana, stanza 6. 

Tiranna avara, crudele et impia. i 

Giova riportare un sonetto stampato in Sassari in mezzo alla raccolti^ 
di poesie italiane, sassaresi « latine neir oecorrenza che &. A, R. il 
Prencipe Majdrizio fu destinato Governatore in Sassari. Il d«tto sonet» 
to ha li titolo 



78 ORTOGR. PARTE SECOND \ 

Somito fatto da uno dei Villaggi del Logudoro a nome di tutti. 
Piemonte, oh ite bene qui ha» perdiduì 

Non has de Mavriziu su consizu. 

De te in té non b'hat pius assimizu^ 

Cum su Principe totu nd' est bessidu. 
Tale Principe a nois nd'e^t bennidu. 

De un'optìmu Babu^ optimu fizu^ 

Objectu de sos coros, et desizu. 

De tota sa Sardign a applaudidu; 
À su quale si haere sa ricchesa. 

Qui s' America dat in quantidade 

La dia offerte in premiu et grandesa: 
Però si de s' Arabia non tenzo oro 

De amore abundo, et de fidelidade 

Ricchesa^ qui li* dò de totu coro. 
Baderà però il Poeta di usar questa licenza con risparmio per non 
toglier alla lingua quella sua naturale cadenza^ offendendo altrimenti 
troppo gli orecchi degli uditori, e perciò sarà mai sempre biasimevole. 
La licenza di sillaba è allorquando si ha bisogno di crescer una 
voce o diminuirla d' una sillaba per venir bene al ritmico suono. Que- 
sta licenza si fa coir uso delle figure ortografiche gramaticali (% A7± 
P. L). Nella sarda armonia le più frequenti sono te paragòge, la die- 
resi, sineresi, V apocope e la dialesi. Per la paragòge hanì per haut, 
hanno j piusu, per pius jn'ti^; istamine per istambn^ staine, come. 

Fila trama, et infamine 

Si non trabaglias ti moris de famine. Dor, 
Ed il Pisurciu nell' ape 

E facteiide s' alenu, a narrer piusu 

Pronta la bido morta a franca in susu. 
A questa claese di figura appartiene V uso frequente che fanno gì' Im- 
provvisatori del ne (F. I. %: 446 N. 4.). 

La dieresi è quando si scioglie una sillaba in due p. es. stas^ in si-as; 
IO in E-o; fio-res in ^-o-res e simile come il Pisur. nella detta canzone. 

In SOS fi'Ores ^ abe su paschinzu 

Quircadi et non ind' una costa rata. 
Come Dante nella voce io 

Fid* i'O scritte al sommo d' una porta. 
§. LXIX. Sineresi al contrario è quella figura allorquando il Poeta 
fa due sillabe che devono, esser disgiunte in una sola , come nois per 
no^ , Deus per De^us ^ mei-gu per me-i-gu ^ neit per ne-^fit , ecc. In 
queste licenze in cui cadono fuor di modo le sarde poesie, sebbene an- 
che i Classici Itali. V abbiano messa in uso, come fiate che il Petrarca 
r adoperò trisillaba, ed il Dante bissillaba, pure non sarà fuori dì pro- 
posito qui avvertire per i poeti esordienti , che in generale tanto in 
ital. che in sardo la sineresi non si farà negli àddiet che vengono 
dai sost. terminati in iu^ io come gloriosu ^ da gloria ^ 9itiasu , da 
vitiu, ecc. Similmente. \^ dieresi^ per cui si dividono, come dicemmo. 



GAP. V. LICENZE POETICHE 79 

due vocdli in due sillabe^ in mezzodì verso non sì ammetterà ^ 
come tro-fe-u , De-u ecc. non cosi però in fine di verso. In sardo .tanto 
in mezzo che in fine ammettono la dieresi quelle voci contratte pier 
qualche consonante, come biu da vivuSj, meighina da medicina^ nei da 
nesit^ fae da faba^ ecc. (§. 17. P. I.) L'orecchio però è la miglior regola 
ne' sardi improvvisatori , i quali nascono con un' innata armonia , e 
siccome i versi li fanno cantando, sebbene in giusto rigore dì misura, 
non vi siano quelle sillabe che si richiedono, alla formazione del verso,, 
pure li fanno comparire co' rispettivi accenti , v. gr. nel seguente 
prov., — a quie trabagliat Deusl'adjuat — cantando lo possono far com- 
parire ora ottonario. 

A-quie-tra-ba-gliat-Deus-V adju^at 
Ora novenario 

A-qui-e tra-ba-.gliat-Deujs-r ad-juat 
Ora decasillabo 

A-qui-e-tra-ba-gli-at-Deus-r ad-juat 
Ora endecasillabo 

A-qui-e-tra-ba-gli-at-De-us-l'ad-juat 
Ora bissenario 

A-qui-e-tra-ba-gli-at-De-us-V ad-ju-at 
Ora finalmente martelliano ^ eli 13 o 14 sillabe 

Arqui-e-tra-ba-gli-at-De-us-lu-ad-j-u-at 
§. LXX. L'apocope^ sebbeu questa api)artenga alla licenza di 
rima , è quando si tronca qualche sillaba , come turbu per turbadd , 
turbato ; o lettera , che accade ordinariamente nelle 2 e 3 pers. dei 
verbi nella se neW (§. 34 P. I); v. gr. nat per jìarxt, dice j su per sur 
e siAs ; poNNE per ponner , porre j deh per deus ; paghe per faghet e 
simili , per es, il Cong. nella canz. dello sparviero 

Dae tesu tilos mira , et tilos lassa , 

Qua si alcuna bolla ti propassas ^ ecc. 
Ed il Cubeddu 

Honesta in su tractare" bella , et pura , 

Et cum , quie ti quarzo poinne a pare ? 
E finalmente il Madeddu nel poema di S. Giorgio al cap. IL , strof. 16. 

Caglia , infelice , et parti , nàt su Santu 

Et siil)itu partasi t cuui ispautu. 
Come in itali, fosse per fossero. ^ 

Le mur^ mi parean che ferro fosse. 
La dialesi è quando si unisce o trascurasi la collisione di una vocale 
con r altra , custu homine per cust hominé ^ e simili , per esemp. 
Cubeddu. 

Quale fieni inimìgu 

Si dat pius de s' amore V 
E r Araol. 

Qiéi inspirant s* aere , et turbant sa marina. 
§. LXXI. La licenza di rima finalmente si fa o nella mutazione, o 
nella trasposizione, o neir aggiunto o nello scemamento di unalelte?»*. 



^ ORTOGR. PARTE SECONDA 

Bàtti mutazioHB accade mettendo una letteira per V altra t. gr. borta 
per BOLT4, volta j kuport^, fatto ^ j^r kisposTÀ FACTO e simili, come 
B Pisitrc; nella canz. della fede 

Sor unu mi torresit sa ri^porta , 

Prite la chircas ? qui sa fide est. tnorta. 
À questo genere appartiene la licenza della quale alcuni si servono 
mettendo una voce terminata in altra vacale diversamente dalla rego- 
larità , per es. hap.ìs' per bapes , abòij facte per facta e simili come 
il Pisurc. neir oj>i? 

Pagu.fi balet comò qui t'attappes. 

Tue tir has cherfidu , tue tir hapes. 
Dalla metàtesi , o trasposizione accade trasponendo qualche lettera , 
che in sardo più frequente succede nel r^ v. gr. craba per cabri, 
eapra j drommo per dormo; fìioha per forma, forma j e simili, come in 
itali, drento per denaro. u^ato xia Dante, capresto per capestro^ ecc. 

Dalla parapó(76o 'aggiunto, quando in fine di vocabolo si aggiunge 
qualche lettera, lo che è fìrequentissimo nella lingua sarda, non meno 
che neir apocope o diminuimento {% 47S P. I.)> di ctd fanno uso aoà 
non moderato i sardi Poeti. Per esemplo V ape del Pisurc 

• A dolu de qui es morCa > morta s* mai. 

Et de me qui hapo bidu cussa vista! 
E quell'altro nella canz. della mormorazione in vece di BiiTRHURAtrr, 

Sos qu' ad mie de badas mi murmura 

Adversa tenzant ogni creatura. Inc. 
E finalmente nella canzone de sa fura, furto , agata per agàtces. 

Pastore si sa fura postis facta 

Fit licita in su totu a su furone , 

Fagher dia sa vida plus ingrata * 

Finz' a t-enner in manu cussa anzone : 

Ma si hoe la furo et cras V agatas ^ 

Tila leas de derectu, et cum rejone, 

^^e mi tocat pesare confusione 

Qua ses padronu , et la deves quircare. 
Pes. Pastore si fit licita sa fura 

Mi dia ad ogni contu resinnare. 
J. LXXII. Di queste licenze però tanto in sardo che in itali, ciascu- 
no non le dovrà usare come vuole ed a cappriccio , bensì nel modo 
come sene servirono ì nostri Maestri dai quali ormai sono in certo 
modo autorizzate. Sene faccia perciò un' uso quanto mai parco , e 
quelli che per V ambizione di distìnguersi ne abusano troppo , si 
ricordino del brutto ritratto di questa figura che il CaporaH ne' suoi 
Fiaggi vide nel Parnasso 

Ch'avea la vesta piena di costure 

D' una latinità confusa e guasta^ 

Ma rappezzata su con le figiu^ : 
E là dove pur sana era rimasta , 

\\ mutato preterito in presente 

ÌJ avea ravviluppata come pasta. > 



CAP. V. LICENZE POETICHE 81; 

In vece poi di perle d' Oriente 

Ella avea al collo tin vezzo d' Entimemmi , 

E uti sillogismo £silso per pendente. 

$. LXXIfl. E giacché abbiamo parlato di queste licenze per bisoffo» 

di rioie , finisco col parlar brevemente delia medesima. Rima g^à (fìssi 

d'esser l' istesso che numero (§. 4. P. IL), cioè una consonante parrtàr 

di sillabe da un certo numero comprese: ma strettamente rima 

prendesi per la desinenza del verso, del gre. pt^fio? rithmos che cor-^ 

risponde alla voce lati, consonantia cioè desinemta ^ inventata dar 

Siciliani, come crede il Petrarca, sebbene sembri nata con qualunque 

dialetto (1), per esser più naturale ed accomodato all' orecchio del- 

r uomo da potersi paragonare col verso armonico che credesi il più 

dolce ed il più antico nell' origine dei metri ( §. 6 P. IL). Comunque sia, 

nel verso ritmico affinchè una voce possa dirsi rimar bene con V altra 

è d'uopo che abbia gU accenti nelle medesime sillabe: quindi se la 

voce sarà tronca^ favrà nell'ultima v. gr. sò,ifo; cras , das , ecc. 

se piano nella penultima v. gr. creatura, fotura, sbgnora, aurora*, se 

finalmente sdrucciolo nell' antipenultima v. gr. intendere, cuMPREfrDBRE^ 

FRIABILE, inCONSOLABILE SÌmÌlì ( §. 8 P. II. ). . 

% LXXIY. Al contrario le parole non avendo questi accenti, anche 
che si corrispondano nelle lettere, non avranno mai la rima, cosi per 
ese. MUDANA ( mudant ) ^ cambiano con scttana, sottana, non rimerà 
mai, perchè V accento non è al suo luogo da cui dipende il ritmo e 
la sonanza. Che se poi sarà una parola accentata nella vocale semplice 
che nell'altra è composta, accorderanno fra loro, v. gr. suore, sudore 
con murgore , lanugine ; seides , sedile con bidides vedete ; limone con 
LiHENTATioNE ^ ccc; come ìu Ìtali, suole con mole* Ammettesi pure in 
sardo quello dì rimare una voce coli', ^Itra che sia 1' istessa nel suono 
materiale ma di diverso significato , v. gr. tanca , chiuso con tanca 2. 
pers, dell' Imp. da tancars , chiudere , come in itali, il Petr. parte 
( nome ) con parte ( verbo ) da partire. Mai però devono rimarsi quella 
voci che all' orecchio sembrano in qualche modo presentare un ^uono 
simile, come sono male con torrare : mala ciiìu torrada e siu^ili (2). - 



({) Ne abbiamo moltissimi esetnpH ed oltre di quelli che citammo nel 
S* 5 P. //. , basii r esempio di Tullio nella Tusc* 

Coelum nilescere 
Arbores frondescere, 

(2) DagV Improvvisatori sovente si rimano due voci che hanno Vistela 
90 accento^ avendo una tra le vocali qualche consonante ^ v. gr, peta,' 
carne; con i^erta , ferita, add. bustu con rutu ; cabìta con Battista e 
9imili. Si trova anche in antiche canzoni^, ma ^ deve schifare a tutta 
Vossa non potendo questo modo di rimare susistere in natura. Sarà 
tolleraòile se quella che ha due consonanti sarà rimata con un' altra 
che ne avrà una nelle deMnenze lat, pt, et, come sanctiI con tantu ; 
infinitu con Egyptu; votu con eoe tu; poveritlu con iscriptu; prescri- 



sa ORTOGR. PARTE SFCOND V 

5. LXXV. Finalmente raccolgo le vele , e mi protesto se non abbia 
citato i migliori esempi, caduto con inezie e bisticci nel triviale, eie 
feci per mostrare V immaginativa e prontezza de' Sardi Poeti, e si \b^- 
gano le poesie in diffuso per gustarne le bellesèze ed il sublime, ^è 
voglio terminare questi miei avvisi esposti comunque più per far rile- 
vare la grandezza della lingua nostra , che per dar precetti , sen^ av- 
visare gli alunni delle gentili nove sorelle , che tengano per precetto 
di dilettare e giovare insieme ; uè mai di ricercare a bello studio le 
rime , bensì adoperar quelle <;he nascono spontanee a corrispondenza 
dell'orecchio riuscendo in modo che^ 

Vario il numero sia , dolce e sublime , 
Abbia corpo la frase, anima il verso,. 
Siene padroni i pensier , serve le rime. 
Nel iar questa- consonanza si studino di adattare quelle che siano ele- 
ganti, rotonde e sonore, e ciò per quanto potrà comportare lo stile che 
si tratta conveniente aUa materia. Similmente terrassi questo precetto 
neir italiano Pamasso meditando quelle voci usate dagU autori e non 
dai Precettanti, e cosi riusciranno Poeti di alto rango in ambi, che 

....... Mediocribus esse Poetis 

Non Di non homines, non concessore columnae. 

Oraz, A, Poet, 

CRISI 

DELLA SARDA FAVELLA 

0$SIA 

CAMBIAMENTO E PROGRESSO 

DAL TEMPO DELLA SUA ORIGINE 

C A P O V I. 

X/acohè formossi il Sardo dialetto , per motivo delle tante vicende 
cagionale dalie invasioni de' barbari nel cessare la monarchia latina, 
non serbossi constante in tutti i Secoli , ma subì sensibili mutazioni 
da tempo in tempo , come accadde a tutti gli altri dialetti figli dt He 
madri lingue, e senza pure escludere queste primitive, che tnlte 
ebbero le loro età. Il Sardo fu il primo a spuntare dalla dominante 



pia adflicta , come V mò V Araolla infiieme a damnu , con affanno ; 
punzu con annuzu; frizzas con dicias; fritu, freddo con benedicto e 
simili accordi. Non mai però sarà toUerato quello scangio di dtnb.r.n 
tome fada con paba, nara; nodu con sonu; lectu con ferlu; mudu con 
sunu (sunt), e simili. Sarà perdonabile ne'pvoverhii guest' abuso di ri- 
ma ^ perchè cosi li usarono gli antichi dalla di cui bocca li presero i 
nipoti , e li deK'ono tutti con rispetto venerare. Per ese. da' su ma hi pa- 
gador^ . liriinde su qui pode (podes). Sa cosa qui si tra'»tat. si Hnit et 
si bastai. Maridu ìsconzat domo , et tizu iscancat coro , e simili. 



I 



GAP. Vr. CRKSrECC. 83 

romana e fra tutti gli altri d' Italia ( Pref. f. XVII. \ Per mancanza di 
documenti non si può stabilire il tempo preciso del suo esordio , ed i 
più alti che ci pervennero, ascendono al finir del Secolo X.,i>e' quali si 
vede la sua infanzia. Sono tutti questi atti di donazioni fatte dai Regoli 
il Sardi ai Conyenti dei Monaci Benedittini: dai quali documenti si rileva» 

I che unica fosse la lingua he' due Capi della Sardegna , come si vedrà. 
R in appreso dalle Carte de' Regoli di Cagliari e Torres non che dalla 

II Carta De Losu. In queUi del Sec. XI. si {mò dire che vi traluea l!au- 
f rora del Sar<u> dialetto che pare uscire dallo stato di sua balbuzie (1), 

nel mentre che nel sec. XII. prese le sue giovanili forme. Poche alte- 
razioni fece nel Sec. XTlI. in cui insensibilmente rilevasi, il sua pro- 
gresso. Ma. nel secolo XIY. acquistò lo stato di virilità in cui gli atti 
pubblici ^ donazioni e Testamenti si costruivano in patrio dialetto , ed 
I abbiamo il più chiaro monumento di suo splendore nella celebre Carta 
é de Logu compilata da quella eccelsa Eroina Donna Eleonora (2). INei 
f Secoli posteriori potè arricchirsi di molte voci col commercio degli 
stranieri com' è naturale il pensarlo , e segnatamente nel tempo del 
dominio Aragonese ed Ispanico, ma non ispogliossi mai della sua erigi* 
nal' impronta latina come si rileverà da seguenti documenti autografi 
ed apografi che quasi per far scala al medesimo abbiamo giudicato 
portare in esteso. 

SECOLO X. 

sebbene di questo Secolo non possiamo addurre nessun documenti» 
che ci mostri in qual stato siasi trovata la lingua della Sardegna 



f- 



(i) Tra gli altri documenti, nella Carta di Torgliitorla che regnava 
nel 1059 trovanti tante voci che annunciano lo sviluppo aituale come 
THiu^ zio j ET 1 COSTA ^, c qucsta ; zio' est ^ cioè e simili. 

(2) Questo gran ^Codice di Ligishazione fu costrutto e promulgato 
nelUi Pasqua del 1395 ^ che fu detto Carta De-Logu. Sene fecero varie 
Edizioni. Quella di Madrid è del 4567 , quella di Napoli 1608 ^ quella 
di Sassari del 1617, di Cagliari 1627, 1708 e 1725, e finalmente ài 
Roma 1805 che il Mameli produsse con cmnmentarii sopra il testo, di 
quella di Madrid che tende alla lingua logudorese e campidan, mentre 
quella di Sassari ^ e la posteriore di Cagliari è scritta in vero logudo- 
rese con ortografia di quel secolo ^ da cui rilevasi ^ se non sia qtùella 
lingua in cui emahossi quel maraviglioso Codice di Legislazione :, al- 
meno esser antico^,, e tradotto immediatamente , ciò provano tante voci 
usate ne' MSS. di quelV epoca ^ v. gr, fàgherel per factèret; bàvere per 
hàere ; per issos , peri sos ; naradu per nadu ; chertu p^r lite , ecc. 
Tralascio quella che riferisce il Cossu del 1495 , e che esisteva nella 
Bibliot. de' Gesuiti nel Collegio di Santa Croce ^perchè nessuno ha par- 
lato di questa Edizione con certezza. .V. Mart. Biogr. art. Canelles. La 
più antica è del 1560, ed è edizione di Cagliari (F, Sec, XlF.)- 



84 ORTOGR. PARTE SECONDA 

presso i sum Abitanti, pure è da inferire che in que$lt> Secolo abbia 
bamboleggiato^ e siaasi scritti nella medesima memorie ed atti pub- 
blici. L'autorità del celebre ed accuratissimo Muratori, che abbiamo 
riportato nella I. parte di quest'Ortografia (Prof. L XVII.) basta per 
confermare questa nostra sentenza. Vedansi anche gli argomenti che 
adduce in conferma di esser stata formata più anticamente il P. 
Vittorio Angius nella Bibliot. Sarda. La scarsezza di ntoiiumenti 
de'qjiali sono ricche le altre nazioni non ci permette di provare 
evidentemente la storia della sarda Lingua^ e che V attuale lìngua dd 
Logudoro sia stala la lingua volgare, dei Romani de' secoli vetusti, seb» 
bene ciò possa mostrarsi in quelle infinite voci chò sono rimaste vive 
nel centro non ostante le diverse dominazioni che ebbe la Sardegna. 
Le incursioni dei barbari in certi punti certamente poco avranno 
potuto guastare il dialetto che vi si parlava prima del loro arriva 
Prima che i Roinani ne avessero colle armi ^ tutto il comando , una 
lingua vi sarà stata parlata che fenicia fosse o di altri dialetti della 
Cananea, è facile investigarlo dalle tre Iscrizioni Fenicie che fincura si 
sono trovate (i),^ e da molte vocio da tante aspirazioni orientaU, 
rimaste vive (P. L §. 87. e seg.> le quali ^ sebbene i Rpmani poterono 
radicare con gran numero di soggiogatori la lingua loro rapporto 
air andamento, ìion poterono del tutto sradicarle perchè queste non 
influivano nelr intelligenza e coinmunicazioae de' pensieri. La domina- 
zione punica prima di loro vi aveva lasciato qualche orma , e questo 
mosse a Tullio in mezzo alla sua ire di ta{*xiare la lingua piena di 
mfricUmi, Ma in seguito la potenza Romana invase tanto li sardo 
suolo che vi tenne te traccio ne' Secoli posteriori sino al presente. 
Qui non è luogo investigare se questa lingua, nella quale sono vergati 
i documenti che riportiamo, sia quella rusticani romanam linguam 
nella, quale il Concilio Turouense IlL nel 843. comandava che ogni 
Vescovo trasportasse le sue Omelìe affinchè tutti le potessero inten- 
dere, la qual lingua prevalse, non potendosi più sostenere il latino 
del Secolo d'Augusto per la trascura ggine delle lettere, e per la 
barbarie de' Secoli. Ci riserviamo a trattare diffusamente questa que- 
stione in altro lavoro , e frattanto andiamo avanti con documenti alia 
mano^per vedere lo stato e vicende ch'ebbe la lìngua da Secolo in 
secolo nella sarda Terra. 



(I) Una di queste^ eh* è Uz più rimarche^le^ ha avuto finora quattro 
Illustratori di diverso sentimento. La spiegazione faUa dal chiar. Jb. 
Jrri^ Lapide Fenicia , ecc. Tori iS34. è la più seducente. Dal Prof, 
della Sapienza Michelang. Lànci, mio egregio Maestro^ avremo presto 
un' iltuHtrazione insieme alla tazza cufica esistente nel R. Museo ne' suoi 
Monumenti Cufìci , né tarderà, che un nazionale esponga pure il sito 
sentimento rapporto alle suddette Iscrizioni. . . 



CAP. Vr. SEC. xf. s& 

SECOLO XI. 



ti 



I 



Di 



questo Secolo abbiamo moltissimi documenfi nei <iuali principia 

* la sarda favella a vostirsfi delle sue proprie foruie. Grazie ne sia alla S. 
^ Religione, la quale anche in questo oontribuì che gli uomini tirassero 
f i giusti argomenti in testimonio dello stato linguistico nel quale si 
^' trovavano m quel secola Basterà riportarne uno del Gattula His't. Cas- 
sili, part. L di Barisene in data del 1064. che è del seguente tenore — 

* « In nomine Dei eterni, et miseractor, et pii rennan te Domino Bareso- 
^ ne, et nepote ejus Marianus .... tradimus, atque concedimus Basilica 

S. Mariae Dei Genitricis Domini de loco qui dicitur Bubalis. Deinde S.- 
Elias de monte Sancto cum omnibus quae modo abent , et antea ju-> 
bento Deo dare potuerimus illis cum <^haritate perfecta , sic tradimùl 

* illos Monasterìos nostros a Basilica, et moriasterio S. Benedictus', 
« qui dicitur Castro Caxinum, et da Donno Desiderio gratia Dni Abbas, 

* et a suos successores ad abendu / teiiciidu , atque possidendu et faci- 
f endu omnia quidquìd ut dt illis necessaria in ipsos monasterìos , et 

nullus Rege qost obito nostro rennabit ih non beat Comiatu retrahere 
Abbas in bita et si migrabit de istius seculi, ih, et nunque avet alias, 
I quod sacret ad abas , dirigat misos agere S. Benedicti , et dacipiat 
^ alius abbas. Et xi quista cartula , quod nos jusi fuori estruere ^ aut 
5 csterminare boluerit sive Judice , sive Domnu , estrumet Deus noineti 
« 8UU de libro bibenziu* et carnes ejus dirrupiat bolatilibus celi^ et be- 
te stias teren, et fiat maledicti de S. Benedicto,et de duodecim Apostoli, 
9 ti sexdecim Prophetae, et aveat maledictione de quatuor Evangollstas 
f« Marcus , Maczeus , Lucas et .Johannes , et novem ordines Angeiorum , 
< et decem Arcangelorum , et dapirlat illis terra , et declutiat eos bibos 
} sicut dedutibit Datan Coren et Abiron et fiat maledicti de omnes 
f Sancii et Sanctas Dei. Amen. Fiat. Amen. Fiat fiat. Et xi quista 
1' breve audrre ea boluerit, et disserit quia bene est, abeat benediczione 
i de Domino nostro Jesu Christo, et de Sancta gloriosa ma tre ejus Msi^ 
i Ha, et da benedic tiene de Sanctum Benedictu, de Sm Elias Confessor, 
el daheat benedictione de omnes e Sanctas Dei, quod superius diximus 
Amen fiat, fiat. Nicita Lebita iscribanus in palactio Regis iscrisi, quod 
in Illa ora fiiit tenebre , et paucu lumino abit in illa ora , et grande 
presserat mihi domno abate de Cassinensis mons, quod setis in serbii- 
«iu Dei , et S. Benedictum no michi tenentis inde cuperin si inibem- 
I nietis lìttera edificata male , vos qui sapies estis ^ demandate in corde 
beslro et donale prò me misero, et gulpabile, quo ego so testimoniu. » 
In questa Carta di donazione vi si legge il sardo Logudorese , seb- 
bene barbaro e stravolto , ed io credo molto dai copisti , tralasciando 
Nicita il quale scriveva, secondo la protesta, quasi all'oscuro ed 
in frétta , pet^ non esser portate le parole ripetute con V istessa orto- 
' grafia^ V. ^* tere per terra come porta nell'altro ^rioio; benedizione. 



8j5 ORTOGR. PARTE SECONDA 

e benedicHone ; qu€ie e gue ecc. (i). Ecco come starebbe tradotta in 
sardo quella curiosa pretesta dello Scrivano — Nicita Levita Iscrianu 
in su palatu de su Re iscrìesi ^ qui in cuss' hora , bi fuint tenebrcus et 
paga tughe b' haiat in cuss* hora^ et grandemente mi pressaiat Donnu 
Abbate de monte Cojssinu^ sos qui sezis in servitiu de Dtu et de S. Be- 
nedictu non donedas a mie culpa si incontraredes sa titera maV edifi- 
cada^ bois qui sezis sabios dimandadelu in su c-oro bostru,et perdonade 
a mie ìniseru et culpabile ^ qua ea so tesHmonzu (2). 

SECOLO XJL 

Dì questo Secolo abbiamo chiarissimi documenti dello stato men 
barbaro in cui trovavasi il dialetto Sardo incominciando ad uscire dalla 
rozzezza , ed inclinando alle giuste inflessioni che tuttora conserva. 
Tralasciandk) quella disputa ( kertu ) riportata dal Tela di una eerta 
MasimiUa , v. Diz. Biogr. ad voc. Spano Piìetro. Negli Annali Camald. 
tom. 8 in append. abbiamo una donazione di Constantino fatta ai Ca- 
maldolesi della Chiesa dì S. Pietro di Scano, e che fu scritta in Ardara. 
— Ego Constantinm gratia Dei Rex bocativo nomine de Laccon simul 
eum uxore mea Marcusa Regina dieta nomine de Gunale ^ facimus 
hanc carta ad Sanctum Salvatore de Camaldula^ ea viUa damus Sancta 
Ecclesia de Sanctum Petru de Iscanu cun homines et cum causa 
quanta vi habet j abeant fila benedicta sos servos de Dominum si ibi 
sunt^pro redemptione ammare«m. Seguitano le solite esecrazioni e con- 
tinua. Et-sunt testes primus Deus OmnipotenSj deinde ego Con^tantint 
de Loiccon Judice ^ et mtiUere mea Dbnna Marcusa .... testes de 
Terra de Bulliacesos Mariane de FaHeSj et testa sua^ et omnes fratres 
meos , et fideles meos testes ^ et facto lu pupiUu ad Sanctum Petruni de 
Iscanu in flumen de Fosa ante Clesian , velato sosservo per piscare ad 
opus dessu Donnu ipsoro cura ^ et servire mihi quoque ... /a Regno 
quod dicitur Ardar pridie KaL Maj. luna vero XII. 

Ed in una donazione del il 18. fatta ai Camaldolesi da Pietro Athene 
e che leggesi negli stessi annali tom. III. in append. si scorgono mag- 
giori forme del suddetto documento , che piacemi riportare. 

Ego Petrus de Athen et muliere mea Padulosa .... facimus ista carta 



(I) Il Gazano per es, trascrivendo questo solo periodo mise Libila, 
inscripsi, panca, donnu, cuperit, litera, sapjos e testimonius. f^. Gal- 
tuia Èrasmus Historia Abbatiae Cassinensis . ecc. 
. (2) 1^0 Nicita Levila^ Scrivano del Palazzo del Re scnssi quanto so- 
pra nelV ora che vi era poca luce , e perchè molto mi sollecitava il P. 
Abbate, del Monte Cassino , voi che siete (iscritti qua al servizio di Dio 
e di S, Benedetto ^ non mi diate colpa , vi prego , se troverete la lettera 
mal connessa , voi ^ che siete sa^H riponete ciò nel vostro cuore., e per- 
donatemi se sono misero e coljìevole ., nel mentre io son0-4este. 



C4P. VI. SEC. XTI. 87 

cum voluntate de Deus, et dessu doiìnu nostrum Judice Costantine di- 
ctum nomine de Lacon^ et tlessa muliere donna M arctisa Regina dieta 
nomine de Gunale , et cun voluntate , et cun consiliu de donno Petro 
de Cannetu. et domno Johanne Presbiter, qui modo est reotope de San- 
cto Petro de Serra et cum voluntate de Donnu Elias presbiter , qui 
modo est Rectore de Arehiepiscopato de Sancto Gavinio. La facemus 
ista càrtiat ad sanctum Nicolaum de Trullas, ca la affiliamus cum omnia 
caussa, quam modo habet mobilibus vel immobilibus, quod antea Deus 
daturus est ibi prò redemptione animàrum nostrarum , vel parentum 
nostroruni vivorum atque defunctonim a su eremu de Sancto Salvatore 
deCamalduli.et àdcomandamus ila custa causa in manu et in potestà te 
(le donino Guido priore et ad successores suós ci lu faciàtis prò amore 
Dei et vestra sanctitate et nostra karitàte ci non remaneant , et ctista 
Ecclesia sine regimen de Clericos ci vi faciunt su ministerium de Do- 
Diine Deuni quantos clericos vobis placet , et ecustos clericos ci vi 
habent essefe in Sanctum Nicolaum per facere su servitiu de Domini^ 
volumus nos cum voluntate de Domini et vestra karitàte ci vi stent ad 
honore et habeant vestimenta et calceamenta, et lectos et victu corpo- 
rale quantum illis.est opus, et einde faciant honore ad alios homines 
ppopter caritate Dei, ^t si placet ad Deus et ad Sanctos et ad vos inde 
facemus ad cognoscere sa voluntate nostra, ci non volemus cande sciat 
miniis dessa Ecclesia de Sanctum Nicolaum in paràmentos de missa , 
et ci non desìat levala sa mensa dessu argon tu, et non su calice de 
cantare missa , non su altare vitori cui et non sas reliqujas ci vi 
suiit, et non sos libros ci vi sunt^ si voluntas Dei est, et vestra ci 
plus tjiesauru vi possatis jungere, Deo gratias , sin autem istud ibi 
permaneat usque in sempiternum , et quantum habet remanere dessa 
antica de regimen tu dessos clericos ci habent essere in Sanctum Ni- 
colaum per ipsos domnos de Camaldula, volumus, et desideramus prò 
Deum , et prò sancta caritate ci non vaiat in alia parte nec in alio 
opus nisi in vestimenta , et calciamenta dessos donnos heremitas ci vi 
sunt comodo in su eremu , et ibi habent essere a restara non onines 
fratres insimul masculi et, mulieres , sicut supra legitur , hoc cartula 
confirmamus, et corroboramus,et facimus ad honorem Dei Omnipoten- 
tis . . . ut siamus electi, et aggregati inter numero electorum si placet 
illi qui cum Patre et Spiritu Sancto vivit et regnat in saecula saecu- 
lorum. Amen. Anno MCXIII. mense octobr. 

Un' altro diploma di Furalo Sardo' che riporta il Gattula, Tom. I. ecc. 
nel quale dà molte cose ai PP. Cassinosi nell' anno H20. prova mag- 
giormente in quale stato si trovasse la sarda lingua, e giova riportarlo 
perchè vi sono molti nomi di utensili. — Auxiliante Domino Deo, atque 
Salbatori nostro Jesu Christo , et intercedente prò nobis beatam , et 
gloriosa Birgo Maria , et Beato S. Petro Principe onniu Adpostoloru , 
et beato S. Gabinio Protoni et Januario Martire Christi , sub cuius 
ppotectione et defensione gubernatos nos credimus , et xe salbatos. — 
Ego Furatu de Gitil, e muJiere mea Susanna dezzori facimus ta carta 
cum boluntatd de Deus , et de domnu nostru Judice Gostantine de 



8S ORTOGR. PARTE SECONDA 

Iiacon> et dessa muliere donna Marcusa regina dieta ndndne de Gu* 
fiale , et de Archiepiscopu nostru Azza prò cantonee ponemus a S. 
Fiicoiaus de Soliu prò remediu anime nostre^ et de filio nostros, et 
de parentoru nostroru. Ponemus ibi sa domo de soliu ed omines aprabe 
Pìzale inlregu e dixa muliere , et Gabini Massaia integru . e dixa mu- 
liere integra , e dixa filia integra , Janne Piper integru , et tres pedei 
dexa niuUere, et latus, et latus de Lucia Corria, 6t Petru Gitane ^ 
et ixa muliere, et Dorgotofii pelle integru, et Sindone Corrya integro 
e dixa muliere integra , et quatuor filìos suos integros , et Furatu de 
Kuse (res pedes, et ixa muliere integra, et in sa filia tres pedes, Bittori 
Muzzica integra ed inza filia Olì^abe latus ed insa attera filia de Olisabe^ 
p^e latus de Furatu Coria e latus de Justa sa serre, e latus de Elene sa 
$orre ; A Gabini Corria integru, ed ixa muliere intera , et duos fiUos 
suos. Ilaria e forasticu Assimeone pizzas trespedes,etixa muliere latos 
e dixu filiu tres pedes, pede de Maria Cajs, et ad ambos fratres AntUenas 
a Janne e ad Andria, et duos filios de Janne Eccomi Tatanera int^m 
e latus de Janne, Gettane ed ixa muliere intr^a ed ixu filìum integru» 
Adabidari razza tres pedes e latus dexa muliere e I filiu suo int^;ni 
e lafus dessu ateru. E popiobi sa binia mea Ademuru e ponio bisabi 
sa. binia mea de Salape e poniobi sa bìnia mea de petra lata , cìmiabe 
ade Parente cunsade compartura cibiabe ade Gostantìne de iscanu. E 
poniobi sa binia mea de barranca, et. ponemus sibi sa terra de nen- 
nor, ed ixa domestica dessa cldonia e dixa de prunazzonca, e dixa 
ìscla sutta Clesia, e dixa terra de concas e dixa terra de Jaccos, et 
ponemus ibi su saltu de Nuse , e ponemus ibi XXXXX. equas, e XX. 
eaballos domatos , e C baccas , e CCC. porcos , e MILLCC. berbeces, e 
XXXXX capras^ et XY juga , e ponemus. ibi de intro de ecclesia II 
libros mixales, e I uniiliam, e L noctumale, e I. sententiale, e IL an- 
tifonarios , unu de die , atteru de nocte ,.II. salterus raonasticos ^ e II. 
minores , e II. manuales , e IIIL calices de argentu , e II. timaniatares 
de argentu, e I. Grucifìxu de argentu , e IIIi. candeleris, e L capone 
de argentu , e I. offerta de argentu ^ e I. orzoliu de argentu de Y. 
liberas , et Y. paramenlos de pannos de Mixa ^ cum omnia anninia 
ipsoro, e I. Plubiale , e I. adalmatica , e II. Grucifixos de linna, e II. 
Campanas, Eponemus ibi de intro de domo septem lectos armatos de 
pannos ipsoro , e X. >cupas , e I. callariu majores , e II. minores > e I. 
sartagine^ e I. catricla, e tripides^ e C. discos, e IIII. concas de ara- 
men 3 e YII. destrales , e lì. serras , e IL ascias, e YI. berrinias, e X. 
sarelos , e YI. Arclas. Et si quista carta destruere au extermìnare ea 
boluerìt , istrumet Deus nomen suum de libro bitae, ecc. Seguitano U 
$olite esecrazioni. 

Dal principio di questo secolo sino al finire fece qualcbe progresso, 
rome si potrà osservare da questa donazióne fatta dalF operarlo di S. 
Maria di Pisa nel 1173.— "Ego Benedictus* operarius de Santa Maria 
de Pisas ki la falbo custa carta cum voluntate di Domino, e de Santa 
Maria e de Santu Simplicbu ... e cum Previtero Monte Magno ... e 
nos fecbimus inde conipania cum ise a boluntate de pare e de Judiche 



CAP. VI. SEC. XTI. 89 

il Barusone ... e cum 30 pODulo de Surra te e de.YìsnoIas cum sa £e* 
K ciesia paupera prò aver inae su Piscopatu prò su Poputu sa vastichia 
i e obedienlia sua carta li dretat . . . judiche Barusone e Costantme 
{f Ispaiiu, e Petru de Papella . . .; e ateros meta testes. Essende facta 

I custa coinpania cum su Piscupu a boluntate de pare torraremus su 
i| Piscupu sa domo de Gisalie prò .anima sua e de sos Clerìcos suos^ e 

II issa domo de ViUa Alba prò pi*ecu kindeli mandaron sos consolos , e 
I nois demus illi duas ankillas, ki furuni eonjuvatas suna cum servo 
n suo in loco de moia ^ e sa torca in tempio cum servu de malu sennu: 
\ a suua naran Maria Trivillo, a sa terca (l' altra ) Jorgia Furchilla : suna 
I fuit de sa domo de Villa alba, e sa terca fuit de Santu Petru de Su* 
I rake prò partire issu fetu, ke fu natu cappitu, <^onventu de partire 
li sos filios de Gaccìnì tptu mu, ke appe sa ankilla de Santu Petru de 
jg Siirake. Testes Judiche Barusone ^ Episcopu Jovanni de Galtelli , e 
g Prile Petru Lupu ... e atteros meta testes. Anno Dom. milles. -centes. 
g septuag. tertio (i). " 

g . Oppure da questo autografo finora inedito , esistente neir archivio 
^ della Cancelleria Arcivescovile di Cagliari, del Giudice Salusio Regolo 
,1 di Cagliari, che è un'atto di Donazione fatta alla Chiesa dì Santa Ma- 
j ria di Lozzorai; e servirà anche per prova come in tutti due i Capi 
j, della Sardegna si parlava quasi V istesso idioma. 
^ » Ego judigi Sai usi de Laconcum mulieri mia dona Jurgia deUnali 
, assolbuUu a ^iu miu donigeilu arzoccu aifairi de causa sua su ki bolit. 
''^ Et eu donigeilu arzocu cum lebandu dssoltura daba su donu mìa 
j ludigi Saiubi de Lacon ki luillu castigit Donu Deu per balaus annus 
' et bonus et ad issi et ad muliere sua dona Jurgia et a matre sua 
u dona Preciosa de Lacon. Fazzulia custa carta per causa mia cantu apu 
,[ in trigonia de barbaria kalla dau a S. Maria de Lozzorai per donu 
!, Deu et per aia mìa et de fri meuet de totu sus parentis mhis. Daulli 
sa domo de Tortoili cum serbus et ankillas cum binias et domestias 
cum sattu et aqua et oia cantu apu pusti cussa domu. Et dau illoi 
sa domti de bari cum serbus et ankillas cum binias et domestiag 
cum saltu et aqua et semidàs et duos ortus d abìà et duas masonis 
de cabras et una masoni de porcus et fundamentu cantu apu ingelisoi 
teiras et binias et serbus et ankillas et inierzzu serbus et anckillas et 
binias et terras et oia causa cantu illoi apu et issu ortu de su kidru 
de turrele et oia causa cantu apo in curadoria de barbaria proisindi 



« 

{{) Il senso della donazione è che Benedetto andò in Pisa in competa 
gnia del Giudice Barusone j del Vescovo Giovanni e delle altre Persona 
Ecclesiastiche e secolari nominate^ e fece donazione aS. Mari^ di Pisa 
delle Terre indicate , e di due donne Serve ambe vedove ^ la prima ap^ 
partenenle alla Chiesa^ Moglie di un servo del luogo di molà^ V altra 
spettante a S, Pietro di Surache maritata m Tempio con un servo di 
poco senno insieme col parto dato alla luce^ con la condizione di divi^ 
iere i nascituri in caso di nuovo matrimonio. Gaz. 



M ORTOGR. PARTE SECONDA 

apada sca Maria kalla daù per donnu Deu et per anima mia et fiat 
in nianu de piscobu et sunt testimonìuS' donnighellu Turfoini dokigel- 
lu Zerchis logn SalbadoH. Et kiilaet devertere apat anathema daba 
pater, et filio et scu ispu, daba Xll. Apolos'IIII. e\angUstas XVI. 
prophtas XX.IIIL seniores et daba GCCXVIII. scos patres et aplat sorti 
cu inda in infernu fìat et fiat amen amen amen. >9 

E da quest' altro di Trogotorio parimenti autografo inedito. 
, >' Ego Judigi Trogotori de Unali cnm filiu meu donu Constantìnu 
per bdcintadi de donu Deu potestandu parti de Ràralis assolbuliu a 
piscobu petru pintori affagirisi carta incoboiìt. Et ^o piscobu petra 
cuiii lebandu asso! tura dabba su donu min Judigi Trogotori de unaK 
kimillu castigit donnu Deu balaus annus et bonus et aissi et a mulierì 
sua dona pretiosa de Lacon fazzumi carta per sca Lùkia darigì ki 
fabricarat Mariani nieliu serbu deCumida de serrenti ki fudi eniu(4) 
et dedibi sa die killa secrabat piazza et binia et terra a essiri pus 
scu petru de snellì cum boluntadi de Cumida de serrenti donnu suo. 
Et fraigarunt serbus de donu arzoccu de Lacon Basili et firis suus a 
seu Binìitn et issa die ki la sagrarunt derunt ibi terra et bacas et 
berbeggìs et porcus et dedibi donnu arzoccu de Lacon abera filìa de 
basili arrasu ankìUa sua peguliari ad ankilla de cada die, et siat in 
potesladi de piseabu ki aet essur in suelli et dedigi donnu arzoccu de 
Lacon a scu petru de suelli affurada filia de Turbini de fraili ad an- 
killa de cada die per donnu deu et per aia sua. Et sunt testimonius 
donigellu Arzo(*u donigeilu zerkis, donigellu Costantini logu SalbadorL 
Et kiilaet deìitei*e apat anathema daba pater, et filiu et scu ispu^ ecc. 

SECOLO XIIL 

i iù sensibile rilevasi il progresso del fonùato dialetto in questo secolo, 
ciò scorgerassi da una conferma di un atto di donazione dì Comida 
fatta da una certa Maria De Thori alla Chiesa di Santa Maria , e S. 
Giusta di Orrìa Pitinna^ qual conferma è del 1210.* riportata negli 
annal. Cassih. tom. IV. in append. nella seguente forma. -^» Ego Ma- 
«» ria de Thori ki la fatho custa charta cum voluntate de Ds ... et 
» dessu Donnu meu Judike Comita de Laccon ^ et dessa mujere Don- 
99 na Agnesa Regina ^ et dessu suu Donnu Marine Rcge, et cum vo- 
» luntate de fios meos las do ambas sas Clesias meas Sancta Maria^ et 
» Sancta Justa de Oria Pitinna ad Sanctu Salvatore dessu heremum 
» de Camaldulu^ et oferiolas in mann dessu Priore majore de Camal- 
M dula Domno Martino custas Clesias meas cum omnia pertinentia 
*> issoru cum servos, et cum ankillas, et cum demos ^ et cum saltos, 



(i) Enin cosi trovasi chiaro nella pergamena autografa che attentth 
inent& osservai j, non encu mme qualcuno ha trascritto, QUesta voce si 
è tonservata nel Logud. nelMeìL e neW Angl, e vale privo di eredità, 
e. gr, benes de èniu j beni senza successione^ senza eredi legittimi 



CAP. VI. SEC. MI. n 

» et cofn vinias^ et cum tems de fune, et oon omnia battor pedia 
n casta e^t opus e cnsitas Qesiaa Et doli sa domo mea peci4are de 
» Tnigulbi, ki' appo de pareates meos cum omnia perlinenlìa sua doHios 
9 et saUos ei aervos, et ankiOns et vinias «t terras de lune ( terre.^snh 
» torìe/^vate» niaae|Kgiate: 6oe de /ime-^ jnane^^iatoK et.€uiB omnia 
» battor pedia cahtaest appU» ct^i^uata domo p^. a»pa . . tide per de 
"» superiore de Camaidula, et is$os heranitaa de omnia cantu- narat 
» cu^ carta uaqpie in sempiternimi. -^ Et custu bene Idli &tho ad 
» SanctiMn Salvatiare deCamatduIa prò ànima mea^^t de marita meu, 
» et de 'fiìos meos^ et de. tota sa domo mea. -Nòa apnat potestà te. fiias 
« meos. Ne neone hòmine mortale, distrumarelu. % disonines. kdln 
» seasiàt finnn> et istabùe a Voluntate dessu priore dessns hefeniitos« 
9 prmnit . -et prò vocapende priores, et monaeós a^a vpluntate isserò 
• usque in finem seenli. amen. — Et eso Judike Comida de Laocon ki 
» btho custa «arta prò P . < eu ki me fòkit doiiAna Maria de Thori thia 
} 9 mia, et issos fiios, et issu.priore domnu Rub . . . tu k «^ . jni fui tana 
» do prò Càmatdida in Sancta Maria, et \ojo sps servos de «ustaa 
» Clesias ki appan therga j et cìnithu devote in nàtiti, cale avean^ et 
» Iratavan sutta donnu Petcu cfe Maroniu^ et sulta sa muferé donna 
» Maria de Theri usque in sempiterna saecuia. Amen. Et si quis istam 
« eartam injusle jdestruiere voiuent« babeat maiedictionem de Oeo.èc» 
» Eternit leates lecc, . ..» Et e^o Petrus seriptor DopUni mei Ju^licia 
n Gomite serqMi, el compievi istam eartam intrante mense Julii pri^ 
«foadte.» 

E dal seguente Autografo inedito esistente nell' Arcbivio Arcive$c<h 
vile di Ca^ri, di una donaziooe-fiitta à.S, Giorgio di Suetli da Tr<H 
gotorio si rBeva lo stato della Lingua nella parate meridional^ 

» Ego Joigi Trogodorì de tJnali cum Dona Qetiedicta dp Lacon mu« 
liere mia peri boluntade de DonmiDeu potestandu parti de Kalari& 
smdbullu a Doàu Trogodorì su piscobu min' de snelli ad fagtrisi cart^ 
iaeo boUt Et ego Trogodori per issa mia de Deu piscobu . de Suelli 
cum lebemdo assoltura daba su donnu miu Juigi Tro^odoi'i de Unali 
et daba sa donna mia dona Benedicta de U&con ki milu casti^i dona 
Iteu babus annus et bonus fiuau mi carta per beni jki fegit Jugi 
pedru de pluminus ad Scu Jorgi de suelli su donnu miu prò s' anima 
sua et de filias suas dedilloi su caniu habeat in Sinorbi et in Castania 
9erbus et ankiUas et tr^s et binias^ et saltus et aquas et omnia cahtu 
si clabaat ad pustis cuss^s ambas domi^s ki fudi paru suu dessa com<* 

Ca ki feg^at a donu Gontini Spaim illu habeat biukidu a donna 
isone & serra de Cabuderra et habendusillas custas domus Seu 
imi su donnu miu in dalli pidii mcrkd a su donnu miu Juisi Bari-» 
som et ad sa donna mia sa muliere ki mindi fagirmit carta Dull£(da 
prollas siguiidu in co furiint dadas ad seu Jorgisii dónnu miu. Et ca 
non di 6irunt issus sigurus de custa dadoia kerfirunt mindi Ijgeridadi 
conienti illas habeat scu Jorgi custas domus. Et ego batusindi liurus 
im\ìopalis a donu Mariani Dezori orlandu et a donu Johi deserrà daluda 
et a donu Saltoro de unaU Corroj^la et a dotiu tuibiui de, siiki et ad. 



#8 ORTOOK. VAKTB SICONDA 

llkrìft^ de 'zaK d* onerk^ij^ ki jijtoiwi ad^ b«ngdiu de Dea Ante 
Juigl ip sa :billa.de Quarlu M cdréiia de'^èu Miaiii, ca, custa^ ambas 
éoBits Jaigr P€di[u iU&& habeat dada»' s^idu iìi' plumiuus ^ Scu 
ilutfgi de^SueUi . j[>ro sasiilia sua ^t de fiiiàs sùas. Et piiKco canoskìl 
luigi Barìsoiii audomu -mm (sl.ma donna mia sa jnuliere custa 
berickdrbuUaruftlBiiiidi ciula eatta et affirpamiitimUas »i&tas ambas 
doms de Sinorbi et de Gaatania eim omnia eaMxs si pertenit ad 
^ustillas; ki' sindi 4kpat p^ tòu Jofgi su dqnno mìu^<»ntu adi durart 
j(>u muBdii.'£t inlii jmHariHit «astili liliertis cdkis k^Jieai dada^ easfa& 
deuius- Jutgi Pedfii ad soli Jorgi fudi lestbiiQhìu doau Mariani sn 
plfieòbu de Zuikia et dottn Ba|*idaniide%s^ra'i^a88a^ ai domau Airada 
de airi airnipis. Et^sunt ^esUmon^os fiarisonl de selva piaaàgì et Co* 
mida de «erita de frailiìs et Matfiaai dez^oH erlc^Hlii/ Et est faoUi G«9ta 
cAfC» annt) Dui. MCC^V. II.' Kai'. odtubi^ iMibendasnUa %Wgi a aumi» 
sua sia curadopla de. eamf^daBu prò logu Salbàdor^ et KiilaetdeYcrlera 
bai)at anathema daba l'ater . . .et sorte bat m Juda |>(fil0rò 1 iofarn» 
ìikferiori amen M (1)^. 

' . ' ' • ' • ' •■»■-■* 

SEGOLO XIV. - 

- » 

mJì qtiesfo éeeolo boh si potrà riportare d0Gdmènlò più .giorioBii 
della €aria^de Xo^r», capo a ofpetà delia sarda legiatasidne drt mèdi<r 
ei'Oi Quésta è cfiaa ooHipilaaiene di L^^ì fet]a perii v^gne dft Aàtio^ 
rèa, e tralasciando il pregio delle savie disposi^oni cbein sé wm:- 
csiihidé questo inaravf gliòsd Códlc^ per il v«nla^^ del Popoli e 
tmaqttfHìtà' dello ^tato, noi l^dtiàmé j^r- l«sio ad oggottb di fiir 
rilevare a qual punto di pureflizà era ascéso ^ il dialetto sandeacd'iii: 
qttei tempi in euì avrà rìeuònató in i>occa de! sndditf ài^ qoàli si diri^ 
revano quei savii ordinamenti. Basterà riferbe il prbemid fCf !»&•• 
fronte degli altri , cosi incominciando^— » Cum stJio 'fit càilsa ', qeì sa- 
dcèreséiméntu, et exaltamentu de sas' Pbovlncìas , Regiones et Tferras: 
descendent , et bengiant ()aé sa jitstida , et ctò peri sos bonos tapida- 
los, sa superbia dessos reos', et maWgfòs botidnes si afrenet, et 
colistringat , aèiò chi sos;bonòs*et puros , et innocente potant viver, 
et istare intèr issos reòs as^egurados, prò paura de sas peniMS^ et ilMS' 
bohos prò sa virtude dessu amore, siatìt totus obedie|ìtes< a sds- 
Capidulos/, et ordinai^entos de cpsta carta de Logu. Imperò nos 
Eìianora |)eri sa . grada de t)m^ Jpgbfesa de Arljoréa , Contissa de 
Butiani , et Biscontissa de Basso ; desiderando rfii ses fideles ei mA- 
ditos nostros , dessu Regnù nostru lie Àri)orea , siaht informadoe da 
Capidulos , et ordiriamentos , prò sos quales potant vivere , et si pò- 



(i) 'Wel J^octtb, sardo pel quale àbbittmù dato accem « melte p&d df 
qumi vetmti docutnenti ^ si trùverctnno spiègtxté U p(ù difficiUj, e seèè^ 
He ciascuno non le adoperi che con certe lepgi Hi precauzióne j pure 
mpparlengono allo ìtalo della nostra prisca lìngtèà. ...... 



' CAP. vr. 8E0. xtY. { ' > n 

Mf coifserfwe In" sah^ia de m Yernfauft», el dssMr jmH^fl ^ «kihom, 
p«cifiea ; et tranqniftia istadci ; ad. faonore de Deit^ ><MpnlpQ^e»l^ , et 
dewa fióribsa vìrfloe »MàdMM j^taNiinà Maria «m èt^pfp eonser- 
wMre^ jiiMi^ia et paeiien <i»àiMiufliirv!(t ìkmt i8Ml« éts^ PofMda, 
de8Du Regnu acetrti' pvetfcttt , ei desm» Eoeleiias» Regione^ EeelèM- 
sUeas , et deMOs Mftn» , «el èofiioa liiliniiies< «I i^Uln teUi desia ^fa 
T«nPa neutra , el denra Reffiivr deArìidaèà ; JaglnM» «as- oidiMciones 
et CapicMoa lofiNi^ri^tot ^ M& qvaie» queHmiia , tit eàmhi1<ìatfifem 
eiprcMimnIa, ^^^ deMaitt 9tt9Mer:/ e^ otMtvaav oro tege per 
àtsoadiinfti.fftesau Jtiygadu (iD06t)*ir>de^ -Àtbei^ea phidietii hi> judidiit e( 
«1^ SaCaMa- de liOgils èa ooafe' ^«uh gf^nd^lniù |H<medimenta 
lttl"fiicla;<peri «fi èèna sNapea4a de i«f(^ Jfai>iaae Saim «oetin ib 
qnadireotu ja^r^die 4e Arborea mm-e^sende comefli ^r ìspachi de 
s0y|lB «ftihaa ptMadM, Ytotnò perr itrallaB • Tariedadès de tenipus, 
I li6^|;wndft«4le' «eiMskaée «cmpfgerto conaìdeMidevsa 

i lamtede-, et ^puìiicìoiiei'deÉèog' iempos , qui snitt HtadoB ^sigliidof 
jMica^ ^t lasa. oimdissiene 4e Hoa hORiiRes , chi eat ii9|ad» dae tainto 
ynogue muttù permutada, et pìu& prò chi ciascumi eai piua IneUliacki 
assu male faghere^ chi non assu bene de sa Republìca Sardisca, cuoi 
delibèradu consigiuU eorrigmilis> , ef ftr^fiaad-, et mutamus dae b«ie 
I in Biegius , et cumandamus chi; si .d^piant observare^ integranrente 
I dae sa Saneta die innantìs p^i su modu infrascrìptu. » 
I La Carta de Lqgu più antica è quella stampata ip Cagliari l'anno 
\ IWO <1). 'Questa 'è iti <«Érattei$ semigottìci senza comikieAto. La Hngua 



' («I) £fe <foffO'C(Wfti' f^ ttntita the si 'toftostt ha tt segnèntè ttMo.-ì' 
» /KainAi èe if0àu^€hrMàSklv$téore Noàtro'tt'exctltamenio de m jusUcfa, 
Mntipia^m IWi^^p Oe^é» OonjmuU'èìmetOi^tHnémnéifmrdiscWffiimi 
tf ^9MhM(UI per issi» Wmtfissfnia Senffóra Donna JUonéite per issd 
iMèla ^é Deus 'JuytfUHsa Datba^ee réohttssa de'tHoyfóni : et Benacon- 
Hm Uè B&à8èi iHtUulédù Carta de Logu: Càllèrit Jtpud \ffiephanufH 
Mùr^tium M9LX, » ^^'Altuni credono rhé questo Calieri • non ^ttCa-* 
0àx\ ^ ma un* Mro Paèié d* Italia ^èrefu' étampata .* ma ^tctmm non 
&vMrt0è&e Vinivreme the d^^b>eró avuto di stampare questo Codici 
iiebì^Mi (dlaxSdiTdè^na fuori di Stato / pereto è dù pensare die quéi 
(MMn Mé^WAmè aiqiHinìto traHsàto tft'Cd^iari , e che questo Stàm- 
fi^m Ma ^Mo uno di qdti Tìpogràjl àmbutantt che' fn quél tempo 
fnvMm» con le' sktmpe net luòghi dove trovamno qualche Invoro , è 
cMlMi «Al ^apiflUfo f n ittvtfegfia éa^e , attesa la necessità chr si m^eit di 
delia Carta dalkB Curifi :« da pf ^r generi di P9T$(m * aòbta eseguito 
questo lavoro. Più antica di questa Edizione , un' altra ne vide il Cav. 
Bayle con caratteri semigottici di conio più vetusto > e con le iniziali 
miniate a mano come usmmsi Mei Sec. XP^, P^, Mart. Biogrof, Sarda , 
ed Foc, Eleonora. Sarà forse V istessa citata dal Simon che disse apr- 
IsaPtemm ^èéahmunm al 1499. t\ Tol- Biz&)n, BéoHr/deffH uomini 
i6e.ar^0. Eleonora- p. 56.— ^^M* 4. * '' ' ' • ^ 



I 



91 ORTOGIl. FARTE ffilOONOA 

m etti è scritia «òr è né V attoaie che m parla in A Aorea , uè qiie^ 
.d^ ipoeeaiio. per le quali prevuK»e'era fiifta , ma pmm arvicina alla 
tinilQa d'AflMirea o<dd basse eampiétto^ Forse qoesta llngoa «m 
stala parlala allora ìieùa ptcf^iBcia d'Arborea, che kidi si è più 
Ingentilita.» non qneila del Goceano j che -sari atata parlata , per te 
rs^m che 8<^a dieesiflio , V iate^sa in ogni lempe. rkm però come 
voglìoBo alcuni che in quealà. Ilngnà ^A^a Carla abbiano parlato ia 
tntta r Iscmb, benst alquanto trufoiaiata aeUe daskienae dei oomi e 
dei verbi, sensa omettere qiieUe partkolari Igerne ed aocenli ehe 
notammo nel trattato delle letldre (Y. P. L v87, e seg.). «sogna 
adunque coneUud^e che la€arta glossala datt^Oyhres ete «tn pretto 
Lorodoi^se e nella forila lingua dfel Mai^hine stampata in Cagliari 
47W sia adattala dia lingua dómipanle, li quìiidi è una traduzione 
della Carta antica di cui u testo è neQ' EdiàoBO suddetta. Che quésta 
fila àmte^un miste della lingua del Harg^iine è chiaro negli ìnioàfi 
che tomo la desinenea wa in ahi, ora. in aiie4 e par polntie ognuno 
formare il suo giudizio^^iudicfaiamo a proposite portarle, un parallelo 
tf ambe nel CafHt. 3. 

^ C, DE L. ANTICA DEL 1660. 

CAP.ni. 

Qtn ochérit heminL 

Tolemus et ordinamus que si aìfcuna per^on^ oohir|t hmnini et est 
indi confesso in su judiciu: o ver convinto se^mnduquessu órdini dessa 
^^igioni commendat. Skt iili segada sa testa in su loghu dessa justida 
per modu quindi mot fìat, et prò dinari alcuno non QuH{»it Sàlvt si 
su dictu homini. hochiht deffendendo asi sa. quali defi^isa d^[M$il prò* 
danari et mostrare legitamenle per booos hominis infira dies XV. da 
essa die qui. lat esser commandado per is^ armentargin nostra àt 
ioghu: over per atro officiali nosU*u at qui sa dieta eauaa ^oeret 
commissida. Et i|i casu qui provarit aver mortu^su dictu homioi def- 
fendendo assi comen te est nàrradu de su|>ra non .sl;it mortu et pena 
aictina non patiscat et non ^pagbit. Et si per ventura av^fterìt qtù 
phis.homims esserent in compagnia de pari et unu de cussos hoefairit 
alcune attero^ homìnl Et issos atteros qui non esseren^ ta culpa assa 
dieta morte non benerent assa corte et non si ischulparint legilima- 
mente €(ui jssias npn fuerunt culpahili^ n^n consentivUis assa moria 
de cussu tali Iiomini: infra tres dies qui issos siant pcMiidiis et «conde^ 
pnadus a morte cornea te et issu qui aviri|.mortu su di^tu homini* 

' CARTA DE L. D'OLI VES DEL 1708. 

; CAP.nr. 

Chie bocbiret homine. 

* ' - • - 

Cberunns et prdinamus, ehi si alguna persona bochirèt honuno, et 
est confessu in su judiciu, overu cQOvintu segundu ehi.^ ordiao 



GAP. VI, SBC. xnr. » 

d^sa nxione cunaiidat, si K skài segada sa testa in M le^ .de^Hà 
lustida^ per ittodu «hindi mòrgiat, éi oro dinari algunu non c^Nipet/ 
saivii si SII didu houMne Mehirel defeodend^^ sa quale defessa 
d0{Mai proa^re/^. mnstrare -legiliìiiaQieRtB per. bonos lioiiiniea' ìafim 
dies W. ésie sa die chi 1j|I esser jCajBaadadu per r^idone ileslru de 
logtt^ overu per attero ofBeiale no^tru a ehie sa dita càusa esseret' 
ciNUJBissa, et in casu chi provaret haver mortu su dieta homiae de» 
fi^odendesi, coniente est aaradii da sopra non si^t mortu et p€«a* 
aleuaa non patiscati et Qoa paghet,.elst perventura aveneret chi piws 
hoaiiBesesaerent. in- compagnia de pare, et unu de enssos beehiiol 
algimu ateru homine, et i^os Mteros» cU non esserent in. etilpa ^a 
dwi morte» non yenerehi assa«corte, ^tnon si isculparenjt legàtima* 
mente ehi ìssos non esserent cii}pabiie$,nen conseatientes assar morte 
de cussa tate, homiae infra tres dies, chi ìssos siaat ponidos» et con- 
danados.a morte, comente et sa ehi. haveret mortu.su dita hoatiae; » 
Ed ^ Capi VUI. 4oYe prèscrivesi la pena dèi si^eidio, cosi nella^ 
Carla del 4660. 

» Item ordinaams» ìpà si alcuna persona si-bochierft isu Ì3testt 
apensadamenti in alcnno modo isi deppiat isirasinare et infurcare in 
aleuna forca qui si depiat Cagherei a prope de^ villa hui sat ocbier , 
et is8n officiati de oiissa villa deppmt fagheìri iscrivlri totus sua heties, 
silos.. Infimi ad atero cumandamentu nostro, et simigan temente a m- 
viestigare et pre^boAtare assos Juradus. òt bonus ÌM)niMiBis de cassa 
vjlia dc^sa Ofecasume per iteu cussu hdmiiii s«t effi/^ mortu, 9t ienssiir 
pregontu ad fagheri seriveri: sa qtial^ pregontu déppiat batiri annos 
de presente ad oiò que nos illn potamus mostrare assos savios nostros 

EeonNudare nas ni decussa qui damusra viri. aftiglieri dessos iiiltos 
es. *» Ed in quella del 4708 , cioè dell' ^ip««. ^ 

/^ . jPe ckie H bookiret , > 

» Item òrdinamus , chi si alcuna persona sL hochiret isse niatessi 
» apeasadament^ in alciinu modo, si depiat istrasinare, et infurcare 
'> in alcuna furca, chi si depiat fs^er a prope dessa villa hue si det 
» boehier, et su officiate de cussa villa depiat faghere secTestare tot- 
» tus SOS benes silos in fine a atem ctiinandamentu nostra, et simi- 
» giantemente à da investigare, et. preguntare a sos jurados, et boQos 
» bomines de cassa villa .de$sa .occasione prò ite causa cussu homine 
» si del esser paorto, et in cussu preguntu det faghere scrivere su 
» quali preguntu.. depiat batire a nois de presente, a ciò chi nois lu 
» potamus mostrare a sos savios nostros pi'o consiglare nos de cussu 
» chi hanitts a faghere de sos ditos^ beues. , 

A questo Secolo sembra appartenere il Condaghe di S. Gavino Stanis 
palo ia Sassari dal Dott. Francesco Rocca, nel 1620, e die lengua 
garda anUgua chiama .l' autore. . Semln^a adunque un' abbaglio del 



^ ORTOOUf PARTE 'SECONDA 

èopisfai «lei éértt0*Cnì«i^.(GK-alda'€MNMica «delta- tùmmnm^ike de|li 
BanlN^ di S: G«lvlno mettendo C€C€C\ Vii. , tiofl jpSlciidii tttisstBtere 
r tmpronta della 'Savda Ortografia Mn quella /élie traaf»i^sde iw'dèett- 
Me»^ ^tfttff di qiiel Secolo {y^ séc;' \lì, ), V erf «ra fe Éel prendere la 
prima eifra dell' anno io veeedi^an Mper ti^ G€C, é ferameni^ la <• 
gottiea pare dt rapj^reseolare^ tre G, p«rdiè ha le flambé separate in -que- 
sto fiiodo€^3: Iranno adunque delte Cronaca «larà MCClLYn. L'analogia 
di^ lioàfua sari» un sicuro argooMoto, per cui ne riportftlaie mi lira&o. 
*9' Passami rigano teitipQs venif qui sa Inèdia de Sardlgna si popolayt 
de Christianos et iti cttstn'iiiodii» reg'iiaaii c^^ Oòntfos^ over Segnores 
ea sa IiMUla in ctiss^ tempùs torravat assa Corte -de Roma/ El oinn^anDii 
modBan DoAim in ^u regno de Logudore et de Arborea; Et devenit qòi 
elegi^tint a volnntade de sa Corte de Roma una l>omi homhie qai ha- 
viÉtt à étòHien l>ennfB-Coinida , so& L»teros de f jogudcJre. '£t tanta foit 
sa bottini tade suàquila vol^ount prò Jnd^he io vìda sua. Et su simfle 
In éimandariint. ses de Arbqrcia -pro Jodighe. Et ^ inde faiàntls si 
clamaant Judighe Comida de ainbos logos, Et i custu Judighe Gomida 
haviat una Marna sua qui fult ^neta temifià et tres sorores suas , sas 
quales si elaihaant sa una Donna Kadertna. Et issa fera Dpnna Preciosa, 
et issatera Dònna Joi^già. Cudt» Donna Jorgla 'flit ttna forte femina , 
Olii issa eurriat mandras^ et rogogliat sas dadas, «^i eustafetit sa Corte 
de sa yHla de Ardu, et feth su C^sfeddu de ArAar et fectit ad S. Ma- 
ria de^ A¥dar (4>, ka tandiì in loia Sardingfa nen.si' aceataat éomo 
ìpA esseret de caldiina , si lion eseeret poéte, over Eeelesia. Ed i 
onslUii Casteddn de Arda»* ftiit su primo Ca^feMti qn) sf fetll ia 
SlMf^ngisr, secando' qui narat su'f;é«dl%tie de* Santo Tedfu de Dosa 



.\ 



V (I) L»€hUm'W -Ardara penne tofisegrattt netiH7 «mtedW fseriz, 
nel do/ìsale deH! Aitar Maff^ióre-^ mUò U Pfmàf. feseqùgiìe' H! dM Car^ 
dinaie De primi^ conie segna una Cronaca d( Sorres in Sardo eheio iHdi 
nel viliag. di Boruta, dal quà^ Cardinale veHne anche tonsegraia la Ba- 
m'Uea di S. Gavino , come nota in appresso l' Autore di detto Condaghe in 
fine. Ora\, c^mè pure hotapfiH Gemelli nelinN, 4 deW Oraz. in Ifkle di 
S. Gavino Martire p. 48. cfie il Giudice -Cbmidn abbia tnalzmio qnestù 
Tempio non vi è da dubìtarì'rma che sia stMoereUo mi 517 o «e* 4^7, 
come poriaii Cond. in fine dei Poema d* Araolia , e- the in ^tal tempo 
^iK>esse il Giudice Cofnida non fdt et accordo la 'Stoffa Sàrdà^. seMiene 
H Plto sembri sostenerlo edil -Mafonffiu conh'Uarl^ (selectae S. 4ireg, 
Episi. ève). Nel Sec, Vi: non era introdoita ancora tò diHsimte de' Gm- 
éìtvitì in Sardegna , là Basiìiea 'di S, GaiHna perciò non^può essere pia 
ecìitica del Sec. XI. loffio t alihaffhio è dimm dalia daM di questo Con- 
dagne cfH> il ridali. cMsma ficfitliis codex, ef pernicfò^us-, Insnìae am- 
tboritali decorique infensus. Chjpem nurefiS etc. Florent 4641. Cosi il 
Bonfant che los'orreithe sopprt^sso yper essere y conte dice egli . contrario 
aMe Storie generali del Sfondo e' particofnri delV Isola. E srdvo iè detto 
àbbaijUOi^ io nonvedoi tanti danni'vhe tm-eaffienato^i^n mefite delVAuU^re.- 



Bt n^giHHMteéusifiTJudighe Gomid» :de «mlNM ii^oA , . (nmfofè » ìBmì 
piatftiH v-deìF|iiik cpò^tolu Ai> levttyt de LélÌNl^i6t'fuii> k^oAiy.el Jiavi«l^ 
tanta de Leirà $ qui nbn »iti fiàHupt ids: logliosi 6t islaat in «u- ktu; 
om Mion* « pQNliat pssave ^ et inudaant Un sa ifi^matt , et iMi»« 9oi>iQffa«'< 
die smMi ieCÉft assalterà prò ..tétsi cassa Lefe». qui UMhavia). Et stane)» 
mfldaydu em^u:, Jiidighe Comida^ Donna lotgi9.mtve sua/ feti* óuaiirfi 
ad^Jiidiflie Baldu.de ^Hura ; tanCu -qui lu fìnskt ìa €aMfUu*ni%»4 
imi fhittcnttt ad su ditta iodighe de-Gaiinra, in fina ndcw CaataddÉ 
de ilrdftr: Et traode inalaydu Judigfee Cdmidà , li hfii reteiadu.uott 
dièéaeSantu Gavina^ tetvo^'de^ Carnata jsuaw. Et tslaiitaytilo iianitu|s 
Ctaìda , Oomìda , pesa «i vaead PoHa>dft Tureiea.^ àdunu kigu. ìofai^ 
sì;cla<naf Montor Agetta, Et.i em«fraigha una Eodetia in notoeàds 
D^,'et'd0 $06,;SBn0toft Mavtyrès , 90&' qoalea iunt .Mpeftdfw in* Bi|faty 
«laen-a-noiiieasoai 41109' Santés Gvavhiu Protiau^ et Jannam^ >» età 



t.*K 



. SECOLO XV. . * 

D. . • - ■ • • . • ' .. - . -.•.•- 

opo qdesio ieeelo/infinHe prove abbile della purezn alla xpisSé 
pervemle il Loguddvesedialetto. In qneìsto acfqaistò un' antf dr.maèslA^ 
• Mleofl» ascenda' éallÉ barbarie de^secott feivei.Basterà eicorett bra^^ 
nello delia Sinodo diocessma conyareata ^al < prima Veseìtv»^ di Hmi^à 
Léonai^0.n«l'4490i-'ripo#tabt da} TobiiMz, Biogr. ad v« LénnérdOf Re- 
Mae^ il jhi(imi^iO/'M' Cnfitoa- s«nt pvoloffe» ideami 'Revérde- fippu / Aitì*hk^ 
gred^, QBflomgD^i«t elevo éé (Driftsta: Nos l^xN^naM^ 
Bmep^ìì 4^ CvÉ»m esé^nda ib msttiA Miatide^Bonè t^Hi^aftdo^S^iì^ 
iW ^tìMvì^ ciiHt' SOS» vemerablie» lh»ades^ et ligt^ jlMi^s se» OEiloh?g<ili. 
de Crasta desideit»wéo de ordinare. algsnas plaa et saftct»» erdiilaiM 
nes , qui esserent a laude' et gloria dessii àltissimu Dea , et conserva- 
tione dessu istadtt' nMtrn 'ebcreslaltica , saHrafioile^et lìtile de totu sas 
aniinas chrìstianas^esda Ecdeaia etdiooe^i'IiòMra deCrasta ecc. Da t. 
in sa predita Ecclia et pal.atio nru dessa villa de Bono a dies Vili, dessu 
mese de iiiairtu'MGC€CX.Xfnf./>KComeiSUppnil Tòla, il^ qnale rit)of ta 
il detto pr^ogo; ed io qui aggiungo due eònstiluzioni eslratte dal 
detto M8S. the arrivano «ino al N." XXV. , e che il Cav. Tola mi fa-^ 
▼oH per farne lo spoglio dì alcune -voci da inserire nel Vocabolario. ^ 
XVf. »' sCatnknus qui quaodo> su Parladu hat andare ad visitandcr^u 
eppatu suo qiii su clerigu dessa villa h^e enssU parladu hatintrare 
depiat sonare. sas eampanàs gasi assa intrada coniente et a^sa^ exida 
dessa villa et buecussu clengu hóver Curadu ésseret negligente pa-^ 
gliet per degna volta li una non perjudicando assu benefitiadu essendo 
pero notoriu qui vensiat. — XVII. Item ordiuamus qui alcuuu curadu 
^iat tenner sas ecclids parrochiales netas una cùn sos paramehtos 
Iftros calìghes et pannoSde cilssos et bue su'Parladu non agateret irt 
9k visita eussòs netois; potat ilu condennare a su dieta Curadu àe unu 
da<;adu non perjodieando assu lienefrtiadu principale de cussu €uradu.'>» 
Uà il progresso che la lingua sarda faceva in qaesto secolo maggior* 



.f 



91 ORTOGR. PARtE SBCONOA 

aiedte si rileverà ctei Sinodo eeld)ràto:iiel 4443. cM' Ard^eseovo di 
Sassari Pietro SfMino , celebre per la traslaiàaiM d^a aecte éa Torres 
a Sassari, lì Cav.^ Tota- né^i^ta il|»rolago f^ie j^ùiàlpift — Nes Petrus 
Spaotts V. Dizion. Bicgr. ad voc. Spam Pietro ^ei 9tmè basterà qui 
riportare il primo iMHlìkiaiiiento di detto ConctKo il eui M SS. ci Avori 
M oiedesimo v Statuimus ;et ordinanitts, qui sii Arcll&episeopa noa fotat 

? avare, MMarcerare/ ne coodenare Arehfprede, eoe Qmomcos de 
urres tautu in causas erintinales' eonieate et jeivilés; ad mìBas qui 
9ips demeritos de su delinguent^.^iant visfos el connosìiaidoa peri.sii 
«ftohiepìseopu et cabidulu do rTurìrés , apeoanoscbidos cuslos stai casti* 
gadtt ctissu^ deiuiqiimite< sécundu sq$ dewerltossiioS) ad arbiUrìu de 
su Arehiepiscopu et cabidulu de Tuvres ; el alarìunente su Archiepft- 
acopu in cusstt casu pretenderènon poiat in cosa alcuna, e^pretcndenno 
non siat {nùnóottidu et nien óidiedidu. Item staUnnms et ordkianius, 
qui cadascumi Archiprede et Canonitfos et Preideros siat llàtu appd- 
laresi dae su Arcbiepiscopu et C^bicUtlu a su Majore« essende però 
primu connosquldas sa» causas peri su Preladu et .Cabidulu /a cando 
su Preladu fiittat su contrario siat tennidu a totu sos dannos, qui 
ndat^a segbire a sa parte requirènte. — Uem sfaluimus et orvtinamus 
qui stt Arehiepiscopu non potai per forza bogare foras desa jdtlade de 
Sassari prò cumiiagiiia sua, ne. prò atera cosa Arcbiprede, Canonigos» 
Curados.^iie Pjcetderos, solu si esseret «» ecc^ . ^ 

FinaliMeote , ffiacchè si discorra di Sinodi nom dispiacerà rlporlare 
alcuni Capitoli 4eà\& Sinodo di OttanOr pcvcbè ivi come .luogo centrale 
avràregii^o la vaia pronuu(;ìa , -fetla dal Vescovo Antonio da Alealà^ 
nel Ì4v5. aamià tia in fine -^ Actnm terlia die limi , anno Donùni 
MCCGCLXXY. Qu^ Sinodo MSS. troArasi originale, iieir archivio del 
Capitolo delia Città di Algliero (1) , e che ha prmeipip > 

,^ CcmMituUonMs SfoMos et Qrdtnaiiottes 
Da ^a Ecclesia dle^QUarm 
* " " - - ■ , ■ ■*• ■■",-■ 

I, Sfatuimus et ordinamus c^m ciaschedunnClerign In sacris consti- 
luidu ó^e sa ..presente diocesi de otiana, et uiaxiioa sos Prid^ros 
beneficiados et Curados de^)jan haver breviariu cum su quale conti- 
nuamenle depiau narrer su divinu officiu; in ateru moda nessuno 
potat.reger cura de auiinas, ne minus si potat consecrare aPreideru: 
et si alcunu beneficiadu non haveret breviariu et essi^ret pro.tfes ìhA- 
tas raonidu dae sv Preladu, overu logulenente suo^ siat privadu de 
su beneficio cum cura, si' curadu ad essere. 



'v . ... 

, <i) La copia che fu estrà4ta dal detto sriginaie , €. da cui io ricopiai 
i Capitoli che riporto per rilevcnre lo staio m c%d trovatasi a quel iem" 
pò la lingua^ riposa presso V avv. Martini Pietro , dui quale 9hì fu 
cortesemente favorito per farne lo sptìgliQ dfiUe vod per inserirle pari- 
iuenti mi yocabolariò Sardo. . 



CA^ VI. $Ec. XV m 

' n/Hm^^fttuinnis qui nessium PrcHl(»ra noa petal tattror nritat, m 
uìBus qui hiqfMit imnMlu niatutiiiu, et accabada prima ^ reserrariu si 
eiaefel e^lrtma iieee$sidade; ne minus pofat celebrare ante aurora, 
^ si alcunu ùiclat sa conlrariu, siat suspensu a divinis per tre» aid^ 
les, et per abéolverlu pagbet a sa (d)era de Santu Nicoia de -OitaMi 
uau ducatu boAu. 

IIL heiÉ sla(uuiiii$ qui eiasqueduno curatu de ammas «at (enidit 
de haver in podere suo su erbma et ozios sanctos^, a sii ptus Cardar 
Saa a s'eclafra de pÉscha^ su quale crisma et ozios sancios nòfi fecten- 
de)0s in -ottana ba^t cura su arebi(>edri portare oweru laguer porta-» 
Kfi^ sas cittades, eale citscuj^aae eussos Ju depiat levare .et jper sai 
ispssa, et tribalk» soos ciaseunu càradu illi depiat dare soddos bai* 
tor ^' et fiietoide su contraria, ovvero si . battizaret senza crisma et. 
osiu Qou, paguet* sa dieta obera de Saactu Nìgola per ogu bolta 
mia. ducatu mnu/ 

rv. Itèw slatuimus qjai ciaseunu beneficiadunoii'Cuidat su beneficia 
suo a numera sua, siat tenidti ponner cappeUanu qui- regat.sa cura: 
bene, et ve alcunu morirei- senza confessione ovvero baptismup^r-cul- 

(ft de su beneficiadtt , ovvero curadu , siat punidu ad arbitrìu de su 
Madu el Capidttlu de ottana , et similmente siant tenidos cu^tos eiva** 
des d^ ammooestare fortam^nfe^su Populu ^i a sa morte siant oliadbs». 
0t factant lestamentu. > • 

V* Item statuiiiHis qui quMido alcunu beneSciadu bdpiat poBuen 
fk'#CQratore jp su beneficili suo, bolemus qui (^issu^cappèllaiitt siat 
iwturale de sa presente diocesi de pttana , accomodatidi^ de sa pro^ 
I Idu ^o>cttin ciissu beneficiadu prò >su presiia^ querleade dare afb 
j an'jitaru et non bevendo istare o servire prò cussu pregiu, qui m taJ0 
easQ cussu o cussos J>eneficiados, potant baver cappeilapft ci^' si^ 
siat, el .de cale diocesi si sia)., levando ss^ Cura dae su prelad». 

VI. Item statuimits qui su Preladu non potai pooner CapeBaHu tf 
Precuradope in neisunu (te sos benefieiòs, exceptu cuddit quis bai ft 

Sresenlare su benefiziadu» et ad i. cussu dare depiat sa cura, reserva*^ 
a si alcunu beneficiadu non servirei, ìie darei procuradore a sa 
j populu suo^ qui in tali casu su Preladu ammonire depiat ad icussu 
incurabili per tres boitas, et non obedinde^ tando su Preladu providat 
ia Qussa cura. 

VIL Statuimus qui ciaseunu beneficiadu, et totu de issos in sacris 
coQstituidos depiant beniier cum sas cottas de Sanctu Nisola de 
Ottana, et similmente a sos eapHulos ordinados et qualcuna ractat su 
eoptrariu , paghe! per degni boi tacqui non bensiat, unu l^cadu a sa 
dieta obera , et beninde senza cotta, paghe! so(kb>s quimbe, reservàdu 
dogni legitima iscusa. ^ . .... 

Vili. Item statnimus qui ciaseunu Curadu depiai dae su principia 
de sa Ecclesia ammonire - et forzare su populu suo ^ qui bengiat a 
saucta Confessione, a fine qui prò sa paseha siant totu generalmente 
de etade legitima confessados et comunigados, et i su iscriUn de cus- 
sos, cuufess^dos^ eiascuuu cui'adu depiat presentare a su preladu a sa 



m ORTOGll. FAATR SiCONDÀ 

lesti d^ Smela NigoU ^ (Mima de Msyu dogat asmi, «tvfeirtstide^u 

coiitrariu., pagbet uoa ditead« a sa^Ut^ 'olietd']]lW4d(ig|R-4)^ 

. IX. Ilem-slatuiimis qui quando idcum persona moreMtvsenea em* 

fetsadu in cossu atmu, boleiau» , qui cassa tale non «iai aepellidtt in 

Saf^adu, re9^adu>«i cusso iiaveretdìiiiaiidad^ «a confesstione. ovveni' 

haveret fi^cfu alcunu signu de compuRtioiie in s' hcMPfede sa incinte, 

su «uale sàkt firobabile ;> et «i aksmu prelderu^ faeltfl m Mnéraiiu « 

pumat a sa dieta ^beira , liras deghe. / ^ ^ 

X.lteiii statuin^ qui qaando i^conu ^r isooitiuiiigadii d«e so* 
Preladu , ò dae in euradii sqo , ovyero.dae atei^a PtoMì^ qui in cimsii 
hazai jorisdieìone v qiésunu ^atera. prèìdi ncn lu * potat absalver A«^re- 
enre. in divini» , H>iiiflmia-qiii cossu qui^lu ai ligadu lu tiazttt assalta, 
Msljtnìda sa ^partr^;'6t ne^leunu sireinament» vfaelat su ^epntrafi»/ 
fadat in cussa péna de isconunìMiet, et paghet %n qul'oussu-fafiverel 
a dare- ai cussu creditore prò su quale fuit iscomunieadu » etaiikHmi' 
1^0 «a tanta presuffeione de^ custu , paghet a s^ dada obera' senea 
misericordia nessuna liras deghe. «> ' .- 

£ eosl questo'SinodD va shto a XXXVt. capiteli pieni dì-^a^e er*^ 
dinaàonl e seritloìn-beHissìina lingua goceana. Curiose èrnellA fret^vi-^ 
aione^he faalCap.'XVfI.>'I^ttstàtuiintt8,qaf quando suPri^adii hat 
andare vkitande m ^seepadu suo :, ifni sii- CieH^ de sa vlita , ne' 
eussu Preladu hat intrare , depiat- sonare sas campanas , ' tantu a sa^ 
intradtr comente a' sa exida d^ sa vvlisk^, M Itiie curàu ^leflgu ;, éwero 
aH euNNhi esseret itegHgeute*, paghet fnrjò dogfii béital^ uito.^)'£d il 
XXXII. » Item statuimiiS' qui <!lascuftu* clengu in Saeiia oéneiiniidu 
dnviaf ^iv^ ^loneslainente in habitu, et tonmit^ cldHcate , et «si eleutift 
hgàerèt su eautrarlu, si est beftefichidui ^yi^rò preMi<«suràdil^ pà^iit 
muìès^tà boltak' unu dui^du , et si est atern soddes (teghe: XXaIH . 
iteni staMmns qui néxunu de cusses elertgo?^ non potet fUtrareinsa 
Ecclesia ,• durante su dtvinti • olftef^ poHaiMte ai^mas-a doséu ; ne is- 
fféms . in pèes, a pena de .perder cùssas armas et isprdii^; ne mkMis 
andare dae^ianti d^ su preladu" pwiamlo cus^a^ cosas^supra ea^ dieta 
|«na , reservadu si venèret dae caminu , «qui non ^sseret a tempus de 
lassare eussas, qui in tale casu non incurgial- péna. *» E-flnalmeute nel 
due uHiinf eapìtoli rapporto alle decime ordinava, XXXV. » Ilem 
statuimus qui quando aicunu parroquianiì de alcunu benefieiadu lave- 
faret, ovvero pasturaret cnin bestiamen in saltosdéaleras vìllasfora 
de sa parroqula sua , et sun.l tolus de sa predente diocesi- de ettana, 
gasi SOS lavorahtes , et pastóre? cernente et i sos sallos et térras , be- 
lemus qui ciascunu parroquiàftu paghet et dare depiat tote sa degoma 
integra a sa- parroquià sua hnereciet sossacramentosEcclesiasticos, et 
si sunt de ateru Epi]5copadu/levet (ini a sa mesidade ga^ desu laore, 
eomente de sas vmgias , et de su bestiamen. XXXVI. Item statuimus 
qui eiaseunu beneficiadu et curadii potat iscomunigar0 in su beneficiu, 
ovvero* Cura sua prò sas degumas: et totu cussos qui hant esser isce- 
munigados , o^ siant parroqnianos suos , o sJant parroquianos anze- 
ttos , qui ha|>at à dare alcuna deguma ad i eussu non siant asseltes^ 



CAP. VI. SEC. tr, fPt 

dés hapant - resffitujàii ^ qnì Wiarrt a aare/ et siatit ateoitos fìàì 
cussu preidi/qui lo» havia»4 iseooiiiiii^ado» , et si alcuna Cacai s»a 
contraria in ipso facto cadat in sa senteiicla de iscoraunione , et si 
00lebrat siat ir^eguìar^/ et vìa plus siat ìntenudti de pagare «i sa. part^ 
tofn 8ti qui cftssu iscomumgadu fudi' tenidu senea plus disputa ne Mi, 
et gasi M iiiteitdat prò sos p&rtoqùianos , qui essefent tenidos'ad ai- 
cunu béneficiadn de atferii episeopadu ; et per lotii cussus de atem 
epìscopadu qm fiuaiìt tei^dos.in sa pre^nte dtòc*)st. alcuna beneficiadtt 
qui dascunn siat, et potat usare sa justitia in doitib sua jiisfaimenle. » 
Ma' ih questo sècolo non solainentè le ordina^oni dei CòncìHi eie 
lettere pastordi 'dei Vescovi si scriveano nel linguaggio inalerno ; ini 
pure! testanieiitrV<H)dicillf , inventarli; vendite e conlrattf, come io 
ne conservo parecchi autografi del VHlagjgio di Ploaghe ed Qzleri"; 
ofa- Città, da tne i*ae(*aili per far spoglio di molte voci usi tate iti quei 
tempi , e cke ho inserito nei Vocrabolario , citandone F epoca e \^ 
eireostinea. Altri documenti \k){v^i adurre per provare a qua! gra<l0r 
di digndlà era arrivata ili questo secolo fa nostra favetl^^ ma phi pura 
e corretta la ravviseremo nel susseguente Secolo itìgenfili^a ita vaienti 
Sèrfttort che si niisero a cuore di ripulire una lingua maestosa e pie^' 
ghevole a quahiiìque sorta di compofìimento. ^ > . 



SECOLO XVI. 



•* 



FI* Chiari doétfiiidntl adunque Intorno alla' Sarda Oi*togftiSfìa ab'biaihò 
in questo Secolo ih cui- s'introdusse Parte Tipografica in Sardegna (l)v 
11 primo lifyro st^m];^ato in lingua Logudorese è il Coìrdagu^ citato. 



TT- 



(I) ta prima Tipografia penne introdotta in C(m^iari dat Pise, JVif 
colè Can^ì^ nei 1566. K Mari. Btogr, Canelles Nicolò : ighórasd it 
hiogb dwe sia stampata la C. de [jogii che Hen' indicata eoW ann0 
4495 /K sopra f. 99. n^A: In ^asmri poineii9iG,'daU' Jrciv. Mom\ 
Canapolo K Tol. ^h. Biogr, Canapaio JntoHio, P", Varhazza ; Lezione 
sopra là stampa^ Cagl 1778. K Bmiìe Can: Fàufst, Vicende Tipogra- 
fiche di Sardegrta; ecc. C«(//, ifiiOl: .'■'■■■ i 

Giacché parlammo ih questo luogo del Sec. in cui fu portata te 
Sardegna la Stampa , non sarà discaro al lettore, se qua si dia un ca- 
taloga una serie- in ordine di cronologia di tutti i Libri che Imorà 
esistono stampali in fingua^ nazionale , cioè Logudorese, sciiza contare 
tanti sonetti, canzonette, gaudii o lodi (gosos) ed altri componimenli 
poelici dati alla luc« «in diverse' occasioni. 

' 1* Condaghe Sàncti Gavini, Prothi et Januarìi-del Dolt, FrctncescO 
Rocca, col titolo. /ffsAor/R muy anttgua lldmada et Condaif)he 6^ Furt- 
doifhe ; èCc. Sassari 1620. Stamp. di Mons. Canopolo per Bartolomeo 
Gòhbetti-. 4. vx)l. in le.di f. 82. ma del Sardo solameiile -lac. 8.— Rf- 



fW ORTOGA. PARTE SKCONDA 

I eoflApommeiitì dadli Arai»lbi ^^he .visse, versi^ki metà; di qm^sio se* 
colo basterebbero per Éir rilevare a, qualp^atodiTipuliài^ato ascese te 



>n I » M 1 1 



porto p^r primo . quest^ qmscol^to , pefebè nella fine, del Condagbe 
dice 1' kniore — Siampada in yemiia 8' annu 4497. PusUs in Mo^na, 
k'annu 1547. «I coma in Tatari s' annu 462Q. — A me .non riuscì, per 

Suanto mi sia^ informato dai Bibliografi di Venezia ; nel tempo ebe vi 
imorai » di poter sapere it Tipògrafo di questo Goudagbe : e perciò 
sembra certo ciò che nota il Cb. Cav. Tota , Dizitm. Biograf. ecc. ad 
VQC. Rqcca Francesco » che costui intese parlare del Paggio (ài cui 
noi faremo più volte menaione neir apei^liee a qoesta Ortogr. > ossia 

Seir uffizio dei Santi Martiri Turrita!, stampato in Veaieùa da Pietro 
e Quareiigiis Ber^mepse nel 1497. 

2y Caria dd Logu, della Giudicessa di Arborea Donna Eleonora. 
Di questo Corpo di Sarda Legislazione co;pie sopra dicemmo f. 83. sene 
fecero molte Edizioni^ ora in lingua mista, cioè merid; e eentrale, ora 
in eretta Lcwudorese. Qual sia l'originale e la più antica. V. Sec* I^IV. 
i 93. n. 4. oMIà U. Parte di questa Ortografia. 

3.^ Cano Antonio i\vcì\. di Ssls^vì. Scrisse inr rime Swrde t^n poe- 
metio sul nMtrtiriQ di S. Gavina di J\xrres , il quale fu slampato dopa 
la sua morte senza data di luogo. Tela Diz. Biogr. Tom. 4. f. 467. Di 
quest' opuscolo sene conserva un' Esemplare nella Bibllot. Bailleana , 
«itato dal Martini Bi<^. $arda Tom. 4. f. 344. » EÌel Cano si conserva 
» un' opuscolo in versi Sardi Ló^udòresi ìniiiolato: iSa vitta et saj^ 
f niorte etpas^ioiie' de Sanotu Gaviou ,■ Prothi^ ^. Januariu; 4^l'qiiala 
» vedemmo un rarissimo esemplare nella JBiU» del cav. Baille« E. questo 
»9 un libro sènza data di luóg<]t,in 49.,di ps^. 40 iu c^vatterf; semiffot- 
» tico» tranne il frontispizio V invocazTone del Poetale la data deli an- 
h no in fine COSI concepita , s' anu de àa incarnatione 4657- Nel lirou' 
» tispizio vi è scrilto a penna , Auctore. Antonio Cano Arcbiepmopo 
» Turrltano. » Por gentilezza del cii Scrittore io ho avuto sott occhio 
questo raro esemplare per far il confrónto delle idee con qaeUo di. 
AraollQ. Non pirà esser più esatto il giudizio del detto Mart. C) giacché 
è una Leggenda sacro-istm*lca di rima bissenarta accoppiata con misto 
di versi decasillabi , endecasillabi , martelliani , bisot tonarli , diciotta 
sillabe, di un misto di versi di 42. e 6. sillabe, talvolta con rifnalmez- 
&9s come scorgerassft dai nassi paralelli che riporterò nel commenta 

AP JraoUa Ciroìamo.&Si vida,su martiriu^et morte de sos glorioso» 
martires Gavina, Brotliu at Gianiiari. Cagliari 4582. co' tipi di Nicolò 
Cannetles per Francesco Guarneri. 4. voi. in 8. picc. (**). 

(^ L' operetta di cut parliamo contenenieun raeconio storico in versi 
d^gìi atti dei tre Maritici Gaxjixio^ Proto e GianuariOy inerita la fiastra 
ultetKiotie meglio, per la vetusti, che per gii pregi suoi, Mart.^ ci/. ArOc 
. {^) Esisite di questo belassimo poemetto, che è la prima Parte (K 
appendice), un' altra edizione di Mondavi, appresso Giop.^ Tomasià 



CAf. VT: SEC. XVI. M# 

^mfèit iiiigiìa» la qnabH cdHivalcMri dette sarde i9(ts« non «i^fi ^H de- 
stalo 41 fmio; di scrivere nel materno loro dialetto, ma ehe ajjiei ^' 



fd. Rhnas U^^iiut^. Calaris 4t97. peir Smnhe Maria Galeerinà 

&5> CaHiMfa ^drw^Deolara^^tmie de «u Simfolu Apoetoticù de-su' 
IH^Utt , e Revdjnu Segnor Cardinale Beliamunu yoltada dae sa lin^ 
tayana in sarda , eec Tatari 1614. In sa Stamperia de D. Antetùa 
Canape^* Per fiartoloaleu Gobbettt. ^ 

^ 6.^ Garipa Joan ifollA^ur^Legendaria de Sancfas Vife*gipes et mari 
tjrrtK de lasu Christu «oe. Roma 1627. Nella Stano, di Ludov. Grìgnàno 

7.^ ^lite1^.SMi»«ore<— Urania Sidcitana, Sa vida, martiriu et norW 
de SaAGt' ÀRtiogu. Sassari i63& I. volln dtP Poema in Sardo Loglio 
doreae ^ ma mescolato di molte voei merìdiKmali e spagnole (*). 
• H.^ BUo^uIbba Ihoanne»9--^ìadex Ubri vitae, eee. In pmeio RR;* 
PP. Serv. B. M. V. Sacerensium per Josephum Centolani Tràgediai' 
della morte o ilìsiiFrez. del N. S. G. Cristo ed altne canzoni , e lodi in 
tingila LogodóresOi In oN>ido ViUae^novae IM^tis Leoais 4796. 4. volv 
in 9.^ *— BtUo è vedere, , dice U Tola , Diz. fiìogr. ( Delogn &i vocem ) 
I» fwei. tsmfi no» ancom^ indviUU per la Sf^rdegna una- TSpegrafia 
mebii$ percorrere lo spaziù di venU cinqf^ miglia ^ e ira idpeeiri rtPccB^ 
e burroni e$^er trasportala. nella dma tft «Ha montagna per imprimere 
i verU meri di un Poeta nazionale, ^ 

9.^ Cméoghe eh f Abadia: d^ sa S& Trinìdade de Sacargia. In Ta- 
tari in sa Istompa de Hieronymu de Castdvi, Aquile > et L^. amia 
I66(k Per Antoni Secpie. Di que^ Condag^, dice il jSìmoa. Stripèo- 
rmn rerum Sardoarum^ ecc. sene iècero due ediricMi. 

W.^ Doeirina^ CkriHiana , composta per ordine de N. S. Clemente 
Paba VIII. dae so R. P. R^rtu Bellarminu. In Turinu Ì7K. bt 
»' istamp. de Petru Joe. Zappata L voi. iil 46. Còl lesto itali. ìa frcmle. 
^ AìyJkfeMna ChristliofM y ìd. in picc. senza testo Italiano Tatari 
4774. in s' Istamj^ecia de SÀmoue Polo nn vd.. in 32. 

A2.^ Famedio r. Su Parrochu in s' altare -^ Discar^os faraigliares , 
eumpestos dae su celebre Missioiieri Jobanne Bapty^ta VassaUo , et 
tradiictes in Saurdu p^ àteru Sacerdote Amigu sou; Tatari^ anmi 4777 ' 
4..VOL in8.<». ^ 

ete'.JMM* 4645. ad ùitìantia de JSarnaba GazeÙe, Ed in fine potato un 
Rtstretio della iHtà di S. Gavmo > Proto e Gianuarii>, iti Sardo Logud,* 
coi Condaghe, ossia Cronaca della Chiesa, 

{^) Al Lettore noti parrà girano che codesk> ScrUtore^susguisse una pe»' 
sima ortografia nei citi Poema se aHenderà alle sm ragioni ddla Dedica 
che prepone ai Ihxart, professandosi alia pag, 26. che mancando daUa 
Sardegna 49. anmV noi» solamente creisi dimenticato della Jb^tu ting^a * 
del Logudom^ chegiamunai appr^e io nunqua Io apprendi^ ma ancora- 
dei materno idionm (Mara Caiag^nes del Campid, di Cagliari) do^e* 
nacque , e visse ^ donde uaci y vivi. . , 



* ** (. 



IH ORTOOBr- PASRTB SECeNtìA 

4ot JU^l^dora <^Q M^MiiQ ^ aeio «on quella. ^Uod^^bp^ataipiio etit 



lÌBi/^ .Si|r<}e I^ogttdotre^ le co^e più iòiporta&li 4eUa JD^m^CtisHana 

r 11!" #^/^)^ /pAmi^ S' ^bdu.4a »a Goaitiia^roiKtebi inLOHHitUH 
liones , exemplos ^ ecc. tFaduidu dae.»' UtiU. a «liSaréuT CiAam i7M. 
D^.tt<TUI^>lm{ire^sdreile<s'flli»tr€fCUl^ v ~ 

Ó^tari&.i?^^ la sa làapreata Reato. Attammèr«ta V attive otededi iia 
1^1^ clii^malo Soojftieio IMlml, V. brt R 1. 1 7.S VI,.N» 2. O- » 
{6.^ Mafj<l<« ifa^eou Jì» Amottìe idei SaitU. .€aé^ 1787« olire di 
a^ft^ie ,j^OQlta taoUp eaoidni aatkhe>d^ Logud., ile I19 insevitovimlte 
i)eUefiii^ .. e • . ' . 

■ ij'^ ìd,.FersUme de m$ i&ihwù EucaHri^icu. ecc. am^ pan^hrasis in* 
òeifiyp fima ^ i^U dai su». latina in dues {Hrincipalès difdiEietos Karali» 
|>9l. In fa iwpr^a Reato. , 

16,'' rerswm Uè sa senfuetUia Slabat Mat^r , Kalapìs:, scusa data di 
alino , a 8enl;a aome /fi Mutare. .. 

, 49.^ Qmiriu.MaimMéBt-^S^ tnaaiplia de .sa Sar<fignà. h voi. in S.^ 
Caglian 1793. : ^ 

,^.^ -/:Ma eie «ds 0orlaM SHiictééMarHrmQititigm <l /jiIWi daacriflia 
ìp «M^ava riaia sarda da una devota de cii&tos Saoótas^ Kalària 1808. 

Jl.^ PnmUm'^ (if6f?o4x^ ptt> dare .nvm«aau etaei^ , eoe; diiigHfasrtf 
SOS plebeos^de LogodOFo , et dedieadas a su lUjnii e Aei^erjou Wurnsi 
D; GavIlMi tlurm riseamu de Bosa Tatari 480& Us'ì^uap. de Att- 
lni Asciati 4» vci. ini 1&' i . ,\ .'. . . . . / 

118.^ Cp««i \F(M(0f« Agostino Gaaonilsi» di Cii^ìarir- Msetcìzio apiri* 
^^te per s^tto giorni alla Gran Yecgine Maria Addolorata eoi lesto 
Mali, io fronte. Cagliari i89& ^tam^eria AreiyjBsoi^ite, 



C) Co0f»i era un ifoffo JP. ExrGeamta., àteàre , jMr ^^«er forge t 

EU un induzione ne sia un Sardo Logudorese ffroveròio eke * r^porUk 
neHa L Parte Jrt K,p. 166.^ dando la ragione di una cosa che eSpo- 
fmi» per:imifàs9ipile\ .. ;- né ló8arai^o\fittèliò:iioii aifaoiniio svanire- 
r e^pii^te ragioni / • « . 

Su eh' hot a faghersi ^ pret nàrreidm m sarUu ^ 
S'. etnnu oh' apluer hai fava eiiiri ieurdii»* \ . 
. L" iirt9grafia. altronde ed il modo storne usa ifutuci sarei è un ìfM^^ 
xiacke ^Ms^t' istesso sia Vautore^el poemuHOj n^mi a»vérré st etsden» 
che isime Meins; Solinas ^ fresùOQO: di Mnorp , come olómd preitndomù» . 
K Seconda Jttemofia CattoUca contenente il trionfe della fede /ecc.) 
(ftdnipata aUo' macchia) ii^ fronte perà, neka kuoya Stómpena Cmnm- 
rale di Buonariu ì7%tL 



dalla natum avea scortato p«r la poe»ià^ a vendieat* dair t>blivione una 
lioi^ <be ncm 9fa sogg^ta a qu^la i>ana eui molti la voleano coh- 
éamt^re , amanti dolle jstcaoiere lingue introdoUe dalle diverse domi- 
nacìMi eiìI&l30^geUa (Questa 4erra fòraoe^lì .vìvidi insegare di yidordsi 
uomini BQ iioiti riguardi* Né sarà .dà ecn^urarsvche ndfle sue pTdduziomr 
abbia faUotài^ di molle voci tetìne^ mentre in qàel seeolo^saranadL 
sitate usate da 4uUi e spetlalmentenella Città ove soggiornava in cuif 
pi«e<àlè in altro luogo còUivossi la lingua (4>. Uno stile purgato serba 
seniore néUé sue poe^e ed il Pigeneraiore può chiamarsi della sàr(tescft 
Hngi^a divinai fe^ìlp*' Basterà oitare* alcune strofe de! componùneatt 
apiràtiiftlì , apacìàlméille di ^luello intitolato sa vUdon^, potandosi rìlé-, 
vare .madjgicmiant^ lapurezzà di lingua di questo Scrittore dali' iaHem 
po^ma dae in* fine di questa II. parte anche a tal fine abbiamo aggiuntoc 
"- .. Diaicbe amara memoria de giof nsKlàs . , 

Fugiiivas' cum doppia pena mia 
Qui ftiant^ plus: F isiHngo sunt passadàs! ^ j 

^kVer ù^Craocu de su qui solia - ^ 

' ' % . <Già m'has mudaduTe bpis.currentes annos- 
;. De ><i'dc araazu una piciUida olia: 
- - . Ite mufiaasa fttghent ite dannosi^ 

In su currer que caddos i^freoados 
^ Qui nos mudaiìt i>atura , pbjgia e patinos: 

£ postu m ugnata rughe e pacione 
,.- Sen<(^ una voghe^^uapirò&a 6 bas^ 
. Qui mi pongisii' tota in • confusione» 



^i9 Fl^m'P. LiOMrdo . delle S. Pie — Moveuà de Im)s Ai^belosC 
Citòto^iofij Tatari Tip. Az«ati. ^ ^ 

i)é.^ JVoiD^a a honore de su gloriom Sane tu I^^onardu , ciiin{KSS% 
da unu devotu sou partìculare. TataH 1805. In s' Istamp. eie Autom 
Azzati (*). ' 

S&P dmU Popólaft dalla ^Sardegna. 1838. Tip. :Timon. t. voi: in 
46. Questo Libro (^ttoiào una elegantissima .e critica prdazione su i 
dialetti della Sardegna per opera del oh. Avv, Pasalla. Vi ^i trovano 
nieeoHe le inia^ìori rime delF AraoUa , del Cubeddu> ecc. coA jWé 
d^- dial. meriCHonale esettentr. del Pintor , Pes^^ec, ' . m 

S6,^ Co$8u Sab?tttote^ Doòtrina Christiana in Sarda LogiidoratiL 
Kalaris 4S99: In s^ istamp. Mmiteverde! 

(4) L' Araolla. <ò6« t wUali in Saséari > Kiia.poco dopo wdinaiò Sth 
cerék^ fu ^anonieo nella Cattedrale <^ Bum. K MarL^ e Tola ad voc. 



(*.) Esistono altre novene ^ed orazioni date alla luce in diverM 
carfte me ne venf^èro fra le mani^ coilhe «una novella ^ad honore de N. 
Segnora de su Carminu^ e cosi di allre deHe ^aH non giudico opporr 
tuno $uptare il ésmpa ed il luogo per ^seeii^ 4i pi^coia mole. 



m ORTOGR. PARTE SECÓNDA 

Narrandemi cun pìantii : Amigu , lassa 
S' iscrìer a parie jt e casta oumpagnìa - 
De s' ispogia mortale priva e cassa ecc. 
' Ift questo tiA^o non solamente' la poesia a eoltìvaTa nella lingua ma* 
tema , ina eaandio la Teologia morale &' insegnava dal Maestri agli 
Ahmni; Prova ne .sia un Codice che «m^ riposa nelki R. BH^^ del quale 
partammo nella I: P. di q. Ortogr, f. 440 n. 3 in C^rmato di 8»^ eoe io 
M trovalo tra vecchi scritti^ con'tenente più di SOO. fogli, écheablMrac- 
eia tt ristretto 4i tutta la morale con un. metodo il pra cidaro. V^ la 
data HI fioe del 4609. e daH' epìgrafe che vi è apposta in fine pare 
d'esser stato'dettato o scritto ih qualche Seininario di Clueriei, «he 
erdinarì^ittente hanno per Protettore a S. Filippo Neri (I). Principia 
eoli' indice, e la materia col trattato della Penìténza,'mdà espone i visi 
capilali, i* precetti del Decalogo, le<!ensure, T^isura ecc. e termina 
con le obbligazioni. È scritta in buona lingua e oon^ittima ortografia 
cerne si potrà rilevare dal principio che riportiamo 

Dt sa forma Sacramentale de sa absoiuii<nte. 
» Sa forma de s' absqlutione Sacramentale est — ego te ab9oi9o a 
» peccati^ tuia — non però totu sas paraulas de cusla forma sunt de 
» essentia de su Sacramentu, si non solamente custas-^le abso^-— 
» P(^ò grave peccadu hiat essere sciaitemente lassare alguna paraula 
f de sas a$signa<bs^ et a $a quale forma aigunas paraulas inutites, 
» segundu solent sos ignorantes , non si dent adjungher, aocus qà 
" aniis et pustis si solent narrer algunas atol» coment est-*^iiil9er««- 
» tur tui ecc, — ei PBissio Domini nosM ecc.-^QSt9» si narrant de co*- 
«^ soetudlne de sa Ecclesia , et prò inaffim^ decere de su sacramenttt. 
» Su Penitente si det absdv^ primu dae sa e^comunica , siat , eoe. h 
Non dispiacerà finalmente riportare qui in conferma dello .stato delk 
fchiguii ittia Memoria manoscrìtia che trovasi nella prima ftcciata éé 
bellissimo Codice MSS. del Dante che serbasi ndlaH. Biblioteca di O 
^airi, clas. HL n.^ 48. (2). La detta Memcuria e scrìtta m quelli temihiL 



■^^ 



s (ì) Il MsS. termina con queste ^rote-^Finis^ìawt Deo^ ^jusque Mairi 
jir Af . K psorumque famulo B. PhiHppo Nereo Praièci^n Nostro. itKB. 
quaesti numeri som un poco corrosi. 

t^ Il detto Codice in 4. grande, è men^ranaceo, con ispiegaziéne 
di molte voci in interlinea, poetiUcUoé glossato in màrgine daetue mani 
asin^ra^a'destra ed a piedi. Dalla forma dei caratteri^ per itiancdrvi 
i pnmi fogli ed il primo canto déU* Inf pare dei principio dd Sec. Xk 
Ideato che vi sia arrivata mano iHtndalica per isbrappàm/s le fninior 
ture ! Il ralerg , Foyages , ecc. Fot, 2. f 190 fa menzione di qufiSÈd , 
uix manuscrit incomplet de Dante , avec des annolations latines-et Ita- 
liemfes , serait utile et corienx à ètudier. Qmsie però annotaisiani Ha- 
liane sono posteriori alle latine che seìnbrano. di diversi Scrittori, gàie- 
9kè te ialine sona in caraUere gottieo antimi le Httlt'ajM poi in: carattere 
fondo Né vi è dubbia che. sarebbe più utiie die curi&iio M cof^suUarlo^ 






GAP. VI. SEC. XVI. Ì07 

« Qi^^napura a dies octo- de su Mese de Austu de s* anim de milU 
quimbighenlos doighi est arribada in Tatari a bator horas de die sa 
muger^ de s* illustrissimu D. Gonsalvu ' Ferrandìs Capidanu de sa 

■ i r ^^ I ■ 1 .^ 

* 
- * 

perchè io (merdai 'molle parianti dagli Esemplari più c&rrelH thè Jti alh 
biano. Non dispiacerai che io riporliin ccmfermaidue passi che riguan 
dano la Sarde^nq^ uno delV Jnf. €. XXI L e V altro del Purgai'. €ap, 
XXI IL L'inferno principia dcU perso 2SL del 2. Cant9 ^ e séguethib 
tìèanca di qualciie foglio,: 

C hi fu colui da €hui mala partita 

facesti di elie per venire a proda /* 

eque rkfpos^ fu frate ghomìta {*) ' 
Q- uel di gallui^ia volfe 4ognì froda ( volpe ) ? 
' • \chebe eiitemiei di suo donno in mano - 
' '. ■ efe torsi che ciascun sene loda . ^ 

D eaftf $j tolse e lascioli di piano > ; .^ 

sichome dice e negli altri dficij amebe 
* - b^ratieri fu non piciol ma sovrano 
U sa conesso dònno mìchel zanelle (^'^) 
di4enghador et al dar di Sardegnia 
le lingue loro non si sentono stanche (*^^) 

C) Qui daUo Scholiaste laHno^si ha, linea segtiendo al testo, ^ Nota 
de fra tre gomita.. Indi al margine » Hic frater Gdmjta fuit de Sardinia 
avarissimus qui deGomj exoelles etmagnus insumma GailureJudicis 
et propter ejus fraudem et propter pecuniam quam recipiebat dum 
esset immissus judici^ cujus tenebat jura vere, in Sardinia. » 

Seguita , sotto lo Scholiaste latinQ j, in ^margine, ih diverso carattere j 
V.annotùzione italiana /la quale che sia di diverso autore è chiaro che 
le interpretazioni latine sono con lettere tutte intralciate fra sé ^ in ca- 
rattere goltico tutto abbreviato e leggibile appena e con istudio^ quello poi 
del postillatore Italiano ^ in caràtteri rotondi. Questi fuoro baractìeri 
chome qui siconta che per avaritia fecero molte baractarie come ei 
lesto* sepuo bene apertamente intendere. 

i^*) Questa terzina è commentata dallo scholiaste latinòu destra ed a 
sinistra. Quello delia destra è il seguente, » Domino Mfcael indi seguii 
tando iste domlims micael zanche fuit etiam de sardmià et multas ba- 
ratterias commisit cum diete fre gomita atque linguenunquam fuerunt 
fesse seu stanche ad male ioquendum etpeius operandum de predicto 
propter pecuniam. ^ sinistra del testo con medesimo carattere — quare 
iste micael dicitur usurator magnis tesauris preterea dicitur de lega 
dora q. d. (quod dicas) de. loco afureo aut aura copioso. 

{*^) Seguitando il verso dal testo dopo stanche vie scritto nell^istesso 
carattere la postilla — admaledicendum. . ' 
1/ altro del Purgat. è come siegue . . 



469 ORTÓGR. PARTE SECÓNDA 

Slaj^giad^ d« sv Re de SpiM^ya sa quale est venida de« Jenuiia et est 
desìD^barca^ in Terp«9oa ,• et est \ettida a inogbe per (erra , e 
¥ìt|^a est in piaghe ^àJm- die», e D«« Gepoiiimii de Castehi li fesil 
niultu aparizu a isa ^t a sa cumpanya sujai . e isa. dieta Duquesa 
portàt cum isa duas figìas feininas sas quales fuin milito bellas. e 
pi^s portàt ìXK e^mpanya sua quinbanta honiines eoptcsanos (i) e stetit 
PQ^oa sa dita Duqsa in deimo de Messer Joaniie Manca. — Queiia- 
pura ^ XV. de. Austa de s^ Ahnu MD, ddgki est andieida a missa a 
SciliQta JUs^ria de. Belle sa dieta Dkuquessa qnm sa» figias sas quales 
fuini multo atacyadas de broquadu e s^dàs « V aeeÙBipanyMii su 



C b/e la barbagia di S^rdigtta assai y 

nele femjne sue più e pudica 

che la barbagia devio la lasciai - 
Questo pc^stx è aehiarito soicmente éàè gtossaior4' Italiano ^ il quaìt 
a sinistra parlando di Nella moglie di Forese ^ (ifeji>« »-ronde]li a me la 
vedovella la moglie de forese giovsoia eiiestd de santa et Virtuosa vita 
semper pregaodo per iamma del suo caro marito el nominata mad(»i* 
na nella dicendo tanta ladio.più car^ quanto ella più'' so^Ietta en ser- 
vir ^ dio perocbe la dono la lassai neU inferno emi le sue jf^^anmine 
meno pudiche e p&a sfacciate èbe le femmine di Sarde.ntta che vivono 
in una montagna dùamata barbagia che vivono a modo bestie aadando 
tutte ignudo male frenate svergognate chesponue sbrano triste cornei 
1i!e»to dioe seguendo. » 

, Questa glossa par guelfa ^nùnfuosa Proi^neia della Sardegna è menQ 
(rt'ata di quelle che si trovano in Commenti SiampaH^ { F. V Ediz. cMlm 
Cottez, de' Classici ^ Milano ) Per ismentimento di questi e de* cosnpUtt- 
tori di Foeabolarii^ siami permesso solamente qui ripòrtm'e ta mneam 
4ifesa che ne fece il Ch. Biografo Martinr, Voi 2. f, 346. <Mf foc 
ÓsriTONE. M Si eancdli dal codice della fovella comune l'insano articolò 
» eh^ deturpi^ non tanto la Sardegna quanto il bel paese di cui è parte 
1? e si sappia che le Sarde Barbargie , sottc^f^fe ad lin clima fredio 
» sono popolate da genti iadvilite, ed indossanti vestimenita aceomo* 
» date al clima non altrimenti che agli altri provinciali 4Ì'£uro|i», e 
>• che in esse regióni ^li uomini abbondano di svegliatezza d' ingegno 
» di leahà néll' amicizia ^ di animo ffeneroso ed ospitale ^ e le femmine 
» sono pregevoli per attività nelle domestiche faccende, e per c<vredb 
*» di virtù /ira le quali primeggia una rigida pudicizia. 

(i) Questa voce sembratami che dicesse artesanos che in ispe^n. signi- 
fica artigiano, bottegaro, ma non cofnbina coi senso: è alquante cassata 
ndila pergamena, e sembra che dica veteranos ^ cioè soldati vecchi^- ma 
qui si prende per uomini armtxti di compagnia: sembrano questi che 
fossero venuti con leij altrimenU sarebbero stute inutili net sue ntoms 
queète balor vellas^ duasnaves, et duas caracellas : (òtta però maggior 
attenzione osservai la lettera e a principio^ e non avvi a dubitare che dica 
cortesanos^ cortigiani^ cioè colui che seguita serve in Corte, Freme: 



CAP. YL SEC. XVI. 109 

Segnor Govei'nadore can sos Consigeris e tolu so$ priaeqnles de sa 
Terra, — l.)i(Ha die pusli pranzu aiidait dieta Seay<Nra a domo de 
Messer Buire prò vider.su palli» de Mesaustu qui »ì eurr^t — A die» 
ij de Saiiclu Hainij 1512 est partida sa dieta S.^ dae Tatarf aadada 
est a Saliguera prò iinharquaresi et andare a Malega.—Dominiga note 
a V. de 5anctu Bainij 1512 est imbarquada in su portu da Saliguera 
sa dieta Duosa eun bator véUas duas naes e dùas earaceellas sas 
quales haes biiìde haviat una de Messer Sanerà de Barsalona e i sa$ 
aleras filini de unu Capitanu Gastellanu qui fuit yenìAn dae Barbarla 
e io cuDipania de dieta Senyora ainde andaìt Don Altubelu De lequa 
figiu de su Conte. Don Jean Pauhi. 

SECOLO XVII. . 

e r Araolla fu rig^tieraftore del sordtfsco dialetto , non lo fu meno in 
questo secolo il Garìpa> poeta vernacolo e scrittere.di molte vite di 
Sante Vergini in patrio 6ialetùo< Sd)beiie nato in Orgosolo dove la 
gi^Ia lo^Hidorede iH>n vige tanto. armoniosa^ e vissiito m- Baunei 
e Irìei vifle della Bai'biajpgla maritlinia dovala lingua logudorese regnar 
\1;^ta per il commercio deUa parte meridionale /pure nel «uo Legen- 
dmriu d^ èa» Santàa Vtrgin^^ H marUties da Jesu Chrisfu , cum sa 
9ida de S. Mafia Madakna et S. Francie» Romana trattò una lingua 
para^ ariutonìosa e. grata; in modo ohe meritevolmente potrebbe chia* 
Biarsi questo s^olo ed il precedente» il Secfdo aureo delia Logudoresar 
Cavella. Sebbene fosse introdotta la Lingua spagnuòla ed addattata nei 
dicasteri ed attipubMiei, pur 6 la maggfor parte d' instromenti pubblici 
e Testamenti si costruivano in pretto ed elegante Lo^udorese. Moltissimi 
ne riposano presso di me per ì' uso sovraccennato, e piacemi di riportarne 
^uà li principio di uno^ tatto e scritto di pr(^ria mano da un Rettore 
o Parroco d' un Villaggio distrutto nel secolo passato viciiu) a Pioaghe.» 
cioè di Smlpénnero^ o S, frenerò. Esso ha la data del l;6d& . e principia 
ili questo modo. . 

» Jesus, Maria^ Joseph— Havende sa Divina Voluntade ordinadu, qui 
neiùìftau de sos mortale» si exentent de' sa morte corporale , prò su 
male Christo^ Redemptore nostra nen.laquerfesit iscansare^quantu ai 
nomine , si non qui querfisit morrer in su Lignu de Sancta Rugue prò 
restaurare su generu humanù exortende a oogni fidele Christianu a 
bene viver et megiusmorrere, segnndu lu narat s' evangeliu sagradu . 
pigUate , ifuia nescitis étem inque horam quando Donninue veniet , prò 
eusstt ogni fidele Clu*istianu itinantìs de venner su tale contu de sa morte 
det procurare accomodare sas cbsas de sa vida corporale prò su certu 
et aegurtdade de s' anima sua, sa quale-, benes qui siat istada redemida 
ettm au pretiosissimu samben de su Redemptore de su genere humanu « 
et gai eo su Reveraidu Thomas Setgin Reetore qui de presente sode 
£a Parroquiale Ecclesia de Salvennere < agatendemi de bona salude, 
et dispositione y &cto su presente Testamentu de manu propria / su 



m ORTOGjR. PARTE SECONDA 

quale est de modu et forma sighente^In primis incumando s' anima 
mia a su Allissinfiii Creadore meu , eleginde manimussere de su pre- 
sente testameli tu meu executore a su egregiu, » ecc. E così seguita con 
ortografia là più corretta per ben di^cì fògli grandi, compresi i due 
codicilli che in diverse epoclie il testatore inserì di prophria mano. 

Ma non solamente nesli scritti^ ma puVein questo secolo aveano 
principiato a fer epigrafi in Marmo nelle Sepolture ^ ed in altre occor- 
renze. La più antica di quelle che io abbia visto è quella lapide in 
marmo alta e larga. in circa'^due palmi nostràU, incastrata nel muro 
intemo del Cénutero di Mara nella Diocesi di Alghero. Dessa è scritta 
iu caratteri tondi connessi ed intralciati ^ ed ecco come io la lessi 

GUSTA OSSIGA 

EST FACTA SENDE GBRUERI (i) 

AUSTINEDDU DE TOLA 

CONTADORE THIU SALARE 

MASTRO ANGHELU MELONE 

ET MASTRUISTEVENE MELONE • 

A L DE MARTU 4608. - 

' Froducìama un'altro documento dir questo Secolo; che sebbene 
l'origine sua appartenga al Sec. XII. pure perchè iii questo secolo fu 
stampato, pare che l'editore abbia accomodato l'ortografia ai suo 
tèmpo. — » Condaffhe de s' abadia de sa SS. Trinìdade de Sacargìa (2), 
instituida, et funaada dae 5u Serenis. Constan^inu de Lacon, Ree et 
Jùyghe qui fuit de Logudore^ cun sa Illustris. Donna Jtfarcusa de 
Gunale mugere sua. Et restaurada dae sa S. C. R. M. de Philippa 
Re Nòstru Catholicu^ et chrlstianissimu^ istendardu et immòbile co- 
lumna de sa Sancta Ecclesia Calh. Romana : suta sa professione de 



(ì) Obrueiri, obrert o obrereri^ Mont Àc, operaju che corrisponde 
al fflbbriciere ^ e al fattore o Economo delta Chiesa. AnHcamente qne- 
iti creavùnsi secolari^ ed era un gran pregio ed onorifico titolo cui ago- 
gnavano i Principali del Paese ^ e che amministras^no i beni detta Pur- 
rocchia. Attualmente nel detto yiUaggio di Mara nel giorno dell* Epi- 
fania si estrae a sorte uno il quale gode solamente deltitotodi operajo, 
seguendo il costume antico, conforme l'indica quest'iscrizione^ ma niente 
influisce nelV amministrazione e netta fabbrica della Chiesa. 

(2) Sic ARCI A^ t^o^armetite Saccarza, nette antiche Donazioni riportate 
dal Muratori S^chsiVÌ^. La tradizione è in Sardegna che sia sieda détta 
da bacca barza vacca sargia, perchè un cacciatore vi feri una vacca 
di questo mantello: oppure , come crede il vólgo , perchè una vacca di 
questo colore che stava immobile nel sito ove oggi è la Chiesa per mezzo 
d^ tm biglietto che aveva attaccato ai piedi , significava esser volontà di 
Dio di colà fabbricarsi una Chiesa, Ma se si attende alla mia regola 
ort. P, /. ^ 50. chiaramente vedesi esser, fatta da vaccarium, vaccaria, 
luogo dove stanno le vacche, casino. di vacche, o sito di pastura per le 
medesime, unita f s dell' arlic, al nome, come in altre voci. 



GAP. VI. SEC xvn. m 

Sanctu Benedictu de su ordine Canialduleitse, su annu qui currìal de 
Nòstru Segnore ili6. Istampadà cuna lissencja de su ordinariu de sa 
Citade de Calaris, per Martine Saba. De ordine de su Nob. et Reve- 
rendo Don Paulu Caitta abbade de dieta abbadia. Et corno novàraen- 
te in Tatari, a instansia de su Reverendu Juan Franciscu Satta 
Vicariu de sa dieta Ecclesia, et de Jusepe Solinas, oberaju in su 
presente annu de 1660. prò memoria, et .devossione de dogni Fldele 
Christianu, et Christiana/ qui del visitare cudcja Ecclesia Santa a sa> 
fesfas, prò sas ^randes indulgencias qui bi Sun ìstadas cohcessas: 
comente a innanti den poder vider. — Currende su annu de su Segno- 
re nostru Jesu Christu milli quentu et seyght, indictione nona, 
quinta octobris; in su tempus qui Papa Paschalis Segundu regìàt sa 
Sancta Ecclesia de Romsf, tenende su Pontificadu de su Imperiu de 
sa Corte Imperiale Romana: et in custu tempus ii> sa insula de Sar- 
digna, re^abat prò Juyghe, et Segnore de su Regnu de Loffudore 
su Christianìssimu Constantinu, figiu qui fuit de Juyghe Mariane 
quondam, una cun sa prudente de Deu devota^ Donna Marchusa, 
mugiere sua, sa quale mit de Arvarè, de su samben de Gunale, te- 
nende su sceptru de sii Imperiu Regale in su die tu Regnu de Logu- 
dope in Sardigna, sos quales signorigiant grandemente, et bonamehfe 
dande obbediencia, et honore a sa Sancta Ecclesia^ et a su Sanctu 
Padre de Roma, per modu qui fuint amados grandemente dae totu 
su pobulu, per i su bonu regimentu et fagher ipsoro: et regnande 
ambos cumpare, su'dictu Juyche Constantinu^ cun sa -dita Donn^ 
Marcusa mugiere sua, faguende justa et sancta Vida in servitìu de 
Deus, apìsint %ios, et figias, et in quo piaguiatà Deus, non de lis 
podiat regnare, qui totu Bs morian: in bue deliberaint de andare a 
visitare sa Ecclesia de sos tres gloriosos martyres zo est Sanctu Ga- 
vinu Proptu et Jannuariu de Portu de Turres: su quale fuit habitadu 
dae mercantes Pisanos, et de atera gente assai ^ et inivi fagher devo- 
tas oraciones^ et humiles pregarias cun officios, et missas, et lumina- 
rias mannàs; pfegande a Deus, et a sos Gloriosos martyres qui lis 
concederent unu figiu, o figia,'pro herede insoro^ et in ipso facto, 
facta sa deliberacione si tucaint, et partidos qui furunt dae s'habita- 
cione cun grandissima gente a pee, et a caddu^ cun piaghere mannu 
et triumphu, ess^idò in caminu hapissint a fagùer nocte in sa Ischia 
de Sacargia: et inivi per virtude de Deus, et aessa gloriosa Virgine 
Maria lis fuit denìonstradu visibilmente, qui si ipsos queriant sa gra- 
cia, qui in cuddu logu edificarent una Ecclesia a honore, et laude 
de sa Sanctissima Trinidade, zo est de su Padre, de. su fizu, et de 
su Spiri tu Sanctu: et inivi faguérent unu Monasteriu de Sanctu Be- 
nedictu, de su ordine de Camaldujense: in liue vis tu su ditu Juyghe 
Constantinu, et Donna Marcusa mugiere sua, sa visione angelica, 
detisirunt recatu de grande moneda, gasi comente haviant su podere, 
et apisurunt mastros Pisanos, et edificarunt sa Ecclesia et Monaste- 
riu de sa Trinidade, et prò su nomen de sa Ischa, li posirunt sa 
Trinidade de Sacargia. Et edificada qui fuit sa Ecclesia et Monastiriu 



412 ORTOGR. PARTE SECONDA 

à cnmplinientu^ su dictu Juyghe Conslàntinu, et Donna Vareùsa 
mugiere sua suppLicarunt a su Sanctu Padre de Roma prò dever 
cunsacrare sa dieta Ecclesia de sa Sanctissinia Trinìdade*. hue visfu 
su Sanetu Padre qui sa dimanda insoro fuit manna ^ et justa, prò 
salude de $}a$ animas eumandait a totu sos Prelados .de Sardìgna , qui 
vennerent a consecràre sa dieta Ecclesia de Sa Trinidade^ et ini\i 

Smnerent grande perdonu prò salfassiorie de sos Chris tianos^ ouales 
runt su Uonnu de su Archiepiscopu de Turres, su Donnu ae sa 
Archiepìscopu de Oristanis,^^u Dpnnu de su Archiepiscopu de Cala- 
ris, Misser Albertu Episcojju de Sorra, Misser Pedru Episcópu de 
Bisarchiu, Misser Pedru Episcopu de Bosa, su Episcópu de Suicis, 
su Episcópu de Castra, su Episcópu de Fluraen, su Episcópu da 
Pioague/su Episcópu d<^ Orlilen, èl ateros Episcopos, Abades, Prio- 
res, Canonigos, Preideros, et ateros religìosos, cun muititudine de 
jgente, et luminaria manna, can devotas òraciones, et ofiicios. Fuit 
consagrada sa predicta Ecclesia, a laude et honore de sa Sanctissima 
Trinidade. Et consagrada qui fuit su dictu Juyghe Constantinu, iina cun 
sa devota Donna Marcu.^a mugiere sua, suppiicarunt a sos subradi- 
etos Arehiepiseopos, et Episcopos, qui prò annienta tione de dieta 
Ecclesia , et monàsteriu quales , et i cussos qui teniant su podere, 

Sui fuint cumàndados dae su Sanctu Padre, querrerent ponner gran- 
e perdonu a totu ciiddas pcrsonas, qui cum devo tione beoe contri- 
tos« et confessados de sos peceados insoro^ 46viant benner a visitare 
sa predicta jEeclesia de sa Sanctissima Trinìdade, prò saiude de sas 
animas insoro, aquistarent totu euddos perdonos, et indulgeneias 
concessas in dieta Ecclesia, et tando sos subradietos Prelados, quales 
et ycussos qui furnnt cumàndados dai su Sanctu Padre, posinint, et 
confirmarunt in sa predicta Ecclesia de sa Sanctissima Trinìdade, 
totu sas indulgeneias postas per i sos summos Pontifices, et concessas 
in tota sa Rehgione de Sanctu Benedictu in su ordine de Camaldule, 
sa qiiale indulgencia eat deghe noe migia annos de vera indulgeneìa , 
et remissione de totu sos peceados, et de sas'penas qui demus paga- 
re in Pnrgatoriu, deint qui sinde istudaret sete annos de peceados 
mortales^ et noe de veniales, et per cada unu Archiepiscopu pose- 
runt duos annos de vera indulgencia/ et duos barantinos, et per 
docni Episcópu unu annù et uni} baranjtinu a pena, et a culpa per 
'cada una volta, qui deviant venner a visitare sa predieta Ecclesia de 
se Sanctissima Trinìdade. faghinde elemosinas de sos benes insoro, 
segundu su podere qui deviant aver sos Christiaoos. Su quale pt^o- 
nu cominzat, dae tres dies de Sanctu Gaini, et durat per totu su 
adventu, per fini a sa oetava de sa Natividade de Christos, et dae 
pustis cominzat dae su primù Sabadu de Caresima, et durat per fini 
a sa oetava de sa Sanctissima Trinidade, et dae eue totu sas feslas 
de sa gloriosa Virgine Maria, dae sii primu Vesperu fini a su segun- 
du, et ^asi de sos doighi Apostolos, cun sa festa de Sanctu Benedictu, 
et de Sanetu Romualdu , et de totu sos Sanctos de dictu ordine de 
Camaldule. Et regnande algunos tempos ambos umpare su ditu Juj- 



CAP. VI. SEC. xvir. un 

fhe Constuntinu c«ii sa devota Donna Marcusa Muglerà sua, obel-atlde su 
eue fagher, cuu elemosynas a Quexias, et povehoB, coj dande sas 
poverita» orfanas, ci atero^ bfenes qui feghlant, apisiot unu fkiu, tu 
est a Doiink[heddu Gunnarì, m quale pdst morie sua ftilt ^yghe, 
et Segn(H% de su predictu Regnu de Lugudore; et In quo pìaquit « 
sa suinma potentia de sa Sanctissima Tritiidade, da cUe a pagU tem- 
pus, su ditu Juy^e €onstan^nn infirmait Ili su Paiatu de Turtes, 
et ini vi morisit. Mortu qui fuit levaise unu de sos Lieros mantios de 
éitu Regnu de Lugudore ciamadu Donttu Itocor Gamb^llas, su quale 
fuit grande corale sou et cun sos Pfelados, et totu sos lieros de su 
Regnu de Lugudore, cura honore manuu in quo si conveniat, leva-' 
runt su coleus mortu de su Segnore insoro, et batisiruntitlu deretu 
a sa Corte de Curcas, et da inivi a su MonaSleriu de sa Santissima 
Trìnidade de Sacargia , ^u quale isse haiat factu , et tutaruutiln intrd 
de sa Ecclesia dae nantis de su aitare mannu suta s* i6caml)&llu, et 
inivi jaguet su corpus de Juyghe Constantinu ift pague. » 

»> Vislu sa donna de sa mugiere Donna Marciisa de Gunale cafuit 
vidua, deiiberait de abbandonare su naundu, et de ouiacare s* anima 
sua, et servire a Deus; levait cun issa quantu moneaa podiat portare 
dae su Regnu de Lugudore^ et imbarcaitse a terra manna a sa Cita- 
de de Messina in sa insula de Cicilia, et inivi fetisit unu Tspidale^ 
et li posit a nomen Sanctu Juanne de ultra tnare, et inivi finivit sas 
dies suas, et morivit in pague. » 

SECOLO WIII. 

In questo secolo fti che la Sarda Lingua toccò il fastigio del sud 
progressivo ripulimeoto. Dotti uomini ebbe ^ e degni Ecclesiastici che 
calai di amor di patria, e tirati dall'armonia che in sé il dialetto ser- 
ba col confronto e studio delle lingue dei dotti , assunsero V impresa 
a ripulirla e restituirla nel prìstino sud decoro. Il Madau quel beneme- 
rito Ecclesiastico fìi uno di quegli che con laboriose scritiure e com- 
poniuienli di cose sarde tentò illustrare la favella del Logudoro, e noti 
solamente coir esempio^ ma con le parole allettò quelli del suo tempo 
ed i posteri al progresso ed ingentilimento del materno parlare. TI suo 
RipuUmenfo della Lingua Sarda., Cagl. 1782. nota quaV ardore nutris- 
se questo laboriosissimo uomo per vendicare dair oscurità la vera figlia 
del Lazio, che giaceva insino alla sua età spregiata ed umile senza alcun 
lume di lettere. Colle sue parenesi molto influì che nei posteri sorgessero 
coltivatori, ed utilità e vantaggio avrebbe ricavalo la Patria, se qual- 
ch' animo pietoso eseguito avesse da mólto tempo- prima di lui il suo 
progetto di scrìver in lingua nazionale opere e giornali. Col Dizionario 
che avea preparato (V. Pref. del Vocab. nostro) credea di aver sod- 
disfatto a quel santo suo desiderio. Con le Armonie dèi Sardi , Cagl. 
4787. un'esempio potentissimo ne avea dato, mostrando a quali forme 
gi potea prestare la lingua dei fenomeni. A quest^ oggetto molte altre 



Ui ORTOGR. PATITE SECONDA 

scritture diede in luce in diverse occasioni c^e girano sempre in ma- 
no dei dotti e dei plebei. L'Ortografia Sarda la trattò in modo degno, 
sebbene in qualche voce, a più di non serbarla constante, non rintracciò 
bene la sua, origine. E salve quelle canzoni in cui raccozzò tante voci 
latine e sarde consecutivamente , facendo ammirare i componimenti 
sardi esser pretti latini, ma i;he riescono alquanto duri air orecchio 
dell'ascoltante, nelle altre sue opere ammirasi una dolcezza , una pu- 
ritàj un'eleffanza che merita ogQi lode. Mi piacerà porre qui uno 
squarcio dell avviso a su devptu .lectore che fa nella versione Ve su 
rythmu Eucharisticu de s' Angelicu Sanctu Thomitó, Calaris 1791. — »» Su 
» fine de vulgarizzare in Sardu sas devotas orationes sìghentes , dae 
» sa Ecclesia propostas in Latinu a sos Fideles , no est no lantu su 
>' excitare sos Populos de sa Patria nostra a tractare cun elegantia , 
» faeddare cun propriedade, e iscriere cun rectiludine su nativo idio- 
» ma nostru; cantu su moverlos, et accenderios a recurrere a su al- 
»> tissimu Deus in sas presentes, comunes, e particulares calamidades 
>' de sa Ecclesia de Jesu Chri$tu, e de totu nois Christianos. A tem- 
» pus tantu luctuosu et miserabile coment' est su in qui vivimus , et 
» qui prò ju$ta ira de Deus « indignadu prò safi culpas nostras ^ ogni 
>y die deploramìis pius 5 prò yidere sa sancta ma ter Ecclesia troppa 
>' afflicta^ e angustiada, no bi hat fidele Chris tianu, ancora de s'infi- 
*» ma plebe ^ qui no siat in obligatione de la consolare e succurrere de 
» su mezus modu qui potat, principalmente cando ipsa est tantu af- 
>' fectuosa, et sollicita in consolare, et succurrere cun ogni modu 
» possibile a nois ateros fizos suos in ogni tribulatione nostra. No 
>' podimus ignorare qui ipsa, sa militante Ecclesìa toleret présente- 
» mente crudeles persecutiones de inimigos, e adversarios invisibiles, 
» et visibiles, istraneos, e ancora domesticos. Ipsa patit a tempus 
» nostru^ dae sos domonios^ qui la tentan-; dae sos atheistas qui la 
» negan , dae sos incredulos qui la insultant , dae sos hereges , qui la 
M impugnan, dae sos iscismaticos qui la laceran^ e dae sos proprios 
n Cathoiicos qui vilemente là dishonoran.- Patit et a die de hoe si at- 
«' tacat su depositu de sa fide, qui nos imparat: si perturbai sa comu- 
>' nione, in qui nos unit: si vilipendet sa disciplina^ cun qui nos 
» educat: si negat sa podestade cun qui nos regit, et si prophanat ogni 
>y mysteriu , cun qui nos paschet , et sanctificat, e ordinat a sa eterna 
» salude. Però su qui pius <*.rtnlristat custa immaculada Sposa de Jesii 
>? Christu, et Marna amorosa de sos Chris^janos est su videro in nois 
>' charos fizos, qui ipsa allactat, et nutrì t, et portat teneramente in sinu 
» sou, e perdida sa innocentia, e languida sa devotione, eresfriada sa 
>» charidade^ e peccaminosa sa vida , et gasi morta sa fide cun tantos 
» vitios, e scandalos, etraaximas totalmente contrarias a sa Christiana 
>* professione, qui cun tanta solemnidade juremus iii su fonte baptisi- 
« male: et subra totu su miràrenos. irre\ erentes in sos Templos, irre- 
« spectados cun sos ministros, indevotos cun s6s mysterios pius sagrados, 
« et divinos, qui solet ipsa celebrare prò sa Sanctificatione ao^^tra. 
» Causas^ qui provocan a Deus a justa u*a7 e indignatioue prò qui 



CAP. VI. SEC. XVIII. 415 

» 1Ì0S casUghet cun plagas et tribulationes insoHtas de infirmidades, 
M care$tias, gherras, discordias, iiiundatione^, e aieros males tentpo>- 
V rales qui no& aCQigint et minetan a,pius de sos ispirituaies, jà 
» patentes, et jà occultos, qui sentiiuus ogni die pius, et qui nos 
» obligant a clamare can su Profeta Ezechiele ad attas voghes a sa 
» cheltt, ó mucro Domini, ingredere in vaginam: uHguequo non quée- 
>f sces. Ezech. X%.XL O spadbi de su Segnerei Terra prò piedàda a 
» sa bàina. Fin' a cando no bas a calmare su furore de sa justilia 
«tua? » ecc. ecc. — Ognuno vede quanto armoniosa e grave sia la 
lingua materna in bocca di questo benemerito Scrittore, e quanto torto 
(giova ripeterlo) avesse il Napoli .quando scriveva nelle note illuntraU 
ecc. P. I. f. di. esser U Cav. Cossu, e molto più il fu Exge^uila abate 
Madau ambi d^lìo stesso genie esagerante ^ e soverchiamene appassior 
nati per la Patria, nel pretendere che il Dialetto del Logudoro si av-' 
vicini al latino più delio stesso Toscano. 

Questo ^enio con impegno ormai seguitano nel presente Sec. XIX. 
tutti i Predicatori e banditori della uivina Parola ne' Quaresimali , 
ne' Panegirici e nelle istruzioni catechistiche i zelantissimi Parrochi 
del Capo, scrivendo tutti i loro componimenti con quei precetti d'or- 
tografia che inspira grandezza e maestà nelle scritture e nella prela- 
zione. Infiniti documenti potrei qui citare di dotti Religiosi , e di fa- 
condi Oratori , e mi basti riportare, un brano dell' Orazione Funebre 
che il Teol. Rett. Salv. Cossu leggeva nel di 27. Febbrajo in lode di 
Mons. D. Filippo Arrica Vescovo d'Alghero, ratuto ai vivi nell'aprile 
de' suoi anni a' 29 Gennajo 1838 , la quale Orazione leggeva ne! 30 
della sua morte nella Patria , di cui il detto Cosm. regge la Parroc- 
chia, del <lifunto Prelato (i). Ecco il brano che riguarda l' elezione al 
Vescovado. 

>' Ma sa fama de sas raras virtudes de su Parrocu Philip^u Arrica 
non podiat istare intro sos limites de sa Turritana Provincia, ma si 
estendet a sa Sardigna tota, et dae custa passat su mare, bol^t ad 
Terra Firma, et penetrai rispectosa in sa Raggia de Torinu.S' adora- 
bile Soberanu Karold Albertu I. felicemente regnante l'iscultat, la con- 
noschet, radpretiat,et coniente fina dae sas primas die» de su memo- 
randu Regnu sou , a preferentia hat hapidu a coro su bene de sa 
Religione nostra Sanctissima, qui a su bene est unidu de sos amados 
populos suos; prò cussu non tractenet ad lu presentare ad su Pontifi- 
ce Gregoub XVI. prò Piscamu de Salighera, sa quale Sede in mancu 
de quimb' annos vacante jamaiat sas premuras de su Sacerdoliu et de 
s'imperiu ad li destinare unu Pf^siore doctu, et prudente, exemplare 
et zelante^ prò c^ui , quale argine adaptadu, s' opponzéret ad su tor- 
rente de introduidos abusos, >? ecc. ecc. 



(I) La cit. Omz. trovasi nelV Archivio Parrocchiale di Ploaghe^ e mi 
fu comunicata per cortesia ad oggetto di farne spogHo^ di voci da iìise- 
Tire nel Vocab. Sardo. 



416 ORTOGR. PARTE SECONDA 

. Clommoveiite e patetico è V ultimo pasiso della brevissima sua vita. 
■» VicUma decisajiietìle sa<«rlfica<ia prò su.qu'egl bene, deU ! rlspanniadi 
ad su mancir quando s' obstinatìone de su mate innuntiaC sos fiitates 
aignales de morte . . . t ma no' : su coro de unu i)onu Pastore semper 
est forte, et suiferente, resinnadu et cora^gio^u ancora in bucca de sa 
morte. Est custa sa fine tempera de s" Evangelica charìdade. Morrer 
trabagliepde prò m bene de sas animas de su Redemptore, *' ecc. ecc. 
Ecco come riesce pieghevole é maestosa la lingua sarda, oh quanto 
sarebbe opera pietosa che i degnissimi e dotti Parrochi e Predicatori 
dessero alla luce qilialche loro sacro li»c<Hidó discorso ! ed io gli SBorto 
tutti che abbiano u cuore di non discostarsi^niai dai precetti che in 
questo lavora debolmente ho riordinalo , affinchè tuia sia da qui in 
avanti la lingua, come una è la patria nel di cui seno tutti fratelle- 
volmente viviamo. Ed intanto passo ai parallelo de'.principalì dialetti 
e suddialetti^ come prometteva nella t. P. di quest'Ortogr. Pref. f. XVI. 

PARALLFXO 

Dti TRfe PRiNcipàU Dialetti 

Nell Orazione DoikiNicALS 

CAPO VII. 

V 

Latino 

JTater noster qui es in Coelis sanctificetur nomen tmim , adveniat 
Regnum tuum fiat voluntas tua sicut in Caelo et ih Terra : panem 
nostrum quotidianum da nobis hodie, et diitiitte nobìs débita nostra, 
sicut et nos dimiltimus debitoribus nostris^ et ne iios inducas ìA 
tentationem , sed libera nos a màio. Amen 

Centrale ( comune ) 

Babu (ì) nostru qui stas in sos -Chelos sanctificadu siat su nomen 
tou^ benzat a nois su Regnu tou, facta siat sa voluntade tua co- 
liient' in su Chelu gasi in sa Terra : su pane nostru de ogni die da 
nosl'hoe, e perdonanos sos peccados nostros coment' et nois perdona- 
mns sos inimigos nostros , et non nos lasses ruer in tentatione , ma 
libera nos de ogni male. Amen Jesus 

Meridionale ( com ). 

Babbu nostu , chi ses in is Celus. Santificau sia su nomini tuu. 
Bengat a nosu su Regnu tuu. Siat fatta sa voluntadi tua , cementi in 



(1) Tale è la voce di Padre in sardo ed in tutti dialetti^ cosi la porta 
il Fara eon altri Storici ^ ne *o come Luca di Linda riporkthdo il Pa- 
dre nostro in sardo iegnas^a Baatas nosti^u. F. La DescrizL Univers, 
ecc. Vmez. 4660. 



CAP. Vn. PARALKIXO 117 

su Célu, aiei in sa terra. Su pani nostu de dognia di dona noniitdii 
oi. £ perdona^ nos) is peccau» nostus , Cdmentì nosaturus «evdònàuj^ 
a is depidòris nostus. No nosl le&sis arrui in sa tentazioni. Ma libera- 
Ji«si de totu malìi Aici siada. 

^Uentriónale ( c©in ). 
Bablm noltru cb' iltai in lu Zelu , santificaddu sia lu ddo innoma, 
fatta sia la ddo voi untai' com'in lu Zelu cussi in la Terra: Iti batri 
noltru di dusna dì dazzlF o^gi e palduneggiazi li noltri peccaddi 
coma noi paldunemu li noltri inimìghi , é no zi lassi a cadì in teata* 
«ioni ^ma libbereggiazi dadugna mali. Cussi sia. 

Italiano, 
^Padre nostro che sei ne' Cieli sia santificato il ìiome tuo ; venga il 
ilegnotuo: sia fatta la volontà tua siccome in cielo così in Terra : 
Dacci òggi il nostro pane quotidiano , e rimetti a noi i nostri debiti 
siccome noi li rimeltiania à nostri- debitori, e non e' indurre in tenta- 
zione , ma liberaci dal male. Così sia. 

SIDDIALETTI 

Bitli e suo distretto 

Babbu nostru qui istas in sos Chelos santifìoatu siat su nomt^n tuo, 
benzat a nois su regnu tuo et facta siat sa voluntate tua comeiUe ia 
su Chelu gai in sa Terra: su pane nostru de cata die daze nollii ÌMe, 
et perdonannos so» peccatos nostros cernente nois perdotianius so» 
inimicos nostros , et non nos lasses nier in tentazione ina liberanno» 
de male. Animen Zesus. 

GaltelU t distretto. - 

Babbu nostru istat in sos Chelos , santificadu siat su nomen suo , 
benzat a nois su rennu suo , siat facta sa voluntade sua comente est 
in so Chelu est in sa Terra : su pane nostru de cada die dadennollu 
hoe , et perdonadennos sos peccados nostros comente nois perdona- 
mus sos mimìgos nostros, non nos lesset ruer in nissuna mala tenta- 
tiene , et si no liberadennos jje ogni male. Amen Gesus. 

Dorgali. 

Babbu nostru qui istas in sosr Chelos santificadu siat su nofnen luu, 
benzat a nois su Regnu luu , facta siat sa voluntade tua comente in 
su Chelu gasi in sa Teri^a : su parie nostru de ogni die dannos illu hoe, 
perdonainnos sos peccados nostros , comente noi» perdonanius sos 
mimigos nostros , non os lasseis ruer in tentatione , ma liberaennos 
de dognia male. Amen Zesus. 

Fonnf e Distretto^ 

Babu nostru qui stas in sos Helos santificau siat su nomene tuo. 
venga t a nois' s' arrèinu tuo , siat facta sa voluntade tda homente in 
su Helu gasi in sa Terra ; su pane nostru de donnia die daennol- 
r hoe , perdonanosl sos peccados nostros homentc nos atcros perdona- 
mus sos depidpres lios-fros . non nosi lessis a^uere in sa tentadhioile 
Bla libera nos de male. Aniien Gesus. 



Ii8 ORTOGR. PARTE SECONDA 

Gavoi e distretto. ^ 

Babu nostru qui segis in sos Stelos, siat santificadu su nomene (uo, 
benzat a nois su r.egnu tuo,, siat hacta sa voluntade tua homent' in 
sa Heiu gai in sa terra; dadenoir hoe su^ pane^ nostru de donala dìe^ 
et perdonadenos sos peccados nostros Vomente nois ateros perdona- 
mus.sos inimigos .nostros depidores, et no ci làsseis a rugherà in sa 
tentazione, ma lìberadenos de donnia male. Amen Zesus. 
. . ^ Arizzt^ e distretto 

Babu nostu stat in Is Ceios siat sancitiicau su nomene suo , bengat 
a nos su Régnu suo sia fàcta sa voluntade sua comente in su, Seeiu 
alci in sa Terra : su pane nostu de omnia die donanosiddu boi , e 
perdonanos is peccaos nostós coraente nos ateros perdonaus a is gepi- 
dores noslos, non prominlas (permittus) nò niaus in sa tentazione • 
liberanps de totu male. Ameu Gesù. 

Baunèi e Triei(l). 

Babu nostru chi stas in is Celus , siat santificau su nomini tuu , 
béngat a nos su regnu tuu, siat fatta sa voluntadi tua coment' in su 
Xelu aici in sa terra : su pani nostru de omnia die donanosidd' oe e 

Serdonanosie is peccaus nostrus comente nosattufus e perdonamus is 
epidores nostros , e non nosi lessis arrui in sa tentazioni , ma libera- 
nosi de totu mali. . r 

Lanmèi e Distretto. 
.. Babbu nostr4i qui stat in Celus sia sanclìficau su nomini tuu^ bengat 
a nos su reinu suii, sia facta e cumplia sa voluntadi sua coment' eia 
su Celu atei in sa Terra. Su pani nostu di omnia di , donga- 
nosidd' boi, e perdoninsi is peccaus tiostrus coment! nosaturu peraO" 
naus a is depidoris nostrus e non no lessidi ormi in sa tenta tioni ma 
liberino$ì de totu mali. Amen Gesus. 

Osilo 
Babu nostu qui istas in ^os Chelos, sanctificadu siat su nomen tou 
benzat a nois su Regnu tou, facta siat sa voluntade tua asi in sa 
Terra comente in su chelù (2) , Su pane noslrn de ogni die danos la 



(i) ^Ih questa provincia si vede chiaro quanto abbiano (Riattato la pro- 
nuncia e le inflessioni dei verbi al gjustrO CagUaritano ^ lo che deve 
ripetersi da quanto dicemmo nella I. P. f. 200 n. L Nel Secolo del Ga- 
ripa non sarà st€Uo cosi, che egli scrisse in' pretto Logudorese, 

(2) Sembrerà dissonanza il vedere qua la Terra premessa al Ciela 
Questa osservazione è troppo scrupolosa confórme al rigore toscatw, ed 
anche al senso teologicamente parlando , perchè V uniformità dovrebbe 
stare dal Cielo alla Terra , non dalla Terra al Cielo. Pure tal senso 
può sussistere nella lingua sarda che proviene dal latino in cui le par- 
tìcelle sicut , ita hanno relazione al rovescio del toscano : quindi in 
IfOgud, sono desse particelle che denotano somiglianza e qualità , non 
tguagliimza ne* guantità. Per esprimere il sicut talvolta si usano en- 
trombe unite ^ gasi comenle, e cosi in tutti i periodi di somiglianza 



GAP. VII. PARALELLO U9 

hoe, et perdona sos peccados nostros coniente noìs perdonamus sos 
iiiimigos nostros, et non nos laxes ruer in tentatione^ libera no$ d« 
ogni male. Amen Gesus. • ' 

Babu nostu qui stas in $os ehelos sanctìficau siat su nemene tou; 
beneiat a uos.sa Renu.tua, sia^facta sa.voluntade tua comente in su 
CheTu asì in sa Terra: su pane nostu de omnia die giainosiddu hoe/ 
perdonaenòs sos peecadosr nostro&, coineote nos ateros perdonaus a 
sos depidore&nostos, et non >permittas qui orruaus in s& tentaeioné» 
ma lib^faenosi de tolu male. Amen Gesus. 

Ghilarza e distretto 

Babu noslru qui $es in sos Cbelos, siat sanctifìcadu su nomene tou« 
benzàt a noìs su R^nu tou, facla slatta Voluntade tua cc^aenf in sa 
Chelu gasi in sa Terra: Su pane. nos tru de ognia die ja nDsiddu boe, 
perdona nos sos pecoftdos nostros, <3omente nois ateros perdonamos 
sos inknigos nostros^ et non nos lasaes iorruere in sa tentazione, ma 
Ubera nos de lotu male; Amen Gesus. : 

} . ... Buddiisò e distretto * 

Ifóibu nostru qu'stades in.«os ehelos^ sàtictiiicadu siàt su nomea 
bostru, benzat a nois %u regnu bostru, facta siat sa voluntade bostra, 
gasi in su Chelu siai in sa terra: su pane nostru de o^ni die^daenoi^ 
ui hoe e perdonade sos peccados nostros comente hois perdonamus 
sos inimigos nostros et non nos lassedas ruer in tentatione, ma iiben 
raenos da ogni male. Amen. 

. Bono e distretto 

Babu nostru qu' istat in sos chelos, sanctificadu siat ^u mmien sou* 
benzat a nois su Regnu sou, facta siat sa voluntade isua coment' in 
su Chelu gasi in. sa Terra: su pane nostra de donzi die dadennol'hoe 
et perdonade a sos peccados nostros, comente nois perdonfimuis so» 
inimigos nostros et non nos lassedas ruer in teutatione, ma* liberade^ 
nos de ogni mate. Amen Gesùs.. 



(%, 446. P. L) In sostanza però si tesano promiscuamente ed anche per 
esprimere uh' insieme^, come per congiunzione è tale come nel lati; 
sieut in Goelo et in Terra. Il solo comente si adopera pure per esprit 
mere il sicut et Ialino ^ couente nois ^ sicut et nos , le quali vod sono 
relative e congiunte. Sia però comunque^ tale è il modo- comjB si diceUn 
quella Sezione ^ ed anzi in qualche vicino villaggio delV Anglona comt 
in Chiaramonti (nella C, Zaramonte) , e per questo vedrai nel com« 
pendiu de sa Doctrina Christiana, Kalaris 1839. V orazione Dominicain 
in questo tenore. Se però non vale guest* osservazione gramaUcale^ valga 
t uso che sebbene abbia molte improprietà di termini , pure , come d 
avverte il dotto BeUarmino^ in punto di dottrina Cristiana è una teme% 
rità voler cambiare le parole usatesi già sempre dai Fedeli con sempii- 
cita e buona fede. 

(i) V s si pronuncia sdolcinata alquanto, specialmente quando è in 
principio di voce. 



iaO ORTOGR. PARTE SEÒOWDA 

Nulpi e éisXreito 

Babba noltru qa'iltai» in sos Chdos, s2U(icti£k»du siat saftomen Um, 
bÉiixat a noìs su Regmi tou, iacta siat sa voluntade txat eoment'e in 
su CÌielu,,ga$i in sa Terra. Su pane nestru de ogni die dannoU' hoe, 
^ peidonaniios sos peccados nostros coniente ■noi&. peldonamns sos 
Iniiii^^os noilros, non nos lasses. ruer in sa lentatióney ma liberan- 
lues de ogni male e gasi siat. 

Ozitri^ Ptomgkfi:, Itìri e distretto 

Babtt noltru qu' iltades in sos Chelos, saactlfieadii siat su nomea 
boHm benzat a nois su Regnu boHni^ Jacta siat sa volantadò óktnt 
romeni' in su Clielu gasi in sa Terrai sa pane noltru de ogni die 
^Mtermoli' koe e peldonade a sos peccados noltros, eomente nois 
poldodamn» so» ttiintiìgos noitros et non no0 lasseddià a ruer in sa tes* 
^ati^e ma liberadennos dai ógni mate. Amen Gesu£* 
e : : \ -Sioondo ^ krqaer nà 4556. 

> àidm nostra snghale ses Mi s^ Chelas santa sia! su ninnine tna 
Bengiat su reniiu tuo, faeìadsi sa vokmtade tua comeiiti in su Ckel» 
et in sa Terra: su pane nostru dognie die dona a nos ateros hoc, et 
inasa a nos ateros Ì9 deUtas nostvus cernente e nos ateros IaSBao0 a 
is debitoi*es noslrus^ e no nos prati» m sa tentatìofte^ imperò libera 
B€» da su male, poltra tao esti su reiomci, sa gloria^ e su inperìu ia 
SD» seeidcB de sm secalo», Amen., 

Setondoil Fara nei detto Sec. 

Babu nostru, qui istas in sos Kelos, santificadu siat su Bomen tua; 
bengiat a nois su regnu tati ; fettasi sa .voluntade tua coniente in 
(eia et in- Terra. Su pane nostra.de eg»i die da no lu hoc; el per- 
éoua nos sos ddlntos nostros, gasi cementi ^ nms perdonamus sos 
ddbiteres nostros ; et non nos lasse» ruere in tenta tione, nm libera 
Boà dae male. 

SUDDIALETTl SETTENTRIONALI O GALLURESI 

Tempio 
' tsàfba nòstra chi sèi illa Celi/ sia santificatu là so nòmu ^énghia a 
ikét lu so^règnu, sia fetta la so' vuiintai, come illa Céli^ cus» ^ 
Tarrn: La pani nòstra di dagnia di deticillu oggi (ffi schiacciatft)^ o 
paidunetici n nostri piccati, comu noi paldunema li nostri innimichi e 
né d {asseti cade illa tantazioni, e libaretici da dagnia mali. Cus^ sia. 

^ggius 
ìàtbu noltru ehi se'illu zela sia santifigadn la so nomu^ venghk a 
noi lu so R<^wi> sia fatta la so rulìntai, come ilhi zehi^ cussi illa 
Tarra : lu pani noltru di dugnia dì detìzìUu og^ e psJdunetiti lì nol- 
tti ' {necadi comu noi pakiunemu li noltri ininmighi e no zi lasseifi 
cade illa tantazioni e libare ti» di dugnia mali. Amen Geso». 



CAP. Vili. ESAME CCflttPARAT. M4 

ESAME COMPARATIVO 

SOPRA IL DIALETTO SETTENTRIONALE 

CAPO VI IL 

Anche il dialetto satjeatnooale cai«bia ne' suoi distretti, ed ha i 
suoi suddialetli come il Capo meridionale con quelle piccole diflér^90 
mW istessa modo che io le tracciai nella Qwia intorno alla IiǤuii 
centrale ,. ossia del Logudoro , eli' è la vera liagua dei Sardi ^ V. P* t 
Pref.jF. XU. Lo sc^p^ di questo mio lavoro non fu di dare unn Giat* 
mitica Generale a tutto il Sardo siwlo, ma solaweate mi refllrinai 
alla bella lingua di (pjélla vasta provijwila, cli<e se mi' determiBai di 
riportare gli altri du^ dialetti ne^' pros|vetti ^ noriii e verW, •fupttt'dA 
a cpl|)Q d' occliio ognuno vei^eese il confronto tra loro^, e <|uale dei 
nied^sinv avesse più o meno degenerato dalla prima lincia. Natai d{ 
pia in. qualche luogo per iiicidenaa alemie cose o mutazim che cad^ 
vano tra un dialetto e l' alfroT menila se nù fossi Urattejiuto é cerisi-i 
derai"^ Wi^ le ^accldenl alila del settentrionale dialetto, tante divisioni 
feisegnava^ tracciare la proporzione quanti sono i sud viUagffi. (^ 
perciò, giacché mi cade in acconcia di parlare d'un sudSiaietiQi 

fallurese , darò un quadro del dial. tempiese^siccome prometteva a t 
95. il quale alquanto differisce da) Sassarese che be messo Bempm 
i» confronto per esser della metropoli di quel Capo. , . 

Che la lingua settèntriofiale delia Sardegna sia un dialetto sopr ag- 
giunto ed estraneo^ alla lingua nazionale , lo prixvammo nella L P. a f. 
XIII, e qui aggiimgo V autorità del Ceti; nella Pref. premessa al Voi. 
de' Quadrupedi j eec. d' esser una lingua adontata dalla d<miinazione 
Genovese e Pisana, e più di questa, straniera si depe avere la Hmguii 
^he. s^ parla in Sassari , Castel-Sardo t Tempio j è un diakiio miian» 
H^sai più. toscano ehi non la maggior parte de" medesimi diakUi d' Itar, 
lim. Da ehi per poco anche ehe sia versato nella favelk italiana, 
scorgerà facilménte quanto sia esatto il giudizio di questo savio Autore 
e che i due dialetti Sassarese e Tempiese derivino dall' istesso fonte 
si vede tostamente chiaro e da certe voci ehe abbiamo analjl'zaBto nei 
carpa di qyest' Ort^. , e dal prospetto de' verbi awsiliatì-i che qui 
soggiungeremo del 1 empiese che per mancanza della pagma noQ 
potemmo allogare i^l generale prospero (i). Persuaderà a chi con 

( S) iVìcM» cosi preciso sembrerà il giudizio del cit. Jut, -rapporto oHa 
Ungua Logud. Nella lingua propriamente sarda, seguita eit, tuogo^ 
ìk ieaào j^ncipale è italiano ; vi si mischia il latin. neUe desinenze, • 
netila voei^ v^ ^ pure mata b>rte dose di castigliano, un senter di greca 
un micolin di franzese , altrettanto di tedesco e finalmente vo<» non 
rilerìbili aé altrn linguaggio che io sappia. /( sapor del greco lo gustai 
va negli artic.sxx, sos, is, se ciò sia^ v, P, I. /.53. n. 3.11 mieoUn dei 



122 ORTOGR. PARTE SECONDA 

attenùone lì vorrà considerare^ una quasi medesimità di conjug azioni 
ntìWerbi, e dì deélinazlonì oe'nomi, una^ gravidissima somiglianza si 
ndle declinabili, cernie invariabili parti del discórso» la quasi identità 
nelle radicali e nelle desinenze con piccoli cambiamenti nelle vocali 
finali ed intermedie , la loro indole dolce , soave e piana , V armonia 
in fine non senza qualche gravità e forza che hanno comune con 
r italiana lingua. Che se la prosa scritta in questo dialetto è nulla , e 
la poesia è poca per potersi fare il confronto delle parole , dei modi , 
dme frasi e ddlo stile d' entrambi coir italiana, favella , pure non 
mancano di tali e si fatte poetiche composizioni. ndl' uno e nell'altro 
M3ttentriónal dialetto,' onde facUmeute si avvisi tali essrere i loro 
elementi , c^e ove con istudio si accingesse qualcuno a metter m 
ehiarti questa patria gloria , verissimo sarebbe col fatto quello ehe 
<^iibperebbe esagerato e strano <l). ^)efHalmente parlo del Dialetto 
tempìese che non solo ragguaglia le itale, note, ma ne' vezzi , e nella 
fi|)etica armonia ha un che di ^a naturale attrativa, è gloriosa opera 
sarebbe , non che utile e cara chi ponendo orecchio alla flessanime 
Mra Tempìese, ponesse mente à studiarne la musica della lingua, per- 
chè gode d' una maravìgliosa accentuazióne dalla grata unione di suoni 
e dalla indovinata postura di cèrte vocali in un luogo più* che in un' al- 
tro, e di una eerta leggiadria di pronuncia che naturalmente offire 
ttiV idea delia sua bellissima graada. 

Nella radice adunque (]uesti due dialètti non differiscono che poc- 
diissimo, ma. sono differenti tra loro nel!' ortografia-, nella prosodia e 
^elia pronuncia. Ecco quanto brevemente può QotarM rapporto alle 
kltere. Il Sass. umta Iaeinz,ilpin6jìlfincf^ilt7in6^e cosi 
va diéendo di varie altre , che air occasione abbiamo notato nella i. 
PaHe. Ne' tempi però o mantiene le medesime lettere , o se le muta 
alquanto niente lascia a desiderare di sua <!tt*igine (2). Rapporto poi 
alla pronuncia ed agli accenti molto divèrsi S(mo que^ dialetti , e 
maggior grazia e venustò possiede il tempiese in paragone. Deriva 
questo pei'chè il dial. Temp. ne' mutamenti si cura meno della sua 
origine ^ e si spazia nella propria e delicata • sua indole : ma il sas- 



f rancete lo scorgeva in berbeches da brebis frane, se questo appaghi , 
V. P. I. {, 13. iV. 2. e cosi va discorrendo. Il P^ocaòolario , se il Cielo 
e le circostanze permetteranno d' esser presto dato in Itsce, sarà il vero 
gitédice ^ se il fondo principale sia lat. iiaL od altro, 

(i) Questo raffronto ed esame del dialetto Tempiese e Sassarese la 
Patria lo spererebbe dal eh, P, Eduardo Scano, Lettore di Filosofìa in 
Tempio ^ il quale a fondo conosce qu/esti dialetti , e perchè è dotato di 
lumie di buona critica. D* alcune finezze io sono debitore a costui 
specialmente del parallelo, de' brahi poetici che do in questo luogo 
d* ambi i dialetti. 

. (2) J^egV imperf. o pend. delf Indicai, della i. conjug. v. gr, il Temr 
piese sopprime il b amaa/jugaa, ecc, ohe il Sassar, ha dolce o lene. 



C\P. Vm. ESAItfE COMPARAt. !« 

sarese è bensì più tenace delta materna Imma « e gode anche di ona 
riccbezxa e pienezza d' e^ressione .* ma neu' aHontanarti da essa non 
è nel suo progresso cosi felice come lo è il tempiese. Di fiitlo sebbene 
questo abbia u medesimo andamento , e gli -stessi segni col sassarese 
Dell'esprimere le idee» pure nella scelta delle vocali più che d'im 
altra « nd molle suono di certe consonanti, nella distribuzione degli 
accenti, e più in quelle aspirazioni nel ^concorso di ^certe lettere, 
come notammo al $. 38. della ì. Parte, toglie a preferenza tanta 
venustà e leggiadria c^he spicca neir amabile ed aggraziata boìwa 
tempiese. Il sassarese cade molto nell' iato ed ha generalmente ém 
certa somiglianza collo spagnolo , sebbene questo non i' abbia avato 
tn origine per la ragione eh' esponemmo al §1 cit n. 4. della I. Parla 
Splace sommamente quel cambio dell' « in ì air orecchio, come neHa 
voce stràzio in cui se la pronuncia del z è raddolcita in ambi i aia- 
letti, non lo è ndla prima sillaba rapporto iA\e consonanti^ che ^/ith 
t>ene ambi prepongano un ^ ($. S9. P. L), pure il sassarese prònuaoià 
itirwUù « ea il teiup. istraziu. Per esem. in questo verso del Monti 

ItaL Quasi sospeso il sempiterno strazio * 
Sà88. Quasi sulpesu lù simpitennu iltraziu 
Temp, Quasi suspesu ìu simpiternu istraziu. *^ 
Da qnaesto confronto fiicilmente ognuno scorgerà la somiglianza di ambi 
i dialetti colla italiana nel concorso di dette lettere. L' istesso dofd 
osservarsi l'apporto alle altre consonanti , specialmente come diceoH 
ino del 6 il cniale nel sassarese ama quella n^etàmorfosi di cui paiv 
ìammo nella t. Parte $. i2. ma nel Temp. anzi che vedersi mutato quasi 
il toglie come ora vedemmo , e come potrà vedersi nella seguenlé 
Stanza dolisi canzone del reiTipo del Poeta D. Gav. Pes^e i^óva tiffor* 
tarlo a magf^ intelligenza in italiano. 

■ V 

Itali. La serpe vecchia quelle antiche n>ogl{a 

Lascia , e si veste le sue prime gale 

'Dalle ceneri fredde in che si sciogUa 

Il celebrato augello orientale 

Rinasce , è* tanto spirito, raccoglie , 

Ch' agile come prima batte V aie I 

E r anima imortale riformato 

Non vederà lo suo corpo abbattuto ? 
AMSor. La salpa béccia ghiddi antichi ilpógH 

Lassa e si beiti li so brimf gak 

Da li ghisgini fréddi in chi 'si isdógU 

Lu famosu pizòni orientali 

Rinasci , e tantu ilpiritu n' accògli 

Ch' agiU gòmu brima batti l' ali! 

E r anima immultali rifulmaddu 

Noli vidarà lu so còlp' abbattuddut 
Tilnpt. La salpi èkcia chidd antichi spóddi 

Lessa e si èsti li so primi gali 



134 ORTOGR. PARTE FECONDA . 

Da li cinaari fritti in chi si scióddi . . 

Chidda famosa cédda orientali 

Rinasci e tantu spirita ri^óddi ' 

Ch' ajili come prima batti F ali ! 

E^r anima inmiultaìi rifulmatu . , 

Non>vidarà lu so' còlp' abbattuta ? 
A più di notare nelV esposto esempio i cambiamenti di alcune conso- 
natiti^ è da osservare r accentuazione delle vocali e o strette ojarghe 
che abbiamo segnato espressamente co' rispettivi accenti. Più singolare 
è la pronuncia della voce vecchia in temp. in cui il kci ha un suono 
schiavonico> o greco moderno , come notammo nella I. P. S 82. N. d. 
Questo suono palatino., molto difficile agli estranei anche di Sardegna, 
e che trovasi ne| MSS. A. Temp. con ji, è quel suono ne' plur. che po- 
trebbe (iar la lettera k ,^ e accoppiate^ e ciò se viene daUa desinenza 
àfidQ ncehio, ecQio ecchio, ìcqìo icchio^occio occhio^ uccio ucchio, ed Ira 
forza di <ij o kj nelle desinenze aggio^ eggiOj iggio^ oggio^. ed uggio^ in 
.cui U g cambiato in dij ha un suono palatino dolce , e rimesso. Osser- 
vasi ancora intatto l'articolo nei nomi incoinincianti t» o im^ elidendo 
alia toscana la prima vocale del nome che lo siegue^come hi^ngannu^ 
iu* mpostori ^ ciò che wa è al Sassarese. Altre. squisitezze ortoepiche 
può secare un Gramatico in questo grazioso dialetto : a noi basterà 
per ultimo raffronto sottoporre qui in esteso le conjugaz. essere, ed 
avere eoa V istesso andamento de' tempi ; per farne il confronto col 
dial. Sassarese eh' esponemmo ne' prospetti generali 

Ihfin. esse , iBSsere, 
. Indio, fres. Sing, Eu socu, tu sé', iddu è. Plur. Noi sèmu^ voi séti» 
iddi Sj5. Pehd. Era ^ èri I éra^ PI. érami, èra ti, èrani. Pi^ss. rem. Fusi» 
Aisti , fusi. PI. Fusimi , fustfti , fusini. Pass. prof. SoCu , se' , è statu. 
PI. Sému, séti, so stati. Trap. imperf. Era, èri, érà statu. P£. Erami, 
èra ti, èrani stati Fut. Sarac^u , sarè , sarà. PI. Sarèmu saréti , sarani. 
Modo imperat. Sii tu, sia iddu. P^. Siami noi, siati oi^ sian'iddL 
Modo gong. Sia , m , sia. Pi. Siami , siati ^ sianL Imp. prop. Fussì^ fussi, 
%ssia. (i). PI. Fussimi, fussiti, fussini. Imp. rem. Saria, saristi, sana. 
PI. Sarianù , sarlstiti , sarìani. Pret. pere. Sia, sii, sia si^tu. PI. Siami, 
siati, siani stati. Trap. imp. rem. Sarìa, saristi, sarìa statu. PI. Sanami 
saristiti y sariàni stati, trap. imp. prop. Fussi ^^ fussi , fùssia statu. Pi. 
Fussimi , fussiti , fussini stati. Pass. di. fut. Sarakju > sarè^ sarà stala. 
Pi. Sarèmu , saréti , saràni stati. Ibfin. Esse. Pass. Esse statu. Gir. 
sondi. Fut. Esse par esse , o haé a esse. Part. pass, stalli. 

Ihfin. Haè, avere. 
Indio. Pres. Sing. Eu adju^ tii hai, iddu ha. Pi. Noi haèmu, voi 



(1) Fussia da molti si fa in. ambi i dial. anche nella l. pers. e dal 
volgo anche fiella 2 ^ ma sarà meglio nelle scritture usarlo soiamenle 
nella 3 pers. per maggior chiarezza e per non confondere ira loro le 
desinenze delle delie persone. 



GAP. Vili ESAME COMPARAT. m 

haèli, idd' hani Peno. Haja, hali , haìà. PZ. Baiami', baiati , haiaiii. 
Pass. rem. Haisi ^ saì^i baisi. PL Haisimi , haistiti, haisiiiL Pass. Prof. 
Adju autu, hai, ba autu. Pi. Aemu, aeti, bani autu. Trap. ihp. Haja, 
baii , baia aulu. Pl fiaìanri, bìaiali, haìani autu. F«t. fiaaradju, baarè, 
baarà. PL Haarèmu, baaréti, baarani. Mod. imperat. Sing, Haji tu^ 
hajia iddu. PL Hadjiim noi ;, badjiti oi , badjini èddt. Moo. coivè. A|[a , 
aji, ajia. PI, Ajimi, ajiti, ajim. Imp. pròp. Haìssi» 2, 3.pers,i>i. Haìs^nii 
haissltt, baissini. Inp. rem. Haaria, baaristi, haaria. PL Harlami; 
baarìstitl, baarìani. Pret, perf. Hadjia, badji, badjia aulu. PI, Hadjimi^ 
badjiti , badjini autu. Trap. imp. rem. Haarìa . baaristj ,; baaria autu, 
Ptr Haariami , baari^titi , haariani autu. Tr». iMp. prop. Haissi autq 
2 e 3. pers. P(. Haissimi ' baissiti, baissini autu. Pass, di pvt. Haara* 
djiu, baarè, baarà àutu.PJ. Raarèmu, baaréti, haaràni autu.InFm. 
Uaè. Pass. Haè autu. Geb. Haèudi. Fut, Haè a haè o esse par baè. . 
Da questi due verbi ausìlianti facilmente si potrà fare da cbiunqqe 
un' esame comparativo col dialetto Sassarese. Il fondamento d' ambi è 
la lingua itali, e dalF intin. essere italiano Sassari ha levato la sillaba 
finale re ed ba apposto V accento acuto air e finale delle due lettere 
soppresse, come il Toscano sulla finale d' una parola troncata appone 
r accento acuto , come dà pt'etale fecesi pietà. Similmente in vece di 
esse ha detto asse prevalendo il comun uso per aver pronunciato Y e 
troppo aperto, che degenerò in a. Un tale troncamento usasi nel dial. 
Sassarese in tutti gV infinitivi de' verbi i:^olari {% 409. P. L), cosi da 
amare, aìnà, da sapere, sabè, da leggere, liggi^ éAfugire, fugL Per que- 
sto simil finimento, nella 3 e 4 conjus. i Sassaresi non hanno cb^ 3. 
conjug. {% cit); ana propriamente due, perché rarissimi sono i verbi 
in é acuto, eccetto sabé, pudé, vide {ì). In simil troncamento ed ac- 
centazione non differisce il dial; Temp. tranne il verbo essere in cui 
hadno una voce piana esse^ non ^Itrmienti che nel latina Delle 
coniugazioni deve dursi il medesimo nel dial. Temp.- troncando sempre 
la nnale re ed lipponendo V accento, acuto , amà^ sabé '^ ecc. variando 
solamente nella natura delle vocali e delle consonanti , specialmente 
del g doppio come in leggio. fugi ecc. cui danno quel suono particolare 
the dicamuo or' ora -, e che non si può esprimere ed apprendere che 
dalla bocca de' nativi o d' uno che abbia molto frequentato con lora • : 
La prima pers. del verbo esse .( soggu Sass. socu l^emp. ) si confonde 
con la prima del verbo sapere in ambi i dialetti, v. gr. eju soggu in 
tribulazioni , eu socu n' tribulazioni; eju soggu la di chi soggu naddu; 
eu socu la di chi socu natu , io sono in affanno , io so il mio giorno 
natale, il suono però stretto o largo determina il seasa(P, I. f. 99. N. 2.). 
La 2 e 3 pers. in ambi i dialetti (2) è prettamente itali, sei o se\ è^ 
COSI in Temp. 



(1) Questi tre verbi non dovrebbero [orinare classe separala^ ma 
includerli nelle eccettuazioni della 2. Conjug, 

(2) In ambi i dialetti alla 3. pers, sing. dal volgo si aggiunge, ni 



iS6 ORTOGR. PARTE SECONDA 

Teinpu dlsprmatu torra abali ^ 

Cb' adjia di ca se' tu cunnuscimento. 



Cunnuscimentu , Ah ! cantu se' taldatu 
A passu troppa lentu se' iìiptu. 
La prima e 2 pers. plur. sono parimenti il sema e sete antiquati ita* 
liani : se non che la differenza si osserva nella pronuncia deli' s che 
in Sass. e Tempio si fa 4olce pi'ecedendo una vocale, vìgendo le stesse 
osservazioni e precetti che apponemmo ai Lpgud. nel trat. delle lettere 
(§. 13.)- La 3 pers. pi. si vede d'essere un troncamento del sono ita- 
Uaiio, e perciò sarà bene nello scriverlo* di segnarlo col accento grave 
circonflesso , come ho praticato nel Sassarese , per distinguerlo dal- 
l' àddiet. pronome contratto soju, o sqja, o soi^ itah sito, sua, suoi, 
che dovrebbero segnarsi o coU' apostrofo o con acc acuto. Per es. in 
quella noia e tritissima ode ove ritrattansi le formosità d'una donzella. 

Li so' labbri so fini 

Ca la idi difini , 

S' è no dunosèdda. 

So perii e irrubini, 

Pétri diamantiiù , - ' 

Li so' dènti , djurrédda , 

Da la so' buccarédda 

'Tramanda , si faédda , 

AmaMli dulciura. 
n Pendente indie, ne' due dial. è perfettamente italiano» salvo dio 
nella L pers» pi. si è fatta la sincope di va; e mutato l' o in t', dicendo 
jirami per eratMimo: nella 2. cambiata la e in i erati per eravate: nella 
8 parimenti mutato V o in i èrani per èrano, osservandosi general- 
mente che le ultime vocali si elidono allorquando la voce seguente 
principia pure in vocale , salvo che>non sia monòsillaba o voce accen- 
tata , V. gr. ed(t era , idd* è , er' eddu , è iddu , ecc. Questo si estende 
a tutti i nomi tanto sostant. che addiett. ed a preferenza per la quan- 
tità degl' apostrofi o accenti si rende molto dolce e naturale questa 
lingua , specialmente nel sentirla parlare spirando tutta leggiadria • 
ionanza, per esemp. nella nota seguente ode. 

Temp. S' è duluròs' affanni, 

S' è dis^razii manni , 

Ch' badji' eu supultatui 

Sassar. Oh ! . duluròs' affanni , 
Oh ì disgrazii manni, 
Ch' aggi' eju supultaddut 



dicendo eni , che si vede esser V ene ital, antiq. come si trova in auioH 
antichi in vece di è. Questo vezzo si ha anche negV infiniti InssUUtA 
specialmente j come din! per dì, dire; (ani per fa , fare^ ecc. ecc. 



CAP. Vili. ESAME COMPARAT 4» 

Témp. Chissu sèssn malignu 
Polta 'n l' òkci carignu , 
E vileii* in lu còri. 

Lu so' mod' è benigna . ^ 

Lu pruzzidi indiguu 
L'ópari traditóri. 
Ingràt' a li faóri 
A tutti end' amóri, 
. E nisòiun' è amatu! 



Sassar. Chissu sèssn mali^u 

Pplt' in r ócci garignu, 
* E vilen'in iu góri. 

Lu so' mod' è benignu 
- Lu pruzzidi indignu 

L'obbari tradidcfóri 

Ingrat'a li fabèri, 

A tutti vend' amóri , 

E nisciun è amaddut 

Conchiudo finalmente, a più di quelle particolari osser^azio&i che 
abbiamo fatto all'occasione tanto nella I. Parte che nella D, di questa 
Ortografia Sarda, che la lingua settentrionale, e che io chiamo non 
in termine statistico^ ma in linguistico, gallurese^ sia la medesima ia 
tutti i punti , perchè ha gli stessi elementi e lo stesso avviamento 
nelle parti del discorso. Avvi in qualche Villaggio qualche aceidenta* 
ria mutazione, che questa constituisce i particolari suddialetti ^ come 
sareM)e il dialetto di Sorso che può dirsi procedere in queir allun|[a« 
mento di accenti baritoni e gravi, come notammo di Sennori relativa- 
mente ad Osilo, Anglona, ecc. oppur Oùodcf a relativamente a Fonni^ 
Olzai, ecc. (v. P. I. §. 44.): che rapporto alle Muse si presta gentilmente 
e si avvicina alle bellezze di quelle sparse nel vasto suolo del Logit* 
doro, sebbene non si possano rendere parola per parola, perchè diverbi 
6ono gli elementi e la filosofia della lingua , (*.ome si rileva dai prò* 
epetti e dalle voci che qua e là occasionalmente abbiamo inserito. E 
confermiamo quanto abbiamo notato che la lingua delle spiagge 
settentrionali sia un dialetto straniero, perchè regna ne' punti e spiag- 
ge prossimiori o adiacenti alla terra d' Italia, cioè di Genova, e Pisa» 
ed in quel esteso Utorale i Crenovesi e Pisani vi abbiano portala o 
con le colonie, o colle scorrerie in tempo di guerra, o col commercio 
ed in tempo di pace trafficando in contatto, allorché bambol^giava, 
là lingua nel bel Paese ( V. Pref, P. I. f. Xlll. N. 4. ) . L' istesso devo 
dirsi, per le medesime ragioni, della lingua che portarono in Corsica, 
simpatizando molto anche il terreno, e siami permesso imporre fine a 
questa li. ed ultima Parte dell' Ortogr. con fare un piccol raffi'ontò 



m ÓRTOGR. PARTE SECONDA 

di alcune strofe di una poesia originale Corsa tradotta in Tempìese 
e Sassarese (i). 



Corso 

Morte crudele 
O corpu tropp' amaru ( 
Chi m'hai privata 
D*-unu cumpagnu si caru, 
Infelice mio destinu, 
Mi si statu tropp'avaru 
1^'faai rubalu u mio Pascpiale, 
Per me non ci fu riparu. 

Jm mio campione, 
Lu mio coro sincerui 
Figlioli carì^ 
Pienghitelu daveru. 
Mi lusciasli n m« frateHu, 
Cun un tamanta penseru 
Oh la mio crudel furtuna! 
Oh lu corpu troppu 6erul 

Tanti Duttori 
Chi t'avianu in cura 
T'hannu mandata - 
Più prestu in sepurtura;. 
T'hannu prima macellatu, 
Fattu più d'una ruttura, 
£ tu lultu suppurtava 
Cume una creatura. 



Tempiese * 

Molti crudèli 
O còlpu tròpp' amaru !. 
Ghi m'hai priatu 
D'un cumpagnu si caru ' 
Infelici me'distinu 
Mi se' statu troppu avaru - 
M'hai rubatu lu me* Pasòhali 
Pai me non vi fusi riparu 

Lu me' campioni 
Lu me' cori sinceruf ' 
Fiddoli cari , 
Pignitilù di'eru - 
Mi lassesli a me fratcddu 
.Cùn un tamantu pinsèru 
Oh la me 'crudel fultuna! 
Oh lu còlpu. troppu fieni l 

Tanti Duttpri 
Chf l'haiani in cura 
T'hani mandatu 
Più prestu in sipaltura 
,T' hani prima maciddatu 
Fa^ttu più d'una ruttura, 
'£ tv tuttu suppultai 
Comu ^ una criatura 



Sassarese 

Molti grudèli 
O còlpu tròpp' amaru I 
Chi m'hai privaddu 
D'un cumpagnu si caru 
Infelici me' destinu 
Mi' se'istadda tropp' avaru 
M' hai airòbaddu lu me* Pasfjuali 
Pai me no vi fusi riparu. 

Lu me' gampioni 
Lu me'gorì sincera t 
Fi^^lioli cari , 
Piagniddilu daberu. 
Mi lassesti lu me'fraddeddu 
Cun un simili penseru 
Oh la me' crudel foltuna! 
Oh lu còlpu troppu 6erat 

Tanti Duttori 
Chi t'abian'in cura 
T' hani mandaddu 
Più presta in scpultura 
T'hani prima maueddaddu. 
Fatta più dfuna ruttora, 
E tu tutta suppaltavt 
Coma una crìaddas*. 



(!) La medeahna è un'epicediB fatta dalVabb. StraforeUi a nome di 
una Pesmendola di fiasfia^ la quale r/joor/a Valéry m /{/i6 Yoyages eh 
Corse, e(*c. Il dìaleUo è Bastiese^e maggiore sarebbe la sua somiglianza 
se fos^e in Sarlemsé, ed anche in Siciliano V. P, I. Pref. f, XIII, N. l 



FINE 

DELLA II. ED ÙLTIMA PARTE 

DELL* ORTOGRAFIA SARDA 



AD S' EXEMIU 



B1S%^1®V ^9tA%lklkA 



JOHANNE ISPANV 



S 



alve , o grand' hemine , ìnclita benisfaetore , vera conno- 
sehidore de sa Liraba de Logudoro! Eo li daludo, umbra 
aancta, et venerabile, et (i ringratio de su bene qui operestl 
a su grave idioma nostru, ornendelu de vocabulos expressi*- 
vos , et exaltendeiu cum subiimes sentimentos. 

In bora qui non b' hat timore de offendere sa sancta mo- 
destia tua, permittimi, p Iscriptore clarissimu,. qui consacre 
custas pagas paraulas ad sa dignissima memoria tua/ Ahi ! et 
quantu ad iie, et ad nois, ingratos cumparint sos Babos nostros 
prò esser istados negligentes in regoglier, et consignarenos 
totu SOS armoniosos iscriptos tuos ! Cum sa fama tua sa gloria 
ancora de sa patria offendesint (i). Vive però in eterna pa- 



(4) Ddìe produzioni deU' jéraolla ei pervennero Sas Rimas Spirltua- 
les ^ Cagl 4597. in 46. riprodotte dalV A99. Pasdla eoi titolo di CanU 
Popolari , Cagliari 4833. 4. voi in 46. nel quale ^ come dicemmo a f. 
405. w^ una elegantissima Prefazione intorno alla natura dei dialetti^ 
ed una raccolta di rime d* altri Poeti negli altri due dialetti della 
Sardegna. Che molte deUe poesie AraoUane siano state miserafnente 
perdute « tasti dire che il presente Poema non è altro che le^.- prima 
Parte ^ perché nella strofa 245. promHte la Seconda Parte che riguar* 
dava la prima Invenzione traslazione dei tre Corpi Santi 

Coment et d* ite modu « et cum guai* arte 

In sa Segunda narrer depo Parte, 
Della prima Parte di questo Poema sene fecero due Edizioni, ia prima 
in Cagliari 4563. presso Frane, Guarneri co* Tipi di Nicolò CaneUts. 
V altra in Mondovi nel 4646. Di queste^ solamente dm copie esistono^ 
a mia cognizione , in tutta la Sardegna , quella di Cagliari nella Bi- 
ÒUoL dd Cav, Tota, e quella di-Mondovi nella BibUot. BaiUeana^ ambe 
due mancanti di due facciate, e fortuna che si poterono supplire, mentre 



432 

ghe , o anima grande , qua ^avverendesi sos dictos tuos in 

bucca de su Preceptore tou (4), 

Qui stode mortu ti reputent vivu, 
etiam cum sos pagas iscriptufas tuas ad nois pervennidas , 
remanet immortale su nomea tou, et glorioso meda ad sa fer- 
tile terra tua. £o qui meda ti devo (2); ti venero, o Ispiritu 
illustre , et in signu de gratitudine eustas breves rigas offerrere 
intendo ad honore tou. 

Mentras in s' heroieu poema , qui componzesti in perenne 
testimoniu de s' affectuosu et gratu coro tou ad sos tres Mar- 
tires, et Patronos Turritanos (3), ad pius de unu pretiosu, et 



per quanto io abbia cercato in tutta V Italia , e nella Sardegna , non 
mi fu data la sorte di trovarne un' esemplare, L* Ediz. di Cagliari è 
meno scorretta : ma la Mondoviana è piena di errori di voci e di orto- 
grafia ca per da , ruei per ruet ^ casta per custu , feu per seu , fruire 
per faire ^ mundamente per inìnudamente , ecc. ; ecc, 
' (i) Il Precettore deW kraolla fu un tal celebrato G^ymo Sambigucci 
Sassarese y del quale nella Terza Rima delia Visione cosi V Araolla fi- 

gurò r atteggiamento , dice V /storico Bdron Manno (Stor. di Sard. 
b, XI. ) del Sambigucci nel rispondergli con la seguente immagine 
degna dell* Alighieri. 

Et pustis yido qu' andas cumpassende 
Su tempus breve « ladru et fugitivu 
Cum su quale ogni cosa andat manchende ; 

Mentre non ses de su vitale privu 
Nodu , laxa de te qudlqui me moria , 
Qui sende mortu ti reputent vivu. 
Lascia almeno di te qualclìe rimembranza , aedo essendo già mortù 
ti tengano per vivo. 

. (2) Le frasi di questo gran cofioseitore della Lingua Sarda formano 
il primo testo nel mio Dizionario Sardo- Logudowese. I poeti ebbero 
^tempre impero sopra la Umjua, e sono i posseditori delle scienze e della 
facondia : di questo specialmente sono andato citando sempre le parole 
in conferma^ e di molte voci eleganti e sonore daUa lettura de' suoi 
componimenti ho potuto arricchire il detto Vocabolario che tosto sarà 
dato alla luce , se i miei ConnazionflU vorranno incoraggirmi , non 
essendo un' opera daprodtirre amie spese, come ho fatto della presente 
^Ortografia , per esser in grande , e molto voluminosa. 
(3) Dall' episodio che fa in fine del Poema str. CCXLII. 

Et custu narrer poto in veridade , 
Qu' in sa crudele infirmidade mia , ecc. 
si rileva che V Autore si mosse a cantare di questi tre J lieti della feie 
\in. rendimento di grazie per esser slato liberato da una grand:' e perieà- 
Iosa infermità. 



^33 
riccu deposita de terminos expressivos, et interessàntes de 

sa limba Sarda , una mente clara sì admirat , e| abbundanlé 

de veras fniniagines, dignas de unu entusiasmadii Poeta* 

mentrés su poetìeu geniu toa Terìdu dai sas gratias de casta 

idioma, ancoras qui ad tiè non maternu (4), s'ineontrat pre« 

distinctu de vigoria de ménte, de fervida immaginatione, dd 

nobiles et subiìmes sentimentos proprios de sos classieos lliti^ 

nos et italicos (2); mentras in fine, raros conceptos, et modos 

unint , discumponent sas cosas de sa materia qui tractesti cum 

naturalesa, cum ordine, cum expressione, cum dignidade, 

unende a sas ricchesas de su iimbam dovitias de historia Sacra 

et prophana (3) , hapo cretìdu fagher una cosa honorifica a Uè, 

et grata ad sa commune Patria, publìcare in appendice ad sa 

Sarda Ortographia su predictu raru Poema (4) cum alcunas 



(1) V Jrtwlla fu nativo di Sctssariy K Mart Biogr, Sarda , e Tota 
Dizionario Biogr, ecc, art. AraoUa , ma avendo ottenuto un beneficio 
canonicale nella Città di Bosa in cui si parla il pretto sardo % ebbe oc- 
cagione di coltivarla^ e conoscerne la filosofia e le grazie. V. II. P. f. 105. 

(2) L" Jraolla aveva fatto gran studio nei Classici Latini ed Italiani, 
specialmente di Virgilio, Dante ^ Petrarca^ Tahso , ecc. come potrà 
vedersi nell'imitazione che fa tante volte ^ e qualcuna ne ho notato ^la- 
sciando ad altri più abili di me di portare tutti i passi paralleli. V. Il 
Promotore^ Giorn. Letter. fase. I. dove si ha recata in ital, la Visione. 

(3) Conosceva anche a fondo la S. Biblia, e di questa mi son ristreUo 
solamente a citare i perni più chiari ^ giacché tutto il componimento è 
pieno di Teologia e di passi della Sagra Scrittura ^ specialmente della 
dottrina del Nuovo Testamento. 

(4) Il desiderio che tanti avevano di vedere questo poemetto , che, at- 
tesa la sua rarità s come sopra dice^mno^ si sentiva solamente citare O 
mi ha determinato di riprodurlo ^ come parte inerente per la lingua 
alla Gramatica. Non vi è nazione al mondo che non conosca un poe- 
ma , e che tutti non V abbiano alla mano^ al pari di una Gramatica, 
e di un Vocabolario. 

O Anche a tempi del Madau era cosi raro che dal Cav. Ba'ille nel 
4789. raccomandato di procurargli questo poemetto, gli rispose che un 
solo esemplare esisteva di cui si era servito sullo scrivere le armonie 
dei Sardi , che gli fu dato in prestito da un suo converso già dì molto 
difunto , né mai aveva potuto indagare chi V abbia avuto dopo la sua 
mortele che sì contentava solamente dimandargli il frontispizio^ Cosi 
in una lettera originale del Madau de* 4. Gennajo di detto anno che 
ho avuto per gentilezza del Can, Ba'ille. 



184 

observationei de su dd>ile ingeDiu meu prò mazore illustra^r 

tione de su textu tou^ ejt^ de sas graaimaiiGales regulas mias 
sobra aa limbà oationale , de sa quale meritas esser bonorado 
com so gloriosu titulu de Babu, a pI^s d' essere tue uni ver- 
•almwte reeonooschidu cuna sjx ipatessi honore in quantu ad 
•a oobMidade de su rithmu de Logudoro. Vite in sempiteuia 



SA VIDA 
SU MARTIRItJ ET I SA MORTE 

DE SOS GLOItlOSOS MÀSTIRES 

GAVIMJ, BROTHU ET JANUARIU 

cunposTA 

PERI SU MDLTU MAGNIFICU RETEREimU ET ECMSCIO 

BIKRONIMU ARAOLLA TATARESV 

DOTTORE IH AKBAS LEGES 

BT CAKOIfIGC BOSAIfENSE CCM SA PREBERAA 

DE PUTCMAJORE (I) 



I. 

i^a Vida , su martiriu , et cruda morie 
De SOS tres gloriosos advocados , 

?ui trlumphant corno in sa celeste Corte » 
ro su qui iiK^he isf etint tormeutados « 
Si mi dat logu su Pianeta , et Sorte , (8) 
Qui SOS ispirtos m' istent sussegado^ , 
Promitto inr rima octava de contare 
De Gavinu , de Brof hu , et Januara 

II. 

Nascher non podet da' me cosa alctiini 
Digna de laude seii2a su favore 
Tou , Re , totu a quie' su Sole , et luna 
S' inclinant sende d' ipsos su Factore ; (S) 
Concedemi in sas ateras cusf vna , 
Qui conosca de Te ^atia , Se^nore » 
Qui tesse cusf a tela in nov' istUu 
Quale requirit delicadu filu. 

III. 

Et s' in sas almas fagher movimenta 
Dét custa sanct' Historia laòrimosa ^ 
Si dent ad Jie princìpìu et fiindamenta 
Sas gratias in su Mundu d' o^ni cosa « 
Qui senza Te nessunu intendimentu 
Podet , nen limba fagher versu o prosa ; 
Però snodala Tue , et s' intellectu 
Avviva quant' est altu su subjectu. 



436 ORTOGR. PARTE SECONDA 

rv. 

fii su tetnpus qui a Caju inUmmizaiat , (4) 
Et in suprema Sedia In setisint ; . 
S6s duos Tirannos perfidos regìiaint 
Qui tantu a sos Christianos persighisint^ (5) 
^ Edictos qui accusarent , pubucaìnt • 

In SOS logos et regnos qui intendisint 
Yiver quale si siat sorte de ^ente, . 
Qoj adorànt a Christu Oouiipotente. 

V. 

Won istetit sa Sedia persiffhida 
De Pedru mai in sos passados annos^ 
Nen tantu conculcada et opprimida 
In flagellos , angustias , et afTannos , 
Quant' istetit durendelis sa vida 
In su guvernu ai custos duos tirannos , 
Qui desint morte prò ponner terrore 
D'^Eutechìu a Caju Sanctu successore. (6) 

VI. 

£t prò inezus usare de sas suas 
< Damnadas intenliohes^ Dìocletianu 
Divisit su imperiu in partes duas 
Cum su collega sou Maximianu : 
Divisu ^ cominzaint sas impias, cruas 
Manos ad ispargher samben christianu , 
S' unu ia Levante, et s'ateruàn Ponente 
Cum istratios de ferru^ etfogu adente. 

VII. 
.Parente istrictu fuit Dìocletianu 
De su nadu in Dalmatia , Dalmateu (7) 
Ca|u Sanctu Pontifice Christianu 
Humile Servu de Servos de Deu ; 
Su plus crudele perfidu inhumanu 
Non fit mai vistù Arabicu , o Judeu , 
Nen plus superbia Lucifer hapisìt 
Quando de Cbelu in tenebras ruisit. (8) 

VHL 
Su primu qui ^i fectit adorare 
In Terra send' alzadu Imperadore^ 
E| qui fectit su mundu attribulare, . 
Et posit tot' in, gherras et rumore ; 
Su qui fectit adflitos sempre istare 
Spa Fideles de Christu cum timore , 
Custu est de vile , et basciu naschimentu , 
Mas d' un' altu et sublime intendimentu. (9) 



GAV. TRIUMPH. m. 

IX. 

Subra sos octa curriant sos hwanta (10) 
Senza dughentoa ab Incarnatione , . 
Qui su muiìdu currìat fortuna tanta 
Segundu de sos plus sa opinione ; 
Quando s' islracca trabagliada et Sancta ' 
Barca^ tenzesit sa persecutìone 
Decima sa pius crud^^ , et pius notada 
Qu'- esseret in sas ateras istada.. (Il) 

X. 

Et prò eseguire quant' hant decretadu , 
Ispidint prò sos Regnos regidores , 
In Corsica et Siardigna estjìoniinadn 
Barbaru dai sos duos iinperadores ; 
Et cùm iiteras cuàdu admonestadu ^ 
Qui cum tormentos varios et dolpres 
De cuddos extirparet sa Christiana 
Gente ;, et sola regnare! sa pagana. 

XI. 

* Custu Barbaru futt dispossedidu (12) 
De su, reamen propriu , el discazzadu , ^ 
Dai sos Tiranuos duos ^ qui bant removidu 
Totu su mundu in giru , et inqliietadu : 
D' Africa prò sa Curia s' est partidu 
ìnue parizzos annps est istadu 
Cum supplicas tentende multu a ispissu 
D' essere in su reamen spu remissu. : 

XII. 

Mas non poti$it mai cust' Africana 
Revocare cum supplicas s' intenta 
De su tirannizadu impiu Romanu 
Imperiu , causa d' ogni perdimentu : 
A su fine li daii sa istricta manu (13) 
In ricompensa unu tractenimentu^ 
De Corsiga et Sardigna Presidente 
FactendeTu constare per patente. 

XIII. 
In uè li dant podere et forza tanta (14) 
Quanta est sa propria ipsoro , prò destruer 
Su vexillu de Christu , et fide sancta ; 
Et in sa falsa sua fagherlos ruerj (15) 
Gasi custa idolatra infida pianta 
Si partit prò tagliare , et samben suer 
De sos servos de Christu , sas perspnes 
Cum crudeles martirios et pa;$siones. 



m ÒRTOGR. PARTE SÉCOHDA 

XIV. 

Jompida so crudele , et inhomana 
Ad $' insula de Corsiga , jamadu 
Dai SOS antigos Portu Sergusand (1^ • 
In uè Bonifaciu hoe est ^ndadu : 
De cudd' havende sa poténtia in manu 
Isteiit bene vistu et carezzadu , (17) 
Et tensit ivi algunos dies corte 
Ord^dé ad sos christianos cruda morte. (18) 

XV. 

Dae Corsiga in Sardigna incontinente 
S' ischit sa nova , et de sos Turritanos 
S* iwbarcat grande numeru de gente, 

?'u' assora totu fuint meros pagaoos ; 
ro visitare ai custu Presidente 
Mandbidu da' s' Imperiu de Romaiios , 
Et ipsos prò mustraresi fideles 
Vassallos , ad sos hnpios et crudele!. 

XVI. 
A tie , li narrant , cum tantos honoces ' 
Mandadu , inoghe prò nos guvemare , 
Da' sos potentes duos Imperadores , 
Et s' idolatra Lege conservare; ' 
Peri sos bandos pienos de terrores (49) 
Tra noìs hamus intesu publicare 
Custas dies , et narrer ti querimus 
Su qui centrar de cuddos totu ischimus. 

XVII. 
Retirados si sunt in Monte AgeDu , (iM)) 
In prò' de sa Citad& Turritana 
Nostra ^ unu bezzu , et ateru pius bella 
Qui in cfaelu non adparet sa Diana ; 
Custos sunt veramente unu martella» 
Unu tarlu continu , una quartana » 
Qui marteliant et rodent tota via 
Contra s' ahtiga nostra Idolatria. 

XVIII. 
Su bezzu est .unu grande seductore. 
Et narrai a svi publicu qui erramus; 

gui solu Christu est su veni Segnerò 
t non pedraa, et linnas qui adoramus; (SI) 
Et qui su idolatrare est grand' errore» 
Et DOS perdimus gasi, et ingatmamus: 
Et cum s'^audacia sua, et s^ eloquentia 
Su populu li dat grat' audientia. 



GAV. TRIUMPH. i8» 

XIX. 
£c qu' intra de sas formas. qui teninitis 
Esser su Deus nostru, indemoDìadù 
8piritu si b'inserrat, et serVimùs (23) . 
A su. qui est .in infernu isondéinnadu . 
Et qui SOS tsacrificios qui offerìmus 
Nos duplìcant sa pena et su peecadu; (33) 
Et coaciudit in summa , qui su Christu 
Est veru^vivii Deu/et veni adquistu. 

XX. 

Et.usant una finta humilidade 
Una ^nd' abstinentia et orationes; 
Et cum custu ad se tirant sa Otade 
Ad sas publicas suas predicationes : . 
Cum totu quircant Cs^her' amistade , 
Et intro.dnghent'unas confessiones (24) - 
Secretasi qui subvertint certameiite 
Ad pagu ad pagu tota cudda gente. 

XXI. 

Sunt homines de stòffa et de manera, (25) 
Et mustrantsì in sas Uteras.versadós; . 
Et sunt prò tesser^ retes^^t minerà (26) 
Fagher, qu' intro restemus incapados; 
Si cum rigorosissima^ et severa 
Manu.prestu non sunt decapitados^ 
Intender dès custos eontradictores - ^. 

Fàghersi de su Regnu Imperiidores. ' / 

XXII. 
Mira qui su negotiu est importante^ 
Et non suffrit nessuna dilatione-. 
Qui podet esser corno in cust' instante 
Qui andemus totu in pera perditione; 
Qui cuddu Bezzu bi est cane latrante, (27) 

8ui cum finctos exemplos, etrajone 
satingegnu, ordinzu et subtil'arte, 
Qui nd' hàt tìradu ad ipse bona parte. 

XXIII. 
Non unfiat mai per subita tempesta 
De grossissimas abbas su currente 
Caudale riu, ne pius gì rat sa testa (28) 
A caldu estivu Lìbicu Serpente; ' . , 

Quanf in esser, ^a cosa manifesta 
Gunfiat, et .girat custu Presidente > 
Et cumandat qui siat adparìzzada 
Barca ^ p Frisata in totu ben' armada. 

40 



m ORTOGIL PARTE SECONDA 

xxiy. 

< Et qu' Mligli^t sa Tda ', o rt^tiiighend* 
Tìrent yersu de Turrea sa Citade ^ 
Et qni cusles malignos agaticaide 
Non lì useiìt àctH alffimu de ^iefade: 
Ma si esseret possil^il^ rasfo^eade <fi9) 
Lod tirarent cubi oimii erudéltade^ 
Ad €usto9 de sa Lege p^reiréores , 
Et de tàntes ingaimòs inrentores. 

XAVl 

Darelis ^uèrzo «xemplàr^ ^sH^ós 
Ai custos ÌBsolenles dideisirados , (99) 
Pro qui resimi sos Àteros amigos 
Ipsoro, cm Stt exeiii{te adtOHDiwstades ; 
A'i custos capitales iìiìBàiges^ 

Sui tantu male siint accosisisadòs. 
arende gaà , ispissu si mordiat ^ - 
Su didu m. bucea , et d' ira ^ aéc^bdiai (31) 

Ad SOS ventd» dànt vda , et ein^ ^ iftanu 
Faghent fwia ad su remu, et subhi i^^ùmas 
Vdfai versu su porta Tmtitanu 
Sa ba)?ca , nius qu' iti aertts Voìaut pluiìlils 
Arrivados lisbarcant i» su pianu , 
Prìncipìtt , qui su coro mi eònsuinds ^ ^ 
Et causa das qui fectani s' cjos tiòs \9S) 
Morte de Sanetos ires Matt)nre& tmos ! 

XXVII. 

Los agdtaut in logu in Uè sòllaùt 
Viver sempre in abstractu cuuitemplètlde 
Sa ineffabile. Attesa^ in uè sentiant 
Immensa gloria cum Deus cìuffiversende : 
Sa pena , su uiarljriu si querìant 
Fuer , iòs potint ^ mas ipsos lM*amende (83) 
Istant tu punctu ,- s' feotti , sa giomàda , 
Qui r esseret prò Chrisfu morte dada. 

xx\m. 

Execòtant ses crudos mafidam^tòs (34) 
De s' africana Serpe arvehenada > 
Et sàs matisas t)erveghés senz' isteiitos/ 
Et senza forza d* armasi nen d* ispada 
Ja sunt pres^ , ligados , |a sunt tento* " 
Et intro de s' ipsoroalina sagrada 
Sentint plus allegria , et^cumtentesd 
Qui non §a carré infirma sa tri^tesa. 



GAY. TRICMPB. Ui 

XXIX. 

Los ifllbarem»! eum finia > «t cnddos Saactos , 
Quale an^ne pòrtadirad sacriicia 
Canteod' isUmt soa fetaos et soa cantos 
De 8u develd Re^ diviiitt i^ehi; 
Non timeiit pena i morte ^ nòp ispantos 
A^piraidè idi eudd' altu benefieìu , 
in uè prò ubn mwtide aufinmentii 
Etema gloria > étemv est su euntmlu. (35) 



. Brdthu» sa ptirfectiasimu Oradore, (96) 
Et valente TUeologu, vìdc»idè . 
Januari Sànct' esser d' »nnos minore> 
Et d'q)se fd|j[ttiiu tantu dobitende^ 
Qui prò carissìa, o prò quaiqut tarrore 
Su barbaru laudaret isfoltenae, 
ìitt ^torjat in sa barea^ et dàt consiza 
Séndeli.bata, et mastru, et ipse fou {S^ 

XXXI. 

Naréndrii, ja vmiit &a s'iìoral 
Pro:ftgh^ de sa fide espérlmeiita^ 
Ja sa pedra de tocci»^ et purtidBra(98)^ 
De s'orò sa finesa de su iurgentu> - 
Pro Vìdor si e^- tof oro^ o dae fora 
Ad^til s«lu «a deauramentu^ (39) - 
Venìt cum ipsu adspersa^ et violentia, (4Q) 
Si fineaa Uni^et rèsist^tia. 

XXXII. 
Como ti s' bai adparrar, fini fteu , 
Sì bas come esse^ ,eoB^tante> -firmu et forte 
Ai ciidda varu trinù^ et unu Deu» 
Et sufferrctt* eum>gaudiu, et pena, ei morte; 
Non t' iapantet sa vi^ b^rr^dìi et feu 
De eusto i>àrbarisca^ -pro qui a sorte {H) 
IMdosa rbas à tenner a-suprire 
Per Gbristli ogni tndMigliu ogni lAartfarel 

XXXIII. 

Non pia^bere, e rìccbeda trapsitoria.» 
Qui solét ingannare ad sos ignaros. 
Qui t^ent cuddos.pro euntentu. et gloria > 
Quaies sunt sos carmilés^ et avaros 
Tingannet» nò; pia sigbi quiYÙstoria 
Ti s'adpari^zat de sos donos raros^ 
Qui mai nessiinu.si nd'est eoTonadu, * 
Si cito aBannos non V hat conquistadu. (42) 



443 ORTOGR. PARTE SECONDA 

XXXIV. 

S' itttrare ili campa el ponersi in'battaglia , 
Et posea ad su prìmu impétu fiiìre^ (43) 
Pro qui non sili rumpat- carré o maglia ^ 
Non podet 8a*vict(H>ia conseghire: 
Mas cuddu «qui s' est factu una muraglia^ 
Et non curat de colpos^ nen martire^ 
Cussu est veru sòldadu et drfensore 
^ Gelosu de sa fide et de s' honore. 

XXXV. 

; Pensa ju ciiddu., qui Bolu, a cumpliméntu 
Hapisit sas divinas peifectiones; 
De su quale.ogm sanctu movimenta 
Perfectas sunt ad nois instroctiones: 
Cussu in terrenu et basciu àllof^iamenta (44) 
Sentire querfit varias passiones/^ 
Totu prò nois; et tue pr'ips' in cusf bora 
Suffire cum patientiay morte smcora. 

XXXVI. 

Pro redimer ad nois s' est humanada > 
Et cum^ nms viver querfit cum istentós ; 
Pro querr^ tanf ad nois hat suportadu 
Infinltos dolores et tormentos ; <4d) * 
Sos pés / sas manos ;, su sanctu co^tadu 
L' abbersint , et sos saoros saitimentos 
Li penetraint ispinas veleno^às 
Prò fegher salmas nostras gloriosas. 

XXXVIL 

Et cuddu qu' in su còro , intro sa mente 
( Anca qm fuit in juvehìte etàde ) 
Tenìat dépinhi a s' altu Omnipotènte , 
De gratias fonte , et mare de boutade , (46) 
Pius firmù , pìus constante , et permanMlte^, 
Qui non sa rocca ad ventu , ad tempestade 
in sa fide istaiat senza' suspectu 
Sendè in Terra naschidu, in Chelu dectu. 

xxxviii. 

Sa purésa in -ispiritu devada ^ 
Sas intragnas de sanctu amore accesas ^ 
Et sa bénedict- anima volada 
In cuddas sempiternas contentesas ; 
Et quaF una persone addormenfada 
Qui hapet in somniu còsas meda intesas ^ 
Januariu s* iscbidat, et ad totu 
Respondit ^ qui preposit Sanctu Brothu. (47) 



GAV. TRIUMPft 443 

XXXIX. 

Nàrendeli , non dubites niente , 
Firma eolumna in Paradiisu nada , 
Qui tenzo s- alma indivisibiliAente 
In ne la tenes tue posta et fundada ; 
Sas lusin^as , ispantos , su tagliente 
Ferru aui istrazzent sa carré penada 
In me fagher dént cuddu movimentu ^ 
Qui fegheut ad s' iscogliu , s^ abba et ventu. 

XJ.. 

Confido tantu in cuddu qui infiindisit 
S'alma immortale in sa terrena veste ^ (49) 
Su qui per punì amore descendiait 
In terra , dai su Thronu altu celeste ; (49) 
Su qui su propriu samben isparghisit 
Pro liberare a mie de eterna peste , 
Qui mi det dare fortalésa ; ^ ischire 
De pàrrenm una manna o/gnì martire (50) 

XLI. 

00 morrer su sanctissimu desizu 
Per Christu in me crescher sì dét ogn' ora , 
Qui fua , mai non hapas conti vizu , (5i) 
Si mortes milli , o pius sentire ancora : 
Sa carré 4orret quale ad marna fizu -, 
Et s' anima in sos Ckelos gosadora : 
Narrende custu^ arrivant in su pòrtu 
Seragusann , montuosu et tortu. (52) 

XLII. 

Non tantu.prestu istetint arrìvados ^ (53) 
Qu* ad superbu adspectu , ad sa presentia 
De Barbaru , istetisint presentados , 
Et cuddos senz' acatù et reverentia , (54) 
Non de colore , o d' anìmù mudados , 
Isetant sa dimanda , et pertinentia , 
Qui contr' ipsos pretendet su Paganu 
Cum furia tanta , et còro aspru ; inhumanu. 

XLni. 

Et cum cara turbadà; et de ira accesos 
Oyos , los mirat narende , ite gente 
Sunt custos, qui vìdèndesi ja presòs 
Istant cum mmlu tantu inreverente 
A conspectu de quie morte , et illesos 
Los podet dare , et fagher de presente ? (55) 
De uè sunt? ad quie adorant? uè isperantia 
Teoent cum tanta firma cumfidantia ? ^ 



i44 ORTOGR. PARTE SECONDA 

XLIV. 

S' iscbira qtteres da uè descendìmus 
Respondent , ^' sos no^it» «iiit istadoà , 
Et nois; ad 4uie adoramus , €t servimus , 
Et Climi quie solu isUimus eonfidados ; 
De Torres sa metropoli «venìmus , 
Et m cudda-naschioos , 'e' alleiradps , (56) 
Et Qffi* isetu nostra , cora et mente 
JLu teoimus in Christu Omnipotente. 

XLV. 

Ne pttftses qui timore de tormenta 
Hapat fona (fe .fiighernos laiare 
Su camimi saBétissiaui , a' ìnlenlu 
Qu' eternamente in nois hat a durare : 
Ne perdas .tempus sxÀn unu momentu 
De quer^er su eontrariu immaginare 
Qu' est propriu batir' abba a sa marina / 
Et romper cum sa canim sa codina. (d7) 

XLVI. 

Mas tue qui su discursu has inveladu « 
Cunvertidi ad sa fide sancta , et vera , 
Si fin' ai corno bas sempre idolatradu 
In tenebcosas nues sanza lumera\ 
Piangbe su tempus prò te mal' aadadu , 
Innantìs de finire sa carperà 
De eusta breve Vida tota istentu , 
Qui da pustis non valet pentimentu. 

XLVII. 
Jiaxadi d- adorare sas figuras 
Maf[i€aj$ , èc sas' pedrasi incantadas , 
Qui te portant vivendo in sas iscuras 
Cayernas , de sas animas da^adas : 
Fue mescbinu tantas disventuras , 
Primu qui iìitcaora restent sepidtadas (68) 
Carres /qui tempus tàntu hant substentadu 
Un' incredulu coro , in fidu fiadu.- (59) 

xtvin. 

N<m piaquit sa risposta ad s' koslitutu (60) 
De sos Roinanos , tantu condecente ; 
Ne sas àrbores destnt cuddu fruetu 

. Qui pensadu s' haviat inlro sa mente: 
Su crudele et ti^annicii distructu 

.Designù , istetit de simile gente ; 
Gente qui ìstimapt eustu viver tanta 
Quple su surdu s'art^i^io cantu. (61) 



GAY. TRIUMPfl. m 

XLIJL 

V^tesu cad^u perfi^u qui hapisil; 
Do SOS martire» ipios sa conclusione 
€um rigore grandis^^u querSsit ' 
Qui Brotiiu esseret postu in sa presone ; , 
Et cum graves cadenas li chinrgisit j(62) 
Su tuju aplioadu ^ et sa parsone ,. 
in loffu qui su Sole ^ nen chiarurar 
Non bi at^tant totrada , qen fissura. (63) 

L. 

El ultr^ d^ sa tanta d>scuridade 
Bì fùH una pudentia ^ uoos fetores , (64) 
Et dae cudaa terrena tiumididade 
N^Qchiant unos pestiferos bumòres ; 
Et ad s' almu sacrariu de boutade 
Li parìant totu gesminos , et fiores 
Solu ^niiat .un' extrema dolentia 
Dai su cumpagniu son fagher'absentia. 

LI. 

CusV est sa pena sua mortai' et dura, 

S|ui humidù tenet s';ang^cu visu , (66) 
on sa cadena , o sa presone o^seura ^ 
Mas de Januari vlderse dì^n 
Li curret' ad su coro una paura 
De s'alma nada pianta in Paradisu, 
ui prò esser cudd'àn sa piiis yird' etade (66) 
on s^ tQrchat cum plus' écilidade. 

LPI. 

Ahjme? si Prothu vivet cum sa morte 
In logu tantu fetidu pbscuìridu , 
Ne su Juvene sanctu hai mezus sorte 
Cum sas carissias de su cane ìnfidu 1 (67) 
Antis li creschìt desigiu ptus forte 
De vidersi tractadu et abhorridu , \ . 
Qùal' est su mastru sou , et sa tardantià , 
Nova pen^ li dat , nova isperautia. . 

LHL 
. Mas cuddu quale fuii predestinadu 
Adsister sempre ad sa divina .ei>sentia 
Firmu , f<M*te , et constante in un' istadu 
Ad ogiù colpu faghet re^istentia ; 
Pregbende intro su coro acongoxadu (68) 
Ad sa suquna boutade., ad sa i^Jementia 
Qui l' ìnfundat virtude , ^t fortalesa , 
Qt4 vtoc^i ciHP $a }9ort^ s' alta ipcLpr^st. 



?. 



446 ORTOGR. PARTE SECONDA 

LIV. 

Yistu qui non carissias , nen timóre 
In cuistos tales feffhent movinienlu , ' • 
Yenit in tanta rabia , in tanta ardore , 
Qui tremét quasi quale foffia ad ventu; 
Da s' ira trasportadu : et oa furore , ' 
Non agata treposu, nen eontentu 
Tentat atera volta discantare (69 ) 
Sa firmissinia rocca posta in mare. 

LV. 

Et gasi ad. SOS ministros, et Porteris 
Cumandat qui de Brothu sa persone 
Cuin sos ateros portent presoneris, 
Pro ischire d* ipsos s' ultima iiitentione : 
Su qu' est hoe^ cras , et^su qui fiiit janleris , 
Qui non ìu mudant nò , ferru' o presone , 
Et hàt com'. esser sempre, et sempre in vana 
Quircat s^ intentu s<m custu Paganu. 

LVI. 

Ad narrerli cómtnzat, poyerittu ! 
Non istes pertiiìaée in tant' errore , 
Qp de poveru nudu ;|>resui adflietu 
Vider ti dés abbastadu Segnore; (70) 
Piantare depo totu per iscriptu (fi) 
Ad s' ateru , et ad $ unu Imperadore 
S' in sos idolos credes , tene certu (72) 
Qui haver dès plus de su qui t' hap' offertu. 

Non querzas cum istratìu, et cum tiirmentu 
Finire cnsta yida desi^ada. 
Muda su falsu erroneu pensamentu , 
In sa Lege da'nois tantu adpro&ada. 
Si dìscursu has prò pagu , o intendimentu ; 
Fagher non podes piu^ cosa accertada \ 
Non tij>erdas ti narro, fue sa morte 
Qu' est s' ultima de penassapius forte. 

LVni. 
Cum pius istizza , et cum pius disacattu 
' De sa prima risposta est sa ségunda ; 
Cum pius- isconzu narrer , et disfactu (73) 
Creschit in Brothu^de choléra s' unda i 
Narr^ndeli , oh tra nois veru retractù 
D' una furia infernale , cega imiilunda ! 
T' immàginas qui premiu o qui' timore 
Mi privènt' mai da' su divinu Amore. (74) 



GAV. TRIUMPH. W 

I.IX: 

N«à repliches nen tentes pius !su vadu 
^uì totu est pistar' abba in su moiU^ilu; (75) 
Qui quantu piu's dep' esser flagelladu , 
€aru et dulche dét esser su flagellu : 
Rtestet sa carré frìtta , et desòssadu 
Su corpus dai mortìferu martdlu , 
Qui dét esser iion morte dolorida , 
Antis giojosa , allégra , et nova vida« 

LX- 

De patientìa ogni ligame, et irann, (76) 
Intesa sa risposta risoluta , 
Ruiìipit s' aspide, colmu de yenenu, 
£l sa mentale machina destructà ;, 
D'lra« et de rabia a su solitu pieim 
De su designu ogn' isperantia ruta, 
Determìnat de dareli una morte 
Intesa non mai pius vista plus forfè 

LXI. 

Restat ad probe ad s' unda Turrìlana 
Un'insula deserta, aspra et buscosa; <77) 
Qui algun^s. voltas soffiat ti*amuiitana.. 
Qui la rendit plus aspera^ 6t nojosa> 
Gusta sa larga domo fìilt , et tafia > 
D' una razza de serpes vanenosa, 
Qu' in su tempus passadù in cudd' anUga 
Etade, fìiit de s- homine inimiga. 

LXIL 
Non solu serpes, mas lupo^ rabiosos, 
Dra^os, ursos i^rudeles., et leones 
Teniant totu sos passos timorosos 
Infectos ad «u samben de persones 
Subta sos eorcoYaidos, et annosos (78) 
QuercoS;,.^! nde vivìant à.miiliones; 
Et dae cue hapisìnt in Sardigna intrada 
Pr' esser ad s' bora pius dishabiladai. 

LXIIL 
Gustu est sn logu custu est su distérru 
Inue s'iniquti Juighe hat destiiìadn. 
Qui «a martire sanctu^ non de ferru 
Morgiat, mas À' animale» devoradu. 
Oh veru'iHirgatoriu, aiitis ioferru 
In custu nmndu fra nois figuradu ì 
Non dent haer forza, nò, venenu o dent# 
De/ nogher ad su puru, ad s' innocente. , 



I4S ORTQGR. PARTE SECONDA 

LXIV. 

Provìdet qui cum bàvdias vigUaptes 
" Lu porteiitv in su logu antigamente 
Cornicularia da'sos viandantes (79) 
Jamadu^ et s' Asinara uUimamente/ 
Et lu li^xent in mesu 6a^ bramantes (80) 
Feras^ qui lu devorent de presente^ 
Et ipsos prò qui restent totu iltosos 
Feetent sas bardiaà da' iogps atliesos, 

LXV. 

Lagaat cum doppias fìines et ca4enas 
Cuddu qui prò s' amore divinale, . 
A gu$tare tormentu, angustia, et penas 
Andat cuntentu , ad 9u fo^ mortale. (81) 
Su samben mi s- infrìttat m sas veoas. 
Si ti contemplo qum s' oju mentale t 
Qual' andas , quale viver dés inie (83) 
Solu, famidu , et cum morie ogni die.? 

LXVI. 
Jompidtt in su disterru , et isbarcadu , 
Postas sas bardìaà da bue ^ est partidu ^ 
Torrat su lestu Brìgant^m armadu » 
Et restat Brotbu in s' affannadu lidu. 
Passada non mes' bora , qu' est intradu , 
Sentit attesu un' urìu, unu bramidu> 

?ui com' bdér postu ad sos montes terrore , 
t intro de s' inferni anxia , et tifoore. 

LXVII. 
Oh I quantos pensameli os varìos , quantos 
Li passant in -^a mente , et isbizadu (83) 
Lu tenent de continu cum ispantos 
D' esser d' in bora in h<»*a devoradu \ 
Li faghent su matessi ater' et tantos 
Penseris , àgaf endesi priyadu 
De ogni substentamentu corporale , 
Et gasi ruet de un' in ateru male. (84) 

Lxvin. 

Morrer si sentit de su fiiméù pura , 
Et procurat quìrcare nudrimentu. 
Ahi ! casu tropp' istranzu! ahi ! casu duru , 
Qui faghes in sas pedras sentimentu! 
Non vivet sol' un' bora mai segura/ 
Et tenet solu per mantenimentu 
De sa misera vida aspra , et meschina 
Lestincii , murta cum joga marina , (86) 



GAY, TRIUMPa 149 

LXIX. 
De misarkis ì»Ì8Ìèrla uHim^ filtrami ! 
Adflictù , abbaiHl<madtt • jel iseonfìisu. • 
SqIu da' s' adiuioriu aitu , suprema « (86) 
Votala filu l(^quiaiu in sa 6isii; - 
Nascbidoa^ aiùoiales d'alga et femn 
Tenetites solu.su naturar usa , 
Su cibu ipsoro ten^t eumpetenle ; 
Et tue privu d' ipae servu pnuieate? (B7) 

LXX, 

In mmi de duas mcMrtes , faghes vìda ; 
Si Vida proprìameuie est istimad^ ,- 
Òa* s' una cum timores eambattida^ 
Da' s' atéra da £imen extenu^^ : 
Anim|^ in nùUi partes repartida , 
Et in ciaseaina d' ipsas tormentada , 
Mudare dès custu mortale istenta , > 
In gloria etema , in summu altu c<»itenta! 

LXXL 

Cira9 in custa^ miseria ttntti forte 
Cominsat cum sos okis laerimosos ; 
Seguore dis. sos Cbefos Tsl. sa morte , 
Et custos. passo$ tantu dolorosos , 
Que^nes ;, qui senta , <et qtieres , qui snj^orle , 
Et simt ad tie aceeptos , et gratiosos , 
Daminde pius , qui los pota sufferrer , 
Et fecta si su Uhi ^ non su ii^eu querrer. (SS) 

LXXIL 

Prostrados sos benujds, et in Chdn 
Àlzat sa vista ^ et junctas ambas manos^ 
Per cnddu sitibundu, ardente zelu 
Qui bapistis in «alVare ^s humanós. 
Ti pr^o^ salva custu humidu vela <89) 
Da| eustos aninìales tanta istranos; 
Et qui de cuddos restent iiberadas 
S' in$u)as duas 9 et d' ipsas sas contradas; (90) 

LXXIIL 
P^nef rat sas orijas divkiales 
Sa supplica da' piuK^iu coro essida, (91) 
Et suDìtu remediu adtantos inales 
Vepil, da sa Prudentìa alta iofinida: ^ 
Et rpstant cuddos brutos animales 
iti pagas dies totu privos de Vida: 
Et de s' bòra mai pios feva maligna 
S'est vista in a' Asinara^ ne in Sardignau 



4i6 ORTOGR. PARTE SECONDA 

LXXIV. 

Oh! sola incompréhensibHe sientia 
Manu in suceurrer mai abbreviada; (92) 
Usas .pietade sempre, usas clementia . 
Ad s'anima qui in te s'esbappoggìada; 
i6ola cum sa divina tua potentia 
Miraeulosàmente est liberada . ' 
De su servu fidele sa persone 
Da' s' ursu» da' su Dragu, et da' leone ! 

LXXV. 

Et mentres Brothu in varìos modos perita 
Barbara^ prò inquietare sos Christianos, 
Da Corsiga in Sardigna si transferit^ 
Disbarcat in sos muros Turritanos. 
Cust' est sa occasione qui si offerii^ 
A totu discredentes de sos vanos 
Idolos^ et mustrare qui sa morte \ 
Sttfferrerla prò Ghristu est vida, et sorte. (93) 

LXXVI. 

Setida Turres probe ad sa Marina^ 
In cussu tempus fuit in al tu alzada. 
Sa ricca et pobulosa, qui in ruina (94) 
Qtade andai t, corno dishabitada; 
Sa qui fuit de sas ateras regina, (9i) 
Per ghèiras corno in piuere torrada , 
Qui appenas, naro, sos modemos figios 
^at»it in te pedras, nen vestìgios; (96) 

LXXVII. 

Una sumptuosainie fabriea fetit 
Intro de sa citade su Africanu ^ 
In uè mult' annos vissit , et istctit. 
Regnante ^ crudele Diocletisinu: 
Et si tantos, et tantos la disfetit ^ 
Gìros d' annos, et lustros in su pìanu, 
Restat memoria ancora ivi prostrada 
De Barbarv su Re dòmo jamada. (97) 

Lxxyiii. 

Cura ipseportat per terra et per mare 
Pensando , qui cum fagherli carissias 
Su jùvenu devotu Januare 
Cunsentat ad sas tantas suas malitias ; 
Tentat de faghei* su piumbu volare^ 
Et in eontraoios cnrsos amicitias ^ 
Et de fagher sa nocte.clarn die. 
Su sole frittu , et calda esser sa nìe. (98) 



GAY. TRIUMPH. «1 

LXXJX. 

Algunas dies reposeiìd' est istadu ^ 
In Turres sa cìtade , senza intender 
In cosa aleuna ^ et pdsca hat cumandadu 
Qui andet ad s' Asinara a Brotbu jNrendw; 
d ateru tenet adstricf et lìgadu ^ 
Forti cum custu lu dét poder render (99) 
Devotu ad su daionadu ^ et crudu intentu , 
Mas tot' ispargher est in s' aria venta. 

LXXX. 

Si sedit unu die prò tribunale^ (iOO) 
Et i^cudit inie tota sa gente 
Plebea , eitadina , et principale^ - ^ 
Pro visitare ai custu Presidente : 
Nptoriu bi èst^ qui s'altu imperiale 
Coasizu , narat , tantu preminente , 
In Corsiga et inoghe m' hat mandadu , 
Quale una foi^ma d' ipse^ unu trasladu. (lOi) 

Lxxxt; 

Pro qui rigidamente castigados 
Restent sos qui non dent sempre adorare 
Sos idolos da nois reverentiadòs; 
Et sa Christiana L^e abbandonare : 
Ma fin' ai corno fimus occupados 
In ateru nqgotiu de trattare 
De piué importu , et plus necessitade 
Pertin^^e ad sa Regia maje^tade. 

LXXXIL 

Pro tale causa faghar non podimus 
Justitìa de sos pagos Chris tianos, 
Qu' in presones de Corsiga tenimus 
Kebellòs ad s' imperiu de Romanos : 
Mas corno cumandamus , et querimus 
Qui totu citadinos , et villanos (402) 
Cum diligentia.^os tales quirquedas , 
Et deiiantìs de nois los presentedas. (lOS) 

Lxxxm. 

Brothu torradu fuit da' s' Asinara , 
Et postu de presente in un' obscura 
Presone « ih uè bi fuit sa effigie cara 
In Terra ultimu extre^u de, natura ; (104) 
Sa Vida isconsoladà trist' amara 
Si li convertit piena de dulzura , 
Quando videt inie su fizu amadu 
Discipulu s et cumpagnu de3ÌzadiL 



IfiSr ORTOGR. PARTE SECONDA 

LXXXJV, 
Sas feat»y sos affanncs, so» toiHientos^ 
In \ìder. de lànaftrì sa eoi»laalìa. 
Si ¥ollaiKl in piaglieres, €ft contento» 
'Rìpieiios tòtu lii sa Vitina amantiit : 
Boa la cuntetit pius sos peiUsatiieiitè» 
TiÉìonMa^ qui feetet inai mudantió^ 
Tir» qm ki su c^oro inserta li est virtude 
K%iam^ tt bm' exposta in juvcntnde. (I05J 

LXXXV. 

Sos niuiiStMis los portant tof nnipare 
Fresos oun grande ìiumeru de gente. 
Festoso» andaui Brothu et Jamiare 
Allegro» seÉEipre c«m cara rìdente: 
De su toga, desarìes , terra et mare (106) 
HoD rhant madadu^ e noghida niente; 
Ma su TÌsu plus bianco, et pius polldu 
De Brotho mifitl^at pienu el colorìdu. 

LXXXVl. 

Réstat Batbiira'in vìdérhi ispantadn, 
Fiemi de maravigflia intro su coro; . 
Qui n*otha in isos affiiiiìies^ siat torradu, 
Quar m so fogu torfat su fin' oro^ 
De cinere In éolcnre s' est nradada 
Su yisu de cust' impiui et crùdu moro (107) 
D* annìini , et de fiislìdiu, qui selitiat 
Vider a BrotbOi qui morta fàgliiat . 

LXXXVIL 

De s'atpra, et ^ s-uto liÉpéradore 
Como, ti n»rat, dès cotìio imparare 
Conno^ere sa fcn^y et su valore. 
Et CODI stiatios tuos F bàs a proare^ 
lloD ti corno esser tiÉesos, cusf errore 
Lassarla da' parte, et ciuitentare 
In querrer > so roandatui et voluntade 
De %' mperiosa invieta diajestade ? 

Lxxxvni. 

Si costa Ib^bes connoscher des darà , 
Qui t'acGoQsizo su vero eaminu; - < 
Tentu des esser da' me su plus cara, 
Qai siat in costa Regni) o in su vigbino, 
Reputàdu des ^ser su plus raro 
Inter sos sacerdoies de centina , 
Sacrìficbende ad sas nostras figuras 
Factas com tanta costa, et tantas curas. 



GAY. TRIUHPH. fSS 

Mi pewl» maral Brothu> fellamente 
Qtf) reste» tantn fèrie domìaadu. 
Qui i* hapat s' iiaileìléeta » i^ro et mente 
S fepiritu infernale sabjectadui - 
Et qui una pedrSi oteada unu Aiente (40B) 
Da te sia! rer^du, et adoradu 
Connoschedi mesehiHu, et ereim à npe (109) 
Lassa sa noeta ohseijdrai et Jeli sa die (410) 

XC 
Serrali désèìi coro cu^ iiltHi^ , 
Qui tenet su Demoniu ja preseripta ^ 
Anima de su totu incaminacb 
A titer , cum demonios sanpre adflicta ; (111) 
Sa le^ errante falsa immaginaìda 
Da diabolicas manos tota iscllpta « 
Abbandonala , et sighi oomo cuddà > 
De quie fectit su totu senza nt^da. (113) 

XCL 
Adora eustti Iriiiu ^ et unii Dea . 
Qui feotìt Chelu , Terra ^ et marOf et bentos, (US) 
Et desit luflhe et foinat ad totu arreQ 
Ad sole i m luna , ad altos.Firmamentos , (114) 
Tprret su coro toUji.qoale est su ineu« (115) 
Yrvifiea sos moirtos sentiin^toa 
Non querzas esser , nò perfidu > ingr^tu 
Ad qui s' esser t' hat <iadu > adi qui t' bat lactu. (116) 

xcn. 

&' tsaictk fini in Terra nos mandali 
Homìn' et Deu, et qual' homine bapisit (117) 
Per causa nostra morte , et oonculcait 
S' infemu , et sos abissoe abberisit (118) ^ 
Sas determinadas ìtì almas salvaìt, 
^t sas de inoghe queret , et quer&lt (119) 
Qui otiantas vdtas c<muiiittent.peccadu, 
Dc^iau , et piantu , lis siat.perdonadu. (120) 

XCIIl. 
In ventre de Marift^ Virgine et pura 
Su Verbu Divinale s' ineame^iit. (131) 
Oh \ dieiosa sa culpa , et sa ventura , (132) 

S»ui bumana carne, sii Divinu presit ! 
aschidu pesca ad sa dolente ìsct^ra 
Yiuda su mortu fizu li torresit^ (133) 
Su toppu andat derectu> et cuddu nadu 
Cegu , restat de totu muminadu. (134) 



164 ORTOGR. PARTE SECOKDA 

Su ^aatrkkiami corpus puzzolente 
Ad sas anxjiosas sorres torrat viva/ (125) 
Et caddu Paralìticu dolente . 
Trint' annos ^ de ogni male reslat privu ; (làS^ 
Bor , gì custn tractadu aHu , evidente 
Non ti torrat de s' idolos i^hìvti ^ (iS7) 
Narrer- depe qaì ses de pedra dora ,■ 
£t qui d' boDune sc4u has sa figura. 

xcv 

In SOS. Qielós si alzaie visibilmente 
Sa causa de sas causas , su motore 
De s' Universtt totu , prìmu agente , 
Costa Diviiiu nostru Imperadore ; (iS^ 
Custu del benner , custu certamente 
S' horribite giornata de tremwe^ 
Ad SOS bonos prò dare etertià vìda. 
Et morte ad sos damnados infinidai - 

XCVI. 

Mentres qui tempus has ^ I&ssadi tristo 
Sa caminu qui faghes tanfu erradu , 
Pedi misericordia a Jesu Christu ; 
De coro pianghe su teinpus passadu : 
€um rejoiies eoonoschidu has , et vistu , 
Qui ses perdidu> et vives ingannadù, 
Istatuas adorende de latones ^ 
Per dìabolieas foetas inventiones. (129) 

XCVIL 

Custos stmt fst&ios ,. sos qui ad se tirait 
S' Ispiritu Divinu po<terosu , 
Et a ciascima'd'ipsos inspirai t - 
De feghersi perfectn rdigiosu ; 
S' unu et s' atem in Roma sì passait^ 
Et cuddu Sacramentu gloriosu 
Leàint , qu' est prima porta , et fdndamenlu 
. D^ogn'ater cel^adu Sacramentu. (190) 

XCVUl. 
Da su Sanctu Pontifico ordìnados 
Caju , pesca istesint tot' umpare 
Brothu de missa havende «os sagrados 
Presos , et d' Evangelia Januare ; 
Sende in Turres dae Roma ja torrados^, 
Comìnzaint eum fervore ad preigare 
Sas sept' usende miserìcordiosas 
Operas $anctas , ad Deus gratiosas. 



«AV.TRIUMPtt aSB 

XCIX, 
Et cum sa vida ipsorp , et dooumeiltot 
Terissìmos ,. et firmos trayaj^iauit 
A dare, lughe ad sos intendimaitog » 
Qui tempus tantu in tenebras andaint; 
Per doctrina de custos ìnstrumentos 
Sas divinales leges si allargaint (IBi) 
In s' Insula , et destructos sos errores 
Da custos Sanctos Sardos PreigadoreSi 

Qual' hoinine qui mancat d^ rispostas 

Sui subitu si accendit in foriere ^ 
on podende accudire a sas propostas^* 
Ponende totu In grìdos et rumore ; 
Gasi de Brothu ad sas rajones postas 
Faghet Barbaru inlquu ^ et trattore ; 
Et cùmandat cum cholera^ et aanuzu, (4SD 
Qui lu betent da inie cum calch' et puniu. 

CI. 

Et cum cara pìaghente ^ et amorosa 
Si voltat ad su juvene Januare; 
Et cum boffhe submìssa , et tremulesa , 
Adprobe siiu faghet accostare» 
Et fingit d' haver s' anima pietosa , 
Porsi podèrlu , forsi ad se tirare , 
I?arendeli , mi dolzo ist^agnamente (183) 
De iactos tuos de puru coro , et menle. 

Qui querzas in sa mezus terachìa (134) 
Perder sa vida prò seghire errores; 
Fizu y in amore de s* anima mìa^ 
Fue sa morte « et de ipsa sos dolore» j 
Ti promitto si mudas phantasia 
In lagher sacrificios, et honores 
Ad sos idolos nostros, favoridu 
Plus de te in corte non dét esser vidu. 

CIII. 
S' in custu m' has piagher, quantu iscfaire (48S) 
Dimandare mi dés^ sempre atorgadu 
T'hat com' esser, et fagherti servire. 
Et viver in sa corte regaladu. 
Non querfas dilatare ad consentire 
€ustu, qui ateras boltas t' hapo nadu. 
Non ponzas mente no, bellu teracu 
A' cussu iscarveddadu ai cussu macu. (186) 

11 



1 



4M ORTO&R. PARTE SEtONDA 

Si ateranne^te fògfies, qai una Morte 

Vituperosa, «e cSm p^us tormentu 

Fùt vi^ta inai in Isa Romana Corte 

De etisia; prò sa quale un' brdknentti (i37) 

Ti &cto d' unu «stame A erudu, et f(H*te, 

Pro ^Sanare sos ossos cum ^ù fiadu 

CuÉi eomìà, Beezu tou cumpagna amàda/ 

CV. 
là lantòs pezzos mi podes partire 
Quantu bat su mare arena; arbot*es, fo^a;Sj 
Qui tn^ii in eternu depo accon^ntiré 
Ad sas damhadas tuas perfidas bofòs; 
Straieialas quantu queres cum martire 
Custàs 'de Terra faclas mias ispozas^ 
• Qui quantn pius det esser ìsu tormentu , 
Tàtttu pius grand' expecto su cuntenitt. 

evi. 

Nmi ti t)rab&fflies pius.òum argumenloi 
Sophisticos et talsos de pi^etender/ 
Qui tam daraai penas, et istentos 
In diabolicas formas depa intender^ 
Pro qm su fine meu sos pensameiitos 
Sunt s'alma dare a quie That httà, et render ^ 
Et fruire de gloria sempre inie , 
In ^é sempre est chiarura, sempre est idie. (138) 

CVII. 
Iton si aìzat tantu bravli nuda mak*ina 
Quando ispinta est da boi*ea, et aquilone, (139) 
Qui terra t bassa ogni montagna aitine ^ 
Ouantu custu Megera^ et Tisiphòue: (110) 
vistu qui in modu aìgunij pius rapina 
De custos ne eum fieros, nen rajone (141) 
Podet fagher, cominzat a pensare 
D' ite moévL los podet tormentare. 

€vm. 

Ginnandat qui loìs lighent strictameritt 
Cum rudes funes , cum fwteè cadenas.. 
Qui non tìs reslet ossa renitènte , (142) 
Qui non si rumpat prò sobranas pfenas 
Da' su talone ad sa pius eminente (148) 
■ Parte , de samben pioent totu sas véhas. 
^Stratiat sas carres sacrais su Bòccin'à (144) 
Cum aculaéos pectenes de lina. (145) 



GAY. TRTDMM. ^^ »f 

CIX. 

Gasi pio^dea samben /et iigadctt- 
Peri sa terra los fetit passare 
Et subra cùddos meoìBros teflCBiactes 
Li fesit senza contu azzottas dare : 
De 888 abbertts carres sos segados 
Ossos , et nervios si podlaat conlare ; 
Jsfdctas cuddas «unctas euinposturas y (416) 
Et de samben cobertas sas ^ul«s. 

ex. 

' Los tormenlat ogn' bora ogni momèhtu ; 
Porsi prò su g^randissimu dolore ^ 
Mudarent cuada eternu pensamento , 

Sui in Christu tenent veni Redeinptt)rei 
as , <)uantu pius lis duplicat toMmentu 
Taatu pius dr^schit su divinu amore ; 
Ad talea qui sa frusta , et sa tortura , 
tVespectu ad taBtu amol*« , V est dulcura.' 

CXI. 
Proro^^t SOS martirios comìnEadoi 
Ad pius comodu tempuè de passione ; 
£i cainandat-qut siant disatrottadoa , 
Postes cun grigltos intro sa presone » (447) 
Et pt*o qui stent seguros , et oardadas , 
De Gaviiiu Savelli ^ persone , 
Cavalieri antigbissimu Biomaii^ 
Jamat cum b^he , et sigtiat cam sa matìu. (i48) 

cxn. 

Et li nàrat , t' ìntrego custos presoa 
Finissintos ribaldos > seductores ^ 
Dà' éos qoales sos idolos offesoé 
Restant cahi tantu x)bbrobriu , et disfaonore » 
In esser dimandados mi siant resbs , 

Sai pensò ; cum sos colpos venìdbres , 
«dai^e Ms dent fagher phantasfa 
Su grave aspra martìriu , et presonka. 

cxin. 

Pagavm , (^'ale BarS4ru Gavinu (44d) 
Fuit ad s' bora , et cum ips' ìstaiat ; 
Et portendèlos presès in camìnu 
Unu Salmu cantare lis sentiat ^ 
Impk)^nde s' aaxiliu altu divinu , 
Qui su coro et intragnas li ntòviat 
De piBl*à teneresa 6t de pietade, 
De viderles iisara erud^tade. . 



Ifit ORTOGR. PARTE SECONDA 

CXIV. 
Attenfas sas orìjas ad su canta 
Deiectabile , dolche , et amorosu , 
Pienu Gaviiìu de Ispiritu Saactu 
Torrat cum ìpsos misericwdìosu , 
Et cum voghe tremante , mixta in pianta 
Cominzat , quaF un' homìne anxìosu 
De ì$chire intenta causas , «t rajones , 
Proite.suffrint martìrios^ et passiones. 

cxv. 

Et lìs rìarat,.qui est casta Redemptore 
Vostra qui tant' amades , et priteu 
Suffirides tant' ìstratiu , et dishonore ? 
Ite bos hat a fagher cussu Deu ? 
Certa est sa pena , certu est su dolore , 
Qui vos consumat ^ quale ad foga seu. 
Sa premìu , it' hat com' essw , si &iides (450) 
Sa Vida , qui prò Deus tant' abhorrides ? 

CXVI. 
S! ischire queres , cavaglìeri hondrada (151) 
De costa nostra Christu s' alta essentia , 
Non qu' est nessunu in custu manda nada , 
Qu' explichet su esser sou cum sa potentia , (153) 
Custu sor est 3 qui ad totu nos hat dadu 
Anima et corpus senza differentia , (153) 
Su corpus transitoria , s' alma eterna , 
Et quanta videt custa vista e&terna, 

CXVII. 
Cast* est , su qui dat esser ad sas cosas , 
Et ponit ad sas abbas , et a ventos 
Termen , et sas isteUas luminosas ; (164) 
Et girat SOS celestes movìmentos ; 
Cast' est qui faghet s' almas gloriosas 
In »' ultiiùos imperios , apposentos (156) 
Dae nantis de s' hpirtu , Babu et Fizu 
In uè ademplid' est querrer ^ et desizu. 

CXVIII. 
Quar est de castu Christu inamoradu (156) 
Cum vpse est un' ispirtu , una boutade 
Et si su corpus morit tòrmentadu , 
Est prò gosare vida , et veridade: 
Oh venturosa s' alma , o riccu istada 
De tanta gloria in cudda etemidade 
Uè SOS Anghelos istant abovados (157) 
De gloria pienos , et non mai satiados i 



GAY. TRIUMPH. m 

CMJL 

Cust' est su premiu , cusf est sa trìuliphosa (458) 
Palma adquistada per custu eaimou , 
In uè caminat custa nostra ansiosa 
Alma ^ pr* Qbtenner thesoro divinu. 
Non ponzas cussa perla pretiosa 
In fo^u eternu^ o miseru Gavìnu 1 
Crè nrmamente in Deus , qu' has témpus corno 
De fagherti in su Chelu eterna domo. (159) 

cxx. 

Non tantu prestu in viva fiamma ardente 
Si accendit sulfanellu, et dat lugore^ (466) 
(^uantu prestu Gavinu de repente 
Si accendit totu de divinu amore 
Et de sa obscura carcere, patente 
Faghet sa porta cust' altu ainadore^ . 
Et lis dat su caminu, et libertade 
Totu pienu d' ispirtu et sanctidside. 

CXXI. 

E^ lis narat, pregade Sancto^ mios, 
Cum Ypffhe humile,-et bascia, achrìstianàda, 
(Factenaelis sos ojos qùales rios 
Considerende sa vida passada). 
Qui conservet in me penseris pios. 
Et custa fide in s' anima incastada (164) ; 
Indelebile fectet s' Altu Deu 
In sas intragnas mias in su cor meu. 

CXXII. 
Innantis de partire da' presone 
Gum sa materia, et forma requerida (46S) 
Renovat de Gavinu sa persone 
Mediante custos Sanctos convertida 
Senza sa quale sancta introductione 
Non si podet andare a eterna vida; 
Et gasi est factu fizu in su Baptismu 
De cuddu de judicios largu abismu. (163) 

CXXIII. 
Et resfat su caracter imprimidu 
In s'anima cunversa, quale intagliu 
De fine nughe postu, et resarciau, 
Contextu cum grandissimu trabagUu: 
S' anima cupi su corpus tot' unidu 
Los consacrat a' custu altu Admìragliu (i64) 
De custu mare undosu, et turbulentu 
In uè non qu' hat un' bora d^ cuntentiu. 



IM ORTOGR. PARTE SECONDA 

CXXIV. 
Ohi generèsu Ga\aglieri antiga, 
IV in amare has faetu, ite n^ndantia! (US) 
Qual' est i&tadu cussu veru aimgtt , 
Qui rupidu hai su velu de ìgnorantia? 
Oh! eteriìu amparu, oh! discansadu abngu (166) 
Qui ti pM>mittit sa divina amantia? 
' m eonquista ricehtssima de gloria 
Qui piango, el goso de sa tua' H>einoPÌi^ 

cxxv. 

©hi sanota oonversione, e coro accesu 
^^^ divinales fiammas, el amores. 
Qui has illustradu, et raitti gtoHas resu 
Ad totu de sa domo venidores! (467) 
De custu cippu floridu est dìseesu 
Unu ramu sanctissimu in eoleres 
De purpùra yestidu, et de mopelhi, 
A qui «&votu tantu V est Roseilu. (46S) 

cxxvr. 

lAÉ/jMt ìi tempos nostros sa Savella , 
Mttstrissìma domo , antiga , et darà ^ 
Plus qui non lughet matutina istella , 
Ad SOS YÌandantes de Septembre eara ; 
Rectore de sa Sanata Navicala , 
( Si non est morte de su telu avara ) 
Vider ti demus Prineipe , et Sacrarfu 
De Otaristu , el de Gregoriu Yiearìn. (469) 

CXXVII. 

Alibertades Rrolhu et Januare (ITO) 
'Si Qce«)tant in sos plus logos secreto». 
Qui potint: el cominzant a pregare, 
Cum laèrimas , qui bagnant visa et pectos , 
Ad s* AUissimu Deus , lis querzat dare 
Forza tanta , qui in ipsos sos effectos , 
lui setent , fogher timore de morte 

m bakant mai, mas los mantenzat forte. 

CXXVIII. 
Et a Gavinu ja factu Christianu , 
ui no6 iiat de termentos liberadu , 
Tpn timende de Barbara Paganu (171) 
Essor in milli pezzos deeògliadu, 
De sa dem^tia tua , da' eussa manu 
Dipana restet semper preservadu 
De sa furia de euddu, et permanente 
I» sa 4lde lu feetas pius ardente. 



Qu 
Kei 

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OD 



GAY. TRiUMPH. ^ 

&' atoi^ die posca^ a' cuddsi g«at<i :. 
In pubblica àudientlà su ìoa^n^n^ ,/ , - 
Qu* li portent sosllups ineoatin^nte (17^ 
^umaxidat su iniquissimu P^^ganu 
Quìrcant cuddos miiìistrQs de g^e^^to 
A Gavuìu sanctìssimu Christìaau ^ 
Et tantu chitó fuìt , tantu a boa" hqr^ 
Qu' in su lectu Gavìnu fuit anc^^r^. 

cxxx. 

Ip s' aposientu in uè stare soli^t^ 
Su manzanu a^atendesi dormidu / 
Venner gente mfinits^ li parìat , 
Qui cobriant montes , pìanos , mare et lidu « 
In cusf instante intro de s^ sentiat. 
pBa voghe narende ; ja est compli^i^ 
Su termen disìzadu, veni fora. 
Qui rosegiat in Chetu s' alma aMrQF9* 

cxxxi. 

Istende in custu , unu gFsinde pui9ji)r» 
Sentisit ad sa porta , et sublev^du 
Resposit. Qual' est cussu inqui^ta^or^ (4i!3) 
Q^i tota, su vighìnu hat ischidadu ? 
Li narat cudda gente ; su Segoore , 
Qvyi torres sa incùmenda, qui t! b^t dpdn, 
Nos mandat , et isetat. in Palatu 
Qu' est mes ' bora su die ja gasi foctu. 

CXXXII. 

Et subitu qui custa voghe intendit 
De 80S Mìnistros da' su Re mandados , 
Qui ateru da! Gavinu non pretendit 
Si non S03 presoS;, qui li siant torradoft. 
In vestiresi prestu solu attendit. 
Et cym passos pius largo§ et chitados (174) 
Lis i^arat, prestu andemus ad s^ festa 
De su triuuphu raeu> vennida presta. (I7d) 

CXXXIII. 

De eustos , fidelissimu adjudante 
Querz' esser in sa publiea Audientia, 
dum cara allegra , et totu in^e go&ante ,. 
De Barbaru cumparìt ia presentia : 
In viderlu Luciferu arrogante , 
Privu d^ ogni pietade , et de patientia 
Li narat. In uè sunt sos Christianos 
Qui t' integrai 4 et desi in sas tuas manpf ? 



uà ORTOGR. PARTE SECONDA 

CXXXIV. 
Piite eussos rebèllos no' has portadu 
Perpetaos inimìgos revoliosos , 
Qtii 8' imperili nomanu hant dispretiada 
Cum tanta astutià , et modos ingannosos ? 
Si da' custós ministros avvisadu 
Fasti , i>rite lis das tantos reposos ? 
Partidi incontinente da' sa domo » 
Et p<Mrtaios ligados corno corno. 

cxxxv. 

Riet Gavina , et cum faeddos pianos , 
Si firmat , et insistit cum rajones 
Ifarendeli , si custos Chrìstianos 
Devotos et sanctissimas persones 
Abhorsint cussos vasos tuos prq[)hanos, (176) 
Non meritant però tantas passiones , (177) 
Pro qui querent amare , et obedire 
A Cnristu sola, dignu de servire. 

CXXXVI. 

Cast' est s' Omnipotente , s' infinita 
Sonore da' Segnores adoradu , 
Cusf est su qui fuisit in Egyptù 
Da' su perfidu Herodes tanta odiadu , (17$) 
Cast' est su qui fectisit sempre adflìctu 
Su de Hierusalem pobulu amadu ; (179) 
Cast' est s^ ispirtu , qu' est ind' ogni Ioga , 
Et accendit s almas de Divina foga. (180) 

cxxxvn. 

Per virtude de custu si rumpisit 
Cum sa vara mosayca pedra dura, (181) 
Et abba limpidissima bessisit, 
Iscaturende per ogni abbertura. 
Per virtude de custu dividisìt 
Moisé su mare rubru^ et cum segura 
Passait gentes de caddos, et pedones 
Infinitos migliares^ et legiones. (182) 

CXXXVIII. 
Custu da's'altos Chelos fulminait 
Unu fuiffure accesu tantu ardente. 
Qui su Re Balthasar tota abbrusait 
Publicù peccadore discredente. (183) 
Custu est su qui sas mensas adparaii 
Pienas de manna ad s' aifamada gente 
In s' aridu desertu Israelìtu 
Segundu eostat per antigu i^criptu. (184)' 



GAV. TRIUMPH. MS 

CXXXIX. 

Cusf est qui prò sàs eulpas infinitas 
Submersit ki totale perditione 
Sa vitio^a Gomorra, et Sodomitas, 
Nefiinda plus d' ocn' atera natione. (185) 
Cust' est qui perdonait a Niuivifas 
Pro qui hapisint perfecfa contritione 
Innantis de succeder sa minata 
Da' s' Altissimu Deus a' cuddos facta. (186) 

CXL. 
Josue de Deus amign, et servu fida 
Per virtude de Deus fetit firmare 
A mesu die in mesu de su lidu 
Su cursu repentinu altu solare. (487) 
Et s' inlmigu Panlu convertidu 
Raptu in SOS Cheìos lu fetit volare. 
In uè plenu d' ardore, et sanctidade 
Connoschesit sa etema veridade. (488) 

CXLI. 

Non m'hat corno bastare un'annu interu,' (489) 
Si t' andare contende maravizas 
De custu eternu Oeu vivu^ et verit, 

?tii nos salvait de sas undas Estigìas. (490) 
i reputo pius crudu , et plus seveni 
De cuddu qui sas proprias nadas fìzàs 
DegoUaret prò dareli caniinu 
De salude a su eegu , a su meschinii. (494) 

CXLU. 
De custu est.infiammada s'alma mia (493) 
Et querz* esser, et so bonu christianu, 
Pentidu de su errore, qui tenia. 
Quando fui, quale ses corno pagann. 
Ad custos tales dadu hapo sa via; 
Quircalos corno, o per monte o per pianu, 
Qui n6n querz* esser de sa propria vida 
Capital' inimigu, et homicida. 

cxLin. 

Non prò meresser meu connosco certu , (198) 
Oui sa Divina gratia in me hat mnstradu 
S infinita bontade , et m' hat abbertu 
Su còro repugnante , aspru , induradu. 
Sa sancta , et vera fide ivi hat insertu, (494) 
Et m'hat da morte ad vida trasportadu 
Ad vida naro , non casta de un' bora ,. 
Mas a' cudda perpetua , et duradora. (495) 



l^ ORTOGR. PARTE SECONDA 

CXLIV. 
Però benzant angustias , et alaiìBos 
De tale sorte qui una nò , mas ckehtti . 
Vidas , nii s^ aceabarent cum pius dauinos , 
Q\it no accabaint Istepheae et Lardata (4.96) 
Pro qui finidos posca in s^ iscamnos (197^ 
Celestes , in uè est s' alma, et e^st' mt^niu , 
Gose de cuddu lumen semjùtemu , . 
Et lue perfidu , ingratu . ii^tro s' ìnferiiu. X^98) 

CXI.V. 

G9anoscher dés ad $' bora sos de terra 
Idolos factos da' sas bassas mancn» 
De cuddos qui ex^ercitant lima et serra 
D' iscarpellu^ et lìnnanien artesanos , (499) 
Qu' in eterna dolentia , in piantu,, in ghefra 
(Pro haver cretidu in somnios faìsos va9^9 ) 
Tenner ti dent cuss' alma maledicta . 
Penada de continu sempre adflicta. 

CXLVI. 
^( Oh profunc^a sienlia ! oh addoclvimdtt 

Ispirtu senza tempus consumirc^ 
In voltare quadernos ! oh 1 adquistadu 
In un'atimu solu tanf ischire ! (2QQ) 
Et coment' in intenderti hat paradu 
Barl^aru qui si sentit consuraire , 
Manchendelì sa forza , et s' ardiiiieatu ^. 
Considerende su Christianu intenti) ! 

CXLVIL 

Restat de. totu Barbaru transidu , (39i) 
De eusta repentina conversioiìe ; 
Quasi mes' bora istetit istordidu . 
Pienu d' una stupenda adnùra tiene ; 
De colera prorumpit accendidu , 
Narende, ok! intesa mai plus traitione t 
Duncas cust' est sa fide , et sa ^erantin 
Qui in te tenia in cosas de importantia ? 

cxLvm. 

Lu suffogat sa rabia , et su fupcre 

Sui ad pena su qui narat est iatesu 
ridat narende , ai eustu traitore > (SìQS) 
De su quale s' Imperia est tant' offeau , 
Ltcadelu cum totu su rigore y 
Qui si potat . adsirictu , et bene presu ; 
Et qui restet sa Umba in bucca fritta 
.De s' imbustu cum tota sa cabitta. (203) 



G AV. TR lUMPH. Mi 

CXLIX. 

Et tdgUada qui siat intvo su mare 
Da' sa {Utts alta rocca , et pius profuoda 
Bettade cansciu , et testa tot' ui&pare ; (^04) 
Qui li siant sepoltura arena et unda , 
Qui piu& non si nde potat a|^atare 
PoKU nessimu in s' abba furibunda , 
Et qui sa testa siat , et s' ist&tura * 
Vivanda de sos pisehes et pastura. 

CL. 
A ciò qui algunu movidu intellectu (306) 
Si in terra nd' agataret qualqui eantu , 
Non li teneret creditu o suspectu 
loquerrertu ad(H*are quale Sanctu : 
Como des visitare cum effeelu 
A' cuAtu Chrìstu qui disiaas tantu 
ATcossu qui lu clamas Redemptore . 
Mfirtu cum tant' istratiu et dishonore. 

GLI. 
' Cusa' est qui dà' sos Satrapas Hebréos , (206) 
Ad cruda morte istetit C6ademn«)du 
Cum tantos vilipendios et ari'eos 
De samben in sa rughe confieoadu. 
C^issas siiniles ^lorias et: tropheos 
Dès balanzare m esser degogliadu , (^7> 
P4fò dadeb pena capitale 
Incontinente a' cust' ìrrationalq. 

CLII. 
Cum furia , quantu potint , a Gavina , 
Intesu su mandatu , s' isbìrraglia 
Leant, et pius lu appretat su Boceinu , 
Qiii non jau duru istrintu de tenaglia , (20B) 
Su visu plus polidu de oro finu , 
De sa turba inidele aspra canaglia 
Éat deleggiadu corno sirqui prima 
D' ipsos miradu fuit cum tant' istima. 

CLIII. 
Et vefsu de Baiai sa roeca allina (909) 
Sa soelerada isquadra et compagnia 
D' isbirros , et pofrteris , sa divina 
• Persone portant cum grand' allegria. 
Una filmina Saneta , qui vighina 
Fuit de Gàvinu , V incontraìt in via 
Saneta et devota inyista, et cum effactu, 
Et liiit \m2L Christiaxm in su secreta 



ìm ortogr. parte seconda 

CLIV. 

Et prò sa connoscantia et amistade 
Qu' inter ipsos teniant in bighìnadu , 
S' iiitenerisit tota de pietade 
In viderlu cum funes attrozzadu , 
Et cum ardente zelu et charidade 
Dimandai ad sa gente ^ in uè est portadu ? (210) 
Ite causa , o delictu hat committidu 
Esseude da' su Re tanta querfidu ? (214).. 

CLV. 

Pro risposta li narant ; ad sa morte 
Portamus custu intespefadu , et trìstu , (242) 
Coment' et traìtore de sa Corte , 
Et servu qui s' est factu a Jesu Christu ^ 
In lacrìmas prorumpit tanta forte , 

?uì mai canale d' abba non fut vista 
alare cum pius furia , et fagher rios , 
Quanta falant de custos ojos pios. (243) 

CLVI. 

f Et cum pianta corale s' bat isol^ (244) 

Da' sa testa , unu vela russu asprìnu , 
Et piegadu qui Y hat , et in se regoltu , 
Lu donat ad s' amadu sou yighinu ; * 
Et li narat , sos ojos , et su vultu , (245) 
Quando s' ultima pena su boccinu 
T' hai corno dare , imbendadi cum cuatu , 
Qui moris prò esser sanctu^ et prò esser justu. 

CLVIL 

Hi dolzo , qui non poto ateramente 
Camparedi sa vida , fizu amadu , 
Da' casta dispietada , et cruda gente , - 
Qu' in viderti , sas venas m' hant siccadu , (24(J) 
Gavinu , aceepta s' humile presente , 
Et leat su velu involtu , et assettadu. 
Riet sa frotta iniqua de su gesta; (247) 
Veni li narat cras , et lea s' imprestu ! l ! 

CLVIIL 
O cegos de su iotu , et insensados , 
Quircades morte a qui bos quircat vida ? 
Oh ! duros pius de pedra , et ol^tinados 
In sa perfidia vostra , et sa mentida 1 (24^ 
Prestu dènt esser cuddos coUocado» 
In sa gloria celeste, alta infinida, 
Et bois eternamente in sas cadenas 
De pianta , et dola , fritta , fogu , et penas. 



GAV. TRIUMPBL |(J7 

CLIX. 
?^on proidiissas terrenas , liòn minatas , 
Non martini! incredibile, o tormeutu. 
In algufì teiiipiis da fagher', o factas 
Mover dent mai da' custo^ s'altu intentu. 
Sas cosas qui ordinades non sunt aptas 
A girare su sanetu pen$amentu 
De custos qui videndé in custa vida 
S' alma tenent cum Christu sempre unida. 

CLX. 

Jompidos ad su ]ogu aspru et silvaggiu 
Adprbbe de sa rocca imbenujone, (249) ^ 
Sen^a dismaju algunu, et cum coraggiu- 
Pius forte , et pius gagliardu de leone , 
Si ponit / et resplendet quale raggiu 
De Sole cudda sancta perfectione 
Et ìsolvit sa limba , et mandat pregos (220) 
Ad i euddu qui sanait toppos et cegos. (22i) 

CLXI. 
Narende , oh ! eternu Deu , altu Segnore, 
Gratias ti rendo infinitas , prò quantu 
Cum s' adjutoriu tQu , et su favore 
Mi recies corno in su numeru sanetu (222) 
De SOS martires tuos cum tant' honore 
Ad gloria sempiterna , ad triumph' et canta ! 
Si benes custa gente infida et dura 
Tenet sa morte mia pre disventura. 

CLXII. 

Dulche m' èst custu transilu , et sas penas 
Pro te Factore meu , qui m'has salvadu (2^ 
Da' fiamiidas infernales , da' cadènas , 
In uè tant' annos fui arsu , et lìsadu. 
Rezzi SOS membros mios, nudrrdas venas (224) 
Sempre in su tempus cursu cum peccadu, (^25) 
Rejon^ est qui si purghent cussas cùlpas 
Gum pura samben meu , ossos , et putpas. 

CLXIII. 

Glorifichende a Tie ogni momentu , 
Qui. prò summa pietade m' bas querfidu 
Illuminare custu intendimentu 
Tantu tempus de Te disconnoschidu , 
Et mi promittis corno unu cmìteutu 
Senza mai fine, ad mie non meressidu. 
Ti consacro cust' alma , et custu coro 
Et cum puras iniragnas t' amo , e' ador»« 



1 



m ORTOGR. PARTE SECONDA 

CLXiy. 
. Et Ti sttplico qui sa Tumtana 
Genie ; cabu dte Regnu ^ in oe nasdlisit (3S0) 
S' una , et s' atàra pianta ChrisUatta , 
(^ per vittude Tua mi converlisit , 
Mediante «a tua gralia suiierana ^ 
Qu' in millà duros coros s' inserisit , ' 
De obslinados ^ et perfides paganos , 
. Ti BÌEiBt devetos et boAos iSbnstaànds* 

CLXV. 

' muminaios Tue , dalia càminn 
Dui pervenKant in tanta connòscantia , 
Qui accesos de s' amore Tou Dìviftu , 
De gloria eterna tenzant isperantia. 
Si rumpat ogni coro alabastrìnu 
Incaminadu ad s' infernale istanlia'; (227) 
' £l adoret ad Tie cum humiitade 
Via de salude , et vera Detdade. (228) 

CLXVf. 
Exalta custu |;remiu de ildeles (229) 
In Turres , et in tolù s' universu , 
Et remanzat de custas infidelès 
V énimu pum in Te , GiirtstH , eunversu ; 
Et da' sas Impias manos , et i;radelea 
Restet 6u samben meu in terra adspefui. 
Qui feetet ad sas almas benefieiu , 
Et siat inùensu ad Tie, et sacrifidu. 

CLXVH. 
Narada cu^tu sos ojos f inibeodat 
' De euddu velu cma lacrimai dadii ^ 
1 1 narat a su Boja , qui suspendat' 
Sn coipu prò sa testa adparizaadu 
Pr' uBu momentu , et qui <h posoa attentai 
' A su de Cugher ^ et cum visu alzadu , 

Ir manus tuas tommendo s' alma mia 
Karat , et dat su coIÌu ad s' agonia. (280) 

CLXVm. 

Calàt s'ispada, et li segat su tuju, ■ 
Sallat sa testa , et sa limba vibrende , ^ 
Et feclit su terrenu totu ruju , 
Jesus *tres voltas istetit narende ; 
Gasi da' cnstu bassu regnu buju 
Parlit s' anima Sancta , ivi laxende 
Sa veste iransiloria ad tempus dada, 
Paieta in pezzos, et tota iusambenadav » 



CL3UX. 

* Òli r à*p0ctaia in Chelu , aiiìma ^leò\a . 
Cmiì tiantti trìumphu , gaudiu , sona , et festa ! 

Su' ogìfii stella lughìda , ogni cometa 
ustrait grand' allegria manifesta , 
Su sole in (^uddu clima , pius perfecta 
Porgk^t sa chiarura , et cadda testa 
In terra exangue pariat dormetilada, 
£t de eternai reame iticoronada. 

CLXX. 

Tale log» agataret s' alm^a mia I 
Quando da'custa dét fagher passada 
Vida pkna d' isientu , et irifouiìa , (231) 
In uè non qu' hat un hora discansada 1 
Qui pota cum Gavinu in cumpagnia 
De cudda sacrosancta desigiada 
Cara fruire , in uè cum cantu , et risu 
S' anghelos goisant in su Paradisu 1 

CLXXI. 

In eiisser da' su nodu iscioltà s' alma 
Sìatictissima tle custu ^loriosu 
Martine , et conquistada ja sa palma 
De su viver eterau triumphosu. 
S' ispoza i\i laxada ^ et cudda salma 
Terrena , intro su mare tempestosu 
Bettaint , conforme ad s' injustu miandatu 
De Barbara cum tanta furia factu. - 

cLxxa 

Visibilmeiìte fiit vistu Gavinu 
Da pustis ispiradu caminare. 
Cdlphui^iu r incontresit in camìnu (S8d) 
Qui non podiat sa ruta soma alzare , 
Essendfe solu, et fiaccu su funzinu, 
Gavinu lu adjudait a barriare , 
Et neit : tè custu velu imboligadu 
Qui sa muzere tua mi V hat prestadtt. 

GLXXIII. 

Pagaaiu ifuit Calphumiu, et ftiit toaridu 
De cudda bona femìna qui tantas 
Lacrimas da' sos ojos li liant corridu, 
Nasfehidas da' su coro, et intragnias sanctas; 
Subìtu sa muzere qui l' hat vidu 
Vennèr ad domo novamente, oh! quantas 
Ndeli falant ad copias aW)«ndosas l (283) 
Considerende sas passadas cosa». 



470 ORTOGR. PARTE SECONDA 

CLXXIV. 

^a vomere agatende in dehi^ et pimia 
Restai Calphnrniu un' homine transidu. , 
Èsseh.d'.eo foras^ qui faGQigis tantu. 
Ite mortale casu hai suceedidu? 
A Gav^ò Saveltì, ai cuddu sanctu , 
Respondit ipsa, o caru meu marìdn, 
Vìgiùnu nostru da te tant'^madu 
Heris r hant in Baiai decapitadu. 

CLXXV. 

S' haveres vistu cum ite rigore 
De funes, et de ferru adstrictu, et cinotu 
Sietit portadu; ad milli, 6u colore (234) 
De pura teueresa tornait tinctu: 
Da' su plus vile, et bassu servidore 
Tiradu fuit, et da s' ateru ispiatu, 

Su'iad pietade hit com' haver certamente (885) 
ovidos una tigre, unu serpente. 

CLXXVI. 

Tale morte crudele^ et inbumana 
Hai non fut vista; et narant qui l'hant morta 
Pro qu' in sa fide sancta Christiana 
Cretisity et duos presos hat isortu. (isoltu) 
Sos ojos li faghiant quale funtana^ 
Narende custu, priva de accunortu. 
Calphurniu qui su die haviat tractadu 
Cum Gavinu, restait tot'lspantadu. 

CLXXVIL 

O su qui visi est somniu, o eo so macu, (180) 
O somnias tue, o V has immaginadu; 
Pro qui Gavinu, et soma, et caddu fiacu (397) 
Alzarelos da' terra m'hat adjuadu; 
Qui solu non podia, qui fui istracu 
De sù.largu caminu ispoderàdu: 
E' ad sa partida , peri cuddu chelu ; (2SS) 
Mi dait imholigadu cusiu velu. 

CLXXVra. 
Et qu' infinitas gratias refendu : 
T' havere de su donu delidosu ; 
Et nadu custu da' me s' est partidu 
Contentu aìlegru.. et cum coro ffiojosu* 
Li dat su velUva'custa su maridu, 
L' ispartfhet, et l' agata t satnhinosu : 
In viderlu restait verificada 
De Calphurniu s' historia recitada. 



GAY. TRIUMPBL m 

CLXXIX. 

Cretisit sa muzere firmamente 
Da' cudda esser torradu in eusta Vida ,- 
Et qui yiviat miraculos^onente 
S' alma statura in pezzos dividida. (239) 
Cominzat posea pius minudamente (240) 
Ad referrer sa cosa qui est sìghìda , 
De .tale sorte nait, et riferisit. 
Qui su maridu moro convertisi!. (241) . 

CLXXX. 

In su Sanctu lavacru Baptismale 
Lu baptizait , pr' esserli cancelladu 
Cuddu antiffu peccadu originale , 

?i|i SOS paores antigos qu hant Laxadu. 
OTf^i devotu , et tant' ispirituale , 
Qu' est da' multos prò sanctu reputadu. 
Oh t diciosu Calphurniu^ et cumpagnia , 
Qu'in sa Celeste caminades via! 

CLXXXI. 

Hentres qui de Calphurniu est balangiadu 
De sa devota femina s' intentu , 
De puru coro^ et mente achristianadu (242) 
Persones lu seghisint pius de chentu. 
Su martire Gavinu hat visitadu (243) 
S' ispelunca , caverna , et aposeutu 
In uè vivìant adprobe de su mare 
Su Sacerdote Brothu et Januare. 

CLXXXII. 

Lis eumparit ad s' bora su glorìosu 
Sanctu Martire dentro in sa caverna ^ (244) 
Et transparit pius claru , et luminosu 
De sa candela accesa in sa linterna ; 
Et cum voltu ridente , et amorosu 
Mustrat sa inmiensa contentesa interna ; 
Sos ojos li abbarbagliat s' isplendore (245) 
De custu novu in Chelu triumphadore. 

CLXXXIII. 
So Gavinu , lis narat , in Baiai (246) 
Decapitadu , ultra sos tantos males 
Qu' ìnnantis de sa morte supportai 
Da' cuddos infideles animales , 
Et subitu qu' iscioltu mi. agatai 
De sas fragiles vestes terrenales 
De su martiriu isteti victoriosu/ 
£t vos cumparzo inhoghe gloriosu. 



472 ORTOGR. PARTE SECONDA 

CLXXXIV. 
Yennidtt so prò iferevos avTbu 
De s* etemia adquklada gloria mia ; 
Pro qui potamos hoc kk Paradisu 
Sos tres andare tolu in compagnia : 
Ptré Ciad coro allegru , festa et nsu 
Ponidebos Gumpaignos mios in vìa 
A gustare su transidn d' usa' bora (347) 
Pro' una gloria iùfinita et duradora. (348) 

caLxxxv. 

Andade , qui ros est adparietada 
Una perpetua sedia , una edrofia , 
Qui mai priva per tempus , ne vaeada 
Esser vod det , per nessuna persona : (94f^ 
Custu est su tempus , eust' est s(à gì<)fl(UKla 
D' isplender cum sasf sorres de Latòna , (350) 
Laitende in custu rnundn exémplii tdle 
Eternu ad venldores immortale. 

CLXXjLVt 

Da' è' AÌU Providentià , Alma Celeste 
A bois mandadu so , quale vidides 
Sid)ta de cnsta forma , et custa tèste 
In uè formare s' oju non podìdes : 
Et qui laxada s' humtda , et terrestre > 
Ambos de sa mateé» tos ve^tides ; 
Non poto , he vos depo abbandonare^ 
Pro qui junetos sos tres demus andare. 

CLXXXVII. 

Nova digna de imiti , et miBi albridas , (351) 

Nunciu a eternai gloria desizadu 1 

Qui porgis milli giojas , et divitias (953) 

In su concavu logu , aspru heremadu. (853) 

Nova qui da' su coro sas mesfitìsts 

Trivastis , et su viver affannadu 

In gaudiu , in contentesa , in dulche vida 

Torrastis , cum sa Sancta tua vennida. 

CLXXXVIII. 

Voghe angelica pura, qu' intonastis (354) 
In logu solitariu ^ et cum clarura , 
Sas cavernosas tenebras privastis 
Cum s' adsistentia de sa tua figura , 
« Et firma d' unu pagu comimeastis 

De sas corales anxias , et tortura (255) 
A contare de cuddas su progressu > 
Et de sa morte tua su qu' est successu. 



GAV. TRIUMPH. 473 

CLXXXIX. 

Tale nova Hktorìa si contaret 
Ai custa peccadora anima mìa. 
Et su corpius terrenu, ahimè 1 gustare! 
Tale morte , tormentu et agonìa , 
Pro qui posca cum ìpsos si a^ataret 
In su celeste Regnu de allegria , 
In uè sas momentaneas trahsitorìas 
Penas si pagant cum eteruas glorìas. (256) 

CX€. 

Considerei^t s' intrinseca allegria , 
Su coro qui de propria teneresa 
Lis battit in su pe<*ius tota \ia (257) 
SulMnersu in sa profunda contentesa. 
Nova cum tantu amore et cortesia 
Da' SOS martiresmios a piena intesa ; 
Nova piena de gbria , nova sorte ^^ 
Qu'aliegrat s'alma., et atterrat sa morte. 

CXCI. 

Si da unù Re mundanu^ o Imperadore 
Venneret un' avvisa^ o ver patente^ 
Qui a unu poveru antigu servidore 
Da vivere li daret riccamente. 
Ite allegria de tantu favcure 
Hit corno dimostrare ini^a sa gente? (258) 
Non ìpse solu, mas su parentadu 
S' hit comò tenner riccu et exaltadu. 

CXCIl. 
Quantu de pius valore est custu avvisu 
De su Re de sos Res ciani immortale 
Qui vos eumbidat ad su Paradisu 
In uè non podet morte^ o temporale: (259) 
Cum plus rejone su coro> et su vìsu 
Mustrare dent piaghere, senz' uguale « 
Pro qui cuddu est d' un' bora, et trabagliosu; 
Custu infinttu, et etemu reposu. 

cxcin. 

Dìscurrant corno sos contemplativos , 
Si su viver de inogbe jamant vida 
Cum tantas cura$, et istentos vi vos , 
Et posca est da tot'bomine querfida; 
Quale dent esser sos suraremos Dìvos^ (260) 
Gosu, et delectos de cudd' injGnida 
Gloria, qui quautu plus d' ipsa est gustada^ 
Tantu plus sidis hat s' alma beada^ 



174 ORTOGR. PARTE SECONDA 

cxav. 

Hor pensade ite largos et coitados (26i, 
!^assos dent fagher ^er cudda foresta 
Gustos veros de Chrìstu ìnamorados 
Yennidos da' sa fuga assai pìus presta. 
Sos qui sunt novamente cojuados . 
Nuptias non faghent eum plus cantu et festa; (262) 
De custos duos torrende da* s' hermita (263) 
Pro laxare in Baiai buàto et cabita. 

cxev. 

Jompìdos sos sanctissimos Christianos^ 
Pro eumparrer de Barbaru in presentia^ 
In viderlos sos infidos jpaganos> 
Current prestu ad su Ke cum diligentia^ 
Narendelì, si queres in sas manos^ 
Senza trabagliu algunu^ et resistentia 
Haver sos duos homines fuidos , (164) 
Qu' intrare in sa Gitade Y hamus bidos. 

GXGVf. 

Et mentres dat orija ad s' ispione 
Barbaru , ecco sos duos liberamente 
A ponnersi in sas manos^ et presone 
De custu Re iamadu^ o presidente^ (265) 
Oh! quantu s una, et s' atera persone 
Cumparit a sa morte allegramente; 
Et lis paret un' bora plus d' un' annu 
De dare fine a su mortai affannu! 

GXGVn. 

Restat Barbaru allegru , ipsos cuntentos , 
Sos unos in recier , s' ateru m dare ; (266) 
Mas varios , et diversos sos intentos , 
Et differentes premios dent fructare. 
Su Tirannu infidele in sos tormentos 
De su baratru obscuru dèt brujare ; 
Sos duos passada sa paga fortuna ; 
Lugher dént plus assai de Sole, et luna. (267) 

GXGVni. 

Et subta de su soliu in tribunale (268) 
Setidu cumandaìnt ad sos criados ^ (269) 
Qui cussos impetidos d' ogni male (270) 
Denantis d'ipse esserent presentados. 
Et cum fincta dimanda artificiale 
Los interrogat in ne sunt istados 
Nascosos tantas dìes in sa malesa , (271) 
Qui mai d' ipsos s' hapisit un' intesa ? 



GAY. TRIUMPH. 475 

CXCIX 

S* ischire queres de sa nostra vida ; 
Dimanda à qui nos has incomendadu , 
Pro qui de s' incomenda recevida (272) 
De dretu ad dare con tu est obbUgadu ; 
Cussu t' hat corno narrer sa partida , 
Coniente nos hat soltu et iiberadu ; 
Li respondent sos duos gasi riende (273) 
De su qui lis stat Barbaru pedende. 

ce. 

Rieint , prò qu' ischiant cerlu qui Gavinu (274) 
Cumparrer non podiat prò contu dare. 
Barbaru intesu custn cum pispinu (275) 
Non podiat in sa sedia reposare : 
Non voltat cum pius furia unu molimi , (276) 
Ne da su ventu ispinta barca in mare , 
Quantu girat, et volat cum sa mente, 
Torquendesi in sa sedia que Serpente. 

CCI. 

A' cussu qui allegades hapo dadu^ 
Lis respondet , sa paga conveniente 
Et pagas horas sunt qu' est barigadu (277). 
A visitare ai cuddu Omnipotente 
A' cuddu qui da bois est tant' amadu , 
Et reverìdu de coro et de mente ; 
Cun ipse fagher dezis un' andantia , 
Si non la^ades sa vostra ignorantia. 

CCIL 
Barbaru plus prolixu in sas rejones (278) 
Esser queriat^ et cuddos brevìdade 
Quircaut de venner ad sas conclusiones 
Pro partire in duas partes sa unidade (279) 
Interrumpit sas largas responsiones 
Pro grangeare pius sa eternidade , (280) 
Et lis paret mili'annos su niomentu 
Dubitende de algunu impedìmentu. 

CCIIL 
jBrothu respondet, comò so chiaridu, (284) 
Qui de su tdtu ses indemoniadu. 
Et qui non has discursu, nen sentidu. 
Senza judiciu, et sinnu algunu nadu, 
Pro qui ti paret mezus su partidu, 
D' istare eternamente cundemnadu 
In penas, qui cura solu las pensare 
D' ispantu faglient sos pilos rizzare. 



476 ORTOGR. PARTE SECONDA 

CCIV. 
Et nos reputas macos, et groisseris, (2B3) 
Essende tue su macu et su innocente, (283) 
Qui in reveladas formas de torneris 
Tenes fiducia tantu macamente. (284) 
Et collocas inìé coro^ et penseris 
Senza dlscursu alcunu vanamente: 
Ad tie solu non perdes, mas ancora 
A^custa gente ùada et naschidora. (285) 

ccv. 

Non ischis tue qui stetit prommciadu 
Per buccas de Sìbillas , et Prophetas, (286) 
Qui in su ventre sanctissimu sagradu 
De cudd' Unica ^ et sola in sas perfectas 
Per virtude d' Ispìritu inserradu 
Esser deviai, et posca ad sas neglectas 
Leges/naschìdu desit lughe et forma 
Pro qu' esseret ad nois caminu et norma. (287) 

CCVI. 
Et prò purgare cuddu antigu errore. 
Qui in domo de sathan nos haviat postu, (288) 
Querfisit Christu nostru Redemptore 
Redimernos, cum tantu et tale costu. 
Ohi pena mortalissima, ali! dolore 
Ad ogn'ater terrìbile prepostu, 
Confictu cum tres jaos in unu palu. (289) 
Pro su generu bumanu trisV et malu ! 

CCVII. 

Ai custu dès de tanta tirannia. 
Su die de su judiciu Universale, 
Istrictu contu dare in cumpasnia 
De Diocletianu ispirit' infernale , 
Et haver tenlu coro et phantasia 
In brunzu, in pedra^ in cosa bestiale, (290) 
Connoscber dès ad s'hora, et penitentia 
Haver logù non dét in sa sententia. (291) 

CCVIII. 

Connoscher dès ad s' bora , si Gavinu 
Junctamente cum nois simus errados, 
O fusti tue poveru, et roeschinu 
D' ogni virlude , et riccu de peccados , 
Però prp custu Re cbiaru et Divina, 
Sos duos stamus sempre adparizzados; 
Benzant penas , flagellos , benzat morte 
Qui tot est triumpbu^ gosu, vida, et sorte. 



I 



GAY. TRIUMPH. 177 

CCIX. 

Restai Barb^u un* hora pensdtìvu 
Senza risposta dìscurreude iói mente 
De SOS martirios su plus sensitivu , 
Qui mai s' esseret dadu infra sa nente , (S92) 
Pro qui restaret un' exemphi vivu , 
Ad SOS tempgs de venaer et presente ; 
Timorizende cum cust' ischermentu (293) 
Ogni couversu in Cbristu intendimeutu. 

ccx. 

Mas da' s' alerà parte ii naschiat 
Unu timore in «oro pius g^gliardu , 
Qui mesu foras d' ipse lu teniat 
In narrer , et provKler , fluxu , et t£u*du : (294) 
Et fuit qui veramanle connoschiat , 
Qui su morer de Brotbu acutu dardu 
In coro de su Pobulu L&tetisit , 
Qui totu lu alterait y et ly inovisit. 

CCXL 
£t vidende sa gente subvertida , 
Si non fiiit tota sa mazore parte ; 
Cum d' unu bassu murmuru , et firida 
Qui solet nascher in Bellona ^ et Marte (295) 
Istende in dubiu de sa propria vida , 
Bisoneu li faghiat ingegnu et arte 
Postu in tales intrigos non ischiat. 
De custos ite fagher sì podiat. 

CCXII. 
Considerende ja qui fuint ìstados 
Cum grandissimas penas , et dolores 
Crudelissimamente turmentados 
Cum mai plus vistu istratiu, et cum rigores, 
Et qui liberamente siaut torrados 
De posca in man', ad sos tormentadores ^ 
Dubitat qu' ad sa morte certamente 
MìracUlos non mustrent ad sa gente. 

CCXUI. 
O qui Christu da morte , et da Hagellos 
Timet , qui non los Uberet su trislu , (296) 
Et qui totu su Pobulu rìbellos 
Si mustrent ^ adorende ad Jesu Christu. 
Et qui contr' ipse ispadas et niartellos 
Non si alzent , cusl' ispantu havende vistu ; 
Et gasi infra Caribdi , et Scilla indusu (297) 
Si agatat postu , timidu , et coofusu. 



in ORTOGR. PARTE SECONDA 

CCXIV. 

Mas prò evitare tota suspicione , 
Qui sili offerit , vidend^ alterada 
Sa gente , mudat prestu d' intentione 
De sa crudele morte machinada , 
Et queret cum sa propria passione 
S' una , et s' atera testa decoUada 
Restet , quale restait sa de Gavinu 
In su matessi logu aspru , marinu. 

ccxv. 

Et qui prò nudrimentu , esca et pastura 
De pisches siant bettados in su mare 
Da' cudda propria rocca , et propria altura ; 
Qui fectint a Gavinu trabuccare 
Sa sententia redncta in iscrìptura 
Ad SOS martires sanctos publìcare 
Fectit Barbari} , et cqdda bene intesa (298) 
Lis adportat perpetua contentesa. 

CCXVI. 

Los integrat a' cuddos Carniceris (299) 
Ministros qui execùtent sa sententia 
Si moveht , cust' intesu , pius lezeris , 
Que in fact* augellu astore cum violentia , (300) 
Et ligant cussos veros cavaglieris 
Cum tanta rabia , furia et impatientia , 
Qui lis rumpit sos brazzos sa istrictura 
De su pesu de ferru ^ et corda dura. 

CCXVII. 

IjOS portant ad su logu destinadu 
Pro fagher de sos membros divisione^ 
Su vider s' unu et s' ateru tractadu 
Cum tantu vituperiu , et derisione , 
Ben' hit com' esser coro aspr' atarzadu , (301) 
Qui de pura pietade , et cumpassìone , 
Non rumperet , Videndelos ad s' bora , 
Et comò immaginendelos ancora ! 

CCXVIIL 

De Gavinu sa sancta in cumpagnia 
Anima andesit sempre cum sos Sanctos 
Martires , et andende un' barmonia 
In Clielu si sentìat cum varios cantos. 
Ogni coro iìdele , ogn' ahna pia 
Considerait sos movimentos tanfos , 
Qui fectit in sos Chelos s' altu lumen 
Pius de su naturai' usu , et costumen. (302) 



GAY. TRIUMPH. 479 

CCXIX. 
Iiiunàginetsi corno su Lectore 
Su proprìu istadu de sos Sanctos mios , 
Qui accesos totu de divin' amore , 
Non stimant pena , morte , nen dìsvtos : 
Et eo minimu verme peccadore , 
Qui meritant de fagher largos rios 
Custos ojos ogn' bora , non mi accendo , 
De te » Factore meu , nen s' alm' emendo ? (303) 

ccxx. 

Currant da custos ojos sambinosas (904) 
Lacrimas , nadas da coro contrictu > 
Solu in sas cosas tuas maravigliosas 
Insatiabìle siat custu appetìtu : 
Gira sas lugbes tuas sempre piedosas , (305) 
Et rumpe, et scalda custu duru et frìttu 
Coro^ qui vanizende multos annos (306) 
Passait gosende de sos proprios dannos. 

CCXXL 

Una scintilla tua pone in su coro, (307) 
Qui resolvat su giazzu, et in càld' estivu (308) 
Vengat slA refirmare pius de s'oro, (309) 
Et cumparzat ardente, punì , et vivu , 
Et mentres qui ti celd)ro, et ti adoro 
D'ogni mundanu querrer iàmi privu> (310) 
Tenende sos penseris subievados 
In custos sanctos mios martìpizados. 

CCXXII. 
Pervenint ad sa rocca alta, et diciosa. 
In uè Ga\ìnu istetit decolladu; 
Quiroant sa propria parte sambenosa, 
Qui gasi per sententìa est declaradu: - 
Brotbu cum cara pallida animosa 
Pedit ad su qui li stat per costadu , 
NarendC; in uè est su logu qui sàltait (311) 
Sa testa de Gavinn, in uè passait? 

ccxxjn. 

Narende custu , una larga pischina 
De samben congeladu agatant piena 
In s' alta rocca adprobe ad sa marina. 
Qui tirant sos buttìos fin' ad sa rena; 
Inie si firmat s' isquadra ferina , 
Pro dare effectu ad sa mortale pena: 
iti viderla, sos Sanctos si prostraint 
In terra , e' in rughe sas manos alzaint. 



180 ORTOGR. PARTE SECONDA 

CCX^IV. 

. S' unu «i^obe ée s' ateru si posit (812) 
Pro dipartire eudda oelligantia 
De su corpus cum s' alna, et Brotìm ^Ngposit 
Su qui ÌBiteiidiat in custa prompt'jiEdaDtia, 
Narende , AMu Seggane, si ti rosiA (843) 
Piedade , tartu ile sa prìon errantia , 
Qui oum tonuentu taniu, ahiine! qiterfislis 
Morrer prò aois^ qui f^erdidos nos vistisi 

CC3LXV. 

Qui a mAsA €0010, prego, a «umpassìone 
De cusilia gente pecdida, «t confusa. 
Qui eegos 4e 4iaeurs«i in perditione 
Caminant ad su Reguu de Aretusa ; (314) 
Dalis tughe, eaminu, et cognitione, 
De te sa gratia tua lis siat infusa 
Qui restet su sanetissimu Pabadu 
Triuniphs^te senijwe in pacUieu istadu. (315) 

CCXXVI. 
Et qu' in su Regnu Sàrdu, et Tuiritana 
Per gratia tua, Segnore, andet ereschende 
Sa vera , et saneta fide diristiana 
Ogni fuscu iivtellectu ìUuminende: 
Et destrueta sa h^retica et pagana ^846) 
Scisma, s'^rrore Ipsoro connoscbende 
Ti adorent sempre, et muda Tue pi^tosu 
Su ju^iu contr' ìpsos rigorosa. 

CCXXVM. 

Et ad «lois qui pius fortes , et constantes 
In sufferrer tomentos , et dcàores , 
D' iscogtin ad sa fortuna ^ et de diamantes , 
Preservados dae Te cum milii aniores 
Semus istados ^ vidansi at^undanlcs 
Sas gratias tuas , pius qu' in campu fiores : 
In cusf^ extremu punctu dolorìdu 
Desìzadu da nois tant' , et querfidu. 

CCXXVHI. 
De custas almas nostras iiapas cura , 
Passadu custu pagu de s^onìa , (317) 
Acoeptalas , Segnore , in sa cfaiarura 
Celeste cum sas tuas in cumpagnia. 
Sos duos s' abbrazzant eum pius istrìctura 
<^ui «non s' ìstTìnghet s' hedra in pedra bia , (318) 
S ater respondet , siat . . . . , et in narrer cuslu 
L' ispiecant sas cfid>ita$ da' s' imbustu. (319) 



GAY. TRIUMPH. 481 

CCXXIX. 

De samben cum grandissim' effusione 
Rusint in ferra , et sos ojos alzados (320) 
In sa solare isphera , et regione. 
In uè tenent sos premios ralanzados ; 
Et prò qui sa sententia , executione 
Hapet de totu , in mare sunt bettados 
De s' alta rocca propria , de uè Gavinu 
Stetit bettadu in su littu marinu. 

ccxxx. 

Gust' in Sardigaa istetit temporada , (321) 
Qui prò sa fide saneta Christiana 
Sa carré de sos servos.tormentada 
De Chrtstu , istetit da gente pagana , 
Et qui bettada in fogu ^ et quie taglìada 
In pezzos da' sa furia aspra romana , - 
Su nomen de sos quales iscrìer non querzo 
Qu' ad s' antigu Condaghe mi referzo. (322) 

CCXXXI. 

Plus claru , plus lughidn , et luminosu 
Fagher in sa fenestra mai si visit 
Nen cum pius trizzas brundas amphanosu (323) 
AppoUo in su ponente mài currisit , 
Quanf in custu notadu die festosu ; 
Qui s' allegra vennida presentisit 
In Chelu de sas tres iscioltas almas 
De sa cura terrena ansiosa , et salmas. (324) 

CCXXXII. 

Quale solet inantis de tronare 
Vidersì s' aere tota lampeggiende , (325) 
Qui resiter non podet nen mirare 
Sa vista , et si la mirat offendendo , 
Gasi propriu sas almas involare 
In ses chelos si visint fiammegende , 
In modu d' unas nues qui s' abberiant , 
Et sas flanmias sas vistas offendiant. 

CCXXXIII. 

De tota sa celeste Jerarchia 
Si sentiat claramente unu concertu, 
D' una suave, et dulche melodia 
Pro custu sacrificìu in Chelu offertu; 
Cum piaghere infinitu, et allegria 
Las recivisint ad s' eternu mertu (326) 
Per manos de sos Anghelos portadas 
In sas eternas sedias preparadas. 



482 ORTOGR. PARTE SEGOIOdA 

CCXXXIV. 

De tantos movimentos qui. Tìdisint 
Foras d^ naturale ordine, et pactu. (327) 
Oh! quantas almas perdidas cretisint 
In cuddu Trinu Deu qui nos hai factul 
Oh! quantas poscas si nde convertìsint 
Pro relatione de s' ispantos' actu! 
Qui da crudos, et perfidos paganos 
Si fectint devotissimos. Christianos. 

ccxxxv 

De Octobre ad vinti, et pius qiuml])^^ su die (328) 
Gavìnu cum sos duos decapitados 
Istetìnt in Baiai, et da Inie 
Ad sas undas, et pisches consìgnados. (329) 
Su coro mi consumit quale nie 
Tocca da' sole in montes elevados, 
Quand'ogn'annu renfrisco sa memoria 
De su martiriu vostru, et de sa gloria i 

CCXXXVI. 

Pro cussu dai su Re^nu est nominadu 
Su die de sa memoria ae Gavinu, (330) 
Pro qui su primu istetit decolladu. 

Sui non SOS duos in su litus marinu , 
as da s' Ecclesia pesca est celebradu 
Pro sos martires tres, nen su pristinu (331) 
Martiriu, de horas pagas hat plus testa, (332) 
Mas egualmente de tot' est sa festa. 

CCXXXVII. 
Et comente sa terra si cobrisit 
D' obscuru mantu, certos religiosos 
Ad sos quales s' Altissimu accendisi t 
Sas mentes de deslzos virtuosos 
In sos coros lis posit, et querfìsit, 

?ui quircareiU sos corpos gloriosos; 
t gasi cum sas tenebras andaint 
In uè sos tres su die decapitaint. 

CCXXXVIII. 
Jompidos in sa vota de su mare (333) 
Sas testas, et sos corpos decoltados 
Los affatant inie postos umpare, 
Ne da pisches olfòsos^ nen bagnados. 
Oh miraculu grande de notare! 
Oh logos in su Regnu avvenUirados, 
In uè reposant custos corpos Sanctos, 
Qu'ad sos devotos mustranl signos tantos t 



GAY. TRIUMPH. 483 

CCXXXIX. 

Restaint plenos d'ispantu^ et istiipor« 
Custos servos de Deu ^ et ogni cura 
Posjnt accesos de divìnu amore , 
In dare^ a* custos Corpos sepoltura ; 
Et 3a matessi nocte cum timore 
De n* esser \istos , sa codina dura 
In certu logu cum piccos rumpìsìnt , - 
Et SOS Martires tres ìntro pongisint. (384) 

CCXL. 

In' uè nàrant qui stetìnt octighentos 
Annos , in sa codina sepellidos 
Segundu sos de plus referimentos 
In justu, et veru con tu reduidos; 
Et da sa gente ad s* bora in pagu tentos 
Fuiut custos corpos Sanctos reveridos. 
Sì bene lis mustràint maraviglìosas 
Da tenerlos in meda affectu , et cosas. 

CCXLI. 

Fin* ad su tempus , fin' ad sa venida 
De cuddu de ambos logos elegidu 
Juigbe bonu appelladu Comida , 
De lepra tormentadu , et consumidu ; (335) 
Homin' intesu , et d' una sancta vida , 
Ad su qual' iscbidadu , que dormidu (336) 
De Gavinu adparisit sa persone 
Tota movida a Ipse a cumpassioné. 

CCXLO. 

Narendèli si queres esser sanu 
De cussu tantu forte qu' bas ad dossu 
Incurabile male quotidfianu , 
Qui ti rodit sas pulpas fin' ad s' ossu , 
Cònstrue unu Templu infra su mont' et planu 
Et siat da' te su primu colpu mossu , 
Et porta cuddos corpos da' Baiai , 
Qui in sa codina sunt tempus assai. (337) 

CCXLIII. 
In Turres est su logu, in Mont' Agellu (338) 
In uè sa Sancta Ecclesia des fundare , 
Et designada , et factu su modellu , 
Cominza de presente ad fabricare 
Et factu custu unu sepulcru bellu 
Per Gavinu , per Brotbu , et Januare 
Dés fagber subterraneu in mesu d'ipsa, 
In uè semper si celebret sa Missa. (a39 



JM ORTOGR. PARTE SECONDA 

CCXLIV. 

Petit Cernita totu , su qui iiait 
Cuddu Martire Sanctu in sa visione , 
Et unu rìccu Tempia in altu akait^. 
S' homine justu sempr' in oratione , 
Et constructa sa Ecclesia ivi portait 
Sos Corpos tres cum grande devotìone 
Cernente , et d' ite modu , et cam qual' arte 
In sa segunda narre^r depo Parte. (340) 

CCXLV. 
Ereetu castu Templu inie translados 
Sos sanctìssimos Corpes comìnzaint 
Mfracules ad fagher segnalados^ 
Qu' ad multos de sa morte liberaint; 
Et sos ìnfihnos tempns meda istados 
De incurabile male les sanaint 
Cernente intender dezis in sa vida 
De su justu, et sanct' homine Coìnìda. (84i) 

CCXLVI. 
Et custu narrer peto in veridade 
Qu' in sa crudele infirmìdade mia 
De coro Bos pregai, et prò pietade 
Pro me pregastìs totu in cumpagnia 
A' cudda Unica et Trina Maìestade, 
Et gasi mi allargait sa eurta via 
Pro qu' ismenare cudda mal' intesa 
Etade, et pianga quantu Fhapo offesa. (Zi2) 

CCXLVIl. 
Ad bois, Martires mios, ad bois eurgisi 
Ad bois de custas Turres defensores^ 
Et cum s' adjudu bostru mi sentisi 
Torradu in sos*))ristinos mios vigores; 
Voltos Versu de me sempre ves visi 
Pietesos ad sos tantos mios clamores. 
Et gasi invoco ad bois sempre in sas mias 
Fortunas de sossegu, et tribulias. (343) 

CCXLVIIL 

Subta s'amparu bostru et protectione 
Vivel su Regnu, et piùs su Turritana 
Ovile, qui cum tanta devotiene (344) 
Iscurrit cum su tempus ogni pìanu. (345) 
Quar in Sardìgn' est hoc viva persone , 
Qui cum sa mente, et cum su core sanu 
Ves preghet, qui non siant subit' intesas , 
Et da bois consoladas, et difesas ? 



GAY. TRIUMPH. 485 

CCXLIX. 

Finissimos carbuncos alluimnados 
In Cher, et in cust' Ecclesia sepellidos^ 
Veros Padronos jiostros^ e Advocados 
Da' nois cum puru coro reverìdos; 
Preffo da' bois difesos^ et bardados 
Su Regnu Sardu siat, et circuidos; (346) 
Et recurzat ogn'alma ad bois Padronos^ 
Qu' obteiiner dèt de sos fallos perdonos. 

CCL. 

Recurzat ogni coro attribuladu 
A' cu8tos tres in Chelu triumphadores^ 

Sui dét esser in breve acconsoladu^ 
edìante custos sanctos Protectores; 
Yisitent cuddu Templu edificadu 
Cum tant' industria^ costu^ art',et primores (347) 
Cum purgadas ìntradas^ et conscientias» 
Qu' infinitas balanzant Indulgentias. (348) 

FINIS. 



ANIXOTAZIOOT 

DELL' AUTORE DELL' ORTOGRAFIA 
AL POEMA DELL' ARAOLLA 



(i) Tare il titolp appo&to in fronte deU! Edizione Cagliaritana, e 
Mondovìana : ed ìli questa segui(a-^/>adleaifa a su noMlissifnu^ et multu 
illustre Don Franciseu Iscanu de Castelvl, Sdegnare de sa Reale Iscriania 
<k su Caòu «te Tatari, et Logu et oro. In Mondo vi, appresso Gio. Toma* 
to^ de' Rossi MDGXV. ad imtmUa di' Barnaba Gazelle. --Che l'Autore 
fosse già passato all' altra? vita , allorquando si fece questa edizione, è 
chiaro dai Sonetto 'di Quirico Cassagia Sardo Sassarese , premesso al 
poema in lode dell' Autore , che giova riportarlo. 

La ^ve il Nilo i neri campi allaga , 
E dove il Tago il ricco letto indora , 
Dagli campi di Bastro, al Thile ognora 
Ove Istró corre , ove Meandro vaga. 

Al verno algente , alla stagion che impiaga 
Qual Piramide sia chiara ^ sonora 
Di quel grave Araolla che ristora 
Di nuovo sua gran fama ; ogni cor piaga^; 

O Sacre Muse che di verdi allori 
Vi cingete la fronte in Helicona 
Venite a pianger nosco ^ hor che sepolto; 
Non men degno degli altri d' alti honori 
Merita da Castalia alma corona ; 
Poiché vosco r abbiate , il sacro volto. 
(2) Sa Vida , su Martiriu , ecc. Questa è la Proposizione che ogni 
Poeta ricerca per la prima cosa Tie' Poemi /oltre, la disposizione e lx>r- 
dine , in cui V azione e l' Eroe viene indicato, È chiara e semplice , 
come si prescrive ; ed imita quella di Tasso 

Canto r armi pietose e '1 Capitano , 
Cile il gran Sepolcro liberò di Cristo , ecc. 
Accenna di più 1^ Autore le parti del Cauto , cioè Fida ^ Martiriu ^ e 
Marte che formano il soggetto di questo poemetto istorieo-sacro. Que- 
ste divisioni non vengono accennate nelle due Edizioùi , ed io nella 
presente ho solamente aggiunto il numero delle strofe. A questo 
^oem^ Istorico-Sacro , occorrendo di parlarne molte volte nel mio 
Vocab. ho messo il titolo àiGavinu Triumphante sporche questo Eroe 

13 



g 



489 G^V. TRIUMPH. 

della lede è la persona pHiiei^le^, oonvQpendo ai poemi di dar il ti- 
tolo preso più dalla persona , ehe' dal luogo e dalla cosa , come fece il 
Tasso e F Ariosto : sarebbe anzi difettoso accennando solamente la 
persona» includendo la semplice vita degl'Eroe» e pereiè conviene che 
al titolo sempre si apponga un' aggiunto che determini l'unità del Sog- 
getto, quar è trionfante p^r (1 trÌQofo cjie S. Gavino fece dell' idolatria 
e del falso errore \ sebbene questa persona segnalata venga quasi in 
episodio in mezzo del poema, 

Su Pianeta ^ et Sorte. Per Pianeta V Autore intende U Sole^ cioè Fe- 
bo che è r istesso che J pollo -^ qual nome eragli dato per alludere 
alla luce del Sole , ed al suo calore che dà vita a tutte le cose , dal 
r. roi/3(K cioè 90C pcov lumen Htae. Questa idea il Poeta la prese da 
vidip. Per Sorte poi pare di aver inteso il Destino j oppure la Forlu- 
^a^ termipe molto fraque^ite aiPp^lj ^ agli Iwffovmat^ri sardi^ ^cchè 
r Ediz. Cadiar. ^ la Mond. porta il nom^ con s jprande; ma sembra 
pivi naturale che et.si^rte sia una congiunzione al logu^ obe sM«bht 
\\ SCISSO;, Si $u Pianeta mi > dot Ictgu ^ 9ort^ Se badiamo alla posteg*- 
giatura d^Ua cit. Ediz. ch^ mette pmto e virgola, prima di et étorte, 
pare che disgiunga il senso, e bisognerebbe prenderlo awerbìidaìeQi- 
ie^ ^t sorte qui, cioè f> v^odlu tale qui so» isj^értoiS], eoe.* — De gobube. 
cosi in ambe l' Ediz. il sqiì^q è di ra^cmlar$\, perchè & Poema è ialO' 
rico : ma forse s^vrà detto eanUtr^ fì^asé comune a^ Poeti nella Propos. 
del canto, come $opra > ne' versi del Tasso. 

(3) Gen. L 14. Ps^ CXLVHI. 8. Dan. HI. 72. Scende qui il Poeta 
air invocazione , come fecero tutti i Poeti latini ed* italiani ne' loro 
Poemi. (^0^ il Ta$so nella sua Gerusaleme , stsmza 2. 

Q Musa tu , che di caduchi allori 
Ncvn ciroondi la fronte in Elicona, 
^ Ma s« ael Cielo infru i beati oori 
Hai di stelle immortali aurea corona : 
Tu spira al petto mio celesti ardori , 
Tu rischiara al mio canto , e tu perdona 
S' intessQ fregi al ver ^ s' adorno in parte 
D' altri diletti , che de' tuoi le cart^. 
La proposizione pcarciò , diceva U Tola, Diz. Biogr. ecc. (art. j^raoìh) 
^ Poema « V imof^zione è d» un elegante sempHcÙà ^ cke m9g0$r$ 
non può desiderarsij, — V invocazione qui il Poeta la & a IMo» pmU 
cosi conviepe ne' poemi Sacri, perchè si canta di cose divine « non 
cosi ne' poemi favolosi e ridìcola ne' quali si ricorre alle ipiue» ad 
Appello, o a qualche Eroe fevoloso; cosi Omero A»9poL /aoc ccvcttc Mou^a^ 
Firum mihi die muspk, lo che imitò Yirg. Eneid. I. Musa nUki causai 
memora, e Museo Etw« ^ea, die Dea, ecc. E sebbene Tasso iàma " 



in questa intese la B. Vergine, come Dante per ApeUo ùitose inipocan 
V Onnipotente Dio , neUa Strofe 4. d<^ Paradiso. Siami MvmesBO di 



riferire aua questa strofa come sta nel prezioso nostro Codice diSanl^ 
( y . f. 107. di questa H. Parte ) , col commento dello ScoKasle ItaKant 
O buon Apollo al ultimo lavora 



notarle e segnarle tiMte nond sam>be più bello tanto sariano spesso 
luna intr» T altra aia du. le legge te noti et segni dentro al suo in- 



. AKNOTAZÌOm m 

fia&tne^ tuo valor si fsicle vaio 
. come itoHiandi a dar iamato allora» 
ì nfino aoui. huigiiioco {*) di parna«o 
assai mi fu ma or oon and^^ue 
me uopo in trar nel aringo rimaso 
Seguita a destra nel mai^ne. » O buon apotio qui chiama Dante ìm 
»' suo aiutorìo esso onnipotente sapiente DIoetdieebiion ÀpoUo 4pol- 
» lo fo uno homo pieno di tanta* virtù et sapienza che li antiebi per 
M tueto el mondo iadoraro per sommo Dìo cosi chiamando Dante km» 
^ nipotente che per questo ne lonvoca in suo ^uto — o buobo Apdfo 
M 4|tteato mio ultuno lawNro en c|iìo miso messo di^ Dante famnu del 
yy tuo valore si facto vaso come tu dimandi a chi è degno por tua 
» gratia dessere coronato del tuo santissimo aloro laloro velauro e 
y> quello arbore dele eitt foglie se coronavano autidamente i conven- 
** tanti filosofi et li poeti pw somm» loro unore et pero prega fammi 
>» del tuo valor si facto vaso. • 

A pie' di facciata evvi pure questa nota. — N ota che tucto questo 
» muro e pieno de taate l>élle eomparacioni. de tante belle sentenze da 

99 
•99 

» Mletta 

(4) Parla qui a Poeta del S. Pontefice Ca/o di Salone di Schiavonià 
che occupò la Sedia Pontificale dal 283. al 296. nel qual' anno fu eletto 
Marcellino. D PbHiYia però crede che abbia regnato un' -anno solo^ un 
mese ed un giorno. — Inthronizaint , metter nel Trend. 

(5) Cmios duo8 7%'ra«itos^. cioè Diocleziano e Massimiano^ che regna*- 
vano in quel tempo^ come lo spiega in seguito. Massimiano fu associato 
sài* Impero da Diocleziano , e come quésto , passò tutti i gradi nel- 
V Esercito , chò perciò lo reputò degno e valoroso. 

(6) Eute^u , e il medesimo die EuHchfano S. Pontefice , Toscano 
di Lima> &tto Pontefice nel 276., Predecessore di Cajo: il senso è 
adunque, prò panner terrof'e ad Sanetu Caiu suocessofe d'EutecMu. 

. (!) DiàmaUu , cioè di Dalmazia > perchè S. Cajo era di Schiavonià 
V. N. 4. scora. Dalmazia è una provincia di Europa che al m^zzo 
tfiomo connna con T Adriatico , e Schiavonià. o Sclavonia ^ era una 
^^[Urada, oggi sotto r Austria. — Humile aerv^, ecc. riporta a parola 
i' umile titolo de' S. Pontefici Sersnts Servorum Dei. 
; <8) Isaj. XIV. i2. Apoc. Vili. iO. 

e (9) Intende di Diocleziano, il quale era dì Dalmazia, nato da oscura 
famiglia , e perciò dice il Poeta , est de vile et basciu naschimmtu. Era 
però celebre pei suoi talenti militari, e>perciò soggiunge il nostro Autore^ 
mas d*un* altu^ et sublime intefèdimentu, perche da semplice Soldato 
pervenne pe' suoi, meriti al gradio di Generale , ed indi a Imperatore. 
Amò i letterati, e protesse le scienze, attivo ed intraprendente, si facea 
amare dai suoi sudditti ; vituperevole però per la persecuzione che 

<*) All' interlinea di questa voce evvi di diversa mano <•< ffiog9^ 



490 GAY. TRll^MPH. 

fece ai Cristiani. Dopo aver regnato 21. anno si ititirò a Salona , pa- 
tria sua e di S. Cajò, V. N. 4. sopra, addicanda la corona voiontaria- 
mente , primo esempio . de' monarchi che' gli precedettero ^ per viver 
tranquillo ^ coltivando i giardini e faceiido altre magnificenze , delie 
quali oggi vi si vedono ancora i ruderi : ma impaurito per la morte 
del figlio , si. lasciò morir di fame nel 68.^ anno della sua età. 
. , (iO) Subra sos octo corriant, ecc. il senso è^ oltre i 200<, erano pas- 
sati novantanni contando dalV Incarnazione, che il mondo ebbe quel 
destino, e la Chiesa, secondo Y opinione di mdti, quella persecuzione. 
Senza, qui è preso (ìer oltre, a p^ù^: fortuna per desHno^ disgrazia. U 
,€ano in maniera naturale cosi prineijpiò il suo poemetto istorico^sacro, 
o meglio diremo Legenda Sacra v. f. i02. 

In tempus qui regnànt sos Imp»rad«NPes 
De sos Cbrislianos grandes persecutores 
Zo est Diocletianu et Maxijmanu 
De sa Incarnatione cprriat s annu 
De su Redentore Dughentos moraata 
Sa quale persecutione fìiit tanta 
Et de totu sas. ateras sa pius major^ 
Contando dae sa nK>rte ife su Saivadore, ecc. 
(il) La persecuzione di Diodeziano fti la decima nella Chiesa, • 
•tutti gli Autori Ecclesiastici notano d' esser stata là più crudele. 

(i2) Barbaro^ cosi chiamavasi il Pretore mandato in Sardegna e 
Corsica, perchè queste due Isoleformavano una sda Provìncia Ro- 
mana. L'Autore lo chiama sempre Presidente, cioè Preside, né si* sa 
la sua nascita che dàlF Autore^ che fosse Africano d' origine, e da 
questa strofa s'inferisce che venisse scacciato dall' Africa, dove occu- 
pava ristessa carica, dagl'Imperatori perle sue iniquità, e delitti 
che vi commetteva, v. Bombis, in mart. s. Saturn, Non si ha aRra 
particolarità di questo Preside che quello della constante tradizione 
dei Sardi, che allor quando partiva dalla Sardegna, e giunto aUe 
bocche di Bonifacio (sas buccas) v. la Carta, ivi pestò sonunerso nelle 
onde, facendo un miserabil fine per le tante crudeltà esercitate con 
i veri servi di Dio, e contro la Chiesa Sposa di Gesù Cristo. 

(13) Istricta manu, cioè gli diede, còme suol dirsi di buona mano, 
o di mancia, la Provincia di Sardegna e di Corsica in compenso pei 
servigi, sebbene malamente prestati in Africa. Il senso anche può 
essere malvolentieri, dare de manu istrincta una cosa , cioè, prestarla 
malvolentieri, con cautela : oppure gli diede questo per porgli freno 
e limitare la sua autorità, così si concilia meglio , non potendo essere 
liberale con un'ingrato. — Il Cano ha l' istesso sentimento. 

Unu Reu Bàrbaru qui fuit Africanu 
Barbaru de natura et gasi nominadu ' 
Su quale haviant dae su Regnu scazzadu 
Pro haer ite viver lu fetint presidente. 

(14) Neir Ediz. Mond. è In hue j ma si vede esser un' errore di 
stampa, perchè in molti altri luoghi questo avverb, di stato è scritto 



ANNOTAZIONI ^91 

hue con h . secondo V ortografia di quel tempo, sardo uè che è 1* ube 
antico V. Qrt. P. I. p. 469. N..3. Per huc in sardo dioesi inhoghe, né. 
starebbe bene al senso della storia, ed alla cad,enza del verso. 

(15) Sa falsa; cioè in sa faUidade coirtr;. poeticamente. Oppure è. 
una voce ant. propria della lingua Sarda che forma in o i nomi as-i 
tratti dagli addiet comò facia, imbolada^ ruta], ecc. V. Ori P. I. p.65. 
Ed è preso in vece dell' mfin. in su fagher j in s' imbolare , ecc. e qui - 
in su ^(addire sou fagherlos ru^re^ oppure, fagherlos ruer in sa. falsa, 
fide sua ^ cioè pagana, 

(46) Poriu Sargusanu, cosi chiamasi il Porto di Bonifacio al mezzo f 
giorno in faccia alla Testa della Sardegna. V. la Car. Corogr. Cosi detto ! 
da Siractisanuy cioè di Siracusa , come attesta Diodoro Siculo: « haec 
Insula ( Corsica) aditur facile optimum portum habens^ qui dici tur* 
Syracusanus.« Zvfaxouffàvov Aefxsva^ eh' è quella tortuosa lingua di mare . 
che tra altissimi nM)nti arriva sino a S. Bonifacio, il Palla TrauXas di/ 
Tolomeo. — Il medesimo porta il Cano, da cui pare 1' abbia preso 
l'Araolla ^ 

Apresstt algunos dies su cane danadu 
De benner in Sardinga fuit aconsigiadu 
Et gasi navigando per issu mare manu 
Arribait a su portii nostru turrittanu 
Benit in Cossìga in unu portu manu 
Qui tandu sì chiama t portu Seragusanò^ 
Lìi hue comò situadu est Bonifatu. ecc. « 
(17) Fistu, havende ^ ecc. Qui giova notare, e servirà per sempre, 
quando si trovano in questo Poema dell' AraoUa molti vocaboli ^e 
sono pretti gallurismi^ cioè voci sassarese, che V Autore voltò ed in- 
flesse secondo la gramatical desinenza del Logudoro. Queste sono , p.. 
esemp. (^ff< per vidu , o idu , Gali, vislu; havende. Gali. Àbendi,- 
Log. hapende ; arribados per arrivados, Gali, arribà^ arrivare, hapisit 
per hapesit , Gali, abisi ; tagliare , per segare ; Gali, faglia j pezzos 
per bieulos Gali, li pezzi; assai per plus; vos per boss iscioltu ,per 
isoltu; vidides per bidides; fami per faghermi. Gali., fammi j giazu 
per biddìa , GaU. la iazza , ecc. ecc. 

(48) Orc?}>id6. Seguita qua r Autore la pronuncia de'Gerundii alla 
foggia di Bono. Giav. Coss. Bos. ecc. facendo tutti i geru, della prima 
tu ande come leande, e della 2. e 3. Conjug. in inde ui vece di ende, 
come Os^^Ploa. Ozi. ecc. V. Ori. P. I. p. 408. 

(49) Peri sos bandos , ecc. L* Ediz. Mond. tiene Pensos bandos ecc. 
Ma si vede esser un' errore in vece di peri sos V. ort. P. I. p. 464. ed 
il senso è per mezzo, in pirpk In chiaro modo porta questo il Cano f. 2. 

(20) Monte Ageìlu, cosi chiamavasi la collina dove inalzossi la chie- 
sa ad onore di S. Gavino , secondo V apparizione del medesimo Santo 
al Giudice Comida. V, Condaghe Ort P. IL p. 96. Questo sito era in 
allora un sobborgo della Città , e fuori delle mura , perchè per pre- 
dicarvi la fede, bisognava che fosse abitato. Il Passio Sanctorum 
Martyrum Gavini, Prothi et Januariij Veaetiis per Petrum de Quar 



iSa GÀT. TRIUMPH. 

rengiìs B^gaMeiM«m di« XW, Sfadii 4497., che riposa nella Bibliot. 
dea Gav, T^a^ tiice a t 17. mtìV annuuziarsi a Barbaro dai nemici 
questi due Apostoli ddk fede, Eeee 0utem in CM$ate TttrrHana du» 
Mri in mont9 fui éidtur Jgdèus dii oc fwcPe fidem Chri9U predicare 
nen «esMnr. Non si potrà dire quel in prò ebe sìa un errore per Mr^, 
perché cosi pCMriano le due cit. Eéi^. ih prò , eioè in probe, €uiprobe^ 
i7Ìciiio> V. ort. F. I. f. 170. Questa collina adunique e sot)i)orgo era 
tmui dellft Gtltà di Torres , ma non M gran lontananza^ e p^*ciè si 
deve distinguere dal suburbium di cui parla in altro luogo ^ cernie si 
vm^ osservare dalle rovine- e daf ruderi che ^ trovano scav»ido nel 
ude dei mare a ponente della Basilica. 

Sa Biana, esatta qua f Autore la bellezza del Giovine Ciaimario, 
da. «1 mado prev. sardo che per esagerare una heFlezza dìcesi , ' òéBM 
gite «n» IsMto, fM i na intelk» Dicma^ ju§h€f 8^ i^^Ha Diana in fronte^ 
ecc. sinilìtudim usate da Omero; v. Yocab. Sàrd. ad V. Carnet. 

( a* ) fe. XXXVIt l«L Ezech. XXVI. 12. 

(22) L* ediz. Mond. ha Spirtu sUnserrat, et serHmus , ma tt vede 
che il verso è mancante, e quindi avrà dettò Spirtu se inserrca ti 
eervimus, oppure Ispiritu s^ imerrat, et servimus: ma siccome non 
mette mai la I air «t impara^ perciò ho creduto <K apporvi V arverlno 
di stato conforme al senso, e come avrà dett^ il Poeta. 

(23) Apoc. XVIXI. 7. 

(24) Et intra dmghenfums, ecc. il senso è che cercavano far 
amicizie con un numero infinito di uominè con cui conferiTano. Non 
è nupvo ai Poeti di prender cento ^ fnUle, ecc. per un numere indèfi- 
nito* j come Tedrassi meglio qui appresso: ma hi difficoltà sarà h» che 
senso abbia preso F Autore q^ael^^nfessionB», se non^ è che ho- intesa 
dire emvfesmre fti> fede evisHana, a me sembra no' errore di steunpa ì» 
v»ée di eonversionss*, ed allora il senso ò plano; ma nòHi F'W votole 
eambiar^ fin tanto che altri migliori di me non fecciatìo le loro pie 
giudiziose osservazioni. 

(25) Sunthommes di 9tof[ti, vale uomi/ni ben nati^, signori, nen ror- 
sti* ed equivale al vernacolo sardo, de pannu^ homine- o genie de 
pannu, cioè vestiti da Signori (Gosinos), Gonferraa (jpiesto ii verso 
seguente^ che erano versati nelle leMere, cioè non illetterati, ì quali 
sogliono andar ben vestiìti', e distìnti dalla pl^^. 

(Sft) E(Bz. Mond. tette», e si vede chiaro esser \m' errore* — Minerà , 
se non è miniera ^ è da nUna ^ da cui il sardo idiotismo , fwjher mina 
ad unu^ cioè fer tresca, o inganno, per esser accolto nella rete. 

(27) Cane latrante, espressione di E^mostene per i filosofi; nei 
Yan^elo s' intendono i Pastori , cioè i Parrochì che invigilano , afiKn- 
che il> Lupo^ cioè gli Eretici, o i malvagi non si avvicinino alla 
Clnesa, figurata nella greggia o nelle mandrie. Joha. X. 12f 

(28) Superba similitudine ! Descrive qua con* vera inmiagine tm 
fiume allorquando ingrossa dalle continuate piogge. E siccome i fiumi 
sogliono rigonfiare sempre all' imboccallura del mare, come forse il no- 
stro. Autore l'avrà osservato noi Tetno di' Bosa (v. la Carta), pereià 



ANNOTAZIONI 1^3 

lo Aiima eatidale^ da eauda, eoa, perchè I©ond€f,òìf vento ittp^dehdd 
di sboccare, allora ri^rgita netf estremità, come si osserva semplice 
nel Tevere ed in altri fiumi d' Itali», cliè Inondano al sòfflanr del tento 
che viene incontror-LiWcw Serpente, che délltì LiAim, defl' jiftita, ki 
eni i serpoiti swiovelenosi,© qui l'applica a Barbato cìfetà africano 

(af9> Rwttrende, rastrare che tale straseindte verbo fOMuUtè dà ra- 
$irum, sapdiio, e questo da. rado is, 

^80) DisciEidADos , sfaeciaH , e tìidti sono i vocafboli sardi cte ^ijd 
eofBipostf da ms partic. che ha il senso contrario. V. Ort. F. I. p. Mi. 
N. 1. cosi distempus, fuor di tempo che notì è nella Lin'érua itali v 
U Art del OMarabini, Bibl. Itel. Ago. i837. 

(84) Mfardersi m didu in bucca, modo protérb. sardd, ^er ^igtìM?- 
mte Y atto di rabbia che imo tiene nel volersf vendicare dell' alt^cy, 
IMulìitìk. Sass. mddu Os. Angl. dJWw, Dial. com. poddighe. 

(88) «Siojrw ri06, co^ F ediz. Mond. che io non ho voluW emeftdàfe, 
e sembrava che dovesse dire o socios rios, cioè cmipagni ménagi, 
che davano hi morte ai ite martìri: ma , veduta f Ediz. CagUari. del 
Cav. Tola , seny^rà m' apostrofi^ leggendo s*(tfo8,{so8 t^os), com'è 
frequente al Poeta di troncare l'artic. pi. sqb.sos, de sos, ecc. ed il 
senso sarebbe in mente dell' Autore, o morte de eoe tres sanctos mar- 
Uree mios, qui mi conmmis su coro ^ et da» causa M 'mie qui sos ojos 
nU factant rio» de lagrimas! 

(33) Los poHnt In questa guisa fa la sincope per V ordinario del 
passato remoto di questo verbo irregdare in vece di potesint, o poteint 
V. Or%, P. I. V. ivregol. Così pure fecdnt, come spesso ossferVerai. 

(8Ay Exeeiaanty eseguiscono, pongono in esecuzione, del verbo ete- 
tmtare, e moltissimi sono i verbi sardi formati dai partic. passivi; cóme 
da co(5ltt cótmre, da executum exeeutare, ecc. v. Ort. P. t p. i09, N. t 

^) n. Ad Chor. IV. 17. » Id enim' quod in presenti est momenta- 
iieum^ et leve tribulatìonìs nostrae, supra modum in «si^limitaté 
aeternum gloriae pondus operatur in nobis. >» 

(à6) Chiama qui fi Poeta S. Proto perfèttissimo Oratore e valentìs- 
suno Teologo, perchè era Sacerdote, ed i Sacerdoti devono custodire 
il gran dfepostto della scienza e dfella fede. Malach. II.7. L adTimoth. 
II. 20.— Che S. Proto fosse Sacerdote o Presbitero , non vi è da dubi- 
tare^ come pure che Gianuario fosse Diacono, ordinati ambi in Ro- 
tÈOt da S. Cajo, Sommo Pontefice, e mandati espressamente da lui irf 
Sardegna per predicare la santa dottrina di Gesù Cristo. Alcuni però 
han voluto contrastare la dignità episcopale, indotti dalle parole del' 
Martirologio Romano, Turrihus in Sardinia Sanctorum martyrum^ 
Proti Presbiteri ^ et Janu^rii Diaconi, qui a S. Cajo Pa;pa ad ewni 
insulam missi tempore Diocletiani sub Bctrbaro Preside consumati sunt. 
Cosi pure la Ruota Romana lo chiama Presblterum. Molti a questo 
i1spondont> che siccome anticamente promiscuo era il nome di Vesco»- 
vo e Presbitero come consta dalla S. Scritt. I. ad Timoth. V, 17. Tit. 
1, 5. e dair istesso Martirologio Romano, perciò non evvi a dubitare che 
fr. Proto sia? stato ordinato- Vescovo. La Tradizione è constantissima 




IM GAY. TRIUMPH. 

nella Chiesa Turritana cheS. Proto fosse Vescovo di Torres: ed altri 
{ffiun^ono che non è da presumere, che in quella missione che 
laava il Santo Pontefice a Proto non l' avesse ordinato Vescovo, 
trattandosi dì averlo mandato espressamente a predicai* il Vangelo in 
una Colonia pagana, e cosi distante da Roma, e specialmente in 
quella circostanza della crudelissima persecuzione, v. s, Gapino Tra- 
gedia delFavv. Dom. Rossetti, in fine N. 2. Sassari 1801. Presso Ant 
AzzatL V. Getnelli, Oraz. di S. Gavino f. 24. Ma il Mattel con molti 
altri uiegano S. Proto esser stato Vescovo, bensì semplice Sacerdote. 
V. Martini^ Stor. Eccles. voi 1. f. 20. 

(à7) Da queste parole dell'autore dirette a Gianuarìo Giovine, 
pare debba inferirsi che questi fin dalla sua infanzia sia stato sotto 
la vigilante disciplina di S. Proto, chiamandolo figlio, come S. Pietro 
chiama suo figlio S. Marco Evangelista, che era stato battezzato ed 
istruito da lui nella fede di Gesù Cristo. Anche il Cano porge questo 
sentimento 

Como quergio narrer si stades attentos 
Sa sancta vida et bonos ammaistramentos 
De sanctu Januari cussu terachellu 
Jaganu sacradu virtuosu et bellu 
De sanctu Protu figiu spirituale 
Frade et cumpangiu in su bene et male 
Su quale sanctu Prothu imparali da pizinu 
Ih sa lege cristiana et timore divinu. 

(38) Fedra de toecu, è V istesso che pietra di paragone con cai si 
prova r oro. Fedra de toccu in sardo dicesi -a qualunque pietra che 
sìa dura e nera, come il basalto, o quelle • ghiaje de^ fiumi e della 
spiaggia del mare, dial. Cagl. perda de Sazeri che sembra corrotto 
oa sasso, o salto per esser ben compatta e dura: non da Sassari, 
Sazeri ^ perchè non vi si conosce questo genere di pietra con cui è 
selciata tutta la Città di Cagliari. 

(39) Ediz. Moud. Dauramentu, che dev'esser deaurametUu, ed in 
altra voce comune indoradura ^ indoramentu. 

(40) Ed. Mond. renit cum adspersa, et violentia. A più di non esser 
giusta la misura del verso, non sì vede il senso chiaro. Io adunque ha 
supplito la voce, ipsu riferendolo a oro o a deauramentu. Anche violentia 
sembra un' errore, e forse avrà detto valentia (valenzia) in questo modo 

Venit cum ipsu adspersa, et cum valentia 
Oppure corretto il cum per ime in questo modo 

Venit inie adspersa, et violentia 
Oppure queir adspersa per adspersura Ori. P. J. f. 65. 

Venit cum adspersura^ et violentia. 
Pare però che qua i^iolentia sì riferito a sa pedra de toccu (la per- 
secuzione) come pietra di paragone della fermezza della fede, figurata 
nella finezza dell'oro (la vera fede), faghet resistentia a sa pedra de 
toccu, cix>è alla violenza della persecuzione. 

(41) Barbar is^u , nome diminut. v. Ort. P. I. p. 50. N. 3. e qui forsf 



ANNOTAZIONI 195 

detto per irrisione^ e per ironia , mentre, descrive l'orrenda crudeltà 
dì questo Preside. , 

(42) jl. ad Timoth. v. 2, iVon coronabitur nisi qui legitime certaveriL 

(43) Ed. Moiid. fruire, che si vede esser un' errore di stampa in 
vece di fuire, fugire. 

(44) i. ad Philipp. II. 7. 

(46) Isa. LUI. 4. I. Petr. II. 24. 

(46) Joh. IV. i4. Ephes. II . 7. 

(47) Preposity contr.da prepQnzesit, e forse s^vk proposit, proponnere.^ 

(48) Gen. 11. 7. > 

(49) Ad Ephes. IV. 8, 9. 10. 

(50) Manna, allude alla manna degli Ebrei, Num. X.I. , 7. che era 
dolce, e quindi il senso è che ogni martirio gli sembrerebbe dolcézza. 

(51) ConlivizUi vale penftiero, briga ^ cura: homine senza contivizu, 
nomo spensierato^ V il Voeab. — Sa mania (orret ^ ecc. cioè , sa carré 
torret ad sa terra {marna sna ) ; quale (comenti:) su corpus meu , qui 
est terra^ torret ad sa (erra in sasepultura, fifcwJ^ s'anima^ ecc. Allude 
al detto deirEccli. , Xll, 7. « Et revertatur puivis in terram suam 
nude erat, et spiritus redeat ad Deum qui dedit illum. >y 

(52) Descrive la posizione del Porto di Bonifacio, che non è allro 
che una lingua di mare rinchiusa tra le montagne, che tortuosamente 
sono disposte ed in gran vicinanza insino al Sobbofjgo della marina. 
V. sopra N. i6. 

(53) Arrihados , che è una pronuncia sassarese , V. N. 17. in sardo >? 
arrivados, altrimenti si confonde con arribare, conservare; diaL CagL ^ 
stugiai da astuccio , metter in astuccio. 

(54) A^atu ^ senza acatu , cioè senza avvedersene ; e qui è il senso , 
senza scomporsi per nulla ^ cioè , intrepidi, 

(55) Quest' idea* è presa dal Vangelo, dalla risposta che fece Pilato al 
Salvatore: >» nescis quia potestà tem habeo dimittere te, Jhoan. XIX. 10. 

(56) NascfUdos, si rileva da questo che S. Proto e Gianuario fossero 
nativi diTorros. Nel Passio ecc. dicesl Prothus, eiJanuariusin insula 
Sardignae geniti ^ et in Turritana Cintate nutriti. Così pure nella ri- 
sposta che fecero a Barbaro, si de genealogia nostra interrogas in Sardi-- 
§nia sumus nati, in cintate Turritana, quae Metropoli dicitur, nutriti^ 
Cosi pure il Cano 

Custu Sanctu Prothu fuit sardu naturale 
Servu de Deu catolicu et leale 
Bonu theologu dignu Predicatore 
Homine gratiosu et grande Oratore. 
£ quando furono portati a presenza di Barbaro , dissero 

Sos Sanctos resposint -a Cussa demanda 
Si queres ischìre daè nois da quale banda 
Et in quale parte nois siamus nados 
Ti narramus qui semus naturales sardos 
Nudridos et pesados in sa citade turritana 
^ . Sa quale corno est metropolitana, ecc. 



196 GAY. TRIUMPH. 

Questi »i portarono a Roma, ma aoh si da^ de coti siano it! espres^mente 
per esservi battezzati^ oppure fossero catecameni prima detta partenza 
V. N. 480. Nel S90. furono ordinati 4la $. CaFfo , e mandati nella loro 
Patria per sost<^!i^^i la fede, e con la loro constanza ed a^ttivo zelo per 
ispandervi la celeste dottrina. Torres è Città antichissima, fadt cui orìgi- 
ne è involta nelle tenebre. GÌ' Istorici antichi dicono che fosse fondata 
dai Yetuloni o Turreni i700. anni e più pnma detta venuta di Cristo, 
n certo si è, secondo il Fara, Vico ed allri, che 000$ ta sia il irv/syoc 
^^9m¥à9 Turtis I4by8$(mi9 dì Tolomeo O^ perchè Ercole LAbio vi ar- 
rivò , e r ingrandì, come credesi^ di molte Torri in otto miglia (duas 
horas) di circuito. In progresso , venuta la* ^rde^niia in poter dei Ko- 
matti , fti nominata coYònia, secondo Plinio, arricchita dR molti privilegi. 
Qnal fosse la s«a grandeasa Romana Y. 1^. 97. Da Torres si chiamò la 
Provincia d^ Loradoro turtUana, Via primi che fugarono e stanziando 
dentro terra in dassari , prese denominazione nna strada éi Sassari, 
f n' ad oggi chiamata Fia turtitana, 

(5f7) SaUire , adjunghere abba ad su mate ^ legate eUm eùnna sa 
m>ii9M^ sono formolo proverbiali sarde per significare con iperbole die 
uno si affatica iw vano. V. i Prov. de' Sardi m v. Mare. 

(56) Ed. Mond. ha ieiras , io ho emendato ttrra per esser più 0^0 
il sensa Se non è che Uìra» è concordato con tartes , cioè primu qtri 
resiRiU sepultadas in tetras cerrres. 

(59) Infidu fiadu , cioè infedel spirito : fiadu in sardb dicesi allò 
spirito delle bestie , lat. fiaiùs conversa T i in t\ v. Ori P. I.p. àO e 
(pil ir Santo lo dice per awitìmenlo , che V anima: del Tiranno era si- 
mile air anima d' un inferocita bestia , o allo spirito d' una belva. 

(€0) Piaquit latinizzato plaeuit > si trova così in molti MSS. A. in 
Dial. com. piaghesit,, piaghete. 

(61?) Artigiadu vale stduceìOe^ abbellito , fatio 4ion arte. Parla (pn 
della cecitàr e dell' ìneensateaza* dei Gentili che poco curavano di rav- 
vedersi , disprezzando la Legge di Grazia* che i Santi annunziavano. 

(6^) ChiìhgisH, <fiai. com. inchitìgesit, mehingiare, einger ifUornù, 
BtiorligUare j chingia, dinia, propriamente?' quella strìsi^ia di canape 
eon cui si cìnge la ^Ua al cavallo'. 

(63^) Esagera poeticamente come allacciarono e caricarono di cord^ 
a S. Proto, che tanto erano le ritorte sopraccaricate sopra la sua per- 
sona , che non vi penetrava neppur luce. Anche il Cano in diverse- 
frasi. 

Itu su quale fetit fortemente ligare 
Sos sanctos martyres com bohas catena s 
Qui li segaant sos ossos cum sas venas 
Et totu sas carnes cum pectenes de Hnu 
Lì fetit strassare fini a "samben vivu 
A zo qui cum t^\e grandissimo dolore 
Li fagheret renegare Cristus^ Redemptore. 

{*) Ilal. Torre del gran Ubie^e, v. Marongio^T^urra^ Stlectae^ ecc. f. 3& 



ANNOTAZfONI 497 

' (64) PudenHa, diat. «om. fiagu pudida, puzza: iescriy e qua il Poeta 
r orror del earcere , e tutti i disa|p che si soffrono da quelli cfa* ri 
9ono dentro racchiusi. 

(65) HvHn^ , baghaio é( lagrime , MHo, 

<66) Ed. Mond. Qui prò presser ^ io che non fe senso. 

(67) Cane infidu. In sa^o il nome di calte è preso come dagli Ebrei 
nella Scrittura , per dinotare un Ptle ^ un' infedele. — R Can0 lo chia- 
ma sempre cane danadu ( damnadu ) , cane renegadu, cane maledictu 
eoe. Ed in un luogo al fogl. 49. lo chiania moro per quelle idee dei 
Poeti sardi V. II. F. f. 40. N. I. di qiicst' Ortogr. 

Et ancu eumandait eussu cane moro 
Qui betarent in mare s<ys corpus insoro 
Dada sa sententia prest» si est pesadtt 
Dae su tribunale comente inspritadn. 

(68) jéeon§oxadu è V islessa che angosdaio , dial. com. angugtfad». 

(69) Discantare ^ cioè fitr in schegge , nis , e e *iitu , pe?2ò ; che vale 
dimuovere. Della feria della part. dis , y. Ort. F. F. f. 23. N. 4. 

(70) jébbasMki Segnore, vale benestante, con tutte le commodità di 
tin Signore , passando una vita agiata. 

(74) Ed. mond. Piantare, cioè ponnere, mettere: ma meglio sarebbe 
secondo l'ediz. Cagltor. pintare ^ cioè scrivere^ vergare. 

(72) Fd. Mond. — Si in sos idolo^ credes lene per certu — Nel qual 
Terso vi è una sillaba di più , e quindi sembra intruso il per , che 
sarebbe superfluo , altrimenti si potrebbe accomodare in questo modo 

S' in SOS idolos crès tene per certu 
Ovvero apostrofando soh , lo che fa sovente 

S'in s' idolos credes tene per certu. 
Curiosa è questa voce idolon come la riporta il €ano constantemente , 
cioè in gen. fem. nel pi. v. m. 

Ifen a sas idolas vestras d^e sas quales 

Non speramus gratia nen nessun' adjudu. 
' (73) n senso sarebbe— li creschet(aBrotu)sa cholera cum paraulas 
pius riprensivas ( disfactas ) et terribiles fora de modu ( isconzas ) , 
^«ioè sconvenevoli: ma siccome questi atti non convengono ad uii San- 
to , sebbene avesse tanto zelo per la Si Religione , sembra riferirsi a: 
Barbaro ^ prendendo ri9po8ta per proposta ^ parlata ., ecc. e mettendo 
punto dopo disfactu, 

(74) Ed. Mond. mi priveni , che si vede esser un errore di stampa* 
deir i per t , come l' Edii^. €agli. 

(75) Prov. Sardo » abba in su pistone pista, abba est\ et abba s'istat. ?> 
Mfortellu dial. com. pistone j mortajo, — Vadc , sorte, v. gr. ja has ha- 
pìdu bonu vadu ( lat. ftitum ) qui grazia. 

(76) Ed. Mond- E paetentia. 

(77) Descrive qui ilFeeta l'Isola comunemente chiamata Asinara^ 
in oggi abitata db- molte famiglie eh' esercitano la pastorizia , antica- 
mente jienaria , perchè, come dice Pausania^ vi appro«iò Enea fuggi- 
ti^ daiDa disti^uiione di- Troja. Più anticamente si- chiamò* anch' %-- 



i98 GAY. TRIUMPH. 

€uli8 Insula. Dessa giace dirimpetto al Promontorio di Sardegna 
chiamato Capo Falcone. ( v, la Carta Cor.) ed ha 80, miglia di circuito, 
e questo fu il luogo dove fu messo in esìlio 8.^ Proto. La quali' Isola . 
fu in quei tempi molto selvatica, e perciò era ripiena dì bestie fieris- 
sime e velenose che deposero la loro ferocia al veder il Santo , anzi 
per sua intercessione vi perirono tutte, ed in Sardegna si attribuisce 
a suo miracolo che non si trovino , né Lupi , né Leoni , né altri ani- : 
mali velenosi , come per Malta dicesi- di S. Paolo. V. le Let. del Brev. 
Rum. ad diem XXV. Octobris , in aliq. locis. 

(78) Corcovados^ forse l'autografo avrà detto concurmdos ^ perchè, 
nel Logud. non esìste una tal voce. Sì dice solamente corcoyeri , ai>a- 
ro ^ taccagno^ ecc. Ma forse dalla spagn. copcobado, chino, 

(79) Cornicularia anche chiamavasi anticamente quest'Isola. Il Poe- 
ta prese dal cit. Passio questa voce : » deportatusque est ( Prothus ) 
solus in Insula qùae dici tur Comictdariu ^ et ibi èst in custòdia de- 
tentus. >' Anche il Cano seguita questa cognizione. 

Tandu su^ Re Barbaru infiamadu totu , 
De ira et de malitia contra Sanctu Prothu 
Deit per sententia qui esset deportadu 
Quena victuagia et solu lad^adu 
In ssi Isula deserta qui sa gente nara 
Et totue si chiamat corno Sasinara 
Que si nominaat per issos de Italia 
Àntigamente sa Cornicularia. ecc. 

(80) BramaìUes cioè (amidas : ma forse V originale avrà detto me- 
glio sbranantes. 

(Sì) Ed. xMond. andante si vede esser errore di Tipografìa^ o avrà 
detto an6f^^, 3. pers. deLpend. amtopa. 

(82) Quale per coniente ^ in che modo. 

j(83) IsffizadUj (z dolce) dial. coni, ischìdadu, svegliato : da excito, 
OS ^ lat. se non è dall' ebr. schad, vigilo. 

(84) Ed, Mond. Pt gasi ruei^ che sì vede esser mi errore di stampa 
neir i per L 

(85) Lesiincu ^ murta cum joga marina. Lesliiicu , il frutto del len- 
tisco, còccole j murla, mirto ^ tutto abbondante ancora a giorni nostri 
peìia delta Isola. Joga marina è le arselle che vi esistono in gran co- 
pia attacàte agli scogli. Quest' idea la prese ad verbum dal Cano il 
quale a f. 7. cosi 

Ma su bea tu Prothu in custu intertantu 
Stando in cussa Isula sterile et deserta 
Cum bonas bardias qui stant alerta 
Sas quales Barbaru haviàt comandadu 
De laudare a Deu mai li est ismentìgadu 
Faghende st rei a vita et moltu meschina 
Cum lestinciT murta et^hioga marina (>^). 

C) Noterai che in Logud. joga marina è nome generale eoa coi 



ANNOTAZIONI 199 

(86) Ed. Mcmd. Sajutoriu, 

(87) £d. Mond. Et tue prim d'esses: è un errore dì stampa in vece 
di f'pse ^ cioè cibu s oppure sarà stato t il secondo r^ istes ? 

(88) Su meu querrer , cioè il mio volere , o la mia volontà. Preso 
dalle parole del Salvatore al Padre Eterno , verumtamen non mea 
9oluntaS:, €€d tua fiat Lue. XXIT. 42. Come gì' infiniti in sardo fanno ì% 
«veci di nomi astratti. V. Ort P. I. f. 65. 

(89) Forse humile velu ? cioè V ingombro mortale , U corpo. 

(90) S' Jnsulas duas , cioè T Asinara , e la Sardegna , come lo S[Me- 
ga nella seguente strofa. . ' 

(91) Ed. Mond. da' punctu coro e Mda, cioè bcsMa o exida da' coro 
compunctu. Ed. Cagl. esida, 

(92) Isa. LfX, V. J. 

(93) Ad Philip. I. 2f 23. 

(94) Ed. Mond. (^nin reoina ^ forse sema rovina ? Le attuali rovine 
della Città di Torres, sicoramenle attestano il prìstino suo splendore. 
Oltre la Basilica di cui rimane più visibile àwanzo (v. N. 97. ), i 
gran lastrici di mosaici che sono alla scoperta nel lido^ le relìquie 
Seir acquedotto sostenulo da ai^chi ', die prendeva V acqua della Valle 
di S. Martino ( eba giaia ; , V. Marongio Nurra Turritahurn T. FlavH 
MisHni . marmor , ecc.- f. 15. Fara> Della Marmora^ ecc. il ponte dì 
ottima architettura cXm otto loci, statue, plinti, e colonne dì marmo 
granito, dalle quali fu costrutta T attuai Basìlica, ed altre cose rimar* 
ehevoli che-si trovano ne^li scavi, annunziano la sua antica grandéz- 
za. Da questo stato prìncipiò a decadere nel Sec. IV. forse con iscosse 
dì terremoti^ ed inondazioni , perchè ì mosaici sono tutti nel lido , ed 
il Ponte che oeciipava il centro della Città, sta aUe bocche del mare: 
ma ciò che più fece dair autico suo splendore , maestà e grandezza 
decadere questa Città furono le invasioni dei Saraceni, né si può sta- 
bilire più sicura epoca del totale suo abbandono che quello della tras- 
lazione del Capitolo a -Sassari nel 1440. dall' Arciv.«$'/>ano. V. Mart. 
Marong. ecc. e questi prova almeno prima del Sec. Xfl. d' esser stata 
in pie£. V. Selectae S. Gregorii , ecc. f. 89. 

(95) Thren. I. i. Qui il Poeta fa la parafrasi del principio delle La- 
raentazicmi di Geremia. ^ 

(96) Matth. XXIV. 2. . . 

(97) L'Autore seguita la tradizione popolare di quel tempo^ e 
come si riferisce nel Passio, 'ì\ quale T AraoUa seguita puntualmente 
nelle sue narrazicmi (*), ebei magnìfici avanzi di Torres che tuttora 

chiamasi la patella che sta attaccata agli scogli , e V òstrica. L* ^rsella 
però dicesi, cocciuto^ cocciula niedda telUne^ cocciula arrigada, ^an^jio- 
2e striate ^ cocciula imbria^a ( Cagl. ) cama. V. Porru Vocab. 

(*) Anzi , secondo la divisione di questo Passio ', aveva V Araolla di- 
viso il suo Poema. Il Passio è diviso in II. parli , la prima che princi- 
pia con la prima Lezione , Passio Sanctorum Martyrum (tapini ^ Pro- 
thi^ et Januariu La seconda che principia dalla IX. Lezione , In9en$io 



flOO GAV. TRIUMFH. 

esistono singolarmente in vicinanza alla Baaffiea verso ponente, siano 
Sitati dalla casa di Bar^rpi diiamati perdo sa domo de ^ Barbaru, 
ed il territorio Me Barbaru: tale anca era V opinione sino ai principio 
di questo Secolo fino che dagli scavi che si ^ero ndT anno 4949, d 
trovò il ceppo ne' detti ruderi che dimostrava esser una Basiliea re* 
slaurata da M. Ulpio, e perciò BasiMca Ulpiana. L'iscrinone del ceppo 
esistente nel Museo di Sassari ed illustrata dal Cav. BaUU Torino 
1820., è la seguente 

TEMPLVM . f ORTVNAE. 

ET . BASILICAM . GVM. 
TRIBVNAU . ET . COLVM 

NIS . SEX . VETVSTATE 

COLLAPSA . RESTITVIT 

M.ARCD$ VLPIVS . VICTOR 

y.lR E.6REGIU> PROC.URATOR AVG.OSTI N.OSTM 

PRAEF.BCTDS PROV.nioi4£ SARD.in«B 

CVRANTE . L.UCIO MAGNIO 

FVL VIANO . TRW.IJWO MILitari 

CVRATORE . REIPVBL . PP.pitre fjltmile 

(9S) Modi iperbolici comuni ai Sardi, v. Ort, P. II. f. 6S« Neirediz. 

Hond. Sa nie , in dial. com. è masc. v. Ort P. I. f. 64J in dial. Sass. 

Uim» la nebi, 

(99) Forti, forte lat. forse, Dial. <^m. forsi, forsis. Se non è un'er** 
rore di stampa, mettendo virgola dopo Ugtsdu cambiata la «. in t Lo 
due Ediz. haimo forti. 

(100) Espressione del Vang. Matth. XXVII. 19. la quale prese l'Au- 
tore- dal Passio cìt. praeses prò JYilmmli sedens-, lo che nomina 
moltissime voUe. 

(lOi) Qui pare che riporti la formola del Preside, eoa cui princi- 
piava la missione, che sarqbbe, notorm.siat., comerUe g'aUu Cansizu 
Imperiale, et preminente mi hai mandcutu a Corsiga et ad inoghe, et 
^om^ìU'est (sa forma), m primu qui cumandat, gasi (su traeladu) 
cuddu qui representat sa persone imperiale , ecc. oppure Bartìaro è 
r immagine (sa forma) deli' Imperatore, anzi qudl' Iinperatore mede- 
simo trasferitosi (trasladu) in Torres: lo che fa sentire ai Turrilani 
per mezzo di queUe parole, notoriu siat, ecc. 

. (i02) FiUanos , cioè de sas biddas mici. Settentr. U Sardi » Ort. 
P, l f. XIIL Merid. biddaiu. 

(403) Ed. Mand. ne^li ultimi versi di questa strofa i verbi dd Con- 
giunt sono terminati m es, v. gr. quirquedes, presentedes, ma nel dial. 
«om. è in lu in cui l'ho emencbto. V. P. 4. f. 404. 

(404) L'Autore qui descrive Terrore del carcere ten^ricoso, e 
forse quel cara era clara nell' autografo, inue bi fuit s' efiigie Oara^ o 
giara, jara, dial. sassar. tiara. 

if 
Corporum Sanctorum Martyrum fiocini', ProlM^ et JanuarM. T. f. iti. 
^. 4. di q. II. Parte. 



ANNOTAZIONI 901 

. (lOS) Adolesi^eiuf Juxta viau» auai» etmm cim MoutrtC mm fecedet; 
ab ea : Prov. I. 33. . 

(10$) Ed. Mond. desaries , e pare in vece cH <fr ^' aera, o teru, comò 
neU' Angl. Anche l' Ed. Cagliar, l^a desaries. Sembra la partie. d(B che 
sempre nel sardo è avversativa e comune in molte veci ( P. I. £JI8. ) ; 
purché pon sia una corruzione di ksurus^^ fame; distigioAo eheseiobra 
chiaramente mostrarlo il Cano 

Videndo Sanctu Prothu nulla scaml^iadu 
De «a cara sua nen nulla fatigadu 
Pro sos deskaeres et prò ^a >ida aniara 
Quaviat bapidu in persone et in Sasinara ( presone ? ) 
Forse anche ^rà uno sbaglio in vece di éfeshtiyres.^ disgrazie « ed in 
ispagn. hombre d^sayrado, vale- uomo disgraziato 

(107) Crudu moro. Presa la metafora dai barbari dell' Africa che 
frequentemente infestavano la Sardegna , e coiuune Questa voce sì 
Poeti per significare un' in fedele / iniquo , ecc. v. Ort. P. IL f. 40. 

(108) Isai XXXVII. 19. Jerem. II. 27. 

(109) £cu%. Mond. Connoschendi , cosi fanno terminare tutli i g^ 
rund* nella Prov. Gallur.: ma meglio come T Ediz. Cagliar, connòsehedi, 

(HO) Jboan. YUI. 12. 

(Ili) Il senso è , anima adflicia ^ incamifubda ( perduta ) de su tota 
a vi\ er sempre cum sos demonigs. Oppure sarà un' errore d' amte 
Edizioni per iscaminada , cioè bramata. 

(112) Ùe quie fectit su totu senza nudda — Bellissima parafrasi d«l 
primo versicelo della i^enesi , in principio creavU ^ etc. 

(113).Job.XXVm.26. , 

(114) Ggh. 4. 6. 14, 

(lld) Ed. Mond« ha torres per torret 

(11^ Gen. 11. 7. 

(117) I. Johan. IV. 9. 

(418) Ad Coloss. Dan. IIL 88. Ad PhiUp. II. 10.— Nel verso seguenf» 
pare sbaglio quel deternà$mdas pes desitinad<n9 » essendovi una sillaba 
di più, cioè predesduatea ed allude alla discesa del Salvatore ai Limbi 
per liberare le anime Sante de' Patriarchi e degli altri Giusti. 

(119) Ezech. XXXIU. II. Ed. 91. dmogm , è un' errore per di nogu^ 
come la Cagliar, cioè de inho^he, 

(120) Ezech, XVIII. 23. 
(131) Joh l 14. 

(133) Preso da quello che canta la Chiesa , O felix culpa! 
(123) Lu<?. VII. II. Parla della Vedova di Naim. 

(134) Matth. XV. 80. XXI. 14. Act. XIV. 7. 

(125) Joh. XI. n. I. ad 43. 

(126) Joh. V. 5. »» Erat autem quidam homo ibi Iriginta , et octo 
aimos habens » Qui il Poeta lascia la frazione e prende V intiero per 
venirgli bene al verso. 

(127) Il senso è> kor (comò) si ms(u traciu (forse in vece di tracia^ 
du) altUy et end£nU{àe haer factu custos miraculos) Mn Hfaghet haer 
•f cAtVu de SOS idolos , eec. 



m GAV. TRIUiMPH. 

(128) In 908 Chélos si oizM , parla della Ascensione ^ Ephes. TV. 
IO. Ed in fine della strofa descrive il Giudizio Fingile. Isa« XXX.. 48. 
Joel. lU. 45. Maith. XXV. 44. 

(429) Psal. XCV. 5. Isai. XXX;VII. 19. 

(4^> SipoMait in Roma (si portarono) et leaint cuddu Sacramentu, 
cioè ih Sacramento dei battesimo , che è il fondamento della Religione 
e della grazia, Tit. UT., & Johan. III.^ 3. — Da questa Strofa apparisce, 
che Brolo e Gianuario, furono convertiti in Roma , e per conseguen» 
partirono ffentiU dalla Sardegna. V. sopra N. 53. Il Cano nota soia- 
mente dell ordine del Sacerdozio 

In R<Hna sancta in huè fut ordinadu 
r De SOS sacros ordine» et preidem sacradu 

Cum su quale fuit ordinadu umpare 
« Jaganu de Evangelìu Sanctu Januare 

Per manos de Papa Gay o Dalmateu 
. Sancfissimu homine et amigu de Deur. 

Kon si può intendere del Sacramento dell Ordine , perchè di questo 
Ilaria nella seguente ottava, come Prota fu ordinato Sacerdote sola- 
jBetUe, e Gianuario diacono, cioè Evansc^st»^ hapende leadu Brotu 
SOS sagrados ordines de missa ( su Sacerdotiu ) ^ et Januare sos ordin» 
ìtte 8' evatigeliu , (Diaconatu). — Questo savio e giudizioso Scrittore, 
le avesse avuto schiarimenti intomo al Vescovado di S. Proto , non 
avrebbe tralasciato qui di farne menzione V. N. 36. come non ne & 
neppure il cit. Cano, 

(134) Sa8 Divinales Legessi cdlargtxint , cioè si stendeva , si promul- 
gava il S. Vangelo per mezzo di questi due ministri. 

(432) Cum cholera et annuzu. Annuzu , forse da nutus perchè le 
creste, e le ciglia sono il ^gnd, e vale broncio, rabbia. Volgarmente 

Erendesi per ri^eniimenlo , annuzadu , risentito , alquanto tristo ^ che 
a preso le creste. Pleb. unnicadu. 
f (43S) Mi dolzo istrttgnamente. Cosi ambe le Ediz. se non è un' errore 
introdotto il ^ per istranamente , forse intragnamente, di cuore, intra- 
l^naSj 9iwere, Oppure ìistronzamento ^ estraneamente , da istranzu^ 
ospite, forastiere. 

' (434) Terachia prendesi comunemente per servita, voce proveniente 
dal gr. oppure dall' arab. terakun, V; Ort. P. I. f. 39. N. 2. Ma qui è 
pr^o per gioventù , come teracu lo chiama nel verso seguente , cioè 
giovinetto: oppure s'intende del tempo e del fior dell'età in cut era 
atto a servire alla Repubblica. Queste parole sono prese dal Passio cit 
a parola , quando Barbaro disse , o amantissime juvenis ^ quare perdis 
pulchritudinem personae tuae ^ et florem tuae dulcissimae juventuHs 
(teraciiià ) ecc. Anche il Cano lo nomina sempre teracu. 
'. A Sanctu Januari prò qui fuit terachu 

Pro qui si pénsaat inganarelu que macfau 



Et approbe isse li comiirzait a narrer 
Cmi paraulas dulches et secretu faelu 



JWNOTAZIONI 20a 

Figiu meu caru et iterachu.belu 
Yidendo que tue des 4e tanta paga etade 
Apo firìcia et grande pietadle 
Qui corno depas perder custu tuo bellu fiore 
De sa terachia prò su grande errore. 

(135) Jtorgadu, qui ha fatto la metatesi o trasposizione dell' r^ in 
vece di atrogadu, accordato^ conees$o: il senso è adunque, quatUu mi 
has a isckire dimandare corno et sempre ti det esser coneessu o accora 
dadu ( atrogado ). Comunemente prendesi per confessare spontanea^ 
mente ^ esser convinto: 

(136) Iscarveddadu , ( senssa cervello ) , fanatico^ leggiero: della part: 
is.dis, V. Ort. P. L f. 20. Parla qui di.S. Proto che il Tiranno lo chiama 
stolto. L* Autore pare alludere al testo di S. Paolo I. ad Chor. I. 23. 
Praedicamus Christum Cruci fixum: Judaeis quidem scandalum, Gen- 
iibm autem siultitiam. 

(137) Fagher un* ordimentu de istamen fòrte , è V istesso che filare 
una fune forte , che vale appiccar una cosa ad uno per tormentarlo , 
éir tresca e vendicarsi. Fiadu qui è preso per V anima V. sopra N. 59; 

(138) Apoc. XXI. 11. . 

(139) Borea , in dial. com. Gregale.