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Full text of "Palimsesti del carcere: raccolta unicamente destinata agli uomini di scienza"

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PROF. CESARE LOMBROSO 



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Raccolta nnicamente destinata agli nomiDi di scienza 



Con tavole 



In vendita presso i Fratelli BOCCA , 

Librai di 8. M. il Re dMtalia 



BOMA 
Corso, 216 


TORINO 

Via Carlo Alberto, 8 


FIRENZE 
Via Cerretani, 8 




DEPOSITI 




PALERMO 


NAPOLI 

1888. 


CATANIA 



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PROPRIETÀ LETTEUAHU 



OomxD. M. J. Fontana 
libzaiy 



Torino, Tip. e Lit. Camilla o Ukrtolrbo, ria, Ospedale, 18. 



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AL LETTORE 



11 volgo ed anche il mondo scientifico credono in buona fede che il 
carcere, specie il cellulare, sia un organismo muto e paralitico o privo 
di lingua e di mani, perchè la legge gli ha imposto di tacere e di 
restare immobile. Ma siccome nessun decreto, per quanto sostenuto 
dalla forza, può contro la natura delle cose, così quest'organismo 
parla, si muove e qualche volta ferisce ed uccide a dispetto di tutti 
i decreti; solo che, come avviene sempre quando una necessità umana 
è in conflitto con una legge, esso si esplica per le vie meno note e 
sempre sotterranee e nascoste : sulle mura del carcere, sugli orci da 
bere, sui legni del letto, sui margini dei libri che loro si concedono 
nell'idea di moralizzarli, sulla carta che ravvolge i medicamenti, 
perfino sulle mobili sabbie delle gallerie ap>erte al passeggio, perfino 
sui vestiti, in cui imprimono i loro pensieri col ricamo. 

E da ciò nasce un vero giornale, anonimo, ma continuato, qualche 
volta, in estate, bidiurno, che ragguaglia il detenuto di quanto av- 
viene intorno a lui, di quanto gli sta per accadere — ed una vera 
collezione di autobiografìe senza pretese, ma perciò appunto più 
importante. 



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Ora a me venne in mente che questi veri palimsesti del carcere, 
ignoti ai più, proibitissimi dalla legge, e quindi non destinati certo 
alla pubblicità davanti alle classi oneste, come gli antichi non erano 
destinati all'epoca che poi li illustrò, potesse fornirci preziose indi- 
cazioni sulla tempra vera, psicologica, di questa nuova, infelicissima, 
razza, che vive accanto a noi senza che noi ci accorgiamo punto dei 
caratteri che la differenziano. 

Lo studio loro, infatti, intrapreso in due carceri cellulari e un 
ergastolo femminile per quattro anni di seguito superò le mie aspet- 
tative, poiché, come vedremo, non fu solamente.il cuore dei criminali 
che così si mise a nudo con documenti che non lasciano Tanimo 
aperto ad alcun dubbio, ma, come vedremo, tutto Tinsieme, così mal 
compreso e sfatato dall'organismo carcerario,- creato, anche questo, 
come le leggi penali, con sistemi aprioristici senza uno studio serio 
e sperimentale e che quindi doveva dare i mali frutti che esso 
fornisce. 

Quanti immaginano, per esempio, che le biblioteche carcerarie, 
allestite per confortare e moralizzare Tanimo del detenuto,lo irritino, 
e lo viziino sempre più ; chi crederebbe che le comunicazioni fra cri- 
minali nei carceri cellulari, creati apposta per sopprimerle, sono 
tanto pericolose e frequenti come quasi al di fuori, e che, vice- 
versa, sonvi più rare le propalazioni e le confessioni? 

Ma non anticipiamo sui risultati di questo lavoro che desidero 
emergano spontanei e parlino da sé airocchio del lettore spassionato 
e imparziale. 

Dirò solo due parole sulla distribuzione di questo singolarissimo 
testo. Presentandomi esso un materiale difforme, incoercibile, vi ho 
dato un ordine pur che sia, più per una guida al lettore che per ' 
vere ragioni psicologiche, le quali intendo emergano spontanee nel- 
l'animo suo al chiudere del libro. 

Molte volte inserii il frammento dell'opera stampata, in cui era 
innestata la nota del reo, per mostrarne la strana contraddizione, 
l'ispirazione alla rovescia. 

Un'altra osservazione devo aggiungere, per rispetto a un pregiu- 
dizio invalso nel mondo letterario e che non può tenersi in non 



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- 7 ^ 
cale. I criminali non possono parlare il linguaggio degli uomini 
onesti, meno ancora mostrare quel riserbo cl^e è convenzionale nello 
scritto d'ogni persona a modo. 

Se nel fingere il linguaggio dei demoni, il Poeta non potè non 
esprimersi in versi sudici, a me, ch'ero il paleografo, il trascrittore 
dei pensieri di questa specie di demoni terrestri, non ei*a certo dato 
far meglio. 

L'oscenità di costoro io la subisco come il lettore, ma non la 
posso nascondere senza falsificarli. 

Ma, avvisandolo prima e dicbiaiando fin dalla sua prima pagina, 
che indirizzo, esclusivamente, questa l'accolta agli uomini di scienza, 
spero evitare ed il danno e la taccia. 



C. Lombroso. 



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PALINSESTI DEL CARCERE 



SEZIONE I. - I COMPAaNI. 



a) Comunicazioni sogrete e avvertimenti ai compagni. 



Avvertimento ai ladri. 

Ah ! poveri ladri ! i suma (noi siamo) circonda da tante spie e 
da tanti sbirri che non possiamo più rubar nulla. Vi sono delle 
spie che la fanno per un divertimento e ancora dei nostri amici. 
State pure attenti miei cari compagni prima di rubar qualche cosa 
con chi vi ficcate. 

Mi dica quanti giorni sono che ha saputo che oa al debà (Às- 
sisie), e se toma ancora nella medesima cella se viene condan- 
nato; ma spero che verrà assolto (1). 

Alzate la gamba che un dì o Vauter furajemo (sortiremo) tutti. 

Guarda, 41, di non stracciare i fogli, che se ne accorge il biblio- 
tecario. Addio sono il tuo amico (Il 41 è il numero della cella). 



(1) L'individuo a cui la comuuicazione era diretta, è stato infatti as- 
aolto dal Tribunale correzionale dall'accusa di a omicidio in rissa » nel 
meae di aprile 1886. 



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- 10 - 

Saluto il 265 che iton so il suo nofne. Arrivederci oggi (1) ca^ 
fnerata di sventura. 

Me car 63 i suma ben pia tuti dui per le feste: fatevi co- 
raggio che struvrunia poi fora da si a 2 o 3 nieis. Addio. 

Pietro pensa pur prima per poter parlare percM parola poco 
pensata potrà portarti perpetuo pregiudizio (2). 

D'una cosa a proposito d'onesto 

Avvisar ti debbo 
E si è di emendarti presto 
E non certuni imitar che han fatto i sordi 
Finché a lor non toccò botte da orbi (3). 

Che sgonfion chi tses (sei). Gli ammaestramenti bisogna pren- 
derli ^dai ladri, essi si che sanno darteli buoni (4). 

Cara Dugone^ io ti fago (fo) sapere che per te io sotto in carcere. 
Se tu alla sera del 25 decembre 1884 non f avesse tirato il saso 
(sasso) sul vetro della cantina niente Vera. Sono Oresi. 

Caro Sindaco, ti prego di non andare confesso al debà 4lie sono 
io che ti chiamato per andare a crepare i stasi (5) e che ti e dato 
i due scaiot per figurare, se vuoi che io ti salvo, dirai che è un 
altro tuo amico e die ìiai pensato di dire che ero io per non farlo 
servire e per salvarti te. Allora ti salverò dagli stasi. Addio tuo 
amico il Sola Busa. 

Mon... Lorenzo saluta Pietro. Mio caro Pietro fammi sapere 
il modo con cui dovrò fare riguardo al confronto. Sono due mesi 
che sono in carcere senza sapere qual delitto abbia (6). 

Caro Mancia. Fammi sapere si il Sinduco (sopranome) è stato 
riconosciuto dagli stasi crepati (dai complici traditi) da Sola. 



(1) Forse al momento di andare al passeggio. 

(2) L*avvertimeDto grave é mascherato da uno scherzo di lettere ; in- 
fatti ogni parola contiene la lettera p. 

(3) L'avviso era diretto a Strigelli, la cui risposta è illeggibile. 

(4) Ohe fosse questa una risposta dello stesso? 

(5) Tradire i complici. 

(6) Erano due fratelli capi di una masnada di ladri, che cosi si con- 
certavano per ingannare la giustizia. 



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- 11 - 

Berto della Palma, x)er ferimento, innocente. Salute, amici di 
sventura. Mi hai ricmi ancheui la requisitoria delprocess: i l'hai 
niente fneno che feriment e ribellion. Cui ca dev'esse un piati... 

Comunicazione e progetto di associazione di malfattori. 

Caro DeirOrto. Appena sorti va a Marsiglia Francia mi tra- 
verai in Bue de la L.., N. 6, sino ai Imi di maggio 1S87. Ti 
aspetto iìisieme al B. che verrà pure e loi andremo a B. negli 
S. U. d* America e chi sa che associati, lavorando energici (1), 

farcino fortuna spero. Io ora sono A,.. G e il motivo di 

mia carcerazione per due mesi non tange per nulla affatto Yef- 
fetto del mio stato. Ti saluto adunque e sono il tuo V... 

Caro Nino se ti viene questo libro nelle mani saprai che sono 
Guglielmino cì^e ti dico sta alegro che ti asicuro c1^ al débà tu sarai 
assolto: il motivo non lo volio scrivere ma te lo asicuro che uscirai. 

Miei cari fioi^ ste in gamba dnen laseve piò parsone perche se 
seve a le Nove a je pi nen mezzo da scapè. Tojo e Bip dal Palas- 
sita arrestati il 7 gennaio 1886 per sospetto ambedue innocenti 
odio amici. 



b) Satire e imprecazioni ai compagni. 

Vocerò Bersagliere, io ti compatisco forse non porterai più 
gran cosa di caffè : Morte ai traditori ! Guai a voi. C. V, 

Contro il barbiere. 

Il barbiere è uno scortica cani, io non mi fo fare più la barba 
percM la strappa, il più vecchio dei due (2). 

Il sopranominato L'Uomo furbo vuole che gli si cambiano il 
nome. Se fosse furbo non saria qui arrestato con Trucchi per 
furto qualificato, che ne dite amici?... Allegri sempre. • 



(1) Lavorare energici significa qui rubare e assassinare. Ecco dunque 
un complotto tramato in carcere cellullare. 

(2) Il barbiere è un detenuta del carcere, per cui la satira trova, a mio 
ayvìso, il suo posto qui. 



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- 12 - 

Abasso i falsi amici perchè essi senza che voi ve fie accorgiate 
vi fanno cadere in rovina e vi fanno perdere r onore. 

Satira di un barbiere ad un barbiere. 

Il più vecchio dei due barbieri delle carceri non è capace di 
fare il suo mestiere ; b ineglio mandarlo a pelare gli Assabesi o 
i tnajali e non fare la barba ai detenuti. 

Un detenuto parrucchiere. 



0) Saluti e contigli ai compagni. 

Tuniu arrestato (J ottobre 1885 per furto ^ innocente. Saluta 
gli amici disgraziati che si trovano in questa collegiata, Adio 
poveri sventurati. 

Moro del Palasita saluta j amis. Mi i prego e pregate il Signore. 

Amici disgraziati che capitate qua dentro state alegri se potete. 

Culata del Cor d'or saluta gli amici. State sefnpre allegri che 
questo è un passaggio (1). — Addio rivederci in champagna. 

Fapurelh Ferdinando è rientrato nel carcere il 16 settembre 
imputato per borseggio e non sa ancora niente. Saluta tutti gli 
amici di buon cuore e coraggio che in tutte le cose vh sua fine. 

Adio amici di sventura. Oggi n'abbiamo 2 novembre, domani 
3 sorto, dopo aver pagato (espiato) tre mesi. G. C. Porta Pila. 

Blondin a va a la genia (2) ai 28 e per 7 berrette (2) non 
si sorte più. Amici adio state allegri. 

Salute a chi legge. Fatevi coraggio, che il coraggio vince 
ogni male (3). 

Ciau P. P. J/. State allegri se potete (3) ; fra poco andremo 
alla paga (pena). È uscita la sentenza della Sezione d'Accusa che 
ci rinvia al Tribunale il 24 febbraio. 



(1) Mostra gli effetti poco terrificanti del carcere. 

(2) Generala? (2) Anni. 

(3) Mostra gli effetti poco terrificanti del carcere. 



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— 13 — 

Fieschi saluta gli amici sono tre mesi e non so ancora niente. 
Allegri sempre (1). Sono imputato di rivolta alla Generala; ma 
falsamente. Addio tutti si sortirà! 

Guglielmin arrestato li 21 Luglio «95, alla metà di Marzo 86 
spero d'andare al debà. Allegri amici (1), uomo allegro il ciel 
Vajuia. 

Coraggio dunque^ compagno^ che io prego sia assolto. Mi dica 
quanti giorni ci vuole una lettera da qui dentro andare alla sua 
destinazione. Il 264, 

Mi farà sapere V esito del processo e mi dica come si chiama, 
che mi chiamo Garlin. 

Saluto il detto Guglielmino, Si faccia coraggio al debà per gio- 
vedì, che io li auguro che ìivada bene e così spero che che andrà 
poi bene anche a me fra qualche mese. Addio, Il 264. 

Cocula di Vanchia arestato per furto li 8 Agosto 1885 saluta 
j amioi. Vado al Debà nel mese di Marzo 1886. datato dal Car- 
cere di Torino li 30 gennaio 1886 firmato dall'originale Cocula. 

Bagat saluta gli amici arrest/ito per furto sono 5 giorni; e 
non so se sortirò provvisoriamente: spero di sì essendo la prima 
volta. Addio, addio. 

Se vi viene questo libro fra le mani ; sono Guglielmin e saluto 
i povri amis d' Causa (complici). State alegri. Uomo alegro il 
ciel Vajuta e pensate che presto andremo al debà e vedremo come 
andrà questa facenda. 

Al (il) Bunard saluta j amis del Borg S' dona e tutti i lodar. 
Poveri lodar (ladri) (2). 

Addio mio caro amico, fatti coraggio, sei disgraziato come me. 
Qui non si fa pitt bene nella città del Toro, è inutile ! Bisogna 
andare in Francia. Io ci sono di già stato due volte e voglio tor- 
nare, e così si troveremo insieme. 2 anni passano presto, fatti 
coraggio. Me lo fo io che non so come Vandererà ! Speriamo in 
bene. Mon amis courage dono. le suis le Bersaglio'. 



(1) Mostra gli effetti poeo terrificanti del carcere. 

(2) Saluto di un ladro ai ladri. 



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— 14 — 

Cari amici abbiate pasienza venne poi un giorno o T altro che 
risusiteremo da queste sepolcrate tombe, osia cimitero vivente. 

Spigol, 1885. 
Borsini — Galateo (scritto in versi). 

Dalla bollente sabbia al mar che agghiaccia 
Non curan di saper che temporale 
L'orizzonte politico minaccia. 

Né a lui le somme che mentir gli scritti 
Schermo fien che scampi alla sentenza 
Che il vindice gli serba degli afflitti. 

Sempre allegri ! perchè il proverbio dice: L'uomo allegro il del 
r aiuta! Però se casca in terra as rump lasucca! Allegri adunque^ 
che se i stuma nen alUgìier le ore an smiu giornà, e allora i 
stario fresch. Cichin del Palass sita che a saluta tutta la Crica 
d' Porta Pila. Povero Cichin! Sono imputato di tre furti ^ uno 
confesso, gli altri due negativo. Sono stato tradito dagli amici 
altrimenti raggiustavo con 6 mesi. 

• d) Imprecazioni e niinaccie ai calunniatori e alia spie. 

Io potrei essere in libertà ; ma calunniato a torto innocentemente 
fui imprigionato. Vendetta contro i calunniatogli. Antonio. 

Invece di trovare amici, ho trovato dei traditori. 

« Al Gloria. — Tu che togli i peccati del mondo, accogli 
la nostra ardente preghiera » (1). Sander del Bourg Neuw. Sono 
qui dentro per una spia faussa (falsa). A morte le spie tutte, 
gli sbirri!... 



(1) Rinvenuto 'nel libro Tjettare religiose. Il carattere rotondo adopre- 
remo sempre pel testo dell'opera data in lettura al detenuto che vi scrisse 
sopra. Si noti il contrasto tra la mitezza del testo e la ferocia del palimsesto. 



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— 15 — 

« Esamina se sei ricaduto nelle medesime colpe » (1). Sono 
amico degli amici e nemico delle spie. Chi Vha fa la tira (spia) 
è stato quelV infame d' Cadetto d' Stivalin disculi. Hai capito, 
sappiti regolare. Sempronio. 

« Ma ritieni dalle ricadute quelli che al pari di me, hanno 
preso la loro innocenza, e facci accorti acciò non restiamo presi 
nei lacci deirinfemo » (2). Carletto e Stivalin discuoi la paghe- 
ranno come meritano. Vacca Rossa ha fatto una buona d^si- 
zione e merita di essere amica e rispettata e sentirai alla scranna 
(Assisie). Vedrai dove stava e sta nascosta Vinfamità. Sempronio. 

« Voglio credere fermamente che è ben fatto tutto ciò che tu 
fai, e che tutto quello che permetti è per il meglio (3). Sono 
tosto fnesi sei che son qui a torto e non so niente, per grassazione, 
vigliaccheria di un domestico del Barone Mazzonis. Sapetti G. 

Povero Piciassa abandonato da tutti anche da mio padre sono 
qui senza una cica per un Siron Siravegna (4). 

Piciassa d'Vanchiaper furto di 10 camicie di flanella, V aveva 
fatta fraiìca ma c^ò stato una spia malattia che a fatto il tira 
è Un certo Vercelli Giuseppe Un Siravegna d' Vanchiu, era l'amica 
pm caro che aveva. 

Cari amici. Noi siamo due amici che per causa d'un sciagu- 
rato sono quattro mesi che siamo in carcere innocente. 

Addio mia bella e pur grande Torino dilaniata da un orda 
di spie. Torinesi 1 odio etemo alle spie della Volante (Quardie 
di ^. S. in borghese). 

Sono Loto dia barierà di Lanzo, sono per omicidio in via del 
gaio Torino. A Tò T speziare (farihacista) cha la fame servi : P spe- 
ziare a Tè na ^na. 

Ce (Ci è) questo che dice d'essere imputato di omicidio; ma io 
credo che abbia strangolato un piciu. 



(1) Testo del versetto nel volume sopracitato, allato del quale leggesi 
poi quanto precede. 

(2) Idem, come sopra. 

(3) Idem, come sopra. 

(4) La spiegazione della parola Siravegna in dialetto piemontese, é in 
italiano : Uomo sensa fede, uomo che vi ha ingannato, beffandosi poscia 
di voi. — Leggere più avanti un altro sqaareio dello stesso detenuto. 



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- 16 - 

Gastaldi Prospero del Borgo S. Donato. Sono stato arrestato 
per furto e monete false, per causa dun amico che mi ha fatto 
la spia. State all'erta dagli amici altrimenti la passerete ìnale. 
Sono 5 ìnesi e mezzo che sono ingabbiato e non so ancora niente. 
Addio Torino. Chi sa quando ti rivedrò! 

Quel brutto viliaccone d'un Bus oltre che i suoi compagni vanno 
ai mut (cellulare) tutto per la suva lingua oltre più e andato a 
casa di loro e gli a portato via la sua roba. Ma va brutto vile ! 

Sono qui per un vile amico che senza aver fatto nulla mi fece 
entrare in un suo reato. Savio il 8 gennaio 85 per ricatto. 

Attenti compagni a Rigallo Vittorio detto Tre busche perchè 
sono sette mesi che gemo in queste celle per questa vile spia. Due 
mestieri non si possono fare in questo mondo eppure Tre busche^ 
per star fuori fa il IMro e la spia. Tqjo del Burg. 

Giuvanin dia palma ca la fame mandò un mandato d'arresi ca la 
fait arestè nientemeno che 13, Tunin, Bianchin, Toppeta, ecc., ecc. 

Se uno si trova in prigione si trova sempre più per gli amici 
che per gli altri: gli amici sono come i pomi e le donne. 

Viva i ladri a morte le spie. 

Son Vincenzi (zotici) coloro che scrivono il suo nome in carcere. 
E (vedi contraddizione) poco dopo lo stesso si sottoscrive: Monti 
Lorenzo fu Bartolomeo nato in Alessandria il 14 Gennaio (5 volte 
il nome). 

Gridate tutti a morte il Preive dia palma percM fa la spia. 

Ti avrei corrisposto di mandarti qualche cosa ma non mi ven- 
gono più a trovare e da l'avocato non so più niente; e sono Pinard. 



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— 17 — 



SEZIONE II. — LA GIUSTIZIA. 



a) Satira, ironie, iii|ir«e«tiMÌ al Gtfeina. 

codice penale! perchè colpisci la truffa di pene severissime, 
mentre il libero Governo d'ItàUa, colVimmarale gmoeo del loUo^ 
è dei truffatori ce maestro e donno f a. 

Sostituto penalb. 

Piccole letture. — Se il Governo mol abolire % ladri proeuri 
che r operaio non gli manchi il lavoro e che sia meUo pagale. 
Minugia dV Aurora arrestato il 31 gennaio 1886^ seno veramente 
innocente ed arrabbiato. 

Itaua contbo il Qoybbno. 

Fino a tanto che venga un altro Cavour a levare la sorvegUansa 
e la ammonizione le prigioni d'Italia saranno sempre piene e Beppe 



b e e) Satire, iMprecaiieni alla glaeHiia, «a|ietraii| |MM, avveeHi, eee. 

Una voUa si gridava contro la mquMsfkme di E^^agna^ ma mai 
si sarebbe creduto che ndVan/no 1886 si sarebbe fatto peggio. Pe- 
vera giustùna, in che cattivo stato ti trovi! 

Sono 25 giorni che sono in carcere e il mio processo non è ancora 
istruito per colpa di un birbone di giudice, e mi sefueeira tutte 
le lettere che scrivo. 

Questi giudici oltre aUe bugie hanno una ipoerisia che paseaogni 
limite. 

Compagni di sventura^ aprite, gli ocM, se no vi perdete. 

Un avvocalo se vuole acquistare fama non prenda soh Ucauee 
dove ei sono quattrini, ma tratti anche quelle dei poveri diegror 
ziati padri di famiglia. 

PaUmsesti — 2 



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- 38- 

Povero disgraziato^ chi hi la sorte di essere condannato^ ma 
maggiormente afflitto chi si mette nelle mani degli avvocali^ e 
questi birbanti rubano delle 30, 50 lire al detenuto, e poi quando 
si aspettano air appellazione, dice il Presidente non farsi luogo ad 
appellazione perchè l'avvocato non ha presentato i titoli a tempo, e 
così chi ha avuto ha avuto, e se fosse un Presidente che valesse 
qualche cosa, potrebbe tollerare questi scandali ? 

La Legge è uguale per quelli che hanno denari l 
I ladri più domestici sono gli avvocati. 

Dialogo fubbesco. 

Avvocato. — Ma perdio, 5 è troppo poco per il tuo dibattimento ! 
Detenuto. — - Non ne ho di più, signor avvocato.... se posso pren- 
dermi 20 anni ! ! 

Speranza. 
Ciau DeOy siamo stati arrestati un dì bello; ma mi pare che 
la Scurpi (1) V abbia fatto diventar brutto e bruttissimo. 

Lentezza della Giustizia. 

Riflessi d'un ladro. -- Quando il cavallo di bronzo che è in 
piazza San Carlo prenderà il galoppo, io andrò allora di corsa 
al dibattimento. 

Sono sette mesi che sono qui e non so ancora quando andrò al 
Debà. Giustizia d^Cavuret 

Accidenti! al Giudice Istruttore e a chi lo protegge! 

Giustizia faussa! Quelli che sono colpevoli sono in libertà^ ed 
io che sono innocente mi fanno stare in carcere! Neu del Game, 
arrestato il 29 dicembre 1884 per rissa. 

Dopo 66 giorni^ ieri è venuto il giudice ad esaminarmi. Ci vuol 
un bel coraggio; ma loro mangiano e bevono a quattro ganasce 
e se ne infuttano dei poveri disgraziati che si trovano in cella. 
Vostro amico Prussot. 

Cari signori! Mi state ad ascoltar! Se quel che dico è o non è ! 
Se è una verità: Che al Ciel giustizia non v'ha! Quelli che ci 
tengono qui, io dico che farebbero meglio a morir ! Morir di ac- 
cidenti e che nessuno li aiutasse in niente. Vi pare? (Sì... dite 
tutti). Sixp... Grio., a torto per grassazione. 



(1) Giudice istruttore. 



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- 19 - 

Un qualche giamo sortiremo da queste gabbie delle feroci bestie. 
Giustìzia infame, BelL. Michele. 

Morte al Pretore di via Garibaldi N. 21, perchè quel schifoso 
m*ha mandato in prigione a torto, dicendo che mi avrebbe rimesso 
presto in libertà. Ma sono già 2 mesi e non so ancora nulla. 
Maledetta V Italia e la sua giustizia! Mola d^S. Salvari. 

Il Procuratore del Re non fa altro che mangiare e bere da 
signore e non pensa un accidente a me. Egli crede proprio che 
io sia uno stolto. Ma verrà quel di in cui anche lui dovrà ren^ 
dere ragione di queste nefandità ! 

Giustizia infame! Non è ancor tempo che mi lasciate uscire da 
questo maledetto carcere? A me pare che io ci sia già stato abba- 
stanza j per 300 franchi in tre! Voi altri ne rubate mólto più 
a noi poveri infelici che caschiatno sotto di voi, in soli 6 mesi nh 
bate più che non possiamo far noi in 6 anni, assassini che siete. 
Eppure nissuno di voi è in prigione ! Ma verrà un dì che dovrete 
rendere conto a Dio dei vostri infami assassina, delle vostre ingiù* 
stizie per far carriera e delle vostre ladronerie. Miserabili che siete. 
Sono Giapet di S. Salvari. 

Cosa ai coustria (costerebbe) mai al Procurator del Ite a las- 
seme andò via ? Che a veuja (voglia) nenprouvè ? Guglia S, Salvari. 

Am piasria savei che gusto ai trova al Procuratore del He a 
farmi stare tanto sotto accusa. Accidenti! I sun cosu. 

Giustizia infame ! Voi punite tanto i ladri, perchè voi stessi 
siete ladri e credete, essendo rigorosi^ di poter passare per galan- 
tuomini. Eppure questi ladri che voi sacrificate pei vostri interessi 
e per la vostra bottega sono quelli cìie vi danno da vivere, vi man- 
tengono e vi fanno fare i signori. Che siate maledetti! Giapet. 

I Giurati. 

Zucche insipide, o ciechi gufi, 

Spandon nelVaula la lor sacra luce, 

Panciute genti, corrosi tartufi. 

Che tre franchi e mezzo sol a nuocer gV induce. 

' Questi Giudici scelerati non anno compasione. Non la vuol andar 
bene per nissun costo. Ho già tanti fastudi, sono pieno di debiti, 
che non so neanco come pagare e loro mi tengono ancora in pri- 
gione a far niente. Adesso che viene il buon tempo, che io potrei 



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- 20 - 

Hfidbr^ in gualche luogo a lavorare, èhe potrei guadagnare qualche 
cosa da pagare i debiti, questi accidenti mi fanno stare a Torino 
in prigione. Ma pagate voialtri allora i miei débiti! Io chiamo 
vendetta per me e per i miei creditori! Vendetta, stupido^ chiama 
vendetta in questo mondo e lana la testa alVasino^ e perderai la 
fatica^ il tempo e il savoun. Povero Macinato! 

Birbo d'un procuratore del Be Cravotto! Che ti pigli un ac- 
cidente!... Merda alle spie: Evviva la Banda Chicheri. 

Povero Bersalier ad Porta Pila arrestato li 10 Gennaio per 
furto di un tabarro, che siamo ai 30 di Marzo e ne sai ancora 
Snen. Che al sia andait a fi na viagi coul brut scurpi?... an 
lo fa apposta per farmi soffrir?... 

Je suis été voleur, mais lesjuges qui m'ont condamné sontplus 
coupabls et velours que moi parceque ils m'ont condamné à une 
peine que je m'ai pas morite et ils volent tous lesjours avec leur 
paraisseoité (sic) et méchanceté! el faut se vengé! 

Morrei col riso sulle labbra fra la più barbara delle torture se 
potessi vider strozzati il carnefice, Presidente,coi suoi aiutanti giu- 
dici, consiglieri, procuratori del Re, Sostituiti Procuratori e quel 
che segue, coWultimo budello delVultima Guardia di Pubblica Si- 
curezza e simili. Vendetta contro questi boja assassini. 

Oh! qual triste solitudine! Madre a funesti pensieri! Male- 
detti giudici dannati che ti prendano i danari da in tasca e poi 
non te gli danno più. 

Io gli mando un accidente a tutti gli scurpi (giudici) che cercan 
di privare della libertà persone ragionevoli. 

I Giudici e gli Avvocati 
Sono una maniga di spiantati 
Che se non sono ben pagati 
Fanno morire gli accusati. 

d) Iniirecazioiii e satire alla Polizia. 

Pfivri fieui d^Giandiya sempre an Casansa (l) an causa d'cul 
gatiot dRighini (2). 



(1) Oareere. 

(3) Un delegato di qaeatnra. 



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- 21 -^ 

« E la mia prigionia stessa non fu un effetto della sua bontà per 
impedirmi di fare più oltre il male ?... ». Pagherei volentieri 3 anni 
di reclusione per poter impiccare quelTinfame di Righini e tutti i 
suoi sbirri. Turunè. 

<x Padre, siamo tuoi figli e vogliamo amarti eternamente ». Siamo 
vittime di quelTinfame di Righini!... 

A morte il Maresciallo dei Carabinieri di MoncaUeri. 

La pi vile divisa è cula déla guardia dipubblica sicureajsa a morte. 

Cari amicij state in gambe e alVerta di Pivèllo e del Larcori 
e del delegato Righini che sono gli autori della perdita di tanti 
giovinetti. 

Tanti accidenti alla pera giusta d'San Sahari, perchè mi ar- 
resta sempre per niente e possa crepar nel ventre quel schifoso 
delle guardie sergente. 

Bayeb, Versi a Maria Santissima. — Torino sarebbe il giar- 
dino d'Italia se non avesse una Vola (1) così infame; ma per essa 
si può dire che è Vinfenio delV Italia e la tomba dei poveri Scarpa^ 
Sola e Grata d^ogni genere. 

Quajot del Balun abitante in via Braccio 3^ N. 200^ saluta 
tutti gli amici (È un recidivista che dà come sua dimora le car- 
ceri, col numero della cella e il braccio, giacché le Carceri Nuove 
si compongono di due rotonde od osservatola da ciascuno dei quali 
si staccano tre bracci con circa 100 celle ciascuno). 

Giustizia Italiana. 

Ascoltatemi tutti voi oh signori che siete chiamati ad applicar 
la legge^ ad esercitar la giu$ti0ia^ siate più leal% franchi, sin^ 
ceri, non fate che questa Dea che è nostra madre comune tomi 
ad esser fatta il ludibrio delle genti. I Romani caddero dalla 
loro grandeeaa quando trascurarono la giustizia; non imitateli 
per carità. 

Per guanto crudeli gli abborriti Ausiriachi non facevano marcir 
in carcere chi rubava una mela o qualche ninnolo^ e non con- 
dannctva quei poveri che per riscaldarsi nelVinvemo andavano 
a far Ugna nei boschi. Solo voi siete che fate morir in carcere 
ipoveri; i ricchi li assolvete tutti^ e se non li assolvete li gradiate. 



(1) Squadra di P. S. 



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-22 - 

Ho tanta rabbia contro di voi^ che studio sonpre qual morte 
vi debbo far fare. Farò fabbricare un carcere cellullare tutto di 
piombo^ poi vi chiuderò dentro nudi, e invece dei custodi per custo- 
dirvi metterò tanti rattacd affinchè vi rossicchiano. 

Ho tante cose ancora da dirvi ma ve le dirò quando avrò stu- 
diato e mi sarò associato con Sbarbaro e sua moglie. Allora ve- 
drete che ne sarà di voi. 

Per evitare equivoci mi firfno in tutti i modi. Col nome che 
voi volete ch'io abbia e con quello che ho ereditato colTanima di 
Lucchino Visco^iti. Domenico Be' V... 

Chi non vuol credere ch'io appartenga a questa schiatta con- 
sulti Varaldica^ essa si perde nelle tenebre del medio evo, la stu* 
geneologia è la storia del secolo decimoterzo , la prova ne e la 
corona ducale che ho nella bocca e postami dalla natura a vostra 
insaputa. F... Domenico^ carcerato. 



d) Minacele di morte a tutti. 

Moro del Palasità, Mi fanno venir balengo (folle). A morte le 
gafe dia Vola(l), Z'Arca (2) e le spie dia giusta (3). A le cui murfel 
d'Simonini al birbant ch^per levarsi lui m'ha tradito^ ma adagio 
che quando sarò sortito io sono capace di rompergli la faccia. Lei 
e sortito sciolto che era colpevole e mi ha messo io nella bagna, 
brut murlo. 

Margotti. — Le consolazioni di Pio IX. 

A morte VArca e Compagnia. Uom furb. 

Ottino di San Salvari è una famosa spia, un giorno o Valtro 
si troverà coltellato. (Il libro porta scritto: « Quando corrono i 
giorni dolorosi del Pretorio e del Calvario, guardate fidenti Tim- 
magine del Crocifisso, da questo attingete la pazienza nel soffrire, 
la costanza nel resistere, la forza nel combattere^ la generosità nel 
perdonare»). 



(1) Gaardie di pubblica i^icurezza in borghese. 

(2) Nome di un brigadiere del^ guardie temuto dai ladri e dai contrav- 
ventori. 

(3) La Polizia. 



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- 23 



SEZIONE HI. — IL DETENUTO. 



a) Cenni e corrispondenze sui propri! reati. 

Nel libro III'' amore di Leonardo da Vinci. — Viglietti del Burg 
(il poeta). Arrestato il 10 7mbre 1884 alle ore 10 antimeridiane 
in via Saluzzo^ per causa d'una spia, e questa sapete chi è? 
niente meno che mia zia. L'infame ! Dopo fui strascinato in que- 
stura ed io capirete che diedi subito il nane falso; ma cosa vo- 
lete, pur troppo lo sapevano di già per causa della zia, e lì giù 
tenche dia malora^ e mentre me le davano mi dicevano: Tu ti chiami 
così e così e non come hai detto tu; allora io che non potevo più 
resistere esclamai: Sì sarà come volete; allora i birri, ovvero car- 
neficij mi lasciarono tranquillo e mi chiusero nella camera di sicu' 
rezza, donde più non uscii che dopo sette giorni e che mi tradussero 
qui in carcere imputato di 5 furti. Addio amici (1). 

Ed io Rupetin arrestato pure per furto sono 5 mesi e non 
so nulla (1). 

Maffholi Alberto arrestato per ferimento il 16 dicembre 1884^ 
nella dimostrazione del 14 stesso mese. Innocente, ho solamente 
oggi 12 febbraio ricevuta la requisitoria (1). 

Fui arrestato per ozio e sospetto furto da Pè moi (piedi molli) 
e '1 Preive (sopranomo di un delegato) e due autre gafe (guardie), 
e se i fussu stait solamenta lor dui a m'avrio piamo frane nen 
(non m'avrebbero acchiappato), ma a jeru in quater e mi hanno 
fatto stare 7 giorni sul tavolato a pane e acqua in via Silvio 
Pellico a S. Salvar], Guglia (1). 

(1) Clerici Costantino detto il Milanese. Venne arrestato in Asti 
nel Caffè S. Carlo il giovine Clerici Costante, d'età d'anni 16, 
per furto fatto a Torino di 3 Folard di seta nel negozio Ditta 



(1) Con questo ed i seguenti avvisano i complici delle rispettive accuse. 



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- 24- 

F.lli Bocconi del valore di lire 20. Fatto il dibattimento, per 
la prima vòlta prese 6 mesi di carcere. La legge è uguale per 
cM ha denari. Dopo la pena, la morte! (Scritto col sangue). 

Caro lettore. Vedi questo Leonardo da Vinci fu disgraziato 
al par di me nélV amore; ma se non altro il Leonardo venne un 
gran pittore^ ed io invece son venuto un gran ladrone, imbro- 
glione e un aB0uffatore. Perciò se il Nardo acquistò un nome negU 
annali degli uomini illustri, come pure si acquistò questa piccola 
istoria, che non è che un frammento di sua vita, col suo primo 
amore la bella Angela Verrocchio. Io benché non pittore ho acqui- 
stato molta fama facendo registrare il mio nome sopra più di 
40 Ca/rceri diverse (1), che benignamente arregistrarono i miei 
bellissimi connotati, che si approssimano a quelli di Chelotti prete 
in VancMglia. Io però ho avuto un primo amore con due amanti, 
Vuna col nome Adalgisa e Valtra Adriana (1), Za prima di Man- 
tova e la seconda di Cremona. 

Bisolin d'Vanchia. La mia vita e le mie sventure e viaggi pe- 
nosi e ne sarebbe a fare un piccolo volume, anche sia ancora 
giovine, 15 anni. Cominciai a far questa vita di età 9 anni che 
aveva e sono venuto in carcere di età 9 anni e 7 mesi e fui con- 
dannato un mese, la 13^ volta 15 giorni, e la 3^ un anno. 

Povero giovane disgraziato per non aver più i suoi genitori, 
povero e senza casa e sempre perseguitato dalla giustizia, anche 
colla coscienza pulita. Ora che sono qui solo tutto il giorno, studio, 
penso e maguno (2) al pensar che sorto di qui vestito da estate, 
senza soldi e senza saper dove dormire. 

Compiangete il povero Limonada imputato e trascinato in queste 
Carceri per aver mangiate troppe paste e fagiuoli (1), adesso soffre 
pene e dolori. 

Io fui messo al mondo da onesti genitori. Messo a baUa da 
gente senza cuore, a 2 anni portando ancora la vesticina lunga 
sono venuto giù dal 1^ piano, la testa prima, che mi spaccai e 
ne porto il segno sul naso, A 4 anni mi è mancato il padre, 
mia madre ci ha allevati tutti, me e tre miei fratelli, che ora se 
la fanno bene, e col suo vero sudore ci ha mandati a scuola e 
dato una professione; ma è morta che io avevo solo 14 anni ed 
io rimasi senza casa, coi fratelli militari e terminai qui. 



(1) Strana yanità del delitto e del vizio. 

(2) DolgomL 



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— 25 - 

Ohi mi conosce sa cKio non son saniOj ora sto qui serrato per 
mia disgrazia da predatore^ non importa, sono e fui un grande 
uomo d'affari e non isbaglio nel mio avvenire, perciò ripeto sempre 
le istesse parole che suoleva dire quand'ero soldato nella Caval- 
leria di Alessandria (14^ Regg ^) cioè ripetevo ai compagni d'arme: 
Ringrazio Iddio che non son uomo par ogli altri: perciò, o che 
non son più Dio, o che venne men l'ingegno mio. 

Monti Giovanni detto prete di San Salvario, per aver com- 
derato un fasoleito; che era rubato. 

Peano Enrico per ferimento in rissa. Gondanato a stare 2 
anni in queste celle perchè recidivo; (l) perdete ogni speranza voi 
che entrate. (1) Stame alegher; (1) Balengo. (1) Porta Nuova. 

Landi Oenaro, soldato di cavalleria 4 anni di reclusione per 
avere venduto un paio di stivali del suo capitano, arrestato il 
6 febbraio 84. Addio, Turina, non ti vedo mai più. 

Pietro condannato a 4 anni di reclu^one, stato arrestato il 
5 agosto 1885. In questa cella quelli cJìc non hanno denari stanno 
male. Addio^ cari successori, arrivederci néValtro mondo. 

Ruvisu dia Leja saluta gli amici di sventura. Siamo poi sempre 
al maneggio di cavalli. Bravo!... I cavalli del signor Marchese 
se marciano bene fino ai suoi 80 anni devono essere la sua fortuna. 

Berto Cimenta. Sono innocente ed è 75 giorni e non so ancora 
nulla. Addio Tanan. I flas già paga la tua part. Pover Diau ! 

Btrto Cimenta arrestato il 9 8bre 85 innocente e non so nulla. 
Povero Natale miserabile. Addio amici. 

Cari amici. Sentite quel povero Vigeva come è disgraziato. 
Mia madre è ammalata, mia sorella ammalata, mio fratello è am- 
malato. Insomma sono tutti ammalati. E io sono m carcere, e 
sempre a pane e acqua. 

Io sono un giovane più degno di compassione che di biasimo, 
perchè io eòbi la disgrazia di perdere la buona anima di mio 
padre quando io ero ancor piccvu), e questo fu causa della mia 
rovina sia morale che materiale, perchè fui soggetto ad un zio 
tutore che faceva della mia sostanza più che tutto oggetto delle 
sue speculazioni, traendone a suo beneficio ogni vantaggio, m 
modo che ai HI anni mi trovai al verde d'ogni cosa (1) (È poi 
quello di Viva la Comune). 



(1) ContradclizioDi e contrasti a due parole di distanza. 
PalknsesH — 8 



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- 26 — 
Per un pugno su na guancia il povero Canun ha preso 30 mesi. 

Povero me qual sono stato 

Per poche monete mi trovo carcerato. 

Del fatto non mi accoro 

Conosco qual sono 

Non chiedo perdono 

Non spero pietà. 

Questa carcere è peggio che una reclusione. Sono il povero 
disgraziato Risolin d' Vanchia arrestato per furto qualificato per 
il tempo e per il mezso^ di causa insieme con Padulesi e Faina* 
Addio amici. 

W. la Repubblica e pure V America ossia gU Stati Uniti. Al- 
berto VUla meccanico^ per aver ucciso il cane della signora Bota 
sua proprietaria di casa fu condannato dal sig. Pretore a mesi 
due di carcere colVammenda di lire 15. 

NB. n cane manifestava essere affetto da idrofobia^ cercava 
mordere quanti avvicinava: da ciò le attenuanti^ per cut hanno 
ridotto rammenda a L. 15 da 50, secondo il Codice!!! Quale 
poi ! egregio Avvocato Nasi !... 

Mini saluta Battista 7 masU e tuti j amis. Ohe volete! Sono 
sortito il 2 settembre per Vimputazione di omicidio e alli 7 mi 
hanno di nuovo preso !... Non c'è proprio più libertà, 

Bisone Arturo, 6 mesi di carcere per rivolta alla Generala. 
Treviso. Qui si entra e non si paga, quando la forza e la ragion 
contrasta, vince la forza e la ragion non basta. Bison Bison 
di Treviso, 1885-86, addio, o amici miei. 

Mia cara Luisa, piura pura pi nen per mi. A Tan dame 20 
ani d^ galera, stame alegra e cercati un partì, che per mi ajai 
pi nissune speranze, perchè quand i sortirò ti a favras 7 o 8 
bambocc attacà i coutin, e mi j avrò pi nen volontà d'marieme. 
A n^ai 22, e quindi quand ch'i sortirò n'avrai 42. Sarò pi nen 
bon che da masse ! (esser ucciso). Bajet del 23 Begg. fanteria. 

Io sono andato ansieme Murando Giovanni a dare la buva; 
lei a detto che era asieme a me cui imbecile e così mi hanno are- 
staio ai 25 9bre 1884 per sospeti; sono H mesi non so niente, vi 
saluto tutti, sono Bellardo Michele. 

Bellardo Michele della barriera di Sttgrinigi stato arestato li 
25 9bre del 1884, per nulla, sono Ji mesi. Adio tutti. 



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-27-. 

Bertohne Giovanni di Lanso arrestato il 26 agosto innocente 
imputato per L. 10. Ora alti 10 Dhre e non sono ancora andato 
al debatto. Bazza di catie (1). 

Pietro il cocchiere di Porta Nuova per ferimento chi sa quando 
sorte. Saluto Carletto e Bisin, se sortite venite e vedermi (1). 

Sono 48 mesi che mi trovo in queste prigioni e non sono ve- 
nuto ancora alla conclusione della mia sentenza. Mi trovo m queste 
carceri per aver ucciso un mio cognato e poi tagliato a pezzi e 
mandato in un baule ai suoi parenti. Diedi lire 15,000 di cau- 
zione e me ne hanno già mangiato 5,000 che spero mi mange* 
ranno il rimanente. Brusa Antonio^ negoziante in stoffe Torino* 

Orlandi Pietro di Milano imputato di truffa saluta gli amici 
milanesi. Evviva noi che siamo in carcere (1). 

Spigol arrestato il 13 novembre per quella maledetta sorveglianza 
e vado alla scranna il 16 gennaio 186(5 (1)« 

(Risposta). Caro Spigol sta allegro da qui un mese usciamo 
e andiamo trovare le Tilde. Savio (1). 

Brasso Vittorio detto Toscanin di Porta Palass per furto sa- 
luta j amis. Ma ahi I che sta volta an lu tiro su suit (2). Addio, 
amici. (Scritto col sangue). 

Povero Bucard! Arrestato li 22 ottobre per la monizione dopo 
soli 3 giorni di campagna. A Verdinutil lascelo sorti!... Addio 
amici. Vinféliee Bucard (1). 

Nascer senza fortuna è la più gran disgrazia di un uomo. Io 
sono in prigione; ma non credete già che abbia rubato^ che abbia 
ucciso ferito qualcuno, che mi sia rivoltato alla forza pubblica^ 
parlato male del governo, no, di tutto ciò vi spiegherò tutto. Ero 
caporal maggiore nel 5' Artiglieria qui a Veneria, il 20 marzo 
1882 fui congedato^ il 16 aprile 1883 vengo arrestato a Bologna^ 
il 21 parto per Piacenza, il 24 per Alessandria^ H 27 per To* 
rino, ed ora mi trovo neUa cella 180. Vengo interrogato dal Giu- 
dice Istruttore ed imparo che sono imputato di aivere scritto una 
lettera ingiuriosa ad un sergente. Per mia malora non essendomi 
dato il pensiero di ritirare il congedo, sono incerto sebbene io non 

sappia (Hayyi una interruzione. Quindi si legge in appresso e 

forse da nn'altra mano, benché il carattere si rassomigli): Non 



(1) Informazioiii e salati reciproci. 

(2) Sarò appiccato. 



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-. 28 - 

sdegno di far conoscere ampiamente la mia condotta rivolgendomi 
all'Illustre Presidente ed alli egregi signori Giudici^ se con il 
qui esposto si pud essere ozioso oppure un onesto e laborioso cit- 
tadino. 

b) Satire a se stesso. 

Io sono innocente come ranirna dei pristinai (1). 

Come sarci pago 
Se non mi avesscr 
Preso con il (ago (2) 
Non sarei qui sul 
Gran Castel del mago 
Sulla bomba che cago. 

righetti (3). 

Moretto Paulo detto Quapot dal Balun. Giuro d^ essere un asino. 

Cari lettori y io sono sfortunato in questo mondo non ho piti 
speranza di divenir ricco e se il venissi farei le più stravaganze 
possibili onde poter in breve fafv pareggio con questi anni di 
sventura che ho passati nella miseria. 

e) Sciarade, Rebus, Cifrarli. 

Boma 66 
. . Perchè crudel 70 

16 d^esser santa 
Bugiarda 6. 

SciABàDA. 

Fra i cornuti troverai il primiero 
E fra le negofsioni il secondiero 
E fra Vltaliche città Vintiero, 

Sciarada. 
Vocale il primiero 
Affermaisione il secondo 
Negazione H terzo 
Animale Vintiero. 



(1) Locuzione usata dal popolo per indicare frode. 

(2) Fagotto. 

(3) Ladro. 



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^ 29 - 

ClFBABIO. 

r^dJ2t2 1 ch2 pSntà sana 34 rddàttà nàn 4 p25 5nl c3cl 
2 n2ss5n4 v32n2 1 tr4olnn3 s4n pr4pr34 d3sgrU3It4 ldd34 
lmSc3 Il2gr3 P3u4t (Avvertasi che i numeri rappresentano lo 
vocali secondo il loro ordine, cioè: 1 cr, 2 e, ecc.). 

Indovinello. 

Per iuta fugace trascorre l'eia 
Su me soia il tempo potere non à, 
Invecchian e muoion le cose quaggiù 
Ma etema rimane la mia gioventù. 

Mi cangio, mi vesto di mille colori, 
M'ascondo fiei bruchi, nell'onda e nei fior, 
Ma sempre son bella^ son giovin ognor. 
Ch'eterna mi fece l'eterno creator. 

d) Comunicazioni ai parenti. 

Mio caro fratello. Rispondo alla tua domanda. Col dirti che 
riguardo mio non hai nulla a temere^ io sotto muto come una tomba 
e per soprappiù sono innocente. Addio, sono tuo fratello Lorenzo. 
(NB. La dimanda fu con cura cancellata). 

Carissimo j)adrc. Viengo farti sapere delle mie notizie perciò 
di salute sto multo bene: perciò viengo farvi sapere che o da re* 
carmi al dibatimenfo perciò o bisogno della biancheria che già 
mi trovo tutto strazzato perciò non voglio fare brutta figura : sono 
già stanco di stare qui innocente: a ciò ci avrebbe quatro prove 
che potrebono atestare che io non ci era più sono: noi sia usiti 
ci stavano ancora arpati siammo andati avanti non più di cento 
passi che gli altri sono tornati ingetro e possibile che ci fossero 
già esi ti afrebono da dire non più cìve il vero. Maladeiii anche 
quelli fanno chofito di sapere nulla perciò io bisogna che ci staga 
qui innocente: ma o speranza di sortire a Vistesso al dibatimento 
perciò giurai sui piedi di mia madre di non star più alle cene 
cogli amici sono qui innocente per essere stato alla cena. (NB. Da 
notare le proteste d'innocenza ed i propositi di non frequentare 
più i compagni). 



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- 30 - 



•) Spedalità di scritti. 



Poveri preti , siete fortunati che io non posso avere niun 
comando autorevole , altrimenti per voi sarebbe bélVe finita. 
Sgombrerei Vltalia di tali insetti malefici ^ ovvero piante 
parassite che vivete come Veliera^ aggrappandosi alValtrui 
tronco^ vive. Capobanda Tulbot (1). 

Confermo veramente di essere innocente e d* essere detenuto 
a torto ; per questo domando vendetta al cospetto di Dio. Sono 
a dichiararmi il nominato Gugnin della Bisca (2). 

Frammento di una poesia scritta con panta d ago in un volume. 

Sogni, sogni, 
PoTero stolto, 
In questa ceUa 
Come corpo morto 
Per te Taurora 
Non può spuntar» 

Non ho mai desiderato tanto la morte come ora la desi- 
dero e sì che credetti in tali punti d^ essere il piti infelice 
sulla terra. 

Ah! Ecco il sole, esso viene a visitare la mia solitudine (3). 

Io sono stato un ladro , ma i giudici che mi hanno con- 
dannato sono piti colpevoli e più ladri di me (4). 

Ci faccio la tela in qualunque luogo mi mandano. Sono 
sempre Stefano (5). 

La donna è un essere inutile. Io la stimo soltanto quando 
la eh ... Napoléon premier Empereur (6). 



(1) Scrìtto con punta d'ago sul volume II tamburino. 

(2) Scritto con lapis nella Gerusalemme liberata. 
(8) Scrìtto colla penna neUa Gerusalemme liberata. 

(4) Scrìtto con punta d'ago in un volume di religione. Ed è lo stesso che 
scrìveTa Taltra: Morrei col riso sulle labbra, ecc. 

(5) Scrìtto con mattone e acqua. 

(6) Scrìtto con punta d*ago nella Questione sociale di StrafforeUo. 



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• 31 - 

Sono fidoth in questo stato per una porca , che invece di 
venirmi a trovare , si è maritata; ha preso un panattiere. 
Vedete come vengo compensato bene dopo due anni che par- 
lava con me! Ma quando sorto la mariterò io. Sono sempre 
Vigeva (I). 

Vigeva, sta allegro, non pensare di lasciar qui la pelle (2). 

Nel Pbrsonio, Guida degli uomini. — Imbecille chi scrisse 
queste asinerie. Costui bisognerebbe impiccarlo per conservare 
memoria di lui. Mille volte stupido (3). 

Nel Personio> Guida degli uomini. — Perìodo della pagina a cui 
si allude: <x ... Se tu trovi, dalVesame, d'aver fin qui camminato 
male e menato una vita tutta differente da quella che richiede 
una buona vocazione, ringrazia Iddio per cosi gran benefizio, d'averti 
scoperto il tuo perìcolo, mentre ancora hai tempo d'emendarti ». — 
Fratelli di sventura^ leggete bene questa pagina e poi giu- 
dichiamo se non ha mille ragioni. Ferme benedico la prigione 
che m'ha dato tempo di conoscere la vanità della terra, la 
malvagità degli uomini, il mio ntdla e la bontà di Dio. Sono 
14 mesi sotto causa e non so nulla^ e se mi va male, pazienza, 
Dio m'aiuterà (4). 

Di gemme e d*oro io vi £eu:ò beata; 

E da miUe invidiata 

Vi sarò scorta in fra le feste e i baUi (5). 

Pietro lo staderaio di Porta Palazzo, per ferimento, 6 mesi, 
sorte ai 18 dicembre 1884. Saluta gli amici, stale allegri (6). 
Teco fremer vorrìa 
B premerti al mio cuore, 
Bell'angelo d'amore, 
Con te con morir. 

ViUa (7). 

Sono quattro mesi che non vedo più denari e non so ancora 
nulla Questi oziosi non creperanno à" infiammazione se tutte 
le cause le durano così tanto! Razza di cani e maiali. Ah! 
ah! ah! (8). 

Povero Edoardo detto Biondo, dopo 15 trentini (mesi) che 
è fermo in posta (carcere), va alla scranna (Àssisie) li, 12 



(1-2) Scritto con punta d*ago. — Espressione di vendetta, 

(3) Scritto con una punta di ferro. 

(4) Scrìtto coUa penna. — Espressione di religiosità. 

(.5) Scrìtto coUa penna nel volume del Petrarca, Eimz amorose. 
(6-7-8) Scrìtto coUa penna. 



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e 13. Sono il Biondo che consumo i redditi. Addio ^ CUuiep- 
pino, vieni a darmi il e... 

La patria delV ammonito è quella in cui si trova pane^ lavoro^ 
caHtà e giuetieia^ e non V Italia, dove per V ammonito non 
c'è che faìne, miseria, oppressione ed ingiustizia. La Francia 
sarà per Vammonito la novella patria, e Vammonito ahbia il 
coraggio di farlo conoscere ai tribunali d'Italia, come fece il 
sottoscritto. Masserano Giuseppe. 

Caro padre. Ti farò sapere che io sono nelle carceri e sto molto 
male, percbè ini danno da mangiare della stoppa calda e del pane 
fatto di cinisca, che non posso mangiarlo. Ti prego di mandaimi 
denari; se non potete denari, mandami delle monete ; se non po- 
tete mandarmi delle monete, mandami dei soldi, mi fa tutto lo 
stesso; e se non volete mandare niente, mandami una risposta 
della lettera che ti ho fatto, e se non volete mandarmi una ri- 
sposta, mandami niente ; ma appena che uscirò io andrò a pren- 
derti pel collo e ti darò quattro pugni sul muso per ringraziamento 
deiraiulo che mi avete dato (1). 

Morte a tutti i questurini; sono una razza di birbanti; mi 
hanno date tante bastonate. Volete che vi dica il percbè? Ero 
ubriaco e non volevo farmi legare. Non mi hanno legato; ma alla 
questura me ne hanno date, i vigliacchi; erano in cinque contro 
di me i poltroni. Morte. 

Tutti mi hanno abbandonato! Son già due mesi che sono in 
questo carcere e non ho visto mai nessuno; credevo che i miei 
parenti venissero a trovarmi, ma ahimè! anche essi mi hanno di- 
menticato. Da una parte hanno ragione, perchè è già la seconda 
volta che vado in prigione. La notte non posso dormire, tanto la 
fame mi tormenta. 

La sfortuna mi affligge, ma non mi avvilisce. 

Qui riposano le ossa di Repucci, soldato nel 2^ cavalleria. Pas- 
sante, prega per quello che fu e non è più. Pace a tutti quelli 
che pensera:nno a me. 

Gurioni Carlo, di Como, parto per Saluzzo a scontare una pena 
di 41 mesi di carcere. Addio, cari amici, coraggio, anche questa 
passerà; è una piccola asineria che mi hanno fatto. 



(1) A pag. 109 del volarne U artigianello, — Interessante, perchè mostra 
che razza d*afifettÌTÌtà abbia costui. 



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Cari compagni, la mia prima condanna Tebbi a 14 anni; ero 
buono e diventai cattivo. Ebbi ]a seconda a 16, la terza a 19, la 
quarta a 21, la qainta a 25, la sesta a 28 e la settima a 29, 
la qnale fa di sei anni di reclusione. Sommando i mesi e gli anni 
mi trovo aver una somma di 14 anni, giusto la quantità di anni 
che avevo nella mia prima condanna; sicché ritengo che in questa 
vita tutto è fatalità e destino. Aggiungo che tutte queste condanne 
e tutte le mie sofferenze incontrate nella vita che ho fatto, non 
mi hanno del tutto domato, anzi, tutt'altro, mi hanno inasprito 
di più. Li severità inasprisce lo spirito. 

Lettore, credi tu ai sogni? Io ci credo un po', per non dire 
assai. La notte del mio arresto sognai (dico la notte, perchè venni 
aiTestato alla mattina verso le 5 ore, eravamo nel mese di feb- 
braio 87), sicché sognai che un prete mi prendeva per le braccia 
e mi faceva montare in una carrozza; in questa carrozza ero col- 
locato in una maniera tanto incomoda che mi svegliai... Sorpresa! 
Una guardia di pubblica sicurezza era accanto al mio letto e mi 
invitava di andare seco lei. Andai ed ora ho sulle spalle una con- 
danna di due anni di carcere. Cari amici, addio. 

Quegli che fa questi dipinti é ben sfortunato ! Mi hanno arre- 
stato ingiustamente e più ingiustamente mi tengono in prigione ; 
sono già nove mesi e ancora non so di che cosa io sia accusato 
realmente; ho visto una sola volta il giudice istruttore, mi ha 
parlato di tante cose e di tutto quello che ha detto neppure una 
parola ricordo. Basta, come andrò a finire non lo so. Il Puino. 

La giustizia é come la puttana, si dà a quello che la paga; 
noi, poveri disgraziati, che non abbiamo un soldo, ci fanno morire 
in prigione. 



Non posso finire questo capitolo senza toccare d'uno strano epi- 
stolario criminale spagnuolo rivelatoci dal Salillas. 

Ad Alcalà di Benares (1) vi sono due carceri, uno per maschi 
ed uno per femmine; costoro, malgrado siano divisi fra di loro da 
muro e da una strada, stanno in continua comunicazione amorosa: 
nelle loro lettere assumono il titolo gergale di chucho e di chucha^ 
e qualche volta col titolo di porca e di malo sangue; ripudiati dalla 
società, si riavvicinano fra loro con delle comspondenze, che assu- 



(1) Salillas, La vida petwl en Espana, — Bevista general de jurispr,, 
no?embre 1887, 



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-. 34 - 

mono tutti i caratteri dei rapporti d'amore, intimidazione, gelosia, 
promessa. 

Il Salillas ebbe nelle sue mani un ammasso di queste lettere, 
pochissime erotiche, quasi tutte con serie promésse, che ci dannò 
la spiegazione del come avvengono queste relazioni: cioè, coi mezzi 
i più strani, col trasporto della biancheria, degli abiti, dei soldati 
sorveglianti, dei cadaveri perfino. — Quasi mai essi si videro. 

Qualche volta la scelta si fa per simpatia, per il nome, come 
uno che scrive alla bella : Purificacion^ ti eleggo pel tuo bel nome. 

Qualche volta per essersi intrav visti in viaggio > nel transito, 
durante i quali pare che molte ingravidino; alcuni si innamorano 
solo per il numero simpatico, tracciato dalla lavorante nella camicia 
che indossano e che loro fornisce il magazzino. 

In genere, nelle corrispondenze, il merito che mettono più in« 
nanzi e che, si capisce, interessa più di tutto, è la loro età gio- 
vane e il numero d'anni che tocca loro di scontare; quasi mai, o 
meglio mai, parlano del loro delitto: per essi, che l'amante sia un 
assassino, un truffatore, è lo stesso : sono fratelli della disgrafia. 

Molte volte un compagno presenta alla sua chucha non solo un 
altro amico, ma una fila di altri amici, pregando l'amica di met« 
tere questi in corrispondenza amorosa con altre compagne, e si 
segnalano i meriti reciproci, di avere pochi mesi da fare, ecc. 

Nelle lettere si comunicano le notizie della famiglia e delle 
amiche, si sottoscrìvono come sposi, e quando il compagno muore 
le abbandona, si sottoscrivono vedove. ^ 

Si diede il caso di una che nel gioco con le compagne, in man- 
canza d'altro, mise alla posta lo sposo; lo perdette; e divenne 
cosi... vedova. 

Sono strani gli insulti, le rivalità che avvengonvi. Ve ne hanno 
di quelli che fanno i Don Giovanni e ne hanno tre o quattro di chuche; 
ma guai se sono scoperti. — Fra loro, da veri spagnuoli, si firmano 
col dofi, dirigono le lettere non al carcere, ma al convento tale. 

Pochi usano versi, nessuno che sia originale; per lo più finiscono 
con geroglifici amorosi, cuori e croci. Mai hanno concetti subbiettivi, 
sempre plastici e grafici. « Non potresti, dice un convalescente, 
nella tua fantasia avere tante oncie d'oro per essere felice quante 
volte ti ho nominata nel mio delirio ». Uno dà all'altra la notizia 
dell.i morte dello sposo: « Le sue labbra si serrarono pronun- 
ciando il vostro nome, incaricandomi di venirvelo a dire ». Alcune 
ricordano e si lagnano delle abitudini pederastiche o tribadiche del 
consorte. Una scrive: « Non mi meraviglio che tu non cerchi di 



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anuumi carnalmente, perchè so che vizi tu bai con altri del tuo 
carcere : non ti resta voglia per noi donne ». 



B poiché siamo in scritti d'altri paesi, registrerò a questo pro- 
posito la singolare confessione di Leblanc al prefetto di polizia 
Gisquet (1): « Voi deplorate il furto che ho commesso e che 
chiamate cattiva azione; Tatto insignificante che mi ha fatto 
condannare è il primo anello di una catena, che spero non finirà 
così presto. Se io non fossi ladro per vocazióne, Io sarei per cal- 
colo. Io ho confrontato tutto il male e il bene delle altre profes- 
sioni, ed ho trovato che è ancora la migliore. Cosa sarei divenuto 
fra uomini onesti? Bastardo, senza nessuno che si curasse dime, 
cosa potevo fare? Il ganone di bottega e guadagnare al piti sei- 
cento franchi all'anno, e poi, dopo aver sudato tutta la vita, se 
si diventa vecchi e malati, finire all'ospedale. Prendete gli uomini 
in massa, e voi li vedrete tutti umiliati, schiavi, disgraziati : non 
è mai l'ingegno e la probità che ottengono un compenso. Più spesso 
prospera il vizio che la virtù. 

«Nel nostro stato non dipendiamo da nessuno: l'esperienza e 
l'abilità che ci procuriamo ce la godiamo tutta. So bene che noi 
possiamo finire in prigione, ma su 18,000 ladri che vi sono in 
Parigi non ce n'ò un decimo in prigione ; dunque noi godiamo 
nove anni di libertà contro uno di prigione. Ebbene, qual è l'ope- 
raio che non ha una stagione senza lavoro ? Del resto, allom l'ope- 
raio impegna al Monte di Pietà tutta la sua roba, mentre noi, 
se siamo liberi, non manchiamo di niente e facciamo una vita di 
continue baldorie e piaceri. 

(c La paura d'essere arrestato, i pretesi rimorsi di cui ci par- 
lano, sono cose alle quali ci si abitua presto, e le quali finiscono 
per dare una piacevole emozione. 

« Infine, se siamo arrestati, finiamo per vivere a spese degli 
altri ; ci vestono, ci mantengono, ci scaldano, e tutto alle spalle 
di quelli che abbiamo derubato! 

« Dirò più ancora: durante la nostra detenzione in galera o in 
prigione, noi ci perfezioniamo e ci prepariamo dei nuovi mezzi di 
successo. 

c( Sentite, signor prefetto : Se io rammarico qualcosa è di non 
essere condannato che ad un anno. 



(1) Memoires de Gisquet, toL iv, 1840. 



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-36- 

« Se io lo fossi per cinque, mi avrebbero mandato in una pri* 
gione centrale. Là io avrei trovato dei vecclii assassini da strada 
che m'avrebbero insegnato qualche buon colpo di mano, e io sarei 
tornato a Parigi abbastanza abile per poter vivere senza lavorare. 

« Si parla di ladri come di persone sempre nella miseria, le 
quali finiscono sempre la loro vita in prigione, ma si parla pen-. 
sando a quelli che si vedono sempre, cioè nello stato apparente, 
quando sono arrestatile non si pensa che molti hanno delle risorse 
nascoste, e che i più fra loro sodo abbastanza furbi per fare fortuna 
senza aver mai niente a che fare (X)lla giustizia ». 



SEZIONE IV. — CERAMICA ED EPIGRAFIA CRIMINALE (1). 



a) Sui vati. 

Mai statò in questa carcere 

Italiana turre da linuì il P Ag. 

Arrestato innocente. Del Martinetto 

12 Mejs. 2 sorto il Settembre 

Nato 1856 a Eacconigi. Mai sono stato in questa carcere. 

31 23 57 XX XW 2 

Piero arrestato per furto 7 Agosto. 
Chi prendi ? 

Fero (Pietro) Biondo del ballone. 
(Disegni: due che defecano. Uomo che defeca). 

Quando sorto voglio andare a piantare il e dalla Costanza 

del muton, allegri. Saluto tutti, state allegri, 
(Disegni: un orologio, croce, busta, stivale, croce di Savoia). 

Gay Giovanni, Anni 19, nato nel portic, fu condannato 20 
Anni, Addio cari anici. 



(1) Diamo questo saggio di iscrizioni sui vasi, ma, per comodo del lettore, 
le alteriori saranno modificate nell'ortografia e neUa disposizione per renderle 
più comprensibili. 



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^37 - 
Sanpkr, 564, penso alla mia Pietà, cella n. 564. 

LozETO Camillo, d'anni 17, fu ristato (arrestato) ai 15 aosto 

NEL 1882. 10 M. ADDIO, SALUTO TUTTI, CARI AMICI MIEI, NEL BRACCIO G. 

BTISTA E GIUSE TUTI QUI FRATÉI 1885 
ALLA TUNIN E CENTIN BRSA PORTA PILA G A 



Mac 

Paneto, 752 

aresta ai 11 ottobre 

TRUMBA 

1881 DEL 

23 COAF BORR 

2 C 

RISULIN 
PP 

PAUL rostan le 9 
juillet 1885 net a park 

PUMISTE OP 

Ferro. 
MESI 3, 1885 frine 

PANET 



COSTA GIOVANNI 
DABA ARESTATO 
4 APRILE 80 

117 137 



PIAMONTESE SONO BRAVI 
OTTAVIO ZANOTI DI 
BRESCIA PBRCCIONI 
CAPORALE MAGGIORE 

DI STI LE PERCCiONi (prigioni) 

NINO DAL BURPO' ARES- 
TATO 15 AGOSTO 1881 
VADO AL DEBA (Assisie) 
Al 18 OTTOBRE 1881 

1883 PERÙ BIUNT 

p (Porta) PILA MESI 3 

SORTO 28 NOVEMBRE. 
ADAMO GIUSEPPE CELL 183 

(Una donna (JSVa),una pistola, 
un serpente, fronda e pomo, un 
pugnate, due cuori passati in una 
freccia, un cubo, un uomo, pomi, 
bottìglia, bicchiere, rebus (ospe- 
dale). 



b) Sul muri. 

Carbun 3 cale (1). 

Di', Antonino, mi tiran fuori queirarticolo, spero cbe sortirò. 
Giavita manda uno strumento per rabare a Ruscbil il farnoa- 
cista. Morte a Germano e Germanot che fan la spia. (3 volte). 
Piac. va alle Assisie per un orologio. 



(1) Una cala è 1 anno, e quindi condannato a 3 anni. 



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~ 38 - 

Bricarel per omicidio di una prostituta condannato 1 anno dal 
dì d'arresto. Addio. 

Rissulin, puntate due volte, siete sempre in perdita. 

Cari fratelli, pigliate esempio da me. Fetta Pietro. Chi sa 
quando sortirò. 1889. 

Beatrice querelante, Luigi Casati arrestato il 29 aprile 1885, 
furto 10,000 lire di cedole, qualificato e rottura. Fatto la spia 
Gala. Condannato 3 anni. 

Morte ai tiranni. Filippo del Palazzo di Città. 

Cussot del Palazzo di Città è spia della questura. 

W. il socialismo. 

Povera Italia la terra degli arbitrii. Gianduia, via Palma, cella 38. 

Io sono Yignot, per borseggio. 

A morte la Limonata di piazza Savoia; esso mi fece la spia. 

A morte le spie. Sono Ciò di piazza Carlina. 

A morte chi ha fatto condannare gli altri. Vendetta. 

Morte al sottocapo, perchò è un asino. 

Non ti curar dì lor, ma guarda e passa. 

Cannonerò è un asino, perchè sporca il muro inutilmente. 

Ho fatto 15 giorni a pane ed acqua. 

Veleno per i carabinieri, vetriolo per caffè. Giovanni della Palma. 

(1) Prendi, bevi, Carbun; un bicchiere in compagnia non va 
mai rifiutato. 

(2) Questo regge per le donne di Tonno. 
Geremia si faceva incul.... da un eremita. 
Chiav... così che troverai più gusto (3). 

Cari ragazzi, da Torino bisogna andar lontani a star un poco 
tranquilli, come ho Tidea di far io quando uscirò di qui. 
Pinerolo dice che sono un gonzo quando mi meno il caz.... 
Tutti quanti ragazzi 30,000 son col culo schiappato. 
In culo le fave di prima qualità. 
(4) È sul murOi ma pib lo guardi e più vien duro. 



(1) Un bicchiere tì è anche disegnato. 

(2) Sotto an membro virile enorme. 

(3) Due iigare maschili in atto di sodomizzarsi. 

(4) Sotto nn disegno di donna che ha un mem... in bocca e uno in mano. 



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- 39 -. 

Vincenzo rende saluto a Battista. Ho ancora un mese da fare (1). 

Oh! le Corti quante sono crude per rinchiudere innocenti. 

Ah! Povero Troja per essere buono ad adoperare il coltello (1). 

Addio, Antonio, nemmeno un pezzo di sigaro! Dio falso! 

Siamo ciechi, siam nati per campar; cortesia della giornata 
allegria non si nega. 

Addio, se ti mastmbi sempre verrai grasso. Gamba buona 8 
volte al di. 

Rizzolino saluta quelli della Generala {carcere dei minorenni). 

Turun sconta 27 mesi, saluta gli amici, 1885-87 (1). 

Saluto Toio. Io vo sicuro da ogni accusa. Addio, Fiaschi e tutti 
gli altri della Generala (1). 

Fiaschi 3 mesi, innocente. Morte alla Generala (1). 

La Corte d'Assisie è un'assassina e ti taglia come farina. 

Povero Cica, sempre in prigione. 9 mesi per ribellione (1). 

Frementi saluta quelli della Generala. 



Ho speranza di vendetta 

Che s&TÌlla sul mio volto, 

Da tante amiche son tradito^ il mio 

Disegno sarà carpito, 

Infame traditor. 



Giovanni della Palma saluta Solerò Battista che mi ha fatto 
arrestare. Facchino da forca. 

Questo qui è oro, hai capito...? 

Oro è sempre oro, ma quel che luce non è oro. 

Morte alle spie ed agli sbirri. Lunghin di S. Salvano saluta 
Braida Giovanni del Cuor d'oro, arrestato per furto (1). 

Carlo detto il biondo, mesi 2 per rivolta contro le guardie (1). 

Gula la spia 3 berrette (anni) (1). 

Stefano detto Ficiassa d'Vanchia, arrestato ai 26 9mbre 85 
per furto; a morte Vercelli che è una spia (l). 



(l) Informazioni reciproche sai processo e la sentenza. 



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-40 - 

Oh detenuto! Vinci l'ambascia coiranimo che vince ogni bat- 
taglia, se pur col suo grave corpo non t'accascia. 

Merda per le false impunità e spie. 

Cerca nell'angolo a destra e troverai da scrivere (1). 

Morte al questore e a tutti i questurini. Biundi che saluta tutti 
gli amici e manda tanti saluti alla sua piccia {atnante\ facen- 
dole sapere per parte del suo uccellino che pensa sempre a lei 
notte e dì ; al contrario essa non ci pensa, perchè da 3 mesi che 
sono in questo carcere non è mai venuta a trovarmi. 

Ho fame e non ho un soldo ; sono disperato. Il marrocoo (pane) 
non mi basta, la boba (minestra) neanche, ho fame, ho fame. 
Addio, amici. 

Il galeotto M.... Pietro, condannato alla catena per lo spazio di 

15 anni. Questo gli è accaduto per essere stato troppo cogl 

Non mi dispiace quello che ho fatto agli uomini; quello che mi fa 
un grande dispiacere è che ho infamato la mia povera madre e 
rovinato il mio caro fratello. In quanto alla mia amabilissima 
moglie che mi ha fatto sempre cornuto, in quanto ad essa, dico, 
le auguro uno di quei malanni che il lettore potrà immaginarsi. 
Ci rivedremo nel mese di giugno 1902. Il galeotto M. P. 



(1) Era scritto snUa cella 250; e infatti, rovistandovi, trovai la punta di 
un lapis accartocciata in poca carta. 



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- 41 - 



e) Nella cliim (1). 

Neppure Badamez della Aida (opera del Verdi) lo misero in un 
buco come questo per morire. 

Questo è un giaciglio da porci, e nou per venir in chiesa. 

filSSULIN. 

Ugolino trasse giorni men duri del povero Bersagliere, che lo 
fanno morire in questo canile per fargli sentir la messa. Povera 
umanità davvero!!! 

Non badar all'ambiente, ma ascolta la parola di DiO| devoto 
al Signore. 

Da questa tomba pregate per l'anima del povero Cairot Pa- 
squale, che lo portarono in prigione a torto. 

Venni, vidi, vinsi, ed è come io credevo, cioè barbarie o cru- 
deltà anche per chi viene a pregare in chiesa. 

Il nome dei briganti 

Sta scritto in tutti i canti. 

Passanante tentò di uccidere il Be. Passarot (sopranome che vuol 
dire uccello) ucciderà tutte le guardie ed i delegati. 

Come Siam miseri noi mortali ! Ci mostriamo esternamente 
amici Tun coiraltro, per avvelenarci poi segretamente. Giorqio. 



(1) Per compreadere il valore di queste strane epigrafi giova sapere che la 
chiesa del Carcere Cellalare in questione, per la cui costruzione, notisi bene, 
si spesero oltre 500,000 lire, ò di forma quasi ovale , ed ha nel mezzo Tal- 
tare, attorniato da 3 piani di palchetti o ceUette di mq. 1 1^2, chiuse da una 
porticina larga m. 0,70. 

Ognuna di queste celle ha nel mezzo un foro quadrato, diviso da due sbarre 
incrociate, e in ciascuna si rinchiude il detenuto. 

Per accedervi, esso è, poi, costretto a passare per una trafila di ambulatoif, 
corridoi e scale che non hanno più fine, per cui prima che sia giunto a suo 
destino, ha tutto il tempo immaginabile di parlare, scambiar biglietti, ecc., coi 
compagni; sicchò si dovette riserbare la messa ai soli condannati privandone 
grimputati. Si noti che se si dovesse eseguire, regolamentarmente, Taccesso alla 
chiesa, sicchò i rei non si vedessero fra di loro, occorrerebbero 15 giorni per 
Tandata ed altrettanti pel ritorno ! ! 

Palimsesti — 4 



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- 42 — 

loginocchiandomi qui al cospetto della croce, sento un tremore 
di rimorso pel delitto commesso. Dio mi perdoni!! 

L'89 si avvicina, e la Comune questa volta metterà il mondo 
in aria. 

Questo buco porta il numero dell'età di Cristo (33), che dannerà 
tutti i giudici ingiusti e corrotti, e le spie. 

11 Bersagliere mentre Don Mar dice la messa, lui si ma- 
sturba in questa cella. 

Questo frate non parla male, ma il Direttore non la vuol in- 
tendere, perchè messo su dai suoi sgherri. 

Amai di santo amore, ma non fui compreso. L'indifferenza sua 
mi trascinò al delitto. 

Tutti* quelli che vengono qui, dicano un'Avo Maria per me. 

Don Mar è un brutto stupido ed un asino. 

Cerco la pace anche qui, ma non la travo. Questa cella mi rende 
ancor piìi triste, e non ci tornerò più. 

Quando sarò fuori di qui, potrò dar sfogo a tutti i piaceri colle 
ragazze. Oggi non mi resta che a menarmelo al gusto di Teresa, 
d'Italia, ecc., ecc. 

Per me lo dico francamente, preferisco una ragazza a mille bei 
giovani maschi (1). 

Per avere ascoltato i consigli di malvagi compagni, sono ca- 
duto qui per la 2* volta (e sarà l'ultima), ma oggi che ti co* 
nobbi, che potei leggere qualche tuo biglietto, sento che la vita 
della prigione mi è meno dura, meno tediosa (1). Vittorino. 

Ti assicuro che oggi preferisco un tuo biglietto che mi parli 
d'amore, a tutte le ghiottonerie che mi potessero arrivare dal di 
fuori dagli amici (1). Vittorino. 

È evidente essere questa una specie di corrispondenza clande- 
stina tenuta specialmente all'epoca in cm*, chi vuole^ va ad as» 
sistere alle funzioni religiose pasquali. Una prova maggiore si ha 
da queste due righe scritte a destra détta seconda nota sopra ri- 
portata: 



(I) Allusioni e dichiare pederastiche... in chiesa. 



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- 43 — 

Godo che i miei consigli e Tamor mio ti possano dar sollievo ; 
pensa che anche qui siamo di passaggio, e presto o tardi sortiremo; 
ritrovandoci fuori di qui, mi conoscerai meglio. Addio. B. (1). 

Vi sono delle cose che si possono ammettere, quando sono 
esposte con enfasi, ma siano pur semplici e materiali, non si pos- 
sono accettare anche quando scendano dal pulpito. 

Ieri potente, ieri ricco, oggi son qui preda rinchiusa di Bas- 
Alula. 

Nel 1990 uscirà M... quello che fu condannato a 15 anni di catena 
per essere stato troppo coglione — quello che si lasciò imbro- 
gliare da Bundula — quello che fa la rovina di sua madre e 
suo fratello — quello che ha le coma lunghe un metro per parte 
di sua carissima moglie. 

E tu parli a noi di carità cristiana? Di questa parlane a quel 
manigoldi che ci tengono qui rinchiusi, a torto od a ragione, ma 
sempre con mezzi barbari. (Queste parole sono rivolte al predi- 
catore). 

Amore! E chi può definire questa parola? I poeti la infiorano 
con sublimi versi, gli scrittori con eterni volumi, ma nessuno 
potrà mai dirne il vero senso, e le mille pazzie che esso fa com- 
mettere. 

Se tutte le guardie fossero pari in bontà al loro capo, i de- 
tenuti sarebbero meglio trattati. Egli è il vero burbero benefico. 

GoraggiOi^ragazzi ! nel trambusto che dovrà succedere neir89, 
tutti i prigionieri del mondo debbono essere liberati. È questione 
di pochi mesi. 

Fra gli sbirri della questura e quelli del carcere, preferisco 
questi ultimi, perchè più umani. « 

Vi sono degli uomini che rassomigliano a certi asini, che por-, 
tano oro e mangiano fieno. Così fa l'Impresario, colla differenza, 
che lui mangia Toro che gli paga lo Stato, e dà invece a noi, po- 
veri carcerati, il fieno da mangiare, quando non ci dà paglia. 



(I) Allasioni e dichiare pederastiche... in chiesa. 



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^ I 



— 44 - 



d) PieUirafia. 

È curiosa ed atavistica nei rei la tendenza di esprimere ì pensieri 
e specialmente quelli che più li preoccupano colle figure. Noi ne 
abbiamo avuto una prova in quelle tavole di Troppmann che pure 
era letterato e per&oo poeta. Per esprimere il concetto che più gli 
premeva far prevalere, essere la strage della famiglia Kinke opera 
del padre, Kinke, non di lui, ce ne diede il truce disegno che proba- 
bilmente riproduce la scena come era avvenuta per opera sua. 

E abbiamo veduto il Cavaglià incidere in un vaso la scena del 
proprio reato e del proprio suicidio. 

In altro vaso (vedi Tav. I, fig. 1 e 2) un ladro gobbo fa la 
storia dei suoi amori paralleli, seguiti da gravidanza con due donne 
che risentitesene ricorrono poi, pare, al tribunale. 

In un vaso un grassatore fa la storia delle proprie imprese: 
viaggio, all'osteria, con un galantuomo, sua grassazione, arresto e 
condanna (Tav. Il, fig. 1 e 2). 

In un altro disegno si descrive la triste vita del condannato 
fino alla tomba (Tav. II, fig. 3). 

Si noti che le figure sono di poco più perfezionate di quelle 
che facciano i nostri bambini, con poche parole di iscrizione. 

Non parlo delle numerose figure oscene, dei membri in bocca, vo- 
lanti, ecc., (Tav. Ili, fig. 5), che si trovano del resto anche nei graf- 
fiti degli onesti. 

Ma una serie numerosa di pictografie semplici è data dai ta- 
tuaggi. Molti nel tatuaggio esprimono tutti i loro desideri, le loro 
storie. Così il M..., che provò tutti i mestieri, viaggiò mezzo mondo, 
a 12 anni fugge di casa, e s'imbarca su una nave mercantile, e 
vi naufraga; e ci dice avere cambiato di amorose come le camicie: 
si vanta essere stato Tamico di un compagno di Mettine ; si crede 
nato sotto la influenza di un astro benefico ; a 20 anni sposa una 
ganza, va con essa a piedi sino a Genova con 22 soldi, e Tabban- 
dona dopo 7 giorni ; ora è spia e lenone. Si dipinse sulla pelle 
tutta la sua storia (Tav. IV, fig. 1): 

Un'ancora ricorda il bastimento « La Speranza » che naufragò 
sulle coste d'Irlanda, ove erasi imbarcato come mozzo. 

tJna testa di cavallo è ricordo di quello ucciso da lui 12 anni 
fa con un colpo di coltello, per puro capriccio. 



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— 45 — 

Un elmo è ricordo delle guardie che vuol uccidere. 

Il ritratto di Mottino ricorda le sue simpatie. 

Un liuto ricorda un suo amico, abilissimo suonatore di chi- 
tarra, col quale ha viaggiato per mezza Europa. 

La stella <c sotto la cui influenza nacque » (dice lui). 

Corona reale: ricordo politico, dice egli, o meglio, diremo, dei 
patti nuovi che egli fece come spia. 

A bordo voleva perpetuare la ricordanza delFaman te tatuandosene 
sul braccio il coi*po nudo; il capitano vi si oppose, ed egli non 
potendo finirlo, al posto del capo tatuò un cuore, simbolo di amore. 

Giac Francesco > di Vercelli, d'anni 44, ladro, espulso di 

Francia, dopo aver fatto il fabbro, il saltimbanco, il soldato nelle 
legioni straniere, porta sul braccio destro: 2 colombe, emblema 
di amore puro — una sirena — le iniziali del suo nome e di 
quello dell'amante — un selvaggio: ricordo del suo soggiorno in 
Africa — una donna, vestita da saltimbanco, con una colomba 
nella mano destra, ricordo della terza sua amante — le insegne 
del suo mestiere di fabbro — un tabernacolo. Sul braccio sinistro: 
Due lottatori, ricordo del tempo in cui fu saltimbanco — la testa 
di uno zuavo (ricordo della legione) (Tav. V, tìg. 1). 

Questo lato mnemotecnico del tatuaggio, che ha una applicazione 
grande per la identità, è pure atavistico, sapendosi che in molti 
selvaggi il tatuaggio è un vero archivio storico e notarile. Esso 
ci dà una vera registrazione dei delitti compiuti e da compiere e 
potrebbe, da questo lato, aver una applicazione immediata, consi- 
gliando il sequestro di costoro quando abbiano così officialmente 
dimostrato l'intenzione loro di compiere un reato, come abbiamo 
veduto, per esempio, nel Oallimete, e nel F. che si praticò 17 pun- 
tini sul membro onde ripromettersi di sodomizzare 17 volte un tale 
che gli fece la spia. 

Qualche volta questi segni formano qualche cosa d'intermedio tra 
la scrittura e la pittura come era in origine il geroglifico. Così 
delle chiavi alludono al segreto, sacro, della camorra. Un lupo è 
segno di fame; la testa di morto, un pugnale, segno di vendetta. 

Ci sono delle vere cifre geroglifiche ; una caratteristica è quella 
(Tav. II, figura 4) per indicare furto. 

Un'alfabeto crittografico completo mi fu rivelato da un truf- 
fatore (Tav. II, fig. 5). 

Si aggiungono quelli che si potrebbero chiamare geroglifici fone- 
tici in cui le figure per la loro unione formano un epigramma, 
e alle volte un'intera periodo come : 



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- 46 — 

S. P., muratore, ladro, espulso ora dalla Francia, ha sul braccio 
destro un disegno di due che si coitane e ch'egli afferma essere 
la illustrazione -Aél molto : Jeu du billard anglais^ où les billes 
poussent; e, sul braccio sinistro, un cane che sodomizza un gen- 
darme, che allude al motto: Uh chien qui emmanche un gendarme 
(è un doppio motto di spregio alla Polizia) (Tav. V, fig. 8 9). 

Q... ha sul braccio destro un cuore trafitto con a fianco la testa 
d'un pesce — maquereau — che in francese è sinonimo di souteneur 
e vuol significare, con un vero geroglifico fonetico, come l'amante 
del cuore l'abbandonò per un Alfonso (Tav. IV, fig. 5). 

Qualche volta nel tatuaggio tracciano figure a cui annettono un si- 
gnificato che è tutto loro speciale, che si potrebbe dire geroglifico in- 
dividuale: per esempio, uno che aveva un gruppo di Salomone, una 
sirena, e una croce, diceva: « L'uno lo tengo per ricordarmi quando 
fui nel 1879 carcerato per un assassinio in Egitto; la sirena con 
un'ancora per ricordarmi che fui condannato 3 mesi per diserzione 
dal bastimento, in Costantinopoli, dove si dorme per terra; la croce 
feci... per non tornare in carcere, ma inutilmente ». 

F., camorrista, ora incorporato nell'armata, di 22 anni, si tatuò 
un limone per alludere all'amore dolce dapprima e acido dopo il 
tradimento della sua bella. Sotto a questa pianta, infatti, egli si 
tatuò un F T — vendetta. E il suo costante pensiero è di ven- 
dicarsi ts^liandole il naso, ma vuol farla da sé e godere, egli solo, 
del dolore che provocherà. 

Non mancano poi, anzi, sono i più abbondanti, quelli che sono 
misti di parole e d'iscrizioni ; la più curiosa e la più importante 
per la scienza, è il disegno (Tav. Ili, fig. 3), che un calzolaio 
afiatto illetterato, grassatore, piccolo, sub-microcefalo, che aveva 
con uno zoppo commesso una grassazione, si ricamò sul suo giìet^ 
contornandolo con le parole Giusepptno innocente^ ch'egli tracciò, 
come si farebbe d'un ritratto, senza saperle compitare, e facendosele 
dunque insegnare da altri. 

Lo stranissimo è che egli pretendeva questo disegno dovesse 
servirgli come un documento ufficiale, testimoniante la sua inno- 
cenza, come unistanza per fargli ottenere la cassazione della pena; 
— e perciò mi consegnò questo ^//6^; e quando se Io vide restituire 
senza il decreto di grazia che, a parer suo, doveva immediatamente 
ottenere, andò su tutte le furie, mi minacciò con atti violentissimi, 
distrusse quel documento e non volle riprodurlo per nessuna somma, 
malgrado fosse povero e senza soccorso. 

Le altre figure della Tavola III (fig. 4, 5 e 6) e della Tavola I 



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- 47 - 

non sono che un detenninativo e un'aggiunta delle iscrizioni: cosi 
nella figura 8 e nella figura 6 (Rig. quello che faceva Toste al suo 
paese) confermano le minaccie di vendetta, e altrettanto e meglio^ 
nella figura 4; — importante nella sua oscenità è il numero 1, 
tanto più che, iscritto sovra un libro sacro e accompagnato anche 
da un organo genitale, che ho ommesso, indica la efficacia inversa 
di simili libri in costoro. Ma importantissimo è il ritratto auto- 
grafato con iscrizione del n. 3. È un assassino che scrìve di sé. 
« Io sono colui come mi vedete Giovanni F., sono innocente e mi 
fanno star qui solo perchè uccisi chi mi voleva far arrestare dieci 
anni sono; povero me! mi vogliono condannare perché poi ho uc- 
ciso un uomo soh^ mentre al inondo poi ce ne sono anche troppi 
degli uomini; d'altronde era una svia ». 

Fra le altre trovasi pure una donna nuda coi capelli sciolti 
disegnata da un capo-masnada con in mezzo la parola Fica ed al 
capo Strega ed intorno: E costei odia le spie, ama i galeotti. 



AGGIUNTA ALLA CERAMICA. 

W. Mazzini. W. la repubblica di G. G. W. Tanno 1888. 

Io prego Iddio che mi mandino via presto da qui, perchè qui così 
solitario c'è da diventar muto, non si sa con chi scambiare una pa- 
rola, sempre solo, rinchiuso fra quattro muri da una parte e il paglie- 
riccio, e dietro Tuscio v'è la rastrelliera dove si depositano tutte le 
porzioni che portano e tutte le bottiglie di barbera e marsala e mo- 
scato, grignolino, nebiolo, pelaverga di Saluzzo, barolo. Beviamo e 
stiamo sempre allegri. Viva Noè che piantò la vigna (1). 

Mi hanno arrestato a Bardonecchia mentre che facevo la quaran- 
tena. quante ragazze che ho chiav... in quei pochi giorni di quaran- 
tena e qui bisogna farsi delle pugnette in questa cella solitaria (1). 

Portigliatti anni 3. S.to il 4 agosto di Giaveno 1888. Arrestato il 
14 ottobre 1885(1). 

povero me, in che stato son ridotto, di essere rinchiuso qui fra 
quattro mmi, mi portano un pezzo di pane e poi mi chiudono Io spor- 
tello in faccia, lo stesso come se fossi un cane, ma bisogna rassegnarsi 
in questa triste condizione (1). 



(1) n tatto in un catino entro ed intomo al diaegno di una donna nuda 
(Tav. II, flg. 6). 



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SEZIONE V. — IL DELITTO. 

a) Vanto M delitto. 

Qui riposa la salma del povero Tulac, il quale, stanco di ru- 
bare in questo mondo, va a rubare neiraltro; i parenti contentissimi 
questo ricordo posero. (Vi è sopra un disegno di sepokro). 

Perchè non posso mai farla franca? Sono sempre in queste in- 
fami c^Ue per furto. Povero e disgraziato Quajot! 

Sono sempre stato un galantuomo io, ed bo già &tto venti anni 
di galera; ora sono nel carcere di bel nuovo e questa volta mi 
daranno i lavori forzati a vita; tutto per far del bene al prossimo; 
non ne ho assassinati che sei, li ho levati dal mondo perchè troppo 
tribolavano; saccheggiai parecchi contadini, eppoi diedi il fuoco 
alle loro abitazioni, tutto per guadagnarmi il pane perpetuo. — 
Vostro affezionatissimo capo-banda Talbot(l). 

b) Filosofia del furto. 

Io sarò felice quando avrò denari, salute e libertà (ladro). 

Se Dio ci ha dati gli istinti di rubare, e che noi ad essi obbe- 
diamo, vi sono altri che hanno gli istinti di carcerarci ; allora questo 
mondo è un teatro per divertire in sempiterno! (1). 

e) Esortazioni a dellnquore. 

ladri! il nostro mestiere è rovinato per quella canaglia di 
giudici. Coraggio però ! E avanti ! (2) 

Sul Mutilato di Lepanto, di Uda. — Caro amico. Ti scrivo 
queste due righe per farti sapere che mi trovo in carcere, e siccome 
sono solo, ti prego che tu faccia qualche delitto per poter venirmi a 
trovare. Così essendo in due, il tempo passa più presto, e quando 
saremo in galera ci conteremo la nostra vita (1). 



(1) Giniomo e vanto strano del delitto. 

(2) Ossìa: Continuiamole nostre operazioni f 



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- 49 - 



d) PropMitl 4i delinqutre. 

F. del Cuor d'Oro (sobborgo di Torino) e N., due fratelli, en- 
trati il 12 gennaio, escono tatti e due oggi, 9 febbraio 1885. Sa- 
lutano gli amici provvisoriamente. 

Appena io sia uscito dal carcere voglio sempre rubare, tanto 
sono sempre in carcere. Miglio S. Salvano (1). 

Amici, fatevi coraggio, che qui siamo sempre solo di passaggio. 
Sono Prete della Palma. Ho fatto sei mesi e sono uscito il 13 giugno 
1886, e che volete? il 23 mi hanno di nuovo arrestato per bor- 
seggio e conti-avvenzione airammonizione insieme a Bastun e Sop. 
Addio amici. 

Un povero disgraziato, da 40 giorni rinchiuso in questa mise- 
rabile cella innocentemente, eppure non c'è mezzo di farsi libe- 
rare fino al dibattimento. Mi firmo B. C. 

Io sono in carcere per isbaglio, ho già fatto 6 anni di buona 
condotta, e adesso mi hanno messo in prigione a torto; ma se ho 
ancora la fortuna di uscire, voglio far proprio il malvagio, il bi- 
rìcchino, perchè a fare il galantuomo bisogna venir in prigione. 



6) Cenfltoteai. 

Io sono Frattini Midiele che feci un furto; rassegnato sono spe- 
rando libertà. Cella N. 190. 

Maslè Giuvanin del Palas sita (2), arrestato il 19 novembre 1885 
per omicidio volontario contro una guardia di questura. 

Giovanin dia leja (3), imputato per omicidio e 7 grassazioni. Sono 
5 mesi che non mi fanno il colloquio. Saluto gli amici, arrive- 
derci ai lavori forzati. 



(1) Trattasi di un ladro ammonito e sorvegliato; è tale in&tti la vigilanza 
della polÌEia e i rigori dei regolamenti al riguardo, che riesce ben difficile a un 
recidivista ammonito e sorvegliato di poter col lavoro riabilitarsi I 

(2) Macellaio Giovannino del PaUzio di Città. 
(8) Giovannino del viale {aììèa). 



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-50- 

Confessione ironica. 

Qaajot è già la quarta volta che viene qui dentro, sempre in- 
nocente e candido come l'acqua sporca, come questa volta, che 
l'hanno arrestato coi ferri del mestiere e colla roba rubata. Po- 
veri ladri! Quando li arrestano dovrebbero mandarli all'albergo 
del Moro, e non alle Carceri Nuove ! Addio, amici (1). 

Petulin, fruttivendolo di Porta Palazzo. Un anno di carcere per un 
bogo {orologio). Allegri, amici. Spero di essere assolto per l'omicidio 
{implicita confessione del reato d'omicidio). 

Moro, Uomo furbo e tutti gli altri: Non bisogna più rubare, 
ma assassinare (1). 

I poveri sono, la più grossa parte, stupidi; si fanno guerra tra 
di loro, i minchioni, per invidia! 

£cco che cosa san fare i detenuti, fare il monello, e a lor pare 
di faro gran che di bello, ma invece pane ed acqua li aspetta. 
Ah! Ah! Ah! Io sono di quelli. Tulac(l). 



f) Proteste d'innocenza. 

Fui arrestato innocente, spero di uscir dal carcere al dibatti- 
mento. Vile... iilUggihile). Biscia Angelo. 

Povero Luigi ! Sono vittima del male fatto da altrui ; o cella, 
apriti, dammi la libertà. Gattini il Bello. 

Batti stin di Piazza Carlina, arrestato per sospetto di furto. Giuro 
che sarò assolto, perchè sono innocente. Saluta Moro del Palazzo 
di Città. Coraggio, e allegri sempre. 

Sulle Biografie, — Mini di Borgo Po, ai-restato sotto i portici 
di Po, alle ore una e mezza, mentre accompagnava l'amante al 
lavoro; mi imputano per furto qualificato, ed io sono innocente. 
Povero me! sono già nove volte che vengo in queste maledette 
carceri ! 



(1) Clninno del crìmine. 



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-" 51 - 

Vien del Carnè, arrestato il 29 dicembre 1884 per grassazione 
e tentato omicidio. Addio, amici, che sono innocente davvero. 

Povero me! sono già- quattro mesi che sono qui; non so ancor 
di nulla, nemmeno il giudice istruttore non è ancora stato, ed io 
sono innocente. Michele del Palazzo di Città, panettiere. Mi im- 
putano di grassazione e non so di nulla. Povero me! (1). 

M.... Lorenzo, detenuto dal 17 settembre 1885, accusato di furto 
con qualifica, valore lire 3000, mentre è proprio innocente (2). 

Questa gente ride ed io sospiro invano la libertà. Io sono inno- 
cente e loro non vogliono credermi. Che il Signore non li voglia 
castigar? Che vero sia il proverbio che a Chi fa bene trova male, e 
quei che fan male bene stan »? È bmtto essere innocente e dovere 
stare in una cella a sospirar ! Non capite che sono innocente, teste 
d'asini? Mi volete forse forse far -crepar? 

Viva la libertà! Viva il lavoro! Ah! buon Dio! abbiate pietà 
di me che sono innocente, venduto, per furto 1 Sono 85 giorni che 
son qui innocente. 

Nella Storta Sacra. — Me lo daranno loro il profeta Isaja e 
Sant'Agostino con tre anni. Amici miei, dite quello che volete, ma 
essere carcerato innocente come una colomba è un gran dolore. Po* 
vero Vigio ! non faccio altro che pianger e soffrir ! 



g) Autori dogli scritti lo rapporto o In contraddiziono col delitto commoooo. 



Nel Carrand, Maurùfio, il lavoro, leggesi in margine la se- 
guente aggiunta di un ladro : 

tt Ecco, è la seconda volta che mi viene questo libro e sempre 
lo leggo con novello ardore. Galileo di San Salvario, arrestato per 
furto qualificato e sospetto di quattro altri furti, per uno dei quali 
verrò condannato, perchè Pierino di S. Salvarlo è una spia che mi 
farà condannare innocente ». 



(1) Qaeste proteste dlnnooensa sono copertoi por oomanicaro le notìzie. 

(2) In&tti qaesto innocente è nn capo di ladri ohe altrove ai dichiarò tale. 



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- 52 - 

Le fungimi détta settimana santa, del Teologo Bens, torinese. 

Io wono dì^^niiato 
Tatto il mondo pur lo sa, 
Ed or Tengo incarcerato, 
Pel motÌTO nian lo sa. 

Io guardo il mio passato 
Qnai delitti commessi arrò; 
Ha ne troTO nessan scrìtti 
Snl memoriale che meco ho. 

Danqae ditemi, voi cari, 
Qaai saran le cause mie 
Che mi fanno qui passare 
Le giornate più belle mie. 

Povero me, mi vogliono condannare perchè sono innocente, ora 

5 mesi or sono, altrimenti Bapetin. (Per furto qualificato 

per il mezzo), 

Tant'è la possa dell'amore, che non avrei tralasciato di com- 
mettere un delitto per il quale mi sarebbero state apeiie le porte 
della galera. Eppoi ditemi , o filosofi , che Tamore è un trastullo, 
ovvero un passatempo, ed io vi rispondo che belli sono i precetti 
vostri, banditi dalle cattedre o dai libri, buoni per il passato o 
per il futuro, ma se il presente incalza, allora natura reclama il 
suo diritto, e ridendo di voi li sparge al vento. Ma bando per ora 
alla filosofia, ed è meglio che ritorni sul tema che mi sson prefisso (1 ). 



SEZIONE VI. — IL CARCERE. 

a) Lodi del carcere. 

(Curiosa risposta di un detenuto alla satira di un compagno 
contro il carcere). Addio, Ettore, Achille ti saluta. Chi è povero 
paga per tutti. Le carceri cellulari sono il raffinamento della bar- 
barie in pieno secolo xix. 

Risposta. — Non è vero ciò che dice quel detenuto in questo 
foglio; invece trattano troppo bene e usano troppi riguardi ai 
detenuti. Quello forse vorrebbe che lo lasciassero andare a pas- 



(1) Singolare confessione per Fapologia e francheiza del delitto. 



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-53 — 

sigiare in piazza Castello, a far partita al bigliardo e tarocchi 
e andar da madama Qastaldi. Ab citrullo che sei! Non dovevi 
lasciarti accalappiare fra queste mura. Un amico della ragione e 
della giustizia (1). 

Per me ringrazio Dio, sono piìi beato di San Pietro. Qui nella 
cella 8on servito da lacchè. Che cuccagna ! Si sta meglio qui che 
in campagna! (1). 

Vittorio, arrestato per furto, di cui sono innocente. Addio, amici. 
Fatemi il piacere, per carità, non fuggite da queste carceri, qui 
si mangia, si beve, si dorme e non c*è bisogno di lavorare (1). 



b) LaMati. 

Piangi, donna, la tua lunga miseria, ti compatisco ; ma al- 
meno sei in compagnia dei tuoi figli infelici, ed io, cara moglie, 
separato da te e dai figli miei per così lungo tempo fra mezzo 
le mura e le catene, in compagnia dei barbari sgherri ! 

Sopra la mia tomba, perchè vogliono farmi morire ; ma il cuore 
è buono, non muoio per questa volta. Michele. 

Proibirmi i coUoquii pazienza!., ma proibirmi anche di scrivere 
passa tutti i limiti del credibile. Se avessi qualcuno di questi 
Don Digestì pel collo, non so cosa ne farei; ma è inutile l'ar- 
rabbiarsi! Sono in gabbia e mi tocca rodere il freno. Speriamo 
in tempi migliori. In quanto a te, guarda di 



e) Satire, Improcaiioni al careert. 

Tra il carcere di Vienna e quello di Torino c'è la differenza 
tra il giorno e la -notte. 

Se scoppiassero le carceri e fuggissero solo i detenuti, oh che 
piacere! Io sottoscritto Bersagliere di Porta Palazzo. 



(1) Singolarissime dichiarazioni, sa cui devono meditare i seatiiiiaitalistl, e 
ricordano il canto: Chi dice che la eareere casHga, ecc., di Paiamo. 



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Mai avrei creduto che in carcere, quantunque cellulare, ci fosse 
tanta corruzione (1). 

Amici, queste non sono carceri giudiziarie, è reclusione e peni- 
tenziario. 

Per venire in questo albergo non ci vogliono denari, tutto a 
gratis, fin'anco i camerieri. 

Dicono che vi è la reclusione; ma non so cosa vi possa essere 
di peggio di questi bussolotti (celle). 

Questo isolamento mi ha fatto stupido, sciocco, mezzo cieco e 
per soprappiù pieno di reumatismi acuti, che non posso chiudere 
occhio né notte né giorno. 

Ai tempi dell'inquisizione era una orrenda carneficina, ma si 
soffriva meno che in questi tempi di progresso. 

Chi credesse che Tinquisizione sia abolita, s'inganna; venga alle 
cellulari di Torino e vedrà. Un inquisito. 

Quai a colui cui tocca provar queste celle, è meglio la morte. 
Una volta che si possa scapparla di qui è meglio andare a star 
nei boschi, come fanno i selvatici nei deserti. 

Chi sa quando uscirò da questo maledetto carcere? Sono 78 
giorni che mi trovo in questi bussolotti e ne ho di già fatti più 
di 30 a pane ed acqua, senza tabacco e la sega ferma (2). 



d) Satire, imprecaiioiii al direttiire del oarcert , medici, luardtani, eee. 

Abbasso il direttore delle carceri e il capo-guardia, che sono due 
avanzi di galera. A morte le gafe (3) e tutte le spie, a morte 
il capo-guardiano delle carceri, a morte YArcà (4), che sono la 
rovina di tanti giovani. 

Chi fa la guardia carceraria è uomo che ha perduto il cervello. 



(1) È assai notevole per chi crede il oeUalare giovi per questa. 

(2) Senza masturbarsi. 
(8) Guardie. 

(4) 8opianome di un poliiiotto temuto. 



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^66 — 

Addio, Lombroso, un'altra volta mi darai la porzione invece della 
mezza, avendotela questa rifiutata. Guarda se puoi risparmiare il 
numero delle teste che tanto ambisci. 

Signori medici, un po' più di umanità, massime verso i poveri 
vecchi senza denti. 

Merda a quel diavolone di Baveri (8otto-eap(hguardia)^ capo dei 
birboni ed assassino dei detenuti. 

« Cinque pater ed ave in onore di tutti i Santi » (1). — E 
cinque pugni sul muso del guardiano che mi ha messo a pane 
e lusa (2) per cinque giorni. Bagat. 

Il direttore delle carceri lo &remo imperatore romano, e lo 
scriveremo in Campidoglio per primo ruffiano. Bravo I 

L'uomo più crudele è il medico delle carceri. 

Queste guardie sono tutti asini di natura, si valgono della loro 
libertà per tiranneggiare i disgraziati detenuti. Ma basta dir 
guardia carceraria per poter tutto comprendere; ma se fuori ne 
riveggo alcuna, mi pagherà il fio di tutto !... Ma qui non posso 
far altro che raccomandare ai mìei disgraziati compagni di rac« 
comandarsi a Dio cho ci dia coraggio onde resistere a tante ingiu- 
stizie ed iniquità, quali quelle che commettono questi vagabondi 
a cui non piace il lavoro. Prete della Palma. 



e) Igiene, vitto, fané. 



L'amore è una gran cosa ; ma la fome sorpassa ogni cosa. 

Capo primo, sarebbe meglio dare ciò che spetta al detenuto e 
non incarcerarlo innocente. Capo secondo, non tanta disciplina e 
più abbondante minestra ed il pane un po' meno mal cotto, che 
non si può inghiottire. 



(1) Versetto del volarne Letture ReligioBe, a margine del quale leggesi 
raggiunta nùnaociosa del detenuto che ne mostra Tefifotto!! 

(2) Aequa. 



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— 56 — 



Attinto. 



Fa il matto ed il medico ti manda airinfermerìa. Pacifico. 

Quando sarai interrogato dal giudice, fingiti pazzo; ti mande- 
ranno al manicomio, di là tu fuggirai, come han fatto Parigi, 
Rabacchia e Mattiada, che sono fuggiti. 



9) ItassegnazioRe* 

Sono condannato alla galera per vitam eternam, amen. Pazienza 
ci ynol se il vitto ò scarso. S. di San Salvario. 

Molto sfortunato sono, eppure soffro in silenzio. 

Vigeva, sta allegro, non pensare di lasciar qui la pelle; fatti 
coraggio, se tu sei disgraziato, forse ce ne sono altri che il sono 
pili di te. Guarda un po' me, sono 17 mesi che sto qui chiuso fra 
quattro mura e non so niente, senza un piccolo soccorso da nes- 
suno, e questo tutto per gli amici, che non mi hanno ancora por- 
tato un pezzo di sigaro, anzi mi hanno venduta la mia vestimenta; 
eppure non dico mica niente, aspetto sempre che il Signore faccia 
conoscere la mia innocenza. Dal 4 ottobre 1884 ai 7 marzo 1886 
che sono qui e so niente. Addio, amici di Porta Palazzo. 



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— 57 — 



SEZIONE VII. — PASSIONI. 



a) Patria. 

ViSMARA, Ghrie militari. — Nelle pagine bianche o in margine 
ìeggonsi le aggiunte seguenti: Ke Vittorio Emanuele fu il primo 
soldato d'Italia. Viva il Re. Viva Tindipendenza italiana e viva gli 
altri antenati che la resero libera. 

Leggete questo libro e vedrete quanto era la nostra patria prima 
che il magnanimo nostro Carlo Alberto e Vittorio Emanuele la unis- 
sero. -— E sotto al ritratto di Vittorio Emanuele: Guarda che faccia 
simpatica, che magnifici baffi, proprio da sovrano di Piemonte e 
liberatore d'Italia. 

Nel volume del Db SANcns, Biccardo, libro dei carcerati, al § 8, 
dove parla di Garibaldi, leggesi la seguente aggiunta: « 11 pifi 
grand'uomo del mondo che colla sua lealtà e grandezza d*animo seppe 
combattere tutti questi pretacci e anco i despoti. Onore a lui, che 
quasi un Dio, era un nuovo Gesù Cristo che predicava l'egua- 
glianza ! » . 

Bucard, del Cuor d'Oro, entra in prigione il 6 settembre per reni- 
tenza alla leva e per causa nella noia (sorveglianza). Però spera di 
venir assolto. Oh Italia ! quantunque tu sia la patria mia, io t'odio o 
disprezzo. Molto ho sofferto, e troppo sofferto, senza quello che forse 
mi resterà ancora a soffrire ! Quando finirai di tormentarmi, male- 
detta! Quando per morte avrò cessato di penar?... 

Nelle Biografie parlando del Grossi, il biografo lo fa nativo di Bel- 
lano (Como) — e in margine leggesi la seguente aggiunta col lapis : 
Eppure i Milanesi vogliono il Grossi loro concittadino ! Vanitosi ! 
senza merito ! — e un po' più lungi ove parla del Brina , la stessa 
mano aggiungeva: Altra generosa vittima dei vili ed ignoranti Mi- 
lanesi, che troppo tardi poi hanno conosciuto il loro errore ! 

Per me il mondo lo credo nn^uDionc 
Od una lega di vili e d*indegni 
Contro lo oneste e le brave persone. 

Diffatti Torino diventa ogni volta più schifosa; allontaniamoci da 
questa Torino e staremo centomila volte meglio. Appena sortito ri- 

Paìimsesti — 5 

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- 58 — 

tornerò in Francia dove ci sono già stato un anno e ci stavo benis- 
simo e prima che ritomi a Torino voglio che ci passi molto tempo. 

Guglia. 

Mola S. Salvari. Sono il piii disgraziato di tutti. Sono in prigione 
innocente. Maledetta Italia e la sua giustizia. Viva la Francia, a 
morte lltalia e tutti i suoi legali. — Addio, amici, state allegri, 
che per 1*84 non si sorte {Contraddizione, allegria e morte). 

Chi non si fa ammazzare per la patria è un campione, poiché ne 
è indegna. Bramerei essere nato nei deserti della Libia. 

Libertà, quanto ti amo, ma non te, o Italia, che sei piena di 
tiranni e noi, schiavi, ti obbediamo. 

L'Italia è la nazione che tratta più male il detenuto, in prova del 
che gli espulsi dalla Francia vanno alla frontiera colle mani libere, 
ma si mettono le manette e catene dai carabinieri, quando arrivs^no 
a Torino; lascio ad altri immaginare ciò che soffrono di freddo in 
tante ore di viaggio. Povera umanità ! 



b) Amire. 

Gara Giulietta. Ieri ti ho invano attesa tutto il giorno ; percliè 
non sei venuta?... 

Uno sguardo sol volgimi, o Maria ! Conservami il tuo affetto e il 
tuo amore per quel beato giorno che mi sarà ridata la libertà. 



e) ContraddiiiORO del sentimonto. 

Giuro di vendicarmi appena sarò fuori, commettendo a Milano 
un furto di almeno 40U0 lire, se pure non mi portano al manicomio. 
— E un quindici o venti pagine dopo, il medesimo individuo, giacche 
la calligrafia è la stessa : Giovinetti, che amate, lasciate ogni altro 
pensiero che non sia per la vostra innamorata ed abbandonate financo 
il bicchierino. Se a me capita un'altra volta di rubare, m'ammazzo. 
(Contraddizione j dirò^ normale in chi trovasi solo rinchiuso in 
una cella). 

Tu, Dio dì misericordia, tu, che con un sol tuo comando puoi fare 
e disfare, fa che questi scorpioni riconoscano la mia innocenza. Se 



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- 59 - 

la giustizia di questo mondo fosse come quella dell'altro forse io 
non avrei macchiato tante volte il mio nome avanti ai tribunali, e 
non andrei pure a inaccliiarlo alle Assisìe ingiustamente. — E 
quindi contraddizione morale : Addio, fatti coraggio che anderemo 
a prendere il nostro fatto. Tojo (Vittorio) Rapet. 



d) Vendetta. 

Cari amici. Sono andato alla Corte d'Assise e mi hanno condan- 
nato a dieci anni di lavori forzati per mancato omicidio su di una 
donna che credevo fosse stata onesta ed invece era una troja, la quale, 
dopo d'avermi mangiato i danari, m'ha fatto prendere sei mesi di 
carcere. Avevo giurato qui in queste carceri che appena fuori Tavrei 
uccisa, ed uscito le ho dato due coltellate, ma quella brutta vaeca 
è ancora guarita, e ciò è quanto mi rincresce assai. Torino, 1883. 

Se avessi Tenore di trovare il capo-guardiano fuori di queste car- 
ceri, mi cangino il nome se non vo' ad assicurargli la vita per sempre. 

Lo F., detto Guglielmin, fu arrestato il 21 luglio 1885, ora siamo 
ai 26 febbraio 1886 e non sa ancora niente. Sono piìi di 7 mesi, oh 
giustizia infame ! Mi volete fare morire prima di andare al dibatti- 
mento? E tutto questo per una schifosa... che se Tavessi qui vorrei 
farla morire a punte d'ago. Ma con tutto ciò, allegri amici, spero in 
marzo d'andare al dibattimento e vedremo allora come andrà questa 
faccenda. 

Oiuro di farla bere a te e a qualcun altro la croce. 

11 primo che esca, saluti la piccia (ganza) da mia parte; è la 
Ghitin di casa Ferraris la cantoniera... Quando esco io li rovino tutti 
questi birri. Addio, state allegri ; presto andremo a far scappare i 
birri. Michele Bellardo. 

I soan Prosper *1 disgrassià 
I sonn propi sfortuna. 

Soan ancora nen furajà (non sono ancor sortito) 
Ch*i 8oan già drArcà (1) ricerca. 
A cércheme ven fina an cà (a casa). 
Adess chi senrta ai darò 100 coutlà {coltellate), 

Prosper del Bourg San Dona. 



(1) Brigadiere di Pubblica Sicurezza: Arca è un soprannome. 



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- 60 - 

Meglio morire che vivere così, che ne dite? Sono 21 mesi e non 
so niente. Bis. 

Ah! povero Quajot. In carcere per causa di quello schifoso di Mo- 
linari che l'ha tradito. Sì, m'ha tradito; ma quando escirò gli voglio 
dare la paga da spia. Addio, amici. 



e) Contro le donne. 

Quando uscirò voglio prendere moglie per sottrarmi da queste gafe 
(guardie) infami, che vogliono rovinarmi. Assassini infami! ha 
razza la più brutta che al mondo si sia vista mai ! Sono io Ciapet di 
S. Salvario che ve lo dico. 

La donna è un essere inutile ; io la stimo soltanto quando la chia... 

Napoleone I, empereur. 

Povero Vigna, sono in carcere per una pessima donna, quando 
esco la trafiggo da una paiie all'altra. 

Ma è Tultima volta che sto in questo braccio schifoso perchè dopo 
sarò condannato. Addio a tutti gli amici. Questa volta lascio la pelle 
in questo carcere. Sono ridotto in questo stato per una donnaccia e 
invece di venirmi a trovare si è maritata con un panattiere; vedete 
come sono ricompensato bene. Ma quando esco riderò io. 

inflessi d'una persona che fu messa in prigione per delitti contro 
fa |)r(y)r/etó; Povero illuso chi crede all'amore ed all'onore delle 
donne. 

Io aveva una ganza che mi voleva bene, ora viene a trovarmi ed 
è per essa che sono qui rinchiuso e c'è uno anche che non sa nulla. 

Sapetti G. 

Minaccie ironiche di vendetta contro una donna : Perchè sono 
in disgrazia la mia bella mi ha abbandonato. Almeno venisse a tro- 
varmi ! ! Quando sorto le farò un bacio coi denti. Villa (1). 

Addio alle picele (ganze), sono quelle che mi hanno rovinato con 
diciotto anni di galera. 



(1)11 VUIa se ne consola anche scrivendo dei saggi di economia p^itico- 
sociale in margine ai libri. 



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— 61 - 

Povero dottore del Borgo dì San Donato sono condannato a dieci 
anni di lavori forzati per mancato omicidio sulla mhtrojao vacca. 
Vi raccomando, amici miei, lasciate stare le donne che fauno la troja^ 
io no fui proprio rovinalo. Addio, amici, sono il disgraziato dottore. 

galre, bella. Oho vuoi? 

Tao amor desio. 
Sci ricco? Ah no! 

Danqac non posso. Addio. 



f) Giuoco. 

Cosa vorrei? Ben poco! Che i cannoni del Duilio e del Dandolo 
puntati contro il tempio infame della Ronleitj sputassero una doz- 
zina di proiettili su quelle mura dorate; ed a perpetua infamia, 
vorrei elevata sulle rovine una eroce coiriuterminabile lista delle 
vittime di quella spelonca di banditi! ! 

I padri coscritti di Montecitorio e del Palais Bourbou a Parigi, 
dormono neghittosi sui loro scanni e i gradini di marmo che con- 
ducono nelle salo di Montecarlo continuano a portare, ogni giorno, 
una macchia di sangue o l'impronta di un futuro galeotto!! 



g) Vino. 

In fondo ad una bottiglia c'è la sapienza e lo spirito vero, divino 
— (di-vino). Addio, M., sta allegro, a marzo andremo al dibatti- 
mento e usciremo e una piomba (sbornia) piglieremo. 

Quajot e Viginot sono stati servì di' Arca (1) ed i sciocchi si sono 
lasciati cogliere in una scura (2) presso la leja dij mat (3) alli 14 
dicembre e nel mese di marzo sono andati alla scraìia (4) e furono 
condannati a tre anni per ciascuno, tutto per piasie trqp 7 vin (5). 



(1) Servì dVArcà per presi dal poliziotto di tal soprannome a cagione dolla 
viziosa forma delle sue gambe. 

(2) Scura per cantina. 

(3) Leja dij mat. Viale che conduce al manicomio. 

(4) Scrana. Sedata, dibattimento, ecc. 

(5) Notisi la riflessione deirantore, sulle conseguenze del bere, alle quali egli 
riferisce l'arresto e la condanna degli amici. 



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— 62 - 

« Cinque Pater ed Ave in ofwre di Gesù Sacraìnento e cinque in 
onore di M. V. » (1) — o 5 sbornie insieme agli amici e poi cantare: 
Sia lodato il miglior vin. Paleta del Pilon. 

gioyin, che del sentiero 

Percorri del disonore 

Non troTÌ qni an cimitero 

Che fsk proprio orrore! 
Neppur in questa tomba 

Aver posdo riposo. 

Per quel vin d*an Bosso 

Clio l*onor mio m'ha roso 
Ma spergiuro alla mia Bosin 

Ncssano mi vedrà ! 

Prospero del Borgo di San Donato. 



h) Gola. 

Io mi trovo melanconico perchè non mi danno da mangiare abba- 
stanza ; tengono la gente e non danno loro da mangiare a sufficienza 
e li fanno solo perire di fame. Io sono qui divenuto stupido e ne 
sono stuffb; ma quando sia uscito voglio mangiare per tre giorni 
senza cessare e sempre mangiare perchè non ho più pancia; questa 
gente sono sempre arrabbiati come cani. Che il diavolo se li porti. 
Sono il povero Macinato, disgraziato. 



i) Libidine. 

Amici miei carissimi, state tutti ad ascoltare la mia povera istoria 
che qui vi voglio narrare. Era Guglielmin un giovane fortunato che 
dachiav... ne aveva più che un maritato; ma la fortuna instabile 
lo fece andare in queste tane e sono sette mesi che qui mi trovo e 
non so quando ne uscirò. Egli maledisce quella schifosa che Tha 
fatto mettere qui dentro a morire. 

Addio Camilla, che piacere godrei averti qui in cella, eppure senza 

avere fatto nulla sono qui con una voglia di chiav che non ne 

posso più. Addio Spigol, sono Savio. 



(1) Versetto del libro di Letture religiose. 



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- 63 - 

Questo libro (1) proibisce di chiav..., ma allora come si fa a 
popolare il mondo? 

Mìa adorata stella, quando potrò chiav... ? 

Sdle Biografie: Addio, cari amici. Per qualche luna non si può 
pili andare in gondola a caraffare \dipatatia{y) sulla riviera di Savona. 
Altro non mi resta da dirvi che sono Tromba del Borgo San Donato, 
Tuomo il più disgraziato. 

Sapetti Qio. Sono 4 mesi che sono appestato e non posso guarire, 
per cui l'essere venuto qui può essere una fortuna, che se stavo al 
di fuori mi sbalsamavo a forza di chiav... la piccia {ganza) per da- 
vanti e per di dietro. 

Severo M., che sono otto mesi che non bagno più il bischero; 
se arrivo lo voglio annegare dentro a quella gabbia oscura e caver- 
nosa. Addio, amici, quando ho scritto queste parole doveva fare an- 
cora giorni 82. Io sono figlio della sventura. 

Quest'uscio maledetto, che agli urti miei immobile sta, verrà un 
giorno che da sé s'aprirà e a piantare il p... si andrà. 

Pensare che in questo stesso luogo vi sono tante bighe (donne) 
che hanno volontà di farsi infilzare e non possono e tanti p... che in- 
filzerebbero un cane altro che una f..., e non possono farlo. 

Cifrario erotico. 

(Chiave del cifrario: i numeri 1, 2, 5, 4, 5 corrispondono alle 5 vocali) [2). 

S4tt4 b4sc4d3 p21 clv2rnl 4sc5rl 3n gr2mb4 f2mm3n31 nltSrl 
hi plst4 4v2dlnnlt4 di Im4r4sl IrsSrl 31 m2mbr4 p2cclt4r 
s3 c54c2 Irr4st4. B5112 ral3 s2mpr2 3n q52111 tini 3mp5rl 
d'lir5m3cltl p2c2 5n f321 clmp4st4 2 g4rg4gl31nd4 3ns32m2 
5nl r21 m3st5rl, di 12t3dl bivi 2 slng53n4s4 m4st4: P lntr4 - 
d2irimp3l gr4ttl, tlgl34 3mm4nd4 ch2 qSlnti llrg4 s31 n41 
Fllc3d2, n2 Irch3m2d2 tr4v4 q51nt4 2 pr4f4nd4. — D3 D24 
S. Sllvlr34, trld3t4 di V3gl32tt3 d21 B21v2d2r. 



(1) Precetti di morale evangelica. 

(2) Tradazione: Sotto bosco di pel caverna oscara in grembo femminil natura 
ba posto ove dannato da amorosa arsura il membro peccator si cuoce arrosto. 
Bolle mai sempre in queUa tana impara d'affumicata (?) pece un fìel composto e 
gorgogliando insieme una rea mistura, dà fetida bava e sanguinoso mosto : l'antro 
dell'ampia grotta, taglio immondo che quanto largo sia noi sa Falcide, né Archi- 
mede trovò quanto è profondo. Di Deo S. Salvarlo, tradito da YigUetti del Belreder. 



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- 64 - 

Dante, Inferno^ Canto v, ia margine al verso: 
« L'altro piangeva sì che (di pietade 
l' venni men cosi com'io morisse) » 

trovasi ìin disegno osceno^ rappresentante ima donna ignuda con 
un mcmhro virile in bocca^ uno davanti e uno di dietro, e sotto kg- 
gonsi le seguenti sconcezze tlj^ Rocchetta che si fa passare i di- 
sgusti!! ah! ah! che imboccatura, le piacciono gli uccelli grossi 
colle palle, ma non i piccoli colle ali ! ! ! (1). 



I) Poderastia e enanìtm». 

Ai 18 di gennaio ò venuta ramante, ho bevuto due litri di 
vino, uno della spesa e Taltro me Thanno portato. Il vino fa bene, 
rinforza, se avessi ìm culo lo rompo per forza. Care amiche, colle 
mie mani mi meno il p... 

Bebus osceno. 

Qon -f- iMe lo }- divento — 

E per non diventar H 

Non me lo f- 

Alli 10 di febbraio Guglielmin ha piena la hamhuia (2) per cui vi 
è un odore per la cella che è proprio una cuccagna. Sono sette mesi 
che mi meno la coda e se va avanti di questo passo muoio di sbal- 
samento in un anno. 

Con tutto questo anch'io mi trovo qui a spelarmi il p... 

Addio, amici, sono Cichin Polan di San Salvarlo. Vi saluto tutti. 
State allegri. Siamo disgraziati. Pazienza; m'hanno arrestato TU 
di febbraio 1885 per ferimento. Addio, cosa fare in cella, nicnt'altro 
che menarsi il e... Addio tutti. 

Nel Dante leggesi a margine: 

<c Col piigno gU percosse Tepa croja 
QaeHa sodò come fosse un tamburo. 
E mentre a Adamo gU percos e il volto ^ 

Col braccio suo, che non parve men duro » (3). 

Dante. 



(1) Notisi che il verso di Dante, che gli suggeriva Toscenltà^ Tautorc Tha posto 
colla matita tra parentesi. 

(2) Vaso degli escrementi. 

(3) L^iguoranza del lettore non vide in questa frase che un eccitamento dei sensi. 



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— 65 - 

Pare impossibile che si possa stare tanto tempo senza piantare il 
membro in una f... od in un culo. Eppure sono già 22 mesi che me 
lo meno due volte ogni quattro giorni e non sono ancora tisico. 

Bis... di Yanchiglia è un presta-culo alla settima. Perfino Kig... 
l'ha ine... Vi narra delle frottole quando dice che l'hanno condan- 
nato a 15 anni, gli hanno dato invece 15 merde. 



ri) Suicidio. 

• A preferenza di lasciarti cogliere un'altra volta dagli sgherri del 
Kegno d'Italia è meglio uccidersi. 

Per vivere tribulato, strangolati. 

Ucciditi, risparmi tutte le brutte figure. 

Perdonami, o madre, se 29 anni fa mi donasti la vita; oggi è il 
giorno che son nato, me la tolgo per non piti soffrire e vo a raggiun- 
gerti. Perdono a tutti, ma ad una persona non posso, anzi la male- 
dico! Addio per sempre a tutti. — Reasso Giacinto, cella 14. — 
Torino, li 188(5 (1). 

Finto suicidio, — Fingi d'impiccarti, ti mandano airinferraeria, 
così non sarai più solo, non morrai più d'inedia e sarai meglio trattato. 



^ 1) Scritto col sangue. — Siuinlatore. 



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- 66 - 



SEZIONE Vili. - RELIGIONE E MORALE. 



ft) Devfzione. 

Deo di San Salvarlo saluta gli amici di sventura che si trovano 
in queste sepolcrali tombe. Abbiate confidenza in Dio, poiché la fe- 
licità non consiste nei beni di quaggiù, ma nella quiete dello spirito. 

Nel volume di Anserini, Curiosità della scienza, vennero tro- 
vate le seguenti iscrizioni : 

Pregate Iddio che vi aiuti, adoratelo e ringraziatelo perchè vi 
aiuti a uscire presto ; dopo, quando sarete fuori, guardate di andare 
al lavoro, lavorate ed acquistate beni e fortuna; non andate più a 
fare il ladro, perchè, poveri giovani, passerete la vostra età giova- 
nile qui dentro alle carceri. Io mi ricordo di quella spiegazione che 
mi ha fatto il signor Reverendissimo Cappellano quando gli ho scritto 
di venirmi a trovare. Mi ha detto : a Ricordati, quando sarai di fuori, 
di lavorare e di rispettare e non più rubare, perchè la tua fine sarà 
poi di venire di nuovo dentro ». Credetemi e vi troverete contenti. 
N. P., 1886. 

Viva la religione cristiana ! Abbasso tutti gli atei che non ado- 
rano Dio, che è il nostro primo padre; perciò dobbiamo adorarlo e 
ringraziarlo e benedirlo per tutta la vita. Mini il cenciaiuolo, per 
arma proibita, un coltello fuori di misura. 

P. Sarasa, Arte di procurarsi la tranquillità. — Ascoltatemi, 
cari amici, se volete che Iddio abbia un occhio a quel disgraziato 
che si trova sepolto vivo, privo d'ogni soccorso e di libertà. Pregate 
tre volte al giorno il Signore. 

Povero me; ma ho trovato chi mi fa ricco; addio, compagnie, 
non fate più per me, addio, albergatori; insomma, addio a tutti i 
piaceri del secolo, non fate più per me. 

Dio mio, voi che siete tanto buono e misericordioso, vi prego di 
avere compassione di questo misero vostro fedele; vi prego che si 
faccia presto il processo e che mercè il vostro aiuto possa uscire as- 
solto, onde possa fare i miei interessi con onore e che possa adorare 



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- 67 - 

il mio buon Dio cho mi ha aiutato. Prego anche la Vergine Maria 
che mi aiuti, onde pregare suo Figlio che mi esaudisca nelle sue 
preghiere, ed io prometto di fare le cose da buon cristiano e di non 
offenderlo mai più, e mi regolerò sempre bene verso di tutti. Grazie. 

Ricordati che c'è un Dio, e rispetta i tuoi genitori che vivrai lun- 
gamente in pace. Un amico. 

Un giorno in terra ti pentirai se in terra il seme getterai. Me- 
ditalo bene. 

Chi fa del bene trova del bene, ma a me sembra di aver fatto bene, 
ed ho trovato male; forse mi sbaglierò; ma mi sembra così. 

£] meglio cadere nelle mani di Dio che essere giustiziato dagli 
uomini. 

Cento pomi buoni non guadagnano il cattivo, ma un solo cat- 
tivo guasta i cento buoni. 

Come è crudele Tincertezza, o gran Dio ! Fa che i miei giudici 
mi siano indulgenti e inspira ai miei nemici l'amore del prossimo. 



b) Ateismo. 

Voi tutti, amici di sventura, che siete liberi pensatori, cono- 
scerete quanto questo libro dà noia! (1). 

Poveri preti! Siete fortunati che io non posso aver niun comando 
autorevole, altrimenti per voi sarebbe belPe finita ; sgombrerei l'Italia 
di tali insetti malefici, ovvero piante parassite che vivete come Tol- 
lera, aggrappandovi agli altrui tronchi ; vivete e vi reggete a ufo 
sopra pochi credenzoni che alle vostre malìe e furberie credono, 
adagio adagio camminando ed a carponi, strisciando quai rettili, o 
piegando tutte le vertebre lombari, baciare la terra; tutto fate non 
pel Dio che menzionate ; ma solo per giungere allo scopo a cui 
bramate. Ma spero che verrà quel dì beato che non si vedrà più car- 
bonari in chiesa. Io sono il vostro più accanito nemico: il capo-banda 
Talbot. 



(1) Quesfesclamazione fa trovata in luargine al volume Letture religiose di 
un sacerdote piemontese. 



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-- 68 - 

Storia della Beata Vergine delle Grazie. — La prima jìagina 
non si%mò più leggere; in essa trattasi di Cristo; indi prosegue: 
.*.ma non credere che sia un Dio; esso è un uomo come noi. La 
prova si è che anche lui, per voler far professare la sua dottrina, 
essendosi dato a mezzi di ciarlatanesimo, che i preti chiamano mi- 
racoli, fu dai giudici crocifisso. Che poi sia risorto, sono storie, come 
lo sono tutte quelle stampate in questo libro. Maria non è vergine, 
perchè, naturalmente, non puossi esser vergine dopo il parto ; non è 
santa, anzi^ è una concubina, che, dopo essersi fatta coprire da un 
bel giovane, prese, per coprire la vergogna della gravidanza, per 
marito un imbecille come San Giuseppe. La religione vera è l'onestà, 
i retti principi!, le belle azioni. L*uomo, dopo morte, non ha nulla 
a sperare. Noi siamo sulla terra per una legge di formazione, come 
lo furono all'epoca loro i mastodonti ed altri animali che ora non 
sono più. Finita la nostr'epoca, non si saprà nemmeno se noi esi- 
stemmo. Svegliati, lettore, e con te Fumana razza, e getta neirin- 
ferno questo libro e chi lo scrisse e obi così scioccamente pensa. 



e) Satire ai preti. 

Sul volume del De Sanctis, Riccardo^ libro dei carcerati. — 
Morte al Papa Be ! Morte alle canaglie nere ! W. la Rivoluzione ! 
W. la Bepubblica sociale ! W. la Comune ! (È il medesiìno cJie esorta 
i giovinotti a leggere e ponderare bene il libro del De Sanctis. 
Qtiante belle considerazioni potrebbe trarre un filosofo da una tale 
apparente contraddizione !). 

Sullo stesso volume^ scritto da altra mano e a pagina 295, in 
cui si parla di Mastai: Il più infame che vi sia su questa terra, 
massime in Italia; dove abbondano di più, che sono capaci anco a 
mettercelo in culo. Addio, amici, state allegri, se potete. 

I preti predicano sempre che si faccia la carità, e poi loro sono 
i più avari di questo mondo. Brutti boja! Fatene un fagotto e andate 
a gettarli in Po. Viglietti (Questo Viglietti ò T autore di molte 
poesie lascive trovate e sui libri e sui muri). 

a Amato Gesù ! nostro salvatore^ Vaspettazione delle gentil il lìe 
dei Re, il Messia redentore » (1). — Galileo (2). Il Papa, già diverse 



(1) Qaesto versetto è nei libro Letture religiose di un sacerdote piemontese. 

(2) Nome di battesimo del deteoato. 



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— 69 — 

volte; ha chiamato aiuto airAastrìa e alla Francia per aver di nuovo 
il tròno statogli usurpato da Vittorio Emanuele. Su tanti regni ed 
imperi che vi sono stati nel mondo, il regno che ebbe più sangue e 
più delitti fu il regno dei Papi. 

a Non mangiar carne il venerdì né il sabato » (1). — Se potete, 
fatevi portare da casa il libro che si chiama Isabella^ ossia i misteri 
del Chiostro Napoletano, e vedrete come i preti e frati sapevano 
digiunare il venerdì e il sabato. 

a Signore! I giudici faranno giustizia in nonxe suo » (1). — I 
preti torturavano la gente per dar sfogo alle loro vendette crudeltà 
e poi dicevano che Iddio vuole così. Galileo. 

Il prete crede di confortarmi dicendomi che anche il nostro buon 
Gesù morì sulla croce innocente, ma anche io ho detto : « Morirei 
se potessi risuscitare dopo tre giorni, come lui ! ». Ma vi pare?... 



d) Rimorso e pentimento. 

Oh! Giovine sventurato che percorresti il sentiero del disonore: 
sei dentro un cimitero che fa rabbrividire d'orrore. 

Luigi Chiara, detto Luisin dia Palma. 

Ah ! se avessi ascoltato mio padre quando mi diceva di non fre* 
quentare cattive compagnie, ora non sarei qui a piangere. 

Spero che sarà l'ultima volta, lo giuro, perchè Dio mi farà la 
grazia. Addio. 

Se non si cambia vita, siamo costretti a lasciar le nostre carni 
in queste chiuse mura. 

Le preghiere del prigioniero pentito sono sacre. 

Ci-avero Carlo, detto Tunin Veja, arrestato il 26 febbraio 1881, 
condannato a stare in questa cella, 148. Giuro, se sono assolto, che 
non rubo più. Tunin Yeja. 

Cari amici, giurate tutti come faccio io: appena usciti da queste 
tristi celle, state brayi e non rubate più ; ve lo dice Ottis Antonio 
del Cuor d'oro. Addio, amici, allegri. 



(1) Questo versetto è nel libro Letture reh'giose di un sacerdote piemontese. 



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- 70 — 

Amate di cuore vostra madre. Siate maledetti, o perfidi, che al 
giuoco mi traeste ed al male m'insegnaste la via. Oh! madre mia ! 
GoD qual gioia prenderei i tuoi consigli, se fossi ancora in tempo ! 
Ma speriamo!... 

Quanto è bello il riabilitarsi ! Si passa dalla morte alla vita ! 

Un sogno, — Guarda! caro fratello, di non lasciarti trasportare 
dallo collera contro di me, giacché ho già sofferto molto, e se tu uc- 
cidi me, pensa che lascio sulla strada quattro figli piccoli che un 
giorno verranno poi da te, dicendoti : « Zio, ci uccidesti il padre che 
ci nutriva; ora, ce lo hai privato col tuo furore. Dacci almeno tu 
il pane in suffragio della sua buon'anima ! ». Oh ! caro prigioniero, 
queste parole mi straziarono Tanima; mi svegliai al chiarore lugubre 
della guardia portante la fiaccola notturna. Quando esco, adunque, 
voglio far penitenza. Orate fratrespro meis, tote nostris fratrihus. 

Talbot. . 
Pentimento ironico. 

Cari amici, guardatevi dal tornare un'altra volta in queste car- 
ceri, perchè qui si ha un bel fare a lamentarsi, ma non serve, e 
il masturbarsi è una misera soddisfazione. Nen del Carnè, che di- 
viene balengo (stupido). 

e) Matsime. 

Bisogna trattare il mondo per conoscerlo. 

Chi sta tre mesi in queste celle diventa folle! 

Ma perchè proibire di parlare quando Dio vi ha dato la favella? 

Se non vuoi essere della tua salute traditore, non fare il tornitore. 

È meglio esser povero che ignorante. 11 povero non manca che 
delle ricchezze, l'ignorante, se le ha, non sa goderle. 

« 2* Stazione.— Gesù attorniato dagli sgherri. — Non dovrò sop- 
portare con rassegnazione la mia prigionia ì » (1). — Io era troppo 
felice; ma adesso sono disperato, perchè non sono mai stato in 
questo carcere, ed io spero di non mai più venire sotto a questi 
guardiani che sono rapaci e selvatici come le bestie feroci. 

Pietro il Balengo (2). 

(1) Al testo trascritto in corsivo del Libro di letture religiose, il detenuto 
aggiungeva con una punta d'ago le considerazioni che seguono. 
(2} Pietro lo stupido (soprannome)* 



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-> 71 - 



SEZIONE IX. — IL LIBRO. 



a) Lodi al libro e all'autore. 



Leonardo da Vinci^ dello Straforello. — Sono rari questi libri 
in questa biblioteca carceraria. 

Idem. — Vi sono degli imbecilli che strappano sempre ì fogli 
ai libri interessanti; che il malan li pigli. 

Questo libro fu scritto da un profondo e retto pensatore (per 

• le madri di famiglia è un vero tesoro) ; se tutti neireducazione 

della loro prole seguissero simili massime, la futura generazione 

d'Italia supererebbe in istruzione e civiltà quella del mondo intero. 

Biccardo^ libro dei carceì-atì, del De Sanctis. — 0iovinottì che 
vi capiterà questo libro, leggetelo e ponderatelo bene e traetene 
argomento per l'avvenire; chi lo scrisse è un filosofo, che forse 
provò il carcere duro dell'umanissima Austria o del Granduca 
Leopoldo di Lorena. 

Idem. — È questo libro un passatempo per i carcerati, ma loro fa 
anche molto coraggio. Bravo di cuore a chi l'h^i scritto. Guglielmin. 



b) Satire e imprecazioni al libro e airautore. 

L'arte di procacciarsi la tranquillità, del Sarasa. — Come è 
stupido questo scrittore! Ancor avrebbe dovuto andare a scuola dal 
professore Dulcido (1). 

Idenh — Il pósto del Sarasa dovrebbe essere al manicomio. È 
la testa del Sarasa che gira, e non il cielo. 

Cari amici che leggerete questo libro, badate che venite balengo 
(stupidi). 



(1) Il Dulcido era un povero maestro elementare, nano, la vera favola di 
Torino. 



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- 72 - 

State all'erta, miei cari compagni, cbe questo libro fa montare 
le cimici a chiunque lo legge. 

L'arte di procacciarsi la tranquillità del Sara^sa.. — Hai ra- 
gione, camerata, mi dispiace non sapere il tuo nome. Ilapet. 

Massime morali^ del Tommaseo. — Quando hai letto questo libro 
diventerai prete o maestro; se non lo fai, non ti serve di averlo 
letto. Vi sono delle belle massime in questo libro, ma le massime 
non servono per niente in questo mondo, dove regna il solo Dio 
deiroro. Chi ha denari è bravo e virtuoso, a chi non ne ha non 
servono tutte le massime di Tommaseo; egli resta disprezzato. 

« Ho meritato la pena a cui soggiaccio » (1). — Galileo manda 
mille caghette {dissenterie) all'autore di questo libro che fa venire 
il gozzo. Se mettessero tutti i preti sopra la cittadella, farei io il 
Pietro Micca per far saltare tutti per aria questi bricconi di preti. 

Vita di Monsignor Guerin, dell' Arpand. -- Leggete da pa- 
gina 193 a pagina 198, vedrete tutta ipocrisia, invenzione dei 
preti ; colla loro bottega chiamata chiesa tentano di farcela bere ben 
grossa; ah! ah! non siamo più in tempo dei miracoli, ah! ah! ah! 

Giuseppe Torchio della Palma. 

Mi rincresce a scrìvere, ma, che volete, io a leggere questi libri 
superstiziosi che parlano di cose che non le credono essi medesimi, 
mi girano le balle in un modo da farmi gridare: A morte quella 
stirpe infame y che cerca colla sua superstizione tenere i popoli 
neirignoranza. Sono Giuseppe Torchio. 

I miracoli d'allora erano di rapire fanciulle e disonorarle e se 
non cedevano alle loro scandalose passioni, le torturavano fino 
alla morto. Come erano i santi in quei tempi vili!.... 

Giuseppe Torchio. 

Sono stanco di leggere questo pezzo di asino di libro. Se mi 
facessero fare tre mesi di più, ma mi dessero libri belli, accet- 
terei. Pietro. 

Questo libro è di utilità pei bisocchi {bigotti), ma non a noi, 
che pensiamo alla piccia {amante) più che a Dio ed ai Santi. 



(1) A margine del versetto sul libro Letture religiose leggesi l'imprecazione 
del detenuto GaUleo alUautore e ai preti. 



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- 73 - 

Sulla Vita del Cardinale Fontana. — Questo Fontana mi sembra 
un fiero ruffiano, e credo che sia lui che inventò la schifosa Inquisi- 
zione, e per questo vo a fargli le lodi che si merita: gli dirò solo 

ruffiano, e lo è ! Addio, amici. Se siete in vena menatevi il p al 

gusto di Final. 

Piangete o donne, piangete o porche, che il re dei e.;... è condan- 
nato a morte. 

Questo libro è da conservare, ma no, il libro bruciarlo, poi con- 
servare la cenere. 

Sul volume La forza della coscienza^ leggasi : — Asino l'autor 
del libro. 

Questo Policarpo (nome dell'eroe del romanzo) bisognerebbe 

metterlo in carpione. 

Asino chi presta fede a porcherie simili. 

Non dovrebbe esser permesso pubblicare simili asinerie. 

Sul volume La settimana santa, del Teologo Bens, torinese: 

Chi si mena il e 

Prova un gran piacer; 

Ma non a legger libri 

Che fan dormir davver. 
Io 80 che in quattro mesi 

Che ora mi trovo qui, 

Non ebbi altri libdi 

Se non peggio, tatti così. 

Sul Messia di Klopstock. — Invece di inventare questo poema, 
avessi inventato carote, avresti fatto meglio, burich ! 

Non sei buono a fare una rima — segno che sei una bestia come 
prima ; — ho già letto altri versi — ma in confronto a questi sono 
diversi. (Curiosa importanza data alle rime). 

Sento diggià abbastanza malinconia, senza che ella seguiti a 
darmi di questi libri, che non parlano altro che di preghiere e di 
santi, che se io avessi voluto farmi santo o prete, a quest'ora non 
sarei qua. Prego la S. V. lU.ma di non darmi più simili libri, 
perchè questo mi ha caricato di malinconia e niente altro. Il suo 
Simo servo Giacomo Am... 



Palimsesti — 6. 



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— 74 - 



e) Avvertimenti e imprecazioni ai lettori. 

Sulle Biografie dei contemporanei. — Tutti quelli che strappano i 
fogli ai libri belli, sono birbanti; io li farei stare un mese a pane e 
acqua, perchè è Tunico conforto leggere un libro bello; pazienza 
uno brutto, ma non strappare quei belli. 

Sul volume delle Rime del Petrarca. — 11 lettore è pregato di 
aver cura di questo libro e non strappare nessun foglio, perchè se 
non abbiamo niente per passare il tempo, almeno vediamo di cono- 
scere gli nomini che hanno formata l'Italia. 

Non sembra vero che vi esista gente di uno spirito così schi- 
fósamente vandalico da permettersi (^ stracciare fogli dai libri 
non suoi, e quel che h più fogli del libro che è il principe dei 
poemi ! 

Farebbero meglio stracciarsi i peli dei co... che pagine di questo 
libro. Sono cose che fan piangere i sassi a vedere ad ogni pie sospinto 
strappati da questo libro dei fogli. Madre natura non dovrebbe tol- 
lerare di queste indegnità, e la terra, neiratto in cui uno si arbitra 
di fare tali atti di vandalismo, dovrebbe aprirsi immantinenti sotto 
ai suoi piedi ed ingoiarlo. 



d) Imprecazioni e villanie alla Biblioteca. 

Sul volume del Sarasa, Arie di procacciarsi la tranquillità. — 
Io vorrei essere il capo-guardiano per 15 minuti per mandare in 
cella di punizione a pane ed acqua quel birbante di bibliotecario, 
che ci manda di questa sorta di libri. I belli se lì legge quel canaglia. 

Sulle Piccole letture morali. — Il lettore è pregato di aver cura 
di questo libro, perchè è un libro di vera filosofia. Ai poveri detenuti 
la biblioteca del carcere farebbe meglio che passasse un po' più di 
minestra. Questi libri sviluppano le forze muscolari del detenuto e 
lo rendono abile nel dormire. 

Sulle Letture religiose, di un Sacerdote piemontese. — Nella bi- 
blioteca del carcere esistevano tanti bei romanzi e delle avventure, 
adesso non si trovan più che libri che fanno vergogna. 

Galileo. 



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- 75 - 

e) Rifletsioni morali e Ironiche. 

Sulle Mie Prigioni, di Pellico. — Qiial bell'ani mo non ebbe 
Silvio Pellico, quest'uomo che seppe alla scuola della sventura edu- 
carsi alle più elette virtù, quest'uomo che fu davvero cattolico ed 
italiano, poeta e prosatore (1). 

Sul Bayer, Versi a Maria Santissima, — Mandatemi libri che mi 
insegnino a rubare, che questo stupido libro mi fa addormentare (2). 

Sulla Biografia di Ruggero VII. — Evviva Ruggero VII ! Tu 
sei un uomo a modo, ma no quel cane dì Minghetti, quello è un vero 
galeotto (1). 

Sulle Biografie. — Massimo D'Azeglio è il più famoso pittore 
che abbiamo avuto in Piemonte. Una di quelle teste che fanno i 
pidocchi anche senza capelli in testa. 

Monti. — Grande poeta fu, ma più grande bibista ! 

f) Corriopondenze col libro. 

Nel volume di un Sacerdote piemontese : Libro di letture e di 
preghiere^ alle frasi scritte in corsivo leggonsi le aggiunte seguenti 
di diversi detenuti. 

« Esaminato che tu abbi la tua coscienza nel numero^ gravezza^ 
qualità dei tuoi peccati^ eccitane in te la contrizione ». — A che 
prò*, la ho fatta grossa, qui non serve il pentirsi e lagrimare; fa- 
tevi coraggio come io, che pure sono disgraziatissimo e solo al 
mondo (2). 

Ironica confessione di un ladro. 

a Gesù davanti a Filato ». — Anch'io farò come Gesù, chiamerò 
il giudice istruttore e gli confesserò tutti i furti che feci dal 1878 
fino al 1885, così imiterò lui, come vuole questo libro, e se mi 
chiameranno se sono il re dei ladri, risponderò come Gesù, quando 
Pilato gli chiese se era il re degli ebrei : Sì, lo sono (2). 

Sul Tommaseo, Educazione. — Amici ! Quanto peno ! Lontano dal 
tetto natio, abbandonato da tutti, passo il giorno a pensare alle 



(1) Mostra il vantaggio dei buoni libri fra i carcerati. 

(2) Effetti contradditori dei soliti libri ascetici. 



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— 76 — 

mie sciagure e piango, ma nessuno mi sente. Ma lo merito. Giusto 
castigo d'Iddio, amici ! Biabilitatevi ! Chi sconta una condanna qui 
in queste carceri per furto e torna a rubare, non è uomo. 

Sul volume Maurizio, ossia il lavoro. — Credo giustissimo il pro- 
verbio : Chi fa bene trova bene. Questo Maurizio era un uomo che se 
lo meritava d'essere fortunato, e se la è proprio meritata la stima 
universale. Quanto a me, sono tre mesi che mi trovo in questa cella 
e un poco perchè mi mettono a pane ed acqua ed un poco per il 
vizio (di masturbarsi) vi lasciai già metà della mia carne. . Galileo* 

Sul volume del Personio, Ouida degli uomini alVetema salute. 

— Fratelli di sventura, leggete bene queste pagine, e poi giudi- 
cate se non ha mille ragioni; per me, benedico la prigione, che mi 
ha dato tempo e luogo a conoscere le vanità della terra, la malva* 
gita degli uomini, il mio nulla. 

Corrispondenza, ironica. 

Sul Pkrsonio, Guida degli uomini alVeterna salute. — Chi non 
ascolta questo libro è perduto per sempre. Vigio. — Ma poco sotto : 
Vattelo prender nel e... (1). 

Sul volume Uno per tutti e tutti per uno, di Ignazio Cantìj. 

— Ah, me infelice, se avessi dato ascolto ai savi e buoni consigli 
della mia cara e adorata madre, al presente non sarei nelle condi- 
zioni in cui mi trovo, me sciagurato ! Dopo il male fatto, il pen- 
timento non giova; bisogna subirne le conseguenze. 



g) Antitesi col libro. 

Sul Libro di lettura e di preghiere per i prigionieri^ d'un Sacer- 
dote piemontese. — « Voglio piuttosto aver tutto da sperare dalla 
grazia di Dio e non più fare ciò che mi ha precipitato in questa 
dolorosa condizione, voglio essere moderato, giusto e pio e vivere 
in pace fra gli amici r>. — Cari compagni, voglio dirvi che mi 
hanno condannato a morte per due omicidi ; ma spero la grazia 
e se mai sorto, voglio ammazzarne ancora usa dozzina (1). 



(1) Da studiarsi da chi dal cenno precedente credesse al vantaggio dei libri 
ascetici che sono subito contraddetti. 



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— 77 — 

m Sarò amàbile nelle mie maniere^ dolce nel mio parlare^ o Si- 
gnore » . — Quello che mi fece arrestare è un vile ubbriacone che 
ama la sua pancia ^iìi di tutto, la sua pancia che tiene più di dieci 
brente di vino: mi divertirei a farvi un bel buco. Sapetti. 

« Benché egli mi avesse arrecati gravi danni ed oltraggi^ non 
doveva farmi giustizia da me, ma ricorrere alle Autorità » . — 
Taiarin Fanet sono quattro mesi e non sa nulla, povero disgra- 
ziato; tutto per uno che mi ha tradito, ma Dio falso, vendetta, se 
sorto ancora da in mezzo a questi sgherri, giuro la morte a Cana- 
vero traditore. 

« Fa quel poco di bene cìie puoi per la salute dei tuoi con- 
cittadini » — E per conseguenza ti chiuderanno qui perchè ti meni 
il p.... Addio, Deo, fatti coraggio, che il coraggio vince il male. 
(La coda erotica è di un detenuto condannato per furto). 

« Non nominare il nome di Dio invano » . — Dio falso di 
merda 

« Amore del prossimo «. — Il prossimo?... Dov'è questo pros- 
simo? Io non vedo, né ho trovato mai che degli uomini... Leggendo 
questo libro mi vengono i fumi al capo ; il prossimo è quello che tu 
hai in tasca. 

« Perdonerò adunque di tutto cuore al mio offensore ; non nu- 
trirò sentimenti ostili contro di quei clic mi hanno fatto rinchiu- 
dere qui » (1). — Piciassa, morto arrabbiato, sono morto ai 22 di- 
cembre 1885 di fame e di rabbia per non potermi vendicare di 
quello che mi ha fatto la spia. Son Piciassa, morto arrabbiato. 



(1) L'antit«8i sanguinosa alle parole di perdono del testo è opera di un reo 
di furto. 



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— 78 — 



SEZIONE X. - POLITICA, ecc. 

a) Progetti di riforme. 

Il greco ed il latino nel noviziato della vita moderna (1). 

Nella crisi del presente Gabinetto sarebbe da ripromettersi che 
il nuovo Ministro della P. L, uscendo dalle pastoie di un conven- 
zionalismo rancido e sfinito, studiasse e proponesse la revisione del- 
l'insegnamento secondario, e si decidesse una volta a rompere con 
quella tradizione nefasta che, non spiaccia ai classici e agli idea- 
listi, entra per molto neirinferiorità industriale e commerciale del- 
ritalia. 

Mentre la nostra gioventù, sepolta sotto la polvere dei classici, 
perde il suo tempo a studiare il vecchiume, grandioso sempre, ma 
irremissibilmente morto, e si preoccupa sopratutto dell'arte sterile 
d'infilar parole su parole e di arrotondar le frasi, i nostri concor- 
renti d'oltre Alpe lavorano ad ^assimilarsi non il passato, ma il pre- 
sente, colle sue scoperte incessanti, i suoi metodi, il suo modo di 
procedere, il suo realismo. 

Cosicché, quando più tardi, sul campo delle battaglie economiche, 
così feconde alla grandezza del paese, bisognerà accettare e soste- 
nere la lotta contro sì temuti rivali preparati da tempo, sistemati- 
camente disposti ed agguerriti, i nostri negozianti e fabbricanti im- 
provvisati, obbligati di supplire colle sole doti dell'ingegno al no- 
viziato della vita reale che loro avrà fatto difetto, faranno pessima 
figura, pur supplendovi colla facilità e la fecondità delle risorse 
della nostra razza, affinchè questa ineguaglianza non ne conduca a 
peggiori catastrofi. 

È tempo di cambiar tutto ciò. Bisogna dare alle scienze matema- 



(1) Importante come dimostrazione del genio misoneistico fra i criminaU 
È di un Ming., condannato per truffa, di molto ingegno. . 



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- 79 - 

tiche, fisiche e naturali, alla geografia, alla teoria ed alla pratica 
industriale, alle lingue viventi» il posto che queste hanno il diritto 
di occupare nella pedagogia moderna. 

Non è con ciò voler disconoscere il merito degli autori classici e 
delle lingue morte. Quegli ammirandi modelli di stile, di pensieri 
forti e potenti, di virili insegnamenti, sono i gioielli del genio 
umano, di cui lo splendore non potrà mai essere offuscato. 

Ma non si tratta di proscrivere del tutto il greco ed il latino. 
No ! Si troverà ben sempre una schiera di letterati per consacrare 
le ore d'ozio a questa archeologia e conservarne la pia tradizione. 
Ma ciò che non si vuole si è che la massa operaia, specie di proleta- 
riato intellettuale, faccia le spese del dilettantismo di una minoranza 
privilegiata. E così avviene coir attuale insegnamento secondario. 

Imparasi, veramente imparasi nei licei il greco ed il latino ? 

Nessuno oserà rispondere: si. Quanti licenziati sarebbero in caso, 
non pur di tradurre a libro aperto Aristofane, Sofocle, Orazio e Ta- 
cito, ma almeno di trovare il piti piccolo diletto a questa lettura, 
senza Taiuto di grammatiche e dizionari? Uno su mille! E vorremmo 
noi sacrificare 999 innocenti, che potranno esser domani dei pro- 
duttori, dei cittadini chiamati a collaborare al gran lavorio del pro- 
gresso, a quest'opera comune incessantemente trasformata che non 
è il ritorno del passato, ma il preparativo del presente pei trionfi 
avvenire, vorremmo, dico, sacrificare questi 999 alle preferenze di 
un personaggio che si crede, a torto od a ragione, stoffa di retore 
di poeta? 

Il greco ed il latino non possono essere, come la musica e la 
danza, che arti di diletto, buone per quegli amatori che han tempo, 
denari e vocazione. 

Il popolo non vi morde più. Il suo istinto lo avverte che bisogna 
far meglio. Ed è per ciò che, malgrado la tradizione, malgrado i 
pregiudizi correnti, malgrado la roii^me ufficiale, il tempo, il lavoro 
ed il denaro che si consacrano ad impinzare di queste cianfrusaglie 
le giovani generazioni, danno risultati ben meschini. Per dieci o 
dodici latinisti o grecisti che consacrate ogni anno, isterilite nel 
loro germe centinaia di giovani intelligenze! 

Abbiamo noi forse bisogno di dissotterrare le ceneri del passato 
per trovare abbondanza di eccitanti da mettere fra i denti e nel 
cuore delle nuove generazioni ? Dio mercè, la nostra storia e la 
nostra letteratura nazionale sono abbastanza ricche. Noi non ab- 
biamo mai avuto in questo suolo italiano, saturo di gloria, carestia 
di eroi. I miracoli d'eroismo della nostra gioventù italiana aggua- 



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- 80 — 

gliano certo, se non sorpassano, quelli di Roma e di Grecia. I 
nostri filosofi e poeti italiani valgono bene gli antichi ! 

Bastiamo dunque quali dobbiamo essere, senza infarinarci della 
muffa dei secoli. Quelle macchine fossili hanno spostato molte in- 
telligenze... ne hanno formate poche. E se le nostre istituzioni sono 
ancora colate in uno stampo ben ristretto, se noi, dopo il vapore e 
Telettricità, siamo appena al primo slancio delle nostre industrie, 
se soffochiamo ancora sotto il giogo pesante di un regime che data 
ben da lungi, se lo spirito autoritario e burocratico ci attossica e ci 
uccide, prendiamocene aireducazione classica, prendiamocene ai ri- 
cordi di Sparta, d'Atene e di Roma. 

Sarà dunque ben venuto quel Ministro di pubblica istruzione che, 
primo, aprirà un passaggio in questa via salutare. 

Si libereranno così i nostri figli dalle fascio tradizionali, si edu- 
cheranno le loro giovani menti, cosi malleabili, alle esigenze del- 
l'età moderna. E fortificati dal soffio del secolo, essi potranno af- 
frontare la dura tenzone della vita, provvisti d'armi migliori che le 
dissertazioni verbali di una decrepita fraseologia, di rancide cita- 
zioni, di mitologiche reminiscenze. 

Mettiamo il talento industriale e professionale al disopra delle 
civetterie letterarie. 

Fra gli italiani dello spirante^ix secolo ed i romani del ii, ed i 
greci di altr'éra, non può esserci oramai che un interesse di plato- 
nica curiosità e di erudizione gratuita. Cosi vuole la legge d'evolu- 
zione dei popoli! E. M. 



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81 -• 



SEZIONE XI - LIRICHE. 



a) Lamenti, vita del carcerate, ecc. 



Situazione. 



SoD qai con una faraggine 
Di carta e di papiri 
Che aspetto la minestra 
Con gemiti e sospiri. 

Per una sbornia un pò* matura 
Digiunar dodici mesi 
È lina pera troppo dura, 
miei cari piemontesi. 



Ohi Umberto, se sapesti 
Come fanno a giudicar, 
Ne son certo li manderesti 
A pescar pietre entro il mar. 

Uno dorme e poi sbadiglia, 
L'altro innalza inni a Bacco, 
Il terzo, pien di merariglia, 
Fiuta sempre del tabacco. 



Miseranda Istoria 

di L, 5000 toccata alio sventurato Sar.,. Achille 

reduce dalla Nuova Caledonla, 



Narrarvi voMa storia 
Di lire cinquemila. 
Al poveretto Achille 
Sfumate al cellulare. 

Storia pietosa e mesta 
Che a lacrimar v'invita, 
E prova che la vita 
È tutta un rio dolor! 



Dai mari dell'Australia 
Incolume arrivato, 
Il gruzzolo adorato 
Tenendo stretto al 8en. 

Il nostro buon Sar... 
Studiava in suo pensiero 
Qual miglior mestiere 
A Roma andrebbe a fax. 



Quand'ecco, oh! sorte ria, 
Nel carcere di Torino 
Un abile secondino 
I piani suoi sventar. 



Il Suicidio. 



Morir è bella cosa 

Quando la vita è tanto noiosa. 

Con un po' di corda 

Si fa un laccio, 

In pochi minuti 

Ti Ieri rimpaccio. 
Cosa devo fare 

Fra questa gente 

Che mi vogliono condannare 

Mentre sono innocente! 



Così, glorioso e trionfante 

Andrò a veder 

Se rinfemo è 

Come lo descrive Dante. 
Poi! so che devo morir 

Perchè aspettar tanto! 

Forse, per continuare 

A soffrir!.- 

Allegri tanto!... 
Pietro. 



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- 82 - 

Canto del prioionier. 

Prìgionier che afflitto e pallido Cosi una voce incognita 

Aspetti il dì giocondo Sovente mi fìivella 

Disciogli un mesto cantico In tuon sì dolce e placido 

E mandalo nel mondo; Che il cnor mi rinno velia 

Benché dolente e misero Ma quel morbo che m'opprime 

Qualcun l'ascolterà. In pianto lo disA! 

Veggo fuggir i secoli) 
I giorni, i mesi e gli anni 
Ma invan io cerco il termine 
Di questi lunghi affanni. 
Allor mi cresce il palpito 
E il mio cuor dischiudo a Dio 
Chiedendo con dei gemiti 
La libertade alfin. 



Rime in prosa. 

Sarebbe quasi meglio morire che vivere in tanto languire. Torino dovremo 
benedire; ma lasciali ire che prima di noi dovran pur morire e poco mi cai 
del loro inferocire. 

Son le rie carceri 
E tormentose e grame, 
Il cuor ti laceri 
E soffri ancor la fame. 

Vigl... del Paris che saluta gli amia. 

Cari compagni che vi lagnate Noi abbiam la nostra minestra, 

Di star sempre qui in prigione: Due pani, e acqua ce n'è; 

A chi non manca niente Vi danno fin la vostra roba 

Come a noi qui in una cella? Da cambiarvi senza pagare (1). 

Stride sui ferrei cardini E sulla muta soglia 
L'irruginita porta, Como su bruno aitar 
Dentro Torrendo carcere Un bianco fantasima. 
Piove una luce smorta. Una fanciulla appar. 
D'un lampo 
Il fosco ciglio 
Del prìgionier balena, 
E un giocondo fremito 
Scuote le sue catene 



(1) Traduzione dal dialetto piemontese. 



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-83- 

Una notte in carcere. 
Una sera tranquillo nella mia cella 

Biposaya nel letto ma non dormivo, 

D*alcun tempo suonata era la campanella 

Ed io ero ancor sveglio e di sonno privo. 
Fosca venne la netta ed oscura 

Per causa di fitta nebbia e di luna priva 

Quindi nel sonno giacea Tintera natura 

E rintrennato mio pensier a fantasia s'apriva. 
Maccbinando una fuga in sott'arnese, 

Passata la visita salii sulla finestrella 

Pensando di tagliar Tinferriata con sega inglese 

E con i lembi del lenzuol farmi una funicella. 
Ma mentre in sì matta intenzion mi travolgea 

Sentii della sentinella il regolar passo, 

Mandai al diavolo la mia idea 

E me ne tornai nel di paglia materasso. 

La vita del prigioniero (1). 

Spunta Talba la mattina di buon'ora Dopo mangiato bevo una volta 

Suona la sveglia che è notte ancora, Quella barbera che non ubbriaca^ 

Allora il povero prigioniero È bene sapere che una cicca 

Comincia la sua giornata In bocca ci va. 
Col dover di nuovo passeggiar. 

Salta giù dal letto Un'ora è suonata : 

Si mette a far pulizia All'aperto allora a girare; 

Che quando ci faccian la visita E quando saremo in cella 

Sia ben pulito. Appena suonate le due 

Dopo, cosa fare? Tornano a darti un altro pane. 
Bisogna ritornar a passeggiare 

Finché vengano quei due capoccia Giunta la sera alle cinque 

La cella a visitare. Quando vengon battere le inferriate 

Di lì a poco ti danno un pane. Entrano in quella cella 

Che a metterti a mangiarlo Che sembrano due assassini da strada. 
Ti fa persin girare i e... 

Arrivan poi le 10 e mezza E dopo cosa fareV 

Ti danno un po' di minestra Bisogna ritornar a passeggiare 

Che se guardassi la tua volontà E quella è la vita 

Lor tireresti tutto sulla testa. Del povero prigioniero. 

Bisogna essere di ferro per resistere dentro a questo carcere: 
Sto sempre tutti i dì raggruppato e cheto 
Or seduto, or passeggiando da un capo all'altro della mia cella. 
Sempre penso ai giorni che prima passavan lieti: 

I giorni e le sere, che ero assiso accanto alla mia bella. 
Qui invece se penso alla gioia e all'allegria 

II freddo mi scuote e ogni gioia svanisce via. 
Addio, compagni miei. State bene ed in allegrìa. 



(1) Traduzione dal dialetto piemontese. 



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— 84 - 

Descrizione della priqiohe (1). 

A Torino, a Porta Sasa, Ecco poi Tarchitettara : 

A pochi passi dalla Stazione, È formata a doppia croce, 

Hanno fatto una galera, Fabbricata con pietra dura 

Ma la chiamano una prigione. * Dal tetto fino nel pozzo. 

Una prigione ! Che cosa dico ! All*entrata Ve un gran cancello, 

È nna vera reclusione, Che essi, per gentilezza, 

Benché essi, pei* gentilezza. Lo chiaman solo un cancelletto, 

La chiamino una prigione. E passando y'è un lungo corridoio. 

Che al vederlo fa cambiar di colore. 

Sonetto d'un povero prigioniero. 

Odo il rosignol col suo bel gorgheggio, 
Porier d*un novo sol, d'un lieto giorno, 
E scherzar per Taer gli augelletti veggio, 
Per ogni parte in questo mese attorno. 

Per me, poverin, ho sempre la peggio, 
Dinanzi^ a tergo e d'ogni lato intorno, 
Eppur sperar nel mio Signor io deggio. 
Onde riaver quel mio bel soggiorno. 

Tu che odi i miei lai, o Dio d'Inferno, 
Cedi ai prieghi miei ond'io umil t'esorto, 
E schiudimi le porte di questo inferno. 

Favella in mio favor, sommo conforto, 
E pria che giunga lo sparuto inverno 
Fa che lindo rientri al tuo amato porto! 

Di ria sorte crudelmente fui colpito 
Privandomi di onor per la vita tutta, 
Né sazia ancor di viltà^ in romito 
Carcere mi condanna fra gente rotta. 
Prodigo mi sia il Ciel dei suoi favori, 
Tregua dia alla schiera dei miei dolorL 

Sventurato. 

Bella d'aspetto, avvolta in ricche vesti, 
S'offre ai mortali la desiata sposa, 
Ma poi in core^ nemmen tu lo crederesti, 
Asconde fiel puro e lo dà per rosa. 

Spoglia insalubre, muta, dove il sole 
Mai giugno, qui la crudeltate impera, 
Begion di pianto tu sei e di parole 
Mozze, del digiuno solo ne vai altera. 



(1) Traduzione dal dialetto piemontese. 



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- 85 - 

Ite, drude infami, dal mio pensiero, 
Orrenda^ insalubre ragion di pianto, 
Tomba ai vivi, che per mancanza lieye 
Carchi di pene e di ferri, d*ogni yanto 
Traggon yita infausta, consunta e greve. 
D*acuto dolor e di vergogna affranto, 
Simile all'uom che la ragion si beve, 
Vaneggio talor, impreco col canto. 
Ma la doglia m*opprimé e vince irf^breve. 

Lirismo. 
Immuable et aride, conservant à travers les saisons qu*elle ignore, le visage 
iìxe et pince de la pauvreté soucieuse, la prison demeure insensible ani beautés 
changeantes de la nature. Les arbres ont beau se couvrir de fleurs ou de fruits, 
les briques et les barreaux de cette geòle ne me donnent que la méme récolte 
de soucis. 

Quando uscirai dall'infame bastigb'a, 
Fuggila, fuggila le mille miglia, 
Va in capo al mondo, anche nella luna, 
Pur non t'infesti memoria alcuna, 
E se di salir fin là ti sarà dato, 
Esclamar allor potrai: Or son beato! 

Una cosa vi voglio dir, 
Che non abb'ate più a soffrir, 
Che questi guardiani di prigion 
Sono un ammasso di birbon, 
Fanno sempre dei rapporti, 
Piccoli e grossi ne fanno molti. 
Per farci star senza minestra, 
Principalmente nel di di testa, ^ 

Ci fanno andar davanti al capo, 
Che vuol sempre aver ragione. 
Se ci scolpiamo di nostre mancanze 
Dice al guardiano: Mettilo in cella di punizione. 

Contro oli sbirri. 
Abbasso gli sbirri Accusano gli innocenti 

Gente malnata Delle lor ladronerie 

Ch'altro non fan che rubar E non contenti ancora 

Ed il pane a tradimento mangiar. In prigione allor li fanno anco morir. 
Abbasso dunque questi malviventi! 

Pelleg... Luigi. 

Finali in enti Studio feitto fra i tormenti 

Una dall'altra differenti, Da un prigionier de' più innocenti, 

^en74i uscir dagli argomenti. Finché la borsa altrui lo cimenti. 

Torino, il dì venti 
Dei caler spenti. 



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Gli nmìli petenti 
Sottoscritti e Bcriyenti, 
In questo career residenti, 
Visto tai momenti 
In cui spiran freddi yenti 
Da far battere assieme i denti, 
Visto i nostri indumenti 
Esser piuttosto trasparenti, 
Quindi sempre insuffidinti 
Da questi freddi tenerci assenti, 
A scanso di mille accidenti, 
Gagion di gran lamenti, 
Tutti mali prepotenti; 
Siamo molto dispiacenti 
Disturbar le competenti 



Autorità or esistenti 
Col fornirci i yestimenti 
In questi capi consistenti: 
Un berretto coi pendenti, 
Un cappotto a peli lentia 
Gli stivali recipienti (1), 
E (}uegli articoli aderenti 
Che copron le povere genti. 
Le quali più che fidenti 
Di riuscir nei loro intenti 
Lor anticipano riconoscenti 
I dovuti ringraziamenti, 
Si firman prigionier innocenti, 
Ben bene, contribuenti. 



L'arresto. 



Quando sentii picchiare, 
Come per incanto 
Balzai dal letto, e: Chi va là? gridai. 
Quando mi si rispose: 
Siamo la forza e presto ci aprirai. 



Non essendovi uscita alcuna, 
.Dovetti con }>azienza 
Aprir Fascio alla forza 
E far loro una riverenza! 

Bap... 



Pane nero, acqua pura, 
Per minestra riso lungo. 
Un po' di paglia per dormir. 



Un po' d'aria per respir, 
Si passeggia per la cella 
Pensando sempre alla bella. 



Veglio e tremo, intorno miro 
L'orrida muda che mi rinchiude, 
Ahi! il -sogno cl^ poc'anzi illuse 
M'avea le vie del sentier cosparse 
D'ogni felicitade, disparve a un tratto 
A guisa di meteora. 



Lasciandomi mesto nel pensier ferale 
Di tetra schiaviti! in cui soggiaccio^ 
Privo del divin ed uman conforto. 
Se non che quello degl'infelici: 

n pianto 
Des... Arturo. 



b) Amore. 

Oh quanto è dolce quella melodia! 
Oh quanto m'è cara! come è gradita! 
Ma se la canto non voi la mamma mia: 
Vorrei sapere il perchè me l'ha proibita. 
Ella non c'è, ed io la vo' cantar 
La canzon che mi ha fatto palpitar: 

Vorrei baciar i tuoi capelli neri, 
Le labbra tue, gli occhi tuoi severi, 
Vorrei morir per te, angel di Dio, 
Vorrei farti provar l'ebbrezza dell'amor mio. 



(1) Capaci di contenere un piede già calzato. 



Sandrin. 



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- 87 



Il tuo onomastico. 



In quest'oggi la noia, il dolore 
Qaal vapore d*un tratto partì. 
Sol rimasemi gioia nel core 
Fella festa di questo gran dì. 

Di quel sonno profondo e fatale 
Che la possa dei sensi rubò 
Fu la colpa e cagion principale 
Perchè il labbro fìnor non parlò. 

Dal di fuori una gran melodia 
Dlnni e canti ho udito echeggiar. 
Quel che fosse io chiesi e Lucia 
M'han risposto: van quelli onorar... 



Se col canto a me qua non è lice 
Festeggiarti perchè prigionier, 
Benché lasso, meschino, infelice 
T'avrò sempre scolpito in pcnsier.. 

Se finora mi tacqui e fui muto, 
Fu prigion che a parlar mi vietò. 
Or che quella me Tha conceduto 
Questi versi mia penna vergò. 

Avrai detto ch*io son un ingrato, 
Un dappoco, restando così 
Tanto tempo nascosto e celato 
Dal tuo cor tanto bello d'un dì... 



E poi questi che alludono evidentemente a rapporti carnali: 

No angioletto, Oh! lassa me 

Non fai peccato, Ch'io son caduta! 

A me snirerba Ahimè pietà, 

Ti siedi al lato. Or son perduta! 

Ahimè, ahimè, 
Soffrir mi fate. 
Pietà, signore, 
Che cosa fate? 



Sognai ch'era il tramonto 

Solo seduto del mare sulla riva, 

Lampeggiava e pioveva 

Ed il ciel s'anneriva. 
Tenevo fra i denti ^un sigaro 

E quasi mi sentìa 

Dal fumo trasportato 

A fare poesia. 
Vidi pur che da lontan passava 

Un fragil navicello 

E col pensier pareami 

D'essere di bordo a quello. 
Poi mi vidi subito 

Una fanciulla accanto. 

Mesta nel volto e pallida 

Ma pur vezzosa tanto. 



Sogno. 

Aveva le sae luci 
Azzurre come Tonda. 
Parea ch'avesse folta 
La chioma bionda. 

Poi la vision cangiossi: 
E la pallida creatura 
Divenne accesa in volto 
E colla chioma oscura. 

Le vaghe sue pupille 
Cangiaronsi a poco a poco, 
Parea diventasser nere 
E sfavillanti di foco. 

Quindi svanì il mio sonno; 
Io ero ancor sulla riva, 
n folgore stempravasi 
Ed il mar muggiva. 
S'ingrossavan Tonde 
Aitate dal vento, 
Tutto era triste intorno 
Ed il mio sigaro spento. 



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- 88 — 

Altro sogko. 

Sognai Gìnota! in ricca veste brnna 

Guernita di gemme d*un color del cielo 

Sedermi al lato e cingermi con una 

Candida sna man: ond'io anelo; 
E bramando di yeder sna florida laguna 

Cinta d'un boscbettin che non ba stelo. 

Dove non alligna pianta venina 

Fnorcbè d'amor lo strai d'invitto zelo, 
Allungai la man ver il gentil boschetto 

Che discoprìa la deliziosa grotta^ 

E tant'era la brama ed il diletto 

D averla una volta alfin sedotta. 
Che 10 presi a rimirarla, e mi piacque tanto 

Che tutta la gioia mìa si volse in pianto. 

Finito questo la vision disparve. 

Sparì l'amata^ ed abbracciai le larve! 

Amore. 

voi la cui più florida ride sul volto etade 
Che per natura il debol sesso cotanto amate, 
Deh! se non siete stolidi più non andate attorno; 
Tornate in voi medesmi, aprite gli occhi al giorno. 

Tornate, o Dio, tornate a riveder gli amici 
Che sol con essi traggond i lieti di felici. 
La madre mia sì tenera, il genitor sì caro, 
Tutti stan a piangere il mio destino amaro. 

Maledico alfìn le donne, il giorno in cui mi piacquero, 
Il giorno in cui le strìnsi al fuoco dell'amor. 
Ma, il male ò cessato, non sento più il dolor; 
La Diva che amavo, sento che Tamo ancor. 



Femore mi regalò alcuni poemetti di un omicida Brasiliano. 
È un seminarista, di vent'anni, studiosissimo, pare, di lingue 
classiche, e che uccide, per derubarla, una meretrice : ed ora, per 
quella mitezza che domina anche colà, fu graziato. 

I MIEI CANTI. 

Gorgogliava nella mente, 
Qual materia incandescente, 
Come in cranio di demente 
L'infocata poesia. 



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- 89 - 

E cantava nn riso tetro; 
Or*aa Dio cantava eterno, 
Or'il cielo, ora Tinfemo, 
Ma ognor triste era quel canto... 

È il mio libro nn ah! doloroso 
Di uno spirto che tristo ebbe il canto ; 
Egli ò nn fragile eco perduto 
Delle note che nn giorno arpeggiò. 

È 11 gorgheggio d'augel solitario. 
In nn bosco... 

D*nn bandito é la lira piangente 
Che in melode soave s'espande... 



Alla mia amante. 

Donna non mi faggir s*atro destino 
In ferrea calla m'allacciò la vita 
Non maledir i sogni di ventura 
D*an pazzo che t'amò; 
Se sol le spine coronar la fronte 
Gai cingere doveva il verde laaro. 

Se del vizio al banchetto s'assise 
Non si macchiò d'alcun delitto l'alma (1) 
Oh! non rider dei lauri che intristirono 
Le notti d'un'alcova... (sic) 
Oh! tatto, al mondo, amor, gloria, diletto 
Son sarcasmi, sogghigni del destino. 



e) Erotismo. 

Se questo uccello (2) Bello ò il mare. 

Fosse una pernice Bella ò hi marina, 

Tutte le donne sarebbero cacciatrici. Bella è la fi... di Carolina. 

Ma il meglio chia... ò la pecorina. 

È lungo tempo che chia... vorrei 
Una giovin bella a meraviglia; 
Ma vi è la madre che mi sconsiglia 
Perchè vuol che prima fotta lei. 



(1) È curioso che in tatti il delitto non solo non si confessa ma si rinnega 
giustifica come un dovere od almeno come una bazzecola. 

(2) Sotto un pene. 

Paìimsesti — 7. 



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— 90 - 

Per me, ambedae le chia... 
Ma TÌ è nn amico che mi sconsiglia 
Dicendo che chia... madre e figlia 
Peccato orrihil commetterei. 

E cosi combatte il ca... e la coscienza 
E chi sa di lor chi vincerà la lotta; 
Converrà nsar gran diligenza, 
La madre in e..., la figlia in pò... 



Sotto ruUima ottava del Canto IV della Gerusalemme del Tasso, leggeei: 

Quella meraviglia fa la bellezza 
Che Armida soleva dimostrare, 
E far che i saoi cavalieri per contentezza 
Cedessero alle sae frodi, che soleva celare 
E quelle poppe, che erano d'una candidezza 
Che nessun si poteva immaginare. 



8oti9 lottava LXXXI del Canto VI: 

Oh! quanto ò beata la sorte guerriera 
Che più d'una volta (io spero) 
Se lo prese in piccia alla carriera 
Da qualche suo amato cavaliere. 



Dal cielo nascon le stelle, 
Dal nido nascon gli uccelli, 
Dai prati nasce Torba, 
£ dal culo delle figlie, merda. 



Lirica obobna imitativa. 

Fra gli atri muscosi E i queruli fori 

Di peli ardenti Di culi spaccati 

Si mostran pendenti Son tutti azzimati 

I coglioni ed il Be. E sapete il perchè? 

Sospiri di potte D'invalidi il seme 

Scuotendo i focosi Riceve ogni tomba, 

Cavalli briosi Di culo la tromba 

Fan mostra di so. Non & mai tremar. 

Assai merda in un momento 
Già si sparge in mezzo il piano, 
Ma i guerrier col ca... in mano 
Mai domandano pietà. 

A. V. T. 



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- 91 - 

J^iglia mia cara 
Io da te un favor vorrei: 
6raarda le iniziali miei 
A saper cosa vorrei. 

Spigol, arrestato per la sorveglianza. 



Il bettbntrionb di Daitoolo. 
(Havvi una prima strofa che non è pia leggibile). 



Il calo stapefatto a tal detti 

Disse: ed io son nato sol per tirar petti 

E per fare stronzi darì e grossolani 

E per prender talor dei lavamani. 
Se a Napoli ed a Firenze vi recate 

Là vedrete quante son le insalate; 

Un bel calo ò an bel trastallo asato 

Sia pel frate che pel soldato» 
E si gode e fa goder da pazzo 

E di più non dà male al ca... 

Campagna. 

Liriche stupide. 

Addio bel passato, boi sogni ridenti 

Le ganze, i postriboli e '1 carnevale^ 

I balli, le cene e gli alberghi gaudenti, 

I pranzi fatti senza pagare. 
Dammi, o Ciel, che nel foco 

Agli italici augei 

E la sperma mia; 

A per entro oscuro loco 

Introdotto il mio ea... sia. 
Aspetta invan Tamato augel 

I freddi geli del rio inverno, 

Appassito rhan, è nel Castel 

Del sabino mago rinchiuso fermo. 

Berta. 
Riesce vincitor chi all'assalto dura 

E chi ai perìgli ammaestra il passo 

Finisce per trovar la via secura 

Spianato il cammin da ogni sasso. 
Se cieca Dea vi sarà ognor amica 

Guidando la vostra vita con il compasso 

Onori e ricchezze, amore e fi... 

Ne avrete a crepa pancia 

Fino a veder tutti i nemici 

Vostri crepar dalla cicca (1). 



(1) Rabbia. 



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— 92 — 



Son qai con nna fìtraggine 
Di scatole e papiri 
Che aspetto la mia gamella 
Con gemiti e sospiri. 

Se usciremo insieme 
Faremo un viaggio in mare, 
E là sopra pian pianino 
Aggiasterem Taflare. 



Poi, doro, mia Manetta 
Qaesto pezzo di tesoro 
E nella sna fi... stretta 
Prenderò molto ristoro. 

E nell'albergo e nel letto 
Ristorerò il mio petto 
Sì nel dnol che nel piacere 
Vuoterò sempre il bicchiere. 



E per render più yiya Tallegria 
Inculerò una volta la mia Maria 
E sta allegro, mio caro, e così sia. 



Oh Numi, oh Dei 
Qualche fi... mandateci 
Con j pej 
Onde cinlè posson 



Questi usci, 
bionda, o bruna 
Non importa 
Purché sia una. 

Vigl... {sopra un muro). 



Quanto io t'amo 
Angelina cara 
Ma guai se avessi 
Un rivale 

Gli tagliere! le baie. 
Se tu mi ami 
Ti amo ancor io; 
Ma se un rivale avessi 



Me ne pagherebbe il fio. 
Se avessi dei fiori 
Te ne manderei un mazzo 
Ma altro qui non ho 
Che il ca... 
Addio, mia diletta. 
Quando penso a te 
Mi fo una pugnetta. 



L'ardente pò... ed il nerboruto uccello 
Un bel di, fra gli altri, vennero a duello 
Ma una sfida veramente da pazzi 
Poiché per spade adoperavano ca... 

Fece sangue Tuccel nel primo scontro, 
Giacque la pò... nel secondo incontro; 
La sdegnosella di vigor s'accese 
Ed eccoli di bel nuovo alle prese. 

Ma non più sangue, non più ferite 
In questo non è il combattimento; 
Mille baci, e con amor più gradite, 
Fanno fede del mio argomento 

Ch'impresi a narrar questa mattina. 
Sublime cosa il cui di Carolina 
E tanto m'invoglia e tanto mi piace 
Che vi racconto la guerra e la pace. 



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- 93 - 



d) Canti varii. 

Tabacco. 
Uunico desiderio dei carcerato. 



La cicca. 

Egli è il più debole che in noi si ficca, 
Egli è, credetelo, quel della cicca, 
Che masticandola come confetto 
Per Talma spandesi ogni diletto. 
Figuratevi, il carcerato 
Senza la cicca diventa matto; 
Un pezzetto solo è il nostro bene, 
Ha senza quella son totte pene. 
Sorella tenera dei disgraziati, 
Nostra cara consigliera. 
La cicca in bocca è una rosa, 
Ti amo meglio di una sposa. 
Cicca il soldato, il caporale, 
L'affiziale, il generale, il foriere barbaro 
Ed il sergente furiosi gridano la cicca al dente. 



R. S. 



n. 



Più cbe la manna 
Scesa agli ebrei, 
Per noi miserrimi 
Più cara sei. 

Altro che triffole^ 
Che pasticcetti. 
Per noi tu vali 
Più dei confetti. 

Tu dentro all'anima 
Addolorata 
Ci fai discendere 
Soave, grata, 

Di dolce speme 
Una scintilla, 
Una lietissima, 
Cara favilla. 



Se nel silenzio 
Di mia cella 
M'assal Timmagine 
Di mia bella. 

Ed un sospiro 
AUor trabocca. 
Lesto mi metto 
La cicca in bocca. 

Da tanti mesi 
Che son qua chiuso, 
Né dei miei cari 
Yedei il muso. 

Ci vuol pazienza, 
Non t'attristare, 



Cicca diletta, 
Cicca divina, 
Del prigioniero 
Sei la regina. 



Tu, dentro al buio 
Dì nostra stanza, 
Tu sei la luce. 
Sei la speranza 



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- 94 — 

Contro la cicca. 

Soleva dire un buon maestro, Tntt'insieme quel pedagogo 

D^esperienza alquanto destro, Non parlava fuor, di luogo, 

Che il ciccare, a suo giudizio, Un tantin che si rifletti 

Era il vizio d*ogni vizio. Della cicca i tristi effetti 

E via di seguito per quasi meszo il libro — un verso per foglio; ma 
mancandone parecchi^ riesce difficile il trame il senso di quel che segue» 

Ck>irTRO LOMBBOSO. 

Ombroso, Ombroso, io ti pavento. Nel tuo studio tracce di morte 

Pensando alla tua coUezion di teschi. Altro non scorge chi colà viene: 
Che dalle buiose tu sempre accresci Inorridisce pensando bene 
Il numero grande sur lo tuo talento. Che il teschio lascia in carcere morto. 
Veder nel novero dei criminali 
Mia testa che non fece tanti mali. 
Fa ringricdare le carni addosso. 
Caro Ombroso, non avrai il mio osso (1). 

Il giovane Vass Carlo, nato il 24 ottobre 1848 in Boccavignale, con- 
dannato il 22 luglio 1871 dal Tribunale militare marittimo di Venezia ad 
anni 5 di reclusione. 

ElMEMBRlNZE AL CASTELLO DI MILLESIMO MIA PATRIA. 

Ombre degli avi che per la notte tacita 
Al raggio estivo di cadente luna 
y*odo fra sassi diroccati fremere 

Che il tempo aduna. 
Incerte Forme nella vasta ed orrida 
Strada segnata dall'età funesta 
Tremante affretto; che nei prischi secoli 

L*orror sol resta. 
Eccomi al varco, non più altiero scopresi 
Vana difesa della patria sede 
Il fatai ponte, ne le trombe armigere 

Alzar si vede. 
Ahi vaste sale!.., per gli eroi che furono 
Stavan seduti della mensa in giro 
Del trovator qui su cetra armonica 

Studia sospiro. 
Qui sconosciuta la trilustre vergine 
Ignota ai prodi seu vivea sicura, 
Sola nei sogni palpitava Tanima 

Vivace e pura. 



(1) L'autore è un recidivista ammonito. 



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- 95^ 

Qai al saon dell'armi che laggiù squillavano 
In aureo manto la consorte antica 
Forte yestiva al forte dnce impavida 

Elmo e lorica. 
Ancor mi sembra adir sommesso piangere 
Pancini che Telsa strìngere volea 
Con debil man al ferro altrui terrìbile 

£ noi potea. 
Bambin minor d*un lastre egli qual siedasi 
Sol duro scudo rimirar qui parmi 
Mentre le fanciuUine i lacci intrìccano 

Che annodan Tarmi, 
n forte scudo verginella immobile 
Mirando andava pien di fiorì il grembo 
E lasciavasi i fiorì in fervid'estasi 

Cadere a nembo. 
Coprìan lo scudo ed il bambin che ingenuo 
Eidea tra i fiorì e Farmi in dubbia sorte 
L'uom cosi rìde sul sentier suo labile 

Fra scherzi e morte. 
Salve, sacra rovina! Ah! perchò rapido 
Il fato tardommi ad affrettar la vita 
La magna età ben si dovea ai palpiti 

Dell'alma ardita. 
Giù dalla valle; ove chi sa? s'udirono 
Due frate! d*arme ragionar d'amore 
Strette le palme fra curvati salici 

Sul primo albore. 
Giù dalla valle, ove a tenzone vindici 
Spinsero entrambi il corrìdor veloce 
L*un dell'altro scudier^ scudo ed anima 

E fama e voce. 
Salve, sacra rovina!... io seguo e schiudonsi 
Innanzi al lento e traviato passo 
Le doppie torri, e meditando siedomì 

Sul duro sasso. 
Oh! come brune l'alte cime incurvansi 
Dei larghi murì ove penetra appena 
Di luna un raggio che la dubbia e pallida 

Luce qui mena. 
Perchè ferrate le finestre altissime 
Ed è merlata la superba torre?... 
No! non qui il prode la lorica armigera 

Solea deporre. 
Qui forse, mentre un molle rìso ingenuo 
La verginella in dolce sonno apria 
Al bel raggio di luna, occulta e perfida 

L'oste venia. 



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- 96 - 

Forse da quelle alte finestre yidesi 
Entrar talvolta nel castello avverso 
Il reo signore^ dell'empie smanie vindici 

D'ira converso. 
Forse qui stretto il suo pugnai lentissimo' 
Movea il passo fira tacenti squadre 
E ai fiunciullini sul materno talamo 

Svenava il padre. 
E forse ahimè! sulla cetra eburnea 
Il trovatore dell'età passata 
Lodò gl'iniqui se con lor sedeasi 

A mensa aurata. 
Chi sa se in mezzo a quelli acerbi e bellici 
Costumi avversi in ricca tjreccia e bionda 
Non rea consorte d'empie fiamme ardeasi 

Invereconda? 
Quai sparse qui le disperate lagrime 
Furor geloso d'ogni cuor tiranno, 
Quai furono i tradimenti, i colpi, i gemiti 

Quei muri il sanno. 
Addio, sacre rovine: allor che polvere 
Di voi non resti, gli obelischi e gli archi 
Opra di noi, di questa polve andrannosi 

Pel tempo carchi. 
E forse andranno vaneggiando i posteri 
Sul secol nostro lezioso e rio, 
Il disinganno io m'ebbi, ombre terribili, 

Eovine, addio!... 

Augurio di feliciti. 

Quando sente del sol pietoso i rai 
La valle algente e Talpe s'inazzurra 
E tra le piante redivive omai 
Un lieve lieve venticel susurra 
Sui margini del rio un fior gentile 
Sboccia foriero qua! giocondo aprile... 

Oh libertà cosa ti feci io mai 
Che lungi da me sempre stai! 

Allor che la terra coprirà quest'ossa 
Ignudo, celerà con esse il nome 
Prima» del mio morir già spento. 



Caplun (1). 



(1) Scritto col sangue. 



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- 97 — 

L'angelo deUa morte scendendo verso di me 
Ed io sorrìdendo — a lui le braccia stendo. 

Fig... Alessandro. 

In questa cella silenziosa e muta 
Io piango invan la libertà perduta. 

Pinot Tor... il disgraziato. 

Il fike dbll'anno. 

L*anno scorse ed una rosa L*anno scorse e una speranza 

Sul mio capo inaridi; Del mio cor travolse in sé; 

Chi rìntegra T orgogliosa Chi rintegra la fidanza 

Primavera de' miei dì? D'un pensier che più non è? 

L'anno scorse e giovinezza virtù, tu sola i fiori 

Un suo vezzo a me involò; Serbi intatti ad ogni età; 

Chi rintegra la freschezza Tu rintegrì i rosei albori 

Che sul volto a me brillò? D*unMncolume beltà. 

A una speme fuggitiva 
Non s'attrista la virtù, 
Ma di nuova luce avviva 
Un pensier che non è più. 



Una signora. 



Così sen vanno i più bei giorni e Tore 
Sopito al ben della spietata sorte 
In verde età prostrato dal mio furore. 

Amor perverso sempre più s'annida 
In cuor malvagio e nell'alma infida. 

L' OZIO. 

Giace sdraiato in riva d'un gran fiume 
Uom lacero, unto, snervato e panciuto 
Che nella verde età covò le piume 
In mezzo ai balli e pranzi e suon di liuto. 

Or nel fango immerso perchè il costume 
Ch'avea di dir: chi lavora è bruto, 
Ei che nuotava nell'or, or nel bitume 
A stento muove e par già perduto. 

Eppur, come lo vedi, è senza pane 
Ei non lavora perchè gli par strano 
E brama piuttosto morir da cane. 

E così muore l'ozio di mia mano 
Poiché tutte le cure furon vane 
A sveller questo mal dal cuor umano. 



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- 98 - 



Il ramarro. 



Die nn guizzo e repente 
Con rapida strìscia 
Un yerde e lucente 
Ramarro passò. 

L'Adele, che al piede 
Trascorrer sei vide: 
La biscia, la biscia, 
Strillando gridò. 



La bestia discreta 
Fermossi distante: 
Non temi, sta cheta, 
Ti parlo di qai. 

Io strìscio, ma in seno 
Non cbiado yeleno, 
Ad estemo sembiante 
Non creder cosi. 



Calori. 



PENTIHEirrO. 



Oh! tn che leggi, fortemente impara^ 
Che noi stessi &cciam la vita amara; 
E ti correggi perciò, fiitti migliore 
Fidando neiretemo alto Fattore!... 

A coi sovente il tao pensier rivolgi; 
Dicendogli: Signor mio, daol ta molgi!.. 
Tu mi soccorri nel cnidele esilio, 
Mi salvi ta da ogni più rio perìglio. 

E fa ch*io possa amar la madre mia 
Al sen stringere e poi, qael di me sia 
Alla fortuna, od altro rio tormento, 
Fa tu, mio Dio, ch'io non dirò lamento, 

£ te soltanto in benedir, più forte 
Sarò nell'altre ambascio^ inflno a morte !... 



A. T. M. 



Il tuo pensier perdona 
La vita è un nulla. 
Forse la gioia ti seduce? 
Ma dov'è gioia? L'alma 
Mia è ignara, e se regnar 
Qualche volta potè, fu annegata 
Nel pianto. Quante stille, povero 
Cuor mio, e non ti sei spezzato! 



Vuoi battagliar ancora^ ma il 
Fiore di gioventù ornai è spento. 
Morte ti resta, dolce morte 
Da me bramata, vieni, stringimi 
Nel tuo vergine amplesso, dammi 
Il nulla dove dolor è spento 
E la gioia ancor. Il mio pender 
Perdona. G. L. 



Ferri ebbe dalla Germania una serie di versi di un ladro Barn- 
buia, recidivo dodici volte, e sorpreso in un furto notturno : anche 
costui, come molti altri suoi degni compagni, verseggiò a tutto 
pasto. Eccone dei brani ridotti in cattiva prosa. 

« Nel processo mi parleranno delle mie abitudini (giacché fui 
recidivo almeno dieci volte), io però non mi lascerò sopraffare, e 
al caso mi gioverà la pazzia ». 



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— 99 — 

Non è TÌvere, ma è vegetare questo. 
Per nn tristo istante (e tutti gli uomini fallano!) (1) 
Ohi quanti anni perduti. 

Dal « Resoconto del Consiglio di Stato della Repubblica e Can- 
tone del Ticino per il 1884, Bellinzona, 1885 », Ferri mi scovò 
fuori questi versi, che un detenuto scrisse per un vezzoso bam- 
bino addormentato nella sua culla, e che sono di una bellezza 
scultoria : 

Dalla notturna lampada piove una luce incerta, 
Dorme il suo sonno placido con la boccuccia aperta; 
Sono un par di ciliegie quei labri porporini 
Che t'invogliano ai baci..., e son perle i dentini; 
E le guancette turgide al tornio paion fatte, 
E la pancetta nitida è tutta un rosa e latte; 
Ha le fossette ai gomiti; le manine un amore; 
Puro e sereno Talito; quel pargoletto è un fiore. 

Pensar che, un giorno, roseo ero e innocente anchMo, 
Chiamavo la mia bambola, la mamma, il babbo e Dio, 
Che mi sognavo limpido, gentil de* cieli il regno. 
Tutto affollato d'angioli su cavalUn di legno. 
Che la mìa guancia, or pallida, la fronte mia rugosa 
Erano a queste simili, tutte di latte e rosa« 

Dormi, bambino! il turbine verrà su te degli anni; 
Delle fatiche inutili, dei neghittosi affanni; 
T7n dì amerai le bambole grandi che muovon gli occhi; 
Ti sarà corte o carcere la turba degU sciocchi; 
L*oro vorrai che schiudati i &cili piaceri; 
La scienza per disciogliere gli universi misteri; 
Tu hramerai la gloria, questa fatai chimera. 
Che ti sorride alFalha per canzonarti a sera. 

Dormi, fanciuUo roseo daUa guancia fiorita, 
Che un di farà sì pallida la sfinge della vita; 

• Sorrida, inconsapevole, quella boccuccia cara. 
Che un dì dovrà sorridere crespa, beffiirda, amara; 
Sorridi alla tua bambola, modello di virtù, 
Sorridi, Emilio, agli angioli, ch'io non vedrò mai più. 

Quando la scienza e gruomini t'avranno preso a gabbo, 
E ti avran reso calvo, come lo è già il tuo babbo, 
Quando vorrai per ultimo, ch'io ti renda palese 
La via men disagevole, imparata a mie spese; 
Io ti dirò che il vivere è piacere, è dolore. 
Che Tuno e Taltro ha orìgine da una sol fonte: amore. 
L*Qomo non ha da scegliere, sia pur sapiente o scaltro, 
Deve accettar, filosofo, Tun per compenso all'altro. 



(1) È curioso che in tutti il delitto non solo non si confessa ma si rinnega 
giustifica come un dovere od almeno come una bazzecola. 



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- 100 - 

L'abate Crozes, nei Souvenirs de la petite et de la grande Ro- 
quette, porta parecchi esempi di veri poeti criminali; questi, per es., 
di un quattordicenne, che finì prete, son bellissimi: 

La fourhi et le ter lvibant. 

Lectear, le monde est plein de gens 

Hérìssés de mots ontrageants 

Contre cenx qni prennent la peine 

De continner La Fontaine, 

Et ces grands fEtisenrs d'embarras 

S'écrient en levant les bras: 

« Fabuliste après le bonhomme! 

On ne pouvait pas étre en somme 

Plas Impradent que cet auteur! ». 

Ils ont raison, hélas! lectear, 

On voudrait, la choso. est certaìne, 

Faire aussi bien que La Fontaine. 

Des grands ócrivains bien des fois 

Ont approché de près parfois. 

Mais, malgré leurs splendides réves, 

Ils farent tocgoars des élèves. 

Je serai encore heureni 

De prendre place derrière eux. 
Puisqa après Michel-Ange on fait de la sculptare, 
Paisqu 'après Raphael on fait de la peintnre, 
Et puisqu^aprcs Mansard on constrait des maisons^ 
L'on ne peut point trouver de mauvaises raisons 
Pour empécber Tauteur que son ardeur entraine 
De suivre, autant qu'il peut, notre grand La Fontaine. 



Les Parisienkes. 



Qui, selou les tempóraments, 
On a des ardeurs par moments. 

Chacun les siennes: 
Moi^ qui ne suis pas de carton, 
J'ai beaucoup trop aimé, dit-on, 

Les Parisiennes. 
Pour ne point tous scandaliser 
Je ne veux pas analyser 

Toutes les femmes. 
Dont, après juille et mille eflforts, 
Je possédais, du moins les corps, 

Sinon les àmes. 
Mai je>eux mettre sous vos yeux 
Les noms les plus mystérieux 

De mon histoire, 
Je tiens à^vous les retracer. 
Les temps pourrait les effacer 

De ma mémoire. 



La première qui m'intrigua 
Ce fut une brune, Marga, 

Marga la folle: 
Elie jura d'aimer toujours, 
Disant: a Je n'ai pour les amours 

Qu'une parole ». • 
Quinze jours après cet avcu 
Un offìcier, un hussard bleu, 

Mine hautaine, 
À trente ans veuait d'hériter: 
Marga suivit sans hésiter 

Le capitaine. 
Quand, après ce terriblc échec 
Mon ceil enfin redevint sec 

Gomme ma boarse, 
A travers tous ces buissons creux 
Du gai pays des amoureux, 

Je pris ma course... 



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- 101 



SEZIONE Xir. — DONNE. 



Sig. Procuratore del Be (1), 



Io sono debole perchè sempre piangere per mia passione sordo- 
muta, e anche grande miserabile carcere. Non posso parlare qualche 
donne proibito, opperciò io sola sempre in cella per amara. Io ho 
ricevuto il suo biglietto, ho rubato alcuni abiti ed oggetti per 
un valore lire cento e lire 25; ma io aveva restituito tutti gli 
abiti alla sartoria Ditta Levi. Basta, non so altri abiti. Martedì 
sono due mesi in carcere, 15 gennaio. Il mio marito non può 
portarmi il cibo, perchè il mio marito è povero ; pagare due balie. 
Io pazienza molto e mangio il pane puro e la minestra. Ho male 
alla testa, che alcuni mesi io caderò. Io confido Lei ha la pietà 
di me^ chiedo darmi la libertà provvisoria. Io sono il freddo e 
sono vecchia, bisogna bevere il caffè, mai. Io desiderio sapere 
quanti mesi per libertà provvisoria? Se la sua risposta già per 
sapere quanti mesi sarò tranquilla sapere bene, se il Procuratore 
non dia la libertà provvisoria o forse un anno ancora in carcere, 
Lei è come un buon padre per me povera; ma un anno ancora 
io non posso stare in carcere, ne dispiaccio perchè non parlo mai 
colle donne. Prego sig. Procuratore sa mettermi altra carcere, 
all'Ergastolo molte donne parlano il permesso insieme la mia con- 
solazione. 

Io sola sempre in cella colla mia tristezza, non voglio più stare 
in carcere 

Povera Antonietta (2), come son disgraziata! Vengo fuori dal 
Buon Pastore e mi conducono alle Carceri Nuove. Vi avverto, o 
ragazze, di non amoreggiare con vetturini, perchè son tutti ber- 



(1) Lettera di una sordo-mata, 3 volte recidiva per furto. 

(2) Prostituta e ladra, giovane di 17 anni. 



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'■.'.:: '■ -:: •• .. .• _ 102 - 

Uchin e culin fuori da padrone. Povere ragazze, quanto è mai dolo- 
roso essere alle Carceri Nuove! Ho solamente 16 anni, e sono 
ridotta qui; e tutto per fare di mia testa; ma ciò non basta, ho 
perso anche la salute, perchè sono impestata ed ho la sgaru (va- 
gina) che mi cola sempre, e non so cosa sia. 

Povera Antonietta, chi sa quando ne sortirò ; sono 6 mesi che 
son qui, e non so perchè, né quando sortirò. Forse mi tengono 
qui per memoria (Traduzione dal dialetto piemontese). 

Mi voglio far monaca della fortuna ; voglio prendere la corona 
della verginità. Evviva tutti i giovani deirallea, che son dì car- 
tello per dar... botte: Barot, 6ob, ecc. 

Sul periodico La hwma Settimana. — Bicordo della detenuta 
Sart. Gius., povera infelice prostituta, entrata in questo carcere 
addì 19 agosto, uscita il 3 settembre. Non andate a fare la pro- 
stituta, piuttosto andate ad annegarvi, perchè si fa più carcere 
che altro. La nostra vita è destinata in prigione. Addio, Sart. Gius. 

Idem. — Figlie, prendetevi guardia di fare una vita brutta, 
cioè la prostituta, che siete sempre in prigione, e nient'altro, e 
non v'avanzate niente, siete mal viste da tutti e siete anche sempre 
ammalate. Poi siete sempre piene di paura di ricevervi delle col- 
tellate oppure degli schiaffi. Poi se avrete da parlare a qualche 
uomo, cercate bene di parlare a uno che vi mantenga e vi tenga, 
e non che ve ne mangi, come accadde sempre a me. Chi legge 
questo preghi per me, che ne ho molto bisogno, dica xm'Ave Maria 
e un Pater e Gloria^ che mi aiuti che sono ben disgraziata; ho 
sempre male. 

Idem. — Non amare donne, ama un uomo e sarai rispettata 
da tutti, se ami una donna da tutti sei odiata ; vai più un uomo 
brutto che tutte le donne belle. Sart. Gius. 

Idem, — Sart. Gius, di Torino ama sincera C, e per lui ritor- 
nerà a Milano a costo di morire. Come è bello quando due per- 
sone si amano! 

Sul volume del Bayer, Versi a Maria Santissima. — Marietta 
dal taglio (!) saluta tutti quelli che la conoscono, tanto le donne 
che i giovinetti. Sono qui per causa del mio ganzo, che non viene 
a trovarmi, ed è il Lecchino. Quando sarò fuori non gliela do più 
a leccare, e lo mando da un'altra a leccare e a mangiar le paste 



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— 103- 

dentro la f...; e quella cui piace mettersi una pasta dura dentro, 
chiami il mio ganzo, se lo conosce, che va a prenderla colla lingua 
e la mangia e lecca fin che vuole. Non scrivo il suo nome, perchè 
sono troppo amica con sua sorella, a cui voglio bene ! ! {Tradu- 
zione dal dialetto piemontese). 

' Sul Pebsonio, Guida alla salute etema. — Sono passati i tempi 
in cui si credeva ai preti ed ai miracoli dei loro santi coccodrilli. 

Tutte bugiarderie da non prestarci fede, altrimenti tutti si 
andrebbe all'inferno. 

L'autore che vuol fare il sapiente , sarebbe stato meglio che 
avesse scritto Terrore nel quale può condurci il leggere questo libro. 

Sul volume Versi a Maria Santissima del Bayer. — La Ma- 
netta del taglio (!) saluta le sue amiche che fanno la porca come 

lei, e saluta tutti i giovinetti che Thanno chiav Menatevi una 

volta Tuccello al mio gusto, che io me la meno al vostro, e quando 
sarò libera venite a trovarmi che ce Vho sempre calda e stretta 
tanto che volete. Allegri 1 (Traduzione dal dialetto piemontese). 

Sul Periodico religioso illustrato. — In questo mar burrascoso, 
che si chiama mondo, io non trovai che fugaci piaceri, che crudeli 
disinganni. E se ho provato qualche felicità, la dovetti scontare 
con lagrime amare. Non credete mai all'amore degli uomini: per 
loro l'amore è un passatempo ; quando avrete sacrificato per essi 
onore, famiglia, religione, interessi, gioventù, essi vi volteranno 
le spalle con disprezzo» in cerca d'altri amori. Ecco che cosa è 
l'uomo. 

Idem, — Qaesto foglio da] caor ti mando, 

L^ho scritto ieri séra lacrimando, 
L*ho scritta ayante cena, 
Senza inchiostro e senza penna. 
La punta del mio onore era la penna, 
li sangae deUe mie Tene era Tinchiostro, 
Se penna e calamaio poco ti costa. 
Se merito pietà ti pregio d*nna risposta. 

Addio, addio, 
Addio, mio bene, 
Addio, mio amore, 
Tn sei il mio cuore. 
Per te morirò. 
1886 (1). 



(1) Complice di assassinio e farto, adultera, al suo ganzo e complice. 



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— 104 - 

Sul Catechismo di economia politica. — Bellissimo questo al- 
manacco, proprio bello, fa venir fame 20 volte al giorno. Carolina 
saluta tutti, mi hanno presa all'albergo dei giardini ubbriaca e 
m'han fatto passare la sborgna. Ai 21 di novembre 1884 vado 
al giudizio. 

Povera Matilde, in che stato sei ridotta per aver preso della" 
roba donata in paga senza consegnarla ai superiori. 

Confessione di Maria Santissima. 

Condannata in questo luogo di dannazione ■— Arturo — Cavallo 
— Colonnello B. G. — Bersaglieri. 

Daini gennaio al P aprile 
Che formano giorni novanta. 
Ne abbiamo fatto 17 
Restano giorni 73 
Residuo 19. 

La mia disgrazia questa qui. 
Son condannata ingiustamente. 

Per me si va nella città dolente. 
Per me si va fra la perduta gente. 

Drovert punita per non essere andata alla visita. 

Povero Pinot ! Come infelice amante e non poter star vicino alla 
persona amata. Celestina. 

Un gran membro eretto e dipintovi in mezzo: Caro uccelletto. 
Ed altrove: Sempre così. 



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- 105 — 



SEZIONE XIII. — AGONIE. 



L ••• 



1. — Testamento fatto da Mor... P.. 

suicidatosi %117 agosto 1884 nel carcere di Macerata; accusato 
di 46 stupri; già evaso dal carcere nella camera del giudice 
istruttore. 

« Il Goyerno se lo pigli in lo culo (1) ; che io sono partito senza 
tanti confronti. Che mi dia una buona condanna che mi si sbatte (1). 
Parto e vi saluto tutti, e vi aspetto alla valle di Giosafatte. 

« Lascio detto ai mei genitori, che loro dò la santa benedizione (1). 

« Muoio perchè sono stufo di campare entro quattro mura, ed 
il Governo faccia quello che vuole, lo saluto lassù. 

« MoR... P... » 

2. — Addetto all'impresa dei lavori della stazione di Ancona 
trovavasi qual manuale certo Tal... Alf..., giovinetto di 20 anni, 
che abitava colla madre vedova; e godeva una certa supremazia fra 
i suoi compagni, tanto ch'erane chiamato il Caporale. 

Sembra che la sua condotta nel lavoro non soddisfacesse il rap- 
presentante ferroviario, Br..., che più volte se ne lamentò col- 
rimpresa; un dì un vivo alterco avveniva fra questi ed il T... per 
una giornata di lavoro in più che accusavalo d'aver segnato sul 
ruolo paghe. E il Tal..., assai adirato, recavasi dal capo (DeMart...) 
a lagnarsi di queste vessazioni. 

Non avendone ottenuta la soddisfazione che desiderava, se ne 
andò dicendo che era ora di terminarla e che alla sera gli si sarebbe 
reso conto di queste persecuzioni. — Fu allora che (come egli con- 
fessa nella lettera che pubblichiamo) andò a comperarsi una rivol- 
tella, certo dopo meditata la orribile tragedia. Andò a casa a pranzo, 
mostrandosi agitato ; indi uscì, e c'è chi dice d'averlo veduto in un 
casello ferroviario a scrivere la lettera che riporteremo. 

Verso le 6 1^2 il Br... e il De Mart... passeggiavano vicino al- 
Tofficina falegnami, quando furono colpiti da quattro colpi di ri- 
voltella dietro alle spalle, ed il Br..., mortalmente ferito, cadde; 
il De Mart... era rimasto illeso. 



(1) Cinismo umoristico del rco*iiato. 
Palimsesti — 8. 



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— 106 — 

Il Tal... ch*era feritore, intanto, si allontanava precipitosamente; 
e, giunto in un luogo appartato, si sparava sotto la gola un quinto 
colpo di rivoltella ; e fu rinvenuto dagli agenti, che lo cercavano 
per arrestarlo, lungo disteso morto fra due binari. In tasca aveva 
una scatola con 18 cartuccie di revolver^ in mano la rivoltella in cui 
rimaneva ancora una cartuccia e questa lettera diretta alla madre. 

« Amatissima madre, — Queste sono le ultime parole del vostix) 
figlio Alfredo che le scrive con mano tremante e con occhi pieni di 
lagrime, non potendo più resistere dal dolore nel pensare di lasciarvi 
a voi che tanto mi amate, come pure il mio caro fratello e le due 
care sorelle. Ho un forte dolore alla testa (1) che mi spinge a com- 
mettere questo misfatto, e non posso più cancellarlo, perchè è da 
lungo tempo che soffro. 

(c II pane che mangiai sotto quest'uomo crudele, senza cuore, 
ambizioso, fu per me un continuo veleno ; ho sempre sopportato per 
voi, ma oi-a più non posso (1). 

« Quest'oggi prima di pranzo alle ore 10 e mezzo o le ore 11 
sono andato da un armaiuolo ed ho preso questo revolver con i de- 
nari del signor Virg... mio principale, che mi erano avanzate dalle 
lire 140 che mi lasciò prima di andare a Popoli, sempre con Fin- 
tenzìone d'ammazzare questo birbante di Br..., danneggiatore dei 
poveri operai, che tutti quanti lo possono giudicare. 

« Non posso più oltre proseguire (1) perchè il cuore mi si spezza. 
Diite per me tanti baci al mio adorato fratello e le mie amate so- 
relle unito a tutti i miei cari parenti. 

« 11 mio orologio lo consegnerete alla mia fedele e dolente Ma- 
netta e ditegli che sempre fortemente Tho amata e che neppure 
all'altro mondo mi scorderò mai di essa. Tutti i miei libri li darete 
al mio nipote Virgilio per mio ricordo. 

« Mi porterete al cimitero con il concerto funebre (2), anderete 
dal capo-socio del Dovere (Bel... Raff...)e gli direte che mandi per le 
Società, onde voglia per l'ultima volta farmi compagnia sino al ci- 
mitero, perchè mi pare di essere stato sempre puntuale in tutto (2). 

« A voi cara madre vi aspetto all'eterno, vi chiedo perdono del 
dolore che vi reco baciandovi, mi firmo vostro affezionatissimo figlio. 

« Tal... Alfr... 

« P. S. — Saluto a tutti quanti i nostri amici e conoscenti. Non 
trasgredite i miei desiderii. Meglio morire che soffrire la prigione ». 



(1) Seenni deU'irritazìoTie corticale, causa organica del delitto. 

(2) Vanità postoma propria dei criminali. 



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— 107 — 

3. —Il caporale Géomay, a Parigi, uccise a martellate una vecchia 
ostessa per derubarla, e venne perciò condannato a morte, senza 
speranza che la pena venga commutata. Egli lo sa, eppure non se 
ne mostra commosso, anzi si fa una specie di gloria della calma e 
del sangue freddo di cui fa realmente prova; discorre con gli agenti 
che lo custodiscono dei più svariati argomenti; non però, di quanto 
si riferisce al suo delitto; legge i libri fornitigli dal direttore della 
prigione, e finalmente si dà a quelli che egli chiama « i lavori let- 
terarii della sua ultima ora ». 

Géomay ha una grande predilezione per la poesia : egli ha per- 
fino fatto un dramma in versi sul suo delitto. Al reggimento scri- 
veva versi su ogni argomento e i suoi camerati lo beffavano, 
chiamandolo « Victor Hugo il piccolo ». 

— La morte ! — dice spesso a coloro che ravvicinano — io non 
la temo né come soldato, né come filosofo. Pur troppo, essa mi sor- 
prenderà in piena gioventù e in tutta la mia forza. È cosa terribile, 
ma mi ci sono preparato, e mi vedranno procedere al supplizio da 
coraggioso e con la testa alta. 

I suoi atti concordano con le parole. Dorme tranquillo; si alza e 
si veste col sorriso sulle labbra, « tutto lieto — egli dice — di tro- 
varsi ancora in questo mondo, ove, malgrado tutto, è tanto bello il 
vivere » . 

II suo appetito non è cessato un momento ; egli scherza col cu- 
stode che gli reca da mangiare sulla esiguità dei cibi. 

— Pazienza ! — esclamava Taltro giorno — alla guerra come 
alla guerra. 

Le carte sono per Géomay lo sfogo più gradito, e ride a crepa- 
pelle quando può dar cappotto all'avversario. 

Ma parecchie volte al giorno canta la gioventù e Tamore, ora in 
versi di quindici sillabe, ora in strofe come questa : 

Pouf moi, plus d'espérance, 
Si ce D'est en sonffrance, 
Car toQt s'est enyolé. 
À moì, ce souvenir 
Qui me fait tant souffrir, 
Celui d'ayoir almo. 

3. — Jenkins era giovane ed aveva animo e istinti d'artista. 
La vita gli si schiudeva promettente. Lasciati i suoi parenti, 
andò ad abitare una camera mobigliata nella città di Goldamiiig. 



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- ]08 — 

Nella sua nuova residenza egli sì trovò a contatto con una giova- 
notta: Emilia Joy, figlia della padrona di casa. 

In poco tenapo i giovani s'innamorarono, e verso la fine dell'anno 
egli la chiese formalmente in isposa. La sua domanda venne ac- 
colta. Per la celebrazione del matrimonio si prese un po' dì tempo. 

Dieci giorni dopo questi ultimi fatti, Jenkins ed Emilia, come 
erano abituati, uscirono a passeggio insieme. Giunti nell'aperta 
campagna egli volle abusare della ragazza. 

E Tebbe... ma cadavere soffocata da lui. 

Compiuto il misfatto, Jenkins si mostrò tutt'altro che spaven- 
tato. Girò tranquillo di public house in j)m5Kc Jwuse^ finché venne 
arrestato e condotto in carcere. 

Egli confessò subilo il suo delitto, dicendo però che aveva pro- 
messo alla sua vittima di suicidarsi, ma che poi gli era venuto 
meno il coraggio. 

Due giorni dopo egli scrisse alla famiglia dell'uccisa questa 
strana lettera : 

« Vi scrivo per domandare a voi tutti perdono prima di morire. 
Io vi ho gravemente ingannati e il mio labbro fu menzognero. Se 
verrete a vedermi prima di domenica, vi dirò ogni cosa circa il 
mio delitto. Venite. Vuole Lizzy — una sorella dell'uccisa — por- 
tale con sé anche il suo piccolo Bramwell? 

« Sono ansioso di vedervi tutti prima di andarmene per sempre. 
Vnmniissima Emilia mori in un modo veramcnfe felice (1). Le ul- 
time parole che disse furono queste: a Addio, mio caro amore, 
me ne vado ». Io le promisi che sarei morto con lei, però ho pen- 
sato che era meglio attendere il perdono di Dio. 

« Ora mi sento veramente tranquillo e preparato a morire in 
qualunque momento. Carissima famiglia, volete cortesemente ve- 
nirmi a vedere per l'ultima volta? Vi narrerò ogni cosa. Voi potete 
venirmi a vedere quando meglio crederete. Venite, ve ne prego, che 
mi renderete felicissimo. 

« Venite ed avrete U piacere (1) di udire come Emilia morì fe- 
licemente (1). Dio perdonò a lei, carissimi amici, ed io spero che 
e^li vorrà permettere a noi dì vederci ed unirci presto in una piti 
felice dimora, per sempre od in eterno. 

« Venite col perdono noi cuore e Dio perdonerà anche a voi. Vi 
aspetto. Vostro felicissimo amico « Jenkins ». 



(1) Prova della strana mancanza di senso morale propria al reo-nato e del con- 
trasto etico col sentimento dei pia. 



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Salendo il patibolo, Jenkins disse al cappellano che moriva tran- 
quillo, perchè era sicuro di unirsi alla sua Emilia. Lo sue ultime 
parole furono : « Fra pochi minuti sarò da lei j> . 

5. — Pietro Sev.... uccise la sua amante Cesira Mez/..., maritata 
Mac..., neW Albergo Piccolo Napoli, esplodendosi quindi due colpi 
di revoltella, uno sotto la gola e uno alla tempia destra. 

Cesira e Pietro, trovatisi ripetutamente soli, lei capricciosa, lui 
giovane e ardito, si erano amati. — Come sarei felice — gli diceva 
spesso — se tu mi portassi lontano lontano coii te ; potrei forse 
diventar madre, gioia che non mi è stata concessa fin qui ; durare 
in questa vita è un supplizio; andiamocene; Pietro, portami lon- 
tano. — Così raccontò lui. 

Ma i mezzi mancavano; Pietro non aveva alcuna abilità speciale 
per poter procurarsi fuori di Koma una posizione che gli permet- 
tesse di vivere insieme alla sua amante; anzi, non era riuscito 
nemmeno a Roma a procurarsi un impiego. 

E allora Cesira mise innanzi l'idea del suicidio (1). — Non ci è 
concesso di esser felici — gli disse — ebbene, moriamo. 

E insistette tanto in questo, che Pietro si lasciò persuadere adure 
un addio alla vita, benché non avessero incontrato alcun ostacolo a 
passar insieme delle lunghe ore dì delizia. 

Cesira, sempre piti eccitata, esaltata, non parlava d^altro che della 
voluttà di una morte divisa insieme nei baci delPamore (1), una 
morte che li avrebbe tolti per sempre dai disgusti di un mondo 
prosaico e pieno di amarezze. 

Era addirittura una frenesia quella del suicidio per la sventurata. 

Stabilirono di recarsi in un albergo, di uccidersi a colpi di revol- 
tella perchè la loro morte fosse piti sbrigativa (1). 

Si diedero Pappuntamento a li2 di sera, nel piazzale della sta- 
zione, dal lato degli arrivi. 

A quelPora Pietro si trovava là in una vettura ad attendere la 
sua amante, che arrivò puntuale (1). 

Dopo essersi ubbriacati di cognac e di marsala, dopo essorsi ab- 
bandonati a tutte le sfrenatezze del piacere, alle 11 1(2 si corica- 
rono, lui con la sola maglia, lei con le sole calze. 

— Finiamola — disse Cesira dandogli Pultimo bacio — ucci- 
dimi (1). 

(1) Taitociò, perù, secondo quanto racconta il Pietro, sarebbe un altro caso 
di suicidio doppio, per passione. 



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- 110 - 

Lui la guardò a lungo fissamente negli occhi, e lo colse un con- 
vulso di pianto. 

La revoltella stava sulla colonnetta : Cesira la prese con gesto 
risoluto esclamando: 

— Bambino! se non ti senti coraggio tu, sarò io quella che ti uc- 
ciderò, e poi morrò io. Ormai tutto è finito... Non facciamo com- 
medie. — Dammi ancora un bacio — disse Pietro. 

Essa sofGò sul lume, lasciando ardere la sola candela. 

Si baciarono a lungo, poi lei lo costrinse ad impugnare Tarma, e 
con le sue stesse mani se ne accostò la canna all'orecchio sinistro. 

Il colpo parti secco, quasi senza rumore. 

Cesira diede un piccolo grido, alzò le braccia, ebbe qualche con- 
trazione spasmodica, travolse gli occhi, e rimase quindi inerte, 
mentre Pietro lasciava partire un altro colpo, che andò a vuoto. 

Dopo ciò, convulso, fuori di sé, il disgraziato giovane si esplose 
due colpi, prima uno sotto la gola, poi un altro alla tempia destra ; 
perduti i sensi, si abbandonò accanto al cadavere di Cesira, mentre 
la candela si consumava lentamente. 

Da allora non si ricorda altro, senonchè tratto tratto sentiva pic- 
chiare è gridare alla porta; egli era come paralizzato, inebetito; ri- 
spondeva senza potersi muovere, aveva paura di muoversi. 

E fu soltanto dopo due notti e un giorno da che si trovava accanto 
a quel cadavere, su quel letto intriso di sangue, che trovò la forza 
di scendere e di aprire alFalbergatore che minacciava di rompere i 
vetri. 

Ecco le lettere dei suicidi : 

« Eegia questura di Roma — Noi, come potranno constatare, 
siamo morti non per causane di assassinio o d'altro, ma per nostra 
volontà. La vita per noi non ci è più di gioia, ma è un peso perchè 
non siamo liberi e cerchiamo nella morte quello che il mondo non 
può più dare (1). Una prece — un pensiero. 

« Pietro Sev... Cesira Mac... ». 

« Madre mia — Quando tu leggerai questa mia, sarò già nel 
numero dei più, so qnal colpo è questo per te, ma ciò che più m'ad- 
dolora è il doverti lasciare te e mio padre che tanto amo. 11 destino 
vuole così, e così sia, imperterrito sfido la morte come àncora di sal- 
vezza, alle mie passioni, ai miei dolori, alle mie speranze fallite. 
Una sola cosa ti prego, ch'io sia sepolto presso Cesira (1), e quando 

(1) Questa e le espressioni segoentì proverebbero la iperestesia morale propria 
dei rei per passione. 



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-. Ili - 

sarà possibile il mio corpo riposi accanto a mio fratello, dove un 
^ioruo potrò avere una pre^^hiera, un tìore da te, da mio padie. 
Mamma perdonami, forse sarà un eccesso di pazzia, ma il destino 
vuol così. Abbraccia papà e ricevi un milione di baci dal 

« 13 marzo 1889. Tuo aff.mo figlio Pietro ». 

« Mac... Dionisio — Perdonami, io non posso scrivere, perdo- 
nami di tanta sciagura, ma al cuore non si comanda, sono stanca di 
vivere, muoio con Pietro, che amo e che sono felice di morire, ma ti 
prego di scrivere a mia sorella e mandarle qualche cosa. Le chiavi 
del baule sono qui nel mio portamonete, il denaro è nella scatola 
grande, io non ho avuto la forza di scrivere, solo per me domando, 
se mi hai ancora un pensiero, che sia sepolta vicina a lui che amo. 
Addio perdonami, sono la tua moglie <c Cesirà » . 

0. — Ecco la copia scrupolosamente esatta dell'ultima lettera 
che Salvatore Misdea (1) dettò parola per parola al cappellano De 
Luce, nel forte deirOvo, quattro ore prima di esser fucilato : 

«Castel deirOvo, 21 giugno (ore 1 ant). 
« Mamma del cuore, 

(( Vi fo sapere che io sto bene in salute, come meglio spero sen- 
tire di voi e di tutta la famiglia. Vi fo sapere che la condanna mia 
fu tanto mala, io di quando Tho appurato ho cercato il padre a con- 
fessarmi; venne e mi trovò nella mia cella; io Tho accettato con 
vero cuore. Monsignor arcivescovo di Napoli ha dimandato la grazia 
per me a Ke Umberto I, Re dltalia — noi spettammo la grazia per 
momento a momento, si Dio ne la concede. 

« Cara madre, pensate di stare allegri (2) giacché la mia sven- 

(1) La devo alla cortesia delFavv. Lioy, uno dei più strenni campioni ed apo- 
stoli della nuova scuola penale, che neUa Tribuna Giudiziaria ci fornisce eccel- 
lenti materiali per qnesti studi. Egli raccolse^ anche, negli ultimi giorni di Misdea 
queste due sue strofe di una profonda melanconia : 

« Nacqui infelici au munnu e tal restai 
Sempo infelici e sbenturatu fui, 
Non ieppì lumi d*allegrizza mai. 
ÀUura finirannu le mie guai 
Quannu me canterannu requiem fui ». 



a Giacché lu mali miu fu tantu grandi, 
Ninuzza, nei vedimo a Tautru mundu ». 
Per la descrizione degli ultimi momenti si veda Misdea e la nuova scuola 
penale, di Lombroso e Bianchi, Torino, 1884. 

(2) È importante questa frase così in contrasto colla sua situazione, e ri- 
corda la frase che dedicò Jenkins alla sua vittima (v. s. p. 108). 



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— 112 — 

tura volse cosina (1), io mi trovo in mezzo al mare come una barca 
in fondo a navigare. 

« Il cardinale di Napoli m*ha mandato sei medaglie; se il Signore 
mi concede io ve le posso mandare a voi ; una a mia sorella Emilia ; 
un'altra a mio fratello Cosimo, un'altra a mio fratello Michele e 
un'altra a mio fratello Pierantonio. E una la mando del cuore al mio 
amico Giuseppe Stranieri, Queste medaglie che io vi mando le tenete 
ricordate per vostro figlio. 

« 11 mio confessore monsignore De Luce m'ha portato un poco 
il paternostri con la Madonna e il Signore^ e quella la porto in 
petto mentre dura la mia vita. 

« Io ho perdonato il mio fratello Michele, quello che non ha col- 
panza di niente, ho perdonato quello che mi ha menato lo schiafifo, 
causa di quello fu la rovina di quelle anime che dormono in terra 
per andare dove Dio li destina. Io li penso notte e giorno, uno che 
si chiama caporale Boncorone venne nella mia cella proprio avanti il 
letto e discorrimmo una nottata insieme: lui mi disse che io l'avea 
ammazzato elio ed io l'ho detto che non ho corpato (2) io ma fu la 
sventura che volse. 

« Gara madre, io questa lettera l'ho fatta nella mia cella n. 83 bis 
quando l'ho fatta ci fu il confessore fatta dalle sue proprie mani 
dettata a parole di me, alla presenza del comandante davanti il 
comandante del carcere e del sig. tenente : traraente (3) mi fumava 
un sigaro questa lettera io la dittava io parole mie. 

« Oggi è sabato si il Signore ne dona aiuto potrebbe il re farmi 
la grazia, lo questa mattina parto pel campo dei Bagnoli strada 
Piedigrotta. Là spiaggia (4) il mio sangue e servirà d'esempio ai 
miei compagni. Là cerco perdono a tutte quelle famiglie che hanno 
perduto il figlio ed io pure perdono a tutti quelli che hanno fatto 
male a me. 

« Io vi mando queste medaglie dirette in lettera assicurata per 
mezzo del mio confessore. 

« Quando v'arriva questa lettera io so che piangete tutti per me : 
non vi affliggiti tanto e ringraziate tutto il paese che venne in casa 
mia e tutti quelli che mentuono (5) il mio nome. Voi li ringraziate 
a tutti quelli che venono a far visita. 



(1) Cosi. 

(2) Che io non co n'ho colpa. 

(3) Frattanto. 

(4) Là si sparga. 

(5) Rammentano. 



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- 113 - 

(c Mo' vi saluto a voi di tutto cuore, a mio padre che mi fece 
uscire a questa terra: vi cerco la santa benedizione, che voi me la 
concedete certamente. 

« Io saluto tutti i miei fratelli e sorelle con particolarità a mio 
fratello Cosimo. Mi salutate tutti i miei cu^fini e tutti gli amici miei. 

a Non mi resta altro da dirvi, v'abbraccio di vero cuore, vi stringo 
la mano e mi segno vostro figlio « Misdea Salvatore » . 

7. — Lettera di Scaranari Pietro (1). 

a Palermo, il 20 giugno, Tanno 1884. 

(( Caro padre, e fratello, e sorella, e cognata, e cognato, madregna. 
— Dovete scusare se abbiamo avuto qualche cosa fra noi e state in 
allegria (2) e pensate che abbiamo un Dio che ci ama e ci vuol 
bene; non dovetevi prendere di passione alcuna verso di me, perchè 
io fra breve mi troverò fra le braccia del Supremo padre e di Dio e 
Maria Santissima, non dubitate mai niente di male verso di me 
perchè muoio con una buona fede e buona speranza e spero che un 
giorno si troveremo in compagnia nei alti Celi. 

<c Conservate in mia memoria quella fotografia che vi mandai. 

« Non ho altro da dirvi che di salutarvi di vero cuore voi tutti e 
vi do un abbraccio ed una stretta di mano e mille baci di vero cuore 
per Tultima volta in questo mondo, e mi saluterete tutti quelli che 
dimandano di me, e parenti ed amici. 

« Addio, addio, sono il vostro sventurato figlio 

7, 21, 34, 84. « Scaranari Pietro ». 

8. — Un giovine che perdette una grande fortuna in eccessi d'ogni 
genere e per cattiva amministrazione, innamoratosi di una triste 
donna commette un falso per mantenerla e poi si annega. Gli si 
trova nel panciotto un biglietto entro una boccetlina di vetro con 
questa scrìtta: « Non mi si riconoscerà perchè non sono Parigino. 
» L'ultimo mio desiderio è che questo scritto sia pubblicato. Possa 
» esso servire a qualcuno! Sono nato da una onesta famiglia di 
» provincia; per soddisfare le voglie di una commediante ho falsi- 
» ficato in alcune cambiali la firma di mio padre. Il termine della 

(1) La devo alFegregio amico prof. Bianchi ora a Palermo. Era quel carabi- 
niere di 34 anni facilato per omicidio di nn suo superiore. Si escluse la pazzia, 
ma Fttbini gU trovò aderenze antiche neUe meningi e scarso peso nel cervello, 
1295 gr. 

(2) Anche qui l'allegria come in Misdea. — Vedi nota (2) antecedente a 
pag. 111. 



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- 114- 

» scadenza s'avvicina, dovrei sopportare il disonore, preferisco la 
» morte. La mia famiglia mi farà ricercare, la prego di nascondere 
» la mia assenza, se però vuol farmi seppellire mi potrà ricono- 
» scere dai giornali, se questo mio biglietto sarà pubblicato e da un 
» tatuaggio che rappresenta Cupido mentre con un dardo colpisce 
» un cuore nel quale sta scritto « Emilia » (1). 

9. — Un uomo dapprima onesto, dopo ceduto alla tentazione di 
uno scrocco si uccide. 

« Il carbone è infocato, già l'aria pestilenziale mi attornia, sto 
per morire. Ho commesso un'azione infame. Ieri sera mi feci im- 
prestare un orologio da ... . per venderlo, voleva giocare con quello 
che ne avrei ricavato. Avevo bisogno di denaro, i debitori m'asse- 
diarono tutto il giorno, avrei dovuto forse andare in prigione. Se vi 
avessi domandato qualcosa forse m'avreste aiutato; non osai. E poi, 
non ho potuto sopportare il vostro disprezzo. Ieri ho pensato d'uc- 
cidermi... Che lenta, terribile agonia! Ho -cominciato tardi la let- 
tera, la mia candela si spegne, scrivete voi a mio padre e a mia 
madre, dite loro... » (2). 

10. — Un ufficiale del re che nella rivoluzione di luglio perdette 
il suo posto per sottrarsi alla noia cominciò a giuocare e qualche 
volta a falsare nel giuoco. Un giorno vedendo che ciò lo traeva a 
ruina scrisse a sua moglie : 

« A quest'ora non avete più marito, è l'amore per voi che mi ha 
deciso, se avessi tardato solo un momento sareste in rovina. Sap- 
piate che la noia mi trasse al giuoco, ho combattuto invano, la pas- 
sione era più forte d'ogni mia risoluzione, sono convinto che potrei 
avere qualche buon colpo ; ma tornerei a cadere. Non mi resta più 
che la metà delia mia fortuna, se io divorassi questa, restereste nella 
completa miseria. Quest'ultimo sacrificio è la prova dell'amore che 
ho per voi » (3). 

11. — A volte i delitti dei suicidi di Brière sono nascosti, a 
volte invece sono pubblicati. « lo muoio, scrive uno, di disperazione 
e rimorso, perchè ho commesso un delitto che io solo conosco. Io 
non voglio disonorare la mia famiglia ». 

(1) Da Brière de Boismont, Du suicide^ p. 142. È un criminaloide, e il ta- 
tuaggio in una persona deU*alta società indica già un rapporto col delinquente- 
nato. 

(2) Brière, opera citata, pag. 155. 

(3) Id., pag. 265. 



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- 115 - 

Alla confessione dei delitti succede spesso il desiderio di espiarli. 
A volte, è un marito che scrive alla moglie : « Essendo inoltrato 
nella via del male, senza aver la forza di tornare indietro io mi uccido 
per espiare le mie colpe », a volte è una moglie che s'accusa d'es- 
sersi mal comportata col marito che dichiara d'ammazzarsi per 
espiazione dei suoi peccati (1). 

12. — Un giovane operaio scrive prima di morire ad una prosti- 
tuta: « Che buon'orgia che faremo, come ce ne sazieremo! Sarà la 
nostra ultima ribotta » . 

13. — Questo canto che ho tentato di imitare sino ad un certo 
punto nell'armonia, per quanto assai rozzamente, essendo molto 
alieno dalle muse, e che mi spedi dal Brasile e propriamente da 
Becife, il dottore Ferriere, il quale ha fatto dei bellissimi studi in 
proposito, venne dettato pochi giorni prima della morte da un as- 
sassino di 25 anni. 

Versi improvvisati da un condannato a morte in Becife. 
Alla sua Marcia. 

Lessi alfin la mia sentenza. Qaesto corpo che abbracciasti, 

Son dannato a sofFeidr Che di te fa già il piacer, 

Del carnefice Tamplesso: Torna in polvere ed in terra: 

Addio, Marcia, io deo morir. Addio, Marcia, io to a morir. 

Della morto sento il gelo Fur fantasmi i miei tripudii 

Le mie vene intirizzir; Già finirò i miei deliri: 

DeUa morte il soffio sento. Sogni far le tao carezze; 

Addio, Marcia, io vo a morir. Addio, Marcia, io vo a morir. 

Nel tuo viso addolorato Vivi, o bella, e sulla tomba 

Il feral mio fato io leggo, Dolce nn pianto vien largir; 

Deo libar il fiel di morte Le mie ceneri a bagnare 

Addio, Marcia, io vo a morir. Vieni, o Marcia, io vo a morir. 

Il suo calice la Parca Qaando sulla negra scala 

M^offre; e tutto il deo libar, Il mio corpo vedrai fremere, 

Son finiti i nostri gaudii: OUìa tutta la natura; 

Addio, Marcia, io vo a morir. Addio, Marcia, io vo a morir. 

Come rapido volava Marcia bella, io vo sul ceppo 

Dena vita mia il piacer! D*ogni crimine innocente: 

Lasciar deo le tue carezze, È il dover che qui mi trasse (2). 

Addio, Marcia, io vo a morir. Addio, Marcia, io vo a morir. 

Già i miei occhi aperto vedono Già distendere sugli occhi 

Il sepolcro, in cui calar Un lugubre velo io sento, 

Deo, lasciando gli occhi tuoi, Già la fredda morte io vedo; 

Addio, Marcia, io vo a morir. Addio, Marcia, io vo a morir. 
Marcia, addio; la tomba s^apre! 
'Ve per sempre io deo discendere; 
Oh per sempre deo lasciarti; 
Addio, Marcia, io deo morir. 



(1) Id., pag. 8U2. 

(2) È curioso che in tutti il delitto non solo non si confessa ma si rinnega 
giustifica come un dovere od almeno come una bazzecola. È forse il contrasto 
stesso che notammo in Misdea, Jenkin, Scaranari (v. s.). 



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- 116 -« 

14. — Dietro una fotografia col ritratto di due donne un ornici' 
diario scrisse in carcere dopo avere ad mia bucatigli occhi: 

ce Prendi, putana adultera, baciala un po' da per te la tua infame 
immagine, io l'ho baciata abbastanza. Quell'aria di malinconia ebe 
ti dai è arte, arte infame d'infame creatura quale sei tu. Se è vero 
che il delitto venga punito, tu dovrai viver poco, e spero imiterai 
il tuo estinto adorato ! ! ! » . — E poi si uccise. 

15. — A queste memorie incompletissime aggiungiamo i verbali 
manoscritti delle parole e gesti notati nelle ultime ore di 4 Roma- 
gnoli condannati a morte nel 1849 perchè appartenenti alla Squa- 
draccia^ sanguinarii semi-politici che terrorizzavano Imola — che 
togliamo dalla bellissima monografia Agonie dell'avv. Setti, pub- 
blicata nella Rivista delle discipline carcerarie^ 1887, pag. 3G9 
e seg. 

N. 1. — Girolamo Berti. 

Ore 8 pom. -— Letta ed intimata la sentenza, disse nulla. 

Ore 8 3[4 pom. — Vuol bere. Ha bevuto. Invitato, non ha vo- 
luto sedere. Confortato, disse che era innocente come Dio. 

Ore 9 pom. — Parla col Padre confortatore. 

Ore 9 passate — « Almeno mi avessero lasciato prender moglie » . 
« Questo qui non fa niente... Basta stare sempre allegri » (1). (So- 
spirando)... « Mi fanno morire mia madre... ». Parla col conforta- 
tore.Va fischiando, sospira, poscia va canterellandoindistinte parole. 

Ore 9, m. 7 p. — Tace. « Ecco là una Beata Vergine... » e guarda 
una Madonna nel muro. Parla col confortatore. 

Ore 9 1[4 p. — « Questa è la più bella notte di tutte... io sono 
preparato... ». Il confortatore dice: In confronto al Signore siamo 
un'ombra. « Le ombre le ho vedute fare ». Il confortatore: Bisogna, 
Girolamo, pensarci. « Mi confesserò quest'altra settimana... ». 

Ore 9 20 pom. — « Che ore abbiamo? ». Gli si è risposto, le 9 
e 20. a Altre nove ore, e sono in terra... Posso passeggiare? ». Gli 
si è detto di sì^ e passeggia. 

Ore 9 25 pom.— « Rosina, non mi vedi più...». « Rosina^ tu sei 
molto colorita... In mi giardin di fior tu sei gradita,., là ra là... 
Andiamo... Guarda la luna come la cammina. Passa li monti 
e non si ferma wmi... Povera Rosina... e mia madre... Oh! lamia 
Rosina... se venisse nella mia buca... ». 

Ore 9 28 pom. « Voglio del rhum... e allora mi confesso... di- 

(1) Si ricordi la frase dì Misdea, Jenkins, Scaranari (v. s.). 



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-in- 
versamente no... ». Al confortatore: « Vado a far colazione con 
Pincione domani alle otto... ma sono un galantuomo... A Parigi... 

Voglio diventare un cane da mordere in una gamba Quando 

sarò di là, diranno: Sei qua, Girolamo?... Come va? Oh bravo !... 
Cappello airaUbò... oh,., oh!... Domani, due palle nel petto e una 
al capo... e giù... Vi fosse almeno della terra di ricotta... ».Ride. 
«Lascia che facciano... » (piuttosto rabbioso). 

Ore 9 li2 pom. — « Domani muoio... Quell'acqua mi fa male 
alla pancia.. Se viene il rhum faccio tutto... Un condannato a morte 
ha diritto a tutto... Cappello alV alibò.,, oh! oh!,.. Cojon, Cojon, 
Bettina,.. Cappello aW*aKfó... Così il custode delle carceri d'Imola... 
Oh! la mia Rosina y>e sospira. « Se tutte le passioni fossero 
queste... (l)eh, Padre?... ». Il confessore parla alPorecchio. « Al- 
Vlnferno (2) ho mangiato delle gran polpette... buone, o Padre... » . 

Ore 9 3[4 pom. — « Accidenti all'acqua di cedro... voglio met- 
termi a sedere... Ho fame con tutta quest'acqua... Io dovevo fauni 
frate, o Padre. Avrei confessato tutte le belle ragazze... (1). Padre, 
mi tiri fuori il fazzoletto... Voglio quel frate d'Imola che era qui 
adesso (1), che mi secca meno di voi, caro Padre... ». Passeggia. « Sa- 
rebbe bella che domattina venissero i miei fratelli a portarmi il len- 
zuolo... Poveretti, cadrebbero per istrada... Oh !... la mia Rosetta... » 
(ma piuttosto rabbioso). « Padre, ha una così bella barba, e non tiene 
i baffi?... I miei compagni sono tutti di sopra?... Che viaggio vi è 
di qui al Mercato, dove mi pianteranno le palle di piombo? ». — 

Poco... — « Il tratto da emettere però due gridi « Si ricorda 

dell'osteria ielVInferno (2) dietro quello stradello?... oh! che pol- 
pette... (1) Come è, signore, che scrive tanto?... Logora tutto al 
povero custode... Voglio del rhum... ». Gli è stato portato il rhum. 

Ore 10 pom. — Il confortatore: Ora, che hai bevuto... « Non so 
niente... Ove è la bottiglia del rhum? La mia signora Ve la mia 
signora... » e seguita a cantarellare « ora... ora,.. ». « Padre, mi 
saluti la Ciccia mora... Padre (1): olio santo, ordine sacro e matri- 
monio... A proposito : perchè non mi danno Folio santo?... Voglio 
un gelato... ». Ed è stato portato. Prende il sorbetto... 

Ore 10, m. 8. — - « Voglio poi un pollo arrosto... Di qui a cen- 
t'anni sarò un cane... e avrò mangiato molte gambe... (3). Al mondo, 
Padre, ne ho vedute di tutte le fatta... in una camera di un frate 
vidi una corda con palle attaccate, che mi disse quel tale che se le 

(1) Questa frase indica l'apatia ed umoristico cinismo del reo-nato. 

(2) Osteria presso Imola. 

(3) L'idea del cane è un'idea delirante che resta tenace. 



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— 118 — 

sbatteva sulla schiena... Io le avrei messe a cavalli barberi... Padre, 
cosa crede che fosse Gesù Cristo?... Un vero repubblicano?... Quel 
Marco fu clie gli diede uno schiaffo... ed ora lo dà alla colonna... Lo 
desse Uno a che non lo trattengo io... ! Oh mia Rosazza !... ». 

Ore 10 1 [4 pom. — « Padre, vi sono mo' i cipressi all'Osser- 
vanza?... ». Alla risposta: no. « No?... mi spiace, che non sento gli 
usignuoli cantare ». Parla col confortatore. « Voglio bere... ». Beve 
del vino anacquato. « Padre, venite dunque qua, che vi dirò queste 
quattro bagatelle... » (1). Si confessa. 

Ore 11 3i4 pom. — Ha domandato da bere due dita di vino 
schietto e Tha bevuto. Ha domandato un pollastro arrostito ed ha 
mangiato con pane, ma poco. « Portate da bere... » Bevendo vino 
anacquato, ha detto: « E sempre acqua... ». Mangia. « Oh che non 

mangio più galletti Povera mia madre già è morta E 

lei cosa scrive? forse quello che dico io?... perchè quando fuci- 
larono Pincione uno sempre scriveva, ed io il vedevo dal forame 
della chiave?... Come non si vede qui sempre il cameriere... Brutto 
brostolato!... Voglio un fritto dolce... Finalmente comando senza 
pagare, e mi servono signori in frak... Facciano a loro comodo... un 
bel fare... Alla morte innocente... Poi, signore, voglio la cassa, che 
non mi mangino i topi... Povero Giroloraazzo... Almeno lo avessi 
toccato... ». Passeggia. 

Ore 12 pom. — « Ah! se non erano questi due frati paesani, io 
non mi confessavo... Povera madre mia... tu avevi un figlio e te 
riianno fucilato... Una donna che ha detto : — Mi è sembrato di ve- 
derlo passare... — 1 miei testimoni non li hanno voluti esaminare... 
Le buone grazie di Montanari, che diceva che gli Imolesi non sa- 
rebbero stati condannati! Questo è un buon frate: quell altro... Se 
dovessi penare, e non mi dovessero colpire... oh farei dei bei salti... ». 
È venuto il fritto e mangia. « Favorite, caporale: oggi io, domani 
voi... Sapete, ve ne sono due dei vostri carcerati a Imola... Portate 
da bere... Dormono i miei compagni?... ». Siede. 

Ore 12 li4 ant. — « Povera Antonietta, se la ingravidavo !... i 
miei l'avrebbero tenuta in casa... Basta: ha avuto fortuna...». Chia- 
mando la sentinella: « Grida pure, non mi desti più... In Rocca uno 
gridava... Uno dei miei compagni diceva: cosati faranno?... Adesso 
lo saprai... Mangio pure senza pagare... Mi raccomando la cassa... 
Li lascio fare... ma già mi seppelliscono subito... Povera mia ma- 
dre... sono otto giorni ieri che mi venne a trovare. Se lo avesse sa- 



(1) Vedi nota (2J anteced. 



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- 119 - 

puto sarebbe morta... Almeno ho visto dei monti di Verona 

Sono stato a Vicenza... con Favella sono stato in Lombardia: in 130 
abbiamo arrischiato... non ci hanno voluto ammazzare... Ad Ancona 
si raccomandavano a S. Ciriaco... Una bomba in piazza — facevo la 
spesa — a terra tutti... La sera giravano scalze le donne: dovevano 
aver paura di essere sentite... Un Ferrarese morì di una granata 
per non essersi buttato a terra... Un capitano del Veneto, in una 
sortita, rimase ferito e gridava: venitemi a prendere, facemmo 
tanto che lo portammo via, che lo avrebbero bruciato... ». Invitato 
al sonno: « Non è possibile Povera mia madre, se potessi ba- 
ciarla... povera madre (1), se ti potessi far credere d'essere condan- 
nato solo 10 anni... Mi danno da bere? ». Ha bevuto vino anacquato. 
(c Mi danno un sigaro del moro ? » . 

Ore 12 1[2 ant. — « Dunque mi bendano gli occhi?... Non potrò 
dunque gridare: « Viva l'Italia?... ». Oh sì che lo griderò... Dov'è 
quell'altro frate ? (Dorme) : vi sarà il letto (sospira). Come fa, frate, 
a tabaccare? che roba è? se lo fanno già essi? ». Prende tabacco. 
« È troppo fino... i frati tirano aireconomia... Quanto glie ne pas- 
sano? ». Il frate: — Sei lire. — « È poco. Prenda del canadà. Se 
ne faccia dare per carità... Non finisce mai di scrivere ? » . Vuol bere. 
Ha bevuto vino anacquato. « E quell'infame di Garavini l'hanno 
fatto Cancelliere... ». 

Ore 12 3[4 ant. — «Dimani chi dice la messa? » Il frate : — La 
diremo noi, povero disgraziato. — « Che disgraziato ! — non voglio 
che... la dica... Oh sacra Consulta ! seti trovo nella Valle di Giosafat, 
quando sarò diventato un cane, gli mangerò (2) le gambe... Ma 
lei cosa scrive ? avranno un bel che fare a stampare tutta quella 
roba !... ». Parla col confortatore. Dice di confessarsi e si ritira con 
esso. — Ore 1 ant. — Si confessa. 

Ore 1 3i4 ant. — « Ecco quello che scrive... ». Sta in piedi. « Che 
ora abbiamo? ». — Due ore. — « Restano sei ore... Dimani non ci 
sarò più... ». Passeggia a sospira. « Gran passo... Io penso troppo a 
mia madre... (1). Provai più passione a vedere i miei compagni, che 
a morire... ». Passeggia. « Mi dicevano il bue! Non lo diranno più., 
e sono innocente... Per il detto di una donna!... Ma già ho perdo- 
nato: — le lagrime che sparge mia madre (1) potrebbe spargerle 
essa che ha dei figli... Io già le ho perdonato... ma ha fatto un gran 
fallo... ». Ha dimandato un caffè e gli si è recato. Beve, a Potrei 
essere in America... e per i compagni son qui... Dovevo andare con 



(1) Il sentimento figliale pare abbia soprayvissnto. 

(2) Cinismo e idea delirante che sopravvengono. 



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— 120 - 

Pio Nono per servitore, e cosa sarei adesso?... ». Vuole il caffè e lo 
beve. « Il caffettiere è un ladro: è d'orzo, è senza rhum (1).., ». 

Ore 2 m ant. — « Uno che sappia leggere non bisognerebbe am- 
mazzarlo... Mi raccomando la casa... ». Beve il caffè. « Che ladro è 
questo caffettiere!... povera Sacra Consulta!... ». — Ore 2 3[4 ant. 

— Dimanda di confessarsi e si ritira col confessore. — Ore 4 ant. 

— Alla messa e comunione. — Ore 4 25 ant. — « Fra poco andrò 
alla morte e sono innocente... Pregate tutti il Signore per me... Io 
lascio fare a Dio... La povera mia madre la consegno a Dio... Questa 
volta vi sono capitato io... Fanno le agonie?... » {evidentemente suo- 
navano a morto). — Ore 4 li2 ant. — Passeggia. « Dio, fatemi 
questa grazia (2)... almeno mi avessero fucilato nel mio paese... ». 
Sospira. «Ed i miei compagni?... Sono oggi otto giorni che venne 
mia madre... mi raccomando della cassa » (2). — Ore 4 3[4 ant. — 

« Che ora abbiamo? Mi restano tre ore e sono morto. Povera mia 

madre! Un'acqua di limone ». Beve Tacqua. Passeggia e tace. 

« Poche ore di vita... Mio Dio: fatemi la grazia.... prendetemi con 
voi : io perdono a tutti. Fate voi di me, mio Dio, quello che vi 
piace... ». Ha dimandato un caffè. Lo beve. Ha bevuto. « Mio Dio, 
Beata Vergine, aiutatemi (2), che almeno non cada prima di giungere 
al luogo... Immagino le grida della mia famìglia» . Passeggia e tace. 

Ore 5 ant. — Il crocifisso lo terrò colle mani (2), andando al ma- 
cello?... ad una morte.... e morte innocente! Mio Dio, aiuta- 
temi... mio Dio, mi raccomando a voi, Beata Vergi ne delPiratello(2), 
aiutatemi... Ma è distante il luogo del supplizio?... Povero Giro- 
lamo, come ti sei ridotto!... la tua gioventù... Fucilarti innocente... 
Io mi do tutto nelle mani del Signore... o mio Buon Dio,..». 

Ore 5 1 [4 ant. — « Buon Dio del Paradiso, datemi grazia (2), 
mia Beata Vergine del Piratello ». Passeggia sempre e sospira. 
Parla piano col confortatore. « Un povero giovane che non ha com- 
piti ancora li 23 anni... Se il Signore non mi aiuta, non giungo 
al luogo (2) e casco per istrada... Oh Dio* non posso più... Dio (1), 
tenetemi la vostra mano sopra... Sono innocente e con lui non ho 
mai questionato... non l'ho tocco per niente, o Padre. Quel che 
Dio vuole e Maria SS... oh lo dicevo ieri notte, e non fui buono 



(1) Cinismo solito. 

(2) Da questo momento (e le campane avvisatrici della prossima morte vi con- 
tribairono) 1 idea del futaro, della morte, ecc., che non gli era mai balenata, si fa 
strada; e come nei popoli primitivi, la paura desta l'idea religiosa (ch*egli poche 
ore prima aveva derisa] fino al parossismo. E ana conferma della giustizia della 
ipotesi del Sergi sulForigine protettiva religiosa. 



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- 121 - 

di dormire, me lo diceva il sangue » . Entra un secondino. « Di* 
a tua moglie che mi dica un Eosario (1) co* tuoi figli... Almeno non 
mi facessero penare...». 

Ore 5 1|2 ant. — Suona un tamburo. « Ci siamo... Un po' d'acqua 
con un po' di rosolio... Padre, ormai non ci vediamo più... ». Beve, 
a Mio Dio, aiutatemi, fatemi questa grazia... mio buon Dio (1)... Beata 
la Madre di Dio, i Santi e gli Angeli... mio Padre, non posso più... 
Mi sono scordato di far accendere un lume a quella B. Y. (1)... Mio 
maestro, come ho mai da fare, mio... ». Passeggia e sospira. « Oh ! la 
mia gioventù... Beata Vergine dei Sette Dolori, aiutatemi...». Parla 
fra sé. Si raccomanda fervidamente al Signore (1). Domanda da bere. 

Ore 5 3[4 — a Mi butteranno là in un cassone... ». Raccomanda 
al Signore tutta la sua famiglia e l'anima. « Ormai, Girolamo, 
sei vicino a rendere l'anima a Dio... io glie la dò volentieri... ». 
Bacia il Cristo. « Ecco di nuovo il tamburo..-, a che suonarlo?... ». 
Beve acqua. « Almeno potessi vedere i miei compagni e farci co- 
raggio reciprocamente... Maestro, vi siamo dietro... Come fa. Can- 
celliere, che non ha dormito?... ». Entra un secondino. « Come 
va, Giosafat? ». Si raccomanda al Signore. « Questi sono gli ultimi 
estremi di mia vita... La mia gioventù! .. Fucilarci innocenti...». 
E sempre passeggia. 

Ore 6 ant. — Parla fra sé sommessamente, poi forte. « Fatemi 
la grazia, o Signore, accettatemi nelle vostre braccia. S. Giuseppe, 
mi raccomando a voi... Mi scordai di accendere il lume (1) a quella 
B. V., me ne dispiace. Ella mi perdonerà... Io perdono a tutti, 
mio Dio, mia Beata Vergine, mio S. Giuseppe... ». E seguita in 
tal modo a raccomandarsi fervidamente al Signore. Ha domandato 
un caffè. Dimanda scusa ai secondini se li avesse mai offesi. Fi- 
nisce di bere il caffè. « Che brutta ora!... quando terminerà?... 
Dio mio... La mia gioventù se ne va. L'anima mia Tho donata 
a Dio... ». Fortemente sospira. « la mia Beata Vergine, quanto 
mai mi dispiace di non avervi fatto accendere il lume... vi domando 
perdono... Padre, non arrivo sul luogo, se non mi aiuta il Signore... ». 
Ore 6 li4ant. — « Ecco il mio signore; egli mi farà la grazia... » . 
Bacia il Cristo. « Dio voglia che tutti i miei compagni non ab- 
biano fatto li buffoni, non confessandosi... — dico anche quelli 
che sono andati a Bavenna... A momenti all'eternità... ». Sospira. 
«Sono nelle braccia del Signore (1): non mi abbandonerà... » (2). 



(1) Cresce il parossismo religioso (V. nota (2) pag. prec.). 

(2) Si tratta evidentemente di un delinqaente-nato e cosi del IL 

FalimseatL — 9. 



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- 122 — 

H. II. — Trombetti Luigi. 

Ore 8 pom. — Intimatagli la sentenza, ha chinato il capo ed 
ha detto: « Buona notte... ». 

Ore 8 1[4 pom. — Al presentarsi del Padre cappuccino: « Non 
ho bisogno di preti: ho già fatto i conti con Cristo. A darmi 
quattro palle di piombo non è niente.... Ho sete : voglio un'acqua di 
limone... Belle robe... Brutti boia... Non sei giusto, non è giusto. 
Se la Sacra Consulta vuol sempre andare avanti così, farà delle 
belle robicine, specialmente se tratta tutti come i poveri Imo- 
lesi... ». Passeggia continuamente. 

Ore 8 1[2 pom. — Ai conforti del Padre cappuccino, rispose in 
modo dispettoso e con interrotte parole : quindi si è posto a se- 
dere, ed è rimasto in quiete. 

Ore 8 3[4 pom. — Ai nuovi conforti del Padre cappuccino, di 
riflettere agl'interessi dell'anima, rispose dispettoso, che esso non 
ha da accomodar niente: che con Dio si è esso accomodato , e 
quando sarà in quell'altro mondo di là, non tornerà più, come già 
sa. Quindi zitto e quieto ha seguitato a passeggiare. Richiesto di 
baciare il Crocifisso, si è ricusato, dicendo : « Lasciatemi in quiete, 
asciatemi per ora sfogare, che se mi voglio confessare, lo farò; 
tanto per le 8 di dimani ci è ancor tempo, e farò poi quello che 
ho nella testa... ». Quindi, passeggiando, ha detto: « A morire io 
faccio come mi si facesse un lavativo (1), e nel morire dirò sempre : 
Viva ritalia!... Per una radice una pianta non si secca... Dice- 
vano che i Tedeschi sono cattivi, ma sono angioli, a paragone dello 
Stato del Papa... ed a gridare: Evviva Pio Nono siamo stati trat- 
tati così... ». Quindi ha seguitato a passeggiare sempre quieto. Dopo 
alquanto si 6 appoggiato in piedi al ginocchiatoio ; poi ha ripreso il 
passeggio. Alle nuove insinuazioni, ha detto : « Ancora ci è tempo... 
Alla strada io non sono stato, e con quattro parole me la sbrigo... ». 

Ore 9 pom. — Si è posto di ìiuovo a passeggiare, e ripetendo 
che ha bisogno ancora di sfogo. Si è quietato, proseguendo a pas- 
seggiare e sospirando di quando in quando. 

Ore 9 li4 pom. — Seguita sempre a passeggiare. Poi soggiunge: 
« Questa volta, se Dio è giusto e vi è, esso sa se io sono complice 
nell'ammazzamento del Catenaccio... ». A nuovi conforti, rispose: 

« Io faccio i conti sino da ieri... Non ho alcuna palpitazione 

Questo passo lo ha fatto Cristo, e come è morto esso, posso morir 



(1) Apatia cinica ed improviiletiza del reo-nato. 



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- 123 — 

io... ». Poi ha seguitato a passeggiare. Poi ha chiesto una limonaia, 
dicendo aver sete, ed ha bevuto tranquillo. « Domenica mattina da 
un cappuccino presi nelle carceri d'Imola il Giubileo... e dopo ter- 
minato questo ci hanno posti in carrozza e condotti qua... ». 

Ore 9 1^2 pom. — Ai nuovi conforti se volesse dire le Litanie, 
passeggiando sempre, soggiunse: « Adesso vengo pensando da me 
alle mie cose, e poi faremo tutto... », e proseguì passeggiando in 
silenzio. Kichiesto di nuovo a quanto sopra, proseguì passeggiando 
senza nulla rispondere. Dopo alquanto si è gettato al muro come 
assopito, quindi sospirando ha proseguito a passeggiare. Dettesi le 
Litanie, si è cavata la berretta, si è fermato in atto rispettoso 
al muro, e presentatogli l'immagine di M. V., l'ha baciata; poi 
si è appoggiato pensieroso all'altare, e fisso ne ha guardato, sospi- 
i-ando, il quadro che vi rimane. Dopo ha proseguito, sospirando, a 
passeggiare; quindi, fermatosi, ad invito del Padre^ ha baciato il 
Crocifìsso. Si è poi posto di nuovo a passeggiare. Ha chiesto di 
spander acqua (1), e gli è stato fatto eseguire. Nel girare, avendo 
urtato il Padre in un piede, gli ha chiesto scusa. 
Ore 9 3i4. pom. — Ai nuovi conforti, ha detto: « 11 morire 

per me è niente ». Poi ha preso in mano il Crocifisso ed ha 

detto: « Eppure questo sta ancora sul tavolino del Papa, che di- 
cono che è un Cristo in terra... Dunque, come può aver permesso 
che sia condannato io che sono innocente?... Ormai è bella e fatta, 
e ci vuol pazienza... ». 

Ore 10 pom. (1) — Quindi ha preso il Crocifisso, ha sospirato ed 
ha detto: « Ora comincieremo a fare i conti con voi... Se però fosse 
un delitto giusto, non mi importerebbe... Già, in ogni modo mi tocca 
andare... Perdono a tutti, a chi mi ha fatto del male... ». Ha preso 
poi l'immagine di Maria SS., Tha baciata, e, sospirando, si è posto 
a passeggiare. Poi, cavatasi la berretta, ha soggiunto: « Dio, per- 
donate a tutti coloro che hanno fatto a me del male, come li perdono 
io... ». Quindi, pensieroso, si è fermato a sedere. Si è alzato, ri- 
prendendo il Crocifisso in mano, e proseguendo a tenerlo, si è messo 
a sedere appoggiato al ginocchiatoio col Crocifisso presso la faccia, 
mandando forti sospiri (l).Poi è tornato a passeggiare, sospirando di 
quando in quando. Poi si è dato in preda al silenzio, ed appog- 
giandosi all'altare, ha ribaciato (1) il Crocifisso e l'immagine di M. V., 
ed invitato a dire cinque Gloria Patria li ha detti, ai è rimasto 
in quiete appoggiato all'altare. Poi, pensieroso, è tornato a pas- 

(1) Avvicinandosi l'ora della morte, rimprevidcnza si dilegua e comincia a 
prevalere la paura e insieme la religione. 



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- 124 — 

seggiare. Ha chiesto, avuto, e bevuto della limonata. Poi si è posto 
a passeggiare senza parlare. Quindi ha esclamato : « Oh mio Dio ! 
se non siete voi che mi aiutate.., ». Poi ha ribevuto della limonata 
e spontaneamente ha ripreso. 

Ore 10 1[4 pom. — Ha chiesto quattro zigari e da cena, che 
si è mandata a prendere; poi si è disposto alla confessione ed 
effettivamente si è posto al ginocchiatoio (per cui mi sono ritirato). 

Ore 11 li4. — Ha terminato, e tornato io dentro, Tho trovato 
seduto al tavolino con avanti il Crocifisso — pensieroso e sospi- 
rante — piangente. Quindi, postosi in calma, ha mangiato un poco 
di fritto, un poco di pollo arrosto, due persiche, del pane e be- 
vuta piccolissima quantità di vino santo, ed ha fumato due zigari. 
Alzatosi poi in piedi, mangiando e camminando, ha esclamato: «Po- 
vera mia famiglia. Quello che Dio vuole : non bisogna dir altro... 
Mi pare ancora di non crederci... ». 

Ore 11 1 [2 pom. — Venuto poi il P. Giocondo da Imola, cap- 
puccino, si sono baciati, e sentendo dal medesimo avere anche gli 
altri accomodale le cose dell'anima loro, ha risposto: « Ne ho caro. 
Io sono rassegnato alla volontà del Signore, e solo mi dispiace 
dei miei poveri genitori,.. ». Quindi ha seguitato con quiete a man- 
giare alquanto con qualche sospiro. Venuto poi il P. Lettore, Pier 
Giuseppe, cappuccino, suo conoscente, si sono baciati, e pian- 
gendo, il condannato ha detto : « Io sono quieto, disposto ed al- 
legro, e solo mi dispiace della mia povera famiglia innocente... ». 
Poi, con tutta quiete, ha parlato col detto Padre di cose di sua 
famiglia. Quindi ha ripreso : « Padre, stia un poco in mia compagnia, 
che ne ho molto piacere... » e poscia ha fumato uno zigaro, segui- 
tando col detto Padre a discorrere di cose di famiglia, esclamando 
fra i sospiri di quando in quando: « Sia fatta la volontà di Dio... ». 

Ore 1 1 3i4. — Partito poi il detto Padre, lo ha salutato amore- 
volmente, pregandolo di portargli un saluto al cugino Trombetti. 
Poi si è posto, pensieroso, a proseguire a fumare. Quindi ha escla- 
mato: « Poveri paesi, povere famiglie, se seguitano così... Non 
credo che Cristo possa permettere che le cose vadano così avanti. Mi 
pare impossibile che Pio Nono^ che permette queste cose, abbia re- 
ligione... Come può farle, se è un Dio in terra?... Io, per essere pas- 
sato per una strada, benché innocente, sono stato messo in un de- 
litto che non ho fatto... Eppure, l'Austriaco, che è il più sanguinario, 
non fa così... Ha perdonato a qualcuno, benché delinquente forte, 
ed il Papa non risparmia alcuno, solo badando alle falsità dei te- 
stimoni... Io queste cose non le dico per cattiveria d'animo, ma 



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— 125 - 

perchè rifletto ai fatti come accadono ed alle cose giuste ed in- 
giuste che si fanno... ». 

Ore 12 poni. — Proseguendo più o meno a discorrere della sua 
innocenza, ha replicato che perdona a tutti quelli che gli hanno fatto 
del male, mejitre esso ora non ha bisogno che di Dio, e che sia fatto 
quello che Dio vuole, ed ora è il momento di rimettersi in lui... 
a L'ho bestemmiato tante volte, ed ora gli domando perdono... ». 
Quindi ha soggiunto: « Non posso star più fermo... », ed alzatosi, 
si è posto a passeggiare, sospirando ed esclamando : « Oh mio Dio ! » , 
più volte con sospiri. Poi, baciando il Crocifisso e Timmagine di 
M. y., si è posto a sospirare e piangere, ribaciando più volte dette 
immagini, ed ha poi proseguito tacito a passeggiare, esclamando 
di quando in quando : « Perdono tutti quelli che' mi hanno fatto 
del male ». 

Ore 12 1^4 ant. — Poi ha detto: « Io non vedo l'ora ed il mo- 
mento che arrivi quest'ora ultima che mi tocca... ». Poi ha riba- 
ciato il Crocifisso: poi ha esclamato: « E non era meglio che Dio 
mi avesse fatto morire quando era a Vicenza, che allora non in- 
tesi il male? e... vorrei che fossero già 7 3(4 ani, perchè sono di- 
sposto a tutto... ».E[a chiesto poi ed ha avuto da bere la limo- 
nata, proseguendo sempre a passeggiar tacito. Poi ha chiesto del 
secondino Domenico... e venuto, gli ha chiesto scusa, se mai alle 
volte l'avesse strapazzato.Quindi ha soggiunto :« Se gli altri che sono 
morti, sono morti da santi... io pure spero di morir bene... Po- 
vera mia famiglia, quando saprà la disgrazia... ». 

Ore 12 li2 ant. — Poi ha proseguito a passeggiare tacito, e 
quindi, pensoso, si è posto a sedere pur tacito e sospiroso. Ad insi- 
nuazione del Padre, ha preso in mano il Crocifisso e si è posto, 
fra sospiri, a guardarlo fisso per qualche momento, stando or se 
duto, or passeggiando, e sempre tacito. Poi ha detto: « Io credo 
che da me e S. Luigi, che mi viene a trovare, ci corrano pochi 
anni ». Quindi ha chiesto da quali soldati sarà egli fucilato. Dopo 
ciò si è posto a sedere piangendo, e confortato dal Padre, ha ri- 
sposto con pietà e devozione nel modo che il Padre gli ha sug- 
gerito per varìi minuti, alle cose di religione. Poi, sospirando e 
piangendo, si è posto in piedi presso il muro in silenzio. Dopo aver 
fatto ciò, ha chiesto un paglione per riposare, e gli è stato portato, 
essendo le ore 12 3(4 ant. — Datosi poi su detto paglione al riposo, 
ha chiesto fossero accese due candele all'immagine della Vergine; ed 
è stato eseguito, e quindi si è dato al riposo, e così è rimasto fino 
ad un'ora. 



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- 126 - 

Ore 6 ant. — Svegliatoci , »i è fatto ad invocare pietosamente 
Taiuto di Dio e de' Santi, e a dimandare (1), nel modo il più con- 
trito, perdono a Dio di tutti i peccati commessi conosciuti e non 
conosciuti, e quindi di riconfessarsi, e col Padre è cosi rimasto 
alcuni minuti (1). 

Ore 1 1[4 ant. — Eitornatovi poi io, l'ho trovato a passeggiare, 
a piangere e sospirare. 

Ore 1 li2 ant. — Avendo chiesto di scrivere alla famiglia, ed in 
{specie a suo padre Francesco, si è, a sua dettatura, scritta da me 
una lettera. In tal frattempo, esso con rassegnazione edificante è 
venuto baciando il Crocifisso (1) e l'immagine di M. V.; quindi, 
invitato dal Padre, si è posto in ginocchio, e ripetendo le cose di 
pietà dal medesimo dettegli per più minuti, Io ha fatto con segni 
non equivoci della maggior contrizione. Poi, invitato dal Padre, ha 
detto, nel modo stesso, sette (1) Ave Maria,, ed altre orazioni. Poi 
si è un poco gettato, sospirando, sul paglione... Quindi si è rialzato, 
e si è posto a camminare, chiedendo un caffè nero con un poco di 
rosolio, che ha preso in tutta quiete. Mangia un amaretto bagnato 
nel caffè, e sospira... 

Ore 1 3^4 ant. — Voltandosi al frate: « Ha sonno? », e continua 
a mangiare. « Oh! Gesù mio, misericordia... ». Va e bacia il Croci- 
fisso, indi passeggia sospirando. Si mette in ginocchio sul paglione, 
dinnanzi all'altare e sospira col volto sulle braccia. Si alza, torna a 
sedere, beve il caffè e sta pensieroso fumando. Quindi, avendo di- 
mandato de' suoi compagni e sentendo die uno di essi dorme, ha 
detto: « Io non posso dormire... ». Quindi ha soggiunto: « Non 
vedo l'ora che siano le ore otto... In quanto alla mia famiglia, Dio 
l'aiuterà in qualche maniera ». Poi ha proseguito parlando dei suoi 
amici e conoscenti imolesi. Dopo ciò si è quietato, fumando uno zi- 
garo. Poi, parlando della sua causa, si è lamentato fortemente 
delle ingiustizie che dice avute nella processura dal signor Gover- 
natore Montanari e dal Commesso politico Calderoni , asserendo 
avere impasticciata la causa a loro modo, facendo dire ai testimoni 
quello che loro ha parso. 

Ore 2 ant. — Quindi, ad un tratto, abbracciando il Crocifisso, si 
è alzato in piedi; l'ha baciato più volte spontaneamente, e si è 
posto genufiesso, dicendo sotto voce delle orazioni frammischiate a 
sospiri, e spesso con edificazione, esclamando: « Mio Dio, miseri- 
cordia... ». Confessato dal Padre, ha ripetuto con dolore quanto egli 



(1) L'idea religiosa si fa parossistica. 



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- 127 — 

gli è venuto dicendo per più minuti. Poi ha detto tre Ave Maria, 
ed ha più volte ribaciato il Crocifìsso e Timmagine di Maria SS. 
Poscia si è un poco gettato sul paglione... ed è venuto mangiando 
con quiete un poco di pane, seduto, fino alle 

Ore 2 li4 ant. — Sospirando, si è alzato da sedere, si è appres- 
sato al Crocifisso, lo ha baciato, dicendo sotto voce delle orazioni. 
Poi si è posto a passeggiare. Quindi si è sdraiato sul paglione, e 
cosi è rimasto per tutto il resto del quarto in quiete. 

Ore 2 li2 ant. — Poi ha esclamato: a Poveri genitori... povera 
mia creatura. Dio, aiutateli... ». Poi sospirando ha detto: « Basta... 
quello che Dio vuole !... ». Quindi si è quietato. Alquanto dopo ha 
chiesto ed avuto uno zigaro, ed ha esclamato: « Dio mio, miseri- 
cordia, aiutatemi... » ; poi, fumando, si è posto a passeggiare. Poi 
si è un poco fermato sul paglione, quindi si è rialzato e genuflesso 
avanti il Crocifisso, dicendo sotto voce delle orazioni ed esclamando 
con sospiri...: a Gesù mio, mfisericordia... ». Quindi si è posto in 
quiete a sedere senza dir altro. Poi ha chiesto un poco di rosolio, 
che gli è stato dato. Ha soggiunto poi, sempre in quiete : « Kicor- 
derà ci6 — mi disse una volta il giudice processante Francesconi. 
— Nel 1843 andai come parte offesa ad una seduta a Ravenna, ed 
incontrato pel corridoio dell'aula col detto Francesconi, il mede- 
simo, in alto di ammirazione, mi soggiunse: — Una volta o l'altra 
a voi altri Imolesi succede qualche cosa grossa di male... — E si è 
verificato il suo pronostico... ». Quindi, richiesto dal Padre se sia 
disposto a ricevere tra breve la Santa Particola, ha soggiunto: « Ne 
sono dispostissimo, mentre io ora mi trovo nelle braccia di Dio. 

Ore 3 ant. — Ha chiesto di riconfessarsi, e perciò è rimasto nuo- 
vamente solo col Padre sino alle 

Ore 3 li4 ant. — Quindi, gittatosi su di una sedia colla testa e 
braccia sul tavolino, sì è addormentato, ed ha proseguito per alcuni 
minuti: quindi si è svegliato, alzato in piedi e posto a passeggiare. 
Poi ha chiesto ed avuto un caffè nero con un goccio di rosolio, che 
ha preso con tutta quiete. 

Ore 3 1|2 ant. — Si è riconciliato col Padre, sinché si è prepa- 
rata la santa messa. 

Ore 3 3[4 ant. — Quindi si è detta la santa messa, e vi è stato 
con edificazione. Ha ricevuto il S. Viatico colla maggior rassegna- 
zione e compunzione, in egual modo rimanendo sino al termine 
della santa messa, che è terminata alle 

Ore 4 ant. — Levato poi dalla cappella per farvene andar altro, 
e passato in altra camera, si h posto in silenzio a girar sempre per 
la stanza con somma velocità fino alle 



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— 128 — 

Ore 4 li4 ant. — Ha proseguito nello stesso contegno. Poi ha 
chiesto ed ha avuto uno zigaro, che è venuto fumando, proseguendo 
come sopra in silenzio. Ogni tanto ha ripreso il crocifìsso, e sotto 
voce è venuto dicendo delle orazioni. 

Ore 4 li2 ant. — Ha chiesto ed ha avuto da mangiare un poco 
di arrosto, pane, ed ha bevuto un poco di vino anacquato. 

Ore 4 3[4 ant. — Quindi alzatosi, si è posto a passeggiare, fu- 
mando uno zigaro in silenzio. 

Ore 5 ant. — Poi ha chiesto rimanere solo col Padre, ed io mi 
sono ritirato, e sono cosi rimasto sino alle 

Ore 5 li4 ant. — Ha proseguito nel suddetto modo, solo ha 
chiesto ed ha avuto una limonata. 

Ore 5 1|2 ant. — Quindi ha voluto rimanere di nuovo col Padre 
per ricevere con tutta libertà gli ultimi salutari conforti di nostra 
Augusta Beligione, per cui ho creduto ritirarmi, rimancndom 
sempre fuori della porta per annotare quanto altro occorresse; ma 
però è sempre rimasto in orazioni col Padre solo, nel modo più edi- 
ficante, ma con assoluta ed estrema compunzione. 

N. Ili* -- Domenioo Trombetti (1). 

Ore 8, m. 5 pom. — Intimata dal cursore Gottardi la sentenza 
di morte al condannato, si è espresso dicendo: « Una bella giu- 
stizia il condannare un uomo che non ha fatto niente ». 

Ore 8, m. 6 pom. — Condotto in luogo di conforteria, si è nuo- 
vamente lagnato di tale giustizia, che condanna a morte la gente 
che non ha fatto niente di male. Esortato dai confortatori ad acco- 
modare col Signore le partite dell'anima sua, egli risponde che nulla 
di male aveva fatto, che Iddio lo sapeva, che essendo stato dai giu- 
dici condannato a morte, vi andava volentieri, perchè ad ogni modo 
conveniva morire, e che morto una volta, non aspettava la seconda. 
Che la combinazione portava che egli si era trovato in un luogo 
senz'arma alla mano, e che perciò, essendo stato condannato a 
morte, vi andava innocente, esprimendosi che solo gli rincresceva 
dei quattro suoi teneri figli e della sua moglie. Chiese conto al 
sostituto degli altri suoi compagni, se cioè essi pure venissero fuci- 
lati, cui gli fu risposto di nulla sapere. 

Ore 8 1[2 pom. — Si alzò da sedere e passeggiò per un poco nella 
stanza; quindi, invitato dai confortatori a sedere, obbedì: ed esor- 



di) È evidentemente un onest'aomo od al più un reo d'occasione. 



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- 129 - 

tato a volersi confessare e comunicare, rispose freddamente di nulla 
avere a confessarsi, ed oflfertogli il Crocifisso perchè lo baciasse, si 
ricusò, dicendo che con Cristo avrebbe parlato al mondo di là e che 
ora inutile che avesse baciato un pezzo di ferro. Invitato a recitare le 
Litanie di M. V., disse che le avessero pur dette loro, che egli non 
ne sapeva niente, e i*ecitatesi dai liev. P. Confortatori, fece un grande 
sospiro, rivolgendo gli occhi al cielo; ed offertogli di nuovo il Cro- 
cifisso perchè lo baciasse, ed interpellato se baciasse volentieri l'ef- 
figie della B. V., rispose che egli non v.oleva baciare niente, e che 
quando fosse andato al mondo di là, avrebbe accomodato tutti i suoi 
conti. Si tacque per tre minuti, indi riprese dicendo che non aveva 
commesso delitti, e confortato dal secondino Errani, rispose che il 
Governo era stato male informato sul conto suo e che era stato 
condannato innocente, come tale moriva più volentieri. 

Ore 8 3i4 pom. — Fu lasciato in libertà, perchè meglio riflet- 
tesse e si raccomandasse al Signore, essendovi rimasto però un solo 
Padre Confortatore, con cui stette fino alle 10 3i4, nel quale tempo 
si è confessato dal P. Pier Francesco di Faenza, guardiano deirOs- 
servanza, al dir del quale più e più volte ha baciata l'effigie di M. Y. 
e del Crocifisso, lodando immensamente l'effigie, e volle pur baciare 
il confortatore, cadendogli le lagrime dagli occhi (1). 

Ore 10 3i4 pom. — Ha detto di voler riposare, e coricatosi sopra 
il pagliariccio, ha dormito fino alle 11,25. 

Ore 1 1 1(2 pom. — Ha chiesto ed ha bevuto un bicchiere d'acqua, 
ed accusando di sentir freddo, ha voluto essere coperto colla sua 
capparella, ascoltando volentieri quanto gli veniva detto dal Padre 
a conforto dell'anima sua. 

Ore 1 1 3[4 pom. — Si è rimasto silenzioso coricato nel suo pa- 
glione. 

Ore 12 pom. — Spontaneamente (1) ha preso il Crocifisso, che 
teneva vicino al suo capo, e l'ha baciato. Ha baciato l'altro Padre 
Confortatore, avendo inteso essere questi il P. Xella da Imola, suo 
concittadino. 

Ore 12 1^4 ant. — Ha baciato per due volte e volentieri il Cro- 
cifisso. Si è raccomandato al P. Pier Francesco, perchè scrivesse a 
nome suo alla propria moglie, chiedendo perdono, se mai l'avesse 
offesa, e così anche a tutte le altre persone che potessero essere 
rimaste disgustate per sua colpa. Dopo di che, col Padre ha recitate 
le Litanie della B. V., ha detto un Pater ^ Ave e Gloria a S. Giu- 



(1) Vedi nota antecedente. — Sensibilitài religiosità normale. 
PalimsestL — 10. 



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- 130 - 

seppe, a S.Domenico e a S. Francesco, facendosi in fine il segno della 
Croce. Quindi ha chiesto un caffè, che gli è stato subito sommini- 
strato. 

Ore 12 1^2 ant. — Ha avuto bisogno di orinare, ed ha chiesto un 
dolce; quindi ha baciato con molto fervore Teffigie della B. V. e del 
Crocifìsso. Si è fatto levare dalle orecchie, a mezzo del secondino £r- 
rani, gli anellini d'oro che vi aveva e li ha consegnati al P. Pier 
Francesco insieme ad un fazzoletto di cotone, da spedire a sua 
moglie (1). 

Ore 12 3i4 ant. — Ha fatti veri atti di rassegnazione alla vo- 
lontà di Dìo ed ha baciata piil volte la Madonna e il Crocifisso, 
recitando insieme al Padre una terza parte del Rosario. 

Ore 1 ant. — Ha recitato gli Atti di Fede, ecc. 

Ore 1 1^4 ant. — (Riferisce le preghiere dette). 

Ore 1 1(2 ant. — Ha detto di voler riposare, ed ha dormito fino 
alle 3 li2. 

Ore 3 1|2 ant. — Fa orazione insieme al Confortatore e si è fatto 
mettere il Crocifisso al collo, stringendolo con tutte due le mani e 
baciandolo con fervore (1). 

Ore 3 3(4 ant. — Parla piano col Confortatore e prega... (1). 

Ore 4 ant. — Riposa. Svegliato, parla e chiede al Padre se al- 
cuno dei suoi compagni abbia ancora fatta la Comunione e se essi 
pure abbiano il Crocifìsso al collo. Chiede quale dei compagni ora 
vada ad ascoltare la messa e faccia la Comunione. Ascolta i con- 
forti del Padre (1). 

Ore 4 li4 ant. — Si riconcilia col Signore: quindi ha recitate 
alcune preci (1). 

Ore 4 li2 ant. — Si è alzato dal paglione, ed è fermo, dritto. Si 
tace. Passeggia pensieroso e si va fermando. 

Ore 4 3i4 ant. — È stato tolto dal luogo di conforterìa e con- 
dotto nella chiesola delle carceri, ove ha tenuto un contegno da 
vero penitente ed ha fatto la S. Comunione in modo edificante; 
dopo terminata la messa è stato condotto nel luogo di conforteria, 
rimanendo concentrato e silenzioso. 

Ore 5 {{4: ant. — Spiegò desiderio di vedere il di lui cugino (1) 
Luigi Trombetti, e senz'altro si tacque. Parlò a solo col Padre, indi 
recitò le preci. Baciò la S. effìgie e orò, sempre confortato dal Padre, 
fino alle 5 3i4. 

Ore 5 3[4 ant. — Disse ch'egli moriva volentieri (1), se avesse 



(1) Ecco la prova che non è nn reo-nato. 



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-- 131 - 

saputo che il dì lui cugino Luigi Trombetti si fosse convertito^ del 
che assicurato dal Padre, si addimostrò tutto contento. 

Ore 6 ant. — Si alzò da sedere e si mise a passeggiare. Con- 
segnò un altro fazzoletto di cotone da passarsi a sua moglie. 

Ore 6 1|4 ant. — Sedette ed orò; baciando il Crocifisso, disse di 
essere rassegnato ai divini voleri. Chiese del P. Pier Francesco e 
baciò ancora il Crocifisso e M. V., quindi si volle trattenere col 
detto Padre sino alle 6 3[4. 

Ore 6 3i4 ant. — Dettò al P. una lettera diretta alla moglie (1), 
in cui esprimeva i più vivi e teneri sentimenti di afletto (1), di 
dolore, manifestandole la sua conversione al Signore, ed esortandola 
a vivere tranquilla ed affezionata ai suoi figli, che egli avrebbe pre- 
gato in Cielo il Signore per lei (1). Quindi rinnovò le preci, ecc. 

Ore 7 li2 ant. — Terminata la lettera è rimasto fino alle ore 8 
in colloquio col Padre, dicendo orazioni e baciando l'immagine. 

Ore 8 ant. — Fu tradotto nell'adito delle carceri insieme agli 
altri compagni. Nel rivedersi si sono baciati (1). Bendati gli occhi, fu 
insieme agli altri trasportato fuori delle carceri per essere condotto 
al luogo del supplizio. — Lungo la strada non ba fatto che recitare 
delle orazioni e raccomandare la sua anima a Dio e alla Madonna. 
Giunto sul luogo del supplìzio e posto in ginocchio, recitando le 
orazioni, ès tato fucilato, rimanendo sul colpo. 

N. IT. — Michlnelli Luigi. 

Ore 8 li4 pom. ~ Intimata la sentenza, non parlò. 

Ore 8 1^2 pom. — Condotto in conforteria e dettogli di pensare 
a salvare Tanima, rispose che è sempre salvata. Ha chiesto da bere, 
sia acqua o vino, a Vado alla fucilazione... vado contento... Bel 
morire... non so niente... Più bella cosa, appena intimata la sen- 
tenza, sarebbe quella di morire » . 

Ore 8 35 pom. — Ha soggiunto: « Giustizia infame! Sono 
sempre confessato... credo solo una volta... ». Ha detto di non es- 
sere disturbato e si tacque alquanto. 

Ore 8 3[4 pom. — Ha detto di confessarsi, e fa lasciato in 
libertà. 

Ore 9 3[4pom. — Dopo un*ora, ritornato, ba detto : «Ho sonno... » 
e si è gettato sul paglione senz'altro dire. 



(1) Vedi nota antecedente. 



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— 132- 

Ore 10 3i4 pom. — Si è alzato ad orinare e poscia è tornato a 
riposare. 

Ore 1 ant. — Si è destato , ma non lia parlato, mantenendosi 
tuttavia sdraiato. Si è alzato e si è posto a passeggiare, dicendo: 
« Quello che Dio vuole! ». Dopo dieci minuti si è fermato ed ha 

detto: « Dimani faranno un pranzo ad Imola, e rideranno È 

proprio cattiveria... non mi sono brisa trovato... e mi trovo qui... 
ho 32 anni... non ho dato uno schiaffo a nessuno... ». È tornato 
di nuovo a passeggiare, dopo quattro minuti , senza parlare. Oli 
si è detto se gli abbisognasse qualcosa. Ha risposto ossero tutta roba 
sciupata. Seguita tuttora a passeggiare. 

Ore 1 ][2 ant. — Si è fermato ad orinare, indi si è posto a sedere 
ed ha chiesto di esser lasciato in libertà col confessore; per cui mi 
sono ritirato alle ore 1 li2 e min. 4. 

Ore 2 li2 ant. — Terminata la confessione, si pose in medita- 
zione, tenendo le braccia posate sul tavolino con sopra la testa. 

Ore 3 ant. — - Si è alzato, e si è gettato sul paglione a ri- 
posare. 

Ore 4 ant. — Ha chiesto di nuovo il confessore e si confessa. 

Ore 4 1[2 ant. — Fa la preparazione per la Comunione. 

Ore 4 3[4 ant. — Si riconcilia col confessore. 

Ore 5 ant. - È condotto nella cappella alla santa messa, ove si 
è comunicato con vera edificazione, stando in prima ginocchioni col 
confessore. Fatta la Comunione, ha preso il Crocifisso per le mani, 
guardandolo sempre fìsso senza mai parlare. 

Ore C ant. -— Siccome ha continuato a rimanere in cappella, 
ha ascoltato col molta devozione altra messa, tenendo sempre il 
Crocifisso nelle mani con confessore vicino, parlando segretamente 
con lui, mantenendosi così fino alle 8, in cui fu condotto al luogo 
del supplizio. 

Devo premettere clie alle oro 7 chiese scrivere a sua so- 
rella Giovanna in Imola, che gli venne accordato, avendo io scritto 
sotto la sua dettatura, del tenore seguente: 

« Faenza, 17 settembre 1850. 
« Carissima sorella^ 

a Vi fo sapere che alle ore 8 vado rassegnati ssimo aireternità, 
» e però mi saluterete i genitori, ai quali chiederete perdono per 
» me, se loro avessi dato qualche disturbo; e cosi mi saluterete 
» la moglie e figlia, a cui pure dimanderete per me perdono. Sa- 



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— 133 - 

» lutate tutti i fratelli e sorelle, ai quali tutti direte clie mi ten- 
» gano raccomandati al Signore, mentre io dal Cielo vi auguro 
)> ogni felicità. E mi sottoscrivo con tutto l'attaccamento vostro 

a J/f.'"*» fratello 
« Luigi Michinelu.». 

Si trascrive poi il certificato del confessore posto sotto la sua 
lettera, del tenore seguente: 

c( Io, Padre Giocondo da Imola, certifico che il sopraddetto 
» Luigi ha eseguito perfettamente tutte le obbligazioni di buon 
cristiano; anzi, le ha eseguite in modo edificantissimo, rasse- 
)) gnandosi totalmente alla Divina volontà, ricevendo con lagrime 
» gli ultimi conforti di nostra religione, ed ho tutta la fiducia 
» che sia a godere li beni del Cielo. Attesto pure che la detta let- 
» tera fu dettata da lui ». 

Ore 8 ant. — Tradotto dalla giustizia armata in unione al Padre 
confessore al luogo del supplizio, durante il viaggio fino al Foro 
Boario si è mantenuto in continua orazione, ed ivi rimase fuci- 
lato col secondo colpo, detto di grazia. 

Itì. — Nella Tavola III di questi Palinisesii vediamo uno che 
prima d'uccidersi incide in un vaso: « Io sono un disgraziato e il 
mìo destino è di morire in prigione strangolato » — e sopra se me- 
desimo appiccato. 

17. — Analogo è il disegno del Fusil, omicidiario e ladro, che 
100 giorni prima di suicidarsi incise su una brocca la storia del 
suo delitto e la iscrizione che tradotta significa: « Ho passato cento 
giorni in cella per aver ucciso Gambro » ; e poi « Addio, Gambro 
ladro ». Finalmente se stesso impiccato, con sotto Tiscrizione: « Ul- 
timi eccessi » . 

18. -— Il più semplice dei saluti postumi dei criminali ho tro- 
vato in un ladro suicida per appiccamento, giovanissimo, che mise 
sul letto due larghe croci fatte di paglia ed in mezzo le due scarpe, 
quasi a dire col linguaggio muto dei popoli selvaggi: « Io me ne 
vado, pregate per me » . — È, a chi vi pensa, un piccolo e com- 
movente poema. 



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' DOPO QUATTRO ANNia) 



LA GIUSTIZIA. 



11 giudice che emana una sentenza contumaciale si rende più reo 
della sua vittima, perchè toglie a questa il più sacro dei diritti che 
un popolo civile dà all'uomo: quello, cioè, di presentare le sue 
discolpe. 

La legge è uguale per tutti, dicono molti; ma la legge invece è 
applicata a capriccio da chi ha in mano la giustizia, purché trovi il 
suo utile. 

Sono innocente; mi tengono chiuso in mezzo a queste sucide 
mura, e perchè?... Perchè anche la giustizia è corrompibile, come 
tutte le cose del mondo. 1 giudici sono uomini anche loro, ed anche 
loro sono facili a comprarsi. 

La giustizia umana è giustizia ingiusta. I giudici sono venduti, 
gli avvocati sono ladri, ed il povero innocente è condannato. 

Mi hanno condannato senza sentire le mie difese. perchè ero fuori. 
Mi hanno assassinato ed io sono innocente. Giustizia di fias Alula ! 

Questa è la prima volta che caddi in colpa; ma per questa prima 
volta riconobbi quanto è fallace la giustizia umana. 



(1) Ho volato vedere se dopo 4 anni era mutato lo spirito del carcere nel 
quale io feci le indagini principali. 



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— 136 — 

Povero Barge ! Per due ciliegie che lui ha mangiato rhanuo messo 
(|ui a bocca brusca. Miserabili ! E Don pensano che loro sono i ladri 
e non noi. Un colpo di lancia in e... alla giustizia. 

Morte ai Procuratori del Ke ! Sono tutti asini. 

La libertà nessuno ha il diritto di toglierla all'uomo; i giudici 
sono tutti assassini perchè condannano gente più innocente di loro. 
Viva la libertà ! 

Un accidente a tutte le guardie di Poirino, che sono ladre e spie. 

Ma come volete che ci mettiamo a lavorare se quando lavoriamo 

quei della Questura vengono a farci perdere il lavoro? Vengono 

tutti i momenti a cercarci in bottega, ed i padroni, per levarsi d'at- 
torno quegli sbirri, non potendo batter l'asino, battono il basto e ci 
mandano via. Quanti poveri disgraziati si perdono in questo modo ! 

L'uomo deve lavorare, è vero ; ma bisogna anche che chi deve 
dargli il lavoro glie lo dia. 

Mio caro amico, ed io cosa devo dire? È la settima volta che 
entro in questa prigione da cani in 15 mesi, e sempre per la porca 
contravvenzione. La questura viene sempre a prendermi perchè crede 
che io sia un ladro, e poi il Tribunale mi manda in libertà. 

Povera Angelina, abbi pazienza ; sono disgraziato. Mi persegui- 
tano a torto perchè io non sono cattivo. Ma spero che anche questa 
volta faranno giustizia. Dà un bacio ai bimbi. 

Sia maledetto colui che l'innocente condanna. Esso ne renderà 
conto a Dio (1). 

In fior deiretà 
^ Es^er condannato qua! 

I giadici trarre costà 
Vorrei per Teternità (1). 

Colui che mi condannò è un infame; piombi su di lui un.accidente (1). 

Padre e figlio son qui rinchiusi a vergogna della giustizia umana 
che colpisce sempre ingiustamente (1) (2). 

Se mi condannano alla galera, prima di me dovrebbero andarvi 
tutti i Giudici con relativi Procuratori del Re e Cancellieri (1). 



(1) Nella celia di deposito di polizia. 

(2) Erano tutti e due rinchiusi insieme. 



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- 137- 

Mio caro Antonio: fra tre giorni sortiremo da questo brutto sito; 
è vero che ci manderanno ancora alla Questura colle manette, legati 
come cani, quantunque la nostra pena sia finita; ma quegli sbirri 
avranno poi da far con noi. Addio, a rivederci fra tre giorni. 

Pedrot. 

Se venisse un terremoto che sprofondasse tutte le Questure, sa- 
rebbe la volta che riconoscerei Dio. 

Io che ho rubato una mezza dozzina d'uova mi hanno messo in 
carcere ; i ministri che rubano tutti i giorni dei milioni hanno gli 
onori. Povera Italia ! ! ! (1). 

Senza una giustizia vera non si può vivere; ma la vera giustizia 
non è in questo mondo che si trova. Dio solo è quello che è giusto, 
e condannerà un giorno coloro che condannano noi (1). 

Amici, state allegri, che presto il nuovo Codice ci mette fuori 
tutti (1). 

E quando sarai fuori, la Questura, per farsi onore, tornerà a por- 
tarti dentro, magari senza aver fatto nulla! (l). 

Ma, santo Dio, cosa ho fatto io da farmi soffrir tanto? Sono tre- 
dici mesi che sono in carcere, e non mi fanno ancora il dibattimento; 
ma mi ammazzino che sarà meglio ! (1). 

Sono dodici mesi che mi hanno fatto il dibattimento, e mi ten- 
gono ancora per torturarmi in cella. 

Rib... Carlo. — Mi hanno servito proprio bene. 10 anni sono 
lunghi, ma fuori di qui passeranno presto. Addio e allegri, amici 
tutti. 

Se i giudici fossero più giusti, tanti innocenti non sarebbero qui 
a marcire in una cella. 

Basta aver denari, oppure una bella moglie, per essere assolti da 
qualunque colpa. 

Una bella donna sarà sempre innocente. 

Sono in questa prigicne, e cosa guadagna la società? Mi mettono 
in carcere perchè non lavoro; ma il lavoro chi me lo dà? Cosa dovrò 
fare io che non ho mezzi, che sono malaticcio, orfano e senza amici? 

Mia povera gioventù, dove te ne vai ! Dover marcire in un car- 
cere per poi sortirne inetto a tutto 

(1) In chiesa. 



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- 138 — 



IL GABCERE. 



Ho 18 anni; le sventure mi fecero colpevole più volte, e sempre 
fui rincbiuso in carcere. Ma qual correzione ebbi in carcere? Cosa 
imparai? Mi perfezionai nella corruzione. Alfonso. 

Hai ragione, Alfonso; cosa credono questi signori di ottenere da 
noi lasciandoci impoltronire per mesi ed anni in una cella nella 
stessa colpa per la quale ci arrestarono?... Luigi. 

Il voler coiTeggere un ozioso e vagabondo, ed anche un ladro, sot- 
toponendolo ad un rigorismo brutale di altrettanta oziosità, è un 
vero assurdo. 

La segregazione assoluta essendo già per Tuomo che non sia un 
Diogene la pena la più terribile che gli possa toccare, qui in Italia 
per soprappiù è accompagnata dall'ozio forzato e da una ignavia in- 
sopportabile; quindi il sistema cellulare, come da noi applicato, di- 
venta un mezzo di tortura fisico-morale indegno dei tempi nostri, 
ingiusto nei suoi mezzi, distruggendo il fine pel quale fu creato. 

Siamo soldati dell'esercito italiano; la disciplina ci portò in questo 
carcere; ma la nostra colpa non è tale da meritare d'essere uniti in 
un sol fascio coi ladri, truffatori ed assassini. 

Queste sono tombe e non prigioni, nelle quali metterei prima tutti 
i ministri, giudici ed avvocati. 

Qui giace da undici mesi un povero derelitto che la giustizia 
umana non giudicò ancora. Sia pace all'anima dei suoi spietati 
giudici. 

Io sono in carcere per te, brutto stupido, che mi hai fatto la spia; 
non credere però di salvarti quando ti rivedrò fuori di qui. 

Sono quattordici mesi che siamo assieme e sappiamo ancora 
niente. Sta allegro che o andremo in galera o in libertà. Addio. 

Fino al giorno 11 non si saprà nulla. Nell'SO saremo tutti liberi. 
Ne hanno preso altri due {parlando della banda). 

Leopoldo Bald..., soldato di Ee Umberto, è un coglione, perchè fu 
punito in causa di Giovanni detto il grande. 



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— 139 ~ 

Berti fa la spia. State all'erta e vendicatevi. 

Le guardie carcerarie sono tutti disperati che non sanno dove an- 
dare a mangiare. Io non farei quel mestiere neppure per 100 mila 
lire, eppure non sono ricco. 

Tonio. — Il Lunghin (soprannome di una guardia) mi ha fatto 
il rapporto perchè parlavo con te dalla finestra. Quel brutto muso e 
gesuita non andrà a Koma a pentirsene. 

Merda sulla faccia alle spie. 

Carlo saluta Kicu (Enrico), Dreia (Andrea) e Barmè (Bartolo- 
meo) e tutta la cricca. State allegri che saremo fuori all'alba di 
agosto. 

Tu sei quel balengo {pazzo) che in compagnia nostra ti vantavi 
di non essere un asino come noi. Sta attento di non cadere... 

Non sporcate tanto i muri, perchè vi mettono soito chiesa {cioè in 
punizione — ed è questi^ intanto^ il primo a sporcarli). 

I medici sono tutti matti. 

Oh ! che lunghe giornate e piovose. Dicono di mandarci a prender 
aria; invece ci mandano a prender la pioggia. Imbecilli ! ! ! 

Al 12 entrai in carcere, 
Al 13 ero già in punizione, 
Forse per darmi a credere 
Esser questa casa di correzione. 

Tutti i ragazzi che qui verranno si ricorderanno che in questa 
cella vi è stato uno dei loro sventurati amici, e che ha 7 berrette 
(7 anni) da fare. Addio tatti e fate coraggio. 

Maledizione al giorno in cui fui rinchiuso in questa cella, nella 
quale vorrei portare tutti i miei persecutori. 

Dicono che quei di Vanchiglia sono tutti barabba; pare che quei 
di San Donato ci diano 8 punti su 10. 

E pensare che sono condannato a stare 100 anni in questo puzzo- 
lente albergo ! ! ! 

Iota del Palazzo di Città. Vengo da Ivrea ; vado a Susa per la 
sommossa, e poi vedremo come andrà a finire. 

Ricordatevi, amici, che in questa cella è stato A. T. accusato di 
furto con falsa chiave, mentre sono innocente come Dio. Eppure mi 



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- 140 ^ 

trovo qui abbandonato da tutti, sino dai miei innocenti bambini e 
da mia moglie. 11 dolore che ne provo mi toglie la vita in questo 
doloroso carcere. 

Quando manchiamo ci mettono sotto chiesa (cella di punizione), 
e si sta malissimo; ma quando ci fanno venire in chiesa per sentire 
le prediche ci cacciano in un buco dove standoci solo mezz'ora si 
muore asfissiati. Bella chiesa! ! ! (1). 

Il miglior modo per passare il tempo in cella si è dormendo e 
mangiando; cosi il tempo passa presto (1). 

E chi non ne ha da mangiare cosa farà? Dormendo sempre si di- 
viene una marmotta (1). 

Mi dicono matto, ma sono più savio di loro, e se mi mettono 
fuori glie lo voglio far vedere (1). 

Se fossi un colombo volerei fino in America per fuggire da questo 
luogo orribile (1). 

Poveri detenuti ! Sono considerati come tante bestie ; li tengono 
rinchiusi come tanti orsi bianchi e poi pretendono che si conver- 
tano (1). 

Il nostro Be non ci viene a trovare perchè quei mas... di Ministri 
non lo lasciano venire, giacché hanno paura che gli raccontiamo 
tutte le infamie. che ci fanno (1). 

Carlo, sono al 3^ Braccio ; mandami qualche cosa da mangiare, 
perchè muoio di fame. Questi sbirri non mi danno da sfamarmi e 
non vogliono che il medico mi dia il supplemento (1). 

Toni (Antonio), ti avverto che mi hanno messo a pane ed acqua 
per 8 giorni, perchè mi hanno trovato alla finestra. È quel porco 
Scrivanello che mi ha fatto la spia (1). 

Brutto carcere di T ! Faccio voto qui in chiesa di non mai 

più tornarvi (1). 

Il nome dei veri rei sta scritto in tutti i muri di questo palazzo ; 
ma chi è innocente non scrive mai il suo nome qui dentro (1). 

In questa cella silenziosa e mata 
Io piango invan la libertà perduta (1). 

Vittorio, mi hai abbandonato? Mandami ancora la cica, perchè 
io ti voglio sempre bene (1). 



(1) In chiesa. 



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- 141 - 

Ed il cappellano non si vergogna darmi questo libro rotto, sporco 
e mancante di tutti i fogli? Esso potrebbe servirgli a pulirsi quel 
suo e rotto e sfondato (1). 

Passeggia sempre in ceUa; 
Ma qaando la vedi 
Levati la cappella (1). 

Entrando in questa cella mi vengono alla mente i più tristi pen- 
sieri (1). 

11 più furbo di tutti noi è Criv..., cbe sa farla anche agli sbirri (1). 

Cusot il bianchine è una spia raffinata ; amici , guardatevi da lui (1 ). 

Se dovessi dire perchè rubo, non lo saprei. Rubo per arricchire? 
Non lo so. Rubo per gozzovigliare? Non lo so. Rubo per vivere alle 
spalle altrui? Non lo so. Certo è che io sento una di quelle forze 
che i legali chiamano col nome di irresistibile prima di rubare; e 
poi, fatto il bottino, mi coglie il rimorso che mi agita^ mi rende 
quasi irrequieto. 

Sono un disgraziato che, quantunque giovane, temo non rialzarmi 
più moralmente, perchè è il destino che mi perseguita, ed esso mi 
dice che finirò i miei giorni in una prigione. Quanto sono sciagurato ! 

Vii.... Perd.... 



PASSIONI. 



Amore, affetto. 

Rosina! Quando potrò rivederti? Il tribunale di Pilato mi sbri- 
gherà presto? Alla fine, che cosa ho fatto? Quelle porche guardie di 
Questura sono gelose che io ti ami , ma io ti amerò sempre. 

Toio. 

Il maggior mio affanno è quello di esser lontano da te, o Peppina ; 
con te andrei non solo in una muffita cella, ma anche all'inferno. 

L'amore si sente ma non si vede ; e più lontano è da noi Toggetto 
amato più si ama. 



(1) Sopra un libro. 



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- 142 - 

Se ramore che ti porto potesse bastare per farti libero, tu saresti 
forse fuori di qui oggi stesso. Bice. 

Caro Pietro, dimmi in che cella sei e se mi ami ancora. Quando 
saremo fuori vedrai quanto ti amo. 

Esaudisci raltima 

Prece che rivolgo a te; 

Amami e poi dimentica 

Il nome mio qual è. 
Allora il sacro oracolo 

Così ti parlerà : 

Qui sta rinchioso 

Chi sempre ti amerà. 

Vittorio. 

Non si fa Tamore senza denari, perchè non c'è donna al mondo 
che ci dia i suoi favori senza darle qualche cosa (1). 

Quando finiranno per me questi giorni di pene e di dolore ? Quando 
potrò riaverli, mia cb.t^ piccia (amante), per mai più, mai piti la- 
sciarti? (1). 

Eubo perchè sono povero e perchè la mia Marietta vuole stare 
allegra. Oh ! cara Marietta, quanto mi costi già! Ho già preso tre 
berrette (3 anni), eppure continuo a rubar per te (1). 

Caro S... vorrei averti in mia cella; vorrei baciarti come una vera 
amante ; vorrei vivere solo per te, anche rinchiuso in questo carcere. 
Ma siamo disgraziati! (1). 

Tav.... del Cuor d'or 
Tatto ti dò il mio cor (1). 



Famiglia. 

Birr Stefano muore in questa cella. È il dolore di sua madre 

e famiglia. 

Maledetto vino ! Sono al mondo da poco tempo, e sono il dolore 
della mia povera madre, venendo sempre in queste mura. 



(1) In chiesa. 



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- 143 - 

Se la povera mìa famiglia mi vedesse in questo canile» sono certo 
che piangerebbe tutta. 

È morto mio fratello. Povero Carlo ! Porse sarai morto per 
colpa mia. Prega per me. 



Oscenità. 

Amore è ana scintilla 
Che parte dal cervello, 
Scende al cuore, 
E calando più basso ancora 
Si trasforma in calcano 
Alla parte posteriore 
Del mio beirano (1). 

La prima volta che eh... Emilia mi pareva aver toccato il cielo; 
la seconda il purgatorio, la terza Tinfeino, perchè divenne una vi- 
pera per la gelosia (1). 

A F... dò il mio cuore e tutta l'anima mia ; da lui voglio il suo 
bel e... (1). 

Mio caro Adolfo, ti amo e vorrei poter leccarti le punte dei piedi 
per venire poi su su sino all'albero dell'amore per baciarlo... 

Ancora 12 dì e poi sorto e vado a trovare il mio Vittorio per pas- 
sare due belle ore con lui. Mio bel Vittorio, aspettami che andremo 
a dormire insieme. 

L'unico posto dove si può menarsi la e senza esser visti, è qui 

in chiesa mentre Don M...,. dice la messa. Nessun ci guarda. 

E sotto: 

Porco, maiale, rispetta almeno il luogo ove ti trovi, e se non 
vuoi questo, almeno salva le apparenze, e non dire ciò che fai. 

Fatai destin dei versi miei ! 

In dono da te io vorrei 

Guarda le prime sillabe dei versi miei, 
Ailor vedrai ciò che io vorrei. 



(1) In chiesa. 



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— 144 — 

Se Adamo non avesse chiav... Eva, io non avrei imparato a chia- 
vare le donne (1). 

E se io non avessi chiav la Mariella, non sarei qui in car- 
cere (1). 

Poveri ragazzi! siete sempre qui, ed avete il vizio di.... sempre 
Viiccello, ed andare a bere nelle casematte, 

Biecru detto Siuìa. 

Ci fanno andare a dormire airora delle galline, che è ancora 
giorno. Cosa Tacciamo in tutte queste ore? Ci masturbiamo perchè 
non abbiamo la piccia (amante). 



Vendetta. 

Sotto un pugnale dipinto: a Edem vendicatore. Morte alla 
società inrame ». 

Ài signori Impiegati questurini e delegati di Torino, gente in- 
fame ed abbominata, piena di vizi e di magagne — un ricordo vi 
lascerò. 

Giuro vendetta a tutti gli sbirri di questo mondo, perchè sono 
tutti assassìni. 

Non mi sono mai vendicato, ma questa volta mi vendicherò 
con quel por... di Delegato. Sono 6 mesi che mi trovo in carcere 
a torto per colpa sua. 

Buj di Stura maledice il suo fratello, perchè è in carcere per 
colpa sua. Brutto assassino che non è altro. Grido vendetta (2). 

Se tu Bosina mi tradisci, quando verrò fuori ti ammazzerò, e 
poi fuggirò, perchè ti Jimo tanto e son venuto qui per te (3). 

Infame Questura, quando finirai di torturarmi? È la 3^ volta 
che mi arresti per un temperino, che tu chiami arma proibita, 
ed il Tribunale mi assolve sempre. Bada dì non stancarmi. 

Morte a tutti i manigoldi di Questura : sono tutti assassini e 
ladri più di noi. Strigelli lo sa. 



(1) Si vede chiaro che qaesti sono due accasati di stapro. 
^2) In chiesa. 

(3) In chiesa. Vera forma deU'aroore criminale misto alle tendenze omi- 
cide. 



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- 145 — 



A morte qaesta canaglia di volontari italiani ; essi sono la ro- 
vina nostra. 

Ub,... Carlo è una spia od un traditore, perchè ci ha venduti 
tutti. Amici, giuriamo vendetta. 



RELIGIONE. 



Si grida libertà di coscienza, libertà di culto, ma in carcere 
si gode solo la libertà di culo. 

I preti sono malvisti perchè sono impostori. La loro religione 
è il denaro e le belle donne, e chi non ne ha da darne loro, è 
scomunicato. 

Ci mandano a messa una volta al mese, e poi dicono che la 
religione ci deve riabilitare. Povera Italia! 

Ma chi vuol venire in questa chiesa? Hanno speso tanti denari 
per farla, e sembra una cantiDa o spelonca. Poveri contribuenti !!! 

II sentimento dell'umanità, anche neiruomo più potente, deve 
essere tale da non defraudare mai il suo simile di quei diritti 
che leggi e natura gli danno. 

La pazienza rallegra le cose tristi, e dà forza a soffrire le aspre. 

La parola di Dio ci può recar conforto, solo quando ci pervenga 
da bocca più onesta che la vostra, preti maledetti (1). 

Questi birboni di preti e frati predicano sempre la carità, ma 
non sono quei cani di portarci neppure una cicca (1). 

E predicano anche di non andar a donne, ma loro sono i primi 
a darci Tesempio colle loro Perpetue (1). 

Giuseppe mio caro, raccomandati a Dio, che ti aiuterà al di- 
battimento, e se sortiremo da questa galera, promettiamo di non 
più rubare (1). 

Dio solo è il vero giudice nostro. Sperando in lui, avremo il 
conforto del misero (1). 



(1) In chiesa. 

Palimsesti — 11. 



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— 146 — 

La carità del prete, che voi raccomandate, sta nello spogliare il 
povero per impinguar voi (1). 

Sentite come parla quel predicatore; chi non lo conosce, cre- 
derebbe che è un santo, ma io che Tho visto un giorno correr 
dietro ad una servetta, lo peso per quel che è (1). 

Se invece di declamar tanto, veniste qualche volta in cella a 
soccorrere il povero carcerato, fareste opera molto più santa e me- 
ritoria (1). 

10 non sono ateo, ma credo in Cristo, ma non a quei buffoni di 
preti (1). 

Non è vero che i preti siano ministri di Dio ; essi sono ministri 
del diavolo e vanno tutti all'inferno (1). 

Don X... (il cappellano) porta i libri di Santa Redegonda per 
convertirci l'anima, ma noi lo mandiamo airinfemo perchè è uno 
stupido. 

11 più grand'uomo del mondo fu Gesù Cristo; anche lui fu messo 
in carcere senza aver rubato. Questo è un mondo assassino. 

Presto andiamo a sentire le prediche del frate per andare a far 
Pasqua. Sarebbe meglio ci mettessero fuori, invece di tante pre- 
diche. 



POLITICA. 

Repubblica. 

Evviva Passanante! Morte a e a tutti i Presidenti. 

[ giudici e gli avvocati sono razza di dannati che hanno sem- 
bianza da cristiani ; ma sono bestie feroci ed inumane. Abbasso 
tutti, e con essi abbasso i preti, ì frati, a morte il Papa, il Re, viva 
Oberdank, Mazzini e Garibaldi. Sono in carcere per una congiura. 

DI PROFESSIONE Rb — PER LA. SUA VANITÀ E TIRAN- 
NIDE — CONDANNATO - DAL SUO STESSO GOVERNO — AL TAGLIO 
DELLA TESTA. — REGNANDO NlCHILORUM. 



(1) In chiesa. 



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147 ~ 



Comunitmo 9 socialismo. 



Gar si Dieu il est juste et si Dieu existe, il ne permettra pas que 
rinnocence soit puni et la justice fausse, les fautes des Tribunaux 
trìomphe. Mais un jour il viendia dans lequel nous pourrons, libres, 
concourir à la liberté d'opinion, de réligion et de gouvernement. 
Nous abbatterons la mensoge (mensonge) des Tribunaux, les armes 
et les armées. Gar un peuple civil ne doit pas étie partisan de la 
guerre et de la destruction (1). 
Turin, le 17 décembre 1884. 

G. V. M. 

Abbasso i preti, abbasso i frati, a morte il P..., a morte .... e 
a morte tutti i reali prenci e sterminio completo ai realisti. Viva 
Garibaldi, Mazzini, Coccapieller, Oberdank, Passanante, Orsini e 
tutti i nichilisti e rivoluzionari. 

Il meglio è vivere senza lavorare, come fate voialtri, e prendere 
il denaro e la vita. Oh, assassini a mano salva ! 

Sulla Gallerìa nazionale degli uomini illustrì, leggesi: — Ai 
miei amici liberali ! Questa Galleria Nazionale non parla d'altro 
che della preponderanza e della prepotenza dell'Austria e della sbir- 
raglia austriaca; ma mettiamoci una mano alla coscienza e ragio- 
niamo. La sbirraglia austriaca commetteva prepotenze, è vero; ma 
contro chi?... contro quelli che le volevano esser poeti molesti, 
come il Pellico ed il Foscolo ; ma poi lasciavano i poveri operai che 
nulla le facevano, in pace. Ora, le nostre guardie non fanno forse 
peggio? Non si possono forse chiamare sbirraglia infame ed assas- 
sini che perseguitano operai infelici? L'ammonizione prima non 
c'era, e la sola che l'ha è l'Italia. Altro che storie, signori inquisi- 
tori italiani ! 

W. il socialismo ! Abbasso il padrone. Né Dio, né padrone. Ev- 
viva i tumultuanti di Roma. Viva la repubblica francese. 

Audace (sic) fortuna juvat. 

Il ladro non deve aver paura. 

I ricchi rubano ai poveri, il poverodeve rubara lui (5w). Rubando 



(1) Dopo aver predicato la distrazione, finisce col dire che il popolo non 
dev'essere partigiano della distrazione medesima!? 



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- 148 — 

sì impossessa della sua parte e, se prende di più, serve per Tinte- 
resse del denaro che gli fu per tanti anni rubato prima da altri. 
Coraggio, allegri, e rubiamo. 

Avanti, avanti, avanti, con le tiaccole in mano, andiamo a bru- 
ciare tutto il mondo intero, che è buffone. 

Giovanni, Pietro, Antonio, quando saremo liberi andremo a met- 
tere il fuoco ovunque, se non ci daranno la parte nostra, a cui ab- 
biamo diritto. 

Morte ai ricchi ; vogliamo governare noi, per mandarli anche loro 
in cella perchè rubarono più di noi e la fecero franca. 



Economia polilica. 

Sul volume dell'ANSERiNi, Madri di uomini celebri, leggonsi in 
margine le seguenti due tirate del Villa, operaio socialista: 

Benissimo il saggio di quest'autore. Ma la somma quistione so- 
ciale dipende dall'estensione più o meno varia nei popoli d'energia 
applicandosi nelle industrie in genere, specie poi di quelle, le cui 
produzioni essendo naturali, dovrebbero assorbire Taccumulazione 
d'audacia e capitale. Villa. 

Ma è proprio vero? Dei mille e mille lazzaroni viventi col red- 
dito lasciato da stranieri, in massima godono i capitali a nostro 
danno. Ciò proviene dall'inerzia del bel paese improduttore, mentre 
potrebbe esserlo, e far concorrenza agli altri e vincerli, seminando 
il benessere sociale col lavoro. Tolta la miseria che abbonda, così 
l'istruzione materna avrebbe effetto nel senso il più liberale, ae7 
ratio, ben presto voluntas. Villa. 

SìiìVVnoper tutti e tutti per uno, di C. Cantù. — Si formi una 
vera repubblica e i rappresentanti del popolo appartengano alla 
classe popolare e non all'aristocrazia o borghesia ricca; si avranno 
allora immensi vantaggi: 1^ Non si avrà più da dare una enorme 
somma di 18 milioni all'anno al Be, il quale non fa altro che fir- 
mare attiche i Ministri gli presentano; 2^ L'operaio essendo meglio 
rappresentato, naturalmente non gli mancherà più lavoro e sarà più 
pagato; proteggeranno più l'industria nazionale; saranvi meno 
furti e meno grassazioni, e naturalmente molto meno spese, di 
cui la più ingiusta ed importante sono i 18 milioni annui che si 
danno al Ile. 



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— 149 - 

La nazione più ben governata è quella che ha meno ladri. Volete 
abolire i ladri ? Procurate che Toperaio ed il contadino non man- 
chino di lavoro, die siano meglio pagati ; allora si troveranno con- 
tenti e non imprecheranno più contro al Governo, per conseguenza 
faranno il loro dovere e non saranno più spinti al mal fare. 

(Entrambi i perìodi furono scritti con una punta di ferro, 
dopo un capitolo intitolato: Considerazioni sullo spirito coope- 
rativo). 

Contro le Società di mutuo soccorso. 

Queste Società servono a nient'altro che ad offrire nuovi impieghi 
a scribaccini, quasi che quei governativi non fossero più che suffi- 
cienti! Oltre a ciò^Toperaio a 2 lire o 50 soldi al giorno, pagando 
un franco e mezzo al mese, formano, fra molti insieme, dei grossi 
capitali, che servono poi a dare da 4 a 5 lire al giorno ai detti im- 
piegati, che si fanno presidenti^ segretari, soci aiutanti e mangioni. 
Dunque, queste Società di mutuo soccorso lasciatele perdere. 

(Scritto dopo un capitolo intitolato: Ammissione e ricognizione 
di Soci e Governo). 



Ironie, imprecazioni, occ. 

Vi auguro a tutti di essei'e ladri pubblici ed allora sarete liberi 
cittadini ed anche uomini utili alla società, e sarete decorati di una 
medaglia di beneficenza o di una croce da cavaliere. Questo qui 
(jHirla del libro di Saturnino, che fu un implacabile censore del 
Governo, passato neW opposizione, perchè stato rimosso dall'ani- 
ministrazione delle Gabelle) fu un ladro pubblico; ma io sono 
soltanto un brigante privato, perchè se fossi pubblico non sarei qui. 

Mai avrei creduto che dopo il carcere sarei stato un uomo per- 
duto e schiacciato dalla società. 

Perchè quei che portano le brache di tela si trattano in un modo 
e quei che vanno vestiti di fino e portano guanti gialli si trattano in 
un altro? 

Perchè i primi si chiamano ladri, gli altri si dice che hanno com- 
messo un'appropriazione indebita? Tutte e due le classi non hanno 
forse contravvenuto al &^ comandamento, dove si dice, in una pa- 
rola, non rubare? 



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- 150 - 

In Africa, per respingere il nemico, hanno messo fuori le mitra- 
gliatrici, ma nel più bello queste hanno fatto fiasco; e con le mitra- 
gliatrici hanno lasciato anche i fucili. Evviva l'Africa italiana!!! 

Morte alla costituzione! Bisogna scucire le camìcie nei fianchi e 
nelle maniche, e così si respira. 

Morte a U... re e papa. 

Abbasso il Ministro Grispi... e tutti gli altri mangioni. 

Vogliamo il suffragio universale. Abbasso i prepotenti. 

Si vuol andar in Africa? Ci mandino tutti noi invece di lasciarci 
marcire in un cesso. Il Governo troverebbe il suo tornaconto. 

Ai tempi di Napoleone I non vi erano carceri, tutti erano soldati 
e galantuomini. 

Se io fossi Boulanger, metterei il mondo in aria in due giorni. 
Evviva la Comune di Parigi. 

Non vogliamo perchè non fa leggi giuste. 

W. la Regina. 

I dolori del popolo provengono dalle leggi ingiuste che si fanno. 
Se il r... fosse un galantuomo, manderebbe al diavolo tutti i Ministri 
che sono tanti ladri. 

Viva l'Africa! 

Dicono che l'Italia è libera: un corno, ci tengono a marcire qui. 
Porci tutti. 

W. la Francia ed i borsaiuoli che sanno fargliela... 

Nel 1890 Boulanger metterà in aria tutto il mondo, e anche l'I- 
talia lo seguirà. 

E voi, signori Ministri politicanti, venite qui a trovarci, e vedrete 
che per i poveri carcerati avete fatto un e... di niente. 

Invece di tanti discorsi, se i deputati, che chiamano onorevoli, 
pensassero a far leg^i buone e giuste, le carceri non sarebbero tanto 
piene. 

La vera politica del Governo sta nel fare il bene del popolo che 
sofi're per dar da mangiare ai Ministri. 



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- 151 — 



La vita militare. 



Sta male che il militare sia frammischiato coi ladri^ cogli assas- 
sini, coi truffatori. Il prestigio militare in faccia alla società ne 
scade assai. Si pensi a questo scandalo. 

Soldati^ — Qualunque dica, la vostra collera è più compatibile, 
perchè la ferrea disciplina, l'asprezza, la mancanza di libertà, la 
lontananza dalle vostre case, talvolta l'invincibile avversione alla 
vita militare vi inasprisce, vi turba, vi avvelena, vi soffoca i piti 
santi affetti e vi toglie quel sentimento della dignità personale. Chi 
ciò non ammette è un uomo egoista, superbo e senza cuore. 

Io sarò felice quando avrò denari, salute e libertà. 

Ed un altro vi ha scritto sotto: 

Io invece lo sarò quando, fuori dello stabilimento di pena e ces* 
sato il militare servizio, me ne andrò a casa mia, a mangiarvi anche 
solo pane e cipolle. Viva la libertà! 



EPIGRAMMI (1). 



Dans an moment de presse 
L'homme le plas amonreux 
Prófère le tron da lieu 
À celili de sa maitresse. 



Il colmo della ghiottoneria è quello di leccare i piedi ad un ebreo 
poiché dicono che questi hanno i piedi dolci. 

Quale sarebbe l'impresa piìi gloriosa d'un poliziotto ? 
Arrestare un treno direttissimo dove vi sono i Ministri. 



(1) Troyati in chiesa. 



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APPENDICE 



BIOGRAFIE. 



Yita Al nn colpeTole ma sventurato scritta da lui medesimo (1). 

Mio padre, uscilo di nobilissima casa, s'invaghì d'una povera Tan- 
dulia d'anni 14, se la menò in moglie. Da queste nozze non pan'i 
nacqui. 

Mio padre sprecò assai, nacque, visse e morì con luUe le comodità 
della vita. 

Un giorno, secondo il solilo, venne il panattiere; e questo aveva il 
mal vezzo dì sedersi e dormire, sicuro del suo pane in casa nostra. Io 
davanti alla cesta coll'acquolina alla bocca osservava que' bei panicini 
da un soldo, e sembrava m'invitassero a mangiarne. L'uomo era tran- 
quillissimo, dormiva saporitamente; il mio cuore batteva forte Torte. 

Uia madre, mia nonna e la zia, erano in un salotto che lavoravano; 
io, in cucina davanti al quadro descritto che mi tentava. Dopo d'aver 
indugiato alquanto, mi sono avvicinato, poi allontanato, torno a con- 
iemplar quei panelli da vicino... guardo ancora il dormiente; poi, tutto 
ad un tratto, senza saper resistere al movimento che mi trascina, 
prendo il paneltino e via me n'andai in camera mia e presto presto 
mi misi a sbocconcellare quasi senza neppure masticare. Non ne aveva 
inghiottito la terza parte, che mia madre mi chiama. Io non posso su- 
bito rispondere, perchè mezzo ingozzato; la nonna viene, s'accorge 
che ne aveva fatto una delle mie; mi prende per mano e mi conduce 
tutto sbigottito davanti a mia madre. 

La scuola era poco lungi della casa ove abitava; perciò, io e due altri 
ragazzi minori di me che pure slavano nella medesima mia porla an- 
davano senza essere accompagnali: aveva circa dieci aiìni ed era il 
maggiore, quindi mi avevano fatto responsabile dei due piccoli confi- 
dati in mia custodia. 



(1) Devo questo singolarissimo palimscsto airegregio Dott. Magni, medico 
del Cellnlaro di Milano che me ne fece an dono. 
PaìimsestL — 12. 



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- 154 - 

Diverse volle, tra noi, avevamo parlalo del piacere che proveranno 
coloro i quali vanno ai nuolo; noi non eravamo capaci di nudare, ma 
certo, pensavamo essere piacevole anche lulTarsi in un'acqua bassa. 
Per abbreviarla, dirò che un giorno abbiamo lasciato vuoti i nostri 
posti nella scuola, per andare ai Tre merli (eravamo proprio tre merli). 

Un venerdì, un bravissimo giovinotlo, mio amico, che mia madre 
aveva pure in tale considerazione, avuto due' biglietti del lealro filo- 
drammatico, col permesso di mia madre ci siamo andati. Di quanto ora 
racconto, il patrigno non venne a cognizione perchè lontano di Milano. 
Finito il teatro, quietamente ritornavamo, ed il compagno siccome 
maggiore d'età mi accompagnava a casa, essendo anche il patto fallo 
con mia madre. Poco lungi dalla casa ove io abitava, eravi un piccolo 
caffè (ora trattoria, credo della Stuella). L'invitai a bere un mezzo ca- 
pilèr. Si entra, si ordina, siamo serviti, si beve, poi misi mano al bor- 
sellino per pagare le due bibite per gratitudine d'avermi condotto al 
teatro ed accompagnato a casa ; ma lui non voleva ad ogni costo ch'io 
pagassi. Ebbene, dissi, faremo all'undici a chi tocca pagare. Accetta, 
e ci mettiamo a giuocare. Il borsellino che avevamo tratto prima per 
pagare era rimasto sul tavolino. Non erano passati due minuti, che 
lutto ad un tratto si spalanca l'entrala ed un Commissario e due poli- 
ziotti entrano. In quei tempi facevano spesse visite quei signori. Il 
primo con ambo le mani prende i nostri due borsellini, chiedendoci 
in pari tempo che giuoco facevamo. Il mio compagno estatico, come 
tutti, di simil scena, rispose: si giuocava un mezzo capilèr all'undici: 
A Milano allora, ed anche credo al presente, ben pochi sapevano e 
sanno sia l'undici proibito ; e noi pure eravamo nel numero di quelli 
che lo credevano giuoco permesso; ma la nostra dichiarazione riuscì 
vana. Il Commissario, contò in presenza di tulli gli altri avventori, e 
del caffettiere accorso in quel punto, i pochi centesimi che voleva a 
noi sequestrare; importo totale nientemeno che centesimi otlantasei fra 
tutti e due; poi si prese la licenza da caffè, e chiedendoci a noi due le 
nostre generalità, se n'andò, credendo d'aver fatto chi sa cosa. Il caf- 
fettiere era fuor di lui, perchè alla mattina del giorno dopo, non po- 
teva aprire il negozio. Noi due, dolenti d'essere volontaria causa di sua 
disgrazia, avevamo perso la parola. Peraltro ci confortava aver sentilo 
dire da certuni, esservi un'antica ruggine. Irà il caffettiere ed il Com- 
missario; ma intanto eravamo in ballo anche noi due; ed il diverti- 
mento teatrale si converti in dispiacere. Però non me ne faceva gran 



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— 155 — 
sorpresa, sapendo già come finivano tulle le cose mie, tulli i miei di- 
vertimenti. 

Ognuno può immaginarsi il dispiacere di mia madre, quando, simu- 
lando indifferenza, e sorridenti, le abbiamo raccontalo tutto. Il giorno 
dopo, chiamali al Circondario, dichiarammo ciò che avevamo detto; 
cioè non sapere essere Tundiri giuoco proibito. Ài caffettiere fu ritor- 
nala la licenza; ma, mi dissero, gli costò lire austriache 24, perchè al- 
lora tutto si contraliava: a noi diedero il fatto nostro, dicendoci che 
fra qualche giorno saremmo chiamali a S. Antonio, cioè alla Pretura. 
Infatti ci venne l'ordine di comparire, e fummo condannati di rimanere 
otto giorni in casa. Promettemmo restarci; ma il mio amico ne fece 
nessun calcolo, ed ogni giorno veniva da me, dandomi la baia, perchè 
non sortiva. Dopo cinque giorni, assicurato dal compagno stesso che 
nulla di peggio mi sarebbe capitalo, andai in sua compagnia a fare 
una passeggiata, avendomi anche detto mia madre: Fa quel che vuoi : 
io né ti proibisco, né ti permeilo. Andai. Mezz'ora dopo la mia sortita, 
un agente di polizia domandò di me. Mia madre gli disse che in quel 
giorno solo, come era vero, e precisamente in quel punto fossi sortilo 
per prendere una boccata d'aria; accompagnando quelle parole con 
lire 3: ma chi sa quanto pretendeva quel birresco campione, per non 
fare rapporto della mia mancanza. 

Due giorni dopo, chiamato nuovamente alla Pretura, lo stesso che 
mi ingiunse di rimanere olio giorni in casa, mi disse: Ella si è mostrata 
ingrata, airusatogli riguardo, col trasgredire a quanto le aveva ordi- 
nato. Peggio per lei; ed in cosi dire, suonò il campanello, comparve 
il portiere, questi chiamò il custode delle carceri, il Pretore o chi per 
esso, gli diede un biglietto, e mi disse che doveva rimanere in quelle 
carceri per quattro giorni. Oh ! Dio, anche questo mi doveva succedere. 

Studiava da prete, perchè eravi un vantaggiosissimo benefizio, ma 
giunto alPetà d'anni 19, m'accorsi che non era mia vocazione; e mia 
madre slessa, spesso mi ripeteva: È meglio un buon secolare che un 
cattivo prete; ed invece non sono riuscito né Tuno né l'altro! Lasciai 
quella carriera, e fui messo presso l'istituto diretto dal signor S... 
ragioniere Giuseppe, abitante via Torino. Feci pochi progressi perchè 
sognava sempre il teatro; e mia madre mi diceva: Conosco il trotto 
e l'andar del mio poledro. Hi parlava molto male dei comici, e li chia- 
mava pagliacci. Io zitto, lasciava dire, o rispondeva con monosillabi, 
dandole sempre ragiono, per non affliggerla. 



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- 156 — 

Avrei dovuto già averne parlato di certi embrioni di furti, ma per 
la vergogna di conressarli, ho difTerito più che ho potuto. Ora non 
posso più tacerli. — Quando solo me n'andavo a fare qualche pas- 
seggiala, e vedeva in qualciìe negozio dei bei fruiti, cominciò la ten- 
tazione d'ingannare il prossimo. Di questi embrioni di furti (i) ne 
citerò uno a mo' d'esempio per tutti gli aliri. Voleva appropriarmi 
una mela? mi avvicinava ad un banco, o meglio, entrava in un ne- 
gozio di tal genere, purché vi fosse per venditrice qualche vecchia, 
ne comperava una delle più belle, e ne intascava due od anche tre 
dell'altra cesta, secondo l'occasione; ma la mela comperala, l'aveva 
pagala bene, cioè quanto mi si chiedeva, ed era sempre un prezzo 
esorbitante, credendomi ricco signore, ed io come tale pagava, con- 
tento di quella contentezza che prova l'ingannatore. L'uso poi che ne 
faceva di quei frutti, eccolo: La più bella mela comperala, la dava 
a mia madre, con un mio secondo fine, che già v'immaginerete; cioè 
pel mio interesse; e la mamma la riceveva con manifesto piacere; 
sebbene anch'essa conoscesse che quel regalo non era disinteressalo. 
Quelle poi trafugale, che per solilo erano piccoline, le donava a qualche 
povera bambinella per la strada, perchè quel frutto a me non piace. 
Se poi erano pesche, od altri frulli di mio aggradimento, dato sempre 
il più bello a mia madre, quell'uno o due rubali, me li mangiavo. 
Non sempre era fortunato nel trafugamento; ed allora pagava il prezzo 
che mi si chiedeva anche di quelli; restando vergognoso ed umilialo 
per le parole che mi si diceva; e lutto confuso me ne andava per mai 
più ritornare, non solo in quel negozio, ma per un tratto di tempo, 
neppure passava per quella contrada. Di questi embrioni di furti, ne 
ho fatto fino a tutt'oggi (novembre 4885), e questi mi hanno fatto 
chiaramente conoscere essere proprio una monomania la mia ; si creda, 
noy è veramente tale. Forse fra lutti i miei lettori non vi sarà alcuno 
che creda a questo male, a questa forza irresistibile. 

Non crederanno, perchè non posso immaginarsi qual genere di pia- 
cere (i) può provare un uomo che si abbandona a simili brutte azioni. 
È un piacere però che sfuma nell'atto istesso che si sente, per lasciar 
posto ad una assai lunga agitazione. Se uno non sa scacciare la prima 
tentazione, ne ha per tutta la vita; almeno così fu di me (3); se poi è 



(1) Li chiama embrioni!! 

(2) Come è provato qui ratavismo e Tacccsso impulsivo epilettoide! 

(3) Ecco il punto d'incontro del criminale-nato colPinfantile e coiroccasionale 



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- 157 — 
un povero mio pari, è rovinato per sempre ed infamalo. Io non so tro- 
vare parole, per lasciare almeno un dubbio deiresistenza di questo 
male; come pure non saprei che rispondere, se da taluno mi si di- 
cesse: Tu sei fumatore; ma dimmi, qual gusto ci trovi colla pipa o 
col zigaro fumando? Ti ricordi la prima volta che dopo di aver man- 
giato, hai messo fra le labbra una paglia d'un zigaro virginia, quanto 
male ti ha fatto?... pure non hai smesso, anzi, pochi giorni dopo 
con un mozzicotto acceso, provasti un male maggiore; e sebbene co- 
noscesti che ti faceva difello questo vizio per la salute e per la sac- 
coccia, pure a poco a poco arrivasti a segno tale, che ora più non 
puoi astenerti. Oh! sì, io non ho snputo combattere, mi son fatto 
schiavo di quesii vizi, sebbene mi abbiano procurato gravi malanni. 
Caro lettore! perdonatemi anche questa digressione, e continuo. Se 
non prendeva frutti, intascava qualche altra cosa alla portata della 
mia mano; come sarebbe : forbici, ditali, gomitoli, calza incominciata 
finita, qualche pezzuola, e perfino una volta m'appropriai uno straccio 
di cinto incartato, che lasciai poi nella vicina chiesa presso alla frut- 
laiuola cui l'aveva rubato. È però vero ch'io credeva contenesse qual- 
cosa di buono. Qualsifosse l'oggetto, non ne ho mai ricavato alcun 
profitto; regalava tutto a qualche povera donna, dicendole d'averlo 
trovato. Dicendo così, non era totalmente una bugia, ma qualche 
cosa di peggio. Se i)oi era cosa di nessun valore la gettavo. 

Un giorno secondo il solito, aveva regalato a mia madre una bella 
pesca; era delle prime, ma proprio bella, l'aveva pagata trenta o 
quaranta centesimi; due altre piccoline rubate stava mangiandomele 
con un pezzo di pane. Mia madre mi domandò quanto le avessi pa- 
gale. Mi confusi un po', bisogna dire avessi cambiato di colore, mia 
madre mi guardò fisso un momento senza parlare; io cercai di rimet- 
termi, e dissi di aver pagato la sua cent. 40 e le mie due venticinque. 
Mia madre in quel punto non era quieta, ed io arrabbiato con me 
stesso. Quel giorno non mi parlò più. Il di seguente mi diede il puro 
prezzo della pesca e mi disse di non comperarne altre, ch'ella più 
non ne voleva perchè costavano troppo. Quel costavano troppo^ lo disse 
in un modo che mi mortificò assai. Per diversi giorni se comperava 
qualcosa, non dava ciò che mi si chiedeva, ma contrattava, vale a 
dire non rubava. Due giorni dopo il fatto della pesca, durante i quali 
mia madre si era mostrala con me di una certa qual sostenutezza, 
mi disse ciò che le tante volte aveva detto anche all'altro mio fra- 



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— 158 — 
telio: Nulla sia uo mistero per la madre vostra!.... Io era II li per 
manifestarle ciò che mi straziava il cuore. Buoua, amorosa, prudente, 
m'avrebbe tolto dall'abisso, sull'orlo del quale m'avventurava. Ebbi 
torto nel temerne il disprezzo o lo sdegno.... in quella sua anima 
angelica avrei trovato compassione, mansuetudine e soccorso... Feci 
assai male allora a non raccontarle tutto, come l'aveva fatto col con- 
fessore; oh! si, sarebbe stalo assai meglio confidarmi con mia madre. 
Fui un incauto, lo conosco. Dopo qualche giorno ritornai alla mia 
colpevole compera, lo non potei, io non posso fare a meno. Oh! le 
vecchie abitudini sono tenaci. 

Invano fra i pianti e i sospiri, ho domandato al Signore la grazia 
di non più commetterne. Chi sa spiegare questi stravaganti misteri 
del cuore umano?... A discacciar qualunque scrupolo dell'animo, pen- 
sava che qualche altro ne aveva fatte di peggio. Nel vedere in altri 
che passano per galantuomini dei vizi ed azioni molto peggiori della 
mia, è per me tentazione a persistervi e credere tollerabili le mie. 
Perdonatemi se sono troppo ardito nel dire simili parole. 

In quel teatrino eravi un sipario tutlo rappezzato, e più non si cono- 
sceva cosa eravi dipinto. Proposi ai soci di farne uno, ed io stesso mi 
incaricava dell'esecuzione. Unanimi dissero lo facessi, e credeva che 
poi tutti cooperassero alla spesa ch'io doveva fare. Dal mio droghiere 
comperai carta, colori e pennelli necessari, facendo un debito di circa 
L. 4, e subito in compagnia d'un mio conoscente il quale mi aiutava, 
eseguii in casa di mia madre il lavoro. Finito, lo feci portare in tea- 
trino; tutti dissero: bello, bello, ma nessuno mi chiese quanto avevo 
speso: e cosi quel doppio bello fu il pagamento. Passavano i giorni 
ed il droghiere con buone parole mi fece intendere pagassi il mio 
debito; edera mio dovere il farlo; ma danari non ne aveva abba- 
stanza, gli diedi una lira a conto, pregandolo aspettasse ancora qualche 
giorno la rimanenza. Passarono circa altri 20 giorni, e la faccia del 
droghiere non mi piaceva. Eranvi in teatrino dei moccoli di cera; e 
senza che la mia coscienza mi rimordesse li presi, e venduti ad altro 
droghiere per cent. 80, diedi anche quelli in acconto al mio creditore. 
Si seppe ch'io fui l'autore del furto dei moccoli, come essi dicevano ; 
svergognato mi allontanai da quella società, considerato come un ladro. 
Sì. ladro, perchè i soci non avevano fallo il proprio dovere. Mia madre 
pagò il danno dei moccoli, ed il debito che ancora aveva col dro- 



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— 159 — 
ghiere, cioè più di L. 3, senza contare che cinque o sei giorni, colui 
che mi aveva aiutato nel lavoro, mangiò a tavola con me. 

Scordai subilo i miei passati dolori, mi credeva felice, avrei voluto 
abbracciare quel sant'uomo che mi dava pane; avrei voluto abbrac- 
ciare per due motivi anche quella buona donna che come una fata 
in poche ore mi aveva fatto tanto bene. In quel giorno il mio prin- 
cipale mi fece scrivere lettere diverse, ed alla sera, come mi aveva 
già detto, andai sulla carettella alla stazione. O^ni giorno passava da- 
vanti a quella porla, cui mi era inibito oltrepassarne la soglia. Quel- 
l'uomo che mi aveva senza ragione scacciato, sempre mi vedeva. 

Dopo quattro mesi circa ch'io occupava quel posto; il signor R... 
accettò la rappresentanza del signor H... il quale aveva l'impresa delle 
carceri. Il signor R... affidò a me il magazzino carcerario, aumentan- 
domi lo stipendio di L. 10. Disimpegnava I miei obblighi con vero 
amore e gratitudine. Olire al servizio carceci, alla sera doveva sempre 
andare alla stazione pei motivi sopra indicati. 

Oh Dio! anche qui siamo giunti alla solita conclusione (1) delle cose 
mie. Il facchino del magazzino carcerario, mi aveva pregato gli im- 
prestassi un materasso e due lenzuoli per suo uso. Io senza farne pa- 
rola al signor R Io favorii. Per altro non credeva d'aver fatto 

alcun male, né recare all'impresa alcun danno. Io solo era respon- 
sabile di quanto mi venne consegnato. 

Un giorno, fatto il cambio ai detenuti della biancheria, aveva fatto 
mettere i quattro o cinque grossi involti che contenevano la sporca, 
sotto alla porta, cioè precisamente vicino alla guardina. 

Alla mattina del giorno dopo, il facchino in mia presenza e del la- 
vandaio, la numerava ad alta voce. Ne mancavano due, e per tre 
volle si ripelè l'operazione; ma sempre i due mancavano. Non era 
la prima volta che mi era accorto vi fosse una mano ladra; ma an- 
cora non ne aveva fallo parola con nessuno. Quella volta però feci 

rapporto al signor R Alla sera vado a casa, e quattro o cinque 

individui mi circondano, e si fanno conoscere per agenti di polizia; 
io li credeva ladri. Vogliono che li seguili, e senza dirmi di più mi 
condussero in carcere. 

Chiuso in un camerotto con quattro ladri (cattiveria usatami dal 



(1) Attrìbaisce agli altri quel male dipendente da lai stesso. 



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^ 160 - 
capo-secondino). Diverse guardie sì mostravano allegre, contenie di 
vedermi sotto chiave : come giubilavano ! 

A 28 anni il mio cuore cominciò a battere per una donna. Le 
avevo poslo una grande afTezione e concesso una grande famiglia- 
rità. Credeva d'aver incomincialo per celia ; ma presto conobbi che 
si trattava per davvero. Oh ! come sapeva ben mentire quella sedut- 
trice! come mi conosceva bene! Il primo giorno ch*io la vidi i miei 
occhi rimasero appiccicali sul suo viso ; mi aveva a/Tascinato. 

Non si creda però ch'io voglia addossare la colpa delle truffe falle 
in quel tempo su quell'infelice. No, le avrei falle anche senza l'a- 
mante ; solo le avrei forse differile di qualche mese. 

Alla visila milit&re (italiana) mi dichiararono inabile per graci- 
lità: ne provai piacere e dolore nello stesso tempo. Piacere, per go- 
dere un po' di libertà; dolore, pensando all'avvenire. 

A questo punto della mia storia, se non avessi fallo una irrevo- 
cabile decisione di dir tutto, non vorrei parlarne di quelle truffe ; 
perchè con quelle aveva raggiunto 1' apogeo del male da me fatto. 
Tacerò solo il modo con cui le ho commesse, onde non succeda a 
qualche sventurato ciò che successe a me, sentendo discorrere del 
modo coi quale diverse persone restarono ingannate da un mariuolo, 
ed io avendo bisogno di danaro, ci pensai tanto, d'arrivare al punto 
di farne la prova, e ne commisi varie. Non mi spiego più chiara- 
mente pel motivo più sopra indicalo. Dirò solo che tulle le commisi 
nel medesimo modo. Il ciclo sa pure quanto volentieri vorrei dare 
a ciascuno da me danneggialo il fallo suo. 

Prima di commetterle mi sentiva bene, mi trovava in tulio il vi- 
gore della vita ; contento, che quasi aveva dimenticato la schiavitù 
passata, i dolori e le busse. Solo pensava quanta maggior consolazione 
se avessi avuto ancora mia madre. Facendo quelle truffe, in pochi 
mesi crasi operato in me un notabile cambiamento di carattere; era 
divenuto sfacciato, mi dimenticai di Dio, faceva continui disordini (i) ; 
non era ammalato, pure stava male. Io credo che sul mio viso si po- 
tesse vedere la coscienza del male che faceva. La notte poi, che agi- 
tazione! Quante volle inondava di lagrime il guanciale: era proprio 
pianto, mi stancava il petto coi sospiri. Accendeva il lume por ve- 
dere il danaro rubalo, osservava qualche oggetto comperato con parte 



(1) Ecco la criminalità-nata chiaramente stabilita. 



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- 161 — 
di quel denaro. Mi era oramai fallo una consueludine di fare simili 
trislissime azioni; lanto è vero che l'abito di qualsiasi specie, come 
ogni assuefazione, diventa a lungo andare quasi una seconda naturo. 
Anche questa è una sentenza di un bravo letterato. Se poi sentiva 
aprire la porta di strada, oh ! come mi pareva incomportabile par 

lìmenlo quanta agitazione! credeva venissero per arrestarmi. Dio, 

senza invocarlo, mi ha salvato dal snicidio. Mi trovava sempre in 
una disposizione d'animo afTatlo strana... come era sempre eviden- 
temente di malumore, distrallo e cogitabondo. Chi mi vide in quei 
quindici mesi di truffe restava estatico. Erano visibilissime te traccìe 
sulla mia persona. Le guancie sì erano disseccale, quasi arse dalle 
tante lagrime versate di notte. 

Non dirò delle tante visioni, delle più fantastiche e inverosimili. 
Avrei voluto lasciare Milano e non più commetlerne; ma pensava 
agli obblighi ch'io aveva verso la mia amante. Amare come io amava 
ed abbandonarla (perchè non poteva seguirmi), non vederla più!... 
Chi ha veramente amato potrà dirlo se sia martirio!... Al mattino, 
vedendola, finiva per persuadermi non essere capace di quel gran 

sacrificio Arrivò quel fatai giorno, V luglio 1861, che ad ogni 

costo doveva venire... il mio arresto!... diviso da colei che io tanto 
amava e che era divenuta per me non solo un bisogno, ma una fu- 
rente passione: separato da colei senza speranza di riavvicinarmi... 
Stolto ch'io era; si, stolto, perchè conobbi in quell'occasione che 
l'innamorato era io solo... Meno male, me ne consolai, conoscendo 
che la medesima si consolò subito con un altro, a meno che prima 
si consolasse con due. Dal canto mio ringraziai il Signore, sapendo 
ella essere tanto ìndiflerente alla mia disgrazia: cosi soffrii meno. 

Con sentenza 28 agosto 1861 dal Tribunale corri zionale di Milano 
Tui condannato a tre anni e cinque mesi di carcere, al pagamento 
delle spese processuali e a L. 656 di multa per le truffe qui sopra 
accennate. 

Pochi giorni dopo mi sentiva assai bene, cioè, voglio dire, era 
cessata quell'agitazione che continuamente mi tormentava. Il pane e 
la minestra del carcere trovava eccellente ; prima i piatti più squi- 
siti mi erano indifferenti, quasi mi ripugnavano. Il saccone mi pro- 
curava i più bei sogni ; e prima un soffice letlo non mi permetteva 
di chiuder occhio. Insomma, qualche mese dopo venne mio fratello 
a trovarmi e quasi non mi riconobbe, tanto mi era ingrassato. Nel 



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- 162 — 
dicembre dell'anno stesso fui Iradotlo a Saiuzzo (Piemonte) per scon- 
tare la meritata pena. Per la mia buona condotta in quella casa, 

dietro proposta dell* illustrissimo signor direttore Can , ottenni 

grazia sovrana di cinque mesi ed il condono delle L. 656 di multa. 
Ohi quanta bontà, quanta clemenza!... 

Quella prima condanna (non tenendo calcolo dei quattro giorni 
passati alla Pretura) la considerai come un profondo cauterio sulla 
piaga sanguinante prodotta dai denti di un cane idrofobo, perchè 
mi ha salvato da un male maggiore. Quando sortii da quella Casa 
giurai di non più commettere truffe, e non venni meno al mio giu- 
ramento. 

Ella è pur dolce la libertà!... Il carcerato che dopo più o meno 
lunga detenzione ritorna nel seno della società, senlesi battere il 
cuore forte forte per quell'arcana, ineffabile, misteriosa potenza di 
affetto che lo lega a qualcuno. Anch'io dopo la prima pena provai 
per due o tre giorni questo piacere; ed in seguito, dopo aver scon- 
tata la pena, per qualche ora mi sentiva uu po' sollevato. In quella 
prima sortita poi mi commuoveva la gioia che allietava in quei giorni 
l'Italia tutta. Ho provato, ripeto, anch'io questo dolce effetto ; ma, 
ahi ! troppo presto pass6, ed una triste realtà mi era riserbata. Fin 
d'allora vedeva con ispavento lo scoglio inevitabile contro il quale 
io andava ad infrangermi... 

D. Giovanni S , direttore del Patronato per gli adolescenti 

liberati dal carcere, per allora mi ha salvato: mi fece ottenere un 
passaporto per Verona e mi diede una discreta somma di danaro 
(credo L. 60) e dei consigli ; ed io me n'andai in quella città. Il 
Veneto era ancora sottoposto all'Austria. Eravi in quell'anno (1863) 
in quella slessa città un gran lavoro, dove erano occupate diverse 
centinaia di uomini. 

Voglio far conoscere quanta buona opinione avessero di me quegli 
stranieri. Negli ultimi giorni che rimasero in quella città, il signor 

M , ragioniere, mi incombenze d'accomodare circa fiorini 70,000 

in tanti pezzi di i\i slessa moneta entro cinque cassoni, per essere 
spediti a Trento (Tirolo italiano). Io era solo in quel camerone e 
con quel ben di Dio, e non me ne approfittai neppure d'una di quelle 
monete. Non feci né più né meno del dovere d'un vero galantuomo ; 
ma lo dico solo per far conoscere che un pessimo soggetto, capa- 
.cissimo di qualsiasi mala azione, ladro esperto, come mi si vuol far 



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- 163 — 
credere, si sarebbe comportato in si favorevole occasione 3olto ogni 
riguardo in ben diverso modo. Un ladro esperto si sarebbe fatto 
una posizione. Ha io invece, facendo quelFoperazione, non faceva 
che versar lagrime, ma lagrime di consolazione perchè si fidavano 
tanto di me. 

Era l'ultimo giorno di carnevale: tutti sembravano felici, tutti al- 
legri; io solo soffriva... Hi azzuffai coi bicchieri per scacciare per 

qualche ora i tristi pensieri... mi ubbriacai quello che allora 

avvenisse di me lo seppi il giorno dopo dal mio giudice inquirente. 

Per furti semplici dal Tribunale di Hantova fui condannato a sei 
mesi di carcere (aprile 1869). 

Arrivato a Venezia, senza conoscenti, a nulla approdarono i miei 
sforzi per trovare d'occuparmi. Se fossi andato in altra città sarebbe 
stato lo stesso. 

Un giorno era fermo davanti una vetrina d'orefice al ponte di 
Rialto: osservava un grazioso anellelto che a mia cognizione non do- 
veva costare assai. Era mia intenzione farne la compera per rega- 
larlo a persona cui aveva dei doveri. Mi si creda, non aveva alcuna 
intenzione di far male, non avendo in quei giorni neppure bisogno 
di danaro. Entro nel negozio, me lo mostrano, lo provo sul mi- 
gnolo e credo possa andar bene alla persona cui voleva destinarlo. 

Ora accadde, per uno di quei casi strani, i quali, forse, come tutte 
le cose della terra, obbediscono ad una volontà superiore, che l'o- 
refice aveva dimenticato la vetrina apertj, ed un ragazzetto a piedi 
scalzi allunga la mano e si appropria un astuccio conlenente un paio 
di boccole ed uno spillone. Io vidi, ma l'orefice non s*accorse. Tanta 
era la mia agitazione in quel momento, che per ben tre \olte mi 
cadde l'anello che teneva in mano. Il ladro se ne era andato. Io 
pure me n'andai, dicendo all'orefice stesso che sarei ritornato a com- 
perare l'anello, non avendo in quel momento presso di me il danaro 
occorrente. Giunto in una piccola calle, senza mai rivolgermi, il 
ladro, che mi aveva aspettato e seguito, disse: 863. Era quello il 
numero ch'io portava sul braccio a Saluzzo scontando la mia pena. 
Udire quel numero e non poter astenermi di rivo-germi fu un punto 
solo. € Non mi sono ingannalo, mi disse colui che poco prima aveva 
rubalo l'astuccio; là ci siamo conosciuti». Io lo guardava: sembra- 
vano non averlo mai visto; ma quello con altre parole mi persuase 
avere lui pure scontata una pena nella Casa stessa. 



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- 164 — 

Per farla corta, mi domandò s'io voleva incaricarmi della vendila 
di quegli oggetti d'oro. Ho Tatto assai male accettare rofTertami com- 
missione ; ma pensai che alla peggio, anzi, alla meglio anticipava 
l'entrata in carcere. Mi diede l'astuccio, ed io pochi passi davanti 
a lui, entrai in un negozio d' orefice. Il ladro mi aspettava fuori 
negozio. Coll'orefice subito mi combinai, e mi contò L. 26, prezzo 
degli oggetti venduti. Sul banco eravi un portafogli ; sul bilancino 
ancora ciò che l'orefice aveva comperato da me: il mio cuore palpi- 
tava. Dissi mi lasciasse vedere due candellieri d'argento posti in una 
vetrina in fondo al negozio. Intanto che l'orefice andò a prenderli, 
io m'appropriai il portafogli e l'oro del bilancino, e sortii dal ne- 
gozio, che non aveva ostacoli, né per l'entrata né per l'uscita, es- 
sendo stagione estiva. Al ragazzetto che fuori mi aspettava feci segno 
di seguirmi, onde dargli il danaro dovutogli, e dopo di averlo sod- 
disfatto con L. 20, se ne andò pei fatti suoi. Io, entrato in un caiTè, 
guardai nel portafogli... Non eranvi che cambiali, quindi a me inu- 
tili, ma necessarie al derubato, e voleva trovar il mezzo di fargliele 
avere. Sortiij tenendomi il portafogli nella mano. Camminava sen7a 
sapere dove era diretto. Tanta era la mia confusione dell'azione 
fatta, e sempre mi succede cosi, ch'io ripassai proprio davanti al- 
l'orefice che poco prima aveva danneggiato. Il medesimo stava in 
quel punto a raccontare ad un maresciallo di pubblica sicurezza ciò 
che gli era capitato; e vedendomi m'indicò al maresciallo stesso, il 
quale subito mi arrestò. 

Con sentenza il novembre 1870 dal Tribunale correzionale di Ve- 
nezia fui condannalo a nove mesi di carcere. 

Non tenendo conto della primi condanna di giorni quattro pel 
giuoco dell' undici, ebbi a scontare le seguenti pene. Già ho accen- 
nato le truffe, i semplici furti di Mantova e quello di Venezia; ora 
mi rimane ancora di parlare d'altri furti semplici, di tina condanna 
n due mesi di carcere per violenza alla forza, nonché d'altra a tre 
mesi di carcere per contravvenzione alla sorveglianza speciale della 
Pubblica Sicurezza. 

Una buona parte dei furti semplici commessi a Torino li ho con- 
fessali io stesso, non essendone a cognizione la giustizia. — Nella 
occasione di quel mio dibattimento a Torino (cioè nel novembre 1872), 
per quei furti semplici, consegnai al mio difensore, signor S.... av- 
vocato, diversi fogli da me scritti, pregandolo leggerli all'udienza. 



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— 165 — 
L'ili. mo signor Presidente, permise al delio avvocalo la leltura; ciò 
ch'io aveva scrino in quei fogli venne registralo suireffenieridi carce- 
raria e sulla Ga%%eUa /H*«mo»/«8« (novembre 1872). Con quello scritto 
conchiudeva col dire: Se mi si lasciava libero, continuava a rubare; 
se mi si lascia libero, vado subilo a rubare, perchè non trovo di guada- 
gnarmi onestamente neppure quello che mi si dà in carcere. — Nel 
vergare quelle parole mi sentivo agitato, tremavo, era dubbioso di 
scriverle o no, perchè conoscevo quanto peggioravo la mia posizione, 
non avrei trovato clemenza ne' miei giudici, e tanto più lunga sarebbe 
slata la detenzione. Alla fine mi risolsi e le scrissi; feci come si fn 
quando si prende una medicina disgustosa nella speranza che valga a 
ridonarci la salute. 

11 furto qualificalo, nominalo più sopra, lo tentai a Monza; e se 
avessi voluto potevo rimanere in libertà, avendomi detto l'orefice 
slesso, proprietario di quanto volevo involare, me ne andassi pure 
giacché aveva tutto il fallo suo. Io risposi: No» aspello i RR. Cara- 
binieri che hanno chiamato, perchè voglio morire in carcere. 

11 furto semplice del macinapepe (commesso a Pavia), non si co- 
nosceva, ma io l'ho palesalo. 

Rubato ad un orefice una catenella d'oro e platino, andai in altro 
negozio di simil genere per venderla. Fattane l'offerta, l'orefice mi 
guardò, poi disse: 11 mio dovere sarebbe di farlo arrestare, perche 
pochi momenti sono venne l'avvisatore ad avvertirmi del furto di un 
medaglione, un braccialetto ed una catenella d'oro e platino. Aven- 
dogli io dello che quella catenella Taveva comperala in un caffè da 
un signore ch'io non conosceva, mi rispose: Io non voglio dire, né 
credere ch'ella sia il ladro, e mi lasciò andare. Al Monte di Pietà 
in via Crocifisso, impegnai la detta catenella per L. 26.00, e lacerai 
il biglielto rilasciatomi del pegno fatto, per non compromettere nes- 
suno. Arrestato pochi giorni dopo per quel reato, dissi al signor 
Delegalo P di aver rubalo anche un medaglione ed un brac- 
cialetto, sebbene nulla io sappia di quei due oggetti. 

Ebbi a scontare una pena di sei mesi a Roma per un furto sem- 
plice commesso da un altro. I miei precedenti e l'ostinazione del dan- 
neggiato nel voler insistere ch'io era il ladro di un orologio d'argento 
appeso nella sua bottega da indoratore, mi fece condannare. Però di 
questa condanna non mi lamento, perchè io slesso fui l'origine di quel 
furio. 



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- 166 — 

La condanna del Tribunale correzionale di Roma per violenza alla 
forza, me l'hanno proprio data perchè sono considerato come un pes- 
simo soggetto. Siatene, o benigno lettore, giudice voi stesso; cercherò 
con poche parole persuadervi, se meritavo o no quella pena di mesi 
due. — Circa la fine di maggio 1880 era a Roma, e mi ubbriaca! a 
segno tale di non sapere cosa di me succedesse. Hi hanno trovato steso 
a terra in una di quelle vie; una guardia municipale, aiutata da un 
borghese, mi pose in una carrozza (seppi ciò dal mio giudice), e sic- 
come non sapevo spiegarmi per essere condotto a casa, cosi mi tradus- 
sero alla R. Questura. Non conoscevo più me stesso; non sapevo di- 
stinguere ciò che voleva ... mi addormentai.... Alla mattina del giorno 
dopo mi riebbi, e mi trovai solidamente legato le mani ed i piedi, e tre 
borghesi (saranno state guardie) mi stavano vicine. Dai segni che aveva 
sul corpo e dalle doglio, conobbi che mi aveva qualcuno battuto. Chia- 
mato qualche ora dopo davanti un Delegato, mi mostrò quanto mi ave- 
vano sequestralo, domandandomi se vi era tutto. Manca, gli dissi, un a- 
nello comperato dairorefice G..., in via Orefici, che mi costa L. 82.00. 
Il Delegato chiamò la guardia che mi aveva perquisito; ma quella disse 
di non aver veduto anello sulle mie dita, e con quella risposta fu tutto 
finito. Si noti che ci voleva fatica levarlo dal dito; quindi impossibile 
perderlo. Non fu quella la prima volta che mi andavano smarriti og- 
getti perquisitimi* — Che bella cosa sarebbe, se chi perquisisce la- 
sciasse nota all'arrestato di quanto gli tolgono ! 

Una notte del mese di gennaio 1884, alle due e mezza circa, dopo, 
conforme l'usato, d'essere stato visitato dai RR. Carabinieri, venne un 
appuntato con due guardie (pure secondo il solito). L'appuntato mi 
ordinò di vestirmi e di seguirli. — Ma io, dissi, non ho fatto alcun 
male. — Voi siete contravventore, perchè non avete fatto sapere alla 
Sezione cui dipendete il vostro domicilio. — S'inganna, risposi; perchè 
mi sono presentato ed ho fatto il mio dovere. — Vestitevi e presto, 
soggiunge. Lo pregai mandasse una guardia a verificare alla Sezione, due 
passi lontano; ma l'appuntato non usci dal suo dilemma: Vestitevi e 
presto. Ammalato colla febbre, tutto sudato, dovetti fare a modo suo. 
Giunti, conobbe ch'io aveva ragione. —Andate pure, mi disse. A mia 
volta risposi, che a torto là mi aveva condotto, e là restava fino a mat- 
tina per far rapporto d'un abuso si manifesto. — Qui, nel Corpo di 
guardia, non possiamo lasciarvi, .soggiunse; bisogna che vi metta in 
camera di sicurezza. — Sta bene, risposi, e là fui messo. Alla mattina 



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- 167 - 
feci quello ch'io aveva dello; e credo che, per questo abuso, si sia 
buscato una buona lezione, perchè appena mi vide, a spintoni mi 
cacciò fuori dal Corpo di guardia, e mi giurò vendetta, alla presenza di 
altri suoi colleghi. L'ha fatto, e non ne è sazio ancora. 

Fa d*uopo avvertire, poiché qui cade a proposilo, che mi stringe 
l'animo il pensiero che al 20 dicembre a. e. (1885), mi tocca sortire dal 
carcere; resterò libero per pochi giorni, me l'immagino; ma farnetico 
sempre cosa devo fare per non essere, se è possibile, più carcerato; 
oppure trovare un mezzo di poterci restare fino alla morte. Sono queste 
per me due cose impossib li d'ottenere; lo conosco (1). Riguardo al 
rimanere in libertà è inutile parlarne; e per ottenere d'essere sempre 
carcerato, sarebbe necessario mi provvedessi dei grimaldelli, qualche 
rivoltt^Ila, pugnale, e mi lasciassi cogliere con simili utensìli ad ora 
tarda di notle, presso qualche bottega o casa, allora otterrei lo scopo; 
ma in questo caso, capacissimo come già mi fanno di qualsiasi male 
azione, darei prova evidente che non si erano ingannati qualificandomi 
così. — Credetemi, lettore affabile; vi parlo col cuore in mano, crede- 
temi, raccapriccio al solo pensare a questo immaginario simulato ten- 
tativo; e poi vi sarebbe ancora un guaio: mi manderebbero in una 
Casa di pena, ed a me piace, anzi mi è indispensabile, la solitudine.... 
il cellulare. — Ha perchè? da taluno si dirà. Io rispondo: primo pel 
mio carattere rovello, che questo si, può dirsi incocreggibile; quando 
mi trovo con quella gente in una Casa di pena, soffro troppo. In quei 
posti, perchè io mai parlava, mi guardavano con sguardo di diffidenza, 
e non si peritavano dal dirmi ch'io era un boia (nel gergo equivale 
spia). Insomma il cellulare mi piace, e sia benedetto colui che lo ha 
inventato. Si; perchè sono inenarrabili i dolori che mi hanno fatto 
soffrire i detenuti in quei camerotti, di trista memoria; ai disordini e 
fatti successi, neghereste fede, ove non fossero confermati dalle più 
autorevoli testimonianze. Nelle Case di pena, alla Reclusione, sebbene 
vi sia l'obbligo del silenzio, certi mascalzoni trovano modo di tribolare 
chi tende per l'anima propria 

I grossi furti, gli stupri, le grassazioni, gli assassinii hanno severe 
pene; ma se coloro che li hanno commessi finiscono la condanna ed hanno 
un mestiere e non sono totalmente abbandonati, possono ancora riabili- 
tarsi e dire: volere è potere. Se questi hanno una sola condanna, in mio 

(1) Qaesto, e come sopra, dimostra la necessità del carcere a vita anche nel 
senso amanitarìo. 



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- 168 ~ 
confronloson riputali cime (li galantuomini. — Io ebbi occasione di 
sentire un buon vecchio a parlare di un suo nipote, il quale aveva pas- 
sato dieci anni di Reclusione per grassazione; e diceva cosi: È sempre 
stato buono, non è mai stato chiamato neppure come testimonio da- 
vanti ad un giudice; furono i cattivi compagni che lo trascinarono al 
male.... le donne.... Prima di quello sbaglio (dico io che sbaglio), nes- 
suno ha mai potuto dirne male di lui, perchè galantuomo , attivo 
al suo lavoro e fedele. Quel vecchio conchiudeva cosi: Quando com- 
mise quello sbagliOy era giovanissimo, ed un po' impetuoso, e perciò 
scusabile del suo unico sbaglio. Queste precise parole le ho sentite 
io stesso. Quel sant'uomo parlava cosi, perchè voleva aiutarlo, non 
voleva abbandonarlo; ed ha fatto bene, perchè, ora che scrivo, tro- 
vasi quel liberato, occupato presso una buona casa e si è riabilitato; 
ma non aveva che una sola condanna ! 

Per me è ben diversa la cosa. Nessuno dice bene, nessuno cerca 
(li mitigare le mie colpe, anzi lo ripeto, io stesso ho cercato aggra- 
varle per mia convenienza. Il primo, se per caso non sapeva un 
mestiere, in quella lunga condanna avrà potuto impararlo, e finiln 
la pena, con la buona volontà poteva guadagnarsi il pane anche se 
fosse slato abbandonato. Invece la mia più lunga condanna è di 4 
anni di carcere semplice, condanna scontata al cellulare di Torino 
in qualità di scrivano, e tale sono uscito; e siccome in giornata 
scrivano e fame sono sinonimi, cosi per questo e per i miei furti, 
sono quel che sono. Anche la sorveglianza speciale è poca cosa pel 
primo, quando un galantuomo risponde per lui. Ad un assassino, 
un grassatore, le guardie di P. S. gli usano dei riguardi, adoprano 
una certa polìtica, perchè forse avranno paura di qualche mal tiro. 
Con me, perchè sanno che dandomi anche uno schiaffo faccio come 
insegnò Cristo, me ne fanno di ogni colore. 

Quand'era meno pressalo dalFurgenza, avrei voluto schivare ogni 
occasione di far male; ma come regolarmi, se in ogni luogo ch'io 
andava, purché non conosciuto, vedendo qualche cosa anche di nessun 
valore, alla portata della mia mano, me la intascava? 

Un giorno faceva un tempaccio umido, umido; quell'acquerugiola 
noiosa e persistente che si infìllra fin nei precordi, suscita malumori 
e dispetti, e fa diventar cattivo il buono; figuratevi poi col mio 
carattere quel tempo come mi accomodava. Entro ed ordino un calTè 
in un tal negozio; mi prendo secondo il mio solito i giornali umo- 



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- 169 - 
rìstici, (tei quali, per consueto, qualcuno finiva sempre pen passare in 
una naia lasca; e se ciò succedeva, era cerla la mancia di IO centesimi 
pel cameriere. Non aveva ancora principiato a leggere, che entra un 
signore seguito da un venditore girovago d'ombrelli; e questi diceva 
al primo: 

— Ci metta ancora 1|2 lira, è il mio guadagno. 

— No, neppure un centesimo di più. 

— Via, prenda; soggiunse il venditore, porgendogli Tombrello. 
Il compratore diede L. 7, prezzo fissato. Caso volle lo ponesse nel 

port*ombrelle proprio vicino al mìo. Subilo mi nacque un pensiero; 
quello che pure voi, buon ledore, già immaginate. Il mio paracqua 
era buono ma usato. Quel signore che aveva comperalo Tombrello, 
s'era messo a giuocare, e qualohe altro gli stava vicino intento al 
giuoco; sembrava che tutto m'invitasse al cambio. Hi alzo, lascio 
trenta centesimi sulla guantiera, prezzo del caITè bevuto e mancia pel 
cameriere, sebbene non avessi intascato alcun giornale; presi il nuovo 
ombrello, e via. — Quell'ombrello, unitamente al mio poco bagaglio, 
quindici giorni dopo, mi venne sequestrato a Pavia, senza avermene 
mai servito, e tutto se n'andò per le spese processuali. 

Un'altra volta, avevo ordinato ad un calzolaio un paio di stivaletti, 
dandogli L. 5 di caparra; e gli dissi di lasciargli poi quelli ch'io cal- 
zava per accomodare i tacchi. Tre giorni dopo, secondo la promessa 
fattami dal calzolaio, andai per prendere i nuovi. 
. Contro la mia aspettativa il negozio era deserb. Sul banco eranvi 
i miei stivaletti, fatti conforme la mia ordinazione. 

Il cuore mi batteva forte, secondo 11 solito, appena mi nasce un 
pensiero di far male. Chiesi a mezza voce, se non oravi nessuno. 
Nessuna risposta. Sedetti, mi tolsi i miei e calzai i nuovi. 

Fin qui, se anche compariva qualcuno vi era mezzo di salvarsi. 

Al posto ove eranvi i nuovi, misi i vecchi, poi sortii: stetti fermo 
sulla soglia del negozio, adocchiando qua e là, se mai il padrone, 
qualche addetto al negozio fosse fuori. Nessuno... me n'andai... 
Pochi giorni dopo, tanto quegli stivaletti mi facevano male, fui obbli- 
gato cambiarli; ricevendone (ben inteso da altro calzolaio) un paio di 
peggiori de' miei primi, lasciati in cambio de' nuovi, e lire due. Feci 
un bel guadagno!... 

Un'altra volta, era a Roma, questa si è marchiana. Entro in un 
caffè e mi metto in un salottino laterale, con diversi fogli del ne- 
Paìimeati — 13. 



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— 170 — 
gozio stesso, per leggere. Viene il cameriere, ordino una tazza di 
birra, mi serve, e resto solo. Bevo, e bevendo vedo ad un attacca- 
panni appesa una bella cannuccia da passeggio ed un cappello di 
paglia. Per la cannuccia mi venne il solito batticuore. Chiamo, pago 
e dò la mancia al cameriere, che se ne va : poi mi metto a leggere, 
contutlociò posso affermare che non sapevo cosa leggessi; benché sem- 
brassi tutto occupalo nella lettura, potevo anche avere il foglio in mano 
capovolto (1). Accesi uno zigaro; i miei occhi erano sempre là verso 
la cannuccia. In quel punto entra per la porta del salottino una donna 
con un servizio di caffè, e non chiude bene l'uscio munito di un 
campanello, di modo che si poteva passare senza che suonasse ; e fuori 
di quest'uscio, a due passi, eravi la strada. Come sembrava che Mer- 
curio mi favorisse! Non indugiai, presi la canna e via; salii su di 
un omnibus, m'accomodo, guardo minutamente il bastone, se avesse 
qualche difetto no, era pressoché nuovo. Mi sentiva contento come 
mi fosse toccato il gran premio delia lotteria Bevilacqua-La Nasa che 
allora vi era. Poi per una mia abitudine, tocco il posto dove teneva 
il portafogli. Non l'aveva... mi frugo da per tutto con istizza ognor 
crescente, frugo ancora in tutte le saccocce, e mi persuasi alla fìne 
d'aver ben pagato la bella cannuccia. 

Nei portafogli aveva più di L. 70.00, senza contare che mi era rimasto 
l'astuccio del bocchino vuoto, perchè jquello pure dimenticai in quel 
caffè. Che fare?... jitornarmene in quel luogo era troppo azzardoso, 
dubitando che già si fossero accorti della mancanza della cannuccia. 
Per fortuna aveva quaranta centesimi in tasca; pagai la corsa e scesi« 
Diedi altri dieci centesimi ad un ragazzo, chiedendogli però prima se 
avesse tempo d'andare nel tal caffè e domandare a nome di quel signore 
che mezz'ora prima era venuto a bere una tazza di birra nel salottino, 
se per caso (sebbene ne fossi certo) avesse dimenticato il portafogli 
ed un bocchino di schiuma; dicendo a quel ragazzo ch'io l'aspettava 
in piazza del Popolo; e colla risposta gli avrei dato altri 20 cente- 
simi. 

Io, invece d'andare subito verso quella piazza, seguii il ragazzo 
che a passi svelti adempiva la mia commissione. Arrivati, mi fermai 
sotto una porta quasi dirimpetto al caffè, per poter vedere quando 



(1) Ecco un acceaao epilettico. 



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usciva, se era solo od accompagnato, o se per caso, dal suo viso po- 
tessi scorgere come regolarmi. Lo vidi a sortire, solo, indifferente; il 
cameriere che mi aveva servito, lo guardava stando fermo sulla soglia 
del caffè. Io a passi celeri andai in piazza del Popolo. Venne il ra- 
gazzo e mi disse che non avevano trovato che il bocchino, e poteva 
andarlo a prendere quando voleva. Va bene, dissi dandogli seconda 
la promessa altri centesimi venti. 

Il ragazzo se n^andò. Io tutto imbronciato e rabbioso avrei gettalo 
nel Tevere anche la canna fatale. 

Questi e gli embrioni di furti segnali prima sono i soli reati che 
la giustizia umana non ha punito in me: ma Dio, o la fatalità, lo fece 
in luogo suo. Se la giustizia vuol tenerne calcolo di questi furti, nella 
prossima occasione del mio arresto, od anche subito, darò maggiori 
schiarimenti in proposito. 

E qui confido ancora nella cortesia di chi legge, perchè e* m'as- 
solva se mi sono dilungato in alquante parole, non tutte forse inu- 
tili od incresciose. 

Nel finire questa mia vita, tanto scritta, che materiale, provo una 
gioia come quella che può gustare l'operaio al sabato sera alla fine 
d'una settimana di faticoso lavoro. SI, mi sento sollevato, perchè 
credo d'aver ottenuto il mio intento ; credo d'essere arrivato a sfa- 
sciare l'edifizio che mi avevano eretto quasi insensibilmente, facen- 
domi peggio fra i peggiori per le mie tante recidive. 

Le mie tante condanne al confronto dell'unica, fosse pure d'un 
assassino, fanno l'effetto, mi si permetta auche quest'ultimo paragone, 
che fa al bambino un mucchietto di lucentissimi centesimi, al con- 
fronto d'un'antichissima moneta d'oro. Oltre alla quantità, ho detto 
lucentissimi, perchè si sa che sono di nobile famiglia, e se ne dice 
d'ogni erba fascio; e per colmo di sventura ho un nome non facile 
a dimenticarsi. 

Ora, pari a quell'impiegato che giunto alla mia età, domanda la 
pensione, per godersi il guadagno dell'operosa sua vita; io invece 
cerco più che mai ciò che mi sono guadagnato... il carcere. Si, il 
carcere, perchè quando la sventura è giunta al più alto grado, quando 
non vi è più speranza; quando mi vien detto da' miei giudici stessi, 
che non ho più nulla a perdere, che sono rovinato, perduto, che a 
me più non servono i buoni consigli, le ammonizioni , il carcere è 
già per me un sollievo, quasi una consolazione. 



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- 172 — 

Si, il carcere; non avendo neppure ollenulo d*essere rilirato in un 
Ricovero dì mendicilà, né al Patronato pei liberati dal carcere adulti, 
dopo tante preghiere fatte. Là sarebbe stato il mio posto, là non 
avrei mai sentito dirmi galeotto, perchè quei disgraziali vennero tutti 
dal carcere; anzi credendomi un briccone di prim'ordine mi avreb- 
bero rispettato; cosi si costuma da quella gente. 

Pregai, supplicai anche per essere mandato al domicilio coatto; 
ma inutile fu anche quella disperata preghiera. 

Dunque nel carcere sia la mia flne. 



Àntoblofl^rafla di H..., tniffiitore. 



H..., famoso ladro e capo d'un'intera famiglia di ladri (3 fratelli, 
madre, 2 cognati), che aveva gran deposito di seta e grano ad Ales- 
sandria e viaggia continuamente, che ostenta spesso sentimentalismi 
falsi (vedi Palimsesti^ pagina 10, nota 6, pag. 16 e 29 (Mio caro 
fratello) t pag. 51): aspetto e voce dolcissima, ebbe qualche accesso 
epilettico e suo fratello mori tisico, la madre divenne ninfomane ad 
accessi nella tarda età. 

Come testamento lasciava ai ladri questo monito : 

— Attitudine, segretezza, circospezione, producono, quando siano 
combinate insieme, il iurto! — e questa che intitolò Autobiografia, 
preceduta dalla dipintura di una forca, dalla quale penzola un cada- 
vere; e sotto, tra due alabarde, lo stemma Sabaudo, e questa epi- 
grafe: iVo, Vamor non è Vunica — Gioia al mortai concessa — 
Anche l'odio Iul i suoi g audii — E la vendetta anch'essa. 

— Io mi cliiamo M. P. ; son nato in A. nel 1860. 

Fui messo in un asilo d'infanzia. Io ero di carattere molto violento, 
carattere che mi fruttò tutto quello che ora soffro e che, ohimè! pur 
troppo dovrà fruttarmi altri mali ben maggiori (1). 



(1) Nella variante * che segue, la criminalità congenita appare più grave 
grazie a farti alla madre, al padrone ed all'associazione precoce di mal&ttorL 



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— 173 — 

Per un anno intiero la Direttrice deirasilo ebbe pazienza nel soffrire 
le mie insolenze per le preghiere di mia madre, ma poi un giorno 
avendo malmenato un mio compagno, la signora Direttrice, non po- 
tendo più soffrire, mi scacciò dalla scuola (1). 

Allora sapete come io impiegavo il mio tempo ? Chi è stato in Ales- 
sandria sa che questa città è cinta da Tosse e bastioni ove tutti i giorni si 
radunano turbe di fanciulli, che poi si dividono quartiere per quartiere 
e fanno quelle piccole battagliole ove non sempre tutti ne escono sani. 
Ebbene quella formò Tunica mia passione per un intero anno. Io non 
potevo mangiare, non avevo nemmeno il tempo di soffrire che avesse 
terminato la famiglia di desinare che già io mi trovavo fra i compagni. 
Quando poi ebbi compito i sei anni^ età in cui si può essere ammesso 
nelle scuole elementari, mio padre pensò che sarebbe stato meglio 
mandarmi a scuola che lasciarmi cosi esposto ad ogni sorla di rìschi. 
Si recò perciò alla Direzione di dette scuole e mi fece ascrivere 
per Tanno corrente. Potete immaginare quale fu la mia disperazione 
nel sapere che quanto prima avrei dovuto terminare quella vita che 
tanto mi dilettava. Pregai mia madre volesse fare che io non andassi 
a scuola fino all'anno venturo, ma fu inutile, io dovetti, almeno per 
allora, rinunciare al divertimento che mi dilettava tanto. Ciò non di 
meno io mi recai a scuola con la ferma intenzione che presto avrei 
stancato (1), come alTasilo, il mio maestro e perciò sarei stato di 
nuovo in libertà. 

L'anno 1866 fu dunque Tanno che io fui ammesso alla scuola, per 
qualche mese seguii il corso della mia scuola con qualche buona vo- 
lontà, ma quando cominciò a venir la buona stagione, e che io comin- 
ciai a vedere tutti i miei compagni sui bastioni a fare la battagliola, 
addio scuola, allora nemmeno Iddio avrebbe potuto tenermi, io appena 
arrivato dalla scuola non facevo che gettare lo zaino dei libri, mangiare 
presto presto qualche cosa e poi invece di studiare la lezione ecco che 
chi voleva trovarmi doveva andare sui bastioni delia Maddalena; là sol- 
tanto avrebbero potuto rinvenirmi. Veniva poi Torà della scuola ed io, 
sebbene a malincuore, mi vi recavo, ed in quei dieci minuti che tardava 
ad arrivare il mìo maestro io guardava di poter alla meglio studiare 
la mia lezione. 



(1) Vedi noia precedente. 



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- 174 - 

Ma non andò molto che il mio maestro, che era il signor Ber...., 
fece lagnanze a mio padre che io non sapevo mai la lezione. Allora mio 
padre, per metter un riparo a quello che ei chiamava a ragione una 
birbanteria, mi obbligò, sotto pena di stare 15 giorni a pane ed acqua, 
che lutti i giorni, appena giunto dalla scuola, invece di uscire per an- 
darmi a divertire io dovevo studiare correntemente la mia lezione, se 
poi mi avanzava del tempo allora potevo recarmi in istrada coi miei 
compagni, ma ero assolutamente proibito di andare là dove si facevano 
queste battagliele (1). Per quindici giorni io seguitai ad eseguire l'ordine 
di mio padre, ma un giorno avendo trovato un mio compagno, pensai, 
prima di recarmi a casa dalla scuola, di andare un po' a divertirmi. 
Il tempo che si impiega in divertimenti che ci allettano passa presto, 
perciò venne di nuovo l'ora della scuola senza che io me ne accorgessi. 
Quando poi mi si affacciò all'idea lo sdegno che mìo padre doveva giu- 
stamente avere con me, fremetti, ma pure il male era fatto, e l'unico 
rimedio era quello di affrontare direttamente l'ira del padre mio ed 
avrei fatto cosi se un mio compagno, che come me era contravvenuto 
al decreto paterno, non me ne avesse distolto. Costui cominciò col 
dirmi che di già che avevamo fatto trenta potevamo fare anche tren- 
tuno e per prendere le busse per poco, era meglio prenderle per 
qualche cosa. Io gli diedi retta e cosi seguitammo fino a notte a diver- 
tirci senza neppur l'ombra di rimorso. Quando poi fu notte, oh! allo' a 
credo che fosse l'unica volta che in me sentissi veramente quello che 
si dice rimorso, ronzai per qualche tempo intorno alla casa paterna 
senza mai osare di affrontare lo sdegno di mio padre, quando poi fui 
preso dalla stanchezza, cercai un ricovero sotto una scala in vicinanza 
della casa dove abitavo e là, sopra il nudo terreno collo zaino per guan- 
ciale, mi addormentai. 

Fu quello il primo fallo della mia puerizia, fu quella pure la prima 
notte che io passai fuori del tetto paterno e fu quello pure il primo m^o 
passo nella via della perdizione. D'allora in qua la mia vita non è che 
una serie di malfatti, tutti uno più grosso delfaltro, e che il rigor della 
Giustizia punitrice non giunse finora a sedare. Passata che ebbi la 
prima notte fuori di casa, fu come se avessi superato quella prima ri- 
pugnanza e mi diedi tutto in balia alle mie passioni. 



(1) Ecco la prova del reonato nell'infanzia. 



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- 175 — 

Pensai che mio padre sarebbe mollo sdegnato con me e perciò decisi 
con un mio compagno di abbandonare Alessandria per andare a Gè- 
nova, ove^ come diceva questi, avremmo trovato lavoro. Ha per fare 
quésta via era necessario del danaro e noi eravamo affatto sprovvisti; 
io, sebbene biricchino in quel tempo, abborrivo il furto e perciò non 
v'era mezzo di poter vedere Genova. Era il giorno di Ognissanti, mia 
madre, povera donna, era due giorni che non aveva più preso cibo, tanto 
era sconsolata di quella mia subila scomparsa. Io con Tindivisibile mio 
compagno pensammo di recarci al Camposanto, ove, come è costume, 
in quel giorno tutti si recano a visitare ed a guernire la tomba dei loro 
congiunti, forse colla speranza di trovare da guadagnare qualche cosa 
per fare il viaggio dì Genova ; per la strada incontrammo due altri 
nostri amici che già se ne ritornavano, avendo noi loro esposto il 
divisamento di voler il giorno stesso partir per Genova, fu da entrambi 
applaudito, ed anzi uno di essi, certo H. G., pensò di unirsi lui pure 
alla nostra spedizione. Costui, che era più vecchio di noi, aveva lavo- 
ralo tutta la settimana e perciò si trovava in mezzi di poter fare la 
strada; aveva con sé due lire che mise a nostra disposizione. Detto 
fatto, subito senza ambagi partimmo per Genova. 

Non racconterò il mio viaggio.... Sarebbe inutile, basti il sapere 
che siamo partiti da Alessandria il giorno 30 novembre ed arrivammo a 
Genova ai 17 dicembre. Quando partimmo eravamo possessori di due lire 
fra tre e quando arrivammo in Genova avevamo ciascuno 25 lire (1). 
Mi direte come abbiamo potuto averle? Chi ha cuure l'immagini. Giunto 
in quella città, che da tanto tempo desideravo vedere, mi trovai quasi 
come perduto e per i primi giorni mi parvero lunghi, ma poi a poco a 
poco mi vi assuefai. Un giorno mentre uscivo dal porto andando cosi 
alla ventura, mi sento toccare sopra una spalla e chiamare \:er nome, 
mi rivolgo e vedo che era un conoscente di mio padre. Costui mi chiamò 
per qual motivo colà mi trovassi, avendogli io detto che ero venuto 
per cercare lavoro, egli subito s'incaricò di farmene avere. Difatti 
l'indomani mi menò in un albergo e mi disse che mi dava da lavorare. 

— Che lavoro? chiesi io. 

— Sappi dunque che nel gergo della nostra professione lavorare vuol 



(1) Nella variante * 32 lire appaiono rubate. 



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- 176 — 

(lire lavorare per nostro conto, dunque ora spero non mi farai più il 
nuovo, perciò via la paura e giù a lavorare. 

— T Ha che diavolo vuoi tu che io faccia, che non son buono a nulla, 
gli dissi io che cominciavo a capire qualche cosa. 

— Quanto a ciò, colui mi disse, tu hai ragione, non sei pratico e 
perciò è debito mio di coscienza di Insegnarli, vieni qui e prendimi 
sotto braccio; per questa sera lavorerò da solo, tu starai attento che 
non giungan le guardie, poi domani a sera, quando avrai veduto come 
faccio io, lavorerai e, già s'intende, il guadagno sarà diviso. 

Per circa 2 anni mi stetti colà in Genova senza darmi briga degli af- 
fanni che la povera mia madre doveva soffrire. Intanto io cominciai con 
andare a far conoscenza di gente di vita perversa. Un giorno ricevetti 
dal Pretore di Borgo Pre una citazione che mi invitava a comparire 
dinnanzi all'autorità del luogo come imputato della ferita che aveva 
ricevuto alla tempia il sotto-cuoco dell'albergo ove io lavoravo. 

lo negui costantemente, ma pure, convinto reo del fatto, fui con- 
dannato all'ammenda di lire 15 od al carcere per giorni 7. Non tro 
vandomi in mezzi di pagare le 15 lire dovetti consegnarmi ed andare 
in carcere. Là fu dove conobbi la più buona parte di quegli individui 
che furono causa diretta ed immediata della mia perdizione. 

Terminato che ebbi questi giorni fui rimesso in libertà. Ma quando 
cercai di presentarmi al mio padrone, mi fece osservare essersi esso 
provveduto e non aver più bisogno di me. Allora io mi diedi a girova- 
gare per Genova in cerca di un altro padrone, ma per quel giorno non 
mi riuscì di trovarne. Mentre poi attraversavo la Piazza dell'Annun- 
ziata, mi sento battere sopra una spalla, mi volgo per vedere chi era, 
e vedo uno di quegli individui che avevo conosciuto in S. Andrea. 
Costui si chiamava G. P. 



Variante * — A questo punto si trova una variante fatta pochi 
mesi dopo, in cui gli stessi eventi mutano faccia, ed egli parla di sé 
in terza persona. 

Il suo primo furto lo commise a danno della madre sua. Aspettò che 
ella dormisse e le rubò un cavourino. Ma la madre svegliatasi, accor- 
tasi della sparizione, couvintasi della reità del suo Pietro, corse alla 
scuola a cercarlo. Innanzi ul mjcslro, al bidello e alla madre, Pietro 



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- 177 — 
negò recisamente, e siccome non volea Iradirsi inghiotti il cavourino... 
ina non convinse né maestro, né madre, né bidello della sua innocenza. 

e Questo, egli scrive, questo credo (! ! I) sia il primo furto, da me 
consumato e tale da esser degno di menzione ! > (1). 

Continuò a rubare e venne scacciato dalla scuola. Per un paio di 
mesi s'imbrancò tra i monelli di strada ave era detto il Nargion — 
abile nel maneggiare la fionda, e nella batiagliola. 

La questura di A. fece rimostranze al padre di lui — e il padre lo 
obbligò al lavoro. Il suo primo padrone fu un fabbricante dì carrozze. 
Dopo due settimane, Pietro cominciò a derubarlo ora d'una lima, ora 
d'un altro ferro, che andava a vendere a certo rigattiere detto SiguHn. 
Accortosi il padrone delle infedeltà del Pietro, una sera all'uscita dalla 
fabbrica lo volea sorprendere, ma Pietro die un salto e R. gli gridò: 
Prenditi guardia dal metter ancor piede in casa mia. 

€ Questa raccomandazione — scrive P. M. — era inutile. Quella sera 
non andai a casa. Era la prima volta che dormivo fuori ». 

Qui ha un suo primo incontro con un ladruncolo come lui, certo B. 
Con lui va alla campagna a rubar le uva, ne riempirono due cesti e li 
vendettero. Il primo compendio di furto, da lui intascato, fu di L. 1,50! 
Questa vita durò 15 giorni; fino a che il padre di B. li sorprese, li 
batté di santa ragione, li legò e li condusse a casa. Il padre di Pietro 
lo castigò con una buona dose di cordate sulla schiena, tale da levargli 
la pelle, e colla reclusione di 8 giorni in camera. Preso alle buone il 
padre, lo indusse a rimandarlo a scuola. Ma la scuola non era per lui 
— egli andava a nidiate, a furti di uva e di frutta. Un giorno suo padre 
incontra il maestro e gli domanda notizia del figlio; il maestro gli ri- 
sponde: Vostro figlio? ma é due mesi che non lo vedo ! Suo padre alla 
sera lo flagellò, gli buttò sui fuoco libri e cartolari e lo mise a lavoro 
da certo L. E., venditore di gazzette alla stazione e proprietario del- 
l'edicola di giornali in piazza Reale. Lo pagava con 20 soldi al giorno 
e Pietro si mostrava contento; però gli dispiaceva che il padre non gli 
desse che una lira alla settimana. Questa non gli bastava; ed egli si ri- 
faceva vendendo i giornali vecchi del padrone, senza che se ne accor- 
gesse. Ha il giorno d'Ognissanti del 1870, visto che giornali da ven- 
dere non ne esistevano più, sforzò il cassetto del padrone e vi tolse le 



(1) Pare, dunque, tra i 6 e 7 anni. 



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- 178 - 
32 lire che vi si conlenevano, poi chiamò uno spazzino pubblico, gli 
raccomandò l'edicola e se ne andò. Egli, per via, avrebbe voluto tor- 
nare indietro, rimettere a posto il denaro; ma per sua sventura s'im- 
battè nel B. e in altri due amici. Insieme divisarono con quelle 32 lire 
d'andarsene a Genova. Pietro ardeva dal desiderio di vedere il mare, 
del quale aveva tanto e tanto sentito a parlare. 

Detto fatto. Si recarono a Genova pedibus calcantibus rubacchiando 
polli ai campagnuoli, che li ricoveravano. Giunti a Genova, si diedero 
bel tempo, ma in breve le 32 lire sfumarono, e si dovette tornare in- 
dietro. Se non fu bella l'andata, non fu certo gaio il ritorno. Che fame! 
Pietro non ne ricorda un'uguale nella sua esistenza. 

Quando tornò egli avea paura; non osava recarsi a casa sua; ma lo 
vinse la fame. Trovò suo padre a letto pel dispiacere. Per non vedere 
in carcere il figlio, né macchiato il nome della famiglia, avea rimbor- 
sato il L. delle 32 lire rubate. Il figliuol prodigo pregò, supplicò ed 
ottenne il perdono. Ha egli non dimenticò mai che suo padre, chiama- 
tolo al letto, gli disse: Mi duole, ma ahimè! tu morrai in prigione! 

Fu profeta. 

Pietro, ottenuto il perdono del padre, a quello di sua madre non 
dava gran peso, si allogò presso un maniscalco. Per un anno menò la 
vita da galantuomo. Ma dopo questo tempo cominciò a rubare nuova- 
mente. Fu licenziato. Non voleva farlo sapere al padre. Ma pur biso- 
gnava che gli desse i denari della settimana. 

Che cosa fa per ripararvi? Va nei boschi, taglia gli alberi e li vende 
alle lavandaie, perchè ne facessero dei pali da stendere; ma sul più 
bello è sorpreso da una guardia, è riconosciuto, deferito al Tribunale, 
e condannato il 15 luglio 1876. 

Ha ecco che prima di entrar in carcere s'innamora di una ragazza 
dal pelo rosso, bella nel volto, ma assai cattiva all'interno, certa Gio- 
vanna D... A costei scriveva lettere di fuoco, che non osava conse- 
gnarle. Un giorno, non sa come, una lettera giunse a Giovanna; ella 
gli diede un convegno e si intesero. 

Egli allora senti il bisogno d'andar ben vestito — avea l'amante! 
Ma non avea danari. Andava a rubare le corde che vendeva a Sigulin. 
Questi una sera gli disse: Yien domani e ti pagherò. All'indomani si 
recò da Sigulin, ma trovò in sua vece le guardie che lo arrestarono. 
Negò — ma stretto dalle rivelazioni di Sigulin, dovette confessare. 

Fu allora tradotto alle carceri. Fece domanda di libertà provvisoria. 



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— 179 — 

Intanto conobbe certo S. S , il quale lo pregò, quando uscisse, di re- 
carsi da sua moglie per una commissione. 

Uscito Pietro non dimenticò il suo compagno ; non potendo andare 
a Sant'Agata presso Tortona, scrisse alla moglie dello S. e questa si 
recò ad Alessandria. — Insieme andarono alle carceri, parlarono col 
detenuto, e poi si recarono all'albergo ove cenarono. Dopo, Pietro vo- 
leva andarsene, ma la moglie dello S. lo fermò dicendogli: Credevo 
che i giovani d'Alessandria fossero più gentili! —Perchè? gli do- 
mandò Pietro — la offesi forse? Oh no, nulla — soggiunse lei — anzi 
pare che abbiate On troppa tema di offendermi. Capi allora tutto, e po- 
vero S come fu in quella notte incoronato! 



Qui neW Autobiografia esiste una larga lacuna — e le note sono 
sparse qua e là confuse. Togliamone qualcuna. 

— Quante furono — si domanda egli stesso — le epoche fatali 
della mia vita? Ne enumera parecchie; — fra queste l'avventura se- 
guente: 

Un giorno dell'SO viene a Torino. Giunge ad una delle barriere della 
città, senza danari, sprovvisto di tutto. Scorge un mulino; vi gira at- 
torno, per vedere, se a notte, vi avrebbe potuto commettere un furto. 
Fece tutti i suoi calcoli — cercò la via più sicura di entrala. Tenuta 
la sera si arrampicò su una pianta, che s'alzava vicino ad una tettoia; 
dalla pianta spiccò un fortunato salto sulla tettoia, aderente al fabbri- 
cato del mulino. 

« Andavo adagio — narra H. — perchè le travicelle, che sostene- 
vano le tegole, erano tarlate, ed esisteva il perìcolo di rotolare giù, 
ove mi sarei spaccata la testa contro la ruota del mulino, messa in 
azione dall'acqua della bealera sottostante. Stavo già per iscavalcare il 
parapetto del balcone che mi avrebbe immesso dalla tettoia nel fabbri- 
cato, quando sentii avvicinarsi delle persone, che parlavano assai forte 
fra di loro. Fuggire m'era impossibile. Le persone di dentro parlavano, 
e si avvicinavano sempre più. Allora io mi coricai bocconi sopra il 
tetto; stavo proprio contro il balcone, e se uno si mostrava in fuori 
colla testa mi avrebbe potuto vedere! ». 

Avea fatto appena tempo di coricarsi, quando si apri la porta a vetri, 
ed egli udi due uomini che parlavano quasi sul suo capo. Dal modo 



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— 180 — 
con cui parlavano potè comprendere che erano brilli. Il ladro sì ivo 
vava in una posizione nella quale non avrebbe potuto resistere a lungo. 
Un menomo movimento che avesse falto lo avrebbe di botto scoperto. 
Il brutto era chei due non si davano certo fretta d'andarsene. 

« Ero sulle spine — continua H. — quando ad un tratto sento 
qualche cosa di umido piovermi sul capo... scorrermi nello scodel- 
lonp di un orecchio. Girai lentamente la testa airinsu, per vedere che 
cosa fosse queli'acqueruggiola a ciel sereno... Quando quel liquido mi 

venne alle labbra, ben compresi qual razza di porcheria la fosse 

Fui costretto a ricevere su di me quasi tutta l'orina di uno di quei due 
malnati. Quando Dio volle se ne andarono, e me la battei via anch'io 
colle pive nel sacco ». 



Aatoblografla rimata 0). 

Venendo dalla gran guerra della Crimea feci la guarnigione della 
Sardegna; lavorando da fjilegname mi fo amico coi Sassaresi, prendo 
il congedo e me ne vo al paese. Per conoscenza d'un mio cognato cre- 
scentinese mi fa vedere la bella figlia in Livorno Vercellese, con si 
bel nome e prosperità di carnagione in quindici giorni la sposai, e 
seppi che era biellese. 

Da li pochi di che l'ho sposata, l'ho conosciuta tanto basta. Madre 
e fìglia erano di cattiva pasta. 



(1) È del mattoide Ver. Giov., d'anni 65, &legname, che reduce dalla Crimea 
sposò una triste che lo abbandonò. Andato in Sardegna, gli fecero sposare una 
serva incinta da un Canonico; la lasciò per ritornare colla vera moglie, che an- 
dati a male gli affari, gli fa processo per bigamia, incendio doloso e adulterio. 
Arrestato, venne poi assolto, essendo l'azione passata in prescrizione, ed egli se 
la prende coi giudici. Quando ritornò in Torino brandì una bandiera rossa e verde, 
simbolo della innocenza sua; e con essa vuol cacciare Tamante della moglie dalla 
sua bottega, le intenta lite, manda 14 ricorsi alla Commissione pel gratuito patro- 
cinio e cinque querele; e volumi sulle cose sue. La sua scrittura è a lettere 
molto allungate. Il racconto è bambinesco, primitivo, pieno di spezzature e di 
periodi staccati, a forma biblica, applicando sempre dinanzi ai nomi un medesimo 
aggettivo; per esempio, innanzi a quello di sua moglie usa l'epiteto incomande - 
vale (che non si lascia comandare da lui), ecc. 



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— 181 - 

Sposai di buon'ora perchè il popolo non mi vedesse, quando ar- 
riva il corteggio invitai il fralello e ini disse che male aveva fatto, 
se avessi aspettato non avrei più sposato. 

Che lui aveva inleso a dire che la bella figlia non era più da unire, 
non era più figlia d'onore perchè In madre non ebbe rossore (s'in- 
tende di prostituirla). 

Io udito ciò, gli dissi d'esser contento, d'aver sposato prima del suo 
iutervento. 

Allora dissi al fralello che ciò non era che gelosia, per dispetto 
loro la conduciamo via perchè trovano da dire a s\ bella fia (ragazza). 

Se hanno qualche cosa da ripetere vengano al nostro paese: son 
soldato delia Crimea saprò darcene un'idea. 

Partiamo da qui dunque in breve, andiamo col vapor al nostro 



Da li pochi d) averla sposata ho conosciuto proprio la pasta, mi 
vuol figurare per mantello e mi fa perdere il cervello, volendo tornare 
nel paese a ritrovare questo e quello. 

Facendo cosi come faceva prima, con i namorà che era vicina. 

Io procurando ciò riparare, piglio la famiglia, il padre, la madre e 
la figlia. S'intendono di lasciarmi, vogliono andar a Livorno Vercellese 
ove sono i suoi grovesi (ganzi). Loro paese vogliono abitare, lascian- 
domi solo per non mai più venire. L'ultimo del mese mila ottocento 
e cinquantotto fanno il loro fagotto. Caricano il loro carraiuolo con 
tutta la famiglia, padre, madre e figliuola. 

Io cosi vicino alla dolorosa partenza, m'inginocchio ai pie suoi 
con grande riverenza! 

Chiamandole perdono e d'aver pazienza, piangendo dirottamente 
colle lagrime bagnai il pavimento. L'avrei resa contenta se essa 
stava a mia assistenza, essa con presenza forte dissemi d'avermi preso 
per forza, per compiacere la madre, altrimenti la voleva morta. 

Io sentito cosi le dissi d'avermi tradito; il primo gennaio del cin- 
quantanove me ne son partito. 

Dissi del pianto mio non farsene maraviglia, non doveva prendere 
la madre in compagnia se non voleva che la menasse via. Cosi se ne 
son andati, in Coggiola si son restati, dicendomi in otto giorni di 
tornare era solo per me capacitare. 

Ha quando fu stata là non vuol più venire, vuol andar in maschera 
al ba'lo per si divertirei 



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- 182 - 

Io impaziente dopo otto giorni vo al paese, ricevendomi come in- 
fame senza favorirmi da ristorare, la sera mi fa da solo dormire in 
una ghiacciaia da morire, sopra d*una tavola e senza da coprire. 

Hi vedo un tratto cosi da solo da dover ripartire, tornando cosll 
con tanto a soffrire. 

Scrissi una lettera a Monsignor di Biella, spiegandogli in maniera 
gli dissi ogni cosa com'era: egli fa chiamare prontamente madre e 
figlia rimprudente, di venire la figlia immantinente, la madre ma- 
liziosa consiglia la figlia sposa, dicendole ogni cosa benché favolosa, 
che dicesse a Monsignore che le facesse da padre, che io le faceva 
mangiare carne di cavallo e di cane. Monsignor mi scrisse pronta- 
mente di non essere competente, d'obbligar la moglie di venire col- 
l'amante. 

Dopo qualche mese io riparlo per la guerra del 59. Dopo il me* 
morabii giorno 2-i giugno, Solferino e S. Martino, le funeste lettere 
che ho ricevuto godevano che mi fossi perduto. Mi dovei capacitare, 
al paese non più tornare, per salvare l'onore militare che mi acquistai 
nelle schiere; lavorando da falegname mi fo onore in qualunque 
paese, e cosi me ne son partito, in Sassari me ne son fuggito. 

Onde ricuperai l'onore e stima, dai conoscenti ancor che aveva 
prima. 

D'altri paesi son chiamato, in Ozieri ho lavorato, in Ittiri mi son 
fermato ove mi hanno inbroglìato. Onore mi son fatto in questo 
paese col popolo e da falegname. La serva mi vuol dare un bravo 
signore cavaliere, senza però voler sapere, da qual parte sia il mio 
paese. 

Volendo ciò sia fatto lo fa fare in breve tratto, sapendo Ih serva 
com'era, vuol levarsela in bella maniera. 

Senza avvertire però se mastro Giovanni era di parere, di fare ciò 
in si brev«. 

Come l'amor non si è fatto Mastro Giovanni non s'è dubitato, aspet- 
tava veder il tentato per scrivere al Sindaco o Curato, che lo aves- 
sero chiamato per qualche alto. 

Vedendo che di ciò non si trattava, lasciò fare il cavalier ciò che 
gli somigliava. 

Ma quando il cavaliere trovasi nei fastidi, io dissi al falegname: 
Bisogna far cose brevi senza aspettare tanto. 



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- 183 - 

Altrimenti che non avremmo più scampo, da salvarsi da qui col- 
Tonor salvo. . 

I parenti di Margherita mi rendevano fastidioso, diceano di mari- 
tarla, altrimenti adoperano l'archibugio. 

Perciò lascia fare a me che farò le cose bene, da mio amico in 
Sassari andrò e tutto farò in breve. 

Tu mi dici d*aver una donna al continente: ciò è menzogna, i de- 
nari e lettere che si è mandato avrebbe scritto essa o Sindaco o 
Curato (?). 

Di coleste donne qui son donne di rapina, se ne trova ognor da 
qual parte si avvicina. 

Venendo da Sassari con permesso] e riputazione si fa solo una 
publicazione, e di sposare costante senza far parole tante. Mastro 
Giovanni se ben conosceva che questo male era. Ma senza denar 
fuggir non poteva e Margherita il tutto non sapeva, per forza dover 
sposare almeno la morte poter salvare. Quando tutto ebbe fine Mastro 
Giovanni se ne va dormire. Credendo con Margherita d'esser felice 
passò la notte senza si divertire. 

Tutta la notte fu di Margherita un pianto solo, non volea stare più 
con Mastro Giovanni solo. Col cavalier se ne vuol andare e con lui 
sempre se ne vuol stare, lasciando Mastro Giovanni solo ed il ma- 
trimonio sia nullo. 

Dicendo cosi col marito non rimanere. Ma sempre gradita di più 
è di restare sempre col cavaliere. 

Mastro Giovanni aveva un picolo giardino, e vogliono farglielo col- 
tivare. Il cavaliere rimandò Margherita espressamente per lavorare, 
portando con sé giovine rosa, ei la presenta a Giovanni perchè è 
odorosa; appena arrivato mi vuol dare la rosa ad odorare. Dissemi onde 
ho da passare per la rosa nel giardino posare. 

Vuol andare nel giardino metter la rosa col gelsomino (1). 

Passa tra il Ietto e il muro dell'armare (armadio), e sta II aspettare; 
io dissi a Mastro Giovan nel giardino andare che colla rosf^ il gelsomin 
vuol piantare, e non essere profane e si mette uso cane. A Mastro Gio- 
vanni mostrala rosa; com'era giovane disse aver mai visto una rosa 
come quella; la credeva cocconata invece è appassita e sfogliata, e 



(1) Allusioni erotiche. 



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- 184 - 
stata sovente odorala da qualche persona aggravata. Mastro Giovanni 
è obligato tutto coprire e nel paese niente dire. 

Piantò il gelsomino nella rosa com'era, venendogli lauti pensieri 
e camelie una fiera. 

Dopo cinque giorni con d'acqua tiepida e recipiente ai piedi, senza 
avermi parlato il cavaliere le ordinò un' salasso. 

Dicendo cosi: di primavera, la figlia maritata, cammina più fiera. 

Passati tre mesi gran voce corre nel paese, i parenti di Marghe- 
rita vogliono sapere chi matrimonio e col forestiere, di guardarsi 
signor cavaliere di fare le cose bene. Se tosto non è col falegname 
faremo noi ciò che conviene. 

11 cavaliere sentito cosi chiama me ed amici, Margherita dicendo 
voler che ciò si finisca. 

Incarica l'amico Antonio Giul... pure consigliere suo eguale di 
accompagnar Mastro Giovanni di partir all'istante, con sua vestimenla 
e quaranta franchi, di questa sera, per portatore e senza far parola 
a vivente, che pigli qualunque bastimento basta che fugga in breve 
tempo. 

Che quando sarò al mio paese al continente di scrivere a lui imman- 
tinente, con lettera mi manderà chiamare quando avrò da ritornare. 

E cosi dal cavalier deliberato, con quaranta franchi volli fuggir 
come un disperato. 



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- 185 - 



Grassatore. 



Sono nato il 24 agosto, giorno di San Bartolomeo. Mio padre aveva 
due fratelli ch'erano fortunali; egli invece era perseguitalo dalla giu- 
stizia come me. Fin da ragazzo mi piaceva troppo il vino. Mio padre 
non rho conosciuto che per 2 o 3 calci che mi diede. È morto in 
carcere. 

Mia madre, ch'egli batteva sempre, rimase con 7 ragazzi, e, non 
sapendo che fare, si rimaritò. Per un anno andò bene; poi ciascuno 
di noi andò chi da una pirte, chi dall'altra. Io trovai un principale 
che m'insegnò a fare il ladro, e cosi l'andò bene. Poi a 17 anni ebbi 
un mandato di cattura e fuggii, ma rimanevo sempre nel circondario 
del paese. Un giorno ero a dormire in un posto dove l'indomani c'era 
il mercato, e pregai la donna di casa di andare da mia madre a do- 
mandarle della biancheria e delle sue novelle. L'indomani ritornai 
da quella donna, e da lei seppi che mia madre m'aspettava, e che 
cercassi di andare a casa. Intanto m'aveva mandato cinque lire. 

Io pensai di andar a rivedere mia madre. 

Pian piano m'avvicinai, aprii la porta, mi richiusi dentro e feci 
cenno alla madre che non potevo parlare, perchè temevo che nella 
vicinanza vi fosse una spia. E da un buco della finestra guardavo nel 
vicinato se qualcuno si muoveva. 

Ed ho veduto uno che era uscito di casa per andare a farne par* 
tecipe la forza. Bacio mia madre e scappo, e vedo quella persona 
che traversa i giardini e va alla caserma dei carabinieri. Allora mi 
apposto dove questo venditore di carne umana doveva passare, e con 
un bastone gli ho dato quello che meritava. 

Fuggii, e pensai di ricoverarmi in una casa che, per combina- 
zione, apparteneva ad una cugina: cosa che io non sapeva. Bussai ; 
la donna discende spaventata, mi riconosce e mi ritira in casa. 

Io non la riconobbi, ma ella si, perché apparecchiandomi la be- 
vanda che le avevo chiesta, tremava, forse per vedermi cosi spaven- 
tato. Mi lasciò solo finché fece alzare il marito. Fatto giorno, volli 
PalimesH — 14. 



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— 186 - 
rimanere là, dìceiulo ai cugini che guardassero bene di non parlare, 
e li incaricai di sapermi dire cosa si diceva sui conto mio. 

Dopo mezzogiorno seppi che 1 reali carabinieri erano siali a cer- 
carmi a casa/ che avevano interrogalo mia madre e che lei aveva ri- 
sposto di non saper nulla. Io mostrai il desiderio di parlare a mia 
madre, e il cugino fa in modo che ella venga. 

Entra tutta in lagrime, e dice come tulli i sospetti cadano sopra 
di me e m'invita a fuggire. Hi faccio dare dei quattrini e parto. 
Fuggendo per una strada di campagna, incontro un contadino mio 
amico, che m'invita a casa sua. 

Io vado a ripigliare l'armatura dove l'avevo nascosta, quindi vo dn 
lui. Quando bussano, è la forza che domanda del bandito. Io mi 
metto in fretta il grembiale ed il cappello di paglia, impugno la ca- 
rabina ed apro, rispondendo alla giustizia che mi chiede (credendomi 
il padrone) se alloggia in casa mia il bandito, che si, ch'egli stava 
in casa a cena. Mentre che i carabinieri si precipitano, verso il pa- 
drone, io mi do alla fuga. La giustizia m'insegue. Io mi ricovero in 
un bosco dove scorgo una capanna e dove slava una giovane che, 
credendomi suo fratello, m'apre. Io la rassicuro dicendole che ero 
un amico del fratello. Ella mi offre da bere, finché giunge il fra- 
tello che mi consiglia di fuggire, perchè la giustizia è vicina. 

Parto, e per tre giorni vagai; finalmente, sfinito dalla fame e dalla 
stanchezze), mi avvicinai al paese, dove andai a bere un litro e scrissi 
un biglietto. Andai a bussare alla casa del Principe, dove mi si apre, 
mi si dà da mangiare e mi si conduce davanti il Principe che mi 
interroga e mi fa rimanere 17 giorni in casa sua. Parto da quella 
casa con 21 marenghi che mi regalarono i Princìpi, e mi allontano 
fino alla Savoia, quindi fino a Grenoble. 

Gli strapazzi mi cagionarono una malattia. Avevo denaro, e trovai 
della buona gente che mi curò e mi tenne con sé per sette mesi. 
Col mio ingegno mi procurai ancora un po' di denaro, e tornai in- 
dietro fino ad Aix. 

Passati 47 mesi, mi trovo nel centro di San Giovanni Horiana e 
Ciamberì. Entro in una bettola per ristorarmi, e là fui circondato 
da quattro gendarmi. Io lottai finché n'ebbi forza, finché un gendarme 
mi sparò contro e mi feri alla mano sinistra. Allora fui costretto ad 
arrendermi e Tui condotto all'ospizio di S. Giovanni Horiana. Il cu- 
stode mi ricoverò a patto che il mattino ripartissi, e intanto i g<»n - 



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— 187 - 
darmi si recarono dal sindaco, il quale mi fece condurre airospìzio 
di Ciamberl, dove rimasi finché potei esser condotto a Torino. 

Qui fui condannato a dodici anni di lavori forzati, con sei anni di 
sorveglianza speciale. Di qui partii per il bagno di Genova, dove, 
dopo 3 anni di detenzione, mi è pervenuta la grazia sovrana per 
tre anni. Cambiai bagno e andai a Finalborgo dove, dopo sei anni, 
uscii più $ann di prima. 

Arrivai di sera, e mi recai ad un ballo pubblico. Quivi due si- 
gnori mi si avvicinarono, e non stentai a riconoscere in essi due 
evasi dal bagno. Questi mi pregarono di recarmi a casa loro, ma io 
temendo d'incorrere in un grosso pericolo, rifiutai. 

Mi condussero in un'osteria, dove, dopo aver mangiato e bevuto, 
m'imposero, colla rivoltella alla mano, d*accompagnarli alla casa pa- 
terna. Nel lasciarmi, i due evasi mi dissero di ritornare dopo pochi 
giorni, che avevano una grande incombenza da darmi. 

Ritornando, incontrai la stessa ragazza che avevo lasciata al ballo. 
Era la serva dell'esattore, la quale m'interpellava se avessi voluto 
fare un buon bottino, che non me ne sarebbe mancata l'occasione. 
Dopo tre giorni mi recai dai due banditi evasi e dissi loro che non 
c'era tempo da perdere, perchè la polizia stava in traccia di essi, e 
li accompagnai fino alla frontiera svizzera. Feci travestire i due fra- 
telli da muratori. Entrammo in Bardonecchia alle 11 i\i e ci re- 
cammo in un albergo dove la padrona era sorella dei due banditi. 
Imposi loro silenzio, e a poco a poco li feci conoscere alla sorella. 
Io uscii di mattino per informarmi e spiare a qual pericolo corre- 
vano i due fratelli, e li feci tosto partire. Giunti dove risiedevano 
le guardie finanziarie, io passai, e recatomi dal capo, lo pregai di 
lasciar passare i fratelli mediante una mancia di lire 600. Io, per 
le buone azioni usate ai due fratelli eva^^i, ebbi L. 1200. 

Dopo di ciò io ritornai a casa, dove mia madre m'interrogò e mi 
domandò del denaro. Io le diedi il portafoglio e poi andai in cerca 
di quella ragazza per avere qualche notizia sul bottino promesso. 
Ella mi disse che mi attendeva alla sera dall'esattore, sicché mi pro- 
curai del denaro da mia madre per pagare un'imposta ed aver cosi 
un pretesto di entrare in Esattoria. La serva mi disse che il suo 
padrone aveva una vistosa somma nello scrigno dell'ufiicio, che alla 
mattina doveva riporre in Tesoreria a Torino; dunque il bottino bi- 
sognava fosse fatto la sera dalle 7 alle 11, ore in cui il padrone era 



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— 188 — 
assente. Alle 1|2 entro in ufficio, frugo nello scrigno, trovo un 
involto conlenente dei denari, lo piglio e fuggo. 

Fermatomi alla prima cantina, li conto bevendo una bottiglia, e 
riscontro L. 6030 in biglietli di banca. 

Al mattino, in ricompensa del bottino fatto, do alla serva L. 2200 
colla promessa di non parlare e di non muoversi dal suo padrone. 

Alla sera venni arrestato e tradotto senza resistenza davanti al de- 
legalo. Questi mi domanda se avevo conoscenza coi banditi evasi dal 
bagno, e rispondendogli io che non li avevo più visti dalFinfanzia, 
fui lascialo in libertà dopo pochi giorni. Tornai a casa mia, e un 
giorno mi recai al mercato di Moncalierì dove acquistai un cavallo 
ben bardato. Sapevo benissimo che soffriva d*epilessia, ma all'appa- 
renza non sembrava, e ciò mi bastava. Pochi giorni dopo lo vendetti 
al sindaco del paese per lire 650. Ha qualche giorno dopo, mentre 
il sindaco con la sorella ed il fratello si recavano a Torino in vet- 
tura, il cavallo è collo dal male, la vettura si rovescia e il fratello 
del sindaco deve soccombere per la caduta. Per tema delle minaccia 
del sindaco, e poi premuroso com'ero di lasciare il paese, parlo per 
TAIta Savoia. 

Di là ricevo notizie che la serva dell'esattore ha lasciato il paese 
ed è andata a stabilirsi a Torino in casa propria, comperata coi de- 
nari rimessile da me. 

Essa incontrò un giorno il suo padrone, il quale, insospettitosi di 
trovarla in buone condizioni mentre l'aveva lasciata povera serva, e 
verificato il furto, la denunciò, sicché la ragazza venne arrestata. 

Di ciò io non sapevi nulla. 

Quando ne venni a cognizione, temetti pel mio arresto, che di- 
falli avvenne poco dopo. Dopo 11 mesi mi ammalai, e fui curato dal 

medico R che m'interrogò e mi disse: «Sono 20 anni che ti 

conosco per roba pessima ». Ed io a lui: € Se lei mi conosce da 
20 anni, io lo conosco da 30 non per roba cattiva, ma per buono e 
molto buono ». 

Quindi mi fa mettere iu infermeria alla dieta di due minestre e 
le medicine, dieta che a me non garbava, e glielo dissi. In seguito 
fui condannalo a 6 anni di reclusione, e la ragazza fu salva per opera 
mia e dell'avvocalo. 

Mancavano nove mesi per scontare la mia pena quando, cadendo 
gravissimamente ammalato, fui mandato ad Ivrea ai Cronici. Quindi 



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- 189 - 
tornai al mio paese dove attendevo ai lavori di campagna ; ma mi 
piaceva sempre pigliar delle sbornie, e allora guai a chi m'avesse 
contrariato. 

Un giorno, trovandomi con dei miei amici in Piazza della legna a 
Torino, combinammo un trafOco per Tare dei soldi. Ci travestiamo 
e ci rechiamo al caffo presso Porta Nuova, dove io rompo un vetro, 
e i miei compagni pagano con un biglietto Talso da 1000 lire. Di- 
viso il bottino, si passò quella giornata in ogni sorta di stravizi, tanto 
più di gusto quanto il denaro era mal capitalo. 

Hi rimetto al lavoro, quando una sera, mentre esco dal paese con 
un carro, incontro un signore mascherato che mi prega di tornare 
indietro per quella sera, perchè voleva far uscire il Prevosto dal 
paese. Io obbedisco, e mi reco a constatare se la casa del Prevosto 
è vuota, infatti non trovai alcuno, e ne approfittai per consumare un 
furto che mi andò benissimo. Il prevosto, accortosi del furto, mi ac- 
cusa, e io sono chiamato dal Procuratore del Re, che mi domanda 
se so nulla di quel reato. Io rispondo di no, e mi reco dal Prevosto 
per domandargli so«ldisfazione dell'accusa fattami. Ma la giustizia 
aveva molti sospetti su me e compagnia, e mi perseguitava. Mi diedi 
alla campagna, dove incontrai due guardie che m'intimarono d'arren- 
dermi, avendo mandalo di cattura. Io le prendo colle buone perchè 
non mi facciano fuoco, ma intanto tiro fuori un coltellaccio. Esse 
fuggono spaventate, ed io pure. 

Dopo 24 mesi venni arrestato e condotto a Torino, dove venni con- 
dannato a 8 anni di reclusione e 6 di sorveglianza speciale. Io conto 
34 anni di carcerazione: bagno penale 12, reclusione 14, carceri giu- 
diziarie 8; totale 34. 



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-190- 



Aatoblog^rafla di an traffiitore (1). 



Finite le scuole elementari, studiai in casa la musica cantata spe- 
cialmente sul metodo di Rossini, di cui so ancora a memoria tutta 
la teoria. 

Il mio primo furto fu di togliere dal portamonete di mia madre 
un marengo di Carlo Alberto. Di questo furto cadde sospetto sopra 
la serva, che mia madre congedò sul momento; ma venne ripresa 
nuovamente al servizio alcuni giorni dopo che io, scialacquato il ma- 
rengo in compagnia dei miei amici, avevo confessato la mia colpa 
al mio padre spirituale, il quale m'indusse a scoprirmi reo del 
furto se volevo ottenere l'assoluzione dei miei peccati. Facendo 
proponimento di non più rubare, confessai a mia madre che il furto 
l'avevo commesso io. 

Furono però vani i miei proponimenti, perchè trovando 15 giorni 
dopo lo scrigno aperto, rubai altre 270 lire ed andai a far festa in 
compagnia d'altri galantuomini pari miei, cioè con ii fieni dia Coca 
d* fiassa Carlina che m'avevano battezzato col soprannome di Birichin 
dia Coca. 

Mia madre non s'accorse del furto sofferto che tre mesi dopo, in 
occasione d'un pagamento che aveva da fare. Immantinente chiuse la 
porla di casa, mi prese alle slrelte e mi costrinse a confessarmi reo 
del furto, sotto pena di farmi mettere alla Generala se non dicevo 
la verità. 

Uno dei miei amici era D. L., figlio di buona famiglia, mag- 
giore d'età di me e già tutt'affatto rotto al vizio, il quale, dopo di 
aver pensato al modo per trovar denari, mi suggerì di far un buon 
colpo in casa di mia madre, che poi ce ne saremmo andati a girare 



(1) R. F., manutengolo, ladro, feritore, baro, borsaiuolo, di grande ingegno 
tatuato, opilettico e con cirrosi epatica. 



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— 191 — 
il mondo insieme, ed intanto mi giurava Tedellà ed amicizia per tutta 
la vita. 

Mi parve bello e buono il suggerimento, e mi misi in opera per 
illudere la sorveglianza di mia madre ed ingannarla, fingendo d'es- 
sere pentito dei miei falli passali, e intanto sorvegliavo tutte le mosse 
di lei, dimodoché in capo a 15 giorni venni a conoscere il nascon- 
diglio dove stava il morto. 

Pochi giorni dopo, mia madre invitò il dott. P. L. a pranzo. Era- 
vamo sul finire di questo, quando, in tutta fretta, la donna di casa 
di mia madre entrò in sala annunziando che la signora P... stava per 
partorire e che chiedeva subito la sua assistenza. S'alzò mia madre 
da tavola, ed in compagnia del dottore usci di casa raccomandan- 
domi di star buono. Ella non aveva ancora chiuso la porta dietro di 
sé ch*io ero già nella camera ove c*era il morto. 

Aprii con un babacio (scalpello) lo scrigno, e vi scorsi tre sac- 
chetti, una cassetta piena di carta ed una gran quantità di scudi. 
Mentre stavo per mettere la mano sopra uno, mi cominciò a battere 
forte il cuore, mi tremarono le gambe in modo che sembrava mi man- 
casse il terreno di sotto i piedi, e mi parve che se avessi commesso 
quel furto, tutti gli sgherri di Torino sarebbero venuti addosso a me. 
Andai sul limitare della porla per uscirmene, ma là giunto diedi 
una scrollala dì spalle, m'avvicinai allo scrigno, presi il sacchellu 
più piccolo, lasciai il babacio in suo luogo e me ne andai nella mia 
camera. Indossai il migliore dei miei abiti, mi misi in lasca la somma 
rubata di due mila lire fra oro ed argento, e, veduto da nessun'altro 
tranne che dalla portinaia che mi salutò, dimandandomi se ero am- 
malato perchè ero molto pallido (al che io risposi di no e le resi il 
saluto), in due salti fui in piazza Carlina in casa del mio amico D. L, 
invitandolo a mia volta a fuggir di casa dicendogli che avevo con me 
il morto e che ce ne saremmo andati a girare il mondo. 

Detto fatto; lasciò anch'egli la casa paterna e passammo la notte 
che segui il giorno del furto all'Albergo di Milano. All'indomani par- 
timmo con la diligenza alla volta di Casale. Colà giunli, D. L. mi 
condusse in casa d'un pigro (ladro) come noi, ma più vecchio e già 
ammogliato con una fngra (zingara), ed all'indomani andammo in 
cerca di donne e ci associammo con delle gande (prostitute). 

Cominciai la mia carriera facendo parte ad essi ed a C. F. delie 
sostanze che avevo rub«'(to a mia madre. Presto i dendri se ne an- 



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— 192 — 
darono, ed allora rubavo per Casale quel che potevo ed ero sempre 
in casa del C. F. 

Una sera, dopo aver passato la giornata in allegria, mi Irovavo in 
casa in compagnia di D. L., C. F., sua moglie ed altri 6 individui 
ch'io non conoscevo e che non conobbi che più lardi. Essi erano 
già uomini Tatti e vestivano elegantemente. I discorsi che ordinaria- 
mente si facevano in detta casa erano nella lingua dei pigri o graia 
(ladri), ch'io capivo poco allora. 

Si fermarono i detti ospiti 5 o 6 giorni a Casale, e sempre era- 
vamo insieme per la città e dintorni a divertirci. Quando se ne an- 
darono, chiesero alla pigra e a C F. se potevano fidarsi di me, ed 
avendo essi risposto che ero /Irrm al feuj ci salutarono tutti cordial- 
mente e se ne partirono. 

11 giorno dopo partii io pure con D. L, C. F. e su«i moglie per 
andar a Tare delie allegre (fiere) sul Monferrato e Lomellina. Le tre 
prime andarono magnificamente bene, ed io feci egregiamente le mie 
prime prove da vinailiere (borsaiuolo). Non descrivo i primi mo- 
menti in cui tremavo nel mettere le mani in tasca agli altri, perchè 
ciò sarebbe troppo lungo. 

La quarta allegra che feci fu quella di Moncalvo, ove ebbi la di- 
sgrazia di veder belve (arrestare) i miei due amici per un tentato 
borseggio, dimodoché non mi restò altro n fare che ritornarmene 
sul batuulrin a un cavallo sino a Casale in compagnia della pigra^ 
e restammo là sino a che sapemmo nuove dell'esito della fiera di 
Honcalvo. 

Quando fummo giunti a casa, la pigra, mentre stava preparando 
da smurfì (mangiare), mi domandò come stavo col rignor Carlo (col 
denaro). Al che io risposi che avevo ancora due gambe e qualche 
tacoy e che il pianio l'aveva il D. L. Restai inquieto per la sorte 
toccata a' miei maestri, e per sette od otto giorni non ebbi più fame. 
Avevo quasi paura di uscire di casa perchè mi pareva che avrei 
dovuto incontrare qualche derubato che mi conoscesse e che mi fa- 
cesse arrestare. 

Una notte in cui ero a letto e dormivo tranquillamente, mi sveglio 
di soprassalto avendo inteso bussare alla porta. Sveglio la zingara 
dicendole che c'era la poula di fuori che voleva arrestarci ; essa mi 
rispose che in casa sua la poula non veniva, e che i visitatori non 
dovevano essere altri che dei nostri. Intanto accese il lume, scese 



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- 193 - 
dal letto, e, seaza domandare chi bussava, apri la porta. Entrarono 
allora s*si individui alti di statura, vestili alla cacciatora, con cap- 
pelli alla calabrese e con lunghe barbe. Richiusa che Tu la porta , 
i nostri visitatori si spogliarono e si levarono le barbe, e Tu con 
mia grande meraviglia ch'io riconobbi essere quelli gli stessi signori 
che avevo veduto pochi giorni prima in casa della figra. Subito do- 
mandai ad essa che mestiere Tacevano e perchè erano cosi scamuffìi 
(travestiti), ed essa mi disse che erano sei casca (grassatori). 

La paura che ebbi di trovarmi con loro, l'impressione sinistra che 
mi lasciarono e le loro proposte mi decisero a fuggire in fretta da 
Casale. Infatli, all'indomani mattina per tempo finsi di voler andare 
a diporto, e corsi invece alla diligenza, ove presi un biglietto e partii 
per Torino con fermo proposito di fare il vìn, ma giammai il casca. 

Arrivato a Torino, roi recai diflilato all'Albergo di Milano; cenai, 
domandai una camera ed andai a letto pensando a ciò che avrei 
fatto l'indomani. Venuta la mattina, uscii ed andai a girovagare per 
Torino, cercando i miei amici. Non trovando nessuno, andai all'Al- 
bergo dell'Antica Pace, spelonca dei vinate^ dei casca e degli arpun- 
cisur^ e là trovai un certo 6... detto *LPouUntè^ ch'era un vinate^ 
poi un easca^ indi spia impunita nella causa di Cipolla. 

Appena io indirizzai a G... la parola domandandogli se sapeva 
qualche cosa di mia famiglia, esso mi riferì che mia madre gli aveva 
detto che se sapeva dirle ove io mi trovavo gli avrebbe dato del de- 
naro; ed intanto m avverti di star lontano da piazza Carlina, perchè 
potevo imbattermi nei miei parenti, e forse anche nella foula^ e mi 
domandò come andavano gli affari alla Buia Hi paluch (Casale). 
(paluch vuoldire gallo d'India). Io gli raccontai come erano slati 
siiUaH (arrestati) D. L. e C. F., ed egli mi domandò se non avevo 
visto nessuno in casa della pigra. Io risposi d'aver veduto sei indi- 
vidui che avrei sempre evitato, come avrei evitalo tulli coloro che 
facevano i casearelli. 

G... mi disse quindi di voler andare a far 3 o 4 Uodat (chiese) 
per guadagnare del earh^ e che ci trovassimo alle 7 di sera alla 
Trattoria del Trasporto. Venuta l'ora, roi recai con i miei compagni 
sul luogo dell'appuntamento. Venne dopo di noi G... tutto allegro, 
dicendoci d'aver fatto il moto e che voleva pagar da cena. Ordinò 
al cameriere di preparar la tavola; mangiammo allegramente e senza 
disturbo sino alle ore 9, quando venne mia madre colle lagrime agli 



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- 194- 
occhi, accompagnata da mio cognato, mia sorella, mia zia ed un si- 
gnore, e tutti concordemente m'invitarono ad andare a casa, minac- 
ciandomi di farmi arrestare se non ubbidivo. Io mi arresi adirato, 
dicendo a G... che era un tira (spia) e che me l'avrebbe pagata cara. 

Giunto a casa, dopo qualche rimprovero, colle buone, mi dissero 
di dire dove avevo messo i danari, aggiungendo anche che io non 
dovevo essere l'autore del Turto, ma che certamente ero slato ecci- 
tato a commetterlo da qualche mio cattivo compagno; che lo con- 
fessassi senza paura, che mi avrebbero perdonato. Io dissi che avevo 
fatto tutto da me. 

Passò intanto una settimana. Una domenica si decise di andare 
lutti insieme a fare una piccola merenda nel parco della Regia Caccia 
all'Albergo del Cervo sullo stradale di Stupinigi. Dopo la merenda 
e passata la giornata in allegria, mio cognato propose di andare al 
Lingotto e di là fare il giro e tornarcene a Torino per lo stradale 
di Nizza. Tutti accettammo volenlieri e ci dirigemmo da quella parte. 

Giunti che fummo davanti alla Generala, mia sorella disse di voler 
comprare delle frutta per portare a' suoi bambini, e mi pregò d'ac- 
compagnarla dal giardiniere. Io la seguii senza dubitare del tranello 
che m'avevano teso. Scelti che avemmo i frutti, mia sorella mi diede 
i denari per andar a pagare, ed io entrai in un ufficio che mi era 
stalo indicato. 

Qui trovai un frale che mi prese per mano, dicendomi che mia 
madre m'aveva lascialo in sua custodia. Cosi io mi trovai ingabbiato 
come un povero merlo. Allora io mi misi a piangere, a gridare, ecou 
quelle forze che mi rimanevano mi posi a battere il frate, il quale 
si mise a gridare a tutta voce : Fra T...! T...! Venne questi, e fra 
tutti e due mi calmarono e mi consegnarono nelle mani d'un terzo 
frale che aveva un mazzo di chiavi in mano; il quale, più che un 
frale, pareva uno sgherro. Quest'ultimo mi condusse nel magazzino, 
mi cambiò gli abili e mi condusse quindijn una cella d'osservazione. 

Dopo tre giorni di cella ricevetti la visita del teologo D. G..., per- 
sona di mollo buon cuore. Costui mi consigliò di star lontano dai 
cattivi camerata, di star in guardia contro le domande di fra C..., 
T... e T..., i quali mi avrebbero domandato cose che Dio aveva in 
orrore. Io gli promisi d'essere savio, d'ascoltare i suoi consigli, e 
gli dissi di più che se mi fosse capitato qualche cosa, glielo avrei 
subito palesato. L'occasione non si fece attendere molto tempo. 



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— 195 - 
Alcuni giorni dopo la visita del teologo fui chiamalo all'ufficio per 
andar a ricevere un canestro che conteneva cioccolatte, dolci diversi, 
uva ed altra frutta. Padre C..., che m'aveva fatto chiamare, m'aspet- 
tava nell'ufficio; mi ricevè con faccia ilare facendomi mille differenti 
moine, e carezzandomi m'invitò a mangiare in sua presenza qualche 
dolce. Intanto egli apri un armadio, ne tolse di là una bottiglia e 
mi diede più volte da bere, proibendomi di far motto di ciò con i 
miei compagni. 

10 divenni allora come bragia in faccia; ed egli mi avvicinò a lui, 
mi prese fra le sue gambe, mi baciò e si mise a scorrermi tutte le 
parti del corpo, e particolarmente il pene e la nania nasarela (culo). 
Feci quanto potei per liberarmi dalla sua stretta, ed egli mi diceva 
con enfasi che mi voleva bene, che lo lasciassi fare, che m'avrebbe 
fatto passare nella classe d'onore. Vedendo che non poteva sedurrai 
colle parole, cercò d'ottenere colla prepotenza ciò che bramava e mi 
sbottonò le brache. 

Allora io, vedendo il pericolo, raddoppiai le mie forze, e dopo 
lunga lotta riuscii a rovesciare a terra il frate e la sedia e guada- 
gnare la soglia della porta. Padre C.., vedendosi sfuggire la preda, 
chiamò in aiuto fra T... Questi entrava mentre io ero per aprire la 
porla dell'ufficio, e subito m'afferrò per un braccio conducendomi 
presso fra C...; anzi rimase egli pure in compagnia, ed io fui posto 
fra lor due. Dopo qualche parola ritornarono all'assalto, ma visto che 
tutto era inutile colle buone, pensarono ^'an^iOc'A^ine per forza ; ma 
io mi misi a gridare tauto e si forte che furono costretti di lasciarmi 
andare. 

Mi dissero allora di prendere la mia roba, e minacciandomi di 
severe punizioni se mai raccontavo ad alcuno l'accaduto, mi licen- 
ziarono. Io fui segreto come il tuono; appena ritornato in corte rac- 
contai a' miei più intimi compagni quando m'era accaduto, e come 
io avessi resistito e gridato. Essi mi dissero che tutto era inutile, 
perchè, se non m'oro arreso|quel giorno, avrei infine dovuto arrendermi. 

11 giorno dopo ebbi occasione di parlare coll'ottimo signor teologo. 
Gli raccontai ciò che mi volevano fare i frati e come io avessi resi- 
stito, ed egli m'esortò a star fermo nel mio principio, dicendomi che 
avrebbe preso le mie difese e che sarebbe venuto quel giorno in cui 
il Governo avrebbe ascoltato i reclami, bandito queste depravate per- 
sone e tolti siffatti abusi. 



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- 196 — 

Tre giorni dopo venne nel laboratorio fra T..., che m'invitò a se- 
guirlo. Aveva con sé le solite chiavi e pareva molto agitato; io lo 
seguii senz'altro, ma appena Tui nel corridoio mi sentii preso da ter- 
rore al vedere una fila di fratacci che sbarravano il passaggio, non 
lasciando aperto che il vano della scala che conduceva ai sotterranei. 
Oltre ai tre già descritti, v'era fra B..., G. ., S..., C..., D..., S..., 
e anche il più bravo di tutti, cioè fra Barbaj come noi lo chiama- 
vamo. 

Entrato che fui nella cella, mi schiaffeggiarono perbene; indi mi 
misero i manighin^ poi le bagheri piedi, e finito ciò, fra T... prese 
la mia lesta fra le sue gambe in modo che avevo il culo per aria, 
perchè m'avevano calalo giù le brache, e padre C... ordinò di darmi 
la slaga^ che consisteva di battere con lo staffile il culo nudo finche 
il paziente potesse resistere. 

Questi fratacci non si stancavano di battere, e chissà fino a quando 
avrebbero battuto se, avendo la testa Ira le gambe di fra T..., non 
mi veniva in mente di morderlo. Appena lo morsi, fra T... mandò 
un grido e mi gettò a terra, e cosi io fui lasciato i5 giorni a pano 
ed acqua. Terminata la punizione, fra T... venne ad aprirmi la cella, 
mi levò le boghe e mi condusse nella mia Sezione pallido come la 
morte e mezzo ammalato. 

Entrato che fui nel cortile, tutti i miei compagni cessarono di di- 
vertirsi per formare un circolo dintorno a me e per tempestarmi di 
domande. Io soddisfeci la loro curiosità raccontando minutamente 
quanto m'avevano fatto soffrire i frati. Tre giovinotti dei più corag- 
giosi e temuti gridarono ad alta voce: e Vivaddio! Bisogna far ces- 
sare queste infamie e mettere le budella in mano a questi misera- 
bili ». 

Questi erano: uno il D...; l'altro, il suo intimo, D... detto Aquila, 
che fu poi impiccalo davanti la sua casa in compagnia di D...; il 
terzo era A... detto U Asili y pure di Bra, che fu poi condannato ai 
lavori forzati a vita. 

Terminalo il racconto delle mie disgrazie, tulli unilamente mi dis- 
sero di slare in guardia, perchè erano cominciate le mie tribola- 
zioni. Infatti, quasi tutti i giorni, per un nonnulla, od ero in cella 
senza pietanza, ma il più delle volte a pane ed acqua. Sarei cer- 
lamente morto se quei bravi compagni non m'avessero aiutalo pri- 
vandosi della metà della loro pietanza quando io ero in punizione. 



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— 197 — 

I reverendi però da quel giorno che gridai non mi cercarono più 
la nasarela. Passati circa quaranta giorni perseguitalo dai fralacci, 
ebbi una visita. Condotto in parlatorio, con mia grande sorpresa vidi 
D. L. che mi ammiccò l'occhio in compagnia del F. C. e la pigra. 
Colle lagrime agli occhi raccontai loro in quali condizioni mi tro- 
vavo, e li pregai d'informare mia madre del mio stato. 

Quindici giorni dopo venne a trovarmi mio cugino accompagnato da 
mio cognato. Condotto davanti a loro, non ebbi a tutta prima la 
forza di parlare, ma dopo qualche lagrima versata da ambe le parti, 
saltai al collo di mio cugino scongiurandolo a volermi salvare dagli 
artigli di quei brutti ed infami frati, dicendogli che non imparavo 
da loro e dai compagni che porcherie, e che tutti i discorsi che fa- 
cevo con questi ultimi non miravano ad altro che ad istruirmi nel 
modo di far con prudenza il cascay il fourajeur^ la fourciolinna, e ter- 
minai dicendo che se mia madre non m'avesse fatto uscire il più 
presto possibile^ quando avessi raggiunto l'età e fossi per diritto li- 
berato, avrei comincialo per tagliar la tesla a mia madre, a mia so- 
rella ed a mio cognato, formando dopo una banda di briganti. Dette 
queste parole, m'accomiatai salutandoli cordialmente e colle lagrime 
agli occhi. 

Andato insieme a' miei compagni e raccontato loro ciò che avevo 
riferito dei frati a mio cugino, essi mi profetizzarono che sarei ben 
tosto per ciò messo nella classe di punizione. E cosi avvenne. 

Erano passati 10 giorni dal dì che ero stato relegato nella classe 
di punizione quando ricevetti la visita di mia madre, accompagnata 
dal dott. P. Appena le fui davanti, finsi di non riconoscerla e le do- 
mandai che cosa voleva da me dandole del voi. A queste parole, mia 
madrecaddesvenuta.il dottore, dopo d'averla falla rinvenire, si rivolse 
a me dicendomi che facevo male ad insultare una delle più buone 
madri, soggiungendo che se io mi trovavo in quelle condizioni, mia 
madre non ne aveva nessuna colpa, perchè anch'essa era stata in- 
gannata; e mi tranquillò dicendomi che entro pochi giorni sarei stalo 
messo in libertà, e che le carte necessarie erano già dal Procuratore 
del Re. Se ne andò quindi con mia madre tutta esterrefatta dalle 
mie parole. Però, prima che se ne andasse, le domandai perdono 
dell'affronto che le avevo fatto. 

Una domenica, il reverendo teologo Don G..., dopo che ebbe ter- 
minata la messa, ci chiamò tutti intorno a sé, e mi disse che presto 



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- 198 — 
sarei libero, che mi allaccassi alle orecchie ciò che avevo solTerto al 
Castro e che facessi proponimenti duraturi per l'avvenire. 

Finalmente fui liberato, e venuto a casa corsi ad abbra'^ciare mia 
madre che mi domandò che cosa intendevo di fare. Al che io risposi 
che, se essa acconsentiva, avrei fatto volentieri il caffettiere perchè 
in casa non volevo restare, essendomi impossibile andare d'accordo 
con mia sorella per Fazione che m'aveva fatto, e ch'io non avrei mai 
potuto perdonare. 

Otto giorni dopo entrai come apprendista al Caffè Dilej, col pro- 
ponimento però di non lavorar molto, perchè avevo nell'idea di pro- 
curarmi i mezzi per poter fare il padrone. Lavorai nonostante tre 
mesi, e mi acquistai la benevolenza dei padroni e dei garzoni. Ve- 
nuto al termine di questi, il G... mi fece entrare al Caffè diS. Carlo 
in sua compagnia, e qui fui posto a servire nel gran salone di giorno 
ed alla sera passavo nella sala della bisca, ed ebbi in quella a far 
conoscenza coi più valenti giuocatori da carte, trufadur a de lunga, 
fra i quali G..., G..., G... e G..., detto el paisan d* Cher, 

Quando i miei compagni seppero ch'io lavoravo in questo caffè, 
venivano a trovarmi, mi facevano veder denari e mi lusingavano acciò 
io andassi con loro. Ne avevo la volontà,. ma ragionavo tra me e ve- 
devo che non mi convenivano perchè troppo giovani e conosciuti dalle 
guardie. Questi compagni erano conoscenze della Generala e saranno 
slati una cinquantina: tutti ladri più o meno arditi e fortunati. 

Malgrado tutte le loro istanze, io restai fermo nel mio proposito, 
e per disfarmi di loro avevo intenzione di procurarmi un altro posto, 
quando G... una mattina mi chiese se avevo volontà di andare a la- 
vorare con lui. Risposi di si, ed egli mi disse che dessi gli otto 
giorni al padrone e che saremmo andati a lavorare tulli e due al 
Caffè della Borsa. Acconsentito che ebbi, mi presentai dal padrone 
del Caffè della Borsa e fui accettato, ed otto giorni dopo entrai in ser- 
vizio come garzone di sala ed aiutante banchiere, ed imparai sotto 
al G... a fare diverse qualità di pezzi duri. 

Una sera, a mia impensata, vidi entrare nel caffè tre miei antichi 
compagni, cioèD. L., che era già disertore, C. F., con sua moglie, la 
zingara. Ci salutammo e discorremmo mollo del passato, e mi chie- 
sero se avevo deciso di sempre lavorare. Io loro esposi alcuni dei 
miei progetti: essi mi fecero veder denari e mi esposero proposte che 
mi parvero realizzabili. Accettai d'andare a girare il mondo con loro. 



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— 199- 

Iiifalti otto giorni dopo lasciai il caffè, salulando G..., dicendogli 
che non avrei più lavorato sino a quando fossi padrone d'una bir- 
raria d'un caffè; ordinai ad un facchino di prendere il mio baule 
e segnirmi difilato. Hi recai in casa F..., salii sino al secondo piano 
ed entrai in casa della zingara. Coabitai e lavorai con loro facendo 
il ladro, cioè frequentando legre (fiere), trep (mercati), badie (le 
feste dei santuari), le voglie (esposizioni, concorsi, feste straordinarie 
nelle città). 

Feci questa vita con molti successi; e solo una sera, nelFallegge- 
rire un signore del suo orologio d'oro, commisi la sbadataggine di 
lasciarmi squadrare da un vasco, che mi fece arrestare. Non essen- 
domi trovato indosso l'orologio, dopo 25 giorni di carcere venni ri- 
lasciato in libertà. Uscito incolume, andai dal mio compagno per 
farmi dare la mia parte e continuai la mia carriera, e nello spazio 
di due anni venni tanto perseguitato dalla poula, che non sapevo più 
dove andare per essere sicuro di passare il giorno in pace. In questi 
due anni venni arrestato nove volte per furto, ed ebbi a subire tre 
condanne, due di tre mesi ed una di nove. 

Dopo l'ultima condanna, stanco di frequentare gli sfors, el ni$tic 
e il catui dii griva, mi promisi di aprir gli occhi e mettermi de- 
nari in serbo per realizzare i miei progetti ; a tale uopo davo in 
custodia ad una manutengola onesta i miei risparmi, affittavo una 
camera ammobigliata e facevo economie. Parevami che in pochi anni 
io dovessi vedermi in possesso d'un caffè o d'una birraria, ma il mio 
carattere nervoso e focoso mi sbarrò la via, e per tre volte venni ar- 
restato per omicidio, e tutto questo nello spazio d'un anno. 

Le mie risse succedevano sempre per le donne, tranne una che fu 
per uccidere una spia, certo B... Io ero stalo ribattezzato un'altra 
volta col soprannome dello Studente^ perchè vestivo elegantemente e 
aveva una schiera di ladri che mi adoravano, come se fossi stato il 
beniamino della fortuna e del Dio dei ladri. Da questi compagni ero 
pure temuto per il mio carattere irascibile, poiché alle più piccole 
contrarietà avevo il coltello aperto nelle mani. 

Questa funesta abitudine mi costò la prima volta cinque coltellate 
e sei mesi di carcere, che soff^rii di prevenzione. Anche in carcere 
non soffrivo offesa alcuna, e per questo motivo ero sempre nelle se- 
grete delle carceri senatoriali {an barba verda^ San Giobbe, Bavaria), 
e nella quarta segreta conobbi molti celebri delinquenti di quei tempi. 



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— 200 - 
Fra questi ebbi a vedere Ire antiche conoscenze, che avevo visti al 
principio di mia carriera in casa della ùngara a Casale. Questi 
erano F..., V..., V..., della causa della Gardina e della banda di 
Mollino, i Tratelli R..., canavesi, S... della Yolveriera, D..., il fami- 
gerato Ciapetj pure della Volveriera, G..., il grassatore delle donne, 
Giovanni e Vincenzo A..., Pietro, zio di questo, che fece l'impunità, 
Q..., detto il medico, M... e Y..., che vennero giustiziati per la causa 
dei VtnaUieri^ e molli altri che troppo lungo sarebbe enumerare. 

Uscito che fui dal rustie per Tomicìdio, ritornai alle mie abitu- 
dini, e otto giorni dopo eccomi di nuovo in carcere per omicidio. 
Io ero ferito con due colpi di coltello che avevo ricevuto per andare 
a dividere i combattenti. Anch'io però ferii altri, ma l'avvocato mga 
mi salvò, e dopo due mesi, mercè mia madre e l'avvocato D..., fui 
di nuovo rimesso in libertà Questa causa era chiamata quella dei 
fratelli G... . 

Quattro mesi dopo, trovandomi iti compagnia d' un mio intimo 
amico, certo D... G..., detto Ramonia,e siccome un certo B..., che 
faceva il corditi^ che lo pedinava, riceveva dei denari per lasciarlo 
lavorar^j ma che diverse volte l'aveva fatto arrestare, per questo Ra- 
monta aveva giurato di ucciderlo, il caso volle che l'incontrasse una 
sera mentre noi stavamo per entrare nel Caffè Carlo Felice. Ramonia 
appena lo vide, non disse altro: andò a lui e gli diede tre coltellate. 
B... cadde nelle mie braccia, mentre Ramonia disse: e Adesso non 
farai più arrestare nessuno >. La sentinella di guardia, che aveva 
visto tutto il fatto, gridò alVarme: venne immantinenti il sergente 
con tre soldati, i quali mi aiutarono a portarlo a casa sua, poiché 
abitava poco lungi dal luogo ove era stato ferito ed anche dal corpo di 
guardia. 

Giunto a casa lo coricammo nel suo letto, indi io, per ordine della 
signora Maddalena, andai a chiamare un medico, ed il sergente coi 
tre soldati rimasero a custodirlo. Trovato il medico, gli dissi di re- 
carsi immediatamente in via Nuova, N. .... (ora via Roma) perchè 
v'era uno, ferito mortalmente, che richiedeva il suo servizio. Mi ri- 
spose che sarebbe venuto, ed io partii di corsa per andare dalla 
Maddalena. Giunto sotto il portico della casa trovai che m'aspettava 
Ramonia^ il quale mi pregò di prestargli denari per fuggir in Francia. 
Io gli donai lire cinquecento e salutatolo, salii le scale ed entrai nella 
camera del ferito. 



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- 201 - 

Poco (lo|)o venae il medico; lo visitò, quindi lo medicò, poi prese 
della caria e slese il verbale. B... disse chi l'aveva ferito, raccontò 
il fatto come fu, soggiungendo che io non avevo nessuna parie de- 
littuosa nel fatto, e pregava che non venissi molestato perchè lo 
avevo assistito e fatto molto bene; domandò quindi della carta ed 
il necessario per scrivere, e scrisse un biglietto che consegnò al ser- 
gente perchè lo facesse sobito consegnare alla Questura nelle mani 
di qualche Delegato. Il sergente prese il biglietto, lo rimise nelle 
mani di un soldato, ordinandogli di portarlo in tutta fretta al suo 
indirizzo. Questi portò e ritornò dopo alcuni istanti in compagnia 
del Delegato avv. M..., il più canaglia di quei tempi. Questi subito 
interrogò B... sull'accaduto, ed egli rispose che l'aveva già detto al 
medico; il Delegato volle nuovamente che raccontasse il fatto, ed 
egli ridisse quanto aveva già detto. Il Delegato scrisse tutto, poi lo 
fece firmare. 

Nelle interrogazioni l'aw. H... voleva per forza che il B... dicesse 
che la ferita mortale ricevuta nella schiena fossi io che l'avessi data; 
ma egli giurò che io non aveva fatto quello, che tutte indistinta- 
mente le coltellate le aveva ricevute dal Ramonia^ e fini dicendo che 
la sentinella aveva visto tutto e che I' avrebbe dichiarato. Firmato 
nuovamente l'atto, il Delegato licenziò i soldati, pregando il sergente 
di mandargli la sentinella. 

Questa venne, espose la verità e disse che quando io sosteneva il 
B..., Ramonia^ che non lo vedeva cadere, gli andò dietro, dicendogli: 
e Con questa cadrai >. B... affermò tutto. Fu licenziato il soldato e 
noi tre restammo al capezzale del moribondo sino alla mattina quando 
vennero gli infermieri con la barella e lo portarono all'ospedale di 
S. Giovanni; io lo accompagnai sin là col medico, dopo in tutta 

fretta andai a cercare i miei compagni per dir loro che B era 

caduto sotto i colpi del Ramonia. 

Otto giorni dopo, non trovando Ramonia, il cav. H... mi fece ar- 
restare, sperando dicessi ove si trovava, ma io non volli per nulla 
parlare, e fui tenuto in carcere quaranta giorni, cioè sino a che fu 
arrestato il suddetto e confessò tutto. 

Rilasciato in libertà, come la prigione fosse nulla, frequentai sempre 

i miei compagni, e di più andai anche in una bisca, e la prima volta 

che giuocaì, guadagnai al giuoco Pare e fieni (la bassetta) lire 3500. 

Per caso alla mattina passai vicino al mio amicOy il cav. M...!! il 

Palimses^L — 15. 



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— 202 - 
quale mi fece arrestare, e trovatomi possessore di circa 3700 lire, 
mi s'incolpò di multi borseggi avvenuti da pochi giorni, ma avendo 
io dato prove d'averle guadagnale, fui rimesso in libertà. Allora fra 
questi denari, quelli die avevo in serbo presso la Maddalena, quelli 
della mia ganza ed altri che mi diedero i miei parenti, rilevai la Boi- 
liglieria e Birraria d'Asli, che io chiamai dei Carrozzai. Quivi fre- 
quentava la più eletta schiera dei ladri di tutti i generi, in ispecie 
i curtin e i sola a de lunga. 

Siccome io facevo anche il manutengolo, pare che la Questura ne 
avesse sentore; quindi avevo tutte le settimane delle loro visite, e pagai 
diverse multe per il giuoco ed ebbi molte persecuzioni. Tutti questi 
disturbi, e di più la morte della mia povera madre mi decisero a 
rimettere il negozio e me ne andai a Genova colla mia concubina, 
e là rilevai subito il Caffè della Flora. Qui però erano tult'altri i 
drequenlatori, e io per esperienza avevo cambiato sistema nel modo 
fi fare le mie negoziazioni, e per lavorare non frequentavo che i 
tibisloe (teatri). 

Dopo qualche anno di vita tranquilla, per mezzo d'un esploratore 
pagato dalla Questura di Torino, incontrai una grande disgrazia. 
Questi mi spedi una cassetta contenente oggetti rubati, con una let- 
tera nella quale mi pregava di preparare i denari, che sarebbe ve- 
nuto a prenderli. Io ero via da casa e la mia concubina ricevette 
la cassetta. Poco dopo venne il Delegato a passar la perquisizione. 
Arrivai in quel punto: fui arrestato e condotto a Sant'Andrea. Io di 
questo non ero per nulla consapevole (come è vero che sono un 
ladro), ma ciò nonost mie, in vista delle false deposizioni della Que- 
stura di Torino, io venni nell'anno 1855 condannalo innocentemente 
dalla Corte d'Appello di Genova a 7 anni di reclusione. 

Al sentir pronunciare tanto ingiusta sentenza, sentii il sangue af- 
fluirmi alla gola, al cervello; le mie idee si confusero, i miei occhi 
si velarono: caddi... mi svegliai in mezzo a due medici. Dopo fui con- 
dotto alle carceri. 

Dopo due mesi mi veniva confermata la sentenza, e dopo quindici 
giorni partivo alla volta di Quaglia con la speranza d' una grazia, 
che ricevetti ben tardi, più per le protezioni del medico che per 
altro. Nella reclusione d'Oneglia, dai medici H... e V... fui curato 
in ogni modo, ed il colpo che a Genova avevano chiamato colpo apo- 
pletico, venne da loro asserito essere epilessia, e malgrado tutte le 



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— 203 — 
loro cure non pelei guarire: sempre mi viene ad intervalli, e Hi più 
quando ho qualche disgusto. Mi ricordo di una sola volta che stetti 
due mesi senza che mi venisse; quando mi viene sovente sto meglio. 
Dopo circa cinque anni di reclusione venni graziato. 

Restai ad Oneglia ed andai a lavorare nel CafTè Hontebello. La- 
vorai un anno, poi mi prese la malattia di rivedere i parenti. Lasciai 
Oneglia e andai a Racconigi. Fui ricevuto male: solo mia zia e mio 
zio mi fecero buona accoglienza. Restai con loro pochi giorni, poi 
venni a Torino da mio cognato per ricevere il mio avere. Soddisfatto 
in tutto e per tutto partii per Ginevra. Colà giunto andai dal Con-, 
sole, poi alla Banca Commerciale, ove depositai lire 5000. Il resto 
lo tenni parte nel portafogli, ma il più nel pianto (l'ano), dentro 
un astuccio d'argento. 

Feci due mesi il guasco^ girando per imparare a conoscere bene In 
città; trovai molti de cui del gir: mi associai a loro e ritornai al mio 
antico mestiere. Due volte nel treno mi prese il male mentre avevo il 
portafogli del mio vicino nelle mani, ma non venni arrestato, perchè 
s'attribuiva ch'io, cercando un punto per tenermi, avessi trovato la tasca. 

A Ginevra ho fatto di tutto: fui anche socio d'un tale che faceva 
venire da tutte le parti mercanzie a credito e poi non pagava nes- 
suno. Ebbi pure a Ginevra occasione di far conoscenza e stringere 
amicizia con molli inglesi, valenti nella loro arte di fare i four$. 
Lasciai allora la compagnia degli italiani e mi associai a loro. Con 
questi percorsi tutta l'Allemagna, specie Baden-Baden, Weisbach, 
Saeson, Monaco, e nelPinverno ritornavo a Ginevra colla mia Marie 
d'A .., ladra anch'essa. Da questa ebbi tre figli. E coi fruiti delle 
nostre industrie in capo a pochi anni io mi trovavo in possesso d'una 
bella casa con giardino a Loutris. 

Ma il benedetto vizio della berta mi tormentava, e bisognava che 
io rubassi (i); perciò dopo altri due anni fui costretto d'abbandonare 
Ginevra e la Svizzera per quattro distinte condanne e perchè i iera 
pia en tei piffer data poula. Le condanne della Svizzera per i furti 
di destrezza sono però minime: non oltrepassano mai i sei mesi, e 
il più delle volte da i5 giorni ad un mese, sequestrando però al- 
l'accusato quanto possiede, si in vestiario che in denaro. In carcere 



(1) Imparino qni quelli che pretendono i reati effetto della miseria. 

C. L. 



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— 204 — 
si sia bene in conrronlo deirilalia. Sia ammalali die sani sono roan- 
lenutì come in un hotel. 

Andai dunque nell'Alsazia, a Strasbourg, ove per coprire il mio 
mestiere mi posi a negoziare nelPoro doublé. Girando, trovai da 
cpieste parli inglesi e molti spagnuoli. Viaggiai con loro tutta l*AI 
sazia e la Lorena, ed una volta fui arrestato a Metz e condannalo a 
15 giorni. Anche qui sono umani: lasciano andar avanti la nostra 
industria. Uscitone, me ne andai nel Belgio, ove mi aspettavano i 
miei amici spagnuoli ed inglesi; si lavorava nel Belgio neirinverno 
e nelTestate si andava in Olanda e in Inghilterra. Fui dopo a Madrid, 
a Barcellona, ma presto me ne andai perchè le pietre erano troppo 
dure e non trovavo a far denari. 

, Nel ritornare a Strasbourg, fui arrestato alla fiera di Fribourg. / 
iera ad marun mars^ a Pan dame ses meiSf e nel carcere cellu- 
lare dovevo portar la lerva, come è di prescrizione. Scontatili, ri* 
(ornai nel Belgio, andai ad Aubourg, ed in compagnia d'inglesi e 
spagnuoli andai a New- York; anche qui non trovai nulla di buono 
per la mia professione, tranne qualche pò* di lavoro nei titiabey ove 
il più che si trovava da poter far nostro erano orologi. Conobbi che 
gli americani sono più birbe di noi. 

Me ne parta per Bruxelles: di là frequentavo le fiere che si face- 
vano nell'Allemagna. A Hunich dapprima non potei lavorare, perchè 
i borsaiuoli di quelle parti me lo vietavano se non entravo nella 
loro segreta società. Entrai, e con un ago d'argento mi tatuarono 
due iniziali sul braccio sinistro, T. L., ma su queslo non posso par- 
lare (i). Fui in Austria, la percorsi tutta, ed a Wurtemberg venni ar- 
restato insieme ad altri otto individui già pia an lei bec, perchè 
fotografato. Io, siccome ero il più attempato, benché non recidivo 
da quelle parti, fui ritenuto come capo-squadra e condannato a tre 
anni di carcere. Scontai la pena a Ludswigbourg, dove, per le pro- 
tezioni del prof. S... e del direttore S..., venni graziato d*un anno 
il giorno onomastico del Re. Rilasciato, partii subito per Bruxelles. 
Aspettai là i miei amici, che sapevo dovevano venire. Arrivali questi, 
partii per Parigi con l'intenzione di colà stabilirmi per qualche 
tempo. 



(1) Thal und Land^ parola d'ordine dei borsainoli bavaresi che essi anche si 
tatuano, senza di che sono denunciati dai compagni alla questura. 

C. L. 



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-205 - 
Giunto in questa cillà, andai da due amici, L .... e suo cognato 
S...y ed afllttai da loro una bottega ed una camera. Comperai gli 
attrezzi per fare il legatore da libri: spendei per questo circa 1500 
lire. Lavorai un po' di tempo, ma i miei amici mi burlavano, ed io 
mandai al diavolo tulio e vendetti i ferri del mestiere per la mela 
di quel che valevano (questo mestiere l'avevo imparato ad Oneglia). 
In lutto passai a Parigi due anni. Essendo tenuto d'occhio dalla 
poulay partii colla socia e mio figlio e me ne ritornai a Bruxelles ove 
trovavo da fare dei colpi. 

Venuto lo sposalizio della figlia del Granduca di Baden-Baden, 
per non lasciar sfuggire quest'occasione, partii per Gharlsrhue. Le 
feste durarono due mesi ed io feci affari. Negli ultimi giorni il Prin- 
cipe con sua moglie parti per Stoccolma, e noi lo seguimmo. Quivi 
finirono le feste e noi ce ne tornammo verso Bruxelles, ma avendo 
trovato in treno un russo, certo D... B..., nostra antica conoscenza, 
questi era stato segnalato per certe smaronaU che aveva piantate, 
ma aveva potuto svignarsela. Trovandomi una sera in sua com- 
pagnia, fui con lui arrestato e condotto alla Polizia {a fan barhu- 
lane). Ci perquisirono, e trovandoci possessori di rilevanti somme, 
ci accusarono di molti borseggi. Io negavo d'essere stato alle feste, 
ma ci confrontarono cogli albergatori, i quali mi riconobbero, e mi 
convenne confessare. 

Fui condannato a due anni di carcere. Scontai la pena a Man- 
nhcim, poi ritornai a Bruxelles, ove mi fermai, deciso di non più 
muovermi e di non andar più in Àllemagna. Dopo sei mesi s'am- 
malò la mia concubina e dopo tre altri mesi mori. Restai vedovo 
con un figlio, che collocai in pensione presso una distinta famiglia 
della città, manda denari a mio cognato, che aveva fallito, e mi posi 
a lavorare da disperalo. 

Fui di nuovo in Olanda, in, Inghilterra; andai nella Rumenia, 
nella Serbia e nel Montenegro. Stetti un anno in pace in questo 
paese, poi venni arrestato e condannato a sei mesi di carcere. Le 
carceri di questo paese erano molto umide e presi i reumatismi. 
Perciò, ritornato a Bruxelles, dovetti andare all'ospedale, ove fui sot- 
toposto alla cura dei cani. Guarito dopo un mese, mi contentavo di 
tener le fiere e luoghi d'affari di Bruxelles, e qualche volta andavo 
a Colonia. S'ammalò in questo frattempo mio figlio, e dopo lunga 
malattia mori colle febbri frenetiche. Lo feci seppellire accanto a 



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-206 — 
sua madre, poi, affranto dal dolore, cercavo sollievo bevendo vino. 
Avevo lasciato di rubare e in compagnia ero diventato selvatico. La 
frequente ubbriachezza mi fu dannosa, e dopo qualche tempo do- 
vetti ricoverarmi all'ospedale per malattia di fegato. Fui curato per 

molto tempo dal professore F ; ne uscii migliorato si, ma non 

guarito. 

Avendo troppe melanconiche rimembranze a Bruxelles, partii per 
Lugano, ed andai da un tale che rappresentava la firma S... di Bo- 
logna, col quale avevo affari da s'slemare. Da Lugano venni a To- 
rino per vedere mia sorella e mio cognato, ma erano morti e la fa- 
miglia era dispersa. 

Percorrendo e visitando Torino, incontrai molti amici e conoscenti 
antichi. Sprecai in bagordi i miei risparmi, tenendo però da parte 
il necessario per aniare di^ nuovo ali* estero, ma disgraziatamente 

trovai vicino a me, assistendo ai funerali del marchese D , una 

ladra. Questa rubò un portamonete, e quella infame spia che mi 
aveva fatto arrestare a Genova, mi fece arrestare. Non volendo ro- 
vinare questa donna, madre di sei bimbi, fui condannato innocente. 

Non volli mai far altro che lo acarpa. Se non era dei frati, forse 
mi sarei emendato. Dio li maledica; ma i guardiani d'adesso fanno 
le loro veci. 

Stetti all'estero, senza venire in Italia, ventidue anni, e tornato, 
mi fu fatto il regalo di tre anni di carcere. Forse per farmi morire 
in Italia! 

Ho percorsa quasi tutta l'Europa e parte dell'America, ma l'Italia 
è la nazione che rispetta meno i ladri ed in ispecie i prestigiatori, 
quali sono i borsaiuoli (1). 

Di nostra famiglia saranno circa sessanta famiglie, tutte agiate; 
ma io sono abborrito da tutti. Pazienza, questa è la fine dei ladri. 

Torino, addì 10 gennaio 1887, alle ore 4 pomeridiane. 

Dal Base dle Neuve. 



(1) Meglio così. 



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- 207 - 



Autobiografia di Tise... (1). 



Io ho fatto il negoziante, comperavo della mercanzia. Mio zio 
Visc... Giovanni era maestro di musica al Ricovero di mendicità. Il 
padre di mio padre, uomo politico, mor) in carcere a Milano non so 
Tanno; mio fratello Carlo stette più volte in carcere per furto, ma 
dopo che prese moglie si riabilitò. Mio fratello Pietro lavora sempre 
e fa il decoratore d'appartamenti; da ragazzo anche lui rubò e stancò 
mollo mia madre. Solo mia madre e mie sorelle non rubano, né vo- 
gliono accetlare denari da me perchè faccio il nobile mestiere del ladro. 



La mia inclinazione. 

Non posso dir niente della mia infanzia, perchè non mi ricordo ; 
comincierò dunque dall'adolescenza. Maledizione a chi non crede al 
destino. Non avevo ancora raggiunta l'età per essere ammesso alle 
scuole municipali: mio padre mi mandava a scuola da una signora 
nativa della Savoia per apprendere il sillabario; come si sa, in queste 
scuole private maschi e femmine son tutti insieme; io amavo di- 
sturbare nella scuola le mie compagne: la maestra mi castigò, or- 
dinandomi di metter in testa il cappello dell'asino; lo misi. Sull'an- 
golo ove mi trovavo vedevo nella cucina il maestro che faceva dei 
confetti ed io subito decisi di rubargliene ; chiesi il permesso alla 
maestra di andare al cesso, ed invece mi recai nella cucina, rubai 
dei confetti e dei tartufi: i primi li mangiai ed i secondi me li portai 
a casa (2). 



(1) Ladro, isterico, con assimetrìa facciale spiccatisaima, faccia e voce fem- 
minee. 

(2) Precocità al male del reo-nato. Inutilità delle correzioni anche più vio- 
lenti. 



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~ 208 - 

Era Fora ddla cena: ero seduto a (avola quando sentii suonare il 
campanello; la serva andò a vedere chi c'era, e subito ritornò di- 
cendo che il maestro mi chiamava. Andai subito, e questi mi do- 
mandò di rendergli i suoi tartufi; glieli avrei resi, ma li avevo na- 
scosti nel tiretto della tavola: non potevo prenderli senza che mio 
padre se ne accorgesse; cosi, per evitare che mio padre sapesse 
cosa io avevo fatto, negai come un turco. Mio padre vedendo che 
la conversazione diventava lunga, venne a vedere. Povero padre! fu 
per te una stilettata al cuore quando conoscesti il mio primo furto 
(dico primo, ma credo ch'io abbia cominciato a rubare nel seno di 
mia madre). Appena conosciuto il perchè della venuta del maestro, 
mi diede uno schiaffo (1) che mi stramazzò per terra, poi essendomi io 
alzalo a domandargli perdono, mi diede un calcio là dove la schiena 
cambia nome e mi demandò ove io avevo messo i tartufi: lo dissi, 
furono trovati e consegnali al maestro. 

Parlilo il maestro, mio padre venne nella camera ove io mi ero 
rifugialo e mi legò mani e piedi con una catena di ferro, poi or- 
dinò che fossi tenuto a pane ed acqua per tre giorni, cosa che fu 
eseguila (i). 

Terminala la punizione, un giorno di domenica mia madre mi con- 
dusse al passeggio. Non fossivi mai andato! Camminando passammo 
(lavanti un piccolo giardinetto, ove io vidi dei fiori violetti: subito 
desiderai averli, ma non polendo per allora, rimandai l'esecuzione 
ad un'altra volta. 

Tornali a casa, finsi di voler andare ad attingere acqua fresca : 
presi una bottiglia e corsi in tutta fretta a rubare la pianta, che 
più tardi conobbi essere malva; la portai a casa e la trapiantai in 
un vaso. Venuto a casa mio padre, mi domandò ove io l'avessi presa: 
dissi che me l'avevano regalata. Hi domandò: e Chi? >. e Un mio 
compagno >. € Dove sta? >. < Non so ». Conobbe subilo che dicevo 
la menzogna; mi diede uno schialTo ed io confessai di averla rubata. 
Me la fece prendere ed in sua compagnia la riportai nel luogo ove 
l'avevo tolta. Hi mise senza pietanza per questa volta. 

Mio fratello Lorenzo, che era scrivano presso l'avvocato C..., dor- 
miva con me ed usava mettere il suo portafogli sotto il guanciale) 



(1) Vedi nota (2) nella pagina precedente. 



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— 209 - 
ed io gli rubavo i denari, che poi nascondevo negli angoli dilla casa, 
non sapendo cosa farne. 

Venne il tempo di frequentare le scuole municipali, e fui accet- 
tato e posto subito nella prima superiore. Ero divenuto amico con 
4in certo B..., perchè rubavamo insieme birilli, trottole, penne, aste, 
libri, insomma tutto ciò che potevamo. Siccome mio padre era bi- 
gliettario al teatro Carignano, io andavo tutte le sere dopo cena a 
fare il mio compito di scuola nel suo camerino al teatro; quando 
l'avevo terminato andavo a divertirmi sul palcoscenico insieme alle 
ballerine, che mi amavano perchè ero molto spiritoso; quasi tutte 
le sere vi erano lagnanze per furti commessi; o anelli d'oro, o brac- 
cialetti, giarrettiere od altri oggetti: incolpavano gl'inservienti, ma 
il ladro ero io, e nessuno ne dubitava. 

Io portavo poi la suddetta roba alle venditrici d'aranci e di libri 
per l'opera, le quali mi regalavano caramelle, aranci e mi vole- 
vano bene. Una volta una donna mi disse di portarle dei biglietti 
d'entrata per il teatro, ed io li rubai a mio padre; questi alla sera 
se ne accorse ed incolpò il suo segretario, senza però dir niente a 
nessuno, e mi ordinò di stare attento e di sorvegliarlo; una bella 
sera, che fu ben brutta per mio padre, io rubai alla porta un can- 
nocchiale e andai per nasconderlo nella guardaroba, ma mio padre 
se ne accorse. Questa volta non mi ha più battuto, gli mancò la 
parola: alla sera andammo a casa, si coricò e non si alzò più. 

Dieci mesi soffri, conoscendo bene la mia propensione per il furto 
e disperando della mia conversione. 

Devo tornare un po' indietro e dire che dappertutto io ho sempre 
rubato, purché mi si presentasse l'occasione. Una volta io mi tro- 
vavo in casa di una signora che non aveva Agli e mi amava molto; 
questa mi colmava di tutte le gentilezze possibili ed io le portavo 
via tutto quello che potevo: il provento del furto andavo poi a nascon- 
derlo nella cantina e ben sovente altri rubavanlo a me. 

Morto mio padre, seguitai andare a scuola; la sua morte m'aveva 
fatto paura: feci una malattia che mi condusse sull'orlo della fossa 
perchè avevo mangiato della farina mischiata con delle teste di zol- 
fanelli (1); volevo morire anch'io, ma il signor F..., soprannominato 



(1) Precocità anche della tendenza al smcidio. 



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- 210 - 
il Medichino a Porla Palazzo, mi salvò la vita, rendendomi un cattivo 
servizio. 

Guarito, ritornai alla scuola, e per due anni, posso dirlo, non ho 
più rubato, tranne qualche cosa da mangiare in casa quando la gola 
me lo ispirava; passati con buon esito gli esami della quarta elemen- 
tare, mia madre mi domandò se volevo abbracciare un'arte oppure 
studiare: gli dissi che preferivo studiare; m'ottenne il posto nel 
collegio di Don Bosco, pagando mensilmente una pensione di L. 35 
acciocché venissi posto a tavola media. Durante le vacanze io feci 
colà la scuola preparatoria e finite le vacanze fui ammesso alla prima 
ginnasiale. 

Credevo di dovere allo studio la sparizione del vizio che mi tor- 
turava e mi posi a studiare indefessamente, nella scuola, nello studio, 
nella camerata e persino nelle ore di ricreazione, ero insomma ad- 
ditalo come il modellò degli studiosi. Un giorno però venne in mente 
ad un certo D..., direttore delle scuole, di farmi entrare nella Con- 
gregazione, come di — Maria Ausiliatrice — Sacro Cuor di Maria — 
e il diavolo lo porti. Le scìmmiotterie alle quali ero sottoposto non 
si confacevano al mio carattere: essi vedevano nella loro mente in 
me un futuro prete: io invece volevo farmi avvocato. 

Quando conobbeVo la mia intenzione, mi trascurarono in modo, 
che io vedendomi abbandonato da coloro che prima erano si teneri 
verso di me, cercai altre compagnie e scelsi per mia somma sven- 
tura le più cattive. Rubavamo d*accordo i denari ai nostri compagni, 
ai chierici ed anche ai superiori, poi fuggivamo alla sera in Torino 
a divertirci, ritirandoci poi quando finiva la benedizione. Durò un 
poco questa vita, ma un giorno, punto sul vivo dal mio maestro, gli 
feci un sonetto insultandolo, e fui posto in cella a pane ed acqua. 

Rinchiuso nella segreta, mia prima cura fu di cercare di evadere, 
cosa che mi riuscì facilmente, quindi mi recai in cucina, rubai con- 
fetti, vino, carne e pane» e a sorpresa dei miei compagni andai a 
dividere il furto con loro. I chierici volevano ricondurmi in cella, ma 
un grosso coltello che io avevo nelle mani li impauri e desistettero 
dalla loro intenzione, e fui perdonalo dal Direttore a patto che io do- 
mandassi scusa al mio maestro, cosa che ho fatto. 

Passarono alcuni giorni: a me non dicevano niente, ma insulta- 
vano i miei compagni, certi fratelli V..., da Genova, e certo F..., 
da Torino. Io arsi di sdegno vedendo perseguitati i miei compagni: 



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- 211 — 
presi un calamaio e lo gettai eoa quanta forza aveva sul petto al 
maestro; a quest'atto gli altri scolari vennero in aiuto al maestro 
e nacque una battaglia di quattro contro venti. Alle grida ed al ru- 
more accorsero gli inservienti e noi fummo presi e condotti in cella. 

Se era slato facile a me, da solo» fuggire, era ben inteso più fa- 
cile in quattro, e cosi fuggimmo, aprendo però prima la stalla ove 
si trovavano le vacche, il pollaio e la conigliera, e tutte queste bestie 
si misero a pascolare per il giardino, rovinando tutto ; noi assiste- 
vamo all'opera nostra sopra la cinta, poi ce ne andammo per To- 
rino a rubare, beninteso. 

Dopo alcuni giorni incontrai mia sorella, che mi condusse a casa; 
mia madre aveva già ricevuto la lettera nella quale si notifiiava la 
mia espulsione e la s'invitava ad andar a prendere il mio fardello. 
Dopo qualche ammonizione mi domandò cosa intendevo di fare; gli 
dissi che andavo a lavorare, a fare passamani : difatti mi avevano 
già trovato un posto, e così col suo consenso vi andai. I padroni 
mi volevano bene, avevo trovato una ragazza della mia età che mi 
amava, ero contento, quando un giorno la mia padrona venne a casa 
con una grossa scatola, piena di oggetti d'oro, per regalare a sua 
flglia che prendeva marito. Alla vista di tutto quell'oro mi venne 
in mente di rubarlo ; detto fatto: le lascio voltar la faccia, prendo 
la scatola e via, la portai al Monte di Pietà e mi misi in cerca di 
compagni per aver della compagnia. 

Avevo ricevuto in prestito dal Monte di Pietà 457 lire, ed in pochi 
giorni se ne andarono, perchè i miei compagni, sapendo che io le 
avevo rubate, le rubarono a me. Senza danari, fui costretto d'andare 
a casa, non pensando che avevo la polizza del pegno in tasca. Giunto 
in casa, mia madre piangeva: le domandai cosa aveva, ed essa mi 
disse di dirgli dove avevo portato la roba, se no mi mettevano in 
prigione. Dapprincipio negai, ma alla fine confessai, mostrando la 
polizza; mia madre la prese, mandò a prendere l'oro e lo portò alla 
mia padrona. Questa, quando s'accorse della mancanza, dubitò dap- 
principio che una donna che lavorava con me l'avesse presa, ma 
quando vide che io era fuggito, andò da mia madre ad aspettarmi, 
perchè la conosceva, erano anzi compagne dì collegio: ma aspettò in- 
vano. Questa signora è ancora viva, ed è la signora B 

Salvatomi così dalla prigione, mia madre mi domandò cosa volevo 
fare, ed io risposi: e L'orefice >. Mi cercò un padrone, ed andai a la- 



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- 212 - 
vorarcy ma beo presto dovelli abbandonarlo per il vizio della berta, 
prima di andare in prigione o che mia madre Tosse coslretta a pagare: 
anche qui rubavo tutto ciò che potevo. 

Allora mi cercai un posto e mi misi a fare l'incisore, ma non po- 
tevo rubar niente e perciò me ne andai. Cercai un posto da cap- 
pellaio; qui mi conveniva perchè portavo sempre a casa i cappelli 
che venivano a comperare, e quando passavo davanti ai Pipeleé^ se 
vedevo che non c'era nessuno, portavo via gli orologi, i danari e Toro 
se ne trovavo. 

Anche di fare il cappellaio mi stancai, e mi misi a fare il tap- 
pezziere da mobili; cosi andavo nei ricchi appartamenti e rubavo. 
Una volta, in casa del conte R..., rubai una scatola con orecchini, 
braccialetti e diamanti, ma fui scoperto ed ebbi appena tempo a sal- 
varmi a gambe prima che i domestici mi bastonassero o mi facessero 
arrestare. 

Stanca infine mia madre, e consigliata dall'avvocato II..., mi fece 
rinchiudere alla Generala, ma una lettera che io le scrissi dopo 40 
giorni di prigionia la decise a liberarmi. Mi posi subito a fare il 
commesso di negozio, e per un pò* di tempo ho rubalo senza es- 
sere scoperto, perchè quando avevo rubato un poco cambiavo pa- 
drone. I denari che rubavo li sprecavo poi insieme alle ballerine 
(Iella scuola del teatro Regio, che ne conoscevo molte, e cosi resti- 
tuivo alle ballerine ciò che da mgazzo avevo loro rubato. 

Cambiando sempre padrone, avevo infine trovato un'ebrea che 
aveva due figli, la quale mi voleva molto bene ; mi dava 50 lire al 
mese, 200 lire di strenna e due vestimenta all'anno. Presso questa 
ebrea posso anche dire che per molto tempo non ho più rubato, 
ina un giorno passò davanti al negozio un certo H... E..., tutto la- 
cero perchè usciva dal carcere: era mio compagno di scuola e pensò 
t^he forse l'avrei aiutato; aspettò che io fossi solo — ciò che era 
tutti i giorni dalle 12 alle 2 — e mi disse di vestirlo, che m'avrebbe 
poi pagato; io lo vestii da capo a piedi, e all'indomani venne alla 
medesima ora con un altro suo amico che io non conoscevo, dicen- 
domi di vestirlo, che avrebbero poi pagato. Questi era N... P...,cbc 
ora si trova qui in carcere. 

Passarono diverse settimane e non mi pagavano. Io non avevo nem- 
manco scritto il credito sul libro, perchè aspettavo sempre che mi 
pagassero, quando un bel giorno venne lo stesso H... con un certo 



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- 213 — 
R... C..., che era uscilo dal carcere il giorno prima, essendo stato 
condannato dalla Corte d'Assisie alla pena sofferta; vestii anche 
questo. Questa volta mi dissero di trovarmi alla sera verso le nove 
ni CalTè di San Tommaso; andai alFappuntamento, e là mi propo- 
sero di fare il furto presso ai pici padroni. Io non ebbi il coraggio 
di dire di no; loro dissi che avrei pensato, e per liberarmi non andai 
più al lavoro. I padroni vennero più volte a cercarmi a casa, ma 
io avevo detto a mia madre che dicesse loro che volevo andare vo- 
lontario nella marina eJ essi mi lasciarono tranquillo; dissi a H... 
e compagni che mi avevano mandalo via perchè si erano accorti della 
mancanza della roba, ed essi mi proposero di associarmi a loro: io 
accettai; era il mese di marzo. 

Inutile dire che io rubavo per loro: io ero novizio, ed essi, pro- 
vetti, andavano a vendere la roba rubala e mi consegnavano il meno 
che potevano. 

Era la mattina del 26 maggio 1877, ed io in quella mattina avevo 
già commesso quattro furti, portando via gli orologi ai portinai, 
quando, trovandomi sotto i portici di Po, mi venne in mente che 
nella corte del teatro Rossini v'era un portinaio che non si trovava 
mai in casa ed aveva uno svegliarino sopra il canterano. Andai nella 
sua casa, salii al primo piano, frugai dappertutto, presi oggetti d'oro, 
d'argento e danari ed infine lo svegliarino, che mi tradì, perchè 
quando fui sul limite della scala trovai il portinaio che se ne tor- 
nava a casa; mi domandò dove ero andato: ero per rispondergli, 
quando la sveglia si fece sentire di sotto al mio abito col suo drrr...; 
io presi la fuga e il portinaio dietro di me gridando al ladro; io 
avevo le gambe corte, non potevo correr molto e poi ero confuso. 
Venni arrestato, condotto a San Carlo e di là alle Carceri Nuove ; 
di 11 a pochi giorni venne il giudice, il signor conte A...; conosceva 
mio padre e mi fece del bene. 

Pochi giorni dopo ero in libertà: si facevano le feste per lo scopri- 
mento del monumento del duca Ferdinando di Savoia sulla piazza Sol- 
ferino: ero là che assistevo alle feste quando trovai un certo B , 

in compagnia d'uno che non conoscevo, ma seppi poi soprannominarsi 
Vigio dia maia sVeuiy i quali mi proposero di commettere un furto, 
dicendomi che mi avrebbero condotto in Francia. Io accettai, e mi 

presentai dal signor T Vittorio, orefice, a chiedergli se per caso 

aveva bisogno di un apprendista. Sapevo che si, perchè me lo aveva 



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— 214 - 

dello il B y ed infalli venni acceUsilo a palio che facessi venire 

qiialcheduno a rispondere per me; gli dissi che avevo un fratello 
che faceva il litografo da Perrin, nella Galleria Subalpina e che an- 
davo a chiamarlo; prima che fosse mezzogiorno mi presentai di 
nuovo in compagnia del VigiOy che qualificai come mio fratello, e 
fui accellalo, dicendomi d'andare al lunedi. 

Infatti alla manina del lunedi mi recai al lavoro, ed erano appena 
due ore che mi trovavo nel negozio quando il padrone andò alla 
Zecca per porlare al marco dell* oro. I miei due compagni, che si 
trovavano fuori, lo videro e mi dissero che era buona l'occasione; 
abbassai la tendina della vetrina affinchè i passanti non vedessero a 
sbarazzarla, presi lutto il bello e il buono, lo misi nella cassetta e 
andai sulla piazza Carlo Alberto; là vi erano già i miei compagni 
con una vettura : io diedi loro la cassetta e feci per salirvi sopra 
anch'io, quand'essi mi chiesero se avevo guardato nella cassa-forte. 
Io dissi loro di no, ed essi mi mandarono a vedere. Andai e non 
vi trovai ch<^ lire 75; quando tornai sulla piazza i birbanti non c'erano 
più e avevano portato via tutto, lasciandomi in mezzo alla strada. 

Andare a casa avevo paura che venissero a scoprirmi, e cosi de- 
cisi di andare a Chieri presso una mia zia; non mi affidavo di pren- 
dere Vomnibus e cosi andai a piedi, ma quando fui al Menin vidi 
i carabinieri che venivano verso Torino: io ebbi paura ed andai a 
nascondermi sotto un ponte, ma i carabinieri mi avevano visto e mi 
fecero uscire; io dissi loro che ero fuggito da casa e che volevo 
andare a Chieri con mia zia. Essi mi dissero di andar con loro e 
mi condussero nella caserma di Borgo Po. Quando fummo là il ma 
resciallo, sentilo il loro rapporto, ordinò ad un carabiniere di ve- 
stirsi in borghese e di accompagnarmi da mia madre. Fu eseguilo 
il suo ordine, ma quando fummo sull'angolo dei portici di Po e via 
delie Rosine un signore afi'errò me per un braccio ed il carabiniere 
per il collo, gridando ch'io ero un ladro, che avevo rubato tutto. 
Io negai, il carabiniere, stupito, dichiarò di appartenere alla bene- 
merita arma e non essere un ladro: non fu credulo; io, dal canto 
mio, dicevo che Io afferrassero perchè era un pazzo. Intanto vennero 
guardie ed altri carabinieri e ci condussero tulli e Ire alla Legione 
dei carabinieri in piazza Carlina; io continuai a negare, ma fui con- 
dotto in carcere; ho sempre negalo, dicendo di non conoscere il mio 
padrone: egli non aveva leslimoni che dicessero esser io stalo al 



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-215 - 
suo servizio e poi non mi aveva consegnalo alla Questura secondo 
la legge; dopo 100 giorni venni rimesso in libertà. 

Andai dappertutto a cercare i miei traditori, ma non ho potuto 
trovarli; sono andato a cercare lavoro, ma non ne ho trovato: pa- 
reva che tutti sapessero che io era stato in carcere. Trovai un certo 
C..., mi associai con lui per vendere orologi di pakfond per argento, 
quando il giorno 20 ottobre 1877 passai davanti ad nn portinaio 
sotto i portici di piazza San Martino: vidi un orologio e nessuno nella 
portieria ; andai per prenderlo ed invece mi hanno preso. 

Questo tentato furto mi fece condannare anche per quello per cui 
non avevano potuto condannarmi prima ; ai 14 dicembre 1877 fui con- 
dannato per la prima volta a tre anni di carcere; ma siccome mori 
quel buon re Vittorio Emanuele, fui graziato di due anni, e cosi al 
19 ottobre 1878 mi furono nuovamente aperte le porte della pri- 
gione e me ne andai in libertà, senza un soldo e senza cappello, 
colle scarpe rotte, con un paio di pantaloni che mi arrivavano al 
polpaccio ed una giubba corta: con questo abbigliamento sembravo un 
arlecchino. 

Siccome io nelle mie cause non ho mai palesato nessuno dei miei 
complici, godo fra i ladri molta stima, so i luoghi da essi frequen- 
tati, e perciò mi presentai da loro acciocché m'aiutassero: e mi aiu- 
tarono, invitandomi di andare a rubare alla notte; ma io sono di- 
verso dagli altri ladri: alla notte amo meglio dormire. Dissi di si 
ailinchè mi vestissero, ma alla notte non mi trovai all'appuntamento. 

All'indomani andai in piazza San Giovanni per trovare lavoro da 
cantiniere, ma sembrava che sulla mia fronte vi fosse scritto che io 
ero un ladro; mi domandavano benserviti ed io non ne avevo. 

Avevo conosciuto in carcere un certo F , da Genova, celebre 

truffatore ; questi mi promise d' insegnarmi 1' arte sua ; ma tutte 
quelle bugiarderie che bisogna raccontare per poter carpire denari 
ai Vincens — come noi chiamiamo gli stupidi che si lasciano deru- 
bare — non mi andavano a genio. Infatti un giorno mi condusse a 
Moncalieri e colà mi disse che io dovevo partire col primo treno 
della mattina, poi fare lo stupido e recarmi in piazza S. Carlo, che 
colà avrei trovato un Vincens molto avaro, vestilo di velluto, che 
mi avvicinassi a lui, domandandogli dove era l'albergo di Venezia, 
e che gli dicessi che avevo dei marenghi da portare al mio padrDiie, 
perchè io mi qualiPicavo per domestico; mentre che il contadino mi 



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— 216 — 
insegnava di anJarc in piazza Venezia, ecco che a caso io incontro 
il mio padrone F...; faccio alto di meraviglia, ringrazio il conta- 
dino e fingo di consegnare i marenghi al padrone; questi finge mal- 
trattarmi, dicendomi che ero una bestia, che lui voleva biglielli e 
non oro, che in quell'ora le banche erano chiuse e tante altre storie. 
Il contadino che ascoltava, si offri di cambiar Toro per i biglietti ; 
ed essi allora allontanarono me che avevo dato i falsi marenghi n 
F..., e consumarono la truffa. Diedero a me poco o niente, io che 
avevo fatto tutto, dicendomi che non conlavo niente; io fui disgu- 
stato e me ne andai. 

Era il giorno 22 novembre 1878, non avevo denari, non sapevo 
dove andare, quando alla sera, invitato da un certo H..., andai per 
rubare nel cotonificio di Paolo H..., ma disgrazia volle che in quella 
corte vi fosse una statua di Maria Vergine e vicino una scala a 
mano; io ero in procinto di prenderla per portarla sul luogo che 
mi abbisognava, quando sento entrare nella corte la vettura dei pa- 
droni; lascio andar la scala e questa, stata mossa da me, si ficcò 
nel collo della statua. Passato quAiche minuto ritornai per prenderla 
e nella furia la tirai in modo che la statua venne giù, rompendosi 
in tanti pezzi; a quel rumore tutti accorrono chiedendo cosa c*è, 
ma non videro nessuno: un boia d*un cane traditore si mise a la- 
trare sulla porta che conduceva alla cantina ove io mi ero rifugiato, 
ed i domestici vennero là, ma io m*ero nascosto dietro le gelosie 
che mettono alle finestre d'estate e non mi videro; già se ne andavano 
quando io feci un movimento che essi intesero: levarono le gelosie e 
mi trovarono. 

Il furto non era stato ancora commesso, perciò essi decisero 
d'andare a domandare al padrone se voleva farmi arrestare o la- 
sciarmi libero. Egli disse di lasciarmi andare, ma il suo cuoco, 
senza ordine di nessuno, era già andato a chiamar le guardie. Fui 
arrestato e stetti 100 giorni in carcere, cioè fino al giorno 28 feb- 
braio 1879, poi fui liberato. Alla porta del carcere trovai molti com- 
pagni; andai con loro, e il giorno 5 marzo 1879 il suddetto M.... 
rubò un orologio che diede a me per vendere, ed io andai a por- 
tarlo da un orefice; questi conobbe da un certo segno che era stato 
rubato e mi fece arrestare. 

Io ero innocente dei furto, ma non volli l'impunità e fui condan- 
nato a 8 mesi di carcere. Uscii il giorno 1^ settembre stesso anno; 



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-217 - 
avevo voglia di lavorare: andai a fare il gazisla da G... Pietro. La- 
vorai sempre in negozio, perchè avevo confessato d' essere staio in 
carcere, ma vedendo che io non rubavo niente, un giorno mi mandò 
a mettere un conlatore di gas sotto la Galleria Natta, nel negozio 

di profumerie di certe sorelle S , e là rubai cinque fiacons di 

acque odorose con un meccanismo, che valevano lire 4,50 caduno. 
Là fnarronai e fui arrestalo: era il giorno 23 novembre 1879. Andai 
il 4 marzo 1880 al dibattiinento e fui condannato questa volta a 2 
anni di carcere come ladro di professione. 

Dopo nove mesi mi mandarono a Sai uzzo per terminare la pena 
e uscii di là con tutte le buone intenzioni del mondo; avevo im- 
parato il mestiere di calzolaio, e pensavo già a tante belle cose, ma 
nel modo che insegnano in carcere i mestieri, in libertà non ser- 
vono a nulla; ed io, trovalo un compagno che avevo conosciuto a 
Saluzzo, mi disse che lui aveva un buon lavoro da farmi fare, se 
volevo andarci. Io, senza danari, risposi di si, ed alla mattina dopo 
andai a rubare tutti i danari che avevano risparmiati i muratori la- 
vorando e che contavano portare alle loro famiglie. 

Visto che l'avevo fatta buona, perchè il bottino oltrepassò le 600 
lire, continuai a rubare, credendo di essere sempre fortunato, ma 
rubando non s'arricchisce, ed è giusto il proverbio francese: Tant 
va la eruche à Veau que enfln elle ee briu. E il giorno 23 marzo 
1882 mi arrestarono per un tentato furto. Condotto alla Questura, 
siccome credevano ch'io appartenessi ad una associazione di malfat- 
tori, il Delegato disse di mettermi da solo, e ini misero nella ca- 
mera delle donne. 

Siccome era verso mezzogiorno, la guardia che mi aveva chiuso 
in detta camera, ove però non vi erano donne, si dimenticò di dare 
la consegna al surrogante, e verso le 2 condussero due prostitute 
che si erano percosse; io, che pensavo a fuggire, appena sentii sa- 
lire le scale e parlar le donne, mi nascosi sotto il tavolaccio e quegli 
non mi vide. 

Dopo un momento mi feci vedere e raccontai alle donne la mia 
disgrazia e domandai loro d'aiutarmi a fuggire; mi chiesero come 
volevo fare. Allora io tirai fuori dal luogo ove li aveva nascosti due 
biglietti da dieci lire, e dissi loro: e Prendete, mandate la guardia 
a comperare da mangiare all'albergo, fatevi portare molta roba, ed 
egli verrà dentro a portartela; io mi terrò nascosto dietro la porta 
FalimaesH — 16. 



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— 218 — 
e voi starete vicino alla finestra: il guardiano si avvicinerà a voi, 
che colle vostre belle maniere lo amoialierete, ed io fuggirò; se 
egli se ne accorgerà^ lo chiuderò dentro con voi, se no lascio aperto ». 

Le donne fecero la loro parte a mente a meraviglia, ed io me ne 
andai; ma siccome sono molto sfortunato, appena uscito dalla Que- 
jstura trovai un antico ladro che si era fatto spia (ma io non lo sa- 
pevo); mi domandò di dove venivo, ed io, bestia, gli raccontai la 
cosa com'era andata, soggiungendogli che sarei andato a Genova e 
mi sarei imbarcato sul San MareOy che doveva partire alPindomani 
per Marsiglia. Questo birbone mi vendette e fui arrestato. Non conto 
le Iute che mi hanno dato, ma mi hanno percosso bene. Andato al 
dibattimento, io fui condannato a quattro anni di carcere, che ter- 
minai il 29 marzo 1886. 

Uscito dal carcere mi recai a Torino ; alla stazione vi era mia so- 
rella che mi aspettava per condurmi da mia madre a Biella, e vi 
andai; ma quale fu il mio dolore quando giunto colà vidi mia madre, 
che dapprima era sempre andata vestita in lusso, nel più triste stato I 
Stetti colà dodici giorni, poi venni in Torino per lavorare; non avevo 
nessun pensiero di rubare, avevo circa 90 lire, due vestiti ed un 
discreto fardello e contavo andar a lavorare come garzone in qualche 
caffè; ma ecco che il destino ficcò il suo becco e mi fece trovare 
un certo A... Felice, che dal 1877 non vedeva più. 

Questo infame boia mi invitò a commettere un furto: lo dipinse 
cosi bene ai miei occhi, che io ne restai lusingato e cedetti; la spe- 
ranza che io potessi divenir padrone di tre o quattromila franchi in- 
vase il mio spirito addormentato, e il giorno 17 aprile 1886 io, in 
compagnia di questo infame, mi recai all'abitazione da lui indicata, 
dove avevo preso a pigione una camera ammobigliata e commettemmo 
il furto verso le 5 di sera. 

Commesso il furto, io volevo lasciare nella camera lo scalpello e 
ie chiavi false ch'egli mi aveva provvisto, ma questo boia mi disse 
che non era prudenza e che li mettessi nella mia valigia, cosa che 
io feci, non dubitando di niente. Usciti dalla casa della derubata, 
andammo alla stazione di Porta Susa, ove partiva un convoglio per 
Milano alle ore 6 e 7 minuti, ma era ancora troppo presto. An- 
dammo al Caffè del Dock: egli usci a prendere sigari e quando 
rientrò mi disse che il treno non partiva fino alle ore 6 e 23 mi- 
nuti ; io lo credetti, non lo credevo un traditore, ed egli m'ingannò. 



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— 219 — 
Perduto il treno, io andai a casa d'un mio fratello; egli mi diede 
però l'appuntamento per la sera alle ore 11 al Caffè di S. Maurizio, 
dove io non andai e non vi arrivò niente. 

Notate che commesso il furto io volevo dividere il bottino, ma 
egli mi disse che si fidava di me, che non ne aveva bisogno e che 
avremmo diviso quando avessimo venduto le cedole; gli risposi di 
far come voleva. 

Alla mattina io mi trovai in via San Tommaso dove egli m'aveva 
dato l'appuntamento; c'incamminammo verso via Santa Teresa, e 
quando fummo sull'angolo di via Bertela vedemmo un gruppo di 
sette od otto persone che discorrevano; egli mi disse che era meglio 
dividerci, perchè potevano esser guardie, e restassi un po' indietro, 
che ci saremmo poi raggiunti in piazza San Martino; cosi facemmo. 
Quando arrivai al gruppo conobbi non essere guardie; fra essi vi 
era un giovinetto soprannominato MoretOj e io lo salutai, chieden- 
dogli se voleva portarmi la valigia alla stazione; mi rispose di si, e 
cosi andammo fino sulla piazza San Martino. 

Il venditore di carne umana era già là che m'aspettava. Io non 
vidi nessuno d'intorno a lui, poi non conoscevo nessuna guardia; 
gli dissi che mentre prendeva il suo biglietto avesse preso anche il 
mio; mi rispose che era meglio che ciascuno prendesse il suo. Al- 
lora io diedi lire 4,75 al Moreh acciocché andasse a prenderlo lui, 
cosa che subito fece, ma siccome il primo treno che parte alla mat- 
tina si deve pagare lire 5,20, tornò indietro a dirmelo. Non aveva 
terminato la parola che sette od otto guardie mi saltarono addosso 
e mi arrestarono; voltai gli occhi: A... era sparito. Capii subito di 
che si trattava: io avevo il mio passaporto per l'interno, ma le guardie 
non mi domandarono nemmeno il nome. 

Quando andrò al dibattimento avranno poi il coraggio di dirmi 
che sono un cattivo soggetto, che mi conoscono, eppure non mi do- 
mandarono nemmeno il nome. Come ti aborro, mio carnefice; perché 
non posso averti nelle mie mani, non ho forza, ma vorrei mangiarti 
\\ cuore, vorrei farli soffrire tutto quello che fai soffrire a me, a 
mia madre e a mie sorelle. — Avevo dimenticato di dire una cosa 
— la prima volta che mi arrestarono, quando mi trovai in cella, 
contai i furti che avevo commesso e ne ho contati più di 180. Io 
sono il più birbante di Torino, è giusto che io sia qui, né me ne 
lagno con nessuno, solamente con Dio, perchè lui, che può tutto, ha 



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- 220 — 

avulo il coraggio dì Tirmi nascere; non hasla, mi Ta essere il lor- 
memo di mia povera Tamiglia dopo esserne stalo il carnefice. 

No, il mio nome non andrà in reclusione, sul braccio non porterò 
più un numero, la fine di Fusil è la mia! Fusil, tu sei il mio Dio per 
coraggio, dunque aiutami, dammi per un momento il tuo spìrito e 
poi andrò a trovarti. Devo pure confessare che tutte le condanne 
che scontai non furono tutte pronunziate col mio vero nome, ne ho 
quattro col nome falso, perciò prima di abbandonare il mondo voglio 
ristaurare l'onore a chi l'ho tolto. Benché questi sia 8 anni che la- 
vora sempre da un medesimo padrone e che non abbisognerebbe la 
mia confessione per accertarci che egli è un galantuomo ed onesto 
artista, pure voglio dirlo; la mia morte avrà luogo, si, io voglio 
aver l'onore di sapere quando sono venuto al mondo e quando ne 
partirò. Addio tutti. 

Alle ore 9 venne don Martini che non volle confessarmi, dunque 
anche lui conosce che non è una cosa tanto necessaria ; ammette 
la forza irresistibile e non crede che l'uomo nasca col destino. Alle 
9 1|2 sono ancora tutti svegliati. Avrei scritto molte cose importanti 
avvenutemi nel corso della mia vita, ma non ebbi tempo! troppo 
presto arrivò il 26 maggio; nove anni fa in detto giorno mi arre- 
starono perla prima volta; questa notte muoio. Povera madre! Scelgo 
piuttosto il morire in carcere che in libertà per non soffrire di più. 
La seconda volta passerebbe mollo tempo prima che possa arrivare, 
e poi che bella figura farei nel morire rubando col furto nelle mani; 
qui, è meglio. 

Gara anima di Fusil (1), dà forza al mio coraggio, fammi tuo emulo. 
Alle 10 lutti dormono. Do il sapone alla corda. Sono le 11, tutti 
continuano a dormire. Morfeo, Dio del sonno, impadronitevi di loro, 
non lasciateli. Mezzanotte; tutto è tranquillo, siamo al giorno 26; 
addio mondo, ungo ancora una volta il sapone colla corda e vado. 
Prendo lo asciugamani e lo metto in bocca per soffocare ogni im- 
previsto grido. Addio, mondo ingrato, addio, madre, sorelle, compio 
il sacrifizio. Società, tu sei vendicala, possano tutti i ladri far la 
mia fine. 

Maledizione ! 

promessa che avevo fatto a mio padre, ma come 



(1) Un aseassino che s'aodBe in carcere. 



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-221 - 

rimasero deluse le mie speranze! Quando fui liberato venni a To- 
rino, e porlalomi da un calzolaio chiesi lavoro; quesli aveva bisogno 
di un garzone che Tacesse slivalini da donna ed io credevo di poter 
servirgli, ma pa.ssali alcuni giorni mi chiamò a parie dicendomi che 
con quel mesliere io non sarei mai stalo capace di guadagnarmi da 
vivere e mi congedò. Eccomi di nuovo costretto a rubare per vivere 
e soddisfare alla mia ambizione. Fu allora che io mi convinsi che 
nelle case di pena italiane non c'è niente di buono; in queste case 
si soffre e non si impara niente che serva a fare di un ladro un 
uomo onesto, non vi è chi cerchi il suo sollevamento: là lutto è 
vizio, tutto è abbrutimento. ' 

Nelle case di pena s'impara ad odiare la società, non v'è alcuno 
che insegni di far d'un ladro un onesto ; esse sono le università dei 
ladri ove i vecchi insegnano ai giovani il mestiere, è là che si con- 
centrano o^i sorta di vizi i quali a poco a poco s'infiltrano gli uni 
negli altri (1). Prigioniero! sinonimo di schiavo, sottomesso a uomini 
la più gran parte senza umanità, essere di creta che natura privò di 
ogni delicato sentire, i quali non vedono nel prigioniero che un 
individuo che essi hanno l'incarico di torturare, perchè ha offesa 
la società. Con te società non sarei arrabbiato; quanti infelici avrebbe 
di meno l'Italia se chi destini a tuo esecutore la pensasse come te, 
e se i filantropi, invece di mandare i milioni per l'obolo di S. Pietro, 
pensassero a trar dalla via del male quelli che lo desiderano non 
con parole ma con fatti. Tu dici: ebbene m'hai offeso, un castigo 
li occorre, io ti allontano perchè tu abbia tempo a provarmi che sei 
riabilitato e che tu possa scucirti gli abiti che per colpa tua li cucii 
sul dorso (1). 

Povera società, come sei ingannata! Nelle lue case di pena è im- 
possibile che uno cerchi di riabilitarsi, perchè chi va là con una 
professione la disimpara, non polendo seguitare il suo lavoro, e chi 
ne è senza non ne impara nessuna, perchè non vi è nessun impulso, 
e lutto ciò perchè la camorra vi regna sovrana (1). 

Gli ultimi tre giorni di un ladro suicida. 

Muoio perchè sono troppo avvilito della mia sorte. Son 9 anni che 
faccio il ladro, ne ho abbastanza; 2558 giorni di carcere in 9 anni, 

(1) Parola che consuonano a quelle dei primi PaìimsesH e alle conclosionf 
di Prins: 



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— 222 — 

inrame destino! Sono sempre stato convinto che il mal fare non può 
durare lungamente, che la sua durata è breve, ma una forza indomita 
mi costringeva 'al furto : vivendo io sarò sempre un ladro e morrò 
in carcere o in galera, ed io non voglio morir di malattia in prigione. 

Io non ho che questo infame vìzio; del resto non sono accatta- 
brighe, non sono effeminato, né giocatore, né bevitore, sono un ladro 
infame, un porco birbante, il furto non mi ha mai procurato felicità 
alcuna. Siate maledetti ! voi tulli che siete stati miei compagni d'in- 
fortunio, perchè quando discorrevate del vostro passalo non discorre- 
vate che di mila franchi. Siate maledetti mille volte perchè coi vostri 
racconti avete allettala la mia debol fantasia e fattomi sperare una 
possibile fortuna nel rubare. 

Se avessi forza vorrei vivere per provare la vita dei campagnuoli 
lavorando la terra; ma sono gracile, debole, soccomberei alla bisogna. 
Muoio ladro, ma ho sempre odiato d'esserlo, la compagnia nella quale 
la società da me provocata fu costretta a confinarmi Tho sempre 
odiata, aborrita, ho sempre fatto promesse a me slesso, ho giurato 
che non avrei più rubato, ma, sorte bastarda, fui sempre spergiuro. 
Maledetto sia il giorno che son nato! 

Gìovinotti! Ascoltate le parole d'un misero che fra poche ore non 
sarà più. Non credete a ciò che i ladri vi raccontano di ricchezze ed 
allegrie passate, esse sono ideali mai esistiti per loro, volgete uno 
sguardo dintorno a voi e mirale quei vecchi canuti che si vantano 
tanto d'esser ladri e furbi, domandate loro ove sono le loro ricchezze 
(le hanno sempre avute nella testa), essi han passata la gioventù in 
carcere, la virilità in reclusione od in galera e la vecchiaia la ter- 
minano in carcere o in qualche ospedale. Siale certi che fra 10 ladri 
uno sarà fortunato, gli altri subiranno il castigo che di giusto loro è 
dovuto. 

Perchè rubare gli avanzi e le sostanze di coloro che sudano nelle 
officine trafficano onestamente? Io queste cose le ho sempre pen- 
sate, ma il mio destino era scritto in cielo. Compagni inesperti ! La- 
sciate di rubare, il lavoro solo vi farà passare giorni tranquilli, ru- 
bando voi trascinerete una vita piena d'umiliazioni, di dolori, d'ab- 
brutimento, vi rovinerete il corpo, esso perderà il suo vigore, l'anima 
si abbrutirà, il vostro occhio perderà l'espressione, la vostra mente 
^diverrà ottusa, la vita vi sarà odiosa. Se avete sorelle pensate ad esse, 
pensate a vostra madre, alla vostra patria. Lavorale, lavorate. 



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— 223 — 

Se non sarete capace di vincere. Tate come me, liberate la società 
della vostra contagiosa presena». Il suicidio è la morte più onorevole 
che possa avere un ladro, egli è simile ad un Re, il suo corpo vien 
lasciato attaccato al capestro sino a quando saran venuti i giudici ed 
i procuratori per constatare la sua morte. Fra queste persone vi sarà 
chi verserà una lagrima di compassione nel mirar la misera spoglia e 
dirà: Povero giovane! Egli deve aver ben sofferto per non sentirsi 
più capace di viverci II suicida avrà la certezza che la sua testa non 
servirà d'orribii pasto ai vermi ed ai topi e la contentezza che il suo 
cranio sarà oggetto di studio e passerà nelle mani dei più illustri 
professori. Morendo di malattia non una lagrima, non una parola di 
compassione chiuderà la sua fossa: il suo corpo sarà come quello di 
un cane. Cosa devo fare io al mondo quando sono certo che non potrò 
mai liberarmi dell'infame vizio che mi tormenta? 

La vita dell'onesto operaio deve essere molto bella, molto felice, in 
seno alla sua famiglia egli deve apprezzar molto ciò che io disprezzo. 
Ha non potrebbe una passione soffocarne un'altra? Se io trovassi una 
di quelle donne che si possono veramente chiamar angioli sulla terra!.. . 
No, l'amore é uri sentimento che io non conoscerò mai! Infamia a me 
e a chi mi compiange. I compagni che mi circondano quaiido ascoltano 
i graziosi ideali che io formo incitali dal mio fatai destino, mi sussur- 
rano alle orecchie: Tu ruberai sempre, tu morrai rubando. Sono su- 
perstizioso e credo agli auguri. 

Io muoio contento che libererò la società d'un mostro quale io 
sono. Non abbiate pietà, o giudici, pei recidivi perchè essi sono in- 
fami, che hanno avuto almeno dieci allievi cui essi hanno insegnalo 
a rubare. Invece di far conoscere a quei ragazzi l'orrenda via che io 
intraprendevo , li lusingavo raccontando loro dei furti colossali da 
loro inventati; pensate che siete maledetti miserabili. 

La compagnia m'è odiosa, amo l'ombra, il silenzio, la solitudine; 
odio tutto e tutti, me stesso primieramente. La vita per me è troppo 
pesante fardello, essa mi opprime ; colla morte non farò che alleg- 
gerirmi d'un peso che mi soffoca. Siate maledetti, o voi tutti, o le- 
gisti, che con tanta severità condannale gl'infelici caduti nella colpa! 
Siate maledetti perchè non vi curate più di loro dopo averli desti- 
nati in quei luoghi di pene e di dolori. E secondo il vostro modo 
di vedere in quelle case, ove voi che rappresentate la società, pro- 
curate lavoro affinchè imparino una professione e si riabilitino. Si ite 



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-.224 — 

maledetti perchè ingannate la società. Nelle vostre case correzionali 
si poltrisce, là non vale il pentimento, là si viene incoraggiati al 
mal fare, perchè coloro ai quali voi affidate la cura dei ladri, sono 
più ladri dei ladri stessi, essi non badano che ad impinguare il loro 
borsellino; siate maledetti perchè vi lasciate ingannare e cosi lasciate 
passare anni ed anni fra l'ozio a giovani, ai quali non abbisogne- 
rebbe che imparare una professione per rimetlersi sul retto sentiero. 
Ecco perchè avete tanti recidivi, vostra è la colpa. Siate maledetti 
perchè a me toccò questa sorte: invece di rialzarmi m'avete fatto de- 
pravare fino alla midolla. 

Sii maledetta tu, società affabile senza cuore, è tua in parte la 
colpa se io son diventalo un ladro di professione, perchè quando 
io venni per la prima volta in carcere, tu mi lasciasti per anni lan- 
guire in una cella senza lavoro in balla a' miei tristi pensieri, al 
lora io pensavo a rubare, rubando, divenivo milionario, ecc. Che tu 
sia maledetta! s'apra la terra e t'ingoia e tu sofi'ra i più terribili 
momenti dell'agonia. Sii maledetto tu, Dio infame, che mi mettesti 
al mondo per divertirti delle mie disgrazie, tu che i tuoi infami ministri 
dicono poter lutto e — non muoversi foglia senza che tu voglia. — 
Sei dunque tu che vuoi che io rubi"^ Perchè non mi aiuti? te l'ho 
pur chiesto molte volte. Tu, come padre di tutte le creature, sei il 
più infame dei birbanti. Nell'estrema miseria in cui mi trovo cerco 
un sollievo dandomi la morte, i miei mali e le mie pene mi fan 
parer lunghe le ore; io passo giorni intieri a contemplare l'aria e 
la bellezza della natura, i miei pensieri mi tormentano, la tristezza 
pesa sul mio cuore ma non può affogarlo. 

I miei occhi si pascolano nella città che fu la culla delle mie di- 
sgrazie e sulle colline che la circondano le più belle immagini della 
vita s'affacciano alla mìa mente: nella mia vita non provai che false 
illusioni ed amari disinganni, il mio cuore non ne può più. mia 
sorte! come sei brutta, come sei orribile! In carcere dunque è per 
sempre ferma la mia dimora : qui in carcere trascinando una vita de- 
plorevole devo aspettare la fine dei miei giorni; la natura ha pur ver* 
sato la felicità per tutti in questo mondo ed io qui solo, senza amici, 
lontano dai miei più cari ! Infame destino ! Perchè m'han fatto nascere? 
Come figlio diseredato ho davanti a me il ricco patrimonio della fa- 
miglia umana, ed il cielo avaro verso di me non mi dà la mia parte. 
No, no, non vi è felicità per me su questa terra. 



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- 226 - 

Il coofoglio passa qui vicino, (Ischia e mi dice: Vado a Biella! 
Duro lormento, là si trova mia madre e le mie sorelle che piangono 
per me. Allo spuntar dell'aurora i passeri cantano e dicono — sei li — 
— sei II — ich, ich. — I soldati quando vanno alla piazza d'armi colla 
loro musica mi dicono: Siamo liberi e contenti perchè onesti! Male- 
detta la natura! Desideravo fare il soldato, questa Tu ingrata verso di 
me, mi riformarono (in dalla culla, tutto cospirò contro di me, sii 
maledetto, mondo intero! Tutto mi tormenta e mi fa parer odiosa 
l'esistenza, il passalo mi tortura, l'avvenire mi spaventa, troppo ho 
imbrattata la società colla mia presenza. Non crediate che io mi dia 
la morte per la paura della condanna che mi aspetta, no, al carcere 
sono assuefatto, muoio perchè vorrei essere un onesto operaio e sento 
che non posso e non voglio più danneggiar nessuno. 

Sia detto tra parentesi. Non ho mai pianto pel passato, ho sempre 
avuto un cuor di marmo, ma ora l'idea di dover andare un'altra volta 
davanti i giudici mi spaventa, la vergogna mi fa venire paura, l'inquie- 
tudine d'un'esistenza che s'annunzia a me terribile ha dimagrilo la 
mia faccia, il mio sguardo già si vivido ora è fosco e turbato, le ruse 
della giovenlà sono sparite dalle mie guancie, io sono perduto, un 
miserabile, il più vile di tutti gii uomini. Che io sia maledetto, sia 
maledetta la terra che servirà di tomba all'infame mia carogna. Ha iu 
che sono stanco di vivere sarò forse più disgraziato nell'altro, l'anima 
mia, il mio spirito saranno sempre i medesimi, ma tulio quello è an- 
cora da vedere, forse l'anima e lo spirito non saranno niente, morto 
che sarò tutto sarà (inito. 

La vita per me non ha più attrattive! Perchè desiderarla quando 
non si ba speranza d'esser felice? E vivere nel modo ch'io vivo da più 
anni? Viver per la mia famiglia? Perchè? Qual consolazione ho io dato 
a mia madre ed alle mie sorelle? Via da me, tristi pensieri, la vita per 
me è un affanno, io morrò. 

Scrivendo la mia vita prima di lasciar questo mondo ho voluto get- 
tare un colpo d'occhio d'addio sulla via che ho percorso e per lan- 
ciare una terribile maledizione a quel Dio infame che mi ha messo* 
al mondo per torturarmi, scrivendo queste pagine voglio provarvi che 
mi tolgo la vita con tutte le mie facoltà mentali e che la lascio senza 
altro rimorso che quello di non aver potuto esser degno di portar il 
nome che mio padre mi ha dato. Voi tutti, delegati, questori e questu- 
rini, morite di morte orrenda, voi che con infami tranelli provvedete 



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— 826 — 

grinquilìni alle carceri ed alle galere. Morite fra dolori e spasimi 
atroci voi tutti, ladri, spie, voi che inramemente conducete al macello 
i vostri compagni dopo d'aver loro dato i mezzi per commettere furti 
ed averli aiutati ad eseguirli. Siate maledetti I 

Desidero che il mio soprabito dopo mia morte sia dato a dividere 
tra i quattro infermieri. Lascio a F. Giorgio il mio vestito che ho 
nel magazzino eJ anche la camicia. Prego il signor professore di spe- 
dire al suo indirizzo la sottoscritta lettera, esso lo troverà scritto in 
coda a questo mio scritto. 

e Cara madre e amate sorelle ! 

e Voi abitate in una oscura camera, in mezzo alla miseria e la sop- 
portate; voi pensate qualche volta ai tempi andati, ma vi rassegnate. 
Tempo fa voi abitavate Torino, vestivate alia moda, vivevate agiata- 
mente, ora vivete di stenti e di privazioni, ma pur siete oneste! Voi 
avete abbandonato Torino per colpa d'un ingrato che vi disonorava! 
Speravate viver tranquille nella città che avevate scelto per rifugiarvi, 
ma anche là il vostro carneGce venne a disturbarvi: è dolore, è mi- 
seria ovunque io passo! Io fui maledetto! Povera madre! Povere so- 
relle! avete una ben pesante croce da portare, voi siete infelici a 
cagion d'un reprobo che carica la vostra vita di amarezze infinite! Ma 
io non sono meno infelice di voi... 

e Questa 6 l'ultima lettera che io vi scrivo e che una persona ben 
nata alla quale io ho scritto la mia vita ve la farà avere: allora io 
non sarò più, avrò dato un addio al mondo affinchè voi viviate tran- 
quille. La Irberlà non la bramo perchè libero non posso stare senza 
di voi e non posso star senza rubare: che farne adunque di quella 
quando non alletta più la mia fantasia, quando non si ha più spe- 
ranza? La mia margherita è sfogliata, non vi è più che nuda e sfrondata 
la gialla corolla. Addio, madre adorata ! addio, mie impareggiabili 
sorelle! addio, speranze d'un lieto avvenire. Se io muoio è per non 
colmar d'obbrobrio il nome che porlo, perchè sono infame, senza 
coraggio, è sempre il medesimo vizio che mi trascina in questo 
luogo; la mia riabilitazione è impossibile. 

e La mia morte è necessaria; vivendo, fra pochi mesi verrò tradotto 
nauti la Corte d'assise, il rappresentante della legge scaglierà su di 
me le più obbrobriose parole, egli mi dipingerà alla società come 
un mostro infam*^, degno di popolare la galera, e verrò condannato 
alla reclusione. Tutto si pubblicherà sui giornali, voi, sorelle e madre. 



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-227 — 

arrossirete e vi vergognerete del vostro nome, non oserete più 
frequentare le amiche; me morto , nessuno si curerà di me. Sari 
questo l'unico sacrificio ch*io avrò fallo per voi; accellalelo e pen- 
sate che merlo io avrò finito di sofTrire e voi di chinar la fronle. 
Spero porrete una croce sulla mia tomba, vi prego di mellervi sopra 
quesle poche linee, acciocché servano d'esempio: 

€ Giovani inesperti — che di qui passate — fermalevi un poco — 
poi pensate — la triste fine — di colui che qui giace — passion 
Uranna più volte — in carcere il condusse — addi 26 maggio 1886 
— novesimo anniversario del suo primo arresto — stanco di sof- 
frire — fermo ed immutabile — si diede la morte. 

€ Direte a Carlo la triste mia fine e lo pregherete di nasconderla 
per sempre a sua moglie ed ai suoi figli. Addio, pregale per l'anima 
mia, muoio pentito di tulio quello che ho fallo. Madre, mi darai la 
tua benedizione? ». 

Signor professore, ella avrà la bonlà di far Irascrivere questa lettera 
ed indirizzarla alla signora vedova Visc... ferma in posta. Biella 1 

morie mia caral Regina di lutto il mondo, consolatrice di lutti 
i mali, vieni a liberarmi da questa abbominevoi vita. Rompi a questa 
anima derelitta il laccio che le impedisce il volo. Sollevala del peso 
che la trascina nel fango. Sospirando, piangendo, a te mi raccomando. 
mia speranza! Non fuggir da mei Questa vita ch'io abfiorroa te 
la dono con tutte le forze mie. Accetta, o cara, l'indegno presente, 
lascia vivere al mio posto un onesto padre di famiglia che sia utile 
al paese, utile ai suoi contemporanei» legato alla vita per affezioni, 
cooperante al bene comune a misura delle sue facoltà. 

Buoni torinesi, ottimi italiani, prima di morire vi domando per- 
dono se ho disonorato colle mie azioni Torino e l'Italia, compati- 
temi, ho sempre desiderato d'essere un onesto operaio, ma il de- 
stino comanda. 

Madre e sorelle mie amatissime, come vi richiamano i miei pensieri 
adesso, come rammento i dispiaceri che vi ho dato, e maledico il vizio 
che costi m'ha gettato I Son morto rubando, la carta su cui scrivo, la 
penna, l'inchiostro, la corda, tutto ho rubato. Ecco avverala la profezia. 

Non ho potuto uccidermi ma questo non mi impedirà di riuscirci 
un'altra volta; sia per natura, sia per avversità di fortuna ho sempre 
avuto quest'idea. Vedete, io non so far niente e di tutti i favori che 



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-228 — 

il reggitor del mondo carica gli uomini, io non ne ho mai goduti 
nessuno. Io ho fallo del bene a compagni credendoli amici, essi mi 
hanno tradito; io ho rubato, altri hanno goduto i frutti de' miei la- 
drocini!, io sono senza fortuna. Già, se ci penso bene, ho volontà 
di vivere, vorrei sortire per andare in America o in Francia, per 
questo pregai a Saluzzo il mio unico amico Gap..., che m'insegnasse 
il francese, ma quando sono libero lutto passa , non mi ricordo più 
di quel che ho sofferto, io non ho sofferto niente, in carcere io non 
soffro, la mia mente è libera, è il solo corpo che è prigioniero. Colla 
mia mente io sono sempre stato ricco ed ho avuto sempre carrozze 
e cavalli, io mi son fatto fare grandi palazzi in tulle le città d'Italia, 
io in carcere sono quasi tutto il giorno tranquillo, io non penso 
che a mia madre e alle mie sorelle e penso che ho sempre rubato e 
non posso far senza rubare. Io ho appartenuto a tutte le migliori so- 
cietà — dei ladri — che hanno infestalo Torino, io so rubare in 
lutti i modi e so truffare e non sono buono a far niente di buono. 
Io sono chiamato fuori il Politico perchè ho sempre imbrogliato 
presidenti, giudici, delegati, spie, ma questa volta sono slato tradito 
e non posso più consolarmi, se avessi la consolazione di poter im- 
brogliare la giustizia sarei un po' felice, ma solto Gal.... la questura 
copre troppo bene le sue spie e il mio traditore forse se la passa 
in libertà allegramente facendo altre vittime. 

Già io non mi lamento e non mi lamenterò mai per quanto sia 
lunga la mia condanna, perchè io mi sono meritalo di andare in ga- 
lera cento volte; poi io non cerco più la libertà perchè rubare non 
voglio più perchè amo troppo mia madre e le mie sorelle; dunque, se 
non potrò uccidermi qui, avrò tutto il mio comodo in libertà, colla 
differenza che soffrirò troppo; io quando mi metto un chiodo nella 
testa voglio riuscirvi appena avrò occasione, farò giuramento e seri* 
vero col mio sangue, perchè io sono sicuro che quando sarò libero 
tornerò a rubare, io non farò sicurami^nte il lustrascarpe, né il venditor 
di giornali; nei caffè o liquoristi io non posso più lavorare perchè 
sono slato troppe vulle in prigione e quando sortirò sarò tanto de- 
bole che non avrò forza alcuna; se cerco d'andar via la questura 
non mi farà il passaporto per l'estero e se lo farà ci metterà sopra 
che sono stalo condannato, cosi pubblicherà che io sono una birba. 
La maga me lo ha dello col giuoco delle carte ch'io sarei morto am- 
mazzato, io non cerco altra morte. Nessuno deve pensare a me perchè 



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- 229 - 

io non valgo niente. Io non posso dir niente perchè nou voglio più 
morire in carcere; io penso ad altro, e quando sortirò saprò cosa 
Tare; io non so più scrivere, io non ho più volontà di niente, non 
ho potuto morire, ma non vivrò, vegeterò. 



Antobloirrafta del brigante F. S. di Catania a). 



Nell'eie d'anni 6 portavo via ai miei genitori roba mangiativa per 
donarla ai miei compagni; questo durò fino alli anni 9. Dopo mio 
padre mi mise in una osteria, ove seguitavo pure a portare via la 
roba, pane, alcune bottiglie di vino ed alcuni soldi, e poi andavo coi 
miei compagni a fare delle merende e giuocare. Una volta giuocando 
ad arme e santo ebbi qualche contrasto con un mio amico e comin- 
ciammo a darci i pugni; io, non potendomi difendere eolle braccia, 
stante ch'egli era assai maggiore di forza, mi gli gettai addosso come 
un cane arrabbiato, gli diedi un morso all'orecchio, e ne portai via 
una terza parte. Una volta rubai ai mio padrone ostiere una forma 
di formaggfo, la portai alla mia casa; nel mentre fui sorpreso da mio 
padre, che mi diede una buona dose di bastonate. Dopo tre mesi 
da questo fatto mi licenziai dal mio padrone. Nell'anno 1848, nel mo- 
mento della rivoluzione nella mia patria, camminando per una strada 
ebbi ad osservare in un palazzo alcuni paesani che portavano via 
roba; allora anch'io salii di sopra e rubai un'ombrello di seta, e 



(1) È costai an uomo sai 35 anni; alto, barbato, prognato, doligoce&lo (dia- 
metro longitadinale 200, trasverso 160, circonferenza 55, angolo fiicciale 67) 
che tre volte simulò la pazzia nella galera, e venne tradotto in quest'ospizio 
dove fa pare per qualche tempo creduto realmente alienato: la cagione che 
l'indusse a simulare è, oltre il miglior vitto deirospizio, la tema di essere col- 
pito dai compagni che avevano, pare, le loro buone ragioni di ritenerlo come 
delatore, la massima delle colpe fra galeotti. 

Questa autobiografia, che noi gli strappammo per avere una prova autentica 
della sua simulazione, fu da lui dettata nel suo dialetto siciliano e si tradusse 
in italiano senza ritoccare però nò sintassi, nò logica dal bravo nostro M. L. 
Essa interesserà molto, non solo i psichiatri, ma gli studiosi di discipline car- 
cerarie, a cui ò pur troppo noto quanta difficoltà siavi a cavare confessioni a 
questi infbliei sempre tenaci nelle negative fino all'agonia. 



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- 230 - 
un mortaio da droghiere. Nel giorno stesso vedendo da altri portar 
via, ossia rubare dell'olio in un magazzino, anche io ne portai via 
un'orciuolo. 

Mio padre, vedendo la mia cattiva vita, mi dava sempre bastonate 
con un mazzo di corde, allora io ogni volta stavo fuori di casa quattro 
cinque giorni, e poi per parte della mia povera madre ritornavo 
in seno della famiglia. Nell'età d'anni tredici, un giorno mi recai in 
una bettola ove trovai alcuni paesani che giuocavano alle carte e mi 
misi a sedere lor vicino; nel medesimo tempo principiai a scherzare 
con loro, ma uno di quelli non era contento che io scherzassi, per 
cui si venne a parole, e nel medesimo tempo egli diede di mano a 
un pezzo di bastone per percuotermi; io, profittando di una bottiglia 
che stava sul Havolo, gliela diedi sulla faccia e poi mi misi a fug- 
gire, stantechè egli era un giovane di circa anni venti. Un mese dopo 
mio padre mi mise a fare l'arte del carrettiere in compagnia dei miei 
frsteHi, lavorando però con le nostre bestie, giacché avevamo due 
muli ed un cavallo. Ha io ho sempre avuto poca voglia di lavorare, 
per cui ogni tanto abbandonavo il mio mulo e carretto, per andare 
coi miei compagni a bere e giuocare. Nel mentre che io esercitavo 
il mestiere di carrettiere, più volte mi esercitavo a rubare qualche 
gallina e quando mio padre mi dava il danaro per comperare la biada 
alle bestie io invece andavo al caffé a giuocare; e tutto questo ad 
onta che io venissi bastonato barbaramente da mio padre, fino a le- 
garmi ad una trave onde non gli potessi fuggire. 

Nell'età di anni 17 una sera in dieci o dodici amici ci recammo 
in una bettola, giunti che fummo ci mettemmo a giuocare al tocco 
del vino ordinalo; io sortii vincitore, ma uno mi voleva imbrogliare 
col dire che egli era vincitore, per cui ne vennero alcune parole, e 
quegli avendo una grossa canna in mano si mise a bastonarmi; al- 
lora, approfittando di un coltello che tenevo in tasca, principiai a me- 
nare, e gli cagionai alcune leggiere ferite, che per circa trenta giorni 
lo tennero in cattiva salute. Avendo però mio padre pagato la somma 
di L 300, io non ebbi a subire alcuna punizione, e mia madre es- 
sendo filatrice e maestra di seta accadeva che qualche volta le por- 
tava via qualche matassa, che donavo ad una donna da marito 

Una volta ebbi campo di avere nelle mani le chiavi dello scrigno di 
mio padre ove egli teneva il danaro, per cui ne feci fare una simile 
e di quando in quando gli portavo via qualche piastra ed alla fine 



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— 231 — 
mio padre sì accorse che gli mancavano circa 30 piastre, però non 
era sicuro che il ladro fossi stalo io, ma dietro la mia cattiva con- 
dotta e siccome già ero colpevole, mi diede subilo la colpa, e si può 
ben immaginare qual fracasso egli facesse e quali percosse mi dasse, 
più mio fratello maggiore mi voleva assolutamente ammaziare, ma 
la povera mia madre lo trattenne. 

Nell'eli di 19 anni feci un viaggio per un appaltatore di pietra; 
coli trasportai ferri ed altri oggetti, per lavorare le pietre; essendo 
passali alcuni giorni che io aveva fatto questo viaggio, mi recai dal 
suddetto per essere pagato delle mie fatiche; questi giorno per giorno 
mi canzonava; un giorno trovandomi seduto fuori d'una cantina nei 
mentre che passava questo tale, mi avvicinai a lui, e gli chiesi il 
mio avere; egli mi disse che mi avrebbe dalo dei calci invece dei de- 
naro, ed io gli risposi: e Quando voi mi vorrete dare i calci, non du- 
bitate che ne parleremo >; a colali parole prese la sedia su cui io 
stava innanzi seduto, e mi venne incontro minacciandomi, ma allora 
io tirai fuori il coltello e gli detti addosso; ma invano riuscì il mio 
desiderio, stantechè fui fermato da alcuni paesani, e cosi si terminò 
la questione. 

Io rimasi per poco tempo nel luogo della questione, ed egli se 
ne andò a porsi in agguato nella strada, che io dovevo percorrere 
per andare a casa, risolsi anch'io di avviarmi per quella e, come fui 
giunto a un certo punto, fui all'improvviso sorpreso dallo stesso in- 
dividuo, il quale presomi per lo stomaco mi gettò a terra e cominciò 
a percuotermi orribilmente; io appena ebbi campo di svincolarmi dal- 
l'avversario, estrassi di lasca un coltello e gli diedi due colpi, il primo 
dei quali non fu bene diretto, ed il secondo lo feri profondamente 
alla coscia sinistra ; immantinente mi diedi a precipitosa fuga, e mi 
recai dalla comare di mio zio narrandole ciò che mi era accaduto. 
Pur per quanta ira avesse mio padre con me, tanto si mosse a com- 
passione che mi spedi alcuni scudi e biancheria; nel medesimo tempo 
mi fece andare lungi 24 miglia al paese chiamato Salario, ove dimo- 
rava un suo compare. La mia lontananza durò circa 30 giorni a motivo 
che mio padre mi mandò a dire essere quel tale quasi guarito, e che 
fossi pure andato a casa che egli avrebbe accomodalo tutto. Dopo 
tre quattro giorni che fui giunto a casa si fece la causa e fui con- 
dannato a pagare le spese: cosi egli si rifece, e nel medesimo tempo 
si fece la pace dinanzi al giudice istruttore. Dopo tre o quattro mesi 



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- 232 — 

che avevamo Tallo la pace ed io mi trovavo in una cinlina giocando 
con alcuni amici, comparve costui in compagnia dì alcuni suoi amici, 
e mi chiese se gli pagavo un quarto di litro; io gli risposi negali- 
vamenle; egli, essendo alterato dal vino, m'incominciò a maltrattare; 
allora io mi alzai dalla sedia dove ero seduto per difendermi dalle 
sue minaccio, ma nulla successe, stanlechè gli amici si misero di 
mezzo. 

Negli anni 21 entrai in una bettola, ove trovai una donna di mal 
essere che voleva scherzare con me, ma non andandomi affatto a genio 
rifiutai i suoi scherzi, ma ella sempre più offendendomi con parole 
mi scappò tanto la pazienza che le diedi un grosso calcio nello sto- 
maco, e la buttai a gambe levale credendo di averla rovinata; dopo 
poco tempo che mi ero allontanato dal luogo, giunse suo marito che 
la vide a piangere, e le dimandò cosa avesse, e per qual motivo pian- 
geva; ella non voleva dichiarar nulla, ma il marito fece molla insi- 
slenza, onde spiegasse le percosse avute, per cui ella Tu costretta a 
narrargli il fatto: allora egli prese in mano un coltello e si scagliò 
contro me. Io vedendo tale movimento presi un grosso sasso per di* 
fendermi, ma nulla successe poiché alcuni paesani si misero di mezzo. 
Recandomi alia mia casa mi armai del mio difensore per timore avesse 
accadermi qualche incontro, ma dopo alcune ore trovai alcuni miei 
amici insieme al mio avversario, mi chiamarono e cosi feci la pace, 
andammo a bere e tutto fu terminato. 

Nell'anno 1858, dietro consenso del pretore di Catania, mi divisi 
dalla famiglia toccandomi per mia parte un carretto, un mulci e scudi 
15; dopo 4 5 giorni vendei il mulo ed il carretto, ed in poco 
tempo fra amici mi mangiai tutto il denaro ricevuto colla mia mer- 
canzia. Dopo terminato tutto il danaro, gli amici non mi gradi- 
rono più, per cui mi ritrovavo in uno stato assai deplorabile: e mio 
padre, vedendomi in tale stato, si mosse a pietà onde ritirarmi ia 
sua casa. Una mia cugina vedendo la mia sciagura ed il cattivo an- 
damento, risolse di ammogliarmi dicendo che, forse, avrei cambialo 
vita: infatti mi misi a far l'amore. Debbo far osservare ch'io tornai 
colla famiglia, ma pel dormire slava solo, per cai tenevo un piccolo 
ambiente a piano terreno, ed avendo da qualche giorno perduto la 
chiave la porla stava chiusa con un semplice nottolino. 

Una sera, recandomi alla mia diniora circa alla mezzanotte, per 
riposare, trovai 4 individui che giuocavano ed uno fra i quali era il 



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- 233 - 
mio compare^ Tallro era queirappaltatore di pietre che fu ferito da 
me; essi stavano a giuocare sul mio letto. Io vedendo tal fatto im- 
pugnai un bastone che stava dietro la porta, per bastonare partico- 
larmente il mio compare, ma uno di questi mi strinse il collo di- 
cendomi per carità di star fermo; e cosi mi domandarono scusa e 
andarono pel fatto loro. Due mesi dopo questo fatto mi feci sposo 
e mi stabilii colla famiglia; seguitando però sempre a mantenere quel 
maledetto vizio di portare via la roba, un giorno portai via la somma 
di scudi 24 ed alcuni oggetti d*oro; fui scoperto e mandato via im- 
mediatamente con quel poco di roba che era di mia spettanza, ed 
andai a stare colla famiglia di mia moglie. Dopo 4 o 5 mesi, alla 
distanza di circa 50 passi dalla mia abitazione, veniva rubata ad un 
grosso proprietario la somma di scudi i200 ed un rotolo d'oggetti 
preziosi; il giorno stesso fui arrestato come colpevole del fatto, ma 
dopo alcuni giorni la giustizia dietro le sue indagini venne a sco- 
prire il vero colpevole, e cosi fui tosto messo in libertà. 

Nella fine del 1859 fui arrestato come vagabondo; e nel 1860, nel 
mentre scoppiò la rivoluzione, si recò nelle carceri di Catania il con- 
sole, non so di quale nazione fosse, mise tutti i prigionieri in li- 
bertà, ed appena sortito andai per garzone in qualità di carrettiere, 
trasportando palle e polvere da Catania a Messina pel generale G., 
questo durò dieci giorni. Un giorno, ritornando dal paese di Calta- 
nisetta diretto per Catania carico di zolfo, venni a contesa con un 
mio compagno carrettiere, e per non soccombere lo percossi col pa- 
letto tanto che lo resi malconcio, di che ora mi tocca scontare an- 
cora una parte di pena. 

Alla metà strada essendovi una taverna staccai il mio mulo per 
rinfrescarlo; anche altri carrettieri fecero lo stesso; dopo mangiato 
ci mettemmo a giuocare al tocco, che è un nostro giuoco, e fra noi 
vi era anche un taverniere; giuoco facendo ebbi qualche parola di 
contrasto, di più mi fu detto del malandrino, a cui presto si taglie- 
rebbe la testa; allora io risposi che cento non sarebbero stati 
buoni di far questo. A tali parole il tavernaio corse alla porta della 
sua camera per prendere lo schioppo, ma io gli corsi dietro con un 
coltello che trovai appeso e mi misi alla porta ove egli era entralo, 
però corsero subito altri carrettieri che stavano giuocando con noi 
e cosi facemmo tregua. Attaccai subito il mio mulo, e presi la strada 
alla volta di Catania fermandomi lungo il viaggio; discorrendo con 
PahmaestL — 17. 



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— 234 — 
uà altro carrettiere mi disse che ebbe contrasto col padrone della 
taverna; dopo molle parole dette Tra noi due soggiunse, che si era 
messo di mezzo per quietare il rumore fra me ed il tavernaio ap- 
pena aveva veduto che io aveva preso il coltello, e io giunsi occul- 
tamente a Catania. 

Nel gennaio del 1862 essendo scoppiata la rivoluzione già predetta, 
gridavano tutti: «viva G., abbasso il re e gli sbirri >. Ne nacque 
qualche Terimento, ma io non ero colpevole affatto; ero colpevole 
solo del misfatto antecedente, e del rumore col tavernaio, per il che 
ancora rimasi celato per qualche tempo. Corsero le truppe di ogni 
arma per sedare il tumulto della gente e si rimise l'ordine. Il giorno 
seguente poi fecero una carcerazione di 60 individui fra i quali ca- 
pitai anch'io: ci portarono alle carceri giudiziarie del distretto per 
un anno circa sotto causa; 51 di noi vennero messi in liberti, 7 con- 
dannati a morte, e due a sette anni di carcere duro coi ferri. 

Dopo pochissimi mesi che fui sorlilo dalla carcere, mio fratello 
cadde ammalato, e mi diede il suo mulo col carretto per traspor- 
tare materiali per la costruzione di alcuni fabbricali; passando per 
una via con il carro carico disgraziatamente presi sotto le ruote un 
maiale, cagionandogli la rottura d'una gamba, e la padrona si ac- 
corse e mi diede una rimproverata assai seria, ma io seguitai il mio 
cammino malgrado che il marito mi volesse ammazzare. 

Nell'anno 1863, molta gente si recava in occasione della festa del 
santo protettore, alla distanza d'un miglio da Catania, nella Villa 
chiamata Gifalesove. Hi recai colà ove ero aspettato da alcuni miei 
amici, e ci mettemmo in una bettola onde fare una piccola bevuta; 
quando fu verso sera montammo tutti sul biroccino che avevo con 
me, mentre eravamo tutti alterati dal vino, e giunti che fummo al 
paese nostro ci recammo in una osteria principiando a giuocare al 
solito giuoco; dopo alcun tempo ognuno prese la sua strada per 
recarsi a casa: io facendo lo stesso m'accompagnai con altri due, 
stante era la medesima strada che dovevamo percorrere per andare 
all'abitazione. Strada facendo, uno de' due disse: « venite a casa mia 
che mio padre non v'è, cosi faremo uu piccolo sonno, e poi domani 
io prenderò dell'olio, e cosi lo vendiamo ». Cosi si fece; portammo 
l'olio alla casa dell'altro compagno finché siamo andati a trovare il 
compratore. L'olio stava sicuro in casa del Rag. ed infatti egli mi 
venne a trovare nel caffè, come già eravamo rimasti d'accordo,, ed 



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— 235 - 

insieme a lui vi era quello che doveva comperare Toiio; quindi ci 
siamo recati alla casa dove doveva esser l'olio, ma la moglie del Rag. 
ci disse, che l'aveva portato via Mas., che era poi colui nella cui casa 
siamo andati a dormire, o, per meglio dire, il padron dell'olio. 
Allora io e il Rag. siamo andati in cerca del Mas, e lo abbiamo 
trovato all'osteria giuocando alle carte. Chiamatolo, egli lasciò su- 
bito di giuocareese ne venne con noi; lo portammo in una strada 
alquanto remota e gli chiedemmo per qual motivo aveva portato via 
e venduto l'olio senza dir nulla a noi. Egli ci rispose: colla mia 
roba voglio fare quello che mi pare e piace; io soggiunsi: allora 
dovevi fare da te senza dir nulla a noi; e Rag. disse: « perchè darmi 
l'incombenza di venderlo? di più l'avevi portato a casa mia, ed ora 
trovo che l'hai venduto, e nulla è più rimasto >. Noi gli abbiamo detto 
che questa era una vera figura da biricchino, e gli saltammo addosso 
come due iene e tanto fu l'impeto che mi meraviglio avergli cagionalo 
solo alcune ferite, dandoci poi alla fuga. 

La giustizia indagava per quei fatti ed altri antecedenti, e si mise 
sulle traccie per arrestarmi. Dopo venti giorni che io era latitante 
fui arrestato da due reali carabinieri alla distanza di dieci miglia 
dalla mia patria. Il Rag. si costituì da sé dopo alcuni giorni che fui 
arrestato, e siccome in tutti i miei falli avevo una parte di ragione, 
la Regia Corte d'Assise di Catania mi condannò a dieci anni di ga- 
lera; adoperando cosi severità con chi ha cattiva condotta. 

Dalle carceri di Catania fui portato al bagno di Ancona e poscia 
a quello diP... sinché nel 1868 disgraziatamente fui colpito da ma- 
lattia di mente, e dopo due mesi mi rimisi discretamente rimanendomi 
però assai appetito, tantoché il medico col direttore del Bagno an- 
darono d'accordo a farmi passare una mezza razione di pane di più 
al giorno. I miei compagni poi, particolarmente i Siciliani, che avevano 
invidia che io avessi quella mezza razione di più, dissero che io la 
diceva come sta, ossia palesava il bene ed il male; cercavano di 
percuotermi, e fecero si che mi levarono la razione che mi si dava 
di più; io perciò stavo sempre in sospetto che mi avessero a fare 
qualche tradimento. Difatti m'imbattei un giorno in tutti i Siciliani, 
che mi assalirono dandomi dei pugni; fra essi un certo Od. con 
un altro diceva: « lasciatelo che lo ammazziamo noi»; ma essendo 
corsi alcuni in mio favore, subito terminò la baruffa. Dopo tante 
paure e percosse, ancor mi trovo in vita. 



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— 236 - 

I superiori mi cambiarono subilo di camerata; ma i nemici tanio 
fecero che mandarono un biglieito sollo mano ai miei compagni, 
dicendo che neiraltra camerata facevo la spia ai guardiani; eppure io 
ero innocente, per questa calunnia mi misero tra allri individui. 

Io vedendo queste cattiverie fui preso da una forte malinconia, e 
mi scoppiò la pazzia a cui di quando in quando vo soggetto. Un giorno 
recavasi nel bagno il Vescovo di questa città, che distribuì alcune 
medaglie di divozione ed anch*io ebbi l'onore di averne una. Trovan- 
domi quel momento assai irrequieto, presi la medaglia e la misi a 
pezzi. 

I miei superiori vedendo questo disprezzo, mi misero in punizione, 
fui legato con maglie di ferro per le gambe e le mani; il tutto fu per 
giorni 10, poscia mi portarono nell'infermeria del bagno, e dopo 
questo mi portarono in quell'ospizio, ove per tre volte di seguito sono 
andato e ritornato, e dove due Siciliani mi hanno recato mollo male: 
questi due sarebbero, un'Od. l'altro Ran., che dicevano perfino ai su- 
periori che io li voleva ammazzare, mentre non ho avuto un'idea im- 
maginabile di far questo, e con tuttociò questi due cattivissimi sog- 
getti mi fecero slare in camera molto tempo legato. 



intoblogrrafla di nn brigrante alienato. 

Il Nicola N... dieci ha regalato la sua biografia, è un altro brigante 
di cui non si è ancora potuto appurare fino a qual punto sia pazzo 
e fin dove simulatore, di fisonomia volgarissima ma non feroce, con 
una profonda cicatrice a ferro di cavallo sul cranio ed un'altra al 
volto. 

Circ. del capo 54 — Curva long. 32 — Curva trasv. 37 — Diam. 
long. 195 — Diam. trasv. 154 — Ang. facciale 75 — Linea facciale 66 
— Peso del corpo 59,800. 

Nelle carceri si lagnava di gastralgie e aveva allucinazioni nelle 
quali credeva rivedere la moglie, più tardi parve anche avesse delirio 
furioso, certo ebbe a ferire un guardiano, col cerchiello della propria 
gamella, rollo e foggiato a lama, un giorno in cui s'era fitto in capo 
che ninno dovesse entrare nella sua cella ; ricoverato poi nell'ospizio, 
parve proprio allucinato per molto tempo, ma se lo fosse davvero 
ninno potrebbe giurarlo. 



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— 237 — 

( Sono nato nell'anno 1835 o 36, non mi rammento preciso, soltanto 
posso dire che la mia famiglia sempre mi diceva che nacqui nell'anno 
in cui il terremoto molto si Tece sentire nella provincia di Calabria 
mia patria. La mia famiglia, poi, stante questo rumore di terremoto 
si recò tutta in una piccola casuccia sita nella campagna, die era 
di nostra proprietà. 

f Nell'età di mesi tredici rimasi orfano di madre, d'anni sei di padre, 
per cui rimanemmo quattro figli senza padre e senza madre; nono- 
stante la mia sorella che aveva sedici anni si disimpegnava nel tenerci 
ben custoditi, e dopo due anni essasi fece sposa; cosi andammo a 
stare tutti assieme; dopo qualche anno che io stava con mia sorella, 
il padre della povera mia madre mi prese con lui. 

f Nell'anno 1848, nel mese di dicembre, recandomi insieme con un 
mio parente in un campo che era di mio nonno portando due so- 
mari a pascolare, dopo poco tempo che stavamo pascolando i due 
animali, uno mi diede gran copia di calci che mi feri gravemente 
alla fronte, cosi dovetti ritornare a stento a casa. 

( Nel novembre dell'anno 1854, andai a lavorare sulla strada comu- 
nale del mio paese recando pietre e calce; ma la paga era assai 
misera, per cui dopo pochi giorni non andai a tale lavoro. 

f Nel dicembre 1854 e nel gennaio e febbraio 1855 andai a custodire 
il mio pezzo di terra, e nel marzo andai a lavorare col mio nonno 
nella Provincia di Catanzaro, ove si stette sino al mese di agosto, 
poscia ritornai in mia patria; nell'ottobre, recandomi al mio fondo 
a raccogliere quel poco d'uva che la mia vigna aveva prodotta, una 
sera circa ad un'ora di notte, dopo terminalo il mio lavoro, ritornai 
alla mia casa, che trovavnsi alla distanza di due miglia dal fondo, 
per trovar mio cognato onde procurasse una vettura per trasportare 
l'uva tutta già preparala entro due tinacci. Ma per quante ricerche 
io facessi per ritrovare mio cognato, tutto fu inutile, strada facendo 
trovai un mio parente di nome Luigi N..., ed andammo a bore in una 
bettola; dopo bevuto siamo usciti e siamo andati discorrendo a spasso 
per il paese. Dopo un quarto d'ora del nostro cammino e ragiona- 
mento, abbiamo veduto tre individui che stavano seduti sopra un 
grosso trave che stava orizzontalmente a terra; quantunque noi non 
li conoscessimo, li salutammo, ma loro non ci risposero affatto, bensì 
dopo che noi eravamo passali un venti passi, uno di essi veniva alla 



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— 238 — 

nostra volta con passo lento; noi vedendo tale movimento estraemmo 
ambidue le pistole che tenevamo in tasca dicendogli: e fatti indietro 
se no ti facciamo fuoco ». Egli si ritirò senza fare alcuna opposizione. 
Noi due seguitammo ancora a passeggiare, nel mentre vedemmo sor- 
tire mio cognato da una casa con una lanterna in mano, benché fosse 
tanto tempo che io lo cercava non volli dirgli nulla, stantechè era 
sortito da una casa che io aveva in sospetto per motivo di gelosia; 
in questo frattempo ci comparvero quei tre individui di cui sopra 
ho parlato, si diedero a conoscere; dopo noi uscimmo tutti cinque 
insieme e siamo andati a chiamare uno che suonava la chitarra, 
questi poi non voleva venire a motivo dell'ora tarda, cioè dopo la 
mezzanotte, ma dopo molte preghiere ci diede questa soddisfazione. 

€ Prima di andare attorno con la chitarra, siamo andati a bere e 
a giuocare al tocco^ e si ebbe a dire qualche parola, però nulla 
nacque di conseguenza; dopo di ciò siamo sortiti e siamo andati a 
divertirci; ma il mio parente venne allora a parole con Ach... Ga... 
uno dei nostri compagni, per motivo che uno voleva andare a suonare 
sotto le finestre della sua innamorata, l'altro invece voleva andare 
prima dalla sua. Per tultociò nacque una seria questione fra tutti. 

€ E nella lite vi entrò anche il chitarrista : io ho difeso il parente 
col prendere Ach... Ga... per lo stomaco, gettandolo contro il muro 
e menandogli col manico della pistola in testa; il fratello di Ach... 
mi prese per di dietro e mi voleva prendere la pistola, io facendo 
forza ebbi campo di alzare il braccio e sparargli un colpo di pistola 
alla gamba sinistra che lo ferì gravemente; TAch..., poi ebbe campo 
di fuggirsene dalle mie mani, nel medesimo tempo mi diede un colpo 
di pugnale alla guancia destra ed uno al braccio sinistro. Fra noi 
sei rimase un cadavere; era il povero chitarrista. La mattina seguente, 
la giustizia essendo venuta a cognizione di questo fatto, staccò il man- 
dato d'arresto per tutti cinque. Ha io, trovandomi in letto ammalato, 
ebbi ad ottenere dal signor giudice, sempre però con una garanzia 
di rimanere alla mia casa finché fossi perfettamente guarito; nel 
mentre che mi trovavo in letto fui per la seconda volta esaminato 
dal signor giudice. Ma io ho sempre negato dicendo di essere stalo 
assalito a tradimento, per cui non aveva conosciuto il mio avversario. 
Ach... Ga..., Alessandro Am... e il mio parente dopo 6 giorni fu- 
rono lutti arrestati, il fratello d*Ach... si fece latitante. Il giorno 
28 giugno dell'anno 1856, andò la causa per cui Ach. Ga .. ed 



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- 239 - 

Alessandro A... vennero condannati a cinque anni di carcere; io e 
il mio parente a sette mesi di quel castigo. 

( Dopo sortito dal luogo di pena stetti alcuni giorni alla mia patria, 
poscia ritornai di nuovo in Sicilia a lavorare, ove restai fino al no- 
vembre 1859. Dopo di ciò ritornai alla mia patria. Nel 1860 fui 
soggetto ad una puntura di sangue alla mammella destra, che per- 
fettamente credevo di passare all'altro mondo. Nonostante dopo 12 
mesi, mi rimisi perfettamente. 

( Nel settembre dell'anno stesso mi feci sposo. Il gennaio del 1862 
insieme al mio cognato siamo andati nelFAbbruzzo portando con noi 
la somma di lire 1300, onde metterci in traflico con il bestiame, 
per dir meglio con dei muli (1). Nel novembre dell'anno stesso tro- 
vandomi ancora negli Abbruzzi, essendo a cavallo di un mulo feci una 
gran caduta, sicché mi slogai il braccio destro, perciò stetti iu letto 
20 giorni, poscia partimmo io e il mio cognato per la volta di Sicilia 
con 18 muli; e vi dimorammo per qualche anno a motivo che i nostri 
aflari andavano sempre migliorando. 

t 11 27 giugno 1863 fui sorpreso dalla febbre che mi durò sino al 
29 luglio. Il giorno 2 agosto mi recai asssieme al mio cognato al 
paese chiamato S. Antaldo, credendo che i miei aflari andassero 
sempre meglio a motivo che in tal paese avevo molte conoscenze. 
Ma invece i miei afl'ari andarono molto male, a motivo che io ed il 
mio cognato avevamo giuocato tutto il denaro che avevamo portato 
dalla nostra casa aggiungendo pure altre 500 lire che avevamo gua- 
dagnato. Dopo ciò ci convenne recarci alla nostra patria. Ove successe 
che le nostre donne fecero una tremenda e furiosa invettiva. Dopo 
tanto chiasso abbiamo loro dato delle bastonate ». 

Questa biografia resta interrotta per uno di quegli incidenti che 
sono speciali ai pazzi criminali. Un collega avendo fatto sentire al 
Nicola N... che era poco prudente il lasciare una traccia in iscritto 
de'suoi atti, egli all'improvviso interruppe il lavoro e cadde in un 
accesso di delirio nel quale immaginava di essere sottoposto a nuovo 
processo e di avere un segreto persecutore nel collega stesso che si 
bene l'aveva consiglialo. Dopo pochi giorni incontratolo si mise a in- 
veire contro di lui, e di qui l'uno armavasi di sassi, l'altro di bastone, 
e se non era l'infermiere T... si veniva ad una lotta pericolosa. 

(1) Invece era per farsi manutengolo dei briganti. 



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- 240 - 



PALIMSESTl STRANIEKI 



Gliueppe Lepage (1). 

Giuseppe Lepage è nato l'8 giugno 1872; non aveva dunque, nel 
gennaio 1889, epoca in cui commise il delilto, ancor compiuti i di- 
ciassette anni. Esso appartiene ad una Tamiglia d'operai; di suo padre, 
fabbricatore di frustini da cani, s'hanno buoni rapporti relativamente 
alla sua onestà; è un uomo intelligente, ma vivace, impetuoso ed 
intemperante. Affetto da reumatismo articolare, egli era ricoverato 
all'ospedale di S. Luigi, allorquando suo figlio tentò d'assassinare la 
ragazza Deschamps, detta donna Pierre. 

La madre era morta l'anno prima di tubercolosi polmonare; di 
un carattere dolce e mite, e sfinita d'altra parte da una lunga ma- 
lattia, non aveva potuto educare i suoi fanciulli con quella fermezza 
e quella autorità che sarebbero stale convenienti. 

Di sei figli, quattro soli le erano rimasti, Giuseppe è il terzo; il 
maggiore è un eccellente giovane, abile operaio, sobrio e orinato; 
il secondo, di diciotio anni, venne già condannalo nel 1887 a cinque 
anni di carcere in una casa di custodia, per incendio volontario com- 
messo a scopo di vendetta; il quarto, è una ragazza di quattordici 
anni, il di cui sviluppo fisico ed intellettuale procede regolare. 

Nessun caso di demenza negli ascendenti e nei collaterali della 
famiglia Lepage. 

Giuseppe Lepage, senza essere di robusta costituzione, si è svi- 
luppato nullameno assai rapidamente. 

È di un carattere franco, ma taciturno, irascibile e cattivo. 

Alla scuola non fu un cattivo allievo; e se non mostrò l'attenzione 
costante di uno scolaro studioso e riflessivo, dette però prove di pron- 
tezza d'ingegno ed ebbe sempre posto tra i primi. 

Appassionatissimo della lettura, egli prediligeva i racconti dei fatti 
di sangue ed i delitti dei grandi criminali. 



(1) Dal Le criminel instinctif^ le Dr; Paul Garmieb {AnnaUs d'hygiène 
publique et de médecine legale), mai, 1890. 



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-241 - 

Uscito dalla scuola, suo padre lo prese presso di sé e lo fece la- 
vorare nella fabbrica di frustini; ma in breve cominciò a disertare 
la bottega ogniqualvolta aveva raccolto un po' di denaro; allora egli 
frequentava i mercati e le bettole in compagnia di piccoli mascalzoni 
coi quali non tardò a formare una lega, la quale non poco contribuì 
a sviluppare i suoi istinti perversi. 

Indifferente ai rimproveri, egli conservava peraltro qualche riguardo 
verso sua madre, per la quale aveva un'apparenza d'affetto. 

Morta questa, Giuseppe Lepage non ebbe più alcun ritegno a darsi 
completamente al vagabondaggio, abbandonando la casa paterna. Solo 
quando v'era spinto dal bisogno, riparava presso suo padre, per poi 
di nuovo scomparire dopo alcune settimane, appenachè si fosse gua- 
dagnato il danaro necessario per divertirsi e per bere. Al padre, che 
gli rimprovera la sua infingardaggine e cattiva condotta, risponde: 
« Chi lavora è un imbecille: ch'io trovi una donna la quale mi pro- 
curi quaranta soldi al giorno, e lutto andrà bene! >. 

In questo mentre egli frequenta la peggior specie di gente, ed ap- 
prendendone il gergo speciale, s'inizia così a ciò ch'egli chiama « i 
trucchi del mestiere ». 

Nel dicembre del 1888 suo padre cade ammalato, e deve farsi cu- 
rare all'ospedale. Giuseppe Lepnge resta cosi senza risorse. 

Alcuni amici di suo padre, operai in frustini come lui, presi da 
pietà, lo ricevono presso di loro, dandogli per qualche tempo vitto 
ed alloggio: in casa Pierre, ove era la Descliamps, egli vien trattato 
come figlio; rende alcuni piccoli servigi, fa delle commissioni, ma 
mai si sottopone ad un lavoro regolare. 

La ragazza Deschamps, detta la Pierre, di 24 anni, ma<tre di 
un fanciullo di due anni, passa per essere di un carattere dolce e 
tranquillo: buona ed affettuosa per Giuseppe Lepage, essa avrebbe 
dovuto attender da lui della riconoscenza, se tale sentimento poteva 
nascere in lui. 

Nel mattino del 14 gennaio 1889, approfittando delPassenza del 
Pierre, che erasi recato al lavoro, egli tenta di assassinare la Des- 
champs. 

Egli stesso, compiacendosi di non sembrare un criminale volgarp, 
ci ha dslo in alcune note il racconto del suo delitto, fjcendulo pre- 
cedere da considerazioni sulla sua vita. 



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- 242 - 



Storia della mia vita. 

€ Libero fin dalla mia infanzia di far tulio ciò che mi piaceva, non 
parrà perciò strano ch'io non abbia ad amare il lavoro: io ho ere- 
ditato il maggior difetto di mio padre, il vizio di ber l'assenzio. 

« Quando io aveva del danaro, il meno che ne bevessi erano due o 
tre bicchieri al giorno; non amando il lavoro, io non pensavo che 
a darmi buon tempo. Più io mi vedeva mal vestito ed in cattiva 
compagnia, e più ne andavo fiero. 

€ Essendo sempre stato di un carattere tetro e irascibile, io non 
pensavo che a far piangere i miei fratelli e le mie sorelle, e non 
pensava che a dar dei colpi di coltello; la vista del sangue era i 
mio solo desiderio. 

" e La prova di ciò si è che una volta che i miei genitori eranu usciti, 
e cirio mi trovava solo con mio fratello e mia sorella, non mi ram- 
mento più quello che è passalo tra noi, ciò che è certo si è ch'io 
ho punzecchiato mio fratello ai ginocchi con una spada che mio padre 
teneva in casa. 

€Mi si rimprovera ch'io non abbia amata mia madre; s'io ho un 
rimprovero a farmi, non è certo questo; in tutti i casi non sarei io 
il solo, perchè mio fratello, quello che è cosi ben conosciuto nel 
quartiere, non può dire che nel tempo che la mamma era amma- 
lata, ci abbia aiutati non so per che cosa. Non era nel portare 
undici dodici franchi per settimana ch'egli poteva aiutarci molto, 
eppure egli guadagnava tredici soldi all'ora. 

€ Racconto. — Il sabbato, 12 gennaio, trovandomi presso il signor 
Pierre, io attesi alla paga. Noi mangiammo e ridemmo assai; la do- 
menica, 13, mangiai ancora presso di loro tutto il giorno, e, in fede 
mia, non mi immaginava d'ammazzarla... L'indomani, dopo aver pas- 
sata la notte in una camera vicina, ritornai da lei, come mi succe- 
deva spesso, per scaldarmi. Dopo essere rimasto per circa dieci minuti 
davanti alla stufa, un'idea, come già altra volta, m'attraversò la 
mente. Hi mossi per cercare un coltello che trovavasi in un pacco 
d'utensili in uno stanzino vicino. Ma siccome io non avevo un motivo 
per uscire, cercai una panchetta di legno, col pretesto di sedermi. 
Non vedendola, gliela chiesi, ed ella mi rispose che trovavasi nello 



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— 243 - 
stanzino vicino. Io dissi tra me: e ecco quanto m'occorre! » e corsi 
per cercare la panchetta; nello slesso tempo sciolsi il mio pacco d'u« 
tensili e ne tolsi il mio coltello, che nascosi nella manica e rientrai 
nella camera. Mi sedetti a lato del letto in attesa che avesse presa 
una posizione favorevole. Finalmente, dopo circa dieci minuti, ella 
si rivolse colla faccia verso il muro. Io mi alzai... ella non si muo- 
veva... M'appressai a passo di lupo, rattenendo il respiro. Prima di 
colpire io la contemplai parecchio. In questo mentre la bambina 
fece un piccolo movimento e la madre si svegliò. Allora, io non ebbi 
che il tempo di sedermi sopra una seggiola che Irovavasi vicino al 
letto. Mi rimproverai di non aver colpito più presto. Fui costretto 
ad attendere che di nuovo si fosse addormentata.Ciò non lardò molto... 
Io m'alzai, disposto a non attender oltre. Alzai il braccio e lo lasciai 
cadere con un colpo secco. Il coltello penetrò nelle carni; io ritirai 
il braccio per colpire una seconda volta, ma la vittima si svegliò, 
dicendomi: «Ah! l'imbecille, m'ha fatto male >. A queste parole io 
mi gettai all'indietro e nascosi il coltello dietro le spalle, dicendole: 
< Impossibile, signora, ch'io v'abbia fatto male ». Sia ch'ella avesse 
veduto il coltello, o che si fosse accorta del sangue che usciva dalla 
ferita, se n'addiede e gridò ch'andava a farmi arrestare. Io infilai il 
soprabito e mi posi in salvo, dopo averle detto: € Arrivederci!... b. 
Posai il coltello ai pie delle scale, e me ne andai, mentre ella gri- 
dava: a All'assassino! >. 

€ Eccovi il delitto; la mia intenzione era di tagliarle la testa e di 
rubarle otto franchi. Quanto alle mie idee, eccovele in poche parole: 
uccidere, rubare, gozzovigliare e scannare e far piangere più gente 
che posso. Del resto, ammazzare qualcuno, fu sempre la mia idea 
fissa. Tagliar teste, ecco il mio capriccio. Quando io era giovane, 
non sognavo che colpi di coltello, voleva fare come Pranzini; ma 

non ci son perfettamente riuscito Tanto peggio, giacche eccomi 

preso via! non è il momento di piangere. Ha ciò nullameno è 

doloroso il vedersi preso per un semplice salasso >. 

Questi pravi sentimenti manifestali da Lepage, non erano certo 
prodotti dalla esasperazione rabbiosa e sanguinaria d'un criminale 
d'occasione, eccitato dalle circostanze dell'arresto ; esasperazione de- 
stinata a cadere completamente; egli invece non faceva che espri- 
mere con cinica franchezza l'animo suo perverso, con un disdegno 
completo della impressione che il suo linguaggio poteva suscitare; e 



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— 244 — 

la stessa calma, Io stesso imperturbabile sangue Treddo perdurarono 
in lui, tantoché tre mesi appresso nulla aveva tolto ai suoi spaveii- 
tevoli propositi. 

Però, un giorno egli modiflcò il racconto nella parte concernente 
il motivo che lo spinse al delitto. 

€ Non è solo per prenderle pochi soldi, disse, ch'io ho cercato di 
assassinarla. Era molto tempo che ciò mi Untava, e siccome vedeva 
bene ch'ella non vi avrebbe mai acconsentito, ebbi l'idea di scannarla 
e poi di soddisfarmi una buona volta! Mentre il corpo è ancora caldo 
deve ben essere un ghiotto boccone!... Ella era incinta, e poco prima 
che partorisse si lamentava per un dolore alla mammella sinistra. 
Manifeslò il sospetto d'avere una postema; in realtà non era una 
sola ma parecchie che dovevano venirle. Dapprima essa andava al- 
l'ospedale di S. Antonio a farsi curare, ma vi rinunziò ben tosto, 
dietro il consiglio di una vicina, donna Y..., quella stessa che rac- 
colse sulle scale il mio coltello. Questa donna le consigliò di curarsi 
da se medesima, lavandosi il seno con acqua tiepida e con acqua 
feuicala, e d'applicarsi dei cataplasmi. Inutile che vi dica come io 
mi trovassi colà a contemplare l'operazione, voi dovete pur imma- 
ginarvelo. Dapprima era mamma V... e le vicine compiacenti che la 
medicavano, ma a poco a poco, cominciai io a servire d'infermiere, 
ed adempivo benissimo le mie funzioni. Ero io che le applicavo i 
cataplasmi e le bendavo il seno con una lunga tela che le avvolgevo 
attorno alla vita. Naturalmente ella era nuda fino alla cìntola. Ogni 
volta ch'io le sfiorava la pelle, io fremeva pel desiderio di posse- 
derla. 

< Fu cosi che nacque questa disgraziata passione, che doveva 
essere cosi funesta tanto a me come a lei. Noi si giocava alle carte, 
e facevamo delle partile alla lotta, nelle quali io era, come ve lo 
potete immaginare, il più debole. Tutto questo mi piaceva, ma avrei 
voluto altro. Or dunque, a forza d'essere eccitato, la mia passione 
aumentò assieme al desiderio di possederla; e questo andava sempre 
più accrescendosi. Lo scioglimento non doveva farsi molto attendere, 
come si è veduto. Ah! Tinfelice! ella non pensava che l'agnello si sa- 
rebbe fatto tigre. Io non esitai a reprimere i miei sentimenti umani, 
dei quali, del resto, la natura non m'ha guari provvisto. Io non esitai 
a disonorare la mia famiglia, attesoché l'odio, pur di potermi pro- 
curare il piacere di f..... mamma Pierre. Ci sono ridicolmente riu- 



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- 245 - 

scilo. Del reslo io non ho perduto ancora la speranza... Ecco come, 
volendo prendermi la donna ed il danaro, non m'ebbi niente del tutto. 

e È triste vedersi preso per un semplice salasso. Del reslo non v*è 
giustizia. Vado a cogliermi quindici anni di lavori forzali per un sa- 
lasso! Mi si dovrebbe lasciare in libertà, giacché se le ho fatto del 
male, sì era per farle del bene. Mi si chiede se me ne sia pentito: 
si, mi pento di non averla uccisa, ma pazienza! la rabbia e Tudio 
si accumulano in cuor mio contro di lei, e non dispero di vendi- 
carmi un giorno o l'altro. Ah! darei volentieri la mia lesta per po- 
terla avere sotto le unghie per un quarto d'ora. Perchè s'io resto più 
a lungo a Mazas, credo che affogherò. 

< Giuseppe Lepage >. 

E in seguilo: 

e Sentendomi eccitato, come già lo ero sialo alla vista del suo bel 
seno, io m'ero detto: l'avrò o viva o morta, ma l'avrò. Hi pareva 
che sarebbe stata una cosa preziosa il far questo, quando il corpo 
palpita ancora. Me ne sarei fatto buon fmsiOy non vi dico altro. Quanto 
alla bambina, se si fosse mossa in quel mentre, l'avrei sventrata d'un 
sol colpo, e non vi sarebbe stato bisogno di molto tempo. Potete 
credermi se ve lo dico! A cosa finita io mi portava via il danaro, 
che non era a sdegnarsi per divertirsi un briciolo; ma non era, come 
ebbi a dichiararlo di prim'acchilo, il desiderio d'avere gli otto o nove 
franchi che sapeva contenere il porta-monete, quello che mi spinse 
a compiere il delitto. Via! non avrei uccisa una donna persi poco. 
Mi si deve credere quando io lo dico, giacché cosa può farmi ciò? 
Io me la rido di lutto t. 

Richiesto perchè non aveva prima dichiarato che il movente del 
suo delitto era stalo di oltraggiare il cadavere della sua vittima, 
rispose: 

e Ilo pensato che tutto ciò avrebbe prolungato il mio carcere pre- 
ventivo, e a me preme d'andare in Corte d'Assise, giacché vi sarà 
molta gente a guardarmi e si darà il resoconto del mio affare sui 
giornali ». 

A Mazas non cangiò atteggiamento, né ne risenti nella salute; solo 
dormiva poco di notte. A questo proposilo diceva: 

€ Oh non credete che sia il rimorso che m'impedisce di dormire, 
no! no! è la previsione dell'esercizio e della fatica: ecco tutto. Ah! 
i rimorsi; ma via! voi mi dite che se il coltello andava due o tre 



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- 346 — 
millimelri più giù, sarebbe moria. Ebbene, è un peccalo ; sono sialo 

abbastanza e a servirmi di un collello mal aflTilalo >• 

Più volte, anche durante rislruttoria, ebbe a dire: 

e Se mia maire fosse vissuta, io non avrei fatto il colpo >. 

Fu condannato ai lavori forzali in vita. 

Paul Garnier. 



Guillot, nelle Prisons de Paris y 1889, pubblica alcuni curiosi 
graniti criminali. Nella Soureièrty p. es., casa di correzione per le 
donne, egli trovò: 

Giuro di non ricominciare piò, perchè degli uomini ne ho abba- 
stanza; è per l'amore ch'io son qua; ho ucciso il mio amante, e me 
l'ha ripagala; dubitate degli uomini, perchè sono ingannatori. 

Il giudizio degli uomini non è nulla, quello di Dio è lutto. — Primo 
giorno della mia istruzione (1). 

Dio è cosi buono, che ha pietà dei disgraziati (1). 

Vergine Santa, o Maria, mia sovrana, mi getto ai vostri piedi e mi 
metto nelle vostre mani (1). 

Credi in Dio: ti tirerà fuori dalla prigione; spesso m'ha esau- 
dita (1). 

Sopportiamo senza mormorare i triboli, se a torto, per spiare i 
peccati (1). 

Gesù, Maria, Giuseppe, io vi dono il mio cuore: degnale prendermi 
sotto la vostra protezione, e fatemi la grazia di non farmi ricadere in 
fallo (1). 

Dio mio, esaudite le mie preghiere, vene supplico, di grazia; vi 
proverò quanto sono sincera, e vi prometto che ogni sera ed ogni 
mattina non dimenticherò di dir le preghiere (1). 

Sono arrestata per furto di 3000 lire, ma ho un avvocato. Viva i 
ladri, e morte agli onesti (2). 

In questa cella in cui languisce il mio amore, lontana da te che 
adoro, gemo e soffro. 

Giovanni non m'ama più, ma io l'amerò sempre. 

Voi che venite in questa cella che si chiama trappola, se voi non 
siete separala da una persona amata, la vostra sofferenza è attenuata. 



(1) Prova della minor intensa criminalità nella donna rea. 

(2) Prova della delinquenza congenita. 



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- 247 — 

Che cosa vuoi che li detli il mìo cuore in questa oscura cella allro 
che il dolore e Io slrazio che soffre e palpita per il mio innamoralo? 

Enrichelta amò il suo piccolo uomo il più che una donna possa 
amare... ma oggi lo detesta (1). 

Mi annoio a morirne; voglio rivedere il mio piccolo uomo che amo, 
e quando uscirò, se mi abbandonerà, lo farò assassinare da due gio- 
vani (]); se non fosse stalo di lui non sarei qui. È lui la causa di 
tuUo, ma l'amo lo slesso con lutto il cuore. 

Ricordo de* miei amori defunti che son causa che io mi Irovi in 
quesla trappola; ma quando infine uscirò, che il mio amante s'aspetti 
una revolverata (1). 



A Sainl-Lazare fra le donne la religione e l'amore sono i sen- 
timenti dominanti; fra gli uomini sono l'orgoglio, l'odio e la vendetta. 

Quasi tutti si compiacciono a scolpire il loro nome, quanto più è 
possibile, sui muri, facendolo seguire dal soprannome che li ren- 
deva celebri nel mondo, come: d'Arlagnan du Chalelel, Pazzo d'a- 
more della Courlille, l'avvocalo di Honlmarlre, Fileuve di Hontpar- 
nasse, ecc. Poi vi sono le "dichiarazioni di guerra alla società, o minaccie 
conlro i magistrali: «Morte al giudice! — Viva l'anarchia! — Viva 
» la rivoluzione sociale! — Noi ci vendicheremo di quanto soffriamo! 
» Viva la Villette! — Fate saltare in aria le prigioni!». 

Bisogna soggiungere, a scarico di questi disgraziali, che le celle 
dove son chiusi son tult'allro che tali da inspirar loro dei sentimenti 
di benevolenza per la società. 

Ma la vendetta che faranno del delatore o dell'amante che li tradì ò 
fra tutti il sentimento che par dominarli. Non v'è pietra dove non 
si leggano queste iscrizioni : < Vendichiamoci. — Ti ucciderò quando 
» uscirò. — Morte a quella vacca di Fernando che mi ha fatto metter 
» dentro; quando andrò fuori gli farò saltar le budella dal ventre; 
1» vivano gli amici! ». 

Bidoche della Baslille, consegnato dalla moglie Giuseppina: «St'tvo 
» per essere assolto, quando mia moglie dichiarò che ero sotto falso 
> nome, che ero evaso da Clairvaux; mi vendicherò». 

Spesso anche queste iscrizioni che la polizia non dovrebbe negli- 



(1) Prova della delinquenza congenita. 



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- 248 — 
gere contengono raccomandazioni come queste: « Luigi della Villette 
» vi augura buon giorno, coraggio e sangue. — Giorgio l'inglese a 
1^ V. e B.y a tutti gli amici, coraggio; ecco la prima volta che vengo 
> airistruttoria. Lunedi è giunto, e nulla di nuovo, nessuna notizia 
» di Londra; scrivete a L. b. 



Verlaine era slato condannato per ferimento di un complice in atti 

sodomitici, anch'egli poeta; nel Laeiiet Errabundiy credendolo morto, 

gli diresse questi versi: 

On vouB dit mori, voas. Qiie le Diable 
Emporte qui la colporte 
La nonvelle irrémédìable 
Qai vieni aiusi battre ma porte! 

Tj ni veni rien eroire. Mort, vons, 
Toi, Dieii panni les demi-dienz! 
Ceax qui le disent soni des fous. 
Mort, mon grand péché radieux. 

Tont ce passe brùlant encore 
Dans mes veines et ma cervelle 
Et qui rajonne et qui folgore 
Sur ma fervenr tonjoars nonvelle! 

In un altro poema {ParalUUment^ 1889) ove si contano veri versi, 
Vembarquement (per es.) par Poddomej egli, mirabilmente, descrive 
la vita intima dei rei che passeggiano due a due nei corridoi del 
carcere di Brusselles ove fu rinchiuso vari anni (1): 

La coQr se fleurìt de sonci 

Gomme le front 

De tona cenx-ci 

Qui vont en rond 
En flageolant sur lenr fémur 

Debilitò 

Le long da mar 

Fon de clarté. 

Toamez, Samsons sans Dalila, 

Sans Philistins, 

Toarnez bien la 

Mente an destin. 
Vainca risible de la loi, 

Mouds toar à tour 

Ton ccear, ta foi 

Et ton amoarl 



(1) DairHAVELOCK Ellis, The Criminal — London, 1890. 



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— 24S - 

Ufl Tont! et lears panvres eonlien 

Font an brnit Beo, 

Hamìliéa, 

La pipe au beo. 
Pas un mot oa bien le cachot; 

Pas un sonpir. 

Il fiùt ai chand 

Qa*on croit moarir. 
J'en soia de ce cirque effiiré, 

Sonmls d*ailleara 

Et preparò 

A tona malhenra. 
Et ponrqnoi ai j'ai oontriató 

Ton YOBa tétu, 

Soeiété, 

Me choieraa tn? 
Allona, fròrea, bona Yieoz voleura, 

Donx yagabondsy 

Filona en flear, 

Mea chers, mea bona, 
Famona pbiloaophiqaement, 

Promenona-nona 

Paiaiblement; 

Bien faire est doax. 



L'abate Crozes nei suoi Soupenirs de la Pelile el de la Grande 
Roquelle^ dà uno specimen del giornale il Tarn Tami 

Fable Express. 

Un grand tambonr major, preasé par 1^ famine, 

Dinait d*ane maigre aardine, 

Et a'en régalait, sur ma foi! 
Morale. — On a aoavent beaoin d'un plus petit qne sci. 

ECHOS ET BrUITS. 

Nona apprenoDS avec plaiair à noa lecteurs le projet forme par la Société 
Agrìcole de Franco, de ae aervir dea oreillea de Tranaparent, poar se livrer à 
dea eaaaÌ4 aur la cnltare dea cbampignona. 

L'abondanoe et la qnalité dn famier quo contiennent ces vaatea eagonrdea, 
lenr grandear, lear aystéme d*aération, promettent aax amateurs dea cèpea 
les réaultata lea pina aatiafaisants. 



PalimeetL — 18. 

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— 250 — 

Mollo notevoli per yacuilà di mente sono le seguenti iscrizioni delle 
carceri inglesi che ci dà Havelock Ellis nel The Criminal^ e- che 
son somiglianlissime alle nostre: 

(Intorno a queste celle in una settimana passeggiano 21,000 de- 
tenuti; 3330 pietre formano questa cella, e sopra 131 tegole nere iàO 
sono rosse >. 

< Addio tulli. Lasciale il bere. Una mezza bottiglia di acquavite mi 
condusse qui. Giuro di aslenermene per due anni >. 



Laurent, nell'opera bellissima Le$ habitués dei prisotu^ 1890, scrive: 

e Non è raro di incontrare negli scritti dei criminali delle teorie 
sulla riabililazione, sul riscatto del delitto, sui castighi, sull'onta e 
sul disprezzo che seguono ogni condanna, e che nessuna espiazione 
può cancellare >. 

Ecco come si esprime un condannato per furti, recidivo. 

€ Come è crudele il mondo! Per lui chiunque un giorno abbia 
potuto allontanarsi dal bene, è un scellerato. Che errore e che pre- 
giudizio della ignoranza umana 1 Se quest'uomo ha fallalo, non ha 
avuto la sua pena? Che cosa gli si rimprovera? In una parola, con 
qual diritto tutti si permettono di mostrarlo a dito? >. 

E Ruschovich diceva: € La sabbia volgare che voi calpestate, dà 
un brillante cristallo dopo esser passata per l'ardente crogiuolo; la 
stessa faccia può divenir utile se la si sa impiegare; calpestandola 
come si fa con indifferenza e senza darsene pensiero, si mina il 
sottosuolo della società e lo si riempie di vulcani. Conosce egli bene 
la montagna, l'uomo che non ne ha visitalo le caverne? Il sottosuolo, 
per essere situato più profondamente, e più lontano dalla luce, è 
esso forse meno importante della crosta esterna? >. 

Ecco ora una lirica. 

La cella. 

e Sotto Robespierre, un po|;olo coraggioso demoliva la nostra antica 
Bastiglia. Papà Mazas, filosofo pauroso, ne fece costrurre una più 
gentile: non più torri, non più merli alteri: non più oscure pri- 
gioni, paglia, carcerieri, non più saloni per i prigionieri altolocati. 
Per tulli egli fece la cella, egli fece la cella, e la cella. 



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-251 — 

( E tu» Lalude, lipo degli onesl'uominì, se tu vedevi questa gabbia 
nuova, tu noa avresti potuto farvi i tuoi trentacinque anni ; tu saresti di- 
venuto pazzo prima di sei mesi, lo scommetto; tu non vi avresti allevato 
dei topi, perchè non ne resta pur uno. Papà Mazas Tece della Bastiglia 
un chiostro, inventando per noi la cella, inventando la cella, la cella. 

( Tutte le mattine, vivo come il lampo, il sorvegliante riempie 
una gamella. Lo credereste! È una via ferrata che vi porta il brodo 
e la scodella 

( Ho cominciato a Montparnasse a frequentare la gioventù. Erano 
tutti della mia età ed io ero il più bravo. Ovunque si vantava il mio 
coraggio; e il frutto fu... che un giorno, in mezzo al chiasso, io mi 
battei per gli amici. 

e In via de la Gatte, in tutti i balli io ero conosciuto, io ero bene 
accolto. 

€ Io rubo (je fauclul) un giorno le mille lire. 

€ Ma un bel giorno arriva la polizia {Varnac) condotta da uno sparco 
spione. Non ci era mezzo di cavarsela. Ecco perchè io sono in pri- 
gione fian$ V ballon) >. 

Le monete da cento eolii. 

Questa canzone fu fatta da un condannato parecchie volte per furto, 
il quale condannato non nasconde punto la sua devozione pel furto 
a mano armata. 

€ Vedete quei giovani dall'andatura sospetta, che se ne vanno di 
notte a rappresentare la parte di borse a secco di quattrini? Essi 
non lavorano mai, e non han potuto, per vivere, procurarsi danaro 
che con opere ben cattive 

€ Vedete sui boulfvarde, un uomo tremante a mezzanotte che parla 
a costoro. Essi si sono affrettati attorno a lui. Dopo averlo palpato, 
Tuno dice: Non ha che la pelle, e lo lascian passare dicendo : L'animale! 

€ Ma eccone un altro. Attenzione signori! Chiamiamolo e vecchio 
mio > ; bisogna regalarlo al padre Francois (strangolarlo gettandogli 
una corda al collo). Cosi potrà dar del danaro. Ahi, che ci inganna 
tutti, e, contro la nostra aspettazione, con una voce tremante ci dice 
che non ha un soldo: È tardi, lo vedete, miei amici, sono solo. 

t Vedendo che egli teneva duro, che faceva lo stupido, per farlo 
pagare, raddormentiamo, per Dio! Alle grida dell'infelice due guardie 
accorrono; sono cinque, ne prendono due, ma non tutti 

€ (Ino di questi dice all'altro, un giorno: Mio vecchio, siccome io 



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- 252 - 
sono colpevole, son ben deciso di conressare {à me meitre à iabU), 
per aver minor pena. L'altro ha un bel pregarlo di reslar un uomo. 

€ Tu !?ei un falso compagno, tu hai molto bisogno d'avere una le- 
zione. Io te la do adesso; palpa un po' questo coltello (ce vingt-deux) 
è un bel lavoro; sta in guardia, vecchio mio, di averne le primizie! 
Dòip^o d'averlo colpito gli dice a un tratto: Tu non avrai palpato 
delle monete di 100 soldi >. 

Io ho veduto un giorno in un angolo oscuro d'un cortile, alla 
Sante, un disegno grossolano rappresentante un pene monumentale, 
e sbtto vi erano le parole: La p.., ù Theo de la Meme ». 

Ho avuto in mano una Morale erisiiana in azione^ annoiata da 
un individuo che si firma e l'anarcho >. Egli ne ha Tatto un libro 
curioso. Per mezzo di numerose trasposizioni, di parole e di lettere 
aggiunte o cancellate, egli ha trasformato tutte quelle storie pietose 
in una raccolta licenziosa ed oscena. Per aver la pazienza di tra- 
sformare cosi un libro, pagina per pagina, quasi lettera per lettera, 
quest*uomo doveva essere invaso da un erotismo stranamente lubrico. 

I versetti d'un cantico sono sostituiti da altri di questo genere: 

t Quando una donna lia l'itterizia, il rimedio più sicuro è di 
metterle tra le coscie la radice del genere umano >. 

1 margini dei libri sono coperti da riflessioni di questo genere: 
( La giustizia è come una ragazza perduta ; essa non prodiga i suoi 
favori se non a quelK che la pagano >. Oppure: e Quale è il giorno 
in cui l'umanità potrà fare a meno di queste banderuole chefabbbricano 
vecchi libri? In quel giorno gli uomini d'oggi sembreranno dei 
pigmei ». 

Oppure: e L'uomo è cosi debole, e così poco sicuro di se stesso, 
che sempre e dovunque ha provato il bisogno di fabbricare gli dei 
un essere più o meno palpabile per ingannare lo spirito... 

< Questa povera umanità è una galletta della quale ciascuno vuol 
avere una parte. Il più intelligente, il più astuto avrà il pezzo più 
grosso, altri lo avranno meno grosso, e cosi di seguito, e ci sarà 
ancora una serie di individui che raccoglieranno le briciole della 
focaccia >. 

Un giovane reo, condannato a morte per avere ucciso e svaligiato 
un povero diavolo col quale si era ubbriacato, dopo aver letto questo 
passo: € Poi, in lontananza, in mezzo ad una piazza dominata da un 
edilizio dalle torri aguzze, si elevavano tra la folla le due braccia 



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— 253 — 
rosse, orride della terribile macchina che parseguita gli assassini iiri 
loro sogni », si affrettò a scrivere in margine: Non è veroy e$9a non 
mi ha faUo sognare mai. 

Uno che si firma Luigi di Brescia, fa questo annunzio : e Un re- 
cluso di proposito deliberalo, avendo fatto i suoi studii al collegio di 
Mazas e di Santa Pelagta , ed ottenuto il suo brevetto alla Con- 
ciergerie, uscendo adesso dall'università di Melun, domanderebbe vn 
impiego presso un agente di cambio: si incarica di far pulizia d'oro 
e d'argento, nonché della educazione dei bambini >. 

Ed uno propone di fare un colpo: e Se tulli gli amici volessero 
darsene la pena, potrebbero liberarsi di qui. Non ci sarebbe che 
accoppare una sera il guardiano di guardia, chiamandolo; ed una 
volta che la cella è aperta, saltargli al callo e strangolarlo. Una 
volta abbattuto costui, prendere la sua chiave (son caronbU) e aprire 
tutte le celle. Allora, viva la libertà! Colui che fare quel eo^po avrà 
ben meritato della patria. Avviso ai giovanotti che hanno ancora melto 
tempo da passar qui dentro. Ecco il modo di prendere il volo {de 
se liquider) >. 

Finalmente Laurent ci dò una lunga, intera, oscena aulo-biograAa, 
scritta da un reo in terza persona. 

Storia d' £••••• 

Suo padre era un uomo violento; brutale colla famiglia, alcoolisia. 
La madre una buona donna, onesta. Dei tre fratelli, il maggiore,. 
brutale e beone, cbe subì già varie condanne, ha un figlio cattivo e 
vizioso; il quale un giorno, mentre il padre ubbriaco stava per bnttere 
la madre, gli si avvicinò con un martello in mano dicendogli: < Battila 
con questo! >. Due altri fratelli furono pure più volte condannati per 
furto; ed una sorella è ballerina di facili costumi. 

Fin da bambino fu indocile e di istinti cattivi ; un giorno a 6 o 7 
anni, battuto dalla madre, insinua al padre che quella lo tradisce; 
la povera donna fu ingiustamente soffocala e finita a bastonate e 
percosse. Un altro giorno rubò l'incenso d'una sacristia e lo gettò, 
per divertire i compagni, nella stufa della scuola. La scuola la ma* 
rinava spesso, e andava girovagando alla ventura. A 12 anni commise 
il primo furto, rubando un coltello a un baisar. 

La prima volta che f^ condannato aveva ìì anni e i\i. Un individuo 
lo incaricò di portare una lettera alla moglie: nella lettera le do- 



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— 254 — 

mandava scusa d'averla, ubriaco, l^atluta. L'È..., apri la leltera e ne 
rise coi compagni, poi portatosi in casa di quella donna, che lo ri- 
cevette a braccia aperte e gli offri da bere, menlre mangiava vide una 
borsa della donna con oro in un tiretto, se n'impossessò tosto. Ma, 
avendone parlato a un ragazzo, e avendo proposto una gita al Bois 
de Boùlogne, fu attirato in un viale, bastonalo e svaligiato. Egli 
non reclamò, ma la sera, trovandosi in teatro, venne arrestato e 
posto in una casa di correzione. Uscitone a i5 anni, riprese le abi* 
tudini di vagabondaggio e di mendicità : andava con biricchini e 
bambine della sua età a sfruttare la carità dei passanti. 

Una sera, trovandosi senza denaro, gli fu proposto d'andare a 
dormire aux carrières d'Amériquej dove si rifugiavano ladri o va* 
gabondi. Qui gli procurarono il modo di guadagnar quattrini: Gli 
diedero un nome polacco, e delle lettere che egli doveva portare a 
varie persone altolocate, che venivano pregate da un polacco esiliato 
e povero a dar qualche soccorso pel figlio infelice. Cosi TE..., rac- 
coglieva da iO a 20 franchi per giorno. Ma, intervenuta la polizia, 
egli potè salvarsi solo perchè sua madre assicurò la polizia che il 
figlio dormiva ogni sera in casa sua. 

Si mise a rubare canocchiali esposti noleggiandoli poi a teatro; 
dove derubò i pegni che gli davano in garanzia. N'ebbe 4 mesi di 
carcere e s'annoiò di questa vita. 

Trovò lavoro in casa d'un mercante da vino. Ma la moglie di 
costui , avvicinandosi alla menopausa , fu presa dal desiderio di 
questo giovinetto. Lo preparò con carezze lascive; e quando lo vide 
a tempo, lo indusse alle pratiche saffiche (elle le fil t descendre au 
lae >); minacciandolo, col serrar le coscie di soffocarlo se non avesse 
voluto continuare; soltanto dopo questo gli lasciava praticare il coito. 
La mercantessa lo alloggiava, lo nutriva e gli dava anche danaro; ed 
egli stesso ogni tanto insinuava la mano nel banco, e e si accordava, 
una piccola gratificazione quando egli aveva ben lavorato la notte 
precedente >. 

Per aumentare le sue entrate egli si prese una ragazzina di 13 anni 
t pour la (aire turbineri^. Le facea mostrare i genitali per danaro, da 
1 a 5 fr. ai passeggieri, al bosco di Boulogne^ in certi viali riposti. 

Un giorno si introdusse in una bottega dove non c'era alcuno, 
si nascose dietro il banco e rubò 4 pezzi da 20 franchi. Ha uscendo 
dal negozio, vide due guardie ; egli prese la fuga, ma un complice. 



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- 265 — 

che fu arrestato, lo tradì. Egli fu condannato a 13 mesi di prigione. 

Quando fu messo in libertà, egli riprese la sua solita vita: alla 
sera egli andava all'uscita dell'Opera, aprendo gli sportelli, chia- 
mando i cocchieri, e rubando quando si presDntava l'occasione. Una 
sera entra in un negozio per comperare un soldo di sigarette, e, 
mentre la ricevitrice esaminava per trasparenza un biglietto di 100 
franchi, egli lo prese al volo e fuggi. 

Arruolatosi nell'esercito, fu un pessimo soldato, indisciplinatissimo. 
Al primo fuoco scappò; ma questo non gl'impedl di vantarsi ovunque 
di aver ucciso centinaia di prussiani. Quando il suo reggimento ri- 
piegò su Versailles, egli disertò e restò a Parigi; qui andò ad 
espellere il Commissario di polizia del suo quartiere ed a mettere al 
suo posto uno della Comune: egli gli diceva: Hi avete messo tante 
volte in prigione! e A mon tour, maintenant, Decampez! >. E per 
soprappiù gli rubò l'orologio e gli insultò lo moglie. 

Condotto davanti al Consiglio di guerra si mostrò insolente, col* 
l'ingiuria e colla minaccia sulla bocca. Condannato a morte, non 
battè ciglio. L'esecuzione gli pareva una cosa tanto lontana e 
incerta che non ci pensava nemmeno. Ma quando gli annunziarono 
che egli stava per essere giustizialo, allora tutta la sua vigliaccheria 
venne a galla. Fu preso da un tremito generale, tanto che poteva 
appena camminare. Quando fu annunziato che era stata sbagliata la 
lista, un suo compagno disse: Io ci andava coraggiosamente. — 
e Anch'io», rispose lui!! 

Nella gioia di conservar la. vita, gli rincresceva solo di non poter 
mettere bocca nella bottiglia di rhum destinato al condannato. Giunto 
al bagno di Tolone, all'operazione del porre l'anello al piede del 
forzato, un compagno gli diceva: Ogni colpo di martello mi rim- 
bombava nel cuore. — Per me, rispose lui, io avevo paura che il 
fabbro sbagliasse il colpo e mi colpisse sul piede. 

Deportato alla Nouvelle, soffri molto della mancanza di donne; 
una volta sola potò possedere « une popinée » che e^li attirò in 
una casa e sedusse. Abitualmente ricorreva alle compiacenze dei 
compagni, ai quali rendeva lo stesso servizio. 

All'isola Nou, l'B... assistette a uno sposalizio di condannati; il 
pretendente mandato a cercare la sposa al convento di Buurrail, 
scelse un'assassina; mentre il prete parlava loro di redenzione, la 
maritata non cessava di ripetere: Ah! se ci annoiai Al festino lo 



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— 256 -^ 
sposo s'addormentò, ubbriaco; e lei ne approfiltò per allontanarsi 
con un allro che la ricondusse il mattino seguente dal marito che 
trovò la cosa naturalissima. Anche TE... ebbro, ebbe un sogno: aveva 
inteso una voce di donna mormorargli alForecchio dolci parole, e mani 
carezzevoli che lo palpavano. Al mattino s'accorse che la sua borsa 
era passata nelle mani della nuova sposa, che divenne la prostituta 
di tutti; quando vedeva un uomo lo chiamava, gli faceva prendere la 
sua razione d'amore e gli raccomandava di mandargliene un altro. 

Questi sono i Tatti soliti che avvengono in questi matrimoni. G. 
Nicomede, scrive che una volta, dopo la cerimonia nuziale gli sposi 
s'ingiuriarono e si batterono; qualche giorno dopo il maschio veniva 
assassinato dalla moglie. 

Un giorno, per fuggire al supplizio del bastone, TE... finse la follia, 
e vi riusci; egli simula benissimo un accesso di mania. 

Ritornato, per l'amnistia in Francia, provò un senso di tristezza 
vedendosi solo, e si mise a piangere. Giunto a Parigi, lo stesso sen- 
timento di solitudine gli fece provare una stretta al cuore. 

In Francia cambiò pitt volte di mestiere e di residenza; finalmente, 
allo stremo di risorse, si piagò una mano coli' acido solforico per 
facilitare F elemosina. A Besanpon, suo paese natale, sfrutta vergo- 
gnosamente la sua famiglia. 

In una lettera al Laurent l'È... gli annunzia che non gli darà più 
sue notizie finché non abbia trovalo un lavoro che gli permetta di 
guadagnarsi la vita senza rubare. 

Ma il Laurent quella lettera non l'ha mai ricevuta. L'È non 

può vivere che in prigione. 



Dopo aver studiato i palimsesti del carcere mi sono accorto che avrei 
avuto nelle mani un ammasso di dati affatto sterili se io non avessi 
avuto il rovescio della medaglia, il chiaroscuro dato dai palimsesti dei 
galantuomini, e mi son dato a frugare io e gli amici miei, studenti 
Ferrerò, Olivetti, prof. Frigerio, prof. Tonnini, avv. Zerboglio,da ogni 
parte, pei muri, pei cessi, per le caserme, e finalmente nei libri. 
E tutto questo enorme ed informe materiale sottoposi all'alambicco 
statistico di Virgilio Rossi, che va scontando il potente, acutissimo 
ingegno colla solita persecuzione che i mediocri infliggono ai forti- 
Eccone i risultati: 



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PARTE II. 

PARALLELI, RIASSUNTI ED APPLICAZIONI. 

Capitolo I. 

Graffiti e palimsesti fuori del carcere. 
Sintesi statistica di tutti. 

Senza avere la pretesa di dare una vera e propria Statistica dei 
palimsesti poiché, — se i palimsesti sono fatti numerabili, non sono 
però suscettibili di rilevazione omogenea, dal momento che ad essi 
non si può applicare la rigorosa, sistematica osservazione statistica, — 
credemmo tuttavia dì raggruppare ed elaborare numericamente il 
materiale raccolto, per due ragioni principalmente: 

ì^ Perchè, nella pubblicazione degli originali, non si pote- 
rono classificare rigorosamente i palimsesti del carcere. Essendo 
essi per la maggior parte complessi, come vedremo, si sarebbe 
dovuto , per seguire un ordine razionale , classificare un medesimo 
palimsesto in categorie diverse, e cadere così neirinconveniente 
di continue ripetizioni; 

2^ Perchè dalle cifre sono resi più evidenti i confronti coi 
palimsesti raccolti fuori del carcere, dei quali non si credette neces- 
sario pubblicare tutti gli originali, perchè, al contrario dei carce- 
rari, essi sono accessibili all'osservazione di tutti, essendovene in 
quasi tutti i luoghi di pubblico ritrovo. 

Oggetti dei palimsesti extra-carcerarii. — Confronti tra i pa- 
limsesti del muro e quelli del lihro^ e coi palimsesti del car- 
cere. — Gli oggetti trattati nei 1229 palimsesti raccolti fuori 
del carcere ci diedero le cifre riportate nelle colonne G H I della 
Tavola numerica n. I[; i rapporti proporzionali delle colonne sono 
rappresentati dal Diagramma I della Tavola grafica. 

Supponendo il totale degli oggetti dei palimsesti del muro e 
quello degli oggetti dei palimsesti del libro, rispettivamente ugnali 
alla metà del totale complessivo, comparando a 1000 il totale 
complessivo degli oggetti e calcolando le cifre ottenute prima col 



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- 258 - 
rapporto dì composizione, abbiamo ottenuto i dati delle colonne 
L M N della Tavola numerica citata. 

In questi palimsesti notiamo anzitutto una maggiore concen- 
trazione sopra i tre primi oggetti, i quali costituiscono, presi in- 
sieme, i 5i7 del totale degli oggetti. 

Due delle categorie d'oggetti trattati nel carcere (pena e carcere ; 
leggi e giustizia) mancano fuori, ove ne abbiamo invece due altre 
nuove: gli insulti generici e gli affetti. 

Abbiamo infine dissimiglianze molto più spiccate tra i palimsesti 
del muro e quelli del libro. 

Infatti, mentre nei criminali sono 4 le categorie che danno 
proporzioni simili nelle due serie, fuori del carcere non ne tro- 
viamo che una, i palimsesti di libidine. 

Tuttavia è d'uopo avvertire che, per ragioni diverse, i palim- 
sesti raccolti fuori del carcere non si possono dire tutti palim- 
sesti di gente onesta. I palimsesti non portano la firma dell'au- 
tore: e come non tutti i pazzi sono nei manicomi, cosi non tutti 
i criminali sono in carcere. Per cui non è meraviglia se parecchi 
motti di questa seconda raccolta portano (specialmente parecchi 
delle muraglie) una vera impronta criminale. D'altra parte il lor- 
dare con iscrizioni, con frasi non di rado oscene, le muraglie in 
pubblico, i libri nelle biblioteche, ecc., costituisce già per se stesso 
una serie d'infrazioni a leggi e regolamenti; infrazioni passibili 
di pena, sia pur solo di pulizia urbana; quando non rivestono ca- 
rattere di vero e proprio reato contro i buoni costumi, o altro. 
Ciò servirà a spiegare talune analogie tra le due serie di palim- 
sesti, e sopratutto quelle molto spiccate tra i palimsesti delle mu- 
raglie fuori e dentro il carcere. 

Politica. — Nei palimsesti raccolti fuori del carcere il primo 
posto spetta a quelli che trattano argomenti politici (291,30 
per 1000 ogg.); categoria che nei criminali tiene il 9° grado. Qui 
la proporzione dei palimsesti politici sul muro è doppia di quella 
sui libri; nei criminali, come vedemmo, è precisamente il contrario. 

Negli accenni politici dei criminali il numero maggiore è dato 
dai palimsesti anticlericali e da quelli contro gli uomini di governo. 



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— 269 - 

specie in quanto sono coloro che comminano le pene; invece fuori del 
carcere lo abbiamo dai palimsesti repubblicani e dagli anarchici. 
Ma, notisi, che gli anarchici si rinvennero tutti sulle muraglie, 
come pure per la maggior parte gli antimonarchici ed i socialisti, 
mentre gli accenni monarcliicl, conservatori, patriottici, clerìcali, 
sono dati o tutti o per la maggior parte dai palimsesti dei libri 
(si confrontino nella Tavola grafica le figure VII ed Vili). 

In generale, i sentimenti politici piiì nobili e più elevati si 
riscontrano sul libro; e quasi esclusivamente sul libro, trovammo 
i palimsesti patriottici, irredentisti e clericali. I pochi palimsesti 
rivoluzionari trovati fuori del carcere, si ebbero quasi tutti dai muri. 
Anche i palimsesti antimonarchici predominano sulle muraglie e 
quanto più anarchici tanto più spropositati. 

Eccone qualche esempio: 

a Viva la narchia ». 

a Morte ai giosuiti ». 

a 11 Secolo è il ruffiano della Francia ». 

« W. la Francia e le patate fritte ». 

a Operai, uccidete i padroni ». , 

« Viva la rivoluzione sociale ; questa vi redimerà dal giogo del 
capitale». 

« Vorrei essere pazzo per avere la certezza d'essere universal- 
mente odiato ». 

c( Se esiste Tinferno i preti vi andranno essi per i primi perchè 
sono i più bugiardi » . 

« Parere e non essere, ordire e non tessere ». 

a W. la repubblica di quelli che non san scrivere (alla ca dii 
ghignu — altra calligrafia) ». 

« Finché esiste papa, preti, imperi e re 
La libertà, o popolo, non sarà per te b. 

« Guerrazzi: La gloria è monumento dei re (aggiunto) Non 
sempre ». 

« Ieri ho trovato un uomo che era 40 ore che non mangiava 
più e non trovava del lavoro e se non fa nulla il Governo lo fa 
prendere dalle guardie, per Bacco». 



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- 260 - 

« II popolo per rubare prese esempio dal Governo ». 

« Il governo concede a far bancarotta basta che gli diano tanti 
mila lire e lascia fare tutti ». 

(c Quel che chiede la elemosina bisogna che non si ubbriachi 
perchè la gente vede lo strapazzo piano o forte, perchè la persona 
ne ha più e bisogna poi patire e patisce chi non ne ha cause ». 

« Il governo dovrebbe spedire i barabba o i carcerati in Africa 
per castigo. Potrebbe guadagnare per abitare ». 

« I filosofi non possono godere la vita ». 

« Dio non esiste che nella mente degli ignoranti ». 

(Dietro il gruppo dato da Re Vittorio Emanuele airUniversità 
di Torino nel porticato superiore): « Bruto, è tempo di spogliarsi, 
lascierai usurpare da un cuoco regicida la gloria dei tribuni? » 
(sotto) « Bestia ». 

cW. l'eguaglianza, regno di pace d'amore e di giustizia». 

Libro. — Il libro, che, in carcere scende in complesso al 10^ posto 
e nel libro stesso al 5^ fuori del carcere occupa il 2^^ grado in com- 
plesso ed il l^' nel libro. Nel carcere i palimsestidel libro, senza rela- 
zione con questi, danno 1*870 per 1000, fuori del carcere appena 360. 

Nel carcere il 1^ posto nei palimsestì che hanno relazione col 
libro, è tenuto dalle critiche, commenti contrari: — fuori del 
carcere — dai commenti benevoli, elogi, approvazioni. 

Nel carcere il secondo posto è tenuto dallo antitesi colle frasi 
del libro; di queste fuori del carcere non ne trovammo, ed il 2^ 
grado vi ò occupato dalle critiche. Fuori del carcere sono molti gli 
insulti generici che non troviamo nel carcere, e così le invettive 
contro l'autore del libro (Vedi Tavola grafica, figure V e VI). 

Riferiamo qui alcuni di questi motti trovati su libri di biblioteche: 

« Sono un asino, non ne capisco niente; sono belle (le Odi di 
Carducci), ma non le comprendo ». 

«Chi è criticato è segno che ha del merito». 

a Sempre fu detto che gli originali vengono del nord e le va- 
nità dal sud». 

«Capisco sotterrare i re, ma non Dio, che Robespierre stesso 
diceva sarebbe necessario inventarlo se non esistesse». 



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- 261 - 

Se non cbe un altro vi soggiunge: 

« Ma non dai cfhe in questi tempi si è dimostrata Tinùtilità di 
questa ipotesi, e Dio fu sotterrato dai pensatori ? « . 

a Oiri di parole senza concetti ». 

In un libro, SùlVonanisfnOy a cui furono tolte alcune pagine: 

«Ohi tagliò queste pagine volle canòellare l'impronta d'un vizio 
che }o fa arrossire». 

E un altro: « Assassina sulle strade, ma non defraudare il libro 
nella sua vita». 

I motti diventano lirici, poetici, el^antissimi nei chalets al- 
pini nei loi-o albufns, sia che la purezza delFaria influisca sul- 
Timimo, sia che gli accorsi appartengano alla società più scelta. 

Al Gran S. Bernardo: 

ff Orride balie, ovanque spiego intorno 
Attento il guardo, io miro, 
Icttpi 

Atri burroni in cui dndegna il giorno 
N^rimi penetrar coyìI di lupi ». 

Ai cani del S. Bernardo: 

« A voi, bestie gentili ed aifeituode in cui ritrovo più sentimento 
che in molti felici della terra; a voi che allietate di tanta poesia 
deiranima queste brulle punte di roccia; che vi ricordate!!! 
quante volte pensando a voi da bambini quando vi sentivamo lo- 
dare dalle nostre mamme, a voi questo tributo affettuoso d'ammi- 
razione e di benevolenza ». 

« Bioonosoenza è fiore 
È fior cbe mai non muore, 
Che sempre in gentil core 
Vita perenne egl'ha ». 

« Gomme l'aigle éloignée, les bas fonds de la terre, je contemplo 
étourdi rimnotensité du ciel et plus près de bon Dieu pour bonhenr 
éternel, je la prix de changer mon grincheux caractère ». 



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- 262 - 

Insulti generici. — Non hanno grande importanza perchè di- 
retti a persona ignota e non racchiudenti per lo più alcun senti- 
mento; sì che ne tenemmo conto solo negli oggetti e non nei 
sentimenti, tanto più che non furono raccolti i corrispondenti nei 
criminali. Se ne rinvennero in numero maggiore sui mori. Il 
signor G. Ferrerò, che ne raccolse 100, osservò che nella maggior 
parte sono nella forma « Asino a chi legge » e che il 41 0^0 
contengono eiTori d'ortografia. Bisogna aggiungere che è un vezzo 
molto comune nei bambini delle classi elementari quello di scri- 
vere simili frasi senza nessuna intenzione precìsa. 

Sozzure. — Questi palimsesti, che nei criminali tengono l'ul- 
timo posto in complesso, però con forte predominio nel muro, 
fuori del. carcere occupano il 4* grado in complesso (il 3^^ grado 
nel muro ed il 6"* sui libri); danno in totale il 67,71 per 1000 
oggetti. Il maggior numero si osservò nelle latrine, come ben 
esprime questo graffito : 

« Il cesso è lo sfogo di tutti gli stupidi porci. Già si capisce 
non vi è per loro luogo più adatto » (Era nel cesso). 

Gli esempi abbondano anche troppo: 

€ Potenti sono i papi 
Sapienti sono i re. 
Ma qoando firn la caca 
Son tutti come me ». 

« Qui si leva dal culo i duri pesi » . 

« La mia merda fa crescere la meliga. Non è permesso di cacare 
fare altri giuochi corporali per le scale , perchè se le signore do- 
vessero sedersi toccherebbe al cavaliere farle da sedile ». 

« In merda fratemitas ». 

« Mangiare e cacare: ecco la sintesi d'ogni esistenza ». 

(Alludendosi anche con una figura al cesso in cui vi erano 
tutti questi scritti): « Degno sepolcro di tanta prosa ». 

Sé stesso. — Vio non ha fuori la quota tanto elevata che ha nel 
carcere; qui ha il 4'' posto, cioè il 10 0[0 degli oggetti; fuori il 
5^ col 58,13 per mille, ed è notevolissimo il fatto che mentre nel 



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— 263 — 
carcere le proporzioni del libro e del muro sono poco diverse, fuori 
il muro ne dà più che 4^5, sicché qui Via occupa il 4^ posto, 
mentre nel libro va al 7^. 

Libidine. — Questa categoria viene sesta fra le altre, e già no- 
tammo che poca differenza v'è tra muro e libro. 

La quota complessiva è di poco inferiore a quella data dai crimi- 
nali. Le differenze però stanno nelle sotto-categorie. Infatti, sopra 
76 lascivi, meglio sessuali, ne abbiamo 8 con invettive contro i 
libidinosi e 2 in cui si loda la pudicizia, del che non trovasi traccia 
nei criminali; così pure lì 4 solo parlano di onanismo e 4 di amori 
impudichi ; invece di pederastici ne abbiamo 12, precisamente la 
proporzione del carcere. Eccone alcuni: 

Vieni, mia bella, yleni, 

Non fieurielo più dire; 

Io ti darò dae lire 

Se ta verrai con me. 
Vieni, mia beUa, vieni, 

Vieni all*antiea valle: 

Ti mosiarerò le palle, 

PaUe del nostro amor. 

Scrive uno studente in un libro dì Diritto: « Propongo di met- 
tere nel foro di X... i frammenti dei coglioni che ha rotto agli stu- 
denti » . 

« Una donna nuda al posto della fi... ha la trappola da passero » . 
t L'avvocato è il membro del Foro, la fi... è il foro del membro », 
e sotto un altro : « Della fi... usa, bestia, ma dopo taci ». 
Sopra un membro : Corredo da sposa. 
« I barba guastano i buoni ragazzi ». 
Canto umoristico : 

Per una donna gentile 
Non v*è maggior dUetto 
Che quel di &rsi f..... 
Da nn giovane nel letto. 

a Ti piace^ o macellaio, il pezzo? ». 

«Affacciati, o bella, e pisciami nta n*occhio 
Qoanta ti via lo giarabaldacchio ». 



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— 264 - 

Beligione. — I palìmsesti religiosi sono in numero minore fuori 
del carcere, e più nel libro che sul muro; mentre nel carcere il 
muro ne diede più che 5^6 del totale. 

I palimsesti in cui si estrinseca un vero sentimento religioso sono 
più numerosi fuori del carcere (25 sopra 66); i clericali ed anti- 
clericali si pareggiano (14 e 14). 

Abbiamo poi 6 palimsesti irreligiosi e 5 d'ateismo (di questi ul- 
timi nessuno nei criminali) ; infine 2 bestemmie. 

Al verso di Stecchetti: 

a Pianger non posso. Maledetto Iddio», 

uno scrive: « Questa bestemmia è troppo bella per poterla spre- 
giare; ma fa orrore un animo sì corrotto». 

E un altro: «Ma che bestemmia! Cretino». 

« Non hai torto a bestemmiare Dio. Ti ha &tto troppo asino ». 

Società ed istitueioni sodali, — La maggior parte di questi 
palimsesti furono tratti dalle muraglie e non hanno carattere molto 
diverso, in genere, da quelli del carcere, salvo alcuni riguardanti il 
militarismo. Invece i pochi rinyenuti sui libri sono d'indole ben di- 
versa, trattandosi qui di missioni economiche di natura elevata, o 
di questioni sociali. 

« L'onesto uomo è sempre maltrattato d. 

(c Chi disprezza il centesimo non vale un millesimo ». 

« Meglio è morire che avere una vita piena di disinganni ». 

« Vogliono pane e lavoro e gridano : W. la rivoluzione ! Asini ! 
La rivoluzione è miseria». 

« Padroni, non maltrattate gli operai. Potreste un giorno tro- 
varvi al loro posto, e averne il ricambio». 

« Viva i cavalieri d'industria » . 

« W. gli strozzini, sanguisughe dei bravi ragazzi ». 

(( padroni, siate giusti con i vostri dipendenti poveri ; non li 
sgozzate ch'è male ». 

Militari, — Viva l'esercito (11 volte) — Viva i bersaglieri — 
Viva la fanteria — La cavalleria è la più bella delle armi ; l'avete 
voi l'elmo, fantaccini? — Viva la cavalleria a piedi e la fanteria 



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- 265 — 

a cavallo — Viva la classe del (19 volte) — Andnina a fk i 

suldà e poi tumama a cà — Viva la guerra (2 volte).. 

Delitto^ vizi, ecc. — l palimsesti del delitto , che sono tanta parte 
di quelli del carcere, non sommano che a 18 fuori, e 16 di essi 
forniti dalle muraglie; così pure sono forniti dal muro quasi tutti 
quelli riguardanti il vizio, i pochi che trattano dei compagni ed i 
pochissimi che parlano dei parenti. 

I palimsesti amorosi predominano nel libro, e sono tutti dei 
libri qnelli riguardanti gli affetti. 

Numero dei palimsesti del carcere. — II numero complessivo dei 
palimsesti raccolti nel carcere dei maschi sale a 809. Di essi 510 
si raccolsero dai libri, 299 furono rilevati dalle muraglie, dagli 
orci da bere, dai legni dei letti, ecc. 

Fuori del carcere ne furono raccolti 1229, e cioè 663 sui libri, 
566 sulle mura. 

Complessità dei palimsesti. — In ogni palimsesto si tratta di 
uno di piti (^getti, e in questa trattazione traspaiono uno o più 
sentimenti, abitudini, inclinazioni. 

II numero totale, quindi, degli oggetti e dei sentimenti non 
corrisponde a quello dei palimsesti, ma lo supera, essendo i pa- 
limsesti per lo piti complessi. 

In rapporto a questa complessità troviamo: 

Nel carcere: 

Ometti per 100 palimsesti 
Sentimenti, ecc. per 100 palimsesti 214 

Fuori del carcere: 

Oggetti per 100 palimsesti 
Sentimenti per 100 palimsesti (1) 103 



Medi» 
oonplMiivi ' 


Medi» 

dei 

priiiiM. del muro 


KeaU 
p>UiM.aeIlil>io 


250 


224 


265 


214 


203 


221 


KM» 
eompleaÙTa 


Media 

dei 

palims. del maro 


Mail» 

dai 

p*lins.d«l libro 


118 


103 


133 


) 103 


110 


lOÒ 



(1) Qai ed in seguito nel fare i computi dei palimsesti fuori del carcere per 
rapp(»rto ai sentimenti, non teniamo conto di 200 insalti generici (11 3 sai mari, 
87 sai libri), sia perchò non esprimono alcun sentimento determinato, sia perchè 
simili insulti non furono raccolti pei palimsesti del carcere. 

Palimesti — 19. 



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- 266 - 

Da queste cifre appare : V che nel carcere i palimsesti sono più 
complessi che fuori sia per gli oggetti che pei sentimenti ; 2^ che 
nel carcere sono però assai meno complessi i palimsesti del muro 
che quelli del libro; 3® che fuori del carcere i palimsesti del libro, 
piiì complessi per gli oggetti, sono meno complessi pei sentimenti 
che quelli delle muraglie. 

Oggetti dei palimsesti del carcere. ^ Le cifre assolute degli 
oggetti di cui si tratta nei palimsesti del carcere sono riportate 
nella Tavola numerica (a tergo della Tavola grafica VI-VIl), n. I 
colonne A, B, C; la fig. II della Tavola grafica è il diagramma 
di tali oggetti, costrutto sulle cifre proporzionali delle colonne 
D, E, F; e mostra in che rapporto stanno tra di loro i vari og- 
gettiy non che i rapporti tra muro e libro per ciascun oggetto. 

Delitto. — Il primo posto è occupato dai palimsesti che trat- 
tano del delitto: 215,41 per 1000. Sul numero effettivo (436) 
di tali palimsesti, un quarto e più declinano la responsabilità del 
reato, con 72 proteste d'innocenza, con 21 attenuanti o giustifi- 
cazioni, con 50 che imputano ad altri il proprio delitto (10 ne 
accagionano la donna, 7 la natura, 5 il fato, 4 i cattivi com- 
pagni, 4 il vino, 4 il giuoco, 4 la mancanza di lavoro, 3 Tesser 
orfani, 2 Tesser ammoniti, 2 Tamore, 1 la rigidezza della disciplina 
militare, 1 la miseria). 

Ben 54 sono i palimsesti forniti dalla vanità del delitto, 52 dai 
propositi di vendetta, 24 parlano di nuovi delitti da compiersi in 
libertà, e fra questi 8 si propongono per Tavvenire maggior pru- 
denza nel delinquere per evitare la mano della giustizia. 

In 15 la vanità del delitto va fino al più ributtante cinismo, 
9 confessano imprudentemente i reati, 7 inneggiano al delitto, 
specie al furto, 3 suggeriscono modi di ingannare la giustizia. 

Ben è vero che 34 palimsesti parlano di rimorso e anche di 
emenda; ma anche questi spesso contengono una punta d'ironia 
che li fa mettere in dubbio, ed in altri la dichiara di pentimento 
si accompagna a quella d'impossibilità di emendarsi. 

Solo 15 si protestano rassegnati; in 5 però è, come dichiarano, 
rassegnazione forzata, e solo due con vero rimorso; 3 rimproverano 



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- 26? - 
i recidivi, ma solo perchè dalla condanna non seppero trarre ammae- 
stramento per non lasciarsi più cogliere. 

Compagni. — Negli oggetti la 2* quota massima, 182,80 
per 1000, tocca al gruppo di palimsesti che trattano di quelli che 
diremo compagni: non amici, perchè il sentimento di vera amicizia 
vi spunta ben di rado. 

Tra essi spicca in primo luogo il numero dei saluti (73, e non ne 
furono raccolti migliaia d'isolati). Vengono poi gli avvertimenti 
(45), od informazioni sul processo proprio od altrui, sull'esito del di- 
battimento, sul giorno in cui saranno rimessi in libertà, o muteranno 
luogo di pena» e via dicendo. Pure 45 sono i palimsesti in cui 
si esortano i complici o altri carcerati a sopportare la pena con co- 
raggio, con alìegriay taluno con rassegnazione, e vi aggiungono 
rosee speranze per l'avvenire, auguri d'assoluzione o di grazia, pro- 
getti d'emigrazione, appuntamenti per quando riacquisteranno la 
libertà. 

In 27 si eccitano i compagni a nuovi delitti od a compiere ven- 
dette ; in 24 si impreca contro i complici delatori e si segnalano al 
disprezzo degli altri; in 14 si danno conforti e speranze d'asso- 
luzione ; in 12 si manifestn una certa commiserazione per gli altri 
compagni di sventura^ ma spesso con modi ironici o poco delicati, 
come quando vi si trova l'epiteto di compagni di collegio; in 7 
poi trapela una viva compiacenza per le disgrazie successe o per 
le condanne inflitte ai compagni di carcere. Soltanto 7 sono i motti 
amichevoli e gli eccitamenti all'emenda. In 4 si biasimano le cat- 
tive compagnie, e sono additate come causa a delinquere, e 1 propone 
di non più frequentarle. 

In questo argomento dobbiamo ancora notare che solo 11 volte 
si trovano commenti ai palimsesti altrui, 7 malevoli, 4 benevoli. 

Pena e carcere. — La terza quota (307, ossia 151,67 per 1000) 
è fornita dalla pena e dal carcere. 

La nota predominante è il desiderio di libertà e di impunità 
{farla franca)^ sia espresso direttamente (42 volte), sia indiretta- 
mente. Così in 88 si commisera o si depreca alla condizione di 
carcerato; in 20 alla lunghezza del carcere preventivo; in 17 si 



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- 2r>8 - 
rileya la preoccupatone pel processo e per la difesa; in 4 il ti- 
more di una pena troppo lunga. 

Parecchi spingono il desiderio di libertà fino alla disperazione 
(4), al desiderio di morte (5), al proposito di suicidio (11);' non 
in tutti però sinceramente, anzi in 8 si trovano aperte contrad- 
dizioni nel medesimo palimsesto. In 2 si progetta la fuga. Infine 
in 13 si mandano lamenti contro sentenze troppo severe; ed in 
16 si dimostra la speranza di assoluzione o di grazia. In 18 si 
impreca specialmente contro la cella solitaria, che 2 dichiarano 
«madre a funesti pensieri». 

Nessuno dei funzionari del carcere sfugge alle imprecazioni del 
carcerato; su 33 di questi, 20 son diretti contro le guardie, 5 
contro il prete, 4 contro il medico, 2 contro il direttore, 1 contro 
rimpresario e 1 contro il bibliotecario del carcere. 

In 16 si critica il vitto carcerario, o perclìè troppo cattivo (11), 
perchè troppo scarso (5); in 1 il vestiario; 5 descrìvono il Qarcere 
come eentro di corruzione. 

Voglionsi infine aggiungere 20 lamenti contro la mancanza di 
notizie dairesterno e 10 contro l'abbandono di parenti od amici 
durante la detenzione. 

Per contrario in 20 si dichiara una aperta indifferenza alla pena, 
in 10 la si dice inefficace ad emendarli ; in 13 si scherza e ca- 
lemhureggia sul carcere, in 8 se ne cantano gli elogi. 

Se stesso. — Dal sin qui detto risulta già che nei palimsesti 
del criminale Vio entra per la massima parte, e calcolando le ma- 
nifestazioni indirette occuperebbe il P grado. Direttamente si parla 
di sé in 204 palimsesti (10 OjO oggetti), e spiccano le preoc- 
cupazioni pel proprio avvenire, la vanità del proprio delitto; in 
taluni va fino alla megalomania; abbiamo 3 che pensano persino 
al proprio epitaffio mortuario. 

Del resto, l'impronta personale die portano, come vedemmo, i 
palimsesti sul delitto, sui compagni, e sulla pena e carcere, si ri- 
vela pure nella trattazione di quasi tutti gli altri oggetti. 

Libidine^ ecc.; amore. — Della libìdine toccano 135 palimsesti 
(68 per 1000 oggetti). 



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— 269 - 

Notiamo qui subito il contrasto tra questa quota notevole e quella 
scarsa (16 per 1000) dei palimsesti che parlano di vero amore. 

Il maggior numero (52) tratta d'argomenti libidinosi in genere ; 
26 contengono allusioni pederastiche (8 in chiesa); 21 vantano 
amori impudichi; 20 onanismo (3 in chiesa). Infine 12 fanno ri- 
salire la causa dei loro reati alla donna o alVamore, e 9 scagliano 
insulti contro la donna in genere. 

Beìigione. — X palimsesti ispirati da argomenti religiosi sono 
112 (55,33 per 1000 oggetti); però solo in 26 si manifesta un 
vero sentimento di religione, mentre in 20 la si invoca come com- 
plice al male; in 16 si va alla piena irreligiosità; in 25 si in- 
veisce contro i preti ed in 11 contro la chiesa; ma in questi non è 
sempre possibile distinguere il sentimento religioso dal movente 
politico. Pur non troviamo che 5 bestemmie: fatto strano se si 
pensa all'abitudine che il criminale (come del resto molta parte 
degli uomini rozzi) ne ha nel conversare. 

Vm (escluse liìndine e soa0ure). — Oltre i palimsesti che trat- 
tano di libidine, di cui dicemmo sopra» e quelli che contengono 
espressioni sporche, dei qnali diremo in seguito, ne troviamo 97 
che trattano d'altri vizi (47,92 per 1000 oggetti). Tutti i vizi 
presi insieme avrebbero dato una quota la quale oocaperebbe nella 
serie degli oggetti il 4^ gradino. 

Spicca prima la vanità del vizio, come nel delitto la vanità del 
delitto; abbiamo però un numero, in proporzione ben ms^giore che 
pel delitto, di rimproveri contro i viziosi ; 5 contro il vizio in genere ; 
3 contro il giuoco (1 contro quello del lotto); 1 contro Fuso del 
tabacco. 

Spunta più frequente il desiderio del tabacco (15 volte), poi quello 
del vino (12 oltre a 4 che accusano il vino come causa dei loro de- 
litti); in seguito il giuoco (10); meno l'ozio (4) e meno ancora la 
gola (2). 

Leggi e giustiaia. — Sotto questo titolo abbiamo raggruppato 
87 palimsesti, nei quali si inveisce contro le leggi, e soprattutto 
contro coloro che le amministrano. Predominano per numero (37) 
le invettive contro i giudici (delle quali soltanto 2 contro il pro- 



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- 270 - 
curatore del re e 1 sola contro i giurati); vengono in seguito 20 
contro Tamniinistrazione della giustizia in genere; 9 contro gli 
avvocati; 23 volte poi abbiamo insulti contro coloro, che denunzia- 
rono alla giustizia i reati altrui, contro le spie. 

Politica. — Gli accenni politici chiaramente espressi non sa- 
rebbero che 69 (34,09 per 1000 ogg.); però se vi aggiungiamo 
quelli degli accenni anticlericali e contro la chiesa, nei quali non 
si sa bene distinguere la politica dalla religione, e alcuni accenni 
all'emigrazione come manifestazione contro la patria, salirebbero 
a 102. Verrebbero pertanto tra questi in 1^* luogo le invettive anti- 
clericali (25), poscia quelle contro deputati e altri uomini di go- 
verno (17). Ma se prendiamo insieme ì palimsesti che contengono 
motti contro l'ordine costituito, il 2* posto spetterebbe a questi poiché 
ne abbiamo 7 repubblicani^ 5 comunistici, 5 rivoluzionari, 5 sociali- 
stici, 2 irredentistf. Infine ne trovammo 16 antipatriotici, 9 d'amor 
patrio, 11 di politica in genere (Vedi Tav. VI-VII, fig. Vili). 

Libro. — Nel carcere i palimsesti che trattano del libro non 
tengono che il 10<> posto e sommano in tutto a 66. Abbiamo per- 
tanto altri 444 palimsesti scritti sui libri, e che col libro non 
hanno nessuna relazione. 

Nei palimsesti che hanno qualche relazione col libro tengono 
il primo posto (22) i commenti contrari a quanto sta scritto, le 
crìtiche, ecc. 

Seguono le antitesi colle frasi del libro (13); i commenti be- 
nevoli, elogi, approvazioni (12); indi le invettive contro Tautore (7) 
e gli elogi generici a favore dei libri buoni (7); la bontà dei 
libri però è considerata molto soggettivamente: uno crede ottimi 
i romanzi in genere, un altro ì libri di cronache giudiziarie. Ab- 
biamo infine 5 rimproveri, e alcuni pungentìssimi, rivolti contro 
chi sporca o rompe i libri, o in qualsiasi modo li bistratta (Vedi 
Tav. Vl-Vn, fig. VI). 

Società ed istituzioni sociali. — Sono 43 i palimsesti di questa 
categoria, e per la maggior parte rivolti contro la polizia e le 
guardie di questura. Solamente 4 contro la società in genere ; 5 
contro l'istituto deirammonizione o della sorveglianza; 2 contro 



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- 271 - 
i carabinieri; 1 contro il mutuo soccorso; 1 contro il militarismo. 
Uno poi fa r elogio del matrimonio come preventivo al delitto. 

Parmti. Amore. Sozzure. — Le minime quote sono date da 
questi tre oggetti (rispettivamente 36, 34 e 24 palimsesti). Nei 
palimsesti dei parenti 9 mostrano un vero amore alla madre, 2 
alla moglie; del padre non sì fa cenno che in uno e per dirne 
corna; gli altri, o sono rivolti ai parenti per chieder loro qualche 
cosa, sono lamenti e invettive contro i parenti che durante la 
prigionia abbandonano il delinquente; uno rimprovera una zia perchè 
lo ha denunziato. Quanto all'amore ed alle sozzure nulla abbiamo 
da aggiungere a specificazione delle cifre complessive, salvo questo, 
che un quarto circa delle espressioni sozze si rinvennero sulle 
muraglie della chiesa. 

Oggetti dei palimsesti raccolti nel carcere. — Confronti tra i pa- 
limsesti del muroequellideUibro. — Nella Tabella I, colonne A, B, C, 
abbiamo dato le cifre effettive riguardanti gli oggetti dei palimsesti, 
tenendo distinti gli oggetti dei palimsesti del muro da quelli dei pa- 
limsesti del libro. Ma le due serie B e G non sono, nelle loro cifre 
effettive, comparabili, perchè, come già avvertimmo,! palimsesti delle 
muraglie non salgono che a 299, mentre sono 510 quelli dei libri. 

Abbiamo, pertanto, ragguagliato dapprima il numero totale degli 
oggetti del muro e quello totale degli oggetti del libro ciascuno 
alla metà del numero totale degli oggetti dei palimsesti ; vi ab- 
biamo proporzionati i singoli dati delle due serie; riducemmo 
poscia a 1000 il numero totale degli oggetti dei palimsesti e cal- 
colammo col rapporto di composizione le cifre ottenute prima, 
ottenendo per risultato le serie delle colonne D E F riportate 
nella Tavola numerica n. I, e rappresentate graficamente nella 
fig. II della Tav. VII. 

Non abbiamo che 4 oggetti che dieno proporàoni poco dissi- 
mili sulle muraglie e sul libro e sono Pena e carcere^ Se stèsso^ 
Società ed istituzioni sociali, e Amore, per quanto dei tre ultimi 
si tratti con una lieve maggior frequenza nel libro. 

Negli altri oggetti troviamo notevoli divergenze. 

Anzitutto: mentre sulle muraglie il l""; posto spetta ancora al 



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- 272 — 

delitto, sul libro questo oggetto scende al 2^ e cede il grado ai 
palimsesti dei compagni. 

I vizi, comprese la libidine e le sozzare, danno quote molto 
superiori nel muro; la religione dà una quota nel muro circa 6 
volte maggiore di quella del libro. 

Del libro, com'è naturale, si tratta esclodivamente sul libro. 
Danno però anche quote molto maggiori sul libro che sul muro, 
oltre i palimsesti dei compagni, tre altri oggetti, e cioè Leggi e 
giustiaia, Politica e specialmente Parenti. 

Di alcune di tali divergenze ci può rendere ragione T indole 
stessa dei palimsesti. 

Nel delitto non è grande la differenza tra muro e libro, ma la pre- 
ponderanza dei palimsesti del muro in questo argomento devesi 
soprattutto ai palimsesti della vanità del delitto dei quali sulle 
muraglie ne trovammo ben 35 sopra 54 ; e non si dimentichi che 
i palimsesti del muro sono appena un terzo del totale. Un note- 
vole predominio del muro abbiamo pure nei propositi di vendetta; 
invece le proteste d'innoeensa^ le scusanti ai delitti^ ed il rmarso 
sono un po' più numerose sul libro ; nel resto le cifre sono quasi pari. 
Nei compagni invece la quota del libro prepondera ed è doppia 
d) quella del muro ; e si comprende benissimo, perchè trattandosi 
qui di comunicare cogli altri carcerati, non vi è per essi mezzo 
migliore di comunicazione del libro stesso. 

La maggior parte di quelli trovati sulle muraglie, lo furono in 
chiesa o nel luogo destinato al passeggio dove avevano speranza 
che potessero venir letti. 

I palimsesti che trattano di religione furono nel maggior nu- 
mero rinvenuti sul muro» perchè scritti in chiesa. I pochi ricavati 
dal libro furono ispirati per lo piti da letture religiose. 

Di' politica e della giustizia si tratta di preferenza nei palim- 
sesti dei libri, probabilmente per l'associazione di idee destate 
dalle letture. 

In complesso troviamo dunque che gli oggetti che diedero le 
quote massime nel carcere (dehtlo, compagni, pena e carcere) le 



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~ 273 — 
fornirono minime o nulle fuori; e viceversa i due oggetti (poli- 
tica e libro) che danno le maggiori cifre nei palimsesti di fuori 
scarseggiano di più in quelli del carcere. 

Gli oggetti che mantengono, e nel carcere e fuori, press*a poco 
lo stesso grado sono Vio, la libidine e la religione, ma non sono 
identicbe le quote. 

Sentimenti^ abOudmi, incUnaeiom espressi nei palimsesti del car- 
cere e in queUi fuori del carcere. — Confronti fra qtielli del muro 
e quelli del libro. — Per la classificazione degli oggetti trattati 
nei palimsesti non si pres^tano grandi difficoltà, poiché basta atte- 
nersi alla lettera dei palimsesti medesimi. Non altrettanto avviene 
nella classificazione dei sentimenti, delle inclinazioni, per la quale 
occorre entrare nello spirito del palimsesto, e, non esito a dirlo, 
si incorre negli inconvenienti di una interpretazione tutta sogget- 
tira. Ho cercato però di ridurre al minimo questo inconveniente, 
lasciandomi anche qui guidare preferibilmente dalle parole. 

La prima naturale divisione è quella di sentimenti buoni, abi- 
tudini lodevoli, e sentimenti tristi, abitudini riprovevoli, inclinazioni 
malvagie. Ebbene, tanto nei palimsesti del carcere quanto in quelli 
fuori del carcere i secondi superano, e di molto, in numero, i primi, 
per quanto in proporzioni diverse, poiché fuori del carcere la pro- 
porzione dei sentimenti booni è piti elevata (Veggasi la Tavola nu- 
merica ai numeri III e IV). 

Or dunque, sopra 100 sentimenti tristi abbiamo: 
Sentimenti buoni nel carcere fuori 

in complesso 15,32 28|98 

sulle muraglie 10,52 10,29 

sui libri 18,09 38,70; 

La maggior quota complessiva dei sentimenti buoni fuori del 
carcere è dovuta, come si vede, ai palimsesti del libro; ma dobbiamo 
inoltre avvertire che negli slessi sentimenti che abbiamo raggruppato 
sotto il titolo di malvagi, in senso lato, vi sono differenze notevoli di 
grado, di intonazione, sì che fuori del carcere la malvagità si estrin- 
seca sotto forme più miti, meno crudeli. 

Intanto rileviamo che alcune categorie non sono comuni alle due 



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- 274 - . 

serie. Fuori del carcere i sentimenti malvagi mancano di 6 ca- 
tegorie: ferocia, cinismo, capidigia, imprudenza, superstizioni, dif- 
fidenza, che abbondano nei prigionieri; per contro non troviamo 
in questi umorismo, misoneìsmo e audacia. Tra i sentimenti buoni 
l'amicizia conta poco, e sopratutto la pudicizia, la modestia, la mu- 
nificenza, il coraggio mancano, affatto, nel carcere. 

Vi sono poi sentimenti, e sono quelli per lo più che danno pic- 
cole quote, i quali si trovano esclusivamente sul muro o solo sui 
libri. 

Così fuori del carcere troviamo soltanto sul muro audacia, affet- 
tività pervertita, munificenza e rassegnazione. Soltanto sui libri 
misoneismo, invidia, pudicizia, giustizia, gratitudine. 

Nel carcere, esclusivamente sulle muraglie, si trovarono diffi- 
denza e prudenza; solamente sui libri ferocia, invidia, giuoco, giu- 
stizia, operosità, sobrietà, gratitudine. Quote molto simili sul muro 
e sul libro danno nel carcere: ira, vendetta, intemperanza, cinismo, 
superstizioni, amore, rassegnazione. E fuori del carcere solo ozio, 
giuoco, prudenza e coraggio (Vedi Tavola grafica. Diagrammi III e 
IV, e Tavola numerica, numeri III e IV). 

Prevalgono sui muri carcerarii l'ingiustizia, la vanità, Timpre- 
videnza, la malvagità ostinata, la libidine, Tirreligiosità, ecc.; 
sui libri l'odio, Timpazienza, l'ironia, Tincostanza, l'astuzia, ecc., 
e quasi tutti i sentimenti buoni. 

Fuori del carcere danno maggiori quote sul muro la vanità, 
l'impazienza, le sozzure, l'imprevidenza, l'odio, Tingiustizia, l'inco- 
stanza, la malvagità ostinata, la vendetta, il rimorso; maggiori 
quote nei libri invece la libidine, l'ironia, l'ira, l'irreligiosità, 
l'astuzia, l'umorismo, ed anche qui quasi tutti i sentimenti buoni 
ed onesti. ' 

Altra differenza tra i palimsesti del carcere e quelli fuori del 
carcere è che nei primi i sentimenti cattivi con quote elevate 
sono in numero nuiggiore che nei secondi. Infatti nel carcere sono 
6 le categorie che superano il 75 per mille sentimenti, cioè : in 
giustizia, vanità, imprevidenza, malvagità ostinata, odio, libidine; 
invece fuori del carcere sommano a 3, e sono: vanità, impazienza, 



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— 275 — 

sozzure. Questi sentimenti ed inclinazioni formano, per così dire, 
la base dei palimsesti tristi (Vedi Tavola grafica). 

Se a quelle tre categorie menzionate dei palimsesti non carcerarli 
aggiungiamo la libidine, Tironia e Tira, troviamo che la base dei 
palimsesti tristi carcerarii e quella dei non carcerarli non hanno co- 
muni, ed ancora in proporzioni diverse, che la vanità e la libidine. 

La quota più elevata nei criminali è data dall'ingiustizia (cioè 
dalla mancanza del sentimento di giustizia, oppure da un senti- 
mento di giustizia pervertito, falso); viene in seguito la vanità. 
Invece nei palimsesti fuori del carcere la quota più elevata è data 
dalla vanità, ma una vanità ben diversa generalmente da quella 
dei criminali. Infatti per più della metà la quota dei criminali è 
costituita dalla vanità del delitto e dalla vanità del vizio; invece 
fuori del carcere predomina quella vanità personale consistente in 
un soverchio sentimento di se stesso, sebbene non manchi lanche 
qui la vanità del male. 

L'imprevidenza dà nei criminali una quota quadrupla in con- 
fronto agli onesti; ed anche più forte è il divario nelle quote 
della malvagità ostinata, dell'odio, dell'affettività pervertita, del- 
l'invidia, in cui i criminali diedero cifre 5, 6, 8 volte più grandi. 
Anche vendetta ed intemperanza danno quote doppie nei criminali. 
Invece impazienza, sozzure, ira, ironia, astuzia ed ozio sono in 
forte prevalenza negli onesti. 

Infine irreligiosità ed incostanza hanno quote molto simili fuori 
e dentro il carcere. 

Nei sentimenti buoni nei palimsesti del carcere il primo pósto 
è tenuto dalla previdenza ed il secondo dall'amore; fuori del 
carcere il primo dalla benevolenza, il secondo dalla pudicizia. 

Previdenza, amore, rimorso e rassegnazione danno quote più 
elevate nel carcere; invece benevolenza, religiosità, giustizia, amor 
patrio, operosità, sobrietà, gratitudine, prudenza, fornirono quote 
molto più grandi fuori del carcere. 

Avv. V. Bossi. 



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~ 276 - 

Capitolo IL 
Caratteri dei graffiti onesti. — Graffiti femminiii. 

Facendo lo spoglio dei graffiti murari dentro e faori del carcere, 
non abbiamo trovato una differenza spiccata. 

Sono sempre nomi proprii, salati agli amici e più alFamìca, 
mìnacciei ingiurie, dichiarazioni di guerra al borghese, e sopratutto 
trionfi della scatologia e della pornografia. 

Ciò, però, lungi dall'abbattere, conferma l'origine comune. Questi 
graffiti sono dati infatti quasi sempre da criminali, da pazzi, o 
bimbi, come risulta dai proverbi che corrono in Francia, in Italia, 
in Germania: 

« Il nome dei birbanti è scritto in tutti i canti ». 

« Il n'y a que la canaille qui écrit sur la muraille ». 

« Le nom des fous est écrit partout ». 

« Narren Bande beschmùtzen Tische ùnd Wande ». 

« Stultorum nomina semper parietibus adsunt ». 

Ed a questo proverbio alludono, anzi, alcuni nastri gi-affiti, p. e. : 

a II nome dei veri rei sta scritto in tutti i muri di questo pa- 
lazzo; ma chi è innocente non scrisse mai il suo nome qui dentro ». 

a I rei sempre, gli innocenti non scrivono mai il loro nome qui 
dentro ». 

E molti graffiti infatti contengono anche la confessione o la di- 
chiarazione del crimine o almeno della vicina pena, come : 

« Appena sarò arrivato, son certo d'esser condannato » (a Bar- 
donnecchia). 

Una volta ho trovato: a II tal dei tali », e sotto: ladro^ forse 
scrìtto da un compagno. 

Ed ho trovato anche scrìtto, certo da mano colpevole: 

«e È una fatalità che sono perseguitato » . 

« Dopo tutti i miei santi, adoro i briganti » . 

« R. L... Guardia di P. S. ladra ». — In altro lato: « V... Guardia 
del dazio destituita ». 

Alle volte il graffito è già un reato, quando, p. es., parla di bru- 
ciare i borghesi ; — di abbattere la monarchia, ecc., ecc. 



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— 277 - 

Anche nelle iscrizioni antichissime dì Pompei» i ladri non man- 
cano insieme alle prostitute. Ne trovo menzionate nove volte (1), ed 
una volta anzi con un nome che mi pare di gergo : Cioeio^ neiriscri- 
zione Micio Ciocio: tuo patri cacanti confregisti peram, E crimi- 
nale neirallusione è quell'altra iscrizione (1) : « Venere è eattiva, 
fa nascere nel mio sangue gli incesti ». 

È comune, specie nei murì^ la bizzarria» la vanità e sopratutto la 
nota pornografica, che è forse la piin spiccata di tutte; tanto che se 
non sapessi di scrivere in un paese molto illuminato, avrei esitato 
a pubblicare questo volume. E si osserva che in tali argomenti la 
genialità è molto più frequente che non nei graffiti filosofici, poli- 
tici, ecc., come pure la forma ritmica o addirittura il verso. 

La ragione vera di questo predominio, così esagerato^ della ses- 
sualità è che essa è nella tempra umana, e il legislatore non può 
mai sopprimere quello che è nella nostra natura; essa ripullula 
ovunque perchè è istintiva: è anzi la sua compressione che le dà 
quel colorito geniale ed insieme cinico, aflEatto simile al criminoso 
che non si aspetterebbe qui di riscontrare. La menzogna conven- 
zionale, insomma, impedita dalla porta^ entra dalla finestra. 

Il vederla poi così spiccata fuori del carcere, dove non può es 
sere uno sfogo della forzata castità, è una palese riconferma che 
trattasi qui di una necessità umana forse nmggiore di quella del 
vitto; e fa presentire che è un errore il bandirla completamente 
dalla letteratura, dove, temperata, può essere fermento utilissimo, 
perdiè consono alla nostra natura, mentre non può che riescire dan- 
nosa se intemperante, o repressa o latente; e da questo lato cre- 
diamo che Zola e Flaubert avrebbero piena ragione, se non fosse 
l'umanità piti schiava della propria menzogna che dei proprii istinti. 

E non mancano nei due gruppi dei graffiti nemmeno la leggerezza, 
il nessun rapporto alle volte colla pagina del libro; p. es., uno 
fuori del carcere mostra desiderio di divenire carnefice a proposito 
della descrizione di Siviglia del De Amicìs (Biblioteca di Torino). 
Né manca la violenza della passione religiosa. 

Li tutti i palimsesti domina la nota che dirò professionale. Gli 
studenti vi parlano degli esami, i militari del loro corpo, gli operai 



(1) Garvoci, GraffUi di Pompei, 1856. 



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- 278 - 

del loro padrone, come i rei del delitto compiuto o da compiere ; 
gli alpinisti delle grandi gioie delle viste montane. 

Da questo lato le tendenze speciali di ogni gruppo potrebbero ri- 
velarsi assai bene da questo studio, e così anche le inclinazioni poli- 
tiche. Sicché uno studio dei graffiti ci può dare una geografìa del-^ 
Topinione politica prevalente in ognuno dei nostri paesi. Così nelle 
Romagne il « Viva Oberdank » predomina in modo speciale, mentre 
in Roma pullulano dappertutto ora le lodi, ora le o£fese ai preti ed 
ai santi. In Torino invece è il « Viva il Be » e le imprecazioni ai 
repubblicani. A Livorno è frequentissimo il segno, credo massonico, 

w X X 

^- 28 • 

E siccome le tendenze criminose non migliorano coU'attuale me- 
todo carcerario^ così uno spoglio dei graffiti fatto alla distanza di 
quattro anni in uno stesso carcere ha dato (V. pag. 135 e seg.) le 
stesse risultanze, gli stessi orrori degli anni precedenti, salvo l'ag- 
giunta (146-150) della nota politico-anarchica che mancava allora e 
che risponde a questo nuovo fermento introdottosi lentamente nei 
bassi stmti negli ultimi tempi. 

Ciò che più negli scritti dei libri distingue gli onesti dai cri- 
minali è la nota media, il buon senso e quindi l'acume critico così 
grande che, come vedremo nel penultimo capitolo, può offrirci una 
nuova fonte di critica non dispregievole. 

Viceversa le idee nuove sonvi in minoranza in confronto ai crimi- 
nali, tanto che non offrono quasi quote contro il Governo. E se vi 
sono rivoluzionari ed anarchici, abbondanvi poi i clericali, i conser- 
vatori ed i monarchici^ che mancano nei prigionieri. E ciò non certo 
per indifferenza, né per mancanza d'altruismo, perchè la politica li 
interessa più di tutti gli altri oggetti, mentre assai poco ne cale ai 
criminali, cui il delitto e la pena sono, coi complici, la maggior 
preoccupazione; e solo i rei hanno accenni antipatriottici. 

Donne. —- Nei graffiti della donna criminale il primo e singo- 
lare carattere è la scarsezza, per non dire l'assenza. Anche nelle 
carceri, anche negli ergastoli speciali, in celle dove donne dimo- 
rarono per anni ed anni, non ho trovato segni di scrittura. — 
Le sole che scrivevano erano prostitute. 

Noto qui che Zola e il De Qoncourt, fotografi della società mo- 
derna di Francia, ci accennano all'uso delle cocoftes di scrivere il 



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— 279 - 

loro nome e le date, e i nomi dei ganzi sugli specchi e sulle mura 
delle trattorie. 

Ciò s*accorda coU'osservazione più volte ripetuta che la prostituta 
rappresenta la criminale-nata assai più che la delinquente, ch*è in 
fondo una criminaloide, una rea d'occasione (V. Uomo delinquente, 
voi. II). Ed ecco perchè le poche iscrizioni femminili che noi demmo 
(pag. 101) erano sempre o quasi sempre dichiarazioni d'amore o 
proteste improntate d*un erotismo da Messalina, opera, com'erano, 
di prostitute carcerate. 

Anche nei palìmsesti francesi di vere criminali le dichiarazioni 
d'amore sono in maggioranza. E perfino le vendette ed i vanti dei 
crimini vi sono legati all'amore. 

\\3o\^{Arc'kives cTanthrapologie criminelky 1889) racconta che 
a S. Lazare (carcere di prostitute), non si leggono frequentemente 
sui libri che frasi come queste : « Ah, mio piccolo Giulio, quanto 
t'amo! », oppure: « lo bacio il mio fratellino... » (organo fallico). 
Altre frasi nel gergo femminile accennano al tribadismo fra esse, 
che colla a Società della piccola medaglia » sottintendono la Società 
delle « femmes pour femmes ». 

Joly, in quell'articolo, racconta della vedova Gras, famosa demi- 
mondaine, che aveva nel suo inginocchiatoio dei libri osceni, e ac- 
canto a questi una quantità di haschisch cantaridata. Costei, una 
delle più corrotte che siano passate alla Corte d'Assise, componeva 
dei versi, dove mostrava le speranze che fondava sulla sua droga: 

« Point ne veni abnser 
De ce poison dirin. 
Ah, donnez-moi, doctenr, 
Sftns erainte poar mes joors, 
Une nuit de plaisir, 
Une nnit de bonhenr, 
Tonte une nnit d*amonr. 
Cédez à ma prióre^ 
Mon sort est en vos maina. 
D'nn amant ordinaire 
Faites an héros demain ». 

Anche il Guillot, che registra tanti graffiti di ree (Prisons de 
Paris, pag. 286), è colpito dalla differenza con quelli dei criminali 
maschi. « La carcerata scrive per sfogare il sno cuore, confortare 
la solitudine, perciò la non si firma mai. E mentre negli scritti 



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— 280 - 

maschili oon troviamo che violenze e minaccio, qui pullula i] bi- 
sogno d*amare, di pensare airaomo preferito, al grande consolatore 
di tutti, a Dio ». 

Noi però aggiungiamo che anche per le ree, fino ad un certo 
punto, il Dio è, come l'avvocato, un intermediario, un istrumento 
di libertà: « Credi in Dio e ti tirerà fuori dalla prigione». « Esau- 
dite le mie preghiere, o mio Dio, e vi mostrerò quanto sono sin- 
cera ». 

Ad ogni modo i caratteri negativi, cosi bene segnalati dal Ouillot, 
come proprii ai graffiti delle vere criminali, anche da questo lato 
dunque ci segnalano in esse una perversità attenuata, mentre invece 
le vere prostitute mostrano una grande analogia negli scritti coi cri- 
minali maschi, per la relativa grande frequenza, per la minaccia e 
per la sfrontatezza nel firmare nome e cognome e qualche volta 
anche Tindirizzo; e pel giungere anzi nell'oscenità a tali gradi, cui 
non tocca il maschio criminale, sicché è evidente che esse sono di 
lui più lascive; tanto più che la breve dimora ch'esse fanno nel 
carcere esclude che trascendano in quelle espressioni perchè in 
esse esorbiti, per una troppo a lungo forzata continenza, il senso gè* 
netico. 

Riassumendo i nostri palimsesti femminili (pag. 101 e seg., 246, 
247), troviamo che la prostituzione vi tiene il primo posto, 11, fra 
cui una connilingue, una tribade. L'amore vien subito dopo, 10 ; 
lo precederebbe, anzi, includendovi due casi in cui l'amore si mesce 
alla vendetta; viene poi la religione, 5, pura ed onesta; 1 sola 
trascende alla bestemmia. 

La prigione viene in quarta linea» 3 ; 1 sola ha una vera vanità 
del delitto. 

Questi inattesi fenomeni (della grande scarsezza e della modestia) 
che troviamo nei graffiti delle criminali, non prostitute, e che cor- 
rispondono alla mancanza dei caratteri antropologici e anormali, 
ono, del resto, in rapporto con quanto ho potuto osservare nei 

affiti delle donne oneste, che, avendo certo i centri della parola 
più sviluppati che quelli della scrittura, poco scrivono, si che nei 
banchi di molte scuole di Torino e di Milano non ho trovate traccio, 
in due grandi collegi ho trovato un piccolissimo numero di graffiti: 
e poi, all'inverso dei maschi, esse vi sono molto pudiche e miti ; vi 
parlano volentieri coi loro mobili, coi loro banchi, colla loro came- 



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— 281 — 

retta (1) della loro libertà (2); hanno qualche velleità d'amore 
circonfuso e diluito entro una nebbia malinconica (3), ma mai hanno, 
od almeno lascianvi manifestare la più lontana passione carnale. 

Molte sonvi le citazioni degli autori prediletti (4), che toccano 
(specie in convento) della morte, del pentimento, della brevità della 
vita, del cimitero (5). Predomina — in complesso — la nota melan- 
conica e sentimentale: nei collegi di ragazze adulte non manca la 
satira contro le maestre, contro le compagne, specie per quanto tocca 
alla bellezza (6), ma mai giunge fino al diapason criminale. 



(1) a Addio, banco amatissimo ; addio per sempre. 
« Addio banchi ove passai tante ore liete ». 

a Caro banco, che fosti tante volte presente a* miei dolori, ricordati poi an- 
cora di me, imperocché sto per lasciarti e chissà quando ti rivedrà; forse mai 
più, e perciò ricordati di me ; perdonami di tatto quello che ti ho fatto. 

« Fra tre mesi non sarò più chiusa fra queste malinconiche mura. 

« Addio, banco carissimo; ricordati sempre della tua padroncina p. 

(2) « Due anni ancora, e poi? e poi, ò un sogno? Speriamo sia una realtà; 
due anni ancora, e poi non son più uccel di gabbia ». 

« Tale rinchinsa per 6 anni in questo ergastolo, qui pose il suo nome » . 

(3) (c Aldo è il mio amore che con fede amai ». 

« Lina, Tamor costante 

È nna cosa assai pesante ». 
« Pigliar runa e lasciar Talt» 

È una cosa molto scaltra. 

Chi ben ama varietà 

Ben contento viver sa ». 
«L*amour e* est la poesie». 

(4) « Amor ch*a nullo amato, amar perdona». 

« Donna ch'ai (sic) mesto il core, 
Dimmi qoal sia quel fiore 
Che dal tuo crine è sciolto ». 

(5) «Gh*ò mai la vita? 

La vita ò nn sogno che passa e fugge. 

Lenta la morte tutto distrugge. 

Tutto finisce nel gran mistero — del cimitero ». 

(6) « Dìo, che brutta sei ! Hai due braccia lunghe e scarne come un fuso » . 
Lino abbandona Alda per seguir Livia; tu morrai di dolore ». 



Faìimseati - 20. 



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- 282 - 

Capitolo III. 
Il carattere psicologico del criminali nei loro graffiti. 

Nel confronto tra i criminali e i liberi, per non dire gli onesti, 
se si vede la vanità, l'impazienza, Tira, l'incostanza, l'invidia, il 
giaoco, Tozio presso a poco al medesimo livello, vediamo poi rad- 
doppiare nei criminali l'ironia, la vendetta, l'impazienza, l'astuzia, 
e la libidine, l'odio, Tingiustizia, ecc., quintuplicare le sozzure : 
predominare, quasi isolate, la cupidigia, la ferocia, il cinismo, la 
superstizione, la diffidenza. 

Viceversa, quasi tutte le buone tendenze sono in minoranza; per 
esempio: la previdenza appara 8 volte minore, la benevolenza 4 volte 
più scarsa. 

Il rimorso, l'amore, la rassegnazione, la benevolenza vanno alla 
metà. 

Ma non è tanto nella proporzione, quanto nella intensità, che si 
direbbe perfino pazzesca, della ferocia, della vanità, e specialmente 
della vanità del delitto, che spicca l'enorme differenza tra il carcere 
e fuori. 

La rivelazione del carattere del criminale pullula, si può dire, 
da ogni riga di questi pMimsesti. 

1. Crudeltà. — Bicordiamo per la crudeltà, p. es., queste ter- 
ribili frasi: 

« Ho tanta rabbia contro di voi, che studio sempre qual morte 
vi debbo far fare. Farò fabbricare un carcere cellulare tutto di 
piombo, poi vi chiuderò dentro nudi, e per custodirvi metterò tanti 
rattacci affinchè vi rosicchino » . 

ce Morrei col riso sulle labbra fra la piti barbara delle torture 
se potessi veder strozzati il carnefice, Presidente, coi suoi aiu- 
tanti giudici, consiglieri e quel che segue, coU'ultimo budello del- 
l'ultima Quardia di Pubblica Sicurezza e simili». 

« Se l'avessi qua, vorrei farlo morire a punte d'ago ». 

«Quanto alle mie idee (Lepage), eccovele: rubare, gozzovi- 
gliare, scannare e far piangere più gente che posso. Del resto, am- 
mazzare qualcuno fu sempre la mia idea fissa. Tagliar teste, ecco 
il mio capriccio. Quando io era giovane, non sognavo che colpi 



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— 283 - 

di coltello ; voleva fare come Franzini, ma non ci sono perfetta- 
mente riuscito ». 

a Sentendomi eccitato, come già lo ero stato alla vista del suo 
bel seno, io m'ero detto: l'avrò viva o morta, ma l'avrò. Quanto 
alla bambina, se si fosse mossa in quel mentre, Tavrei sventrata 
d'un sol colpo, e non vi sarebbe stato bisogno di molto tempo. 
Potete credermi se ve lo dico! ». 

2. Umorismo. — Uno dei fatti più curiosi è Tumorismo che 
spicca nei criminali, quell'umorismo cinico che è nel loro carattere 
speciale, come si vede dal gergo. Né si può non restar colpiti da 
quelle voci di « state allegro », « sono allegro », che stuonano così 
colla naturale tristezza della loro condizione, che si ripetono fin 
subito dopo (pag. 25) aver scritto: Lasciate ogni speranza o voi 
ch'entrate. E si possono spiegare per la strana analgesia (indiffe- 
renza al dolore), che già cogli strumenti fisiologici abbiamo in 
essi potuto appurare ; ma sopratutto per la legge di contrasto che 
presentano sempre in noi le le grandi passioni^ per quella legge 
per cui ai grandi piaceri succedono la noia e il malessere. Ciò 
spicca, in ispecie, nei condannati a morte, in cui meno si aspet- 
terebbe (pag. 107, 108, 116, 112, 113). 

Bicordiamo qui cheMercant fece un testamento ironico, scrivendo : 
« Lascio al mio amico Le Baigneur tutto ciò che resterà nella 
mia cella dopo la mia esecuzione. — Fatto il 16 agosto 1889 ». 
E nella sua cella non aveva niente. Infine compose anche un ritor- 
nello sul suo supplizio, in cui ne parla scherzando (Ferri). 

Del resto, il falso umorismo, il riso cinico che solca di rughe 
precoci le loro guancie, voi lo vedete ripetersi non solo davanti 
alla morte, ma anche all'amore della donna (pag. 60-68), di Dio 
(pag. 64, 67-68), della patria (pag. 41, 42, 58, 147, 149). 

3. Gontraddisfione. — E a questo proposito, un carattere spic- 
catissimo di questi graffili è la doppia personalità, la contrad- 
dizione, che fa che i criminali più feroci sieno i più docili carcerati, 
ed anche spesso i migliori mariti (Havelock).... ben inteso, a in- 
termittenze. 

Cosi uno scrive: « Non sporcate i muri perchè vi puniscono >, 
e poi... li sporca egli stesso. 

Uno scrive a pag. 77 : « Non nominare il nome di Dio invano », 
e subito dopo: a Dio falso ». 



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— 284 - 

(( lo prego iddio che mi mandino via presto da qui, perchè qui 
così solitario c'è da diventar mato, rinchiuso fra quattro muri da 
una parte e il pagliericcio », e poi: « Beviamo e stiamo sempre al- 
legri. Viva Noè che piantò la vigna ». 

« Son Vincenzi (zotici) coloro che scrivono il loro nome in car- 
cere ». E (vedi contraddizione) poco dopo lo stesso si sottoscrive: 
« Monti Lorenzo fu Bartolomeo, nato in Alessandria il 14 gen- 
naio » (e 5 volte, anzi, scrive il nome). 

A pag. 50: « Ecco che cosa sa fare il detenuto: fare il mo- 
nello — e a lor pare far gran che di bello, ma invece pane ed 
acqua li aspetta », e subito dopo: « Io sono di quelli ». 

« Perdete ogni speranza o voi che entrate », e poi : « State 
allegri ». 

« Giuro di vendicarmi rubando », e poi: « Se a me capita di 
rubare un'altra volta m'ammazzo». 

4. Impulsività. — La tempra speciale, impulsiva, epilettoide del 
criminale risulta da queste confessioni veramente singolari : 

« Se Dio ci ha dato gli istinti di rubare, e che noi ad essi ob- 
bediamo» vi sono altri che hanno gli istinti di carcerarci; allora 
questo mondo è un teatro per divertire in sempiterno ! » . 

« Se dovessi dire perchè rubo, non lo saprei. Rubo per arric- 
chire? Non lo so. Rubo per gozzovigliare? Non lo so. Rubo per 
vivere alle spalle altrui? Non lo so. Certo è che io sento una di 
quelle forge che i legali chiamano col nome di irresistibile prima 
di rubare; e poi, fatto il bottino, mi coglie il rimoi*so che mi 
agita, mi rende quasi irrequieto. 

« Sono un disgraziato che, quantunque giovane, temo non rial- 
zarmi più moralmente, perchè è il destino che mi perseguita, ed 
esso mi dice ehe finirò i miei giorni in una prigione. Quanto sono 
sciagurato ! » . 

È curioso il vedere che ueir autobiografia quasi tutti parlano 
di aver cominciato dai sette ai nove anni. 

(1 Forse, fra tutti i miei lettori, non vi sarà uno che creda a 
questo male, a questa forza irresistibile. 

a Non crederanno, perchè non possono immaginarsi qual genere 
di piacere può provare un uomo che vi si abbandona. È un pia- 
cere però che sfuma nell'atto istesso che si sente, per lasciar posto ad 
una assai lunga agitazione. Se uno non sa scacciare la prima ten- 



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-285 - 

tazione, ne ha per tatta la vita; almeno così fu di me. Se poi è un 
povero mio pari, è rovinato per sempre ed infamato. Io non so tro- 
vare parole, per lasciare almeno un dubbio dell'esistenza di questo 
male; come pure non saprei che rispondere, se da taluno mi si di- 
cesse: Tu sei fumatore; ma dimmi, qual gusto ci trovi colla pipa o 
col zigaro fumando? Ti ricordi la prima volta che, dopo aver man- 
giato, hai messo fra le labbra uua paglia d'un zigaro di virginia, 
quanto male ti ha fatto?... Pure non hai smesso, anzi, pochi giorni 
dopo con un mozzicotto acoeso, provasti un male maggiore ; e seb- 
bene conoscesti che ti faceva difetto questo vizio per la salute e per 
la saccoccia, pure a poco a poco arrivasti a segno tale, che ora più 
non puoi astenerti » . 

Or ora, nel libro di note del Qirumbelli, che uccise con otto 
coltellate il suo capo d'ufficio, e la cui condanna si deve alla maschia 
e onesta facondia deironor. avvocato Campi, non solo si trovò una 
nuova prova del vanto e della registrazione del delitto, poiché aveva 
scritto, certo a poche ore di distanza dal fatto: « ^4 settembre. 
Bissa con vie di fatto^ il L. T. rimasto morto con otto coltellate », 
ma si trova prima, in una specie di proclama ai Milanesi, una con- 
fessione dell' impulso che lo spingeva al crimine : « Oggi sono 
propenso ad esporre la fine della mia libertà, essendo spinto da 
forza maggiore di forte delirio, nonostante possa essere preso oggi 
stesso, sono obbligato di fare un'azione non troppo buona », ecc. 

5. - La poca affettività appare chiara dal fatto che su 809 graf- 
fiti solo 11 parlano con affetto dei congiunti, e la forte quota dei 
compagni, 370, poi non si risolve che in complotti, in informazioni 
criminose, in commiserazioni ironiche. — E 7 volte suonano vera- 
mente dichiarazioni amichevoli. 

II vero rimorso non fu trovato che 2 volte; e 15 la rassegnazione, 
che ne è un P stadio, mentre sono 52 gli accenni a nuove vendette 
e 54 i segni della vanità criminosa. 

6. — La mancanza di senso morale e la vanità del delitto sape- 
vamo essere eccessive nei criminali ; ma certo non avremmo sospet- 
tato che giungessero fino al punto di scrivere, come a pagina 42 : 

<c Sono innocente e mi tengono qui perchè ho ucciso un uomo 
solo, mentre che al mondo ve ne sono anche troppi » ; e aggiunge 
il suo ritratto (Tav, I, 3). 

tt Qui riposa la salma del povero Tulac, il quale, stanco di ru- 



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-286 - 

bare in questo mondo, va a rubare nell'altro ; i parenti contentis- 
simi questo ricordo posero » . 

a Sono sempre stato un galantuomo io, ed ho già fatto venti 
anni di galera ; ora sono nel carcere di bel nuovo, e questa volta 
mi daranno i lavori forzati a vita; tutto per far del bene al pros- 
simo; non ne ho assassinati che sei, li ho levati dal mondo perchè 
troppo tribolavano ; saccheggiai parecchi contadini, eppoi diedi il 
fuoco alle loro abitazioni, tutto per guadagnarmi il pane perpetuo. 
— Vostro afifezionatissimo capo-banda Talbot » (pag. 48). 

c( Ho pensato (scrive Lepage) che tutto ciò avrebbe prolungato 
il mio carcere preventivo, e a me preme di andare in Corte d'As- 
sise, giacché vi sarà molta gente a guardarmi e si darà il resoconto 
del mio affare sui giornali i> . 

« Oh non credete che sia il rimorso che m'impedisce di dormire, 
no, no! è la privazione dell'esercizio: ecco tutto. Ah! ì rimorsi; ma 
via ! voi mi dite che se il coltello andava due o tre millimetri più 
giù, sarebbe morta. Ebbene, è un peccato ; sono stato abbastanza 
sciocco». 

ce Appena io sia uscito dal carcere voglio sempre rubare, tanto 
sono sempre in carcere. Miglio S. Salvarlo». 

« Esco saluto gli amici prossimamente. Cari compagni, 

voglio dirvi che mi hanno condannato a morte per due omicidi ; 
ma spero la grazia, e se mai sorto, voglio ammazzarne ancora una 
dozzina». 

ce ladri ! il nostro mestiere è rovinato per quella canaglia di 
giudici. Coraggio però! E avanti!». 

a Quajot è già la quarta volta che viene qui dentro, sempre in- 
nocente e candido come Tacqua sporca, come questa volta, che 
rhanno arrestato colla roba rubata. Poveri ladri ! ». 

<K Non bisogna più rubare, ma assassinare » . 

<k Io, benché non pittore, ho acquistato molta lama facendo re- 
gistrare il mio nome sopra più di 40 carceri diverse, che beni- 
gnamente registrarono i miei bellissimi connotati ». 

7. Culla e tomba. — Ma nulla prova più la natura del delin- 
quente-nato quanto lo studio delle loro autobiografie e delle agonie 
che ci mostrano come i primi e gli ultimi giorni della loro vita 
psichica, gli ultimi istanti, anzi, furono segnati dal desiderio e 
dal vanto del male. 



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— 287 - 

Nella prima autobiografia noi vediamo come un ladro, figlio di 
padre ricco, spensierato, e di madre giovanissima, cominciasse la 
trista carriera a 10 anni col rubare un panino al suo fornaio. Da 
allora in poi, se non prendeva frutta, prendeva forbici, ditali, gomi- 
toli, fino cenci, fin frammenti di un cinto erniario, tutte cose che 
regalava alla madre o a bambini per le vie, senza dunque averne 
bisogno. « Niuno duo immaginarsi quanto piacere possa provare 
un uomo in queste brutte azioni > , scrive. 

E pure non gli mancarono gli avvisi della madre, non gli mancò 
il carcere da giovine, il Patronato poi, ecc. 

E a pari all'impiegato che, giunto alla vecchiaia, domanda la pen- 
sione», egli domanda il carcere: a Nel carcere sia la mia fine )>.Giò 
che ci dimostra quanta pena e quanta esemplarità si possa da questo 
sperare. 

Il secondo aulobiografo parla di violenze praticate fin da quando 
era all'asilo (a 3 o 4 anni), di battagliele a cui sacrificava fino il 
desinare. Punito dal padre, non solo peggiorò, ma stette fuori anche 
la notte, ed emigrò a Genova con denari rubati. 

Il quarto (pag. 185), figlio di criminali, dice che da bambino 
imparò dal padrone a far il ladro; a 17 anni era già condannato. 
E quando scriveva aveva già passati 34 anni di carcere. 

Il quinto (pag. 190) rubò da bambino alla madre un marengo, 
lasciando accusare la serva ; se ne pente più tardi, si confessa ; 
ma quindici giorni dopo ruba 170 lire, e poi di nuovo 2000 lire; 
e anch' egli, epilettico, passò per tutta la gamma dei reati, falsi, 
truffe, borseggi, associazioni ; anch'egli aveva una madre eccellente, 
ed ebbe a tempo le punizioni, la Generala, ecc., ed era d'una coltura 
non comune, e rubò anche quando possedeva già una bella casa con 
giardino (pag. 203). 

Il y.... (pag. 207) apprendeva ancora il sillabario che già ru- 
bava al maestro confetti e tartufi; battuto, legato, dal maestro 
e dal padre, appena terminata la punizione, rubò una pianta di 
fiori; a 6 7 anni rubò nella scuola i birilli, le penne; e alle 
ballerine gli anelli, i braccialetti, le giarrettiere come i biglietti 
d'entrata del teatro al padre che vi era bigliettario. 

II brigante F. S. (pag. 229) da sei a nove anni rubava ai ge- 
nitori e poi all'oste cibi che regalava ai compagni, ad uno dei 
quali in una lite strappa coi denti un orecchio. 



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- 288 — 

A queir età il Lepage (pag. 240), che appartiene a famiglia 
onestissima, da giovinetto ferisce, per sollazzo, con una spada il 
fratellino. 

8. Agonie. — Ed è strana cosa, il ripeto, il vedere come tutti 
i delinquenti-nati muoiano con affettata allegrezza, e scrivendo: 
State allegri — Sono allegro (pag. 108, 111, 113), preoccupandosi 
del sigaro e del rAum, dei regali cbe ricevono, dei loro funebri, 
né si pentano del reato; ed il primo insulti oscenamente al Governo 
prima d'impiccarsi ; il secondo insalti alla sua vittima. 

Il 13, scrive in un sonetto: « È il dover che qui mi trasse ». 

Il 14 buca in effigie gli occhi alla moglie prima d'ucci dersv. 

Ma la più bella dimostrazione della tendenza al reato, obesi 
prolunga fino all'ultimo momento e quasi sopravvive alla vita, è 
nella terribile frase che scrìsse il V... (pag. 122) prima di ten- 
tare di uccidersi con una corda rubata: « Son morto rubando, la 
carta su cui scrivo, la penna, l'inchiostro, la corda, tutto ho rubato. 
Ecco avverata la profezia ». 

Anche il vaso grafito dal Fusil^ in cui dipinge se stesso ap- 
piccato dinanzi alla vittima, che ancora insulta col nome di lader^ 
disegno ch'egli traccia prima di morire, completa questa prova, 
come la dipintura del Troppmann. 

In uno strano libro di frate Maser [Fatti avvenuti nelVL R. 
git4di0io statario in Este in causa di furti e assassina, Venezia, 
1852), libro regalatomi cortesemente dall'egregio prof. Tamassia, 
si legge che su 20 assassini condotti a morte, ch'egli confessò, 
6 solamente mostravano pentimento, 7 un qualche amore ai figli, 
al padre, ai congiunti, 1 riconosce giusta la sentenza. Tutti gli altri 
erano spavaldi, vantatori del delitto; uno, ed è una donna, dice: 
Che se fosse vero che a non perdonare sbandava alPinfemo^ non 
avrebbe perdonato ai correi; un altro: Che per una volta si poteva 
provare anche Vinfemo, ed era epilettico. Tre si pentono solo nel 
momento preciso che si sta per fucilarli, e uno anzi, allora, trema 
tutto e si raccomanda a tutti i Santi. 

Un giovinetto, assolto, vuol veder la morte dei compagni e del 
padre, dicendo: « Si son divertiti gli altri; voglio divertirmi 
anch'io », e non migliori di lui i giudici, plaudendo il frate, cre- 
dono ritornarlo alla morale con una salve di bastonate ufficiali ! ! 
Uno, famoso grassatore, giurava la propria innocenza; ed in carcere 



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- 289 - 

lo si trovava sempre colla corona in mano. Uno finge di pentirsi 
airultimo momento, ma quando il frate aveva fatto sospendere 
Io sparo, vomitava ingiurie contro il crocifisso che teneva in mano. 

Due, studiati dal Setti (pag. 116 e 122), scherzano oscenamente 
coi frati confessori: « Il morire è come prendere uq lavativo », e ri- 
cordano le polpette àeWosteria dell'inferno, e chiedono continua- 
mente sigari e rhum; uno s'immagina di diventare dopo cento 
anni un cane, che morderà le gambe del frate. 

Queste confessioni ci mostrano, se pure ce ne occorre un prova, 
la imprevidenza dei criminali, la nessuna paura della pena di 
morte fino al momento in cui è imminente, anzi immediata (1). 

Quanta differenza dal 5, 8, 10, 11, 11 bis, 18, i quali, o cri- 
minaloidi rei per passione, tutti sono pentiti del reato, benevoli 
per la famiglia in olocausto alla quale (11, Il bis) s'uccidono, e 
quando condannati non protestano, non bestemmiano, si lasciano 
come pecore portare al macello. 

Già dalla ricchezza di queste autobiografie nostrane e straniere 
appare un carattere che è spiccato in essi tanto quanto negli alio- 
nati, ed è la tendenza autobiografica, che certo dipende dal senso 
di esagerata personalità che informa tutta la loro vita, e che, 
come abbiam veduto, si conserva fino agli orli della tomba. E 
già la statistica ci mostrò che il loro io entrava nel 10 p. 0(0 dei 
loro graffiti. 

Mottìno e Bouget mìsero in versi i proprii misfatti. Lemaire, 
Lacenaire, De Marsilly, Vidocq, Hunter, De Cosimi, Lafarge e CoUet 
ci trasmìsero la storia della loro vita. 

Questa tendenza autobiografica si prolunga fino nelle ceramiche 
(Y. tav. II e III, fig. 1, 2), e, quello che è più curioso, nelle figure dei 
tatuaggi, che portano, come quelle dei capi delle tribb selvaggi), 
tutta la loro storia minutamente dipinta sulla pelle, come ben 
può vedersi nella fig. 1, tav. IV e V (vedi pure pag. 45, e 46). 

Qaalcuno mescola alla figura la iscrizione, come nella tav. Ili, 
4, 5 e 6, e tav. I, n. 3, pag. 47. 



(1) Laurent cita on giovane assassino, condannato a morte, che sui margini 
di un libro in cui leggevasi: « Nella piazza si levavano le dae braccia rosse 
della macchina terribile che perseguitano gli assassini nei loro sogni », scrisse 
questo strano commento : a Non è vero, quella macchina non mi ha mai fatto 
sognare». 



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— 290 — 

9. Genialità, — Le note dei libri dei criminali contengono più 
tristizie^ insulti, malignità, che non critiche serie, che vedremo invece 
in gran copia sui libri degli onesti, ma vi spira invece a intermit- 
tenza una genialità, che non si trova nell'uomo medio, e quindi nei 
libri fuori del carcere, certo perchè i criminali acquistano dalla de- 
generazione una irritazione coi*ticale che l'uomo medio non ha. 
Esempio i versi bellissimi a pag. 38, 88, 91, 94, 99, quasi sempre 
però ispirati dall'amore, e spesso carnale. 

Qenialissima è la lirica di Verlaine, che ci fotografa un cortile 
di criminali (pag. 248), come il paranoico Y... del mio Uomo di 
Genio un cortile di pazzi (1). 

Geniale è la nota a pag. 68 : « Noi siamo . sulla terra per una 
legge di formazione come un tempo i mastodonti. Finita la nostra 
epoca non si saprà nemmeno se abbiamo esistito »; e la nota (pa- 
gina 61) sulla roulette. 

In genere la potenza dell'espressione si ravviva quando Tindi- 
vìduo parla di se stesso, come a pag. 157, 160, 223, o quando 
si burla degli altri (pag. 81, 86), o quando è ispirato dall'amore. 

Non potrebbe essere più arguto il paragone tra l'impresario della 
carcere e l'asino : 

& Questo porta oro e mangia fieno e quell'altro mangia oro e dà 
il fieno » . 

Né è senza giustizia questa satira al Governo: 

a Codice penale ! perchè colpisci la truffa di pene severissime, 
mentre il libero Governo d'Italia, coH'immorale giuoco del lotto, è 
dei truffatori « maestro e donno? ». 

Finalmente nelle pagine 78, 79 si ha una dimostrazione dei danni 
degli studi arcaici, in cui potrebbero specchiarsi molti Ministri della 
Pubblica Istruzione, che ci ribadiscono sempre più la catena dei 
classici. 

Gli è che in costoro l'anomalia organica prepara il terreno al mi- 
nore misoneismo, ch'è il carattere normale dell'uomo onesto, normale. 



(1) a Da an virgulto ad ano scoglio, ecc. 

L*ala taa va peregrina, ecc. 
Noi confitti al nostro orgoglio 
Come mote in ferrei perni 
Ci aggiriamo in giri eterni 
Sempre erranti e sempre qai ». 



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- 291 - 

Naturalmente la lingua batte dove il dente duole, e dove essi 
eccellono è quando parlano di se stessi, del loro delitto, o quando 
danno in sfoghi erotici (pag. 88-91). Vi hanno dei versi (pag. 87): 
« No, angioletto, 
Non fai peccato » , ecc. 

e nella stessa pagina : 

« Se finora mi tacqni e fai mato, 
Fa prìgion che a parlar mi vietò » 

ed a pag. 88: 

a Gorgogliaya nella mente » 

che sono d'una potenza lirica straordinaria. Anche le frasi di quella 
lurida prostituta che si rivolge ai futuri clienti e scopre la sua 
foia, sono d'una potenza veramente strana (pag. 101). 

Sono lampi fugaci, ma che ci confermano resistenza di quel con- 
trasto, di quei due eccessi di cui l'uomo medio non è capace, critico 
abilissimo come è, ma niente creatore. Ed è per ciò che anche fuori 
del carcere si è notato che non è quando si parla di politica, dì re- 
ligione che il graffito si fa eloquente, ma nelle sozzure e nelle la- 
scivie, appunto dettate in stato di passione carnale e spesso cri- 
minale. 

Perciò anche questa vera genialità contrasta in modo singolare 
coi versi bruttissimi degli stessi autori a poche righe di distanza. 
Per esempio, a pag. 88, la poesia: 

« Sognai Ginotta in ricca veste brana » 

ha dei versi cosiffatti : 

« Io presi a rimirarla e mi piacqne tanto ». 

Eppure i due ultimi, il 6", il 9®, il 10* e l'IT sono bellissimi. 
Gli è che la genialità in costoro è un razzo, più intermittente, più 
breve che in tutti gli altri uomini. 

10. Ribelli, — Il bisogno deirinnovazione, il malumore politico 
si travede continuamente come abbia il punto di partenza dalla 
loro personalità. « L'Italia è libera, ma noi siamo qua. — Boulanger 
manderà in aria tutti. — I ricchi rubano al povero: il povero a 
loro; se prende di più, serve per Tinteresse )> (pag. 147). 

Ma non è men vero che costoro vedono, forse inspirati dalla 
passione, i difetti dei Governi che ci reggono, meglio e più giu- 
stamente che non facciano gli onesti; e anche da questo lato si 
intravvede una ragione che s'aggiunge all'impulsività e al bisogno 
del male per spingerli in prima linea nelle ribellioni. 



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— 292 - 

In genere i criminali vogliono distruggere tutto: 
a Avanti, avanti, avanti, con le fiaccole in mano, andiamo a bru- 
ciare tutto il mondo intero, clie è buffone ». 

ce Qiovannf, Pietro, Antonio, quando saremo liberi andremo a 
mettere il fuoco ovunque, se non ci daranno la parte nostra, a cui 
abbiamo diritto » . 

11. Pittografie. — È una nota veramente nuova e completamente 
atavistica la ricchezza di pittografie, di disegni, che vorrebbero far 
le veci della parola, come nelle epoche primitive; e che appunto 
come in queirepoca sono più ricche nella ceramica. La forma pretta 
ideografica primitiva spicca nella tav. Ili, fig. 3, tanto piii cono- 
scendosi che egli vi annetteva l'importanza precisa di un docu- 
mento scritto; anche il tatuaggio nella fig. 5, tav. IV, e 3 e 4, 
tav. y, è una vera riproduzione dello stadio ideo-fonetico dell'uomo 
antico, mentre ad uno stadio forse ancora più antico^ quello puro 
grafico, appartengono i graffiti della tav. II, fig. 1 e 2, tav. IIL 
fig. 1, 2, in cui un grassatore ed uno stupratore fanno la storia dei 
loro reati, e quelli in cui uno descrive la triste vita del condannato 
(tav. II, fig. 8). 

Più atavistico del pazzo, il criminale assai più di questo usa 
ed abusa del geroglifico, che si potrebbe chiamare un gergo gra- 
fico, ma che molte volte piuttosto è derivato dall'impotenza di 
esprimere il proprio pensiero colla forma scritta, come nel citato 
caso di uno che fa ristanza al tribunale con delle figure^ che ricor- 
dano proprio Tepoca dei linguaggi primitivi, o perchè, anche sa* 
pendo materialmente scrivere, si sentono impotenti a dipingere 
con tutta l'energia il proprio pensiero. 

12. Minuzie. — Un altro carattere che, viceversa, è opposto al 
geniale, è l'esagerazione delle minuzie che li concernono e se- 
gnalanci Pipertrofia dell'io. V. tutte le Autobiografìe ed a pag. 61: 

« AIU 10 settembre si ha piena la bambaia » {vtuo da notte).] 

Vedi a pag. 83 : 

« Spanta l'alba del mattin » 

ed a pag. 82 il verso : 

(c Noi abbiamo la nostra minestra » . 

13. Rime. — Un'altro dei caratteri comuni ai criminali ed ai matti 
è la tendenza all'alliterazione e alle pompierate, che fa entrare anche 
nei discorsi più serii,alla rima, più frequente però che non il metro, il 



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- 293 - 

quale spesso è sbagliato anche da chi pretende fare dei versi, mentre 
nei pazzi invece e rima e metro sono assai bene adoperati anche da 
chi non ne era colto {Uomo di Genio, parte III); e noi ne ab- 
biamo già una bella prova in quella autobiografia rimata di un 
paranoico bigamo a pag. 181. 

ìi.Comparazione,— Coi pazzi essi hanno comune anche Tautobio- 
grafla, la passione dei dettagli, Timportanza eccessiva della propria 
personalità e la genialità; ma mentre nel pazzo questa da creatrice 
originale degenera al bizzarro e all'assurdo, e quasi sempre divaga 
neirinutile e si agita in un eccesso d'altruismo fuori d*ogni applica- 
zione, la genialità criminale mira sempre all'utile e all'utile 
individuale, alle relazioni coi compagni, alla fuga, alla scusa, al 
vanto dei proprii delitti, al completare coi gerghi, coi canti, quella 
nazionalità speciale che è per loro il mondo criminale. 

La letteratura degli squilibrati^ notaGuyau {L'Art, ecc., 1889), 
esprime in generale ì analisi c^o/orosa, raramente Vamne. L'azione, 
per lo meno l'azione sana e morale, è infatti difficile per essi, 
e sarebbe precisamente il gran rimedio al loro disordine, perchè 
razione suppone la coordinazione dello spirito verso un fine ad 
ottenersi. 

Il secondo carattere della letteratura degli squilibrati è Tespres- 
sione di una vanità superiore alla comune : di là questo furore 
deirautobiografia, quella tendenza a segnare ed a eternare i tratti, 
anche poco importanti, della vita giornaliera, a guardarsi costan- 
temente, e sopratutto a guardarsi soffrire; la tendenza, infine, a 
trasformare la piti piccola azione in soggetto d'epopea. La vanità, 
la reazione dell'io sulle cose cresce negli uomini quanto più la 
loro coscienza è squilibrata. È questa forse una semplice ap- 
plicazione di quella legge generale che i moti riflessi sono più 
forti quando V azione dei sentimenti è minore. La soppressione 
della vanità deriva dalla misura esatta dell'io, da una coordinazione 
migliore dei fenomeni mentali: abbiate piena coscienza di voi 
stessi, riflettete, e voi sarete ricondotti dai vostri proprii occhi a 
delle giuste proporzioni. 1 pazzi ed i criminali hanno una vanità 
grandissima, che spesso impedisce loro lo sviluppo d'ogni senti- 
mento altruista; uccidono per tai parlar di sé, per diventare il 
personaggio del giorno, per vedere i loro nomi sui giornali e per 
essere temuti o compianti o divenire un oggetto di orrore. 



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- 294- 

È espressa bene nel Levin de Tassassin di Baadelaìre: 

(c Ma femme est morte, je snis libre, 
Je pnis donc boire tout mon seni, 
Lorsque je rentraia sana qq eou 
Ses cris me déchiraient la fibre ». 

La maggior parte degli squilibrati provano un vero bisogno di 
eccitamento, come tutti i nevrastenici. Hanno bisogno d'una vita 
sociale loro propria, una vita rumorosa, d'orgie, in mezzo ai com- 
plici, e questi sono lontani. 

Si compiaciono nelle immagini tetre : in questi cervelli, in cui 
l'idea è lenta a prodursi, una volta sorta, si fissa e resta immo- 
bilizzata; sono perseguitati dallldea dei reati da eseguire e da 
quelli compiuti. 

Capitolo IV. 
Atavismo — Preistoria dei graffili. 

La storia dei palimsesti, o meglio la loro origine, ci darà la 
spiegazione della loro diffusione e della loro origine. 

Appena l'uomo abbandona le stato puramente selvaggio, abban- 
dona quella che si volle chiamare l'epoca della pietra rude, segna i 
primi albori della sua coltura col graffito sui vasi, sui muri, sulle 
pareti delle grotte, sulle armi di selce e di ossa, sulla propria pelle. 

Spencer notava che le prime orme della pittura si trovarono nei 
graffiti delle grotte, nelle tombe, dove l'Egiziano riproduceva tutti 
i momenti della vita civile. 

I sacerdoti greci ornavano le mura dei templi di sentenze, di 
preghiere e scomuniche, per prevenire colla pubblicità i delitti 
(Curtius, II). 

Nell'Àndrée {Etnographische Parallellen,Il)Yeiì il graffito della 
grotta di Yommersberg, in coi son ritratti dieci Boschimani che 
rubano 10 buoi a 12 CaQri od ai Zulù, stupendamente dettagliati; 
eppure quei pittori appartengono ad una delle razze inferiori del- 
l'uomo. — Egli pure nota che gli Ottentotti copron le roccie e le 
mura delle caverne delle loro pitture, di cui 1000 ne trovò Fritsch, 
che ne vide fin 20 in una roccia ; trattano di battaglie, caccio e do- 
mature, di giraffe, antilopi, elefanti. 



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— 295- 

I Lapponi segnano la doppia croce o svastica nelle orecchie delle 
loro r^ne, come sigillo di proprietà. Gli Australiani, specie del 
Nord, coprono le caverne, le roccie, di graffiti, e dipingono le loro 
pelli di oposso nella parte interna (1). 

In una stazione di pescatori australiani (Qrey , Journ. of the 
expedit. in North-Wesi, 1865) si trovò una vera galleria di graffiti 
preistorici lasciata da molte generazioni di pescatori, contenente 
storie di pesche. — I Maori, scrive Buchner, ora imparano a leg- 
gere; in tutti i muri delle loro roccie si vedono nomi e segni che pro- 
vano le loro nuove cognizioni {Reise Stille Oceanie^ 1878). 

È importantissimo poi il notare con Andrée (o. e, pag. 87), 
che le donne sono restie a tracciare graffiti tanto sopra sé che 
nei vasi. Cosi nella terra dell'Imperatore Guglielmo i vasi non han 
disegni perchè sono opera loro ; e le donne, ripete egli, sono poco ar- 
tiste. Solo negl'Indiani Cyampì le donne fanno rari graffiti sui vasi. 

Ed a proposito di questi importa notare col Brongniart che la 
ceramica, dopo le armi per difesa e qualche tessuto per le vesti, 
fu fra le prime arti che gli uomini coltivarono — fu il primo esordio 
della civiltà (Traitédes arts céramiques, I, p. 14): se ne raccolsero 
in Egitto nei depositi del Nilo a tale profondità da fissarne la data 
da 12 a 18,000 anni. 

I nostri proavi, all'epoca Maddalenica, segnavano sugli istm- 
menti di pietra, di osso, sulle grotte, sui vasi e sugli abiti le 
figure degli animali, gli amori, le caccio, le storie delle guerre, 
le caccio all'auroch, combattimenti di renne, greggi condotti da 
un uomo. Bicordiamo sopra tutto, quell'ardesia sulla quale è inciso 
un combattimento di renne, raccolta a Langerìe-Basse dal De Vi- 
braye. L'artista vi ritrasse una lotta furiosa di renne maschi al- 
l'epoca degli amori, per il possesso delle femmine: vi si vede il 
vincitore, spirante fierezza, che si avvicina amorevolmente alla fem- 
mina, premio della vittoria. 

Ritraevano bene gli animali, meno gli uomini ; però ogni ani- 
male è disegnato come se i compagni non vi fossero. Così nel men- 
zionato graffito le zampe del renne abbattuto, che dovrebbero es- 



(1) BoNWicKy Life and Origin of Tasmania^ 41, — Mvllbr, Alìgememe 
Eihnografie, 38. — Letottrheau, La Sociologi^f 1880. — Haut, Précis de 
Paleontologie, — Ekccari, Viaggi alla Nuova Guinea, 1888. 



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— 296 — 

sere mascherate dal corpo della femmina, sonvi rappresentate egual- 
mente. Insomma, sembrano tratteggiati, lo dice Joly, da qualche 
ragazzo maligno. — Nei vari uomini sempre nudi che vi son graf- 
fiti, le mani ed i piedi non sono quasi mai modellati e mancano 
del pollice; in une si vede un braccio tatuato {Reliquiae Aquitaniae^ 
pi. II). Una donna nuda, incinta, porta dei braccialetti e una col- 
lana di perle enormi, e si sospetta in attitudine lubrica con un 
renne. Un'altra donna magra, con enormi natiche ed enorme vulva, 
si trovò scolpita pure a Langerie-Basse. 

Ma il pid famoso graffito è quello trovato là da Massenat su 
un pugnale di renna. Ivi un auroch che fugge davanti ad un 
uomo ha la testa bassa, arruffata, voluminosa, le narici spalancate. 
La testa dell'uomo, che richiama pure, nella semplicità del disegno, 
le forine che i fanciulli danno alle figure che ahhoz$ano sui muri, 
è rotonda, i capelli irti e raccolti in ciuffo sul vertice ; il mento è 
barbuto, il collo è un po' lungo, il braccio corto; il braccio sinistro 
disteso airindietro par voglia lanciare un giavellotto, di cui è 
armato, mentre il destro sembrerebbe in atto di afferrare Tani- 
male per la coda. 11 petto è assai prominente, il ventre ben dise- 
gnato, la colonna vertebrale un po' lunga, e per la sua forma ad 
arco 8i avvicina alquanto a quella di una scìmmia che cammini 
ritta sulle gambe. Le parti sessuali sono spiecatissime. Le cosce, 
pure, sono ben disegnate, ma presentano un femore cortissimo (1). 

Poi viene di nuovo un'epoca barbara, negativa per i disegni. 

Solo alla 2* metà del periodo neolitico, se non alla fine, si 
trovano le pareti dei muri celtici con graffiti di seni femminei 
(certo simbolici), nella valle di Petit Morin (Dictionnaire an- 
thropohffique). 

Questi disegni sono eseguiti semplicemente a tratti, e gli ani- 
mali e gli uomini sonvi in profilo. 

I Papous della Nuova Guinea, che scolpivano relativamente 
bene, riescivano meno nel graffito ; tuttavia tracciano abbastanza 
bene gli schizzi di barche o di uomini, e sovente delle figure 
oscene. 

II Polinesio disegnava male; viceversa l'Esquimese, che gli è 
inferiore sotto tanti riguardi, è un gran disegnatore. 



(1) Matériaux paw VhUtoire de Vhonme primUiff 1869, pag. 333. 



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- 297 - 

Le armi e gli utensili d'osso degli Esquimesi portano disegnati 
armenti di renne che un cacciatore insegue, oppure figure di pe- 
scatori vicini ad una pelle di vitello marino gonfiato, che serve di 
esca per attirare l'animale; spesso rappresentano la pesca alla balena 
diverse scene della vita esquimese. Per il modo di esecuzione e 
per il soggetto, quei disegni superano i nostri dell'età della pietra. 

Però né il Molanesio né l'Esquimese pare abbiano avuto l'idea 
di esprimere il rilievo delle forme, segnando le ombre e le linee, 
mentre il nostro artista preistorico l'aveva già tentato, come ve- 
desi in un profilo d'orso graffito in un ornamento trovato da Lartet 
nella grotta di Bas-Massat. 

Nei sepolcri di Mycene, Schliemann trovò frammenti di vasi 
dipìnti in rosso, con fascio circolari ora nere ora rosse; o con 
figure di guerrieri, uccelli e quadrupedi, che ricordano i totem delle 
Pelli Bosso. 

Tatuaggio.— Ma il graffito più antico e diffuso forse fu il tatuaggio. 

La Qrecia e l'Asia Minore avevano i loro Dei del tatuaggio; 
Paride, inquieto sulla sua strada, dopo aver rubato Elena, si fa 
tatuare al promontorio di Canopa, in un tempio di Ercole, per 
rendersi inviolabile; nella Tracia quelli che non portavano il ta- 
tuaggio non godevano di alcuna stima. 

Dapprima è stato solo un ornamento, e lo è ancora per molti 
popoli, poi servi a distinguere tra loro i membri d'una stessa fa- 
miglia, d'un clan, di una tribù. 

Nella Polinesia è il segnale della pubertà, e si pratica in que- 
st'epoca; negli Arabi e Cabili è praticato dalle madri stesse nei 
bambini per segno di riconoscimento. 

Molte volte è d'origine religiosa. 

Certi passaggi della Bibbia gli danno, dal punto di vista reli- 
gioso, un valore uguale a quello della circoncisione. 

Infatti noi vediamo in Ezechiele, ]X, 6: «Ammazzate, distrug- 
gete i vQCchi, i giovani, le vergini, i bambini e le donne, ma la- 
sciate intatto chi ha il segno ». Questo passo fa supporre che 
in quella regione gli Ebrei fossero i soli ad avere questo segno. 

Il tatuaggio, come mezzo di riconoscimento, non è usato che 
nei paesi dove, per guerre e razzie, è frequente il caso di per- 
sone catturate (Cabili, Arabi). E Tuso si perpetua, poi, per la forza 
dell'abitudine, anche quando l'ordine diventa meno precario. 
Faìimsesti — 21. 



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— 2r«8 — 

In altri paesi il tatuaggio è un mezzo di riconoscimento pei 
membri d'una famiglia, d'una tribù o d'un clan. Così in una scena 
fra Indiani di S. Cooper, si mostra un Delaware che sta per essere 
sacrificato da altri Delawares e che diventa sacro ad un tratto perchè 
porta sul petto il segno della tartaruga, il totem del loro cimi. 

Fra gli Australiani il tatuaggio serve di segno d'adozione in 
ogni famiglia o tribù dell'Ovest (Grey) e del Sud (Tyre). 11 segno 
distintivo, Jcobong^ è impresso sulla coscia. 

Nell'Africa i Bambaras si fanno delle incisioni sulle tempia e 
agli zigomi. 

Il tatuaggio è anche usato come segno di possesso. Le grandi 
famiglie Arabe facevano altre volte tatuare i loro schiavi per ri- 
conoscerli. 

Per piacere alle donne e per poter trovare una sposa, il Lao- 
ziano deve esser tatuato fino al disopra del ginocchio, tutt'intorno 
alla coscia, mentre fra i Dayacks le donne subiscono questa opera- 
zione per conquistare gli amanti (Cari Bock); da parte del Lao- 
ziano è un segno di coraggio e di virilità essere coperto d'animali 
fantastici, analoghi a quelli dei monumenti buddistici. 

Il dottor Berchon dice che Naikeon, moglie di un capo Tai- 
ziano, mostrava ad ogni nuovo arrivato un tatuaggio fallico. Il 
re Titonka aveva in ciascuna natica due fantocci alti 30 centi- 
metri ; più dei disegni d'ogni genere, che formavangli da scarpa, da 
guanto, e da- orecchini. 

Se gli uomini rivaleggiano in emulazione per farsi tatuare, le 
donne sono restie a subir questa operazione, che non sopportano se 
non per obbligo. Una ragazza di dodici o tredici anni che non sia 
tatuata non può preparare il popoi né fare Vakoko, né strofinare 
d'olio di cocco i morti. 

Alcuni tatuaggi dei Polinesiani hanno un significato araldico; in 
molti costituiscono un vero blasone, che ha le proprie regole, coi 
segni della tribù, della famiglia e l'indicazione degli alti fatti 
individuali. 

Più ancora i tatuaggi variavano fra i capi ed i semplici mor- 
tali. Tali sono quelli della faccia, che Clavel ha studiato fra gli 
indigeni delle isole Marchesi e della Nuova Zelanda. 

Tuttavia certi capi non hanno il tatuaggio alla testa, che è 
considerata come sacra. 



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- 299 - 

Il tatuaggio per incisione o scarificazione è piii particolarmente 
usato fra le razze nere, e si pratica su tutte le parti del corpo. 
Appare sotto forma di cicatrice ; qualche volta sono appena punture, 
qualche volta sono lunghe incisioni, che attraversano il fronte, le 
gote, disposte in serie parallele o divergenti su diverse parti 
della faccia. 

Le bruciature sono ottenute con processi un po' differenti, se- 
condo la forma che si vuol dare alla cicatrice. Bruciano con un 
cilindro bambù incandescenti, oppure, come nella Nuova Cale- 
donia, con le nervature delle foglie di cocco, che si applicano sulla 
pelle, avendo cura di soffiare in modo continuo colla bocca ; e ap- 
pena si manifesta la cicatrice, sollevano le croste ed irritano le 
piaghe. Così si ottengono i bei tatuaggi in rilievo dei Neambani, 
delle tribù di Gabou e di Ogowé, dei Papous, dei Negriki, ta- 
tuaggi che sono disposti in modi molto diversi in tutti i punti 
del corpo. 

Quanto i Romani antichi usassero i graffiti era già noto. Cicerone 
{In Verrem^ 111) parlando della ganza di Verres, certa Pipa, ag- 
giungeva: (c Donna, di cui si fecero molti scritti sulle mura del 
Tribunale e del Pretorio ». Plinio (Epist^ Vili, 8) descrivendo 
i bagni del Clitumno, nota che vi si leggono per tutto iscrizioni 
che lodano la fonte e il Dio. Luciano (ediz. Didot, pag. 711) ed 
Aristofane ( Ve^e, 98) parlano di argomenti erotici graffiti sulle 
muraglie. San Girolamo {De cereo paschali) : « In tutte le colonne 
ti si affibbia il titolo di manicheo ». Plauto {Mercatore II, 3) 
fa dire ad un personaggio: « Si riempian le mie porte con elogi 
fatti a carbone ». 

La prova palmare se ne ha nei graffiti lasciati sulle mura di 
Pompei ; se ne fecero dei grossi volumi. Fra quelli che ho sottocchio 
se ne contano: 

eseguiti col pennello . . . 260 
» col carbone. . . . 261 
» collo scalpello . . . 261 (1). 

Lasciando stare i saluti, che sono forse i più numerosi di tutti, 
e le imprecazioni (ne conto 46) le quali sono tutte d'indole assai 
sudicia, tutte le altre sono, o elettorali, per le elezioni cioè comu- 



(1) Zangemeistbr, Tnscriptions parietariae Pompeianae, 1872. 



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— 300 — 

nali (passano le migliaia); o gladiatorie (ne conto 98), o citazioni (96) 
spesso sbagliate, di canti di poeti, àélVEneide sopratutto, qualche 
volta addattate ai casi amorosi dello scrittore, ch'era qnasi sempre 
studente o bellimbusto che passeggiava pei portici — o sup- 
pliche (359) formole religiose (249). Tutte le altre alludono ai 
rapporti sessuali, e, si noti, quasi tutti pederastici, o di masturba- 
zione orale. Vi trovo : 

il follare citato 54 volte 

il futuere » 48 » 

il poedicare ...... 17 » 

il cinedo » 14 » 

il Ungere » 14 » 

il cunnus » 11 » 

E vi hanno delle strane dichiarazioni che da noi non si sognereb- 
bero. 

« Non lavare il cunnus fuori della porta » . 

« Prega Alex... che a lui mentulam linges ». 

E non manca il Cesareo: « Veni, vidi, futui ». 

« Futuitur cunnus pilosus magis quam glaber ». 

« Gentius cunnum linget ». 

a Dionisia linget mentulam ». 

« Hic futui — Hodie ben futui ». 

« Accensum qui pedicat uri mentulam ». 

« Amat qui scribet — pedicatur qui legit ». 

« Opto se refricent ficus tuae ». 

« Qui emit servom doctum os non habet ». 

« Si quis forti meam cupiit violare piellam » . 

c( Arpocras hic cum Draucas — Bene futuit djinario ». 

Non mancano poi allusioni airosteria — 9 — e alle feci — 8. — 

I graffiti dei soldati delle caserme di Boma alludono ad avveni- 
menti militari o di caserma. In uno importantissimo del 2® secolo, 
delle guardie Pretoriane al Palatino, opera di un soldato, Gesù 
Cristo è rozzamente disegnato in croce con una faccia di asino, e vi- 
cino ad esso una figura alza capo e mani verso lui — ed intorno in 
rozze lettere greche: Akxandromenos adora il suo Dio, e pare 
fosse una burla di un compagno ad un suo collega Cristiano. 

Si conserva nel Museo etnografico di Boma. 

È noto del resto che in tutti i luo^flii ove si radunavano i Cri - 



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- 301 — 

stiani, il popolaccio dipingeva pittare oscene, fra le quali Cristo 
colla testa da asino (Bénau, L'Antichrisfy 1884) 

Cosi sul meridiano di Pompei (Zangemeister, Iscriptiones parie- 
tariae) che servì a radunanze cristiane si trova Tiscrizione: e Mulus 
hic muscellas docuit ». 

Quando Vindice si sollevò contro Nerone sulle mura di Roma si 
trovò scritto: « A furia di cantare (Nerone cantava nei circhi) 
svegliò i Galli » (Svetonio). 

L'atavismo dunque del graffito ci è segnato dalla storia. 

Quest'atavismo si può confermare dai particolari curiosi che noi 
osservammo negli onesti. Essi vedonsi, infatti, più adoperati dai 
fanciulli, che noi sappiamo piii facilmente riprodurre i caratteri 
dell'uomo primitivo. 

E infatti nei nostri bambini quanto più giovani tanto più è vivo 
il bisogno di schiccherare nelle mura e nei libri quasi prima che 
scrivere. 

E ciò è quasi esclusivo dei maschi, tanto negli onesti che nei 
disonesti. Viceversa le ragazze in questo sono parchissime, come 
nelle criminali, come nei selvaggi. Ciò si intravvede nei graffiti 
delle ceramiche selvaggie, quasi mai fatte da donne (vedi sopra) : 
forse perchè lo sviluppo esagerato del centro della parola nella 
donna va a spese di quello della scrittura. 

Anche in antico si osservò la frequenza della oscenità e della 
sozzura nei graffiti; e la mescolanza o la sostitazione dello scritto 
con segni figurativi geroglifici, come nei tempi primitivi. 

E nella oscenità si vede predominare, almeno assai più che non 
si sospetterebbe, la tendenza pederastica, come negli antichi. 

Chraffiti di gmii. — Quanto questa tendenza sia istintiva il 
prova il vederla riprodotta anche nei nostri uomini più rinomati. 
Io mi son fatto, per mezzo di preziosi amici, una raccolta degli 
scarabocchi che parecchie delle nostre più grandi illustrazioni in 
Roma involontariamente schiccherano, durante le sedute scientifiche 
parlamentari, sulla carta. E posso dire che mentre i più non fanno 
che righe e strie geometriche, ghirigori che non hanno alcun senso, 
ve ne hanno alcuni che riproducono molte delle loro tendenze an< 
tiche, e che, come mi comunicava un forte ingegno, che tenne lor 
dietro, tracciano i più complicati e più eleganti disegni quando sono 
più accalorati e fecondi nella discussione e quanto più sono geniali. 



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— 302 - 

Vi fu un Senatore, ora defunto, poco casto, che tracciava continua- 
mente linee oscene^ e cosi due Membri della Commissione per le Opere 
pie. Altri, non artisti noti^ ma certo amanti dell'arte (conte Casati, 
conte Porro, Scalzi, Piroli, Bianchi), tracciano scorci e profili ele- 
ganti. Cambray-Digny, caricatura stupende dei colleghi. Bodio e 
Govi, profili architettonici, finestre gotiche. Galeotti, alfabeti, pal- 
lottolieri e cristalli. De Foresta, croci dì S. Maurizio. Ascoli, distici 
arabi, sanscriti e greci. Mantegazza, Pelizzari e Mosso, piante, figure 
istologiche. 

Baccelli fa spesso, oltre che delle piante, degli elmi romani. 

Tabarrini schicchera erme ed ornati pompejani. 

Un deputato barone, letterato, traccia spesso stemmi gentilizi. 

Gli artisti poi, come Morelli, Ceppi, ci tracciano figure di mera- 
vigliosa bellezza, ma che tradiscono Tinconscio per la strana con- 
fusione dei contomi addossati gli uni sugli altri, in modo che in 
un foglio ce ne sarebbe da coprirne dieci ; dove vedi un punto in- 
terrogativo arrotondarsi in una voluta elegante, e degli divenire 
delle finestre moresche. 

Anche i talenti ed i genii seguono adunque, in questo, i bam- 
bini; tanto è prepotente l'istinto grafico. 

ìielVGEuvre, Zola segnala in un atelier contemporaneo la marea 
dei graffiti « con caricature di compagni, oscenità tali da far impal- 
lidire un gendarme, sentenze, indirizzi, somme, il tutto schiacciato 
da un'iscrizione in grandi lettere: Il 5 giugno Goryn disse che 
se ne infischia del premio di Boma — Godenardm. 

Capitolo V. 
Una nuova fonte di critica. 

Nello studiare per le varie biblioteche del Begno le note dì cui i 
giovani tappezzano i libri da loro più prediletti od odiati, per fare 
il confronto colle note vergate sui libri dei carcerati, mi sono ac- 
corto che, oltre all'offrire una differenza tra i criteri e le passioni 
dei criminali, sempre intemperanti, violenti, e, direi quasi, fuor 
di tiro anche quando geniali, e quelle degli onesti, giuste, spesso, 
altruistiche e temperate, esse ci potevano mettere sulla strada di 



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- 303 - 

alcune nuove forme di critica, sia per comprendere, in mezzo alle 
lodi assordanti e smaccate delle plebi, quando un autore sia vera- 
mente popolare; sia, quel che più importa, per appurare certi suoi 
errori che i critici comuni molte volte non rilevano, perchè, con un 
metodo assai comodo, biasimano e lodano, poco o nulla leggendo, 
e sempre alla sfuggita. 

Per sapere, p. es., fin quanto e dove siano popolari Carducci, 
liapisardi e lo siano stati Stecchetti e Mantegazza, basta con- 
sultare i margini delle loro edizioni nelle biblioteche di Boma, 
Torino e Bologna, e vedere fino a che punto vi sien spinte le po- 
lemiche. 

A Torino e Bologna, nelle poesie di Stecchetti trovo 27 critiche 
— 14 lodi e ammirazioni — 14 critiche degli insultatori — 4 cri- 
tiche degli ammiratori — 14 oscenità — 5 poesie imitative stu- 
pide — 1 poesia imitativa bella — 1 in caratteri segreti. 

I critici, ben inteso, sono tutti religiosi ed i lodatori giovani 
baldi e scapati. Leggasi, per esempio : 

a Questo libro non può stare che nelle mani d'una meretrice ». 

« Come si vede, anche gli atei hanno bisogno di Dio nella pre- 
ghiera della sera ». 

« Sia maledetto chi disprezza i preti e martiri ». 

a Maledetto chi scrisse ciò ». 

allibidinosi non riescono a commuovere nessuno ». 

In margine alle Memorie bolognesi v'hanno numerose figure 
oscene, e sotto un altro scrive: 

« Le belle illustrazioni che fanno al tuo libro. Queste ti sian 
corona e premio ». 

« Stiamo in Sant'Isaia, numero tale » . 
— Hai dae franchi? ^ 

In margine alla stessa lirica: 

« Pieni d'eleganza e pien di brio 
Son belU i versi di Stecchetti 
Ma offendon troppo il pudore e Dio. 
Toi, cattolici, che leggete, 
Segnatevi, fatevi rossi in viso; 
Date retta a me e crederete 
Alla eternità del Paradiso». 
«I versi di Stecchetti sono belli, 
Ma qaesti si può dir che son baccelli ». 



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— 304 - 

« La verità non è di questo mondo; 
È un imbecille chi non sa mentir». 

— Stecchetti dice il vero perchè parla di se stesso. 

a Di semprevivi e di melanconia 
Gialleggia il vostro cimitero orrendo ». 

— Gialleggia la toa faccia in modo orrendo. 

— Ogni pensiero di Stecchetti puzza di stereo e di sego. Dey'esser Faniina 
di qualche croato. 

ce Avventami, mio Dio, le tue saette ; 
Mio Dio, fammi morir! ». 

— Grato sarei a Dio se inyer ti & morir. 

Postuma di Stecchetti (Bologna). — Sulla copertina: 
r nota. « Che lihro, che gran libro! — Per me vale nn tesoro. 

Meriterebbe d^easer — Tutto coperto d'oro ». 
2* » — Pagato da Stecchetti. 

S*" » « Che boffoi che gran buffo! -— Che mulo, che bel mulo! 

Bisognerebbe dargli — Cinque o sei calci in e... ». 

Nelle poesie dì Cavallotti (Torino) ho trovato 14 ammiratori — 
8 critiche degli insultatori — 16 imitazioni — 6 critiche degli 
ammiratori. 

a Se il Lombroso ti conoscesse, ti metterebbe fra i rei-nati » . 

a I monarchici sono l'ignominia delFuomo ». 

<f repubblica santa! t'amiamo ». 

E sotto, un altro: « Va, asino ». 

Carducci è quello che raccoglie i maggiori odii ed i maggiori ap- 
plausi, specie a Roma. 

Nelle sue poesie ho trovato 2 1 critiche — 36 ammiratori -— 8 cri- 
tiche degli ammiratori. 

Alcune volte è> come dicemmo, un vera battaglia letterale, quasi 
anche, manesca. 

<K Sacri a te salgono 
Gl'incensi e i voti ». 
r nota. — Verissimo. 

2" » — Questo chiamate un gran poeta? Ammazzatelo. 
3' » — Vigliacco! Prega Dio che t*illumini lamento. 
4' » — Gaglioffo! Nò tu nò io possiamo giungere alla cintola di Carducci. 

Fantasia. 

— In questi versi la fiuntasia delira. 



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.— 305 - 
In una chiesa gotica: 

V nota. (X Imbecillissimo — Fra gli imbecilli 

Chi a quel chiarissimo — Poeta strilli. 
E ta stupido Terme — Cicuta amara^ 
A che si rara — Copia d'insolti? 
Forse tu temi — Che io blasfemi 
Le rime ignobili — Di Giosuè? 
Non ti capacita ^ La chiosa mia. 
Strilla, canaglia! 
2* » — Intendo quel che Carducci volle dire in questi yersi: con tatto mi 

ostino a dire che non possono destar scrupoli. 
3* » « Questa polemica — Non turba il core 

A chi parteggia — Pel professore 
Magno Carducci 
Gentil Massone 
Che ognora Lidia 
In processione 
Porta nei carmi ». 
Alla Stazione: 
r nota. « Orsù, commentatori 

All'armi, all'armi, pronti 

Siate a menar la spada; 

Non sia che scevro vada 

Di sangue il traditor ». 

2* » — Salve, Carducci! Il critico non avrà il coraggio di firmarsi. 

3» » — Io mi firmo Pietro G. 

4" ». — Vi siete firmato, ma non avete messo Talloggio. — Armakdo. 

E Pietro risponde : 

5* nota. «. Son di Milano e studio medicina 

Con altro scopo che ben altri sanno: 
Quello perchè non senta danno 
II mondo, se un cretino va in rovina. 
E ciò lo fo per estirpar le piante 
Che nel vostro giardin fiorir non sanno. 
Ed or, se come sempre, io non m*inganno, 
Voi prima svellerei fra tante ». 

Pietro G., via S. Giacomo. 
6* » — Sei studente in medicina per tu marcir la gente. 
« Non dar retta ai pretaod 
Che si fan creder saputelli 
E sono ignorantelli ». 

Finalmente un uomo calmo e pacifico cerca di mettersi in mezzo 
e giunto alla Stassione di Carducci scrìve: 



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- 306 ~ 

7* nota. — Da secoli si sa che la polemica finisco in tumulti, perchò dalle 
parole si passa ai fatti. Esempio questo libro, campo a gloriose manifestazioni 
d'ingegno ; e tanto si è spinta la foga dei partigiani che si firmano come se do- 
vessero ricorrere a un duello. Calma, o giovani. Han ragione gli ani e gli altri. 
Deponete raffilata penna, e chi' è disposto a lodare firmi a sinistra, chi a 
biasimare a destra, e poiché siamo alla Stazlont gli manderemo le firme. 

8' nota. — Viva Carducci ! Abbasso Carducci ! {Seguono le firme). 

Questo squarcio basta a dimostrare, come tali note segnino il 
diapason deirentusiasmo e dell'odio, cui un'opera può ispirare in 
un dato momento. 

Però non mancano le critiche giuste. 

In margine de' miei libri, specie nel Genio e Follia, ne trovo di 
bellissime. 

« Bavvoltolavansi la testa sul canapè » . 

— Come facevano? 

« Oiusti fissava d'esser idrofobo » . 

— Ma però ò stato morsicato da un gatto, e tu, Lombroso asinofìlo, se fossi 
stato morsicato da un asino, fisseresti anche tu. 

Nella prima pagina: 

— Il povero Lombroso é affetto da vlrgolomania ; neUa prima pagina ve 
ne sono 20 (È vero). 

Un altro: 

— No, bestia (pag. 32). 

In un capitolo in cui son notate le opere geniali per stagione, si nota : 

— Puerilità! 

In altra parte: 

— L'infiuenza della collera fu dimostrata da D^Alembert e Rousseau. 
« Africana del Petrarca » . 

— Va corretto; Africa (È vero). 

oc 1759, epoca data a Milton ». 

— Va corretto: 1659. 

Fra i mariti scienziati poco fortunati si aggiungono : 

— Maffei, Socrate, Byron. 
In altro luogo: 

— Musset non è vero che morì d*alcoolismo ; morì d'aneurismo, come ra^;- 
conta il fratello nella sua vita. 

Dove dice che alcuni ingegni, in paesi miasmatici, vennero mal- 
trattati : 

— Lombroso lo fu a Pavia. 

A proposito di matematici che previdero il momento della loro 
morte, va aggiunto : 

— GoiìnL 



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- 307 - 

E nel Diritto penale di un illustre, ma, oscurissimo nello stile, 
penalista italiano, ho trovato : 

— Et tenebrae erant saper faciem terrae (Sacra Scrittura). 

« Queste parole di color oscuro 
Yidlo scritte nel libro di Br... 
Ferchlo, maestro, il senso lor m*è duro». 

DiNTKy Inferno y e. III. 
<c Noi possediamo molto più della natura: all'orecchio abbiamo 
data la musica, all'occhio abbiam dato i colori che i tre regni uniti 
non posseggono ». 

— Questo poi no : la musica v*ò in natura, ed i colorì che sono in natura 
non sono ancora stati fabbricati da mano umana. 

<K Insomma, il miglioramento del colpevole non è altro che una 
conseguenza possibile e desiderabile dello adattamento del castigo 
alla persona di colui che deve espiarlo, ma non è punto TufiScio 
della pena » . 

— La pena ò una tutela giuridica; se poi produce anche il migUoramento 
del colpevole, tanto meglio. 

« Di fronte a codesta influenza benefica, la dottrina medica è gra- 
vida però di conseguenze pericolose per la giustizia penale ». 

— L*ha ingrayidata Lombroso. 

Quando a proposito della pena di morte che combatte, il Br... 
scrìve : « E perchè non si uccidono tutti i cani affine di togliere 
ogni possibilità di morte umana per idrofobia? ». 

— Perchè c'è Pasteur. 

<c La liberazione condizionale noni è che il coronamento di un si- 
stema si logico e conforme ai principi d'una sana difesa repressiva ; 
noi lo mostreremo più innanzi »• 

— Quanto idealismo e perniciosissimo in pratica per gli ipocriti e i vendi- 
cativi! 

Alla fine: 

« Finita è la grand*opera 
Che m'ha fatto penar gli occhi e la mente, 
Dir vorrebbe il lettor quel che ne sente; 
Ma oscura, profond'era e nebulosa 
Tanto che, per ficcar lo viso al fondo. 
Io non n'intendea veruna cosa ». 

Nella Biblioteca universitaria romana, nelle Poesie di Carducci: 
Ruit hora: 

— Amor barbaro. 



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- 308 - 

Mora: 

— Passo stupendo. 
Odi barbare: 

— Sono un asino, ma non capisco niente. — Sono belle, ma non le comprendo. 
— Sono barbare alla 5000* potenza. 

— Conducetemi alla Langara (al manicomio) ma io non capisco. 
Gemmeo: 

— È parobi creata di sana pianta. 

a Effuse in lunga onda — Le chiome fremono ai venti >. 

— Per fremere ai venti, le chiome non possono essere effuse; sarebbero 
stecchi. 

« Mentre nei calici 
Il vin scintilla ». 

— Cattivo accozso di consonanti. 

« Con un sorriso languido di viola, 
Il sole 

— Ardito troppo. 

— Perchè ardito? 

« Flebili, acuti, striduli... ». 

— Se il fischio è flebile, non può esser né acuto né stridulo. 

a Io credo che per tutto 
11 mondo è novembre t) . 

— Qui cade un poco. 

< La costoletta mi ritorna a gola. 

Fai venire il caffè?». (Il Re di ThuU). 

— Che prosa! 

— Inutile voler tradurre Heine; non vi riesci Zendrinl, non Chiarini, e non 
riesce lui; mal fece a combattere Zendrinl. 

^q\Y Olanda del De Amicis: 

— Sempre fu detto che gli originali tengon del Nord e le vanità del Sud. 
Nella Vita Militare: 

— Bella è la vita militare qui, ma provatela. 

Nel Volontario italiano di M. d'Azeglio : 

— Tu dici delle belle cose, dai dei buoni consigli ; ma hai il torto di odiar 
troppo le idee nuove. Perchè disprezzar tanto la Giovane Italia? Non sai che 
furono appunto le sette che tennero vivo in Italia Tamore alla patria e aUa 
libertà? Non furono forse gli ascritti alla Giovane Italia che sul palco del pa- 
tibolo fecero impallidire i coronati d*allora? Basta, si vede che sei un piemon- 
tese, e per di più un nobile. Non puoi vedere altra Italia fuori che col tuo 
Carlo Alberto e Vittorio Emannele. 



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- 309 - 

«... Metterete la donna in bocca a tatti per la più stupida 
delle vanità?». 

— Par troppo ci sono quelli (carattere femminne). 

a . . . Non ho mai detto ad una donna che l'amavo se non era 
vero ». 

— Bravo! (carattere femminile). 

— Balle! (carattere maschile). 

a Ordinariamente la donna è buona, ignara delle turpitudini 
umane. Crede, s^abbandona ». 

— Vi è però anche chi non sì abbandona (solito carattere femminile). 

« Anche un amore illecito può essere molte volte degno e gene- 
roso, e spingere ad opere utili ». 

— n fine non giustifica i mezzi. 

Ai versi di Stecchetti : 

a II reo letame», 
uno aggiunge: 

— E dalli con qnesto reo letame; eppure il letame è una manna pei campi 

a Nell*aria della sera umida e molle, 
Era l'acuto odor dei campi arati ». 

— Prego Stecchetti ad andar a fintare i campi arati. 

Sono appunti che forse peccano di quel troppo buon senso che è 
nemico d'ogni genialità, ma che appunto perciò un autore deve 
chiamarsi felice di conoscere, e che mostrano nel loro autore un 
grande interesse e certo una conoscenza intima dell'argomento, co- 
noscenza che non hanno spesso i nostri critici da dozzina, ai quali 
basta la lettura del frontispizio o al più della prefazione ; ad ogni 
modo, mai aggiungono una linesi airedificio, appunto perchè nel- 
l'edificio non entrano. 

Viceversa qui il crìtico corregge per un forte impulso dell'animo, 
per un sentimento del vero che pare faccia violenza fino a se stesso e 
che vi dà alle volte una produzione solida, coobata (come dicono i 
medici), non foss'altro pel succedersi degli uni cogli altri, e per 
quella astinenza da ogni altra passione che non sia del vero. 

Sarebbe una specie di suffragio universale corretto ; un suffragio, 
cioè, degli alfabeti non solo, ma dei colti. 

Tuttavia, come tutti i suffragi popolari, esso non manca di 
difetti. Se è preferibile a quello certo più geiiiiile, ma sempre pre- 



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— 310 - 

potente, di un solo, esso, come nell'opera di tutte le folle, porta 
ben spesso Timpronta dei mediocri che formano le masse, e, qael 
ch'è peggio, qualche volta dei tristi e degli ignoranti, i cui difetti 
vengono messi anzi in rilievo dalla passione di parte. 

Cosi v'ha chi non capisce che il pallido Córso del Carducci stu- 
pendamente allude a Napoleone ; e v'ha chi prende la pergola di 
cui parla il gran poeta per il teatro della Pergola di Firenze; e 
molti (Biblioteca di Boma), evidentemente preti e che credono l'es- 
sere ebreo un reato, lo rinfacciano al Carducci fondandosi, forse, sul 
nome biblico di Giosuè o su le lodi a Satana (1). Così v'hanno, e 
non pochi, che ricopiano la vecchia leggenda sulla pazzia del Lom- 
broso (2). 

Nelle poesie di Carducci (Bologna) son sterili e false le notazioni 
d'un tale che ha la mania della rivendicazione di alcuni passi, 
anche di una sola parola d'altri autori, e mi ricorda quei messeri 
che ad ogni grand-opera nuova di Bossini e di Verdi trovano delle 
reminiscenze di loro fantasia. 

Esempi: 

1« Nel Carnevale, al verso: 

« Delle sorrise parolette brevi » 

è annotato: Divina Commedia. 
20 Alla terra, di S. M. A. M.: 

« Ahi!... tu tien Vuno e V altro mio parente » (Petrarca), 
3«Nell'^»o: 

« Spirto gentil^ che chiedi? ormai l'alterco... » (Petrarca). 
4** Ad Antonio Gussalli: 

« E il feroce oltre il rogo odio dei citerei.,. » (Dante). 
5<» Alla Memoria di D. C. : 
« Lupo ! Ma in groppa gli sedea la cura » (Dante). 
V'ha chi dà del vigliacco a De Amicis {Spagna) per aver as- 
sistito alla caccia dei tori. V'han di quelli che in calce al suo 
bel libro insultano alla patria, all'onore, che fanno professione 
pubblica di cinedi, di onanisti. AI bel paragone di De Amicis con 



(1) « Del Ghetto lurido — lurido figlio, 

Qual porco spingete — Dal suo giaciglio » {Odi barbare), 

(2) Lombroso è matto {Genio e follia). 

Idem. — Il Lombroso è pia matto dei matti. 



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- 311 - 

un animale (Spagna, p. 200), il critico pretende che l'uomo debba 
paragonarsi a' suoi simili, non alle bestie. 

Al giusto e savio consiglio di Mantegazza (Igiene): « Vi ha un 
gioiDO in cui la natura vi dice: « Amate », un tristo aggiunge delle 
m2iS9Ìmerttitf altro che igieniche e morali,,, connilingue. 

Ai bei versi di Bapisardi in cui tocca della futura missione della 
donna, uno commenta : 

— Alle femmine solo le calze e il e 

Al suo bellissimo verso : 

a II tutto è un'ora, oltre quello è nulla », 
uno stolido critico aggiunge: 

— Noi Siam dunque nati solo per la libidine. 
Al verso di Carducci: 

« Quando le dame gentili danzano » 
uno commenta: 

— Allude al gentileaimo HI 

Ma queste note erronee sono molto piti scarse delle critiche 
giuste. 

Perciò io proporrei che gli autori che devono attendere ad una 
seconda edizione dell'opera loro consultassero nelle biblioteche pub- 
bliche e circolanti il giudizio dell'ignoto e quindi imparziale lettore. 



Capitolo VI. 
Applicazione alle discipline carcerarle. 

Quello che più monta, i palimsesti criminali ci rivelano che 
precisamente gli scopi cui di più si mira col carcere cellulare 
sono quelli che meno si conseguiscono. 

1. L'isolamento delV imputato. — A prima vista il carcere cellu- 
lare raggiunge il massimo degli ideali per le indagini giudiziarie, 
per isolare dal mondo esterno, cioè, un individuo di cai si vogliono 
raccogliere gl'indizi di reità, come per punire i delinquenti non 
incorreggibili che errarono per una prima volta, e a cui la ver- 
gogna e il danno della mutua conoscenza toglierebbe, poi, ogni pu- 
dore, 0, come accade nelle case così dette di riforma, moltiplicherebbe 
la prima e debole tendenza criminosa colla invecchiata tendenza 
degli altri e con quella terribile vanità del delitto, che quando 



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- 312 — 

s'inizia finisce collo spingere raomo ai più atroci misfatti, anche 
senz'altro scopo che il misfatto stesso. 

Tatto ciò appare teoricamente giustissimo, ed io stesso nei miei 
libri l'ho predicato ; pur troppo ! — ma chi dal tavolo passi alla vita 
pratica, vede che si tratta in gran parte di un'illusione. . 

Mentre si crede d'impedire con esso il compagnonaggio, 1* asso- 
ciazione, si direbbe invece che lo si acuisce, dando quello che direi 
lo spinto di corpo che forse prima loro mancava. Vedenmio (pag. 21) 
come uno saluti i suoi ignoti successori, come un altro lasci un 
lapis ai suoi compagni perchè possano scrivere, ed un terzo (pag. 56) 
consigli ai compagni di fare il pazzo. 

Si ò creduto di impedire le comunicazioni : ma esse sono presso 
a poco così continue e così segrete, come fuori, e forse meglio che 
fuori del carcere. Della segretezza, dell'isolamento, ivi ne abbiamo 
sì quanto basta per aumentare i suicidi e le pazzie, ma non quanto 
occorre per la sicurezza del buon andamento delle cause. Certo un 
ladruncolo minore, un mendicante isolato avrà poche comunica- 
zioni nei giorni feriali ; non le avrà che nei cortili di passeggio, 
dove le muraglie, continuamente rimbianchite, formano, come ab- 
biam veduto, coi graffiti, una specie di giornale quotidiano, e neire- 
state biurno, che si continua e moltiplica nelle arene, nei vetri 
appannati, e negli strati di neve nell'inverno ; ma ad ogni modo 
ne ha, alla festa, sempre quando va alla messa. L'istinto religioso, 
che domina già tutte le nostre istituzioni, fa insinuare il precon- 
cetto che la religione sia una panacea delle tendenze criminali ; 
quindi si spese molto per provvedervi, e vi sono carceri cellulari 
in cui la sola chiesa costò fino un 1[2 milione onde ottenervi, conser- 
vando la forma cellulare, la perfetta segregazione dei detenuti che 
devono assistervi. Il male si è che, perchè questa si ottenga a 
dovere, occorrerebbe, col personale attuale del carcere, nientemeno 
che una settimana intera per l'andata e una pel ritorno. 

Naturalmente fino a questo non giungendo la convinzione dei 
vantaggi rituali, la messa, che dovrebbe sanare questi animi pravi, 
contribuisce a favorirne le comunicazioni. 

Ciò sia detto pei ladruncoli comuni. Ma l'aristocrazia del de- 
litto, i grandi criminali, non avrebbero nemmeno bisogno di questi 
accidenti locali. È noto che il numero delle guardie sulla carta 
è di 1 su 20 detenuti e anche più; in fatto poi, 1 su 50 e meno 



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— 313 — 

ancora nei giorni di colloquio. Come volete che così pochi possano 
veramente fare un servizio completo? Bisogna che si giovino dei 
detenuti stessi, per solito dei meno aggravati o dei condannati a 
brevissime pene. Ma ciò non toglie che questi siano tutt'altro che 
fior di farina: grazie alle cantonate della giurìa^ ne abbiamo visto 
uno condannato a 8 mesi solo, che aveva sulle spalle 3 assassinii. 
E il nostro Garofalo ha dimostrato come individui che passavano 
giudiziariamente come scevri di recidività, lo fossero di 7 o 8 volte 
qaando si esaminavano sul serio. 

Ora costoro non hanno da perder nulla o quasi se favoriscono 
le comunicazioni. Ad ogni modo le guardie poi sono in comuni- 
cazione col mondo esterno ; e il sistema cellulare favorisce l'im- 
punità di questi rapporti. Perchè chi può sapere quanto sia pas^ 
sato tra un individuo solo ed un altro in una cella isolata? E le, 
guardie sono così al sicuro da ogni denuncia, più che se i rei fos*. 
sere nelle camerate comuni, dove un denunciatore si trova sempre 
che le può compromettere. 

E vi è nelle carceri un nf&cio, dipendente dall'amministrazione, 
quello detto di matricola (nel quale qualche scrivanello detenuto, 
soggiorna sempre) che vede e nota ogni reo, quando entra e quando 
esce, ed è un nucleo centripeto e centrifugo, che raccoglie tutte 
le notizie e le diffonde per mezzo dei detenuti stessi nelle varie 
celle. — Vi è, poi, il servizio dell'impresa, di questo tiranno na- 
scosto che domina tutte le carceri, che non ha nessuna responsa- 
bilità né ragioni del segreto, che ha bisogno di uomini, siano pur 
già condannati, che facciano il servizio di sarti, calzolaii lumai, 
materassai, muratori, falegnami e fabbri, e questi sono in con- 
tatto diretto cogli nomini liberi. Ora rimpresarìo non è certo ob- 
bligato a non avere giornali sul suo tavolo, né a nascondere la 
carta e il calamaio, coi quali si possono fare comunicazioni a pia- 
cimento. 

S'aggiunga che neirintemo della cella il grande criminale ha- 
più calma per raffinarsi nella ricerca degli alibi^ delle scusanti, 
nello studio del processo, e non essendo in comunicazione cogli 
altri collabi, non si tradisce, ma sa confermarsi nella negativa. 
Il fatto è che parecchie volte i giudici istruttori, se vollero tro- 
vare il bandolo di un reato, dovettero desiderare, e anche qualche 
volta ottenere, che l'individuo, ammalato o no, passasse nell'in- 
FaìitMesti — 22. 



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-. 314 - 

fermeria, onde, trovandosi con parecchi, ?i si abbandonasse a quelle 
spontanee confessioni che sono nella tempra dei criminali e che me- 
nano anche i grandi delinquenti a scoprirsi. 

Quando queste risorse loro vengono meno, essi ne trovano di loro 
capo; cosi un detenuto, di ritorno dalla messa, per indirizzare una 
parola d'intelligenza ad un altro che trovavasi fra gli ultimi, cade 
svenuto sui gradini, e mentre una delle guardie lo soccorre e lo sor- 
regge, e gli altri guardiani, per impedire la ressa, fanno sfilare pili 
prontamente i carcerati, egli, appena vede Tamico, articola (come 
in delirio) parole solo pel compagno intelligibili, e... rinviene. 

Non ho parlato dei laboratori. Nel carcere cellulare, appunto 
per impedire le comunicazioni, non si permettono che pochissimi 
lavori ; e allora, oltre il danno materiale che ne viene allo Stato 
ed alla persona costretta all'ozio forzato, senz'altro sfogo che l'ona- 
nismo, ne viene il danno avvenire, perchè gli individui attivi si 
abituano all'ozio quando non ne muoiono, e gli oziosi vi trovano 
il loro prò' e quando sono fuori delinquono per ritornarvi. 

Che se il lavoro viene concesso, f" impossibile, anche escludendo 
quelli coi condetenuti, che nuovi rapporti non si formino coi capi 
d'arte, liberi, cogli impresari, ecc. 

Né accenno ai soliti mezzi di comunicazione fra i detenuti con 
piccoli colpi nel muro che corrispondono alle lettere deiralfabeto. 
Pochi crederebbero che nei giorni di udienza c^li avvocati di- 
fensori degli interrogatori presso il giudice istruttore, si trovino 
radunati nella medesima anticamera una diecina e più di detenuti. 
Per cui nel momento stesso dell'inquisizione del giudice, e quasi 
sotto gli occhi suoi stessi, si viene ad infrangere e precisamente 
pel detenuto sotto giudizio, che più interessa la sicurezza sociale, 
quella legge d'isolamento per applicare la quale si è spesa la enorme 
somma d'impianto delle carceri cellulari. 

Succede anche sovente che l'istruttoria, segretissima pel pub- 
blico, non ha più segreti per l'inquisito, il quale comunica poi col- 
Tavvocato a mezzo di altro detenuto che ha il medesimo difensore. 
Non parlo dei coUoquii che, sorvegliati rigorosamente in talune 
carceri, in altre si prestano poi a mille mezzi di comunicazioni. Io, 
infatti, seppi la notizia della battaglia di Dogali nel carcere, mentre 
non l'aveva saputa al di fuori. 
Vediamo che sono 182 su 1000 i graffiti nostri che trattano dei 



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- 315- 

compagni ; e sarebbero stati 900 su 1000 coi saluti; 45 su 1000 
sarebbero avvertimenti sul processo; 27 eccitamenti a nuovi de- 
litti. 

Bicordiamo questi pochi esempi trovati in libri di carcere: 

a M L saluta P — Mio caro P fammi sapere il 

modo con cui dovrò fare riguardo al confronto » . 

« Caro M Fammi sapere se il S è stato riconosciuto dagli 

stasi (vittime) crepati (imbrogliati) da S ». 

« Caro N se ti viene questo libro nelle mani saprai che sono 

G che ti dico sta allegro che ti assicuro che al debà tu sarai 

assolto, il motivo non lo voglio scrivere ma te lo assicuro che 
uscirai » . 

Il trasloco d'un Procuratore generale *mi venne annunciato nelle 
carceri parecchi giorni prima che avvenisse e quando nessuno in' 
città lo sapeva. 

Il detenuto Pascal, due giorni dopo entrato nel carcere cellu- 
lare, conoscevano i principali condetenuti; infatti un anno dopo 
declinò il nome di un tale con cui aveva parlato; eppure costui era 
uscito lo stesso giorno della sua entrata. 

In un processo gravissimo, in cui Tistmttore fece il possibile 
per isolare i detenuti, risultò che il principale di questi scriveva 
settimanalmente su biglietti da carta da zigaro lettere il cui tra- 
sporto costava 50 lire. 

Nel processo Carrate, una donna che comunicava col suo com- 
plice e che sapeva tutti gli avvenimenti del di fuori, disse alle 
Assise: « Noi tutte queste cose le sappiamo; gli inservienti vi sono 
appunto per questo ». 

Studiando l'opera del Laurent troviamo che queste comunicazioni 
sono forse in Francia ancor maggiori che da noi. Vediamovi infatti 
uno che propone un piano di evasione ai compagni. Un altro così 
minaccia e sfida un collega: « Chi conosce il cattivo anas di M., che 
pretende essere il terrore della via Davide, gli dica : che mi venga 
a trovare; io sono il vecchio M... ». 

2. Vantaggi del carcere. — Era nolo ai veri scienziati quanto 
scarso fosse Teffetto del carcere, ma la dimostrazione come è data 
da queste frasi è tale che non credo possa lasciare alcun dubbio. 

« Ho 18 anni; le sventure mi fecero colpevole più volte, e sempre 
fui rinchiuso iu carcere. Ma qual correzione ebbi in carcere? Cosa 
imparai? — Mi perfezionai nella corruzione ». 



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- 316 — 

« Hai ragione, Alfonso; cosa credono questi signori di ottenere 
da noi lasciandoci impoltronire per mesi ed anni in una cella nella 
stessa colpa per la quale ci arrestarono? ». 

« Il voler correggere un ozioso e vagabondo, ed anche un ladro, 
sottoponendolo ad un rigorismo brutale di altrettanta oziosità, è 
un vero assurdo ». 

« Il miglior modo per passare il tempo in cella si è dormendo 
e mangiando; così il tempo passa presto ». 

Qualcuno, è vero, bestemmia e mostra che in luì, in luogo di 
correzione, di pentimento, si ò aggiunta nuova causa d'ira contro la 
società. 

et Poveri detenuti! Sono considerati come tante bestie; li ten- 
gono rinchiusi come tanti orsi bianchi e poi pretendono che si con- 
vertano! ». 

Si accusano di diventar stupidi, di diventar muti. Uno dice che 
le carceri sono il raffinamento della barbarie ; ma subito dopo un 
compagno: a Non è vero ciò che dice quel detenuto in questo foglio ; 
invece trattano troppo bene ed usano troppi riguardi ai detenuti. 
Quello forse vorrebbe che lo lasciassero andare a passeggio ». 

« Pervenire in questo albergo non ci vogliono denari: tutto 
gratis^ anche i camerieri ». 

« Per me ringrazio Dio, sono piti beato di San Pietro. Qui nella 
cella son servito da lacchè. Che cuccagna ! Si sta meglio qui che 
in campagna! ». 

« Vittorio, arrestato per furto, di cui sono innocente. Addio, 
amici. Fatemi il piacere, per carità, non fuggite da queste carceri ; 
qui si mangia, si beve, si dorme e non c*è bisogno di lavorare » . 

Parole ribadite dai canti criminali che ho pubblicato néìVUomo 
Delinquente^ voi. I, 4* edizione (1). 

Poco sopra abbiamo veduto uno a invitare un amico a delin- 
quere per potersi poi trovare in carcere. « Cosi, essendo in due, 
il tempo passa più presto, e quando saremo in galera ci conteremo 
la nostra vita ». 



(1) « Cai dici male di la Vicarìa (prigioni di Palermo) 

Cci &rrìs8i la fìusci feddi-feddi; 

Ca' dici ca la càrzara castta, 

Còma vi 'sgannati, pavireddi ! ». 
ft Io farei a fette il viso a chi sparla della Vicaria. Chi dice che il carcere 



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- 317 - 

a Nelle case di pena s'impara ad odiare la società, non v'è alcuno 
che insegni di far d'un ladro un onesto ; esse sono le università dei 
ladri ove i vecchi insegnano ai giovani il mestiere ». 

« Non abbiate pietà, o giudici, pei recidivi, perchè essi sono in- 
fami che hanno avuto almeno dieci allievi cui essi hanno insegnato 
a rubare. Invece di far conoscere a quei ragazzi l'orrenda via che 
io intraprendevo, li lusingavo raccontando loro dei furti colos- 
sali». 

Le Blanc al prefetto di polizìa (pag. 35): 

a Se siamo arrestati, finiamo per vivere a spese degli altri ; ci 
vestono, ci mantengono, ci scaldano, e tutto alle spalle di quelli 
che abbiamo derubato ! 

« Dirò più ancora: durante la nostra detenzione in galera o in 
prigione, noi ci perfezioniamo e ci prepariamo dei nuovi mezzi di 
successo. Se io rammarico qualche cosa, è di essere condannato solo 
ad un anno. Se io lo fossi per cinque, mi avrebbero mandato in una 
prigione centrale. Là io avrei trovato dei vecchi assassini che mi 
avrebbero insegnato qualche buon colpo, e io sarei tornato a Pa- 
rigi abbastanza abile per poter vivere senza lavorare. Ecco perchè 
avete tanti recidivi : vostra è la colpa. Siate maledetti. 

a Nelle vostre case correzionali si poltrisce, là non vale il penti- 
mento, là si viene incoraggiati al mal fare, perchè coloro ai quali 
voi affidate la cura dei ladri, sono più ladri dei ladri stessi, essi 
non badano che ad impinguare il loro borsellino ». 

Alcuni giungono a così grande indifferenza pel carcere, che 
danno il recapito nella loro cella, anche pel futuro. 

Ma quanto al governo e alla costruzione del carcere, nulla di più 



castiga, oh ! come la sbaglia il poveretto; la carcere è una fortuna ohe vi tocca; 
poiché vi insegna i ripostigli {portedda) ed i modi del furto s. 
£ in altra : 

a Carcere, vita mia, cara» felice! 

Lo starmi entro di te come mi piace! 

Si spicchi il capo a quel che mal ne dice, 

pensa che fa perdere la pace. 

Qua sol trovi i fratelli e qua gli amici, 

Denari, ben mangiare e allegra pace; 

Fuori sei sempre in mezzo ai tuoi nemici, 

Se non puoi lavorar muori di fame, ecc.». 



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- 318 - 

istruttivo di quanto ci offerse la chiesa. È un locale questo che costò 
all'erario un mezzo milione, certo nel presupposto che fosse uno 
degli amminicoli più potenti di ravvedimento pur continuando Tiso- 
lamento, e perciò fu provveduto di tante cellette quanti sono gl'im- 
putati, sicché è un vero alveare di marmo, e due degni sacerdoti vi 
provvedono alla predicazione ed agli uffici religiosi con uno zelo ve- 
ramente apostolico; ma viceversa poi le comunicazioni non sono im- 
pedite, come vedemmo; equanto sia il ravvedimento lo dimostra il 
non trovare in altro luogo (pag. 46) le oscenità più schifose, le piti 
atroci bestemmie ed i propositi di vendetta più implacabili, poiché 
si calcolarono al 25 p. OiO le oscenità e sozzure trovate nella chiesa! ! 
3. Istruzione nelle carceri. -— Un illustre Ministro francese scri- 
veva una sentenza, che ebbe un'influenza fatale: « Perogni scuola che 
voi aprirete chiuderete un carcere ». D'allora cominciò una serie di 
misure che pretendevano diminuire la delinquenza colla istruzione, 
mentre non v'influivano e qualche volta la peggioravano. La cosa a 
priori si poteva capire da ciò che la tendenza al delitto non nasce e 
cresce per difetto dell'intelligenza o della coltura» trovandosi delin- 
quenti intelligentissimi e colti (Lacenaire, Troppmann, ecc.), ma 
per difetto del sentimento. 

E difatti le scuole crebbero, ma non diminuirono i delitti, come è 
facile dimostrare colla stiitistica, per esempio, della Francia dove le 
statistiche sono ben fatte, e dove una parte dei delitti gravi, par- 
ricidio, stupro in ispecie sui bambini, truffe, ecc., triplicarono e 
qualche volta quintuplicarono, a pari passo coU'istruzione. Ora i 
palimsesti ed i graffiti del carcere ci danno una nuova prova che 
non è rintelligenza e nemmeno la coltura che faccia in essi difetto, 
perchè hanno anzi una vera genialità intermittente(pag. 38, 63,78, 
79, 86, 88, 99, 101, 248). 

Del resto, quando dalle indagini fatte alla grossa dagli uffici bu- 
rocratici si passa a indagini un po' più delicate, appare che, almeno 
in questi ultimi anni, i criminali privi d'ogni istruzione in confronto 
alla popolazione libera sono tutt'altro che in difetto. 

Il Gurcio conta fra noi 1 condannato ogni 284 illetterati, l ogni 

292 letterati, differenza ben lieve e che spare all'esame più diretto. 

Su 507 criminali e 100 liberi delle stesse classi trovò Marro : 

Analfabeti. ... 12 e 6 7o nei normali. 

Istruzione elementare 95 e 67 » » 

» superiore .12 e 27 » » 



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— 319 — 

Dal che appare che se difettano sui normali neiristruzione supe- 
riore, li superano nella istruzione elementare. Ora nessuno può so- 
gnare che si possa dare un'istruzione superiore ai condannati e creaie 
per loro dei licei e, che Dio ci liberi, delle università. 

Ma vi à di peggio! La statistica carceraria e criminale mostra 
che i delinquenti recidivi sono in maggior numero, anche in Italia, 
fra coloro che ebbero una mediocre istruzione. 

Nel 1875 mentre gli analCibeU ai 

Bagni su tolti i oondannaii salgono al 73 p. 0|0, nei recidivi danno solo il 66 p. OiO. 
Case di pena » 65 » » » 58 » 
Donne » 87 » » » 88 » 

Ricordiamo ora che i recidivi abbondano sempre fra i delitti di ri- 
flessione, e più fra quelli contro le proprietà, dandone i furti 21 OfO; 
le rapine 10 0[0 ; gli omicidi solo da 5 a 3 0(0 (Boettinger, Orimes 
ofpassion, Londra, 1872). 

Da tutto ciò si può desumere che una parte dei recidivi è stata 
istruita nel carcere e deve il mutamento della propria criminalità 
all'istruzione c^cerai'ia, la quale non ha fatto se non acuirla nel cri- 
mine e darle un nuovo indirizzo più pericoloso, perchè meno facile a 
scoprirsi. 

Ora vale la pena che il Governo, che ha tante altre cose da fare, 
spenda per ottenere questo bello scopo? 

D'altronde, in un carcere giudiziario, dove si cercano d'impedire 
tutti i rapporti dei detenuti, una scuola, più che ad istruzione, serve 
a mezzo di comunicazione pericolosa. E vi serve, poi, tanto più nelle 
carceri comuni. Senza la scuola molti dei nostri graffiti non sareb- 
bero stati possibili. Per ovviare a questo inconveniente cosa si fa? Si 
sottopongono alla scuola solo coloro che o sono condannati a brevi 
pene e non paiono perciò pericolosi e molte volte lo sono di più, 
oppure, già condannati, stanno per partire, e così si riducono a pochi, 
quasi tutti giovanetti che non hanno ancora ricevuto un'istruzione 
di uno due mesi, che ripartono e la interrompono senza averne 
evidentemente riportato alcun vantaggio, mentre poi riceveranno 
l'istruzione medesima, meglio e più seguita nei rifornmtori. 

D'altronde, quando abbiamo istruito questi giovani (e questo può 
servire anche per le case di correzione) nella scrittura e nella cogni- 
zione dell'alfabeto, che guadagno abbiamo loro offerto, e che mezzo 
moralizzatore abbiamo noi fornito? Forsechè essi, poi, vanno a leg- 
gere la morale cristiana, o piuttosto appena lo possano, non leggono 



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— 320 — 

essi libri osceni, giornali di cronache scandalose e criminali, perfe- 
zionandosi nel delitto e cercando una nuova fonte di vanità dei delitto, 
nel farvi parlar di sé — e nnovi mezzi di reati colle comunicazioni 
che, come vedemmo, s'iniziano nel carcere? Gaso mai, se un'istru- 
zione deve darsi, deve essere un'istruzione manuale, froebeliana, 
come nel disegno o nel maneggio di alcuni istrumenti che possano 
fornir loro mezzi di guadagno senza perfezionarli nel male* 

E perciò io credo che sia da abolirsi del tutto Tistruzione alfabe- 
tica nei carceri giudiziari ed anche nelle case di pena. Quanto alle 
case di custodia, ben inteso anche qui affatto inutile e dannosa sa- 
rebbe per gli adulti; e quanto ai minorenni, se si potesse, l'istru- 
zione alfabetica farla seguire da una istruzione superiore, io credo 
che dovrebbe conservarsi, anzi estendersi; ma se no, dovrebbe sosti- 
tuirsi assolutamente con una più diffusa istruzione manuale e nelle 
arti il cui addottrinamento non possa recare alcun nocumento alla 
società. 

4. Lettura nelle carceri. — Del resto, se io non penserei all'istru- 
zione alfabetica delle carceri, anzi Tabolirei, vorrei provvedere ad 
un lato dell'istruzione carceraria, cui i Groverni in Europa non prov- 
vedono quasi affatto, quello della lettura ; visto che buona parte sa 
leggere ed è in ozio quasi perfetto, né il lavoro è possibile che in- 
completissimamente nelle carceri giudiziarie» io trovo che il darvi da 
leggere dei buoni libri è tanto necessario come ripararli dal freddo 
e dal caldo. 

Il cervello è un organo come un altro, e quando il soddisfarlo 
può offrire qualche vantaggio e nessun danno non dobbiamo preter- 
metterlo. 

Intendiamoci : non ch'io creda che l'uomo criminale possa sempre 
migliorare dai suoi pravi istinti perla sola lettura; ma un van- 
taggio, certo, lo otteniamo, quello di una calma maggiore, di una 
maggiore rassegnazione ; e, trattandosi nei carcerati di persone im- 
pulsive, che sono spinte al bene come lo erano al male per vere eru- 
zioni che dipendono da impressioni del momento, una data lettura, 
in un dato momento, può spingerli ad un'azione virtuosa, od almeno 
ad una confessione; io ne ho veduto alcuni dichiarare, dopo una let- 
tura, che volevano diventare degli apostoli, il che, ben inteso, io 
non credo che a metà. Ad ogni modo, l'attività di un organo, come 
il cervello, soddisfatta, impedisce il suicidio, lo previene, lo ritarda. 



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- 321 - 

Oh ! perchè noi penseremo al loro riscaldamento, al loro nutrimento, 
al farli passeggiare, e non penseremo al nutrire il loro cervello 
quando ciò non possa portare alcun danno agli onesti ? 

Vero è che in molte carceri in qualche modo vi si è provveduto; 
ma ciò in gran parte da Opere pie, le quali però, grazie alla loro 
origine, non colmarono che imperfettamente questa lacuna, perchè 
immaginando l'uomo del carcere di poco differente dalle timorate 
loro persone, non vogliono scandalizzarle con opere che non siano 
perfettamente ascetiche e di angelica moralità; ebbene, codeste opere 
trovando delle tempre assolutamente opposte, vi cozzano contro e 
destano una reazione che è dannosa alla morale ed inutile allo scopo 
che si vuol raggiungere: quello di soddisfare onestamente lo spirito 
e di convertirlo seducendole all'impensata. 

lo non ho per darne la prova che a trascrìvere questi brani, tro- 
vati nei margini di libri del carcere : 

« Questo scrittore come è stupido, avrebbe dovuto andare a scuola 
dal professore Dulcido ». (Sarasa, L'ark di procacciarsi la tran» 
quillità). 

a II posto del Sarasa è al manicomio. È la testa del Sarasa e non 
il cielo che gira ». (Sarasa, id.y id.). 

« Ckilileo (nome del detenuto) manda mille caghette airautore 
di questo libro che fa venire il gozzo. Se mettessero tutti i preti 
sopra la cittadella, farei io il Pietro Micca per farli saltare tutti in 
aria questi bricconi di preti s>. {Letture religiose), 

« Chi legge questo libro viene balengo o pazzo. Questi libri me- 
riterebbero di metterli nella bombula! (latrina) ». (Padre Frango, 
Le veglie e gli amoreggiamenti fielU campagne). 

a Imbecille chi scrisse queste asinerie : costui bisognerebbe im-^ 
piccarlo per conservare memoria di lui — 100 volte stupido ». (Pbr- 
soNio, Guida degli uomim). 

a Asino chi presta fede a porcherie simili », 

«Non dovrebbe essere permesso pubblicare simili asinerie ». 
{Letture religiose). 

« Ho finito di leggere questo libro, ma posso anch'io dire come 
disse Gesù negli ultimi momenti di sua vita: Ho sete! oh! che 
sete l y>. {Preghiere d'un sacerdote piemontese), 

<( Sono passati i tempi in cui si credeva ai preti ed ai miracoli 
dei loro santi cocodrilli. Tutte bugiarderie da non prestarci fede, 
altrimenti tutti si andrebbe all'inferno. 



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- 322 - 

(c L'autore che vuol fsu'e il sapiente, sarebbe stato meglio che 
avesse scritto Terrore nel quale può condurci a leggerlo questo libro» . 
(Pebsonio, Guida alla salute eterna), 

« Cari amici che leggerete questo libro, badate che venite ba- 
lengo (folle). 

« State all'erta, miei cari compagni, che questo libro fa montare 
le cimici (cattivo umore) a chiunque lo legge ». 

Un altro, più sotto, rispondeva: 

« Hai ragione, camerata, mi dispiace non sapere il tuo nome » . 
(SÀRASA, Letture tnorali e religiose). 

« Un asident ca bruza cui schifus cha scrìtto questo libro o (1). 
(Padre Franco). 

E qui giova ricordare la differenza fra le note fatte ai libri 
dentro e fuori del carcere — in cui preponderano le preoccupazioni 
sul delitto e sui complici. 

Su 544 scritti sui libii 66 alludono al libro stesso, e di questi 
42 gli sono brutalmente contrari e 12 soli favorevoli. E gli argo- 
menti estranei vi salgono al 87 p. 0[0, mentre nei libri degli onesti 
questi calano al 36 p. 0[0 ed i commenti brutali solo al 25 
p. OiO. 

E quanto al bisogno, al vero delirio di lettura, io non ho che a 
trascrivere queste righe, del carcerato, falsario, Buscowich, pubbli- 
cate nella Rivista di discipline carcerarie: 

« Ah, quanto è insopportabile l'ozio per chi fu sempre abituato 
alb studio ed al lavoro, e che sente in se medesimo non essere an- 
cora spenta quella attività e desiderio d'occupazione che nobilitano 
l'uomo nello stesso tempo che lo perfezionano. Questo tedioso pol- 
trire nell'ozio, questo gradatamente marcire nella miseria, affligge 
talmente ed avvilisce il mio spirito, che io temo che finirò per per- 
dere quel poco d'intelletto che ancor mi rimane. Come? Tutto il 
creato è basato sul moto e sul lavoro, la natura intera abborre lo 
stato d'inerzia, e dev'essere il carcerato l'eccezione a questa legge 
universale? Deve egli solo, come le acque stagnanti, marcire ed im- 
putridire nel suo fango? Deve egli solo consumare e non produrre, 
esser d'aggmvio senza dar utile, anzi distruggere se medesimo nello 
stesso tempo? 



(1) Che un accidente abbruci queUo schifoso che ha scritto, ecc. 



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— 323 - 

<x Se nelle carceri giudiziarie del Segno d'Italia vi sono, secondo 
le ultime statistiche, circa quarantamila detenuti, è circa Topera di 
cento anni di lavoro che ogni giorno viene perduta pel tesoro comune 
della società. La Monaca di Cracovia gridava: pane... pane; così io 
dalla solitaria mìa cella mando la mia supplichevole voce chiedendo 
lavoro... occupazione ». 

Si dirà: ma intanto questi libri che circolano sono un mezzo di 
comunicazione fra costoro; ebbene, rispondo, sono assai più perico- 
lose le comunicazioni di cui non si conoscono i tramiti, che quelle 
che abbiamo in no3tro potere di sorvegliare ; lasciamo scrivere, e 
poi incarichiamo i cappellani e i capi-guardia di annotare quegli 
scritti che potessero avere importanza per la giustizia. 

Qui avremo un doppio vantaggio : dì soddisfare le loro tendenze 
e di approfittarne pei vantaggi sociali. 

Io so d*un carcere dove un ladro neuropatico lasciò scritto nella 
sua vita delle rivelazioni che poterono mettere la giustizia sulla via 
per scoprire un'associazione pericolosissima di malfattori. 

Si sminuisca dunque la dieta se si vuole, ma si dia a tutti i dete> 
nuti cellulari il pane dello spirito, ma con letture addatte al loro 
spirito, non ascetiche, ma di morale applicata, come Le vite di Plu- 
tarco, come i romanzi di D'Azeglio, il Cuore di De Amicis. 

Concludo: — Fra le menzogne che si sono andate accumulando, 
specialmente nelle questioni giuridiche e carcerarie, consolidate da 
congressi e da libri creduti classici, mettiamo pure anche il vantaggio 
delle carceri cellulari, la cui grande spesa non corrisponde ai vantaggi 
che se ne ripromettevano, almeno per le indagini giudiziarie; e sic- 
come esse non comportano nel loro organismo una lavorazione pro- 
fittevole, comune, così non corrispondono nemmeno neirinteresse 
economico. 

Oh! lascino i giuristi per qualche tempo il tavolo e le biblio- 
teche da parte, ed entrino e studino il carcere senza prevenzioni ; 
e non nelle mura, nel muto contenente, ma nel contenuto vivo 
e agitantesi, che vi sta dentro e vedranno che quasi tutte le loro 
pretese riforme, ideate ed applicate senza il controllo della pratica, 
non sono che pericolose illusioni. 



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INDICE 



Al Lettore Pag. 

PAKTE I. 
Palim$e$ti del carcere. 



Sez. I. — I compagni. 

a) ComQDicazioni segrete ed avvertimenti ai com- 
pagni . •• Pag, 9 

h) Satire e imprecazioni ai compagni » 11 

'e) Saluti e consìgli ai compagni » 12 

d) Imprecazioni e minaccio ai calunniatori e alle spie » 14 

Sez. II. — La giostizia. 

a) Satire, ironie, imprecazioni al Governo » 17 
5 e e) Satire, imprecazioni alla giustizia, magistrati, 

giudici, avvocati, ecc.* » ivi 

d) Imprecazioni e satire alla Polizia ...» 20 

e) Minaccio di morte a tutti d 22 

Sbz. III. — Il detenuto. 

a) Cenni e corrispondenze sui proprii reati . . » 28 

h) Satire a se stesso » 28 

a) Sciarade, rebus, cifrarli » ivi 

d) Comunicazioni ai parenti », 29 

e) Specialità di scritti - )> 30 

Sez. IV. — Ceramica ed epigrafia criminale. 

a) Sui vasi » 36 

h) Sui muri » 37 

e) Nella chiesa » 41 

d) Pittografia » 44 

Aggiunta alla ceramica » 47 



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- :m - 



Sez. V. — Il delitto. 



a) Vanto del delitto 

b) Filosofia del furto 
e) Esortazioni a delinquere 

d) Propositi di delinquere 

e) Confessioni 

f) Proteste d'innocenza . 

g) Autori degli scritti in rapporto o in contraddi 

zione col delitto commesso 



Pag. 



Sbz. vi. — Il carcere. 

a) Lodi del carcere 



h) Lamenti 

e) Satire, imprecazioni al carcere .... 

d) Satire, imprecazioni al direttore del carcere, me- 

dici, guardiani, ecc 

e) Igiene, Titto, fame 

f) Astuzie 

g) Rassegnazione 



Sez. vii. ~ Passioni. 



a) Patria .... 

b) Amore .... 

e) Contraddizione del sentimento 

d) Vendetta .... 

e) Contro le donne 

f) Giuoco .... 

g) Vino 

h) Gola 

i) Libidine .... 
l) Pederastia e onanismo 

m) Suicidio .... 



Sez. viti. — Religione e morale. 

a) DoTOzione 

b) Ateismo. 

e) Satire ai preti 

d) Rimorso e pentimento 

e) Massime. 



48 
ivi 
ivi 
49 
ivi 
50 

51 



52 

53 
irt 

54 
55 
56 

ivi 



57 
58 
ivi 
59 
60 
61 
ivi 
62 
ivi 
64 
65 



n 66 

» 67 
» 68 



70 



Sez. IX. — Il Ubro. 

a) Lodi al libro e all'autore . ...» 71 

b) Satire e imprecazioni al libro e alVautore » ivi 
e) Avvertimenti e imprecazioni ai lettori . . « 74 



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- 326 - 



d) Imprecazioni e ▼illanie alla Biblioteca 

e) Riflessioni morali e ironiche . 

f) Corrispondenze col libro 

g) Antitesi col libro .... 



Sbz. X. — Politica, ecc. 

a) Progetti di riforme 



Sbz. XII. — Donne 
Sbz. XIII 



Pag. 74 

» 75 

» ivi 

• 76 



78 



Sbz. XI. — Liriche. 

a) Lamenti, vita del carcerato, ecc. . . » 81 

b) Amore » 86 

e) Erotismo « 89 

d) Ganti. varii » 93 



Agonie » 

1) Gerolamo Berti <« 

2) Luigi Trombetti » 

3) Domenico Trombetti ^ 

4) Michinelli Lnigi 



101 

105 

116 
122 
128 
131 



Dopo quattro ahni. 

La giustizia 
Il carcere . 
Passioni 
Religione 
Politica 



135 
138 
141 
145 
146 



Appbndice. — Biografie. 

Vita di un colpevole, ma sventurato, scritta da 

lui medesimo .... 
Autobiografia di M..., truffatore . 
Autobiografia rimata . 

Grassatore 

Autobiografia d'un truffatore 

Autobiografia dì Visc 

Autobiografia del brigante S. F. di Catania 
Autobiografia di un brigante alienato 



153 
172 
180 
1{<5 
190 
207 
229 
23fi 



PsALIMBBSTI STRANIERI. 



Giuseppe Lepage. 
Storia d'E... 



240 

253 



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- 327 - 



PARTE II. 
Paralleli, riassunti ed applìcazieni. 

Gap. I. — Graffiti e palimsesti fuori del carcere — Sintesi sta- 
tistica di tatti Pag. 257 

'• ^g^etti dei palimsesti extra-caroerarii — Con- 
fronti tra i palimsesti del muro e qnelH del 

libro, e coi palimsesti del carcere ... a tVt 

Politica « 258 

Libro «260 

Insulti generici ....,.» 262 

Sozzare % ivi 

Se stesso » m 

Libidine » 263 

Religione . * » 264 

Società ed istituzioni sociali .... « trt 

Militari i> ivi 

Delitto, Tizi, ecc »» 265 

Numero dei palimsesti del carcere ...» ivi 

Complessità dei palimsesti . » ivi ' 

If. Oggetti dei palimsesti del carcere ... » 266 

Delitto ^ ivi 

Compagni » 267 

Pena e carcere i> ivi 

Se stesso » 268 

Libidine, ecc. ; amore » m 

Religione » 269 

Vizi (escluse libidine e sozzure) ...» ivi 

Leggi e giustizia » m 

Politica » 270 

Libro ut ivi 

Società ed istituzioni sodali . . . , » m 

Parenti, amori, sozzure •» 271 

III. Oggetti dei palimsesti raccolti nel carcere — 
Confronti tra i palimsesti del muro e quelli del 

libro ivi 

Sentimenti, abitudini ed inclinazioni espressi nei 
palimsesti del carcere e in quelli fuori del car- 
cere — Confronti fra quelli del muro e quelli 

del libro » 273 



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~ 328 - 

Gap. il — Caratteri dei graffiti onesti — Graffiti femminili . Pag. 275 

Donne » 278 

Gap. III. — Il carattere psicologico dei criminali nei loro graffiti » 232 

1. Crudeltà . . . . . » tt;t 

2. Umorismo i» 283 

3. Contraddizione . . . ^ ivi 

4. Impalsività - » 284 

5. Poca aftettività; rimorso. . . » 285 

6. Mancanza di senso morale e vanità del delitto » ivi 

7. Calla e tomba » 286 

8. Agonie » 288 

9. Genialità » 290 

10. Ribelli ........ >^ 291 

11. Pittografie » 292 

12. Minuzie ^ ivi 

13. Rime tu ivi 

14. Comparazione coi pazzi » 293 

Gap. IV. — Atavismo — Preistoria dei graffiti ...» 294 

Tatuaggio . . . » 297 

Graffiti di genii . » 301 

Gap. V. — Una nuova fonte di crìtica r» 302 

Gap. VT. — Applicazione alle discipline carcerarie. 

1. L'isolamento deirimpntato . . » 311 

2. Vantaggi del carcere . >' 315 

3. Istruzione nelle carceri . . . » 318 

4. Lettura nelle carceri » 320 



ELENCO DELLE TAVOLE. 



Tavola I — Disegni ideografici e con epigrafi di criminali disegnati su libri. 
» II e III — Ceramica criminale. 
» IV e V — Tatuaggi di criminali 
» VI, Vn e VIII — Tavole grafiche dei palimsesti. 



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Tav \ 







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tav. n. 




foTH lui Bt»iao, che iTmli^iB nn pua«g|^era (I ) dopo Kférgli prmnvto 

«Uà Fio 2 frmltro Uto del Tafto<;be è MmiofiUto di* tin u^ero & cat»1Io} (S), 

eAmbÌDÌer« di gup^rdlm . pd ai ba»o il derubato che pftfe ìd costei tuiofi« 





j). ^ Un iepio (5) p^re èia isn jwrU-lam* p*r vifUftrt U motto. 



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Tav. n. 




, fona [ni st^Bo, che iT»|tgÌH an pBHwggiero 11) dopo iTsrgli jjrmntttu 

dia Fia 2 (l**ltro UtQ del Tiisoche è «orrnonUto d& un uvero « ì^ìi*»]|o) (6), 

eu^bibierfl dì f^ardÌA ; »1 al biufto il derubato che pftré in coatestuioDe 

* < i" ♦ • - • 




)l — Un Mfno (S) pw^ ib pti |HTt*4am« per Teglimre U morto. 



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tav. m. 





d ana donna nnda. — P a aaey g ia con eaM (2), ^~ IvoèCH a campo 
; ma egli ingrarida pure nn*altra (4) che è Maria; Anna 
alU legge. : ; 



CALLO A«^MU/viZi/\ 

rem, AUD15ÌO // 

3TO rAKCETRE. t? A 
r tìECCO 

nklogh* di «nere in gkbbi* • di arare fr* pooo U libertà. 



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tav. m. 





d ana donna nnda. ^ P a aiey g ia con eaM (2), ^~ IvoèCH a campo 
irida ; ma 9g\ì ingraTÌda pure un'altra (4) che è Maria; Anna 
alla legge. : - . 



CALLO /VNKU/MZJ/\ 



rem, AUD1510 



BECCO 

alof h« di «M«re in gftbbi* • di arare fn pooo U libertà. 



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e. Lombroso \ 



Tav. IV. 




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e. L0KBBO8O — PalimsesU del c< 



Tav. V. 




I 



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^. 



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1 






RETURN .U the clrculation desk ofany 
UnWersityofCamornia Library 
or 10 the ^ » 

Bldg. 400, Htehroondjp^l"»»^ 



recharges 

^^^PEDBELOW 






UNIVERSITY OF CAUFORNIA LIBRARY 




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