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Full text of "Palmi, Seminara e Gioia Tauro : ricerche e studi storici"

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BERKELEY 

LIBRARY 

UNIVERSITY OF 
CALIFORNIA 





RIEDIZIONE ANASTATICA 



STAMPATO DALL'ATESA EDITRICE - BOLOGNA - GENNAIO 1989 



ANTONIO DE SALVO 



PAIM, SEAONARA 
GIOIA TAURO 

RICERCHE E STUDI STORIO 



ATESA EDITRICE 



MA1N 



RICERCHE E STUDI STORia 



DoTT. Antonio De Salvo 




PALMI 

TIP. GIC8KPPK LOFBESTI 



IN MEMORIA IMPERITURA 

DELLE SANTE VIRTÙ 

DEI SUOI AMATI E VENERATI GENITORI 

GIUSEPPE DE SALVO 



ANNUNZIATA TEDESCO 

L' AUTORE 

MEMORE E RICONOSCENTE 



PREFAZIONE 



< Amicus Plato, amicus Socrates, 
n»^ amica verìtas » ( Senec. ). 
Eppure: € Verìtas odium parit » ( Ter. ) I 



Questa raccolta di notizie storielle, cioè di ri-- 
cerche e studia pertinenti al periodo che si estende 
dal 960 delVéra cristiana sino alla fine del secolo 
XVIII^ intomo a Palmi^ Seminar a e Gioia-Tauro^ 
venne da noi compilata, non per ridondarne glo- 
ria^ fama che si fosse^ ben conosceìido già quan- 
to non ci è dato mai di potervi menomamente aspi- 
rare ; ma solamente per soddisfazione del grato e 
nobile sentimento di amor patrio: sentimento^ che 
pure^ anni or sono^ ci animò a scrivere^ e e' inco- 
raggiò a pubblicare VaUra nostra monograpa cir- 
ca le distrutte ed oramai scomparse Metauria e 
Tauriana^ certo con modestissimi intendimenti, ma 



vili 



che poi la critica volle onorarla tanto^ da interes- 
sarsene^ e tenerne conto^ malgrado le mende della 
prima edizione. A questa monografia^ per serbare 
una regolare successione degli avvenimenti storici 
di tali contrade, possono far continuazione questi 
studi e ricerche di storia municipale sulle tre città 
suddette: le squali, piuttosto importanti fra le altre 
della Calabria^ e costituenti^ con parte della Piana^ 
una interessante regione di copiose produzioni del 
SìwlOj e di attività industriali, non ultima in Ita- 
lia^ furono culla, in ogni tempo, a cittadini di al- 
to intelletto e di fervido patriottismo ; ma fin'oggi 
è mancata una memoria dei fatti che poterono il- 
lustrarle; e si che nei tempi andati, vi si ebbero 
a svolgere non pochi avvenimenti considerevoli per 
la storia generale delle Calabrie e del Regno. Se 
non che qualche insufficiente e poco vagliato cenno 
di monografia fu tentato a prò di Palmi, cioè le 
poche pagine inedite delle Memorie di Palmi, scrit- 
te da Guglielmo Éomeo-Baldari, nel 1862, per il 
Dizionario ^eografico-statistico-storico del Afazzol- 
la; i pochi foglia altresì inediti, di Memorie sulla 
città e territorio di Palmi, scritti da Domenico 



IX 



Guardata^ nel 1868, e il principio delle Tradizioni 
popolari della città di Palmi, raccolte e illustrate 
per cura di P. R [ Avv. Giuseppe Impala ] ^ pub- 
blicate a Palmi, nel 1886, nei fogli 9° e 11."" del 
primo anno del giornale La Luce ; 77ia niente an-- 
cera d' importante si è scritto su Seminara e su 
Gioia- Tauro, mentre, oltre di Reggio, molti altri 
municipi del resto della provincia, sono illustrati 
da pregevoli storie. 

Col corredo quindi di pochissime notizie dispa- 
rate, e con qualche incerta tradizione avita, ci 
mettemmo al non tanto facile assunto della ricer- 
ca dei fatti appartenenti alla primitiva e consecu- 
tiva esistenza delle anzidette città; le quali essendo 
sprovviste di regolari archivi municipali, fino alla 
ejjoca poco oltre del terremoto del 1783, per Se- 
minara, e fino a molti anni dopo del principio 
del presente secolo, per Palmi, non potemmo por- 
tare a compimento che quanto, qui appresso, stia- 
mo per trattare, già con V aiuto principalmente di 
quegli autori, dei quali ci è riuscito di potercene 
fornire ; e perciò senza aver potuto far sempre la 
cerna tra gli antichi e tra i moderni scrittori di 



cronache e di storie patrie^ e attingerne poi^ dalle 
fonti più genuine, i fatti concernenti la storia delle 
contrade del versante occidentale della estrema Ca- 
labria. Sicché, lasciando ad altri il compito di fare 
opera più completa e più perfetta ; noi intanto^ 
anziché esporre partitamente queste notizie storiche^ 
secondo che Steno di ordine inorale^ civile o poli- 
tico^ artistico^ letterario^ etnografico, o topografico^ 
preferiamo di unirle tutte, ed esporle in ordine 
cronologico, e in coordinazione e in raggitaglio ai 
fatti della storia generale delle Due Sicilie, per più 
chiara comprensione e maggiore valutazione di es- 
se ; sebbene in tal modo potranno forse tornare 
meno agevoli allo storiografo, che da somiglianti 
storie municipali voglia trarre le notizie per la 
storia generale della nazione. 

I fatti, che imprendiamo a narrare, sono da noi 
presentati al lettore, nella loro nuda verità, e in 
modo breve, ma non tanto che venga poi a na- 
scerne confusione od oscurità: li presentiamo al- 
tresì mondi di fronzoli retorici, e scevri di orpel- 
lo. Talché egli possa chiaramente scorgere che né 
amor di campanile, né altre preconcette idee vai- 



XI 



gono menomamente a mettere il nostro animo in 
diversa disposizione^ nel trattare della nativa, op- 
pure delle vicine città; dappoiché è la verità che 
principalmente noi amiamo^ e quindi ci teniamo 
di essere fedeli e imparziali nel inferire gli avve-- 
nimenti 

Le frequenti e pur numerose citazioni e note, 
delle quali ci avvalghiamo^ ci è giocoforza usarle: 
le uncy perchè il lettore abbia contezza delle diver- 
se fonti, dalle quali attingiamo le notizie dei fatti 
che riferiamo ; le altre^ o per maggiore schiari- 
mento di quanto è scritto nel testo^ o per esporre 
altri fatti^ i quali venendo narrati oppure descritti 
nel testo^ distrarrebbero di molto Vattenzione del 
lettore, verso la successione dei fatti^ che cerchia- 
mo di mettere in più strette relazioni fra loro. E 
se mai in tale zavorra, sita a pie di paginate che 
sarebbe la stessa se pure fosse allogata in fine del 
volume, egli non soffre d^ impigliarsi fra citazioni 
di autori, annotazioni e cenni di critica storica, 
benché semplici e brevi, se ne liberi, saltandola a 
pie pari, giacché essa è a servigio, forse non in 
tutto necessario, del testo. 



XII 



Inoltre^ poiché e' intrattenghiamo delle vicende 
di questa sventurata regione d' immani e formida-- 
bili sovvertimenti tellund^ ritenghiamo opportuno 
di far cenno dei terremoti^ che^ durante i secoli di 
tanta sequela di avvenimenti storici, batterono nel 
versante occidentale della Calabria ulteriore: come 
pure accenniamo ad alcìini terremoti (i più impor- 
tanti), accaduti nelle regioni del continente, contigue 
alla Calabria, e nelle parti della Sicilia, vicine ad 
essa, i quali, con quelli abbiano potuto avere rap^ 
porti, mentre altri, è esclusivamente per la loro 
importanza che vengono da noi riferiti. 

Frattanto non tralasciamo di chiedere venia al- 
t indulgente lettore, per quanto d'imperfetto e di 
erroneo egli noterà in questa operetta: la quale^ 
se pure sia affatto deficiente di pregi letterari, noi, 
che però ci facciamo mallevadori della sua verità 
storica, non cesseremo di esserne contenti per aver- 
la scritta, sia perchè portiamo coscienza di aver 
fatto del nostro meglio per adempiere ad un grato 
dovere verso il luogo nativo, e che certo, ciò è bene 
accetto dai nostri concittadini, e che, destando la 
loro curiosità, può non pur preparare il loro ani- 



XIII 



mo aWamore della storia patria tutta quanta, ma 
può ancora esser loro di sprone ad opere egregie ; 
e sia perchè essa ci è stata almeno di svago lu- 
singhiero , in quei raH momenti liberi , in cui ci 
siamo potuti raccogliere per comporta, benché so- 
praffatti da una vita estenuativa per incessanti e 
lugubri occupazioni piene di pericoli, e rattristata 
da amarezze, da disillusioni e da ingratitudini, 
quale è quella del medico-chirurgo condotto 

Palmi, giugno 1898 



9olt. JKvX. ©e Salv( 



CAPITOLO I. 



( IMll'aano di Vr. 950 al 1302 ) 

801IM.\KI0:~ Sito della eitU di I*alu1, e or1j;ÌBf dfl^ao nome- Porto di Orentp.- Suto 
della regione marittima del vergante orridentale ilflU «(tn^raa Calabria, dcrantr lasoronda 
■età del secalo X; e orlj^in^ di Szmiuara. — IncarNtoni del Sara4%nl su UPf^gio e Rulla 
Calabria estreme. Distrazione di Tanrinna. ed ori^Hne di Tiilmi, Terranova, San Martino, 
Clnqnefrondf, Pediroll, e ingrandimento di SemlnAra, Oppido e Oalatro.— Combattimenti 
ed altri aTrenlmenti nella Calabria mcriJionalr. fra Gre ■! bizantini e Sirarenl.— Vennta 
dei Normanni nelle Calabrie; loro onrnpazione di qui*4:to couti-ado, e audizioni miserande 
del popoli chsle abltivano. Dominio iM'w^Iiro dei Norurinni. — Kioiidllà e pro;;rcsfio di 
Seminara.— Donazione del eo3te Ku<r/e:icm all'abbazia della («bic^ui di Sunta Maria e dei 
Doliei Apost3li di Bjj](.ia7.i. Sj% ittituziin^del vc<!*.)vnJ3 di Milots; e si!o\n'tac trasiiorto 
in Seminara, della st^tnetta della .Hadoun.i dH l'.i7eH. — iwwro dfi ni'ìnasteri basiliani 
nel territorio di Seainiri.— Terremoti dH llC) e del ll';t, ia Calabria e nella vicina 
Sicilia.— Teano della dom inazione dc;rli Svrvi yn'Av ralnl»r:p: va»^'lK»/j»'o di Seminara, 
perpetrato dai .ìle<<Klno*(i, e loro ean^tiTutiva disfatU.— (Vini') delIadsuiLiazIori' dcj^li An- 
gioini sulle Calabrie: il Ye3pr3 Kinillano, e fatti d'araii vitfori»>i del re IMetro d'Aragona, 
control Fraie»] dimoranti in Sauiaai*a e nei luoghi vi(-!ui.— Altri avvenimenti Rotto 
gli Angioini; in alcuni dei quali, prenlr parto UHg;;ero di Làuria.— Pare fra gii An- 
gioini e gli Aragonesi di Sieilia. 



IP 

'yL almi, oggidì fioronto, ricca e simmetrica cit- 
tà capoluogo di circondario, nella Calabria ulterio- 
re prima, con sede di Tribunale e circolo straordi- 
nario di Corte d'Assise, è popolata da un quindici 
mila abitanti, ed ò estesa per un'area di piùi che 
ventidue ettari, in un perimetro di circa quattro 
chilometri ; è sita a metri 240, in media, sul li- 
vello del maro, e al luogo d' incrociamento del 3.°, 
23', 40" dì longitudine orientale, dal meridiano 
di Itoma (Jlontc Mario), col ns/. 21'. If)" di la- 

I — De Salvo, l'almi, Scmiiiara e CJioia-Taun» 



PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 



titudine boreale (1). Prima della metà del decimo 
secolo dell'era cristiana, essa non esisteva; ma è 
da ritenersi che solamente poche case coloniche 
dei vicini Taurianesi, si dovevano trovare, sparse 
per la contrada de Palmis (2), come già nelle scrit- 
ture dei tempi del conte Ruggiero Bosso, veniva 



(i) Caria topografica d* Italia^ dello Stato Maggiore delV esercito 
italiano^ rilevata dal tenente Rosalba, nel 1865-70. 

Seminara ò sita alla distanza di cinque chilometri verso sud-est da 
Palmi ; e a dodici chilometri, verso nord-nord- est da questa città, sor- 
ge Gioia-Tauro, la quale dista dal mare, quasi due chilometri. 

(2) Negli scavi che per fondazioni, condotti, •> per altro bisogno, 
vennero eseguiti in diversi punti dell'abitato di Palmi, ed in epoche 
diverse, non fu scoverto mai rudero alcuno, o qualche opera di mu- 
ratura, in cui si ebbe a ritrovare usato materiale laterizio simile a quel- 
lo dei ruderi della distrutta Tnuriana; ed e notevole poi la mancan- 
za assoluta di quei grossi mattoni con marca a lettere greche, dei tem- 
pi più antichi, o con marca a lettere latine, dei tempi consecutivi, 
che tanto eran<^ in uso in questa sventurata città, fino a che essa eb- 
be esistenza, e che tuttavia, in grossi pezzi, frammisti in gran copia, 
a pezzi di mattoni sepolcrali e di lapidi di marmo, a cocci di anfore, 
di embrici, di tegoloui, di figuline e di frantumi di vetro, vengono a 
comporre gli argini ed i muri a secco, costruiti tra podere e podere, 
e lateralmente alle strade, che frastagliano il territorio, su cui sorge- 
va Tauriana, e oggi detto San Fantino; mentre che di somiglianti 
mattoni se ne ritrovarono adoperati in alcune muraglie nel luogo del- 
l'antica Seminara, ove furono ritrovati ancora moltissimi altri oggetti 
di antichità (G. B. Marzano, Notizie digli scavi eseguiti dal i86i al 
j886 nel Montelionese ^ Palmi 1SS7, nota I, pag. 3 ). Se non che a pie 
del lato del monte S.inVElia^ che guarda verso settentrione, e preci- 
samente poco più oltre al tratto piano della strada che esce dal fian- 
co di mezzogiorno dell' abitato, detta Via dietro canali^ in dialetto, 
nominata Currea^ e vicino alla casa rurale del fondo del fu Mar- 
co Rossi, posseduto oggi da Antonio Tranfo, vennero scoverte, parec- 
chi anni or sono, le mura mezze dirute di una casetta a volta, a pian- 
terreno, con pareti interne intonacate e tinte di un rosso sbiadito, 
costruita con materiale laterizio, che si trova nei ruderi di Taureana; 
e qualche mattone era impresso da marca erosa ed inintelligibile. Vi 
si scovrì pure, nel terreno a nreve distanza dalla casetta, un orcio 



CAPITOLO PRIMO 



denominato il luogo, ove ora sorge Palmi: la quale 
venne poi così detta, a causa delle molte palme 
che ivi, per la campagna, rigogliosamente vege- 
tavano (1), e che tuttavia, per antica usanza ere- 



(dolium) che conteneva due tazzoline piuttosto ben conservate e qualche 
altra rotta, fra loro somiglianti e molto ben fatte, composte di argil- 
la rossa, e patinate allo esterno, con smalto nero. Ciò evidentemente 
prova che questo luogo era stato praticato da gente che visse nel tempo 
in cui esisteva Tauriana. 

(i) Circa la orìgine del nome dato a Palmi, è costante la tradi- 
zione nei diversi secoli susseguiti alla fondazione di questa città, cioè 
che l'abbia assunto a causa delle molte palme che sorgevano nel suo 
territorio; tanto che con la indicazione de Pa/tnis, è che il diploma di 
Ruggiero I, conte di Sicilia e di Calabria, specìfica la chiesa di 5*. Geor- 
gium che cum psrtinsntUSy et tsrris suis, questi concedeva, nel T085, 
alla chiesa di Santa Maria e dei XII Apostoli di Bagnara (Giusep. Pasq. 
Cirillo, Difesa storica del Diploma onde Ruggiero /, conte di Sicilia e di 
Calabr.y nelVanno 1085, fondò la Chiesa di Santa Maria e dei XH Apo- 
stoli di Bagnara^ Napoli 1754 ; Rosario Cardone, Notizie storiche di Ba- 
gnara calabra^ Reggio Cai. 1873, p. H. e. I; N. Oliva, Il monte Aulinas^ 
Palmi 1&90, IV) ; e dominus Palmae vien detto il barone lacobusde Ro- 
to de Seminarla^ nei registri angioini dei baroni di Calabria, nel 1333 
(V^ito Capialbi, Memorie per servire aHa storia della santa chiesa mi- 
leiese^ Napoli 1835, crofiologia dei vescovi^ pag. 19, annotaz. 3), men- 
tre che nei tempi ulteriori, gli antichi uotari si sono sempre serviti 
dell'espressione civitas Palmarum^ per indicare Palmi: la quale nel 
secolo XVI, dal Barrio (Gabriel Barrius, De antiguitate et situ Cala- 
briae^ Romae 1571, Hb. II, cap. XVIII) venne chiamata Parma, e 
dall'Alberti (Fra Landro Alberti, Descrizione di tutta V Italia, Vene- 
zia 1596, v. Calabria, pag. 201^, Palma\ e Palma o Carlopolo e Car* 
lopoli venne pure denominata da poco oltre la metà, sino al finire del 
secolo dianzi detto; e solamente nella numerazione del. 1669, inco- 
minciasi a trovare scritta Palmi (Lorenzo Giustiniani, Dizionario geo- 
grafico del regno di Napoli, Napoli 1797, v. Palma); ma col comin- 
ciare del secolo XVIII, veniva detta ordinariamente Palme (Thomae 
Aceti, Annotationes in G aòrte lem Barriumy De antiguitate et situ Co- 
laòriae, Romae 1737» Hb. II, cap. XVIII^ nome che prevalse sempre 
(Ferd. De Luca e Raf. Mastriani, Dizionario corografico del reame 
di Napoli, Nap. 1858, v. Palme), fino al nuovo assetto del regno di 



PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 



ditata, se ne coltivano nei dintorni, benché rare, 
utilizzandone i palmizi nella ricorrenza delle fun- 
zioni religiose della domenica delle Palme. 

Non pertanto nella costa a nord-ovest di Palmi, 
vicino alla stazione ferroviaria dì questa città, e 
quindi poco discosto dalla marina dal gìh oppidam 
Tauroentum o Tauriana, detta oggidì Le Pietre 



Casa Savoia, in cui si stabiU il nome à\ Palmi. —Non pertanto da 
qualcuno si volle attribuire a Palmi una orìgine antichissima, rilenen- 
do che tale nome fosse stato derivato da quello di uno dei sette fiumi 
di questa regione, che vengono accennati nel frammento di Varrone, 
riportato da Probo, e trascritto, con qualche variante, dal Bnrrio, e 
che si terminavano col Metauro , o che venivano a formarlo, cioè 
dal nome del fiume Polnie^ detto Poìitte dal Merula, e Poliircs dal 
Fiore. Ma da nessuno venne assecondata siffatta congettura, massime 
dopo che si ebbe a verificare essere inesatto ed in graTi parte falso 
tutto ciò che con i fatti di Oreste ebbe relazione in questi luoghi (ve- 
di le note Y, a p«ig. ii, ed a, a pag. i8, nelle nostre Notìzie storiche e 
topografiche intorno Metaur. e Tattriafia, Nap. 1886). — Évvi inoltre 
chi dair aver trovato in una lettera di Cassiodoro, diretta ad Ana- 
stasio, Cancellano della Brezia e della Lucania, nella quale s'intrat- 
tiene del vino della Urezia e del cacio della Sila ( M. Aurclii Cas- 
siodorii, Variarum^ Vetietiis 1729, liber duodecimus, epistola duo- 
decima ), che viene mollo elogiato \m v\\\o^ àtWo Palmaziatio (a Vi- 
nuin,,. Palmatìanum itominavit Afitiquitas^ )^ argomenta che questo 
appellativo dovette derivare dal nome del territorio o dal villaggio di 
Palma; e quindi non esclude che Palmi dovette esistere fin dal secolo 
VI, epoca nella quale visse il grande Cassiodoro, nativo di Squillacc. 
Se non che questi, nella lettera medesima, col dire inseguito: ut me- 
rito illi à palma nomen videaiur ivtposiium^ ed i glossatori col so- 
stituire al nome Palmatlamim^ quello di Palmarium, ed il Baronio, in 
un dotto commento al proposito (Cesar i3aronius, Annales ecclesiastici^ 
Novissima editio, ex officina Plautiniana i6rr, tom. Vili, ad an. Chr. 
59 r, pag. 2O, con lo scrivere esplicitamente: qnod scilicet oh ejus ex- 
cellentiam nomin.ivit Palmatìanum, T\fM\\i:i chiaro che il vino della Rre- 
7'ia, oggi C<i/.id.'-/rt, descritto di C. issi») 1 irò, prese il mme di Palma- 
zianOt non dal territorio o d il villnj;;;io di Palma, bensì pcrl.i sua ec- 
cellenza e fiuperiorit'i. 



CAPITOLO PRIMO 



Nere (1), e molto lontano dal già Portus Balarus, 
ogjfj Bagnara (2), esisteva un luogo frequenta- 
to e molto noto fin dal primo secolo delTéra cri- 
stiana; di cui Plinio Secondo ci tramandò il nome, 
cioè Portus Orestis (3), e il Barrio (4) poi venne 
a riconoscerlo nel sito, detto Ruvaglioso {Ravogo- 
sum). Questo luogo, presso il lido, non presenta al- 
tro che una breve e mal sicura proda naturale, in 
un' angusta insenatura dell' alta e rocciosa costa, 
donde il nome di Rocagghiasu (5), nel linguaggio 
dialettale, alla contrada circostante; la quale né ru- 
deri , né altro oflFre , che possano accennare alla 



(i) Nicola Leoni, Della Magna Grecia e delle ire 0?/a^>, Napo- 
\\ 1846, voi. IV, cap. Vili. 

(2) Appiani, Z?^^t'//<? civili^ lib. IV, cap. 48.0, 85. ; R. Cardone, op. 
cit,^ part. I, cap. VI; Atto Vannucci, Storia delC Italia antica^ Mila- 
no 1873, voi. I, lib, I. cap. IV. — Da G. B. Moscato si vuole riconoscere 
in Pellaro, il porlo Bàlaro, cioè il Portus Bàlarus di Appiano; e il 
Portus Orestis^ a Bagnara e non a Ravaglioso (vedi / Dendròfori a 
Pellaro^ nella Rivista storica calabrese^ diretta dal prof. G. B. Mo- 
scato, S. Lucido 1895, an. III, fase. 18.0, 190, 23.0 e ^?4.** ). 

(3) C. Plinii Secundi, Naturalis historiae^ lib. Ili, cap. X. 

(4) Gabriel Barrius, op, cit., 1. li, e. XVI. — Vedi le nostre No- 
tizie su Met, e Tauriana, cit,, e. I, e le note Oi, a pag. 22, ed a, a 
pag. 26. 

(5) Nel dialetto del popolo della regione estrema d* Italia, la pa- 
rola rocca, usasi per significare un gran masso di pietra, ed anche un 
accamolo di massi nelle costiere oppure su i monti: perciò il luogo, ri- 
tenuto per il Porto d* Oreste, fu sempre detto Pocaggkiusu^ cioè for- 
mato e tutto sparso di rocche; e che per ingentilirne Tespressione ru- 
de; si volle pur dire Rocaglioso e Rovaglioso\ tanto che in diversi 
istrumenci notarili, dal XVII secolo al cominciare del presente, tro. 
viamo che questa contrada viene denominata più generalmente Porto 
Ravaglioso. 



PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 



esistenza di una città in tempi remoti (1): sicché 
è giocoforza ritenere che ivi, nei primi secoli del- 
l'era cristiana^ non dovette esistere che qualche 
villaggio, il quale forse transitoriamente, potè go- 
dere, tra il V ed il VI secolo, una residenza ve- 



(i) La poco estesa contrada di Ravaglioso, tutta sparsa di oliveti 
e di vigne, è distant*; per più di due chilometri dell'abitato di Palmi, 
e non presenta che poche case; una delle quali fu posseduta fino al- 
la metà di questo secolo, dalla famiglia lannelli, che pure di gran par- 
te di questa contrada e di molti fondi delle altre vicine, era in pos- 
sesso fin dallo scorcio del XVIII secolo. Questo casamento sorge 
presso la costa, attraverso la stradella che porta al lido dt^l Porto Ra- 
vanitoso, e contiene una cappella gentilizia, dedicata alla SS. Vergine 
Maria di Porto Oreste, adornata da un altare in rovina, e da una la- 
pide di marmo, infitta con chiodi sulla parete a sinistra di esso, la 
quale porla incisa la seguente iscrizione: 

D. 0. M. 
Non. Quod. Facinorosi. 
ScELESTO. Pede, Immunitatis. Causa. Confuciat 
Sed. Ut Hujus. Latifundii. Custodes 
Acr' Colave. Quilibetq. Fidelis 
Puro. Corde. 
PiACULARi. Sacro. Die. Festo. Assistant. 
LoDovicus. Iannelli. Fundi. Dominus 
Palmarum, Decus. 
ViR. Undequaque. Insignis. 
Religione. Pietate. Charitate 
Omnibus. Carus. 
Pauperum. Amicus. Atque. Pater. 

Suo. Aere. 

Rurale. Hoc, Sacellum. Dicatum 

ViRGiNi Deiparae. Sub. Titulu. Portus. Orestis 

A Fundamentis. Excitavit. Fundavit. 

DOTAVIT 

Anno 1797. 
At. Eo. Acerbo. Funere. Ac. Lacrimabili. 



CAPITOLO PRIMO 



scovile (1); e non già che Porto di Oreste fosse 
stato una città con un' antichissima sede episcopale, 
come inesattamente fu riferito da alcuni, e tuttavia, 
sull'autorità di questi, viene ripetuto da qualche 
altro storio fjrafo (2). 

Tauriana o Tauriano, negli ultimi tempi della 



E. Vivis. BoNORUM. Omnium. 

Praegravi. Dolore. Sublato. 

Franciscus. Filius. 

Natu. Major. 

Optime. Spei. Adolescens. 

Ne. Amantissimi. Parentis. Memoria. 

Vel. Minimum. Minueretur. 

LaPIDEM. HuNC. SuAE. SiNGULARIS. VlRTUTia 

Testem. Perennem 
P. C. 
Anno. Reparatae. Salutis 

1806. 

Sull'altare òvvi un quadro piuttosto grande, ma dipinto senza al- 
cun pregio artistico. In esso viene rafìigurata la Madonna di Porto 
Oreste, con mani giunte palma a palma, e ritta in piedi sur un cu- 
mulo di nubi, con S. Rocco a sinistra, e a destra S. Francesco, en- 
trambi inginocchiati in atto di adorazione. Nella parte inferiore del 
quadro, si osserva, dipinto inesattamente, il paesaggio di Porto Oreste, 
cioè un pezzo di mare, CDn una costa a picco e rocciosa, e su di es- 
sa, una torre con un villaggio attorno. 

(i) Vedi le nostre Notizie su Mei, e Taur,^ ciL^c. Ili, eia nota 
a, a pag. 78. — Il Capialbi nega recisamente che Porto Oreste ebbe 
sede vescovile (Vito Capialbi, Opuscoli varti^ Napoli 1849, tom. Ili, 
epist. 61.* e 62.*, p^ig. 168 e 170). 

(2) Ferd. Ughello, lialia sacra sive de episcopis Italiae^ Venetiis 
172 1, toni. IX, pag. 181: cOrestis Portus... hodie Porto Roviglioso 
sedem habuit Episcopalem: Louginus enim Episcopus Orestensis sub- 
scripsit Synodo sextae Romanae sub Symmacho Papa ». Cioè nell'anno 
503, sub die,., kalendas octobris, — Dom. Taccone-Gali ucci, Mono- 
grafia della città e diocesi di Mileto, Napoli 1881, parte I, IV, pag. 40. 



8 PALMI^ SEMINARA E GIOIA-TAURO 

sua esistenza, cioè verso la metà del decimo secolo, 
benché quasi in gran parte distrutta fin da molto 
prima di questa epoca, e perciò spopolata e deca- 
duta dalla sua antica grandezza e floridezza, era 
la sola città marittima che ancora durava nel ver- 
sante occidentale dell' estrema Calabria, tra il ca- 
stello di Scilla e la terra di Nicotera; poiché il porto 
Balaro o Balnearia^ terricciuola munita dai Bizan- 
tini (l), e Scumno (2) erano mal ridotte ; Metau- 



(i; R. Cardoiie, op, cit., part. I, e. VI. 

(2) Diego Corso, Cronistoria civile e religiosa della città di Nico- 
tera, Napoli r8S2, voi. I, cap. IV, pag. ii. — Questo storiografo, in 
questa sua Cronistoria, a pag. 68, nota V, scrive che «il CoUenuc- 
cio — Storia del Regno di Napoli ( lib. Ili ) — ricorda che nell* anno 900 
i saraceni vennero di nuovo in Italia e presero Scu<nno (oggi Rosar- 
no^ in Calabria». Ma Pandolfo Collenucio, a tal luogo del suo Com- 
pendio delle hislorie del regno di Napoli (Venetia 1541, lib. III, fol. 
50 ), nel riferire che al tempo del papa Clemente II, dopo il ritorno 
di Enrico III da Capua, ^ li Sarr aceni vetiero di novo in Italia^ e pre- 
seno scùno in Calabria » ; non precisa per questo avvenimeuto, che 
l'anno 1047. 

A sinistra del fiume Mesima, «ove nelle pianure di Rosarno si 
rinvennero non poche anticaglie, frantumi dì terra cotta, frammenti 
di una statua e monete» (N. Leoni, Studii istorici su la Magna Gre- 
cia e su la Brezia, Napoli 18S6, voi. I, e. LXXIII, 84S), dovette sor- 
gere Scumno o Scunno {Ex Scuvnii civitatis), che secondo il Mara- 
fioti e l'Aceti (Girolamo Marafioti, Cronache et antichità di Calabria^ 
Padova 1601, 1. I, e. XXUI, e 1. II, e. XIII; Th. Act^ti, Annotin G. 
Barrium, op. cit,^ l. II, e. XVI, 2 ), fu distrutta interamente dai Saraceni, 
sotto il pontificato di Clemente II, cioè nel 1047; e dalle sue rovine 
sorse poi Rosarno (Domenico Valensise, Monografia di Polistena, Na- 
poli 1863, cap. I, l 2.°, pag. 22, § 3.^, pag. 57). Secondo Giovanni Fio- 
re (Della Calabria illustrata^ tom. I, Calabria abitata, lib. I, part. I, 
cap. IV, pag. 78), Scunno fu un «edificio di quegli antichi Morgezii 
per loro diporto, quando fossero scesi al mare » dal castello di « Mor- 
gete [ l'attuale San Giorgio ], così nomato dal suo primo Fondatore 
Morgete, figliuolo dal re Italo». Ma ciò è favoloso. 



CAPITOLO PRIMO 



ria (1) già era stata distrutta, e Medma non esisteva 
più (2), La Sicilia era in potere dei Musulmani, 
come pure Squillace, Sanibatello, Mileto, Tropea e 
Nicotera , nel continente (3) ; e il mare era infe- 
stato da pirati, che frequentemente corseggiavano 
le riviere: per modo che la gente misera e atter- 
rita, si era rifugiata nei paesi interni, o sui monti, 
nelle valli inaccessibili, per iscampare alle de- 
predazioni e agli eccidi dei fieri Saraceni. Laonde 
i luoghi vicini al seno Brezic, oggi detto golfo di 
Gioia, erano rimasti deserti. Nei dintorni di Tau- 



(i) Candido Zerbì (Delia cWà^ chiesa e diocesi di Oppido Mamer- 
Hna e dei suoi vescovi^ Roma 1876, part. I, cap. IV ) riferisce che Me- 
tauriafu devastata dai Goti e Longombardi, sul cadere del sesto seco- 
lo, e che i superstiti Metauriesì emigrarono presso Mamerto. 

(2) A destra del fiume Mesi ma, presso la sponda, «ove si sono 
scoperte, come dice Francescantonio Grimaldi (Annali del regno di No- 
polij Napoli 1781, voi. I, pag. 147), alcuni avanzi di grandi edifìci!, e 
colonne >, vi esistè Mesima o Mesma, ed anche detta Mesa, Medma e 
Medama, nomi che si volle fossero appartenuti a due città distinte 
(V. Capialbi, Mesma e Medma furon due, o una città dell* antica Italiaf 
Napoli 1848; e Nuorn motivi comprovanti la dualità della Mesa o Me- 
sma e della Medma o Medama, Napoli 1849) > "^^ una fu, e si ebbe ad 
unire con Nicotera, nei primi secoli dell'era volgare (Dom. Marincola 
Pistoja, Ricerche storiche di Mesma o Medma città autonoma italicta, 
Catanzaro 1868; A. Vannucci, op. rit., voi. I, lib. I, e. IV; D. Cor- 
so, op. cit,, voi. I, e. IV; e Sul sito di Medma, appunti storico-critici, 
Firenze 1888). 

(3) Chron. Arnulphi Monachi, ann. 946; Camillo Peregrino, Hi- 
storiae Principum Longobardorum, Nap. 1644, ann. 946, e pag. 47; 
Lod. Ant. Muratori, Annali d' Italia, Ventzì^ 1796, ann. di Cr. 947-51; 
D. Corso, Cronistoria civile e religiosa della città di Nicotera, voi. I, 
e. IV; Giovanni Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, part. I, 
cap. V. 



10 PALMI, 8EMIXARA E GIOIA-TAURO 

riana adunque Don esisteva alcun villaggio, e solo 
varii conventi di Basiliani sorgevano sul monte 
Aulinas^ oggi detto Sant' Elia, e nel territorio Mer- 
curiense o regione Mercuriana^ cioè di Mercurio: 
in cui, ma molto lontano dal mare,, vi era un luogo 
fortificato, denominato Castello^ oppure « Seminaio, 
o meglio Seminario^ St|itvap(ov *, che in seguito pre- 
se il nome di Seminaria e poi Seminara. La quale, 
è da congetturarsi « che sia stata fondata tra il 
VII e r Vili secolo, quando Tau riana,... già era 
8 tata /< gravemente dannego:iata o da' Saraceni di 
Africa in qualche loro scorreria, ovvero dai Lon- 
gombardi in sulla fine del VI secolo » (1). 

Verso la metà del decimo secolo, l'estremo me- 
ridionale d' Italia apparteneva ai Bizantini, i quali 
oltre che Calabria, lo chiamavano pure Sicilia, per- 
chè, perduto fin dal principio di tale secolo, il do- 
minio della vicina isola, era soddisfatta la loro boria, 
nel conservarlo, almeno in titolo: e per quanto era 
rimasto loro, nella estrema regione meridionale di 
Italia, avevano istituito un governatore a Reggio, 
che chiamavano stratego o duca d' Italia (2) ; ma 
era sfornito di sufficiente milizia per poter presi- 



(i) G. Minasi, op, «V., part. II, e. I, an-notaz. 5.*; e. II e III, part. 
Ili, annotaz. 12/; e Lo SpeUota ovvero S. Elia di Reggio di Cala- 
bria^ Nap. 1893, part. II, cap. IV, e part. Ili, annot. 115. 

(2) Dom. Spanò - Bolani, Storia di Re gf^io di Calabria ^ Nap. 1857, 
voi I, lib. Ili, cap. II, 5 ; G. Minasi, S, Nilo^ part. I, e. V; e Lo Spe- 
leota^ part. Ili, annot. 8.^. 



CAPITOLO PRIMO 11 



diare validamente il littorale , tanto che la gente 
di queste contrade doveva fidare sulle proprie forze, 
nel difendersi dalle incursioni dei Saraceni, quando 
questi non erano in gran numero ; oppure scam- 
parla con la fuga, quando essi si presentavano a 
orde sitibonde di stragi e di rapina. 

Una di tali scorrerie, la più micidiale di quante 
erano succedute in questa estrema parte di Cala- 
bria, fu quella avvenuta nel 951; allorché l'emiro 
di Palermo, Hasan-Ibn Ali, di casa Kelbita, e per 
il mancato tributo dovutogli dai Bizantini, e per- 
chè, conoscendo che Costantino Porfirogenito, per 
rafforzare il suo mal sicuro dominio su queste Pro- 
vincie occidentali , vi spediva agguerrite milizie 
( anno 950 ) , decise di occupare tutta la Calabria: 
e chiesti perciò aiuti al califfo d' Africa, questi 
mandò prontamente iu Sicilia, Farag Mohadded 
con un poderoso esercito di Agareni ed una nu- 
merosa armata. Quindi nell' estate del detto anno, 
Hasan o Alassan, con tanta prevalenza di forze , 
assaltò primameute Reggio, e invase le riviere oc- 
cidentali della estrema Calabria^ come che le più 
vicine e indifese, giacché i Bizantini, temendo di 
affrontare 1' esercito di Hasan , si ripararono ad 
Otranto e a Bari; e cosi queste contrade ebbero a 
subire il primo e perciò più feroce impeto di guerra 
dei crudeli Saraceni. 1 quali, espugnata che ebbero 
Reggio, percorsero poi quasi tutta la Calabria, mas- 
sime del versante meridionale, apportando ovun- 



12 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

que devastazioni, saccheggi ed eccidi, e menando 
schiavi terrazzani e cittadini in grandissimo nu- 
mero; ma da tanta calamità rimasero immuni G-e- 
race, Cassano, Rossano e pochi cascelli, siti in luoghi 
reconditi, oppure fortemente muniti (1). 

Intanto i Taurianesi, saputo della venuta dei Sa- 
raceni in quel di Reggio, e temendo che non avreb- 
bero tardato a venire pure nel loro territorio, pen- 
sarono di salvarsi altrove, poiché nella propria, 
città non potevano apprestarsi ad una valida di- 
fesa , essendo essa sguarnita di mura , scarsa di 
popolo ed in gran parte ancora rovinata dalle pre- 
cedenti incursioni: sicché furono costretti di rifu- 
giarsi ai più vicini e forti castelli, e abbandonare 
la nativa Tauriana. La quale infatti fu assalita da 
una turba di Agareni, Mori e Cartaginesi; i quali, 
non trovando di fare abbondante bottino , la di- 
strussero interamente, e devastarono tutto il ter- 
ritorio circostante (2). La parte più eletta dei 
cittadini insieme col vescovo e gli ecclesiastici, che 



(r) L. A. Muratori, op, cii.^ an. 951; Michele Amari, Storia dei 
Musulmani di Sicilia ^ Firenze 1854, voi. II, pag. 240; D. Spanò- 
Bolani, op. cit,^ voi. I, lib. Ili, cap. Ili; G. Minasi, S, Nilo^ part. I, 
cap. V; Mons. Antonio M.* De Lorenzo, Sani' Agata di Reggio^ Sle- 
na 1895, cap. Ili, 6. 

(2) Ada Sanctorum^ De S, Nilo Abbete^ Die vigesima sexta septem- 
bris, cap. IV, paragr. 24, 29, 30, 31; G. Barrius, op. cit., lib. II, e. 
XVII; G. Marafioti, op. cit„ lib. I, e. 35.0 ; P. D. Alessandro Di Meo, 
Annali critico - diplomatici del regno di Napoli^ ecc.^ Nap. 18 19, voi. 
V, n.o 3, anno 95t, pag. 323. — Vedi le nostre Notizie su Met. e Ta- 
uriana^ cit., e. III. 



CAPITOLO FBIMO 13 



SÌ trovavano in Tauriana, si ripararono nel vicino 
castello (1) di Seminario (Seminura), il quale, in 
quei tempi , come pure quello di Santa Cristina 



(t) G. Birriiis,(?A e//., 1. II, e. XVII e XVIII; G. Marafioti, <?/. 
t/V., 1. I, e. XXIX; Filippo Ferrario, Ad diem VI apri L\ Giov. Fiorp, 
Della Calabria illusirata^ Nap. 1743, toni. I, Calabria abitata^ lib. I, 
part. II, cap. Ili, 113; Th. Aceli, Annoi, in G. Barrium^ op. cil.^ lib. 
II, e. XVIII, II.— Da qualcuno (N.Leoni, Della Magna Grecia e 
delle Ire Calabrie , voi. IV, e. XIII) ancora viene riferito, ma erronea- 
mente, che Seminara e fabbricata sulle rovine dell'antica Tauriana 
(vedi le nostre Noli zie su Mei. e Tauriana^ cit., e. III, pag. 63, no- 
ta a).^ ^ 

In virtù di vetusti documenti, la città di Seminara vanta che € di- 
strutta Taureana dagli Amareni, Cartaginesi e Siciliani, Vitale ( ultimo 
vescovo dì Taureann, vissuto \\v\ gót-, epoca della morte di S. Elia 
Speleota, al quale egli assistè di unita al suo clero ), a campar la vi- 
ta, insieme col clero e il pcjolo rifugiasi in Seminara, allora piccolo 
castello, e f.ibbricò 1' Episcopio, la cattedrale e le abitazioni pel Clero, 
popolo e magnati che si erano colà raunati. — Venuto poi al Pontifi- 
cato Papa Giovanni XIII, con formale breve annuì alla succeduta /ra- 
slalionc in caslrnm Sjininariac doticc racdì ficstiir Tauriana. Il detto 
Papa mandovvi ad empire la vacante sedia per la morte di Vitale: 

« Costantino, il quale fu al Concilio Komano nel 969, in cui esal- 
tatasi la sede IJenevcntana a Metropoli, egli dopo il Pontefice ed Ot- 
tone Imperatore sottoscrisse il primo gli atti. 

€ Dal 969, epoca in cui viveva Costantino vescovo di Seminara, fi- 
no al 1073, epoca in cui Mileto ebbe il primo vescovo, essendo de- 
corso un buon secolo, pare che Seminara non sia stata priva di ve- 
scovi. — Dovrebbe ricercarsi se ciò è vero e quali furono questi ve- 
scovi > . 

« Il vescovo di Mileto, dopo di .aver preso il posesso in quella cit- 
tà, è ancora obbligato per antichi statati, a]);»rtarsi in Seminara per lo 
stesso oggetto. Ivi recasi in Clìicsa i! Vesco\o alla piesenza dell'in- 
tero capitolo, vestito di cappa mr.gna, del clero con la croce capitolare e 
inalberata dei rappresentanti la Citt;\, del popolo e del pubblico No- 
tar© che ne stende gli r.lli. Il Sindaco pmlTcrisce queste formali pa- 
role: Io dò il possesso della cillà, giusfa i^li a//lic/i issimi privilegi della 
slessa, dicindo al ve.scovo che li giurasse al pari dei Vescovi suoi 
piedccessori. 

€ Il Vescovo fa il stgufuit! iJur.inìtnto m»|m.i i Santi Evangelii: 



14 PALMI, SEMINÀRA E GIOIA-TAURO 

erano i più importanti di quei Juogiii, < tanto che 
poterono resistere a varii assalti de' Saraceni nel 
IX e X secolo » (1)1 rimanenti Taurianesi, per- 
chè probabilmente non poterono essere ricoverati 
in esso, per V angustia del luogo, trovarono scam- 
po, alcuni (2) in Oppìdo Mamertina ( Mamertinm 
Oppidum) , altri (3) in Galatro {Calatrum) , altri, 
stabilitisi sulle rovine di Sappominxdim^ incomin- 
ciarono a edificare Terranova (4), ed altri ancora 



Giuro alla buona ciith conscn^ar tutti li privilegi e se le circoòtan- 
ze lo permettono^ di fargliene godere dei nuovi "k . Onde fu «che nel 
1640, perchè Monsignor D. Gregorio Panzani vescovo di Mileto tra- 
scurò di venire a Seminara a far V ingresso pubblico, li Sindaci D* 
Giorgio Marzano dei nobili e D. Antonio Chtlidi degli onorati umi- 
liarono supplica a sua Santità Papa Urbano Vili, e gli venne dalla 
S. Cong.nc decretato di portarsi subito nella città di Seminara, per- 
chè fu Sede Vescovile, per fare quel che fecero i suoi antecessori, co- 
me di già eseguì > ( Dail* archivio municipale di Seminara ) . E poi an- 
cora, ai tempi di questo vescovo, venne fondata la Collegiata di que- 
sta città, con bolla di papa Alessandro VII, del (659; e quindi è da 
ritenersi che tale ingresso pubblico dovette essere praticato sempre in 
seguito, e con un cerimoni«ile prestabilito; tanto che si hanno veritie- 
ri atti notarili, circa siffatta cerimonia eseguita dagli ultimi vescovi, che 
ressero la diocesi di Mileto, dopo il terremoto del 17S3, fino ai nostri 
tempi, cioè da Errico Capece Minutolo e da Vincenzo Maria Armentano. 

(i) G. Minasi, Lo Speleota ovvero S. Elia di Reg, di CaL^ part. 
Ili, annot. ir." 



a 



(2) Th. Aceti, Annot. in (7. Harriutn, op. cit,, 1. II, e. XVIII, i. 

(3) Th. Aceti, Annot, in G, Barrium, op. cit., 1. II, e. XV, 9. 

(4) G. Marafìoti, op, cit»^ 1. I, e. 33.**; N. Leoni, Della Magna Gre- 
cia e drlU tre Calabria, voi. IV, e. XIV. — Secondo C. Zerbi {op. cit,, 
part. I, e. IV tt Vi) furono i superstiii Metauriesi che, emigrati pres- 
so Mamerto, vi edificarono Metaurianovn, donde, per abbreviatura, è 
deriv.ito in seguito Taurianova, e poi Terranova; e che il nome di Sap- 



CAPITOLO PRIMO 15 



8i dovettero stanziare in Cìnquefronde (Quingtie- 
frondxim)^ la quale terra poi si riedificò e si munì 
di mura (1). Anche allora sorse il villap:gio di 
San Martino (2) ; come pure un considerevole nu- 
mero di profughi dal litiorale, cercando sicurezza 
fra le gole di Aspromonte , vi edificò Pedavoli o 
Pedaole (3) . La parte dei Taurianesi , dedita ai 
traffichi e alle arti marinaresche, non potendo che 
trovarsi a disag-io nei paesi interni , perchè lan- 
guiva a stare lontana dal mare, prescelse a sua 
stabile dimora il luogo eminente delb parte alta 
della costiera, tra il monte Aulinas (Sant' p]lia)e 
il fiume Metaurus ( Pctrace ), cioè sulle alture di 
Porlus Orestis (Ravaglioso), nella contrada de Fai- 
mis] donde poi derivò il nome di Palma e volgar- 
mente Parma (4) al vilhiggio , che quelli vi edi- 
ficarono, il quale (si ha per tradizione) era sito in 
quel rione di Palmi prospicente il mare, che og- 
gidì porta il nome di Cittadella. 

pominulìum^ attribuito da Th. Aceli (//««^/. in G, Barrium^op, cit,^ 
1. II, e. XVII, 6) all'antica Terranova, non è tradizionale, né storico. 

(0 G. Marafìoti, op. cit,^ 1. 11, e. XV; Th. Aceti, AnnoU in G. 
Barriunt, op. cit.^ 1. 11, e. XV, 15 ; D. Tacconc-Gallucci, op. ciLt 
part. II. — Secondo S. Ammirato ( Sioria delle famiglie nobili ttapo- 
liiane\ Cinquefronde venne edificata posteriormente ( vedi D. Valen- 
sise, op. ciL^ e. I, { 3 , pag. 19 ). 

{'A D. Valer.sisc, et. ci(,yC,\, {2, ppg. ns . — Si ha per tradi- 
zione che i mandriani delle campagne di Taiiriana, per loro sicurez- 
za, Ht stabilirono di là dal fiume Metnuro, in una pianura ferace di 
pascoli e vi costruirono un casale, acuì diedero il nome di San Martino. 

(3) C. Zerbi, op, cif., part. I, e. VI. 

(4) Th. Aceti, Auftot, in G, Barrium, op, cif,,\. Il, e. XVIII. 12: 
N. Oliva, op, cit,, IV. 



Iti PALMI, 8EMINARA E GlUlA-TATRO 

Neil' anno susseguente, cioè nel 952, i Bizantini, 
comandati da Malachiano , uniti a gran turba di 
Calabresi e a Salevaitani, scacciarono da Nicotera 
i Saraceni, e li dispersero: ma quegli poi, allorché 
si accingeva a riconquistare Reggio, fu, presso 
Gerace , sbaragliato da Hasan (1), il quale era 
ritornato dalla Sicilia (ann. 952-53). A questi av- 
venimenti seguirono, con intervalli di pochi anni, 
altri fatti d'armi, or favorevoli, or contrarli ai 
Bizantini ; ma sempre di danno per i Calabresi 
deir estrema regione meridionale; dappoiché i Sa- 
raceni , più che per odio verso i Cristiani , com- 
battevano per depredare; e i Greci bizantini in- 
C3S3ant3monte taglieggiavano il paese a loro sog- 
getto. 

Fra tanta calamità, vi fu alquanta tregua, al- 
lorché i Bizantini si collegarono con i Saraceni per 
combattere contro le orde dell' imperatore Ottone 
l, che si era impossessato di quasi tutta la Cala- 
bria; e in seguito contro Ottone II, che fu da lo- 
ro disfatto a Stilo (2). Risoluta di poi questa le- 
ga, i Saraceni ritornarono a infierire con le loro 
scorrerie, su queste ammiserite e desolate contra- 
de; mentre che i Bizantini, alhi loro volta, non 



(f) D. Spinò-Bolani, op. cit., voi. J, 1. HI, e. Ili, 3; D. Corso, 
Croftisforuì e tv. e rei. di Kicot,, e ti., voi. 1, e. V; G. Minasi, S, Ni- 
lo, cii., part. I, e. V. 

(2) G. Minasi, .S\ /VZ/.n, r/7., pari I, cap. V. 



CAPITOLO PRIMO 17 



cessavano dal combatterli per riprendere le città 
perdute (1) . 

Frattanto l'imperatore Michele IV, volendo ricon- 
quistare la Sicilia, preparò un esercito, in cui ven- 
ne a prender parte un rilevante numero di ventu- 
rieri normanni ( an. 1037 ) ; e tragittato lo Stretto, 
fu espugnata Messina, facendo, questi Normanni, 
prodigi di valore. Rialzata così la fortuna dei Bi- 
zantini, molte altre città vennero in loro dominio; 
e a partecipare al bottino fatto, questi esclusero i 
Normanni; contro i quali già si era destata la lo- 
ro gelosia, a causa del valore da essi mostrato: 
per la qual cosa i Bizantini, reputandosi più che 
bastevoli a condurre vittoriosamente il resto del- 
l' impresa, rimandarono i Normanni a Reggio , e 
colà li licenziarono. Questi, per siffatto trattamento 
sleale e ingrato, se ne adontarono fortemente; *id 
unitisi con altri loro connazionali, dopo varie vi- 
cende, mossero guerra ai Bizantini , e ben presto 
tolsero loro quasi tutta la Puglia (an. 1053). La 
Calabria non tardò a cadere anche in loro pote- 
re; e dappoiché Roberto Guiscardo la percorse (an. 
1057), della parte estrema, si limitò ad imposses- 
sarsi del solo versante meridionale, da Reggio in 
fuori. Nell'anno susseguente, suo fratello Ruggiero, 



(r) N. Leoni, Si, istor. su la Afa/^na Crec. e su la Brezia^ voi 
II, e. VII. 

3 — De Salvo, Palmi, Seminata e Gioia-T. 



18 PALMI, SEMINÀRA E QIOIA-TAURO 

ne occupò tutto il Iato occidentale; ma i Calabre- 
si gli si sollevarono contro, e perciò Ruggiero at- 
terrò il castello di Mileto, assediò Oppido , e poi, 
nella valle delle Saline^ detta oggidì La Piana 
( . . . m vallem SaUnarum apud S. Martinum. . .), li 
sbaragliò completamente (1), mentr'essi si reca- 
vano ad espugnare le fortificazioni di 8. Martino 
{castrum qnod S. Mar Unum dicilur. . .), che si man- 
tenevano a luì fedeli (an. 1059). Dopo questa di- 
sfatta, le altre città e castella di Calabria si arre- 
sero ai Normanni, come pure Reggio, poi Squil- 
lace e Cosenza: sicché Roberto fu proclamato Duca 
dì Puglia e di Calabria (an. 1060), dopo che Rug- 
giero (2) aveva già stabilita la sua residenza in 
Mileto (an. 1058). 

Per tante funeste vicessitudini, la Calabria era 
ridotta in uno stato miserando e compassionevole; 
né più dell' antico splendore e potenza, di quando 
cioè Magna Grecia e Brezia si nomava, era rima- 
sta traccia alcuna: fin' anche il linguaggio della 
scarsissima gente , che era rimasta a popolarla , 
incominciava a mutarsi ; e solo il dedicarsi alle 
pratiche religiose , le era di conforto in mezzo a 



(i) Gaufridus Malaterra, /Ustoria sicula^ lib. Il, cap. XIX, in L. 
A. Muratori, Rer, Ha/, script,, tom, V; P. Collenucio, op, cit, 1. Ili, 

. 53- 

(2) Goffredo Malaterra, op. cit,, 1. i, r. 32.°, 35.0, e 37.0; L. A. Mu- 
ratori, An, d' Hal.y an. 1059-60; D. Spanò - Rolani, op. cii.y voi. I, 
1. Ili, e. IV; N. Leoni, SL istor, su la Magna Grec. e su la lire zi a ^ 
Nap. 1862, voi. II, e. IX. 



CAPITOLO PRIMO 19 



tanta sciagura. Tatto era mutato di aspetto, giac- 
ché oltre alle distruzioni, apportate dalle diver- 
se invasioni barbariche, e dalle continue incursio- 
ni e guerre, vi furono, benché in epoche fra loro 
lontane, terribili terremoti, che tutto adeguarono 
al suolo, e dei numerosi avanzi di edifizi monu- 
mentali, che ebb3ro fama neir antichità, non era- 
no rimasti che informi ruderi , marmi infranti e 
delle colonne, che pur dimostravano la grandezza 
di quei sontuosi tempii pagani, che avevano de- 
stato r invidia e la cupidigia dei Romani. La ci- 
viltà ancora della Magna Grecia, con le sue leggi, 
che servirono a Roma per iniziarsi alla grandezza 
e sapienza legislativa, tanto ammirata tuttavia, e- 
rano sparito; e nuove costumanze, e nuove dispo- 
sizioni di leggi barbariche, reggevano questa gente 
decaduta, ed in parte degenerata, massime quella 
già scarsa, delle riviere, la quale era imparentata 
con Greci bizantini e con Saraceui (1). E questa 
terra di antiche civiltà e libertà, era ridotta nella 
schiavità e quasi neirabbrutimento. 

In questo estremo d' Italia, molte delle città di- 
strutte non più si riedificarono, mentre altre nuo- 
ve incominciavano a sorgere ; e la gente rassicu- 
ratasi che la fine del mondo, preannunziata per 
il millennio, non era stata che una fandonia, pre- 
se molto più amore alle cose di questo mondo; 



([) D. Spanò - Boia ni, op. cìt,y voi. I, 1. Ili, e. Ili, 8. 



20 PALMI, 8EMINARA E GIOIA-TAURO 



tanto più che col dominio dei Normanni, benché 
questi vi avessero introdotto i loro ordinamenti 
feudali, era ritornata la pace, la giustizia e mag- 
giore sicurezza su questa regione ; e incomincia- 
vano ad essere più attivi i traffichi ed i commer- 
ci, poiché i valorosi ed oramai potenti Normanni, 
avevano messo in soggezione i Bizantini, dopo di 
averli scacciati interamente dalla Puglia , e reso 
meno audaci i Saraceni, dopo di averli debellati e 
tolto loro Messina (1) e quasi tutta la Sicilia. 



(i) La conquista di Messina, fatta da Ruggiero, oltreché dai suoi 
contemporanei, cioè da Goffredo Malaterra (Mister, sic^ I. II, o. le 
Vili) e da Guglielmo, poeu pugliese ( Guillelmus Appulus, Poem. de 
l^orman.)^ viene anche narrata da un'anonima e breve s\.ox\9l {Brevi s 
historia ìiberationis Messanae a Saracenorum jugo per Catnitem Ro- 
gerium Normannum faciae anno MLX) , che da Giacinto Dragonetti 
{Origine de* fendi ne* regni di Napoli e di Sicilia^ ecc., Napoli 1788, 
part. I, cap. Vili, 70) viene ritenuta per una impostura; e dice che 
€ fu cotesta storietta rinvtsnuta tra le carte del Du-Chesne, e per la 
prima volta stampata dal Baluzio ( Stephani Baluzii, Miscellanea^ tom. 
I» pag. 184, edit. Lucensis), e quindi dal Muratori compresa nella sua 
celebre raccolta degli Scrittori delle cose Italiche (Lod. Ant. Murato- 
rius. Rerum Italicarum Scriptores, lyaC, tom. VI , fol. 618) » : ma 
che questi non le prestò interamente fede, perchè € ne' suoi Annali 
d^ Italia, per niun conto segui la narrativa di tale anonima istorietta ». 
La quale non pertanto si riscontra nell'opera del Buonfìglio (Gius. 
Buonfiglio Costanzo, Historia siciliana, VenezìsL 1604, part. I, lib. IV.) 
ed è secondata da altri storiografi ( Caio Domenico Gallo, Gli annali 
della città di Messina, Messina 1879, voi. II, lib. I, pag. io). ^ Ora in 
quest' anonima narrazione storica, si accenna a Palmi, dicendosi che 
Ruggiero, radunato l'esercito di mille e settecento tra fanti e cavalieri, 
andò da Palmi, per mare, a Reggio, donde, dopo quindici giorni, si 
tragittò a Messina con ventisci galee e brigantini, ecc. ( . . ,prius Parmis 
oppido totam classem trajiciam. . . Parmam versus iter tenens); e se 
ciò è verosimile, la suddetta storiella, ritenuta tradizionale e favolosa 



CAPITOLO PRIMO 21 



Fra i paesi e i castelli, che nel versante del Tir- 
reno, incominciavano a fiorire nei tempi della do- 
minazione normanna, il castello di Seminarla avan- 
zava gli altri per quantità di popolo, per numero 
di famiglie cospicue dei dintorni, che vi si erano 
già stabilite, avendo trovato sicurezza e più co- 
modo vivere, e per esservi ancora il capo della 
diocesi col clero. 

Seminara, ingrandita in tal modo, pare che ben 
presto si sia munita di valide opere di difesa; dap- 
poiché nelle incursioni dei Saraceni, che nelle epo- 
che consecutive , ebbero luogo in queste regioni, 
non è pervenuta fino a noi notizia certa che essa 
da costoro sia stata danneggiata: se non che è solo 
da sospettarsi eh' ebbe a cadere, « nella scorreria 
avvenuta poco dopo la morte di S. Elia Speleota»(l). 
Questa terra castellata sorgeva nel sito e pressap- 
poco nei limiti dell' antica Seminara , cioè nel 
luogo, che comprende oggi il borgo della città: e 
in seguito, gli abitatori ritennero per loro patro- 
no S* Mercurio martire, che pure nello scudo della 
città, fu da loro assunto per insegna, disegnato a 
cavallo^ e che figura di combattere e trafiggere 



anche dal Chiesi ( Gust. Chiesi, La Sicilia illustrata^ Milano 1892, cap. 
XVII) , non ci convince che sia veritiera in tutto, a causa di molte 
altre inesatte circostanze» in essa narrate; e perciò di siffatta notizia 
non tenghiamo conto. 

(t) G. Minasi, S. Nilo,cit., part. Ili, annot. 12*. ;eZr^ SpeUota^ 
cit.y part. Ili, annot, 11.*^ e zs.*. 



22 PALMI, SEMINÀRA E OIOIA-TAURO 



con una lancia Augusto Giuliano l'Apostata, il ne- 
mico dei Cristiani, il quale è atterrato e nell'atto 
€ ch'egli preso colla mano del suo sangue, lo getta 
in aria dicendo: L'hai vinta, o Galileo (1)» . 

Semìnara, rimasta sola a sorgere più dappresso 
alla riviera di vaste e spopolate contrade, ed an- 
che perchè è da supporsi che ì possessori dei luo- 
ghi vi(jini, stavano in essa ricoverati, prese que- 
sta città a esercitare la sua giurisdizione su estesi 
confini: per la qual cosa ad essa era soggetto qual- 
che casale che si andava formando anche nell'an- 
tico confine del territorio di Tauriana, già distrutta; 
e per conseguenza l'abitato di Palmi, il quale in 
allora non poteva essere che un piccolo villaggio, 
popolato principalmente da marinari , dipendeva 
da Seminara. 

Ruggiero, dopo la prima spedizione di Sicilia, 
ritornato in Mileto (an. 1061), costrinse con la forza 
delle armi, il ricalcitrante suo fratello Roberto a 
dividersi con lui il dominio delle Calabrie, giusto 
come fra loro si era stabilito ; e ne prese il titolo 
di Conte (2). — Morto Roberto Guiscardo (an. 1081), 
Ruggiero, che era divenuto pure Conte di Sicilia, 



(i) Officium propriuni cum octava S, Mer curii Martiris prin- 
cipcilis Patroni civitatis Seminariae a Sacra Riluum Congregaiione con- 
cessum decreto lato Kalendis luUianno Domini 1747, Te, dai, ex Neap, 
'747 <^P' Al^^i^^ Pellecchia'y L. A. Muratori, Annali (T Italia y an. 363. 

(3) N. Leoni, St. istor. su la Magtia Crec, e su la Brezia^ Nap. 
1S63, voi. II, e. IX, 96 ; D. Spanò-Bolani, op, cit,^ voi. 1, 1. Ili, e. IV, 8. 



CAPITOLO PRIMO 23 



ebbe a sedare le discordie, sorto fra gli eredi;e quin- 
di ne ricevè in compenso, dal nipote Ruggiero I, 
il dominio dell' altra metà di tutte le terre e ca- 
stella in Calabria, tra il fiume Angitola e Squilr 
lace, fino a Reggio (1), tuttora tenute indivise 
fra loro (an. 1085). 

Il Conte Ruggiero, divenuto padrone di queste 
regioni, munificente e devoto alla religione di Cri- 
sto (2) , secondò le sue inclinazioni ( o forse per 
placare i rimorsi delle uccisioni , ruberie e deva- 
stazioni, perpetrate nella sua prima invasiòne in 
queste contrade, tanto che ne seguì fame e peste ; 
e fra tanti vescovati, conventi, badie e chiese, che 
egli faceva, come pure donazioni a luoghi pii, di- 
spose , fin dal 1081, la fondazione, in Bagnara, 
della chiesa di Santa Maina e dei dodici apostoli (3), 
e dell' abbazia annessa, cui ( giusta un diploma da 
lui rilasciato in Mileto nel 1085) dotò di molte pos- 
sessioni ; tra le quali, alcuni fondi appartenenti al 
distrutto vescovado di Tauriana, e inoltre la chiesa 
della SS. Trinità di Seminara ( . . .apud Semina^ 
rium Ecclesiae S. Trinitatis ctim perlinentiis suis)^ 
S. Michele di Vitica (8. Michaelem de Bitica cura 
tetris et pertinentits suis) e S. Giorgio di Palmi 



(i) D. Spanò-Bolani, op, ciL, voi. I, 1. Ili, e. V, 2; N. Leoni, 
•S/. isior, su la Magna Grec. e su la Brezia, voi. II, e. IX, 101. 

(3) G. Malaterra, op. cil., 1. I, e. XXX ; L. A. Muratori, An. d* /tal,, 
an. 1058 ; N. Leoni, op, ctt., voi. II, cap. IX, 95. 

(3) N. Leoni, op. cil,, voi. II, e. IX, loi. 



24 PALMI, SEM IK ARA E GIOIA-TAURO 

(S. Georgium de Palmis cum pertinentits et terris 
suis) (1), ma non già la Chiesa di Palmi ^ come 
inesattamente fu trascrìtto da alcuni. 

Il Conte Ruggiero istituì il vescovado di Mileto, 
trasferendovi, nell'anno 1081, la sede di quello di 
Vibona^ città già distrutta interamente dai Sara- 
ceni; al quale poi, nell'anno 1086, aggiunse quello 
della distrutta e abbandonata Tauriana , essendo " 
rimasta vuota la sede. Sicché Seminara perde di 
importanza, avendo perduta la residenza del ve- 
scovo e del clero; ma si ebbe a confortare ai tem- 
di di Ruggiero I, re di Sicilia, dappoiché questi vi 
fece trasportare la statuetta della Beatissima Ver- 
gine Avvocata dei Poveri^ la quale secondo si nar- 
ra, fu ricercata e trovata nelle rovine di Tau- 



(i) G. Fiore, Della Calao, illustr., cil., toni. II, pag. 392 ; Trojano 
Spinelli, Duca di Acquano, Lettera a fr. Peccheneda circa il diploma 
dato dal Conte Ruggiero alla chiesa di Bagnara, pag. 36-55, in V. Ca- 
pialbi, Sanctae Tropaeensis Ecclesiae^ Diplomata Expensa^ mondis 
purgata^ notisque illuslratay Nap. 1840; Stefano Patrìzio, Priorato di 
Bagnara^ Nap. 1748; Gius. Cirìllo, Difesa del diploma onde Ruggiero 
/, Conte di Sicilia e di Calabria^ nelV anno loSs, fondò la chiesa di 
Santa Maria e dei XII Apostoli di Bagnara^ Nap. 1754 ; R. Cardone, 
op, cit,, part. II, e. I-V. — Sulla collina, che sorge a sud-^st di Pal- 
mi, èvvi la poco estesa contrada, detta San Giorgio, la quale viene 
attraversata dalla strada, che anticamente era la più frequentata, tra 
questa città e Seminara ; ed in questa contrada appunto, si vuole che 
fosse esistito il romitorio di tal nome: come pure quello di S, Michele 
di Vitica, è sulla montagna di S. Elia che si dovette trovare, perchè 
la contrada porta il nome di Sambicele ( San Michele ) , ed è contigua 
all'altra contrada, più estesa e più interna, chiamata ancor' oggi Vi- 
tica ( vtdi le nostre Notizie su Mei, e Tauriana, e. III, pag. 99, nota 
R' e G. Minasi, op, cit,, S, Nilo, ci/,, part. Ili, annot. ir.*). 



CAPITOLO PRIMO 25 



riana, annerita dalle fiamme nell'ultimo saccheg- 
gio, fattovi dai Saraceni, verso la metà del deci- 
mo secolo; e ciò per rivelazione che quegli ebbe 
in sogno, in seguito ad un voto fatto. La tradi- 
zione riferisce ancora che questa sacra immagi- 
ne si mostrò miracolosa fin da quando fu sco- 
verta , perchè per essere trasportata a Semina- 
ra, non la poterono levar di peso che solamente 
i poveri, mentre le persone delle altre classi non 
riuscivano a smuoverla menomamente dal posto, 
ov' era stata scoverta; e da questo avvenimento le 
derivò il nome di Madonna dei Poveri: la quale 
viene festeggiata ogni anno^ addì 15 agosto, con 
grande afliuenza di genti, in pellegrinaggio, dei 
paesi d' intorno, del resto delle Calabrie, della Si- 
cilia, della Puglia e pure di altri più lontani, per 
la venerazione e fede che ancora le si professa (1). 
Fra i tanti monasteri che sorgevano nelle con- 
trade del versante occidentale dell' estrema Cala- 
bria, e che poi furono distrutti nelle scorrerie dei 
Saraceni, ne erano risorti molti nei tempi dei Nor- 
manni, per opera principalmente dei Basiliani; od 
oltre a quello dì S. Giovanni di Lauro, presso Se- 
minara, re Ruggiero sottopose, nell'anno 1134, 
all'archimandrita del cenobio del Salvatore di Mes- 
sina, anche quello di S. Elia luniore, 1' abbazia di 



(i) Vedi le nostre Notizie su Mei. e Tauriana, cit., e. Ili, pag. 
113, e e. IV, pag. 133. 



26 PALMI, SBMINARA E GIOIA-TAURO 



S. Fantino ed altri conventi, chiese e terre in Ca- 
labria (1). 

Nell'anno 1169, un terribile terremoto cagionò 
immense rovine e gran numero di morti in Cala- 
bria e Sicilia ; e danni maggiori vi apportò poi 
quello, avvenuto nell' anno 1184, in cui, oltre Co- 
senza e in parte Reggio^ fu distrutta totalmente 
Catania (2). 

La gente che, all' epoca del dominio normanno, 
popolava Reggio e il suo territorio, e quindi le 
contrade dell' estrema Calabria, si componeva prin- 
cipalmente di Greci, Saraceni, Longobardi e Nor- 
manni; e la lingua scritta era la greca, come pu- 
re le parole greche prevalevano nel linguaggio del 
popolo (3). 

Al dominio dei Normanni, subentrata, nelle Due 
Sicilie, la dominazione degli Svevi, Federico II di- 
vise questo suo regno, in dodici provincie, inclu- 
dendo nella quinta e sesta, le Calabrie, coi nomi 
di Valle del Crati^ per V una, e di Terra lordana 
o Giordana per V altra. Ma generalmente in se- 
guito, anche sotto gli Angioini e dopo, lino ai tem- 



(i) Vedi le nostre Notizie su Mei. e Tauriana, cii»^ e. Ili, pag. 
112-18 . 

(2) G. Fiore, op. cit., tom. I, Calab. fortunata ^\. II, e. Vili, ps^. 
386 ; D. Spanò-Bolani, op, cit,^ voi. I, 1. Ili, e. V, io ; N. Leoni, Si. 
istor. su la Magna Grec, e su la Brezia^ Nap. 1862, voi. II, e. IX, 
107. 

{3) D- Spanò-Bolani, op. cit., voi. I, 1. Ili, e. V, 3 ; N. Leoni, 
op. ctt., voi. II, e, XX, 196. 



CAPITOLO PRIMO 27 



pi del re Alfonso I, in cui si cominciarono a cam- 
biare in Calabria Citeriore e Calabria Ulteriore^ 
esse venivano considerate come divise in tre par- 
ti, cioè in Calabria, propriamente detta e sovente 
Sicilia citeriore, la quale era la parte che forma 
penisola (chersoneso d' Italia), tra i golfi di S. Eu- 
femia e di Squillace; in Valle di Crati (Vallisgrata), 
la quale era la parte che includeva Cosenza e tutta 
la regione occidentale di tal provincia; e in Terra 
Giordana, che comprendeva la parte orientale della 
provincia di Cosenza e di Catanzaro, e la costa 
della Basilicata, sul Ionio (1). 

Questo imperatore concedè inoltre al popolo, le 
sue sapienti e liberali Constituzioni ; e in mezzo al 
generale fervore ed entusiasmo per le crociate in 
Terra Santa ( i quali sentimenti, fin da prima dei 
Normanni, anche nei Calabresi erano vivi, stan- 
te la gran fede, che questa travagliata gente nu- 
triva verso tutte le cose attinenti alla religione di 
Cristo), si die a coltivare le lettere e le scienze, 
facendo mettere in uso, nella sua corte, il nuovo 
linguaggio volgare, ma con forme abbellite, cioè 
la lingua romanza, la quale era sorta, e si anda- 



ti) N. Leoni, op. cit„ voi. II, e. XIII, 171, e, XIV, 172, e e. XIX 
X84 ; D. Spanò-Bolani, op, cit,, voi. I, 1. IV, e. I, 6 ; V. Capialbi, 
Opuscoli varii, tom. Ili, pag. 354, episU CXVII ; Pietro Giannone, 
Storia civile del regno di Napoli, Milano 1845, voi. HI, lib. XVII, 
cap. V, 5 e 6 ( ma con qualche inesattezza ) ; A. De Lorenzo, op, 
ciUf e. VII. 



28 PALMI^ 8EMINARA E GIOIA-TAURO 

va usando massime fra i popoli di origine latina; 
e quindi^ sotto il suo regno, ebbe principio la nuo- 
va lingua d' Italia (1). 

Addi 5 aprile 1230, « seguì un gran tremuoto, 
con molto danno, singolarmente in Reggio » (2). 

Morto r imperatore Federico (an. 1250 ), e po- 
co tempo dopo, anche il suo successore Corrado, 
rimase Manfredi a generale balio del reame di Si- 
cilia e di Calabria, essendo Corradino di teneris- 
sima età, e per viceré, il perfido e ambizioso Tro- 
peano Pietro Ruffo , il quale da servo nella casa 
sveva, era divenuto conte di Catanzaro. 

Intanto il papa Innocenzo IV voleva togliere lo 
Stato agli Svevi, mentre questo conte Ruffo aveva 
in animo d' impadronirsene: onde fu che trovan- 
dosi Manfredi verso Puglia, a combattere contro 
il legato della sede apostolica , il Ruffo , che in- 
cominciava a dare manifesti segni del suo divi- 
samento , fu scacciato da Messina e da Reggio; 
e così i Siciliani si sottrassero pure dal giogo di 
Manfredi.. Però al Ruffo rimase gran parte della 
Calabria, cui già governava in suo nome, facendo 
mostra di volerla cedere al papa Alessandro IV, 



(i) Pier Delle Vigne, Epistolario, lib. Ili, epist. la.*, i3.»; P. 
Giannone, op, cit., voi. Ili, 1. XVI, e. Vili ; D. Spanò-Bolani, op. 
cii.f voi. I, 1. IV, e. I, 3 ; N. Leoni, St, istor, su la magna Grecia 
e su la Brezia, voi. II, e. XX, 194-95. 

(2) G. Fiore, op, cit., tom. I, Calao, f or lun,, I. II, e. Vili, pag. 286, 



CAPITOLO PRIMO 29 



6 intanto fortificava le coste (1), e principalmente 
i castelli di Scilla, di Bagnara e di Nicotera (an. 
1255) . 

Manfredi, come vide in pericolo il suo dominio 
sulle Provincie di Calabria , vi mandò sollecita- 
mente Conrado Truich con sufficiente forza di fan- 
ti e cavalli; e man mano che questo esercito, a 
cui si era unito l'altro capitano, Gervasio di Mar- 
tina, vi s'inoltrava, le città e castella si arren- 
devano: né Seminala (oppidum Seminaria), in cui 
si erano riuniti i capitani del Ruffo, cioè Carne-- 
levarius de Favia^ Boemondus de Oppido e Fulco 
Ruffus, tardò ad aprire le porte ( an. 1255)* Di 
questi, i due primi si unirono all' esercito di Man- 
fredi; Fulcone si pose in salvo in Santa Cristina 
(in castro suo S. Christinae)^ e fortificò in modo 
inespugnabile questo castello e Motta Bovalina (2): 
per la qual cosa Gervasio pose il campo nel pia- 



fi) Giovanni Minasi, Notizie storiche della città di Scilla^ Nap. 
1889, cap. V; D.' Corso, Cronistoria civ. e relig* di Nicotera^ voi. I, 
e. Vili; R. Cardoiie, op, cit.^ part. II, e. Ili, uot. i.*, pag. 6i. 

(2) Fulco o Fulcone Ruffo era nipote del conte Pietro Ruffo, e in 
questa provincia di Calabria, possedeva non solo le signorie di Santa 
Cristina ( ... in castro suo S. Christinae) e Motta Bavalina, ma pure 
le signorie di Varapodio e Radicena, e molti altri beni ( V. Capialbi, 
Opuscoli varii, tom. Ili, pag. 354, epist. CXVII ; Ferrante Della Mar- 
ra, Discorso delle famiglie estinte forestiere^ o non comprese nei seg- 
gi di Napoli^ imparentate colla casa Della Marra y ove /assi cenno di 
80 famiglie nobili ^ con annotazioni del Tu tini ^ Napoli 1641, v. fami- 
glia Ruffo, pag. 336 ) . 



80 PALMI, SEMINARA E 6IOIA-TATRO 

no di San Martino {in planitia S. Martini) ; donde 
poteva ben sorvegliare Falcone, e minacciare Stilo, 
castello fortissimo, tenuto da Berardo Tedesco, a 
cui era stato conceduto dal re Corrado (1). 

I Messinesi posciachè si furono liberati dall' o- 
diato Pietro Ruffo, presero a reggersi in repubbli- 
ca, come pure il resto della Sicilia, che già aveva 
scosso il dominio svevo. Intanto, giusta la narra- 
zione dello Spanò Bolani (2), che alla nostra vol- 
ta, qui riportiamo: « i progressi in Calabria delle 
armi di Manfredi turbavano i disegni de' Messi- 
nesi, i quali per assodare la loro indipendenza e 
forsi più forti, da Reggio e da Calanna (occupata 
da loro dopo la fuga del Ruffo) avevano eretto lo 
animo alla conquista di tutta quella parte di Ca- 
labria che siede sul Faro. Ragunate perciò molte 
considerevoli brigate di fanti e di cavalli, commi- 
sero ai lor capitani che rompessero guerra a' sol- 
dati di Manfredi. E montro Gervasio di Martina, 
e Corrado di Truichio avevano il campo in San 
Martino, i Messinesi assaltarono Seminara alla im- 
pensata, e presala e saccheggiatala, carichi di pre- 
da rifacevano disordinati il Ciunmino per Reggio; 



(i) Nicolaus de lanisilla, Ilistoria^ presso L. A. Muratori, Rerum 
iialic. script. ^ tom. Vili, pag;. 558 ; Capecelatro, Istoria della Città e 
regno di iWipoli^ lib. VII. 

(2) D. Spanò Bolnni, op, cit.^ voi. !, 1. IV, e. II, { 2 e 3. 



CAPITOLO PRIMO 31 



come se dietro le spalle non si avessero lasciato al- 
cun nemico. Ma Gervasio intesa questa temerità, di- 
vìse in tre bande la sua gente; con una delle quali 
egli medesimo rimase a vigilar Falcone; coll'altra 
Corrado andò a corsa per tagliare il passo a' Messi- 
nesi, che ritornavano verso Reggio; colla terza Ro- 
berto di Archia si mise a tracciarli, e facevangli 
aiuto moltissimi Seminaresi, sperando di ricupe- 
rare le cose loro predate da' Messinesi. Né fallì il 
tratto di Gervasio; perchè le milizie Messinesi, rag- 
giunte alle terga da Roberto d' Archia sul piano 
della Corona, e colti di fronte da Corrado di Trui- 
chio, furono urtati vigorosamente, e dopo breve 
battaglia, spezzati e dispersi. Dei quali parte tra- 
boccarono uccisi, parte caddero prigionieri: e quan- 
ti fuggendo dalla tenzone credettero esser salvi, 
furono la più parto ammazzati da' villani per i 
boschi e lungo le vie ; ne tornarono alle case lo- 
ro che pochissimi. Cosi gli abitanti di Seminara 
racquistavano gran parte di quanto era stato lo- 
ro involato. 

« Questa rotta imprevista fiaccò di maniera i 
Messinesi, che senz'altro ostacolo cessero Calanna 
a' nemici. Alla qual cessione seguì non guari dopo, 
come per necessaria conseguenza, quella di Reggio. 
Veniva intanto in Calabria Federigo Lancia, zio 
di Manfredi, per general Capitano, ed aveva il ca- 
rico di aggiustarvi le cose, e di far passaggio in 
Sicilia; dove non ubbidendosi ad alcun principe, 



^ I 



32 PALMI, 8EMIKARA E GIOIA-TAURO 

Ogni cosa era travolta nello scompiglio, nelle pre- 
potenze, e nelle guerre civili. Tutta la Calabria 
stava già sotto Manfredi (an. 1256), fuor solamente 
Santa Cristina e Motta Bovalina, che Fulcone Ruffo 
continuava a tenere con gran core e pertinacia. 
Il Lancia adunque pose un vigoroso assedio alle 
dette terre, ed intanto maneggiava che molti suoi 
confidenti si spandessero per la Sicilia, e facessero 
che questa regione , la quale già sordamente si 
commoveva a prò di Manfredi, si disponesse a ri- 
conoscerlo a faccia scoperta. Ed in effetto non po- 
che città di Sicilia cominciarono a mettersi in u- 
more, e gli aderenti di Manfredi a levar il capo, 
ed aprirsi. Filicene Ruffo però non finiva di re- 
sistere agli assalti che con ogni fatta di armi e 
di macchine davano i nemici alle sue castella. Né 
si diede per vinto se non quando ebbe veduto, 
che voltesi favorevoli a Manfredi le cose delT isola, 
anche Messina si era piegata alla prevalente for- 
tuna dello Svevo. 

€ Cosi Reggio e tutta la Calabria tornava a pa- 
cificarsi sotto la potestà di Manfredi (an. 1258); e 
mentre queste cose ivi si compivano, anche Na- 
poli apriva a questo principe le suo porte. Onde 
costui credette aggiustato il tempo di condursi nel- 
l'isola, dove dando ad intendere che Corradino 
fosse morto in Alemagnn, si appropriò il titolo di 



CAPITOLO PRIMO 33 



Re di Sicilia; facendosene, com' era usanza, coro- 
nar nel duomo di Palermo » (1). 

Nel febbraio del 1266, il re Manfredi morì eroi- 
camente nella battaglia presso Benevento; e nello 
ottobre di due anni dopo, Corradino fu decapitato 
in Napoli, per opera dell' ingeneroso e crudele Carlo 
I, conte di Angiò e di Provenza. Il quale, nel 1264, 
essendo stato invitato dal francese Urbano IV, a 
venire e impossessarsi del reame di Sicilia e di 
Puglia, non tardò a scendere in Italia: ed occu- 
pato questo reame, e ricevutane da Clemente IV, 
r investitura e la corona di re, la sua gente in- 
cominciò ad esercitare un dominio aspro , licen- 
zioso e tirannico (2). 

Le città e le terre che^ per amore di libertà, si 
erano sollevate a favore di Corradino, vennero dagli 
Angioini sottoposte ad atti crudeli e a gravose estor- 
sioni. Perciò alle università delle terre di Seminara e 
di Nicotera, ribellatesi per le mene di Rinaldo da 



(i) Per maggiori e più particolareggiate notizie intorno a tutti que- 
sti avvenimenti, vedi principalmente N. de lamstlla, op^ e loc. cit, ; 
Sabas Malaspina, HUtor,^ presso L. A. Muratori, ^^nvm italic^ script.^ 
tom. Vili ; Bartholomaeus de Neocastro, Histor. sic.y edizione del 
Gregorio, Biòl. aragon,, tom. I, oppure presso Muratori, 0/. cit, ^ tom. 
XIII ; L. A. Muratori, Ah. (T It.^ an. 1252-55-56-58 ; Mich. Amari, La 
guerra del Vespro sicilianoy Firenze 1866, voi. I, cap. II ; C. D. Gallo, 
Gli annali della città di Messina^ '879; P> Giannone, op, tit.^ voi. 
Ili, 1. XVIII. 

(3) L. A. Muratori, An, d* ItaL an. 1264-66-68; P. Giannone, c;^. 
«/■/., voi. Ili, 1. XIX. 

3 — De Salvo, Palmi, Seminara e Gioia-T. 



;U PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAUKO 

Ciro, fa imposto, con ordinanza del 4 ottobre 1270, 
di pagare la somma di 136 once di oro, al milite 
Pietro di Monteleone, il quale essendo partigiano 
di Carlo d'Angiò, i ribelli avevano occupati i beni 
che egli possedeva nei loro territorii (1). 

Gli Angioini intanto si erano resi odiosi e in- 
sopportabili, massime con i Siciliani, i quali an- 
cor più degli altri popoli del continente, venivano 
vilipesi ed ingiuriati neironore, con insidie, vio- 
lenze e spargimento di sangue; tanto che tutta la 
Sicilia poi si sollevò alla vendetta (2) , facendo dei 
Francesi orrenda strage f Tesp^^o 5?a72ano, 31 marzo 
e giugno 1282). Il re Carlo accorse immantinen- 
te con un poderoso esercito per sedare la Sicilia; 
ma Pietro d'Aragona, che già ne era stato pro- 
clamalo re (3), lo costrinse, dopo diversi fatti dì 
armi, all' inerzia in Calabria: ove quegli, dopo di 



(i) D. Corso, Cronistoria civ. e relig. di Nic olerà ^ voi. I, e. Vili, 
e \\ lett. di C. Minierì- Riccio ripor. in App., Docum. E K, pag. 8i: 
< L'ebreo maestro Giacomo Francigena della città di Catania, fatto 
cristiano prese il nome di Pietro di Monteleone dalla terra in cui fissò 
sua dimora, e fu decorato del cingolo militare. Costui con armi e ca- 
valli servi Carlo I d' Angiò nella guerra contro Corradino, e poiché 
Rainaldo da Ciro co' suoi seguaci lece ribellare a favore di Corradino 
Nicotera e Seminara, i beni di Pietro furono occupati dai ribelli. Poi- 
ché Corradino fu disfatto e quelle terre ridotte ad ubbidienza, re Carlo 
nel 4 di ottobre del 1270 ordinò che le Università delle Terre di Ni- 
cotera e di Seminara rifacessero dei danni sofferti il milite Pietro di 
Monteleone nelle somme di 136 once di oro. Keg. 1269 D. n. 6 fol. 161 >. 

(2) L. A. Muratori, An, (T li., an. 1282 , M. Amiri, La guerra 
dei Vespro sic, voi, I, cap. IV, V e VI. 

(3j A. Amari, La gncr. dei Vespro sic, voi. I, e. VIII. 



CAriTOLO PRIMO 35 



aver muniti di presidii tutte le città e castella li- 
torali, e disposta una forte difesa lungo la riva 
del Tirreno, fino al Metauro (fiume Petrace), se ne 
partì, proclamandovi per suo vicario generale, il 
proprio figliuolo Carlo, principe di Salerno (1). — 
Questi non tardò ad accorgersi che in Reggio trova- 
vasi mal sicuro; e quindi lasciata questa città e 
i luoghi d' intorno, si accampò col grosso del suo 
esercito, nelle pianure di San Martino e di Ter- 
ranova, ponendo forti schiere nelle terre vicine 
(febbraio 1283). Ciò egli praticò per maggior si- 
curezza ed anche perchè, in questi luoghi, poteva 
meglio far fronte al nemico, senza esserne conti- 
nuamente molestato, come avveniva stando a Reg- 
gio, tra gli assalti dell'armata siciliana, comandata 
dal valoroso ammiraglio Ruggiero di Làurla, di- 
scendente da famiglia patrizia di Cosenza (2), e 
le rappresaglie di un forte corpo di feroci almu- 
gaveri: i quali, mandati dal re Pietro per ostaco- 
lare le comunicazioni al presidio di Reggio, si e- 
rano annidati negli antichi boschi di Solano, donde 
infestavano la regione estrema di Calabria (3). 



(i) A. Amari, La guer, del Vespro stc, voi. I, e. IX ; D. Spanò- 
Holani, op. cit.^ voi. I, I. IV, e. II. 

(2) Davide Andreotti, Storia dei Cosentini, Nap. 1869, voi. II, lib. 
XI, cap. I. 

(3) B. de Neocastro, op, cit,, e. 56.0 e 57.°; S. Malaspìna, ^tf/., 
continuazione, presso Di Gregorio, -^/d/. ^r/r^^?»., tom. II, pag. 390-91 ; 
Nicol. Spccialis, Rerum sicnlarum, lib. I, cap. XX e XXI, presso L. 
A. Muratori, AVr. Hai, script,, toni. X ; L. A. Muratori, An, d* It,, 



^ I 



36 PALMI, SEMIXARAE GIOIA-TAURO 



Immediatamente che il principe di Salerno e 
il suo esercito furono lontani da Reggio, il re Pietro 
passò in questa città, ove era desiderato (14 feb- 
braio 1283), come anche voluto da Gorace , da 
molte terre e castella, che si manifestarono subito 
sue partigiane. Dopo parecchi giorni ( 23 febbr. ), 
il re Pietro volle darsi conto delle posizioni e luo- 
ghi tenuti dal nemico; e con un solo cavaliere per 
compagno, una guida e trenta almugaveri. si spinse 



an. 1338; Beruardo D^Esclot, Cronache Catalane del secolo XI V^ pri- 
ma traduzione ila/tana di Filippo Moisè, con noie, studii e documenti 
Firenze 1844, e. 103.0 ; m. Amari, La guer. del Vespro sic, voi. I, 
e. IX ; D. SpanòBolani, op, cit., voi. I, 1. IV, e. III. — Giov. An- 
tonio Summonte ( Deir historia della città^ e regno di Napoli, 3.* edi- 
zione. Nap. 1675, tom. II, lib. Ili, cap. I, pag. 306 ) , nel riferire la, 
notizia della convocazione del parlamento dei baroni, prelati e feuda- 
tarii del regno, fatta dal principe Carlo, e tenuta nel piano di San 
Martino, aggiunge che questa terra era nella Calabria cìtra. Ciò evi- 
dentemente fu una delle tante sue disaccortezze ( e scrittore spessi volte 
poco accurato, vien giudicato da L. A. Muratori, nei suoi Annali d* /- 
talia, an. 1485 ) , poiché da G. Malaterra (op. cit,, I. I, e. XXXII, e 
I. II, e. XIX, presso L. A. Muratori, Rer, Hai, script,, tom. V ), da 
N. de lamsilla (op. ciL, presso L. A. Muratori, Rer. Hai, script, ton). 
Vili, pag. 558 ), da N. Specìalis (op, cit., I. I, e. XXI, presso L. A. 
Muratori, Rer, Hai, script., tom. X ), da P. Benedetto Tromby ( Sto- 
ria critico-cronologica diplomatica del patriarca S, Brunone, e del suo 
ordine cartusiano, ecc., tom. V, app. I, n.o 79), da Paolo Gualtieri 
( Leggendario de^ SS. martiri di Calabria, Nap. 1630, cap. LXI, fol. 
379), da Th. Aceti ( Annoi, in G, Barrium, op. cit,, I. II, e. XVII, 
8), dai registri del regno dì Carlo lì, del 1283-84, e da altri storiografi, 
che tralasciamo di riportare, perchè superflui, si. rileva chiaramente 
che Piano di S. Martino (. . . in campis in planitie S, Martini ), veni- 
va chiamata la pianura, nella quale sorge l'esteso villaggio di San Mar- 
tino, nella Piana del circondario di Palmi, e quindi nella Calabria ul- 
tra, ma non citra. Ciò non pertanto il Giannone ( op. cit,, voi. Ili, 
1. XX, e. IX ) volle seguire il Summonte, come pure fece Gius. Mar. 
Alfano (Is lorica descrizione del regno dì Napoli, Nap. 1795, art. i1/ar- 



CAPITOLO PRIMO 37 



alla ricognizione degli alloggiamenti angioini , e 
delle fortezze segnatamente di Sinopoli e di Semi- 
nara (1). « Tornatosi a Reggio » , come esatta- 
mente riferisco lo Amari (2) , « conduce i suoi pei 
boschi di Solano; e ad otto miglia dal grosso delle 
genti francesi, e non guari lontano dalle altre lor 



cellinara ), il quale anzi asserisce che il Piatio di S. Martino era sito 
a MarcelHnara. Ancora Nicola Vivenzio ( Istoria del regno di Napoli 
e suo Governo, Nap. 1827, tom. I, nota 9, pag. 21S) e Mariano Di 
Ayala {Memorie storico-militari del 1734 al 1815, Nap. 1835, pag. 243) 
continuarono a ritenere ciecamente che San Martino veniva ad essere 
nella Calabria citeriore ; ma il Capialbi ( Opuscoli varii^ Nap. 1849, 
tom. Ili, pag. 35^, epìst. CXV, pag. 354, epist. CXVII ), notando che 
siffatta notizia erronea si propagava, pubblicò uiìsl Discussione storico- 
critica sulla pianura di S. Martino, ove si celebrò il Nazionale Par- 
lamento de* 30 marzo 12S3, nella quale dimostrò dottamente quanto 
noi al proposito ritenghiamo per vero. Se nonché N. Leoni ( Stud. 
istor, su la Magna Grecia e su la Brezia, Nap. 1862, voi. II, e. XXIII, 
210), venuto dopo, e forse niente conoscendo di questa critica del Ca- 
pialbi, assecondò il Summonte, il Giannone e l'Alfano, dicendo, ine- 
sattamente già, che il campo di San Martino fosse stato < Campote- 
nese, che si apre tra nord-ovest non lungi da Morano, su lo estremo 
settentrionale della Calabria citeriore» ; mentre in un altro luogo (<?/. 
r//., voi. II, e. IX, 91 ), scrìve che la fortezza di San Martino era sita 
nella valle delle Saline, cioè nella Piana ; e cita il Malaterra ( Histor, 
rit., lib. II, e. 19 : ... in vallem Salinarum apud S, Martinum ). — In 
tale inesattezza però non cadde Spanò-Bolani (op, dt,, voi. 1,1. IV, 
e. Ili ), né Amari ( La guerra del Vespro sic, voi. I, e. IX e X ) , 
i quali, per gli avvenimenti storiai di queste contrade, usi di attin- 
gerne le notizie alle fonti originarie, non poterono addivenire ad altro 
convincimento che a quello del Capialbi, da noi sopraccennato. 

(i) B. de Neocastro, //ist, sic, e. $7'*^ « 59-* I N. Special is, op, 
cit., l. I, e. XXI, presso L. A. Muratori, /^er. Hai. script,, toni. X ; 
S. Malaspina, Histor,, continuaz., presso Di Gregorio, BibL aragon,^ 
tom. II, pag. 391 ; L. A. Muratori, j4n. d^If,, an. 1283 ; D. Spanò- 
Bolani, op. cit., voi. I, 1. IV, e. Ili ; M. Amarì, op. cit., voi. I, e. IX. 

(2) A. Amari, La guerra del Vespro sic, cit., voi. I, e. IX. 



38 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

poste, li accampa in un rispianato che ha nome 
la Corona [ Piani della Corona ], sopra alpestri e 
selvatichi monti, sicuro da assalti, comodo portar- 
ne su i luoghi bassi d' intorno. Quivi i Greci del 
paese, usi a praticar senza sospetto tra i nemici, di 
ogni fiatare di quelli il ragguagliavano. Cheto a- 
spettando ei posava, come se quelle foreste lo avesse- 
ro inghiottito; tantoché in Calabria già bucibava- 
no ch'era uom dappoco e acquattavasì per paura (1). 
« Quand'ecco, stando agli alloggiamenti a La- 
grussana presso Sinopoli cinquecento cavalli capi- 
tanati da Ramondo de Baux (2), mentre stanchi 
di gozzoviglia , senza scolte straccurati giaceansi 
una notte, repente un fracasso li riscuote: gli al- 
mugaveri come torma di lupi saltano tra gli al- 
loggiamenti; scannano, rapiscono; sconosciuto tra 
i gregarii ammazzan Ramondo; e prestissimi dile- 
guansi col bottino (3). Non andò guari che un 
Arrigo Barretta, tesoriere di Carlo, recando sei mila 
once per gli stipendii dello esercito, nella terra di 



(i) B. de Neocastro, op. ciL, e. 60.^ ; S. Malaspina, op. e loc, cit,^ 
pag. 395. 

(2) D. Spanò-Bolanì ( op, cit,^ voi. I, I. IV% e. Ili, -i ) dà il nome 
di Grassana al luogo deiralloggiamento angioino, presso Siuopoli ; e, 
col Summonte ( op. ciL^ iom, II, 1. Ili, e. I, pag. 301 e 321 ), che pu- 
re con copia di particolari, ma con qualche inesattezza, narra questi 
avvenimenti, chiama Raimondo del Balzo, il comandante di quel di- 
staccamento; dicendolo inoltre il Summonte, fratello di Beltramo o Ber- 
trammo, che fu Gran Giustiziero, e Conte di Avellino. 

(3) N. Specialis, op, cit.^ 1. I, e. XXI. 



CAPITOLO PRIMO 39 



Semìnara albergò; stanza in quel tempo di otto- 
cento cavalli francesi. Avutane spia re Pietro, lo 
adescò lor mala guardia, e più la moneta. Onde, 
il tredici marzo a sera, ei stesso con trecento ca- 
valli e cinquemila almugaveri calavasi chetamente 
da Corona; e giunto a tre miglia da Seminara, fatte 
posar le genti, svelò il meditato colpo. Quel ge- 
neroso Alaimo il contrastava. Qual lode a re, di- 
cea, da notturna rapina e disutile strage ? Vano 
il pensier sarebbe di tener Seminara sì presso al 
campo nimico. Lasciata dunque la misera terra, 
al campo si vada; lì il principe di Salerno, il fior 
della corte di Francia, sbadati, sicuri; investisserli 
risolutamente; che l'audacia partorirebbe fortuna, 
o gloria certo. Taccion le istorie il contegno del 
re, le parole, che furon certo pacate, i proponi- 
menti, forse fieri e sinistri, che gli si ribadirono 
in mente contro Teroe di Messina. Ostinato, a Se- 
minara ei marciò. Dove mentre una schiera acco- 
stavasi al muro, debolmente combattuta dalle guar- 
die, gli altri, occupate velocissimi le porte, tron- 
cano ogni difesa. Il re, come s' ei fosse pratico dei 
luoghi, diritto sprona all'albergo del tesoriero; né 
la moneta pur trova, mandata al principe il dì 
innanzi. xVllora , postosi fuor dalle mura coi ca- 
valli a troncar la via agli aiuti che potesser ve- 
nire dal campo, inondan Seminara gli almugaveri. 
Il Barrotta, d'ordine chierico, soldato a' costumi, 
desto dal fracasso, lasciando una donna che seco 



40 PALMI, BEMINÀRA E GIOIA-TAURO 

avea, sorge, dà di piglio alle armi, e Meramente di- 
fendendosi è morto. Cadon altri resistendo; e fug- 
gono i più, qaal senza panni, quale a pie, qual 
balzando suir ignudo cavallo: ma era gente si or- 
dinata, che, nonostante il subito scompiglio, da 
cinquecento rannodaronsi di lì a una mezza lega, 
aspettando il dì, e partendosi poi i nostri , rien- 
trarono in Seminara. Messa questa intanto a ruba 
e a guasto: pei severi comandi del re furon salve 
tuttavia le vite degli abitanti, che fuggendo si di- 
leguarono. Al nuovo albore straccarichi di preda 
rinselvansi i Catalani e i Siciliani alla Corona, non 
molestati dal nemico; il quale agli avvisi dei fug- 
genti s'era desto a tumulto, ma sorpreso e sco- 
raggiato sì fattamente, che volendo il principe di 
Salerno muover pure a un assalto, ninno noi se- 
guì. La dimane ei manda un drappel di cavalieri 
a Seminara; da' quali intendendo non potersi mu- 
nir contro nuova fazione, perchè non n' abbia co- 
modità il nimico, la fa sgombrar anche da terraz- 
zani, spartiti per le altre terre dì Calabria ad ac- 
cattar il pan dell' esilio » (i). 



(i) S. Malaspina, op. e loc. ciL, pag. 395-96 ; N. Speciali , ofi, 
ciL^ \. I, e. XXII ; B. de Neocastro, op, cU.y e. LXI; e con meno 
particolarità, R. D'Esclot, op, cii,, e. CU . — D. Spanò- Bolani ( op, 
cii,, voi. I, 1. IV, e. Ili, 2 ;, nel riferire questo avvenimento, riporta 
con distinzione che il presidio di cavalleria in Seminara, si compone- 
va di Provenzali e Francesi; e fa intendere che il campo del re Pietro 
stette sempre nella montagna di Solano, e che l'esercito per la fazio- 
ne notturna di Seminara, componevasi di quaranta cavalieri e duerni- 



CAPITOLO PRIMO 41 



Il re Pietro, incoraggiato da questi favorevoli 
successi, occupò ancora altre terre vicine al campo 
nemico (1) ; e i naturali di questi luoghi, più per 
l'asprezza del dominio angioino, che per altre cau- 
se, parteggiavano a favore dei Siciliani uniti con 
i Catalani. Di ciò avuta contezza il principe Carlo, 
d' animo mite, e religioso, com' egli era, per cal- 
mare r avversione, che i popoli dei suoi dominii 
nutrivano contro la sua gente, e per gratificar- 
seli, convocò nel piano di San Martino , addi 30 
marzo del 1283, un solenne parlamento di prela- 
ti^ conti^ baroni, cittadini e probi uomini del regno. 
In esso furono discusse ed approvate, in quaran- 
tasei capitoli, le nuove Costituzioni della Monar- 
chia, con le quali venivano diminuite le regie pre- 
rogative, corretti molti abusi dei teudatarii e degli 
ufficiali del Governo, e concessi ai sudditi molte 
franchige e garanzie (2). Sicché, cessato nel po- 
polo il malcontento, a Pietro d'Aragona non rìu- 



la Almogaveri : ì quali, impadronitisi di una porta, e delle torri di 
mezzodì, vi entrarono irresistibilmente, malgrado la forte difesa oppo- 
sta dai Francesi, non ostante che erano disordinati. Riporta inoltre 
che i primi ad entrare con le loro compagnie, furono Bernardo da 
Pietratagliata e Pierarnaldo di Bottonac ; e che questi» € avviandosi 
verso la piazza, si prese con un grosso drappello di Francesi, che ivi 
si erano attestati, mentre per Tal tra parte Bernardo andava scorazzan- 
do qua e là, ed affliggendo i nemici. I quali si traevano in fuga alla 
distesa, e lasciavano che il loro capitauo Raimondo da Villanova ca- 
desse prigioniero». 

(i) M. Amari, La guer. del Vespro sic, voi. I, e. IX. 

(a) Vedi gli storici e i luoghi citati nella nota 3, della precedente 
pag. 35. 



42 PALMI, ftEMINARA E GIOIA-TAURO 

sci più di estendere magjfiormente le sue posses- 
sioni in Calabria: per la qiial cosa egli, munite 
le torre che vi aveva espugnate, e disposto cho 
a Seminara fossero rifatte le mura^ e fosse collo- 
cato un forte presidio; pose a guardia, nei luoglii 
vicini, cinquecento cavalli e duemila almugaveri, 
acciocché il principe di Salerno non tentasse fa- 
cilmente qualche assalto (1). Ma il re Pietro, o- 
diato e spesso anatemizzato da papa Martino IV (2) 
essendo venuto in conoscenza che in Sicilia si tra- 
mavano dei movimenti di rivolta contro di lui, 
tornò in Messina, addì 14 aprile dello stesso anno, 
tralasciando V impresa di Calabria: dove, abban- 
donate le terre occupate, sciolse poi l'esercito, per- 
chè costretto dalla scarsezza dei mezzi per man- 
tenerlo, e dalla necessità di recarsi in Catalogna 
e poi a Bordeaux, per soddisfare V impegno preso 
circa il suo duello col re Carlo I di Angiò, lasciando 
in Sicilia, per suoi vicarii, la regina Costanza e 
Giacomo, suo secondogenito (3). 

In quel che re Pietro lasciava la Cixlabria, il 
principe Carlo, non temendo più danni da lui, levò 
il campo dalla pianura di San Martino, « ove per 



(i) D. Spanò-Bolani, ofi, ciL, voi. I, 1. IV, e. Ili, 2. 

(2) M. Amari, La gt4er. del Vespro sic,^ voi. I, e. X. 

(3) M. Amari, op. cii,, voi, I, cap. IX e X ; L. A. Muratori, An. 
(V llal.y an. 1283; B. de Neocastro, ///j/. «r , e. 55.^, 61.'', 63.0, pres- 
so L. A. Muratori, Rer. it, scr,, lom. XIII ; S. Malaspina, op, e loc* 
cit., pag. 397. 



CAPITOLO PRIMO 43 



disagio febbri coasumavasi come in atroce pe- 
stilenza la gente francese » , essendovi anche pe- 
nuria di vettovaglie e di strami. E nel giorno 19 
aprile, pose gli alloggiamenti sulla marina, pres- 
so ÌHìcotevix (Nicotrwn^ N^icotra) (I), per essere più 
pronto air imbarco, perchè nella sua corte, di ac- 
cordo e con gli aiuti del Papa, si era fatto il di- 
segno di conquistare nuovamente la Sicilia (2) : 
tanto che si era incominciata a preparare la flotta, 
in diversi arsenali del regno, come pure in quello 
della marina di Nicotera, ove gli Angioini aveva- 
no reso più importante la darsena col cantiere, già 
stabiliti fin dai tempi dell' imperatore Federico, 
nell'anno 1240 (3). 

Addì 11 luglio del 1283, il principe Carlo, tro- 
vandosi col campo presso Nicotera, elevò il milite 
Nasone di Galarano, a capitano di milizie per cu- 
stodire e difendere la terra di Seminara (4): la 
quale, per la partenza e T abbandono del re Pietro, 
era ricaduta in potere degli Angioini, come egual- 



(i) D. Corso, Cronistoria civ. e relig. di Nicotera ^ voi. I, e. IX. 

{i\ B. de Neocastro, op. e toc. cit,, e. 74.0 ; Raimondo Muntaner, 
Cronache Catalane del secolo XIII^ prima traduzione italiana di Fi- 
lippa Moish^ con note, studii e documenti, Firenze 1844, e. ^^.^ e 78.0 ; 
M. Amari, op, cit., voi, I, e. X. 

^3) V. Capialbi, Opuscoli varii, tom. Ili, epìst. CXVII, pag. 354, 
Discussione storico-critica sulla pianura di S, Martino, ove si celebrò 
il Nazionale Parlamento de' 30 marzo 1283 ; D. Corso, op, cit,^ voi. 
I, e. VII e Vili. 

(4) D. Corso, op, cit,, voi. I, e. IX. 



44 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

mente tutta ]a Calabria da Seggio in fuori. Ma 
nel giugno deiranno appresso (5 giugno 1284), 
Ruggiero di Làuria avendo fatto prigioniero il 
principe Carlo, nella battaglia navale presso Sor- 
renio , re Carlo si affrettò ad assediar Reggio (7 
luglio), per impossessarsene prima di passare a Mes- 
sina. — Del 31 luglio di tale anno, « v' ha un di- 
ploma pel quale il re Carlo confermava agli uo- 
mini di Seminara le immunità, libertà e privilegi 
conceduti dal principe di Salerno in contempla- 
zione della loro fedeltà e de' danni eh' avcan so- 
stenuto dal nemico » (1). Intanto, sopravvenuto 
r inverno, re Carlo non potè continuare V asse- 
dio, e si ritirò a Brindisi. Così Ruggiero di Làu- 
ria, che si trovava con la flotta a svernare nel por- 
to di Messina, ripassò in Calabria ulteriore o vi si 
insignorì di Tropea, di Nicotera e di molte altre 
terre pure in Calabria citeriore e poi in Basilicata; 
e debellò un tal Iacopo di Oppido, feudatario, met- 
tendo a sacco e a fuoco il paese (2). 

Nel principio dellanoo 1285, re Carlo I essendo 
morto in Foggia, Ruggiero di Làuria occupò tutte le 
città e terre di Calabria eTerra Giordana, del versan- 
te del Ionio. Nell'anno susseguente, morto pure re 



(i) M. Amari, La guer, del Vespro sic,^ Firenze 1866, voi. I, e. 
XI, pag. 299. 

(a) B. de Neocastro, op, cii,^ e. 86. » ; Mauroltco, Misi, sic, lib. 
IV; L. A. Muratori, An» <VItaL, an. 1284 ; M. Amari, op. cit,^ voi. 
I, e. XI, pag. 313 ; D. Corso, op. cii,, voi. I, e. X. 



CAPITOLO PRIMO 45 



Pietro, Giacomo gli succede nel reame di Sicilia, giu- 
sto come egli avea predisposto, e nel regno di Ara- 
gona, Alfonso. Il quale, avendo trattata la pace con 
gli Angioini in Carapofranco, airinsaputa di Giaco- 
mo, questi se ne adontò; e molto più, perchè Carlo II, 
lasciato ora libero dalla sua prigionia , e aiutato 
e sciolto d' ogni obbligo dal papa Nicolò IV, muo- 
veva guerra contro gli Aragonesi in Calabria e in 
Sicilia. Perciò re Giacomo, apprestata un' armata 
di quaranta navi, fra teride e galee, e composto 
un forte esercito di quattrocento cavalli e dieci- 
mila fanti, tra Messinesi ed altri Siciliani, passò a 
Reggio, verso la metà di aprile dell'anno 1289; e 
nel 15 mags^io, invase la costiera del versante oc- 
cidentale della Calabria , procedendo simultanea- 
mente e di accordo con la flotta, comandata dal 
Làuria; e così espugnò SiuopoU , Santa Cristina , 
Motta Bovalina (Babalino), Semiuara, Monteleone 
e molte altre città, terre e castella (1). 

Il re Alfonso morto addì 18 giugno )291, senza 
aver lasciato figliuoli, Giacomo nel recarsi ia A- 
ragona a prender possesso di quel reame, lasciò 
per suo vicario in Sicilia, il proprio fratello Fede- 
rigo: il quale, per esser rimasta a Carlo li la Si- 
cilia, nella pace che qu3sti, ad insistenza di papa 



(i) B. de Neocastro, op. ciL, e. CXII, in Muratori , A*^r. ùal scr,, 
tom. XIII ; N. Specialis, Rerum sic, presso L. A. Muratori, Rer. itai, 
script, tom. X, 1. II, e. XIII ; M. Amari, op. cii., voi. I, e. XIII, pag;. 
400 ; L. A. Muratori, An. (VJtaL, aii. 1 384- .S5 09-91. 



4G PALMI. SEMIXARA E GIOIA TAURO 

Bonifazio Vili, aveva puro conchiusa con Giacomo, 
fu dai Siciliani proclamato loro re, mal tollerando 
essi il dominio deg-li Angioini ( 25 marzo 1296 ). 
Federinro , riconoscento par quest' atto generoso , 
sposò grande interesse per il libero reggimento e 
benessere della Sicilia: sicché non solo si ribellò 
contro i voleri di Giacomo, e contro le pretese di 
Carlo, che lo richiedeva della restituzione dell' iso- 
la; ma, incoraggiato dall' entusiasmo e dal valore 
dei Siciliani, riprese pure la guerra per Toccupa- 
zione del resto delle Calabrie: nella quale, benché 
Ruggero di Làuria, che si era già manifestato am- 
bizioso, cupido di ricchezze o perfido, prendendo 
pretesto di alcuni dissensi, si fosse dato agli An- 
gioini; pure i Siciliani, nei varii combattimenti, 
che poi ebbero a sostenere contro gli Angioini e 
contro di lui, si comportarono valorosamente. Quin- 
di tra Carlo li e Federigo si venne ad una pace 
onorevole (trattato di Caltabellotta, agosto 1302), 
avendo questi ottenuto di restargli la Sicilia con 
le isole attigue, e di aver per moglie Leonora, ter- 
zogenìta di Carlo. Il quale, per condizione di questa 
pace, riavuta Reggio con tutta quella parte delle 
Calabrie, occupata dai Siciliani, vi lasciò per vi- 
cario generale del regno, il suo primogenito Ro- 
berto duca di Calabria (1). 



(i) M. Amari, op, di., voi. II, e. XIV-XIX ; L. A. Muratori, 
An. (Vlt.^ an. 1291-960 1301 ; P. Gia:iiione, op. cit., voi. Ili, I. XXI, 
e. IV ; D. Spanù-nolani, op. c':t.^ voi. I, 1. IV, e. Ili e IV. 



CAPITOLO IL 



( llair anno 1.103 al 1495 ) 

80XMABI0:— Silo dell' aotira Seniura.— Cesco dello «tato di onesta dttà daraate I prì- 
■1 meoli della raa esisteoxa; e primordi di Paini e di tiiofa.— Gli avveolaenti di Ca- 
labria nelle ^aerre tra ^li Aagloiol e gli Aragonesi di Sicilia, nella priaa «età del 
oeeolo XIV.— Barlaamo di Seminara.— Il reRfovo di Hileto, Ooffredo IH, occapa il ca- 
stello di San Giorgio.- Patti d'arpi tra il «onte Gagltelmo RafTo e i Kegglni.— Arre- 
ninteati di gnerra nelle Calabrie, tra Giovanna I e gli Ungheresi.— Accenno ad altre 
eontrorenie e ad altri fatti d'anni, tra fendatarli del remate occidentale della Calabria 
nlteriore; e fra 11 c-onte Rvirgirro SanMTcrino e i Kegginf.— Oecnfazione delle Calabrie 
da Carlo III di Dnrano. Anarchia in segnlto alla morte di Ini, e MlleTailone dd parti- 
giani dei d'Angiò. Ritomo delle Calabrie alla obbcdlenxa di Ladislao.-— Seminara cade 
sotto il dominio fendale, e poi ritoma di dominio r^o. Snol pririlegi, e rellglori illn- 
stri, Ano alla metà del secolo XV.— Dominio di Alfonso I, e divisione delle Calabrie In 
dne provi nee.— Devastasione di Gioia.— Pi-odigalità del re Alfonso, esna donailone della 
gabella di Gioia.— Sollevazione dei partigiani angioini nelle Calabrie, contro Ferdinando 
I, sedata dal capitano Tommaso Barrese, il qnale poi fa disfatto. Repressione consecntlra 
della parte angioina, e dominio degli Aragonesi solle Calabrie. 



i? 




rLLA vetta e sul declivio orientale del colle, 
dove si estendo il borgo di Seminala, ancora in- 
terrotto e sparso di ruderi , sorgeva, fino al terre- 
moto del febbraio 1783, l'antica città di tal no- 
nne (1) ; e vi passava V unica strada, che fin dai 
t3mpi anteriori a Traiano, metteva in comunica- 
zione le regioni al nord del fiume Petrace, col resto 
del versante occidentale dell' estrema provincia di 
Reggio. Questo imperatore romano, nel riattare la 
Via Appia, non apportò modifiche nella direzione 



(i) Gir. Marafiotì, ofi. cit,, I. I, e. 29.0 e ^2.^, 



48 PALMI; SEMINARA E GIOIA-TAURO 

di questo ramo della Via Aquilia: la quale aCa- 
pua si distaccava dalla Via Appia, e, percorrendo 
la Lucania e la Brezia (1), sotto il nome di Vìa 
Popilia ( perchè costruita dal console P. Popilio 
Lenate, 130 anni avanti Téra cristiana) veniva a 
Medma o Mesma e a Nicotera, e poi attraversava 
Seminara, i Piani della Melìa, sopra Scilla, e sì 
terminava alla Colonna Reggina. Ond' è che dal- 
l' Itinerario dell' imperatore Antonino il Pio, ne 
rileviamo tracciato esattamente il percorso, cioè: 
Vibona ( Monteleone ), Nicotera^ Decastadium o 
Decalstidixim ( Sant' Anna ) , Mallia ( Melia ), Co- 
latrina (Colonna Hegoina) e Reggio (2). Neppu- 
re in seguito, questa strada subì modificazioni; sic- 
ché da Nicotera, passando per Gioia, veniva al 
Petrace, cui attraversava al Ponte vecchio^ presso 
la contrada di San Giovanni in Lauro: poi saliva 
per Seminara e per la montagna soprastante (con 
diramazione per Sant' Anna e per Melicoccà, det- 
ta anticamente Melichlochia ) ; ed attraversati i 
Piani della Corona e, più in là, i Piani della Me- 
lia (3), scendeva presso Catona ( Colonna Reggio 



(i) D. Corso, op. cif.^ e. I, pag. 3, not. II, pag. 6r. 

(a) Vedi le nostre Notizie su Mei, e ràurianat e. Ili, fioi, a a 
pag. 65. 

f3) At. Vannucci, op. cit.^ voi. I, 1. I, e. IV, pag. 304 ; Luigi No- 
stro, Notizie storiche e topografiche intorno a Colonna Reggina^ pub- 
blicate nella Riinsta storica calabrese^ diretta dal prof. O. Dito, an. 
I, fase. ?.o, 3.*^ o 4.'*, Catanzaro iFf 3 ; an. II, fase. 8,« e 9.0 , Siena 
JS94. 



CAPITOLO SECONDO 49 



na)^ 6 dava pure una diramazione verso Cannitel- 
lo. Tale strada, ancora presso la fine del secolo 
XVI, continuava a passare per Rosarno, S. Leo, 
S. Giovanni in Lauro, Seminara, Solano, Fiumara 
di Muro, e si prolungava fino a Reggio (1). Di 
modo che Seminara trovandosi in un luogo di 
maggior transito, in queste contrade, ben presto 
i Normanni ne notarono V importanza, massime in 
tempi di guerra, e la ritennero per loro stessi, as- 
soggettandola al solo demanio regio. Consecutiva- 
mente incominciarono a risiedervi i baglivi (bajuo- 
U), magistrati con giurisdizione civile, già di ogni 
comune, incaricati pure per le riscossioni delle re- 
gie entrate ; i giudici locali, che assistevano i ba- 
glivi nello esercizio della loro giurisdizione, e am- 
ministravano giustizia ; e poscia i maestri-giurati, 
per le contingenze del municipio, pur detto uni" 
versUàj mentre per le faccende molto importanti, 
i cittadini adunavansi a consiglio, e deliberava- 
no (2). Laddove anteriormente, fin dai tempi dei 
Longombardi, come sotto i Bizantini, vi doveva- 
no essere i castellani a governarla. 

Seminara, fin dal suo primo sorgere, fu terra 
castellata, e, come si può rilevare dagli avveni- 



(i) Lean. Alberti, óp. cit,^ v. Calabria^ 7.*^ regione, pag. 201-9. 

(3) N. Leoni, St, isior. su la Mag, Grec, e su la Breziay i86a, 
voi. II, e. XXIII, 712 \ M. Amari, La guer» del Vespro ^tc,^ voi, I, 
e. VI, pag. 136. 

4 ^ Db Salvo, Palmi, Seminara e Gioia-T^ 



50 PALMI, 8EMINARA E QIOIA-TAURO 



menti storici esposti brevemente nel precedente 
capitolo, fin dalla dominazione normanna, si man- 
tenne quasi sempre libera, perchè era di regio de- 
manio ; e ciò sino al termine del secolo XIV. Se 
non che nel registro di Carlo 11 d' Angìò, del- 
l' an. 1305 ( Ut. F, fol. 239), si veggono notati 
diversi baroni e feudatarii delle terre e castella di 
questa regione, i quali erano debitori delle deci- 
me al vescovo di Mileto, per beni che costoro p(»s- 
sedevano nel territorio di Seminara ed altrove. In 
questo registro^ Gioia ( che allora scrivevasi pure 
Joha ) figura posseduta da Ruggiero di Làuria, co- 
me pure Mileto ed altre terre ; mentre che dal re- 
gistro di Carlo I d' Angiò, dell'anno 1271 (Ut. 
C, pag. 114), si rileva che il vescovo di Mileto 
possedeva nel territorio di Gioia, i tenimenti di 
Vita e Chala (1): e da quest' epoca incominciasi 
a trovar fatta menzione di questo villaggio, il qua- 
le venne a sorgere nel sito della distrutta Metau- 
rìa, ed in seguito fii ritenuto come casale di Ter- 
ranova (2). 



(i) V. Capialbi, Memorie per servire alia storia della s, chiesa 
miletese, pag. sa, 158 e r6[. 

(3) Lor. Giustiniani, op, cit,, v. Gioia ; G. Fiore, op, cit,, tom. I, 
Calao, abitatay LI, part. II, e. II, v. Gioia ; G. Zerbi, op, cit.^ parte 
I, e. IV e VI. — Circa rorigine del nome della città di Gioia, or 
detta Gioia-Tauro, ritenghiamo sufficiente quanto abbiamo riferito nel- 
la not. ai A P^S* 'o> delle nostre Notizie su Mei. e Tauriana; ed è 
opportuno qui riportarla: € Al primitivo nome di seno Brezio {Sinus 
BrutHus) s' incominciò a sostituire quello di golfo di Gioia^ fin dagli 



CAPITOLO SECONDO 51 



Intorno a Palmi, dai primi tempi della domina- 
zione normanna in questi luoghi, fino al princi- 
pio del secolo XIII, nessuna notizia è a noi per- 
venuta, circa le vicissitudini che vi abbiano po- 
tuto aver luogo ; ma solamente dei conventi di 
S* Fantino, di S. Elia juniore e di pochi altri di 
questa regione, si conoscono alcune vicende, a cau- 
sa delle controversie che di tempo in tempo nac- 
quero tra i diversi possessori ed alcuni preten- 
denti feudatarii, principi, o prelati ; delle quali ci 
siamo brevemente intrattenuti nella nostra mono- 
grafia intorno Metauria e Tauriana(l). 

Pertanto è da ritenersi che come il villaggio di 
Palma o Palme prese incremento, ebbe a destare 
r ambizione dei feudatarii dei castelli o delle ter- 



ultimi tempi del medioèvo, quando 2^oi o Zoa ( da ^o)'^, ion. t^6rf> 
la vita; donde zoi e zoia^ voci antiche del nostro linguaggio, usate a 
significare giaia)y e poi Joha, Joia^ Jovia e Geolia ( Th. Aceti, An- 
noi, in G. Barrium^ op.cit,^ 1. II, e. XVI ; P. Gualtieri, op. cil., 1. 1, 
e. 8«.^ ), giusto come veniva chiamata Gioia-Tauro nei suoi primordi, 
era già un villaggio notevole, da cui evidentemente il golfo prese il 
nome ( G. Barrius, /oc. ciL ; G. Fiore ^ op. di,, tom. I, Calao, adii,, 
1. I, part. II, e. II ). E tuttavia, Zoiri e Zor̀ vien chiamata una con- 
trada poco estesa, sulla costa, fra Pietrenere ed il Petrace >• — Sotto 
la regnante casa Savoia, nel i86i, il consiglio comunale di Gioia, a 
proposta del sindaco del tempo, inesattamente unì al nome Gioia, il 
soprannome aggiuntivo di Tauro, e per distinguersi da altre città omo- 
nime, e in memoria della città Taurìano ; mentre che doveva aggiun- 
gere la parola Meiauria, sia perchè Gioia risorse sulle rovine della 
città magnogreca di questo nome, sia per la vicinanza del fiume Pe- 
trace, il quale dall'antichità portò il nome di Metauro, fino ai primi 
tempi della esistenza di Gioia. 

(i) Vedi le nostre Notizie su Mei. e Tauriana, e. Ili, pag. 114-119. 



52 PALMI, SEMIXARA E GIOIA-TAURO 

re vicine: sicché argomentiamo ohe al tempo della 
dominazione angioina, Palmi incominciò ad esse- 
re soggetta a qualche feudatario. E già al 1333, 
nella lista dei baroni di Calabria, viene notato un 
tal Jacobus de Eolo de Seminario^ dominus Pai-- 
mae ... (1), il quale apparteneva ad una fami- 
glia di feudatarii potenti in allora, sul versante 
occidentale della estrema Calabria. Questo Jacobus 
de Roto pare che sulla terra di Palme esercitasse 
non solo il dominio di utile signore, ma pure che 



(i) V. Capialbi, Memor. per servire alla stor, della s. Mesa mi- 
lei, , Cronologia de^ vescovi^ pag. i8, not. 3. — I^ famiglia de Rotìs 
e in seguito Rota^ sebbene non inclusa in nessuno dei cinque seggi 
di Napoli ( Scipione Mazzella, Descrizione del regno di Napoli^ Nap. 
1601, pag. 796 ), pure fu illustre e antica, perchè se ne trova fatta 
menzione nel catalogo dei baroni di qua dal Faro, redatto al tempo 
dei re normanni; ed essa fin da quei tempi possedeva, nell'estrema 
Calabria, diversi feudi ( P. B. Tromby, Storia carlusiana, cit^ an. 
1195, tom. V, pag. IO ed app. 2, n. 25 e 26).— e Nel 1207 essendosi 
lagnato il vescovo Pietro col Pontefice, delle oppressioni che soffriva- 
no la chiesa Militese e i suoi canonici dal conte Anfuso, e dal suo 
fratello conte Roberto de Rotis, i quali distrutto aveanle il casale di 
Karna, occupati varii territori i, ed il campanile della cattedrale, e te- 
nevan in arresto varii canonici, dopo averli spogliato, Innocenzo III 
ne scrisse fortemente all'arcivescovo dì Cosenza, e al vescovo di Mar- 
tirano, perchè avessero avvertiti i conti suddetti, affinchè restituissero 
alla chiesa i beni occupati, soddisfacessero i danni, e in caso di op- 
posizione gli avessero scomunicato > ( V. Capialbi, Memor, per ser- 
vire alla stor, della S, Chiesa mil.. Cronologia dei vescovi^ pag. 18). 
Nel 1313, fra gli altri baroni, fu chiamato da re Roberto, alla di- 
fesa del regno, ad partes Calabriae Nicolaus de Roto ( Reg. A. f. io ). 
Questa famiglia, che fa p«fr armi una ruota d'oro con otto raggi, in 
campo azzurro, fu in molta grazia dei re angioini, tanto che a difen- 
dere le frontiere dell'estrema parte di Calabria, nel tempo delle guerre 
con la Sicilia, questi affidarono ad un Rota la rocca di Tropea, e al 
cavaliere Guglielmo Rota, il castello di Bagnara ( Filiberto Campanile, 
Vanni ovvero insegne dei nobili^ v. famiglia Rota). 



CAPITOLO SECONDO 53 



dal Governo angioino ne avesse 1 incarico di sta- 
re, con gente armata, in guardia per le costiere, 
da eventuali approdi del nemico, che avrebbe po- 
tuto tragittarsi dalla vicina Sicilia. 

Da quest'epoche fin quasi al termine del secolo 
XV, nessun altro fatto importante, che con Palmi 
avesse avuto relazione, è pervenuto a nostra co- 
noscenza: eppure in questo lungo periodo, tutta 
la Calabria fu teatro di molti avvenimenti notevoli. 

Intanto, morto Carlo II d' Angiò ( 5 maggio 
1309 ), e succedutogli Roberto duca di Calabria, il 
re Federigo^ s'indignò per aver questi imprigio- 
nato e maltrattato un suo ministro, e ruppe la pace, 
concordata fra loro nel 1302; e quindi collegatosi 
con Errico VII, imperatore di Germania, che con 
un esercito era venuto in Italia per ricevere la 
investitura in Roma, incominciò ad infestare la 
Calabria: ove, dopo un primo insuccesso, riusci- 
togli di espugnare Reggio, saccheggiò di poi Ca- 
lanna, e s' impossessò di San Niceto, Motta dei 
Mori, Scilla e Baguara (an. 1313 ) ; ma ben presto 
dovette desistere da altre conquiste, perchè, per 
la repentina morte dell' imperatore Errico ( 24 ago- 
sto 1313), il re Roberto, che intanto si era raf- 
forzato con una numerosa e potente flotta, aveva 
incominciato ad assalire la Sicilia (1). Cosi tra gli 



^i) Nicol. Specialis, HisL sicuL, ì. VII, e. II e IV» in J^^r, UaL 
script, di L. A. Muratori, totn. X ; Giov. Villani, Cron,^ lib. IX, cap. 



54 PALMI, SEMIKARA E GIOIA-TAURO 



Angioini e gli Aragonesi di Sicilia, si accese no- 
vamente guerra; la quale, benché interrotta da 
una prima ( an. 1315) , e da una seconda tregua 
( an, 1317 ) , non permise di venire ad una pace 
durevole (1). Poscia Roberto, collegatosi con la re- 
pubblica di Genova, prese a danneggiare la Sici- 
lia ( maggio 1325); ma senza poter fare in essa 
conquiste di sorta : anzi egli vi perde di presti- 
gio, come vi perde di fiducia la sua armata, a 
cagione del cattivo risultato dell' impresa, e prin< 
cipalmente perchè, in quel che Roberto era intento 
ai danni della parte litorale dell' isola, V accorto 
e valoroso re Federigo potè spedire liberamente in 
Calabria, molte migliaia di soldati comandati da 
Blasco di Alagona, e colà questi depredarono e 
sterminarono le contrade presso le riviere. Laonde 
Carlo duca di Calabria e vicario generale del re- 
gno, per ordine del re Roberto, suo genitore, do- 
vette ritornare in Calabria per difendere Reggio 
e le marine dagli assalii dell'Alagona ; e quindi 
aumentato il presidio di questa città e delle ca- 
stella più esposte alle offese del nemico, lungo il 
paese fino a Mileto (2), fece poi ritorno in Napoli 



35'^ e5i.<^;G. A, Summonte, op. cii.^ tom. II, lib. Ili, cap. Ili; L. 
A. Muratori, An, cT JL, an. 13 13 e 13x4; P. Giannone, op, cit,^ voi. 
IV, 1. XXII, e. I; D. Spanò - Bolani, op. ciL, voi. I, 1. IV, e. IV, 

16 2. 

(i) L. A. Muratori, An. d' Ital., an. 1317 e 1331. 

(2) N. Specialis, op. cit., I. VII, e. VIII, in L. A. Muratori, Rer. 



CAPITOLO SECONDO 65 



(an. 1325). Pertanto re Roberto, che si riteneva 
sempre nel diritto di regnare sulla Sicilia, non a- 
Vendola ancora potuto ottenere malgrado le va- 
licle operazioni di guerra fatte, pensò di travagliarla 
ed ammiserirla coti i continui assalti e danneg- 
giamenti, e così costringerla a darglisi. Sicché nel 
maggio del 1326, rinnovò gli assalti, come pure 
nel luglio dell'anno appresso ; ma senza conside- 
revole risultato. In seguito, composte altre con- 
troversie in Toscana, si apparecchiava ad un as- 
salto vigoroso e definitivo ; e già nel giugno del 
1335, aveva riprese le ostilità contro la Sicilia, 
poiché aveva spedita una flotta per danneggiar- 
la (1) ; ma dovette soprassedere a tanti prepara- 
tivi dì guerra, essendo Carlo duca di Calabria morto 
in Napoli, il 10 novembre 1335 (2). Due anni do- 
po, addì 25 giugno, essendo pur morto re Fede- 
rigo (3), e assunto al trono Pietro II, suo primo- 



ItaL script., tom. X; G. Villani, op, cit, 1. IX, e. 83.0 ; G. A. Sum- 
monte, op. cit,, tom. II, 1. HI, e. Ili ; L. A. Muratori, An. (V //., 
an. 1325 ; P. Giannone, op, cit., voi. IV, 1. XXII, e. I ; D. Spanò. 
Bolani, op. ciL, voi. I, 1. IV, e. IV, { i e 3. 

(i) N. Specialis, op, r//., 1. VII, e. XX, presso L. A. Muratori, 
Rer. Hai. scHpt, t. X ; G. Villani, op. ciL, I. XI, e. XXIX ; L. A. 
Muratori, An. d^ Ital.^ an. 1335. 

(a) N. Specialis, op. cit.^ 1. VII, e. XX, in L. A. Muratori, Rer. 
Ital., script., tom. X ; G. Villani, op, cit,^ 1. X, e. CIX ; Angelo di 
Costanzo, Storia del regno di Napoli^ Nap. 1839, lib. V ; G. A. Sum- 
monte, op. cit.^ tom. II, 1. III, e. Ili; L. A. Muratori, An, d* Ital,^ 
an. 1336-28 ; P. Giannone, op. cit,^ voi. IV, 1. XXII, e. II. 

(3) N. Specialis, op. cit.y 1. Vili, e. Vili, in L. A. Muratori, Rer, 
Hai. script.^ tom. X ; L. A. Muratori, An. d* 2tal.^ an. 1337. 



56 PALMI; SEMINARA E OIOIA-TAURO 

genito, il re Roberto credè opportuno il tempo per 
soggiogare la Sicilia. Quindi spedite colà, nel mag- 
gio e nel giugno del 1338, due flotte, i loro as- 
salti, più per il valore dei Siciliani uniti con i Ca- 
talani; che per il senno di re Pietro, furono re- 
spinti validamente ; e re Roberto fu costretto di 
ritornare in Napoli, dopo di avere espugnata so- 
lamente Termini (1) . Non ostante tale insuccesso 
ed una ferale epidemia, che si era sviluppata nella 
sua armata^ questo re non volle ristare dal suo 
proponimento; e nel 1339, ritornato a far guerra 
contro la Sicilia^ il suo ammiraglio Giuffredi di 
Marzano, conte di Squillace, s' impossessò della 
isola di Lipari (2) ; e poi nel 1341 ( 15 settembre ) 
Ruggiero Sanseverino prese anche Milazzo (3). 

Morto re Pietro II d' Aragona ( 8 agosto 1342), 
e succedutogli il suo figliuolo Lodovico (4), le cose 
della Sicilia andarono di male in peggio; tanto 
che Messina, la quale si era ribellata e sottratta dal 
dominio aragonese, si offrì a re Roberto ; ma inu- 
tilmente, giacché questi trovavasi in fin di vita. 



(i) G. Villani, op. ci/., I. XI, e. 78.0 ; L. A. Muratori, Ah, <f Hai., 
an. 1338; P. Giannone, op, ciL, voi. IV^, 1. XXII, e. III. 

(«) G. Villani, op, cit,^ 1. XI, e. 137.® ; L. A. Muratori, op, cit,^ 
an. I339-4I' 

(3) L. A. Muratori, op, cit,y an, 134? ; P. Giannone, op, ciL, voi. 
IV, 1. XXII, e. III. 

(4) L. A. Muratori, op, cit,, Ah, <V ItaL^ an, T342. 



CAPITOLO SECONDO 67 



6 morì addì 19 gennaio 1343 (1). Questo mo- 
narca lasciò nome di savio e valoroso ; e nei tren- 
taqaattro anni in circa del suo regno, lo Stato go- 
dè pace e giustizia (2). Ma non Reggio e i paesi 
delle riviere Calabre, di rincontro alla Sicilia: i 
quali, da Carlo I a Roberto, per sessant'anni, du- 
rando le lotte per la conquista di quest' isola, fu- 
rono quasi ogni anno in trambusti di guerra, con 
frequenti danni per incursioni nemiche, e per ves- 
sazioni dei presidi! angioini, tenuti a guardia del- 
le riviere di Calabria (3). 

Re Roberto inoltre ebbe a cuore la cultura scien- 
tifica e letteraria, ma prediligeva la letteratura 
greca ; la quale già ancora era in fiore per le re- 
gioni di Calabria, fra i monaci dei molti conventi 
basiliani che vi esistevano, e fra quei rari citta- 
dini che erano dediti alla filosofia e ad altre di- 
scipline scientifiche (4). In questi tempi, oltre di 
Nicolò Greco da Reggio^ famoso medico e filosofo, 
e dotto nella lingua greca e latina, eccelleva in 
questa estrema Calabria, e le era di grande onore, 
il monaco basiliano Barlaamo, al secolo Bernardo, 



(i) G. Villani, op, ciL, 1. XII, e. IX; L. A. Muratori, op. ciL, 
an. 1343 ; D. Spaaò-Bolani, op, cii,^ voi. I, 1. IV, e. IV. 

(2) G. Villani, op. ciL^ 1. XII, e. IX ; P. Giannone, op. ciL, voi. 
IV, 1. XXII, e. III. 

(3) D. Spanò-Bolani, voi. I, 1. IV, e. IV. 

(4) P. Giannone, op, ciL, voi. IV, 1. XXII, e. VII ; D. Spanò- 
Bolani, op. cit., voi. I, 1. IV, e. IV. 



58 PALMI, SEMINARA B GIOIA-TAURO 

nativo di Seminara, il quale per dottrina, eleva- 
tezza d' indegno e dialettica, si distingueva sopra 
tutti gli altri ecclesiastici dotti, dei suoi tempi. 
Recatosi a Costantinopoli, ove poi si rese cele- 
bre per le sue contese avverso alle dottrine di 
Palamas, l'imperatore Andronico III e l'impera- 
trice Anna di Savoia l'ebbero molto caro ; e fu 
da costoro incaricato di portarsi in Napoli, per 
chiedere aiuti a re Roberto, e a Filippo di Valois, 
in Francia, contro i Turchi ; e inoltre per com- 
porre col papa Benedetto XII, in Avignone, i dis- 
senzi col fine di riunire la Chiesa greca con la la- 
tina ; ma non gli riuscì di venire ad alcun risul- 
tato favorevole alle sue richieste. Disgustato poi 
del soggiorno in Oriente, e ravvedutosi degli er- 
rori di quella Chiesa, si ritirò in Occidente, e prese 
il partito della Chiesa latina: per la qual cosa fu 
fatto vescovo di Gerace ( 2 ottobre 1342), e visse 
non oltre l'anno 1350 (1). Egli fu ellenista va- 
lente, ammaestrò Francesco Petrarca nella lingua 
greca, e scrisse moltissime opere, le quali Io ma- 
nifestano « il più grande enciclopedico greco dei 
suoi tempi * (2). 



(i) Pasquale Scaglione, Storie di Locri e Cerare^ Nap. 1856, part. 
II, cap. Vili. 

(2) Intorno a Barlaamo, oltre di P. Giannone (op. cit., voi. IV, 
I. XXII, e. VII), N. Leoni, {Si. istor, su la M. Grec. e su la Bre- 
zia, Nap. 1862, voi. II, e. XX ) ed altri, vedi la pregevolissima mo- 
nografìa di Giannantonio Mandalari, cioè Fra Barlaamo calabrese, 
maestro di Petrarca, Roma 1888. 



CAPITOLO SECONDO 59 



Tra gli Svevi prima, e poi tra gli Aragonesi e 
gli Angioini, fervendo sì langamente la guerra per 
il dominio della Sicilia, la estrema Calabria era 
sempre occupata da eserciti ; e nelle varie fortu- 
ne dei contendenti, questi, per tenersi amiche que- 
ste terre, spesso le sgravavano dei balzelli, e se 
ne obbligavano i feudatarii, accontentandoli in tutti 
i modi, e largheggiando in concessioni e donativi: 
sicché, se dagli Svevi a Giovanna I, gli ordini 
feudali vennero sempre più a scemarsi di potere, 
reintegrandosi sul loro decadimento, la sovranità 
regale per i loro Stati (1), nella Calabria invece, 
eccetto le città demaniali, vieppiù erano cresciuti 
gli abusi dei conti, baroni, prelati ed altri feuda- 
tarii. Onde fu che il vescovo di Mileto, Goffredo 
III Fazzari (2), avvalendosi dei privilegi ed immu- 
nità, che allora gli ecclesiastici largamente gode- 
vano, tentò nel 1337, insieme con altri laici, di 
occupare con la violenza il castello di S. Giorgio 
ed i suoi tenimenti: i quali, essendo posseduti da 
Tommaso Monsella di Salerno, maestro razionale 
della Gran Corte, questi dovette invocare gli or- 
dini del re Roberto ai suoi ufficiali, per non es- 
serne spogliato (3). — In questo tempo, i Keg- 



(i) N. Leoni, Si, istor, su la Mag, Grec, e su la Brez.^ Nap. 
x863, voi. II, e. XXIII. 

(a) V. Capialbi, Memar. per servire alla sior. della s. chiesa mi- 
lei,, Cronologia dei vescovi, pag. 29. 

(3) P. Giannone, op. ci/., voi. IV, 1. XXII, e. IV ; Chioccarello, 
Arthivio della regia giurisdizione, tona. XIII. 



GO PALMI, 9EMINARA E GIOIA-TAURO 

gini corsero e danneggiarono le terre del conte rìi 
Sinopoli Guglielmo Ruffo, a causa di controversie 
ingiuriose, sorte fra loro, per i confini mai deter- 
minati, fra il distretto dì Reggio e i dominii del 
Ruffo: e mentre questi alla sua volta, si appresta- 
va a fare altrettanto nel territorio reggino, inter- 
vennero i regi ufficiali, e composero ogni dissidio. 
Questa conciliazione fu fatta addì 26 settembre del 
1339, con atto pubblico, rogato in Sinopoli dal 
notaio Marchisio de Thetis di Seminara, coll'assi- 
stenza del giudice del luogo, Basilio deDurante (1). 

Giovanna I, ereditato da re Roberto il regno di 
Napoli, dapprima ne condivise in parte il coman- 
do con r ungherese Andrea, suo marito ; di cui 
le malvagità^ avendo destato malcontento ed odii^ 
indarno vennero a tentare anche essi la conqui- 
sta della Sicilia ( an. 1345 ) , poiché i Siciliani 
opposero loro viva resistenza, quantunque inde- 
boliti dalle sedizioni a causa delle lotte intestine^ 
tra le due potenti famiglie Palizzi e Chiaromon- 
te (2). Ma poi Andrea essendo stato strangolato 
in Aversa, connivente la regina Giovanna, e que- 
sta si venne ad unire in seconde nozze, con Lo- 
dovico o, come altri dice, Luigi d' Angiò principe 
di Taranlo(an, 1347 )(3), i Chiaramonte che par- 



(i) D. Spanò- Bolani, op. ctL, voi. I, I. IV, e. IV, 6, e annotaz. 

(2) D. Spanò-Bolani, op. cii,^ voi. I, 1. IV, e IV. 

(3) G. Villani, op, ciU, 1. XII, e. 50.0, 58.0, 98.0 ; L. A. Muratori, 
An, <r //., an. 1345 ; P. Gian none, op, ciL^ voi. IV, 1. XXIII, e. I. 



CAPITOLO SECONDO 61 



teggiavano per gli Angioini, trovarono maggior 
numero di aderenti ; e si adoperarono tanto, che 
nel dicembre del 1356, la regina Giovanna e Lo- 
dovico, che già da lei era stato fatto partecipe al 
trono, poterono entrare in Messina (1). 

Dopo lo strangolamento di Andrea, Luigi suo 
fratello, re d' Ungheria, venne nel regno, ma non 
tanto per conquistarlo, quanto per vendicarsi: laon- 
de successero lotte ostinate, e questi ebbe a for- 
tificare e presidiare validamente molte città e ca- 
stella. Il castello di Stilo e le città di Monteleone, 
di Seminara e di Nicotera, benché ftdeli a Gio- 
vanna, pure furono sopraffatti e presidiati da Fi- 
lippo Misbano, comandante degli Ungheresi in Ca- 
labria: il quale, nel 1349, venuto a combattimento 
contro l'esercito della regina Giovanna, in questi 
luoghi di Calabria, comandato dal Conte di Chia- 
romonte che ne era pure aiutato dalle dette città, 
riportò completa vittoria, e ne fece grande strage ; 
né poi a Giovanna riuscì facile a rilevarle dalle 
mani degli Ungheresi (2). In questo mentre morì 
Luigi d' Aragona, pur chiamato Lodovico, re di 
Sicilia; e gli succede il proprio fratello Federico, 



(i) Matt. Villani, Cron,^ ììb, IV, cap. Ili; Ang. di Costanzo, 0/. 
ci/.f 1. IV ; Carusi, Sioria di SiciL, par. 2, v. !I, lib. V ; G. A. 
Summonte, op. ciL^ tom. II, I. Ili, e. IV ; P. Giannone, op^ cit.y 1, 
XXIII, e. II. 

(2) D. De Gravina, Chron.^ in L. A. Muratori, Rer, ttal. script,^ 
voi. XIX, pag. 590 ; D. Corso, Cronistoria riv, e relif^, di I^icotcrn, 
voi. I, e. XI, e appendice, docum. XIII. 



62 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

detto il Semplice^ il quale poi sposò Costanza, fi- 
gliuola del re di Aragona. 

Neir estrema Calabria intanto, i feudatarii ave- 
vano assunto un ardire insolito: poco o nulla era per 
loro il regio potere, e nelle città demaniali, i regi 
uffiziali, o per connivenza, o per impotenza, non 
erano solleciti a reprimere le loro trasgressioni. I 
conti e i baroni dei luoghi circostanti al distretto 
di Reggio, che nel versante occidentale, si esten- 
deva fino a Solano e Bagnara, inclusi, confinando 
col tenimento di Seminara e col feudo del conte 
di Sinopoli, spesso commettevano nel territorio reg- 
gino, escursioni e violenze, massime da quest' ul- 
timo feudatario: ond' era che i cittadini danneg- 
giati dovettero più volte richiedere V aiuto del Go- 
verno per far cessare siffatte prepotenze e rube- 
rie (1). Se non che Reggio, essendo città che per 
importanza e posizione, teneva il predominio di 
tutta la circostante regione della Calabria estrema, 
ed era assolutamente necessaria per tenere il do- 
minio in Sicilia, i Governi p^r mantenersela amica, 
la favorivano ; ed essa conscia di ciò, non era sem- 
pre pacifica e la prima a ricevere le provocazioni, 
in tutte le sue controversie con i conti, i baroni 
ed altri feudatarii vicini, e con alcuni luoghi e 
terre dei suoi teni menti, come già vuol farci in- 
tendere lo Spanò-Bolani nella sua pregevole Storia 



(i) D. Spanò-Bolanì, op, cit,y voi. I, 1. IV, e. IV. 



CAPITOLO SECONDO 63 



di Reggio ; che anzi, nel ricercare maggior copia 
di documenti per cliiarire alcuni di questi avve- 
nimenti, si viene a trovare che invece Reggio la 
fece più volte da prepotente; e gì' infondati diritti 
da essa vantati, venivano ratificati dai deboli e 
compiacenti Governi di allora. 

Nel 13G5, la regina Giovanna pose termine alle 
contese tra l'università o comune di Reggio, e 
Ruggiero Sanseverino conte di Mileto e di Terra- 
nova, con r imporre a questo di non più turbare 
per r avvenire i Reggini nel loro possesso e do- 
minio della terra e chiesa di Sant' Antonio, nella 
contrada Scacciati. Questo possesso era stato op- 
pugnato dal conte di Mileto, e con aizzamenti ave- 
va indotto la sua gente a prendere le armi con- 
tro i Reggini: i quali, raccolti in gran numero, 
sotto il comando del loro capitanio^ avevano de- 
vastati e derubati i possedimenti del conte, com- 
battendo con i vassalli, e facendo di loro molte 
vittime: per la qual cosa il conte di Mileto, e la 
sua gente, avidi di vendetta, erano ritornati ai 
danni dei Reggini (1). 

Ruggiero Sanseverino aveva avuto da re Ro- 
berto, il contado di Mileto, in ricompensa dei suoi 
servigi, per essere stato in diversi fatti d' armi, 
sempre valoroso ; tanto che nella milizia era te- 
nuto in gran conto. Egli fu ciamberlano e mare- 



(i) D. Spanò-Bolani, op. ci/,, voi. I, 1. IV, e. V. 



64 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

ficìallo del regjno, e pure conte di Terranova, per 
avere ereditato questo contado da sua zia ma- 
terna, Margherita dell' Oria, contessa di Terrano- 
va (1). Egli inoltre possedè Gioia, la quale terra 
veniva ancora considerata come una dipendenza 
di Terranova; e in seguito fu posseduta dai suoi 
eredi, fino al ribelle Eurico Sanseverino (2). 

Al re Federico erano rimasti fedeli i Palizzi e Ar- 
tale d' Alagona (3), ai quali poi si era pure unito 
Manfredi Chiaroraonte ; e così essendo essi in gran 
numero, ripresero le armi, e Federico riacquistò 
Messina (4), e proseguì la guerra, contro Gio- 
vanna; ma per intercessione di Gregorio XI, fu 
conchiusa la pace, nel 1372 (5). Questa regina^ 
ritenuta poscia da papa Urbano VI, per la prin- 
cipale fomentatrice dello scisma, in cui si trovava 
la Chiesa, venne da lui scomunicata, e dichiarata 
caduta dal trono ; e poi ne diede V investitura a 
Carlo di Durazzo. Il quale invase il regno e se ne 
impossessò, facendo poi strangolare Giovanna, in 



(i) S. Mazzella, op, ciL^ pag. 733. 

(3) S. Ammirato, Storia delle fami frlie nobili Hapoliiane^fam. San- 
severino; G. Fiore, op, cit,^ lom. I, Calab. adii,, 1. I, part. II, pag. 
145, V. Gioia. 

(3) P. Giannone, op. cii,^ voi. IV, 1. XXIII, e. II ; D. Spanò-Bo- 
lani, op, cil.t voi. I, 1. IV, e. IV. 

(4) L. A. Muratori, j4n. d* IL, an. 1365. 

(5) P. Giannone, op, cit., voi. IV, I. XXII, e. II; D. SpanòBo- 
lani, op. ciL^ voi. l, 1. IV, e. V. 



CAPITOLO SECONDO 66 



maggio del 1382 (1), non ostante che Luigi o 
Lodovico duca d' Angiò si fosse interessato per 
la liberazione di lei ; ed era perciò venuto in Ita- 
lia, assecondato nel suo proponimento, da molti 
baroni del regno di Napoli. 

Nelle lotte seguite tra Luigi e Carlo III di Du- 
razzo, in Calabria avvennero varie e gravi turbo- 
lenze ; ma quegli essendo stato sorpreso dalla mor- 
te^ Carlo rimase senza competitori ; e quindi questo 
re, intento solamente al benessere e alla pace del 
regno^ perdonò tutti i suoi avversari, e concedè 
molti privilegi alle città più danneggiate, e altri 
moltissimi ne confermò (2). 

Nel febbraio del 1386, morto Carlo in Visgra- 
do, col lasciare due figliuoli, cioè Ladislao duca 
di Calabria, e Giovanna, il regno di Napoli cadde 
in preda a terribile anarchia (3). I partigiani dei 
d' Angiò si sollevarono contro i Durazzeschi ; e 
in ogni città e terra del regno, i partiti di oppo- 
ste aspirazioni ricorrevano spesso alle armi. Dap- 



(r) A. di Costanzo, op. cit^ 1. VII e Vili; G. A. Summonte, 
op, cif.^ tom. II, 1. Ili, e. IV ; L. A. Muratori, op, dt., an. 13S0-82 ; 
P. Giannone, op. cii,^ voi. IV, I. XXIII, e. V ; D. Spanò-Bolani, op. 
ciL, voi. I, 1. IV. e. V. 

(2) G. A. Summonte, op, ci/,, tom. Il, 1. IV, e. I ; P. Giannone, 
op. cii,, voi. IV, 1. XXIV, e. I ; L. A. Muratori, op, cit,, an. 1384 ; 
D. Spanò- Bolani, op, ciL, voi. I, 1. V, e. I. 

(3) G. A. Summonte, op, city tom. II, 1. IV, e. I ; L. A. Mura- 
tori, op. cit,, an. 1386 ; P. Giannone, op. cit,, voi. IV, 1. XXIV, e. II; 
D. Spanò-Bolani, op, cit,, voi. I, 1. V, e. I. 

5 — De Salvo, Palmi, Seminara e Gioia-T. 



66 PALMI, SEMIKARA E GIOIA-TAURO 

pertutto era scompiglio ; bande armate saccheg- 
giavano ogni luogo ; e chi più fomentava tanto 
disordine, era il conte Tommaso Sanse verino e 1 
Sanseverineschi, fautori di Luigi o Lodovico II 
d' Angiò. Ma nell'estrema Calabria, ove si parteg- 
giava più per Ladislao, il quale era stato già in- 
coronato da un legato di papa Bonifazio IX ( an. 
1389 ) , i ribelli di parte angioina erano in iscarso 
numero: sicché Luigi era molto avversato dal po- 
polo, quantunque egli già si fosse impossessato di 
Napoli, e non ostante che Enrico Sanseverino, con- 
te di Terranova e signore di Gioia, e Luigi San- 
severino, conte di Mileto, parteggiassero per lui (1). 

In questi tempi, essendo mal difese le riviere, 
vennero cinque fuste di Mori (an. 1391 ), e infe- 
starono il littorale siciliano e reggino, facendo pri- 
gioni quattrocento terrazzani: ma esse incontratesi 
poi con tre navi genovesi, noleggiate da Artale 
d' Alagona, fuggitivo della Sicilia, perchè perse- 
guitato dal re don Martino, furono prese dall'Ala- 
gona, con molta uccisione di Mori e di altri rin- 
negati (2). 

Ladislao, dopo tante vicende, riconquistò Na- 
poli (luglio 1400), e poi man mano, tutto il re- 



(i) G. A. Summonte, op. cii,^ tom. II, I. IV, ci e II ; L. A. 
Muratori, op, cìL, an. 1387-92 ; P. Giannone, op, ctt,, 1. XXIV, e. III 
e IV ; D. Spanò-Bolani, op. city voi. I, I. V, e. I. 

(2) L. A. Muratori, An, rfV/., an. 1388 ; D. Spanò-Bolani, op, cii,, 
voi. I, 1. V, e. I. 



CAPITOLO SECONDO 67 



gno ; ma recatosi per impossessarsi pure di Roma, 
la quale trovavasì in turbolenze, molti baroni del 
regno, partigiani di casa d' Angiò, si sollevarono 
contro di lui ; e fra questi vi fu Nicolò Ruffo con- 
te di Catanzaro e marchese di Cotrone (1), Que- 
sti in nome di Luigi II, essendosi riversato in 
Calabria, vi conquistò molte città e castella; e 
con un cinquecento gagliardi cavalleggieri, corse 
a Reggio, e la prese, mettendo ancora sotto la 
sua potestà, tutte le terre vicine. Per parecchi an- 
ni questo conte tenne soggetta ai d'Àngiò, gran 
parte della Calabria, ove possedeva più di tren- 
tadue terre, tra. le quali, quindici erano importanti ; 
e poiché aveva voluto dlsobbedire, e far resistenza 
a Ladislao, fu da questo assalito e spogliato quasi 
di tutti i suoi dominii, fra i quali annoveravansi 
Santa Severina, Bisignano, Serainara, Gretteria e 
Castelvetere, non restandogli che Reggio e Co- 
trone (1401): le quali città, dopo non molto, per 
essere mal difese, caddero in potere del re Ladi- 
slao, benché a richiesta del conte Ruffo, Luigi II 
vi avesse mandato da Provenza, due grosse navi 
con soldati per rafforzare i presidi!, e per mante- 
nersi fedeli i proprii partigiani (2). 



il) G. A. Summonte, op, cit.^ tom. II, 1. IV, e. II ; L. A. Mura- 
tori, An. (T ItaLt an. 1400-50 ; P. Gtannone, op, cit.^ voi. IV, 1. XXIV, 
e. V-VIII ; D. Spanò-Bolani, op. cit,^ voi. I, 1. V, e. I. 

(3) A. di Costanzo, op, cit., I. XI ; G. A. Siimmonte, op, ciL^ tom. 
II, 1. IV, e. II ; L. A. Muratori, op, ci/., an, 1411 ; D. Spanò-Bolanì, 
op, r;V., voi. I, I. V, e. I. 



()8 PALMI, SEUINARA E GIOIA-TAURO 

Ladislao, ritornata che fu la Calabria alla sua 
obbedienza, vi nominò per suo vicario, Bra^^a da 
Viterbo ; e tre anni dopo , stando a guerreg- 
giare contro i Fiorentini, essendo stato affetto di 
morbo gallico^ allora sconosciuto, oppure come al- 
tri vuole, per effetto di un lento avvelenamento, 
mori nell'agosto del 1414; e gli successe al trono 
la propria sorella Giovanna II (1). Sotto il regno 
di questa donna volubile e lussuriosa, Regfi^io e 
le altre città demaniali della Calabria, non solo 
ebbero confermati gli antichi privilegi, ma no ot- 
tennero molti altri. 

Seminara, in tale epoca, aveva pure il suo ca- 
pitanìo, il suo castellano ed i sindici^ oltre del 
baglivo, che amministrava giustizia nelle cause 
non criminali, perchè per queste il giudizio era 
riserbato al Giustiziere della provincia, il quale 
era rivestito del mero e misto imperio ; e dopo 
che insieme con tante altro terre e città, fu ritol- 



(i) Giomal, Napolit.y in L. A. Muratori, J^er, Ital. scrip,, tom. 
XXI ; S. Mazzella, op, cit,^ pag. 446 ; G. A. Summonte, op, ciL^ tom. 
II, 1. IV, e. II , L. A. Muratori, op, cit,^ an. 1414 ; Augusto di Pla- 
ton, Storia del reame di Napoli dal i4i4?X 1443, ^^P* '^^4* ^^P- II-"~ 
Paolo Giovio ( Istorie del suo tempo^ ]ib. IV ), oltre del Bembo, come 
pure Francesco Guicciardini (Storia d* Italia, Capolago 1833, tom. I, 
lib. II, cap. V), G. A. Summonte (op, cit,^ tom. III, 1. VI, e. Ill^ 
ed altri inclinano a credere che il mal francese venne importato in 
Spagna, col ritorno di Cristoforo Colombo dair America ; e dalla Spa- 
gna venne comunicato in Napoli: ove, nell'esercito francese di Carlo 
Vili (an. 1495), prese grande incremento; e quindi, col ritorno della 
gente di questo re in Francia, tale malattia contagiosa, si estese spa- 
vejitevolmente per tutta V Italia e fuori. 



CAPITOLO SECONDO 69 



ta al conte Ruffo di Clatanzaro, da Ladislao, que- 
sti, costretto dalla mancanza di danaro ( e ciò ac- 
cadevagli spesso ), dovette venderla (1), come già 
fece per moltissime altre terre e castella regie 
(an. 1410). Laonde, nel 1418, Francesco Sforza 
nello sposare Polissena Ruffo, questa feudataria, 
come erede di Ceccarella S. Severino, portò in 
dote, fra gli altri feudi, la città di Nicotera con 
le terre di Mottafilocastro, di Calimera e di Serai- 
nara ; ed essendo essa morta, senza lasciare prole, 
l'erede fu sua sorella Covella, col titolo di prin- 
cipessa di Rossano, contessa di Montalto, ed utile 
signora di Nicotera (2). Così Seminara, caduta sot- 
to il dispotismo feudale, perde per una serie di 
anni, il godimento di quella libertà e di quei pri- 
vilegi, che come a città di regio demanio, le com- 
petevano: ma nell'an. 1420, la troviamo nuova- 
mente di demanio regio; e da Giovanna II ebbe 
ottenuto il privilegio di fare la fiera franca per 
dieci giorni, nel luglio di ogni anno, e di tenere 
mercato nel sabato di ogni settimana, conferman- 
dole con tale concessione, un altro privilegio, avu- 
to già dal re Ladislao. — Questa città anche in que- 
ste epoche di miserie estreme e di generale igno- 
ranza, die religiosi che si distinsero per il loro 



(i) D. Spanò-Bolani, op» ciL, voi. I, I. V, e. II ; G. A. Sumnion- 
te, op, cii.t tom, II, 1. IV, e. II ; P. Giannone, op. «V., voi. IV, 
1. XXVI, e. VII. 

(2) D. Corso, Cronistoria di Nicofera, voi. I, e. XII. 



70 PALMI, 8EMINARA S GIOIA-TAURO 

ingegno e per il loro sapere. Infatti, verso la me- 
tà del secolo XV, educato alla dottrina del monaci 
basiliani di questa parte di Calabria, fioriva fra 
lacopello de Franchis, minorità, da Seminara, il 
quale poi fn vescovo di Bova (an. 1441 ), e mo- 
rì in Roma^ nel 1443 (1). 

Giovanna II, per la successione al trono del re- 
gno di Napoli, avendo adottato Alfonso d'Aragona 
re di Sicilia, gli diede il possesso del Ducato di 
Calabria ; ma essa poi non tardò a inimicai*si con 
lui, e rivocare tale adozione, per trasferirla a prò di 
Luigi d'Angiò, pur detto Lodovico III. Ciò non 
pertanto Reggio si mantenne fedele ad Alfonso, 
fino a settembre del 1427 ; in cui, non potendo 
più resistere alle armi angioine, che dominavano 
in tutto il resto di Calabria, cede, ma i cittadini 
furono da Luigi perdonati (2). 

Nel 1422, la peste che già desolava Napoli e 
parte del regno, ove era comparsa pure nel 1401, 
si propagò in Calabria e principalmente nella par- 
te estrema, infierendovi per molto tempo e deci- 
mandone la travagliata popolazione (3). 



(i) Ferd. Ughello, op, cii,^ tom. IX ; Th. Aceti, Annoi, in G, Bar- 
rtum, op, cit,^ 1. Il, cap. XVIII, ii ; G. Fiore, op, cit.^ tom. 1, CaL 
àbit.y 1. I, part. II, e. Ili, 113 ; D. Spanò-Bolani, op. cit^ voi. I, I. 
V, e. IIL 

(2) A. di Costanzo, op, cit,, 1. XIV e XV ; G. A. Summonte, op, 
cit,^ tom. II, 1. IV, e. Ili ; D. Spanò-Bolani, op, cit.^ voi. 1, 1. V, e. II. 

(3) G. A. Summonte, op. cit.^ tom. II, I. IV, e. II ; P. Giannone, 
op. cii.y voi. IV, I. XXV, e. IV; D. Spanò-Bolani, op, cti., voi. I, 
1. V, e. II ; D. Andreotti, op. cit., voi. II, 1. XI, e. VII. 



CAPITOLO SECONDO 71 



Morto il re Luigi ( novembre 1434 ), e morta pu- 
re la regina Giovanna (febbraio 1435), fu assunto 
al trono Renato o Rinieri d'Angiò, fratello minore 
di Luigi : a cui Alfonso, dopo tanti avvenimenti, 
avendo tolto il regno ( an. 1442 ), e riuniti che 
ebbe in un solo, i due reami di Napoli e di Sici- 
lia, fecesi proclamare Alfonso I, re della Sicilia 
di qua e di là dal Faro. 

Le Calabrie, in gran parte, come pure Reggio, 
avendo parteggiato per gli Angioini, il re Alfon- 
so concesse questa città in dominio ad Alfonso 
Cardonn (an. 1443), col dargli il titolo di conte. 
E come le Calabrie furono sottomesse interamente 
mercè il valore del capitano Melissari, che ne sog- 
giogò la parte meridionale, da Bagnara a Sparti- 
vento, e di Antonio Centeglia, viceré in questo 
ducato, il quale ne soggiogò il resto, mentre poi 
fu ribelle ad Alfonso (an. 1444); questo re le di- 
vise in due parti o provincie, cioè in Val di Orati 
con a capoluogo Cosenza, e in Calabria ulteriore 
con- a capoluogo Catanzaro ; poiché il territorio di 
Reggio fu annesso a quello della provincia di Ca- 
tanzaro, alla quale fu pure attribuita l' isola di 
Lipari con le altre isole adiacenti (1). Inoltre a 
questa provincia fu conceduto da Ferrante d'Ara- 



(i) G. A. Summonte, op. et/., tom. Ili, 1. V. e. I ; P. Giannone, 
op. ci/., voi. IV, 1, XXVI, e. VI; D. Spanò-Bolani, op. et/., voi. I, 
. V, e. Ili ; Au. di Piateli, op. ci/., I. Ili ; D. Andreotti, op. ci/., 
voi. Il, 1. XI, e. VII ; L. A. Muratori, An. <P ì/aL, an. 1434-35 e 1442. 



72 PALMI, SEMINARA E GIOIA TAURO 

gona, duca di Calabria e figliuolo di Alfonso I, 
lo stemma col campo diviso in quattro parti ugua- 
li, da due diagonali che s' incrociano obliquamen- 
te ; di modo che ciascuna delle due parti laterali 
ed opposte, comprende una croce nera in campo 
di argento ; e le altre due parti, una superiore e 
l'altra inferiore, sono attraversate perpendicolar- 
mente da quattro pali vermigli in campo d' oro. 
Tale insegna, per le due croci, rappresenta l'una 
e l'altra Calabria ; le quali provincie, per i quat- 
tro pali vermigli in campo d'oro, arme d'Arago- 
na, sono in possesso della casa d' Aragona. Alla 
provincia di Val di Crati, cioè alla Calabria citra 
restò r insegna di una croce nera in campo di 
argento, che la Calabria aveva assunto fin dal 
tempo di Boemondo Normanno duca di Calabria ; 
il quale, essendo andato in soccorso di Terrasan- 
ta, insieme con dodicimila soldati calabresi, colà 
fece grandi prodezze: talché egli fu poi innalzato 
a principe di Antiochia ; e per tale gloriosa im- 
presa, alla Calabria ne derivò per inségna, la cro- 
ce di Gerusalemme o meglio dei Crociati (1). 

Antonio Centeglia, giusto come dianzi abbiamo 
accennato, ribellatosi ad Alfonso, a causa di tra- 
sgressione commessa, aveva sollevato nuovamente 
i partigiani angioini, in Calabria: dove, essendo 



(i) S. Mazzella, op. ct't., pag. 140 e 162 ; G. A. Summonte, op, di,, 
tom. Ili, 1. V, e. II, pag. 249 ; P. Giannone, op. ci/., voi. IV, 1. XXVII. 



CAPITOLO SECONDO 7à 



intervenuti G. Battista Grimaldi e Baldassino, ca- 
pitani di Renato d'Angiò, Gioia fu da loro deva- 
stata e incendiata, nel 1444 (1). Ma Alfonso, ve- 
nuto in Calabria, vi sedò tale sommossa; e per- 
donando al Cen teglia i falli commessi, gli lasciò 
per grazia, solamente la città di Gerace. 

Il re Alfonso, giudicato grande per magnani- 
mità, liberalità, ed altre virtù, fu soverchiamente 
largo nel concedere privilegi e regalie ai nume- 
rosi baroni del suo regno, e agli altri feudatari! 
titolati; e trasmodò tanto, che a questi accordava 
anche pure il mero oltre del misto imperio; mentre 
che della giurisdizione criminale, i monarchi pre- 
decessori erano stati molto gelosi, e non Taveva- 
no conceduto che ai soli Giustizieri o Presidi del- 
le Provincie. Per tanto innalzato il feudalismo a 
sistema di Governo, venne a scemare il potere 
della sovranità, e a perdersi l'opera saggia ed u- 
mana dei re normanni, svevi ed angioini: i quali, 
con l'aver dato man mano istituzioni sempre più 
civili, il reggimento dello Stato era di molto pro- 
gredito negr interessi della società e della civil- 
tà (2). Tali inconsulte concessioni furono causa del- 
le ribellioni di tanti feudatari!, e delle turbolenze, 
in cui perdurò il regno di Ferrante detto pure 



(i) P. Gualtieri, op, cit,^ I. I, cap. 82. o, pag. 451 ; L. Guistiniani, 
op. cit.j V. Gioia\ L. A. Muratori, An, <V It,^ an. 1444. 

il) P. Giannone, op. cit, voi. IV, I. XXVI, e. VII. 



74 PALMI,SEMINARA E GIOIA-TAURO 

Ferdinaudo I: il quale alla morte di Alfonso, av- 
venuta il 27 Giujrno 1458, successe al trono del 
rejyno di Napoli, di qua dal Faro solamente, ffiac- 
chè questi aveva lasciato l'Aran^ona e la Sicilia, 
al proprio fratello Giovanni re di Na varrà (1). 

Alfonso, a cinquantacinque anni (an. 1448), es- 
sendosi innamorato fortemente di Lucrezia d'Ala- 
gno, non ebbe più freno la sua liberalità ; e con 
i congiunti di questa bellissima, ma ambiziosissi- 
ma donna, fu largamente prodigo. Infatti, oltre a 
tanti altri donativi, concesse a Giovanni d'Alagno 
(addì 10 febbraio 1449), fratello maggiore di 
questa favorita, « la gabella delle grana sei per 
onza nella marina della terra di Gioja in Cala- 



ci) A. di Costanzo, op» cit., I. XIX ; G. A. Summonte, op, ctt,, 
tom. Ili, 1. V, e. I e II ; P. Giannone, op, cìt., voi. IV, 1. XXVI, 
e. VII, e 1. XXVII ; L. A. Muratori, op. cit., an. 1458. — In tali 
tempi la peste era ritornata in Napoli ad accrescere le calamità, nelle 
quali versava tutto il regno, a causa di due terribili terremoti, che 
nel dicembre del 1456 (5 die, ore 11 ; 30 die, ore 16, secondo l'uso 
antico ), avevano inabissato molte città e castella: e Rrindisi era in tal 
modo crollata, che tutti i suoi cittadini rimasero seppelliti. In Napoli, 
oltre ad immense rovine, il castello di S. Elmo, giusta le Croftacke di 
S. Antonino arcivescovo di Firenze ( part. III, cap. XIV, J 3 ), era 
rovinato interamente ; e si calcolò che in tutti i luoghi colpiti dai 
detti terremoti, vi fossero morte più di quaranta mila persone. La 
Calabria, per questi terremoti, non fu danneggiata come altre provin- 
ce del regno; ma nell'anno susseguente ( 1457 ) , avvennero pure in 
essa ( A. di Costanzo, op, cii,, 1. XIX ; G. A. Summonte, op. cit,^ 
tom. Ili, I. V, e. I, pag. 211-16 ; L. A. Muratori, An, D'JL, an, 1449, 
1456-57 )• — Nell'anno 1461, il regno di Napoli fu pure grandemente 
afflitto dai terremoti ( Isior. Nap, in L. A. Muratori, Rer, Hai,, script,, 
tom. XXIII; Muratori, An, <V lUxL, an. 146 1 ). 



CAPITOLO SECONDO 75 



bria » (1) . E verso il dicembre del 1452, essen- 
do morto questo Giovanni, il fratello di lui, Ugo, 
oltre la gabella di Gioja, ottenne da Alfonso, nel 
1453, una provvisione annuale di ducati 100, per 
la custodia di Torre Annunziata; ed in seguito 
(5 maggio 1455) ebbe TufiBcio di Gran Cancel- 
liere del regno, rimasto vacante per la morte di 
Orso Orsini, come pure il titolo di conte di Bor- 
rello e di Gioja (2), e molti altri donativi e ono- 
rificenze (3). 

Ferdinando, nei primi tempi del suo regno, eb- 
be a lottare con le contrarietà della Santa Sede, 
e con le discordie, che gli suscitavano i baroni 
contrarli alla sua casa: e benché al principe di 
Taranto e ad Antonio Centeglia, marchese di Co- 
trone, per calmarli, abbia ridonate le castella e le 
terre, tolte loro da Alfonso, pure costoro non ismi- 
sero l'odio antico ; e si coUegarono col principe 
di Rossano, col duca d'Andria e con altri baroni ; 
ò si sollevarono apertamente a favore di Giovanni 
d'Angiò, figliuolo di Renato, invitandolo ad occu- 
pare il regno (an. 1459). La Calabria, con a ca- 
po Cosenza, insorse tutta, eccetto Reggio; e i ri- 



(i) Comune V (cUiia Sommaria )^ 144^-^1, f. 2^8, nell'Archivio di 
Stato di NapoFi. 

(2) Cotnune IX^ 14^2-^41 f. //// Comune XIII ^ ^45^^ f- 94 t. 

(3) Gaet. Filangieri, Nuovi docutnenti intorno la famiglia^ le case 
e le vicende di Lucrezia d" Alagno, pubbl. nello Archivio storico per 
le province napolttane, an. XI, fase. I, Nap. 1886. 



76 PALMI, SEMINARAE GIOIA-TAURO 

belli venivano capitanati dal Centeglia: quindi ne 
seguirono guerre con eccidii e devastazioni (1). 

Da Giovanni d'Angiò era stato mandato in Ca- 
labria, a suo luogotenente e viceré, Giovanni Bat- 
tista Grimaldi: il quale, volendo espugnare Reg- 
gio, vi risiedeva nelle vicinanze ; ed allorché ebbe 
notizia che Roberto conte di Marsico e Roberto 
Orsino, mandati con un esercito da Ferdinando, 
avevano espugnata Cosenza, e presi altri luoghi, 
se ne andò alla volta di Val di Crati ; e con lo 
aiuto del Centeglia, combattè e disfece i partigia- 
ni degli Aragonesi (2). I quali però, rafforzati 
dalle nuove schiere di Tommaso Barrese, valoroso 
capitano cosentino, mandato da Ferdinando a de- 
bellare gli Angioini di Calabria, ove il Grimaldi 
si era validamente fortificato in Acri, andarono 
contro questa città, e la saccheggiarono, scompi- 
gliando e distruggendo gli Angioini (3). A questo 
fatto d'armi ne seguirono altri, sempre favorevoli 
al Barrese ; il quale, dopo che il Centeglia fu fatto 
prigioniero, andava occupando le città e castella 
della Calabria ulteriore: e nella estrema regione 
meridionale di questa provincia, occupò Terrano- 



(i) Giov. Fontano, De bello neapoliiano^ lib. I ; D. Andreotti, op, 
ciL, voi. II, I. XI, e. X ; P. Giannone, op, ciL, v. IV, 1. XXVII, e. I. 

(2) G. Fontano, op. cil., 1. II ; D. Spanò-Bolanì, op, ciL, voi. I, 
i. V, e. V. 

(3) G. A. Sumnionte, op. ciL, tom. Ili, 1. V, e. II ; D. Andreotti, 
op. cii, voi. II, 1. XII. e. I. 



CAPITOLO SECONDO 77 



va, che si rese subito ; poi espugnò San Giorgio, 
ove dai merli del castello, fece gittare Ruggiero 
Oreglia, cavaliere napolitano, ed altri due genti- 
luomini di Cosenza, i quali gli avevano ucciso il 
fratello Giovanni, in una ribellione avvenuta in 
questa città. Poscia il Barrese andò ad Oppido, 
che era posseduta dal siciliano Galeotto Baldasci- 
no o Baldassino, suo grande emulo^ angioino per 
fellonia ; e di notte espugnatane la terra, la die 
ai suoi soldati, per metterla a sacco e fuoco, 8e- 
minara, come il Barrese si avvicinava vittorioso 
in questi luoghi, fu sgombrata dagli Angioini, e 
ritornò ad ubbidire al re Ferdinando. Intanto es- 
sendo sopravvenuto V inverno, il Barrese con le 
sue genti si stanziarono a Terranova, fino alla ven- 
tura primavera: nella quale, egli, volendo ridurre 
tutta la provincia alla soggezione del re, dispose 
il suo campo verso Plaisano, nel monte accostò 
al fiume Medina (Metramo), e con arte insolita a 
quei tempi, perchè con bastioni e artiglierie, lo 
fortificò in modo, che pochi soldati potevano di- 
fenderlo. Ciò fece per essere libero di potersi allon- 
tanare con sicurtà, e danneggiare e sottomettere ì 
baroni di parte angioina. Pertanto questi feudatari!, 
cioè Galeotto Baldascino, Loisi d'Arena, Francesco 
Gerunda, capitano delle genti del principe di Ros- 
sano, Francesco Cciracciolo e suo fratello Giovanni 
Cola Caracciolo si radunarono in consiglio a S. 
Antonio dei Monasteraci, e insieme con Grimaldo, 



78 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

che Stava ben fortificato in Sant'Agata, ai danni 
di Reggio, vennero alla risoluzione di dare a Luigi 
r incarico del vettovagliamento, e di radunare le 
loro genti d-arme nella campagna tra Panagia o 
Panala (Panagia pusiHum castellum) e Filogaso 
(1) o Flogasi ( Phihcasa tenue castellum)^ e di 
là assaltare il Barrese. A far tanto s' indussero in 
seguito da una lettera, da loro intercettata, con 
la quale il marchese di Cotrone, che si era ricon- 
ciliato con Ferdinando, avvertiva il Barrese di 
soprassedere all'attacco, fino all'arrivo di suo fra- 
tello Giaimo Centeglia o Santeglia, il quale con- 
duceva seco trecento cavalli ed un numero con- 
siderevole di fanti. Però il Barrese, superbo ed 
impetuoso, non pensando che i suoi nemici^ es- 
sendosi mossi dal loro campo per avvicinarsi a 
circa mezzo miglio dal suo, e fortificarsi in un 
altro campo a S. Filo ( Felum pagus)^ presso il 
fiume Medina (2), avessero lo scopo di poter così 



(z) Filogaso trovasi in una pianura fra Monteleone e Mileto ; vicino 
è Panata, villaggio nel territorio di Tropea, e Plaisano era un casale 
di Galatro ( G. Barrius. op. ciL, 1. Ili, e. XI e XIII ; N. Leoui, Détl- 
la Magna Grec. e delle Ire Calabrie, voi. Ili, e. XII e XXII, v. IV, 
e. IX e XV ; D. Taccune-Gal lucci, op. cil., part. II, pag. 146, 173, 174 ). 

(3) € Felum pagus. Nunc Santo Fili prope Soretnm > ( Sertorii 
Quattrimani, Animadversiones in Gab. Barrium, De antiquitaie et situ 
Calabriae^ lib. II, cap. XVI ). D. Valensise, op, cit,, e. I, ] 3, pag. 
34. — Il Marafìoti ( op, cit.y 1. II, e. XIII \ a tale proposito, scrìve: 
€ Caminando da Rosamo per V istessa pianura nel dritto delle mon- 
tagne della Città Locri, sopra un colle si vede un casale chiamato S. 
Fili, edificato in luogo piano, tra due fiu;ni, leropotanio e Vacale, del 
quale si fa menzione nell'itinerario d*Antonino Pio >. Quindi non si 
ha da confondere con l'altro villaggio S. Filo, sito presso Cosenza. 



CAPITOLO SECONDO 79 



facilmente impedirgli di ricevere da Seminara vet- 
tovaglie ed aiati, e di circuirlo nel momento dello 
scontro, ai determinò di attaccare battaglia; e la- 
sciato Alfonso San teglia a guardia del campo, an- 
dò incontro al nemico ( verso i primi di aprile 
1463). Grande fu la strage, e la vittoria fu dei 
collegati di parte angioina, i quali fecero prigio- 
nieri quasi tutti i combattenti nemici. Il Barrese 
con gran fatica si salvò in Seminara ; e ad altri 
suoi soldati, che appresso a lui fuggivano, venne 
fatto di ridurre prigioniero Capaccio Capano, il 
quale per perseguitarli, si era di molto allontanato 
dai suoi. Guglielmo Ruffo e Loisi o Luigio Gen- 
tile restarono morti sul luogo del combattimento ; 
ed il Santeglia dovette rifugiarsi in Borrello, dopo 
che dal preponderante numero dei nemici, fu scac- 
ciato dal campo fortificato, che egli aveva difeso 
ad oltranza. Poscia l'esercito vittorioso si mosse 
contro Seminara, e si fermò a due miglia dal fiu- 
me Petrace, sperando che i terrazzani si sarebbe- 
ro resi. — Questa disfatta della parte aragonese 
incoraggiò di molto i partigiani di Giovanni di 
Angiò ; i quali potevano conseguire grandi pro- 
gressi, e risollevare la bandiera angioina su tutte 
le Calabrie, ove il Barrese era odiatissimo, e pur 
oltre nel regno; ma per la mancanza di vettova- 
glie, e per le prepotenze del superbo e vanaglo- 
rioso Galeotto Baldascino, che comandava i col- 
legati, l'esercito vittorioso andò in iscompiglio, e 



80 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 



ciascun barone. si ritirò nelle proprie terre. Bal- 
dascino si recò con le sue genti, nei castelli del 
lìttorale, presso Gerace ; ma dopo non molto do- 
vette abbandonar tutto, e salvarsi in Sicilia, perchè 
Ferdinando, avendo inteso della rotta toccata al 
Barrese in Calabria, vi mandò il suo primogenito, 
ancor giovinetto, raccomandato a Luca Sanseve- 
rino ; ed in breve fu da loro sottomessa Roccella 
e tutte le altre città e castella di parte angioina, 
restando sola Sant' Agata alla fede del duca Gio- 
vanni: il quale, lasciata quindi V impresa della 
conquista del regno (an. 1464), due anni dopo 
ordinò al Grimaldi di sgombrarla, e poi ritirarsi 
in Provenza (1). 

Dopo tali avvenimenti, queste contrade godero- 
no pace, ed il regno man mano si acquetò sotto 
la signoria di Ferdinando: il quale, seguendo la 
sua indole, e mal soffrendo tanta potestà dei ba- 
roni e dei feudatarii, che egli riteneva per frau- 
dolenti cortigiani, non era intento ad altro che 
ad abbattere, mercè perfidie e tradimenti, la loro 
potenza, e di confiscarne i dominii e le ricchezze. 
Fu anche severo nel punire le città, a lui con- 
trarie; invece fu benevolo e munificente verso 
quelle che si mostrarono a lui fedeli, massime se 



(r) G. Fontano, op, cii., I. II; A. di Costanzo, op. ciL^ 1. XX; 
G. A. Summonte, op, cit,, tom. Ili, I. V, e. II ; P. Giannone, op. 
cit, voi. IV, 1. XXVII, e. I ; L. A. Muratori, An. (T //., an. r464. 



CAPITOLO SECONDO 81 



di regio demanio. Perciò Reggio con tutto il suo 
territorio, ritornò ad essere di appartenenza de- 
maniale (an. 1465); e finite le guerre, Alfonso, 
duca di Calabria, vi fermò la sua residenza ordi- 
naria (1). 

Seguite le guerre in Toscana, Ferdinando vi 
mandò Alfonso a comandare l'esercito ( an. 1478 ) ; 
donde poi dovettesi recare a combattere i Turchi 
invasori, e sterminatori di Otranto (an. 1480): i 
quali, per la morte di Maometto II ( 3 maggio 
1481 ), si ritirarono, sgombrando interamente la 
Puglia (2). — Parecchi anni dopo, Bajazet II aven- 
do occupata la Valacchia (an. 1484) e l'Albania 
( an. 1492), un gran numero di liberi Albanesi, 
non sopportando di vivere in ischiavitù, emigrarono 
in divetsi luoghi dell' interno delle Calabrie; ove 
ancora esistono i loro discendenti, con il loro lin- 
guaggio, i loro usi e costumi (3). 

Dopo la partenza dei Turchi, Alfonso, sopran- 
nominato il Guercio^ a cui Ferdinando, che dice- 
vasi pure il Vecchio^ aveva lasciato le redini del 
Governo, imprese a minacciare ogni dì più la 



(i) D. Spanò-Bolani, op. cii,^ voi. I, 1. V, e. IV e V ; P. Gianno- 
ne, op. cit., voi. IV, I. XXVII, e. Ili e V. 

(a) L. A. Muratori, op, ciL^ An, (V lU^ an. 1480-81. 

(3) P. Glannone, op. ciL, voi. IV, 1. XXVII, e. V, e I. XXVIII ; 
N. Leoni, SU istorici su la Mag, Grec, e su la Brezia, Nap. 1862, 
voi. II, e. XXV. 

6 — De Salvo, Palmi, Semìnira e Gioia-T. 



82 PALMI, SEinNARA E GIOIA-TAURO 

maggior parte dei baroni e dei feudatarii del regno ; 
e tanto li vessò, che furono costretti a congiurare 
e a ribellarsi contro di lui apertamente: ma per la 
crudeltà di quello e per la perfidia dì questi, la ri- 
bellione venne soffocata nel sangue dei congiurati, 
ai quali furono confiscati tutti i beni (1). Negli 
altri pochi anni di sua vita, Ferdinando regnò 
piuttosto in pace ; ed essendo morto addì 25 gen- 
naio 1494, Altbnso^ che gli succede al trono, non 
sopravvisse che un anno, perchè questi morì il 
19 novembre 1495, nel monastero di Mazzara in 
Sicilia: ove, sapendosi odiato da tutto il regno, e 
trovandosi impotente a resistere all'esercito inva- 
dente di Carlo Vili, re di Francia, si era ritirato 
per finire la vita, dopo di aver rinunciato la co- 
rona del regno a favore di Ferdinando II, pur 
detto Ferrandino e Ferrante II, suo figliuolo ( 23 
gennaio 1495), impromettendosi con ciò, miglior 
fortuna por la sua casa (2). 



(i) Ioan. Albinus, De bello intestino^ lib. V ; Camillo Porzio, Della 
congiura dei baroni del regno di Napoli, conira il re Ferdinando /, 
Nap. 1831 ; G. A. Summonte, op. ciL, tom. 1II| 1. V ; P. Giannone, 
op. ciU, voi. IV, l. XXVIII, e. I. 

(2) G. A. Summonte, op. ciL, tom. Ili, 1. V, e 1. VI, e. I e li ; 
L. A. Muratori, op, e il., an. 1495. 




CAPITOLO III. 



( Dair amo 1495 al 1503 ) 

SOMMARIO: — Importaaza di Semlnara e di Terranora, rprso la llae del serolo XV, In 
Vallis Salinarnm, nome eke ebbesl la Piana, Un prcsM a ^nest' epoca. — Fer- 
rante U, nel 1495, dona Semlnara con i unol cafmll, a Carlo Spinelli. — Terranora e 1 
noi eafali, aogi^ttl a Marino Oorreale; e titola In poflwnw di Anello Areamone.— See- 
n di Carlo MI! in Italia, e d'Anbi^y oeeopa e frorerna le Calabrie. — Ferdinando II 
eoi Oran Capitano Consalro rloeenpano parte dell'eRtrena Calabria. Fatto d' ami presso 
Sminan , tra Franeesi e Spag:nnolÌ , verro la metà di giugno 1495, segnlto dalla 
Ttttoria di fnestl, e della loro entrata In questa fitti. — Cenno di nn monamento, eke 
sorgerà in Semlnara per perpetoame la memoria del dnca Carlo Spinelli e del dne fatti 
d'armi faToreToll agli Spagnooll, aweanti premo di questa fitti (in annotaz I on e).— 
Battaglia della Fignrella, tra Franfest e Spagnnoli, aTrennta 11 21 giugno 
1496. a poebi chilometri da Semlnara, e disfatta di Ferdinando il. — Progressi di Consal- 
To nelle Calabrie, ed oerupasione di queste provinre e quasi di tutto 11 regno. — Morte 
di Ferdinando II, e successione di Federico 11, a cui Consalvo rassetta defl ni ti v amente 11 
regno. — Aeeordl tra Ferdinando II Cattolico e liodovlro XII, I quali spodestano re Fede- 
rico, e se ne dividono il reime di .Napoli. — Consalvo riceve il titolo di Duca di Terra- 
nova. — Per dlsacfordl nella divisione del regno, sorge geerra tra 11 duca di Xemonrs 
e Consalvo; e d'Aublgny occupa nuovamente gran parte delle Calabrie. — Fatto d' armi 
tra II eonie Onorato Sanseverino e Ugo di Cardona, a Terranova, che da questo capitano 
spagnuolo viene espugnata dopo di aver disfatto I Francesi e I partigiani del Sanseveri- 
no. — I Francesi, comandati da d'Anblgny, assaltano e soonflggono gli Spagnnoli, co- 
mandati da Ugo di Cardona a Terranova, addi 26 dicembre 1502. — Agli Spagnnoli del- 
le Calabrie arrivano dalla Spagna altri aiuti di soldati, e tutto l'esercito si raccoglie a 
Semlnara. Da qui, in seguito a sfida del d' Aublgny, gli Spagnnoli muovono contro i 
Francesi, schierati di li dal Petrace, verso titola. Fiera e sanguinosa battaglia che ne 
segue tn loro, il 14 aprile 1508, presso 11 Ponte Vecchio, con vittoria com- 
pleta degli Spagnuoli. Assedio In Angltola, e imprigionamento del d'Aublgny Insieme con 
altri eapiteni. — Il re Ferdinando 11 Cattolico reste solo signoi-e di tutto il regno, e 
Oomalvo ne è 11 primo vieerè. 




ESSO la fine del secolo XV, Seminara (Se- 
minaria civitas), benché in una cerchia poco e- 
stesa, era la più importante città castellata del 
versante occidentale dejjfli ultimi Appennini e di 
Aspromonte; e con Terranova (oppidum nobile). 



84 PALMI, 8EMINARA E GIOIA-TAURO 



anch'essa piccola città, cinta di mura, oltre ad 
Oppido ( Opedum civitas)^ tenevano il primato, sia 
per quantità di popolo, sia per importanza d' in- 
dustrie, su tutte le altre terre e castella della e- 
siesa regione della Pianura o Piano di S. Martino, 
come allora essa nominavasi (1), e pure oggidì, 
chiamandosi ancora Piana di Casalnuovo o Citta- 
nova, oppure di Gioia: la quale viene distìnta in 
superiore, verso i monti, e inferiore, verso il gol- 
fo di Gioia-Tauro; mentre primitivamente questa 
estesa regione della Piana era conosciuta col no- 
me di Vallis Sahnarum (2). Nella suddetta epo- 
ca, Seminara era città regia ; ma da Ferrante II, 
fu per gratitudine, donata a un tempo con Roc- 
chetta e Summonte, al valoroso conte Iacopo (3) 
o Carlo Spinello, nel 1495 ; e per maggior favo- 
re, quegli elevò a suo consigliere, il fratello di 
Carlo, chiamato Giovambattista, essendo questi 
versato nelle leggi (4). Così Seminara ricadde 



(i) G. Barrius, op. ciL, 1. II, e. XVII e XVIII, e annot. di Th. 
Aceti ; P. Gualtieri, op. cit^ 1. I, pag. 113. 

(2) Gaufr. Malaterra, Histor. siculi lib. II, cap. XIX; P. Collenu- 
cio, op, city 1. Ili, f. 52 ; N, Leoni, Siudii tstar, su la Magna Grecia 
e su la Brezia^ Nap. i86a, voi. II, e. XXIII, 2ro« 

(3j Se. Mazzella, op, cit,^ pag. 738. 

C4) Circa l'origine, le vicende e la fortuna della casa Spinelli, vedi 
i seguenti storiografi: S. Ammirato, Storie delle famiglie noò. napoL; 
.Se. Mazzella, op. cil., psig, 738 ; Pietro Ansalone, Famiglie siciliaue ; 
Cesare Eugenio Caracciolo, Napoli sacra ; Qiulio Cesare Capaccio, // 
forastiero^ Dialoghi^ Nap. 1635, giornata V e Vili, pag. 290 e 720 ; 



CAPITOLO TERZO 85 



sotto il giogo feudale ; e poi, eccetto un interval- 
lo di non lungo tempo, ritornò a soggiacere alla 
casa Spinelli, fino all'anno 1806, in cui furono 
aboliti gli ordini feudali. 

Palmi, che vei'so la fine del secolo XV, era un 
villaggio piuttosto considerevole ( Parma oppi- 
dum )y e gli altri casali, cioè Sant'Anna ( pa- 
gus Anna^ Decalstidium j, Strangi, Sant' Opolo 
( presso r attualo villaggio di Barrittìere ) e Pesolo, 
soggetti a Seminara, seguirono le sorti di questa 
città (1). 

Terranova e i suoi casali, cioè Rizzicone, S. Leo 
(che sorgeva presso il Ponte Vecchio del Petrace), 
S. Martino^ Christoò,- Votone^ Ha diceria^ latrinoli, 
Brachadi, Cortoladiy Galatoni, Scrofbrio^ V uno e 
r altro Molochio, erano soggetti a Marino Correale 



Biagio Aldimarì, Memorie isioriche di diverse famiglie nobili^ così na- 
poli tane cotne f or ostiere^ Nap. 1691, lib. I, pag. 151; Lor. Giustinia- 
ni, op. ciL^ V. Seminara ( questi rileva la concessione di Seminara h 
Carlo Spinelli, dal quinternione I, Reg, arch,^ fol. 1350, che non si 
trova più, poiché nel riordinamento delPArchivio di Stato in Napoli, 
e nel trasferimento che di questo si fece nel 1818, dal Castello Ca- 
puano al convento di S. Severino, andò disperso il volume I dei quin- 
ternioni deli' anno 1495 ) ; Ant. Salmena, Morano Calabro e le sue 
case illustri^ Milano 1882, lib. IV, Cap. XII ; come pure Carlo de 
Lellis, Elio Marchese, Padre Borrello, Contarini, Jacob. Imhofìf. ed 
altri. 

(i) G. Barrius, op. cit., 1. II, e. XVIII, e annot. di Th. Aceti ; G. 
Fiore, op. cit,^ tom. I, Calab. abit, 1. I, part. II, e. III, {1130 114; 
Giovambattista Pacichelli, // regno di Napol, in prospettiva, ecc., Nap. 
1703, part. II, pag. 103 ; L. Giustiniani, op, cii,, v. Seminarae Palma. 



86 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 



o Curiale di Sorrento (1) ; e Gioja ( Geolia oppi- 
dum ) era posseduta da Anello o Agnello Arca- 
mone del seggio di Montagna, conte di Borrello, 
per compra fatta nel 1479, dal Re Ferdinando I: 
il quale sospettando in seguito, che questi avesse 
preso parte alla ribellione di suo cognato, il se- 
gretario Petrucci, lo fece imprigionare (maggio 
1487 ), e lo spogliò di ogni sua possessione (2). 
. Neir agosto del 1494, Carlo VITI, re di Fran- 
cia, venne in Italia, spintovi dalla brama di con- 
quistare il reame di Napoli, più che dall' interes- 
sato invito di Lodovico Sforza, duca di Milano, e 
dalle insistenze vendicative del principe di Saler- 
ei) G. Marafioti, op. ciL, 1. I, e. XXX e XXXIII ;G. A. Summon- 
te, op, cit,, tom. Ili, 1. V, pag. 45 ; Rivista storica calabrese^ S. Lu- 
cido 1895, diret. Prof. G. B. Moscato, aii. Ili, fase. XIX, pag. 255 ; 
D. Valensise, op, cit,^ e. I, § 2.^, pag. 31. 

(?) C. Porzio, op, cit.y pag. 171 ; Se. Mazzella, op. cit,, pag. 679; 
G. A. Summoute, op. cit,, tom. Ili, 1. V, pag. 543 ; G. Fiore, op, 
cit.^ tom. I, Calab. abit,^ 1. I, part. II, e. II, J 105, pag. 146 ; P. Gian- 
none, op, cit., voi. IV, I. XXVUI, e. I e V. Questo storico a propo- 
sito dei giureconsulti che fiorirono nel tempo di Ferdinando 1, scrive 
che < Agnello Arca mone del sedile di Montagna, presidente di Ca- 
mera nel 1466, poi nei 1469 regio consigliere, fu anch*egli dal re Fer- 
dinando adoperato negli affari di Stato, inviandolo per suo ambascia- 
dorè in Venezia, e nel 1473 in Roma al pontefice Sisto IV, e poi ad 
Innocenzo Vili, per negozi gravissimi. Disbrigato dall' ambascerie con 
felice successo, fu dal re nel 1483 fatto conte di Borrello, investendolo 
ancora delle terre di Rosarno e di Gioia in Calabria. Ma da poi Ja 
sua fortuna mutò sembiante ; poiché nella congiura de* baroni, perchè 
sua sorella era moglie d' Antonello Petrucci, fu dal re insieme con i 
congiurati imprigionati, e finché Ferdinando visse lo tenne con gli al- 
tri in carcere, donde poi insieme con tutti gli altri ne fu da Ferdi- 
nando II nel 1495 liberato. Ci lasciò egli alcune addizioni sopra le Co- 
stituzioni del regno, che ora abbiamo. Morì in Napoli nel 1510, e giace 
sepolto nella chiesa di S. Lorenzo, ove si vede il suo tumulo >. 



CAPITOLO TERZO 87 



DO, entraaibi nemici fieri dì casa d'Aragona; e 
nel febbraio dell' anno appresso (22 febbraio 1495), 
entrò trionfalmente in Napoli, fra un popolo in- 
vaso da pazzo entusiasmo, per essersi liberato dal- 
l'empio e crudele dominio degli Aragonesi. An- 
che il resto del rojfno si sollevò a favore del re 
Carlo: sicché Ferdinando II fu costretto, da Ischia 
rifugiarsi in Sicilia, presso Alfonso, suo padre ( 20 
marzo ) ; e tanto era 1' entusiasmo e 1' attacca- 
mento dei popoli verso gli Angioini, che, per le 
estreme provinco meridionali, bastò che due soli 
capitani dell' esercito francese, senza seguito di 
soldati, cioè lo scozzese Eberardo Stuard monsi- 
gnor d' Aubigny, elevato da Carlo a suo vicario 
in queste province, e Peron de Basquy si fossero 
recati in Calabria, che già tutta disposta, eccetto 
Amantea, Tropea e, per breve tempo, Reggio, si 
desse loro, per essere governata in nome del re. 
Ma i Francesi non seppero giovarsi di tanta for- 
tuna: anzi con la loro superbia e prepotenza, e 
con l'usare violenze d'ogni genere, fecero sì che 
il favore dei popoli si mutasse in odio contro di 
loro, e venisse desiderato il ritorno degli Spa- 
gnuoli di Sicilia ; ove Ferdinando II aveva intan- 
to chiesti e ricevuti aiuti da Ferdinando il Cat- 
tolico, ed una numerosa armata, sotto il comando 
del Gran Capitano Consalvo Ernandez da Cordo- 
va. Il quale in compagnia del re, se ne partì da 
Messina (2 giugno 1495) con settecento cavalli 



88 PALMI, SEMINARA E QIOIA-TAURO 

e cinquemila fanti spagnuoli, uniti con Siciliani; e, 
cpn l'annuenza dei cittadini, occupò Reggio, ben- 
ché i Francesi del castello avessero combattuto 
con grande ostinatezza e con perfìdia ; talmente- 
chè dopo di essere stati vinti, furono dagli Arago- 
nesi, per eccesso di vendetta, buttati dai merli (1). 

In questi tempi, il duca di Milano con i Vene- 
ziani, i principi d' Italia e il papa Alessandro VI, 
temendo della cresciuta potenza del re Carlo, si 
collegarono per la conservazione dei loro Stati e 
per la libertà d' Italia, dando a credere che la lo- 
ro lega fosse per difesa della cristianità contro i 
Turchi. Ma il re Carlo, vedendosi minacciato e 
malsicuro, se ne partì da Napoli ( 20 marzo 1495) 
per ritornarsene in Francia, lasciando un numero 
insufficiente di soldati, e Giberto duca di Mont- 
pensier, di casa Borbone, per capitano generale 
del regno. Monsignor d'Aubigny, che dal Re Car- 
lo era stato fatto gran contestabile del regno, 
conte di Acri e marchese di Squillace, fu da que- 
sto monarca incaricato a governare le Calabrie ; 
come tanti altri fidi capitani furono lasciati al go- 
verno di altre province e città del regno (2). Per 

(i) Notar Giacomo, Cronaca di Napoli^ pubblicata per cura di Pao- 
lo Garzilli, Nap. 1845, pag. 192 ; F. Guicciardini, Slor. d*/lal.t tom. 
I, 1. I, e. II, e 1. II, e. II ; G. A. Summonte, op. cit,^ tom. Ili, I. VI, 
e. VII ; P. Giannone, op. city voi. IV, 1. XXIX, e. I ; D. SpanòBo- 
lanl, op^ city voi. I, I. V, e. VI ; D. Andreotti, op, city voi. II, 1. 
XII, e. IV e V. 

(3) F. Guicciardini, op. city tom. I, 1. II, e. III ; P. Giannone, op. 
city voi. IV, 1. XXIX, e. II. 



CAPITOLO TEBZO 89 



tale lega, e per la partenza del re Carlo, Ferdi- 
nando II nutrì più forte speranza di poter ricon- 
quistare il regno ; e dopo di aver rioccupato Reg- 
gio, strinse con Antonio Grimani, generale della 
armata veneziana, che si trovava verso Puglia, 
un accordo ai danni dei Francesi, stanziati in quei 
luoghi ; ed egli incoraggiato dai primi felici suc- 
cessi, andava occupando le terre e castella della 
parte estrema di Calabria, togliendole ai France- 
si: i quali, quantunque fossero in iscarso numero 
per ciascun presidio, pure opponevano valida re- 
sistenza. Non pertanto il re Ferrandino e Consal- 
vo, espugnata che ebbero Sant'Agata, condussero 
il loro esercito, composto di 6000 uomini, tra Spa- 
gnuoli, Siciliani e Calabresi, e di 600 cavalli leg- 
gieri, alla volta di Serainara ; ove i Francesi si 
erano^ in gran numero, raccolti e fortificati. Ma 
una banda di questi, essendo uscita fuori per fare 
temerariamente la scoverta dell'esercito e dell'ac- 
campamento nemico, fu assalita e rotta dalla ca- 
valleria spagnuola (1): perciò il resto dell'esercito 



(i) Vedi la tavola I, qui apag. 93.— Questa tavola di marmo e le al- 
tre tre, somiglianti in parte, senza iscrizione e scolpite a bassorilievo, 
che qui e appresso segniamo in fotoincisione, esistono in Seminara, 
ma soverchiamente deturpate. Di esse, questa che è la prima, si trova 
allogata sul muro esterno del palazzotto della Pretura ; la seconda è 
posta nell'atrio di questo edifìzio ; la terza, che è la più mutilata, è fab- 
bricata insieme con uno stemma parimente mutilato, sur una parete del- 
la scala dell'abitazione della famiglia Candido ; e la quarta si trova 
depositata neir interno del portone della casa Municipale, in via Barlaa- 
mo, È tradizione che dopo il terremoto del febbraio dell'anno 1783, questi 
quattro bassorilievi vi furono trasportati dalla vecchia Seminara ; ove, 



90 PALMI, SEMINAR A E GIOIA-TAURO 

francese, spinto da subitanea ira, imprudentemen- 
te uscì ad attaccare gli Spagnuoli; e ne seguì 



in una piazzetta ( detta anticamente piano dello Spirito Santo, per la 
chiesa che ivi sorg^eva, dedicata allo Spirito Santo ), presso la porta 
settentrionale ( ancor oggi detta Portello oppure Porta <&/ Borgo ) della 
città, di rincontro al prospetto delle poche mura abbandonate del con- 
vento in ricostruzione, dei Francescani, rivestivano e adornavano la 
base di un monumento marmoreo, che fu innalzato colà a Carlo Spi- 
nelli, primo duca di Seminara, di cui sorgeva la statua in marmo: 
donde poi il rudero rimasto, veniva dalla gente del luogo, indicato 
col nome di Duca di marmo. Della statua esiste, a nostro credere, il 
solo capo, che si trova depositato, da parecchi anni, nel museo civico 
di Reggio; ma di esso è proprietaria la famiglia D'Elia seminarese; 
la quale lo teneva conservato, credendolo, come si ebbe per incerta 
tradizione, che si fosse appartenuto ad un monumento, eretto al Gran 
Capitano Consalvo ; se non che noi dovemmo poi smettere tale opi- 
nione, perla gran differenza rilevata nel confronto coi ritratti del Con- 
salvo ; di cui, per quante ricerche al proposito si sieno da noi prati- 
cate, non abbiamo potuto rintracciare che, in Seminara, fosse esistito 
alcun monumento: mentre da un manoscritto, del già dottor fisico 
Guglielmo Romeo di Felice, daMelicuccà, fatto verso il 1776, e che 
viene conservato dalla famiglia Romeo, esistente in Palmi, rileviamo che 
il 4 Duca Carlo Spinelli, di cui vi era la statua di marmo nel piano dello 
Spirito Santo e che morì vicino il 1560, sepolto avanti la chiesa dei PP. 
Cappuccini di Seminara per sua div.«, e trasferito dal Pr.pe Scipione 
Spinelli C* il 17Ó0 dentro la Chiesa. Mori nel 1566 [ veramente, come 
dimostriamo appresso, nelcap. IV, annotaz., fu nel 1572 che mori ì^ 
duca Carlo Spinelli ] , come appare dalla Lapide sepolcrale nel conven- 
to dei PP. Cappuccini da lui fondato nel 1560, ed in cui volle essere 
sepolto». Oltre di ciò, per provare tale dissomiglianza tra il capo mar- 
moreo, teste detto, e la fìsonomia di Consalvo di Cordova, abbiamo che 
questi, già alto della persona, e un pò* corpulento, aveva il capo roton- 
deggiante, e corto il collo ; aveva il naso piuttosto grosso e lungo, con 
la punta arrotondata e accompagnato dalle due pinne nasali abitual- 
mente inarcate, quasi che di continuo egli fiutasse, o che stesse per 
divenire arcigno, ma che intanto aveva lo sguardo sereno, sostenuto 
e gli occhi penetranti : inoltre aveva labbra tumide e sporgenti, co- 
me sporgente era il suo mento, e tondeggiante. Egli teneva la barba 
tutta rasa, e portava i capelli voltati addietro, fluenti e lunghi fino alle 
spalle ; e < il volto ebbe colorito ; gli occhi castagnicci, et ancora i 



CAPITOLO TERZO 91 



una ^ orribile e sangui uosa battaglia, con gran- 
dissima uccisione di Francesi», restando Semina* 



capelli » ( vedi il ritratto in litografia, stampato nei Ritratti et elogii 
di capitani illustri che ne* secoli moderni hanno gloriosamente guer- 
^^ggiatOf descritti da Giulio Roscio, Monsig. Agostino Mascardi j Fa- 
bio Leonida^ Ottavio Tronsarelliy et altri ^ Roma 1646, pag. 210-12 ; e 
l'altro identico, nel Dizionario completo o II Nuovissimo Melzi^ di B. 
Melzi, Milano, parte scientifica, pag. 256). Mentre che il capo marmoreo 
suddetto, che mostra di essere stato scolpito da mano maestra, è roton- 
deggiante, col viso ovale, con la fronte spaziosa e con le tempie e le 
guance piene; regolari ha le labbra, bocca raccolta, e il mento ben 
proporzionato al resto della faccia, non ostante che questa sia rico- 
verta dalla barba, tagliata corta e lasciata gradatamente più lunga verso 
il mento, ove si presenta disposta a pizzo-, ha i capelli tosati piuttosto 
corti ; e guardato di profilo, e messo a paragone col ritratto ( in lito- 
grafìa) di Consalvo, che è di profilo, si scorge chiaramente che essi 
non hanno rassomiglianza alcuna fra loro, e che furono delineati da 
due fisonomie spiccatamente diverse, checche si sia congetturato in 
contrario, inesattamente già (Rivista storica calabrese con studii di let- 
teratura ed arte, diretta dal prof. Rocco Cotroneo, Reggio 1897, an- 
no V, fase. 44, 15 ott. ). 

Circa i fatti che vengono rappresentati dai dianzi detti bassorilie- 
vi, non possiamo rilevarne la verità, che con la guida degli avveni- 
menti storici, accaduti in questi luoghi della Calabria ulteriore, perchè 
mancano le rispettive iscrizioni nei quadri, a ciò destinati dallo scul- 
tore. £ così, secondo la nostra interpretazione, tutto il bassorilievo, 
figurato nella tavola I, che ha le dimensioni di m. 0,98 N/ 0,98, rap- 
presenta il seguente fatto d'armi, cioè: La cavalleria spagnuola del- 
l' esercito comandato da Ferdinando II e dal Gran Capitano Cofisalvo^ 
assalta erompe una banda delV esercito francese , che esce da Seminava, 
in cui eglino poi entrano, accolti con grande entusiasmo ( verso la metà 
di giugno, an, 1493 ). 

Il bassorilievo, figurato nella tavola II, che ha le dimensioni di m. 
0,98 ^ 0,98, rappresenta: La battaglia avvenuta presso ut Ponte vec- 
chio del fiume Petrace, addì 14 aprile 1503, tra i Francesi, coman- 
dati da Monsignor d'Aubigny, e gli Spagnuoli, comandati da don Ugo 
di Cardona e da Ferdinando d'Afuirada, e finita con la vittoria di que- 
sti e la disfatta e poi la prigionia di quello. 

Il bassorilievo, figurato nella tavola III, che è delle dimensioni di 
m» o»45 X ^»5^» rappresenta: Monsignor d* Aubigny che si rende pri- 



92 PALMI, SKUIKARA E OIOIA-TAURO 

ra ìq potere del re Ferdioando II; nella quale 
città, queBti fa accolto > con allegrezza grande 
di tutti i cittadini >. Questa battaglia accadde ver- 
so la metà di giugno del 1495 (1). 




!■ Firilua- 

t, tanlla e raipc ■•■ bnto 4cllV 
Il C]cllm« p*l ntn», m- 
>• (ver** U «It di gligu. ». HIS). 



gioniero <iglì Spagnuoli, i gitali, dopo la vittoria da ì-iro oilenula so- 
pra Cesercilo di lui, preao il Peirace, addi 14 aprile 1503, lo teneva- 
no assedialo in Aiigitola, ove egli si era rifugiato. 

Il bassorilievo, figurAto nella tavola IV, che ha le dimensioni di 
m 1,00 y 0,90, rappresenta: La entrala trionfale dello imperatore 
Carlo V il» Seminare, addì 3 novembre 1535, nel suo ritorno a Na- 
poli, dalla guerra vittoriosa d'Africa ; e Carlo Spinelli, I duca di Se- 
tninara, che poco olire la metà del secolo Xyi, imprende a ricoslnu- 
n Parma (Palmi) in quadrato equilaterale , cinto di mura, munite 
agli angoli, da torri quadre: donde poi a questa piccola città, derivò 
pure il nome di Carlopoli, che fa in uso durante la seconda metà di 
tale secolo. 

(i) G. A. Summontf, op. cil., tom. Ili, llb. VI, e. Il ; G. Mara- 
fioti, opi cil., 1. I, e. XXX; Notar Giacomo, op. cil., pag. 193 ; Mon- 



CAPITOLO TERZO 03 



Lo scopo del re Ferrandino e di Consalvo, nel- 
r inoltrarsi per i paesi delle Calabrie, era di as- 
sicurarsi prima della possessione di queste pro- 
vince, e poi andare con tutto l'esercito, in Napoli, 
portati dalla loro flotta; la quale, comandata dal 
Villamarino, generale dell' armata, aspettava nel 
porto di Ercole, presso la fedele Tropea. Laonde, 



signor Giov. Batt. Cantalìcio, Hisiorie delle guerre falle in Ilalia dal 
Gran Capilano; Antonino Parisi, Cronologia compendiala delle Due 
Sicilie^ Nap. 1835, an. 1495 ; N. Leoni, Sludii istor, su la Mag. Gxec^ 
e su la Brezia^ voi. II, e. XXII ; D. SpanòBolani, op.cil,^ voi. 1, 1. 
V, e. VI. — Gli avvenimenti di questo fatto d'armi vengono esposti 
dal Giov io ( La vita di Consalvo Ferrando di Cordova^ delio il Gran 
Capitano^ scritta per Mons, Paolo Giovio vescovo di Nocera et tra- 
dotta per M. Lodovico Dotnenichi^ in Fiorenza 1553, lib. I,pag. 43-46), 
nel modo seguente: < . • . i Calabresi e i villani armati avevano pre- 
so i passi e le strade. Consalvo per cagione di spiare aveva mandato 
alcune bande di Spagnuoli a rubare, da' quali una banda di Francesi, 
la quale si ritirava a Semiuara, in una profonda valle, fu circondata 
et rotta ; dove i Calabresi alzando un terribile grido, crebbero mag- 
gior paura al pericolo dei Francesi, talché quasi tutti furono presi sen- 
za ferita. Dopo questo successo Consalvo e jn tutta la Cavalleria, se- 
guitandolo il re con la fanteria, arrivato a'Ua porta di Seminara, fece 
intendere ai terrazzani, che volessero preporre il Re Ferrandino, huo- 
mo di grande humanità et valore, il quale mentre che regnava il pa- 
dre, l 'bave vano conosciuto per liberale et amorevole signore, a Fran- 
cesi, uomini stranieri e crudeli, et ch'egli era venuto con l'esercito ar- 
mato con quella speranza, ch'egli si credeva che i Seminaresi senza 
scordarsi punto dell'antica affezione verso il nome Aragonese, subito 
aperte le porte dovessero ritornare a ubidienza. Posciacchè già s'era- 
no cominciati a udire i tamburi dell'esercito che s' appressava, et a ve- 
der r insegne, et Consalvo mostrava gli uomini d'arme Francesi, i quali 
andando in soccorso della guardia eh' era debole, erano stati rotti et 
presi per la via. Per le quali cose i Seminar<»ii, perchè con animo odio- 
so facilmente sprezzavano i pochi Francesi, et la fazione Aragonese 
alzato il grido prevaleva, e riceverono il Re mnndatido fuora i Fran- 
cesi per l'altra porta ». 



94 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

e a maggior sicurezza, Ferrandino aveva già man- 
dato Alfonso d'Avalos, per occupare e tener libere 
di ostacoli, le terre e le castella, lungo il cammi- 
no verso questa città: delle quali, in gran parte, 
essendo padrone Marino Correale, signore di Ter- 
ranova, Ferrandino lo aveva condotto seco, per 
valersi non solo delle sue forze e del suo valoro- 
so servizio, ma pure per giovarsi del suo utile 
consiglio e autorità, essendo di tali luoghi ; e i- 
noltre per rimetterlo in possesso dei suoi fondi, 
dai quali i Francesi lo avevano discacciato, poi- 
ché fin dal principio della guerra, cioè sotto re 
Alfonso e re Ferrandino, volle seguire la parto 
aragonese (1). 

Monsignor d'Aubigny, viceré di Calabria, com- 
prese le intenzioni degli Spagnuoli ; e per distor- 
narle, e per riacquistare fm questo popolazioni, 
il prestigio, menomato dalla rotta, toccata ai suoi 
dalla guarnigione di Scminara, immediatamente 
a questo fatto d'armi, mandò a chiamare dalla 
Basilicata, Persio o Persi d'Alegria con le fante- 
rie svizzere e con grossa cavalleria ; e fatti radu- 
nare in Terranova, i presidii di tutte le terre di 
Calabria e di altro delle vicine province, e la 
gente e i cavalli, che i partigiani degli Angioini 
di questi luoghi, gli avevano mandato in aiuto, 



(I) Mi)ns. Paolo Giovio, Istorie^ p irt. I, lib. Ili, riport. da Gir. 
Marali'Hi nelle sue Cronache et antickiùi di Calabria^ I. I, e. XXX. 



CAPITOLO TERZO 95 



marciò verso Serainara. Colà soffermatosi presso 
il Petrace, nella contrada San Leo, tutta a boschi 
e cespugli (1), mandò a sfidare a battaglia il re 
Ferrandino. Questi a tale sfida, reputando esser 
cosa vituperevole il ristare senza accettarla, dopo 
tanta reputazione acquistata negli scontri prece- 
denti, e contìdando nel valore dei suoi soldati, che 
egli credeva anche in più forte numero, giacché 
le spie gli avevano fatto intendere, ma falsamente, 
che non ancora nel campo d'Aubigny era arriva- 
to Persio, dispose che subito uscissero le insegne 
fuori lo porto di Seminara, non ostante che il pru- 
dente Consalvo avesse cercato in tutti i modi di 
dissuaderlo da tale intempestiva risoluzione. La 
quale, secondo il diro di questo valoroso capitano, 
presa senza prima aver piena contezza dell'eser- 
cito nemico, avrebbe potuto riuscire disastrosa per 
l'esercito spagnuolo, non ben disciplinato come 
quello francese. Ma Ferdinando li e gli altri il- 
lustri capitani^ raccolti in consiglio, cioè Andrea 
Altavilla duca di Termoli, della famiglia Capua- 
na, don Ugo di Cardona, Teodoro Trivulci, Ema- 
nuello Benavides, Pietro di Paz, Alverado, e Pen- 
nalosa, desiderosi di venire a giornata, fecero pre- 
valere il loro consiglio ; e, posto in ordino le 
schiere, s' incaminarono verso il campo nemico, e 



(I) P. Giovio, La vita di Coitsaivo, cH.^ I. I, pn.cc. 47-51 ; Fra L. 
Alberti, op, ciL^ Calabria^ 7.* regione, pag. 20*^. 



96 PALMI, SBMINARA E OIOIA TAURO 

si attaccò la battaglia (1), in giorno di domeni- 
ca, in cui ricorreva il 21 giugno dell'an. 1495 (2). 
Qui, per maggior fedeltà alla storia, riportiamo 
la narrazione, che di questa battaglia fa il Ma* 
rafioti, col trascrivere il Oiovio, contemporaneo 
di tali avvenimenti (3): e Seminara è posta in 
luogo alto, e certi continui poggi arrivano dal- 
la terra ad una picciola valle, la quale con humil 
guado manda fuori un fiume, d'onde comincia- 
no le campagne aperte, nelle quali i Francesi 
erano venuti da Terranova. Ferrando menò l'or- 
dinanza per i poggi, e caminato tre miglia, giun- 
se al fiume, e posti i pedoni dalla man sinistra, 
nella riva di qua, e distesa la cavalleria nella 
parte destra a guisa d'un 'ala, aspettava che i ne- 
mici passassero il fiume. D'altra parte Obegni- 
no, e Pei*sio, opposero gli Svizzeri serrati insie- 
me in un battaglione alla fanteria de' nemici, 
posero le compagnie de' Calabresi nelle spalle, 
come per soccorso, e partirono tra di loro la ca- 
valleria, i quali orano poco meno di quattrocento 
huomini d'arme, et al costume francese, due vol- 



(i) Mons. Paolo Giovio, Istorie del suo tempo ^ tradotta da Lodo- 
vico Domenichi^ Venezia 1551, |)art. I, lìb. Ili, pag. 109-1 la; G. Ma- 
rafìoti, op. cit., 1. I» e. 30.0 e 31.*^ ; F. Guicciardini, op, cit,, tom. I, 
1. II, e. V ; G. A. Summonte, op. cit,, tom. Ili, 1. VII, e. II ; Giu- 
liano Passero, I/istorie^ oppure Giornate^ Nap. 17IÌ5, pag. 75. 

(3) Notar Giacomo, op, cit.^ pag. 192; L. A. Muratori, An.d* Jtal.^ 
an. 1495. 

(3) Gir. Marafioti, op, ci/., 1. I, e. 3-'.*'. 



CAPITOLO TERZO 97 



te tanto de' cavalli leggieri, e così fatta un'ordi- 
nanza quadra, passato il fiume andarono a tro- 
vare i nemici ( Battaglia tra Aragonesi e Francesi 
nel fiume di Seminara). Veggendo ciò i cavalieri 
spagnuoli animosamente spinsero innanzi, e perchè 
essendo inferiori d'armi, e di forze non potevano 
scacciare da luogo l'ordinanza serrata degli huo- 
mini d'arme, alzato un grido cominciarono a pun- 
gere i cavalli, e con una certa foggia spagnuola 
di combattere, girandosi a ritornare a' suoi. Que- 
sta cosa ruppe l'animo alla fanteria aragonese, 
credendo eh' i suoi scacciati da' nemici si ritras- 
sero, e parimente fece animo a' Francesi, a spin- 
gere innanzi, tal eh' Obignino da man destra, e 
Persio dalla sinistra, che dà soccorsi con la sua ban- 
da animosamente investendo la fanteria, quasi tut- 
ta la posero in rotta, prima che glji Svizzeri dalla 
fronte àbassassero le picche ; e eh' havendo ab- 
battuti molti di loro gli sbaragliarono aflfatto. Fer- 
rando havendo indarno confortato i suoi, che ri- 
tornassero in battaglia, come valoroso cavalliero, 
con i suol famigliari huomini d'arme entrò tra 
nemici, e ruppe la sua lancia nel petto d'un gran 
gentiihuomo francese^ et essendo oppresso dalla 
moltitudine de' nemici, subito si diede a faggire 
( dopo di essergli restati morti i cinquecento ron- 
conieri, scelti soldati per guardia della sua perso- 
na ). Hor mentre ch'ei fuggiva, molti veggendolo 

7 — De Salto, Palmi, Seminara e Gioia-T. 



98 PALMI, SEMINARAE GIOIA-TAURO 

con pennacchi, et armi indorate si diedero a se- 
guitarlo, ma non essendo nessuno che lo giunges- 
se nel corso, cadendogli il cavallo si precipitò in 
certi passi stretti d'una via tagliata: e non erano 
mollo quindi lontano i Francesi, quando essendo- 
segli rovesciato addosso il cavallo, et inviluppato 
nelle staffe, e nelle corna lunate dell'arcione, si 
era posto in gran pericolo della vita ; ma gli so- 
vragionse in aiuto Giovanne fratello d'Andrea di 
Altavilla, e con notabil carità gli offerse un ve- 
locissimo cavallo ch'egli haveva, acciò si salvasse 
dalle mani di nemici. Dove Ferrando se come 
quello ch'egli era destrissimo saltatore anchor che 
fosse coverto d'arme gravi, subito salendovi sovra 
fuggì dalle mani de' Francesi: ma V Altavilla ri- 
maso a piedi, poco indi fu da' nemici ucciso. Obe- 
gnino havendo tagliato a pezzi gran parte della 
fanteria, si fermò poco lontano da quel luogo (1): 
tal che fu detto ch'egli non haveva saputo usare 
la vittoria, perch'egli non havea perseguitato tanti 



(i) Il campo, su cui avvenne questa memorabile battaglia, è ben 
designato dal Marafìoti ; è poco discosto dal fìume Petrace, che allora 
ne ritraeva pure la denominazione dalla città di Seminara, di cui lam- 
bisce il confine del territorio del Iato settentrionale ; e non è molto 
lontano dalla contrada San Giatfanni in Lauro ^ la quale si estende 
dalla parte di ponente. Questo campo è nella contrada denominata 
Terra mala \ e in esso trovasi un luogo che comunemente viene indi- 
cato col nome di Figurclla^ pronunziato Fìgureddha^ nel dialetto dei 
naturali di tate regione ; e questo nome gli derivò da una edicola 
con una nicchietta, contenente una figura sacra, che perla pietà dei fe- 
deli, venne edificata, ed esisteva in altri tempi, sul punto, ove mag- 
giore fu l'eccidio. 



CAPITOLO TERZO 99 



huomini illustri, tra quali era anco Lodovico dì 
Aragona cardinale, né subito haveva menato lo 
esercito vincitore a Seminara: nel quale spazio i 
predetti signori col re Ferrando, per diverse stra- 
de contracambiando il viaggio arrivarono nella 
Bagnara, dove con singolare carità essendo rice- 
vuti da' Bagnaroti, ascesi di notte su una bar- 
chetta salvi si condussero nel porto d'Ercole, dove 
era Tarmata, et indi camino verso Messina (1). Ma 
il gran Consalvo entrato in Seminara ne portò le 
bagaglie, e tutte le cose di maggior prezzo, e per- 
seguendolo i Francesi, indarno, ricoverò a Reggio, 
quale, per l'abbattimento de' Francesi, era «tato 



(i) Che Ferrandino si fosse rifugiato in Bagnara, è solo il Marafioti 
ad asserirlo; mentre Paolo Giovio, a tale proposito, né nelle Istorie 
del suo tempo ( tradot. da L. Domenichi, part. I, 1. Ili, pag. 109-113), 
ne nella Vita di Consalvo ( Venez. 1553 e 1561, 1. I), fa cenno di 
Bagnara, e neppure di Palmi. Il Guicciardini ( Stor. d' Ital.t tom. I, 
I. II, e. V ), contemporaneo di questi avvenimenti, narra che: < Fug- 
gì Consalvo a traverso de' monti a Reggio, Ferdinando a Palma, che 
è in sul mare vicino a Seminara, dove montato in sull' armata si ri- 
dusse a Messina >. Anche lo Spanò-Bolani ( op, cit,^ voi. I, 1. V, e. 
VI ) riferisce che: « Ferdinando trovò rifugio in Palmi, donde fece 
passaggio a Messina >. E a Palmi e non a Bagnara dovette rifugiarsi 
il re Ferrandino ; perciocché secondo il dire del Notar Giacomo ( op, 
cit.t pag. 193 ), vissuto anch' egli in quei tempi, essendo smontata 
gente dall'armata, per combattere contro d'Aubigny, Ferrandino do- 
veva esser in conoscenza che questa dovevasi trovare nei paraggi, tra 
Gioia e Palmi, ove la costiera è più vicina a Seminara, giusta la nar- 
razione del Guicciardini: e quindi egli trovandosi in pericolo di esse- 
re raggiunto dai nemici, e, in tale stato di animo, non potendo pen- 
sare che a salvarsi in luogo il più sicuro e il più vicino, dovette certo 
dirigersi per Palmi, che gli offriva ciò, e non per la lontana Bagnara, 
alla quale, in quei tempi, non si poteva andare che troppo malage- 
volmente, perchè mancava una comoda strada. 



100 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

un'altra volta preso^ dopo la partita di Ferrando >. 

Il ro Ferdinando, dopo la disfatta patita, rico- 
noscendo il suo torto per il grande errore com- 
messo, diede l'incarico a Consalvo, di proseguire 
la guerra in Calabria ; ed egli con la sua armata 
numerosa, ma sprovvista di un sufficiente numero 
di soldati, andò a Napoli ( 7 luglio 1495), chia- 
matovi dai cittadini, i quali lo accolsero molto 
festosamente (1). 

La Calabria intanto era quasi tutta ritornata 
in potestà del d'Aubigny, il quale, affetto di lun- 
ga malattia, era costretto all' inattività, e risiede- 
va ordinariamente in Gerace: per la qual cosa il 
Gran Capitano, dopo che per la sconfitta presso 
Semìnara, si era fortificato in Reggio, donde ave- 
va respinto i Francesi, si avvalse di tale occasione 
favorevole ; e insieme col cardinale d'Aragona, si 
inoltrarono jper la Calabria, e presero Squillace, 
Simari, Cotrone, Nicastro, Seminara, Terranova, 
nel febbraio del 1496 (2), e dopo parecchi gior- 
ni ( nei primi di marzo, 1496 ), Mileto^ che da lo- 
ro fu posto a sacco e fuoco, come pure tutto il 
suo contado, giacché essendo questo alla devozio- 
ne del re Ferrandino, si era poi dato perfidamente 



(i) Notar Giacomo, op. cit., pag. 193 ; Fr. Guicciardini, op, cit.^ 
toni. I, 1. II, e. V. 

(2) Notar Giocolo, op. cit,^ pag. 200, i marzo 1496; Fr. Guic- 
ciardini, op. cit.y tom. II, 1. Ili, e. III. 



CAPITOLO TERZO lOl 



alla parte francese. K in quindici giorni ( marzo 
1496), avevano preso ventotto terre, senza alcun 
fatto d'arme(l). In seguito il Gran Capitano^ tro- 
vandosi a Castrovillari, ove si era soffermato, as- 
saltò il castello di Lai no , e ottenne una splendi- 
da vittoria sopra i nemici, facendo prigionieri 
undici baroni. Poscia egli occupate altre terre del- 
la Calabria, si recò all' assedio di Atella ( Aversa ), 
dove stava chiuso il Montpensier (17 giugno 1496): 
la quale, essendosi resa a Ferdinando ( 25 luglio 
a 1"^ agosto 1496 ), Consalvo ritornò in Calabria, 
che ancora in gran parte, era posseduta dai Fran- 
cesi ; ma non trovò che debole resistenza, oppo- 
stagli dal d'Aubigny: il quale, dopo che Consalvo 
ricuperò Cosenza e tutto il resto delle Calabrie 
(10 settembre 1496), se ne partì per ritornare in 
Francia (2). 

Discacciati i Francesi dal regno, e non rima- 
nendo loro che Gaeta e Taranto, Ferrandino in- 
cominciò a pensare alla sistemazione del suo rea- 
me: ma dopo poco tempo del suo matrimonio, si 
ammalò e morì, di anni ventisette, addì 7 settem- 
bre 1496, chiamando a succedergli al trono, il 



(i) Notar Giacomo, op, cit,^ pag. 201. 

(a) Notar Giacomo, op. cit,, pag. 204 e 206 ; F. Guicciardini, op. 
cit.y tom. II, ]. Ili, e. Ili ; N. Leoni, Stud. istor. su la Mag. Grec. 
e su la Brezia, voL //, e. XXII ; D. Spanò-Bolani, op. cit.^ voi. I, K 
V, e. VI ; D. Andreotti, op. cit., voi. Il, 1. XII, e. VI ; L. A. Mu- 
ratori, An* <VItal.t an. 1496 ; G. Passero, op. cit.<, pag. 92. 



102 PALHI^ 3EHIKARA E GIOIA-TAURO 

proprio zio Federico II d' Aragona, perchè non 
aveva lasciato eredi (1). 

Re Carlo Vili, che per voto fatto, cioè di non 
combattere contro Ferrandino, e di non togliergli 
il regno, non più mandava aiuti ai suoi soldati 
in Calabria, e né si teneva in corrispondenza con 
i comandanti, lasciati nelle diverse province ; non 
potè ricevere gran dispiacere nel sentire che que- 
sto giovine re aveva già ricuperato tutto il reame 
di Napoli: sul quale, vantando egli dei diritti, e 
non tenendo forze sufficienti per farli valere, ven- 
ne perciò a trattative con Ferdinando il Cattolico, 
re di Castiglia: il quale, essendo figliuolo di Gio- 
vanni d'Aragona, fratello di Alfonso I, anch' egli 
riteneva di avere legittimi diritti sul detto reame. 
Ma il re Carlo, essendo morto improvvisamente 
( 7 aprile 1498 ), ed essendogli succeduto alla co- 
rona di Francia, Luigi o Lodovico XII, duca di 
Orleans, questi, che pur vantava ragioni sul du- 
cato di Milano, dopo varie vicende, convenne con 
Ferdinando di ratificare in Granata (11 novem- 
bre 1500), il trattato di pace e di confederazione: 
col quale entrambi i re si obbligavano di spode- 
stare il re Federico, e ciascuno con le prop)*ie for- 
ze, occupare la parte del reame stabilitagli. 

Intanto Federico II aveva iniziato il suo regno 



(i) G. A. Summonte, op, «/.,toni. Ili, l. VI, e. II ; P. Giannone, 
op. cit, voi. IV, 1. XXIX, e. II. 



CAPITOLO TERZO 103 



con intendimenti pacifici, tanto che ai baroni ri- 
belli, per amicarseli, aveva restituite le loro terre 
e i loro feudi ; né pensava di rafforzare l'esercito, 
e d' impinguare lo smunto erario: laonde, per 
sedargli alcune terre ribelli di Calabria e di A- 
bruzzo, dovette darne V incarico a Consalvo, il 
quale, rassettatogli interamente il regno, ricevè 
da lui, in guidwdone, due città, sette castella e 
il titolo di duca di Sant'Angelo. Similmente in 
seguito, Federico nel venire in conoscenza dei pre- 
parativi di guerra di Lodovico XII contro di lui, 
e della scesa di questo re in Italia, si avvilì, e 
fu costretto di chiedere aiuti ai Turchi, ma in- 
fruttuosamente: sicché si dovette rivolgere nuova- 
mente a Ferdinando, re di Spagna, il quale con 
gran premura, rimandò il Gran Capitano con la 
armata in Sicilia. Donde questi, sollecitato dal re 
Federico, che aveva avuto notizia dell'avvicinarsi 
a gran giornate, del d'Aubigny con diecimila fan- 
ti e mille lance, passò in Reggio ( an. 1500): e 
col consenso di lui, occupò alcune terre in Cala- 
bria, per sicurtà delle proprie genti, ed altri luo- 
ghi importanti. Ma come l'esercito francese giun- 
se a Roma, fu manifesto il concordato fra i due 
re; e Federico, indignato della slealtà e perfi- 
dia di Ferdinando, e pure perché era stato de- 
posto dal trono, con bolla di papa Alessandro VI 
(25 giugno 1501 ), dopo vani tentativi di resi- 
stenza, si diede nelle mani del re Lodovico, da 



104 PALMI, SEMINARA E GIOIA TAURO 

cui accettò il partito di rimanersi definitivamente 
in Francia, padrone del ducato d'Angiò ( 25 ago- 
sto 1501 ). 

Consalvo, nel tempo in cui d' Aubigny prese 
Napoli e poscia Capua (24 luglio 1501 ), si avan- 
zò per la Calabria ( agosto-settembre 1501 ), la Pu- 
glia, e le occupò, eccetto Manfredonia e Taranto, 
che pure poi espugnò, ritenendo prigioniero il 
giovine duca di Calabria, primogenito di Federi- 
co II (an. 1502). 

Dopo questa occupazione della Calabria, Con- 
salvo, addì 12 aprile 1502, ebbe in dono da Fer- 
dinando e da Elisabetta, il feudo di Terranova, 
col titolo di Duca ; come pure le terre di S. Gior* 
gio e di Gioia con tutti i casali e i vassalli, per- 
tinenti ad esse (1): laonde egli preferì sempre in 
seguito, il titolo di Duca di Terranova, a tutti gli 
altri, dei quali era adorno. 

Discacciato che fu re Federico, il regno venne 
partito in modo che in Calabria e Puglia, con 
Cosenza a capoluogo, governava il Gran Capitano, 
come viceré e gran plenipotenziario di Ferdinan- 
do re di Spagna ; e reggeva Terra di Lavoro, 
l'Abruzzo e tutta la parte che spettava al re di 



(i) P. Giannone, op. cit.y voi. IV, I. XXX, e. I ; Repertorio dei 
Registri Aragonesi, fac. 174, cit. da D. Valensise, op. cit,,Q. I, J 2.0, 
pag. 32, 34 e 35. 



CAPITOLO TER20 105 



Francia, il viceré Luigi d'Armignac, duca di Ne- 
mours, che risiedeva in Napoli (1). Ma nel deter- 
minarsi i confini, nacquero dissensi fra le due parti, 
a causa della Capitanata ; né si potette venire ad 
un accordo tra Consalvo e Nemours: per la qual 
cosa questi, mentre si era rinviato l'aggiustamento 
al giudizio dei rispettivi sovrani, insuperbito per 
il trovarsi con l'esercito più forte, fece prepotente- 
mente incursione sulla Tripalda (19 giugno 1502 ) ; 
e occupò per forza la Capitanata e altre terre al- 
trove, pertinenti ^gli Spagnuoli: quindi tra Lo- 
dovico XII e Ferdinando il Cattolico, si venne alla 
guerra (2). 

Il Gran Capitano, trovandosi con forze insu£B- 
cìenti ad impedire i progressi dei Francesi, si ri- 
tirò con la sua gente in Barletta, ove poi, con 
lui si unirono molti cavalieri del regno (3). 11 
viceré Nemours vi andò ad assediarlo ; e avendo 
ricevuti altri aiuti dal re di Francia^ con una par- 
te dell'esercito, s' insignorì delle Puglie, eccetto 
Taranto, Andria, Otranto e Gallipoli, e poi ritor- 



ci) G. B. Cantando, op, ciL, I. II ; Alfonso Ulloa, Della Vita di 
Carlo F, Venezia 156^, lib. I ; F. Guicciardini, op, cit,^ tom. Ili, 1. 
V, e. II ; G. A Summonte, op. ciL, tom. Ili, 1. VI, e. Ili e IV ; P. 
Giannone, op. cit,^ voi. IV, 1. XXIX, e. Ili ; Agostino Pascale, Rac- 
conto del sacco di Capua^ Nap. x68i ; L. A. Muratori, An.d*ItaL^zxi, 
1501 ; D. Spanò-Bolani, op. cit., voi. I, I. VI, e. I. 

(2) F. Guicciardini, op, cit., tom. II, 1. V, e. III. 

(3) F. Guicciardini, op. cit., tom. II, 1. V, e. II ; G. A. Summonte, 
op. cit., tom. III, 1. VI, e. IV. 



106 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

nò verso Barletta per guerreggiare contro Con- 
salvo. In questo mentre d'Aubìgny con l'altra par- 
te dell'esercito, si era incaminato per la Calabria, 
nella quale, oltre che generalmente accètto, egli 
era certamente atteso dai suoi partigiani: e sac- 
cheggiata Cosenza (an. 1502), tutto il resto, fino 
a Reggio, venne alla dipendenza di luì, eccetto 
Gerace, Seminara e poche altre terre vicine al 
mare (1); le quali erano rimaste fedeli agli Spa- 
gnuoli, quantunque Giacomo Sanseverino conte di 
Mileto, fosse andato a sollevare in favore dei Fran- 
cesi, i Calabresi di tutte le terre, massime della 
parte occidentale della provincia di Reggio (2). 
Questo conte, come pure il principe di Bisignano, 
Bernardino Sanseverino, essendo stali incarcerati 
e poi scacciati dal re Federico II, a causa di oc- 
culte pratiche, da essi avute con l'esercito fran- 
cese, ebbero restituiti gli Stati e le castella, da 
Consalvo, nell'occupare la Calabria per il re Cat- 
tolico ; eppure in questa guerra, l'uno e laltro lo 
avversavano con tutta la loro possanza, combat- 
tendo in Calabria contro i soldati spagnuoli, e 
fomentando odii ed incitando lotte, tra le parti 
angioine e aragonesi (3). 



(i) F. Guicciardini, op. cit.^ tom. II, 1. V, e. IV ; P. Giannone, 
op. ciU, voi IV, 1. XXIX, e. IV. 

(2) D. Spanò-Bolani, op, cit,^ voi. I, 1. VI, e. I ; D. Andreotti, op. 
ciL, voi. II, 1. XII, e. IX. 

(3) F. Guicciardini, op, riV., toni. II, 1. V, e. II ; Alfonso Ulloa, 
op. cit., 1. I ; P. Giannone, op. ciL, voi. IV, 1. XXIX, e. IV. 



CAPITOLO TERZO 107 



Qui, degV importantissimi avvenimenti consecu- 
tivi, svoltisi nel versante occidentale dell'estrema 
Calabria, dall'ottobre del 1502, all'aprile del 1503, 
vogliamo trascriverne le narrazioni di alcuni ac- 
curati storici, principalmente di quelli contempo- 
ranei di tali avvenimenti, per riportarne così più 
genuina la verità storica. E quindi il Cantalicio, 
tradotto dal cosentino Quattromani, narra (1) che 
in tale tempo: « Mentre i nostri sono travagliati 
ed afflitti dalla guerra e dalla fame, ecco che vien 
da Sicilia D. Ugo di Cardona, uomo molto ardito, 
e di animo guerriero, ed accorto, il quale mena 
seco tremila fanti, e trecento cavalli. Costui come 
giunge a' lidi della Calabria, senza fermarsi pur 
un giorno a Reggio, se ne passa a far sua stanza 
a Geraci, detta anticamente Locri. E di là con 
una schiera di fanti eletti se ne passa ad assalire 
Onorato Sanseverino, Conte di Mileto, il quale se 
ne stava con le sue genti a Terranova, ed avea 
seco i soldati del Principe dì Salerno, ed era ac- 
compagnato da Galeotto N. , e da un soldato Lom- 
bardo chiamato Spirito. Avvicinasi il Cardona 
verso la Terra, ed affrettasi di sopraggiungere i 
nemici ; ed i capitani Francesi si accorgono, che 
le mura son prese, e che non hanno più rimedio 
di scampo, e slanciansi animosamente dalle porte, 



(i) G. B. Cantalicio, Ishr. delle guer. fatte in Ital, dal Gran Ca- 
pitano^ 1. II (Istorie di Nap, )^ rip. da D. Andreotti, op, cit.^ voi. II, 
I. XII, e. IX, pag. x66. 



108 PALMI, SEMINARA E OIOIA-TAURO 

ed attaccano una crudele zuffa co' nostri. Ma com- 
battono con poco felice fortuna, perchè come giun- 
ge D. Ugo, ed assaltagli per fianco, non altra- 
mente caggiono a terra, che caggiono le greggi 
o gli armenti, quando sono assaliti da' leoni o 
da' lupi ; e parte di loro si nasconde ed appiatta 
e parte si sparge per le campagne. Il Conte di 
Mileto si fa alquanto indietro, e fermasi insieme 
co' suoi, per azzuffarsi di nuovo co' nostri. Il Gar- 
dena r incalza, ed inanima i suoi a seguirlo ani- 
mosamente, e scagliasi fra' nemici, e pongli di 
nuovo in {sconfitta; ed i Francesi si danno tutti 
a fuggire, e parte se ne prende, e parte se ne 
uccìde, e parte ne scampa (1). Ma quello infelice 
Spirito non trovò luogo da nascondersi, e vi per- 
de la vita, e rimase senz' anima e senza spirito 
(2 novembre 1502). E furonvi prese le insegne 



(i) G. Passero (op. ciL, pz%, 131) riferisce che: « A li 2 di novem- 
bre 1502, li franzisi fecero fatto d'arme con lo signore Don Ugo de 
Cardona, lo quale era Capitanio dello Cattolico Re di Spagna, et sta- 
va per la guardia di Calabria, dove foro morte molte persune, et deli! 
franzisi foro morti et presuni circa quaranta huomiai d' arme ». Per 
questo fatto d'armi, Mons. P. Giovio (La vita di Consalvo, Firenze 
1552, 1. II, pag. 126, Venezia 1561, lib. II, pag. 290 ) narra che: € Don 
Ugo di Cardona [messinese], avendo messo insieme in Sicilia tremila 
fanti e trecento cavalli, passò a Reggio, ruppe in una grossa scara- 
muccia il sig. Giacopo Sansevenno signor di Mileto, il quale sollevava 
i Calabresi a ribellione, liberò Don Diego Ramiro [ Ramirez ] assediato 
nella Rocca di Terranova; e saccheggiò ed arse la terra, e poi rivolto 
alla contrada della Calabria bassa, mise in fuga il Martiano Principe 
di Rossano ». Con cui militava Humbercourt, che restò prigioniero 
(D. Andreotti, op, cit, voi. II, 1. XII, e. IX ). 



CAPITOLO TERZO 109 



del Principe di Salerno, il che fu a lui di gran- 
dissima noia. II Cardona avendo fugato e scon- 
fitto i nemici, s' insignorisce di quella Terra ; ma 
reggendo, che non era luogo di fidarsene, se ne 
passa a Castel vetere, detto anticamente Caulonia, 
ch'era più comodo e più sicuro. Partito costui, 
ecco di nuovo, che il Conte di Milelo se ne torna 
a Terranova, come uomo, che avea poca contezza 
delle cose del Mondo, e che non sapea prevedere 
come avessero a passare i successi di quella guer- 
ra (1). Sopravviene poscia da Spagna D. £ma- 
nuello di Benavides, e mena seco una buona quan- 
tità di fanti e di cavalli. Costui come approdò ai 
lidi della Calabria, si ferma a Reggio, e senza 



fi) Il Guicciardini {op, cit., tom. Ili, 1. V, e. V ) accenna a tale 
avvenimento, con qualche particolarità di più e con qualche notizia 
differente ; e scrive: e Non procedevano già con simile prosperità le 
cose de' Franzesi nel regno di Napoli, avendo i usino nel principio 
dì quest'anno (1503) cominciato a difficultarsi. Imperocché essendo il 
conte di Mileto ( Onorato ) con gente dei principi di Salerno e di Bi- 
signano a campo a Terranova, passò da Messina in Calabria don Ugo 
di Cardona con ottocento fanti Spagnuoli, i quali stati a' soldi di Va- 
lentino aveva condotti da Roma, e con cento cavalli e ottocento fanti 
tra Siciliani e Calabresi; e giunto a Seminara si messe verso Terra- 
nova per soccorrerla ; il che intendendo il conte di Mileto, levatosi 
da Terranova, andò per incontrargli. Caminavano gli Spagnuoli per 
una pianura ristretta tra la montagna e una fiumara, che mena pochis- 
sima acqua, ma che si congiunge alla strada con un argine ; e i Fran- 
zesi, superiori di numero, caminavano all'incontro di sotto al fiume, 
desiderosi di tirargli nel luogo largo. Ma vedendogli procedere stretti e 
in ferma ordinanza, dubitando che, se non tagliavano loro strada, non 
si conducessero salvi a Terranova, p:issarono per assaltargli di là del 
fiume, dove prevalendo la virtù de' fanti Spagnuoli esercitati nella 
guerra, e nocendo molto a' Franzesi il disavvantag:gio dell'argine, fu- 
rono rotti ». 



110 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

metter tempo in mezzo se De passa a Seminara 
ad assalire il Conte di Mileto, il quale, siccome 
abbiamo già detto, si era di nuovo ricovrato a 
Terranova, e stavasene in quella Terra come na- 
scosto ed assediato. Ma i Signori Sanseverini, e 
Monsignor Grignino corsero subito in suo aiuto, 
e camparonlo da quel periglio, e mandaronlo a 
guardare la città di Cosenza, la quale, fuorché la 
Rocca, era tutta in potere dei Francesi... (1). 

« Spaventata la Calabria di così strani acciden- 
ti, cerca nuovi aiuti di Francesi, perchè senza 
nuove genti si diffida di potersi difendere. I ca- 
pitani francesi, che sono in Puglia, e che tengono 
assediato Consalvo in Barletta, determinano subito 
di soccorrere i loro compagni in Calabria. Fanno 



(i) Il Guicciardini {op. cit,, tom. Ili, 1. V, e. V) riferisce questo 
altro fatto d*armi, con alcune circostanze alquanto diverse; e scrive: 
€ Né molto poi arrivarono di Spagna a Messina per mare dugendo 
uomini d*arme, dugento giannettieri, e duemila fanti, guidati da Ma- 
nnello di Ben avi da, col quale passò allora in Italia Antonio da Leva 
[Leiva], che salito poi di privato soldato per tutti ì gradi militari al 
capitanato generale, acquistò in Italia molte vittorie. I quali passati da 
Messina a Reggio di Calabria, preso non molto prima dagli Spagnuo- 
li, essendo allora Obegnì in altra parte della Calabria, che quasi tutta 
si teneva per lui, andarono ad alloggiare a Losarno [Rosamo] propin- 
quo a cinque miglia a Calimera, nella qual terra due di innanzi era 
entrato Ambricort con trenta lance, e il conte di Mileto con mille 
fanti ; e presentatisi la mattina in sul far del di alle mura, dove non 
erano porte, ma solamente la sbarra, prese a morte prima le sentinelle, 
la espugnarono al secondo assalto, benché francamente si difendessero ; 
dove restò morto il capitano Spirito, Ambricort prigione, e il conte 
di Mileto rifuggito nella rocca si salvò, perché i vincitori si ritirarono 
a Terranova, temendo d'Obigni, che con trecento lance, tremila fanti 
forestieri e due mila del paese s*approssimava ». 



CAPITOLO TERZO 111 



dunque due parti delle loro genti ; ed il Generale 
con la maggior parte dello esercito si rimane in 
Puglia, e ponsi incontro al Gran Capitano; ed il 
valoroso Monsignor d'Obìgnì con buona parte del- 
l'altre schiere se ne passa in aiuto de' suoi, che 
stavano come assediati in Calabria. Sparsesi su- 
bito fama in quelle contrade, ch'era giunto un 
numero grande di Francesi, e ch'erano per por 
tosto fine a tante guerre. Ma i Capitani Spagnuo- 
li, ch'erano dentro Terranova, e dentro Seminara, 
ebbero nuova di ciò, che la fama divulgava per 
ogni parte, e fanno subito pensiero di lasciar quel- 
le terre cosi aperte e così deboli, e di passare in 
luoghi più sicuri e più forti ; e dai quali potes- 
sero comprendere, quanta fosse la moltitudine dei 
Francesi. Perchè se non fossero bastanti a tanto 
numero, si guardassero di venire alle mani con 
loro, e se sono pari, possano incontrargli e com- 
battergli. Ma Obegnì ch'era d'ingegno sottile, e 
molto versato in così fatti mestieri, perchè i ne- 
mici non potessero comprendere, con che quanti- 
tà di soldati, e con che ordine egli andasse per 
incontrargli, trapassa in silenzio, e di notte tem- 
po, e per vie poche note e poco conosciute, ed 
in sul far dell'alba si apprcsenta a' nostri ed as- 
saltagli, quando essi erano per muovere il campo, 
e per andarsene. Sentesi dall'una parte e dall'altra 
un rumor grande di trombe, e le schiere Spa- 
gnuole sono da ogni parte abbattute dalle Fran- 



112 PALMI, SEMINAR A E GIOIA-TAURO 

cesi, perchè furono colte alla sprovveduta, e non 
erano pari di numero. Ma per tutto che siano di 
tanto spazio inferiori, pur nondimeno mostrano il 
viso a' nemici, e combattono francamente, ed in 
ritirandosi mostrano cuore ed ardire. Qui si mo- 
stra D. Emanuello di Benavides, qui Antonio di 
Lieva, e qui D. Ugo di Gardena e tutti insieme 
raccolti in un gruppo fanno contrasto all'empito 
di un tanto esercito. Ma D. Ugo come vede, che 
le compagnie Spagnuole cominciano a piegare, e 
e che non sono per sostenere una tempesta così 
terribile, per campar sé ed i suoi insieme, scende 
da cavallo, e tagliagli i piedi, perchè i nemici 
non possano trionfare delle sue spoglie ; e poi im- 
pugna animosamente la spada, e pensi a difen- 
dere un guado, ed opponsi a' Francesi con molto 
ardimento, e segue in ciò i vestigi di Orazio Co- 
de, e trattiengli infino a tanto ch'egli si avvede, 
che i suoi sono posti in luogo sicuro ( 26 dicem- 
bre 1502). Ed egli trapassando per luoghi rotti e 
scoscesi, e per nevi e per ghiacoi, e fra mille pe- 
rigli, ricovera finalmente co' suoi compagni alla 
Mottabufalina ; e per riporsi in luogo più comodo 
e più forte, se ne passa a Ceraci, perchè i Gera- 
cesi veggendo, che gli Spagnuoli aveano ricevuto 
così fiera percossa, non passassero a' Francesi. Ma 
questa vittoria non fu acquistata da' nemici sen- 
za sangue, ed il lor danno fu maggiore assai, che 
quel che vi ricevettero i nostri ; perciocché vi mo- 



CAPITOLO TERZO 113 



ri Monsignor di Grignì, uomo di molto affare e 
di molta stima, e molti altri Francesi de' primi 
e de' più stimati, e molta turba di fanti e di ca* 
valieri ; i nomi dei quali non sono passati alla 
memoria degli uomini (1). I francesi insuperbiti 
di cosiffatta vittoria, se ne passano come trionfan- 
ti sul territorio di Cosenza ; e prima mettono a 



(i) Per quest'altro fatto d'armi, Giul. Passero {op, ciL^ pag. 131) 
riferisce che: e A li 36 dicembre 1503, in lo piano di Terranova in- 
fra San Giorgio lo sig. don Ugo de Cardona fece un fatto di arme 
con li Franzise di modo, che foro morti, et presuni 50 uomini d' ar- 
me Spagnuoli, e circa 400 fanti fra morti e presuni ; e l'altri fuggero 
per la via di Gioia insieme con lo signore don Ugo, e la se fortifica- 
ro ». Quest'ultima circostanza è inesatta, perchè nessun altro storico 
o cronista, che noi sappiamo, la ripete ; mentre è generalmente accet- 
ta Taltra, cioè che D. Ugo si rifugiò per i monti a Motta Bovalina ; 
né poteva rifugiarsi in Gioia, perchè, questa terra, oltre al non poter 
ofirire sicuro scampo, era già sotto mano dei Francesi. •— Notar Gia- 
como (op. cit,t pag. 24S ), a tale proposito, racconta che: € Adi Vili 
de jennaro 1503, de domenica venne lettera innapoli allo illustre Si- 
gnore vice re. come Monsignor de obegni havea rocto li spagnoli tra 
terra nova et sancto georgeo in Calabria et che erano stati prisi 300 
homìni d'arme et 400 cavalli ligeri dove ne fo emisso hanno reale 
con quactro trombecte ordinando senne dovessero fare luminaria et 
cossi fo facto si ancho ne sonaro le campane delle chiese ad gaudium ». — 
n Guicciardini ( op. ciL, tom. Ili, 1. V, e. V ), per questo fatto d'ar- 
mi, fa solamente il cenno seguente: e Dopo il quale accidente [ il pre- 
cedente fatto d'armi ] , essendosi Obignì fermato a Pallistrine [ Poli- 
stena. Vedi D. Valensise, op. cit., e. I, { a.^, pag. 33 ] , castello pro- 
pinque, gli Spagnuoli, mancando loro le vettovaglie, si partirono una 
notte occultamente per andare a Ghierace [ Gerace ] ; ma seguitati 
dalle genti d'Obignl insino alla montata d'una difficile montagna, per- 
derono sessanta uomini d'arme e molti fanti, e de' Francesi vi morì, 
per essersi messo troppo innanzi. Grugni, uomo stimato assai da loro, 
e che guidava la compagnia stata del conte di Gaiazzo, il quale poco 
dopo l'espugnazione di Capua era morto di morte naturale ». 

8 ^ Dt Salto, Palmi, Scmintrt e Gioit-T. 



114 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

ruba Paterno, e questo uon per altro, se non per- 
chè si era grandemente attristato della rovina 
degli Aragonesi. Ma Cosenza, che non avea né 
mura, né soldati che la guardassero, fu subito 
corsa da' Francesi, perchè il Commendatore Go- 
mesio Solisio si era allontanato da quella città, 
ed erasi riparato all'Amantea, come in luogo chiu- 
so e sicuro. Partesi Obegnì da Cosenza, e prende 
Nicastro e Mileto ; dove poco anzi erano stati as- 
sediati, e con non poca loro ignominia un buon 
numero de' signori della fazione Angioina. Vasse- 
ne poi alla Mottabufalina [ Motta Bovalina ] , e 
quivi si ferma; ed i nostri si ritengono molti me- 
si a Girace ». 

Circa tale battaglia, del 26 dicembre 1502, com- 
battuta tra i Francesi e gli Spagnuoli, a Terra- 
nova, il Giovio fa una descrizione più particola- 
reggiata, la quale vien riportata anche dall' TJl- 
loa (1); e per dare maggior contezza al lettore, 
noi la trascriviamo qui fedelmente: « Perchè in- 
tendendo queste cose i due principi Sanseverini 
di Bisignano e di Salerno, i quali erano passati 
dagli Spagnuoli ai Francesi, fatto p6r tutto sol- 
dati, ed armati i lor vassalli si congiunsero con 
Obegnì, il quale veniva. Costui lasciata una pic- 
cola banda di Francesi a Cosenza, con la quale 



Ci) P. Giovio, La vita di Consalvo^ Firenze 1553, 1. II, pag. 137, 
130, Venezia 1561, 1. II, pag. 290-294 ; A. Uiloa, op. ciL, pag. 30-24. 



CAPITOLO TERZO 116 



s'assediasse Solitio Gometio [ Solisio Gomesio] nel- 
la r<)cca, con la maggior prestezza che poteva 
andava a ritrovar Don Ugo per combattere seco. 
Erano con esso lui il Grignino e il Malerba, que- 
sti governava gli arcieri Guasconi e tre insegne 
di Svizzeri, e quegli governava tutti i cavai leg- 
gieri. Ma il maggior sforzo era negli uomini di 
arme^ fra i quali era una banda di soldati vecchi 
Svizzeri famigliari e fedeli ad Obegnì. Era allora 
alloggiato il Gardena in quella pianura, la quale 
dal castello di Terranova si distende verso mez- 
zodì. Costui avvisato della venuta dei nemici, mi- 
se la cosa in consiglio, e benché egli fosse accre- 
sciuto di nuova gente, gli parve non di meno di 
fuggire le campagne aperte, e deliberò di ritirarsi 
alla rocca di S. Giorgio, ma i capitani che nuovi 
erano venuti di Spagna, si opposero a questo par- 
tito. Fra questi furono Manuel di Benavides, An- 
tonio di Leiva, e due Alvaradi, padre e figliuolo, 
i quali aveano menato 400 fra uomini d' arme e 
cavai leggieri^ e 4 compagnie di fanti spagnuoli: 
parendogli cosa molto vergognosa e disonorata, 
il ritirarsi senza vedere gì' inimici, e che più chia- 
ramente si sapesse quanta gente, e di che qualità 
si fossero ; maggiormente che per una spia Cala- 
vrese avevano aviso che i Francesi non vi sareb- 
bono giunti anco in due giorni. Ma 1' Obegnino 
capitano vecchio e scaltrito, leggiadramente in- 
gannò questa opinione degli nimici : perciocché 



116 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 



usando della sua prestezza Francese, havendo ca* 
minato ]a notte, e per vie non usate mostrando* 
gli la strada i Calavresi fidati suoi, presentò loro 
in un subito le genti in battaglia, e fece sonar 
le trombe. Venivano innanzi dal destro corno i 
due Principi Sanseverini, che habbiamo detto, 
havendo piegato la gente loro a guisa di Luna, 
nel sinistro era il Grignino, che come si è detto 
guidava i cavalli leggieri ; nella battaglia di me2<- 
zo s'era fermato Obegnino congiunto quasi coi 
Principi, con una stretta ordinanza di huomini 
d'arme. Il Malerba haveva accostato gli Svizzeri 
serrati insieme, e i Guasc'ODi, i quali fuor per le 
rare ordinanze comodamente saettavano, ai cavalli 
leggieri del Grignino. Dall'altra banda gli Spa- 
gnuoli veduti gì' inimici, quantunque fossero di 
minor numero, e ingannati del loro disegno, ani- 
mosamente si misero in ordinanza, e con animo 
valoroso sostennero la furia dei Francesi, che ve- 
nivano innanzi, e quivi non essendo commodità 
di poter da niuna delle bande scaricar l'artiglieria, 
si strinsero le battaglie insieme. E mentre che il 
Gardena con maravigliosa costanza faceva officio 
di capitano e di soldato, il Grignino fatto un lar- 
go cerchio, e distesa la sua banda intritato per 
fianco della fanteria degli nimici, gli disordinò 
e ruppe. Per la qual cosa gli furono subito ad- 
dosso gli Svizzeri e i Guasconi, con tanta furia, 
che cacciati dalle picche, e feriti dalle saette, fu- 



CAPITOLO TERZO 117 



rono messi in fuga. Ma dall'altra parte tutta la 
cavalleria Spagnuola serratasi insieme con Don 
Hugo, sosteneva con grande ordine i Calavresi: ma 
essendo in essa entrato Obegnino con la cavalle- 
rìa degli hnomlni d'arme Francesi, e Svizzeri, 
subito voltarono le spalle, e precipitosamente fug- 
gendo si ritirarono ai monti^ riprendendogli il 
Cardona, e pregandogli, che pian piano voltassero 
il volto, e si ritirassero. Essendo di questo modo 
rotta la cavalleria, la fanteria, che era in mezzo, 
facilmente fu rotta e fracassata, ritirandosi la mag- 
gior parte della cavalleria a' passi de' monti. Con 
questa vittoria Obegnino sentì gran dispiacere, 
essendovi restato morto il Grignino, il quale cor- 
rendo disordinatamente centra quei che fuggiva- 
no, havendosi alzato la visiera deirclmetto fu fe- 
rito dalla punta d'una lancia in un occhio di che 
morì. Et esso Obegnino fu in gran pericolo di 
morire, e certo vi saria rimaso o morto o prigio- 
ne essendo stato occulto in mezzo dalla cavalleria 
nimica, se non era soccorso dal Principe di Sa- 
lerno. Rotto adunque di questo modo lo esercito 
Spagnuolo del Cardona, essendosi salvati gli altri 
Baroni per i monti. Don Hugo l'ultimo di tutti 
havendo tagliate le gambe al cavallo, perchè non 
capitasse nelle mani a gli nimici, a piedi per cer- 
te nevose balze si ritirò alla Motta Bufalina, e 
quindi raccolti, e rinfrescati un poco 1 soldati, che 
gli erano avanzati dalla battaglia, discese nella 



118 PALMI, 8EMINARA £ GIOIA-TAURO 

Rocella [Roccella Ionica] alla città di Gieraccio 
[Gerace]. Le bagaglio andarono in man a' sol- 
dati, e a' contadini, ma V insegne insieme con 
molti bellissimi cavalli di Spagna furono portate 
a Obegnino, e il numero de' prigioni fu molto 
maggiore de' morti. Né come si è detto questa 
vittoria potè causar molta allegrezza a Obegnino, 
essendogli costata la morte di Grignino amicissi- 
mo suo, e persona molto valorosa. In quella bat- 
taglia Obegnino havendo preso quasi senza sangue 
la Motta Bufalina ove gli nimici si ei*ano ritirati, 
e ancora Pentadalo nella Rocella non vi fu alcun 
Calavrese, il quale subito non si voltasse per la 
parte de' Francesi vincitori, ritirandosi gli Spa- 
gnuoli nelle rocche forti, le quali pareva che con 
diflficoltà i Francesi fossero per batterle per quel 
verno ». 

L'esercito spaguuolo in Calabria, ridottosi quin- 
di ad un esiguo numero di uomini d'arme e di 
fanti, che si ritenevano rinchiusi in Gerace e in 
poche altre rocche ; d'Aubigny, per sorvegliarli e 
per isvernare, si stanziò a Motta Bovalina. 

Intanto Consalvo, trovandosi scarso di forze e 
di mezzi, era costretto di stare assediato in Bar- 
letta, aspettando aiuti ; ed « Essendo fatto inten- 
dere queste cose », continua 1' UUoa, riportando 
la narrazione del Giovio, « che erano state fatte 
in Puglia, et in Calavrìa, al re Don Fernando in 
Spagna, questi subito mise in ordine un'altra ar- 



CAPITOLO TERZO 119 



mata di maggior apparecchio per soccorrere Con- 
salvo, nel porto di Cartagena. Della quale fu fatto 
Capitano Puertocarrero (Porlo Correrò^ della no^ 
bile famiglia Boccanegra in Genova)^ huomo di 
gran sangue, et valore, maritato in una sorella 
della moglie di Consalvo. Costui guidava cinque- 
mila valentissimi fanti con nobilissimi, et valoro- 
sissimi capitani; cioè, Don Alfonso di Carvagiale 
[Carvajale], che poi fu chiaro nelle guerre di 
Italia, il quale guidava seicento cavalli, et Don 
Fernando di Andrada Conte di Vigliai va ("iV gwa- 
le aveva il comando dei fanti). Partendo adunque 
Puerto Carrero da Cartagena navicò alla volta di 
Sicilia, et havendo havuto cattivissimo tempo per 
il viaggio, all'ultimo con Tarmata salva arrivò a 
Messina. — Et poi che ebbe passato il Faro, es- 
sendo per sbarcare le genti a Reggio, vi morì. Ma 
avanti che passasse di questa vita, diede (consi- 
gliato dal viceré di Sicilia, Nuda) il Governo 
dell'armata all'Andrada, il quale poi il fere se pel- 
lire honoratissimamente in Sicilia, et date le paghe 
a' soldati dell' latrata di quel R3gQ0, et comuni- 
cato i suoi disegni con Don Hugo, sbarcò tutte 
le genti a Reggio, et in tre alloggiamenti marciò 
alle campagne di Terranova. Et in quel giorno 
stesso Obegnino ancora esso venne dalla Motta 
Bafalina per espugnar Terranuova. Ma prevenen- 
dolo l'Alvarodo ( Alverado spagnuolo)^ poi che 
con una scaramuccia hebbe tentato le forze de' 



120 PALMI, 8EMIKARA B OIOIA-TAUBO 

nemici, pie^ò al Castel di San Giovanni poco lun- 
gi da Seminara, dove sette anni avanti haveva 
rotto in battaglia il Re Don Fernando e Consal* 
vo. Et non erano lontane le campagne nobilitate 
per la fresca rotta di Don Hugo. Per la qual cosa 
Obegnino insuperbito per la doppia vittoria, rico- 
noscendo le campagne a lui propitie, et fatali agli 
nimici, deliberò di mettersi al rischio della terza 
battaglia. Et mandato a gì' inimici un' Araldo 
(Ferracuto) che gli sfidasse a battaglia, costui 
fece l'ofiatio suo (V ufficio del Caduceatore) con 
parole molto disoneste, et superbe, sfidando gli 
Spagnuoli come poco valorosi^ et soliti a lasciarsi 
vincere. Dalle quali parole infiammato Don Hugo, 
desideroso di far le sue vendette et ricuperare lo 
honore suo, accettò le conditioni della battaglia, 
et donò all'Araldo un bacino, et una tazza d'ar- 
gento, et appresso questo mandò a chiamar don 
Giovanni suo fratello, che si ritrovava poco lon- 
tano con la fanteria, et dando la paga a' soldati 
(i quali non volevano avan/Mre, perchè ancora 
non erano slate or date le paghe^ benché più vol- 
te promesse )^ gli messe all'ordine di combattere. 
Obegnino in questo mezo dopo alcune scaramuc- 
cie, et valicato il fiume Petrace, si avviò alla ter- 
ra di Gioia (1). Il che vedendo l'Andrada^ et Don 



(i) D'Aubigny, oltre che valoroso capitano, era abile stratega ; sic- 
ché, trovandosi di fronte ad un esercito rafforzato da numerosi e forti 
soldati, e comandato da volorosissimi capitani, andava cercando, f ^-i- 



CAPITOLO TERZO 121 



Hugo partendo subito col campo, lo seguitarono 
iu fretta, et nello stesso modo ancora essi passa- 
rono il fiume) tenendo questo ordine, che ogni 
cavallo passò in groppa un fante. Il dì seguente 



ma di attaccare battaglia, una terra castellata, o almeno un luogo a- 
datto per ritrarne vantaggio, oppure in caso di avversa fortuna, aver 
sicura alle spalle, la ritirata. Perciò mossosi da Motta Bovalina, quan- 
do già l'esercito spagnuolo era giunto a Seminara, si dirigeva ad oc- 
cupare Terranova ; ma Alverado avendolo in ciò preceduto, egli fu 
costretto di ritirarsi sulla collina, ove, se allora esisteva un debole e 
angusto castello dal nome della contrada, detta San Giovanni in Lau- 
ro, oggidì non vi sono sull'altura, che cantine, poiché il territorio è 
tutto piantato a viti. Quivi d'Aubigny, con l'animo ancor riboccante 
di superbia per la recente disfatta, inflitta a don Ugo, presso Terra- 
nova, e per la vittoria, riportata circa otto anni dietro, sopra Ferran- 
dino e Consalvo, in quei medesimi luoghi, e ubbidendo solamente a 
sentimento di orgoglio e di disprezzo contro gli Spagnuoli, mandò 
loro un araldo per isfidarli a battaglia, con parole insolenti, dissimu- 
lando l'umiliazione subita dalla gente d'armi francese, presso Barletta, 
addi 13 febbraio dell'anno allora in corso ( 1503) ; dove tredici cava- 
lieri italiani avevano fiaccato la tracotanza e l' inconsulto linguaggio 
dei Francesi, combattendo in campo chiuso e vincendo altrettanti ca- 
valieri scelti, dello esercito di Nemours ( Notar Giacomo, op, di,, p. 
348 ; P. Gioviu, Vita del Gran Capitano, ecc., 1. I ; Fr. Guicciardini, 
op. ciL, tom. Ili, 1. V, e. V ; G. A. Summonte, op. cit., tom. Ili, 
I. VI, e. IH, pag. 542 a 553). Ma intanto d'Aubigny si accorgeva che 
nella località di San Giovanni, si trovava a disagio, perchè già i ne- 
mici si erano avvicinati verso Seminara, e lo minacciavano di fronte 
e dal lato destro ; mentre che alle sue spalle si elevava la giogaia di 
montagnuole del territorio di Palmi, già guadagnate dalla posizione 
presa dagli Spagnuoli, ed al suo lato sinistro scorreva il Petrace; quin- 
di gli fu giocoforza traghettare questo fiume al guado, or detto Ponte 
vecchio, (il quale ponte, in quel tempo, non esisteva), per offrire poi 
battaglia nelle pianure di là dal Petrace, verso Gioja, ove il campo 
era libero d'ognintorno, e la ritirata sicura: e così poi tale fatto d'ar- 
mi ebbe già luogo nelle pianure vicine a San Leo, accosto al Petrace, 
e verso il Ponte vecchio, che sta presso la collina di San Giovanni di 
Lauro, la quale si eleva dall'altro lato di detto fiume ( Fra L. Alber- 
ti, op. cit., Calabria, 7^ regione, pag. 209 ). 



122 PALMI. SEtflNABA E OIOIA-TAURO 

Obe^nino messosi in ordinanza, scese dalla terra 
di Gioia, per la qual cosa gli Spagnuoli havendo 
scoperto le insegno degli nìmici, subito drizzarono 
la battaglia (14 aprile 1503). Ritrovavansi nelle 
corna Don Mannello ( Emmanuele Benavida ) , e 
il Oarvagiale, la battaglia di inezo tenevano don 
Hugo, Antonio di Leiva, et il padre Alvarado con 
la vecchia cavalleria, et fanteria ; seguiva questa 
squadra di poco spatio l'Andrada con la cavalle- 
ria nuovamente da esso condotta di Spagna, e con 
le sue fanterie di Galleghi, et de gli Asturi, sol- 
dati valorosi, i quali secondo l'antico costume della 
Romana militia usavano scudi lunghi, et piegati, 
et dardi da lanciare. Dall'altra banda Obegnino 
desideroso di attaccar la battaglia, si mise nella 
prima ordinanza. Nella seconda e terza si posero 
Alfonso, et Honorato Sansoverini, i quali guida- 
vano le bande de' signori della famiglia loro. E 
il Malerba guidava una ordinanza quadra di fan- 
teria, appresso il quale erano le artiglierie, le quali 
poi che, et di qua, et di là furono scaricate, la ca- 
valleria spinse inanzi. Ora sforzandosi Obegnino 
di fuggire i raggi del sole, che gli ferivan nel 
volto, una banda di cavalli leggieri Spagnuoli gli 
tolsero il luogo, di sorte, che ei rivoltando le in- 
segne, spinse fortemente contra il corno di Don 
Mannello. Ma essendo già accesa la battaglia, et 
il Benavides non potendo resistere alla furia degli 
Scozzesi, Don Hugo, Antonio, et Alvarado gli die- 



CAPITOLO TERZO 123 



dero soccorso, et eoo tanto vigor di animo si at- 
taccò la battaglia, che i Francesi et gli Spagnuoli, 
combattendo valorosamente con le spade, si me- 
scolarono insieme ; né fu alcun di loro che du- 
bitasse di non riportar la vittoria. Perciochè il 
Corvagiale con somma prudenza menò intorno il 
sinistro corno, et ( dopo di aver passato il fiume ) 
entrato alle spalle della prima ordinanza de' ne- 
mici, mise tanto spavento a coloro che erano oc- 
cupati nella dubbiosa battaglia, che Obegnino, 
essendo messa in disordine la sua squadra, si die- 
de a fuggire. Et la cavalleria dell'Andrada ruppe 
Alfonso^ il quale soccorreva con la seconda squa- 
dra; e con la medesima sorte Honorato, spaven- 
tata e rotta la terza squadra, si diede a fuggire: 
di modo, che nello spatio di mezza bora, la qual 
cosa appena è da credere, tagliata a pezzi quasi 
tutta la fanterìa Francese, si acquistò una singo- 
lare, et importante vittoria (1). Furono presi am- 
bedue i Sanseverini Honorato, et Alfonso, et uno 
squadrone di huomini d'arme Scozzesi tolse Obè- 
gnino dalle mani a gli nimici, et egli poi senza 
fermarsi congiuntosi col Malerba^ corse fuggendo 
a Gioia, ove fermatosi poco, perchè gli fu detto 
che i cavalli spagnuoli tenendogli dietro per le 
medesimt3 orme già arrivavano, camino in fretta 
con la oscurità della notte, infino alla rocca di 



(i) Vedi a pag. seguente, la tavola II, e la nota i, a pag. 89. 



E GIOIA-TAURO 




AngUula, dove si ritirò. Uamaricandosi della for- 
tuna, che essendo stato fin quella volta vÌDcitore 
di dodici battaglie, nelle quali si era trovato nelle 
guerre Francesi, et Ing-Jesi, 1' havesse finalmente 
scheroiito et abbandonato, togliendogli in un pun- 
to quanto honore haveva acquistato in tanti an- 
ni. Il dì seguente Valertia ( Valentia) de Benavi- 
des fratello di don Manuello, il Carvagiale, e il 
figliuolo di Àlvarado, e ancora Antonio di Leiva, 



CAPITOLO TERZO 125 



senza perder tempo con grande prestezza giunsero 
ad Angitula, et havendo preso la terra delibera- 
rono di assediare Obegnì nella rocca. Et non mol- 
to dopo giunse il Capitano Audrada con tutte le 
genti, et fattovi le trincee^ et messovi intorno la 
guardia delle fanterìe, acciochè il capitano degli 
nimici non potesse uscir fuori, si accampò a vista 
della terra, ma però lontano un tiro d'artiglieria» (1). 



(i) Questa battaglia viene cosi registrata dal notar Giacomo, nella 
sua Cranica di Napoli ( pag. 250): € Addì XIII I de Aprile M. D. 3* 
de venerdì sancto ad loya in Calabria fo lo facto d'arme tra lo esercito 
spagnuolo dove fo victorioso lo spagnolo et mortonce da circha sey 
milia persune et fo preso lo predicto Monsignor de Obcgni, lo signo- 
re Alfonso de sancto Severino, lo signore honorato de sancto Severino 
fratello del signore principe, in lo quale mese fu ructo lo Signore Mar- 
chese de bitonto nomine Andreas mactheus et ferito de, 8. ferite che 
may nullo cesaro se comò lui et fo priso et mandato irobarllecta... » 
Se non che Giuliano Passero, nelle sue Historie^ oppure Giornale^ 
( P^S- 13^ )> afìTerma che questo fatto d'arme avvenne addi 19 aprile 
1503; nel quale € li frauzisi foro rotti, et fracassati, et cefo fatta una 
grande occisione, et questo fo come ho detto alli 19 aprile de qua* 
dragesima, e fo allo chiano de Joia dì Calabria >. — 11 Guicciardini 
(op, cii,^ toni. Ili, 1. V, e. V), circa gli avvenimenti che precederò- 
DO questa importantissima battaglia, e quelli di essa medesima, ci dà 
la seguente brevissima narrazione, non scevra di qualche inesattezza: 
< Sopravviene in questo tempo di Spagna in Sicilia un'altra armata 
che condusse dugento uomini d'arme, dugento cavalli leggieri e due- 
mila fanti, che n'era capitano Porto Carrera, il quale essendo morto 
a Reggio, dove era passato con le genti, rimase la cura a don Fer- 
rando d'Andrada suo luogotenente. Per la giunU de' quali ripreso 
animo gli Spagnuoli, che si erano ridotti a Ghierace, ritornati a Ter- 
ranova, si fortificarono nella parte della terra contigua alla fortezza te- 
nuta per loro, che è al capo di una valle, alla qual valle si congiugne 
il resto della terra, temendo, e non invano, della venuta d'Obegnl: 
perchè egli, venuto subito da PoHìstrìne, alloggiò in quella parte, che 
non era occupata dagli Spagnuoli, fortificandosi ciascuno, e mettendo 
le sbarre dal canto suo. Ma intendendo poi Obegnì, che gli Spagnuo- 
li, che erano smontati a Reggio, s'accostavano per unirsi con gli altri. 



126 PALMI, SEliINÀRA E GIOIA TAURO 

Mentre avveniva ciò, Consalvo si era rafforzato 



si ritirò a Losarno [ Rosarno ]; e gì' inimici, seguitando la comodità 
delle vettovaglie, si poser tutti insieme a Seminara... 

€ Aveva il re di Francia commesso a' suoi capitani, che, standosi 
in sulle difese, fuggissero il venire alle mani, perchè avrebbero presto, 
o lo stabilimento della pace, o soccorso grande. Ma era diffìcile, essendo 
potenti e vicini tutti gli eserciti, raffrenare la caldezza de* Franzesi, 
e fargli stare pazienti a menare la guerra in lungo. Anzi era destinato, 
che senza differire più si decidesse la somma delle cose ; di che nac- 
que il principio in Calabria, perchè uniti che furono gli Spagnuoli a 
Seminara, Obigni raccolte tutte le sue genti, e quelle de' signori che 
seguitavano la parte Franzese, alloggiò le fanterie nella terra di Gioia, 
vicina a tre [ancor molte altre miglia di più] miglia a Seminara, e la 
cavalleria a Losarno, lontano tre miglia da Gioia, e fortificatosi con 
quattro pezzi di artiglieria in sulla riva del fiume, in sul quale è posta 
Gioia, stava preparato per opporsi agi* inimici, se e* tentassero di pas- 
sare il fiume. Ma gli Spagnuoli, fatto pensiero diverso del suo, il di 
che deliberarono passare mossero per la strada diritta la vanguardia, 
condotta da Mannello di Beuavida, alla via del fiume ; il quale giunto 
alla riva cominciò a parlare con Obigni, che aveva condotto tutto lo 
esercito suo in sulla riva opposta ; e in detto tempo la retroguardia 
Spagnuola seguitata dalla battaglia, si volse per altro cammino a pas- 
sare il fiume un miglio e mezzo di sopra a Gioia ; del quale tratto 
accorgendosi Obigni, sì mosse con grande celerità, e senza artiglieria, 
per giugnerli innanzi che tutti avessero passato, ma erano già passati 
tutti, e ordiuarìsi, benché senza artiglierie, in ferma e stretta battaglia, 
onde si mossero contro a* Franzesi, i quali, accelerando il cammino, 
e avendo, come dicano alcuni, molto minor numero di fanti, andavano 
disordinati in modo, che presto gli ruppero che innanzi passasse il 
fiume l'antìguardia Spagnuola ; nel quale conflitto restò prigione Am- 
brìcort con alcuni altri capitani Franzesi e il duca di Somma con mol- 
ti baroni del regno ; e Obigni, benché fuggisse nella rocca di Angi- 
tola, rinchiusovi dentro fu costretto ad arrendersi prigione, rotto e preso 
in quei luoghi medesimi, dove pochi . anni innanzi aveva con tanta 
gloria superato e rotto il re Ferdinando e Consalvo: tanto è poco co- 
stante la prosperità della fortuna ! > Ed aggiunge poi, che la vittoria 
di Cirignuola fu da Consalvo € acquistata otto dì dopo la rotta di 
Obigni, e Tuna e Taltra in venerdì, giorno osservato per felice dai 
Spagnuoli ». Sicché, secondo questo istorico, la rotta di Aubegny al 
Petrace in Calabria, dovette avvenire addì 21 aprile, e non il giorno 
18, come vuole qualche suo annotatore. 



CAPITOLO TERZO 127 



con le fanterie tedesche, pervenutegli dairAlema- 
gna ; e traendo favorevoli auspici!, per la disfatta 
riportata dal d'Aubigny, parecchi giorni avanti in 
Calabria, e ancora per altri fatti d'arme, operati 
con fortuna da alcuni capitani del suo esercito, 
uscì finalmente da Barletta, e, presso Cerignola, 
addì 28 aprile 1503, sbaragliò Tesercito nemico, 
con grande uccisione di soldati francesi, e restan- 
dovi morto il viceré Monsignor di Nemours (1). 

« In qtiesto mezzo », continua TUlIoa, seguen- 
do il Giovio, « i capitani Spagnuoli, i quali te- 
nevano assediato Obegnino in Angitula, hebbero 
lettere da Consalvo della vittoria che egli ha ve va 
havuto, et havendone fatto gran festa, lo fecero 
intendere a Obegnino, acciochè non si ostinasse 
a voler tenersi poi che le cose de' Francesi erano 
disperate. Il quale rispose, che egli conosceva mol- 
to bene, che la Fortuna era oltra modo nimica 
al nome Francese; per la qua! cosa giudicando 
che fosse cosa d'animo ostinato, et pazzo contra- 
star lungo tempo alla malvagia sorte, promise che 
subito si sarebbe reso, se quella nuova era vera. 
Et perciò domandò di poter mandar fuori alcuni 
de' suoi [ anzi fu mandato il Malerba, come sta- 
tico della fede data], che intendessero, et s' infor- 
massero della verità jdel fatto, i quali, andando 
con salvocondotto [mentre fu fatta tregua per 12 



(i) Notar Giacomo, op. cit^ pag. 251 ; F. Guicdardini, op» ciL^ tom. 
Ili, 1. V, e. V ; G. A. Sutnmonte, op, cii.^ tom. HI, I. VI, e. IV. 



128 PALUI, SEUIKARA E OIOIA-TAUBO 

giorni ]; saputa esser stata la rotta mag-gior di 
quel, che si diceva, referitolo a Obegnino, si rese, 
con conditione, che egli fosse in poter di Spa- 
gnuoU sopra la lor fede, et che tutti i suoi po- 
tessero andar liberamente ove piti gli piaceva. Et 
fatto questo patto Obegnino, uscendo fuori in un 
saion di broccato, et con volto molto allegro, si 
gli rese, et fu da loro molto ben visto > (1). 
E cosi Ferdinando 
il Cattolico restò 
solo signore di tut^ 
to il regno, che 
la prudenza ed il 
valore del Gran 
Capitano, gli fe- 
cero ottenere de- 
finitivamente: sic- 
ché, dopo diversi 
altri avvenimen- 
ti, addi 16 mag- 
gio 1503, questi entrò in Napoli < con pompa 
reale sotto un ricco baldacchino ricevuto, por- 
tato dalli Deputati della Città, e ne) seguente 
giorno gli fu giurato homaggio e fedeltà, per il 
suo Re, e fu questo Consalvo il primo Vice Re 
del Regno di Napoli » (2). 

(i) Vedi qui sopra, la tavola III, e In nota i, a pag. 89. — P. Gio- 
vio, La vita di Consalvo, ecc., Firenze issi<lib. II, pag. t3t-i43. 

(3) Notar Giacomo, op. cit., pag. 353 ; G. A. Summonte, ap, cit„ 
tom. III. 1. VI, e. IV; F. Guicciardini, op. eit., tom. III, l. V.c.V. 




TAVOU UL- Ntulgaar d'Aablmy A^ ti Ttmit ;rl. 
gtnlcr* 4kII S|ii|;ma]l, [ qB»ll, dop* la tI Moria 
ia lar* Mtcìata sorra Imnlla di III, ti*\ 14 ■- 
prll« 1603, pm» 11 ?ttna, li IricraD* araeélalo 
li AaglIaU, are egli il tn rira^aM. 



CAPITOLO IV. 



( Dftir MM 1604 ftl 16«6 ) 

WnABW:— n arti Oi^ltai* 0*«nlTt Tieerè lel nàmt di Nap«II, e me i^titeaifMl * fmte- 
terli.— PrtTTldi NgglHMiti di OtiMlTo e di Carlo Spiielll, fenati dall'iio lel fendo di Ter- 
»■•▼*, e daU'ftltrt li fnelltdl Sealnan. PregresBi di oneste eittà e delle terre di PalMe 
e di aiiJSf mIU prlHA metà del neele XVI. TerreBotl nei priai anni di l«Ie neelt. — 
Hwte di PWdiuide 11 Catlellee, e neeeesleie di eioTaiu lU, e pel di Oarle V.DIaeul 
e fMR« tra ^neele Inperatere e Praaecaeo I ; e aeeene afilli arTeaineatl delle CaUMe, 
■d toltiti?! di eeifMiata del regie per parte dei Praaeesi.— Piraterie del Tarekl e de- 
gli Algeriai Mlle Oalakrie, nei primi a««l del seeele XVI. Saeekeggi di Ariadeie Bar- 
larena, e diifetta ialittagll da Andrea Doria. — Ritorno di Cario V dalI'AMea, e no 
panaggle per B^gio e Seminara. — Altre teorrerie del Bartaroesa. — Il re di Praaeia 
•I nnlwe eon i Tnrekt, eontro Carlo V, e Barlkaroosa eontinna a eoreeggiare nelle rirlere 
del MediterraMO, prinelpalBento e pia emdelniente sn i lidi deireetrema Calabria. — 
Altre piraterie dei Tnrekl e degli Algerini. — Disposizioni del rieerè Pietro di Toledo 
per fertlteare le terre del llttorale, e per erigere torri di gnardla eontro 1 eormri. — 
La eontea di Seminara rione eonferaata da Oioranna III a Carlo Spinelli. A ^neito fon- 
datario meeede Pietre Antonio, il «naie fa riediteare la ekieM di 8. Pantino. Carlo I 
dnea di Seminara iftltalwe nel 15«6, li f edeeom me s s o per il uno eanto.— Perrere 
rdigloio nel popolo del Termnte oeddentale della Calabria nlteriore. Conrenti In Semi- 
nara, in Palmi e in eioja. Mireeoloia immagine di S. Maria del Soceoreo in Palme ; e 
profeiia di Pra Lodovieo da Seggio. — Piraterie di Dragnt Rais ; e derastaslone di Pal- 
me nel 1649. — Il dnea Carlo Spinelli einge di mnra la terra di Palme, e la eklama 
Carlopoll. — I eormffl Tnrekl sbarcano per amaltare Palme ; ma 1 cittadini li sba- 
ragliane preoo il «natririo, snl piano detto della T o r r e.— Arrigo II si collega eon So- 
limano; e danneggiamenti fatti dalle loro flotte unite, massime snlleriTlere calabresi, per 
opera di Dragnt — Altra flotta dei Tnrebi, nnitl con I Praneesi, comandata dal pascià 
Mnstafi ; e danni e piraterie da loro commessi. — Altre scorrerie feroci di Dragnt snile 
ririere del paesi del Tirreno, e di altri paesi ancora: sna morte, e poi paee tra Spagnnoll 
e Pnieeri, nel Ib69. 




opo la rotta che al Garigliano subì Teser- 
cito del re di Francia, questi venne ad occordi 
cou Ferdinando il Cattolico ; e quindi, resasi Gaeta 
a Consalvo ( 3 gennaio 1504), il dominio del re di 



9 — Db Salvo, Palmi, Seminara e Gioia-T. 



130 PALMI, SEMINARA E OIOIA-TAURO 

Spagna si consolidò nel reame di Napoli (1): in 
cui, per una serie considerevole di anni, regnò 
pace, benché sotto un regime di dilapidazioni, di 
mercimonio nella giustìzia e negli altri pubblici 
uflBci^ di noncuranza verso la difesa del regno e 
sulla pubblica sicurezza, cioè sotto il Governo vi- 
cereale, che ne seguì. 

Consalvo, come assunse l'alto uffizio di viceré 
di tutto il regno, fu più di prima eccessi va mento 
liberale con i comandanti del suo esercito, che 
più si erano distinti nei diversi combattimenti, 
gratificandoli col donar loro castella, terre ed al- 
tri beni: i quali donativi furono poi, dal re Fer- 
dinando il Cattolico, approvati, col darne le inve- 
stiture ai possessori (2). Così fa che don Diego 
di Mendozxa ebbe in dono il contado di Mileto, 
dal Gran Capitano: il quale, per patto stabilito 
nella resa di Gaeta, reintegrò pure nei loro di- 
ritti e nei loro Stati, i baroni e i feudatarii, che 
avevano seguito la parte dei Francesi (3), e cer- 
cò di amicarsi vieppiù gli altri ; ma non perdonò 
ai due baroni Sanseverini, cioè ad Onorato conte 
di Mileto, e ad Alfonso^ e a pochi altri, la loro 
ingratitudine e perfidia verso di lui: tanto che li 



(i) Notar Giacomo, op, ciL^ pag. 369; F. Guicciardini, op. ciL^ 
tom. Ili, 1. VI, e. II ; G. A. Summonte, tom. Ili, I. VI, e. IV, p. 555. 

(2) A. Ulloa, op, cit»t I. I, foì. 3r. 

(3) ^. Guicciardini, op, cit.^ tom. Ili, I. VI, e. IV ; A. Ulloa, op. 
ciL, ]. I, fol. 31. 



CAPITOLO QUARTO 131 



tenne prigioni, nella buia Fossa militana di Ca- 
stelnuovo, in Napoli, fino addì 4 settembre 1506; 
in cui finalmente li scarcerò, spogliandoli però di 
tutti i loro averi (1). 

Nel versante occidentale dell' estrema Calabria, 
dopo terminata la guerra tra Spagnuoli e Fran- 
cesi, incominciarono a svolgersi tempi piuttosto 
prosperi segnatamente per la regione, oggi del 
circondario di Palmi. Quivi i feudatari! principali^ 
che con V iniziarsi del secolo XVI, erano il Gran 
Capitano Consalvo, e il conte Carlo Spinelli, Tuno 
possessore del ducato di Terranova, e della baro- 
nia di San Giorgio e Polistena (2), e l'altro pos- 



(i) Notar Giacomo, op. cii.^ pag. 288; A. Ulloa, op» cif., LI, fol. 
31, P. Giovio, ia Vita del Gran Consalvo, 

(2) Marino Cureale, avuta rinvestitura ( an. 1458) della contea di 
Terranuova e della baronia di San Giorgio e Polistena, da Alfonso di 
Aragona, di cui era consigliere e cameriere maggiore, ne fu spogliato 
poi ds^ti Angioini, perchè aveva seguito Ferdinando I: ma, col ritorno 
del dominio spagnuolo in questi luoghi, fu reintegrato dal re Federi- 
co, nei feudi che aveva posseduti ( Camillo Tutini, Della varietà della 
fortuna^ pag. 76 ) ; ed essendo venuto a morte, senza eredi, fu della 
t>aronia di S. Giorgio, investito Giacomo Milano ( Repertorio dei Re^ 
gisiri aragonesi, fol. 168, al nome San Giorgio ). Il quale, avendo 
seguito il re Federico in Francia, fu dal Gran Capitano considerato 
come ribelle: per la qual cosa denunziatolo a Ferdinando il Cattolico, 
questi lo spogliò di tale baronia, e, addì 12 aprile 1502, la donò in 
feudo perpetuo, a Consalvo, unitamente con Gioja e con Terranova, 
con tutti i vassalli e i rispettivi casali, conferendogli ancora il titolo 
di duca di Terranova ( Repertorio dei Registri aragonesi, pag. 174, 
al nome Terranova). Quindi Consalvo, divenuto signore di Terrano- 
va, San Giorgio e Polistena, alla sua morte ( 2 dicembre 1515 ), non 
avendo avuti figliuoli maschi, gli succede nella eredità di questi feudi, 
come di tutti gli altri, la propria figliuola Elvira ; alla quale sdecesse 
Consalvo, duca di Sessa, suo figliuolo, che nel 1540, venne adaccom- 



132 PALMI, 8EMINARA E OIOIA TAURO 

sessore della contea di Seminara, e di qualche al- 
tro feudo di poca importanza, reggevano i loro 
feudi con temperanza ed umanità, amanti a far 
progredire la coltura dei campi nei loro territori!, 
e di far sviluppare le industrie, esercitando sem- 
pre con moderazione i loro diritti feudali. Per la 
qual cosa Geolia o Gioja^ uno dei casali di Ter- 
ranova, in quei tempi terra fortificata, incominciò 
a prendere incremento e importanza, per il traf- 
fico che, con i paesi interni, tra il Petrace, e il 
Mesima, attivava con la Sicilia e con altri luoghi 
del littorale. Ma molto più incremento e maggio- 
re importanza andava prendendo la terra di Par^ 
ma o Palme: la quale, soggetta ancora a Semi-- 
naria o Seminava^ aveva già attirati tutti i traf- 
fichi che si esercitavano lungo la riviera, dallo 
Sciglio (Scyllaeum) o Scilla eia Vagnara ( Bah 
nearia) o Bagnava^ fino ad oltre Nicotra ( Nico^ 
trum) Nicotera^ servendosi per iscalo, princi- 
palmente della marina di Pietrenere ; e i suoi ter- 
razzani, quasi tutti marinai , con le loro feluche, 
tenevano in diretto commercio, tale parte di Ca- 
labria con la Sicilia, isole vicine e gli scali supe- 
riori del continente fin'oltre Napoli. Sicché in po- 
chi lustri, i suoi territori!, feraci d'ogni prodottò, 



pagnare il viceré don Pietro di Toledo, allorché questi, nell'andare b 
Gerace, volle transitare per queste terre di Calabria ( A. Ulloa, op, 
ciL^ I. I, fol. 54 e 55 ; D. Valensise, op. ciL^ e. I, { II, pag. 32-37). 



CAPITOLO QUARTO 133 



piansero ad esportare in notevole abbondanza, olio, 
vino, cereali, seta, e in mediocre quantità, lana, 
pelli, cera, miele ed altri prodotti. Col commercio 
con fuori, e con le diverse industrie, che si an- 
davano esercitando in tali luoghi, vi s' incominciò 
a godere la ricchezza e il benessere pubblico: per 
lo che dai paesi e massime dai monti circonvicini 
immigrava gente ; in modo che Seminara, nel 
tempo in cui viveva ancora il conte Carlo Spi- 
nelli, cioè nella prima metà del secolo XVI, era 
divenuta una ricca e popolosa città, la più impor- 
tante nella provincia, dopo Reggio ; e Palmi, la 
più trafficante e la più importante terra del litto- 
rale, tra Scilla e Nicotera. Laonde in Seminara, 
che nel 1532, era abitata da famiglie o/'^/oe^t 951, 
esse nel 1545, vi erano aumentate al numero di 
1524; e Gioia, che nel 1532 era stata tassata per 
fuochi 101, tredici anni dopo, conteneva 256 fa- 
miglie (1) ; ed era tuttavia casale di Terranova, 
sotto la signoria di Consalvo duca di Sessa, e ni- 
pote del Gran Capitano. 

Intanto, dopo il terremoto a Roma, del 2 no- 
bre 1503, negli anni prossimi al 1509, batterono 
terremoti in diversi luoghi d' Italia ( anche in Na- 
poli, addì 25 gennaio 1508); quando, il 24 otto- 
bre del detto anno 1509, ne successe uno in Co- 
stantinopoli, tanto terribile da rimaner distrutta 



(i) L. Giustiniani, op. cit,^ v. Seminara e Gioja. 



134 PALMI, 8BMINARA E GIOIA-TAUBO 

interamente la città e gli altri villaggi intorno, 
restando vittime quattordicimila persone (1). In 
questa medesima epoca ( an. 1509), e violenti 
terremoti scossero la Calabria tutta quanta, e Reg- 
gio fu quasi al tutto distrutta; e per altri cinque 
anni successivi continuò tal flagello a tribolare, 
dove più, dove meno, le contrade calabresi > (2). 
E e vi restò distrutta Sant' Agata, aprendosi per 
mezzo la montagna vicina ( marzo lfi09 ) » (3). 
Anche in Venezia, addì 26 marzo 1511, avvenne 
un terremoto così violento, « che le case si pie- 
gavano > (4). 

Morto Ferdinando il Cattolico, re di Spagna (23 
gennaio 1515), e succedutagli Giovanna III, sua 
figliuola, questa regina si associò al Governo il 
proprio figliuolo Carlo, arciduca d'Austria ( mar- 
zo 1516): il quale, alla morte dell'avo paterno, 
Massimiliano imperatore d'Allemagna(an. 1519 ) , 
fu eletto a ereditare la corona imperiale, contro 
la volontà del papa Leone X, che favoriva l'ele- 
zione del competitore Francesco I, re di Francia. 
Per la qual cosa tra questo re e l' imperatore 
Carlo V, nacquero dissensi e poi guerre (5): du- 



(c) Notar Giacomo, op, cit,, pag. 365, 307 e 321. 

(2) D. Spanò-Bolani, op, cit,^ voi. I, 1. VI, e. II. 

(3) A. Parisi, op. ciL^ an. 1509. 

(4) Notar Giacomo, op, ciL, pag. 338. 

(.•)) F. Guicciardini, op. cit, tom. V, 1. XIII, e. IV ; G. A. Sum- 
monte, op. ciL^ tom. IV, 1. VI, e. V, VI, e 1. VII, e. I. 



CAPITOLO QUARTO 185 



ranto le quali, Lautrech, generale deiresereito del 
re di Francia e del principi collej^atì, venne alla 
conquista del reame di Napoli, mandando Simone 
Tebaldo Romano con centocinquanta cavalli leg- 
gieri e cinquecento Còrsi, ad occupare le Calabrie 
(aprile 1528); ove, procedendo nella conquista, 
con due mila fanti, tra Còrsi e regnicoli ( mag- 
gio ) , non arrivò ad impossessarsi che di Cosen- 
za e di tutta Val di Crati. Ma ben presto la for- 
tuna fu contraria alle armi francesi ; e il viceré 
della provincia di Calabria, assediò in Monteleone 
circa seicento ribelli, che poi fece prigionieri, e 
li mandò in Napoli (an. 1529). Così, dopo la pa- 
ce di Cambrai ( 5 agosto 1 529 ), il regno di Na- 
poli ritornò sotto il dominio spagnuolo (1). 

Nel principio del secolo XVI, i pirati turchi ed 
algerini erano aumentati di numero, e avevano 
assunto maggiore audacia nelle loro scorrerie. A- 
rudi e Cair-ed-Din, detti in Europa i fratelli Bar- 
barossa, infestavano questi mari, e nel 1505, dan- 
neggiarono e depredarono le spiagge della Cala- 
bria (2). 

Nel 1510, i Veneziani vedendosi a mal partito, 
nelle loro lotte contro i principi cristiani, chiese- 



(i) F. Guicciardini, op. ciU, tona. VII, 1. XVII, e. VI, e t. Vili, 
1. XIX, e. I, III, e V ; D. Andreotti, op. cit., voi. II, I. XIII, e. Ili ; 
A. Ulloa, op. cii., 1. II, fol. io8. 

(s) Leone Galibert, L* A/gerìa antica e moderna^ tradotta da Ma- 
riano d'Ayala, Napoli 1846, cap. IX. 



136 PALMI, 8EMINARA E OIOIA-TAUHO 

ro l'aiuto del gran signore di Costantinopoli, con 
l'assoldare intanto cinquecento Turchi (1): per la 
qual cosa i pirati divennero più molesti ; e, nello 
aprile dell'anno susseguente (1511 ), approdarono 
in Puglia, e nel maggio, vennero in Otranto (2); 
come pure addì 28 agosto, Reggio fu posta a 
sacco e fuoco da un'armata turchesca, composta 
di oltre trenta navi, e comandata dal corsaro turco 
Barbanera (3). Il quale, mentre Selimo, impera- 
tore dei Turchi, faceva grandi preparativi contro 
la cristianità e per impossessarsi di Rodi, ritornò 
ad approdare in Reggio, con Irentasei legni, ad- 
dì 13 giugno del 1519 ; e dopo altri incendii e 
depredazioni, veleggiò per altri lidi (4). Nel lu- 
glio del 1520, il Passero riferisce che « in terra 
de Reggio » vennero i Turchi, e la saccheggia- 
rono (5). 

In questi tempi Andrea Doria, ammiraglio di 
Carlo y, cagionava mcdti danni alle possessioni 
e alla marineria dei Turchi, i quali erano occu- 
pati nell'impresa di Ungheria ( an. 1532) '.tanto 
che Solimano II, venuto in diffidenza circa il va- 



(i) L. A. Muratori, An, <r It., an. 1510. 

(2) Notar Giacomo, op. cii., pag. 338. 

(3) D. Spanò-Bolanì, op. cit,y vo!. I, 1. VI, e. II, e annotazioni 
al loc. cit, 

(4) L. A. Muratori, An, <V It,^ an. 1519-30; D. Spanò-Bolani, op. 
cit.^ voi. I, 1. VI, e. II, e annotaz. al loc, cit, 

(5) G. Passero, op, cit,, pag. 283. 



CAPITOLO QUABTO 1S7 



lore dei suoi capitan-bascià, fa costretto di nomiDare 
ad ammiraglio capo della sua flotta, il belligero pi« 
rata e suo vassallo Cair-ed-Din, conosciuto in Euro- 
pa, sotto il nome di Ariadeno Barbarossa. E questi, 
nel mentre si recava a Costantinopoli, prese a deva- 
stare con le sue numerose galee, le marine di Sar-f 
degna e di Sicilia, rioccupando poscia, nelle riviere 
di Levante, le città prese ai Turchi dal Doria e dai 
Veneziani. Nel ritornare poi verso T Africa, per la 
occupazione di Tunisi, egli si accompagnava ad 
una poderosa armata ; e, passando per lo stretto 
di Messina, saccheggiò varii luoghi in quelle ri- 
viere (luglio 1534), veleggiando poscia ed appor- 
tando il terrore in altri luoghi del continente (1). 

Carlo V, venuto in conoscenza di quanto il Bar- 
barossa aveva operato nelle scorrerie su i littorali 
d'Italia e di Sicilia, come pure della occupazione 
che questi aveva fatta di Biserta, della Goletta e 
di Tunisi, e giudicando così minacciate da gravi 
danni Malta, la Sicilia, la parte meridionale di 
Italia e della Spagna, decise di distruggere la cre- 
scente potenza dei Turchi ; e con una formidabile 
armata, comandata da Andrea Doria, egli sbara- 
gliò il Barbarossa, prese la Goletta di Tunisi, e 
vittorioso entrò in questa città, addì 21 luglio 1535 



(r) A. Ulloa, op. ciL, tom. Ili, fol. 124; G. A. Summonte, op. 
cit,^ tom. IV, 1. VII, e. V; L. A. Muratori, An. tP It,, an. 1533-34; 
L. Galibert, op. ciL, cap. IX ; D. Spanò-Bolanì, op. ciU, v. 1, 1. VI, e. II. 



138 PALMI, SBMINABA E OIOIA-TAUBO 

(1). Neir agosto, questo imperatore, avendo già 
rassettate le cose d'Africa, fece ritorno in Sicilia, 
e dimorò pochi giorni a Palermo ; donde, volendo 
recarsi in Napoli, passò a Messina, e poi (nella 
seconda metà di Ottobre ) a Reggio, ove fu accol- 
to con gran pompa e devozione (2). Da questa 
città pervenne a Seniinara, nel giorno 3 novem- 
bre (an. 1535), dove ebbe un'accoglienza trion- 
fale, accompagnato da baroni e da altri signori 
di queste contrade, sotto un baldacchino di broc- 
cato, e in mezzo a grandissima o tripudiante cai* 
ca di gente seminarcso e delle terre vicine, in- 
sieme col clero in processione, cantando lodi ; e 
al suono a festa delle campane, e a spari di gioia, 
sempre preceduto da trombettieri, andò nella chie- 
sa dello Spirito Santo, e poi alloggiò nel castello 
del conte Spinelli: il quale gli aveva apprestato 
cacce ed altri divertimenti (3) ; ma egli partì nel 
giorno appresso, e dopo di avere attraversate le 
Calabrie e la Basilicata, giunse in Napoli alla fine 
di novembre. 
A perpetuare tale avvenimento, sul fregio della 



(t) A. Ulloa, op, cii.y I. Ili, fol. 128*36 ; L. A. Muratori, An, tP It.^ 
an. 1535 ; P. Giannone, op. cit,^ voi. IV, I. XXXII, e. II ; L. Gali- 
bert, op, cU,, e. IX. 

(a) A. UIlo^i op. citi !• nii fol. 134; D. Spanò-Bolanì, op. cU,^ 
voi. I, I. VI, e. II. 

(3) Vedi a pagina seguente, la tavola IV, e la nota i, a pag. 89 
del cap. III. 



CAPITOLO QUARTO 




TAVOLA IV. — La eitnit* trioiiriile dell'inpenton Cvlo V li Scalmin, 
titì S Hvrnbre I53n, nel sua rlUrnu i \apolI, risili fatm tìU*- 
rlMt d'Arrìo: e Culo SplBelll I dnn di Scnlnirm, cke poev oltre li 
■«tà del HMis XVI, inpmde i rioMtralre P > r n i (Pilal) !■ m- 
dm* «fiiUUnle, «Illa di Man, ■■■lu tgU ujtell, di Mrrl ^udre: 
dside poi 1 «ttcìU plorali elKà deriit pire II none di Cirltpell, eke 
fa il iw dinile la lecoidi neli di tile secolo. 

facciata della chiesa dello Spinto Santo, nell'an- 
tica Seminara, fu incisa la se^^ueute iscrizione: An- 
no 1536 Carolus V. Romanorum Imperator sem- 



140 PALMI, SEMINARA E OIOIA-TAUBO 

per Augustus postquam debellavit Carthaginem, 
ingressus est Seminariam^ tertio novembre die Mer- 
cfério, et in quarto mensis ejusdem recessit (1) . La 
quale, però mutilata in parte e con parole man- 
canti, tuttavia si legge incisa nella fascia esterna, 
tra il pianterreno e il primo piano del palazzotto 
della pretura e carcere, nella nuova Seminara. 

L'imperatore Carlo V, come si fu allontanato 
dall'Africa, e sciolse la sua vittoriosa armata, Bar- 
baroHsa, con le galee e con parte dei Turchi, che 
si erano rifugiati in Algeria, si die nuovamente 
e con maggior crudeltà à fare scorrerie per le 
riviere della Spagna, della Sicilia e dell' Italia (2) : 
ove, nei lidi indifesi della Calabria, prese e dan- 
neggiò Santo Lucilo (an. 1535) ed altri luoghi, 
menando prigioni gran numero di abitanti. E do- 
po che per molto altro tempo continuò a tenere 
in ìsgomento la cristianità, per le incessanti sue 
ruberie, devastazioni e spesso stragi, ritornò verso 
l'Africa, e rioccupò Tunisi (3) . 



(i) G. Fiore, Della Calabria illuslraia^ ( 1791 ), tom. I, 1. I, part. 
II9 e. III. Ma questo storiografo, o forse il copista di tale opera po- 
stuma, nel riportare la iscrizione, segna per questo avvenimento, la 
data dell'anno 1533. Ciò evidentemente fu un errore di trascrizione, 
neppure avvertito da G. B. Pacichelli ( op. cit.^ part. II, pag. 103) e 
da Fr. Elia De Amato ( Paulopologia Calabra^ Napoli 1735, pag. 368 j» 
i quali, conforme al Fiore, ne riportarono T iscrizione. 

(3) L. Galibert, op. cil., o. IX. 

(3) D. Spanò-Bolani, op. cil., voi. I, 1. VI, e. II ; L. Galibert, op. 
cil., e. IX. 



CAPITOLO QUARTO 141 



Frattanto il re di Francia, non ismettendo l'odio 
che nutriva contro Carlo V, e sempre bramoso di 
occupare il ducato di Milano, non meno che di 
insignorirsi del reame di Napoli, si teneva colle- 
gato con r imperatore dei Turchi ; e perciò que- 
sti, nel 1537, ritornarono a infestare il littorale 
d'Italia, col trasportarsi gran copia di cristiani 
in ischiavitù (1). Se non che per intercessione 
del papa Paolo III, si venne ad una breve tregua 
(novembre 1537), tra Carlo V e re Francesco I; 
e così Solimano li dovè desistere dall'occupare la 
parte meridionale d'Italia, per come già si era 
pattuito nell'alleanza col re di Francia (2). Il 
quale, nell'anno susseguente ( giugno 1538), cede 
alle insistenze del papa ; e venne fatta con Carlo 



(I) A. UUoa, op. cit.^ 1. Ili, fot. 138-40. 

(a) L. A. Muratori, Au, d' IL, an. 1537; Carlo Botta, Storia di 
Italia continuata da quella del Guicciardini sino al 1789^ Capolino 
1833, lib. Ili ; D. Spanò-Balani, op. cit., voi. I, 1. VI, e. II. — Nel 
1537, dall'Etna venne eruttata tal copia di polvere nera, da coprire 
di uno strato pur le foglie dei gelsi in Sicilia e iu Calabria, facendole 
edccare ; tanto che V industria del filugello in tal'epoca, andò perduta 
in quei' luoghi ( D. Spanò-Bolani, op. cit.^ voi. I, h VI, e. II, i 7). 
L'anno appresso ( 1538), addi 39 settembre, tra il porto di Baia è 
quello di Poxsnolo, si formò un vulcano, il quale, per più di due gior« 
nate, eruttò fuoco, sassi e cenere, e in tanta alteua, da essere stata 
questa trasportata dal vento, fino a 150 miglia lontano, verso la Ca- 
labria. Già fin da due anni avanti, liel territorio di Pozzuoli, in Napoli 
e in altn luoghi limìtrofi, si avvertivano frequenti terremoti, i quali 
continuarono per otto giorni dopo di questa eruzione ( G. A. Sum- 
monte, op. cit,^ tom. IV, 1. VII, e. VII ; L. A. Muratori, An, d* It.^ 
an. 1538). Nel giugno dell'anno 1542, in Sicilia e in Toscana avven- 
nero terremoti spaventevoli, cagionando la morte, per croUamenti di 
edifizii, a molte centinaia di persone ( L. A. Muratori, And* It,^ an. 1542). 



'< 



142 PÀLMI^ SEHINARA E GIOIA-TAURO 

V, una tregua dì dieci anni, che invece durò fino 
al 1541: in cui questo imperatore, notando che il 
Barbarossa sempre più andava estendendo le sue 
scorrerie, con notevole incremento della potenza 
di lui, a danno dei proprii Stati e della cristia- 
nità, volle recarsi a debellarlo nei luoghi di sua 
residenza, in Algeria (ottobre 1541); ma ne eb- 
be risultato disastroso, e le conseguenze continua- 
rono a gravare suirOccidente, per ben tre secoli 
e mezzo, stando sempre in soggezione delle pira- 
terìe dei Barbareschi, fino a che la Francia non 
prese ad occupare l'Algeria definitivamente (l). 

Francesco I, ben conoscendo che Carlo V, per 
i disastri sofferti in Algeria, era ridotto a mal 
partito, e che perciò gli sarebbe riuscito d'attuare 
i suoi divisamenii, si accordò nuovamente con 
Solimano II; e questi, per unire nel Mediterraneo, 
la sua potente armata, con quella della Francia, 
vi mandò Barbarossa. Il quale, con centocinquan- 
ta navi da guerra, e quattordici mila Turchi da 
sbarco, in compagnia del ministro del re di Fran- 
cia Antonio Pelino, come direttore di tale impre- 
sa, giunse a Reggio, addì 20 maggio 1543; e 
impadronitosene, la fece incendiare, menando pri- 
gioni moltissimi cospicui cittadini, e fanciulli e 
donne; fra le quali, la bellissima figliuola dello 
spagnuolo Diego di Gaetano, governatore della 



(i) A. Ulloa, op. cii., I. Ili, fol. 152 56 ; L. A. Muratori, An, (T li., 
an. 1538 41 ; L. Galibert, op, cit,, e. IX. 



CAPITOLO QUARTO 143 



città, per nome Flavia, che poi fu tolta a moglie 
dal Barbarossa. Questi, avendo ridotta Reggio ad 
un mucchio di rovine, e fatto distruggere le vi- 
gne, le palme e tutti gli altri alberi del territorio 
circostante, toccò il faro di Messina, verso la fine 
di giugno; e continuando il suo viaggio per Mar- 
siglia, ove giunto ( 5 luglio ), si dispose agli or- 
dini del re di Francia, arrecò ancora danni in 
altre riviere della nostra penisola (l). 

Il Barbarossa, nel suo ritorno ( an. 1544), fece 
molte altre scorrerie per le spiagge d' Italia ; e 
dopo di avere approdato a Tropea, e depredato 
altri luoghi dei lidi della Calabria, nel luglio per<^ 
venne a Lipari, e vi fece prigionieri settemila 
abitanti: per la qual cosa Carlo V vi dovette man- 
dare poi una colonia spagnuola per ripopolare la 
città e risola (2). Inoltre quegli toccò capo Pe^ 
loro ; pose a sacco e fuoco Fiumara di Muro, pres- 
so la marina di Catena; assalì la terra di Cariati, 
spogliandola crudelmente della roba e del popolo, 
che menò m ischiavitù ; e ritornatosene in Co- 
stantinopoli, ivi morì neiranno 1547, in cui von- 



(i) A. Ulloa, op. cit^ ]. Ili, fol. 158 ; G. A. Summoate, op. cU.^ 
toni. IV, 1. vili, e. II ; L. A. Muratorì, An. tT ItaL^ an. 1543; C. 
Botta, op, cii,^ I. IV ; Guglielmo Robertson, Siaria del regno dett im- 
peratore Carlo Quinto^ Milano 1834, voi. IH , lib. VII ; L. Galibert, 
op, cit.^ e. IX ; D. Spanò- Bolani, op, cit,^ voi. I, 1. VI, e. II. 

(2) A. UUoa, op. citt 1. III, fol. 163 ; S. Mazzella, op. cìi,^ pag. 
153; G. A. Sunainonte, op. cif,^ tom. IV, 1. Vili, e. Il ; L. A. Mu- 
ratori, An. d^ II., an. 1544. 



144 PALMI, SBMINARA E OIOIA-TAURO 



ne pure a morte Francesco I, ed Enrico Vili, re 
d' Inghilterra ; mentre nell' anno precedente era 
morto Lutero, il quale con le sue nuove dottrine, 
aveva cagionato pure scisma e lotte sanguinose 
tra popoli cristiani (1). 

In mezzo a tante calamità, quelle che più fa* 
covano vivere in continuo timore per la vita e 
per gli averi, la gente della regione del versante 
occidentale dell'estrema Calabria, erano le pirate- 
rie dei Turchi e degli Algerini, i quali non ces- 
savano d' infestare il Tirreno: ma nel territorio 
di Seminara, fin presso alla metà del secolo XVI, 
questi non avevano tentato alcuna scorreria; sia 
per trovarsi Seminara ben munita e posta molto 
air interno, dalla spiaggia di Pietrenere e di Gioia, 
sia per essere il resto della riviera ad essa più 
vicina, altissima e impraticabile anche da una 
squadra di non molte navi. Ciò non pertanto la 
audacia dei corsari era tale, che di tratto in tratto 
venivano con le loro galee, di nottetempo, pren- 
dendo a scorta il promontorio del monte S. Elia ; 
e si nascondevano in alcune insenature e grotte, 
fra le rocce del lido dell'altissima costiera a pic- 
co, interposta tra Gioia e Bagnara: sicché, come 
i naviganti delle marine di Calabria s' inoltrava- 
no nel Tirreno, per i loro traffichi, erano da que- 



(ij L. A. Muratori, An. d* /i., an. r 546-47 ; C. Botta, op. cit^ lib. 
IV ; L. Galibert, op, cit.^ e. IX ; D. Spanò-Bolani, v. I, 1. VI, e. III. 



CAPITOLO QUARTO 145 



8ti corsari assaliti, depredati e spesso uccisi, op- 
pure menati schiavi in Africa (1). Non ostante 
questi pericoli, il traffico tra questi lidi e quelli 
della vicina Sicilia e di altre città del continente, 
non era diminuito ; e si faceva per mezzo di pic- 
cole e celerissime cavi, sempre di giorno, e dopo 
di avere esplorato il mare dall'alto delle costiere. 
Le quali essendo indifese, come già tutte le al- 
tre riviere del regno, potevano nascondere insidie, 
che i pirati tendevano, massime nelle ore della 
notte: onde fu che il viceré don Pietro di Toledo, 
per garentire nel modo migliore i luoghi vicini 
al littorale, contro gli assalti dei Turchi, venne 
a Reggio (an. 1540); vi ordinò la riedificazione 
delle mura della città, aumentandone il presidio ; 
e vi fece in seguito ( an. 1547 ) costruire un al- 
tro castello, disponendo ancora che venissero for- 
tificate tutte le terre del littorale del regno, se- 
condo il parere degli architetti ed uomini di guer- 
ra, che le avrebbero visitate. Inoltre egli si tro- 
vava di avere indotto Carlo V, a ordinare che, 
lungo le riviere, fossero a spese delle università 
( comuni ) , alle quali esse appartenevano, eret- 
te delle torri ben alte e bastantemente lontane, 
da essere in piena vista 1' una dell' altra ; nelle 
quali potessero stare, con quantità di armi, alme- 



(i) P. Gualtieri, op. ciL^ 1. I, e. LIX. 
10 — Db Salvo, Palmi, Seminara e Gioia-T. 



146 PALMI, 8EMINÀRÀ E QIOIÀ-TAUBO 

no due persone di guardia, per avvisare con segni 
stabiliti, se di giorno, e con Taccenzione di fuochi, 
se di notte, alle altre torri e alle terre vicine, lo 
approssimarsi di galee corsare ; acciocché la gente 
del luogo provvedesse alla propria salvezza, op- 
pure si preparasse alla difesa. E per più attiva 
sorveglianza durante la notte, tra una torre e 
l'altra, dovevano perlustrare la riviera, pure le 
guardie a cavallo, dette Cavallari^ bene armate e 
a due a due: le quali, se mai avessero scoverto 
navi corsare presso il lido, dovevano con gli spari 
degli archibugi, darne l'avviso ai torriert, e cor- 
rere ad avvertire i terrazzani dei luoghi vicini (1). 
Però quest'ordine di Carlo V, che già il viceré 
don Pietro di Toledo aveva incoAiinciato ad at- 
tuare, fin dal 1537, non fu eseguito dappertutto, 
che molto tardamente nel versante occidentale 
dell'estrema Calabria. 

Intanto in un'epoca molto posteriore all'an. 1444, 
ma anteriore all'an. 1580 ed anche all'an. 1571, 
si vuole che in Gioia « sbarcati V infedeli in un$i 
mattina di Domenica, furono presi e fatti schiavi 
tutti i paesani che erano dentro l'abitazioni » (2). 

Carlo Spinelli, ottenuta nel 1495, da Ferdinan- 



(i) Placido Troyli, /storia generale del reame di Napoli^ Nap. 1747, 
tom. I, part. I, lib. I, e. Ili ; P. Giannone, op. ciL^ voi. IV, 1. XXXlI, 
e. IV ; D. Spanò-Bolani, op, cit,, voi. I, 1. VI, e. II e III. 

(2) P. Gualtieri op, cit,, 1. I, e. 82.0, pag. 451. 



CAPITOLO QUARTO 147 



do II, come addietro abbiamo acceniinto. la contea 
di Seminara (1), gli fu facile, nel ir>17, aver con- 
fermata tale concessione da Giovanna III e dal 
suo figliuolo Carlo (2). Questo primo conte di Se- 
minara, venuto a morte, molti anni prima della 
metà del secolo XVI, gli succede nella contea il 
suo primogenito Pietro-Antonio. Il quale, nel 1552, 
fece riedificare la chiesetta detta di S. Fantino^ 
presso il sito ove, fin da prima che fosse distrutta 
Tauriana, sorgeva la chiesa dedicata a questo san- 
to, e il monastero di monache basiliane ; e la de- 
dicò alla SS. Maria dell'alto mare, istituendola a 
jtA8 patronato della sua famiglia, giusta la bolla 
rilasciatagli addì 29 settembre 1542, da papa Pao« 
lo IH. — Dalla iscrizione su di una lapide, esi- 
stente sull'architrave della porta di questa chie- 
setta, cioè: 

PYRRHVS ATONIVS SPINELLVS SEMINARIE 

COMES FACIVDV CURAVIT ANO DNI 1552. 
si rileva che il conte Pietrantonio veniva chiama- 
to Pyrrhus Antonius, e che ne assumeva lo stem- 
ma degli Spinelli dell'Aquila di Scalea; giacché 
questo stemma, che vi è scolpito a rilievo (3), "si 



(i) Vedi addietro le annotazioni 3 e 4, nella pag. 84, al cap. III. 

(2) L. Giustiniani, op, ctL, v. Seminara, Il quale ne cita la peiit 
3, /oL 17 ; ma il diploma di Giovanna trovasi nel voi. XXX dei quin- 
ternioni, nel /oL 17. 

(3) Se. Mazzella, op. ci/., pag. 512, 737-38 ; G. Fiore, op. cii,, tom. 
II, Ga/aò, sacrOf 1. II, De/ia relig, basiliana, cap. II, pag. 368 ; e vedi 



148 PALMI, SEMIXARA E GIOIA-TAURO 

compone di uno scudo, attraversato in mezzo, da 
una fascia con tre spine, di cinque punte ciascu- 
na, e fuori di esso, un'aquila con un sol capo, 
voltato a destra, e coronato. — Pietro o Pirro 
Antonio non visse che per pochi altri anni, dopo 
la metà del secolo XVI, perchè nel 1555, trova- 



le nostre Notizie su Metauria e Tauriana, e. Ili, pag. 115-19, e e. IV, 
pag. 124-27. — Le abbaisie di S. Fantino, di S. Giovanni di Lauro 
Blancea e quella di S. Pancrazio di Hriatico furono, nel 1134, sottopo* 
ste dal re Ruggiero, ali* archimandrita del monastero del Salvatore 
di Messina; e nel 1175, questa concessione fu confermata da papa 
Alessandro III: uicchè il vescovo di Mileto, Andrea II d' Alagni, es- 
sendosi, nel 1392, usurpata tale giurisdizione , 1' archimandrita Fra 
Paolo di Notarleone ricorse alla Santa Sede; e ne ottenne il decreto 
per la restituzione dei primitivi diritti col risarcimento delle spese fat- 
te in tutta questa lite ; e il decreto gli fu confermato in Catania, dal re 
Martino, addi 9 giugno 1393. Se non che il convento di S. Giovanni 
di Lauro, sito nel territorio di Seminara, si trova che in seguito era 
Con le sue grange ( fattorie ) di S. Luca e di S. Andrea, tributario di 
annui ducati 3.60, al vescovo di Mileto, per /«s caihedratici. Però 
questa badìa, da papa Urbano Vili venne, nel 1623, aggregata al col- 
legio greco di Roma, unitamente con la « pensione di annui cinquanta 
scudi di oro di camera, tolti dalla parrocchia! chiesa di Piscopio, alla 
Badia di Mileto, pria allo istesso collegio concessa » ( V. Capialbi, 
Memor, per servire alla stor, della S, chiesa tniletese. Cronologia dei 
vescovi^ pag. 34. — Pirri, Noiit, Archimand. Messan.^ ad an, 1393 ; 
Lubin, Abatiarum Italiae brevis notitia). 

Nel secolo XV, per Pesiguo numero dei monaci basiliant, il conven* 
to di San Fantino, che da qualcuno fu pure indicato, inesattamente, 
col nome di S. Mercurio, era caduto in abbandono: per la qua! cosa 
il rettore della chiesa di San Giovanni teologo, allora esistente nel 
medesimo territorio, chiese al papa Martino V, che fosse abolito tale 
convento, e la rendita venisse aggregata alla sua chiesa ; ma per la 
morte di questo pontefice, quegli ebbe questa concessione dal ponte- 
fice successivo, papa Eugenio IV, del 1431. Intanto sul sito, ove sor- 
geva il monastero basiliano, era rimasta una chiesa sotto il titolo di 
San Fantino^ la quale essendosi distrutta per opera del tempo, questo 
titolo pas^ò airaltra chiesa suddetta, che poi fu perciò chiamata dei 



CAPITOLO QUARTO 149 



vasi gik duca di Seminava (1), il suo primoge- 
nito Carlo : il quale , secondo il Ma^zella , fu 
nel 1557, che « per le sue honorate qualità » , 
venne elevato dal re Filippo II, a duca di questa 
città (2). — Carlo I duca di Seminara, istituì il 
fedecommesso per il suo casato, nel 1565; e si 
vuole che egVi sia morto nel 1566, ma con più 
certezza, nel 1572 (3), e dai suoi eredi e dai Se- 



5'»S'. Fantino e Giovanni Teologo; e continuava ad essere ammini- 
strata da un abate dipendente dal sommo Pontefice. Questa chiesa, 
alla sua volta, essendo stata distrutta dai corsari musulmani, e lascia- 
ta pure in abbandono, Pirro o Pietro Antonio Spinello, conte di Se- 
minara, la rifece nel 1552 ; poiché da papa Paolo III, con bolla del 
39 settembre 1542, ne aveva ottenuto la concessione del privilegio di 
patronato ( attivo e passivo ) Su di essa e in favore suo e dei suoi 
successori, restando essa soggetti al vescovo di Mileto, a cui in virtù 
di tale bolla, era riserbato il diritto di nominarne i rettori o abati, in 
caso di sede vacante. 

(i) P. Giannone, op. cit,^ voi. IV, 1. XXII, e. V ; Nuovo diziona- 
rio storico, pubbL da una società di letterali fratuesi, tradotto ed ac- 
cresciuto a cura di Remondi ni di Venezia, Bassano 1796, v. Spinelli 
Pietro Antonio, 

(2) Se. Mazzella, op. cit.y pag. 738. 

(3) Il Fiore ( Della Calab. Illustr,, tom. II, Calab, sagr., 1. II, 
Della relig. francescdna, e. VI, pr.g. 414 ) riporta l'knno 1563, per 
Pepoca della morte del duca Carlo, perche nel noverare i conventi dei 
frati minori cappuccini nella provincia di Reggio, asserisce che nella 
antica Seminara, ne sorgeva uno dedicato alla Madonna delle Grazie, 
che era stato fondato da Carlo Spinelli duca del luogo, nelPanno 1560 • 
e che « questi morto Tanno 1563 >, giusto come aveva predisposto, 
fu sepolto « avanti la porta della chiesa, da dove poi Panno 161 1, Fi- 
lippo cardinale, suo figliuolo, lo trasportò dentro, avanti P Aitar mag- 
giore con questo epitaffio: 

Carolum Spinellum Ducetn Seminariae, Principem Cariati, hujus 
Templi, Caenobiigue Conditorem, VI KaL Septem, ann. M, D, LXIII, 
Vita functum, ejus voluntate prae Templi foribus humatum pia sui 
despicientia praetereuntium vestigio proterendum, Philippus Cardinalis 



150 PALMI,SEMINÀRA E GIOIA-TAURO 

minaresi gli fu eretto uno splendido monumento (1). 
Grande era il fervore per la religione cristiana, 
nel popolo del versante occidentale della Calabria 
ulteriore, dopo le generali e devastatrici incursio- 
ni dei Saraceni, nel secolo X: in cui non iscam- 
parono, che pochi conventi basilìani, in mezzo ai 
moltissimi che sorgevano a brevi distanze ; e vi 
si manteneva sempre osservata la lede a Dio e 
ai santi, ed essi erano anche custodi di tutto il 
sapere antico (2). A tale rovina scampò, nel ter- 
ritorio di Seminara, il convento basiliano di San 
Nazario, che poi si disse di San Filareto ( monaco 
basiliano, compatrono di questa città ), e il romi- 
torio dì basiliani, dedicato a S. Elia profeta ( com- 
patrono di Palmi ), sopra il monte Aulino, il 
quale perciò poi venne detto di San f Elia ^ e il 
romitorio e la chiesetta rurale, con un territorio 
attorno piuttosto esteso, divennero di jus patro^ 
nato del comune di Palmi. Sorse in seguito presso 
Seminara, il convento basiliano di San Nicodemo; 



Spinellus Parentein optimum Pontificio diplomate huc transtulit. Anno 
saluiis MDCXly IV nonas lanuarii ». — La lapide, dalla quale fu 
ricavato questo epitaffio, non è pervenuta a nostra conoscenza ; ma 
pare che la diversità di epoca per la morte del duca Carlo, sia nata 
nel Fiore, da una disattenzione nel trascrivere la data, o per disatten- 
zione dei copisti ; perchè se Carlo istituì ì\ /edecommesso nel 1565, non 
poteva trovarsi morto due anni prima: e* già nell'opera postuma di 
questo storiografo, si riscontrano non poche inesattezze. 

(i) Vedi addietro l'annotazione i, nella pag. 89, al cap. III. 

(2) G. Marafioti, op. cit., 1. I, e. 35.0; G. Fiore, op, cit,^ tom. II, 
Calabi sagra^ 1. II, Della relig, basiliano, e. II, pag. 367. 



CAPITOLO QUARTO 151 



ma circa il 1436, per opera del beato Paolo da 
SiDopoIi, passò ai frati minori osservanti, sotto il 
Dome di Santa Maria degli Angioli (1); mentre 
nel 1317, era stato fondato anche in Seminara, il 
convento di San Francesco d'Assisi^ dai frati mi- 
nori conventuali, parimente francescani (2). 

Nel 1537, in Palmi, frate Antonio minore os- 
servante e celebre panegirista, nativo di questa 
città e residente nel convento di Polistena, di una 
sua casa fece un ristretto monastero di religio- 
si del suo ordine , che egli fece chiamare La 
Annunziata ; ed era contiguo ad una congrega- 
zione laicale, che esisteva da molto tempo prima 
€ sotto l'invocazione di S. Maria de Caravellis ». 
Questo convento poi nel 1621, passò ai frati mi- 
nori osservanti riformati cappuccini (3). — Sorse 
anche in Palmi, verso il 1540, per opera del mae- 
stro provinciale Angiolo Emiliano, un angusto 
convento di Carmelitani; ed un altro pure. molto 
piccolo, detto di S. Francesco d'Assisi^ sorgeva 
presso l'abitato, a Santa Maria degli Uccellatori ; 



(i) G Fiore, op, ciL, tom. II, Cai, sagr,^ 1. II, Della relig, basi- 
Itaua, e. II, pag. 369-71, e Della reltg, francescana, e. VI, parag. 3, p. 402 

(3) G. Fiore, op, ciL, tom. II, Calab, sagra, 1. II, Della relig. 
francescana, e. VI, parag. L, pag. 401. 

(3) Th, Aceti, Annoi, in G. Barrium, op, di,, 1. II, e. XVIII, 12 ; 
G. Fiore, op. cii,, tom. II, Calab, sagr,, 1- II, Della relig, francese,^ 
e. VI, I IV, pag. 418 ; Lue. Wading, Annales Minorum, ecc, an. 1437 ; 
Gonzalez, Hisi, Seraphica, tom. I. 



152 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

ma nel 1 653, per la riforma generale di papa In- 
nocenzo X, questi due conventi furono soppressi 
( 21 aprile ) insieme con quello dell' Annunziata, e 
con moltissimi altri di questa parte della Calabria ; 
come pure venne soppresso quello di San Seba- 
stiano^ in Gioia, che era di Agostiniani Zumpa- 
ni (1). Così in tale regione della provincia di 



(i) Octavio Paravicino, Synodus diocesana tniletensis secunda, 
Messanae 1692, pag. 133 ; G. Fiore, op, cit,y tom. II, Cai, sagra^ 1. 
II, Della relig, carmelilana^ e. I, pag. 365, e Della relig. agostinia- 
na^ e. IV, pag. 385 ; D. Taccone-Gallucci, op, ciL^ part. II, pag. 154 
e 165. — Nell'opera del Fiore (Della Cai. ilL, loc, ciL, Della relig. 
francescana, e. VI, 2* Ii P^g» 400), si verrebbe a rilevare che in Pal- 
mi dovette esistere anche un convento di frati francescani minori con- 
ventuali, perchè fra le città, che contenevano conventi di tale ordine, 
soppressi in virtù della bolla d' Innocenzo X, per il riordinamento 
monastico generale, viene annoverata pure Palmi. Infatti, a poca di- 
stanza dall'abitato della città di Palmi, presso la contrada Z.' ^j^ar^fV?, 
esistevano fino a un due anni or sono, le mura di una chiesa abban- 
donata e diruta, chiamata Santa Maria. Anticamente a questa chiesa 
era unito un piccolo conventus ordinis Fratruum minorum S, Fran- 
cisci convenlualium, ed essa veniva detta Ecclesia S. Mariae de As- 
sisae,. seu uccella lorutn, extra tnoenia^ e volgarmente S. Maria Cera- 
tolti. Questo convento, dedicato a S. Francesco d'Assisi, fu soppresso 
nella riforma generale praticata da Innocenzo X (ed esso era a piano, 
e poi fu ed è ancora usato per trappeto, cioè oleifìcio ) , e la Sacra 
Congregazione decretò che le rendite si fossero applicate al manteni- 
mento della chiesa e di due cappellani, per celebrarvi giornalmente la 
messa, come pure alla edificazione e manutensioue di un ospedale, 
con la parte delle rendite che venisse a sopravanzare: ma per l'esi- 
guità delle rendite, non bastevoli spesso neppure ai bisogni della chie- 
sa, l'ospedale non fu eretto. ^ In questa chiesa di S. Maria dell'Uc- 
cellatore venivano adorati e festeggiati la S.S. Vergine dell' Annun- 
ziata, S. Antonio di Padova, la Madonna dell' Assunta, S. Lorenzo, 
S. Domenico di Soriano, S. Diego e l' Immacolata Concezione. 

Dopo che il piccolo convento del Carmine fu soppresso, la rendita 
che se ne ricavava, fu assegnata ad un cappellano, con l'obbligo di 
celebrar messa quotidiana, eccetto un giorno per ogni settimana ; e 



CAPITOLO QUARTO 158 



Reggio o dei Sette Martiri, come pure veniva de- 
nominata in quei tempi, man mano che aumen- 
tava la geute, aumentavano le chiese, 1 monasteri 
e molto di più i religiosi: tra i quali vi furono 
uomini veramente di santa vita, che non solo con 
la parola umile e veritiera, ma pure con l'esem- 
pio inculcavano le pratiche della religione. Quindi 
la fede era sempre in incremento ; tanto che cie- 
camente veniva creduta quale miracolo, ogni stra- 
nezza, che si dava per tale dalla malizia umana. 
Di modo che da queir epoche pervennero a noi 
voluminosi racconti, circa i numerosissimi mira- 
coli, ai quali assisteva quella gente di buona fede 
e ignorante. 

In Palmi, era celebre in tali tempi, una imma- 
gine di S. Maria del Soccorso, « delli cui miracoli 
fu scritto un libro intiero», giusto come accerta 
il Gualtieri (1); e a questo proposito, anche per 
far rilevare lo stato morale di quella gente, ri- 



inoltre di coadiuvare il parroco e di pagare ducati 60 per ogni anno, 
ad un ospedale, che verrebbe istituito, lasciando però airarbitrio del 
cappellano di dare all'ospedale le case del convento ( Memorie per ia 
Chiesa vescovile di MiletOy scritte dal sacerdote Uri«tle Napoleone, 
nella seconda metà del secolo XVIII, e conservate nello archivio ve- 
scovile di Mileto). 

L'abolizione di tanti piccoli conventi, alcuni dei quali annidati an- 
che nelle terre più ristrette, fu ordinata dal zelante papa Innocenzo 
X, addì 15 ottobre i65a, perchè in essi i frati essendo pochi, e intenti 
generalmente a tutt*altro, che ad osservare la regolare disciplina, erano 
di scandalo, con la loro vita oziosa, piuttosto che esempio di virtù e 
di vita religiosa ( L. A. Muratori, An. (T ItaL^ an 2652 ). 

(i) P. Gualtieri, op, cit,, 1. I, e. LXIII, pag. 303. 



154 PALMI, SEIONARA E OIOIA-TAUBO 

portiamo la seguente narrazione del Fiore: e Nella 
chiesa detta la Giudeca, della città di Terranova 
si venera un Crocifisso di rilievo in altezza di 
palmi cinque, opera molto antica, e miracolosa. E 
quantunque de' suoi miracoli corre la fama fin 
dal secolo quindicesimo; nulladimeno si rese più 
chiara a 20 luglio del 1533, e l'avvenimento fu 
questo, giusta il rapporto di Paolo Gualtiero. Ri- 
spondeva in quel tempo colla luce di molti mira- 
coli r immagine della Santissima Vergine, detta 
del Soccorso, nella terra di Palmi, che però cor- 
revano a folla alla di lei venerazione i popoli con- 
vicini^ e fra questi, quei della città di Terranova, 
i quali vi andarono accompagnando il predetto 
Santissimo Crocifisso con una numerosa processio- 
ne. Or giunta r immagine del Figlio alla presenza 
di quella della Madre, cominciò a vista di tutti 
a sudar sangue da tutto il Corpo ; cosa, che com- 
mosse tutto quel popolo a contrizione, ed a pian- 
to, chiedendo tutti a Dio misericordia. Di questo 
avvenimento se ne stipulò un atto pubblico da 
notar Antonio Oliva da Seminara, il giorno me- 
desimo, che sortì » (1). 
In questo tempo il beato cappuccino Lodovico, 



(i) G. Fiore, op* cit., tom. II, Calab. santa, 1. I, appendice III, 
delle sagre immagini, \ i% pag. 266. — Questo storiografo, seguendo 
a narrare i miracoli della suddetta immagine del Crocifisso di Terra- 
nova, aggiunge ancora che: « Nell'anno 1593, avendo la città di Ter- 
ranuova bisogno grande di pioggia, dopo varie suppliche fatte ai di- 
versi Santi si fé' risoluzione di portarsi processionalmente per la città 
il miracoloso Crocefisso, come si fece ; ed ecco tosto conturbata l'aria, 



CAPITOLO QUARTO 155 



di casato Cumi da Reggio, che aveva propagata 
la riforma cappuccina in tutta la Calabria, in Si- 
cilia, in Basilicata, in Puglia, e che poi morì nel 
1537, attirato dalla fama dei miracoli della Ma- 
donna del Soccorso, venne a Palmi per vederla e 
adorarla ; e nel mentre predicava fuori della chie- 
sa, per la gran moltitudine di gente, che era coi'sa 
dai luoghi vicini per ascoltarlo, poiché era vene- 
rato e creduto di spirito- profetico, egli, nel fer- 
vore della predica, preannunziò la devastazione di 
Palmi, con le seguenti parole, riportate dal Gual- 
tieri, cioè: < Palma, Palma, non senza gran causa 
la nostra Signora fa tanti miracoli ! — Indi vol- 
tandosi verao il mare, disse: Ben presto vedrete 
cose crudelissime. Ed alzando la voce, soggiunse: 
Misera ed infelice quella madre che ha figli ! E 
cosi successe, poiché non molto dopo, da Dragut 
corsale fiorissimo fu messa la terra a sangue e a 
fuoco, menando quei che scamparono dal ferro, 
prigioni in Turchia » (1). Ed in vero questo la- 



scarico la pioggia in tanta abbondanza, che fu d'uopo interrompere 
la processione, e ritirarsi la gente dentro la chiesa di S. Caterina. Al 
prodigio della pioggia, ne seguì un altro, e fu la pioggia di latte, che 
si vide cadere dalle braccia dell* istesso Crocifisso, non solamente in 
quel giorno, ma nel seguente ancora ; onde se ne prese di tal succes- 
so giuridico informo per ordine del Vicario Generale d'Oppido, E cori 
ad un tempo medesimo cadevano tre piogge: l'una di acqua dalle nu- 
vole, Taltra di latte dall'immagine del Crocifisso, e la terza di lagrime 
dagli occhi de' popoli > 1 

(i) Fra Zaccaria Boverio, tom. I, an. 1537 ; P. Gualtieri, op* cit.^ 
1. I, e. LXIII, pag. 303 ; G. Fiore, op. cit,^ tom. II, Calao, santa^ 
1. I, Dei confessori non pontefici^ e. Ili, { 48, pag. 84. 



156 PALMI, 8EMINARA E GIOIA-TAURO 

crimevole avvenimento ebbe luogo, ma molti anni 
appresso, dopo che Dragut Rais, capo di corsari tur- 
chi, subordinato a Barbarossa, incominciò ad essere 
tristamente noto, nella occasione della tentata bat- 
taglia navale, e poi malvagiamente sospesa da An- 
drea Doria, alla Prevcsa o porto di Aiarta, presso 
Lepanto (1); e che intanto si era reso il terrore dei 
Cristiani, che abitavano le riviere dei possedimenti 
dell' imperatore Carlo V, nel Mediterraneo, verso 
il 1540: nel quale anno il Doria^ trovandosi a Mes- 
sina con cinquantacinque galee, in traccia dei cor- 
sari turchi ed africani, mandò suo nipote Gian- 
nettino Doria, con più di venti galee e una fre- 
gata, a combattere Dragut, che infestava i lidi di 
Corsica e di Capraia, ove poi questi rimase de- 
bellato e prigioniero. Quindi messo alla catena, e 
trasportato da Genova a Messina, Carlo V, per far- 
selo amico, disposo che fosse lasciato in libertà, 
ma il Doria gli fece pagare una grossa taglia (2). 
Dopo ciò, questo corsaro divenne più audace e più 
fiero ; e per tali doti veniva prediletto da Barba- 
rossa: il quale era collegato e coadiuvato dai Fran- 
cesi, che, quantunque fosso cosa vituperevole per 
un popolo cristiano e civile, non si peritavano di 
essergli compagni nelle crudeli scorrerie contro i 



(i) A. Ulloa, op. ciL^ pag. 147-50 ; L. A. Muratori, An, (V Jtal,^ 
an. 1538. 

(2) A. Ulloa, op. cit,y pag. 153 ; L. A. Muratori, op, cit,, an. 1540; 
L. Galibert, op, cit., e. JX. 



CAPITOLO QUARTO 157 



miseri e deboli Cristiani, abitatori dei paesi delle 
riviere di questa infelice Italia inferiore, e della 
Sicilia (1). 

Frattanto alla morte di Francesco I (an. 1547 ), 
a cui, nel trono di Francia, successe il suo pri* 
mogenito Arrigo II, seguita, nel medesimo anno, 
quella di Barbarossa ; Carlo V concordò una tre- 
gua col sultano: ciò non ostante Dragut continuò 
a catturare le navi spagnuole, menando schiave 
le ciurme (2), massime nell'anno 1549; in cui 
egli con quaranta galee depredava non solo tutte 
le navi che incontrava, ma di tanto in tanto si 
accostava alle marine dei popoli cristiani del Me- 
diterraneo, e metteva i villaggi a sacco e a fuoco^ e 
trascinava prigionieri quanti Cristiani capitavano, 
riducendoli nella più penosa schiavitù. — In questa 
epoca più che in ogni altra, ebbe a piangere la 
gente delle marine e costiere, specialmente della 
Sicilia, della Calabria e della riviera di Genova (3); 
e in quest'anno, cioè nel detto anno 1549, pare 
che sia avvenuta la rovina di Palmi, per opera 
del feroce coi^saro Dragut Rais. 

Per tali devastazioni seguì nelle riviere della 
estrema Calabria, la desolazione e l'abbandono 
delle terre presso le marino ; poiché la gente cer- 



ei) e. Botta, op. cit, tom. Ili, I. VITI. 

(2) L. Galibert, op. cit,^ e. IX. 

(3) L. A. Muratori, An, (T It., aii. 1549. 



158 PALMI, 8EMINARÀ E GIOIA-TAURO 

cava rifugio nelle città fortificate, e nei luoghi 
alpestri, lontani e al sicuro dalle scorrerie dei pi- 
rati musulmani: quindi vi era sospeso ogni traf- 
fico, e le industrie lanpfuivano, e ogni dì più cre- 
sceva la miseria ; tanto che dai balzelli e dalle 
dogane^ il Governo vicereale poco o nulla introi- 
tava. Questo miserando stato di cose valse com- 
muovere l'animo del viceré don Pietro di Toledo, 
il quale prese a provvedere energicamente alla 
sicurezza delle riviere: le quali malgrado quanto 
egli aveva disposto a tale proposito, nel 1543 e 
nel 1547, come avanti abbiamo accennato, pure 
si trovavano ancora indifese e molto di più spo- 
polate. Così Reggio, a spese dell'università, fece 
costruire, nel 1550, le torri a guardia del suolit- 
torale; e man mano praticarono lo stesso, le altre 
terre vicine al mare. 

Palmi in quei tempi funesti^ era già casale di 
Seminara; e quindi il signore di questa città, che 
era il duca Carlo Spinelli, imprese con amore e con 
sollecitudine a provvedere alla difesa del villaggio 
di Palma: il quale insieme con \\i terra di Gioia, co- 
stituendo l'emporio di ogni commercio di questa par- 
te inferiore del Tirreno, ed esso mostrandosi ognora 
più industrioso, era l'orgoglio del ducato, e fonte 
di ricchezza per questo feudatario. Laonde questi, 
giusto come il viceré don Pietro dì Toledo, nel 
1547, aveva ordinato, fece riedificare, secondo una ^ 
pianta regolare, e designata da uomini di guerra 



CAPITOLO QUARTO 159 



la terra di Palma, nel sito stesso, ove sorgeva, e 
che allora trovavasi in gran parte diruta per la 
devastazione sofiferta da Dragut ; ed intorno intor- 
no alla piccola città, in forma quadrata, fece edi- 
ficare le mura, ben alte, con a ciascuno dei quat- 
tro angoli, una torre pure quadrata e attaccata 
alle mura di cinta: le quali si scorgono ancora, 
ove più ove meno rovinate, e confuse in più 
parti, con case ad esse addossate, o che sorgono 
su di esse. Da ciò poi, col volere del popolo ri- 
conoscente e col consenso di questo munificente 
feudatario, provenne il nome di Carlopoli alla rin- 
novata Palmi, in omaggio al nome che questi a- 
veva, e in memoria di luì (1). Tale nome però 
non tanto era usato dal popolo, il quale continua- 
va a servirsi del nome Parma^ per indicare la 
terra murata di Carlopoli: sicché verso la fine del 
secolo XVI, si era smesso di usare questo nome, 
anche dai notari e dagli storiografi contemporanei; e 
fin da allora non più o raramente si trova scrit- 
to Parma seu Carlopoló^ ma generalmente e solo 
Parma oppidum (2). 

Contemporaneamente alla edificazione delle mu- 
ra intorno a Palmi, è da giudicarsi che furono 



(i) Vedi qui addietro la /avo/a IV^ nelhi ptig. 139, e Tannotazione i, 
nella pag. 89, al cap. III. 

(2) L. Giustiniani, op, cit.^ v. Palma. — Questi, a tale pro|iosito, 
cita il Quintem. Jnsfrum. 5, fol. 7. 



160 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

costruite le due torri di guardia della sua costie^ 
ra altissima e a picco sul mare. Di esse, quella 
più vicina alla città, ebbe il nome di San Fran- 
cesco ; l'altra sur un ciglione, presso la chiesa di 
S. Fantino, fu detta di Pietre Nere, nome che ha 
pure la marina sottostante (1). Questa torre, sul- 
r intonaco, che dal lato di ponente, le riveste la 
base, porta, segnata a graffio, la data 1565; la 
quale è evidentemente la data della sua costru- 
zione (2): ond' è che possiamo ritenere che intorno 
a quest'epoca, la terra di Palma fu ricostruita e 
cinta di mura, dal duca Carlo Spinelli, il quale 
precisamente nell'anno 1565, istituì ì] fedecomvìesso 
per il suo casato. E poiché la tassa più antica 
che si abbia di Palmi, la quale fu di fuochi (fa- 
miglie) 508, si rilevò nell'anno 1561, in cui Se- 
minara conteneva 1430 fuochi, e Gioia 216 fuochi, 
mentre che nel 1545, cioè pochi anni prima che 
Dragut Rais avesse distrutta Palmi, si trovavano 
in Seminara 1524 famiglie, e in Gioia 256 fami- 
glie (3) ; si può argomentare che neir anno sud- 
detto (an. 1561), Parma o CarZopoW doveva tro- 
varsi già ricostruita, sistemata, e i suoi abitanti 
essere rimpatriati e ritornati alla vita ordinaria^ 



(i) Se. Mazzella, op, cit,y pag. 167-68. 

(a) Vedi nostre Notizie su MeU e Tauriana^ e. IV, pag. 127. 

(3) L. Giustiniani, op. cit.^ v. Palma^ Seminava e Gioja ; Henrico 
Racco Alemanno, // regno di Napoli diviso in 12 province^ ecc. ^ pub- 
blicato da P. A, Sofia, Nap. 161 3, png. 67. 



CAPITOLO QUARTO 161 



ed essa essere accresciuta di popolo, immigrato da 
questi due vicini paesi. 

Sulla spiaggia presso Gioia, pure sorgeva una 
torre a guardia contro i corsari; e questo angu- 
sto villaggio era cinto di mura con delle torri 
quadre (1). Un' altra torre ancora fu eretta, e 
sorge tuttavia sul Capo di Rocchi, vicino Bagnara: 
sicché a guardia dì questo littorale, tra Capo Va- 
ticano e Scilla, che è tutto in vista, perchè si 
svolge in forma d'immenso semicerchio, vi erano 
nove torri (2), e tutte le terre littoranee erano 
munite di mura. Ciò non pertanto i corsari turchi 
e algerini, a piccole squadre, e ciascuna per con- 
to proprio, continuavano a molestare le marine 
della Calabria, con le loro audaci piraterie. In tale 
epoca^ giusto come rilevasi da un' antica tradi- 
zione, tramandata fino a noi, i corsari, venuti nuo- 
vamente alla marina di Palmi, vi sbarcarono in 
numero considerevole, e contro questa terra, ben- 
ché munita, « si avanzarono minacciosi per l'erta, 
avidi di saccheggio. A metà strada, oppressi dal 
calore, hì accamparono presso la fontana deir Ac- 
qua degli ulivi, all'ombra degli alberi per ripo- 
sarsi e prender lena; colà alla sprovvista, disar- 
mati e dormenti vennero assaliti dai cittadini con 



(i) P. Gualtieri, op^ cit, I. I, e. 83.0, pag. 451. 
(3) Se. Mazzella, op, cU,, pag. 167. 

Il — Di Salto, Palmi, Seminari e Gioia-T. 



162 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

tale impeto che iii gran numero rimasero uccisi, 
pochi si salvarono con la fuga prendendo di nuo- 
vo il mare ; il loro capo a nome Dragut, cadde 
al suolo gravemente ferito, i cittadini lo raggiun- 
sero sdraiato sopra una pietra, ed ivi Tuccisero ; 
troncatogli poscia il capo, sulla punta di un'asta, 
in trionfo lo portarono in giro pel paese. La pie- 
tra su cui Dragut ferito erasi rinvenuto disteso, 
fino a pochi anni dietro mostra vasi ancora e ve- 
niva chiamata la pietra del drago^ abreviazione 
di Dragut » (1). Questo fatto, che, come il più 
accetto, trascriviamo dalla Cantica del nostro con- 
cittadino Oliva, viene da altri narrato con qualche 
diversità: né noi lo ritenghiamo vero in tutto, 
massime circa l'uccisione di Dragut Rais, che con 
rOliva giudichiamo essere certamente falsa^ e na- 
ta forse dall'aver creduto i terrazzani di Palma 
Carlopoli, nell'uccidere il capo di quella torma 
di pirati musulmani, avere ucciso il feroce e giu- 
stamente odiato Draq^ut, che tanto danno aveva 
apportato alla loro patria. Pertanto esiste tuttora, 
presso il luogo dell'avvenimento, un'edicola con 
una nicchieCta, nella quale è dipinta ed esposta 
alla divozione dei pietosi passanti, una immagine 
della Madonna del Carmine con le anime del pur- 
gatorio ; e questa edicola, dalla gente del luogo, 
viene chiamata la Crocè dei morti^ in memoria 



fi) N. Oliva, op, cit.y cap. V, pag. 25. 



CAPITOLO QUARTO 163 



deireccidio, ivi accaduto, non solo dei Turchi, ma 
pure dei terrazzani di Palma: i quali, avvisati dai 
torrieri, dell'avvenuto approdo e sbarco di corsari, 
si erano in fretta raccolti, per aflFrontarli con van- 
taggiO; e respingerli prima che questi avessero 
raggiunto il piano sulla costiera. E infatti la 
Pietra del drago era sita sulla spianata, di lato 
alla strada che mena alla Marinella, a circa due- 
cento passi al sud dell'edicola suddetta: la quale 
sorge al punto dell' incrociamento di questa stra- 
da, con un'altra più larga, chiamata anticamente 
Strada degli olmi^ che si parte dalla porta diruta 
(Portello ) , del lato occidentale delle mura di cin- 
ta di Palmi, e si dirige alla torre, oramai diroc- 
cata, sulla vicina costiera di ponente. 

Le continue e feroci piraterie di Dragut nel Me- 
diterraneo, sempre più atterrivano i popoli cristia- 
ni: per la qual cosa Carlo V, con la cooperazione 
di Andrea Doria, di don Pietro di Toledo e di don 
Giovanni di Vega, viceré di Sicilia, debellò, nel 
1550, questo implacabile corsaro, togliendogli Mee- 
dia, Tripoli di Barberia e tutto il paese d' intor- 
no, col ridurre alla schiavitù circa ottomila Turchi, 
oltre a molte centinaia di essi, rimasti uccisi ; e 
così Dragut fu ridotto a non poter nuocere come 
prima (1). Se non che Arrigo II, re di Francia, 
mal tollerando la potenza dell' imperatore Carlo 



(i) L. A. Muratori, An, (T It.^ an. 1550; L. G.ilibert, op, cii., e. X. 



164 PALMI, SBMINARA E GIOIA-TAURO 

V, e seguendo in ciò, le orme del proprio geni- 
tore, 8i collegò con Solimano, ai danni dei regni 
e dei popoli cristiani, soggetti a questo impera- 
tore: sicché nuovamente si vide nel Mediterraneo 
un'altra formidabile armata turca, comandata da 
Sinam-Bassà e da Dragut, i quali erano diretti 
dall'ambasciatore francese Àramon. Questa flotta (1) 
danneggiò i paesi delle costiere della Sicilia, l'isola 
di Malta, Tripoli ed altri luoghi (an. 1551 ); e nel 
luglio del susseguente anno (an. 1552), direttosi 
contro r Italia meridionale, a favore di Arrigo II, 
il quale aveva già tutto disposto per impossessarsi 
del regno di Napoli, si soffermò a Procida ; ove 
Sinam-Bassà o Dragut, patteggiato segretamente 
col viceré di Napoli, di staccarsi dalla lega con 
i Francesi, si accontentarono di avere in compen- 
so duecentomila scudi, e se ne ritornarono verso 
Levante. In questo ritorno , eseguito in ago- 
sto, all' insaputa e contro la volontà della gen- 
te francese e del ribelle principe di Salerno, che 
dovevano operare dì conserva con i Turchi, Dra- 
gut prese a danneggiare gravemente le riviere 
calabresi, mettendo a sacco e fuoco Reggio, il (ra- 
sale di Santo Stefano, Sant'Agata ed altri luoghi (i?). 



(r) L. A. Muratori, op. cU,, an. 1551 ; L. G aliberi ^ loc, cii, 

(2) G. A. Summonte, op. cit.^ tom. IV, I. IX, e. II ; L. A. Mura- 
tori, An, d* It., an. 1551; D. Spanò-Bolani, op, cit,, voi. I, 1. VI, e. 
Ili, ? 3 ; P. Giannone, op. cit., voi. IV, 1. XXXII, e. VI. 



CAPITOLO QUARTO 165 



Continuava lo stato di pfuerra tra Arrigo II, 
collegato con i Turchi, e Carlo V ; ma questo im- 
peratore, travagliato incessantamente dalla gotta 
e dalle gravi cure dello sterminato suo impero, pre- 
sentendo non lontana la sua fine, venne, nel 1555, 
alla determinazione di rinunziare a favore del suo 
figliuolo Filippo IT, la Spagna, il regno di Napoli 
e gli altri Stati, e a favore del proprio fratello 
Ferdinando, V impero di Germania, Dopo ciò, fat- 
ta conchiudere una tregua di cinque anni, tra il 
re di Francia e il suo figliuolo Filippo, si chiuse 
nel monastero di San Giusto (an. 1556), nella 
provincia di Stremadura, ove morì, addì 21 set- 
tembre del 1558 (1). 

Non tardò molto a rompersi tale tregua, fra 
i due monarchi, e già, neir anno 1558, erano essi 
nuovamente in guerra: per la quale i Turchi, 
sempre collegati con i Francesi, ritornarono nei 
mari d'Italia, con una forte armata, comanda- 
ta dal pascià Mustafà , per unirsi con quella 
francese, ai danni delle terre del re Cattolico : e 
quindi anche Reggio ebbe a sofi'rire in questo an- 
no, per opera dei Turchi (2). 

Nell'anno 1561, i corsari turchi e algerini era- 
no cresciuti di numero, e frequentemente si river- 



ir) G. A. Summonte, op, ciL, tom. IV, 1. X, e. II; L. A. Mura- 
tori, Am. d* Ji,^ an. 1555-56-58. 

(9) L. A. Muratori, op, ciL^ an. 1558 ; D. Spanò- Bolani, op. ciL^ 
voi. I, 1. VI, e. Ili, { 4. 



166 PALMI, 8EMINARA E GIOIA-TAURO 



savane sulle marine della desolata Italia^ con au* 
dacia e ferocia straordinaria. Fra essi, il famoso 
Dragut Rais era il più terribile: egli aveva rioc- 
cupato Tripoli, e ne era divenuto bassa o pascià (1) ; 
e pare che avesse avuto in grande odio i popoli 
delle riviere del Tirreno, poiché è su di esse, quan- 
tunque grandemente spopolate e deserte, che prin- 
cipalmente lo vediamo inferiore con le sue pirate- 
rie (2). Due anni dopo (an. 1563 ), questo corsaro 
danneggiò pure Napoli e le costiere della Puglia, 
dell'Abruzzo e del Genovesato, come pure tentò. 



(i) L. A. Muratori, op, cit,^ an. 1561 ; L. Galibert, op, city e. X. 

(2) L'anno 1561 fu infausto per Napoli , per la Sicilia e per altre 
regioni del reame, non solo a causa delle dannosissime piraterie sof- 
ferte, ma pure per i varii terremoti succeduti: i quali « atterrarono gran 
copia di fabbriche colla morte di più centinaia di persone » ( L. A. 
Muratori, An. d' ItaL, an. 1561 ). Il Summonte (op, cii,, tom. IV, 
1. X, e. IV, pag. 339 ), a tal proposito, narra che « nelPultimo di Lu- 
glio 1561, il Giovedì appresso alle 23 bore in circa, fu un grandissimo 
terremoto in Napoli, e per tutto' il Regno, et anco in una parte del- 
la Sicilia ; il quale mostrò maggiormente la sua forza in Principato e 
Basilicata, perciò che ivi rovinò molte Terre, come furono lo Tito, 
Pincerni, Santo Licaudro, la Polla, Atena, et altre, ma particolarmente 
fé' molto danno nella Valle di Diana, ove non cessarono i terremoti, 
anzi si sentirono quasi ogni giorno ; in tanto che alli 19 del seguente 
mese di agosto, intorno alle 20 bore, ne fu un'altro molto possente, 
che fu anco in Napoli sentito, per impeto, e forza del quale, nelle 
suddette Provincie, oltre di molti altri danni, ne seguì la morte di 584 
persone, e la rovina di 551 edificij tra Case e Chiese ». — In Cala- 
bria batterono anche forti terremoti ; ma i maggiori danni si ebbero 
verso lo stretto di Messina. Addì 16 dicembre 1560, si sprofondò nel 
mare la contrada Nacareri, confinante con la contrada Cannameli, pres- 
so Reggio. Dopo due anni, addì 20 ottobre ( 156:1 ) , si profondò il 
promontorio reggino^ che era alla Punta di Colamizzi ( D. Spanò-Bo- 
lani, op. ciLj voi. 1, 1. VI, e. Ili, {6). 



CAPITOLO QUARTO 167 



con vent'otto galee, sbarcare i suoi Turchi su i lidi 
presso Reggio ; ma essendo accorsa numerosissima 
gente armata, questa lo costrinse a riprendere il 
largo, trasportandosi le poche prede che aveva 
potuto fare (l). Finalmente in uno dei tanti san- 
guinosi assalti che, nel 1565, Solimano tentò, sem- 
pre infruttuosamente, contro le fortezze di Malta, 
la quale era di grande ostacolo alle sue flotte e 
alla espansione del suo impero ; il temuto Dragut, 
che con Mustafò e le loro poderose armate erano 
intenti all'espugnazione, fu ferito gravemente da 
una scheggia di pietra, e morì addì 13 giugno. 
La morte di questo crudelissimo corsaro , ne- 
mico implacabile dei Cristiani, fu appresa con 
grande giubilo e sollievo della cristianità (2), e 
principalmente dai popoli delle riviere dell' Italia 
meridionale: i quali, anche perchè la Spagna e la 
Francia si erano pacificate (aprile 1559), pote- 
rono in seguito godere alquanto quiete, ma non 
tanta sicurezza, a causa delle bande di facinorosi, 
che scorazzavano p*fr le campagne, rubando ovun- 
que, e taglieggiando le persone; e per niente pro- 
sperità, in conseguenza di tante calamità e delle 



(i) L. A. Muratori, An. éf //., an. 1563 ; D. Spanò-Bolanì, op. «V., 
voi. I, 1. VI, e. Ili, J 8. 

(2) G. A. Summonte, op. cii., tom. IV, I. IX, e. IH, e 1. X, e. V ; 
L. A. Muratori, Afi. d' It.^ au. 1565. 



168 



PAUa, SSIONARA E GIOIA -TAURO 



vessasioni gravissime, che venivaDO esercitate dal 
Tavido ed espilatore Governo vicereale (1). 



(x) G. A. Sumnionte, ap. cii,^ tom. IV, 1. X, e. IV ; L. A. Mura- 
tori, An. tP It.^ an. 1563; D. Spanò-Bolani, op. e//., voi. I, 1. VI, 
c« III, {465. 



CAPITOLO V. 

( Dall' &■■• 1M6 al 16»» ) 

SOIUARIO: — OvidlsiMi falesie del renaste oeddeatale deireitraia Calabria, elee bri- 
gaatagg1« e peite, iella aeetida metà del leeale XVI. — btituieie li Palme, del eilte 
alla Madoiia della Saera Lettera. — Aeeeiie alla gierra tra i moiarekl erlttlait e A- 
airat Ili ; e daiit apportati da Rasai deala siile riviere d* Italia e segiataaeite si 
Eeggle. — Celio della Coigtora di Tommaso Cuipaiella. — Semliara e 1 siol easall sal- 
to il domlilo regio. — Triste fatto sieeedito ii etoja, Terso la Aie del seeolo XVL— At- 
▼eiimeitl dIsplaeeToli tra Semliara, Palme, Sait' Alia e i loro feidatarii di easa Spi- 
lelli. — Terremoti dal 1616 al l«2'i, e origlio di CitUiiofa.— Nel 1«1«, i Mori feigo- 
BO seaeeiatl dalla Spagia ; e eosl la pirateria è riattlTata siile mariie di Siellia e di Ca- 
labria.— Nel 1«26, i corsari depredalo Oioja. — Iidistrie ii Semiiara e li Palme. Liti 
fra esse, e separaaioie di Palme e sia aitoiomia. — Il marebese di Areia, doi Ai- 
drea Coiebiblet, dtrieie itile sigiore della terra di Palme ; e Semiiara veide la pro- 
pria gtirisdlsloie al priieipe di Cariati. - Terremoti ielle Calabrie, tra II 1688 e 11 
1640, ed altri i«glt aiil eoMoeitlri. — Deseritiooe della ptaita dell'aitlea Semiiara.— 
Deseriiioie della piaita di Palme, qaal* era fli'oltre la metà del seeolo XVII; e lidi- 
strie e eommeret di qoesta piccola città. — Litigi tra I feidatarii di Semiiara e di Pal- 
me, a caisa del coiflie tra I die territorii llmitroA ; e odii e siffs spesso saigiliose, 
tra i die popoli. — Noofe liti msose dai cittadlii di Semiiara, a caisa del mercato di 
Palme ; e formaaioie della plasia del Mercato di qiesta città, e descrliloie della 
foitaia ebe sorgerà li meno di essa. — Morte del marebese di Areia, e ritono di Pal- 
me alla soggedoie del feidatario di Semiiara. — Terremoti li Sicilia e li .Calabria 
■el 1668. 




fE contrade del versante occidentale della Ca- 
labria ultra, dopo la disfatta toccata a Solimano 
11^ all'assedio di Malta^ non furono più, per lun- 
go tempo, molestate dalle scorrerie dei Turchi ; 
ma erano frequentemente danneggiate e funestate 
dalle ruberie, dagl' incendi! e dai misfatti di ogni 
genere, che venivano perpetrati impunemente dal- 
le molte e numerose masnade di banditi: i quali, 
nei paesi montani, dominavano da padroni asso- 
luti, non peritandosi di catturare anche persone. 



170 PALMI, 8EMIKARA E GIOIA-TAURO 

per poi venderle, come schiave, ai Turchi (an. 
1567-76). Il Governo dei viceré, sotto Filippo II, 
poco nulla poteva fare, per frenare tante scel- 
leraggini e barbarie ; e debole com'era, e scarso 
di soldati, l'ardire dei banditi cresceva ogni dì 
più (an. 1577): ma finalmente Giovanni Alfonso 
Bisballe, conte di Briatico, venuto con un buon 
numero di squadre regie, a governare la Calabria, 
dopo di averla perlustrata, si acquartierò a Po- 
listena e a Reggio; e poscia seppe operare in 
modo, usando all'occorrenza anche mezzi violenti, 
che, con la coadiuvazione dell'auditore della regia 
Corte, Pietro Balcane, queste bande furono distrut- 
te (an. 1582), e con esse, pure i loro capi: i 
quali furono Nino Martino, detto il Cacciadiavoli^ 
Consalvo Marino, Colangelo Crupi, Giov. Miche- 
le Toscano, Marcello Scopelliti ed altri quaranta- 
sette (1). 

Alla calamità del brigantaggio, si aggiungeva 
anche la peste: la quale, cominciata a Messina 
(giugno 1571), da una nave proveniente dal Le- 
vante, dopo la battaglia navale di Lepanto ( 7 
ottobre 1571), si era propagata dalla Sicilia a 



(\) Luigi Borrello, Nino Martino, monografìa pubblic. nella Rivista 
storica calabrese^ diret. dal prof. O. Dito, fase. VIII-IX, an. II ( mag- 
gio 1894); L. A. Muratori, An, d' Ital.^ an. 1563; D. Spanò-Bolani, 
op. cit,^ voi. I, 1. VI, e. Ili e IV ; D. Andreottì, op, cit.^ voi, II, 
1. XIII, e. X ; N. Leoni, Stud, istor, su la Mag. Grec, e su la Brc- 
zia, voi. II, e. XXVII. 



CAPITOLO QUINTO 171 



Regjzrìo, ne] giugno dell'anno 1576, e poi ad altri 
luoghi della Calabria^ come pure in altre parti del 
resto d'Italia (1), mentre, fin dall'anno 1569, una 
gravissima carestia affliggeva, in alcune regioni 
più, e in altre meno, i diversi popoli di questa 
nazione (2). 

Gessata la peste e^ dopo l'anno 1582, liberate 
finalmente dal fiagello del brigantaggio, ed ora- 
mai bastantemente lontane dalle invasioni barba- 
resche, le genti del versante occidentale dell'estre- 
ma Calabria, ritornarono, con grande attività e 
amore, ai loro lavori agricoli, alle loro industrie 
e ai loro commerci: sicché per le cresciute produ- 
zioni del suolo e per l'aumentata industria della 
seta, questo popolo incominciò nuovamente a go- 
dere pace e prosperità (3), Ma tal fiorido stato 



(i) L. A. Muratori, ^n. d* JL, an. 1570-71 ; D. Spaaò-Bolani, op. 
ciL, voi. I, 1. VI, e. IV. 

(3) I terremoti si verificarono anche in Ferrara e per il suo terri- 
torio, nella notte, tra il 16 e il 17 novembre 1570, e e continuarono 
poi con varie, ora piccole, ora grandi scosse e pel resto dell'anno, e 
parte ancora del seguente . . . > ( L. A. Muratori, An. d* li.^ an. 1570). 

(3) Circa il 1583, nella quale epoca Seminara, Palme e Sant'Anna 
erano già libere dal dominio feudale degli Spinelli, e appartenevano 
al regio demanio, i Palmisani, preudendo da Messina il culto verso la 
Madonna della Sacra Lettera, e proclamandola, in seguito, protettrice 
pure del loro comune, ne istituirono, e a spese della loro università, 
la festa principale, a somiglianza di quella di Messina ; col ripetere, 
nell'ultima domenica di agosto, e imitare perfettamente quanto in que- 
sta città veniva praticato in tale festività (addi 15 agosto), nella ri- 
correnza dell'Assunzione di Maria Vergine. A tale proposito si ha per 
tradizione, che i marinari palmisani, nella suddetta epoca, avendo ot- 
tenuto dal Senato di Messina, uno dei capelli, che i Messinesi, uei 



172 PALMI, SEMIKARA E OIOIA-TAUBO 

dì cose non durò che pochi anni ; perchè i monar- 
chi cristiani ritornati in guerra contro Timperatore 
ottomano Amurat III, questi mandò il suo ammi- 
raglio Bassa Sinam o Hassan Cicala (Pietro, già 



primi anni dell'era cristiana, avevano ricevuto in dono, insieme con 
una lettera, mandata loro dalla stessa Madonna, ne incominciarono a 
festeggiare, come ancora festeggiano tale reliquia, detta // sacro ca- 
pello, però nella ricorrenza della festa di Maria Vergine della Sacra 
lettera { Can. Fr. G. Ant. Barone, La Vergine della Sacra Lettera 
protettrice di Messina e di Palme ^ Napoli 1896, cap. XIX).— Così in 
Palmi e poi anche in Seminara, oltre del gigante , detta gigantessa e 
del camello, fu introdotto il portare per la via principale, da un punto 
estremo della città, fìno alla rispettiva Chiesa Matrice, con grande so- 
lennità e festa, in mezzo a suoni, spari e chiasso immenso, un'altissi- 
ma e pesantissima macchina pressappoco conica, rivestita di carte inar- 
gentate, tempestate di stelle, rappresentante, secondo T inventore Ra- 
dese, il trionfo di Maria assunta in Paradiso ( Giuseppe Fiumara, Guida 
per le feste secolari in Messina, Messina 1842, pag. 13 ; Gazzetta di 
Messina, anno XXXIV, n.'' 192, 14 agosto 1896), cioè le nubi del cielo 
e il firmamento col sole indorato, sporgente ad un lato di essa, e dal 
lato opposto, la luna inargentata, entrambi rotanti ; e pure girante in 
senso orizzontale, un globo terrestre con la fascia zodiacale, sito poco 
al disopra ; su cui una proporzionata base, alla sua volta, girante in 
modo opposto, sostenente, ritto in piedi, l'Eterno Padre, con al fianco 
e in alto, una bellissima fanciulla alata, in candide vesti e coronata 
con un'aureola di stelle, raffigurante € l'Anima della Vergine che dif- 
fonde sulla Terra le sue benedizioni > ( detta /' anitneddha ) , poiché 
il corpo si trova a giacere in una bara, circondata dagli apostoli, e sita 
sul disco superiore della base ( detta cippo ) , di tale macchina, in uno 
spazio a padiglione, al disotto del descritto firmamento ; donde il no- 
me di Bara, e in dialetto Varia a questo grandioso trionfo sacro, ador- 
no di angioli roteanti sul bordo circolare ed esterno del detto disco, 
e di angioli infissi ai raggi del sole, della luna, ai Iati del globo e in 
diversi altri punti, fra le nubi e le stelle, e ai piedi del Padre Eterno. 
Gli apostoli con i fanciulletti solevano essere intorno ai quaranta, e 
questi fanciulletti, se non tutti, erano in gran parte trovatelli, i quali 
venivano inumanamente fermati e legati in apposite seggioline di ferro. 
Sulla Bara di Messina, che è costruita in ferro, e su quella di Semi* 
nara, che è costruita in legname, all' infuori di pochi, gli altri angio- 
letti e quanto altro serve di adornamento sono in plastica e di carta- 



CAPITOLO QUINTO 173 



pur detto Ulucci Ali ) con una flotta di novantasei 
navi, per danneggiare lo città e le terre delle ri- 
viere d' Italia. Così questa estrema Calabria ricad- 
de in preda allo sgomento ; e verso i primi giorni 



pesta: ma in Palmi, ove da molto tempo, fin presso il 1868, epoca 
nella quale l'Amministrazione municipale unitamente col sottoprefetto 
del tempo, avendo trovato piuttosto barbaro tale spettacolo, ne sop- 
pressero la Bara; questa era composta tutta con sbarre e spranghe di 
ferro massiccio p e la base o cippo era formato da grosse travi di quer- 
cia, attraversate, all'altezza di spalla d'uomo, da sei lunghi e grossi 
travi, fra loro fermati con altre piccole travi. Essa era alta sedici me- 
tri ; il ferro con cui era composta, pesava un duecento cantaia^ e a 
trasportarla a spalla o veramente per istrascinarla, necessitavano alme- 
no un duecento uomini: i quali, già spinti dalla divozione, a g^ra si 
offrivano per siffatto uffizio, e facevano sforzi eccessivi per riuscirvi 
felicemente, massime i giovani contadini promessi sposi, perchè ad 
tasi, ciò aggiungeva pregio, presso l'animo delle loro spose ; anzi que- 
ste, quasi a premio, concedevano ad assi il loro amore. 

Fin da quei primi tempi dell' introduzione della festa della Madon- 
na della Sacra Lettera in Palmi, questa città aveva assunto per insegna 
una palma nel campo dello scudo ; e tale stemma, che veniva cinto 
dalle parole Sacra Lettera^ era fatto con trine tessute in argento, sur un 
lato di un grande stendardo di drappo di seta chermisina, chiamato vol- 
garmente ^a/iir. Il quale dall'altro lato, portava tracciato, similmente in 
trine d'argento, il monogramma di Maria Vergine, in un cerchio, com- 
posto di dodici stelle. Con questo stendardo, è tradizione che si volle 
rappresentare dunque il colore assunto dalla università di Palmi e lo 
stemma di questa piccola città ; e perciò ad esso pervenne il nome di 
palin o pallio^ quasi palladio di sicurtà, di libertà, di difesa ed' indi- 
pendenza per il popolo palmese ( il drappo dello stendardo usato in 
Seminara è di color celeste ). Anche il colore giallo fu usato di poi a 
fregiare il vestiario delle poche persone addette al mantenimento del- 
l'ordine e al servizio della città; donde derivò il nome di Gialinelli 
{ Gialineddhi) ^ ai partigiani dell' università di Palmi, e per converso 
dicevansi Verdone Hi { Virduncddhì ) i partigiani del principe di Cariati 
a causa del color verde, predominante nella divisa dei suoi armigeri. Se 
non che in seguito, questo colore fu pure adottato dalla comunità di Palmi, 
restando già il chermisi, come colore dello stendardo della città. — 
Il palio, nei giorni della festa della Madonna della Sacra Lettera, vie- 



174 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

di settembre deiranno 1594, in Reggio e nel suo 
territorio, fu tutto messo a sacco e fuoco, da que- 
sto, rinnegato Calabrese, e propriamente Cosenti- 
no (1), da altri creduto erroneamente Messinese (2). 
Quindi, essendo stati distrutti tutti i pubblici 
edifizii di Reggio, i regi archivii vennero dispersi: 
laonde la residenza del Preside, la regia Udienza 
e gli archivii, trovandosi mal sicuri in questa cit- 
tà, per essere troppo esposta agli assalti dei ne- 
mici; furono trasferiti dapprima a Seminara, e poi 
definitivamente a Catanzaro. 

In questi tempi era stato mandato dal viceré, 
per capitano a guerra in Calabria, il principe di 
Cariati Carlo Spinelli ; e non ostante che le marine 
erano ben guardate, pure avvennero altri tentativi 



ne portato in giro per le vie principali del paese, da un uomo robu- 
sto, in càmii*e bianco e con una fascia chermisina a tracolla. Un con- 
certo di tamburi con grancassa lo accompagna, ed è seguito da una 
folla di ragazzi festanti: i quali, come arrivano nelle piazze, si raccol- 
gono attorno al portatore dello stendardo, inchinandosi per terra, e 
questi man mano abbassando orizzontalmente il palio^ gira con celerità 
intorno a se stesso, in modo che la stoffa si viene a spiegare, ondu- 
lando poco al di sopra dei ragazzi ; e dopo pochi giri, egli ritorna ad 
alzare verticalmente il palio ^ e i ragazzi si rialzano gridando: Viva 
Maria 1 Siffatta funzione è da tempo antico che si praticò ; e con essa 
si volle alludere principalmente alla protezione della Madonna della 
Sacra Lettera sul popolo palmese. Oggi il detto palio^ anche Dell'oc- 
correnza di altre feste, viene portato in giro per la città. 

^i) N. Leoni, Stud, isior. su la Mag, Grec, e su la Brez,^ voi. II, 
e. XXXI; D. Andreotti, op. cit,, voi. II, 1. XIII, e. X. 

(2) G. Fiore, op. cii.^ tom. II, Calao, sanla, 1. I, e. IV, pag. 166, 
CaL sagra, 1. II, e. VI, pag. 413 ; D. Spanò Bolani, op. ci/., voi. I, 
1. VI, e. IV, l 6. 



CAPITOLO QUINTO 176 



di sbarchi da parte dei Turchi con Hassan Cicala 
( ann. 1594-98, e 1602 ), nei lidi verso Reggio; ma 
essi furono sempre respinti con loro grave danno (1). 

Nel giugno del 1599, per la Calabria e per la 
Sicilia, avvennero violenti e dannosissimi terre- 
moti (2). 

Addi 13 settembre 1598, morto il Re Cattolico 
Filippo II, e succedutogli il proprio figliuolo Filippo 
III, inferiore a lui per intelletto, ma superiore di 
gran lunga per l'amore alla pace e per l'attacca- 
mento ai popoli dei suoi regni, fu mandato il con- 
te di Lèmos per viceré del regno di Napoli: in 
cui, già in uno stato grave di turbolenze, si sta- 
vano maturando importantissimi avvenimenti poli- 
tici, intorno ai quali^ a volerci intrattenere degna- 
mente, dovremmo uscire e di troppo dai limiti impo- 



(r) G. Fiore, op, cit,^ tom. II, Calao, santa^ I. I, e. IV, pag. i66 ; 
D. Spanò-Bolani, op, cit,^ voi. I, I. VI, e. IV. 

(2) D. Spanò-Bolanì, op, cit., voi. I, 1. VI, e. V, J I. — A propo- 
sito di tale terremoto, questo storico riferisce che « Tanno 1599 fu 
memorabile per i frequenti terremoti, che con insolita veemenza atter- 
rirono gli abitanti di Sicilia e di Calabria. Cominciò la terra a scuo- 
tersi agli otto di giugno verso le ore diciannove ; e per più di con- 
tinuarono i terremoti radi, ma gagliardi nel giorno ; frequenti ma 
leggieri nella notte. Poi replicaronsi con più efficacia nel luglio, e con 
gravissima intensità nell'agosto. In Reggio, in Messina, ed in altre vi- 
cine contrade, i pubblici e privati edifìzii si risentirono di molto, e 
varie fabbriche restarono sgominate e crollanti. Tutti i Reggini lascia- 
rono la città, e si raccolsero per l'aperta campagna, stivandosi in case 
terrene di contadini, o in altre provvisorie, costnitte di tavole. Né più 
ritornarono in città, che a capo di due mesi ; cioè quando cessati 1 
terremoti, cessò con essi il timore >. 



176 PÀLMI^ SEHINÀRA E GIOIA-TÀURO 



stici in questo copipendio di notizie storiche circa 
piccole città. Le quali, benché allora in Seminara 
non fossero mancati religiosi di elevata dottrina, pu- 
re non presero alcuna parte in quelle vicende di ri- 
bellioni contro il mal Governo spagnuolo: ribel- 
lioni volte a conseguire la libertà, e note sotto 
la denominazione di Congiura di Tommaso Cam-- 
panella, il sommo filosofo, politico e poeta di quei 
tempi. 

Gli Spinelli erano molto devoti alla monarchia 
spagnuola ; e come già nel giugno del 1561, il 
viceré duca d'Alba, giovandosi della devozione di 
Scipione Spinelli, marchese di Fuscaldo e barone 
di Guardia Lombarda, fece distruggere selvaggia- 
mente i Luterani di questa cittadella dei casali 
di Cosenza (l); così, in quest' altra occasione, mas- 
sime per opera del plenipotenziario Carlo Spinelli, 
principe di Cariati, siffatta mal provata e calun- 
niosa congiura fu soffocata fra le uccisioni e gli 
imprigionamenti, eseguiti dopo sommarii ed ini- 
qui giudizii (agosto 1599-1600). E quindi essi 
potevano, avendo a cuore di proteggere questo 
antico feudo del loro casato, farlo figurare incon- 
"^minato di affiliati a tale congiura: nia parfì che 
air infuori di Terranova, Drosi, Oppido e Stilo, 



(i) e. Botta, op. cii.y tom. Ili, 1 X ; D. Andreottì, op. cit.^ voi. 
Ili, I. XIII, e. IX. 



CAPITOLO QUINTO 177 



Qerace e Reggio, deirestrema provincia meridio- 
nale di Calabria, nessun'altra terra, nella Piana, 
si trovasse implicata fra quelle propense alla ri- 
bellione (1). 

In quest' epoca Seminara e i suoi due casali, 
Palme cioè e SanV Anna, erano di dominio regio; 
e la terra di Gioia, conteneva, secondo la nume- 
razione dell'anno 1595, fuochi famiglie 101; 
mentre in Palmi, secondo la numerazione dello 
stesso anno, il numero delle famiglie era asceso a 
617, e in Seminara si era ridotto a 1132 (2). 



(i) P. Giannone, op. ctt., voi. V, 1. 35°, e. I ; C. Botta, op. cit.^ 
1. XV ; V. Capialbi, Documenti inedìH intomo a T. Campanella^ 
Nap. 1845; Mich. Baldacchini, Vita di T. Campanella^ ecc., Nap. 1847; 
D. Spanò-Bolani, op, cit.^ voi. I, I. VI, e. V; N. Leoni, Stud. istor. 
sulaMag. Grecia e su la Brezia, voi. II, e. 31.0 -37.0 ; Gaspare Goz- 
zi, La città del sole^ e le questioni suW ottima repubblica di T. Campa- 
nella, ecc., con ritratto, Milano 1S63; D. Andreotti, op. cit., voi. II, 
1. XV, e. Il; Luigi Amabile, // Codice delle lettere del Campanella, 
ecc. Nap. 188 r. — Il Giannone, che seguì fedelmente il Ferrino, ed il 
Botta, che assecondò il Giannone, furono ingiusti nei giudizii ap- 
portati sopra il Campanella, perchè il Ferrino venne a ricopiare il 
processo, che Luigi Xarava, avvocato fiscale, aveva iniquamente im- 
bastito contro il Campanella e contro i compagni di questo monaco 
domenicano, nativo di Stilo in Calabria, uomo di straordinario inge* 
gno, e d' intelletto acutissimo, e meravigliosamente versatile, in cui si 
rispecchiò il genio italo-greco ; e le cui dotte opere, che sono moltis- 
sime, vengono consultate anche oggidì, con non poco profìtto ( N. Leo- 
ni, St, istor, su la Magna Grec. e la Brezia, voi. II, e. 33.0 ; D. An- 
dreotti, op. cit., voi. II, 1. XV, e. VI ). — V. De Cristo ( Prime me- 
morie storiche di Cittanuova, Fotenza (892, pag. 27 ) asserisce che oltre 
di Gerace, Terranova e Reggio, dell'estrema Calabria, si erano unite 
col Campanella, anche la città di Seminara e molte altre. 

(2) L. Giustiniani, op. cit., v. Gioja, Palma e Seminara, 
13 — De Salvo, Palmi, Seminara e Gioia-T. 



178 PALMI, SEMINARÀ E GIOIA -TAURO 

In Gioia, verso la fine del secolo XVI, il Gual- 
tieri (1) riferisce che viveva una donna di spec- 
chiati costumi, per nome Costanza Granata, ed 
era depositaria degli arredi sacri, perchè in quella 
terra, non vi erano preti ; e che, in una notte 
venne rubata di tutto, da un bandito celebre, no- 
minato Rainaldo: il quale, essendo stato persegui- 
tato dai ministri della giustizia, si ricoverò in una 
torre vicina, che sorgeva a guardia contro i cor- 
sari ; dalla quale volendo fuggire di notte, fu da 
quelli colpito a morte, con un'archibugiata. 

Alla morte del duca Carlo Spinelli, avvenuta 
nell'anno 1572, giusto come abbiamo accennato 
nel capitolo precedente (2), era succeduto neirere- 
dità del ducato di Seminara, il primogenito di 
lui, Scipione I (3): il quale, per le sue intempe- 



(t) P. Gualtieri, op, cii.^ I. I, e. 83.®, pag. 451. 

(2) Vedi l'annotazione 3, pag. 149, nel precedente cap. IV. 

(3) lì duca Carlo Spinelli, da sua moglie Ippolita Pignatelli, ebbe 
oltre di Scipione, anche i figliuoli Pietrantonìo e Filippo, che furono 
di gran lustro alla famiglia Spinelli ; giacché quest'ultimo arrivò ad 
essere cardinale, nel 1605 (G. Fiore, op, cit., tom. II, Calao. Sagra^ 
1. II, e. VI, pag. 414; B. Aldimari, op. ciL, 1. I, pag. 151 ) J « Pie- 
trantonìo ebbe tali pregi da essersi scritti intorno a lui i seguenti cen- 
ni biografici: e Spinelli (Pietrantonìo), illustre gesuita napolitano, nac- 
que l'anno 1555 di Carlo, duca di Seminara. Fu lettore di filosofia in 
Roma e in Napoli, e sostenne cariche onorifiche nel governo del suo 
ordine. Alla non ordinaria dottrina, congiunse egli tutte quelle virtù, 
che costituiscono un perfetto religioso. Mori in Roma, li 14 dicembre 
del 1615, in grande opinione di santità ; onde il suo corpo ad istanza 
del cardinale Spinelli, di lui fratello, fu trasportato a Napoli. Scrisse 
una eruditissima pia opera, in cui rappresenta la Vergine sotto il bel 
simbolo di Trono di Dio^ pienissima di dottrina, e di ecclesiastica eru- 



CAPITOLO QUINTO 179 



ranze, e per le prodigalità usate, oberatosi, in po- 
chi anni, di moltissimi debiti, tanto che per sod- 
disfarli, non bastavano le sue rendite, che pure 
arrivavano ad una ingente somma, trattò con don 
Fabrizio Ruffo, conte di Sinopoli e di Nicotera, 
duca della Bagnara e principe di Scilla (1), per 
vendergli la Terra di Seminara coi suoi Casali 
di Palme e S. Anna; e infatti, nel 1578, glieli 
vendè per il prezzo di ducati centomila (2). 

Non appena gì' indigeni di Seminara^ di Palme 
e di 3. Anna, vennero in conoscenza di tale ven- 
dita, fortemente s' indignarono contro il duca Sci- 
pione Spinelli^ per essere stati venduti a loro in- 
saputa, e trattati come ad abbietti vassalli ; e 
mal soffrendo di passare alla soggezione di un 
altro feudatario, il quale, irrequieto e prepotente, 
non era tanto amato dai suoi vassalli, anzi per 
le sue soperchierie, era odiatissimo dagli altri feu- 
datarii vicini, si unirono tutti concordi, e tennero 
in Seminara un parlamento generale (3). In esso. 



dizione. Nella stona della compagnia, scrìtta da louvency, si hanno le 
sue notizie » (Nuovo dizionario storico ovvero Storia in compendio^ 
di una società di letterati di Francia^ Bassano 1796, sulla 7.* edizione 
francese del 1789, trad. e pubbl. da Roniondini di Venezia). 

(i) Don Fabrizio Ruffo ebbe il titolo di Prìncipe, addi 31 luglio 
1578. — S. Mazzella, op. cit.^ pag. 513 ; Henr. Bacco, op, cit., p. 145. 

(a) L. Giustiniani, op, cit,^ v. Palma e Seminara, 

(3) È tradizione che tale parlamento fu tenuto in Seminara, nella 
chiesa di S. M.arco, ove in seguito, la università di Seminara tenne 
sempre gli altri ; nei quali intervenivano allora a deliberare, il clero. 



180 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

eoa esempio unico di patriottismo e di abnegazio- 
ne, in quei tempi di miserie, di avvilimento e dì 
egoismo, per quasi tutta la Calabria, i più facoltosi 
cittadini si offrirono a sborsare un tanto per ciascu- 
no, fino ad aggiustare la somma di ducati cento- 
mila; e in questa nobilissima gara, la quale chia- 
ramente dimostra che non erano spenti in quel 
popolo i sentimenti di patriottismo e di libertà, 
la università di Seminara col casale di S. Anna, 
figurano di aver contribuito con ducati settanta- 
cinquemila^ e la università di Palme, con la rata 
di ducati venticinquemila. Quindi Seminara e i 
suoi casali (Palma seu CarlopoU e Sani' Anna) 
« proclamando al Regio Demanio, chiesero la pre- 
lazione e l'ottennero, ed il prezzo a nome tanto 
deirUni versi tà madre, che dei Casali fu depositato 
presso i pubblici banchieri Calamazza e Pontecor- 
bi >, per servire al pagamento dei debiti del duca 
Scipione Spinelli (1). 

In quest'epoca, eccetto le due terre di Palme 
e di Sani' Anna^ gli altri tre casali di Seminara, 



i nobili, i capi d'arte ed altri uomini probi, fino a che non vi si isti- 
tuirono regolarmente i decurionati. E ci si assicura che la campana, 
al suono della quale, il popolo si raccoglieva a parlamento, e che 
tuttavia esiste in detta chiesa, porta per epoca della sua fusione, l'an- 
no 1293. 

(1) Quint, instrum, Reg, 5, fol, 7., cit. da L. Giustiniani, op, cit,^ 
V. Palma e Seminara ; Bulle tiino delle sentenze emanate dalla Supre- 
ma Commissione per le lìti fra i già baroni ed i comuni, Napoli 1829, 
sentenza num. 29, addì 8 giugno 1810, vedi appendice III, n.** 3.0, 
in fine di questo volume. 



CAPITOLO QUINTO l8l 



cioè Strangi^ par detto V Arangi o V Arangiari 
(il quale sorgeva nel rione di S. M^ dei Poveri 
in Seminara), SanfOpolo^ Pesolo^ pur detto Pe- 
troia, ed anche l'altro di Sant Andrea^ giusto co- 
me sì rileva da una nota nel protocollo del notaro 
Antonio Clementi da Semiuara. degli anni 1695- 
96-97, non esistevano più ; ed è perciò che noi non 
li vediamo prender parte al suddetto parlamento 
generale del 1578. I terremoti, come pure altre 
cause di dissoluzione^ ma più d'ogni altra, a no- 
stro giudizio, le vessazioni del brigantaggio, che 
per lungo tempo tiranneggiò in questi luoghi, fe- 
cero sì che la misera gente, che lì abitava, fosse 
costretta di abbandonarli, e ripararsi in Semìnara, 
la quale, cinta di mura e difesa com'era, dava 
un sicuro asilo. Questi casali, ai tempi dello sto- 
riografo Giovanni Fiore, cappuccino da Cropa- 
ni(l),il quale morì addì 5 dicembre del 1683 (2), 
erano già interamente rovinati. Oggi, sebbene le 
contrade rispettive conservino i nomi di essi, pu- 
re non più vi si osserva traccia di ruderi, che 
attestino la loro passata esistenza. 

Seminara, sottrattasi al dominio feudale degli 
Spinelli, e ritornata sotto il regio dominio^ venne 



(i) G. Fiore, op, cii.^ tom. I, Calao, abitata, 1. I, part. II, e. Ili, 
{ 113, pag. 148; L. Giustiniani, op, cit,, v. Seminara, 

(2) V. Capialbi, Metnorie per servire alla storia della santa chiesa 
tropeana, Nap. 1853, Sezione l, paragr. 3, pag. XI ; Leopoldo Paga- 
nO| Studi sulla Calabria^ Napoli, 1893, parte I, voi. I, 1. II, cap. XI. 



182 PALMI, SEMIKARÀ E GIOIA-TAURO 

retta da un governatore di nomina regia, e da 
altri ministri del pubblico (1). La sua università 
intanto aveva messo sotto la propria potestà tutti i 
beni degli Spinelli, che erano stati inclusi nella ven- 
dita, che il duca Scipione aveva fatta al conte Fa- 
brizio Ruffo: per la qual cosa reputandosene padrona 
assoluta, incominciò a disporre di essi, nel modo che 
più le tornava utile e gradito ; e si vendè molti 
corpi feudali (2), senza mettere in conoscenza di 
ciò, le università dei rispettivi suoi casali ; in no- 
me dei quali anche era stata fatta la compra del 
feudo degli Spinelli (3). Così fa che nel castello 
di questi feudatarii, sito sulla parte più alta del- 
l'antica Seminara, s' impiantò, poco dopo di esser 
divenuto di demanio della università di quest^a 
terra, cioè nell'anno 1578, un monastero di mo- 
nache Clarisse, intitolato S. Mercurio; nel quale 
vennero a raccogliersi più di quaranta suore « del- 
la prima nobiltà e di Seminara e della Provin- 
cia » (4). E poscia che in questa medesima ter- 
ra, fu fondato, accosto al precedente, nell' anno 
1623, il convento di S. Francesco di Paola, per 
monaci della religione Paolana (5), Nicolò Reg- 



(i) G. Fiore, op. cti,, toin. II, Calab. santa, I. I, e. IV, { 28, p. 146. 

(2) Quinter. 98, fol. 301 ; Quinter. 106, fol. 248 ; Quìnter. 109, foK 
17, cit. da L. Giustiniani, op, cit., v. Seminara. 

(3) BulletHno cit,, sentenza num. 29, a di 8 giugno 1810, v. ap- 
pend. Ili, n.o 3.0, in fine di q. voi. 

(4) G. Fiore, op, cit.^ t. II, Calab. sagra^ 1. II, e. XI, { V, p. 433. 

(5) G. Fiore, op, ctt,, tom. II, Cat. sagra, 1. II, e. VII, pag. 424. 



CAPITOLO QUINTO 183 



gio, gentiluoQio di Seminara, vi fondò, neiranno 
1637, < V AnnunyAata, altresì Monasterio di molte 
nobiltà » (1). Man mano che per il crescente 
fervore religioso, aumentava il numero dei mo- 
naci e dei conventi, sorgevano pure altre opere 
di carità: e già Fra Benedetto da Seminara, della 
nobile famiglia dei Leone^ il quale morì neiranno 
1627 (14 marzo), « dispose del suo, qual' era 
molto, in beneficio del pubblico, lasciandone ere- 
de la Università di Seminara, con che avesse a 
fabbricarne un Ospedale, che è il medesimo d'og- 
gidì [ cioè dei tempi del Fiore] , per ristoro dei 
bisognosi » (2). Alla quale istituzione di benefi- 
cenza di questo comune, seguì quella del monte 
di pietà, che vi fu messa in esercizio fin dal 
1586 (3). 



(i) G. Fiore, op, cii., tom. II, Cai. sa^^a^ 1. II, e. XI, | V, p. 433. 

(2^ G. Fiore, op, cit.^ tom. II, Caiab. santa^ 1. I, e. IV, J 82, p. 
163. — L'ospedale di Seminara fu istituito anteriormente al 1500 ; e 
fino al 1783, costituiva il principale pregio di questa città, sia per es- 
sere stato unico nella provincia, ad avere rendite cospicue, sia « so- 
pra tutto per la decorazione che godeva di varti privilegi dei Sere- 
nissimi Re aragonesi, in tempo della rinomata battaglia della Figurella, 
che la fedeltà dei cittadini specialmente dimostrata in quell'ostinato 
assedio che vi tennero gli Angioini, vittoriose uscivano le R. Bandiere 
di Ferdinando I. Cosicché meritossi la nostra città il glorioso titolo 
di Fedelissima unito ad altre segnalate grazie ; ed il detto ospedale 
fu il ricovero e l'asilo di tutti i feriti soldati aragonesi, ebbe concessa 
la gabella della salata ed altri dazii » ( Deliberazione del 2g giugno 
17851 presa nel Decurionalo di Seminara), 

(3) Il Monte di Pietà di Seminara fu istituito dal reverendo 
Fra Benedetto Leone, il quale assunse per tre volte, la carica di Pro- 
vinciale, e morì in Caserta, di anni 63. E inoltre trascriviamo che e a 



184 PALMI^ 8EMINARA E OIOIÀ-TAUBO 



Intanto a Filippo III, che morì nel 1621, era 
succeduto Filippo IV, nel reame di Spa^i^na, come 
pure nel regno di Napoli: in cui le carestie, le 
alluvioni e altre calamità non cessavano di tra- 
vagliare le popolazioni, massime quelle della Ca- 
labria, ove dair incominciare del 1606, fino al 
1622, a queste piaghe si aggiunsero pure i terre- 
moti (1); a causa dei quali, nel 1616, essendo sta- 
to distrutto il casale di Cortoladi, soggetto a Ter- 
ranova, e sito nell'antico territorio locrese, i su- 
perstiti furono costretti di abbandonare il luogo 
nativo, poiché questo si era reso malsano a segno, 
da restarne essi decimati: e insieme con altra gen- 
te profuga, accolti e aiutati dal feudatario Giro- 
lamo Grimaldi principe di Gerace, si stanziarono 
ove sorge Cittanuova, la quale da loro incominciò 
ad aver Torigine e il nome di Nuovo casale di 
Cortoladi oppure di Casalnuovo solamente (2). 



2o Marzo 1586, Fra Benedetto di Seminara, monaco cappuccino, chia- 
mato nel secolo Marcantonio Leone, testava con pubblico atto per 
Notar Mario de Capua da Caserta, lasciando tutta la sua proprietà 
[che tra fondi rustici, fabbricnti, censi e canoni, e rendita pubblica, 
ascende attualmente a lire 156,069,00 ] a favore, della Università di Se- 
minara coirobbligo di venderla fra quattro anni, e col prezzo istituire 
un Monte, detto Monte di Pietà, col fine di soccorrere, sostentare e 
sovvenire i poveri e le persone miserabili di detta Seminara e sue bor- 
gate, nel modo come solevasi praticare dal Monte di Pietà dell' An- 
nunziata di Napoli ». 

(i) D. Spanò-Bolani, op. cit.y voi. II, 1. VII, e. II ; L. A. Mura- 
tori, An, d' ItaL^ an. 1625^9. 

(2) G. Marafioti, op. cii., I. I, e. 34.0 ; Th. Aceti, Aimot in G. 
Barrium, op. cit., 1. II, e. XVIII, n. 7; V. De Cristo, op. ciL, e. II. 



CAPITOLO QUINTO 185 



I Mori da gran tempo si erano stanziati in Spa- 
gna, in numero di più che treceotomila ; e come 
da essa, nel 1616, furono scacciati, si diedero i 
più di essi, alla pirateria, in prima, sotto il co- 
mando del corsaro Samson, e dopo, giacché questi 
fu disfatto dall'armata del duca d' Ossuna viceré 
di Sicilia, a squadre separate: le quali, ciascuna 
già per conto proprio, andavano infestando di nuo- 
vo, con le loro scorrerie, le marine spagnuole, e 
più frequentemente le siciliane e le calabresi (1). 
E non ostante la sorveglianza, che per ordine del 
viceré, esercitavasi su i mari vicini^ la notte del 
24 giugno 1625, le ciurme di cinque galee di cor- 
sari maomettani, sbarcarono in un punto nascosto 
della spiaggia, presso Gioia; e gli abitatori di 
questa terra, cinta di non troppo valide mura e 
torri, « benché da' Cavallari che faceano la scor- 
ta fussero avvisati prima, per non averli subito 
dato credito, e per aversene fuggito quel che te- 
nea la chiave della torre dove si potevano ritira- 
re, si ritrovarono assediati senza poter uscire e 
salvarsi in detta fortezza. Ritiraronsi però in due 
torri quadre, nelle quali si difesero virilmente ed 
uccisero alcuni dei Turchi ; avendo l'altri visto ciò, 
diedero fuoco alle case attaccate a dette torri, per 
lo che bruciarono alcuni ed altri condussero schia- 



(i) P. Giannone, op. ciL, voi. V, 1. XXXVI, e. I ; D. Spanò-Bo- 
laai, op, cit,^ vo]. II, 1. VII, e. I. 



186 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 



vi in Tunisi » (1). Dopo questa calamità, giusta 
la narrazione del contemporaneo storiografo P. 
Gualtieri, il principe di Gerace Girolamo Grimal- 
di, signore di Terranova e di Gioia, ristorò que- 
sta terra, rinforzandola con opere di difesa ; e 
giacché essa offriva un commodissimo scaro (scalo), 
le fece ottenere i privilegi di Manfredonia (2). 

Addì 3 febbraio 1624, in Calabria, successe un 
fortissimo terremoto. Nel marzo del 1626, in Na- 
poli e in moltissimi luoghi del regno, successero 
pure forti terremoti ; e ad aprile, ve ne fu in 
Calabria, un altro violentissimo, per il quale 
Catanzaro, Girifalco e altre terre rimasero grave- 
mente danneggiate. Nell'anno appresso, con mag- 

(j) P. Gualtieri, op. ciL^ lib. I, cap. LXXXII. pag. 451. 

(2) P. Gualtieri, loc. cìL ; G. B. Pacichelli, op, cit,, parte II, pag. 
125. — Il Fiore ( op, cit,^ tom. I, Calab, abitata, 1. I, pari. II, cap. 
II, pag. 146 ) riferisce che Gioja era posseduta dal presidente Girola- 
mo Quattromani, allorché passò in dominio dei Grimaldi ; e L. Giu- 
stiniani (op. cit., V. Gioia) aggiunge che Giovanni Battista Grimaldi 
fu quello che ottenne il permesso di riedificarla, e di farle avere i pri- 
vilegi cui godeva Manfredonia ; ma che, sebbene fosse stata poi sem- 
pre sotto la signoria dei Grimaldi, pure non prese mai incremento. 

Dom. Carbone-Grio ( / terremoti di Calaòria e Sicilia nel secolo 
XVIII, Nap. 1885, cap. VIII, pag. 160 ), nel dare un rapido cenno 
della proprietà feudale nella provincia di Reggio, a proposito di Ter- 
ranova, scrive che essa € era feudo dei Caracciolo. Alfonso d'Aragona 
la tolse per ribellione, e ne investi Marino. Curiale nel 1458. Poi fu 
donata a Gonsalvo di Cordova ; indi passò alla famiglia de Marinis, 
e nel 1574 fu venduta all'asta e la comprarono i Grimaldi ». — Feudo 
di questi' Grimaldi era pure € Casalnuova, come Gioia, Dericina e 
latrinoli ». Anche € Gerace fu successivamente dei Caracciolo, di Ma- 
nno Curiale, di Luigi d'Aragona, di Consalvo il gran Capitano, dei 
Marinis e poi comprato all'asta dai Grimaldi ». E € Battista o Giov. 
Battista Grimaldi fu quegli che comprò la Contea di Gerace coi feudi 



CAPITOLO QUINTO 187 



gior violenza, successero altri terremoti in Paglia, 
cagionando grandi stragi (1). 

Nel 1612, Reggio ebbe concesso dal re Filippo 
III, d' impiantare i pubblici telai per i tessuti di se- 
ta (2): né Seminara tardò molto ad ottenere simi- 
le concessione; e quantunque questa terra si trovasse 
in prospero stato mercè tale industria, come per 
quella della conceria delle pelli, per la quale ri- 
valeggiava con Galatro, altra terra non molto lon- 
tana, intersecata dal fiume Metramo^ nella quale, 
quest'arte si esercitava con perfezione (3), pure la 
detta terra di Seminara continuava, or più di pri- 
ma, a mal sopportare, che il suo casale di Parma 
fiorisse ogni dì più; giacché notavasi in esso un 
cospicuo aumento nelle industrie e nei commerci, 
e col crescere del benessere, aumentarsi pure il 
popolo, a detrimento dei paesi vicini: sicché essa 
cercava con ogni mezzo, di ostacolare tale incre- 
mento, usando contro di questo casale, angherie 



annessi, e si può chiamare Io stipite dei Grimaldi Conti e Prìncipi di 
Gerace, Duchi di Terranova, Marchesi di Gioia ed utili signori di 
Monte Sant'Angelo > ( V. De Cristo, op. cU,t cap. IV ). I quali feudi 
e titoli furono in seguito posseduti costantemente dai Grimaldi di que- 
sto casato ; e tuttavia gli eredi ne posseggono i titoli. 

(i) G. Fiore, op, ciL, tom. I, Calao, fortun,^ I. II, e. Vili, pag. 
289; P. Giannone, op, cit.^ voi. V, 1. 36.®» e» ^t 

(2) D. Spanò-Bolani, op, ciL, voi. Il, 1. VII, e. I. 

(3) Le pelli, dette cordavano, che in tanta quantità, fin quasi ai no- 
stri tempi, venivano smerciate nella Calabria, ed anticamente anche 
in Sicilia, erano preparate in Galatro. — Verso la metà del secolo 
XVI, r imperatore Massimiliano II, ottenuto che ebbe dal padre Fer- 
dinando, re dei Romani, il regno di Boemia, traslocò dalla Calabria 



188 PALMI, 8EMINARA E GIOIA-TAURO 

e prepotenze : e continuava a vendersi i beni feu- 
dali, già pervenuti dalla compra del demanio (1). 
Per la qual compra, nella liquidazione fatta dalla 
Regia Camera, nel 1592, circa 1 debiti, che le uni- 
versità avevano per causa del demanio, trovandosi 
le università di Seminara, di S. Anna e di Palme 
debitrici di ducati 90250, « l'Università di Palme 
fu posta espressamente in collazione per lo paga- 
mento, e dovè assegnare le sue gabelle, le quali 
solevano in ogni anno affittarsi per lo meno du- 
cati 3478 ». Onde fu « che le gabelle suddette 
stiedero impiegate per lo corso continuo di anni 
trentasei sempre in estinzione di detto debito, con- 
tratto per lo demanio, cioè da detto anno 1592 
fino al 1G28, quando essendosi formato lo Stato 
di Palme dal Reggente Tappia, rapportandosi le 
rendite di dette gabelle, che si veggono in quel 
tempo ascendere a ducati 3630, si dice che in quel- 
l'anno erano state restituite alla Università, atte- 
soché prima stavano assegnate per 1' estinzione del 
debito del demanio ». Ed inoltre, « avendo i cit- 
tadini corrisposto ducati 20000 in suppliraento del 



e segnatamente da Galatro, l'arte della conceria delle pelli, a Praga: 
ove, la colonia di artigiani calabresi, che egli vi condusse, fu situata 
lungo il Mulda ; e il rione che questi vi formarono, conserva tuttavia 
il nome di Calabricat ( V. Capialbi, Opuscoli variti Napoli 1849, tom. 
Ili, epist. XXXVI, pag. 114). 

^i) Bullettino cit,^ anno 18 io, sentenza num. 39, addì 8 giugno, an- 
no i8io, sentenza n. 3®, addi i agosto, v. appendice III, n. 3.064.0, 
in fine di questo volume. 



CAPITOLO QUINTO 189 



prezzo del demanio, quelli non furono solamente 
corrisposti da cittadini di Seminara, come T Uni- 
versità ha assunto, ma da duecento cittadini tanto 
di Seminara^ che de' Casali, come fu dichiarato 
da' loro Procuratori nel 1578 in Regia Camera ». 
Quindi « non fidandosi Palme di vieppiù soflfrire 
le oppressioni di Seminara, tenne parlamento nel- 
l'anno 1632, e conchiuse di domandare non solo 
la separazione da Seminara, ma che questa do- 
vesse rifarla de' danni ed interessi sofferti per la 
vendita dei corpi feudali che aveva fatto senza 
sua intelligenza, e di domandare ancora al Fisco 
che la vendesse al Principe di Cariati > (1). Con- 
tro tale decisione, che la terra di Palme aveva 
presa, furono vive ed insistenti le opposizioni di 
Seminara, perchè questa, oltre a perderne la giu- 
risdizione e la supremazia, che sconsigliatamente 
voleva ancora esercitare su di essa, con modi pre- 
potenti^ ne intravedeva il danno che avrebbe ri- 
cevuto dal distacco e dall'autonomia di Palme: ma 
questa terra tenne ferma la sua decisione ; e per 
troncare definitivamente la controversia, cede nel- 
Tanno 1634, con pubblico istrumento, la sua giu- 
risdizione demanio alla Regia Corte (2), cioè « in 
beneficio del Serenissimo Re Filippo IV, con certe 



(i) BuUetHno ctL, anno 1810, sentenza num. 29, addì 8 giugno, v. 
appendice III, n. 3.0, in fine di q. voi. 

(3) Bulleiiino ciL, anno 1810, sentenza num. 29, nddì 8 giugno, v. 
appendice III, n. 3.0, in R^e di q. voi. 



190 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

condizioni e riserbe, et signanter di molti corpi 
jussi^ e Ragioni che prima erano comuni con Se- 
minara ed indi furono separati col suddetto con- 
tratto ». I corpi giurisdizionali, che Palme si ri- 
serbò di sua appartenenza, allorché si donò al 
Fisco, é che le furono concessi da Filippo IV, de- 
finitivamente neir anno 1636^ furono quelli di ba- 
glivQy dogana e caiapania (1). Non pertanto il re- 
gio erario, trovandosi in questi tempi esausto di 
danaro, tra le molte terre e beni, che alienò (2), 
vi fu anche la terra di Palme, che dalla Regia 
Corte, verso Tanno 1636, fu venduta per ducati 
28000, al marchese di Arena, Andrea Conchublet 
(3). Questo feudatario, di animo nobile e generoso, 
aveva preso ad amare tanto questa ospitale e in- 
dustriosa terra di Palme, che invece di esercitar- 
vi i suoi diritti dì utile signore^ incominciò a in- 
vertirne le entrate a benefizio e per il migliora- 
mento di essa: la quale in breve tempo, venne 
quindi « accresciuta di popolo e di prerogative » , 



(i) BulletHno cii.^ anno iSio, sentenza num. 25, addì 8 giugno, v. 
appendice III, n. 3.0, in fine di q. voi. 

(2) D. Spanò-Bolani, op. ciL^ voi. II, I. VII, e. III. 

(3) BulletHuo cit.^ anno i8\o, sentenze numeri 25 e 29, addi 8 giu- 
gno, V. appendice III, numeri 2.0 e 3.°, in fine di q. voi.— Circa la 
origine e le vicende della famiglia Conchublet, vedi il Mazzella ( op. 
ciL, pag. 535;, TAldimari ( op, ciL, 1. I, pag. 12;, l'Ammirato ( op. 
ciL, fam. Conchublet ), il Campanile {op. cit., fam. Conchublet), il Della 
Marra (op. ciL), il Padre Ansalone, T Ariz, l'Armenia], il Taccone- 
Gallucci [op. cit,, part. II, pag. 118 ), ed altri. 



CAPITOLO QUINTO 191 



talché era considerata una delle migliori terre 
della provincia (1). Seminara al contrario, inco- 
minciò a perdere della sua opulenza e della sua 
importanza; e già nel 1641, invece di donare ge- 
nerosamente al Fisco la sua giurisdizione, come 
aveva fatto Palme, la vendè al prìncipe di Cariati, 
Scipione II Spinelli, per ducati 48000 (2). 

Intanto fin dall'anno 1636, si era sviluppata 
quasi in tutto il regno, una strana e spaventevole 
epidemia, per la quale ordinariamente si moriva 
d' improvviso (3) ; e nel generale sgomento, squal- 
lore e lutto, in cui erano cadute le due Calabrie, 
si aggiunsero pure i terremoti, per desolarla ancor 
di più. Addi 18 ed alla fine di gennaio del 1638, 
avvennero i primi terremoti, i quali apportarono 
danni agli edifizi solamente ; ma addi 27 marzo 
( sabato delle Palme ) del medesimo anno, due ore 
avanti d'annottare, successe un terremoto così for- 
te, che ridusse in rovine, e riempì di stragi la 
Calabria ci tra e alquanto meno, la Calabria ultra 
e la Sicilia. Nella regione del versante occidentale 
dell'estrema Calabria, questo terremoto « percosse 
atrocemente Nicotera, Briatico, Burrello, Seminara, 



(i) G. Fiore, op, cit.,\om. I, Calab. abitata, I. I, part. II, e. Ili, p. i49* 

(2) Bulletiino cit., anno 1810, sentenza num. 29, addi 8 giugno, v, 
appendice III, n. 3.0, in fine di q. voi.. 

(3) D. Spanò-Bolani, op. cit., voi. II, 1. VII, e. II. 



192 ' PALMI, 8EMINARA E GIOIA-TAURO 

ed altre terre d'uguale o di minor fama, ecc. » (1). 
Seguirono altre scosse fino a giugno, e restarono 
rovinate più di centottanta città e terre, con di- 
ciannovemila morti ; ma la non completa calma, 
che poi si ebbe, non durò che per altri due anni, 
poiché, addì 19 giugno del 1640, all'alba, si ri- 
petè un altro terremoto fortissimo, per cui Vadu- 
lato rimase interamente distrutto. A questo terre- 
moto, nell'anno appresso, ne seguirono altri, ma 
sempre più leggieri (2) ; e per tanto flagello « Co- 
senza e più di cinquanta luoghi in Calabria, ri- 
masero affatto atterrati ; più di dodicimila perso- 
ne estinte > (3). 

In mezzo alle rovine e al terrore per i frequenti 



(i) P. Giulio Cesare Recupito» Trattato dei terremoti successi in 
Calabria Panno 1638; Agazio Di Somma, Isterico racconto dei terre- 
moti della Calabria dell* anno 1638, fino alVan, 1641^ Napoli 1641, p. 
33 ; G. Fiore, op, cit. , tom. I, Calab, fort.^ I. II , e. Vili, pag. 289. 

(3) Ag. di Somma, op. cit. ; L. A. Muratori, An, d* It.^ an. 1638 ; 
P. Giannone, op. cit,, voi. V, 1. XXXVI ; Giovanni Vivenzio, Istoria 
e teoria de* tremuoti in generale ed in particolare di quelli della Ca- 
labria^ e di Messina del 1783^ Nap. 1783, parte I, pag. 33 e 34 ; D. 
Spanò-Bolani, op, cit,, voi. Il, 1. VII, e. II ; D. Andreotti, op, cit., 
voi. II, 1. XV, e. Vili. «- Nell'anno 1631, addi r6 dicembre, era av- 
venuto il celebre incendio del monte Somma ossia Vesuvio ; nella quale 
grandiosa e terribile eruzione, si ebbero piogge di pietre e di cenere, 
la quale fu spinta dal vento fino alla Dalmazia. Vi fu sollevamento 
del lido del vicino golfo di Napoli, e a Sorrento, il fondo dei lido si 
sollevò Ipnto, che il mare stava discosto da questa città, per più di un 
miglio (L. A. Muratori, An, d* ItaL, an. 1631 ; P. Giannone, 0/. ftV., 
voi. V, 1. XXXVI, e. Ili ). 

(3) L. A. Muratori, An, d* It, an. 1638. — Nell'anno 1646, addì 
31 ms^gio, anche in Puglia avvenne un terremoto, il quale cagionò 
moltissimi danni e morti ( G. Vivenzio, op. cit.^ pag. 25 ). 



CAPITOLO QUINTO 193 



terremoti, i corsari algerini e tunisini, che ancora 
di tanto in tanto infestavano le marine calabresi, 
ebbero la crudeltà di assaltare Nicotera, il 20 giu- 
gno 1638, e di depredarla (1). 

Verso la metà del secolo XVII, gravi rivolgi- 
menti politici erano accaduti in Europa ; e nel- 
l'anno 1647, perturbamenti gravissimi erano suc- 
ceduti nel regno di Napoli, contro l'odiato Governo 
dei viceré spagnuoli, poiché non solo Palermo si 
era sollevato, addì 20 maggio di tale anno, e la 
sedizione si era propagata in quasi tutta la Sici- 
lia ; ma pure Napoli, con la rivolta di Masaniello^ 
accaduta il 7 luglio del medesimo anno, ave- 
va posto tutto il regno in trambusto. Se non che 
dopo poco tempo, sedata questa ribellione ( an. 
1648 ), la pace ritornò nel reame, ma non scevra 
di altre calamità ; ed essa perdurò per una lunga 
serie di anni, non ostante che a cagione della 
morte di Filippo IV, avvenuta il 17 settembre 1665, 
fosse allora nato il timore di altre guerre, aven- 
do lasciato a succedergli, il proprio figliuolo, Car- 
lo II, di appena quattro anni, e sotto la tutela e 
regggenza della madre, regina Marianna d' Au- 
stria. — Alle suddette rivolte, solamente Reggio 
aveva preso parte, nella estrema Calabria: la qua- 



(i) Ag. Di Somma, op. cit,, pag 23 ; L. A. Muratori, An, ìT //., 
an. 1638 ; G. Fiore, op. ciL^ tom. II, Calao, sagra^ 1. II, e. I, { VI, 
pag. 312 ; P. Giannone, op, cit.^ voi. V, I. XXXVI, cap. IV. 

13 — Db Salvo, Palmi, Seminarae Gioia-T. 



194 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

le, come pure la Sicilia, che ancora era conside- 
rata granaio d' Italia^ incominciavano a provare 
\dicarestia (1). Dopo non molto tempo, cioè nell'anno 
1656, dalla Sardegna, con soldati spagnuoli, che 
vennero in Napoli, si propagò in questa città, e 
poi nel regno, una mortifera epidemia, che si ri- 
conobbe per peste, la quale spopolò quasi le città 
e le terre che ne furono infette ; ma la Calabria 
ulteriore, eccetto pochi paesi, ne rimase incolume (2). 

Intanto, addi 23 luglio 1654, era avvenuto in Ter- 
ra di Lavoro, un terremoto con danni immensi, 
e più di mille e cinquecento persone morte ; e 
nellanno 1659, nella notte del di 5 al 6 novembre, 
successe in Calabria un altro fortissimo terremo- 
to, il quale « conquassò Catanzaro, Soriano, Mi- 
leto, Squillace ed altri luoghi, con gran rovina 
di case, e morte di uomini » (3). 

In tali tempi Seminara si trovava ancora cinta 
di mura; nel qual modo continuò ad essere fino 
all'anno 1783, in cui, essendo stata distrutta per 



(i) L. A. Muratori, An. (P li,, an. x647-4^; D. Spanò-Bolani, op. 
cit., voi. II, 1. VII, e. Ili ; P. Giannone, op. cit., voi. V, I. 37-**. c- 
II e l. 39.*^- 

(2) G. Fiore, op. ciL, tom. II, Calab. santa, 1. I, e. IV, pag. 200 ; 
L. A. Muratori, An, d' It., an. 1656; P. Giannone, op, cìL, voi. V, 
1. XXXVII, e. VII ; D. Spanò-Bolani, op. cit,, voi. II, 1. IV ; D. An- 
dreotti, op, di,, voi. II, 1. XVI, e. Vili. 

(3) L. A. Muratori, An, d' IL, an. 1659; G. Vivenzio, op cit, part. 
I, pag. «6; G. Fiore, op. cit., tom. I, Cai ab. fortunata, 1. II, e. VIU, 
pag. 289. 



CAPITOLO (QUINTO 195 



l'altro terribile terremoto del febbraio, detto il 
Flagello y mutò sito. In essa si accedeva per tre 
porte, cioè da quella principale, aperta nel lato 
di settentrione, la quale veniva chiamata Porta 
del borgo oppure Portello ; e nello spiazzo, fuori 
di essa (Piano del borgo )^ fin dall'anno 1584, vi 
stava fabbricata una mezzartiola di marmo, la quale 
serviva per giusta misura pubblica, nei giorni di 
mercato, che colà era solito tenersi ; e vi esiste 
tuttavia una chiesetta, dedicata a S. Antonio. La 
seconda porta era al lato di mezzogiorno, e ve- 
niva chiamata Porta della Montagna oppure Por- 
ta della Madonna della Montagna ; ove, nel pic- 
colo spiazzo, contiguo ad essa, esisteva una cap- 
pelluccia, dedicata a S. Maria la Porta. La terza 
porta si apriva nel lato di ponente, e si chiama- 
va Porta Rosea, ed oggi la località e il ponte por- 
tano il nome aggiuntivo di Rosella. La prima porta 
si riconosce raffigurata nelle tavole II e IV, e la 
terza viene mostrata di fianco della tavola II; le 
quali tavole già sono state descritte nel capitolo HI. 
Fra la prima e la seconda porta, si distendeva la 
via principale della città; e in ciascuno dei due 
spiazzi interni e contigui ad esse, esisteva una 
fonte ed il seggio in fabbrica. Al seggio del Por-- 
tellOy è tradizione che si radunassero i nobili, e a 
quello della Porla della montagna^ si radunassero 
i borghesi, cioè gli artigiani e gli altri terrazzani ; 
e quartiere dei terrazzani era detta la parte più 



196 PALMI, SEMINARA E OIOIA-TAURO 

bassa deirabìtato, dal lato di levante, tra la via 
principale e le mura di cinta. — Le famif^lie no- 
bili e più cospicue, esistenti in Seminara, nella 
seconda metà del secolo XVII, appartenevano ai 
casati Zangaro, Clemente, De Frarichis e poi Fran- 
co^ Leoncy Cavallo^ Fiore^ Lauro^ Sanghez^ Longo^ 
Marzano, Mezzatesta, Grimaldi^ Rossi^ Silvestri^ 
Cascina e altri di minore importanza (1). — La 
parto piCi centrale e riserbata di questa città, conte- 
neva il castello degli Spinelli, come si può ben di- 
stinguere raffigurato nelle tavole II e IV; il quale 
poi fu trasformato in abbazia, dedicata aS. Mercu- 
rio: lì presso era edificato il convento dei Paolotti, 
pur detti Paolini (convento di S. Francesco di Paola); 
e limitanti a questo, sorgevano la casa, ove soleva 
risiedere il vescovo, e la chiesa, ancora esistente 
di S. Marco, ufficiata anticamente da monaci ba- 
siliani. Di fronte e accosto alla detta abbazia, vi 
erano poi le abitazioni del principe di Cariati e 
della nobile o antica famiglia Sangliez. Tutti que- 
sti editizii sorgevano sulla parte più alta della 
collina, attorno alla quale si estendeva, piuttosto 



(r) G. Fiore, op, ctt,^ tom. I, Calao, abitata^ I. I, part. II, e. HI, 
pag. 148 ; G. B. Pacichelli, op. cit,^ part. II, pag. 103. — Riportiamo 
da altra fonte, che la famiglia Zangara, essendo venuta in Seminara, 
nel 1396 edificava per se e per gli altri suoi parenti, una sepoltura 
gentilizia, giusto come si venne a rilevare da una lapide, scoperta ac- 
costo alla chiesa di S. Antonio, al borgo di questa città. 



CAPITOLO QUINTO 197 



in forma ovale, l'antica Seminava. In essa esìsteva 
un ospedale, che vi è tuttavia ; come pure un ri- 
levante numero di conventi, fra i quali, oltre a 
quelli annoverati addietro, esisteva pure il convento 
di 8. Maria del Rosario^ di monaci domenicani, 
il quale era stato soppresso ; ma poi nell' anno 
1667 (1), fu riattivato e detto pure di Santa Ma- 
ria la Nuova. — Il clero di Seminara, fino agli 
ultimi tempi di monsignor Panzani, aveva a capo 
un vicario ; ma da tale epoca in poi, fu unito a 
collegiata, con la prima dignità di Arcidiacono 
Curato. La fondazione di questa colleoiata, la qua- 
le è accompagnata da due chiese parrocchiali, venne 
effettuata con breve del papa Alessandro VII, da- 
tum Romae tertio idus septemhris an. 1659 (2). 



(i) G. Fiore, op. ci/,, tom. II, Cai. sagra^ 1. II, e. IV, 2 !II, p. 394. 

(2) V. Capialbi, Memorie per servire alla storia della chiesa tnile- 
tese, Cronolog, dei vescovi, pag. 73 ; D. Taccone-Gallucci, op. cit,, part. 
II, pag. 176. — Il Capialbi (loc, cit.), a tale proposito, nota che « la 
collegiata di Seminara dietro questa prima fondazione, ebbe degli ac- 
crescimenti in altre quattro fondazioni; onde al presente [an. 1835] 
si trova composta di diciotto canonici e una dignità col titolo di Ar- 
cidiacono, e officia nella chiesa niadrice dell' Immacolata, come si ri- 
leva dall'assenso regio spedito a' 15 giugno 1789 » (vedi nota i, nel cap. 
I, ps^. 13 )• — Circa la dotale fondazione dei Canonicati di Seminara 
si ha che incorporate le rendite della Mensa e Capitolo Taurianese a 
quella di Mileto da Callisto II, rimase il Capitolo di Seminara colle 

sole distribuzioni quotidiane fino al lósg. In tale epoca Domenico Mar- 
telli, ricco e pio cittadino di Seminara, colle sue disposizioni testamen- 
tarie donò tremila ducati a quella Chiesa, ordinando che si fossero 
dotati otto canonicati, V arcidiacono compreso. Ad esempio del Martelli, 
Paolo Mantineo, Cesare Silvestri, Filiberto De Lauro e Gaetano Ri- 
naldi fondarono altri undici canonicati [I^kW ?jQtìW\o municipale di 
Seminara ). 



198 PALMI, SEMINARA E OIOIA-TAURO 

Tra i molti pregevoli cittadini, che, nel Recolo 
XVII, fiorirono in Seminara, i più illustri furono 
Francesco Sopravia, filosofo e medico insigne, il 
quale scrisse una operetta avversa ai Peripatetici, 
intitolata De natura rerum; e il monaco Dome- 
nico Cianciaruso, il quale scrisse pure un opuscolo, 
intitolato L umiltà non finta (1). 

Palmi (oppidum Palmarum), fino ad oltre la 
metà del secolo XVII, era ancora circondala di 
mura; e il marchese di Arena teneva le torri mu- 
nite con alcuni cannoni. Essa aveva tre porte prin- 
cipali: una ora sita nella parte mediana delle mu- 
ra, dal lato di ponente (Portello)^ della quale 
già abbiamo fatto parola, e che tuttavia lascia 
notare uno degli stipiti ; le altre due, i nomi del- 
le quali non sono pervenuti fino a noi, si apriva- 
no dal lato di levante, e corrispondevano alle vie, 
che attualmente portano i nomi di Via del Soc- 
corso runa, e di Via Nuova l'altra. Dal lato di 
settentrione si apriva una piccola porta, ed al sito 
si dà ancora il nome di Croce dei monaci^ il quale 
è accosto alla parte posteriore e laterare della 
chiesa del convento, che fa di cappuccini rifor- 
mati, e detto dell' A7inunziata. Questo convento, 
soppresso nella generale riforma del 1652, come più 
estesamente abbiamo narrato addietro, fu, dopo pa- 
recchi anni, riattivato e frequentato da rilevante 



(i) Th. Aceti, Annoiationes in Cab. Barrium^ op, cii., lib. II, e. 
XVIII, II. 



CAPITOLO QUINTO 199 



numero di frati ; mentre che del piccolo convento 
di Carmelitani, il quale sorgeva fuori le mura, nel 
luogo, ove oggi esiste la chiesa, dedicata alla Ma-- 
donna del Carmine^ non rimaneva al culto, che 
la sola chiesetta. Internamente alle mura di cinta, 
s' innalzava la chiesa, detta, come pure oggidì, 
della Madonna del Soccorso. Alquanto discosta 
poi da esse mura, e precisamente nel luogo, ove 
sorge attualmente il carcere, esisteva la chiesa de- 
dicata al patrono della diocesi di Mileto, cioè a S. 
Nicola di Bari: il quale, con V istituirsi di questa 
parrocchia, che fu la prima, venne assunto anche 
a patròno della città di Palmi. L'epoca nella quale 
fu istituita questa parrocchia, non si ha con pre- 
cisione ; ma bisogna riportarla neoH anni poste- 
riori a quelli, nei quali la terra di Palme fu cir- 
condata di mura: quindi nella seconda metà del 
secolo XVI ; poiché il vescovo Marco Antonio del 
Tufo, nella santa visita, fatta a tutta la diocesi, 
nell'anno 1586, trovò istituita nella terra di Pal- 
me, la parrocchia di S. Nicola, la quale era ser- 
vita da due rettori, e che della rendita di essa, 
se ne facevano annualmente sei parti, per goder- 
ne cinque il primo, il quale aveva il titolo di 
arciprete, e una il secondo rettore, il quale per- 
ciò portava il nome dì abbate sestuario (1). — 



(i) Oct. Paravicino, Synodus dioces. ecc., r/V., pag. ja5 e 135; V. 
Capialbi, Ni emorie per servire alla stor, delia s, chiesa miletese^ Cro- 
noi. dei vescovi^ pag. 58, e appendice XXXIX. 



200 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

Da tale epoca, come dianzi abbiamo fatto parola, 
la terra castellata di Palme incominciò ad aumen- 
tarsi di popolo: il quale, in seguito, trovandosi in 
uno spazio troppo angusto, una parte di esso fu 
costretto di edificare le sue abitazioni fuori le mu- 
ra ; e fu lateralmente alle due porte di levante, 
e nei luoghi vicini ad esse, che l'abitato prese a 
estendersi. Per il che sotto la benevola e provvida 
signoria della casa Conchublet, questa parte delle 
mura di cinta fu diroccata, e da qui la città si 
estese notevolmente ; tanto che in breve tempo, 
si formarono i seguenti rioni, cioè Lo Salvatore^ 
così detto, perchè da molti anni addietro, vi era la 
chiesa lesu Christi Salvatoris, nella quale esiste- 
va la cappella della Madonna del SS. Rosario, con 
la confraternita Psalterii seu Rosarii (1) ; La Mu- 



(i) Nella terra di Palme, la Confraternita del Salterio o della Corona, 
sotto r invocazione della Beata Maria Vergine del Rosario, fu istituita 
nella chiesa del Santo Salvatore, ed approvata da Roma e confermata 
nell'anno 1580. Il diploma di tale conferma trovasi tuttavia in potere 
della Congregazione del SS. Rosario ; ed essa è scritta su ,di una pre- 
gevole pergamena, ancora ben conservata, che noi riportiamo trascritta 
fedelmente nell'appendice I, in fine di questo volume ( Bo//a per la 
istituzione della Confraternita del SS, Rosario in Palmi ^ an. 1580). 
Essa è pure soscritta dal vescovo di Mileto, di quell'epoca, cioè da 
Giovan Mario De Alessandris, e nell'anno 1632, da Monsignor Mau- 
rizio Centini, vescovo parimente di Mileto: il quale andò perla diocesi, 
tre volte in santa visita, e mori poi in Palmi, addi 14 novembre del- 
l'anno 1639, € non senza sospetto di veleno ». Anche in Palmi era 
morto il suo predecessore Virgilio Cappone, nell'anno 163 r ; ma i ca- 
daveri di entrambi furono trasportati in Mileto, ed ivi sepolti ( V. Ca- 
pialbi, Memorie per servire alla storia della santa chiesa miletese 
Cronologi dei vescovi j pag. 56, 57 e 71 ). 



CAPITOLO QUINTO 201 



rateila o più comunemente Li Canali, a causa 
delle fonti che vi erano, e quello di S. Nicola. 11 
rione del Salvatore era contiguo alle mura di Pal- 
me ; la quale in seguito, essendosi di molto estesa, 
così la parte di essa, chiusa di mura, e detta Car- 
lopoli oppure Cittadella^ veniva considerata co- 
me uno dei rioni di questa terra^ oramai ritenuta 
quale città. Al detto quartiere Lo Salvatore^ fa- 
cevano continuazione, dal lato di levante, gli al- 
tri due rioni: i quali stavano disgiunti da un este- 
so giardino, di proprietà degli Spinelli, e, in quei 
tempi, posseduto prima dal principe Scipione II, 
che nel 1641, aveva comprato il ducato di Semi- 
nara, e poi da D. Ca)lo Antonio Spinelli, principe 
di Cariati e duca di Semìnara. — La via princi- 
pale della nuova e&tensionedi Palmi, si partiva dalla 
diruta porta del Soccorso^ e alquanto incurvata 
verso settentrione, attraversava il rione del Sai" 
valore, lambiva quello dei Canali^ e presso il 
giardino anzidetto, che si estendeva nel piano del- 
la piazza, oggi centrale^ si piegava quasi a go^ 
mito, dirigendosi verso l'attuale chiesa, detta deU 
V Oratorio, per continuare, dopo avere attraversa- 
to parte del rione S. Nicolo^ verso la chiesa della 
Madonna del Carmine. 

Il popolo palmese, per i molti benefizii, che ri- 
ceveva dal suo utile signore Andrea Conchublet, 
marchese di Arena, nutriva grande riconoscenza e 
amore verso di lui. Ora siccome questi, nel compra- 



302 PALMI, 8BMINARA E OIOIA-TAUBO 

re la terra dì Palme col rispettivo territorio, a 
cagione che i confini non erano stati ben deter- 
minati, egli in seguito era venuto a lite col prin- 
cipe di Cariati, Scipione II, che ne pretendeva più 
del dovuto , e poi pure col figliuolo di lui, Carlo 
Antonio; così i Palcnisani si elevarono tutti a fa- 
vore del Conchublet, loro signore ; e cercavano 
di occupare il proprio territorio, fino al giusto 
limite. Da ciò nacque, secondo la narrazione del 
contemporaneo storiografo Giov. Fiore (1), « un se- 
minario di grandissimi disturbi, fra li due Signori 
de' luoghi, Marchese d' Arena , e Duca di Semi- 
nara, o vogliamo dire Principe di Cariati, ed in- 
sieme ancora tra li due popoli di Palmi, e Semi- 
nara, i quali sovente usciti sono a difendere il 
preteso loro, con Tarme in mano, e più d' una 
volta con sangue e con strage ». Di questi biasi- 
mevoli avvenimenti, è viva ancora la tradizione ; 
e fino a tempi da noi abbastanza remoti, la inci- 
vile e feroce plebaglia dei due paesi, astiosa sem- 
pre, flou cessava dal dar luogo, di quando in 
quando, a scene di odio, e qualche volta, a risse 
sanguinose. Per la qual cosa, si viveva in animo- 
sità ; e ben raramente si attuava un matrimonio 
tra famiglie dei due paesi, così vicini: i quali 
oramai unitamente pure con Gioia-Tauro, è da 



(i) G. Fiore, op. cit.^ tom. I, Calab, abitata, I. I, part. II, e. Ili, 
{ IZ4, pag. 149. 



.:• 



CAPITOLO QUINTO 203 



molto che si possono considerare quasi come parti 
di una sola e grande città ; tanto sono continui 
i rapporti di affari, ìntime ed estese le relazioni 
di amicizia, e numerosi i parentadi fra gli abi- 
tanti di queste tre prospere e vicine città, legate 
ancora insieme da identici interessi regionali. 

Alla peste dell'anno 1656, la quale apportò la deso*- 
lazione e lo squallore in tutto il regno, vi segui- 
rono anni di grave carestia: per la qual cosa in 
ogni luogo si faceva incetta di cereali e dì altri 
generi alimentari, a prezzi molto elevati. In que- 
sti tempi, il marchese di Arena impiantò in Pal- 
mi, grandi magazzini per depositi e rivendite di 
frumento e legumi, dei quali faceva fare attivis- 
sime ricerche per le diverse contrade della Cala- 
bria, vicine e lontane (1). Già nella terra di Pal- 
me, da tempo antichissimo, ogni lunedì e giovedì, 
e poi anche il venerdì, vi si teneva mercato. Iti 
appresso, man mano che l'affluenza dei compratori 
forestieri erano aumentati, e tale commercio cre- 
sciuto, ogni giorno vi era mercato, smerciandovi 
non solo granaglie, ma pure altre vettovaglie e 
mercanzie. Questo commercio veniva esercitato tra 



(i) Fin 'oltre la metà del secolo presente ( an. 1860-70 ), si continuò 
ancora da qualche proprietario, di tenere i grani, come pure si pra- 
ticava anticamente in molti luoghi di Calabria, depositati in ampie 
fosse a forma di zirie, scavate in terreno asciutto, con le pareti inter- 
ne ben consolidate, e rivestite di paglia attortigliata. Queste fosse ve- 
nivano fatte massimamente nelle pubbliche vie acciottolate ; e dopo di 
essere state riempite di grano, oppure votate, si mantenevano chiuse 
in modo, che l'acqua non potesse infiltrarsi all' interno. 



204 PALMI, SEMINARA E GlOlA-TAURO 

Palmisani e forestieri ; ma non si poteva eserci- 
tare dai forestieri tra loro, perchè ciò veniva a 
costituire una fiera ossia mercato ; del quale com- 
mercio, Semìuara attribuiva a sé sola il diritto di 
poterlo permettere nel mercato che essa teneva 
ogni sabato, e nella fiera franca del luglio di ogni 
anno, in virtù di un privilegio, ottenuto nel 1420, 
dalla regina Giovanna IL Non pertanto Palmi, 
ritenendosi poi anche in diritto di poter fare un 
simile mercato, perchè nell'epoca in cui Semìnara 
aveva ottenuto tale privilegio, esse erano unite, 
e quindi venivano entrambe a goderlo (1); il 
marchese di Arena, per agevolare i commercianti 
forestieri, e facilitarne il traffico, volle neir anno 
1662, introdurre anche in Palme la fiera ossia 
mercato, nel modo tenuto in Serainara. Per tal 
causa cresciuta l'emulazione, e ridestatesi le ani- 
mosità fra queste due terre, il ConchuSlet si ado- 



(i) Nel Foliario per la causa del Mercato di Palmi con Seminara^ 
ijóo^ si ha che e Palme provò come in tempo di detto asserto Privi- 
legio [ la concessione del mercato in ogni sabato, e della fiera franca 
in luglio, da Giovanna II a Seminara ] , Seminara faceva un sol corpo 
coll'articolante [Palme], tanto vero che non prima dell'anno 1635 
procurò essa Università di Palme separarsi da Seminara, come consta 
da più decreti di essa Regia Camera, e dispacci dell'oli m V. Re di 
questo Regno, e Analmente da un pubblico Istrumento della Regia 
Corte in tempo che donò il suo Demanio in benefìcio del Serenissimo 
Re Filippo quarto con certe condizioni e riserbe, et signanter di mol- 
ti corpi jussi, e Ragioni che prima erano communi con Seminara, ed 
indi furono separati col sud.o contratto, tanto vero che anche per ese- 
cuzione di tutto ciò essa articolante è stata sempre nel quasi possesso 
tenere il suddetto mercato in Palme da tempo che non v'è memoria 
d*uomo in contrario che possa contendere una tal verità di fatto ». 



CAPITOLO QUINTO 205 



porava a tutt'uomo di far venire meno il com- 
mercio di Seminara, o di avvilire le industrie in 
essa esercitate, facendole concorrenza sul prezzo 
di tutti i prodotti e derrate. E giacché le persone 
che venivano a vendere grani, erano « delli quar- 
tieri di Monteleone, dello Stato di Nicotera, dello 
Stato di Mileto, Pizzo, Rosarno, ed altri luoghi », 
tutte dovevano percorrere la strada che menava 
al passo del Petrace ( Ponte vecchio^ donde poi la 
strada si biforcava per Seminara e per Palme), 
colà il marchese di Arena faceva attendere gente 
incaricata di offrire prezzi vantaggiosi per i grani 
e per le altre vettovaglie, acciocché li portassero 
a Palme. Così questa terra era divenuta T emporio 
del commercio di quasi tutto il versante occiden- 
tale della Calabria ulteriore; poiché i commer- 
cianti che venivano in questa terra a comprar 
grano ed altre mercanzie, erano « le stesse genti 
di Seminara, dello Stato di Oppido, Stato di Santa 
Cristina, Stato di Sinopoli, Melicoccà, Bagnara, 
Scilla, Fiumara ed altri luoghi ». — Ad allettare 
viemaggiormente i commercianti di granaglie e 
di altri generi di smercio, il marchese Conchublet 
introdusse ancora in Palme l'uso di tener mercato 
con franchigia ogni giorno: se non che di poi i 
venditori, per un carico di tre tomoli di vettova- 
glie, dovevano pagare cinque tornesi, e per un 
carro, sei grana ; ma questo diritto era molto mi- 
nore di quello che importava ordinariamente il 



206 PALMI, 8EMINARÀ E GIOIA-TAURO 

giusto dazio. — Introdusse inoltre la consuetudi- 
ne di doversi ai forestieri, nelle cantine, ove essi 
andavano a mangiare, dar gratuitamente dal can- 
tiniere, il condimento, e prestare l'occorrente per la 
preparazione delle vivande, non pagando che so- 
lamente il vino che bevevano: la quale consuetu- 
dine è perdurata fin 'oltre la metà del secolo pre- 
sente, ma con molto minore larghezza. Laonde 
concorreva in Palme un gran numero di forestieri, 
venditori e compratori di generi diversi; e in que- 
sta terra si contrattavano gli affari con l'estero, 
intorno alle grosse spedizioni di olii, vini e seterie: 
le quali spedizioni si facevano alla marina di Pie^ 
trenere, per mezzo ordinariamente di feluche. Per 
conseguenza il mercato di Seminata era rimasto 
quasi abbandonato, con grave pregiudizio del com- 
mercio e del benessere degli abitanti di essa: i 
quali, a tanto danno, non trovando altro modo 
efficace per opporsi, ricoi-sero al Governo vicerea- 
le, contro l'università ed il feudatario di Palme, 
circa l'usurpazione che questi avevano commesso 
nell'arrogarsi il diritto di tener mercato ossia fle- 
ra in Palme, tutti i giorni, non escluso il sabato. 
Da ciò nacque altro lungo litigio ; e addì 3 gen- 
naio dell'anno 1664, l'università di Palme tenne 
un parlamanto, e costituì suo procuratore il dot- 
tor Bruno Lupari: ma dopo pochi anni (1), i due 



(i) Nel i666, in Basilicata e in Calabria avvenne un forte terre- 
moto, con moltissimi danni, ma senza morti ( G. Vivenzio, op, cii.. 



CAPITOLO QUINTO 207 



paesi, col consenso scambievole, finalmente si con- 
cordarono di eleggere ad arbìtri don Fabbrizio 
Euffo priore di Bagnara, e don Giov. Battista Ca- 
racciolo, per decìdere le loro controversie intorno 
al diritto sul mercato, come pure circa i limiti 
fra i rispettivi terrìtorii; e addì 13 aprile del 1668, 
questi arbitri, a proposito del mercjato (percome 
rileviamo dal Foliario per la causa del mercato 
di Palme con Seminara^ an. 1760, del quale ri- 
portiamo qui alcune parti), « promulgarono Lau- 
do del seguente tenore: . . . Così anche dichiarano 
che il detto Mercato, che ha preteso, e pretende 
fare l'università di Palme non le è spettato, né le 
spetta, e. però debba da quello astenersi, ma quel- 
lo essere spettato e spettare all'Cniversità di Se- 
minara, in virtù di Privilegio che vi tiene, e così 
dicemo, dichiaramo, ed arbitramo... ». Ma nella 
esecuzione di tale laudo^ « nate altre differenze 



pag, a6i ). Nel medesimo anno successero in Italia e in Sicilia fre- 
quenti e formidabili temporali e tempeste, con alluvioni straordinarie 
e numerosissimi naufragi di navi mercantili, massime sulle riviere della 
Sicilia e della Calabria. Nel continente gli straripamenti e le inonda- 
zioni dei fiumi cagionarono immensi danni e un gran numero di mor- 
ti ; e in Palermo la inondazione arrivò fino al secondo piano delle 
case, con grandissimo danno dei cittadini. Nell'anno appresso^ addi 6 
aprile, in cui ricorreva il mercoledì santo, un fortissimo terremoto ap- 
portò immensi danni alle città della Dalmazia e dell' Albania, fra le 
quali, Cattaro fu inghiottita dal mare. Grandissimo fu il numero dei 
morti, e la scossa fu avvertita anche in Italia, ma senza danno. ( L. 
A. Muratori, An. tV Ilal.^ an. 1666-67). Nel 1679, addi ly dicembre, 
€ ore due di notte, accadde uu gran tremuoto nelle parti di Stilo ; 
ma senza danno ( G. Fiore, op. cit,y tom. I, pag. 290). 



208 PALHI^ SEHINARA E GIOIA-TAURO 

tra r Università di Seminara, e quella di Palme, 
queste diflferenze furono con viglietto del Vice Re 
di quel tempo [ D. Pietr' Antonio d'Aragona ], ri- 
messe alla determinazione, e decisione sommaria, 
e senza figura di giudizio dell! signori Consiglieri 
Raimo de Ponte, Antonio di Gaeta, e Scipione de 
Martino, da' quali, intese le partì, fu proferito loro 
voto, e parere nelli 3 di luglio 1668, il quale fu 
trasmesso a S. E., ed è del tener seguente:... E 
per obbedire, come dovemo, facciamo noto a V. 
E. qualmente intese più volte le parti colli loro 
Avvocati, siamo stati di comune voto, e parere 
che li cittadini, ed abitanti di Palme e Forestieri 
possano liberamente, e reciprocamente vendere, e 
comprare grani ed altre vettovaglie in detta Terra 
di Palmi, ma non li Forastieri a Forastieri, perchè 
sarebbe introdurre una specie di mercato, il quale 
sta proibito farsi in Palme, in virtù del Laudo, 
seu Arbitramento fatto dagli Arbitri eletti di co- 
mune consenso delle parti, ed anche esser lecito 
alli medesimi cittadini, ed abitanti in Palme ani- 
magazzenare grani, ed altre vettovaglie in detta 
l9ro Terra, e quelle venali tenere esposte, in os- 
servanza delle Regie Prammatiche sopra di ciò 
emanate, eccettuando però così l'uno come l'altro 
di sopra permesso nel giorno di Sabato, che si fa 
il mercato in Seminara, e questo è il nostro voto 
e parere ». Questa decisione, il viceré d'Aragona, 
con dispaccio del primo settembre 1668, ordinò 



CAPITOLO QUINTO 209 



che fosse eseguita, e che tra le parti fosse fatto 
un istrumento definitivo, « e indi si ponesse a 
detta lite perpetuo silenzio ». E in esecuzione de- 
gli ordini del viceré, ciascuna delle due universi- 
tà in litigio, tenne parlamento; e di accordo, se 
ne stipulò fra loro, il seguente istrumento: « Istru- 
mento de' 4 gennaio 1669 fatto nella città di Se- 
minara per gli atti di Notar Michele Àngiolo Ar- 
cadi di Gastelvetere, nel quale v'interviene D. 
Carlo Ant. Spinelli Principe di Cariati e Duca di 
Seminara, il Dottor Giuseppe Russo Procuratore 
di Seminara, il Dottor Francesco M.* Mattei Proc.'* 
del Marchese d'Arena D. Andrea Conchublet utile 
Padrone di Palme, e il Dottor Bruno Lupari Proc." 
per l'Università di Palme, nel quale istrumento si 
stabilisce di doversi eseguire il laudo proferito da' 
Signori Arbitii D. Fabrizio Ruffo Prior della Ba- 
gnara, e di D. Gio. Battista Caracciolo, a 13 aprile 
1668 ; eletti de commune consensu di detti Signori 
Principe di Cariati, e Marchese di Arena, sopra 
le differenze del mercato che v'erano tra l'Uni- 
versità di Seminara e Palme, e quella della pro- 
miscuità del Territorio, ed altro ». Inoltre, < le 
parti stabilirono fra di loro che, tra lo spazio di 
4 mesi da oggi, sopra il presente contratto, e 
quanto in esso si contiene, far interponere decreto 
del Regio Collateral Consiglio per la perpetua val- 
sità di esso, a spese communi di esse parti. Di 

14 — De Salvo, Palmi, Seminara e Gioia-T. 



210 PALMI, SEMINÀRÀ E GIOIA-TÀURO 



più si convenne tra detti Cariati ed Arena, fra il 
termine di 4 mesi, far interporre il Regio Assenso 
in forma Regiae Cancelleriae sopra di loro beni 
feudali ». Ora siccome « l'assenso del Reg. Col- 
lettoral Consiglio per fermezza della suddetta Con- 
venzione, non s* è giammai procurato, come tam- 
poco s* è conservato mai il Privilegio, che pre- 
tende rUniversità di Seminara conceduto dalla 
Serenissima Giovanna II »; cosi in Palme, quan- 
tunque per qualche tempo tale mercato si fosse 
apparentemente soppresso, giacché i commercianti 
paesani ne eludevano l'impedimento, arrecato loro 
dal laudo j presentandosi a fare acquisti dai fore- 
stieri, col danaro e per conto di altri forestieri, si 
ritornò man mano in seguito a mercanteggiare 
liberamente, come prima. 

Per r importanza di tale mercato, e per la gran- 
de afQuenza di forestieri, si avvertiva in Palme la 
necessità di esservi una spaziosa piazza: onde fu 
che la università di questa terra, insieme col suo 
utile signore fecero insistentemente richieste al 
principe di Cariati, perchè cedesse loro in vendita, 
il giardino dianzi detto, limitante con l'abitato di 
Palme, e da lui posseduto, offrendogli un prezzo, 
che la tradizione riferisce essere stato oltre modo 
elevato. Ma questo feudatario non volle in alcun 
modo convenire a tale richiesta; e perciò il mar- 
chese di Arena con i naturali di Palme, nel ri- 
fiuto dello Spinelli, scorgendo il maranimo di lui 



CAPITOLO QUINTO 211 



avverso a loro, e quindi V impossibilità di poter 
ottenere in modo pacifico, il luogo del giardino, 
tanto a loro necessario, furono costretti di ricor- 
rere alla violenza ; e il Conchnblet prepotentemen- 
te l'occupò, riducendolo, in brevissimo tempo (la 
tradizione riferisce che tutto fu espletato in una 
nottata), ad una gran piazza, con una maestosa 
fontana in mezzo (1). Cotanto ardire del marchese 



(i) La Fontana della Palma o Fontana del Mercato ^ come più co- 
muoemente veniva appellata, era un monumento che ricordava tanti 
avvenimenti storici per la città di Palmi. Essa fino ai primi giorni di 
maggio dell'anno 1886, sorgeva ancora in mezzo alla gran piazza cen- 
trale ( già piazza del Mercato, poi di S. F'erdinando e attualmente detta 
di Vittorio Emmanueie)^ nel punto d' incrociamento delle due vie prin- 
cipali della città, cioè della Via Garibaldi col Corso Carolino: se non 
che per un progetto di miglioramento della Via Garibaldi, che è la 
più importante, e della piazza testé detta, accettato e promosso da 
una amministrazione comunale che credè potersi fare a meno di tale 
memoria patria , essendosi stabilito di sgombrarle di essa fontana, fu 
questa nell' anzidetta epoca, diroccata, e di notte, perchè si temeva di 
esserne impediti dai cittadini: i quali, eccetto pochi, si erano manife- 
stati contrari i a siffatta opera di distruzione. In seguito la piazza perde 
quella gaiezza ed attrattiva, cha la fontana le aggiungeva, benché 
questa non fosse slata una insigne opera d'arte ; ma era ben propor- 
zionata, con un declivio di linee piacevoli alla vista ; e se fosse stata 
completata con altri ornamenti architettonici, e cinta da un bene 
adatto cancellato di ferro, per mantenerla pulita, sarebbe stata certa- 
mente di adornamento alla detta piazza, e di pregio per la città: o 
almeno questa fontana fosse stata trasportata e ricostruita altrove, ver- 
bigrazia nella f>iazza Canali, per sostituirla più convenientemente alla 
indecente fonte, detta Buttisco, e all' altra, detta Murareddha^ o ai 
Canali dell'acqua, detta dell' Olmo\ e cosi se non altro, sarebbe ser- 
vita a rammentare ai Palmisani che l'epoca in cui essa fu costruita ^ 
nella piazza del Mercato, fino a parecchi anni dopo della morte del 
magnanimo Andrea Conchublet, fu la più favorevole, la più prospera 
e di maggiore libertà municipale per i cittadini, e di maggiore incre- 
mento della città, durante i passati secoli del feudalismo. 



212 PALMI, SEIIINARA E GIOIA-TAURO 



d' Arena, fu per il principe di Cariati un'onta grave, 
fatta alla sua persona ; e tra loro nacque odio fe- 
roce: sicché, come si riferisce ancora per tradi- 
zione, vennero a sfida ; e nel duello, il ConchubleC 
essendo stato ferito, si fece trasportare a Messina 
per esserne curato, ove dopo poco morì, come si 

Questa fontana del Mercato era alu oltre sei metri, e si formava di 
una base ottagonata, di quattro gradini, sui quali sorgeva, per qualche 
metro alta, un'ampia ed anche ottagonata vasca di granito, con ele- 
gante sàgoma nella parete esterna. In me7zo a questa vasca, sorgeva 
ancora, per più di tre metri, un cumulo di piccoli scogli anfrattuosi, 
e sul vertice di esso s* innalzava, per altri due metri, una svelu pal- 
ma di marmo; dalla cima della quale lanciavasi all' altezza di quasi 
mezzo metro, un perenne e abbondante getto di acqua. La quale, ri- 
cadendo in una vaschetta, sita nella corona delle foglie della palma, 
veniva, per mezzo di particolari condotture, a sgorgare incanalata dalle 
bocche di quattro delfini, anche di marmo: ciascuno dei quali era ada- 
giato sur uno dei quattro lati del cumulo di scògli, con la coda diret- 
ta in alto, toccante la base della palma, e con la testa rivolta in bas- 
so. A mezzo metro inferiormente alla testa del delfino, sporgeva oriz- 
zontalmente dal cumulo di scogli, una pila per ogni delfino ; e si e- 
stendeva tanto, da non far ricadere fuori di essa, il getto dell' acqua^ 
che usciva dalla bocca del delfino, e vicino tanto alla sponda della 
vasca suddetta, da poter la gente attingere comodamente l'acqua scor- 
rente già dalla bocca dei delfini. Ciascuno spazio tra questi interposto» e 
presso la parte più alta del cumulo di piccoli scogli, che nell' insieme 
venivano a rappresentare un solo scoglio, era fregiato di uno stemma^ 
scolpito in marmo. In principio, tre di questi portavano lo scudo con 
le insegne della famiglia Conchublet, ed uno portava lo scudo di Pal- 
mi con la corona che si assumevano le città e terre di dominio ossia 
regie, la quale è somigliante alla corona marchesale, e per insegna la 
palma e il motto: Nondum in auge^ quasi promessa del feudatario di 
sempre e meglio nobilitare il paese ( Guglielmo Romeo Baldarì, Rù 
sposte per talune categorie del dizionario geografico -statistico -storico 
del Mazzolla, circa Palmi di Calabria: manoscritto in data 4 settembre 
1852 ). — La casa Conchublet aveva Io stemma composto di uno scudo 
che conteneva un'aquila nera con due teste coronate, la quale teneva 
innanzi al petto un piccolo scudo col campo rosso, attraversato da 
quattro fasce bianche ( Se. Mazzella, op. cit,^ pag. 535 ). 



CAPITOLO QUINTO 213 



aggiunge ancora, per essergli stato propinato del 
veleno, ad istigazione di questo principe. Intanto 
notizia certa è che il marchese di Arena don An- 
drea Conchublet, utile padrone di Palme, giusta 
l'asserzione dello storiografo Aldimari, morì am- 
mazzato, nell'anno 1670; e con lui si estinse il suo 
illustre casato, perchè non lasciò figliuoli proprii: 
perciò ne ereditò i feudi, suo nipote il duca di 
Atri, dell' illustre famiglia Acquaviva (1); e cosi 
Palme passò sotto la signoria di questo nuovo 
utile padrone (2). 

Come la terra di Palme potè godersi la dianzi 
detta piazza, i naturali vi tenevano il mercato, 
con comodo e decoro ; donde essa ebbesi il nome 
di piazza del Mercato. Ad imitazione di Seminara, 
in questa piazza, venne eretta una mezzaruola di 
granito, per tipo di giusta misura ; secondo la 
quale si dovevano regolare le misure usate nel 
mercato. 

Dopo la morte del marchese di Arena, il nipote 
duca di Atri cede, nel 1684, la signoria della terra 
di Palme, al principe di Cariati e duca di Semi- 
nara D. Carlo Filippo Antonio Spinelli: il quale 
possedendo la terra di Palme, per titolo di com- 



(x) Biagio Aldimari» Memorie isioriche di diverse famiglie nobili 
cosi napoliiane come forastieri, Napoli 1691, lib. I, pag. la ; Se. 
Mazzella, op. ciL^ pag. 519, 580 e 683 ; G. B. Pacichelli, op. cil., part. 
II> pag- xxo; D. Taccone-Gallucci, op. cit, part. II, pag. lao. 

(a) G. Fiore, op. cil., toni. I, Calao, abitata, 1. I, part II, e III, 
{ 114, pag. 149. 



214 PALMI, 8BMINARÀ E GI0IÀ*TÀUR0 

pra e nella qualità di utile padrone di essa (1), 
fece demolire la cennata mezzaruola di granito, 
esistente nella piazza del Mercato di detta terra; 
e v' impose altre restrizioni alle consuetudini, che 
i naturali, con loro pieno gradimento e libertà, 
praticavano dacché si erano sottratti dalla dipen- 
denza di Seminara (2). 

In tale epoca il cardinale D. Pietro d' Aragona, 
viceré del regno, notando che si cadeva in dan- 
nosi errori, col tener dietro all'antica numerazione 
dei fuochi delle città e terre, nella imposizione ed 
esazione dei balzelli, adoperò in modo da ridurre 
a perfezione il censimento, durante Tanno 1669, 
con grande soddisfazione delle comunità. Laonde 
si può esser certi che in tale anno Seminara con- 
teneva 945 famiglie, che Palmi ne conteneva 519, 
e che Gioia si era ridotta ad averne appena 20 (3). 

Neiranno 1671, e nel seguente, fuvvi estrema 
carestia nel regno ; e la fame aveva ridotto a tal 
segno i Messinesi, da costringerli a darsi alle pi- 
raterie per lo stretto e per i mari vicini, impos- 
sessandosi delle navi, che trasportavano grani ed 



(i; G. Fiore, op. cii,, tom. I, Calao, abiiaia, K I, part. II, e. Ili, 
I 114, P^- 149 ! Achille Grimaldi, La Cassa Sacra, ovvero la soppres- 
sione delle manimorte in Calabria nel secolo XVII [, Nap. 1863, cap. 
II, pag. 85. 

(i) Foliario per la causa del Mercato di Palmi con Seminara, 1760. 

(3) P. Giannone, op, ciL^ voi. V, 1. 39.0, e. Il ; L. Giustiniani, op^ 
cil., y. Seminara, Palme e Gioia. 



CAPITOLO QUINTO 215 



altre vettovaglie; tanto che Reggio, ove la pe- 
nuria era maggiore, ebbe a dolersi con i Messi- 
nesi^ a causa dei danni che soffriva per siffatte 

scorrerie (1). Intanto, in Messina, il popolo attri- 

» 

buiva questo stato di cose al mal Governo degli 
Spagnuoli ; e si sollevò contro di loro (aprile 1671)^ 
chiedendo l'aiuto dei Francesi: ma questo essen- 
dogli mancato, dovette acquetarsi fino all'anno 1674, 
in cui insieme col senato si ribellò contro il . vi- 
ceré d'Ayala, per aver dati ordini pregiudizievoli 
ai privilegi, che godeva la città di Messina. La 
quale in conseguenza di ciò, si era divisa in due 
fazioni: Tuna a favore della Spagna ( Merli )^ V al- 
tra a favore della Francia ( Malvizzi o Tordi) ; 
ma dopo diversi fatti d'armi e combattimenti na- 
vali, tra Spagnuoli e Francesi, i quali si trova- 
vano in guerra fin dall'anno 1673, si stabilì tra 
loro la pace in Nimega, nel settembre del 1678^ 
e Messina ritornò sotto il giogo spagnuolo, che le 
fu poi soverchiamente duro (2). 

Durante queste guerre, le riviere calabresi era- 
no fortemente presidiate di soldati spagnuoli: non 
pertanto, verso la fine del 1676, i Francesi, pa- 
droni allora del Tirreno, fecero diverse incursioiri 
nella Calabria, già danneggiata pur troppo x dalle 



(i) D. Spanò-BolanI, op. ciL^ voi. II, I. VII, e. IV. 

(vi) P, Giannone, op. cit,^ voi. V, 1. 39.0 , e. Ili,' IV e V ; L. A. 
Maratorì, An. d" IL, an. 1671, 1674, 1676, 1678; D. Spanò-Bolani, 
op. ciL, voi. II, 1. VII, e. IV. 



216 PALMI, SEICINARA E GIOIA-TAURO 



scorrerie dei banditi e dalla presen7,a della milizia 
spagnuola (1). 

In tali tempi viveva ancora il cappuccino Diego 
Sgroij, il quale, secondo il Fiore (2), era nato in 
Palmi, e « si era reso illustre nella Vita, nella 
Dottrina e nelle Prelature *. 

Nell'anno 1693, addì 11 gennaio, la Calabria fu 
scossa e danneggiata da fortissimi terremoti, i 
quali si erano propagati dalla Sicilia (3) ; dove ave- 

(i) P. Giannone, op, cit., voi. V, I. 39.0 , e. V ; L. A. Muratori, 
An, (V It.^ an. 1676 ; D. Spanò-Bolani, op. cit, v. II, 1. VII, e. IV, | V. 

(2) G. Fiore, op, cit,, tom. I, Calao, spogliata, 1. IV, e. IV, p, 392. 

(3) Dall'anno 1688, in cui Beueveuto ed altre città, ad essa vicine, 
furono distrutte da un terribile terremoto, e grandemente danneggiate 
Napoli e varie città delle Romagae , fino all'anno 1703, in cui un altro 
terremoto, avvenuto nella metà di gennaio, produsse molti danni in 
Roma, e in altre città, e rovinò Aquila, e danneggiò gran parte del- 
l'Abruzzo, con la morte di più che trentamila persone ; corse uu pe- 
riodo di fortissimi terremoti per tutta la metà inferiore d' Italia e per 
tutta la Sicilia ( G. Viven:«io, op. cit.^ pari, J, pag. a6.^ a 31.^). I 
terremoti succeduti in quest' isola, fin dal 9 gennaio 1693, furono tanto 
straordinarii, che il Muratori ( L. A. Muratori, An, (T //., an. 1693 ) fa 
la seguente narrazione: e Cominciò nel di 9 di gennaio a traballar la 
terra in Messina, e nei susseguenti giorni andò crescendo la violenza 
delle scosse, talmente che atterrò in quella città gran copia delle più 
cospicue fabbriche, e parte ancora delle mura di una- città, ma con 
poca mortalità, perchè il popolo avvertito dal primo scotimento si ri- 
tirò alla campagna, e a dormir nelle piazze. Le relazioni, che corsero 
allora, alterate probabilmente dallo spavento e dalla fama, portano che 
in altre parti della Sicilia incredibile fu il danno. Che la città di Ca- 
tania, abitata da diciottomila persone, andò tutta per terra colla morte 
di sedicimila abitanti seppelliti sotto le rovine delle case. Che Siracusa 
ed Augusta, città riguardevoli, restarono diroccate, colla morte nella 
prima di quindicimila persone, e di ottomila nell'altra, in cui anche la 
fortezza, per un fulmine caduto nel magazzino della polve, saltò in 
aria. Che le città di Noto, Modica, Taormina, e molte terre e castel- 
la al numero di settantadue furono desolate, ed alcuna abissata in ma- 



CAPITOLO QUINTO 217 



vano distrutta Catania ed altre città vicine, e pro- 
dotto danni immensi. 



niera che non ne rimase alcuno. Che più di centomila persone vi pe- 
rirono, oltre a ventimila ferite e storpie. Che in Palermo fa rovesciato 
il palazzo del viceré. Che la Calabria e Malta risentirono anch' esse 
non lieve danno. Che il monte Etna, o sia Mongibello slargò la sua 
apertura sino a tre miglia di ght> ». Spanò-Bolani ( op. ciU^ voi. II, 
1. VII» e. VI, I ) riferisce che questo flagello avvenne addi ix gen* 
naio, e che Reggio e gli altri paesi della estremità di Calabria, non 
patirono che pochi guasti. — Nell'anno susseguente, doè il 1694, ad- 
di 8 settembre» avvenne un altro terremoto in Napoli e in molti altri 
paesi di Terra di Lavoro, e pure in Ariano, Avellino, Capua e in altre 
città. Nell'anno 1698, si ebbe dal Vesuvio una spaventevole eruzione 
di lava incadescente, e di straordinaria quantità di cenere. A Bene- 
vento, nell'aprile dell'anno 1702, avvenne nuovamente un fortissimo 
terremoto, e vi si ebbe molto danno in questa ed in altre vicine città, 
e la morte di più centinaia di persone, le quali rimasero seppellite 
sotto le mura rovinate (L. A. Muratori, An. (T IL^ an. 1688-89, 1Ó94, 
169S, 1702-3 ). 




CAPITOLO VI. 



( D«ir aiM 1700 al 1780 ) 



SOMMARIO: - OniM «die neMvirai Mi ngii «1 SptgM, ài Miptll e «I 8ldll% ial 1700 
«1 1784. — Carlt III, Meij^te le Dm SIdllep t« a Palemt per U su. liMr»uii«M. 
ItlMrarl» ài %mml» Tla^gto, e ^artlMlarBrate %UMU wtgwì MI MggierM 41 f Moto' n 
la Palae. — IstitaslMie Mie parrtMhle e delle eeaffngatieal la Palme, e della ehieia 
aniprelale la Otlleglata. Prtaeipall depeeltieal drea le state di faeeU dIUà, mila !■- 
eàleeta fata al piepeelte delU IstltaileM della OtUeglata. — Dlaera la Palme d«I ne 
fNidatarie SdpleM HI Splaelll ; e Bpeealaileai eM f aeetl ▼! eaerdtaTa. — TerrtfMCt, 
peste e earestla aell'estrau GaUbria e Messlu ( aa. 1748-40 ). — btltaileae del Meate 
dd Pegal la Palmi. — Obim ddla vita e delle epere di Oleaeehlae Peeta, utlre di fac- 
eta dttà. — GarestU e fame daraate 11 1708. — Merle dd priadpe di Cariati OdpleM 
Ul, ael 1700.— Assease di Perdluade IV, alla eeairregaileae dd 88. Resarie la Palmi, e 
alU IstllatleM ddle altre tre eeagregaileal. — Vita ed epere di Demealee SrimaMl, e 
eeaae Megraiee ed epere di Praaeesee Aatoale Grlawldi, eatramM utlTl di Semlaara, 
efMdll. 




,ORTO il re Carlo II, addi 1 novembre 1700, 
e succedutogli nei regni della monarchia di Spa- 
gna, il nipote di Luigi XIV, cioè Filippo V, duca 
di Àngiò, dopo sette anni di continue guerre in 
Europa, a causa di questa successione^ gli Austriaci 
b' insignorirono del regno di Napoli, in nome del 
re Carlo III, arciduca d' Austria e secondogenito 
deir imperatore Leopoldo. Questi essendo morto 
nel 1705, ebbe a successore il suo primogenito 
Giuseppe I: il quale cessato pure di vivere nel 1711, 
il re Carlo divenne imperatore, VI di tal nome. 
La Sicilia era rimasta alla Spagna; ciò non 
ostante, per effetto del trattato di pace di Utrecht, 



220 PàUII, 8EMINÀBA E GIOIA-TAUBO 



essa, nel 1713, passò sotto il dominio del du- 
ca di Savoia Vittorio Amedeo, il quale ne as- 
sunse il titolo di Re. Se non che Filippo V, mal 
soffrendo che la Sicilia appartenesse agli altri, la 
invase, e se ne impossessò, contro il volere delle 
altre nazioni: le quali strettesi quindi in alleanza, 
costrinsero la Spagna di cedere la Sicilia all' im- 
peratore d' Austria, che era già pur re di Napoli^ 
e la Sardegna a Vittorio Amedeo, re del Piemon- 
te (an. 1720). Così la Sicilia fu nuovamente unita 
al regno di Napoli, e venne ricomposto il mag- 
giore Stato d'Italia (1). 

Negli anni che trascoi*sero da questa epoca fino 
al 1734, si ebbe pace nel regno; ma alcune re- 
gioni furono danneggiate, quali da terremoti, e 
quali da alluvioni, oppure da altre calamità. Fra 
esse, l'una e l'altra Calabria, addì 29 novembre 
1732, soffrirono anche forte il terremoto, che tanti 
danni cagionò a Napoli, in Terra di Lavoro ed in 
altre province limitrofe (2). 

Nell'anno 1734, don Carlo Borbone, investito 
del regno delle Due Sicilie, dai suoi genitori il re 
Filippo V e la regina Elisabetta Farnese, con lo 



(i) P. Giannone, op. ciL, voi. V, I. XL, e. IV ; L. A. Muratori, 
An. <r JtaL, an. 1707, 1713, 1720; D. Spanò-Bolani, op. ciL, voi. II, 
I. VII, e. VI. 

(a) L. A. Muratori, An, D' JL^ an. 1726, 1732; G. Vivenzio, op. 
ciU, part. I, pag. 31.' e 3a.« ; Pietro Colletta, Storia del reame di 
Napoli^ dal 1734 sino al 1825, Milano 1861, tom. I,Iib. I, cap. I. 



CAPITOLO SESTO 221 



accordo delle altre potenze loro alleate contro lo 
impero d'Austria, venne dalla Toscana ad occu- 
pare il regno di Napoli. E già, sempre confortato 
dai varii consigli del giureconsulto Bernardo Ta- 
nucci, ed aiutato oltre che da un potente esercito, 
anche dai copiosi tesori pervenuti dal Messico alla 
regina Elisabetta, entrò in Napoli, addi 10 mag- 
gio, senza incontrare alcuna valida resistenza dai 
Tedeschi, che pure vi si trovavano in numero 
considerevole ; e si fece chiamare Carlo III per la 
grazia di Dio re delle Due Sicilie e di Qerusalem- 
me. Infante di Spagna, duca di Parma^ Piacenza e 
Castro, Gran principe ereditario della Toscana (1). 
Intanto l' esercito spagnuolo comandato dal du- 
ca di Montemar, continuò ad avanzare per impos- 
sessarsi del resto del regno; e addi 25 maggio, 
del medesimo anno ( 1734) , questi avendo scon- 
fitto gli Austriaci presso Bitonto e poi in altri 
diversi fatti d'armi, passò in Sicilia nel settembre, 
e la occupò quasi tutta ; ma la cittadella di Mes- 
sina rimase ancora ai Tedeschi, i quali avevano 
lasciato i castelli di Reggio e di Scilla agli Spa- 
gnuoli, nei giorni 20 e 21 giugno (2). 

Il serenissimo Infante D. Carlo oramai era di- 
venuto assoluto monarca del regno delle Due Si- 



(i) P. Colletta, op. ctLf tom. I, 1. I, e. II ; A. Parisi, op. cit.^ an« 
1734 ; D. Spanò-Bolani, op. cit.^ voi. II, 1. Vili, e. I. 

(2) A. Parisi, op, cit., an. 1734; D. Spanò-Bolani, op, ctf., v. II, 
1. VIII, ۥ I. 



222 PALMI, 8EMINARA E GIOIA-TAURO 

cilie; « ma », giusto come narra lo storico con- 
temporaneo Troyli (1), « non potendosi fare in 
Napoli la di lui Coronazione, non avendoli data 
peranche la Santa Sede la sua Apostolica investi- 
tura, fu stimato farlo passare in Sicilia, ed ivi 
eseguire la predetta coronazione, stante che in 
queir isola non vi necessita Tapostolica investitu- 
ra. Quindi dopo sottomessa Napoli interamente e 
Sicilia, a 3 gennaio 1735 parti da Napoli per terra, 
scortato da 100 granatieri a cavallo, ed assistito 
da 100 guardie di Corpo, col seguito di ministri... 
e molti altri Uffiziali » . Questo magnanimo re tra- 
versò il Principato Ulteriore, le Puglie, parte di 
Basilicata e le Calabrie, sempre in mezzo a po« 
poli straordinariamente e giustamente entusiasti, 
giacché egli, oltre ad essere di buona ìndole, sa- 
vio e benefico, toglieva il regno dell' abbiettezza 
e abbandono, in cui era stato tenuto dai Governi 
vicereali, e profondeva generosamente dappertutto 
le ricchezze, che abbondantemente gli venivano 
fornite dalla propria madre (2). Egli nel passara 
per la parte estrema della Calabria, « il 16 feb- 
braio », secondo il Giornale storico dello storio- 
grafo ccmtemporaneo Senatore (3), che noi fedel- 



(i) Plac. Troyli, op, ciL^ Nap. 1750, tom. V, part. II, 1. VII, e. 
IV, \ 4. 

(s) P. Colletta, op. ciLy tom. I, 1. I, e. II. 

(3) Giuseppe Senatore, Giornale storico di quanto avvenne nei due 
reami di Napoli e di Sicilia Van. 1734 e 1733 1 Napoli 1742, part. II, 
pag. 297, 308-9. 



CAPITOLO 8B8T0 223 



mente qui trascriviamo, < arrivò a Monteleone, 
feudo del Duca di Monteleone Pignatelli, ove ri* 
cevò il Senato in corpo, con gran seguito di No- 
biltà, e cittadinanza tutta in gala della città di 
Messina, condottasi a bella posta in Monteleone 
per prestare i dovuti omaggi alla M. S. ... 

« Il 1 7 arrivò a Rosarno, feudo del medesimo Pi- 
gnatelli, accompagnato dal Senato di Messina e 
da una caterva di popolo festante, ove dimorò 
giorni 15 fino allo spuntare del 5 marzo. E tutto 
questo tempo, perchè dilettavasi alle cacce abbon- 
danti in quei luoghi e pure per aspettare che la 
Cittadella si potesse rendere. Mentre era qui a 
Rosarno ebbesi la nuova delle trattative di resa 
della Cittadella ... La capitolazione fu conchiusa 
prima del 23 febbraio, giorno che seppeloin Ro- 
sarno. 

€ Il 4 marzo, per regio comando le galee spa- 
gnuole che trovavansi nel porto di Palermo fecero 
vela alla volta di Messina, per indi ad altri nuovi 
ordini portarsi alla marina di Palmi a traghi ttar 
la M. del Re in Messina, ove preparavansi a ri- 
cevere il Re con molta Magnificenza. 

€ Il 5 marzo partissi da Rosarno per Palmi, terra 
che si possiede dal Principe di Geraci Grinialdo (1), 



(i) Che la terra di Palmi, all'epoca nella quale vi transitò Carlo 
III di Borbone, fosse stata posseduta dal principe di Gerace Grimal- 
do, come viene riferito dal Senatore ( loc. cii. ) e poi anche dal Troyli 



224 PALMI, 8EMIMARA E OIOIA-TAURO 

per colà prendere l' imbarco per Messina. Nel mez- 
zodì desinò tostochè j^iunse nella terra di Gioia, 
altro feudo dell'anzidetto Principe di Geraci, in 
una baracca ben costruita a guisa di casino ; indi 
proseguì il cammino e presso l'annottare giunse 
in Palmi, dove fu ricevuta, non solo da quei na- 



( ioc. ciL ) « è uoa notixta erronea ; giacché in tale epoca, era utile 
padrone di questa terra, Scipione III, principe di Cariati e duca di 
Seminara: il quale, fin da molti anni prima del 1735, epoca ( per co- 
me si vuole) delia morte del principe di Cariati Carlo Filippo Anto- 
nio, era subentrato a questo nella signoria dei feudi di casa Spinelli, 
giusto come si può rilevare dalla nomina in iscrìtto, che egli fece 
del suo erario per Palmi, nel 1714, e che noi riportiamo qui fedelmente: 

Scipione Signore della Casa Spinelli Principe di Cariati^ Duca di 
Casirovillarit e Seminara^ Conte di Oppido^ e Santa Cristina^ Signo- 
re di Palmi^ Sant'Anna^ Varapodi^ Messignadi^ Trisilico^ Zmrgunadi^ 
San Georgia^ Padavoli^ Paracorio^ Scido^ Lnbrichi^ Frascineto^ Por- 
ciUy Motta di Piatì, Grande Antico di Spagna^ ecc. 

Per la piena cognizione che aòòiamo della sufficienza e puntualità 
di voi sig. D, Giuseppe Antonio Silvestri^ in virtù della presente da 
durare a nostro beneplacito^ vi destiniamo e deputiamo Erario della 
nostra Città di Palmi, incaricandovi di affittare, amministrare ed ef- 
fettuare quello che sarà di maggior vantaggio del Nostro Patrimonio^ 
colla facoltà di astrignere realmente e personalmente i deàitori del 
medesimo, con tutte le altre prerogative solite e consuete, e colla soli- 
ta provvisione; e siccome speriamo che non mancherete di compire il 
vostro debito, cosi ordiniamo a tutti i Nostri Ministri e Vassalli, che 
per tale vi riconoscano e vi trattino. 

In fede di che vi addiamo fatta spedire la presente firmata di No- 
stra propria mano e r odorata col Nostro Solito Sigillo. 

Data in Seminara, 3/ jròre //14 
Il Principe di Cariati 
Duca di Castrovillari 

L^;genda del sigillo.* 

Scipione III Principe di Cariati 
Duca di Castrovillari 
In calce: 

Antonio dalV Arsavo 
reg.to fogl. 156. 



CAPITOLO SESTO 225 



turali, e Magistrato della terra, ma ben'anche da 
altre genti della Provincia, colà accorse per ac- 
clamare il di loro Monarca. Degnossi il Re andare 
ad albergare con i primi Personaggi di Corte nel 
palagio Baronale, bellamente ornato, nel mentre 
che faceansi dappertutto feste di gioia, ed udiansi 
replicati viva. In questa terra venne obbligato il 
Re a fermarsi per dodici continui giorni, cioè per 
insino allo spuntar di quello de' 18 Marzo, sì per 
intervenire a' Consigli di Stato e guerra, per la 
spedizione degli urgenti affari d'amenduni i suoi 
Regni, e con questi a soddisfare medesimamente, 
mediante la sua innata pietà, i suoi fedeli popoli 
con le centinaia e centinaia di grazie, che tutto 
giorno le concedea, secondochè da essi con sup- 
pliche richieste venianli ; com 'anche per non esser 
all' intutto tranquillo, e navigabile il mare. In tut- 
to questo frattempo il nostro Monarca ben'anche 
si divertì ora colle commedie, e con altri passa- 
tempi, ed ora col portarsi alla caccia de' quadru- 
pedi, e volatili, non solo in quel vasto giardino 
Baronale (1), in cui, attesa la scarsezza, ve n'era, 
perchè fu fatta dal Principe padrone, a bello stu- 
dio, preventivamente dalle convicine terre e boschi 
introdurre; ma ben'anche in quell'ampie selve, e 



(i) // giardino del principe^ accosto alla città di Palmi, si estende- 
va a nord della chiesa matrice e nei pressi dell'attuale chiesa e con- 
gregazione della Madonna del Carmine. 

15 — Di Salto, Palmi, Seminarac Gioia-T. 



226 PALMI, SEHINARA E GIOIA-TAURO 

campagne: dove essendo un dì la M* S. da repente 
piova sorpresa, per quella Isfuggire, fu astretta 
a ricoverarsi in un picciolo malagiato tugurio di 
un povero contadino, per non esservi in quella 
campagna altro più vicino ricovero, la di cui con- 
sorte ritrovò ch'orasi in quel punto di un bambi- 
no sgravata; quindi è che mosso a compassione 
ir Regio cuore del Re dalla mendicità della mise- 
rabil famiglinola, ordinò che fessesi tantosto il 
pargoletto battezzato, e ne volle egli stesso essere 
il padrino, facendogli imporre il nome di Carlo, per 
somma buona fortuna del pastore ; poscia donò 
alla madre cinquanta dobble di oro, e duecento 
scudi al bambino, al quale inoltre fé' assegna- 
mento d'una penzione d'altri scudi venticinque al 
mese pel suo mantenimento, però che fesseli pa- 
gata fin che pervenuto fosse all'età di anni sette, 
quali elassi, ordinò che venisse condotto in Corte 
per esservi educato, 

< Il 17, essendosi già calmato il mare si pre- 
parò il tutto per r imbarco di S. M, ; conciossia- 
chè volea ella senza meno ritrovarsi in Messina il 
seguente giorno de' 18 a cagione che impazien- 
temente veniva da' Messinesi attesa. Ordinossi 
quindi alle galee della flotta spagnuola nel porto 
di Messina, a trovarsi nel di seguente di buon'ora 
nella marina della Città di Scilla, ove contava 
trovarsi nei primi albori, e dopo il desinare por- 
tarsi a Messina. Li Scillitani sorpresi per tale no- 



CAPITOLO SESTO 227 



tizia, e pieni di contentezza, si apparecchiavano 
col Principe Ruffo, in quel castello a ricevere il 
re, che dai sindici ed eletti della città provveder 
d'ogni genere di viveri la piazza per servizio della 
Corte del Re, ed altri preparativi, fuochi, ponte 

per sbarcare 

« Il 18 marzo, dopo preso qualche ristoro, si 
parti con tutta la Corte e sèguito^ dalla terra di 
Palmi, al sommo ben soddisfatto de' ricevuti trat- 
tamenti, e divozione dimostrata da quei naturali* 
Montò adunque la M. S. nella marina di Palmi 
su di una ricca gondola, che seguita venia da 
novanta e più filuche tutte ripiene, e di Perso- 
naggi di Corte, e di paesani di Palmi, che di mol- 
ti Signori del consaputo Senato, e Nobiltà di Mes- 
sina, ch'eransi da mano in mano portati nella 
suddetta terra per inchinarla, ed insiememente 
accompagnarla fin entro la lor Città. Erasi già la 
Eegal gondola prosperamente incaminata alla vol- 
ta del porto di Scilla; ma sulla dubbiezza, che il 
mare potesse nuovamente divenir orgoglioso, come 
già incominciava qualche certo indicio a dimostra- 
re, mutò tosto il re pensiero, e stimò miglior par- 
tito con consiglio degli esperti piloti di passare 
dalla gondola sopra la galea Capitana di Spagna, 
che con altre tre di seguito era già uscita dal 
Faro a tenor degli ingionti comandi ad incontrar- 
lo, e con esse galee, senza toccar altra terra, pas- 
sar finalmente in Messina, ciò che fu in un tratto 



228 PALMI^ 8EMINARA E GIOIA-TAURO 



effettuato. Scilla n'ebbe rancore per l'avverso fato, 
quindi il Principe dì Scilla messosi su di una fi* 
luca insieme col suo primogenito Conte di Sino- 
poli, e suo ospite il Marchese d'Oyra per servire 
il re. Ciò fu di sprone ai Scillesi, e praticaron lo 
stesso e così molte barche piene raggiunsero at- 
torno alla galea Capitana; ed è notevole che cin- 
que delle mentovate barche, senza lo esservi entro 
uom di sorte alcuna, ben viddersi tutte di donne 
ripiene^ le quali parte magistrevolmente regolan- 
do i timoni, e nello stesso tempo a tutto potere 
remigando, non ristettero finché giunsero per or- 
dine dello stesso Principe Ruffo, fin sotto la poppa 
della Regal galea, ove la M. S. in mezzo a' suoi 
Qrandi con volto ilare e giocondo sedea, ed altra 
porzione di esse con istrumenti musicali nelle ma- 
ni posersi per iusino al luogo del disimbarco conti- 
nuatamente a suonare, e cantar le sue lodi, che in 
ogni strofa sempre terminate veniano dal viva vi- 
va il re . . . ». Il re don Carlo, sbarcò nello stesso 
giorno al Salvatore, monastero dei Basiliani di 
Messina, e fu salutato da salve di artiglieria e da 
altre mani testazio ni di gioia. Il giorno appresso 
(19 marzo), fece l'entrata solenne in Messina; e 
recatosi poscia a Palermo (19 maggio), colà ad- 
dì 3 giugno 1735, e quindi appena diciottenne, 
fu nel duomo unto e incoronato con fasto straor- 
dinario, assumendo il titolo di Re Carlo VII ; ma 



CAPITOLO SESTO 229 



egli volle continuare a chiamarsi Carlo III di 
Borbone (1). 

Questo re munificente, « al sommo ben soddi- 
sfatto de' ricevuti trattamenti, e divozione dimo- 
strata dai naturali di Palmi », confermò a questa 
città, nel marzo dell'anno 1735 il privilegio del- 
l'antico suo mercato, accordatole da Filippo IV, 
fin dall'anno 1636, e le concesse inoltre il privi- 
legio dell' arie della seta e della lana (2). 

Nel tempo in cui il re don Carlo dimorò in 
Palmi, la maggior parte dei giorni furono da lui 
passati andando a caccia, e di preferenza nelle 



(i) P. Colletta, op. cit,, tom. I, I. I, e. II e III. 

(2) Per memoria di tali privilegi, concessi pure da Ferdinando IV, 
nel 1773* venne fatta la seguente iscrizione, sur una lapide di marmo, 
nel 1805, la quale ancora esiste in Palmi, presso la famiglia Napoli: 

D. O. M. 
Ferdinando IV Utriusque Siciliae Hierusalem, & e. & e. Regi 

Emporium Hoc 
A. Fhilippo IV. Anno MDCXXXVI ConcessìT 
Confirmatumq. Anno MDCCXXXV. Dum In Hac Palmarum. 
Urbe Per XIV. Dies Mora Fecerit. Meandi Causa Siciliam Ultra Faru 

A Carolo Borbonis Fuit Mense Martio, 

Plurimaq: Privilegia, Nobilis Lanifìcii, Consulatusque 

Sericiae Artis, A. Piissimo Ferd. IV. 

Anno Incar. Dni. MDCCLXXIII Concessa 

Merito 

Tribuni Aerarii, Decurionesq. Palmenses 

lura Omnia, Portulaniae, Doghanae Terrestris 

Bajulatus, Catapaniae, Proventuumq: 

Localis Curiae, Emptionis Titulo Adquisita 

(Etsi Terraemotus Diei. V. Febr. MDCCLXXXJII Fregit Simil.it Marm.n) 

Scalpi An: Repar. Salutis MDCCCV. Per Aevum Custodienda 

In Silice Cura ver unt 
U. I: D. D. Antoninus Napoli ex nob. ) e ^ * 
Not. D. Nìcolaus Zappone e pop. ) ' ^ 



230 PALMI, 8EHINARA E GIOIA-TAURO 

aperte e amene campagne, allora incolte, fra la 
contrada S. Filippo^ il fiume Petrace e la riviera 
di Pietrenere ; tanto che al colle più alto in que- 
sto territorio, fu perciò dato il nome Lo Terzo o 
Lo Re e, più comunemente. Monte Terzo. — E' tra- 
dizione inoltre che, un giorno^ mentre il re don 
Carlo trovavasi a caccia, un suo falcone dei più 
prediletti, prese il volo verso le vicinanze di Pal- 
mi ; e avendo mandati i falconieri a ricercarlo, fu 
esso ritrovato e ripreso presso l'abitato, ove esi- 
steva una chiesa e un angusto convento in ab- 
bandono. Don Carlo in ringraziamento alla SS. 
Madre di Gesù, per avergli fatto ricuperare il fal- 
cone, dispose che questa chiesa, la quale si chia- 
mava S. Mariae de Assisae^ seu uccéllatorum^ e 
volgarmente S. Maria Cer atolli (1), fosse riedifi- 
cata più degnamente. Essa, in quel tempo, aveva 
per procuratore il reverendo sacerdote D. France- 
sco Sbarbato ; e fino ad or son due anni circa, 
si osservava ancora, abbandonata e con le mura 
tutte screpolate e in parte dirute per le scosse dei 
terremoti del 5 febbraio 1783. 

Durante la dimora di Carlo III di Barbone in 
Palmi, Nicola Grassi, appartenente ad una delle po- 
che famiglie nobili che esistevano in questa città, 
non tralasciò mezzo, nò si lasciò sfuggire occasione 
per manifestargli e provargli la grande divozione 



(i) Vedi la nota i, a pag. 152, nel cap. IV. 



CAPITOLO SESTO 231 



e fedeltà che e^^li nutriva per lui: sicché don Car- 
lOf in riconoscenza ed in rimunerazione, dappoi- 
ché aveva ricevuto anche ospitalità e fastosi con- 
viti dal Grassi, gli offrì il posto di comandante 
della cittadella di Messina ; ma il Grassi rinunziò 
a tale onorifico e alto incarico^ e chiese invece 
che la sua abitazione godesse il privilegio della 
immunità locale di asilo, cioè che non potesse es- 
sere arrestata qual si fosse persona, la quale, ol- 
trapassando il piccolo torrente, che separava la 
sua casa dal resto dell'abitato (1), venisse a chie- 
dergli asilo o protezione. Il re Carlo concedè 
quanto il Grassi chiedeva, e immediatamente gli 
fece estendere il decreto: il quale fu goduto da 
don Nicola, e in seguito^ dal suo unico figliuo- 
lo don Pasquale, fino al 1806, in cui, con la oc- 
cupazione dei Francesi, furono aboliti siffatti pri- 
vilegi feudali. 
Circa la istituziotie delle parrocchie in Palmi, 



(i) Nel sito del casamento, che sorg^e verso il lato di mezzogiorno 
della Piazza Canali, e che ancor oggidì è posseduto dai discendenti 
della famiglia Grassi, si trovava il palazzo di questa famiglia, al tem- 
po di Carlo III di Borbone. Il terremoto del 5 febbraio 1783, il quale in 
Palmi non lasciò pietra sopra pietra, distrusse fino al suolo anche que- 
sto edtfizio ; e con esso crollò pure una chiesetta dedicata a San Se- 
bastìano^ la quale sorgeva accosto alle mura di questo palazzo, dal 
lato di ponente, ed era posseduta dai Grassi, 1 quali vi avevano una 
ampia tomba, ricoperta da una lapide con lo stemma di famiglia ed 
una iscrizione. Questa lapide, in seguito, fu dal padre spirituale cano- 
nico Cotronei situata nel pavimento, presso l'entrata della chiesa, detta 
Oratorio della congregazione del SS» Rosario, ove ancora esiste. 



232 PALMI, SEMINAR A E GIOIA-TAURO 

8i è ricavato da alcuni documenti dell'archìvio 
vescovile di Mileto, e principalmente dal mano- 
scritto dell'arciprete Uriele Napolione, cioè, dalle 
sue inèdite Memorie per la Chiesa Vescovile di 
Mileto (1779), che « la cura delle anime di Pal- 
mi dipendeva da una sola parrocchia, intitolata a 
S. Nicola, la quale veniva amministrata da due 
Rettori ; il primo de' quali, che aveva titolo di 
Arciprete, percepiva cinque sesti delle rendite, e 
il secondo un sesto. Donde questi s'ebbe nome di 
Abate Sestuario. Cosi la trovò monsignor del Tufo 
allorché la visitò nel 1586 ; cosi era pure un se- 
colo dopo, cioè nel 1686, nel quale anno, vacan- 
do per la morte di D. Melchiorre Scaglione, pensò 
monsignor Paravicino, vescovo d'allora, dividerla 
in due, designando per sede della nuova parroc- 
chia, la Chiesa del SS. Rosario, coU'assegnare al 
nuovo parroco annui ducati cento, sulle rendite 
della parrocchia antica. Fattisi però i nuovi par- 
rochi, in seguito di pubblico concorso, quello di 
S. Nicola, che risultò D. Gio. Batt. Lacquanitì, si 
oppose alla dismembrazione, e fattane causa in 
Roma, ne ottenne favorevole decreto. Continuò, 
dopo tal fatto, ad esser sola in Palmi la parrocchia 
di S. Nicola, sino all'anno 1733; nel quale anno 
essendo vacante per la morte dell'Arciprete D. An- 
tonino Soriano, fu dismembrata da monsignor Er- 
cole Michele Ajerbi d'Aragona, il quale ne formò 
tre parrocchie, istallando le altre due, cioè quella 



CAPITOLO SESTO 238 



del SS. Rosario, che comprendeva i rioni lo Sai-- 
valore et Murarella seu li Canali^ e laltra di S. 
Maria del Soccorso^ che comprendeva il quartiere 
Carlopoli. E soppressa la carica di Sestuario, di- 
vise le rendite dell'antica parrocchia ai tre par- 
rechi. Tutto ciò fu eseguito con decreto del detto 
vescovo, dato in Palmi, il giorno 30 di maggio 
dell'anno suddetto ». 

Nell'anno 1664, fu istituita in Palmi una con- 
gregazione, sotto il titolo del Purgatorio oppure 
del Sacro monte delle cinquanta messe^ con la se- 
de nella chiesa matrice di S. Nicola di Bari. I ca- 
pitoli di questa congregazione vennero confermati 
e sottoscritti dal vescovo di Mileto, Diego Casti- 
glione Morelli, addì 28 ottobre dell'anno sopraddet- 
to: i quali furono alquanto modificati, il 27 no- 
vembre del 1696 ; e in essi era detto esplicitamente 
che i sacerdoti addetti a celebrare le messe per i 
confratelli e le sorelle defunti, come pure il pro- 
curatore e i collettori dovevano essere, e come 
sempre si costumò, cittadini di Palme, cioè nati 
in Palme ». In seguito, addì 27 maggio 1733, il 
vescovo di Mileto, Ercole Michele Ajerbi d'Arago- 
na, in actu visitaiionis^ istituì con le rendite di 
questa congregazione, dieci cappellani, in auxilium 
parrocorum ; e il terzo giorno del mese consecu- 
tivo, aggiunse a questi, altri quattro cappellani, 
ì quali erano stati lasciati in testamento dall'abate 
sestuario Bartolomeo Guido, nell'anno 1726. Inol- 



234 PALMI, 8EHIKARA E GIOIA-TAURO 

tre, con bolla pontificia del dì 28 agosto 1738, 
vennero aggregate ancora le altre due cappellanie 
della chiesa di S. Maria dell'Uccellatore; della 
qaale, in tal' epoca, erano cappellani vitalizi! D. 
Antonino De Ambrosio Fontanarosa, celebre pre- 
dicatore, e D, Placido Fiore. 

Come si ebbe un numero sufficiente di cappel- 
lani, il clero e le autorità della città di Palmi si 
adoperarono a che queste cappellanie fossero ele- 
vate a Collegiata con le due dignità di arcidia- 
cono e decano ; e i cappellani, che dovevano esser 
nati e battezzati pure in Palmi, fossero passati a 
canonici insigniti, « per maggior onore di questa 
chiesa, e decoro di questa Città. Laonde >, secon- 
do il dire dell'arciprete don Bruno Trifiletti (an. 
1739), « rEccellentìssimo Sig. D. Scipione Spi- 
nelli Savelli, Principe di Cariati, utile padrone di 
Palmi, ecc.^ per sua benignità, bontà e clemenza, 
e pieno di paterno zelo, per vedere insigniti detti 
Cappellani, si è degnato, siccome fece, d'esporre in 
Sagra Congregazione, memoriale a suo nome, as- 
serendo le fondazioni fatte di dette Cappellanie^ 
cercando la conferma di esse^ e medesimamente 
esponendo volere insigniti coll'abito canonicale li 
RR. Cappellani di esse, per quareffetto di già ne 
ottenne a lode del Signore la grazia, prò relation 
ne ». Sicché addì 25 agosto 1741, il vescovo di 
Mileto, Marcello Filomarini, eresse l' insigne Col- 
legiata di Palmi, avendone ottenuta da Benedetto 



CAPITOLO SESTO 285 



XIII la pontificia bolla col datura octavo kalendas 
augusti MDCCXLI (1). 

Dall'anzidetto memoriale del principe di Cariati, 
Scipione III Spinelli Savelli, e del clero e popolo 
di Palmi, col quale veniva supplicata S. Santità 
Clemente XII, a fine di ottenere che la chiesa ar- 
cipretale di questa città fosse elevata a collegia- 
ta , e segnatamente dalle informazioni e schiari- 
menti, richiesti a tale proposito dalla Santa Sede 
al vescovo di Mileto, Marcello Filomarini ( anni 
1739-1741), è che noi abbiamo rilevate queste 
notizie, che brevemente esponghiamo: ma per me- 
glio e più estesamente dare una descrizione circa 
lo stato, invero floridissimo, della città di Palmi, in 
tal'epoca, trascriviamo qui appresso fedelmente le 
deposizioni più importanti, registrate nella suddetta 
inchiesta, cioè quelle dei testimoni seguenti, citati 
dal cursore della curia vescovile di Mileto, nel 
marzo dell'anno 1740. 

Deposizione dell'arciprete D. Bruno Trifiletti: 
€ ... Io esercito la cura delle anime di questa cit- 
tà da sette anni a questa parie. ... La cura delle 
anime in questa città non si esercita da me solo, 
ma da due altri parrochi stabiliti colla dismem- 
brazione di rendite fatta dalla mia Chiesa Arci- 



(i) V. Capialbi, Memar. per servire alla storia della s, chiesa mi- 
letese^ Cronologia dei vesc, pag. 90; Dom. Taccone-Gallucci, op. cit.^ 
part a.*, pag. 153. 



236 PALMI, SEMINÀRÀ E OIOIÀ-TÀURO 

pretale e Madre di tutte le altre, sotto il titolo di 
S. Nicolò Vescovo, e sì sono formate due Parroc- 
chie con distretto. L'una parrocchia s' intitola S. 
Maria del Rosario, l'altra Immacolata Concezione 
di S. Maria del Soccorso, ed i Parrochi saddetti, 
secondo la forma della dismembrazione, debbono 
nel giorno di S. Nicola presentare cerei in segno 
di soggezione alla Chiesa Madre, e intervenire 
nelle feste solenni e processioni, secondo è stabi- 
lito nella forma della saddetta dismembrazione. 
Oltre di essi Parrochi, cooperano pure in buona 
parte alla cura delle anime, sedici cappellani, i 
quali sono stati costituiti con le rendite di una 
Congregazione sotto il titolo del Purgatorio, col 
pieno consentimento di tutti li confratelli e sorel- 
le, e colle alte solennità che costeranno alla Ye- 
scovil Curia, . . . Monsignor Vescovo Aragona, di fe- 
lice memoria, avendo considerato che per la co- 
spicuità della mia Chiesa Arcipretale, edificata ve- 
ramente con buona struttura e semetria, per la 
frequenza del popolo e accrescimento del divin 
culto nelle sagre funzioni^ ed aiuto delle anime, 
erano necessarii più e scelti Ministri , costituì 
quattordici Sacerdoti, i quali officiassero nel Coro 
a guisa di Canonici della Cattedrale, et aiutassero 
nella cura delle anime^ secondo la forma della C6^ 
stituzione delli medesimi Cappellani. Neil' anno 
passato poi con facoltà Apostolica furono uniti 
altri due Cappellani della Chiesa di S. Maria del- 



CAPITOLO SESTO 237 



rUccellatore, e per quanto io bo sin'ora osservato 
hanno lodevolmente adempito al loro uffizio^ e si 
è sperimentato , e tuttavia si sperimenta molto 
giovevole la loro cooperazione et assistenza in 
tutte le cose prescritte nella loro Fondazione. . . . Ol- 
tre di detti Cappellani, vi sono sacerdoti secolari 
da circa cinquantacinque, e cherici circa quindi- 
ci. .. . Ci è anche un Convento di PP. Riformati di 
S. Francesco, che è delli migliori della Provincia, 
e vi convivono di famiglia, cioè dodici sacerdoti, 
ed altrettanti laici professi. . . . Oltre della Chiesa 
Arcipretale e due Parrocchiali, vi sono dentro e 
fuori il recinto della Città, più altre Chiese, man- 
tenute e servite con tutta la decenza e proprietà, 
e ben 'anche frequentate, perchè il Popolo è assai 
inclinato alla divozione, cioè dentro il recinto vi 
sono Chiese numero cinque, cioè la Chiesa del 
Purgatorio, la Chiesa del Carmine, la Chiesa di 
S. Rocco, la Chiesa di S. Filippo, la Chiesa di S. 
Sebastiano, ed altre che sono fuori di detta Città, 
al numero di sei, cioè la Chiesa di S. Fantino, la 
Chiesa di S. Leonardo, la Chiesa di S. Maria, la 
Chiesa dello Spirito Santo, la Chiesa di S. Gior- 
gio, e la Chiesa di S. Elia Del numero delle ani- 
me di tutte tre le dette Parrocchie: la Chiesa Ma- 
dre fa il numero di anime tre mila e seicento in 
circa. ... La Parrocchiale del Soccorso fa il numero 
di anime seicentosettanta in circa ; la Parrocchiale 



238 PALMI, 8BMINABÀ E OIOIÀ-TÀURO 

del SS. Rosario fa il numero di anime circa due- 
mila. In tutto, anime 6270 >. 

Deposizione di D. Giuseppe Antonio Lacquani- 
ti: «... Io gli uffici che ho esercitato in questa 
Città sono anni addietro; propriamente nel 1713, 
secondo il mio ricordo, fui Sindaco ; anni addie- 
tro pure fui Sf astro giurato, ed Erario, e nel cor- 
rente anno sono ancora Sindaco. . . . Quel che ho 
sperimentato io, e conosciuto nel mio passato Sin- 
dacato, e nel presente, intorno alla qualità delle 
famiglie, loro beni colli quali vivono, stato della 
Città in quanto al modo di vivere, e loro culto, 
si è che questa nostra Città è per grazia di Dio 
ben popolata ; vi sono delle famiglie nobili che 
vivono di loro rendite, a torno quattro, cinque, 
sei e settecento ducati di entrata annualmente, 
numero circa venticinque ; famiglie civili di minor 
grado, che pur si aiutano con rendite e con qual- 
che industria, numero cinquanta. Fuòchi cinque- 
centocinquantaseì, per li quali si paga alla Regia 
Corte, oltre di quelli che dalla medesima sono ri- 
lasciati. Dottori di legge, numero dodici ; Dottori 
fisici, numero quattro ; Chirurghi numero quattro ; 
Speziali, numero tre ; Notari Regi, tre, ed uno 
Apostolico ; Giudici ad contractns^ due ; Mercanti 
di varie sortì di merci, che tengono bottega aper- 
ta, ed altri che traftcano mercantilmente, impie- 
gando danaro a nogoziazioni, in tutto circa nu- 
mero venti ; oltre circa sei altri, che vendono 



CAPITOLO SESTO 239 



merletti e tele: artisti di varie sorti, cioè fucilieri, 
numero due; barbieri, numero dieci; sartori, scar- 
pari, ferrarì, fabbricatori, falegnami, in tutto circa 
numero cinquanta. Ci sono Padroni di feluche, 
che attendono a viaggiare per trafico di merci, 
numero quindici in circa ; e li altri x^ittadini tutti 
8i aiutano a vivere comodamente, applicati, chi 
ad arare le campagne, chi a zapparle, e ciascuno 
rispettivamente industriandosi secondo la propria 
abilità, essendovi anche molti che attendono alla 
vettura di robe con loro proprie cavalcature. Il 
modo di vivere in quanto alle tasse universali, si 
pratica tassare ducati quattro e grana novantadue 
a testa, cioè a questa ragione hì va ratizzando 
respettivamente ai Cittadini, sin tanto che si fa 
la somma necessaria a pagare la Regia Corte, in- 
sieme con le Gabelle sopra la farina, pesce e car- 
ne. Per l'amministrazione dell'Università si elig- 
gono annualmente un Sindaco de' Nobili, che so- 
no io, un altro Popolare o de' Cittadini, un Eletto 
de' Nobili, ed un altro Popolare o de' Cittadini; 
e si provvede all'Annona, ed alle cose necessarie 
del vivere, che qui si mantengono con molta ab- 
bondanza, trovandosi da undici macelli, ed altret- 
tanti macellatori ; botteghe di robe commestibili, 
tanto nel tempo di grasso, quanto di magro, cir- 
ca numero ventiquattro ; taverne, numero quattro ; 
panettieri, numero dodici, mentre questa, nostra 
Città, per grazia del Signore, si va regolando con 



240 PALMI, SEMINÀRÀ E GIOIA-TAUHO 

tutto il buon modo, che si osserva nelle altre mi- 
gliori Città della Provincia, così per il numero 
delle persone qualificate de' Cittadini, che compa- 
riscono e trattano bene, come anche per la nota- 
bile popolazione della Gente Forestiera, che gior- 
nalmente concorre in gran numero, essendoci an- 
cora due Ministri Regi, cioè un Cassiere per la 
spedizione delle sete, ed un altro per quella del 
ferro ; ed oltre di ciò, che è di considerabile nella 
struttura e buona direzione degli edificii d^lla me- 
desima vi si trova un fornito Palaggio dell'Eccel- 
lentissimo sig. Principe di Cariati, Padrone della 
medesima: il quale, quado viene in questo suo Sta- 
to, ivi sempre suole dimorare. Ci è ancora una 
buona piazza, posta in quadro, e quasi un conti- 
nuo Mercato, nel quale vi concorrono da quasi 
tutta la Provincia, le Genti a condurre vettovaglie, 
e vi è anche il continuo trafico per la Sicilia, dove 
con poche ore di viaggio per mare, comodamente 
sì arriva: ed oltre li sopranotati artefici, vi sono 
due altri che lavorano argento ed oro. . . . Ciò che 
ho deposto io a V. S. R."* , lo possono anche de- 
ponere li miei Sindaci antepassati, e specialmente 
il gig. D. Pietro Morone, D. Nicola Grassi, D. Fran- 
cesco Antonio Lupari ed altri ». 

Deposizione di Paolo Aversa: «... Io fo profes- 
sione di Mercante di panni fini di lana per vesti- 
re, di drappi di seta, di droghe e varie merci, man- 
tenendo a questo effetto una pubblica bottega in 



CAPITOLO SESTO 241 



questa Città, ed esercito questa professione da tre 

anni a questa parte In detta Piazza di questa 

mia Patria, oltre di me, vi sono altri dieci Mer- 
canti con botteghe pubbliche aperte, di panni di 
lana, drappi di seta, drogherie ed altre sorti di 
mercì^ ed oltre di questi che smaltiscono dette robe 
nelle dette botteghe, vi sono più di otto altri N^ 
gozianti, i quali traficano dette merci, portandole 
da Città estere di negozii, dico che mandano essi 
il loro danaro in Sicilia, Livorno, Marsiglia e Na- 
poli, ai loro Corrispondenti, e da ivi imbarcandosi 
dette merci, si portano qui, dove le vendono a 
Noi, e ad altri Mercanti di questa Provincia ; men- 
tre questo nostro Paese è un luogo, nel quale per 
' grazia di Dio vi sono più persone opulenti, le quali 
impiegano il lor danaro non solo in questa sorte 
di Mercanzie, ma in ogni altra negoziazione, e ad 
estinguere tratte, o siano rimesse di danaro da 
Mercanti esteri, in caricamenti di ogli,- ed in tutto 
quel che lecitamente può farsi, stante la comodità 
del mare, opportunissima al commercio, e di più 
essendovi nella nostra Piazza quasi un continuo 
Mercato Franco, nel quale quasi tutta la gente di 
questa Provincia concorre a portar grani, ed altre 
sorte di viveri, posso dirvi con verità che quasi 
la maggior parte de' nostri cittadini sono Mercanti 
nello stato loro, perchè ognuno cerca industriarsi, 
comprando e vendendo giornalmente, e per queste 

i6 — De Salvo, Palmi, Seminara e Gioia-T. 



242 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

ragioni, e per Tabbondanza del Territorio qui si 
vive comodamente: la Gente comparisce ben ve- 
stita, stan teche Io ed altri Mercanti, che esercita- 
no la mia professione, smaltiamo convenientemente 
le robe. Accresce ancora Topportunità del trafico 
e dal negozio, Tesservi qui fissa la Cassa del Fon- 
daco del ferro, e della seta, nelle quali si fanno 
le pubbliche spedizioni per la Regia Dogana di 
Napoli , tanto per le robe che nascono in que- 
sta Città , quanto delle altre che concorrono 
dalla Provincia. Vi sono ancora dieci altri Mer- 
canti nella Piazza, che vendono tele fine e mer- 
letti; onde, come vi ho detto, per queste ragioni 
e facilità di comercio, anche per le strade assai 
agevoli, e piane per terra, e vicino imbarco per 
mare, dove spessissimo approdano Navi forastiere 
cariche di mercanzie^ e ne esportano ancora al- 
trove delle nostre, questa nostra Città vien repu- 
tata comunemente, non solo da Noi Cittadini, ma 
anche da' B^orastìeri, tra le più comode e cospicue 
della Provincia; e questo è quanto posso dire a 
V. S. R."" , àopra della mia coscienza. . . . Quanto ho 
deposto io per essere evidente ad ognuno di questa 
Città, credo che se saranno dimandati anche di- 
ranno lo stesso, e specialmente il sig. Domenico 
Guido, Sig. Antonio Calojaro, Sig. Tommaso Sas- 
so, Sig. Michele Guido, Sig. Pietro Calogero, Sig. 
Antonino Marchese, che sono tutti Mercanti co- 
me sono io. . . ». 



CAPITOLO SESTO 243 



Deposizione di Domenico Guido: e ... La mia 
professione è di faro il Mercante, e l'ho esercitata 
sin da nove anni a questa parte, e ritengo a que- 
sto effetto nella mia bottega varie sorti di panni 
di seta, di lana. . . . Oltre a me tì si trovano in 
questa Città altri dieci Mercanti di panni, li quali 
mantengono pubbliche botteghe con simili mer- 
canzie, consistentino in drappi, panni di lana, ed 
altre cose. Oltre alli medesimi Mercanti che ten- 
gono le botteghe pubbliche, vi sono degli altri, 
ascendenti al numero di nove in circa, che fan 
portare le robe mercantili da Paesi forestieri a 
loro spese, e poscia le vendono a Noi, e ad altri 
concorrenti di questi Paesi convicini: vi sono an- 
cora molte altre persone mie paesane, le quali 
applicate ad altri negozi!, anche fanno lo stesso, 
comprando grani, oglio ed altre sorti di biade, 
poi li smaltiscono nella medesima Città, o pure 
caricano le navi, che di continovo vengono al 
nostro lido, a tal fine, portandone ancora loro al- 
tre merci e robe comestibili, che servono per uso 
di questa nostra Padria; per lo che tanto per le 
suddette negoziazioni, che da' Paesani si fanno, 
quanto per le altre che pure fanno li Forestieri, 
posso dire con verità a V\ S. R."* , che qui si vie- 
ne con tutto comodo, massimamente per lo Mer- 
cato continovo, che vi si trova per ben due volte 
la settimana, nel quale convengono le Genti di 
tutta la nostra Provincia, portandone ogni sorta 



24i PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAUBO 

di roba comestibile. senza patir incomodo neirac- 
cesso, che fanno, essendone le strade comodissimo 
perchè piane. Il terreno poi è cosi fertile, che se 
pur non verrebbe roba di fuori, qui non si sentirà 
patimento di vivere, perchè abbonda di tutto, co- 
me: grano, vino, olio, legumi, seta ed ogni altra 
sorte di roba, che bisogna al vivere umano. La 
gente poi non è inferiore all'altre Città, nel ve- 
stire, imperocché tutti vestono panni di lana, e 
seta, che prendono dalle nostre botteghe ; come 
infatti ben due e tre volte l'anno fa di mestieri 
provederci di panni, per lo continovo smaltimento 
delli medesimi. Aggiungo ancora a V. S. R."*, che 
oltre a Noi Mercanti di panni, ed a quelli altri, 
che negoziano di fuori, vi si trovano da dieci 
Mercanti che vendono merletti, tele d'Olanda^ ed 
orlette fine, che servono per uso e comodo di que- 
sta nostra Città, e d'altri Forastieri. Vi si trova 
ancora il fondaco seu cassa del ferro, e della seta, 
in cui si fanno pubblicamente le spedizioni per 
Napoli. Come puro vi sono duo botteghe, nello 
quali si vendono pubblicamente cristalli d' ogni 
sorte, e vetri d'ogni maniera fatti. In somma questa 
nostra Padrìa può dirsi, come in fatti tutti li Fo- 
rastieri l'attestano, tra le più Padrie comoda, e ce- 
lebre di quante ne sono nella Provincia. Dico me- 
glio che li Mercanti che ho detto dieci mantener 
bottega nella nostra Padria, sono tre di panni, 



CAPITOLO SESTO 245 



drappi, ed ornamenti di abiti, altre sette di dro- 
ghe e merci. . • > • 

Deposizione di Francesco Fiorillo: «... Io sono 
venuto alla ubbidienza, perchè il Cursore di V. 

8. R."*' , mi citò di suo ordine Io suppongo chtì 

sia per deponere sopra la recognizione da me fat- 
ta d'ordine di V. S. R."', circa la situazione e 
struttura ed ampiezza di questa Città e della chie- 
sa Arcipretale della medesima. ... Io sopra tutto ciò 
che' V. S. R."* , mi comanda posso dire con veri- 
tà, che di ordine suo^ essendo andato assieme con 
Maestro Domenico Repace anche Maestro Fabbri- 
catore, abbiamo girato a torno questa Città, ed 
osservato distintamente gli Edifizii nelle strade 
maestre, e maggior parte delle strade private, ho 
considerato secondo Tarte mia, che il ristretto, o 
sia circuito di detta Città sia a torno, a torno cir- 
ca quattro miglia, e più; e posso aggiungere se- 
condo lo stato presente, e secondo la sperienza che 
ho per la dimora, che ho fatto sin da dodici anni 
continui in questa città, la sua ostensione si va 
tuttavia aumentando così per la fecondità, e co- 
modità de' naturali cittadini che ^i moltiplicano, 
e giornalmente edificano nuove case, come anche 
per la concorrenza de' forastieri, che allettati dal- 
l'amenità del suo sito, e dalla comodità del vivere, 
spesso qui si riducono a far casa. Gli edifizii, tan- 
to quelli de' più antichi, quanto gli altri, che 
giornalmente di nuovo si fabbricano, sono buoni 



246 PALMI; 8EMINARÀ E OIOIÀ-TAURO 

Palazzi con più appartamenti, regolati ad uso di 
quelli che si trovano per le naigliori Città di que- 
sta Provincia, per la quale sono assai pratico. Ci 
è anco un ben designato Mercato, ed una buona 
Piazza con edificii di bolla struttura che la cir- 
condano ; le strade maestre sono ampie, e gli edi- 
ficii laterali con buona semetria fatti La Chiesa 
Arcipretale è ben grande, di vaga struttura, ed 
ottimo diseguo, e si trova ancora formato un Coro 
di legname comodo, e polito, in modo che dopo 
la Chiesa Cattedrale di questa Diocesi, questa è 
tra le più, belle dell'altre, che si trovano nella me- 
desima. Nel mercato ancora si trova una ben di- 
segnata Fontana, per la quale scorre abbondante 
acqua, ed oltre di questa, dentro la Città e fuori, 
vi sono altri fonti. E tutte queste cose io le so, 
perchè da dodici anni continovi ha che vi dimo- 
ro nella medesima Città, e cotedianamente fabbri- 
co edificii nella suddetta . . . » . 

Deposizione del dottor fisico Saverio di Fiore: 
«... La mia professione è di fare il Medico, e lo 
esercito da tredici anni a questa parte . . . sempre 
in questa Città principalmente, ed alle volte quan- 
do son chiamato, esco fuori nelli convicini. ... Io 
in tutto il corso di detti anni per esatta esperien- 
za che ho fatta secondo le regole di mia profes- 
sione, ho osservato, e cotidianamente osservo in 
quanto alla costituzione dell' aria di questa mia 
Padria, che si può dire con sicuiezza, buona e 



CAPITOLO SESTO 247 



temperata, stante le abitazioni sono situate in una 
distanza proporzionata del vicino mare, e della 
imminente montagna ; è agitata misuratamente da 
venti salutiferi ; non vi sono attorno, né vicino 
ad essa, laglii, né acqua stagnante, ma fonti pe- 
renni di buone e perfette acque. La costituzione 
de' corpi umani è di una proporzionata corpora- 
tura, e di un giusto temperamento, e valido ; in 
modo che ordinariamente si vive fino alli sessanta, 
settanta, ottanta, e più anni. Non ho sperimentato 
mai in tempo mio essersi qui contratto morbo e- 
pidemico, che possa dirsi originato da speciale in- 
fezione di quest'aria, anzi si sperimenta annual- 
mente che gente inferma, o valetudinaria d' altri 
luoghi, viene qui, e ne riceve per ordinario il be- 
neficio dell'aria, per la quale qui se ne viene E 

per questa causa ci è stato, e cotidianamente ci 
è moltiplicazione di abitatori in modo veramente 
notabile, perchè sempre più si vedono dilatare gli 

edificii Ci sono tre fornite Spezierie, e buoni 

Speziali, i quali compongono ottimi medicamenti, 
non solo per li Cittadini, ma di vantaggio per li 
luoghi convicini . . . » . 

Da queste deposizioni dunque si ha una descri- 
zione esatta e veritiera delle condizioni, in cui 
versava Palme nel secolo XVIII ; né notiamo esa- 
gerazione di sorta, quantunque i testimoni sieno 
stati naturali di questa città. E già dagli storio- 
grafi contemporanei, che ne hanno fatto parola. 



248 PALMI, SEMINAR A E GIOIA-TAURO 

rileviamo lo stato di opulenza di essa, e la sua 
crescente importanza nella provincia, sia per la 
maggiore estensione che quasi annualmente pren- 
deva^ sia per V importanza del commercio sempre 
più in aumento, oltre alla fertilità, salubrità e 
amenità del luogo della sua posizione topografica. 

Frattanto con la Pragmatica di Carlo III, del 
1738, venivano tolte molte potestà ai feudatarii ; 
ma per gli ostacoli che questi di Calabria oppo- 
sero, essa non potette essere attuata in questa re- 
gione: sicché parecchi anni dopo, trovandosi le 
cose nelle medesime condizioni di prima, venne 
nel 1742, emanato un decreto della R. Camera, 
col quale s' ingiungeva ai feudatarii di non poter 
esigere dalle Università i diritti di PortoUinia, 
Baglivo^ Peso^ Zecca e Misura^ se fra due mesi 
non si trovassero dì aver esibiti i titoli di tali di- 
ritti. Ma tutto ciò fu inutile; < tanto piii che nel 
1744, in ricompensa dei servigi resi durante la 
guerra, i diritti furono restituiti ai baroni, e la 
pragmatica, per ciò che riguarda le gravezze, ri- 
mase lettera morta » (1). 

Verso Tanno 1742, il principe di Cariati, Sci- 
pione III Spinelli Savelli, trovandosi con la sua 
famiglia nei suoi feudi di Calabria ultra, risiedeva 
con predilezione in Palmi ; e vi fece erigere nuo- 
vamente, nella piazza del Mercato^ la mezzarola 



(i) D. Carbone-Grio, op, cit,^ e. Vili, pag. 163. 



CAPITOLO SESTO 249 



di pietra. Qaivi, col darsi egli ad agevolare e ad 
aumentare il commercio, non solo maggiori esa- 
zioni venivansi a percepire dalla dogana, che era 
da Ini posseduta abusivamente ; ma ancora mag- 
giori utili si avevano dagli abitanti di questa cit- 
tà (1). 1 quali, benché a malincuore, pur si mo- 
stravano pieghevoli verso di lui, loro utile padrone ; 
tanto che nell'anno 1756, quantunque la loro u- 
niversità possedesse con pieno diritto i corpi gin-- 
risdizionali di bagliva^ dogana e calapania ; pure 
accondiscesero alla convenzione, cioè di godersi 
egli tre parti di tali entrate, e sette parti restare 
a beneficio della loro università ; ma questa con- 
venzione rimase senza expedit e senza assenso (2). 

Addi 20 febbraio dell'anno 1743, un forte ter- 
remoto avvenne in Calabria, e principalmente nel- 
la parte estrema della ulteriore ; ma senza gravi 
danni. Nel marzo del medesimo anno, scoppiò la 
peste in Messina, donde si propagò a Villa S. Gio- 
vanni^ nel giugno, e poi a Reggio, nel luglio, e 
ad altri vicini paesi, fino a Scilla, non ostante i 
rigorosi cordoni di soldati svizzeri ; e tale mici- 
dialissima malattia epidemico-contagiosa, che in 
pochi mesi spopolò i luoghi infetti, perdurò sino 
al luglio dell'anno 1746, apportando la morte a 



(i) Foliarto per la causa del Mercato di Palmi con Seminar a ^ 1760. 

(2) BuUeiHno delle Sentenze della Commissione Feudale^ ecc., Sen- 
tenze numeri 25 e 39, a di 8 giugno 18 io, n. 6, pag. 226 e 262, v. 
nell'append. Ili, in fine di questo voi., numeri 2.^ e 3.<^ 



250 PALMI, SBUINÀRÀ E OIOIÀ-TÀUBO 



più di ventisettemila pei*8one in Messina, e a cir- 
ca seimila persone in Reggio, che allora contava 
un diecimila abitanti (1). A tanta calamità si ag- 
giungevano ancora la carestia e la fame ; e a mag- 
gior sventura di Reggio, oltre del resto della Ca- 
labria ulteriore, « un altro gagliardissimo tremuoto, 
a' sette di dicembre dell'anno 1743, gittava nel 
terrore i cittadini, a' quali era tolto poter uscire 
dalle case loro a trovar salvezza. Gli edifizi però 
non ebbero che poche screpolature ; ma ne venne 
assai guasto a molti paesi di Calabria, massime 
a S. Giorgio di Polistena^ a Catanzaro, ed a So- 
riano, ove andò a lovina buon numero di case, 
ed assai persone ebbero prima sepoltura che mor- 
te » (2). 

In Palmi, l' istituto di beneficenza del Monte dei 
Pegni è oggi amministrato dalla locale Congre- 
gazione di Carità. Esso dal terremoto del 1783, 
fu distrutto, e poi, al tempo della dominazione dei 
Francesi, fu derubato dai briganti ; tanto che col 
cominciare dellanno 1831, potè nuovamente esser 
messo in attività. La sua istituzione ebbe inco- 
minciamento tra il 1749 e il 1756, per disposizio- 
ne testamentaria, lasfciata da Gregorio Rossi, addì 
9 novembre dell'anno 1737, a benefizio soltanto 



(i) L. A. Muratori, An, d* Jé., an. 1743 ; D. Spanò-Bolaui , op, ciL, 
voi. II. 1. Vili, e. I, II e III. 

(2) D. SpanòBoIani, of. et/., voi. II, I. Vili, e. II, { 2. 



CAPITOLO SESTO 251 



dei naturali di Palmi (1): se non die dal novem* 
bre del 1877 in poi, ciò non fu più osservato, in 



(i) Da un manoscritto conservato dalla famiglia Guardata di Palmi 
( 1850-58), rileviamo che, « fra le più ragguardevoli famiglie, che nel- 
la città di Palmi avevan sede, era noverata quella dei Rossi. Ultimo 
della linea maschile della stessa era D. Gregorio, nato da Scipione e 
Francesca Grassi. Questi dalla moglie I). Giulia Valensisi ebbe una 
figliuola, che fu nomata D. Anna Maria, la quale sotto Tanno 1734, 
fu sposata a D. Casimiro Coscinà, assegnandole la dote di ducati due- 
mila ; col paltò che nel caso di scioglimento di matrimonio per morte 
di D. Anna Maria, senza figli, o con figli, e questi poi fossero morti 
in età pupillare vel quandocumque ab intestato^ tutte le suddette intere 
doti fossero ritornate al D. Gregorio dotante, e suoi eredi senza ve- 
runa detrazione di Legittima, Falcidia, o Trebellianica, o in qualunque 
altro modo ; e soltanto se le accordò la facoltà di poter disporre della 
somma di ducati duecento: come si rileva da' capitoli per atti del 
magnifico Notar Placido Val Iona della città di Palmi. 

< A dì 9 del mese di novembre del 1737, D. Gregorio sentendosi 
vicino a morire, chiamò da sé il sopradetto Notar Vallona, e per mezzo 
dello stesso fece il suo ultimo nuncupativo testamento, che noi qui 
trascriviamo. . . . 

< Avendo così testato il sig. D. Gregorio Rossi, nello stesso gior- 
no, dopo poche ore, cessava di vivere ; e quattro giorni dopo, cioè 
il di 13 del detto mese di novembre, la moglie di lui D. Giulia Va- 
lensisi, la quale lo stesso giorno, tn pari tempo che aveva testato il 
marito, sentendosi male, ancor essa testava ; finiva anchessa di vivere: 
e così, secondo la volontà del testatore, si accresceva l'usufrutto del- 
l'eredità di lui, a beneficio di sua sorella D. Antonia. 

€ intanto da D. Anna M*^ Rossi erano nate due figliuole: una chia- 
mata Vincenza e l'altra D. Giulia. D. Giulia, giunta all'età di un anno, 
se ne moriva nel giorno 4 dicembre 1744. Il giorno 30 dello stesso 
mese ed anno, moriva D. Anna Maria, figlia ed erede del testatore ; 
e nel 1748, addi 31 di Luglio, trapassava ancora l'altra figlia di costei 
D. Vincenza, unica superstite. 

< Morta così D. Anna Maria Rossi, figlia ed erede del detto D. 
Gregorio ; morte anche le figlie di lei in minore età ; venne in tal 
modo ad effettui rsi il caso in cui il testatore Rossi voleva ed ordinava 
l'erezione del Monte di Pietà in Palmi. Se non che durando ancora 
in vita la D. Antonia, sorella del testatore ed usufruttuaria della co- 
stui eredità, bisognava attendere la morte di lei, perchè si potesse 



252 PALMI, 8EMINARA E OIOIA-TAURO 



virtù del nuovo Statuto Organico, ben diverso da 
quello dell'epoca della prima fondazione di esso 
Monte dei Pegni (1). 

Nell'anno 1754, morì Gioachimo o Gioacchino 
Poeta, primario Professore di Medicina ne' Regi 
Studii di Napoli e Conte Palatino^ il quale, nato 
in Palmi dal Magnifico Massimiano, vi era ritor- 
nato in seno alla sua famiglia alquanto agiata, dopo 
di aver fatti in Napoli gli studi per medico. Ora sic- 
come si distingueva e per la sua vasta cultura e 
per il suo ingegno elevato, il prìncipe di Cariati, 
Scipione Spinelli, lo prese a benvolere, e volle 
condurlo seco nuovamente in Napoli, offrendogli 
protezione e aiuti. In questa città, il Poeta ben 
presto, mercè il suo sapere, si procacciò fama e 
la stima dei dotti, massime del Galiano ( D. Ce- 
lestino Galiano^ Arcivescovo di Tessalonica^ Regio 
Cappellan Maggiore del Regno di Napoli^ Presi- 
dente del Tribunal Misto, e Prefetto de' Regi Stu- 
dii): sicché per la sua versalità, si trovò di oc- 
cupare degnamente la prima Cattedra della Fisica, 
col soldo di ducati duecento annui ; mentre Mario 
Lama napoletano, non no esigeva che centocin- 



effettuire l'istallazione del detto Monte. Ma la cennata D. Antonia, 
per secondare con più celerità la pia disposizione di suo fratello, con 
pubblico istromento del 19 febbraio 1749, rinunciò l'eredità a benefìcio 
del Monte erigendo, riserbandosi alcuni beni durante la sua vita ». 

(i) Giuseppe Impala, Gregorio Rossi ed if suo Monte di Pietà, 
Palmi tip. G. Lopresti 1876. 



CAPITOLO SESTO 253 



quanta, allorquando venne ad occuparla dopo del 
Poeta. Questi, poiché morì Nicolò Cirillo, e che 
quindi rimase vacante la Cattedra Primaria di 
Medicina Pratica, fu, nel 1732, prescelto ad oc- 
cuparla, con l'asseg^namento annuo di ducati trec- 
cento. 11 Poeta non solo insegnava Medicina Pra- 
ticOj ma teneva ancora la Cattedra di Filosofia ; 
ed era letterato insigne, matematico, oratore e 
membro dell'Accademia della Crusca: scrisse pre- 
gevoli poesie, e fu uno dei più dotii del secolo 
XVIII (1). Egli ebbe una 'figliuola, chiamata Ma- 
novel-Maria, la quale, so non ricchezze notevoli, 
ereditò dal padre una elevata intelligenza ; tanto 
che molto si distinse per la istruzione non comune 
alle donne del suo grado, ed era scrittrice valente. 
Circa le opere e il merito di Gioacchino Poeta, 
Angelo Zavarrone, nella sua Biblioteca Calabra 
sive Illustrium Virorum Calabriae, Neapoli 1758 
( pag. 207 ), fa il seguente cenno, che trascrivia- 
mo qui fedelmente, a maggior soddisfazione e gra- 

■ 

dimento del lettore: « loàcbimus Poeta Parmensis 
Primarius in Univei*sitate Neap. Medicinae Cathc* 
draticus: Vir serio Philosophus: Medicns vero ae- 



(i) Giangiu9ep|>e Origlui, Istoria dello stadio di Napoli^ IJS4% voi. 
II, lib. VI, pag. 35$, 98i e «83 ; Elia De Amato, Pamtopologia Cala- 
bra^ Nap. 1715, pag. 301 ; Giuseppe Francioni Vespoli, Itinerario per 
lo Re^no delle Due Sicilie^ 1828, part. I, v. Palmi ; Cesare Malpica, 
Dal Seòeto al Faro, 184$^ v. Palmi; Attillo Zuccagni-Orlandini, Co- 
rografia fisica, storica e statistica delT Italia^ 184$^ Supplemento al v<il. 
XI, Distretto di Palmi, VI, J 4 ; Nicola Leoni, Della Magna Grecia 
e delle Tre Calabrie, JS/ap, 1846, \o\. IV, cap. Vili. 



254 PALMI, SEXINARA E QIOIA-TAURO 

tate' nostra procul dubio uniis ex Sunimis: quein 
ut redderent, absit verbo invidia, plures conflari 
oporteret ; et denique Italicae Lioguae, et Poesìa 
Eruditissimus: Eiiinqua Acadeniiae Lìnguae Itali- 
cae, quam dicunt della Crusca nuper ferunt esse 
cooptatimi. Scripsit: De Uiilae, sive GurguHonis 
ti5M, ubi quamplurima adjiciuntur ad Bespira- 
tionem spectanlia, prodiit Neap. apud Nicolaum 
Nasum MDCCXXIX in 4.° — • Che la Natura, nel- 
V ingeneramento de' Mostri non sia né attonita, 
nò disadatta: né i Poeti gli finsero per calda, ed 
alterata fantasia, ma per uso d'artificiose allegorie, 
Ragionamento ecc. Ibid. apud eundem MDCCXLVII, 
in fol. — Delle Rime scielte di varii Illustri Poeti 
Napolitani, Tom. Il, in «^ Florentiae MDCCXXIIL 
Sumptibus Antonii Mutii: In quorum primo vo- 
lumine varia ejus Poemata Italica continentur, 
extatque ejus EflBgies laureata. — Che Vacquavita 
cavata da* vini guasti per uso di medicamenti nel- 
le Spezierie è molto pregiudiziale alla salute. Neap. 
apud eundem Nasum MDCCXL, in H."" Habet M. 
SS. — Varie lezioni accademiche recitate nel f Ac- 
cademia delle Scienze, eretta in Napoli da Mon- 
signor Oaleani Coppeìlan Maggioro, per ordine di 
S. M. — Dell'uso del Moto continuo dell'Orecchio 
delt Elefante. — Che il minorare il volume del San- 
gue per opra del Salasso non accresca la^ Circo- 
lazione di quello. Mcminerunt de Eo ciim laude 



CAPITOLO SESTO 255 



multa Lamus in Notit. Lìtterat. Florent, Ad. 
MDCCXLVIII. Et alìi ». 

Nell'anno 1759, ( 10 aj^osto ) essendo morto Fer- 
dinando VI, re di Spagna, senza lasciar prole, 
questo regno toccò in eredità a suo fratello Carlo 
III di Borbone, re delle Due Sicilie: il quale, per 
vivere in pace con gli Stati di Europa, e princi- 
palmente con TAustria, conchiuse con questa una 
convenzione, stabilendovi « che le due monarchie, 
di Spagna cioè e di Napoli, non dovessero mai 
riunirsi sotto il dominio di un solo re, tranne il 
caso in cui i due rami regnanti in questi regni, 
fossero stati ridotti ad una sola persóna; ma che 
in tal caso, appena sarebbe nato un Principe, il 
quale non fosse Re di Spagna, o successore pre- 
suntivo di questa Monarclfia, gli si avrebbono do- 
vuto ceder tosto le due Sicilie » (1). In conse- 
guenza il re Carlo, non potendo dichiarare erede 
del trono di Spagna il suo primogenito Filippo, 
perchè affetto d' idiotismo, e quindi inetto al go- 
verno dello Stato, vi destinò invece il suo secon- 
dogenito, Carlo Antonio ; e donò il regno di Na- 
poli al terzogenito, Ferdinando IV ( 6 ottobre ) : 
il quale, siccome era di otto anni appena, venne 
aflSdato ad un consiglio di reggenza, fino a che 



(i) A. Parisi, Cronologia compendiata delle Due Sicilie, Napoli 
1S35. pag. 362. 



2^ PALMI, 8EMINARA E GIOIA-TAURO 

egli raggiunse il sedicesimo anno, cioè Tetà mag- 
giore già stabilita (1). 

Intanto durante Vanno 1 763, a cagione di per- 
sistente siccità neir inverno e nella primavera, in 
Sicilia, nelle Calabrie e in gran parte del resto 
d' Italia, la vegetazione intristì, e scarsissimo fu 
il raccolto. Per la qual cosa in ogni città e teiTa 
del regno di Napoli, e principalmente nelle estre- 
me province meridionali, per provvedere l'anno- 
na pubblica, mettendo in serbo biade, frumento 
ed altre vettovaglie, s' incominciò ben presto a 
soffrire penuria d'ogni genere alimentare ; e nel- 
l'anno consecutivo, tra le espoliazioni praticate 
dagl' ingordi speculatori, e tra lo esaurimento delle 
provviste annonarie, la carestia divenne estrema, 
e la fame spaventevole: laonde si ebbe notevole 
mortalità, oltre alla calamità dei frequentissimi 
furti e delle continue turbolenze. Ma provviden- 
zìalmente il nuovo raccolto fu poi abbondante e 
riparatore, e così ritornò la pace e la salute (2). 

Nell'anno 1766, Scipione III Spinelli, principe 
di Cariati, duca di Seminara e Signore di Palmi, 
morì, per come si sospettò, di veleno ; e nei di- 
ritti su i molti feudi, da lui posseduti, gli succes- 
se il suo primogenito Giovambattista IL 



(i) P. Colletta, Storia del reame di Napoli^ Milano 1861, tom. I, 
lib. I, CAp. IV, lib. Il, cap. I. 

(3) L. A. Muratori, Coniifiuagiane agli annali d" Italia ^ an. 1764; 
P. Colletta, op, cit.^ toni. I, I. II, e. I ; D. Spaoò-Bolani, op, cit,^ 
voi. II, 1. Vili, e. IV. 



CAPITOLO SESTO 257 



Id questo medesimo anno ( 30 settembre 1766 ), 
Ferdinando IV concesse il regio assenso alla Con- 
gregazione del SS. Rosario di Palmi: la quale tro- 
vavasi già stabilita nella chiesa parrocchiale dello 
stesso titolo; ma aveva formati e assunti nuovi 
Capituli seu Regole. Le altre Congregazioni dì 
Palmi, furono fondate undici anni dopo (1777), 
con decreto del 2 giugno, per quella del Carmine ; 
del 18 novembre, per quella dell' Immacolata Con- 
cezione di Maria e del Glorioso S. Hocco, e con 
dispaccio del 24 novembre, per quella del SS. Sa- 
cramento e di S. M. del Soccorso. Ma la Congre- 
gazione del Carmine si trovava già di essere sta- 
ta € messa nuovamente in piedi dal Reverendo 
Sacerdote D. Antonio Attanà nel 1737, essendo 
Governadore mastro Gaetano Larocca ». 

In questa seconda metà del secolo XVIII, splen- 
deva in Seminara, per opere d' ingegno, più che 
per ricchezze, la nobile famiglia Grimaldi, la qua- 
le discendeva da un ramo di questo casato, che 
da Genova era venuto a trapiantarsi in Semina- 
ra (1), presso la metà del secolo XVII. Dei Gri- 
maldi di questa città, quelli che più si segnala- 
rono, furono il marchese Domenico e suo fratello 



(i) V. De Cristo, Prime memorie storiche di Cittanuova (in pro- 
vincia di Reggio Calabria ) , Potenza 1892, part. I, cap. IV. — Ri- 
portiamo da altra fonte che addì 6 marzo 1639, entrò in Seminara 
Gio. Battista Grimaldo con le sue sorelle, e vi si stabilirono. 

17 — De Salvo, Palmi, Seminara e Gioia-T. 



258 PALMI, SEMINÀRA E GIOIA-TAURO 

Francesco Antonio ; e il Oapìalbi (1), circa la bio- 
grafia del primo di questi, scrive che il « Mar- 
chese D. Domenico G-rimaldi fu figlio di Pio e 
Porzia Grimaldi, e nacque in Seminara l' anno 
1735. Ebbe altri tre fratelli, tra i quali Francesco 
Grimaldi conosciutissimo letterato napolitano ( v. 
Biografia degli uomini illustri napolitani^ tom. 2.°). 
Studiò in casa ed ebbe per guida il padre, uomo 
ricco di buon gusto ed erudito. Nella capitale stu- 
diò legge ; ebbe inclinazione alle scienze naturali 
ed economiche. Andò in Genova: si fé' reintegrare 
alla nobiltà, e ottenne la Magistratura di quella 
Repubblica. Dimorando colà, donò maggiore sfogo 
alla prediletta sua inclinazione: si applicò seria- 
mente a conoscere i metodi di agricoltura e di 
arti che specialmente riguardavano le sete e gli 
olii, e col beneplacito del genitore intraprese de' 
viaggi in Francia, in Svizzera e in Piemonte per 
istruirsi minutamente delle lodevoli pratiche agrì- 
cole di quelle contrade. Una sua memoria circa 
Terba nostrale, detta Sulla [suddha] ^ venne ap- 
plaudita dalla Società di Agricoltura di Parigi e 
di Berna, e meritò essere stampata a spese de' 
Georgofili Fiorentini. Ricco di conoscenze e in- 
vaso di patriottismo, il Marchese spedì macchine, 



(i) V. Capialbi, Opuscoli varii^ Nap. 1840, tom. I, Estratto dal ly.o 
IS del Maurolico^ 18 die. 183$, — V. Fava, Dizionario universale^ sto- 
rico, geogr, ecc., artìc. Grimaldi ; Carlo Guarna-Logoteta, Notizie 
cronistorie he di Reggio di Calabria dal ijgy al 1847^ Reggio Calabria 
1891, voi. I, part. I, cap. I, pag. 11. 



CAPITOLO SESTO 259 



sementi, agricoltori e artefici in Calabria, e col- 
Taiuto ed efficace cooperazione del buon genitore, 
non meno del figlio, dì saggio filopatrismo ani* 
mato, introdusse la coltura delle patate e delle 
carote, i prati artificiali, gli ortaggi all'uso fran- 
cese, fabbricò molini e trappeti detti alla Geno- 
vese, e la potatura regolarizzò degli ulivi. 

« Tutte queste però, e altre numerose agricole 
nuove introduzioni ed esperienze fatte a spese 
della privata sua borsa, dissestarono l'economia 
domestica del Grimaldi, e la morte del padre, e 
poscia quella del fratello Francesco infiuirono viep- 
più a darle un crollo maggiore. Imperciocché da 
pochi, da ninno seguito, esposto si vide alle op- 
posizioni, e agli ostacoli che i ricchi possessori dei 
trappeti alla paesana gli frapponevano, temendo 
che la propagazione delle novelle macchine portar 
potesse dissesto ai non piccioli lucri della loro indu- 
stria. Tanto può l' ignoranza, e il sordido interesse 
nei petti umani ! Video bona proboque deteriora 
seqtwr. E questo il carattere comune del volgo, il 
quale è tenacissimo nelle sue vecchie abitudini. 

« Il Marchese non pertanto continuava a dif- 
fondere i lumi, e insinuare le conoscenze veramen- 
te utili alla nazionale economia. Con tali vedute 
sono scritte le sue opere, le quali traspirano unito 
a savie vedute un amor trascendentale del pub- 
blico bene. Nel 1782 egli venne nominato Asses- 
sore del Supremo Consiglio di Azienda, col Pro- 



260 PALMI, 8BMINARA E GIOIA-TAURO 



Bidente (rAìello, e col soldo di ducati 50 al mese, 
fu spedito {HI aìiiinare l'agricoltura e le arti in 
Calabria, a qual' incumbenze il Marchese piena- 
mente corrispose, e si applicò a tutt'uomo a ge- 
neralizzare i trappeti alla Genovese, i lavoratori 
del nocciolo, e la tiratura della seta all'organzino. 
Nella Piana furono costruite le prime due mac- 
chine: una scuola da tirar la seta si aprì in Reg- 
gio con molta miglioria e utilità di questo ramo 
d'industria; e uno specioso stabilimento ne sor- 
gè, e perdurò per più anni in Villa S. Giovanni 
a cura della famiglia Caracciolo. Al presente [ an. 
1835] le filande si sono generalizzate nella provin- 
cia di Reggio con gran lucro di quelle popolazioni. 

« Nel 1798 il Marchese fu involuto nelle cata- 
strofi rivoluzionarie, che eran cominciate a farsi 
sentire presso di noi. Arrestato con molti altri 
gentiluomini Reggini, fu trattenuto nella prigione 
di Messina, detta la Bricaria, perchè la gotta, di 
cui era afiGlitto, non permise di esser trasportato 
cogli altri air isola di Favignana. Rientrato ai do- 
mestici lari dopo la pace di Firenze, egli si giusti- 
ficò presso del Governo, e mediante la protezione 
del Primo Ministro Giovanni Acton, ottenne il sol- 
do che gli ^ra stato sospeso ; e continuò la sua di- 
mora in Reggio, ove se ne morì a' 5 Novembre 1805. 

« Appartenne il Grimaldi all'Accademia dei Geor- 
gofili di Firenze, alla Società Economica di Berna, 
alla Società Reale di Agricoltura di Parigi, e alla 



CAPITOLO SESTO 261 



Reale Accademia di scienze e belle lettere di Napoli. 

« Pubblicò: 1.° Memoria sull'erba detta Sulla. 

« 2.** Saggio di Economia Campestre per la Ca- 
labria Ultra, Napoli 1770, in 8.^, stampato a cura 
del fratello D. Francesco che vi premise un av- 
viso agli amatori del pubblico bene. 

< 3.° Istruzione sulla nuova manifattura delVolio, 
Napoli 1773, ivi 1777 anche in ottavo con figure. 

« 4.® Osservazioni Economiche sopra la mani- 
fattura, e commercio delle sete del Regno ecc. ecc., 
Napoli 1780. 

« 5.° Piano per impiegare utilmente i forzati 
ecc., Napoli 1781. 

« 6.® Memoria sulla Economia olearia antica e 
moderna, e sull'antico Frantojo, Napoli 1783, nella 
stamperia Reale. 

« 7.° Memoria per lo ristabilimento deU indu- 
stria olearia e della Agricoltura nelle Calabrie, ed 
altre Provincie del Regno di Napoli, Nap. 1783. 

« 8.® Piano di Riforma per la Pubblica Economia 
delle Provincie del Regno di Napoli, e per V Agricol- 
tura delle Due Sicilie, seconda edizione, Napoli 1 783. 

< O.'' Relazione umiliata al Re di un disimpegno 
fatto nella Calabria Ulteriore con alcune osservazioni 
economiche relative a quella Provincia, Napoli 1785. 

< 10.^ Relazione di una scuola da tirar seta alla 
piemontese stabilita in Reggio per ordine di S. M. 
(D. G.), sotto la direzione del Marchese Grimal- 
di; e V approvazione di S. E. il Vicario Generale 



262 PALMI, SSMINARA E GIOIA-TAURO 



delle Caìahrie D. Francesco PignatelU ; Messina 
1785. Per Giuseppe DeStefano impressore, Reggio». 
Intorno alla vita e alle opere di Francesco An- 
tonio Qrimaldi, il Leoni, nelle sue Ricerche sto- 
riche della Magna Grecia e delle tre Calabrie, e 
negli Studii istorici su la Magna Grecia e su la 
Brezia (1), fa la seguente esposizione: « Miglior 
gloria aggiunse alla letteratura calabra di questo 
secolo XVIII 11 nome di Antonio Grimaldi, filosofo, 
giurisperito ed istorico, che nasceva in Seminara, 
nella provincia di Reggio, nel 1741 da una delle 
illustri famiglie italiche, un ramo della quale da 
Genova trapiantossi nelle Calabrie. Egli, senza 
fermarsi su le antiche glorie avite, o meglio, sen- 
za creder sue le glorie degli avi, volle solo pog- 
giare il nome suo su gli studii delle scienze e 
delle lettere. Fin dagli anni primi di sua infanzia 
sentiva in sé accendersi una scintilla animatrice 
che lo chiamava a grandi cose, ed egli mostrossi 
non improvvido a cotal voce di natura. In mezzo 
di ridente fortuna, che ben gli poteva rallegrar 
la vita, egli soltanto sapeva trovar diletto nella 
solitudine degli studii, onde formava la delizia e 
la speranza del suo genitore che, per aprirgli il 
cuore alla virtù e drizzargli la mente al sapere, 
volle egli stesso sulle prime ammaestrarlo. Né solo 



(i) N. Leoni, Della Magna Grecia e delle tre Calabrie^ Nap. 1846, 
voL IV, cap. XI ; Studii istorici su la Magna Grecia e su la Brezia^ 
Nap. 1886, voi. II, e. XLII, pag. 226. 



CAPITOLO SESTO 263 



le lettere, le arti belle ancora, il disegno, la pit- 
tura, la musica gli erano d' incanto. E la musica 
precipuamente era da lui considerata come una 
parte sublime della filosofia ; e ben lo dimostrò 
in una Epistola^ dettata nella età ancor giovane, 
pubblicata in Napoli nel 1766, nella quale fece 
accurate ricerche, per dimostrare, che la melodia 
or serve a formare il costume, ed ora a contami- 
narlo. Ciò dimostrato, ben gli riusciva facile di- 
videre la musica in naturale, organica e voluttuo- 
sa; e di insinuare ad un tempo di migliorarsi la 
niusica filosofica, adoperata da Mercurio e da Or- 
feo come conservatrice dell'armonia sociale. Intanto 
a gli esercizii del diritto napoletano si acquistò 
gran fama, onde il suo nome era ripetuto per tut- 
ta Italia; e Genova lo chiamava alle più illustri 
magistrature. Quanto valesse in tali studii, ne 
abbiamo un argomento nella sua opera dettata in 
latino. De successionibus legitimis in urbe neapo- 
litana. Le grandi doti di sua mente andavano non 
disgiunte da nobili virtù del cuore. In lui ognu- 
no trovava di che trarre esempio di candore e di 
modestia, onde il suo nome grandemente si rac- 
comandava per sé stesso presso il trono ; e non 
andò guari e gli fu dato lo ufficio di assessore de- 
gli eserciti regali. Pei tremuoti del 1783 egli soff'rì 
danni grandissimi, restando vittime sotto le mine 
la madre ed altre persone di famiglia, eppure egli 
non tanto dolente ai suoi mali, quanto impietosito 



264 PALMI, 8EMINARA E GIOIA-TAURO 

alle sventure altrui, invocava pei cittadini le mani* 
ficenze regali. Gravato dai suoi lunghi studii, e do- 
lente soprattutto per la morte prematura di sua con- 
sorte^ contessa Aurora Barnaba, la sua vita si andò 
rapidamente a dissolvere: egli chiuse i suoi giorni 
onorati nel 1783 nella età di 42 anni e 9 mesi. 

< A questo breve cenno biografico facciamo se- 
guire più breve cenno analitico su le opere da lui 
lasciate. E prima delle ^\xq Riflessioni sopra V ine- 
guaglianza tra gli uomini^ Napoli 1779, voi. 3. Gravi 
e filosofiche sono le ricerche di questa opera del Gri- 
maldi, e ninno può farsi a leggerla^ se prima non 
sia fornito di molte cognizioni. ... E' dessa un tessu- 
to di raziocini!, ricavati dalla natura istessa dell'uo- 
mo, dalla metafisica, dalla filosofia morale e dalla po- 
litica, e fa conoscere su le prime quanto il suo auto- 
re fosse altamente versato in tali sublimi scienze. . . . 

« Il Grimaldi scrisse ancora la vita di Diogene^ 
filosofo cinico. ... Il nostro Grimaldi, che soleva fa- 
re conto degli uomini secondo il loro vero merito, 
rivendicò il filosofo cinico di quanto aveva scrìtto 
contro di lui Laerzio, riguardollo nelle nobili mire 
che aveva in mordere i vizii e disdegnare gli er- 
rori degli uomini. — Scrisse ancora il Grimaldi la 
laboriosissima e voluminosa opera, Gli annali del 
Regno di Napoli ( Nap. 1781 ), cui sorpreso da mor- 
te immatura, lasciò incompiuta, e fu poi conti- 
nuata da altri scrittori quasi fino ai nostri tempi, 
sebbene con minor critica e poco gusto . . . >. 



CAPITOLO VII. 



( Dftir MIO 1788 è\ 1806 ) 



SOMMARIO: ~ 11 Flft^ello, OMla i ferratoti di CaUbris del 1783; e putito «llora Metdde 
aegMftUaente in Palai, ìm SeatiAra, in Gioia e lei loro territorii. Savli proTredl- 
■enti, e pmti e abboidaiti Meeorai di PerdiiMdo lY. RieoBlrisione di Palai e di 8e- 
Miaara, oeeondo altra piaiu. — Boailoil abulre ii oneste eittà, dal feidatario flioTai 
Battista II Spiielli. Sie soverebierie e prepoteaie sa Palai; e caladi la eoetituioM ^alW 
delle die faiioai, eioè dei Yerdeaelli e dei Oialiaelli, e TaneeiailoM 
detta La Caapaaa di Legno. — Morte di qoeeto feidatarie, e noTero defili ere- 
di ehe gli sabeatrartne nei diritti ffeadaU, sino alla eoppreseiene del feadalifae. 




'£N a ragione il Botta, nel libro quarantesi- 
monono della sua Storia d' Italia (1), dà princi* 
pio alla stupenda narrazione dei terremoti di Ca- 
labria durante Tanno 1783, col dire che e nissuna 
regione del mondo fu mai tanto tormentata quanto 
l'estrema parte d' Italia, che ora il regno delle due 
Sicilie comprende. Gli uomini in ogni tempo l'af- 
flissero ora con guerre intestine, ed ora con guer- 
re esterne, e spesso ancora con mutazioni di stir- 
pi regie, a cui pareva, che quel bel paese non 
fosse cosa da lasciarsi ad altri. La natura poi lo 
straziò, ora con incendj spaventevoli di monti^ ed 
ora con terremoti più spaventevoli ancora >• E 



( I) Carlo Botta, Storia cP Italia conHnuaia da quella del GuiccioT' 
dini sino al lySg, Capolago, tom. XII, lib. XLIX. 



266 PALMI, SEMINARÀ E GIOIA-TÀURO 

dell'estrema parte d' Italia, principalmente il ver- 
sante occidentale della Calabria ulteriore, fu a 
patire le conseguenze dei terribili e devastatori 
terremoti di tale epoca memoranda: per opera dei 
quali, il suolo di questa sventurata regione ebbe 
a mutare aspetto, rimanendo desolato e tutto a 
soqquadro, con le città e i villaggi tutti in rovi- 
na, ispiranti terrore, pietà e raccapriccio. E che 
stretta al cuore, e che strazio indescrivibile di a- 
nimo, più che intenso sgomento, ebbe a provare 
quella gente, nel vedersi ributtata e minacciata 
terribilmente dall' amata terra nativa in ira, come 
dal seno di adorata madre invasa da spietato sde- 
gno ! Il pensiero intanto del pericolo, che potet- 
tero correre i cari congiunti, o che in atto vi si 
trovavano, e che poi si veniva a constatare con 
la mone o dei genitori, o dei figli, o dei parenti, 
e immancabilmente di persone conoscenti, colma- 
va df lutto e di disperazione quelle anime ester- 
refatte e annichilite. 

Non poche righe e brevemente, per come già 
ci siamo prefissi nel nostro compito, esponendo 
queste memorie storiche , ma un grosso volume 
sarebbe necessario a poter descrivere e narrare 
quanto avvenne nei terremoti del 1783: ad inten- 
dere i quali, s' imprese fin dall'epoca dell'accaduto, 
di usare il nome antonomastico di Flagello^ poiché 
dai tempi storici più antichi, sino a noi, questo 
fu il più immane cataclisma e il più dannoso fra 



CAPITOLO SETTIMO 267 



i tanti e tanti, che si vennero a verificare in qae- 
sta parte di Calabria ; e però, per averne eonoscen* 
za completa, rimandiamo il lettore alle opere del 
Vivenzio, del Sarconi, del Dolemieu, dello ZupOi 
del Botta, del Colletta, del Carbone-Grio, del De 
Lorenzo, e di altri molti, accennati dal Greco 
nella sua Memoria delle principali opere intomo 
ai calàbri tremuoti^ ecc. (1). 

Nel periodo sismico del Flagello^ secondo il Vi- 
venzio ed altri storiografi contemporanei, quattro 
furono i terremoti violentissimi. Il primo e il più 
formidabile fu quello avvenuto il 5 febbraio < al- 
l'ore diciannove ed un quarto d'Italia^ che corrispon-' 
devano in detto giorno a tre quarti d'ora circa 
dopo il mezzo dì deirOriuolo Francese > (2); e 
< centonove città e villaggi, stanze di centoses- 
santasei mila abitatori^ in meno di due minuti, 



(i) Giovanni Vivenzio, Storia e teoria de* tremuoti in generale ed 
in particolare di quelli della Calaòria, e di Messina del JT^Jt Nap. 
1783; Michele Sarconi, Osservazioni /atte nelle Calabrie e nella fron^ 
aera del Valdemone su i fenomeni del trtmuoto del 1783% e sulla geo- 
grafia fisica di quelle regioni^ Nap. 17S4 ; Deodato de Dolemieu, Me» 
moria sui tremuoti del 1783^ Roma 1784 ; Nicolò Zupo, Riflessioni 
sulla causa fisica de* tremuoti delVan, 1793, Nap. 1784; ۥ Botta, 
toc. cit. ; P. Colletta, op, cit.^ tom. I, 1. II, e. II, { 37 a 33 ; D. Car- 
bone-Grìo, op. cit, ; Mons. Ant. De Lorenzo, Reggio nei tremuoti del 
1783^ e // maremoto di Scilla^ ^783, pubbl. nel Secondo manipolo di 
Monografie e Memorie Reggine e Calabresi, Siena 1895 ; Luigi Maria 
Greco, Memoria delle principali opere intomo ai caXabri tremuoti dal 
1783 al 1834, e degli studii pia convenevoli sopra i medesimi, Cosen- 
za 1856. 

(a) G. Vivenzio, toc, cit. 



268 PALMI, BEMINARÀ E GIOIA-TÀURO 

tatte quelle moli subissarono, con la morte di 
trentaduemìla uomini, di ogni sesso ed età » (1). 

< Non è difficile stabilire [ trascrivendo ancora 
il Vivenzio ] il principale scoppio della materia 
produttrice del Tremuoto nel centro della ulterio- 
re Calabria ( detto la Piana ) , e propriamente alle 
falde W. di Aspromonte^ e de' monti Jejo^ Sacra 
e Caulone, da dove si estese con maggior forza 
verso r W. S. W. a confronto di qualunque altro 
luogo, forse perchè incontrò ivi minor resistenza, 
o perchè migliori conduttori conteneva la Terra 
in quelle parti, e giunse al Mare ; e questo ancor 
passando conquassò Messina nelle fabbriche si- 
tuate al piano, ed alla marina, che poche ne ri- 
masero in piedi, e queste ancor sommamente le- 
sionate, quasi nulla sofferto avendo le altre poste 
su le colline. Il suo Territorio in varj luoghi an- 
che si apri ; ma le aperture non furono né sì 
lunghe, né larghe, e profonde, come quelle della 
Calabria. ... Né Barcellona e la città di Patti: né le 
Piazze di Melazzo, e di Augusta andarono esenti 
da danni, e da lesioni nelle loro fabbriche. L' Iso- 
le Eolie medesime, oggi di Lipari^ non furono 
meno infelici de' notati luoghi della Sicilia per 
causa di tale funesto avvenimento. 

< Lo spazio, nel quale si circoscrisse la più 
violenta azione del Tremuoto del giorno cinque, 



fi) P. Colletta, ioc. cit. 



CAPITOLO SETTIMO 269 



che, come abbiamo detto, incominciò lun^o le 
falde occidentali di Aspromonte^ fu di miglia qua- 
ranta in lunghezza, e trenta in larghezza, restato 
essendo questo tratto di paese totalmente rovescia- 
to, e scomposto ; talché tirando una linea dal fiu- 
me Gallico^ che sbocca nel canale di Messina pri- 
ma di Reggio fino alle falde N. di Aspromonte^ 
e quindi per le falde W. de' Monti Caulone^ Sa- 
gra, e Jejo, scendendo sino al fiume Metramo^ a- 
veremo circoscritto il notato spazio della prima 
più violenta azione del Tremuoto. A proporzione 
poi, che da' notati limiti ci allontaniamo, la for- 
za, e l'effetto del medesimo fu meno violento; ed 
i danni sofferti dagli altri Paesi, e Città furono 
gradatamente minori, ed a proporzione della loro 
distanza da' descritti limiti. Debolissimo fu sentito 
fino a' confini della Provincia di Terra d'Otranto 
nel Regno di Napoli, e fino in Palermo nella 51- 
cilia, senza essersi affatto avvertito o negli A- 
bruzzi, o nella Puglia, o nella Provincia nostra di 
Terra di Lavoro, checché detto ne abbiano in 
contrario molti in appresso. La notte di detto 
giorno venendo il sei all'ore sette e mezza d'Ita- 
lia, replicò altra forte scossa, che produsse quel 
tanto celebre danno in Scilla, ed un quasi eguale 
nel littorale della Torre del Faro nella Sicilia, 
causati da quello spaventoso fenomeno dell' inon- 
dazione del mare ». 
Per questo secondo terremoto, Scilla perde in- 



270 PALMI, SEKINARÀ E GIOIA-TAURO 

torno a duemila persone ; e più che per il primo, 
soffrirono ingenti danni Reggio, tutta la contrada 
della Sicilia, detta Valdèmone, e Messina: la quale 
in gran parte ancora era rovinata per il terre- 
moto, che l'aveva colpita nel 1744. 

Gli altri due principali terremoti furono: e l' uno 
del sette dello stesso Febbraio presso Soriano^ 
e l'altro del ventotto Marzo nel piano di Girifal- 
co^ o sia nella parte più stretta della Provincia* 
Questa ultima fortissima scossa produsse presso 
a poco gli stessi effetti di quella del giorno cin- 
que di Febbraio, poiché rovesciò le colline, e fen- 
dè la terra, mettendo sossopra tutti i Paesi di 
quella vicinanza. Danneggiò ancora Catanzaro^ la 
maggior parte del Marchesato^ e molti Paesi della 
Citeriore Calabria Questo Tremuoto fu sensi- 
bile ancora nella Provincia di Basilicata, in quella 
di Salerno, in Napoli, ed in tutta la l^erra di 
Lavoro, a proporzione che i luoghi in questa era- 
no dal mare lontani » (1). 

A proposito di quest'ultimo sovvertimento tei* 
lurico, il Colletta (2) più estesamente scrive che 
« duravano i tremuoti, sovvertendo le terre me- 
desime, e tornando spesso allo scoperto materìe 
ed uomini giorni avanti sotterrati. L' altra catena 
degli Appennini e i grossi monti, sopra i quali 



U) G. Vìvenzio, op. cit,^ part. I, pag. 205 a 213. 
(2) P. Colletta, op. cit., toni. I, 1. II, cap. II, { 27. 



CAPITOLO SETTIMO 271 



siedono Nìcotera e Monteleone resisterono lungo 
tempo, e vi si vedevano fessi gli edifizi, non at- 
terrati, e mossa, non già sconvolta, la terra. Ma 
il dì 28 di marzo di quell'anno medesimo, alla 
seconda ora della notte, fu intenso rumor cupo 
come rombo pieno e prolungato: e quindi appres- 
so moto grande di terra, nello spazio tra capi Va- 
ticano, Suvero, Stilo, Colonna, 1200 almeno miglia 
quadrate, che fu solamente il mezzo dello scoti- 
mento, perciocché la forza pervenne a' più lontani 
confini della prima Calabria, e fu sentita per tutto 
il regno e nella Sicilia. Durò novanta secondi, 
spense due mila e più uomini: diciassette città, 
come le centonove della Piana, furono interamente 
abbattute ; altre ventuna rovinate in parte ed in 
parte cadenti ; i piccoli villaggi, subissati o crol- 
lanti, più che cento: e quel che un giorno stava 
ancora in sublime, nel vegnente precipitava ; im- 
perocché i moti (che furono quasi un migliaio) 
durarono sempre forti e distruggitori sino all'ago- 
sto di quell'anno, sette mesi: tempo infinito, per- 
chè misurato per secondi ». 

Intanto venendo alle città di Seminara, Palmi 
e al villaggio di Gioia che più ci riguardano, 
trascriviamo qui le brevi descrizioni di esse, fat- 
te dal Vivenzio, dal Sarconi, i quali le visita- 
rono, e dal Botta. 

E cosi il Vivenzio: « Seminara e il suo Casale 
di S. Anna. Questa città edificata nel nono secolo 



272 PALMI, 8EKINARA E GIOIA-TAURO 

fu rovesciata dalle fondamenta, rimanendo sola- 
mente in piedi poche case nel Borgo detto S. Ma- 
ria la Porta. Fra gli edificj distrutti sono notabili 
i Monasteri delle Monache di S. Mercurio^ e della 
Annunziata^ quelli de' Basiliani^ Domenicani^ Con- 
ventuali^ e Paolottiy il sontuoso Tempio della Ghie* 
sa maggiore, S. Maria de^ Poveri, S. Maria de' 
Miracoli^ e dello Spirito Santo (1). Si perde 
molt'Olio, Vino, Grano, ed altre vettovaglie, del- 
le quali cose abbonda quella contrada. Il Gasale 
di S. Anna fu anch'esso distrutto interamente. Nel 
territorio della città vi fu grande sconvolgimento 
lungo il luogo detto dell' Annunziata. 



( I ) Fino air epoca del terremoto del 1783, eccetto il monastero 
di S. Filareto dell'ordine di S. Basilio Magno, il quale sorgeva nel terri- 
torio di Seminara, e l'altro convento, detto dei Basiliani, sito presso 
questa città, esistevano in essa il convento dei Padri Predicatori, il 
convento dei Padri Minori, il convento di S. Fr. di Paola, detto dei 
Paolottt (vedi citaz. 4, a pag. 183, nel c.V), il monastero di S..Mercurìo (ba- 
dìa per nobili donne. — Vedi citaz. 3, a pag. 182 ) , il monastero del- 
l' Annunziata ( badìa per donne civili. — Vedi citaz. 5, a pag. 183), 
il convento di S. Fr. d' Assisi dell'ordine dei minori conventuali» la 
chiesa di S. Basilio, sotto il titolo dell'Anime del Purgatorio, la chiesa 
di S. Pietro, la chiesa di S. Michele Arcangelo, la chiesa di S. Maria 
della Scala, la chiesa di S. Maria della Consolazione, la chiesa di S. 
Leonardo, la chiesa di S. Barbara e S. Gaetano, la chiesa di S. Anna 
e S. Domenica, la chiesa di S. Maria dell'Arco, la chiesa di S. Nicola, 
la chiesa di S. Maria dei Miracoli, la cappella del SS. Sagramento, 
la chiesa di S. Marco Evangelista, la chiesa di S. Maria dei Poveri e 
la chiesa dello Spirito Santo dell' Ospedale. 

Nel convento dei Padri Basiliani vi era la cattedra per i monaci, 
dove venivano istruiti i novi zi i di tale ordine ; e questo convento ave- 
va il privilegio su gli altri conventi di quasi tutta la Calabria, di no- 
minare cioè il generale dell'ordine, al pari di Messina e di Roma. 



CAPITOLO SETTIMO 273 



« Palmi. E' quasi incredìbile lo stato lagrime- 
vole di questa città, che era una delle più floride, 
e commercianti della Provincia ; non scorgendosi 
ora che un confuso ammasso di pietre, e di legni 
frantumati. Si perderono sotto le rovine quasi tutti 
gli olj, ed il vino, che formava il gran traffico 
de' cittadini, i quali erano anche addetti a' lavo- 
ri della Seta, avendosi il Principe di Cariati^ Pa- 
drone di essa, erette delle fabbriche di Stoff'e, e di 
Cammellotti^ chiamati comunemente Calidori^ per 
la manifattura dei quali, nutriva buona quantità 
di Capre d'Angola » (1). 

€ La Terra di Gioja presso • al fiume Paccolino^ 
poco lungi dalla marina dall' W. fu totalmente 
distrutta. Per cagione delle rovine si perde la 
maggior parte del vino, e dell'olio, che esisteva 
nelle conserve » (2). 

E il Sarconi: « Si pervenne a Palmi, che dian- 
zi era una delle più graziose, e opulente parti 
della Calabria ultra, e che noi trovammo non 
solo orribilmente distrutta fino dal di 5 di Feb- 



(i) Dopo il 1770 s' incominciò a introdurre nella Calabria qlteriore, 
la razza delle capre di Angora, utilissime per la qualità della lana, 
con la quale si lavoravano i più sopraffini Gambelloiii ( vedi Domenico 
Grimaldi, Saggio di economia campestre per la Calabria ulira^ Napoli 
1770» {III pag. 313)» ancor oggi detti cammellolli: i quali sono tes- 
suti che si fanno di peli di capra ; ma altre volte si facevano di peli 
di cammello, ed erano assai comuni. 

(2) G. Vivenzio, op. cil., part. I, pag. 241, 246 e 287. 
18 " De Salvo, Palmi, Seminara e Gioia-T. 



274 PALMI. SE.MINARA E GIOIA-TAURO 

bvaio ; ma percovssa altresì dalla ferocia di una 
febbre popolare. Tra le tante perdite costì avve- 
nute, fu significante quella dalle officine di varie 
manifatture di seta, e di lana, che il vigilantissi- 
mo Principe di Cariati vi aveva institnite per 
pubblico comodo, e bene. 

« Lasciammo ben presto un soggiorno di così 
tristo destino, e spingemmo i passi verso Gioja. 
Questo ineschino paesetto fu ridotto in uno sfa- 
sciume. Era però notabile che vedeansi ancora 
esistenti alcune misere casuccie, poste quasi sulla 
riva del mare. Le tele de' muri di una torre spc- 
ciliare erano state tagliate in modo, che serbavano 
la figura di un V. 

« Dopo ciò drizzammo i passi verso la già bel- 
la, e or distrutta Serainara. Non si può senza or- 
rore contemplare la durezza, colla quale la natura 
annientò in poch' istanti le lunghe cure, e i ri- 
cercati lavori della mano dcaiì uomini. Dalle case 
più umili alle più magnifiche, da' luoghi i più 
profani a' più sacri ; e, per dirla in breve, per 
ovunque si gira lo sguardo, non incontransi in 
questo desolato soggiorno, che o mine compiutp, 
fabbriche rovinevoli, ridotte in miserando rotta- 
me, e disperse dal tremoto del dì 5 di Febbraio . • . . 

« Nel casale di S. Anna, incontrammo le con- 
suete mine, le quali erano state di già sgombrate. 
Ne' terreni vi era qualche apertura. 

« Seminara era stata col più industrioso acce:- 



CAPITOLO SETTIMO 275 



gimento ornata di tutto ciò, che render potea co- 
modo, ricco e tranquillo il cittadino; perchè non 
si era trascurato il pensiero di favorire le indu- 
strie, e di destarvi il traffico, e Timagine di un 
commercio non del tutto passivo. La stessa agri- 
coltura, tuttoché si risentisse ancora di quei vizj, 
che quasi universalmente o sono prediletti, o non 
conosciuti, pure dava segni di essere vicina a 
estollersi sulla sorte, e suir abbandonamento co- 
mune » (1). 

E così il Botta: « Ora voltandoci a destra verso 
il B^aro, diremo il fato di Palmi, Seminara, Ba- 
gnara e Scilla. Era Palmi una delle più belle ed 
opulente città della Calabria ulteriore. Vi fioriva- 
no per la provvidenza del principe di Cariati ma- 
nifatture di seta e di lana, vi fiorivano la educa- 
zione dei filugelli, e la coltivazione degli ulivi, 
vi si faceva un mercato assai celebre per gli olii. 
Case, edifizi, manifatture, palmenti, fottoi, conser- 
ve da uve e da olio, quanto la natura aveva pro- 
dotto di più grazioso, quanto l'arte di più utile, 
tutto distrusse il giorno dei cinque di febbraio. 
Milaquattrocento persone vi perirono. I barili e le 
anfore contenenti l'olio, fracassati e spezzati, tanta 
quantità ne sparsero, che per lo spazio di alcune 
ore ne scorre un rivo al mare [!]. Quest'olio mi- 
sto alle biade, che si corruppero, ed ai cadaveri. 



(i) M. Sarconiy ofi. cit,y pag. 21C e 221. 



27(> PALMI, SEltlNARA E GIOIA-TAURO 



che si caDcrenavano, contaminò Taria di maniera 
che 8i destò una febbre di estrema ferocia, la qua- 
le tolse di vita la più gran parte di quelli, che 
avanzati erano alla furia del terremoto. Cadde e 
rovinò con Palmi il vicino villaggio di Sant' Elia 
posto a riva il mare (1) verso la settentrionale e- 
stremila di una giogaia di monti, che pure col 
nome di Sant' Elia si appellano. 

« Doloroso fato oppresse Seminara, città bella 
pel sito e per l'industria degli uomini. Dalle più 
umili alle più magnifiche case, dai luoghi più 
profani ai più sacri non s' incontravano più dopo 
il terremoto dei cinque febbraio in quel desolato 
soggiorno che o ruine compiute, o' fabbriche ro- 
vinevoli ridotti in miserando rottame e disperse 
da queir inresistibil turbine sotterraneo. Dai cupi 
abissi sorse un soqquadro tale che quello, che bel- 
lissimo era a vedersi, orrido divenne e spavento- 
sissimo. Aveva Seminara due secoli innanzi, pro- 
vato per battaglio atroci tutto il furore dei pazzi 
uomini intenti ad ammazzarsi: sonò pel mondo 
allora il nome del gran capitano Consalvo. Ma 
ora da più fiero nemico fu percossa, hemico venuto 
dai cavi spechi della mal composta terra. Ivi un 
terreno era sopra un'erta, che ai padri Paolotti 



(i) Cioè sul monie S. Eliay pur detto promontorio S, Elia, il quale 
sorge a picco sul Tirreno, all'altezza di metri 550 a 570 dalla super- 
ficie del mare. E quindi ben diversamente dall'essere « il villaggio S. 
Elia posto a riva il mare > ! 



CAPITOLO SETTIMO 277 



8i apparteneva. Di là su avvallando lo sguardo, 
81 vedeva sotto an orrendo e mostruoso rivolgi- 
mento di terra. Un pendio s' inabissò, ed in una 
profonda valle tramutossi. Un lenimento, che sul 
pendio sorgeva, rimase di sbalzo gettato per la 
distanza di seicento in settecento passi su d' un 
altro terreno, che al di là della valle giaceva, do- 
ve si vedevano le viti, le fabbriche e gli alberi 
confusamente giacenti, e di lancio dalla propria 
sede divelti. Pel contrario nella contrada della 
Nunziata saltò fuori -dal seno della terra un mon- 
te, e questo monte fu una massa enorme di creta 
concacea. Tale materia per lo più, come già ac- 
cennammo, buttavan quelle bocche aperte dal tre- 
mito della terra » (1). 

Seminara, prima del Flagello, era popolata da 
4816 persone, delle quali, 1367 perirono sotto le 
rovine: il casale di S. Anna contava 532 anime, 
e ne perde 70. Palmi, ancora prima di questa ca- 
tastrofe, aveva una popolazione di più che 4900 
abitanti, dei quali, 999 restarono vittime simil- 
mente sotto le rovine; e Gioia che ne contava 
430, ne perde 18, pure a causa già del terremoto 
del 5 febbraio (2). Inoltre il danno approssimativo 
arrecato dai terremoti alla proprietà in Seminara, 
fu di ducati 400000; quello verificatosi in Palmi 

(f) e. Botta, op. ciL^ tom. XII, 1. XLIX, pag. 171-73. 
(3) G. Vtvenzio, op. cii,. Indice generale^ ecc., pag. 4. 



278 PALMI, SEMINARÀ E GIOIA-TAURO 



fa di ducati 500000, e quello subito da Gioia fu 
di ducati 100000 (1). 

Intorno a quanto avvenne in Palmi nel terre- 
moto del 5 febbraio, ci piace di trascrivere pure 
la descrizione seguente, che ne fece Dom. Guar- 
data, perchè questi aggiunge altre particolarità, 
avute dai cittadini contemporanei, sopravvissuti 
fino ai suoi tempi. 

« L' aere sereno prima della tremenda scossa, ad 
un tratto, per la immensa polvere che sollevossi 
da que' frantumi, si fé' torbido qual se densissi* 
ma nebbia lo coprisse: finalmente sì è rischiarato 
solo per offrire agli sguardi de' superstiti cittadini 
la loro diletta e bella patria, resa un cumulo di 
calcinaccio di pietre e di legni infranti. Distru- 
zione tale, soqquadro tale, soqquadro sì tremendo, 
che alcuno più non v'era che il luogo ove sor- 
geva sua abitazione sapesse ravvisare ! Sola fra 
tanto scompiglio la fontana del Mercato, detta del- 
la Palma^ per la sua forma, ergeva illesa e superba 
sua mole. Ad un tremuoto, altro ne succedeva, 
talché le pietre e la terra, per sei'virmi dell'espres- 
sione di un vecchio spettatore del fatto, scuote- 
vansi come il grano nel crivello. Frane terribi- 
lissime aprivansi di continuo nella vetta del vicino 
monte S. Elia, trascinando seco alla pendice uo- 
mini e bestiami. Era quivi fra gli altri un pasto- 
re che pascolava sua gregge: un sasso precipitato 



(i) D, Carbone-Grio, o/>, cil., e. VII, pag. 147. 



CAPITOLO SETTIMO 279 



dairalto lo percuote al capo e glielo infrange, tra- 
scinando seco in basso V infelice salma di lui, 11 
cane suo fedele compagno lo siegue, gli si asside 
accanto elevando spessi e lamentevoli latrati. Il 
padre in città superstite a tante sventure, vorreb- 
be andare in cerca del figlio ; ma le strade che 
al monte menavano più non esistono. Scorrono 
tre giorni; vi si apre un varco; chiama per no- 
me ripetute volte il figliuolo, e ninno a lui ri- 
sponde. Ode da lungi i latrati di un cane ; accjor- 
re tosto ih da dove essi partivansi, e vede un 
cadavere .... Era il figliuolo ! . . . Egli allora pian- 
gente raccolse quelle spoglio e portandole alla 
rovinata città die loro, come meglio ha potuto, 
onorevole sepoltura. E oh ! quante scene di dolore 
si osservarono in tali frangenti. Chi mutilato ave- 
va alcun membro, chi a metà e chi interamente 
seppellito vivo si stava fra quelle mine ; mentre 
ad un tratto un tremuoto che succedeva totalmen- 
te il primo seppelliva, disotterrava il secondo. 
Molti ancora, fra i quali un tal Giovanni Antonio 
Soriani, ed una tale Anna Maria N., persona di 
servizio in casa de' Signori Bagalà, visseio per 
più giorni sotto quelle mine, da cui finalmente 
estratti, vissero sana e lunga vita. Le più cospi- 
cue famiglie Aquino, Lupari, Montepardi, Fiore, 
Salvadore, o totalmente o quasi estinte. Degli abi- 
tanti 999 perirono, e gli altri atterriti, raminghi 
su quei frantumi, sotto cui giacevano o morti o 



280 PALMI, SEMINARÀ E GIOIA-TÀURO 

morenti i loro congiunti, amici, concittadini, cer- 
carono un asilo nelle campagne. Ma una pioggia 
incominciò a cadere dal cielo onde aggravare le 
loro sciagure. Senza tetto, senza scampo, pensaro- 
no ripararsi sotto le siepi ; ma l'acqua abbondante 
rese inutile questo riparo: si costruirono delle ba- 
racche, ma poco nulla bastavano a tanta gente. 
Né questo fu solo. I ziri che contenevano l'olio, 
rotti sotto il peso delle fabbriche cadute, tanta 
quantità ne sparsero, che per più ore ne scorse 
un rivo al mare, quantunque questo non fosse a 
poca distanza dalla città [ notizia esagerata, evi- 
dentemente tratta dal Botta]. Quest'olio misto alle 
biade e ai cadaveri che putrefacevansi, contaminò 
l'aere in modo che vi scoppiò una febbre epide- 
mica, la quale tolse di vita più individui che il 
tremuoto. Talché, de' 4900 abitanti che Palme, 
per statistica enumerava, ne son rimasti in vita 
men che la metà (1600): gli altri perirono chi 
sotto il peso delle fabbriche cadute, chi per la 
febbre che vi si destò ». 

Né Palmi solamente fu desolata ancora dal non 
meno crudele flagello della ferale epidemia delle 
febbri maligne^ come dicevasi ; ma pure e con- 
temporaneamente il resto della Piana fu da essa 
invasa, e si estese in seguito, anche per tutta la 
Calabria. Questa epidemia si produsse a causa 
principalmente della gran quantità di cadaveri in 
preda a putrefazione, 1 quali trovavansi tuttavia 



CAPITOLO SETTIMO 281 



ìd mezzo alle rovine, o che erano incompletamen- 
te irregolarmente sepolti ; e a ciò si ao:giuugeva 
Tessere costretti a bere acque inquinate, e il do- 
versi nutrire con cibi spesso guasti, perchè insuf- 
ficienti erano i buoni alimenti ; anzi ordinaria- 
mente mancavano affatto. 

I cadaveri, man mano che venivano raccolti, 
si bruciavano sopra cataste di legna ; e in Palmi 
erano essi trasportati verso la parte di mezzogior- 
no della piazza del Mercato, e colà, ammassati in 
grandi cumuli, venivano bruciati fino a ridurli in 
ceneri. Sul sito, ove in questa città s'innalzarono 
i roghi, e perchè per placare Tira di Dio, fu san- 
tificato nella settimana il mercoledì, e nelTanno 
il 5 di febbraio , il clero, annualmente e in questo 
giorno, vi si recava in processione, cantando pre- 
ci, e benediva il luogo: la quale commemorazione, 
che si praticava già in tutta la Calabria, fu ripe- 
tuta fino alla ricorrenza del centenario. 

II Governo di Ferdinando IV, a tanta sciagura, 
fu veramente largo di pronti e abbondanti soc- 
corsi, e mandò per Vicario generale in Calabria, 
il maresciallo di campo Francesco Pignatelli. Que- 
sti provvede a tanti bisogni, con saviezza e op- 
portunità. 

Intanto « una giunta di magistrati reggeva le 
amministrazioni: una cassa, detta sacra, raccoglie- 
va le entrate pubbliche, o della chiesa, e mante- 
neva gli ordini dello Stato: le taglie, che i pos- 



282 PALMI, SEMIKARA E GIOIA-TAURO 



sessi ecclesiastici pagavano per metà, come dal 
concordato del 1741, furono agguagliate nelle Ca- 
labrie alla sorte comune ; s'impose, per soccorrere 
le due rovinate province, alle altre dieci del regno 
tassa straordinaria d'un milione e duecentomila 
ducati. Si andava ristorando quell'afflitta società. 

« • • . Tanto miseramente procede quell' anno ; 
ed al cominciare del 1784, fermata la terra, spen- 
ta la epidemia, scordati i mali, o gli animi ras- 
segnati alle sventure, si volse indietro il pensiero 
a misurare con freddo calcolo i patiti disastri. In 
dieci mesi precipitarono duecento tra città e vil- 
laggi, trapassarono di molte specie di morte ses- 
santamila Calabresi ; e in quanto a' danni, non 
bastando l'arte o l' ingegno a sommarli, si dis- 
sero meritamente incalcolabili: furono al giusto i 
nati, non pochi e maravigliosi i matrimoni, i de- 
litti molti ed atroci ; i trovagli, e lo lagrime, in- 
finiti * (1). 

Nell'ora in cui avvenne il terremoto del 5 feb- 
braio, ordinariamente, nei paesi colpiti, la gente si 
trovava in casa per il desinare, come ne è ancora 
costumanza ; e perciò fu grande la mortalità, e 
quasi in tutte le città e i villaggi rovinate dalle 
prime violentissime scosse, fu facile lo scoppio di 
incendii estesi e divoratori. Seminara, oltre che fu 
rovinata interamente, un vasto incendio, alimen- 



(i) P. ColleUa, op. cit,, toni. I, I. II, e. II, J 31. 



CAPITOLO SETTIMO 283 



tato dalla gran quantità delle travi e di altro le- 
gname, vi durò parecchi giorni, e vi distrusse 
ogni cosa (1). I superstiti non volevano più ria- 
bitarla, dopo che nell'anno susseguente a quello 
del Flagello^ venne la calma e la fiducia nel po- 
polo: ma poiché la classe dei nobili e i benestanti 
avrebbero voluto fabbricare la nuova Seminara su 
i Piani, della Corona, i contadini si opposero, fa- 
cendo rilevare la soverchia distanza tra quel luogo 
e le terre da loro coltivate, e l' impossibilità quin- 
di di poter rifare ogni giorno quel lungo cammi- 
no per ritornare la sera ai propri focolari. Sicché 
il Riparlimento della Piana ^ che come ciascuno 



(r) Col 4 maggio 1783, fu riattivato in Seminara il Decurionato o 
Pubblico parlamento, il quale, per antica usanza, si riuniva al tocco 
della campana, che veniva sonata non solo nel giorno della riunione, 
ma pure nella sera del precedente ; e per ufìiziali dell' università di 
questa città, vi continuarono ad esservi € un governatore di Giustizia, 
il quale sedeva nel parlamento o sia Decurionato, che veniva comple- 
tato da due Sindaci, uno eletto dal ceto dei nobili, l'altro dal ceto 
dei civili ; da decurioni in numero di ventisei, parte dei quali dovea- 
no appartenere al ceto nobile, parte al ceto dei civili, e parte alla 
maestranza. Le proposizioni faceansi dal Sindaco dei nobili, ed i de- 
curioni votavano con palle bianche e nere, affermanti le bianche, le 
nere neganti. l\ cassiere dell'università. Un eletto dei nobili ed uno 
dei civili [ sindaci eletti ] . Un archivario. Un razionale. Un segretario 
della università. Quattro deputati per le tasse, due dei nobili e due 
dei civili. Uno spenditore universale. Un giudice della sera o mastro- 
giurato. Un avvocato dei poveri. Un avvocato dell'università. Due de- 
putati della salute, uno dei nobili, l'altro dei civili. Un coadiutore fi- 
scale. Un giudice baiulare. Un mastro dell'Amministrazione della Corte 
baiulare. Un luogotenente o supplente di giustizia. Un detentore del 
sale. Un portiero. Un mastro di piazza. Un procuratore della cappella 
del Santissimo >. 



284 PALMI, SElflNABA E OIOIA-TAURO 

degli altri tre, cioè di Reggio, di Mooteleone e di 
Catanzaro, istituiti per badare a tutto ciò che do- 
vevasi fare, aveva a capo uo ingegnere, coadiuvato 
da molti ufflziali e cadetti, incaricati principal- 
mente alla riedificazione dei pubblici edifizi e delle 
case, e al prosciugamento dei laghi, formatisi a 
causa del sovvertimento del suolo, fu interessato 
dai Seminaresi, di fare una nuova pianta per la 
loro città da abitare ; e questa in seguito fu impian- 
tata sulla spianata, contigua a mezzogiorno, del 
sito della vecchia Seminara, giusto come oggidì si 
osserva, ben disposta e bellamente disegnata (1). 

Anche in Palmi, ove non era rimasta pietra 
sopra pietra, tanto che a non tutti i superstiti 
abitanti riusciva di poter delimitare i posti delle 
loro case , era nato dissenso fra i naturali, circa 
il sito, ove dovevano far sorgere la nuova Palmi; 
e alcuni erano di avviso che esso doveva essere 
il così detto Piano della Torre, a ponente di que- 
sta città, tra il vecchio rione Carlopoli, detto pur 
Cittadella (2), e il ciglione della riviera: altri pre- 
sceglievano Taltipiano, sulla collina, che circonda 



(i) L' ingegnere capo del Ripartimento della Piana era don Gio- 
vambattista Cusiron, il quale fu incaricato dal Vicario Pignatelli ad 
eseguire la pianta della nuova città di Seminara ( v. Deliberazione del 
Decurianalo di Seminara, addì 2t luglio //^4 }, e di attuarla giusto 
come i Seminaresi avevano stabilito ( v. Deliberaz, del Decur, di Se- 
minara, addì p giugno 178^)» 

(3) Dopo che .'Palmi fu riedificata, il rione della Cittadella prese pu- 
re ti nome di Borgo dei marinari^ il quale nome oggidì non è più in uso. 



CAPITOLO SETTIMO 285 



Palmi verso oriente ; ed altri ancora, i quali era- 
no i più, vollero che questa città risorgesse sul 
medesimo posto di prima, € perchè, dicevano, bi^ 
sognava prendere a favorevole augurio l' essere 
rimasta integra la fontana del Mercato, malgrado 
che i terremoti la facessero dimenare come l'albero 
di una nave in tempesta ». E Palmi venne rico- 
struita molto più bella e simmetrica, attorno alla 
fontana della Palma, la quale continuò a sorgere 
in mezzo all'ampia piazza del Mercato. Il disegno 
della nuova pianta, che ò già l'attuale, fu deli- 
neato dall'architetto 6. Battista de Cosiron, ad 
imitazione di quello di Seminara. 

Nel marzo del 178G, « per il Ri parti mento del- 
la Piana riferì il Vicario Generale, che si era quasi 
interamente riedificata la città di Palmi e la chie- 
sa cattedrale (1) ; che sta vasi edificando Seminara, 
e che erasi formato un magazzino d'olii a Gioia » (2). 

Intanto nel medesimo anno del Flagello^ il prin- 
cipe di Cariati, cioè Giovan Battista II, duca di 
Seminara ed utile signore di Palmi, aveva fatto 
impiantare in questa città, sul Piano detta Mura- 



(i) Questa chiesa cattedrale, che veniva chiamata chUsa madre o 
matrice^ come ancora al presente, oppure di S. Nicola, fu costruita 
con materiale diflettoso, ed in modo tale, che i muri dopo pochi anni, 
principalmente col terremoto del 1791, incominciarono a far crepe, e 
ver90 il 1803, crollarono in più parti. 

(3) Giovanni Vivenzio, Istoria dei tremuoti avvenuti in Calabria 
ne tv anno 178^^ e di quanto netta Cataòria fu fatto per it suo risorgi- 
$Hento fino al i^Sj^^ Napoli 1788, voi. 1, part. II, pag. aoS, 565, 367. 



280 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

glia^ alcune baracche in muramento, per sua abi- 
tazione, la quale ancora esisto e sta unita con le 
altre case, che sorgono verso il lato di mezzogior- 
no di questo piano, ove ò oggi la deliziosa Villa 
Municipale, donde si gode un incantevole pano- 
rama, ben raro per la sua immensità, varietà e 
magnificenza. Questo feudatario, fin dal 1766, epo- 
ca della morte di Scipione III, suo genitore, si 
mostrò piuttosto prepotente e dispotico con i Pal- 
misani, poiché continuò ad esigere abusivamente 
i tre decimi delle entrate a titolo di bagliva^ di 
porlolania e di dogana. Egli pretendeva ancora 
d' imporre, come in seguito si praticarono, la com- 
pra e vendita forzosa della seta o degli olii dei 
cittadini, con l'esazione di una oncia per ogni pe- 
sata di seta, inoltre gli affitti forzosi dei corpi 
baronali, V impedimento degli affitti dei particolari 
e dei frutti, soprattutto delle ulive, e diritti proi- 
bitivi dei trappeti (oleifici), delle locande porgli 
uomini, e dello stallaggio per gli animali , e di far 
vendere le carne dei maiali nel carnevale, oltre l'ob- 
bligo air Università di mantenere la squadra degli 
armigeri baronali, ed altri pubblici pesi, monopolii 
e abusi. Sicché i Palmesi avevano giustamente in 
odio questo feudatario, benché egli, già più per u- 
tilità propria, che per bene di èssi, alquanti anni 
prima di»l FlogcUo avesse erette, secondando il suo 
genitore, fabbriche pcM* tessuti, ancor più perfette, le 
quali producevano storto di sete buonissime e una 



CAPITOLO SETTIMO 287 



specie (li panno di lana d'Angora, detto calidoro (1). 
Questi tessuti erano molto ricercati, e venivano smer- 
ciati principalmente a Livorno, a Napoli e a Genova; 
e tanto importante vi era l'attività dei commerci, 
che fra le dogane delle Calabrie, nel 1778, quella 
di Palmi, rendeva al Governo più di tutte le al- 
tre dopo quella di Reggio, la quale pagava ducati 
4881, mentre queliadi Palmi pagava ducati 3391 (2). 

In Palmi, a causa dei terremoti del 1783, es- 
sendo andato tutto in rovina, come dianzi abbia- 
mo esposto, e i setificii, i lanilicii distrutti, le con- 
serve di olii, di vini, e lo raccolte di grano e di 
altre vettovaglie, tutte perdute ; i tributi, dovuti 
da questa Università al suo utile signore, furono 
sospesi, come egualmente venne praticato per tutta 
la Calabria. Ma nel 1785, il Governo di Ferdinan- 
do IV, avendo prescritto che lo tasse arretrate, 
dovute ai feudatari, fossero soddisfatte dalla Cassa 
Sacra, e non dalle Università, poiché queste erano 
estremamente impoverite, il principe di Cariati fu 
sollecito a manifestare lo suo ingiuste pretese, 



(i) Bttlletiino delle òenlenze della Commissione feudale ^ ecc., n.<> u, 
pag. 569, sentenza niim. 90, a dì 22 dicembre 1S09 ; n.o 6, pag. 326, 
sentenza num. 25, a di 8 giugno 1810, v. nell'app. Ili, in fine di que- 
sto voi., numeri i.** e 2.° ; D. Carbone-Grio, / terremoti di Calabria 
e Sicilia nel secolo XVI li, Nap. itS.S4, cap. Vili, pag. 166; G. Vi«< 
venzio, op, cit., Nap. 17S8, voi. I, part. li, pag. 344. Vedi la nostra 
antecedente noti r, a pa?:. 273. 

(2) Giuseppe Maria Galanti, iV/tova descrizione j^eo/^ra^fica e politica 
delle Due Sicilie , Nap. 17-^9, lib. Il, cnp. XI V, p.ig;. 190. 



288 PALMI, 8EMINARA E GIOIA-TAURO 

senza però presentare i titoli comprovanti i diritti, 
che pretendeva esercitare in Palmi, come già a- 
vrebbe dovuto fare, in ubbidienza al rescritto, che 
il Governo, richiamando in vigore la pragmatica 
di Carlo III, vi aveva aggiunto addì 10 febbraio 
del suddetto anno. Per la qual cosa tra i superstiti 
e desolati Palmosi e il loro feudatario, duca di 
Seminara, nacque litìgio, che, come per le altre 
numerosissime vertenze dei Calabresi con i loro 
feudatari, fu portato ad essere deciso davanti alla 
Giunta Suprema, tribunale creato allora in so- 
stituzione della Sommaria, e di grande aiuto po- 
scia alla Commissione feudale. 

Frattanto « di nuovi tormenti e nuovi tormentati 
era cagione un altro infausto tremuoto avvenuto 
la notte del 12 ottobre 1791. Il giorno era corso 
tra tuoni, lampi e folgori spaventevoli per tutte 
le terre della meriggia Calabria, su le quali ter- 
ribile uragano preparavasi a scoppiare. Il cielo 
tornò nella sua calma, non cosi la terra. All'ave- 
maria di tutti i moti tremò per ben 50 secondi ; 
sicché il suolo in ampie voragini nuovamente si 
aprì, i più solidi edifizii si sfasciarono, le più fra- 
gili terricciuole un mucchio di ruderi furono ri- 
dotte. Alta la notte, altri tremnoti si successero 
preceduti sempre da cupo e spaurante rombo: l'al- 
ba tanto desiata giunse al fine per additare alle 
desolate genti un nuovo teatro di ruine e di vit- 
time. Continuamente tremò la terra sino al dì 



CAPITOLO SETTIMO 289 



24 di quel mese, e la densa Debbia cbe tenne in* 
gombra l'aere per l'alternante rovinio delle fab- 
briche, bastò solo a rinnovare ai miseri Calabresi 
i sospiri e le ambasce dell'ancor vivo 1783. Quasi 
tutta la Calabria agitò quest'altro tremuoto, ma 
il vero centro di azione e di soqquadro fu tra le 
pendici dell'Appennino verso il Tirreno, nel pa- 
raggio di Monteleone ( Mileto, Tropea^ Pizzo, Ser« 
ra, Soriano, Cortale, lonadi, Rombiolo, S. Pietro 
di Caridà, S. Pietro di Maida, S. Gregorio, S. Ba- 
sile, S. Angelo, 8.^ Barbara, Polla, Olivadi, Pizzoni, 
Brognaturo, Limbadi, Migliano, Melicuccà, Dinami, 
Calabro, Garropoli, Simiatoni, Caridà, Simbario, 
Spadola, Vazzano, Gerocarne, Potame, Bracciara, 
Pronia, Ciano, Arena, Dasà, Acquaro, Francia, 
Siderno, furono le terre che il tremuoto del 12 
ottobre a quasi totale ruina ridusse). 

€ Se soli 39 contadi furono agguagliati al suolo, 
se a 15 soli infelici fu spenta la vita in mezzo a 
questi eccidii funesti, il vanto n'è dovuto alla 
operosa attitudine del Vicario Pignatelli, che con 
premii e pene seppe fare innestare nelle nuove 
fabbriche un'opportuna rete di legname dopo i 
tremuoti del 1783. 

« Ma sventure di altra natura si preparavano 
alla infelice Calabria. Posata la terra, tornava il 
cielo ad aumentare le stragi, e l'animo rifuggi- 
rebbe dal rinnovarne la memoria se la sua pena 

19 — De Salvo, Palmi, Seoiinara e Gioia-T. 



290 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

non fosse temperata dalla confortante certezza del 
rapido e generoso ausilio prestato dalla Cassa Sa- 
gra in quest'altro infortunio. Era la notte del 28 
al 29 ottobre. Fra il perenne sfolgorio dei lampi 
e lo guizzar di minacciose saette, un mar di piog- 
gia cadea dal cielo su quasi tutte le terre colpite 
dal flagello del tremuoto. Flutti immensi riservati 
dalle gonfie rive dei fiumi si sparsero in lungo e 
largo su i campi, negli abitati medesimi, e col 
mugghio d'una terribile marea, ogni ostacolo so- 
verchiando, sembravano portare il finimondo a 
tutte quelle afflitte genti. I luoghi pria solcati da 
torrenti e riviere pareano isole galleggianti in 
mezzo a torbida e scrosciante laguna ; suppellet- 
tili ed uomini vedeansi apparire e sparire, e que- 
sti in traccia d'uno scampo tanto più an.sio80 per 
quanto era incerto. E forse d'opera umana non vi 
sarebbe rimasto pressocchè vestigio alcuno se quel- 
l'oceano turbinoso, a piano a piano scemando, non 
fosse che poco tempo durato. Quanta desolazio- 
ne ! I campi rispettati dal tremuoto una squallida 
ed interminata arena furon lasciati, e fu provvi- 
denza se da tanto scempio, sole 50 vittime fosse- 
ro immolate. Tutto il danno arrecato dal tremuoto 
e dell'uragano fu di circa tre milioni e più ducati 
(lire 12,750,000) » (1). 



(i) Achille Grimaldi, La Cassa Sacra, oiwero La soppressione delle 
viauìmortc /// Calabria nel secolo XV III ^ Nap. 1863, cap. II, pag. 45-46. 



CAPITOLO SETTIMO 291 



« Dieci anni erano passati dal rivolgimento del 
suolo del 1783, e i signori della parte occidentale 
della Piana ricorrevano ora alle pugne sanguino- 
se, ora air intrigo. Il Governo aveva nominato un 
collegio di avvocati per sostenere i diritti dei Co- 
muni ; ma il sindaco era per legge chiamato a 
rappresentare gì' interessi di questi. Dalla scelta 
del sindaco dipendeva dunque in gran parte il 
trionfo del diritto o dell'abuso, cosicché i feuda- 
tari vi annettevano grande importanza e non tra- 
lasciavano espedienti perchè la scelta riuscisse loro 
favorevole e di persone a loro devote » (1). 

« La città di Palmi, or lieta per tiepido spiro 
e per ridente riguardo nel Tirreno, sin dal 1684 
era soggetta in feudo alla casa Spinelli-Cariati. La 
ordinata revisione dei dritti feudali fu per quel 
signore rombo di terribile uragano, ed a schi- 
varne il periglio, brigò tanto da ottenere per più 
anni il differimento della sua causa. 11 Governo 
non ignorava le colpevoli intensioni del feudatario, 
e lo spirito sdegnoso dei suoi vassalli, e pria di 
spirare l'estorta dilazione, facea noto al conteche 
di ogni possibile disastro avrebbe egli risposto alla 
persona del Principe. Nella dura alternativa (poi- 
ché la causa era finalmente venuta davanti alla 
Giunta Suprema), Taristocratico non mira che ai 
soli suoi interessi, ma la buccinata elezione di un 



(i) A.Grimaldi, op, cit.^ cap. II, pag. 77-134; D. Carbone-Grio, 
op. cit,^ cap. Vili, pag. 169. 



2D2 PALMI, 8BMIKARA E GIOIA-TAURO 

sindaco avverao ai suoi soprusi è sul punto di 
mandare in fumo tutto il piano della sua celata 
resistenza. Una sola ej^ida gli restava, la forza 
bruta^ ed a questa non esitò ricorrere. Pochi suoi 
cagnotti bastano a mettere in rumore l' intera cit- 
tà, tutto è scompiglio, confusione; i buoni fug- 
gono, gli eroi da piazza restano, ed a pubbliche 
grida è proclamato un altro sindaco, creatura ed 
anima del conte. Di tanta audacia si ebbe a pen- 
tire il nobile autore; Tordine per poco turbato fu 
dall'autorità del Governo immantinenti ristabilito, 
e la città di Palmi, prostrata la feudale pressura, 
riacquistò dopo lunghi anni di servaggio, indipen- 
denza e respiro > (t). 

Ancora in quest' epoche del secolo XVIII, € il 
feudalismo calabrese non era soltanto un regimen- 
to di nome, reso mite dai costumi, e ridotto al 
solo diritto domenicale e fiscale. Era prepotente e 
feroce ; né rinunciava ad esercitare la più arbi- 
traria sovranità .... Il servaggio personale e ter- 
ritoriale era dunque in pieno vigore, e meno quat- 
tordici città, il vasto territorio possedevano i prin- 
cipi e le abbadie .... Erano diritti usurpati ed 
imposti colla violenza quelli che i baroni eserci- 
tavano, e non furono mai riconosciuti. 

« I duchi di Cariati e Seminara lottavano riso- 
luti e senza ritegno. D. Ottavio Spinelli a cui i 



(i) A. Grimaldi, op. ci/,, cap. II, pag. 85. 



CAPITOLO SETTIMO 29B 



terrazzani di CrisoDe e di Tresilico avevano mal- 
trattato gli armigeri ed ucciso un fratello ch'era 
andato a punirli cogli scherani, entra armato e 
con lunga scorta nei due borghi^ e vi appicca 
r incendio, non permettendo ad alcuno di uscire, 
e respingendo tra le fiamme quelli che tentavano 
di salvarsi ! » (1). 

Il principe di Cariati e duca di Seminara, Gio- 
van Battista Spinelli II, benché questa città fosse 
garantita da privilegi, e abitata da molte cospicue 
e potenti famiglie, pure non si peritava di anga- 
riarla: tanto che i Mezzatesta e i Longo, capita- 
nando i Serainaresi che si erano sollevati contro 
di lui, per le sue soverchierie, lo costringevano 
di starsi lontano da questo suo feudo ; in cui egli 
non potendo spadroneggiare, ritenne nella sua 
stolta o malvagia mente che sarebbe stata cosa 
umiliante per Seminara, il privarla del suo seggio 
ducale, e segno di preferenza per Palmi, e di as- 
soluto dominio su i Palmisani, lo stabilire il suo 
trono in quest'altra città sua vassalla: ove in ef- 
fetti lo collocò nella chiesa matrice di S. Nicola ; 
e si faceva forte col tenere sotto il suo comando 
una squadra baronale di centocinquanta a duecen- 
to armigeri, i quali stavano acquarterati nella 
parte centrale dell'abitato, presso la piazza del 
Mercato. 



(t) D. Carbone-Grìo, op. ctt,^ e. Vili, pag. i6o*68. 



294 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 



I Palmisani, che a causa del Flagello e della 
consecutiva epidemia delle febbri maligne^ e per 
le emigrazioni avvenute, erano molto ridotti di 
numero, non poterono porre ostacolo a tanto di- 
spotismo, e anche perchè fra i cittadini vi erano 
molti partigiani del principe di Cariati, sia quali 
impiegati nei suoi oramai abbandonati setifici e 
lanifici, e sia quali agenti, o dipendenti che nel 
paese avevano influenza, i quali si davano a tult'uo- 
mo per distornare i cittadini da ogni proponimento 
di ribellione contro il loro padrone. Il quale, era 
iniquo, si, ma per essi agenti, e dipendenti, egli 
era la provvidenza del cielo, stante che li veniva 
spesso gratificando per la loro servilità turpe ; e 
alcuni ebbero in dono case e terreno neirabitato 
e fuori, che questo feudatario aveva in tutto o in 
parte, usurpato prepotentemente, ove al Comune 
e ove pure a persone private. 

In Palmi, quella esuberanza di attività in di- 
verse industrie e nei commerci era, dopo il Fla- 
gello, venuta meno, e non più vi si fabbricavano 
quei drappi di seta e di lana, tanto ricercati; né 
più venivano esportate quelle frequenti e abbon- 
danti quantità di olii, vini e grani ; e quel con- 
tinuo mercato, tanto frequentato dai forestieri, e 
sempre ricco di derrate, si era ridotto ad essere 
tenuto solamente in due giorni per ogni settima- 
na, e di prodotti limitati ai bisogni locali. Sicché, 
se non proprio la miseria e lo squallore, in que- 



CAPITOLO SETTIMO 295 



Sta città, come verificavasì nelle altre terre di 
questa desolata regione della Calabria, regnava 
certamente lo scontento e principalmente l'odio 
contro questo principe di Cariati, che alla imma- 
ne sventura del terremoto, aggiungeva gV insulti 
e le prepotenze sul popolo palmese. 11 quale, dopo 
qualche tempo, non potendo più soffrire di essere 
tenuto in tale abbietto vassallaggio, incominciò 
ad agitarsi, e stare compatto contro i partigiani 
di questo suo utile signore, e lontano da quella 
gente straniera, che pure veniva a stabilirsi in 
Palmi. E così vi si riaccesero le due fazioni: Tuna 
dei Verdonelliy che erano i partigiani del principe, 
e Taltra dei GialineìlL che erano i partigiani del- 
la Città o della e università libera »; e i naturali 
vi riuscirono a costituire fra loro come una estesa 
associazione, che veniva chiamata La Campana 
di Legno ^ col rievocare lo loro consuetudini an- 
tiche, cioè di essere ospitali e benefici con i fo- 
restieri ; ma di non permettere che alcuno di essi 
venisse a domiciliarsi in Palmi, senza il loro con- 
senso ; e ciò principalmente per poter allontanare 
che vi allignasse la gente malvagia, la quale or- 
dinariamente è sconoscente e nemica della terra 
che la ospita, per come li aveva resi edotti l'espe- 
rienza delle vicende dei tempi passati. Da tale 
unione, i Palmisani non tardarono a provarne gli 
effetti favorevoli ; e poscia, sia che frequenti ed 
insistCTiti erano le loro giuste rimostranze presso 



296 PALMI, 8BMINARA E OIOIA-TAURO 



le regie autorità, contro gli abusi del loro feuda- 
tario, per le quali, questi noti poteva riceverne 
che maggiore discredito ; sia che non tralasciava- 
no occasione opportuna per punzecchiarlo con le 
contrarietà che potevano creargli, producendogli 
impunemente dei danni, e colmandolo di bene 
applicate ingiurie ; questo principe di Cariati, 6io- 
van Battista Spinelli II, duca di Seminara ed utile 
signore di Palmi, la tradizione che ci tramandò 
gli avvenimenti dianzi esposti, vuole che ne morì 
di crepacuore, il 22 febbraio 1792, dell'età di anni 
settantadue. 

Questo feudatario, dalla sua seconda moglie, 
Cristina Spinelli^ aveva avuto due figliuoli, cioè 
Scipione IV e Maria Emmanuela Spinelli ; la quale 
che si sia fatta monaca^ pare che ne sia stata co- 
stretta. Questo Scipione premorì al suo genitore, 
addì 30 agosto 1791, e quindi il feudo di Semi- 
nara cadde in eredità all'altro Scipione, il quale 
era primogenito di Antonio, che fu fratello secon- 
dogenito di Giovan Battista II, ed era morto nel- 
l'anno 1790. Questo Scipione morì in novembre 
del 1797, e gli successe nel ducato di Seminara, 
il suo fratello secondogenito Gaetano ; e questi 
venuto anche a morte dopo breve tempo, ed es- 
sendo pur morti altri due fratelli, successe a loro 
in questo feudo, l'ultimo fratello Ferdinando^ il 
quale fu l'unico superstite dei discendenti di Gio- 
van Battista, fratello di Carlo il Diacono, in cui 



CAPITOLO SETTIMO 297 



si venne ad estinguere la primogenitura maschile. 

La principessa di Cariati, Cristina Spinelli, ve- 
dova di Giovan Battista U, compose, per parte 
della casa Spinelli-Cariati, le controversie con la 
università di Serainara; e questa città, addì 8 
aprile 1795, < in pubblico parlamento deliberò lo 
accomodo desiderato » (1): ma costei essendo morta 
addi 18 febbraio 1797, le subentrò nella rappresentan- 
za di detta casa, sua nipote, per nome anche Cristi- 
na. La quale poi, alla morte del duca Ferdinando, 
fu l'erede di casa Spinelli, e continuò a serbare 
il titolo di Principessa di Cariati, compiacendosi 
pure del titolo di baronessa di Palmi, fin' oltre al- 
l'agosto dell'anno 1806 ; in cui^ sebbene da Giu- 
seppe Buonaparte il feudalismo fosse stato abolito 
per legge ; pure fu propriamente sotto Gioacchino 
Murat (1809-1810) che venne soppresso di fatto, 
in virtù del regolare funzionamento della Commù^ 
sione Feudale (2). 

Dal 1733 al 5 luglio 1806, visse il dott. Pasquale 
Raimondo Saffioti, il quale per parecchi anni, in 



(i) Deliberazione del comune di Seminara del giorno 8 aprile 
1795; vedi appendice II. 

(3) BuUeiHno delle sentenze emanate dalla Suprema Commissione 
perle liH^ ecc., ti.o 12, pag. 569, sentenza num. 90, a di 33 die. 1809; 
n.o 6, pag. 336, sentenza num. 35, a di 8 giù. x8io, v, nell' app. Ili, 
in fine di questo voi., numeri i.o e 2.0 ; P. Colletta, op, cit.^ tom. II, 
1. VI, e. III, 1. VII, e. II ; Nicola Leoni, Sludi Istor. su la Magna 
Grecia e su la Brezia, Nap. x886, voi. II, e. XLV. -~ Vedi appendice 
IV, in fine di questo volume, cioè P Albero genealogico della famiglia 
Spinelli, feudataria di Seminara^ ecc. 



2^8 rAI.MI, SEMIXARA E GIOIA-TAURO 

Napoli, fornitosi di studi di filosofia, lettere e leg- 
gi, presso l'abate Antonio Genovesi principalmen- 
te, di cui fu uno dei più valenti discepoli, e con 
cui fu poi in lungo carteggio, come rilevasi dal 
Racioppì(l), si ritirò al finire del 1760, in Pal- 
mi, sua città nativa; e dal feudatario del ducato 
di Seminara, fu nominato governatore baronale 
di questa città, di Oppido e di Fiumara di Muro : 
ma nel 1768, si dimise da tale carica, perchè fu 
nominato alla cattedra per V insegnamento degli 
Officii di Cicerone e discipline affini, ed insegnò 
in Catanzaro. Egli scrisse molte opere, che in se- 
guito furono date alle fiamme, nel tempo delle 
vicende politiche del 1799 ; però ne sono scampate 
due: una delle quali è in opuscolo inèdito, inti- 
tolato Dissertazione istonco-canonico-politica^ av- 
versa al potere temporale dei papi, e l'altra è un 
manoscritto circa le leggi lomgobarde, ed entram- 
be attualmente sono possedute dai suoi pronipoti. 



(i) Antonio Genovesi per Giacomo Racioppi^ Napoli, presso An- 
tonio Morano, 187 r, pag. 169 ; dove viene citata la lettera del 6 nov. 
(768, II delle lettere Familiari dèi Genovesi, raccolte dall'editore For- 
ge- Davanzati, e pubblicate in Napoli, nel 17S8. 






CAPITOLO Vili, 

( Dall' amo 1789 al 1817 ) 

80XXARI0: — Ceno della rlvolozioie fraaoese del 1789, e delle ooiset^ieme li Italia. — 
DllhisitDe In Calabria della Prammassoaerla e dei priaeipii demoeratiei. — istltuitne 
in Palmi di naa loggia di Hberi-maratori. — Ordiae dei eeti; teadenie del popolo, e 
Movimenti politici neirestrema Calabria. — Accenao alle disfatte dei Borboai, e loro ri- 
fogio ia Sicilia. Entrata del Francesi in Napoli, e istituzione della Bepabbliea Parteno- 
pea. — BleTaiione di Palmi a capoluogo di distretto con sede di sottintendenza. — Bio- 
gratta di Nicola Antonio Manft'oce. 

^^ V-^ON la rivoluzione francese dell'anno 1789, e 
dal Governo repubblicano, che ne seguì, nuovi 
principii politici si diffusero per TEuropa ; e negli 
anni consecutivi, in Italia, la parte dei cittadini 
piti colti e principalmente i giovani dediti agli 
studi, divennero entusiasti fautori di libertà e di 
uguaglianza, malgrado le ostilità del clero e le 
persecuzioni dei diversi principi, che tenevano 
scissa questa nazione, e sotto un fiero a.ssolutismo. 
Nel regno delle Due Sicilie, le dottrine democrati- 
che non si erano propagate con entusiasmo e fervo- 
re, come era avvenuto per le città dell' Italia supe- 
riore; ma i massoni si erano resi più attivi, e 
avevano preso a seguire i dettami dei franchi-mu- 
ratori: sicché in Calabria, dove la Frammassoneria 
si trovava di essere stata introdotta in Cosenza, 
da antica data, e che all' epoca del Campanella, 



300 PALMI, BBiaNARÀ E GIOIA-TAURO 

lo scopo di essa era gik incominciato ad essere 
tutto politico (1), ben presto divennero numerosi 
gli affiliati alle nuove massime di un governo de- 
mocratico e liberale, segnatamente, oltre di Cosen- 
za, in Catanzaro, Reggio, Monteleone e in altre 
piccole città. 

In Palmi si era costituita fra alcuni benestanti, una 
loggia di liberi-muratori, la quale era in relazio- 
ne con i massoni di Reggio: ma nei paesi della 
Piana, poco o nulla erano intesi i principii di li- 
bertà, che, come dapprima in Palmi, alquanto si 
erano propagati solamente nella classe dei cosi 
detti galantuomini ; la quale, secondo V intendere 
del popolo, abbracciava i nobili, titolati o non, e 
i ricchi da vecchia, o da recente data, benché per 
serbare le formalità nelle elezioni dei decurioni, 
vigesse l'ordine antico dei ceti, cioè dei nobili ex 
genere^ dei nobili ex privilegio^ degli onorati detti 
volgarmente civili^ degli artefici^ e dei villani^ 
detti pur volgarmente massari. E dai galantuo- 
mini in fuori, il resto del popolo, che era in gran 
parte plebe, assuefatta per consuetudini secolari, 
ad ubbidire ed essere fedele vassalla dei feudatari, 
amava meglio restare più che suddito, schiavo, 
anziché divenire libero ; ed aveva in odio fin'anche 
coloro che erano conosciuti per patriotti ; ad ognu- 
no dei quali dava del giacobino ( nome già infamato 



(i) D, Andreotti, op. cit., Nap. 1874, voi. Ili, 1. XIX, e. IV. 



CAPITOLO OTTAVO 301 



dai mali di Robespierre, di Marat e di altri) (1), 
a disprezzo e inj^iuria, per come aveva falsamente 
appreso dal pulpito, dal confessionale, nel palazzo 
del suo signore, e dai galantuomini borboniani: e 
con ogni mezzo, come da per tutto nel regno, 
veniva inculcato alle popolazioni, generalmente 
ignoranti e fanatiche, che i Francesi e i loro par- 
tigiani erano nemici della religione, crudeli, in- 
cendiatori di case e di città, sanguinarli oppres- 
sori dei popoli, e che non rispettavano le donne 
altrui (2), 

Intanto correva l'anno 1798, e i soldati della 
Repubblica francese, occupata l' Italia superiore e 
poi Roma, passando sempre di vittoria in vittoria, 
si accingevano ad invadere il regno di Napoli, 
dopo che l'esercito borbonico, dai precedenti com- 
battimenti, era rimasto scompigliato ed avvilito. 
Ala nella estrema Calabria non si risentivano che 
lievemente gli effetti di tali avvenimenti politi- 
ci (3) ; e il rigorosissimo e inesorabile auditore D. 
Angelo Di Fiore, residente in Reggio, con le mi- 
nacce delle inquisizioni e degli imprigionamenti, 
teneva intimiditi gli animi dei cittadini, e lordi- 



(i) Abate Barruel, Memorie per servire alla sloria del Giacofnni' 
smo^ traduz., Napoli 1822--24 ; F. Cplletta, op. ciL^ tom. I, I. IV, e. I» 1 4. 

(9) P. Colletta, op,ciL, tom. I, 1. II, e. Ili, pag. 138, I. Ili, e. II, 
I 18 e 31. 

(3) Carlo Guarna-Logoteta, Notizie cronistoriche di Reggio di Ca- 
laòHa, dal 1797 al 1847^ Reggio di Calabria 1891, voi. I, part. I, cap. I. 



302 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

ne pubblico era rispettato. Se non che, egli come 
ebbe notizie che in altre parti del Regno andavano 
di male in peggio le sorti dei Borboni, temendo 
che in Reggio si potesse tentare qualche movi- 
mento rivoluzionario, e favorire una invasione dei 
Francesi in Calabria, giacché vi era un rilevante 
numero di massoni, e tutti appartenenti a cospi- 
cue famiglie, fece venire da Messina molta solda- 
tesca; e nella notte del 14 dicembre dell'anno 
anzidetto, ne arrestò più di cinquanta, ed altri 
ancora in altri luoghi, nei giorni susseguenti, fino 
al numero di settantacinque (1). In tale circostan- 
za furono pure arrestati in Palmi i denunziati D. 
Gaetano Suriano, D. Rocco e D. Cirillo Minasi, 
D. Nicola Porco, D. Francesco e D. Felice Mauro, 
e D. Girolamo Coscinà ; ma questi tre ultimi scam- 
parono poi dall'arresto ; e verso la fine di marzo 
dell'anno consecutivo (19 marzo 1799), D. Gae- 
tano Suriano, D. Nicola Porco, entrambi nativi di 
Palmi, come pure tutti gli altri sopraddetti, e il 
marchese D. Domenico Grimaldi da Seminara, in- 
sieme con moltissimi altri patriotti, creduti mas- 
soni, furono dalla Cittadella di Messina, trasportati 
al forte di S. Giacomo, nell' isola di Favignana (2). 
Però da altri viene riferito che Domenico Grimal- 



(i) Vittorio Visalli, /Calabresi nel risorgimento italiano^ ossia Sto- 
ria documentata delle rivoluzioni calabresi , dal i/pp al 1862^ Torino 
1893, voi. I, lib. I, cap. I. 

(2) C. Guariia-Logotcta, op. cit,y voi, I, part, I, e. I. 



CAPITOLO OTTAVO 303 



di ( padre dell'eroico Francesco Antonio, che mori 
decapitato in Napoli, il 22 ottobre 1799 ) fu lasciato 
nelle carceri di Messina, perchè affetto di gotta (1). 
Poi D. Gaetano Sudano e molti altri, custoditi 
neir isola della Favignana, furono liberati dalla 
Giunta di Palermo, con dispaccio del 29 maggio 
1800 (2). 

Il Re Ferdinando IV, dopo che il suo numeroso 
esercito di cinquantaduemila soldati, comandati 
dal generale austriaco, barone Carlo Mack, ebbe 
a toccare nella Romagna e ai confini del suo re- 
gno, una serie di sconfitte dall'esercito francese, 
composto di venticinquemila soldati^ é comandato 
dal generale Giovanni Stefano Chiampionneti se 
ne ritornò in Napoli: ove trovandosi mal sicuro, 
si rifugiò con tutta la sua Corte in Sicilia, addì 
25 dicembre del 1798, protetto dagl'Inglesi, con 
i quali e con l'Austria, la Russia e la Porta ot- 
tomana si era alleato. Poco di poi i Francesi vit- 
toriosi entrarono in Napoli il 23 gennaio del 1799, 
ma con la connivenza dei patriotti napolitani, e 
vi istituirono la Repubblica Partenopea (3). 



(i) Atto Vannucci, / martiri della libsrtà italiana^ dal 1794 al 1848^ 
Milano 1885, voi. I, e. XII, pag;. 98; V. Visalli, op. cit., voi. f , 1. I, e* 
III. 

(3) C. Guarna-Logoteta, op, cil.^ voi. I, part. f, e. III. 

(3) P. Colletta, op, cit,y tom. I, 1. Ili, e. Ili; Vincenzo Coco, Sag- 
gio storico sulla Rivoluzione di Napoli (1799), Napoli 1863, { 13.0, X4.®, 
e 16.0 ; N. Leoni, Stud, Istor. su la Mag, Grecia e su la Brezia, Nap. 
1886, voi II, e. XLIII; Pietro Cala Ulloa, Della sollevazione delle Ca- 
labrie contro rt* Francesi ^ Roma 1871. 



a04 PALMI^ 8EMINARA E GIOIA-TAURO 

Qui poDgbiamo termine alla parte prima di 
questa raccolta di notizie storiche inforno a Palmi, 
Seminara e Gioia-Tauro ; delle quali città, dai loro 
primordi sino alla fine del secolo passato, come 
già il lettore ha potuto notare, non si può tessere 
una completa storia ; stan teche per ricerche inde- 
fesse e diligenti che si sieno potute fare da noi a 
tale proposito, non abbiamo potuto venire a capo 
che di un numero di notizie e di documenti alquan- 
to insufficienti; né vi è da rintracciarne ancor molto 
di più, da ulteriori ricerche, né negli archivi mu- 
nicipali rispettivi, essendo che questi andarono di- 
strutti, o perduti a causa principalmente del terre- 
moto del 1783, né molte altre negli archivi di Stato, 
oltre a quelle che già abbiamo riportate: mentre 
pòi da tale anno, come pure dall'epoca della in- 
vasione francese e della spedizione del cardinale 
Fabrizio Ruffo per la riconquista del regno di 
Napoli, sino ai tempi nostri, si ha tal copia di 
notizie, cronache e documenti, da potersi conti- 
nuare a compilare soddisfacentemente la storia 
municipale delle dette città. 

Pertanto, in tutti gli avvenimenti del versante 
occidentale dell'estrema Calabria, durante il tem- 
po della spedizione del Cardinale Ruffo, e poi del- 
la occupazione militare dei Francesi nelle Calabrie, 
le quali erano in continua sollevazione contro di 
questi j il popolo palmese, eccetto pochi galantuo- 
mini^ manifestò sempre grande attaccamento verso 



CAPITOLO OTTAVO 



il re Ferdinando: il quale, nel riordinamento della 
circoscrizione amministrativa delle province del re- 
gno di Napoli, di qua dal Faro, dispose, quasi in ri- 
compensa, che la sede del distretto venisse stabilita 
a Palmi, che contava allora 6100 abitanti, ed eraao> 
noverata tra i comuni di prima classe. E così questa 
città, con Legge del 1.° mag. 1816, sanzionata per 
l'attuazione al l.^gen. 1817, fu elevata a capoluogo 
didìstrecto con sede di sottintendenza di3.'cla8se(l). 



(i) ColUsione delle Leggi e Decreti reali. Anno iSi6, N." 45, 1 
360 J Legne del 1° maggio 1816, portante la circoscrizione ann 
straiiva delle Provincie del Regno di N-ipoli ; N.o 50, ( N.o 409) Decreto 
del 18 giugno 1S16; « ... 11 locale che ha servito una volta per U90 
di ospedale militare in Palmi [ sotto la dominazione dei Ftancesi ] è 
conceduto alla provincia della prima Calabria ulteriore per lo stabili- 
mento della sotti n tendenza del distretto >. 




« — Di Salto, Pitmì, 



306 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 



Biografia di Nicola Antonio Manfroce. — Il 
popolo palmese, da tempi remoti, die sempre ma- 
nifestazioni di naturale inclinazione per la mu- 
sica; e perciò non vi mancarono mai le bande 
musicali, le quali, per merito dei musicanti, ten- 
nero la prevalenza fra le altre nelle Calabrie (1). 

Nei primi anni dì questo secolo, incominciò a 
fiorire e divenir celebre, Nicola Manfroce, il cui 
nome ridonda grande onore alla sua città nativa, 
e non poco ancora alla patria tutta ; tanto che 
r illustre giureconsulto Enrico Pessina, il 28 aprile 
1880, nella circostanza di una difesa tenuta nel 
tribunale circondariale di Palmi, all'esordio ricor- 
dò con entusiasmo il Manfroce, compiacendosi di 
trovaci in questa ridente e fortunata città, che 
aveva, secondo il suo dire, dato i natali a questo 
giovane maestro, il quale se fosse vissuto ancor 
di più, sarebbe stato l'unico genio musicale da 
poter emulare Rossini, come già è stato il pre- 
cursore della rivoluzione musicale attuale. 

Del Manfroce scrisse una pregevole biografia 
Francesco Florimo da Polistena, già archivista del 
Real Collegio di musica di S. Pietro a Majella, 
nel volume I della sua opera ( Cenno storico 
sulla Scuola Musicale di Napoli^ Napoli 1869, 
pag. 612-40); e compito certamente accetto e uti- 
le per il lettore, e pregevole per queste Ricer^ 



(i) Can. Fr. G. Ant. Baron»t, La vergine della Sacra Lettera pro- 
tettrice di Messina e di Palme^ Napoli 1896, cap. XIX* 



CAPITOLO OTTAVO 307 



che e studi storici^ è il riportarla qui fedelmente: 
< Il nome di Nicola Antonio Manfroce desta la 
idea d'una grande sventura per la nostra scuola. 
Dotato di tutte le qualità che si richiedono a for- 
mare un gran compositore, animato da quello 
spirito d'invenzione che spinge al progresso evi- 
tando le anomalie, sembrava essere egli destinato 
a produrre nella musica quella rivoluzione gran- 
diosa che ora ammiriamo. E le sole due opere 
teatrali che giunse a comporre, dimostrano chia- 
ramente a qual punto sarebbe arrivato se non gli 
fosse venuta meno la vita prima di giungere al- 
l'anno vigesimo terzo di sua età. Se la sua morte 
è stata una sventura per la nostra scuola, noi fu 
però pel di lui nome, che deve necessariamente esse- 
re tenuto in gran conto nella storia dell'arte, e confi- 
do di far qui rivelare come le due sole opere di un 
giovinetto abbiano servito di primo scalino a quel- 
la che chiamiamo musica del secolo decimonono. 
« Nicola Antonio Manfroce, figlio di Domenico 
e Carmela Rapi Ilo, nacque in Palmi, amena città 
nella Calabria meridionale, ai 20 febbraio 1791. 
Ancora fanciullo mostrava le più felici disposizio- 
ni per la musica. All'età di 11 anni, unito ad una 
compagnia [diretta da Antonio lonata] di musi- 
canti Palmigiani [palmisani], andò in Catanzaro 
in occasione d'una gran festività che ivi si cele- 
brava, e destò meraviglia, facendo mostra del suo 
precoce ingegno. Senza avere studiato né contro- 



,^08 PALMI, SEMINARA E OIOIA-TAURO 

punto né composizione, a dodici anni, si accinse 
a scrivere una Messa che pur piacque, ed un tal 
Gaetano Cresci, negoziante, fu talmente invaghito 
della composizione del giovinetto Manfrooe, che 
decise a suo carico e spese condurlo in Napoli per 
collocarlo in uno dei nostri Conservatorii. Mentre 
che il Cresci si stava adoperando a ciò, ebbe tale 
contrarietà nei suoi interessi, da non poter più 
secondare i generosi impeti del suo cuore ; di mo- 
do che Manfroce sarebbe stato costretto a ri- 
tornarsene in patria, se non avesse trovato un 
altro benevolo appoggio in un tal sig. Antonio 
Bianchi, che si cooperò perchè fosse ammesso nel 
Conservatorio della Pietà dei Turchini, Entratovi 
nel 1804, venne dapprima affidato alle solerti cure 
del maestro Giovanni Fumo per lo studio dei par- 
timenti od armonia sonata, indi a Giacomo Trit- 
to pel contropunto e composizione. Guidato da sì 
valenti istitutori, fece accurati studii che ebbero 
i piti felici risultamenti. Più tardi recatosi in Bo- 
ma, apprese dallo Zingarelli [ Nicolò ] , maestro 
allora nel Vaticano, le pratiche tutte della famo- 
sa scuola del Durante e la maniera di comporre 
[conservatorio Madonna di Loreto]. Studiosissimo 
delle musiche dei sommi maestri dell'arte, tra gii 
antichi classici autori della Scuola Napolitana, egli 
prediligeva Sacchini [ Antonio ] e Traetta [ Tom- 
maso ] ; e dotato di un bello ingegno e di estro 
non comune, fu tra i primi a studiare e meditare 



CAPITOLO OTTAVO 309 



accuratamente le opere deirHaydn e del Mozart, 
che in quel tempo comparvero in Napoli. Ammi- 
ratore entusiasta della Vestale di Spontini, che 
rappresentavasi in S. Carlo, nel 1809, l'ebbe sem- 
pre in mente e la prese quasi a modello, quando 
in appresso scrisse per lo stesso teatro. All'età di 
anni 15, cominciò a comporre, e mostrò nelle sue 
produzioni un genio che sembrava destinato a di- 
videre con Rossini la gloria della rivoluzione mu- 
sicale del XIX secolo, e che sarebbe stato un'altra 
stella quale Mayer, P&er, Generali, nel congiun- 
gere le soavi melodie della Scuola Italiana alle 
ricchezze della Scuola Alemanna, quasi anello di 
comunicazione tra la musica di Paisiello e Cima- 
rosa e quella di Rossini. 

« Alunno ancora, quando il Conservatorio della 
Pietà de' Turchini passò nell'edifizio di S. Seba- 
stiano, in questo compose due Messe ed un Dixit 
per quattro voci a grande orchestra ed una Sin- 
fonia^ che furono universalmente gradite. Né an- 
darono fallite le speranze che di lui si concepiro- 
no, perchè presto manifestò le cognizioni che a- 
veva acquistate, il profitto che nella musica aveva 
fatto, ed il genio che lo animava, sviluppando 
sopra vasta scala tali pregi, nei due melodrammi 
Alzira ed Ecuba. Il primo fu rappresentato al 
Teatro Valle in Roma nel 1810, ove fu molto ap- 
plaudito ed encomiato dagl' intelligenti, non aveu- 



310 PALMI, 8SMIKÀRA E OIOIA-TAURO 



do allora il Manfroce che 19 anni (1). V Ecuba, 
scritta pel Teatro S- Carlo in Napoli nel carne- 
vale del 1813, ebbe successo di vero entusiasmo. 

« Considerato il Manfroce come abbiamo accen- 
nato quale anello di congiunzione fra Paisiello e 
Cimarosa per giungere a Rossini, di cui devesi 
senza dubbio qualificare il precursore, crediamo 
debito neir interesse dell'arte di fare una breve 
disamiua dell' Alzira e dell' Ecuba^ che riuscirà 
sicuramente gradita ai cultori della musica, ed in 
pari tempo servirà per coloro che scrupolosamente 
intendessero scrivere una storia compiuta della 
musica del XIX secolo ed indicarne uno dei punti 
di partenza. 

« Neil' Alzira s' incomincia da una breve sinfo- 
nia, che direbbesi fatta alla maniera del Cimarosa 
suo antecessore, ma con pensieri più robusti, con 
un'istrumentazione più ricca e più armoniosa (2). 
La cavatina di Alzira nel 1^ atto si distingue per 
una freschezza d'idee quasi peregrine e per un 



(i) < Quest'opera fu riprodotta in Napoli nel gennaio del 1819 per 
la beneficiata della signora Dardanelli, ed ebbe felice successo >. — 
Giornale del Regno delh Due Sicilie^ n.o 5f giovedì 7 gennaio 1819. 

(a) La strumentazione accennò il suo sviluppo da Cimarosa, progredì 
e s' ingrandì con Spenti ni, e sarebbe giunta ad alto grado con Man- 
froce se non lo avesse còlto prematura morte. Il Mayer, il Pfter ed il 
Generali, venuti dopo, vieppiù arricchirono e fecero progredire la stru- 
mentazione, come neirAlemagna già facevano, e gigantescamente, lo 
Haydn, il Mozart ed altri maestri: ma era destinato a Rossini Tarri- 
varne al sommo, ed oggi, con più arte, a Verdi ( Fr. Florimo, op. 
cil.f Introduzione^ pag. 73 ). 



CAPITOLO OTTAVO 311 



assolo di vìoIìdo sempre intrecciato col canto sì 
nell'andante che nella stretta, messo con delica- 
tezza e buon gusto: e di già riportandoci ai tempi 
si ha non soltanto una novità nell'aver introdotto 
un assolo di un istrumento qualunque in un'opera 
teatrale, ma benanche un ardito tentativo che me- 
rita esser notato. Il duetto tra Alzira e Gusmano 
nello stesso atto primo è tutto sulla maniera che 
più tardi fu introdotta da Rossini, si per forma 
come per cantilene e struttura di orchestrazione. 
Degno di osservazione è l'andante dell'aria di Za- 
moro, Ah ! gran Dio che tai vedesti. . . , come pu- 
re la gentile stretta che subito segue. La finezza 
e purità di queste melodie è ammirevole e sor- 
prendente. Il finale del secondo atto, composto di 
un sol tempo, non presenta niente di rilevante; 
pur nondimeno le voci sono benissimo introdotte, 
ed il primo pensiero che successivamente si ripete 
nelle parti principali e nelle masse corali, non 
può che produrre un sicuro effetto. Questo eccel- 
lente pezzo di musica ha anche il merito della 
brevità. 

« L'JEStmfra, questa seconda opera del Man- 
froce, segna un gran progresso dopo l' Alzira. In- 
comincia con una grandiosa e severa sinfonia di 
forma sconosciuta in quel tempo. I crescendo che 
si dissero introdotti da Pietro Generali o da Ros- 
sini, debbonsi attribuire a Manfroce che li ha pre- 
ceduti. Lo strumentale dell'^i^ba è armonioso, vi- 



312 PALMI, SEHINARA E OIOIArTAUBO 

goroso, e non mai languido; gli accompagnamenti 
ben trovati, messi con gosto ed eleganza, e sem- 
pre adatti alla situazione; i pensieri nuovi e sen- 
titi, e la parte vocale trattata sempre drammati- 
camente. Insomma il tutto riunito costituisce quel 
bello d' insieme che necessariamente deve concor- 
rere al compimento d'una grand'opera, che altro 
non è che una forma dell'arte musicale. Da que- 
sto punto può dirsi che parte il rivolgimento del- 
la musica teatrale italiana, poiché è pur da notar- 
si che da Manfroce Torchesta fu portata numeri- 
camente quasi al suo totale, come ora trovasi, cioè 
primi e secondi violini, viole divise, violoncelli^ con-- 
irobassij traverso, flauto^ due oboe, due clarinetti^ 
due fagotti, due comi, due trombe, due tromboni 
tenori, un trombone^ serpentone e timpani (1). 

« Quantunque V Ecuba meriterebbe di essere tutta 
analizzata, noi per non andar troppo per le lunghe 
ci fermeremo brevemente alle cose principali e di 
qualche importanza. Meritano di essere notate la 
Introduzione pel dialogo recitato tra Polissena e 
Teona^ e pel serio pensiero istr amen tale che Tac- 
compagna ; il coro in do terza minore tenori e 
bassi, Cessi al fin sì tremenda ialina ; l'aria di EI- 



(j) € Non si dimentichi che da noi s'intende sempre parlare della 
scuola di Napoli e degli immegliamenti che gli allievi da essa usciti 
apportarono all'arte, senza tener conto di quello che gli altri compo. 
sitori avesser fatto nella Germania e nella Francia contemporaneamente 
e anche prima del Manfroce ». 



CAPITOLO OTTAVO 313 



cuba in mi bemolle terza maggiore; il coro a 
quattro parti in mi terza maggiore, in dove è de- 
gno di maggiore rilevanza il primo pensiero^ che 
con un'arditezza precoce ai tempi, incomincia so- 
pra un accordo di 2.^ e 4.^ maggiore sulla quarta 
del tono discendente ; il duetto dell' atto secondo 
tra Polissena ed Achille, Ambi avrem sino alla 
morte^ ammirevole per la delicatezza del suo an- 
dante ; il quintetto e finale di questo medesimo 
atto in cui si nota un buon fraseggio melodico, 
ed alle parole Là nel tempio omai si vada^ le par- 
ti principali sono bene intrecciate, come se fossero 
due soggetti riuniti vicendevolmente insieme (1). 
Nell'aria di Ecuba al secondo atto, l'autore pensò 
introdurre Tarpa, che è maestrevolmente scritta, 
ma non molto adatta alla situazione scenica. L'at- 
to terzo non è pari in merito, ed è meno bello 
dei due precedenti. La soavità de' pensieri, la 
espressione delle melodie di queste due opere, la 
forza ed un nuovo impasto nelle armonie, la no- 
vità e robustezza dello strumentale, Torìginalità 
delle forme, tutto insomma faceva presagire in lui 
un ingegno di primo ordine, un compositore in- 
somma che, come dissi, sembrava destinato ad es- 
sere caposcuola nel rivolgimento della musica 
drammatica, se maggior vita gli fosse stata con- 
cessa. 



(i) < Rossini di questa frase musicale ha fatto la bellissima stretta 
del finale primo del Barbiere di Siviglia ». 



314 PALMI, 8EKINÀHÀ E GIOIA-TAURO 

« Di queste due opere vi è ragion di credere 
che sieno poco conosciute, o da pochissimi ricor- 
date appena ; quindi sarebbe utile che fossero mes- 
se in evidenza pubblicandole per le stampe o al- 
meno ridotte per canto e pianoforte, onde far ve- 
dere il vero posto che meritano di occupare nel 
dominio dell'arte, e mostrare al mondo musicale 
il progresso che i giovani della Scuola Napolitana 
hanno apportato alla musica teatrale, che da quel 
tempo cominciò a rilevarsi, e poi a mano a mano 
è salita al punto culminante ove ora ritrovasi. 

« Se a buon diritto si sono qui prodigati a Man- 
froce gli elogi che meritava, non però debbonsi 
tacera sul di lui conto alcune osservazioni, le qaali 
dall'uomo intelligente debbono essere considerate 
non come dirette all'ingegno del compositore, 
bensì alla poca esperienza che nei primi anni del- 
la gioventù avea potuto acquistare ed alla man- 
canza di tempo per mettersi in possesso di tutti 
i segreti dell'arte dello scrìvere e dell'estetica mu- 
sicale. Il poco sviluppo dato agli andanti, le stret- 
te talvolta troppo abbondanti e con superflue ri- 
petizioni, i finali e pezzi concertati non molto 
chiari né bene svolti nei pensieri, e con una spe- 
cie di confusione nell' intreccio delle voci coi cori, 
i quali talora fanno di accompagnamento air or- 
chestra; quest'orchestra contenente spesso la me- 
lodia, ed altre piccole mende, sarebbero al certo 
sparite a poco a poco dalle musiche del Manfroce, 



CAPITOLO OTTAVO 818 



qualora egli avesse avuto il tempo di comporne 
altre. E questa assertiva non si prenda corae trop- 
po arrischiata: non sono i capolavori dei maestri 
di alta rinomanza che hì debbono paragonare con 
le musiche del Manfroce, ma le loro prime com^ 
posizioni, e ritrovando come queste quasi tutte 
debbono cedere all' Alzira ed all' Ecuha^ se ne de- 
ve necessariamente dedurre che se V Alzira e la 
Ecuba fossero state seguite da altre composizioni 
che si avrebbero avute da Manfroce, queste avreb- 
bero pareggiato quelle dei grandi compositori ve- 
nuti dopo, e fra questi avrebbe egli distinto posto. 
< Dopo r immenso successo ottenuto in Roma 
neir Alzira, ripatriandosi ritornò a prendere stanza 
in quel medesimo Collegio di S. Sebastiano, del 
quale non avea cessato di essere alunno. La sua 
mal ferma Halute inco micio a risentirsi sensibil- 
mente. Egli, fiducioso di divenir qualche cosa di 
grande nell'arte, dedicava tutto il suo tempo al- 
Tapplicazione ed allo studio camerale, invece di 
pensai-e seriamente a curarai, come tutti lo con- 
sigliavano, e di vivere tranquillo, lontano affatto 
dalle emozioni di qualunque natura esse fossero 
state. Ma era scritta la fatale sentenza della sua 
prossima line. Divorato dalla febbre dell'arte, pre- 
se impegno di scrivere un'opora seria pel Keal 
Teatro di S. Carlo, che fu 1' Ecvba. Il suo lavoro 
progrediva di pari passo col male che lo trasci- 
nava al sepolcro ; e quando i medici disperavano 



316 PALMI, 8BHIKARA E GIOIA-TAURO 

della sua guarigione, egli componeva gli ultimi 
pezzi di musica dell'opera, che poi venne rappre- 
sentata nel R. Teatro di S. Carlo V inverno del 
1813. Il successo che n'ebbe fu di vero entusiasmo, 
e quasi in tutti i pezzi il pubblico voleva rivedere 
il maestro sul proscenio per applaudirlo e festeg- 
giarlo. Più fortunato del Pergolesi, che non ebbe 
la consolazione di sentire eseguire il suo Stabat^ 
le sue mancanti forze furono sufficienti per farlo 
assistere a replicate rappresentazioni della sua 
Ecuba e gustare V inesplicabile diletto del trionfo 
non solo, ma anche di un premio straordinario: 
perocché il Ministro dell' Interno e della Pubblica 
Istruzione Giuseppe Zurlo comunicava al Governo 
del Collegio che S. M. il Re aveva decretata una 
pensione al Manfroce da pagarsi dalla tesoreria 
della Real Casa, per farlo viaggiare nell'estero, 
onde si perfezionasse sempi*e più in quell'arte, ove 
era si gigantescamente esordito ; pensione di cui 
non gli fu dato fruire, stante l' immatura morte 
che lo eolp). La Regina allora regnante Carolina 
Murat che assisteva alla rappresentazione della 
Ecuba^ terminata che fu, mandò a complimentarlo 
e a fargli le sue sincere congratulazioni pel bril- 
lante successo ottenuto ; e dovette realmente ri- 
manere soddisfatta, perchè appena ebbe conoscen- 
za che la salute del Manfroce era in pericolo, 
diede disposizione che si riunisse un consulto dei 
primi medici della capitale e si provvedesse a 



CAPITOLO OTTAVO 317 



tutto il bisognevole onde venisse sollecitamente 
arrestato il male e carato con tutti i mezzi che 
l'arte salutare sapeva indicare opportuni, e tutto 
a di lei spese. Dai professori della facoltà medica, 
col celebre Cotugno nlla testa, venne stabilito che 
andasse a respirare l'aere salubre e balsamico di 
Pozzuoli, come più mite ed idoneo per le malat- 
tie pulmonari, o efficace almeno a diminuirne i 
patimenti. Disgraziatamente non ritrasse da quel- 
l'aere vantaggio alcuno ; anzi perchè di troppo 
avanzato il male, più ardente si dichiarò la febbre 
che lo consumava, di modo che fu obbligato a 
ritornarsene subito in Napoli, recandosi nel Col- 
legio di S. Sebastiano ch'egli considerava come 
la seconda sua casa paterna. Ivi, circondato da' 
suoi affettuosi compagni che tanto l'amavano, ed 
i quali poco tempo prima avevan diviso i suoi 
trionfi, quando coronato di entusiastici plausi si 
mostrava sulle scene di S. Carlo, mentre ora sco- 
rati e mesti attorno al suo letto di morte riceve- 
vano gli ultimi suoi sospiri ; se conforto alcuno 
poteva egli provare in que' supremi momenti, era 
certamente quello di vedei*si attorniato da quei 
cari giovanetti, che tocchi dalla sua sventura a 
calde lagrime ne piangevano la prossima fine. Con 
molta rassegnazione e con una calma impossibile 
a descrivere, dando l'estremo addio a quegli ad- 
dolorati compagni che in ginocchio attorno al suo 
letto oravano per lui, e ringraziandoli delle amo- 



318 PALMI,SEMINÀRA E GIOIA-TAURO 

revoli cure prodigategli, in età di anni 23 non 
compiti finì sull'alba della vita i suoi brevissimi 
giorni, e mentre appena avea cominciato a mo- 
strare i primi passi del suo ingegno. Giovanissimo 
tanto, avea pur varcato la soglia del tempio della 
gloria, ove in breve sarebbe divenuto immortale, 
come furono Pergolesi, Mozart, Weber, Bellini, 
veri genii musicali che nel piti bel fiore dell' età 
furono infelicemente rapiti alle speranze, alla glo- 
ria delle nazioni ed all'arte dell'armonia. Il giorno 
9 luglio 1813 ch'egli spirò, fu giorno di vero lut- 
to per la città di Napoli, e la sua morte venne 
da tutti compianta (1). Gli alunni del Collegio, 
col segno del bruno al braccio, col dolore nel cuo- 
re e con la mestizia nel volto, guidati da maestri, 
rettore, vicerettore e governatori del luogo, l'ac- 
compagnarono all'ultima dimora. Fu sepolto nella 
stessa chiesa di S. Sebastiano, dopo celebrata so- 
lenne messa funebre, diretta dall'egregio suo pri- 
mo maestro Giacomo Tritto, ed eseguita dai mae- 
stri e dagli alunni tutti del Collegio, non che dai 
più chiari professori di Napoli, che graziosamente 
vollero intervenire. E cosi doveva essere; poiché 
il nome di Manfroce è rimasto congiunto a quelli 
di Pergolesi e di Bellini, come le tre stelle cadute 



(r) « Dal sig. Alessandro Perrella vicerettore in quel tempo in San 
Sebastiano, e poi rettore in San Pietro a Majella, seppi i fatti circo- 
stanziati della malattia e morte del Manfroce da me descrìtti >. 



CAPITOLO OTTAVO 319 



precocemente dalla corona artistica che tanta glo- 
ria ha apportato all'Italia nostra (1). 

e Manfroce era di giusta statura, di forme ele- 
ganti e di maniere prevenenti ; non bello, ma pia- 
cevole ; di color bruno ; scintillanti gli occhi ; vi- 
vace e piena di fuoco la fisonomia ; di ebano e 
ricciuti i capelli; ameno nel conversare e di fino 
spirito ; dotato d'una soave voce di baritono, can- 
tava bene con molta passione e sentimento, il che 
lo rendeva carissimo alle donne, che amava troppo 
e dalle quali era con usura riamato ; e chi sa se 



(i) € Il Municipio di Palmi con lodevoltssima deli^razione presati 
IO giugno 1855 [il Decurionato, fìn dal ^4 maggio 1852, ne aveva 
presa deliberazione, come pure per Gioacchino Poeta ; e le due vie 
sono nei luoghi dei rioni, ove nacquero ed abitarono questi due illu- 
stri palmesi ] , volendo onorare in perpetuo la memoria del suo illustre 
concittadino, decretò che la strada cosi detta delle Muraglie insieme 
con la piazza contigua, venisse detta strada Manfroce: delicato pen- 
siero, degno di lode non peritura per quel Municipio. Accennammo 
a suo luogo pari risoluzioni nelle rispettive di loro patrie per lommelr 
/i, Cimarosay Piccinni ; ed intanto il Municipio di Napoli, che parec- 
chi uomini illustri incomincia a ricordare con nuovi nomi ad alcune 
nostre strade, nella sua saggezza non fiensò dare alle strade che me- 
nano al Collegio di Musica i nomi di PergoUsi^ lommeUi^ PUcimn^ 
PaisieUo^ Cimarosa^ Belliui^ che tanto s'illustrarono nella scuola di 
quel Collegio. E pure il Municipio di Parigi, avanti a tutti nella civil- 
tà, che da più anni aveva decretato chiamarsi strada Cherubini quella 
vicina alla piazza Lonvais^ e l'altra che conduce al teatro della Gran- 
d'opera chiamarsi strada Rossini^ nell'apertura dei nuovi Bauievards^ 
che dopo l'Arco della Stella menano a Passy, decretò altre undici 
strade in onoranza dei grandi Italiani Galileo^ Michelangelo^ Rafael" 
lo^ Lulli^ Durante y Pergolesi^ Pircinni, SponHni^ Cimarosa^ Sellini t 
DonizelH ... E perchè non s' imita dai nostri Padri della Patria il 
buono ed il lodevole che si fa negli altri paesi ? . . . Encomio / . . . 
Merito f f ... e Biasimo a chi spetta ! I . . . ». 



320 PALMI, 8B1CINABA E OIOIA-TAUBO 



una soverchia reciproca condiscendenza non fosse 
stata una delle più forti cause per farlo Hcendere 
quasi imberbe nel sepolcro ? (1). 

< Siamo entrati in parecchi particolari sul conto 
di Manfroce, e specialmente sugli ultimi momenti 
di sua vita, che da ninno si trovano accennati ; 
ma è d'uopo ricordare che chi ha scritta questa 
biografia fu ammesso nel Collegio di Musica quan« 
do erano scorni appena pochi anni dalla morte di 
quel valente giovinetto, ed i superiori del Colle- 
gio, i maestri, molti alunni, lo ricordavano sem- 
pre, e tutte quelle circostanze narravano conti- 
nuamente, pieni di rammarico, perchè mancato nei 
primordi della vita un compositore di tanto ingegno. 

€ In quanto alle musiche da lui scritte, possia- 
mo con pari certezza asserire che non ve ne so- 
no altre, se non quelle che si trovano riportate 
all'elenco qui annesso. Si è veduto come Manfro- 
ce aveva per dimora la sua stanza nel Collegio^ 
ed in quella è morto ; quindi tutte le sue compo- 
sizioni in quella stanza si trovavano, e di là pas- 
sarono nell'Archivio. Posto anche che alcuna fosse 
stata data originalmente, avrebbe potuto essere 



(i) Il ritratto del Manfroce è tra quelli, in bassorilievo, di tutti i 
maestri compositori di musica, ehe si trovano nella sala maggiore della 
Biblioteca del Real Collegio di Musica, e per ordine cronologico.— I 
ritratti dei maestri di musica nell'Archivio di S. Pietro a Minella pri- 
ma del 1845, erano in chiaroscuro; ed a quest'epoca, dal Duca di 
Noia, governatore del luogo, per la venuta degli scenziati in Napoli, 
li fece fare in bassorilievo ( Fr. Florimo, op* cii,, pag. 76 e 184). 



CAPITOLO OTTAVO 321 



soltanto qualche cosetta leggiera quasi improvvi- 
sata, e della quale egli non credeva dover tenere 
conto. Ma le cantate Piramo e Tisbe, t Armida^ 
che diconsi rappresentato in San Carlo, la Messa 
ad otto parti reali e due orchestre, il Miserere a 
tre cori e le sei sinfonie che leggiamo riportate 
da altri biografi, non esìstono, né per tanti e tanti 
anni che si è avuto agio di praticare con tutti i 
condiscepoli del Manfroce, se ne è inteso per pa- 
rola. Non vogliamo contrastare che avesse potuto 
comporre altri pezzi staccati, come arie, duetti^ ecc. 
ecc. . Però se da noi che ci troviamo sul luogo ed 
in mezzo ad alcuni contemporanei del Manfroce 
interamente s' ignorano, non possiamo persuader- 
ci poi come o da chi avesse potuto attingerne la 
notizia il coscienzioso autore della Biografia uni- 
versale degli artisti. Si conosce per tradizione di 
aver (3gli composta la sola cantata La Nascita di 
Alcide^ per festeggiare l'anniversario di Napoleone 
I, eseguita dagli alunni del Collegio in corte, alla 
presenza del Re e della Regina Carolina Murat (1) ; 



(j) € II sig. De Bonifont, personaggio molto influente nella corte, 
che nella qualità di Direttore della Pubblica Istruzione reggeva anche 
le sorti del Reni Collegio di Musica da che fu traslocato dalla Pietà 
de' Turchini in San Sebastiano, e cioè sino alla venuta di Zingarelli 
( i8r3 ], aveva ottenuto dal Re Gioacchino Murat il decreto 7 novem- 
bre ]8cr, col quale gli alunni del Collegio di Musica venivano esen- 
tati dalla leva militare, e più avevano come incoraggiamento il privi- 
legio di potere intervenire due volte in ogni anno nel Real Palagio 

31 — De Salvo, Talmi, Semioara e Gioia-T. 



822 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

come ancora sussiste un duetto con cori sulle pa- 
role Oggi più bella in cielo. 

< Composizioni di Nicola Antonio Manfroce est- 
stenti neir Archivio del Real Collegio di Napoli: 

1.° Alzira^ opera seria in due atti. Roma Tea- 
tro Valle 1810. 

2.^ Ecuba^ opera tragica in tre atti. Napoli Tea- 
tro S. Carlo 1813. 

3.^ Messa per quattro voci con orchestra in re 
terza maggiore. 

4.^ Altra id. in fa terza minore. 

5.^ Z>wr«7 per quattro voci con orchestra in re 
terza maggiore. 

6.^ Sinfonia a grande orchestra in do terza mag- 
giore. 

7.^ Oggi più bella in cielOy duetto per due tenori 
con coro ed accompagnamento di violini, 
viola e basso ». 



r 

per dare accademie vocali e strumentali alla presenza de* sovrani, che 
rimuneravano i più valenti giovani con ricchi donativi e gratificazioni 
pt^cuniarie ». 



^*^^^ 



A9 



APPENDICE 



•H- 



ItaetHeiti. — Albert f^^àUi^w 4elU rtaiglta Spiielli, feadatarla iì Soiiian, P«1mI, 

SMt'A^M eff. 



I. 

■ 

Bolla per la istituzione della Confraternita del SS. Rosa- 
rio in Palmi, nell'anno 1580. 



Purpureas prasbete rosas 
floresq3 Mariae 

Ut vobis frudum prcuòeat 
illa sutim 



In Nomine Sanctissim^ae et Individuae TrinOatis, — Pris 
et Filij et Spiritus sancii, et ad laudem et gloriam beatissima' 
Dei genitrids perpetua' Virginis Mariae Dominae nra*, piamqS 
venerationem Pris nostri divi Dominici sacri Rosarij atictoris 
atque insHtutoris Nos Fr. Paulìis Constabilis Ferrarien* . sacra* 
Theologia' professor totitis Ordinis Praedicatorum humilis Ch- 
neralis Magister et servus, Quémxidmodum Christiana' perfectio- 
nis summam in unitate Chrianor invicem, et ad Chr-àS vc^ 
luti membrorum ad caput omnium perfectionum fontem consistere 
credimus. Ita ad illam adipiscendam optimum esse eronis me- 
dium rone et experientia pie edocemur: Modus vero Deum oràndi 



324 PALMI, SEMINARA E OIOIA-TAURO 

secundum quem sacratiss.^ virgo Maria mater Dei per centum 
quinquaginta salutationes Aìigelicas et quindecim Dominicoè 
orone$ instar Davidici Psalterij colitur (qui Bo8arium nuncu- 
patur) d sancti88° pre nro divo Dominico primula inventus 
et institutus, a sumis Pontiflciims successive' ad devotam Prum 
nri Ordinis intercessionem appróbatus privilegi js quoque' oc 
maximis et innumeris . . . aliisqu^e Apostolicis gratijs decoratus 
inter caeteros in Ecclesia invenfos ad hoc obtinendum (nifalli- 
mur) magnopere conftrt ìiam praeter hoc quod beatissima Dei 
genitrix (cuius int^rcessio nobis perfectionem hanc impetrare 
potest) ibi crébrius invocatur ipse quoque' per se modus orandi, 
si recte fiat, quam facillime compendio illam consequit dum 
lusu Christi Salvatoris nri vitam omnem per quindecim myste- 
ria digestam meditando percurrere facit: Quae vos in Chro no- 
bis dilectissimi et devotissimi Chrifldéles Terrai Palmi Provin- 
ciae Caldbriae ultra pie considerdtes et ad' habendum au- 
gendum et conservandum praedictum modum orandi Confra- 
ternitatem Psalterii seu lìosarij sub invocatiane beaiae Mariae 
Virginis in Ecclesia sancti Salvatoris dieta' Terre institui- 
stis et ordinastiSs eieusdemqS Altare et Cappellam, fundastis; 
Cupientes atlt institutionem ordinationem et fundationem hmoi 
à nobis recipi et approbari, nrisqS patentibus Lris conflr^ 
mari, instantiss:*' petivistis ut dictam vram Confraternitatem 
recipere, admittere, appróbare et conflrmare dignaremur cum 
gratiis et favoribus oportunis: Nos igitur uris votis et petitio- 
nibvs inclinati dictam Confraternitatem suo dieta titulo beaiae 
Mariae de Rosario in supM nra Eccl. institutam aucte Apost. 
nobis in hoc parte concessa Tenore pntium recipimtcs, approba- 
mus, et conflrmamus, perpetuaeqS flrmitatis robur adijcimus, 
et quatenus opus sit de novo erigimus per pntes; accedente tam 
consensu Ordinarij Loci, et diimodo alia similis Societas in 



APPENDICE 325 



eadeta Terra Palmi rite inMtituta nan fuerit: Eamq3 Confra- 
ternitatem quamprimum per vos institutam atque omnes tUriusqd 
$exu$ Chriftdeles in eadem receptos et succesBÌve recipiendos ad 
grds privilegia et iìidulgentias quibue aliae cósimiles Confrater- 
nitaies in Ecclesijs nri Ordinis instituta' potiuni/ recipimue 
et admittimuè in vita pariter et in morte. Admonentes eiìisdem 
9ancti$9, Ro9arij Festum prim^ Dmca Mensis Octobris singuliè 
anni$ in eadem Cappella celebrari debere iux S, D, N. Grego- 
rij Xiij Decretum et institutum. in gradar um actianem praete- 
ritae ac msmorandae Victoriae cantra Turcae eiusdem Societatis 
Confratrum fttsis precibus eadem die, ut pie creditur, ac auxi- 
lio et interventu sacraliBS,*' Virginis Dominae nrd impetrata' 
atque obtenta': Cuius Societatis et Cappellae Cappellanum depu- 
tamu9 R, D. supj^' Ecclesiae Rectorem sive Curatum prò tem- 
pore exi$tentem qui nomina et cognomina oium Chrifldelium in 
eadem Societatem ingredi et devote recipi petentium in libro ad 
lioc specialiter deputato possit scribere recipere et admittere, Psal- 
teria seu Coronas benedicere, sacri Rosarij mysteria, vi decet, 
reverenter exponere, et aia' et singula facere qua Frés nri in 
Ecclesijs nris ad ha.ec deputati facere possunt et rite consueve- 
runt; in Diem Chri' eius conscientiam onerantes ne prò hm^i 
admissione ingressu, scriptura, et benedictione aliquid omnino 
temporalis lucri qucmodolt exigat, sed gratis haec oia' prestet 
quemadmodum ipsius pia* Societatis Capitula Iwbent et sanctio- 
nes^ uti etiam nos in Dei cultum eiusql) sanctissima' mris già- 
riam et Chrifldelium salutem et profectum gratis accepimus, et 
gratis damus et cocedimus, Volumus aiit et omino observari iu- 
bemus quod in venerab: Icona prò prefata Cappella conflcienda 
rite, ut par est, quindecim nra* Redemptionis sacra mysteria 
pingani' , necnon prò homoi concessionis roni consentanea re- 
cognitione, in eade' Icona divi prie nri Dominici eiìisdem sacri 



326 PALMI, SEMINAR A E GlOIA-TAUBO 



Botarij primarij auctoris atqS institìUorU Imago veneravi flexis 
genibus de manu Deipara' Virginia Coronala ... (1) oecipienHe 
similr pingaf , quod $i eecus factum vel neglectum fuerit, pn'- 
te» nri Lictere' . . . $ìicce»sortbus minima euffragentur, ntMiu- 
$q8 Hnt robori et v. .. orie. Decernimuè et declaramus postremo 
qw)d q . . . vel extra dictam Terram Palmi Ecclesiam obtinere, 
ipso iure ipóqB facto ex . . .[ potè essenri scritto: nunc prò tunc 
abeque nova ] a declarcdUme' , sed pntium tenore praefatam 80- 
detcUem et omnes indulgentia» et privilegia eidem concessae . . . 
[ e qui: am€Ua e$se a dieta ] Cappella et penitu$ atque iatater 
ad dictam nram Eccliam translata»: In nomine' Patris et Fp- 
lij et Spiritus «aìicti Amen. Quibuècumque in cantrarium fa- 
cientibu» nan ob»tantibu». In Quorum fidem hi» patentUm» Lrùt 
uro 9igillo muniti» manu propria, »ocii nostri^ »ub»crip»imu». 
Data' Roma in Conventu nro »ancta' Maria' »upV Minervam. 
Die' IX. SeptembrU. MDLXXX: 

Ita e»t. Fr. Paulu» Miraìid. m>agr. et eociu» et mand. 8* 
P. R.^' 

A»»uptioni» nostra' 

Anno Primo: 

.... 

Io Mariu» ep» Mileten [Giovan Mario De Alessaxidiis ve- 
scovo di Mileto, dairanno 1573 al 1585]. 

R.^ fol. 295. — Fra Paulu» Mirand. Mag. et eociu». 



(i) A tal luogo del foglio di pergamena, che porta manoscritta 
questa Bolla, e nelle altre parti di esso foglio, segnate qui con i pun- 
tini, non si possono più leggere le parole, perchè la cartapecora vi è 
consumata. In tutto il resto, questa è in buono stato; è adornata, ai 
margini, da pregevoli miniature; e nonostante la inesatta scrittura, ab- 
biamo, ricopiato quanto più esattamente abbiamo potuto, il manoscritto 
con le sue abbreviature e le sue speciali disposizioni dei segni d'in- 

m 

terpunzione. 



APPENDICE 327 



Vi$e' in Vi8.^ grati. . . . ed. Terr. Palmam et approb. , die 
20 Novembriè 1632, M. Cent. epe. Militen [ Maurizio Centini 
vescovo di Mileto, dall'anno 1631 al 1639 ]. 

Deman. R.^' Prìi OeneralU Magistri 
Andreas Raymundus C. Ra. 



II. 



DelilMsrazione del Decurionato o Pubblico parlamento di Se- 
minara, del dì 8 aprile 1795, circa la transazione fatta delle 
controversie con la casa Spinelli-Cariati. 

Die octava mcnsis Aprilis millesimi scpUngentesimi nonage- 
siml quinti in Civitatis Seminarìae et proprie intus Urbem Ec- 
clesiam Sancti Marci Evangelistse loco solito. 

Convocato pubblico parlamento, precedente il tocco della 
campana la sera antecedente e mattina, coir intervento del Sig. 
D.r D. Gaetano Suriano Teg.^ Ani. di Cassa Sacra, e special- 
mente delegato ad intervenire, e presedere nel presente parla- 
mento dal sig. Av. D. Fran.<^o De Bonis Teg.» Isp.« di d.' C. 
S., in virtù di lettera del 16 marzo 1795; che in fine del pre- 
sente originalmente si inserisce, e delli Decurioni in numero 
opportuno [ Decurioni nobili n.® 7, Decurioni civili n.° 6, e De- 
curioni maestri n.^' 5], Not.^ D. Rosario Arena Sindaco del 
civili, stante la renuncia fatta dal Sindaco dei Nobili, ed am- 
messa dalla Suprema Giunta di corrispondenza. 

Dal Sig. Sindaco fattasi serrare, secondo il solito, la porta, 
si passò alle seguenti proposizioni. 

Sanno molto bene le SS. UL. come da più anni vertono 
nella Suprema Giunta di Corrispondenza tra rUniversitit nostra 
principale e Ill.<^ Casa di Cariati, attuale utile posseditrice di 
questo feudo, molte cause relative a' gravami che si pretende- 



32d PALMI, SfiMINARA E GIOIA-TAURO 



vano per parte nostra di essersi abusivamente di tempo in tem- 
po in q/ Città introdotti. E siccome non solamente per parte 
dell' Università, ma anche dell' Illustre Sig. Duca di Galvano 
D. Tommaso Francesco Basile Spinelli Vicario generale della 
Illustre Principessa di Canati Signora D. Cristina Spinelli, di 
lui nuora, si è mostrato dell' inclinazione di doversi colle vie 
bonarie amichevolmente terminare le cause e liti sudette ; così 
si è fin da più tempo cominciato a trattare l'accomodo tra li 
8ig.*^ D. Giuseppe Raffaele avvocato di questo dipartimento per 
parte della Università ed il Sig. D. Bernardo Navarro avvocato 
di essa Sig." Principessa e per parte dell* lllusti-e Casa di Ca- 
riati, per cui dopo varie sessioni tenute, assistendo anche per 
parte dell'Università i Signori D. Girolamo Coscinà e D. Gio- 
vanni Franco deputati cui lites della medesima, si è finalmente 
divenuto ad ultimare coll'nssenso del sig. Capo Ruota D. Gre- 
gorio Bisogni Sopraintendente dell' Illustre Casa di Cariati, lo 
accomodo desiderato, essendosi appuntato il tutto in un foglio 
contenente 17 articoli, corrispondenti ad alti*ettanti gravami, 
che dall' Università eransi dedotti. Qual foglio ci venne qui dal 
Procuratore del Riparti mento rimesso originalmente, munito 
dalle firme ed accettazioni non meno dei Sig." Avv.i» Raffaele 
e Navarro, che del Sopraintendente Sig. Capo Ruota Bisogni, 
acciò venisse da me proposto in pubblico parlamento per sen- 
tire il parere dell' Unità, e se mai la stessa intende prestare il 
suo assenso, per divenirsi alla stabilita ti'ansazione, per poter- 
sene quindi colle solennità delle leggi richieste passare un pub- 
blico solenne istrumento di concordia tanto che non più abbia 
per l'avvenire ad esservi litìgi sopra i punti che ora vennero 
ultimati. E però stimo dovere leggere e comunicare de verbo 
ad verbum alle SS. LL. il sudetto foglio della convenzione 
stabilita, acciocché eglino possono su di ciascuno articolo dare 
liberamente il loro parere. 

Articoli convenuti fra l'IU.i" Sig. Duca di Galvano D. Tom- 
maso Spinelli Vicario Generale dell' Illustre Sig,* Principessa 
di Cariati D. Cristina Spinelli sua nuora, coli' Università della 
Città di Seminara per le cause che vertono nella Suprema Giun- 
ta di Corrispondenza, coli' approvazione dell' Illustre Sig. Capo 
Ruota D. Gregorio Bisogni, sopraintendente di detta Illustre 
Principessa. 



APPfiKDICE 329 



Atì.^ 1.^ , che riguarda l'elezione del Mastro Giurato. 

Resta conchioso, che TUniversitiìt radunandosi in Parlamene 
to colla solita ritualità, procedesse per ogni anno alla elezione 
di tre individui per esercitare V Ufficio di mastro giurato e ohe 
il Gk>y.< Locale prò tempore, ad ogni richiesta del Sindaco, od 
altro rappresentante dell' Unità, abbia l'obbligo di scegliere per 
l'esecuzione di tal carica, fra lo spazio di giorni quindici, il più 
degno e non impedito, dei tre nominati. E nel caso avvenisse 
che detto 6ov.« trovasse impediti legittimamenie tutti e tre i 
nominati, in tal caso sia egli tenuto, a posta corrente, e con 
sua relazione ex ufficio e gratuitamente parteciparlo alla Supre- 
ma Giunta di Corrispondenza ed attendere la sua risoluzione, 
e ciò sino a tantoché detta Città sarà nell'utile dominio della 
Illustre Casa di Cariati. 

Che detto Mastro giurato debba disimpegnare la carica su- 
detta a tenore del solito^ e debba in tempo di notte vigilare alla 
custodia della Città ed a tutt'altro che sarà necessario e corri- 
spondente al suo impiego. Ch'egli con suoi birri, e slan frati- 
giurati sian tenuti, ed obbligati di eseguire tutte le disposizioni 
dei Sindaci prò tempore che riguardano materie di annona, esa- 
mi di pesi, zecche e misure, dritto di assise, portolania e tutto 
altro che riguarda particolar giurisdizione dei Sindaci, li quali 
debbano avere anche l'adito di impetrare il braccio forte della 
Corte locale nel caso di bisogno, la quale sarà tenuta di accor- 
darlo a richiesta di detti Sindaci. 

Che tanto il Mastro giurato, che i frati giurati debbano vi- 
gilare ed assistere presso la Corte della Baiulàzione, che dovrà 
aprirsi per eseguire i di lei ordini e dcci^ti. 

Su di questo articolo essendosi domandato il parere dei de- 
curioni, li stessi risposero unanimemente doversi lo stesso ac- 
cettare, colla dichiarazione però che la carica di mastro giurato 
dovesse esercitarsi da un cittadino, senza poter pretendere pre- 
visione alcuna, ma soltanto lucrare le solite sportili^, sentendosi 
lo stesso per il nosti'o Casale di S.^ Anna, rest-uulo a carico 
dell'unità di pagare i traU giurati, secondo al solito per l'opera 
che prestano in servizio del pubblico; ed essendosi votato, e 
ricevute le palle, si trovano tutte bianche affermative. 

Art.o 2.0 , che riguarda il dritto della Fiera di S'' Mai^ghe- 
rita detta Fiera ladra. 



330 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

Resta convenuto che siccome non ò disputabile il titolo 
della fiera di S^ Margherita pervenuto dair Illustre Casa di Ca- 
riati per acquisto particolare fatto dal MagJ< Giovannantonio 
Cosamia cbe Tavcva comprata dall' Unità di Scminara, previo 
Begio assenso spedito a 17 gennaro 1588. E non essendo dispu- 
tabile del pari la mancanza del possesso alla detta Illustre casa 
e r inesistenza della Fiera istessa si debba sospendere Tesercizio 
della giurìsdizione di ossa Fiera, senza pregiudizio però del 
privilegio che la Casa di Canati tiene per detta fiera. E sicco- 
me si è considerato che reintegi*andosi la fiera no risente la 
Unità rutile del Commercio, clic per conseguenza della Fiera 
stessa si deve introdurre, resta convenuto che qualora V Uni- 
versità riconosca e determini un tale suo utile in pubblico par- 
lamento, la medesima ed il Barone nel tempo stesso procedendo 
di concerto debbono implorare dal Kcal Trono la reint^ra di 
tal fiera destinandosi però in un altro tempo deiranno per i*en- 
dersi più utile alla Provìncia ed analoga alle circostanze di quei 
paesi, e bisognando spera perciò farsi, vada a peso comune 
deir Università e del Barone. 

Che verificandosi la reintegra di tal fiera, il Mastro di Fie- 
ra dovrà destinarsi dall' Illustre Barone prò tempore, il quale 
Mastro di Fiera dovrà esercitare la giurisdizione civile e crimi- 
nale per 1 luoghi e contrade solite, serva la forma del privilegio 
o Regio assenso, allontanati tutti gli abusi per Taddietro prati- 
cati, fermi restando nel caso della reintegra di tal fiera tutti i 
dritti, immunità ed esenzioni dovute al Barone in forza e per 
esecuzione del privilegio, e servata in tutto e per tutto la forma, 
ed il tenore del medesimo privilegio, al quale si abbia sempre 
relazione. 

Ed essendosi domandato il parere dei Signori Decurioni, 
relativamente al sopradetto articolo, da tutti venne concorde- 
mente de verbo ad verbum approvato, e distribuite le palle, e 
tiratasi la bussola, si sono trovate tutte bianche. 

Art.<» S.^ , che riguarda il dritto del nuovo impasto, si è 
convenuto di dover restare interamente sospeso Tesercizio di 
questo dritto, sino a tanto che V illustre Casa di Cariati non 
esibirà il titolo dell'acquisto. 

Ed essendosi domandato il ];^rere dei Decurioni sopra il 
detto articolo, da tutti venne concordemente approvato; e distri- 



APPENDICE 881 



bnito le palle, e girata la bussola, si sono ritrovate tutte bianche. 
Art.** 4.0 , che riguarda il dritto proibitivo della pesca, o 
aia raffitto del 5.o del pesce. 

Siccome V illustre Casa di Cariati crede di poter continuare 
ad esercitare il dritto proibitivo della pesca dei mari di Palme 
e Pietrenegre per li tempi, in cui dovca mettersi Topera della 
Tonnara detta di Agrilli e Pietrenegre, ed all' incontro V Uni- 
versità sostiene di non poter fare uso di tale proibitiva, accor- 
dato all'unico fine della Tonnara, sostenendo che cosi ne spi^a 
r istrumento di acquisto fatto dall' Illustre Casa di Cariati per 
metà del fu D. Paolo Marzano nell'anno 1744, a 10 maggio, 
per gli atti di Notar Carmine Fautone di Melicuccà, resta ap- 
puntato di accudirsi presso il Sig. Consigliere Eridotti, e la 
Suprema Giunta di Corrìspondenza per la previdenza, non avendo 
potuto convenire per il disparere delle parti. 

Inteso il quale articolo, replicarono detti Signori Decurioni 
che intendevano rimettersi alla decisione della Suprema Giunta 
di Corrìspondenza e ricevute le palle, si sono trovate tutte bianche. 

Art.o 5,0 ^ ehe riguarda il procedimento del Gov.'« senza 
forma, e rito giudiziario. 

Si è convenuto che i Governatori prò tempore procedano 
nelle cause civili e criminali rite et recta a tenore delle l^ggi 
Prammatiche, e costituzioni del Regno allontanato qualunque», 
abuso. 

E ricevutisi i suffragi su di tale articolo, si trovarono tutti 
afifèrmativi. 

Art.o 6.^^ , che riguarda il procedimento nelle cause ti*a il 
Barone ed i cittadini nella Corte locale. 

Si è stabilito che per riguardo dell' esazione delle rendite 
del Feudo si debba eseguire il decreto della Suprema Giunta 
di Corrispondenza, concepito nei seguenti termini: Die decima 
sexta Mensis Augusti 1192, Curia Locali^ nan procedei neqùi 
se ingerat, in omnibus causis inter Baranem, et vassales, ideoqué 
procedat tantum in exactionibus Feudalitus et Erarialibus. Il 
quale decreto sebbene si fosse interposto per l'Unità di Palme, 
pure si è convenuto che debba eseguirsi anco per la città di 
Seminara. 

Sopra del che datisi li voti dai Sig.^* Decurioni, si trova- 
reno tutti bianchi ed affermativi. 



i'ì'2 PAL\(I, SBMtlNARA E GIOIA-TACRO 

Art.<* 1.^ , che riguarda la provvista del Governatore del 
ceto dei Dottori vasBalli. 

Si è appuntato che il Barone si serva del sao dritto nella 
eledone del Gov.^e di giustizia prò tempore colla scorta delle 
leggi del B^pio. 

Ed essendosi girata la bussola, si trovarono tutte le palle 
bianche. 

Art.<> 8.0 , che riguarda l'esercizio del Luogotenente dello 
Erario Loco Feudi. 

Si è convenuto di dichiararsi incompatibile, come l'èT im- 
piego di Erario con quello di Amministratore di giustizia, non 
possa ne debba l'Erario Baronale esercitare mai da Luogote- 
nente. Quale Luogotenente per qualunque assenza del 6ov.'< si 
debba eliggere dal Barone istesso servata sempre la forma delle 
leggi del Regno. 

Su di quale articolo essendosi girata la bussola, si trova- 
rono le palle tutte bianche. 

Art.o 9.0 , che riguarda la giurisdizione deli' Erario sopra 
i Familiari e Condottori dei beni baronali. 

Si è appuntato che l'Erario loco Feudi nò direttamente, né 
indirettamente prendesse ingerenza nell'amministrazione della 
giustizia, sotto le pene stabilite dalle leggi del Kegno, dovendo 
risiedere interamente la giurisdizione nel Gov.r« locale. 

In quale articolo distribuito le palle, e girata la bussola, 
si trovarono tutte bianche. 

Articolo IO.*' , che riguarda la giurisdizione dell'Erario so- 
pra i debitori del Barone. — Si ò convenuto, che l'Erario per 
l'esazione delle rendite del Feudo accudisca il Gov.^e locale per 
avere iuris ord, servato il compimento di giustizia, contro i de- 
bitori osservando però quel che si e stabilito nell'articolo stesso. 

Ed essendosi distribuite le palle, e girata la bussola, restò 
il soprascritto articolo approvato con voti tutti bianchi. 

Art.o 11*^ ? che riguarda l 'esporsi agli incanti gli affitti dei 
beni del Barone. 

Si è convenuto che l' lìì.^^ Barone si debba astenere di 
ogni sorta di subasta per l'affitto e vendita, o qualunque altro 
contratto sopra i suoi burgensaiici, e rispetto ai beni feudali 
possa subastarli, senza il pregiudizio dell'articolo generale, che 



APPENDICE 333 



ritarda tutte le altre Unità della Provincia specialmente quel- 
le dei suoi feudi. 

£ ricevutisi i suffragi su di questo orticolo, dopo girata la 
bussola, si trovarono tutti affermativi. 

Art.^* 12.<^ , che riguardava V elezione del giudice della 
mattina. 

Essendosi considerato che la giurisdizione è individua, e 
che deve interamente risedere nel Gov.''* che Tesercita. si è 
perciò convenuto di restare abolito anche il nome dì Giudice 
e Corte della mattina dovendo li cittadini ricorrere al solo Gov.re 
Locale per il compimento di giustizia per tutte le cause di qua- 
lunque natura che fossero e che appartengano alla giurisdizio- 
ne del Governatore anzidetto. 

Sopra del quale articolo i Signori Decurioni furono tutti 
affeimativi. 

Art.o Id.^ , che riguarda la giurisdizione della udienza del- 
la Regia Razza, e reiezione dei Razzoti, o siano custodi delle 
Foreste. 

Essendosi veduto che V Illustre Casa di Cariati fin dall'an- 
no 1631, per gli atti di N.^o Girolamo Basile fece a favore della 
UnitÀ di Seminara la cessione in solutum della Foresta di Pul- 
pa, e propriamente di quella parte di foresta che sta circoscritta 
dal fiume Petrace, e che riguarda il terrìtorìo di Seminara, 
Palme e Santanna, resta convenuto che non abbia V Illustre 
Casa di Cariati alcun diritto particolare, in d.« porzione di Fo- 
resta di Pulpa per la cessione di sopra indicata, e non possa 
né debba essa Illustre Casa, né di lei uditori prò tempore eser- 
citare giurisdizione particolare^ o sia forestarìa nel divisato ter- 
ritorio di Seminara, Palme e Santanna, nò cligere per custodi 
siano razzoti alcuni individui di Seminara^ Palme e Santanna, 
i quali luoghi però debbono rimanere soggetti airordinaria giu- 
risdiziono della Corte locale. 

Ed essendosi girata la bussola, si trovarono tutte bianche 
le palle. 

Art.o H.^ , che riguarda la giurisdizione e Coi*te della Bagliva. 

Non essendosi posto in disputa che V Unità di Seminara 
possiede nelle debite forme il corpo giurisdizionale della Ba- 
gliva, non ha potuto cadere perciò questione sul dritto di detto 
Unità di ellgere il Giudice Baiularc. — Resta dunque conve- 



334 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

nuto che l'Unità si valga di sua ragione di eligere annualmente 
il Giudice, e circa i limiti della sua giurisdizione debba atten- 
dersi la risoluzione del Sìg. Avy.<> Fiscale D. Nicola Vivenzio 
sopra di detto art.<> e starsi di ambe le parti alla medesima. 

Sentendosi il sudetto articolo dai Sig.^^ Decurioni Tenne 
interamente approvato, sog^ungendosi però, che a scanso di 
ogni equivoco debba dichiararsi che al nuovo Giudice Baiulare 
eligendo immediatamente dopo reiezione, si debba immettere 
nel possesso della carica, esercitando intemamcAte la giurisdi- 
zione tra i termini stabiliti dalla Prammatica prima de officio 
Baiuli^ citra praejudicium della maggiore udizione di essa giu- 
risdizione, su di cui si deve attenderò la decisione del Sig. 
avv.« Fiscale giusta il convenuto. 

Et recepH» auffrctgiis fuerunt inventa omnia alba. 

Art.<> 16.0 , che riguarda il peso della previsione del Gov.«"« 
Locale, abitazione dello stesso, mantenimento del Carcere ed altro. 

È sicuto che PUnivcrsitii di Seminara possiede legittima- 
mente il corpo delle pene, e proventi della Corte che V Illustre 
Barone possiede la giurisdizione, e quindi si è convenuto che 
il mantenimento del Carcere civile e deirabitazione .del Gover- 
natore vada interamente a carico deirUniversìtà, e quella del 
Carcere criminale, vada a carico dell'Università per due terzi 
e per un terzo a spese dell' Illustre Barone, e che la previsio- 
ne del Governatore ed il mantenimento dei birri debbano in- 
teramente andare a carico dell' Illustre Barone stesso, senza 
essere in nulla tenuta l'Università, 

E si è convenuto ancora che si dovesse rimettere in Napoli 
alla Suprema Giunta di Corrispondenza la pandetta della Corte 
locale per l'emenda dei dritti del Governatore che si trovano 
alterati, continuando a correre per li diritti del mastrodatti la 
pandetta della vicaria giusta gli ordini Reali. 

Si è convenuto altresì che il Gov." non debba esigere dal- 
l'Università alcun diritto per le di lei causo, giusta il disposto 
della Prammatica 5 n.^' 11 de amminietratione Univereitatum. 

Si ò detto ani Sig.»"' Dccuiioni di doversi per madore 
spiega del presente aiUcolo soggiungere, che il Governatore 
locale, non solamente non debba pretendere cosa alcuna, per 
tutte le liti che potesse avere l'Unità, ma anche per tutti gli 



APPENDICE 335 



atti, in coi fosse necessario l'intervento di esso Grovematore, 
come siano pubblici parlamenti ed ogid aliTO. 

Et recepHè suffragiU fuerunt inventa alba, 

Art.<» 16.^ , che riguarda la continuazione del nuoTO ma- 
ritaggio. 

Non si è incontrato riparo dall' Illustre Sig. Duca di Cai- 
vano di promettere 1' adempimento giusta le disposizioni dei 
maggiori dell* Illustre Casa di Cariati per godere le Zitelle di 
Seminara il maritaggio degli annui ducati trenta per colei che 
sarà favorita dalla sorte. 

Ed essendosi girata la bussola, si trovarono tutte le palle 
bianche. 

Art.o 17. <> , che riguarda la tassa di tutti i beni burgensa- 
tici di d.^ Barone posseduti nel territorio di Seminara dovendo 
tutti i beni burgensatici esser soggetti all' onciario di buona 
tenenza, si è ccmvenuto che debbono sottoporsi a tal peso tutti 
quei fondi, che forse per dimenticanza si sono omessi, e gli 
acquisti forse fatti dopo del catasto. 

Per esservi questa tassa di buona tenenza si è convenuto 
che i deputati eligendi in pubblico parlamento a tenore delle 
l^ggi del Regno, previa l'esclusione dei sospetti coU'assistenza 
dei Sindaci, dell'Agente edeWE.^^, Barone, regolassero l'oncia- 
rio dei beni acquistati colla scorta dei catasto, precedendo per 
li beni non acquistati proni de iure coU'apprezzo dei medesimi, 
mediante periti probi destinati di comune consenso. 

Si è convenuto ancora, che occorrendo disputa sulla qua- 
lità e natura di qualche fondo, cioè se si pretende per parte 
del Barone essere feudale, e si crede per contrario essere dalla 
Università burgensatico, in tal caso debba riferirsi a Napoli lo 
occorrente, rimettendosi rispettivamente tutti i lumi per dichia- 
rarsi la vera natura e qualità del fondo. 

Che la tassa facienda ti*a li Sindaci, Deputati, Agenti, ed 
Erario, si debba subito in esecuzione nella partita della cedola 
a favore dell'Università. 

E finalmente resta conchiuso di rimanere salve ed incluse 
le rispettive ragioni delle parti per tutto l'altre cause, che pen- 
dono e che non hanno relazione cogli artìcoli come sopra convenuti. 

Si replicò di doversi dichiarare che la tassa debba farsi dai 
deputati secondo le istruzioni catastali, e che l'Agente ed Era- 



£^86 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

rio Baronale vi debbano unicamente intervenire come parti per 
liquidare la qualità dei beni feudali e burgensatici, e fissar l'on- 
ciario per quei beni appartenenti alla partita del Barone, che 
forse nel catasto non si troveranno descritti. 

Dopo la lettura ed esame di quali articoli si propose da 
osso Sig. Sindaco Arena a' Signori Decurioni di dover dire se 
stimavano, che a seconda degli stessi debba effettivamente e 
senza altro ritardo passarsi In transazione coli' Illustre Casa di 
Cariati, con stipolarsene perciò nella Città di Napoli Ser. un 
pubblico solenne stromento. Si rispose che qualora per lo mag- 
gior risparmio convenisse il Sig. Duca di Caivano di doversi lo 
sudetto strumento passare qui in Provincia, esso Sig. Sindaco 
debba intervenire in detto istr amento in nome dell' Unità, e qua- 
lora si dovrà passare nella Capitale di Napoli possa il Sindaco 
sudetto in nome di q.<> Comune spedire un atto di procura spe- 
cialissima inserendo da verìx> ad verbum la presente determi- 
nazione parlamentaria, acciò possa a tenore della stessa passar- 
sene lo strumento dì transazione e convenzione, implorandosene 
antccendemcnte et quatenvs opus per la maggiore legittimità, e 
validità del Contratto Tassenso della Maestà del Ke ( D. O. ) e 
della Suprema Ginnta, e co^ restò unanimemente concordata, 
et nemiìie discrepante. — Firmati Kos.® Arena Sindaco, Fran- 
cesco Surìano Delegato. 

[Dall'archivio Municipale di S^miìiara ] 



III. 

Bullettini delle Sentenze etnanat^i dalla Suprema CommiB- 
tione per le Liti fra i già Baroni ed i Comuni, 

1.0 — Ballettino delle sentenze della Commissione feudale, n,^ 
12, anno 1809; sentenza num, 90, a dì 22 dicembre 1809, pag, 569. 
Tra il Comune di Palmi in Provincia di Calabria Ulterìore: 
E Tcx-baroncssa Crìstina Spinelli Principessa di Cariati; 
Sul rapporto del Crncolliere. 



APPENDICE 337 



Sedici capi di gravezze il Comune ha dedotto contro la sua 
ex-baronessa. 

Col primo ha esposto che gli si appartiene nn corso di ac- 
qua perenne detta del Vallone, opportuna per irrigare i terreni 
de' suoi cittadini. Che per sostenere ì pubblici pesi, da tempo 
immemorabile è stato solito affittare Tuso dì tale acqua, in mo- 
do che per ciascuna ora conceduta per irrigare si sono esatti 
carlini sette. Che T ex-baronessa per effetto di prepotenza per 
tutte le ore, nelle quali se n' è servita per irrigare i suoi po- 
deri, nuUa ha voluto pagare. Chiede dunque astrìngersi a pa- 
gar l'uso delle acque, come ogni altro cittadino, e condannarsi 
al pagamento dell' indebito esatto. 

Col secondo ha soggiunto che 1' ex-baronessa ha portato più 
oltre la sua prepotenza, poiché dal cominciamento dell' inverno 
fino agli 8 di Maggio di ciascun' anno ha introdotto l'abuso di 
valersi dell'acqua medesima per la macina di un molino, senza 
corrispondere alcuna mercede; anzi gli affittatori di tal molino, 
autorizzati dall'ex-baronessa medesima, osano vendere ai citta- 
dini detta acqua ed appropriarsene il prezzo. Chiede adunque 
che gli sia lecito servirsi del suo diritto nell'amministrazione 
delle acque suddette. 

Col terzo ha esposto che l'ex-baronessa si ha usurpato lo 
scolo dell'acqua della fontana, detta del Mercato, per irrigare 
un suo orto. Che esso Comune fin dall'anno 1781 trovò ad af- 
fittare l'uso di tale acqua, come lo trova ad affittare anche al 
presente per impiegarne il ritratto nell'adempimento dei pubblici 
pesi. Dimanda dunque ordinarsi che gli sia lecito servirsi del 
suo diritto nell'affitto di dette acque. 

Col quarto ha chiesto che l'ex-baronessa si astenga di esi- 
gere gli annui due. 25 e gr. 80 p^l teatro, pel carcere e per 
la strada di 8. lionardo, e che restituisca l' indebito esatto. 

Col settimo chiede che l'ex-baronessa si astenga di preten- 
dere la compra e vendita forzosa della seta e degli olij de' cit- 
tadini, gli affitti forzosi de' corpi baronali, l' impedimento degli 
affitti de' particolari e de' frutti, soprattutto delle ulive. 

Coll'ottavo, di non ammettersi il diritto proibitivo del trappeto. 

Col nono, di ordinarsi all'ex-baronessn che non s' ingerisca 
nell'appalto della provvista del grano per l'annona, ed a non 



33 — Di Salvo, Palmi, Seminara e Gioia-T. 



338 PALMI, SEMINAR A E GIOIA-TAURO 

obbligare i cittadini a riporre tal grano in un magazzino col- 
TestagUo di ann. due. trenta. 

Col decimo, che si tolga all'ex-baronessa il diritto proibi- 
tivo di far vendere la carne de' neri [maiali] nel carnevale. 

Coir ondecimo', di obbligarsi Tex-baronessa a pagar la bo- 
natenenza per tutto il tempo passato, come altresì gli altri pub- 
blici pesi. 

Col dodicesimo, ordinarsi all'ex-baronessa che restituisca le 
ingenti somme fatte pagare ad esso Comune per mantenere la 
squadra de' suoi armigeri. 

Col decimoterzo, che l'ex-baronessa restituisca gli ann. due. 
dieci, fatti pagare al suo agente, ed il maggior salario al medi- 
co ed al cerusico. 

Col decimoquarto, darsegli la facoltà di pulire gli acque- 
dotti che conducono le acque nella città di Palmi. 

Col decimoquinto, che si tolga il diritto proibitivo di locan- 
da per gli uomini, e di stallaggi per gli animali. 

La Commissione Feudale, sulla requisitoria del K. Procurator 
generale, applicando alle divisate gravezze le disposizioni del 
Seal decreto de' 2 Agosto 1806 e i principj da essa adottati 
nelle sue precedenti decisioni. 

Dichiara: 

Sul primo, secondo e terzo capo. Sia pubblico il diritto del- 
le acque a norma del disposto della citata l^gge dei 2 Agosto 
1806 e della circolare del O. Giudice Ministro della giustìzia del 
di 13 scorso Settembre, e l' Intendente della Provincia proveg- 
ga in via amministrativa cha l'uso ne sia uguale a proporzione 
de' terreni irrigabili. 

Su' capi quarto, settimo, ottavo, nono, decimo, dodicesimo, 
decimoterzo e decimoquinto. Si aBtenga l'ex-baronessa di eser- 
citare qualunque diritto proibitivo e di esiger tutte le presta- 
zioni negl' indicati capi contenute. 

Sull'undecime. Paghi l'ex-baronessa la bonatenenza su' be- 
ni burgensatici dal di del catasto, e gli altri pesi dall'epoca 
della loro rispettiva imposizione; a qual' effetto si commetta al 
razionale Girolamo Catalano, il quale tenendo presente il cen- 
nato catasto e le altre carte opportune, ne liquidi e ne calcoli 
le quantità e riferisca. 



APPENDICE 339 



Sul decimoquarto. Sia libera a' cittadini di pulire gli ac- 
quedotti che conducono le acque nella città di Palmi. 

Relativamente poi agli oggetti contenuti ne' capi quinto, 
sesto e decimosesto, la Commissione ne ha passata la decisione 
airordine del giorno. 

2.^ — BulletHno delle sentenze della Commissione feudale^ 
n.<> 6, anno 1810; sentenza num. 25, a dì 8 giugno 1810, pa^, 226. 

Tra il Comune di Palme in Provincia di Calabria Ulterio- 
re, patrocinato dal Sig. Gaetano Giannattasio; 

E Tex-feudataria Principessa di Cariati, patrocinata dal Si- 
gnor Salvatore Zamparelli; 

Sul rapporto del Sig. Giudice Pedicini. 

L' Università di Palme ha dimandato contro la Principessa 
di Cariati sua ex-feudataria. 

1. Abolirsi ogni esazione a titolo di bagliva, di portolania 
e di dogana. 

2. Obbligarsi la principessa a restituire quanto ha mala- 
mente esatto per ogni pesata di seta a ragione di un'oncia per 
pesata. 

3. Obbligarsi ancora a restituire quanto si ha indebitamente 
esatto da essa Università per lo mantenimento della squadra 
baronale. 

4. Obbligarsi parimente per esecuzione della convenzione 
stipulata nel 1795 a pagarle annui due. 28 per ore quaranta di 
acqua concedutale da essa Università, ed altri annui due. 8 
per lo scolo dell'acqua della fontana pubblica. 

5. Demolirsi il magazzino edificato da essa ex-feudataria nel 
suolo pubblico nel luogo detto Piano della Muraglia [ oggi Villa 
municipale ] , togliendo al pubblico la veduta del mare. 

6. Obbligarsi l'ex-feudataria medesima a pagarle in ogni 
anno un canone per l'altro suolo pubblico occupato con altri 
edlfi^ che ha costruito. 

7. Esser reintegrata nel locale, ove prima era il torrione 
della Terra [sito nell'angolo a nord della Villa municipale], e 
dove egli [ O. Battista Spinelligli ] edificò una casa per situarvi 
una macchina per comunicare l'acqua alla drapperia da seta. 

8. Obbligarsi a restituire il suolo occupato per ingrandire 
un suo ortolizio [ortaglia] chiamato S. Nicola. 



340 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 



9; Abolirsi il canone di due. 15 all'anno per la torre ad 
nso di carcere caduta col tremuoto del 1783. 

10. Obbligarsi a restituire ciò che indebitamente si ha esat- 
to in forza della nulla convenzione fatta nel 1756 pe' corpi di 
bagliva, dogana e catapania, e di essere ad essa lecito diman- 
dare per tali corpi il compenso presso la Commissione de' titoli. 

La Commissione, intese le parti ed il Regio Procuratore ge- 
nerale, 

Considerando sulla prima dimanda, che tutte le baglive, 
portolanie e dogane del Regno sono state abolite dalla legge, 
ed in conseguenza ò cessata ogni esazione sotto detti titoli. 

Considerando sulla seconda che ninna pruoya abbia fatta 
rUniversiUt dell'esazione che ha asserito di essersi fatta dall'ex- 
feudataria di un'oncia di seta per ogni pesata di tal genere, e 
che il diritto di riscuotere l' indebito esatto non sarebbe di essa 
UniyersiUt, bcnvero de' particolari che han sofferto il danno. 

Considerando sulla quarta, che della convenzione che si 
dice stipulata nel 1795 per lo pagamento de' due annui canoni 
di ducati 28 e di due. 8, niun documento siesi prodotto. 

Considerando sulle dimande quinta e sesta, che avendo 
l'ex-feudataria occupato il suolo pubblico per la costruzione dei 
nuovi ediflzj fabbricati dopo del tremuoto del 1783, era giusto 
che ne corrispondesse il canone, come lo corrispondono tutti 
gli altri particolari che han fatto lo stesso. 

Considerando sulla settima, che l'Università ninna pruova 
abbia fatta del suo dominio pel locale che dice occupato dall 'ex- 
feudataria per uso della casa della drapperia, e dove ha asserito 
che prima esisteva il torrione della città. 

Considerando sull'ottavo, che caduta col tremuoto del 1788 
la terra di Palme, si costrusse la nuova secondo la pianta che 
allora ne fu fatta, ed avendo la Principessa occupato del suolo 
contenuto nella pianta medesima, è giusto che lo restituisse. 

Considerando sulla nona dimanda che essendo stata distrutta 
dal tremuoto la torre che prima era addetta per uso del carce- 
re, dee per conseguenza cessare l'annuo canone di due. 15, che 
prima abusivamente si faceva corrispondere dall'Università. 

Considerando che quantunque l' Università avesse avuto 
giusto motivo di sostenere che 1 corpi giurisdizionali di bagliva, 
dogana e catapania fossero di sua appartenenza, perchè esproe- 



APPENDICE 341 



samente eccettuati con parlamento, allorché fece la donazione 
al Fisco della giurisdizione, che fu poi comprata dai Conchublet, 
nondimeno essendosi nel 1756 fatta ima convenzione, abbenchè 
rimasta senza expedit e senza assenso, colla quale tre parti del 
fruttato restarono a beneficio del feudatario, e sette airUniver- 
sit&, la convenzione suddetta bastò a farlo divenire un posses- 
sore di buona fede. 

Definitivamente decide e dichiara. 

1. Dichiara aboliti dalla legge tutti i diritti per Taddietro 
esatti a titolo di bagliva, catapania e dogana. 

2. Kesti la Principessa di Cariati assoluta dalla restituzione 
di ciò che rUniversità di Palme ha asserito dì aver esatto per 
ogni pesata dì seta a ragione di un'oncia a pesata. 

3. Resti parimenti assoluta dalla chiesta restituzione di ciò 
che rUniversità ha asserito di aver esatto per lo mantenimento 
della squadra. 

4. Esibisca la detta Principessa tra 'l termine di giorni otto 
ristrumento di convenzione che si dice stipolato nel 1795 pe' 
due canoni, uno di ducati 28, e Taltro di due. 8 per conces- 
sione di acque fattale dair Università, altrimenti si provvedere 
che rUniversitÀ si serva del suo diritto per l'acqua che si dice 
conceduta. 

5. Paghi la stessa Principessa l'annuo canone sul suolo pub- 
blico occupato tanto per la costruzione del magazzino, che di 
tatti gli altri edifijg da essa fabbricati nel suolo medesimo, e 
l'Intendente della Provincia ne procuri la esecuzione. 

6. Resti la Principessa medesima assoluta dalla reintegra 
del locale che si dice occupato dalla casa che prima era ad- 
detta per uso di drapperia. 

7. Tutte le occupazioni commesse dalla detta Principessa 
sul suolo destinato pel sito della Terra secondo la pianta fatta 
nel 1783 si riducano allo stato antico, e se ne commetta l'ese- 
cuzione allo Intendente della Provincia. 

8. Resti abolito il canone di annui due. 15 per l'addietro 
corrisposto dairUniversità per la torre ad uso di carceri, caduta 
col tremuoto. 

9. Resti l'ex-feudatarìa assoluta dalla restituzione dell'esatto 
pe' corpi di bagliva, dogana e catapania, pretesa dall'Università. 

Nulla per le spese della lite. 



342 PALMI, 8EMINARA E GIOIA-TAURO 



3.<> — Bullettino delle sentenze della CammÌ8$ione feudale, 
n.^ 6, anno 1810; eentema num. 29, ad\8 giugno 1810, pag. 262* 

Tra '1 Comune di Palme in Provincia di Calabria Ulteriore, 
patrocinato dal Sig. Gaetano Giannattaaio; 

E '1 Comune di Seminara, patrocinato dal Big. Giovamii 
Franco; . 

Sul rapporto del Sig. Giudice Pedicinì. 

La Terra di Seminara co' suoi Casali di Palme e S. Anna 
nel 1578 fu da Scipione SpineUi venduta a Fabrizio Ruffo Con- 
te di Sinopoli per lo prezzo di ducati centomila. Seminara co' 
Casali proclamando al Regio Demanio chiesero la prelazione e 
l'ottennero, ed il prezzo a nome tanto dell' Università madre, 
che de' Casali fu depositato presso i pubblici banchieri Cola- 
mazza e Pontecorbi. 

Non fidandosi Palme di vieppiù BofFk*ire le oppressioni di 
Seminara, tenne parlamento nel 1632, e conchiuse di dimandare 
non solo la separazione da Seminara, ma che questa dovesse rifar- 
la de' danni ed interessi sofferti per la vendita de' corpi fendali 
che aveva fatto senza sua intelligenza, e di dimandare ancora 
al Fisco che la vendesse al Principe di Cariati. 

Due anni dopo Palmi, ad onta delle opposizioni di Semina- 
ra, cede la sua giurisdizione alla Regia Corte, dalla quale fu 
poi venduta al Marchese di Arena Conchublet per due. 28000. 
Non istiede lungo tempo Seminara a privarsi anch'ella della sua 
giurisdizione. Invece però di donarla al Fisco, come aveva fatto 
Palme, la vendè nel 1641 al Prìncipe di Canati per due. 48000. 

Ora assumendo l'Università di Palme, che ella avesse nella 
compra del demanio posta la rata del prezzo che a lei spettava 
di pagare, e che V Università di Seminara l'avesse privata della 
rata de' fondi feudali venduti, ò venuta a produrre nella Com- 
missione contro l'Università di Seminara le seguenti azioni: 

1. Che debba restituirle due. 25 m., che ha detto di aver 
corrisposio di sua rata per la compra del demanio, una cogli 
interessi decorsi, che ha fatto ascendere ad altri ducati 180 mila. 

2. Di avere la sua porzione de' beni pervenuti dalla com- 
pra del demanio attualmente posseduti da essa Università di 
Seminara, salve le ragioni pei beni alienati senza suo vantaggio. 

3. Essere ammessa alla quota della liquidazione de' corpi 



APPENDICE 343 



giurisdizionali liquidati, o da liquidarsi presso la Commissione 
de' titoli. 

4. Darsele la porzione del fondo Covala ultimamente riven- 
dicato dalle mani del Duca di Bagnara. 

All'opposto r Università di Seminara assumendo che Palme 
nulla avesse contribuito nella compra del demanio, riconvenen- 
do la stessa ha dimandato: 

!• Essere assoluta dalla dimanda dell' Università di Palme 
per lo credito da questa preteso. 

2. Dichiararsi di sua pertinenza la dogana, la bagliva e la 
catapania per averne il compenso presso la Commissione de' titoli. 

3. Condannarsi l'Università di Palme, e con essa anche il 
Principe di Cariati alla restituzione de' frutti rispettivamente 
percepiti da' corpi anzidetti. 

La Commissione, intese le parti ed il Regio Procuratore 
generale, 

Considerando sulle scambievoli domande dell'una e dell'al- 
tra Università, non potersi dubitare che la compra del demanio 
fu fatta a nome di Seminara e Casali, secondo sta detto nello 
istromento stipolato nel 1578, e che a nome anche di Seminara 
e de' suoi Casali fu depositato il denaro presso dei pubblici 
banchieri Colamazza e Pontecorbi, come si rileva dalle partite 
di Banco. 

Considerando che non si possa neppur dubitare, che Palme 
avesse contribuito alla spesa, giacché essendosi dall'abolita Re- 
gia Camera fatta nel 1592 la liquidazione de' debiti, che le U- 
niversità avevano per causa del demanio, e trovandole debitrici 
di ducati 90250, l'Università di Palme fu posta espressamente 
in collazione per lo pagamento, e dovè assegnare le sue gabelle, 
le quali si disse solevano in ogni anno affittarsi per lo meno 
ducati 3478. 

Considerando che le gabelle suddette stiedero impiegate per 
lo corso continuo di anni trentasei sempre in estinzione di detto 
debito contratto per lo demanio, cioè da detto anno 1592 fino 
al 1628, quando essendosi formato lo Stato di Palme dal Reg- 
gente Tappia rapportandosi le rendite di dette gabelle, che si 
veggono in quel tempo ascendere a due. 3630, si dice che in 
quell'anno erano state restituite all'Università, atteso prima sta- 
vano assegnate per l'estinzione del debito del demanio. 



344 PALMI, SEMINARA E GIOIA-TAURO 

Considerando che avendo i cittadini corrìsposto ducati 20000 
in Bupplimento del prezzo del demanio, quelli non fturono Bola- 
mente corrisposti da' cittadini di Seminara, come T Università 
ha assunto, ma da 200 cittadini tanto di Seminara, che de' Ga- 
sali, come fu dichiarato da' loro Procuratori nel 1578 in Regia 
Camera. 

Considerando che se costa di avere l'Università di Palme 
contribuito alla compra del demanio, non apparisce però quanto 
precisamente avesse contribuito, come neppure apparisce quanto ' 
avesse contribuito Seminara, e quanto l'altro Casale dì S. Anna. 

Considerando che Palmo si fece padrona de' corpi delle 
basse giurisdizioni, ed ella ne percepì sempre la rendita, quan- 
tunque non intera, perchè pretendendo il Principe di Cariati, 
che tali corpi fossero compresi nella compra della giurisdizione 
fatta da Conchublet, e sostenendo Palme che quelli n' erano stati 
espressamente eccettuati quando donò la giurisdizione al Fisco, 
dovè nel 17^46 fare una convenzione col Principe, e contentarsi 
di sole sette parti del fìnittato, rilasciandone altre tre parti al 
Principe. 

Considerando che se si avesse voluto venire ad una liqui- 
dazione certa e sicura del dare ed avere di ciascuna di esse 
due Università, sarebbe stato lo stesso che involverle in un giu- 
dizio lungo dispendioso, e trattandosi di mettere in chiaro 
fatti cotanto antichi, foiose nò l'una, né l'aitila sarebbe riuscita 
ad acquistare lo pruove necessarie a dimostrare la scambievole 
ragione. 

Considerando clic non potendo dubitarsi che a Palme spet- 
tasse la rata do' corpi pervenuti dalla compra del demanio, ed 
essendo parto de' corpi suddetti quelli delle basse giurisdizioni 
di Palme, ed il l'ondo Covala^ di cui Seminara è stata ultima- 
mente reintegrata con sentenza della Commissione^ conveniva 
che de' medesimi ne avesse la rata in proporzione però de' 
ftiochi di quel tempo che fu il demanio comprato. 

Difiiuitivamente decide. 

Restino lo duo Università di Seminara e di Palme vicende- 
volmente assolute, cioè l'Università di Seminara per la porzio- 
ne de' beni pervenuti dall'acquisto de' beni del Demanio, e la 
Università di Palme per la pertinenza de' corpi di dogana, ba- 
gliva e catapania chiesta dall'Università di Seminara. 



APPKKDIOE 845 

n compenso che sarà stabilito dalla Commissione de' titoli 
per gli anzidetti corpi di dogana, bagliva e catapania si divida 
tra le stesse UniyerBÌt& per rata de' ftiochi che esistevano in 
tempo della proclamazione al demanio. 

Colla stessa proporzione de' fuochi si divida anche tra loro 
il fondo Covala, che possedeva il Dnca di Bagnara, di cui la 
Universit& di Seminara è stata ultimamente reintegrata [1]. 

[1] Ministeriale all' Intendente di Calabria UUra, del 17 
ott. 1612y ... 7 nov. 1812. — Circa il sequestro eseguito dal 
ricevitore di Palmi, sulle derrate spettanti al demanio, e pro- 
venienti da quei fondi che Airone divisi a favore del comune 
di Seminara; vedi il Supplimento del BulletHno della Commie- 
eione feudale, n. 22, pag. 129-39. 

4.<^ — Bullettino delle sentenze della Commissione feudale, 
n.<^ 8, anno 1810; sentenza num. 3, a dì 1 agosto 1810^ pag. 8^ 

Tra '1 Comune di Seminara in Provincia di Calab. Ulter., 
patrocinato dal sig. Giovanni Franco; 

E Tex-feudatario duca di Bagnara, patrocinato dal signor 
Francesco Santangelo; 

Sul rapporto del signor Giudice Pedicini. 

La Commissione con sentenza del di 5 Aprile di questo an- 
no dichiarò nulla la vendita del fondo Covala fatta dall'Univer- 
sità di Seminara al duca di Bagnara allora Carlo Ruffo nel 1594, 
e reintegrò TUniversità nel possesso del fondo suddetto. 

Si serbò bensì la provvidenza sulla requisizione dei firutti 
pretesa dall' Università, e sulla restituzione del prezzo di due. 
950 pretesa dal duca di Bagnara, esibita la partita del paga- 
mento di detta somma, che nello strumento della vendita si dice 
fatta pel Banco Ogliatti. 

Ha quindi il duca di Bagnara, senza esibire l'ordinata par- 
tita, asserendo di non essersi potuta rinvenire, insistito per la 
restituzione del prezzo pagato, adducendo in suo favore la nota 
prammatica del 1650, la quale dando luogo alla reintegra de' 
fondi alienati in favore dell'Università, stabilisce che il com- 
pratore del fondo debba rimanere creditore del prezzo, pagando 
1' Università l' interesse del 5 per 100. 



346 PALMI, SEiaNARA E GIOIA-TAUBO 



La Commissione^ intese le parti ed ii B^o Procuratore 
generale, 

Considerando che la prammatica allora abbia inteso, che il 
compratore del fondo debba rimaner creditore del presso sbor- 
sato, qoando costi il pagamento fatto e la versione del danaro 
in utUe del Comune; 

Considerando che ninn documento siesi del duca prodotto 
per giustificare la dispersione de' libri del Banco Ogliatti; 

Considerando per l'opposto, che la mala fede in persona del 
duca supposta dairUniversitÀ onde ripetere i frutti da quello 
percepiti non sia fondatamente provata; 

Definitivamente decide. 

Restino vicendevolmente assoluti, cioè rUniversit& di Se- 
minara dal pagamento di ducati 950, prezzo del fondo Covala, 
ed il duca di Bagnara dalla restituzione dei firutti percepiti. 

Nulla per le spese della lite [2]. 

[2] Per Tesposto del principe della Motta Francesco Buffo, 
amministratore dei beni della Casa di Bagnara, circa i limiti 
del fondo Covala, oltrepassati dal Comune di Seminara, nel ri- 
mettersi in possesso, giusta la decisione della Commissione feu- 
dale; vedi il Supplemento del Bullettino della CammUtione 
feudalej n.c 22, pag. 140>42. 

Seminara nel rimettersi in possesso del fondo Covala, il 
villaggio di Villa Ceramida ritornò a suo sottocomune; ma poi, 
nel 1834, passò con Bagnara. 

Circa tali litigi tra Seminara e il duca di Bagnara, era 
stata emanata dalla Commissione feudale, un'altra sentenza nel 
bullettino, n.<> 4, del 5 aprile 1810, pag. 97. 

Inoltre 'evvi ancora una sentenza nel bullettino, n.<> 6, del- 
la Commissione feudale, del 22 giugno 1809, num. 44; per la 
causa tra i comuni che componevano lo Stato di Terranova e 
il Marchesato di Gioja, contro la ex-feudataria principessa di 
Oerace; e per il seguito, intorno all'esecuzione di questa sentenza, 
vedi il Supplemento del Bullettino della Commissione feudale^ 
n.o 14, pag. 128; n.« 22, pag. 315-45; n.o 35, pag, 396-431. 



APPENDICE 



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848 PALMI, 8EMINARA E OIOIA-TAURO 

(l.<*). Carlo oppure Iacopo Spinelli I, conte della città di 
Seminara^ che egli ebbe in dono da Ferrante o Ferdinando II, 
nel 1495; ed ebbe un fìratello, chiamato Giovambattista, e dne fi- 
glinoli, cioè Pietrantonio o Pirro Antonio e Salvadore. 

( 2.^ ). Pietrantonio conte di Seminara, viveva ancora tra 
il 1542 e il 1552, ed ebbe un figliuolo di nome Carlo. Egli 
e implorò ed ottenne, verso la met& del secolo XVI, da Papa 
Paolo in (con bolla del 29 èettembre 1542)^ un privilegio di 
Padronato ( sia attivo sia passivo ) sulla chiesa de' SS. Fantino e 
Giovanni Teologo ki suo favore, e de' suoi successori » (1). 

( 3.<^ ). Carlo II, duca di Seminara e conte di Cariati, dopo 
che nel 1557, da Filippo II fu elevato a duca, istituì nel 1565, 
il fedecomme990 per il suo casato, e morì nel 1572. Da sua mo- 
glie Ippolita Pignatelli, ebbe i figliuoli Scipione I, Pietrantonio 
(gesuita, letterato e filosofo, nato nel 1555, e morto in Roma 
addi 14 dicembre 1615 ), e Filippo cardinale (2). 

( 4.^ ). Scipione I, duca di Seminara, nel 1578 si vendè 
questo suo feudo a Fabrizio Ruffo conte di Sinopoli, da cui poi 
Seminara, Sant'Anna e Palmi si riscattarono (3); e dalla mo- 
glie Francesca Spinelli ebbe il figliuolo Carlo I principe di Cariati. 

( 5.^ ). Carlo Spinelli I principe di Cariati, dalla moglie 
Giovanna di Capua ebbe i figliuoli Scipione II e Isabella. 

( 6.^ ). Scipione II, nel 1641, comprò il ducato di Semina- 
ra (4); e da sua moglie Carlotta SavcUi, ebbe 1 figliuoli Carlo, 
Carlo Antonio o Carlo Filippo Antonio e Giovambattista. 

( 7.<> ). Carlo prese gli Ordini Sacri, e mori diacono. Quindi 
con lui si estinse la primogenitura maschile. 

( 8.° ). Carlo Antonio oppure Carlo Filippo Antonio, prin- 
cipe di Cariati, morì nel 1725, senza figliuoli; e dal duca di 
Atri, erede del marchese di Arena Andrea Conchublet, ebbe 
ceduta la signorìa della terra di Palme (5). 



(i) Vedi addietro, nel cap. IV, e l'annotazione 3.^, a pag. 147. 
(a) Vedi addietro, nel cap. IV, e Tannot. 3.*, a pag. 149. 

(3) Vedi addietro, a pag. 343, il BulUtHno delle sentenze della 
Commissione feudale t n.<> 6, anno 1810; sentenza num. 39, a di 8 giu- 
gno 18x0, pag. 363. 

(4) Vedi addietro, a pag. 342, il Bullettino delle sentenze ecc.y loc^cit, 

(5) Vedi addietro, nel cap. V. 



APPENDICE 349 



Osservazione: — e Giusta la Bolla di Paolo III, e giusta la 
istitazione del Patronato dì Carlo Conte di Seminara, mancata 
in Carlo (Diacono) la primogenitora maschile, subentrò il se- 
condogenito Carlo Antonio o Carlo Filippo Antonio; e morto 
questo anche senza prole, venne chiamato al diritto di Patro- 
nato il terzogenito Giovambattista, giusta Tespressione della 
suceennata Bolla, eie Filio tuo primogenitu masculOy ipHusqus 
primogeniti filiis nMsctUia de' primogenito in primogenitum, et 
iUis non eeistentibìie, aliis flliis tuie eorumque Filiis ». 

( 9.^ ). Glo. BattiMta I, da sua moglie Giovanna Caracciolo, 
ebbe i due figliuoli Scipione III e Carlotta; e mori nel 1704. 

( 10.<> ). Scipione III mori nel 1766, e dalla prima sua mo- 
glie, cioè Maria Emmanuela Cheril oppure Heril e d'Elsil, ebbe 
i figliuoli Giovambattista II, Antonio, Maria Domenica, Maria 
Dorotea, Maria Isabella monaca, Anna Maria (1) e Giovanna 



(i) A questa figliuola del principe Scipione 111 Spinelli, pernome 
Anna Maria, pare che il Florimo alluda nell'accennare all'amore del 
Pergolese, nella biografìa di questo maestro, benché mostri incertesza; 
ed ecco quanto egli, intorno a ciò, riferisce nella sua opera ( France^ 
SCO Florimo, Cenno sporico deila scuola musicale di Napoli e suoi 
conservatorii^ con le biografie dei maestri usciti dai medesimi, Napoli 
1883, voi. II ): € Giambattista Pergolese fu vittima d'un amore infeli- 
ce ; ed io, pitr la storia di questo amore, riporto trascritto letteralmente 
il seguente brano, ricavato da private carte (e Si tratta di una Cro- 
naca trovata fra le carte di sua antichissima famiglia, e che faceva 
leggere ai suoi amici, ed a me permise trarne copia, il fu Principe di 
ColobranOp uomo di distinto merito letterario, sapientissimo nelle di- 
scipline tecniche e storiche musicali » ): « Nella prima metà del de- 
corso secolo^ si presentarono un giamo in questa città a Muria Spi- 
netti ( « Per quante ricerche abbia fatto non mi è riuscito [è già il 
Florimo che scrive] capere se la Maria Spinelli appartenesse alla fa* 
miglia degli Spinelli principi di Scolea, oppure a quella degli Spi- 
nelli principi di Cariati » ), i tre fratelli di lei, e colle spade sguai- 
nale le dissero: come fra tre giorni ella non iscegliesse a sposo un 
uomo pari a lei per V altezza del nascimento, con quelle tre spade a- 
vrebbero trafitto e morto il maestro di musica Giovan Battista Per^ 
golese, di lei amante riamato ; e sì dicendo, partirono. Fra i tre giorni 
ritornarono alla sirocchia: costei loro disse aver prescelto a sposo un 
Essere suòlime, poichh il suo sposo era Iddio, dotnandando andare tuo- 



d50 PALMI, SEHIKARA E OIOIA-TAURO 

(nata addi 30 settembre 1718) pure monache, e Oinseppe o 
Ippolito monsignore ( nato nel 1728 ). Egli dalla seconda sua 
moglie, cioè Maria Rosa Caracciolo di Martina, ebbe i figlinoli 
Carlo cavaliere gerosolimitano, Eleonora ( morta in Portogallo ), 
Maria Antonia monaca, Domenico conte di Oppido e cavaliere 
gerosolimitano, Gennaro e Ferdinando pure cavalieri gerosoli- 
mitani. 

( ll.o ). Giovambattista II, nato addi 22 novembre 1719, 



naca in S. Càtara^ sì veramente che la messa di monacazione si aves- 
se a dirigere da quel maestro di mtisica che ella avea cotanto amato^ 
e che ora mandava in oòÒlio rivolgendo tutta Panima sua solo ai ce- 
lesti affetti. E così /u /atto. — L'anno appresso, il dì ir marzo 1735$ 
funebri rintocchi della campana di S, Chiara annunziavano mestamen- 
te funerali* In quel tempio celebravasi la messa di requie di Maria 
Spinelli^ e dirigevala Giovan Battista Pergolese ! > Sublime inaudito 
sforzo, del quale soltanto l'anima di un grande artista può essere ca- 
pace ; ma quell'anima rimane straziata, affranta, e la piena dei tor- 
menti trabocca e distrugge anche il corpo. • La campana della Ba- 
silica di Pozzuoli dava suoni mortuari! il dì i6 marzo 1736. Un anno 
e cinque giorni erano scorsi dai funerali della Spinelli. II Pergolese 
forse sempre memore dì quel terribile momento, in cui egli avea in- 
vocato requie innanzi ad un feretro che racchiudeva la donna amata, 
che si era sacrificata per lui e dal dolore ne era morta, anch'egli con- 
sunto dal dolore, andavala a raggiungere in grembo a Dio, dopo averla 
immortalata col suo amore. Fu lungamente pianto il maestro che fi- 
niva immaturamente la vita al vigesimosesto anno [poiché era nato 
a Jesi, addì io gennaio 1710 ] ; non del pari la patrìzia, le cui bende 
monacali fecero lieti gli orgogliosi fratelli ! » 

Ciò non pertanto la critica in questi ultimi tempi addivenne a ri- 
tenere oramai e apocrifi per quanto platonici gli amorì del Pergolese 
con Marìa Spinelli > ; e Benedetto Croce, che « si è prefisso il com- 
pito di lumeggiare nello stretto senso storìco la figura giovanile di 
questo adorabile musicista ; non sa, pel suo severo temperamento di 
esatta ricerca, non aggredire la poetica e drammatica leggenda, la qua- 
le ha fatto degli amori di Pergolese con la Spinelli una di quelle sto- 
rie delicate e pietose, che forse non morranno giammai >. (Vedi la 
rubrica La storia intransigente, Pergolese e la Spinelli, con firma 
pseudonimica Salvador, nel giornale Corriere di Napoli, del 13 luglio 
1896 ; la quale firma nasconde il nome di Salvatore di Giacomo ; di 
cui vedi La leggenda dei Pergolese, nella Vita intemazionale, rassegna 
quindicinale milanese, del 20 nov. 1898, Ann. I, n.° 33 ). 



APPENDICE 351 



e morto addi 22 febbraio 1792, dalla seconda moglie, cioè 
Cristina Spinelli ( morta il 18 febbraio del 1797 ) , ebbe i 
due figlinoli Scipione IV e Maria Emmannela monaca. Questo 
Scipione, dalla sua prima moglie Margherita Branciforte, ebbe 
una figliuola per nome Cristina, e principessa di Cariati: la qua* 
le, maritatasi con Nicola Spinelli marchese di Fuscaldo, ebbe 
due figliuole, cioè Mai^herita principessa di Cariati, moglie del 
marchese Lorenzo Friozzi ( dalia quale unione nacque il cava- 
liere deirordine gerosolimitano Giuseppe, che mori nel 1837 ) , 
e Carolina, moglie del duca di Laureto; e morto Nicola Spinelli, 
essa Cristina si uni in secondo matrimonio, col fratello di que- 
sto, cioè Gennaro Spinelli, ed ebbi i figliuoli Emesto, Alberto 
e Sofia: la quale col marito D. Giulio Ricciardi conte dei Ca- 
maldoli, generò i figliuoli Alfredo, Emanuele, Francesco, Luisa, 
Matilde e Maria. Scipione IV premorì al padre e alla madre, 
in Palmi, il 30 agosto 1791, essendo ancora di anni ventino- 
ve (1); e dalla seconda sua moglie Maria Caterina Doria dei 



(x) 11 cadavere di questo Scipione IV fu sepolto nella chiesa di 
S. Nicola o chiesa matrice di Palmi, in un sontuoso mausoleo, ador- 
nato col busto di lui, in marmo: ma questa chiesa essendo caduta poi 
in rovina, e distruttosi quanto in essa esisteva, di tale mausoleo non è 
pervenuto a noi, che la lapide solamente, sulla quale si legge il se- 
guente epitaffio: 

D. 0. M. 

SciPiONi Spinello Savellio 

Ex Carinensib Principibus 

Semikabiae Duci 

Non Maois Majorum Imaoinibus 

QUAM COMITATE BeNEFIOENTIA ANXMIQUE CaND09E 

Spetatissimo 

VixiT Annos XXIX 

Obiit III. Kal. Septembris An. MDCCXCI 

Maria Catharina Doria 

Ex Principibus Angri 

CoNjux Desolata 

Viro Suo Optimo Benemerentissimo 

Propera Eheu. Morte Praerepto 

De Quo NiHiL Doluit Praeter Mortem Ejus 

CONTRA VoTUM 

Posuit 



•352 PALMI, SEMIKARA E OIOIA-TAUBO 

prìncipi d'Angrì, aveva avuto la figlinola Giovanna marchesa 
di Peecopagano, dalla quale nacque Luigi D'Andrea. 

( 12.<> )• Antonio, secondogenito di Scipione m, nacque nel 
1720, e mori nel 1790. Da sua moglie Maria Rosa Bonvidno, 
ebbe i figliuoli Scipione ( morto in novembre del 1797 ), Oaeta* 
no« Ottavio, Luigi e Ferdinando. Alla morte del primogenito 
Scipione, Gaetano subentrò a duca di Seminara; e morto questo 
e gli altri due fratelli, restò Ferdinando ad assumere il titolo 
di duca di Seminara, a prò del quale e la S. Congregazione del 
concilio ritenne il patronato ». Questi fu « runico superstite dei 
discendenti di Giovambattista, fratello di Carlo il Diacono, in 
cui, come sopra^ si estinse la Primogenitura maschile, e con- 
seguentemente è chiamato jure proprio al Patronato in parola ». 




•••••• 

FINE 




INDICE 



Dedica , Pag. v 

Prefazione » vii 

CAPITOLO I. — (Dall'anno di Cr. 950 al 1302). 

Sommario: — Sito della città di Palmi, e origine del suo 
nome. — Porto di Oreste. — Stato della regione maritti- 
ma del versante occidentale della estrema Calabria, du- 
rante la seconda metà del secolo X'; e origine di Semi- 
nare. — Incursioni dei Saraceni su Reggio e sulla Calabria 
estrema. Distruzione di Tauriana, ed origine di Palmi, 
Terranova, San Martino, Cinqucfrondc, Pedavoli, e in- 
grandimento di Seminara, Oppldo e Galatro. — Combat- 
timenti ed altri avvenimenti nella Calabria meridionale, 
fra Greci bizantini e Sai'aceni. — Venuta dei Normanni 
nelle Calabrie; loro occupazione di queste contrade, e 
condizioni miserande dei popoli clic le abitavano. Domi- 
nio benefico dei Normanni. — Florìdità e progresso di 
Seminara. — Donazione del conte Ruggiero ali' abbazia 
della chiesa di Santa Maria e dei Dodici Apostoli di Ba- 
gnare. Sua istituzione del vescovado di Mileto; e scoverta 
e trasporto in Seminara, della statuetta della Madonna 
dei Poveri. — Novero dei monasteri basiliani nel terri- 
torio di Seminara. — Terremoti del 1169 e del 1184, in 
Calabria e nella vicina Sicilia. — Cenno della domina- 
zione degli Svevi sulle Calabrie: saccheggio di Seminara, 
perpetrato dai Messinesi, e loro consecutiva disfatta. — 
Cenno della dominazione degli Angioini sulle Calabrie: il 
Vespro siciliano, e fatti d'armi vittoriosi del re Pietro di 
Aragona, contro i Francesi dimoranti in Seminara e nei 
luoghi vicini. — Altri avvenimenti sotto gli Angioini; 
in alcuni dei quali, prende parte Ruggero di Làuria. — 
Pace fra gli Angioini e gli Aragonesi di Sicilia. . Pag. 1 

CAPITOLO II. — (Dall'anno 1303 al 1495). 

Sommario: — Sito dell' antica Seminara. — Cenno dello 
stato di questa città durante i primi secoli della sua esi- 
stenza; e primordi di Palmi e di Gioia. — Gli aweni- 



354 INDICE 



menti di Calabria nelle guerre tra gli Angioini e gli 
Aragonesi di Sicilia, nella prima metà del secolo XIV. — 
Bariaamo di Seminara. — Il vescovo di Mlleto, Goffre- 
do III, occupa il castello di San Giorgio. — Fatti d'ar- 
mi tra il conte Guglielmo Ruffo e i Reggini. — Avveni- 
menti di guerra nelle Calabrie, tra Giovanna I e gli 
Ungheresi. — Accenno ad altre controversie e ad altri 
fatti d'armi, tra feudatari del versante occidentale della 
Calabria ulteriore; e fra il conte Ruggiero Sanseverino 
e i Reggini. — Occupazione delle Calabrie da Carlo III 
di Durazzo. Anarchia in seguito alla morte di lui, e sol- 
levazione dei partigiani dei d' Angiò. Ritomo delle Ca- 
labrie alla obbedienza di Ladislao. — Seminara cade 
sotto il dominio feudale, e poi ritoma di dominio regio. 
Suoi privilegi, e religiosi illustri, Ano alla metà del se- 
colo XV. — Dominio di Alfonso I, e divisione delle Ca- 
labrie in due province. — Devastazione di Gioia. — Pro- 
digalità del re Alfonso, e sua donazione della gabella 
di Gioia. — Sollevazione dei partigiani angioini nelle 
Calabrie, contro' Ferdinando I, sedata dal capitano Tom- 
maso Barrese, il quale poi fu disfatto. Repressione con- 
secutiva della parte angioina, e dominio degli Aragonesi 
sulle Calabrie Pag. 47 

CAPITOLO III. — (Dall'anno 1495 al 1503). 

Sommario: — Importanza di Seminara e di Terranova, 
verso la fine del secolo XV, in Vallis Salinamm, nome 
che ebbesi la Piana, fin presso a quest' epoca. — Fer- 
rante II, nel 1495, dona Seminara con i suoi casali, a 
Carlo Spinelli. — Terranova e i suoi casali, soggetti a 
Marino Correale; e Gioia in possesso di Agnello Arca- 
mone. — Scesa di Carlo Vili in Italia, e d'Aubigny oc- 
cupa e governa le Calabrie. — Ferdinando II col Gran 
Capitano Consalvo rioccupano parte dell'estrema Calabria. 
Fatto d'armi presso Seminara, tra Francesi e Spagnuoli, 
verso la metà di Giugno 1495, seguito dalla vittoria di 
questi, e della loro entrata in questa città. — Cenno di 
un monumento, che solleva in Seminara per perpetuar- 
ne la memoria del duca Carlo Spinelli e dei due fatti 
d'armi favorevoli agli Spagnuoli, avvenuti presso di que- 
sta città ( in annotazione ). — Battaglia della Figurella, 
tra Francesi e Spagnuoli, avvenuta il 21 giugno 1495, 
a pochi chilometri da Seminara, e disfatta di Ferdinan- 
do IL — Progressi di Consalvo nelle Calabrie, ed occu- 
pazione di queste province e quasi di tutto il regno. — 
Morte di Ferdinando II, e successione di Federico II, 
a cui Consalvo rassetta definitivamente il regno. — Ac- 
cordi tra Ferdinando il Cattolico e Lodovico XI [, i quali 



INDICE 355 



spodestano re Federico, e se ne dividono il reame di 
Napoli. — Consalvo riceve il titolo di Duca di Terrano- 
va. — Per disaccordi nella divisione del regno, sorge 
guerra tra il duca di Nemours e Consalvo; e d'Aubigny 
occupa nuovamente gran parte delle Calabrie. — Fatto 
d'armi tra il conte Onorato Sanseverino e Ugo di Car- 
dona, a Terranova, che da questo capitano spagnuolo 
viene espugnata dopo di aver disfatto i Francesi e i par- 
tigiani del Sanseverino. — I Francesi, comandati da d'Au- 
bigny, assaltano e sconfiggono gli Spagnuoli, comandati 
da Ugo di Cardona a Terranova, addì 26 dicembre 1502. 

— Agli Spagnuoli delle Calabrie arrivano dalla Spagna 
altri aiuti di soldati, e tutto l'esercito si raccoglie a Se- 
minara. Da qui, in segaito a sfida del d' Aubigny, gli 
Spagnuoli muovono contro i Francesi, schierati di là dal 
Petrace, verso Gioia. Fiera e sanguinosa battaglia che 
ne segue fra loro, il 14 aprile 1503, presso il Ponte Vec- 
chio, con vittoria completa degli Spagnuoli. Assedio in 
Angitola, e imprigionamento del d'Aubigny insieme con 
altri capitani. — Il re Ferdinando il Cattolico resta solo si- 
gnore di tutto il regno, e Consalvo ne è il primo viceré. Pag. 83 

CAPITOLO IV. — (Dall'anno 1504 al 1566). 

Sommario: — Il Gran Capitano Consalvo viceré nel reame 
di Napoli, e sue gratificazioni e feudatari. — Provvidi 
reggimenti di Consalvo e di Carlo Spinelli, tenuti dal- 
l'uno nel feudo di Terranova, e dall'altro in quello di 
Seminara. Progressi di questa città e delle terre di Pal- 
me e di Gioja, nella prima metà dei secolo XVI. Ter- 
remoti nei primi anni di tale òecolo. — Morte di Ferdi- 
nando il Cattolico, e successione di Giovanna UI, e poi 
di Carlo V. Dissensi e guerre tra questo imperatore e 
Francesco I; e accenno agli avvenimenti delle Calabrie, 
nei tentativi di conquista del regno per parte dei Fran- 
cesi. — Piraterie dei Turchi e degli Algerini sulle Cala- 
brie, nei primi anni del secolo XVI. Saccheggi di Aria- 
deno Barbarossa, e disfatta inflittagli da Andrea Doria. 

— Ritorno di Carlo V dall' Africa, e suo passaggio per 
Reggio e Seminara. — Altre scorrerie del Barbarossa. — 
Il re di Francia si unisce con i Turchi, contro Carlo 
V, e Barbarossa continua a corseggiare nelle riviere del 
Mediterraneo, principalmente e più crudelmente su i 
lidi dell'estrema Calabria. — Altre piraterie dei Turchi 
e degli Algerini. — Disposizioni del viceré Pietro di To- 
ledo, per fortificare le terre del littoralc, e per erigere 
torri di guardia contro i corsari. — La contea di Semi- 
nara viene confermata da Giovanna III a Carlo Spinelli. 
A questo feudatario succede Pietro Antonio, il quale fa 



356 INDICE 



riedificare la chiesa di S. Fantino. Carlo I duca di So- 
minara istituisce nel 1565, il fedecommesso per ii suo 
casato. — Fervore religioso nel popolo del versante oc- 
cidentale della Calabria ulteriore. Conventi in Seininara, 
in Palmi e in Gioja. Miracolosa immagine di S. Maria 
del Soccorso in Palme; e profezia di Fra Lodovico da 
Heggio. — Piraterie di Dragut Rais; e devastazione di 
Palme nel 1549. — Il Duca Carlo Spinelli cingo di mura 
la terra di Palme, e la chiama Carlopolù — I corsari 
Turchi sbarcano per assaltare Palme; ma 1 cittadini li 
sbaragliano presso il quatrivio, sul piano detto della Tor- 
re. — Arrigo II si collega con Solimano; e danneggia- 
menti fatti dallo loro flotte unite, massime sulle riviere ca- 
labresi, per opera di Dragut. — Altra flotta dei Turchi, 
uniti con i Francesi, comandata dal pascià Mustafà; e 
danni e piraterie da loro commessi. — Altre scorrerie 
feroci di Dragat sulle riviere dei paesi del Tirreno, e di 
altri paesi ancora: sua morte, e poi pace tra Spagnuoli 
e Francesi, nel 1559 Pag. 129 

CAPITOLO V. — (Dall'anno 1566 al 1699). 

Sommario:— Condizioni funeste del versante occidentale del- 
l'estrema Calabria, cioè brigantaggio e peste, nella seconda 
metft del secolo XVI. — Istituzione in Palme, del culto alla 
Madonna della Sacra Lettera (in annotazione). — Accenno 
alla guerra tra i monarchi cristiani e Amurat III; e danni 
apportati da Hasan Cicala sulle riviere d' Italia e segna 
tamente su Reggio. — Cenno della congiura di Tom- 
maso Campanella. — Seminara e i suoi casali sotto il 
dominio regio. — Triste fatto succeduto in Gioja, verso 
la fine del secolo XVI. — Avvenimenti dispiacevoli tra 
Seminara, Palme, Sant'Anna e i loro feudatari di casa 
Spinelli. — Terremoti dal 1616 al 1622, e origine di Citr 
tanuova. — Nel 1616, i Mori vengono scacciati dalla 
Spagna: e cosi la pirateria è riattivata sulle marine di 
Sicilia e di Calabria. — Nel 1625, i corsari depredano 
Gioja. — Industrie in Seminara e in Palme. Liti fira es- 
se, e separazione di Palme e sua autonomia. — Il mar- 
chese di Arena, don Andrea Conchublet, diviene utile 
signore della terra di Palme; e Seminara vende la pro- 
pria giurisdizione al principe di Cariati. — Terremoti 
nelle Calabrie, tra il 1638 e il 1640, ed altri negli anni 
consecutivi. — Descrizione della pianta dell'antica Semi- 
nara. — Descrizione della pianta di Palme, qual' era fi- 
n'oltre la metA del secolo XVII; e industrie e commerci 
di questa piccola città. — Litigi tra i feudatari di Semi- 
nara e di Palme, a causa del confine tra i due territori 
limitrofi; e odii e zufie spesso sanguinose, tra i due pò- 



INDICE 357 

poli. — Nuove liti mosse dai cittadini di Seminara, a 
causa del mercato di Palme: e formazione della piazza 
del Mercato di questa città, e descrizione della fontana 
che sorgeva in mezzo di essa. — Morte del marchese di 
Arena, e ritomo di Palme alla soggezione del feudatario 
di Seminara. — Terremoti in Sicilia e in Calabria nel 
1693 Pag. 169 

CAPITOLO VI. — (DalVanno 1700 al J783). 

Sommario: — Cenno delle successioni nei regni di Spagna, 
di Napoli e di Sicilia, dal 1700 al 1734. — Carlo UI, 
occupate le Due Sicilie, va a Palermo per la sua inco- 
ronazione. Itinerario di questo viaggio, e particolarmente 
quanto segui nel soggiorno di questo re in Palme. — 
Istituzione delle paiTOcchie e delle congregazioni in Pal- 
me, e della chiesa arcipretale in Collegiata. Principali 
deposizioni circa lo stato di questa città, nella inchiesta 
fatta al proposito della istituzione della Collegiata. — Di- 
mora in Palme del suo feudatario Scipione III Spinelli; 
e speculazioni che (luesti vi esercitava. — Terremoti, 
peste e carestia nelFestrema Calabria e Messina (an. 
1743-46 ). — Istituzione del Monte dei Pegni in Palmi. — 
Cenno della vita e delle opere di Gioacchino Poeta, na- 
tivo di questa città. — Carestia e fame durante il 1763. — 
Morte del principe di Cariati Scipione III, nel 1766. — 
Assenso di Ferdinando IV, alla congregazione del SS. 
Rosario in Palmi, e alla istituzione delle altre tre con- 
gregazioni. — Vita ed opere di Domenico Grimaldi, e 
cenno biografico ed opere di Francesco Antonio Grimaldi, 
entrambi nativi di Seminara, e iì'atelli Pag. 219 

CAPITOLO Vn. — (DalVanno 1783 al 1806). 

Sommario: — Il Flagello, ossia i terremoti di Calabria del 
1783; e quanto allora accadde segnatamente in Palmi, 
in Seminara, in Gioia e nei loro territori. Savi prov- 
vedimenti, e pronti e abbondanti soccorsi di Ferdinando 
IV. Ricostruzione di Palmi e di Seminara, secondo altra 
pianta. — Esazioni abusive in questa città, dal feudata- 
rio Giovan Battista II Spinelli. Sue soverchierie e pre- 
potenze su Palmi; e quindi la costituzione quivi delle 
due fazioni, cioè dei Verdonelli e dei Oialinellij e l'as- 
sociazione detta La Campana di Legno. — Morte di que- 
sto feudatario, e novero degli eredi che gli subentrarono 
nei diritti feudali, sino alla soppressione del feudalismo. — 
Cenni biografici circa la vita e le opere di Pasquale 
Raimondo SafBoti Pag. 265 

CAPITOLO Vm. — (DalVanno 1789 al 1817). 
Sommario: — Cenno della rivoluzione francese del 1789, 



358 INDICE 



e delle conseguenze in Italia. — Diffusione in Calabria 
della Frammassoneria e dei prìncipii democratici. — Isti- 
tuzione in Palmi di una loggia di liberi-muratori. — Or- 
dine dei ceti; tendenze del popolo, e movimenti politici 
neir estrema Calabria. — Accenno alle disfatte dei Bor- 
boni, e loro rifugio in Sicilia. Entrata dei Francesi in 
Napoli, e istituzione della Repubblica Partenopea. — 
Elevazione di Palmi a capoluogo di distretto con sede 
di sottintendenza. — Biografia di Nicola Antonio Man- 
froce Pag. 299 

APPENDICE:— Documenti.— Albero genealogico della fa- 
miglia Spinelli, feudataria di Seminara, Palmi, Sant'An- 
na ecc Pag. 323 




9 



Errata-còrrige 

e aggiunte 

A pag. 2, linea li: chilometri . . aggiungi: Delle due strade che, per 

un chilometro e mezzo, congiun- 
gono il corpo della città dì Gioia- 
Tauro con la sua marina, una è 
oramai fiancheggiata da case. Gli 
abitanti di questo comune, com- 
plessivamente con quelli delle due 
sue frazioni, cioè di Villa SanV Att- 
ionio e di Eranova ( villaggio di 
recente edificato nella contrada La- 
mia, da una esigua parte del popo- 
lo di San Ferdinando o Caselle ^ di- 
staccatasi e stabilitasi nel territorio 
di Gioia-Tauro, per sentimento di 
indipendenza, ma non ancora uf- 
ficialmente riconosciuto da questa 
città), sorpa-ssano il numero di quat- 
tromila ( 4024 ); la popolazione di 
Seminara con quella dei suoi sot- 
tocomuni, Sani* Anna e B arr Uteri ^ 
si compongono di oltre cinquemi- 
lanovecento cittadini ( 5906 ), e Pal- 
mi conta più di quattordicimilasette- 
cento abitanti (147 12, in marzo '99)- 

> 5 » 27: rocca^ . . . leggi: rocca ( roccia ), 
» > » 28: accumolo . . » cumulo 

> » > 29: fu sempre . . » fu pure sempre 

> > > » Rocagghiusu^ > Rocagghiusu ( roccioso ), 

> 8 > 8: terricctuola . . » terricciola 

» 15 > 7: La parte dei Tau- 
rianesi, dedita ai 
traffichi e allearti 
marinaresche, non 
potendo che trovar- 
si a disagio nei pae- 
si interni, perchè 
languiva a stare lon- 
tana dal mare, pre> 

scelse a sua . . » La parte dei Taurianesi, dediti 

ai traffichi calle arti marinare- 
sche, non |>otendo trovarsi che 



Apag. 



i6, 


linea 9: contrarli . . 


i8 


» »6; 52 


21 


» 17: terra castellata 


» 


» 22: nello scudo del 




la città, . . . 


22 


» 13: in allora . . 


»3 


» 12: peste; . . . 


24 


> 5: territori i . . . 



41 p » 16: fendatarii . . 



48 




•i9: 8.0 


53 




12: Federigo, . . 


85 




26: Imhoff. ed . . 


89 




24: qui . . . . 


90 




22: rileviamo . . 


» 




26: C il 1760 . . 


» 




27: annotaz., . . 


143 




23: vonne . . . 


160 




26: Vedi nostre . 


169 




5: Sacra Lettera . 


» 




29: incendii . . . 


172 




20: ad un lato . 


176- 




sommarii . . . 


179 




29: ove in seguito . 



a disagio nei paesi in temi, per- 
chè languivano a stare lontani 
dal mare, prescelsero a loro . . . 

^g^gi- contrari 
» foglio 52.*» 
> terra murata 

aggiungi: oltre ai due padiglioni 

terminati a cono, 
leggi: allora 

» peste ); 

» territori... [ e cosi altrove, per 
somigliante inesattezza] 

» feudatari... [ e così altrove, per 
somigliante inesattezza ] 

» 8.0 

» Federigo 

» Inihoff, ed 

» in questo capitolo 

» rileviamo 

» Ca. il 1760 

» annotaz. 3, a pag. 149, 

» venne 

» Vedi le nostre 
aggiungi: ( in annotazione ). 
leggi: incendi 

» da un lato 

% sommari 
aggiungi: ove, dai tempi di Alfon- 
so duca di Calabria, figliuolo 
di Ferdinando d' Aragona, in 
seguito, 



> 


» 193 


> 23: regggenza. . . 


i^gg^: reggenza 


» 


» 257 


» 7: fondate undici . 


» fondate stabilmente undici 


» 


» > 


» 1 ì: Ma la Congrega- 








zione .... 


» Ma la chiesa della Congrega- 
zione 


» 


» 265 


» 4: savi! 


» savi 



?er- 
taoi 
• » • 



901 



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11 






C0237073W1I