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Full text of "Poesie di Giuseppe Giusti"

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Successori Le Monnier - Piren 





OLTA DfVBOVBBBI TOSOAHI, 

[a Gino Capponi. — Un voi. 
liB. Con un mgfiiio critico e 

Manti. — Uri volume 

I scritta da hii medesimo, 

Guido Biagi.— Un voi. . . . 

., ,..uuy^oog Ie 



DONI lOftdo]* OoHKCDiK iCKLTfei pubbllcaU f»er 

iirft il Eaffitello No celli, — Un woì Lir^ 1. 75 

iZSUfl (AnioTi Franctiaeol* Commedie, risccjiitrafc© 
.i*migliori ( odici Bpùstiliattì da P. Faafatii.— Un voi. 1, 75 

^nto^itftvftta (lallo ci onaetie di qufsì terapo.— UaTol, h W 
TBi&AZZl (F.-D.). IiABKLLA Obstui dtioliesaa di 
If^t^iUTif-, RRAi^nnfrri. ^— Ou voli .*•.*»* i < < » 1. 60 
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hiara te connota da Q, FrftOJtssetti. ^— Om^tiB Voi. 7* 
"liAKOA {Fraric.}p Lkttbms hmu^i » volgari *iftt© 

"tiohiaTàte con note da ià FracaaBefctL — T>ao voi. 3* 
TTàBOO. Lk Vi m pAiiàt.r.BLKt volgariaaate da Mar- 
x*]l<ì 4dj7&fii il Giovano; nsoontratù ^^L'^^^'J.* 
a .>Go Mff FinnoUto da Carrutie OttgBgtób-y^S^CMW*'- 



50 



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BIOOABDI (Giaseppe). Gasa di Sayoja s la Biyo- 
LuiiONE ITALIANA. Storia popolare degli ultimi 
trent' anni. — Un voi * Lire 1. 75 

KOSINI (G iova nni). -La Monaca di Monza. Storia ddl 

secolo XVn, — Un voi 1. 75 

BOSINI (Giovanni). Luisa Strozzi, storia del b&- 
ooìo X.YI, Nuova edixione. --Un Yoi 1.75 

SCHILLER (Federigo). Teatro tragico, tradazione di 

Andrea Maffei. — Quattro voi 7. — 

SACOHETTI (Francoì. Le Novelle, pubblicate se- 
condo la lezione del Oodice Borghinìano , con Note 
inedite, per Ottavio Gigli. — Due voi 8. 50 

SHAKESPEARE (G.). Otello, La tempesta, e GOE- 
THE, Aeminio e Dorotea. Traduzione di A. Maf- 
fei. Un voi 1. 75 

VARCHI (Benedetto). Storia Fiorentina , con i primi 
quattro libri e col nono secondo il Codice autografo 
quale fu pubblicato per la prima volta per cura di 
Gaetano Milanesi. — Tre voi 4.50 

VERRI (Pietro). Storia di Milano continuata fino al 
MDCCXOII da Pietro Custodi, preceduta da un 
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pardi , migliorata in vari luoghi la lezione del testo, 
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TASSO. La Gerusalemme Liberata, preceduta da un 

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PARINI (Giuseppe). Versi e Prose, con un Discorso 

di Giuseppe Giusti intorno alla Vita ed alleopere i 

di Ini. Settima rietampa, — Un voi • . 5. — K 

t^ : "'""'^°""' ^'^ ^& 



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POESIE 



GIUSEPPE GIUSTI 



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POESIE 



GIUSEPPE GIUSTI 

CON UN SAGGIO CRITICO E NOTE 



g'pucxjianti 




FIRENZE 

SUCCESSORI LE MONNIER 
1902 



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Proprietà degli Editori. 



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Firenze, 19a2. — Società Tip. Fioreutiua, Via S. Gallo, 33. 



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LA SATIRA DEL GIUSTI 



La poesia giocosa è appunto un gioco, uno scherzo, 
che mira a destare il riso e tenere cosi allegra la gente. 
Non ha di per sé nessun altro intento. Mirando a que- 
sto e solamente a questo, buffoneggia spesso e non 
sempre in modo innocente; va a caccia dei doppi sensi, 
degli equivoci da stenterello, e spesso anche mette in 
beffa la gente, non per altro se non perchè la maldi- 
cenza piace a molti, anzi ai più. Certo in qualche poeta 
giocoso, a quando a quando schizza fuori, anche fra 
le risate buffonesche e triviali, qualche cosa ohe fa 
pensare, ma sono accenni fugaci; e una rondine, come 
dice il proverbio, non fa primavera. 

La poesia satirica è un'altra cosa. Essa è poesia 
seria nella sostanza o negFintenti o morali o civili che 
fiieno, per quanto possa esserne allegra e briosa la 
forma; è cosa seria, dico, anche allora che ritrae una 
scena o un personaggio nella parte sua più ridicola, 
perchè tu, anche ridendoci, pensi, e sia pure indiretta- 
mente, a qualche altra cosa che non è da riderne, ed 
il tuo è un riso o meglio un sorriso che non passa la 
pelle. Ridere dei birbanti è cosa bona e naturale, è an- 
ch' esso un modo efficacissimo di far loro la guerra, 

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VI LA SATIRA DEL GIUSTI 

perchè un epigramma ferisce, talvolta, più d'una ba- 
stonata. E i birbanti hanno anch'essi il loro lato ri- 
dicólo. ! . 

Ora ciascun vede che la satira di questa specie 
descriva a dipicg» il ridicolo, non come fine proprio, 
ma come semplice mezzo, e che il vero fine di essa è 
r ammaestramento, e sia pure sottinteso o dissimulato. 
E perciò la satira è nobile poesia e altissima, sempre 
opportuna e sempre nuova, come la commedia, la quale 
il più delle volte non è altro ohe una satira dramma- 
tica, ossia una satira in azione. 

Ma la satira ora ride ironicamente, ora leva la 
voce e grida. 

Dei diversi poeti di questo genere, taluni tengono 
più della prima forma, tali altri più della seconda; 
potentissimi soprattutti quelli che sanno alternare, e 
quasi direi, combinare Tuna con l'altra, come fa il 
Giusti. 

C è taluno che trova nella Divina Commedia ogni 
cosa, perfino la scoperta della circolazione del sangue. 
Povero Arvay! Ma certo è che ci si trovano esempi 
splendidissimi di satira terribilmente ironica e violenta. 
Basterebbe citare il racconto di Guido du Montefeltro, 
la tirata di S. Pietro contro i pastori della Chiesa non 
degni, quella di Beatrice contro i predicatori sciocchi 
e scolastici e quella che fa il P. a conto suo contro papa 
Orsini simoniaco, nella qual tirata eloquentissima, non 
contento di sfogarsi sui pontefici morti, trova il modo 
di anticipare l'inferno ad un pontefice vivo. (*) 



(1) Dante, /«/., XXVI; Par., XXVII, 22, XXIX, 115. 
E si noti specialmente questa terzina: 



Di questo ingrassa il porco Siuit' Antonio, 
Ed altri aanai, elio son peggio clie poiri 
pagando di moneta srnza conio. 



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I*A SATIRA DEL GIUSTI Vii 



Il Giusti, come poeta satirico, non ha preso nulla 
dagli altri, ma è proprio originale nel senso più pre- 
ciso della paiola. Anzi, prima di lui, poeti satirici ve- 
ramente grandi non si può dire che ce ne fossero in 
Italia, ad eccezione di un solo, unico in un genere spe- 
ciale creato da lui, voglio dire il Parini. Prima dell'autore 
del Giorno la satira nostra è principalmente rappresen- 
tata da tre autori che sono Lodovico Ariosto (*), Salva- 
tor Rosa (^) e Benedetto Menzini (^), il primo dei quali 
si \Qgg^ ancora e può considerarsi come il fondatore 
della satira italiana sulle forme delle Epistole d'Ora- 
zio. E che si attenesse alP esempio del poeta latino, 
chi ben consideri, si spiega naturalmente, perchè a 
lui si assomigliava assai nella tempra dell' animo e 
dell'ingegno, essendo com'esso, tenero degli amici e 
dei placidi godimenti; amante dell'aurea mediocrità 
e della libertà personale, e com' esso costretto ad 



(1) Dell'Ariosto (1474-15oì3) abbiamo sette satire in terza 
rima senza titolo, indirizzate via via ad Annibale Malegucci 
suo cugino, ad Alessandro e a Galasso Ariosto suoi fratelli, 
a Sigismondo Maleguccio, al cardinale Pietro Bembo suo 
amico, e a Bonaventura Pistofìlo segretario del duca Al- 
fonso d' Este. 

(-) Salvator Jiosa insigne pittore ed anche musicista na- 
politano (1615-1673) lasciò sei satire su questi argomenti: 
La Musica, la Poesia, la Pittura, la Guerra, la Babilonia o 
l'Invidia. Oh' egli fosse musicista pregiato, specie nello 
composizioni monodiche da camera, n'ebbi a questi giorni 
notizia da una elegante conferenza del prof. avv. Arnaldo 
Bonaventura., intitolata Un pittore musicista e poeta. 

(3) Benedetto Menzini prote fiorentino (1616-1701) scrisse 
dodici satire senza titolo. 

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vili LA SATIRA DEL GIUSTI 

avere dei padroni, e, ciò che è peggio, più rigidi as- 
sai e meno grati ai servigi, che non fossero Mecenate 
e Augusto. Le sette satire dell'Ariosto, ad eccezione 
di quella sul prender moglie, che è una specie di capi- 
tolo contro i preti e in generale contro tutti coloro che 
non la pigliano, altro non sono in sostanza che delle 
epistole familiari indirizzate a parenti ed amici, nelle 
quali parla quasi sempre di sé, de' propri interessi e delle 
cose e persone che più gli stanno a cuore, e ne parla sem- 
pre (si badi a questo) per un intento di utilità pratica. 
Quindi, se conosciamo V indole dell' uomo, il suo modo 
preciso di sentire, i suoi gusti, ngnchè molti particolari 
della sua vita anche più intima, lo dobbiamo più che 
altro a queste lettere, nelle quali con mano facile e 
leggiera, dipinge cosi alla lesta e quasi scherzando se 
medesimo. Certamente la satira e' è, ma non pare cer- 
cata direttamente, e tanto meno esclusivamente come il 
vero suo scopo. Egli cammina per la sua strada, che un 
interesse tutt' altro che letterario lo sospinge, e per 
dir cosi, trova la satira appunto sulla sua strada. Pensa 
a sé, e siccome è giustamente scontento di molti, si 
ferma cosi ogni tanto a dar loro la baia e anche le fru- 
state. Vedete: Perduta la grazia del Cardinale Ippolito 
per non aver voluto seguirlo in Ungheria, pensa che 
gli altri cortigiani invece di difenderlo dai biasimi del 
padrone, aiutino questo a dir male di lui, e si ferma a 
dar due frustate agli adulatori dei principi, cosi in ge- 
nerale, ma ci si ferma un momento solo (son tre terzine), 
che del resto gli preme troppo di scusarsi (^). Dovendo 



(1) E voglio riferirle tutt'e tre, non foss' altro, come pic- 
colo saggio al lettore: 

Pazzo chi al suo signor contraddir vuole, 
Sebben dicesse ohe ha veduto il giorno 
Pieno di stelle e a mezzanotte il sole. 



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LA SATIRA DEL GirSTI IX 

da Ferrara condursi a Roma per ottenere, sebbene non 
prete, un benefizio ecclesiastico, scrive al suo fratello 
Galasso che vi dimorava, pregandolo che gli prepari 
una stanza e gli trovi un uomo che gli sappia cuci- 
nare cosi alla buona un pezzo di vitella e di montone, 
che gli basta, perchè non è di quelli che campano per 
mangiare. E anche qui si ferma trattenendosi un po' più 
a lungo, a dare una tiratina d'orecchi ai ghiottoni, spe- 
cialmente preti (la lingua batte dove il dente duole), 
che vanno a predicare briachi fradici, e su su ai monsi- 
gnori che dopo pranzo, tutti occupati in un chilo labo- 
rioso, non danno udienza a nessuno né ricevono amba- 
sciate neanche se venisse a cei-carli S. Pietro, S. Paolo, 
S. Giovanni e il mastro Nazzareno stesso. Ha bisogno 
di un umanista che insegni il greco a Virginio suo 
figliuolo ; ma dove trovarne uno che al sapere accoppi 
il buon costume ? Quanto a lui non ne conosce. E qui 
si ferma purtroppo a descriverne i vizi, mettendo 
proprio da verista i punti sull'i, e prega l'amico Pie- 
tro Bembo a cercare per tutta Venezia e fuori, e scri- 
verne agli amici, se fra quella razza di gente si trovasse 
a caso un uomo per bene da potergli fidare un figliuolo. 
Che cos'è dunque, almeno nell'apparenza, questa sa- 
tira? E una lettera al Bembo per un affare che gli 
stava a cuore, com'era giusto. Una volta poi (una volta 
sola) movendo pur sempre dai casi suoi propri, s'in- 
nalza sino alle più alte regioni della satira civile e 
politica, schernendo « la vile adulazion spagnola che 
messe la signoria fino in bordello » e fulminando con 



O eh' egli lodi o voglia altrni far scorno. 
Di varie voci subito un concento 
S'ode ascordar di quanti n'ha d'intorno. 

E chi non ha per umiltà ardimento 
La bocca aprir, con tutto il viso applaude, 
E par che voglia dire : anch' io couaeuto. 



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X LA SATIEA DEL GIUSTI 

sensi e con parole dantesche que' papi avari che ven- 
dono le indulgenze, fanno guerra ai cristiani e danno 
l'Italia in preda alla Francia e alla Spagna, perchè una 
parte ne rimanga ai loro bastardi. (Sat. III). Le satira 
o le epistole satiriche dell'Ariosto sono nella loro so- 
stanza a cosi dire soggettive, autobiografiche, e nella 
forma oraziane, ne hanno proprio nulla di simile a. 
quelle del Giusti. 



III. 



Salvator Rosa trattò la satira proprio nel senso- 
obiettivo della parola e n'ebbe molta lode a' suoi 
tempi. Nelle satire di lui ci senti V uomo onesto e li-^ 
bero, che acceso d'amore del bene e sdegnoso quanti 
altri mai dei vizi che contaminavano i suoi tempi, li 
sferza senza pietà o si trovino in basso od in alto, anzi 
con più accanimento, quanto li vede più in su. Ma se 
l'intento suo è ottimo, non corrisponde l'effetto per la 
ragione potentissima che gli manca l'arte; ha molte 
cose da dire, ma non le sa dire in modo efficace. Vor- 
rebbe farla da Giovenale e riesce invece un predica- 
tore declamatore, pieno gremito di citazioni, prese 
dai greci e dai latini, per lo più comunissimo. Tu ne 
resti come sopraffatto e affogato; e, quando credi che 
la tiritera sia finita e stai per ripigliar fiato, ecco 
che lui ricomincia da capo, proprio come se nulla fosse. 
« Vanga e rivanga lo stesso pensiero (dice il Giusti) (*) 
e te lo rivolta da ogni parte, come se faccettasse un 



(0 Vedi il discorso di lui premesso alla edizione del 
Parini. Firenze, Le Monnier, 1860. 

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LA SATIRA DEL GIUSTI XI 

diamante; si sente insomma che lo scrivere non era 
Parte sua naturale, ma un di più del suo ingegno ». E 
in sostanza dice bene : se non che Salvator Rosa non 
aveva diamanti da faccettare, né altro di comune col 
Giusti che lo sdegno del male. 

Benedetto Menzini « è acerbo, stizzoso, violento^ 
ma di rado ha grazia, di radissimo lepida amabilità 
che è V ultima perfezione della satira. La lingua è buona, 
il verso ben coniato, la rima bizzarra e spontanea, ma la 
stile ha un che di plebeo; e in genere la satira del Men- 
zini dà in bassezze e in isconcezze d' ogni maniera, ò 
piuttosto cucita che tessuta, e soprattutto mancante dal 
lato drammatico » (*). Cosi il Giusti, ma non basta. La 
grazia non gli manca spesso, ma sempre'; non è sola 
violento, ma vero diffamatore personale per odio ma- 
ligno. Quante e quanto sanguinose ingiurie non av- 
venta con compiacenza diabolica contro un professore 
dell'Università di Pisa per non avere avuta lui quella 
cattedra? Ma non basta, si mette a diffamarne anche 
la moglie e i figliuoli; ne volete di più? iV è chi gli 
dà merito d' essersi scagliato contro la bacchettoneria 
prevalente in Toscana al tempo degli ultimi principi 
Medicei (*). Si, ma come lo fa ? con immagini tolte dai lu- 
panari. Se la lingua è buona, il merito più che suo è 
del volgare fiorentino eh' egli succhiò insieme col latte, 
senza dire che spesse volte trasceglie i modi più tri- 
viali di mercato e peggio; e li mescola con altri eletti 
ed anche latinizzanti, che non ci legano troppo bene. 
Cosi qualche volta sente l' efficacia di certi modi, di certi 
emistichi ed anche versi interi di Dante e se gli ap- 



(») Id. ibid. 

(2) Vedi d'Ancona e Bacci, Manuale della letteratura 
italiana, Firenze, Barbèra, 1895. 



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:XII LA SATIRA DEL GIUSTI 

propria, ma bene spesso paiono gemme cadute fra la 
spazzatura. Certo, a quando a quando, ha qualche vi- 
gore di stile, ma non e' è altro di buono. Senza ideali 
alti satira vera ed efficace non c'è, né ci può essere. 

Il Giusti prosegue: « V'è poi P Alamanni, il Nelli, 
il Soldani, T Adimari (^) ed altri venti, tutta gente che 
bisogna leggere, perchè cosi vogliono i letterati, e poi 
pentirsi più o meno d'averli letti, come accade di pa- 
recchi testi di lingua ». 

L'Alamanni ha sensi gentili e nobili, aspira- 
zioni patriottiche, ma quanto alla forma è monotono 
nel ritmo, sebbene elegante. Il Nelli è un chiacchie- 
rone facile si, ma plebeiamente sboccato; ed i suoi son 
capitoli e de' peggiori; la vera satira sta più su. Quanto 
poi al Soldani, nelle satire sue ci si sente l'uomo 
d' alti ideali e il filosofo e lo scienziato degno disce- 
polo di Galileo; e come poeta lo studioso di Dante. 
Propugna la morale, della quale pone a fondamento e 
giudice supremo la coscienza (*), combattendo il vizio, 
sostiene i diritti della ragione umana e dileggia le dot- 
trine dette peripatetiche degli avversari e tormenta- 
tori del gran maestro. Dice cose e non parole. Peccato 
che spesso le dica più da scienziato che da artista! 
Egli meritava quindi di esser messo fuori del branco, 
nel quale va lasciato l'Adimari, noioso declamatore di 
■cose fritte e rifritte. 



(1) Questi autori, tranne Lodovico Adimari napoletano 
(1644-1708) che può considerarsi contemporaneo al Menzini, 
sono anteriori non pure a lui ma anche al Uosa. Dilatti 
Luigi Alamanni fiorentino visse dal 1195 al 1556, Pietro 
Nelli, senese, mori circa il 1516, e Jacopo Soldani fiorentino 
visse dal 1579 al 1641. 

(^) Ecco come la definisce: 

Ella non può montire, olla ò fiscale, 
Clio per parto di Dio premia e gastigja 
Entro la nostra mente il bone e il malo. 



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LA SATIRA DEL GIUSTI XlII 



IV. 



Tale era in sostanza la satira nostra, quando sorse 
il Parini. 

Ma che cos' è il Giorno del Parini? La sostanza 
di questo poema satirico originale e ioimitabile con« 
siste, come dice Pietro Giordani, nel trasportare il ri- 
dicolo dalla povertà operosa all'opulenza infingarda: 
V è contrasto continuo fra due classi d'uomini, l'una,. 
i pochi, destinati a godere (i semidei terreni)] T altra, 
i più, destinati a lavorare, a stentare {la plebe umana, 
il volgo umano) per i godimenti e gli ozi beati dei 
primi. C è un grande e santo pensiero, il pensiero dei 
filosofi, degli economisti e dei legislatori di quel se- 
colo, voglio dire quello dei diritti dell' uomo, e' è in 
somma la rivoluzione. Di qui la grande importanza 
eh' ebbe fino dal suo primo apparire (1763) questo 
poema, e che andò, com' era naturale, da indi in qua 
sempre più scemando per le conquiste fatte via via 
dal pensiero umano, e tanto più per i mutamenti che 
in conseguenza di esse avvennero di necessità nelle 
istituzioni civili e politiche; di modo che ai lettori dei 
giorni nostri il contenuto e l'intento del poema non 
hanno quasi altro interesse che storico, ed i più si 
contentano di vagheggiarne le splendide forme poeti- 
che, come quelle che non invecchiano mai, perchè vi- 
vono dell'eterna vita dell'arte. Esso era la voce del 
secolo, allora sentita solamente dai dotti, cioè da 
pochissimi, e da essi fatta sentire ai molti; ora non è 
che un'eco, dico quanto all'intento speciale che ebbe. 
E dico cosi perchè la poesia alta, che è poesia dav- 
vero, trova, nel fatto particolare e mutabile, l'idea uliì- 



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XIV LA SATIRA DEL GIUSTI 

versale e immutabile, eterna. Che la vita non ha da 
essere un godimento per pochi, ma un impiego per 
tutti è una verità che sarà sempre un dovere dì pro- 
«clamare, finché esisteranno uomini sulla terra. 

La satira civile pariniana diventò politica nelle 
mani di Vittorio Alfieri, che tutti i suoi scritti volse 
sempre a questo intento supremo. Ma le Satire di lui, 
oltre che spesso false e strane per certi falsi giudizi 
o pregiudizi propri di quel grande, riescono difficili a 
leggere per lo stento della forma. Se non fossero del- 
l' Alfieri, chi le leggerebbe oggi? Ma egli è cosi glo- 
rioso per altri titoli, che può fare a meno di questo. 
Ad ogni modo, chi lo consideri solo rispetto al fine 
politico che si propose, si potrebbe chiamare, fatta pur 
sempre ragione dei tempi, quasi il precursore del Giusti. 



Ma è oramai tempo di venire al nostro autore. 
Cominciamo dal dire qualche cosa, sebbene con brevità, 
delle condizioni, specialmente politiche, dei tempi, nei 
quali gli toccò a vivere e che gV ispirarono i suoi versi 
immortali. 

Con la caduta di Napoleone e con VAtto finale di 
Vienna del 1815, l'Austria, padrona assoluta del Lom- 
bardo-Veneto, teneva i nostri governanti come suoi 
vassalli, e voleva spadroneggiare per tutta l'Italia, e 
dove più dove meno vi spadroneggiava. Quindi oppres- 
sione da una parte e tramenio di sette segrete dall'al- 
tra; ed a quando a quando un prorompere in aperte 
sommosse ferocemente affogate nel sangue dai principi 
con le forze proprie, e, quando non bastassero, con le 

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LA SATIRA DEL GIUSTI XV 

straniere. E, dopo le sommosse, le prigionie, gli esili 
ed i supplizi. L'Italia era di tutti fuorché degritaliani, 
anzi essa non era altro, secondo la famosa frase del 
principe di Metternich, che un'espressione geografica. 
Ma questa reazione infieriva dove più dove meno in 
tutta Italia ad eccezione del Granducato di Toscana. 
Qui, per effetto d'una certa benignità di principi, non 
apparvero, dopo le restaurazioni né più tardi, quei segni 
di mala contentezza dei popoli, nonché quelli spiriti di 
ribellione, che si manifestarono ben presto in altre parti 
d'Italia. Anzi vi era in tutti gli ordini di cittadini 
tranquillità grandissima. Il granduca Ferdinando III 
cullava in placida quiete e si affezionava con le ca- 
rezze questo popolo, che è naturalmente propenso ad 
una mollezza elegante. Sebbene austriaco, a quando a 
quando contrastava il patronato dell'Austria, dicendo 
spiattellatamente che intendeva di essere padrone in 
casa sua; e quanto all'ingerenza della Curia di Roma 
nelle cose del suo Stato, s<iguitando i buoni esempi di 
Pietro Leopoldo I, non ne voleva sapere; ed era in 
questo particolare aiutato e sostenuto dalla cultura e 
dallo spirito di un popolo più facile a ridere delle 
pretese romane, che a spaventarsene. Non perseguitava 
i liberali innocui di casa, contentandosi di tenerli d'oc- 
chio, e non chiudeva le porte in faccia a quelli di fuori, 
che, perseguitati nel loro paese, venivano a chiedergli 
un ricovero. Leopoldo II poi che gli successe, tenne 
la stessa via andando molto più innanzi di lui, senza 
pensare menomamente se la sua condotta potesse di- 
spiacere all'Austria, la quale dall'altra parte, mentre 
temeva del Piemonte perché forte e agguerrito, non 
s'impensieriva molto della Toscana da tanto tempo 
inerme e non disposta, almeno per allora, a mettersi 
allo sbaraglio. 

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XVI LA SATIRA DFX GIUSTI 

« In Toscana dal 1824 a,l 1848 (dice Ferdinando- 
Martini) aperta la reggia ai più nmili; la censura non 
goffa mai, le più volte indulgente; graziati sempre i 
condannati per delitti politici; disegni di parentado 
principesco con Casa d* Orléans, nella quale, compera 
simboleggiata, si credè incarnata la rivoluzione; gli 
esuli dalle altre parti d'Italia accolti di continuo, 
sovvenuti non di rado, i meritevoli preposti alP inse- 
gnamento; in Firenze il Bufalini, in Pisa il Mossotti,^ 
il Puccinotti, il Regnoli, il Matteucci; vi avrebbe 
avuto una cattedra il Gioberti, se Carlo Alberto non 
l'inibiva; permessi volentieri e ospitati degnamente 
i congressi degli scienziati, quando il Radetscky li 
giudicava intesi a gettare le fondamenta dell'opera 
infernale della rigenerazione italiana; in Toscana final- 
mente non una sola legge dettata con vedute ostili 
alla civiltà e indicante diffidenza del sovrano verso i 
suoi popoli » (*). 

Fu quindi una gran fortuna che il Giusti nascesse 
e menasse la vita in un paese come questo. In nes- 
sun' altra parte d'Italia egli avrebbe potuto certa- 
mente fare e neanche sognare ciò che fece fra noi. 
I suoi Scherzi (li chiama modestamente cosi) via via 
che li componeva, si spargevano manoscritti a mi- 
gliaia di copie, dalle classi più elevate e colte alle 
popolane, e correvano dappertutto; chi non li poteva 
capire da sé, se li faceva spiej^are; e molti l'impara- 
vano a mente. E l'autore conosciuto da tutti, specie 
dalla polizia, non ebbe a patire altro che una paternale 
fattagli a Pisa da un Commissario (^), la quale fece peg- 
gio. Guardate a che conduce qualche volta il troppo zelo. 

(^) Memorie inedite di G, Giusti. Milano, Treves, 1890. 
(2) Vedi la poesia intitolata Rassegnazione e proponi- 
mento di cambiar vita, 

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LÀ SATIRA DEL GIUSTI XVII 



VI. 



H Giusti cominciò la sua Vita poetica con versi 
giocosi, in sostanza del genere stesso di quelli del 
Guadagnoli, che gli fu amico e che allora godeva 
di molta fama, la quale in parte gli dura tuttavia, i 
cui Scherzi sono facili, briosi, non privi di sali né di 
doppi sensi e neanche di allusioni non troppo pu- 
lite, senza alcun intento civile, tranne un accenno sol- 
tanto (*). Il saggio più antico e più innocente che ci 
rimanga del Giusti nel genere giocoso pendente alla 
satira, è un frammento che comincia 

Questa nuova Susanna a cui d'intorno 

nel quale si schernisce una signora che vistosamente 
si lascia far la corte da certi vecchioni pieni di gui- 
daleschi, ma in segreto preferisce i bei giovinetti, 
com'è naturale. A questa tennero dietro altre poesie 
più libere o meglio più licenziose, ch'egli non tardò 
molto a rifiutare come indegne di sé, quando già 



(*) « La sua più ardita allusione politica sembrami in 
questi versi : 

Dormiva Italia....— per 1' amor di Dio! 

Non si faccia sentire in carità. 

Se no, slam rovinati e lei ed io — 

O com' ho a dir? — Dica il paese là 
' Che Appenin parte, e il mar circonda e 1' Alpe: 

E allor che vuol che intendan queste Talpe ? 

Il poeta del Naso e dei Baffi sopravvisse alla sua fama : e 
poeta toscano conobbe e non gì' increbbe di cedere il posto 
al poeta italiano autore del Girella e della Terra dei morti ». 
Cosi Felice Tribolati nella prefazione alle Poesie giocose di 
Antonio Guadagnoli. Firenze, Barbèra, 1888. 

Giusti. — Poesie, '• 



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XVIII LA SATIBA DEL GIUSTI 

andavano attorno manoscritte e talune anche nelle 
edizioni fatte come allora si diceva, e si dice ancora, 
alla macchia. 

Del resto, il genere giocoso continuò a piacergli 
per tutta la vita e spesso, anche nelPapogeo della 
sua fama si lamentava di dovere star sempre serio , 
in cagnesco, mentre avrebbe preferito ridere di quel 
riso bonario che fa buon sangue. Cosi nel 1845, per 
riposarsi un pò* dalla satira, scrisse VAmor Pacifico, 
novella eh' egli chiama « scherzo innocente e da stam- 
parsi con licenza de' superiori anche a Modena ». E 
qui noterò di passaggio come anche da questa no- 
vella apparisca che la poesia giocosa, senza perder 
nulla quanto alla festività, prenda nelle sue mani qual- 
che cosa di più intimo, di più fine e di molto più arti- 
stico che negli altri poeti. Difatti Taddeo e Veneranda 
sono divenuti proverbiali (*). 

Dal 18B1 in poi si dette alla satira, nella quale 
doveva riuscire cosi grande. Ma che cos'è la satira 
giusti ana? 

La satira giustiana è sempre civile e quasi sem- 
pre strettamente politica. Il Giusti ha in cospetto la 
redenzione dell'Italia dalle oppressioni interne e dalla 



(*) Il Pananti e il Guadagnoli sarebbero essi arrivati a 
far questi versi ? 

O tirando sbadigli a canto fermo, 
Come se fosse zacchero o rosolio 
Si sacciiia in pace V apatia serena 
Di quel caro faccione a lana piena. 

O quest' altri? 

La scintillaccia che madre Natura 
Pianta perfino in corpo alla torpedine.... 
Fece sentire alle nostre balene 
D'esser dae cosi da volersi bene. ecc. 

È questo un tutt' altro modo di pensare, d'immaginare 
e di scrivere. 



yGaogle 



LA SATIRA DEL GIUSTI XIX 

servitù straniera. E questo è il fine o immediato o me- 
diato di quasi tutti i suoi componimenti. In una delle 
sue prime poesie formula nettamente il suo programma 
politico, che divenne poi quello della gran maggioranza 
-degU Italiani, mentre prima era. si può dire, di pochi 
ben pensanti che gli altri chiamavano utopisti, cioè 
riunire le sparse membra d'Italia in un corpo solo sotto 
un principe italiano. QuaP è difatti la conclusione dello 
JStivalef e chi non lo sa a mente? 

Se volete rimettermi davvero, 
Fatemi, con prudenza e con amore, 
Tutto d' un pezzo e tutto d' un coloro. 
Scavizzolate all' ultimo se v' è 
Un uomo purché sia, fuorché poltrone; 
E se quando a costui mi trovo in pie, 
Si figurasse qualche buon padrone 
Di far con meco il solito mestiere, 
Lo piglieremo a calci nel sedere. 

Ed ecco la cagione principale, perchè questa poe- 
sia venne cosi presto in gran fama, in fama, dico, anche 
maggiore di parecchie altre, alle quali, per bella che 
sia, cede un poco nella perfezione dell'arte. Veder 
compendiata in pochi versi tutta la storia, ciò che 
vuole anche dire tutte le miserie della nostra povera 
patria, dalla caduta dell'Impero romano fino al pieno 
trionfo della reazione straniera e paesana, e vedere 
cosi chiaramente proporre il rimedio, non poteva non 
persuadere tutte le menti e commuovere tutti i cuori 
e fare caro a tutti il P. che veniva come a personifi- 
care in se stesso le speranze comuni. 

Certo, le poesie strettamente politiche del Giusti, 
non esercitano oggi sopra di noi tutta l'efficacia che 
esercitavano quando via via venivano fuori; ma siccome 
la stessa parte politica propria di quel tempo e perciò 

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XX LA SATIRA DEL GIUSTI 

fuggevole è in esse intimamente connessa con idee* 
generali e di tutti i tempi, cosi c'interessano ancora 
e c'interesseranno sempre. Ed anco si aggiunga che 
oggi appunto perchè siamo lontani dalle passioni che 
le ispirarono, ne possiamo contemplare più serena- 
mente e quindi più al vero la giustezza dei pensieri 
e tutti i pregi dello stile. Se non che questa poesia ha 
un contenuto larghissimo anche negli argomenti. Di- 
fatti quasi non v' è progresso morale, civile e scientifico 
che il Giusti non propugni, non pregiudizio o de' pochi 
o de'molti che non combatta. Guardate come si occupa, 
deir educazione popolare, come sostiene senza decla- 
mare i diritti della ragione umana, come fulmina gì' im-^ 
posteri, i ciarlatani, gli arruffapopoli, gli adulatori cosi 
dei potenti come delle plebi, gl'ipocriti, gli strozzini, 
i ladri del danaro pubblico, e simile lordura. È spa-^ 
rito il Granducato di Toscana e gli altri Stati, e di 
tanti sen*è fatto uno solo; ma quella mala gente non è 
mica sparita, si conserva come prima, anzi si è d'al- 
lora in poi moltiplicata. Ahimè! mutati i nomi, più o 
meno si combattono ancora e più in grande le mede- 
sime battaglie. Ma è meglio tornare al Giusti. 

Se la satira giustiana ha un largo contenuto, questo 
si fa anco maggiore per V arte con cui è trattato. E ve- 
ramente il Giusti (cosa per quanto io mi sappia finora 
poco osservata dai critici) ha un' arte singolare e tutta 
sua nell' allargare e fecondare via via il proprio sog- 
getto, passando inaspettatamente e ingegnosamente 
di cosa in cosa, di pensiero in pensiero, d'immagine 
in immagine, e non mai di palo in frasca, come face-^ 
cevano con artifizio stentato certi poeti, che si mette* 
vano in capo di scimmiottare a freddo i cosi detti voli 
pindarici. Rechiamo qualche esempio a mostrare que* 
sta dote mirabile del nostro P. 

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Li. SATIKA DEL GITTSri XXI 

Chi non La gridato contro k iame doìPoro (auri 
sacra fa mea^) moetrandojoe rimimaTiitàin sé ed i mali di 
<;ui è cagione? Como danqiia rimaneggiare questo ar- 
gomento senza dir cose fritte © rifritte? Come fecon- 
dare un terreno esausto da tanto tempo? Orbene: il 
Oiusti ha fatto tutto questo néiVInno a 8. Giovanni, 

In grazia della zecca fiorentina 
Che vi pianta a sedere in un raspone, 
O San Giovanni, ogni fedel minchione 
A voi s'inchina. 

E preso cosi inaspettatamente l'aire, mostra vìa 
vìa di quanti mali sia cagione la bramosa voglia di 
far quattrini nelle varie classi sociali, nelle varie pro- 
fessioni cosA nei cittadini come nei reggitori degli 
Stati, accennando via via alla politica europea di quel 
tempo, e quanto sia vano dall* altra parte V arrabbat- 
tarsi dei filosofi e dei moralisti; e tornando al Santo 
j)atrono di Firenze conclude: 

Ah! predicar la Bibbia o l'Alcorano, 

San Giovanni mio caro, è tempo perso; 
Mostrateci la borsa, e. 1' universo 

Sarà cristiano..., 

E venendo ad un altro esempio, chi s'aspetterebbe 
di trovar Galileo e V Inquisizione nelU Apologia del 
gioco del lotto f Eppure il Giusti ci fa entrare Tuno e 
l'altra e in modo tale, che è forza riconoscere che ci 
4stanno proprio come a casa loro. Ecco la piega che il P. 
dà al suo discorso. In tempi che la fede in Dio comincia 
a mancare, è un gran vantaggio per i principi paurosi 
-che il popolo ne abbia un'altra, cosi non si getterà allo 
sbaraglio: non crede più nel Vangelo, ebbene cred?. 
almeno nel libro dei sogni e giochi al lotto; la su- 

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XXII LA SATIRA DEL GIUSTI 

perstizione prenda il posto della religione. Quello che 
preme è che la gente non pensi, ma creda. Tutti i 
peccati sì perdonano, almeno durante il giubileo, ma 
il pensare è tal peccatacelo che non si perdona mai. 

Lasciate giocare 
Messer Galileo; 
Al verbo pensare 
Non v' è giubileo. 
Studiar l'infinito? 
Che gusto imbecille! 
Se fo le sibille 
Non sono inquisito. 

nel Primo congresso dei dotti? Un altro poeta 
lo avrebbe celebrato e magnificato come un grande 
avvenimento scientifico, e chi sa quanti buoni effetti 
ne avrebbe presagiti al sapere. Il Giusti invece che 
ne comprende, come Radetscky il vero significato, 
lo contrappone inaspettatamente al Congresso di Vienna 
del 1815. 

Fra i potenti della penna 

Non si tratta, come a Vienna 
D' allottare i popoli; 
E per questo un tirannetto 
Da quattordici al duetto 
Grida : O che spropositi ! 

E lascia la parola sino alla fine del componimento 
a questo feroce principe sanfedista (Francesco IV 
Duca di Modena), il quale fa una intemerata al Gran- 
duca di Toscana che per tedesco e per sovrano ciurla 
nel manico, lasciando fare a chi fa bene, e gli propone 
d'imitare lui stesso che protegge la caligine e rincula 
il secolo, e conclude maledicendo il Galileo, rUniver- 
sità di Pisa, che in quelP occasione gli dedicò una 
statua, e benedicendo Tlndice, 

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LA SAXmA DEL GIUSTI XXIII 



VII 



Ora che abbiamo fatto cenno dell'arte usata dal 
Giusti nel fecoDdare via via i suoi argomenti, trovando 
sempre e inaapettataineote niiov^e cose da dire, pas- 
siamo all'arte ch'egli usa nel dirle, o a tutto ciò in- 
somma che ha relazione con quel complesso di cose, 
che si chiama stile. 

E prima di tutto, egli è mirabile e da paragonarsi 
forse al solo Dante in questo, nell'affrontare, per dir 
cosi, immediatamente la realtà obiettiva. Le sue pa- 
role rispecchiano perfettamente le cose, e quasi direi 
diventano le cose. Guardate (per citare qualche esem- 
pio anche qui) come descrive gì' Italiani, rispondendo 
ad Alfonso Lamartine che ci aveva battezzati per 

morti: 

Eccoci qui confitti 

Coli' effìgie d' Adamo ; 
Si par di carne, e siamo 
Costole e stinchi ritti. 

O non li vedete questi scheletri stecchiti, piantati 
li a' fare da uomini vivi, da uomini davvero? Altro 
esempio: Gli umanitari uniranno in una sola famiglia 
tutto il genere umano (pensa il P. dando loro la baia) 
al suono di una lira meravigliosa piìi di quella d'Orfeo; 
ma come lo dice? cosi: 

Al ronzio di quella lira 
Ci uniremo gira gira 

Tutti in un gomitolo. 

Son versi questi e perfetti, ma chi se n'accorge li 
per li? noi sentiamo un ronzio, e vediamo girare un 
gomitolo: ecco tutto. 



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XXIV LA SATiaA DEL GIUSTI 

il sogno allucinazione che ha il povero Becero^ 
mentre lo vestono cavaliere di S. Stefano, non ha 
forse la concretezza dantesca? 

Tosato, esposto al popolo 

Ai tocchi d'un battaglio, 

L^ abito nobilissimo 

Cangiò colore e taglio: 

La croce sfigurata 

Pareva un <iartellaocio, 

Lo sprone un catenaccio, 

La spada una granata. 
Poi vide un'alta macchina^ 

Un militar corteo ; 

Fantasticò d' ascendere 

Su per uno scaleo ; 

E sotto una gran folla, 

Al lato un cappuccino ; 

Fu messo a capo chino 

E udì scattar la molla. 

E una descrizione questa che scorre giù facile come 
la più facile prosa, senza ripieghi, senza artifizi, de- 
scrizione terribile in sé; e P illusione è cosi profonda 
che li per li quasi ci scordiamo che tutto questo è 
uno scherzo, un gioco di prestigio: ma che gran pre- 
stigiatore ! 

Ma come vede ciascuna cosa nella obiettività e 
concretezza propria, cosi vede fra più cose le relazioni 
più intime, e appunto per ciò, meno appariscenti ai più; 
d'onde in parte la efficacia e P originalità del suo stile. 
E qui recherò, perchè il lungo tema mi sospinge, due 
esempi soltanto. Che cos'era in sostanza il sogno o vi- 
sione di Becero considerata in se stessa o, per parlare 
propriamente, nel suo contenuto? Era un misto con- 
fuso di cose reali, il ciborio, i ceri dell'altare ec, che 
nella mente di quel birbone superstizioso, alterata dai 
rimorsi, si alternavano trasfigurandosi, ad altre del 



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LA SATIRA DEr^ GIUSTI XXY 

tutto immaginate addirittara, come spesso avviene nei 
sogni degl'infermi: v eluti ae.gr l $ omnia ^ dice Orazio 
parlando di un mostro immaginato da un poeta di 
cervello balsano. Ma sentiamo il Giusti: 

Cosi del malato 
Non bene svegliato, 
Col falso e col vero 
Combatte il pensiero, 
Guizzando nel laccio 
Di qualche sognaccio. 

In questa comparazione psicologica da mettersi 
accanto alle più felici di Dante, notate fra le altre 
cose quel modo ardito e nuovo del pensiero che guizza 
in un Ictccio, Essa è una trovata originale, che nasce 
appunto dal vedere fra cosa e cosa certe relazioni 
riposte. 

Nel Mementomo^ satira violentissima contro all'uso 
che si andava via via allargando di erigere nelle 
chiese splendidi mausolei a persona sotto ogni rispetto 
indegnissime, purché doviziose, volendo esprimere al 
vero r indignazione che quei monumenti immeritati 
destano nell'uomo onesto che li mira, esclama: 

Scappa di Domo 
Un pover' omo 
Che senta i brividi 
Di galantomo. 

Orbene, questi brividi sono una specie di scoperta, 
e di quelle, dico, proprie solamente dei grandi artisti. 
Forse qualcuno dirà che queste son minuzie. Potrei 
rispondere che Tarte dello stile ài compone tutta di 
minuzie, ma voglio piuttosto mostrare l'importanza 
che alle minuzie di questa specie dava un altro gran 
poeta e grande critico, voglio dire Alessandro Man- 
zoni. < Iva poesia, egli dice, vuole esprimere anche 

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XXVI LA SATIRA DEL GIUSTI 

delle idee che Taso comune non ha bisogno d'espri- 
mere, e che non meritano meno per questo d'essere 
espresse, quando uno l'abbia trovate. Che oltre le 
qualità più essenziali e più manifeste delle cose e ol- 
tre le loro relazioni più immediate e più frequenti, ci 
sono nelle cose di cui tutti parlano, delle qualità e 
delle relazioni più recondite e meno osservate; e que- 
ste appunto vuole esprimere il poeta; e per esprimerle 
ha bisogno di nuove locuzioni. Parla quasi un cer- 
t' altro linguaggio, perchè ha cert'altre cose da dire. (*) 
Ed è quando, portato dalla concitazione dell'animo o 
dall'intenta contemplazione delle cose all'orlo, diro 
cosi, di un concetto, per arrivare il quale il linguag- 
gio comune non gli somministra una formula, ne trova 
una con che afferrarlo e renderlo presente in una forma 
propria e distinta alla sua mente (che agli altri può 
aver pensato prima e pensarci dopo, ma non ci pensa 
certo in quel momento). E questo non lo fa, o lo fa 
ben di rado, e ancor più di rado felicemente, coli' in- 
ventar vocaboli nuovi, come fanno, e devono fare i 
trovatori di verità scientifiche, ma con accozzi inusi- 
tati di vocaboli usitati, appunto perchè il proprio del- 
l'arte sua è, non tanto d' insegnar cose nuove, quanta 
di rilevare aspetti nuovi di cose note ; e il mezzo più 
naturale a ciò è di mettere in relazioni nuove i voca- 
boli significanti cose note ». (') 

Vili. 

Ma basti di ciò se non è già troppo, e passiamo 
a un'altra cosa che pure si collega con questa. 

C) « Poetas quasi alia quadam lingua locutos non co- 
nor attingere». Cic. De Orat.y II, 11. 

(2) A, Manzoni, Sul Romanzo storicoj parte 2*. 

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LA SATIRA DEL GIUSTI XXVir 

Lo spirito d'osservazione fa, date certe condizioni ^ 
cosi gli scienziati come i poeti. Dante, padre della poe- 
sia nostra, era anche un grande osservatore, e Goethe,, 
per tacere degli altri, sóienziato e poeta insieme. Il 
Giusti era tutt' altro che scienziato, ed era poco eru- 
dito. E dirò di passaggio che forse la scarsezza d' eru- 
dizione giovò air originalità del suo stile. Conoscendo- 
poco gli altri poeti, ad eccezione del solo Dante, non 
fu tentato di strascicar 1' estro sulla falsariga di 
nessuno, ma fece sul suo, per usare la bella frase 
del Manzoni. (*) Ma ebbe potente questo spirito d'os- 
servazione, e lo volse per tempo a studiare ciò che 
v'era di brutto, di falso e di ridicolo nelle cose, nelle 
persone dell'età sua. In una lettera scritta a suo pa- 
dre da Pisa il prim' anno che e' era a non istudiar 
legge, che vuol dire quando era sempre giovinetto, a 
scusarsi di certe spese, dice fra le altre cose che 
frequentava le società aristocratiche per osservarne 
gli usi e i costumi; ed ora io credo che nessuno dei 
suoi lettori spassionati vorrà sostenere che quei pochi 
non fossero spesi bene. (*) Osservava dunque, notava, ci 
ripensava su; gettava sulla carta, limava e rilimava, e 
finalmente metteva fuori cose perfette o vicine alla, 
perfezione. 

Questo spirito d'osservazione accoppiato ad una 
fantasia potente che avviva tutto ciò che tocca, appare 
dappertutto ne' suoi componimenti, ma più particolar- 
mente nei tipi caratteri eh' egli trasse dalla società 



(*) « Lavora, che fai aul tuo; e accresci Centrata della pa- 
drona {cioh della poesia) agP interessi della quale prendo 
una gran parte, anche per il gran bene che le ho volato 
in gioventù. » Epist, 226. 

(2) Lettere familiari inedite di G, Qiustif pubblicate dal 
Dott. G. Babbini-Griusti. Poscia, E. Cipriani, 1897, n. SO, 



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XXVIII LA SATIBA DEL GIUSTI 

«tessa, nel mezzo alla quale gli toccò in sorte di vivere. 
E il toglierli ch'egli fece dalla gente saa contempo- 
ranea e compaesana, mentre conferi grandemente alla 
Terità e vivezza della pittura, non ne scemò né sce- 
merà mai l'efficacia, perchè gli esemplari dai quali li 
prese, esistono ancora, e disgraziatamente esisteranno 
«empre. Si può sperare che ne scemi il numero, ma che 
scompaiano del tutto, no. Ora che in tali creazioni egli 
•cogliesse nel segno, ne abbiamo questa riprova infalli- 
ÌDÌle, che i nomi propri d'alcuni suoi personaggi sono 
divenuti comuni, tanto che via via che andiamo innanzi 
nella pratica degli uomini, ci vien fatto di applicarli a 
parecchi. Quanti Girelli^ quanti Beceri e quanti Gin' 
gillini non conosciamo ? < Imbroccare il bersaglio, 
dice il Tommaseo, sarà una minuzia, ma è il fine per 
«ui si' tira ». E il Giusti ottiene sempre il suo fine. O 
il giovinetto dipinto da lui non è ancora vivo e verde? 
Non lo incontriamo, quasi direi tutti i giorni e dap- 
pertutto? Altro! È un dottorello in erba, che pieno il 
-capo d'indigeste e superficiali letture d'ogni genere, e 
scimiottando il Foscolo ed il Leopardi, (d'altri esem- 
plari più moderni non parlo) ostenta un dotto disprezzo 
della società, mentre ne cerca l' ammirazione, e di tutte 
le cose umane che chiama vanissimo, e si lamenta, sem- 
pre col sigaro in bocca, della natura che gli fu matri- 
gna, geme sull' ala stanca della mente, si paragona al 
fiore che cade innanzi tempo mancandogli la rugiada 
e il tepore del sole ; 

Ricco dell' avvenire 
Casca sull'orme prime; 
Balbetta di morire; 
E di che? di lattime? 

Il Giusti è un poeta che dove batte lascia il se- 
gno, e non ci nasce più pelo. È il più terribile che ab- 

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LA SATIEA UEL GIDSTI XXiS 

bìaino dopo Dante, Il Tommaseo lo trovava troppo- 
cagnesco, e sarà; ma il stio accanimento è sdegno del 
male e del falso che è male anch' esso, nato in lui dal- 
l' amore del bene e del vero, che è pure una forma del 
bene. Era anche nella vita pratica uomo facile allo- 
sdegno, come sono per lo più gli uomini aperti, leali^ 
e galantuomini; e nei versi rispecchiò l'anima sua. 
Ora, quando vede trionfare il male e l'errore, il poeta 
si unisce ali* uomo, e allora il buon Giusti vale propria 
per due e tira giù spietatamente, e guai a chi tocca^ 
In quel caso (lo dice egli stesso) se fosse Papa mette- 
rebbe l'ira fra i sacramenti. Egli piglia proprio sul 
serio il suo ufficio di poeta civile, lo considera come- 
un vero sacerdozio, una vera missione eh* egli vuol 
compiere degnamente e nel modo più efficace possibile,, 
sebbene a quando a quando si dolga, e sempre coll'ac- 
cento della verità, di dover biasimare anziché lodare i 
suoi simili. E veramente il suo non è proprio un riso 
maligno, ma un riso, come dice egli stesso, che non 
passa alla midolla; in cuor suo egli è molto serio e- 
anche tristo, tantoché si assomiglia al saltimbanco 

Che muor di fame, e in vista ilare e franco 
Trattien la folla. 

Insomma il Giusti si può chiamare alma sdegnosa 
nel senso onorevole col quale Virgilio ne gratifica il 
suo alunno, appunto in quel momento ohe meno se la 
meritava. 

Le cose personali che gli sdrucciolavano dalla 
penna, fece presto a ripudiarle come indegne di sé; e^ 
gridò sempre contro coloro che gliele rimettevano fuori. 
NuUadimeno in quelle riconosciute da lui v'é chi ci 
trova, specie nei personaggi tipici accennati, delle ver^ 
personalità. 

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XXX LÀ 8ATIEA DEL GIUSTI 

Del resto, nulla di più facile che trovare allusioni 
personali anche dove non ce n'' è nemmeno l'idea, spe- 
cie, già s'intende, nella satira. I più degli uomini si 
dilettano, come tutti sanno, di dir male o almeno di 
sentir dir male del prossimo; ma non tanto del pros- 
simo cosi in generale, quanto, anzi molto più, in parti- 
colare cioè del tale e del tal' altro, specialmente se co- 
nosciuti. È uno dei tanti bassi istinti della specie 
umana e disgraziatamente tale, che la civiltà cresciuta 
non distrugge, né scema. Ora ad uomini fatti così pare 
quasi incredibile che un poeta possa, ad esempio, dipin- 
gere un bugiardo, un adulatore, un avaro ec, senza fare 
iiddirittura il ritratto bell'e buono del tale e del tal' altro. 

Ciò posto, doveva naturalmente accadere che dei 
tipi dipinti scolpiti cosi al vero da un poeta dive- 
nuto tanto meritamente popolare, come il Giusti, si ri- 
cercassero gli originali, e, con la buona intenzione di 
ritrovarli ad ogni costo, si finisse col credere di averli 
ritrovati davvero. Ed a questo proposito il Giusti rac- 
conta un fatterello avvenuto a lui; ed io, invece di 
compendiarlo, lo riferirò tale e quale, perchè i lettori 
ci guadagnino un tanto. « Si credeva da taluni occu- 
pati di tutt' altro che di versi, che nel BaUo^ in una 
certa figura che apparisce in fondo, avessi voluto ac- 
cennare a un tale. Questo tale è un signore fiorentino 
mio buon conoscente, uomo che ha vissuto là giorno 
per giorno, tanto per arrivare alla bara, ma onesto, 
discreto, alla mano quanto mai. Una sera m'invitano 
a cena in una casa delle primarie, e là, tra una folla 
di donne e di giovani di prima riga, trovo il supposto 
attore della commedia. Ci mettiamo a tavola senz'ap- 
petito e senz'allegria, secondo l'uso che corre nel bel 
mondo degli eleganti, e alla fine della cena, cenata sul 
serio, un bocchino accomodato con un vocino accomo- 

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LA SATIEA DlilL GIUSTI XXXI 

datìasimOj mi dice, come gli fosse venata li psr U: 
Giiiatij ci direste il Ballo? Volentieri, rispoai senssa 
esitare un momento, con meravìglia di tutti, che guar- 
davano a occhi tesi me e il mio innocente modello, il 
quale volle il caso che da sé mi si ponesse accanto per 
udir meglio. Dissi tutto da cima a fondo senza lasciare 
né alterare una virgola, divertendomi a vedere a mano 
a mano ingrugnire e insospettirsi ora questo ora quello, 
meno che il mio vicino, il quale non si scosse mai, a 
dispetto di mille vistosità che gli altri facevano. Venne 
il punto ohe, secondo i più, avrebbe dovuto imbrogliarcf 
tutt' e due, e servi invece a salvar lui e a giustificar me; 
perchè giunto ai versi che si credevano fatti al suo 
dosso e cominciato a dire: 

Ad una tisica 

Larva sdentata, 
Kitinto giovane 
Di vecchia data, 

fu veduto che la copia non corrispondeva all'originale, 
perchè questi è vecchio si, ma sano, traverso, con 
tutti i suoi denti in bocca e con un capo di capelli 
stornelli che è un piacere, per i quali non ha chiamato 
né oramai chiamerà in aiuto la tavolozza. Apparsa una 
volta questa differenza, e richiamate le menti a un 
esame più attento, appari che anco il resto non tor- 
nava, e tutti si ricredettero. Quando andò fuori il Brin- 
disi di Girella^ un avvocato salito agl'impieghi per la 
scala colla quale Giuda sali sul fico, andò a lamentarsi 
dicendo che io avevo voluto mettere in ridicolo lui. 
L'assicurarono che non era vero, e seppero tanto dire, 
che se ne convinse; ma, piccato di volermi un detrat- 
tore da braciere di spezieria, asserì che dovevo avere 
scritto il Brindisi per infamare la memoria di Fran- 

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XXXII LA SATIRA DEL GIUSTI 

Cesco Porti, giovane d'altissima mente, mìo paesano e 
anco amico, prima che certe sue mutazioni ci raffred- 
dassero. Io lo seppi, e gli feci rispondere che rileg- 
gesse un po' meglio, e vedrebbe, col lunario alla mano 
che quel Girella^ al quale io avevo messo in bocca il 
Brindisi, a quell'ora doveva avere settant' anni per lo 
meno; che dunque non si rimescolasse egli, che ne 
aveva solamente una quarantina, e lasciasse dormire in 
pace il Porti, morto di trenta o trentuno. » (*) 



IX. 



E come rispetta le persone (dico i privati citta- 
dini, che quanto ai principi ed ai ministri la persona 
sparisce e resta un sistema di governo) cosi rispetta 
la religione, per la ragione potente che ci crede anche 
lui. E se qualcuno desiderasse un Giusti più ideale o 
meno (secondo i gusti) io non so che cosa dire, il 
Giusti reale era fatto cosi. (*) — Ma combatte i papi — 
direte, e i preti in generale. — E come! ci picchia 
su senza pietà alcuna, come faceva Dante. Ma combatte 
i papi come governanti: chi non lo sa? E dopo i papi, 
combatte e frusta a sangue ì preti sanfedisti, che fa- 
cevano della religione un istrumento d'interesse, di 
pregiudizio e di servitù, che perseguitavano ogni ma- 
niera di progresso, non solo civile e politico ma anche 
scientifico, fino a impermalirsi della fisica e della chi- 



(*) Epistolario^ n. 143. 

(2) Nel 1845 scriveva a Gino Capponi : « La fede in Dio 
e quella nel proprio simile, per me si danno la mano; e 
rateo (se può darsi, che non ci credoj è di necessità il primo 
nemico del genere umano e di se stesso ». (JEpist , 193). 



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LA SATIRA DKL fflTTSTI XXXIII 

iTìicaj e si anivaEo agli stranieri per tenerci schiavi e 
divisi. Ma non li combatte in nome del nulla o della 
materia; li combatte invece in nome di Gesù Cristo. 

O destinato a mantener vivace 
Dell'albero di Cristo il santo stelo, 
La ricca povertà dell' Evangelo 
JEtiprendi in pace. 

Ecco il consiglio che dà a Papa Gregorio XVI. E 
prosegue, come avrebbe potuto fare un buon prete 
dal pergamo: 

Vedi sgomento ruinare al fondo 
D' ogni miseria l' uom che più non crede, 
AhiI vedi in traccia di novella fede 
Smarrirsi il mondo. 

Ma dei preti buoni e dotti, specie di quelli che 
combattevano i pregiudizi, e si occupavano con amo- 
rosa cura deir educazione popolare, era grande estima- 
tore ed amico; ed a questi allude molto argutamente 
tiqIV Apologia del gioco del lotto. 

Quanto alle due satire accoppiate che s' intitolane 
I Brindisi, le goffe scurrilità dette da quell'abate della 
prima, non ci sono per altra ragione che per far ri- 
saltare, col confronto, le buone e alte cose che ador- 
nano la seconda ; ciò che anche appare manifesto dalla 
nota che vi appose Fautore, temendo appunto d'es- 
ser franteso. E che cos'è infine quella nobile poesia 
che s'intitola Sospiro dell'anima, se non un canto 
sulla immortalità dell'anima umana, che il Giusti in- 
tuisce da poeta e svolge da pensatore? 

Ma dopo questa intramessa sulla sostanza, tor- 
nando alla forma della satira giustiana, dico che il 
P. ha saputo cogliere cosi al vero e rappresentare 
cosi al vivo in pochi tratti alcuni personaggi reali 

Giusti. — Poesie, e 

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XXXIV LA SATIRA DEL GIUSTI 

della storia sua contemporanea, che divennero subito 
e rimangono popolari anch'essi, come quelli inventati 
da lui, tantoché a sentir rammentare que' personaggi 
co' nomi loro propri o dell'ufficio che tennero ciascuno, 
ci corrono spontaneamente sulle labbra le denomina- 
zioni e le frasi con le quali egli ha voluto designarli 
o bollarli. Cosi Leopoldo II granduca di Toscana di- 
venta « il toscano Morfeo di papaveri cinto e di lat- 
tuga », Francesco TV duca di Modena diventa « un 
Tiberio in diciottesimo » o « un tirannetto da quat 
tordici al duetto > o « il rongatin di Modena », e Carlo 
Lodovico duca di Lucca « il protestante don Giovanni, 
che non è nella lista de' tiranni carne ne pesce ». Ma 
che? In generale pare, specialmente in Toscana, che 
quando una cosa l' ha detta lui, non si possa ridire 
che a quel modo; e molte frasi e sentenze sue sono 
entrate proprio nel linguaggio comune. 



E ora poche parole sulla metrica del Giusti. 

H metro della satira nostra, che si potrebbe dir 
classica, fu creato da Dante con la terzina. Ora siccome 
i canti della Divina Commedia si chiamavano abche ca- 
pitoli, per la somiglianza che hanno con le divisioni 
delle opere in prosa, cosi ogni componimento scritto in 
questo metro ebbe il nome di capitolo. E se il Borni 
chiamò appunto con questo nome le sue terzine giocose 
e pendenti alla satira, non lo fece a specificare l'indole 
di quella poesia, ma a dinotarne il metro soltanto, seb- 
bene dopo la fama acquistata da lui, tale denominazione 
si usasse generalmente a significare il genere poetico 

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LA SATIRA DE[. GIUSTI XSXT 

^teSBo» Del resto la satira aveva prima diluì (come ab* 
biamo veduto nelPAriosto) preso quel metro, il quale 
ha, fra gli altri, questo vantaggio, che si adatta alla 
esposizione ordinata e connessa di una serie di pen- 
sieri quasi come la prosa, perchè le terzine diverse in- 
castrandosi come fanno l'una nell'altra, sono starei 
per dire più anelli che strofe. Difatti ogni terzina ne 
promette un' altra, di modo che arrivati alla fine del 
componimento per non lasciare una rima in aria, un 
anello aperto, bisogna aggiungerci un verso conver- 
tendo l'ultima terzina in quartina che è come dire 
cangiando metro; ciò che nelle altre forme metriche 
non avviene. (*) Ma di ciò basti. 

Nella seconda metà del secolo scorso si cominciò 
con buon successo per proseguire fino ai nostri giorni, 
a sostituire nella poesia satirica e giocosa alla terzina 
troppo difficile a farla bene e specie a scansare la mo- 
notonia, la sestina, specialmente nei componimenti nar- 
rativi o nei quali prevale la narrazione. Questo metro 
simile all'ottava, ma più facile di essa, perchè ha due 
versi meno, fa come l'ufficio di un' ottava familiare, 
o come si dice da strapazzo, ed è al pari di essa po- 
polare. 

Coltivarono di preferenza questo metro (a dire so- 
lamente ^eì più noti) G. B. Casti (^) in un lungo, troppo 
lungo apologo (26 canti), in forma di poema, col titolo 
*di Animali Parlanti nel quale morde i costumi delle 



(*) Tranne in alcuna delle varietà delP antico serventes© 
italiano, di cui appunto la terzina dantesca si vorrebbe non 
fosse altro che una modificazione. 

(2) Questo prete epicureo di Montefiascone (1721-1803) 
meritamente odioso al Parini, che lo chiama fauno pro- 
cacce e lo dipinge come brutto^ 'parlante oscenamente nel naso, 
ma che per bizzarria deW accidente^ dal nome del casato è detto 
eaatOj visse da ciacoo^ e, a quanto si dice, morìdUndigostione. 



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XXXVI LA SATIRA DEL GIUSTI 

corti e le coperte vie della politica; Filippo Pananti (*)y 
celebre specialmente per gli epigrammi che spesso, 
troppo spesso imitò dal francese, lo adoperò in un poe- 
metto assai arguto col titolo di Poeta di Teatro, e An- 
tonio Guadagnoli (*) nella maggior parte e nei migliori 
dei suoi Scherzi. 

Il Giusti che aveva cor gentile e orecchio arguto & 
sentiva quanti altri mai T efficacia della musica, ciò ch& 
se non si sapesse potrebbe anche argomentarsi da quel- 
Tammirabile poesia che è il San f Ambrogio, fu studiosis- 
simo dei metri che sono come la parte musicale della, 
poesia, tantoché in questo particolare riusci il piit 
ricco de' nostri poeti. Difatti alla varietà grande degli 
argomenti e dei toni, nelle poesie di lui fa riscontra 
quella dei metri dai più agili e presti che corrono coma 
ragazzetti spensierati e briosi, su su fino ai più gravi a 
solenni. E in tutti, dai più larghi ai più stretti, dall'ot- 
tava e anche nona rima fino alle quartine e sestine di 
quinari piani e sdruccioli, ottonari alternati, ed alle 
terzine di due ottonari rimati ed un senario sdrucciolo, 
egli si mostra sempre vero maestro. E quanto ai più 
stretti che suol preferire, e che, come dice egli stesso, 
slabbrano facilmente da tutte le parti, pare che nelle 
mani sue crescano efficacia al movimento e alla forza 
che ci sta sotto, simili a un fiume, che cresce di ve- 
locità e di rapina, quanto più si stringono le ripe fra^ 
le quali è contenuto. E dire che qualcuno di questi 
metri aveva battuto la solfa ai belati degli arcadi l 
Quando poi non gli venga fatto di trovare fra i metri 
usati dagli altri il modo più efficace e più imitativa 
di rendere agli orecchi del lettore l'armonia eh' egli 



(i) Filippo Pananti di Ronta nel Mugello (1766-1837). 
(2) Antonio Guadagnoli d'Arezzo (1798-1858). 



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LA BATfEA DEL GIUSTr SXXVU 

vagheggia nel suo pensiero e nel suo e enti mento mu* 
fiiaale, e allora crea degli aggruppamenti tatti suoi^ 
artificiosi sì, ma al tempo stesso popolari, e di effetto 
grandissimo. Eccone un esempio che vai per tutti: 

E Gingillino non intese a sordo 
Della Volpe fatidica il ricordo, 
Andò, si scappellò, s'inginocchiò, 
Si strisciò, si fregò, si strofinò; 
E soleggiato, vagliato, stacciato, 
Abburattato da Erode a Pilato, 
Fatta e rifatta la storia medesima, 
Ricevuto il Battesimo e la Cresima 
Di vile e di furfante di tre cotte 
Lo presero nel branco, e buona notte. 

M'inganno, o in questo affoltamento insistente 
di tante rime (sono diciotto in dieci versi) il poeta 
quasi ci fa sentire con P orecchio la insistenza mono- 
tona delle lunghe pratiche fatte da Gingillino per ar- 
rivare al suo intento? 

Voglio chiudere questo paragrafo facendo qualche 
osservazione sopra un metro che si può chiamare al 
tutto giustiano. È, come ho notato sopra, composto di 
strofe agilissime, ciascuna delle quali consta di tre 
versi, due ottonari rimati a cui segue un senario sdruc- 

<5Ìolo : 

Ecco il Genio Umanitario 
Che del mondo atazioìiario 
Unge le carrucole. 

Egli lo tolse dallo Staòat e doveva quindi riuscire 
popolare tanto per la prevalenza del verso ottonario, 
ohe è popolare in tutta l'Europa latina, quanto e più 
per la popolarità di quell'inno della Chiesa. E questo 
metro gli piacque tanto che non solo l'adoperò in molte 
delle- sue poesie più nobili e più taglienti, ma anche in 
quella che fa, forse la prima a venire in fama sulla 

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XXXVIII LA 8ATIBA DEL GIUSTI 

morte di Francesco I imperator d'Austria, che intitola 
Dies Irae. Ora Tinno ecclesiastico di questo nome ha 
tutti e tre i versi ottonari e rimati insieme : 

Dies irae, Dies illa. 
Solvei saecnlum in favilla, 
Teste David cam ISj bilia. 

E chi potrebbe mai spiegare perchè il P. volendo 
appunto fare una parodia di questo lugubre inno, in- 
vece di renderne la strofa tale e quale, le sostituì 
quella dell'altro? Io non mi ci provo nemmeno. (*) 



XI. 



Ma veniamo ora alla lìngua usata dal nostro poeta. 

Lo stile è la vita intima del pensiero in quanto 
si manifesta nella parola. Il pensiero ne ò la parte 
soggettiva e la lingua la parte oggettiva o esterna^ 



(^) Il senatore G. B. Giorgini mi recitò a memoria al- 
cune strofe di uno Scherzo dui Uiusti intitolato Litania^ ch& 
ritraggono in tutto e per tutto quelle del Dies Irae» Eo- 
cene un saggio: 

Che il signor Baldasseroni 
Kon ci tosi i francesconi, 
Ma si levi dai leo7ii. 

Te rogcmius audi noa. 
Che tn mozzi la parola 
E, se occorre, anche la gola 
A quest'idra di Loiola 

Te royamus audi ne 8, 
Dall'istinto della brenna. 
Dalla gente che tentenna, 
Dalle cabale di Vienna 

Libera nos Domine, 
Da chi mente superfìcie, 
Da chi puzza di vernice, 
E non firma come dice 

Libera nos Domine. 

Quanto ai leoni della prima strofa, avevano questa nota 
dichiarativa; 4 Si accenna ai leoni di Palazzo vecchio ! » 



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LA SATIRA DEL GIUSTI XXXIX 

perchè lo scrittore^ sebbene T adoperi fino a uà certo 
punto a modo suo, non la fa Jui, ma la piglia beli' e 
ffatta fuori di se, voglio dire dal popolo cLe la parla* 
Ml quanto a tale esteTiorità della lingua, bisogna fare 
TiEa diatinsiioiiOj perchè T argomento è delicatissimo, e, 
s6 noa ai analii^aa per bene, nulla di più facile che rica- 
*3ere la vecchi errori le mille volte confutati* Mi spiego» 
Se io, per esempio, scrino in una lingua morta, o in 
una lingua viva si ma straniera, dopo averla appresa 
solamente dai libri, questa esteriorità, specie se la 
lingua è lontana dalla mia, è massima: le parole 
sono per me in questo caso come segni del tutto arbi- 
trari e convenzionali, non altrimenti che le cifre nu- 
meriche. Ma se scrivo nella lingua mia, che è per me 
la lingua per eccellenza, voglio dire nel mio dialetto, 
questa esteriorità è minima. E la ragione è chiarissima. 
A forza d^associare a quel dato pensiero quella data 
parola, va a finire che pensiero e parola rimangono 
uniti in modo da non potersi separare senza uno sforzo 
d'astrazione. 

Ora questo appunto fu il caso del Giusti. Mentre 
gli altri scrittori cercavano generalmente la lingua su 
i libri soltanto, egli osò di prendere in mano il dizio- 
nario che gli sonava in bocca. Cosi dice egli stesso in 
modo originale e tutto suo, cioè osò di rompere una 
falsa consuetudine letteraria, e scrivere nella lingua 
che era immediatamente congiunta col suo pensiero, 
nella lingua che parlava tutti i giorni, nella lingua 
viva dialetto toscano. 

E questa fu la principale cagione per la quale 
potè innalzarsi a tanta perfezione di stile. Egli, mentre 
ebbe al pari del Meli e del Porta il vantaggio grande 
di scrivere in un dialettoy ebbe anche una fortuna 
grandissima ch'essi non potevano avere, e fu che que- 

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XL LA SATIRA DEL GIUSTI 

sto dialetto era divenuto in gran parte la lingua di tut- 
t' Italia, essendo pur sempre quello usato e svobo 
(non dico chiuso) dai nostri più insigni scrittori co- 
minciando da Dante. Ed ecco perchè il Giusti poti an- 
che affermare senza contraddizione, di essersi neDe sue 
poesie servito di tutta la lingua cosi parlata come 
scritta. 

Dicendo che il Giusti toccò la perfezione nello 
stile, non ho mica inteso di negare eh' egli non metta 
talvolta il piede in fallo: non voglio mica esser più 
giustiano del Giusti, che si doleva di riascire a volte 
assai oscuro. Nel commento tutte le valte che mi pa- 
resse caduto in questo o altri difetti n^n ho omesso di 
notarlo, per dire cosi, sulla faccia del luogo. Ed ora 
delle oscurità sue dirò quel di più che non potevo in 
note speciali e staccate. 

XII. 

Premetto che la cosi detta facilità del Giusti è 
come fu argutamente chiamata, una facilità difficile. 

E facilità nel verso che scorre spigliato e senza 
intoppi sebbene egli l'abbia battuto a martello e li- 
mato e rilimato, è spesso facilità nelle parole prese 
ciascuna da sé, dico per un toscano, colto, che co- 
nosca anche le cose più fini di questa lingua ricchis- 
sima; ma non già nella sintassi e nei traslati, insomma 
nello stile, per la ragione potente che deve andar die- 
tro al pensiero per tutte le sue vie, per tutte le sue 
gradazioni e, come anche si dice, per tutte le sue sfu- 
mature. 

Quando il pensiero piglia qualche cosa di nuovo, 
come accennammo sopra per V analisi sottile che nel 

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LA SATIRA DEL GIUSTI XLI 

SUO cervello d'artista ne fa il poeta, che lo guarda dal- 
l'aspetto che più gli giova o lo fruga e rifruga dentro 
a suo modo, e che nelU esprimerlo ora dice, ora ac- 
cenna, ora sottintende, ricorrendo in somma a tutti i 
più sottili espedienti del suo magistero, spesso avviene, 
naturalmente, che alla prima lettura non ci sia dato 
d'afferrare o almeno di gustare pienamente il suo con- 
cetto. Or bene: si torna a leggere a cervello teso, ci si 
ripensa su, e s'intende e si gusta pienamente e, come 
dice il Camerini, « col piacere di una scoperta ». (*) 

In simili casi la difficoltà che ci troviamo non di- 
pende da lui, ma dalla natura stessa delle cose che ci 
dice, e che meritavano di esser dette. Ma qualche 
volta invece (ed eccoci al punto) il poeta in questo com- 
plicato lavorio, che mi sono sforzato di descrivere, as- 
sottiglia troppo, dà nel lambiccato e nel falso, e allora 
riesce oscuro per colpa sua. Queste sue oscurità sono 
in lui come un abuso di potere. Avvezzo com' è a dir 
le cose, anche comuni, in un modo tutto suo, e sen- 
tirsi batter le mani, abusa, dico, di questa originalità 
fino a cader talvolta nell' indovinello. 

Non si può dir tutto in modo nuovo, ed essere 
originali in ogni cosa, neanche a chiamarsi Giuseppe 
Giusti. 

Ma il Giusti, non ha veramente preso nulla dagli 
altri poeti? Vediamolo brevemente, 

XIII. 

Avendo il Giusti prese le mosse dalla poesìa 
giocosa, òhe andò via via trasformando in satirica. 



(1) Eugenio Camerini, Profili letterari* Firenze, Bar- 
bèra, 1870, pag. 339. 



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XLII LA SATIRA BEL GIUSTI 

nel senso più vero e più nobile della parola, senza per6 
spogliarla della sua festività naturale, parrebbe ch^ 
avesse dovuto far suo prò del Borni, che è conside- 
rato non solo come il padre, ma anche come il più 
insigne rappresentante del genere. Certo l'avrà tenuta 
in pregio, non foss* altro, per la spigliatezza briosa della 
stile e la sanità della lingua ; sebbene, quanto a questa, 
egli preferiva di attingere direttamente all'uso vivo, 
ma il fatto sta che avendo io spigolato pazientemente 
e scrupolosamente in quei capitoli ed in quei sonetti 
con la coda e senza, non mi è venuto fatto di trovarci 
che un luogo solo da poter sospettare che il Giusti 
ricordasse scrivendo. Eccolo nel contesto: 

Un papato composto di rispetti, 
Di considerazioni e di discorsi; 
Di più, di poij di ma, di se, di forsìf 
Di pur d' assai parole senza effetti. 

Dico dunque che leggendo questi versi, mi è venuta 
fatto di pensare a quegli altri del Giusti: 

Non ti sgomenti quel mar di discorsi. 
Quel traccheggiar la grazia al caso estremo. 
Quel nuvolo di se, di ma, di forsi. 

Ma non potrebbe essere una somiglianza casuale? 
e chi può dir di no? Ad ogni modo ho creduto dover 
notare la cosa, come si dice, per iscrupolo di coscienza» 

Quanto al Porta, che nel dialetto milanese si era 
rivelato poeta insigne prima di lui, il Giusti ne co- 
nobbe le poesie insieme con quelle del Meli nel 1846 
solamente, vale a dire quando era già sulla fìne della 
sua splendida carriera. 

Ma veniamo ora ad un poeta francese. Che il 
Giusti non imitasse il Béranger celebre canzonettista 



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LA SATIEA DEL GIUSTI XLIII 

satirico, nel Papato di Prete Pero e nella Chiocciola,, 
mi pare averlo mostrato a suo luogo nel commento. 

Qui mi contenterò di riferire in proposito, voltan- 
dole nella lingua nostra, le parole di uno scrittore 
francese ed anche perciò non sospetto, il quale sebbene 
trovi neir uno e nell'altro poeta parecchi pensieri si- 
mili, ciò che doveva necessariamente avvenire, com- 
battendo bene spesso tutt'e due le medesime battaglie, 
restringe il parallelo a questo modo : « Il Giusti somi- 
glia al Bé ranger per V ufficio che si è assunto, cosi 
negli scritti, come nella vita. Liberale, amante del 
popolo, nemico nato del luon tempo antico, violenta 
contro i preti ed i principi e insieme moderato; lon- 
tano dalle utopie, più nazionale che umanitario, più 
patriotta che repubblicano, che amava piuttosto dubi- 
tare che sognare, e piuttosto abbattere i vecchi ca- 
stelli che farne in aria, egli fu tacciato di arruffone e- 
di reazionario dagli spiriti eccessivi dei partiti contrari^ 
e restò, come il Béranger, uomo di bon senso e galan- 
tuomo ». (*) 

E sta bene; ma credo . dovere aggiungere che,, 
come scrittore, anche fatta ragione dei generi diversi,, 
fu molto più puro e più alto di lui. Rispetto poi ai 
pregi più intimi e più delicati dello stile, specialmente^ 
in quella parte di esso che più si attacca alla lingua,, 
non oso far confronti, perchè « non si può mai tutto 
comprendere un poeta d* altra lingua, ne si può mai 
tutto sentirlo ». E questa sentenza è di Gino Capponi,, 
che la sciorinò al francese Gustavo Bianche, degnan- 
dosi di rispondere, con quella cavalleresca gentilezza, 
che gli era propria, a uno scritto di lui nel quale il 



C) Maro Monnier, L^ Italie est elle la terre des morta f^ 
Paris', Haohette, 1860, pag. 23. 

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SiLlV LA SATIRA DEL GIUSTI 

Oinsti veniva considerato come una specie d' improv- 
visatore, che impaziente o incurante delle bellezze di 
:fitile, accetta senza pensarci la prima parola che gli 
scende giù dalla penna.(^) Se non che poco dopo lo stesso 
Marc Monnier, non credendo di usare tanta cavalleria 
ad un suo connazionale, gli tirò spietatamente gli orec- 
<^hi da vero amatore del Giusti e delle glorie italiane, 
<5om' era. (*) 

Ma tornando all'argomento, non posso astenermi 
dall' accennare una specie di parallelo, che forse parrà 
«trano, fra il Giusti e il Parini. Dico dunque che il 
Gingillino si potrebbe chiamare il Giorno del Giusti, 
jperchè ha, quanto alla forma, molto del precettivo iro- 
nico come il poema pariniano. Il Parini insegna al suo 
giovin Signore i riti del bel mondo, ossia fa le viste di 
insegnarglieli perchè il giovin Signore in questa materia 
ne sapeva più di lui; e il Giusti insegna al suo eroe il 
modo di buscarsi un impiego governativo colle arti 
•della servilità e dell'ipocrisia. I due personaggi, cosi 
diversi nel rimanente, convengono però in questo, che 
sono, come oggi si direbbe, due sfruttatori della società. 
Ma nella invenzione del Giusti c'è, fra le altre, questa 
•differenza notevolissima, che i precetti o ammaestra- 
menti non è già l'autore che li esponga direttamente e 
in nome suo, come nel Giorno^ ma li fa dare e svol- 
gere da personaggi immaginati, eh' egli mette via via 
sulla scena. E ciò riesce a dare varietà grande al suo 
lavoro,' ed a prevenire quella sazietà che una continuata 
esposizione di consigli, alla lunga produrrebbe natural- 
mente nel lettore, ad onta della giustezza, dico relativa, 



(*) Gino Capponi, Scritti editi e inediti. Firenze, Bar- 
bèra, 1877, Voi. I, pag. 209. 
(«) Op. oit. 

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LA SATIRA DEL GIUSTI XLT 

e deir opportunità dei pensieri nonché dell'arte mi- 
rabile dello stile. Ora le lezioni destinato a Gingil- 
lino son quattro, che, sebbene abbiano Pistesso fine^ 
hanno pur gradi diversi e differiscono quindi nello 
stile e nel tono, e tanto più che non son date tutte 
dallo stesso insegnante. La prima consiste in una^ 
ninna-nanna molto birbona che gli cantano in cora 
mentre è sempre nella culla (in tali insegnamenti più 
presto che s'incomincia e meglio è) quei cinque per- 
sonaggi mitologici cioè la Meschinità^ V Imbroglio, la. 
Viltàf la Gretteria e la Trappoleria che a conto del go- 
verno domano ì figli di famiglia; la seconda gli vieik 
data vent'anni dopo nell'Aula Magna dell'Università- 
da un frate professore grande sciupateste che lo inco- 
rona d'alloro; la terza, più che lezione è una specie di 
controlaurea datagli sulla porta dell'Università da un 
capannello di scolari molto svegli e perciò scomunicati 
dai superiori ; e la quarta finalmente da quella sibilla a- 
Firenze nel lumbricaio degli aspiranti. L' alunno segue^ 
attento e docile il corso ed aggiungendo alla teoria 
sapiente la pratica opportuna, vince via via tutte le= 
difficoltà che gli si parano innanzi e giunge finalmente^ 
alla meta. Insomma il Gingillino del Giusti, sebbene 
lontanissimo dall' essere un' imitazione pariniana, è- 
anch'esso una satira che si potrebbe chiamare didat- 
tica; e quasi, una propedeutica necessaria per arri- 
vare agl'impieghi in tempi corrotti. — Ma chi vi dice, 
dimanderà forse taluno, che il Giusti, componendo il 
Gingillino, pensasse al Giorno del Parini ? — Rispon- 
derò con quest'altra domanda. — E chi dice a voi che 
io l' abbia detto? — 

Ma, venendo a ciò che preme davvero, voglio ri- 
ferire al lettore il giudizio che circa l'originalità e 
l'indole speciale della poesia del Giusti fece il Man- 

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XLVI LA SATIRA DEL GIUSTI 

:zoni in una lettera a lui indirizzata l'8 novembre 1843 : 

< Quando uno, per farmi un regalo, mi dette la prima 
Tolta a leggere dei versi d^un certo Giusti, non so se 
sìa, stato maggiore per me il piacere di legger decersi 
bellissimi, o quello di veder nascere una gloria ita- 
liana. Quel ce7'to scomparve poi subito, come Lei deve 
sapere, e V avidità del pubblico, la quale fa le veci di 
stampa per ogni suo nuovo componimento, serve be- 
nissimo la mia. Ma pensi con qual particolare sen- 
timento io abbia ricevuto quello che mi veniva da 
Xiei, e che, col solito e sempre vivissimo piacere, mi 
portava un segno d'una cosi cara e onorevole benevo- 
lenza. Del resto, in qualunque maniera mi fosse per- 
venuto, non era possibile sbagliarne V autore. Son cbic- 
<5he che non possono esser fatte che in Toscana, e in 
Toscana che da Lei; giacché, se ci fosse pure quello 
<;apace di far cosi bene imitando, non gli verrebbe in 
mente d'imitare. Costumi e oggetti, realtà e fantasie, 
tutto dipinto; pensieri finissimi che vengon via natu- 
ralmente, come se fossero suggeriti dall'argomento; 
<508e comuni dette con novità e senza ricercatezza, 
perchè non dipende da altro, che dal vederci dentro 
<jerte particolarità che ci vedrebbe ognuno, se tutti 
avessero molto ingegno; e questo, e il di più, in un 
piccolo dramma popolato e animato, e con uno scio- 
glimento- piccante, e fondato insieme su una verissima 
generalità storica ». (*) 

Il Camerini commenta le parole manzoniane così: 

< Questo è un giudizio perfetto come una strofa de- 
gì' Inni sacri ». (*) 



(0 Vedi Epist. del Giusti, n. 182. 
(2) Op. oit., pag. 841. 



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LA SATIEA DEL GIUSTI XLVII 



XIV. 

Il Giusti poeta grande, il Giusti davvero, sta tutto 
nelle satire. Le altre poche poesie tranne iì ^Sospiro 
dell' anima, il centone dantesco al ritratto di Dante, 
Gli affetti (Tuna madre, o sieno di sentimenti intimi 
o anche sti*ettamente amorose, sono come un di più 
del suo ingegno. C'è mesta dolcezza e melodia di ritmo 
ed eleganza di modi, ma ci manca quasi sempre un 
impronta eh' egli possa dir sua. E qualche volta il sen- 
timento si assottiglia troppo e non solo si dicono le 
solite cose ma spesso anche con le immagini e con 
le frasi solite del canzoniere di Dante e di quello del 
Petrarca. Del resto, egli stesso di queste sue poesie 
sentimentali non faceva gran caso, anzi quasi quasi se ne 
scusava, dicendo che quello non era il suo genere. Io 
poi vado anche più in là e dico che il genere amoroso 
non è più un genere, grazie a Dio ! 



XV. 

Ed ora due parole alla lesta (che è tempo di 
finirla) su questa nuova edizione da me commentata. 

Quanto al testa mi sono attenuto in tutto alla 
edizione Le Mounier del 1852, nella quale per la 
prima volta i versi del Giusti, riscontrati sugli autografi, 
vennero in luce compiutamente raccolti e ordinati se- 
condo la mente e il disegno dell' autore, che la stava 
appunto preparando quando fu sorpreso dalla morte. 
Io vi ho aggiunti soltanto tre nuovi componimenti che, 



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XLVm LA SATIRA DEL GIUSTI 

credo inediti, i quali nella brevità loro e nella tenuità 
della materia sono pur sempre degni del P., e sette 
epigrammi. (^) 

E veniamo ora al commento. 

Il Giusti ha già avuti parecchi commentatori, ed 
io, com' era naturale, li ho consultati e studiati. Ma 
quanto alla interpretazione dei luoghi difficili, per non 
esser prevenuto in alcun modo, ho seguito sempre 
questo metodo, di ricorrere agli altri solamente dopo 
averci pensato e ripensato su da me. Cosi facendo, 
qualche volta mi è accaduto di dover raddirizzare le 
idee mie e qualche volta quelle degli altri; ed in que- 
sto caso ne ho detto sempre, sebbene brevemente, il 
perchè. E veramente venendo io dopo di essi, e quindi 
aiutandomi dell' opera loro, quasi quasi avevo il dovere 
di correggere gli errori e le inesattezze nelle quali essi 
potessero esser caduti. Se no, a che un commento 
nuovo quando e* erano i vecchi ? Del resto, il mio dif- 
ferisce dagli altri, intendo dei più compiuti, in questo, 
che si contiene, seppur non m* inganno, in una più giu- 
sta misura. 

Affogare il testo in un oceano di note è quasi un 
mancar di rispetto all' autore e al lettore; all' autore 
facendo credere eh' egli parli un linguaggio arcano e 
sibillino, al lettore mostrando di crederlo d'intelli- 
genza così ottusa, da non capire quasi nulla da sé. Che 
si parafrasi, per esempio, un verso ed anche una strofa 
difficile ad afferi-arne il senso giusto, sta bene; ma che 
si espongano in prosa anche luoghi facili e quasi tutta 
una poesia di per sé chiara, è proprio uno sciupio di 
tempo e d' inchiostro. Ora io ho fatto a mano a mano 



(') Questi ultimi gli ho tolti dagli Scritti vari in prosa 
e in versi del Giusti pubblicati per cura di Aurelio Grotti. 
Firenze, Succ. Le Mounier, 1866. 

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LA SATIRA DEL GIUSTI • XLIX 

le note cosi storiche come concernenti la lingua e lo 
stile, solamente allora che ho creduto necessario o per 
lo meno utile il farle, e sempre col fine di fare inten- 
dere e gustare il testo anche ai non toscani. E come 
mi son ristretto più che ho potuto nel numero, cosi ho 
cercato di esser breve in ciascuna di esse, senza che 
però la brevità potesse nuocere alla chiarezza. 

Del resto, se io abbia ottenuto o no il mio scopo, 
ciascun vede che può dirlo solamente il lettore; que- 
sto solo posso dire io con sicura coscienza, ed é che 
non ho risparmiato a fatiche per rendere più facile lo 
slndio di un poeta nel quale si accolgono insieme tante 
ricchezze di lingua, di stile e di poesia^ e ciò che an- 
che più preme, di buon senso e di sapienza civile. 

G. PUOCIANTI. 
Pisa, 24 marzo 1800. 



Giusti. — Poesìe, d 

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LI 



LETTERA AUTOBTOGBAPIOA O 



Non crepa un asino 
Ohe sia padrone 
D'andare al diavolo 
Senza iscrizione. 

Questi versi scritti anni sono mi fanno temere che qual- 
<ìuno, dopo la mìa morte, possa essere tentato a scrivere 
qualcosa dì me; e siccome io vivendo mi sono mo- 
strato sempre tale e quale, non vorrei che mi si po- 
tessero abbaiare sul sepolcro altri versi dello stesso 
Scherzo che dicono: 

Ma dair elogio 

Chi t' assicura, 

nato a vivere 

Senza impostura? 
Morto, e al biografo 

Cascato in mano, 

Nell'asma funebre 

D'un ciarlatano 
Menti costretto, 

E a tuo dispetto 

Imbrogli il pubblico 

Dal cataletto. 



(«) È diretta ad Atto Vannuooi di Pistoia (1808-1883), sto- 
\ rìco e letterato insigne. 

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LII LETTERA AUTOBIOGRAFICA 

Dunque, per mettere le mani avanti, se mai si desse- 
il caso che io me ne dovessi andare, prego te a. 
salvarmi da ogni pericolo, scrivendo poche righe sul 
conto mio. Tu sei uomo sincero, di buoni principii e 
d'indale liberissima; ed è per questo che io voglia 
mettere la mia memoria nelle tue mani. Mi sarebbe 
grave specialmente una lode e un biasimo non me- 
ritato, e vorrei o che sì tacesse del tutto o che si 
parlasse di me colla stessa franchezza colla quale ho- 
scritto io medesimo quel poco che lascio. 

Sono nato (*) a Monsummano nel 1809 (la mattina 
del 13 Maggio) poi passato colla famiglia a Monte- 
catini, e finalmente a Poscia nel 1828. Della mia prima 
infanzia noterò, per mera piacevolezza, due buffonate*- 
una che mio padre non volle che la levatrice m' acco- 
modasse il cranio, come usano fare, sebbene l'avessi 
cacciato fuori della forma di un pane di zucchero; mo- 
tivo per cui sarebbe un'indiscretezza P accusarmi di 
aver fatto di testa, e di non essermi assoggettato 
alle regole dei cervelli rimpolpettati; l'altra che lo 
stesso mio padre, appena cominciai a spiccicare 1& 
prime parole, m'insegnò il Canto del Conte Ugolino: 
e di qui potrebbe darsi che fosse nato l'amore alla 
poesia e allo studio continuo della Divina Commedia^ 

A Montecatini fui educato d^ un prete, buon uomo 
in fondo, e anco dotto per quello che faceva la piazza, 
ma subitaneo, collerico e manesco. Passai a Firenze 
nell' Istituto Zuccagni ; e là veramente comincÌE^i a 
prendere amore agli studi, per le buone maniere e per 
le amorevoli cure di Andrea Francioni, -che riconosco- 
per l' unico maestro che mi sia stato veramente tale^ 
e che ho sempre amato e benedetto di tutto cuore 



(1) Dal cav. Domenico e da Ester Chiti. 

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TETTERÀ AUTOBIOGRAFICA LUI 

Da Firensse passai nei OoUegio di Fistoja, da Pi- 
stoia in <3^uello dì Lucca e da Lucca tomai a Mon- 
tecatini^ riportando poco profitto^ poca educazione, e 
^intimo conTmcimento di uon esser buoDo a nulla. 
Lassù conaumai un anno quasi inutilmente, poi (nel 
1826) fui mandato a Pisa a st'idiare il diritto di con* 
traggonio. 

Popò essere stato tre anni senza conclusione in 
^Qel bailamme^ tornai a Pescia, dove la famiglia si 
ora gìh etabilita, e dove sciupai altri tre anni e mezso 
in una vita oziosa, noiosa, senza regola e senza scopo. 
Oli spropositi fatti e certi fastidioli che allora mi 
parevano una gran cosa ed ora riconosco per risibilis- 
simi, mi ricacciarono a Pisa e poi a Firenze sotto la 
bandiera di Giustiniano. 

Presi (a di 18 Giugno 1834) i miei titoli di dottore 
ed avvo'cato, ma gli ho sempre li in carta pecora, senza 
essermene servito mai neppur nella firma e nelle carte 
,dà visita. 

Ho avuto sempre poca stima e poca speranza di 
me stesso, ma in tutto questo tornpo era tale la per- 
suasione di non valere un'acca, che dentro di me ridevo 
di chi mi diceva che io era nato disposto a qualcosa. 
Solamente sentiva una certa smania inesplicabile d'im- 
pancarmi a ciarlare di letteratura, di leggiucchiare e 
di scrivere ora versi, ora prose; ma finivo sempre 
col buttare in un canto i libri e i fogli e tornare a 
fare lo spensierato, mestiere al quale per dire il vero 
ho inclinato sempre un tantino. 

Fino dal 1831, a forza di raspare senza guida e 
senza concetto, m'era venuto fatto uno scherzo sulle 
cose d' allora e il favore degli amici, piuttosto che il 
mio proprio giudizio, mi fece intendere che poteva 
aprirmisi una via. Trascurai un pezzo questa specie 

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LIV LETTERA AUTOBIOGRAFICA 

di vocazione, poi la ripresi quasi per forza e per farne 
una prova, non sentendomi sicuro di venirne a capo-y 
e anno per anno ho seguitato, senza presunzione, sen- 
z'odio contro nessuno in particolare, e senza tenere 
per moneta corrente tutto il bene che me ne dicono 
e tutto il grido che me ne promettono. 

Ho avuto molta facilità d* imparare, ho letto pochi 
libri, ma credo d' averli letti bene assai ; del resto 
sono ignorantissimo di molte cose essenziali da far 
paura e pietà a me stesso. Questo m'ha sempre umi- 
liato al mio cospetto, e m'ha salvato dal troppo osare 
e dair insuperbirmi di quel poco che m'era rimasto 
Isella testa. 

Ho avuti molti difetti per i quali ho patiti molti 
dolori e molte vergogne; e forse in pena di quelli 
non mi sono state valutate alcune buone qualità che 
mi pareva d'avere. Non ho invidiato, non ho pel'seguito 
mai nessuno, e se talvolta mi son lasciato trasportare 
dall'indole subitanea, è stato un fuoco di paglia. Ho 
amato come si può amare, ed ho sentita vivissima- 
mente V amicizia. Dell' amicizia non ho da lagnarmi, o 
sono bagattelle; dell'amore molto, o per colpa mia 
propria o per colpa d'altri, dimodoché aveva finito per 
farlo tacere, e m'era riuscito, con molto scapito del 
cuore e della mente. Ho molto sofferto e molto go* 
duto, e mi sono troppo scoraggi to nelle disgrazie, e 
troppo fidato quando le cose mi andavano a seconda. 
Mille dure prove, mille disinganni acerbissimi non 
mi hanno potuto né mettere in sospetto nò scemare 
la fiducia nei miei simili altro che a parole, e dopo 
aver sospirato e fremuto lungamente, ho finito per 
prendermi anch'io la mia parte della colpa, cono- 
scendomi uomo. 

Quel poco che ho potuto scrivere m' ha procacciato 

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LETTERA AUTOBIOGRAFICA LV 

molti amici, molto favore, compiacenze, che mi sono 
state un largo compenso ai dolori della vita, di alcuni 
dei quali non oso parlare apertamente, e desidero che 
rimangano sepolti meco. Non faccia inganno a nessuno 
r avermi veduto il più delle volte gaio e svagato: e te- 
nete tutti per certo, che spesso mi sono avvolto e 
quasi inebetito nella folla per paura di starmene solo 
con me stesso, e perchè si sospendessero le fiere bat- 
taglie che si combattevano in me. Qualche volta il do- 
lore mi ha fatto ardito, fiero e loquace oltre il dove- 
re; ma quanto ho compatito, quanto ho dimenticato, 
quante, oh quante, amarezze mi sono ricacciato den- 
tro, per paura di dir troppo, per paura di non esser 
creduto, per paura di non essere inteso! Ma ho per- 
donato, e perdonato di cuore, perchè cosi vuole T animo 
mio, e perchè chi sa quanti avrò tormentato anch'io 
volendo o non volendo. Ho molto da arrossire di me 
stesso, e prego il Cielo e gli uomini a volermi esser 
benigni per quel poco di buono che posso aver fatto, 
e dimenticare generosamente i miei vizi, i miei errori. 
Io non me ne scuso e non me ne sono scusato mai, 
come molti fanno, e posso dire d' aver tentato di cor- 
reggermene colla speranza di potervi riuscire. Oramai, 
se non mi basta la vita, valga qualcosa la buona volontà. 
Per quanto possano esser corse alcune voci oziose 
sul conto mio, dichiaro che non ho mai patita veruna 
molestia, né per parte del governo, né per parte del 
pubblico, e rigetto da me la nomèa di vittima e di per- 
seguitato, molto più che ho visto parecchi cercarla, 
scroccarsela e farsene belli. Ho detto a tutti le cose 
mie coir aperta schiettezza dell'uomo che sa di non 
mentire e di non voler male a nessuno. Quella mania 
di far mostra di sé, io non l'ho potuta mai capire 
né in me né in altri, e credo d' essere stato accorto 

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LVI LETTERA AUTOBIOGRAFICA 

bastantemente per conoscere il vero biasimo e la vera 
lode. Ma forse l' amor proprio mi adula, e anco in que- 
sto mi rimetto. 

Soli ventotto Scherzi dei quali ho lasciata nota 
nelle mani di un amico carissimo, voglio che siano 
pubblicati: il resto o non è mio, o lo rifiuto, e prego 
che non mi sia fatto l'oltraggio d'andare a ripe- 
scare tutte le minuzie che mi possono esser cadute 
dalla penna. Quelli che li leggeranno, pensino che 
avrei desiderato, ma forse non potuto far meglio, e che 
ho dato poco al mio paese, perchè l'ingegno e la sa- 
lute non mi sono bastati. Questa scelta che ho fatta 
tra i miei scritti, non è mia solamente, ma anco con- 
sigliata da persone che ho amato e stimato, e che 
meritavano per tutti i lati d'essere ascoltate e obbe- 
dite. Non le nomino per non cadere in' sospetto di 
volermi fare appoggio di nomi celebri e reveriti, e 
per risparmiare a loro le brighe e i fastidì che po- 
trebbero patire per essermi lasciato andare ad un 
eccesso di gratitudine. Mi conferma in questa risolu- 
zione l'aver veduto quanto poco scrupolo si fanno cer- 
tuni di mettere nelle pèste gli amici e conoscenti, o 
per poca considerazione, o per zelo soverchio, o per- 
chè trovandosi in salvo, non badano tanto per la mi- 
nuta a chi può pericolare. Tacerò quei nomi, ma ne 
porterò meco la memoria e l'alletto come di cosa santa 
e preziosa al mio cuore, che tante volte si è confortato 
ed esaltato della loro amicizia. 

Protesto più specialmente che non m' apparten- 
gono un Sonetto al Contrucci — Il Creatore e il suo 
mondo — uno Scherzo per la soppressione dell' Anto- 
logia — Le croci del 1842 — una Satira a Cesare 
Cantù — Il Giardino — Il Picciotto — e altre cose 
di questa fatta, delle quali non mi rammento, e che 

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LETTEEA AUTOBIOGRAFICA LVH 

mi vergognerei d'avere Boritte. Debbono essere d*uno 
di quei mordaci ti mi dissi mi, che urlano rimpiattati al 
primo che pasaa^ vendendo i loro basaiasimi odii e le 
ire meacliine come sante e nobili censure. 

Se tu %' Glossi parlare delEtì cosg la.'^rjjite in tronco, 
potresti dire che, oltre parecchi altri Scherzi, meditava 
di scrivere un libretto su i costami delle nostre mon- 
tagne, in foggia di commento ai Rispetti che can- 
tano lassù. Voleva riordinare e dare una forma agli 
appunti presi sulla Divina Commedia, lavoro nel quale 
non avrei forse fatto nulla di nuovo, ma raccolto e 
ordinato il meglio che n' è stato pensato. Voleva fare 
un' operetta sui modi di dire, scegliendo quelli da 
tenere in corso, da quelli ormai troppo vieti e da 
mettersi là. Sopratutto mi stava a cuore di condurre 
a termine l' opera pensata lungamente sui Proverbi, (*) 
dei quali ho fatto raccolta giù giù giorno per giorno, 
per l'amore della lingua e della sapienza pratica. Se 
mi fosse riuscito d'incarnare il mio concetto, sarebbe 
nato un libro da aversi a mano da tutti; scritto senza 
boria, senza pompa, senza affettazione nessuna; ma 
alla buona, all'amichevole, come conviene alla materia. 
Avrei fatto tesoro specialmente della lingua parlata 
che non è tenuta in onore quanto bisognerebbe, e 
sperava di non fare cosa inùtile se il tempo e l'inge- 
gno mi si fossero prestati. Un'ombra di questo lavoro 



(<) Questa dei Proverbi, fra tutte le opere qui rammen- 
tato, è l'unica che il Giusti lasciasse completa. Fu poi am- 
pliata da Aurelio Gotti e da Alessandro Carraresi e pubbli- 
cata da Gino Capponi. Firenze, Succ. Le Mounier, 18U3. 
Alla morte del P. si rinvennero fra i suoi manoscritti gli 
appunti sulla Divina Commedia^ e furono pubblicati pure 
da Aurelio Gotti col titolo di Scritti vari in prosa e in versi 
di G. Giusti. Firenze, Succ. Le Mounier, 18i)6. Il romanzo, 
cai accenna in seguito, rimase sempre un progetto. 

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LVIII LETTERA AUTOBIOGRAFICA 

sarà trovata fra i miei fogli e apparirà anco meglio da 
una lettera indirizzata al Francioni. Poteva darsi che 
tentassi anco la Commedia, sebbene m' abbia fatto sem- 
pre una paura terribile, e sia persuaso che non vi sa- 
rei riuscito. Inoltre ho almanaccato molto col cer-^ 
vello per tentare una specie di Romanzo sul gusto di 
Don Qmchotte o del Gil-Blas, e per quanto non abbia 
mai preso la penna neppur per cominciare, confesso 
• che da molti anni è stata la mia tentazione quotidiana. 
Avendo bazzicata gente d'ogni risma, mi sentiva in 
corpo tanta roba da tesserne tre o quattro volumi, ma 
può essere che sia stato un castello in aria da rovinare 
alle prime mosse, o da non arrivare mai al tetto. In 
ogni modo, in tutto ciò che ho scritto o che ho pen- 
sato, non ho avuto in mira che di pagare un tributo al 
mio paese nella moneta che aveva in tasca, la quale se 
non è d'oro o d'argento, credo almeno che non sia falsa- 
Troverai in questa lettera o troppo o troppo 
poco, poiché l'ho scritta in mezzo ai dolori, spro- 
nato dal desiderio che nessuno mentisca sul conto mio. 
Tu leva e aggiungi come ti detta la coscienza, e 
bada che non ti faccia velo l'amicizia passata tra noi^ 
Sii breve, schietto, severo, e domanda di me ai più 
intimi come ai semplici conoscenti, per raccapezzare 
il vero eh' io non avrò saputo dirti. Per quanto ne 
pensino certuni, io non credo che il mio nome debba 
essere tanto temuto da far segnare col carbone chiun- 
que s'attentasse a rammentarlo; nonostante fai in moda 
di porti in salvo, stampando fuori d'Italia e lasciando 
anonimo il libretto. 

Perdonami se ti dò questo carico penoso e sca-^ 
broso, e non attribuirlo a bramosia di fama, ma, come 
t'ho detto già due volte, al timore d' essere sfigurato- 
o in bene o in male. L'abuso e il mercato, che si 

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LETTERA AUTOBIOGRAFICA LIX 

fa dai biografi e dagli epigrafai m'ha fatto ribrezzo 
quando si trattava d'altri, figurati poi quando si tratta 
di me! 

A questo proposito voglio aggiungere una cosa. 
Forse la morte verrebbe a tempo per provvedere ai 
miei bisogni. Io da una cert' epoca in qua mi sentiva 
quasi isterilito, e forse, seguitando a scrivere, sarei 
andato a scapitare un tanto, sebbene avessi molta 
carne al fuoco. 

Se udirai qualche benevolo che dica di me: Oh se 
avesse vissuto più a lungo chi sa cosa avrebbe po- 
tuto fare! Rispondigli che forse non avrei fatto nulla 
dì più, e che molto prima d'ammalarmi sentiva o cre- 
deva di sentire dei cenni di decadimento. I progetti 
erano molti, le forze poi chi saV 

Se morirò, muoio per un disturbo dal quale non 
ebbi virtù di difendermi o per' debolezza d'animo o 
per troppa delicatezza di fibra. Già, per il dolore dello 
zio, io era disposto alla malinconia, quando il sospetto 
d'idrofobia fini per turbarmi. (*) Dopo pochi giorni 
passò, ma il colpo aveva lasciata una traccia profonda, 
turbandomi irreparabilmente le funzioni della dige- 
stione. Appena avvertita la lesione al basso ventre, mi 
corse il pensiero alla malattia di famiglia, e per quanto 
me ne abbiano saputo dire, non ho potuto mai mutare 
opini one, perchè 

. . . . io meglio i miei 
casi d'ogni altro intendo. 

È andata cosi e bisogna piegare il capo. 



(*) Noli* agosto del 1843 nella Via de' Banchi, in Firen- 
ze, fu assalito da un gatto arrabbiato e il rimescolo che 
n' ebbe, dice egli stesso « fu tale che ne perdetti la quiete 
per molti giorni e fui li li per perderne anco la testa ». 



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L,X LETTERA AUTOBIOGRAFICA 

Ricordati di me, e sii certo che tu sei stato uno 
•di quelli che ho amato grandemente e stimato quanto 
sì può amare e stimare. Te ne sia un'ultima prova 
questa lettera scritta in un momento solenne, ma con 
più serenità d'animo di quella che io stesso non avrei 
-creduto. Fino a che barcollava tra la speranza e il ti- 
more, mi sentiva forte sulle gambe; ora che Puna e 
l'altro se ne sono andati, mi pare di camminare più 
spedito. 

Prendi un abbraccio e un bacio di congedo dal tuo 

Giuseppe Giusti. 
LivornOy 14 Settembre 1844. 

P. S. Questa lettera è scritta perchè ti sia rimessa 
agli estremi. Due mesi dopo la rileggo; e temo che 
t' abbia a parere o superba o molesta. Siccome vedo 
<5he di tutti si scrive qualcosa, non ho creduto peccare 
di presunzione dubitando che qualcosa possa essere 
scritto anco di me. Meglio se ognuno tacerà: ma se 
<lualcuno ha a parlare, parla tu come sei solito; al- 
meno sapranno il vero. Nemici non so d'averne, ma ho 
molti amici; e temo più di questi che di quelli, perchè 
in coscienza non credo d' essere tuttociò che me ne 
Jianno detto, o almeno ne sono in gran dubbio. Dei 
miei scritti, lascia il giudizio a chi li leggerà; sola- 
mente salvami da quelli che non son miei. 



Il triste presentimento non si avverò cosi presto. Negli 
altri sei anni che visse, ebbe spesse e lunghe tregue al male 
che lo consumava; e potò dare all' Italia molti altri lavori 
poetici; fra i quali basterebbe citare V Amor Pacifico, il Gio- 
vinettOj il Sortilegio, il Sant^ Ambrogio, il Fapafo di Prete Pero 
e il Gingillino che vale per tutti; e fra una poesia e 1' altra 
continuò i suoi lavori danteschi, ed attese allo studio dei 

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LETTERA AUTOBIOGRAFICA hXl 

poeti latini, Bpecie di CataUo, Lucrezio, e aopra ogni aìfcro 
di Virgilio^ d^l quale leggeva tutta le sere qualche brano, 
AuM si può dire che questi suoi anni estr etili furono i piti 
produttivi ed operoai. Oltre a quoato, u^cì per la prima volta, 
di Toscana ; viaggiò nella tiara compagnia della madre a 
£oma ed a Napoli, facendo tesoro di cognizioni storiche e- 
d' impressioni poetiche ; e si recò poi con G. B. G-iorgini a- 
Milano, dove dimorò un mese in casa di Alessandro Man- 
zoni, che fino dalle prime poesie, senza conoscerlo di per- 
sona, aveva salutato in lui la nuo^a gloria sorgente al- 
l' Italia. 

Venuti, dopo Tesaltazione di Pio IX al Pontificato (1846), 
i tempi delle riforme politiche e di quella pacifica e mira- 
bile rivoluzione che doveva condurre alla prima guerra 
della nostra indipendenza (1848), il Giusti accolse le nuov& 
cose col doppio entusiasmo d' un italiano e d' un poeta, 
che vede vicini a diventare una realtà quelli splendidi ideali 
che ha sempre vagheggiati nella fantasia. Deposto il pun- 
golo severo j esortò con versi generosi il Granduca Leopoldo II 
^ camminare con passo' sicuro sulla nuova via, cantò 1& 
conquiste delle nuove idee e la caduta delle vecchie isti- 
tuzioni; e la parola del Poeta divenne come un'eco fedele 
di quei cambiamenti pubblici eh' erano in sé stessi poesia. 
Neil' esaltazione delP animo e della mente, parve non sen- 
tire il male che gli covava dentro, tantoché prese parte 
anche come cittadino alla nuova vita del paese. Dopo avere 
adempiuto agli uffici di semplice milite, accettò il grado di 
maggiore nella Guardia Civica, rodendosi dentro di non po- 
ter seguire i suoi amici e commilitoni sui campi lombardi. (*) 
Fu dipoi per due volte deputato al Parlamento toscano e 
quindi eletto anche alla Costituente, alla quale però non 
intervenne. Mentre le sorti del paese minavano, per le colpo 
e gli errori di molti, egli, mantenendosi sempre puro ed 
alto, combattè le intemperanze delle sètte demagogiche e le 
prepotenze delle plebi, come prima aveva combattute quelle 
dei principi; e potè quindi con sicura coscienza cantare 
all'Italia minante nella sventura: 

Se trarti di miseria 
A me non si concede, 



(i) Vedi Epist.j n. 349. 

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liXII LETTERA AUTOBIOGRAFICA 

Basti V amor non timido 
E l' incorrotta fede ; 
Basti che in tresca oscena 
Mano non porsi a cingerti 
Nuova e peggior catena. 

Anche per effetto delle pubbliche miserie, la malattia ohe 
da tanto tempo V affliggeva, andò a mano a mano aggra- 
vandosi terribilmente insidiosa, finché il di 81 marzo 1850 
alle ore 4 pom. egli <fu improvvisamente soffocato da un 
trabocco di sangue, nel palazzo di Gino Capponi a Firenze, 
ove giaceva infermo da più mesi. Mentre il gran poeta civile 
mandava P ultimo respiro,i soldati austriaci, chiamati dal 
Granduca, restaurato a patto che non li chiamasse, strasci- 
cavano insolentemente gli squadroni sulle lastre della città. 



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LXIII 



PEEFAZIONI APPOSTE DAL GIUSTI 

AI SUOI VERSI 



Si crede utile di riprodurre qui non solo le due 
Prefazioni che l'Autore appose alle Edizioni di Bastia 
e di Firenze, ma ben anche i frammenti di un'altra che 
egli preparava per una compiuta ristampa delle sue 
Poesie. 

Cominciamo da quella dell'edizione di Bastia 
del 1845. 

Lettore: Se dovessi dirti come mi sia nata nella testa 
questa maniera di scrivere, non saprei da che parte rifar- 
mi, tante sono state le combinazioni. La natura, come dà 
a ciascuno di noi un aspetto, un andare, un fare tutto pro- 
prio, cosi vuole che ognuno mandi in giro le sue opinioni 
vestite alla casalinga. Io non ho avuto mai altro partito 
che quello del mio paese ; e freddo come un marmo per 
tutte le séttej m'ha fatto compassione egualmente chi alza 
una bandiera per calpestarlo, e chi V alza per farlo riavere 
senza cognizione di causa e senza virtù. Se tu sai che cos'ò 
popolo, e sai pensare col popolo, ti troverai d'amore e d'ac- 
cordo con questi versi: se poi mi vai nelle nuvole, o mi ca- 
schi nel fango, come fanno parecchi, io non istarò a combat- 
tere le tue opinioni, ma solamente ti dirò che ci riparleremo 
nudi là nella valle di Gìosafat. Se mi domandi il fine che mi 
sono proposto, nessun altro fine, ti risponderò, che quello di 
fare una protesta: che tu non m' abbia a prendere per uno 
di quei che presumono di rimettere il mondo a balìa. 



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LXIV PREFAZIONI APPOSTE DAL GIUSTI 

Se tagliato unicamente a spassarti, non andare più in 
là di questa pao:ina, perchè un riso nato di malinconia po- 
trebbe farti nodo alla gola, e me ne dispiacerebbe per te e 
per me. Se poi ti s' è dato il caso di scioglierti con una 
crollata di testa dal pensiero delle tue miserie, vieni pure 
con me, e seguita a crollarla amorevolmente sulle miserie 
comuni. 

All'edizione dei Nuovi Versij fatta in Firenze dal 
Baracchi nel 1847, il. Giusti aveva apposto il seguente 
avviso. 

Quando i miei scherzi giravano ex lege, parecchi tra 
Stampatori e Libraj fecero a confidenza col pubblico e coii 
me, stampando in un fascio roba mia e non mia, lieti di 
potere accozzare un libro pur che fosse, e di mandarlo fuori 
col mio nome o espresso o sottinteso. Da un lato, sento che 
mi corre V obbligo d' esser grato a questa, dirò, impazienza, 
che solletica dolcemente il debole del Poeta; dall'altro, 
r amore di Padre s' è risentito più volte, vedendo che ta- 
luno nel prendere in collo que' poveri orfani vagabondi, me 
gli ha storpiati e tartassati senza garbo nò grazia. In que- 
sti tempi di fratellanza, non farò rimprovero a nessuno; 
solamente, se fosse possibile, direi che da qui innanzi 
ognuno stesse sul suo, e chi ha avuto ha avuto. 

Non s' abbiano a male gli Autori dei componimenti 
attribuiti a me, se io protesto di non riconoscere per cose 
mie altro che i trentadue Scherzi, contenuti nelP edizione 
di Bastia, fatta dal Fabiani nel 1845; quelle sei poesie 
stampate a Livorno dall' Antonelli ; VAmor pacifico pubbli- 
cato da Le Mounier; le due coserelle inserite noìV Italia; 
il Congrenso de* Birri ^ e V Ode a Leopoldo Secondo^ stampati 
dal Baracchi, successore del Piatti. Questo schiarimento è 
necessario per essi e per me, perchè alcuni di queMoro com- 
ponimenti essendo stati lodati, non è giusta che essi li per- 
dano né che io li guadagni. 

Questi che do fuori adesso, sono stati messi insieme 
in due anni ; e se a taluni paressero un po' serotini, parte 
n'ha colpa la lima, parte l'infingardaggine, e parte certi 
ostacoli che ora grazie a Dio non esistono più. 

« Sento che questo modo di poesia comincia a essere un 



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AI 8001 VERSI nXV 

fratto ^or dì stagione, e vorroi elevarmi aU^ SiUezza delL9 
cose nuove «he si svolgono dava^titi ai nostri f:icehi con 
tanta maestà d^ andanientoj ma T indegno, avvezzo a fiir- 
coscriversi nel cerchio ristretto del No, chi mi dice che ab- 
bia tanto vigore da rompere la vecchia pastoia, e spaziare 
in un campo più largo e più ubertoso ? Se mi darà l'animo 
di poterlo tentare, certo non me ne starò; se poi non mi 
sentissi da tanto, non avrò la caponeria d'ostinarmi a suo- 
nare a morto, in un tempo che tutti suonano a battesimo. 

A queste due Prefazioni lasciò scritta il Poeta una 
giunta, che non sarà discaro ài lettore il vedere qui ri- 
ferita. 

Da queste due Prefazioni, che ho ritoccate nella dici- 
tura guardandomi di alterarne la sostanza, apparirà mani- 
festo quale sia stato V animo mio anche molti e molti anni 
prima del 1848. Non ho altro da aggiungere se non che io, 
quanto alle opinioni manifestate, non rifiuto e non rifiuterò 
mai una, sillaba di tutto ciò che ho scritto; quanto poi a 
ciò che riguarda V arte, bisognerebbe che io dessi di frego 
a parecchi di questi componimenti, e che sottoponessi tutti 
gli altri a una lavanda generale e accuratissima. Questo ge- 
nere di poesia, giusto appunto perchè può avvantaggiarsi 
di tutta la lingua scritta e di tutta la lingua parlata, se 
non è trattato in modo schietto e aperto tanto per il lato 
del pensiero quanto per quello della parola, fa P effetto che 
suol fare uno che non sia chiamato a dire facezie, e che 
voglia fare il lepido a ogni costo. 

La Prefazione che il Giusti pensava di far pre- 
cedere ad una compiuta ristampa dei suoi versi, è la 
seguente, manifestamente scritta nell'aprile del 1848. 

Ecco la quarta o la quinta edizione d'un libro il quale 
mesi sono aveva del nuovo tuttavia, e che adesso parrà di 
certo un vecchiume. Cosi vanno le cose di questo mondo; 
e i libri, come gli nomini, oggi ridono di gioventù e sono 
pieni dell'avvenire, domani s'afferrano al presente che 
sfugge loro di mano, più tardi non vivono che di sole me- 
morie. Io non mi pentirò d'avere scritti questi versi, per- 
chè quando gli scrissi, credo che bisognasse scriverli ; ma 

Giusti. — Poesie, ^t , 

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LXVI PREPAZtOKi APPOSTE DAL mtJSTl 

dirò schiettamente che molti uomini e lo stesso animo mio 
si sono migliorati sotto la penna; ond'è che volendo fare 
le parti giuste e contentare la natura migliore che s'è ria- 
vuta in me, dovrei ora a parecchie punture portare la mano 
carezzevole e spargervi sopra un qualche lenitivo dì lode. 
Non avendo odiato mai nessuno^ perchè dovrei ostinarmi a 
straziare chi s' è corretto, se io appunto non desiderava al- 
tro che tutti ci correggessimo P È vero che agli errori e ai 
vizi di tempo fa, sono succeduti i vizi e gli errori delle cose 
recenti; ma io lieto di vedere aperta la via del bene, non 
ho più cuore di menare attorno la frusta, e col mio paese 
ringiovinito ritorno anch'io ai sogni sereni e alla fede beni- 
gna della primissima adolescenza. £ questa fede, posso dire 
non essersi spenta mai nell'animo mio; e il non aver derisa 
la virtù, e la stessa mestizia del verso sdegnoso, spero 
che valga a farmene larghissima testimonianza. Dirò di 
più, che essa, oltre all'avermi salvato dal tacere e dal di- 
sperare obbrobriosamente, m'è valsa più e più volte a pre- 
correre gli eventi ; e di qui è nato che molte delle mie vi- 
sioni poetiche hanno preso carne e figura tra gli uomini, 
dopo due, tre e quattro anni, che io me l'era fantasticate 
tra me e me. Ma 1' amore dell' arte che ha potuto in me 
quanto l'amore del mio paese (perocché io non so dividere 
ciò che la natura ha unito, e il buono e il bello si tengono 
per mano e sono anzi una cosa sola), l'amore dell'arte, di- 
ceva, m' ha trattenuto sul tavolino parecchie di queste fan- 
tasie ; alle quali se avessi dato il volo quando avevano tut- 
tavia i bordoni, avrebbero i fatti vegnenti annunziati, come 
le rondini annunziano la primavera e come le lucciole il gra- 
nire della messe. E ciò come non induce superbia in me, 
cosi non deve indurre meraviglia nel mio lettore; perocché, 
come nel corpo umano il riprendere della salute si manife- 
sta o per il colorito delle guancie, o per la vivezza dell'oc- 
chio, o per la speditezza del passo, così il risorgere d' una 
nazione apparisce a diversi segni nei diversi individui che 
la compongono. Io, scrivendo come ho scritto non ho inven- 
tato nulla, e non ci ho messo di mio altro che il vestito : 
Possa e le polpe me le ha date la nazione medesima; e 
pensando e scrivendo, non ho fatto altro che farmi in- 
terprete degli sdegni e delle speranze che mi fremevano 
d'intorno. E la mia nazione ha fatto buon viso a' miei 
scritti, come a persona di conoscenza ; e, com' è solito fare 

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Al SUOI VEBBI LXVll 

chi vive nell'abbondanza, ha voluto con bella conesia chia- 
marmi ricco della sua stus^a ricchezza, Or^ che ùshì span- 
de da sé la Lar^a vetia dei suoi tesori, o che il popolo ^ 
eterno poeta, ci svolge dinanzi la sua mai avigliosa, epopea, 
noi miseri accozzatoli di stiofaj bisogna guardaru o stupire, 
astenendoci religiosainunto dSminisaliiarfii oltre nei solenni 
parlari di casa. LUnuu della vita nuova sì accoglie di già 
nel vostro petto animoso, o giovani, che accorrete nei Campi 
Lombardi a dare il sangue per questa terra diletta. Ed io ne 
sento il preludio e ne bevo le note con tacita compiacenza. 
Toccò a noi il misero ufficio di sterpare la via, tocca a voi 
quello di piantarvi i lauri e lo quercie, alP ombra delle quali 
proseguiranno le generazioni che sorgono. Lasciate, o ma- 
gnanimi, che un amico di questa libertà che vi inspira la 
impresa santissima, baci la fronte e il petto e la mano di 
tutti voi. L* Italia adesso è costà : costà ove si stenta, ove 
si combatte, e ove convengono da ogni lato, quasi al grembo 
della madre, i figli non degeneri, i nostri primogeniti veri. 



Il maDoscritto originale non dà compiuta questa 
Prelazione; ma come conclusione di quel più che il 
Giusti avrebbe detto, sta bene di pubblicare le se- 
guenti parole, le quali è manifesto essere state scritte 
da lui perchè fossero note all'Italia. Da questa breve 
dichiarazione ispiiata da un generoso sdegno, apparirà 
inoltre il perchè siansi esclusi da questa Raccolta certi 
componimenti che furono scritti dal Giusti, e che an- 
darono sotto il suo nome nelle diverse edizioni delle 
sue poesie: 

Ecco le poche parole che avrei fatte precedere ai miei 
Versi, risparmiando a me e al lettore le smoriìe e le lungag- 
gini d^ una prelazione; ma le garbatezze fatte da due anni 
in qua a questi poveri Scherzi da corta buona gente di Lu- 
gano mi sforzano ad aggiungere duo altre righe di ringra- 
ziamento. 

Questi onesti tipografi raggranellarono di qua e di là 
tutto quel po' che poterono, e appena messo insieme il qua- 



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LXVIII PBEFAZIONI APPOSTE DAL GIUSTI 

dernOi sexiza badare se le cose raccolte erano o non erano 
mie, erano o non erano corrette, le pubblicarono a onore e 
gloria del mio Signor Me; e rimettendoci un tanto di ta- 
sca, come hanno assicurato, e come tutti credono ferma- 
mente. Per rimediare alle omissioni (io direi spropositi) 
della prima edizione, ne mandaron subito fuori un'altra, a 
il rimedio fu peggiore del male, e il furto fu scontato col 
latrocinio, protestando sempre che tutto era fatto per il 
mio decoro, per V utile del paese e per altre dieci belle cose 
di questo genere, colla buona fede che ò dote speciale de- 
gli Stampatori, e segnatamente di quelli che stanno sui 
confini, stanza prediletta di tutti i contrabbandieri. Dopo 
un anno e più di respiro, eccoti fuori la terza edizione fatta 
a Lugano come le altre sorelle, ma colla data di Bruxelles, 
che si potrebbe cred^e esservi stata messa per pudore, se 
il pudore stesse di casa coi galantuomini che ho nominati 
di sopra. In questa, come nelle altre, sono le solite strop- 
piature, il solito miscuglio degli £brei coi Samaritani, ma^ 
nifesta insomma la somma perizia nell'arte e V onestà di 
ventiquattro carati che distingue V Editore e tutti coloro 
che gli tennero il sacco. Ma tra gli altri regali che m'hanno 
fatto questi Apostoli della mia fama, il più bello, il più one- 
sto, il più caro di tutti, à quello d' otto o dieci composi- 
zioni che ho rifiutate e d' altrettante che non sono mie per 
nulla. Le rifiutate sono : — La Mamma educatrice — Un in- 
sulto d* apatia — Jl mio nuovo amico — Il colera — Professione 
di fede alle donne — Tirata a Luigi Filippo — Ricotta — L'Ave 
Maria — e Parole d* un Consigliere al suo Principe, — tutte 
scritte a diciott' anni, quando ero una mostia senza capo 
più assai che non sono adesso. 

Quelle fatte da altri sono: Il Creatore e il suo mondo — 
Il Giardino — Il fallimento del Papa — Come vanno le cose — 
Consigli del mio nonno — Una Marchesa — Per la soppressione 
dell* Antologia^ -— e finalmente poi un infame e miserabilis- 
simo Sonetto in onta di Pietro Oontrucci, del quale mi com- 
piaccio d' essere amico, e che di certo non mi crede capace 
d' una bassezza simile. 

Avrei menato buono tutto agli Editori Luganesi, per- 
chè in fondo una parte della colpa era mia, un po' per aver 
lasciati girare gli Scherzi, un po' per non averli pubblicati 
prima; ma questa d'attribuirmi un' infamia come quel So* 
netto, infamia di stile e di pensiero, senza sapere ohe con- 



AI SUOI VEBSI LXIX 

tristavano a nome mio V animo d' un uomo al quale sono 
debitore di mille garbatezze e d^ un' amicizia non ismentita 
mai, e che credo migliore di molti altri che gli gridano la 
croce addosso, è un^ ingiuria che non ho potuto comportare 
e della quale intendo di reclamarmi al cospetto di tutta 
r Italia. Del resto 

Babiuo i ladri, — è il lor dovere : il mio 
È di flchernirli. 



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VERSI PUBBLICATI DALL'AUTORE 

UOPO IL 1843 



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LA GUIGLIOTTINA A VAPORE 



Scritta nel 1833. Il Giusti in una lettera air amico 
Enrico Mayer (Epistolario, n. 34) dice di aver composto 
questo Scherzo contro i premi mal dati, ma lo dice per 
ischerzo poiché, com' è chiaro, ebbe un intento più alto, 
quello cioè di mettere alla berlina tutti coloro che per- 
seguitano la libertà in nome della religione, e più parti- 
colarmente di vituperare, come fa anche altrove, il feroce 
Duca di Modena Francesco IV, che si era tinto nel sangue 
generoso del Menotti e del Borelli, non d'altro rei che di 
avere creduto alla sua parola, e amata l'Italia. 

Hanno fatto nella China 
Una macchina a vapore 
Per mandar la guigliottina : 
Questa macchina in tre ore 
5 Fa la testa a cento mila 

Messi in fila. 



V. 3-4. — IlPoeta scrive Gruigliottina (con Vu) ed io dovevo 
fare a modo suo. Credo però che si debba scrivere Ghigliot- 
tina (con V h) perchè, sebbene questa cara macchina abbia 
preso il nome da Giuseppe Ignazio Guillotin, medi-co fran- 
cese, che la inventò nel 17Ó9, divenuta nel nome parolaùta- 
liana, va scritta come si pronunzia. Gli egregi compilatori 
del Vocabolario della Crusca la scrivono anch' essi a questo 
modo, vale a dire italianamente. È singolare che il Fanfani 
non la scriva nel suo vocabolario (Le Mounier, 1865) ne coli' u 
né coli' hj nò alla francese nò all' italiana. Che in Italia si sia 
abolita la cosa sta bene, ma niuno sosterrà, spero, che si 
debba abolire anche la parola. — Mandare, parlando come 
qui, di una macchina o congegno qualunque, vale farla fun- 
zionare; e. quando essa fa l'ufficio suo, si dice che va, — 
Questa macchina. Si noti 1' efficacia di questa ripresa, che ò 
cosi naturale nel parlare spontaneo, specie narrativo. 
Giusti . — Poesie. 1 

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-i LA GUIGUOTTINA A VAPORE 

L' jstriiB&e.Bto ha fatto chiasso, 
E quei.preti han presagito 
. Che il passe, passo passo 
10 Sarà presto incivilito : 

Rimarrà come un babbeo 

L' Europeo. 

L' Imperante è un uomo onesto ; 
Un po' duro, un po' tirato, 
15 Un po' ciuco, ma del resto 

Ama i sudditi e lo Stato, 
E protegge i bell'ingegni 

De' suoi regni. 

V era un popolo ribelle 
20 Che pagava a malincuore 

I catasti e le gabelle : 

II benigno imperatore 
Ha provato in quel paese 

Quest' arnese. 



V, 7. — Ha fatto chiasso. Cioè se ne son fatte di grandi 
lodi; e si dice anche nello stesso senso ha fatto rumore o 
un bel rumore. 

V.9. — Passo passo. Qui non vale come per lo più, adagio 
adagio^ ma tutt' altro : significa, dico, gradatamente, cioè di 
grado in grado, senza interruzione, che quello sarà proprio 
un progresso continuo e sollecito, ciò che è specificato più 
chiaramente- dal presto che segue. 

v. 11-12. — Rimarrà^ ecc. Cioè gli Europei paragonati ai 
Ohinesi inciviliti, rimarranno come tanti minchioni o citrulli, 

v. 14-15. —Duroj ecc. Duro significa che capisce poco, e 
ciuco che sa poco o nulla, cioè neanche que'le cose che, 
volendo, potrebbe arrivare a capire. — Tirato poi non vale 
avaro propriamente, ma ritenuto nello spendere fino alla 
gretteria. Tale, dico, è il significato delle parole prese da sé, 
ma l'attenuante espresso dall'avverbio un po'* è qui evi- 
dentemente ironico. 



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LA OUIGLIOTTINA A VAPORE 3 

9^ La virtù dell' istrumento 

Ha fruttato una pensione 

A quel boia di talento, 

Col brevetto d'invenzione, 

E l'ha fatto mandarino 
SO Di Pekino. 

Grida un frate : oh bella cosa ! 
Gli va dato anco il battesimo. 
Ah perchè (dice al Canosa 
Un Tiberio in diciottesimo) 
35 Questo genio non m' è nato 

Nel Ducato ! 

V, 27. — Boia di talento. Talento, posto come qui per in- 
degno, capacità e simili, non piace a qualche grammatico; 
tanto peggio per lui; che piace all' uso, Qu&mjpenes arbitrium 
-eit et ius et norma loquendi. Orazio, Poetica, v. 72, 

V. 29. — Mandarino, Grado di nobiltà nell'impero della 
China, dove ce ne sono nove ordini che formano i corpi 
più. ragguardevoli dello Stato. 

V. 83. — Canosa. Don Antonio Capece Minutolo, principe 
-di Canosa, che fu capo della polizia (1820) sotto Ferdinando I 
re delle Due Sicilie. Fu caro a Francesco IV duca di Modena, 
per le sue dottrine tiranniche e per la crudeltà implacabile 
con la quale perseguitava ogni spirito di libertà, e scrisse 
insieme col Bali Cosimo Samminiatelli in un giornale intol- 
lerabilmente retrivo che si pubblicava a Modena col titolo 
■* L.a Voce della verità. » 

V. 3i. — Tiberio in diciottesimo. Francesco IV duca di 
Modena (1779-1846). Lo chiama così a dinotarne schernevol- 
mente la crudeltà e 1' impotenza, ed altrove lo chiama un 
Tirannetto da quattordici al duetto^ e Rogantino di Modena* 



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RASSEGNAZIONE 
E PROPONIMENTO DI CAMBIAR VITA 



Scritta, come dice il Poeta, contro i Farisei (Epistola- 
rio, n. 34) quando, essendo studente nell'Università di Pisa,, 
fu ammonito da un Commissario di polizia. Il perchè e il 
come lo racconta egli stesso a Pietro Giordani cosi: — « La 
chiamata al Commissario allude a un fatto accaduto nel 
1833, quando ero scolaretto a Pisa, e quando le loro ec- 
cellenze birresche sentivano un non so che di rivoluzio- 
nario anco negli applausi fatti al teatro. Fui chiamato con 
altri cento come turbatore della quiete pubblica, e dopa 
essere stato minacciato d'arresto e di sfratto, se d' allora 
in poi non mi fossi fatto un dovere di sentire la musica 
come la sente il cuore di un Commissario di polizia, mi 
domandarono se avevo nulla da dire. — Niente altro, ri- 
sposi, se non che io non ero al teatro. — Come non eravate 
al teatro, se trovo il vostro nome sulla lista degli accu- 
sati? — Può essere, replicai, che i birri e le spie mi ab- 
biano tanto nell'anima da vedermi anche dove non sono. 
— Qui il Commissario montò sulle furie, ma io stetti duro, 
e citai per prova il conte Mastiani, dal quale 1' omo era. 
spesso a desinare. A questo nome, al vedere, gli si schie- 
rarono davanti i lessi e gli arrosti mangiati e da man- 
giare, perchè mutò tono a un tratto, e mi disse: — An- 
date, e in ogni modo prendete questa chiamata per 
un' ammonizione paterna. » — (Frassf, Vita di G. Giusti^. 
cap. IV.) 

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EAS8EGKAZ10NE, ECC. 

Io non m[ credo nato a buona iunaj 
111 se da questca dolorosa valle 
Sane a Gesù, riportar ò le spalle, 
Oh che fortuna] 

13 In quanto al resto poi non mi confondo: 
Faccia chi può con meco il prepotente, 
Io me la rido, e sono indifferente, 
Rovini il mondo. 

A quindici anni immaginava anch'io 
10 Che un uomo onesto, un povero minchione, 

Potesse qualche volta aver ragione: 
Furbo , per Dio ! 

Non vidi allor che barattati i panni 
Si fossero la frode e la giustizia: 
15 Ah veramente manca la malizia 

A quindici anni! 

Ma quando, in riga di paterna cura, 
Un birro mi copri di contumelia. 
Conobbi i polli, e accorto della celia, 
•20 Cangiai natura. 



V. 1. — Buona luna. Esser nato a buona o cattiva luna per 
esser nato fortunato o sfortunato, è come un resticciolo di 
astrologia nel parlare del popolo. 

V. 5-6. — Non mi confondo. Vale non me ne do pensiero. 
— Con meco. E più popolare in Toscana del semplice meco. 

V, 10. — Povero minchione. Veramente povero minchione 
si usa del continuo, quasi come sinonimo di uomo onesto e 
di modi semplici e schietti. Che i filosofi ci pensino su! 

V. 17. — In riga. Qui vale sotto colore, sotto pretesto, e 
altrove 1' adopera nel senso affine d' invece^ in luogo e simili. 

v. 19. — Conobbi i polli. Vale conobbi con che razza di 
gente P avevo a fare; ed il modo è popolarissimo.— Ce- 



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6 BASS£GKAZIONE 

Cangiai natura, e adesso le angherie 
Mi sembrano sorbetti e gramolate: 
Credo santo il bargello, e ragazzate 
Le prime ubbie. 

25 Son morto al mondo; e se il padron lo vuole, 
Al messo, all'esattore, all'aguzzino 
Fo di berretta, e spargo sul cammino 
Rose e viole. 

Son morto al mondo; e se novello insulto 
30 Mi vien da Commissari o colli torti, 

Dirò: che serve incrudelir co 'morti? 
Farce sepulto! 

Un diavol che mi porti o il lumen Christi 
s^ Aspetto per uscir da questa bega; 

85 Una maschera compro alla bottega 

De' Sanfedisti. 



Ha, Detto ironicamente: cioè del brutto scherzo o brutta 
tiro òhe mi si voleva fare. 

V. 23. — Bargello. Cosi si chiamava il capo dei birri. 

V. 26. — Messo, Vale l'impiegato che porta le citazioni, 
oggi usciere. — U Esattore, Qui non significa riscotitore in 
genere, ma riscotitore delle tasse. — Aguzzino, Queir uomo 
che armato di fucile guardava i galeotti o forzati. 

V. 30. — Colli torti. Si sogliono chiamare gì' ipocriti e i 
bacchettoni, perchè bene spesso, specie camminando, ten- 
gono piegato il collo da una parte. « E compensi il capo corto 
— Coli' andare a collo torto. » (Vedi Gingillino.) 

V. 33-34. — Lumen Christi. Si chiama lumen Christi una 
candela benedetta nel sabato santo, della quale si servono ì 
devoti come amuleto, specialmente contro i fulmini e le 
procelle. — Bega. Contrasto, briga, e in generale faccenda 
intrigata e disgustosa. 

V. 36. — Sanfedisti, Vedi la nota storica in fine alla poesia. 



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E PEOPONIMENTO DI CAMBIAB VITA 

La vita abbuierò gioconda e lieta, 

Ma combinando il vizio e la decenza, 
Velato di devòta incontinenza, 
40 Dirò compieta. 

Più non udrà l'allegra coi^itiva 

La novelletta mia, la mia canzone; 

Gole di frati al nuovo Don Pirlone 

Diranno evviva. 

45 In un cantone rimarrà la bella 

Che agli scherzi co* cari occhi m'infiamma, 
E raglierò il sonetto e l'epigramma 
A Pulcinella. 

Rispetterò il Casino, e sarò schiavo 
50 Di pulpiti, di curie e ciarlatani; 

Alle gabelle batterò le mani, 
E dirò bravo! 



V. 37. — Abbuierò, Cioè lascierò nelP ombra e farò che 
altri non risappia la vita allegra che ho menato fin qui. 

V. 39-40. — Velato, ecc. Velando di ostentata devozione i 
miei bassi appetiti, dirò compieta; cosi si chiama l'ultima 
delle ore canoniche, che anche i secolari eccessivamente de- 
voti si compiacciono di recitare. 

V. 43. — Don Pirlone, È il protagonista di una commedia 
di Girolamo Gigli (1660-1722) fatta a imitazione del Tartufo 
di Molière. Vero è che il Gigli lo chiama Pilone, ma quel 
nome divenuto proverbiale come denominazione comune ai 
bacchettoni e agi' ipocriti, ha acquistato, non so come 
quella r di più. 

V. 45. —Jn un cantone. Cioè sarà da me abbandonata, non 
curata, messa da parte. Il concetto poi di tutta la strofa è 
questo: invece di recitare alla mia bella gli scherzi a cui 
m' infiammava co' suoi cari occhi, reciterò, ragliando come 
un ciuco, gli epigrammi ed i sonetti laudatori!, a qualcuno 
di quei buffoni che contano, a qualcuna (per dirla giustesca- 
mente) di quelle zucche che stanno in cima. 

V. 49. — Casino, Casino o più esplicitamente Casino de'no- 



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8 RASSEGNAZIONE 

Cosi sarò tranquillo, e lunga vita 

Vivrò scema di affanni e di molestie; 
55 Sarò de' bacchettoni e delle bestie 

La calamita. 

Amica mi sarà la sagrestia, 

La toga, durlindana, e il Presidente, 
Sarò un eletto, e dignitosamente 
60 Farò la spia. 

Subito mi faranno cavaliere, 
Mi troverò lisciato e salutato, 
E si può dare ancor che sia creato 
Gonfaloniere. 

G5 Allora, ventre mio, fatti capanna; 

Manderò chi mi burla in gattabuia: 
Dunque s' intuoni agli asini alleluia. 
Gloria ed osanna. 



bili, si chiamava, specie in Toscana, il luogo dove i nobili 
si adunavano a conversare o a giocare ; e qui è posto per i 
nobili stessi. 

v. 58. — La toga. Cioè la magistratura. —'Durlindana. Lo 
Autorità militari. — Il Presidente, Il presidente del Buon Go- 
verno che cosi si chiamava in Toscana il direttore della 
polizia. 

V. 61. — Subito. Nota 1' arguzia epigrammatica che ha qui 
quest' avverbio. 

V. 64. — Gonfaloniere. Oggi Sindaco del Comune. 

v. 65-66. — Fatti capanna. Cioè allargati come una ca- 
panna. — Gattabuia. D' uso popolare nel senso di carcere, 
prigione, e secondo lo Zambaldi, è composto di buio con quel 
caia che è in catorbiay parola anch' essa usata familiarmente 
. per prigione, cioè luogo buio, ed è, secondo lo stesso filo- 
logo, composto di orbo (nel senso di cieco, privo di luce) con 
lo stesso caia che è in catacomba. Farebbe quindi pensare 
al cieco carcere dantesco. Del resto in Toscan£^ parlando 



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E PEOPONrME^ffTO DI CAMBrAB VITA 

eeuipr© sch era evol mente si suole desiji^nRre la prigione con. 
questa perìfrasi ia rimai — Domo-Fetri dove aon le finestra 
senza Tetri. — 



Nota storica. 

Dalle dottrine religiose e politiche di Giuseppe De Mai- 
stre (1755-1821), nacque la setta che dalle parole Santa-Fede 
fa detta dei Sanfedisti. Essi in religione erano cattolici, anzi 
papisti; sostenevano la sovranità temporale della Chiesa e 
l'autorità del pontefice su tutti i principi. Erano avversi 
all' impero, non per ispiriti italiani, ma perchè V impero non 
voleva accomodarsi alla supremazia della Chiesa anche nelle 
cose civili. Costoro insomma vagheggiavano un papato me- 
dioevale, che in nome di Dio esercitasse come una suprema 
signoria sui principi della terra. Quindi erano retrivi per ec- 
cellenza e intolleranti d' ogni civile progresso. Questa setta 
ebbe al certo, specialmente ne' suoi principii, uomini adorni 
di virtù, e che tenevano per fermo di fare opera utile e santa; 
ma quando certi governanti che ne accettavano fin dove le 
credevano utili le massime, ne vollero fare come un istru- 
mento di polizia, e poco cristianamente l'aizzarono contro i 
liberali, accolse nel suo seno ogni maniera d'ipocriti, di vio- 
lenti e di ribaldi, che trascorsero alle inique persecuzioni, ai 
tradimenti ed al sangue. 



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10 



IL DIES IME 



É scritta nel 1835 per la morte di Francesco I impe- 
ratore d'Austria (1768-1833), implacabile e crudele perse- 
cutore dei liberali italiani. Il Giusti in una lettera scritta- 
un anno dopo al Prof. Giovanni Bosini fra le altre cose 
%li dice: — e Io ho voglia di elevare (se m*è permesso 
dirlo) un poco questo genere di poesia, e quasi redimerla 
dalla pena non sua, che lo ha condannato ab antico a 
chiacchierare inutilmente. E in questo proposito mi con- 
fermò il Niccolini, quando mi trovai a dovergli recitare 
tremando il Dies Irae, Il buon uomo ne rise, e mlncoraggi 
a esercitarmi. » — (Epist. n. 4.) 

Dies ircB! è morto Cecco; 
Gli è venuto il tiro secco; 

Ci levò V incomodo. • 



Un ribelle mal di petto 

V. 1. — Il metro non è precisamente quello dell' inno 
ecclesiastico ohe ha questo titolo, ma dello Stahat^ e il Poeta 
a cui piaceva assai a cagione della sua snellezza, V adoperò 
molte altre volte. 

V. 2. — Tiro secco, È una specie di malattia propria del 
cavallo ; e qui è detto per disprezzo a significare un male 
sbrigativo. 

V, 4. — EiheUe, Quest' aggettivo ha qui il suo vero senso, 
cioè quello politico, come si vede dalla strofa seguente ; ma i 
medici chiamano ribelle ai rimedi o semplicemente -ribèlle 
una malattia non potuta sanare; e questo doppio senso dà 
più forza al ridicolo. 



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th DIES lEAE 11 

5 Te lo messe al cataletto: 

Sia laudato il medico, 

È dì moda: fìno il male 
La pretende a liberale: 

Vanità del secolo! 

IO Tutti i Principi reali 

E l'Altezze Imperiali, 

1/ Eccellenze eccetera, 

Abbruniscono i cappelli: 
Il Bali Samminiatelli 
15 Bela il panegirico. 

Già la Corte, il Ministero, 
Il soldato, il birro, il clero, 

Manda il morto al diavolo. 

Liberali del momento, 
20 Per un altro giuramento 

Tutti sono all'ordine. 



V. 5-6. — Te lo messe. Il te, detto in simili casi dativo 
etico, è d' uso comune specie nello stile familiare, e cresce 
forza alla frase; messe è generalmente preferito al mise dal- 
l' uso popolare toscano. — Laudato, invece di lodato^ è posto 
qui perchè la forma grave e solenne faccia contrasto col 
pensiero di scherno che esprime. 

V. 13. — Abbruniscono i cappelli. In questo senso 1' uso 
preferisce abbrunano e più spesso mettano il bruno, ecc. 

V. 15. — Bela, Allude all' elogio che il Bali Samminia- 
telli ne fece nel giornale intitolato : La Voce della verità ; e 
questa specie di allitterazione 6a, be, ci fa buon giuoco. Vedi 
pag. 8, nota al y. 38. 



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12 IL DIKS IBAB 

Alle cene, ai desinari 

(Oh che birbe!) i Carbonari 

Ruttan inni e brindisi. 

25 Godi, povero Polacco; 

Un amico del Cosacco 

Sconta le tue lacrime. 

Quest'è ito; al rimanente 

Toccherà qualche accidente: 
SO Dio non paga il sabbato. 

Ma lo Scita inospitale 

Pianta l'occhio al funerale, 

Sitibondo ed avido, 



V. 23. — Oh che birbe. È manifesta ironia. — I Carbonari. 
(Vedi la nota storica in fine della poesia.) 

V. 25-27. — Godiy eco. Cioè godete, o poveri Polacchi, Fran- 
cesco I alleato del Russo, cioè dello czar Niccolò, paga con 
la morte le lacrime che avete sparse. (Vedi la seconda nota 
storica e. s.) 

V. 28. — Questo è ito. Si noti che i Toscani in questo senso, 
specie con tono di disprezzo, dicono più spesso ito che an- 
dato. 

V. 30. — Dio non paga il sabbato. Questo modo prover- 
biale usitatissimo significa che Iddio non suol punire il mal- 
vagio appena che ha commesso il delitto, ma gli dà tempo e 
lo coglie poi; e l'immagine è tolta dall' uso costante di pa- 
gare gli operai in quel giorno della settimana. Del resto sab- 
bato (col doppio h) è proprio specialmente del Pesciatino e 
del Lucchese: a Firenze, e nel rimanente della Toscana, si 
dice e si scrive costantemente sabato (con un 6 solo). 

V. 31-33. — Ma lo Scita^ ecc. Cioè il fiusso, vale a dire 
r imperatore Niccolò suddetto. — Pianta V occhio. Questo 
piantare^ d' uso comune in Toscana, ha forza ed efficacia am- 
mirabili nel contesto. — Sitibondo^ ecc. Cioè bramoso di 
trarre qualche vantaggio dalla morte del suo alleato. 



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IL DIES IRArE 1S> 

Come iena del deserto, 
35 Annosando a gozzo aperto 

Il fratel cadavere. 
Veglia il Prusso e fa la spia, 
E sospirano il Messia 

U Elba, il Reno e V Oderà. 

40 Rompe il Tago con Pirene 

Le cattoliche catene, 

Brucia i frati e gongola, 

Sir John Bull propagatore 
Delle macchine a vapore 
45 Manda i tory a rotoli. 



V. 35. — Annosando, ecc. Annasare per annusare è propria 
del Pesciatino. 

V, 37*39. — Veglia il Prusso, ecc. « La Prussia, fiaccata da 
Napoleone nella battaglia di Jena, s' aiutava a risorgere per 
mezzo delle sètte, per esempio, di quella detta Ingenhund, e 
di spionaggi e d'astuzie politiche, proprie degli Stati deboli. 
* La Prussia fa a conto suo. » (Lett. 305). — E sospirano ecc.^ 
le Provincie germaniche, bagnate dai detti fiumi, aspettano il 
loro liberatore. » Còsi il Fioretto nel suo commento al G-iusti. 

V. 40-42. — Rompe il Tago, ecc. « Allude all'insurrezion& 
dei Portoghesi contro Don Pedro, e degli Spagnuoli contro 
Don Carlos che contrastava la corona ad Isabella II, in quel 
tempo segnacolo di libertà; ed ai barilotti di polvere messi 
nei sotterranei di alcuni conventi di Barcellona, mandati in 
aria. » Cosi commenta un condiscepolo dell' autore. V. Poe- 
sie di G-. Giusti, commentate da un condiscepolo dell'autore 
ed annotate di ricordi dal prof. G-. Cappi. Milano, C. Ali- 
prandi. 

v. 43. — Sir John Bull. Si usa comunemente questa sin- 
golare espressione (cioè Giovanni Toro) a dinotare la vec- 
chia Inghilterra aristocratica e conservatrice. 

V. 45. — Itory. Nella Camera dei Comuni Inglesi i Torys 
rappresentano il partito ^aristocratico, e i Whigs il partito- 
democratico. A rotoli. E più energico del semplice gettar 
giìiy e si dice anche mandare a ruzzoloni. 



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14 IL DIES IBAE 

Il Chiappini si dispera, 
E grattandosi la pera 

Pensa a Carlo Decimo. 

Eide Italia al caso reo, 
ho E dall'Alpi a Lilibeo 

I suoi re si purgano. 

Non temete; lo stivale 

Non può mettersi in gambale; 
Dorme il calzolajo. 

55 Ma silenzio ! odo il cannone : 

Non è nulla: altro padrone! , 
Habemus Pontificem. 

V. 46-48. — Il Chiappini, Cioè Luioi Filippo d' Orleans re 
<iei Francesi ; e lo chiama cosi, perchè allora andava attorno 
questa storiella: Filippo Egalité fuggito di Francia con la 
moglie incinta, e fermatosi a Marradi nel Fiorentino, ivi 
ebbe una bambina che barattò con un maschio nato a quei 
giorni a un birro, che si chiamava appunto Chiappini. — 
Grattandosi la pera, cioè la testa che pera per testa si usa 
schernevolmente anche nella frase far la pera o tagliar la 
2iera a uno, per ghigliottinarlo. La frase del Giusti poi, 
■doveva riuscire anche più opportuna a' suoi tempi, nei quali 
andava attorno una caricatura sullo Charivari (giornale sa- 
tirico parigino), conosciuta col nome singolare di sorite, 
perchè con una serie di ritratti via via modificati, trasfor- 
mava la testa di Luigi Filippo in una pera tale e quale, 
— Fensttf ecc. Cioè teme di esser cacciato come Carlo decimo 
:Suo predecessore, ciò che realmente gli avvenne nel 1848. 

V. 50-51. — Lilibeo. Oggi capo Boèo presso Marsala. — 
JSi purgano. Per prevenire gli eifetti della paura. 

V. 52. — Lo stivale, ecc. Non può rassettarsi, accomodarsi, 
-che gli stivali si rimettono in gambale, cioè in forma ap- 
punto per questo. E fuori di metafora : L' Italia non può ri- 
sorgere per ora ; il popolo, o anche quel principe che po- 
trebbe aiutarla, dorme. Quando scriveva questa poesia 
pensava a quell' altra (o forse F aveva già scritta), che do- 
veva riuscire cosi degnamente famosst, intitolata appunto 
« Lo Stivale, » 

V. 56. — Habemusj ecc. E la frase con la quale si annuncia 



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IL DIES lEAE 15 

officialmente ai fedeli dalla loggia di S. Pietro, la creazione 
<V un nuovo papa, ma divenuta proverbialmente comune a 
significare un nuovo padrone come qui, che vuol dire il 
nuovo imperatore che fu Ferdinando I. 



Note Storiche. 

I. — La setta dei Carbonari (proprio il rovescio di quella 
dei Sanfedisti) era nata, più che altro, dalle dottrine fran- 
cesi, che furono dette della Enciclopedia. In religione erano 
teisti, e consideravano il Vangelo come il codice morale 
della civiltà moderna; in politica volevano un* eguaglianza 
onesta ed una libertà temperata, 1' abolizione dei privilegi 
del clericato, 1' indipendenza dello Stato dalla Chiesa, e so- 
pratutto dell' Italia dagli stranieri. 

Uomini di grande animo, insigni per ingegno o dottrina, 
s' ascrissero in gran numero a questa setta o ne professarono 
i principii; ma, come sempre avviene nelle sètte, vi si affi- 
liarono anche molti atti piuttosto a screditarla che a darle 
lustro. Ben presto i Carbonari si contarono a migliaia, e 
quantunque il maggior numero avesse sede nel regno delle 
Due Sicilie, dove la setta può dirsi nata sotto V infelice 
Murat, e nello Stato della Chiesa, dove per la mala signoria 
dei preti erano maggiori gli abusi e quindi più. opportuni i 
rimedi ; ben presto si sparsero per tutta l' Italia. 

II. — La Polonia fu divisa per ben tre volte; la prima 
divisione fra la Russia, la Prussia e l'Austria avvenne il 
5 agosto 1722. Una piccola parte ne rimase indivisa, ser- 
bando il nome di Regno di Polonia, ma in sostanza non era 
altro che una provincia russa. La seconda divisione, tra la 
Kussia e la Prussia soltanto, avvenne il 9 aprile 1793 ; e 
finalmente la terza, fra queste due Potenze e l'Austria, il 
di 3 gennaio 1795. Da quel giorno in poi la Polonia cessò 
di vivere come Stato indipendente. 



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LEGGE PENALE PER GL' IMPIEGATI 



Scritta nel 1835. Sette anni dopo in una lettera al- 
l' amico Andrea Francioni (Epist. n. 81) il Giusti se ne 
mostra assai scontento, dicendo che la compose in un 
momento di falso appetito, e che ne accenderebbe volen- 
tieri il caminetto. — Che la pensasse veramente cosi è 
forse lecito dubitarne, perchè se non è delle migliori, ci si 
sente pur sempre qua e là la mano del maestro. 



Il nostro sapientissimo Padrone 

Con venerato motuproprio impone 
Che da oggi in avanti ogn' impiegato, 
Per il ben dello Stato, 

(Per dir come si dice) ari diritto; 
E in caso d' imperizia o di delitto. 
Lo vuol punito scrupolosamente 
Colla legge seguente: 



V. 1-2. — Padrone. Gl'impiegati, specie quelli di corte, 
erari soliti di chiamar cosi il Granduca, non tanto forse per 
servilità, quanto per una specie di familiarità devota e af- 
fettuosa. — 3/o^//p^o/)7•^o, Decreto detto cosi per significare 
che il Principe l'aveva fatto di suo proprio moto, cioè di 
sua spontanea volontà. 

V. 5. — Arar diritto e anche più comunemente rigar di- 
riftoj vale condursi bene, fare in tutto e per tutto il proprio 
dovere. 



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LEGGE PENALE PER GL'IMPIEGATI 17 

Se un real Segretario o Cameriere 
10 Tagliato, puta il caso^ a barattiere, 

Ficca, a furia di brighe, in tutti i buchi 
Un popolo di ciuchi; 

Se un Oancellier devoto della zecca 
Sulle volture o sul catasto lecca, 
15 E attacca una tal qual voracità 

Alla Comunità; 

Se a caso un Ispettor di polizia 

Sganascia o tiene il sacco, o se la spia 
Inventa, per non perder la pensione, 
20 Una rivoluzione: 

Son piccoli trascorsi perdonabili, 
Dall' umana natura inseparabili ; 



V. 9-10. — Segretario, Povero Segretario messo a pariglia 
con un cameriere ! — Tagliato^ ecc. Esser tagliato a una cosa 
vjtle esserci disposto, esserci nato ed à d* uso comune. Puta 
Gaso, puta il caso, o anche puta semplicemente nel senso di 
per esempio. 

V. 13-16. —Z)cuo/o, ecc., cioè amante del danaro. — Lecca. 
È d'uso comune nel senso di far guadagno astatamente 
specie sui conti, alterando le partite. — Attacca^ ecc. Frase 
assai sgarbata (postilla il Eanfani) per significare che eser- 
cita la sua voracità, la sua smania di lucro anche sopra il 
Comune. Ma piglia un granchio, perchè attaccare significa 
qui,- come nell'uso costante toscano, comunicare ad altri la 
malattia della quale uno è infetto. Ora questo Cancelliere ha 
la malattia del ladro e V attacca anche agli amministratori 
del Comune, dando loro il cattivo esempio. 

V. 18. — Sganascia. Cioè si lascia corrompere, perchè ci 
guadagna, perchè ci mangia; e mi fa pensare alla frase man- 
giare a due ganasce o a due palmenti^ che potrebbe spiegarne 
l'uso in questo senso. 

Giusti. — Poesie, 2 

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18 I.EOOR PENALE PER GL'IMPIEGATI 

Né sopra questi allungherà la mano 
Il benigno Sovrano. 

25 Ma nel delitto poi di peculato, 

Posto il vuoto di cassa a sindacato, 
Chi avrà rubato tanto da campare, 
Sia lasciato svignare. 

Chi avrà rubato poco, si perdoni, 
30 E tanto più se porta testimoni 

D' essersi a questi termini ridotto 
Per il giuoco del Lotto. 

Se un real Ingegnere o un Architetto 
Ci munge fino all'ultimo sacchetto, 
35 Per rimediare a questa bagattella 

Si cresca una gabella. 

Se saremo costretti a trapiantare 
Un Vicario bestiale o atrabiliare, 

V. 23. — Né .... allungherà^ eco. Cioè non li punirà. 

V. 25. — Peculato, Vale furto del danaro pubblico, com- 
messo da chi ha 1' uf&cio di riceverlo e custodirlo. 

V. 28. — Svignare o svignarsela ò d' uso comunissimo nel 
linguaggio familiare per scomparire, fuggire lesto lestOy spa- 
rire, dileguarsi, ed in questo senso si dice anche /umarse^a; 
p. es., vedendosi in pericolo se la fumò. 

V. 32. — Per il giuoco, ecc. Si racconta che un vicario regio, 
appassionatissimo del gioco del lotto, spendesse in questa 
passione tutto il danaro che aveva ricavato dalle licenze di 
caccia; minacciato d*an processo, vedendo inevitabile la. con- 
danna, ottenuta udienza dal Granduca, si difese cosi: «Al- 
tezza, non mi sono condotto delicatamente, è vero, ma danno 
dello Stato non c^ è, perchè io non ho fatto altro, in sostanza, 
che prendere i danari da una cassa, e metterli in un' altra. » 
Del processo non se ne parlò più. Forse il Poeta, quando 
scrisse questi versi, pensava a questa storiella, la quale è 
cosi graziosa, che meriterebbe d' esser vera. 

V. 37. — Trapiantare, Cioè trasferire, mutar di luogo, ma 

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J.EQGE PENALE PER GL' IMPIEGATI 10 

Tanto per dargli un saggio di rigor© 
40 Sarà fatto Auditore. 

Se un Consiglier civile o criminale 
Sbadiglierà sedendo in tribunale, 
Visto che lo sbadiglio è contagioso, 
Si condanni al riposo. 

45 Se poi barella, o spinge la bilancia 

A traboccar dal lato della mancia, 
GÌ' infliggeremo in riga di galera 
Congedo e paga intera. 

Se un Ministro riesce un po' animale, 
50 Siccome bazzicava il Principale, 

Titolo avrà di Consigliere emerito 
E la croce del merito. 



dice scjierzevolmente a quel modo, come se si trattasse d'un 
cavolo o simili. 

V- 45 — 'barellare. Mal reggersi in piedi, hareollare; e 
per traslato come qui, prevaricare, scostarsi dal dovere, ecc. 

vM' — ^'* i^ig^i ecc. Cioè invece di galera. (Vedi pag. 5, 
V. 17 in nota.) 

V. 5u. — siccome bazzicava^ ecc. Considera questo partico- 
lare come una condizione escusante, per la ragione conte- 
nuta nel proverbio che dice : « Chi bazzica lo zoppo impara 
a zoppicare. » 

Y. 52. —La croce ^ ecc. Così si chiamava la croce dell'or- 
dine di San Giuseppe. 



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20 



ALL'AMICA LONTANA 



Composta nel 1836. Il Giusti in una lettera a Silvia 
Giannini nel 1840 gli dice : — < Troverà in questi versi 
abbondanza soverchia, mille cose ripetute, e quel non so 
che di mistico e d'aereo, che oggi è di scuola; io però, 
quando li scrissi, non ascoltai che il bisogno del cuore, 
e non mi parve di dir troppo. Mi sovviene d'averli detti 
a qualcuno, e d'avere osservato che non dispiacevano per 
la parte dell'affetto: tanto mi basta. Del rimanente gli 
amici sanno che io non iscrivo in questo genere. » — (Epi- 
st. n. 67.) E veramente e' è qua e là del mistico e anch& 
di ciò che si suol dire di repertorio, ma per l' intimità del 
sentimento e per l'elegante trasparenza dello stile è nel 
suo genero poesia degna d'essere studiata. 

Te solitaria pellegrina, il lido 

Tirreno e la salubre onda ritiene, 
E un doloroso grido 
Distinto a te per tanto aere non viene, 
5 Né il largo amaro pianto 

Tergi pietosa a quei che t'ama tanto. 

V. 6. — « Quei è lo stesso che quegli; ed è errore usarla 
ne' casi obliqui. Lo usò anche il Niocolini; ma ciò non basta 
a far che non sia errore. » Cosi il Fanfani. — Ma altro che 
Niccolini ! L' aveva usato cinque secoli prima nientemeno 
che Dante, e in una terzina che tutti sanno a memoria: 

Poscia eli' i' ebbi rotta la persona 
Di due ponte mortali, mi rendei 
Piangendo a quei che volentier perdona. 
{Purg., Ili, 120.) 

Ed è tuttavia usato dalle persone colte, comunque la pos' 
»ano pensare certi grammatici. 



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all'amica lontana 21 

E tu conosci amore, e sai per prova 
Che, nell' assenza delP obietto amato, 
Al cor misero giova 
10 Interrogar di lai tutto il creato. 

Oh se gli affanni accheta 
Questa di cose simpatia segreta; 

Quando la luna in suo candido velo 
Ritorna a consolar la notte estiva, 
15 Se volgi gli occhi al cielo, 

E un' amorosa lacrima furtiva 

Bagna il viso pudico 

Per la memoria del lontano amico, 

Quell' occulta virtù che ti richiama 
20 Ai dolci e malinconici pensieri, 

È di colui che t' ama 
Un sospir, che per taciti sentieri 
Giunge a te, donna mia, 
E dell' anima tua trova la via. 

25 Se il venticel con leggerissima ala 

Increspa V onda che lieve t' accoglie, 

E sussurrando esala 

Intorno a te dei fiori e delle foglie 

Il balsamo, rapito 
30 Lungo ai pomarii dell' opposto lito; 

Dirai: quest' onda che si lagna, e questo 
Aere commosso da soave fiato. 
Un detto, un pensier mesto 

V. 13. — Velo» Chiama candido velo 11 candore della luna 
quasi personificandola. 

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22 all'amica lontana 

Sarà del giovinetto innamorato, 
35 Cui deserta e sgradita 

Non divisa con me fugge ]a vita. 

Quando sull' onda il turbine imperversa 
Alti spingendo al lido i flutti amari^ 
E oscurità si versa 
40 Suir ampia solitudine dei mari, 

Guardando da lontano 
L' ira e i perigli del ceruleo piano ; 

Pensa, o cara, che in me rugge sovente 
Di mille e mille affetti egual procella.. 
45 Ma se Taere fremente 

Raggio dirada di benigna stella, 
È il tuo sereno aspetto 
\ Che reca pace all'agitato petto. 

Anch'io mesto vagando all'Amo in riva^ 
50 Teco parlo e deliro, e veder parmi 

Come persona viva 
Te muover dolcemente a consolarmi: 
Riscosso alla tua voce 
Nell'imo petto il cor balza veloce. 

55 Or flebile mi suona e par che dica 

Nei dolenti sospiri: oh mio diletto. 

All' infelice amica 

Serba intero il pensier, serba V affetto ; 

Siccome amor la guida, 
CO Essa in te si consola, in te s' affida. 

V. 56, — Nei,^.. sospiri. Modo dantesco 

...e dicea nei sospiri: 
Chi in' Ila negate le dolenti case ? 

{In/., Vin, 120.) 

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ALL'AMIGA LONTANA 2S 

Or mi consiglia, e da btigiardi amici 
E da vane speranze a aè mi cliiama. 
Brevi giorni infelici 
Avrai, mi dice, ma d'intatta fama; 
65 Dolce perpetuo raggio 

Eischiarerà di tua vita il viaggio. 

Conscio a te stesso, la letizia, il duolo 
Premi e l'amor di me nel tuo segreto; 
A me tacito e solo 
70 Pensa, e del core ardente, irrequieto, 

Apri F interna guerra, 
A me che sola amica hai sulla terra. 

Toma la cara immagine celeste 

Tutta lieta al pensier che la saluta, 
75 E d' un Angelo veste 

L'ali, e riede a se stessa, e si trasmuta 

Quell'aereo portento, 

Come una rosea nuvoletta al vento. 

Cosi da lungo ricambiar tu puoi 
80 Meco le tue dolcezze e le tue pene; 

Interpreti tra noi 
Fien le cose superne e le terrene : 
In un pensiero unita 
Sarà cosi la tua colla mia vita. 

85 II sai, d'uopo ho di te: sovente al vero 
Di cari sogni io mi formava inganno; 
E omai l'occhio, il pensiero 

V. 78. — Rosea nuvoletta^ eco. In quest' immagine soave 
c^ è del dantesco. 

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^"l^'T^ 



24 all'amica lontana 

Altre sembianze vagheggiar non sanno; 
Ogni più dolce cosa 
90 ^ngge l'animo stanco e in te si posa. 

Ma cosi solo nel desio che m'arde 

Virtù vien manco ai sensi e all'intelletto, 
E sconsolate e tarde 
Si struggon l'ore che sperando affretto: 
95 Ahimè, per mille affanni 

Già declina il sentier de' miei begli anni! 

Forse mentr'io ti chiamo, e tu noi sai, 
Giunge la vita afflitta all'ore estreme; 
Ne ti vedrò più mai, 
100 Né i nostri petti s'uniranno insieme: 

Tu dell'amico intanto 
Piangendo leggerai l'ultimo canto. 

Se lo spirito infermo e travagliato 
Compirà sua giornata innanzi sera, 
105 Non sia dimenticato 

Il tuo misero amante: una preghiera 

Dal labbro mesto e pio 

Voli nel tuo dolore innanzi a Dio. 

Morremo, e sciolti di quaggiù n' aspetta 
110 Altro amore, altra sorte ed altra stella. 

Allora, o mia diletta, 



V. 104. — Innanzi sera, 

E compie' mìa giornata iimaiizi aera. 

(P£TBABCA, Oaiiz. Son., 34.) 

E veramente in questi versi di mesta armonia, e' è come il 
presentimento di morire ancor giovine. 



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all'amica loktana 25 

La nostra vita si farà più bollat- 
ivi le nostre brame 
Paghe saranno di miglior legame. 

115 Di mondo in mondo con sicuri voli 

Andran l'alme, di Dio candide figlie, 
Negli spazii e nei soli 
Numerando di Lui le maraviglie, 
E la mente nell'onda 

120 Dell'eterna armonia sarà gioconda. 



Nota del Giusti. 



Il Giusti inviando all' amico Francesco Silvio Orlandini 
una copia dei suoi Versi di serio argomento, (Livorno, tip. 
Bertani, 1844), scrisse sotto questa poesia le parole seguenti : 

« Mi dettò questi versi il bisogno di sfogare in qualclie 
modo un amore vero, schietto, fortissimo, che mi sovrabbon- 
dava neir animo. Eravamo nel luglio del 1836, e già. da anni 
e anni io ero preso di quella, alla quale furono indirizzati. 
A lei come a me correva l'obbligo di non ismentire un amore, 
dal quale non potevamo tirarci indietro nessuno di due. Di 
chi fosde la colpa non tocca a me a dirlo, ma il fatto è che 
fu sciolto poche settimane dopo che io le ebbi mandati que- 
sti versi. Dal dolore che n'ebbi, nacque in gran parte il nuovo 
giro che presero i miei pensieri e il mio stile. » (Vedi G. Giu- 
sti, Scritti vari p^r la maggior parte inediti, pubblicati per 
cara di Aurelio Gotti. Firenze, Le Mounier, 1866, pag. 45.) 



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26 



LO STIVALE 



Lo compose nel 1836, e nel 1540 in una lettera ad En- 
rico Mayer lo chiama, troppo modestamente, uno sveglia- 
rino riguardo alla Storia d'Italia; e più tardi dice che ci 
ravvisa più una certa arguzia che ana vena veramente 
poetica. — (Giusti, Scritti vari, pag. 58). 

Certo l'arguzia c'è, e anche l'epigramma, due cose 
che del resto si trovano dove più e dove meno in tutte le 
satire non declamatorie, specie in quelle del Giusti. E se 
qui ce n'è forse più che altrove, ciò era richiesto dalla in- 
venzione, del resto amenissima, che è quasi l'anima di 
questa poesia, la quale doveva riuscire, come riusci, tanto 
e così utilmente popolare. 

Esaminiamola brevemente. La nostra penisola, per la 
sua conformazione geografica, rende immagine d'uno stivale 
fatto cosi alla peggio. Questa somiglianza materiale serve 
appunto di fondamento all'invenzione del P. Egli in tempi 
che dell'Italia non se ne poteva neanche parlare impune- 
mente, parlerà di questo stivale, anzi personificandolo in- 
trodurrà lui stesso a parlare di sé, a raccontarci ad una 
ad una le sue vicende. Egli farà in sostanza un'allegoria, 
il cui velo però sarà cosi tenue, che ogni occhio potrà fa- 
cilmente oltrepassarlo; farà un'allegoria, dico, più nella 
parola che altro, anzi farà piuttosto una burla d'allegoria, 
che un'allegoria davvero. 

Ciascun vede che un'invenzione come questa doveva 
ne' suoi particolari mettere il P. bene spesso in difficoltà 
ohe, superate felicemente, dovevano fruttargli alte lodi, 

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^*ff^?^^»: 



LO STIVALE 27 



e le superò sempre in modo meraviglioso. La descri- 
zione dello Stivale ha un' esattezza ed un' efficacia sin- 
golari: il senso proprio ed il figurato si rispondono^ 
e, quasi direi, s'immedesimano cosi bene fra loro, 
che quello li è al tempo stesso uno stivale e la Penisola 
italica; non c'è che dire; e l'ultimo tocco « M'hanno sem- 
pre portato un po' per uno » è l'ultima pennellata d'un 
capolavoro. 

La sestina quarta che serve di protasi a questa spe- 
eie di poemetto storico, è molto ingegnosa ed accortis- 
sima: ci vedete il P. che, sentendo la vastità del tema, lo 
restringe più che può. Difatti lo Stivale non farà la lunga 
enumerazione, la litania^ di tutti quelli che in cosi lungo 
periodo di storia se ne vollero via via impadronire, ma 
dirà solamente, cosi per bizzarria, dei più famosi, mo- 
strando come lo misero a soqquadro, e come poi passò di 
ladro in ladro. 

E mantiene quanto ha promesso. Da principio lo 
Stivale corse tutto il mondo da sé, cosa incredibile, me- 
ravigliosa; meravigliosa come la potenza romana; finché, 
volendo correr troppo, cadde giù per il proprio peso; pre- 
cisamente: Jpsa sua mole ruit. La confusione e il parapiglia 
che avvenne poi fra i barbari e gli stranieri, o venuti da 
sè,o chiamati dal papa o dal demonio, alla conquista del- 
l'italico Stivale; Federigo Barbarossa e la Lega lombarda, 
Carlo d'Angiò ed i Vespri Siciliani, le Repubbliche marit- 
time e commetcianti, le ricchezze che accumularono e la 
mollezza di cui queste furon cagione, Carlo Vili e Pier 
Capponi, Francesco I re di Francia e l'imperatore Car- 
lo V, la caduta della libertà fiorentina, la ladra e ampol- 
losa signoria spagnuola, quella corrompitrice dei Medici, 
lo smembramento del paese, fino alla dominazione austriaca 
del regno cosi detto Lombardo-Veneto: Napoleone e la 
spedizione di Russia, dove una nevata a mezza strada gli 
gelò le gambe; insomma i personaggi e gli avvenimenti 
maggiori della storia nostra, sono rappresentati con ve- 
rità e con quella spigliatezza meditata e al tempo stesso 

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"28 LO STIVALE 

popolana, che è propria solamente del Giusti. Ho detto che 
il Poeta mantiene la promessa,* devo ora aggiungere che 
«gli fa anche qualche cosa di più. Non si contenta di rac- 
contare ciò che all'Italia era avvenuto; ma consiglia e 
presagisce ciò ch'essa doveva fare e ciò che le doveva 
Avvenire. — Cercate (dice il P., in nome dell' Italia 
agl'Italiani) un uomo animoso e italiano che mi faccia 
tutta d'un pezzo e tutta d'un colore. 

Non poteva esprimere in modo più netto e popolar- 
mente efficace il concetto dell'unità, quel concetto che do- 
veva finalmente darci una patria. 



lugeg^ati, se puoi, d'esser palese. 
Dante, Rime. 



Io non son della solita vacchetta, 
Né sono uno stivai da contadino; 
E se paio tagliato coli' accetta, 
Chi lavorò non era un ciabattino : 
5 Mi fece a doppie suola e alla scudiera, 

E per servir da bosco e da riviera. 

Dalla coscia giù giù sino al tallone 
Sempre all'umido sto senza marcire; 
Son buono a caccia e per menar di sprone, 
10 E molti ciuchi ve lo posson dire : 



V. 3-6. — Tagliato coWaceetta, Di una persona e anche di 
una cosa qualsiasi si dice che par tagliata coll^ accetta, a si- 
gnificare che è fatta grossolanamente, fatta senza garbo nò 
grazia; che anche questo modo è popolarissimo. — Alla acu- 
diera. Si chiama alla scudiera quello stivale ohe arriva sino 
a mezza coscia, e da padule, se va anche più su. — Da bosco 
€ da riviera. Servir da bosco e da riviera è modo proverbiale 
che significa esser buono a tutto, esser disposto ad afiron- 
iare ogni pericolo e simili. 



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LO STIVALE 2Ì> 

Tacconato di solida impuntura, 

Ho r orlo in cima, e in mezzo la costura. 

Ma r infilarmi poi non è si facile, 

Né portar mi potrebbe ogni arfasatto ; 
15 Anzi affatico e stroppio un piede gracile, 

E alla gamba dei più son disadatto; 
Portarmi molto non potè nessuno, 
M'hanno sempre portato a un pò 'per uno. 

Io qui non vi farò la litania 
20 Di quei che fur di me desiderosi; 

Ma cosi qua e là per bizzarria 
Ne citerò soltanto i più famosi, 
Narrando come fui messo a soqquadro, 
E poi come passai di ladro in ladro. 

26 Parrà cosa incredibile: una volta. 

Non so come, da me presi il galoppo, 
E corsi tutto il mondo a briglia sciolta; 
Ma camminar volendo un poco troppo, 



V. 11-12. — TaceonatOj ecc., significa con suola a più doppi 
e fortemente impuntite come si fanno i grossi tacchi. — Ho- 
r orloj ecc. L* orlo, sono le Alpi, la costura gli Appennini. 

. . . . n bel paese 
' Ch' Appennin parte, e '1 mar circouda e 1' Alpe. 

(Petrabca, P. I. Sonetto 96.) 

V. 14-15. — Arfasatto, Si dice nel linguaggio familiare 
d' un uomo da poco fra il meschino e il triviale, ed anche 
d'un volgare raggiratore. — Stroppio, Si noti che l'uso po- 
polare toscano preferisce costantemente la metatesi strop- 
piare, stroppio, ecc., alla forma che si dice più regolare stor- 
piare, storpio, ecc. 

V. 26. — Da me. Credo voglia dire (fuori di metafora) 
senza signorie straniere, e più generalmente colle sole mie 
forze. 



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■^^77" 



30 LO STIVALE 

L'equilibrio perduto, il proprio peso 
30 In terra mi portò lungo e disteso. 

Allora vi successe un parapiglia; 

E gente d'ogni risma e d'ogni conio 
Pioveano di lontan le mille miglia, 
Per consiglio d'un Prete o del Demonio: 
35 Chi mi prese al gambale e chi alla fiocca, 

Gridandosi tra lor: bazza a chi tocca. 

Volle il Prete, a dispetto della fede. 
Calzarmi coli' aiuto e da sé solo; 
Poi senti che non fui fatto al suo {Hede, 
40 E allora qua e là mi dette a nolo: 

Ora alle mani del primo occupante 
Mi lascia, e per lo più fa da tirante. 



V. 31-37. — Parapiglia. Confusione improvvisa e scompi- 
glio di persone e di cose. — JSgente^ ecc. E gente d'ogni ma- 
niera, d'ogni fatta e simili, che tale è il valore delle parole 
risma e conio; ma con un senso dispregiativo. È chiaro che 
si allude ai barbari e agli stranieri in generale, venuti in 
Italia o per cupidigia propria, o chiamati o invitati da nn 
Prete, cioè da un Papa o da altri per nostra disgrazia. — 
Gambale o anche tromba è la parte dello stivale che cinge 
la gamba ; e fiocca è la parte di esso che sta sul davanti 
del piede. — Bazza. Dal tedesco bazze, guadagno. Si usa nel 
senso di buon mercato, tanto che se si compra sotto prezzo 
qualche cosa, si suol dire che à stata una bazza. Si usa poi 
per estensione nel senso di buona fortuna, e ironicamente 
per mala fortuna; quindi il detto proverbiale « bazza a chi 
tocca», che qui è posto nel senso buono, vale felice quello a 
cui tocca e simili. — A dispetto^ ecc. Allude alle parole di 
Oesù Cristo « Jl mio regno non è di questo mondo » ed accenna 
qui in modo molto sintetico alle am'bizioni terrene di molti 
Papi. 

V. 41. — Ora alle mani, eco. Ora (cioè ai tempi del Poeta) 
o mi lasciano nelle mani del primo che mi piglia, o più 
spesso si mettono d' accordo con lui, e V aiutano a tenermi 
sotto. 



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LO STIVALA 84 

Pacea col Prete a picca, e le calcagna 
Volea piantarci un bravazzon Tedesco^ 
-ijtìl/ Ma più volte scappare in Alemagna 

Lo Yidi 3iil cavai dì San Franceaco; 
In seguito tornò; ci s'è spedato, 
Ma tutto fin a qui non m'ha infilato. 

Per un secolo e più rimasto vuoto, 
50 Cinsi la gamba a un semplice mercante; 

Mi riunse costui, mi tenne in moto, 
E seco mi portò fino in Levante, 
Buvido si, ma non mancava un ette, 
E di chiodi ferrato e di bullette. 

55 H mercante arricchì, credè decoro 

Darmi un po' più di garbo e d'apparenza: 
Ebbi lo sprone, ebbi la nappa d'oro. 
Ma un tanto scapitai di consistenza ; 
E gira gira, veggo in conclusione 

60 Che le prime bullette eran più buone. 

V. 44. — Bravazzone. Accrescitivo di bravazzo, o più co- 
munemente bravaceiOf vale prepotente, provocatore, smar- 
giasso e simili ; e qui è detto di Federigo Barbarossa vinto 
più volte dalla Lega lombarda. 

V. 46-47. — Cavai di 8. Francesco, Cioè a piedi; perchè 
cosi viaggiava il poverello d'Assisi e cosi i suoi seguaci. — In 
seguito tornò. Non lui naturalmente, ma via via gV impera- 
tori, che anche qui il Poeta rappresenta sinteticamente 
l'impero prima Germanico e poi Austriaco, fino a' suoi tempi 
nei quali 1' Austria possedeva il Regno Lombardo-Veneto 
soltanto. 

V, 60. — Semplice mercante^ personifica in questo mercante 
le repubbliche più mercantili d' Italia, come Venezia, Pisa, 
G-enova e Amalfi. 

V. 53. — Un ette. Cioè un nonnulla o più semplicemente 
nulla. 

V. 55. — Il mercante arricchì, U P. vuol dire che quelle 
repubbliche commercianti si fecero ricche, e per effetto 

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32 LO STIVALE 

In me non si vedea grinza né spacco, 
Quando giù di ponente un birichino 
Da una galera mi saltò sul tacco, 
E si provò a ficcare anco il zampino; 
65 Ma largo largo non vi stette mai, 

Anzi un giorno a Palermo lo stroppiai. 

Fra gli altri dilettanti oltramontani, 
PjBr infilarmi un certo re di picche 
Ci si messe co' piedi e colle mani; 
70 Ma poi rimase li come berlicche, 

delle ricchezze, come sempre avviene, gli animi si aramol- 
lirono. 

V. 62.— tZn birichino. Carlo I d'Angiò (1220-1285). La 
voce birichino si dice più comunemente come bricconcello, 
d' un ragazzo o male educato o impertinente ; e si chiamano 
birichinate le monellerie che è solito di fare: talvolta si 
adopera anche in modo vezzeggiativo, ma qui invece ha senso 
, dispregiativo. 

V. 64. — Il zampino. Dinanzi ai nomi maschili comincianti 
in z si può adoperare tanto 1' articolo t^ quanto 1* articolo 
lo, ma quest' ultimo suole essere preferito dall' uso. 

y,Q6.— Palermo, Allude alla rivoluzione dei Vespri Si- 
ciliani avvenuta il 80 Marzo 1282 per la quale gli Angioini 
furono cacciati di Sicilia. 

V. 68-70. — i?e di picche, Carlo Vili (1470-1498); lo chiama 
Ee di picche per dispregio; modo usitatissimo in Toscana 
con immagine tolta dal giuoco delle carte. — Co* piedi e colle 
mani, cioè con tutte le forze. —i2*ma»e, ecc.Eimanere o restare 
li come Berlicche, frase d' uso comunissimo in Toscana, vale 
restar deluso nelle proprie speranze, ma detto sempre in un 
senso derisorio come qui, dove si potrebbe anche dire restare 
come un minchione, o anche restare come quello. Del resto 
Berlicche è il nome di un diavoletto che a quanto dicono le 
Mamme popolane di Toscana e anche delle Marche (e forse 
anche d' altri paesi) ai loro figlioletti per tenerli in riga, 
ha r ufficio di portarsi via i bimbi cattivi. Che diamine poi 
abbia che fare tuttociò con la frase in discorso, non lo sa- 
prei dire davvero, che per quante ricerche abbia fatto, non 
ho potuto trovare, riguardo alla sua origine, nulla di fon- 
dato. Dirò invece, sebbene non necessario al testo del Giu- 
sti, che è pure popolarissima in Toscana la frase fare ber- 



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LO STIVALE 33 

Quando un cappon, geloso del pollaio, 
Gli minacciò di fare il campanaio. 

Da bottega a compir la mia rovina 

Saltò fuori in quel tempo, o giù di li, 
75 Un certo Professor di medicina, 

Che per camparmi sulla buccia, ordi 
Una tela di cabale e d'inganni, 
Che fu tessuta poi per trecent'anni. 

Mi lisciò, mi copri di bagattelle, 
80 E a forza d' ammollienti e d' impostura 

Tanto raspò, che mi strappò la pelle; 
E chi dopo di lui mi prese in cura. 



licche e berlocche o da berlicche e da berlocche la quale si dice 
di un uomo incoerente o anche imbroglione che oggi ti 
parla in un modo e domani in un altro, e ti cambia, se 
occorre, le carte in mano, d' uno insomma di quegli uomini 
che si sogliono chiamare &anrferote. 

V. 71. — Un cappon, ecc. Vedi la nota storica in fine 
della poesia. 

V. 75-76. — Uri certo Professor di medicina» Si accenna al 
dominio in Toscana della famiglia dei Medici durato dal 1537 
al 1737, da Cosimo I a Gian Gastone, e alle arti per lo più 
coperte é insidiose (senza dire che talvolta furono aperta- 
mente malvage e violente) adoperate da essi ad ottenere ed 
a mantenere la potenza. Dice che costoro uscirono da bottega, 
ad accennare che da principio non erano che semplici mer- 
canti, i quali per disprezzo si soglion chiamare bottegai. — 
Camparmi sulla buccia. Vivermi sulla pelle come gli animali 
parasi ti. {Fioretto). 

V. 82. — E chi, ecc. Qui il P. si discosta dalla verità sto- 
rica, perchè quelli che dopo i Medici presero in cura, cioè 
presero a governare la Toscana (furono i principi della 
casa di Lorena, Francesco I, Pietro Leopoldo I, Ferdinan- 
do III e Leopoldo II) non conciarono veramente i Toscani 
con la stessa ricetta, cioè con gli stessi modi di governo, seb- 
bene avessero tutti, non escluso il grande riformatore Pietro 
Leopoldo, il torto di curare poco o nulla la milizia. 

Giusti, — - Poesie, 3 



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34 LO STIVALE 

Mi concia tuttavia colla ricetta 

Di quella scuola iniqua e maledetta. 

85 Ballottato cosi di mano in mano, 

Da una fitta d'arpie preso di mira, 
Ebbi a soffrire un Gallo e un Catalano 
Che si messere a fare a tira tira: 
Alfin fu Don Chisciotte il fortunato, 

00 Ma gli rimasi rotto e sbertucciato. 

Chi m'ha veduto in piede a lui, mi dice 
Che lo Spagnolo mi portò malissimo: 
M'inzafardò di morchia e di vernice, 
Chiarissimo fui detto ed illustrissimo; 
&5 Ma di sottecche adoperò la lima 

E mi lasciò più sbrendoli di prima. 

V. 87. — Gallo, Francesco I re di Francia 1494-1543. — Ccb- 
talano, Carlo V re di Spagna, delle due Sicilie e Impe- 
ratore di Germania (1500-1558),* lo chiama Catalano e più. 
giù Spagnolo, da Catalogna regione littorale di Spagna. 

V. 90. — Sbertucciato, Cioè malmenato, malconcio. Sber- 
tucciare si adopera nel senso di gualcire o sversare una cosa 
qualsiasi e specialmente un cappello o berretto; forse come 
opinano taluni, da sberrettucciare non più in uso. 

V. 91. — Chi m' ha veduto, ecc. E veramente la Spagna 
nel tempo che dominò in tanta parte d^Italia, fa ladra e cor- 
ruttrice insieme; e, male minore, ma male pur sempre, vi 
portò quella pompa vana ed ampollosa, cosi nel vestire come 
nel parlare, che tutti sanno, tantoché 1* Ariosto potè con ve- 
rità scrivere quella sentenza divenuta quasi popolare, cioè : 
« La vile servitù Spagnuola messe la signoria fino in bor- 
dello. » {Sat, II). 

V. 93. — M* ima/ardo, Inzafardare ed inzavardare vale 
propriamente impiastricciare, imbrattare con materia attac- 
caticcia, specialmente untuosa. 

V. 95-96. — Sottecche, significa di nascosto, e si usa sol- 
tanto come qui nello stile che tiene più o meno del burlesco 
e del satirico. — Sbrendoli e anche brindelli si chiamano più 
propriamente i pezzi cascanti di un vestito logoro e sdrucito. 

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LO STIVALE 35 

A mezza gamba, di color vermiglio, 

Per segno di grandezza e per memoria, 
M'era rimasto solamente un Giglio: 
100 Ma un Papa mulo, il Diavol l'abbia in gloria, 

Ai Barbari lo die, con questo patto 
Di fame una corona a un suo mulatto. 

Da quel momento, ognuno in santa pace 
La lesina menando e la tanaglia, 
105 Cascai dalla padella nella brace : 

Viceré, birri, e simile canaglia 
Mi fecero angherie di nuova idea. 
Et diviserunù vestimenia mea. 

Cosi passato d'una in altra zampa 
110 D'animalacci zotici e sversati, 

Venne a mancare in me la vecchia stampa » 
Di quei piedi diritti e ben piantati, 



V. 99-102. — Giglio. Lo stemma di Firenze, la quale fino al 
1580 si resse a repubblica. — Papa mulo. Clemente VII. Lo 
chiama mulo, perchè figlio spurio di Giuliano de' Medici. 

Ai barbari» Cioè agli stranieri, agli Spagnuoli retti da 

Oarlo V. — Mulatto, Cioè Alessandro de' Medici, detto cosi, 
perchè è fama che Clemente lo avesse da una schiava nera, 
sebbene si facesse credere figliuolo di Lorenzo duca d'Urbino. 
Begnò bestialmente fino al 1537, nel quale anno fu ucciso a 
tradimento da Lorenzino de' Medici. 

T. 105. — Cascai^ ecc. Cascar dalla padella nella brace, 
modo usitatissimo ohe vale andare inaspettatamente di male 
in peggio. 

V. 108. — Et diviserunty ecc. Queste parole della Sacra 
Scrittura sono usate proverbialmente in Toscana, anche da 
chi non sa nulla di latino, appunto nel senso che hanno qui: 
* Si divisero le mie spoglie ; » cioè, mi rubarono ogni cosa. 

V. 110. — eversati. Cioè che non hanno verso, malfatti 
insomma. 



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36 LO STIVALE 

Co'qaaliy senza andar mai di traverso^ 
Il gran giro compiei delP universo. 

115 Oh povero stivale! ora confesso 

Che m'ha gabbato questa matta idea: 
Quand'era tempo d'andar da me stesso^ 
Colle gambe degli altri andar volea; 
Ed oltre a ciò, la smanìa inopportuna 

120 Di mutar piede per mutar fortuna. 

Lo sento e lo confesso ; e nondimeno 
Mi trovo cosi tutto in isconquasso, 
Ohe par che sotto mi manchi il terrena 
Se mi provo ogni tanto a fare un passo ; 
125 Che a forza di lasciarmi malmenare, 

Ho persa l'abitudine d'andare. 

Ma il più gran male me l'han fatto i Preti, 
Kazza maligna e senza discrezione; 
E l'ho con certi grulli di poeti, 
130 Che in oggi si son dati al bacchettone: 

Non e' è Cristo che tenga, i Decretali 
Vietano ai Preti di portar stivali. 



V. 127. — / preti. Cioè i Papi per quella loro smania del 
dominio temporale. 

V. 131. — Non c'è Cristo^ ecc. Il Fioretto commenta: «Si 
dice più che altro quando uno copre col nome di Dio e dei 
Santi le sue mire ambiziose e perverse. » — E il Fanfara : 
« Qui finge parlare con quei preti e dir loro : E inutile che 
gridiate Cristo, Cristo; i preti non son fatti per aver signo- 
ria temporale.» — Ciò servirà forse a spiegare l'origine della 
frase, ma il fatto sta che essa si usa nel senso di quest' altre : 
non e' è modo, non e' è verso, è inutile, E più spesso ancora^ 
si mette al plurale quel santo nome e si tace il verbo tenere. 
— Non c'è Cristi che voglia far nulla; e simili. — Decretali^ 
Cioè la legge canonica. E si noti che in questo luogo, la pa- 



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LO STIVALE 37 

E intanto eccomi qui roso e negletto, 
Sbrancicato da tutti, e tutto mota; 
135 E qualche gamba da gran tempo aspetto 

Che mi levi di grinze e che mi scuota; 
Non tedesca, s'intende, ne francese. 
Ma una gamba vorrei del mio paese. 

Una già n'assaggiai d'un certo Sere, 
140 Che se non mi faceva il vagabondo, 

In me potea vantar di possedere 
Il più forte stivai del mappamondo : 
Ah! una nevata in quelle corse strambe 
A mezza strada gli gelò le gambe. 

145 Rifatto allora sulle vecchie forme 
E riportato allo scorticatoio. 
Se fui di peso e di valore enorme, 
Mi resta a mala pena il primo cuoio; 
E per tapparmi i buchi nuovi e vecchi 

150 Ci vuol altro che spago e piantastecchi. 

roìa Stivale fa molto bene le due parti in commedia assegna- 
tele dal i:*oeta. 

V. 134. — Sbrancicato, Sbrancicare d' uso più comune in 
Toscana che brancicare^ vale maneggiare e rimaneggiare 
senza i debiti riguardi e quindi malmenare una cosa, spe- 
<}ialmente facile a guastarsi: e sbrancicato qui significa ap- 
punto malconcio, ridotto in pessime condizioni e simili. 

V. 139. — Sere, Napoleone I, lo chiama Sere perchè oggi 
questa voce si usa per lo più in senso ironico e comico, come 
qui per signore. 

V. 144. — 6?e/ò, ecc. La spedizione in Eussia del 1812. 

V. 145. — Rifatto j eco. Accenna alle restaurazioni dei prin- 
cipi assoluti fatte in Italia dopo la caduta di Napoleone, in 
forza dell'atto finale di Vienna del 1815. 

V. 150. — Piantastecchi, È quel punterolo diritto e assai più 
grosso di una lesina, con cui si fanno i buchi nei quali si 
piantano quegli stecchì o cavicchi, che servono a tenere le 
suola insieme e unite al tacco. 

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38 LO STIVALE 

La spesa è forte, e lunga è la fatica: 
Bisogna ricucir brano per brano ; 
Ripulir le pillacchere; all'antica 
Piantar chiodi e bullette, e poi pian piano 
155 Eiingambalar la polpa ed il tomaio: 

V Ma per pietà badate al calzolaio! 

E poi vedete un po': qua son turchino, 

Là rosso e bianco, e quassù giallo e nero; 
Insomma a toppe come un arlecchino: 
160 Se volete rimettermi davvero, 

Fatemi, con prudenza e con amore, 
Tutto d'un pezzo e tutto d'un colore» 

Scavizzolate all'ultimo se v'è 

Un uomo purché sia, fuorché poltrone; 
165 E se quando a costui mi trovo in pie, 

Si figurasse qualche buon padrone 



V. 153. — Pillacchere, Schizzi di mota specie sui vestiti, e 
qui è esteso anche agli stivali. 

V. 155. — Ringamhalare, Cioè rimettere in gambale (che 
cosi chiamasi la forma della gamba) ]a polpa che qui è presa 
per la gamba stessa, e rimettere in forma il tomaio, parola 
che qui è presa per tutto il piede. 

V. 157. — Qua son turchino, ecc. Qui ad accennare i vari 
stati ne' quali era divisa l'Italia, si vale dei colori della ban- 
diera di ciascuno: turchino era il colore di Casa Savoia (Pie- 
monte); bianco e rosso, della Toscana; giallo e nero, bandiera 
austriaca (Lombardo-Veneto). Si noti che l'enumerazione è 
incompiuta mancando nientemeno che il Regno delle Due 
Sicilie, i ducati di Parma, di Modena e di Lucca, e gli Stati 
della Chiesa, che il Poeta non ha creduto di dover fare una 
sì lunga litania. 

V, 163. — Scavizzolare» Vale cercare con ogni impegno una 
cosa o persona difficile a scovare. 

V. 166. ■— Buon padrone. Ironicamente per prepotente, 
provocatore e simili. 



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LO STIVALE SS 

Di far eoa meco il solito mestiere. 
Lo piglieremo a calci Bcl sedere, 

V. 1G7-168* — Coti meco. Vedi pag. 5j nota al v. 6. — Lo pt- 
glierejìw, eco, Vedi come V allegoria è conservata magi a trai* 
niente «ino all^ ultimo verso* 



Nota storica. 

Carlo Vili re di Francia, calato in Italia per in- 
vito di Lodovico il Moro, con nn esercito poderoso per 
la conquista del reame di !^5■apoli (1494) entrò in Firenze 
alla testa de' suoi, tenendo la lancia sulla coaciOf ciò che 
nelle consuetudini guerresche d' allora significava conqui- 
sta. I Fiorentini, sebbene, per politica, gli facessero festa, 
pure fermi com' erano di mantenere la propria libertà, ave- 
vano empite le loro case di armati, con 1' ordine di uscire, 
quando udissero sonare a stormo le campane. Il Re voleva 
imporre gravi condizioni come a vinti, ripetendo sempre che 
era entrato in città in quell'atteggiamento di conquistatore; 
ed essi non intendevano di accettarle in alcun modo. Gli 
animi erano da una parte e dall'altra esacerbati, e si stava 
per venire alle armi, quando un giorno discutendosi pur sem- 
pre le proposte del Re, e dichiarando questi superbamente 
che non voleva da esse recedere ne mitigarle, Pier Capponi 
(uno dei quattro cittadini deputati a trattare) strappò dalle 
mani del segretario i patti da non tollerarsi, e stracciandoli 
sotto gli occhi del Re, soggiunse con voce concitata: « Poi- 
ché si domandano cose si disoneste, voi sonerete le vostre 
trombe, e noi soneremo le nostre campane.» (Guicciardini, 
lib. I). Queste animose parole indussero Carlo Vili a ripensare 
a' casi suoi, e la dignità della repubblica fiorentina fu salva. 

Il Poeta, scrivendo questi versi, si ricordava certamente 
della celebre terzina del Machiavelli: 

Lo strepito dell' armi e de' cavalli 
Non potè fare che non fosse adita 
La voce d' un Cappon fra tanti Galli, 
(Diurnali, I). 



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40 



LA FIDUCIA IN DIO 



STATUA DI LORENZO BARTOLINI 



Il Poeta scrisse questo sonetto nel 1836, e in una let- 
tera al dott. Frediano Fredianelli (Vedi Giusti, Scritti 
varij pag. 41) dice: « La Fiducia in Dio di Bartolini, scol- 
pita per la Poldi-Trivulzio è rappresentata da una giovi- 
netta che nella sua prima adolescenza ha già sentito lo 
strale del dolore e la necessità di cercare un conforto, ele- 
vando la mente dalle vane speranze di questa vita a 
quelle di un bene meno caduco. Ella è genuflessa, ed il 
corpo e le braccia, con Funa palma nell'altra, lascia mol- 
lemente cadere sui ginocchi, volgendo al cielo la faccia 
in una soavissima malinconia, nella quale scorgi la cer- 
tezza d'aver trovato un refugio » 

Pietro Giordani non iscorge in quella giovinetta 
scolpita segno alcuno di dolore, ma si di fiducia piena 
in Dio, a cui tutta si abbandona; e credo che abbia ra- 
gione; ma quando il Giusti la vide la prima volta, l'animo 
suo, pieno d' amarezza per una recente sventura, gliela 
colorò di mestizia. (Epist., n. 114). Del resto quel che più 
preme è che il sonetto sia bello, com'è veramente. 

Ma giacché ho citato il Giordani, voglio qui riportare, 
almeno in parte a istruzione dei giovani studiosi, ciò che 
egli dice di questo capolavoro: € Appena il Bartolini 
ebbe proposto di figurare La Fiducia in Dio^ si diede a 
modellare una verginetta tra i quindici e i sedici anni; 
bellezza delicata e vereconda ; niente fantastica, ma tutta 
presa dal naturale vivente in Firenze: e l'atteggiò del 

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LA FIDUCIA IBT DIO 41 

capo e del volto e delle braccia e di tutta la persona, per 
modo che non più efficacemente da anima innamorata e 
tutta vivente in Dio si potrebbe dire : « In te solo e pie- 
namente confido ». La pose tutta ignuda; e tanto santa- 
mente velata di sua purissima innocenza, che niuno (se 
già non fosse il Tartufo) può imaginare del formosissimo 
corpo di lei altro che una candida veste di anima candi- 
dissima. Sta seduta sulle calcagna ; le braccia mollemente 
distese sulle cosce, la destra palma sottoposta alla sini- 
stra : alzata la testa al cielo, e dolcemente piegata a di- 
ritta; di che alquanto la dilicata gola rigonfia: gli occhi 
fervidissimamente intenti al Signore altissimo, la bocca 
mezzo aperta, come volesse favellare ; con tanto ardore 
di affetto che veramente si vede separata ben lontano 
dalla bassezza di questo mondo ; tutta vìvente in lui che 
unico desidera, e di lui sicurissima. Appena le fui innanzi 
mi parve propria e viva imagine di quella piissima, la 
quale fu veduta dal nostro poeta (al cominciare T ottavo 
del Purgatorio) \ 

Ficcando gli occhi verso 1' oriente 

Come dicesse a Dio : d' altro non calme.... 

Ed è si manifesta V intenzione della santa fanciulla, che 
niuno se ne potrebbe ingannare. Non è da credere che sia 
dolente, non timorosa, non supplichevole;, è amante e si- 
cura; è veramente la Fiducia. Nulla domanda; che già 
possiede quello che unicamente desidera, la perpetua as- 
sistenza del suo creatore. E però V artista (sovrano filo- 
sofo) non la pose in atto di pregare e genuflessa, poiché 
la positura di pregante è transitoria come queir affetto : 
l'animo della confidenza è permanente; e cosi le diede 
stabile e comodo atteggiamento di seduta. Non protende 
ansiosa le mani supplicanti; posano nella quiete cui dalla 
sicurezza riceve T animo e la persona. Crederò che in tale 
riposo durerà lungamente, perchè vedo che già da un 
pezzo vi dura; facendone argomento il cedere delle mor- 
vide carni alla pressione delle cosce sopra le gambe ; e 

— gle 



4^ LA FIDUCIA IN DIO 

per lo piegare de' piedi (aggravati dal corpo che le calca- 
gna sostengono) corrugata un poco la pelle delle piante. 
Stupirei. che altri mai potesse diversamente vederla: 
e stupii, quando intesi che alcuno avesse pensato e detto 
all'artista: Impropriamente nominate Fiducia questa fan- 
ciulla: essa è la Rassegnazione. Alla quale sentenza tanto 
inaspettata contraddice il Bartolini; il quale pur deve sa- 
pere che cosa ebbe in animo di fare, e certamente basta 
a fare ciò che vuole. Ognun vede se in questa celeste 
garzonetta sua creatura è punto di mestizia, o almeno di 
quella stanchezza che si rende vinta alla non vincibile 
necessità. > (Pietro Giordani, Scritti editi e postumi, 
pubblicati da Antonio Gussalli. Milano, Sanvito, 1857, 
voi. V, pag. 70). 



Come dicesse a Dio : d'altro non calme. 
Dante, Purg, 

Quasi obliando la corporea salma, 

Rapita in Quei che volentier perdona, 
Sulle ginocchia il bel corpo abbandona 
Soavemente, e l'una e l'altra palma. 



v. 2. — Rapita in Quei, ecc. « Per quanto stupendamente 
questa perifrasi si attaglia all' intimo pensiero del gran pec- 
catore (Manfredi) cantato da Dante, per altrettanto non è 
naturale in questo caso, parlandosi di donna purificata e 
santificata dal dolore, e cui ben poco o nulla il Signore ha da 
perdonare. » Cosi Ersilio Bicci (Giusti, Frose e Poesie scelte 
e commentate per le scuole, Firenze, Bemporad, 1895). Ed in 
questo ha ragione ; ma lasciando anche stare che la Fiducia 
del Giusti, disingannata de' beni terreni, languente di dolore 
e che si sente fuggire la vita, non h quella del Bartolini ; la 
frase dantesca Quti che volentier perdona, io non la credo al- 
tro, in questo luogo, che una semplice perifrasi, considerata 
dirò cosi obiettivamente, a dinotare Dio per l'attributo della 
clemenza. Dante ha preso la mano al Giusti: ecco tutto. 

Del resto la Fiducia del Bartolini non è (e mi dispiace) 
nel Camposanto di Pisa, come afferma il Biagi (vedi il suo 



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LA FIDUCIA IN DIO 4B 

Un dolor stanco, una celeste calma 
Le appar diffusa in tutta la persona, 
Ma nella fronte che con Dio ragiona 
Balena P immortai raggio dell'alma; 

E par che dica: se ogni dolce cosa 

M'inganna, e al tempo che sperai sereno 
Fuggir mi sento la vita affannosa, 

Signor, fidando, al tuo paterno seno 
L'anima mia ricorre, e si riposa 
In un affetto che non è terreno. 



bel commento al Giusti, Poesie scelte. Le Monnier. 1886Ì che 
la con Tonde con un'altra statua anch'essa del Bartolini e 
deguissima di tanto artista, conosciuta e ammirata col nome 

di « IXCO-SSOL/B LE. » 



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44 



A SAN GIOVANNI 



Scritta nel 1837, contro quelli, come dice il Poeta, che 
fanno mercato di tutto. (Epist. n. 34). E altrove dice che 
rinno gli pare una delle cose sue meno felici, e che ci 
sente dentro delle stiracchiature, dei giuochi di mano di 
pessimo gusto. (Giusti, Scritti vari). E delle stiracchia- 
ture ce n'è veramente; e allo sforzo e all'artifizio so- 
verchio, si accoppia talvolta Foscurità. Ma con tutto ciò 
è pur sempre poesia originale e degna del Giusti, cosi 
per la sostanza come per la forma, specie nei luoghi più 
spontanei e più familiari. 



In grazia della zecca fiorentina 

Che vi pianta a sedere in un ruspone* 
San Giovanni, ogni fedel minchione 
A voi s'inchina. 



V. 2. — Ruspone. Antica moneta d' oro fiorentina, che si 
continuò a comare fino agli ultimi tempi del Granduca Leo- 
poldo II, sul conio stesso dell' antico fiorino. Portava da una 
parte il giglio, antico stemma di Firenze, e perciò dicevasi 
anche gigliato, e dall'altra S. Giovanni, patrono della città, 
seduto. Il suo valore era di tre zecchini equivalente a lire 
trenta e ventiquattro centesimi. 

V. 3. — Ogni fedel minchione. Modo familiare che si usa 
a significare qualsivoglia persona, ancorché molto semplice 
o di poco ingegno o di poca esperienza del mondo : e si dice 
anche nello stesso senso^ ma più garbatamente, ogni fedel 
cristicmo. 



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A ^ÀJS GIOVAKN[ ^ 

5 Per voi sconvolto il mondo e indiavolato 

S' agita come maro in gran burrasca : 

IL vostro aureo vapor giù dalla tasca 

Dello scapato, 

Sgorga in pioggia continua ^ feconda 
JSf Al baro, al sarto, a epicureo vivaio, 

E s'impaluda in man doir usuraio 

Pestifera onda. 

Dai turbante invocato e dalia stola 
Siete del pari; ai santi, ai birichini, 
15 Ai birri smessi quondam Giacobini 

Voi fate gola. 

Gridano Ave spes unica in un coro 
A voi scontisti, bindoli e sensali, 
A voi per cui cancellan le cambiali 
20 II libro d' oro. 

V. 10. — Baro, Truffatore specialmente al ginoco delle 
carte. Ejoicureo vivaio, luogo dove si fa lecito tutto ciò che 
piace. 

V. 18-16. — Dal turbante, eco. Cioè dai Turchi e dai pre- 
ti; e in genere dagli uomini tutti, qualunque religione pro- 
fessino. — Giacobini. Si chiamavano propriamente i frati 
domenicani del convento di S. Jacopo a Parigi, e con que- 
sta appellazione furono designati di poi i più accesi fautori 
della rivoluzione francese alla fine del secolo XYIII, per- 
chè tennero le loro prime adunanze in quel convento. Qui 
vale in generale liberali avanzati o come oggi si dice radicali, 
-^Fate gola. Cioè siete bramato, agognato con metafora tolta 
dall' appetito, come V auri sacra fames di Virgilio, e si dice 
anche in senso più o meno letterale tirar la gola, ed è pro- 
verbiale in Toscana, specie nel contado, il verso « La ciccia 
è cotta, e la gola mi tira. » 

V. 18. — Scontisti, Si chiamano quei banchieri che scon- 
tano le cambiali, cioè ne pagano la valuta al possessore prima 
della scadenza, pigliando perse il compenso'diun tanto per 
cento. 

V. 20. — Il libro d'oro. Si chiama cosi il libro che contiene 



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46 A SATff GIOVANNI 

Vecchia e novizia deità, che il callo 
Ha già sul core e pudicizia ostenta, 
Perde le rose e itterica doventa 

Del vostro giallo. 

25 II tribuno che tiene un piede in ^Francia, 

L'altro a Modena, e sta tra due sospeso, 
Alza ed abbassa al vostro contrappeso 
La rea bilancia. 

Voi, ridotto a trar sangue da una rapa, 
30 Dal giorno che impegnò la navicella, 

Chiama al deserto della sua scarsella 
Perfino il Papa. 

1^ elenco o registro delle famiglie nobili. E il P. vuol dire 
ohe le cambiali, cioò i debiti, riducono alla miseria molte 
nobili famiglie. 

V. 21-24. — Vecchia e novizia, ecc. Senso : Certe belle 
donne (i galanti le chiamano dee) o già molto innanzi sulla 
mala via o che c^ entrano allora, le quali ostentano nelle 
parole una pudicizia che non hanno nel cuore, antepongono 
jqX rossore della verecondia il giallo delP oro ; cioè 1^ oro 
all' onestà. Difatti la vergogna tinge il viso in rosso simile 
a quello della rosa, e V itterizia lo tinge in giallo simile a 
quello dell' oro. — Doventa per diventa^ non è come afferma 
il Frizzi, un fiorentinismo plebeo da evitare, ma V usano in- 
sieme con r altro, e forse più spesso delP altro, anche le 
persone colte, cosi parlando come scrivendo, senza dire che 
:se ne trovano esempi negli scrittori che si sogliono enume- 
rare tra i più puri. 

V. 25. — Il Tribuno, ecc. A quei tempi e' erano degli ar- 
meggioni politici italiani, che mentre esuli in Francia (retta 
da Luigi Filippo, che fu detto il re borghese), ostentavano 
amore di libertà, se l' intendevano segretamente con Fran- 
cesco IV Duca di Modena. (Vedi pag. 3, nota al v. 84). 

V. 29. — Voif ridotto, ecc. Accenna ai grossi debiti con- 
tratti dallo Stato pontificio, essendo papa Gregorio XVI, il 
quale si era ridotto a esigere imposte da^ suoi popoli che 
non ne potevano più pagare ; che trarre o cavare sangue da 
una rapa, modo proverbiale usitatissimo in Toscana, signi> 
fica appunto esiger danaro da chi non ne ha. 

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óo 



Il sax giovani?! 

8 al ve, o bel conio, al secolo mercaote 
Polare stella! Ippocrate, il Giornale, 
E la monomania trascendentale 

Filosofante, 



E prete Apollo in maschera che predica 
Sempre pagano sull'arpa idumea. 
Fidano in te, pensando diarrea 
40 Enciclopedica. 

Oh mondo, mondo! oh gabbia d'armeggioni, 
Di grulli, di sonnambuli e d^ avari, 
I pochi che per te fan de' lunari 

Son pur minchioni! 

45 Non delle sfere l'armonia ti guida, 

Ma il magnetico suon delle monete: 
Francia s'arruffa intanto nella rete 

Del birre Mida. 



V. 34-40. — Ippocrate j ecc. Cioè: I medici, i giornalisti, i 
fìlosofi fanatici e trascendentali e i postini che, pagani in 
cuore, predicano, scimiottando il Manzoni, religione sul- 
V arpa idumea (cioè sull^arpa di Palestina, suir arpa santa 
insomma), mentre mandano fuori a fatica (ponsando) quella 
loro robaccia indigesta sopra ogni argomento {diarrea En- 
ciclopedica) non cercano altro che di far quattrini. 

V. 41-44. Armeggiom, Qui come nelP uso comune to- 
scano vale imbroglioni. — Fan de* lunari. Senso : Quei pochi 
pensatori che in buona fede si mettono in capo di migliorare 
e raddrizzare il mondo, son pur minchioni ! essi pensano a 
una cosa impossibile, scai)ibiano T ideale col reale, fanno 
dei castelli in aria, che questo è appunto il senso della 
frase far dei lunari, 

"7. 48. — Del ìfirro Mida, Cioè di Luigi Filippo, e lo chiama 
hirro per i natali che taluni gli attribuivano, (vedi pag. 14, 
nota al V. 46) e Mida per le grandi ricchezze, delle quali po- 
teva disporre. 

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48 A SAN GIOVANNI 

Sostien l'amico con un laccio al collo 
50 Anglia con fede che la greca ecclissa; 

Lacera il Belgio la volpina rissa 

D*un protocollo. 

In furor di Cannibali si cangia 

Lo scisma ibero che sé stesso annienta; 
55 Cannibale peggiore or lo fomenta, 

Poi se lo mangia. 

Sognan d'Italia i popoli condotti 
Con sette fila in cieco laberinto: 
Giocano i re per arte e per istinto 
60 Ai bussolotti. 

V. 49-52. — Sostien f ecc. Accenna alla mala fede dell' In- 
ghilterra verso gli amici in generale ; e forse scrivendo que- 
sti versi, ripensava alla cessione fatta ad Ali della città di 
Parga dagP Inglesi, chiamati in aiuto contro i Turchi, da 
quegli eroici cittadini. Vedi Bekchet, / profughi di Parga ; 
e vuol dire che la mala fede inglese supera (ecclissa) anche 
quella degli antichi greci, che divenne popolare nel prover- 
bio: Oraecafides, nulla fides. È poi noto come per P assesta- 
mento del regno del Belgio ben 64 progetti o protocolli si 
discussero dalla diplomazia, e durarono le trattative non 
meno di otto anni (1830-1837). 

V. 53-5b. — In furor ^ ecc. Qui è pennelleggiata la contesa ■ 
fra la regina Cristina e Don Carlos, e fra i costituzionali J 
ed i legittimisti e i clericali. Inoltre si allude agli incorag- 4 
giamenti dati alla rivoluzione dal governo inglese, desi- | 
deroso di aprire un largo mercato in Spagna ai suoi prodotti I 
industriali, alle sue armi edalle sue munizioni. (Vedi Poesie I 
di G. Giusti commentate da un condiscepolo ed annotate di J 
ricordi storici dal prof. G. Cappi. Milano, tip. 0. Aliprandi). 

V. 58-60. — Con sette, ecc. Veramente i popoli d' Italia 
erano condotti non da sette, ma da otto regnanti, cioè: il 
Lombardo-Veneto dall' imperator d' Austria, il Piemonte 
da Carlo Alberto di Savoia, il ducato di Parma da Maria 
Luigia, austriaca, il ducato di Modena da ' Francesco IV, il 
granducato di Toscana da Leopoldo II di Absburgo Lorena, 
gli stati della Chiesa da Gregorio XVI, il regno delle duo 

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A SAN GIOVANNI 49 

So rinumana Timanità si spolpa. 
Se a conti fatti gli asini siam noi. 
Caro G-iovanni, un Santo come voi 

N'avrà la colpa? 

65 Colpa è di questi figli del Demonio 

Che giran per le tasche a voi confusi, 
Di cui vedete le sentenze e i musi 

Brillar nel conio. 

Colpa di moltitudine che anela 
70 Far da leon col core impecorito: m 

Falsificando il cuoio ed il ruggito 

Sbadiglia e bela. 

Che dico mai? Di scettri e candelieri 
A questa gente non importa un ette: 
75 Tribune invade e cattedre e gazzette 

Furor di zeri. 



Sicilie da Ferdinando II e il ducato di Lucca da Carlo Lo- 
dovico di Borbone. Ma il P., li riduce a sette considerando 
il Lombardo- Veneto come facente parte dell'impero Au- 
striaco. — Giuocanoy ecc. Cioè o con 'vero proposito o perchè 
tale è la loro natura, illudono e imbrogliano i popoli. 

V. 62-63. — A conti fatti. Vale tutto considerato j in conclu- 
sione; e il modo è d'uso comunissimo in Toscana. — Un santOj 
ecc. Modo comicamente familiare trattandosi di un santo. 

V. 67. — Di cui vedete^ ecc. Cioè di questi cattivi principi 
i cui musi e lo cui sentenze vedete brillare nelle monete che 
si confondono con le vostre. Queste monete portavano, spe- 
cie i francesconij oltre all'effigie del principe, qui detta muso 
per disprezzo, anche dei motti o sentenze come: Dirige, do- 
mine, greasus meos — Videant pauperes et laetentur^ eco. 

V. 78-76. — Che dico, ecc. A questa gente non importa pro- 
prio nulla del trono nò dell' altare ; non hanno pensieri e 
sentimenti né politici nò religiosi ; o insegnino dalla cattedra 
o scrivano su per i giornali, non hanno altra smania che 
quella di far quattrini, non hanno fede che nel!' abbaco. 
Giusti. — Poesie, 4 

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"^^mm^' 



50 A SAN GIOVANNI 



Guerra non è di popoli e sovrani, 

E guerra di chi compra e di chi vende: 
E il moralista addirizzar pretende 
80 Le gambe ai cani? 

Ah! predicar la Bibbia o TAlcorano, 

San Giovanni mio caro, è tempo perso: 
Mostrateci la borsa, e l'universo 

Sarà cristiano. 



V. 79-80. — Addirizzar, ecc. Addirizzar le gambe ai cani, 
modo proverbiale che vale mettersi a un' impresa impos- 
sibile. 

V. 81. — Alcorano o Corano è il nome arabo del libro che 
contiene la legge di Maometto. 



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BRINDISI 



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Scritto nel 1838. Il Giusti nel 1840 in una lettera al- 
l'amico Enrico Mayer (Epist., n. 34) parla cosi di que- 
sto suo componimento: e Nel brindisi per chi mangia e 
per chi si fa mangiare, letto per la prima volta alla tua 
tavola^raccomandando la semplicità del vitto e la schietta 
allegria, ho inteso di pungere il fasto ignorante di chi 
tiene tavola aperta, e la turpe servilità degli scrocconi. » 
E veramente questo non è un semplice brindisi, dico un 
brindisi come un altro, ma una vera satira molto arguta 
e volta, come tutte le altre del nostro P., a buon fine. 
Quanto all'arte, ha luoghi felici, ma ci sento qua e là 
del prolisso 

Amici, a crapula 
Non ci ha chiamati 
Uno dei soliti 
Ricchi annoiati, 

5 Che per grandigia 

Sprecando inviti, 
Gonfia agli applausi 
De' parasiti. 

A diplomatica 
10 Mensa non siamo 

V. 5. — Grandigia. Qui vale vana mostra o ostentazione 
di ricchezze e potenza, e si dice anche nello stesso senso 
grandezzata, 

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52 BRINDISI 

D* un Giuda in carica 
Che getti V amo, 

E tra gl'intingoli 
E tra i bicchieri 
15 In prò de' Vandali 

Peschi i pensieri. 

Ma un capo armonico, 
Volendo a cena 
Una combriccola 
20 Di gente amena, 

S' è messo in animo 
Di sceglier noi, 
Di mezza taglia, 
Compagni suoi; 

25 Bazza burlevole 

Che non dà retta 
Ai gravi ninnoli 
Dell' etichetta. 

Difatti esilia 
30 Da questa stanza 

La parte mimica 
Dell'eleganza; 

V. 16. — 'Pesc/ii, ecc. Cioè scovi le opinioni politiche d< i 
convitati liberali per far loro la spia, a vantaggiò dei domi- 
natori stranieri. 

V. 17. — Capo -armonico. Cioè una persona allegra che ha 
dell' originale. 

V. 23. — Di mezza taglia. Significa tra grande e piccolo ; 
e si dice cosi della statura come della condizione. Qui sta in 
questo secondo senso. 

V. 31. — Parte mimica. Vuol dire le cerimonie e gli atti 
manierati e compassati, quasi teatrali. 



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BRINDISI 53 



Né per mobilia 
Si pianta allato 
35 Tanto la seggiola 

Che il convitato. 

Non ci solletica 
Con cibi strani, 
Si che lo stomaco 
40 Senta domani 

Fastidio insolito 
Di stare in briglia 
Neir ordinario 
Della famiglia. 

45 Non ci abbarbaglia 

Coir apparecchio, 
Perchè del pubblico 
S' empia V orecchio 

Sulle stoviglie, 
50 Sul vasellame, 

D'un panegirico 
Nato di fame. 



V. 38. — Nh per mobilia. Cioè: non tiene l'invitato come 
semplice ornamento o come oggetto di vanità, quasi fosse 
ana bella sedia o un oggetto di sfarzo, come fanno quelli che 
danno conviti per grandezzata, ma come persona amica con 
la quale sta volentieri. 

V. 87-44. — Non ci solleticai ecc. Cioè non ci alletta con cibi 
ricercati e squisiti, tanto che il giorno dopo ci riesca fastidioso 
il doverci limitare {stare in briglia) ai cibi ordinari di casa. 

V. 47-52. — Perchè del pubblico, ecc. Intendi che queste 
lodi (panegirico) delle stoviglie e del vasellame sparse al pub- 
blico, non nascono da altro che dalP appetito o dalla ghiot- 
toneria degli scrocconi. 



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54 BRINDISI 

Queste son misere 
Ambizioncine , .. 

55 Di teste anomalo 
E piccinine, 

Che nel silenzio 
D' un nome nullo, 
Per fare strepito 
60 Fanno il Lucullo ; 

Sono ammennicoli 
E spampanate 
Di certe anonime 
Birbe dorate, 

65 Che tra noi ronzano 

Alla giornata 
Come gli opuscoli 
Di falsa data; 

E cosi tentano 
70 Turar la bocca 

Sopra un' origine 
Lercia o pitocca. 

Oppur son cabale 
Da rifiniti, 
75 Che alla vigilia 

D* andar falliti, 

V. 61-68. — iSono, ecc. Spiega: sono artifizi (ammennicoli) 
più popolare che amminnicoli) per apparire, e grandezzate 
(spampanate) di certi imbroglioni che ostentano ricchezze 
(birbe dorate) e si aggirano fra noi senza che si sappia chi 
sieno ne di dove vengano (anonime)^ come gli opuscoli, ecc. 

V. "ì 2. — Lercia. Significa sudicia, sporca, cosi nel senso 
fisico, come nel morale che ha. qui, e pitocca ^ miserabile, che 
si chiamano pitocchi o pezzenti gli accattoni. 



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Si danno V aria 
Beir nomo grande^ 
Che ha V oro a ataia, 
6& Che apenda e spande. 

Qui non si veggono 
Fin sulla scala 
Tappeti, fronzoli, 
Liyrde dì gala^ 

B5 Né di risparmio 

Bizzarro impasto 
Sotto i magnifici 
Fumi del fasto; 

Immaginatevi, 
QO Passar via via 

Lanterna magica 
Di piatteria. 

Per cui s^ annosano 
Arrosto e vino^ 
05 Mostrato in copia, 

Dato a miccino. 

Qui non ci decima 
Sempre il miglioro 
D sotterfugio 
100 D'nn servitore, 

V, 80» — Spende e spande. Vale spendo profusamonto; e 
questa speci© di allitterazioTiej (speri tì a^ojj) lia con t^nb Luto 
a render U modo popolarissimo, sebbonti il secondo verbo 
aia da aà solo, poco o nulla usalo dal popolo. 

V. 93* — Annodano. Vedi pag. 13, nota al ^. 35- 

V, ytì- — A miccino. Vale in piccola (juantità,, e come qui, 
la dice specialmente del eibo* 

y. d^. —Il mif^livre^ Cioè t^ me-glio^ che è più usato (quando, 
come qiiij ha forza di aostautiyo. 

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56 BRINDISI 

Che d* oro luccichi 
Le spalle e il petto, 
E di panatica 
Viva a stecchetto. 

105 Di qui non tornano 

Polli in cucina 
Buoni a rifriggersi 
Per domattina; 

Ma i piatti girano 
110 Tre volte almeno; 

Non si può muovere 
Chi non è pieno; 

E tutti asciugano 
Bottiglie a scialo, 
115 Senza battesimi 

Né prese a calo, 

Che vanno e vengono 
Sempre stappate, 
E si licenziano 
120 Capivoltate. 

Ecco un'immagine 
Pretta e reale 
Del fare omerico, 
Patriarcale; ' 

V. 103-104. — Panatica, ecc. Vale propriamente provvi- 
sione di pane e in generale di cibo ; ma qui ha dello scher- 
zevole. — A stecchetto. Vale scarsamente, miseramente, sten- 
tatamente e simili. 

V. 114. — A scialo. Cioè a profusione. 

V. 116. — Prese a calo. Cioè a condizione di pagare sol- 
tanto la parte ohe si consuma, restituendo il rimanente. 



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BRINDISI 57 

125 Ecco la satira 

Chiara e lampante 
D' un pranzo funebre 
Detto elegante, 

Ove si cozzano 
130 Piatti e bicchieri 

In un mortorio 
Di ghiotti seri; 

E li, tra gli abiti 
E i complimenti, 
135 L' imbroglio, il tedio 

T* allega i denti; 

ti ci ficcano 
Cosi pigiato, 
Che senza gomiti 
140 Bevi impiccato. 

A un tratto simile 
Di cortesia, 
Risponda un brindisi 
Pien d' allegria, 

145 Ma schietto e libero, 

Si che al padrone 
Non mandi V alito 
Dello scroccone. 



V. 186. — V allega, ecc. La frase allegare i denti, signi- 
fica propriamente produrre ai denti e alle gengive una sen- 
sazione aspra, come il mangiare frutta acerbe o altre cose 
agre, ed anche sentire stridere aspramente dei ferri o altro, 
come r arrotare di una se^a, il tagliare del sughero o si- 
mili. Qui però il P. V adopera figuratamente nel senso di 
levar V appetito. 



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58 BRINDISI 

Adesso in circolo 
ISO Diamo un' occhiata, 

Tastando il debole 
Della brigata. 

Siam tutti giovani, 
E grazie al cielo 



1% 


In corpo e in anima 
Tutti d' un pelo ; 


tm 


Tutti di lettere 
Infarinati, 
Tutti air unisono 
Per tutti i lati. 




Se come Socrate 
Talun qui pensa 
In Accademia 
Mutar la mensa, 


16t 


Siam tutti air ordine, 
Al suo comando, 
Tagliati a ridere 
Moralizzando. 


ilo 


Ma sulla cattedra 
Resti ogni lite 
Di metafìsiche 
Gare sciapite ; 



Y. l^G, — Tutti d*un pelo. Cioè della medesima indole, 
dalia medesima natura ; e si dice anche più comunemente 
d' uu i Milo e d' una lana. 

V* 158. — Infarinati. Leggermente esperti. 

V* 167. — Tagliati. Cioè disposti per natura. (Vedipag. 17, 
iiLJta al V* 10). 

T, 172, — Sciapite. Più popolare che scipite e si dice 
anche comunemente senza sugo. 



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BRINDISI 59 



Fuori il puntiglio, 
Fuori il vanume, 
175 Fuori il chiarissimo 

Pettegolume. 

Un basso strepito 
Si sa per prova 
Che il tempo lascia 
ISO Come lo trova; 

E in vii ricambio 
Di fango incenso, 
Vi gioca a scapito 
Fama e buon senso. 

185 Se poi v' accomoda, 

male o bene, 
Dire in disordine 
Quel che vien viene, 

Zitte le ciniche 
190 Baie all'ingrosso, 

Che a tutti trinciano 
La giubba addosso : 

Zitto V equivoco 
Da Stenterello, 
193 Che sa di bettola 

E di bordello. 



V. 189-193. — Zitte le ciniche, ecc. Cioè, si sbandiscano gli 
scherzi sfacciati e grossolani, che offendono la riputazione 
di tutti. — Trinciare o tagliare la giubba o i panni addosso a 
qualcuno vale appunto dargli biasimo o schernirlo ; ed il 
modo è usitatissimo in Toscana. 



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60 BRINDISI 

Facciam repubblica 
Senza licenza; 
Nessun ci addebiti 
200 Di maldicenza; 

E tra le celie 
Del lieto umore, 
Tutti si scottino, 
Meno il pudore. 

205 Se nelle lepide 

Gare d'ingegno 
Tizio Sempronio 
Dà più nel segno; 

Se a fin di tavola 
210 E a naso rosso 

Una facezia 
V arriva all' osso; 

Non fate broncio 
Come taluno, 
215 Che, se nel muoversi 

Lo tocca un pruno, 

Soffia, s'inalbera 
E si scorruccia, 
E per cornaggine 
220 Si rincantuccia. 



V. 203. — Si scottino. Cioè tutti sieno feriti, per celia già 
s^intende, tranne il pudore, chò scottarsi o sentirsi scottare 
significa appunto sentirai offendere, 

y, 211'^.^ S'inalbera, Cioè si adira, si sdegna, fa V ingru- 
gnato, mette muso (scorruccia) e per caparbietà e ostinazione 
{cornaggine) si tira da parte in un canto {si rincantuccia). 



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BRINDISI 61 

È vero indizio 

Di testa secca, - t,-» , 

Quaado la boria 
Ti fa cilecca, 



225 Buttarsi al serio 

Dietro un ripicco 
Nato da etimo lo 
Di fare spicco. 

Certa lunatica 
230 Stiticheria 

Copra V invidia 
Di pecchia arpìa, 

Che in mezzo secolo 
Non s' è cavata 
235 Nammen la smania 

D' esser tentata; 

E nella noia 
Di quattro mura 
Si tappa al vizio 
240 Che non la cura. 



V* 222. — Testa seeca- Si chiama l'uomo cocciuto e pic- 
coso. 

V. 224-225- — Fa cilecca, Si^uifìoa far le viste di conce 
dexe una cosa ad alcuno, y quando ata per prenderla, allon- 
tanarla dst lui, e cosi lasciarlo deluso. — Bufiarsi al serio. 
Qni vaio impormaJirsij o, comi^. anche si dice, meitÉr muso, 

V, 228, — Far& spicco. Cioè : fare una bella Jx^ura^ dhiin- 
^uersi dagli altrl^ /arsì ammirare o situili. 

V. 229-230. — Lunctticet siUicheria. Cloò difficoltà, e iu- 
costanza fastidiosa di c^axattorCj o ai dico anche in uoa pfi- 
rola sola, fa»ÌidÌ0iiafjijhì&, 



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G2 



BRINDISI 



giovi ai Satrapi 
Che stanno in tono, 
E nel bisbetico 
Cercano il buono. 

245 Con dommi stitici 

Da veri monchi, 
La via s' impacciano 
Di mille bronchi, 

E si confiscano 
250 I cinque sensi. 

Vivendo a macchina 
Come melensi. 

Come? un ascetico 
Di cuore eunuco, 
255 In dormiveglia 

Tra il santo e il ciuco. 

Scomunicandoci 
L' umor giocondo, 
Vorrà rimettere 
260 Le brache al mondo? 



V. 241. -- Satrapi, Nella Persia antica, si chiamavano 
Satrapif quei magistrati che governavano le province (satra- 
pie) con potestà quasi regia. Oggi si dà in senso di biasimo 
questa denominazione a qualunque uomo grave che sfoggia 
un contegno autorevole e severo, e tale è appunto il senso 
che ha qui. 

V. 243. Bisbetico. Cioè strano, cervellotico. 

V. 245-248. — Con dommij ecc. Il senso è questo : con re- 
gole che rendono diffìcile anzi impossibile l' operare, e tol- 
gono loro ogni attività, s'impacciano la via di mille ostacoli. 

V. 260. — Rimetter le brache^ ecc. Cioè farlo ritornare bam- 
bino, o, come comunemente si dice, rimetterlo a balia. 



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BRINDISI 63 

Oh, senza storie - . „, 

Tanto noiose, 
I savi cingono 
Bontà di rose; 

265 E praticandola 

Cortese e piana, 
La fanno agevole 
E popolana. 

Air uomo ingenuo 
270 Non fa lusinga 

Certa selvatica 
Virtù solinga, 

Virtù da istrice, 
Che, stuzzicato, 
275 Si raggomitola 

Di punte armato. 

Lasciamo i ruvidi, 
Che a grugno stufo 
La gente scansano 
280 Facendo il gufo, 

Chiusi al contagio 
Del mondo infetto 
Di se medesimi 
Nel lazzeretto. 

V. 263. — / Savi, eco. Gli uomini savi davvero, ma non 
satrapi, cingono di rose la bontà j cioè fanno piacevole la 
virtù. Del resto la sintassi ò molto contorta ed ambigua. 

V. 270. — Non fa lusinga, ecc. Cioè non lo alletta, non 
gli piace. 

V. 278. — A grugno stufo. Cioè a viso annoiato, mostrando 
nel viso la noia. 

V. 281. — Ghiusi al contagio, ecc. Vuol dire che costoro 

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B4k' BRINDISI 

285 Noi nati a starcene 

Fuor del deserto, 
Tra i nostri simili 
Col cuore aperto, 

Tiriamo a vivere 
290 Da buona gente, 

Raddirizzandoci 
Piacevolmente. 

Qui l' amor proprio 
Sia cieco e sordo; 
295 Qui punzecchiamoci 

Tutti d' accordo ; 

E senza collera 
Ne grinta tosta, 
Facciamo a dircele 
SOO Botta e risposta. 

Meglio alla libera 
Buttarle fuori, 
Che giù nel fegato 
Covar rancori; 

SOo Falsare un animo 

Meschino o reo. 
Sotto V alchimia 
Del Galateo. 

aoaiisatio gli altri per paura di essere come appestati da' loro 
via], f? ^i chiudono in se stessi, che son pieni di vizi pestiferi 
aouitì LI 71 lazzeretto. 

V, 2' 11. — Raddirizzandoci^ ecc. Cioè punzecchiandoci con 
parolo argute e piacevoli, per correggerci dei nostri difetti. 

V. 293* — Grinta tosta. Viso serio, e si dice anche in 
fim4St> cimile muso duro. 

V. B07. — Alchimia. Si chiamava con questo nome la chi- 



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BRINDISI 65 

Ai galantnomini 
\ 310 Non fa paura 

Una reciproca 
Gaia censura. 

Air amichevole 
Burlarsi un poco, 
315 Fa prò, solletica, 

Riesce un gioco; 

E quel sentirsele 
Dire in presenza, 
Prova V orecchio 
320 Della coscenza. 

Ma già le snocciola 
Come le sente 
Tanto la Camera 
\ Che il Presidente; 

! 325 Grià della chiacchiera 

' L'estro s'infiamma; 

Sento V aculeo 

Dell' epigramma; 

mica del medio evo, la quale invece di proporsi come unica 
scopo io studio della composizione dei corpi, cercava vana» 
mente la trasformazione dei metalli meno nobili in oro, e la 
panacèa universale. Ora siccome fra gli alchimisti v' erano 
spesso degli impostori, cosi la parola alchimia si usa non di 
rado nel senso di impostura, simulazione o maschera come qui. 

V. 319. — Prova V orecchio, ecc. Vale a dire c'induce a 
fare come un rapido esame di coscienza, per vedere se me- 
ritiamo o no, la burla più o meno pungente. Credo che il P. 
abbia scritto coacenza e non coscienza (con Vi) per attenersi 
alla forma più popolare e fors' anche per ragione del metro, 
che coscienza nei versi si suol fare di quattro sillabe. 

v. 321-324. — Snocciola. Cioè dice liberamente senza 
freno, senza cerimonie. — Camera, GrV invitati. — Presidente» 
Il padrone di casa. 

Giusti. — Poesie. 6 

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66 


BRINDISI 




Gli atleti s' armano 


830 


Tutti a duello: 




Guai alle costole 




Di questo e quello. 




Bravi! la gioia 




Che qui sfavilla 


335 


Del fluido elettrico 




Par la scintilla, 




Che dal suo carcere 




Appena mossa, 




Il primo e l'ultimo 


340 


Sente la scossa. 



Via, ricordiamoci 
Di fare in modo 
Che il dire e il bevero 
Non faccia nodo, 

345 E, se ci pencola 

Sotto il terreno, 
Eimanga in bilico 
La testa almeno. 



▼. 337-40. — Che dal avoj ecc. È uno di quelli anacoluti 
efficacissimi, de^ quali è cosi ricca la lingua parlata, che vuol 
dire la lingua davvero. 



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67 



APOLOGIA DEL LOTTO 



Composta nel 1838. Il Giusti scrisse tre o quattro 
anni dopo, che avrebbe voluto averla composta più tardi, 
e che sebbene ormai la lasciasse correre a quel modo, non 
finiva di contentarlo. (Giusti, Scritti vari). 

E veramente e* è qualche luogo molto artefatto ed 
uno fra questi stringatissimo e oscurissimo. Nel resto ha 
molte e grandi bellezze cosi di pensiero come di stile. 



Don Luca, uomo rotto, 
Ma onesto Piovano, 
Ha un odio col Lotto 
Non troppo cristiano; 
E roba da cani 
Dicendo a chi gioca, 
Trastulla coli' oca 
I suoi popolani. 



Don Luca davvero 
10 È un gran galantuomo, 

Migliore del clero 
Che bazzica in Domo; 



V. 1. — Uomo rotto. Cioè di maniere dure e sgarbate. 

V. 5. — Boba da cani. Cioè parole gravissime, aspri rim- 
proverif quasi li trattasse come cani; si dice anche nello 
stesso senso roha da chiodi. 



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^'^a^ 



68 APOLOGIA DEL LOTTO 

Ma è troppo esaltato, 
E crede che tocchi 
i5 Ai preti aprir gli occhi 

Al mondo gabbato. 

In oggi educare, 

almeno far vista, 
. E moda; il collare 
20 Doventa utopista: 

E ognuno si scapa 
A far deMunari, 
Guastando gli aifari 
Del Trono e del Papa. 

25 II giuoco in complesso 

È un vizio bestiale, 

Ma il Lotto in sé stesso 

Ha un che di morale: 

Ci avvezza indovini, 
30 Pietosi di cuore; 

Doventi un signore 

Con pochi quattrini. 

V. 19-21. — È moda il collare^ ecc. Il P. allude qui ai preti 
educatori come il Lambruschini, il Padre Pendola, il Padre 
Inghirami, il Padre Bernardini, scolopi, e i preti Contrucci 
e Arcangioli. — Utopista, Si chiama cosi l'uomo che vagheg- 
gia un ideale qualunque sia, impossibile a recarsi ad effetto ; 
da utopia parola formata da Tomaso Moro riunendo oò (non) 
e TÓ7co<; (liiogo , vale a dire luogo che non è, paese immagina- 
rio, e intitolò cosi una sua teoria ideale di governo e di le- 
gislazione (Zambaldi). Quindi essere utopista^ fare dell' uto- 
pie ecc., vale press' a poco come /are de* castelli in aria e far 
de'' lunari. (Vedi pag. 47, nota al v. 43). Si scapay eco. Sca- 
parsi a fare una cosa o sopra una cosa è modo efficacissimo 
della lingua viva, che significa stillar cisi il cervello o anche 
perderci il capo, senza riuscire a nulla, 

V, 30-31. — Pietosi di cuore. Come il giuoco del lotto ci 
avvezzi pietosi di cuore lo spiega il poeta al verso 91. — Do- 

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APOLOGIA DEL LOTTO 69 



Moltiplica i lumi, 
Divaga la fame, 

35 - Pulisce i costumi 

Del basso bestiame. 
Di fatto lo Stato, 
Non punto corrivo, 
Se fosse nocivo 

40 L'avrebbe vietato. 

Lasciate, balordi, 

Che il Lotto si spanda, 
Che Roma gli accordi 
La sua propaganda ; 
45 Si gridi per via : 

Cristiani, un bel terno! 
S'aiuti il governo 
Nell'opera pia. 

Di Grecia, di Roma 
50 I regi sapienti 



ventij ecc. Questo improvviso cambiamento di persona, pro- 
prio com'è del parlare spontaneo, riesce qui efficacissimo. 
(Vedi pag. 46, nota al v. 23.) 

v. 33-34. — Moltiplica i lumi. Cioè la scienza, il sapere, che 
è lume (per usare una frase di Dante) fra il vero e l'intelletto. 
Il poeta allude alle cabale, ai calcoli e allo studio del libro 
de' sogni che fanno i giocatori per « pescare il certo nel gran 
mar del caso » (Vedi Sortilegio), — Divaga la/ame. Vedi più 
giù, v. 92. 

V. 36-40. — Basso bestiame. Chiama ironicamente cosi il 
volgo, tenuto realmente per tale da chi ha interesse a im- 
brogliarlo; e questo epiteto di basso non è senza arguzia, 
perchè ti fa pensare che ci possa essere anche un bestiame alto, 
e e' è veramente. — Di fatto, ecc. Nota l' ironica ingenuità di 
questo argomento, nel quale il poeta fìnge dimenticarsi che 
lo Stato non solo non lo vieta, ma è proprio lui che tiene 
il banco 



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70 APOLOGIA DEL LOTTO _ 

Piantavan la soma 
Secondo le genti; 
E a norma del vizio 
n morso o lo sprone; 
55 Che brave persone ! 

Che re di giudizio ! 

Con aspri precetti 
Licurgo severo 
Corresse i difetti 
CO Del Greco leggiero ; 

E Numa con arte 
Di santa impostura 
La buccia un po' dura 
Del popol di Marte. 

65 tisici servi 

Dal cor di coniglio, 

Un savio consiglio 

Vi fodera i nervi ; 

Un tempo corrotto, 
70 Perduta ogni fede, 

E gala se crede 

Nel giuoco del Lotto. 

v. bl-M.— Piantavano f ecc. Imponendo dei doveri ai sud- 
diti, badavano che fossero via via adattati ai popoli diversi, e 
frenavano il vizio o spronavano la virtù a seconda della na- 
tura di quello e di questa. 

V. 62. — Santa impostura. Allude ai segreti colloqui che 
quel re spacciava di avere con la dea Egeria, circa il miglior 
modo di governare il suo popolo. 

V. 65-72. — tisici^ ecc. Il luogo è oscuro. Io ne darei, 
ma solo come probabile, questa spiegazione. Dopo aver 
lodato sul serio i legislatori antichi, viene a lodare ironi- 
camente i principi italiani moderni, deboli (tisici) servi al- 
l' Austria e paurosi {dal cor di coniglio) cosi dell' Austria 
stessa, come de' loro sudditi. Ed ecco in sostanza 1' elogio 
che ne fa : — Bravi ! un consiglio molto savio vi conforta {vi 



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APOLOGIA DEL LOTTO 71 

Lasciate giuocare, 
Messer Galileo; 
75 Al verbo pensare 

Non v' è giubileo. 
Studiar V infinito? 
Che gusto imbecille ! 

fodera % nervi) vi fa sicuri, vi difende dalla paura ; ed è que- 
sta considerazione che fate : una fede, una religione ci 
vuole, ma siccome in un tempo corrotto come questo, non 
si crede più a nulla, si è perduta ogni fede^ è un gran che, 
è una gran fortuna e anche troppo (è gala) che si creda 
nel gioco del lotto. Dunque proteggiamolo come un' altra 
religione e teniamone il banco ; e se prima gli uomini si 
consolavano nelle sventure perchè speravano in Dio, se ne 
consoleranno ora sperando negli ambi e ne' terni. 

Quanto poi al modo assai strano del savio consiglio che 
fodera i nervi, V ho spiegato a quel modo perchè si dice po- 
polarmente avere i nervi foderati, cioè quasi chiusi in un 
fodero, nel senso di essere inaccessibili alla passione, al 
sospetto e simili, e di averli troppo scoperti nel caso con- 
trario. E il Giusti stesso considera altrove questo secondo 
caso, come una sventura, e come una fortuna queir altro : 

G-ran disgrazia, mia cara, avere i nervi 
Troppo scoperti e sempre in convulsione, 
E beati color, Dio li c'bnservi, 
Che gli hanno, si può dire, in un coltrone, 
In un coltrone di grasso coi flocchi, 
Che ripara le nebbie e gli scirocchi ! 

Amor Pacipso^ st. 1. 

Ora questo coltrone di grasso che ripara, è in sostanza la 
fodera o meglio il fodero detto sopra. Tornando quindi a 
bomba cioè a quei principi, essi conigli in cuore come sono, 
cercano difendersi dalla paura, foderarsi i nervi a quel modo, 
vale a dire con quel savio consiglio di proteggere il gioco 
del lotto. Caro lettore 

Si quid novùti rectius istis, 

Oandidus vmperti, si non, his utere mecum. 

Oraz. Ep. VI, 67. 

V. 76. — Giubileo. È il tempo nel quale la Chiesa concede 
piena remissione di tutti i peccati; ma il pensare libera- 
mente, per es., come faceva G-aiileo, è tal peccatacelo che 
non si perdona mai. 



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^^^^9^ - 



72 APOLOGIA DEL LOTTO 

?e £o le sibille 
80 Non sono inquisito. 

Un giuoco si bello 
Bilancia il Vangelo, 
E mette a duello 
L'inferno col cielo, 
85 Se il Diavolo è astratto, 

Un' anima pia 
Implora 1' estratto 
Coll'-4ye Maria, 

Per dote sperata 
90 Da pigra quintina 

La serva piccata 
Fa vento in cucina. 
La pappa condita 
Cogli ambi sognati 
95 Sostenta la vita 

Di mille affamati. 



V. 79-80. — Se fo^ ecc. La frase fare le sibille, significa 
fare un certo incantesimo o stregoneria per indovinare i 
numeri del lotto. — Inquisito, Cioè non casco nelle mani del- 
l' Inquisiziojie come avvenne appunto al Galileo. 

V. 82-88. — Bilancia, Cioè ha lo stesso peso, lo stesso va- 
lore del Vangelo, e può farne le veci. — Se il diavolo, eco. 
Senso : se il diavolo per essere distratto da altre cure, non 
bada alle preghiere e alle stregonerie del giocatore cabali- 
sta, questo che pur di vincere è religioso {anima pia) im- 
plora il numero giocato rivolgendosi alla Madonna eoa 
VAve Maria; e cosi il Cielo la vince sull'Inferno. Io almeno 
r intenderei cosi. 

V. 89 96. — Per dote, ecc. Questo luogo sembra oscuro 
ai commentatori. Io lo spiegherei cosi : la serva, e più pro- 
priamente la cuoca, per la speranza di farsi una dote con la 
quintina giocata più volte e che indugia a venire, fa vento 
in cucina, cioè, soffia nel fornello e fa il suo servizio; e i 
poveri si rassegnano a mangiare la pappa non condita, per- 



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ArO.aSlA DEL LOTTO ^S 

Se paBBa la bara. 
Del morto ogni coaa 
Domandano a gira : 
100 gente pietosa! 

Eh ! n0 popol dì scettici 
Non piange dis^L^ra/ie, 
Ha giucca le ciazie 
Sui colpi apoplettici. 

105 Se suonano a gogna, 

Ci vedi la, piena ; 

Ma in quella vergogna 

Si epocchia e si frena? 

Nel braccio ti dà 
110 La donna vicina, 

E dice : Berlina 

Che numero fa ? 



elle augnano f sìyerano^ in oooipensOj nesH ambi di là da ve- 
tiire. Iti somma il concètto fonda mentale del poeta ò sempre 
questo; che inolti &i contentano del jri'ojuio tituito, per misero 
e ile sia, percliò sperano di migli orario col gioco del lotto. Il 
F anfani o il Frizzi ote spiegano fa vento in cncìni$ per rìiba 
nìiUa *pesa portano, seppur uoa m' iii^^aiinOj T oscurità dove 
non è. 

T, 103; — Ora^tei Piccole monete toscane del valore di 
cinque quattrinij eqmvalenti a sette centesimi. 

V, 111-112. — ìierlina. 0/>nun sa clie i condannati a^llu 
oliera, prima d' inviarli a snbire la pena, si esponevano al 
pubblico Vituperio o sulla porta della pri^ioiae o in altro 
luog^o apposito molto frequentato. Ai tetri riotaechi deUa 
campana del BarfjellOj accoiTeva il volgo avido di emozioni 
a «godersi lo spettacolo di nomini intiatonati, con un cartel- 
laccio fluì petto ov' era scritto il loro misfatto^ od al collo un 
cerchio di ferro detto goi/na^ parola che per estensione fu 
quindi usata por berlina^ come fa qui il Poetan ^ Che numÉto 
faf Vuol dire ohe numero corrisponde alla parola berlinaia.él 
ìAbrù dei sogni f (Vedi pia giù SorHffi;Ìo, st» G e 7), 



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74 APOLOGIA DEL LOTTO 

Ah! viva la legge 

Che il Lotto mantiene : 
115 H capo del gregge 

Ci vuole un gran bene ; 

I mali, i bisogni 

Degli asini vede: 

E al fieno provvede 
120 Col Libro dei sogni. 

Chi trovasi al verde 
L' ascriva a suo danno ; 
Lo Stato ci perde, 
E tutti lo sanno. 
125 Lo stesso Piovano 

In fondo è convinto 
Che a volte ci ha vinto 
Perfino il Sovrano. 

Contento del mio, 
130 Ne punto né poco, 

Per grazia di Dio, 

M* importa del gioco. 

Ma certo, se un giorno 

Mi cresce la spesa, 
135 Galoppo all'impresa 

E strappò uno stomo. 

V. 121. — Chi trovasi al verde. Cioè nella miseria, sprov- 
visto d' ogni mezzo e simili. 

V. 136. — Storno. Nel linguaggio del gioco del lotto si 
chiama storno un biglietto già giocato ed esposto in vendita, 
dopo la chiusura della prenditoria, o come comunemente si 
dice botteghino. 



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75 



LA VESTIZIONE 



Scritta nel 1839, diventò ben presto popolare, come 
si rileva anche da una lettera del Giusti (Vedi Epist., 
n. 143) nella quale, dice tra le altre cose : < Qua, quando 
corre voce che taluno sia per vestire l'abito di Santo 
Stefano, si grida: ecco un altro Becero : e se non fosse 
presunzione, ripeterei quello che sento dire, cioè, che taluni 
se ne astengono per non sentirsi alle spalle 

Sainte a Becero, 
Viva il Droghiere. » 

Quanto poi al valore della satira, il Giusti dice che 
« Gli pare al disopra delle cose fatte per Tavanti, tanto 
per il lato deirinvenzione che per quello della lingua.» 
(Giusti, Scritti vari^ pag. 68). Ed altrove (lett. 22) : < Tro- 
verai che ho un poco lussureggiato specialmente nella 
veste, e l'ho fatto, (che serve mascherarsi?) per vanità 
di dimostrarmi disinvolto nei diversi metri. Pure, se credi 
che valga la pena di guardare addentro, vedrai che non 
sine quarCj e che la varietà degli accidenti e delle per- 
sone introdotte voleva essere presentata nelle forme ri- 
spettivamente convenienti alla materia e all' indole di chi 
parla. » 

Ed ha ragione. Quanto a me questa poesia, tutto con- 
siderato, merita di esser posta accanto alla Scritta ed al 
Gingillino j che è come dire fra i più insigni capolavori 
del genere. 

Quando s'apri rivendita d'onori, 
E di croci un diluvio universale 
Allagò il trivio di Commendatori; 



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76 LA VESTIZIONE 

Quando nel nastro s' imbrogliaron P ale 

5 L' oche, l'aquile, i corvi e gli sparvieri; 

0, per parlar piti franco e naturale, 

Quando si vider fatti cavalieri 

Schiume d' avvocatucci e poetastri, 
. Birri, strozzini ed altri vituperi; 

10 Tal che vedea la feccia andare agli astri, 

Né un soldo sciupò mai per tentar V ambo 
Al gran lotto dei titoli e dei nastri. 

Nel cervellaccio imbizzarrito e strambo 
Senti ronzar di versi una congerie ; 
15 E piccato di fare nn ditirambo, 

Senza legge di forme o di materie, 
Le sacre mescolò colle profane 
E le cose ridicole alle serie. 

Parole abburattate e popolane, 
20 Trivialità cuci, convenienti 
A celebrar le gesta paesane, 

E proruppe da matto in questi accenti, 
Ai retori lasciando e a' burattini 
Grammaticali ed altri complimenti. 

V. 5. — L' oche, V aquile^ i corvi e gli sparvieri sono ri- 
spettivamente gli avvocatucci^ i poetastri^ i birri e gli stroz- 
zini di sotto. Se non che la denominazione di aquile ironica 
com' è, non lega troppo bene con le altre. 

V. 10. — Tal, ecc. Cioè un tale, vale a dire il Poeta. 

V. 14. — Congerie» Vale in generale un ammasso, o me- 
glio, confusiove di cose, 

V. li. — Abburattate, Cioè passate per il buratto dell'Ac- 
cademia della Crusca, che il più bel fior ne coglie^ e che si 
chiamano anche parole cruschevoli, 

V. 23-24. — Ai retorif ecc. Ordinerei e spiegherei cosi : la- 

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LA VESTIZIONE 77 

25 Ròsa da nobiltà senza quattrini 

Casca la vecchia Tavola, e la nuova 
É una ladra genia di Paladini. 

Tanta è la sua viltà che non ne giova: 
E i bottegai de' titoli lo sanno, 
30 Ma tiran via perchè gatta ci cova. 

Come di Corte riempir lo scanno 
Che vuotan Conti tribolati? e come 
Le forbici menar se manca il panno ? 

sciando ai retori ed ai burattini (cioè ai pedanti) i eompli- 
menti grammaticali ed altri simili, vale a dire le vanità e 
le frasche della grammatica ed altre di tal genere. (Vedi 
nota critica). 

V. 25-83. — Rosa ecc. Senso : La vecchia aristocrazia, cioè 
i nobili di sangue cadono per miseria, ed i nuovi (borghesia) 
creati a mano a mano sono una fìtta di gente arricchita in- 
gannando e rubando ; gente da non giovarsene, I cortigiani 
che fanno bottega dei titoli e delle crocia li conoscono bene; 
ma lascian correre (tiran via) perchè qui sotto e' è una ra- 
gione che non voglion dire (gatta ci cova), E la ragione è 
questa : Come potrebbero essi riempire i vuoti lasciati a 
Corte dai Conti e dagli altri nobili di sangue, spiantati? e 
come potrebbero mangiarci su, se mancassero ai nobili i 
quattrini? Chiama vecchia Tavola l'aristocrazia del sangue, 
alludendo alla nota tradizione di Artù, re leggendario dei 
Britanni (secolo VI), il quale soleva a quando a quando ra- 
dunare intorno ad una tavola rotonda dodici suoi valoro- 
sissimi cavalieri, che furono perciò denominati Cavalieri 
della Tavola rotonda, — Tribolati, Qui ha il significato comu- 
nissimo in Toscana di poveri^ e si dice in questo senso an- 
che poveri in canna. — Menar le forbici nel contesto vale 
tagliarsi o farsi una parte per se, o simili, e panno che let- 
teralmente corrisponde a forbici^ come la cosa da tagliare, 
vale per estensione a significare la parte o il guadagno che 
Tino ritrae. Il Fanfani cita a questo proposito la famosa 
apostrofe di Dante alla nobiltà di sangue : 

Ben s' è ta manto che tosto raccorce, 
Sì che, 80 non s' appon di die in die, 
Lo tempo va d' intorno con le force. 

(Par. XVI, 7). 



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78 LA VESTIZIONE 

Tolle di Cavalier prendere il nome, 
35 Spazzaturaio d'anima, un Droghiere: 
Bécero si chiamò di soprannome. 

In diebus Ulis girò col paniere 
A raccattare i cenci per la via, 
Da tanto eh' era nato Cavaliere. 

40 Trovo che fece anco un sinsin la spia, 
Poi, come non si sa, l'ipotecario; 
Di questo passo apri la Drogheria. 

E ooll' usura e facendo il falsario, 
Co' frodi e con bilance adulterate, 
45 <t1ì venne fatto d'» esser milionario. 

Volle, quand' ebbe i rusponi a palate. 
Rubar fin la collottola al capestro, 
E col nastro abbuiar le birbonate. 

Ma non ci ha proprio che fare ; anzi non può servire ad 
ultro ciiG a dilungare il pensiero del lettore, dalla retla in- 
telii^BiJi^a di questo luogo del Giusti. Di fatti Dante (come 
tutti sLLuno) vuol dire che la nobiltà de' natali se non si 
i^iiLfran^ia di giorno in giorno con opere virtuose, si estin- 
i^UB col tempo. Chiama e rispondi! 

Vk o5-36. — Spazzaturaio d* anima, eco. Spazzino o spaz- 
gattirìi'ji^ è mestiere basso e vile; e qui vale per estensione 
UJHinJ il' anima bassa, abietta e BÌmiìL ^ Bécero. Voce colla 
i.[KMÌÌf^ in Firenze si designa l'uomo di vii condizione, igno- 
is'tiitL^, i fiale educato, insolente e villano. Sembra essere 
alitiitì a Beco (Domenico) nome proprio assai comune in Pi- 

V. riO-41. — Da tanto che, eco. Modo ironico comunissimo 
ed filili iitiissimo, che vuol dire tant' è vero eh' era nato Ca- 
valiere — Sinsinó, D'uso comunissimo per un pochino, un 
^ìQCQliito fe simili. — Ipotecario. Significa giuridicamente cre- 
dìtrn'^ con titolo d' ipoteca, ma nell' uso popolare toscano 
valw, di *ìiie qui, usuraio o più comunemente strozzino. 

V. IT* — Collottola. Vale propriamente nell' uso vivo to- 
Sóano lii parte posteriore del collo, ma si adopra per tutto il 

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LA VESTIZIONE 79 

D' un Bali che di Corte è V occhio destro 
50 Dette di frego a un debito stantio, 

E quei raccomodò col Gran Maestro. 

Brillava a festa la casa d' Iddio 

Tra il fumo degV incensi e i lampadari: 
D' organi e di campane un diavolio 

55 Chiamava a veder Becero agli altari 

A insudiciare il sacro ordin guerriero 
Che un tempo combattè contro i Corsari. 

A lui d' intomo il Nobilume e il Clero 
Le parole soffiandogli ed i gesti, 
60 In tutti lo ciurmavan Cavaliero. 



collo, specie nelle frasi, perdere la collottola per essere deca« 
pitato, o salvar la collottola dal boia e simili, tutte le volte 
ohe si voglia dare un colorito comico, come qui, allo stile* 
(Vedi Girella). 

V. 49. — Bali. Grado più su di quello di Commendatore. 
V. 51. — Gran maestro. Cioè dell' ordine di S, Stefano. 
Istituito (1562) da Cosimo de' Medici granduca di Toscana 
per proteggere contro i Turchi e i pirati barbareschi, le 
coste del Mediterraneo ; fu poi soppresso dal G-overno prov- 
visorio nel 1859. 

V. 54. — Diavolio. Nota l'uso comico, vivo in Toscana, di 
questa parola, trattandosi della casa cV Iddio, del fumo degli 
incensi, ecc. 

V. 58-60. —-Nobilume. Dispregiativo come nobilea e peg- 
gio. — Soffiandogli^ ecc. Soffiare, per suggerire sommessa- 
mente per modo che altri non se ne accorga, a imitazione 
appunto del suggeritore drammatico. — Ciurmare. Significa 
in generale ingannare al modo dei ciarlatani, e propriamente 
ingannare con atti misteriosi e parole arcane da maghi o 
da stregoni. E il P. dice lo ciurmavano per facevano, consa- 
cravcmo, ecc., perchè quegli atti e quei detti propri della 
cerimonia, parevano una stregoneria, ciurmeria e simili. 



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'WWI^'^ 



80 LA VESTIZIONE 

Tra i Preti, tra i Taù con quelle vestì, 
Alterar si senti la fantasia, 
Né gli pareano più quelli né questi; 

Ma li vedea mutar fìsonomia, 
65 - E dair aitar discendere e svanire 
Le immagini di Cristo e di Maria, 

Era la Chiesa un andare e venire 
Di fieri spettri e d' orribili larve, 
Con una romba da farlo ammattire. 

70 Crollò il Ciborio, si divelse e sparve; 
E nel luogo di quello una figura 
Magra e d' aspetto tisico gli apparve. 

In mano ha la cambiai, dalla cintura 
Di molti pegni un ordine pendea: 
75 La riconobbe tosto per T Usura 

Dalla pratica grande che n'avea: 
Vide prender persona i candelieri, 
E diventar di scrocchi un' assemblea. 



V. 61. — Taù, Si chiamava cosi il servo o donzello del 
soppresso ordine di Santo Stefano, perchè sul petto por- 
tava trapunta una croce con uno spicchio di meno, e perciò 
imitante la lettera T che in Grreco si chiama a quel modo. 

V. 78. — E diventar, ecc. Scrocchi plur. di scrocchio, da 
non confondersi, come fanno taluni, con scrocco, significa un 
modo particolare e molto infame di usura, consistente in 
questo : L' usuraio o strozzino, come più comunemente si 
dice in Toscana, a chi gli chiede danaro dà invece un og- 
getto o una merce qualunque^ per lo più avariata, computan- 
dogliela assai più del giusto, facendogli sottoscrivere un' ob- 
bligazione o cambiale che sia. L' altro per farne danaro la 
rivende per lo più ad altri strozzini con suo grande scapito. 



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.^ LA TESTJZlOKi: MI 

Parean Nobili tutti e Cavalieri, 
80 ~EL dVaccordo gridavano al faDtasma: 

« Mamma, Pisa per voi doventà Algeri. » 

Com' nom che per mefìtico miasma 
Anela e gronda d* un sudor gelato, 
O come un gobbo che patisce d' asma, 

85 Bécero si senti mozzare il fiato: 

Alzossi e per fuggir volse le spalle, 
Ma gli treman le gambe, e d' ogni lato 
Di strane torme era stipato il calle. 

Grullo, confuso 
90 Rimase li; 

Col manto il muso 
Si ricopri. 
Da quella faccia 
Che lo minaccia 

V. 81. — Pisa doventa, eco. La sede dei cavalieri delPor- 
dine di S. Stefano era Pisa. La chiesa che da loro prese il 
nome dei Cavalieri, perchè ivi ricevevano gli ordini, è ancora 
ornata delle bandiere da essi riportate nelle loro vittorie 
sopra i Turchi, e il palazzo di fianco alla chiesa dove i giovani 
cavalieri facevano il loro noviziato, o come dicevano la loro 
carovanaj fu chiamato appunto Carovana, al qual nome si 
va a poco a poco sostituendo quello di Scuola Normale, 
perchè serve da molti anni a quest' uso. È proprio il caso 
di dire: Cedant arma togae. Il concetto del P. è questo : Pisa, 
in virtù degli usurai che vi accorrono a prendere la cappa 
magna di cavaliere, doventa un nido di pirati come Algeri. 

V. 89. — Grullo, Scemo o tardo d'intelletto, sia abitual- 
paente, sia divenuto tale o per sentirsi male di salute o per 
una forte commozione dell' animo che li per li gli tiene 
chiusa la mente. E questo è il senso che ha qui; dove po- 
trebbe anche dirsi ingrullito e anche mogio. Spesso per mag- 
^or forza la parola si ripete. Restarono o se ne andarono 
mo^i mogi, grulli grulli, 

Y, 91. - Manto, ecc. Si chiamava propriamente Cappa 

Giusti. — Poesie, G 

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82 


LA VESTIZIONE 


95 


Celarsi crede, 




. Ma sempre vede 




Cose d'inferno 




Coir occhio interno 




Della paura, 


100 


Che non si tura. 




Anzi, raccolto 




In sé medesimo, 




Si senti r animo 




Viepiù sconvolto. 



105 E di più nere immagini 

Gli si turbò la mente: 
Sognò r accusa, il carcere, 
La Corte, il Presidente; 

In banco di vergogna 
110 Sedè coi malfattori: 

Udì parlar di gogna. 
Di pubblici lavori. 

Tosato, esposto al popolo, 

Ai tocchi d' un battaglio, 
115 L' abito nobilissimo 

Cangiò colore e taglio: 

La croce sfigurata 

Pareva un cartellaccio, 

Lo sprone un catenaccio, 
120 La spada una granata. 

V, 113-115. — Tosato^ ecc. Anacoluto (Vedi pag. 66 nota 
alv. 337). 

V. 119-120. — Catenaccio qui è posto come peggiorativo, 
a designare la grossa catena avvinta ai piedi de* galeotti. Il 
Frizzi però avverte che catenaccio è qui improprio, non po- 

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LA VESTIZIONE 83 



Poi vide un' alta macchina, 
Un militar corteo; 
Fantasticò d' ascendere 
Su per uno scaleo; 
125 E sotto una gran folla; 

Allato, un Cappuccino; 
Fu messo a capo chino, 
E udì scattar la molla. 

Parvegli a quello scatto 
130 Sentire un certo crollo, 

Ch' alzò le mani a un tratto 
Per attastarsi il collo. 



tendo significare catena, ma una specie di grosso chiavistello. 
Ed io non dico di no. Tale è veramente 1' uso comune di ca- 
tenaecio; e sospetto che la necessità della rima sia stata la 
cagione principale dì questa leggiera improprietà. Dico leg- 
giera, perchè catenaccio si trova anche usato spesso a signifi- 
care quella grossa catena onde si chiudono talora le strade 
e le piazze al passaggio delle vetture, e nella Garfagnana si 
chiama con tal nome la catena con la quale il secchio del 
pozzo è legato a quel trave munito di contrappeso, detto 
mazzacavallo. Ma non basta, le catene d* oro degli orologi, 
specie se assai grosse e da dare nell' occhio alla gente, come 
quelle dei ciarlatani, si dicono generalmente catenacci. In- 
somma qui ha il valore etimologico. Il Biagi crede che il P. 
r abbia usato addirittura per chiavistello^ ma io non arrivo a 
capire i chiavistelli attaccati alle calcagna de' galeotti, — 
Granata. A que' tempi i condannati alla galera, dopo esposti 
alla gogna con cartello dove era scritto il titolo del misfatto, 
solevano fra gli altri lavori forzati andare a spazzare le vie 
delia città con la catena al piede, sotto la guardia di custodi 
armati di fucile, detti aguzzini. E qui il poeta dipinge ap- 
punto ne' più minuti particolari questa metamorfosi singo- 
lare del cavaliere in galeotto. 

V. 12B. — Fantasticò. Qui è forse più proprio e più efficace 
che immaginò, perchè fa pensare ai fantasmi, a immagini 
paurose e alle condizioni, per dir cosi anormali, nelle quali 
si trovava la fantasia di Becero spaventato com' era. 

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84 LA VESTIZIONE 

Ma in quel punto una mano scettrata 

Gli calò sulla testa nefaria: 
135 Allo strano prodigio, incantata 

La mannaia rimase per aria. 

Viva, viva, gridava il buglione, 

La giustizia del nostro Solone; 

Se protegge chi ruba e chi gabba, 
140 Muoia Cristo, si sciolga Barabba. 

Di sotto la toga 

Che quasi 1' alfoga 

La testa levò; 

D* intorno girò 
145 Quegli occhi di falco; 

E allor gli 8* offerse 

D* Altare, di Palco, 

D* Usura, di Cristo, 

Un vortice, un misto 
160 Di cose diverse. 

Cosi del malato 

Non bene svegliato. 

Col falso e col vero 

Combatte il pensiero, 
155 Guizzando nel laccio 

Di qualche sognacelo. 

E già la vision si disciogliea. 

Quando da un lato della Chiesa sente 

V. 134-137. — Nefaria, Questo latinismo che vale sceUe^ 
rata, non è certamente dell'uso vivo, ma una di quelle 
parole che il P. chiama, nel prologo alla poesia abburattate. 
— Incantata, VAoh come per incanto, per prodi^^io e simili — 
Buglione dal fr. buillon vale propriamente mescolanza di più 
cose messe là a caso, e per estensione, come qui, si dice 
anche di riunione o accozzaglia di gente d' ogni qualità, 
d' ogni risma, iu senso dispreg^iativo. 

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LA VESTIZIONE 85 

Incominciare un canto, e gli parea 
160 Superbo nel concetto e impertinente. 

Si volta, e vede in aulica livrea 
Gente che incoccia maledettamente 
D'esser di carne come tutti siamo, 
E vorrebbe per babbo un altro Adamo. 

165 Vedea sbiadito il nastro degli occhielli, 

E la fusciacca doventata bieca; 

Uniformi ritinte, e de' gioielli 

Il bugiardo baglior che non accieca. 

Else e crascià riconoscea tra quelli, 
170 E spallette tenute in ipoteca, 

E Marchesi mandati in precipizio ; 

E più visi di bue che di patrizio. 

(Qui ci vuole un certo imbroglio 
Di sussiego e di miseria, 
175 E il frasario dell'orgoglio 

Adattato alla materia. 
Fatto mantice, il polmone 
Spiri vento di Blasone. 

V. 162. — Incocciare. È d^ uso comunissimo in Toscana 
nel senso di impermalirsi^ aversi a male ; e si dice anche pren- 
dere i cocci, prender lo gnocco e prendere il cappello. Costoro 
sono i nobili dello stesso ordine in cappa magna, da lui ro- 
vinati con le usure. 

V. 169-170. — Crascià. Parola francese {crachat) che significa 
propriamente, scaracchio] e che è adoperato popolarmente in 
Francia come nome della placca dei gradi superiori dell'or- 
dine dei cavalieri. (Vedi Littrè). — Tenute in ipoteca. Cioà in 
pegno per denaro prestato. 

V. 173-174. — Imbroglio. Qui vale come spesso nell'uso 
vivo toscano, miscuglio e anche intruglio, — Sussiego. Con- 
tegno affettatamente grave. 

V. 178. — Blasone. Questo nome si dà collettivamente 
alle figure degli stemmi gentilizi, poi alla scienza e all' arte 
araldica, e finalmente si adopera, come qui, per nobiltà di 
natali. 

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86 LA VESTIZIONE 

Ma di modi arcigni e tronfi 
180 Non ho copia in casa mia, 

Ne un bisnonno che mi gonfi 
Di fastosa idropisia, 
E un linguaggio da strapazza 
Ascoltai fin da ragazzo. 

185 Se il poetico artifizio 

Non m'aiuta a darmi Paria 

D'uno sbuffo gentilizio, 

Colpa d'anima ordinaria. 

Proverò se ci riesco.) 
190 Lo squadravano in cagnesco 

E diceano: un mercatino 

Ohe il paese ha messo a rubba, 
Un vilissimo facchino / 

Si nobilita la giubba, 
195 E dal banco salta fuori 

A impancarsi co' Signori ? 

V. 183. — Da strapazzo. Cioè alla buona» alla semplice, 
cosi come viene senza artifizio. Si dice roba da strapazzo 
presa la frase specialmente dalle vesti, per roba che vai poco 
o nulla, tale in sostanza da tenerne poco oonto, da potersi 
strapazzare e malmenare con poco o nessuno scapito. 

V. 185-186. — Se il poetico, ecc. Cioè se 1' artifizio poe- 
tico non mi aiuta a dare al mio stile l' apparenza della vanità 
ventosa e tronfia di certi nobili, ciò è colpa dell' anima mia 
che non è nobile, ma ordinaria, plebea, comune come ce n' è 
tante. Del resto sbuffo si dice propriamente del vento, nel 
senso di forte soffio, e dell' aria mandata fuori con rumore 
dai polmoni specie dal cavallo. E queste immagini, che direi 
ventose, mi pare che rincarino l' ironia, rendendo più viva e 
più efficace la pittura. Oltre a ciò mi fanno pensare a molti 
che sbuffano, o soffiano dandosi Paria di grandi personaggi, 
d'uomini d'importanza, come quel politicone del Conte Zk 
manzoniano. 

V. 192. — ■ Eubha e rubbare (con due b invece d* uno) è 
d* uso popolare in Toscana. 

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^^^ LA VESTIZIONE St 

Si vedrà dunque un figuro, 
Nato al fango e al letamaio, 
Intorbare il sangue puro 
200 Col suo sangue bottegaio? 

E farà questo plebeo 
Tanto insulto al Galateo? 

Usuraj crucesignati 

Che si comprano di leiy 
205 Tra i patrizi scavalcati 

Passeranno in tiro a sei^ 
A esalar V anima ciuca 
A sinistra del Granduca? 

Rifiniti dal mestiere, 
210 C'è chi paga i Ciambellani 

Con un calcio nel sedere; 
E rifa di pelacani, 
Che il delitto insignori, 
Il vivaio dei Bali. 

V. 204. — Di Lei. Che si comprano il diritto che si dia 
loro del Lei, mentre meriterebbero il tu essendo, come sono, 
persone del volgo. Del resto la frase è oscura e fuor d'uso. 

V. 2ff7.^ Esalare, ecc. — Veramente la frase esalar l'anima 
significa mandare l'ultimo sospiro, morire. Ma il P. parlando 
d' uomini viziosi, infetti, e pensando per somiglianza alle 
esalazioni miasmatiche che vengono su dai corpi corrotti, 
l'ha qui con molto ardimento adoperata a significare che 
questi usurai divenuti cavalieri, facendo corteggio al Gran- 
duca, manderanno fuori l' alito di ciuco, cioè manifeste- 
ranno boriosamente la propria ciucaggine, sia colle parole, 
sia col contegno. 

V. 210-212. — Ciambellani ecc. Si chiamano Ciamherlani e 
più comunemente Ciambellani i camerieri d' onore nelle 
Corti. — Pelacani significa proprio scortichini di cani, e 
qui vale in generale come gente bassa e vile. Quanto alla 
proposizione è un po' contorta, e il suo oggetto è formato dai 
Ciambellani rifiniti dal mestiere. 

V. 214. — Il vivaio f ecc. La parola vivaio significa propria- 

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8S LA VESTIZIONE 

215 E di più, ridotto a zero 

Il patrizio è condannato 

A sacchiarsi il vitupero 

Di vestir chi V ha spogliato, 

A ridursi sulla paglia 
220 Per far largo alla canaglia. 

Se vien voglia ai morti eroi 
Deir avitA abitazione, 
Oramai, siccome noi 
Si tornò tu,tti a pigione, 
225 Cerchi V anima degli avi 

Il birbon che n'ha le chiavi. 

Di questa antifona 
L' onda sonora 
Su per la cupola 
230 Tremava ancora; 

L'illustre bindolo 
A capo basso 
Parea Don Bartolo 
Tatto di sasso : 

tó&nta ricetto d* acqua per conservare i pesci vivi : e per 
festcìu^kone si usa anche invece di piantonaio cioè il luogo 
dovo ^ì pongono piccole piante d' alberi, dette anche pian- 
toìiciìU, per allevarle e trapiantarle poi definitivamente. Ora 
il r, attenendosi a questo secondo significato chiama figu- 
l'ut! Ili Lii lite vivaio dei Bali V ordine dei semplici cavalieri, 
pi-L'uhà da questo dovevano venire i Bali futuri. 

V. 2t^5. — U anima degli avi. Anche qui la sintassi è in- 
vers=!a^ cioè « l' anima degli avi cerchi », eco. 

V. 227. — Antifona, Si chiama cosi nel linguaggio ecclesia- 
gticff quel versetto che si canta prima del salmo; ma nel 
linguaggio familiare, specialmente ironico, si adopera a si- 
^'futìuare un discorso o una frase spiacevole in sé, o che 
ta iiji^sentire qualche cosa di spiacevole. 

Vi 233. — Don Bartolo. Allude (e chi non lo sa?) al famose 



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LA VESTIZIONE 89 



235 Quand'ecco a scuoterlo 

Dal suo stupore 
Un nuovo strepito, 
Un gran rumore. 

Come pinzochera 
240 Che il mondo inganna, 

Di dentro Taide, 
Di fuor Susanna, 

Sì sogna i diavoli 
Montati in furia, 
245 Dopo la predica 

Sulla lussuria; 

Cosi, coir animo 
Sempre alterato, 
Tutto Camaldoli, 
250 Tutto Mercato, 

Vedea concorrere 
In una lega, 
Portando l'alito 
Della bottega: 

255 Sbracciati, in zoccoli, 

E scalzi e sbrici, 
E musi laidi 
Di vecchi amici. 



personaggio dell' opera del Kossini intitolata « Il Barbiere di 
Siviglia » ed alle parole che dicono : « Guarda don Bartolo 
sembra una statua. » 

V. 249. — Tutto Camaldoli, ecc. Vale a dire tutta la plebe 
che abita nel quartiere di Firenze detto Camaldoli ed in Mer- 
cato, 

y. 256. — Sbrici, Miseri neir aspetto e laceri nel vestito. 



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90 LA VESTIZIONE, 

E Crezie e Oàtere, 
260 E Bobi e Beco, 

Su per le bettole 
Cresciati seco. 

Questa combriccola 
Strana di gente 
265 Agglomerandosi 

Confusamente, 

Lasciate le idee, 
Le frasi ampollose, 
Con urla plebee 
270 Rincara la dose, 

E lo striglia cosi nel suo vernacolo 
Senza tanto rispettò al Tabernacolo. 

Salute a Bécero, 
Viva il Droghiere; 
275 Bellino, in maschera 

Di Cavaliere! 

come domine. 
Se giorni sono 
Vendevi zenzero 
280 Per pepe bono, 



V. 259. — Crezie f ecc. Storpiature fiorentine dei nomi Lu- 
crezie, Caterine, Zanobi e Domenico. 

V. 270. — Rincara^ ecc. Cioè aggiunge altri vituperi a 
quelli da lui già uditi, ed il modo è usitatissimo. 

V. 277. — Come domine. Vale, come mai ? e si dice anche 
nello stesso senso, covie diavolo f 



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LA VESTIZIONE 91 

Oggi QÌ reciti 

Col togo addosso 
Questa commedia 
Del cencio rosso? 



285 Ah, tra lo zucchero, 

Col tuo pestello, 
Eri in carattere, 
Eri più bello ! 

Or tra lo strascico 
290 E l'albagia 

Un chiappanuvoli 
Par che tu sia. 

Eh torna Bécero, 
Toma Droghiere, 
295 Leva la maschera 

Di Cavaliere. 

Se per il solito 
Quando ragioni 
Dici spropositi 
300 Da can barboni, 



V. 282. — Togo, Modo volgare usato per lo più ironica- 
mente per toga, 

V. 291. — Chiappanuvoli. Si chiama cosi chi presume va- 
namente e stoltamente molto di se, mentre non vai nulla. 

V. 298-299. — Ragioni, ecc. Ragionare nelP uso popolare 
toscano si adopera ancora, come in antico, nel senso di sem- 
plice discorrere o parlare. — Spropositi da can barboni poi 
e usato comunemente non solo dalle Calere daUe Crèzie 
e dalle altre ciane^ ma anche dalle persone cólte in tutta la 
Toscana ; anzi sto per dire che questo è uno di quei modi 
che si posson chiamare proprio stereotipati» 



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92 LA VESTIZIONE 

Come discorrere 
Potrai con gente 
Che saprà leggere 
Sicuramente ? 

305 Ah torna Bécero, 

Torna Droghiere, 
Leva ]a maschera 
Di Cavaliere. 

Se schifo ai nobili 
310 Non fa la loia 

Di certi ciaccheri 
Scappati al boia; 

Se i Preti a crederti 
Son tanto bovi, 
S15 Con codest' anima 

Che ti ritrovi; 

Se per lo scandalo 
Di questa festa 
Non ti precipita 
320 La Chiesa in testa: 



V. 307. — Leva, È più in uso levati^ ed il poeta non l'ha 
preferito per ragione del metro. 

V. 310-311. — Loia vale propriamente sudiciume specie 
untuoso, cosi della persona come della biancheria. Ma qui b 
usato per lordura nel senso morale. — Ciacchero. Uomo furbo 
e malvagio, e si dice anche ciaccherino forse dim. di ciacco 
che vale porco. 

Y, ^16,— Hitrovi. La frase ti ritrovi invece dell'altra più. 
semplice che hai dà al pensiero un' espressione comica, che 
a non esser toscani è difficile di gustare. 



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LA VESTIZIONE 93 

in oggi ha credito 
Lo sbarazzino, 
Santo Stefano 
Tira al quattrino. 

325 Ma noi che fècemo 

Teco il mestiere, 
S' ha a dir lustrissimo ? 
L' aresti a avere! 

Un rivendugliolo 
330 Rimpannucciato 

Ci ha a stare in aria? 
Va via sguaiato ! 

Va colle logiche, 
Va pure assieme ; 
335 Che tu ci bazzichi 

Non ce ne preme. 

Ma se da ridere, 
Po' poi, ci scappa 
Di te, del ciondolo, 
340 E della cappa. 

Non te ne prendere, 
Non far cipiglio ; 

V. 825-328. — Fécemo e aresti per facemmo e avresti, per- 
chè costoro parlano nel vernacolo di CamaldoU e dì Mercato, 
Quanto alla frase che termina la strofa ha lo stesso valore 
press' a poco di quest' altra : Sì^ non ci mancherebbe altro ! 

V. 883. -— Colle logiche. Il popolo, specie fiorentino, chiama 
logiche i giovani vani ed eleganti, sempre in regola oolP ul- 
timo figurino. Povera arte di ragionare ! 

V. 841. — Non te ne prendere, È d' uso comune e signi- 
fica non te n* avere a male. 

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94 LA VESTIZIONE 

Sai di garofani 
Lontano un miglio. 

345 Tientene, Bécero; 

Gonfia, Droghiere: 
Se' bello in maschera 
Di Cavaliere ! 

Tacquero: e gli parea che ad una voce 
350 Rìpigliasser le genti ivi affollate: 

— Se dalla forca ti salvò la croce, 
Non ti potrà salvar dalle frustate. — 
Indi ogni larva se n'andò veloce, 
Fini la cerimonia e le fischiate; 
355 E su in ciel Santo Stefano si lagna 

Di vedere un pirata in Cappamagna. 



Nota critica. 

Tutte le edizioni riconosciute dal Giusti, o fatte dopo la 
morte di lui, da quella senza nome d' autore del 1845 che 
porta per titolo: Versi, Bastia, tipografia Fabianif fino a 
quella del Le Monnier, 1852, che fu riscontrata su'manoscritti 
dell' autore per cura di Gino Capponi e di Marco Tabarrini , 
per non dire delle posteriori, ohe furono tutte, a quanto io 
mi sappia, modellate sopra di essa, hanno il verso « gram- 
maticali ed altri complimenti *y come lo riproduco io. E questo 
basterebbe a mostrare T autenticità della lezione^ anche se 
non aggiungessi, come faccio, un argomento al quale non ò 
possibile rispondere ; ed è che il Senator G. B. Giorgini, che, 
come tutti sanno fu tra i più cari amici del Giusti, mi assi- 
cura che il P. scrisse veramente a quel modo. Non occorre 
adunque che io prenda in esame la variante che si legge 
nelle tre edizioni successive, stampate come si dice alla 
macchia, col titolo : Poesie italiane tratte da una stampa a 



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LA VESTIZIONE 95 

penna, Italia 1844 1845, Brusselle (sic) 1846, tutte e tre spro- 
posi tatissim e, che leggono invece la grammatica ed altri com^ 
plimenti. Ma che cos^ è, e qual valore ha questo gramm^Uicali 
nel contesto ? Qualcuno vuole che sia inteso come sostan- 
tivo, allegando che come sì dice decretali per la raccolta dei 
decreti canonici, e morali per morale o raccolta dì cose mo- 
rali, così si possa dire grammaticali per raccolta o insieme 
delle regole che governano la lingua, per grammatica in- 
somma. Ma altro è credere che si possa dire, altro è affer- 
mare che realmente si dice, o che qualcuno l'ha detto o 
V ha scrìtto. E nessuno sa citarmene esempi neanc'uno o 
antico o moderno che sia. Forse direte : Il Giusti poteva 
averlo trovato, o poteva credere che ci fosse, indottovi se 
non altro dall' insidioso argomento dell'analogia; o poteva 
iinalmente credersi autorizzato a inventarlo luì. 

Ma è facile rispondere che se tutto questo poteva avve- 
nire, non o' ò ragion^ alcuna per ritenere che sia realmente 
avvenuto, e che tutte queste ipotesi si potrebbero mettere 
avanti (cercando di pescare nel gran mare dei possibili), sola- 
mente nel caso che quell'aggettivo grammaticalij non desse 
senso alcuno, se non promovendolo al grado di sostantivo. 
Ma ciò non è vero ; pigliatelo pure per aggettivo, come ho 
fatto io, ed il senso e' è, ed è questo : « Lasciando ai retori 
ed ai pedanti, che sono una specie di marionette mosse dai 
fili delle cosi dette regole, i complimenti cioè le vanità gram- 
maticali e stilistiche, ed altre vanità, frasche e simili. » In 
generale la spiegazione più semplice, quella, dico, che non 
isforza il senso più naturale delle parole, ò da preferire 
come la più spontanea e la più vera. Ora la spiegazione 
che ne ho data io, risponde in tutto e per tutto a questa 
massima, sen^a sforzare arbitrariamente un aggettivo a di- 
ventar sostantivo. A chi poi mi opponesse che intendendo 
grammaticali come 1' intendo io, la sintassi del Griusti avrebbe 
del contorto, io potrei rispondere tanto peggio per il Giusti 
(anzi per noi, che abbiamo dovuto faticarci sopra) senza 
neanche aggiungere che le contorsioni non sono poi tanto 
rare in questo P. Ma che dico ? qui nella stessa Vestizione 
soli cinque versi più su, e' è un costrutto simile a questo^ 
dico nella sintassi. Eccolo : 

« Le sacre mescolò colle profane 
E le cose ridicole alle serie. » 



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96 LA VESTIZIONE 

La sola differenza sta in ciò, ohe dinanzi a sacre e di- 
nanzi a cose c'è l'articolo, montre dinanzi a grammaticali 
e ad altri non e' è. Di qui, almeno in parte, 1' oscurità del 
luogo. Del resto e' è in Dante un verso del quale questo del 
Giusti può considerarsi, quanto alla sintassi, una pretta ri- 
produzione. È il terzo de' seguenti: 

Qaai barbare far mai, qnai saracine, 
Cui bisognasse, per farle ir coverte, 
O spiritali od altre discipline? 

{Purg., XXin, 103.) 

H che evidentemente vuol dire : discipline spirituali od altre / 
come il verso del Giusti complimenti grammaticali ed altri: 
proprio lo stesso; o che 1' identità sia voluta o casuale. 



« Culque suum. » 

Appena ebbi corretto le prove già impaginate di questa 
nota, che doveva finir qui, trovai che G. Frizzi aveva pre- 
sentita e sostenuta, sebbene modestissimamente (e gli fa 
onore) una spiegazione simile alla mia, quindici anni prima 
di n]0, Ecco le sue parole: «Nò il Fanfani, nò il signor Fio- 

* retto, nò l' annotatore della edizione fiorentina del 1868, 

* appongono veruna chiosa a questi versi che a me paiono 

* difHcilissimi e che son parsi tali a quanti io ne ho do man- 
ne data invano una spiegazione. L' espressione, certo, non ò 
4 chiara, e quindi nessuna interpretazione può essere sicura. 
< ParBj riflettendo che, a cagione dell' ed, non può il gram* 
« mfUicali riferirsi a burattini (e poi che significherebbe ?) nò 
« considerarsi come sostantivo, 1' unico senso possibile a 
« lionvarsi mi pare il seguente : — E usci come un matto in 
^ queste parole, lasciando da parte ogni leccatura gramma- 

* ti cai e e di qualunque altro genere, chò son roba da scrit- 
^ tori rettorici e da marionette. — Interpretati cosi, questi 
« versi risponderebbero in certo modo a quelli delle tre ter- 

* alno precedenti, — ove dice congerie i versi che gli ronza- 

* vano pel capo, e che non baderà a leggi di /orme e di ma- 
« ten>, mescolando cose sacre e profane^ ridicole e serie, e 

* ^\xtcAq abburattale e ^jo/jo^ane.— Neanche l'accozzo de'rc^or» 



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LA VESTIZIONE Bt 

* e de* burattini mi riesce ^^hiaro in tuttOj se non pensando 

* che il X"*o©ta cortsìdera retoTt e buraflìnl come una cosarne- 
« desima, poiché ne i primi ne i secondi sentono quello che 

< dicono o che paiono dire. — Confesso che la mia interpre- 
« tazione non mi appaga pienamente, e che anzi mi pare 

< molto stiracchiata, cosi come sono {sit venia verbo) i versi 
« del Poeta. A me basta averne tentata una. Altri ci mediti 
« su e m' illumini, che gliene sarò gratissimo. — » (Vedi 
GriusTi, Poesie, annotate da P. Fanfani. Quarta edizione il- 
lustrata, riveduta e postillata da G. Frizzi. — Milano, Car- 
rara, 1882). Del resto quanto alle stiracchiature, vada franco, 
caro collega, deve pur sapere anche lei e per prova, che 
delle stiracchiature nel Giusti (sebbene artista, nel suo ge- 
nere, incomparabile) ce n' è parecchie, e che il primo a rico- 
noscerle e a dolersene era il Giusti. Quanto poi agli amici 
interrogati, su questo passo, io sono stato più felice di lei; il 
prof. Ernesto Allegretti, pesciatino e figlio d' un amico del 
Poeta, mi disse cosi senza esitare : Per me quel grammaticali 
è un aggettivo ; e spiegò il costrutto come noi. Ma basti per 
una nota, seppure non è troppo. 



Giusti. — Poesie, ' 

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98 



PRETERITO PIÙ CHE PERFETTO 

DEL VEEBO PEmARE. 



Scritta nel 1839 per pungere, come dice Tautore, i re- 
trogradi (Epist. 34), contiene an arguto confronto fra le idee 
liberali moderne e le idee retrive dei nostri bisnonni. Di- 
fatti il titolo piuttosto stranO; che no, potrebbe, quanto 
alla sostanza, tradursi cosi: Come si pensasse in un 
tempo irrevocabilmente passato. 



Il mondo peggiora 
(Qridan parecchi), 
Il mondo peggiora: 
I nostri vecchi 

5 Di rispettabile, 

D'aurea memoria, 
Quelli eran uomini! 
Dio gli abbia in gloria. 

È vero : i posteri 
10 Troppo arroganti, 

Per questa furia 
D'andare avanti, 



V. 4-7. — I nostri vecchi.,., quelli, ecc. Questa ripetizione 
enfatica del soggetto è modo popolarissimo di grande 
efficacia. 



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PEETEEITO PIÙ CHE PERFETTO, ECC. 99 

All'nman genere 
Ruppero il sonno, 
15 E profanarono 

L'idee del nonno. 

In ilio tempore^ 
Quando i mortali 
Se la dormivano 
20 Fra due guanciali; 

Quand'era canone 
Di Galateo 
NtkU de Principe, 
Parum de Deo; 

25 Oh età pacifiche, 

Oh benedette! 
Non c'impestavano 
Libri e gazzette; 

Toccava all'Lidice 
30 A dire: io penso; 

V. 19. — Se la dormivano^ ecc. Modo proverbiale che si- 
gnifica viversela tranquillamente, senza alcun pensiero* 

V. 28. — Nihil de Principe^ ecc., cioè del Principe non si 
parli affatto, di Dio poco. Veramente 1' antico canone era a 
rovescio : « Poco del Principe, nulla di Dio », ma il Giusti 
lo ha capovolto, per dimostrare ohe i tirannelfl d' Italia si 
erano posti al disopra anche di Messer Domineddio. (Bicci, 
Prose e poesie del Oiuatij scelte e commentate per le scuole. 
Firenze, Bemporad, 1895). Quanto a me non direi che il P. 
volesse dimostrar questo, ma trovo naturale che i principi 
sì risentissero specialmente delle ingiurie fatte a loro stessi 
come quelle che ne minacciavano più da vicino il potere as- 
soluto. Il fatto sta che, se a quo^ tempi si lasciava correre 
qualcosa contro Dio, non si lasciava correr nulla contro i 
principi. Il P. ha voluto dire e ha detto questo ; e non altro. 

V. 29-36. — Toccava, ecc. Vuol dire che i nostri nonni ac- 
cettavano in tutto e per tutto le decisioni della congregazione 

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100 PEETraiRlTO PIÙ CHE PERFETTO 

Non era in auge 
Questo buon senso, 

Questi filosofi 
Guastamestieri, 
35 Che i dotti ficcano 

Tra i Cavalieri. 

Pare impossibile! 
La croce è offesa 
Perfia sugli abiti! 
40 (Pazienza in Chiesa!) 

E prima i popoli 
Sopra un occhiello 
Ci si sciupavano 
Proprio il cappello. 

45 Per questo canchero 

Dell* Uguaglianza 



dell'indice llbrorum proliihitorum^ ohe sola aveva l'autorità 
di pensare come le pareva, e condannava come eretica ogni 
idea di progresso sociale e politico, e spesso anche scien- 
tifico. Mentre oggi sono in onore {in auge) il buon senso, pel 
quale 1' uomo vuol pensare a modo suo, e questi filosofi ar- 
ruffoni che tengono in tanto pregio i dotti da imbrancarli 
fra i nobili facendoli cavalieri. 

V. 88-4f. — La Croce ecc. Il pensiero del P. è il seguente: 
— Facendo cavalieri uomini di sangue plebeo, cioè non di 
nobili natali, per dotti che sieno, si riesce a questo, che la 
Croce (pare impossibile) è spregiata e ojfesa perfino sugli abiti 
dalla gente che la vede collocata in luogo indegno; mentre 
prima tutti ci consumavano il cappello vedendola appesa al- 
l' occhiello di qualcuno. Ora, che si offenda in Chiesa, pa- 
zienza, ò il suo posto, ma anche fuori è troppo! — Ci ai 
sciupavano. Modo usitatissimo della lingua viva: Ci si 
cavavano il cappello cosi spesso da consumarlo. 

V. 45. — Canchero, Cioè malanno, guaio e simili; e si 
usa comunemente. 



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"'gST!^ 



DEL VERBO « P£l!?SÀBE » , 101 

Non v'era requie, ' ' . : . - 

Né tolleranza;- . .., 

Non era un martire 
50 Ogni armeggione 

Dato al patibolo 
Per la ragione. 

Tutti serbavano 
La trippa ai fichi: 
55 Oh venerabili 

Sistemi antichi! 

Per viver liberi 
Buscar la morte ? 

V. 50. — Armeggione. Si dice colui che si affatica o si ar^ 
rabatta in modi più o meno occulti, più o meno dissimu- 
lati per ottener un fine non buono, ed è come sinonimo 
<i' imbroglione , ma meno astratto , perchè ci fa pensare 
e, quasi direi, ci reca all'immaginazione il lavorio o 
1' almanacchio di costui, che si dice anche armeggìo. Que- 
st' ultima parola poi ha talora un significato innocente, di- 
notando soltanto un lavorio complicato che ha si uno scopo, 
ma occulto a chi lo vede. E tale era appunto l'armeggio di 
quel prete del Sortilegio (v. più giù) infarinato di mate- 
matica il quale, se la cura delle anime gli lasciava un ri- 
tagliuccio di tempo « Era sempre a raspar sulla lavagna. » 

V. 52-54. — Per la ragione. Cioè per aver propugnato i 
diritti della ragione, la libertà della scienza e in generale 
la libertà del pensiero. — Tutti, ecc. Serbare la trippa o la 
pancia ai fichi è modo popolarissimo che significa non esporsi 
ad alcun pericolo, neanche quando lo imponga il dovere; 
ma pensare solamente a se, alla propria sicurezza, come 
faceva don Abbondio. 

V. 58. — Buscare ecc. Buscare si dice propriamente del 
cane che prende e porta al padrone l'animale ucciso, o an- 
che ogni altra cosa o lanciata o nascosta; quindi per ana- 
logia si usa anche per guadagnare^ ottenere e simili, nel qual 
senso è posto qui, già s' intende, ironicamente. Spesso si 
fo riflessivo, buscarsi. — In gabbia varrebbe secondo 1' uso in 
prigione^ ma qui significa servo nel senso politico. 



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102 PRETERITO PIÙ OHE PERFETTO 

' : :È meglio in gabbia, 
60 . •■ ' - E andare a Corte. 

Là, servo e suddito 
Di regio fasto, 
Leccava il Nobile 
Cavezza e basto; 

65 E poi dell'aulica 

Frusta prendea 
La sua rivincita 
Sulla livrea. 

Ma colle borie 
70 Repubblicane, 

Non domi un asino 
Neppur col pane; 

E in oggi, a titolo 
Di galantomo, 
75 Anco lo sguattero 

Pretende a omo. 

Prima trattandosi 
D'illustri razze, 



V. 63. — Leccava^ ecc., è come se si dicesse baciava le 
mani del padrone che lo teneva legato come un asino. 

V. 65-69. — E poi dell'aulica, ecc. Cioè, dei cattivi bocconi 
mandati giù a corte, delle ingiurie e dell' umiliazioni patite, si 
rifaceva co' servitori (livrea). La natura umana è pur troppo 
fatta cosi ! — Ma colle horie^ ecc. Qui vale propriamente bo- 
rie d'uguaglianza, chò il pensiero dominante è più sociale 
che politico. 

V. 75. — Sguattero. Si chiama cosi quello che fa i servizi 
più vili della cucina, come servo del cuoco. 

V. 78. — Razze, 11 P. dice ironicamente razze invece di fa- 
miglief casati e simili, per adoperare una parola che sarebbe 
propria parlando di animali e specie di cani e di cavalli. 



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DEL VERBO « PENSARE > 103 

A onore e gloria 
80 Delle ragazze, 

Le mamme pratiche 
E tutte zelo, 
Voleano il genero 
Con il trapelo. 

85 Del matrimonio 

Finiti i pesi 
Nel primo incomodo 
Di nove mesi, 

Si rimettevano 
90 Mogli e mariti 

L'uggia reciproca 
Di star cuciti; 

E rOrco e i magici 
Sogni ai bambini, 
95 Eran gli articoli 

Del Lambruschini. 

Oggi si predica 
E si ripiglia 



V. 84. — Trapelo. Cosi si chiama un cavallo, che si aggiunge 
per aiuto dell'altro alle salite. Qui il P. allude con sangui- 
nosa ironia al cavalier servente o cicisbeo, (Vedi il Oiomo del 
Parini). 

V, 89. — Si rimettevano^ ecc. Si condonavano a vicenda la 
noia dello stare Puno accanto all'altro ; ciascuno andava 
per conto suo. 

V. 93. — E Torco, ecc. Vuol dire, che i bambini si educa- 
vano con le novelle e le fiabe dei maghi e dell'orco, mentre 
ora si educano secondo i precetti dell'abate Baffaello Lam- 
bruschini. 



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104 PBETEEITO PIÙ CHE PERFETTO 

La santimonia 
100 Della famiglia. 

I figli, dicono, 
Non basta farli; 
V'è la seccagine 
Deir educarli. 

105 E in casa il tenero 

Babbo tappato, 
Cova gli scrupoli 
Del proprio stato; 

E le Penelopi 
110 Nuove d'Italia, 

La bega arcadica 
Di far la balia. 

Oh tempi barbari! 
Nessun più stima 
115 Quel vero merito 

Di nascer prima, 

V. 107. — Cova gli scrupoli. La frase ha del nuovo. Vuol 
dire : pensa e ripensa ai doveri che gl'impone il suo stato, 
la sua condizione di padre, e pensandoci li sente di più, con 
più forza. È uno di quei modi che l'ingegno sa derivare 
dall'uso comune trovandoci o infondendoci qualcosa di suo. 
Si pensi anche, che si dice comunemente covare una malat- 
tiOf cioò tenersela dentro e lasciarla lavorare, lasciarla 
crescere invece di curarsene; e qui nel linguaggio ironico 
del P. si tratta appunto di scrupoli che sono una specie di 
malattia, una malattia delP anima. 

V. Ili. — La bega, ecc. Cioè la noia, la seccatura, degne 
di persone semplici e contadinesche, come i poeti solevano 
dipingere i pastori d'Arcadia. 

V. 116-120. — Nascer prima. Qui si allude alla primogeni'- 
tura o maiorascato , istituzione che risale nientemeno ai 
tempi di Esaù e di Giacobbe (vedi poi giù «La Scritta» st. 17) 
per la quale V asse paterno si trasmetteva via via al primo- 

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DEL VERBO « PENSARE » 105 

Dolce solletico 

Di un padre al core: 
Ah Pamor proprio 
120 E il vero amore! 

Tu, tu, santissimo 
ride-commesso, 
Da questi Vandali 
Distrutto adesso, 

125 Nel Primogenito 

Serbasti unito 
L'onor blasonico, 
Il censo avito, 

E in retta linea 
130 D'età in età 

Ereditaria 
L'asinità. 

Ora alla libera 
Vede un signore 
135 Potarsi l'albero 

Dal creditore; 

genito o maiorasco. Come se il nascer prima fosse un merito, 
il padre amava il nio*orasco a preferenza degli altri figliuoli, 
perchè in lui dovevano sopravvivere le sue fortune, i suoi 
titoli, lo stemma gentilizio, la sua boria insomma; in lui 
amava se stesso riprodotto tale e quale. 

V. 122. — Fide-commesso. Si chiama cosi la disposizione 
del testatore nella quale lascia ad un erede dei beni da 
conservare, coli' obbligo che siano trasmessi via via a' pro- 
pri eredi, ne possano uscir di famiglia. Cosi si veniva ad 
impedire il giro delle ricchezze, le quali si accumulavano 
a dismisura in poche famiglie soltanto. 

V. 132. — L'asinità. Qui l' ironia inaspettatamente tra- 
disce se stessa, e l'effetto comico non potrebbe esser mag- 
giore. 

V. 185. —Potori/ V alberoy eoo, f cioè scemarsi le rendite 
ereditate. 

\ 

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106 PEETERITO PIÙ CHE PERFETTO 

L'usura, il codice, 
Ne róse i frutti; 
n Messo e l'Estimo 
140 Pareggia tutti; 

Chi non sa leggere 
Si chiama un ciuco, 
E inciampi cattedre 
Per ogni buco. 

14.5 Per grillustrìssimi, 

Funi e galere 
Un giorno c'erano 
Per darla a bere; 

Ma in questo secolo 
150 Di confusione 

Si pianta in carcere 
Anco un Barone; 

E s'aboliscono 
Senza giudizio 
155 La corda, il boia, 

E il Sant'Uffizio. 



V. 143. — E inciampi cattedre, ecc. Vedi la gran potenza 
.della lingua viva : la frase trovi cattedre dappertutto, è al 
paragone, vino annacquato. 

V. 148. — Per darla a bere. Cioè per farlo credere ai 
semplici. 

V. 153. — E s"* aboliscono, ecc. Leopoldo I favoriva le riformo 
proposte dal Beccaria nel celebre libro Dei delitti e delle 
pene, e nel 1786 aboliva la pena di morte, Taso della tortura, 
1« confiscazione dei beni de^ delinquenti e le pene pei delitti 
cK lesa maestà, o crimen laesae, e sopprimeva con editto del 
5 luglio 1782 Terribile Tribunale del Sant^ Uffìzio di Firenze. 



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DEL VERBO «PENSARE» 107 



Il vecchio all'ultimo, 
Saldando ai Frati 
Quel po' di debito 
160 De' suoi peccati^ 

I figli poveri 
Lasciava, e pio 
Mettea le rendite 
In man di Dio. 

165 Oggi ripiantano 

L'a ufo in Cielo, 
E a' pescivendoli 
Torna il Vangelo. 

E se il Pontefice 
170 Fu Roma e Toma, 

Or non dev' essere 
Nemmanco Eoma: 



V. 163. — Mettea, ecc. Cioè le lasciava al convento. 

V. 166. —Va ufo. Cioè è invalsa l'idea che si possa 
andare in Paradiso senza spesa, e il Vangelo torna ai poveri, 
ai pescatori, ai quali fu predicato da Gesù, e che lo diffu- 
sero tra le genti. 

V. 169. — E ae il Pontefice, ecc. Senso : E se il pontefice 
fa una gran cosa o fu tutto {Roma e toma) ora secondo loro 
non dev' esser più nulla. Il modo è strano e popolarissimo, 
e si usa più spesso col verbo promettere; e promettere Roma 
e toma ha lo stesso senso di promettere mari e monti, lat. 
maria et montes polliceri. Quanto alla sua origine e' è chi lo 
crede una corruzione di promittere Romam et omnia j ma io 
sospetto invece che quel toma altro non sia che una parola 
strana, senza alcun significato in so, creata soltanto per 
rimare a Roma e fare cosi le viste di aggiungere qualche 
cosa, come se uno dicesse : Non solamente Eoma, ma anche 
qualche cosa di più. 



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108 PRETERITO PIÙ CHE PERFETTO, ECO. 

E si scavizzola, 
Si stilla tanto, 
175 Che adesso un Chiuiico 

Bovina un Santo. 

Prima il Battesimo 
Ci dava i re. 
In oggi il popolo 
180 Gli unge da sé; 

E se pretendono 
Far da padrone 
Colle teoriche 
Del re leone, 

185 Te li rimandano 

Quasi per ladri: 
Beata l'epoca 
De' nostri Padri ! 

V. 173-175. — Scavizzolare^ ecc. Oltre il significato gonerico 
notato altrove (vedi sopra Stivale, pag. 88 nota al v. 163), ha pure 
quello più particolare di inquisire e assottigliarsi il cervello 
sopra una cosa con intenzione per lo più maligna, cioè per 
trovarci da ridire, per trovarne la parte debole, o come si 
dice, per trovarci il baco. — Stillare, ha tra gli altri significati 
quello di ricercare accortamente e pazientemente di venire 
a capo di qualche cosa a forza d'ingegno e di meditazione, 
e in questo senso si dice anche stillarcisi il cervello, — Un 
chimico rovina, ecc. Allude al bollire del sangue di S. Gen- 
naro, ed al fatto notissimo di uno scienziato fiorentino, 
che, vedendo il miracolo del sangue sopraddetto, esclamò ; 
« Lo so far meglio io. » — Fanpani, op. cit. 

V. ISi.—Re Leone. Si allude alla nota favola (vedi Fe- 
dro, I, 5) del Leone, che andato a caccia in compagnia della 
\ acca, della Capra e della Pecora, avendo preso un Cervo 
cosi grosso da satollarsene tutti da buoni ami<5Ì, ne fece 
quattro parti uguali, e se le prese poi tutte prepotente- 
mente per sa. 



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109 



AFFETTI D'UNA MADRE 



Il P. la scrisse nell'estate del 1837, e cosi ne parla 
airamico D. Frediano Fredianelli: e Avrei potuto spaziare 
un poco più pei campi della poesia; ma oltre ohe in tal 
caso avrei parlato io e non la madre, mi è parso che trat- 
tandosi di cosa di mero affetto e di affetto cosi quieto e 
sereno come quello che lega le madri ai figli, fosse me- 
glio tenersi alle espressioni della semplice natura. > (Vedi 
Scritti varij pag. 48S). 



Presso alla culla in dolce atto d'amore, 
Che intendere non può chi non è madre, 
Tacita siede e immobile; ma il volto 
Nel suo vezzoso bambine! rapito, 
5 Arde, si turba e rasserena in questi 

Pensieri della mente inebriata. 

Teco vegliar m' è caro, 

Gioir, pianger con te: beata e pura 
Si fa l'anima mia di cura in cura: 
10 In ogni pena un nuovo affetto imparo. 

Esulta, alla materna ombra fidato, 
Bellissimo innocente I 
Se venga il di che amor soavemente 
Nel nome mio ti sciolga il labbro amato; 



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110 AFFETTI d'una MADRE 

15 Come l' ingenua gota e le infantili 

Labbra t'adorna di bellezza il fiore, 

A te cosi nel core 

Affetti educherò tutti gentili. 

Cosi piena e compita 
20 Avrò l'opra che vuol da me natura; 

Sarò dell'amor tuo lieta e sicura, 
Come data t'avessi un'altra vita. 

Goder d'ogni mio bene. 
D'ogni mia contentezza il Ciel ti dia! 
25 Io della vita nella dubbia via 

Il peso porterò delle tue pene. 

Oh, se per nuovo obietto 
Un di t'affanna giovenil desio, 
Ti risovvenga del materno affetto! 
SO Nessun mai t'amerà dell'amor mio. 

E tu nel tuo dolor solo e pensoso 
Eicercherai la madre, e in queste braccia 
Asconderai la faccia; 
Nel sen che mai non cangia avrai riposo. 



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Ili 



PER IL PMMO CONGRESSO DEI DOTTI 



5 n Congresso a Pisa, scrive il Giusti, è toscano al- 
l'apparenza più che in sostanza, e sebbene abbia qualche 
tacca, può passare se non altro per le teorie esposte da 
q^eW Altezza di Talento » (Giusti, Scritti vari, pag. 59). Il 
Giusti lo scrisse nel 1839 contro 1' oscurantismo, come 
dice egli stesso un anno dopo in una lettera a Enrico 
Mayer. {Epist n. 84). 

Di si nobile Congresso 
Si rallegra con sé stesso 

Tutto l'uman genere. 

Tra i Potenti della penna 
5 Non si tratta, come a Vienna, 

D'allottare i popoli. 

E per questo bh Tirannetto 
Da quattordici al duetto 

Grida: oh che spropositi! 

V. 4r6. — Tra % Potenti, eoe. Chiama potenti della penna 
i dotti, per contrapporli ai re, che si sogliono chiamare Po- 
tenti della terra. — Allottare i popoli. Gioò di metterli al lotto 
nel senso di giocarli, abbandonarli al caso, alla sorte, e allude 
alla divisione delP Italia fatta dagli Alleati cosi a caso e come 
si dice colPaccótta, dopo la caduta di Napoleone I nell'atto 
finale di Vienna del 1815. 

V. 7. — THrannetlo, Francesco IV duca di Modena. Era 
solito a dire eh' egli non voleva persone dotte, ma timorate 
di Dio e quiete e devote al principe. (Vedi pag. 8, nota al 
V. 34). 

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112 FEB IL PBIMO CONORE860 DEI DOTTI 

10 Questo Prìncipe toscano, 

Per tedesco e per sovrano, 

Ciarla thi po' nel manico. 

Lasciar fare a chi fa bene? 
Ma badate se conviene! 
15 Via, non è da Principe. 

Inter nosj la tolleranza 
È una vera sconcordanza, 

Cosa che dà scandalo. 

Non Siam re mica in Siberia: 
20 , ^^0 ^1 volesse! Oh che miseria 

Cavalcar l'Italia! 

Qui, nell'aria, nel terreno, 
Chi lo sa? e' è del veleno: 

Buscherato il genio! 

25 Un'Altezza di talento 

Questo bel ragionamento 

Faccia a sé medesimo : 



V. 10. — Principe toscano. Cioè Leopoldo II di Lorena 
Granduca di Toscana, sotto i cui auspici fu fatto questo 
primo congresso nel 1839. 

V. 12. — Ciurlarenel manico. Si dice propriamente degli 
arnesi che tentennano per non essere ben fìssi nel manico 
stesso ; e figuratamente come qui, di chi opera diversamente 
da quello che dovrebbe per la sua natura, o per il posto 
che tiene. 

V. 16, — Inter nos. Cioè fra noi principi d' Italia. 

V. 24. — Buscherato. Eufemismo che ha del volgare, e 
suona imprecazione come maledetto, vada al diavolo e simili. 
Genio per ingegno sommo, ingegno creatore, non piace ai 
puristi perchè' non lo trovano nei libri anti<ihi, ma a noi 
deve bastare che si trovi costantemente, come si trova, nel- 
r uso vivo. 

v. 25. — Talento, (Vedi pag. 3, nota al v. 27). 



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peb.il primo congrf:8SO dei dotti 113 

Se la stessa teoria 
Segue, salvo l'eresia, . 
30 II morale e il fisico; 

Anco il lume di ragione. 
Per virtù di riflessione, 

Cresce e si moltiplica. 

JS3 siccome a chi governa 
35 È nemica la lanterna 

Che portò Diogene, 

Dal mio Stato felicissimo 
(Che per grazia dell'Altissimo 

Serbo nelle tenebre) 

40 Imporrò con un decreto 

Che chi puzza d'alfabeto ^ 

Torni indietro subito; 

E proseguano il viaggio, 
Purché paghino il pedaggio, 
45 Solamente gli asini. 

Ma quel matto di Granduca 
Di tener la gente ciuca 

Non conosce il bandolo. 



v. 28-45. — Se la atessa teoria^ ecc. Se, salvo l'eresia, le cose 
materiali e le cose spirituali seguono la stessa regola, la 
stessa legge, come per effetto della riflessione può dirsi in 
certo modo che si moltipllchi la luce, cosi per ejS'etto del 
riunirsi dei dotti e del discutere fra loro, crescono e si mol- 
tiplicano le idee ; e siccome a chi regna non piace la luce 
simboleggiata nella lanterna di Diogene (cioè V istruzione 
del popolo) cosi io imporrò con un decreto, ecc. 

V. 48. — Bandolo. E propriamente il capo della matassa, 
né si può dipanarla, se questo non si ritrova : Quindi trovare 
il bandolo o conoscere il bandolo si dice comunemente nel 

Giusti. — Poenie, ^8 , 

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114 PEE IL PEIMO CONGRESSO DEI DOTTI 

Qualche birba lo consiglia; 
50 il mestare è di famiglia 

Vizio ereditario. 

Guardi me che so il mestiere, 
E che faccio il mio dovere 

Propagando gli ebeti. 

55 Per antidoto al progresso, 

Al mio popolo ho concesso 

Di non saper leggere. 

Educato all'ignoranza, 

Serva, paghi, e me n'avanza: 
BO Regnerò con comodo. 

Si, son Vandalo d'origine, j 

E proteggo la caligine, 

E rinculo il secolo. ' 

Maledetto l'ateneo 
65 Che festeggia il Galileo, . 

Benedetto l'Indice. 

senso di trovare o conoscere il modo di riuscire in una fac- 
cenda piuttosto avviluppata e difficile. 

V. 49-51. — - Qualche birba^ ecc. Cioè, o ascolta i Consigli ' 

di qualche liberale (birba) o la smanìa di affaccendarsi a mu- i 

tare (meslare) è vizio ài famiglia, E qui si allude a Leopoldo I | 

il riformatore, che per Francesco IV sanfedista altro non i 

è che un mestatore, un armeggione ambizioso. 

V. 55. — Antidoto. Significa propriamente contravveleno, J 

che per il Duca il progresso è un veleno. 

V. &b,-^ Che festeggia, ecc. Neiropcasione del Congresso, 
fu eretta nelP atrio dell' Università di Pisa, e trasportata 
più tardi nell'Aula Magna, la statua a Galileo, opera insigne 
di Emilio Demi. 



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115 



IL BRINDISI DI GIRELLA 

DEDICATO AL SIGNOR DI TALLEYRAND BUON' ANIMA BUA 



H Girellagli tipo del camaleonte politico di più bassa 
leg^a, ed è divenuto popolare non altrimenti che il Gingil' 
lino. Il P. ha saputo far muovere d'intorno a lui, ne'suoi 
fatti più notevoli; la storia dei rivolgimenti politici dal 
1789 al 1840, nel quale anno la poesia fu composta; e 
sebbene fosse cosi difficile a contentarsi delle cose sue, 
diceva di questa poesia insieme con Gli umanitari e il 
Me Travicello € eh* era quel poco di meglio che avesse 
potuto fare, e nella quale gli paresse di aver raggiunto 
più davvicino i suoi propri concetti. (Giusti, Scritti varij 
pag. 69). 

Girella (emerito 
Di molto merito), 
Sbrigliando a tavola 
L'umor faceto, 
5 Perde la bussola 

E l'alfabeto; 

V. 1-6. — Girella, ecc. Degli uomini che per interesse 
accolgono via via e favoreggiano destramente le opinioni 
politiche dominanti, come se le professassero in coscienza, 
si dice comunemente (con immagine tolta dalla banderola) 
che si girano a ogni vento, e si chiamano anche banderole ad- 
dirittura. Quindi a spiegare l'origine di questo nome proprio 
di Girella^ divenuto, dopo la poesia del Giusti, l'appellativo 
di tutti i voltafaccia politici e peggio, non occorre, secondo 
me, di mettere in ballo, come qualcuno ha fatto, la parola 
francese girouette che significa anch' essa una specie di ban- 



116 IL BRINDISI DI GIRELLA 

E nel trincare 

Cantando un brindisi, 

Della sua cronaca 
10 Particolare 

Gli usci di bocca 

La filastrocca. 
Viva Arlecchini 

E burattini 
15 Grossi e piccini ; 

Viva le maschere 

D' ogni paese ; 

Le Giunte, i Club, i Principi e 1© Chiese. 



derola, né il Dictionnaire dea Oirouettes stampato a Parigi 
nel 1815. Il P. derivò Girella da girare come Gingillino Uà 
gingillare: ecco tutto. Lo dedicò poi alla memoria del diplo- 
matico francese Carlo Maurizio Talleyrand (1758-1888) perchè 
costui prima prete e vescovo, poi apostata e cospiratore con 
Mirabeau, poi ministro di Napoleone, poi ministro de' Bor- 
boni restaurati e finalmente ambasciatore di Luigi Filippa 
Be borghese, costui, dico, simulatore e dissimulatore abÌLiS' 
Simo , solito a dire che « Dio dette all' uomo la parola per 
nascondere i pensieri », è di questo pessimo genere forse il 
tipo più insigne che ci possa dare la storia. — Emerito, Cioè 
riposato con la pensione. — Sbrigliando, ecc. Cioè lasciando 
libera la briglia al suo buon umore. — Perde, ecc. Cioè si 
alterò perdendo ogni riguardo, ogni cautela. 

V. 11. — Uscì di bocca. Dice così perchè in vino veritas, e 
ciò avviene specialmente in quella prima fase delPubbria- 
chezza molto espansiva, alla quale in Toscana si dà il 
nome di chiacchierina, 

V. 18-18. — Viva Arlecchini, ecc. Nota giustamente il 
Fanfani come «questo grazioso ritornello, che comincia 
sempre da Arlecchino, maschera della commedia popolare, il 
quale ha il vestito a scacchi di tutti i colori, mescola sempre 
le cose tra loro più contrarie, a mostrar più efficacemente 
la variabilità di Girella. » — Burattini, Allude a sé e in ge- 
nerale agli uomini specie politici del suo carattere, cioè di 
nessun carattere, che son mossi soltanto dall' interesse, 
come i burattini son mossi dalle dita o dai fili del burat- 
tinaio* — Le Giunte, Si chiamano anch' oggi oosi le com- 



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IL BRINDISI DI GIRELLA 117 

Da tutti questi 
20 Con mezzi onesti, 

Barcamenandomi 

Tra il vecchio e il nuovo, 

Buscai da vivere, 

Da farmi il covo. 
25 La gente ferma, 

Piena di scrupoli, 

Non sa coli' anima 

Giocar di scherma; 

Non ha pietanza 
30 Dalla Finanza. 

Viva Arlecchini 

£ burattini ; 

Viva i quattrini I 

Viva le maschere 

missioni o governative o municipali o parlamentari ecc., 
incaricate di consultarsi e deliberare sopra affari d^ inte- 
resse pubblico. — Club. È ridotto o circolo di persone as- 
sociate liberamente a un dato fine, che qui à evidentemente 
politico. 

V. 21. — Barcamenandomi, ecc. Il verbo barcamenarsi, 
cosi comune in Toscana, vale destreggiarsi, procedere cauta- 
mente fra le difficoltà facendo sempre il proprio vantaggio, 
e si usa in questo senso anche il semplice barcamenare 
— « JEf bisogna saper barcamenare » (Gingillino). — Sebbene il 
modo venga dalla barca, non si adopera più nel senso ori- 
ginario nel quale si dice invece barcheggiare per andare in 
barca, e si scompone nella frase menare la barca, per diri^ 
gerla. Imbarcarsi poi significa esporsi ai pericoli — guarda 
dove Rimbarchi! — e quando si fa spensieratamente, dicesi 
anche imbarcarsi senza biscotto. 

V. 23-24. — Buscai, ecc. Vedi pag. 101, nota al v. 58. — Il 
covo. Cioè una condizione comoda o agiata. 

V. 25. — La gente ferma. Cioè che sta salda ne' suoi 
principi, che ha coscienza, che ha carattere. 

V. 28. — Giocar di scherma con V anima, modo nuovo ed 
efficacissimo ; fa pensare alle finte, alle parate, insomma a 
tutte quelle insidie da.... gentiluomini. 



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118 IL BKIl^TSr UT GIRELLA 

35 D* Ogni paese, 

Le imposmoni e V ultimo del me^a. 

Io, nelle acosse 

Delle sommosse, 

Tenni per àncora 
40 D' ogni burrasca, 

Da dieci o dodici 

Coccarde in tasca. 

Se cadde il Prete, 

Io feci l' ateo, 
45 Kubando lampade, 

Cristi e pianete, 

Case e poderi 

Di monasteri. 
Viva Arlecchini 
50 E burattini, 

E Giacobini; 

Viva le maschere 

D'ogni paese, 

Loreto e la Repubblica francese. 

55 Se poi la coda 

Tornò di moda, 

V. 86. — L'ultimo del mese. Cioè il giorno che si riscuote. 

V. 51. — Giacobini j ecc. Vedi pag. 45, nota al v. 16. 

V. 54. — Loreto, ecc. Loreto sta qui, a cagione del suo 
celebre santuario, a rappresentare la religione, o meglio 
la superstizione ; e, per contrario, la Repubblica francese vi 
rappresenta la libertà del pensiero e più particolarmente 
r irreligione, 1' ateismo. 

V. 55. — Se poi la coda, ecc. Nel secolo XVIII, prima 
però della rivoluzione francese, anche gli uomini solevano 
portare giù per la nuca una coda di capelli corta e sottile, 
detta codino. Di qui si chiamarono e si chiamano ancora 
popolarmente codini^ tutti coloro che in politica si atten- 
gono alle idee del nonno, e avversano il progresso. Ora 

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IL BRINDISI DI GIRELLA 119 

Ligio al Pontefice 

E al mio Sovrano, 

Alzai patiboli 
60 Da buon cristiano. 

La roba presa 

Non fece ostacolo; 

Che col difendere 

Corona e Chiesa, 
65 Non resi mai 

Quel che rubai. 
Viva Arlecchini 

E burattini, 

E birichini: 
70 Briganti e maschere 

D' ogni paese, 

Chi processò, chi prese e chi non rese. 

Quando ho stampato, 
Ho celebrato, 
75 E troni e popoli, 

E paci e guerre; 
Luigi, l'Albero, 
Pitt, Robespierre, 

quando le idee francesi cominciarono a diffondersi fra noi, 
questa coda o codino serviva talvolta di salvacondotto ai li- 
berali che se l' appiccicavano posticcia, trovandosi in peri- 
colo; ma i codini davvero, per non essere minchionati a quel 
modo, talvolta davano una tirata a quella coda sospetta e 
restava loro nelle mani. Simil caso avvenne a Pisa anche a 
G. B. Niccolini che studiava in quella Università, e si salvò 
per miracolo. 

V. 77-84. — Luigi, ecc. Il buono e infelice Luigi XVI re 
di Francia, (1754-1793) decapitato all' epoca del terrore. — 
là^ Albero. Cioè l'albero cosi detto della libertàj eretto a Pa- 
rigi nei giorni della rivoluzione. — Pitt, Guglielmo Pitt, 
Lord Chatham (1708-1778) uno dei più grandi uomini di 
Stato dell' Inghilterra avverso alla rivoluzione francese. — 

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120 IL BRINDISI DI GIRELLA 

Napoleone, 
80 Pio sesto e settimo, 

Murat, Fra Diavolo, 

Il Re Nasone, 

Mosca e Marengo; 

E me ne tengo. 
86 Viva Arlecchini 

E burattini, 

E Ghibellini, 

E Guelfi, e maschere 

D'ogni paese; 
9C Evviva chi sali, viva chi sceab* 

Quando tornò 
Lo statu quOj 

Boheapierre. Massimo, Maria, Isidoro Robespierre (1758- 
1794) uno dei principali capi della rivoluzione francese, de- 
spota e sanguinario, fini sotto la mannaia. — Napoleone. Cioò 
Napoleone I Bonaparte (1769-1821). —- Fio VI. Giovanni An- 
gelo Braschi (1717-1799). — Pio VII. Conte Barnaba Luigi 
Chiaramente (1742-1823). Questi due buoni pontefici furono 
avversi a Napoleone e in parte anche vittime di lui. — Murat. 
G-iovacchino Murat (1771-1815) uno dei più valorosi gene- 
rali di Napoleone I, che gli dette in moglie la propria so- 
rella Carolina (1800) e lo fece re di Napoli (1808). Sconfitto 
a Tolentino, fuggi in Francia indi in Corsica, e tentando, su- 
bito dopo la restaurazione borbonica, di recuperare il trono, 
fu fucilato a Pizzo di Calabria. — Fra Diavolo. Cioò Michele 
Pozza (1760-1806) calabrese, famoso brigante, che combatteva 
sotto il cardinal Buffo per i Borboni contro i Francesi: preso 
a S. Severino, fu impiccato a Napoli. — Re Nasone, Era chia- 
mato cosi per ischerno, Ferdinando I di Borbone, re delle 
Due Sicilie (1751-1821), generalmente odiato come spergiuro 
e crudelissimo. — Mosca e Marengo. A Mosca cadde la potenza 
di Napoleone (1812) la quale era sorta a Marengo (1800), 
con la vittoria da lui riportata sugli Austriaci, che gli dette 
la corona imperiale. 

V. 92-94. — Statu quoj ecc. >Si^a^tt guo, cioè la restaura- 
zione del 1815 dopo la caduta di Napoleone I. — Bal- 
doria vale propriamente fuoco d' allegria, falò in occasione 
di festa; e far baldoria^ come qui, si usa generalmente per 



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11^ BRINDISI DI GIRELLA 121 

Feci baldorie; 

Staccai cavalli, 
95 Mutai le statue 

Sui piedistalli. 

E adagio adagio 

Tra V onde e i vortici, 

Su queste tavole 
100 Del gran naufragio, 

Gridando evviva 

Chiappai la riva. 
Viva Arlecchini 

E burattini; 
105 Viva gì* inchini, 

Viva le maschere 

D' ogni paese. 

Viva il gergo d' allora e chi l'intese. 

Quando volea 
110 (Che beiridea!) 

Uscito il secolo 

Euor de' minori, 

Levar l'incomodo 

Ai suoi tutori, 
115 Fruttò il carbone, 

Saputo vendere, 

Al cor di Cesare 

D'un mio padrone 

far festa. — Staccai cavalli. Come soglion fare gli ammira- 
tori fanatici o interessati ai celebri cantanti o istrioni od 
uomini politici, spesso istrioni anche loro. 

V. 109-120. — Quando ro^ecr, ecc. Cioè quando scoppiarono 
le rivoluzioni del 1821 prima a Napoli poi a Torino. — Carlo 
Alberto allora come semplice principe di Carignano, reggente 
lo Stato in nome di Carlo Felice, favori le idee liberali dei 
Carbonari, che fu poi costretto ad abbandonare per la in- 
vasione austriaca, e nel 1833 per assicurarsi la successione 

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122 IL BRINDISI DI GIRELLA 

Titol di Re, 
120 E il nastro a me. 

Viva Arlecchini 

E burattini 

E pasticcini; 

Viva le maschere 
125 D' ogni paese, 

La candela di sego e chi l'accese. 

Dal trenta in poi, 
A dirla a voi, 
Alzo alle nuvole 
130 Le tre giornate, 

Lodo di Modena 
Le spacconate; 

del trono, a cui aspirava Francesco IV duca di Modena, fu 
indotto a prender parte col Duca di Angouléme alla male 
augurata impresa contro i costituzionali di Spagna, dove 
combattè al Trocadero, che è un forte presso Cadice. Oggi 
si sa, ciò che il P. allora non poteva sapere, che quel prin- 
cipe fu più che altro infelice. Ad ogni modo fece gloriosa 
ammenda del fallo, divenendo più tardi propugnatore ma- 
gnanimo e vittima gloriosa della indipendenza italiana. 

V. 126. La candela di sego^ ecc. Vuol dire gli Austriaci 
e chi li fece venire in Italia. Era opinione volgare in To- 
scana, che i soldati dell' Austria, specialmente i Croati, fa- 
cessero grande uso del sego per ungersene i baffi e per far 
più grassa la loro povera minestra. Quindi queste innocenti 
parole candela di sego, sa di sego e simili, al tempo del P. 
avevano un significato politico. Vedi più giù la poesia inti- 
tolata Sant* Ambrogio, st. IV. 

V. 130-132. — Le tre giornate, ecc. Cioè la rivoluzione di 
Parigi del 27, 28 e 29 luglio 1830, per la quale fu cacciato 
Carlo X Borbone re di Francia, e gli successe Luigi Filippo 
d' Orléans, che s' intitolò re de* Francesi e dette una carta o 
costituzione più larga e democratica, tantoché fu detto il re 
borghese ; invece della bandiera bianca dei Borboni, ripristinò 
la tricolore, inaugurata già dal Comune di Parigi, come ves- 
sillo nazionale. — Spacconate, Cioè le vanterie e le decla- 
mazioni di Francesco IV duca di Modena, contro le dottrine 
liberali. (Vedi Primo Congresso dei Dotti, pag. 111). 

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IL BRINDISI DI GIRELLA 123 

Leggo Giornali^ 

Di tutti i generi ; 
136 Piango V Italia 

Coi liberali; 

E se mi torna, 

Ne dico corna. 
Viva Arlecchini 
140 E burattini, 

E il Re Chiappini, 

Viva le maschere 

D'ogni paese, 

La Carta, i tre colori e il crimen Icbscb, 

145 Ora son vecchio ; 

Ma coir orecchio 

Per abitudine 

E per trastullo, 

Certi vocaboli 
150 Pigliando a frullo, 

Placidamente 

Qua e là m' esercito ; 

E sotto r egida 

Del Presidente 

V. 141. — Il Re Chiappini, Cioè Luigi Filippo d'Orléans 
ultimo re di Francia. (Vedi pag:. 14, nota al v. 46). 

V. 144. — Crimen laesae. (Vedi pag. 106, nota al v. 153). 

V. 150. —Pigliando a frullo, ecc. Cioè a volo, per aria, su- 
bito, senza'l asciarli cadere. Frullo vale quel rumore ohe fanno 
certi uccelli velocissimi nel volo, come le starne (donde star- 
nazzare le ali per sbatterle) o i beccaccini. Anzi c'è un beccac- 
cino più piccolo degli altri che àol frullare si chiama appunto 
frullino, ed è un boccone squisitissimo. Del resto si Capisce 
bene che il nostro Girella esercita placidamente la sua ono- 
rata vecchiaia a far la spia, a lavorar di soffietto come Òingilli- 
no, o come anche si dice popolarmente in Toscana a f&rpippo, 

V. 154. — Presidente, cioè presidente del Buon Governo, 
che sotto il Granduca si chiamava Qosl in Toscana il capo 
supremo della polizia. 

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124 Ih I^BINDISI DI GIRELLA 

155 Godo il papato 

Dì pensionato. 
Viva Arlecchini 

E burattini, 

E teste fini; 
160 Viva le maschere 

D'ogni paese, 

Viva chi sa tener l'orecchie teso 

Quante cadute 

Si son vedute I 
165 Chi perse il credito, 

Chi perse il fiato, 

Chi la collottola, 

E chi lo Stato. 

Ma capofitti 
170 Cascaron gli asini; 

Noi valentuomini 

Siam sempre ritti. 

Mangiando i frutti 

Del mal di tutti. 
175 Viva Arlecchini 

E burattini, 

E gl'indovini; 

Viva le maschere 

D'ogni paese, 
180 Viva Brighella che ci fa le gpesei 

V. 166-167. — Per«e il fiato^ eco. Cioè la vita, la collottola^ 
cioè fu decapitato. (Vedi pag. 78, nota al v. 47). 

V. 180. — Brighella^ ecc. Si chiama propriamente cosi una 
maschera comica, che rappresenta un servo bergamasco buf- 
fonescamente astuto ; ma si usa anche in generale per buf- 
fone, minchione e simili ; e il nostro Girella chiama a questo 
modo per gratitudine il Principe che gli dà la pensione. 



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125 



IL SOSPIRO DELL'ANIMA 



Il P. in una lettera all'amico Francesco Silvio Orlan- 
dini, ne parla cosi: «In tutta questa composizione v'è un 
certo che d'aereo e d'indefinito, colpa o del subbietto me- 
desimo o di me che non ho saputo svolgerlo pienamente. 
Posso dirti che la scrissi per bisogno, in uno di quei mo- 
menti che il cuore e Pintelletto s' abbandona quasi esta- 
tico al sentimento e alla contemplazione del bello e del 
buono. Fu cominciata nel 1839, e condotta a compimento 
nel 1841. > (Giusti — Scritti vari pag. 46). 

L'argomento di questa nobilissima poesia è l'immor- 
talità dell' anima che il Giusti intuisce da poeta, e svolge 
da pensatore. Io, annotandola, ne ho fatta in più luoghi 
come una parafrasi, perchè mi premeva molto, che i 
giovanetti studiosi potessero entrare senza fatica dentro 
le segrete cose di una poesia cosi degna di essere studiata, 
se non per la forma dello stile, che qua e là lascia non 
poco a desiderare, certo per la sua alta importanza 
morale. 

Il pensiero che ne forma come l' intima tessitura è 
questo : Il non contentarsi mai dei beni presenti, per 
quanto possano essere grandi e lungamente bramati, lo 
spingersi sempre con l'immaginazione e col desiderio nel- 
l' avvenire, in cerca di beni più perfetti e più puri, aspi- 
rando del continuo insaziabilmente ad una felicità che 
l'esperienza ci dimostra impossibile a conseguire in que- 
sto mondo; tuttociò è al tempo stesso presentimento e 
promessa dell' esistenza di una vita immortale, che sola 
può appagare il sospiro dell' anima nostra. 

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126 IL SOSPIRO DELL' ANIMA 

Suonar nel mio segreto odo una voce 
Che a se mi tiene dubitando inteso, 
E non sento l' età fuggir veloce 
In quella nota attonito e sospeso. 
5 Cosi rapido scorre e inavvertito 

Il libro, quando, per diversa cura, 
In se fermato V animo e rapito, 
Non procede coli' occhio alla lettura. 

Chi sei che parli si pietoso e umile? 
10 Un lieto sogno della mente? sei 

Misterioso spirito gentile 
Che ti compiangi degli affanni miei? 
Nella mestizia più benigno sorge, 
E tesori di gioie a me rivela; 
15 A me dubbioso e stanco aita porge, 

E cosi meco parla e si querela: 

» Perchè si pronto vai per il cammino 
Soave che per grazia il ciel ti diede. 



v. 8. — Non procede, eco. Cioò non va dietro all' occhio 
che legge, ossia non si accorge o non ha coscienza di ciò 
che legge. 

V. 12. — Ti compiangi. Cioè senti pietà e ti conduoli 
de' miei dolori. 

V. 17-32. — Perchè, ecc. Il senso letterale è questo: — 
Perchè percorri cosi malinconico ed a passo cosi lesto que- 
sto bel paese italico, dove avesti la fortuna di nascere? — 
Il senso figurato poi è quest'altro: — Perchè ti affretti colle 
tue ansie e co' tuoi dolori al tuo fine, dispregiando e non cu- 
rando quanto ti offre di bello il tuo paese gentile, che do- 
vrebbe innamorarti della vita? — Ora a questa domanda 
risponde lo stesso misterioso spirito in sostanza cosi: Tu 
non ti contenti delle bellezze per grandi che sieno del- 
l'Italia, della tua patria terrena, perchè vagheggi nella 
tua mente le bellezze immortali della patria celeste, di- 
sdegni la terra, perchè aspiri al cielo. 



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IL SOSPIRO dell'anima 127 

E sei fatto simile al pellegrino 
20 Ohe per umida valle affretta il piede ? 

No, no, questa non è terra di pianto, 
È giardino di fiori e d' acque ameno ; 
Sofferma il passo, ah ! non t' incresca tanto 
Il tuo gentile italico terreno. 

25 > Ma un sentier che la pace ha per confine, 
Laghi, perenni fonti, aure beate. 
Pianure interminabili e colline 
Di perpetua verdura inghirlandate. 
Sempre innanzi alla mente desiosa 

30 Siccome sogni ricordati stanno, 

E il forte immaginar che non ha posa 
Di stupor t'empie e di segreto affanno. 

» Qui l'avida pupilla non s'appaga 
Nelle bellezze della donna amata, 
35 Né tu vedesti mai cosa più vaga, 

Né mai diversa donna hai desiata; 

non ravvisi in lei l'Angelo vero 
Cosi velato di corporea forma, 
quella che amoreggia il tuo pensiero 
40 Sopra i fior di quaggiù non posa l'orma. 



V. 33-40. — Qui r avida, ecc. Una volta che i tuoi occhi 
non si appagano delle bellezze della donna che ami, cioè 
una volta che desideri una donna più bella di lei, siccome 
essa è bellissima, o non t'accorgi ch'essa è un Ano;elo 
chiuso in membra mortali, o Tessere che ami nella solitu- 
dine del tuo pensiero non abita sulla terra, e non è cosa 
reale. — Amoreggia. Veramente amoreggiare si dice nel senso 
di fare all' amore leggermente, vanamente ed anche peggio, 
ed è intransitivo (amoreg^^iare con alcuna e non amoreggiare 
alcuna). Qai il P. 1' usa nel senso più nobile e transitiva- 
mente come amare, vagheggiare e simili. Quanto poi alla 



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128 IL SOSPIRO dell'anima 

» Vegliando incontro ai bei sogni ridenti, 
Ogni più chiuso albergo apre al dolore; 
E quasi armato di so stesso, il core 
Vigor si fa degl'intimi tormenti. 
45 Di cosa lieve pueril talento 

Mai noi travolge seco in lungo oblio, 
E mai non seppe abbandonarsi, lento 
Seguendo inerzia, a lubrico pendio. 

» Virtù d' amor non lieve e non mentita 
50 Come gemma derisa asconde e serba; 

La sua non terge per 1' altrui ferita. 
Ma del comun gioir si disacerba; 

Non corre a maledir con facil piede 
Se il fatto non risponde alFalta idea, 
55 Vagheggia in sé coli' occhio della fede 

Secoli di virtude, e là si bea. 



frase posa V orma nel senso dì posare il piede lasciandovi 
V orma^ è ardita ma non falsa e meno audace del modo Man- 
zoniano dell' orma che calpesta (Y. Cinque maggio). Quanto 
alla sostanza, il pensiero espresso in questa specie di dilem- 
ma, altro non è che un concettino falso, una lambiccatura 
da lasciare ai servili imitatori del Petrarca, che Dio li perdoni. 
V. 41-56. — Vegliando, ecc. Cioè il cuore non sognando, 
ma stando ben desto, insomma non accogliendo in so vane 
speranze, si apre ad ogni dolore e trae dagli stessi tormenti 
vigore a tollerarli. La brama puerile di beni lievi e vani 
non lo travolge mai nell'oblio di sé stesso ; né ozioso e 
tardo si abbandonò mai sulla sdrucciolevole via del vizio. 
Esso serba e custodisce, come gemma, dentro di so la sin- 
cera virtù dell'amore da molti derisa, ed invece di trarre 
dai dolori degli altri un conforto a' suoi propri, sente meno 
l'infelicità sua, vedendo gli altri felici. Non è facile a dar 
biasimo agli uomini, se nelle azioni rimangono al disotto 
del sublime ideale della virtù ; ma, confortato dalla fede negli 
umani destini, vagheggia secoli nei quali trionferà il bene, 
e in questa contemplazione è beato. — Il core che non corre 
a maledire con facil piede^ à modo che ha dello strano assai. 



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IL SOSPIEO bell'anima W^ 

> Però la mente tua, quando si cessa 

Dall' opre e dalle cure aspre del giorno, 
Ama, tutto tacendo a lei d' intorno, 
60 In quel silenzio ricercar sé stessa. 

E air azzurro sereno, al puro lume 
' Degli astri intendi V occhio lagrimoso, 
Come augelletto dall'inferme piume 
Appiè delFarboscel del suo riposo. 

65 » Quest'ardito desio, vago, indistinto, 
È una parte di te, di te migliore, 
Che sdegnando dei sensi il laberinto. 
Anela un filo a uscir di breve errore ; 
Come germe che innanzi primavera 

7Ó Dell'involucro suo tenta la scorza, 

Impaziente s' agita, e la vera 
Sentita patria conseguir si sforza. 

» Però t' incresce il dolce aere e la terra 
Ch' ogni mortai vaghezza addietro lassa, 
75 E raro spunta dall'interna guerra 

Riso che sfiora il labbro e al cor non passa. 

V. 57. — Si cessa. Cioè si riposa; ma il modo è più nei 
libri che nell'uso. 

v. 61-64. — Senso: Volgi l'occhio lacrimoso al cielo, da 
cui l'anima viene ed a cui ritorna, come a sito decreto (per 
dirla con Dante) a guisa dell'uccelletto che caduto dal nido, 
non potendo ad esso risalire per fiacchezza di ali, lo guarda 
dal piede dell'albero con occhi bramosi. 

V. 71-72. — Impaziente s'agita: Cosi il tuo spirito s'agita 
impaziente. — La vera patria. Cioè il cielo. E la comjjara- 
zione del germe fa pensare a quella dantesca cosi famosa; 

« Non v' accorgete voi, che noi siara vermi 
Nati a formar l' angelica farfalla....? » 

{Purg. X, 124). 

V. 73. — La terra che^ ecc. La terra che supera in bel- 
lezza ogni bellezza mortale, cioè l'Italia. 

Giusti. — Poesie. 9 

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130 IL SOSPIRO dell'anima 

Gli aspetti di quaggiii perdon virtute 
Delle pensate cose al paragone, 
E Dio, centro di luce è* di salute, 
80 Ne risospinge a sé con questo sprone. 

» Onde gV inni di lode e il fiero scherno 
Che dol vizio si fa ludibrio e scena, 
Muovon da occulta idea del bello eterno 
Come due rivi d' una stessa vena. 
85 Questo drizzar la vela a ignota riva, 

Questo adirarsi d' una vita oscura 
E la lieta virt^i che ne deriva, 
Son larve, di lor vero arra e figura. > 

Ma quasi stretto da tenace freno 
90 Dire il labbro non può quel che il cor sente ; 

E più dolce, più nobile, più pieno 
•Mi resta il mio concetto entro la mente , 

V. 77-88. — Gli aspetti, ecc. Cioè le bellezze mortali 
scemano di pregio agli occhi tuoi, quando le paragoni 
alle immortali che crei nel tuo pensiero. E questo è come 
uno sprone col quale Iddio, che è luce e salute, chiama l'uomo 
a se. Tanto le lodi tributate alla virtù, quanto il biasimo 
dato al vizio, derivano in sostanza come due ruscelli dalla 
stessa fonte, dall'idea che abbiamo in noi del bello e del 
bene eterno, che è Iddio ; e questo sdegnarsi ohe fanno i 
ouoni di quanto nella vita vi è di oscuro e vile, e per con- 
trario r innamorarsi del bene e praticarlo, nella qual cosa 
consiste la virtù, tutto ciò, dico, è un segno ed una pro- 
messa d'una vita futura, felice e immortale. — Son larve, ecc. 
Cioè sono come immagini le quali ci danno la certezza della 
verità eterna, che simboleggiano o rappresentano. 

V. 89-92. — Ma quasi, ecc. Il Frizzi dice che questo luogo 
rammenta il notissimo: 

E sento come il più divin a' invola, 
2S'ò può il giogo patir della parola. 

E vero, ma io credo dovere aggiungere, perchè i giovani 
studiosi non 1' abbiano a prendere per una imitazione, che 



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IL SOSPIRO dell'anima 131 

E gareggiando colla fantasìa. 
Lo stile è vinto al paragon dell'ale; 
^5 E suona all' intelletto un' armonia 

Che non raggiunse mai oorda mortale. 



Ah si ! lunge da noi, fuor della sfera 

Oltre la qual non cerchia uman compasso, 
Vive una vita che non è men vera 
100 Perchè comprender non si può qui basso. 

Cinta d' alto mistero arde una pura 
Eiammella in mar d' eterna luce accesa, 
Da questo corpo che le fa misura 
Variamente sentita, e non intesa. 



-quando il Giusti conobbe per mezzo di Tommaso Grossi qae 
•due versi allora inediti (che sono del Manzoni), aveva già da 
circa sei anni composta questa poesia. (V. Epist. n. 302). 

V. 93. — E gtireggiando, ecc. Spiegherei : Lo stile gareg- 
giando con la fantasia, cioè ingegnandosi di pareggiare 
nella espressione, ciò che la fantasia vede, vale a dire di 
esprimerlo tale e quale come lo sente, è vinto, non ne pa- 
reggia il volo. Difatti la fantasia è quasi intuizione imme- 
■diata, ispirazione {ha Vali), e lo stile è invece riflessione, 
meditazione , arte. Ora la perfezione dell'arte sta appunto 
in questo, che l'espressione {lo utile) non tolga nulla al 
concetto (formato dalla fantasia), ma lo renda proprio 
<5om' è. 

V. 97-104. — Lunge da noi, ecc. Cioè al di là della sfera 
dentro la quale il pensiero umano può aggirarci, che è quanto 
dire in un mondo diverso dal nostro, esiste una vita {la vita 
eterna) che non è meno vera, meno certa della terrena, seb- 
bene quaggiù non si possa comprendere. — Cinta d'alto, ecc. 
Cioè V anima che è arcanamente in noi, come pura fiamma 
accesa nell' eterno lume di Dio, variamente sentita, ma non 
intesa dal corpo che la viene come a chiudere e limitare in 
sé. Il Frizzi trova non bello quest' ultimo pensiero e non 
consentaneo allo spiritualismo professato dal P. Ha ragione, 
perchè il corpo come tale, non solo è privo della facoltà d'in» 
tendere, ma anche di quella di sentire. 



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132 IL 809Piito dkll' anima 

105 Come Elitropio, che l' antica mente 

Fingea Ninfa mutata in fior gentile, 
Segue del sole il raggio onnipotente, 
Del sol elle più tra gli astri è a Dio simile; 
Continuando la terrena via, 

110 Rivolta sempre al lume che sospira, 

Seguirà, seguirà, 1* anima mia 
Questo laccio d'amor che a sé la tira. 

Ahi misero colui che circoscrive 
Se di questi anni nelF angusto giro, 
115 E tremante dell'ore fuggitive 

Volge solo al passato il suo sospiro f 

Principio e fine a noi d' ogni dimora 
Neir esser, crede il feretro e la culla ; 
Simili a bolla che da morta gora 
120 Pullula un tratto e si risolve in nulla. 



V. 105. — Eutropio, Allude alla nota favola di Clizia» 
Questa ninfa oceanina, già teneramente amata da Apollo 
e poi da esso presa in odio, non potendosi strappare dal 
petto 1' amore di lui, passava i giorni astenendosi dal cibo- 
e intenta solo a seguire con gli occhi da mattina a sera il 
cammino eh' egli faceva dall' oriente alP occidente sul coc- 
chio apportatore della luce, finche polendo più del dolore^ 
il digiuno^ mori e fu trasformata in Eliotropio o girasole. 



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133 



L' INCORONAZIONE 



Scritta nel 1838 nell'occasione che l'imperatore d'Au- 
stria Ferdinando I venne in Italia a incoronarsi con la 
corona di ferro. Il G-insti qualche anno dopo ne fece questo 
giudizio: «s'alza un po' sulle altre (cioè su quelle scritte 
prima\ ed è una razza di satira che invade le regioni della 
lirica. Potrà essere di due colori a chi non consideri che in 
quell'occasione le persone (tanto recitanti che spettatori) 
«rano ridicole, e il fatto serio. L' autore tenendo dietro a 
quelle che si chiamano modifìcazioni dell'animo, non ha 
potuto trattare gravemente le persone, nò burlescamente 
le cose. > (G-iusti. Scritti vari, pag. 69). 

Ed è veramente cosi. Del resto, ossia di due colori o 
d'un solo, tranne qua e là un po' di declamazione, è una 
poesia nobile e originale, e tale da meritarsi le lodi che 
ne fa Giosuè Carducci con queste parole: « A\V indipen- 
denza grida più alto e più forte (che nello Stivale) in quel 
portento àoiV Incoronazione^ dove dell'odio e disprezzo de- 
gl'Italiani pe'lor dominanti mostra la cagione in quel 
• sudicio inginocchiarsi di questi, men che vassalli, all' au- 
striaco re dei re. E questi, cause seconde del nostro ser- 
vaggio, son qui aggruppati intorno all'imperator d'Au- 
stria, e con vivissima fedeltà delineati: Ferdinando II di 
Napoli sfogglante fermezza d' animo e forze proprie all'op- 
pressione ; Leopoldo di Toscana, gingillante se e il popolo 
con le interne migliorie; le turpi vanità della duchessa 
di Parma e del duca di Lucca j Francesco IV di Modena, 
tipo non volgare di profonda pervicacia nel regresso e 
nella reazione : e l'abbiettazion necessaria del pontificato 
temporale, a cui, senza le illusioni dannose de' nuovi guelfi, 

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184 L' INCORONAZIONE 

si volge il solo vero e nobil consiglio che possa darsi ai 
papi da nn concittadino dell' Alighieri e del Machiavelli 
e da un cristiano. » {Opere di G. Carducci. — Bologna^ 
Zanichell/, 1886, Voi. 11^ 334). 



Al Re dei Re che schiavi ci conserva, 
Mantenga Dio lo stomaco e gli artigli: 
Di coronate Volpi e di Conigli 

Minor caterva 

5 Intorno a lui s'agglomera, e le chiome 
Porgendo, giuda al tosato^ sovrano: 
Noi toseremo di seconda mano, 

Babbo, in tuo nome. 

V. 1-3. — Al Re dei Re, ecc. Questo augurio è come un'arguta 
parodia di quello che gli scrittori romani ponevano in princi- 
pio alle loro epistole. — Lo stomaco e gli artigli. Lo stomaco 
per digerire e gli artigli per afferrare e sbranare ; e si allude 
allo stemma dell' aquila austriaca « che per più divorar due 
becchi porta. » Del resto chiama re dei re l'imperator d'Au- 
stria perchè, dopo l' atto finale di Vienna del 1815, esercitava, 
sebbene abusivamente, come un'alta signoria in Italia, con- 
siderandone i principi quasi suoi vassalli. — Coronate volpi^ 
ecc. A dinotare i principi astuti ed i timidi e paurosi. 

V. 5-8. — E le chiome, ecc. Il senso è evidentemente que- 
sto : I principi Italiani porgendo i capelli all' Imperatore per 
esser tosati, gli dicono: o babbo, tu toserai noi, e noi alla 
nostra volta toseremo i nostri popoli in nome tuo. Bisogna 
aggiungere però che tosare nel senso di aggravare di tasse 
per faro quattrini, è più proprio detto de' principi rispetto 
ai loro popoli, che dell' Imperatore rispetto ai principi. Ma 
il P. ha potuto sottintenderlo riferibile anche all'imperatore, 
perchè questi considerava i principi italiani come suoi vas- 
salli e quasi direi come sue pecore. Questi due sensi dati dal 
P. alla stessa parola hanno indotto i commentatori a spiegare 
la frase porgendo le chiome y ecc., per inchinarsi^ umiliarsi 
e simili, confondendo il senso proprio col senso figurato, 
come se porgere i capelli a un tosatore non fosse pro- 
prio lo stesso che dirgli tosatemi. Si avverta inoltre che 

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l'incoronazione 135 

Vedi i ginocchi insudiciar primiero 
10 ir Savoiardo di rimordi giallo, 

Quei che purgò di gloria un breve fallo 
Al Trocadero. 

Carbonari, è il Duca vostro, è desso 
Che al palco e al duro carcere v'ha tratti; 
15 Ei regalmente del ventuno i patti 

Mantiene adesso. 

Colla clamide il suol dietro gli spazza 
Il Lazzarone paladino infermo: 
Non volge P anno, in lui sentì Palermo 
20 La vecchia razza. 

Di tant'armi che fai, re Sacripante? 
Sfondar ti pensi il cielo con un pugno? 



fare nna cosa di seconda mano^ non vale proprio, come 1' ha 
usato il P. farla dopo un altro, alla sua volta, in secondo 
luogo, ma farla per mano d* altri j quindi non si potrebbe 
rigorosamente dire dei principi italiani come quelli che to- 
savano da se {di prima mano) e per se. 

V. 10. — Il Savoiardo, ecc. Carlo Alberto di Savoia Be di 
Piemonte. (Vedi pag. 121, nota al v. 109). 

v. 18-21. — Lazzarone, ecc. Ferdinando II Re di Napoli, 
n P. lo chiama lazzarone per disprezzo {lazzaroni son detti 
a Napoli gli uomini dell' infima plebe) e Paladino infermo e 
re Sacripante, a significare che la pretendeva molto, e po- 
teva poco. Del resto né Carlo Alberto ne Ferdinando II 
furono presenti a quella cerimonia. — La vecchia razza. 
Cioè la razza dei Borboni suoi antenati. Se non cìie era pure 
di questa vecchia razza spesso crudele, e lo aveva preceduto 
nel regno di Napoli (1734-1759) Carlo III principe di ottimo 
cuore e riformatore sapiente. Qui poi si accenna alla crudele 
repressione dei moti di Sicilia fatta nel 1833. — Sacripante. 
Il popolo suol chiamare per ironia Sacripante o anche 
Gradasso (dal nome di due eroi dell'epopea cavalleresca) 
V uomo che ostenti un valore che non ha, un vile che si at- 
teggi ad eroe. 



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136 l'incoronazione 

Smetti, seimmia d'eroi; t'accusa il grugno 
Di zoccolante. 

25 II Toscano Morfeo vien lemme lemme 
Di papaveri cinto e di lattuga, 
Che per la smania d'eternarsi asciuga 

Tasche e Maremme. 

Co' Tribunali e co' Catasti annaspa; 
30 E benché snervi i popoli col sonno, 

Quando si sogna d' imitare il nonno , 
Qualcosa raspa. 

Sfacciatamente degradata torna 
Alle fischiate di si reo concorso, 

V. 23. — Grugno, ecc. Vale propriamente ceffo o muso di 
porco. « Vuoi darti l'aria d'un eroe, ma a guardarti in faccia 
ci si vede bene che sei un frate zoccoZa«<€, cioè Francescano. » 
Se Ferdinando avesse del frate nel viso non so, ma osten- 
tava religione e se la diceva co' frati, tantoché viaggiando 
soleva alloggiare ne' conventi. 

V. 25. — Il Toscano Morfeo^ ecc. Leopoldo II Granduca di 
■ Toscana ; e lo chiama cosi, e lo incorona di soporiferi (pojpa- 
veri e lattuga) perchè fu da molti, specie da quelli che pen- 
savano all' Italia, accusato di addormentare e snervare i 
suoi popoli con un governo mite e civile, ma fiacco. — 
Lemme Lemme, adagio adagio, lento lento; ma l'espressione 
ha sempre un colorito comico. 

V. 29. — Annaspare o innaspare significa propriamente 
stendere il filo appoggiandolo su e giù a que' bracci di croce 
di queir istrumento di legno che si chiama naspo o aspo^ 
per farne la matassa; fig. dicesi digesti scomposti o disor- 
dinati dei quali non si capisca la cagione o il fine, e di chi- 
unque si affatichi o si arrabatti senza costrutto, senza scopo. 
« Che cosa annaspi?» 

V. 32. — Raspare. Si dice propriamente dei polli come 
sinonimo di razzolare, e del cavallo che, per impazienza, 
percuote il terreno colla punta dei piedi anteriori e li ritira 
indietro come se lo volesse graffiare; figuratamente poi di chi 
fa in modo scomposto e abborracciando qualche cosa, e come 
qui anche qualche cosa di buono. (Vedi la nota storica). 



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L •' mCOROK AZIONE 1 37 

35 Lei che l'esilio consolò del Còrso 

D'austriache coma. 

Ilare ia tanta serietà si mesce 
Di Lucca il protestante Don Giovanni, 
Che non è nella lista de* tiranni 
40 Carne né pesce. 

Né il Rogantin di Modena vi manca, 

Che avendo a trono un guscio di castagna, 

V. 85. — Lei che, eco. Cioè Maria Luigia duchessa di Parma 
e Piacenza, seconda moglie di Napoleone I detto qui il 
Còrso. Si allude a' suoi amori col generale austriaco Neip- 
perg che più tardi sposò. Ed è un peccato che lo stile qui 
diventi inaspettatamente alquanto plebeo. Del resto fu buona 
e fece molte cose buone. Abolì la confisca e la berlina, mitigò 
le altre pene, migliorò grandemente la legislaziooe e dette 
favore alle lettere, alle arti ed alle scienze. Ciò quanto alla 
storia. Quanto poi alla grammatica, nota questo lei posto 
qui al caso retto, secondo l'uso comune in Toscana. 

V. 38-40. — Di Lucca, ecc. Cioè Carlo Lodovico duca di 
Lucca. Don Giovanni Tenorio è un personaggio leggendario 
.spagnolo, scostumatissimo, divenuto popolare dopo il celebre 
dramma in musica di Mozart, Il suo nome d'allora in poi ai 
adopera generalmente come appellativo degli uomini immo- 
rali, amanti dei piaceri, e che vanno a caccia di avventure 
amorose. Il Don Giovanni, poema satirico di Lord Byron,non 
ha col personaggio della leggenda spagnola, altro di comune 
oh© il nome. — Carne e pesce. Nel linguaggio comune le 
parole carne e pesce si contrappongono come se il pesce non 
fosse fatto anch'esso di carne. Quindi per traslato non esser 
carne né pesce si dice, di una persona di carattere, d'idee 
e di sentimenti cosi ambigui ed incerti, da non potersene 
formare un concetto sicuro. Quanto poi all'epiteto di ti- 
ranno, il P. si ricordava forse d' una lettera scritta in fran- 
cese dal Duca stesso, ad un suo conoscente di Firenze, nella 
quale si firmava: « Le petit tyran deLucque. » (Gr. Montanelli, 
Memorie sull'Italia e specialmente sulla Toscana dal 1814 al 1850. 
Torino, Società editrice, 1855. I, 233). Vedi la nota storica. 

V. 41-44. — Eogantino, ecc. Cioè Francesco IV Duca di Mo- 
dena; e lo chiama cosi perchè si dice Rogantino (da arro- 
gante) una maschera del teatro romanesco, che rappresenta 



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138 l' incoronazione 

Come se fosse il conte di Culagna, 

Tra i Re s* imbranca. 



45 Roghi e mannaie macchinando, vuole 
Con derise polemiche indigeste, 
Sguaiato Giosuè di casa d'Este, 

Fermare il sole. 

Solo a Roma riman Papa Gregorio, 
50 Fatto zimbello delle genti ausonie. 

Il turbin dell'età, nelle colonie 

Del Purgatorio, 



un uomo ridicolo per le sue braverie, che dice di darle a- 
tutti, e da tutti ne tocca ; gli dà poi per trono un guscio di 
castagna a dinotare la piccolezza del suo ducato di circa^ 
700,000 abitanti ; e finalmente (rifacendo un verso del Men- 
zini, Sat. VII) lo paragona al Conte di Culagna^ che è appunto 
anch' esso un ridicolo smargiasso o spaccamontagne del 
poema del Tassoni intitolato la Secchia rapita. — SHmbranca 
cioè 8Ì caccia ; e si dice di chi sfacciatamente si metta fra 
persone dappiù di lui. 

. V. 46-48. — Polemiche^ ecc. Aveva piuttosto che vero in- 
gegno, memoria pronta e tenace, e si dilettava a comporre 
discorsi scuciti contro le nuove idee, e specialmente centra 
i governi costituzionali. -- Giosuh di casa d'Este, Francesco IV 
duca di Modena nacque da Ferdinando Lorena-Absburgo e- 
da Maria Beatrice d' Este, quindi non può dirsi Estense che 
per la madre. Difatti altrove il P. lo chiama vandalo 
rf' origine. (Vedi pag. 114, v. 61). Ma qui la rima gli ha preso 
la mano. — Fermare il sole. Cioè arrestare il progresso 
umano, e sta d'accordo con la frase Rinculo il secolo^ pro- 
fessione di fede ohe il P. gli ha fatto fare altrove. 

V. 49-51. — Papa Gregorio^ ecc. Gregorio XVI; Bartolom- 
meo Alberto Mauro Cappellari, n. a Belluno il 1765, assunto 
al pontificato nel 1831, m. nel 1846. Dotto nelle sacre carte, 
ma, come principe temporale, ligio all'Austria dominatrice, 
crudelmente avverso ad ogni progresso civile, in moda 
da vietare ne' suoi Stati infelici perfino le strade ferrate, 
da empire le carceri di condannati politici e mandarne non 
pochi al patibolo. Odiato com'era, fu messo anche popolar- 



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l' incoronazione 139 

Dell* indulgenze insterili la zolla 

Che già produsse il fior dello zecchino: 
55 Or la bara infruttifera il becchino 

Neppur satolla, 

D* Arpie poi scese una diversa pèste 
Nel santuario a dar P ultimo sacco: 
O vendetta d'Iddio! pesta il Cosacco 
60 Di Pier la veste. 

destinato a mantener vivace 
Dell'albero di Cristo il santo stelo, 
La ricca povertà dell'Evangelo 

Riprendi in pace. 



m,ente in- ridicolo, specie per effetto delle poesie in verna- 
colo romanesco di Gioacchino Belli , Come amministra- 
tore dello Stato lasciò al suo successore Pio IX un debito 
enorme per quei tempi. — Il turhin dell'età. Intendi: l'età 
progredita ha ridotto quasi a nulla per la Chiesa la rendita 
delle indulgenze, che prima le fruttavano immensamente come 
p. e., le colonie delle Indie fruttano all'Inghilterra ; difatti il 
Purgatorio fu da taluni chiamato le Indie papali, con al- 
lusione alla vendita delle indulgenze fatta nel pontificato 
di Leone X (1475-1521), la quale fu, se non cagione, certo 
occasione della riforma di Lutero. 

V. 57-60. — D* Arpie^ ecc. Qui il P. accenna alle due in- 
vasioni degli Austriaci (1831-1832) chiamati da Grego- 
rio XVI a spengere nel sangue i moti rivoluzionari delle 
Bomagne e delle Marche; all'occupazione di Ancona fatta 
(1882) per gelosia dell'Austria, dai Francesi; e finalmente 
a Nicolò I {il Cosacco) imperatore di Eussia, che non pago 
di perseguitare i cattolici del suo impero, oltraggiava an- 
che il Papa. 

V. 61-64. — destinato^ ecc. Esorta il pontefice che fu 
destinato da Dio a mantenere viva ne' cuori la fede nella 
Croce, {santo stélo dell'albero di Cristo) a deporre le cure 
temporali e riprendere in pace la povertà evangelica, che 
è superiore ad ogni ricchezza umana, ad ogni regno. 



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140 T/ 1HC0B02?AZI0SB 

€6 Straaii altn il corpo ; non voler tu 1* alma 
Calcarci a terra col tuo doppio giogo: 
Se muor la speme che al di là del rogo 
S'affisa in calma, 

Vedi sgomento ruinare al fondo 
70 D'ogni miseria Puom che più non crede; 

Ahi! vedi in traccia di novella fede 

Smarrirsi il mondo. 

Tu sotto l'ombra di modesti panni 
I dubitanti miseri raccogli: 
75 Prima a te stesso la maschera togli, 

Quindi ai tiranni. 

Che se pur badi a vender l'anatema, 
E il labbro accosti al vaso dei potenti, 
Ben altra voce all' affollate genti : 
80 « Quel diadema 



V. 6Q'-72.^ Doppio giogo. Cioè spirituale e temporale. E 
Dante, più di cinque secoli prima, aveva scritto : ^ 

« Di' oggiraai, che la chiesa di Roma, 
Per confondere in sé duo reggimenti, 
Cade nel fango, e sé hrutta e la soma. » 

{Pùrg. XVI, 127). 

Ora il nobile pensiero del P. veramente cristiano è que- 
sto: se gli uomini amanti del progresso scientifico, ci- 
vile e politico e della libertà, per effetto delle persecuzioni 
fatte loro in nome di Dio, da sacerdoti cupidi di potenza e 
di regno, sono indotti, come spesso avviene, a negar fede 
alla religione stessa e specie al dogma dell' immortalità del- 
l'anima, unico efficace conforto agl'infelici, cadono in fondo 
d'ogni sventura. 

V. 77-78. — Che se pur hadi^ ecc., cioè; se pur badi a lan- 
ciare le scomuniche per interesse terreno, per simonia, e ti 
unisci agli oppressori contro gli oppressi, Ben altra voce, 
cioè una voce ben diversa e più potente della mia, vale a 
dire quella del popolo, ecc. 

V. 80. — Quel diadema j ecc. La corona di ferro è detta 



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l' incoronazione 141 

> Non è, non è, (dirà) de' santi chiodi, 
» Come diffuse popolar delirio : 
» Cristo V armi non dà del suo martirio 
» Per tesser frodi. 

85 » Del vomere non è per cui risuona 
» Alta la fama degli antichi Padri : 
» È settentrional spada di ladri, 

» Torta in corona. 

» latin seme, a chi stai genuflesso ? 
90 » Quei che ti schiaccia è di color V erede ; 

» E la catena che ti suona al piede 

» Del ferro istesso. 

» Or via, poiché accorreste in tanta schiera, 
» Piombate addosso al mercenario sgherro ; 
95 > Sugli occhi air oppressor baleni un ferro 

» D'altra miniera; 

» Della miniera che vi die le spade 
» Quando nelP ira mieteste a Legnano 

cosi, perobè dentro al cerchio d'oro del quale è formata, ha 
una lamina di ferro che una pia tradizione diceva essere 
fatta con un chiodo della passione di Gesù Cristo, ed un'al- 
tra meno diffusa però voleva che avesse fatto parte del- 
l' aratro che servi a Romolo per tracciare il circuito di Roma. 
V. 89. — latin seme. Chiama cosi gì' Italiani, a ram- 
mentar loro come rampogna della degradazione presente, 
la gloria de' maggiori, memore di quel luogo del Petrarca: 
(canz. all'Italia). 

Latin sangue gentile 

Sgombra da te queste dannose some, ecc. 

V. 94. — Al mercenario sgherro. Vuol dire alle soldatesche 
prezzolate dall'Austria per tenerci servi. 

V. 98- — Quando nelVira^ ecc. Cioè nella celebre battaglia 
diIj8gnaTio{29 maggioll76), nella quale l' imperatore Federigo 
Barbarossa fu vinto e fugato dalla prima lega lombarda. 

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142 l' incoronazione 

V Barbare torme, come falce al piano 
100 » Campo di biade. »' 

Ahi che mi guarda il popolo in cagnesco, 
Mentre, alle pugne simulate vòlto. 
Stolidi viva prodiga al raccolto 

Stormo tedesco 1 

105 II popol no : la rea ciurma briaca 

D' ozio, imbestiata in leggiadrie bastarde, 
Che cola, ingombro, alle città lombarde 
Fatte cloaca : 

Per falsi allori e per servii tiara 
110 Comprati mimi; e ciondoli e livree 

Patrizie, diplomatiche e plebee. 

Lordate a gara; 

E d' ambo i sessi adulteri vaganti. 
Frollati per canizie anticipata ; 
115 E con foia d' amor galvanizzata 

Nonni eleganti ; 

Simili al pazzo che col pugno uccide 
Chi lo soccorre di pietà commosso, 
E della veste che gli brucia addosso 
120 Festeggia e ride. 



V. 105-112. 21 popol nOf ecc. Senso : Ma no, questo non è 
il vero popolo, è invece una ciurma di gente briaca e oziosa, 
inebetita nelle mollezze straniere, la quale insozza le città 
lombarde; sono istrioni comprati per questa pantomima 
nella quale s'incorona {falsi allori) e si consacra servil- 
mente in nome del Pontefice {servii tiara) lo straniero come 
re d'Italia: sono cavalieri [ciondoli) patrizi servi (livree) 
diplomatici e plebei, che gareggiano nell'abiezione. 



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l' INCORONAZIOKE 143 



Note Storiche. 



I. — Leopoldo II Granduca di Toscana. 

Ferdinando Martini commenta storicamente questo ri- 
tratto che il P. fa di Leopoldo II ultimo Granduca di To- 
scana; ed io credo dover riferire in parte il suo com- 
mento : 

« Non asciugò tasche; Anzi, subito salito al trono di- 
minai di un terzo la tassa prediale, revocò l'altra sui ma- 
celli in vigore sin dai tempi della repubblica, impedimento 
estremo alla libertà delle industrie. Credo non fosse mai, nà 
in Italia, ne altrove, governo più restio allo spendere, né 
mai corte che desse tanti, quasi ostentati esempi d'economia. 
La bottiglia di Borgogna che il Granduca, sobrio, centelli- 
nava a desinare, gli si rimetteva scema sulla tavola il giorno 
dopo, e magari per una settimana, finche ce ne rimanesse 
anche un sorso; il consueto vestire delle principesse, più 
che ordinario, usuale; la vita tutta della famiglia regolata 
con tale modestia, 'da imitare e confermare la assai stolta- 
mente berteggiata in oggi parsimonia toscana. Quanti 
ebbero occasione di discorrere della Toscana, tutti, dal Mu- 
ratoli al Targioni, dal Galluzzi al Paleocàpa, il prosciuga- 
mento del territorio tra lo sbocco del Fine e le foci del- 
l' Alvegna e del Chiarone invocarono o giudicarono opera 
buona, e la smania d'eternarsi con opero buone è argomento 
da inni, non materia da satira. Co* tribunali e co* catasti fi- 
nalmente non annaspò compiendo la compilazione del cata- 
sto, iniziata nel 1814 dal governo francese; provvide alla 
equa distribuzione de' gravami, fondamento della giustizia 
politica; riordinando le magistrature con preveggente mo- 
dernità di principii avviò lo stato a maggiore libertà di 
istituti civili. 

Qualcosa anco secondo il Giusti raspò. Altro è la satira, 
altro è la storia; .... In Toscana dal 1824 al 1848 si segui- 
tarono contro alle pressure dell'Austria le tradizioni del 
regno anteriore; .... In Toscana dal 1824 al 1818 aperta 



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144 

ogni giorno la reggia a' più unjili; la censura non goffa mai, 
le più vplte induljjfente ; graziati sempre i condannati per 
delitti politici; disegni dì parentado principesco con casa 
d' Orléans nella quale, come era simboleggiata, si credè in- 
carnata la rivoluzione; gii esuli dalle altre parti d'Italia 
accolti di continuo, sovvenuti non di rado, i meritevoli 
preposti all' insegnamento : in Firenze il Bufalini, in Pisa 
ilMossotti, il Pùccinotti, il !Regnoli,ilMatteucci; vi avrebbe 
avuto una cattedra il Gioberti, se Carlo Alberto non l' inibiva ; 
permessi volentieri e ospitati degnamente i congressi degli 
scienziati, quando il Radetsky gli giudicava intesi a get- 
tare le fondamenta dell'opera^ infernale della rigenerazione 
italiana; in Toscana finalmente non una sola legge dettata 
con vedute ostili alla civiltà o indicante diffidenza del So- 
vrano verso i suoi popoli.... Via, questo ò meglio che raspa- 
re. (Memorie inedite di G. Giusti, Milano F. Treves, 1890). » 

Tuttociò è storicamente vero, ed è bene che i giovani 
studiosi lo sappiano, ed è appunto per questo che ho voluto 
che l'apprendessero dalla vispa prosa del Martini. Ma non 
bisogna essere troppo severi al Giusti che pure ricono- 
sceva i pregi dell'ultimo Granduca di Toscana; e in so- 
stanza li celebrava, e consegnava alla memoria dei posteri 
in quella satira stupenda sul Primo Congresso degli Scenziati. 
L'acerbo biasimo che ivi gli fa dare da quel Tir annetto da 
quattordici al duetto , viene in sostanza ad essergli un mo- 
numento di lode, la quale riesce anco più efficace per ef» 
fette del confronto. « Guardi me che so il mestiere, e che 
faccio il mio dovere, ecc. > Quanto ad asciugare le tasche^ il 
Martini, sebbene arguto ed epigrammatico anche lui, l'ha 
preso un po' troppo sul serio, non si è accorto, dico, che 11 
dov' è, si tratta non proprio di satira ma di epigramma. Il 
P. dovendo far uso del verbo asciugare nel senso proprio, 
rispetto alle maremme, e pensando che quelle colmate biso- 
gnava pure pagarle, non ha potuto resistere alla tentazione 
di usarlo anche nel senso figurato, così comune in Toscana 
rispetto alle tasche. E chi sa quanti contribuenti in quel 
giorni non lo prevennero, dicendo per esempio; il Granduca 
asciuga le maremme è vero, ma asciuga anche le nostre ta- 
sche, e simili. J iguratevi se un contribuente si lascia sfug- 
gire l' occasione di pungere ohi lo fa pagare, specie con un 
epigramma cosi facile e opportuno come quello. 



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l' incoronazione 145 



II, — Cablo Lodovico Borbone, Duca di Lucca. 

Ecco il ritratto che di questo duchino da commedia fa co- 
micamente G, Montanelli, attenendosi però in tutto e per 
tutto alla verità storica. (Vedi op. cit., Il, 14). « Era costui 
un tirannuccio umorista, un capo armonico di prima riga. 
Neil' età ohe più gli frullava il cervello, andò a giro per le 
capitali d'Europa; nelle baraonde di Vienna, di Parigi, eh 
Londra e di Napoli raccattava a compagnia di stravizio sca- 
pestrati cosmopolitici, che appaiava a quelli di Lucca, e fa- 
ceva ciambellani di Corte, e accasava a modo suo, pagandone 
le spese i poveri e industriosi abitanti di quel suo guscio di 
regno. Aveva il ticchio della teologia, e si piccava di sa- 
perne più dei preti. Lasciò il Papa per Lutero; lasciò Lu- 
tero per Fozio; aveva messa su cappella di rito greco sci- 
smatico in casa: negli ultimi tempi erasi rifatto cattolico, e 
passando molta parte dell' anno a Camaiore, bazzicava ivi 
il convento dei Padri zoccolanti dove sdottorava di liturgia 
col guardiano, e andava in coro a cantare la messa e il ve- 
spro coi frati. Ciò non toglieva che l'avesse a morte con 
Pio IX, e avendogli i liberali chiesto il permesso di festeg- 
giare l'anniversario della elezione di Pio, la fece spiritosa, 
decretando che lo anniversario della elezione di tutti i papi 
si avesse in Lucca a celebrare in omnia saecula saeculorum, 

Carlo Lodovico tribolava i Lucchesi con insopportabili 
carichi, e nulladimeno non trovava modo a sopperire ai de- 
biti, e girava voce che si facesse prestar quattrini dal duca 
di Modena. Aveva dato ad amministrare la pubblica pecu- 
nia allo inglese Tommaso Ward, mozzo di stalla. » 



UiySTi. — Poeiit, lU 

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146 



A UN AMICO 



^ Composta nel 1841 a pangere certi scrittori che 
ostentavano religione non sentita; e più specialmente a 
schernire non pochi poetini che sciupavano gl'Inni del 
Manzoni. Molti pensarono che il P. mirasse al Tommaseo, 
e pareva loro che anche ne desse indizio l'averla indiriz- 
zata e dedicata a Pietro Giordani, al Tommaseo avver- 
sissimo. Ma il Giusti respinse sdegnosamente Taccusa, di- 
cendo tra le altre cose, ch'egli non aveva V anima d' un 
cortigiano da straziare il Tommaseo per lisciare il Gior- 
dani^ sopendo die fra loro non se la dicevano. (Vedi 
Epist., n. 78). 



Momo s' è dato al serio ; 
E di lingua maledica, 
Oggi gratta il salterio, 
0, se corregge, predica. 
5 Cede il riso al dolore, 

Lo scherzo al piagnisteo ; 
Doventa il malumore 
Legge di Galateo. 

V. 1-3. — Momo (Dio del motteggio e della satira) si è 
datOf ecc. Cioè si è messo a far 1' uomo serio, e di linguaccia 
che era, oggi gratta cioè tocca, suona */ salterio, vale a dire 
compone poesie devote. — -E di lingua^ eco. Fa pensare al 
modo latino ex sutore medicus. — Grattare si dice schernevol- 
mente per sonare istrumenti a corda come il Salterio o Sai' 
terOf istrumento antichissimo usato anche da David che v'in- 
tonava i suoi salmi. 



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À U£f AMICO 147 

Pasciuto Geremia, 
10 Maliucoaicaineute 

SbadigliEi io elegia 
Gli affaciui che non la^snte; 

Anelano al martirio 
Mille caricaturej 
le Vendendone il delirio 

In bibliche freddare. 

Le sante ipocrisìtì, 
GÌ' inni falsificati, 
Eran cabale pie 
20 Di Monache e di Frati; 

Il Frate ora è tarpato, 
Ma dalP Alpi a Palermo 
Apollo tonsurato 
Insegna il cantofermo. 

25 Velati tutti quanti 

Di falsa superfice, 
Vedrai Diavoli e Santi 
Che appestan di vernice. 

V. 13. — Anelano al martirio^ ecc. Cioè simulano un entu- 
siasmo religioso pari a quello dei martiri, quasi volendo far 
credere che anch' essi affronterebbero occorrendo la morte, 
per diffondere la fede, e intanto vendono .i loro deliri! in 
versi infarciti di freddure bibliche. 

V. 17-24. — Le sante ipocrisie^ ecc. Senso: Prima questi 
inni, ne' quali si ostenta una religione che non si ha nel 
cuore, èrano astuzie pie di monache e di frati ; ora il frate 
ha tarpate le ali, cioè non ha più potere, non ci si crede più, 
ma i poeti pigliando la tonsura loro, cioè mascherandosi da 
frati insegnano co' propri versi, a tutta l' Italia il canto 
ecclesiastico, fanno insomma ciò che prima facevano i frati. 

V. 25-82. — Velati^ ecc. Tanto quelli scrittori, special- 
mente poeti, che fanno da empi (<^iauoii) imitando per lo più 
il Byron, quanto quelli che lanno da credenti e pii {!sa)iti) 



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148 A UN AMICO 

Ognun del pari ostenta 
30 Bestemmie e miserere ; 

Tutto, tutto doventa 
Arte di non parere. 

Secolo anfibio, inetto 
Al vizio e alla virtù, 
35 Dal viva Maometto 

Torna al viva Gesù. 

Ma sempre puzzolente 
Di baro e d* assassino 
Fuma all' Onnipotente 
40 L' avanzo di Caino. 

Vedi che laida guerra, 
Che matassa d'inganni! 
Si campa sulla terra 
Col baratto dei panni: 
45 L' asino butta via 

Il basto per la sella, 

imitando il Manzoni e lo Chateaubriand, non lo fanno di 
cuore, ma fingono; è tutta apparenza; appestano di ver- 
nice , cioè sanno di vernice o mandano un puzzo di ver- 
nice che appesta; frase di grande efficacia e usitatissima 
in Toscana. — Arte, ecc. Cioè di parere diverso da quello 
che uno è veramente. 

V. 35-40. — - Dal viva^ ecc. Spiegherei : Dal culto di Mao- 
metto torna a quello di G-esù, ma i sentimenti di devozione 
che offre a Dio, puzzano d'imbroglione e d'assassino, come 
le offerte che gli faceva Caino de' suoi avanzi, cioè delle 
frutta peggiori della terra, avanzate a' suoi pasti. E dice 
fuma perchè tali offerte, com' è noto, si ardevano. E che il P. 
abbia qui adoperato in tal senso la frase avaììzo di Caino ^ 
ne è prova anche questo luogo d' una sua lettera (Epist., 343) : 
«Io sperava di raggiungervi alla testa di una colonna di vo- 
lontari, ma la mia salute si è arruffata più ohe mai al venire 
della primavera, e sento che 1' offrire alla milizia questa po- 
vera carcassa, sarebbe l' offerta di Caino. > 



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A UN AMICO 149 

Si vende per Messia 
Chi nacque Pulcinella. 

Predica in frase umana 
50 La Pede, la Speranza, 

La Carità Cristiana, 
Ma non la tolleranza. 

Difatto a tempo e luogo. 
Questo fior dei credenti, 
55 Se non t'accende il rogo, 

Ti bacerà condenti. 

Amico, il mio pianeta 
Mi vuol caratterista: 
Sebbene oggi il poeta 
60 Si mascheri a salmista, 

Io la mia parte buffa 
Kecito, né do retta 
A chi la penna tuffa 
Nell'acqua benedetta. 

65 E ruminando spesso 

De' tempi miei la storia, 
Po dentro di me stesso 
Questa giaculatoria: 



V. 48-49. ^Pulcinella. Maschera del teatro napoletano con 
carattere scioccamente ridicolo; m<i qui, come nell'uso co- 
mune, sta per buffone in generale. — Predica, ecc. Sottintendi 
il soggetto che è Momo. 

V. 56. — Ti baceràj ecc. Modo comune in Toscana, che 
vale ti morderà. 

V. 57. — Caratterista. Personaggio comico, che fa le parti 
d'uomo buono, piacevole, ed anche spesso arguto e burlone. 

V. 65. — Ruminando^ ecc. Neil' uso vivo toscano ruminare 
si adopera figuratamente, come qui, nel senso di volgere e 
rivolgere nella mente una cosa. 



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150 A TJN AMICO 

Degnatevi, o Signore, 
70 D'illuminar la gente 

Sui bindoli di cuore, 
Teologi di mente. 

V. 71. — Bindolo. Si chiama propriamente quella mac- 
china con ruote e timpano, ohe girando, tira su 1' acqua dal 
pozzo, e la riversa per irrigare i terreni; e figuratamente si 
dà questo nome, come qui, ai raggiratori e imbroglioni. 



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151 



PER UN REUMA B' UN CANTANTE 



Il P. la compose nel 1841, e qualche anno dopo ne 
dette questo giudizio: « Nello scherzo per malattia d'un 
cantante^ si sente in qualche lato T affettazione del hello 
stile e le scimmieggiature dell'ode, ma a certuni piacerà 
appunto per questa ragione, che la fa se non dispiacere 
affatto, almeno tenere in pochissimo conto all'autore. » 
(Giusti, Scritti varij pag. 59). 

Quanto a me ci sento si qualche lieve ostentazione, 
ma scimmieggiature no; rispetto alla condotta però mi 
sembra un poco slegata. Nondimeno ha luoghi felicissimi 
cosi nel pensiero come nello stile. 

H cantante qui lodato dal Giusti, come suo vecchio 
amico a Pisa, è il celebre artista Napoleone Moriani. 



V^ è tal che mentre canti, e in bella guisa 
Lodi e monete accatastando vai, 
Rammenta i dolci che non tornan mai 
Tempi di Pisa, 

V. 1-4. — Ve faly ecc. E chiaro che qui il P. allude a se 
stesso. — Accatastare si dice propriamente delle le^na da 
ardere, e significa disporle le une sulle altre, in modo tale 
da potersene facilmente misurare la massa, la cui unità di- 
cesi appunto catasta. Per estensione poi si usa nel senso 
generale di ammucchiare, e parlando come qui di danaro, 
significa farne un bel mucchio. Detto poi delle lodi che qui 
si mescolano con le monete, è per me uno scherzo naturalis- 
simo che viene quasi sulle labhra da sé, ne merita il biasimo 
che gli dà il Frizzi. — Rammenta i dolci^ ecc. C'è del contorto 
che ha del Pariniano: « Se il già canuto intendi Capo sot- 
trarre a più. fatai periglio. » (Òde, V Educazione), 



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152 PEE UN EEUMA D' UN CANTANTE 

5 Quando di notte per la via maestra. 
Il Duo teco vociando e la romanza, 
Prendea diletto di chiamar la ganza 
Alla finestra. 

E a lai gli amici concedeano vanto 

10 Di ben temprato orecchio air armonia, 

E dalla gola giovinetta uscia 

Facile il canto. 

Pazzo, che almanaccò per farsi nome 

Con un libraccio polveroso e vieto, 

lo Lasciando per il suon dell'alfabeto 

Crome e biscrome! 

Or tu Mida doventi in una notte; 
E via portato da veloce ruota, 
Sorridi a lui che lascia nella mota 
20 Le scarpe rotte: 

Ed ei lieto risponde al tuo sorriso, 
E V antica amistà sente nel seno 
Che a te lo ravvicina, a te che almeno 
Lo guardi in viso. 

25 Vedi? passa e calpesta il Galateo 

Lindoro, amor d* inverniciate dame, 
E d' elegante anonimo bestiame 
Tisico Orfeo. 

V. 6. — Vociare e anche boeiare intransitivamente si- 
gnifica gridare, levare alta la voce; e transitivamente come 
qui, cantare ad alta voce, con ^ran voce, ma senz' arte. 

V. 13. — Almanaccò, ecc. Qui vale fantasticò, sognò, fece 
de' castelli in aria, e simili. 

V. 28. — Tisico Orfeo. Lo chiama cosi perchè T Orfeo della 
Mitologia, tirava col suono della sua lira a udirlo le bestie 

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PER UN REUMA d' UN CANTANTE 153 

Eccolo; ognun si scansa, ognun trattiene 
30 L' alito, e schianta ansando dalla tosse ; 

E creste all'aria e seggiole commosse.... 
Ei viene, ei viene. 

Svenevole s'inoltra e sdolcinato; 
Gira, ciarla, s'inchina, e T occhio pesto 
35 Languidamente volge, e fa il modesto 

E lo svogliato. 

Pregato e ripregato, ecco sorride 
In atto di fa? grazia ai supplicanti; 
I baffi arriccia in su, si tira i guanti, 
40 E poi si asside. 

La giovinetta convulsa e sbiadita 

TrèS'bien gorgoglia con squarrata voce, 
Mentr' ei tartassa il cembalo, e veloce 
Mena le dita; 

selvagge, pernon dire delle piante, e de' sassi; e questo sdol- 
cinato Lindoro tira alle sue note le bestie eleganti, senza 
nome. 

V. 30-31. — Schianta. Cioè dallo aforzo che fa per tratte- 
nere la tosse. — Creste. Chiama cosi le penne, i pennacchi, e 
gli altri ornamenti che portano in testa le. signore eleganti. 

V. 34. — Occhio pesto. Cioò stanco^ e che ritiene i segni 
delle veglie prolungate negli stravizi. 

V. 42. — Squarrata voce. Si usa specialmente nel Pescia- 
tino per fessa, parlando di una canna e anche come qui della 
voce, e in questo senso è comune in Toscana la frase, voce 
di canna fessa, E ciò basterebbe per l' intelligenza del luo- 
go, ma trattandosi di una parola non registrata dai nostri 
Vocabolari, chiamerò in mio aiuto un commentatore che in 
questo caso è certo più competente d'ogni altro, perchè la- 
vora, come si dice, di prima mano e sul suo : « Squarrato per 
/esso, si dice delle canne e del legno votato a guisa di tubo. 
— Nel portare, mi si squarrò una canna, e mi tagliò questo 
dito. — Non si direbbe però un muro, una tavola squarrata ^ 

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154 PER UN REUMA D' UN CANTANTE 

45 E nelle orecchie imbriacate muore 
Semifrancese lambiccato gergo 
Di frollo Adon che le improvvisa a tergo 
Frizzi d* amore. 

Piange intanto il filosofo imbecille, 
50 E dietro V arte tua chiama sprecato 

L* oro che può lo stomaco aggrinzato 
Spianare a mille. 

Piange di Romagnosi, che coli* ale 

Deir alto ingegno a tanti andò di sopra, 
55 E i giorni estremi sostentò coir opra 

D' un manovale. 



ma, per esempio, si direbbe squarrafo un flauto, e forse uno 
schioppo non interamente crepato. Ohi attende al suono del 
vocabolo squarrato, sentirà che ritiene molto di ciò che vuole 
significare. Si dice anche voce squarrata o squareiaia, per voce 
fessa. SquarrOf nel linguaggio familiare, è la incrinatura 
d* una canna o d'un tubo di legno» qualunque. » Tuttociò 
trascrisse, per mio uso, da un foglio tutto autografo di 
Gr. Giusti, il mio amico Isidoro Del Lungo, che tra bravo e 
buono non so qual sia di più. 

V. 47. — Di frolloy ecc. Si dice propriamente frolla la 
carne e specie la selvaggina che comincia ad ammollirsi, e 
diventa più facilmente mangiabile e più saporita. Detto 
d'uomo, come qui, vale sfibrato, indebolito^ fiacco, cascante e 
simili. 

v. 52-53. — Spianare, ecc. Il P. ha tolto questo modo dalla 
frase levare il corjjo di grinze, popolarmente usata in Toscana 
nel senso di satoUarai o fare una bella mangiata. — Moma- 
gnosi. Giandomenico itomagnosi di Salsomaggiore, insigne 
lilosofo e giurisperito, autore di molte opere, che ancora si 
tengono in molto pregio, nacque e mori povero (1761-1855). 

V. 55-56. — Sostentò, ecc. Cioè con lo scarso guadagno 
che fa un manovale in una giornata di lavoro. — Opra, più. 
spesso che opera, si dice comunemente in Toscana per gior- 
nata di lavoro d' un operaio e anche per il guadagno che se 
ne cava; manovale si chiama quello che prepara e porta via 



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PER UK REUMA d' UN CANTANTE 165 

Pianto sguaiato, che del mondo vecchio 
In noi V uggia trapianta e il malumore ! 
Purché la pancia il cuoco, ed un tenore 
60 C* empia V orecchio, 

Che importa a noi del nobile intelletto 
Che per V utile nostro anela e stenta, 
Del Poeta che bela e ci sgomenta 

Con un sonetto? 

65 Deir ugola il tesoro e dei registri 

Di noi stuccati gli sbadigli appaga: 
Torni Dante, tre paoli; a te, la paga 
Di sei Ministri. 

Signor! Tu che alla pecora tosata 
70 Volgi in aprile il raese di gennaio, 

E secondo il mantel tarpi a rovaio 
L'ala gelata, 

Salva r educatrice arte del canto; 
A te gridano i palchi e la platea: 
75 Misererey Signor, d' una trachea 

Che costa tanto. 



via al muratore 11 sul lavoro, i materiali occorrenti; la frase 
vivere con V opra d*un manovale è usitatissima nel senso di 
vivere meschinamente. 

V. 57. — Sguaiato, Qui vale sciocco, ridicolo ; ma in que- 
sto senso non è d* uso comune. Del resto non bella 1' asso- 
nanza ijianto che trapianta^ sebbene i termini sieno fra 

loro piuttosto lontani. 

V. 67. — Si chiamava paolo una moneta Toscana equiva- 
lente a 56 centesimi. 

V. 71-72. — E secondo, ecc. Il P. che fa poi cosi studioso 
raccoglitore di proverbi toscani, pensava a quello così po- 
polare che dice : « Dio manda il freddo secondo i panni. » 
ovaio, vale tramontana parola d'uso più comune. 



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156 PER UN REUMA d'UN CANTANTE 

Anzi del cranio rattrappiti e monchi 
Grii organi lascia che non danno pane, 
E la poca virtù che vi rimane 
80 Cali ne' bronchi. 

S'usa educar, lo so; ma è pur corbello, 
Bimbi, chi spende per tenervi a scuola! 
Gola e orecchi ci vuole, orecchi e gola; 
Pèste al cervello! 



V. 77. — Qui cranio è in luogo di cervello ^ cioè il conte- 
nente per il contenuto. 

V. 81. — Corbello. Eufemismo che significa uomo di poco 
giudizio, di poco senno e simili. 



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167 



GLI UMANITARI 



In questa poesia messa alla luce nel 1841, il Giusti 
non si propone già di deridere le savie idee umanitarie, 
come quelle eh' egli reputa sante, ma vuol mordere certi 
italiani i quali, invece di pensare alla loro patria oppressa, 
se ne scusavano dicendo che pensavano all' umanità 
intera. 

Di questo scherzo^ si mostra assai contento il P. ed 
ha ragione. (Vedi note in ^\iq della poesia). 



Ecco il Genio Umanitario 
Che del mondo stazionario 
Unge le carrucole. 

Per finir la vecchia lite 
Tra noi, bestie incivilite 

Sempre un po' selvatiche. 

Coli' idea d'essere Orfeo 
Vuol mestare in un cibreo 

L' Universo e reliqua. 



V. 7-8. — Orfeo. Vedi pag. 152, nota al v. 28. — Cibrèo, è 
nn manicaretto composto di rigaglie di pollo con uova. In 
senso traslato vale un'accozzaglia o confusione di cose di- 
verse fra loro, nel qual senso si dice anche Zibaldone^ come 
fa il P. sulla fine di questo scherzOf 



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158 GLI UMANITARI 

10 Al ronzio di quella lira 

Ci uniremo, gira gira, 

Tutti in un gomitolo. 

i 

Varietà d' usi e di clima 
Le son fìsime di prima; 
15 E mutata l' aria. 

I deserti, i monti, i mari, 
Son confini da Lunari, 

Sogni di geografi. 

Col vapore e coi palloni 
20 Troveremo gli scorcioni 

Anco nelle nuvole; 

Ogni tanto, se ci pare. 
Scapperemo a desinare 

Sotto, qui agli Antipodi; 

25 E ne* gemini emisferi 

Ci uniremo bianchi e neri: 

Bene! che bei posteri! 

Nascerà di cani e gatti 
Una razza di Mulatti 
30 Proprio in corpo e in anima. 



V. 14-15. — Le sorij ^ecc. Cioè sono ubbie^ fantasie, pre- 
giudizi d'una volta. — È mutata, ecc. Son mutate le idee. Di- 
fatti le idee quando sien divenute comuni a tatti, sono in 
qualche modo paragonabili all'aria che ci circonda, e si suo 
dire appunto che si respirano insieme con l'aria, per cui s. 
chiamano anche, in modo colletcivo, ambiente. 

V, 20, — Scorcioni. Cioè le scorciatoie, le vie più corte. 



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GLI UMANITARI 159 

La scacchiera d' Arlecchino 
Sarà il nostro figurino, 

Simbolo deir indole. 

(Già per questo il Gran Sultano 
35 Pe' la giubba al Mussulmano 

A coda di rondine!) 

Bel gabbione di fratelli! 
Di tirarci pe' cape J li 

Smetteremo all' ultimo. 

40 Sarà inutile il cannone; 

Morirem d* indigestione, 

Anzi di nullaggine. 

La fiaccona generale 
Per la storia universale 
45 Farà molto comodo. 

Io non so se il regno umano 
Deve aver Papa e Sovrano; 

Ma se ci hanno a essere, 



V. 31.— Scacchiera, ecc. Cioè il vestito fatto a scacchi di 
vari colori. (Vedi pag. 116, nota al v. 13). 

V. M'dG. — Già per questo j ecc. Veramente il Gran Sultano 
non s' era messo in ordine col figurino di Parigi sino a que- 
sto punto, ma aveva cominciato a vestire il suo esercito al- 
l'Europea. 

v. 42. — Nullaggine^ ecc. Cioè moriremo dal fastidio di non 
far nulla e di esser nulla; e in questo senso ha del nuovo. 

v. 44-45. — Per laatoria^ ecc. Cioè farà molto comodo a 
chi dovrà scriverla, perchè non gli costerà una gran fatica, 
trattandosi di gente che fa poco o nulla, 



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160 GLI UMANITARI 

Il Monarca sarà probo 
50 E discreto: un re del globo 

Saprà star ne^ limiti. 

Ed il capo della Fede? 
Consoliamoci, si crede 

Che sarà Cattolico. 

55 Finirà, se Dio vuole, 

Questa guerra di parole, 

Guerra da pettegoli. 

Finirà: sarà parlata 
Una lingua mescolata, 
60 Tutta frasi aeree; 

E già già da certi tali 
Nei poemi e nei giornali 

Si comincia a scrivere. 



V. 54. — Che saràj ecc. Scherza piacevolmente sulla pa- 
rola cattolico la quale mentre è epiteto della Chiesa Romana 
significa propriamente, dal Grr. xaxoXiv.o? Universale, 

V. 55-63. — Finirà, eco. Spiega cosi : Finirà, se Dio vuole, 
questa guerra che fanno fra loro i grammatici intorno alla 
purità e proprietà della lingua, specie italiana ; perchè non 
essendoci più distinzione alcuna fra popolo e popolo, non ci 
sarà più neanche tra favella e favella, e si parlerà una lingua 
universale che sarà un miscuglio babelico di tutte le lingue, 
come il Eaphel mai amech Zabi almi del Nembrotte Dantesco, al 
quale il P. voleva intitolare questo scherzo. E veramente una 
lingua simile, cioè mescolata specie àifrancesismij e indeter- 
minata, impropria (aerea), si comincia a scrivere dai giorna- 
listi e dai poetini italiani — Se Dio vuole. Non trovo esempio 
della parola Dio fatta come qui di due sillabe in mezzo al 
verso, ma cosi la scrisse il Giusti come appare dalla ediz. di 
Bastia 184Ò approvata da lui, e da quella del Le Monnier 1852 
riscontrata sui manoscritti del P. dal Tabarrini e dal Capponi; 
e la fece di due sillabe per attenersi all' uso costante del po- 



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GLI UMANITARI 161 

Il puntiglio discortese 
65 Di tener dal suo paese, 

Sparirà tra gli uomini. 

Lo chez-nous d^ un vagabondo 
Vorrà dire in questo mondo. 

Non a casa al diavolo. 



70 Tu, gelosa ipocondria, 

Che m' inchiodi a casa mia, 
Escimi dal fegato; 

E tu pur chetati, o Musa, 
Che mi secchi colla scusa 
75 DelPamor di Patria. 



polo, che dice se Dio vuole, e non se Dio lo vuole, e fece bene an- 
che perchè in quel dittongo allungato ai sente, seppur non 
m'inganno, più efficacemente espresso l'ardore del desiderio. 
Dopo ciò non occorre ch'io mi fermi alla variante Oesh 
vuole dell' edizione fatta alla macchia e piena di spropositi 
(Italia 1845) citata altrove, e all' altra variante Dio lo vuole 
dell' ediz. Milano, Tip. Carrara 1880, commentata da P. Fan- 
fani, variante ch'io credo non abbia altra ragione che l'ar- 
bitrio del commentatore, solito quanto a lezioni, a fare a 
modo suo. 

V. 64-69. — Il puntiglio, ecc. Senso: Quando tutti i popoli 
confusi insieme formeranno un popolo solo, cesserà la bo- 
riosa scortesia di celebrare e magnificare il paese proprio so- 
pra tutti gli altri, e quando un francese, vantando la sua 
patria, dirà il solito Chez-nous (cioè a casa nostra o in Fran- 
cia), tale parola significherà in questo mondo e non già in 
un altro ignoto e lontano. Difatti 1' espressione casa al dia- 
voìoj oltreché nel senso immediato d' inferno, si adopera 
spesso, come qui nel linguaggio schernevolmente ironico a 
significare un luogo lontano, che non si sa precisamente 
dove sia. — * Di dove è venuto costui? — Ohe lo so io? Da 
casa al Diavolo, » e simili. 

Giusti. — Poesie, 1 1 

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162 GLI UMAKITAKI 

Soik fìgliuol delP Universo. 
E mi sembra teiupo perao 

Scriver per V Italia. 

' Cari iniei concittadini, 

80 Non prendiamo per confini 

L'Alpi e la Sicilia. 

S' ha da star qui rattrappiti 
Sul terren che ci ha nutriti? 
che siamo cavoli? 

85 Qua là nascere adesso, 

Figuratevi, è lo stesso: 

Io mi credo Tartaro. 

Perchè far razza tra noi? 
Non è scrupolo da voi: 
90 Abbracciamo i Barbari! 

Un pensier cosmopolita 
Ci moltiplichi la vita, 

E ci slarghi il cranio. 

Il cuor nostro accartocciato, 
95 Nel sentirsi dilatato. 

Cesserà di battere. 



V. 86. — Figuratevi^ ecc. Qui ed in casi simili figuratevi 
è particella intensiva adoperata per assicurare che la cosa 
non può andare diversamente. — Se voglio bene al mio figliolo f 
figuratevi! — 

V. 96. — Cesserà di battere. Il verbo battere detto del cuore, 
come qui, ha nell'uso comune due sensi , cioò: battere più 
forte del solito per causa d' una gran passione o d' una ma 



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GLI UMANITARI 163 

Cosi sia: certe battute 
Fanno male alla salute; 

Ci è da dare in tisico, 

100 Su venite, io sto per uno; 

Son di tutti e di nessuno; 

Non mi vo' confondere. 

Nella gran cittadinanza, 
Picchia e mena, ho la speranza 
;05 Di veder le scimmie. 

Si sì, tutto un zibaldone: 
Alla barba di Platone 

Ecco la Repubblica! 

lattia, e palpitare normalmente. Ora io credo che il P. lo 
abbia posto qui appunto in questi due sensi, volendo argu- 
tamente significare queste due cose: 1*^ Il nostro cuore ces- 
serà di commuoversi d' amore di patria, perchè la patria pro- 
prio non ci sarà più ; 2® Cesserà di battere, cioè di vivere, 
saremo insomma come morti. E in questo senso il pensiero 
risponde in qualche modo al moriremo di nullaggine detto 
sopra. 

V. 104. — Picchia e mena e anche picchia picchia e dalli 
dal ti f signifìca a Jorza d* insisterci o semplicemente alla 
fine j finalmente. 

V. 107-108. — Alla barba di o in barba «, d' uso comunis- 
simo vale a dispetto e simili. E il pensiero del P. è questo: 
La repubblica immaginata da Platone nel libro che porta 
appunto questo titolo, è rimasta utopia; ma quella degli uma- 
nitari molto più grande e bella della sua, sta per diventare 
una realtà. 

Note del Poeta. 

1. Questo ghiribizzo, è scritto per dare un po' la baia a 
questi filosofi umanitari, i quali battendo la comoda campa- 
gna delle generalità, si provano ad imporne alla vana molti- 
tudine col vaniloquio delle loro aeree dottrine. 

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ir)4 GLI UMANITARI 

Quando ogni nazione fosse padrona in casa sua, si po- 
trebbe cominciare a parlare di fratellanza nni versale; ma 
fino a tanto che ci stanno sul collo certi miei buoni padroni 
nati in Barberin, io nell' alzarmi e nel tornare a letto conti- 
nuerò a brontolare invece del pater noster questi due proverbi 
toscani : 

Tre fatelli, tre castelli. 
Ognun per sé e Dio per tatti. 

(Epist., n. 75.) 

2. Gli Umanitari — Il Brindisi di Girella — H Re Travi- 
cello, salvo sempre l'inganno che possono fare le viscere di 
padre, crede V autore che sieno quel poco di meglio che ha 
potuto fare, e in quei pochi versi gli pare d' avere raggiunto 
più davvicino i suoi propri concetti. Il cosmopolitismo, la 
facilità di mutar bandiera, e l'essere sudditi queruli e molli 
di sovrani duri e inetti, pare che sieno le nostre piaghe più 
profonde, e che questi tre scherzi le abbiano tentate a fondo 
e con intrepida serenità, come fa il buon chirurgo. Presu- 
mere d'essere cittadini del mondo, senza essere neppure 
paesani in casa propria, ambire il nome di saggio e d' uomo 
che si sa salvare barattando sempre livrea a seconda dei 
nuovi padroni, «ridare contro la tirannia senza saper fre- 
mere quando opprime, né valersene quando dorme, sono 
stoltezze tali che meritano una scrollatina di capo e un sor- 
riso di compassione. {Scritti varij pag. 5y). 



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16& 



A GIBOLASIO TO^mASI 

OKlOilNE DEGLI SCtìJEEZl 



Cam posta nel 1841. È in sostauisa la Politica dol 
G-iuati^ e può dividersi in dae partì, generale cioè e spe- 
ciale, Nella prima tocca, satireggiando, come fa anello 
Orajfiio neir Epistola ai Pisoni, le regolo priucipulL dol- 
Tarte, e nella seconda le applica a sé stesso. Tanto nel- 
l'nna come neir altra insiste sopra questo precetto, che 
vale forse più di tutti. — Ogni poeta deve esprimere i 
propri pensieri come li sente dentro, e non ^ìk falsi Qoare 
se stesso per parere quello che non è. — Verità nel pen- 
siero e perfetta trasparenza nella espressione, eccoT se- 
condo lui (e secondo me), il principio fondamenlale 
delP arte. 

Venendo poi a sé, dice che da principio, pagando il 
noviziato al Petrarca, tentò la poesia amorosa, poi la 
grave e magnifica; ma finalmente ravveduto mutò re- 
gistro, e, per amore del bene e del vero, si dette a deridere 
nella sua lingua casalinga (nel suo volgare) le birbe e i 
buffoni, senza però dar mai le sue stizze private per cen- 
sura pubblica. 

Girolamo, il mestier facile e piano 
Che grinsegnò natura ognun rinnega, 
E vuol nei ferri delP altrui bottega 
Spellar la mano. 

V. 1-4. — « Girolamo Tommasi lucchese, figlio di Alessan- 
dro e di Luigia Giusti (1779-1846), fu uomo di sensi liberali, 

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166 A GIROLAMO TOMMASI 

5 Ognuno in gergo a scrivacchiar s' è messo 
Sogni accattati, affetti che non sente, 
Settario adulator della corrente, 
di sé stesso. 

In due scuole vaneggia il popol dotto : 

10 La vecchia, al vero il torbe occhio rifiuta; 

La nuova, il letterario abito muta 

Come il panciotto. 



archivista e consigliere di stato a Lucca; lasciò scrìtte lo 
Memorie sulla storia di Lucca compilate su documenti con^ 
temporanei.» (Fioretto). Il P. muove da questo pensiero 
cioò che ciascuno deve mettersi a fare quelle cose a cui lo 
dispose natura, altrimenti non può venirgliene che danno : 
ò in sostanza il noto proverbio : 

« Chi vuol far 1* aìtrai mestiere, 
Fa la zuppa nel paniere ; » 

cioò non riesce a nulla. E ferri di bottega vuol dire letteral- 
mente gli strumenti d* un arte meccanica, e per estensione 
quelli d' un' arte qualunque. Quindi il P. può applicare 
questo precetto ai cattivi scrittori e di versi e di proso 
de' suoi tempi. 

V. 5. -— In gergo. Cioè in una lingua convezionale, in- 
telligibile a pochi, per dir cosi, iniziati. — iSerivacchiare o 
anche scribacchiare vale scriver presto e male, e chi lo fa, 
si chiama scrivacchino o scribacchino. 

V. 8. — Adulatore di sé stesso. Bel modo a significare che 
costui vuole lusingarsi di riuscire, sebbene la coscienza gli 
dica di no. 

V. 9-12. — In due scuole , ecc. Non allude propriamente 
alla scuola detta dei classici {la vecchia), ed a quella detta 
dei romantici {la nuova) considerata ciascuna in sé, ma ac- 
cenna ai poetastri, ai guastamestieri cosi dell'una come 
dell' altra ; i primi (pedanti com' erano) non vedevano e 
neanche guardavano al vero della natura, ma lo cercavano 
sui libri rifacendo male ciò che era stato fatto bene da' clas- 
sici ; i secondi, non avendo alcuna norma sicura d' arte nò 
criterio alcuno, cercavano solamente il nuovo, qualunque 
si fosse, imitando o contraffacendo via via i poeti stranieri, 
specie francesi, che si levassero in fama. 



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A GIROLAMO TOMMA81 167 

Di qua, cervel digiuno in una testa 
Di stoppa enciclopedica imbottita, 
15 D'uscir del guscio e d'ingollar 1^ vita 

Furia indigesta; 

Calvo Apollo di là trotta alla zuffa 
Sul Pegaso arrembato e co' frasconi: 
Copre liuti e cetre e colascioni 
20 Vernice o muffa. 

Aggiungi a questo un tirar giù di lerci 
Sonniferi che il torchio transalpino 
Vomita addosso a noi, del figurino 
Bastardi guerci; 

V. 13-20. — Di quttj ecc. Cioè nelJa scuola nuova o ro- 
mantica. — Uscir del guscio. Questa frase tolta dal pulcino 
che nasce, si adopera nel senso di uscir di casa, venire in 
pubblico, e, come qui, pubblicare i propri scritti. — Ingollar 
la vita vale godersi bramosamente la vita, e l'immagine è 
tolta dal mandar giù un cibo, per troppa bramosia, senza 
masticarlo. — Di là cioè nella scuola classica, o meglio pe- 
dantesca. — Apollo aveva lunga e copiosa capigliatura, e il 
mitico Pegaso aveva le ali; ma il P. fa calvo 1' uno, e arrem- 
bato e infermo l'altro, a significare l'impotenza de' poetastri 
imitatori. — Co* frasconi. Avere i frasconi^ portare i frasconi 
e più spesso seminare i frasconi si dice propriamente del 
somaro caricato di frasche lunghe per modo da strascicarne 
le punte per terra ; e per estensione si usa de' polli che quando 
sono malati, si lasciano cadere le ali; ed anche di ohi per 
debolezza si regge difficilmente in piedi e va avanti barcol- 
lando. — Copre liutij ecc. Il liuto istrumento medioevale a 
ventiquattro corde, e il colascione a due corde sole e di suono 
rauco, rappresentano qui la scuola romantica che per lo più 
toglieva le sue ispirazioni dal medio-evo; e la cetra rappre- 
senta la scuola classica che pretendeva di rifare, servilmente 
imitando, ciò che avevano creato i poeti greci e i latini. 
Vuol dire insomma, che la poesia de' suoi tempi era conta- 
minata in due modi ; da' vecchiumi {muffa) o dal liscio e bel- 
letto {vernice), 

V. 21-28. — Aggiungi^ QQQ. Senso: Aggiungi tutte quelle 
sconcie e brutte cose da fare addormentare, che la stampa 



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168 A GIROLAMO TOMMASI 

25 E tosto intenderai come dal verme 
Di bavose letture allumacato, 
Del ^enio paesano appena nato 

Raggrinza il germe. 

Non tatti il vento forestiero intasa; 
30 V*ha chi bee le native aure vitali: 

Ma non è già chi spolvera scaffali 
Tappato in casa; 

E sol perchè di Cronache e Leggende 
E di scene cucite un sudiciume, 
35 Per carestia, per noia e per costume, 

Si compra e vende, 

Pensa e s'allenta in pueril conato 
Di Storia o d'Epopea, tisico a tanto, 
sotto il peso di tragico manto 
40 Casca -sfilato; 



francese rovescia {vomita) sopra di noi bastardi ciechi del 
figurino, cioè sciocchi seo;uaci della moda, e capirai subito 
come l'indole nativa dell'ingegno italiano resti uccisa quando 
sta per manifestarsi, dal veleno di quelle letture, al modo 
stesso che il germoglio d' una pianta appassisce e si secca 
sullo spuntare, se la lumaca ci lascia sopra la sua bava. — 
Germe credo stia qui in luogo di gemma o anche germoglio, 
— Allumacare poi, si dice propriamente della lumaca che la- 
scia dietro di se una striscia di bava; e per estensione di 
tutto ciò che scorrendo sopra una data cosa, vi lasci una 
macchia d' umore appiccaticcio. Così si chiama allumaca'o 
un vestito pieno di macchie. 

V. 29-52. — Non tutti^ ecc. Senso: Non tutti però soffocano 
l' indole paesana per imitare gli stranieri. C è qualcuno 
che attinge alle sorgenti del vero che gli vive attorno, ma 
questi non è colui che, chiuso in casa, studia soltanto sui 
libri, e che vedendo come, o per mancanza di meglio o per 
ammazzare la noia o per uso ormai invalso, si comprano o 



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A GlEOLAMO TOMMASI 109 

briaco di se scansa la gente, 
E per il bgo del cervello oscoro 
Pescando nel passato tì nel f aturo 

Perde il presente: 

45 Ma quei cui non fann' ombra alPintelletto 
La paga, il boia e gli altri spauracchi ; 
Che si misura senz'alzare i tacchi 
Col suo subietto; 

Che benedice alla nativa zolla, 
50 Né baratta sapore o si tien basso. 

Se, Dio volendo, invece d'ananasso 
Nacque cipolla. 

Varian le braccia in noi, varia l'iugegno 
A diversi bisogni accomodato: 

si vendono informi cronache e leggende e scene sconnesse, 
si sforza vanamente e puerilmente tentando la Storia o 
V Epopea, debole ad opere si grandi, o cade vergognosa- 
mente provandosi alla tragedia, o tutto pieno di se si ap- 
parta dalla società mentre dovrebbe starci in mezzo per istu- 
diarla; e invece di cogliere il presente, rivolgendo nel buio 
del suo cervello il passato, pretende di vaticinare il futuro; 
ma è colui che non si lascia traviare ne da interesse, nò da 
paure, che considera seoza lusingare se stesso, se le sue 
forze sieno sufficienti al soggetto che prende a trattare, che 
benedice il paese dove nacque, ne falsa sé stesso né si sgo- 
menta se Dio lo fece nascere non a grandi, ma ad umili 
cose. — Intasare vale prendere un* infreddatura di naso o 
corizza^ come avviene spesso per una corrente d' aria o ri- 
scontro ; quindi risponde letteralmente al vento forestiero. 
Si noti però ciic il P. usa questo verbo nel senso transitivo. 
— Sfilato. Si dice di chi ha rotta la spina dorsale. — Che si 
misura, ecc. E in sostanza il precetto d' Orazio Sumite ma- 
ter iam veatris qui scriìntis aequam Virihua et versate diu quid 
ferre recusent, Quid valeant humeri (Poet., v. 38); ma quel- 
r alzare % tacchi e mettersi in punta di piedi per voler far 
credere a se stesso d' esser più alto, è un vero gioiello al 
tutto nuovo. 

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170 A GIROLAMO TOMMASI 

65 E trono e forca © seggiola e steccato 

Noa fai d'oB legno, 

Tommaai, rumor mio tra mesto e lieto 
Sgorga in vaerai bakatù e semìaeri; 
Nò so piallar la crosta ai miei pensierij 
CO Né 30 star cheto. 

Anch'io sbagliai me stesso, e nel bollore 
Degli anni feci il bravo e l'ispirato, 
E pagando al Petrarca il noviziato 
Belai d'amore; 

65 Ma Tina voce segreta ogni momento, 
Giù dai fondacci della coscienza, 
Mi brontolava in tutta confidenza: 

€ Muta strumento. 

» Perchè temi mostrar la tua figura, 
70 » Se nella giubba altrui non l'hai contratta? — 

> Dell'ombra propria, come bestia matta, 
» Ti fai paura. 



V. 56. — D* un, cioè del medesimo , ed è latinismo d' uso 
comune. 

V. 66. — Giù dai fondacci, ecc. Qui vale semplicemente 
dal più profondo, senza concetto pegtriorativo, sebbene no 
abbia la forma. Cosi si chiamano a Firenze i fondacci di 
S. Niccolò e di Santo Spirito, le due strade più basso della 
città. 

V. 69-72. — Perchè temi, ecc. Perchè temi di mostrare nei 
tuoi versi te stesso con verità, proprio come ti senti dentro 
{la tua figura) una volta che senti e pensi a modo tuo e non 
degli altri? Cosi facendo, sei simile a quel cavallo viziato 
che ha paura dell' ombra propria. 



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A GIHOLAUO TOMMASI 171 

T* I tuoi coacetti, per Èradur te efeesao, 
p Rendi yviaati nel prisma del Varie, 
75 > E di secondo lume in sulle carte 

» Torbo refleaeo. 

^ L'indole tua cosi ialsifìcandOj 

* Se fai d' alchimia intonaco alla pelle^ 
» Del tempo passerai dalle gabelle 
80 » Di contrabbando? 

» Scimmia, se gabberai le genti grosse, 
» Temi 1' orecchio spalancato al vero 
» CJie ne* tuoi sforzi dell' inno guerriero 
» Sente la tosse. 

85 » Chi nacque al passo^ e chi nacque alla fuga : 
» Invano invano a volgere il molino 
» Sforzi la zebra, o a farti il procaccino 
» La tartaruga. 

v- 73-76. — / tuoi concetti^ ecc. Se invece di manifestare i 
tuoi pensieri come ti nascono nella mente, gli traduci in un 
linguaggio artificioso e accattato, gli svisi, gli falsi, e l'arte 
tua è simile al prisma del fisico, che invece di lasciar passare 
cosi com' è il raggio luminoso lo scompone nei sette colori 
dell' iride, ed i tuoi versi invece di risplendere di luce vivida 
e diretta, rimandano una luce torbida e riflessa, come quella 
che non emana proprio da essi, ma viene di fuori. Il P. insiste 
su questo precetto che 1' espressione del pensiero ha da es- 
sere immediata, e quasi formare una cosa stessa con esso. — 
Svisati da svisare che vale propriamente alterare il viso, e 
per estensione alterare in genere, falsare, mostrare una cosa 
per un' altra. 

V. 78 80. — Se fai, ecc. Se con artifizi fallaci ti mascheri 
ingegnandoti di apparire diverso da quello che sei natural- 
mente, speri forse di potere passare ai posteri di contrab- 
bando, cioè con inganno, come por insidia si fanno talora 
passare le merci senza pagar la gabella? — Alchimia. Vedi 
pag. 64 nota al v. 307. 

V. 84. — Sente la tosse. Cioè si accorge ohe tu sei debole 
a tanto* 

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172 A GIROLAMO T0MMA8I 

» Lascia la tromba e il flauto al polmone 
90 » Di chi e' è nato, o se l'è fitto in testa j 

» Tu de' pagliacci all' odierna festa 

» Fischia il trescone. » 

Ed ecco a rompicollo e di sghimbescio 
Svanir le larve della fantasia, 
95 E il medaglione dell' ipocrisia 

Vòlto a rovescio. 

Come preso all' amor d'una devota, 
Se casca il velo rabescato in coro, 
Vedi l' idolo tuo creduto d' oro 
100 Farsi di mota, 

Veggo un Michel di Landò, un Masaniello 
Bere al fiasco di Giuda e perder 1' erre ; 
Bruto Commendatore, e Robespierre 
Frate e Bargello : 



V. 89. — Lascia la tromba e il flauto] cioè la poesia eroica 
tanto epica quanto lirica. Nota flauto di tre sillabe; ve n' è 
un altro esempio nelle Grazie del Foscolo. 

V. 92. — Trescone. Specie di ballo campagnolo in quattro, 
a uso manfrina. 

V. 93-96. — Ed eccOf ecc. A queste parole ecco che mi fug- 
gono precipitosamente (a rompicollo) e di traverso e in di- 
sordine (a sghimbescio) dalla fantasia quelle larve bugiarde, 
e mi appare il rovescio dell' ipocrita medai^lia, cioè veggo la 
verità delle cose e delle persone. 

V. 101-103. — V^ggo, ecc. Michel di Landò fiorentino, 
cardatore di lana, che fatto Gonfaloniere nel tumulto dei 
Ciompi trionfanti (1378), g[Overnò con senno e con giustizia, e 
nel 13dl fu mandato in esilio. — Masaniello (Tommaso Aniello) 
di Amalfi (1623-47) semplice pescivendolo, caro al popolo per ' 
la bontà, il senno e 1' amore che aveva al paese oppresso 
da' viceré spagnoli, capitanò il popolo napoletano, dissan- 
guato dai balzelli, per indurre il viceré duca d'Arcos ad 
abolire la nuova gabella sulle Irutta, che nell' estate erano 



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A GIROLAMO TOMMASI 173 

105 Mirare a tutto e non avere un segno; 
SnperMa in riga d'Angelo Custode; 
Con convulsa agonia d' oro e di lode 
Spennato ingegno ; 

Un palleggiar di lodi inverecondo ; 
110 Atei- Salmisti, Tirtei coli' afiPanno, 

E le grinze nel core a ventun anno^ 
Lordare il mondo. 

Eestai di sasso ; barattare il viso 
Volli e celare i tratti di famiglia: 
115 Ma poi Tira, il dolor, la maraviglia 

Si sciolse in riso ; 

quasi il cibo esclusivo della plebe ; acclamato capitano ge- 
nerale del popolo, dopo avere avuto un colloquio col viceré 
che per paura fingeva di venire ai patti, parve mutato da 
quel di prima, diede in istravaganze, e fu ucciso da assas- 
sini appostati nel convento del Carmine dove era andato 
a confessarsi. — Perder V erre. È modo comunemente usato 
per ubriacarsi. — Robespierre. Vedi pag. 120, nota al v. 78. 

V. 106. — In riga. Qui vale invece. Vedi pag. 19, nota 
al V. 47. 

V. 109-111. — Un palleggiare, ecc. Cioè un rimandarsi le 
lodi a vicenda come si fa della palla nel gioco che da essa 
prende il nome, modo comunemente usato. — Tirtei^ ecc., 
cioè poeti che ostentano sentimenti patrii e guerreschi, 
mentre sono fiacchi di corpo {coW affanno) e vecchi di animo 
{con le grinze nel cuore) a ventun anno, vale a dire privi della 
fede e de' magnanimi entusiasmi propri di quell' età. Tir/eo, 
Poeta lirico e guerresco che co' suoi canti infiammava gli 
Spartani alla battaglia, nacque nell'Attica nel 7° secolo a. C. 

V. 113-114. — Mestai di sasso^ ecc. Il Fioretto spiega: 
« liestai meravigliato oltre modo, vo/li celare i tratti di fami- 
gliaj dissimulare, nascondere il mio fare semplice, naturale 
e smcero, in mezzo allo sfacciato trionfo dell' ipocrisia. » 
Ma come concedere al Fioretto che celare i tratti di famiglia 
voglia dire tutto questo ? Il Frizzi spiega : « Vedendo questi 
orrori stupii: avrei voluto nascondermi a tutti, ne farmi ri- 
conoscere per quel che sono. » Ma che cosa vuol dire nel 



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It4 A GIROLAMO TOlfMASI 

Ali, in riso che non pas^a alla midolla! 
E mi sento simile al aaltambanco^ 
Oli© muor di fame, e in vkta ilare e franco 
J30 Trattien la folla. 

Beato me, ae mai potrò la mente 
Posar quieta in più sereni obietti,' 
E sparger fiori e ricambiare affetti 
Soavemente. 

125 Cessi il mercato reo, cessi la frode^ 

Sola cagion di spregio e di rampogna ; 
E il cor rifiuta di comun vergogna 
Misera lode. 

Ma fino a tanto che ci sta sul collo, 
130 Sorga all'infamia dalla nostra voce, 

Di scherno armata e libero e feroce, 
Protesta e bollo. 



caso nostro non farsi riconoscere per quello che uno è? forse 
fingere? Si dovrà dunque intendere che anche al Griusti venne 
la tentazione di mostrarsi diverso da quello che era? Eppoi 
siamo alle solite; che significato avrebbe la frase mutare i 
tratti di famiglia? Ora io credo che il P. abbia voluto espri- 
mere questo pensiero : « vedendo tante turpitudini degli uo- 
mini, quasi mi vergognai di appartenere anch' io alla fami- 
glia umana » pensiero del resto naturalissimo. Quante volte 
non avremo sentito dire e detto anche noi nell' udire il rac- 
conto di qualche delitto o turpitudine commessa: «mi ver- 
gogno di appartenere alla razza umana! » 

V, 117-118. — Hìso che non passa, ecc. E altrove lo chiama 

mesto riso e riso che sfiora il labbro e al cor non passa. 

Saltambanco o saltimbanco si chiama il giocolatore di piazza. 

V. 121-132. — Beato wie, ecc. Vuol dire che sarebbe felice 
se potesse un giorno dar lode anziché biasimo a' suoi simili. 
E ciò egli farebbe quando cessasse il mercato iniquo {reo) 
e fraudolento che gli uomini fanno di sé, il quale è sola ca- 
gione delle sue rampogne j e d' altra parte al suo cuore non 



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A GIROLAMO T0MMA8I , 175 

Come se corri per le gallerie 

Vedi in confuso un barbaglio di quadri 
135 Cosi falsi profeti e bali ladri, 

Martiri spie, 

Mercanti e birri in barba liberale, 

Mi fruUan per la testa a schiera a schiera: 
Tommasi, mi ci par V ultima sera 
140 Di Carnevale. 

Ecco i miei personaggi, ecco le scene^ 
E degli scherzi la sorgente prima : 
Se poi m' è dato d* infilar la rima 
male, o bene, 

145 Scrivo per me, scemandomi la noia 

Di questa vita grulla e inconcludente, 
Torpido per natura, e impaziente 
D'ogni pastoia. 

Chi mira al fumo, o a quello che si conia, 
150 Dalle gazzette insegnamenti attinga, 

E là si stroppi il cranio, o nella stringa 
Del De Colonia. 



piace la misera lode che gli viene dal biasimare che fa 
co' suoi versi i vizi, che sono una pubblica vergogna. Ma 
finche questo mercato dura, egli vuole protestare, schernirlo 
e bollarlo d' infamia co' suoi versi. 

V. 187. — Barba liberale, A que' tempi il portar barba 
era agli occhi della polizia segno di sensi liberali e anti- 
tedeschi, (Vedi Gingillino). 

V. 149. — Chi mira, ecc. Chi cerca la vanagloria (fumo) 
o i quattrini {qttello che si conia). 

V. 151. — Nella stringa, ecc. Cioè nelle meschine e pedan- 
tesche regole dei retori. E cita il De Colonia autore di una 



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176 A GIROLAMO TOMMASI 

Centoni, Fantasie scriva a giornata; 
Venda la bile, il Credo e la parola, 
155 Mentre gli pianta il compito alla gola 

Libraio pirata, 

Che avaro e buono a nulla, esige mondi 
Da te che mostri un'oncia di valore; 
E co' romanzi galvanizza il core 
160 De' vagabondi. 

Io no : non porterò di Tizio o Caio 
Oltramontane o arcadiche livree, 
Né per lisciarle affogherò l'idee 
Nel Calamaio. 



retorica, che allora andava disgraziatamente per tutte le 
scuoio. — Stringa si chiama propriamente quel nastro o 
cordella colla quale le donne si stringono il busto o serrina ; 
e qui è bella e nuova metafora a significare che certi precetti 
retorici, pedanteschi, costringono e storpiano il cervello. 

V. 15^. — Centone. Originariamente una coperta grosso- 
lana fatta di più ritagli, poi componimento formato di squarci 
presi da vari autori. — A giornata. Cioè pagato a un tanto 
al giorno come i manovali. 

V. 156. — Nota libraio di due sillabe, come nel Parini 
noia d' una sillaba sola. 

E sopra la lor tetra 

Noia le novelle e le facezie spandi. 

Ode, La Caduta. 

V. 159. — Galvanizza. Gioh eccita, destandovi come una 
nuova vitalità fittizia. 

V. 163. — Nh per lisciarle^ ecc. Ne per esprimere le mie 
idee in modo elegante e nuovo userò il linguaggio artefat- 
to, stentato e convenzionale di certi scrittori pedanti, invece 
della lingua viva, spontanea e naturale. E il Manzoni diceva 
a certi toscani che scrivendo quasi si scordano della lingua 
che parlano per attenersi a quella dei libri: «Voialtri invece 
di mettervi la penna in bocca tuffate la lingua nel calamaio ». 



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A GIROLAMO T0MMA8I 177 

165 Non sarò visto volontario eunuco 

Recidermi il cervel perch'io disperi 
La fìrma d'un Real Castrapensieri 
Birbone e ciuco . 

Se posso, al foglio non darò rimate 
170 Frasi di spugna, o copie o ipocrisie; 

Né per censura pubblica le mie 
Stizze private. 

Ma scrivendo là là quando mi pare 
Sulle farse vedute a tempo mio, 
175 Qualcosa annasperò, se piace a Dio, 

Nel mio volgare. 

Laudato sempre sia chi nella bara 
Dal mondo se ne va col suo vestito: 
Muoia pur bestia; se non ha mentito 
180 Che bestia rara! 



V. 167. — Real Castrapensieri. Censore, revisore delle 
opere da stamparsi, perchè fino al 1848 esisteva ancora in 
Toscana la censura preventiva. 

V. 170. — Frasi di spugna. Cioè frasi gonfie, senza con- 
sistenza, indeterminate, che paiono dir molto e non dicon 
nulla. 

V. 178. — Col suo vestito^ ecc. Cioè senza aver mai mutato 
carattere, tale e quale. 



Giusti. — Poesie. 12 

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178 



ALL' AMICO 

NELLA PRIMA T ERA DEL IS^l- 



Il Gina ti quando compose questi Ttìr&ì era in preda 
Q. maliuoonìci |ieusieri. Di qui la mesta, armonia che li 
governa. Chi foaae poi il gìovioetto al quale sono indi- 
rizzati non ito potuto raccogliei'e. 

Già, prevenendo il tempo, al colle aprico 
H mandorlo è fiorito, 
A ie simile, o giovinetto amico, 
Ohe impaziente al periglioso invito 
5 Corri della beltade, 

Coi primi passi della prima etade. 

Godi, Roberto mio, godi nel riso 
Breve di giovinezza: 
E se il raggio vedrai d* un caro viso 
10 Che il cor t' inondi di mesta dolcezza, 

Apri V ingenuo petto 
Alla soavità d* un primo affetto. 

Possa la donna tua farti beato 
Coi lieti occhi amorosi; 
15 A te fidata consigliera allato 

In atto di benigno Angelo posi, 

E neir amor ti sia 

Come .perpetuo lume in dubbia via. 

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all' amico 179 

Non ti seduca dei vani diletti 
20 La scena allettatrice; 

. Legger desio diviso in molti obietti 
Ti prostra Palma e non ti fa felice: 
Sente bennato cuore 
Fiorir gioia e virtù d'un solo amore, 

25 Soave cosa un' adorata immago 

Sempre vedersi innante, 

E serenare in lei l' animo pago, 

In lei bearsi riamato amante, 

E di sé neir oblio 
30 Viver per altri in un gentil desio. 

Oh! mi sovviene un tempo a cui sospiro 
Sempre dal cor profondo: 
Or che degli anni miei declina il giro 
E agli occhi stanchi si scolora il mondo, 
85 Passa la mia giornata 

Dalla stella d' amor non consolata. 

Pure, a quel tempo ripensando, parmi 
Grustar di quella pace, 
E alle speranze antiche abbandonarmi. 
40 Cosi, se cessa il canto e 1' arpa tace, 

Senti per 1' aere ancora 
Vagare e mormorar Tonda sonora. 



V. 33. — Or che degli anni^ ecc. « Declina il giro degli ann 
miei è vera improprietà : dell' Arco si può dire che declina, 
e Dante disse propriamente; 

Già declinando V arco de' miei anni. 

Il giro o circolo però non può declinare », Cosi postilla il 
Panfani, ed ha ragione. 



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180 all' amico 

Non farò come quei che al pellegrino 
Ponti e riposi addita, 
45 TaQendo i mali e i dubbi del cammino: 

Forse da cara mano a te la vita, 
. Di basse frodi ignaro, 
Sarà cosparsa di veleno amaro. 

Sgomento grave al cor ti sentirai, 
50 Quando svanire intorho 

Vedrai V auree speranze e i sogni gai ; 
Quando agP idoli tuoi cadranno un giorno 
Le bende luminose 
Che la tua mano istessa a lor compose. 

55 Nel tuo pensiero di dolor confuso 

Con inquieta piuma 

Volgendosi e gemendo amor deluso, 

Qual deir aere che intorno a sé consuma 

S' alimenta la fìamma, 
60 Ti struggerà la vita a dramma a dramma. 

Ma che? se di viltà non ti rampogna 
Rea coscienza oscura, 
Lascia dar lode altrui della menzogna. 
Seduto in dignità nella sventura 
65 Sprezza i superbi ingrati 

Che nome hanno d' accorti e di beati. 



V. 55-60. — Nel tuo pensiero j ecc. Ordina cosi: Amore de- 
luso volgendosi inquieto entro al tuo pensiero sopraffatto e 
sgomentato dal dolore, ti struggerà a dramma a dramma 
la vita, come fa la fìamma che si alimenta consumando Paria 
che la circonda. 



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all'amico 181 

Tu nel dolore interroga te stesso 
Come in sicuro speglio ; 
Fortificando il mite animo oppresso 
70 Per via d' affanni ti conduci al meglio. 

E con fronte serena 
I carnefici tuoi conturba e frena. 

Risorgerai dalle pugne segrete 
Del core e della mente 
75 Saggio e composto a nobile quiete. 

Vedi? passò la bruma, e alla tepente 
Feconda aura d' aprile 
Tijdà P acuta spina un fior gentile. 

V. 76. — Vedi, ecc. Ricorda la terzina di Dante {Par. XIII, 
131). 

Ch' io'ho veduto tatto '1 verno prima 
n prtm mostrarHi rigido e feroce, 
PoHcia portar la rosa in sa la cima. 



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182 



LA CHCOncIOLA 



Il P, la compose nel ISilj e ne fece questo giudizio: 
* La Chiocciola è uà pretesto p^r paniere di traverso aU 
cum viziarellij è uno di quelli scherzi che ai scrivoDO ìd 
un momeoto dì buou iimorej e che pigliano un titolo 
per aemplice scusa. IL metro è gaio, lesto come un ra- 
gazzo; la lingua andaJite aufìicientemente», (GruSTJ, Scritti 
vaHf pag* 59.) Quanto a mo questo aclierzo è, nel suo 
genere vispo e leggero, simile a certe odìcine d' Orazio, 
che paiono fatte di Dulia ma sono perfette nello stile. 

Viva la Chioceiolaj 
Viva una bestia 
Ohe iiniace il merito 
Alla modestia, 
* Eaaa air astronomo 

E air architetto 
IPorse nei!' animo 
Destò il concetto 
Del canocchiale 
IfJ E delle scale: 

Viva la Chiocciola 

Caro animale* 
f 

V. 9-10, — Del i^itnoci'.fnalti^ ecc. Del e aa oc ohi al e, perchè 
le coma della chiocciola si allungano o si accorciano coma 
queir iatrumouto ; ddlt scale perchè quelle , dicOj i cui scalini 
girano attorno ad una colonna, fanno pensare a quel molla* 
fico anche col come, chiamandosi appunto HùaU ^ chioceiolti> 



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LA CHIOCCIOLA 183 

Contenta ai comodi 

Che Dio le fece, 
15 Può dirsi il Diogene 

Della sua spece. 

Per prender aria 

Non passa l'uscio; 

Neir abitudini 
20 Del proprio guscio 

Sta persuasa, 

E non intasa: 

Viva la Chiocciola 
Bestia da casa. 

25 Di cibi estranei 

Acre prurito 
Svegli uno stomaco 
Senza appetito: 
Essa sentendosi 
Bene in arnese, 
Ha gusto a rodere 
Del suo paese 
Tranquillamente 
L' erba nascente : 

35 Viva la Chiocciola 

Béstia astinente. 

V. 15-16. — Diogene. La parola Diogene veramente è di 
quattro sillabe, e come tale 1' usa altrove il P. (vedi pag. 113, 
V. 3b); ma qui la fa di tre per ragione del metro, — Spece 
veramente si scrive specie (con 1' *j, ma il P. V ha scritto 
senza e perchè si pronunzia realmente a quel modo e per 
iscansare una paiola semi-sdrucciola che non poteva rimare 
con una piana (./ece). 

v. 29. — Essa sentendosi^ ecc. Sentirsi bene in arnese ed 
anche sentirsi in hon* arnese vale sentirsi in pieno vigore in 
bona salale e simili. 



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184 LA CHIOCCIOLA 

1^65*3 un procedere 

Sa colle buone, 

E più d' un asino 
m F& da leone. 

Essa al contrario, 

Bestia com^ è, 

Tira a proposito 

Le corna a sé; 
45 Non fa T audace, 

Ma frigge e tace: 

Viva la Chiocciola 
Bestia di pace. 

Natura, varia 
50 Ne^ suoi portenti, 

La privilegia 

Sopra i viventi 

Perchè (carnefici 

Sentite questa) 
55 Le fa rinascere 

Perfin la testa; 

Cosa mirabile 

Ma indubitabile: 

Viva la Chiocciola 
60 Bestia invidiabile. 

V. 42. — Bestia com* è. Questo modo ha valore avversa- 
tivo ; vuol dire: sebbene sia bestia, e viene cosi a inasprire sem- 
pre più il confronto tra questa bestia prudente e gli uomini 
deboli e al tempo stesso temerari (asini che fan da leoni). 

V. 43. — Tira, ecc. Tirar le corna a so, oltre il senso let- ' 
terario si usa del continuo per estensione nel senso di riti- 
rarsi dalle brighe, esser cauto e prudente, ecc. 

V. 46. — Frigge. Parola onomatopeica popolarissima, a 
dinotare quel lieve stridio simile a quello dell* olio nella pa- 
della, che fa la chiocciola mandando fuori la sua bava. 

v. 55. - Le fa rinascere ecc. Pregiudizio del volgo che 



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LA CHIOCCIOLA 185 

Gafi dottissimi, 

Che predicate 

E al vostro simile 

Nulla insegnate; 
€5 E voi, girovaghi, 

Ghiotti, scapati. 

Padroni idrofobi. 

Servi arrembati. 

Prego a cantare 
70 L'intercalare: 

Viva la Chiocciola 
Bestia esemplare. 

il P. prende in ischerzo, come appare da quelP indubitabile 
ohe se^ue, evidentemente ironico. 

v. 61-72. — Qnest' nltima strofa é come V epilogo morale 
del componimenfo, perchè enumera via via le persone già 
rammentate in esso, e che dai costumi della chiocciola pos- 
sono imparare a correggere i propri. Cosi i vagabondi pos- 
sono imparare dalla chiocciola ad amare la propria casa ed 
il proprio paese ; i gufi dottissimi, cioè i filosofi speculativi 
che si perdono nelle astrazioni infeconde e cervellotiche non 
insegnando altro che parole strane ed inutili, possono im- 
parare da questia bestiola a insegnare qualche cosa di pratico 
agli altri uomini ; i ghiotti^ che si sono sciupato lo stomaco 
co' manicaretti raffinati, hanno nella chiocciola nn esempio 
di continenza e di frugalità; i superbi ed iracondi un esem- 
pio di prudenza e di modestia, ecc. 

Del resto questi padroni e questi servi vanno presi alla 
lettera e non già intesi -^ev principi e schiavi, come ha fatto 
qualche commentatore ; che qui la politica non e' entra per 
nulla, ne i principi italiani erano tutti idrofobi, ma come li 
«hiama altrove, formavano una caterva di volpi e di conigli, 
ne il Poeta avrebbe chiamato servi arrembati, cosi senz' al- 
tro, i loro sudditi. Quanto all' origine di questo elegantis- 
simo scherzo, credo far cosa grata al lettore trascrivendo 
quanto ne dice il Poeta stesso in una lettera senza indirizzo 
di persona scritta da Pescia. (Epist,, 51). 

* ....Erano sei anni che non avevo veduto la primavera 
< paesana, e non ti so dire quanto piacere provi ora a goder- 
•« mela.... A chi oramai ha assaggiato il così detto gran mon- 
* do, non par vero di starsene lungo sdraiato nel letto di 



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186 LA CHIOCCIOLA 

« casa sua, e di rinfrescarsi il sangue all' aria del proprio 
^ paese. Le persone cresciute con noi, le mura abitate fino 

* da piccoli, le vie del paese e della campagna percorse o in 
« compagnia di persone a noi care o coi nostri pensieri che 
« ci parlavano di care persone; perfino i cibi che ci furono i 
« più usuali dall' infanzia, ci servono di sollievo e di confor- 
^ to. La dimenticanza dei mali, la pace, il desiderio d' una 
« vita tranquilla, invade l' animo stanco dell' uomo che dopo 
oc molti anni ritorna fra i suoi. Infelici quelli che non hanno 
« una casa! Il paese proprio è un porto desiderato anco per 
« coloro che, senza mai far naufragio, attraversarono il maro 
« sempre inquieto della vita. Io 1' ho coi cosmopoliti, che 
« per la pazzia di voler essere cittadini del mondo, non sanno 
<c esser paesani del proprio paese. Anzi amo di credere, che 

* come le piante vegetano meglio in un terreno piuttosto 
4t che in un altro, cosi noi si debba vivere e trovarsi bene, 

* più che in ogni altro, nel luogo che ci ha veduti nascere. 

« Facevo queste ed altre riflessioni, passeggiando per 
< la campagna ; e senza volerlo, cosi macchinalmente, m' ero 
« fermato sulla via a guardare una chioccioletta. Per asso- 
« ciazione d' idee (fenomeno che ognuno spnte verificare in 
« se in un modo tutto suo particolare), mi parve che quel- 
le 1' animaletto potesse doventare una viva immagine dei 
« pensieri che allora mi formicolavano per la testa; e ripen- 
se sando alla vana boria di noi uomini, agli appetiti smodati, 
« air ire, all' arroganza nostra, quasi senza volerlo mi venne 
« fatto di dire: Viva la chiocciola! Questa esclamazione era 
« un quinario sdrucciolo, metro che mi piace oltremodo, 
«e Sai che tutto sta nel cominciare; ed io raccozzando quelle 
« poche idee che m' erano passate per la mente con altre 
« accessorie che vennero dopo, seguitai giù giù la filza dei 
« quinari, e ne venne questo Scherzo leggero, senza iracon- 
« dia, tale quale può darlo un fegato ristorato all' aria na- 
« tiva, e una testa che ogni sera prima delle dieci s' addor- 
« menta sul guanciale di casa sua». 

» Taluno pensò che il P. componendo la Chiocciola avesse 
in mente la poesia del Bóranger intitolata Les Escargots e 
venuta in luce nel 1840. Ma il fatto sta che questi due com- 
ponimenti non hanno altro a comune che il titolo. Ne giu- 
dichi il lettore. 

Les Escargots. 

Chassé d'nn gite par huiasier, 
Je cherchais logia au village, 
Lorsqu'un colimagon groasier 
Me fait Ica cornea au paasjxge. 
Voyez corame ila font lea gros dos, i -,. 
Cea beaux measieura lea eacargota! ) * 

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LA CHIOCCIOLA 187 

Celai qui mo nargue anjonrd'hui 

Semble dir© : Vii prolétaìre ! 

H u'a pas méme un chanme à lai l 

L'eacargot est propriétaire. 

Yoyez comme ila font les gros dos, 

Ces beaax messiears les escargota ! 
An seail de «on palaia nacré, 

Ce mollasqae à bave incongrae 

Se carré eu bourgeoia décoré, 

Toat fier d'avoir pignoa sur rue. 

Yoyez comme ila font lea groa doa, 

Cea beaax meaaieurs lea escargota ! 
n n'a point à déménager, 

Il n'a point à payer aon terme. 

Sea Yoiaina sont-ila en danger, 

Dana aa roaiaon vite il s'enferme, 

Voyez comme ila font lea groa dog, 

Cea beaux meaaieura lea escargota! 
Trop sot poar connaitre l'ennui, 

Il fait aon bien de toatea choaea, 

S'engraiaae da travail d'aatrai, 

£t aalit le pampre et lea roaea. 

Voyez comme ila font lea groa dos, 

Cea beaax meaaiears lea eacargota ! 
En vain tentent de l'émoavoir 

Dea oiaeaax les roix lea plua bellea ; 

Le rustre a peine à conoev.oir 

Qa'on ait ane voix et dea ailea. 

Voyez comme ila font lea groa doa, 

Cea beaax meaaieara lea eacargota ! 
Ce bourgeoia a raiaon, ma foi. 

Fi da peu que l'esprit rapporte ! 

Mieux vaut avoir maison à aoi : 

On met lea autrea à la porte. 

Voyez comme ila font lea groa doa, 

Cea beaux meaaieura lea escargota ! 
En deux Chambres l'on m'a conte 

Que leurs lógislateurs s'asaemblent. 

Je le tiena pair ou député : 

J'en connaia tant qui lui reaaemblent I 

Voyez comme ila font lea groa doa, 

Cea beaux meaaieurs les eacargota ! 
De ramper prenant aa fa9on, 

Faiaona de moi, a'il eat poasible, 

Un électeur colima9on, . 

TJn colima§on éligible. 

Voyez comme ils font lea groa doa, ^ „. 

Cea beaux messieurs les escargots ! ) 



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188 



IL BALLO 



Pubblicato nel 1841. Il P- lo giuciica uno de suoi 
Scherzi meglio riusciti {Scipita vari, pag* 60); ed ba ra- 
gione. E del genere che si suol chiamare descrittivo; se 
non che il Giusti, invece di descrivere, dipinge. È vera- 
mente quelle quattro figure o figuri, che sono V ex frate 
adulatore, maldicente e mezzano, l' usuraio cavaliere, il 
sedicente martire politico che fa la spia, e la tisica larva 
sdentata che fa V uomo positivo, sono ritratte cosi al vivo 
che una volta lette, ci rimangono come confitte nella me- 
moria, e ci pare di averne veduti gli originali,' e forse 
(ce n'è tanti!) gli avremo veduti davvero. 

PARTE PRIMA 

In una storica 
Casa, affittata 
Da certi posteri 
Di Farinata, 

5 A scelto e splendido 

Ballo c'invita 
Chilosca^ gotica 
Beltà sbiadita. 

V. 2-4. — Affittata. Cioè data in affitto da certi fiorentini 
di nobiltà antica, oh' egli chiama posteri di Farinata non a 
dinotare che discendono proprio da lui, ma che un tempo 
erano ricchi © potenti, ed ora caduti nella miseria a segno, 
da appigionare a' ricchi stranieri il loro palazzo. 

V. 7. — Ohilosca, Il Fanfani trova in questo nome qual- 
che cosa che allude al chilo^ a significare che questa ricca 
signora straniera dava splendidi pranzi ; ma io penso che il 
P. abbia voluto imitare cosi senz' altro un nome polacco. 



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IL BALLO 189 

Come per magico 
10 Vetro all'oscuro, 

Folletti e diavoli 
Passar sul muro. 

Maravigliandosi, 
Vede il villano 
15 Che corre al cembalo 

Del ciarlatano ; 

Tali per l'intime 
Stanze in confuso, 
Cento s'affollano 
20 Sporgendo il muso, 

Baroni, Principi, 
Duchi, Eccellenze, 
E inchini strisciano 
E reverenze. 

25 Un servo i ciondoli 

Tien d'occhio, e al centro 
Le borie anticipa 
Di chi vien dentro. 



V. 9*12. — Magico vetro, eoo. Graziosa parafrasi della 
lanterna magica. 

V. 20. — Sporgere il muso si dice di chi spinge innanzi 
la faccia per guardare attentamente qualche oosa^ come se 
in tal caso gli si allungasse il viso pigliando quasi la forma 
di quello di un animale (muso) che suole essere assai più 
sporgente che quello dell'uomo: e il modo è piuttosto co- 
mico e burlesco che dispregiativo. 

V. 23. — StrùcianOf ecc. Modo comunissimo in Toscana 
e stupendamente imitativo, perchè inchinandosi con tutta la 
persona, ossia facendo una profonda riverenza, si viene a 
strisciare con un piede il pavimento. 

V. 25-28. — Un servo^ ecc. Un servo in livrea, già s' intende, 
stando sulPingresso della sala guarda alle decorazioni (cionc^o^i) 



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Vi 



190 IL BALLO 

Fra tanti titoli 
io Kudo il mio aome^ 

Strania inarmotiieo 
Gli orecchi^ come 

In una musica 
Solenne e grave, 
35 Un corno, un òboe 

Fuori di chiave. 

Con un olimpico 
Cenno di testa, 
La tozza e burbera 
40 Dea della festa, 

Benedicendoci 
Dal suo divano, 
C'insacca al circolo 
A mano a mano. 

45 In brevi, rauchi, 

Scipiti accenti. 
Pagato il dazio 
De' complimenti, 



degfl' invitati e annunzia via via insieme cognomi i titoli no- 
biliari {le borie) di ciascuno che entra. — Questo anticipa poi 
è argutissimo, significando come quelli che sono già in sala, 
anche prima di vedere la persona annunziata, capiscono dai 
titoli che sta per venire un pezzo grosso. 

V. 30. — Nudo il mio nome^ ecc. Bada all'originalità e al- 
l' arguzia di questa comparazione proprio inaspettata. 

V. 39. — Tozza^ cioè soverchiamente grossa rispetto al- 
l'altezza. 

V. 41. — Benedicendoci risponde molto bene a dea, 

V. 43. — C" insacca^ ecc. Ci fa entrare come in un sacco ; 
ed accenna al gran numero degP invitati che riempiono 
la sala. 



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IL BALLO Ì9l 

Stretto per l'andito 
5^ Siila il bon ion; 

Si stroppia, e brontola 
Pardon^ pardon. 

O quadri, o statue, 
sante travij 
fife Che del vernacolo 

Hoz^o degli avi 

Per cinque secoli 
Nauseate, 
Coli' appigionasi 
60 Vi compensate; 

Soffrite l'alito 
D'un paesano 
Che per buaggine 
Parla italiano. 

65 Là là inoltrandomi 

Pigiato e tardo, 
Fra ciuffi e riccioli 
M'allungo, e guardo 

Ove mefitici 
70 Miasmi esala 

Una caldaia 
Chiamata sala. 

V. 52-64. — Pardon. Grl' italiani eleganti dicono cosi in- 
vece di 8CU8Ì, perchè secondo loro nulla può esservi ele- 
gante se non viene di Francia. Di qui il P. piglia occasione 
air amenissima apostrofe o guadici, o statue j ecc., nella quale 
viene ironicamente a concludere come un italiano che nelle 
conversazioni eleganti parla italiano, è un vero ignorante, 
un bue. 



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192 IL BALLO 

Come, per muoverei 
D* occulto ingegno, 
70 Girano e saltano 

Gruppi di legno 

Su questi ninnoli 
Della GQrmfinia, 
Cosi parevano 
SO Presi alla pauia^ 

Coa) scattavano 
Duri, impiccati, 
Fautasmi a scbeleLri 
Io ami dati. 

Sj Ivi non gioia, 

ITon allegria^ 
Ma alegautiasima 
Mnsoneria; 

Turate P anime, 
90 Slargati i pori 

A smorti brividi 
Di flosci amori; 



V. 77-79. — Ninnoli si chiamano generalmente così e an- 
che gingilli ^li oggetti di trastullo che ci vengono per lo 
più di Germania. — Presi alla pania vale per estensione 
impacciati, difficili a moversi, come viene spiegato più par- 
ticolarmente dai versi ohe seguono. 

V. 88. — Musonerta, Muso ha tra gli altri sensi anche 
quello di aspetto serio e superbo^ e si dice anche, come in 
questo luogo, d'uomo il quale ti vuol far capire che si tiene 
da più di te: di qui l'astratto musonerta specificato dall'epi- 
teto di elegantissima^ che, trattandosi della società che suole 
chiamarsi eletta^ ci calza a capello. 

V. 89-96. — Turate, ecc. Anime chiuse agli affetti gentili, 
ma aperte languidamente a basso e snervanti passioni. — 



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IL BALLO 193 



Gergo di stitica 
Boria decente, 
95 Ciarlio continuo 

Che dice niente. 

Ecco si rompono 
Partite e danze: 
S'urta, precipita 
lOC Nell'altre stanze 

La folla, e assaltano 
Dame e Signori 
Bottiglie, intingoli 
E servitori. 

105 Per tutto un chiedere. 

Per tutto un dare, 
Stappare, mescere, 
E ristappare; 

Un moto, un vortice 
110 Di mani impronte, 

E piatti e tavole 
Tutte in un monte. 



Gergo, eco. Un parlare convenzionale proprio di gente bo- 
riosa e sofìstica {Htitica), ma che non offende le convenienze 
esteriori (decente\ ecc. 

V. 101-104. — E assaltano^ ecc. La posposizione del sog- 
getto, Dame e Signori^ al verbo assaltano riesce qui a ren- 
dere più. evidente, e a ritrarre in modo più efficace la con- 
fusione e il parapiglia del buffet. 

V. 110. — Di manif ecc.. Impronte qui è anche più proprio 
ohe afacciatef indiscrete e simili, perchè propriamente in To- 
scana si chiama impronto un fanciullo ghiottone ohe a ta- 
vola mette avidamente da se le mani nel piatto afferrando 
la pietanza, senza aspettare d' esser servito. 

Giusti. — Poesie, 13 



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J94 Ih BALLO 

Oltre lo stomaco, 

Da quell^r cena 

115 Molti riportano 

La tasca piena, 

E nel disordine, 
Nel gran viavai, 
Spesso ci scappano 
l'àO Anco i cucchiai. 



PARTE BECOKDA- 



Li tra le giovani 
Nuore slombate, 
E tra le suocere 
Rintonacate; 

5 Tra diplomatiche 

Giubbe a rabeschi, 
E croci e dondoli 
Ciarlataneschi ; 

Veggo r antitesi 
10 Di quattro o sei 

Eterogenei 
Grugni plebei. 

V. 4. — Eintonacate f cioè quasi rimesse al nuovo a forza 
di belletto e altro, come si fa di una stanza screpolata per 
vecchiezza rinnovandone V intonaco, 

V, 7. — Dondoli. Lo stesso che ciondoli^ ma meno usato, 
detto per decorazioni dal verbo dondolare^ che vale oscil- 
lare come fa la campana o qualunque cosa mobile sospesa. 

V, 12. — Grugni. Vedi pag. 136 nota al v. 23. 



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IL BALLO 195 



A me che ho reproba 
La fantasìa 
15 Per democratica 

Monomanìa, 

Piacque lo scandalo 
Dei dommi infranti 
In quel blasonico 
20 Santo dei Santi: 

Ma poi ficcandomi 
Là tra le spinte, 
Mi stomacarono 
Tre laide grinte. 

25 Una è crisalide 

D*un quondam frate: 
Oggi per celia 
Si chiama abate, 

Ma non ha cherica, 
30 Non ha collare; 

Devoto al pentolo 
Più che alP altare. 



Y. 13. — A me che, ecc. Senso : A me che innamorato matto 
della democrazia, sono cosi empio da non riconoscere che i 
nohili sieno da più dei plebei, ecc. 

y. 20. — Santo dei Santi da Sancta sanctorum che designava 
quella parte del tempio, nella quale il solo sacerdote poteva 
entrare. 

V, 24-25. — Grinte, Grinta vale nelP uso popolare toscano 
faccia trista, dura, impudente. — Crisalide, eco. Cioè frate 
sfratato, tolta la metafora dalla trasformazione del baco 
da seta. 



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196 IL BALLO 

Caro ai gastronomi 
Per dotta fame, 
35 Ternato e celebre 

Per fama infame, 

Narrando cronache 
E fattarelli, 
Magagne e debiti 
40 Di questi e quelli, 

Compra se biasima, 
Vende se loda, 
E per salario 
Lecca la broda. 

45 Gratificandosi 

Fanciulle e spose, 
Gioca per comodo; 
E mamme uggiose 

E paralitici 
50 Ir chi divaga: 

Ruba, fa ridere. 
Perde e non paga. 

È r altro un nobile 
Tinto d'ieri, 
55 Re cristianissimo 

Dei re banchieri. 

V. 33. — Caro ai gastronomi^ eco. Cioè caro ai ghiotti, per- 
chè molto sUntende di manicaretti. 

V. 41-44, — Compra, eoo. Cioè biasima e calunnia, perchè 
^li si paghi il silenzio, e loda, perchè gli si paghi V elogio. 
E ricattatore e adulatore ad un tempo, e facendo cosi, ci 
guadagna {lecca la broda), 

V. 49. — E paralitici irchi. Voce latina (irc««) ohe vale 
becchi ed è posta qui per eufemismo. 

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IL'^T^LO 197 

Scansando il facile V-r^ 
Prete e la scure, ' *^^, 
Già dilettavasi \^ 

60 Di basse usure; 7^ 

• >. 

Oggi sollecito 
D'illustri prese, 
Sdegnando l'obolo 
Camaldolese, 

65 Nel nobil etere 

Sorse veloce, 
E al paretaio 
Piantò la croce. 

Come putredine 
70 Che lenta lenta 

Strugge il cadavere 
Che l'alimenta, 

V. 57. — ScansemdOf ecc. Cioè era cosiaccorto, che si salvava 
al tempo stesso dalle censure dei preti indegni facili a chiu- 
dere un ocoliio per interesse, e dal boia. 

V. 61-68. — Oggi sollecito, ecc. Cioè bramoso di esercitare 
la professione d'usuraio in grande e su gente di alta con- 
dizione {illustri prese) sdegnando i meschini guadagni del 
piccolo mercato {obolo Camaldolese). — Piantò la croce. Fu 
fatto cavaliere anche lui; e la croce gli attira una clientela 
di nobili spiantati, come il richiamo attira gli uccelli al pa- 
retaio. 

V. 69-88. — Come putredine^ ecc. Senso : come la putredine 
s, poco a poco consuma il cadavere, e pare che, dai corpi 
guasti {infermi) si attacchi (cioè si comunichi) ai vermi che 
lo rodono, cosi la rancida boria nobilesca, dai nobili ridotti 
per debiti allo spedale, si attacca a coloro che gli hanno 
rovinati (cioè gli strozzini) e che costituiscono come un 
nuovo ordine nobiliare, cioè V ordine della cambiale; cosic- 
ché una colonia di usurai {scortichini) ripopola via via le 
Oorti e i Casini rimasti vuoti. (Vedi Vestizione^ pag. 77, 
V. 31, eco.,' pag. 87, v. 209, ecc.). 



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108 th i;.*tt0 



/ 



^^ "^Dai corpi iofermi 
Par che nel rodere 
S'attacchi ai vermi; 

Cosi la rancida 
Muffa patriciaj 
Da illustri costola 
Senza camicia 

Spinte dal debito 
Allo epedale, 
S'attacca alU ordine 
Della Cambiale; 



85 E già ripopola 

Corti e Casini 
Una colonia 
Di scortichini. 

Di quei Lustri ssi mi 
90 L'odio sommesso 

Lo scansa e inchinasi 
Nel tempo istessoj 

Ed ei burlandosi 
D'odii e d'onori, 
95 Conta e girondola 

Tra i debitori. 



V. 89-91. — LustrissimL Modo popolano invece di illustris- 
simi, posto qui per disprezzo. — L' Odio di quei nobili ohe 
scansa e s'inchina , è modo ardito si, ma di gran forza. 

V. 95. — Conta, ecc. Cioè girondolando fra i suoi debitori 
fa i conti di ciò ohe avanza da loro. 



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IL BALLO 199 



Il terzo è un profugo, 
Perseguitato 
Peggio d'un utile 
100 Libro, stampato 

Senza le barbare 
Al birre e al clero 
Gabelle e decime 
Sopra il pensiero. 

105 Ferito a Rimini, 

Quest'infelice 
Scappò di carcere 
(Almen lo dice); 

Errò famelico, 
110 Strappato ed egro; 

Si sogna il boia, 
Ma dorme allegro. 

della patria 
Sinceri figli, 
115 Degni d'un secolo 

Che non sbadigli! 

Con voi magnanimi, 
Non entri in lega 
Chi del patibolo 
120 Si fa bottega. 



V. 101, — Senza, ecc. Cioè senza il permesso della censura 
poliziesca e fratesca, che ne resecavano come pericoloso ciò 
che ai padroni non piaceva. 

V, 105. — A Bimini, Cioè nei moti rivoluzionari del 1831. 

V. 110. Strappato d' uso molto comune per lacero nelle 
vesti, cencioso. — Egro, Questo latinismo invece di amma- 
lato è infermo, non ha altra ragione d' esserci ohe la rima. 



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200 IL BALLO 

Come Alcibiade 
Variando norme, 
Questo girovago 
Proteiforme, 

125 Trasfigurandosi 

Tende la rete: 
A Londra è un esule, 
A Roma è prete. 

Briaco a tavola 
130 Co* Ciambellani, 

Ai Re fa. brindisi 
Oggi; . domani 

Vien meco, e recita 
Italia mia! 
133 Le birbe inventano 

Che fa la spia. 



PABTE TERZA. 



Ad una tisica 
Larva sdentata, 
Ritinto giovane 
Di vecchia data, 

v. 121. — Come Alcibiade, ecc. È noto che Alcibiade ate- 
niese (450-404 a. C.) fu celebre per la versatilità del carat- 
tere e per l'abilità singolarissima onde sapeva assumere via 
via modi e contegni diversi per raggiungere i suoi fini. 

V. 138. — Recita, Bada al doppio senso del verbo che si- 
gnifica al tempo stesso declamare come un retore, e fingere 
come un istrione. 

V. 1-3. — Tisica larva,,,, ritinto. Bada alla concordanza 
logica cosi usata e cosi ef&cace nel parlare spontaneo.* 



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IL BALLO 201 

5 Che stava in bilico 

Biasciando in mezzo, 
Di quel miscuglio 
Mostrai ribrezzo. 

Oggi che a miseri 
10 Nomi ha giovato 

La trascuraggine 
Del tempo andato. 

E si perpetua 
Ogni genia 
15 Per gran delirio 

D'epigrafia; 

Mi scusi l'epoca 
Se anch'io m'induco 
Al panegirico 
20 Di questo ciuco. 

V. 5. — Che stava in hilico. Stare in bilico, come qui, si 
dice di persona che si tiene ritta a fatica, quasi facendoci 
/pensare che il più piccolo urto basti a gettarla a terra. 

V. 9-17. — Oggi che, ecc. Il P. vuol dire che la trascurag- 
gine d' una volta, per la quale si abbandonavano all' oblio 
nomi anche degnissimi di essere perpetuati, destando ai di 
nostri una specie di reazione, ha giovato anche a nomi mi- 
seri, dei quali si serba memoria come se la meritassero. — 
Genìa, Vale generazione o razza, ma sempre al peggiorativo, 
ed è comunissimo il modo genìa dì farabutti, birbanti e simili. 
^■^ Epoca, eco. In questo senso è, secondo il Fanfani, brutta 
improprietà. Ma bisogna considerare che la parola epoca ha 
diversi sensi. Nel linguaggio strettamente storico e per dir 
cosi dottrinale, si usa a indicare un punto fìsso nella storia, 
segnalato da qualche avvenimento memorabile, da cui si co- 
mincia a contare una serie di anni; poi, si dà questo nome 
a ciascuna delle grandi parti in cui si divide la storia ; ed 
infine nel linguaggio comune si usa generalmente nel senso 
di età, di secolo, ecc. Del resto si potrebbe anche sospettare 

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202 IL BALLO 

Nacque anni domini 
Bieco e quartato; 
Morto di noia 
Dov'era nato, 

25 Per controstimolo 

Corse oltremonte: 
Di là, versatile 
Camaleonte, 

Tornò mirabile 
30 Dì pellegrini 

Colori, e al solito 
Fini i quattrini. 

E adesso ai Tartari 
Cresi cucito, 
35 Ombra patrizia 

Tutta appetito, 

Ripappa gli utili 
Nel piatto altrui 
Del patrimonio 
40 Pappato a lui. 

che il P. abbia per ironia usato tale parola nel significato 
propriamente storico, venendo a diro che l'età nostra si 
può definire l'epoca dell' epigrafia per il grande abuso ohe 
se ne fa. (Vedi più giù il Mementomo), 

^, 22. — Quartato, Cioè con tutti i quarti deUa nobiltà. 
Quarto poi è termine blasonico denotante la quarta parte 
dello scudo che abbia più stemmi. 

V. 25. — Controstimolo, Questa parola tolta da una vecchia 
e fortunatamente dismessa Patologia è posta qui nel senso 
di semplice rimedio, 

V. 29-37. — Tornò mirabile, ecc. Cioè distinguendosi dagli 
altri per molte idee e costumanze fastose e signorili, e come 
accade in simili casi, ecc. — Cucito^ ecc. Cioè attaccato ai ric- 
coni stranieri, ossia stando sempre ai loro fianchi. — -Sijpa^2^a. 

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IL BALLO 20B 



Costui negli abiti 

Strizzato e monco, 
Si stira, s'agita, 
Si volta in tronco; 

45 E con ironica 

Grazia scortese, 
Nel suo frasario 
Mezzo francese, 

Disse: — eh goffaggini! 
50 State a vedere, 

E divertitevi: 
Col forestiere 

Che spende, e in seguito 
Ci rece addosso, 
55 Bisogna mungere 

E bever grosso. 

Po' poi, le nenie 
Messe da banda, 
Cos'è l'Italia? 
60 È una Locanda. 



Voce dell' uso popolare che vale rimangia, ma ingordamente. 
Così un mangione si chiama più comunemente pappone, 

V. 42. — Monco, che significa propriamente manchevole 
di una parte del corpo, per lo più d'una o di tutte e due le 
mani, vale per estensione, lento e impedito nei movimenti. 

V. 54. — Ci rece addosso, B-ecere (dal lat. reicere) è d' uso 
più popolare che non sia vomitare, e la frase vale ci oltrag^ 
già, c'insulta, 

V. 57, — Po'* poi, ecc. Usitatissimo per infine, finalmente e 
simili. — Nenie, Propriamente nenia dicevasi un canto fune- 
bre degli antichi, poi passò a significane una cantilena e 
un discorso noioso, e qui significa i soliti discorsi malin* 
conici e noiosi nei quali si rimpiangevano le antiche glorie 
italiane. 



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204 IL BALLO 

L'oste non s'occupa 
Di far confronti; 
I galantuomini 
Gli tasta ai conti: 

65 E fama, credito, 

Onore insomma, 
Son cose elastiche 
Come la gomma. 

Certo, le topiche 
70 Zucche alla grossa. 

Col mal di patria 
Fitto nell'ossa; 

Un malinconico, 
Legato al fare 
75 E alla grammatica 

Della comare, 

Vi cita il Q-enio 
L'arti, la Storia- 
Tutti cadaveri 
80 Buona memoria. 



_ V. 69-76. — Oerto^ le topiche^ eco. Si chiama popolarmente 
■uomo topico o persona topica chi vivendo solitario e lon- 
tano dalla società elegante e inforestierata, è facile a di- 
sprezzare gli uomini e le usanze frivole de' suoi tempi. — 
Zucche alla grossa. Vale cervellacci grossolani. — Legato al 
fare^ eco. Cioè avvezzo, cosi nell' operare come nel parlare, 
ai modi familiari e paesani delle persone semplici che lo cir- 
condano {delle comari), — Comare significa poi propriamente 
quella donna che tiene a battesimo un bambino, ma per 
estensione si dà questo nome affettuoso alle donnine del 
vicinato con le quali si abbia famigliarità. 



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IL BALLO 205 

Io tiro all' ostriche, 
Né mi confondo* 
Sapete il conio 
Che corre al mondo ? 



85 Franchezza, spirito, 

E tirar via: 
Il resto è classica 
Pedanteria» — 

Io che spessissimo 
90 Mi fo melare 

Per vizio inutile 
Di predicare, 

Punto nel tenero, 
Risposi : è vero, 
95 Questo è P ergastolo 

Del globo intero. 

Se togli un numero 
Di pochi onesti 
Che vanno e vengono 
100 Senza pretesti, 



V. 81. — Io tiro air ostriche, — Tirare col quarto caso vale 
essere inchinevole o disposto a una cosa, amarla, predili- 
gerla; cosi si dice quello tira ai quattrini, quello tira al 
fumo e io tiro invece all'arrosto, ecc. Ora costui con quella 
frase ghiotta vuol venire,, a dire che è un uomo pratico e 
positivo. V 

V. 83. — Conio, Cioè la moneta, che qui vale fìguratamentb 
la massima o la regola. 

V. 86. — Tirar via. Cioè seguitare per la sua strada senza 
badare a certe cose, lasciar correre. 

V. 90. — Mifo melare. Cioè mi fo tirar le mele. 



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206 IL BALLO 

Nella Penisola 
Tira a sboccare 
Continuo vomito 
D'alpe e di mare. 

105 Piovono e comprano 

Gli ossequi istessi 
Banditi anonimi, 
Serve e Re smessi, 

A cui confondersi 
110 Col canagliume, 

Non è che un cambio 
Di sudiciume. 

A questa laida 
Orda e marame 
115 Di Conti aerei, 

D'ambigue dame, 

Irte d'esotica 
Prosopopea, 
Noi vili e stupidi 
120 Facciam platea; 

E un nome vandalo 
In offe in iffe, 
Ci compra l'anima 
Con un ro sbiffe, — 



v. 102. — Tira a shoccare. Cioè sbocca continuamente. 

V. 114. — Afarame. Propriamente vale rifiuto di mercanzìa, 
e per estensione si dice di una grande quantità di cose, o 
come qui, di persone spregevoli. 



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IL BALLO S&t 



125 Eh via, son fisima 

Di testa aatratta, 
Hipreae il raartire 
Della cravatta; 

Son frasi itteriche 
130 Del pregiudizio: 

Bella! ha gli scrupoli! 
Oh! addio, novizio. — 

E presa Paria 

Dell' uomo avvezzo, 
135 Andette a bevere 

Tutto d'un pezzo. 



V. 125. — Son fisime. Vedi pag. 158, v. 14. 

v. 127-128. — Martire della cravatta. Lo chiama arguta- 
mente cosi perchè ci stava dentro come strozzato. 

V. 184. — Avvezzo. Cioè pratico e positivo. — AndetU. Idio- 
tismo assai usato por andò. — Bevere» Meno usato che bere 
cosi assolutamente, specie col verbo andare come qui. 



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208 



LE MEMORIE DI PISA 



Questo componimento^ scritto nel 1841, era dal Giu- 
sti (a detta di Giovanni Trassi suo amico e biografo) 
« preferito a tutti gli altri, forse perchè ricordavagli quei 
cari tempi e felici che qui descrive >. 

Ma, messa anche da parte la ragione personale che 
può avere indotto il Giusti a tenerlo in cosi alto conto, è 
un fatto che la verità dei pensieri considerati in so e nel» 
r importanza pratica che hanno nella vita, e la vivezza 
delle immagini e dello stile, ne fanno un lavoro si bello 
e originale da annoverarsi tra i migliori. 

Qualcuno però, pure ammirandone V arte, trovò da 
ridirci su quanto alla sostanza, e accusò il P. di schernire 
i giovani studiosi e fare il panegirico degli scapati, che 
lasciano i soliti libri in un canto, e si danno a tutti gli 
spassi. Questo giudizio a me pare lontano dal vero. La^ 
sciando stare V ironia che in quelle lodi a quando a quando 
fa capolino, perchè talvolta il P. esprime piuttosto le 
idee degli scapati che le proprie, egli in sostanza loda 
la scapataggine, i divertimenti e le divagazioni dagli 
studi in questo senso soltanto , che avviano i giovani a 
conoscere la vita reale, la società È questo, il concetto 
che informa tutta la poesia, concetto espresso meravi- 
gliosamente in quella strofa divenuta come un proverbio : 

Bevi lo scibile 
Tomo per tomo, 
Sarai Chiarissimo 
Senz' esser nomo. 



E più giù : 



Se fa conoscere 

Le vie del mondo, 
Oh buono nn briciolo 
Di vagabondo I 



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LE MEMORIE DI PISA 209 

E, badate bene, dice un briciolo, non mica ana tonnel- 
lata. E poi, a chi li contrappone questi scapati, che can- 
tano l'inno destre colori e si compromettono^ Ai Gin^ 
gillini in erba che tendono T orecchio alle loro incaute 
parole per lavorar di soffietto. 



* Semprre nell' anima 

Mi sta quel giorno^ 
Che con un nuvolo 
D' amici intorno . 
5 D' Eccellentissimo 

Comprai divisa, 
E malinconico 
Lasciai di Pisa 
La baraonda 
10 Tanto gioconda. 

Entrai nelP Ussero 
Stanco, affollato; 
E a venti l' ultimo 
C a fife pagato, 
15 Saldai sei paoli 

D'un vecchio conto. 



V. 5. — D* Eccellentissimo, ecc. Cioè comprai la divisa o in- 
segna d'eccellentissimo, vale a dire il diploma di dottore di 
legge, che quel titolo si suol dare appunto ai dottori. Ciò av- 
venne il di 18 giugno 1834. 

V. 9. — Baraonda. Si chiama in generale cosi un in- 
sieme di persone che vanno e vengono confusamente, e an- 
che un crocchio di amici allegri e chiassoni, come sogliono 
essere appunto gli scolari. 

V. 11. — Ussero. È uno dei più antichi caffè di Pisa, fre- 
quentato, specie a quei tempi, dalla scolaresca, per la quale 
ebbe e conserva ancora una specie di celebrità storica. 

V. 15. —Paoli. Vedi pag. 155, nota al v. 67. 

Giusti. — Poesie. 14 



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210 LE MEMORIE DI PISA 

E poi sul trespolo 
Li fuori pronto, 
Partii col muso 
20 Basso e confuso. 



Quattro anni in libera 
Gioia volati 
Col senno ingenito 
Agli scapati! 

25 Sepolti i soliti 

Libri in un canto, 
S' apre, si compita^ 
E piace tanto 
Di prima uscita 

30 Quel della vita! 

Bevi lo scibile 
Tomo per tomo, 
Sarai Chiarissimo 
Senz^ esser uomo. 
35 Se in casa eserciti 

Soltanto il passo, 
Quand' esci, sdruccioli 
Sul primo sasso. 



V. 17. — Trespolo sio:nifica in generale ogni arnese a tre 
lunghi piedi fatto per sostenere qualcosa, ma si usa molto 
spesso a designare, come qui, una vettura o carrozza vecchia, 
e da spenderci poco. 

V. 2b. — Coù senno ingenito, ecc. Con quel giudizio e buon 
senso naturale, cioè non appreso dagli studi, ma che hanno 
naturalmente gli scapati. Che scapati, specie parlando come 
qui di scolari, non significa privi di acume, J.utt! Altro, ma 
svagati e con la testa agli spassi e magari a certe monel- 
lerie scusabili dalP età. 



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I.E MEMORIE DI PISA 211 

Dal fare al dire 
40 Oli ! v' è che ire! 

Scusate, io venero, 

Se ci s'impara, 

Tanto la cattedra 

Che la bambara; 
45 Se fa conoscere 

Le vie del mondo, 

Oh buono un briciolo 

Di vagabondo ! 

Oh che sapienza 
50 La negligenza! 

E poi queir abito 
Roso e scucito; 
Quel tu alla Quacchera 
Di primo acchito, 
Virtù di vergine 
Labbro in quegli anni. 
Che poi stuprandosi 
Co' disinganni, 
Mentisce armato 
60 D'un lei gelato! 

V. 39. — Dal fare^ ecc. È un proverbio toscano meno 
usato però di quest'altri due che lo fanno più. efficace rove- 
sciandolo : Dal detto al fatto e' è un gran tratto — Dal dire al 
fare c^h di mezzo il mare, 

V. 44. — Bambara. Grioco di carte più. d* azzardo che 
d'ahilitàj altrimenti detto primiera. 

V. 53-54. — Alla Quacchera, I quaccheri formano una setta 
religiosa fondata nel 1647 da Giorgio Fox, e difltasa special- 
mente jn Inghilterra e nell'America settentrionale; essi che 
s'intitolano anche * Societcì cristiana degli amici », si trattano 
a vicenda come fratelli, senza cerimonie, e danno a tutti del 
In, — Di primo acchito cioè fino dalla prima volta che si trovano 
insieme. E la frase è tolta dal giuoco del biliardo, ed ancho 



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212 LE MEMORIE DI PISA 

In questo secolo 

Vano e banchiere 
. Che più dell' essere 

Conta il parere, 
65 Quel gusto cinico 

Che avea ciascuno 

Di farsi povero, 

Trito e digiuno 

Senza vergogna, 
70 Chi se lo sogna? 

giorni, placide 

Sere sfumate 

In risa, in celie 

Continuate! 
75 Che prò, che gioia 

Reca una vita 

D* epoca in epoca 

Non mai mentita! 

Sempre i cervelli 
80 Come i capelli! 

Spesso di un Socrate 
Adolescente, 
N' esce un decrepito 
Birba o demente: 

per questo riesce qui opportunissima trattandosi di scolari 
che lo frequentano molto volentieri. 

v. 68, — Tritasi dice propriamente d'un abito consunto, 
e per estensione anche di chi lo porta, come qui, dove si- 
gnifica poverissimo, misero. 

V. 72. — Sfumate cioè svanite, e si dice anche comune- 
mente andate in fumo, 

V. 77-79. — -Erpica. Vedi pag. 201, nota al v. 17. — Sempre i 
cervelli^ ecc. Cioè i pensieri e gli affetti sempre sinceri e non 
fiuti; come i capelli che in queir età sogliono esser veri e 
non posticci, e del loro colore naturale. 

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LE MEMORIE DI PJSA 213 

85 Da sano, è ascetico; 

Coi romatismi; 

Pretende a satiro: 

Che anacronismi! 

Dal farle tardi 
90 Cristo ti guardi. 

Ceda lo studio 

AU* allegria 

Come alJa pratica 

La teoria; 
95 al più s' alternino 

Libri e mattie, 

Senza le stupide 

Vigliaccherie 

Di certi duri 
100 Chiotti e figuri. 

Col capo in cembali, 
Chi pensa al modo 
Di farsi credito 
Col grugno sodo? 
105 Via dalle viscere 

L' avaro scirro 



V. 86. — Coi romatismi. Idiotismo per reumatiami. 

V. 8y. — Dal farle, ecc. Modo proverbiale che ricorda 
l'altro : « Chi da giovane non fa i suoi fatti, da vecchio fa 
cose da matti ». 

V. 100. — Chiotti, Chiotto vale rannicchiato in sé stesso 
e per estensione taciturno, e si dice per lo più di persone 
accorte che, per un loro fine occulto, se ne stanno cheti e 
attenti , senza parere, al conversare degli altri. 

V. 101. — Col capo, ecc. Esaere col capo in cembali o in 
cimhali vale essere di umore soverchiamente allegro e pen- 
sare soltanto a divertirsi. 



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214 LE MEMORIE DI PISA 

Di vender 1' anima, 
Di darsi al birro, 
Di far la robba 
HO A suon di gobba. 

Ma il punch, il sigaro, 

Qualche altro sfogo, 

Uno sproposito 

A tempo e luogo; 
115 Beccarsi in quindici 

Giorni V esame, 

In barba all' ebete 

Servitorame 

Degli sgobboni 
120 Ciuchi e birboni; 

Ecco, o purissimi, 
Le colpe, i fasti, 
Dei messi all' Indice 
Per capi guasti. 
125 La scapataggine 

E un gran criterio, 

V. 109-110. — Far la robba, ecc. Vale accumulare dannro a 
forza di fatica di schiena. Robba invece di roba (con un 6 solo) è 
proprio del vol^o toscano. La parola gobba poi, quasi ci mette 
sott' occhio l'uomo curvo e chino sul lavoro; di qui il verbo 
sgobbare nel senso di studiare assiduamente, e il nome di 
agobboni dato agli studiosi dai condiscepoli, che studian poco. 

V. 121. — purUsimi. Chiama cosi per ironia gP ipo- 
criti che mostrano scandalizzarsi di tutto. 

V. 123. — Messi air Indice. Cioè condannati e quasi sco- 
municati. Vedi pag. 99, v. 29. 

V. 125-30. — La scapataggine, ecc. Spiega: La scapatag- 
gine specie come questa, che è in sostanza spensieratezza 
giovanile, ingenua ed anche coraggiosa, è un gran buon 
segno {un gran criterio) di onestà m un tempo che il ma- 
scherarsi scaltramente da giovani scrii e posati metteva i 
"furbi al disopra degli altri, cioè procacciava loro il favore 
de' superiori. 

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LE MEMORIE DI PISA 215 

Quando una maschera 
Di bimbo serio 
Pianta gli scaltri 
130 Sul collo agli altri. 

Quanta letizia 

Ravviva ,in mente 

Quella marmorea 

Torre pendente, 
135 Se rivedendola 

Molt' anni appresso, 

Puoi compiacendoti 

Dire a te stesso: 

Non ho piegato 
1 40 Né pencolato ! 

Tali che vissero 
Fuor del bagordo, 
E che ci tesero 
L'orecchio ingordo, 
145 Quando burlandoci 

Dei due Diritti, 

V. 139-40. — Non ho^ ecc. Cioè sono stato sempre fermo 
ne' miei principi. — Pencolare^ parola dell' uso vivo, che si 
dice propriamente d'una cosa che penda e accenni cadere, 
come appunto il famoso campanile di Pisa. E ciascun vede 
quanto riesca opportuno e bello il paragone qui, dove si parla 
della 'scolaresca pisana. 

V. 142. — Bagordo, Ritrovo di gozzoviglia ed allegria. 

V. 144. — Orecchio ingordo. Sottintendi per farci la spia. 

V. 146. — Dei due, ecc. I due Diritti sono veramente il Di- 
ritto civile ed il canonico, ma credo che il P. in questo luogo 
consideri cosi l'uno come l'altro più che in se stessi, o nei 
libri dove si studiano, nella brutta applicazione pratica che ne 
facevano i governanti d'allora, avversi come erano ad ogni 
maniera di libertà. Difatti, se si trattasse di libri solamente, 
il P. non farebbe nitro qui che ripetere ciò che in sostanza 
aveva detto sopra «. deposti i soliti libri in un canto ». 

..y.uzedby Google 



216 LE MEMORIE DI PISA 

Senza riflettere 
Punto ai Rescritti, 
Cantammo i cori 
150 Destre colori; 

Adesso sbraciano 

Gonfi e riunti, 

Ma in bieca e itterica 

Vita defunti. 
155 E noi (che discoli 

Senza giudizio!) 

Siam qui tra i reprobi 

Fuor di servizio, 

Sempre sereni 
160 E capi ameni. 

A quelli il popolo, 

Ohe teme un morso, 

Fa largo, e subito 

Muta discorso: 
165 A noi repubblica 

Di lieto umore, 

Tutti spalancano 

Le braccia e il core: 

A conti fatti, 
170 Beati i matti! 

V. 148. — Rescritti. Cioè le decisioni sovrane. 

V. 151. — Sbraciano, Cioè ostentano il loro potere insi- 
*gnoriti {riunii) e si pavoneggiano, ma vivono una vita so- 
spettosa e arrabbiata che è una specie di morte, avendo uf- 
fici nel governo e forse nella polizia, come si rileva dal mutar 
discorso che fa il popolo, se uno di costoro gli s'avvicina. 
Sbraciare, Propriamente vale sollevare o allargare le brace 
accese, figuratamente largheggiare in parole^ scialacquare^ e 
come qui /ore il grande, spadroneggiare e simili. 

v. 155. — Discoli^ ecc. Discoto oltre il senso di giovine 
vagabondo e vizioso, ha, come qui, anche quello più mite di 
giovine che trascura il proprio dovere, non per mal' animo, 
ma perchè ha la testa ai divertimenti. 

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217 



LA TERRA DEI MORTI 

AG. C. * 



Qaesta mirabile poesia fu pubblicata nel 1841 contro 
Alfonso Lamartine, che in un suo canto, aveva, con amaro 
disprezzo, chiamata l'Italia la terra dei morti e gli 
Italiani polvere umanay e lanciate vilmente altre villanie 
contro di noi oppressi dalla sventura. (Vedi nota in fine 
della poesia). 

U Giusti; da quel galantuomo che era^ giudicò più 
tardi r opera sua in questo modo : « La terra dei morti 
è piaciuta per lo spirito nazionale che v'è, ma pecca di 
puntiglio tra nazione e nazione, e v' è qualche strofa 
troppo stringata. Certamente la dettò il cuore, come tutte 
le altre, ma non libero affatto da una certa stizza nata 
(di spropositi oltramontani letti di fresco sul conto nostro. > 
(^Sci'itti varij pag. 60). 



A noi larve d'Italia, 
Mummie dalla matrice, 
E becchino la balia, 
Anzi la levatrice; 

* Questo G. C., come si rileva dalla st. 12», è Gino Cap- 
poni (1792-1876) onore del patriziato fiorentino e dell'Italia, 
della quale promosse il risorgimento coi consigli o con 
r opera j fu insigne scrittore di varia letteratura, di peda- 
gogia e di storia, e amicissimo al P., che in casa di lui si 
spense il di 31 marzo 1850. Z>isi-endeva da quel Pier Cap- 
poni che rintuzzò gloriosamente 1' oltraggiosa superbia di 
Carlo VIII re di Francia. E il Giusti non poteva indirizzare 
ad altra persona, più degnamente che a lui, questa poesia, 
nella quale si rintuzzano altri oltraggi venutici di là. 



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218 LA TERRA DEI MORTI 

» 

5 Con noi sciupa il Priore 

L'acqua battesimale, 
E quando si rimuore 
Ci ruba il funerale. 

Eccoci qui confitti 
10 Coir effigie d'Adamo; 

Si par di carne, e siamo 
Costole e stinchi ritti. 
anime ingannate, 
Che ci fate quassù? 
15 Rassegnatevi, andate 

Nel numero dei più. 

Ah d'una gente morta 
Non si giova la Storia ! 
Di Libertà, di Gloria, 
20 Scheletri, che v'importa? 

A che serve un' esequie 
Di ghirlande o di torsi? 



V. 7. — Si rimuove^ e più giù si pare sono prime persone 
plurali sebbene abbiano la forma impersonale. Il modo è 
condannato dai grammatici, ma accettato dal popolo, il quale 
lo estende a tutti i verbi, dicendo per esempio ! si va per 
andiamo^ si fa per facciamo^ e simili. 

V. 9. — Eccoci qui confitti. Cioè costretti a star qui senza 
poterci muovere. E si dice anche comunemente nello stesso 
senso inchiodati, — Son sempre inchiodato all' u^zio — e si- 
mili. 

V. 18. — Non ai giova. Cioè non sa che farsene, non se ne 
degna; modi tutti vivi e con senso dispregiativo. 

V. 22. — Torsi o più comunemente torsoli si chiamano i 
fusti o stocchi del cavolo, e per estensione si adopera questa 
parola a dinotare cosa vile, come qui, che si contrappone 
alle ghirlande di fiori. 



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LA TERRA DEI MORTI 219 

Brontoliamoci un requie 
Senza tanti discorsi. 



25 Ecco^ su tutti i punti 

Della tomba funesta 
Vagar di testa in testa 
Ai miseri defunti 
Il pensiero abbrunato 

30 D'un panno mortuario. 

L'artistico, il togato, 
Il regno letterario 

È tutto una moria.. 
Niccolini è spedito, 

35 Manzoni è seppellito 

Co' morti in libreria. 
E tu giunto a Compieta, 
Lorenzo, come mai 
Infondi nella creta 

40 La vita che non hai ? 



V. 25-33.— Ecco, su tutti i puntij ecc. Senso : In ogni parte- 
dell' Italia {tomba funesta) i miseri defunti, cioè gP Italiani 
infelici, concepiscono, creano nelle loro teste pensieri co- 
perti da un panno mortuario, come si coprono i morti nel 
cataletto, vale a dire pensieri morti come loro. Le arti, le 
scienze e le lettere italiane è tutta roba morta. 

V. 34-35. — Niccolini. Gr. B. Niccolini fiorentino, insigne 
tragico e scrittore di letteratura e d' arte (1782-1861). — 
Manzoni, Alessandro Manzoni, 1785-1873. 

V. 37-38. — Compieta è l'ultima delle ore canoniche; 
quindi giunto a compieta vorrebbe dire giunto all' ultima 
ora della vita; e si dice anche nello stesso senso ridotto al 
lumicino. — Lorenzo. Lorenzo Bartolini, detto giustamente 
dal Griordani «miracolo dell'arte scultoria», n. a Savignano 
nel 1777, m. a Firenze nel 1850, alla imitazione degli esem- 
plari greci sostituì lo studio della natura. 



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220 LA TKRBA DEI MORTI 

Cos* era Romagnosi ? 
Un' ombra che pensava, 
E i vivi sgomentava 
Dagli eterni riposi. 
45 Per morto era una cima, 

Ma per vivo era corto; 
Difatto, dopo morto 
E più vivo di prima. 

Dei morti nuovi e vecchi 
50 L'eredità giacenti 



V. 41-48. — Cos* era Jiomagnosi^ ecc. Credo che il senso 
della strofa sia questo : Il Komagnosi considerato come sem- 
plice pensatore, come morto, perchè l'intelletto è proprio 
dei morti (come vedremo più giù),, era un grande (una cima) e 
dal mondo di là, cioè dall'Italia, coU'altezza delle sue dottrino 
sgomentava i vivi (^cioè gli stranieri) ; ma considerato come 
vivo era quasi nulla e perchè italiano (essendo V Italia la 
terra dei morti), e perchè non curato dai suoi contempora- 
nei e lasciato nella miseria. E ciò è tanto vero che dopo esser 
morto nel senso proprio della parola, è più vivo nelle menti 
degli uomini, cioè più onorato ohe non fosse prima. Del re- 
sto si noti una volta per sempre, che se questa poesia offre 
qualche difficoltà alla pronta intelligenza del lettore, ciò de- 
riva più che altro, dal doppio senso che vi si attribuisce quasi 
del continuo alla parola morte. Questa specie di ambiguità, 
che riesce come un gioco di parola, è da molti critici biasi- 
mata, ma è vero però che il P. sa trarne degli effetti mira- 
bili e inaspettati. — Cosa, Certi grammatici c'insegnano che 
■coso non può essere interrogativo di per se, ma diventa tale 
soltanto preponendogli un che (che cosaf); ma i Toscani pos- 
sono rispondere in coro: cosa ci venite a insegnare? cos* è la 
grammatica d' una lingua viva, se non si fonda sulV uso vivo f 
Una grammatica cervellotica. — Ai casati, in Toscana, ge- 
neralmente si premette 1' articolo e si dice il Romagnosi, 
il Niccolini, il Manzoni, ecc. Quanto al Romagnosi, vedi 
pag. 154, nota al v. 58. 

v. 49-56. — Dei morti^ ecc. Vuol dire : delle cose trovate, 
delle scoperte fatte dagl' Italiani, cosi antichi come mo- 
derni, se ne fecero belli (pigliandosele per sé) molti che 
vivono fuori d' Italia, specie in Francia. E ora che son di- 



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LA TERRA DEI MORTI 221 



Arricchiron parecchi 
In terra di viventi. 
Campando in buona fede 
Snudasse ereditario, 
, 55 Lo scrupoloso erede 

Ci fa Panniversarip; 

Con che forza si campa 
In quelle parti là ! 
La gran vitalità 
00 Si vede dalla stampa. 

Scrivi, scrivi e riscrivi, 
Que'Geni moriranno 
Dodici volte l'anno, 
E son li sempre vivi. 

65 voi, genti piovute 

Di là dai vivi, dite, 



ventati famosi per quello che hanno preso, che hanno ere- 
ditato da uoi, ci onorano (ci fanno l'anniversario) a questo 
modOf cioè co 11' ingratitudine e cogli oltraggi. — Eredità 
giacente. Vale nel linguaggio giuridico eredità non adita da 
nessuno. — Le parole buona fede, asse ereditario e scrupoloso 
erede sono evidentemente usate in senso ironico. 

v. 58. — In quelle parti là. Cioè in Francia. 

V. .61-64. — Scriviy ecc. — Quegli scrittori, quei Gemi 
compongono opere che campano un mese, ma morta la prima, 
ne compongono un'altra, e cosi via via, tanto che ogni 
tìiese ce n' è sempre qualcuna viva; ed ecco che que' genii 
son lì sempre vivi, sebbene alla fine dell' anno sien già 
morti dodici volte. In questo e' è certamente dell' esagera- 
zione ; ma è difficile molto contenersi nei giusti limiti con 
chi e' insulta a quel modo. 

V. 65-72. — O voi genti, eco. In questa strofa il P. al- 
lude prima agli stranieri, specie nordici, che affetti da ma- 
lattia, vengono, a cagione della mitezza del clima, a cercar 
.-alute in Italia, e poi agli stranieri che ci opprimevano e 



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222 LA TERRA DEI MORTI 

Con che faccia venite 
Tra i morti per salate ? 
Sentite, o prima o poi 
70 Quest' aria vi fa male, 

Quest' aria anco per voi 
E un' aria sepolcrale. 

frati soprastanti, 
birri inquisitori, 

75 Posate di censori 

Le forbici ignoranti. 
Proprio de' morti, o ciuchi, 
È il ben dell' intelletto ; 
Perchè volerci eunuchi 

80 Anco nel cataletto? 

Perchè ci stanno addosso 
Selve di baionette, 
E 8* ungono a quest' osso 
Le nordiche basette? 



e' insultavano. Il pensiero, per dir cosi, gli si trasforma nella 
niente. , 

V. 78-80. Ben dell* infelletto^ ecc. Questo modo ha due si- 
gnificati : nel linguaggio teologico significa Dio che è somma 
verità, alla quale aspira l'intelletto umano; nel linguaggio 
comune si prende alla lettera, cioè, vuol dire quel gran bene 
che è V intelletto, la ragione. Ora il P. l'adopera appunto 
scherzevolmente ne'due sensi, e, mettendo in ridicolo i cen- 
sori frateschi e sbirreschi che mutilavano nei manoscritti i 
pensieri, i lavori d' intelletto degli scrittori italiani, viene 
a dir loro cosi: Noi siamo morti, e il bene dell'intelletto è 
proprio dei morti. Perchè storpiarci i pensieri? o che cosa 
v'importa de'pensieri de'morti? perchè voler mutilare un 
cadavere? mutilarlo o lasciarlo intero o non è lo stesso 
quanto agli effetti? 

V. 83-84. — E smungono a quest'osso^ ecc. Ungersi le ba- 
sette per divorar carne avidamente^ è modo popolare e si dice 



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LA TERRA DEI MORTI 223 

85 Come! guardate i morti 

Con tanta gelosia? 
Studiate anatomia, 
Che il diavolo vi porti. 

Ma il libro di natura 
90 Ha l'entrata e l'uscita; 

Tocca a loro la vita 

E a noi la sepoltura. 

E poi, se lo domandi, 

Assai siamo campati; 
95 Gino, eravamo grandi, 

E là non eran nati. 

mura cittadine, 
Sepolcri maestosi, 

anche ungersi il grifo. Ungerai poi ad un osso, è modo po- 
polare anch'esso e che qui calza a capello, perchè non siamo 
altro che costole e stinchi ritti, — Le nordiche basette poi fanno 
pensare ai baffi di capecchio dei soldati austriaci cosi avidi 
del grasso. (Vedi più giù. il Sant* Ambrogio, st. 3^). 

V. 85-88. — Come guardate, ecc. Il Fanfani dice, che que- 
sta strofa non ha senso veruno se al punto fermo che la 
chiude, non si sostituisce un interrogativo, e ce lo mette di 
suo. Ma il senso c'è, ed è precisamente questo: Come! guar- 
date armati di tutto punto e con tanta gelosa cura i morti? 
ma se i morti vi piacciono tanto, se avete tanta passione ai 
ca<1 averi, andate a studiare Anatomia invece di dar noia a 
noi ! Nel manuale della letteratura italiana del D'Ancona il 
luo^o è spiegato cosi: «Se voi, che il diavolo possa portarvi 
via, studiaste anatomia, capireste che è inutile guardar cosi 
gelosamente chi è morto » ma come! (dimando io) per capire 
cotesto è necessario d'essere anatomici? 

V. 90. — Ba l entrata, ecc. Questa frase tolta con argu- 
zia inaspettata dalla computisteria, vale a significare la 
vita {entrata) e la morte (uscita). 

V. 97-104. — mura, ecc. Apostrofe inaspettata e liri- 
camente sublime! Le stesse maestose mura delle città no- 
stre, che per voi, o barbari inquieti, non sono che sepolcri, 
perchè siamo morti, sono invece per noi una glorificazione 

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224 LA TERRA DEI MORTI 

Fin le vostre ruine 
100 Sono un' apoteosi. 

Cancella anco la fossa, 

Barbaro inquieto, 
Che temerarie l'ossa 
Sentono il sepolcreto. 

105 Veglia sul monumento 

Perpetuo lume il sole, 
E fa da torcia a vento : 
Le rose, le viole, 

1 pam pani, gli olivi, 
jlO Son simboli di pianto: 

Oh che bel camposanto 
Da fare invidia ai vivi ! 

Cadaveri, alle corte 
Lasciamoli cantare, 
115 E vediam questa morte 

Dov' anderà a cascare. 



del valore italiano, la quale ci accende alle opere ma^na> 
nime; cosicché per tenerci servi, vi converrebbe distrug- 
gere anche i nostri monumenti. GÌ' Italiani sono tali morti 
(guardate che temerità) che sentono i loro sepolcri. Altri 
leggono scuotonoj ma il G-iusti scrisse sentono che non è 
meno bello. 

V. 105-113. — Veglia, ecc. Descrizione nuova e del tutto 
singolare. Quel camposanto poi che fa invidia ai vivi e quel 
vocativo cadaveri della perorazione, sono due vere trovate. 

V. 114-116. — Lasciamoli cantare^ ecc. Cioè lasciamoli dire 
finché vogliono, non ci curiamo dei loro discorsi ; e si usa 
popolarmente in senso dispregiativo, quando alcuno ci dice 
cosa che non può recarci danno e che non merita una nostra 
risposta. — E vediam, ecc. E una prolessi efficacissima o po- 
polarissima. Eccone un esempio simile di Renato Fucini. 
« Lei voi vedo 'r su' servo s' è ubbidiente », (Vedi Sonetti in 
vernacolo pisano). 



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LA TERRA DEI MORTI 225 

Tra i salmi dell' Uffizio 

C è anco il Dies irae : 

che non ha a venire 

120 II giorno del giudizio ? 

V. 118. — Dies irae. Questo noto inno ecclesiastico de- 
scrive il giorno dell' ira, ossia del giudizio universale ; e il 
P. lo chiama salmo, seguendo l'uso popolare che chiama cosi 
tutto ciò che si canta in chiesa. 

Nota storica. 

Alfonso Lamartine (1790-1869) compose di suo l'ultimo 
canto del poema di lord Byron intitolato Child Harold, che 
il poeta inglese aveva lasciato incompiuto. In questo il 
poeta francese dice dell' Italia mille improperi. Per lui l'Ita- 
lia è « la terra del passato, la terra de'morti, e quando si son 
veduti i suoi archi e le sue rovino e scavato qualche nome 
dall'urna della morte, vi si cercano invano i vivi; tutto ivi 
dorme, perfino le memorie della sua storia antica, che se 
non altro la farebbero arrossire davanti alla sua gloria. 
E mentre qui tutto è immerso nell' immobilità del sonno 
della morte, altrove tutto si muove, tutto vive, tutto pro- 
<yredisce col tempo. Gli Sciti e i Brettoni dai loro climi sel- 
vaggi, guidati alle rive d' Italia dalla fama del suo nome, 
misurando con l'occhio i suoi archi colossali, i suoi templi, 
i suoi palazzi, le sue porte trionfali, con riso amaro do- 
mandano invano: A che serve un monumento cosi im- 
menso? come! un popolo di ombre occupa tanto spazio? 
e r Italia soffre senza vergogna un oltraggio cosi sangui- 
noso! che dico? L'Italia sorride al barbaro insolente, gli 
vende i raggi del suo sole eh' egli ama, e con un vile or- 
goglio gli mostra sé stessa, il suo suolo impresso dapper- 
tutto dalle orme de' suoi etoi antichi, queste vecchie mura 
dove il nome di essi risuona d' un' eoo vana, questi marmi 
mutilati dal ferro dei barbari, questi busti coi quali il suo 
orgoglio la paragona, il tesoro superfluo de' suoi campi 
fecondi e questo cielo che la rischiara e che più non la co- 
nosce. Invece di arrossire, l' Italia cercando una gloria 
frivola, trionfa; anche ai piedi del Campidoglio si canta. 
Invece del ferro, scettro dei Romani, le fiacche destro ita- 
liane trattano la lira e il pennello. L' Italia sa condire di 
perfide voluttà le sue Armido, e dare alle loro voci i canti 

Giusti. — Poesie. *^ 

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226 LA TERUA DEI MORTI 

più dolci, e 5à ani maro i colori sol to un vivo pennello, o 
coti lo scalpollo sapiente darò aiollnmonte ai marmi lo 
forme de^ suoi eroi, le cui immagini racoussmo,.,. », Ma non 
bae^ta: *L^ Italia sorride ai barbari insolenti clia P oltrag- 
giano : la sua lingua modulante suoni melodiosi) ha per- 
duto ^austerità de' suoi rojEzi avi ; divenuta dolce corno un 
adulatore, falsa come uno aobiavo, ai prostituisca agli usi 
più servili, o non fa che ammollire V anima e carejszare i 
sensi *, E concludo : * Monumento cadonto, abitato solo 
dair eco j polvere de! passato iTgitata da un vento sterile^ 
terra i cai figli non hanno più il sangue dei loro maf^-^iori, 
ovo sopra un suolo invecchiato ^li uomini nascono vecchi , 
dove il ferro avvilito non colpisce clie nell* ombra, dove 
r amore non o ohe una trappola (un piàge) e il pudore un 
belletto.... Addio! piangi la tua caduta vautando i tuoi 
eroi!... io vado a cerr.are altrove (perdonatemi, ombre ro- 
mano) dogli uomini e non della, polvere umana *. E chi 
più n' ha, più ne metta ^ Ora dopo tutti qui^sti complimenti 
gratificati air Italia, il Lamartine venne nel 18 2G a Firenze 
come segretario d^ amba sciata. 

Era a quel tempo a Pirenze, fra gli altri profughi napo- 
letani, il colonnello Gabriele Pepe, che, non potendo come 
italiano inghiottire quella pillola amiira, trov^ modo (gucir- 
date dove!) in un opuscolo snl verso dantesco PonHccpih rhe 
a dolor f ecc. di rinfacciare al poeta francese, l'oltraggio 
all' Italia, dicendo che « il poeta dell'ultimo canto del Child 
« Harold si sforza di supplire all'estro che gli manca e al- 
« l' idee degne dell'estro con facezie contro l' Italia, facezie 
< che noi chiameremmo ingiurio, se, come dice Diomede, i 
« colpi dei deboli e dei vili potessero mai ferire >. Il Lamar- 
tine, sentendosi offeso, dopo aver chiesto più volte per let- 
tera una spiegazione che gli fu rifiutata, andato in persona 
a casa del Colonnello (13 febbraio 1826) la richiese a voce, 
ed essendogli stata anche questa volta rifiutata, dichiarò di 
esigerla con le armi alla mano. — Sono ai vostri ordini, si- 
gnore—gli fu risposto. Il Lamartine voleva battersi il giorno 
stesso, ma il Pepe, vedendolo zoppicante, per essere il giorno 
innanzi caduto da cavallo, vi si rifiutò. — Guarite bene, gli 
disse, e siate certo che io non lascierò Firenze senza prima 
avvertirvi, anche se mi si dovesse richiamare dal mio paese 
per mezzo d'una statfetta. — Il Lamartine rendendosi a que- 
ste ragioni, proso congedo da lui. C era per il Pepe, fra le 
altre, questa difficoltà, la scelta d' un testimone, non vo- 
lendo egli compromettere alcuno dei suoi amici, esuli al 
pari di lui; tanto più che la polizia, avendo subodorato qual- 
che cosa, gì' intimò la sera del 18 l'ordine di presentarsi al 
suo ufficio la mattina del 19 a ore il. Il Pepe decise di bat- 



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LA TEEEA DEI MOETI 227 

tersi la mattina appunto di quel giorno e, potendo, presen- 
tarsi poi a cose fatte. Corre dal Lamartine che era perfet- 
tamente guarito e che accettò la proposta. Goniidatogli il 
suo impiccio quanto alla scelta del testimone, concluse: — Il 
vostro sarà anche il mio: io ho una troppo alta opinione 
dei Francesi per temere da essi una soverchieria. — Il Lamar- 
tine gli propose e fece chiamare un altro francese, (certo 
Villemil) che il Pepe, sebbene non lo conoscesse neanche 
di nome, e lo vedesse allora per la prima volta, accettò per 
proprio padrino. I due secondi tenevano due spade. di lun- 
ghezza disuguale : volevano tirare a sorte a chi dei due toc- 
casse la più lunga, ma il Pepe, presa per se la più corta, 
si mette in guardia, e dopo un assalto di pochi secondi, 
ferisce d'un colpo di punta al braccio ^destro l'avversario. 
Gli domanda se è soddisfatto, e avutane risposta afferma- 
tiva, getta via la spada e gli fascia la ferita col fazzoletto. 
Pochi giorni dopo il Lamartine invitò ad un gran pranzo 
il Pepe riconciliatosi con lui, e non tardò a pubblicare 
uno scritto, ove disdiceva il suo falso giudizio a proposito 
dell' Italia. (Vedi Marc-Monnier, L' Italie est elle la Terre 
des Afor^s? — Paris, Hachette 1860; pag. 72). 

I giovani studiosi leggano anche le nojjili e terribili pa- 
role che Pietro Giordani avventò contro 1' oltraggiatore 
d' Italia, in quel suo scritto intitolato « Delle operette morali 
del conte Giacomo Leopardi ». (Vedi Opere di Pietro Giordani, 
Milano, San Vito, 1887, tomo XI, pag. 159 e seg.). 



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IL MEMENTOMO n 



La scrisse nel 1841, contro la pessima usanza di eri- 
gerti monumenti a chi non li merita e, come dice il 
P. BtosaOy < contro questa diarrea d'iscrizioni e di ne- 
(^rolo^ie buttate là colla pala addosso a tutti senza 
disti jizione > (Epist. 78). 

E tutt' altro che una declamazione retorica. Il Giusti 
eincero anche in questo caso, come sempre, dice cose che 
reaiuiente sentiva. Ciò è tanto vero, che circa tre anni 
dopo, quando travagliato da patimenti fisici e morali si 
credeva vicino alla morte, le ripete solennemente in quella 
lettera autobiografica famosa all'amico Atto Vannucci, 
nella quale lo prega a salvarlo, quando sarà morto, dai 
biografi ciarlatani. Ecco le sue stesse parole: cPer met- 
ti?r<j le mani avanti, se mai si desse il caso che io me ne 
do vespai andare, prego te a salvarmi da ogni pericolo^ 
scrìvendo poche righe sul conto mio. Tu sei uomo sincero^ 
di buoni principii, e d'indole liberissima; ed è per questo 
che io voglio mettere la mia memoria nelle tue mani. Mi 
sarebbe grave specialmente una lode o un biasimo non 
meritato, e vorrei o che si tacesse del tutto o che si par- 
li^sse di me colla stessa franchezza, colla quale ho scritto 

(*) Mementomo. Questo titolo, com' è noto, è desunto 
dallo parole rituali che il sacerdote pronunzia il di primo di 
quarusima (detto il giorno delle Ceneri) ponendo un po' di ce- 
nere ^ Lilla fronte dei devoti: Memento homo quia pulvis es, et 
in ^m'uvrem reverter is. 

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IL MEMENTOMO 229 

io medesimo quel poco che lascio >. La lettera è del 14 set- 
tembre 1844. Vedi Giusti, Poesie. — Firenze, Barbèra o 
Bianchi, 1860, pag. 531. 

Se ti dà l'animo 

D' andar pei Chiostri 
Contando i tumuli 
Degli avi nostri, 
5 Vedrai V immagine 

Di quattro o sei, 
Chiusi per grazia 
Ne' Mausolei. 
Oggi e' insacca 
10 La carne a macca : 

In laide maschere 
Fidia si stracca. 

Largo ai pettegoli 
Nani pomposi 
15 Che si scialacquano 

L' ap^oteosi. 
Non crepa un asino 
Che sia padrone 



V. 5-12. — Vedrai^ eco. Quattro o «et si dice comunemente 
a significare in generale un numero scarsissimo cosi di cose 
<5ome di persone. E il P. vuol dire che i nostri maggiori 
erano molto parchi nel concedere simili onori alla memoria 
dei trapassati. — Oggi^ ecc. Senso: oggi invece si alzano 
monumenti a un gran numero di persone indegne. — C* in- 
sacca^ cioè ci va dentro la carne umana in grande quantità 
(a macca) e senza scelta, come in un sacco, e lo scultore 
{Fidia) si stracca a modellare le maschere di brutti e sconci 
musi, cioè di persone spregevoli per isoolpirle sopra i loro 
monumenti. 

V. 15-16. — Che si scialacqiianòf ecc., cioè che se la go- 
dono a profusione. 



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230 IL MEMENTOMO 

W andare al diavolo 
20 Senza iscrizione: 

Dietro l'avello 
Di Machiavello 
Dorme lo scheletro 
Di Stenterello. 

25 Commercio libero : 

Suoni il quattrino, 
E poi s'avvallano 
Chiesa e Casino. 
Si cola il merito 

30 A tutto staccio ; 

Galloni e Panteon 
Sei crazie il braccio. 



V. 21-24. — Dietro P avello, eco. L' Heyse, traduttore del 
Giusti in tedesco, commenta questo luogo dicendo che a 
Firenze nel chiostro adiacente alla Chiesa di Santa Croce e 
precisamente lungo il muro, in modo che corrisponde pro- 
prio dietro il monumento del Machiavelli, e' h quello di 
Luigi Del Buono che fu l'inventore della maschera dello 
Stenterello. Ma il fatto sta che questo monumento non esi- 
ste, come non vi esiste quello d'un tal Morrocchesi, artista 
tragico manierato, che altri commentatori citarono inoppor- 
tunamente a spiegare questo luogo. Io ritengo quindi che 
le parole del P. significhino, cosi in generale, che nelle chiese 
e nei cimiteri illustri, accanto alle tombe dei grandi stanno 
quelle di persone che non meritavano tanto onore. 

v. 27-82. — Si avvallano, eco. Cioè si concedono a persone 
immeritevoli V onore del monumento e i titoli di nobiltà. — 
Avvallarsi vale abbassarsi, umiliarsi e simili. — Si cola, ecc. 
Colare o stacciare a tutto staccio significa servirsi di uno 
staccio coslradoy che'lasci passare non il fiore di farina sol- 
tanto, ma anche una buona parte di crusca. Quanto ai me- 
riti ci si bada poco o nulla: per divenir nobili in vita (Casino) 
o avere un mausoleo {Fanfeon) dopo morte, bastano i quat- 
trini e anche pochi, — Panteon. Si chiamava propriamente 
cosi il tempio dei dodici Dei maggiori. In Roma si conserva 
tuttavia quello eretto da Agrippa, dove ora posano le ossa 



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IL MEMENTOMO 231 



Scappa di Domo 
Un pover'orao 
35 Che senta i brividi 

Di galantomo. 

mangiamoccoli, 
Che a fare un Santo 
Date ad intendere 
40 Di starci tanto! 

E poi neir aula 
Devota al salmo 
L'infamia sdraiasi 
Di palmo in palmo ! 
45 Ah l'aspersorio 

Per un mortorio 
Slarga al postribolo 
Anco il ciborio J 



di Vittorio Emanuele Padre della Patria. Per estensione si 
dà questo nome ad un tempio o edifizio, dove son sepolti 
uomini illustri, come, ad esempio, la Chiesa di Santa Croco 
a Firenze. — Grazie. Vedi pag. 73, nota al v. 103. 

V. 33-36. — Scappa, ecc. Un uomo sincero (un pover^ omo) 
come quello che detesta le bugie delle iscrizioni pompose, 
che levano a cielo le persone immeritevoli, sente quasi rab- 
brividirsi di sdegno, e scappa di Duomo. Il modo poi sente i 
brividi di galantomo è una vera trovata e delle più argute 
di questo grande artista. 

V. 37. — mangiamoccoli. Si chiamano cosi popolarmente 
i bacchettoni o bigotti in generale ; e qui è detto in parti- 
colare dei preti interessati e indegni del loro alto ufficio. 

V. 45-48. — Ah r aspersorio^ ecc. I preti, dico gP indegni, 
se li paghi bene, santificano e quasi mettono nel ciborio, 
allargandolo perchè ci possano entrare, come meritevoli 
di essere adorate, anche le persone più impure. 

Certo il concetto è molto ardito, ma e' è una frase po- 
polare che almeno in parte lo può giustificare, ed è que- 
sta : — Sicuri come nel ciborio. — Si chiama poi con que- 
sto nome, com' è noto ai cattolici, quel tabernacoletto posto 
sulP altare, e destinato a contenere T ostia consacrata. 



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232 IL MEMENTOMO 

La bara, dicono, 
50 Ci porta al vero : 

Oh si, fidatevi 
D' un Cimitero ! 
Un giorno i posteri 
Con labbra pie 
55 Biasoiando il lastrico 

Delle bugie, 

Diranno : oh gli avi 
Com* eran bravi ! 
Che spose ingenue, 
60 Che babbi savi! 

Un dotto, transeat ; 
Ma un'Eccellenza 
Tapparlo a povero, 
Certo , è indecenza ! 
65 Ribolla in lurida 

Fogna plebea 
Del basso popolo 
La fricassea; 

V. 55-56. — Biasciandoy'&GQ, Vuol dire biasciando le bugie 
che lastricano il cimitero, ossia leggendo sottovoce, quasi 
masticando le parole, le iscrizioni bugiarde, ecc. — Biaaciare 
o anche biascicare si dice dal popolo per recitare sommes- 
samente qualche cosa fra le labbra, strascicando le parole, 
specie quando si tratti di preghiere, come : hiaaciar paterno- 
«ir», avemarie^ ecc. 

Y. 61-63. — Un dotto, transeat, ecc. Bada alla finissima 
ironia di questo pensiero. — Transeat. Nel senso concessivo 
di paaaiy sia pure e simili, ò d' uso popolare. — Eccellenza, 
titolo che si dà ai Ministri, e in generale agP impiegati più 
ragguardevoli dello Stato. — Tapparlo a povero, cioè sep- 
pellirlo come un povero ; e il modo è dell' uso vivo. 

V. 68. — Fricassea, Si chiama propriamente cosi una 
pietanza fatta di carne sminuzzata con salsa d' uova ; ed an- 
che nell' uso comune la parola si estende a significare un 
carnaio, parlandone con disprezzo. 



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IL MEMENTOMO 233 

Spalanca, o Morte, 
70 Vetrate e porte : 

Aria a un cadavere 
Che andava a Carte» 

Cosi la postuma 

Boria sì placa i 

75 E molti, a imtnaginQ 

Della lumaca, 

Dietro si lasciano 

Sul pavimento 

Impura striscia, 

£0 Che pare argento. 

Ecco gli eroi 

E atti per voi^ 

Che a suon di chiacchiere 

Gabbate il poi. 
ip 

85 Ma dair elogio 

Chi t' assicura, 

nato a vivere 

Senza impostiim ? 

Morto, e al biografo 
90 Cascato in mano, 

Neil' asma funebre 

D' un ciarlatano 



V. 71. — Aria, ecc. Non dice il cadavere d' un uomo che 
andava a Corte, perchè agli occhi del P. questo cortigiano 
era morto anche quando era vivo. 

V. 82-84. — Fattij ecc. Cioè per gli scrittori di epigrafi 
menzognere, i quali a forza di chiacchiere bugiarde, ingan- 
nano la posterità {il poi), 

V. 91. — Asma funebre, eco. Cioè necrologia od orazione 
funebre fatta di periodoni gonfi e lunghi a perdita di fiato, 
e recitata ansando di fatica vera e di commozione finta. 



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234 IL MEMENTOMO 

Menti costretto, 
E a tao dispetto 
95 Imbrogli il pubblico 

Dal cataletto. 

Perdio, la lapida 
Mi fa spavento ! 
Vo' fare un lascito 
100 Nel testamento 

D' andar tra' cavoli 
Senza il qui giace. 
Lasciate il prossimo 
Marcire in pace, 
105 parolai, 

Epigrafai, 
vendi-lacrime, 
Sciupa- solai. 

V. 97. — Lapida, Voce d' uso popolare per lapide» 
v. 108. — Sciupo'solaij ecc. Veramente solaio, nell' uso 
costante de' nostri scrittori, vale piano che serve di palco 
alla stanza inferiore e di pavimento alla superiore; 

Come, per sostentar solaio o tetto, 
Per mensola talvolta ana figura 
Si vede giunger le ginocchia al petto, eoo. 

(Dante, Purg., X, 130) 

ma qui vale pavimento cosi sens' altro, ed ò dell' uso pe- 
sciatino. 



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235 



IL RE TRAVICELLO 



Qaesto scherzo fa scritto nel 1841, a mordere un 
prìncipe inetto e un popolo molle. Che il P. mirasse a 
Leopoldo II Grrandaca di Toscana ed ai suoi sudditi^ 
specie Fiorentini, fu creduto e si crede ancora general- 
mente. 

Vero è che egli negò la prima allusione dichiarando 
che < quando volle parlare di quel Principe, lo fece senza 
andarlo a rimpiattare in un Travicello >. {Epist, 143). 
Sarà anche vero quel che dice, ma io mi faccio lecito 
di dubitarne. 

Il tono di qaesto scherzo appare più mite che non in 
molti altri del Giusti, ma in sostanza taglia e cuce come 
gli altri. Quanto alla forma è de' più semplici e fors& 
anche per ciò de' più cari all'autore. 

Al Re Travicello 
Piovuto ai ranocchi, 
Mi levo il cappello 
E piego i ginocchi; 
5 Lo predico anch'io 

Cascato da Dio: 
Oh comodo, oh bello 
Un Re Travicello! 

Calò nel suo regno 
10 Con molto fracasso; 

Le teste di legno 
Fan sempre del chiasso: 

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^36 TL RE TRAVICELLO 

Ma subito tacque, 
E al sommo delV acque 
15 Rimase un corbello 

Il Re Travicello. 

Da tutto il pantano 
Veduto quel coso, 
« E questo il Sovrano 
20 € Cosi rumoroso ? 

« (S'udì gracidare) 
€ Per farsi fischiare 
€ Fa tanto bordello 
€ Un Re Travicello? 

25 € Un tronco piallato 

« Avrà la corona? 
€ Giove ha sbagliato, 
« Oppur ci minchiona: 
€ Sia dato lo sfratto 

30 € Al Re mentecatto, 



V. 14-15. -^ Al sommo j ecc. Cioè, ma tornato a galla, a fior 
d' acqua, rimase 11 come un minchione^ un inetto, un hon a 
nulla \ chò tale è il significato di corbello^ parola usitatis- 
sima in Toscana. — Al sommo dell* acque, fa pensare al verso 
Dantesco : 

« E fanno pnllular qnest' acqna al sammo » 
(In/., Vn, 119). 

V. 18. — Coso. Si chiama comunemente a questo modo un 
oggetto qualsiasi, che* non si vuole o non si può qualificare 
o specificare particolarmente, e spesso, come qui, anche una 
persona o goffa o inetta, quasi confondendola con una cosa 
di niun valore. 

V. 23. — Bordello. Si usa comunemente per chiasso, ru- 
more, fracasso, ecc. 

V. 2S-29. — Minchiona. Ci burla, ci canzona, si fa beffe di 
noi. — Sia dato, eco. Cioò sia mandato via subito, al più. 
presto. 



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IL EE TRAVICELLO 237 

« Si mandi in appello 
« Il Re Travicello. » 

Tacete, tacete; 
• Lasciate il reame, 
35 bestie che siete, 

A un Re di legname. 
Non tira a pelare, 
Vi lascia cantare, 
Non apre macello 
40 Un Re Travicello. 

Là là per la reggia 
Dal vento portato, 
Tentenna, galleggia, 
E mai dello Stato 
45 Non pesca nel fondo: 

Che scenza di mondo! 
Che Re di cervello 
È un Re Travicello! 

Se a caso s'adopra 
50 DMntingere il capo, 

Vedete? di sopra 
Lo porta daccapo 
La sua leggerezza. 
Chiamatelo Altezza, 

V. 31. — Si mandi in appello, ecc. Cioè appelliaTriOGoiie 
di nuovo a Giove, o ricorriamo a lui perchè ce lo ievi. 

V. 37-39. — Non tira^ ecc. Cioè non cerca d'impovLiii o a 
di spogliare i sudditi colle tasse ; vi lascia dire tutto quello 
che volete {cantare) e non istrazia e non condanna ii morto 
nessuno {cypre macello)^ cioè è mite e umano nel punii tj. E 
tutto ciò mi conferma nelP idea che qui si alluda a Leo- 
poldo II. 

V. 54. — Altezza. Titolo che, come è noto, si suol ilaru ai 
principi, e ohe qui, riesce un grazioso gioco di parolù* 

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I 



238 IL RE TRAVICELLO 

55 Che torna a capello 

A un Re Travicello. 



Volete il serpente 

Che il sonno vi scuota? 
Dormite contente 
60 Costi nella mota, 

bestie impotenti : 
Per chi non ha denti, 
E tatto a pennello 
Un Re Travicello! 

65 Un popolo pieno 

Di tante fortune, 
Può farne di meno 
Del senso comune. 
Che popolo ammodo, 

70 Che Principe sodo, 

Che santo modello 
Un Re Travicello! "^ 



V. 62-63. — Per chij ecc. Cioè per un popolo che non ab- 
bia nh il modo né il coraggio di opporsi a un principe asso- 
luto, e mandarlo via, è adattatissimo {fatto a pennello) un 
re inetto, che non fa né bene nò male e lascia correre. 

V. 65-68. — Un popolo^ ecc. Spiegherei così : Un popolo 
che ha tante belle doti, tanta prosperità, ecc., può anche 
far di meno di un principe savio e di buon senso. 



Nota. 



Questo scherzo, quanto all' invenzione, ricorda la nota 
favola che Fedro rifece argutamente su quella di Esopo — Ira- 



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IL RE TEAVIOELLO 239 

nocchi che chiedono un re — ; b mi piace di rilerirla ^ui 
pei giovani etùdio&i : 

,.-,. Eanae vapaììtet iiberiJi palu^ibm 
Vlany>f^ masno regem peti^rtì ttò Jove^ 
Qui di»toìuto9 inorég vi covì^peseeret. 
P^téT lìéorttm Hait. aif^ue illis dedit 
Parvum tigillum, miftsvrfi quod suhitu, mdt 
Motu aono^itte Urruit pavidum gemig. 
Boc menun* limo qnum Jaeeret diutiz^. 
Forte una tacite profert e stagno caput, 
Et, explorato rege, cunctas evocai, 
UUte, timore posilo, certaiim adnatant, 
Lignumque supra turba petulans insilit : 
Quod quwtn inquindssent omni contumelia, 
Alium rogantes regein misere ad Jovem,, 
Inutilis quoniam esset qui fuerai datus. 
Tum misit illis hydrum, qui dente aspero 
Corripere coepit singulas. Frustra necem 
Fugitant inertes; voeem praecludit m,etus. 
Furtim igitur dant Mercurio mandata ad Jovem, 
Ajfflictis ut succurrat. Tunc centra Deus : 
« Quia noluistis vestrum /erre, inquit, honum, 
Malwm perferte, ecc. » 



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240 



A DANTE ALIGHIERI 



È un centone^ ma fatto da maestro, di emisticlii e 
versi interi di Dante, che il Giusti compose nel 1841, 
quando nella Cappella del palazzo del Potestà a Firenze, 
fu scoperto il ritratto di Dante, ritenuto dipinto da Giotto y 
come dai più si ritiene ancora. 



Qual grazia a noi ti mostra, 
prima gloria italica, per cui 
Mostrò ciò che potea la lingua nostra? 
Come degnasti di volgerti a nui 
5 Dal punto ove s' acqueta ogni desio ? 

Tanto il loco natio 
Nel cor ti sta, che di tornar t' è caro 
Ancor nel mondo senza fine amaro ? 

Ma da seggio immortale 
10 Ben puoi rieder quaggiù dove si piange; 

Tu sei fatto da Dio, sua mercè, tale, 
Che la nostra miseria non ti tange. 
Soluto hai nelle menti un dubbio gravo, 
E quel desio soave 



V. 4. — Nui, Arcaismo per noi, che Dante adopera sol- 
tanto in fine di verso per ragione della rima. Fra i poeti 
moderni V usò anche il Manzoni, per lo stesso motivo, nel 
Cinque Maggio, 

V. 12. — Non ti tange. Cioè non ti tocca j latinismo fuor 
d' uso. 



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A DANTE ALIGHIERI 241 

15 Che lungamente n'ha tenuti in fame, 

Di mirar gli occhi tuoi senza velame. 

Nel mirabile aspetto 

Arde e sfavilla un non so che divino 
Che a noi ti rende nel vero concetto : 
20 A te dinanzi, come il pellegrino 

Nel tempio del suo voto rimirando, ^ 

Tacito sospirando, 

Sento l'anima mia che tutta lieta 

Mi dice : or che non parli al tuo Poeta ? 

25 Diffusa una serena 

Mestizia arde per gli occhi e per le gene, 
E grave il guardo e vivido balena 
Come a tanto intelletto si conviene; 
E nello specchio della fronte austera, 

30 Qual sole in acqua mera, 

Splende V ingegno e T anima, sicura 
Sotto r usbergo del sentirsi pura. 

Tal nella vita nuova 
Fosti, e benigne stelle ti levaro 
35 Di cortesia, d' ingegno in bella prova, 

E di valor, che allora ivan del paro. 
Cosi poi ti lasciò la tua diletta, 
La bella giovinetta, 

V. 15. — Fame per desiderio ardente, è molto familiare 
all'Alighieri. 

V. 19. — Vero concetto. Qui vale vera immagine, da fare 
riconoscere subito a chi la mira, la persona che rappresenta. 
{Par,^ III, 60). 

V. 26. — Gene, Voce latina non più usata per gote o guance, 

v. 33. — Vita nuova. Dante chiama cosi la giovinezza. 

v. 35. — Bella prova. Cioè in bella gara. 

V. 37. — La tua diletta. Beatrice figlia di Folco Por- 
tinari. 

Giusti. — Poesie, 16 

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242 A DANTE ALIGHIERI 

Nella selva selvaggia incerto e solo, 
40 Armandoti le penne a tanto volo. 

Cosi fermo e virile 

Frenar tentasti il tuo popolo ingiusto ; 
Cosi, cacciato poi del bello ovile, 
Mendicasti la vita a frusto a frusto, 
45 Ben tetragono ai colpi di ventura; 

E della tua sciagura 
Virtù ti crebbe, e potè meglio il verso 
Descriver fondo a tutto V Universo. 

Solingo e senza parte 
50 Librasti in equa lance il bene e il male, 

E neir angusto circolo dell' arte 

Come in libero ciel spiegasti V ale. 

Novella Musa ti mostrava V Orse, 

E fino a Dio ti scòrse 
55 Per lo gran mar delF essere V antenna, 

Che non raggiunse mai lingua né penna. 

Sempre piìi c^nnamora 

Tua vision che poggia a tanta altezza: 
Nessun la vide tante volte ancora, 
60 Che non trovasse in lei nuova bellezza. 

Ben gusta il frutto della nuova pianta 
Chi la sa tutta quanta; 

V. 44-45. — AfrustOj ecc. Cioè a pezzo a pezzo (lat. fru- 
8tum)f a boccone a boccone. (Par,, VI, 141). — Ben tetra- 
gono, ecc. Cioè fermo, incrollabile come una piramide trian- 
golare, un tetraedro. {Par,, XVII, 24). 

V, 49. — Senza parte. Cioè imparziale, senza spirito di 
parte, ecc. Allude alla predizione fatta a Dante da Caccia- 
guida con le parole: 

« A te fia bello 

Averta fatta parte per te stefiso. * 

(Par., VII, 69;. 



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A DANTE ALIGHIERI 248 

In lei si specchia cui di ben far giova, 
Per esempio di lei Beltà si prova. 

65 Porse intera non vedo 

La bellezza ch'io dico, e si trasmoda 
Non pur di là da noi; ma certo io credo 
Che solo il suo Fattor tutta la goda. 
E cosi cela lei Tesser profonda: 

70 E l'occhio che per l'onda 

Di lei s' immerge prova il suo valore ; 
Tanto si dà quanto trova d' ardore. 

V. 65-68. — Forse intera^ ecc. La bellezza di Beatrice beata 
cresce sempre più a misura eh' ella nella sua ascensione, si 
avvicina a Dio. Ora nel cielo cristallino o primo mobile che 
è il più vicino air empireo, sède propria dei beati, ella 
giunge a tale che Dante, non potendo più descriverla, 
esclama : 

« La bellezza eli' io vidi si trasmoda 
l^on pnr di là da noi, ma certo io credo 
Che solo il suo Fattor tutta la goda. » 
{Par., XXX, 19). 

Tuttociò in Dante è, oltreché sublime, chiarissimo, per- 
chè ciascuna parola è adoperata nel suo senso proprio e na- 
turale. Difatti noi non può qui significare altro che noi mor- 
tali, uomini, in contrapposizione ai beati e specie a Dio che 
è il Fattore o creatore di tutti, e quindi di Beatrice loda di 
Dio vera. 

Ora il Giusti ha creduto poter dire della bellezza del 
poema dantesco, ciò che Dante aveva detto della bellezza di 
Beatrice e con ie stesse parole di Dante, ed è riuscito im- 
proprio ed oscuro. Ditatti noi non può più nel nuovo senso 
del costrutto significare uomini in generale; (che anche 
Dante è un uomo) e per dargli un senso qualunque biso- 
gnerà tirarlo faticosamente a dinotare i lettori ; (noi che 
leggiamo il poema e simili) e il suo Fattore non significa 
più Dio, ma il fattore, impropriamente per autore, della 
Divina Commedia che è quanto dire Dante stesso. E questa 
nota la debbo in gran parte al Frizzi. 

V. 70-72. — Fi' occhioj ecc. Cioè la mente dello studioso 
che si addentra nella bellezza del poema, fa prova del suo 
acume: questa bellezza poi si porge, si svela tanto più^ 
quanto più si cerchi con afìetto ardente. 

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244 A DANTE ALIGHIERI 

Per mille penne è tòrta 

La sua sentenza; e chi là entro pesca, 
75 Per gran sete d' attingere vi porta 

Ambagi e sogni onde i semplici invesca. 

Uno la fugge, un altro la coarta, 

va di carta in carta 

Tessendo enimmi, e sforza la scrittura 
80 D' un tempo che delira alla misura. 

Per arte e per inganno 

Di tal cui sol diletta il pappo e il dindi, 
Mille siffatte favole per anno 
Di cattedra si gridau quinci e quindi : 
85 di te stesso guida e fondamento, 

Ai pasciuti di vento 

V. 73-80. — Per mille penne^ eco. Cioè la parola di Dant© 
è torta a dire quello che non dice da mille commentatori, 
ohe, cercandovi dentro, per la smania di dir cose nuove, 
vi portano con lunghe e confuse dicerie {ambagi) i loro so- 
gni da ingannare {invischiare) le persone semplici. Uno, fug- 
gendo il senso proprio della parola, la sforza, o fa degP in- 
dovinelli, e tira i concetti di Dante alterandoli, ad adattarsi 
ai deliri de' nostri tempi. E quanto a quest' ultimo pensiero 
giova riportare le parole stesse del Griusti ; « I commentatori 
del poema, piuttosto che contentarsi d* attingere, ci hanno 
portato del loro, e quasi spostandolo dal tempo per il quale 
fu scritto, r hanno fatto servire alle passioni dei tempi e 
anco dei paesi nei quali vivevano e scrivevano. Per esempio, 
Foscolo, sebbene meritissimo degli studi danteschi, - n' ha 
fatto un Lutero ; Rossetti, studiosissimo anch' esso dell'Ali- 
ghieri, n' ha fatto un Lutero e un Carbonaro. » {Scritti vari, 
pag. 192). 

v. 82. — Pappo e dindi. Voci fanciullesche significanti il 
pane e i denari. Dante designa con queste parole la fanciul- 
lezza : 

« Innanzi che lasciassi il pappo e il dindi. » 

{Purg., XI, 102). 

Cioè pria che uscissi di fanciullo ; ma il Griusti le ado- 
pera qui a designare un commentatore avido non della ve- 
rità, ma del guadagno. 



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A DANTE ALIGHIEEI 245 

Dirai che indarno da riva si parte 
Chi cérca per lo vero e non ha 1' arte. 



Ben v' ha chi sente il danno, 
90 E chi si stringe a te, ma son si pochi 

Ohe le cappe fornisce poco panno : 
Padre, perdona agi* intelletti fiochi, 
Se tardo orecchio ancor non ha sentito 
Tuo nobile ruggito ; 
95 Se fràude spiuma, se iattanza veste 

D'ali di struzzo P aquila celeste. 

Io, che laudarti intendo 

Veracemente, con ardito innesto. 
Tremando all' opra e diffidando, prendo 
100 La tua loquela a farti manifesto. 

Se troppa libertà m' allarga il freno. 
Il dir non mi vien meno: 
Lascia eh' io venga in piccioletta barca 
Dietro il tuo legno che cantando varca. 

105 Maestro, o Signore, 

degli altri poeti onore e lume, 



V. 90-96. — Son sì pochi, ecc. Cioè sono cosi pochi che con 
poco panno si posson vestir tutti. — Fiochi, deboli, fiacchi, 
che non intendono la tua nobile poesia, e che con la loro 
boriosa presunzione, sciupano e alterano i tuoi divini con- 
cetti, come chi spennasse un'aquila o la vestisse con le piume 
dello struzzo. 

▼. 98. — Ardito innesto, ecc. Chiama molto propriamente 
innesto questo componimento, a specificarne la natura di 
centone, ed aggiunge che è ardito e trema nel comporlo 
quasi gli sembrasse fare oltraggio al P. divino, unendo e 
frammischiando le proprie alle parole di lui. E il pensiero 
è opportuno e degno. 



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246 A DANTE ALIGHIERI 

Vagliami il lungo studio e il grande amore 
Che m' han fatto cercar lo tuo volume. 
Io ho veduto quel che s'io ridico, 
110 Del ver libero amico, 

Da molti mi verrà noia e rampogna, 

per la propria o per V altrui vergogna. 

Tantalo a lauta mensa 

D' ogni saper, vegg' io scarno e digiuno, 
115 Che scede e prose e poesie dispensa, 

E scrivendo non è né due nò uno. 

Cimò, Filosofìa, come ti muti 

Se per viltà rifiuti 

De' padri nostri il senno, e mostri a dito 
120 II Settentrìonal povero sito I 

Qui l' asino s'indraca 

Stolidamente, e con delirio alterno 



v. 108. — Cercar, ecc. Cioè esaminarlo a parte a parte^ 
studiarlo profondamente. 

V. 113-120. — Tantalo, ecc. Tantalo, re di Frigia, noto 
personaggio della Favola, per empietà condannato nell' in- 
ferno a patire la fame e la sete eternamente, sebbene stia fino 
al collo nell'acqua, ed abbia intorno a sé odorosissime e ghiot- 
tissime frutta. Il P. lo prende come simbolo d' uno scrittore 
italiano che, sebbene circondato di ottimi libri d'ogni manie- 
ra, non sa nutrirsene la mente, e mette fuori motti buffone- 
schi (scede), prose e poesie insipide, e, scrivendo di cose filo- 
sofiche, attinte specialmente dalle opero tedesche, non è, cosi 
nel pensiero come nello stile, né tedesco né italiano. Io note- 
rei però che uno scrittore in generale e un filosofo in parti- 
colare, non solo non deve rifiutare il sapere do' padri suoi, ma 
neanche quello degli stranieri,- deve accogliere le cognizioni 
da qualunque paese vengano; ed era anche allora ingiustizia 
grande il chiamare povero sito la Germania, parlando di Fi- 
losofia, Quando il Giusti scriveva questo, il Kant era morto 
da soli 87 anni. 

V. 121-124. — Qui V asino, ecc. Cioè in Italia, V asino si 
mette a fare il drago, a inferocirò, ma cambiando brama, si 



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A DANTE ALIGHIERI 247 

Vista la greppia poi raglia, si placa, 
E muta basto dalla state al verno. 
125 Libertà va gridando eh' è si cara 

Ciurma oziosa, ignara, 
E chi per barattare ha 1' occhio aguzzo ; 
Né basta Giuda a sostenerne il puzzo. 

L'antica gloria è spenta, 
130 E le terre d' Italia tutte piene 

Son di tiranni, e un martire doventa 

Ogni villan che parteggiando viene. 

Pasciuto in vita di rimorsi e d' onte, 

Dai gioghi di Piemonte, 
135 E per l' antiche e per le nuove offense 

Caina attende chi vita ci spense. 

Oggi mutata al certo 
La mente tua s' adira e si compiagne 
Ohe il Giardin dell' Imperio abbia sofferto 
140 Cesare armato con V unghie grifagne. 



placa e diventa docile, veduta la greppia, ecc. Allude a quei 
vili trafficatori politici che per interesse si sdegnano contro 
i governanti, ma divengono ligi al potere per un impiego, e, 
secondo il tornaconto, mutano da un giorno all' altro di par- 
tito. Qui la nobilissima poesia diventa al tutto politica e tale 
sì mantiene sino alla fine. 

V. 128. — Giuda. Cioè la Giudecca, che è V ultima regione 
dell' Inferno di Dante riserbata ai più neri traditori, 

V. 133-136. — FasciutOf eco. Ordina e spiega: La Caina 
(nota regione dell' inferno di Dante, destinata ai traditori 
de' fratelli) attende dai gioghi di Piemonte, por i peccati 
nuovi e vecchi, pasciuto per tutta la vita di rimorsi e di 
obbrobrii, colui che ci spense la vita, cioè che uccise le 
speranze di libertà eh' egli stesso ci aveva date, e ci tradì ; 
ed allude al re Carlo Alberto, v^edipag. 121, nota al v. 120). 

v. 187-140. — Oggi mutata, ecc. Dante, com' ò noto, va- 
gheggiando 1' utopia ghibellina, voleva la Monarchia Uni- 



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248 A DANTE ALIGHIERI 

La mala signoria che tutti accora 
Vedi come divora 
E la lombarda e la veneta gente, 
E Modena con Parma nVè dolente. 

145 Volge e rinnova m ombre 

Fiorenza, e larve di virtù profila 
Mai colorando, che a mezzo novembre 
Non giunge quello che d' ottobre fila. 
Qual'è de' figli suoi che in onor l'ama, 

150 A gente senza fama 

Soggiace, e i vermi di Giustiniano 
Hanno fatto il suo fior sudicio e vano. 

Basso e feccioso sgorga 

Nel Serchio il bulicame di Borbone, 

versale sotto l' imperatore di Germania, erede, secondo lui, 
dell' impero romano, conservando però 1' autonomia dei Co- 
muni. Quindi egli sperò, finché visse, che l' Imperatore 
pigliasse sede in Italia, che chiamava il Giardino delV Jm- 
pero, — Oggi che la tua mente è mutata perchè vede il vero, 
(dice il P.) certo ti duoli ohe l'Italia sopporti l'imperatore 
d'Austria (Cesare) armato con le unghie d'uccello di rapina; 
allusione all' aquila imperiale austriaca 

« Che per più divorar due becchi porta. » 

V. 143-144. — JS la lombarda, ecc. Cioè il Begno Lom- 
bardo-Veneto oppresso dall'Austria. — JE Modena con Par- 
ma j ecc., perchè questi due ducati erano ai confini dei 
dominii austriaci, ed erano governati, specie il primo, di- 
spoticamente e da principi di quella casa. 

V. 145-152. — Volge e rinnova, eco. Cioè muta e rimuta 
ordinamenti pubblici, e fa de' buoni e virtuosi disegni sen±a 
metterli poi in atto. Quelli de' suoi figli che 1' amerebbero 
virtuosa, si lasciano dominare da gente spregevole, e gli av- 
vocati ed i giudici indegni {vermi di Giustiniano) hanno reso 
sudicio e vano il suo fiore, cioè il Griglio suo stemma. E qui 
allude alla riforma della magistratura e dei tribunali che si 
faceva a quel tempo. 

V. 153-160. — Basso e feccioso ^ eco. Intendi : Un ramo 
basso e fangoso della Casa di Borbone (cioè il duca Carlo 



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A DANTE ALIGHIERI 249 

155 E in quel corno d' Ausonia che s'imborga 

Di Bari, di Gaeta e di Crotone ; 

E la bella Trinacrìa consuma, 

Che, là dov'arde e fuma 

Dair alto monte vede ad ora ad ora 
160 Mosso Palermo a gridar — mora, mora! 

Al basso della ruota 

La vendetta di Dio volge la chierca : 

Lodovico) sgorga nel Serchio^ cioè domina nella città di 
Lucca, e sgorga in quella parte d^ Italia che contiene i paesi 
e le città di Bari; Gaeta e Crotone, e consuma la bella Sici- 
lia, cioè il 'Regno delle due Sicilie governato dal re Ferdi- 
nando, soprannominato Bomba, Borbone anche lui. — Dal- 
V alto monte. Cioè V Etna. — Mosso Palermo, Allude alla ri- 
voluzione del 1833. (Vedi pag. 135, nota al v. 18). Insomma 
vuol dire che un ramo Borbonico dominava nel Ducato di 
Lucca e nel Regno delle due Sicilie. 

Veramente bulicame si dice lo sgorgo di acque termali 
dalla superficie della terra e i laghetti o pantani ohe for- 
mano. A' tempi di Dante poi, si chiamava per eccellenza Bu- 
licame un laghetto d^ acqua sulfurea bollente, posto presso 
Viterbo, dal quale derivava un ruscello che dopo aver for- 
mato un bagno medicinale, passava per un luogo abitato 
da cattive femmine. Dante descrivendo la riviera di sangue 
bollente nella quale gemono i ladroni ed i bestiali tiranni, 
ricorre a questa similitudine : 

« Tacendo divenimmo là 've spiccia 
Fuor della selva un piccol flumicello, 
Lo cui rossore ancor mi raccapriccia. 
Quale del Bulicame esce il ruscello, 
Che parton poi tra lor le peccatrici, 
Tal per la rena giù sen giva quello. 

{Inf., XIV, 76). 
Ora il Giusti ha dato il nome di bulicame alla casa Bor- 
bonica rappresentata dal Don G-iovanni di Lucca e da Fer- 
dinando II re di Napoli, con allusione manifesta alla scostu- 
matezza dell' uno e alla tirannide delP altro. 

V. 161-168. — Al basso della ruota, ecc. La vendetta di 
Dio volge al basso lajpotenza della curia romana {la chierca), 
cioè il dominio temporale, reso sempre più odioso ai popoli 
da Papa Gregorio XVI. — Si merca. Cioè a Eoma dove si fa 



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A DANTE ALIGHIERI 

La gente che dovrebbe esser devota, 
Là dove Cristo tutto di si merca, 
165 Puttaneggiar co' regi al mondo è vista; 

Che di farla più trista 
In dubbio avidi stanno, e l'assicura 
Di fede invece la comun paura. 

Del par colla papale 
ITO Già 1' ottomanna tirannia si sciolse, 

Là dove Gabriello aperse 1' ale, 

E dove Costantin 1' aquila volse. 

Forse Roma, Sionne e Nazarette, 

E r altre parti elette, 
175 II gran decreto, che da sé è vero, 

Libere a un tempo vuol dall' adultero. 

Europa, Affrica è vaga 
Della doppia ruina; e le sta sopra 



Bioreato della religione cristiana. — Puttaneggiar co* regi, II 
mollilo la vede prostituirsi ai regnanti, i quali vorrebbero 
bL ronilerla anche più serva, ma essa è come rassicurata dalla 
paura che questi si fanno a vicenda. 

V. 170-172. — Oià V ottomanna^ ecc. Allude alla vittoria 
riportata sopra i Mussulmani da Mohamed-AU, viceré di 
Et;ritt*3, nel 1840. — La dove, ecc. Cioè a Nazaret. — E dove 
Cc&fantlno, ecc. A Costantinopoli. 

y, 175-176. — Il gran decreto^ ecc. Senso: Forse il de- 
creto di Dio, che è verità di per sé, vuole ohe cadano ad 
un ttì][ipo il dominio temporale dei papi e quello dei turchi 
Bpeejo nella terra santa. Chiama poi adultero per adulterio il 
potoru temporale dei papi, perchè la simonia o traffico delle 
coiSi? sacre è un' adulterarle, ed estende la stessa denomina- 
KÌoutì anche al dominio mussulmano in Palestina, perchè con- 
tami ria quella terra fatta santa dalla passione e morte del 
Kedei^tore. 

V. 177-180. — È vaga, ecc. Cioè è desiderosa. — Da tal 
pÌQ(^i^^ ecc. Cioè dalla Russia, a cui continuamente sta sopra 
{la cijojjrc) V Orsa maggiore, che per le favole è la ninfa. 



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A DANTE ALIGHIERI 251 

H Barbaro venendo da tal plaga 
180 Che tutto giorno d' Elice si cuopra, 

E V angla nave all' oriente accenna : 
Ma, lenta, della Senna 
Turba con rete le volubili acque 
La Volpe che mal regna e che mal nacque, 

185 E palpitando tiene 

L' occhio per mille frodi esercitato 
All' opposi to scoglio di Pirone 
Delle libere fiamme inghirlandato, 
Temendo sempre alle propinque ville 

190 Non volin le faville 

Di spenta libertà sopra i vestigi, 
E d' uno stesso incendio arda Parigi. 

Ma del corporeo velo 

Scarco, e da tutte queste cose scioltOy 
195 Con Beatrice tua suso nel Cielo 

Cotanto gloriosamente accolto, 

La vita intera d' amore e di pace 

Del secolo verace 

Ti svia di questa nostra inferma e vile; 
200 Si è dolce miracolo e gentile. 



Callisto od Elice, — Cuopra per cuopre è forma dantesca. 
(Par,, XXXI, 32;. 

V. 184. — La Volpe, Cioè Luigi Filippo d^Orlèans re dei 
Francesi. (Vedi pag. 14, nota al v. 46, e pag. 47, v. 47). 

V. 187. — Scoglio di Pirene, — Cioè al di là dei Pirenei, 
vale a dire in Spagna, dove ardeva la rivoluzione. 

V. 192. — Arda Parigi. Ciò ohe realmente avvenne nel 
1848. 

V. 198. — Del secolo verace. Cioè nella vita vera, che è 
l' etema. 



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252 A DANTE ALIGHIEEI 

E beato mirando 
Nel volume lassù triplice ed uno, 
Ove si appunta ogni ubi ed ogni quando, 
U' non si muta mai bianco né bruno, 
205 Sai che per via d' affanni e di mine 

Nostre terre latine 
Rinnoverà, come piante novelle, 
L' Amor che muove il Sole e l'altre stelle. 

V. 203. — Ove si appunta^ ecc. Cioè in Dio, al quale son 
presenti tutti i luoghi {ogni uhi) e tutti i tempi {ogni quando), 
ed è immutabile. 



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253 



LA SCRITTA 



La pubblicò nel 1841 dopo averla pensata lunga- 
mente e corretta e ricorretta. Merita, per le grandi bel- 
lezze che [1* adornano, d'esser messa accanto alla Vesti- 
zione, alla quale si avvicina in parte anche per Fargomento» 



PARTE PRIMA 

Pesa i vecchi diplomi e quei d'ieri, 
Di schietta nobiltà v' è carestia: 
Dacché la fame entrò ne' Cavalieri, 
La tasca si ribella all'albagia. 
5 Ma nuovi sarti e nuovi rigattieri 

A spogliare e vestir la signoria 
Manda la Banca, e le raschiate mura 
Ripiglian l'oro della raschiatura. 

Poco preme l' onor, meno il decoro; 
10 E al più s'abbada a insudiciare il grado: 

V. 3-8. — Dacché^ eoo. Dacché i nobili di sangue, si ri- 
dussero a patir la fame, la tasca si ribella, cioè si rifiuta di 
secondare la loro albagìa^ vale a dire ch'essi non possono più 
far le spese che facevano prima per sostenere la dignità e 
vanità superba del loro grado; mai banchieri, ed ingenerale 
gli usurai, come li rovinano comprandone e rivendendone 
le spoglie, a somiglianza dei rigattieri o trafficanti di robe 
usate, cosi li rivestono, come fanno i sarti, ossia li ar- 
ricchiscono di nuovo tantoché i loro palazzi impoveriti e 
spogliati ripigliano il lusso e lo splendore che avevano 
prima. 

V. 10. — Abbada. E più popolare che il semplice bada. 



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254 LA SCRITTA 

Che se grandi e plebei calan tra loro 
A consorzio d* uffici o a parentado, 
Necessità gli accozza a concistoro 
a patto coniugai, ma avvien di rado 
15 Che non rimangan gli animi distanti, 

E la mano del cor si dà co' guanti. 

Un de* nostri usurai messe una volta 
L* unica figlia in vendita per moglie, 
Dando al patrizio che V avesse tolta 
20 Delle fraterne vittime le spoglie, 

Purché negli usci titolati accolta 
Venisse, a costo di rifar le soglie, 
E colle nozze sue V opere ladre 
Nobilitasse del tenero padre. 

25 Era quella fanciulla uno sgomento: 

Gobba, sbilenca, colle tempie vuote; 
Un muso tutto naso e tutto mento. 
Che litigava il giallo alle carote; 
Ma per vera bellezza un ottocento 

80 Di mila scudi avea tra censo e dote; 



V. 16. — E la manoj eco. Questo bel modo vuol dire che 
costoro si danno la mano non per impulso del cuore, ma 
per mera etichetta. 

V. 17. — Messe. Più popolare che mise, 

V. 22. — A eosto, ecc. Cioè anche a patto di rifare a pro- 
prie spese le soglie; e dice cosi in corrispondenza con gli usci; 
mail senso è molto più generale e significa rifare o in tutto 
o in parte la casa stessa. 

V. 25-26. — Uno sgomento. Cioò nna cosa da sgomentare 
chi la vedesse. Ed il modo è de' più usati. — Sbilenca. Cioè 
storta specie nelle gambe. 

V. 28. — Che litigava, ecc. Cioè che gareggiava nel giallo 
con le carote; ed il modo è usitatissimo. 

V. 30. — Scudi, Uno scudo fiorentino equivaleva a L. 5,88; 
il totale è dunque di L. 4,700,000. 



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LA SCRITTA 256 

Per questo agli occhi ancor d'un gentiluomo 
Parea leggiadra, e il babbo un galantuomo. 

Non ebbe questi da durar fatica, 
Né bisognò cercar colla lanterna 

85 Un genero, che in sé pari all' antica 

Boria covasse povertà moderua; 
Anzi gli si mostrò la sorte amica 
Tanto, che intomo a casa era un' eterna 
Folla d'illustri poveri di razza, 

40 Che incrociarsi volean colla ragazza. 

Di venti che ne scrisse al taccuino 
A éerti babbi-morti dirimpetto, 
Un ve ne fu prescelto dal destino 
A umiliare il titolo al sacchetto. 
45 L' albero lo dicea sangue latino 

Colato in lui si limpido e si pretto 
Che dalla cute trapelava, e vuoisi 
Che lo sentisse il medico da' polsi. 

La scritta si fìsso li sul tamburo: 
50 E il quattrinaio, a cui la cosa tocca, 



v. 40. — Incrociarsi. Si dice propriamente dell'accoppiarsi 
di animali di razza diversa ; e qui è sanguinosa ironia trat- 
tandosi di un nobile e d' una plebea. 

V. 42. — Babbi-morti, Si chiamano propriamente cosi i 
debiti che fa un figlio di famiglia, obbligandosi a pagarli dopo 
la morte del padre. Ora questo strozzino scrisse nei suo libro 
di conti (taccuino) i futuri generi possibili dirimpetto ai 
babbi mortif perchè questi signifì.cavano avere e quelli dare. 

V. 46. — Fretto. Cioè puro, seza mischianza; si dice di 
molte cose ma più propriamente del vino in contrapposi- 
zione di annacquato, 

V. 47. — Vuolsiy eco. — Guarda bella trovata. 

V. 49. — Sul tamburo. Cioè subito, senza perder tempo, 
per paura che il nobile spiantato non si avesse a pentire. 



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256 LA SCRITTA 

Dei parenti del genero futuro 
Tutta quanta invitò la filastrocca. 
Coi propri, o scelse, o stette a muso àuro, 
disse per la strada a mezza bocca: 
55 Se vi pare veniteci, ma poi 

Non vi costringo.... in somma fate voi. 

Un gran trepestio 

S'udiva una sera 

Di zampe e di ruote : 
60 Con tal romorio 

Lontana bufera 

Gli orecchi percuote. 

Gran folla di gente, 

Saputa la cosa, 
65 Al suono accorrea^ 

E tutta lucente 

Brillar della sposa 

La casa vedea. 

La fila de' cocchi 
70 Solcava la strada 

A perdita d'occhi: 
Per quella contrada 
Un ite e venite 



V. 52-54. — Filastrocca, — Vale una lungagnata tediosa 
di parole o come qui di nomi, nel qual senso si dice anche 
litania. — Scelse, Cioè i più educati, i più presentabili. — A 
mezza bocca. Dire una cosa a mezza bocca vale dirla così per 
convenienza, per levarsi un. obbligo e nient' altro. 

V. 57. — Trepestio. Vale calpestio ; e in generale un ru- 
more confuso di cose e di persone che si muovono insieme. 

V. 73. — Ite e venite. Popolarmente usato come un via 
vai, un andare e venire. 



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LA SCRITTA 257 

Di turbe infinite; 
75 Continuo lo strano 

Vociar de* cocchieri; 

E in mezzo al baccano, 

Tra torce e staffieri, 

La ciurma diversa^ 
80 Plebea e signora, 

Neir atrio si versa 

In duplice gora. 

Là smonta la Dama, 

E qua la pedina 
85 Che adesso si chiama 

zia, cugina; 

Il gran Ciambellano 

V'arriva da Corte, 

E dietro un tarpano 
90 Da fare il panforte. 

Per lunghi andirivieni 
Di stanze scompagnate 

V. 83-84. — Dama, ecc. Dama vale donna nobile^ o anche 
semplicemente signora; e pedina, si usa. ^er plelea, popola- 
na; e il contrapposto è tolto dal giuoco detto appunto della 
dama, 

V. 89. — JE dietro un tarpano, ecc. Cioè dietro al Ciam- 
bellano che veniva da Corte, un uomo zotico e rozzo, cosi 
nell'aspetto come nelle maniere (tarpano) veniva da /are il 
panforte, cioè dalla drogheria dove attendeva alla contazione 
di quel dolce. La cosa mi par chiara, e non capisco come il 
Frizzi, che suol essere cosi arguto interprete del Giusti, non 
ne abbia afferrato il senso. « La locuzione (egli dice) tarpano 
da fare il panforte non l'ho mai sentita usare in Toscana, e 
dubito anzi che sia stata coniata dal P. stesso, e non troppo 
felicemente ». Certo sarebbe una locuzione infelicissima, se 
fosse una locuzione. 

V. 91. — Andirivieni, Cioè stanze disposte in modo irre- 
golare e intricato. 

Giusti. — Poesie, ^1 

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258 LA SCRITTA 

E dì stambugi pieni 
D'anticaglie volate, 
95 Tra le livree di gala 

S'imbocca in una sala. 

A cera illuminata 
Da mille candelieri, 
Di mobili stivata 
100 Nostrali e forestieri, 

E carica d' arazzi 
Vermigli e paonazzi; 

Ricca d'oro e di molta 
Varietà di tappeti. 
105 Dipinta era la volta, 

Dipinte le pareti 
Di storie e di persone 
Analoghe al padrone. 

Era in quella pittura 
110 Colla mitologia 

Confusa la scrittura: 
La colpa non è mia 
Se troverai descritte 
Cose fritte e rifritte. 

115 Pagato tardi e poco 

L' artista, e messo al punto, 



V. 93-94. — Stambugi, Vale stanzucce piccole, disagiate 
e con poca luce. — Volate^ cioè rubate. Modo popolano e non 
già andato in disuso come dice il Fioretto. 

V. 114. — Cose fritte^ ecc. Cioè cose dette e ridette le 
mille volte, cose comanissime, che tutti sanno a mente. 

v. 116. — Messo al punto, vale messo su, messo nella ten- 
tazione di vendicarsi e simili. 



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LA SCRITTA 259 

Pensò di fare un gioco 
A quel ciuco riunto, 
E li sotto coperta 
120 Gli potè dar la berta. 

Da un lato, un gran carname 
Eriaitone ingoia, 
E dall'aride cuoia 
Conosci che la fame 
125 Coli' intimo bruciore 

Rimangia il mangiatore. 

Giacobbe un po' più giù. 
D' Erisitone a destra, 
Al povero Esaù 
130 Rincara la minestra; 

Santa massima eterna 
Di carità fraterna. 

Ma dall' opposto lato 
Luccica la parete 
135 Di Giove, trasmutato 

In pioggia di monete, 



V. 118. -Hìnnto. Cioè rincivilito, arricchito. 

V. 120. — Dar La berta a uno e anche ahertarlo vale scher- 
nirlo, metterlo in ridicolo, burlarsi di lui. 

V. 122. — Eriaitone. Tessalo ricchissimo, secondo la mito- 
logia, por avere empiamente atterrate le piante di un bosco 
sacro alla dea Cerere, fu da essa punito con una fame che 
non era possibile di saziare. 

V. 13J. — Rincara, ecc. Cioè gliela vende più cara del 
giusto, facendosi cedere per essa, come è noto, il diritto di 
primogenitura. (Vedi Genesi XXV, 31). 

V. 134-139. — Luccica la parete, ecc. Danae fiorila di Acri- 
sio re di Argo, fu chiusa in una torre dal padre per render 
vano un oracolo che vaticinava dovergli esser tolta la vita 
da un figlio di lei; ma Giovo, convertitosi in pioggia d' oro, 
la rese madre di Perseo. 



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260 LA SCRITTA 

Che scende a Danae in braccio 
Ad onta del chiavaccio. 

Di là da Danae V empio 
140 Eliodoro è steso 

Sulla soglia del tempio; 
E un cavalier, disceso 
Dal Ciel, pesta il birbante 
Colle legnate sante. 

145 Nel soffitto si vede 

D'un egregio lavoro 
Mida da capo a piede 
Tutto coperto d' oro, 
Che sta lì spaurito 

150 Dal troppo impoverito. 

Nel campo lentamente 

In vista al vento ondeggia 
La canna impertinente, 
E più lunge serpeggia 
155 Volubile sul suolo 

Il lucido Fattolo. 



v. 140. — Eliodoro fu inviato da Seleuco, re di Siria, a Gc- 
rusalomme per impadronirsi del tesoro che si conservava noi 
tempio, se non che, posto appena il piede sulla soglia, gli 
apparve un uomo misterioso armato sopra un cavallo, il 
quale lo atterrò e pestò. (Macc. II, 3). 

V. 115-156. — Mida, ecc. Questo re di Frigia, come narra 
la nota favola, avendo ospitato Bacco, ottenne, dietro sua 
dimanda, da esso questa grazia che tutte le cose ch'egli toc- 
casse si mutassero subito in oro. Mentre stoltamente esultava 
del dono, gli venne fame, ma anche i cibi, appena tocchi, si 
tramutavano in quel metallo. Pentito, si rivolse al Nume pre- 
gandolo istantemente a volerlo privare del dono funesto : e, 
per consiglio di lui, essendosi immerso nelle acque del fiume 
Fattolo, la cui rena divenne aurea, guari di quel malanno. 
Ma non guari della stoltezza. Un giorno, sentendo il rustico 



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LA SCRITTA 261 

Fa contrapposto a Mida 
La presa di Sionne: 
Udir credi le strida 
160 Di fanciulli e di donne, 

E divampare il fuoco 
Rugghiando in ogni loco; 

E neir orrida clade^ 

Di sangue e d'oro ingorde, 
1G5 Era le lance e le spade 

Erugar colle man lorde 
Per il ventre de' morti 
Le romani coorti. 

La sposa in fronzoli 
170 Sta là impalata, 

Rimessa all'ordine 
E ripiallata. 

Tutte r attorniano 
Le donne in massa 



Dio Pane cantare accompagnato dalle zampegne dei pastori. 
osò asserire che Apollo, al paragone di lui, sarebbe un mi- 
sero cantante. Apollo, non tollerando che gli orecchi di un 
giudice come quello, serbassero la forma umana, glieli con- 
verti in orecchi di ciuco, Mida se li teneva sempre accura- 
tamente coperti, ma ben se ne accorse il servo che soleva 
tagliargli i capelli. Costui non osando dir la cosa ad alcuno, 
ne d'altra parte potendo tenere in so chiuso il segreto, fatto 
un buco in terra, ce lo mormorò dentro e lo chiuse. Ma ecco 
che da quel buco nacque di li a poco una canna, la quale 
sempre che fosse mossa dal vento, andava miracolosamente 
ripetendo queste parole ; Mida ha gli orecchi di ciuco. 

V. 163. — Ctade, — Strage, Latinismo del tutto disusato, po- 
sto qui por necessità di rima, e forse anche per far le viste 
di alzare e nobilitare lo stile. 

V. 169. — Fronzoli. Si chiamano popolarmente cosi gli or- 
namenti eccessivi e vani. 



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262 LA 8CEITTA 

175 DelPalta camera 

E della bassa. 

Queste la pigliano, 
La tiran via; 
Queir altre lisciano 
180 Con ironia; 

Essa si spiccica 
Meglio che sa, 
E si divincola 
Di qua e di là. 

185 Lo sposo a latere^ 

Ridendo a stento, 
Succhia la satira 
Nel complimento; 

Ma, come V asino 
190 Sotto il bastone, 

Si piega, e all'utile 
Doma il blasone. 

Ijegato e gonfio 
Come un fagotto, 
195 Con tutta V aria 

D'un gabellotto, 



V. 175-176. — BelV alta, ecc. Cioè le parenti dello sposo, 
le nobili {alta camera) e quelle della famiglia propria (bassa) 
le plebee. 

V. 181. — Si spiccica, ecc. Cioè si schermisce alla meglio. 

V. 187-192. — Succhia la satira, ecc. Cioè si accorge ohe i 
complimenti ed i mirallegri hanno dell'ironico, ma pensando 
alla dote, fa vista di non accorgersene. 



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LA SCRITTA 263 



Ritto a ricevere 
Sta r Usuraio : 
Ciarla, s'infatua, 
2(X) È arzillo e gaio, 

Par che dal giubilo 
Non si ritrovi. 
Cogl' illustrissimi 
Parenti nuovi 

205 Si sdraia in umili 

Salamelecchi, 
E passa liscio 
Su quelli vecchi. 

Anzi affacciandosi 
Spesso al salone 
Grida: « Ma diavolo, 
« Che confusione! 

« Ohe, rizzatevi 
« Costà, Teresa; 
215 « Date la seggiola 

« Alla Marchesa. 

« Su bello, Gaspero; 
« Al muro, Gosto; 
« Lesti, stringetevi, 
220 « Sbrattate il posto. > 



V. 202. — Non si ritrovi. Cioè sia come fuori di se e si 
dice anche non si raccapezzi, 

V. 206-207. — Salamelecchi. Voce popolarissima, che signi- 
fica complimenti e inchini affettati. È il salato arabo Salam 
aleik, salute a te, -- Passa liscio. Cioè non se ne cura. 

V. 220. — Sbrattate^ ©co. Sbrattare per sgombrare o la- 



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264 LA 8CK1TTA 

Quelli rinculano 
Goffi e confusi, 
In lingua povera 
Dicendo: oh! scusi. 

225 * Ma no, > ripiglia 

La Dama allora, 
^ No, galantuomini; 
« Chi non lavora 

« Può star benissimo 
230 « Senza sedere; 

« Via, riposatevi, 
« Fate il piacere. > 

Cosi le bestie 
Scansa con arte, 
235 E va col prossimo 

Dair altra parte, 

« 

Ove una sedia 

Le porge in guanti 
Uno dei soliti 
210 Micchi eleganti, 

Che il gusto barbaro 
Concittadino 



sciar libero il posto, come qui, ha del dispregiativo. Ora 
che costui sta per imparentarsi coi nobili, disprezza i pa- 
renti plebei. 

V. 223. — In lingua povera. Dice ironicamente in lingua 
povera, perchè la regola aristocratica sarebbe di dire invece 
'pardon. (Vedi pag. 191, nota al v. 52-64). 

V. 228. — Chi non lavora. La frase è di per se innocente, 
ma nelP animo di chi parla e' è 1' intenzione di umiliare 
quella gente che fa qualche cosa a questo mondo. 



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LA SCRITTA 2G5 

-\» 

Inciviliscono 
Col figurino. 



245 Sol con quei tangheri 

Che stanno in piede, 
Seduta a chiacchiera 
Qua e là si vede 

Qualche patrizia 
250 Andata ai cani, 

Più democratica 
Co' terrazzani. 

Genio, che mediti 
Di porre i sarti 
255 Neir accademia 

Delle BelFArti; 



V. 245. — Tangheri, Villani, rustici, zotici. 

V. 250. — Andata ai cani. Si dice comunemente di donna 
che per 1* età o per malattia ò andata a male ed ha perduto 
ogni attrattiva. 

V. 253-268. — Genio, che mediti, ecc. 11 P., volendo dipin- 
gere al vero queste due società, cioè la nobile e la plebea 
o meglio volgare, che si trovano insolitamente T una a 
fronte delP altra, senza però mescolarsi insieme, imitando 
cosi per ischerzo la grave epopea classica, invoca anche lui 
un genio, ma speciale, tutto di sua creazione, ed è il genio 
dei sarti e in generale di tutti quelli artisti che si occupano 
di vestire e adornare la persona ; e viene cosi ad insinuare 
che le persone frivole, vane ed eleganti mettono il sarto alla 
pari di Michelangiolo, o più su, perchè la preminenza che esso 
hanno sugli altri sta specialmente nel vestito. — A cui ecc. 11 
Fioretto lo riterisce a Genio, senza accorgersi che non dà più 
senso ; riferiscilo invece a sarti, ed il costrutto è chiarissimo : 
Cioè, ai quali sarti appare luminosamente {sfavilla) sopra 
la pelle del cranio il bernoccolo, la protuberanza {t'organo) 
che dispone naturalmente 1' uomo a queir arte {della cesoia). 
Il P. scherza sul sistema di Gali, il quale ammette che dà 
certe protuberanze del cranio si possano argomentare le di- 



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266 LA SCRITTA 

A cui del cranio 
Sopra le cuoia 
Sfavilla Porgano 
260 Della cesoia: 

Reggi la bussola 
Dell'estro gretto, 
E colla critica 
Dell' occhialetto 

265 Profila i termini 

Della distanza 
Tra la goffaggine 
E V eleganza. 

Là tra la ruvida 
270 Folla spregiata, 

Stretta negli angoli 
E rinzeppata, 

Vedresti d' uomini 
Scorrette moli, 
275 Piantate, immobili. 

Come pioli ; 

Testoni, zazzere, 
Panciotti rossi, 
E trippe zotiche, 
28C E cosi grossi. 

sposizionì dell' uomo. — Profila % terìninij ecc. Cioè fa' di 
ritrarre esattamente come in un profilo quanto ci corra {la 
distanza) fra la gente goffa e la gente elegante. E la descri- 
zione che il P. fa di queste duo classi di persone, è vera- 
mente stupenda (v. 2(jU-iJ21). 

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LA SCRITTA 267 

Con un' indigena 
Giubba a tagliere, 
Ecco il quissimile 
D'un cancelliere 



285 Sotto le gocciole 

D'una candela: 
E con due classici 
Solini a vela, 

Una testuggine 
290 Che si ripone 

Nel grave guscio 
D'un era vattene, 

Accanto a un ebete 
Che duro duro 
295 Col capo all'aria 

Puntella iJ muro. 

Le donne avevano 
La roba a balle, 
E tutto un fondaco 
300 Sopra le spalle. 

Code, arzigogoli, 
Penne, pennacchi, 



v. 282. -— Giubba a tagliere. Si chiamava cosi una giubba 
colle faldine in forma appunto di tagliere, che si usava fra 
noi (indigena) ai tempi del P., invece di quella di moda 
francese usata og^i col nome di frac o marsina, 

V. 298. — A halle. Vale in grande abbondaza, più del bi- 
sogno, e il modo è usitatissimo. 

v. 801. — Arzigogolo, È voce molto usata in Toscana a 
significare tutto ciò che ha dello strano e dell'avviluppato 
o intricato da non potersi facilmente raffigurare; e qui è 
detto degli ornamenti o acconciature bizzarre o fantastiche. 



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268 LA SCRITTA 

Cesti d'indivia 
E spauracchi, 

305 Ma dal contrario 

Lato s))lendea 
Levigatissima 
La nobilea. 

Colori semplici, 
310 Capì strigliati, 

Gentili occhiaie, 
Visi slavati; 

Sostanza tenue 

Che poco ingombra, 
315 Anello medio 

Fra il corpo e T ombra; 

Sorrisi fatui. 
Moti veloci, 
Bleso miscuglio 
320 D'estranee voci; 



V. 303. — Cesti d' indivia. L' indivia, come tutti sanno, è 
una specie d'insalata che fra le altre varietà ne ha una 
detta ricciolina. Ora, per ragione di somiglianza, si chia- 
mano cesti d* indivia i fiori ed altri ornamenti che le si- 
gnore si mettono sul capo. 

V. 308. — La nohilea. Nobilea ed anche nobilume si adope- 
rano per dinotare in modo dispregiativo le persone nobili. 

V. 310. — Strigliati. Per disprezzo, in senso di pettinati 
con cura, ben pettinati. 

V. 319-324. — Bleso miscuglio^ ecc. Costoro sogliono me- 
scolare parole straniere alle italiane e pronunciar queste 
assai male, imitando quasi P accento forestiero. — E nel- 
V intonaco^ ecc. Cioè ostentano aspetto e maniere umili e 
modeste e sono invece superbi. 



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LA SCRITTA 269 

E neir intonaco, 
Nelle maniere, 
L^arte che studia 
Di non parere. 



325 Cosi velandosi 

Beltà sfruttata 
D'una modestia 
Matricolata, 

Riduce a stimolo 
330 Fin r onestà, 

E per industria 
Si volta in là. 

Ma già il notaio, 
Disteso Tatto, 
335 Si rizza e al pubblico 

Legge il contratto. 

Giù giù per ordine 
Si firma, e poi 
Per sala girano 
340 Bricchi e vassoi; 

Gran suppellettile 
Ove apparia 



V. 328-332. — Matricolata^ ecc. . Matricolato si dice pro- 
priamente di chi è abilitato o addottorato in una professio- 
ne, e per analogia vale isperto, ahile^ astuto \ ed è comune il 
modo furbo matricolato, imhroglionematricolato e simili. Quindi 
modestia matricolata vale modestia finta molto abilmente. — 
Riduce a stimolo, ecc. Cioè anche con Postentazione dell'one- 
stà, cerca di suscitare negli altri desiderio di so. 



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270 LA SCRITTA 

Mista alla boria 
La gretteria. 

34.5 Le Dame dicono 

Partendo in fretta: 
€ Era superflua 
« Tanta etichetta. 

, « Oii! per i meriti 
350 « D' una bracina, 

« Bastava l'abito 
€ Di stamattina. » 

Quelle del popolo 
Tutte impastate 
355 Di the, di briciole, 

Di limonate; 

Che più del solito 
Strinte, impettite, 
Fiacche tronfiavano 
360 E indolenzite; 

< Animo, animo, 
€ Mi par milFanni: 
« Immè, gridavano, 
« Con questi panni! 

V. 350. — Bracina. Significa propriamente donna ohe 
vende la brace, ma neir uso comune si adopera a designare 
una donna del volgo più basso. 

V. 35S. — Strinte. Qui vale strette nelle vesti, specie nella 
fascetta, ed in questo senso non è forma plebea, ma usata an- 
che dai ben parlanti in Toscana. Del resto la plebe non dice 
sempre strinto invece di stretto: per esempio mentre dice 
mano strinta per chiusa, dice anche /òsoa stretta^ via atretta^ ecc. 

v. 361. — ^nimo, animo. Vuol dire: via via^ facciamo pre- 
stOy abrighiamoci e simili. 

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LA SCRITTA 271 



365 « Uh che seccaggine! 

« Oh maledette 
« Le scritte, i nobili, 
<( E le fascette! » 



PARTE SECONDA 



Parti V ultimo lo sposo, 
Sopraffatto dal pasticcio 
E dalP obbligo schifoso 
Di legarsi a quel rosticcio. 
5 Con quest' osso per la gola 

Si ficcò tra le lenzuola. 

Chiuse gli occhi, e gli parca 
D' esser solo allo scoperto ; 
E un grand* albero vedea 
10 Elevarsi in un deserto; 

Un grand' albero, di fusto 
Antichissimo e robusto. 

Giù dagl'infimi legami 

Fino al mezzo della fronda 
15 Spicca in alto, stende i rami 

E di frutti si feconda, 



V. 4. — Rosticcio. Si dice spesso di persona, specie donna, 
secca e deforme. 

V. 9. — Albero, È l'albero genealogico della sua famiglia. 

V. 13. — ìnfimi legami. Cioè la parte più bassa dove il 
tronco manda le prime grosse radici, che lo uniscono e quasi 
lo legano alla terra. 



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272 LA SCRITTA 

Che, di verdi, a poco a poco 
S* incolorano di croco. 



Un gran nuvolo d' uccelli, 
20 Di lumache e di ronzoni, 

Si pascevano di quelli 
E beccavano i più buoni; 
Tanto che 1* albero perde 
L'ubertà del primo verde. 

25 Ma dal mezzo alla suprema 

Vetta in tutto si dispoglia, 
E su su langue, si scema 
D* ogni frutto e d' ogni foglia, 
E finisce in nudi stecchi 

30 Come pianta che si secchi. 

Mentre tutto s' ammirava 
Nelle fronde il signorotto, 
E il confronto almanaccava 
Del di sopra col disotto, 
85 Più stupenda visione 

Lo sviò dal paragone. 

Ove il tronco s' assottiglia 
E le braccia apre e dilata, 



V. 18-24. — S'incolorano di croco, ecc. Cioè del colore 
dello zafferano, di giallo, e in generale del frutto maturo. 
E vuol dire che fin 11 la famiglia prosperava, ma poco dopo 
un gran numero di creditori {uccelli^ lumache e ronzoni,) la 
ridussero in miseria. 

V. 3j3. — Almanaccava, ecc. Cioè fantasticava per ispie 
garsi la differenza, ecc. 



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LA SCRITTA 273 

Vide V arme spiattellata 
40 Colla bestia di famiglia, 

Che soffiando corse in dentro 
E lasciò rotto nel centro. 

Dall'araldico sdrucito, 
Come in ottico apparato 
45 Che rifletta impiccinito 

Un gran popolo, affollato, 
Traspariva un bulicame 
D' illustrissimi e di dame. 

Cappe, elmetti luccicanti, 
50 Toghe, mitre e berrettoni, 

E grandiglie e guardinfanti, 
E parrucche a riccioloni, 
E gran giubbe gallonate, 
E codone infarinate, 

55 Con musacci aiTovellati 

Bofonchiavano tra loro 



V. 39-41. — Spiattellata, eco. Vale aperta, spiegata, mani- 
festa. — Colla be^itia, ecc. Chiama molto argutamente bestia 
di famiglia, V animale dipinto nel suo stemma gentilizio. 

V, 43. — Araldico sdrucito. Cioè dallo sdrucito (sostanti- 
vamente per sdrucio) prodotto nello scudo gentilizio. 

V. 47. — Bulicame, Qui (e ce n* è anche qualche altro esem- 
pio) sta per brulicame o brulichio, che significa propriamente 
il muoversi di molti insetti insieme, e si estende in questo 
luogo, al moversi e mescolarsi di quelle nobili persone. 

V. 51. — Grandiglie, Collari ricamati e rabescati alla 
spagnola. — Guardinfanti. Quella sorta di cerchi che le donne 
portavano, specie nel secolo scorso, alla sottana. 

V. 55-66. — Arrovellati. Stravolti e alterati dalla passione. 
-^Bofonchiavano. Cioè brontolavano, borbottavano a bassa 
voce. 

Giusti. — JPoene, 18 



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274 LA SCRITTA 

Di contee, di marcliesati, 
Di plebei, di libri d* oro, 
E di tempi e di costumi, 
60 E di simili vecchiumi. 

Dietro a tutti, in fondo in fondo 
Si vedea la punta ritta 
D' un cappuccio andare a tondo, 
Come se tra quella fitta 
65 Si provasse a farsi avante 

Qualche Padre zoccolante. 

Lo vide appena che lo perse d' occhio: 
Quello, alla guisa che movendo il loto, 
Bitira il capo e celasi il ranocchio, 

70 In giù disparve con veloce moto; 

E tosto un non so che suona calando 
Dentro del fusto come fosse vuoto. 

Come a tempo de' Classici, allorquando 
Gli olmi e le querele aveano la matrice 
75 E figliavano Dee di quando in quando; 

Cosi, spaccato il tronco alla radice, 
Far capolino e sorgere fu vista 
Una tìgura antica di vernice. 



v. 58. — Lihri d*oro. Vedi pag. 45, nota al v. 20. 

V. 64. — Fitta. Cioè folla, schiera, ma perle più in senso 
dispregiativo. 

V. 78. — Antica di vernice. Cioè avente aspetto antico, 
come una patina d' antichità. 



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LA SCRITTA 275 

Era r aspetto suo quale un artista 
80 Non trova al tempo degli Stenterelli, 

Se gli tocca a rifare un Trecentista. 

Basa la barba avea, mozzi i capelli, 
E del cappuccio la testa guernita, 
Oggi sciupata a noi fin dai cappelli ; 

85 Un mantello di panno da eremita, 

Tra la maglia di lana e il giustacuore 
D' un cingolo di cuoio stretta la vita. t 

Corto di storia, il povero signore 
Lo prese per un buttero, e tra 1 sonno 
90 Gli fece un gesto e brontolò: va fuore. 

Sorrise e disse: io son l' arcibisnonno 
Del nonno tuo, io stipite de' tuoi, 
Nato di gente che vendeva il tonno. 

Oh via non mi far muso, e non t' annoi 
95 Conoscer te d' origine si vile, 

Comune, o nobilucci, a tutti voi. 

V. 80. — Al tempOj ecc. Cioè al tempo nostro, nelP età 
nostra, che designa cosi per disprezzo. 

V. &1. — Dai cappelli. Accenna ai cappelli a cilindro 
come quelli che comprimono il cranio. 

V. 87, — D'un cingolo^ ecc. Uso costante degli antichi 
fiorentini anche ricchissimi: 

« Bellincion Berti vidi andarne cinto 
Di cuoio e d'osso. » 

(Dakte, Par. XV, 112). 

v. 89-90. — Buttero. Si chiama cosi il garzone del con- 
tadino, che bada le bestie al pascolo e il mandriano ; e per 
dispregio ogni persona villana. — l'uore. Questo arcaismo 
non ha altra ragione che la rima, perchè oggi si dice e si 
scrive tutti fuori, 

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276 LA SCRITTA 

Taccio come salii su dal barile 
Di quel salume; ma certo non fue 
Ne per onesta vita mercantile, 

100 Ne per civil virtù, che d*uno o due 

Prese le menti, ond' ei poser neir arme 
Per tutta nobiltà V opere sue. 

Sai che la nostra età fu sempre in arme: 
Io per quel mar di guerre e di congiure 
105 Tener mi seppi a galla e vantaggiarme. 

Ma tocche appena le magistrature, 

Fui posto al bando, mi guastar le case, 
E a due dita del collo ebbi la scure. 

A piedi, con quel po' che mi rimase, 
110 Giunsi a Parigi; e un mio concittadino 

D' aprir bottega là mi persuase. 

Un buco come quel di un ciabattino 

Scovammo ; e a forza di campare a stento, 
E di negar Gesù per un quattrino^ 

415 N'ebbi il guadagno del cento per cento: 
Quindi a prestar mi detti e feci cose. 
Cose che a raccontarle è uno spavento. 



V. 98- 105. — Ma certo, ecc. Fue per fu, sue per loro e 
vantaggiarme per vantaggiarmi sono arcaismi, ma siccome 
qui è un trecentista che parla, non posson dirsi del tutto 
inopportuni. 

V. 113-114. — Scovammo. Scovare per trovare a fatica, 
come qui, detto così di persona come di cosa, è dell* uso co- 
mune in Toscana. — Negar Gesùf ecc. È modo proverbiale. 



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LA SCRITTA 277 

Pensa alle ruberie più strepitose ; 
Se d' Arpia battezzata ovver giudea 
120 Ma' mai t' hanno ghermito ugne famose, 

Son tutte al paragone una miacea: 
Questo socero tuo, guarda se pela, 
Non le .sogna nemmanco per idea. 

Figlio e nipote per lunga sequela 
125 W anni continuando il mio mestiere, 

Nel mar dell' angherie spiegò la vela. 

Quelle nostre repubbliche si fiere, 
Moge obbedì ano un Duca, un Viceré, 
Che significa birre e gabelliere, 

130 Quando un postero mio degno di me 
Rimpatriò ricchissimo, e il Bargello 
Del suo rimpatriar seppe il perchè. 

E qui mutando penne il nuovo uccello, 
Fatta la roba, fece la persona, 
185 £ calò della Corte allo zimbello. 

Da qnel momento in casa ti rìsuona 
Un titolaccio col superlativo, 
E a bisdosso dell' arme hai la Corona. 



V. 121-122. —ilIfMCca. Cioè una piccolezza, una bagattella, 
una cosa da nulla. — Pela, cioè ruba. 

V. 128. — Moge. Vedi pag. 81, nota al v. 89. 

V. 132. — Perchè, Questo perchè doveva consistere in 
servigi da lui resi al Bargello, al quale è probabile che fa- 
cesse la spia o prestasse danaro. 

V. 185. - ±j calòf ecc. Cioè si fece attirare ai richiami 
della Corte, volle essere ammesso a Corte e fu fatto nobile. 



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278 LA SCRITTA 

Aulico branco né morto né vivo 
140 Da costui fino a te fu la famiglia, 

Ebete d' ozio e in vivere lascivo, 

Ridotto al verde per dorar la briglia: 
Perchè ti penti, o bestia cortigiana? 
Prendi dell* usurier, prendi la figlia, 

145 Ohe siam tutti d' un pelo e d' una lana. 

V. 139. — Aulico branco. Cioè un branco di cortigiani. 

V. 142. r- MidoUo al verde^ ecc. Vale a dire ridotto alla 
miseria per ostentare un lusso vano. 

V. 145. — Siam tutti d* un pelo, eco. Vedi pag. 58, nota 
al V. 156; se non che qui è detto in cattivo senso, come 
spesso si usa. 



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279 



GL'IMMOBILI E I SEMOVENTI 



Scritta nel 1842, a mettere in vista i difetti delle scuole 
vecchie e nuove. C è qualche osservazione che potrebbe 
opportunamente ripetersi anc' oggi. 



Che buon prò facesse il verbo 
Imbeccato a suon di nerbo 

Nelle scuole pubbliche: 

Come insegnino i latini, 
E eh e bravi cittadini 

Crescano in collegio; 

E che razza di cristiani 
Si doventi tra le inani 

D'un Frate collerico : 



V. 2. ^-Imbeccato. Imbeccare vale propriamente mettere 
a poco a poco il cibo nel becco agli uccellini non ancora ca- 
paci di beccare da se ; nel qual senso si dice anche dare l'im- 
heccata. Per somiglianza imbeccare vaAe anche, come qui, inse- 
gnare specialmente a pappagallo. 

V. 4. — Come insegnlnoj eco. Cioè come in collegio inso- 
gnino a fare » latini ^ vale a dire gli esercizi grammaticali di 
versione dall'italiano in latino, ciò che si diceva anche e si 
dice tuttavia fare i latinucci. A quei tempi i preti ed i frati 
maestri non insegnavano quasi altro che il latino. 

V. 7. — Che razza, ecc. Spesso la parola razza si usa in 
senso dispregiativo o peggiorativo. Spiega; Che cattivi cri- 
stiani» 



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280 GL* IMMOBILI E I SEMOVENTI 

10 Tutti noi, che, grazie al Cielo, 

Non Siam più di primo pelo, 
Lo diremo ai posteri. 

Messo il muso nel capestro 
Del messer Padre Maestro 
15 (Padre nella tonaca), 

Pu finito il benestare: 
Il saltare, il vegetare. 

Lo scherzare, il crescere, 

Davan ombra ai cari Frati; 
20 E potati, anzi domati. 

Messi tra gP immobili. 

Ci rendevano ai parenti 
Mogi, grulli ed innocenti 
Come tanti pecori. 

25 H moderno educatore, 

Oramai visto l'errore 

De' Reverendissimi, 

E che l' uomo tra i viventi 
Messo qui co' semoventi, 
30 Par che debba muoversi, 

Ha pescato nel gran vuoto 
La teorica del moto 

Applicata agli uomini. 

V. 15. — Padre nella tonar.a. Cioè non per 1' affetto, ma 
per l' abito, dal quale prende il titolo di padre spirituale, 
V. 23. — Mogi, Vedi pag. 81, nota al v. 89, 

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gl'immobili e I SEMOVENTI 281 

Il fanciullo deve andare, 
35 Deve ridere e pensare * 

Appoggiato al calcolo. 

D'ora innanzi, mi consolo! 
Questo bipede oriolo 

Anderà col pendolo. 

40 futura adolescenza, 

Che, filata alla scienza 

Nelle scuole a macchina, 

Beverai nuova dottrina 
E virtù di gelatina 
45 Che non corre e tremola; 

In te si che farà spicco 
Depurato per lambicco 

Gas enciclopedico! 

Quando il tenero cervello, 
50 Preso V albero a modello 

(Per esempio il sughero), 



V. 41-45. — Filata, eoo. Credo voglia dire, tirata su, come 
per una trafila, alla soienza, acquisterai un sapere di un ge- 
nere nuovo e una virtù fiacca, la quale, invece di volgersi 
magnanimamente e arditamente al bene, rimarrà al bisogno 
irresoluta ed esitante, tremando mollemente come tremola la 
gelatina. 

V. 48. — Gas enciclopedico. Chiama opportunamente gas 
questa specie di enciclopedia, imbandita ai giovanetti in certe 
scuole, perchè in sostanza non serve ad altro che a gonfiarli 
di vana superbia. 



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282 gl'immobili e i semoventi 

Succhierà fede e morale 
Come un'acqua senza sale 

Dal maestro agronomo; 

55 Spunteranno foglie e fiori 

Senza puzzi e senza odori, 
Come le camelie. 

Misurati gì' intelletti 
E le fasi degli affetti 
60 Con certezza fìsica, 

E sopite nel pensiero 
Le sublimi ombre del vero, 
Avventate ipotesi, 

Troverem nel positivo 
63 Uno stato negativo 

Buono per lo stomaco. 



V, 54. — Maestro agronomo. Chiama cosi 1* educatore che 
considera 1' alunno, non comò un essere ragionevole, ma 
come un vegetabile. 

V. 58-66. —Misurali^ ecc. Il P., quasi presentisse le dot- 
trine di certi positivisti moderni, morde qui un sistema di 
educazione che tutto riducesse a fisica, a meccanica ed a 
calcolo, mostrandone i tristi effetti morali. Ecco il suo pen-' 
siero : Quando saremo riusciti a calcolare, pesare e misurare 
con la certezza della fisica il sorn:ere e lo svolgersi dei sen- 
timenti e degli affetti e le operazioni dell' intelletto, oh, 
allora sbandiremo dalla mente, come avventate tutte le ipo- 
tesi, anche quelle che possono farci presentire la verità, 
della quale sono come un' ombra o un barlume, ci atter- 
remo al solo positivo, al quattro e quattr' otto, senza pen- 
sare più in là, senza commuoverci di nulla, e faremo buono 
digestioni e buon sangue. 



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gl'immobili e I SEMOVENTI 283 

Il pacifico marito 
Proponendo per quesito 

La pace domestica, 

70 Colla tepida compagna 

Sommerà sulla lavagna 

Gli obblighi del vincolo; 

E Imeneo, fatto architetto, 
Darà figli al quieto letto 
75 D'ordine composito. 

Biasceranno unti di teglia 
I Fedeli in dormiveglia 
Salmi geometrici; 

Ci daranno i Magistrati 
80 Certi codici stillati 

Che parranno spirito; 

TSi vangato e rivangato 
Sarà immagine lo Stato 

Del Qiardin dei semplici* 



V. 67-?5. — Darà, ecc. C è del falso, e, quel eh' è peggio, 
dello scurrile. — Quieto, L'uso costante dei poeti nostri è di 
fare quieto (con V l') di tre sillabe e di togliere V i quando si 
voglia di due sillabe sole; e il Giusti?, si attiene più giù alla 
regola nella parola quietismo. Ma qui, mentre poteva dir 
guetoj si è, credo, voluto attenere all' uso vivo, che fa sen- 
tire si tutte due le lettere ie ma però senza separarle, senza 
farne, dico, due sillabe. 

V. 76. — Unti di teglia. Cica ben pasciuti e grassi. 

V. 84. — Oiardin dei semplici. Cosi si chiama popolar- 
mente 1' orto botanico. 



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284 gl' immobili e i semoventi 

85 Chi piantò Pordin civile 

Sulla base puerile 

Dell'amore unanime? 

Chi ci fece quest'oltraggio 
Di premettere il coraggio 
90 Alla poltronaggine? 

Ah P amore è un parosismo! 
In un lento quietismo 

Va cullato il popolo. 

Perchè il mondo esca di pene, 
95 Tanto il male quanto il bene 

Deve star nei gangheri: 

E tu, scatto generoso, 
Abbi titolo e riposo 

Nell'arte Poetica. 

100 Lo vedete? non c'è Cristi: 

Siamo nati computisti 

Per campar di numeri. 

V. 91-92. ^ Par osiamo. Si scrive più spesso con due a 
(parossismo) e vale propriamente esacerbazione delle febbri 
continue, accesso delle febbri intermittenti, e più general- 
mente, come qui, convulsione, commozione violenta e simili. 
— Quietismo. Si chiama propriamente cosi, un sistema teo- 
logico, il quale insegna che bisogna, rimettendoci in tutto 
alla volontà di Dio, guardare con perfetta indiiferónza tutto 
ciò che ci può avvenireuquaggiù. 

V. 96. — Nei gangheri. Cioè nei limiti. « Ci sono prudenti 
(dice il Manzoni) che si adombrano delle virtù come de' vizi, 
predicano sempre che la virtù sta nel mezzo ; e il mezzo lo 
fissano giusto in quel punto dov'essi sono arrivati, e ci 
stanno comodi». 

V. 100. — Non c'è Cristi, Cioè non c'è rimedio. Vedi 
pag. 36, nota al v. 131. 

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Gr/ IMMOBILI E l SEMOVKm ^§i 

Certi verbi, come amare ^ 
Tollerare, iìluraiaare, 
105 Q-li ha composti V Algebra. 

Danquo crescauo le teste 
Ritondate colle seste : 

Begui la meccauica. 



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286 



AD UNA GIOVINETTA 



« Questa poesia (dice l'Autore) è nata nella prima- 
^ vera del 1843. La fanciulla è una lontana reminiscenza, 
anzi quasi un sogno ». (Scritti vai% pag. 46). Qualche com- 
mentatore però ha creduto di dover battere la campagna 
delle ipotesi per iscoprire il nome e il casato di questa 
giovinetta; ma io non mi sento d' imitarlo. 



Non la pudica rosa 

Che il volto a lei colora, 
Né il labbro ove s* infiora 
La vergine parola 
5 Che dal cor parte e vola — armoniosa ; 

Non la bella persona 
Che vince ogni alta lode, 
Nò Tagil pie che gode 
Della danza festiva 
10 A cui tutta giuliva — s'abbandona; 

Mi dier vaghezza e norma 
Di volgermi a costei, 
Ma la bontà che in lei 
Splende modesta e cara 
15 Tanto qaant'è più rara — in bella forma. 



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AD UNA GIOVINETTA 2 87 

Agli occhi, che non sanno 
Cercar d'un bene altrove, 
Della sua luce piove 
Soavissima stilla 
20 D'una gioia tranquilla — senz'affanno. 

Ah! non è ver che asconda 
Se stesso il cielo a noi, 
Quando agli eletti suoi 
Cosi l'aula disserra, 
25 Questa misera terra — a far gioconda. 

Come allo specchio innante 
Trattien fanciulla il fiato, 
Temendo che turbato 
Il muto consigliere 
30 A lei non renda intero — il suo sembiante ; 

Cosi commossa a dire 
Il trepidante affetto, 
Confusa di rispetto, 



V. 16-20. — Agli occhi, ecc. Fa pensare ai versi di Dante, 
Canz., p. I, ball. II: 

« Cìascana stella ne^li occhi mi piovo 
Bella sna lace e della sna virtute; » 

E agli altri del Petrarca, Canz., sonetto 114, p. I: 

e Da' begli occhi nn piacer si caldo piove 

Ch' i non curo altro ben né bramo altr' esca ; > 

e finalmente a quelli della terza canzone sugli occhi di Laura: 

Pace tranquilla, senza alcuno affanno, 
Situile a quella che nel cielo etorna, 
Move da lor innamorato riso. 



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288 AD UNA GIOVINETTA 

La voce non s* attenta, 
35 E suona incerta e lenta — il mio desire. 

gemma, o primo onore 
Delle create cose, 
M' odi, e le man pietose 
Porgi benigna al freno 
40 D*un cor di fede pieno — e pien d'amore. 

Né in te dubbio o paura 
Desti il pungente stile. 
Quasi a trastullo vile 
Io, da pietà lontano, 
45 Prenda il delirio umano — e la sventura. 

Un vergognoso errore 
Paleso sospirando: 
Alla virtù mirando, 



V. 35. — E suonoy ecc. Sonare qui vale manifestare, espri- 
mere, ed il modo è dantesco: 

< La voce taa sicura, balda e lieta 
Suoni la volontà, snoni il desio. » 

• (Par., XV, 67). 

y. 39. — Porgi, ecc. Cioè stendi le mani al freno, ossia 

prendi con le tue mani il freno. E rammenta il verso del 

Tasso : 

« Tosto al libero fren la mano ei porse. » 

V. 42. — Il pungente stile, eco. A proposito del pensiero 
contenuto in questa strofa e nella seguente, mi piace ri- 
portare queste parole delP Autore: «.... sul proposito dei 
miei Scherzi mi son sentito dire più volte dalle donne: V è 
poco da fidarsi d'uno che scrive in codesta g;uisa. — La scorza 
ha nociuto al midollo, e forse è stato meglio per me Credo 
bensì di non aver mai derisa la virtù, ne burlati gli affetti 
gentili; ma il mondo giudichi a modo suo, ne io me ne cu- 
rerò, rimettendomi al giudizio di chi ci vedo chiaro », 



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AD UNA GIOVINETTA 289 

Muove senza sgomento 
50 Rimprovero e lamento — il mio dolore. 

Se con sicuro viso 

Tentai piaghe profonde, 
Di carità nelPonde 
Temprai l'ardito ingegno, 
55 E trassi dallo sdegno — il mesto riso. 

Non t' abbassar col volgo 
A facili sospetti ; 
Vedi per quanti aspetti 
Ricorro alla virtute, 
CO Quando, per mia salate, — a te mi volgo. 

Oh se per tuo mi tieni, 
Come sorella amante, 
Se della vita errante 
Reggi nei passi amari 
65 L' anima mia coi cari — occhi sereni. 

L'ingegno sconsolato 
A miglior vita sorto, 
Riprenderà conforto 
Di vivida fragranza 
70 Nel fior della speranza — in me rinato. 

Ogni gentil costume, 
Ogni potenza ascosa 
La tua voce amorosa 
In me desta e ravviva, 
75 Come licer d'oliva — un fioco lume: 

v. 55. — Il mesto riso* Vedi pag. 174, nota al v. 117. 
Giusti. — Poesie, 19 

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290 AD UNA GIOVINETTA 

Già nella mente tace 
Ogni ómbra del passato, 
Già il cor, rinnovellato 
Come tenera fronda, 
80 Consola una gioconda — aura di pace. 

V. 78. — Rinnovellato, ecc. 

come piante novelle 

Kiiiovellate di novella fronda. 

fJDAiMK, l'urg., XXXin, US). 



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291 



I BRINDISI 



Il primo di questi brindisi dispiacque al Manzoni, ed 
a ragione perchè gremito di buffonerie indecenti e triviali. 
Il Giusti se ne scusò lungamente (Epist., 282) dichiarando, 
come appare anche dalle note che vi appose, che il suo 
intento era appunto di romperla coi poeti volterriani. E 
difatti il secondo brindisi schernisce il primo, ed il pre- 
taccio, tìnto autore di questo, ci fa quella bella figura 
che merita. Ma le trivialità, e specie le profanazioni, si 
giustificano male, senza dire che non è bello che uno 
scrittore si metta da sé nella necessità di giustificarsi. 
Nel primo il Giusti non ci si sente quasi affatto, che 
vuole falsarsi; nel secondo è proprio lui, e parla a nome 
suo e da pari suo. 

Furono composti probabilmente fra il 1840 e il 1843, 
€ indirizzati alla Marchesa Luisa D'Azeglio in una lettera 
nella quale sono come interpolati, e che serve loro di 
commento. 

Mia cara amica, 

Voi Milanesi siete assuefatti a vedere il carnevale che fa un 
buco nella quaresima e ruba otto giorni all' Indulto, Non so o 
non mi ricordo chi v* abbia data questa licenza; ma dev'essere 
sfato di certo un Papa di buon umore e di maniche larghe, 
Noi^ finite le maschere {almeno quelle di cartapesta)^ e rima- 
nendoci addosso uno strascico di svagatezza^ come rimane negli 
orecchi il suono dei violini dojpo una festa di hallo, ci pigliamo, 
a titolo di buon jpeso, e sema licenza dei superiori, il solo giorno 

* Con questi due brindisi si pongono a confronto due 
generi opposti di poesia scherzosa, l' uno nato di licenza, 
V altro di libertà ; il primo falso, il secondo vero, o almeno 
più. convenevole. — {^s^ota deW Autore,) 



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292 I BRINDISI 

delle ceneri, e tiriamo via a godere sino alla sera^ come se il 
Mementomo non fosse stato detto a noi. Voi quegli otto giorni 
li chiamate il carnevalone^ e noi quest'unico giornarello diso' 
prajppiù lo chiamiamo il carnevalino. 

La sera del giovedì grasso del 1842, uno di quei tali che 
danno da mangiare per ozio, e per sentirsi lodare il cuoco, 
aveva invitati a cena da diciotto o venti, tutti capi bislacchi 
chi per un verso e chi per un altro, e tutti scontenti che il car- 
nevale fosse lì lì per andarsene. V'erano nobili inverniciati di 
fresco e nobili un pò* intarlati ; v* erano banchieri, avvocati, 
preti alla mano, insomma omni genere musicorum. 2'ra gli 
altri, non so come, era toccato un posto anche a due che piz- 
zicavano di poeta, agli antipodi uno dall'altro, ma tutti e due 
portati allo stile arguto o faceto, come vogliamo chiamarlo. It 
padrone, sapendo V indole delle bestie, per rimediare allo spro- 
posito fatto d* incitarli insieme, prò bono pacis gli aveva col' 
locati alle debite distanze. Il primo era un Abate, solito tenere 
la Bibbia accanto a Voltaire; buon compagnone, tagliato al 
dosso di tutti, né Guelfo né Ghibellino, dirotto al mondo, un 
maestro di casa nato e sputato. L* altro era un giovane n& 
acerbo né maturo, una specie di ciiiico elegante, un viso tra il 
serio ed il burlesco, da tenere una gamba negli studii e una nella 
dissipazione e via discorrendo. La cena passò in discorai scon- 
nessi, in pettegolezzi, in lode al Bordeaux e ai pasticci di /Stra- 
sburgo ; vi fu un po' di politica, un po' di maldicenza ; per 
farla breve fu una cena delle solite. ^ 

Alla fine, cioè due ore dopo la mezzanotte, il padrone nel 
congedare i convitati disse loro : spero che il primo giorno di 
quaresima vorrete favorirmi alla mia villa a fare il carneva- 
lino. Ringraziarono, e accettarono tutti. Ma uno, o che si di- 
lettasse di versi, o che avesse alzato il gomito più degli altri, 
gridò: alto, Signori; 2Jrima di partire, i due poeti ci hanno a 
promettere per quel giorno di fare un brindisi per uno. Gli 
altri applaudirono, e i poeti bisognò che piegassero la testa. 

Venne il giorno delle ceneri, e nessuno mancò né alla pre- 
dica né al desinare. Passato questo né più né meno com'era pas^ 
sala la cena : JSor Abate, tocca a lei, gridò quello stesso die avev» 
proposto i brindisi; e l'Abate che in quei pochi giorni aveva 
chiamato a raccolta i suoi studii tanto biblici che volterriani, 
accomodandoli ali* indole della brigata, si messe in positura di 
recitante, bevve un altro sorso che fu come il bicchiere dell» 
staffa, e poi spiccò la carriera di questo gusto: 

Io vi ho promesso un brindisi, ma poi 
Di scrivere una predica ho pensato, 



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I BRINDISI 293 

Perchè nessuno mormori di noi; 
Perchè non abbia a dir qualche sguaiato 
5 Che noi facciamo la vita medesima 

Tanto di carneval che di quaresima. 

Senza stare a citarvi il Mementomo 

queir uggia del Passio o il Misererei 
Col testo proverò che un galantuomo 
10 Può divertirsi, può mangiare e bere, 

E fare anche un tantin di buscherio, 
Senza offender Messer Domine Dio. 

Narra l'antica e la moderna storia 

Che i gran guerrieri, gli uomini preclari, 
15 Eran famosi per la pappatoria; 

Tutto finiva in cene e in desinari: 
E di fatto un eroe senza appetito, 
Ha tutta V aria d' un rimminchionito. 

Perchè credete voi che il vecchio Omero 
20 Da tanto tempo sia letto e riletto? 

Forse perchè lanciandosi il pensiero 
Sull' orme di quel nobile intelletto, 
Va lontano da noi le mille miglia 
Sempre di meraviglia in meraviglia? 

V. 4. — Sguaiato. Si chiama comunemente cosi, un nomo 
che fa e dice cose senza un riguardo al mondo, uno sfac- 
ciato impertinente. — Vedi pag. 93, v. 332. 

V. 7. — Mementomo, Vedi pag. 228. 

V. 11. — Buscherio, Significa chiasso j haccanOf specie per 
allegria, come qui. 

V. 15. — Pappatoria. Parola comunissima nel senso di 
mangiare molto e bene, ma solo nell'uso scherzevole. 

V. 18. — Rimminchionito, Uomo che per vecchiezza o al- 
tra cagione ha perduto ogni energia cosi del corpo come 
della mente. 

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294 I BRINDISI 

25 Ma vi pare! nemmanco per idea: 

Sapete voi perchè V aspra battaglia 
Di Troia piace, e piace V Odissea? 
Perchè ogni po' si stende la tovaglia; 
Perchè Ulisse e quegli altri, a tempo e loco, 

30 Sanno farla da eroe come da coco. 

Socrate, che fu tanto reverito 
E tanto onora l'umana ragione, 
Se vi faceste a leggere il Convito 
Scritto da Senofonte e da Platone, 
35 Vedreste che tra i piatti e l' allegria 

Insegnava la sua filosofia. 

Ma via, lasciamo i tempi dell' Iliade, 
I sapienti e gli eroi del gentilesimo; 
Passiamo ai tempi della santa Triade, 
40 Della Circoncisione e del Battesimo: 

Piacque sotto la Genesi il mangiare, 
E piace adesso nell' era volgare. 

Tutti siam d' una tinta, e per natura 
Ci tira la bottiglia e la cucina; 
45 Dunque accordiam la ghiotta alla scrittura; 

Anzi, portando il pulpito in cantina, 
Vediam di fare un corso di buccolica 
Tutto di balla alla chiesa cattolica. 

V. 43. — 2'uUi siam^ ecc. Esser d' una tinta o della stessa 
tinta vale essere della stessa natura, esser fatti ad un modo, 
ma perle più in senso tristo o leggero. 

V. 45. — Ghiotta. Si chiama cosi quel vaso di rame bi- 
slungo, che si mette sotto lo spiede, per raccogliere 1' unto 
che cola via via dall' arrosto. 

V. 47-48. — Buccolica. Vale, com' è noto, poesia pasto- 
rale, ma scherzevolmente si usa questa parola a significare 
il mangiare, come se derivasse dalla parola bocca. — Di balla 
vale d'accordo ; ma si usa solo nello stile familiare. 

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I BRINDISI 295 

Papa Gregorio è un papa di criterio, 
50 E di Dio degnamente occupa il posto, 

Eppur si sa che il timpano e il salterio 
Accorda all'armonia del girarrosto; 
E se i preti diluviano di cuore, 
Lo potete vedere a tutte V ore. 

55 La Bibbia è piena di ghiottonerie: 

Il nostro padre Adamo per un pomo 
La prima fé' delle corbellerie, 
E la ròsa ne' denti infuse all' uomo. 
S' ei per un pomo si giuoco il giardino 

60 Cosa faremo noi per un tacchino? 

Niente dirò di Lot e di Noè, 
Né d' altri patriarchi bevitori. 
Né di quel popol ghiotto che Mosè 
Strascinò seco per si lunghi errori; 
65 Che male avvezzo, sospirò da folle 

Perfin gli agli d' Egitto e le cipolle. 

Giacobbe, dalla madre messo su, 
Isacco trappolò con un cibreo, 

V. 49. — Papa Gregorio, Cioè Grregorio XVI, tacciato 
da molti di ghiotto e beone. — Vedi pag. 138, nota al v. 49. 

V. 53. — Diluviano. Diluviare per mangiare ingordamente 
e in gran copia, ò d' uso comunissimo. 

V. 58. — Ròsa. Vale grande smania di rodere. 

V. 60. — Cosa faremo, ecc. Vedi pag. 220, nota al v. 41. 

V. 61. — Niente^ ecc. Lot che si lasciò ubriacare dalle 
figlie {Genesi, cap. XIX, 31). — Noh «cominciò ad esser lavo- 
ratore della terra e piantò la vigna. E bevve del vino e s' in- 
nebriò». {Genesi^ cap. IX, 20). 

V. 66. — Perfin, ecc. Vedi Esodo XVI. 

V. 68. — Cibreo. Qui sta per un manicaretto ghiotto in 
generale. Il P. allude a quelle vivande saporite che Gia- 
cobbe, per consiglio della madre, portò a suo padre Isacco 

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296 J BRINDISI 

E inoltre al primogenito Esaù 
70 Le lenticchie vendè da vero Ebreo: 

Anzi gli Ebrei, per dirla qui tra noi, 
Chiedono il doppio da quel tempo in poi. 

Vo' dire anco di Gionata, che mentre 
Sanile intima ai forti d' Israele 
75 Di tener vuoto per tant' ore il ventre, 

Ruppe il divieto per un po' di miele ; 
Tanto è ver che la fame è si molesta, 
Che per essa si giucca anco la testa. 

Venendo poi dal vecchio testamento 
80 A ripassar le cronache del nuovo, 

Cariche, uffici, più d' un sacramento. 
Parabole, precetti, esempi trovo 
(Se togli qua e là qualche miracolo) 
Che Cristo li fé' tutti nel Cenacolo. 

85 Sembra che quella mente sovrumana 
Prediligesse il gusto e 1' appetito; 
Come fu visto alle nozze di Cana 
Che sul più bello il vino era finito. 
Ed ei col suo potere almo e divino 

90 Li su due piedi cangiò V acqua in vino. 

Ed oltre a ciò rammentano i cristiani, 
E nemmeno 1' eretico s' oppóne, 

per istrappargli la benedizione. (Gen. XXVII). — Esaù. Vedi 
pag. 259, nota al v. 130. 

V. 73. — Gionata, Vedi Samuele I, 28. 

V. 90. — Lì 8u due piedi, ecc. Modo usitatissimo che vale 
sulP istante, subito e simili. Il latino ha invece in senso si- 
mile stans pede in uno. Del resto comunque la pensi qualche 
commentatore, io non arrivo a comprendere come mai il 
Giusti, si sia lasciato andare alle profanazioni triviali, con- 
tenute in queste otto strofe (v. 79-126). 



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I BRINDISI 297 

Ch' egli con cinque pesci e cinque pani 
Un di sfamò cinque mila persone, 
95 E che gliene avanzar le sporte piene, 

Ne si sa se quei pesci eran balene. 

Ne volete di più ? V ultimo giorno 

Oh' ei stette in terra, e che alla mensa mistica 
Ebbe mangiato il quarto cotto in forno, 
100 Istituì la legge eucaristica, 

E lasciò nell' andare al suo destino 

Per suoi rappresentanti.il pane e il vino. 

Anzi, condotto all' ultimo supplizio, 
Fra 1' altre voci eh' egli articolò 
105 Dicon gli evangelisti che fu sitio; 

Ed allorquando poi risuscitò. 
La prima volta apparve, e non è favola. 
Agli Apostoli, in Emaus, a tavola. 

E pef ultima prova, il luogo eletto 
110 Onde servire a Dio di ricettacolo, 

Se dalP ebraico popolo fu detto 
Arca, Santo dei Santi e Tabernacolo, 
I cristiani lo chiamano Ciborio, 
Con vocabolo preso in refettorio. 

115 Lascerò stare esempi e citazioni, 
E cosa vi dirò da pochi intesa, 
' Da consolar di molto i briaconi; 
È tanto vero che la Madre Chiesa 
Tiene il sugo dell'uva in grande onore, 

120 Che si chiama la vigna del Signore. 



V. 99, — Il quarto j eco. In Toscana si' suol chiamare 
quarto cosi senz' altro, la quarta parte dell'agnello. 



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298 I BRINDISI 

Dunque destino par di noi credenti 

Nel padre, in quel di mezzo e nel figliuolo. 
Di bere e di mangiare a due palmenti, 
E tener su i ginocchi il tovagliolo ; 
125 E se questa vi pare un' eresia, 

Lasciatemela dire e così sia. 

Allegri, amici: il muso lungo un palmo 
Tenga il minchion che soffre d'itterizia; 
Noi siamo sani, e David in un salmo 
130 Dice Servite Domino in Icetitia; 

Si, facci am buona tavola e buon viso, 
E anderemo ridendo in Paradiso. * 



L'Abate era stato interrotto cento volte da risa sganghe- 
rate; ma alla chiusa, l'uditorio andò in visibilio^ e ricolmati 
i biechierif urlò cozzandoli insieme^ un brindisi alla predica e 
al predicatore; e l'urto fu così scomposto^ che il piìt ne bevve 
la tovaglia. Toccava all'altro, il quale con certi atti dinocco- 
lati, e senza cercare aiuto nel vino, disse : Signori, io in questi 
giorni non ho potuto mettere insieme nulla di buono per voi ; ma 
ho promesso e non mi ritiro. Solamente vi prego di lasciarmi 
dire un certo brindisi che composi tempo fa per la tavola d^uno^ 
che quando invita non dice: venite a pranzo da me, ma si 
tiene a quel modo più vernacolo^ o se volete pih contadinesco : 
domani manderemo un boccone insieme. Udirono la mala 
parata^ e il poeta incominciò: 



BRINDISI PER UN DESINARE ALLA BUONA. 

A noi qui non annuvola il cervello 
La bottiglia di Francia e la cucina; 
Lo stomaco ci appaga ogni cantina, 
Ogni fornello. 



A Ecco le brutte facezie che hanno avuto voga per tanto 
tempo, lusingando l' ozio e la scempiataggine. L' autore, a 
costo di macchiare il suo libro, ha voluto darne un saggio 



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I BRINDISI 299 

5 I vini, i cibi, i vasi apparecchiati 

E i fior soavi onde la mensa è lieta, 
Sotto V influsso di gentil pianeta 

Con noi son nati. 

Queste due strofe non fecero né caldo né freddo. 

Chi del natio terreno i doni sprezza, 
10 E il mento in forestieri unti s' imbroda, 

La cara patria a ncn curar per moda 
Talor s' avvezza. 

Filtra col sugo di straniere salse 
In noi di voci pellegrina lue; 
15 Brama ci fa d'oltramontano bue 

L'anime false. 

Qui il padrone e gì* invitati cominciarono a sentirsi uno- 
pulce negli orecchi. 

Frolli siam mezzi, frollerà il futuro 
Quanta parte di noi rimase illesa: 



per mettere alla berlina questi abusi dell' ingegno. Confessa 
d* esservisi indotto anco per una certa vanità, sperando che 
il modo di scherzo tenuto da lui, acquisti grazia dal paragone. 
— {Nota dell'Autore,) 

V. 15. — Brama ci fa^ ecc. Cioè la brama del bne oltra- 
montano ci fa, ecc. Costrutto assai contorto da non imitare. 
Quanto poi al pensiero espresso in questa strofa, c'è molta 
esagerazione ; si possono benissimo mangiare i pasticci di 
Strasburgo e bere il vin del Beno e lo Champagne, serban- 
doci sempre italiani ; né le parole bistecca e rosbiffe, per es- 
ser venute d'Inghilterra, contaminano la lingua nostra. Ma 
bisogna scusare i nostri scrittori, specie poeti, di que'tempi, 
se pigliavano tutte le occasioni di affermare la loro italia* 
nità. 

V. 17. — Frolli, ecc. Frollo in senso proprio si dice d'ani- 
male, e specie di caccia, che comincia a rammollire e gua- 



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300 I BRINDISI 



1 



La crepa dell'intonaco palesa 
20 Che crolla il muro. 

Fuma intanto nei piatti il patrimonio: 
Il nobiluccio a bindolar l'Inglese 
(Ohe ì dipinti negati al suo paese, 
* Pel suolo ausonio 

26 Raggranellando va di porta in porta) 
Fra i ragnateli di soffitta indaga; 
Resuscitato Raffaello paga 

Per or la sporta. 

O nonni, del nipote alla memoria 
30 Fate che torni, quando mangia e beve, 

Che alle vostre quaresime si deve 
L' itala gloria. 

Alzate il capo dai negletti avelli; 
Urlate negli orecchi a questi ciuchi 
85 Che l'età vostra non patì Granduchi 

Né Stenterelli. 

Tutto cangiò, ripreso hanno gli arrosti 
Ciò che le rape un di fruttare a voi; 
In casa vostra, o trecentisti eroi, 
40 Comandan gli osti. 

starsi, e per estensione, come qui, di persona debole, fiacca 
e scadente. 

V, 27-28. — Paga, ©ce. Pagar la aporta si dice comune- 
mente per pagare giorno per giorno al cuoco la spesa delle 
cose da mangiare, che sjwrta è quella specie di paniere nel 
quale si pongono le vettovaglie comprate. 

V. 31. — Quaresime. Cioè alla vostra vita frugale, alla vo- 
stra astinenza, ai vostri risparmi; e il modo è molto usato. 

V. 86. — Stenterelli, Vedi pag. 275, nota al v. 80. 

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I BErKDISI BOI 

per little qfieìile strofe^ la «tìz^a^ if d tipetto j la vittfogua^ 
erano pci$dntG e ripassata vela€^7ni'ni& sut vino di lutti come una 
rorre?it€ iUffriót^^ e già »i Avntif>ano al jJt^ nvn posito. iSoln- 
•milite PAhaie he n^ utava Itf come Interdi tlo, tra ta paura di 
tirarniitfidtiisiiio l> irotiia dcU*ai}i't'r^ariii per un atf0 ili dinap- 
prò iasione e ^itdla di perder /<* ìnintìstra per art t/hìyno cke ^U 
poi etìae scappare, U lìoUa HsguUavii : 



E strugger puoi| crocìfero babbeo,,,, 



A questa scappata, il padrone che da un pezzo ai acontor- 
ceva aullck seggiola come se avesse i dolori di corpo, fatto alla 
meglio un po' di viso fr anco , disse con un risolino stiracchiato : 
Se non rincrescesse al poeta, potremmo passare nelle altre stanze 
a bevere il caffè, e là udire la fine del suo brindisi. Tutti si 
alzarono issofatto y andarono, fujpreao il caff^, e nessuno fece 
pih una parola del brindisi rimasto in asso. Ma il poeta che 
stava in orecchi, ud\ due in disparte che si dicevano tra loro: 
che credete che il brindisi fosse belVe fatto, come ha voluto darci 
ad intendere? quello è stato un ripiego trovato lì per lì, per 
sonarla al padrone di casa e a noi. — Che impertinenti che 
si trovano al mondo ! rispondeva queW altro ; a lasciarlo dire, 
chi sa dove andava a cascare! — Chi fosse curioso di sapere 
la fine che doveva avere il brindisi, eccola tale e quale: 



E strugger puoi, crocifero babbeo, 
L'asse paterno sul paterno foco, 
Per poi briaco preferire il ceco 
A Galileo; 

45 E bestemmiar sull'arti, e di Mercato 
Maledicendo il Porco e chi lo fece. 
Desiderar che ve ne fosse invece 
Uno salato? 



V. 45-46. — Bestemmiare. Cioè dire spropositi e bestialità. 
— Il Porco. Accenna al Porco di bronzo del Mercato Nuovo 
a Firenze, opera insigne dello scultore Tacca. 



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302 I BRINDISI 

D'asinità siffatte, anima sciocca, 
50 T'assolve la virtù del refettorio: 

Ciancia se vuoi; ma sciolta all' uditorio 
Lascia la bocca. 

Se parli a tal che 1' animo baratta 
Col vario acciottolio delle scodelle, 
55 In grazia degl'intingoli la pelle 

Ti resta intatta. 

Chi visse al cibo casalingo avvezzo 
Stimol non sente di si bassa fame, 
Che paghi un illustrissimo tegame 
60 Si caro prezzo. 

La tavola per lui gioconda scena 
È di facezie e di cortesi modi; 
Non è, non è d' ingiuriose lodi 

Birbesca arena. 

€5 Entri quel prete nella rea palestra, 

Che il sacro libro, docile al palato, 
Cita dove Esaù vendè il primato 

Per la minestra; 

Rida in barba a San Marco ed a San Luca, 
70 E gridi che il suo santo è San Secondo, 

E che il zampon di Modena nel mondo 
Compensa il Duca. 

▼. 70. — San Secondo, A San Secondo, paesello poco di- 
stante da Panna, si salano molto bene le spalle di maiale, 
delle quali si fa gran commercio sotto il nome appunto di 
spalle di San Secondo o bondiole, come a Modena gli zampo- 
ni. Ora secondo quel pretaccio, il mondo poteva sopportare 
quel tirannetto di Francesco IV, in considerazione di cosi 
squisiti bocconi. 

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I BRINDISI 303 

v' entri il dottore! che come corbo 
Si cala dello Stato alla carogna, 
75 E colla rete delle lodi agogna 

Pescar nel torbe. 

Né V indefesso novellier s' escluda, 
Bastonator d' amici e di nemici, 
Famoso di cenacoli patri ci 
80 Buffone e Giuda. 

Qui di lieto color brilli la guancia, 

Sia franco il labbro e libero il pensiero: 
No, tra gli amici contrappeso al vero 
Non fa la pancia. 

85 beato colui che si ricrea 

Col fiasco paesano e col galletto! 
Senza debiti andrà nel cataletto, 

Senza livrea. 

Vedete bene che questo brindisi non avea che far nulla con 
" quel desinare; e anch* io penderei a credere che V intenzione del 
poeta non fosse schietta farina. Veramente sentirsele dire sul 
muso, non piace a nessuno ; e parrebbe regola di convenienza 
che mangiando la minestra degli altri, si dovesse risparmiare 
chi ha il mestolo in mano. Ma questi benedetti' poeti, con tutta 
la reverenza che professano a Monsignor della Casa, si fanno 
un Galateo a modo loro; e specialmente quando si sono inte- 
stati di volerle dire come le pensano, — itotele bene immagi- 
narvi che a quella tavola il poeta cagnesco bisognò che facesse 
un crodone, e che l'Abate rimase in perpetuo padrone del bac- 
cellaio. Ora ecco qui questi due brindisi al comando di chi li 
vuole. Il primo assicurerà il fornaio a tutti gli scrocconi che 
sapranno imitarlo / col secondo bisognerà rassegnarsi a man- 
giare air osteria, 

V. 73. — Corbo. È più popolare che corvo. 

V. 83. — Contrappeso al vero, eco. Cioè qui non si ol- 
traggia la verità e la giustizia per buscarsi un desinare; ed 
il modo è nuovo ed efficacissimo. 

V. 85. — O beato, ecc. Quest' ultima strofa è divenuta 
popolare, e si cita come se fosse un proverbio. 



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304 



AVVISO 



VER UiN SETTIMO CONGRESSO CHE E DI LA. -DA VKNIKR. 



Fu composta, o per lo meno rifasa, nel 1844 a pun- 
gere un principe italiano Sanfedista; probabilmente Fran- 
cesco IV duca di Modena. (Vedi sopra Fer il primo con- 
gresso dei dotti ^ pag. 111). 

È fra le poesie del Nostro una delle più vispe e 
spontanee. 



Su' Altezza Serenissima, 
Veduta V innocenza 
Di quelli che almanaccano 
D'intorno alla scieuza; 



Visto che tutti air ultimo 
Son rimasti gli stessi, 
E pagan sempre l'Estimo 
Dopo tanti Congressi; 



V. 3-4 — Almanaccano^ ecc. Questo verbo vale fantasti- 
care, far disegni in aria, ed è posto qui, ironicamente a signi- 
eare che tutto quel lavorio, specialmente con le restrizioni 
ohe dirà più giù, non turbava i sonni dei despoti. 

V. 7-8. — Estimo, Gioele impóste. — Dopo tanti, ecc. Dal 
1836 al 1844 ce n' erano stati sei; cioè quelli di Pisa, Firenze, 
Torino, Padova, Lucca, Milano. 



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AVVISO FEB VS SETTIMO COSORaSSOi EOCp 305 

Nelle paterne viscere 
10 Chiuso il primo sospetto, 

Spalanca uno spiraglio 
In prò dellhntelletto. 

Sia Eoto alla Penisola 
Dal? Alpe a LiliLeo; 
15 Noto a tutto il Chiarissimo 

Dottarne Europeo, • 

Che ci farà la grazia 
D'aprire alla dottrina 
Gli Stati felicissimi 
20 E la real cucina. 

Per questo a tutti e singoli 
Chiamati nei domini 
(Nel caso che non trovino 
Oppilati i confini) 

V. 11. — Spalanca, ecc. Vedi stupenda ironia. Spalanca 
fa pensare ad una grande apertura, e spiraglio ne indica 
una piccolissima. 

V. 16. — Dottume. Dispregiativo invece di dottif che tale 
è il valore della desinenza urne in molte parole, come da 
patto pattumej da sudicio sudiciume^ da nobile nohilumey ecc. 

V. 21. — A tutti j ecc. Frase di cancelleria. 

V. 24. — Oppilati, Cioè chiusi. Del resto il verbo oppi- 
lare è più che altro proprio del linguaggio medico e sta qui 
anch' esso per mettere in ridicolo il decreto. Quanto alla 
sostanza poi, il P. allude ad un fatto realmente avvenuto, ed 
è che l' Austria poco prima aveva mandati indietro da' suoi 
Stati alcuni dotti che venivano al 4^ Congresso, cioè a 
quello di Padova. «Con quarantamila caiserlicchi sul Ticino 
(scriveva a questo proposito il Giusti, Epist.j 77) aver paura 
di due o trecento dotti in corvatta bianca andati là a liti- 
gare sul volvulus hatatas, o sopra un ranocchio ! O questi 
signori hanno 1' occhio di bove, o piuttosto sono piccinerie 
dei loro sottoposti fatte apposta per farceli avere in tasca 
un palmo di più. » 

Giusti. — Poesie. 20 



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306 AVVISO PER UN SETTIMO 00NGRF.S8O 

25 Dice di lasciar correre, 

Per lo stile oramai, 
L'apostrofi all'Italia 
Non ascoltate mai. 

Anzi, purcliè non* tocchino 
30 II pastorale e il soglio, 

Ai dotti cantastorie 
Rilascia il Campidoglio; 

Che di lassù millantino, 
Scordando il tempo perso, 
35 D'avere in ilio tempore 

Spoppato l'universo. 

Questa, quando la trappola 
Muta ì leoni in topi, 
E roba di Retto rica; 
40 L'insegnan gli Scolopi. 

E, tolta la statistica 
Che pubblica i segreti. 
La Chimica e la Fisica 
Che impermalisce i Preti: 

45 Tolto il Commercio libero, 

Tolta l'Economia, 
Gli studi geologici 
E la Frenologia; 

V. 37-38. — Quando la trappola, ecc. Vale a dire quando 
le persecuzioni e le prigionie mutano in timidi i generosi, 
cioè tolgono per disperazione ogni ardimento anche agli 
uomini forti, ecc. 

V. 43. — La Chimica^ ecc. Vedi pag. 108, nota al v. 175. 

V. 48. — Frenologia» Il Gali, celebre anatomico francese 
(1758-1828), fondò la frenologia che per lui era lo studio 

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CHE È DI LÀ DA VENIRE 307 

Posto un sacro silenzio 
50 D'ogni e qualunque scuola, 

Del resto a tutti libera 
Concede la parola. 

Ora che il suo buon animo 
E cbiaro e manifesto, 
55 A scanso d'ogni equivoco 

Si ponga mente al resto. 

Il Progresso è una favola: 
E Su' Altezza è di quelli 
Rimasti tra gl'immobili, 
€0 E crede ai ritornelli. 

Perciò, da savio Principe 
Che in prò dei vecchi Stati 
Ritorce il venefìcio 
Dei nuovi ritrovati, 

€5 Ha con fino criterio 

Pensato e stabilito 
Di promettere un premio 
A chi sciolga un quesito: 

« Dato che torni un secolo 
70 € Agli arrosti propizio, 

« Se possa il carbon fossile 
< Servire al Sant'Uffizio. » 



delle disposizioni delibammo e della mente, desunte da 
varie protuberanze del cranio. 

V. 60. — Bitornelli. Cioè alla possibilità che ritornino le 
idee e le istituzioni cadute per effetto della civiltà cresciuta. 

V. 62. — Vecchi Stati. Vale a dire degli Stati retti all' an- 
tica, dispoticamente. 

V. 70. — Agli arrosti. Cioè a bruciar vivi gli eretici. 



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308 



IL POETA E GLI EROI DA POLTRONA 



Fu creduto ohe questo Scherzo, composto nel 1844, 
mirasse a deridere V opuscolo di Cesare Balbo intitolata 
Le speranze d^ Italia uscito a quei giorni, ma lo nega 
esplicitamente e solennemente il P. con queste parole al 
Balbo stesso: « Vola costà uno scherzucciaccio, scritto da- 
me a veglia, in casa di Gino Capponi, contro certi libe- 
rali da panca di caffè, i quali allora gridavano sempre 
e non concludevano mai nulla, e mi tocca il dolore di 
sentire che se ne duole uno al quale avrei voluto fare 
mille e mille carezze, non che recare la minima offesa. > 
(Epist, 185). 

POETA. 

Eroi, eroi, 
Che fate voi? 

EROI. 

Ponziamo il poi. 

POETA. 

(Meglio per noi!) 
5 del presente 

Che avete in mente ? 

V. 3. — Ponziamo. Cioè stiamo faticosamente preparan^lo 
l'avvenire dei popoli, o lo partoriamo laboriosamente, ohe 
ponzare si dioe appunto dello sforzarsi che fa la femmina 
per emettere il feto. 



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IL POETA E GLI EROI DA POLTBOls'A 809 

EROI. 

Un tutto è un niente. 

POETA. 

(Precisamente.) 
Che brava gente! 
10 Dite, r Italia? 

EROI. 

L' abbiamo a balia. 

POETA. 

Balia pretesca, 
Liberalesca, 
Nostra o tedesca? 

EROI. 

15 VatteP a pesca, 

POETA. 

Lo so. (Sta fresca!) 

V. 15. — VatteV a pesca. Modo usitatissimo che vale non 
si sa né si può sapere ; e si dice anche nello stesso senso, in- 
domnala grillo. 



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810 



L' AMOR PACIFICO 



Composta nel 1844 e pubblicata nel 1845. Non ha 
nessun intento recondito, comunque la pensi qualche cri- 
tico; è semplicemente una novella giocosa, e per usare le 
parole stesse del Giusti, uno < scherzo innocente come 
r acqua e da stamparsi con licenza de' superiori anco a 
Modena » (Epist. 196). La scrisse per riposarsi un po' dalla 
satira severa, interrompendo lo sdegno con un placido e 
amabile sorriso, che fa buon sangue. Ma questa poesia 
giocosa e leggiera ha, fra gli altri, un pregio singolaris- 
simo, ed è che i due suoi personaggi sono rimasti come 
due tipi; Taddeo e Veneranda vanno per le bocche di 
tutti, non come due nomi propri, ma comuni, cioè dino- 
tanti due specie di caratteri che si trovano cosi spesso 
fra la gente. E quando ciò avviene, vuol dire che il P. ha 
colto nel segno. 



Gran disgrazia, mia cara, avere ì nervi 
Troppo scoperti e sempre in convulsione, 
E beati color, Dio li conservi, 
Ohe gli hanno, si può dire, in un coltrone, 
In un coltrone di grasso coi fiocchi, 
Che ripara le nebbie e gli scirocchi! 



V. 5. — Coi fiocchi. Si dice comunemente cosi a signifi- 
care che la persona o cosa della quale si parla, è proprio no- 
tovole ed eccellente fra le altre dello stesso genere. Cosi 
grasso coi fiocchi^ vale grasso davvero, cioè molto grasso, 
grassissimo, eco. 



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l'axMOE pacifico 311 

Noi poveri barometri ambulanti 

Eccoci qui, con tutto il nostro amore, 
Piccosi, puntigliosi, stravaganti, 
10 Sempre e poi sempre in preda al mal umore, 

Senza contare una carezza sola, 
Che presto o tardi non ci torni a gola. 

Sentimi, cara mia, questa commedia, 
dura poco, o non finisce bene ; 
15 E se d'accordo non ci si rimedia, 

Un di no' due ne porterà le pene. 
Tu patisci, io non godo, e mi rincresce: 
Riformiamoci un po' se ci riesce. 

In via di contrapposto e di specifico 
20 Al nostro amor che non si cheta mai, 

^ Ecco la storia dell' amor pacifico 

Di due fortunatissimi Er molai, 
Femmina e maschio, che dal primo bacio 
Stanno fra loro come pane e cacio. 



V. 12. — Ci torni a gola. Cioè cho non si debba poi scon- 
tare oon litigi, battibecchi e simili. 

V. 22. — Ermolai, Sant' Ermolao è come il simbolo d' un 
uomo apatico, che attende solo a ingrassare ; ed è celebre la 
pittura che ne fa il Giusti in una lettera alla Marchesa 
D'Azeglio. 

Ecco Sant' Ermolao, beato e duro, 

Che a romporgli la tasca co' malanni 

Era lo stesso come dire al muro. 
Placidamente vegetò molt' anni 

Questo tipo fratesco, e ogni tantino 

Mandava al surto ad allargare i panni, 
indotto grasso e fresco al laniicino, 

L* anima sbadigliò con un sorriso, 

E a Sant'Antonio se u' andò vicino 
A fare il Vice-porco in Paradiso. 

(Vedi Epist, 170, pag. 471;. 

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312 l'amor pacifico 

25 Essi là là, come ragion comanda, 
/ S* adorano da un mezzo giubileo : 

L' amorosa si chiama Veneranda, 

E r amoroso si chiama Taddeo, 

Nomi rotondi, larghi di battuta, 
no E da gente posata e ben pasciuta. 

La dama intatti è un vero carnevale, 
Una meggiona di placido viso; 
Pare in tutto e per tutto tale e quale 
Una pollastra ingrassata col riso; 
35 Negli atti lenti ha scritto: Posapiano; 

E spira flemma un miglio di lontano. 

Grasso, bracato, a peso di carbone, 
Il suo caro Taddeo somiglia un B : 
Un vero cor-contento, un mestolone 
40 Tatto, come «uol dirsi, e messo li. 

Sbuffa, cammina a pause, par di mota, 
Pare un tacchino quando fa la rota. 

Del rimanente, vedi, tutti e due. 

Oltre air essere onesti a tutta prova, 
45 Levato il grasso e un briciolo di bue, 

Che per un grasso non è cosa nova, 
Son belli, freschi, netti come un dado, 
Cosa che in gente grassa avvien di rado. 

v. 82. — Meggiona, Si chiama popolarmente cosi una per- 
sona grassa che si muove a fatica e d^ indole apatica. 

V. 37. — Grasso bracato, ecc. Vale grasso eccessivamente, 
e la frase a peso o a misura di carbone vi aggiunge qualche 
cosa, perchò vale peso o misura presa air ingrosso, come 
sarebbe a dire a quintali e simili. 

V. 39. — Mestolone, Uomo di grosso ingegno e apatico. 

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l'amor pacifico 31B 

Sì veggono la sera e la mattina 
50 Comodamente all' ore stabilite; 

Parlan di consumè^ di gelatina, 
Di cose nutrienti e saporite ; 
Nell'inverno di stufe, e nell'estate 
Trattano, per lo più, di gramolate. 

55 Quando arriva Taddeo, siede e domanda : 
Cara, che fai? come va l'appetito? — 
Mi contento, risponde Veneranda ; 
E tu, anima mia, com' hai dormito ? — 
Undici ore, amor mio, tutte d'un fiato : 

60 A mezzo giorno, o sbaglio, o t' ho sognato. — 

E per deir ore poi resta li fermo, 

Duro, in panciolle, zitto come un olio ; 
tirando sbadigli a cantofermo. 
Come se fosse zucchero o rosolio, 
65 Si succhia in pace l' apatia serena 

Di quel caro faccione a lana piena. 

Dal canto suo la tepida signora 
Quasi supina colla calza in mano. 
Infilando una maglia ogni mezz' ora, 
70 Ride belando al caro pasticciano, 

E torna a dimandar di tanto in tanto : 
Lo vuoi stamane un dito di vin santo ? — 



V. 62-63. — In panciolle. Vale seduto comodissimamente 
specie sopra la poltrona o il canapè, quasi sdraiato e con la 
pancia in fuori. — Sbadigli a cantofermo. Stupenda imita- 
zione. 

V. 70. — Pasticciano. Si chiama propriamente cosi, e an- 
che pastricciano^ una pianta di radice carnosa, che si mangia 
cotta come la carota; e per estensione si dà questo nome 
ad una persona tranquilla, quieta e che si adatta facilmente 
a tutto. 



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314 l'amor pacifico 

Perchè questa signora, hai da sapere, 
Che invece di bijou, di porta- spilli, 
75 Di rococò^ di bocce e profumiere, 

E di quei mille inutili gingilli, 
Di che, sciupando un monte di quattrini^ 
Tu gremisci vetrine e tavolini,- 

Come donna da casa e che sa bene 
80 II gusto proprio e quello di chi l'ama. 

In luogo di quei ninnoli, ci tiene 
Bottiglie, che so io, bocche di dama, 
Paste, sfogliate ripiene di frutta. 
Tanto per non amarsi a bocca asciutta. 

85 La sera, quando s' avvicina l' ora 

D'andare alla burletta o alla commedia, 
Veneranda che mastica e lavora, 
Senza scrollarsi punto dalla sedia 
Sbadiglia e poi domanda: il tempo è buono? — 

90 Stupendo. — Guarda un po', che ore sono? — 

Son r otto. — Proprio Totto? Ora mi vesto, — 
Brava. — Ma ti rincresce d'aspettarmi ? — 
No, no, vestiti a comodo. — Eh fo presto ! — 
(E li piantati e duri come marmi.) 
95 Taddeo, che ore sono? — Son le nove. — 

Dunque scappo a vestirmi. — (E non si move.) 

Taddeo, che dici, mi vesto di nero ? — 
Si, vestiti di nero. — la mantiglia 



V. 81. — In luogo j eco. Questo in luogo che richiama 
V invece delia sestina precedente, è bella imitazione del 
parlare spontaneo. 



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L' AMOR PACIFICO 315 

L'abbia a prendere? — Prendila. — Davvero ? 
100 se è caldo? — Allora non si piglia. — 

Cosi restano in asso, e dopo un pezzo: 
Che ore sono ? — Son le dieci e mezzo. — 

Diamine! dove sia la cameriera?... 
Basta, oramai sarà l'ultima scena; 
105 Che diresti ? — Anderemo un' altra sera. — 

Si, dici bene, è meglio andare a cena. — 
E di questo galoppo, ognuno intende 
Che vanno avanti anco F altre faccende. 

Liti, capricci, chiacchiere, dispetti, 
110 Non turbano quel nodo arcibeato ; 

La Gelosia e' ingrassa di confetti, 
Il Sospetto ci casca addormentato ; 
Amor ci va, sbrigata ogni faccenda, 
E credo che ci vada a far merenda. 

115 La Maldicenza (impara, o disgraziata, 

Tu che di ciarle fai sèmpre uq gran caso) 
La Maldicenza a volte s' è provata 
Nelle loro faccende a dar di naso. 
Tentando forse di scuoprir terreno, 

120 di farli dormir mezz' ora meno: 

Ma per quanto le zanne abbia appuntate 
Come lesine, e lunghe più d'un passo. 
Questa volta, nel mordere, ha trovate 
Tante suola di muscoli e di grasso, 
125 Che per giungere al cor colla ferita, 

L'ha fatta corta almen di quattro dita. 

V. 101. — In asso. Cioè indecisi e non ne fanno nulla, e 
si dice anche lasciare una cosa in asso per abbandonarla 
incompiuta. 

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316 l'amor pacifico 

Una tal volta, immagina, fu detto 
A Veneranda da una sua vicina. 
Che Taddeo le celava un amoretto 
130 Di fresco intavolato alla sordina, 

E ciarlando arrivò la chiacchierona 
Fino a dirle la casa e la persona. 

Rispose Veneranda: che volete, 
Caspiteretta, che non si diverta? 
135 Lo compatisco; è giovane, sapete! 

Solamente rimango a bocca aperta 
Che la vada a cercar tanto lontana, 
A rischio di pigliare una scalmana/ 

Un' altra volta dissero a Taddeo 
140 Che Veneranda, povera innocente, 

Teneva di straforo un cicisbeo, 
E che questo briccone era un Tenente 
Che gli faceva V amico sul muso 
E dietro il Giuda, come corre Tuso. 

145 Come! disse Taddeo, Carlo? davvero? 
Povero Carlo, è tanto amico raio! 
Per me ci vada pur senza mistero, 
E tanto meglio se ci sono anch'io. 
Ma eh? che capo ameno che è Carlo! 

150 Fa bene Veneranda a carezzarlo. 

Cosi di mese in mese e d' anno in anno 
Amandosi e vivendo lemme lemme, 
E certa, cara mia, che camp*^rauno 
A dieci doppi di Matusalemme. 

V. 141. — Di straforo, Yale di nascosto, ed è d'uso comune. 
V. 152. — Lemme lemme. Qui yslìq placidamente, tranquU- 
iamente, senza pigliarsela di nulla. 

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l'amor pacifico 317 

155 E noi col nostro amore agro e indigesto 

Invecchieremo, creperemo, e presto, 

pace santa! o nodo benedetto! 
Viva la Veneranda e il suo tesoro ! 
Ma in somma delle somme, io non t'ho detto 
160 Come andò che s'intesero tra loro: 

Se non l' ho detto, te lo dico adesso; 
Dirtelo o prima o poi, tanto è lo stesso. 

Erano tutti e due del vicinato, 
Piccioni della stessa colombaia; 
165 E ciascuno nel mondo avrà notato 

Che Dio fa le persone e poi P appaia ; 
Che l'amore e la tosse non si cela, 
Che vicinanza è mezza parentela. 

Veneranda era vedova di poco; 
170 Taddeo, scapolo, ricco e ben veduto; 

E una volta, a proposito d'un cuoco, 
V'era corso un viglietto ed un saluto: 
Ma fino a li, da buoni conoscenti, 
La cosa era passata in complimenti. 

175 Un giorno, da un amico, a desinare 

Trovandosi invitati e messi accanto. 
Si vennero per caso a combaciare 
Colle spalle, co' gomiti, con quanto 
Sempre (quando la seggiola non basta) 

180 S'arroteranno due di quella pasta. 

L'indole, la scambievole pinguedine, 
La scinti! laccia che madre Natura 
Pianta perfino in corpo alla torpedine, 
Il cibo, il caldo, e quell' arrotatura, 

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318 L* AMOR PACIFICO 

185 Fece sentire alle nostre balene 

D'esser due cosi da volersi bene. 

L'affetto stuzzicato ad ogni costo 
Volea provarsi a dire una parola; 
Ma scontrato dal fritto e dall' arrosto 
190 Restava li strizzato a mezza gola: 

Intanto il desinare era finito, 
Combattendo 1' amore e 1' appetito. 

S' alzaron gli altri, ed ove si mesceva 
Il caffè tutti quanti erano andati; 
195 Quando gli amanti, dandosi di leva 

Co' pugni sulla mensa appuntellati, 
In tre tempi, su su, venner ponzando, 
Soffiando, mugolando e tentennando. 

Quando d' essere in pie fu ben sicuro, 
200 Taddeo porse alla bella un braccio gravo; 

All'uscio si puntò, si strinse al muro, 
E li deposto il carico soave. 
Nelle stanze di là la mandò sciolta. 
Che bisognò passare uno alla volta. 

205 Di qua, di là, per casa, e nel giardino 
Tutta si sparpagliò la compagnia; 
Ma fiacchi dal disagio del cammino 
Di due salotti e d'una galleria, 
Provvidero gli amanti alla persona, 

210 E fecer alto alla prima poltrona. 

Nel primo abbocco degP innamorati 
Si sa che non v' è mai senso comune; 

V. 186. — Cosi. Vedi pag. 236, nota al v. 18, 

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l'amor pacifico 319 

Ma quando tutti e due sono impaniati, 
Ognun dal canto suo sleata la fune; 
215 Ognuno sa ciò che l'altro vuol dire, 

Ognun capisce perchè vuol capire. 

Dopo mezz' ora e più di pausa muta, 
Taddeo si fece franco e ruppe il ghiaccio, 
E cominciò: Signora, V è piaciuta 
220 La crema? — Eccome! — Si? me ne compiaccio: 

E quei tordi? — Squisiti! — E lo zampone? — 
Eccellente! — E quel dentice?— Benone! 

Per verità, si stava un po' pigiati... 
Era un bene per me l'averla accosta; 
225 Ma se per caso ci siamo inciampati. 

Creda, Signora, non l'ho fatto a posta. — 

Oh le pare! anzi lei ci stava stretto; 

Scusi, vede, son grassa... — È un bel difetto! — 

Lo crede? — In verità! codesto viso 
230 È una Pasqua, che il Ciel glielo mantenga! — 

Son sana. Altro che sana! è un Paradiso! — 
Ma via, sono un po' grossa... — Eh se ne tenga! 
Per me... vorrei... se mi fosse concesso... — 
Che cosa? — Rivederla un po' più spesso. — 

235 S' annoierebbe. — Oibò ! m' annoierei ? 

Anzi sarebbe il mio divertimento. — 
Oh troppo bone! allora... faccia lei... — 
Vede, Signora, il suo temperamento 
Mi pare che col mio possa confarsi; 

240 Che ne direbbe? — Eh, gua', potrebbe darsi. — 

Via, faremo cosi: ci penseremo. 

Ci proveremo, e poi, se si combina, 

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320 l'amor pacifico 

Quand'è contenta lei, seguiteremo: 
La strada è pari, la casa è vicina, 
245 Tutto, secondo me, va per la piana... 

Comincerò quest' altra settimana. — 

E cosi, tra volere e non volere, 
Fu sentito, scoperto, ventilato, 
E poi con tutto il comodo, a sedere^ 
250 Senza malinconie continuato 

Per tanti e tanti e tanti anni di £lo. 
Questo tenero amor nato di chilo. 



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821 



I GRILLI 



Fu composta nel 1845 a deridere certi liberali acca- 
demici, che, pieni la mente delle glorie romane, sogna- 
vano per l' Italia un primato impossibile, curandosi poco 
dì diventar padroni in casa propria. 



Del nostro Stivale 
Ai poveri nani, 
Quel solito male 
Dei grilli romani 
5 In oggi daccapo 

Fa perdere il capo. 

E vario il rumore: 
Chi predica V ira, 
Chi raglia d' amore; 
10 Ma gira e rigira. 

Rivogliono in fondo 
L' impero del mondo. 



V. 4. — Grilli, eco. Questa parola si adopera spesso a si- 
gnificare fantasie strane e vanità, dietro alle quali cor- 
rono e si smarriscono i cervelli nmani. Qui poi si allude, 
per dirla col Manzoni, al « misero orgoglio d' un tempo che 
fu. » {Adelchi, Coro 1*^). 

V. 10. — €Hra e rigira. Vuol diro iu conclusione, alla fine 
delle fini, eco. 

Giusti. — Poesie, 21 



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322 I GRILLI 

, Nel nobile guitto, 

Che, senza un quattrino, 
15 Ostenta il diritto 

D' andare al Casino, 
Vi trovo in idea, 
Bastardi d' Enea. 

Non tanta grandezza, 
20 seme d' eroi 

Tenuto a cavezza: 
Ritorna, se puoi, 
Padrone di te, 
Popolo-B,e. 



V. li;. <ji-uitio. Si dice comunemente deiruomo oiie nel 
vestire si mostra sudiciamente meschino e povero. 
V. 16. — Caaino, Vedi pag. 7, nota al v. 49, 



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823 



IL PAPATO DI PRETE PERO 



« Nel Papato di Prete Pero tratto a modo mio la 
questione toccata da Gioberti, da Balbo, ecc. > Cosi il 
Giusti in una lettera alla Marchesa D'Azeglio {Epist.^ 196). 
Il Gioberti, il Balbo ed altri, che furono detti neo-guelfi, 
speravano, regnante papa Gregorio XVI, in un papa fu- 
turo. Per il Giusti tale speranza era un sogno, ed in 
questa argutìssima poesia descrive appunto quel sogno. 
Fu composta nel 1845, che vuol dire un anno prima del- 
l'esaltazione di Pio IX, che, buono e riformatore, parve 
da principio destinato a convertire in fatti le speranze 
degl' Italiani. Il Fanfani dice che l' intonazione di questa 
poesia è la medesima del Re d' Yvetot del Béranger. Certo 
questo papa e quel re sono due ironie argutissime o due 
ideali impossibili a divenire realtà, ma fermi 13. Una 
poesia può far pensare ad un'altra senza averne l'intona- 
zione od esserne un' imitazione, neanche lontanissima, e 
tale è appunto il caso di questa. 



Prete Pero è un buon cristiano, 
Lieto, semplice, alla mano ; 

Vive e lascia vivere. 



V. 1-2. — Prete Pero, Si dà questo nome a un personaggio 
proverbiale, di cui si dice ohe, avendo imparato molto, ed 
essendosi di li a poco dimenticato di tutto, insegnasse poi 
agli altri Parte di dimenticare. (VediLippi, Malm,^ Vili, 57). 
È assai diffuso il modo proverbiale : Pare come prete Pero, 
che per vent^ anni disse messa, e poi diventò cherico. Ma il 
prete Pero del Giusti non ritiene di quello del proverbio altro 
che il nome. ~ Alla mcmoy cioè affabile e cortese con tutti. 



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324 IL PAPATO DI PRETE PERO 

Si rassegna, 0Ì tien corto, 
5 Colla rendita d'un orto 

Sbarca il suo lunario. 

Or m' accadde di sognare 
Che quest'uomo singolare 
Doventò Pontefice. 

10 Sulla cattedra di Piero, 

Soprafatto dal pensiero 

Di pagare ì debiti, 

Si serbò l'ultimo piano; 
E del resto al Vaticano 
15 Messe 1' appigionasi. 

Abolì la Dateria, 

Lasciò fare un' osteria 

Di Castel Sant'Angelo; 

E sbrogliato il Quirinale, 
20 Ci fé scrivere : Spedale 

Per i preti idrofobi. 



V. 4. — Si tien corto. Yale a dire è molto assegnato nelle 
spese, spende meno che può. 

y. 6. — Sbarca, «co. Cioè arriva alla meglio, ma senza 
debiti, alla fine delPanno. E la frase è comunissima in 
Toscana 

V. 9. — Doventò, Vedi pag. 46, nota al v. 23, 

V. 12. — Pagare % debiti. Vedi pag. 46, nota al v. 29. 

V. 16. — Daterìa. È 1' ufficio della Curia romana dove si 
redigono le bolle pontifìcie, e si tratta il conferimento dei 
benefìzi. 

V. 19. — Sbrogliato. Cioè sgomberato, liberato dalle per- 
sone e dalle cose inutili. 

V. 21. — Idrofobi. Cioè arrabbiati contro ogni novità 
anche ottima. 



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IL PAPATO DI PRETE PEEO 325 

Decimò Frati e Prelati; 
Licenssiò birri, Legati, 

Gabellieri e Svizzeri, 

25 E quel vii servitorame, 

Sgugna, canchero e letame 

Del romano ergastolo; 

Promettendo che lo Stato, 
Itiporgato e sdebitato, 
80 Ricadrebbe al popolo. 

Fece poi su i Cardinali 
Mille cose originali 

Dello stesso genere. 

Die di frego agP ignoranti^ 
35 E rimesse tutti quanti 

Gli altri a fare il Parroco. 

Del pensiero ogni pastoia 
Abolì: per man del boia 

Fece bruciar V Indice; 

40 E tagliato a perdonare. 

Dove stava a confessare 

Scrisse: Datar omnibus. 

Poi, veduto che gli eccessi 
Son ridicoli in sé stessi, 
45 Anzi che si toccano, 

V. 84. — Dih di frego^ ecc. La frase dar di frego significa 
propriamente cancellare con un tratto di penna ciò che è 
stato scritto, e per estensione, come qui, sopprimere^ aho' 
lire e simili. 

y. 39-4.0. -"Indice, Vedi pag. 99, nota al v. 29. — Tagliato. 
Vedi pag. 17, nota al v. 10. 



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326 IL PAPATO DI PEETBÌ PEEO 

Nella sua greggia cristiana 
Non ci volle in carne umana 
Angioli né Diavoli. 

Vale a dir, volle che V uomo 
50 Fosse un uomo, e un galantuomo, 

E del resto transeat 

Bacchettoni e Libertini 
Mascolini e femminini 

Messe in contumacia 

55 In un borgo segregato, 

Ohe per celia fu chiamato 
Il Ghetto cattolico. 

Parimente i miscredenti. 
Senza prenderla coi denti, 
60 Chiuse tra gl'invalidi; 

E tappò ne' pazzarelli 
I riunti cristianelli, 

Rifritture d'Ateo. 

Proibì di ristacciare 
65 I puntigli del collare 

Pena la scomunica ; 



V. 51. — TranaeaL Vedi pag. 232, nota al v. 61. 

V. 59. — Setiza^ ecc. Cioè senza troppo impeto, senza 
passione, senza inquietarcisi. 

V. 61-62. — FazzarelUj ecc. Cosi si chiama in Toscana 
lo spedale dei pazzi o manicomio. — / riunti, ecc. Cioè que- 
gli atei che si mascherano a devoti o bacchettoni. Vedi 
pag. 173, V. 110. 

V. 64. — Ristacciare, Oio4 tornare ad esaminare e discu- 
tere minatamente. 



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IL PAPATO DI PRETE PERO 327 

Proibì di belare Inni 
Con quei soliti tintinni, 

Pena la Bcomunica; 

70 Proibì che fosse in chiesa 

Più V entrata che la spesa, 
Pena la scomunica. 

ìféì veder quel!' armeggio, 
Fosse il sogno o che so io, 
7-5 Mi parea di scorgere 

Ohe in quel Papa, a chiare note, 
fiisorgesse il Sacerdote 

E sparisse il Principe. 

To per mettermi in ginocchio, 
8C Quando a un tratto volto V ocohio 

A una voce esotica, 

HS ti veggo in un cantone 
Una fitta di Corone 

Strette a conciliabolo^ 

85 .Arringava il concistoro 

Un figuro, uno di loro, 

Dolce come un istrice. 



V. 68. — Con que* soliti, ecc. Cioè in que' soliti meòri mo- 
uotonì e noiosi, come il tintinnio d'una sonagliera. Vedi 
pag. 147, nota al v. 17 e seg. 

V. 73. — Armeggìo, Qui vale, ed è dell' uso comune, un 
gran lavorio, un disfare e rifare ogni cosa. 

V. 83. — Fititty ecc. Cioè una moltitudine di re stretti a 
coTisig:1io. VAdi pag. 274, nota al v. 64. 



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328 IL PAPATO DI PBETE PERO 

« No, dicea, non va lasciato 
« Questo Papa spiritato, 
90 « Che vuol far V Apostolo, 

« Ripescare in prò del Cielo 
«.Colle reti del Vangelo 

« Pesci che ci scappino. 

€ Questo è un Papa in buona fede: 
95 « È un Papaccio che ci crede! 

« Diamogli V arsenico. > 



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S29 



GINGILLINO (*) 



La Vestizione, la Scritta e il Gingillino formano, a 
detta deirA., la sua trilogia satirica (Epist, 195). Gli 
chiama ditirambi {EpisL, 189), perchè appare in essi molta 
concitazione di fantasia, e perchè vi si passa hruscamente 
da un metro ad un altro, ciò che in generale non si suol 
fare nei componimenti detti regolari. Sono in sostanza 
tre capolavori. Vanno famosi tutti e tre, e il Gingillino più 
degli altri due, non tanto perchè li vince nella vastità della 
tela, quanto perchè l'argomento e l' intento ha importanza 
incomparabilmente maggiore. Il P. vuol in esso « cingere 
« di tutte le loro viltà, di tutte le loro contumelie, coloro 
« che cercano salire alle cariche dello Stato per la via 
« del fango e della turpitudine. » {Epist,, 196). E ci riesce 
mirabilmente. 

Lo scrisse tormentato più che sempre da' suoi inco- 
modi, e, come dice egli stesso (Epist, 212) < in mezzo agli 
spasimi più atroci > nel 1845. 



PROLOGO 

Sandro, i nostri Padroni hanno per uso 
Di sceglier sempre tra i servi umilissimi 
Quanto di porco, d' infimo e d' ottuso 
Pullula negli Stati felicissimi: 

(*) Gingillino. Si chiama cosi, specie dopo la poesia del 
Giusti, una persona astuta, che a forza di servilità e d^ ipo- 
crisia si fa largo nel mondo. 

V. 1. — Sandro, Alessandro Poerio di Napoli (1802-1848) 
magnammo cittadino e poeta lirico, caro alP Italia, morto a 
Venezia per le ferite riportate a Mestre combattendo contro 
gli Austriaci. 



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330 GINGILLINO 

5 E poi tremano in corpo e fanno muso 

Quando, giunti alle strette, i Serenissimi 
Sentono, al brontolar della bufera, 
Che la ciurma è d* impaccio alla galera. 

Ciurma sdraiata in vii prosopopea, 
10 Che il suo beato non far nulla ostenta, 

Gabba il salario e vanta la livrea. 
Sempre sfamata e sempre malcontenta» 
Dicasterica peste arciplebea, 
Che ci rode, ci guasta, ói tormenta 
15 E ci dà della polvere negli occhi, 

Grazie a' governi degli scarabocchi. 

Sempre l' uom non volgare e non infame 
scavalcato o inutile si spense, 
presto imbirboni nel brulicame 
20 Dell' altre arpie fameliche e melense. 

Cosi sente talor di reo letame 
L' erba gradita alle frugali mense, 

V. 7. — Sentono , ecc. Cioè quando sono in pericolo, si ac- 
corgono che quella gente malvagia, invece di esser utile, è 
di danno e d' inciampo al loro governo. 

V. 16. — Grazie^ ecc. Scarabocchio (secondo lo Zambaldi 
derivato da scarabeo, brutto insetto nero, a tatti noto) 
significa propriamentQ un segno informe, o uno schizza 
d' inchiostro fatto scrivendo ; per estensione poi si chiama 
cosi una cosa mal conformata, e una persona deforme, 
brutta, ecc. e anche in significato morale antipatica, buf- 
fonesca, e cosi via via. Qui ha senso molto largo, e viene 
ad esprimere che tali governanti sono buffoni, caricature, 
burattini e simili piuttosto che uomini. 

V. 18-19. — Scavalcato vale propriaménte gettato giù da 
cavallo, e per traslato, come qui, posposto ad altri, che mi- 
rano allo stesso intento. — Imbirbonì doventò un birbone ; 
verbo che si usa solo scherzevolmente. — Brulicame, Vedi 
pag. 273, nota al v. 47. 

V. 21. — Così sente, ecc. Sentire, e anche sapere di una cosa 
si usa comunemente nel senso di averne V odore, 

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GINGILLINO 331 

Così per verme che la fori al piede 
Languir la pianta ed intristir si vede. 

25 Principi Reali e Imperiali, 
Gotico seme di grifagni eroi, 
Forse accennando ai Lupi commensali 
Nelle veci delP Io stampate il Noi? 
Spazzateci di qui questi animali 

30 Parasiti del popolo e di voi, 

Questa marmaglia che con vostro smacco 
Ruba a man salva^ e voi tenete il sacco. 



I. 

H Voltafaccia e la Meschinità^ 

L' Imbroglio^ la Viltà, V Avidità 

Ed altre Deità, 

Come sarebbe a dir la Grretterìa 
5 E la Trappoleritty 

Appartenenti a una Mitologia 

Che a conto del Governo, a stare in briglia 

Doma educando i figli di famìglia, 

Cantavano alla culla d' un bambino, 
10 Di nome Gingillino, 

La ninna nanna in coro, 

Tutta sentenze d' oro 

Degnissime del secolo e di loro. 

V. 26. — Gotico, ecc. Vale schiatta di ladroni (detti iro- 
nicamente eroi) rapaci, simili a falchi, o dagli occhi di falco. 
Cosare armato con gli occhi grifagni. 

Dantk, Inf., IV, 123. 

V. 8. — Doma, ecc. Cioò gli educa alla sommissione ed 
alla servilità. 



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332 GINGILLINO 

Bimbo, non piangere; 
15 Nascesti trito, 

Ma se desideri 
Morir vestito, 

Ecco la massima 
Che mai non falla, 
20 E come un sughero 

Ti spinge a galla. 

Dagli anni teneri 
\ Piega le cuoia 

Al tirocinio 
25 Della pastoia. 

\ 

Sotto la gramola 
Del pedagogo 



V. 15-17. — Trito, ecc. Cioè povero, senza un quattrino. 
(Vedi pag. 212, nota al v. 68). — Vestito. Cioè in prospera for- 
tuna, ricco. Si noti però che la frase morir vestitOf ha nell'uso 
comune il senso stesso dell'altra, pure usitatissima, di mo- 
rire colle acarpe in piedi, cioè morire di morte violenta, men- 
tre della morte naturale, si dice morire nel proprio lettor ma 
il P. le ha dato qui quest'altro senso per la contrapposizione 
che e' è fra trito e vestito. Difatti un abito trito, cioè logoro 
e che va in brandelli, minaccia quasi di lasciarti nudo. 

V. 26. — Gramola. Istrumento di legno fatto a guisa di 
mascella (e perciò detto anche maciulla) col quale si dirompe 
il lino e la canapa, ciò che dicesi propriamente maciullare, £ 
qui è metafora originale ed efficacissima. Da principio il P. 
aveva scritto questa strofa cosi: 
Della famiglia, 
Del pedagogo, ecc. 

ma il Manzoni gli fece osservare che se può chiamarsi giogo 
e giogo che schiaccia quello del pedagogo, non può in gene- 
rale chiamarsi cosi l'autorità della famiglia ; ed egli accettò 
V osservazione, ed a forza di pensarci su corresse molto bene. 
(Vedi Epist.j 228). 



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GINGILLINO 333 

Curvati, schiacciati, 
Rompiti al giogo. 



30 E cogli estranei 

E in mezzo ai tuoi, 
Annichilandoti 
Più che tu puoi, 

Non far lo sveglio, 
35 Non far V ardito : 

Se pur desideri 
Morir vestito. 

Non ti frastornino 
La testa e il coro 
40 Larve di gloria. 

Sogni d' onore. 

Paggi le noie, 
Fuggi le some, 
Fuggi i pericoli 
45 Di un chiaro nome; 

E limitandoti 
Senz'altro fumo 
A saper leggere 
Pel tuo consumo, 



V. 43. — Some, cioè i pesi, i fastidi ed auciie 1 dauui che 
possono venire dalla celebrità, specie in tempi di servitù 
politica. 

V. 49. — Pel tuo consumo. Cioè per gli usi più comuni 
della vita, ed il modo à popolarissimo, non detto però come 
qui, ironicamente, del leggere, ma delle cose che realmente 
8Ì consumano come il grano, V olio e simili. 



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334 


GINGILLINO 


50 


Eìnnega il genio 




Sempre punito; 




Se pur desideri 




Morir vestito. 




Cresci, e rammentati 


55 


Che dà nel naso 




Più lo sproposito 




Commesso a caso, 



Che la perfidia 
La più fratina, 
€0 Tramata in regola 

E alla sordina. / 

Abbi di semplice 
Per segno certo . 
Deir uomo ingenuo 
65 L' errore aperto, 

E imita il sudicio 
Che par pulito, 
Se pur desideri 
Morir vestito. 



V. 50. — Genio. Vedi pag. 112, nota al v. 24. 

V. 55. — Dà nel naso vale dà scandalo, ti è messo a pec- 
cato, e simili. 

V. 61, — Alla sordina. Vale oooultamente, di soppiatto, 
e forse il modo si riconnette col sostantivo sordina termine 
musicale dinotante quelPaccesorio di alcuni strumenti che 
serve a indebolirne o velarne il suono. 

V. 62-65. — Abbiy ecc. Senso: Considera come indizio certo 
di semplicità l'errore non dissimulato, proprio dell'uomo in- 
genuo. Questo pensiero lega con quello della strofa pre- 
cedente, ed il P. in sostanza ci viene a dire che il mondo in 
generale stima meno i semplici e gì' ingenui, che i furbi 
matricolati. 



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GINGILLINO 335 

70 Studia la cabala 

Del non parere, 
E gli ammennicoli 
Del darla a bere. 

Di Dio, del Diavolo 
75 Non farti rete; 

Nega il negabile, 
Ma liscia il prete. 

Un letamaio 
Di vizi abborra 
80 Giù de' precordii 

Tra la zavorra : 



V. 70-75. — Studia^ ecc. Gli Ebrei chiamavano cabala la 
dottrina tradizionale per interpretare la sacra scrittura; 
nel medio evo poi questa parola ebbe il significato di 
scienza occulta per mettersi in relazione cogli esseri so- 
prannaturali; ora si chiama cabala quella vana arte che 
presume d'indovinare i numeri del lotto, e per estensione 
si adopera questa parola come sinonimo d'imbroglio o rag- 
giro. — Ammennicoli.Y Qdi pag. 54, nota al v. 61. — Darla a bere 
ad alcuno vale ingannarlo, imbrogliarlo e simili. — Non farti 
rete. Non ti fare irretire, cioè trattenere dall'idea di Dio 
o del Diavolo, vale a dire da alcuno scrupolo religioso, opera 
come se la religione non ci fosse. Irretire significa qui im- 
pacciare o simili : 

e S' io fai del primo dubbio disvestito 
Per le sorrise parolette brevi, 
Dentro ad nn nnovo più fui irretito. » 

Dante, Par., I, 91. 
V. 78-83. — Un letamaio^ ecc. Riempi pure d' ogni vizio 
più sconcio quella tua coscienza lercia, ma non ne dar segno 
fuori, anzi, quando sei fra la gente, mostrati puro, umile e 
devoto. — Abborrarcj poco usato; vale metter giù borra, 
riempirne o infarcirne qualche cosa, come p. e. una sella, un 
basto d' asino e simili. E per estensione riempire o infarcire 
di robaccia. 



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S36 GINGILLINO 

Ma cor ara populo 
Esci contrito; 
Se pur desideri 
85 Morir vestito. 



In corpo e in anima 
Servi al reale, 
E non ti perdere 
Neir ideale. 

90 Se covi smania 

Di far fagotto, 
Incensa l'idolo 
Quattro e quattr* otto. 

Sempre la favola 
95 Della ragione 

Ceda alla storia 
Del francescone; 

Sempre lo scrupolo 
Muoia fallito; 
100 Se pur desideri 

Morir vestito. 



V. 92. — Incensa l'idolo^ ecc. Al Frizzi pare ohe questo 
luogo sia riuscito strano ed oscuro per amore di originalità. 
A me invece par chiaro che gli si debba dar questo senso: 
— Se brami di far roba, di far quattrini, abbi per tuo idolo 
V interesse, adora 1' abbaco. — 

V. 97. — Francescone. Moneta toscana del valore di lire 
cinque e sessanta, e fu detta cosi dal nome di Francesco I, 
Granduca di Toscana, che fu il primo a coniarla. 



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GINGILLINO 337 

Non far che un libero 
Sdegno ti dia 
Quella poetica 
105 Malinconia, 

Per cui non paiono 
Vili e molesti 
Dei galantuomini 
I cenci onesti. 

110 Un gran proverbio 

Caro al Potere, 
Dice che V essere 
Sta nelP avere. 

Credi l'oracolo 
115 Non mai smentito; 

Se pur desideri 
Morir vestito. 

Vent' anni dopo, un Frate Professore, 
Gran Sciupateste d' Università, 
120 Da Vero Cicerone Inquisitore, 

Encomiava la docilità 
E la prudenza d' un certo Dottore 
Eatto di pianta in quel vivaio là, 



v. 102-113. — Noìi farf ecc. Non fare che una libera in- 
dignazione contro i bricconi fortunati, ti metta in capo 
queir idea sciocca {poetica malinconia) per la quale un ga- 
lantuomo cencioso non par vile ne spregevole; ma ricor- 
dati del proverbio, cosi caro ai potenti, ecc. 

V. 119. — Gran Sciupateste, La forma più eufonica e da 
preferire è grande^ e non gran, tutte le volte che, come qui, 
la parola seguente incomincia con s impura. 

V. 123. — Vivaio, Vedi pag. 87 nota al v. 214. 

Giusti. — Poesie, 22 



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338 «iNGiLLmo 

Dottore in legge, ma di baldacchino, 
125 Che si chiamava appunto Gingillino. 

In gravità dell'aurea conclone 
Messer Fabbricalasino si roga 
Capo Arruffacervelli ; e un zibaldone 
Di Cancellieri e di Bidelli in toga 



V. 124. — Di baldacchino. Cioè eccellen/e, degnissimo, tale 
da meritarsi di esser tenuto o portato sotto il baldacchino. 

V. 126-128. — In gravita^ ecc. Il lacero è molto oscuro, e 
le spiegazioni che ne danno i commentatori le trovo più 
buie del testo. Ecco quella che ne do io dubitando: ■— Nella 
gravità d> 11* aurea conclone del Frate Sciupateste (cioè du- 
rante la grave orazione di lui) Messer Fabbricalasino (cioè 
il Rettore delP università) si roga delPatto (cioè del diploma 
da consegnare a Gingillino) firmandosi Capo Arruffacervelli. 
E sostengo la mia esposizione cosi: Questo Fabbricalasino 
non può essere che il Eettore dell'università, perchè è lui 
che fabbrica propriamente i dottori firmandone i diplomi. 
I professori sciupano la testa allo studente, e il Rettore, 
dopo che quella è stata sciupata, l'incorona d'alloro. D'al- 
tra parte se i processori sono arruffacervelli, il loro capo 
non può essere che lui. — Si roga. La frase rogarsi di nn 
atto è, giuridicamente identica nel significato all'altra ro- 
gare un atto, tanto che può adoperarsi a piacere cosi questa 
come quella, e vale, come tutt^ sanno, dare validità all'atto 
stesso con la propria firma, suggello, ecc. Certo il modo in 
gravità, ecc. per nella gravità, durante la gravitò, ecc. non è 
felice, ma questa è un'altra cosa. « A tutti i poeti (dico un 
notissimo proverbio) gli manca un verso. » Ed al Giusti 
mancò appunto questo. Ma dovendogli dare un senso, credo 
che quello che gli do io stia d' accordo col contesto. Se non 
ohe qualcuno dirà: Come? il Rettore roga quell'atto proprio 
li nell'aula stessa dell'università e non in cancelleria a tutto 
suo comodo? e lo roga durante l'orazione del professore? 
ed i Rettori davvero, fanno a questo modo ? Rispondo che 
il rettore immaginato dal Giusti, eh' è un poeta, e imma- 
ginato in un ditirambo come questo, fa precisamente cosi: e 
bisogna striderci. Quanto all'aurea concione del frate pro- 
fessore, a un Rettore come questo non ^lio ne importa pro- 
prio niente, egli non piglia nicnt' affatto sul serio né il 
laureando ne il laureante; come non lo prendono sul serio 



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GINGILLINO 339 

130 Gli fa ghirlanda intorno al seggiolone, 

E di queir Ateneo la sinagoga, 
Che in lucco nero, a rigor di vocabolo, 
Parea di piattoloni un conciliabolo. 

Chi brontola, chi tosse e chi sbadiglia, 
136 Chi ride del Dottore e chi del Prate, 

Che ansando e declamando a tutta briglia, 
Con salti e con rettoriche gambate 
Circonda il caro alunno e 1* appariglia 
Alle celebrità più celebrate, 
140 Calandosi a concluder finalmente 

Di dotta carità tutto rovente: 

« Vattene, figlio, del bel numer' uno 
« De* giovani posati e obbedienti, 
« Oh vattene digiuno 
145 « Di ragazzate, di divertimenti. 



i saoi colleghi; diffatti chi brontola, chi tosse e chi sbadi- 
glia, chi ride còsi dell^ uno come dell'altro. Ce lo dice il 
Giusi! che lo doveva sapere. — Zibaldone^ voce usitatis^ima 
a significare un insieme disordinato e confuso di cose e tal- 
volta, come qui, di persone. 

V. Ibi. - Sinagoga vale propriamente, come è noto, 
adunanza dei dottori e sacerdoti ebrei, ma si usa popolar- 
mente con valore dispregiativo a dinotare qualunque adu- 
nauza. 

V. 137-138. — Rettoriche gambate. Il P. dice cosi assomi- 
gliando argutamente le frasi artihciose contorte e manierate 
di questo oratore alle capriole e alle altre cosidette viriuo- 
httà d' una ballerina; e 1* immagine non potrebbe essere più 
originale, né più ieìice, — A2fpariglia, Cioè lo mette insieme 
ora con uno, ora con un altro degli uomini più celebri, fa- 
cendogli via via fare con ciascuno di essi una pariglia. 
Quando si lodano ironicamente due persone si suol dire 
appunto che fanno una pariglia, come dire due cavalli simili 
accoppiati allo stesso legno. 



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340 GlNGltLINO 

« Di pipe, di biliardi, d'osterie, 

« Di barbe lunghe e d* altre ]!)orcherie. 

« benedetto te, che dalla culla 

« Se' stato savio di dentro e di fuori; 
150 « Che non hai fatto nulla 

« Senza il permesso de' Superiori, 

« Sempre abbassando la ragione e 1' estro, 

« Sempre pensando a modo del maestro ! 

« Salve, raro intelletto, o cor leale, 
155 « Che d' una fogna d' empi e d' arroganti 

€ Te n' esci tale e quale, 
« Esci come venisti, e tiri avanti; 
« Vattene al premio che s' aspetta al giusto,. 
« Della gran soma dottorale onusto. 

160 € Comincia coli' esempio e coli' inchiostro 
« A difender l' altare a destra mano, 
< Ed a mancina il nostro 



V. 147. — Di barbe lunghe, ecc. A quei tempi la barba 
lunga era guardata con sospetto dalle polizie, come segno 
di braveria, e, quel eh' era peggio, di liberalismo, e perciò 
si chiamava anche barba ali italiana. 

V. 151. — Super'zori. Nota l' arguzia di questa dieresi^ 
la quale mentre dà una certa solennità retorica alla parola, 
la viene quasi a rincarare crescendola di una sillaba. E chi 
dicesse che questa ò una minuzia, sappia che certe minu- 
zie crescono efficacia allo stile. 

V. 159. — Soma nell' aso comune indica propriamente 
il carico dell'asino. Qui dov'è adoprato nell'uso classico 
vale grave incarico, grave ufficio e simili, e il P. ha scelto 
questa parola appunto a cagione del doppio senso. 

V. 162. — Mancina, ecc. Nello stile elevato ed oratoria 
a destra si suole contrapporre sinistra e non mancina che S 
voce propria dell'uso popolare in contrapposizione di diritta; 
ma il P. ha preferito mancina per mettere sempre più in 
ridicolo il barocchismo dell'oratore. 



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GINGILLINO 341 

« Dolce, amorevolissimo Sovrano: 
« Vattene, agnello pieno di talento, 
165 « Caro al presepio e al capo dell' armento. » 

Air apostrofe barocca 

Che con grande escandescenza 
Esalava dalla bocca 
Di quel mostro d'eloquenza, 
170 Gingillino andato in gloria 

Se n'uscia gonfio di boria 
Dal chiarissimo concilio 
Colla zucca in visioilio. 

Sulla porta un capannello 
175 D' anestissimi svagati, 

Un poMesti di cervello 
E perciò scomunicati, 
Con un piglio scolaresco 
, Salutandolo in bernesco, 
180 Gli si mosser dietro dietro 

Canticchiando in questo metro: 



V. 173. — Colla zucca, ecc. Cioè con la testa fuori di sé 
dalla contentezza. Zucca dispregiativo comunissimo di testa, 
usato anche ai tempi di Dante. 

« Ed egli allor battendosi la zncca. » 

In/., XVIII, 124. 

— In viaibilio, É modo popolare nato dal plurale lat. invisi- 
bllia; e si usa comunemente nella frase andare in visibilio, 
nel senso di andare in estasi per meraviglia, per dolcezza, 
contentezza e simili. Si dice anche un visibilio per una 
grande moltitudine o quantità cosi di persone come di cose. 

— C'era molta ^ento? — Un visibilio. 

V. 174. — Capannello vale gruppo o crocchio di persone. 
V. 176. — Lesti di cervello, cioè d' ingegno svegliato e 
-d'animo un po' indocile. 



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342 tìlNGILLINO 

Tibi quoque^ ttbi quoque^ 
É concessa facoltà 
Di potere ìnjiire utroque 
185 Gingillar V umanità. 

La mania di Sere Imbroglia, 
Ohe nel cranio ti gorgoglia, 
Ti rialza fuor di squadro 
Il bernoccolo del ladro. 

190 Che ti resta, che ti resta 

D*uno sgobbo inconcludente 
In quel nocciolo di testa, 
Sepoltura della mente? 
Ma se V anima di stoppa 

195 Se n* è tinta per la groppa, 

Tanto basta, tanto basta 
Per ficcar le mani in pasta. 

Infilando la giornea 
D' avvocato o di notaio, 



V. 184-185. — In jure utroque. Nell'uno e nell'altro di- 
ritto, cioè, liei diritto romano e nel canonico. — Oingilla- 
re, ecc. Qui vale imbrogliare, abbindolare, ingannare, ecc. 

V. 189. — // bernoccolo. Lo stesso qui che protuberanzOf 
e si allude al sistema di Gali. Vedi pa^. 806, uota al v. 48. 

V. 191. — Sgobbo, Vedi pag. 214, nota al v. liO. 

V. 195-198. — Se n* è tinta^ qqc. Spiega: Ma se la tua ani- 
ma debole e cretina {di stoppa) ha acquistato una tintura di 
sapere, a forza di sgobbo [per la groppa) questa tintura h 
più che sufficiente per metterti all'opera, cioè, a gingillare. 
Un sapere superficiale si chiama comuo emonte una tintura 
o un* infarinatura. — Infilando ^ ecc. Si chiamava giornea una 
specie di sopravvesta militare usata nelle giornate di bat- 
taglia ; e più tardi una veste o uniforme denotante un'au- 
torità riconosciuta. La frase poi affibbiarsi, metterai, allac- 
ciarisi, infilarsi la giornea oggi vale darsi con grand' aria a 
fare o a dire ciò che si sa poco. 



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GINGILIJNO 343 

200 Che t'importa la nomea 

Se t' accomodi il fornaio ? 

Tu se' nato a fare il bracco, 

Il giannizzero, il cosacco, 

E compensi il capo corto 
205 Coir andare a collo torto. 

O pinzochero fiscale, 

Ti si legge chiaro in viso 
Che galoppi al Tribunale 
Per la via del Paradiso; 
210 E di più e' è stato detto 

Che lavori di soffietto, 
Devotissimo ab antico 
Dell'Apostolo dal fico. 

V. 200-201. — Nomea. Vale rinomanza, ma non senza co- 
lorito ironico. — Se V accomodiy ecc. Accomodarsi il fornaio 
è modo usitatissimo per fare il proprio interesse, 

V. 202- i09. — Senso : Tu non sei nato a divenir celebre 
per la scienza, ma a fare il tuo interesse, servendo nei modi 
più indegni i tuoi padroni, e se ti manca il sapere ripari a 
questa mancanza facendo il devoto, facendo il santo. Bracco 
è il cane da caccia che scova la selvaggina, e per analogia 
si chiama così il birro. I giannizzeri costituivano un corpo 
scelto di milizia turca che riuscì famoso per ogni maniera 
di soprusi e di prepotenze; quindi la parola giannizzero di- 
venne corno sinonimo di sgherro. Cosacco popolo della Rus- 
sia meridionale e soldato russo di cavalleria. Si usa popo- 
larmente questo nome nel senso di soldataccio, barbaro, pre- 
potente, ecc. — Andare a collo torto. Vuol dire fare il bacchet- 
tone, il santo. Vedi pag. 6, nota al v. 30. — Pinzochero e anche 
pinzoccheroj si usa oggi come sinonimo di bacchettone. — 
Fiscale add. di fisco si dice di chi per conto del governo 
procede con esame minuzioso e molesto a trovar materia 
d'imposizione o di colpa. — Galoppi, ecc. Cioè vai di corsa 
ad acquistarti un posto nella Magistratura per quella st(3ssa 
via, per la quale si va in Paradiso, cioè simulando devozione 
e santità. — Via del Paradiso è anche il titolo di un libro 
di pietà. 

V. 211. — Lavori di soffietto. Vedi pag. 123, nota al v. 150. 

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344 GINGILLINO 

Ma quel Giuda era un buffone, 
215 Un vilissimo figuro: 

Tu, vincendo il paragone, 
Mostrerai che a muso duro 
Si può vendere un Messia, 
Senza far la scioccheria 
220 Di morire a gozzo stretto 

E di rendere il sacchetto. 



IT. 

Nei mare magno della Capitale, 
Ove si cala e s' agita e ribolle 
Ogni fìumansc e del bene e del male: 

Ove flaccidi vizi e virtù frolle 

Perdono il colpo nel cor semivivo 
Di gente doppia come le cipolle: 

Ove in pochi magnanimi sta vivo, 
A vitupero d' una razza sfatta, 
Il buon volere e il genio primitivo : 



V. 217. — A mu8o duro. Cioè senza dar segno alcuno di 
vergofTua, e si dice ancora a. faccia franca, sfaccia tosta, 

V. 1. — Capitale^ cioè Firenze allora capitale del Gran- 
ducato di Toscana. 

V. 5-6. — Perdono, ecc. Cioè perdono il loro vigore, e il 
P. vuol dire che quella è gente fiacca cosi nei vizi come 
nelle virtù. — Come le cipolle. Il paragone è comunissimo in 
Toscana a indicare il maggior grado possibile di doppiezza 
e di finzione. 



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GINGILLINO 345 

10 E dietro a questi F infinita tratta 

Del bastardume, che di sé fa conio, 
E sempre più si mescola e s'imbratta; 

Col favor della Musa o del Demonio 

Che il crin m' acciuffa e là mi scaraventa, 
15 Entro e mi caccio in mezzo al Pandemonio. 

patria nostra, o fiaccola che spenta 
Tanto lume di te lasci, e conforti 
Chi nel passato sogna e si tormenta: 

Vivo sepolcro a un popolo di morti, 
20 Invano, invano dalle sante mura 

Spiri virtù negli animi scontorti. 



V. 10. — Infinita tratta. Cioè infinita schiera, moltita- 
dine; o ricorda il dantesco; . 

E dietro le venia sì luncca tratta. 

7n/., ni, 65. 

V. 11. — Di «è fa conio. Il Fioretto spiega che imita e 
moltiplica se stessa. Non capisco. Spiegherei invece che 
fa moneta di se, cioè prostituendosi, vendendosi; e credo 
che il Giusti pensasse al modo dantesco 

. Qui non son femmine da conio. 

Inf., XVIII, 66. 

v. 14-15. — Mi scaraventa, cioè mi avventa, mi lancia, mi 
getta, e la voce è popolarissima. — Pandemonio» « Voce tro- 
vata da Milton a significare il luogo nelP inferno destinato 
al parlamento dei demoni; e tale e quale la tradusse il Bolli. 
Il Monti poi la trasse a significare adunanza di uomini mal- 
vagi ad effetto di meditare, o porre in atto cose nocevoli 
altrui. Ma si adopera anche (come qui)^ nel senso di confu- 
sione o misohianza di elementi diversi. » Vedi Zambaldi, 
Voc, etim. it, 

V. 16. — patria nostra^ ecc. Badino gli studiosi a que- 
sto passaggio solennemente lirico. 

V. 21-22. — Animi scontorti. Cioè volti al male, guasti, 
corrotti. — Dubbio, Qui vale timore, paura^ ed è delP uso vivo. 



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346 GINGILIJNO 

Quando per dubbio d* un' infreddatura 
L' etica folla a notte si rintana, 
Le vie nettando della sua lordura; 

25 Quando il patrizio, a stimolar la vana 
Cascaggine dell' ozio e della noia, 
Si tuffa nella schiuma oltramontana; 

E ne' teatri, gioventù squarquoia 
E vecchiume rifritto, ostenta a prova 
30 Ealse carili, oro falso e falsa gioia; 

Malinconico pazzo che si giova 
Del casto amplesso della tua beltade, 
Sempre a tutti presente e sempre nova; 

Lento s' inoltra per le mute strade 
35 Ove più lungo è il morbo delle genti, 

Ed ove 1' ombra più romita cade. 



V. 26-28. — Cascaggine, Parola usitatissima che denota, 
fiacchezza sonnolenta. — JSi tuffa, ecc. Va a convprsazion& 
dai ricchi forestieri più indegni. Vedi pag. 205, v. y7-l2'J. 

— Gioventù squarquoia^ ecc. Come a dire giovani frollati 
neirozio e nei vizi e vecchi ripicchiati, e come rimessi a 
nuovo ed eleganti per darsi aria di giovani. 

V. 31-36. — Malinconico pazzoj ecc. Voglio riferir qui^ 
come fa anco il Fioretto, un luogo della lettera che il Giu- 
sti scrisse a Massimo D'Azeglio dopo aver letto il romanzo- 
di lui Niccolò de^ Lapi: « Non ve lo dico per dire, ma perchò 
« r ho provato : dopo la lettura del vostro libro ho sentita 
« il bisogno, proprio il bisogno di rivedere i nostri grandi 
« rottami della gloria di quel tempo ; mi sono aggirato per 
« queste vie con un sentimento d'alterezza e di fiducia non 
« mai provato fin qui, e mi sarei strappati di dosso questi 
« cenciucciacoi ridicoli, degna buccia d'anime di sughero. » 

— Ooe l'ombra, ecc. Cioè più lontano che può dalla gente 
guasta e corrotta. 



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GINGILLINO 34T 

Paragona Locande e Monamenti, 

E V antica larghezza e il viver gretto 
Dei posteri mutati in semoventi ; 

40 E degli avi di sasso nel cospetto, 

Colla mente in tumulto e V occhio grossa 
Di lacrime d' amore e di dispetto; 

Gli vien la voglia di stracciarsi addosso 
Questi panni ridicoli, che fuore 
45 Mostrano aperto il canchero dell'osso 

E la strigliata asinità del core. 

Trq, i mille ergastoli 
Di mille tinte, 
Che tutta, in pagine 
50 Chiare e distinte, 

Se reggi il vomito, 
Ti fan palese 
La bassa cronaca 
D'un reo paese; 



V. 46-63. — Strigliata asinità, ecc. Nota l'originalità effi- 
cacissima del modo a significare il contrasto fra V eleganza 
del vestire e in generale del di fuori, e la bestialità e la nul- 
laggine del di dentro cioè dell'animo. — Tra i mille, ecc. Il 
P. descrive qui la sede del Bargello a Firenze, che ora al 
tempo stesso il luogo dove accorrevano gli aspiranti a qual- 
che impiego della bassa polizia; od erano i più ignoranti e 
ignobili figuri che non potevano pretendere a cariche mag- 
giori, e lo chiama lomhricaio, parola che propriamente si- 
gnifica luogo putrido nel quale brulicano e trovano alimenta 
quei vermi che si chiamano lombrichi, — Vince lo stomaco, ecc. 
Cioè fa vomitare e voltarsi in là anche le persone più forti 
e che meno si commuovono alla vista delle cose sozze. — 
Chiovina, Cloaca, fogna. 



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348 GINGILLINO 

55 Vince lo stomaco, 

Vince V acume 
D' ogni occhio intrepidi o 
' Al laidume, 

Primo in obbrobrio 
60 Di tanti e tanti, 

Il lombricaio 
Degli Aspiranti: 

Immonda chiovina, 
Ove caduto 
65 Del Eòro il fetido 

Sterco e il rifiuto, 

In sé medesimo 
Putre e fermenta. 
E immedicabili 
70 Miasmi avventa. 

A gran caratteri, 
In gran cai*tello. 
Sta sul vestibolo 
Scritto: Bargello^ 

lo Parola mistica 

Ohe il fiato in bocca 
Gela, e significa 
Bazza a chi tocca. 



V. 68. — J:'uCre lat. fuor d'uso; iraputridiooo, luarcisce e 
BÌmili. 

V. 78-79. — Bazza, ecc. Vedi pag. 30, nota al v. 36.— Dai 
sacrif ecc. Cioè dallo studio del Codice Canonico e del Codice 
Romano fatto all' Università, passato al Codice dei birri. 



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GINGILLINO 349 

Dai Sacri Canoni, 
80 Dalle Pandette, 

Passato al codice 
Delle manette, 

Ringhia lo spirito 
Del mio lodato 
^5 NelP abominio 

Li rotolato. 

Scorda l'ambrosia 
Del tuo Parnaso, 
Calza gli zoccoli, 
90 Turati il naso. 

Musa, e tenendoti 
Su la sottana, 
Scendi al motriglio 
Dell' empia tana. 

95 Come in immagini 

Lerce e falsate. 
Nella Tebaide 
Al Santo Abate 

Piovean le luride 
100 Torme dell' Orco, 

Sporcando il trogolo 
Perfino al porco; 

V. 85 — Minghia, Vale abbaia forse per brama di preda 
come il cerbero dantesco. 

V. 87. — Scorda, eco. Questa invocazione alla musa fatta 
cosi tra il serio e il faceto, e ciò che di essa dice più giù 
non è vecchia retorica, ma ironia originale e finissima. 

V. 98. — Al Santo Abate. Cioè Sant' Antonio eremita. 
Vedi la vita di lui nel libro volgarizzato da Domenico Ca- 
valca col titolo Le vite dei Santi Padri, 



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350 GINGILLINO 

Per furia idrofoba 
Che giù gli mena, 
105 Così nel baratro 

Sbocca una piena 

D' infami Rabule, 
Di Birri e Spie, 
A mucchi, a vortici, 
110 A litanie. 

Ohimè che 1' aere 
Maligno e tetro 
La casta Vergine 
Respinge indietro, 

115 La casta Vergine 

Ond* io m' adiro, 
A cui queir alito 
Mozza il respiro. 

Nata alle vivide 
120 Fonti, air ameno 

Rezzo dei lauri, 
Al ciel sereno, 

Dì quella bozzima 
Che là s* infogna, 
125 Sente l'ingenua 

Schifo e vergogna. 



V. 107. — Rabule, Voce latina divenuta italiana, meno 
comune però di cavalocchi^ che vale avvocato imbrog^lione. 

V. 123. — Bozzima. Si chiama propriamente cosi un mi- 
scuglio di sevo e di crusca usato dalle tessitrici per ren- 
derò più. molli le fila della tela, ma por estensione si usa 
spesso questa parola a denotare un miscuglio di robaccia, 
immonda o schifosa, come qui. 



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GINGILLINO 351 



La turpe bolgia 

Sdegnando io stesso, 
Ove alleluia 
130 Canta il Processo, 

Varco allo stabbio 
Che aduna a sera 
i Birrocratici 
Di bassa sfera. 

135 Giace in un vicolo 

Sghembo e remoto, 
Tra le pozzanghere 
D'eterno loto, 

Nera casipola 
140 A uscio e tetto, 

Che d' una trappola 
Ti dà r aspetto. 



V. 129. — Ove, ecc. Cantare alleluia nel linguaggio delia 
chiesa vale propriamente cantare un inno d' allegrezza a 
Dio, poi per estensione cantare un inno d' allegrezza cosi 
in generale; e iinaimente fare allegrezza, rallegranti. La 
trase del P. signitica quindi letteralmente — dove il Pro- 
xie"%so esulta, si rallegra; — e quanto al senso, — dove i 
birri e i poliziotti son tutti contenti quando hanno a fare 
dei processi, delie inquisizioni, ecc. 

V. Vài, — Stabbio. Spazio, per lo più circondato di funi, 
dove si chiudono le bestie nei campi e nei prati: d'onde 
utekbbioloj piccola stalla ad uso specialmente dei maiali. 

V. Ib3. — Birrocratici, cioè i birri dominanti, che spa- 
droneggiano ; e la parola è formata per analogia di burocra- 
tici, democratici e simili. 

V. IBt). ■— Sghembo. Bistorto, in tralice. 

V. 140. — A V8CÌO e tetto. Cioè formata del solo pian 
terreno, e per estensione bassissima. 



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852 GINGILLINO 

Dal bugigattolo 
De' Magistrati, 
145 Dal serbatoio 

Degli Avvocati, 

La sozza Prucola, 
La vii Tartuca, 
La Talpa e il Granchio 
150 Là si trabuca; 

Là dai venefici 
Rovi del Fisco, 
Si striscia T Aspide 
E il Basilisco. 

155 Là, grogiolandosi 

Le invidie inermi, 
Miste air ossequio 
Degli altri vermi, 

SbutFa e si gloria 
160 L' ozio bracato 



V. 147-150. — La sozza, eco. Questi animali son posti 
qui dal P. a denotare, per via di metafora, la varietà della 
sozza gente che bazzicava in quella casupola. — Frueola, ani- 
mainccio schifoso che sta specialmente nelle latrine. — Tur^ 
tucttf idiotismo senese per tartaruga. — Trabuca, cioè passa 
in quella buca dopo essere uscita da un^altra, ed il verbo è 
coniato dal P. per analogia di travasare e simili. 

V. 155-162. — Là grogiolandoaij ecc. Il luogo è osonxo; 
né queste personificazioni legano troppo bnne col resto. 
Credo si possa spiegare cosi : Là in quella casupola il pen- 
sionato che ingrassa a danno delP erario pubblico del quale 
può dirsi un tarlo, standosene in ozio, si gloria godendo 
dell' invidia ohe desta in chi non può fargli danno {invidie 
inermi) come dell'ossequio che gli dimostrano gli altri poli- 
ziotti {vermi) da meno di lui. 



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GINGILLINO 353 

Del Tarlo pubblico 
Già giubilato. 



Là, colle nubili 
Sciolte e vistose, 
165 Recan le vedove, 

Le mogli annose 

De' Commissarii, 
De' Gabellotti, 
Rigiri, scandali, 
170 Pania e cerotti: 

Là per libidini 
Di contrabbando 
Vanno, e cimentano 
Di quando in quando 

175 La lor nullaggine 

Che par persona, 
Le Cariatidi 
Della Corona. 

Tutto si rumina, 
180 Tutto s'indaga. 

Tutti si sgolano 
Li per la paga; 



V. 164. — Sciolte. Cioè di facili costumi. 
V. 170. — Paniaj ecc. Propriamente è il vischio col quale 
si chiappano gli uccelli, e qui, per traslato, vale amori 
triviali, amorazzi. 

V. 175. — La lor, ecc. Imitazione del dantesco ; 
« .... lor vanità che par persona. » 

Inf., VI, 36. 
— Cariatidi, ecc. Cortigiani e favoriti del Principe. 
Giusti. — Poesie. 23 



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B54 GINGILLINO 

Tutti colorano 
Al caso proprio 
185 L' ombre, le nuvole 

D'un Motuproprio; 

Ogni bazzecola, 
Ogni bisbiglio, 
Che bolle in pentola 
190 Del Gran Consiglio. 

E li si predica, 
Li si dibatte 
La compra e vendita 
Delle Mignatte 

195 Che i Re ci azzeccano 

Fitte alle vene, 
Per controstimolo 
Del troppo bene. 



▼. 183-190, — Tutti colorano f eco. Senso: Tutti sMmma- 
ginano, cosi in aria, o soo^nano un decreto del Principe 
(motu proprio)^ ciascuno a proprio vantaggio, in ogni chiac- 
chiera che si vada bisbigliando di ciò che si prepara nei 
eonsigli della Corona. 

v. 195. — Ci azzeccano. Vale ci attaccano, dal verbo az- 
zeccare che ha, fra gli altri, il senso di attaccare, e deriva 
da queir insetto schifoso detto zecca che si attacca agli ani- 
znali per succhiarne il sangue. 

V. 197. — Per controsiimoloy ecc. Frase medica d' allora ; 
cioè per rimedio del troppo bene che ci vogliono. È come 
chi dicesse: Siccome ci mantengono cosi bene da farci in- 
grassare e diventar pletorici, cosi ci attaccano qualche mi- 
gnatta, per evitar questo caso. E le mignatte sono gì* im- 
piegati, già 8* intende. 



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GINGILLINO 355 

Come del chimico 
200 Nel cavo rame 

Si scioglie in glutine 
L'accolto ossame, 

Cosi l'intingolo 
W un' altra colla, 
205 Dal gran carnaio 

Che là s'affolla, 

Tira una Taide, 

Che adesso è nonna, 
Di quel postribolo 
210 Donna e madonna. 

Pu già da giovane 
Cuoca e pietanza 
D' un Eodipopolo 
Su di Finanza, 

215 Che dietro un seguito 

D' apoplessie, 
D'ire, di scrupoli, 
Di trailorie. 



V. 199-210. — Comej eco. Intendi: Come il chimico trae 
la colla {glutine) dalle ossa che fa bollire nel vaso, cosi una 
Taide, ora vecchia {nonna)^ padrona assoluta di quel luogo 
infame, tira dalla gran gente {gran carnaio) che vi accorre 
un altro intingolo, una colla d' un' altra specie, cioè il suo 
vantaggio o profìtto, ecc. Corto carnaio che 8* affolla per 
gente, è, come nota il Frizzi, locuzione infelice, ma il P. ve 
rha messa come contrapposto ad ossame che è il primo 
termine del paragone. — Donna e madonna per padrona as- 
soluta, ò modo usitatissimo in Toscana. 

V. 213. — Hodijpopoloj ecc. Un ministro delle finanze. 



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356 GINGILLINO 

Jn facie KcclesicR^ 
220 Tirando innanzi, 

Di se, del pubblico 
Biascie gli avanzi: 

Finché, lasciandole 
Sgombro il canile, 
22B Col copertoio 

Del vedovile, 

Tece air erario 
Costar salato 
Anco il rimedio 
230 Del s^o peccato. 

Se al mondo è femmina 
Garga e maestra. 
Costei del Diavolo 
Può stare a destra j 

285 Costei che, a titolo 

Di ben servito. 
Rosola il Principe 
Come il marito. 

L' Eccellentissimo 
240 Dottor Gingilla, 

Entrato in grazia 
Della Sibilla, 

V. 228. — Costar salato, ecc. Perchè le toccò la pensione. 

V. 282. — Garga, Astutissima, maliziosissima; agget- 
tivo più usato al femminile che al maschile. 

V. 237. — Rosola^ ecc. Tn*?anna, mette di mezzo e si- 
mili. Rosolare, vale nel senso proprio arrostire ben bene la 
carne . 

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GINGILLINO 857 



Dopo un proemio 
D' incensi abietti, 
245 Di basse lacrime, 

Di sconci aiFetti, 

Le chiese il bandolo 
Che mena al varco, 
E schiudo i pascoli 
250 Del regio Parco. 

A cui r ex-guattera, 
Tirando fuori 
Della domestica 
Scuola i tesori, 

255 Senza metafora 

Tracciò distinto 
, L' itinerario 
Del laberìnto. 



ni. 



merli tarpati 
Su su da piccini, 
Galli potati 
Ad usum Delphini; 

Y. 244. — Incensi, ecc. Cioè basse adulazioni. 

V. 247. — Le chiese il bandolo^ ecc. Cioè la via da seguire 
per ottenere il favore del principe. Bandolo è propria- 
mente il capo della matassa, e siccome questa non si può 
dipanare senza incominciare da quello, cosi, la parola passa 
a significare ciò che serve di guida, di norma, ecc. 

V. 1-20 — L' apostrofe colla quale incomincia questa 
parte del Ditirambo è cosi nel tono grave e solenne ad un 

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358 GINGILLINO 

5 Gufi pennuti 

Dell' antro di Cacco; 
Falchi pasciuti 
Del pubblico acciacco; 

Nibbi vaganti 
10 Stecchiti di fame, 

Corvi anelanti 
Al nostro carcame; 

Sparvieri, calate, 
Calate, Avvoltoi; 
15 Pappate, pappate; 

Si scanna per voi: 

Ma intanto, brigata, 
Udite la Strega 
Che dà rimbeccata 
20 Al vostro collega: — 

tempo e schernevole, cosa del tutto nuova. Questi uccel- 
lacci invitati a calar giù^ sono il simbolo via via de^P im- 
piegati e poliziotti che si pappavano e dissanguavano lo 
Stato. — Cacco è il ladrone epicamente celebre : 

Che sotto il sasso di monte Aventino 
Di sangne fece spesse volte laco.... 
Onde cess&r le sue opere bieca 
Sotto la mazza d'Ercole, che forse 
Gliene die cento, e non sentì le dieoe. 

Dante, Inf., XXV, 25. 

Il SUO nome si scriveva, come lo scrive Dante stesso, 
con un e solo ( Caco) ma divenuto popolare a rappresentare 
il ladro per eccellenza, ha raddoppiato questa lettera {Cacco) 
forse per iscansare un equivoco non troppo pulito. E que- 
sta nota è pei non Toscani, che non l'avessero a credere 
una licenza suggerita al P. dalla necessità della rima. — 
Stecchito, Bel modo, e comunissimo che vale smagrato, ri- 
dotto come uno stecco arido. — Imbeccata, Vedi pag. 279, 
nota al v. 2. 

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GINGILLINO 359 

Ohe bisogna scansare i liberali, 
I giovani d'ingegno, i mal veduti; 
Non chiacchierar di libri e di giornali, 
Come non visti mai né conosciuti; 
25 Chiuder l'animo a tutti e stare a sé, 

So di buon luo^o che lo sai da te. 

Questo appartiene all'arte del non fare, 
E in quest' arte sei vecchio e ti conosco ; 
£ sarebbe, il volertela insegnare, 
30 Portar acqua alla fonte e legno al bosco: 

Ora all' ingegno tuo bene avviato 
Besta l' altra metà del noviziato. 

Prima di tutto incurva la persona. 
Personifica in te la reverenza; 
35 Insaccati una giubba alla carlona, 

E piglia per modello un' Eccellenza: 
In questo caso 1' abito fa il monaco, 
E il muro si conosce dall'intonaco. 

Piglia quel su e giù del saliscendi, 
40 Queir occhio del ti vedo e non ti vedo; 

Quel tentennio, non so se tu m' intendi, 
Ohe dice si e no, credo e non credo ; 
E piglia quel saper di dolce e forte, 
Che s' usa dal Bargel fino alla Corte. 



V. 35-36. — Alla carlona. Cioè senza garbo né grazia. 
E la strega gli dà il consiglio di mostrarsi trascurato nel 
vestire, perchè cosi fanno spesso (troppo spesso) le persone 
semplici e alla bona. — Un* Eccellenza. Credesi che qui s' al- 
luda a Francesco Oempini, trasandatissimo nel vestire, uomo 
dabbene quant^ altri mai e a que^ tempi ministro di Leo- 
poldo II, Granduca di Toscana. 



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360 GINGILLINO 

45 Barba no, ci s'intende: un impiegato, 
(Cosa chiara, provata e naturale) 
Quanto più serba il muso di castrato, 
Tanto più entra in grazia al Principale; 
Ma in questo, per piacere a chi conviene, 

50 Anco la mamma t' ha servito bene. 



Non lasciar mai la predica e la messa, 
E prega sempre Iddio vistosamente; 
Vacci neir ora e nella panca stessa 
Del Commissario, oppur del Presidente; 
55 Anzi, di sentinella alla piletta. 

Dagli, quand' entra, V acqua benedetta. 

Fatti introdurre, e vai sera per sera 
Da qualche scamonea fatto Ministro: 
E là, secondo T indole e la cera, 
60 Muta strumento e gioca di registro; 

Se ti par aria da farci il buffone, 
Fallo, e diverti la conversazione* 



V. 45. — Barba wo, eco. Gli ribadisce il precetto datogli 
sopra dal frate inquisitore, aggiungendovi la ragione del 
divieto. 

V. 57-58. — Vai, La forma voluta dai grammatici alPim- 
perativo dei verbi, andare, fare e stare sarebbe va\ fa', sta' ; 
ma r uso preferisce vai, fai, stai, — Scamonea, Pianta della 
Siria che ha virtù purgativa, e si dice figuratamente di 
persona malaticcia e uggiosa, e anche d' uomo buono a nulla. 

V. 60. — Gioca di, ecc. Registro è termine musicale che- 
significa nelPorgano e in simili altri strumenti sia ciascuna 
scala con la sua voce caratteristica, sia quel congegno par- 
ticolare che serve appunto a passare dalFuna alPaltra. La 
frase poi giocar di registro, significa qui cambiare opportu 
namente e destramente di contegno o di discorso» 



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GIK61LUN0 361 

Se poi si gioca e si sta sulle sue. 
Chiappa le carte e fai da comodino. 
€5 Perdi alla brava, ingozzati del bue, 

Do venta il Papa-Sei del tavolino; 
Che quando t' ha sbertato e spelacchiato. 
Ti salda il conto a spese dello Stato. 

Fa di tenerlo in giorno, e raccapezza 
70 La chiacchiera, la braca, il fattarello; 

Tutto ciò che si fa, da Su' Altezza 
(Per cosi dire) infine a Stenterello, 
Sia V ozio, il posto o la meschinità, 
Chi comanda è pettegolo, si sa. 

75 Se il Diavolo si dà che ti s' ammali, 

Visite, amico, visite e dimolte: 

Metti sossopra medici, speziali. 

Fa' quelle scale centomila volte; 

Piantagli un senapismo, una pecetta, 
80 E bisognando vuota la seggetta. 



V. 63-64. — Sulle sue, cioè in contecfno serio e grave. 
• — Fai da eomudino. Far da comodino si dice nel senso di 
prestarsi, anche senza dignità, a fare il comodo altrui, e 
•spesso, come qui, per un fine interessato. 

V. 66-67. — Fapa-sei, È detta cosi una carta che nel 
giuoco delle minchiate non conta nulla; quindi T espressione 
si usa a dar d'inetto a qualcuno; e qui significa appunto 
fa' pure il minchione e lo stordito. — Sbertato, Vedi pag. 2ò9, 
.nota al v. 12U. 

V. 70. — Braca. Si usa più spesso al plurale per noti- 
biette, specie maligne, chiacchiere da donnicciuole. 

V. 75, — ^e il Diavolo, ecc. Darsi il Diavolo, cioè darsi 
la disgrazia, modo usato dal popolo che con molto accor- 
gimento fa tutt'una cosa di disgrazia e di Diavolo. (A', dell* A.) 

V. 78. — Fa'* quelle, ecc. Il modo è popolarissimo tale e 
quale, anzi è un verso che si potrebbe chiamare nato da so; 
si dice tutti cosi. 



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362 GINGILLINO 

Se r omo guarirà, fattene bello : 

Se poi vedi che peggiora e che muore, 
A caso perso, bacia il chiavistello, 
E lascia nelle péste il Confessore. 
86 II morto giace, il vivo si dà pace, 

E sempre s* appuntella al più capace. 

Colle donne di casa abbi giudizio; 
Perchè, credilo a me, ci puoi trovare 
Tanto una scala quanto un precipizio, 
90 E bisogna saper barcamenare. 

Tienle d' accordo, accattane il suffragio: 
Ma prima dì andar oltre, adagio Biagio. 

Se avrà la moglie giovane, rispetto, 
E rispetto alle serve e alle figliuole: 
95 Se l'ha vecchia, rimurchiala a braccetto, 

Servila, insomma fai quello che vuole: 
Oh le vecchie, le vecchie, amico mio, 
Portano chi le porta; e lo so io. 



V. 81. — Se l'omo. Omo (voce più popolare che uomo) posto 
come qui in luogo del pronome o d^ altro modo che richiami 
una persona già rammentata, è al tempo stesso d-uso clas- 
sico e comune ; 

Se r uora ti faccia 
liberamente ciò che '1 tuo dir prega. 

Dante, in/., XIII, 85. 

— Fattene bello. La frase farsi bello di una cosa è molto 
usata nel senso di attribuirsene il merito o vantarsene al- 
meno in parte. 

V. 83. — Baoia^ ecc. Baciare il chiavistello vale allon- 
tanarsi per sempre da una casa. 

V. 90. — Bmrcamenare. Vedi pag. 117, nota al v. 21. 

V. 95. — Mimurchialaj ecc. Gioò tiratela dietro come fa 
una nave d'un' altra più pesante e lenta. Mimurchiare è 
idiotismo per rimorchiare. 



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GINGILLINO 36^ 

Occhio alla servitù venale e scaltra; 
100 Ungi la rota, e tienti auW avviso 

Di non urtarla; una man lava P altra, 
Suol dirsi, e tutte e due lavano il viso : 
Nel mondo va giocato a giova giova, 
E specialmente se gatta ci cova. 

105 Sempre e poi sempre un pubblico padrone 
Ha un servitore più padron di lui, 
Che suol fare alla roba del padrone 
Come a quella di tutti ha fatto lui; 
Se r amico avrà il suo, con questo poi 

110 Sii pane e cacio, e datevi del voi. 

Se mai nasce uno scandalo, un diverbio, 
Un tafferuglio in quella casa là, 
Acqua in bocca, e rammentati il proverbio: 
Molto sa chi non sa, se tacer sa; 
115 A volte, in casa propria, un Consigliere 

Pare una bestia, ma non s' ha a sapere. 

In quanto a lodi poi, tira pur via; 
Incensa per diritto e per traverso; 
Loda V ingegno, loda la mattia. 



V. 100. — Ungi la rota. Cioè guadagnatela (la servitù^ 
col danaro, prendendola come si dice al boccone; o il modo 
è molto usato. 

V. 104-105. — Se gatta, ecc. Modo proverbiale ohe vale se 
e' è una ragione ohe non si vuole o non si può dire ; e si 
dice anche se c'è qualcosa sotto. — Pubblico padrone, cioà 
un impiegato che maneggia le cose del pubblico. 

V. 110. — Sii pane e cacio. Vuol dire siate d' accordo in 
tutto, ed il modo è comunissimo. 



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364 GINGILLINO 

120 Loda l' imprese, loda il tempo perso : 

Quand' anco non vi sia capo né coda, 
Loda, torna a lodare, e poi riloda. 

Pesca una dote e ridi del decoro 
(Della virtù, si sa, non ne discorro); 
125 Che se piacesse all' Eccellenze loro 

D'appiccicarti un canchero, un camorro, 
Purché ti sia la pillola dorata, 
Beccala e non badare alla facciata. 

Briga più che tu puoi: sta sulP intese; 
130 Piglia quel che vien vien, pur di servire : 

Ma chiedi, che la Botta che non chiese, 
Non ebbe coda: e poi devi capire. 
Che non sorrette dai nostri bisogni 
Le loro autorità sarebber sogni. 

135 L' animo d' un Ministro, il mio e il tuo, 

Son press' a poco d' uno stesso intruglio : 



V. 120. — Loda, ecc. Qui la parola imprese è osata oome 
-semplice contrapposto a tempo perso, cioè non impiegato in 
alcuna opera, ed ha quindi il significato etimologico più 
generale. E l'ammaestramento della strega equivale a que- 
sto : loda il fare e il non fare, chi lavora e chi non fa nulla. 

V. i2t). — Canchero^ ecc. Oioò, donna malsana, bruttis- 
rsima e uggiosissima. 

V. Vài, — La Botta j ecc. Proverbio molto usato in To- 
scana. 

V. 135-140. — L* animo d'un Ministro^ ecc. Spiega: L'ani- 
mo d'un Ministro ò fatto della stessa roba {intruglio) del 
tuo e del mio. Dunque un Ministro pieno di vento, vano 
(7ic66tonc), quando può gratificarsi alcuno concedendogli ciò 
che non è suo e quindi non gli costa niente, glielo concede 
perchè cosi viene a essere lusini?ato nella sua vanità pom- 
posa, persuadendosi d'essere qualche cosa a questo mondo, 
cioè un uomo potente. — Intruglio in questo senso è d'uso 
comunissimo specie nel parlare familiarmente ironico. Sia* 



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GINGILLINO 365 

Dunque un Nebbione che non fa sul suo, 
E si può fare onor del sol di luglio, 
Nella sua dappocaggine pomposa, 
140 È quando crede di poter qualcosa. 

Non ti sgomenti quel mar di discorsi, 

Quel traccheggiar la grazia al caso estremo,. 
Quel nuvolo di se, di wia, di forsi, 

Quel solito vedremo, penseremo 

145 Etemo gergo, etema pantomima 

Di queste zucche che tu vedi in cima. 

Abbi per non saputo e per non visto 
Ogni mal garbo, ogni atto d' annoiato. 
Fingiti grullo come Papa Sisto, 
150 Se ti preme di giungere al papato; 



mo tutti fatti dello stesso intruglio o della stessa pasta» 
— Fami onore del sol di luglio è modo proverbiale usitatis- 
sìmo nel senso di farsi onore con ciò che non ci costa 
niente, senza incomodo nostro e simili. 

V. 142. — Traccheggiare, ecc. Vale differirla, farla aspet- 
tare a lungo e simili. 

V. 14y. — Fingiti grullo^ ecc. La furberia che usò Si- 
sto V per arrivare al papato diventò proverbiale. — Felice 
Peretti figlio d' un contadino delle Marche, fatto cardi- 
nale andava gobbo gobbo, si fìngeva ammalato e d'una 
docilità eccessiva; non rispondeva alle ingiarie; alcuni car- 
dinali lo chiamavano Pasino della Marca, e lui faceva Porec- 
chio del mercante; gli uccisero un nipote e non ricorse 
alla giustizia; ma se ne ricordò fatto papa. Si cresceva gli 
anni di sette almeno e faceva di tutto, perc.liò lo credessero 
sull'orlo del sepolcro; andava dicendo a' j^iù intimi che se 
per caso lo avessero eletto papa, nulla avrebbe potuto fare 
senza il loro aiuto. I cardinali lo elessero credendolo inetto 
da farsi condurre per il naso quei pochi giorni che gli ri- 
manevano a campare. Appena eletto, che fu il 24 Aprile 
15S5, si raddrizzò come un fuso, montò a cavallo come un 
giovanotto, con meraviglia de' cardinali ; non volle dare 
r amnistia come si soleva fare da' suoi predecessori in quel 



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3G6 GINGILLINO 

Il dolce pioverà dopo V amaro, 
E l' importuno vincerà V avaro. — 

E Gingillino non intese a sordo 
Della Volpe fatidica il ricordo. 

155 Andò, si scappellò, s'inginocchiò, 

Si strisciò, si fregò, si strofinò; 
E soleggiato, vagliato, stacciato, 
Abburattato da Erode a Pilato, 
Fatta e rifatta la storia medesima, 

160 Ricevuto il Battesimo e la Cresima 

Di vile e di furfante dì tre cotte, 
Lo presero nel branco, e buona, notte. 

Qui, non potendosi 
Legare al collo 
105 La grazia regia 

Col regio bollo, 

A capo al letto 
In un sacchetto 
Se V inchiodò ; 

170 Mattina e sera 

Questa preghiera 
Ci bestemmiò. 



giorno, dicendo che de* briganti fuori ce n' era anche troppi, 
e ne lece subito impiccar quattro, aggiungendo anche que- 
sta alle feste della sua esaltazione. (Vedi Muratori, Annali.) 
v. 160-iQh — Ricevuto, ecc. Cioè battezzato e cresimato 
(riconosciuto alla prova) come un vile e furfante di prima 
ri^a fu messo fra gli altri impiegati. La frase birba, /ur- 
/ante, e simili, di tre cotte è comunissima, e l' immagine 
che contiene è presa o dallo zucchero cotto più volte, o, 
come altri vuole, dallo spirito di vino che riesce tanto più 
perfetto, quanto più si ripete la distillazione. Cotte sostan- 
tivamente per cotture. 



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GINGILLINO 367 

Io credo nella Zecca onnipotente 
E nel figliuolo suo detto Zecchino, 
175 Nella Cambiale, nel Conto corrente 

E nel Soldo uno e trino: 
Credo nel Motuproprio e nel Rescritto, 
E nella Dinastìa che mi tien ritto. 



Credo nel Dazio e nell'Imposizione, 
180 Credo nella Gabella e nel Catasto; 

Nella docilità del mio groppone, 
Nella greppia e nel basto : 
E con tanto di core attacco il voto 
Sempre al Santo del giorno che riscuoto. 

185 Spero cosi d' andarmene là là, 

su su fino all' ultimo scalino. 

Di strappare un cencin di nobiltà; 

J)i ficcarmi al Casino, 

E di morire in Depositeria 

Colla croce all'occhiello, e cosi sia. 



V. 176. — SoMo, ecc. Era una moneta di rame del va- 
lore di tre quattrini. Il soldo d'oggi non si presterebbe 
più a questa specie di credo, ma pur troppo si presta sem- 
pre il credo stesso. 

V. 187. — Strappare, ecc. Si dice comunemonte strap- 
pare un concino di nobiltà per ottenere di essere fatto o 
dichiarato nobile. 

V. 188-190. — Casino^ ecc. Vedi pag. 7, nota al v. 49. — 
Depositeria. Cosi si chiamava in Toscana l'erario dello Stato. 
Il voto di Gingillino è dunque d' ascendere di grado in grado 
sino a un impie«:o nelle finanze dello Stato; e perchè pre- 
ferisca le finanze si capisce. 

Questo grazioso Credo di Gingillino fa pensare a quello 
di Margutte, in verità più buffonesco che grazioso, tanto in- 
sulsamente buffonesco, dico, da non potersi neanche consi- 



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368 GINGILLINO 

derare sul serio come una vera profanazione. (Pulci, Il Mor- 
gante maggiore, XVIII, 175, 115, 116). 

....Io non credo più al nero che all'azzurro, 

Ma nel cappone o lesso o vuoigli arrosto, 

E credo alcuna volta anco nel barro, 

Nella cervogia e, qaando io n' ho, nel mosto, 

E molto piti nell'aspro che il mangnrro; ^ 

Ma sopra tutto nel buon vino ho fede, 

E credo che sìa salvo chi gli crede. 
E credo nella torta e nel tortello: 

L'una è la madre e l'altro il suo figliuolo; 

U vero paternostro è il fegatello 

E possono esser tre, due ed un solo, 

E deriva dal fegato alraen quello : 

E perch' io vorrei ber con un ghiaccinolo, ^ 

Se Macometto il mosto vieta e biasima, 

Credo che sia il sogno o la fantasima. 

^ Mangwro. Si chiamava cosi una specie di vino abboccato. 
^ Ghiaceiuolo. Si dava questo nome a un bfgongio che si soleva 
usare per levare il ghiaccio dai serbatoi. 



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369 



UNA LEVATA DI CAPPELLO INVOLONTARIA 



Scritta nel 1845. Il Fanfani la chiama t cosa di poco 
pregio > a me pare, invece, come epigramma (non è altro) 
cosa assai arguta. 



Rise Emilio, perchè nella funesta 

Casa dei folli un di con esso entrando, 
Confuso allo spettacol miserando, 

Scoprii la testa. 

5 Oh! s'ei dovesse a chi non ha cervello 
Passar dinanzi dei villani al modo, 
Tener potrebbe in capo con un chiodo 
Fisso il cappello. 

Onorar la sventura è mio costume, 
10 E senza farisaica vernice, 

Nei casi meditar delF infelice 

La man di un Nume. 

Accanto a illustre mentecatto, avvezzo 
Al salutar d'un popolo di schiavi, 
15 Accanto ai pazzi che la fan da savi. 

Passo, e disprezzo. 



Giusti. — Poesie, ^^24 

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370 



CONTRO UN LETTERATO PETTEGOLO E COPISTA 



Pubblicata nel 1845. Se il Poeta mirasse ad un lette- 
rato in particolare non so, né caro di sapere. Certo non 
pochi pedanti maligni ci possono vedere come in uno 
specchio sé stessi. 



chiarissimo ciuco, 
cranio parasito 
Air erudita greppia incarognito; 
Tu del cervello eunuco 
5 Air anime bennate 

Palesi la virtù colle pedate. 

Somigli uno scaffale 
Di libri a un tempo idropico e digiuno, 
Grave di tutti, inteso di nessuuoj 
10 meglio un arsenale 

Ove il sapere, in preda alle tignole, 
Non serba altro di sé che le parole. 



V. 9. — Inteso di nessuno. Vale che non no intendo o non 
no capisco alcuno, che inteso ha qui signi iicato attivo, come 
nella trase assai comune non darsene per inteso^ che significa 
fingere di non avere inteso. 



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CANTEO UN LETTEEATO PETTEGOLO E COPISTA 371 

Poiché sfacciatamente 

Copri de' panni altrui l'anima nuda, 
15 Scimmia di forti ingegni e Zoilo e Griudaj 

Smetti, zucca impotente, 
Di prenderti altra briga; 
Strascica l'estro sulla falsariga. 



V. 15. — Zoilo di Anfipoli vissuto nel 3*^ secolo a. C. fu 
un retore pedante e mordace critico di Omero;' ed il suo 
nome rimase quindi a designare tutti quelli che lo somi- 
gliano. 

V. 18. — Strascica j ecc. Invece di scrivere di tuo, copia 
ciò che hanno scritto gli altri; e l'espressione è nell'insieme 
nuova ed efficacissima. 



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372 



[L GIOVINETTO 



Scritta nel 1845. Cercarci allusioni personali è da 
pettegoli, quando tutto può intendersi senza di esse. Certo 
questo giovinetto cke simula un dolore non sentito, che 
piagnucola a diciotto anni sopra il suo tristo destino, che 
parla di morire, ecc., è preso dal vero, com' è preso dal 
vero il Girella, il Gingillino dello stesso Giusti, e il 
Don Abbondio e 1* Azzeccagarbugli del Manzoni, per non 
recare altri esempi. Ha è preso dal vero in questo senso 
soltanto, che de* giovinetti simili, specie fra gli studiosi 
del Leopardi, e del Byron ce n' era ai tempi del nostro 
Poeta e ce n'è ancora ai tempi nostri; e chi non sia sem- 
pre giovanetto anche lui, scommetto che ne ha conosciuti 
e ne conosce parecchi. La poesia ha hellezsse grandi e ori- 
ginali di stile. 



Misero! a diciott'anni 
Si sdraia nel dolore 
D'aerei disinganni, 
E atteggia al malumore 
Il labbro adolescente, 
Che pipa eternamente. 



V. 6. — i'*!?», ecc. Il verbo pipare vale /«mare, e più spe- 
cialmente alla pipa, ed è voce imitativa perchè quasi ci si 
sentono i ph che si fanno emettendo via via il fumo dalle 
labbra. 



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IL GIOVINETTO 373 

Beccando un po' di tutto, 
Ossia nulla di nulla, 
Col capolino asciutto 
10 Si sventola e si culla 

In un presuntuoso 
Ozio, senza riposo. 

Pallida, capelluta 
Parodia d'Assalonne, 
15 Circuendo alla muta 

Geroglifiche donne, 
Almanacca sul serio 
Un pudico adulterio. 

E mentre avido bea 
20 L'insipido veleno 

Delle Penelopee, 
Che si smezzano in seno 



V. 7-8. — BeccandOf eco. Leggiucchiando qua e là libri 
d'ogni specie, senza studiarne alcuno. 

V. 14. — Assalonne, Questo figlio del re Davide ribelle 
al padre, portava capelli lunghissimi, i quali, furono cagione 
della sua morte, perchè sconfitto e fuggendo nella foresta 
d'Efraim ne trattennero il corso, impigliandosi ad un albe- 
ro, onde fu trafìtto da G-ioab che lo inseguiva. {iSamuelCy II). 

V. 16-18. — Geroglifiche, Le chiama così perchè difficili a 
decifrarsi, almeno pei non pratici della società, come quelle 
ohe riuniscono insieme la scrupolosa fede, specie nelle pra- 
tiche estrinseche e i pensieri profani, il rigore delle màssi- 
me e la vita e i costumi piuttosto liberi. Sono in sostanza 
un accozzo di qualità ripugnanti come appunto questo pu- 
dico adulterio^ almanaccato dal giovinetto capelluto. I gero- 
glifici sono, com'è noto, i caratteri simbolici degli antichi 
sacerdoti egiziani, difficili, se non impossibili, a compren- 
dersi. — Almanacca. Vedi pag. 272, nota al v. 33. 

V. 21. — Penelopee. Da Penelope moglie d'Ulisse, la quale 
è come il tipo o l' ideale della moglie affettuosa, onesta e 
fedele. 



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374 IL GIOVINETTO 

Il pudore, T amore, 

Il ganzo e il confessore, 



25 Petrarca da commedia, 

Eunuco insatirito, 
Frignando per inedia 
Elegiaco vagito, 
Rimeggia il tu per tu 

30 Tra il Vizio e la Virtù. 

Convulso, semivivo, 
Sfiaccolato, cascante; 
Amico putativo 
E putativo amante, 
35 Annebbiando il cipiglio 

Tra IMnno e lo sbadiglio; 



V. 27. — Frignando^ eco. Dice frignando e non piangendo 
perchè accenna a quel piagnucolare proprio del bimbo, che 
schernevolmente si chiama frignare. 

V. 29. — Rimeggia^ ecc. Cioè mette in rima, o più gene- 
ralmente mette in versi un continuo contrasto fra la virtù 
ed il vizio. Stare a tu per tu, significa non lasciarsi sover- 
chiare da altri a parole, ma rispondergli con eguale o raa":- 
giore acrimonia, o come si suol dire rispondergli per le rime. 
Nella tosta di questo giovinetto la virtù e il vizio litigano 
fra loro e si paralizzano a vicenda per modo che non si con- 
cludo nulla uè por un verso né per l'altro. 

V. 33 42. — Amico putativo^ ecc. Cioè amico ed amante 
non vero: fa le viste d'esser tale, ma non è. — Annebbian- 
do, ecc. Intendi: Assumendo un'aria seria che tramezza fra 
l' ispirato e l'annoiato, in versi leziosamente faticosi {asma' 
tichc scede)^ pronunzia stentatamente {cincischia) il nomo ip 
Dio, cioè fa le viste di crederci, ma la sua fede è incerta ed 
a sbalzi, ed è un cristiano molto fiacco, molto dubbio {cri- 
Btianelto annacquato). 



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IL GIOVINETTO 375 



In asmatiche scede 
Di Dio cincischia il nome: 
Ma il lame della fede 
40 In lui scoppietta, come 

Lucignolo bagnato, 
Cristianello annacquato. 

Canta P Italia, i lami, 
Il popolo, il progresso, 
45 Già già rettoricumi 

Per gli Arcadi d'adesso: 
Tuffato in cene e in balli. 
Martire in guanti gialli; 

Per abbuiar la monca 
50 Vanità della mente, 

Geme delV ala tronca 
AlV ingegno crescente; 
Di dottarci li in erba 
Querimonia superba. 

55 Si paragona al fiore 

Che innanzi tempo cade^ 



V. 48-49. — Martire in guanti gialli, « Questa espressione 
« (dice il Prassi nella vita del Giusti) fece fortuna. Infatti 
« un cattivo medico venne chiamato un ciarlatano in guanti 
« gialli; i conquistatori di qualunque paese mai siano, as- 
« sassini in guanti gialli, ecc.» Ma perchè fece fortuna? 
Perchè se era una specie d'invenzione quanto alla forma 
(Orazio l' avrebbe chiamata callida junetura) era però nella 
sostanza come la rivelazione di una verità che tutti ricono- 
scono, quando il P. abbia trovato un modo cosi efficace di 
rappresentarla nella parola. — Per abbuiar^ ecc. Vale por 
nascondere agli altri, (Vedi pag. 7, nota al v. 37). 



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376 IL GIOVINETTO 

A cui manca il tepore 
E le molli rugiade; 
E non ha cuor ne senno 
60 Di dir: mi sento menno. 



Hicco dell'avvenire, 
Casca sulPorme prime j 
Balbetta di morire... 
E di che? Di lattime? 
65 anima leggera, 

Sfiorita in primavera, 

Spossate ambizioni. 
Scomposti desidèri, 
Mole, aborti, embrioni 
7C Di stuprati pensieri, 

E un correre alla matta 
Col cervello a ciabatta, 



V. 60. — Menno, Impotente, senza vigore, fiacco, inetto. 

V. 64. — Lattime, Eruzione propria dei bimbi lattanti. 

V. 72. — Cervello a ciabatta, ifQT intendere il pensiero e 
gustare P immagine, bisogna ricordare che in Toscana si 
chiama ciabatta una scarpa che ha il solo tomaio davanti, 
talché il calcagno di chi la porta rimane scoperto e s'alza 
e si abbassa camminando. Ora talvolta le persone trascu- 
rate (si chiamano anche ciabattoni) infilano il piede nella 
scarpa lasciando il calcagno fuori e \ engono cosi a schiac- 
ciare il tomaio posteriore della scarpa, usandone come se 
fosse una ciabatta, ciò che si dice portare la scarpa a cia- 
batta, camminare o correre con la scarpa a ciabatta. Ma 
ciascun vede come si possa correre calzati a quel modo men- 
tre il calcagno va su e giù movendo il passo, ed il piede 
ci sguazza. Di qui l'immagine del P. Il cervello, usato 
bene è la scarpa portata bene, usato male è la scarpa por- 
tata a ciabatta; e il poetastro che. qui descrive è un vero 
ciabattone. Mi son fermato, e forse troppo, su questa frase 
perchè i commentatori, se pur non isbaglio, non l'hanno 



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IL GIOVINETTO 377 

In torbida anarchia 
Ti tengono impedita, 
75 Per troppa bramosia 

D'affollasti alla vita/ 
T'arrabatti nel limbo, 
Paralitico bimbo. 

spiegata bend. Per loro cervello a ciabatta sta da so per eer- 
vello aciupatOf ma il fatto sta che dipende dal correre che 
lo precede e lo regge. L'errore di questo poetino sta in ciò 
che si ò fìtto in c<.po di correre con le ciabatte. 



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379 



mm unii e a lropoldo orlandini. 



Miei cali 



Nel 1844j quando io era quasi disperato della salute^ voi 
due vi^ accoglieste successivaììiente in ca>8a vostra, 9 per mesi e 
mesi mi ci teneste come fratello, sopportando infiniti fastidi per 
causa mia, e dividendo meco i patimenti e le malinconie di 
quello staio angoscioso. 

Io non potrò mai rimeritarvi di tanto benefizio; ma per 

y mostrarvi in qualche modo la mia riconoscenza, ho pen ato di 

pubblicare col vostro nome questo Racconto, assicurandovi che 

non intendo offerirvi cosa degna di voi, se non guati o allo scopo 

al quale è diretto il compontmenio. 



VoMfro 
rdusEPPL Giusi I. 



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381 



IL SORTILEGIO 



Questa novella, composta nel 1846, è fondata, a quanto 
si crede, sopra un fatto realmente avvenuto in Pitellio, ca- 
stello delle montagne di Pistoia. In essa il Poeta, solito 
ad ispirarsi alFidee morali e civili, torna a ribattere sul 
gioco del lotto come immorale ed incivile. Quindi la no- 
vella piglia un* importanza grande da'nobili intenti dell'A.; 
ed anche sotto il rispetto dell'arte può considerarsi come 
un capolavoro. Ha inoltre questo di speciale, che vi si 
accoppia alla nota satirica anche la nota affettuosa, ciò 
che avviene molto raramente nelle altre satire Giustiane. 



Il Lotto, ve lo dissi un'altra volta. 
Il Lotto è un gioco semplice, innocente, 
Che raddirizza ogni testa stravolta; 
E chi si fonda in lui, non se ne pente: 
5 Lo dissi e lo ridico, e n'ho raccolta 

La più limpida prova ultimamente 
In un bel fatto accaduto tra noi, 
Che siamo al tempo che sapete voi. 

In un Castello de' nostri Appennini, 
10 E il nome non importa, era saltato 

Tanto nell'ossa di que' montanini 
L'estro del giocolin soprallodato, 

V. 1. — Un^ altra volta. Vedi sopra L'Apologia del Lotto » 

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382 IL SORTILEGIO 

Che nelle gole giù de' Botteghini, 
In ambi e in terni avean precipitato 
15 Colla speranza certa d'arricchire, 

Fin le raccolte di là da venire. 



La voce Botteghino non è mia: 
E una protesta mi pare opportuna, 
Se mai pensaste che la poesia 
20 Parli a malizia, o secondo la luna: 

Il Botteghino e la Prenditoria 
Volgarmente son due in carne una. 
Se il nome è brutto, il popolo inventore 
N' ha colpa, e non ne sto mallevadore. 

25 Dunque tornando a noi, que' montanari 
Fino alle scarpe avean data la via, 



V. 16. —Fin le raccolte^ ecc. Il Fanfani spiega le raccolte 
in erba; ma secondo me inesattamente. U Credo, almeno 
nella redazione popolare toscana, ha un luogo che dice 
cosi : Siede {Gesù) alla destra dei Padre e di là ha da venire 
{inde venturus) a giudicare i vivi e i morti. Ora siccome 
questo giudizio avverrà in un tempo indeterminato, o me- 
glio al di là del mondo e dei tempi, nella eternità, cosi il 
popolo ha foggiato dalla frase genuina, ironicamente il modo 
assoluto di là da venire a dinotare una cosa incerta o che 
avverrà in un tempo lontanissimo o non avverrà aflfatto. — 
Come mai hai prestato cento lire a quel bindolo? — Credi 
che non me le renderà? — Lui? te le renderà in un tempo 
di la da venire! e simili. — Ora il P. vien qui a dire in so- 
stanza che quei contadini avevano impegnato, non solo 
la raccolta prossima (cioè quella che era sempre in erba), 
ma anche le altre che verrebbero chi sa quando o che non 
verrebbero mai. E non occorre dire che tutto ciò è un^ esa- 
gerazione fatta per ischerzo. 

V. 20. — Secondo la luna. Cioè inconsideratamente, a caso. 

V. 26. — Fino alle scarpe^ ecc. Cioè avevano venduta ogni 
cosa, fin'anche le scarpe per far quattrini e giocare. 



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IL SORTILEGIO 383 

Sognando negli spazi immaginari 
Di fare un baco in Depositeria, 
Di giocator, di prodighi e d'avari 
30 Oltre la borsa ya la bramosia; 

E come chi più n'ha più ne vorrebbe, 
Chi più ne sciupa e più ne sciuperebbe. 

Bazzicava lassù per que' paesi 

Un di que' rivenduglioli ambulanti, 

35 Che fan commercio a denari ripresi 

Di berretti, di scatole, di Santi, 
E di ferri da calze, e d'altri arnesi 
Quanti n' occorre per cucire, e quanti 
Ne porta in petto, al collo e sulla testa, 

40 La villana elegante il di di festa. 

Oltre a codeste bricciche, costui 
La sacca d'un gioiello avea provvista, 
Che tra le cose che giovano altrui 
Va messo per ossequio in capo lista; 
45 Cosa mirabilissima per cui 

Splende alla mente una seconda vista, 
Cosa che serve per tutti i bisogni; 
E questa perla era il Libro de^ Sogni. 



v. 28. — Fare un 6mco, ecc. Cioè vincere una grossa 
somma. Vedi pag. 367, nota al v. 189. 

V. 33. — Bazzicava f ecc. Bazzicare in un luogo significa 
andarvi spesso, abitualmente. 

V. 35. — A denari ripresi. Far commercio a denari riprc- 
8Ìf vuol dire col vantaggio di pagare la merce al fornitore 
soltanto dopo averla venduta. 

V. 41. — Bricciche. Cosuccie, coso di poco o di nessun 
valore, cose da nulla. 

V. 46. — tSt'Conda vista. Cioè quella del fut'iro. 



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384 IL SORTILEGIO 

La famosa Accademia del Cimento, 
50 L'Istituto di Francia e d'Inghilterra, 

E tutta roba di poco momento 
Appetto a quella che il gran libro serra. 
« Credete a chi n'ha fatto esperimento » 
Che quello è il primo libro della terra, 
55 Onde lo privilegia, e con ragione, 

La sacra e la profana Inquisizione. 

Questo libro utilissimo, non solo 
Egli lassù l'avea disseminato, 
Ma nel mezzo di piazza ai montagnolo 
60 Spiegato con amore e postillato; 

E il giorno dell'arrivo, al Merciai olo, 
Il popolo, il comune e il vicinato 
Correano a dire i sogni della notte, 
Ladri, morti, paure, e gambe rotte. 

G5 Ed ei, presa la mano a far l'Oracolo, 
rispondeva avvolto o stava muto; 
Anzi, tra l'altre, aveva un tabernacolo 
Con dentro un certo Santo sconosciuto, 
Dal qual, secondo lui, più d'un miracolo, 

70 E più d'un terno a molti era piovuto, 

Pur di destare la sua cortesia 
Pagando un soldo ed un'Avemmaria. 

v. 52. •— Appetto, ecc. Più popolarmente usato che a pa- 
ragone di quello, 

V. 53. — Questo verso è dell' Ariosto. Ori, i'\ir., XXIII, 112. 

V. 62. — Il popolo j il comune, ecc. Modo proverbiale che 
significa tutti o anche un gran numero di persone indeter- 
minatamente. 

V. 65-66. — Fresa la mano, ecc. Cioè avvezzo com'era, ecc. 
— Avvolto, Cioè involuto, oscuro, com'era uso appunto de- 
gli oracoli. 

V. 71. — Pur di destare, ecc. Modo usitatissimo invece 
dell'altro purché o a patto che si destasse, ecc. 

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IL SORTILEGIO 385 

Lo spolverava, l'apriva, e gridava 
Che tutti si levassero il cappello; 

75 Poi brontolando Paternostri, andava 

Torno torno a raccorre il soldarello: 
E mentre ognuno pregava e pagava, 
Più numeri, di sotto dal gonnello. 
Tirava fuori agli occhi della folla 

80 II moncherino di quel Santo a molla: 

Ne volendo, se a vuoto eran giocati. 
Parer col Santo e tutto, un impostore. 
Egli è, dicea, per i vostri peccati, , 
Che non trovan la via di venir fuore. 
85 Smunti cosi gran tempo e bindolati 

Avea que' mammalucchi in quell'errore, 
E col Governo il traffico divìso, 
E mescolato al vizio il Paradiso. 

Stanchi alla fine, e come accade spesso 
1)0 D' uno che al gioco giochi anco il cervello, 

Che invece di pigliarla con se stesso 
E' se la piglia con questo e con quello, 
Un di che il Rivendugliolo avea messo 
Fuori i fagotti e il solito zimbello, 
95 Da sei gli sono addosso, e con molt'arte 

L' attorniano, e lo traggono in disparte. 



V. 82. — E tutto. La locuzione e tutto è in simili pasi co- 
stantemente preferita dall' uso all' avv. insieme ed ha molta 
più forza. Es. : Entrò in sala col pastrano e tutto, eoo. 

V. 84. — Fuore. Vedi pag. 275, nota al v. 90. 

V. 86. — Mavimalucchi. « Mammalucco, soldato d'una mi- 
lizia egiziana durata fino al 1814, e composta da principio di 
schiavi stranieri; dall' arab. mamluk schiavo, «la/eA: compra- 
re; ora si usa per sciocco, stolido. » Zambaldi, op. cit. 

Giusti. - Poesie, 25 

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386 IL SORTILEGIO 

E dopo averlo strapazzato, e dette 
Cose del fatto suo proprio da chiodi, 
GÌ' ìntaoiiarou minaccie maledette, 
100 E che voleano il terno in tutti ì modi. 

Messa li su quel subito alle strette 
La volpe che, maestra era di frodi, 
Facendo V imbrogliato e il mentecatto, 
Te gli abboni che non parve suo fatto. 

105 Poi protestando, che del trattamento 

Non facea caso e lo mandava a monte, 
Accennò roba, parlò d' un portento. 
La prese larga, te li tenne in ponte, 
E finse di raccogliersi un momento, 

110 E chiuse gli occhi, e si fregò la fronte, 

E disse: attenti che non diate poi 
A me la colpa che si spetta a voi, 

Bisognerebbe, quando il gallo canta 

Suir alba, o appena il- sole è andato sotto, 
115 Novanta ceci secchi, sulla pianta 

Córre, senz' esser visti o farne motto; 
E dall' uno giù giù fino a novanta 
Scriverci sopra i numeri del Lotto, 



V. 98. — Cose, eco. Vedi pag. 67, nota al v. 5. 

V. 104. — Che non parve, ecc. Cioè in modo cosi destro 
e franco come se la cosa non riguardasse lui, ma altra per- 
sona; e si dice anche non pareva lai. 

V. 106, — Mandava a monte. Vale: non se ne risentiva, 
non ne teneva conto; e la frase è tolta dal gioco delle 
carte. 

V- 108. — Te li tenne, ecc. Tenere ano t» ponte vale te- 
nerlo sospeso, in aspettazione. 

V. 116. — Corre. Veramente la forma pia comune e po- 
polare è co^Zìere; e se il P. non l'ha prescolta ciò è avve- 
nuto per ragioce del verso. 



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IL 8CRTILBGI0 387 

Con una tinta che non si cancolla, 
120 Fatta di pece e d' unto di padella. 

Affilare un coltello, essere accorto 
Che chi raffila non tocchi nessuno; 
E un corpo maschio^ defuuto di corto, 
Scavar di notte, in giorno di digiuno; 
125 E tagliata e vuotata a questo morto 

Ben ben la testa, dentro ad un ad uno 
Mettere i ceci, stando inginocchiati, 
Tre volte scossi e tre volte contati. 

Avere un pentolone, e a queste gore 
130 Qua sotto, empirlo di queir acqua gialla, 

E bollirci quel capo, e che di fuore 
Non vada F acqua. Dio guardi a versalla ! 
A mala pena spiccato il bollore. 
Da* primi ceci che verranno a galla 
135 Avrete il terno; e se dico bugia, 

Che non possa salvar V anima mia. 

Quel dettar tutto si minutamente, 

Quel morto, quella pentola, e il gran guaio 
D' aver bisogno, fece a quella gente 
140 Girar la testa come un arcolaio; 

E creduto per fede agevolmente 
E rimandato libero il Mereiaio, 
Stillano il modo di venire a capo 
D' aver in mano, e di bollir quel capo. 

V. 132. — Versalla, È assimilazione popolana che si fa 
in casi simili, come Arrivedello^ miralloj ecc., per ar riveder- 
lo, mirarlo, ecc. 

V. 141. — Credalo per fede. Vuol dire come se fosso un 
articolo di fede, cioè senza dubitarne punto. 

V. 143. — Stillano^ ecc. Vedi pag. 108, nota al v. 176, 

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388 IL SORTILEGIO 

145 Di fresco era lassù morto il Curato, 
E V aveano sepolto dirimpetto 
Alla porta dì Chiesa ove il sagrato 
Ha uoa lapide antica a questo effetto. 
Quel prete per disgrazia infarinato 

150 D' Algebra, se di tempo un ri taglietto 

Gli concedea la cura di montagna, 
Era sempre a raspar sulla lavagna. 

Queir armeggio di numeri venuto 
A risapersi nel paese, il Prete 

155 Per un gran cabalista era tenuto, 

E che de' terni avesse in man la rete, 
E scalzarlo parecchi avean voluto. 
Mentre che visse, sulP arti segrete 
Di menar la fortuna per il naso, 

160 Pescando il certo nel gran mar del caso. 

L' ultima carne maschia seppellita 
Era il prete, la cosa è manifesta; 
Dunque la testti che andava bollita 
Era la sua, certissima anco questa; 



V. 152-153. — Raspare, eco. Vale a dire a scriver numeri 
e cifre ; e l' immagine è tolta specialmente dal razzolare o 
raspare che fanno i polli. — Armeggio. Si chiama in gene- 
rale cosi un insieme di atti dei quali chi vede non capisco 
bene il significato: Cosa raspi? Cosa armeggi? Che vuol 
dire cotesto armeggio ? 

V. 157. — Scalzarlo, ecc. Scalzare qualcuno sopra una 
cosa qualunque, vuol dire strappargli destramente una no- 
tizia ch'egli vorrebbe tener segreta; ed è poi singolare che 
si dica nello stosso senso tirar su le calze ad alcuno. 

V. 161-108. — Vultima carne, ecc. Bada al ragionamento 
di questi contadini, va diritto come un fuso, 



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IL SORTILEGIO 389 

165 E tanto più che avezzi erano, in vita, 

I numeri a bolirgli nella testa. 
Cosi dicendo quella gente grossa 
Pensò del Prete violar la fossa. 

Risoluti si acordano costoro, 

170 E si partiscon l'opre e le veci; 

Ammannisca il coltello uno di loro, 
Un altro il pentolone, un altro i ceci, 
E poi tutti si trovino al lavoro 
Di notte tempo, là dopo le dieci, 

175 Nel giorno da Mosè dato all' altare, 

Ed alle streghe nell' era volgare. 

Tutto quel giorno che precesse il fatto, 
Maso, un di quelli dell' accordellato, 
Girò per casa mutolo, distratto 
180 E torbe come mai non era stato: 

La moglie era presente, e di soppiatto 
Coir occhio clie alle donne amore ha da^, 
Lo guardava e guardava^ a quella vista 
Facendosi anco lei pensosa e trista. 

1 85 Erano sposi da cinqu' anni, e stati 
Sempre insieme su su da piccolini 
Poi coir andar del tempo innamorati, 
S' eran «jongiunti da onesti vicini. 
E dal di che 1' aitar santificati 

190 Avea gli affetti lor, già tre bambini, 

Rallegravan la rustica dimora. 
Che tre rose parean còlte d' allora. 



V. 175. — Nel giorno, ecc. Il venerdì. 

V. 178, — Accordellato. Accordo da tenersi seorrptn, 



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390 Ili SOffTILEGIO 

A forza di risparmio e di lavoro 
Conducean vita semplice e frugale, 

195 Poveri si, ma in pace, e con decoro. 

Contenti nel pudor matrimoniale; 
Quando ecco il lotto a ficcarsi tra loro, 
Il Lotto, gioco Imperiale e Reale, 
E quella pace e quel vivere onesto 

200 Subito in fumo andar con tutto il resto. 

Vani usciti i consigli erano, e vani 

Con lui gli affanni di quella meschina, 
Che sempre più vedea d* oggi in domani 
Esso e la roba andarsene in rovina; 
205 Ed or facea concetti e sogni strani 

Del vederselo 11 dalla mattina 
Senza toccar lavoro, o far parola, 
consolarla d' un' occhiata sola. 

E come più la sera s' appressava, 
210 Più lo vedea smaniante e pensieroso. 

Un po' sede^, un po' cantarellava, 
Come fa l'uom che aspetta e non ha poso: 
Ed or prendeva in braccio, ora scansava 
Un fanciuUetto che tutto festoso 
215 Con più libero pie degli altri dui, 

Salterellava dalla madre a lui. 

L' aria imbruni, suonò l'Avemmaria, 
E sorta in pie la donna, a' figlioletti 
Incominciò malinconica e pia 
220 A suggerir garrendo i sacri detti: 



V. 212. — Voio, por posa e più giù. dai per due sono ar- 
caismi posti qui per la rima. 



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IL SOETILEGIO 391 

Maso, fermo sull'uscio, o non udia 
La squilla, vaneggiando in altri obietti; 
se V udi, non ebbe in quella sera 
Né parola né cuor per la preghiera. 

225 Notò la donna Patto, e avendo piena 
Già già la testa di mille paure, 
Dentro se ne senti crescer la pena, 
Ma la represse, e attese ad altre cure. 
E acceso il lume e il foco, e dato cena 

230 E messe a letto quelle creature, 

Eiitrovò Maso come addormentato, 
Col capo sulla mensa abbandonato. 

Volea parlar, ma non le dette il cuore 
D' aprir la bocca, e ste' soprappensiero, 

235 E quello immaginar pien di dolore 

Le cose più che mai le volse in nero; 
Poi, come fa chi dubbia e sente amore. 
Che cerca e teme di sapere il vero. 
Soavemente a lui che amava tanto 

240 Si volse, e disse con voce di pianto: 

Maso, per carità, parla, che hai ? 
Via parla non mi dar questi spaventi: 
Cosi confuso non t' ho visto mai ; 
Oh, Maso mio, perchè non mi contenti ? 
245 Se non lo fai per me, se non lo fai, 

Fallo per quei tre poveri innocenti, 
Che son di là che dormono, e non sanno 
Lo snaturato di padre che hanno. 



V. 215. — Se non lo fai j ecc. Bipetizione naturalissima 
piena d'affetto come tutta questa scena. 



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892 IL SORTILKGIO 

MasO) bada alla gente! Il viciname 
250 Sparla di te, che ti se' mal ridutto, 

Ohe un giorno o V altro quel giocaocio infame 
T' ha da portare a qualcosa di brutto : 
Oh senti, Maso mio, meglio la fame, 
Andar nudi, accattare, è meglio tutto; 
255 Ma, se non altro, non darmi il rossore 

Ohe tu perda col pane anco V onore. 

E si dicendo, a lui s'era accostata 
E dolcemente gli tendea la mano, 
Oontinuando con voce affannata 
2G0 A interrogarlo, a scongiurarlo invano, 

Ohe da sé la respinse, e dispietata- 
mente la minacciò quel disumano, 
E di tacer le impose, e che di volo 
Andasse a letto e lo lasciasse solo. 

265 Andò la dolorosa, e mezza morta 

Senza spogliarsi in letto si distese: 
E là piange, e si strugge e si sconforta, 
Cheta, in sospetto e sempre sull'intese; 
Né molto sta, che cigolar la porta 

270 Udendo, sorge, e coir orecchie tese 

Sente, pian piano, con sordo stridore, 
A doppia chiave riserrar di fuore. 



V. 261-262. — Dispietata -mente. Tali avverbi di questa 
forma, si ritengono per composti di due voci, la seconda 
delle quali sia mente; cosi dal lat. impia rnerite^ empiamen- 
te ecc. E perciò talvolta i poeti li pronunziano in due tempi 
od anche li spezzano a questo modo. 

Cosi quelle carole, diffcvente- 
moUfì danzando, dalla sua riccliezza. 

Dantk, Par., XXTV, 16. 



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IL SORTILEGIO 393 

Balza dal letto, e prima che s* involi 
Del tutto vuol seguirlo arditamente: 

275 E poi non si risolve, e de' figlioli 

Sorge il pensiero a divider la mente; 
Ma tosto il dubbio di lasciurli soli 
Cede al timor più vivo, e più presente; 
Scende e tenta la toppa, e nulla avanza, 

280 E del forzarla è vana ogni speranza. ♦ 

Più 1' ostacolo è forte, e più s* esalta 

L' animo in quello ; ond' essa audace e destra 
Si lancia ove ricorre angusta ed alta 
^Cinque braccia da terra una finestra; 
285 L' apre la donna e su vi monta, e salta 

Speditamente nella via maestra, 
E per molti sentieri erra, e s' invesca 
Senza molto saper dove riesca. 

In questo mentre i compagni di Maso 
290 A mezza costa, fuor dell' abitato, 

Colatamente avean le legna e il vaso 
Per la strana cottura apparecchiato : 
Egli co' fepi che faceano al caso 
D' alzar la pietra e scorciare il Curato, 
295 Per altra via, coli' animo scontento, 

Ultimo venne al dato appuntamento. 

T. 287. — SHnveaca. Cioè si trattiene da invescarsi o in- 
vischiarsi, che significa propriamente rimanere attaccato al 
vischio. 

Perch'io nn poco a ragionar m'inveachi. 

Dante, Inf , XIII, 58. 

v. 296. — Appuntamento. Posto come qui per accordo di 
trovarsi in un dato luogo ad un fine stabilito, è oramai 
dell'uso comune, ne si può cacciar via come vorrebbe qual- 
che grammatico. (Vedi pag. 3, v. 27 ; pag. 112, v. 2d ; pag. 220, 
v. 48). 

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894 IL SORTILEGIO 

Qui ci vorrebbe una notte arruffata. 
Una notte di spolvero, che quando 
Alla tedesca fosse struraentata, 
300 Paresse un casa-al-diavolo, salvando. 

Se, per esempio, la nota obbligata 
D' un par di gufi avessi al mio comando, 
E fulmini a rifascio e un' acqua tale 
• Da parer il diluvio universale: 

805 E una romba di vento, e il rumor cupo 

D' un fiume, d' un torrente, o che so io, 
Che giù scrosciando d' un alto dirapo 
Rintostasse de' toni il brontolio; 
Di quando in quando un beli* urlo di lupo 

310 Uq morto che gridasse Gesù mio, 

E una campana che sonasse a tocchi, 
Riuscirebbe una notte co* fiocchi. 

A farlo apposta, tra le notti belle 

Vedute al mondo, questa, a mia sfortuna, 
815 Si potea dir bellissima: le stelle 

Erano fuori, tutte, fin a una! 



V. 298. — Una notte di spolvero, Cioò di grande effetto, 
descritta in maniera da sorprendere e meravigliare : e il modo 
ò d'uso assai comune, ogni volta che si parli di cose che 
hanno piìi apparenza che altro. 

V. 3U3. — A rifascio. Vale in gran quantità e anche con- 
fusamente. 

V. 308. — Hintostasse, ecc. Cioò rendesse più forte, ac» 
crescesse. Rintoatare per accrescere si usa specialmente nel 
pesciatino. 

V. 312-318.— Co' fiocchi. Cioè bellissima. Vedi pag. 810, 
nota al v. 6. — A farlo^ ecc. Vale al confrario^ come se qual- 
cuno l'avesse fatta proprio per farmi dispetto; ed il modo 
è usitatissimo. 



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IL BOETJLi?:aTO 395 

fìe a scmparmì le tenebre con quelle 
Tosse veuuta in ballo anco la luna, 
Piantavo la novella, e buona sera: 
820 Tiriamo avanti; la Inna non c^era. 

Zìiiìj spiando intorno, e come un branco 
Di Itipì iogordJ..,» AdagiOj e colle buonej 
lì lupo è detto, — Di corvi ? — ITemmaiico, 
Cbè di notte non vanno a processìotie} 
D25 Sicché dunque dirò, lasciato in bianco, 

Per questa volta tanto, il paragone, 
Che s'avviò la frotta al Cimitero, 
(E passi per la rima) alVaer nero. 

Intanto qua e là s'era aggirata 
330 Ratta, intendendo la vista e l'udito, 

Quella povera donna sconsolata 

Liutilmente cercando il marito; 

E stanca per que' sassi, e disperata 

Della traccia, per ultimo partito 
835 Alla Chiesa risolse incamminarsi, 

E là piangere, e a Dìo raccomandarsi. 

Su per una viottola scoscesa 
Va la meschina risolutamente, 
E all'orlo del sacrato appena ascesa 
840 Che fa piazzetta, sul poggio eminente> 

Ode, e le pare, là, verso la Chiesa 
Un sordo tramenio, come di gente 
Che soprarrivi cheta e frettolosa, 
E s'argomenti di tentar qualcosa. 



V. 819. — l*ianfavo, ecc. Abbandonavo, lasciavo, lasciavo 

in asso, lasciavo in tronco la novel'a; tutti modi vivissimi. 

V. 342. — Tramenìo, Lieve rumore di gente afFacceadata. 



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396 IL SORTILEGIO 

345 Insospettita fermasi e s'acquatta 

Giù rannicchiata, dietro a certi sassi 
D'ana vecchia casipola disfatta. 
Distante dalla Chiesa un trenta passi; 
E di li guarda e scorge esterrefatta 

850 Un gruppo strano, e parie che s' abbassi 

In atto di sbarbar con violenza 
Di terra, cosa che fa resistenza. 

Ecco, si smuove una lapide, e tosto 
S'alza quel gruppo, e indietro si ritira, 

355 E di subito giunge là discosto 

Il grave puzzo che l'avello spira. 

Senza alitare o muoversi di posto. 

Trema la donna misera, e s'ammira 

Qual chi dorme e non dorme, e in sogno orrendo 

360 Volteggia col pensier stupefacendo. 

Lenta calarsi dentro e risalire 
Una figura vede dall' avello, 
E sorta, accorrere i compagni, e dire 
Un non so che di testa e di coltello. 
365 E allor le parve vedere e sentire 

Ricollocar la lapide bel bello; 
Poi tutti verso lei tendere al piano, 
E innanzi un d'essi con un peso in mano. 

Quel vederli venire alla sua volta 
370 Tanto le crebbe tremito e spavento, 

Che dentro si senti tutta sconvolta 
E chiuse gli occhi e usci di sentimento. 
Quelli che con molt' impeto e con molta 
Fretta correano in basso all'altro intento, 

V. 366. -- Bel hello. Cioè piano piano. 

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IL SORTILEGIO B^7 

375 Raccolti in branco e presa la calata 

L' ebber senza notarla oltrepassata. 

* Non molto andare i^ giù, che dalla via 
Torsero a manca, e pervennero in loco 
Ove per molti ruderi s'ascia 
880 Ne* campi, scosti dalle case un poco. 

La poveretta che si risentia, 
Ecco vede laggiù sorgere un foco, 
E parecchi d'intorno affaccendati 
Dal baglior delle fiamme illuminati. 

385 Brillò la fiamma appena, che non lungo 

Da lei, più gente a gran corsa si sferra, 
E giù piombata in un attimo, giunge 
Là dove lo splendor s'alza da terra: 
E altra gente gridar che sopraggiunge^ 

390 E d'un' altra che fugge il serra serra, 

E su e giù per fossi e per macchioni 
Stormir di frasche, e salti e stramazzoni- 

S'alza un alterco... ahi misera! è la vogo, 
È la voce di Maso; e par che tenti 
395 Di liberarsi d'uno stuol feroce 

Che lo serri d'intorno e gli s'avventi. 



V. 386. — Si sferra. Si dà a corsa furiosa corno chi esc© 
dai ferri, cioè dalla prigione. 

fuggenti 

Come veltri che uscisser di catena. 

Dante, Iw/., XIII, 112. 

Perciò credo non dovere accettare la postilla d' un com- 
mentatore che dice : — Sferrarsi dicesi di chi si dà & uarrer» 
velocemente, da perdere i ferri se fosse un cavallo, 

V. 390. — Serra serra. Si dice cosi a significare il fon- 
fuso urtarsi di gente spaventata o inseguita. 



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398 IL SOJftTlLEGlO 

Tosto drizzata in pie, scende veloce 
Onde veniale il saon de' fìeri accenti, 
Quand'ecco che la ferma un duro sgherro 
400 Con un artiglio che parca di ferro. 

Le spie del luogo avean raccapezzato, 
Non si sa come, un che di quel ritrovo, 
E un Ser Vicario già n'era avvisato 
Famoso per trovare il pel nell'evo: 
405 Ma tardi e male postisi in agguato 

I bracchi, mossi a chiapparli sul covo, 
Fallito il colpo della sepoltura, 

Te gli avean còlti alla cucinatura. 

Raggranellati tutti e fatto il mazzo, 
410 La donna fu creduta della lega: 

II Merciaiolo citato a Palazzo, 
Svesciando il caso dall'alfa all'omega. 
Provò che per uscir dell'imbarazzo 
Avea dato una mano alla bottega. 

415 Tant'è chi ruba che chi tiene il sacco: 

Dunque fu detto' che battesse il tacco. 

Con più giustizia della falsa accusa 
Usci netta la misera innocente. 



V. 404. — Trovare, ecc. Si dice comunemente dciruomo 
che è molto acuto a scorgere e rilevare tutto ciò che può 
esserci di male o di difettoso cosi nelle persone come nelle 
cose. 

V. 412. — Sceaciando. Cioè confessando, rivelando, eoo. 
dal principio alla fine, ogni cosa. 

y. 414. — Avea^ ecc. Cioè aveva aiutato la speculazione 
del lotto. 

V. 415-416. — Proverbio usitatissimo. — Battesae^ ecc. 
Battere il tacco è modo usitatissimo per andar vìa in gran 
fretta e anche segretamente. 



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JL SORTILEGIO 39D 

Ma di vergogna e di dolor confusa 
420 Pericolò di perderne la mente; 

Perocché fissa in quella notte, e chiusa 
• Nel proprio affanno continuamente, 
Da paurose immagini assalita 
S'affisse e tribolò tutta la vita. 

425 Veggano intanto i Re, vegga l'av^aro 
Gentame intento a divorar lo Stato, 
Di quanti errori il pubblico denaro 
E di che pianto sia contaminato! 
Fuman del sangue sottratto all'ignaro 

430 Popolo, per voi guasto e raggirato, 

Le tazze che con gioia invereconda 
Vi ricambiate a tavola rotonda. 

Dritto e costume nel consorzio umano 
Cosi, per vostre frodi, hanno discordia; 

435 E cupidigia vi corrompe in mano 

E la giustizia e la misericordia; 
Che assolver non si puote un atto insano 
Che con legge e ragion rompe concordia; 
Né giustamente Terror mio si danna, 

440 Quando il giudice stesso è che m' inganna. 

Premesso questo, è tempo di sbrigare 
Anche quegli altri che lasciammo presi. 
Dopo un gran chiasso e un grande almanaccare 
Di spie, di birri, e di simili arnesi, 
445 Dopo averli tenuti a maturare, 

Come le sorbe, in carcere se' mesi; 



V. 445. — Dopo averli^ ecc. Dopo averli tenuti in pri- 
gione, ecc. ; e si allude al proverbio ; « Col tempo e colla 
paglia, si mati'ran le sorbe. » 



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400 IL soaTiixaio 

Dopo un processo biigo, lungo, luago, 
Si svegliò la Giastizia p nacque il fungo- 

E fuj che, reiìultava dal processo 

450 Violato aepolcroj e sortì ieglo^ 

Ma visto che il delitto Sa. commessa 
Per il Lotto, e che il Lotto è un gioco regiOj 
Chi delinque per lui, di per se steisao 
Partecipa del Lotto al privilegio. ^ 

455 Se fosse stata briscola o primiera, 

Pover^:! Iol'o^ andiivano in galera. 



v. 448, — Jl fungo. Chiama così con dori^jìuji^ la stìiiteDaii. 

V, 450. — SortiUgiù. Dal lat, sor Ita hgere (raccoglier© lii 
sorti) significa resercÌKÌo di quell'arte vana elm mirtt a in- 
dovinare la sorte col lue^a^o d- incantesimi o sLrt^goiieriet 



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401 



LA GUERRA 



€ Questo scherzo (composto nel 1846) punge i predica- 
tori della pace a ogni costo, anco delle più vergognose 
bassezze; i quali poi, se capita il destro di guadagnare, 
danno un calcio ai loro sistemi, e rovesciano il mondo. » 
Cosi il P. in una nota apposta al titolo. (Ediz. Le Mou- 
nier, 1852). E nella lettera al Franceschini (Episty 312) 
aggiunge che in questo scherzo punge la Banca e la dot- 
trina de' quattro e quattr' otto. 



Eh no, la guerra, in fondo, 
Non è cosa civile: 
D'incivilire il mondo 
Il genio mercantile 
5 S'è addossata la bega:' 

Marte ha messo bottega. 

Le nobili utopie 
Del secolo d'Artù, 
Son vecchie poesie 
10 Da novellarci su : 

Oggi a pronti contanti 
1 Cavalieri erranti 



V. 5. — Bega. Impegno difficile e noioso. 
V. 8. — ArtU, Vedi pag. 77, nota al v. 25. 
Giusti. — Poesie. 



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402 LA GUERRA 

Con tattica profonda 
Nell'arena delPoro, 
15 A tavola rotonda 

Combattono tra loro, 
Strappandosi co'denti 
Il pane delle genti. 

Sì si, pensiamo al cuoio, 
20 E la gotta assoldati. 

Cannone e filatoio 
Si sono affratellati; 
E frutto di stagione 
Polvere di cotone. 

25 Di guerresco utensile 

Gli arsenali e le ròccho 

Ridondano: il fucile 

Sbadiglia a dieci bocche 

De'soldati alle spalle, 
30 Affamato di palle. 

Né mai tanto apparato 
D'armi, crebbe congiunto 
A umor si moderato 
Di non provarle punto. 

V. 19. — Pensiamo al cuoio. Cioè pensiamo a salvare la 
pelle, e venga la gotta ai soldati- Cuoio per pelle è traslato 
preso da certi animali della cui pelle si fa appunto il cuoio ; 
in questo senso lìi pelle però è più usato al plurale. Salvarsi 
le cuoia. Rimetterci le cuoia, ecc. 

V. 24. — Polvere di cotone. Allude al cotone fulminante, 
che a quel tempo si cominciò a sostituire in certi casi alla 
polvere pirica. 

V. 28. — A dieci bocche. Cioè sbadiglia tanto, come se in- 
vece d' una bocca sola, ne avesse dieci, sbadiglia per dieci ; 
modi assai comuni. 



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LA GUERRA 403 

35 Dormi, Europa, sicura; 

Più armi e più paura. 

Popoli, respirate; 
E gli eroi macellari 
Cedano alle stoccate 
40 Degli eroi milionari: 

La spada è un'arme stanca, 
Scanna meglio la banca. 

Bollatevi tra voi. 

Re, ministri e tribune; 
45 Gridate all'arme, e poi 

Desinando in comune, 
Gran proteste di stima, 
E amici più di prima. 

La pace del quattrino 
50 Ci valga onore è gloria: 

Guerra di tavolino 
Facilita la storia. 
Oli che nobili annali, 
Protocolli e cambiali! 

65 Hanno tanto gridato 

Sulla tratta de'Negri! 
Eppure era mercato! 
Tedeschi, state allegri; 



V. 43. — Bollatevi^ eco. Qai vale imbrogliatevi e ingan- 
natevi a vicenda. 

v. 50. — Ci valga^ ecc. Cioè tenga per noi il luogo della 
gloria e dell'onore. 



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404 LA GUERRA 

Finché la guerra tace, 
60 Ci succhierete in pace. 

Ma che è questo scoppio 
Che introna la marina? 
Nulla: un carico d'oppio 
Da vendersi alla China: 

V. 60. — Ci succhierete^ ecc. Cioè ci succhierete il sangue 
e ci sfrutterete senza pericolo. 

V. 63. — Un carico d* oppio^ ecc. Per intendere questa 
strofa e le due seguenti bisogna ricordarsi della guerra fatta 
dalla Gran Bretagna alla China, a causa deir importazione 
dell' oppio, e che perciò fu detta anche la guerra dell* oppio. 
Eccone un breve cenno : « L' Inghilterra cava dalle Indie 
orientali una quantità d' oppio del valore di sei milioni 
e mezzo di sterline, e baratta quest'oppio nell'impero della 
China con the, che vende poi in Europa. Ma 1' oppio in 
China non serve che ad ubriacare ed abbrutire la gente; 
perciò l'imperatore dei Chmesi, in questo caào più civile 
di certi europei, vedeva di mal occhio questo mercato e 
lo proibiva. Ma tale proibizione riusciva vana, e l' Inghil- 
terra nel 18?8 introdusse nella China ben 4,375,000 libbre 
di oppio della valuta di 105,000,000 di franchi almeno. L'op- 
pio fu sequestrato e disperso; e nacquero deUe collisioni 
fra le autorità chinesi e la flotta mercantile inglese. Il 
governo inglese si tiene offeso, e al principio del 1840 vi 
spedisce una flotta formidabile. Tutto quell' anno e il se- 
guente le battaglie s' avvicendano ai trattati, e intanto 
gì' Inglesi continuano il contrabbando dell' oppio; bloc- 
cano il fiume di Canton e prendono l'isola di Kufan. I 
Chinesi si difendono con feroce valore; nelle città prese 
dal nemico strangolano figli e mogli e n'empiono i pozzi; 
il popolo, mancando ogni autorità tutrice, dà negli ec- 
cessi. L'impero tratta di pace che è conchiusa a questi 
patti: la Cina paghi 21,000,000 di dollari, apra al commer- 
cio europeo i porti di Canton, Emoy, Fo-scen-fu, Ning-po, 
Scianghai; ceda all'Inghilterra l'isola Kong-Kong; amni- 
stia ai sudditi ribelli. Dell' oppio non si fa più parola ; 
tanto che nei primi mesi del 1844 la Compagnia . ve ne 
inviò ottomilaeentonovanta casse, pel valore di 26,252,000 
franchi. L'Inghilterra aveva vinto, ma da qual parte stava 
il diritto? » (Vedi Cantù, Storia universale, Torino 1886, 
voi. XII, pag. 343 e seg.). 



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LA GUERRA 405 

65 E una Fregata inglese 

Ohe l'annunzia al paese. 

, Qui, l'oppio capovolta 
Dritti e filantropie! 
Ma i Barbari una volta, 
70 Oggi le mercanzie 

Migran da luogo a luogo, 
Bisognose di sfogo. 

Strumento di conquista 
Fu già la guerra; adesso 
75 E aifar da computista: 

Vedete che progresso! 
Pace a tutta la terra; 
A chi non compra, guerra. 

V. 67. — Qaij ecc. Cioè in questo caso, in questa quistione 
dell' oppio. — Capovolta, ecc. Capovoltare e capicoltare è più 
popolare che caijo volger e. 



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403 



SANI' AMBROGIO 



In questa poesia, composta nel 1846, l'Autore narra 
un caso che gli avvenne realmente nelia Chiesa di 
Sant'Ambrogio a Milano. E c'è proprio l'accento e l'effi- 
cacia che solamente il vero può ispirare ad un poeta 
grande ed originale come il Giusti. Anche qui, come in 
un luogo del Sortilegio (pag. 389, v. 177-256) si sente 
potentissima la nota patetica (v. 67-72). Il componimento 
è de'più pensati e clie più fanno pensare. 



Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco 
Per que'pochi scherzucci di dozzina, 
E mi gabella per anti-tedesoo . 
Perchè metto le birbe alla berlina, 
5 senta il caso avvenuto di fresco, 

A me che girellando una mattina, 
Capito in Sant'Ambrogio di Milano, 
In quello vecchio, là, fuori di mano. 

M'era compagno il figlio giovinetto 
10 D'un di que'capi un po' pericolosi, 

Di quel tal Sandro, autor d'un Romanzetto 
Ove si tratta di Promessi Sposi 



V. 3. — E mi gabella^ ecc. Cioè mi reputa, mi stima anti* 
tedesco, e si dice anche mi battezza per, ecc. 

V. 8. — Fuori di mano. Fuori dal centro della città. 



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SANT'AMBROGIO 407 

Che ia il nesci, Eccellenza? o non l'ha letto? 
Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi, 
15 In tutt'altre faccende affaccendato, 

A questa roba è morto e sotterrato. 

Entro, e ti trovo un pieno di soldati, 
Di que'soldati settentrionali, 
Come sarebbe Boemi e Croati, 
20 Messi qui nella vigna a far da pali : 

Difatto se ne stavano impalati, 
Come sogliono in faccia a'Generali, 
Co*baffi di capecchio e con que'musi. 
Davanti a Dio diritti come fusi. 

25 Mi tenni indietro; che piovuto in mezzo 
Di quella maramaglia, in non lo nego 
D'aver provato un senso di ribrezzo 
Che lei non prova in grazia dell'impiego. 
Sentiva un'afa, un alito di lezzo; 

30 Scusi, Eccellenza, mi pareau di sego, 



V. 13. — TI nesci. Fare il nesci significa farsi nuovo di una 
cosa o far le viste di non capire, e si dice anche far Vin- 
diano, 

V. 17. — Un pieno. Una calca] e si dice anche una piena ^ 

V. 19-20. — Come sarebbe, ecc. Vale come sarebbe a dire, 
vale a dire, cioè e simili ; ma dà al discorso un colorito co- 
mico. — Messi quiy ecc. Cioè messi nella vigna nostra (nel 
nostro paese) a puntellare le viti (come fanno appunto i 
pali) che vuol dire a sostenere il governo straniero che al- 
lora ci opprimeva. 

V. 23. — Co' baffi di ' apeechioy ecc. Cioè irti, setolosi, 
grossi intecchiti, com' è appunto il capecchio. Vedi pag. 223. 
nota al v. 84. 

V 2H. — Maramaglia, Pia comunemente marmaglia, che 
vale gentaccia, canaglia. 

V. 30. — Mi parean di sego, ecc. Vedi pag. 122, nota al 
V. 126. 



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40S SANT' AMBROGIO 

In quella bella casa del Signore^ 
Fin l6 candele delVaìtar maggiore. 

Ma m quella che s^ap presta il Sacerdete 
A co 11 3 aerar la mistica vivanda, 

05 Dì subita dolcezza mi perauete 

Sn^ di verso Val tare, un suon di banda. 
Balle trombe dì guerra uycian le note 
Come di voce che si raccomanda, 
D'una gente che gema in duii stenti 

40 E de^perduti beni si rammenti. 

Era un coro del Verdi; il coro a Dio 
Là de'Lombardi miseri assetati; 
Quello: Signore^ dal tetto natioj 
Che tanti petti ha scossi e inebriati. 
45 Qui cominciai a non esser più io; 

E come se que'cosi doventati 
Fossero gente della nostra gente, 
Entrai nel branco involontariamente. 

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello, 
50 Poi nostro, e poi suonato come va; 

E coll'arte di mezzo, e col cervello 

Dato all'arte, l'ubbie si buttan là. 

Ma cessato che fu, dentro, bel bello 

Io ritornava a star, come la sa; 
55 Quand'eccoti, per farmi un altro tiro, 

Da quelle bocche che parean di ghir-o, 

V. 46. — Cosi. Vedi pag. 236, nota al v. 18. 

V. 53. — Bel bello. Vedi pag. 396, nota al v. 866. 

V. 55-56. — Farmi un altro tiro. Fare un tiro ad alcuno è 
modo comunemente usato nel senso di tendergli un agguato 
o un'insidia. — .... bocche che parean di ghiro. Le chiama 

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SANT' AMBROGIO 409 

Un cantico tedesco lento lento 

Per Tàer sacro a Dio mosse le penne: 
Era preghiera, e mi parea lamento, 
60 D'un suono grave, flebile, solenne. 

Tal, che sempre nell'anima lo sento; 
E mi stupisco che in quellp cotenne, 
In que'fantooci esotici di legno. 
Potesse l'armonia fino a quel segno. 

65 Sentia nell'inno la dolcezza amara 

De'canti uditi da fanciullo; il core 
^ Che da voce domestica gì' impara. 
Ce li ripete i giorni del dolore: 
Un pensi er mesto della madre cara, 

70 Un desiderio di pace e di amore. 

Uno sgomento di lontano esilio, 
Che mi faceva andare in visibilio. 

E quando tacque, mi lasciò pensoso 
Di pensieri più forti e più soavi. 
75 Costor, dicea tra me. Re pauroso 

Degl'italici moti e degli slavi, 



cosi, credo, perchè assiepate da quei baffi simili alle setole 
come i peli irti che ricingono la bocca dei ghiri. 

V. 61-62. — Tal^ eco. Ricorda i famosi versi di Dante, 
Purgatorio^ II, 112: 

« Amor, che nella mente mi ragiona, » 
Cominciò egli allor si dolcemente, 
Che la dolcezza ancor dentro mi suona. 

— Cotenne, Cioè pelli dure per uomini duri o rozzi. ^ 

V. 72. — Andare in visibilio. Forse questa frase che in sé 
ha molto del comico, non lega troppo bene con la profonda 
e mesta solennità dei versi che la precedono in questa ot- 
tava mirabile. Vedi pag. 841, nota al v. 173. 



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410 SANT' AMBROGIO 

Strappa a'ior tetti, e qua senza riposo 
Schiavi gli spinge per tenerci schiavi; 
Gli spinge di Croazia e di Boemme, 
80 Come mandre a svernar nelle Ma-omme. 

A dura vita, a dura disciplina, 
Muti, derisi, solitari stanno, 
Strumenti ciechi d'occhiutp rapina 
Che lor non tocca e che forse non sanno r 
85 E quest'odio che ma non avvicina 

Il popolo lombardo alPalemanno, 
Giova a chi regna dividendo, e teme 
Popoli avversi ujfratellati insieme. 

Povera gente! lontana da'suoi, 
90 In un paese qui che le vuol male, 

Chi sa che in fondo alFanima po' poi 
Non manii a quel paese il principale! 
Gioco che l'hanno in tasca come noi. — 
Qui, se non fuggo, abbraccio un Caporale^ 
95 Colla su'brava mazza di nocciuoìo, 

Duro e piantato lì come un piolo. 

V. 92-93. — A quel paese. Cioè in malora, a casa al dia- 
volo o simili, ma il modo ha del volgare. — U hanno in 
tasca, frase anche questa molto volgare per V hanno a noia, 
V odiano e simili. 

V. 95. — Colla su' hrava^ ecc. Modo rafforzativo. Cosi si 
dice anche: prese il suo bravo cappello e se ne andò, prese 
la sua brava risoluzione, il suo bravo partito e simili. 



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411 



LA RASSEGNAZIONE 

AL PADRE **♦ 
CONSERVATORE DELL' ORDINE DELLO « STATU QUO X 



Fa scritta nel dicembre del 1846, quando si cominciava 
a pensare alla prima guerra della nostra indipendenza, e 
mira ^ mettere in ridicolo taluni, che, in nome della re- 
ligione e dell'umanità, predicavano la tolleranza anche 
della servitù straniera. Quanto al fine questa poesia può 
mettersi accanto all'altra, che ha per titolo Gli UmanitarL 



Dite un po', padre mio, sarebbe vero 
Che ci volete tanto rassegnati 
Da giulebbarci in casa il forestiero 
Come un cilizio a sconto de' peccati, 
5 E a Dio lasciare la cura del poi, 

Come se il fatto non istesse a noi? 

Eh via, Padre, parliamo da Cristiani: 
Se vi saltasse un canchero a ridosso. 
Lascerete là là d' oggi in domani 
10 Che col comodo suo v'arrivi all'osso? 



V. 3. — Giulebbarci. — Giulebbarai una cosa o una persona 
vale sopportarla in pace e anche godersela, come se fosse 
dolce al pari del giulebbe ; e il succhiarsi del v. 26 ha in 
sostanza V istesso valore. 

V. 8. — A ridosso. Qui sta per il semplice addosso che 
in questo senso e in costrutti simili è più proprio e più 
usato. 



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412 LA EASSEGNAZrONE 

Aspetterete li senza Chirurgo 

Che vi levi da letto un Taumaturgo ? 

Uno che nasce qui nel suo paese, 
Che di nessuno non invidia il covo, 
15 Se non fa posto, se non fa le spese 

A chi gli entra nel nido e ci fa Povo, 
Se non gli fa per giunta anco buon viso 
Secondo voi, si gioca il Paradiso? 

Noi siam venuti su colla credenza 
20 Che il mondo è largo da bastare a tutti: 

E ci pare una bella impertinenza, 
Che una ladra genia di farabutti 
Venga a imbrogliar le parti di lontano 
Che fa Domine Dio di propria mano. 

25 Questa dottrina di succhiarsi in pace 
Uno che ci spelliccia allegramente. 
Padre, non è in natura, e non ci piace 
Appunto perchè piace a certa gente: 
Caro Padrino mio, questa dottrina, 

BO Secondo noi, non è schietta farina. 

Vedete ? Ognuno di scansar molestia 
Si studia a più non posso e s'arrabatta: 
E morsa e tafanata, anco una bestia 
Vedo che si rivolta e che si gratta: 



V. 12. — Taumaturgo. Cioè operator di miracoli, santo 
miracoloso. 

y. 23. — Le partii ecc. Cioè le nazioni, a ciascuna delle 
quali la natura, e quindi la volontà divina, assegnò come 
proprio un dato paese. 

V. 32-33. -— /S' arraòaWa. Arrabattarsi vale darsi da fare 



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LA B ASSEGNAZIONE 41S 

35 E noi staremo qui come stivali 

Senza grattarci quest' altri animali ? 

« Siamo fratelli, siam figli d'Adamo, 
« Creati tutti a immagine d'Iddio; 
« Siam pellegrini sulla terra; siamo, 
40 « Senza distinzìon di tuo né mio, 

« Una famiglia di diverse genti ...» 
Bravo, grazie, non fate complimenti; 

E facciamo piuttosto in carità 
Tanti fratelli, altrettanti castelli! 
45 Di quella razza di fraternità 

Anco Abele e Caino eran fratelli! 
Finché ci fanno il pelo e il contrappelo. 
Che c'entra stiracchiare anco il Vangelo? 

Questo vostro dolciume umanitario, 
50 Questa fraternità tanto esemplare, 

Che di santa che fu là sul Calvario 
L' hanno ridotta ad un intercalare, 
Vo' r usereste, ditemi, appuntino 
Tanto al ladro diritto che al mancino? 



con ogni impegno, affaticarsi in tutti i modi per conseguire 
un bene o per iscansare un male. — Tafanata. Cioè mole- 
stata dai tafani. 

V. 35. — Come ativali, — Si dice spesso cosi per minchioni. 

V. 4445. — Tanti fratelli. Il proverbio dice: — tre fratelli, 
tre castelli, — Razza, ecc. Vedi pag;. 279, nota al v. 7. 

y, 47. — Finché ci fanno, ecc. Fare il pelo o la barba e il 
contrappelo ad alcuno è metafora tolta dai barbieri che si- 
gnifì.ca, far gli ogni danno , recargli ogni noia, tormentarlo, ecc. 

V. 54. — Tanto al ladro, ecc. Allude ai due ladroni cro- 
cifissi insieme con Gr. C, V uno alla destra e 1' altro alla si- 
nistra di lui, de* quali uno, pentitosi de' suoi peccati, ne 
ottenne il perdono. 



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414 LA RASSEGNAZIONE 

55 Oh io, per ora, a dir vela sincera, 
Mi sento paesano paesano: 
E nel caso, sapete in qua! maniera 
Sarei fratello del genere umano? 
Come dice il proverbio : amici cari, 

60 Ma patti chiari e la borsa del pari. 

Prima, padron di casa in casa mia: 
Poi, cittadino nella mia città; 
Italiano in Italia, e cosi via 
Discorrendo, uomo nell'umanità: 
65 Di questo passo do vita per vita, 

E abbraccio tutti e son cosmopolita. 

La Carità V è santa, e tra di noi 

Che siamo al sizio venga e si trattenga ; 
Ma verso chi mi scortica, pò* poi, 
70 Io non mi sento carità che tenga: 

Padrino, chi mi fa tabula rasa^ 
Pochi discorsi, non lo voglio in casa. 

Questa marmaglia di starci sul collo 
Non si contenta, ma tira a dividere, 
75 Tira a castrare e a pelacchiare il pollo, 

Come suol dirsi, senza farlo stridere: 



V. 61. — Prima, ecc. Bella strofa o da impararsi a mente. 

V. 68. — Sizio, Essere al aizio si dice comunemente per 
essere in duri frangenti, essere agli estremi, non poterne 
più. ; ed il modo è tolto dai Vangeli, dove si narra che Gesù 
crocifisso, poco prima di morire dicesse appunto la parola 
Sitio (ho sete). 

V. 71. — Ohi mi fa, ecc. Far tabula rasa è modo entrato 
quasi nel linguaggio di tutti, nel senso di portar via o ru- 
bare ogni cosa, e si dice anche far repulisti. 

V. 75. — Pelacchiare. Vale pelare adagio adagio, a poco 
a poco. 



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LA RASSEGNAZIONE 415 

JE la pazienza in questo struggibuco 
La mi doventa la virtù del ciuco. 

L*ira è peccato! Si, quando per l'ira 
80 Se ne va la giustizia a gambe alParia; 

Ma se le cose giuste avrò di mira, 
L' ira non sento alla virtù contraria. 
Fossi Papa, scusatemi, a momenti 
L' ira la metterei tra' Sacramenti. 

85 Cristo, a questo proposito, ci ha dato, 
Dolce com'era, un bellissimo esempio 
(E lo lasciò perchè fosse imitato), 
Quando, come sapete, entrò nel Tempio 
E sbarazzò le soglie profanate 

90 A furia di santissime funate. 

Fino a non far pasticci, e all'utopie 

Tenere aperto 1' occhio e 1' uscio chiuso; 
Fino a sfidare il carcere, le spie. 
L' esilio, il boia, e ridergli sul muso; 
95 Fino a dar tempo al tempo, oh Padre mio, 

Fin qui ci sono, e mi ci firmo anch' io. 

Ma la prudenza non fu mai pigrizia. 
Vosignoria se canta o sesta o nona, 
Canta: Servite Domino in loetitia; 
100 E non canta: servitelo in poltrona. 

Chi fa da santo colle mani in mano, 
Padre, non è cattolico, è pagano. 

V. 77. — Struggibuco, Triviale, invece di struggimento, che 
-vale pena angosciosa e continua che consuma. 

V. 83. — A momenti. Cioè in corti momenti, in certi casi. 
v. 91.— Utopie. Vedi pag. 68, nota al v. 20. 



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416 



IL DELENDA CARTAGO 



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La famosa frase di M. Porcio Catone Delenda Cor- 
thago (bisogna distrugger Cartagine), divenuta come 
proverbiale, si adopera a significare cbe bisogna distrug- 
gere o modificare radicalmente una istituzione o una cosa 
qualsiasi. Qui poi il P, V adopera, come faceva anche 
qualche giornale di que' tempi (1846), a esprimere la ne- 
cessità allora sentita in Toscana di sostituire a una sbir- 
raglia reclutata fra le persone più abiette e diretta. da 
capi che costituivano come un governo indipendente dal 
governo proprio (si chiamava Buon goveimo, ed era pes- 
simo), una polizia diretta immediatamente dal Ministro 
delPinterno e tale da potersene fidare. 



E perchè paga Vostra Signoria 

Un grullo finto, un sordo di mestiere, 

Uno che a conto della Polizia 

Ci dorma accanto per dell'ore intere? 

Questo danaro la lo butta via, 

Per saper cose che le può sapere, 

Nette di spesa, dalla fonte viva: 

Gliele voglio dir io : la senta, e scriva. 



V. 5. — La, ecc. I Fiorentini dicono costantemente la- 
invece di ella; e lo dicono anche quando questo pronome «^ 
personale si potrebbe tacere. La dica^ la sentaf la faccia^ ecc. 



IL DELENDA CARTAGO 417 

In primis^ la saprà che il mondo e l'uomo 
10 Vanno col tempo ; e il tempo, sento dire, 

Birba per lei e per noi galantuomo, 

Verso la libertà prese Taire. 

Se non lo crede, il campami del Duomo 

E là che parla a chi lo sa capire: 
15 A battesimo suoni o a funerale, 

Muore un Brigante e nasce un Liberale. 

Dunque, senta, se vuol rompere i denti 
Al tarlo occulto che il mestier le rode, 
scongiuri le tossi e gli accidenti 
20 Di risparmiar quest' avanzo di code , 

Se no, compri le Balie, e d'Innocenti 
Faccia una strage, come fece Erode: 
Ma avverta, che il Messia si salva in fasce, 
E poi, quando 1' uccidono, rinasce. 

25 I sordi tramenìi delle congiure, 

Il far da Gracco e da Robespierrino, 
È roba smessa, solite imposture 
Di birri, che ne fanno un botteghino. 



v. 12. — V aire. Cioè V andata; vale a dire cominciò ad 
andare, a camminare e simili. 

V. 16. - Muore, ecc. « Più. rettamente (dice il Frizzi) 
leggevano alcune vecchie edizioni Muore un codino e nasce 
un liherale » e veramente codino ci starebbe meglio come con- 
trapposto a liherale f e legherebbe meglio con V avanzo di code 
che segue. Ma il Giusti scrissf^ o corresse così, come appare 
dall' edizione Le Monnier, 1852, fatta sopra i suoi mano- 
scritti. 

v. 21. — Se no. Veramente la sintassi porterebbe la ripe- 
tizione della disg^iuntiva o che è nel primo membro; o scon- 
giuri,,^, o compri, ecc. Ma il P., imitando il parlare improv- 
viso, non ci bada. 

V. 25. — TrameniL Pratiche e maneggi occulti. 

Giusti. — Poesie, 27 



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418 IL DELENDA CAETAGO 

Questi Bomanzi, la mi creda pure, 
30 Furono in voga al tempo di Pipino; 

Oggi si tratta d' una certa razza 
Che vuole Storia, e che le dice in piazza. 

Sicché, non sogni d' averla da fare 
Col Carbonaro, ne col Frammassone, 

35 Giacobino che voglia chiamare 

Chi vive al moccolin della ragione ; 
Si tratta di doversela strigare 
Con una gente che non vuol Padrone; 
Padrone, intendo, del solito conio, 

40 Ohe un pò* tarpati, e* non sono il Demonio. 

Dunque, Padrone no! L'ha scritto? bravo! 
Padrone no ! Sta bene e andiamo avanti : 
Repubblica, oramai. Tiranno, Schiavo 
E altri nomi convulsi e stimolanti, 
45 Si, lasciamoli là; giusto pensavo 

Che senza tante storie e senza tanti 
Giri, si può benone in due parole 
Tirar ]a somma di ciò che si vuole. 

Scriva: Vogliam che ogni figlio d'Adamo 
50 Conti per uomo, e non vogliam Tedeschi: 



V. 30. — Al tempo, ecc. Il popolo dice comunemente cosi 
a dinotare un tempo lontanissimo e che non può più. ritor- 
nare. 

V. 33-40. — Sicché, ecc. Spiega : Non sì metta in capo di 
dover combattere con una setta occulta, come i Carbonari, 
i Massoni o Giacobini, o con qualunque altro nome settario 
a lei piaccia di chiamare per iscreditarii, tutti gV Italiani 
che hanno lume di ragione e quindi conoscono i propri di- 
ritti e non vogliano padroni in casa, dico di que^padroni al- 
Tantica, cioò principi dispotici, chò i principi temperati 
da un patto costituzionale, non son più da temere. 



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IL DELENDA GARTAGO 419 

Vogliamo i Capi col capo; vogliamo 
Leggi e Governi, e non vogliam Tedeschi. 
Scriva: Vogliamo, tutti, quanti siamo, 
L'Italia, Italia, e non vogliam Tedeschi; 
55 Vogliam pagar di borsa e di cervello, 

E non vogliam Tedeschi: arrivedello. 



V. 55-56. — Vogliam pagar^ ecc. Vuol dire, pagare si, ma 
soltanto quanto ragionevolmente e giustamente si deve, e 
non più. — Arrivedello, Assimilazione che qui è u^ata, io mi 
credo, più per ischerno che per necessità di rima. Vedi 
pag. 387, nota al v. 132. 



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420 



A GINO CAPPONI « 



Scritta nel 1847 e dedicata air amico con la lettera 
seguente : 

Vedi un po', Gino mioj che cosa vuol dire V aver che fare 
eo* Poeti / Non contenti di scapriccirsif rimando sul conto degli 
altri e sul proprio^ chiamano anco gli amici a parte dei loro 
capriccij chi per affetto e chi per far gente. Anni <ono, intito- 
lai a te quella tirata sulle Mummie Italiche, scherzo cagnesco 
che risente della stizza dei tempi nei quali fu scritto / oggi che 
abbiamo tutti il sangue pih addolcito, accetta questa aspirazione 
a cose migliori, scritta, come tu sai, quando il buono era sem- 
pre di là da venire, e anzi pareva lontanissimo, A chi sapesse 
che tu sei il solo al quale ho ricorso in tuttoeiò che passa tra 
me e me, non farà maraviglia questa pubblica confessione che 
io t'indirizzo; a ehi non lo sapesse, ho voluto dirlo in versi, 
tanto piìi che dal Petrarca in poi pare una legge poetica che 
le affezioni dei rimatori siano sempre di pubblica ragione. La- 
sciami aggiungere, e lascia sapere a tutti, che io ti son tenuto di 
molti conforti e di molte r addirizzature : che se tuttavia mi re- 
stano addosso delle magagne, la colpa non è dell* Ortopedico, 

Tuo Affezionatissimo 
Giuseppe Giusti. 



Come colui che naviga a seconda 
Per correnti di rapide fiumane, 

(*) Ho tentato di rimettere in corso questo metro an- 
tico, dal quale, sebbene difficilissimo, credo si possa trar 
partito per aggiungere gravità e solennità all' ottava. Direi 
d' usarlo ne' componimenti brevi ; alla lunga forse stanche- 
rebbe. {Nota dell' A.). 



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A GINO CAPPONI 421 

Che star gli sembra immobile, e la sponda 
Puggire, e i monti e le selve lontane; 
5 Cosi r ingegno mio varca per l'onda 

Precipitosa delle sorti umane: 
E mentre a lui dell'universa vita 
Passa dinanzi la scena infinita, 
Muto e percosso di stupor rimane. 

10 E di sordo tumulto affaticarme 

Le posse arcane dell' anima sento, 
E guardo, e penso, e comprender non parme 
La vista che si svolve all' occhio intento, 
E non ho spirto di sì pieno carme 

15 Che in me risponda a quel fiero concento: 

Cosi rapito in mezzo al moto e al suono 
Delle cose, vaneggio e m' abbandono, 
Come la foglia che mulina il vento. 

Ma quando poi remoto dalla gente, 
20 Opra pensando di sottil lavoro. 

Nelle dolci fatiche della mente 
Al travaglio del cor cerco ristoro, 
Ecco assalirmi tutte di repente, 
Come d' insetti un nuvolo sonoro, 
"25 Le rimembranze delle cose andate; 

E larve orrende di scherno atteggiate 
Azzufl^arsi con meco ed io con loro. 

V. 7. — A lui. Egli che per i grammatici è pronome per- 
donale, neir uso comune si adopera, specie ne' casi o bliqui, 
anche parlando di cose, come qui; o Dante 1' usò a questo 
modo più. volte. (Vedi /«/., XXXI, 75; Purg., IV, 84, XXIV, 
1 e Par., VI, 24.) 

V 18. — Come la foglia, eco. Mulinare vale trasportare 
attorno a guisa di mulinello, e si dice specialmente, come 
qui, del vento e delle foglie quando secondo 1' espressione 
di Dante « il turbo spira », Inf., Ili, 30. 

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422 A GINO CAPPONI 

Cosi tornata alla solìnga stanza 
La vaga giovinetta in cui V acuta 
30 Ebrietà del suono e delia danza 

Né stanchezza ne sonno non attuta, 
Il fragor della festa e l'esultanza 
Le romba intorno ancor per V aria muta^ 
E il senso impresso de' cari sembianti, 
35 E de' lumi e de' vortici festanti, 

In faticosa vision si muta. 



Come persona a cui ratto balena 
Subita cosa che d' obliar teme, 
Cosi la penna aberro in quella piena 

40 Del caldo immaginar che dentro fremo. 

Ma se sgorgando di difficil vena 
La parola e il pensier pugnano insieme, 
Io, di me stesso diffidando, poso 
Dal metro audace, e rimango pensoso, 

45 E l'angoscia d'un dubbio in cor mi gem:. 

Dunque su questo mare a cui ti fide 
Pericolando con si poca vela. 
Il nembo sempre e la procella stride, 
E de' sommersi il pianto e la querela ? 
60 E mai non posa 1' onda, e mai non ride 

L'aere, e il sol di perpetue ombre si vela? 
Di questa ardita e travagliata polve 
Che teco spira, e a Dio teco si volve, 
Altro che vizio a te non si rivela? 



v. 37. — Come persona^ ecc. Nella strofa precodcuto od 
in questa ci sento del dantesco. 



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A GINO CAPPONI 423 

55 E chi sei tu che il libero flagello 

Ruoti, accennando duramente il vero, 
E che parco di lode al buono e al bello, 
Amaro carme intuoni a vitupero? 
Cogliesti tu, seguendo il tuo modello, 

GO II segreto dell'arte e il ministero? 

Diradicasti da te stesso in pria 
E la vana superbia e la follia, 

Tu che rampogni, e altrui mostri il sentiero? 

Allor di duol compunto, sospirando, 
G5 De* miei pensieri il freno a me raccolgo; 

E ripetendo il dove, il come, il quando. 
La breve istoria mia volgo e rivolgo. 
Ahi del passato V orme ricalcando 
Di mille spine un fior misero colgo! 
70 Sdegnoso delF error d' error macchiato, 

Or mi sento co' pochi alto levato, 
Ora giù caddi e vaneggiai col volgo l 

Misero sdegno, che mi spiri solo, 
Di te si stanca e si rattrista il core! 
75 farfalletta che rallegri il volo. 

Posandoti per via di fiore in fiore, 
E tu che sempre vai, mesto usignolo, 
Di bosco in bosco cantando d' amore, 
Delle vostre dolcezze al paragone, 
80 In quanta guerra di pensier mi pone 

Questo che par sorriso ed è dolore! 

Oltre la nube che mi cerchia e in seno 
Agita i venti e i fulmini dell'ira, 

V. 81. — QtuatOj ecc. Vedi pag. 174, nota al v. 117, 

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424 A GINO CAPPONI 

A più largo orizzonte, a più sereno 
85 Cielo, a più lieto voi V animo aspira, 

Ove congiunti con libero freno 
I forti canti alla pietosa lira, 
Di feconda armonia V etere suoni, 
E sian gl'inni di lode acuti sproni 
90 Alla virtù che tanto si sospira. 

Gino mio, se a te questo segreto 
Conflitto della mente io non celai, 
Quando accusar del canto o mesto o lieto 
In me la nota o la cagione udrai, 
95 Narra quel forte palpito inquieto. 

Tu che in altrui l' intendi e in te lo sai, 
Di quei che acceso alla beltà del vero 
Un raggio se ne sente nel pensiero, 
E ognor lo segue e non lo giunge mai. 

100 E anch' io quell* ardua immagine dell' arte, 
Che al genio è donna e figlia è di natura, 
E in parte ha forma dalla madre, in parte 
Di più alto esemplar rende figura; 
Come V amante che non si diparte 

105 Da quella che d' amor più 1' assecura, 

Vagheggio, inteso a migliorar me stesso, 
E d'innovarmi nel pudico amplesso 
La trepida speranza ancor mi dura. 



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425 



AL MEDICO CARLO GHINOZZI 

CONTRO L' abuso DELL' ETERE SOLFORICO. 



Il Giusti, solito come tutti i grandi poeti a prendere 
r ispirazione dal vero, qui riesce inaspettatamente più re- 
tore che poeta. Lasciando stare alcuni tocchi ed immagini 
degnissimi di lui, il ragionamento che serve di tessitura 
a questa poesia è assolutamente sbagliato. Eccolo in po- 
che parole. — 11 dolore insegna ali* uomo tante cose, 
dunque non si deve fuggire. L' uso dell' etere solfo- 
rico mira a farcelo scansare, dunque va considerato come 
un abuso e quindi va abolito. — Che non si debba fuggire 
il dolore, quando è necessario affrontarlo e anche cercarlo 
per un nobile fine, sta bene, ma non fuggirlo negli altri 
casi sarebbe solenne stoltezza. 

Quanto all' uso degli anestetici nelle operazioni chi- 
rurgiche, ecco una noticina che il Dott. Gino de' Rossi, 
giovine medico mio amicissimo, da me richiesto, mi ha 
gentilmente fornita: 

« Sembra che i popoli più antichi conoscessero droghe 
e bevande atte a produrre il sonno e la calma; gli Ebrei, 
i Greci, i Romani, i Cinesi, approfittarono delle proprietà 
anestetiche della mandragora, dell'oppio e di altri sopo- 
riferi, l'uso dei quali fu pure assai diffuso nel Medio Evo, 
specie per opera delle celebri scuole di Bologna e di Sa- 
lerno. Ma l' azione di queste sostanze narcotiche era debole 
e mal sicura, tanto che nei tempi moderni i chirurghi ne 
avevano quasi del tutto abbandonato l' uso. Nel 1844, men- 
tre appunto l'illustre chirurijo Yelpeau dichiarava « una 
chimera » la soppressione del dolore nelle operazioni, un 
modesto dentista americano, Orazio Wells, pensò di ap- 
profittare per l'estrazione dei denti dell'azione inebriante 

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426 AL MEDICO CARLO GHINOZZI 

del gas protossido d' azoto, dimostrata fin dal 1800 dalle 
celebri esperienze di H. Davy. Quasi nello stesso tempo 
Morton e Jackson, un altro dentista e nn chimico, stu- 
diavano le proprietà anestetiche dell* etere solforico; a 
loro si deve la vera applicazione dell'anestesia alle ope- 
razioni chirurgiche. 

Il 16 ottobre 1846 fu eseguita a Boston la prima ope- 
razione sotto V azione dell' etere. Appena un anno dopo, 
il distinto ostetrico inglese Simpson che aveva subito 
accolto con entusiasmo la nuova scoperta, sostituiva 
all'etere il cloroformio. In brevissimo tempo questi due 
anestetici divennero di uso comune, dividendosi la prefe- 
renza dei chirurghi. Ciascuno di essi in vero ha i suoi 
vantaggi e i suoi inconvenienti, né l'uno né l'altro met- 
tono assolutamente al sicuro da ogni accidente: forse 
attualmente si preferisce il cloroformio. 

All'anestesia, non meno che all'antisepsi, devesi il 
progresso della chirurgia. Operazioni di una certa durata 
erano impossibili prima della scoperta degli anestetici, in 
quelle che si eseguivano era spesso da temersi la morte 
del paziente sotto lo strazio atroce del ferro e del fuoco, 
e non si sarebbero nemmeno potute tentare le meravi- 
gliose operazioni sui visceri e sul sistema nervoso, eh a 
costituiscono la gloria della moderna chirurgia. Quanto 
poi air uso degli anestetici nei parti normali, propugnato 
dal Simpson e rapidamente diffusosi nei primi tempi, e 
oggi quasi generalmente abbandonato. » 

Ghinozzi, or che la gente 
Si sciupa umanamente, 
E alla morbida razza 
Solletica il groppone 
5 Filantropica mazza 

Easciata di cotone, 

V. 1-6, — Or che, eco. Senso ; Ora che per un eccesso di 
umanità e di filantropia malintese ai lascia che la gente si 

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AL MEDICO CARLO GHINOZZI 427 

Lodi tu che il dolore, 
Severo educatore, 
C'impaurisca tanto? 
10 Che Tuom, già sonnolento 

Dorma perfin del pianto 
All'alto insegnamento? 

Gioia e salute scende 
Dal pianto, a chi l'intende; 
15 Né solo il bambinello 

Per le lacrime fuori 
Riversa dal cervello 
I mal concetti umori. 

A chi sé stesso apprezza, 
20 Chiedi se in vile ebbrezza 

Cercò rifugio a' guai: 
Se sofisma di scuola 
Gli valse il dolce mai 
D'una lacrima sola! 

25 Liberamente il forte 

Apre al dolor le porte 



ammollisca e si sciupi, e se castighiamo qnalcuno usiamo ì& 
pene più miti per paura di fargli male, ecc. 

V. 18. — « Dicono che i bambini, piangendo, si ripur- 
ghino il cervello ; simbolo forse di ciò che accade a tutti 
coll*andar degli anni, partecipando alle comuni avversità. * 
Cosi il Giusti stesso lavorando su questa sentenza coir im- 
maginazione del poeta. Ma lasciando stare i simboli, ii po- 
polo con quelle parole viene a dire che il piangere non è dan- 
noso, ma utile alla salute dei piccoli bambini; ed in questa 
opinione e' è una parte di vero, ed è che il vagito serve 
anch' esso, a sviluppare mediante l' esercizio, gli organi 
della voce. 



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428 AL MEDICO CARLO GHINOZZI 

Del cor, come all' amico; 
E a consultar s'avvezza 
Il consigliere antico 
30 D'ogni umana grandezza. 

Ma a gente incarognita, 

I mali della vita 
Sentono di barbarie; 
È bel trovato d'ora 

35 Accarezzar la carie 

Che Fosso ci divora. 

Se dal vietato pomo 

Venne la morte all'uomo, 
Oggi è medicinale 
40 . All'umana semenza, 

Cotto dallo speziale, 
L'albero della Scienza. 

Su, la fronte solleva. 
Povera figlia d'Eva; 
45 Lo sdegno del Signore 

II Fisico ti placa, 
E tu senza dolore 
Partorirai briaca. 



V. 37-48. — Se dal vietato, ecc. Senso : Se l'uomo fa con- 
dannato alla morte e al dolore per aver gustato il pomo 
proibito (quello dell' albero della scienza) ora questo stesso 
pomo, cioè la scienza stessa, quella del farmacista, diventa 
medicina al dolore, abolisce il dolore, e la donna a cui Dio 
disse partorirai i figli con dolori (Gen. Ili) li partorisco 
senza sentirne alcuno. 



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AL MEDICO CARLO GHJNOZZI 42^ 

Chiudi, chiudi le ciglia, 
50 E sogna una quadriglia: 

Che importa saper come 
Del partorir le doglie 
Ti fan più caro il nome 
JC di Madre e di Moglie? 

55 Bello, in prò del soffrente 

Corpo, annebbiar la mente ! 

E quasi inutil cosa. 

Nella mortale argilla 

Sopire inoperosa 
CO La divina scintilla! 



Ma, dall'atto vitale, 
La parte spiritale 
Rimarrà senza danno 
Nello spasimo, assente? 
65 Forse i Chimici sanno 

Dell'esser la sorgente? 

Sanno come si volve 
Nell'animata polve 
La sostanza dell'Io? 
70 E la vita e la morte, 

Segreti alti d' Iddio, 
Soggiacciono alle Storte f 



V. 60. — La divina scintilla. Cioè V anima. 

V. Qi'Qà, — Ma, daW atiOf eco. Ordina cosi: Ma l'anima 
rimarrà assente senza danno dalP atto vitale durante lo spa- 
simo del corpo? e spiega: Ma questa specie di separazione 
deir anima dal corpo, questa specie di morte temporanea 
sarà senza danno? 



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430 AL MEDICO CARLO GHINOZZI 

Amico, io non m'impenno, 
Poeta inquisitore, (*) 
75 Se benefico senno, 

Guidato dall'amore, 
Rimuove utili veri 
Dall'ombra de' Misteri; 

Sol dell'Arte ho paura, 
SO Quando orgogliosa in toga. 

La sapiente Natura 
D'addottorar s'arroga, 
E l'animo divelle 
Per adular la pelle. 

V. 73. — 3f ' impenno. Impennarsi si dice propriamente 
del cavallo, ohe per subita paura o altro, si rizza sulle zampe 
di dietro per rovesciare chi lo cavalca, e figuratamente, come 
qui, di persona che si risente a parole o atti che piglia in 
mala parte e tira alla peggio. 

(*) Qui, nel calore del comporre, mi venne fatto senza 
addarmene di capovolgere le due ultime strofe e non so ri- 
mediarle. Mi sia perdonato, purché il senso comune non sia 
andato anch'esso a capo air ingiù. {Nota dell* A,), 



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431 



I DISCORSI CHE CORRONO 



Questo scherzo fu scritto nel 1847, quando Leopoldo II 
Granduca di Toscana, cedendo ai tempi nuovi, aveva co- 
minciato a riformare lo Stato coli* istituzione della guar- 
dia civica. Il P. vi premise quanto segue: 

Questo Dialogo è tolto da una Commedia inìitolata 

I DISCORSI CHE CORRONO. 

U azione è in un paese a scelta della platea^ perchè i di' 
scorsi che corrono adesso^ corrono mezzo mondo, I personaggi 
sono : 

Granchio, Giubilato e pensionato. 

Sbadiglio, Possidente. 

AucHETTO, Emissario, 

Ventola, Scroccone, 

E altri che non parlano o che non vogliono parlare, 

Qtfesti soprannomi, l* Autore non gli ha stillati per lepi' 
dezza stevterellesca, ma per la paura di dare in qualche sco- 
glio ponendo % nomi usuali. 

La Commedia è in versi, perchè l'Autore sentendosi della 
scuola che corre, e sapendo per conseguenza di dover battere il 
€apo a in una prosa poetica, o in una poesia prfi»aica, ha scelto 
^uest* ultima, sicuro di non essere uscito di chiave. 

Siccome il tempo va di carriera, e il mettere in iscena una 
Commedia che non sia del tempo, è lo stesso che uscire in piazza 
€$ fare il bello con una giubba tagliata, per esempio nel millot» 
tocenquattordici, potrebbe darsi che V Autore, ritardato dalla 
fantasia, non potesse finire il lavoro a tempo, e che il pubblico 
non ne vedesse altro che questo brano. 



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432 



ATTO SECONDO. 



SCENA QUINTA. 
Salotto. 



Da un lato una tavola mezza sparecchiata, GrRANCHIO e 
VENTOLA in poltrona al caminetto. G-kanchio pipa; 
Ventola si stuzzica i denti. Dopo un minuto di silenzio ^ 
Ventola s* alza e va a guardare il barometro. 



GRANCHIO 
Che ci dice il barometro? 

VENTOLA 

(tentennando il barometro eolle nocca) 
Par che annunzi burrasca. 

GRANCHIO (per attaccar discorso) 
Meglio! 

VENTOLA [capisce e lo seconda) 
Scusi, a proposito 
Se vo di palo in frasca: 

5 , L'ha veduta la Civica? 

GRANCHIO {sostenuto) 
L'ho veduta. 

VENTOLA 

Le piace? 

V. 5. La civica. Cosi si chiamava allora quella ohe poi, 

ricomposta la Nazione, fu detta Guardia nazionale. 



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I DISCORSI CHE CORRONO . 433 

GRANCHIO {nonctirante) 
Non me n'intendo. 

VENTOLA {per dargli nel genio) 
È un ridere. 
Che guerrieri di pace! 

GRANCHIO (tastandolo) 
Che la pigliano in celia? 

VENTOLA 
{con ammirazione burlesca) 
10 In celia? e non fo chiasso! 

La pigliano sul serio! 
Per questo mi ci spasso. 

GRANCHIO 

Fate male. 

VENTOLA 

M'arrestino! 
la scusi : che quella 
15 Le par gente da battersi? 

GRANCHIO (ironico) 
to', sarebbe bella! 

Una volta che il Principe 
Le arrischia armi e bandiere, 
Che gliele dà per dargliele? 

VENTOLA 
{mostrando di leggergli in viso) 
20 La mi faccia il piacere! 

V. 10. — Non/o chiasso. Frase che propriamente significa 
non ischerzo e in contesti simili vale certamente! e come /, ecc. 

V. ]8. — Le arrischia. Cioè le affida con rischio, checché 
ne possa avvenire. 

Giusti. - Poesie, 28 

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434 I DISCORSI CHE CORRONO 

Grìà la lo sa. . . . Diciamola 
Qui, che nessun ci sente: 
Ci crede lei? 

GRANCHIO (con etffetfazioné) 
Moltissimo l 

VENTOLA 

Io non ci credo niente. 

25 Per me queste Commedie 

Di feste* e di soldati, 
Son perditempi, bubbole, 
Quattrini arrandellati. 

GRANCHIO {facendo V indifferente) 
Può essere. 

VENTOLA 

Può essere? 
30 È senza dubbio .... In fondo, 

Con quattro motuproprii, 
Che si rimpasta il mondo? 

GRANCHIO {agrodolce] 
Dicon di si. 

VENTOLA 

Lo dicano: 
Altro è dire, altro è fare. 

GRANCHIO {come sopra) 
35 Eh, crederei! 

VENTOLA 

Le chiacchiere 
V, 23. — Arrandellati, Cioè buttati via a casaccio 

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I DISCORSI CHE COBRONO 435 

Non fan farina. 

GRANCHIO {come sopra) 
Pare! 

VENTOLA (rintoata) 
E poi, quelli che mestano 
Presentemente, scusi. 
Con me la può discorrere, 
40 che le paion musi ? 

GRANCHIO {asciutto) 
Non so. 

VENTOLA 
(con sommùaione ctdulatoria) 

Non vada in collera; 
Badi, sarò una bestia; 
Ma lei, sia per incomodi, 
Sia per troppa modestia, 

45 Sia per disgusti, eccetera, 

Da non rinfrancescarsi, 
Ci servi nelle regole!.... 

GRANCHIO (facendo l'indiano) 
Cioè dire? 

VENTOLA 

A ritirarsi. 

V. 40. — Musi, Si usa spesso, come qui nel senso di uo 
mìni da ispirare fiducia, uomini seri; e simili. 

V. 46. — Binfrancescarsi. Rinfranoescare si dice popo- 
larmente nel senso di risuscitare o ravvivare la memoria 
di coso ormai dimenticate o da dimenticare, perchè incre- 
scievoli, pericolose o importune ; e lo credo un' alterazione 
di rinfrescare. 

V. 48. — Cioè dire f Modo popolare molto usato per vate 
a dire f o il semplice cioè» 



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436 I DISCORSI CHE CORRONO 

GRANCHIO (con modestia velenosa) 
Oh, per codesto, a perdermi 
50 Ci si guadagna un tanto: 

Lo volevano? L'ebbero: 
La cosa sta d'incanto ! 

Ora armeggiano, cantano, 
Proteggono i Sovrani, 
55 Hanno la ciarla libera, 

Lo Stato è in buone mani ; 

Va tutto a vele gonfie! 
Il paese è felice: 
Si vedranno miracoli! 

VENTOLA 

60 La dice lei, la dice. 

Badi, se la mi stuzzica, 
È un pezzo che la bolle! 

GRANCHIO (per attizzarlo) 
Miracoli ! 

VENTOLA (ci dà dentro) 
Spropositi 
Da prender colle molle! 

GRANCHIO (contento) 
65 Oh, là là. 

VENTOLA 
Senza dubbio! 
E il male è nelle cime. 

GRANCHIO (come sopra 
Povertà voi! Chetatevi! 
Quella gente sublime? 

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I DISCORSI CHE COERONO 43? 

VENTOLA 
(mettendosi una mano al petto) 
Creda.... 

GRANCHIO {gode e non vuol parere) 
Zitto, linguaccia, 
70 Facciamola finita. 

VENTOLA {serio serio) 
Creda sul mio carattere, 
^ Non ne voglion la vita. 

GRANCHIO {gongolando) 
Oh, non ci posso credere : 
Se mai, me ne dispiace. 

VENTOLA 

75 Dunque, siccome è stona, 

Metta r animo in pace. 

GRANCHIO {riman lì in tronco) 

VENTOLA 
{non lascia cadere il discorso) 
Vuol Ella aver la noia 
Di sentire a che siamo? 
Per me fo presto a dirglielo. 

GRANCHIO {se ne strugge) 
80 Animo via, sentiamo. 

VENTOLA {atteggiandosi) 
In primis et ante omnia, 
Sappia che gl'impiegati. 
Con codesti Sustrissimi 
Son tutti disperati. 

,v. 83". — Sustrissimo. Il volgo dice spesso cosi per Sua 
Signoria lllusirissivia. 

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438 I DISCORSI CHE CORRONO 

85 A quell'ora, li, al tribolo: 

E piova tiri vento, 
Non c'è Cristi: Dio liberi, 
A sgarrare un momento! 

Nulla nulla, l'antifona: {caricando la voce) 
DO « Signore, ella è pagato 

« Non per fare il suo comodo, 
« Ma per servir lo Stato. 

« La m'intenda, e sia l'ultima. » 

GRANCHIO (sgusciando gli occhi) 
Alla larga! 

VENTOLA {trionfante) 
la veda 
95 Se a tempo suo.... 

aRANomo 

{dandogli sulla voce tutto contento) 

Chetiamoci! 

VENTOLA 

dunque la mi creda. 

GRANCHIO {ride e pipa) 

VENTOLA 
La ride ? Aspetti al meglio l 
Quand'uno è li, bisogna 
Per se' ore continue, 
ICK) Peggio d'una carogna. 



Assassinarsi il fegato. 
Logorarsi le schiene; 



V. 87. — Non e' è QristL Vedi pag. 36, nota al v. 131. 

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I DISCORSI CHE CORRONO 439 

E c'è anco di peggio, 
Ohe bisogna far bene. 

105 Se no, con quella mutria : {caricando la voce) 

« Noi, non siamo contenti: 
« Noi, vogliamo degli uomini 
« Capaci, onesti, attenti; 

« Degli uomini che intendano 
110 « Quale è il loro dovere. » 

Ma eb? 

GRANCHIO {con un aftacció) 
Pare impossibile! 

VENTOLA 

Son quelle le maniere? 

GRANCHIO (gode e pipa) 

VENTOLA {continuando) 
Di se' ore di gabbia, 
Con lei sia benedetto, 
115 E' ne potevan rodere, 

Non è vero ? un paletto* 

Mezz'ora, a dondolarsela 
Prima di andare al sizio; 
Un'altra mezza, a chiacchiera 
120 Girando per l'Uffizio; 



y. 105. — Mutria, È d' uso popolare nel senso di muso sc- 
riOf duro e anche minaccioso. 

V. 113. — Di gabbia. Cioè d' uffizio. 

V. 117-118. — A dondolarsela. Vale a star 11 senza far 
nulla e si dice anche sbirbarsela. Sizio poi si chiama popo- 
larmente un lavoro penoso e che si la per forza. 



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440 I DISCORSI CHE CORRONO 

Un' altra, sciorinandosi 
Fuori con un pretesto; 
E un' altra, sullo stendere, 
Andando via più presto. 

125 Poi la fede del medico 

Ogni quindici giorni; 
I bagni; un mese d'aria 
Qui per questi dintorni; 

Via, tra ninnoli e nannoli, 
130 E' si potea campare. 

Ora? bisogna striderci 
volere o volare. 

Eccoli là che sgobbano 
Piantati a tavolino; 
135 E li coir orologio, 

E diciotto di vino. 



V. 123. — Sullo stendere. Cioè sul finirej e la metafora è 
tolta dal levare le reti tese agli uccelli. ^ 

V. 129. — Ninnoli e nannolL Vale fra una piccola cosa 
ed un' altra, fra un piccolo vantaggio ed un altro, e simili. 
Ninnolo significa propriamente un trastullo o gingillo da 
bambini, e per estensione una cosuccia da poco o da nulla. 
Nannolo poi non ha, di per sé, alcun senso ed è stato fog- 
giato per corrispondere, col suono, all'altro a cui l'uso po- 
polare lo appariglia. E pariglie simili le abbiamo in Ber- 
licche e ber lacche j (pag. 32 v. 70) in Roma e Toma (pag. 107 
V, 169) e può anche aggiungersi ad esse il volere o volare che 
è qui sotto; perchè, sebbene volare sia una parola nota, in 
questa frase popolare e' è posta soltanto in contrapposi«ione 
dell' altra, e col senso del tutto arbitrario di non volere, 

V. 141. — Diciotto, ecc. É modo proverbiale usato a si- 
gnificare che sopra una data cosa non si può transigere in 
alcun modo, e tien luogo delle frasi bisogna striderci^ non c'è 
modo d'uscirne e simili; e si dice anche sette di vino. 



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I DISCORSI CHE CORRONO 44.1 

Che le pare? 

GRANCHIO {disprezzanie) 
Seccaggini ! 

VENTOLA 

Ma mi burla ! E' si lascia 
Eifìatare anco un bufalo! 
140 Quelli ? dente o ganascia. 

GRANCHIO (ride e pijpa) 

VENTOLA (rincarando) 
Senta! Un povero diavolo 
Che sia nato un po' tondo, 
Senza un modo di vivere, 
Senza un mestiere al mondo, 

146 Che noìato di starsene 

Li bruco e derelitto. 
Cerchi di sgabellarsela 
Air ombra d' un Rescritto ; 

Non e' è misericordia : (contraffacendo) 
150 « Scusi, le vengo schietto, 

« Il posto che desidera, 
« Veda, è diffici letto. 



V. 140. — dente^ ecc. Modo comunissimo in Toscana a 
significare la necessità che una cosa si faccia, checché ne 
possa avvenire, a ogni modo ; ed è tolto dal cavadenti che, 
quando ti ha messo l'ordigno in bocca, tira anche a costo di 
portarti via, invece del solo dente, anche la mascella. 
> V. 146. — Bruco, Si usa comunemente nel senso di po- 
verissimo, privo di tutto, e si dice anche nello stesso senso 
povero in canna. 



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442 I DISCORSI CHE CORRONO 

« Ella, non per offenderla, 
« Ma non è per la quale. » 
155 È carità del prossimo ? 

ORAKCHIO 

Carità liberale ! 



VENTOLA 

E vo' potete battere, 
Vo^ potete annaspare ! 
Moltiplicar le suppliche, 
160 Farsi raccomandare, 



Impegnarci la moglie, 
Le figliole.... è tutt' una ! 
Con questi galantuomini, 
Chi sa poco, digiuna. 



1G5 Guardi, non voglion asini ! 

GRANCHIO (in cagnesco) 
Cari! 

VENTOLA 

Gesusmaria I 
S^ è vista mai, di grazia, 
Questa pedanteria ? 

GRANCHIO (gongola) 



V. 154. — Per la quale. Modo singolarissimo e d'uso co- 
mune nel senso di adattato^ sufficieniCj capace e simili. 

V. 168. — Annaspare, Vale darsi da fare ingegnarsi in 
tutti i modi e con tutti i mezzi, cosi leciti come illeciti. 

V. 166. — Gesusmaria e Gesummaria esclamazione popo- 
lana; e per simili composizioni B,hhia.m.o Spiritosaanto, Ognis- 
santi, Giammaria, Giammatteo, ecc. 



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I DI800BSI CHE OOEBONO 443 

VENTOLA {con tuono derisorio) 
Del resto poi, son umili, 
170 Son discreti, son savi, 

Fanno il casto, millantano 
Di non volere schiavi L^ 

GRANCHIO 

{scotendo la pipa sul fuocOf e facendo V atto d* alzarsi 

per andare a posarla) 

Filantropi, filantropi, 

Filantropi, amor mio ! 

VENTOLA 
{rizzandosi di slancio e togliendogli di mano la pipa) 
175 Dia qua, la non s' incomodi. 

Gliela poserò io. 

OBANCHIO 

{piglia le molle e attizza il fuoco) 
Giacché ci siete, o Ventola.... 

VENTOLA {si volta in fretta) 
Comandi. 

GRANCHIO 

Il fuoco è spento ; 
Pigliate un pezzo. 

VENTOLA 
{posa la pipa e trotta alla paniera delle legna) 
Subito, 
180 La servo nel momento {mette su il pezzo e 

si sdraia daccapo) 

Del resto, per concludere, 
Io, con tutta la stima 
Di tutti ho a dirla ? 

GRANCHIO 

Ditela. 

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444 I DISCOESI CHE COEEONO 

VENTOLA {in musica) 

Si stava meglio prima. 

GRANCHIO {modesto) 

185 Non saprei. 

VENTOLA 

Per esempio, 
Dica, secondo lei. 
Questa baracca, all' ultimo, 
Come andrà? 

GRANCHIO 

Non saprei. 

VENTOLA 

Oh male! Tutti scrivono, 
190 Tutti stampano, tutti 

Dicon la sua. 

GRANCHIO {ironico) 

Bravissimi ! 

VENTOLA 

Senta, son tempi brutti 1 

GRANCHIO {come sopra) 
Perchè ? 

VENTOLA 

Quando un sartucolo, 
Un oste, un vetturale, 
195 La se lo vede in faccia 

Compitare un Giornale j 

Quando il più miserabile 
Le parla di diritti, 
E' non e' è più rimedio, 
200 I Governi son fritti ! 

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I DISpORBI CHE COBBOKO 445 

GBÀNGHIO (come aopra) 
Bene ! 

VENTOLA 

Quelli s' impanoano 
A farei il maggiordomo ; 
Questi a trattare il Principe 
Come fosse un altr' uomo ; 

GRANCHIO (come sopra) 

205 Benone ! 

VENTOLA 

Uno s'indiavola, 

Un altro s'indemonia 

Questa è la vita libera ? 
Questa è una Babilonia. 

GRANCHIO {con tono dottorale) 
Che volete, s' imbrogliano, 
210 E vanno compatiti. 

VENTOLA 

quella di pigliarsela 
Sempre co' Gesuiti, 

Non si chiama uno scandolo? 

GRANCHIO [serio) 

Codesta, a dire il vero, 

215 E una cosa insoffribile ! 

VENTOLA 

La dica un vitupero ! 



toccare il vespaio 
Di chi gli può ingollare, 



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446 I DISCORSI CHE COEJIONO 

Non è un volerle ? 

GRANCHIO (allegro) 

catterà, 
220 Lasciategliele dare. 

VENTOLA 

E che crede, che dormano ? 

GRANCHIO 

/ Dove ? 

VENTOLA {accennando lontano lontano) 
In Oga Magoga. 

GRANCHIO {allegre) 
Eh! chi lo sa? 

VENTOLA 

Che durino ! 
Per adesso, si voga, 

225 Ma se V aria rannuvola ? 

GRANCHIO (indifferente) 
Che annuvola per noi ? 

VENTOLA 

Vero ! Bene 1 Bravissimo ! 
Li vedremo gli Eroi : 

(8* aha e cerea il cappello) 



y. 219. — Catterà, Cattora, caspita, cappio, ecc., sono 
esclamazioni comunissime, che danno una certa forza alla 
frase. Es. : — Catterà, se tu non hai giudizio, non oi ho mica 
colpa io ! — 

V. 222. — DalVO^ Magog della Scrittura è nato V idioti- 
smo Oga Magoga per accennare un paese remoto da noi. (Noia 
dell* A.). Fi con questa espressione s' intende qui di denotare 
r Austria, alla quale si preparava la guerra. 



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I DISCORSI OHE CORRONO 447 

GRANCHIO 

Che andate via ? 



VENTOLA 

La lascio 
230 Perchè sono aspettato. 

GRANCHIO 

Se avete un'ora d' ozio.. 



VENTOLA 

{fa una reverenza, 8* incammina e ogni tanto ai volta) 

Grazie, troppo garbato. 

GRANCHIO 
Una zuppa da poveri . 

VENTOLA (fowe sopra) 

Da poveri ? Gnorsie l 
235 Anzi 

GRANCHIO 
(facendo V umiliato) 

Non vedo un'anima ! 

VENTOLA {come sopra) 

Guardi che porcherie ! 

GRANCHIO {come sopra) 
Eh gua' !.... 

VENTOLA {come sopra) 

Ma la non dubiti, 
Siamo ben cucinati ! 



V. 234. — Onorste^ Signor s\. Il popolo, specie del contado 
fiorentino, suole contrarre signore e allungare a quel modo 
molti monosillabi, corno noe, quae^ lae, sue^ giue^ ecc. 



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448 I DISCORSI CHE CORRONO 

GRANCHIO (609716 aopra) 

Questo^ se mai, lasciatelo 
240 A. noi sacrificati. 

VENTOLA {come sopra) 
A loro ? a noi ! 

GRANCHIO {in tono meato) 
Finiamola^ 
Non tocchiamo una piaga !... 
Addio. 

VENTOLA 

{fa una reverenza e nelV andarsene dice tra «è) 
Povera vittima, 
Con quel tòcco di paga l 



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449 



STORIA CONTEMPORANEA. 



Nel settembre del 1847, mentre il popolo toscano fa- 
ceva festa perle riforme politiche concesse dal Granduca 
Leopoldo II, fu scritto questo scherzo, che il Giusti, come 
appare da una sua lettera al Franceschini (Epist, 312), 
aveva in animo d^ntitolare La Spia, per far vedere, 
uso le sue stesse parole) a che termini fossero ridotti 
gli orecchianti. 



Nel marzo andato, un asino di spia, 
Fissato il chiodo in certa paternalo 
Buscata a conto di poltroneria, 
Fu rinchiuso per matto allo spedale. 
5 Dopo se^ mesi e più di frenesia, 

Ripreso lume e svaporato il male. 
Tornò di schiena al solito mestiere 
Per questa noia di mangiare e bere. 

Si butta a girellar per la città, 
10 S' imbuca ne' Caffè, neir Osterie, 

E sente tutti di qua e di là, 
— Saette a' birri, saette alle spie, 

V. 2. — Fissato il chiodo ecc. Cioè essendosi fissato con 
la mente sopra un rimprovero fattogli da' superiori, come 
negligente o poco attivo nel suo ufficio. 

V. 7-8. — Di schiena. Cioè cor ogni impegno; e si dice 
anche con Var'co della schiena. — Per questa noia ^ ecc. Bada 
all' arguta originalità di questa espressione. 

Giusti. - Poesie. ^Q 

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450 STORIA CONTEMPORANEA 

Popolo, Italia, Unione, Libertà, 
Morte a' Tedeschi, — ed altre porcherie ; 
15 Porcherie per orecchi come i suoi, 

Quasi puliti dal trentuno in poi. 

Corpo di Giuda! che faccenda è questa? 
Dicea tra se quel povero soffione; 
io vagello sempre colla testa, 
20 qui vanno i dementi a processione. 

Basta, meglio cosi: così alla lesta, 
Senza ficcarmi o star qui di piantone, 
Vado, m' affaccio sulla via maestra, 
E sbrigo il fatto mio dalla finestra. 

25 Entra in casa, spalanca la vetrata 

Con li pronta la carta e il calamaio, 
E un'ora sana non era passata 
Che già n' avea bollati un centinaio. 
Contento per quel di della retata, 

30 Chiappa le scale e trotta arzillo e gaio^ 

De' tanti Commissari al più vicino, 
E là, te gli spiattella il taccuino. 

Con una gran risata il Commissario, 
Lette tre righe, lo guardò nel muso, 
35 E disse: bravo il sor Referendario! 

La fa r obbligo suo secondo V uso: 



V. 18-19. — Soffione. Cioè spia. Vedi pag. 128 nota al 
V. 150. — Vagello -Vagellare e anche Svagellare è popolaris- 
sirno per delirare : da vacillare riferito alla mente. 

V. 27. — Sana per intera ed è dell'uso comunG. 

V. 36-37. — La. Vedi pag. 416 nota al v. 5 — Perso il lu- 
nario. Perdere il lunario ed anche perdere la bussola val- 
gono perdere il cervello, non capir più nulla. — Pazzerelli, 
Vedi pag. 326, nota al v. GÌ 



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STORIA CONTEMPORANEA 451 

Si vede proprio che ha perso il Lunario, 
E che ne' Pazzerelli è stato chiuso. 
La non sa, Signor mio, che Su' Altezza 
40 Ora al Buonsenso ha sciolta la cavezza ? 

— Su' Altezza? al Buonsenso ? E non corbello! 
Al Buonsenso...? non era un crimenlese? 
Ma qui e' è da riperdere il cervello ! 
dunque adesso chi mi fa le spese? — 
45 So io dimolto? gli rispose quello; 

Che fo l'oste alle birbe del paese? 
Animo, venga qua, la si consoli. 
La metterò di guardia a' borsaioli. 



V. 40-42. — Ha sciolta la cavezza. Si chiama propriamente 
cavezza quella fune o capestro col quale il cavallo, il mulo o 
leasing si tengono legati, specie alla mangiatoia. Di qui le 
frasi mettere a cavezza o tenere a cavezza qualcuno, per toglier- 
gli la libertà, tenerlo schiavo^ ecc. ; e naturalmente levare, 
sciogliere e togliere la cavezza per liberarlo, ecc. Quindi la 
frase del P. significa — Ha concesso al buon senso la fa- 
coltà di manifestarsi. — S non corbello ! Esclamazione di 
meraviglia, come dire : Niente meno ! chi se la sarebbe aspet' 
tata ! e si dice anche non canzono, ~ Crimenlese» Vedi pag. 106 
nota al v. 153. 



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452 



AGLI SPETTRI DEL 4 SETTEMBRE 1847. 



Nel 1847 Leopoldo II Granduca di Toscana, per avere 
istituita la Guardia Civica ed essersi messo sulla via 
delle riforme, era del continuo festeggiato dal popolo 
in clamorose dimostrazioni. Il Poeta pigliandone occa- 
sione da una di esse (qtiella fatta a Firenze il 4 set- 
tembre), intende con questo scherzo, composto appunto 
in queir anno, di pungere coloro, che, tappati in casa al 
tempo del pericolo, non osavano di farsi vivi; ed ora 
che non rischiavano più nulla, uscivano fuori, come spettri 
di defunti, a far baccano, a vantarsi d' aver sempre amato 
la libertà e la patria, ed anche a biasimare, come tepidi 
e peggio, i liberali moderati. 

Qnella notizia gli avea dato ana 
dìsinvoltara, nna parlantina insolita 
da gran tempo. 

Promessi Sposi, cap. 38. 



Su Don Abbondio, è morto Don Rodrigo, 
Sbuca dal guscio delle tue paure : 
E morto, è morto : non temer castigo, 
Destati pure. 

5 Scosso dal Limbo degP ignoti automi, 

Corri a gridare in mezzo al viavai 
Popolo e libertà, cogli altri nomi, 
Seppur li sai. 

V. 5. — Scosso dal limbo, ecc. Biscotendosi dalP ignavia 
delle anime da nulla, che non fanno né male nò bene; e 
quindi non si meritano nò V inferno nò il paradiso, ma il 
limbo de* bambini. 



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AGLI SPETTRI DEL 4 SETTEMBRE 1847 453 

Ma già corresti: ti vedemmo a sera 
10 Tra gente e gente entrato in comitiva, 

£ seguendo alla coda una bandiera, 

Biasciare evviva. 

Cresciuta V onda cittadina, e visto 
Popolo e Re festante e rimpacìato, 
15 E la spia moribonda, e al birre tristo 

Mancare il fiato, 

Tu, sciolto dair ingenito tremore, 
Saltasti in capofila a far subbuglio, 
Matto tra i savi, e ti facesti onore 
20 Del sol di luglio. 

Bravo! Coraggio! Il tempo dà consiglio: 
Consigliati col tempo all'occasione: 
Ma intanto che può fare anco il coniglio 
Cuor di leone, 

25 Ficcati, Abbondio; e al popolo ammirato ^ 

Di te, che armeggi e fai tanto baccano, 
Urla che fosti ancor da sotterrato. 
Repubblicano, 

V. 12. — Biasciare ha tra gli altri significati quello di 
mormorare sommessamente e a mezza voce qualche parola. 
Qui poi ci sta bene, perchè il P. rappresenta in questi versi 
(9-20) il progresso nel coraggio civile di questo nuovo 
Don Abbondio ; da principio egli si caccia in mezzo ai di- 
mostranti quasi per nascondersi all'altra gente, e dice ev 
viva piano piano per farsi sentire solo ai più. vicini; ma 
poi, accortosi che non o' è pericolo alcuno, si gé»tta anche 
lui allo sbaraglio, e diventa un arruffone. Comincia col hia^ 
sciare^ e poi finisce col hociare e peggio. 

V. 20. - Del sol, ecc. Vedi pag. 365, nota al v. 188. 

V. 26-27. — Che armeggi. Armeggiare vale spesso come 
qui, affaccendarsi per fini occulti e interessati; e quelli che 
ciò fanno si chiamano armeggioìii. — Da sotterrato. Cioè an- 
che allora che te ne stavi tappato in casa e come sepolto 
per paura. 

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454 AGLI SPETTRI DKL 4 SKTTKMBRE 1847 

Voi, liberali, che per anni ed anni 
30 Alimentaste il fitto degli orecchi. 

Largo a* molluschi! e andate co' tiranni 
Tra i ferri vecchi. 

À questo fungo dì Settembre, a questa 
Civica larva sfarfallata d' ora, 
35 Sì schioda il labbro, e gli ribolle in testa 

Lìbera gora. 

Già già con piglio d' orator baccante 
Sta d'un Caffè, tiranno alla tribuna; 
Già la canèa de' botoli arrogante 
40 Scioglie e raguna. 

Briaco di gazzette improvvisate. 
Pazzi assiomi dì governo sputa 
Sulle attonite zucche, erba d'estate 

Che il verno muta. 



V. 80-33. — Alimentaste eco. Voi che deste alimento agli 
orecchi delle spie che gli hanno affittati al governo, cioè vi 
comprometteste co' vostri discorsi di libertà, di patria, ecc., 
fate largo, cedete il posto a questa gente buona a nulla, e riti- 
ratevi dalle cose pubbliche. — Molluschi, Si chiamano inge- 
nerale cosi gli animali senz'ossa; e il P. designa con tal 
nome questi chiacchieroni privi di senno e di virtù. — Ferri 
vecchi. Andare fra i ferri vecchi vuol dire fra le persone e 
le cose antiquate e non più in uso, come gli strumenti o 
arnesi di bottega logorati e non più buoni a nulla; e il 
modo è dei più comuni. — A questo fungo, ecc. Un proverbio 
toscano dice : In una notte nasce il fungo ; quindi il modo 
del P. vuol dire : a quest' uomo divenuto liberale in un mo- 
mento, nel tempo cioè che ci mettono i funghi a na- 
scere, ecc. 

V. 89. — Botoli, ecc. Fa pensare al dantesco — <« Ringhiosi 
più che non Qhiede lor possa » (Purg. XIV, 47). E chiama 
cosi i politicanti da caffè e da piazza, buoni solo a bociare 
viva a quello e morte a quelP altro. 

V. 43. — JSrba d'estate, ecc. Vuol dire, che le turbe igno- 
ranti, che ascoltano con meraviglia le parole di questo 



AGLI SPETTRI DEL 4 SETTEMBRE 1847 455 

45 « Diverse lingue, orribili favelle, » 

Scoppiano intorno; e altèra in baffi sconci 
Succhia la patriottica Babelle 

Sigari e pò nei. 

Dall' un de' canti, un'ombra ignota e sola 
50 Tien l'occhio al conventicole arruffato, 

E vagheggia il futuro, e si consola 

Del pan scemato. 

Stolta! se v'ha talun che qui rinnova 
L'orgie scomposte di confusa Tebe, 
55 Popol non è che sorga a vita nuova, 

E poca plebe. 

E poca plebe: e d'oro e di penuria 
Sorge, a guerra di cenci e di gallone: 
Censo e Banca ne dà, Parnaso e Curia, 
60 Trivio e Blasone. 

sfacciato arruffone, sono cosi volubili, da cangiar partito 
dalla state al verno, come V erba cangia di colore. E T im- 
maginerò tolta da Dante: 

La Yostra uominanza è color d' erba ; 
Che viene e va; e quei la discolora, 
Per cui ell'esce della terra acerba. 

Purg., XI, 115. 

V. 45. — Diverse ecc. Dante, In/.y III. 23. 

V. 49. — Dall'uri de* canti, ecc. — Standosene in disparte 
una persona ignota (è un arnese di polizia) adocchia que- 
sto convegno babelico degli arruffoni, e nella speranza che 
screditino colla licenza i nuovi ordini liberi, si consola dei 
guadagni scemati. 

V. 54. — La città di Tebe, com' è noto, ebbe nell'anti- 
chità nome infame per le atroci discordie de' suoi cittadini, 

V. 57-60 — È poca plebe. Senso : K poca plebe cosi di poveri 
come di ricchi : quelli combattono per rimpannucciarsi (cioè 
per aver denari) questi per aver decorazioni; e questa plebe 
si compone di banchieri, di letterati, di magistrati, di plebei 
e di nobili. 



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456 AGLI SPETTRI DEL 4 SETTEMBRE 1847 

E poca plebe : e prode di garrito, 

Prode di boria e d'ozio e d^ogni lezzo, 
li maestoso italico convito 

Desta a ribrezzo. 



G5 Se il fuoco tace, torpida s'avvalla 

Al fondo e i giorni in vanità consuma; 
Se ribollono i tempi, eccola a galla 

Sordida schiuma. 



Lieve air amore e all' odio, oggi t'inalza 
De' primi onori suli' ara eminente, 
Doman t'aborre, e nel fango ti sbalza, 
Sempre demente. 



Invano, invano in lei pone speranza 
La sconsolata gelosia del Norde. 
75 Di veri prodi eletta figliolanza 

Sorge concorde, 



E di virtù, d' imprese alte e leggiadre 
D' Italia affida: carità la sprona 
Di ricomporre alla dolente madre 
80 La sua corona. 



popol vero, o d' opre e di costume 
Specchio a tutte le plebi in tutti i tempi, 
Levati in alto, e lascia al bastardume 
Gli stolti esempi. 



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AGLI SPETTRI DEL 4 SETTEMBRE 1847 457 

85 Tu modesto, tu pio, tu solo nato 
Libero, tra licenza e tirannia, 
Al volgo in furia e al volgo impastoiato ' 
Segna la via. 



V. 88. — Segnaj ecc. Mostra il vero Diodo di procedere 
così agli avventati che si gettano allo sbaraglio, come ai 
timidi che non osano fare un passo. 



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458 



ISTRUZIONI A UN EMISSARIO. 



L'Austria, prevedendo che le riforme concesse dai 
principi italiani ai loro popoli, avrebbero indubbiamente 
condotti questi alla guerra della indipendenza, si studiava 
di spargere fra essi i semi della discordia, ed a tal fine 
si valeva di spie ed emissari, che pur troppo riuscirono 
spesso nel loro intento, e furono una delle tante ca- 
gioni per le quali un moto cosi bene incominciato, ebbe 
poi cosi misero fine. Ad ammonimento degl'incauti e 
degP illusi che si lasciavano ingannare e sobbillare da 
questi agenti segreti, il Giusti nel 1847 compose appunto 
questa poesia. 

Anderete in Italia: ecco qui pronte 
Le lettere di cambio e il passaporto. 
Viaggerete chiamandovi Conte, 
E come andato per vostro diporto. 
5 Là, fato il pazzo, fate il Rodomonte, 

L^ ozioso, il giocatore, il cascamorto; 
E godete e scialate allegramente. 
Che son cose che fermano la gente. 

Quando vedrete (e accaderà di certo) 
10 Calare i filunguelli al paretaio. 

Fate razza; parlate a cuore aperto; 

v. 1. — Anderete, ecc. Il P. fa parlare un ministro del- 
l' Imperator d'Austria, forse il principe di Metternich. 

V. 6. — Cascamorto. Cioè il vagheggino e l'innamorato, 
ohe finge di struggersi e morire dietro alle donne. 

V. 11, — Fate razza. Qui vale fingete intrinsichezza, ed 
è precisamente il rovescio dì far razza da sé che vuol dire 
starsene solo, appartato, non praticar nessuno e simili. 



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ISTRUZIONI A UN EMISSARIO 459 

Mostratevi con tutti ardito e gaio, 
Dite che il Norde è un carcere, un deserto, 
Un vero domicilio del Gennaio, 
15 Paragonato al giardino del mondo, 

Bello, ubertoso, libero e giocondo. 

Questa parola libero^ buttata 

Là nel discorso come per ripieno, 
Guardate qua e là nella brigata 
20 Se vi dà ansa di pigliar terreno. 

Se casca, e voi battete in ritirata, 
Seguitando a parlar del più e del meno; 
Se, viceversa, v'è chi la raccatta, 
Andate franco, che la strada è fatta. 

25 Franco, ma destro. A primo non è bene 
Buttarsi a nuoto come fa taluno. 
Che quando ha dato il tujffo e* non si tiene, 
E tanto annaspa che lo scopre ognuno. 
Prender la lepre col carro conviene, 

30 Girar largo, non essere importuno, 



V. 15. — Giardino del mondo. Cioè V Italia, che Dante 
chiamò giardino dell' imperio. Purg, VI, 105. 

V. 20 — Ansa. Propriamente si chiama posi un manico 
ripiegato e unito nelle due estremità al corpo d'un vaso, 
fig. appicco^ occasione, pretesto^ per lo più coi verbi dare, 
pigliare, prendere. (Zambaldi op. cit.). Se vi porge l'occa- 
sione d'entrare in certi discorsi, di guadagnarvi la loro 
fiducia, ecc. 

V. 22. — Parlar dei più, ecc. Cioè non di cose ordinate 
e preparate ma via via di quelle che capitano fortuita- 
mente o sieno importanti o no. 

V. 25. — A primo. Più usato al primo^ dapprincipio^ alla 
bella prima e sulle prime 

V. 28-29. — Annaspa. Vedi pag. 136, nota al v. 29. Pren^ 
der, ecc. H modo proverbiale Prendere la lepre col carro 



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460 ISTRUZIONI A UN EMISSARIO 

Tastare e lavorar di reticenza, 

Con quel giudizio che pare imprudenza. 

Far la vittima no, non vi consiglio, 
Perchè il ripiego è noto alla giornata; 

35 Da sedici anni in qua, codesto appiglio 

Tanta gente in quei luoghi ha bindolata, 
Che si conosce di lontano un miglio 
La piaga vera e la falsificata. 
Anzi vantate, e fatevene bello, 

40 Che nessuno v' ha mai torto un capello. 

Fatto che vi sarete un bravo letto 
Neir animo di molti, e decantato 
Vi sentirete per un uomo schietto, 
E dei fatti di qua bene informato, 
45 Dite corna di me, ve lo permetto, 

Dite che dormo, che sono invecchiato; 
Inventatene pur, se ve ne manca, 
Che, come dico, vi do carta bianca. 

Del ministro di là dite lo stesso 
50 Ne' Caffè, ne' Teatri, in ogni crocchio; 

Anzi, a questo proposito, v* ho messo 
Sul passaporto un certo scarabocchio. 
Che vuol dire, inter nos^ ordine espresso 
Di lasciar fare e di chiudere un occhio, 
55 Andiamo : ora cha siete in alto mare, 

Ecco la strada che vi resta a fare. 



significa arrivare allo scopo che uno si è proposto con ac- 
corgimento tale da non dar sospetto ad alcuno. 

V. 52. — Scarahoccliio qui vale contrassegno. Quanto poi 
agli altri significati di questa parola vedi pag. 8ìK), nota al 
V. 16. 



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ISTBUZIONI A UN EMISSARIO 461 

Fatevi centro della parte calda 

Che campa di sussurri e di gazzette, 
E sia roba in giacchetta o roba in falda, 
60 Delira sempre e mai capisce un ette. 

Agevolmente a questa si riscalda 
Con nulla il capo, e quando uno la mette 
Nel caso di raspare in tempi torbi, 
Arruffa tutto, e fa cose da orbi. 

G5 Compiangete il paese; screditate 

Quell'andamento, quel moto uniforme; 
Deridete le zucche moderate, 
Come gente che ciondola e che dorme; 
Censurate il Governo; predicate 

70 Che la pace, le leggi, le riforme, 

Son bagattelle per chetar gli sciocchi, 
E per dar della polvere negli occhi. 

Soprattutto attizzate i malcontenti 
Sul ministrume della nuova scuola, 

75 Che sopprime i vocaboli stridenti, 

E vuol la cosa senza la parola. 
Quello è un boccone che m'allegai denti, 
E che mi pianta un osso per la gola, 
Mentre per me sarebbe appetitosa, 

80 Colla parola intorbidar la cosa. 

V. 59. — roba^ ecc. Cioè ossia gente del popolino {in 
giacchetta) o delPalto ceto {in falda), 

V. 63. — Raspare. — Qui vale fare qualche cosa cosi alla 
peggio. — Vedi pag. 136, nota al v. 32. 

v. 68. — Ciondola. Il verbo cicndolare ha fra gli altri 
sensi quello di girellare qua e là per ozio, e come qui quello 
di andar lento e fiacco come persona debole e stanca. Vedi 
anche dondolarsela pag. 439, nota al v. 117. 

V. 74. — Ministrume. Peggiorativo di ministri. Vedi pa- 
gina 805, nota al v. 16. 

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462 ISTRUZIONI A UN EMISSAKIO 

Spargete delle idee repubblicane; 

Dite che i ricchi e tutti i bea provvisti 
Fan tutt'uno del popolo e del cane, 
E son tutti briganti e sanfedisti: 
85 Ohe la questione significa pancy 

Che chi l'intende sono i comunisti, 
E che il nemico della legge agraria 
Condanna i quattro quinti a campar d' aria. 

Quando vedrete a tiro la burrasca, 
90 E che il vento voltandosi alla peggio. 

La repubblica santa della tasca 
Cominci a brontolare e a far mareggio, 
Dategli fune, e fatemi che nasca 
Una sommossa, un tumulto, un saccheggio; 
05 Tanto che i re di là, messi alle strette, 

Chieggano qua congressi o baionette. 

Se v'occorre di spendere, spendete, 
Che i quattrini non guastano: vi sono 
Birri in riposo, spie se ne volete, 

100 Sfaccendati, spiantati è tutto buono. 

Se vi dà di chiapparmeli alla rete, 
Di far tantino traballare un trono, 
Spendetemi tesori, e son contento 
Che gli avrò messi al secento per cento. 



V. 84. — Sanfedisti, Vedi nota storica a pag. 9. 

V. 89-92. — Quando vedrete^ ecc. Senso. Quando vedrete 
vicina una sommossa, e che sbrigliate le passioni turbolente, 
i malvagi, i quali cercano d'empirsi le tasche, e sUntitolano 
onesti repubblicani {la repubblica santa della tasca) comin- 
ciano a brontolare e ad agitarsi date loro agio od eccita- 
mento perchè nasca una sedizione, ecc., tanto che i re d'Italia 
{di là) chieggano qua (cioè all'Imperatore d'Austria), ecc. 
— Far mareggio — Dante dice mareggiare in questo stesso 
senso, cioè dell'ondeggiare del mare {Purg. XXVIII, 74). 



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ISTRUZIONI A UN EMISSARIO 463 

105 Ohe! nel dubbio che qualcun vi scopra, 
Avvisatene me: tutto ad un tratto 
Vi scoppia addosso un fulmine di sopra, 
E do ventate martire nell'atto: 
Ecco il ministro a fare un sottosopra, 

110 Ecco il Governo che vi dà lo sfratto! 

E cosi la frittata si rivolta, 
E siete but)no per un'altra volta. 

Per non dar luogo all'uffizio postale 

Di sospettar tra noi quest' armeggìo, 
115 Corrispondete qua col Tal di Tale 

E siate certo pur che V avrò io. 

Egli, come sapete, è Liberale, 

E ribella il paese a conto mio. 

Ci siamo intesi: lavorate, e poi, 
120 Se c'incastra una guerra, buon per voi. 



v. 114. — Armeggìo, Qui vale occulto maneggio o t^orri- 
spondenza segreta e sospetta. Quanto agli altri Bi^nillt atì 
di questa parola vedi pag. 388, nota al v. 153. 



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464 



CONSIGLIO A UN CONSIGLIERE. 



€ È uno scherzo breve, snello e forse anco magro, 
nel quale si accenna la necessità di camminare colle 
cose del mondo. » Cosi l'autore in una lettera al dott. 
Franceschini (Epìst, 312), Lo scrisse nel 1847. 



Signor Consigliere, 

Ci faccia il piacere 

Di dire al padrone 

Che il mondo ha ragione 
5 D'andar come va. 

Dirà: Padron mio, 

La mano di Dio 

Gli ha dato l'andare ; 

Di farlo fermare 
10 Maniera non v'ha. 

Se il volo si tarpft 
Calando la scarpa 
A ruota nostrale, 
Che ratta sull'ale 
15 Precipita in giù, 

v. 11-20. — Se ilvolo^ ecc. Spiega: Può, è vero, tarparsi 
il volo, cioè fermarsi il giro a una ruota fatta qui {ruota, no- 
strale)^ cioè fabbricata da noi che precipita in giù veloce- 
mente, col calare la scarpa o martinicca, ma la ruota del 



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CONSIGLIO A UN CONSIGLIERE 465 

^ La ruota del mondo 

Andrà fino in fondo; 
Né nn moto s'arresta 
(Stiam li colla testa) 
20 Che vien di lassù. 

Per tutto si vede 

Che il carro procede, 

Con dietro una calca 

Che seco travalca 
25 Con libero pie. 

E mentre cammina, 

Con sorda rapina 

I gretti, i poltroni, 

I servi, i padroni, 
30 Travolge tfon sé. 

Tra i Ee del paese 
Qualcuno P intese; 
E a dirla tal quale. 
Più bene che male 
35, N'ottenne fin qui. 



mondo, cioè il corso, il progresso del genere umano, non 
si può fermare perchè, se ben consideriamo, non viene 
propriamente da noi, ma da Dio, è legge suprema e prov- 
videnziale. « Non convenienti (dice il Frizzi) le due metafore 
troppo disparate del tarpare il volo e del calare la acarpa ; 
tolta runa dagli uccelli, l'altra dalle carrozze. Chiama e 
rispondi. » E forse ha ragione, ma quello che a me piace 
meno è l'aggiunto di nostrale dato alla ruota, E veramente 
ruota nostrale^ carrozza nostrale^ ecc., significa ruota fatta 
nel nostro paese e si contrappone a ruota e carrozza stra- 
niera, cioè fatta in Francia, in Inghilterra, ecc., ma sempre 
in questo mondo, mentre qui è usata invece di ruota fab- 
bricata dagli uomini, e si viene a contrapporre ad una ruota 
fatta, per cosi dire, da Dio ; ciò che non è proprio. 

Giusti. — Poesie, 30 

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466 CONSIGLIO A UN CONSIGLIERE 

Slentando la briglia, 
Tornò di famiglia; 
Temeva in quel passo 
Di scendere in basso, 
40 E invece sali. 

Giudizio, Messere! 
Facendo il cocchiere 
In urto alla ruota, 
Si va nella mòta, 

45 Credetelo a me. 

Pensando un ripiego, 
Io salvo l'impiego; 
E voi (dando retta), 
Ei vista e corretta, 

50 . La paga di re. 



V. 36. -^Slentando la briglia. Cioè moderando il suo po- 
tere, dando riforme liberali, tornò, divenne italiano. Si al- 
lude, credo, al Granduca Leopoldo II. 

v. 43. — In urtoy ecc. Vuol dire contrariando il corso 
alla ruota, invece di governarlo; e fuori di metaforp, con- 
trariando il corso del progresso, voluto dai tempi, invece 
di secondarlo con saviezza. 



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467 



IL CONGRESSO DE' BIRRI 

DITIRAMBO 



€ Quanto al Congresso de' Birri, il titolo parla ; ma 
io ho tentato di dipingervi tre razze di quei signori, cioè 
carnefici, sdraiati e imbroglioni, e far vedere come tutti, 
chi per un verso e chi per un altro, sono la vera peste 
dei popoli e dei governi. » Cosi il Giusti in una lettera al 
Franceschini {Epist 312). La poesia fu scritta nel 1847, 
dopo l'abolizione del Presidente del Buon governo, e come 
attesta il Giusti medesimo nella lettera al Trenta {Epist, 
329) « ne andarono diecimila copie in tre giorni. » 



A scanso di rettorica, ho pensato 

Di non fermarmi a descriver la stanza 
Che in grembo accolse il nobile Senato. 

Solamente d^rò, che l'adunanza 
ò In tre schiume di Birri era distinta, 

Delle Camere d'oggi a somiglianza. 

A dritta, i Birri a cui balena in grinta 
Il sangue puro ; a manca, gli arrabbiati ; 
Nel centro, i Birri di nessuna tinta: 

10 Birrucoli cioè dinoccolati, 

Birri che fanno il birre pur che sia; 
Bracchi no, ma locuste degli Stati. 

V. 7. — Grinta. Fisonomia di persona corrucciata o 
impudentemente sinistra e anche truce. 



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468 IL CONGRESSO DE* BIRRI 

Taglierò corto anco alla diceria 
Che fece con un tono da Compieta 
15 II Gran Capoccia della sbirreria; 

Che deplorò giù giù doXVA alla Zeta, 
E le glorie birresche, e i guasti orrendi 
Che porta il tempo come l'acqua cheta; 

E parlò di pericoli tremendi, 
20 E d'averli chiamati a parlamento 

Per consultarli sul modo tenendi 
Di riparare in tempo al fallimento. 

Balla manca, oratore 
Di que' Birri bestiali, 
25 Sbucò pien di furore 

Un Mangialiberali; 
E, sgretolando i denti, 
Proruppe in questi accenti : 

Pare impossibile, 
30 Che in un Paese, 

Nel quale ammorbano 
Di crimenlese 



V. 15. — Capoccia, Dicesi propriamente il capo di casa 
nelle famiglie dei contadini toscani, e per estensione, come 
qui, ogni persona che sia o si faccia capo degli altri in qual- 
che cosa. 

V. 18. — V acqua cheta» Allude al proverbio toscano che 
dice : L'acqua cheta rompe i ponti. 

V. 21. — Modo tenendi. Questo latinismo ò popolarmente 
usato come molti altri in Toscana per modo da tenere, modo 
da provvedere, ecc. 

V. 32. — Crimenlese, Vedi pag. lOG^nota al v. 153. 



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IL CONGRESSO DE' BIBBI 469 



Anco gV ipocriti 
Del nostro Uffizio, 
35 Si perda in chiacchiere 

Tempo e giudizio ! 

Quando col mietere 
Di poche teste 
Si può d* un soffio 
40 Stirpar la peste, 

Perchè, cullandosi, 
Lasciar che cresca 
Questa fungaia 
Liberalesca ; 

E manomettere 
Stato e Monarca 
E a suon di ninnoli 
Mandar la barca ? 

Stolto chi reggere 
50 Pensa un Governo 

Colle buaggini 
D' un far paterno ! 

Riforme, grazie, 
Leggi, perdono, 
55 Son vanaglorie. 

Pazzie, sul trono. 



V. 39. — D'un soffio. Cioè in un momento e si dice anche 
in un soffia), 

V. 47. — JS a suonj ecc. Ordina e spiega : E governare lo 
Stato a forza di piccoli ripieghi e miseri espedienti? {a suon 
di ninnoli). Il modo a suono di, per a forza di h d' uso comu- 
nissimo in Toscana. — Lo mise fuori a suono di rimproveri, 
a suon di legnate, e simili. — Quanto alla parola nimiolij vedi 
pag. 440 nota al v. 129. 



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470 IL CONGRESSO de'bibri 

Lisciare. un popolo 
Che fa il padrone ? 
Supporre in bestie 
60 Dritto e ragione ? 

Lodare un regio 
Senno, corrotto 
Di questa logica 
Da Sanculotto ? 

65 No: nel Carnefice 

Vive lo Stato : 
Ogni politica 
Sa d' impiccato; 

E un Re che a cintola 
70 Le man si tiene, 

Se casca, al diavolo ! 
Caschi, sta bene. 

Che c^ entra il prossimo ? 
Io co' ribelli 
75 Sono antropofago, 

Non ho fratelli. 

Non dico al Principe : 
Allenta il freno, 
Tentenna, scaldati 
80 La serpe in seno-; 

V. 57. — Lisciare, Vale accarezzare e anche adulare, 

V. 64. — Sanculotti, Si chiamarono cosi (da Sanculottea 

che vuol dire senza calzoni) i cialtroni radicali della plebe 

francese nella famosa rivoluzione. 

V. 67. — Ogni politica, ecc. Vuol dire che ogni cittadino 

che intenda a far novità politiche in un paese, puzza {sa) 

d' impiccato, cioè merita la forca. 



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IL C0NGEES80 DE' BIERI 471 

E quando il pelago 
Sale in burrasca, 
Affoga, e ficcati 
Le leggi in tasca. 

85 Io vecchio, io vergine 

D*idee si torte, 
Colla canaglia 
Vo per le corte. 

Tenerli d' occhio 
90 (Sia chi si sia) 

Impadronirsene, 
Colpirli, e via. 

Ecco la massima 
Spedita e vera : 
05 Galera e boia, 

Boia e galera. 

Disse : e al tenero discorso 

Di queir orso — a mano manca 

Ogni panca — si commosse, 
100 Non si scosse — non fé' segno 

di sdegno — od' ironia 

L'albagia — seduta a dritta; 

E ste' zitta — la platea. 

Si movea — lenta in quel mentre 
105 Giù dal ventre — della stanza 

La sembianza — rubiconda 

E bistonda — d' un Vicario 

Del salario — innamorato ; 

V. 105. — Ventrcj ecc. Cioè centro dell' assemblea, come 
9i dice nel linguaggio parlamentare. 

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472 IL CONGRESSO DE' BIERI 

Che, sbozzato — uno sbadiglio, 
110 Con un piglio — di maiale 

Sciorinò questa morale. 

Non dico : la mannaia, 
Purché la voglia il tempo, 
Rimette a nuovo un Popolo, 
115 E il resto è un perditempo. 

Ma quando de' filantropi 
Crebbe la piena, e crebbe 
Questa flemma di Codici 
Tuffati nel giulebbe ; 

120 Quando alla moltitudine, 

Bestia presuntuosa, 
Il caso ha fatto intendere 
Che la testa è qualcosa; 

Darete un fermo al secolo 
125 Li, col Boia alla mano ? 

Collega, riformatevi: 
Siete antidiluviano. 

Voi vi pensate d'essere 
A quel tempo beato, 
130 Quando gridava Italia 

Soltanto il Letterato. 



V. 111. — Sciorinò^ ecc. Sciorinare vale nel senso pro- 
prio spiegare, stendere, metter fuori al sole e si dice dei panni 
da asciugare ; e per estensione, come qui, vale raccontare 
per filo e perseguo una cosa, o esporre un'opinione ne'suoi 
particolari, senza riguardo alcuno. 

V. 119. — Tuffati, ecc. Cioè miti e dolci ohe rifuggono 
dal sangue. 



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IL CONGRESSO DE* BIRRI 473 

Amico, ora le balie 

L' insegnano a' bambini; 
E quel nome, dagli Arcadi 
135 Passò ne' Contadini. 

Si, le spie s'arrabattano, 
E lo so come voi: 
Ma in fondo, che conclusero 
Dal quattordici in poi? 

140 Se allora le degnavano 

Perfino i Cavalieri, 
Ora, non ce le vogliono 
Nemmanco i Caffettieri. 

I processi, le carceri 
145 Fan più male che bene: 

Un Liberale, in carcere, 
C'ingrassa, e se ne tiene; 

E quando esce di gabbia 
Trattato a pasticcini, 
150 E preso per un martire, 

E noi per assassini. 

Gua', spero anch'io che i Popoli 
Vadano in perdizione: 
Ma se toccasse ai Principi 
155 A dare il traballone? 



V. 136. — S*arr ah aitano. Arrabattarsi vale adoperarsi e 
sforzarsi con tutto l' impegno e in tutti i modi in una cosa, 
ma con poco o niua profitto. 

V. 152. — Gaa\ Troncamento ài guarda^ ma nel contesto 
-vale certamente^ veramente o simili. 



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474 IL C0NGEE8S0 DE' BIRRI 

Colleghi, il tempo brontola: 
E ovunque mi rivolto, 
Vi dico che per aria 
C* è del buio, e dimolto ! 

160 II mondo d'oggi è un diavolo 

Di mondo si viziato, 
Che mi pare il quissimile 
D'un cavallo sboccato: 

Se lo mandate libero, 
165 si ferma, o va piano; 

Più tirate la briglia, 
E più leva la mano. 

Io, queste cose, al pubblico, 
Certo, non le direi: 
170 In piazza fo il cannibale, 

Ma qui, Signori miei. 

Qui, dove è presumibile 
Che non sian Liberali, 
Un galantuomo, è in obbliga 
175 Di dirle tali e quali. 

Sentite: io per la meglio 
Mi terrei sull'intese; 
Vedrei che piega pigliano 
Le cose del paese; 

180 E poi, senza confondermi 

Né a sinistra né a destra, 
Principe o Repubblica, 
Terrei dalla minestra. 



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IL CONGRESSO DE* BIRBI 475 

H centro acclamò, 
185 La manca sbuffò: 

Un terzo Demostene 

In piedi sali, 

Al quale agitandosi 

La dritta annui. 
190 Silenzio, silenzio, 

Udite la parte, 

La parte eli e sfodera 

Il Verbo delPArte. 



Gli onorandi Oolleghi, a cui fu dato 
195 Prima di me d'emettere un parere, 

Non hanno a senso mio bene incarnato 
Lo scopo delPufficio e l'arti vere; 
Qui non si tratta di salvar lo Stato, 
Di cattivarsi il Popolo o Messere, 
200 D'assicurarsi nella paga un poi; 

Si tratta d'aver braccio e d'esser Noi. 



Io non ho per articoli di fede 

E non rifiuto il sangue e la vendetta: 
Dico che il forte è di tenersi in piede; 
205 Rispetto al come, è il caso che lo detta. 

Senza sistemi, il saggio opera e crede 
Sempre ciò che gli torna e gli diletta: 
Mirare al fine è regola costante, 
E chi soffre di scrupoli è pedante. 



v. 199. — Messere, Cioè o il signore, o il padrone^ 
vale a dire il principe. 

V. 201. — Aver braccio. Cioè avere facoltà di operare, e 
contare per qualche cosa. 



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4?6 If^ COKGREif^SO be' BIRBI 

210 Ciò che premtì impedire è, eh e tra loro 
S^ intendano Governo e governati; 
Se a' intendono^ addio: Tota delForOj - 
Per noi tanto, fìniecej e siamo andati- 
Dunque convjen raddoppiare il lavoro 

S18 D' in te Delirarli tutti, e d' ambo i lati 

Dare alle cose una certa apparenza 
Da tenerli in sospetto e in diffidenza. 

Noi non siam qui per prevenire il mais: 
Giusto! Va làj sarebbe un bel meatiere! 

S2(ì La cosi detta pubblica morale 

Anzi è r inciampo ohe ci (là penaiere. 
Il vegliare alla quiete universale 
E un reggere a' poltroni il candeliere : 
Quando uno Stato è sano e in armonia; 

225 Ghe figura ci fa la Polizia? 

Se cesseranno i moti rivoltosi, 

Se scemeranno i tremiti al Governo, 
Nel pubblico ristagno inoperosi 
Dormirete nel fango un sonno eterno. 



V. 219. — Va là. Espressione molto usata che vale pres- 
sa a poco quest' altra : sì davvero che, ecc. detta però ii-oni- 
camente. 

v. 223-225. — E un reggere, eco. Reggere il candeliere o 
fare il candeliere o servire da candeliere a qualcuno vale far- 
gli da mezzano ne^suoi amori o in qualche modo favorirli. 
Ora il birro concionante ('come si vede anche più chiaro 
dalla strofa che segue) viene a dire : se noi ci occupassimo 
di tutelare la morale pubblica e il buon andamento dello 
Stato, non faremmo altro che favorire la poltroneria e di- 
verremmo poltroni e inutili noi stessi, perchè, quando tutti 
vivessero d'amore e d'accordo e non ci fossero disordini, 
quanto a noi non ci resterebbe proprio nulla da fare. 



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IL CONGRESSO De' BIRRI 477 

230 Popoli in furia e Principi gelosi 

Son del nostro edifizio il doppio perno. 
Perchè giri la ruota e giri bene, 
Che la mandi il disordine conviene. 

Tempo già fu, lo dico a malincuore, 
135 Che di Giustizia noi bassi strumenti, 

Addosso al ladro, addosso al malfattore, 

Miseri cani, esercitammo i denti; 

Ma poi che i Re ci presero in favore, 

E ci fecer Ministri e confidenti, 
!40 Noi, di servi de' servi, in tre bocconi 

Eccoci qui padroni de' padroni. 

Dividete e regnate.... A questo punto 
Suonò d'evviva la piazza vicina 
Al Principe col Popol ricongiunto, 
545 All' Italia e alla Guardia Cittadina. 

Fecero a un tratto un muso di defunto 
Tutti, nel centro, a dritta ed a mancina; 
E mori sulle labbra accidentato 
Il genio di quel Birro illuminato. 



V. 240. — In ire bocconi. Propriamente si dice mangiare 
il tre boeconi una cosa nel senso di mangiarla lesto lesto ; 
on avidità ; ma il P. ha creduto, non saprei con quanta ra- 
ione, di adoprare questo modo cosi in generale, come sino- 
imo della frase da un momento alValtro^ in un momento e 
imili. 

V. 242. — Dividete e regnate, È 1' antico precetto ; Divide 
t impera. 



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473 



A LEOPOLDO SECONDO 



Composta nel novembre del 1847 per animare il 
Granduca di Toscana Leopoldo II a procedere con passo 
sicuro sulla via delle riforme, nella quale si era messo. 



Signor, sospeso il pungolo severo, 
A Te parla la Musa alta e sicura, 
La Musa onde ti venne in prò del vero 
Acre puntura. 

5 Libero Prence, a gloriosa meta 

Vòlto col Popol suo dal cammin vecchio, 
Con nuovo esempio, a libero poeta 

Porga V orecchio. 

Taccian 1* accuse e V ombre del passato, 
10 Di scambievoli orgogli acerbi frutti : 

Tutti un duro letargo ha travagliato. 

Errammo tutti. 

Oggi in più degna gara a tutti giova 
Cessar miseri dubbi e detti amari, 
15 Al fiero incarco della vita nuova 

Nuovi del pari. 



V. 4. — Acre puntura. Vedi L' Incoronazione v, 25-32 e 
Il Me Travicello. 



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A LEOPOLDO SECONDO 479 

Se al Popolo non rechi impedimento 
L' abito molle, la dormita pace, 
La facil sapienza^ il braccio lento, 
20 La lingua audace ; 

Se non turbino il Re larve bugiarde, 
Vuote superbie, ambizioni oscure, 
Frodi, minacce, ambagi, ire codarde, 
Stolte paure; 

25 Piega Popolo e Re le mansuete 

Voglie a concordia con aperto riso; 
E il lungo ordir della medicea rete 

Ecco è reciso. 

Che se dell'Avo industrioso istinto, 
SO Strigato il laccio che vita ci spense. 

Nostra virtù da cieco laberinto 

Parte redense, 

Tardi d' astuta signoria lasciva 
La radice mortifera si sch^'anta: 
35 Serpe a guisa di rovo, e usanza avviva 

La mala pianta. 

V. 17. — Se al Popolo, ecc. Questo Se ha forza depre- 
cativa ; e si dice anche nello stesso senso così: ....Se Puom 
ti faccia Liberamente ciò che il tuo dir prega. Dante, 
Inf., XIII, 86. 

V. 19. La facil sapienza, Chiatna argutamente cosi quel 
mezzo sapere che facilmente si acquista e facilmente tra- 
soorre a sputar sentenze su tutto. Del resto bada all' one- 
stà del P. che ricorda imparzialmente cosi gli erlrori del 
principe come quelli del popolo. 

V. 27. — Medicea rete. Vedi pag. 33 v. 75 e seg. 

V. 29. — Avo. Pietro Leopoldo 1 sapiente riformatore 
dello Stato. 

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480 A LEOPOLDO SECOiffDO 

Ma vedi come nella Mente etema 
Tempo corregge ogni cosa mortale t 
^asce dal male il ben, con vece alterna, 
4Q Bai bene il male; 

K^è questo è cerchio, come il volgo crede. 
Che salga e scenda e se in sé rigire; 
E turbine che al ver sempre procede 

Con alte spire. 

415 Nocque licenza a libertà; ai franse, 
Per troppa teaa, V arco a tirannia ; 
E r una e V altra tu percosiaa, e pianse 
L'errata via. 

•m 

Dalla nordica illuvie Italia emera© 
50 Ricca e discorde di possanza e d' arte ; 

Calò di nuovo il nembo, e la sommerse 

Di parte in parte. 

Or, come volge calamita al polo, 

Volta alla luce che per lei raggiorna, 
55 Compresa d' un amor, d' un voler solo, 

Una ritorna. 



V. 37. — Nella Mente, ecc. Qui vale nei disesjni della 
mente eterna; come se dicesse è nella mente di Dio che il 
tempo corregga, ecc. 

V. 42. — Èigire. Arcaismo, per la rima, invece di rigiri, 
E la frase è dantesca {Purg. XXV, 75). Quanto al pensiero 
è questo : La civiltà progredisce sempre, e se talora dà 
addietro, non ritorna mai al punto di prima, ma sempre più 
lontana dalla barbarie ; non procede in linea retta ma in linea 
spirale ed a volute sempre più. larghe. Cosi è veramente, 
mentre il volgo mostra di credere al regresso assolato* 



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A LEOPOLDO SECONDO 481 

ScoHso e ravvisto del comune inganno 
Che avvolse Europa in tenebroso arcano, 
Lei risaluta il Eranco e l'Alemanno, 
60 L'Anglo e V Ispano ; 

E un agitarsi, un franger di ritorte, 
Una voce dal Oiel per tutto udita 
Che riscuote i sepolcri, e dalla morte 
Desta la vita. 

G5 E in Te speranza alla Toscana Gente 
Del Quinto Carlo dagli eredi uscio ; 
Rinasce il Giglio, che stirpò Clemente, 
Diletto a Pio. 

Al culto antico di quel santo stelo 
70 Della libera Italia ultimo seme. 

Di Re dovere e cittadino zelo 

Muovano insieme. 

Già da Firenze il fior desiderato 
Andò, simbol di pace e di riscatto, 
75 Di terra in terra accolto e ricambiato 

Nel di del patto, 

v. 62, — Una voce, eco. Con questa voce celeste si allude 
a papa Pio IX (conte Giovanni Maria Mastai Ferretti di 
Senigallia, 1792-1878) che, amuistiando i prigionieri politici, 
riformando lo Stato e benedicondo alP Italia, aveva susci- 
tato grandi speranze di sé, ed era divenuto come V idolo 
degli Italiani. 

v. 65-68. — E in 2V, eco. Spiega : Il popolo toscano ha 
speranza in te, erede del ducato che Carlo Y fondò, dando 
Firenze in balla di quel tiranno che fu Alessandro Do^ Me- 
dici ; e per opra tua rinasce quella libertà ohe fu estirpata 
da papa Clemente VII nella oittà di Firenze, cara a Pio IX. 
Vedi pag. 35, sest. I. 

QrjySTl. — Poesie^ 31 

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482 A LEOPOLDO SECONDO 

Ohe ogni altro patto vincerà d' assai 
Mille volte giurato e mille infranto. 
Signor, pensa quel di ! Versasti mai 
80 Più dolce pianto ? 

E noi piangemmo, e lacrime d' amore 
Padre si ricambiar, figli e fratelli : 
Quel pianto che finì tanto dolore 

Nessun cancelli. 

85 Ed or che a noi per nuovo atto immortale 
La tua benignità si disasconde, 
E n' avesti dal Serchio a) crin regale 
Debita fronde, 

La gioia austera de' cresciuti onori 
•00 Cresca conforto a Te nel!' ardua via ; 

Tra gente e gente di novelli amori 

Cresca armonia. 

Al secolo miglior, de' tuoi figliuoli 
Sorga e de' nostri nobile primizie, 
95 E di gemma più cara orni e consoli 

La tua canizie. 



V. 87. — E n* aveati, ecc. Allude all' annessione del 
ducato di Lucca al granducato di Toscana, avvenuta il 
5 ottobre 1847 



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VERSI RIMASTI INEDITI 



FINO AL 1862 



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485 



SONETTI 



I TRENTACINQUE ANNI 



Questo grazioso sonetto fu scritto nel 1844 



Grossi, ho trentadìnque anni, e m' è passata 
Quasi di testa ogni corbelleria; 
se vi resta un grano di pazzia, 
Da qualche pelo bianco è temperata. 

5 Mi comincia un'età meno agitata, 
Di mezza prosa e mezza poesia; 
Età di studio e d'onesta allegria, 
Parte nel mondo e parte ritirata. 

Poi, calando giù giù di questo passo 
10 E seguitando a corbellar la -fiera, 

Verrà la morte, e finiremo il chiasso. 

E buon per me, se la mia vita intera 
Mi frutterà di meritare' un sasso 
Che porti scritto : « non mutò bandiera. » 



V. 1. — Tommaso Grossi, nato a Bellano nel 1791, morto 
in Milano nel 1853, celebre per il romanzo storico intitolato 
Marco Visconti, le Novelle in ottava rima : lldegonda^ La 
fuggitiva, Ulrico e Lida e il poema / Lombardi alla 'prima 
crociata» 



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486 SONETTI 



Scritto probabilmente nel 1814. 



Tacito e solo in me stesso mi volgo 
Interrogando il cor per ogni lato, 
E con molti sospir del tempo andato 
Tutta dinanzi a me la tela svolgo. 

5 E dure spine e fior soavi colgo, 

Qua misero mi trovo e là beato; 
Or mi sento coi pochi alto levato, 
Ora giù caddi e vaneggiai col volgo* 

Già del passato F avvenir più breve 
10 Farmi; e il pie che va innanzi stanco e tardo, 

Ricalca Forme sue spedito e lieve. 

E la mente ^^eloce come dardo, 

Quasi a un diletto che lasciar si dev6, 
Volge dintorno desiosa il guardo. 

V. 7. — Or mi aentOf eco* Vedi sopra questi stessi due 
versi pag. 423, v. 71, 72» 



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SONETTI 487 



Scritto nel 1845. 



La nomèa di poeta e letterato 

Ti reca, amico mio, di gran bei frutti, 
E il più soave è V essere da tutti 
E lodato e cercato e importunato. 

5 II grullo, l'ebete, il porco beato, 

Lo spensierato, ed altri farabutti, 
Fanno in pace i lor fatti o belli o brutti. 
Ed hanno tempo di ripigliar fiato. 

Ma ^ingegno che spopola e che spalca 
10 E l'asino d'un pubblico insolente 

Che mai lo pasce e sempre lo cavalca. 

E gli bisogna, o disperatamente 
Piegar la groppa a voglia della calca, 
dare in bestia come l'altra gente. 

V. 5. — Porco beato. Cioè l'uomo il quale si appaga solo 
dei piaceri del corpo. 

V. 9. ^ Spopola^ ecc. Spopolare^ usato intransitivamente, 
come- qui, si dice di chi chiama a sé con la propria fama 
la folla che lo ammira; e il modo può spiegarsi cosi: cor- 
rendo tutti nel luogo dov'è lui, le strade restano vuoto e 
come spopolate. Spalcare poi si dice propriamente di un 
attore o cantante che si mostra sul palco scenico, e per 
ostensione, come qui, di una persona che, per la sua cele- 
brità, è in vista di tutti, 

V. 11, — Mai. Quest'avverbio può usarsi in senso nega- 
tivo anche senza il norij soltanto quando venga, come qui, 
prima del verbo. 



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483 SONETTI 



Scritto probabilmente nel 1845. 



A notte oscura, per occulta via 

Volsi alla tua dimora i passi erranti, 
Pur com'è stil dei dubitosi amanti, 
Te sospirando, o fior di leggiadria. 

5 E mi feri da lungo un'armonia 

Di dolci suoni e di soavi canti, 
Onde, sull'ali del desio tremanti 
Venne a starsi con te l'anima mia. 

E tu parevi nelle care note 
10 Confondere i sospiri, e dir parole 

Che del pensier la mente si riscuote. 

Ah, compiangendo a chi per te si duole 
Forse bagnavi di pietà le gote, 
E le lacrime mie non eran sole. 

V. li. — Del penttier. Vale al nolo pensarci. 



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SONETTI 489 



Scrìtto nel 1848 quando gli arruffoni polìtici comin- 
ciavano a spadroneggiare, per l'inerzia dei più. Il pro- 
verbio è d'evidenza immediata, ma la restrizione che 
ne fa il P. disgraziatamente si avvera ogni giorno. E fa- 
cile trovare, specie in Toscana, chi sappia a mente questo 
sonetto, ma quanti poi se ne ricordano quando occorra di 
metter in pratica l' ammaestramento che contiene ? 



I più tirano i moDO. 
Proverbio. 



Che i più tirano i meno è verità, 
Posto che sia nei più senno e virtù; 
Ma i meno, <5aro niio, tirano i più, 
Se i più trattiene inerzia o asinità. 

5 Quando un intéro popolo ti dà 

Sostegno di parole e nulla più. 
Non impedisce che ti butti giù 
Di pochi impronti la temerità. 

Fingi che quattro mi bastonìn qui, 
10 E li ci sien dugento a dire : ohibò ! 

Senza scrollarsi o muoversi di li; 

E poi sappimi dir come starò 

Con quattro indiavolati a far di si, 
Con dugento citrulli a dir di no. 



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49Ó BOSETTI 



A DANTE 



Srnttonel IfttS quando In, flchinma dcmagof^ìt^a tosca- 
na biasimava e calunniava il P. perchè di parte moderata , 

Lu uoìpn aa^ìiTi ìa parte offiansii 
Id gridOf coma aaol. 

Allor che ti cacciò la Parte Nera 

ColVinganno d'un Papa e d'un Francese^ 
Per giunta al duro esigilo, il tuo Paese 
Ti die d'anima ladra e barattiera. 

6 E ciò perchè la mente alta e severa 

Con Giuda a patteggiar non condiscese: 
Cosi le colpe sue torce in offese 
Chi ripara di Giuda alla bandiera. 

E vili adesso e traditori ed empi 
10 Ci chiaman gli empi, i vili, i traditori, 

Ruttando sé, devoti ai vecchi esempi. 

Ma tu consoli noi, tanto minori 
A te d'affanni e di liberi tempi, 
Di cuor, d'ingegno e di persecutóri, 

V. 2. — Papoj ecc. Cioè Bonifazio Vili o Carlo di Valois. 

V. 11. — Ruttando «è. Il Fanfani spiega: «Gloriandosi 

briacamente », ma di cho cosa si avevano a gloriare? di so- 

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80NKTTT 49 1 

guire gli esempi dei traditori antichi? Ordina cosi: £ adesso 
gli empi, i vili e i traditori, devoti ai vecchi esempi, cioè se- 
guendo gli esempi dei persecutori di Pan te, chiamano vili 
e traditori noi, ruttando so, cioò vomitando se stessi, vale a 
dire riversando su noi la viltà che è in loro. E che il laogo 
si debba intender cosi, ce lo mostra il Giasti stesso in un 
frammento, dove parlando di un libellista, dicd fra le altre 
cose che: « Buttando infamie, Butta «è stesso». (Vedi Giu- 
sti, Scritti vari per cura di Aurelio Gotti, Firenze, Succes- 
sori Le Mounier 18U6, pag. 425). 



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492 



LA REPUBBLICA 



A PIETRO GIANNONE 



Fu scritta nel 1848, per combattere gli avventati di 
parte repubblicana, mostrando loro come, invece di unire 
in un solo i popoli italiani da tanti secoli divisi, non riu- 
scivano ad altro che a sparpagliarne le forze, a vantag- 
gio dell'oppressione straniera. Ed i fatti dettero ragione 
al Poeta. 

Non mi pare idea si strana 
La repubblica italiana 

Una e indivisibile, 

Da sentirmene sciupare 
5 Per un tuffo atrabiliare 

Il cervello o il fegato. 

Fossi re, certo, confesso 

Che il vedermi intorno adesso 
Balenare i popoli, 

IO E sapere, affeddeddio! 

Che codesto balenio 

Significa — vattene, 

lo vedrei questa tendenza, 
A parlare in confidenza, 
15 Proprio contro stomaco. 



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LA REPUBBLICA 493 

Pietro mio, siamo sinceri: 
La vedrei mal volentieri 

Anche, per esempio, 

Se ogni sedici del mese, 
20 Alla barba del Paese 

Trottassi a riscuotere. 

Non essendo coronato, 
Non essendo salariato, 

Ma pagando T estimo; 

lo Che mi decimi il sacchetto 

la Clamide o il Berretto, 

Mi par la medesima. 

Anzi, a dirla tale e quale, 
Vagheggiando Tideale 
»0 Per vena poetica. 

Nella cima del pensiero, 
Senza fartene mistero. 

Sento la repubblica. 

Ma se poi discendo all'atto 
»5 Dalla sfera dell'astratto. 

Qui mi casca l'asino. 



V. 16. — Pietro Giannone di Modena (1809-1874) soffri 
silio o prigionia per aver amato V Italia, e compose un 
)ooma assai lodato per sensi patriottici intitolato L'Esule, 

V. 20. — Alla harboy eco. Qui vaio a apese, a danno. Vedi 
Il altro senso, pag. 1G3, nota al v. 107. 

V. 24. — Estimo. Vedi pag. 304, nota al v. 7. 

V. 86. — Qui mi oasca l'asino, È detto proverbiale che 
ignifica : Qui trovo la difficolta^ qui mi trovo inipicciato e 9i< 



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494 




LA HEPUBBLIUA 

E gViEoiftrapi che ci vedo 
Non mi svogliaDo del Credo; 
Temo dagli Apostoli. 


40 




Cornei appena stuzzicato 
Il moderno apostolato, 

Pietro, ti rannuvoli'? 

Mi terrai si acimunito, 


45 




Cile grettezza di partito 

Mi raggriDài 1* anima? 

Oh lo Bo: tu, poveretto, 
Senza caaaj eeoKa tetto, 
Sens&a refrigerio, 

Ventott'anni hai tribolato, 


50 




Ostinato nel peccato 

DelPamor di patria! 

Air amico, al galantuomo, 

Che sbattuto, egro, e non domo 
Sorge di martirio. 


55 




Do la sferza nelle mani, 
E sul capo ai ciarlatani 

Trattengo le forbici. 


mili ; ed è affine al proverbio che dice « Alla prova si scor- 
tica rasino », col quale si sogliono comunemente deridere 
coloro che fanno dei progetti o disegni belli astrattamente 
considerati, ma impossibili a mettersi ad effetto. 

V. 42. — Ti rannuvoli. Vale diventi serio^ cupo e simili. 






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LA KEPUBBLICÀ 495 

Dunque, vìa, raggranellate 
Queste genti sparpagliate 
GO Tornino in famiglia. 

Senza indugio, senza chiasso, 
Ogni spalla il proprio sasso 

Porti alla gran fabbrica. 

E sia Casa, Curia, Ospizio, 
G5 Officina, Sodalizio, 

Torre e Tabernacolo, 

E non sia nuova Babelle 
Ohe t* arruffi le favelle 

Per toccar le nuvole. 

70 Perchè, vedi: avendo testa 

Di cercare a mente desta 

Popolo per Popolo, 

Ogni cura in fondo in fondo 
Si rannicchia a farsi un mondo 
75 Del suo paesucolo; 

E alla barba del vicino 
Tira r acqua al suo mulino 

Per amor del prossimo. 

La concordia, l'eguaglianza, 
80 L'unità, la fratellanza. 

Eccetera, eccetera. 



V. 77. — Tira Vacqua^ ecc. Modo proverbiale che significa 
pensare soltanto a se o al proprio vantaggio. — Erano tre fra- 
telli e un cugino, Ciascun tirava Tactjua al suo mulino, — 



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496 LÀ REPUBBLICA 

Son discorsi buoni e bel li; 
Tre fratelli, tre castelli, 
Eccoti l'Italia. 

85 O si svolge in largo amore 

Il gomitolo del cuore 

(Passa la metafora), 

E faremo in compagnia 
Una tela, che non sia 
90 Quella di Penelope: 

diviso e suddiviso 
Questo nostro paradiso 

Col sistema d'Hanneman, 

Ottocento San Marini 
95 Comporranno i Governini 

Dell'Italia in pillole. 

Se non credi all'apparenze. 
Fa' repubblica Firenze, 

E vedrai Peretola. 

100 E cosi spezzato il pane, 

Le ganasce oltramontane 

Mangeranno meglio. 

V. 93. — Banneman, Questo medico tedesco fondò la 
scuola detta omeopatica, secondo la quale si prescrivono ai 
malati i medicamooti in dosi tenuissime. Di qui l'aggettivo 
omeopatico e omiopatico si usa spesso nel senso appunto 
di piccolissimo. 

V. 99. — E vedrai^ ecc. Frase elittica che vale: E vedrai 
che vuol diventare repubblica anche Peretola. (Piccola ter- 
ricciola vicina a Firenze). 



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497 



DELLO SCRIVERE PER LE GAZZETTE 



Mentre nel 1848 le sorti d'Italia cominciavano per 
isensioni settarie a declinare; molti invitavano il Giusti 
icrivere su per i giornali; ma egli rifiutò, ed espose in 
està magnanima poesia le ragioni del rifìnto. 



Sdegno di far più misere 
Con diuturno assalto 
Le splendide miserie 
Di chi vacilla in alto; 
Sdegno, vigliacco astuto, 
Insultare al cadavere 
Dell'orgoglio caduto. 

Né bassa contumelia 

Che l'uomo in volto accenna, 
Né svergognato ossequio 
Mi brutterà la penna, 
La penna, a cui frementi 
Spirano un voi più libero 
Più liberi ardimenti. 



v. 4. — Di chiy ecc. Cioè degli. uomini che governano 
sicuri, e che accennano di cadere. 

V. 9. — Che l'uomo ^ ecc. Spiega : Che ferisce proprio la 
-;ona, cioè bassa ingiuria personale, 
•riusri. — Poesie, 32 



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498 DELLO SCRIVERE PER LE GAZZETTE 

15 Oh se talor, negl'impeti 

Ciechi dell'ira prima. 

In aperto motteggio 

Travierà la rima, 

A lacerar le carte 
20 Tu, vergognando, aiutami, 

casto amor dell'arte. 

Il riso malinconico 
Non suoni adulterato 
Dell'odio o dell'invidia 
25 Dal ghigno avvelenato, 

Ne ambizìon delusa 
Sfiori la guancia ingenua 
Alla vergine Musa. 

Nell'utile silenzio 
30 Dei giorni sonnolenti, 

Con periglioso- aculeo 

Osai tentar le genti; 

Osai ritrarmi quando 

Cadde Sciano, e sorsero 
35 I Bruti cinguettando. 

Seco Licurghi e So orati. 
Catoni e Cincinnati 
E Gracchi pullularono 
D'ozio nell'ozio nati; 
40 Come in pianura molle 

y. 84. — Sciano. Elio Seiano, prefetto del pretorio e fa- 
vorito dell'imperatore Tiberio, a cui fu consigliere e mini, 
stro di scelleraggini. Congiurò contro di lui, e fu ucciso 
nelPanno 81 di G. Il suo nome è posto qui dal P. a signi- 
ficare e come a personificare la tirannide. 

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DELLO SCRIVERE PER LE GAZZETTE 499 

Scoppia fungaia marcida 
Di suolo che ribolle. 

Ahi, rapita nel mobile 
Baglior della speranza, 
Non vide allora il vacuo 
Di facile iattanza 
L'illusa anima mia, 
Che s'abbandona a creder© 
Il ben che più desia! 

E le fu gioia il subito 
Gridar di tutti a festa, 
E sparir nelle tenebre 
La ciurma disonesta^ 
Ed io, pago e sicuro, 
Aver posato il pungolo 
Che ripigliar m'è duro. 

Libertà, magnanimo 
Freno e desio severo 
Di quanti in petto onorano 
Con te r onesto e il vero. 
Se del tuo vecchio amico 
Saldo tuttor nell'animo 
Vive l'amore antico, 

Reggi all'usato termine 
La mano e la parola, 



V. 41. — Scoppia. Qui vale esce fuori, nasce tutt* a un 
to, come i funghi, e ha del dantesco. 
V. 54. — Ed ioj ecc. Cioè: Ed io fui pago e tranquillo in 
lenza, ecc. 



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500 DELLO SCRIVERE PER LE GAZZETTE 

Quando in argute pagine 
Caldo il pensier mi vola, 
Quando in civile arringo 
La combattuta patria 
70 A sostener m'accingo. 

lece in aperta insidia 
in pubblico bordello 
Deir adulato popolo 
Non mi farò sgabello, 
75 Air amico le gote 

Non segnerò col bacio 
Di Giuda Iscariote. 

Dell'orgia, ove frenetica 
Licenza osa e schiamazza, 
80 Con alta verecondia 

Respingerò la tazza. 
Con verecondia eguale 
Respinsi un tempo i calici 
Di Circe in regie sale. 

85 veneranda Italia, 

Sempre al tuo santo nome 
Religioso brivido 
Il cor mi scosse, come 
Nomando un caro obietto 

90 Lega le labbra il trepido 

E reverente affetto. 



V. 68. — In civile arringo. Cioè nel Parlamento tosoano, 
del quale era Deputato, mentre governava il Guerrazzi, e gli 
arruffoni cominciavano a sovvertire ogni cosa. 



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DKLLO SCRIVERE PER LE GAZZETTE 501 

Povera madre! Il gaudio 
Vano, i superbi vanti, 
Le garrule discordie, 
95 Perdona ai figli erranti; 

Perdona a me le amare 
Dubbiezze, e il labbro attonito 
Nelle fratei'ne gare. 

Sai che nel primo strazio 
100 Di colpo impreveduto, 

Per r abbondar soverchio 

Anche il dolore è muto; 

E sai qual duro peso 

M'ha tronchi i nervi e l'igneo 
106 Vigor dell'alma offeso. 

Se trarti di miseria 
A me non si concede, 
Basti l'amor non timido, 
E l'incorrotta fede; 
110 Basti che in tresca oscena 

Mano non pòrsi a cingerti 
Nuova e peggior catena. 

V. 97. — Il labbroj ecc. Cioè perdonami se nelle discordie 
civili dei tuoi figli io son rimasto muto per dolore. 

V. 112. — Nuova e peggior^ ecc. Cioè la tirannide dei 
molti, della piazza, che è la peggiore di tutte. Bella poesia 
e da galantuomo. 



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502 



A UNO sciirnoBE ni satire in gala 



la questi versi, ecrittì probabilmeatB nel ISitìj bia* 
sima gli scritto ri che nelle satire altro non ianno cbe 
Imitarfl gli esemplari antichi^ Jiraenticando, cosi nella 
BOstaiiKa e negli intenti come nella l'orma, i tempi loro, e 
mostra la via da tenere in questo genere di componimenti, 
la quale è, in so^tanza^ sen^a elisegli lo dica, quella te- 
nutfi dii. Ini. 

Satirico cbiariBaimo, lo stile 
Vorrai torljire, e colla dotta geute 
Rivaleggiar di chiarissima bile? 

Vorrai di porcherie, tenute a mente 

5 Spogliando Fiacco, Persio e Giovenale, 

Latinizzare il secolo presente? 

Vorrai di greco e di biblico sale 
Salare idee pescate alla rinfusa, 
E barba di cassone e di scaffale? 

10 Farai tronfiare e declamar la Musa 

Stitica sempre, sempre a corde tese, 
Sempre in cerchio retorico rinchiusa? 

Oh di che razza di muggir cortese 
Muggiscono per tutto in tuo favore 
15 Tutte l'Arcadie del nostro paese! 

V. 9. — Barba di cassone, ecc. Vale roba vecchia presa 
dal cassone o dallo scaffale, dove era come sepolta. 

— gle 



A UNO SCRITTORE DI SATIRE IN GALA 503 

Tu del cervello altrui lucidatore? 

Libero ingegno, insaccherai nel brancc 
Del servo pecorame imitatore? 

Vedi piuttosto di chiamare a banco 

I vizi del tuo popolo in toscano: 

Di chiamar nero il nero e bianco il bianco; 

E di pigliare arditamente in mano 

II dizionario che ti suona in bocca, 
Che, se non altro, è schietto e paesano. 

Curar ^altrui magagne a noi non tocca: 
Quando nel vicinato ardon le mura, 
Ognuno a casa sua porti la brocca. 

Dite, dell'età tua prenditi cura; 
Lascia a' ripetitori e agP indovini 
Sindacar la passata e la futura. 

Scrivi perchè t'intendano i vicini 
A tutto pasto, ed a tempo avanzato 
Ci scriverai di Greci e di Latini. 



V. 17. — Insaccherai. Cioè ti oaccerai dentro come in un 
acco; ed il modo è molto usato. 

V. 18. — Servo pecorame, eco. « imitatores servum 
>eous ». Orazio, Epist. I, 19. 

V. 19. — Chiamare a banco. Questa frase vale chiamare 
qualcuno a render conto del suo operato ; e qui per esten- 
lione biasimare^ frustare e simili. 

V. 22. — -E7 di pigliare, ecc. Pensiero giusto espresso in 
nodo originale ed efficacissimo. 

V. 31-87. — Scrivi, ecc. Spiega : Scrivi ordinariamente, 
sempre (a tutto pasto) nella lingua che intende e parla il tuo 
popolo (» tuoi vicini) e delle cose sue, e quando non hai aUro 
ia fare (a tempo avanzato) scriverai, se ne avrai voglia, dei 



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504 A UNO 8CEITT0RE DI SATIRE IN GALA 

Uno che non la voglia a letterato, . 
35 Che non ambisca a poeta di stia, 

Dì becchime dottissimo inghebbiato, 

Ci preferisca in prosa e in poesia, 
Pur di cantare a chiare note il vero. 
Un idiotismo a una pedanteria: 

40 Poi non si cresca onor né vitupero 

Perchè lo pianti alP Indice quel Prete 
Che mal si chiama succeduto a Piero ; 

Né calcolatamente nella rete 

Dia di capo del birre, onde gli venga 
45 Celebrità d'esilio o di segrete: 

E non lasci che d'anima lo spenga 
Né diploma, né paga, né galera: 
Chi le vuol se le pigli e se le tenga, 

Che ognuno è matto nella sua maniera. 

Greci e dei Latini, grecizzando e latinizzando. Ohi non la 
pretenda a letterato, e non abbia la sciocca ambizione di 
parere uno di quei poeti che se no stanno chiusi nelP Acca- 
demia, come i polli nella stia, pieni la memoria di frasi 
dottissime preferisca, ecc. La frase a tutto p<»8to è modo di 
dire molto comune che accenna all'uso ordinario che si fa 
d^una cosa^ tolta l'immagine dai cibi e bevande che si usano 
tutti i giorni o durante tutto il pasto. — Inghebbia/o e in- 
guhbiato {inf, inghebbiar e ^ ingubbiare) si dice propriamente 
d'un pollo che abbia pieno il ghebhio o gubbio^ che è quella 
dilatazione dell'esofago in corrispondenza colla base del 
collo, dove il becchime si ferma a rammollirsi prima di 
scendere nello stomaco. 



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605 



SONETTI 



Scritto probabilmente nel 1849. 



Felice te che nella tua carriera 

T'avvenne di chiappar la via più trita, 
E ti s' affa la scesa e la salita, 
E sei omo da bosco e da riviera. 

5 Stamani a Corte, al Circolo stasera, 

Domattina a braccetto a un Gesuita; 
Poi ricalcando V orme della vita, 
Doman T altro daccapo, al sicutera. 

Che se codesta eterna giravolta 
10 A chi sogna Plutarco e i vecchi esempi 

Il delicato stomaco rivolta. 

Va pure innanzi e lascia dir gli scempi. 
Che tra la gente arguta e disinvolta 
Questo si chiama accomodarsi ai tempi. 

V. 4. — Da bosco e da riviera. Vedi pag. 28, nota al v. 6. 

V. 8. — Al sicutera» Cioè a fare le cose medesime ; e il 
modo, popolarissimo in Toscana, è tolto burlescamente dalla 
unione in una sola delle due prime parole del secondo ver- 
setto del Gloria che dice: « Sicut erat in principio, ecc. » 



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506 SONETTI 



Scritto nel 1849 quando le sette politiche imperversavano. 



Se leggi Ricordano Malespioi, 

Dino Compagni, e Giovanni Villani, 
E i cronisti Lucchesi ed i Pisani, 
Senesi, Pistoiesi ed Aretini, 

5 Genovesi, Lombardi, Subalpini, 

Veneti, Romagnuoli e Marchigiani, ^ 
E poi Romani, e poi Napoletani, 
E giù giù fino agli ultimi confini, 

Vedrai che Puom di setta è sempre quello; 
10 Pronto a giocar di tutti, e a dire addio 

Al conoscente, all'amico e al fratello. 

E tutto si riduce a parer mio, 
(come disse un poeta di Mugello) 
A dire: « esci di li, ci vo'star io », 

V. 10. — Giocar di tutti. Vale mettersi ad un' impresa 
nella quale si rischia tutto, e si dice anche far di tutti^ con 
immagine evidentemente presa dai giochi d' azzardo. 

V. 13. — Un poeta di Mugello. Cioè Filippo Pananti 
(1766-1837) scrittore e poeta giocoso, rinomato specie per 
gli epigrammi, e molto pregiato dal Giusti. 



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SONETTI 607 



Scritto nel 1849. 



Signor mio, Signor mio, sento il dovere 
Di ringraziarvi a fin di malattia, 
Per avermi lasciato tuttavia 
Della vita al difficile mestiere. 

5 Se sia la meglio andare o rimanere 
Io non lo so, per non vi dir bugia; 
Voi lo sapete bene, e cosi sia; 
Accetto, vi ringrazio, e ci ho piacere. 

Che se mi tocca a star qui confinato, 
10 Perchè il polmone non mi si raffreschi, 

Ci sto tranquillo e ci sto rassegnato. 

Io faccende non ho, non ho ripeschi, 

Non son un Oste, o un Ministro di Stato, 
Che mi dispiaccia il non veder Tedeschi. 

V. 9. — Qui confinato. Cioè chiuso in camera. 

V. 12. — Ripeschi. Si chiamano cosi i rigiri segreti, sj^o- 
cio amorosi. 

V, 14. — Tedeschi. Quando scrisse questo sonetto, a Fi- 
renze c'erano le soldatesche austriache, che Leopoldo li vi 
aveva chiamate. 



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508 



EPIGRAMMI 



Il BuoDsenso che già fu capo -scuola, 
Ora in parecchie scuole è morto affatto, 
La Scienza sua figliuola, 
1/ uccise per veder com'era fatto. 



Gino mio, l'ingegno umano 
Partorì cose stupende. 
Quando l'uomo ebbe tra mano 
Meno libri e più faccende. 



Il fare un libro è meno che niente, 
Se il libro fatto non rifa la gente. 



Nostro Signor (diceva un padre santo) 
Ad immagine sua l'uomo compose. 
L' uomo (un tal gli rispose) 
Immaginando Dio, fece altrettanto. 



Ferro di polizia! 

Chi fu che ve l'appose? 
Voi non fate la spia, 
Riportate le cose. 



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EPIGRAMMI 509 

Tommaso, che portò fin dalla culla 
La dura soma d' una vita oziosa, 
Stanco di non far nalla, 
Un giorno s'ammazzò per far qualcosa. 



Da vivo non parevano abbastanza 
I suoi mille poderi al nuovo Creso; 
Da morto se ne sta lungo e disteso 
In tre braccia di terra, e glien' avanza. 



Un tal Neri ha stampati 
I suoi pensier staccati: 
Consiglierei piuttosto il signor Neri 
A volersi staccar da' suoi pensieri. 



Più insulso d' un marchese fiorentino, 
Più sguaiato d'un giovin pistoiese, 
Più ringhioso d' un parroco aretino, 
Più sballon d' un sensale livornese, 
Più ladro d' un fattore maremmano 
E più duro d'un nobile pisano. 



Per me tanto ho deciso 
Di non voler veder la morte in viso: 
Per ciò se piace a Dio, 
Quando arriverà lei, me n'andrò io. 



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510 EPIGRAMMI 

Un Cardinale aveva nominato 
Suo confessore di villeggiatura 
Il Prior della cura. 
Peccato per peccato, 
« E quante volte (diceva il Priore 
Pieno di reverenza) 
In questa cosa qui Vostra Eminenza 
S'è degnata d'offendere il Signore? » 



AD UNA SIGNORINA CHE ANDAVA A CONFESSARSI 

E che potete dire al confessore 
Voi giovinetta semplice innocente? 
Le molte nubi dell'umano errore 
Ombra non fanno alla virginea mente; 
E non e' è cappellan non e' è priore 
Che valga un dito della penitente. 
Andare in Chiesa colle mani vuote 
È un perditempo a voi e al sacerdote. 



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511 



FELICE NOTTE ! 



Oh che cascaggine! 
SoD qui fiaccato, 
Come un papavero 
D'acqua inzuppato. 
Il capo ciondola, 
Ho l'ossa rotte: 
Sora Vittoria, 
Felice notte. 

Le idee s' annebbiano 
Dentro il cervello, 
E fanno vortice 
E mulinello: 

Ho grave il cranio 
Come una botte, 
Sora Vittoria, 
Felice notte. 



V. 7, — Vittoria Manzoni nei Q-iorgini, nella casa della 
naie fu scritta la poesia. Io V ebbi insieme con le due pre- 
edenti dalla gentilezza grande d^ uno fra i più degni amici 
el Giusti, voglio dire, il senatore G.-B. Giorgini, che mi 
oncesse di copiarle dal manoscritto del P. E di questo fa- 
ore, nonché dei consigli che spesso mi ha dati durante il 
aio lavoro, gli rendo ora pubblicamente le grazie che posso 
aaggiori. 



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612 FFXicK notte! 

Se arrivo fl atendermi 
Fra le lenzuola, 
Son slcurisaìmOj 
20. Cara figliola, 

Che giuiigo a vincere» 
Ghiri e marmott'ì. 
Sora Vittoria 
Felice Dotte, 

^g Be i^ buon esempi o 

Seguir vi piace, 
Anelate in camera. 
Dormite in pace 

Dieci ore e dodif^ì 
$Q Non interrotte, 

Sora Vittorisj 
Felice notte* 



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VERSI GIOVANILI 

EDITI E INEDITI 



(>HJiTi.— Poesia, 



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515 



PER LE FESTE TRIENNALI DI PESCIA 

VERSI LIRICI 



Quando lieto Israele 

Movea coli' arca ai di festivi, 

E coi Leviti il popolo fedele 

Alternava armonia d'inni giulivi; 

Bavidde umile e pio, 

Dimessa ogni grandezza innanzi a Dio, 

In man l'arpa togliea, 

E precedendo il carro benedetto. 
Sciolta l'aura voeal che gli fremea 
Entro i meati del divino petto, 
Del cantico ispirato 
Empia d'intorno il ciel rasserenato. 

Il nome tuo, Signore, 

Narrano i Cieli e annunzia il firmamento; 

E dolce senso di vitale odore, 

Come da vaso d'incorrotto unguento, 

Dal tuo favor discende 

Air anima di lui che in te s' intende. 

Tu beato in te stesso 

Quand' anco il tempo e la vita non era, 

8. — ^ precedendo, ecc. 

li precedeva al benedetto vaso. 

(Dante, purg., X, 64), 

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516 PKIt LK FESTK TRIENNALI DI PEBCIA 

Pur di te nel creato un segno espresso, 
Qual di suggello d'oro in mollo cera, 
Volesti, e si compose 
Questo mirabil ordine di cose. 

25 Come pugno d'arena 

Disseminasti pel vano infinito 
L'eteree faci: il moto e la catena 
Tu reggi delle sfere, e tu col dito 
Segni l'ultime sponde 

30 Ai fuochi occulti e al fremito dell'onde. 

D'invisibili penne 

Armi la ruinosa ala dei venti; 
Per te si versan da fonte perenne 
I fiumi, e quasi corridor fuggenti 
35 La verga tua gli spinge 

Nel mar che tutto intorno il suol recinge. 

L'aere, la terra e l'acque 
Di varia moltitudine infinita 
Diversamente popolar ti piacque. 
40 II cerchio universal di tanta vita 

Che il tuo valore adorna, 
Da te muove, in te vive, a te ritorna. 

Or dall' empirea reggia 

D'onde piove di grazia almo ristoro, 
45 Come artista che infuse e rivagheggia 

Tanta parte di sé nel suo lavoro, 

V. 22, — Qual di suggello^ ecc. E Dante, Furg.j X, 45. 

Come figura iu cera si suggella. 
V. 25. — Comepugno, ecc. Imitazioni bibliche che pigliano 
nelle sue mani qualche cosa d^ originale, 

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PER LE FESTE TRIENNALI DI PESCIA 6l7 

Padre, rivolgi a noi 

La benigna virtù degli occhi tuoi. 

Come Pumil villano 
50 La casa infiora, e tien purgato e netto 

L'ovile intorno, se il signor lontano 
Ode che venga al suo povero tetto; 
Oggi cosi le genti 
T'invocano fra loro, e reverenti 

55 Questa pompa devota 

T'offrono nel desio di farti onore. 

Mille voci concordi in una nota 

E mille alme che infiamma un solo amore, 

Come vapor d'incenso 
60 Salgono a te pel chiaro etere immenso. 

I colli circostanti, 

In tanto lume di letizia accesi, 
Ridono a te che di luce t'ammanti 
E nella luce parli e ti palesi, 
65 Rompendo col fulgore 

Della tua maestade ombre d'errore. 

Tale il pastor di Jetro, 

Che tolse al giogo il tuo popol giudeo, 
Prima che tanta si lasciasse addietro 
70 Huina di tiranni all'Eritreo, 

Sul rovo fiammeggiante 
Ti vide e t'adorò tutto tremante. 

V. 62, — Ridono, ecc. E Dante, Par., XXI, 66. 

Col dire, e con la luce che m' ammanta. 
V. 67. — Pastore, ecc. Mese che liberò gli Ebrei dalla 
schiavitù dei Faraoni. 

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618 PER LE FKSTP> TElENKALl Bl PRBaiÀ 

Bello dei Dostn cuori 

Farti saDto olocausto fa piimaveraj 
75 Or che Tèrbe novella e i nuovi fiori 

TornEm la terra alla beltà primiera, 
E rammentar ne giova 
Quell'aura dì virtù che ci riunova, 

Èra cosi sereno, 
80 Cosi fecondo il cielo^ s aorridea 

Di vivace ubertà ricco il terreno, 
Quando l^uomo, ài te gentile idea, 
Preae lieta, inoocecte 
Vita, noiratto dell'eterna mente. 



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519 



ALLA MEMORIA DELL* AMICO CARLO FALUGt 

ELEGIA 



Anch' io del Tempio fra i devoti marmi 
Dunque F estremo vale intuonar deggio 
Al dolce amico con pietosi carmi? 

Sacra è l'opra, ma tal che ben m'avveggio 
5 Che saggio avvisa quei che della vita 

Non cura i mali, perchè teme il peggio. 

Dalla pura sorgente dipartita, 
L'alma si veste del caduco limo 
Onde la dritta via spesso è smarrito. 

10 Indi sazia sdegnando il tristo ed imo 
Loco d'esiglio, qual sottil vapore, 
Lieta si riconduce al centro primo. 

Allor perdono i sensi ogni vigore, 

E la fragile spoglia, a cui vien manco 
15 Virtù motrice, illanguidisce e muore. 

Giunge di tacit'ali armata il fianco 
L'età fugace, e balda in suo diritto 
Sperde ciò che riman del cener stanco. 



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520 ALLA MEMORIA BELL'AMICO CABLO FALUGI 

Ma impressa nella mente dell' afflitto 
20 . La memoria ri man dei cari estinti. 

Né valgon gli anni a cancellar lo scritto. 

E d'infausto cipresso il crin ricinti, 
Corron gli amici del perduto all'urna 
A tributar le lacrime e i giacinti. 

25 E la tenera sposa taciturna 

Cova la doglia acerba, che l'istiga 
L'odiata a fuggir luce diurna. 

E di debito pianto il volto riga, 

splenda in cielo la benigna lampa, 
30 Febo asconda in mar la sua quadriga. 

Cosi, diletto Carlo, in noi si stampa 
Tua sospirata imago, e del desio 
Degli amplessi cessati ognuno avvampa. 

Ond' è che intento a mesto ufficio e pio 
35 Muovesi di compagni un ordin denso 

In bruna veste alla magion di Dio. 

Ed implora a te requie, ed all'Immenso 
Offre voti che al ciel ratti sen vanno, 
Siccome nube candida d'incenso. 

40 Gli ode placato il Nume, e il duro affanno 
Dell'orbata famiglia appoco appoco 
Calma pietóso, e ne conforta il danno. 



V. 30. — Febo, ecc. Questa immagine mitologica non 
lega col resto. 



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ALLA MEMORIA BELL'AMICO CARLO FALUGt 521 

O Voi, che offende in questo basso loco 
Cura molesta, o morbo grave e lento, 
Sprezzate di Fortuna il vario gioco. 

Questo Garzone innanzi tempo spento 
V additi che quaggiù vana è la speme, 
Ed ombra che dileguasi il contento. 

Per lui già già fioria Telette seme 
Che dei più nella mente Inerzia cela; 
In lui grazia e virtù cresceano insieme. 

Ma di repente s'infranse la vela 
Che prometter parea si lieto corso; 
Ne valse all'uòpo la comun querela. 

Se dunque il tempo d'improvviso morso 
L' opre migliori di natura offende, 
Alle lusinghe ree si volga il dorso. 

Folle è colui che d'evitar pretende 
La comun sorte: su ciascuno eguale 
La provocata man di Dio si stende, 

E nostra possa ad arrestarla è frale. 



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&22 



AL PADRE BERNARDO DA SIENA (*) 



2Ion disse Cristo al sao primo convento. 
Andate, e predicate al mondo ciance; 
Ma diede lor verace fondamento. 
Dante, Farad., XXIX. 



Al Secol tolto nell'età più bella, 
E unito al Cielo in vincolo d'amore 
Nel sacro asilo di romita cella; 

Fra gPinni penitenti e lo squallore, 
5 Da questa terra misera non hai 

Sdegnosamente allontanato il core. 

Ma ripensando agli infiniti guai 
Che ti lasciasti a tergo, e fatto pio 
Del nostro mal, peregrinando, vai. 

10 rido e diletto Apostolo d'Iddio, 

Che mal s'appaga del Pastor che giace 
Lento all'ombre, e PO vii lascia in oblio. 

Di quella Mente interprete verace 
Che dettò 1' evangelica parola, 
15 Sublime pegno dì beata pace; 

(*) In questi versi che sono i migliori tra i giovanili 
del Giusti, si sente eh' egli cominciava a vantaggiarsi dello 
studio di Dante. 



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AL PADRE BERNARDO DA 8IEl?A 523 

Come effluvio dì rosa e dì viola 
Dalle tae labbra il nettare divino 
Spira soave, e T anima consola. 

Partesi, per udirti, in sul mattino 
Dalla capanna sua la vecchiarella 
Per lungo e malagevole cammino: 

Poi torna a casa a dar di te novella 
Ai piccoli nipoti, e ne rammenta 
Gli atti, le vesti, il volto, e la favella. 

S'asside al focolar tutta contenta. 
Vigilando la vita che le avanza 
E le miserie sue par che non senta: 

Che d' altro gaudio e di più lieta stanza, 
Abbandonando questo triste esigilo, 
Dalle parole tue prende speranza. 

La giovinetta, cui tinge m vermigliò 
Un primo amor la gota pudibonda, 
Tacita ascolta serenando il ciglio: 

Che tu le annunzi i di quando, feconda 
Di bella prole, con materna cura 
La famigliuola sua farà gioconda : 

E ne sospira, e a Dio volge secura 
Il secreto pensiero e gli occhi belli, 
Specchi deir alma innamorata e pura. 

V. 19 39. —Partesi^ ecc. Questo della vecchierella e Tal- 
delia giovinetta sono due quadretti affettuosi e gentili. 

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624 AL PADRE BERNARDO DA SIENA 

40 Tu ridesti a virtude e r inno velli 
I giovanili petti, e gli richiami 
Agli amplessi d' amici e di fratelli. 

Che il Signor di santissimi legami 
Volle contento il suo popol dilettQ, 
45 Perchè s'unisca giubilando e s'ami. 

Per occulta virtù, che dall'aspetto 
Di bella verità prende argomento, 
Tu n'avvicini al Ben dell'intelletto. 

E in estasi di pace e di contento» 
50 L'anima lieta s'abbandona, e riede 

Teco all'Amor che mosse il firmamento. 

Per te gentil desio sorger si vede 
E d'onorati studi e d'atti onesti, 
Di virtù sante e d'incorrotta fede. 

55 Celèste Verità, che i brevi e mesti 
Giorni di vita esalti e rassereni 
Quanda al guardo mortai ti manifesti; 

E godi al raggio dell'Eterno, e tieni 
L'alto segreto dalla man del Nume 
60 Degli arcani superni e dei terreni; 

Avvalorato dal tuo santo lume 

Questi che svolge all'avida pupilla 
Delle attonite genti il tuo volume, 

V. 4G. — Per occulta^ ecc. Questa terzina è come una 
rapsodia dantesca. Il Bene delV intelletto ^ cioè Dio. . 



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AL PADBE BERNARDO DA SIENA 525 

Tolto ai cari silenzi e alla tranquilla 
Aura del chiostro, tornerà sovente 
A destar fiamme della tua favilla. 



E la terra commossa e riverente 
Il suo Profeta esalterà, che porge 
Nuovo conforta al core ed alla mente 
Che omai dal fango si sviluppa e sorge. 



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526 



FRAMMENTO 



Con la fida lucerna 
Spesso del meditar preudo diletto, 
Virtù ohe Tuomo etema 
Derivando dai libri all' intelletto. 

5 II solitario lume 

Guizza 8uir alba, e inaridito manca. 

La parete e il volume 

Trema, e svanisce alla pupilla stanca. 

Tace la mente, ed. erra 
10 Dai sabiti fantasmi esagitata, 

E il cor mesto si serra 
Come perdendo una persona amata. 

Ma nel buio profondo 
Splende alla fantasia luce divina: 
15 E oblia la vita e il mondo 

L'innamorata mente peregrina. 

Varca i secoli, e gli anni 
Scorda che il elei le die mesti e fuggenti : 
Poi torna ai noti affanni, 
20 rivive nei suoi giorni ridenti. 



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527 



PER LA MORTE DELL' UNICA FIGLIA 
DI Urajnia e Marco Masetti 



Tu di tenero padre 

Eri l' unica gioia e la speranza: 
Per te nei di venturi, 
Come in gaio dipinto, 
5 Alla sua stanca età crescer vedea 

Spettacol nuovo di sante dolcezze^ 
Ed in altre carezze 
Ai tardi anni senili 
Kestituirsi i tuoi baci infantili. , 

10 Perchè da lui t' involi 

Or che Tuopo di te sentia maggiore? 

Vedi, nel suo dolore 

Il misero non ha chi lo consoli! 

anima gentil, pietà ti muova 
15 Del mesto genitor che t'amò tanto! 

A lui ritorna colle nuove piume 

D* Angelo, a serenarlo in mezzo al pianto. 

Tu soave pensiero e caro lume 

Eri della sua vita: 
20 Ogni dolcezza sua teco è perita. 

V. 20. — Ogni dolcezza, ecc. Eammenta il petrarchesco 
Ogni dolcezza di mia vita è tolta. 



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528 



SONETTI 



Cosi di giorno in giorno inoperoso 

Seguo a gran passi di mia vita il corso, 
E penso sospirando il tempo scorso 
E in qaello che verrà sperar non oso. 

5 Quella per ch'io mi dolgo e sto pensoso, 

Sei vede, e non può darmi alcun soccorso: 
E in altra parte pmai non ho ricorso 
Ove r anima mia trovi riposo. 

Ne già, se non da Lei cerco quiete, 
10 Che m' è dolce il penar pensando eh' Ella, 

Benché lontana, all'amor mìo risponde. 

E so che ne sospira, e di secreto , 
Lacrime bagna il viso^ e a me favella, 
E di tristezza tutta si confonde. 



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SONETTI 529 



China alla sponda dell' amato letto 
Veggo la Donna mia, vigile e presta 
Precorrendo ogni moto, ogni richiesta 
Dell'adorato ed egro pargoletto. 

5 Ora sospira, ed or lo stringe al petto. 

E i lini e l'erbe salutari appresta; 
E nella faccia desolata e mesta 
Parla la piena del materno affetto. 

Ebbro di nuova contentezza e pura, 
10 Tacito seggo dall' opposto lato, 

Tutto converso all' amorosa cura. 

E negletto quantunque ed obbliato, 
Non mi lagno di Lei, che di natura 
Basta la voce a rendermi beato. 



Giusti. - Poesie. /^3, 

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G'óogk 



530 80KETTI 



Poiché m' è tolto saziar la brama 
Di queir aspetto angelico e sereno, 
E il cor dietro il desio che non ha freno 
Si riconduce a Lei che onora ed ama ; 

5 Seguo un mesto pensier che a se mi chiama 

Fuor d' ogni vaneggiar falso e terreno, 
E solitario vivo, e di Lei pieno 
Sulle carte mi volgo a cercar fama. 

E se fortuna tanto mi concede 
10 Che nome acquisti in opera d' inchiostro, 

A Lei ritornerò pieno d'amore, 

E le dirò: lo studio e il dolce onore 
E questa fama, è beneficio vostro: 
E le mie rime deporrolle al piede. 



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SONETTI 531 



Per occulta virtù, che dall'aspetto 
Di bella verità prende argomento, 
A quella meta sollevarmi io tento 
Ch^ è principio e cagion d' ogni diletto. 

5 E se per un sentiero aspro e negletto, 

Giovine e solo, io mi conduco a steoto, 
Di giorno in giorno con dolcezza sento 
Avvicinarmi al Ben dell'intelletto. 

Ogni basso pensier fuggo, e discaccio 
10 Da me la soma dell' antico limo 

Onde ha virtute e il buon volere impaccio. 

E fissando lo sguardo al Centro primo, 
Arditamente V universo abbraccio, 
E dal nulla mi sciolgo e mi sublimo. 



V. 1. — Dall'aspetto^ eco. Anche qui si sente lo studioso 
di Dante che comincia a far bene, e promette di far meglio, 






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532 SONETTI 



Da questi Colli (*) i miei desiri ardenti 
Volano sempre come amor gli mena. 
Ove dietro al pensier giungono appena 
Gli occhi per molte lacrime dolenti. 

5 E allor che la città per le crescenti 

Ombre dispare, e la campagna amena, 
Cerco del ciel la parte più serena 
E le stelle più care e più lucenti. 

E se vicino a me muove uno stelo, 
10 Muove spirando la notturna auretta, 

Credo tu giunga, e al cor mi corre un gelo. 

E quando te non vedo, o mia diletta, 
Gli occhi si volgon desiósi al cielo, 
Come alla parte onde talun s'aspetta. 

(*; Fiesole, 



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SONETTI 533 



10 



IN MORTE d' una SORELLA DI LATTE 



Noi pargoletti al sonno lusingava, 
Dolce acchetando i puerili affanni, 
Il canto istesso, e Ira gli stessi panni 
Una stessa mammella alimentava. 

Perchè la nostra compagnia ti grava, 
E ad altra region dispieghi i vaDni ? 
Teco, sorella mia, degli ultimi anni 
Partir T ultimo pane ornai sperava! 

Tu dalla mensa di quaggiù levata 
Prima di me, t' assidi innanzi a Dio, 
E al convito degli Angeli beata 

D' ogni cosa mortai bevi V oblio ; 
Io della vita incerta e sconsolata 
Crescer sento amarezza al labbro mio. 



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534 SONETTI 



A GIOVAN BATTISTA VICO 



Di norma social nel tuo volume 
Chiuse filosofia germe profondo, 
Che per cultura Aiverrà fecondo 
E darà frutti di miglior costume. 

5 La mente vagheggiando il nuovo lume, 

Che deir eterna Idea rivela il fondo,* 
Per V intellettuale ordin del mondo 
Di volo in volo a Dio leva le piume. 

Virtù m'ispiri, ond'io spezzato il laccio 
10 Che mi fa servo di caduco limo, 

Air océan de' secoli m' affaccio : 

E fissando lo sguardo al Centro primo, 
Arditamente P universo abbraccio. 
Mi rinnovo, m'intendo, e mi sublimo. 



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INDICE 



La. satira del Giusti Pag. v 

LbTTEKA autobiografica LI 

Prefazioni apposte dall'autore ai suoi verbi lxui 

VERSI PUBBLICATI DALL'AUTORE DOPO IL 1848. 

La guigliotfcina a vapore 1 

Rassegnazione e proponimento di cambiar vita 4 

Il Dies Irae ^ 10 

Legge penale per gì' impiegati 16 

All'amica lontana 20 

Lo Stivale 26 

La Fiducia in Dio, statua del Barbolini 40 

A San Giovanni .^ 44 

Brindisi .' 51 

Apologia del Lotto 67 

La Vestizione 75 

Preterito più che perfetto del verbo Pensare 98 

Affetti d'una madre 109 

Per il primo congresso dei dotti tenuto in Pisa nel 1839. Ili 

Il Brindisi di Girella 115 

Il Sospiro dell'anima 125 

L'Incoronazione 133 

A un amico 146 

Per un reuma d'un cantante 151 

Gli Umanitari 157 

A Girolamo Tommasi 165 

All' amico 178 

La Chiocciola 182 

Il Ballo 188 

Le Memorie di Pisa 208 

La Terra dei morti 217 

Il Mementomo 228 

Il Re Travicello 235 

A Dante Alighieri 240 

La Scritta 253 

GÌ' Immobili e i Semoventi 279 

Ad una giovinetta 286 



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536 INDICE 

I Brindisi Pag. 291 

Avviso per un settimo congresso che è di là da venire. 304 

II Poeta o gli eroi da poltrona 308 

L'amor pacifico 310 

I grilli , 321 

II Papato di prete Pero 323 

^Jdingillino 329 

Una levata di cappello involontaria 369 

Contro nn letterato pettegolo e copista 370 

11 Grióvinetto 372 

A Enrico Ma3^er e a Leopoldo Orlandini 379 

Il Sortilegio 88i 

La GuQrra 401 

Sant' Ambrogio 406 

La Rassegnazione. — Al Padre *** conservatore del- 
l' ordine dello statu-quo 411 

Il Delenda Cartago 416 

A Gino Capponi 420 

Al medico Carlo Crhinozzi 425 

I discorsi ohe corrono 431 

—Storia contemporanea 449 

-"Agli spettri del 4 settembre 1847 452 

Istruzioni a un emissario 458 

Consiglio a un consigliere 464 

'^1 congresso de' birri 467 

A Leopoldo secondo 478 

VERSI RIMASTI INEDITI FINO AL 1852 

Sonetti 485 

La repubblica 492 

Dello scrivere per le gazzette 497 

A uno scrittore di satire iu gala 502 

Sonetti 505 

Epigrammi 508 

Felice notte ! 511 

VERSI GIOVANILI EDITI ED INEDITI 

Per le feste triennali di Pescia 515 

Alle memoria dell' am co Carlo Falu^^i 619 

Al Padre Bernardo da Siena 522 

Frammento 526 

Per la morte dell'unica figlia di Urania e Marco Masetti. 527 

Sonetti 528 

In morte di una sorella di latte 538 

A Giovan Batti sta Vi co 534 



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\ Successori Le Monnier — Firenze, y 
biblioteca delle §iovanette. 

Tutti i Tolomi sono legati elegantemente in tela con fregi dorati 
adorni di incisioni disegnate da artisti valenti. 

. AliFANI (Augusto). Evklina. ilacconto. — Un voi. Lire 2. — 

BACCINI (Ida). Noovi Bacconti. — Un voi 2. — 

BACGINI (Ida). Futube mogli. — Un voi. . 2. — 

BICOHIEBAI (Paolina) Fenomeni natubalf. Nozioni 

di Cosmografia, astronomia, e fìsica terr. Un voi. 2. — 
OAVEBNI (;Baffaello). Fba il vebdb e i fiobi (Nozioni 

di Botanica). — Un voi 2. — 

OAYEBNI (Baffaello). L' Estate in Montagna (No- 

sioni di Fisica). — Un voi 2. — 

CITTADELLA VIGODABZEBE (C.««a Luisa). Le 

Stobie della Zia. — Tre voi 6. — 

DELLA BOCCA CASTIGLIONE (C.»«» Irene). La 

BivoLUzioNB Fbangese. — Un voi 2. — 

DELLA BOCCA CASTIGLIONE (C.»«» Irene). Feo- 

FILI FEMMINILI. — Un VOl 2. — 

DELLA BOCCA CASTIGLIONE (G.»«» Irene). Bac- 
conti E Novelle. — Un voi 2. — 

FAVA (Onorato). Stobie d' ogni giobno . . . Un voi. 2. — 
FOSCOLO (Ugo). Poesie e Prose scelte e annotate per 

le Giovanette dal prof . Q-uido Falorsi. — Un voi. . . . 2. — 
FBANCESCHI-FEBBXJCCI (Caterina). Una buona 

Madbe. — Un voi * 2. - 

GIUSTI (Giuseppe). Poesie scelte e annotate pe.^ le 

Giovanetto da Guido Biagi. — Un voi 2. — 

GUEBBIEBI (Leopoldo). Le due sorelle di Nancy. 

Bacconto. — Un voi 2. — 

JOLANDA. Ibidb. Bacconto. — Un voi 2. — 

LEOPABDI (G.). Poesie e Pbose scelte ed annotate 

per le Giovanette da Oa«èrina Pigorini Beri. Un voi. 2. — 
LYSTEB (Annette) Doba, una ragazza senza un soldo. 

Bomanzo. — Un voi 2. — 

MILANI (Gustavo). La Chimica in famiglia. — Un voi. 2. — 

MONDOLFI (Bodolfo). Bacconti. ~ Un voi 2. — 

MONTI (Vincenzo). Poesie scelte con prefazione e 

note del prof. A. Pippi. — Un volume 2. — 

PALADINI (L. A.). La Famiglia del Soldato.— Un voi. 2. — 

PIATTI (Bosalia). Bacconti. — Un voi 2. — 

SASSI(G.). L^Idolo della famiglia, Bacconto. Un voi. 2. — 

SAVI-LOPEZ (Maria). Bacconti. — Un voi 4> 2. — 

SAVI-LOPEZ (Maria). Per l'onobe. — Due volumi. 4.— 
SPEBONI (Margherita^. Angelo di Pace. Bomanzo 

educativo con prefazione di Ida Baccini. — Un voi. 2.— 
SPEBONI (Margherita). Fiob di ginkstba. Bomanzo 

educativo. — Un volume 2. — 

SPEBONI (Margherita). Tradizioni perdute. — Un voi. 2.— 
SPEBONI (Margherita). Rose d'Autunno. —Un voi. 2.— 
TETTONI (Emma). Anime buone. Bacconti. — Un voi. 2.— 
VANZI-MDSSINI. La btobli di Giulietta.— Un voi. 2.— 

^ In preparazione diversi altri Volami. -^-^^- 



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THIS BOOK IS DITE ON THE LAST DATB 

STAMPED EELOW 



AN INITIAL FINE OP 25 CENTS 

WILL BE ASSESSEO FOR FA11.URE TO RETURN 
THIS BOOK ON THE DATE DUE, THE PENAWTY 
WILL INCREASE TO 50 CENTS ON THE FOURTH 
DAY AND TO gt.OO ON THE SEVENTH DAY 

OVER DUE. 



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a e grazìoBa forma é ì volumi che vi 
pntenuti fquattro poati^ p:ieti moderni, poeti stra- 
ierì) liaiìno una elegantissima legaturìt iti mezza 
elle, dorso dorato e taglio rosao/I prezd di tal 
asBotta sono ì seguenti : 



Quattro poeti, & volumi . 
Poeti modeniij 5 Yolumi , 
Poeti stranieri, 5 volumi. 



L. 30 

- 18 

^ 18 



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