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Full text of "Poesie di Giuseppe Giusti"

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University of 
Connecticut Libraries 



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POESIE 



DI 



GIUSEPPE GIUSTI 

ILLUSTRATE DA 

ADOLFO MATARELLI 

COMMENTATE 
da un condiscepolo dell'autore ed annotate di ricordi storici 

DAL 

Prof. GIULIO CAPPI 



FIRENZE 
CASA EDITRICE NERBINI 



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7.7 



La presente edizione delle Poesie di Giuseppe Giusti è posta, in quanto 
alla proprietà artistica, sotto la salvaguardia delle vigenti leggi. 



Firenze, 1924 — Stabilimenti Tipografici A. Vallecchi, Via Ricasoli, 6. 



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CENNI BIOGRAFICI 

DI 

GIUSEPPE GIUSTI 



Quando nel 1809 la Toscana era retta dallo splendido e glorioso scettro di Napoleone I, 
che bandiva dagli atti del Governo perfino il gentile idioma di Dante, di Petrarca e di Ma- 
chiavelli, nacque in Monsummano (1) dal cav. Domenico e dalla nobil donna Ester Chiti, 
Giuseppe Giusti. 

La famiglia Giusti, patrizia pesciatina e ascritta all'ordine cavalleresco di Santo Stefano, 
aveva dato in altro Giuseppe un giureconsulto e uomo di Stato distinto, e un ministro bene 
accetto a Leopoldo I, precursore della civiltà contemporanea e osteggiatore delle indebite 
ingerenze della Corte di Roma negli affari civili. 

Cresceva il fanciullo Giuseppe all'amore dei genitori e da essi ereditava quel fare accorto, 
quel fine spirito di analisi e di ricerche e quell'acume che sa cogliere i rapporti delle cose e 
ponderare i diversi lati — non che quel bollente spirito che fa tradurre le impressioni in con- 
cetti spiccati e incisivi. 

La Valdinievole non era una provincia, in cui potesse il fanciulletto Giuseppe succhiare 
il latice della sapienza e ricevere utili ammaestramenti. Però alcuno ne ebbe dalla viva voce 
del padre e poscia da quella di un sacerdote di Montecatini, quello di prendere ad amare i 
classici. 

Ben presto lo sveglio e avvenente Giuseppe mosse per Firenze e si fece alunno neh" Isti- 
tuto Zuccagni, ove ebbe la fortuna d' incontrarsi col maestro Andrea Francioni, accademico 
della Crusca, che gli fu utile guida nello studio dei classici e precipuamente in quello di Vir- 
gilio e di Petrarca. 

Da Firenze il Giusti passò a più alti studi nel Collegio Forteguerri di Pistoia e poscia die 
fine alla sua educazione letteraria nel Collegio dei nobili di Lucca. 

La vena poetica timidamente cominciava in quella giovanile età a sprigionarsi nel Giusti; 
ed è cosa notoria che die mano, in quel torno di tempo, a non poche poesie giocose scritte in 
dialetto lucchese, non che alla Torre di Babele. — Già egli improntava al Bsrni la vigorosa 
gaiezza, al Parini l'austera sobrietà, il verso sottilmente temprato e l' innesto nella satira 
della lirica, ed al Grossi il dolce incanto di un soave abbandono e le caste voluttà dell'amore . 

Se non che Giuseppe non presentiva ancora tutta la forza del suo privilegiato ingegno, 
del quale disperò affatto, quando nel 1827 si recò in Pisa ad apprendere, contro sua voglia, 
la giurisprudenza. — Come Tasso, com? Petrarca, come Ovidio, la sterilità di quegli studi 
non gli allietava l'animo, né gli ricreava la mente : e ad ogni tratto suo malgrado tornava 
alle Muse. — Vistosi da natura non chiamato agli studi legali, annuente il padre si restituì 

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in Valdinievole e prese stanza nel castello di Montecatini, vagarellando in quelle amene pen- 
dici da mattina a sera, come meglio il giovanile talento gli dettava e facendo incetta di pro- 
verbi e di voci prettamente toscane. 

Nel 1830 ritornò in Pisa, ove in breve acquistò, non conquistò, il diploma di dottore in 
ambo le leggi, e quindi passò in Firenze a far pratica nello studio di Cesare Capoquadri, di- 
fensore allora dei Senesi ascritti alla Giovane Italia e poscia nel 1850, ministro di grazia e 
giustizia di Leopoldo II ritornato in trono sulla punta delle baionette di un D'Aspre. 

Amico e condiscepolo a Montanelli e a Tonti, il primo ferito e il secondo ucciso nella 
battaglia di Curtatone, ad essi andava leggendo quegli scherzi poetici che egli di tratto in 
tratto componeva, o aveva di già scritti nel tirocinio scolastico dell'Università di Pisa. — 
Le Parole di un Consigliere al principe, La Ghigliottina, La Rassegnazione e Proponimento di 
mutar vita, non meno che alcuni sonetti, egli li scrisse in Pisa ove erasi legato d'amistà col 
Giannini e con Luigi Frassi. 

Chi rammenta quei tempi dovrà accorgersi, che le menti perspicaci ondeggiavano fra 
il culto di Voltaire, che ispirò Hegel, e quello di Chateaubriand che ispirò Manzoni e Gioberti, 
e che in politica i Lafayette, gli Armand, i Thiers riempivano la mente e davano pascolo po- 
litico alla gioventù italiana, che Mazzini chiamava alla riscossa con altri intendimenti, meno 
curante della libertà che della indipendenza e unità della penisola 

Giuseppe Giusti aveva troppo acume per non accogliere in seno gli ammaestramenti 
e le opinioni che correvano per quel tempo e troppa foga ed estro poetico per non incar- 
narne i concetti in qualche componimento. 

Era quello un tempo di transizione : pochi uomini seppero farsi un concetto chiaro, 

reciso, netto di ciò che fosse meglio per l' Italia. Giusti anch'esso pagò un tributo alle varie 

e contradditorie dottrine, per mitezza d'animo e sicurezza di criterio sempre avverso alle 

massime esclusive ed esagerate. E tenne pur giusta misura nell'acre e lunga polemica fr a 

i classici e i romantici. 

Però l'unità, l'indipendenza e la libertà della Patria furono amore e aspirazione nella 
sua bell'anima. Egli cantò infatti l'una e le altre nello Stivale, neh" Incoronazione (alla quale 
però Carlo Alberto non intervenne) e nella Terra dei morti, spronando gli infiacchiti animi 
degli italiani al virile oprare ed alla speranza e rampognando in altri componimenti, princip 1 
e nobili degenerati, borghesia boriosa e sciocca, e popolo pitocco. 

Castigò colla sferza del ridicolo (sicuro che di niuno autore contemporaneo erano sì 
ricercate e avidamente lette le opere) il materialismo nel San Giovanni, la niuna fede degli 
impiegati nella Legge Penale e nel Gingillino, il cercatore d' impieghi e il procacciante mesta- 
tore nel Girella, i pregiudizi popolari nel Sortilegio e nell'Apologia del giuoco del lotto, la cor- 
ruzione nella Madre educatrice, gli utopisti negli Umanitari e negli Eroi da poltrona, nella 
Repubblica, YAruff apopoli, ecc. 

Così preludeva Giuseppe Giusti ai nuovi tempi e invocava l'alba del risorgimento nazionale ; 
e non è dir molto se si assicura che ancor per esso si adoperò efficacemente, onde affrettarlo. 
Nel 1844 il nostro poeta che aveva tenuto dietro a quei congressi dei Naturalisti, dalle 
cui elucubrazioni poco si avvantaggiò la scienza, ma molto la e iviltà e la politica, si ammalò 
di fegato e per ccnsiglio dei medici si recò a viaggiare. Vide Roma, si trattenne in Napoli e 
l'anno dopo quasi diremmo amorosamente catturato da quella cara donna della marchesa 
Luisa d'Azeglio, forse l'unica e senza dubbio la migliore delle sue amiche, fu invitato a vi- 
sitare la Lombardia. A Milano conobbe Manzoni che festosamente lo accolse e volle trattenerlo 
un mese nella sua villa. 

Reduce in Toscana e preso stanza in Firenze presso il senatore Gino Capponi salutò l'al- 
bore della libertà e indipendenza d' Italia : fu ufficiale della Guardia Nazionale e poscia per 
tre volte deputato al Consiglio generale ed alla Costituente (alla quale però mai intervenne). 
Egli fu di parte moderata, e a guisa di Ugo Foscolo parvegli, che colle sètte non potesse farsi, 
né conservarsi in libertà la nazione; e quindi rifiutò mai sempre di prestare ad esse la sua 
penna, la sua parola, la sua opera. 

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sue 



Malato di incipiente tubercolosi, nell'estate del 1848 sedevasi deputato vicino allo scri- 
vente, il lento malore che albergavagli in seno lo rendeva di debole animo e meno fiducioso 
di quel che avrebbe dovuto, delle future sorti d' Italia. Parlò poche volte alla Camera, una sola 
volta al popolo ammutinato alle porte del Parlamento, ma con nessuno effetto. Era allora in 
voga il famoso detto : /' Italia farà da sé. 

Avvenuta la restaurazione temè della libertà, ma non mancò di carità di patria e non 
pochi dannati dalla Commissione di governo all'esilio, ebbero per i suoi autorevoli uffici revo- 
cato il decreto di bando : e di ciò la Storia gli deve tener conto. 

Finalmente nel 31 marzo 1850 dopo lunga e penosa malattia, preso da un eccesso di emot- 
tisi spirò, lasciando in se'rvitù degli Austriaci queir Italia, che quando egli aprì gli occhi alla 
luce trovavasi in servitù dei Francesi. 

Fu Giuseppe Giusti di alte e avvenenti forme, di gentile aspetto, di voce soave, di anima tem- 
prata più all'amore generoso che allo sdegno — ed anche quando correggeva amava — non 
odiò mai, sdegnò le arti della vanità, non lo ammorbò né superbia, né orgoglio, amò il lieto 
conversare, fu tenero coi parenti, sincero cogli amici e giusto con tutti. 

Ecco il profilo fisico e morale dell' insigne poeta, di cui imprendiamo a riprodurre le opere. 

Le ossa del poeta nazionale, dell' inventore e creatore della satira civile e politica, giac- 
ciono nella Chiesa di S. Miniato al Monte e un modesto monumento le addita al visitatore. 



(1) Nelle prime ore di una bella mattina del luglio 1868, il generale Garibaldi recavasi alla Grotta in 
compagnia di alcuni ammiratori, in Monsummano, onde ossequiare la nobil donna Ildegarda Giusti, al- 
l'esimio Poeta sorella, e il di lei consorte, signor cap. Nencini-Giusti. 

Il generale chiese di vedere la camera ove era nato il Poeta nazionale, e ben tosto introdottosi, si scoprì 
il capo e assunse un atteggiamento di rispetto e di commozione. Il signor Nencini, facendosi a pregare 1' il- 
lustre Eroe dei due mondi onde si coprisse, ne ebbe la seguente risposta : « Non sarò giammai tanto ir- 

« RIVERENTE VERSO LA MEMORIA DI QUESTO GRANDE ITALIANO ; DOVE NACQUE UN GIUSEPPE GIUSTI CONVIEN 
« CHE OGNI UOMO STIA COL CAPO SCOPERTO E CON AMMIRAZIONE SALUTI IL LUOGO OVE EGLI APRÌ GLI OCCHI 
« ALLA LUCE ». 



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Toesie del Giusti illustrate 



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LA GUIGLIOTTINA A VAPORE 



Hanno fatto nella China 
Una macchina a vapore 
Per mandar la guigliottina 




12 



Poesie del Giusti illustrale 



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OliN. 



L'istrumento ha fatto chiasso 
E quei preti han presagito 
Che il paese passo passo 
Sarà presto incivilito ; 




--^-- C lì. N- 



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Rimarrà come un babbeo 

L'Europeo. 



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Sin: 



Poesie del Giusti illustrale 



13 




L'Imperante è un uomo onesto ; 
Un po' duro, un po' tirato, 
Un po' ciuco ; ma del resto 
Ama i sudditi lo Stato, 




E protegge i bell'ingegni 

De' suoi regni. 



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14 



Toesie del Giusti illustrate 



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V'era un popolo ribelle 
Che pagava a malincuore 
I catasti e le gabelle : 




Il benigno imperatore 
Ha provatolin quel paese 

Quest'arnese. 



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^Poesie del Giusti illustrate 




La virtù dell' istrumento 
Ha fruttato una pensione 
A quel boia di talento, 
Col brevetto d' invenzione, 




15 



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E 1' han fatto mandarino 

Di Pekino. 






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16 



Poesie del Giusti illustrate 




Grida un frate : o bella cosa ! 
Gli va dato anco il battesimo. 




Ah ! perchè, dice al Canosa 
Un Tiberio in diciottesimo, 
Questo genio non m' è nato 

Nel ducato ! 



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Poesie'del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 2. 



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'Poesie del Giusti illustrate 



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Rassegnazione e proponimento di cambiar vita 



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PARLATE k 
AL PORTI ERI 




Io non mi credo nato a buona'luna ; 
E se da questa dolorosa valle 
Sane a Gesù riporterò le spalle, 

Oh che fortuna 




In quanto al resto poi non mi confondo : 
Faccia chi può con meco il prepotente, 
Io me la rido ; e sono indifferente ; 

Rovini il mondo. 



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20 



Toesie del Giusti illustrate 



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A quindici anni immaginava anch 'io 

Che un uomo onesto, un povero minchione, 
Potesse qualche volta aver ragione : 

Furbo, per Dio ! 




Non vidi allor che barattati i panni 
Si fossero la frode e la giustizia (2) : 
Ah veramente manca la malizia 

A quindici anni ! 



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Poesie del Giusti illustrate 



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21 



Ma quando, in riga di paterna cura, 
Un birre- mi cuoprì di contumelia, 




Conobbi i polli, e accorto della celia 

Cangiai natura. 




MATA 



Cangiai natura ; e adesso le angherie 
Mi sembrano sorbetti e gramolate : 
Credo santo il Bargello (3) e ragazzate 

Le prime ubbie. 



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22 



'Poesie del Giusti illustrate 



Son morto al mondo ; e se il padron lo vuole, 




Al messo, all'esattore, all'aguzzino 
Fo di berretta (4), e spargo sul cammino 

Rose e' viole. 




Son morto al mondo ; e se novello insulto 
Mi vien da commissari (5) o colli torti (6), 
Dirò : che serve incrudelir co' morti ? 

Parce sepitlto ! 



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Toesie del Giusti illustrate 



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Un diavol che mi porti o il lumen Christi (7) 
Aspetto per uscir da questa bega : 




Una maschera compro alla bottega 

Dei Sanfedisti (8). 



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Toesie del Giusti illustrate 



La vita abbuierò gioconda e lieta ; 
Ma combinando il vizio e la decenza, 



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Velato di devota incontinenza, 

Dirò compieta. 



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Voesie del Giusti illustrate 



Più non udrà l'allegra comitiva 
La novelletta mia, la mia canzone ; 




Gole di frati al nuovo Don Pirlone (9) 

Diranno evviva. 




In un cantone rimarrà la bella 
Che agli scherzi co' cari occhi m' infiamma, 
E raglierò il sonetto e l'epigramma 

A Pulcinella. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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Rispetterò il Casino (io) ; e sarò schiavo 
Di pulpiti, di curie e ciarlatani ; 







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Alle gabelle batterò le mani, 

E dirò, bravo ! 



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Toesie del Giusti illustrate 



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Così sarò tranquillo, e lunga vita 

Vivrò scema di affanni e di molestie ; 




Sarò de' bacchettoni e 4 ei le bestie 

La calamita. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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Amica mi sarà la sagrestia, 

La toga, durlindana, e il presidente ! 




Sarò un eletto, e dignitosamente. 

Farò la spia. 



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'Poesie del Giusti illustrate 



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29 




Subito mi faranno cavaliere, 
Mi troverò lisciato e salutato, 
E si può dare ancor che sia creato 

Gonfaloniere (n). 



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30 



Toesie del Giusti illustrate 




Allora, ventre mio, fatti capanna ; 

Manderò chi mi burla in gattabuia (12) ; 




Dunque s' intuoni agli asini alleluia, 

Gloria ed osanna. 



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Toesie del Giusti illustrate 31 



ANNOTAZIONI 



(1) Fu scritta nel 1833, quando i sollevamenti di Romagna erano stati repressi dalle armi austria- 
che e la reazione infieriva a Parma, a Modena, a Bologna e più o meno in tutta Italia, non escluso il 
Piemonte, che infierì contro i pochi insorti di Savoja. 

(2) Allude ai giudizi statari, o assassini politici perpetrati coi più abbietti stratagemmi inquisi- 
sitoriali negli Stati pontifici e nel Ducato di Modena da quel Tiberio in dicottesimo qual fu Fran- 
cesco IV. 

(3) L'alta polizia in Toscana era affidata al presidente del Buon Governo (specie di prefetto), 
ai commissari regi residenti nelle principali città ed a vicari parimenti regi, residenti in ogni capoluogo 
di mandamento. La bassa polizia era fatta in quel tempo dalle squadre dei famigli, o vecchi birri 
che avevano a capo il Bargello. Cotestoro vestivano casacca e pantaloni di velluto, andavano armati 
di nodosi randelli e per lo più facevano causa comune coi ladri. Dopo il 18 31 la polizia fu affidata 
ai carabinieri che presero poi il nome e vestirono la divisa di gendarmi, per ritornare dopo l'aggre- 
gazione della Toscana, al Piemonte nuovamente carabinieri. L'ultimo avanzo della sbirreria fu official- 
mente annientato dal ministro Ridolfi nel 1848 e dal popolo toscano bandito e cacciato dalla città. 
Poco dopo furono creati i delegati di governo, che pochi anni or sono cedettero il posto ai delegati 
di Pubblica Sicurezza. 

Ai tempi ai quali allude il Poeta non esisteva ancora in Toscana la pubblicità del giudizio negli 
affari e processi criminali : e alla polizia era deferito parte del potere giudiziario. Nel più cupo dei 
segreti si accoglievano le delazioni, si compilavano i processi, si emanavano le sentenze di carcere, 
bando o confine, che non erano appellabili ; e nei casi più miti e lievi si chiamavano gli imputati 
e con calcatissime intemerate si ammonivano, si redarguivano e si minacciavano. Fu appunto in seguito 
ad una di queste ammonizioni belate dah"audito r di governo di Pisa che il Giusti scrisse questa fra 
le sue più fini e pungenti satire. 

(4) Levarsi il cappello. 

(5) S' intende di polizia. 

(6) Pinzocheri, o bacchettoni. 

(7) £ un pezzetto di cero, o condelotto benedetto nel sabato santo. 

(8) I Sanfedisti formavano una setta politico-religiosa conservatrice. Furono regolamentati dai 
Gesuiti e per la parte politica si crede ci lavorasse il principe di Canossa, sotto 1' ispirazione di Fran- 
cesco IV, duca di Modena. Certo è che nelle Romagne e nel Modenese il sanfedismo si alzò all'apogèo 
ed aveva i suoi adepti come i suoi banditori dal pergamo e i suoi giornali. La famosa Gazzetta redatta 
dal baly Samminiatelli, intitolata La Voce della Verità, era l'organo più autentico di questo guazza- 
buglio di santo e di profano, di pratiche sbirresche e pratiche religiose, che serviva a corroborare il di- 
spotismo dei proconsoli austriaci in Italia e il dogmatismo della curia di Roma. Ad ogni modo era 
lo spirito di conservazione che si opponeva con tutti i mezzi leciti ed illeciti, onesti e disonesti a quello 
d' innovazione e formava un contro-altare a Mazzini e alla sua scuola, che in allora colla Giovine 
Italia informava di sé la gioventù della penisola. Il Gualtiero e il Farini stigmatizzarono nelle loro 
storie l'empia sètta dei Sanfedisti, narrando le opere truci e immani perpetrate nelle Romagne e spe- 



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32 Toesie del Giusti illustrate 



cialmente a Faenza dai centurioni, lance spezzate del sanfedismo applicato. I rivolgimenti politici 
del 1847-48 sconcertarono la sètta sanfedistica, ma non tanto che non sobillassero che Pio IX era 
stato illegalmente eletto pontefice e cercassero di trarlo a sé — come avvenne — morto il cardinale 
Micara, nel 29 aprile 1848. 

Questa sètta, così ben dipinta con la più fine ironia del nostro Poeta, oggi si è trasmutata nei 
moderni Paolotti o Vincenzini, di cui è piena 1' Italia e più dell' Italia la Francia. Cotestoro, ultimi 
dei Burgravi del medio-evo e del gius-caconico fossilizzato, sono d' inciampo ad ogni efficace sviluppo 
d' intendimenti liberali non tanto fra noi, quanto in Francia ed anche più nello stesso Belgio. 
(9) Al nuovo ipocrita. 

(r) Luogo di riunione dei nobili di Pisa, oegi ridotto a stanze civiche. 

(li) Sindaco. 

(12) Prigione. 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 3. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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Dies ira! è morto Cecco (2) ; 
Gli è venuto il tiro secco (3) : 
Ci levò l' incomodo. 



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36 



Poesie del Giusti illustrate 



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Un ribelle mal di petto 
Te lo messe al cataletto 




Sia laudato il medico! (4) 




È di moda : fino il male 
La pretende a liberale (5) ; 

Vanità del secolo ! 



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Poesie del Giusti illustrate 



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37 



Tutti i principi reali 
E l'Altezze imperiali, 

L'eccellenze, eccetera (6), 




Abbruniscono i cappelli 




Il bali Samminiatelli 

Bela il panegirico (7). 



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Poesie del Giusti illustrate 



Già la Corte, il Ministero, 
Il soldato, il birro, il clero, 




M a ta — — — _^P 



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Manda il morto al diavolo' (8). 




Liberali del momento 
Per un altro giuramento 

Tutti sono all'ordine. 



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Poesie del Giusti illustrate 



39 



Alle cene, ai desinari 

(Oh che birbe !) i Carbonari 




Ruttan inni e brindisi (9). 



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40 



Poesie del Giusti illustrate 



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Godi, o povero Polacco ; 
Un amico del Cosacco (io) 




Sconta le tue lacrime. 



Quest' è ito ; al rimanente 
Toccherà qualche accidente 




Dio non paga i 1 sabbato. 



SUI: 



SÌÌC 



Poesie del Giusti illustrate 



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41 



Ma lo Scita inospitale 

Pianta l'occhio al funerale 

Sitibondo ed avido ; 




Come iena del deserto 

Annosando a gozzo (n) apert® 
Il fratel cadavere. 



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42 



Poesie del Giusti illustrate 



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Veglia il Prusso e fa la spia, 




E sospirano il Messia 

L'Elba, il Reno e l'Oderà. 



Rompe il Tago con Pirene 
Le cattoliche catene, 




Brucia i frati e gongola (12). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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43 



Sir John Bull (13) propagatore 
Delle macchine a vapore 




Manda i tory rotoli. 

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Il Chiappini (14) si dispera, 
E grattandosi la pera (15) 

Pensa a Carlo decimo. 



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44 



Poesie del Giusti illustrate 




Ride Italia al caso reo ; 

E dall'Alpi a Lilibeo (16) 




I suoi re si purgano. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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45 



Non temete ; lo stivale (17) 
Non può mettersi in gambale ; 



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Dorme il calzolaio. 



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Poesie del Giusti illustrate 



Ma silenzio ! odo il cannone ; 




Non è nulla : altro padrone ! 

Habemus Pontificem. 



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Poesie del Giusti illustrate 47 



ANNOTAZIONI 



(1) È questo un responsorio assai ben noto che si canta nella Chiesa in occasione delle esequie 
pei fedeli defunti, in propiziazione dell'anima del trapassato. 

(2) Allude alla morte di Francesco I, imperatore d'Austria, figlio di Leopoldo I e fratello di Fer- 
dinando III, morto granduca di Toscana. L' imperatore Francesco fu l'ultimo rappresentante del 
Sacro Romano Impero, e fu segnato del nome di Francesco IL 

La Confederazione dal Reno, o per dir meglio la rivoluzione francese portata dalle armi napo- 
leoniche in tutta 1' Europa, mentre fece man bassa sopra tanti principati retti da dignitari ecclesia- 
stici, buttò a terra l'ultimo baluardo che restava al feudalismo in Allemagna, il Sacro Romano Im- 
pero, che fu poi padre legittimo della quadruplice Santa Alleanza firmata a danno della Francia ed in 
onta della civiltà e della libertà de' popoli, nel 1815 a Vienna. 

L' imperatore Francesco, che bon gre o mal gre aveva rinunziato al titolo d' imperatore del Sacro 
Romano Impero, non vide che con ciò egli solennemente chiudeva l'èra del Medio Evo — ■ quest'era 
che i clericali francesi credono invece essere stata chiusa dalla Bolla pontificia che convocava il ven- 
tiduesimo Concilio Ecumenico per 1' 8 dicembre 1869. 

Logicamente dall'epoca dell'abdicazione di Francesco II alla Corona di ferro e al titolo d' im- 
peratore del Sacro e Romano Impero, data la decadenza storica e virtuale della potenza temporale 
del papato. 

Francesco I, che come uomo e come austriaco fu amato e lodato (e di costumi sem plici egli era 
infatti e bonariamente trasse i lunghi suoi giorni), come imperante fu all' Italia esiziale e cagione 
di pianti e sventure. 

Colle sue armi poderose puntellò mai sempre il trono dei pontefici, che cercarono abbattere più 
e più volte i sudditi suoi, per mille sevizie e crudeltà oppressi. Fu poi desso che estinse la fiaccola della 
libertà nel 1820 e 1821 nel Napoletano ed in Piemonte, emancipatisi dal dispotismo per virtù pro- 
pria. Fu esso che acquistossi fama imperitura di crudele e di tiranno per il modo con cui incrudelì 
contro i patriotti lombardi e specialmente contro Gonfalonieri, Maroncelli, Mompiani, Pallavicini, 
Silvio Pellico, Gioja, Borsari ed altri non pochi. Fu desso infine che riportò Francesco IV a Modena 
e Maria Luisa a Parma nel 1831. 

Gli Italiani erano avvezzi a considerare Francesco I come il drago che custodiva il frutto a noi 
vietato, cioè la libertà e l' indipendenza della Penisola, che Metternick chiamava una espressione 
geografica. 

Francesco I era odiato, e giustamente odiato, dagli Italiani, e ispiratosi all'opinione pubblica nel 
1835 2 nostro poeta diede mano al presente componimento. 

(3) Per tiro secco s' intende in Toscana l'apoplessia fulminante. 

(4) L'avere accennato all'apoplessia nell'altra strofa, il poeta fa ben conoscere che questo è 
uno scherzo. 

(5) La denominazione di liberali per designare gli amatori della libertà e dell' indipendenza ita- 
liana cominciò ad usarsi nel 1831 dopo la rivoluzione di Francia. Per lo innanzi chiamavansi framas- 
soni, carbonari, patriotti, giacobini, ecc. Fu Mazzini nel suo giornale La Giovine Italia, avidamente 
ricercato e letto in quel torno di tempo, che la popolarizzò. 

(6) Questo vocabolo latino è stato qui dall'autore italianizzato. 



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48 Poesie del Giusti illustrate 



(7) Allude a ciò che ne scrisse questo famoso reazionario, calderaro e sanfedista nella Voce della 
Verità, di Modena. Egli aveva un alto grado nell'Ordine cavalleresco di S. Stefano, abolito nel 1859 
dal Ricasoli, governatore della Toscana. Vi erano in esso Ordine i gradi di cavaliere, di bali, di priore, ecc. 

(8) È la solita massima di Mazzarino : E morto il re, evviva il re. 

(9) Qui l'autore riprende l'antica denominazione di carbonari, ma unicamente per designare 
coloro fra i liberali che erano ascritti con giuramento alla setta carbonaresca, alla quale vuoisi che 
avesse dato puranco il suo nome Giovanni Mastai Ferretti, di poi papa Pio IX. 

(io) Lo czar Nicolò esterminatore dei sollevati della Polonia, 
(n) Fauci. 

(12) Allude all' insurrezione dei Portoghesi contro Don Pedro e degli Spagnuoli contro Don 
Carlos che contrastava la corona ad Isabella II, in quel tempo segnacolo di libertà : e ai barilotti di 
polvere messi nei sotterranei di alcuni conventi di Barcellona mandati in aria. 

(13) Inghilterra. 

(14) È assai conosciuta la causa intentata a Casa d' Orléans da Maria Stella. — Vuoisi che 
verso Marradi, in una notte tenebrosa, si fermassero in un povero albergo il padre e la madre di 
Luigi Filippo e che ivi avendo la genitrice dato alla luce una figlia, mentre la moglie del birro Chiap- 
pini partorì un figlio, in quel luogo, a prezzo d'oro, si fece il baratto. 

(15) Allude alla testa slargata in alto a guisa appunto di una pera. 

(16) Fiumicello siculo. 

(17) L'Italia. 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 






ANN 




Legge penale per gì' Impiegati (I 



Il nostro sapientissimo padrone (2) 
Con venerato motuproprio impone, 
Che da oggi in avanti ogn' impiegato 
Per il ben dello Stato, 

(Per dir come si dice) ari diritto, 
E in caso d' imperizia o di delitto, 
Lo vuol punito scrupolosamente 

Colla legge seguente: 




1835. 




Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 4. 



Sili: 



Toesie del Giusti illustrate 



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51 



Se un real segretario o cameriere^), 
Tagliato, puta il caso, a barattiere, 




Ficca, a furia di brighe, in tutti i buchi 
Un popolo di ciuchi (4) ; 

Se un cancellier devoto della zecca 
Sulle volture (5) o sul catasto lecca, 




E attacca una tal qual voracità 

Alla Comunità (6) ; 



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Toesie del Giusti illustrate 



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Se a caso un ispettor di polizia 



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Sganascia o tiene il sacco, o se la spia 
Inventa, per non perder la pensione, 
Una rivoluzione (7) ; 



Son piccoli trascorsi perdonabili, 
Dall'umana natura inseparabili : 




Né sopra questi allungherà la mano 
Il benigno sovrano. 



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Toesie del Giusti illustrate 



53 



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Ma nel delitto poi di peculato, 

Posto il vuoto di cassa a sindacato, 




Chi avrà rubato tanto da campare, 

Sia lasciato svignare ; 



Chi avrà rubato poco, si perdoni, 






NUMERI VECCHi j -*,, 




E tanto più se porta testimoni 
D'essersi a questi termini ridotto 

Per il giuoco del lotto (8) ; 



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'Poesie del Giusti illustrate 




Se un real ingegnere o un architetto 
Ci munge fino all'ultimo sacchetto, 
Per rimediar a questa bagatella 

Si cresca una gabella. 




Se saremo costretti a trapiantare 
Un vicario (9) bestiale o atrabiliare, 
Tanto per dargli un saggio di rigore 
Sarà fatto auditore. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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55 



Se un consiglier civile o criminale 
Sbadiglierà sedendo in tribunale, 




Visto che lo sbadiglio è contagioso, 

Si condanni al riposo ; 



Se poi barella, o spinge la bilancia 




A traboccar dal lato della mancia, 
GÌ' infliggeremo in riga di galera 

Congedo e paga intera. 



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Toesie del Giusti illustrate 




Se un ministro riesce un po' animale, 
Siccome bazzicava il principale (io), 
Titolo avrà di consigliere emerito 

E la croce del merito (11). 



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Toesie del Giusti illustrate 



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L'AMICA LONTANA 




Quando la luna in suo candido velo.... 

(Sestina terza, pagina 59). 



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Toesie del Giusti illustrate 59 



ALL'AMICA LONTANA 



(1) 



Te, solitaria pellegrina, il lido 
Tirreno e la salubre onda ritiene, 
E un doloroso grido 
Distinto a te per tanto aere non viene, 
Né il largo amaro pianto 
Tergi pietosa a quei che t'ama tanto. 



E tu conosci amore, e sai per prova 
Che nell'assenza dell'obbietto amato 
Al cor misero giova 
Interrogar di lui tutto il creato. 
Oh se gli affanni accheta 
Questa di cose simpatia segreta ! 



Quando la luna in suo candido velo 
Ritorna a consolar la notte estiva, 
Se volgi gli occhi al cielo, 
E un'amorosa lacrima furtiva 
Bagna il viso pudico 
Per la memoria del lontano amico : 



Quell'occu 7 ta virtù che ti richiama 
Ai dolci e malanconici pensieri, 
È di colui che t'ama 
Un sospir che per taciti sentieri 
Giunge a te, donna mia, 
E dell'anima tua trova la via. 



Se il venticel con leggerissim'ala 
Increspa l'onda che lieve t'accoglie, 
E susurrando esala 
Intorno a te dei fiori e delle foglie 
Il balsamo, rapito 
Lunge ai pomari dell'opposto lito ; 



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éo Toesie del Giusti illustrate 



Dirai — Quest'onda che si lagna, e questo 
Aere commosso da soave fiato, 
Un detto, un pensier mesto, 
Sarà del giovinetto innamorato. 
Cui deserta e sgradita 
Non divisa con me fugge la vita. — 



Quando sull'onda il turbine imperversa 
Alti spingendo al lido i flutti amari, 
E oscurità si versa 
Sull'ampia solitudine dei mari, 
Guardando da lontano 
L' ira e i perigli del ceruleo piano, 



Pensa, o cara, che in me rugge sovente 
Di mille e mille affetti egual procella ; 
Ma se l'aere fremente 
Raggio dirada di benigna stella, 
È il tuo sereno aspetto 
Che reca pace all'agitato petto. 



Anch' io, mesto vagando all'Arno in riva, 
Teco parlo e deliro, e veder parmi 
Come persona viva 
Te muover dolcemente a consolarmi : 
Riscosso alla tua voce 
Neil' imo petto il cor balza veloce. 



Or flebile mi suona e par che dica 
Nei dolenti sospiri — mio diletto, 
All' infelice amica 

Serba intero il pensier, serba l'affetto 
Siccome amor la guida, 
Essa in te si consola, in te s'affida. - 



Or mi consiglia, e da bugiardi amici 
E da vane speranze a sé mi chiama. 
— Brevi giorni infelici 
Avrai, mi dice, ma d' intatta fama : 
Dolce perpetuo raggio 
Rischiarerà di tua vita il viaggio. 



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Poesie del Giusti illustrate 61 



Conscio a te stesso la letizia il duolo 
Premi e l'amor di me nel tuo segreto ; 
A me tacito e solo 
Pensa ; e del core ardente irrequieto 
Apri l' interna guerra 
A me che sola amica hai sulla terra. — 



Torna la cara immagine celeste 

Tutta lieta al pensier che la saluta, 

E d'un angelo veste 

L'ali, e riede a sé stessa ; e si trasmuta 

Quell'aereo portento, 

Come una rosea nuvoletta al vento. 



Cosi da lunge ricambiar tu puoi 
Meco le tue dolcezze e le tue pene 
Interpreti tra noi 
Fien le cose superne e le terrene : 
In un pensiero unita, 
Sarà così la tua colla mia vita. 



Il sai, d'uopo ho di te : sovente al vero 
Di cari sogni io mi formava inganno : 
E ornai l'occhio il pensiero 
Altre sembianze vagheggiar non sanno ; 
Ogni più dolce cosa 
Fugge l'animo stanco e in te si posa. 



Ma così solo nel desìo che m'arde 

Virtù vien manco ai sensi e all' intelletto, 

E sconsolate e tarde 

Si struggon l'ore che sperando affretto : 

Ahimè, per mille affanni 

Già declina il sentier de' miei begli anni ! 



Forse mentr' io ti chiamo, e tu noi sai, 
Giunge la vita afflitta all'ore estreme ; 
Né ti vedrò più mai, 
Né i nostri petti s'uniranno insieme : 
Tu dell'amico intanto 
Piangendo leggerai l'ultimo canto. 



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62 'Poesie del Giusti illustrate 



Se lo spirito infermo e travagliato 
Compirà sua giornata innanzi sera, 
Non sia dimenticato 
Il tuo misero amante : una preghiera 
Dal labbro mesto e pio 
Voli nel tuo dolore innanzi a Dio. 



Morremo : e sciolti di guaggiù n'aspetta 
Altro amore, altra sorte ed altra stella. 
Allora, o mia diletta, 
La nostra vita si farà più bella : 
Ivi le nostre brame 
Paghe saranno di miglior legame. 



Di mondo in mondo con sicuri voli 
Andran l'alme, di Dio candide fighe, 
Negli spazi e nei soh 
Numerando di lui le meraviglie ; 
E la mente nell'onda 
Dell'eterna armonia sarà gioconda. 



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Toesie del Giusti illustrate 6 



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ANNOTAZIONI 



(legge penale per gl' impiegati). 



(i) La casta degli impiegati regi si può dire che in questi tempi fosse privilegiata. Le paghe ed 
emolumenti, per la somma, non erano esorbitanti, ma poiché la moneta aveva un valore relativo triplo 
di quello che ha al presente, così gli impiegati, dal più elevato all' infimo, avevano modo di provve- 
dere ai bisogni propri ed a quelli della famiglia e, in caso di morte od impotenza, di assicurare una 
congrua pensione alla sposa ed ai figli. — Fino al 1838, epoca in cui il presidente Puccini attivò in To- 
scana i Tribunali collegiali con il pubblico dibattimento, si procedeva nella nomina e promozione degli 
impiegati un po' per anzianità e molto per favoritismo ; anzi il favoritismo fu elevato a sistema da 
Vittorio Fossombroni, troppo grande uomo di Stato per il piccolo granducato della Toscana. Puccini 
però installò nella nuova magistratura i migliori leggisti ed avvocati e a tutti i sommi porse invito 
di prendervi posto. — Il senatore Gaetano Giorgini, sopraintendente agli studi, nel 1840 per sua parte 
chiamò a leggere nelle università del granducato uomini sommi di tutta Italia : e mercè di questi 
due savi e sapienti cittadini e magistrati il favoritismo ebbe un primo terribile colpo. — All'epoca 
in cui fu scritta questa poesia, nulla di ciò erasi anche fatto, e dal principe come dal popolo gli im- 
piegati erano tenuti in molto pregio e in singolare considerazione. È doveroso poi il dire che, meno 
un'estrema servilità e spesso una proverbiale insipienza, in generale la condotta degli impiegati era 
irreprensibile, e le prevaricazioni, le infedeltà in officio, i vuoti di cassa e i ladroneggi erano cose assai 
rare, sicché eravamo ben lungi dalla corruzione del giorno d'oggi. 

(2) Così gli impiegati chiamavano il sovrano Leopoldo IL 

(3) Si noti come, attesa la somma servilità, l'autore metta assieme, come tuttora costumasi alla 
Corte papale di Roma, il titolo e la qualità di segretario con quella di cameriere. 

(4) Qui, come s-corgesi, si allude al favoritismo, che già accennammo. 

(5) Dicesi fra noi voltura il trapasso e trasferimento delle proprietà immobiliari dall'uno all'altro 
possessore. 

(6) Comune o municipio. 

(7) Era costume dei birri, non però diffuso in Toscana come nel Modenese e nel Napoletano, 
d' inventare rivoluzioni, cospirazioni e conati di sètte per ingraziarsi col principe, aver lode di solerti 
e zelanti ed ottenere premi e pensioni. — Perà le sètte esistevano, ma non si scoprivano. 

(8) Si allude ad un vicario regio che aveva speso nel giuoco del lotto il retratto dal rilascio delle 
patenti per la caccia. — Trovato un vuoto di cassa, egli disse con molto spirito : « Altezza, da que- 
sta cassa regia ho messo i danari in quest'altra. Ho dunque peccato ? » Questo tratto di spirito lo salvò 
da un processo. 

(9) Pretore. 

(io) Il granduca. 

(11) La croce dell'ordine di S. Giuseppe fu istituita nel 1815 dal granduca Ferdinando III. — 
Bisogna confessare che di quest'ordine cavalleresco, che era rappresentato da un nastro rosso e che 
ebbe esistenza fino al 1859, non ne fu fatto mai spreco e si mantenne in credito. 



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64 Toesie del Giusti illustrate 



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(all'amica lontana) 



(1) Debiti rigu ardi ci vietano di additare la donna che si tutte amò Giuseppe Giusti, che fu gen- 
tile, cortese e scherzoso con quante care e soavi donne conobbe. — Basti al lettore il sapete che, delle 
due donne che egli sopra tutte pregiò, una porta il nome di Elvira e l'altra di Luisa. Elvira amò — Luisa 
idolatrò. — Per Luisa ebbe culto e rispetto, ma in Elvira si indiò e per essa sentì la vita. 

Questi versi rivelano tutta la soavità e la dolcezza dell'anima del Giusti : e così affettuosi non 
poteva dettarli chi non avesse amato. — Giuseppe sospirò, amò, ma fu compreso da una donna di 
alti sensi e di fermi propositi — e questa fu 1' Elvira. 

Di altre donne sappiamo che si pregiano di avere incatenato al loro carro il cuore del poeta, ma il 
poeta che ama e piange, consegna alla carta i sensi del suo amore, e noi non troviamo che giammai 
(meno in qualche sonetto pure intitolato all' Elvira) il Giusti abbia dato libero sfogo alla pienezza di 
affetto che gli inondava il seno. 

Godi tu, dunque, Elvira, di avere ispirato questi, fra i bellissimi versi che conta il moderno Par- 
naso, e convien ben dire che Iddio ti abbia privilegiata fra le donne, se tanto potesti. 

E godi tu, Luisa, se Giuseppe Giusti ebbe per te amore e culto perenne e ti lasciò tale eredità di 
affetti da doverlo piangere fin che avrai gli occhi aperti alla luce. — Elvira, Luisa, la letteratura ita- 
liana vi è riconoscente. 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 




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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 5. 



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Poesie del Giusti illustrate 



67 



LO STIVALE (I) 



Ingegnati, se puoi, d'esser palese. 
(Dante. Rime.) 



Io non son della solita vacchetta, 
Né sono uno stivai da contadino 
E se paio tagliato coll'accetta, 




Chi lavorò non era un ciabattino : 
Mi fece a doppie suola e alla scudiera, 
E per servir da bosco e da riviera (2). 

Dalla coscia giù giù sino al tallone 
Sempre all'umido sto senza marcire : 
Son buono a caccia e per menar di sprone, 
E molti ciuclù ve lo posson dire : 
Tacconato di solida impuntura, 
Ho l'orlo in cima, e in mezzo la costura. 

Ma 1' infilarmi poi non è sì facile, 




Né portar mi potrebbe ogni arfasatto (3) 
Anzi affatico e stroppio un piede gracile, 
E alla gamba dei più son disadatto : 
Portarmi molto non potè nessuno, 
M' hanno sempre portato un po' per uno. 



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68 



Poesie del Giusti illustrate 



Io qui non vi farò la litania 

Di quei che fùr di me desiderosi ; 
Ma così qua e là per bizzarria 
Ne citerò soltanto i più famosi, 
Narrando come^fui messo a soqquadro, 
E poi come passai di ladro in ladro. 



Parrà cosa incredibile : una volta, 
Non so come, da me presi il galoppo, 




E corsi tutto il mondo a briglia sciolta (4) ; 
Ma camminar volendo un poco troppo, 
L'equilibrio perduto, il proprio peso 
In terra mi portò lungo e disteso. 



Allora vi successe un parapiglia : 
E gente d'ogni risma e d'ogni conio 
Pioveano di lontan le mille miglia (5), 
Per consiglio d'un prete o del Demonio (6) 
Chi mi prese al gambale e chi alla fiocca, 




Gridandosi tra lor : bazza a chi tocca (7). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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69 



Volle il prete, a dispetto della fede, 
Calzarmi coll'aiuto e da sé solo (8) ; 
Poi sentì che non fui fatto al suo piede, 
E allora qua e là mi dette a nolo (9) ; 
Ora alle mani del primo occupante 
Mi lascia, e per lo più fa da tirante. 

Facea col prete a picca, e le calcagna { 
Volea piantarci un bravazzon tedesco (io) 




Ma più volte scappare in Alemagna 
Lo vidi sul cavai di san Francesco : 
In seguito tornò ; ci s' è spedato, 
Ma tutto fin a qui non m' ha infilato (n) 



Per' un secolo e più rimasto vuoto, 

Cinsi la gamba a un semplice mercante (12) 
Mi riunse costui, mi tenne in moto, 




E seco mi portò fino in levante (13) : 
Ruvido sì, ma non mancava un ette 
E di chiodi ferrato e di bullette. 



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Poesie del Giusti illustrate 



Il mercante arricchì, credè decoro 

Darmi un po' più di garbo e d'apparenza : 
Ebbi lo sprone, ebbi la nappa d'oro (14), 
Ma un tanto scapitai di consistenza : 
E, gira gira, veggo in conclusione 
Che le prime bullette eran più buone. 

In me non si vedea grinza né spacco ; 
Quando giù di ponente un birichino (15) 
Da una galera mi saltò sul tacco, 
E si provò a ficcar anco il zampino ; 
Ma largo largo non vi stette mai, 




Anzi un giorno a Palermo lo stroppiai (16). 

Fra gli altri dilettanti oltramontani, 
Per infilarmi un certo re di picche, 
Ci si messe co' piedi e colle mani ; 
Ma poi rimase lì come berlicche, 




Quando un cappon (17), geloso del pollaio, 
Gli minacciò di fare il campanaio. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Da bottega a compir la mia rovina 
saltò fuori in quel tempo, o giù di lì, 




Un certo professor di medicina (18), 
Che per camparmi sulla buccia, ordì 
Una tela di gabale e d' inganni,, 
Che fu tessuta poi per trecent'anni. 

Mi lisciò, mi coprì di bagattelle, 

E a forza d'ammollienti e d' impostura 
Tanto raspò, che mi strappò la pelle : 
E chi dopo di lui mi prese in cura, 
Mi concia tuttavia colla ricetta 
Di quella scuola iniqua e maledetta. 

Ballottato così di mano in mano, 
Da una fitta d'arpie preso di mira, 
EbbiTa soffrire un Gallo e in Catalano 




Che si messero a fare a tira a tira : 
Alfin fu Don Chisciotte il fortunato (19) ; 
Ma gli rimasi. rotto e sbertucciato, 



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Poesie del Giusti illustrate 



Chi m' ha veduto in piede a lui, mi dice 
Che lo spagnolo mi portò malissimo (20) ; 




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M' insafardò di morchia e di vernice : 
Chiarissimo fui detto ed illustrissimo : 
Ma di sottecche (21) adoperò la lima : 
E mi lasciò più sbrendoli (22) di prima. 



A mezza gamba, di color vermiglio, 
Per segno di grandezza e per memoria, 
M'era rimasto solamente un giglio (23) : 
Ma un papa mulo (24), il dia voi l'abbia in gloria, 
Ai barbari lo die, con questo patto 




Di farne una corona a un suo mulatto. 



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^Poesie del Giusti illustrate 



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Da quel momento, ognuno in santa pace 
La lesina menando e la tanaglia, 
Cascai dalla padella nella brace : 
Viceré, birri e simile canaglia (25) 
Mi fecero angherie di nuova idea, 




Et diviserunt vestimento, mea (26;. 



Così passato d'una in altra zampa 
D'animalacci zotici e sversati, 
Venne a mancare in me la vecchia stampa 




Di quei piedi diritti e ben piantati, 
Co' quali, senza andar mai di traverso, 
Il gran giro compiei dell'universo. 



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Poesie del Giusti illustrate 



O povero stivale ! ora confesso 

Che m' ha gabbato questa matta idea : 
Quand'era tempo d'andar da me stesso, 
Colle gambe degli altri andar volea ; 
Ed oltre a ciò la smania inopportuna 







Di mutar piede per mutar fortuna. 



Lo sento e lo confesso ; e nondimeno 
[ Mi trovo così tutto in isconquasso, 
Che par che sotto mi manchi il terreno 
Se mi provo ogni tanto a fare un passo 
Che a forza di lasciarmi malmenare, 




Ho persa rabitudine d'andare. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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75 



Ma il più gran male me 1' han fatto i preti (27), 
Razza maligna e senza discrezione ; 
E 1' ho con certi grulli di poeti, 
Che in oggi si son dati al bacchettone (28) : 
Non e' è Cristo che tenga, i Decretali 




Vietano ai preti di portar stivali. 



E intanto eccomi qui roso e negletto, 
Sbrancicato da tutti, e tutto mota ; 
E qualche gamba da gran tempo aspetto 
Che mi levi di grinze e che mi scuota : 
Non tedesca, s' intende, né francese ; 




Ma una gamba vorrei del mio paese (29). 



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Poesie del Giusti illustrate 



Una già n'assaggiai d'un certo sère (30), 
Che se non mi faceva il vagabondo, 
In me potea vantar di possedere 
Il più forte stivai del mappamondo : 




Ah ! una nevata in quelle corse strambe 
A mezza strada gli gelò le gambe. 



Rifatto allora sulle vecchie forme 
E riportato allo scorticatoio, 
Se fui di peso e di valore enorme, 
Mi resta a mala pena il primo cuoio : 
E per strapparmi i buchi nuovi e vecchi 




Ci vuol altro che spago e piantastecchi (31). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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77 



La spesa o forte, e lunga è la fatica 
Bisogna ricucir brano per brano ; 




Ripulir le pillacchere (32) ; all'antica 
Piantar chiodi e bullette ; e poi pian piano 
Ringambalar la polpa ed il tomaio : 
Ma per pietà badate al calzolaio ! 



E poi vedete un po' : qua son turchino, 
Là rosso e bianco, e quassù giallo e nero, 
Insomma a toppe come un arlecchino : 
Se volete rimettermi davvero, 
Fatemi con prudenza e con amore (33), 




Tutto d'un pezzo e tutto d'un colore. 



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78 



Poesie del Giusti illustrate 



Scavizzolate all'ultimo se v' è 




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Un uomo pur che sia, fuorché poltrone : 
E se quando a costui mi trovo in pie 
Si figurasse qualche buon padrone 
Di far con meco il solito mestiere, 




Lo piglieremo a calci nel sedere. 



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Poesie del Giusti illustrate 79 



ANNOTAZIONI 



(1) Il poeta, servendosi della figura popolarmente adottata di rappresentare 1' Italia sotto forma 
di uno stivale, ne dà un' idea geografica graziosissima, facendone vedere le lunghe coste bagnate 
dall'Adriatico e dal Mediterraneo, l'estremità superiore cinta dalle Alpi (Vorló) e la catena degli Ap- 
pennini (la costura) che la traversa in quasi tutta la lunghezza. 

(2) Questo proverbio significa : da servire ad ogni strapazzo. 

(3) Uomo bislacco, avventato, irriflessivo e peggio. 

(4) Allusione all'epoca romana in cui, sotto l' impero d'Ottaviano, questa potenza dominò la 
più gran parte del mondo allora conosciuto. 

(5) Perduto, col sentimento di libertà, l'antico valore, l' impero romano andò in isfacelo e da 
quel punto cominciò per 1' Italia la triste sequela di occupazioni straniere che al giorno d'oggi non 
sono ancora cessate. 

(6) Ben dice il poeta : « col consiglio d'un prete », poiché gli stranieri, da Pipino al III Napo- 
neolide, furono ben quarantatre volte chiamati in Italia dai romani pontefici. 

(7) Significa : chi prende, prende. 

(8) Allude il poeta ai vari tentativi fatti dai papi d' impossessarsi di tutta l' Italia ; in ispecie 
da Gregorio VII, Alessandro VI e Giulio II, che tutti nutrirono l' idea di un vasto regno teocratico 
e che furon causa di tanto spargimento di sangue. 

(9) Richiama qui in memoria le invasioni teutoniche, che furon numerose e quasi sempre in- 
felici. L' impero germanico, protettore nato dell' idea autocratica e feudale, mancò spesso al suo 
mandato scendendo in Italia a sostenere il papato, che faceva suo appoggio delle classi popolari e delle 
idee di libertà come erano intese a quell'epoca ; e quindi non potè mai stabilire altra influenza sulle 
popolazioni italiane che quella della forza brutale delle sue numerose armate. 

(io) Federico Barbarossa. Gli Italiani, riuniti contro di lui, lo sconfissero ed obbligarono a rifug- 
girsi vergognosamente in Germania per ben due volte. 

(11) Al momento in cui il Giusti scriveva questa poesia, l'Austria, pallido riflesso] dell'impero 
teutonico dominava ancora nel Lombardo-Veneto. 

(12) Accenna qui alle repubbliche italiane, in ispecie Venezia, Genova e Pisa, che stesero ben 
lungi il loro dominio specialmente in Oriente, con utile grandissimo della loro patria, fino a che non 
furono fiaccate dal lusso e dallo spirito di parte, che produsse la loro ruina a utile del prete e della 
ignoranza. 

(13) Crediamo che alluda in singoiar modo alla spedizione veneta capitanata da Dandolo, che 
s' impadronì di Costantinopoli. 

(14) Allude qui al progresso del lusso e delle arti belle che, se produssero nuova gloria all' Italia, 
furon causa d' infiacchimento generale e della perdita della libertà. 

(15) Discesa di Carlo di Anjou nel regno di Napoli, che combattè e vinse Manfredo di Svevia, 
ma dovette poi tenersi sempre in armi per sostenere la sua conquista. 

(16) Parla qui il poeta dei Vespri Siciliani (30 marzo 1282), fatto accettato dalla tradizione po- 
polare, ma non dalla storia, che, almeno, lo riduce a minime proporzioni. 

(17) Carlo Vili di Francia e Piero Capponi, che rispose alle sue audaci pretese con le famose pa- 
role : « Suonate la vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane ». 



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80 Poesie del Giusti illustrate 



(18) Famiglia Medici, mentovata la prima volta, nei tumulti avvenuti nel 1301 in Firenze. Dino 
Compagni li chiama di già « potenti popolani ». Tutti sanno con quali subdole arti tutti i membri di 
questa famiglia cercarono di venire in autorità con distruzione della patria libertà. I Medici regnarono 
per trecento anni (Gian Gastone, ultimo di questa stirpe, morì nel 1737). Tutti i mezzi di corruzione 
furono buoni per loro, e la casa di Lorena, che loro successe, fu maestra nello snervare e affievolire 
l'animo fiero e forte dei popoli toscani. 

(19) Guerre al principio del XVI secolo tra Carlo V di Spagna e Francesco I di Francia, com- 
battute con varie sorti che poi riuscirono felici per la Spagna, la quale restò in possesso delle pro- 
vince meridionali e del ducato di Milano. — Splendido fatto di queste guerre fu la disfida di Bar- 
letta (1509) sostenuta con tanta gloria da strenui italiani contro l'orgoglio francese. 

(20) Tutti sanno qual mal governo fecero gli Spagnuoli delle provincie italiane restate in loro 
potere. 

(21) Chetamente. 

(22) Più rotto di prima. 

(23) La repubblica di Firenze. Il comune di Firenze alzava in tempi antichi per stemma un giglio 
bianco in campo rosso, che poi fu cambiato in un giglio rosso in campo bianco. 

(24) Clemente VII di casa Medici, nel trattato di Barcellona con Carlo V, stabilì di mettere in 
trono la sua famiglia e specialmente Alessandro suo figlio avuto da una schiava mora e che perciò 
il poeta chiama mulatto. Le infamie di questo tiranno segnano una delle epoche più tristi della storia 
italiana. 

(25) I viceré per la Signoria di Spagna erano a Napoli ed a Milano. 

(26) « E si divisero tra loro le mie vesti, » cioè mi sminuzzarono in tanti piccoli Stati, che poi si pas- 
savano di mano in mano secondo la fortuna. 

(27) Che i preti siano sempre stati la più gran ruina d' Italia, diciotto secoli di storia ce lo ap- 
presero, e ce lo provarono ancor più le contemporanee vicende in cui la mano nascosta di Roma po- 
neva a dissesto quanto l' intelligenza popolare poteva fare a prò del suo paese. 

(28) Della scuola neo-cattolica del Manzoni. 

(29) Vorrebbe risorgere, ma per propria virtù e co' propri mezzi, poiché il poeta prevedeva di 
già quanto caro ci sarebbe costato l'aiuto di uno straniero ! 

(30) Napoleone I, che cadde in conseguenza della mala riuscita della campagna di Russia (18 12) 
in cui un gelo straordinario distrusse ed impedì tutti i piani che la sua vasta mente aveva concepito. 

(31) I trattati del 18 15 ridussero l' Italia al più misero stato. — L'Austria predominante dapper- 
tutto. — I sovrani piuttosto servi che alleati di questa potenza. — I patiboli, le galere, le torture 
in permanenza per tutti i buoni cittadini. — L' istruzione nulla, la vita politica distrutta. — Ecco 
qual fu la vita dell' Italia dal 181 5 al 1860. — La lezione ci sarà profittevole ? — Ora sono i deficit 
e la mala amministrazione che la rovinano. 

(32) Schizzi di fango. — Il poeta allude alle microscopiche tirannie allora esistenti, ed al governo 
papale che solo ha resistito più di tutti. 

(33) Il poeta rimpiange la divisione in tanti Stati, come causa prima della sventura d' Italia ; 
ora che questi Stati furono assorbiti in uno, otterrem noi quello che il poeta desiderava, cioè : L' Ita- 
lia una e senza stranieri ? 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 




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Fascicolo 6 



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A SAN GIOVANNI (I) 



(1837) 



In grazia della zecca fiorentina 

Che vi pianta a sedere in un ruspone, . 
O san Giovanni, ogni fedel minchione 
A voi s' inchina. 

Per voi sconvolto il mondo e indiavolato 
S'agita come mare in gran burrasca : 
Il vostro atueo vapor giù dalla tasca 
Dello scapato 

Sgorga in pioggia continua, feconda 





Al baro, al sarto, a epicureo vivaio ; 




E s' impaluda in man dell'usuraio 
Pestifer'onda (2). 



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Toesie del Giusti illustrate 




Dal turbante invocato e dalla stola 
Siete del pari : a' santi, ai birichini, 
Ai birri smessi quondam giacobini 
Voi fate gola (3). 



Gridano Ave sftes unica in un coro 




A voi scontisti, bindoli e sensali, 
A voi per cui cancellan le cambiali 
Il libro d'oro (4). 



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Toesie del Giusti illustrate 



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Vecchia e novizia deità, che il callo 
Ha già sul core e pudicizia ostenta, 




Perde le rose e itterica doventa 

Del vostro giallo (5). 

Il tribuno che tiene un piede in Francia 
L'altro a Modena e sta tra due sospeso, 
Alza ed abbassa al vostro contrappeso 
La rea bilancia (6). 

Voi, ridotto a trar sangue da una rapa, 
Dal giorno che impegnò la navicella, 




Chiama al deserto della sua scarsella 
Perfino il papa (7). 



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Salve, o bel conio, al secolo mercante 
Polare stella ! Ippocrate, il giornale, 
E la monomania trascendentale 

Filosofante, 

E prete Apollo in maschera che predica 
Sempre pagano sull'arpa idumea, 
Fidano in te, ponsando diarrea 

Enciclopedica (8). 




O mondo, mondo ! oh gabbia d'armeggioni, 
Di grulli, di sonnambuli e d'avari, 
I pochi che per te fan de' lunari (9) 
Son pur minchioni ! 



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Toesie del Giusti illustrate 



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Non delle sfere l'armonia ti guida, 
Ma il magnetico suon delle monete. 




Francia s'arruffa intanto nella rete 
Del birro Mida (io). 

Sostien l'amico (n) con un laccio al collo 
Anglia con fede che la greca eclissa : 
Lacera il Belgio la volpina rissa 

D'un protocollo (12). 

In furor di cannibali si cangia 

Lo scisma ibero che sé stesso annienta, 
Cannibale peggiore or lo fomenta, 

Poi se lo mangia (13). 

Sognan d' Italia i popoli condotti 
Con sette fila (14) in cieco laberinto : 




Giocano i re per arte e per istinto 

Ai bussolotti. 



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Toesie del Giusti illustrate 



Se l' inumana umanità si spolpa, 
Se a conti fatti gli asini siam noi, 
Caro Giovanni, un santo come voi 
N'avrà la colpa ? 

Colpa è di questi figli del demonio 
Che giran per le tasche a voi confusi, 
Di cui vedete le sentenze e i musi 

Brillar nel conio (15). 

Colpa di moltitudine che anela 
Far da leon col core impecorito ; 




Falsificando il cuojo ed il ruggito 
Sbadiglia e bela. 

Che dico mai ? Di scettri e candelieri 
A questa gente non importa un ette : 
Tribune invade e cattedre e gazzette 
Furor di zeri. 

Guerra non è di popoli e sovrani, 

E guerra di chi compra e di chi vende : 
E il moralista addirizzar pretende 

Le gambe ai cani ? (16) 

Ah ! predicar la Bibbia o l'Alcorano, 
San Giovanni mio caro, è tempo perso : 




Mostrateci la borsa, e 1' universo 

Sarà cristiano (17). 



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Voesie del Giusti illustrate 89 



ANNOTAZIONI 



(1) San Giovanni Battista è il protettore della città di Firenze e ad esso è dedicato il battiste- 
ro, ove trovansi quelle porte di bronzo che si disse esser degne del paradiso, se nel paradiso vi fos- 
sero porte e mura, e per le quali va celebre pei secoli il nome di Lorenzo Ghiberti. 

La repubblica di Firenze, benché avesse per stemma il leoncino rampante o Marzocco, come Roma 
e Siena ebbero la lupa, Venezia il leone alato, Torino il toro, Napoli il cavallo e Milano, ai tempi dei 
Visconti, la biscia, soleva imprimere nella moneta d'oro l'effigie del protettore, e fra le antiche 
monete più note v'erano lo zecchino, del valore di circa 1 1 franchi e il triplo zecchino, che si chia- 
mava ruspone, coniato con oro senza lega, in modo da restarne pieghevole e malleabile. Il triplo 
zecchino, o ruspone, si è continuato a coniare fino al tempo della riforma monetaria del regno ed 
anche nel tempo del principato ; non ha mai portata altra effigie che quella di san Giovanni Batti- 
sta da un lato e del giglio fiorentino dall'altro, sicché chiamavasi anche gigliato d'oro. 

(2) Qui il ruspone, è preso per simbolo, ed è significato il tutto nella parte, alludendo alla ultra- 
potenza dell'oro, all'uso proficuo ed immorale che se ne fa e, direm così, allo stillicidio continuo e 
lento che di esso si fa nei forzieri degli usurai. 

(3) In questa strofa, come ben si scorge, il poeta fa conoscere come l'oro sia da tutti ricercato, dal 
prete come dal turco ed eretico, dai santi, dai malviventi, e come in virtù di esso non pochi amanti 
di libertà si siano venduti al principato dispotico ed abbiano assunta la ignobile carica di birri alti, 
o bassi. Non è ignoto come non pochi carbonari si vendessero al duca di Modena e ad un Fer- 
dinando di Napoli, e ci venne assicurato che negli archivi segreti di Napoli trovansi molte suppliche 
di persone che si credeva appartenessero al partito liberale, che chiedevano un impiego a detto re 
Ferdinando. — Questo è un fenomeno di immoralità politica, che pur troppo si è notato, dal Guic- 
ciardini ai nostri tempi, in ogni restaurazione principesca o distruzione di secolare repubblica ; e 
così di rado avvenne che ad idee nuove tenessero dietro cose nuove ed uomini nuovi. 

(4) Il Libro d'oro era una vacchetta qualunque, in cui scrivevansi le nascite, i matrimoni e 
le morti delle famiglie nobili. Noi vedemmo quello famoso della repubblica di Venezia, e ci parve 
cosa miserissima per quel che fosse la carta e la legatura. In quell'occasione ci fu raccontato il se- 
guente aneddoto : quando, dopo il trattato infaustissimo di Campoformio, l'Austria ebbe da Napo- 
leone I in cessione il territorio della Repubblica veneta, fu cura premurosa del gabinetto aulico di 
invitare il conservatore e bibliotecario degli archivi veneti di spedire con buona scorta a Vienna il 
Libro d'oro. Convenne ubbidire e, colla scorta di sicurezza, il famoso libro fu colà portato. Se non 
che, visto che non era d'oro massiccio, ma che era un semplice libriccino coperto di marocchino nero, 
fu restituito e riposto negli archivi de' Frari. 

Qui vi è inoltre una pungente satira per i nostri nobili, i quali, prima della rivoluzione italiana, 
meno poche onorevoli eccezioni, erano rimasti presso a poco tali quali li dipinse il Parini nel suo 
immortale poemetto : comechè ricchi di vizio e non curanti dei progressi, delle industrie, dei com- 
merci e dell'agricoltura, assottigliavano il loro avito patrimonio a forza di cambiali non pagate, 
avallate e riavalliate poi fino al fallimento. 

(5) Qui allude agli usurai, scontisti (allora non erano ancora sorti i borsaiuoli) ed altra gente 
che speculava sulle prodigalità e sui vizi dei ricchi insensati e li descrive quali sono, senza viscere 
e senza carità, e con un'unica religione, quella del denaro. 



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90 Toesie del Giusti illustrate 



(6) Qui allude alla compra e vendita della coscienza ed alla teoria del tornaconto, che in oggi 
è professata pur troppo in tutto il mondo civile. 

(7) Qui si allude all' ingente debito dello Stato Pontificio, che poi in gran .parte è venuto in 
eredità al regno d' Italia. 

(8) In questa strofa il Giusti si fa a dire come i medici, i filosofi, i giornalisti, i preti ed i poeti, 
brevemente tutte le classi sociali, fidano ed invocano il vitello d'oro, idolo del genere umano fino 
dalla traversata degli Israeliti nel deserto. 

(9) Patiscono la fame. 

(io) Vuoisi che Luigi Filippo fosse il figlio del birro fiorentino Chiappini, come già si disse. 

(11) Cioè, Luigi Filippo. 

(12) È noto come per l'assestamento del regno del Belgio ben sessantaquattro progetti o pro- 
tocolli~si discussero dalla diplomazia, e durarono le trattative non meno di otto anni. 

(13) Qui è pennelleggiata la contesa fra la regina Cristina e Don Carlos, e fra i costituzionali 
ed i legittimisti e clericali. — ■ Inoltre si allude agli incoraggiamenti dati alla rivoluzione dal go- 
verno inglese, desideroso di aprire un largo mercato in Ispagna ai suoi prodotti industriali, alle sue 
armi ed alle sue munizioni come oggi. 

(14) Allude ai sette sovrani che si spartivano il dominio dell' Italia. 

(15) Le altre monete. 

(16) Cioè, fare l'impossibile. 

(17) Qui è preso di mira l' indifferentismo religioso e le frequenti apostasie indotte dall' interesse 
in coloro che, o non hanno profonde convinzioni, o hanno una coscienza tanto elastica da servire ad 
un tempo a Dio ed a Moloch. 



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LA FIDUCIA IN DIO 



STATUA DI BARTOLINI (i) 



Come dicesse a Dio : D'altro non calme. 

(Dante, Purgatorio.) 



Quasi obliando la corporea salma, 
Rapita in Quei che volentier perdona, 
Sulle ginocchia il bel corpo abbandona 
Soavemente e l'una e l'altra palma. 



Un dolor stanco, una celeste salma 
Le appar diffusa in tutta la persona : 
Ma nella fronte che con Dio ragiona 
Balena l' immortai raggio dell'alma : 

E par che dica : — Se ogni dolce cosa 
M' inganna, e al tempo che sperai sereno 
Fuggir mi sento la vita affannosa ; 



Signor, fidando, al tuo paterno seno 
L'anima mia ricorre, e si riposa 
In un affetto che non è terreno. 




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ANNOTAZIONI 



(i) Lorenzo Bartolini, amico e discepolo di Canova, si può dire che fesse il complemento di 
quello. — Egli era già maturo e valente scultore quando cadde il primo impero, e mi torna alla mente 
quel dì, che egli, additandomi nel suo studio una colossale statua di Napoleone I, ordinatagli dal 
municipio di Ajaccio, dicevami : quei tempi devono tornare, e questa statua uscirà dal lungo suo 
carcere. 

Il Bartolini educò, nell'Accademia di belle arti di Firenze, dove era professore dell'arte scul- 
toria, e più nel suo studio di via S. Frediano, noto agli esteri, direi quasi più che ai fiorentini, una 
generazione di scultori che nobilitarono l'arte assieme col paese natale. — Virtualmente si può dire 
che Costoli, Santarelli, Fantacchiotti, Cambi, Duprè, Romanelli, Pampaloni, Fedi, Pazzi ed altri 
celebrati artisti che vanta Firenze, si inspirarono alle opere e ai consigli del Bartolini. 

Egli voleva l' ideale nel reale e senz'ombra di manierismo ; in che purtroppo un cotal poco peccò 
lo stesso Canova. 

Al purismo dei Tordwaldson, dei Tenerani, dei Finelli ed altri insigni scultori di Roma egli 
non fu devoto sì, che al convenzionale sacrificasse il vero ; e se tuttora vivesse non accetterebbe 
neppure per intero la morbidezza e la grazia del Velia e del Magni. 

Bartolini fece parte del celebre quadriumvirato fiorentino ; e maneggiava lo scalpello nei tempi 
che il Sabatelli maneggiava il pennello, Niccolini scriveva Y Arnaldo da Brescia, e il Cherubini si im- 
mortalava nella musica specialmente sacra. 

Bartolini, che fu splendido, onesto, liberale e disinteressato sempre, morì povero e si vide ag- 
giudicata ai creditori la sua propria casa. 

Egli amò l'arte per l'arte e non ne fece mercimonio. — ■ Restano non pochi de' suoi lavori in Italia 
a far testimonianza della sua valentia nella scoltura e a dimostrare quanto egli mai fosse dentro 
alle ragioni dell'estetica artistica. — Però il maggior numero delle sue opere passò le Alpi e andò 
ad ornare le gallerie di non pochi principi. 

Egli ebbe il senso del bello, ma il bello non lo fece consistere nel puro plasticismo e nella rego- 
larità e grazia delle forme. Il bello ideale egli non lo staccava mai dal bene ideale e dall'espres- 
sione intellettuale, avvisando che il bello e il buono non possono andare tra di loro disgiunti, né sepa- 
rati dalla espressione intellettuale, essendo queste le tre forme indivise con le quali si palesa all'uma- 
nità l'eterno Facitore delle cose ; è quindi il subbietto naturale delle belle arti, le quali debbono 
poggiare alla idealità nella stessa materialità, se aspirano ad esercitare ed assumere fra gli uomini 
un apostolato civile. 

Che se all' Italia niuno potè ancora carpire il serto del primato nella scoltura, e la stessa Espo- 
sizione mondiale di Parigi ne porse conferma, per gran parte il merito si deve attribuire al Bartolini 
che presentì i tempi ed incarnò le aspirazioni con la maestria delle linee, guidata da un concetto 
che trascende i sensi. 

Basta dare uno sguardo alla bella sua statuetta della Fiducia in Dio per conoscere che egli ha 
creduto bene di allontanarsi dai concetti mitologici, tanto cari a Canova, Finelli e Tenerani, e che 
egualmente si è tenuto lontano dal purismo smilzo neo-cattolico, anche questo appellando ad una 
società che è sparita dal mondo ed a credenze di altri tempi. 

Bartolini voleva che alle belle arti si chiudesse il tempio dell'antichità delle persone, cose e 
credenze morte, e si aprisse quello dell'avvenire. Egli, a nostro giudizio, bene avvisò, imperocché 
se si può apprendere il muto tecnicismo, non si possono animare i marmi imitando gli originali 
greci. 

La fiducia in Dio — pensa, frega e spera — con quella calma serena che si addice alla innocenza 
e a quel sicuro trionfo della virtù, che forte parla alle coscienze incorrotte. 

Questa statuetta fu ed è soltanto pregiata appunto perchè, sotto l' impassibilità marmorea, vi 
è un pensiero, una fede e una speranza palpitanti. 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbi ni 



Fascicolo 7. 



Poesie del Giusti illustrale 



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BRINDISI (,) 



Amici, a crapula 
Non ci ha chiamati 
Uno dei soliti 
Ricchi annoiati, 

Che per grandigia 
Sprecando inviti, 
Gonfia agli applausi 
De' parassiti. 

A diplomatica 
Mensa non siamo 




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D'un Giuda in carica 
Che getti l'amo, 



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Poesie del Giusti illustrate 



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E tra gì' intingoli 
E tra i bicchieri 
In prò de' Vandali 
Peschi i pensieri (2). 

Ma un capo armonico, 
Volendo a cena 
Una combriccola 
Di gente amena, 

S' è messo in animo 
Di sceglier noi, 
Di mezza taglia, 
Compagni suoi ; 




Razza burlevole 
Che non dà retta 
Ai gravi ninnoli 
Dell'etichetta. 

Difatti esilia 

Da questa stanza 
La parte mimica 
Dell'eleganza : 



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^Poesie del Giusti illustrate 101 



Né per mobilia 
Si pianta allato 
Tanto la seggiola 
Che il convitato. 

Non ci solletica 
Con cibi strani, 
Sì che lo stomaco 
Senta domani 

Fastidio insolito 
Di stare in briglia 
Nell'ordinario 
Della famiglia. 

Non ci abbarbaglia . 
Coll'apparecchio, 
Perchè del pubblico 
S'empia l'orecchio, 

Sulle stoviglie, 
Sul vasellame, 
D'un panegirico 
Nato dì fame. 

Queste son misere 
Ambizioncine 
Di teste anomale 
E piccinine, 

Che nel silenzio 
D'un nome nullo 
Per fare strepito 
Fanno il Lucullo : 

Son ammennicoli 
E spampanate 
Di certe anonime 
Birbe dorate, 

Che tra noi ronzano 
Alla giornata 
Come gli. opuscoli 
Di falsa data (3) ; 

E così tentano 
Turar la bocca 
Sopra un'origine 
Lercia o pitocca. 



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Toesie del Giusti illustrate 



Oppur son cabale 
Da rifiniti, 
Che alla vigilia 
D'andar falliti 

Si danno l'aria 
Dell'uomo grande, 
Che ha l'oro a staia, 
Che spende e spande. 

Qui non si veggono 
Fin sulla scala 
Tappeti, fronzoli, 
Livree di gala : 

Né di risparmio 
Bizzarro impasto 
Sotto i magnifici 
Fumi del fasto, 




Immaginatevi 
Passar via via 
Lanterna magica 
Di piatteria, 

Per cui s'annosano 
Arrosto e vino, 
Mostrato in copia, 
Datola miccino. 



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^Poesie del Giusti illustrate 



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Qui non ci decima 
Sempre il migliore 
Il sotterfugio 
D'un servitore. 

Che d'oro luccichi 
Le spalle e il petto, 
E di panatica 
Viva a' stecchetto. 

Di qui non tornano 
Polli in cucina 
Buoni a rifriggersi 
Per domattina (4) ; 

Ma i piatti girano 
Tre volte almeno : 




Non si può muovere 
Chi non è pieno ; 



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104 Poesie del Giusti illustrate 



E tutti asciugano 
Bottiglie a scialo 
Senza battesimi, 
Né prese a calo, 

Che vanno e vengono 
Sempre stappate, 
E si licenziano 
Capivoltate. 

Ecco un' immagine 
Pretta e reale 
Del fare omerico, 
Patriarcale ; 

Ecco la satira 

Chiara e lampante 
D'un pranzo funebre 
Detto elegante, 

Ove si cozzano 
Piatti e bicchieri 
In un mortorio 
Di ghiotti seri ; 

E lì tra gli abiti 
E i complimenti, 
L' imbroglio, il tedio 
T'allega i denti ; 

O ti ci ficcano 
Così pigiato, 
Che senza gomiti 
Bevi impiccato. 

A un tratto simile 
Di cortesia, 
Risponda un brindisi 
Pien d'allegria, 

Ma schietto e libero, 
Sì che al padrone 
Non mandi l'alito 
Dello scroccone. 

Adesso in circolo 
Diamo un'occhiata 
Tastando il debole 
Della brigata. 



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Toesie del Giusti illustrate 105 



Siam tutti giovani, 
E, grazie al cielo, 
In corpo e in anima , 
Tutti d'un pelo ; 

Tutti di lettere 
Infarinati ; 
Tutti all'unisono 
Per tutti i lati. 

Se come Socrate 
Talun qui pensa 
In accademia 
Mutar la mensa, 

Siam tutti all'ordine, 
Al suo comando, 
Tagliati a ridere 
Moralizzando. 

Ma sulla cattedra 
Resti ogni lite 
Di metafisiche 
Gare sciapite ; 

Fuori il puntiglio, 
Fuori il vanume, 
Fuori il chiarissimo 
Pettegolume. 

Un basso strepito 
Si sa per prova 
Che il tempo lascia 
Come lo trova " 

E in vii ricambio 
Di fango o incenso; 
Vi gioca a scapito 
Fama e buon senso. 

Se poi v'accomoda 
O male o bene. 
Dire in disordine 
Quel che vien viene ; 

Zitte le ciniche 
Baie all' ingrosso, 
Che a tutti trinciano 
La giubba addosso ; 



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106 'Poesie del Giusti illustrate 



Zitto l'equivoco 
Da Stenterello, 
Che sa di bettola 
E di bordello ; 

Facciam repubblica 
Senza licenza : 
Nessun ci addebiti 
Di maldicenza : 

E tra le celie 
Del lieto umore 
Tutti si scottino 
Meno il pudore. 

Se nelle lepide 
Gare d' ingegno 
Tizio o Sempronio 
Dà più nel segno ; 




Se a fin di tavola 
E a naso rosso 
Una facezia 
V'arriva all'osso ; 

Non fate broncio 
Come taluno, 
Che, se nel muoversi 
Lo tocca un pruno, 



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Poesie del Giusti illustrate 107 



Soffia, s' inalbera 
E si scorruccia 
E per cornaggine 
Si rincantuccia. 

È vero indizio 
Di testa secca, 
Quando la boria 
Ti fa cilecca (5), 

Buttarsi al serio 
Dietro un ripicco 
Nato da stimolo 
Di fare spicco. 

Certa lunatica 
Stiticheria 
Copra 1' invidia 
Di vecchia arpìa. 

Che in mezzo secolo 
Non s' è cavata 
Nemmen la smania 
Di esser tentata : 

E nella noia 

Di quattro mura 
Si tappa al vizio 
Che non la cura. 

O giovi ai satrapi 
Che stanno in tuono, 
E nel bisbetico 
Cercano il buono : 

Con dommi stitici 
Da veri monchi, 
La via s' impacciano 
Di mille bronchi ; 

E si confiscano 
I cinque sensi 
Vivendo a macchina 
Come melensi. 

Come ? un. ascetico 
Di cuore eunuco, 
In dormiveglia 
Tra il santo e il ciuco. 



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108 Poesie del Giusti illustrate 



Scomunicandoci 
L'umor giocondo, 




Vorrà rimettere 

Le brache al mondo ? 

Oh, senza storie 
Tanto noiose, 
I savi cingono 
Bontà di rose ; 

E praticandola 
Cortese e piana, 
La fanno agevole 
E popolana. 

All'uomo ingenuo 
Non fa lusinga 
Certa selvatica 
Virtù solinga ; 

Virtù da istrice, 
Che stuzzicato 
Si raggomitola 
Di punte armato. 

Lasciamo i ruvidi, 
Che a grugno stufo 
La gente scansano 
Facendo il gufo, 

Chiusi al contagio 
Del mondo infetto 
Di sé medesimi 
Nel lazzaretto (6). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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109 



Noi, nati a starcene 
Fuor del deserto, 
Fra i nostri simili, 
Col cuore aperto, 

Tiriamo a vivere 
Da buona gente, 
Raddirizzandoci 
Piacevolmente. 

Qui l'amor proprio 
Sia cieco e sordo ; 
Qui punzecchiamoci 
Tutti d'accordo ; 

E senza collera, 
Né grinta tosta 




Facciamo a dircele 
Botta e risposta. 



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no Poesie del Giusti illustrate 



Meglio alla libera 
Buttarle fuori, 
Che giù nel fegato 
Covar rancori, 

Falsare un animo 
Meschino o reo, 
Sotto ralchimia 
Del galateo. 

Ai galantuomini 
Non fa paura 
Una reciproca 
Gaia censura. 

All'amichevole 
Burlarsi un poco, 
Fa prò, solletica, 
Riesce un giuoco ; 

E quel sentirsele 
Dire in presenza, 
Prova l'orecchio 
Della coscienza. 

Ma già le snocciola 
Come le sente 
Tanto la Camera 
Che il Presidente (7). 

Già della chiacchiera 
L'estro s' infiamma ; 
Sento l'aculeo 
Dell'epigramma ; 

Gli atleti s'armano 
Tutti a duello, 
Guai alle costole 
Di questo e quello. 

Bravi, la gioia 
Che qui sfavilla, 
Del fluido elettrico 
Par la scintilla, 

Che dal suo carcere 
Appena mossa, 
Il primo e l'ultimo 
Sente la scossa. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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III 



Via, ricordiamoci 
Di fare in modo 
Che il dire e il bevere 
Non faccia nodo, 

E se ci pencola 
Sotto il terreno, 




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Rimanga in bilico 
La testa almeno (8). 



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II2 Poesie del Giusti illustrate 



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ANNOTAZIONI 



(i) Per quanto siano corse le mie indagini, pare che il nostro poeta scrivesse e recitasse il 
presente brindisi ad un pranzo di famiglia dato da Lorenzo Marini di Pescia. 

Questa poesia, piena di grazia, di brio, di vivacità e di pungente critica, ci fa conoscere ad un 
tempo quanto d'umor gioviale e giocondo fosse nel 1838 il Giusti e come i vendifumi blasonati fos-. 
sero in quel tempo una delle non poche piaghe della Toscana. 

Ci vollero grandi delusioni e somme sventure della patria per imprimere nella fronte dell alto 
poeta le stigmate della malinconia e per riempirgli il cuore di amarezza. 

Lo scrittore di queste righe rammenta di aver veduto il Giusti (e fu l'ultima volta) oltremodo 
mesto e scorato nel giugno del 1849. — Nell'atto che ad esso si presentava il valente scultore Ro- 
manelli, già bandito dalla Toscana per decreto della Commissione di Governo, e per 1 buoni uffizi 
dell'amico abilitato a rimanervi, egli diceva allo scrivente : Vedi tu quel sacerdote in rossa e sfug- 
gevole -parrucca che difilato muove verso la porta di Palazzo Vecchio ? — Mirarlo col volto proffi- 
gato e con un fascio di carte in mano. — Sai tu ? quelle sono note di proscrizione ! Pensa che ogni 
dì di questi calabroni reazionari ne giungono non pochi alla Commissione di Governo, che per timor 
di peggio e di essere sbalzata bisogna pure che qualche cosa essa loro conceda. 

Tutta la Valdinievole e molte elette società di Pisa, Firenze e Livorno rammentano ancora 1 
tratti di spirito satirici se vuoi, ma non avvelenati, coi quali sapeva il Giusti condire 1 suoi discorsi 
e che emanavano come fuoco elettrico dalla sua bella mente, dall'amore della virtù e dallo sdegno 
a cui lo movevano i vizi, specialmente se meschini ed ignobili. 

Gli anni, l'epatite, il timore di essere stato morsicato da un gatto idrofobo e sopratutto le 
miserie d' Italia e le improntitudini di molti fra gli italiani, lo resero iracondo, sdegnoso e diro 
ancora sfiduciato ed oltremodo malinconico. . . 

(2) Fra le arti infernali adoperate dalla Polizia — non però a vero dire molto usitate in .to- 
scana — eravi quella di introdurre qualche birro mascherato nelle congreghe dei liberali e di pro- 
muovere pranzi, feste e cene onde carpir loro i segreti. 

Noi ci trovavamo nel 1833 in Parma e potemmo venire in cognizione che un finto liberale e 
finto esule di Modena, convitò a banchetto gran parte della più calda gioventù di quella citta — 
Non vale il dire che si propiziò alla libertà d' Italia e che il giorno di poi il feroce commissario Sar- 
torius (ucciso in appresso in una piazza) li fece carcerare. 

(3) A quel tempo la stampa clandestina cominciava ad assumere quell apostolato civile, che fu 
di tanto giovamento a preparare i moti del 1848; i quali, volere o non volere sono stati quelli 
che hanno fatto mutar faccia all' Europa ed hanno instaurato l'èra novella. — La maggior parte 
degli opuscoli che si spargevano in Italia, portavano la data di Lugano o di Bastia. — In quel 
tempo la stampa clandestina fu un'utile provvidenza - oggi, colla piena liberta della stampa che 
abbiamo, non sarebbe che una vigliaccheria. ... . 

(4) Qui il poeta, ridendo, castiga il fasto borioso che va compagno alla spilorceria — e fa 
pure allusione a quella gherminella alla quale sogliono appigliarsi non pochi sconcertati nelle fi- 
nanze alla vigilia del fallimento. - Vecchie trappolerie sono queste e ben conosciute, ma pur troppo 
il gregge dei gonzi è molto numeroso, e dei barattieri e trappoloni nuovi ogni di se ne presentano 
sulla scena del mondo. 

(0 Far cilecca, significa accennare e non dare. , 

(6) Qui riprende i moralisti pedanti, i quali credono col renderci la virtù ostica, disadorna, spi- 
nosa e peggio, di farla gradita e rispettata. - La virtù non ha bisogno di orpelli e di magniloquenza 
per far sì che gli uomini s' innamorino di lei, una volta che sia veduta nella sua punta. - Parlate 
al cuore e il cuore vibrerà e si entusiasmerà ! Ma per parlare al cuore 1 pedanti vecchi e nuovi 

non sono adatti. , . . . , „„,„„j or „ 

(7) Da questi due versi si scorge che fino dal 1838 i giovani colti cominciavano ad apprendere 
la fraseologia parlamentare. Noi vivemmo quel tempo e il nostro ideale era quello della costituzio- 

^Vcofmoka saviezza il poeta chiude il suo brindisi. Dopo aver detto della franchezza nel 
correggersi a vicenda e della necessità di moderare la soverchia suscettività eh un amor proprio 
male inteso, inculca, a modo di conclusione, la massima che è lecito rallegrarsi in festosi ed ami- 
chevoli convegni, ma che in tutto vi deve essere una misura di temperanza : e che il lieto conver- 
sare e le ricreazioni della tavola non devono tramutarsi in orgia e peggio ancora nel turpe vizio 
della ubbriachezza. 



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POESIE DEL G/UST1 ILLUSTRATE 




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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 8. 



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APOLOGIA DEL LOTTO 



1838. 



Don Luca, uomo rotto, 
Ma onesto piovano, 
Ha un odio col lotto 
Non troppo cristiano : 
E roba da cani 
Dicendo a chi gioca, 




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Trastulla^ coli' oca 
I suoi popolani. 



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Poesie del Giusti illustrate 



Don Luca davvero 

È un gran galantuomo 
Migliore del clero 
Che bazzica in domo : 
Ma è troppo esaltato, 
E crede che tocchi 




Ai preti aprii" gli occhi 
Al mondo gabbato (2). 



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Toesie del Giusti illustrate 



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In oggi educare, 
O almeno far vista, 
È moda : il collare 
Doventa utopista : 
E ognuno si scapa 
A far de' lunari 



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Guastando gli affari 
Del trono e del papa (3) 
Il giuoco in complesso 
E un vizio bestiale, 
Ma il lotto in sé stesso 
Ha un che di morale : 
Ci avvezza indovini, 
Pietosi di cuore ; 
Doventi un signore 
Con pochi quattrini : 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Moltiplica i lumi, 




Divaga la fame, 
Pulisce i costumi 
Del basso bestiame. 
Di fatto lo Stato, 
Non punto corrivo, 
Se fosse nocivo 
L'avrebbe vietato. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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119 



Lasciate, balordi, 

Che il lotto si spanda, 




Che Roma gli accordi 
La sua propaganda : 
Se gridi per via : 
Cristiani, un bel terno ! 
S'aiuti il governo 
Nell'opera pia (4). 
Di Grecia, di Roma 

I regi sapienti 
Piantavan la soma 
Secondo le genti, 

E a norma del vizio 

II morso o lo sprone ; 
Che brave persone ! 
Che re di giudizio ! 

Con aspri precetti 
Licurgo severo 
Corresse i difetti 
Del greco leggiero, 
E Numa, con arte 
Di santa impostura, 
La buccia un po' dura 
Del popol di Marte. 



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Toesie del Giusti illustrale 



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O tisici servi 

Dal cor di coniglio, 
Un savio consiglio 
Vi fodera i nervi : 
Un tempo corrotto, 
Perduta ogni fede, 
È gala se crede 
Nel giuoco del lotto. 

Lasciate giuocare, 
Messer Galileo : 
Al verbo pensare 
Non v' è giubileo : 




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iiMiiiiiiiift-f^tiiisjiBifi'iiiiiiiiiiiiiiiiiiiyiii'vi 




Studiar 1' infinito ! 
Che gusto imbecille ! 
Se fo le sibille, 
Non sono inquisito (5). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Un giuoco sì bello 
Bilancia il Vangelo, 




E mette a duello 
L' inferno col cielo ; 
Se il diavolo è astratto, 
Un'anima pia 
Implora l'estratto 
Coìl'Ave Maria. 
Per dote sperata 
Da pigra quintina 
La serva piccata 
Fa vento in cucina : 
La pappa condita 
Cogli ambi sognati 
Sostenta la vita 
Di mille affamati. 



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'Poesie del Giusti illustrate 



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Se passa la bara, 
Del morto ogni cosa 
Domandano a gara : 
O gente pietosa ! 
Eh ! im popol di scettici 
Non piange disgrazie, 




Ma giuoca le crazie (6) 
Sui colpi apoplettici. ; 
Se suonano a gogna, 
Ci vedi la piena : 
Ma in quella vergogna 
Si specchia si frena ? 
Nel braccio ti dà 
La donna vicina 
E dice : Berlina 
Che numero fa ? 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Ah ! viva la legge 

Che il lotto mantiene : 
Il capo del gregge 
Ci vuole un gran bene ; 
I mali, i bisogni 
degli asini vede, 



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E al fieno provvede 
Col libro dei sogni (7). 
Chi trovasi al verde 

L'ascriva a suo danno :S3 




Lo Stato ci perde, 
E tutti lo sanno. 
Lo stesso piovano 
In fondo è convinto 
Che a volte ci ha vinto 
Perfino il sovrano. 



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Poesie del Giusti illustrale 



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Contento del mio, 
Né punto né poco, 
Per grazia di Dio, 
M' importa del giuoco. 
Ma certo, se un giorno 
Mi cresce la spesa, 




Galoppo all' impresa 

E strappo uno storno (8). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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125 



AFFETTI D'UNA MADRE (I) 



1839. 



Presso alla culla, in dolce atto d'amore, 
Che intendere non può chi non è madre, 
Tacita siede e immobile : ma il volto 




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Nel suo vezzoso bambinel rapito, 
Arde, si turba e rasserena in questi 
Pensieri della mente inebriata (2) : 



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126 Poesie del Giusti illustrale 



— Teco vegliar m' è caro, 

Gioir, pianger con te : beata e pura 
Si fa l'anima mia di cura in cura : 
In ogni pena in nuovo affetto imparo (3). 

Esulta, alla materna ombra fidato (4), 
Bellissimo innocente ! 
Se venga il dì che amor soavemente 
Nel nome mio ti sciolga il labbro amato ; 

Come l' ingenua gota e le infantili 
Labbra t'adorna di bellezza il fiore, 
A te così nel core 
Affetti educherò tutti gentili. 

Così piena e compita 

Avrò l'opra che vuol da me natura : 
Sarò dell'amor tuo lieta e sicura, 
Come data t'avessi un'altra vita (5). 

Goder d'ogni mio bene, 

D'ogni mia contentezza il ciel ti dia ! 

10 della vita nella dubbia via 

11 peso porterò delle tue pene. 

Oh, se per nuovo obietto 

Un dì t'affanna giovanil desìo, 
Ti risovvenga del materno affetto ! 
Nessun mai t'amerà dell'amor mio. 

E tu nel tuo dolor solo e pensoso 

Ricercherai la madre, e in queste braccia 

Asconderai la faccia ; 

Nel sen che mai non cangia avrai riposo (6). 



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Poesie del Giusti illustrate 127 



ANNOTAZIONI 



(apologia del lotto) 

(1) Il giuoco del lotto è una istituzione immorale antichissima. Tutti gli Stati europei, veg- 
gendo che questa speculazione sulla pubblica credulità e questa taglia sulla miseria e cecità del 
popolo era un cespite di vistose rendite, ne fecero un cardine del loro sistema finanziario. 

Non appena però un popolo civile ebbe compiuta una rivoluzione, che il giuoco del lotto fu 
abolito — e così avvenne in Inghilterra, in Francia e in Ispagna. 

Se non che ben presto, tranne che neh' Inghilterra, nella Svizzera, nell'America del Nord ed 
in vari Stati della Germania, questo immoralissimo giuoco fu riattivato. 

L' Italia, tanto nel 1848 quanto nella rivoluzione del 1859-60, non si diede nemmeno la pre- 
mura di decretarne l'abolizione ; e tutte le volte che si udì in Parlamento una voce che la patro- 
cinasse, sorsero i ministri e i consorti a dichiarare che il predetto giuoco è immorale e che quindi 
si deve sopprimere, ma che attesi i bisogni delle finanze ciò non potevasi fare immediatamente. 

Risulta dalle statistiche che un anno per l'altro il lotto rende allo Stato 66 milioni di lire al 
netto, qualche cosa più (sic) della tassa sulla ricchezza mobile, e pressoché quanto il registro, le 
ipoteche e il bollo ! — Al che aggiungi, che questa somma è l'equipollente del sudore del povero ed 
è sottratta ai più vivi e pressanti bisogni della sua sussistenza. Fa pietà il vedere, specialmente nelle 
serate di venerdì, accorrere ai banchi del giuoco tanta misera gente che ritorna speranzosa ai suoi 
tuguri, per uscire dolente e afflitta più che per lo innanzi nel sabato sera. 

Le donnicciuole da tutti gli avvenimenti traggono motivo di estrarre numeri dal libro così 
detto dei Sogni (del quale si san fatte, crediamo, 67 edizioni !) e via difilato al banco, o Prenditoria 
del giuoco. 

ti Giusti, a ragione sdegnato di tanta jattura, con lo stile di Giovenale toccò in questa vivace 
poesia l'argomento per tentare se, ridendo, avesse potuto castigare mores, ma pur troppo non ottenne 
l' intento. — Non vi è che la civiltà che possa fugare questa turpitudine ; e tanto è vero- che nel- 
1' Italia stessa veggiamo che le provincie nordiche del regno limitano le loro giocate, e le meridionali 
e subito dopo la Toscana sono quelle che più vi ricorrono e vi gettano a larga mano il loro de- 
naro. — E comechè il giuoco pubblico non vi bastasse, vi sono i Gallinai, o giuochi del lotto privato, 
i quali, mentre danno tanto da fare alla Polizia che illogicamente li tiene d'occhio, tolgono al po- 
vero quell'ultimo obolo che dovrebbe esser riservato per le Casse di risparmio. 

Di faccia a poche fortune acquistate si contano a migliaja le fortune perdute nel giuoco del 
lotto e i cervelli andati nella luna ; e pur troppo le elucubrazioni cabalistiche occupano almeno al- 
meno la mente della metà degli abitanti delle città e dei villaggi. — Bisogna convenire che siamo 
anche barbari ! 

(2) Nalla figura di don Luca il poeta ha voluto pingere e indicare la missione morale e civile 
dei parrochi. — Ed infatti chi meglio di loro potrebbe estirpare tanti e tanti pregiudizi del 
popolo incolto risguardanti la fisica, l'economia pubblica, l'igiene, la morale e la religione ? Eglino 
tutto il giorno a contatto coi loro parrocchiani, potrebbero, ove lo volessero, investirsi di un apo- 
stolato civile che in altri tempi esercitarono con pubblico benefizio e somma lode ; ma pur troppo Roma 
si è messa alla coda del secolo e i preti han cessato di essere cittadini per diventare stromenti di 
servitù e ministri degli errori. 

(3) Si potrebbe ritenere che in questi versi il Giusti alludesse ad alcuni sacerdoti che verso 
quel torno di tempo si erano mostrati propensi all'educazione intellettuale del popolo nella Toscana. 
Il Lambruschini, il piovano Malenotti, il padre Pendola, il Giorgi, L' Inghirami e il Bernardini, 
scolopi ; il prete Contrucci e il prete Arcangioli ed altri ancora militarono in questa eletta schiera. 

(4) Qui l' ironia raggiunge il sublime ; e si sa infatti come e quanto la Corte pontificia abbia 
sempre incoraggiato questo nefando mercimonio. 

(5) Qui torna nuovamente a pungere e ad alludere agli intralciamenti che i governi d'allora 
ponevano ad ogni elevato concepimento a libera discussione di vitali argomenti nazionali. Né si 
poteva dire panem et circenses e forca in piazza e giustizia in palazzo, che le forche vi erano, ma la 
giustizia mancava e spesso mancava anche il pane in mezzo ai giuochi. 



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Poesie del Giusti illustrate 



(6) Piccola moneta erosa del valore di sette centesimi, abolita nel 1860. — Sotto i Medici erano 
di foglietta d'argento, poi si fecero di rame. 

(7) Giusto rimprovero alla stupidità degli amatori di questo giuoco. 

(8) Con questi ultimi versi l'Autore fa conoscere che la speranza sulle vincite del lotto è illu- 
soria e che questa è l'ultima risorsa dei disperati. 



(affetti d' una madre). 

(1) Come è proprio di quelle anime elevate che sdegnose di ogni civile turpitudine e morale ne- 
quizia sfogano il loro sdegno generoso coi canti immortali, e sono dispensatrici di lode o d' infa- 
mia eterna, Giuseppe Giusti ebbe anima appassionata per il bello, il giusto e il santo, e non hawi 
chi rimproverare gli possa un atto meno che onesto. 

Il Giusti fu tenerissimo verso la sua madre, Este<- Chiti, che passò all'altra vita or sono venti 
anni, cieca non della mente ma del corpo. In vero Ester Chiti fu donna di alti sensi e forse più 
da essa che dal padre suo, cavalier Domenico, ereditò il nostro Giuseppe quel sicuro spirito di 
osservazione e quella fine ironia e perspicacia nel notare il lato manchevole in tutte le persone, 
che pur troppo fa difetto a cotanti sapienti. 

Giuseppe Giusti amò suo madre, e corre ancora per la bocca dei suoi concittadini il nome che 
egli si acquistò in Valdinievole, di -padre e proiettore di tutti i bambini. 

Quella bella e cara innocenza che li distingue come infatti non apprezzarla e non compiacer- 
sene e non farsene scudo contro la malvagità degli adulti ? — Sinite parvuìos venire ad me : così 
diceva Gesù Cristo alle turbe. — Se tanto arride alle anime pure e soavi la dolcezza infantile, 
qual incanto non deve essere per una madre che non sia snaturata ? 

^ L'amor materno non è proprio dell'umana specie — le fiere istesse, la tigre pur anco ama i 
suoi pargoli, il frutto delle sue viscere. 

L'amor materno in un cuor ben fatto ! Oh magica parola, oh cumulo di soavi e pietosi sacri- 
fici, oh sublimità dell'umana natura, oh dignità della donna sopra tutte le cose create ! 

Giusti non poteva non toccare questo tenero e delicato argomento e con parsimonia di parole, 
con sobrietà di dettato e con poche e maestre pennellate lo trattò in questa poesia. 

(2) Avvedutamente il poeta colloca la madre alla culla del diletto suo figlio. — Helvetius, gran 
fautore della morale del ben inteso interesse, volle riportare all'egoismo ogni gentile e caro affetto. 

Il Giusti collocando la madre, auspicatrice di ogni lieta ventura e pavida osservatrice del suo 
pargolo, presso alla culla, dimostrò che l'amor materno trae la sua origine da un sentimento più 
nobile di qualsiasi volgare tornaconto. Egli, come è proprio dei veri poeti, divinò la natura e la 
colse in flagrante. 

I (3) A rinforzo^ del proprio argomento il poeta fa risaltare come l'amor di madre si pasce e 
si accresce sotto l' impulso degli stessi dolori e timori, o da ogni pena trae argomento di rinforzare 
I affetto suo. 

(4) O fa si volge al figlio e con appropriate parole gli va mostrando come nei vari casi della 
vita egH non troverà giammai un amore che nell'essenza sua purissima pareggi quello della madre 
(che fu immortalato perfino nei volumi santi) e come l'amor materno sia l'educatore per eccellenza 
del cuore del fanciullo. 

(5) Qui il poeta nota la compiacenza della madre nel vedere nel figlio svilupparsi i germi della 
onestà e dell' ingegno, altri degli indizi e caratteri dell'amore puro, vero e santo. 

(6) L'amor materno è il solo che non cangia mai. — Melchiorre Gioja volendo ridurre in cifre 
quest'affetto, lo calcolò a dodici gradi, valutando quello dei figli verso la madre a due soli gradi. 
— Noi non vogliamo analizzare in questo modo il profumo dell'amore, ma diremo che primo a sorgere, 
ultimo ad estinguersi, è l'amor materno e che ad ogni periclitante ventura egli resta fermo e in- 
concusso a tutela e a difesa della prole, spesso dell'amor materno immeritevole, e non di rado 
riottosa e protenra. 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbi ni 



Fascicolo 9. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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LA VESTIZIONE^ 



1839. 



Quando s'aprì rivendita d'onori, 




E di croci un diluvio universale 
Allagò il trivio di commendatori (2) ; 

Quando nel nastro s' imbrogliaron l'ale 
L'oche, l'aquile, i corvi e gli sparvieri ; 
O, per parlar più franco e naturale, 

Quando vi vider fatti cavalieri 
Schiume d'avvocatùcci e poetastri, 
Birri, strozzini ed altri vituperi (3) ; 

Tal che vedea la feccia andare agli astri 
Né un soldo sciupò mai per tentar l'ambo 
Al gran lotto dei titoli e dei nastri, 

Nel cervellaccio imbizzarrito e strambo 
Sentì ronzar di versi una congerie : 
E piccato di fare un ditirambo, 



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I32 



Poesie del Giusti illustrate 



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Senza legge di forme o di materie, 
Le sacre mescolò colle profane 
E le cose ridicole alle serie. 

Parole abburattate e popolane, 
Trivialità cucì, convenienti 
A celebrar le gesta paesane, 

E proruppe da matto in questi accenti, 
Ai retori lasciando e a' burattini 
Grammaticali ed altri complimenti. 

Rósa da nobiltà senza quattrini 
Casca la vecchia Tavola, e la nuova 
È una ladra genìa di Paladini. 

Tanta è la sua viltà che non ne giova ; 




E i bottegai de' titoli lo sanno, 

Ma tiramvia perchè gatta ci cova (4). 

Come di Corte riempir lo scanno 
. Che vuotan conti tribolati ? e come 
Le forbici menar se manca il panno ? 

Volle di cavalier prendere il nome, 
Spazzaturaio d'anima, un droghiere : 
Bécero si chiamò di soprannome. 



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Poesie del Giusti illustrate 133 




In diebus illis girò col paniere 
A raccattare i cenci per la via, 
Da tanto ch'era nato cavaliere. 

Trovo che fece anco un sinsin la spia, 
Poi, come non si sa, 1* ipotecario ; 
Di questo passo aprì la drogheria. 

E coli' usura e facendo il falsario, 
Co' frodi e con bilance adulterate, 
Gli venne fatto d'esser milionario. 

Volle, quand'ebbe i rusponi a palate, 
Rubar fin la collottola al capestro 
E col nastro abbuiar le birbonate. 

D'un bali che di Corte è l'occhio destro 
Dette di frego a un debito stantìo, 
E quei l'accomodò col Gran Maestro. 

Brillava a festa la casa d' Iddio 

Tra il fumo degli incensi e i lampadari : 
D'organi e di campane un diavolìo 

Chiamava a veder Bécero agli altari 
A insudiciare il sacro ordin guerriero 
Che un tempo combattè contro i corsari. 

A lui d' intorno il nobilume e il clero 
Le parole soffiandogli ed i gesti, 
In tutti lo ciurmavan cavaliero. 

Tra i preti, tra i taù (5), con quelle vesti, 
Alterar si sentì la fantasia ; 
Né gli pareano più quelli né questi ; 

Ma li vedea mutar fisonomia, 
E dall'altar discendere e svanire 
Le immagini di Cristo e di Maria. 



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134 



Toesie del Giusti illustrate 



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Era la chiesa un andare e venire 
Di fieri spettri e d'orribili larve, 
Con una romba da farlo ammattire. 

Crollò il ciborio, si divelse e sparve : 







E nel luogo di quello una figura 
Magra e d'aspetto tisico gli apparve. 

In mano ha la cambiai, dalla cintura 
Di molti pegni un ordine pendea ; 
La riconobbe tosto per 1' Usura 

Dalla pratica grande che n'avea. 
Vide prender persona i candelieri, 
E diventar di scrocchi un'assemblea. 

Parean nobili tutti i cavalieri, 

E d'accordo gridavano al fantasma : 
« Mamma, Pisa per voi do venta Algeri » (6). 

Com'uom che per mefìtico miasma 
Anela e gronda d'un sudor gelato, 
O come un gobbo che patisce d'asma, 



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Toesie del Giusti illustrate 



135 



Bécero si sentì mozzare il fiato : 

Alzossi, e per fuggir volse le spalle ; 
Ma gli treman le gambe, e d'ogni lato 

Di strane torme era stipato il calle. 

Grullo, confuso Cose d' inferno 

Rimase lì ; Coll'occhio interno 

Col manto il muso Della paura, 

Si ricoprì. Che non si tura. 

Da quella faccia Anzi, raccolto 

Che lo minaccia In sé medesimo, 

Celarsi crede, Si sentì l'animo 

Ma sempre vede Vie più scolvolto. 

E di più nere immagini 
Gli si turbò la mente. 
Sognò l'accusa, il carcere, 
La Corte, il presidente ; 
In banco di vergogna 
Sedè coi malfattori : 
Udì parlar di gogna, 
Di pubblici lavori. 

Tosato,' esposto al popolo, 
Ai tocchi d'un battaglio, 
L'abito nobilissimo 
Cangiò colore e taglio : 




La croce sfigurata 
Pareva un cartellacelo 
Lo sprone un catenaccio, 
La spada una granata. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Poi vide un'alta macchina, 
Un militar cortèo, 
Fantasticò d'ascendere 
Su per uno scalèo ; 
E, sotto una gran folla ; 
Allato, un cappuccino : 
Fu messo a capo chino 
E udì scattar la molla. 

Parvegli a quello scatto 
Sentire un certo crollo, 




Ch'alzò le mani a un tratto 
Per attastarsi il collo. 

Ma in quel punto una mano scettrata 
Gli calò sulla testa nefaria ; 
Allo strano prodigio, incantata 
La mannaia rimase per aria. 
Viva, viva, gridava il buglione, 
La giustizia del nostro Solone ! 
Se protegge chi ruba e chi gabba 
Muoia Cristo, si sciolga Barabba. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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137 



Di sotto la toga 
Che^quasi l'affoga 
La testa levò ; 
D' intorno girò 
Quegli occhi di falco : 
E allor gli s'offerse 
D'altare, di palco, 
D'usura, di Cristo, 



Un vortice, un misto 
Di cose diverse. 
Così del malato 
Non bene svegliato, 
Col falso e col vero 
Combatte il pensiero 
Guizzando nel laccio 
Di qualche sognacelo. 



E già la vision si disciogliea ; 

Quando da un lato della chiesa sente 
Incominciare un canto, e gli parea 
Superbo nel concetto e impertinente. 
Si volta, e vede in aulica livrea 
Gente che incoccia maledettamente 
D'esser di carne come tutti siamo ' 
E vorrebbe per babbo un altro Adamo. 

Vedea sbiadito il nastro degli occhielli 
E la fusciacca doventata bieca ; 
Uniformi ritinte, e de' gioielli 
Il bugiardo baglior che non accieca. 




Else e crascià riconoscea tra quelli, 

E spallette tenute in ipoteca, 

E marchesi mandati in precipizio ; 

E più visi di bue che di patrizio 
(Qui ci vuole un certo imbroglio 

Di sussiego e di miseria, 

E il frasario dell'orgoglio 

Adattato alla materia. 

Fatto mantice, il polmone 

Spiri vento di blasone. 
Ma di modi arcigni e tronfi 

Non ho copia in casa mia, 

Né un bisnonno che mi gonfi 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Di fastosa idropisia ; 

E un linguaggio da strapazzo 

Ascoltai fin da ragazzo. 

Se il poetico artifizio 

Non m'aiuta a darmi l'aria 
D'uno sbuffo gentilizio, 
Colpa d'anima ordinaria. 
Proverò se ci riesco) 
Lo squadravano in cagnesco 

E diceano : — Un mercatino 
Che il paese ha messo a rubba, 
Un vilissimo facchino 
Si nobilita la giubba, 
E dal banco salta fuori 
A impancarsi co' signori ? 

Si vedrà dunque un figuro, 
Nato al fango e al letamaio, 
Intorbare il sangue puro 
Col suo sangue bottegaio ? 
E farà questo plebeo 
Tanto insulto al galateo ? 

Usurai crucisignati 

Che si comprano di lei, 
Tra i patrizi scavalcati 
Passeranno in tiro a sei 




A esalar l'anima ciuca 
A sinistra del granduca ? 



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Poesie del Giusti illustrate 



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139 



Rifiniti dal mestiere 

C è chi paga i ciambellani 
Con un calcio nel sedere ; 
E rifa di pelacani 
Che il delitto insignorì, 
Il vivaio dei bali. 

E di più, ridotto a zero 
Il patrizio è condannato 
A succhiarsi il vitupero 
Di vestir chi 1' ha spogliato, 
A ridursi sulla paglia 
Per far largo alla canaglia. 

Se vien voglia ai morti eroi 
Dell'avita abitazione, 
Oramai, siccome noi 
Si tornò tutti a pigione. 
Cerchi l'anima degli avi 
Il birbon che n' ha le chiavi. 

Di quest'antifona 
L'onda sonora 
Su per la cupola 
Tremava ancora : 




L' illustre bingolo 
A capo basso 
Parea don Bartolo 
Fatto di sasso : 



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'Poesie del Giusti illustrate 



Quand'ecco a scuoterlo 
Dal suo stupore 
Un nuovo strepito 
Un gran rumore. 

Come pinzochera 

Che il mondo inganna, 
Di dentro Taide, 
Di fuor Susanna, 



Si sogna i diavoli 
Montati in furia, 
Dopo la predica 
Sulla lussuria ; 

Così, coll'animo 
Sempre alterato, 
Tutto Camaldoli (7), 
Tutto Mercato, 



Vedea concorrere 
In una lega, 
Portando l'alito 
Della bottega ; 




Sbracciati, in zoccoli, 
E scalzi e sbrici, 
E musi laidi 
Di vecchi amici ; 

E Crezie e Càtere, 
E Bobi e Beco (8), 
Su per le bettole 
Cresciuti seco. 



Questa combriccola 
Strana di gente 
Agglomerandosi 
Confusamente, 



Lasciate le idee, 
Le frasi ampollose, 
Con urla plebee 
Rincara la dose, 



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Poesie del Giusti illustrate 



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141 



E lo striglia così nel suo vernacolo 
Senza tanto rispetto al tabernacolo 



Salute a Bécero, 
Viva il droghiere ! 
Bellino, in maschera 
Di cavaliere ! 

O come dòmine, 
Se giorni sono 
Vendevi zénzero 
Per pepe bono, 

Oggi ci reciti 
Col togo addosso 
Questa commedia 
Del cencio rosso ? 

Ah ! tra lo zucchero, 
Col tuo pestello, 
Eri in carattere, 
Eri più bello ! 

Or tra lo strascico 
E l'albagìa 
Un chiappanuvoli 
Par che tu sia. 

Ah torna Bécero, 
Torna droghiere ; 
Leva la maschera 
Di cavaliere. 

Se per il solito 
Quando ragioni 
Dici spropositi 
Da can barboni, 

Come discorrere 
Potrai con gente 
Che saprà leggere 
Sicuramente ? 

Ah torna Bécero, 
Torna droghiere ; 
Leva la maschera 
Di cavaliere. 



Se schifo ai nobili 
Non fa la loia 
Di certi ciaccheri 
Scappati al boia ; 

Se i preti a crederti 
Son tanto bovi, 
Con codest'anima 
Che ti ritrovi ; 

Se per lo scandalo 
Di questa festa 
Non ti precipita 
La chiesa in testa ; 

O in oggi ha credito 
Lo sbarazzino, 
O santo Stefano 
Tira al auattrino. 

Ma noi che fécemo (9) 
Teco il mestiere, 
S'ha a dir lustrissimo? 
L'aresti a avere ! 

Un rivendugliolo 
Rimpannucciato 
Ci ha a stare in aria ? 
Va' via, sguaiato ! 

Va' colle logiche (io) 
Va' pure assieme ; 
Che tu ci bazzichi 
Non ce ne preme. 

Ma se da ridere 
Po' poi ci scappa 
Di te, del ciondolo, 
E della cappa, 

Non te ne prendere, 
Non far cipiglio : 
Sai di garofani 
Lontano un miglio. 



Tièntene, Bécero ; 
Gonfia, droghiere ; 
Se' bello in maschera 
Di cavaliere ! 



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142 



Poesie del Giusti illustrate 






Tacquero : e gli parea che ad una voce 
Ripigliasser le genti ivi affollate : 
— Se dalla forca ti salvò la croce, 
Non ti potrà salvar dalle frustate. — 
Indi ogni larva se n'andò veloce : 
Finì la cerimonia e le fischiate ; 




E su in ciel Santo Stefano si lagna 

Di vedere un pirata in cappamagna (11). 



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Poesie del Giusti illustrate 143 



ANNOTAZIONI 



(1) Allude alla vestizione dell'ordine di S. Stefano protomartire, istituito dal granduca Ferdi- 
nando II de' Medici, quello stesso che pugnò contro i Mori, ed a cui fu eretta una statua in bronzo, 
con quattro mori incatenati, nella darsena di Livorno. — Istituito nei primi anni del XVII secolo, 
quest'ordine, metà civile e metà militare, fu abolito dal Governo provvisorio della Toscana nel 1859, 
unitamente all'altro ordine cavalleresco detto di S. Giuseppe, e del merito, fondato da Ferdinan- 
do III, e l'altro, detto del Cherubino, che formava il distintivo dei professori della Università della 
Toscana. 

La sede dell'ordine di S. Stefano era in Pisa, ove i cavalieri avevano un magistero, un tribu- 
nale dell'ordine, od auditorato, una direzione amministrativa ed una bellissima chiesa, nella quale 
uffiziavano i cappellani dell'ordine stesso. 

I cavalieri obbligati.ad intervenire a molte funzioni, indossavano una cappa magna di lana bianca 
con una croce rossa, e rosso era il nastro che portavano all'occhiello nelle vesti da borghese. Ave- 
vano poi un'uniforme militare di panno bianco ed una turchina ambedue mostreggiate di rosso, e 
lunga spada, ecc. 

I gradi dell'ordine erano quelli di cavaliere, bali, priore, gran maestro, ecc. 

Lo Statuto che li governava era improntato alle idee semicanoniche del medioevo. — I cava- 
lieri facevano una specie di voto di castità, tollerandosi che prendessero moglie — erano obbligati 
a recitare alcune preci quotidiane, a sentir messa, a confessarsi spesso ed a combattere contro i turchi. 

Quest'ordine rappresentava in Toscana i feudi e i possessi di manomorta. Chiunque fosse no- 
bile poteva chiedere di fondare una così detta commenda, chiamando tre linee al godimento della 
commenda stessa e all'onore del cavalierato. Per ottenere il titolo di bali crediamo che si dovesse am- 
mortizzare un fondo del valore di 50.000 lire, e per una commenda di cavaliere se ne esigevano circa 
30.000. — Estinte le linee chiamate nell'atto di fondazione della commenda, se ne impadroniva il 
Governo, e ricompensava gli impiegati vecchi e zelanti dello Stato. 

La vestizione non era obbligatoria e, negli ultimi tempi, pochi si sobbarcarono alle ingenti spese 
che occorrevano per quella funzione, nella quale qualche cosa bisognava regalare a tutti i cavalieri 
che vi intervenivano. — Onde restringere questi dispendi consuetudinari, molti titolari si facevano 
vestire a Pescia, nido antico di cavalieri di quest'ordine. 

Non è quindi meraviglia se il nostro Poeta, spettatore di chissà quante di queste vestizioni, ne 
scòrse il lato ridicolo e die vita ad una delle più fine satire che la sua penna incisiva scrivesse. 

(2) La parola commendatore non indica qui un grado dell'ordine pari a quello degli ordini caval- 
lereschi moderni, ma soltanto il cavaliere che possedeva una commenda. 

(3) Quello che qui lamenta e riprende il Poeta, era vero e, fino dai suoi tempi, pur troppo fra 
gli uomini illustri decorati vi era anche il gregge e l' indegno. — Però conviene confessare il vero, 
che la crocimania non era peranco giunta al grado a cui oggi è salita, e che con qualche pudore si 
procedeva nel conferimento di questi gradi onorifici. 

Chiunque si faccia a confrontare i tempi anteriori al 1848, con quelli che sono sorti dopo, vedrà 
esserci una grande differenza e tutta a svantaggio degli attuali. — Da più parti in Italia si chie- 
deva l' istituzione di un ordine nuovo che non si conferisse che ai veramente benemeriti della patria, 
delle scienze, delle arti, e si appagò il comune desiderio creando quello della Corona d' Italia ; ma 
a che siamo noi F Siamo al punto che la presente satira del Giusti crediamo che a null'altro ordine 
si attagli e quadri meglio che a quello della Corona d' Italia, oggimai pur troppo ancor esso polluto. 



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144 Poesie del Giusti illustrate 



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(4) Qui riprende l'origine e la smania nobilesca di alcuni béceri arricchiti nelle truffe e nei mer- 
cimoni ; e pur troppo da questa feccia trasse sua origine non pcca parte della nobiltà moderna, 
volendo così i parvenus con una croce coprire la povertà del loro ingegno, la pravità dell'animo e 
le opere malvagie perpetrate. 

Il burlesco protagonista di questa satira fu uno dei tanti che si alzò a nobiltà dai più umili 
ed abbietti gradi sociali ; e pur troppo non fu il solo. — Quando fu passata manoscritta, come tutte 
le altre, questa poesia nel crocchio degli amici, tutti seppero per qual nuovo cavaliere era stata 
scritta : carità però vuole che anche sapendolo non si nomini, avvegnaché il Giusti abbia sempre 
preso di mira non gli uomini, ma il vizio. 

5) I taù erano i camerieri o scudieri dell'ordine. 

(6) Come si disse, la sede dell'ordine era a Pisa. 

(7) Luogo ove abitano le persone del volgo e susurrano con incessante cicaleggio le Ciane fio- 
rentine. 

(8) Diminutivi popolari di Lucrezia, Caterina, Zanobi e Domenico. 

(9) Idiotismo, invece di facemmo. 

(io) Il popolo chiamava logica il giovane che faceva l'elegante. • 

(n) Come dicemmo, i cavalieri di S. Stefano vestivano la cappamagna, specie di veste alla romana. 
Tutta questa satira, lasciato ciò che può spettare ad hominem, è il commento dei seguenti versi : 

In tempi men leggiadri e più feroci 
Si appiccavano i ladri sulle croci — 
In tempi men feroci e più leggiadri 
S'appiccano le croci in petto ai ladri. 

E pur troppo è vero ! 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 




Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 10. 



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Poesie del Giusti illustrale 



147 



PER UN REUMA D'UN CANTANTE 



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1841. 



V è tal che, mentre canti e in bella guisa 
Lodi e monete accatastando vai, 
Rammenta i dolci che non tornan mai 
Tempi di Pisa, 

Quando di notte per la via maestra, 
Il duo teco vociando e la romanza, 
Prendea diletto di chiamar la ganza 
Alla finestra ; 

E a lui gli amici concedeano vanto 
Di ben temprato orecchio all'armonia 
E dalla gola giovinetta uscìa 
Facile il canto. 

Pazzo, che almanaccò per farsi nome, 
Con un libraccio polveroso e vieto, 
Lasciando per il suon dell'alfabeto 
Crome e biscrome ! (2). 

Or tu Mida doventi in una notte ; 
E via portato da veloce ruota, 




Sorridi a lui che lascia nella mota 
Le scarpe rotte : 



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148 



Poesie del Giusti illustrate 



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Ed ei lieto risponde al tuo sorriso, 
E l'antica amistà sente nel seno 
Che a te lo ravvicina, a te che almeno 
Lo guardi in viso. 

Vedi ? passa e calpesta il galateo 
Lindoro, amor d' inverniciate dame, 
E d'elegante anonimo bestiame 
Tisico Orfeo. 

Eccolo ; ognun si scansa, ognun trattiene 
L'alito, e schianta ansando dalla tosse ; 
E creste all'aria e seggiole commosse.... 
Ei viene, ei viene. 

Svenevole s' inoltra e sdolcinato ; 

Gira, ciarla, s' inchina e l'occhio pesto 
Languidamente volge e fa il modesto 
E lo svogliato. 




Pregato e ripregato, ecco sorride 
In atto di far grazia ai supplicanti ; 
I baffi arriccia in su, si tira i guanti, 
E poi si asside. 

La giovinetta convulsa e sbiadita 

Très-bien gorgoglia con squarrata voce, 
Mentr'ei tartassa il cembalo ; e veloce 
Mena le dita ; 



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Toesie del Giusti illustrate 



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149 



E nelle orecchie imbriacate muore 
Semifrancese lambiccato gergo 
Di frollo Adon che le improvvisa a tergo 
Frizzi d'amore. 

Piange intanto il filosofo imbecille, 
E dietro l'arte tua chiama sprecato 
L'oro che può lo stomaco aggrinzato 
Spianare a mille ; 

Piange di Romagnosi che coli' ale 

Dell'alto ingegno a tanti andò di sopra 




E i giorni estremi sostentò coll'opra 
D'un manovale (3). 

Pianto sguaiato, che del mondo vecchio 
In noi l'uggia trapianta e il malumore '. 




Purché la pancia il cuoco, ed un tenore 
C'empia l'orecchio, 



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150 



Poesie del Giusti illustrate 



Che importa a noi del nobile intelletto 
Che per l'utile nostro anela e stenta, 
Del poeta che bela e ci sgomenta 
Con un sonetto ? 

Dell'ugola il tesoro e dei registri 
Di noi stuccati gli sbadigli appaga ; 
Torni Dante, tre paoli (4) ; a te, la 
Di sei ministri. 

Signor ! Tu che alla pecora tosata 
Volgi in aprile il mese di gennaio 
E secondo il mantel tarpi a rovaio 
L'ala gelata, 

Salva l'educatrice arte del canto ; 
A te gridano i palchi e la platea : 
Miserere, Signor, d'una trachea 
Che costa tanto. 



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Anzi del cranio rattrappiti e monchi 
Gli organi lascia che non danno pane, 
E la poca virtù che vi rimane 
Ca 7 i ne' bronchi. 

S'usa educar, lo so ; ma è pur corbello, 
Bimbi, chi spende per tenervi a scuola ! 
Gola ed orecchi ci vuole, orecchi e gola ; 
Pèste al cervello ! (5) 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Preterito più che perfetto del verbo " pensare „ (I) 



1839. 



Il mondo peggiora 
(Gridan parecchi) 
Il mondo peggiora : 
I nostri vecchi (i) 

Di rispettabile, 
D'aurea memoria, 
Quelli eran uomini ! 
Dio li abbia in gloria. 

È vero : i posteri 
Troppo arroganti, 
Per questa furia 
D'andare avanti, 

All'uman genere 
Ruppero il sonno 




E profanarono 
L' idee del nonno (2). 
In ilio tempore (3), 
Quando i mortali 
Se la dormivano 
Fra due guanciali ; 



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152 



Poesie del Giusti illustrate 



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Quand'era canone 
Di galateo 
Nihil de principe, 
Parum de Deo : 

Oh età pacifiche, 
Oh benedette ! 
Non e' impestavano 
Libri e gazzette ; 




Toccava all' indice 
A dire, io penso ; 
Non era in auge 
Questo buon senso, 

Questi filosofi 
Guastamestieri, 
Che i dotti ficcano 
Tra i cavalieri. 

Pare impossibile ! 
La croce è offesa 
Perfin sugli abiti ! 
(Pazienza in chiesa !) 



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Toesie del Giusti illustrate 



E prima i popoli 
Sopra un occhiello 




Ci si sciupavano 
Proprio il cappello. 

Per questo canchero 
Dell ' uguaglianza 
Non v'era requie 
Né tolleranza ; 

Non era un martire 
Ogni armeggione 




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Dato al patibolo 
Per la ragione. 
Tutti serbavano 
La trippa ai fichi : 
Oh venerabili 
Sistemi antichi ! 



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154 



Poesie del Giusti illustrate 



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Per viver liberi 
Buscar la morte ? 




È meglio in gabbia, 
E andare a Corte. 

Là, servo e suddito 
Di regio fasto, 
Leccava il nobile 
Cavezza e basto (4) 

E poi dell'aulica 
Frusta prendea 
La sua rivincita 
Sulla livrea. 

Ma colle borie 
Repubblicane 
Non domi un asino 
Neppur col pane ; 

E in oggi, a titolo 
Di galantomo, 
Anche lo sguattero 
Pretende a omo. 

Prima trattandosi 
D' illustri razze, 
A onore e gloria 
Delle ragazze, 



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Voesie del Giusti illustrate 



155 



Le mamme pratiche 

E tutte zelo 

Voleano il genero 

Con il trapelo (5). 
Del matrimonio 

Finiti i pesi 

Nel primo incomodo 

Di nove mesi, 
Si rimettevano 

Mogli e mariti 




L'uggia reciproca 
Di star cuciti ; 

Ejl'Orco e i magici 
Sogni ai bambini 
Eran gli articolo 
Del Lambruschini (6). 

Oggi si predica 
E si ripiglia 
La santimonia 
Della famiglia (7). 

I figli, dicono, 
Non basta farli ; 
V è la seccaggine 
Dell'educarli. 

E in casa il tenero 
Babbo tappato 
Cova gli scrupoli 
Del proprio stato ; 



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156 Poesie del Giusti illustrate 



E le Penelopi 
Nuove d' Italia, 
La bega arcadica 
Di far la balia. 

Oh tempi barbari ! 
Nessun più stima 
Quel vero merito 
Di nascer prima. 

Dolce solletico 

Di un padre al core : 
Ah l'amor proprio 
È il vero amore ! 

Tu, tu, santissimo 
Fide-commesso, 
Da questi Vandali 
Distrutto adesso, 

Nel primogenito 
Serbasti unito 
L'onor blasonico, 
Il censo avito, 

E in retta linea 
D'età in età 
Ereditaria 
L'asinità. 

Ora alla libera 
Vede un signore 
Potarsi l'albero 
Dal creditore ; 

L'usura, il codice, 
Ne róse i frutti ; 
Il messo e l'èstimo (8) 
Pareggia tutti : 

Chi non sa leggere 
Si chiama un ciuco, 
E inciampi cattedre 
Per ogni buco. 

Per l' illustrissimi, 
Funi e galere 
Un giorno c'erano, 
Per darla a bere ; 

Ma in questo secolo 
Di confusione 
Si pianta in carcere 
Anco un barone ; 



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Toesie del Giusti illustrate 



157 



E s'aboliscono 
Senza giudizio 
La corda, il boja, 
E il Sant'Uffizio (9). 

Il vecchio all'ultimo, 
Saldando ai frati 
Quel po' di debito 
De' suoi peccati, 

I figli poveri 
Lasciava, e pio 
Mettea le rendite 
In man di Dio (io). 

Oggi ripiantano 
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E a' pescivendoli 
Torna il vangelo. 

E se il pontefice 
Fu Roma e toma. 



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Or non dev'essere 
Nemmanco Roma : 



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158 



Poesie del Giusti illustrate 



E si scavizzola 
Si stilla tanto, 




Che adesso un chimico 
Rovina un santo (11). 

Prima il battesimo 
Ci dava i re, 
In oggi il popolo 
Gli unge da sé (12) ; 

E se pretendono 
Far da padrone 
Colle teoriche 
Del re leone, 

Te li rimandano 
Quasi per ladri : 
Beata l'epoca 
De' nostri padri I 



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Poesie del Giusti illustrate 159 

ANNOTAZIONI 



(per un reuma d' un cantante) 

(1) Il suono, il canto e la danza, non vi ha dubbio che sono cespiti del grande albero dell'arte 
come la poesia, la pittura e la scultura, che presso un popolo civile devono essere in pregio, come- 
chè parlino all'affettività umana, che è gran parte della nostra substanzia, e comechè le verità pure 
che si partono o si volgono all' intelletto non bastino, come non basta l'alimento della pura corpo- 
reità umana. 

Carne, mente e cuore formano l'uomo e ad ogni ramo di quella triade di sentimenti, di pensieri 
e di materiali bisogni vuoisi dar pascolo gradito. 

Ma se la Grecia e Roma nell'apogeo della loro civiltà idolatrarono cantanti, mimi e suonatori 
assai più dei poeti, dei pittori, degli scultori, degli oratori, dei filosofi e degli uomini di toga e di 
spada, P indole speciale della moderna civiltà esigerebbe che un tal culto si moderasse e che ad una 
dotta laringe e ad una lesta e ben tornita gamba non si aprissero quei forzieri che si chiudono alla 
virtù infelice, alla scienza vilipesa e all'onestà disconosciuta. In questo modo si antepone il sussulto 
dei muscoli all' intelletto, l'aere che fugge dalla trachea ai puri e sacri affetti del cuore, e il trillo, 
il gorgheggio e la piroetta al santo amore della patria. 

Giuseppe Giusti, che ogni sconcezza dei moderni costumi vide ed annotò, non poteva non ve- 
dere il violato parallelismo fra le ricompense che il mondo contemporaneo dona agli artisti di canto 
e quelle che elargisce ai sapienti ed agli artisti. Quindi non poteva non tentare di porvi un freno, 
adoprando per tale intento l'unica arme che si richiede, quella del ridicolo. 

Ottenne il prefissosi intento ? Crediamo di no. 

(2) Le prime strofe di questa saffica riguardano il celebre cav. Napoleone Mariani, amico e con- 
discepolo all'università di Pisa del nostro autore. Il Giusti, modesto com'era e quasi diffidente di 
sé, nel tentar questo nuovo genere di poesia, lo dichiarò di viva voce al Moriani. E questa circostanza 
ci richiama alla mente che "non pochi fra attori e cantanti furono alunni di qualche ateneo, e noi 
potremmo nominarne alcuni che avemmo nei primi anni del nostro tirocinio condiscepoli a Pisa. Che 
diremo di tanti celebri che, non solamente le aule universitarie, ma non videro neppure le mura di 
una scuoletta ? 

Napoleone Moriani fu un astro brillante sulle scene dei maggiori teatri d' Europa. La sua voce 
melodiosa, il suo bell'aspetto, la sua maestrìa ed onestà gli procacciarono molti meritati onori. Il 
suo nome, vivo tuttora negli animi nostri, passerà nel dominio della storia dell'arte. Il fascino della sua 
voce, del suo canto e del suo valore drammatico, massimamente nella Lucia, nella Lucrezia Borgia 
di Donizzetti e nel Rolla di Ricci (che niun tenore osò per anco toccare) resteranno a memoria di 
perenne dolcezza e di forti emozioni. Il Moriani tanto raggiunse nell'arte la verità, che in Germania 
ed in Francia era chiamato il tenore della bella morte. Moriani, all'apogeo della sua gloria, nella pie- 
nezza dei suoi invidiabili mezzi, non curando ricchezze, abbandonò il teatro (e fu questo un furto 
all'arte) nauseato dagli intrighi che gli furono sempre indivisibili compagni, e di tutto ciò che vi ha 
di brutto e d' immorale dietro le scene. Di cuore sensibile e di onesti principi, fu in tutto vittima della 
sua buona fede. Con modesta fortuna, circondato dall'amore dei suoi figli Carlo e Minerva, viveva 
la maggior parte dell'anno in una sua villa nelle vicinanze di Greve, occupandosi di enologia e di 
cose agrarie. 

(3) Il Poeta ha ragione — Botta, Romagnosi, Gioja, Rossetti, Tommaseo e mille e mille altri 
grandissimi italiani vissero giorni miseri e fra lo stento camparono, o campano la vita a frusto 
a frusto. 

Paragonate la vita misera di questi sapienti con le lautezze di una Rachel, una Ristori, una Grisi, 
una Malibran, una Titiens, una Cerrito, una Esler, una Taglioni e cento e cento altre e dite se vi 
è ragione che basti per scusare lo spreco che si fa da un lato e la spilorceria cittadina per l'altro ! 

(4) I paoli erano una piccola moneta d'argento del valore di $6 centesimi. Furono per la prima 
volta fatti coniare da Paolo III papa Farnese — essi, e così i loro duplicati, sono stati da tempo 

aboliti. 

(5) Magnifica e finamente ironica è la finale della satira. Dopo averci fatto conoscere nelle pre- 
cedenti strofe tale abitudine del non sempre colto pubblico, e la nullità civile di molti cantanti e quel- 
l'ostracismo dato all' intelletto, fa conoscere il generoso sdegno che moveva il Poeta quando si fece 
a toccare questa stortura dell'appetiscenza e delle costumanze della società contemporanea, che al 
ballo ed al canto, anzi al teatro istesso, non domanda più altro che una solleticatura dalla univer- 
sale apatia e un pascolo al più impudico cinismo. 



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160 Toesie del Giusti illustrate 



(PRETERITO PIÙ CHE PERFETTO DEL VERBO « PENSARE ») 



(i) Fino da; tempi di Orazio i vecchi sono stati sempre lodatori temporis adì, non perchè il mondo 
cangi di sovente e molto, ma perchè siamo noi che cangiamo cogli anni, e quello che ci sorrideva 
nella giovinezza, ci attrista nella tarda e senile età. — Arrogi, che l'uomo è conservatore per natura, 
schivando la fatica e lo studio che richiedono le nuove verità, le nuove istituzioni ed in generale 
tutte le cose e pratiche nuove. 

(2) Nell'economia della natura e nella natura degli uomini, come in quella di ogni consorzio 
_ civile e politico, tutto è siffattamente temperato in un dualismo prestabilito di progresso e di con- 
servazione ; ed è perciò che se vi sono i codini, o retrogradi, vi si trovano pure i progressisti, i quali, 
pria col ministero della penna e della parola, e poi con quello delle rivoluzioni e delle barricate, o 
della spada e del cannone, dicono ai popoli : avanti ! 

Gli elevati intelletti, i veri sapienti non sono mai né del loro tempo, né del tempo passato, ma 
appartengono al futuro. — Felici quando non hanno ragione troppo presto ; infelici se spingono i 
loro sguardi nel più lontano avvenire e profetizzano il futuro remoto. 

Giuseppe Giusti fu uno appunto di questi uomini chiaroveggenti e fu mai sempre devoto al 
progresso, ma, intendiamoci, al progresso del bene (perchè dove non è bene reale, non vi è progresso 
vero) e come altissimo intelletto ebbe ancor esso a subire i pungenti aculei della acre malignità. 

(3) Qui comincia una ironia così leggiadramente espressa, che nulla sapremmo imaginare di 
più appropriato per dimostrare la nullità, le oziosità ed i pregiudizi dei tempi anteriori alla Rivo- 
luzione francese, che ci diede, coli' eguaglianza civile, i diritti dell'uomo ; e al granduca Pietro Leo- 
poldo che avrebbe concesso alla Toscana uno Statuto compilato dal senatore Giani, se i Toscani di 
quel tempo non avessero (nel Pratese e nel Pistojese specialmente) tumultuato per avere i santi vecchi 
e le antiche leggi, a forza di legnate nuove. 

(4) Ad eccezione di parte della nobiltà del Piemonte, della Lombardia, della Liguria e del Ve- 
neto, quello che ne disse il Parini e quello che ne scrive qui il Giusti è tratto dal vero. — Essa fu 
per gran tempo fiacca, boriosa, insulsa e nemica di ogni progresso sociale. 

(5) Dicesi trapelo quella bestia da tiro che nelle salite si unisce ai cavalli, o muli, che tirano 
le carrozze o i carri. — Qui però il poeta, allude ad altra cosa. — Pria del 1789 le nobili signorine 
facendo la scritta di matrimonio stabilivano, in Toscana, il diritto di provvedersi di un cavaliere ser- 
vente, che toglieva molte fatiche matrimoniali agli sposi, ed aveva sulle donne, altrui consorti, un 
illimitato potere. 

(6) Il senatore Lambruschini, checché dir se ne voglia, fu dei primi in Italia che si occupò di 
pedagogia, e la sua Guida dell'educatore menò grandissimo rumore. Egli, benché peritoso, si staccò 
da Roma e ne ebbe dei rimprocci da suo zio, segretario di Stato sotto Gregorio XVI. — Egli visse 
molto vecchio e fu ispettore generale delle scuole del regno. Liberale in tempi di servitù, non sa- 
premmo dire che cosa sia stato, politicamente parlando, nell'età senile ; però si mantenne sempre 
uomo onesto. 

(7) Qui per antitesi, venendo a fare il quadro dei tempi moderni, parla del bisogno e della con- 
venienza di istruire i figli, di allattarli le proprie madri, di educarli, di por giù i majorascati, barbara, 
ingiusta ed antinaturale istituzione del medio evo, i fidecommissi inceppanti l'agricoltura e ledenti 
il possesso. 

(8) Allude all'uguaglianza civile che va instaurandosi in tutta 1' Europa meridionale — ma 
che, incredìbile dictu, manca ancora all' Inghilterra. 

(9) Allude alla riforma dei codici criminali ed ai supplizi dell' Inquisizione. 

(io) Fino agli ultimi tempi si credeva dai ricchi che fosse mezzo espiatorio pei loro molti peccati 
il privare i figli ed i parenti del patrimonio loro spettante, lasciandolo a chiese e conventi, ossivero 
a preti e frati. — Coll'abolizione delle manimorte quest'abuso fu tolto, e in Torcana, fino dal 1786, si 
ebbe questo beneficio. 

(11) Riconoscendo il menomato potere del papa, parla di alcune soverchierie e mistificazioni che 
sono operate dalla chimica, mentre un dì credevasi che fossero effetti di celesti prodigi. — Pare che 
qui alluda più specialmente all'ebollizione del così detto sangue di san Gennaro. 

(12) Qui allude al diritto del popolo e al suffragio universale nell'elezione dei sovrani , teoria og- 
gimai da tutti riconosciuta e sostituita alla grazia di Dio ed al diritto divino. 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 




Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbimi 



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Fascicolo 11. 



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Poesie del Giusti illustrate 



163 



PER IL PRIMO CONGRESSO DEI DOTTI 

TENUTO IN PISA L'ANNO 1839 (i) 



1839. 

Di sì nobile congresso 
Si rallegra con sé stesso 

Tutto l'uman genere. 
Tra i potenti della penna 

Non si tratta, come a Vienna, 

D'allottare i popoli. 




E per questo un tirannetto (2) 
Da quattordici a duetto (3) 

Grida : Oh che spropositi ! 
Questo principe toscano, 
Per tedesco e per sovrano, 

Ciurla un po' nel manico. 
Lasciar fare a chi fa bene ? 
Ma badate se conviene ! 

Via, non è da principe. 



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164 



Poesie del Giusti illustrate 



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Inter nos, la tolleranza 

È una vera sconcordanza, 

Cosa che dà scandalo. 

Non siam re mica in Siberia ; 
Dio '1 volesse ! Oh che miseria 
Cavalcar 1' Italia ! 




Qui,? nell'aria, nel terreno, 
Chi lo sa ? e' è del veleno : 

Buscherato il genio ! 

Un'Altezza di talento 
Questo bel ragionamento 

Faccia a sé medesimo. 

Se la stessa teoria 
Segue, salvo l'eresia, 

Il morale e il fisico ; 

Anco il lume di ragione, 
Per virtù di riflessione, 

Cresce e si moltiplica. 

E siccome a chi governa 
E nemica la lanterna 

Che portò Diogene, 



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Voesie del Giusti illustrate 



165 



Dal mio Stato felicissimo 

(Che per grazia dell'Altissimo 

Serbo nelle tenebre) 




Imporrò con un decreto 
Che chi puzza d'alfabeto 

Torni indietro subito ; 




E proseguano il viaggio, 
Purché paghino il pedaggio, 

Solamente gli asini. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Ma quel matto di granduca 
Di tener la gente ciuca 

Non conosce il bandolo. 

Qualche birba lo consiglia ; 
O il mestare è di famiglia (4) 
Vizio ereditario. 

Guardi me che so il mestiere, 
E che faccio il mio dovere 

Propagando gli ebeti. 

Per antidoto al progresso, 
Al mio popolo ho concesso 

Di non saper leggere. 

Educato all' ignoranza, 

Serva, paghi e me n'avanza : 

Regnerò con comodo. 




Sì, son Vandalo d'origine, 
E proteggo la caligine, 

E rinculo il secolo. 

Maledetto l'Ateneo 
Che festeggia Galileo : 

Benedetto 1' Indice (5). 



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Poesie del Giusti illustrale 



167 



IL BRINDISI DI GIRELLA' 1 » 

DEDICATO AL SIGNOR DI TALLEYRAND BUON'ANIMA SUA 



1840. 



Girella (emerito 
Di molto merito), 
Sbrigliando a tavola 
L'umor faceto, 
Perde la bussola 
E l'alfabeto ; 
E nel trincare (2) 




Cantando un brindisi 

Della sua cronaca 

Particolare 

Gli uscì di bocca 

La filastrocca. * 



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Poesie del Giusti illustrate 



Viva arlecchini 
E burattini 
Grossi e piccini ; 
Viva le maschere 
D'ogni paese, 

Le giunte, i club, i principi e le chiese (3). 
Da tutti questi, 
Con mezzi onesti, 




Barcamenandomi (4) 

Tra il vecchio e il nuovo, 

Buscai da vivere, 

Da farmi il covo. 

La gente ferma, 

Piena di scrupoli, 

Non sa coli' anima 

Giocar di scherma ; 

Non ha pietanza 

Dalla Finanza. 

Viva arlecchini 
E burattini ; 
Viva i quattrini ! 
Viva le maschere 
D'ogni paese, 
Le imposizioni e l'ultimo del mese (5!). 



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Poesie del Giusti illustrate 



169 



Io, nelle scosse 
Delle sommosse, 
Tenni per àncora 
D'ogni burrasca, 




Da dieci o dodici 
Coccarde in tasca. 
Se cadde il prete, 
Io feci l'ateo, 
Rubando lampade, 
Cristi e pianete, 
Case e poderi 
Di monasteri (6). 

Viva arlecchini 
E burattini 
E giacobini ; 
Viva le maschere 
D'ogni paese, 

Loreto e la Repubblica francese (6). 
Se poi la coda 
Tornò di moda, 
Ligio al pontefice 
E al mio sovrano 
Alzai patiboli 
Da buon cristiano. 
La roba presa 
Non fece ostacolo ; 
Che col difendere 
Corona e Chiesa, 
Non resi mai 
Quel che rubai. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Viva arlecchini 
E burattini ; 
E birichini ; 
Briganti e maschere 
D'ogni paese, 

Chi processò, chi prese e chi non rese (8). 
Quando ho stampato, 
Ho celebrato 




E troni e popoli, 
E paci e guerre ; 
Luigi, l'Albero ; 
Pitt, Robespierre ; 
Napoleone, 
Pio sesto e settimo ; 
Murat, Fra Diavolo, 
Il re Nasone ; 
Mosca e Marengo ; 
E me ne tengo (9). 
Viva arlecchini 
E burattini, 
E ghibellini 
E guelfi e maschere 
D'ogni paese ; 
Evviva chi salì, viva chi scese. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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171 



Quando tornò 
Lo statu quo, 
Feci baldorie, 
Staccai cavalli, 
Mutai le statue 
Sui piedistalli. 
E adagio adagio 
Tra l'onde e i vortici, 
Su queste tavole 
Del gran naufragio, 
Gridando evviva 




Chiappai la riva. 

Viva arlecchini 
E burattini ; 
Viva gì' inchini ; 
Viva le maschere 
D'ogni paese ; 

Viva il gergo d'allora e chi 1' intese (io). 
Quando volea 
(Che bella idea !) 
Uscito il secolo 
Fuor de' minori, 
Levar 1' incomodo 
Ai suoi tutori ; 



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172 



Poesie del Giusti illustrate 



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Fruttò il carbone, 
Saputo vendere, 
Al cor di Cesare 
D'un mio padrone 
Titol di re (n), 




E il nastro a'me. 

Viva arlecchini 
E burattini 
E pasticcini ; 
Viva le maschere 
D'ogni paese 

La candela di sego e chi l'accese(i2). 
Dal trenta in poi, 
A dirla a voi, 
Alzo alle nuvole 
Le tre giornate (13) ; 
Lodo di Modena 
Le spacconate ; 
Leggo i giornali 
Di tutti generi ; 
Piango 1' Italia 
Coi liberali ; 
E se mi torna, 
Ne dico corna. 



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Viva arlecchini 
E burattini, 
E il re Chiappini ; 
Viva le maschere 
D'ogni paese, 
La Carta, i tre colori e il crimen lce.se (14). 

Ora son vecchio, 
Ma coli' orecchio, 
Per abitudine 
E per trastullo, 
Certi vocaboli 
Pigliando a frullo, 
Placidamente 
Qua e là m'esercito ; 
E sotto l'egida 
Del presidente 
Godo il papato 
Di pensionato. 

Viva arlecchini 
E burattini, 
E teste fini, 
Viva le maschere 
D'ogni paese ; 




Viva chi sa tener l'orecchie tese. 



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174 



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Poesie del Giusti illustrate 



Quante cadute 
Si son vedute ! 




Chi perse il credito, 
Chi perse il fiato, 
Chi la collottola, 
E chi lo Stato. 
Ma capofitti 
Cascaron gli asini : 
Noi valentuomini 
Siam sempre ritti, 




Mangiando i frutti 
Del mal di tutti. 
Viva arlecchini 
E burattini, 
E gì' indovini ; 
Viva le maschere 
D'ogni paese ; 
Viva Brighella che ci fa le spese. 



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Toesie del Giusti illustrate 175 



ANNOTAZIONI 



(per il primo congresso dei dotti). 



(1) Nel 1839 si importarono in Italia dalla Germania, meglio che dalla Francia e dall' Inghil- 
terra, i congressi dei naturalisti. — Leopoldo II accolse la proposta degli Antinori, dei Ridolfi, dei 
Bufalini, dei Matteucci e del principe di Canino, e nel settembre di detto anno si effettuò la prima 
riunione a Pisa, e si compose di circa 360 naturalisti. 

Farini giudicò per quello che erano i congressi scientifici dell' Italia. — Poco fecero per la scienza, 
ma molto per la liberazione della nazione. — I patrioti s' intesero, e apertamente, fuori di ogni setta, 
salutarono l'aurora del risorgimento italiano a Torino, a Genova e a Venezia. 

— I vostri congressi — dicevami un giorno Garibaldi nel tragitto che facemmo da Monsummano 
a Fucecchio — sono stati molto utili al paese. L'Italia si è fatta, o meglio, si farà da sé, ma un grande 
impulso ce l'avete dato voi altri colle vostre riunioni. 

(2) Il duca di Modena. 

(3) Dtietto, moneta toscana, ossia due quattrini — equivalenti a tre centesimi. 

(4) Allude a Leopoldo I precursore del secolo, avo di Leopoldo IL 

(5) Come suona spontanea in bocca dell'oscurantista e dispotico Francesco IV, duca di Mo- 
dena, questa romanzina al reale cugino di Toscana ! — Chi festeggia infatti il Galileo non può amare 
P Indice, e chi ama P Indice non può inneggiare al martire dell' Inquisizione. — Se non che venne 
presto il tempo che per due volte anche Leopoldo II rinculò il secolo, e fu costretto per due volte, 
cioè nell'8 febbraio 1849 e nel 27 aprile 1859, ad esulare dal Granducato e quest'ultima volta per 
sempre. 



(il brindisi di girella). 



(1) Fu questa la satira che cogliendo al vero i vizi dei burgravi della Borsa e dei versipelle politici, 
elevò ad alta fama il Giusti. — Anzi, mentre delle satire mandate in mano degli amici, mai scritte 
di proprio pugno, negava volentieri la paternità, di questa se ne confessava facilmente e liberamente 
autore. 

I manoscritti poetici di Giuseppe Giusti sono rarissimi : anzi si ha luogo di credere che di molte 
satire, che scriveva e imparava a memoria, poi lacerava il manoscritto, non sia mai esistito l'originale 
in buona forma. Narrasi infatti che essendogli stata fatta una perquisizione dagli agenti di polizia 
del toscano Morfeo, non gli furono trovati altri scritti che la nota del bucato. 

II brindisi di Girella, che si può applicare a Talleyrand come a qualunque uomo politico contem- 
poraneo, specialmente della Francia ed in parte anche dell' Italia, ove i sommi hanno servito tutti 1 
padroni e legato l'asino ove loro piaceva, si diffuse ben tosto in tutta Italia e se ne menò rumore 
come di un avvenimento politico. 

Si sa che Talleyrand, già vescovo di Antuan cantò la messa dello Spirito Santo nella convo- 
cazione degli Stati generali sotto Luigi XVI nel 1789, servì la Repubblica, il Direttorio, Napoleone 
console e Napoleone imperatore, favorì la Restaurazione, fu al Congresso di Vienna e di Parigi, presto 
tredici giuramenti, fu prete, poi vescovo, poi giacobino, poi secolare e dopo morto volle essere sep- 
pellito cogli abiti episcopali e col rito usato pei sacerdoti. 

Però egli non fu che uno, sebbene il più cospicuo, dei molti Girella dei tempi nostri. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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(2) Trincare, significa bere molto e a largo nappo. 

(3) Sono singolarissimi i ravvicinamenti (i rafrcchements) fatti in questa scherzosa e vivace 
poesia del nostro Poeta — si direbbero quasi fatti a modo di §alti grotteschi se la fine satira e la 
pungente ironia non legassero il tutto con un sottile filo di sintassi, di logica e di senso allegorico. 
Egli unisce in un verso le giunte, che erano una specie di tribunale statario, i club, ragunata di liberali 
rappresentanti dell'avvenire, i principi e le chiese che rappresentano il passato fossilizzato. 

(4) Barcamenandomi, è questo un vocabolo che non abbiamo trovato usato da altri autori. — 
Qui il Giusti lo ha usato nel senso di una condotta politica doppia ed equivoca, come si conviene a 
colui il quale è il protagonista della satira, che si propone di campare collo spionaggio. 

(5) Gli impiegati regi in Toscana erano, sotto Leopoldo II, pagati il 16 d'ogni mese, e però 
si chiamarono anche sedicini. — Non sappiamo quindi come si alluda all'ultimo del mese. In altre 
edizioni troviamo questa variante : «Le imposizioni e il sedici del mese » e questa la crediamo la 
più esatta. 

(6) Qui va semplificando con verità storica le opere dei Girella politici, che restano sempre a 
galla, non andando mai contro vento e a tempo cambiando pensiero e coccarda. 

(7) Si ritorna alle antitesi politiche, cioè il monachismo e il miracolismo del santuario di Lo- 
reto di faccia all'ateismo della Repubblica francese. 

(8) Eccoci alla morale elastica dei Girella, che lodando ed approvando ogni forma di governo 
ed ogni prircipe, non si credono in dovere di rinunziare ai benefici dei governi antecedenti, né di 
restituire la roba presa. 

(9) Luigi, si intende Luigi XVI ; l'Albero, l'albero della libertà ; Nasone, il re Francesco I di 
Napoli ; Fra Diavolo, un famoso reazionario sotto il cardinale Ruffo. 

(io) Il gergo della restaurazione fu veramente inintelligibile. — Difatti mentre Napoleone, fida- 
tosi della lealtà inglese, sul Bellerofonte si trasportava a S. Elena e vi si inchiodava ; il viceré Eu- 
genio, fedele alla fortuna del gran capitano, era sbalzato di trono ; i reazionari lombardi uccide- 
vano Prina ed acclamavano il governo dell'Austria ; Bellegarde da Milano, Bentink da Genova, 
Murat da Napoli, chiamavano a libertà e ad indipendenza gli italiani servi servorum di tutti i vecchi 
e nuovi padroni. Sicché ben potè dire il Poeta: «Viva il geigo d'allora e chi l'intese». 

(11) Qui non vi è dubbio che alluda al principe di Carignano eletto re di Sardegna, nel 1830, 
dopo che pagò i suoi peccati liberaleschi e carbonareschi al Trocadero, e seppe ingraziarsi Francesco I 
imperatore d'Austria. 

(12) Allegoricamente qui, la candela di sego, indica il dominio dei tedeschi in Italia. 

(13) Le giornate di luglio del 1830 e la fuga di Carlo X. 

(14) La Carta o Statuto concesso ai Francesi dal re cittadino Luigi Filippo d'Orléans. 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 12. 



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GLI UMANITARI 



1841. 



Ecco il Genio umanitario (1) 
Che del mondo stazionario 
Unge le carrucole. 
Per finir la vecchia lite 
Tra noi, bestie incivilite 

Sempre un po' selvatiche, 
Coli' idea d'essere Orfeo 
Vuol mestare in un cibrèo 
L'universo e reliqua (2). 
Al ronzìo di quella lira 
Ci uniremo, gira gira, 

Tutti in un gomitolo. 





Varietà d'usi e di clima 
Le son fisime di prima : 
È mutata l'aria. 



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180 Poesie del Giusti illustrate 



I deserti, i monti, i mari, 
Son confini da lunari, 

Sogni di geografi (3). 

Col vapore e coi palloni 
Troveremo gli scorcioni 
Anco nelle nuvole : 

Ogni tanto, se ci pare, 
Scapperemo a desinare 

Sotto, qui agli antipodi : 

E ne' gemini emisferi 

Ci uniremo bianchi e neri : 
Bene ! che bei posteri ! 

Nascerà di cani e gatti 
Una razza di mulatti 

Proprio in corpo e in anima. 

La scacchiera d'arlecchino 
Sarà il nostro figurino, 
Simbolo dell' indole. 




(Già per questo il gran sultano 
Fé' la giubba al musulmano 
A coda di rondine !) (4) 

Bel gabbione di fratelli ! 
Di tirarci pe' capelli 

Smetteremo all'ultimo. 



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Poesie del Giusti illustrate 



181 



Sarà inutile il cannone 




Morirem d' indigestione, 




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Anzi di nullaggine. 

La fiaccona generale 
Per la storia universale 
Farà molto comodo. 

10 non so se il regno umano 
Deve aver papa e sovrano ; 

Ma se ci hanno a essere, 

11 monarca sarà probo 

E discreto : un re del globo 
Saprà star ne' limiti (5). 



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Poesie del Giusti illustrate 



Ed il capo della Fede ? 
Consoliamoci, si crede 
Che sarà cattolico. 

Finirà, se Dio vuole, 
Questa guerra di parole, 
Guerra da pettegoli. 

Finirà : sarà parlata 
Una lingua mescolata, 
Tutta frasi aeree (6) 




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E già già da certi tali 
Nei poemi e nei giornali 
Si comincia a scrivere. 

Il puntiglio discortese 
Di tener dal suo paese 

Sparirà tra gli uomini. 

Lo chez-nous d'un vagabondo 
Vorrà dire in questo mondo, 
Non a casa al diavolo. 

Tu, gelosa ipocondria, 

Che m' inchiodi a casa mia, 
Escimi dal fegato ; 



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Poesie del Giusti illustrate 



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E tu pur chetati, o Musa, 
Che mi secchi colla scusa 
Dell'amor di patria. 

Son fighuol dell'universo 
E mi sembra tempo perso 
Scriver per 1' Italia. 

Cari miei concittadini, 

Non prendiamo per confini 
L'Alpi e la Sicilia : 

S' ha da star qui rattrappiti 
Sul terren che ci ha nutriti ? 
O che siamo cavoli ? 

Qua o là nascere, adesso, 
Figuratevi, è lo stesso : 
Io mi credo tartaro. 




Perchè far razza tra noi ? 
Non è scrupolo da voi : 
Abbracciamo i barbari : 

Un pensier cosmopolita 
Ci moltiplichi la vita 

E ci slarghi il cranio. 



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184 



Poesie del Giusti illustrate 



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Il cuor nostro accartocciato, 
Nel sentirsi dilatato, 
Cesserà di battere. 

Così sia ; certe battute 
Fanno male alla salute ; 
C è da dare in tisico. 

Su venite, io sto per uno : 
Son di tutti e di nessuno ; 
Non mi vo' confondere. 




Nella gran cittadinanza, 

Picchia e mena, ho la speranza, 
Di veder le scimmie (7). 

Sì sì, tutto un zibaldone (8) : 
Alla barba di Platone 
Ecco la repubblica ! 



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Poesie del Giusti illustrate 



185 



IL SOSPIRO DELL'ANIMA 




Ahi misero colui che circoscrive 
Sé di questi anni nell'angusto giro, 
E tremante dell'ore fuggitive 
Volge solo al passato il suo sespiro ! 



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Principio e fine a noi d'ogni dimora 
Neil esser, crede il feretro e la culla ; 
Simile a bolla che da morta gora 
Pullula un tratto e si risolve in nulla. 



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Poesie del Giusti illustrate 187 



IL SOSPIRO DELL' ANIMA (I) 



1840. 



Ciascun confusamente un bene apprende 
Nel quale si quieti l'animo 

(Dante, Purga 



Suonar nermio segreto odo una voce 
Che a sé mi tiene dubitando inteso, 
E non sento l'età fuggir veloce 
In quella nota attonito e sospeso. 

Così rapido scorre e inavvertito 
Il libro, quando, per diversa cura, 
In sé fermato l'animo e rapito, 
Non procede coll'occhio alla lettura. 

Chi sei che parli sì pietoso e umile ? 
Un lieto sogno della mente ? o sei 
Misterioso spirito gentile, 
Che ti compiangi degli affanni miei ? (2) 

Nella mestizia più benigno sorge, 
E tesori di gioie a me rivela ; 
A me dubbioso e stanco aita porge, 
E così meco parla e si querela (3) : 

— Perchè sì pronto vai per il cammino 
Soave che per grazia il ciel ti diede, 
E sei fatto simile al pellegrino 
Che per umida valle affretta il piede ? 

No, no ; questa non è terra di pianto, 
E giardino di fiori e d'acque ameno : 
Sofferma il passo ! ah ! non t' incresca tanto 
Il tuo gentile italico terreno ! 



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188 Poesie del Giusti illustrate 



Ma un sentier che la pace ha per confine (4), 
Laghi, perenni fonti, aure beate, 
Pianure ^terminabili e colline 
Di perpetua verdura inghirlandate, 

Sempre innanzi alla mente desiosa 
Siccome sogni ricordati stanno : 
E il forte immaginar che non ha posa 
Di stupor t'empie e di segreto affanno. 

Qui l'avida pupilla non s'appaga 
Nelle bellezze della donna amata ; 
Né tu vedesti mai cosa più vaga, 
Né mai diversa donna hai desiata : (5) 

O non ravvisi in lei l'Angelo vero 
Così velato di corporea forma, 
quella che amoreggia il tuo pensiero 
Sopra i fior di quaggiù non posa l'orma. 

Vegliando incontro ai bei sogni ridenti, 
Ogni più chiuso albergo apre al dolore, 
E, quasi armato di sé stesso, il core 
Vigor si fa degl'intimi tormenti. 

Di cosa lieve pueril talento 

Mai noi travolge seco in lungo oblìo ; 
E mai non seppe abbandonarsi, lento 
Seguendo inerzia, a lubrico pendìo. 

Virtù d'amor non lieve e non mentita, 
Come gemma derisa, asconde e serba ; 
La sua non terge per l'altrui ferita, 
Ma del comun gioir si disacerba (6) : 

Non corre a maledir con facil piede, 
Se il fatto non risponde all'alta idea ; 
Vagheggia in sé con l'occhio della fede 
Secoli di virtude, e là si bea. 

Però la mente tua, quando si cessa 

Dall'opre e dalle cure aspre del giorno, 
Ama, tutto tacendo a lei d' intorno, 
In quel silenzio ricercar sé stessa : 



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Poesie del Giusti illustrate 189 



E all'azzurro sereno, al puro lume 
Degli astri intendi l'occhio lagrimoso, 
Come augelletto dall' inferme piume 
Appiè dell' arboscel del suo riposo. 

Quest'ardito desìo, vago, indistinto, 
È una parte di te, di te migliore, 
Che sdegnando dei sensi il laberinto 
Anela un filo a uscir di breve errore : 

Come germe che innanzi primavera 
Deh' involucro suo tenta l,a scorza, 
Impaziente s'agita, e la vera 
Sentita patria conseguir si sforza. 

Però t' incresce il dolce aere e la terra 
Ch'ogni mortai vaghezza addietro lassa, 
E raro spunta dall' interna guerra 
Riso che sfiora il labbro e al cor non passa. 

Gli aspetti di quaggiù perdon virtute 
Delle pensate cose al paragone, 
E Dio, centro di luce e di salute, 
Ne risospinge a se con questo sprone (7). 

Onde gii inni di lode e il fiero scherno 
Che del vizio si fa ludibrio e scena 
Muovon da occulta idea del Bello eterno, 
Come due rivi d'una stessa vena. 

Questo drizzar la vela a ignota riva, 
Questo adirarsi di una vita oscura, 
E la lieta virtù che ne deriva, 
Son larve, di lor vero arra e figura (8). — 

Ma quasi stretto da tenace freno 

Dire il labbro non può quel che il cor sente ; 

E più dolce, più nobile, più pieno 

Mi resta il mio concetto entro la mente (9) ; 

E gareggiando colla fantasia, 

Lo stile è vinto al paragon dell'ale ; 
E suona all' intelletto un'armonia 
Che non raggiunse mai corda mortale. 



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190 Poesie del Giusti illustrale 



Ah sì ! lunge da noi, fuor della sfera 

Oltre la qual non cerchia nman compasso, 

Vive una vita che non è men vera 

Perchè comprender non si -può qui basso (io). 

Cinta d'alto mistero arde una pura 
Fiammella in mar d'eterna luce accesa, 
Da questo corpo che le fa misura 
. Variamente sentita e non intesa. 

Come Elitropio, che l'antica mente 
Fingea ninfa mutata in fior gentile, 
Segue del sole il raggio onnipotente, 
Del sol che più tra gli astri è a Dio simile ; 

Continuando la terrena via, 

Rivolta sempre al lume che sospira, 

Seguirà, seguirà l'anima mia 

Questo laccio di amor che a sé la tira. 

Ahi misero colui che circoscrive 
Sé di questi anni nell'angusto giro, 
E tremante dell'ore fuggitive 
Volge solo al passato il suo sospiro ! 

Principio e fine a noi d'ogni dimora 
Nell'esser, crede il feretro e la culla ; 
Simili a bolla che da morta gora 
Pullula un tratto, e si risolve in nulla. 



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ANNOTAZIONI 



(Gli umanitari) 

(i) Disse il Balbo che 1' idea che prevalse in Europa dal 1815 al 1848 fu quella della costitu- 
zionalità degli Stati, per la quale avvennero le rivoluzioni di Spagna, di Portogallo, di Napoli, del 
Piemonte e si potrebbe anche dire la rivoluzione francese del 1830. 

Poi a questa idea successe l'altra delle nazionalità distinte, la quale compie nei tempi attuali 
la sua parabola ascendente. — Una volta che anche questa idea avrà compito il suo ciclo non vi ha 
dubbio che cederà il luogo all' idea umanitaria bene intesa : e già nei concetti del socialismo, nella 
federazione dei dotti e nell'associazione dei capitali e degli operai di tutto il mondo, si va accennando 
a questa prossima innovazione. 

Spariranno le distinzioni di popoli, come in Europa sono quasi del tutto scomparse le distinzioni 
di caste, e in America quelle delle razze e del colore. — Però fra questo umanitarismo bene inteso 
e quello che era bandito ai tempi che viveva il nostro Poeta, vi è un' immensa differenza. — Questi 
umanitari erano capi sventati che, o non afferrarono 1' idea madre, o la falsarono, e ne fecero una 
ridicola parodia, la caricatura di un' idea inclusa in germe per la prima volta da Cristo nel suo 
Vangelo. — Quindi è che l'arguta, sagace e pungente penna del Poeta nazionale non poteva non stigma- 
tizzare cotesti visionari che curarono delle forme vuote di un concetto reale, qualunque si fosse. 

(2) Qui il Poeta spiega più lucidamente il suo concetto e fa conoscere a qual genere di umanitari 
appella. Sono coloro che credono doversi dannare tutto il già fatto alle gemonie, rialzarsi su nuove 
basi tutto quanto l'edifizio sociale, tenere in niun cale la dottrina dei tempi passati, la sapienza 
tradizionale, l'esperienza di tanti secoli, e il senso comune di tutto il genere umano passato e pre- 
sente. — Paragonandoli ad Orfeo egli fa conoscere l' inadequatezza e povertà dei mezzi che si vogliono 
adoperare per conseguire altissimi fini : ed ecco il lato della satira e della pungente ironia. 

(3) Non vi ha dubbio che le differenze di clima, di razze, di religione, di usi, di lingue e di costumi 
non potranno mai assimilarsi, poiché sono un portato della natura, dirò così, estrinseca dell'uomo 
legato con tutto quanto lo attornia nello spazio siccome nel tempo. — Ciò spiega i niuni progressi 
che fa la civiltà europea e la religione cristiana nell' Indostan, nella China, nel Giappone, in una parola 
nell'Asia tutta. Questo però non nuoce che fisiologicamente e psicologicamente gli uomini non ap- 
partengano tutti ad una stessa famiglia e tutti siano educabili e perfezionabili quand'anche in 
origine, come cercò dimostrare Carlo Darwin, noi si discendesse dalla scimmia Gorilla. Questa idea, 
che oggi fa il giro dell' Europa, ci sorride alla mente, imperocché se dalla scimmia nacque l'uomo, 
dagli uomini, col tempo, nasceranno gli angeli. — E così sia, 

(4) Qui allude alle riforme fatte nel vestiario dei cortigiani e dei soldati dal Sultano e da altri 
principi osmanli. — Ma le son lustre e nulla più. — Sotto le veste europea, vi troverai sempre il turco 
asiatico, sia istruito, o no, nei nostri costumi, nelle arti e nelle scienze. 

(5) Dietro l'esposto trova paradossale che vi possa essere un solo re ed un solo pontefice, rifiu- 
tando la vecchia utopia della monarchia universale, che fu il sogno prediletto di Alessandro il Ma- 
cedone, di Giulio Cesare, di Tamerlano, di Carlo V e di Napoleone I nel campo politico, e di Inno- 
cenzo III e di Gregorio VII nel campo religioso. 

(6) Qui coglie il destro, vista l' impossibilità di fondere in una tutte le lingue, che crediamo siano 
un duecento, di sferzare quegli accigliati e rabbuffati spigolisti che con poche frasi alla Byron, alla 
Guerrazzi e alla Foscolo, o alla Victor Hugo insozzano la purissima lingua di Dante, del Petrarca, 
del Manzoni, del Cesari, del Giordani, siccome del Varchi, del Compagni, del Guicciardini, ecc. 

(7) Quello che scherzosamente va qui dicendo il Giusti, si è già verificato. — Vuoisi, come sopra 
accennai, che gli antichi nostri progenitori fossero i scimmiotti, e quindi sono più che nostri fratelli, 
nostri superiori ed avoli, bisavoli e cose simili. 

(8) 

In verità io sto per uno 
Son di tutti e di nesstu 

Non mi vo' confondere. 

Ecco il timore del Poeta : spento l'amor di patria e reso freddo il cuore per le memorie del luogo 
nativo, crede il Giusti che ne possa avvenire l' indifferenza ed il nullismo, o quietismo morale, e che 
qualunque forma di governo che si potesse adottare non possa rappresentare che uno zibaldone. — 
Qui la musa si innalza ad alto concetto e lasciando la sferza del ridicolo, agita la questione con un 
senso squisito di convenienza e di acume. I posteri risolveranno questo arduo problema. 

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Poesie del Giusli illustrate 



(il sospiro dell'anima) 

(1) Dopo molti secoli siamo tornati a sant'Agostino, il quale soleva dire che l'anima umana, 
sempre operosa, temente e sperante, come luce che sempre scintilla, non trova la sua pace mai se non 
quando quiescat in Deo ; il che significa allora quando sia fuori dell'osservazione e cantemplazione 
filosofica e fisiologica. — Pure uno stato di relativa soddisfazione vi è ancora per le anime nobili, ed 
è il momento che tien dietro alle azioni generose operate con proprio sacrifizio, e quello del perdono ; 
al contrario del modo con cui furono descritti gli Dei pagani, pei quali era delizia dell'anima la ven- 
detta, e P Jehova degli Israeliti, che esso pure degli olocausti e delle vendette sterminatrici si com- 
piacque, stando ai libri mosaici. 

Il tempo e il cristianesimo hanno ingentilita e tolta molta parte di scoria all'anima ; ed in ciò 
ebbero grande parte i poeti, specialmente italiani, da Dante e Petrarca a Milton, a Manzoni, a La- 
martine, i quali cantarono di religione e di amore. 

(2) Quasi quasi sembra che il Poeta appelli ad un quid simile del genio e dello spirito parlante 
di Socrate, o di Torquato Tasso, o di san Francesco d'Assisi, ai quali pareva vedere attorno a sé e 
parlare esseri immortali di forme umane momentaneamente rivestiti. — Fin qui però egli non fa 
che pingere, con pennello da maestro, la natura, l'essenza e gli effetti della contemplazione, in forza 
della quale, stando ai teologhi, l'eternità sarà come se non fosse. 

(3) Nel profondo dell'animo, nel colmo peranco della sventura vi è sempre la fibra della reazione; 
il che mostra che tutto il nostro essere si governa con la sistole e la diastole, cioè con un dualismo 
prestabilito ; sicché non vi è sventura che trovi l'animo a lungo prostrato senza alcuna idea conso- 
latrice, come non vi è gioja che non lasci dopo qualche tempo, qualche cosa a desiderare. 

Questi concetti danteschi non possono non poggiare sulla teologia razionale, e quindi sembra che 
in qualche modo si posino sulla esistenza di Arimane e Oromaze, il genio del male ed il genio del 
bene, l'angiolo buono e l'angiolo cattivo, Iside e Osiride, credenza fondamentale di tutte le religioni 
primitive. 

(4) In questa e nella seguente strofa il Giusti si fa ad esemplificare, mescendo le descrizioni 
della natura (classicismo ellenico) all' intuizione ontologica giobertiana. 

(5) Ma ecco che con una successione ideale consona alla forma dell'anima vivificata dall' infi- 
nito desìo, scende a parlare della donna amata, avvisando che non è nelle forme plastiche che la pu- 
pilla avida si posa e si allieta ; ma è nella corrispondenza del tipo realizzato al tipo preideato e di- 
remo quasi congenito e innato — onde dice benissime. 

Né mai diversa donna hai desiata. 

(6) Virtù d'amor non lieve né mentita è incitamento ad opere magnanime e sprone a virtù, che 
nel comune gioire ogni pena disacerba, né segue inerzia in lubrico pendio, ma vivificando purifica e 
dona le ali al tempo ed alla fede, calma le ambascie dell'ardente desiderio e santifica — onde eb- 
bero gran ragione i teologhi di dire che Dio è l'amore, e i poeti: che nei suoi bei giorni ogni ani- 
male d'amor si riconsiglia — e che infine Lucifero è unicamente infelice e maligno, perchè non può 
amare. 

(7) Qui, ecco che il Poeta ritorna all'idea di sant'Agostino. 

(8) L'animo nostro tende verso l' infinito e comunque lo rivesta e non lo possa esprimere che 
con forme finite e soggettive, pure l'aspirazione non cessa. Dio vede l'eterno vero e l'eterno Bello, 
noi non lo vediamo che nel modo indicato da san Paolo, cioè in enigma e per riflesso ; ma la tem- 
pera dell'animo nostro si è tale da averne un qualche senso iniziale ed embrionale e un desiderio vi- 
vissimo. — Ed ecco che con questo si rannodano le larve, Varrà e la figura di cui parla qui il Poeta. 

(9) Anch'cgli Giuseppe Giusti riconosce l'operosità della coscienza, la quale si aggira in un 
mondo tutto ignoto alla mente. Ed in vero la mente nulla ha che fare col sentimento — quella 
sempre serena, questo sempre in agitazione ■ — quella illumina, questo commuove — ■ quella spiega 
Dio, questo lo intende, lo sente, lo ama. 

(io) Qui parla dell' immortalità dell'anima, ma potrebbe ben anche aggiungersi la immortalità 
dell' intimo sentimento con trasformazione ben s' intende analoga dell'una e dell'altra, sciolto il le- 
game corporeo e 1' intreccio della macchina animale. — Ripugna invero il credere che chi fu genio 
in terra, e chi fu prodigio d'amore, non sia più nulla, estinta la vita terrena. — Ripugna il credere 
che l'umanità abbia innato un sentimento, un desìo, una sete inestinguibile per giungere ad una 
fonte che non esiste. 

Il Gioja dice che fu il dolore di una madre, che aveva perduta una sua tenera figlia, quello 
che imaginò l' immortalità dell'anima : ma fosse pure una larva, un sogno, un fantasma, poiché 
nobilita ed allieta la vita, dovrebbe accogliersi. Scettici del giorno, nullità pronipoti del Gorilla, 
lasciateci nella nostra credenza. — Quando pure non esista, è nell' interesse dell'umanità di carez- 
zare l' immortalità dell'anima e dell'amore. 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 




Poesie del Giusti illustrate.— edizione nerbini 



Fascicolo 13. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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L'INCORONAZIONE 



(1) 



1838. 



Al re dei re che schiavi ci conserva 
Mantenga Dio lo stomaco e gli artigli 
Di coronate volpi e di conigli 
Minor caterva (2) 




Intorno a lui s'agglomera ; e le chiome 
Porgendo, grida al tosator sovrano : 
Noi toseremo di seconda mano, 

Babbo, in tuo nome (3). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Vedi i ginocchi insudiar primiero 
Il Savoiardo di rimorsi giallo, 
Quei che purgò di gloria un breve fallo 
Al Trocadero. 
O carbonari, è il duca vostro, è desso 

Che al palco e al duro carcere v' ha tratti 
Ei regalmente del ventuno i patti 
Mantiene adesso. 




Colla clamide il suol dietro gli spazza 
Il Lazzarone paladino infermo ; 
Non volge l'anno, in lui sentì Palermo (4) 
La vecchia razza. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Di tant'armi che fai, re Sacripante ? 
Sfondar ti pensi i] cielo con un pugno ? 
Smetti, scimmia d'eroi, t'accusa il grugno 
Di zoccolante (5). 



Il toscano Morfeo vien lemme lemme 




Di papaveri cinto e di lattuga, 
Che per la smania d'eternarsi asciuga 
Tasche e maremme (6). 



Co' tribunali e co' catasti annaspa ; 
E benché snervi i popoli col sonno, 
Quando si sogna d' imitare il nonno, 
Qual cosa raspa. 



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198 



Toesie del Giusti illustrate 



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Sfacciatamente degradata torna 
Alle fischiate di sì reo concorso 




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Lei che l'esilio consolò del Còrso 
D'austriache corna (7). 




Ilare in tanta serietà si mesce 

Di Lucca il protestante Don Giovanni, 
Che non è nella lista de' tiranni 
Carne né pesce (8). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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199 



Né il Rogantin di Modena vi manca, 

Che avendo a trono un guscio di castagna, 
Come se fosse il conte di Culagna (9), 
Tra i re s' imbranca . 




Roghi e mannaie macchinando, vuole 
Con derise polemiche indigeste, 




Sguaiato Giosuè di casa d' Este, 
Fermare il sole. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Solo a Roma riman papa Gregorio, 
Fatto zimbello delle genti ausonie. 
Il turbin dell'età, nelle colonie 

Del Purgatorio, 



Dell' indulgenze insterilì la zolla 

Che già produsse il fior dello zecchino. 
Or la bara infruttifera il becchino 
Neppur satolla. 



D'arpie poi scese una diversa pèste 
Nel santuario a dar l'ultimo sacco : 
O vendetta d' Iddio ! pesta il Cosacco 

Di Pier la veste (io). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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O destinato a mantener vivace 

Dell'albero di Cristo il santo stelo, 




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La ricca povertà dell' Evangelo 
Riprendi in pace. 

Strazii altri il corpo ; non voler tu l'alma 
Calcarci a terra col tuo doppio giogo : 
Se muor la speme che al di là del rogo 
S'affìssa in calma, 

Vedi sgomento minare al fondo 

D'ogni miseria l'uom che più non crede ; 
Ahi ! vedi in traccia di novella fede 
Smarrirsi il mondo. 

Tu sotto l'ombra di modesti panni 
I dubitanti miseri raccogli : 
Prima a te stesso la maschera togli, 
Quindi ai tiranni (il). 

Che se pur badi a vender l'anatèma (12), 
E il labbro accosti al vaso dei potenti, 
Ben altra voce all'affollate genti : 
« Quel diadema 

« Non è, non è (dirà) de' santi chiodi, 
« Come diffuse popolar deh rio : 
« Cristo l'armi non dà del suo martirio 
« Per tesser frodi. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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« Del vomere non è per cui risuona 
« Alta la fama degli antichi padri 




« È settentrional spada di ladri 
« Tòrta in corona. 

« O latin seme, a chi stai genuflesso ? 

« Quei che ti schiaccia è di color l'erede ; 
(t É la catena che ti suona al piede 
« Del ferro istesso. 

« Or via, poiché accorreste in tanta schiera, 
« Piombate addosso al mercenario sgherro : 
« Sugli occhi all'oppressor baleni un ferro 
« D'altra miniera ; 

« Della miniera che vi die le spade 
« Quando neh 1 ' ira mieteste a Legnano 
« Barbare torme, come falce al piano 
« Campo di biade ». 

Ahi che mi guarda il popolo in cagnesco, 
Mentre, alle pugne simulate vòlto, 
Stolidi viva prodiga al raccolto 
Stormo tedesco ! (13) 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Il popol no ; la rea ciurma briaca 
D'ozio, imbestiata in leggiadrie bastarde, 
Che cola, ingombro, alle città lombarde 
Fatte cloaca : 

Per falsi allori e per servii tiara 
Comprati mimi ; e ciondoli e livree 
Patrizie diplomatiche e plebee, 

Lordate a gara ; 

E d'ambo i sessi adulteri e vaganti, 
Frollati per canizie anticipata ; 
E con foia d'amor galvanizzata 

Nonni eleganti : 




Simil al pazzo che col pugno uccide • 
Chi lo soccorre di pietà commosso, 
E della veste che gli brucia addosso 
Festeggia e ride. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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205 



L'UOMO DI SETTA 




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SONETTO 



Se leggi Ricordano Malespini, 

Dino Compagni e Giovanni Villani, 
E i cronisti Lucchesi ed i Pisani, 
Senesi, Pistoiesi, ed Aretini, 

Genovesi, Lombardi, Subalpini, 
Veneti, Romagnoli e Marchigiani, 
E poi Romani e poi Napoletani, 
E giù giù fino agli ultimi confini ; 



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206 



Poesie del Giusti illustrate 



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Vedrai che l'uom di setta è sempre quello (1) ; 
Pronto a giocar di tutti e a dire addio 
Al conoscente, all'amico e al fratello. 

« E tutto si riduce, a parer mio », 
(Come disse un poeta di Mugello) 



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«A dire: esci di lì, ci vo' star io» (2). 



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Poesie del Giusti illustrate 207 



ANNOTAZIONI 



(l' incoronazione). 

(1) Allude all' incoronazione dell' imperatore d'Austria, Ferdinando II, avvenuta in Milano 
nel 1837. Ad ammaestramento dei presenti è bene riandare la storia del nostro paese, dacché ebbe 
una storia in proprio (nei tempi moderni), cioè dal 1821 ad oggi. 

Con questa pietra del paragone si può vedere il cammino che abbiamo fatto, non avvinti e 
tirati dal fulmineo carro di un eroe guerriero che tutta quanta abbia sommossa 1' Europa, ma per 
virtù indigena e per forza di consiglio, di armi e di ardimento italiano. 

Poeti e filosofi, oratori e scienziati si posero all'opera, e una gioventù piena di alti sensi eroi- 
camente si votò alla libertà della patria ed emula dell'antica Grecia e dell'antica Roma, seppe 
morire gridando : Viva /' Italia. 

Il martirologio degli italiani fu ben numeroso e di splendidi nomi onorato. Napoli, Roma, Mi- 
lano, Brescia ne diedero un vistoso contingente dal 1799 al 1853 ; nel 1848 a Vicenza i Romagnoli 
e i Romani, a Curtatone i Toscani e i Napoletani, a Villafranca i Piemontesi, a Marghera i Veneti 
pagarono alla patria largo tributo di vite preziose e di sangue cittadino. — Garibaldi coi suoi prodi, 
assunto lo stendardo dell'eroismo a Roma e poscia in Sicilia, fece conoscere come gli italiani sap- 
piano pugnare per la patria coll'antico valore e sappiano vincere o morire. 

Ma questa è ornai storia in Italia ben nota. — Torniamo al 1837. 

(2) Qui il Poeta tantosto mette in mostra 1' ipocrisia dei principi italiani, l'alta sovranità del- 
l' imperatore d'Austria sopra tutti i sovrani d' Italia e la schiavitù accettata di buon grado e be- 
nedetta dai popoli italiani — servum pecus. 

(3) Qui è dipinto il carattere dei principi nostri, che regnando per graziad'Iddio e più per grazia 
dell'Austria, promettevano non discostarsi dal sistema aulico rincarando sulla tosatura dei popoli 
(imposte e balzelli). 

Il re Carlo Alberto in quel tempo non si era ancora riabilitato nell'animo dei liberali che nel 
1831 aveva severamente puniti per i fatti di Savoja e già teneva in esilio Mazzini. 

Costretto a seguire la spedizione del duca d'Angoulème in Spagna nel 1823, ei si trovò a pu- 
gnare, e come soldato illustrò il suo nome, contro la libertà che reclamava il popolo ibero : e col 
pungolo di Francesco IV di Modena, che nientemeno aspirava a detronizzarlo, piaggiò per qualche 
tempo l'Austria e si barcamenò per conservare la corona. — Non è poi una verità storica che Carlo 
Alberto si recasse a Milano all'epoca dell' incoronazione. — Né esso, né il papa Gregorio, né il re 
Ferdinando di Napoli vi comparvero • — solamente vi intervennero i minori satelliti, diretti ram- 
polli di casa d'Austria e il duca di Lucca. 

(4) Si allude alla repressione dei moti di Palermo, i quali accennavano più ad una autonomia 
della Sicilia che ad un risorgimento d' Italia. 

(5) Zoccolanti diconsi i frati di san Francesco d'Assisi, atteso i coturni con suola di legno che 
adoperano. 

(6) Qui si parla delle ingenti spese fatte dal governo di Leopoldo II nelle maremme Toscane 
per ridurle in istato di buona coltivazione e di essiccazione, seguendo i piani idraulici di Fossom- 
broni, del Manetti e del Giorgini con alterno avvicendamento. Il granduca Leopoldo II vi gettò i 
ventisette milioni di lire che lo Stato ebbe in retaggio da Ferdinando III, morto nel 1824 — e 
senza dubbio vi fu spreco. Però l'opera, per lo scopo e l' intendimento, fu lodevole e monumentale, 
quanto proficua — solo è a lamentarsi che i lavori non si siano in un modo più economico continuati 
e che pochissimo utile se ne sia fino ad oggi potuto ritrarre. 

(7) Maria Luisa duchessa di Parma non fu certamente risparmiata dalla satirica ed incisiva 
penna dell'autore. Sposa a Napoleone il grande, ella non avrebbe giammai dovuto dare la mano 
di consorte al generale conte di Neiperg, da cui ebbe due figli, ed una figlia, maritata al conte 
di S. Vitale di Parma. Quella mano che aveva inanellata il vincitor d' Europa, non poteva, non 



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208 



Toesie del Giusti illustrate 



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doveva ricevere la gemma nuziale per parte di un generale al servizio dell' imperatore d'Austria, 
che a lei fu padre. 

Ma amor, che a nullo amato amar perdona. 

Gettiamo il velo e copriamo con parole pietose il fallo da Maria Luisa commesso. — Come 
sovrana e come austriaca essa non angariò i Parmigiani e la sua morte fu da tutti pianta. 

(8) Lodovico duca di Lucca ebbe assai spirito per non investirsi della parte di sovrano di 
uno Stato microscopico — operando in modo tutto differente dal figlio suo Carlo III, che fu pugna- 
lato presso alla sua reggia dopo pochi anni di regno. 

Lodovico aveva cara la sovranità per quanto gli forniva i mezzi di condurre una vita sans 
souci, allietata da ogni specie di confortable, e spesso avvenne che i mezzi pecuniari gli facessero 
difetto. — Generoso di animo fu mai sempre largo ed elastico in materia di religione, e sebbene 
non comprendesse la libertà, pure in quanto a liberalità ne aveva a dovizia, e tollerante si ad- 
dimostrò più di una volta. — Sposatosi alla figlia del re di Sardegna, che viveva poscia vicino 
a Viareggio nella sua villa Pianole, non ebbe grandemente a curarla, atteso 1' asceticismo, degno 
di altri tempi, che costantemente l'animò. 

(9) Culagna è un meschino villaggio vicino a Castelnuovo dei Monti, 
(io) Allude alla visita fatta a papa Gregorio dallo czar Niccolò di Russia. 

(11) Qui si accenna alla rigenerazione del papato e al ritorno dell'autorità delle somme chiavi 
ai suoi principi, cioè alla tutela degli interessi morali dei credenti e degli interessi civili e ma- 
teriali dei popoli conculcati dai despoti. 

(12) Sono presi di mira in queste infocate parole i connubi liberticidi pattuiti da papa Gregorio 
con l' imperatore d'Austria e con quello di Russia e il mercimonio della religione adoperata a 
turpi fini di servitù e di pazzi festeggiamenti. 

(13) Un cotale festeggiamento, nel quale pur troppo all'epoca dell' incoronazione si distinse la 
città di Milano, è stigmatizzato dal Giusti con lo stile di Giovenale e non vi ha dubbio che fu di 
vergogna a quella grande e italica città. 

Ma i tempi non erano maturi e 1' Italia dormiva tutta quanta ; né accennava a risorgere a 
novella vita. — Il benessere materiale aveva ammollita la generazione che stava per iscomparire, 
sazia di guerre e di vicende politiche, e la generazione che sorgeva, nel 1877, non conscia ancora 
dell'alta missione che il destino d' Italia aveva a lei riservata. 



(l' uomo di setta). 



(1) Non crediamo che sia assolutamente vero che le sètte non abbiano altro movente che la 
vanità e il potere. Crediamo invece che ve ne siano mosse da più alti principi e basate a più elevati 
fini. In molte giuoca l'entusiasmo : e se tutto fosse volgare interesse e sete d' imperio, le sètte 
non avrebbero dati tanti martiri. — Non si può ciò nonostante disconoscere che le sètte, e 
fra tutte la clericale, intesero sempremai in Italia a formare uno Stato entro lo Stato ; impedirono, 
da Berengario I ad oggi, la costituzione compatta della Penisola, e oggi pure fanno ogni possa per 
ritornarla all'antico caos. Ma vivaddio non ci riusciranno ! 

(2) I Francesi che ci rubarono ogni cosa meno il sole, si appropriarono anche questo detto del 
poeta mugellese, e ne diedero la gloria, crediamo, al Conte di Segur. — Benché piccola cosa, non 
sarà inopportuna questa rivendicazione di un aforismo politico che si confà più assai all' indole 
francese che a quella degli italiani. Ma pur troppo il tempo delle sètte non è ancora finito, ed 
oggi stesso lacerano la misera Italia, e vi ha chi vorrebbe levar di seggio coloro che ci sono per se- 
dervi in loro vece. 



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Poesie deHGiusti illustrate. — edizione nerbimi 



Fascicolo 14. 



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Toesie dei Giusti illustrate 211 



ALL'AMICO 

NELLA PRIMAVERA DELL'ANNO 1841 



Già, prevenendo il tempo, al colle aprico 
Il mandorlo è fiorito (i) ; 
A te simile, o giovinetto amico, 
Che impaziente al periglioso invito 
Corri della beltade 
Coi primi passi della prima etade. 

Godi, Roberto mio, godi nel, riso 
Breve di giovinezza : 
E se il raggio vedrai d'un caro viso 
Che il cor t' inondi di mesta dolcezza, 
Apri l' ingenuo petto 
Alla soavità d'un primo affetto (2). 

Possa la donna tua farti beato 
Coi lieti occhi amorosi : 
A te fidata consigliera a lato 
In atto di benigno angelo posi, 
E nell'amor ti sia 
Come perpetuo lume in dubbia via (3). 

Non ti seduca dei vani diletti 
La scena allevatrice : 
Leggier desìo diviso in molti obietti 
Ti prostra l'alma e non ti fa felice ; 
Sente bennato cuore 
Fiorir gioia e virtù d'un solo amore (4). 

Soave cosa un'adorata immago 
Sempre vedersi innante, 
E serenare hi lei l'animo pago, 
In lei bearsi riamato amante, 
E di se nell'oblìo 
Viver per altri in un gentil desìo (5). 

Oh ! mi sovviene un tempo a cui sospiro 
Sempre dal cor profondo : 
Or che degli anni miei declina il giro 
E agli occhi stanchi si scolora il mondo, 
Passa la mia giornata 
Dalia stella d'amor non consolata. 



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212 Poesie del Giusti illustrate 



Pure, a quel tempo ripensando, parmi 
Gustar di quella pace 
E alle speranze antiche abbandonarmi. 
Così, se cessa il canto e l'arpa tace, 
Senti per l'aere ancora 
Vagare e mormorar l'onda sonora. 

Non farò come quei che al pellegrino 
Fonti e riposi addita, 
Tacendo i mali e i dubbi del cammino : 
Forse da cara mano a te la vita, 
Di basse frodi ignaro, 
Sarà cosparsa di veleno amaro (6). 

Sgomento grave al cor ti sentirai, 
Quando svanire intorno 
Vedrai l'auree speranze e i sogni gai ; 
Quando agi' idoli tuoi cadranno un giorno 
Le bende luminose 
Che la tua mano istessa a lor compose (7). 

Nel tuo pensiero di dolor confuso 
Con inquieta piuma 
Volgendosi e gemendo amor deluso, 
Qual dell'aere che intorno a sé consuma 
S'alimenta la fiamma 
Ti struggeràHa vita a dramma a dramma (8). 

Ma che ? se di viltà non ti rampogna 
Rea coscienza oscura, 
Lascia dar lode altrui della menzogna. 
Seduto in dignità nella sventura, 
Sprezza i superbi ingrati 
Che nome hanno d'accorti e di beati (9). 

Tu nel dolore interroga te stesso 
Come in sicuro speglio ; 
Fortificando il mite animo oppresso 
Per via d'affanni ti conduci al meglio 
E con fronte serena 
I carnefici tuoi conturba e frena (io). 

Risorgerai dalle pugne segrete 
Del core e della mente 
Saggio e composto a nobile quiete. 
Vedi ? passò la bruma, e alla tepente 
Feconda aura d'aprile 
Ti dà l'acuta spina un fior gentile (n). 



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Poesie del Giusti illustrate 



213 



A GIROLAMO TOMMASI 



1841. 




Girolamo, il mestier facile e piano 
Che gì' insegnò natura ognun rinnega 
E vuol nei ferri dell'altrui bottega 
Spellar la mano ; 

Ognuno in gergo a scrivacchiar s' è messo (1) 
Sogni accattati, affetti che non sente, 
Settario adulator della corrente 
O di sé stesso. 

In due scuole vaneggia il popol dotto : 
La vecchia, al vero il torbo occhio rifiuta ; 
La nuova, il letterario abito muta 
Come il panciotto. 

Di qua, cervel digiuno in una testa 
Di stoppa enciclopedica imbottita (2), 
D'uscir del guscio e d' ingollar la vita 
Furia indigesta ; 



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214 



Poesie del Giusti illustrate 



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Calvo Apollo di là trotta alla zuffa 




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Sul Pegaso arrembato (3) e co' frasconi : 
Copre liuti e cetre e colascioni (4) 
Vernice o muffa. 
Aggiungi a questo un tirar giù di lerci 
Sonniferi, che il torchio transalpino 




Vomita addosso a noi, del figurino 
Bastardi guerci : 



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Toesie del Giusti illustrate 



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E tosto intenderai come, dal verme 
Di bavose letture allumacato, 
Del genio paesano appena nato 

Raggrinza il germe. 



Non tutti il vento forestiero intasa ; 
V ha chi bee le native aure vitali ; 
Ma non è già chi spolvera scaffali 

Tappato in casa ; 



E sol perchè di cronache e leggende 
E di scene cucite un sudiciume, 
Per carestia, per noia e per costume, 
Si compra e vende, 



Ponsa e s'allenta in pueril conato 
Di storia o d'epopea, tisico a tanto, 




O sotto il peso di tragico manto 

Casca sfilato ; 



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Tocsie del Giusti illustrate 



O briaco di sé scansa la gente, 
E per il lago del cervello oscuro 
Pescando nel passato e nel futuro 

Perde il presente 




Ma quei cui non fann'ombra all' intelletto 
La paga, il boia e gli altri spauracchi : 
Che si misura senz'alzare i tacchi 

Col suo subietto ; 



Che benedice alla nativa zolla, 

Né baratta sapore o si tien basso, 

Se, Dio volendo, invece d'ananasso 

Nacque cipolla. 



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Toesie del Giusti illustrate 217 



Varian le braccia in noi, varia 1' ingegno 
A diversi bisogni accomodato : 
E trono e forca e seggiola e steccato 
Non fai d'un legno. 



Tommasi, l'umor mio tra mesto e lieto 
Sgorga in versi balzani e semiseri ; 
Né so piallar la crosta ai miei pensieri, 
Né so star cheto. 



Anch' io sbagliai me stesso, e nel bollore 
Degli anni feci il bravo e l' ispirato, 
E pagando al Petrarca il noviziato 

Belai d'amore (5) ; 



Ma una voce segreta ogni momento, 
Giù dai fondacci della coscienza, 
Mi brontolava in tutta confidenza : 

« Muta strumento. 



« Perchè temi mostrar la tua figura, 

« Se nella giubba altrui non 1' hai contratta ? 
« Dell'ombra propria come bestia matta 
Ti fai paura. 



« I tuoi concetti, per tradur te stesso, 
« Rendi svisati nel prisma dell'arte, 
« E di secondo lume in sulle carte 
« Torbo reflesso. 



« L' indole tua così falsificando, 

« Se fai d'alchimia intonaco alla pelle, 
« Del tempo passerai dalle gabelle 

« Di contrabbando ? 



« Scimmia, se gabberai le genti grosse, 
« Temi l'orecchio spalancato al vero, 
« Che ne' tuoi sforzi dell' inno guerriero 
« Sente la tosse. 



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218 



Poesie del Giusti illustrate 



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« Chi nacque al passo e chi nacque alla fuga 
« Invano invano a volgere il molino 
« Sforzi la zebra, o a farti il procaccino 
« La tartaruga. 

« Lascia la tromba e il flauto al polmone 
« Di chi e' è nato o se 1' è fìtto in testa : 
« Tu de' pagliacci all'odierna festa 

« Fischia il trescone ». 



Ed ecco a rompicollo e di sghimbescio 
Svanir le larve della fantasia, 
E il medaglione dell' ipocrisia 

Vòlto a rovescio. 




Come preso all'amor d'una devota, 
Se casca il velo rabescato in coro, 
Vedi l' idolo tuo creduto d'oro 

Farsi di mota ; 



Veggo un Michel di Landò, un Masaniello 
Bere al fiasco di Giuda e perder l'erre (6) ; 
Bruto commendatore e Robespierre 
Frate e bargello ; 



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Toesie del Giusti illustrate 



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219 



Mirare a tutto e non avere un segno ; 
Superbia in riga d'Angelo custode ; 
Con convulsa agonia d'oro e di lode 
Spennato ingegno ; 



Un palleggiar di lodi inverecondo ; 
Atei-salmisti, Tirtei coli 'affanno, 
E le grinze nel core a ventun anno, 
Lordare il mondo. 



Restai di sasso ; barattare il viso 
Volli e celare i tratti di famiglia.: 
Ma poi l' ira, il dolor, la maraviglia 
Si sciolse in riso ; 




Ah, in riso che non passa alla midolla ! 
E {mi sento simile al saltambanco, 
Che muor^di fame e in vista ilare e franco 1 
Trattien la folla. 



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2 20 Poesie del Giusti illustrate 


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Beato me, se mai potrò la mente 
Posar quieta in più sereni obietti, 
E sparger fiori e ricambiare affetti 

Soavemente . 




Cessi il marcato reo, cessi la frode, 
Sola cagion di spregio e di rampogna : 
E il cor rifiuta di cornuti vergogna 
Misera lode. 




Ma fino a tanto che ci sta sul collo, 
Sorga all' infamia dalla nostre voce, 
Di scherno armata e libero e feroce, 

Protesta e bollo. 




Come se corri per le gallerie 

Vedi in confuso un barbaglìo di quadri ; 
Così falsi profeti e bali ladri. 

Martiri spie (7), 




Mercanti e birri in barba liberale, 

Mi frullan per la testa a schiera a schiera : 
Tommasi, mi ci par l'ultima sera 

Di carnevale. 




Ecco i miei personaggi, ecco le scene, 
E degli scherzi la sorgente prima ; 
Se poi m' è dato d' infilar la rima 

male bene, 




Scrivo per me, scemandomi la noia 
Di questa vita grulla e inconcludente, 
Torpido per natura e impaziente 

D'ogni pastoia. 




Chi mira al fumo a quello che si conia, 
Dalle gazzette insegnamenti attinga, 
E là si stroppi il cranio nella • stringa 
Del De Colonia : 




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Poesie del Giusti illustrate 



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221 



Centoni, fantasie scriva a giornata, 
Venda la bile, il credo e la parola ; 




Mentre gli pianta il compito alla gola 
Libraio pirata, 



Che, avaro e buono a nulla, esige mondi 
Da te che mostri un'oncia di valore ; 
E co' romanzi galvanizza il core 
De' vagabondi. 



Io no : non porterò di Tizio o Caio 
Oltramontane o arcadiche livree, 
Né per lisciarle affogherò l' idee 
Nel ca'amaio. 



Non sarò visto volontario eunuco 
Recidermi il cervel, perch' io disperi 
La firma di un real castrapensieri (8) 
Birbone e ciuco. 



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222 



Poesie del Giusti illustrate 



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Se posso, al foglio non darò rimate 
Frasi di spugna o copie o ipocrisie, 
Né per censura pubblica le mie 
Stizze private 



Ma scrivendo là là quando mi pare 
Sulle farse vedute a tempo mio, 
Qualcosa annasperò, se piace a Dio, 
Nel mio volgare. 



Laudato sempre sia chi nella bara 
Dal mondo se ne va col suo vestito : 
Muoia 'pur bestia ; se non ha mentito, 




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Che bestia rara ! 



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Poesie del Giusti illustrale 223 



ANNOTAZIONI 



(all' amico) 



(1) Prevenendo il tempo : è felicissimo concetto, imperocché fra noi verso il 20 di febbraio già 
il mandorlo fiorisce. Se non che avviene che spesso i fiori sono visitati e coperti dalla neve ed ap- 
passiti dai rigidi freddi, che talvolta nel nostro clima si protraggono fino a tutto l'aprile. — Un 
amore avanti il tempo, che viene ragguagliato alla precoce fioritura del mandorlo, è una simili- 
tudine originale, conveniente — e sta in armonia col periglioso invito della beltade. 

(2) Due concetti sono qui maestrevolmente espressi, cioè quello della soavità e purezza di un 
primo affetto e della mestizia che l'accompagna. — È pur vero che 

Mesto è l'amor, dal garrulo 

Riso l'amor non nasce ; 

Ei di sospiri teneri, 

Di lacrime si pasce. 
Ognor paventa l'anima, 

Che vive appassionata, 

Dall' idolo che adora 

Essere abbandonata. 

Quell'amor che è luce e fuoco, è palpito dell'universo intiero, come è bufera, valanga, folgore ed 
uragano della vita del cuore, nelP ingenuità dei primi anni è indefinita dolcezza di anima più che 
voluttà di sensi : ed è aspirazione meglio che conseguimento di fini all'amore prestabiliti. 

(3) La donna che veramente ama è angelo custode, benefica consigliera per intuito, guida 
non fallace e genio profetico di colui, cui la stringe quella catena che lega tutte le create cose al 
Creatore e le congiunge fra di loro. — Mai una donna che ama avviene che dia un consiglio infido, 
guidata come è dal sentimento e dalla coscienza che vai bene la ingannatrice e spesso impossente 
ragione. Nei casi dubbi della vita, se consultate la donna che amate ne trarrete lume di sicuri passi. 

(4) Ben s' intende che 

Leggier desio diviso in molti oggetti 
Non può dirsi amore. 

L'amore è solo ed esclusivo di sua natura. Più amori indicano mancanza di amore, come la comparsa 
di più stelle significa ed appalesa che il sole tramontò dall'orizzonte. Nei molti fallaci amori pos- 
sono ricercarsi i vani diletti, ma in essi non può né quietarsi l'anima, né fiorire gioja e virtù. L'af- 
fetto unico che vivifica, purifica e sprona alla virtù, è il generoso e sublime concetto che qui esplica 
il nostro Poeta. — E questo, oltre essere concetto estetico, è pure concetto etico. 

(5) L'amante. 

Ha per il bene allnn sua vita cara 
E solo vive in un gentil desio. 

Chi più non desidera, più non ama, ed è perciò che ne è venuta la sconfortante sentenza che il ma- 
trimonio è la tomba delV amore ; il che non è vero per le anime gentili, che ricercano nella compagna 
della vita qualche cosa di più e di meglio dei godimenti sessuali. 

(6) Qui allude al mercimonio dell'amore, all'adulterazione e alla falsificazione della cosa più 
soave e santa che Dio abbia creata, ossivero emanata dalla sua propria substantia. 

(7) Guai a chi posò il suo affetto in chi non ne era degno e gli compose una corona luminosa, 
che cadute dagli occhi le bende ottenebratrici, dovrà poi strapparla con le sue stesse mani ! Oh 
come diventa laido e schifoso l' idolo fulgente che si adorava ! — ■ Fra chi soffre ambascie senza nome 
e senza fine per amore deluso e^chi lo vende o lo simula, lo adultera o lo falsifica, non dovrebbe 
essere dubbia la scelta; all'ingannato resta la stima di sé stesso e la santità del suo duolo — 
al falso, all' ingannatore non può restare che la vergogna della sua sozza anima — ne può stimarsi 
più di quello che sa di meritare. 



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224 



Poesie del Giusti illustrate 



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(8) Oh ! pur troppo con inquieta piuma (aurea sentenza in adeguate parole) la vita del cuore 
si consuma nell'elemento in cui viveva e di cui si alimentava, e a dramma a dramma quando viene 
a mancargli, si estingue. — È questa la storia di tutti i tempi e di tutti i popoli, i quali ebbero intel- 
letto d'amore. 

(9) Sì, vi è una dignità nella sventura : e di un duolo immeritato, se viltà non lo turba, può 
l'uomo farsene un manto da non cambiarsi colla porpora dei re 

(io) 



Qui nel Poeta parla la ragione ; 
Ardua e la risposta. 



Con fronte serena 

I carnefici tuoi conturba e frena. 

ma può essere ascoltato il consiglio da chi fu tradito, fu deluso ? 



^ ? (il) Oh sì ! non vi è che un fior gentile che possa, passata la bruma, ri 
l'anima appassionata dagli ispidi aculei di un fiore volgarissimo. — Chi tr; 
bestemmiava l'amore. — L'alma gentile, o non ama, o ama eternamente. 



risanare le ferite fatte al- 
tradiva non amava, bensì 



(A GIROLAMO TOMMASl) 

(I) Per quanto appare dal contesto di questa bellissima fra le belle satire di Giuseppe Giusti 
sembra che pigli a roteare la sferza contro la scuola dei romantici e dei classici, o per dir meglio 
degli arcadici e degli umanitari nel campo delle lettere. 

_ (2) Si conferma il concetto suespresso, parlandosi della vacuità, della stemperatezza, dell' eru- 
dizione non assimilata, non fatta sangue, non confacente a cosa alcuna utile alla vita non espres- 
sione dei tempi attuali, e moneta non più spendibile : . 

Vuoto suono che sibila e non crea 
come diceva Ugo Foscolo. 

(3) Arrembato — che si regge male sulle gambe. 

(4) Colascioni — chitarre mal ridotte. 

(5) I Petrarchisti, come i Cesarottisti e i Frugoniani furono una delle maggiori piaghe della lette- 
ratura italiana. — Diceva ottimamente il Buonarroti che chi imita, non sarà imitato, ma per la turba 
magna che si arrampica sugli scanni delle Belle Arti e del tempio di Minerva il copiare è facile 
e necessita ed «tinto di natura ed è un equipollente di quella pigrizia che domina la vita di tanti 
e tanti alacri ingegni d' Italia. 

Il Poeta si scusa pur esso di aver belato d'amore — ma è però bella quella colpa che ci diede dei 
sonetti che sono una gemma letteraria peregrina e i versi all'Amica lontana. 

(6) Perdere l'erre, significa in dialetto toscano impossibilità a ragionare più correttamente 

(7) E il mercimonio che si fa della penna : è lo scrivere contro o senza coscienza • è l'affastel- 
lamento di cose sacre con le profane : è la mancanza di qualunque fede negli scribacchianti, quello 
che flagella il Giusti: e ne ha ben d'onde; se non che fu detto da un diplomatico che la parola 
fu data ali uomo per mascherare il pensiero : oggi si potrebbe dire che la penna gli fu fornita perchè 
lo travisasse e lo corrompesse. re r 

Lo spirito settario ha tutto invaso e tutto corrotto : non vi è farabutto che dai partigiani non 
si dia perun eroe. - Non vi è uomo prode ed onesto che dagli avversari non si denunzi come un 
pessimo cittadino. — Si fabbricano e si scompongono a macchina le riputazioni. - Siamo in mezzo 
al basso impero. - I giorni fatali che fino dal 1840 aveva scorti Giuseppe Giusti nell'attuale società 
fruttificarono con un rigoglio spaventoso, e basterà il dire che nel decennio dal 18C7 al 1867 in Francia 
furono perpetrati da ecclesiastici (di cui 473 pubblici maestri) 874 delitti contro il pudore • stupri 
pederastie ed altre laidezze. r r ' 

(8) Quando scriveva il nostro Poeta, in Toscana esisteva sempre la censura preventiva che 
fu abolita nel 15 maggio 1848 con la legge che in gran parte è tuttora vigente. 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 




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Poesie del Giusti illustrate.— edizione nerbini 



Fascicolo 15. 



Poesie del Giusti illustrate 



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227 



IL BALLO (I) 



1841. 



Parte Prima. 

In una storica 
Casa, affittata 
Da certi posteri 
Di Farinata (2), 

A scelto e splendido 
Ballo e' invita 
Chilosca, gotica 
Beltà sbiadita. 

Come, per magico 
Vetro, all'oscuro, 
Folletti e diavoli 
Passar sul muro, 

Maravigliandosi, 
Vede il villano 
Che corre al cembalo 
Del ciarlatano ; 

Tali, per l'intime 
Stanze,, in confuso, 




Cento s'affollano, 
Sporgendo il muso, 



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228 



Poesie del Giusti illustrate 



Baroni, principi, 
Duchi, eccellenze, 
E inchini strisciano 
E reverenze. 

Un servo i ciondoli 

Tien d'occhio, e al centro 




Le borie anticipa 
Di chi vien dentro. 

Fra tanti titoli 
Nudo il mio nome 
Strazia inarmonico 
Gli orecchi, come 

In una musica 
Solenne e grave 
Un corno, un òboe 
Fuori di chiave. 

Con un olimpico 
Cenno di testa, 
La tozza e burbera 
Dea della festa, 



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Poesie del Giusti illustrate 



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229 




Benedicendoci 
Dal suo divano, 
C insacca al circolo 
A mano a mano. 

In brevi rauchi 
Scipiti accenti 
Pagato il dazio 
De' complimenti, 

Stretto per l'andito 
Sfila il bon toii : 
Si stroppia, e brontola 




Pardon, pardon. 



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230 



Toesie del Giusti illustrate 



O quadri, o statue, 
O sante travi, 
Che del vernacolo 
Rozzo degli avi 

Per cinque secoli 
Nauseate, 
Coli' 'appigionasi 
Vi compensate ; 

Soffrite l'alito 
D'un paesano 
Che per buaggine 
Parla italiano (3). 

Là là inoltrandomi 
Pigiatole tardo, 




Fra ciuffi e riccioli 
M'allungo, e guardo 

Ove mefitici 
Miasmi esala 
Una caldaia 
Chiamata sala. 



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^Poesie del Giusti illustrate 



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231 



Come, per muoversi 
D'occulto ingegno, 
Girano e saltano 
Gruppi di legno 

Su questi ninnoli 
Della Germania ; 
Così parevano 
Presi alla pania, 

Così scattavano 
Duri impiccati, 




Fantasmi e scheletri 
Inamidati. 

Ivi non gioia, 
Non allegria, 
Ma elegantissima 
Musoneria ; 

Turate l'anime, 
Slargati i pori 
A smorti brividi 
Di flosci amori ; 

Gergo di stitica 
Boria decente, 
Ciarlìo continuo 
Che dice niente. 



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Poesie dei Giusti illustrate 



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Ecco si rompono 
Partite e danze : 
S'urta, precipita 
Nell'altre stanze 

La folla ; e assaltano 
Dame e signori 




Bottiglie, intingoli 
E senatori. 

Per tutto un chiedere, 
Per tutto un dare, 
Stappare, mescere, 
E ristappare ; 

Un moto, un vortice 
Di mani impronte, 
E piatti e tavole 
Tutte in un monte. 

Oltre lo stomaco, 
Da quella cena 
Molti riportano 
La tasca piena ; 



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Poesie del Giusti illustrale 



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E nel disordine, 
Nel gran viavai, 







Spesso ci scappano 
Anco i cucchiai (4). 



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Poesie del Giusti illustrate 



Parte Seconda 



Lì tra le giovani 
Nuore slombate, 
E tra le suocere 
Rintonacate ; 

Tra diplomatiche 
Giubbe a rabeschi, 
E croci e dondoli 
Ciarlataneschi ; 

Veggo l'antitesi 
Di quattro o sei 
Eterogenei 
Grugni plebei (5). 

A me, che ho reproba 
La fantasia 
Per democratica 
Monomania, 

Piacque lo scandalo 
Dei dommi infranti 
In quel blasonico 
Santo dei Santi : 

Ma poi, ficcandomi 
Là tra le spinte, 
Mi stomacarono 




Tre laide grinte (6). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Una è crisalide 
D'un quondam frate 
Oggi per celia 
Si chiama abate ; 

Ma non ha cherica, 
Non ha collare ; 
Devoto al pentolo 
Più che all'altare. 

Caro ai gastronomi 
Per dotta fame ; 
Temuto e celebre 
Per fama infame, 

Narrando cronache 
E fatterelli, 
Magagne e debiti 
Di questi e quelli ; 

Compra se biasima, 
Vende se loda, 
E per salario 
Lecca la broda. 

Gratificandosi 

Fanciulle e spose, 




Gioca per comodo ; 
E mamme uggiose 



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Toesie del Giusti illustrate 



E paralitici 
Irchi divaga ; 
Ruba, fa ridere, 
Perde e non paga. 

È l'altro un nobile 
Tinto d' ieri, 
Re cristianissimo 
Dei re banchieri. 

Scansando il facile 
Prete e la scure, 
Già dilettavasi 
Di basse usure : 

Oggi sollecito 
D' illustri prese, 
Sdegnando l'obolo 
Camaldolese, 

Nel nobil etere 
Sorse veloce, 




E al paretaio 
Piantò la croce. 

Come putredine 
Che lenta lenta 
Strugge il cadavere 
Che l'alimenta, 



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Poesie del Giusti illustrate 



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237 



E propagandosi 
Dai corpi infermi 
Par che nel rodere 
S'attacchi ai vermi ; 

Così la rancita 
Muffa patricia, 
Da illustri costole 
Senza camicia 

Spinta dal debito 
Allo spedale, 
S'attacca all'ordine 
Della cambiale ; 

E già ripopola 
Corti e casini 
Una colonia 
Di scortichini. 

Di quei lustrissimi 
L'odio sommesso 
Lo scansa e inchinasi 
Nel tempo istesso ; 

Ed ei burlandosi 
D'odii e d'onori, 




Conta e girandola 
Tra i debitori. 



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238 



Poesie del Giusti illustrate 



Il terzo è un profugo, 
Perseguitato 
Peggio d'un utile 
Libro, stampato 

Senza le barbare 
Al birro e al clero 
Gabelle e decime 
Sopra il pensiero. 

Ferito a Rimini, 
Quest' infelice 
Scappò di carcere 
(Almen lo dice) ; 

Errò famelico, 

Strappato ed egro ; 
Si sogna il boia, 
Ma dorme allegro. 

O della patria 
Sinceri figli, 
Degni d'un secolo 




Che non sbadigli ! 

Con voi, magnanimi, 
Non entri in lega 
Chi del patibolo 
Si fa bottega. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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239 



Come Alcibiade 
Variando norme, 
Questo girovago 
Proteiforme, 

Trasfigurandosi, 
Tende la rete ; 




A Londra è un esule, 




A Roma è prete. 



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240 



Toesie del Giusti illustrate 



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Briaco a tavola 
Co' ciambellani, 
Ai re fa brindisi 
Oggi ; domani 

Vien meco, e recita 
Italia mia ! 
Le birbe inventano 



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Che fa la spia (7). 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 



Parte Terza. 



Ad una tisica 
Larva sdentata, 




Ritinto giovane 
Di vecchia data, 

Che stava in bilico 
Biasciando in mezzo 
Di quel miscuglio 
Mostrai ribrezzo. 

Oggi che a miseri 
Nomi ha giovato 
La trascuraggine 
Del tempo andato, 

E si perpetua 
Ogni genìa 
Per gran delirio 
D'epigrafia ; 



Poesie del Giusti illustrate. 



EDIZIONE NERBINI 



Fascicolo 16. 



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242 



Poesie del Giusti illustrate 



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Mi scusi l'epoca 

Se anch' io m' induco 
Al panegirico 
Di questo ciuco. 

Nacque anni domini 
Ricco e quartato : 
Morto di noia 
Dov'era nato, 

Per controstimolo 
Corse oltremonte ; 
Di là, versatile 
Camaleonte.. 

Tornò mirabile 
Di pellegrini 
Colori, e al solito 




Finì i quattrini. 



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Poesie del Giusti illustrale 



243 



E adesso ai Tartari 
Cresi cucito, 
Ombra patrizia 
Tutta appetito, 




Ripappa gli utili 
Nel piatto altrui 
Del patrimonio 
Pappato a lui. 

Costui negli abiti 
Strizzato e monco, 
Si stira, s'agita, 
Si volta in tronco ; 

E con ironica 
Grazia scortese, 
Nel suo frasario 
Mezzo francese, 

Disse : — Eh goffaggini 
State a vedere, 
E divertitevi ; 
Col forestiere 



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244 Poesie del Giusti illustrate 



Che spende e in sèguito 
Ci rece addosso, 
Bisogna mungere 
E bever grosso. 

Po' poi, le nenie 
Messe da banda, 
Cos' è 1' Italia ? 
È una locanda. 

L'oste non s'occupa 
Di far confronti ; 
I galantuomini 
Li tasta ai conti ; 

E fama, credito, 
Onore, insomma 
Son cose elastiche 
Come la gomma. 

Certo, le topiche 
Zucche alla grossa, 
Col mal di patria 
Fitto nell'ossa ; 

Un malinconico, 
Legato al fare 
E alla grammatica 
Della comare, 

Vi cita il genio, 
L'arti, la storia.... 
Tutti cadaveri 
Buona memoria. 

Io tiro all'ostriche, 
Né mi confondo. 
Sapete il conio 
Che corre al mondo ? 

Franchezza, spirito, 
E tirar via : 
Il resto è classica 
Pedanteria. — 

Io che spessissimo 
Mi fo melare (8) 
Per vizio inutile 
Di predicare, 



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Poesie del Giusti illustrale 



245 



Punto nel tenero, 
Risposi : — È vero, 
Questo è l'ergastolo 
Del globo intero. 

Se togli un numero 
Di pochi onesti 
Che vanno e vengono 
Senza pretesti, 

Nella penisola 
Tira a sboccare 
Continuo vomito 
D'alpe e di mare. 

Piovono e comprano 
Gli ossequi istessi 




Banditi anonimi, 
Serve e 're smessi ; 



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246 



Toesie del Giusti illustrate 



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A cui confondersi 
Col canagliume 
Non è che un cambio 
Di sudiciume. 

A questa laida 

Orda e marame (9) 
Di conti aerei, 
D'ambigue dame 

Irte d'esotica 
Prosopopea, 




Noi vili e stupidi 
Facciam platea : 

E un nome vandalo 
In offe o in iffe 
Ci compra l'anima 
iCon un rosbiffe. — 



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Poesie del Giusti illustrate 



Eh, via, son fisime 
Di testa astratta, 
Riprese il martire 
Della cravatta ; 

Son frasi itteriche 
Del pregiudizio ; 
Bella ! ha gli scrupoli ! 
Oh ! addio, novizio. — 

E presa l'aria 

Dell'uomo avvezzo, 




Andette a bevere 
Tutto d'un pezzo. 



247 



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248 Toesie del Giusti illustrate 



ANNOTAZIONI 



(1) Il ballo può essere un onesto divertimento, come uno strumento di perdizione — un esercizio 
igienico e ricreante, come uno spettacolo di vana pompa e di insolente fasto. Con più si sale in alto 
nella sfera sociale, meno il ballo serba il suo carattere originario. I balli popolari nelle ricorrenze delle 
feste, o nelle fredde serate dell' inverno, sono improntati di gioia vivace, di brio, di espansione e di 
ricreazione di animo. Tutte le nazioni ebbero e molte tuttora conservano i loro balli storici. — Il tre- 
scone, la manfrina e la tarantella in Italia ; il fandango in Ispagna, il ballo a catena in Isvizzera, ecc. 
In Atene si ballava ai giuochi olimpionici e nelle feste di Bacco — a Roma nei saturnali e nelle feste 
della vendemmia. — Nelle Indie orientali, fra i selvaggi dell'America, nella China, ovunque si balla. 

Il ballo è più o meno comune e diffuso fra le nazioni moderne. — A Parigi si balla tutte le sere 
in molte sale a pagamento — a Vienna si balla sempre e dovunque, mentre a Londra non si danza 
neppure dove si danno feste da ballo ! 

In Italia il ballo (non parliamo dei balli teatrali) oggi è in sommo credito ; e si balla più del 
dovere in alto e in basso della società. — Non basta più il carnevale — la stagione dei teatri e dei 
veglioni, ove nessuno più danza — si vuol ballare in quaresima, eppoi anche dopo Pasqua, eppoi 
sempre, e questo è troppo, perchè diventa uno sciopero dell'anima e spesso ingenera il vagabondaggio 
del cuore. Il ballo è inebbriante, attrae, seduce le giovanette inesperte ed ingenue ; e a lungo giuoco, 
se non lo frenano, nuoce alla loro salute non meno che alle buone disposizioni al lavoro da cui le al- 
lontana, nel nostro clima dove il dolce far niente è endemico, epidemico e contagioso. Il ballo e le molte 
feste sacre e profane sono una delle prime cagioni dell'arresto del lavoro e della poca operosità. Sunt 
certi denique fines. 

(2) Il ballo che si fa a stigmatizzare il Poeta è uno di quelli che lasciano il tempo che trovano, 
un ballo di ostentazione boriosa, condito di sbadigli più o meno sonori e di ricambio di falsa moneta 
di complimento con finzione proferiti e con ipocrisia velata ricevuti ; un formalismo e artificialismo 
della moderna società ove la serena e vivace allegrezza e l'abbandono soave dell'anima non si affac- 
ciano neppure alle sale sfarzosamente illuminate da molteplici doppieri, ove il turbinio delle coppie 
danzanti è compassato ai ballerini dagli organisti di Germania. — Un discendente di Farinata che 
affitta ad uno straniero il suo palazzo. — Oh vergogna dei tempi ! — Eppure siamo a tali che, meno 
lo Strozzi, il Corsini, il Capponi e pochi più, quasi tutte le famiglie antiche fiorentine cedono, per da- 
naro, ad altri il palazzo ove nacquero i famosi loro avi. — Siamo nel secolo dell'oro ! 

(3) È costume, via via che si presenta un invitato nella saia da ballo, che un servo ne annunzia 
l'arrivo ingrossando la voce a seconda dei titoli : e pur troppo chi non ne ha dei sonori deve atten- 
dersi i brevi e rauchi scipiti accenti della dea della festa. A ciò aggiungi che se il disgraziato ignora quel 
frasario francese che si spande in tutte le feste da ballo cangiate in soirèes dansantes (nemmeno il nome, 
povera Italia, hai tu conservato !) corre il pericolo di esser preso per un irrochese. 

(4) Il mondo dell'alta società dei Salons, come si chiama, si divide in due classi, il mondo uf- 
ficiale e i parassiti a prova di fuoco registrati. — Questa massa di gente slombata, affloscita, intona- 
cata, tinta! o ritinta, gira alla guisa dei beduini di luogo in luogo e di casa in casa, fiutando le tende 
e ponendo l'alabarda ove si manduca. — ■ È sempre la stessa roba usata, schifosa, orpellata, crociata 
basta che sia, o peggio. — Spesso al buffet avvengono delle baruffe chiozzotte e scene scandalose, e 
pur troppo nella reggia stessa mancarono alcune volte anche le posate. — Dell' insaccatura di vivande 
e di paste non è a dirsi, in questo tollerato vandalismo così al vivo dipinto dal nostro Poeta satirico. 

(5) Grugno. Il grugno è del porco — ma qui si usò dall'autore in istile figurato. 

(6) Grinta. Parola del vernacolo fiorentino esprimente una fisionomia ributtante. 

(7) Questi tre personaggi abbiamo credenza che siano parto della fantasia del Poeta, checché 
alcuni conoscenti dell'autore asseriscano che in verità esistevano ai tempi nei quali fu scritta questa 
satira. — In ogni modo i tipi del prete brigante, del finto martire della patria e del becero strozzino 
gallonato sono resi bene e dipinti con mano maestra. 

(8) Melare — tirar pomi. 

(9) Marame, accozzaglia. — Fino dal 1840 cominciava la moda dei sedicentisi duchi, conti e 
marchesi; però non erano ancora giunti al punto che i borsaioli e i farabutti si ornassero di non avute 
croci il petto ed ostentassero falsi diplomi di nobiltà. — Delle dame equivoche, delle avventuriere dei 
bagni, delle feste, dei lunghi viaggi, non era come oggi pieno il mondo. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Toesie del Giusti illustrate 251 



Nell'occasione che fu scoperto 
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IL VERO RITRATTO DI DANTE 

FATTO DA GIOTTO (1) 



1841. 



Qual grazia a noi ti mostra, 
O prima gloria italica, per cui 
Mostrò ciò che potea la lingua nostra ? 
Come degnasti di volgerti a nui 
Dal punto ove s'acqueta ogni desìo ? 
Tanto il loco natio 
Nel cor ti sta, che di tornar t' è caro 
Ancor nel mondo senza fine amaro ? 

Ma da seggio immortale 

Ben puoi rieder quaggiù dove si piange : 
Tu sei fatto da Dio, sua mercè, tale, 
Che la nostra miseria non ti tange. 
Soluto hai nelle menti un dubbio grave, 
E quel desio soave 
Che lungamente n' ha tenuti in fame, 
Di mirar gli occhi tuoi senza velame. 

Nel mirabile aspetto 
Arde e sfavilla un non so che divino 
Che a noi ti rende nel vero concetto : 
A te dinanzi, come il pellegrino 
Nel tempio del suo voto rimirando, 
Tacito sospirando, 
Sento l'anima mia che tutta lieta 
Mi dice : or che non parli al tuo poeta ? 



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252 Poesie del Giusti illustrate 



Diffusa una serena 
Mestizia arde per gli occhi e per le gene 
E grave il guardo e vivido balena 
Come a tanto intelletto si conviene ; 
E nello specchio della fronte austera, 
Oual sole in acqua mera, 
Splende l' ingegno e l'anima sicura 
Sotto l'usbergo del sentirsi pura. 



Tal nella vista nuova 

Fosti, e benigne stelle ti levaro 

Di cortesia, d' ingegno in bella prova, 

E di valor, che allora ivan del paro. 

Così poi ti lasciò la tua diletta, 

La bella giovinetta, 

Nella selva selvaggia incerto e solo, 

Armandoti le penne a tanto volo. 



Così fermo e virile 

Frenar tentasti il tuo popolo ingiusto : 
Così, cacciato poi del bello ovile, 
Mendicasti la vita a frusto a frusto, 
Ben tetragono ai colpi di sventura ; 
E della tua sciagura 
Virtù ti crebbe, e potè meglio il verso 
Descriver fondo a tutto l'universo. 



Solingo e senza parte 
Librasti in equa lance il bene e il male, 
E nell'angusto circolo deh' arte 
Come in libero ciel spiegasti l'ale. 
Novella Musa ti mostrava l'Orse, 
E fino a Dio ti scòrse 
Per lo gran mar dell' Essere l'antenna, 
Che non raggiunse mai lingua né penna. 



Sempre più e' innamora 
Tua vision che poggia a tanta altezza : 
Nessun la vide tante volte ancora, 
Che non trovasse in lei nuova bellezza. 
Ben gusta il frutto della nuova pianta 
Chi la sa tutta quanta : 
In lei si specchia cui di ben far giova, 
Per esempio di lei beltà si prova. 



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Toesie del Giusti illustrate 253 



Forse intera non vedo 

La bellezza eh' io dico, e si trasmoda 

Non pur di là da noi ; ma certo io credo 

Che solo il suo fattor tutta la goda. 

E così cela lei l'esser profonda : 

E l'occhio che per l'onda 

Di lei s' immerge, prova il suo valore ; 

Tanto si dà quanto trova d'ardore. 



Per mille penne è tòrta 

La sua sentenza : e chi là entro pesca, 

Per gran sete d'attingere vi porta 

Ambagi e sogni onde i semplici invesca. 

Uno la fugge, un altro la coarta, 

O va di carta in carta 

Tessendo enimmi, e sforza la scrittura 

D'un tempo che delira alla misura. 



Per arte e per inganno 

Di tal cui sol diletta il pappo e il dindi, 

Mille siffatte favole per anno 

Di cattedra si gridan quinci e quindi. 

O di te stesso guida e fondamento, 

Ai pasciuti di vento 

Dirai che indarno da riva si parte 

Chi cerca per lo vero e non ha l'arte. 



Ben v' ha chi sente il danno, 

E che si stringe a te ; ma son sì pochi 
Che le cappe fornisce poco panno. 
Padre, perdona agi' intelletti fiochi, 
Se tardo orecchio ancor non ha sentito 
Tuo nobile ruggito ; 
Se fraude spiuma, se iattanza veste 
D'ali di struzzo l'aquila celeste. 



Io, che laudarti intendo 

Veracemente, con ardito innesto, 

Tremando all'opra e diffidando, prendo 

La tua loquela a farti manifesto. 

Se troppa libertà m'allarga il freno, 

Il dir non mi vien meno : 

Lascia eh' io venga in piccioletta barca 

Dietro il tuo legno che cantando varca. 



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254 Poesie del Giusti illustrate 



O maestro, o signore, 
O degli altri poeti onore e lume, 
Vagliami il lungo studio e il grande amore 
Che m' han fatto cercar lo tuo volume. 
Io ho veduto quel, che s' io ridico, 
Del ver libero amico, 
Da molti mi verrà noia e rampogna, 
O per la propria o per l'altrui vergogna. 



Tantalo, a lauta mensa 
D'ogni saper, vegg' io scarno e digiuno, 
Che scede e prose e poesie dispensa, 
E scrivendo non è né due né uno. 
Oimè, filosofia, come ti muti, 
Se per viltà rifiuti 

De' padri nostri il senno, e mostri a dito 
Il settentrional povero sito ! 



Qui l'asino s' indraca 
Stolidamente, e con delirio alterno, 
Vista la greppia, poi raglia, si placa, 
E muta basto dalla state al verno. 
Libertà va gridando eh' è si cara 
Ciurma oziosa ignara, 
E chi per barattare ha l'occhio aguzzo ; 
Né basta Giuda a sostenerne il puzzo. 



L'antica gloria è spenta ; 

E le terre d' Italia tutte piene 

Son di tiranni e un martire doventa 

Ogni villan che parteggiando viene. 

Pasciuto in vita di rimorsi e d' onte, 

Dai gioghi di Piemonte, 

E per l'antiche e pe ler nuove offense 

Caina attende chi vita ci spense. 



Oggi mutata al certo 
La mente tua s'adira e si compiagne 
Che il giardin dell' imperio abbia sofferto 
Cesare armato con l'ugne grifagne. 
La mala signoria che tutti accora 
Vedi come divora 
E la lombarda e la veneta gente, 
E Modena con Parma n' è dolente. 



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■JPowìé rff/ Giusti illustrate 255 



Volge a rinnova membre 

Fiorenza, e larve di virtù profila 

Mai colorando, che a mezzo novembre 

Non giunge quello che d'ottobre fila. 

Oual è de' figli suoi che in onor l'ama, 

A gente senza fama 

Soggiace : e i vermi di Giustiniano 

Hanno fatto il suo fior sudicio e vano. 



Basso e feccioso sgorga 

Nel Serchio il brulicame di Borbone, 

E in quel corno d'Ausonia che s' imborga 

Di Bari, di Gaeta e di Cotrone, 

E la bella Trinacria consuma ; 

Che, là dov'arde e fuma 

Dall'alto monte, vede ad ora ad ora 

Mosso Palermo a gridar — mora, mora ! 



Al basso della ruota 

La vendetta di Dio volge la chierca : 
La gente che dovrebbe esser devota, 
Là dove Cristo tutto dì si merca 
Puttaneggiar co' regi al mondo è vista, 
Che di farla più trista 
In dubbio avidi stanno : e l'assicura, 
Di fede invece, la comun paura. 



Del par colla papale 

Già l'ottomana tirannia si sciolse, 

Là dove Gabbriello aperse l'ale 

E dove Costantin l'aquila volse. 

Forse Roma, Sionne e Nazzarette 

E l'altre parti elette, 

Il gran decreto che da sé è vero 

Libere a un tempo vuol dall'adultero. 



Europa Affrica è vaga 

Della doppia ruina ; e le sta sopra 

Il barbaro, venendo da tal plaga 

Che tutto giorno d'Elice si cuopra ; 

E l'angla nave all'oriente accenna : 

Ma lenta della Senna 

Turba con rete le volubili acque 

La volpe che mal regna e che mal nacque, 



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256 Poesie del Giusti illustrate 



E palpitando tiene 

L'occhio per mille frodi esercitato 
All'opposito scoglio di Pirene 
Delle libere fiamme inghirlandato ; 
Temendo sempre alle propinque ville 
Non volin le faville 
Di spenta libertà sopra i vestigi, 
E d'uno stesso incendio arda Parigi. 



Ma dal corporeo velo 

Scarco, e da tutte queste cose sciolto, 

Con Beatrice tua suso nel cielo 

Cotanto gloriosamente accolto, 

La vita intera d'amore e di pace 

Del secolo verace 

Ti svia di questa nostra inferma e vile ; 

Sì è dolce miracolo e gentile. 



E beato mirando 

Nel volume lassù triplice ed uno, 

Ove si appunta ogni ubi ed ogni quando, 

U' non si muta mai bianco né bruno, 

Sai che per via d'affanni e di ruine 

Nostre terre latine 

Rinnoverà, come piante novelle, 

L'amor che muove il sole e 1' altre stelle. 



(i) Improntando i sensi, i concetti e le parole dell'altissimo Poeta, Giuseppe Giusti si eleva in 
questa canzone all'altezza del Ghibellino e lo commenta degnamente in ciò che riguarda il concetto 
e l' idea nazionale. 

Passando in rivista le miserie e l'avvilimento politico dell' Italia, quale frazionata, divisa ed 
oppressa trovavasi nel 1841, l'addita a Dante Alighieri e flagella, come esso fece cogli uomini del 
XIII secolo, i potentati e i cittadini del XIX secolo. 

Trova in Firenze larve di virtù, basso e feccioso trova il bulicame borbonico in Lucca e nel regno 
delle Due Sicilie, la mala signoria nel Lombardo-Veneto, Modenese e Parmigiano, le sozzure in Roma, ecc. 
la caina in Piemonte — tiranni e popoli ignavi ovunque. 

Interpretando con ira magnanima il concetto nazionale di Dante Alighieri, che solingo e senza 
parte librò in equa lance il bene e il male, Giuseppe Giusti conobbe i danni della lunga servitù ma non 
'presentì così vicino il risorgimento della patria — avvenimento al quale egli non poco contribuì col- 
l'aculeo della pungente satira. — Egli fu il Barretti della politica dei suoi tempre richiamerà più alte 
cose gli assonnati spiriti della penisola. — In quel tempo non vi erano che gli esuli che incitassero 
gli italiani: Gioberti, Durando, Pecchio, Rossetti, Mamiani, Orioli, Botta e cento e cento altri. 

In fine il nostro Autore richiama la gioventù, togliendola ai futili perditempi letterari, ai severi 
studi della Divina Commedia, come quelli che possono accendere la mente, nobilitare il cuore e pre- 
ludere al risorgimento nazionale. 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 17* 



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Toesie del Giusti illustrate 



IL MEMENTOMO 



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1841. 



Se ti dà l'animo 
D'andar pei chiostri 
Contando i tumuli 
Degli avi nostri, 
Vedrai l' immagine 
Di quattro o sei 
Chiusi per grazia 
Ne' mausolei. 

Oggi e' insacca 
La carne a macca 
In laide maschere 
Fidia si stracca. 

Largo ai pettegoli 
Nani pomposi 
Che si scialacquano 
Lapoteosi. 

Non crepa un asino 
Che sia padrone 
D'andar al diavolo 
Senza iscrizione. 




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Dietro l'avello 
Di Machiavello (2) 
Dorme lo scheletro 
Di Stenterello. 



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Poesie del Giusti illustrate 



Commercio libero : 
Suoni il quattrino, 
E poi s'avvallano 
Chiesa e casino. 
Si cola il merito 
A tutto staccio ; 
Galloni e Panteon 
Sei crazie il braccio. 
Scappa di dòmo 
Un pover'uomo 
Che senta i brividi 
Di galantuomo. 




O mangiamoccoli, 
Che a fare un santo 
Date ad intendere 
Di starci tanto ! 
E poi nell'aula 
Devota al salmo 
L' infamia sdraiasi 
Di palmo in palmo ! 
Ah l'aspersorio 
Per un mortorio 
Slarga al postribolo 
Anco il ciborio ! 



259 



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Poesie del Giusti illustrate 



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La bara, dicono, 
Ci porta al vero : 
Oh sì, fidatevi 
D' un cimitero ! 
Un giorno i posteri 
Con labbra pie 
Biasciando il lastrico 
Delle bugie, 




Diranno : Oh gli avi 
Com'eran bravi ! 
Che spose ingenue, 
Che babbi savi ! 



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Toesie del Giusti illustrate 



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261 



Un dotto, transeat ! 
Ma un' Eccellenza 
Tapparlo a povero, 
Certo, è indecenza ! 
Ribolla in lurida 
Fogna plebea 




Del basso popolo 

La fricassea (3) : 

Spalanca, o Morte, 
Vetrate e porte ! 




Aria a un cadavere 
Che andava a Corte 



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262 Poesie del Giusti illustrate 



Così la postuma 
Boria si placa : 
E molti, a immagine 
Della lumaca, 
Dietro si lasciano 
Sul pavimento 
Impura striscia 
Che pare argento. 

Ecco gli eroi 

Fatti per voi, 

Che a suon di chiacchiere 

Gabbate il poi. 

Ma dall'elogio 
Chi t'assicura, 
O nato a vivere 
Senza impostura ? 
Morto, e al biografo 
Cascato in mano, 
Nell'asma funebre 
D'un ciarlatano 

Ménti costretto, 

E a tuo dispetto 

Imbrogli il pubblico 

Dal cataletto. 

Per dio, la lapida 
Mi fa spavento ! 
Vo' fare un lascito 
Nel testamento 
D'andar tra'cavoli 
Senza il qui giace. 
Lasciate il prossimo 
Marcire in pace, 

O parolai, 

O epigrafai, 

O vendi-lacrime, 

Sciupa-solai. 



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Poesie del Giusti illustrate 263 



ANNOTAZIONI 



(1) In questa briosa e risentita satira il nostro Poeta tocca una delle più lercie piaghe della 
moderna società. GH scìupasolai e epigrafai sono giunti a tanto che offendono il senso morale del 
popolo. — Agli estinti è dovuto l'oblio delle loro colpe e il ricordo delle loro virtù. — Ma vedere 
eternati nel marmo, o nel bronzo, con parole di alto encomio, uomini di nessuna o di fama perduta, 
donne che vissero senza esser mai vive, pargoletti che non respirarono le aure del giorno che per 
pochi istanti, muove a schifo e a sdegno. 

Nei bei tempi della repubblica romana l'epigrafe era cosa di sì grave momento che a tutti 
non concedevasi : e molto meno al vizio si lasciavano tributare le lodi e gli encomi dovuti alla virtù. 

— Vennero i tempi tristi, i tempi della corruzione, susseguì il lassismo ignobile nel basso impero e 
allora fu lecito quello che oggi si osserva nella nostra corrotta società. 

Gli onori per gli estinti sono una delle potenti molle per richiamare nel sentiero della rettitudine 
i superstiti : e se al vizio trionfante si tributano compri onori e venduti incensi, che stimolo volete 
che i cittadini abbiano per mantenersi nel tramite dell'onestà ? — Si ritorna a quell'epoca in cui i 
truculenti e immani imperatori di Roma si chiamavano e si adoravano come Dei, e alla stupidità 
di Caligola e di Vitellio che decretarono lapidi onorifiche a cavalli e a ciuchi. 

Contrucci e Muzzi rialzarono l'epigrafia italiana, ma di piacenteria essi pure non andarono 
immuni. — Essi estinti, tranne poche eccezioni, le epigrafi sono diventate un affare commerciabile 

— pagabili a peso d'oro. 

Sia dunque lode a Giuseppe Giusti che per il primo avvertì questa vergogna dei tempi attuali 
che domanda un energico provvedimento. 

(2) Chi non sarebbe preso di sdegno nel vedere che a tergo del sepolcro monumentale eretto 
nel Pantheon italiano di Santa Croce a Niccolò Machiavelli coll'eloquente e concisa epigrafe Tanto 
homini nullum par elogium, vi fosse il sepolcro e la lapide di Luigi Del Buono, lo Stenterello per 
eccellenza — anzi lo inventore di questa maschera teatrale ? Non è questo il più pungente degli 
epigrammi e la satira più crudele dei tempi moderni ? — Nel XVI secolo Machiavelli, nel XVII 
Galileo, nel XVIII Napoleone e Volta e nel XIX l' inventore dello Stenterello. — Su via tor- 
niamo a i principi, ridiventiamo uomini. 

(3) Fricassea — carne tagliata a pezzi e cotta nell'uovo nel significato proprio della parola, 
ma in senso allegorico e traslato significa carne sfacciata e informe — carcame putrido del corpo 
di chi fu grande e ricco, come di colui che fu povero e misero — uguale la legge della creazione 
uguale la legge della decomposizione dei corpi umani. 



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Poesie del Giusti illustrate 265 



LA TERRA DEI MORTI (I> 



G. C. 



1841 



A noi larve d' Italia, 
Mummie dalla matrice, 
È becchino la bàlia, 
Anzi la levatrice : 
Con noi sciupa il priore 
L'acqua battesimale, 
E quando si rimuore 
Ci ruba il funerale (-2). 



Eccoci qui confitti 
Coli' effigie d'Adamo ; 
Si par di carne e siamo 
Costole e stinchi ritti. 
O anime ingannate, 
Che ci fate quassù ? 
Rassegnatevi, andate 
Nel numero dei più. 



Ah d'una gente morta 
Non si giova la storia ! 
Di libertà, di gloria, 
Scheletri, che v' importa ? 



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266 Toesie del Giusti illustrate 



A che serve un'esequie 
Di ghirlande o di torsi ? (3) 
Brontoliamoci un requie 
Senza tanti discorsi. 



Ecco, su tutti i punti 
Della tomba funesta 
Vagar di testa in testa 
Ai miseri defunti 
Il pensiero abbrunato 
D'un panno mortuario. 
L'artistico, il togato, 
Il regno letterario. 



È tutto una morìa. 
Niccolini è spedito ; 
Manzoni è seppellito 
Co' morti in libreria. 
E tu giunto a compieta, 
Lorenzo, come mai 
Infondi nella creta 
La vita che non hai ? (4) 



Cos'era Romagnosi ? 
Un'ombra che pensava, 
E i vivi sgomentava 
Dagli eterni riposi. 
Per morto era una cima 
Ma per vivo era corto, 
Difatto, dopo morto, 
È più vivo di prima (5). 



Dei morti nuovi e vecchi 
L'eredità giacenti 
Arricchiron parecchi 
In terra di viventi : 
Campando in buona fede 
Sull'asse ereditario, 
Lo scrupoloso erede 
Ci fa l'anniversario. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Con che forza si campa 
In quelle parti là ! 
La gran vitalità 
Si vede dalla stampa. 
Scrivi, scrivi e riscrivi, 
Oue' geni moriranno 
Dodici volte l'anno, 
E son lì sempre vivi. 

O voi, genti piovute 
Di là dai vivi, dite, 
Con che faccia venite 
Tra i morti per salute ? 
Sentite, prima o poi 
Ouest'aria vi fa male ; 
Quest'aria anco per voi 
E un'aria sepolcrale. 

O frati soprastanti, 
O birri inquisitori, 
Posate di censori 
Le forbici ignoranti. 



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268 



Poesie del Giusti illustrate 



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Proprio de' morti, o ciuchi, 
È il ben dell' intelletto : 
Perchè volerci eunuchi 
Anco nel cataletto ? 



Perchè ci stanno addosso 
Selve di baionette, 







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E s'ungono a quest'osso 
Le nordiche basette ? 
Come ! guardate i morti 
Con tanta gelosia ? 
Studiate anatomia, 
Che il diavolo vi porti ! (6) 



Ma il libro di natura 
Ha l'entrata e l'uscita 
Tocca a loro la vita 
E a noi la sepoltura. 
E poi, se lo domandi 
Assai siamo campati : 



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Pocsie del Giusti illustrate 



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169 




Gino, eravamo grandi (7), 
E là non eran nati. 



O mura cittadine, 
Sepolcri maestosi, 
Fin le vostre ruine 
Sono un'apoteosi. 
Cancella anco la fossa, 
O barbaro inquieto ; 
Che temerarie l'ossa 
Scuotono il sepolcreto. 



Veglia sul monumento 
Perpetuo lume il sole, 
E fa da torcia a vento 
Le rose, le viole, 
I pampani, gli olivi, 
Son simboli di pianto : 
O che bel camposanto 
Da fare invidia ai vivi 



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270 



Poesie del Giusti illustrate 



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Cadaveri, alle corte 
Lasciamoli cantare, 
E vediam questa morte 
Dov'anderà a cascare. 




Tra i salmi dell'Uffizio 
C è anco il Dies irce ; 
O che non ha a venire 
Il giorno del giudizio ? (8) 



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Poesie del Giusti illustrate 271 



ANNOTAZIONI 



(1) L'alma Tellus, la madre delle scienze, delle lettere, delle belle arti tutte, dei più sottili e 
duraturi ordinamenti militari, civili ed economici — la terra che fu culla a Dante, a Colombo, 
a Michelangiolo, a Machiavelli, a Raffaele d'Urbino, a Napoleone I ed a Galileo può chiamarsi la 
terra dei morti ! Più stupida che irriverente fu questa frase di Lamartine, che non seppe essere né 
fedele a quel re che lo aveva colmato di onori, né repubblicano sincero, atto a grandi concepimenti. 

Quando Lamartine scriveva, 1' Italia già si risvegliava, e dietro i Foscolo, i Manzoni, i Monti 
e gli Alfieri, si schieravano i Balbo, i D'Azeglio, i Gioberti, i Niccolini, i Guerrazzi, i Mamiani e i 
Rosmini precursori di Vittorio Emanuele, di Cavour e di Garibaldi — una triade che 1' Europa invidia. 

Pur troppo i facili nostri trionfi e la precipitazione con la quale caddero a rifascio sette troni 
secolari, avvennero i plebisciti e si iniziarono e compirono gli eventi fortunosi delle sorti italiane, 
ci resero noncuranti e imprudenti disprezzatori dei nemici che tuttora conta l'unità ed indipendenza 
italiana e tutto è ancora in problema — abbiamo nemici ovunque, a Roma come a Parigi, e fra 
cattolici non meno che fra protestanti e scismatici. — Ma i più attivi e pericolosi nemici di noi italiani, 
siamo noi italiani, che quasi ci pentiamo, sotto il vessillo dell'unità, di esserci riuniti in una nazione 
sola, distruggendo per sempre (giova almeno sperarlo) lo spirito di gretto municipalismo e quello 
delle individualità strapotenti in Italia. — No che 1' Italia non fu mai morta, benché la tristezza 
dei tempi, le male arti dei governi- dispotici e corruttori, 1' invidia e la malevolenza delle nazioni 
già nostre discepole e ancelle, la gelosia dei potentati e la crociata oscurantista del papato ci vie- 
tassero di apparir vivi nella politica e nelle arti dell' industria e dei commerci. — Che se morti fum- 
mo, noi risorgemmo, sventando quell'assioma della storia che suona — nessuna nazione estinta 
potrà risorgere — sostituendovi (e lo sia caro alla Polonia) il detto di Cesare Balbo, che nessuna 
nazione cristiana può perire. 

Se noi italiani siamo destinati ad uno splendido avvenire, o a morir per sempre miseri ed ino- 
norati, oggi sta sulla bilancia — se non farà senno la Rappresentanza nazionale, se non soccorrerà 
il buon senso della popolazione, se il Governo disconoscerà i tempi e l'altezza della sua missione 
— allora la trista sentenza avrà una ben meritata significazione, e noi pregheremo i vapori vulcanici 
condensati sotto il nostro suolo ad erompere ed a precipitarci tutti quanti nell'abisso. — Ma Dio 
disperda il tristo augurio L 

(2) In questa sdegnosa satira Giuseppe Giusti fu grande e diremo quasi inimitabile. — La poesia 
che commentiamo ebbe un'eco in tutta 1' Italia e suscitò una miriade di scrittorelli, che meglio di 
completarne il concetto lo deturparono, accennando a mille futilità ed insolentendo con modi vol- 
gari e plebei contro gli scrittori francesi sulle cose d' Italia. 

(3) Torsi, significa mozziconi di torcetti. 

(4) Lorenzo : fu il nome dell' immortale Bartolini, scultore di quella vaglia e di quella fama 
che tutti sanno, e che sì può dire il fondatore della fiorente scuola fiorentina e quegli che liberò 
1' Italia dalla tirannia del formalismo, a cui piegò lo stesso Canova e non ne andarono del tutto 
immuni né Torwaldesen né Tenerani. 

(5) Magnifica questa idea dei morti più vivi di quando il mondo se li ebbe. In questo caso fu 
anche vero. Romagnosi, sovrano intelletto speculativo, temprò la filosofia vaporosa degli Alemanni, 
la sofistica dei Francesi e la superficiale degli Inglesi coll'esperimentalismo italiano, e con l'indu- 
zione storica del Vico. — Esso fu misero ed ignoto fin che visse. — Dopo morto fu grandissimo 
e laudato. 



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272 Toesie del Giusti illustrate 



(6) Ottimamente, a che tanti castrapensieri e spegnilumi, e armi e spie e patiboli, se noi era- 
vamo morti ? Lo si sapeva che noi eravamo vivi, impazienti di libertà ed insofferenti di servitù. 
— Però ci si opprimeva con ogni tirannide civile, politica e religiosa — a maggior gloria dei de- 
spoti stranieri. 

(7) Gino, il marchese Gino Capponi presso il quale il Poeta visse nei suoi ultimi anni e vi 
morì, lasciando parte dei suoi manoscritti a questo grande italiano della scuola neo-cattolica, e 
discendente da quel Piero Capponi, ganfoloniere di Firenze, che rintuzzò l'orgoglio del re Carlo Vili 
di Francia. 

(3) 

Tra i salmi dell'Uffizio 
C'è anco il Dies ir*: 
O che non ha a venire 
Il giorno del giudizio ? 

Magnifica conclusione dopo quella del paradiso delle nostre città, dei nostri freschi vigneti e vaghi 
giardini e ridenti prati. — Degno vaticinio per un popolo, che albergando dove la natura è tanto 
rigogliosa, non può non essere d' indole ardita, spigliata e della libertà avidissimo. In parte il 1859 
e 60 verificò il lusinghiero vaticinio, il voto di Giuseppe Giusti : e dopo il 1866 il lurco tedesco non 
calpestò più la nostra terra. 

Ripassò l'Alpi e ritornò fratello. 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 18. 



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Toesie del Giusti illustrate 



75 



L'AMOR PACIFICO (I) 



1841. 



Gran disgrazia, mia cara, avere i nervi 
Troppo scoperti e sempre in convulsione ; 
E beati color, Dio li conservi, 
Che gli hanno, si può dire, in un"coltrone, 




In un coltrone di grasso coi fiocchi, 
Che ripara le nebbie e gli scirocchi (2). 

Noi, poveri barometri ambulanti, 

Eccoci, qui, con tutto il nostro amore, 

Piccosi, puntigliosi, stravaganti, 

Sempre e poi sempre in preda al malumore, 

Senza contare una carezza sola 

Che o presto o tardi non ci torni a gola. 



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Toesie del Giusti illustrate 



Sentimi, cara mia, questa commedia 
O dura poco o non finisce bene ; 
E se d'accordo non ci si rimedia, 
Un di no' due ne porterà le pene. 
Tu patisci,, io non godo, e mi rincresce 
Riformiamoci un po' se ci riesce (3). 



In via di contrapposto e di specifico 
Al nostro amor che non si cheta mai, 
Ecco la storia dell'amor pacifico 
Di due fortunatissimi Ermolai, 
Femmina e maschio, che dal primo bacio 
Stanno tra loro come pane e cacio. 



Essi là^ là," come ragion comanda, 
S'adorano da un mezzo giubileo : 
L'amorosa si chiama Veneranda, 
E l'amoroso si chiama Taddeo ; 
Nomi rotondi, larghi di battuta 
E da gente posata e ben pasciuta. 




La dama infatti è un vero carnevale, 
Una meggiona (4) di placido viso ; 
Pare in tutto e per tutto tale e quale 
Una pollastra ingrassata col riso ; 
Negli atti lenti ha scritto : Posa piano 
E spira flemma un miglio di lontano. 



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Toesie del Giusti illustrate 



277 




Grasso, bracato, a peso di carbone, 

Il suo caro Taddeo somiglia un B (5) ; 
Un vero cor-contento, un mestolone 
Fatto, come suol dirsi, e messo lì ; 
Sbuffa, cammina a pause, par di mota, 
Pare un tacchino quando fa la 'rota (6). 

Del rimanente, vedi, tutte e due, 
Oltre all'esser onesti a tutta prova, 
Levato il grasso e un briciolo di bue, 
Che per un grasso non è cosa nova, 
Son belli, freschi, netti come un dado, 
Cosa che in gente grassa avvien di rado. 

Si veggono la sera e la mattina 
Comodamente all'ore stabilite ; 
Parlan di consumè, di gelatina, 
Di cose nutrienti e saporite ; 
Neil' inverno di stufe, e nell'estate 
Trattano, per lo più, di gramolate. 

Quando arriva Taddeo, siede e domanda : 
Cara, che fai ? come va l'appetito ? — 
Mi contento, risponde Veneranda : 
E tu, anima mia, com' hai dormito ? — 
Undici ore, amor, mio, tutte d'un fiato : 
A mezzo giorno, o sbaglio, o t' ho sognato. 



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278 



Poesie del Giusti illustrate 



E per dell'ore poi resta lì fermo, 

Duro, in panciolle, zitto come un olio ; 
O tirando sbadigli a cantofermo, 
Come se fosse zucchero o rosolio, 
Si succhia in pace l'apatia serena 
Di quel caro faccione a luna piena. 




■ — CLos-ur/M 

iDal canto suo la tepida signora, 
Quasi supina colla calza in mano, 
Infilando una maglia ogni mezz'ora, 
Ride belando al caro pasticciano. 
E torna a dimandar di tanto in tanto : 
Lo vuoi stamane un dito di vin santo ? 

Perch: questa signora, hai da sapere, 
Che invece di bijou, di porta-spilli, 
Di rococò, di bocce e profumiere, 
E di quei mille inutili gingilli, 
- Di che, sciupando un monte di quattrini, 
Tu gremisci vetrine e tavolini, 

Come donna da casa e che sa bene 
Il gusto proprio e quello di chi l'ama, 
In luogo di quei ninnoli, ci tiene 
Bottiglie, che so io, bocche di dama (7), 
Paste, sfogliate ripiene di frutta, 
Tanto per non amarsi a bocca asciutta. 



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Poesie del Giusti illustrale 279 



La sera, quando s'avvicina l'ora 

D'andare alla burletta o alla commedia, 

Venerenda che mastica e lavora, 

Senza scrollarsi punto dalla sedia, 

Sbadiglia e poi domanda : il tempo è buono ? — 

Stupendo. - Guarda un po' che ore sono ? — 



Son l'otto. — Proprio l'otto ? Ora mi vesto. - 
Brava, — Ma ti rincresce d'aspettarmi ? — 
No, no, vestiti a comodo. - - Eh fo presto ! - 
(E lì piantati e duri come marmi). 
Taddeo, che ore sono ? - - Son le nove. — 
Dunque scappo a vestirmi. — (E non si muove). 



Taddeo, che dici, mi vesto di nero ? — 
Sì, vestiti di nero. - O la mantiglia 
L'abbia a prendere ? - - Prendila. — Davvero ? 
O se è caldo ? - - Allora non si piglia. — 
Così restano in asso, e dopo un pezzo : 
Che ore sono ? Son le dieci e mezzo. — 



Diamine ! O dove sia la cameriera ? . . . 
Basta, oramai sarà l'ultima scena ; 
Che diresti ? — Anderemo un'altra sera. - 
Sì, dici bene, è meglio andare a cena. — 
E di questo galoppo, ognuno intende 
Che vanno avanti anco le altre faccende. 



Liti, capricci, chiacchiere, dispetti, 
Non turbano quel nodo arcibeato : 
La Gelosia e' ingrassa di confetti, 
Il Sospetto ci casca addormentato : 
Amor ci va, sbrigata ogni faccenda, 
E credo che ci vada a far merenda. 



La Maldicenza (impara, o disgraziata, 

Tu che di ciarle fai sempre un gran caso), 
La Maldicenza a volte s' è provata 
Nelle loro faccende a dar di naso, 
Tentando forse di scoprir terreno 
O di farli dormir mezz'ora meno : 



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280 



Poesie del Giusti illustrate 



Ma per quanto le zanne abbia appuntate 
Come lesine e lunghe più d'un passo, 
Questa volta, nel mordere, ha trovate 
Tante suola di muscoli e di grasso, 
Che per giungere al cor colla ferita 
L' ha fatta corta almen di quattro dita. 

Una tal volta, immagina, fu detto 
A Veneranda da una sua vicina, 
Che Taddeo le celava un amoretto 
Di fresco intavolato alla sordina, 
E ciarlando arrivò la chiacchierona 
Fino a dirle la casa e la persona. 




Rispose Veneranda : O che volete, 
Caspiteretta, che non si diverta ? 
Lo compatisco : è giovane, sapete ! 
Solamente rimango a bocca aperta 
Che la vada a cercar tanto lontana, 
A rischio di pigliar una scalmana ! — 

Un'altra volta dissero a Taddeo 
Che Veneranda, povera innocente, 
Teneva di straforo un cicisbeo, 
E che questo briccone era un tenente 
Che gli faceva l'amico sul muso 
E dietro il Giuda, come corre l'uso. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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281 



Come ! disse Taddeo, Carlo ? davvero ? 
Povero Carlo, è tanto amico mio ! 



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Per me ci vada pur senza mistero, 
E tanto meglio se ci sono anch' io. 
Ma eh ? che capo ameno che è Carlo ! 
Fa bene Veneranda a carezzarlo. — 

Così di mese in mese e d'anno in anno 
Amandosi e vivendo lemme lemme, 
È certa, cara mia, che camperanno 
A dieci doppi di Matusalemme. 
E noi, col nostro amore agro e indigesto, 
Invecchieremo, creperemo, e presto. 

O pace santa ! o nodo benedetto ! 
Viva la Veneranda e il suo tesoro ! 
Ma insomma delle somme, io non t'ho detto 
Come andò che s' intesero tra loro : 
Se non Y ho detto, te lo dico adesso : 
Dirtelo prima o poi, tanto è lo stesso. 

Erano tutti e due del vicinato, 
Piccioni della stessa colombaia ; 
E ciascuno nel mondo avrà notato 
Che Dio fa le persone e poi l'appaia, 
Che l'amore e la tosse non si cela, 
Che vicinanza è mezza parentela. 



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282 



Poesie del Giusti illustrate 



Veneranda era vedova di poco : 
Taddeo, scapolo, ricco e ben veduto : 
E una volta, a proposito d'un cuoco, 
V'era corso un biglietto ed un saluto 
Ma fino a lì, da buoni conoscenti, 
La cosa era passata in complimenti. 

Un giorno, da un amico a desinare 
Trovandosi invitati e messi accanto, 
Si vennero per caso a combaciare 




Colle spalle, co' gomiti, con quanto 
Sempre (quando la seggiola non basta) 
S'arroteranno^due \di quella pasta. 

L' indole, la scambiavole pinguetudine, ■ 
La scintillaccia che madre Natura 
Pianta perfino in corpo alla torpedine, 
li cibo, il caldo, e quella arrotatura, 
Fece sentire alle nostre balene 
D'esser due còsi da volersi bene. 

L'affetto stuzzicato ad ogni costo 
Volea provarsi a dire una parola ; 
Ma scontrato dal fritto e dall'arrosto 
Restava lì strizzato a mezza gola : 
Intanto il desinare era finito, 
Combattendo l'amore e l'appetito. 



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Poesie del Giusti illustrate 



S'alzaron gli altri, ed ove si mesceva 
Il calie tutti quanti erano andati ; 




Quando gli amanti, dandosi di lèva 
Co' pugni sulla mensa appuntellati, 
In tre tempi, su su, venner ponzando, 
Soffiando, mugolando e tentennando. 

Ouando d'essere in pie fu ben sicuro, 

~ Taddeo porse alla bella un braccio grave 

All'uscio si puntò, si strinse al muro ; 

E lì deposto il carico soave, 




Nelle stanze di là la mandò sciolta, 
Che bisognò passare uno alla volta. 



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284 Toesie del Giusti illustrate 



Di qua, di là, per casa e nel giardino 
Tutta si sparpagliò la compagnia : 
Ma fiacchi dal disagio del cammino 
Di due salotti e d'una galleria, 
Provvidero gli amanti alla persona, 
E fecer alto alla prima poltrona. 



Nel primo abbocco degl' innamorati 
Si sa che no v'è mai senso comune : 
Ma quando tutti e due sono impaniati, 
Ognun dal canto suo slenta la fune : 
Ognuno sa ciò che l'altro vuol dire, 
Ognun capisce perchè vuol capire. 



Dopo mezz'ora e più di pausa muta 

Taddeo si fece franco e ruppe il ghiaccio, 

E cominciò : Signora, 1' è piaciuta 

La crema ? — Eccome ! — Sì ? me ne compiaccio. 

E quei tordi ? — Squisiti ! — E lo zampone ? — 

Eccellente ! ■ — E quel dentice ? — Bonone ! — 



Per verità, si stava un po' pigiati.... 
Era un bene per me l'averla accosta : 
Ma se per caso ci siamo inciampati, 
Creda, signora, non 1' ho fatto a posta. — 
Oh, le pare ! anzi lei ci stava stretto ; 
Scusi, vede, son grassa.... — E un bel difetto ! — 



Lo crede ? — In verità ! codesto viso 

È una pasqua, che il ciel glielo mantenga. — 
Son sana. ■ — Altro che sana ! è un paradiso ! — 
Ma via, sono un po' grossa.... — E se ne tenga ! 
Per me.... vorrei.... se mi fosse concesso.... — 
Che cosa ? — Rivederla un po' più spesso. — 



S'annoierebbe. — Oibò ? m'annoierei ? 
Anzi sarabbe il mio divertimento. — 
Oh troppo buono ! allora.... faccia lei.... — 
Vede, signora, il suo temperamento 
Mi pare che col mio possa confarsi : 
Che ne direbbe ? — Eh, gua', potrebbe darsi. — 



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Toesie del Giusti illustrate 



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285 



Via, faremo così: ci penseremo, 

Ci proveremo ; e poi, se si combina, 
Quand' è contenta lei, seguiteremo : 
La strada è pari, la casa è vicina, 
Tutto, secondo me, va per la piana... 
Comincerò quest'altra settimana. — 



E così, tra volere e non volere, 
Fu sentito, scoperto, ventilato, 
E poi con tutto il comodo a sedere, 
Senza malinconie continuato 
Per tanti e tanti e tanti anni di filo, 
Questo tenero amor nato di chilo. 




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286 Poesie del Giusti illustrate 



ANNOTAZIONI 



(l) La natura umana è un misto di corporeità animale e di spiritualismo angelico : ed erra 
al pari chi crede l'uomo non essere che un bruto propaginato dalle scimmie, come chi opina essere 
esso una pura emanazione dell'eterno bene e della coscienza universale delle cose, del vero e del 
bello come del giusto e del perfetto. 

Fra i diversi popoli, come fra i diversi individui, e nei vari tempi alla pari che nei vari luoghi 
si ha agio di notare alcune eccezioni. — Vi sono delle nature privilegiate che più delle altre pog- 
giano all'etereità e bontà divina, come ce ne sono delle altre che scendono al grado di bruti e 
nei quali la voce della coscienza tace alla pari della voce dell' intelletto, e gli appetiti animali e brutali 
prendono il sopravvento sui nobili, cari e gentili affetti. 

Le passioni tutte prendono colore, forma e impronta dallo stato fisiologico e psicologico dei 
diversi individui ed improntano alla tempra di questi un carattere indelebile usque ai furami. 

La nobile passione dell'amore non si sottrae a questa legge generale, ed è per ciò che in alcuni 
è istinto di voluttuose sensazioni, ed in altri è spiracolo dell' ineffabile ed eterna dolcezza. 

Dalle dolci armonie di amore di Abelardo e di Eloisa, di G. G. Rousseau, di Lord Byron, di 
Dante e Petrarca, di san Francesco di Sales e di santa Teresa, a ciò che si nota diuturnamente 
nella storia della vita dell'universalità dei cittadini, vi è una incommensurabile distanza. Nei primi 
l'amore fu sospiro dell'anima, negli altri non è che sfogo dei bisogni della corporeità. — Però questo 
non è amore, come l' ipocrisia non è carità, e il perdono obbligato non è generosità di animo. 

Giuseppe Giusti, in questo lepido ed ameno racconto, più che la ferula di Giovenale, Barretti 
e Parini, adoperò la grazia, la leggiadria e il lepore del tosco idioma e si compiacque scherzare senza 
ferire e ritrarre uno dei moderni tipi sociali. Egli spogliò l'amore di Taddeo e Veneranda di ogni 
sospetto, di ogni gelosia, di ogni indipendenza individuale, quindi pinse in pingui corpi la cras- 
sità dell'amore conjugale. Da nature eguali, simile ed eguale elettricità," non si sviluppa alcuna effer- 
vescenza — ed un affetto senza armonica contradizione fra l'uomo e la donna, se può essere bene- 
volenza ed amicizia, non potrà mai essere amore. 

Dove non fu fiamma non vi potè essere incendio, e dove manca la gelosia e il bisogno dell'as- 
soluto e pieno individualismo non vi può essere sublimità e veracità di amore. 

Basta a Taddeo e Veneranda trincare, mangiare e dormire. — L' amore in loro è passivo, 
è inoperoso, o per dir meglio, non esiste. — Quel fremito divino che agita il core, che commove corpo 
ed anima, che atterra o sublima, che rende grandi o miseri, che inspira le grandi virtù o gli efferati 
delitti, che è sospiro dell'anima, alimento della vita, speme e conforto, che vendica ogni perversità 
di fortuna, invano voi lo cerchereste nei nostri eroi — plasmati all'unisono. 

Nature opposte, aventi qualche punto di attrito e di congiunzione simpatica, fatale inesorabile 
e non scindibile : ecco le molle del vero amore. 

(2) E verissimo : le passioni si atteggiano a seconda della temperie individuale del sistema 
nervoso. L'amore nasce, come ogni altra passione affettiva, dal sistema nervoso, e più che altro da 
quello che presiede alla vita animale. — Il gran taumaturgo degli affetti è il gran simpatico. 

Amor che nasce in mente non è amore. 

non è che roba fredda comunque bene cucinata : è nebbia che lascia il tempo che trova ; sullo svi- 
luppo delle simpatie, l'intelletto e la volontà non hanno alcun potere, sono fatali fulminazioni che deci- 
dono del bene e del male di tutta la vita e la circondano di rose sempre verdi, o di spine infinite 
e pungentissime. 

(3) Giusti sentì la forza dell'amore e trovò nella sua Elvira una donna che voleva amarlo, ma 
con pienezza dell' indipendenza, sottostando ai suoi frequeni sebbene innocenti capricci, le ardeva 



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Poesie del Giusti illustrate 287 



l'anima di momento in momento. Ma poiché l'affetto era pure in essa sentito, profondo e sincero, 
cosi il rimorso si svegliava subito, e succedendo allo sdegno la pace, godevano momenti brevi di 
dolcezza e voluttà ineffabile. Ma già l'amore è così, e la donna schiva, sommessa e legata alla neces- 
sità non può amare, né Giusti, né altri la desidererebbe tale. — Nella libertà dell'affetto, nelle brevi 
<merre e nelle dolci paci, la vita scorre lieta e confortata. 

(4) Meggìona : donna ben appannata di carni. 

(5) B : allude al petto e all'addome prominente. 

(6) Far la rota : girare attorno a collo rialzato e ad ali spiegate. 

(7) Dolce fatto con uova, zucchero e mandorle. 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 



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Poesie del Giusti illustrate.— edizione nerbini 



Fascicolo 19 



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Poesie del Giusti illustrate 



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LA SCRITTA 



1841. 



Parte prima. 



Pesa i vecchi diplomi e quei d' ieri, 
Di schietta nobiltà v' è carestia : 



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Dacché la fame entrò ne' cavalieri, 
La tasca si ribella all'albagìa. 
Ma nuovi sarti e nuovi rigattieri 
A spogliare e vestir la signorìa 
Manda la Banca, e le raschiate mura 
Ripiglian l'oro della raschiatura. 



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'Poesie del Giusti illustrate 



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Poco preme l'onor, meno il decoro ; 
E al più s'abbada a insudiciare il grado 
Che se grandi e plebei calan tra loro 
A consorzio d'uffici o a parentado, 
Necessità gli accozza a concistoro 
O a patto coniugai ; ma awien di rado 
Che non rimangan gli animi distanti, 
E la mano del cor si dà co' guanti (1). 

Un de' nostri usurai messe una volta 
L'unica figlia in vendita per moglie, 
Dando al patrizio che l'avesse tolta 
Delle fraterne vittime le spoglie ; 
Purché negli usci titolati accolta 
Venisse, a costo di rifar le soglie, 
E colle nozze sue l'opere ladre 
Nobilitasse del tenero padre. 



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Era quella fanciulla uno sgomento ; 
Gobba, sbilenca, colle tempie vuote ; 
Un muso tutto naso e tutto mento, 
Che litigava il giallo alle carote : 
Ma per vera bellezza un ottocento 
Di mila scudi avea tra censo e dote ; 
Per questo agli occhi ancor d'un gentiluomo 
Parea leggiadra, e il babbo un galantuomo. 



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Poesie del Giusti illustrate 



293 



Non ebbe questi da durar fatica, 
Nò bisognò cercar colla lanterna 
Un genero che in sé pari all'antica 
Boria covasse povertà moderna : 
Anzi gli si mostrò la sorte amica 




Tanto, che intorno a casa era un'eterna 
Folla d' illustri poveri di razza, 
Che incrociarsi volean colla ragazza. 

Di venti che ne scrisse al taccuino 
A certi babbi-morti dirimpetto, 
Un ve ne fu prescelto dal destino 
A umiliare il titolo al sacchetto. 
L'albero lo dicea sangue latino 
Colato in lui sì limpido e sì pretto 
Che dalla cute trapelava, e vuoisi 
Che lo sentisse il medico da' polsi. 

La scritta si fissò lì sul tamburo : 
E il quattrinaio, a cui la cosa tocca, 
Dei parenti del genero futuro 
Tutta quanta invitò la filastrocca. 
Coi propri, o scelse, o stette a muso duro, 
O disse per la strada a mezza bocca : 
Se vi pare veniteci, ma poi 
Non vi costringo.... in somma, fate voi. 



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294 



Poesie del Giusti illustrate 



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Un gran tempestìo 
S'udiva una sera 
Di zampe e di ruote : 
Con tal romorìo 
Lontana bufera 
Gli orecchi percuote. 
Gran folla di gente, 
Saputa la cosa, 
Al suono accorrea ; 
E tutta lucente 
Brillar della sposa 
La casa vedea. 

La fila de' cocchi 
Solcava la strada 
A perdita d'occhi : 
Per quella contrada 
Un ite e venite 
Di turbe infinite : 
Continuo lo strano 
Vociar de' cocchieri : 
E in mezzo al baccano, 
Tra torce e staffieri, 
La ciurma diversa, 
Plebea e signora, 




Nell'atrio si versa 
In duplice gora. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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295 



Là smonta la dama, 
E qua la pedina 
Che adesso si chiama 
O zia o cugina : 
Il gran ciambellano 
V'arriva da corte, 




E dietro un tarpano 
Da fare il panforte (2). 

Per lunghi andirivieni 
Di stanze scompagnate 
E di stambugi pieni 
D'anticaglie volate, 
Tra le livree di' gala 
S' imbocca in una sala, 

A cera illuminata 
Da mille candelieri, 
Da mobili stivata 
Nostrali e forestieri, 
E carica d'arazzi 
Vermigli e paonazzi : 

Ricca d'oro e di molta 
Varietà di tappeti. 
Dipinta era la volta, 
Dipinte le pareti 
Di storie e di persone 
Analoghe al padrone. 



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! 9 6 Poesie del Giusti illustrale 



Era in quella pittura 
Colla Mitologia 
Confusa la Scrittura : 
La colpa non è mia, 
Se troverai descritte 
Cose fritte e rifritte. 

Pagato tardi e poco 
L'artista e messo al punto, 
Pensò di fare un giuoco 
A quel ciuco riunto, 
E lì sotto coperta 
Gli potè dar la berta (3). 

Da un lato, un gran carname 
Erisitone ingoia ; 
E dall'aride cuoia 
Conosci che la fame 
Coli' intimo bruciore 
Rimangia il mangiatore. 

Giacobbe un po' più giù, 
D' Erisitone a destra, 
Al povero Esaù 
Rincara la minestra ; 
Santa massima eterna 
Di carità fraterna. 

Ma dall'opposto lato 
Luccica la parete 
Di Giove, trasmutato 
In pioggia di monete, 
Che scende a Danae in braccio 
Ad onta del chiavaccio. 

Di là da Danae l'empio 
Eliodoro è steso 
Sulla soglia del tempio ; 
E un cavalier, disceso 
Dal ciel, pesta il birbante 
Colle legnate sante. 

Nel soffitto si vede 
D'un egregio lavoro 
Mida da capo a piede 
Tutto coperto d'oro, 
Che sta lì spaurito 
Dal troppo impoverito. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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297 



Nel campo lentamente 

In vista al vento ondeggia 
La canna impertinente, 
E più lunge serpeggia 
Volubile sul suolo 
Il lucido Pattòlo. 

Fa contrapposto a Mida 
La presa di Sionne : 
Udir credi le strida 
Di fanciulli e di donne, 
E divampare il fuoco 
Rugghiando in ogni loco ; 

E nell'orrida clade, 

Di sangue e d'oro ingorde, 
Fra le lance e le spade 
Frugar con le man lorde 
Per il ventre dei morti 
Le romane coorti. 




La sposa in fronzoli 
Sta là impalata, 
Rimessa all'ordine 
E ripiallata. 

Tutte l'attorniano 
Le donne in massa 
Dell'alta camera 
E della bassa. 



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298 



Poesie del Giusti illustrate 



Queste la pigiano, 
La tiran via ; 
Quell'altre lisciano 
Con ironia : 

Essa si spiccica 
Meglio che sa, 
E si divincola, 
Di qua e di là. 

Lo sposo a latere, 
Ridendo a stento, 
Succhia la satira 
Nel complimento ; 

Ma, come l'asino 
Sotto il bastone, 
Si piega, e all'utile 
Doma il blasone. 




Legato e gonfio 
Come un fagotto, 
Con tutta l'aria 
D'un gabellotto, 

Ritto a ricevere 
Sta l'usuraio : 
Ciarla, s' infatua, 
È arzillo e gaio. 



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Poesie del Giusti illustrate 



Par che dal giubilo 
Non si ritrovi. 
Cogl' illustrissimi 
Parenti nuovi 



299 




Si sdraja in umili 
Salamelecchi, 
E passa liscio 
Su quelli vecchi. 

Anzi affacciandosi 
Spesso al salone, 
Grida : « Ma diavolo 
Che confusione ! 

Ohe, rizzatevi 
Costà, Teresa ; 
Date la seggiola 
Alla marchesa. 

Su bello, Gaspero ! 
Al muro, Gosto ! (4). 
Lesti ! stringetevi, 
Sbrattate il posto ». 

Quelli rinculano 
Goffi e confusi, 
In lingua povera 
Dicendo : Oh ! scusi. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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« Ma no (ripiglia 
La dama allora) ; 
No, galantuomini ; 
Chi non lavora 

Può star benissimo 
Senza sedere : 
Via, riposatevi, 
Fate il piacere ». 

Così le bestie 
Scansa con arte, 
E va col prossimo 
Dall'altra parte ; 




Ove una sedia 

Le porge in guanti 
Uno dei soliti 
Micchi eleganti, 

Che il gusto barbaro 
Concittadino 
Inciviliscono 
Col figurino. 

Sol, con quei tangheri 
Che stanno in piede, 
Seduta a chiacchiera 
Qua e là si vede 



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Poesie del Giusti illustrate 



Qualche patrizia 
Andata ai cani, 
Più democratica 
Co' terrazzani. 

Genio che mediti 
Di porre i sarti 
Nell'Accademia 
Delle Bell'Arti ; 

A cui del cranio 
Sopra le cuoia 
Sfavilla l'organo 
Della cesoia ; 

Reggi la bussola 
Dell'estro gretto, 
E colla critica 
Dell' occhialetto 

Profila i termini 
Della distanza 
Tra la goffaggine 
E l'eleganza. 

Là tra la ruvida 
Folla spregiata, 
Stretta negli angoli 
E rinzeppata. 



301 




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Vedresti d'uomini 
Scorrette moli, 
Piantate, immobili, 
Come pioli ; 



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302 



Toesie del Giusti illustrate 



Testoni, zazzere, 
Panciotti rossi, 
E trippe zotiche, 
E cosi grossi. 

Con un' indigena 
Giubba a tagliere, 
Ecco il quissimile 
D'un cancelliere 

Sotto le gocciole 
D'una candela : 
E con due classici 
Solini a vela, 

Una testuggine 
Che si ripone 
Nel grave guscio 
D'un cravattone, 




Accantona un ebete 
Che duro duro 
Col capo all'aria 
Puntella il muro. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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Le donne avevano 
La roba a balle, 
E tutto un fondaco 
Sopra le spalle ; 

Code, arzigogoli, 
Penne, pennacchi, 
Cesti d'indivia 
E spauracchi. 




Ma dal contrario 
Lato splendea 
Levigatissima 
La nobilea. 

Colori semplici, 
Capi strigliati, 
Gentili occhiaie, 
Visi slavati : 



Sostanza tenue 

Che poco ingombra, 

Anello medio 

Fra il corpo e l'ombra 

Sorrisi fatui, 
Moti veloci, 
Bleso miscuglio 
D'estranee voci : 



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304 



Toesie del Giusti illustrate 



E neil' intonaco, 
Nelle maniere 
L'arte che studia 
Di non parere. 

Così, velandosi 
Beltà sfruttata 
D'una modestia 
Matricolata, 

Riduce a stimolo 
Fin l'onestà 
E per industria 
Si volta in là. 




Ma già il notaio, 
Disteso l'atto, 
Si rizza, e al pubblico 
Legge il contratto. 

Giù giù per ordine 
Si firma : e poi 
Per sala girano 
Bricchi e vassoi : 

Gran suppellettile 
Ove apparia 
Mista alla boria 
La gretteria. 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 



Le dame dicono 
Partendo in fretta : 
« Era superflua 
Tanta etichetta. 

Oh ! per i meriti 
D'una bracina 
Bastava l'abito 
Di stamattina ». 

Quelle del popolo, 
Tutte impastate 
Di thè, di briciole, 
Di limonate ; 

Che, più del solito 
Strinte impettite, 
Fiacche tronfiavano 
E indolenzite : 




« Animo, animo ! 
Mi par mill'anni : 
Immè, gridavano, 
Con questi panni ! 

Uh che seccaggine ! 
O maledette 
Le scritte, i nobili 
E le fascette ! » 



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Poesie del Giusti illustrate. 



EDIZIONE NERBINI 



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Fascicolo 20. 



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306 



Poesie del Giusti illustrale 



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Parte Seconda 



Partì l'ultimo lo sposo, 
Sopraffatto dal pasticcio 
E dall'obbligo schifoso 
Di legarsi a quel rosticcio. 
Con quest'osso per la gola 
Si ficcò tra le lenzuola. 




Chiuse gli occhi : e gli parea 
D'esser solo allo""scoperto ; 
E un grand'albero vedea' 
Elevarsi in un deserto ; 
Un grand'albero, di fusto 
Antichissimo e robusto. 






Giù dagl' infimi legami 

Fino al mezzo della fronda, 
Spicca in alto, stende i rami, 
E di frutti si feconda, 
Che, di verdi, a poco a poco 
S' incolorano di croco. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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Un gran nuvolo d'uccelli, 
Di lumache e di ronzoni 




Si pascevano di quelli 
E beccavano i più buoni ; 
Tanto che l'albero perde 
L'ubertà del primo verde. 



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308 



Poesie del Giusti illustrale 



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Ma dal mezzo alla suprema 
Vetta in tutto si dispoglia ; 
E su su langue, si scema 
D'ogni frutto e d'ogni foglia, 
E finisce in nudi stecchi 
Come pianta che si secchi. 

Mentre tutto s'ammirava 
Nelle fronde il signorotto, 
E il confronto almanaccava 
Del disopra col disotto, 
Più stupenda visione 
Lo sviò dal paragone. 

Ove il tronco s'assottiglia 
E le braccia apre e dilata, 
Vide l'arma spiattellata 
Colla bestia di famiglia, 




Che soffiando corse in dentro 
E lasciò rotto nel centro. 



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Pome, del Giusti illustrate 



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309 



Dall'araldico sdrucito, 
Come in ottico apparato 
Che rifletta impiccinito 
Un gran popolo affollato, 
Traspariva un bulicame , 
D' illustrissimi e di dame. 




Cappe, elmetti luccicanti, 
Toghe, mitre e berrettoni, 
E grandiglie e guardinfanti, 
E parrucche "a riccioloni, 
E gran giubbe gallonate, 
E codone infarinate, 



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310 



Poesie del Giusti illustrate 



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Con^musacci arrovellati 
Bofonchiavano tra loro (5) 
Di contee, di marchesati, 
Di plebei, di libri d'oro, 
E di tempi e di costumi, 
E di simili vecchiumi. 

Dietro a tutti, in fondo in fondo, 
Si vedea la punta ritta 
D'un cappuccio andare a tondo ; 
Come se tra quella fìtta 




Si provasse a farsi avante, 
Qualche padre zoccolante. 

Lo vide appena che lo perse d'occhio : 
Quello, alla guisa che movendo il lóto 
Ritira il capo e celasi il ranocchio, 

In giù disparve con veloce moto : 

E tosto un non so che suona calando 
Dentro del fusto come fosse vuoto. 

Come a tempo de' classici, allorquando 
Gli olmi e le quercie aveano la matrice 
E figliavano Dee di quando in quando ; 

Cosi, spaccato il tronco alla radice, 
Far capolino e sorgere fu vista 
Una figura antica di vernice. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Era l'aspetto suo quale un artista 
Non trova al tempo degli Stenterelli (6), 
Se gli tocca a rifare un trecentista. 

Rasa la barba avea, mozzi i capelli, 
E del cappuccio la testa guernita, 
Oggi sciupata a noi fin da' cappelli ; 

Un mantello di panno da eremita, 
Tra la maglia di lana e il giustacuore 
D'un cingolo di cuoio stretta la vita. 

Corto di storia, il povero signore 

Lo prese per un buttero, e tra '1 sonno 
Gli fece un gesto e brontolò : Va' fuore. 




Sorrise e disse : — Io son l'arcibisnonno 
Del nonno tuo, lo stipite de' tuoi, 
Nato di gente che vendeva il tonno. 

Oh via non mi far muso, e non t'annoi 
Conoscer te d'origine sì vile, 
Comune, o nobilucci, a tutti voi. 

Taccio come salii su, dal barile 
Di quel salume ; ma certo non fue 
Né per onesta vita mercantile, 



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312 Poesie del Giusti illustrate 



Né per civil virtù che d'uno o due 
Prese le menti, ond'ei poser nell'arme 
Per tutta nobiltà l'opere sue. 

Sai che la nostra età fu sempre in arme ; 
Io per quel mar di guerre e di congiure 
Tener mi seppi a galla e vantaggiarme. 

Ma tocche appena le magistrature, 

Fui posto al bando, mi guastar le case, 
E a due dita del collo ebbi la scure. 



A piedi, con quel po' che mi rimase, 
Giunsi a Parigi ; e un mio concittadino 
D'aprir bottega là mi persuase. 

Un buco come quel di un ciabattino 

Scovammo ; e a forza di campare a stento 
E di negar Gesù per un quattrino, 

N'ebbi il guadagno del cento per cento ; 
Quindi a prestar mi détti ; e feci cose, 
Cose che a raccontarle è uno spavento. 

Pensa alle ruberìe più strepitose, 
Se d'arpia battezzata ower giudea 
Ma' mai t' hanno ghermito ugne famose, 

Son tutte al paragone una miscea : 
Questo socero tuo, guarda se pela, 
Non le sogna nemmanco per idea. 

Figlio e nipote, per lunga sequela 
D'anni continuando il mio mestiere, 
Nel mar dell'angherìe spiegò la vela. 

Quelle nostre repubbliche sì fiere, 
Moge obbediano un duca, un viceré, 
Che significa birro e gabelliere ; 

Quando un postero mio degno di me 
Rimpatriò ricchissimo, e il bargello 
Del suo rimpatriar seppe il perchè. 



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Poesie del Giusti illustrate 313 



E qui mutando penne il nuovo uccello, 
Fatta la roba, fece la persona, 
E calò della corte allo zimbello. 

Da quel momento in casa ti risuona 
Un titolaccio col superlativo, 
E a bisdosso dell'arme hai la corona. 

Aulico branco né morto né vivo 
Da costui fino a te fu la famiglia, 
Ebete d'ozio e in vivere lascivo, 

Ridotto al verde per donar la briglia. 

Perchè ti penti, o bestia cortigiana ? 

Prendi dell' usurier prendi la figlia ; 
Che siam tutti d'un pelo e d'una lana (7). 



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314 Poesie del Giusti illustrate 



ANNOTAZIONI 



(1) In Italia vi fu ben poca nobiltà feudale, e crediamo che in Firenze non siavi stata altra fa- 
mis'lia che quella del barone Bettino Ricasoli. In Toscana, ove scrisse Giuseppe Giusti, la nobiltà 
fu titolo e non casta privilegiata, come nella Venezia, nella Sicilia e nel Piemonte. La nostra nobiltà 
nacque dalle industrie, dai commerci, dalle illustrazioni letterarie, civili e guerriere, più che dal be- 
neplacito dei principi stranieri conculcatori del diritto dei popoli italiani. 

Aboliti i majorascati e i fidecommissi nelle nostre famiglie magnatizie da Pietro Leopoldo, la 
nobiltà nostra andò perdendo censo, lustro e agiatezza, e non rimasero che le commende dell'Ordine 
di S. Stefano, soppresso anch'esso nel 1859. 

Intanto era avvenuto un ritorno ai principi, ai tempi del medio evo. — Le popolane sposarono 
dei nobili senza pregiudizio della cacca nobilesca, e più le fanciulle nobili si impalmarono a grassi bor- 
ghesi. — La nobiltà spesso teneva la vece della dote in chi voleva illustrare la oscura prosapia, e le 
ricche cittadine andarono a lucupletare l'esausto forziere dei nobili decaduti. - — Oggi si corre an- 
che di più. — Le celebrità delle scene cercano un uomo qualunque, purché possegga un blasone : e 
le principesse non sdegnano un banchiere. — ; Non vi è più altra nobiltà che quella dell'oro — e tutti 
pari. 

(2) Dolce fatto con zucchero e mandorle. 

(3) Dar la berta, significa canzonare. 

(4) Costo — Agostino. 

(5) Bofonchiare, significa discutere con animato e vivo linguaggio e risentite parole. 

(6) A Giuseppe Giusti parve sì fiacca, scialba e slombata la generazione fra cui visse, che so- 
leva chiamare il suo tempo quello degli Stenterelli (maschera fiorentina) cioè della frivolezza, della 
spensieratezza e delle triviali insulsaggini vendute e comprate per tanta roba di spirito. — ■ Però egli 
si ingannava, imperocché fu quella stessa generazione che cotanto stigmatizzò, e di cui ebbe sì poca 
stima, che iniziò i tempi nuovi e diede principio alla grande opera del Risorgimento e della emancipa- 
zione dell' Italia. La imponente rivoluzione, o meglio solenne protesta dei Fiorentini nel 27 aprile 1859 
cominciò l'opera dell'unità d' Italia, e la sacra falange che pugnò il 29 maggio 1848 sotto le mura di 
Mantova, basta essa sola ad illustrare un popolo ed un'età. 

(7) Non vi è, od almeno non si rispetta più in Europa altra nobiltà che quella delle proprie azioni ; 
il che non vuol mica dire che non ci siano delle illustri famiglie benemerite della patria o delle scienze 
o delle arti o della pubblica carità. — Ma se vi è una famiglia di Stuardi, ve ne è un'altra dei Caracci, 
dei Bernovilli, dei Targioni, ecc. Se vi è un Napoleone I, vi è un Volta, un Canova, un Lagrangia, egual- 
mente immortali. — Milton e Skahespeare per Enrico Vili e Cromwell — Lamartine, Arago e Victor 
Hugo per un Luigi XVIII, un La Rochefocauld, un Condè — un Galileo e Michelangelo per un Lo- 
renzo dei Medici e papa Leone X — -un Balilla, un Guglielmo Teli per un imperatore Alberto e una 
Maria Teresa. 

La nobiltà è nelle famiglie storiche, ma non nei diplomi dati, venduti e comprati dai sovrani. 
E l'opinione pubblica, è il grido del popolo che li conferisce — e non altri. — Chi infatti più nobile 
di Washington, Garibaldi, Franklin, Jenner, Bolivar, Cavour, Bismark e La Fayette ? 

Questa satira del Giusti perde in oggi alquanto del suo valore. — La fusione della borghesia colla 
nobiltà è oggimai avvenuta su tutta la linea, e sta oggi compiendosi quella delle diverse caste re- 
ligiose. 

Essa vale però a rammentarci e a pingerci al vivo gli usi di un tempo, che la civiltà ha fatto sì 
che oramai si possa considerare come remoto. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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Poesie del Giusti illustrale 317 



AD UNA GIOVINETTA 



1841. 



Non la pudica rosa 
Che il volto a lei colora, 
Né il labbro ove s' infiora 
La vergine parola 
Che dal cor parte e vola — armoniosa, 



Non la bella persona 
Che vince ogni alta lode, 
Né l'agii pie che gode 
Della danza festiva 
A ciù tutta giuliva — s'abbandona, 



Mi dier vaghezza e norma 
Di volgermi a costei, 
Ma la bontà che in lei 
Splende modesta e cara 
Tanto quant' è più cara — in bella forma (1). 



Agli occhi, che non sanno 
Cercar d'un bene altrove, 
Della sua luce piove 
Soavissima stilla 
D'una gioia tranquilla — senz'affanno. 



Ah ! non è ver che asconda 
Sé stesso il cielo a noi, 
Quando agli eletti suoi 
Così l'aula disserra, 
Questa misera terra — a far gioconda. 



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318 Poesie del Giusti 


illustrate 


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Come allo specchio innante, 
Trattien fanciulla il fiato, 
Temendo che turbato 
Il muto consigliero 
A lei non renda intero — il 


suo sembiante (2), 


Così commossa a dire 
Il trepidante affetto, 
Confusa di rispetto 
La voce non s'attenta, 
E suona incerta e lenta - 


- il mio 


desire. 


gemma, primo onore 
Delle create cose, 
M' odi ; e le man pietose 
Porgi benigna al freno 
D'un cor di fede pieno — 


e pien 


d'amore. 


Né in te dubbio paura 
Desti il pungente stile, 
Quasi a trastullo vile 
Io, da pietà lontano, 
Prenda il delirio umano - 


- e la sventura. 


Un vergognoso errore 
Paleso sospirando : 
Alla virtù mirando, 
Muove senza sgomento 
Rimprovero e lamento — 


il mio < 


iolore. 


Se con sicuro viso 

Tentai piaghe profonde, 

Di carità neh 1 ' onde 

Temprai l'ardito ingegno, 

E trassi dallo sdegno — il mesto 


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Non t'abbassar col volgo 
A facili sospetti : 
Vedi per quanti aspetti 
Ricorro alla virtute, 
Quando per mia salute — 


a te mi volgo . 



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'Poesie del Giusti illustrate 319 



Oh se per tuo mi tieni 
Come sorella amante, 
Se della vita errante 
Reggi nei passi amari 
L'anima mia eoi cari — occhi sereni (4) ; 



L' ingegno sconsolato 
A miglior vita sorto 
Riprenderà conforto 
Di vivida fragranza 
Nel fior della speranza — in me rinato. 



Ogni gentil costume, 
Ogni potenza ascosa 
La tua voce amorosa 
In me desta e ravviva, 
Come licor d'oliva — un fioco lume (5). 



Già nella mente tace 

| Ogni ombra del passato ; 

Già, il cor, rinnovellato 

Come tenera fronda, j > 

Consola una gioconda — aura di pace. 



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'Poesie del Giusti illustrate 



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ANNOTAZIONI 



(1) Come è qui gentile il nostro Poeta, e quanto addentro e profondamente sente nel? intelletto 
d'amore e nella vera estetica del sentimento, che non ha un campo meno augusto ed ampio di quello 
dell'estetica del Bello, alla quale si consacrano volumi sopra volumi. — Invece la fisiologia morale 
dell'affetto non è ancora stata trattata che a modo di sfuggevoli e di incidentali episodi, benché in essa 
consista gran parte della dignità dell'uomo e quella appunto che lo sublima all'angelica creatura. — 
nati dall'argilla, o nati da una talpa, o nati dalla scimmia, o nati dal balordo roteare degli atomi 
mondiali, il primo nostro padre (e con esso la prima nostra madre, poiché senza di essa non sarebbe 
stato fatto nulla) certo è che gli uomini che hanno puro il cuore si dirigono al cielo e all'eternità, di- 
rei così, meglio per le vie del sentimento che per quelle della scienza e dell' intelletto. 

Benissimo ! non è il volto plasticamente leggiadro, né la maestria nei vezzi femminili che ser- 
vono a far amare una vaga persona e che possono destare un senso arcano di indefinito ed imperituro 
amore, ma la bontà modesta e gentile che in belle forme è tanto rara. 

' Erra la donna che, fidando nella propria bellezza, crede che questa basti per incatenare i mortali 
ai suoi piedi e per aver motivo di inorgoglire. — Miserabili sotterfugi ! L'orgoglio che perdette Luci- 
fero perderà anche voi — e quale infatti vi è più turpe spettacolo e più abbietto di un angiolo (per 
le forme) decaduto e ' sfiorato ! 

(2) Come è graziosa questa imagine ed anche peregrina ! Come si vede che senza uscire dal clas- 
sico, siamo nel romantico e nel moderno. 

(3) Egregiamente. Nell'animo di Giuseppe Giusti non albergò giammai né odio, né rancore, né 
fiele. La sua satira fu figlia dell'amore. Fu tutto un amore, essa stessa. — Stigmatizzò il vizio e la 
laidezza morale, perchè fa onta al Bello, al Bene ed al Vero eterno, di cui ogni alma eletta s' inna- 
mora, ma rispettò mai sempre le persone, né denigrò mai alcuno. 

(4) Ah pur troppo lo dissi — la donna è la prima consigliera dell'uomo, e non senza ragione Eva 
significa vita. — Nei casi dubbi, nei grandi dolori, nelle somme sventure, nelle malattie, nella morte 
non vi è chela donna che ci porga il coraggio di traversare il pelago degli affanni. — Essa è la prov- 
videnza incarnata. — Essa è patria , religione e poesia. La donna che si ama è tutto. Tutto compen- 
dia, tutto riassume e contiene in se. 

(5) Ha ragione il Giusti, la donna del cuore è l'olio della fiaccola di nostra vita, che risveglia 
il gemo assopito, fa rinascere alla speranza, incita alla virtù, e muove e ridesta ogni forza ascosa. — 
Ma qui sta il difficile. Bisogna che la bontà della donna sia verace, che l'affetto non sia menzognero 
che F istruzione sia a sufficienza, che l'educazione sia casalinga e non viziata dalla superstizione e 
dai pregiudizi, e sopratutto che abbia intelletto d'amore, poiché altrimenti, diceva benissimo Gio- 
berti, meglio di una filosofessa, di una blas-bleu, di una filantropa all'uso moderno (coi denari degli 
altri), mi piace, pregio e stimo la vecchierella che flette i ginocchi e bacia il simulacro della Vergine 
del Buon Consiglio. 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 21. 



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Poesie del Giusti illustrate 323 



IL RE TRAVICELLO 



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1841. 



Al Re Travicello 
Piovuto ai ranocchi, 
Mi levo il cappello 
E piego i ginocchi ; 
Lo predico anch' io 
Cascato da Dio : 
Oh comodo, oh bello 
Un Re Travicello ! 

Calò nel suo regno 
Con molto fracasso ; 
Le teste di legno 
Fan sempre del chiasso 
Ma subito tacque, 
E al sommo dell'acque 
Rimase un corbello 
Il Re Travicello^ 

Da tutto il pantano 
Veduto quel coso (2), 
« È questo il sovrano 
Così rumoroso ? 
(S'udì gracidare). 
Per farsi fischiare 
Fa tanto bordello 
Un Re Travicello ? 

Un tronco piallato 
Avrà la corona ? 
O Giove ha sbagliato, 
Oppur ci minchiona : 
Sia dato lo sfratto 
Al re mentecatto. 
Si mandi in appello 
Il Re Travicello » (3). 



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324 Poesie del Giusti illustrate 



Tacete, tacete ; 
Lasciate il reame, 
O bestie che siete, 
A un re di legname. 
Non tira a pelare, 
Vi lascia cantare, 
Non apre macello 
Un Re Travicello (4). 

Là là per la reggia 
Dal vento portato, 
Tentenna, galleggia ; 
E mai dello Stato 
Non pesca nel fondo : 
Che scienza di mondo ! 
Che re di cervello 
È un Re Travicello ! 

Se a caso s'adopra 
D' intingere il capo, 
Vedete ? di sopra 
Lo porta daccapo 
La sua leggerezza. 
Chiamatelo Altezza, 
Che torna a capello 
A un Re Travicello. 

Volete il serpente 

Che il sonno vi scuota ? 
Dormite contente 
Costì nella mota, 
O bestie impotenti : 
Per chi non ha denti, 
È fatto a pennello 
Un Re Travicello ! 

Un popolo pieno 
Di tante fortune 
Può farne di meno 
Del senso comune. 
Che popolo ammodo, 
Che principe sodo. 
Che santo modello 
Un Re Travicello ! (5). 



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'Poesie del Giusti illustrale 



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Toesie del Giusti illustrate 



527 



LE MEMORIE DI PISA 



(1) 



1841. 



Sempre nell'anima 
Mi sta quel giorno, 
Che, con un nuvolo 
D'amici intorno, 
D' Eccellentissimo 
Comprai divisa (2), 
E malinconico 
Lasciai di Pisa 
La baraonda 
Tanto gioconda. 

Entrai nell'Ussero (3) 
Stanco affollato ; 
E a venti l'ultimo 
Caffè pagato, 
Saldai sei paoli 
D'un vecchio conto ; 
E poi sul trespolo, 
Lì fuori pronto, 




Partii col muso 
Basso e confuso. 



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328 



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Poesie del Giusti illustrate 



Quattro anni in libera 
Gioia volati 
Col senno ingenito 
Agli scapati ! 
Sepolti i soliti 
Libri in un canto, 
S'apre, si compita, 
E piace tanto, 
Di prima uscita, 
Ouel della vita ! 



Bevi lo scibile 
Tomo per tomo, 
Sarai chiarissimo 
Senz'esser uomo. 
Se in casa eserciti 
Soltanto il passo, 
Quand'esci sdruccioli 
Sul primo sasso. 
Dal fare al dire 
Oh ! v' è che ire ! (4). 




Scusate, io venero, 
Se ci s' impara, 
Tanto la cattedra 
Che la bambara (5) ; 
Se fa conoscere 
Le vie del mondo, 
Oh buono un briciolo 
Di vagabondo, 
Oh che sapienza 
La negligenza ! 



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Poesie del Giusti illustrate 



329 




E poi quell'abito 
Roso e scucito ; 
Quel tu alla quacchera 
Di primo acchito ! 
Virtù di vergine 
Labbro in quegli anni, 
Che poi, stuprandosi 
Co' disinganni, 
Mentisce armato 
D'un lei gelato ! 

In questo secolo 
Vano e banchiere 
Che più dell'essere 
Conta il parere, 
Quel gusto cinico 
Che avea ciascuno 
Di farsi povero 
Trito e digiuno 
Senza vergogna, 
Chi se lo sogna ? (6). 



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330 



Toesie del Giusti illustrate 



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O giorni, o placide 
Sere sfumate 
In risa, in celie 
Continuate ! 
Che prò, che gioia 
Reca una vita 
D'epoca in epoca 
Non nai mentita ! 
Sempre i cervelli 
Come i capelli ! 

Spesso di un Socrate 
Adolescente 
N'esce un decrepito 
Birba o demente ! 
Da sano è ascetico ; 
Coi romatismi 
Pretende a satiro ; 
Che anacronismi ! 
Dal farle tardi 
Cristo ti guardi. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Ceda lo studio 
All'allegria, 




Come alla pratica 
La teoria ; . 
O al più s'alternino 
Libri e mattìe, 
Senza le stupide 
Vigliaccherie 
Di certi duri 
Chiotti e figuri. 



Col capo in cembali, 
Chi pensa al modo 
Di farsi credito 
Col grugno sodo ? 
Via dalle viscere 
L'avaro scirro 
Di vender l'anima, 
Di darsi al birro, 
Di far la robba 
A suon di gobba. 



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'Poesie del Giusti illustrale 



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Ma il punch, il sigaro, 




Qualche altro sfogo, 
Uno sproposito 
A tempo e luogo ; 
Beccarsi in quindici 
Giorni l'esame 
In barba all'ebete 
Servitorame 
Degli sgobboni 
Ciuchi e birboni (7) ; 

Ecco, o purissimi, 
Le colpe, i fasti 
Dei messi all' indice 
Per capi guasti. 
La scapataggine 
È un gran criterio, 
Quando una. maschera 
Di bimbo serio 
Pianta gli scaltri 
Sul collo agli altri. 



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Poesie del Giusti illustrali' 



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335 



Quanta letizia 

Ravviva in mente 
Quella marmorea 
Torre pendente (8), 
Se, rivedendola 
Molt'anni appresso, 
Puoi, compiacendoti, 
Dire a te stesso : 
Non ho piegato 
Né pencolato ! 

Tali che vissero 
Fuor del bagordo, 
E che ci tesero 
L'orecchio ingordo, 
Quando burlandoci 
Dei due Diritti (9), 
Senza riflettere 
Punto ai Rescritti, 




Cantammo i cori 
De' tre colori ; 



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334 



Toesie del Giusti illustrate 



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Adesso sbraciano 
Gonfi e riunti, 
Ma in bieca e itterica 
Vita defunti. 
E noi (che discoli 
Senza giudizio !) 
Siam qui tra i reprobi 
Fuor di servizio, 
Sempre sereni 
E capi ameni. 

A quelli il popolo, 
Che teme un morso, 
Fa largo, e subito 
Muta discorso ; 
A noi repubblica 
Di lieto umore, 




Tutti spalancano 
Le braccia e il core 
A conti fatti, 
Beati i matti ! (io). 



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Poesie del Giusti illustrate 335 



ANNOTAZIONI 



(il re travicello). 



(1) Questa novelletta è presa con tosco sale da Fedro e da Esopo. 

(2) Coso — cosa poco degna di rimarco e male definita. 

(3) Mandare in appello, significa rimettere la conoscenza di una sentenza proferita da un tribu- 
nale ad un altro tribunale superiore. — Qui. -però è preso in senso analogico e significa si sfratti e si 
mandi via. 

(4) Qui la satira è finissima, e davvero che è meglio un re travicello che un re serpente e vampiro. 

(5) Quando fu pubblicata questa satira, che è leggiadra, ma non delle più felici di Giuseppe Giu- 
sti, vi fu chi credette che alludesse a Leopoldo II, allora granduca di Toscana, e veramente quel ti- 
tolo di altezza che adopera nella strofa settima ce lo farebbe pensare. Giusti però non faceva che i ve- 
stiti, e non era sua colpa se si attagliavano bene a questi ed a quelli. 



(le memorie di fisa). 



(1) Giuseppe Giusti fu a Pisa dal 1826 al 1832 con due anni d' interruzione — cioè dal 27 al 29. 
Niuno avrebbe pensato, ed egli ed il di lui padre che lo richiamò a Pescia, per i primi, meno degli al- 
tri, che in quel giovane svagolato, spigliato, accorto, burlone e gioviale vi fosse la stoffa di un grande 
uomo. — In quel tempo Bagnoli, l'autore del Cadmo, era professore di letteratura greca e latina, e 
Giovanni Rosini, l'autore della Monaca di Monza, lo era di belle lettere italiane. 

Il giovane Giusti non era però all' Università il luogo ove studiava le belle lettere, ma nel mondo 
reale, bellissimo e caro, sebbene ristretto, e nei convegni della scolaresca. 

Questa non aveva più il suo Fòro, come ai tempi di Pietro Leopoldo, ove la scolaresca formava 
uno Stato nello Stato, e vivea appartata, e per lo più in aperto conflitto colla popolazione della città. 

La nobilea di quel tempo, con poche idee e molti scudi, sdegnava la comunione cogli scolari, e 
questi non si erano ancora dirozzati in modo da sedersi al banchetto di gente squisitamente educata. 
In quel tempo accorrevano all' Università di Pisa non pochi giovani della Corsica, e molti della allora 
allora risorta Grecia. 

Dove si adunavano gli scolari eri certo di trovarvi clamori, urli, bestemmie, gioco, vino e male 
donne. — Ed era appunto per cagione di queste che spesso spesso insorgevano litigi e risse fra i be- 
ceri pisani e la scolaresca. — Vi fu un tempo che nacque pure una contesa fra còrsi e toscani e vi cor- 
sero sfide e legnate, non poche liti e carcerazioni. — Era il tempo dei birri, detti famigli, e anche con 
questi vi erano frequenti scambi di pugni e bastonate. Però, generalmente la vita dello scolaro era bella, 
comoda ed economica. Con sei scudi al mese si trovava una buona dozzina con una camera decente, 
e gli stessi spassi e le ricreazioni giovanili costavano ben poco. 

Avanti il 1831 nessuno si occupava di politica, sotto il paterno regime del Fossombroni e del Cor- 
sini, ministri di Leopoldo II ; civilmente vi era quanta mai libertà si poteva desiderare, e della libertà 
politica nessuno ne sentiva il bisogno. 

(?) Fu già costume degli scolari della pisana Università di prendere il neofito-Li turato in mezzo, 
e con ogni modo di chiassoso e festoso accoglimento accompagnarlo a casa. — Per gli scolari di quel 



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336 Poesie del Giusti illustrate 



tempo il passare, come dicevasi, all'esame era una vittoria riportata sul collegio dei professori, e bi- 
sognava festeggiarla in ogni modo. 

(3) Ussero è un ampio caffè situato sul Lungarno in vicinanza di via S. Frediano ove è situata 
1' Università. È un saffè ove si riuniva tutta la scolaresca nelle lunghe serate d' inverno, luogo di 
giuoco, cattedra, convegno e palestra della scolaresca. 

Che vi apprendeva, non virtù, ma vizi. 

(4) Allude qui alla scienza pedante e fossilizzata che si insegnava in quel tempo in Pisa, benché 
nella loro branca Carmignani e Del Rosso fulgessero per meriti eminenti. 

(5) In ogni modo fa conoscere che il libro della vita si squaderna anche fuori dell'Ateneo e per- 
fino a bambara, ossia al giuoco della primiera, il che, sebbene in senso astratto, è pur troppo vero. 

(6) Parlasi della ingenuità primitiva, della cordialità e prodigalità spensierata di quella gioventù 
molto amorosa e poco studiosa, chiassona, allegra e faceta. 

(7) Sono qui pinti i costumi e le mariuolerie piacevoli e perdonabili degli scolari. 

(8) Il campanile di Pisa, monumento di antica e meravigliosa architettura. 

(9) Dei due diritti — civile cioè e criminale ; ve ne era anche un terzo, cioè il diritto canonico. 
(io) Bello questo confronto fra i cosi detti scolari discoli e i vagabondi e quei musi che, venduti 

al potere, o ad una esistenza di artificiose e convenzionali consuetudini, perdettero il brio delle anime 
serene senza acquistare il profumo delle civili virtù. Nipote di Giuseppe Giusti, presidente del Buon 
Governo ai tempi di Leopoldo I granduca di Toscana e figlio di Domenico Giusti, equite di S. Ste- 
fano, il nostro Poeta avrebbe potuto, ove avesse albergato in seno anima meno fiera e disdegnosa, 
ottenere uno di quei lucrosi impieghi, dove l'emolumento è sempre in ragione inversa della fatica e 
delle occupazioni. Ma egli era nato poeta, e non vi fu tra noi che Lodovico Ariosto che per poco 
conservasse un impiego per mangiare, e il Saccenti per lamentarsi del suo stato. — Quando passò 
in Firenze per compirvi gli studi dell'avvocatura, Giuseppe Giusti era già troppo celebre, per non vi- 
vere liberamente: anzi le patriottiche scene del 1831 erano già passate per la sua mente e per il 
suo cuore, e non poteva esser più che il nostro bardo nazionale. 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 



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GINGILLINO 



AD ALESSANDRO POERIO (0 



1845. 




PROLOGO 

Sandro, i nostri padroni hanno per uso 
Di sceglier sempre tra i servi umilissimi 
Quanto di porco, d' infimo e d'ottuso 
Pullula negli Stati felicissimi : 
E poi tremano in corpo e fanno muso, 
Quando, giunti alle strette, i serenissimi 
Sentono, al brontolar della bufera, 
Che la ciurma è d' impaccio alla galera (2) ; 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbi ni 



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Fascicolo 22. 



Sin : 



338 



Poesie del Giusti illustrale 



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Ciurma sdraiata in vii prosopopea (3) 
Che il suo beato non far nulla ostenta, 
Gabba il salario e vanta la livrea, 
Sempre sfamata e sempre malcontenta : 
Dicasterica (4) peste arciplebea, 
Che ci rode, ci guasta, ci tormenta 
E ci dà della polvere negli occhi, 
Grazie a' governi degli scarabocchi. 

Sempre l'uom non volgare e non infame 
O scavalcato od inutile si spense, 
O presto imbirbonì nel brulicame 
Dell'altre arpìe fameliche e melense : 
Così sente talor di reo letame 
L'erba gradita alle frugali mense, 
Così per verme che la fori al piede 
Languir la pianta ed intristir si vede. 

O principi reali e imperiali, 
Gotico seme di grifagni eroi, 
Forse accennando ai lupi commensali 
Nelle veci dell' Io stampate il Noi ? 
Spazzateci di qui questi animali 
Parassiti del popolo e di voi, 
Questa marmaglia che con vostro smacco 




Ruba a man salva e voi'tenete il sacco. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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339 



I. 



Il Voltaiaccia e la Meschinità, 
L' Imbroglio, la Viltà, l'Avidità 
Ed altre Deità, 

Come sarebbe a dir la Gretteria 
E la Trappoleria, 
Appartenenti a una Mitologia 
Che, a conto del Governo, a stare in briglia 
Doma educando i figli di famiglia, 




Cantavano alla culla d'un bambino, 

Di nome Gingillino, 

La ninna nanna in coro, 

Tutte sentenze d'oro 

Degnissime del secolo e di loro. 



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Bimbo, non piangere : 
Nascesti trito (5) ; 
Ma se desideri 
Morir vestito, 

Ecco la massima 
Che mai non falla 
E come un sughero 
Ti spinge a galla. 

Dagli anni teneri 
Piega le cuoia 
Al tirocinio 
Della pastoia : 

Sotto la gramola (6) 
Del pedagogo 
Curvati, schiacciati, 
Rompiti al giogo. 

E cogli estranei, 
E in mezzo ai tuoi, 
Annichilandoti 
Più che tu puoi, 

Non far lo sveglio, 
Non far l'ardito ; 
Se pur desideri 
Morir vestito. 

Non ti frastornino 
La testa e il core 
Larve di gloria. 
Sogni d'onore. 

Fuggi le noie, 
Fuggi le some, 
Fuggi i pericoli 
Di un chiaro nome : 

E limitandoti 
Senz'altro fumo 
A saper leggere 
Pel tuo consumo, 

Rinnega il genio 
Sempre punito ; 
Se pur desideri 
Morir vestito. 



Cresci e rammentati 
Che dà nel naso 
Più lo sproposito 
Commesso a caso. 

Che la perfidia 
La più fratina 
Tramata in regola 
E alla sordina. 

Abbi di semplice 
Per segno certo 
Dell'uomo ingenuo 
L'errore aperto, 

E imita il sudicio 
Che par pulito ; 

Se pur desideri 
Morir vestito. 

Studia la cabala 
Del non parere, 
E gli ammennicoli 
Del darla a bere (7). 

Di Dio, del Diavolo 
Non farti rete ; 
Nega il negabile, 
Ma liscia il prete. 

Un letamaio 
Di vizi abborra 
Giù de* precordii 
Tra la zavorra ; 

Ma cornili populo 
Esci contrito ; 
Se pur desideri 
Morir vestito. 

In corpo e in anima 
Servi al reale, 
E non ti perdere 
Neil' ideale. 

Se covi smania 
Di far fagotto, 
Incensa 1" idolo 
Quattro e quattr'otto. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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341 



Sempre la favola 
Della ragione 
Cede alla storia 
Del francescone (8) ; 

Sempre lo scrupolo 
Muoia fallito ; 
Se pur desideri 
Morir vestito. 

Non far che ma libero 
Sdegno ti dia 
Quella poetica 
Malinconia, 



Per cui non paiono 
Vili e molesti 
Dei galantuomini 
I cenci onesti. 



Un gran proverbio 
Caro al Potere 
Dice che l'essere 
Sta nell'avere : 

Credi l'oracolo 

Non mai smentito ; 
Se pur desideri 
Morir vestito. 




Venti anni dopo, un frate professore, 
Gran sciupateste d' Università, 
Da vero Cicerone inquisitore 
Encomiava la docilità 
E la prudenza d'un certo dottore 
Fatto di pianta in quel vivaio là, 
Dottore in legge, ma di baldacchino, 
Che si chiamava appunto Gingillino (9). 



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Poesìe del Giusti illustrate 



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In gravità dell'aurea conclone 
Messer Fabbricalasino si roga 
Capo Arruffacervelli ; e un zibaldone 
Di cancellieri e di bidelli in toga 
Gli fa ghirlanda intorno al seggiolone, 
E di quell'Ateneo la sinagoga, 
Che in lucco nero, a rigor di vocabolo, 
Parea di piattoloni un conciliabolo (io). 




Chi brontola, chi tosse e chi sbadiglia ; 
Chi ride del dottore e chi del frate ; 
Che ansando e declamando a tutta briglia, 
Con salti e con rettoriche gambate 
Circonda il caro alunno e l'appariglia 
Alle celebrità più celebrate, 
Calandosi a concluder finalmente 
Di dotta carità tutto rovente : 

« Vattene, figlio, del bel numer uno 
De' giovani posati e obbedienti, 
Oh vattene digiuno 
Di ragazzate e di divertimenti, 
Di pipe, di biliardi, e d'osterie, 
Di barbe lunghe e d'altre porcherie (n). 



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Poesie del Giusti illustrate 343 



O bendetto te, che dalla culla 

Se' stato savio di dentro e di fuori ; 
Che non hai fatto nulla 
Senza il permesso de' Superiori, 
Sempre abbassando la ragione e l'estro, 
Sempre pensando a modo del maestro ! 

Salve, o raro intelletto, o cor leale, 
Che d'una fogna d'empi e d'arroganti. 
Te n'esci tale e quale, 
Esci come venisti, e tiri avanti ! 
Vattene al premio che s'aspetta al giusto 
Della gran soma dottorale onusto ! 

Comincia coll'esempio e coli' inchiostro 
A difender l'altare a destra mano, 
Ed a mancina il nostro 
Dolce amorevolissimo sovrano : 
Vattene, agnello pieno di talento, 
Caro al presepio e al capo dell'armento » (12). 

All'apostrofe barocca 

Che con grande escandescenza 
Esalava dalla bocca 
Di quel mostro d'eloquenza, 
Gingillino andato in gloria 




Se n'uscìa gonfio di boria 
Dal chiarissimo concilio 
Colla zucca in visibilio. 



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344 



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Poesie del Giusti illustrate 



Sulla porta un capannello 
D'onestissimi svagati, 
Un po' lesti di cervello, 
E perciò scomunicati, 
Con un piglio scolaresco 




Salutandolo in bernesco, 
Gli si mosser dietro dietro 
Canticchiando in questo metro: 

— Tibi quoque? Ubi quoque 
È concessa facoltà 
Di potere in jure utroque 
Gingillar l'umanità. 
La manìa di Sere Imbroglia (13) , 
Che nel cranio ti gorgoglia, 
Ti rialza fuor di squadro 
Il bernoccolo del ladro. 

Che ti resta, che ti resta 
D'uno sgobbo inconcludente 
In quel nòcciolo di testa, 
Sepoltura della mente ? 
Ma se l'anima di stoppa 
Se n' è tinta per la groppa, 
Tanto basta, tanto basta 
Per ficcar le mani in pasta. 



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Toesie del Giusti illustrate $45 



Infilando la giornèa 

D'avvocato o di notaio, 
Che t' importa la nomèa (14) 
Se t'accomodi il fornaio ? 
Tu se' nato a fare il bracco, 
Il giannizzero, il cosacco ; 
E compensi il capo corto 
Coli' andare a collo torto. 

O pinzochere fiscale. 

Ti si legge chiaro in viso 
Che galoppi al tribunale 
Per la via del paradiso : 
E di più e' è stato detto 
Che lavori di soffietto (15), 
Devotissimo ab antico 
Dell'apostolo dal fico. 

Ma quel Giuda era un buffone, 
Un vilissimo figuro : 
Tu, vincendo il paragone, 
Mostrerai eh' a muso duro 
Si può vendere un Messia, 
Senza far la scioccheria 
Di morire a gozzo stretto 
E di rendere il sacchetto. 



II. 



Nel mare magno della capitale, . 
Ove si cala e s'agita e ribolle 
Ogni fiumana e del bene e del male ; 

Ove flaccidi vizi e virtù frolle 
Perdono il colpo nel cor semivivo 
Di gente doppia come le cipolle ; 

Ove in pochi magnanimi sta vivo, 
A vituperio d'una razza sfatta, 
Il buon volere e il genio primitivo ; 

E dietro a questi l' infinita tratta 
Del bastardume, che di sé fa conio 
E sempre più si mescola e s' imbratta ; 



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346 



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Poesie del Giusti illustrate 



Col favor della Musa o del Demonio 

Che il crin m'acciuffa e là mi scaraventa, 
Entro, e mi caccio in mezzo al pandemonio. 

O patria nostra, o fiaccola che spenta 
Tanto lume di te lasci, e conforti 
Chi nel passato sogna e si tormenta, 

Vivo sepolcro a un popolo di morti, 
Invano, invano dalle sante mura 
Spiri virtù negli animi scontorti. 

Quando per dubbio d'un' infreddatura 
L'etica folla a notte si rintana, 
Le vie nettando deUa sua lordura ; 

Quando il patrizio, a stimolar la vana 
Cascaggine dell'ozio e della noia, 
Si tuffa nella schiuma oltramontana ; 




E ne' teatri gioventù squarquoia (16) 
E^vecchiume rifritto ostenta a prova 
False carni, oro falso e falsa gioia ; 

Malinconico pazzo che si giova 
Del casto amplesso della tua beltade, 
Sempre a tutti presente e sempre nova, 



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Toesie del Giusti illustrate 347 



Lento s' inoltra per le mute strade, 
Ove più lunge è il morbo delle genti 
Ed ove l'ombra più romita cade. 

Paragona locande e monumenti, 

E l'antica larghezza e il viver gretto 
Dei posteri mutati in semoventi ; 

E degli avi di sasso nel cospetto, 

Colla mente in tumulto e l'occhio grosso 
D ] lacrime d'amore e di dispetto, 

Gli vien la voglia di stracciarsi addosso 
Questi panni ridicoli, che fuore 
Mostrano aperto il canchero dell'osso 

E la strigliata asinità del core (17). 

Tra i mille ergastoli 
Di mille. tinte, 
Che tutta, in pagine 
Chiare e distinte. 

Se reggi il vomito, 
Ti fan palese 
La bassa cronaca 
D'un reo paese ; 

Vince lo stomaco, 
Vince l'acume 
D'ogni occhio intrepido 
Al laidume, 

Primo, in obbrobrio, 
Di tanti e tanti, 
Il lombricaio 
Degli aspiranti (18) : 

Immonda chiòvina (19), 
Ove caduto 
Del Foro il fetido 
Sterco e il rifiuto, 

In sé medesimo 
Putre e fermenta, 
E immedicabili 
Miasmi avventa. 



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348 



Poesie del Giusti illustrate 



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A gran carattere 
In gran cartello, 
Sta sul vestibolo 
Scritto : Bargello (20) ; 

Parola mistica 

Che il fiato in bocca 
Gela, e significa : 
Bazza a chi tocca (21). 

Dai sacri Canoni, 
Dalle Pandette, 
Passato al codice 
Delle manette (22), 

Ringhia lo spirito 
Del mio lodato 
Nell'abominio 
Lì rotolato. 




Scorda v ambrosia ì 
Del tuo Parnaso, 
Calza gli zoccoli, 
Turati il naso, 

Musa ;""e tenendoti 
Su la sottana, 
Scendi al motriglio 
Dell'empia tana. 



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'Poesie del Giusti illustrale 



Come in immagini 
Lerce e falsate, 
Nella Tebaide, 
Al santo abate 

Piovean le luride 
Torme dell'orco, 
Sporcando il trogolo 
■ Perfino al porco ; 

Per furia idrofoba 
Che giù li mena, 
Così nel baratro 
Sbocca una piena 

D' infami rabule (23), 
Di birri e spie, 
A mucchi, a vortici, 
A litanie. 




Ohimè ! che l'aere 
Maligno e tetro 
La casta vergine 
Respinge indietro, 

La casta vergine 
Ond' io m'adiro, 
A cui quell'alito 
Mozza il respiro. 



349 



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350 Poesie del Giusti illustrate 



Nata alle vivide 
Fonti, all'ameno 
Rezzo dei lauri, 
Al ciel sereno, 

Di quella bozzima (24) 
Che là s' infogna 
Sente F ingenua 
Schifo e vergogna. 

La turpe bolgia 
Sdegnando io stesso 
Ove alleluia 
Canta il processo, 

Varco allo stabbio 
Che aduna a sera 
I burocratici (25) 
Di bassa sfera. 

Giace in un vicolo 
Sghembo e remoto, 
Tra le pozzanghere (26) 
D'eterno loto, 

Nera casipola 
A uscio e tetto, 
Che d'una trappola 
Ti dà l'aspetto. 

Dal bugigattolo 
De' magistrati, 
Dal serbatoio 
Degli avvocati, 

La sozza frùcola (27), 
La vii tartuca, 
La talpa e il granchio 
Là si trabuca : 

Là dai venefici 
Rovi del fisco, 
Si striscia l'aspide 
E il basilisco : 

Là, grogiolandosi (28) 
Le invidie inermi , 
Miste all'ossequio 
Deglraltri vermi, 



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Poesie del Giusti illustrate 3 5 1 


Sbuffa e si gloria 
L'ozio bracato 
Del tarlo pubblico 
Già giubilato. 


Là, colle nubili 
Sciolte e vistose, 
Recan le vedove, 
Le mogli annose 


De' commissarii, 
De' gabellotti, 
Rigiri, scandali, 
Pania e cerotti: 


Là per libidini 
Di contrabbando 
Vanno, e cimentano 
Di quando in quando 


La lor nullaggine 
Che par persona. 
Le Cariatidi (29) 
Della Corona. 


Tutto si rumina, 
Tutto s' indaga, 
Tutti si sgolano 
Lì per la paga ; 


Tutti colorano 


Al caso proprio 
L'ombre, le nuvole 
D'un motupropjio; 


Ogni bazzecola, 
Ogni bisbiglio, 
Che bolle in pento' a 
Del Gran Consiglio. 


E lì si predica, 
Lì si dibatte 
La compra e vendita 
Delle mignatte (20), 


Che i re ci azzeccano 
Fitte alle vene 
Per controstimolo 
Del troppo bene. 

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'Poesie del Giusti illustrate 



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Come del chimico 
Nel cavo rame 
Si scioglie in glutine 
L'accolto ossame, 

Così 1' intingolo 
D'un'altra colla, 
Dal gran carnaio 
Che là s'affolla, 

Tira una Taide, 
Che adesso è nonna, 
Di quel postribolo 
Donna e madonna. 




Fu già da giovane 
Cuoca e pietanza 
D'un rodipopo'o 
Su di finanza ; 

Che dietro un sèguito 
D'apoplessie, 
D' ire, di scrupoli, 
Di trullerie, 

In facielEcclesiae, 
Tirando innanzi, 
Di sé, del pubblico 
Biascie gli avanzi : 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 




Finché, lasciandole 
Sgombro il canile 
Col copertoio 
Del vedovile, 

Fece all'erario 
Costar salato 
Anco il rimedio 
Del suo peccato. 

Se al mondo è^ - femmina 
Garga e maestra (31), 
Costei del diavolo 
Può stare a destra ; 

Costei che, a titolo 
Di ben servito, 
Rósola il principe 
Come il marito. 

L'eccellentissimo 
Dottor Gingilla.. 
Entrato in grazia 
Della sibilla, 



Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



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Fascicolo 23. 



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354 



Poesie dei Giusti illustrate 



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Dopo un proemio 
D' incensi abietti, 
Di basse lacrime, 
Di sconci affetti, 

Le chiese il bandolo 
Che mena al varco, 
E schiude i pascoli 
Del regio parco, 

A cui l'ex-guattera, 
Tirando fuori 
Della domestica 
Scuola i tesori, 

Senza metafora 
Tracciò distinto 
L' itinerario 
Del laberinto (32). 




UT. 



O merli tarpati 
Su su da piccini, 
O galli potati 

Ad usimi Delphini ; 

O gufi pennuti 

Dell'antro di Cacco, 
O falchi pasciuti 
Del pubblico acciacco; 



O nibbi vaganti 
Stecchiti di fame, 
O corvi anelanti 
Al nostro carcame ; 

Sparvieri, calate, 
Calate, avoltoi ; 
Pappate pappate ; 
Si scanna per voi : 



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Toesie del Giusti illustrate 



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355 



Ma intanto, brigata. 
Udite la strega 
Che dà 1' imbeccata 
Al vostro collega. 

Che bisogna scansare i liberali, 

I giovani d' ingegno, i mal veduti ; 
Non chiacchierar di libri e di giornali , 
Come non visti mai né conosciuti ; 
Chiuder l'animo a tutti e stare a sé ; 
So di buon luogo che lo sai da te. 

Questo appartiene all'arte del non fare ; 
E in quest'arte sei vecchio e ti conosco, 
E sarebbe il volertela insegnare, 
Portar acqua alla fonte e legne al bosco 
Ora all' ingegno tuo bene avviato 
Resta l'altra metà del noviziato. 




Prima di tutto incurva la persona, 
Personifica in te la reverenza ; 
Insaccati una giubba alla carlona, 
E piglia per modello un'eccellenza : 
In questo caso l'abito fa il monaco, 
E il muro si conosce dall' intonaco. 



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356 



Poesie del Giusti illustrate 



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Piglia quel su e giù del saliscendi ; 

Quell'occhio del ti vedo e non ti vedo ; 
Quel tentennìo, non so se tu m' intendi, 
Che dice sì e no, credo e non credo ; 
E piglia quel sapor di dolce e forte, 
Che s'usa dal bargel fino alla corte. 

Barba no, ci s'intende : un impiegato 
(Cosa chiara, provata e naturale), 
Quanto più serba il muso di castrato, 
Tanto più entra in grazia al principale : 




Ma in questo, per piacere a chi conviene, 
Anco la mamma t' ha senato bene. 

Non lasciar mai la predica e la messa, 
E prega sempre Iddio vistosamente ; 
Vacci nell'ora e nella panca stessa 
Del commissario oppur del presidente ; 




Anzi, di sentinella alla piletta, 
Dagli, quand'entra, l'acqua benedetta. 



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Toesie del Giusti illustrate 



357 



Fatti introdurre, e vai sera per sera 

Da qualche scamonèa fatto ministro (33) ; 
E là, secondo l' indole e la cera, 
Muta strumento e giuoca di registro : 
Se ti par aria da farci il buffone, 
Fallo, e diverti la conversazione ; 

Se poi si gioca e si sta sulle sue, 
Chiappa le carte e fai da comodino, 
Perdi alla brava, ingozzati del bue, 
Doventa il Papa- Sei del tavolino ; 
Che, quando t' ha sbertato e spelacchiato. 
Ti salda il conto a spese dello Stato. 

Fa' di tenerlo in giorno, e raccapezza 
La chiacchiera, la braca, il fattarello ; 
Tutto ciò che si fa da Su' Altezza 
(Per così dire) infino a Stenterello. 
Sia l'ozio il posto o la meschinità, 
Chi comanda è pettegolo, si sa. 

Se il diavolo si dà (34) che ti s'ammali, 
Visite, amico, visite e di molte : 
Metti sossopra medici, speziali, 
Fa' quelle scale centomila volte ; 
Piantagli un senapismo, una pecetta ; 




E, bisognando, vuota la seggetta. 



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358 



'Poesie del Giusti illustrate 



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Se l'uomo guarirà, fattene bello : 

Se poi vedi che peggiora e che muore, 
A caso perso, bacia il chiavistello 
E lascia nelle péste il confessore. 
Il morto giace, il vivo si dà pace, 
E sempre s'appuntella al più capace. 

Colle donne di casa abbi giudizio ; 
Perchè, credilo a me, ci puoi trovare 
Tanto una scala quanto un precipizio, 
E bisogna saper barcamenare. 
Tienle d'accordo, accattane il suffragio ; 
Ma prima di andar oltre, adagio Biagio. 

Se avrà la moglie giovane, rispetto, 
E rispetto alle serve e alle figliuole ; 




Se 1' ha vecchia, rimurchiala a braccetto, 
Servila, insomma fai quello che vuole : 
Oh le vecchie, le vecchie, amico mio, 
Portano chi le porta ; e lo so io. 

Occhio alla servitù venale e scaltra ; 
Ungi la rota, e tienti sull'avviso 
Di non urtarla ; una man lava l'altra, 
Suol dirsi, e tutte e due lavano il viso: 
Nel mondo va giocato a giova giova, 
E specialmente se gatta ci cova. 



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Poesie del Giusti illustrale 359 



Sempre e poi sempre un pubblico padrone 
Ha un servitore più padron di lui, 
Che suol fare alla roba del padrone 
Come a quella di tutti ha fatto lui (35) : 
Se l'amico avrà il suo, con questo poi 
Sii pane e cacio, e datevi del voi. 



Se mai nasce uno scandalo, un diverbio, 
Un tafferuglio in quella casa là, 
Acqua in bocca, e rammentati il proverbio 
— Molto sa chi non sa, se tacer sa ; — 
A volte, in casa propria, un consigliere 
Pare una bestia, ma non s' ha a sapere. 



In quanto a lodi poi, tira pur via ; 
Incensa per diritto e per traverso ; 
Loda 1' ingegno, loda la mattìa, 
Loda l' imprese, loda il tempo perso : 
Quand'anco non vi sia capo né coda, 
Loda, torna a lodare, e poi riloda. 



Pésca una dote, e ridi del decoro 
(Della virtù, si sa, non ne discorro) ; 
Che se piacesse all'eccellenze loro 
D'appiccicarti un canchero, un camorro, 
Purché ti sia la pillola dorata, 
Beccala, e non badare alla facciata. 



Briga più che tu puoi ; sta' sub" intese ; 
Piglia quel che vien vien, pur di servire ; 
Ma chiedi, che la bòtta che non chiese 
Non ebbe coda : e poi devi capire, 
Che non sorrette dai nostri bisogni 
Le loro autorità sarebber sogni. 



L'animo d'un ministro, il mio e il tuo, 
Son, press'a poco, d'uno stesso intruglio : 
Dunque un nebbione che non fa sul suo, 
E si può fare onor del sol di luglio, 
Nella sua dappocaggine pomposa, 
È quando crede di poter qualcosa. 



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360 



Poesie del Giusti illustrate 



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Non ti sgomenti quel mar di discorsi, 

Quel traccheggiar la grazia al caso estremo, 

Quel nuvolo di se, di ma, di jorsi, 

Quel solito vedremo, penseremo.... 

Eterno gergo, eterna pantomima 

Di queste zucche che tu vedi in cima. 

Abbi per non saputo e per non visto 
Ogni mal garbo, ogni atto d'annoiato ; 
Fingiti grullo come papa Sisto, 
Se ti preme di giungere al papato ; 
Il dolce pioverà dopo l'amaro, 
E l' importuno vincerà l'avaro. (36). 

E Gingillino non intese a sordo 
Della volpe fatidica il ricordo. 
Andò, si scappellò, s' inginocchiò, 
Si strisciò, si fregò, si strofinò : 




E soleggiato, vagliato, stacciato, 
Abburattato da Erode a Pilato, 
Fatta e rifatta la storia medesima, 
Ricevuto il battesimo e la cresima 
Di vile e di furfante di tre cotte, 
Lo presero nel branco, e buona notte. 



49- 



Toesic del Giusti illustrate 



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Qui, non potendosi 
Legare al collo 
La grazia regia 
Col regio bollo, 

A capo al letto 
In un sacchetto 
Se l' inchiodò ; 

Mattina e sera 
Questa preghiera 
Ci bestemmiò : 




— Io credo nella Zecca onnipotente 
E nel figliuolo suo detto Zecchino : 
Nella Cambiale, nel Conto corrente, 
E nel Soldo uno e trino ; 
Credo nel Motuproprio e nel Rescritto 
E nella Dinastia che mi tien ritto. 

Credo nel Dazio, e neh" Imposizione, 
Credo nella Gabella e nel Catasto ; 
Nella docilità del mio groppone, 
Nella greppia e nel basto : 
E con tanto di cuore attacco il voto 
Sempre al santo del giorno che riscuoto. 



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362 



Poesie del Giusti illustrale 



Spero così d'andarmene là là 
O su su fino all'ultimo scalino, 
Di strappare un cencin di nobiltà, 
Di ficcarmi al casino, 
E di morire in Depositeria 
Colla croce all'occhiello ; e così sia. 



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Poesie del Giusti illustrate 565 



LA CHIOCCIOLA 



1841 



Viva la chiocciola, 
Viva una bestia 
Che unisce il merito 
Alla modestia. 
Essa all'astronomo 
E all'architetto 
Forse nell'animo 
Destò il concetto 
Del canocchiale 
E delle scale. 

Viva la chiocciola. 
Caro animale. 

Contenta ai comodi 
Che Dio le fece, 
Può dirsi il Diogene 
Della sua specie. 
Per prender aria 
Non passa l'uscio : 
Nelle abitudini 
Del proprio guscio 
Sta persuasa 
E non intasa. 

Viva la chiocciola, 
Bestia da casa. 

Di cibi estranei 

Acre prurito 

Svegli uno stomaco 

Senza appetito , 

Essa, sentendosi 

Bene in arnese, 

Ha gusto a rodere 

Del suo paese 

Tranquillamente 

L'erba nascente. 

Viva la chiocciola, 
Bestia astinente. 



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366 Poesie del Giusti illustrale 



Nessun procedere 
Sa colle buone, 
E più d'un asino 
Fa da leone : 
Essa al contrario, 
Bestia com' è, 
Tira a proposito 
Le corna a sé ; 
Non fa l'audace, 
Ma frigge e tace. 

Viva la chiocciola, 
Bestia di pace. 

Natura, varia 

Ne' suoi portenti, 

La privilegia 

Sopra i viventi, 

Perchè (carnefici, 

Sentite questa ) 

Le fa rinascere 

Perfin la testa : 

Cosa mirabile, 

Ma indubitabile. 

Viva la chiocciola, 
Bestia invidiabile. 

Gufi dottissimi, 
Che predicate 
E al vostro simile 
Nulla insegnate ; 
E voi, girovaghi, 
Ghiotti, scapati, 
Padroni idrofobi, 
Servi arrembati ; 
Prego a cantare 
L' intercalare : 

Viva la chiocciola, 
Bestia esemplare. 



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Poesie del Giusti illustrate 367 



ANNOTAZIONI 



(gingillino) 



(1) L'amicizia di Giuseppe Giusti con Alessandro e Carlo Poerio (che fu poeta di squisito sen- 
tire) datò da quando egli fece il viaggio di Roma e Napoli, credo nel 1844. — Giusti era allora 
maturo di senno, e aveva di già stretta amicizia con Manzoni, Grossi, Niccolini ed altri insigni lette- 
rati. — Non è stato che con Guerrazzi, che pure è gigante ed è il nostro Byron, che Giuseppe 
Giusti non ebbe intrinsichezza. — ■ Nel 1848 e 1849 anzi, per spirito di partito, gli fu avverso ad 
oltranza. Giusti voleva nulla precipitare e andare coi principi alla libertà ed alla confederazione. 
Montanelli voleva la confederazione, ma non la monarchia unitaria, e Guerrazzi avrebbe voluto per- 
venire alla libertà, unità ed indipendenza per via della rivoluzione, nel che ebbe consenzienti anche 
Mazzini e Mazzoni, sebbene non fosse di parere di imporre la repubblica al popolo, né rendere obbli- 
gatoria la inoculazione. 

All'epoca di questa satira, una delle più pungenti e conosciute del poeta pesciatino, 1' Italia 
cominciava a rimuoversi. Erano già avvenuti i casi di Romagna, e per il suo libro sopra di essi, 
Massimo d'Azeglio era già stato esiliato dalla Toscana, che aveva restituito il Renzi al governo 
pontificio ed era già avvenuta la strage di Cosenza. 

Brevemente, i preludi del 1848 erano di già sorti, e con Falconi, il principe di Canino e Mon- 
tanelli avevamo già fondata a Parigi la Gazzetta Italiana. La satira politica del Giusti corniciava 
quindi a toccare nel vivo. 

(2) Galera, specie di nave originaria e antichissima d' Italia. — Si crede inventata dai Pisani, 
benché possedessero galere in altra forma anche i Romani. 

(3) Prosopopea, in alterigia cioè e superbia. 

(4) Dicasterica, di dicastero, e come oggi direbbesi burocratica. 

(5) Trito, ossia povero. 

(6) Gramola, volgare strumento per maciullare la canape. 

(7) Come mette al nudo l'arte ipocrita dei vigliacchi che pullulano come triste erba in tutte 
le società, ma più assai ingramignano le società corrotte ! — Col 1844 finiva un'era di tre secoli 
e ne cominciava un'altra. — Allora il prete doveva esser Dio, e il birro angiolo. — Scappellate 
a tutti e due, e nessun timore. Noi sappiamo di alcuni che per ottenere un impiego andandosene 
mai sempre a collo torto, si recarono nelle chiese di Firenze per dare l'acqua benedetta al presidente 
del Buon Governo o a qualche altro alto impiegato. — Il non parere qui indica 1' ipocrisia fatta 
natura, e ammennicoli le ragioni sofistiche della pinzocheria. 

(8) Francescane, moneta d'argento oggi abolita, che valeva L. 5,60. 

(9) Vi ha chi crede che il dottor Gingillino fosse il già ministro di Leopoldo II, Baldasseroni, 
altri credono Francesco Fcrti — ma io reputo che questa satira fosse impersonale, e molti divide- 
ranno la mia opinione. 

(io) Allude al conferimento della laurea dottorale, che in quei tempi si faceva con molta so- 
lennità nelle sale dell'arcivescovado, e il gran cancelliere, per il vescovo, ne rogava l'atto, e un pro- 
fessore a turno leggeva un'orazione. 

(11) Era già cominciata la persecuzione alla barba lunga, a tutta la barba ed ai baffi soli. — ■ 
Il duca di Modena, il papa e il re di Napoli erano in ciò inesorabili. — In Toscana, meno che per 
gli impiegati, che qui pure era per essi una specie di crimen lassae, si tirava via. — Si additava il barbuto 
e baffuto al birro, e si andava avanti. 

(12) Come emerge la morale della satira in questo verso, che si poggia sull'equivoco ! 

(13) Ser Imbroglia, aggettivo dato dai Toscani ai notari e legulei senza dottrina e senza coscienza. 
Il bernoccolo del ladro, si deve intendere nel senso della dottrina di Gali. 



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368 



Poesie del Giusti illustrate 



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(14) Nomèa, sinonimo, in lingua volgare toscana, di fama. 

(15) Soffietto, spia. — Apostolo del fico, Giuda. 

(16) Squarquoia, infralita, putrida e peggio. 

(17) Questo verso è superbo per concetto e novità — la strigliata, appella alla raffinatezza 
dell' ipocrisia e V asinità del core, alla depravazione stupida e orbata di ogni nobile sentimento. 

(18) Qui entra nel pandemonio della burocrazia, e ne annovera le bassezze e le vergogne. 

(19) Chiovina, fossa di spurgo, cloaca, fogna. 

(20) Bargello, in Toscana chiamavasi il capo birro. Palazzo del Bargello era detto quello nel quale 
erano le carceri, e si rendeva giustizia nei tempi antichi, dal Podestà della città. 

(21) Bazza a chi tocca, proverbio nostrale che presso a poco indica: chi -pesca, pesca. 

(22) Manette, quelle funi con nottolino di ferro o di legno con le quali si legano i polsi agli 
arrestati. 

23) Rabule, scrivani. 

(24) Bozzima, crusca impastata con acqua, della quale si servono le tessitrici. 

(25) Birrocratici, invece di burocratici ; è meno nobile, ma più vera è l'etimologia. 

(26) Pozzanghere, fossette con acqua e melma» 

(27) Frùcola, piccolo anfibio. 

(28) Crogiolandosi, compiacendosene. 

(29) Cariatidi, alti impiegati. 

(30) Compra e vendita delle mignatte, cioè degli impiegati. 

(31) Garga, scaltra. 

(32) Pietà per gli estinti vuole che non si nomini questa squarquoia manipolatrice di impieghi 
fatta sposa a chi tutto poteva, per dispetto della pubblica finanza, e morta qual visse. Pur troppo 
molti la conobbero ! 

(33) Scamonèa, balordo. 

(34) Darsi il diavolo, cioè, darsi la disgrazia, modo usato dal popolo, che con molto accorgimento 
fa tutt'una cosa di disgrazia e di diavolo. 

(35) Idiotismo non in grazia della rima, ma del dialogo. 

(36) Chi conobbe quei tempi può solo dire quanta verità storica vi sia in questa parte della satira 
e se meglio si poteva fotografare quell'abbietta canèa che si arrampicava sulle scale dei pubblici 
uffici. Verità, tutta verità. 



(la chiocciola). 



Questa poesia è allegorica, come ognuno lo vede a chiara luce, e si dirige a quei conservatori 
e lodatori temporis adi, di cui era piena 1' Italia e in ispecial modo la Toscana ai tempi del Poeta. 
Si poteva dire che noi a quel tempo eravamo, e in gran parte anche adesso siamo, veri chinesi. — 
Infatti non si crede neppure a quel progresso che tutti i giorni invochiamo e lodiamo. Guai a toccare 
un chiodo, un sasso antico ! — Guai a levar una festa, che non ha senso comune. — Guai a chi 
dicesse : andate a cercare fortuna pel mondo, come fanno i Savoiardi, i Lucchesi e i Liguri. — Guai 
a chi ci costringesse a rinunziare al giuoco del lotto ed al nostro misero guscio 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 



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IL SORTILEGIO 



1846 



A ENRICO MAYER E A LEOPOLDO ORLANDINI. W 



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cari, 



Nel 1844, quando io era quasi disperato della salute, voi due m'accoglieste successivamente in casa 
vostra, e per mesi e mesi mi ci teneste come fratello, sopportando infiniti fastidi per causa mia, e divi- 
dendo meco 1 patimenti e le malinconie di quello stato angoscioso. 

Io non potrò mai rimeritarvi di tanto benefizio ; ma per mostrarvi in qualche modo la mia rico- 
noscenza, ho pensato di pubblicare col vostro nome questo racconto ; assicurandovi che non intendo of- 
frirvi cosa degna di voi, se non quando allo scopo al quale è diretto il componimento. 



Vostro 
Giuseppe Giusti. 




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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



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Fascicolo 24, 



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Poesie del Giusti illustrate 



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371 



Il lotto, ve lo dissi un'altra volta (2), 
Il lotto è un gioco semplice, innocente, 
Che raddirizza ogni testa stravolta : 
E chi si fonda in lui, non se ne pente. 
Lo dissi e lo ridico, e n'ho raccolta 
La più limpida prova ultimimsate 
In un bel fatto accaduto tra noi, 
Che siamo al tempo che sapete voi. 

In un castello de' nostri Appennini, 
E il nome non importa, era saltato 
Tanto nell'ossa di que' montanini 
L'estro del giocolin sopralodato, 




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Che nelle gole giù de' botteghini 
In ambi e in terni avean precipitato, 
Colla speranza certa d'arricchire, 
Fin le raccolte di là da venire. 

La voce Botteghino non è mia (3) ; 
E una protesta mi pare opportuna, 
Se mai pensaste che la poesia 
Parli a malizia o secondo la luna : 



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372 



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Poesie del Giusti illustrate 



Il Botteghino e la Prenditoria 
Volgarmente son due in carne una : 
Se il nome è. brutto, il popolo inventore 
N' ha colpa e non ne sto mallevadore. 

Dunque tornando a noi, que' montanari 
Fino alle scarpe avean data lajvia, 
Sognando negli spazi immaginari 
Di fare un buco in Depositeria (4). 
Di giocator, di prodighi e d'avari 
Oltre la borsa va la bramosìa ; 
E come chi più n' ha, più ne vorrebbe, 
Chi più ne sciupa e più ne sciuperebbe. 

Bazzicava lassù per que' paesi 




Un di que' rivenduglioli ambulanti, 
Che fan commercio a denari ripresi 
Di berretti, di scatole, di santi, 
E di ferri da calze, e d'altri arnesi. 
Quanti n'occorre per cucire, e quanti 
Ne porta in petto, al collo e sulla testa 
La villana elegante il dì di festa. 



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Toesie del Giusti illustrate 



373 



Oltre a codeste bricciche, costui (5) 
La sacca d'un gioiello avea provvista, 
Che tra le cose che giovano altrui 
Va messo per ossequio in capo lista ; 
Cosa mirabilissima per cui 
Splende alla mente una seconda vista ; 
Cosa che serve per tutti i bisogni ; 
E questa perla era il Libro de' sogni. 

La famosa Accademia del Cimento, 
L' Istituto di Francia e d' Inghilterra, 
È tutta roba di poco momento 
Appetto a quella che il gran libro serra. 
« Credete a chi n' ha fatto esperimento » 
Che quello è il primo libro della terra ; 
Onde lo privilegia, e con ragione, 
La^sacra e la profana Inquisizione. 

Questo libro utilissimo, non solo 
Egli lassù l'avea disseminato, 




Ma nel mezzo di piazza al montagnolo 
Spiegato con amore e postillato ; 



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374 



Poesie del Giusti illustrate 



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E il giorno dell'arrivo, al merciaiolo, 
Il popolo, il comune e il vicinate 
Correano a dire i sogni della notte, 
Ladri, morti, paure e gambe rotte. 

Ed ei, presa la mano a far l'oracolo, 




O rispondeva avvolto, o stava muto : 
Anzi, fra l'altre, aveva un tabernacolo 
Con dentro un certo santo sconosciuto, 
Dal qual, secondo lui, più d'un miracolo 
E più d'un terno a molti era piovuto, 
Pur di destare la sua cortesia * 
Pagando un soldo ed un'avemmaria. 

Lo spolverava, l'apriva e gridava 
Che tutti si levassero il cappello : 
Poi brontolando paternostri, andava 
Tomo torno a raccòrre il soldarello : 
E mentre ognuno pregava e pagava, 
Più numeri di sotto dal gonnello 
Tirava fuori agli occhi della folla 
Il moncherino di quel santo a molla. 

Né volendo, se a vuoto eran giocati, 
Parer, col santo, e tutto, un impostore, 



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'Poesie del Giusti illustrate 



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375 



— Egli è, dicea, per i vostri peccati, 
Che non trovan la via di venir fuore. — 
Smunti così gran tempo e bindolati 
Avea que' mammalucchi in quell'errore, 
E col governo il traffico diviso, 
E mescolato al vizio il paradiso. 

Stanchi alla fine, e come accade spesso 

D'uno che al gioco giochi anco il cervello, 

Che invece di pigliarla con se stesso 

E' se la piglia con questo e con quello, 

Un dì che il rivendugliolo avea messo 

Fuori i fagotti e il solito zimbello, 

Da sei gli sono addosso, e con molt'arte 

L'attorniano e lo traggono in disparte. 




E dopo averlo strapazzato e dette 
Cose del fatto suo proprio da chiodi, 
GÌ' intuonaron minaccie maledette, 
E che voleano il terno a tutti i modi. 
Messa lì su quel subito alle strette 
La volpe che maestra era di frodi, 
Facendo l' imbrogliato e il mentecatto, 
Te li abbonì che non parve suo fatto. 

Poi protestando che del trattamento 

Non facea caso e lo mandava a monte, 
Accennò roba, parlò d'un portento, 



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376 



Poesie del Giusti illustrate 



La^prese larga, te li tenne in ponte, 
E finse di raccogliersi un momento, 
E chiuse glifoechi, e si fregò la fronte, 




| Ejdisse : — Attenti, che non diate poi 
A"me la colpa che si spetta a voi. 

Bisognerebbe quando il gallo canta 

Sull'alba, o appena il sole è andato sotto, 
Novanta ceci secchi sulla pianta 
Córre senz'esser visti o farne motto ; 
E dall'uno giù giù fino al novanta 
Scriverci sopra i numeri del lotto, 
Con una tinta che non si cancella, 
Fatta di pece e d'unto di padella ; 

Affilare un coltello, essere accorto 
Che chi l'affila non tocchi nessuno ; 
E un corpo maschio, defunto di corto, 
Scavar di notte, in giorno di digiuno ; 
E tagliata e vuotata a questo morto 
Ben ben la testa, dentro a uno a uno 
Mettere i ceci, stando inginocchiati, 
Tre volte scossi, e tre volte contati ; 

Avere un pentolone, e a queste gore 
Qua sotto empirlo di quell'acqua gialla, 
E bollirci quel capo, e che di fuore 
Non vada l'acqua, Dio guardi a versalla ! 
A mala pena spiccato il bollore, 
Da' primi ceci che verranno a galla 
Avrete il terno : e se dico bugia, 
Che non possa salvar l'anima mia. — 



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Poesie del Giusti illustrale 



377 



Quel dettar tutto sì minutamente, 

Quel morto, quella pentola, e il gran guaio 
D'aver bisogno, fece a quella gente 
Girar la testa come un arcolaio : 
E creduto per fede agevolmente 
E rimandato libero il mereiaio, 




Stillano il modo di venire a capo 

D'aver in mano e di bollir quel capo (6). 

Di fresco era lassù morto il curato, 
E l'avevano sepolto dirimpetto 
Alla porta di chiesa, ove il sacrato 
Ila una lapide antica a questo effetto. 
Quel prete per disgrazia, infarinato 
D'algebra, se di tempo un ritaglietto 
Gli concedea la cura di montagna, 
Era sempre a raspar sulla lavagna. 

Quell'armeggìo di numeri venuto 
A risapersi nel paese, il prete 
Per un gran cabalista era tenuto 
E che de' terni avesse in man la rete : 
E scalzarlo parecchi avean voluto, 
Mentre che visse, sull'arti segrete 
Di menar la fortuna per il naso, 
Pescando il certo nel gran mar del caso. 



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373 



'Poesie dil Giusti illustrale 



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L'ultima carne maschia seppellita 
Era il prete, la cosa è manifesta ; 
Dunque la testa che andava bollita 
Era la sua, certissima anco questa ; 
E tanto più che avvezzi erano, in vita, 
I numeri a bollirgli nella testa. 
Così dicendo quella gente grossa 
Pensò del prete violar la fossa. 



Risoluti s'accordano costoro, 

E si partiscon l'opere e le veci : 
Ammannisca il coltello uno di loro, 
Un altro il pentolone, un altro i ceci 
E poi tutti si trovino al lavoro 
Di nottetempo, ^à dopo le dieci, 
Nel giorno da Mosè dato all'altare, 
Ed alle streghe nell'era volgare. 




Tutto quel giorno che precesse il fatto, 
Maso, un di quelli dell'accordellato, 
Girò per casa mutulo, distratto 
E torbo come mai non era stato : 



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Poesie del Giusti illustrate 379 



La moglie era presente : e di soppiatto 
Coli 'occhio che alle donne Amore ha dato 
Lo guardava e guardava, a quella vista 
Facendosi anco lei pensosa e trista. 



Erano sposi da cinqu'anni ; e stati 
Sempre insieme su su da piccolini, 
Poi coli' andar del tempo innamorati, 
S'eran congiunti da onesti vicini. 
E dal dì che l'aitar santificati j 
Avea gli affetti lor, già tre bambini 
Rallegravan la rustica dimora, 
Che tre rose parean còlte d'allora. 



A forza di risparmio e di lavoro 
Conducean vita semplice e frugale, 
Poveri sì, ma in pace e con decoro, 
Contenti nel pudor matrimoniale, 
Quando ecco il lotto a ficcarsi tra loro. 
Il lotto, gioco imperiale e reale (7), 
E quella pace e quel viver onesto 
Subito in fumo andar con tutto il resto. 



Vani usciti i consigli erano, e vani 
Con lui gli affanni di quella meschina, 
Che sempre più vedea d'oggi in demani 
Esso e la roba andarsene in rovina : 
Ed or facea concetti e sogni strani 
Del vederselo lì dalla mattina 
Senza toccar lavoro o far parola 
O consolarla d'un'occhiata sola. 



E come più la sera s'appressava, 

Più lo vedea smaniante e pensieroso. 
Un po' sedeva, un po' cantarellava, 
Come fa l'uom* che aspetta e non ha poso ; 
Ed or prendeva in braccio, ora scansava 
Un fanciulletto, che tutto festoso 
Con più libero pie degli altri dui 
Salterellava dalla madre a lui. 



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380 



Poesie dei Giusti illustrate 



L'aria imbrunì, suonò" l'avemmaria, 
E sorta in pie la donna, a' figlioletti 
Incominciò malinconica e pia 
A suggerir garrendo i sacri detti : 
Maso, fermo sull'uscio, o non udìa 
La squilla, vaneggiando in altri obietti ; 
O se l'udì-, non ebbe in quella sera 
Né parola né cuor per la preghiera. 




Notò la donna l'atto ; e avendo piena 
Già già la testa di mille paure, 
Dentro se ne sentì crescer la pena ; 
Ma la represse, e attese ad altre cure. 
E acceso il lume e il fuoco, e dato cena 
E messe a letto quelle creature, 
Ritrovò Maso tutto addormentato 
Col capo sulla mensa abbandonato. 



Volea parlar, ma non le dette il cuore 
D'aprir la bocca, e ste' soprappensiero ; 
E quello immaginar pien di dolore 
Le cose più che mai le volse in nero ; 



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'Poesie del Giusti illustrate 381 



Poi, come fa chi dubbia e sente amore 
Che cerca e teme di saper il vero, 
Soavemente a lui che amava tanto 
Si volse e disse con voce di pianto : 



- Maso, per carità, parla, che hai ? 
Via, parla, non mi dar questi spaventi : 
Così confuso non t' ho visto mai ; 
Oh, Maso mio, perchè non mi contenti ? 
Se non lo fai per me, se non lo fai, 
Fallo per que' tre poveri innocenti, 
Che son di là che dormono ; e non sanno 
Lo snaturato di padre che hanno. 



Maso, bada alla gente ! Il viciname 
Sparla di te ; che ti se' mal ridutto, 
Che un giorno o l'altro quel giocaccio infame 
T" ha da portare a qualcosa di brutto : 
Oh senti, Maso mio, meglio la fame, 
Andar nudi, accattare, è meglio tutto : 
Ma, se non altro, non darmi il rossore 
Che tu perda col pane anco l'onore. — 



sì dicendo, a lui s'era accostata 
E dolcemente gli tendea la mano, 
Continuando con voce affannata 
A interrogarlo, a scongiurarlo invano ; 
Che da sé la respinse, e dispietata- 
-mente la minacciò, quel disumano, 
E di tacer le impose, e che di volo 
Andasse a letto, e lo lasciasse solo. 



Andò la dolorosa, e mezza morta 
Senza spogliarsi in letto si distese : 
E là piange, e si strugge e si sconforta, 
Cheta, in sospetto e sempre sulT intese : 
Né molto sta, che cigolar la porta 
Udendo, sorge ; e coll'orecchie tese 
Sente, pian piano, con sordo stridore, 
A doppia chiave riserrar di fuore. 



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382 



Toesie del Giusti illustrate 



Balza da letto, e prima che s' involi 
P Del tutto vuol seguirlo arditamente : 

E poi non si risolve, e de' figlioli 
I Sorge il pensiero a divider la mente : 
Ma tosto il dubbio di lasciarli soli 
Cede al timor più vivo e più presente ; 
Scende, e tenta la toppa, e nulla avanza 
E del forzarla è vana ogni speranza. 




Più l'ostacolo è forte, e più s'esalta 

L'animo in quello ; ond'essa audace e destra 
Si lancia ove ricorre angusta ed alta 
Cinque braccia da terra una finestra ; 
L'apre la donna e su vi monta, e salta 
Speditamente nella via maestra 
E per molti sentieri erra, e s' invesca 
Senza molto saper dove riesca. 



In questo mentre i compagni di Maso, 
A mezza costa, fuor dell'abitato, 



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Poesie del Giusti illustrate 



383 




Celatamente avean le legna e il vaso 
Per la strana cottura apparecchiato: 




Esjli, co' ferri che facean al caso 
D'alzar la pietra e scorciare il curato, 
Per altra via, coli' animo scontento, 
Ultimo venne al dato appuntamento. 

Qui ci vorrebbe una notte arruffata, 
~ Una notte di spolvero, che, quando 
Alla tedesca fosse strumentata, 
Paresse un casa-al-diavolo, salvando, 
Se, per esempio, la nota obbligata 
D'un par di gufi avessi al mio comando, 
E fulmini a rifascio, e un'acqua tale 
Da parere il diluvio universale ; 



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384 



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Poesie del Giusti illustrate 



E una romba di vento, e il rumor cupo 
D'un fiume, d'un torrente, o che so io, 
Che giù scrosciando d'un alto dirupo, 
Rintostasse de' tuoni il brontolìo : 
Di quando in quando un bell'urlo di lupo. 
Un morto che gridasse Gesù mio, 
E una campana che sonasse a tocchi : 
Riuscirebbe una notte co' fiocchi. 



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farlo apposta, tra le notti belle 
Vedute al mondo, questa, a mia sfortuna, 
Si potea dir bellissima : le stelle 
Erano fuori, tutte fin a una ! 
Se a sciuparmi le tenebre con quelle 
Fosse venuta in ballo anco la luna, 
Piantavo la novella, e buona sera : 
Tiriamo avanti, la luna non c'era. 



Zitti, spiando intorno, e come un branco 
Di lupi ingordi.... Adagio, e colle buone; 
Il lupo è detto. — Di corvi ? — ■ Nemmance, 
Che di notte non vanno a processione.... 
Sicché dunque dirò, lasciato in bianco. 
Per questa volta tanto, il paragone, 
Che s'avviò la frotta al cimitero, 
(E passi per la rima) all' aer nero. 



Intanto qua e là s'era aggirata 

Ratta, intendendo la vista e l'udito, 

Quella povera donna sconsolata 

Inutilmente cercando il marito ; 

E stanca per que' sassi, e disperata 

Della traccia, per ultimo partito 

Alla chiesa risolse incamminarsi, 

E là piangere e a Dio raccomandarsi. 



Su per una viottola scoscesa 
Va la meschina risolutamente ; 
E all'orlo del sacrato appena ascesa 
Che fa piazzetta, sul poggio eminente, 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 



Ode, o le pare, là, verso la chiesa, 
Un sordo tramenio, come di gente 
Che soprarrivi cheta e frettolosa 
E s'argomenti di tentar qualcosa. 



Insospettita fermasi, e s'acquatta 
Giù rannicchiata, dietro a certi sassi 




D'una vecchia casipola disfatta, 
Distante dalla chiesa un trenta passi ; 
E di lì guarda, e scorge esterrefatta 
Un gruppo strano, e parie che s'abbassi 
In atto di sbarbar con violenza 
Di terra cosa che fa resistenza. 

Ecco si smuove una lapide ; e tosto 

S'alza quel gruppo, e indietro si ritira. 

E di subito giunge là discosto 

Il grave puzzo che l'avello spira. 

Senza alitare o muoversi di posto, 

Trema la donna misera, e s'ammira, 

Qual chi dorme e non dorme e in sogno orrendo 

Volteggia col pensier stupefacendo. 



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Toesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 25. 



386 



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Toesie del Giusti illustrate 



Lenta calarsi dentro e risalire 
Una figura vede dall'avello, 
E sorta, accorrere i compagni, e dire 
Un non so che di testa e di coltello 
E allor le parve vedere è sentire 
Ricollocar la lapide bel bello ; 
Poi tutti verso lei tendere al piano, 
E innanzi^un d'essi con un peso in mano. 




Quel vederli venire alla sua volta 
Tanto le crebbe tremito e spavento, 
Che dentro si sentì tutta sconvolta 
E chiuse gli occhi e uscì di sentimento. 
Quelli che con molt' impeto e con molta 
Fretta correano in basso all'altro intento, 
Raccolti in branco e presa la calata, 
L'ebber senza notarla oltrepassata. 

Non molto andaro in giù, che dalla via 
Torsero a manca, e pervennero in loco 
Ove per molti ruderi s'uscìa 
Ne' campi, scosti dalle case un poco. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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La poveretta che si risentia 
Ecco, vede laggiù sorgere un foco, 
E parecchi d' intorno affaccendati 
Dal baglior delle fiamme illuminati. 

Brillò la fiamma appena, che, non lunge 
Da lei, più gente a gran corsa si sferra, 
E, giù piombata in un attimo, giunge 
Là dove lo splendor s'alza da terra : 
E altra gente gridar che sopraggiunge, 
E^d'un'altra che fugge il serra serra ; 
E su per giù per fossi e per macchioni 
Stormir di frasche, e salti e stramazzoni. 



S'alza un alterco.... Ahi misera ! è la voce, 
È la voce di Maso, e par che tenti 
Di liberarsi d'uno stuol feroce 
Che lo serri d' intorno e gli s'avventi ; 
Tosto drizzata in pie, scende veloce 
Onde veniale il suon de' fieri accenti ; 




Ouand'ecco che la ferma un duro sgherro, 
Con un artiglio che parea di ferro. 



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388 



Toesie del Giusti illustrate 



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Le spie del luogo avean raccapezzato, 
Non si sa come, un che di quel ritrovo, 
E un Ser Vicario già n'era avvisato 
Famoso per trovare il pel nell'ovo ; 
Ma tardi e male postisi in agguato 
I bracchi, mossi a chiapparli sul covo, 




Fallito il colpo della sepoltura, 
Te gli avean cólti alla cucinatura. 

Raggranellati tutti e fatto il mazzo, 
La donna fu creduta della lega : 
Il merciaiolo citato a Palazzo, 
Svesciando il caso dall'alfa all'omega, 
Provò che per uscir dall' imbarazzo 
Avea dato una mano alla bottega. 
Tant' è chi ruba che chi tiene il sacco 
Dunque fu detto che battesse il tacco. 

Con più giustizia, della falsa accusa 
Uscì netta la misera innocente ; 
Ma di vergogna e di dolor confusa 
Pericolò di perderne la mente ; 
Perocché fissa quella notte, e chiusa 
Nel proprio affanno continuamente, 
Da paurose immagini assalita 
S'afflisse e tribolò tutta la vita. 



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Toesie del Giusti illustrate 



389 



Veggano intanto i re, vegga l'avaro 
Gentame intento a divorar lo Stato, 
Di quanti errori il pubblico denaro 
E di che pianto sia contaminato ! 
Fuman del sangue sottratto all' ignaro 
Popolo, per voi guasto e ^aggirato, 
Le tazze che con gioia invereconda 
Vi ricambiate a tavola rotonda. 

Dritto e costume nel consorzio umano 
Così per vostre frodi hanno discordia : 
E cupidigia vi corrompe in mano 
E la giustizia e la misericordia : 
Che assolver non si puote un atto insano 
Che con legge e ragion rompe concordia : 
Né giustamente l'error mio si danna, 
Quando il giudice stesso è che m' inganna. 

Premesso questo, è tempo di sbrigare 
Anche quegli altri che lasciammo presi. 
Dopo un gran chiasso e un grande almanaccare 
Di spie, di birri e di simili arnesi ; 




Dopo averli tenuti a maturare, 
Come le sorbe, in carcere se' mesi 



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Poesie del Giusti illustrate 




Dopo un processo lungo lungo lungo, 

Si svegliò la Giustizia- e nacque il fungo. 

E fu, che resultava dal processo 
Violato sepolcro e sortilegio : 
Ma visto che il delitto fu commesso 
Per il lotto, e che il lotto è un gioco regio, 
Chi delinque per lui, di per sé stesso 
Partecipa del lotto al privilegio. ■ 
Se fosse stata briscola o primiera, 
Pover'a loro! andavano in galera (8). 



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Toesie del Giusti illustrate 



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A GINO CAPPONI 



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Vediun po' , Gino mìo, che cosa vuol dir,- l'aver che fare co' poeti.' Non contenti di scapriccirsi 
rimando sul conto degli altri e sul proprio, (Intimano anche gii amici a parte dei loro capricci, 
chi per affetto e chi per far gente. Anni sono, intitolai a te quella tirata sulle Mummie Italiche, 
scherzo cagnesco che risente della stizza dei tempi nei quali fu scritto ; oggi che abbiamo tutti il sangue 
più addolcito, accetta questa aspirazione a cose migliori, scritta come tu sai, quando il buono era sempre 
di là da venire e anzi pareva lontanissimo. A chi sapesse che tu sei il solo al quale ho ricorso in tutto 
ciò che passa tra me e me, non farà meraviglia questa pubblica confessione che io t' indirizzo : a chi 
non lo sapesse,- ho voluto dirlo in versi, tanto più che dal Petrarca in poi pare una legge poetica che 
le affezioni dei rimatori siano sempre di pubblica ragione. Lasciami aggiungere e lascia sapere a tutti, 
che io ti son tenuto di molti conforti e di molle raddirizzature : che se tuttavia mi restano addosso delle 
magagne, la colpa non è dell'ortopedico. 

Tuo affezionai:. 
Gr'sfppe GlL'STI. 



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Poesie del Giusti illustrale 



393 




Così tornata alla solinga stanza 
La vaga giovinetta, in cui l'acuta 
Ebrietà del suono e della danza 
Né stanchezza né sonno non attuta. 
Il fragor della festa e l'esultanza 
Le romba intorno ancor per l'aria muta; 
E il senso impresso de' cari sembianti 
E de' lumi e de' vortici festanti 
In faticosa vision si muta. 



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Poesie del Giusti illustrate 395 



Come colui che naviga a seconda 
Per correnti di rapide fiumane, 
Che star gli sembra immobile, e la sponda 
Fuggire e i monti e le selve lontane ; 
Così l' ingegno mio varca per l'onda 
Precipitosa delle sorti umane : 
E mentre a lui dell'universa vita 
Passa dinanzi la scena infinita, 
Muto e percosso di stupor rimane (2). 



E di sordo tumulto affaticarme 
Le posse arcane dell'anima sento ; 
E guardo, e penso, e comprender non parme 
La vista che si svolve all'occhio intento ; 
E non ho spirto di sì pieno carme 
Che in me risponda a quel fiero concento ; 
Così rapito in mezzo al moto e al suono 
Delle cose, vaneggio e m'abbandono, 
Come la foglia che mulina il vento (3). 



Ma quando poi remoto dalla gente, 
Opra pensando di sottil lavoro, 
Nelle dolci fatiche della mente 
Al travaglio del ' cor cerco ristoro ; 
Ecco assalirmi tutte di repente, 
Come d' insetti un nuvolo sonoro, 
Le rimembranze delle cose andate ; 
E larve orrende di scherno atteggiate 
Azzuffarsi con meco ed io con loro. 



Così tornata alla solinga stanza 
La vaga giovinetta, in cui l'acuta 
Ebrietà del suono e della danza 
Né stanchezza né sonno non attuta, 
Il fragor della festa e l'esultanza 
Le romba intorno ancor per l'aria muta ; 
E il senso impresso de' cari sembianti 
E de' lumi e de' vortici festanti 
In faticosa vision si muta. 



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396 Toesie del Giusti illustrate 



Come persona a cui ratto balena 
Sùbita cosa che d'obliar teme, 
Così la penna afferro in quella piena 
Del caldo immaginar che dentro freme ; 
Ma se sgorgando di diffidi vena 
La parola e il pensier pugnano insieme, 
Io, di me stesso diffidando, poso 
Dal metro audace, e rimango pensoso, 

E l'angoscia d'un dubbio in cor mi geme. 



Dunque su questo mare a cui ti fide 
Pericolando con sì poca vela, 
Il nembo sempre e la procella stride 
E de' sommersi il pianto e la querela ? 
E mai non posa l'onda, e mai non ride 
L'aere, e il sol di perpetue ombre si vela ? 
Di questa ardita e travagliata polve 
Che teco spira e a Dio teco si volve 
Altro che vizio a te non si rivela ? 



E chi sei tu che il libero flagello 

Ruoti, accennando duramente il vero, 
E che parco di lode al buono e al bello 
Amaro carme intuoni a vitupero ? 
Cogliesti tu, seguendo il tuo modello, 
Il segreto dell'arte e il ministero ? 
Diradicasti da te stesso in pria 
E la vana superbia e la follìa, 

Tu che rampogni e altrui mostri il sentiero ? (4). 



Allor di duol compunto, sospirando, 

De' miei pensieri il freno a me raccolgo ; 
E ripetendo il dove, il come, il quando, 
La breve storia mia volgo e rivolgo, 
Ahi del passato l'orme ricalcando 
Di mille spine un fior misero colgo ! 
Sdegnoso dell'errar, d'error macchiato, 
Or mi sento co' pochi alto levato, 
Ora giù caddi e vaneggiai col volgo ! 



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Poesie del Giusti illustrate 397 



Misero sdegno, che mi spiri solo, 

Di te si stanca e si rattrista il core ! 
O farfalletta che rallegri il volo, 
Posandoti per via di fiore in fiore, 
E tu che sempre vai, mesto usignolo, 
Di bosco in bosco cantando d'amore, 
Delle vostre dolcezze al paragone, 
In quanta guerra di pensier mi pone 
Questo che par sorriso ed è dolore ! (5) 



Oltre la nube che mi cerchia e in seno 
Agita i venti e i fulmini dell' ira, 
A più largo orizzonte, a più sereno 
Cielo, a più lieto voi l'animo aspira ; 
Ove congiunti con libero freno 
I forti canti alla pietosa lira, 
Di feconda armonia l'etere suoni , 
E sian gì' inni di lode acuti sproni 
Alla virtù che tanto si sospira. 



O Gino mio, se a te questo segreto 
Conflitto della mente io non celai, 
Quando accusar del canto o mesto o lieto 
In me la nota o la cagion udrai : 
Narra quel forte palpito inquieto, 
Tu che in altrui l' intendi e in te lo sai, 
Di quei che acceso alla beltà del vero 
Un raggio se ne sente nel pensiero, 

E ognor lo segue e non lo giunge mai (6). 



E anch' io quell'ardua immagine dell'arte, 
Che al genio è donna e figlia è di natura, 
E in parte ha forma dalla madre, in parte 
Di più alto esemplar rende figura ; 
Come l'amante che non si diparte 
Da quella che d'amor più l'assecura, 
Vagheggio, inteso a migliorar me stesso ; 
E d' innovarmi nel pudico amplesso 
La trepida speranza ancor mi dura. 



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Poesie del Giusti illustrate 



I TRENTACINQUE ANNI 



1844. 



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Grossi, ho trentacinque anni, e m' è passata 
Quasi di testa ogni corbellerìa ; 
O se vi resta un grano di pazzìa, 
Da qualche pelo bianco è temperata. 

Mi comincia un'età meno agitata, 
Di mezza prosa e mezza poesia ; 
Età di studio e d'onesta allegria, 
Parte nel mondo e parte ritirata. 

Poi, calando giù giù di questo passo 
E seguitando a corbellar la fiera, 
Verrà la morte, e finiremo il chiasso. 

E buon per me, se la mia vita intera 
Mi frutterà di meritare un sasso 
Che porti scritto : « Non mutò bandiera ». 



Poesie del Giusti illustrate 399 



ANNOTAZIONI 



(li. sortilegio). 



(1) Enrico Mayer di Livorno è uno di quegli uomini, pei quali il giudizio della posterità in- 
comincia in vita. Esso era uno dei campioni del progresso che coi Ridolfi, Capponi, Lambruschini, 
Montanelli, Puccini, Orlandini, Pieri, Ricasoli, Centofanti, Viesseux, Odaldi, Torrigiani, Thouar, 
Giusti ed altri non pochi resero in tanta fama la coltura della Toscana. 

Nel 1844 il nostro Poeta era travagliato da una malattia di fegato, la quale portavalo ad una 
malinconia così desolante che il soccorso degli amici, e lo svago del viaggio che intraprese a Roma, 
Napoli e Milano non valsero a togliere totalmente. 

(2) Questa pungente ed amara satira non perde il pregio dell'attualità. Sono passati anni pa- 
recchi dacché fu pubblicata, e tuttora pinge al vero le imposture dei cerretani sacro-profani. Il credito 
nelle plebi del Libro de' Sogni, di cui se ne sono fatte più edizioni che della Bibbia e della Divina 
Commedia, e la credulità sono gli studi dei disperati. 

Continuasi nelle nostre città primarie a prestar fede ai sogni, e a passarsi di casa in casa il 
Libro che li spiega, e nelle campagne il giuoco del lotto non è mai allignato come in oggi, ed è il 
benvenuto qualunque impostore che con una impudente sicumera porge ai creduli tre numeri sicuri. 

(3) Botteghino, significa banco del lotto. La Prenditoria era un botteghino, o un banco ove si face- 
vano le maggiori giuocate. 

(4) Depositeria dicevasi, a tempo del governo lorenese, la tesoreria dello Stato. 

(5) Bricciche, significa minutaglia e sottigliumi. 

(6) Questo fatto, degno del medio evo, corre fama che avvenisse in un castello delle montagne 
di Pistoia ; alcuni lo dicono Pitellio, altri parlano di Piteccio. In ogni modo il fatto fu vero, e non 
frutto di poetica fantasia. 

(7) Giuoco imperiale e reale, allude al governo della Toscana sotto un principe della Casa d'Austria. 

(8) Il giuoco è una passione ingenita di tutti gli oziosi e i dissipati. Se a questa tendenza voi ci 
unite un grosso premio, come avviene appunto nel giuoco del lotto, il popolo che beve grosso non 
pensa all' improbabilità della vincita, ma si bea nell' isperato sorriso della fortuna e tira via. 

Che monta, se per la giuocata di un terno ci sono sette milioni di combinazioni in contrario ? 
Ve ne ha anche una in favore e questa illude, abbaglia e trascina le genti. 

Ai tempi di Giuseppe Giusti il giuoco del lotto era in minor favore che in oggi e la ragione ne 
è chiara. Il progresso delle giuocate è in ragione inversa della prosperità pubblica e nel 1814 era la 
Toscana troppo ricca, per il proprio lavoro, da domandare al caso una fortuna straordinaria. Il lotto, 
su per giù, era riservato al popolino. Ora la cosa muta. La ricchezza pubblica si è menomata. Le 
imposizioni si sono accresciute e i commerci poco sviluppati. Né questo è il tutto. Le lotterie pub- 
bliche e private, palesi o clandestine, hanno preso un formidabile incremento. Sono venute fuori 
le tombole ad ogni festa, le lotterie dei gallinai, che non si sa perchè si proibiscono se se ne per- 
mettono altre di consimili, o se sono tollerate quelle delle fiere e quelle degli imprestiti dei Comuni, 
del Governo e dei particolari. 

L' Italia è divenuta una gran bisca quasi alla pari di Baden e dell'Austria, e la irruenza del gioco 
è tale che ci vuol altro che delle poesie e dei sermoncini per porvi un freno. 

Con che non biasimiamo i generosi e meritori conati dei moralisti, degli economisti e dei poeti, 
ma siamo fermamente persuasi che fino a tanto che gì' italiani non si daranno al lavoro con cura 
indefessa e che la prosperità pubblica si sarà accresciuta, non è a sperarsi che cessi la monomania 
del giuoco del lo.tto, il quale toglie dalle vuote scarselle degl' italiani non meno di 80 milioni all'anno 

Nunc erudimini. 



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400 Poesie del Giusti illustrate 



(a Gino Capponi). 



(1) Nel 1847 1' Italia si risvegliava animata dalla voce di Pio IX, cui dovettero piegare, loro 
malgrado i principotti d' Italia, con più o meno velata ipocrisia. Carlo Alberto per un lato, e Fer- 
dinando II per l'altro, avevano fatto atto di indipendenza l'uno contro l'Austria e 1' altro contro 
1 Inghilterra : essi avevano armi, armati e coraggio e ognuno per sé avrebbe volon'ieri stesa la mano 
alla corona d' Italia. Allora si leggevano e si meditavano le opere dei grandi scrittori nazionali, le 
quali erano un avvenimento, una festa, una gioia. Come era bella quella primavera della nuova 
Italia ! Vecchi e giovani, donne e fanciulli, poveri e ricchi, sacerdoti e soldati: tutti concordemente 
plaudivano ai tempi nuovi e il 1^47 fu un inno e un ditirambo continualo. Giuseppe Giusti, che 
tanto aveva scritto per rialzare gli animi degli italiani, non poteva non compiacersene, veggendo 
che i vizi e le accidie da esso stigmatizzate avevano ceduto il luogo ad alti e virili sensi di libertà 
e di indipendenza nazionale. 

Egli si indirizzava a Gino Capponi, non degenere nipote de' magnanimi avi e della libertà 
della patria e delle arti belle e dei buoni studi zelantissimo. 

Come nei poeti è costume, volle che pubbliche fossero le attestazioni e le manifestazioni esterne 
di quel culto che nutriva per questo grande italiano, dal fato destinate a scpravivergli e ad accoglierle 
morente fra le braccia. 

(2) Con questa poesia l'autore volle richiamare in vita una delle tante forme antiquate, e bene 
fece ; la poesia come arte bella è antica in Italia e se anch'essa dovette passare per la trafila del ba- 
rocchismo e dell'ampollosità, fu pure elegante, pudica e tersa nei tempi nei quali erano castigate 
la pittura, la scoltura e l'architettura. Noi crediamo che non sia male in tutte le cose tornare di 
quando in quando ai principi e ottemperare ai sovrani dettami dell'estetica le facili e crmpiaccmi Muse. 

In ogeri la poesia non diremmo che sia in decadenza assoluta, ma è certo che non ha ancora 
preso quello slancio che avrebbe dovuto imprimerle la ep' pèa italiana, che grande ella è, e ma- 
raviglio^ e argomento di onore, gloria ed orgoglio di noi contemporanei che tramanderemo 1' Italia 
bene o male fatta e compita ai nostri figli. 

(3) Non sappiamo a qual robustezza di dettato e bellezza di forma sarebbe asceso Giuseppe 
Giusti, se a quarant'anni la morte non lo coglieva. Dai frammenti dell'Arie e anche da queste robuste 
strofe si scorge il progresso che l'autore aveva già fatto dai buoni e profondi studi. Ornato è spiri- 
toso prosatore sempre, a poco a poco temprava nella poesia sempre più l'aculeo della satira nella 
venustà e splendidezza della forma. 

Ma il cielo invido ce lo rapì innanzi sera, come fa sempre dei buoni. 

4) Questo esame di coscienza succeduto ad una similitudine gentile quanto cara, tocca al su- 
blime e davvero che rivela la ispirazione poetica. È una ingenua confessione, nella quale il Giusti 
rivela ad un tempo la sua grandezza e il modesto sentire di sé stesso. — Siam polve tutti — angelo 
nessuno, e nessuno pienamente demone, e nel fòro della coscienza anche i grandi uomini spesse volte 
sentono che nacquero dalla creta, onde sorse il dettato, che quando è solo nessun uomo è un ero'. 

(5) Qui è ripresa magnificamente l'umana natura. Le grandi gioie incitano al pianto e muovono 
e atteggiano il sentimento al duolo, duolo se vuoisi, ci si perdoni l'antitesi, voluttuoso, ma pur duolo 
sempre anche se unito al riso. Lo si sa, spesso si ride quando e appunto perchè non si può piangere 
e di quel riso si muore, mentre non si muore mai di pianto. 

(6) £ vero : la irrequietezza della mente mai paga di sé stessa, che più va crescendo con 
più si accresce il sapere, è il movente, delle grandi concezioni. Che se si marita ad alto e nobil 
cuore ti porta ai miracoli delle arti belle, se all'amor di patria, all'eroismo od al martiric, se all'ele- 
vatezza della mente alla politica, alle matematiche o alla filosofia. È in forza di questo pungolo 
che va dicendo all' ingegno umano, cammina, cammina, che si operano i prodigi della scienza ed 
i miracoli dell'arte. Quando vi è un'armonia prestabilita fra 1' intelletto e il cuore, qualunque 
sia la tempra organica e sentimentale delle individualità, queste salgono all'apogèo dell'umana 
grandezza. E questo che noi diciamo in misere parole, chiaramente viene esplicato in forte e robusto 
eloquio nei versi che il Giusti diresse al venerando Gino Capponi, i quali faranno testimonianza 
ai posteri della amicizia che legava questi due onorandi italiani. 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



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Fascicolo 26. 



Toesie del Giusti illustrate 403 



I BRINDISI 



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1843. 



Mia cara amica, 

Voi Milanesi siete assuefatti a vedere il carnevale che fa un buco nella quaresima e ruba otto giorni 
all' Indulto. Non so o non mi ricordo chi v'abbia data questa licenza : ma deve essere stato di certo un 
papa di buon umore e di maniche larghe. Noi, finite le maschere {almeno quelle di cartapesta) e rima- 
nendoci addosso uno strascico di svagatezza, come rimane negli orecchi il suono dei violini dopo una 
festa da ballo, ci pigliamo a titolo di buon peso, e senza licenza dei superiori, il solo giorno delle Ceneri, 
e tiriamo via a godere fino alla sera, come se il Mementomo non fosse stato detto a noi. Voi quegli otto 
giorni li chiamate il carnevalone, e noi quest'unico gìornarello di soprapiù lo chiamiamo il carnevalino. 

La sera del giovedì grasso del 1842, uno di quei tali che danno da mangiare per ozio e per sentirsi 
lodare il cuoco, aveva invitati a cena da diciotto venti, tutti capi bislacchi chi per un verso e chi 
per un altro, e tutti scontenti che il carnevale fosse lì lì per andarsene. V'erano nobili inverniciati di 
fresco e nobili un po' intarlati ; v'erano banchieri, avvocati, preti alla mano, insomma omni genere mu- 
sicorum. Tra gli altri, non so come, era toccato un posto anche a due che pizzicavano di poeta, agli anti- 
podi uno dall'altro, ma tutti e due portati allo stile arguto faceto come vogliamo chiamarlo. Il padrone , 
sapendo V ìndole delle bestie, per rimediare allo sproposito fatto d' invitarli insieme, prò bono pacis li 
aveva collocati alle debite distanze. Il primo era un abate, solito a tenere la Bibbia accanto a Voltaire, 
buon compagnone, tagliato al dosso di tutti, né guelfo né ghibellino, dirotto al mondo, un maestro di 
casa nato e sputato. L'altro era un giovane né acerbo, né maturo, una specie di cinico elegante, un 
viso tra il serio ed il burlesco, da tenere una gamba negli studi e una nella dissipazione, e via discorrendo. 
La cena passò in discorsi sconnessi, in pettegolezzi, in lodi al Bordeaux e ai pasticci di Strasburgo : 
vi fu un po' di politica, un po' di maldicenza : per farla breve, fu una cena delle solite. 

Alla fine, cioè due ore dopo la mezzanotte, il padrone nel congedare i convitati disse loro : « Spero 
che il primo giorno di quaresima vorrete favorirmi alla mìa villa a fare il carnevalino ». Ringraziarono, 
e accettarono tutti. Ma uno, che si dilettasse di versi, che avesse alzato il gomito più degli altri, gridò: 
« Alto, signori ; prima dì partire, i due poeti ci hanno a promettere per quel giorno di fare un brin- 
disi per uno ». Gli altri applaudirono, e i poeti bisognò che piegassero la testa. 

Venne il giorno delle Ceneri, e nessuno mancò né- alla predica né al desinare. Passato questo né 
più né meno com'era passata la cena, « Sor abate, tocca a lei ! » gridò quello stesso che aveva proposto i 
brindisi : e l'abate che in quei pochi giorni aveva chiamato a raccolta i suoi studi tanto biblici che vol- 
terriani, accomodandoli all' indole della brigata, si messe in positura di recitante, bevve un altro sorso 
che fu come il bicchiere della staffa, e poi spiccò la carriera di questo susto : 



Io vi ho promesso un brindisi, ma poi (2) 
Di scrivere una predica ho pensato 
Perchè nessuno mormori di noi, 
Perchè non abbia a dir qualche sguaiato 
Che noi facciamo la vita medesima 
Tanto di carneval che di quaresima. 



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404 



Poesie del Giusti illustrale 



Senza stare a citarvi il Mementomo 
O quell'uggia del Passio o il Miserere, 
Col testo proverò che un galantuomo 
Può divertirsi, può mangiare e bere 
E fare anche un tantin di buscherio (3), 
Senza offender Messer Domine Dio. 

Narra l'antica e la moderna storia 

Che i ^ran guerrieri, gli uomini preclari, 
Eran famosi per la pappatoria ; 
Tutto finiva in cene e in desinari : 




E di fatto ,. un eroe senza appetito 
iia tutta l'aria d'un rimminchionito. 

Perchè credete voi che il vecchio Omero 
Da tanto tempo sia letto e riletto ? 
Forse perchè lanciandosi il pensiero 
SuU'orme di quel nobile intelletto 
Va lontano da noi le mille miglia 
Sempre di meraviglia inCmeraviglia ? 

Ma vi pare ! nemmanco per idea.' 
Sapete voi perchè l'aspra battaglie. 
Di Troia piace, e piace l'Odissea ? 
Perchè ogni po' si stende la tovaglia ; 
Perchè Ulisse e quelli altri a tempo e loco 
Sanno farla da eroe come da coco. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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Socrate, che fu tanto riverito 
E tanto onora l'umana ragione, . 
Se vi faceste a leggere il Convito (4) 
Scritto da Senofonte e da Platone, 
Vedreste che tra i piatti e l'allegria 
Insegnava la sua filosofia. 




Ma via, lasciamo i tempi dell' Iliade, 
I sapienti e gli eroi del gentilesimo ; 
Passiamo ai tempi della santa Triade, 
Della Circoncisione e del Battesimo : 
Piacque sotto la Genesi il mangiare 
E piace adesso nell'era volgare. 

Tutti siam d'una tinta, e per natura 
Ci tira la bottiglia e la cucina (5) : 
Dunque accordiam la ghiotta alla Scrittura ; ' 
Anzi, portando il pulpito in cantina, 
Vediam di fare un corso di buccolica (6) 
Tutto di balla alla chiesa cattolica. 



Papa Gregorio è un papa di criterio (7) 
È di Dio degnamente occupa il posto ; 
Eppur si sa che il timpano e il salterio 
Accorda all'armonia del girarrosto : 
E se i preti diluviano di cuore, 
Lo potete vedere a tutte l'ore. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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La Bibbia è piena di ghiottonerie : 
Il nostro padre Adamo per un pomo 
La prima fé' delle corbellerie, 
E la rósa ne' denti infuse all'uomo (8). 
S'ei per un pomo si giuoco il giardino, 
Cosa faremo noi per un tacchino ? 

Niente dirò di Lot e di Noè, 
Né d'altri patriarchi bevitori, 
Né di queLpopol ghiotto che Mosè 
Strascinò seco per sì lunghi errori ; 
Che, male avvezzo, sospirò da folle 
Perfin gli agli d' Egitto e le cipolle 

Giacobbe, dalla madre messo su, 
Isacco trappolò con un cibreo* (9), 




E inoltre al primogenito Esaù 
Le lenticchie vendè da vero ebreo : 
Anzi gli Ebrei, per dirla qui tra noi, 
Chiedono il doppio da quel tempo in poi. 

Vo' dire anco di Gionata, che, mentre 
Saulle intima ai forti d' Israele 
Di tener vuoto per tant'ore il ventre, 
Ruppe il divieto per un po' di miele : 
Tanto è ver che la fame è si molesta, 
Che per essa si giuoca anco la testa. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Venendo poi dal vecchio testamento 
A ripassar le cronache del nuovo : 
Cariche, offici, più d'un sacramento, 
Parabole, precetti, esempi, trovo 
(Se togli qua e là qualche miracolo) 
Che Cristo li fé' tutti nel Cenacolo (io). 

Sembra che quella mente sovrumana 
Prediligesse il gusto e l'appetito : 
Come fu visto alle nozze di Cana 
Che sul più bello il vino era finito, 
Ed ei col suo potere almo e divino 
Lì su due piedi cangiò l'acqua in vino. 

Ed oltre a ciò rammentano i cristiani, 
E nemmeno l'eretico s'oppone, 
Ch'egli con cinque pesci e cinque pani 
Un dì sfamò cinquemila persone, 
E che gliene avanzar le sporte piene, 
Né si sa se quei pesci eran balene. 




Ne volete di più ? l'ultimo giorno 

Ch'ei stette in terra e che alla mensa mistica 

Ebbe mangiato il quarto cotto in forno, 

Istituì la legge eucaristica, 

E lasciò nell'andare al suo destino 

Per suoi rappresentanti il nane e il vino. 



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Poesie del Giusti illustrate 



Anzi, condotto all'ultimo supplizio, 
Fra l'altre voci ch'egli articolò 
Dicon gli evangelisti che fu sitio : 
Ed allorquando poi risuscitò, 
La prima volta apparve, e non è favola, 
Agli apostoli, in Emaus, a tavola. 

E per ultima prova, il luogo eletto 
Onde servire a Dio di ricettacolo, 
Se dall'ebraico popolo fu detto 
Arca, Santo dei Santi e Tabernacolo, 
I cristiani lo chiamano Ciborio (n) 




Con vocabolo preso in refettorio." 

Lascerò stare esempi *e citazioni, 
E cosa vi dirò da pochi intesa, 
Da consolar di molto i briaconi : 
È tanto vero che la Madre Chiesa 
Tiene il sugo dell'uva in grande onore, 
Che si chiama la vigna del Signore. 

Dunque destino par di noi credenti 

Nel padre, in quel di mezzo e nel figliuolo (12), 
Di bere e di mangiare a due palmenti (13) 
E tener su i ginocchi il tovagliolo : 
E se questa vi pare un'eresia, 
Lasciatemela dire, e così sia. 



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Poesie del Giusti illustrate 



409 



Allegri, amici : il muso lungo un palmo 
Tenga il minchion che soffre d' itterizia ; 
Noi siamo sani, e David in un salmo 
Dice : Servite Domino in loetitia ; 
Sì, facciam buona tavola e buon viso, 
E anderemo ridendo in Paradiso. 

V abate era stato interrotto cento volte da risa sgangherate ; ma alla chiusa l'uditorio andò in visi- 
bilio, e ricolmati i bicchieri, urlò, cozzandoli insieme, un brindisi alla predica ed al predicatore ; e l'urto 
fu così scomposto, che il più ne bevve la tovaglia. Toccava ali 'altro, il quale, con certi atti dinoccolati, 
e senza cercare aiuto nel vino, disse : « Signori, io in questi giorni non ho potuto mettere insieme nulla. 
di buono per voi : ma ho promesso, e non mi ritiro. Solamente vi prego di lasciarmi dire un certo brin- 
disi che composi tempo fa per la tavola d'uno, che quando invita non dice : venite a pranzo da me, 
ma si tiene a quel modo più vernacolo, o, se volete, più contadinesco : domani mangeremo un boccone 
insieme ». — Udirono la mala parata, e il poeta incominciò (14) : 



BRINDISI PER UN DESINARE ALLA BUONA 



A noi qui non annuvola il cervello 
La bottiglia di Francia e la cucina : 
Lo stomaco ci appaga ogni cantina, 

Ogni fornello. 

I vini, i cibi, i vasi apparecchiati 
E i fior soavi onde la mensa è lieta, 
Sotto 1' influsso di gentil pianeta 

Con noi son nati. 




Queste due strofe non fecero né caldo né freddo. 

Chi del natio terreno i doni sprezza, 
E il mento in forestieri unti s' imbroda, 
La cara patria a non curar per moda 

Talor s'avvezza (15). 



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Toesie del Giusti illustrate 



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Filtra col sugo di straniere salse 
In noi di voci pellegrina lue : 
Brama ci fa d'oltramontano bue 

L'anime false (16). 




Qui il padrone e gli invitati cominciarono a sentirsi una -pulce negli orecchi. 

Frolli siam mezzi, frollerà il futuro 
Quanta parte di noi rimase illesa : 
La crepa dell' intonaco palesa 

Che crolla il muro (17). 

Fuma intanto nei piatti il patrimonio : 
Il nobiluccio a bindolar 1' Inglese 
(Che i dipinti negati al suo paese, 

Pel suolo ausonio 

Raggranellando va di porta in porta) 




Fra i ragnateli di soffitta indaga : 
Resuscitato Raffaello paga 

Per or la sporta. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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O nonni, del nipote alla memoria 
Fate che torni, quando mangia e beve, 




Che alle vostre quaresime si deve 

L' itala gloria (18). 

Alzate il capo dai negletti avelli ; 
Urlate negli orecchi a questi ciucili 
Che l'età vostra non patì granduchi 

Né stenterelli (19). 

Tutto cangiò, ripreso hanno gli arrosti 
Ciò che le rape un dì fruttaro a voi : 
In casa vostra, o trecentisti eroi, 

Comandan gli osti. 



Per tutte queste strofe, la stizza, il dispetto, la vergogna erano passate e ripassate velocemente sul 
viso di tutti come una corrente elettrica, e già si sentivano al più non posso. Solamente l'abate se ne 
stava là come interdetto, tra la paura di tirarsi addosso V ironia dell'avversario per un atto di disap- 
provazione e quella di perder la minestra per un ghigno che gli potesse scappare. Il poeta seguitava : 

E strugger puoi, crocifero bàbbèo.... 

A questa scappata, il padrone, che da un pezzo si scontorceva sulla seggiola come se avesse i dolori 
di corpo, fatto alla meglio un po' di viso franco, disse con un risolino stiracchiato : « Se non rincrescesse 
al poeta, potremmo passare nelle altre stanze a bevere il caffè, e là udire la fine del suo brindisi ». ■ — 
Tutti si alzarono issofatto, andarono, fu preso il caffè, e nessuno fece più una parola del brindisi rimasto 
in asso. Ma il poeta che stava iti orecchi udì due in disparte che si dicevano tra loro : « Che credete che il 



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412 



Poesie del Giusti illustrate 



brindisi fosse bette fatto, come ha voluto darci ad intendere ? Quello è stato un ripiego trovato lì per lì, 
per suonarla al padrone di casa ed a noi. — Che impertinenti che si trovano al mondo ! rispondeva 
quell'altro : a lasciarlo dire, chissà dove andava a cascare ! » — 

Chi fosse curioso di sapere la fine che doveva avere il brindisi, eccola tale e quale 

E strugger puoi, crocifero bàbbèo, 
L'asse paterno sul paterno foco, 
Per poi briaco preferire il coco 

A Galileo ; 




E bestemmiar sull'arti, e di Mercato 
Maledicendo il Porco e chi lo fece (20) 
Desiderar che ve ne fosse invece 

Uno salato ? 

D'asinità siffatte, anima sciocca, 
T'assolve la virtù del refettorio : 
Ciancia, se vuoi ; ma sciolta all'uditorio 

Lascia la bocca. 

Se parli a tal che l'anima baratta 
Col vario acciottolìo delle scodelle, 
In grazia degl' intingoli la pelle 

Ti resta intatta. 

Chi visse al cibo casalingo avvezzo 
Stimol non sente di sì bassa fame, 
Che paghi un illustrissimo tegame 

Sì caro prezzo. 



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Poesie del Giusti illustrate 



413 



La tavola per lui gioconda scena 
È di facezie e di cortesi modi ; 
Non è, non è d' ingiuriose lodi 

Birbesca arena. 

Entri quel prete nella rea palestra, 
Che il sacro libro, docile al palato, 
Cita dove Esaù vende il primato 

Per la minestra ; 

Ride in barba a san Marco ed a san Luca, 
E gridi che il suo santo è san Secondo (21) 




E che il zampon di Modena nel mondo 

Compensa il duca. 

O v'entri il dottorel che come corbo 
Si cala dello Stato alla carogna, 
E colla rete delle lodi agogna 

Pescar nel torbo : 



Né l' indefesso novellier s'escluda, 
Bastonator d'amici e di nemici, 
Famoso di cenacoli patrici 

Buffone e Giuda. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Qui di lieto color brilli la guancia, 

Sia franco il labbro e libero il pensiero" 
No, tra gli amici contrappeso al vero 

Non fa la pancia. 




O beato colui che si ricrea 
Col fiasco paesano e col galletto i 
Senza debiti andrà nel cataletto, 

Senza livrea (22). 



Vedete bene che questo brindisi non aveva che far nulla con quel desinare ; ed anch' 1 io\pendereì a 
credere che V intenzione del poeta non fosse schietta farina. Veramente, sentirsele dire sul muso, non piace 
a nessuno ; e parrebbe regola di convenienza che, mangiando la minestra degli altri, si dovesse rispar- 
miare chi ha il mestolo in mano. Ma questi benedetti poeti, con tutta la reverenza che professano a Mon- 
signor della Casa, si fanno un galateo a modo loro ; e specialmente quando si sono intestati di volerla 
dire come la pensano. — Potete bene immaginarvi che a quella tavola il poeta cagnesco bisognò che fa- 
cesse un crocione, e che l'abate rimase in perpetuo padrone del baccellaio. Ora ecco qui questi due brindisi 
al comando di chi li vuole. Il primo assicurerà il fornaio a tutti gli scrocconi che sapranno imitarlo ; 
col secondo bisognerà rassegnarsi a mangiare all'osteria. 



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Toesie del Giusti illustrate 4 1 5 



ANNOTAZIONI 



(1) I carnevali sono sempre stati gran parte della vita pubblica degli italiani. Ai tempi di 
Lorenzo il Magnifico e di Leone X si celebrarono quelli di Firenze e di Roma, poi vennero i 
carnevali di tutto l'anno e le maschere di tutti i giorni in Venezia, quindi il carnevalone di Milano 
e infine gli splendidi moderni carnevali di Torino. A Roma e a Firenze durante que' giorni di cla- 
morosa intemperanza tutto era permesso e fino agli ultimi anni il mascalzone entrava, in Roma, 
nella carrozza del principe per accendere e spegnere il moccoletto e per dirgli villania. Era un 
rimasuglio di quel giorno di festa e di libertà che gli antichi romani lasciarono ai loro schiavi. 

Il carnevalone di Milano fu un privilegio concesso dai pontefici alla città e sacro alla riforma 
del rito ambrosiano. A Venezia fu la politica che inventò i carnevali. Bisognava richiamare i ricchi 
forestieri e dar guadagno, spasso e sollazzo ai cittadini. 

Nelle grandi e civili città i carnevali come le fiere oggi non hanno più ragione di essere. In 
esse vi è fiera tutti i giorni e carnevale tutte le notti. Londra non conosce carnevale, a Berlino 
non si sa quando sia e a Parigi non hanno conservato che la processione del bue grasso nell'ultimo 
giovedì. Nel 1843, epoca dell'attuale satira, le cose in Italia eran ben diverse dalle attuali e le ma- 
schere ed i tripudi pazzeschi del carnevale eran tuttora all'ordine del giorno. La tirannide lo per- 
metteva, bisognava un poco sgarrirsi. 

(2) Il lettore deve mirare alla estetica oratoria e al simmetrico riscontro dei due protagonisti 
e dei due brindisi. Vi è rappresentato il passato e il futuro, l'accidia ghiotta e la dignità umana ; 
la poesia da giullari, vuota, corruttrice, e adulatrice, e la franca e dignitosa parola della nuova ci- 
viltà. Dal contrasto si vede qual'era 1' Italia fino al 1843 e quale già si presentiva che sarebbe stata 
pria che finisse il secolo. 

Tali i protagonisti, tali le poesie. Il prete indifferente in politica e in religione, schiavò di tutti 
e più dell'epa ed epicureo per eccellenza, il giovane invece cinico, arguto e faceto, ma di una facezia 
che punge, scotta e brucia, con un piede negli studi ed uno nella dissipazione. Però nel suo brin- 
disi non vi sono né bassezze né strane idee ; è un richiamo alla dignità nazionale ed alla ben intesa par- 
simonia domestica degli avi col fiasco paesano ed il galletto e con incitamento al culto delle belle arti. 

(3) Buscherio, indica chiasso clamoroso. 

(4) Una delle opere più pregiate di Platone ateniese. 

(5) Ghiotta, è quel recipiente di metallo che si tiene sotto il girarrosto per raccogliere l'olio. 

(6) Buccolica : qui è preso nel senso volgarissimo dei Toscani. 

(7) Papa Gregorio XVl allora regnante. Si disse che amava la buona tavola e il buon vino e 
:he inaffiava quello d'Orvieto con lo champagne . Non sappiamo se ciò sia vero. Sappiamo invece 
che fu dotto, ma nemico della libertà politica senza alcuna velleità di farsi chiamare pari a Dio, come 
fecero Pio IX, Lucifero e Adamo. 

(8) Rósa, prurito. 

(9) Cibreo, è una raccolta di visceri di pollo cotta in salsa con ova. 
(io) Cenacolo, luogo ove si mangia. 

(li) Ciborio, luogo ove si conservano le ostie consacrate. 

(12) In quel di mezzo, espressione impropria per indicare lo Spirito Santo. 

(13) Mangiare a due palmenti, indica divorare senza modo e misura. 

(14) Critica di riscontro al fasto spiegato dal pomposo anfitrione. 

(15) Tirata eccellente contro la forestieromania che fu per tali anni vizio e vergogna dell' Italia 
che imitava anche il passo degli stranieri e nulla era pregiato se non veniva da Londra o Parigi. 
Con quel brutto cuore addosso, dice bene il Giusti, si finiva col perdere ogni amore alle cose nostre 
ed a non essere più né carne né pesce. Chi imita non sarà mai imitato : così ebbe a dire il Buonarroti. 



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416 Poesie del Giusti illustrate 



(16) Pur troppo anche la lingua nostra ebbe a risentirne danni ed oltraggi, ed un popolo che perde 
la sua lingua perde tutto. 

(17) Allude alla perdita del carattere nazionale. 

(18) Alle vostre quaresime, cioè alla vita sobria e parca che lasciava margine ai ricchi di inco- 
raggiare gli artisti e sovvenire i poveri. 

(19) Maschera del teatro fiorentino non a caso ravvicinata a quella dell'ultimo granduca. 

(20) Il Porco di Mercato Nuovo è opera greca. Quello che ora vi si osserva è una copia fatta dal 
Papi ; l'originale è nella Galleria degli Uffizi. 

(21) Secondo, paese ove si preparano le spallette di maiale. 

(22) Questa satira contro le dilapidazioni ed il lusso smodato della cucina, contiene tante mag- 
giori verità quanto più si legge e rilegge. Vi è nel secondo brindisi tanto sdegno generoso e tratt: 
di incisiva satira che non fa meraviglia se fu lodato e giunse opportuno. 

La gola, il sonno e le oziose piume hanno dal mondo ogni virtù bandita, e Giuseppe Giusti, 
che questo sapeva, col suo brindisi volle dare una nuova direzione allo spirito e sentimento degli 
italiani, e visse tanto da vedere che la nuova èra spuntava. 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 



IL PAPATO DI PRETE PERO 



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1845. 



Prete Pero è un buon cristiano, 
Lieto, semplice, alla mano ; 

Vive e lascia vivere (2). 




Si rassegna, si tien corto, 
Colla rendita d'un orto 

Sbarca il suo lunario. 

Or m'accadde di 'sognare 
Che quest'uomo singolare 

Dovente pontefice (3). 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 27. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Sulla cattedra di Piero, 
Sopraffatto dal pensiero 

Di pagare i debiti, 

Si serbò l'ultimo piano ; 
^ E del resto al Vaticano 

Messe l'appigionasi (4). 




Abolì la Dateria, 

Lasciò fare un'osteria 

Di Castel Sant'Angelo (5) ; 

E sbrogliato il Quirinale, 
Ci fé' scrivere : Spedale 

Per i preti idrofobi (6). 

Decimò frati e prelati ; 
Licenziò birri, legati, 

Gabellieri e svizzeri (7) ; 

E quel vii servitorame, 
Spugna, canchero e letame 

Del romano ergastolo ; 

Promettendo che lo Stato, 
Ripurgato e sdebitato, 

Ricadrebbe al popolo (8). 

Fece poi su i cardinali 
Mille cose originali 

Dello stesso genere. 

Die di frego agi' ignoranti, 
E rimesse tutti quanti 

Gli altri a fare il parroco (9). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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419 



Del pensiero ogni pastoia 
Abolì : per man del boia 




Fece bruciar 1' Indice (io) 

E tagliato a perdonare, 
Dove stava a confessare 

Scrisse : Datar omnibus. 

Poi, veduto' che gli eccessi 
Son ridicoli in sé stessi, 

Anzi che si toccano, 

Nella sua greggia cristiana 
Non ci volle in carne umana 
Angioli né diavoli. 

Vale a dir, volle che l'uomo 

Fosse un uomo e un galantuomo, 
E del resto transeat. 

Bacchettoni e libertini 
Mascolini e femminini 

Messe in contumacia (11) 



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'Poesie del Giusti illustrate 



In un borgo segregato, 
Che per celia fu chiamato 

Il Ghetto cattolico. 

Parimente i miscredenti, 
Senza prenderla coi denti, 

Chiuse tra gì' invalidi ; 

E tappò ne' pazzarelli 
I riunti cristianelli, 

Rifritture d'ateo. 

Proibì di ristacciare 
I puntigli del collare, 

Pena la scomunica. 

Proibì di belare inni 
Con quei soliti tintinni, 

Pena la scomunica. 

Proibì che fosse in chiesa 
Più l'entrata che la spesa, 

Pena la scomunica. 

Nel veder quell'armeggìo, 
Fosse il sogno o che so io, 

Mi parea di scorgere 




Che in quel papa, a chiare note, 
Risorgesse il sacerdote 

E sparisse il principe (12). 



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Voesie del Giusti illustrate 



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Vo per mettermi in ginocchio, 

Quando a un tratto volto l'occhio 
A una voce esotica, 

E ti veggo in un cantone 
Una fitta di corone 

Strette a conciliabolo. 




Arringava il concistoro 
I^Un figuro, uno di loro, 

Dolce come un istrice. 

« No, dicea, non va- lasciato 
Questo papa spiritato, 

Che vuol far l'apostolo, 

Ripescare in prò del cielo 
Colle reti del Vangelo 

Pesci che ci scappino. 

Questo è un papa in buona fede : 
È un papaccio che ci crede ! 

Diamogli l'arsenico ». 



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422 



'Poesie del Giusti illustrate 



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IL POETA E GLI EROI DA POLTRONA (,) 



1844. 




Poeta. 
Eroi, eroi, 
Che fate voi ? 

Eroi. 
Ponziamo il poi. 

Poeta. 
(Meglio per noi !) 
O del presente 
Che avete in mente ? 

Eroi. 
Un tutto e un niente. 

Poeta. 
(Precisamente). 



Che brava gente ! 
Dite, o 1' Italia ? 

Eroi. 

L'abbiamo a balia (2). 

Poeta. 

Balia pretesca, 
Liberalesca, 
Nostra o tedesca ? 

Eroi. 
Vattel'a pesca (3). 

Poeta. 
Lo so (Sta fresca !). 



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Toesie del Giusti illustrate 



423 



SANT'AMBROGIO 



1846. 



Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco 
Per que' pochi scherzucci di dozzina, 
E mi gabella per anti-tedesco (1) 
Perchè metto le birbe alla berlina; 
O senta il caso avvenuto di fresco 
A me, che, girellando una mattina, 
Capito in Sant'Ambrogio di Milano (2), 
In quello vecchio, là fuori di mano. 

M'era compagno il figlio giovinetto 
D'un di que' capi un po' pericolosi, 




Di quel tal Sandro, autor d'un romanzetto 

Ove si tratta di promessi sposi.... 

Che fa il nesci, Eccellenza ? o non l'ha letto ? (3) , 

Ah, intendo : il suo cervel, Dio lo riposi, 

In tutt'altre faccende affaccendato, 

A questa roba è morto e sotterrato. 



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424 



Poesie del Giusti illustrate 



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Entro : e ti trovo un pieno di soldati, 
Di que' soldati settentrionali, 
Come sarebbe boemi e croati, 
Messi qui nella vigna a far da pali : 
Difatto se ne stavano impalati, 
Come sogliono in faccia a' generali, 




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Co' baffi di capecchio e con que' musi (4), 
Davanti a Dio diritti come fusi. 

Mi tenni indietro ; che, piovuto in mezzo 
Di quella maramaglia, io non lo nego 
D'aver provato un senso di ribrezzo 
Che lei non prova in grazia dell' impiego. 
Sentiva un'afa, un alito di lezzo : 
Scusi, Eccsllenza, mi parean di sego 
In quella bella casa del Signore 
Fin le candele dell'aitar maggiore. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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425 



Ma in quella che s'appresta il sacerdote 




A consacrar la mistica vivanda, 

Di subita dolcezza mi percuote 

Su, di verso l'altare, un suon di banda. 

Dalle trombe di guerra uscian le note 

Come di voce che si raccomanda, 

D'una gente che gema in duri stenti 

E de' perduti beni si rammenti. 

Era un coro del Verdi : il coro a Dio 
Là de' Lombardi miseri assetati ; 
Quello : Signore, dal tetto natio, 
Che tanti petti ha scossi e inebriati. 
Qui cominciai a non esser più io ; 
E come se que' còsi doventati 
Fossero gente della nostra" gente, 
Entrai nel branco involontariamente. 

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello, 
Poi nostro, e poi suonato come va ; 
E coli' arte di mezzo, e col cervello 
Dato all'arte, l'ubbìe si buttan là. 
Ma cessato che fu, dentro, bel bello 
Io ritornava a star come la sa : 



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426 



Poesie del Giusti illustrate 



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Quand'eccoti, per farmi un altro tiro, 
Da quelle bocche che parean di ghiro 




Un cantico tedesco lento lento 

Per l'aer sacro a Dio mosse le penne. 
Era preghiera, e mi parea lamento, 
D'un suono grave flebile solenne, 
Tal che sempre nell'anima lo sento : 
E mi stupisco che in quelle cotenne, 
In que' fantocci esotici di legno, 
Potesse l'armonia fino a quel segno. 

Sentia neh' inno la dolcezza amara 
S De' canti uditi da fanciullo : il core 
Che da voce domestica gì' impara 
Ce li ripete i giorni del dolore : 
Un pensier mesto della madre cara, 
Un desiderio di pace e d'amore, 
Uno sgomento di lontano esilio, 
Che mi faceva andar in visibilio (5). 

E quando tacque, mi fasciò pensoso 
Di pensieri più forti e più soavi. 
— Costor, dicea tra me, re pauroso 
Degl' italici moti e degli slavi 
Strappa a' lor tetti, e qua senza riposo 
Schiavi li spinge per tenerci schiavi ; 
Gli spinge di Croazia e di Boemme, 
Come mandre a svernar nelle maremme. 



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Poesie del Giusti illustrate 



427 



A dura vita, a dura disciplina, 
Muti, derisi, solitari stanno, 
Strumenti ciechi d'occhiuta rapina 
Che lor non tocca e che forse non sanno : 
E quest'odio, che mai non avvicina 
Il popolo lombardo all'alemanno, 
Giova a chi regna dividendo, e teme 
Popoli avversi affratellati insieme. 

Povera gente ! lontana da' suoi 
In un paese qui che le vuol male, 
Chi sa che in fondo all'anima pò' poi 
Non mandi a quel paese il principale: 
Gioco che 1' hanno in tasca come noi. — 
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale, 
Colla su' brava mazza di nocciuolo, 




Duro e piantato lì come un piolo (6). 



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428 



Poesie del Giusti illustrate 



I PIÙ TIRANO I MENO 1 " 



1848. 




Che i più tirano i mencie verità, 
Posto che sia nei più senno e virtù ; 
Ma i meno, caro mio, tirano i più, 
Se i più trattiene inerzia o asinità. 

Quando un intero popolo ti dà 
Sostegno di parole e nulla più, 
Non impedisce che ti butti giù 
Di pochi impronti la temerità. 

Fingi che quattro mi bastonin qui, 
E lì ci sien dugento a dire : Ohibò ! 
Senza scrollarsi o muoversi di lì ; 

E poi sappimi dir come starò 

Con quattro indiavolati a far di sì, 
Con dugento citrulli a dir di no. 



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Toesie del Giusti illustrate 



429 



L'ARRUFFA-POPOLI 



e*) 



1848. 




Ateo, salmista (2), apostolo d' inganno ; 
Vile, se t'odia ; se ti palpa (3), abietto ; 
Monco (4) al ferro, centimano al sacchetto ; 
Nel no (5), maestro di color che sanno ; 

Sotto l'ammanto dello stoico panno 

Cela il cor marcio e~,'l mal dell' intelletto ; 
Invidioso, oltracotante, inetto ; 

' Libera larva di plebeo tiranno (6) : 

Tutto sfa, nulla fa, tutto^disprezza ; 

Sonnambulo ha il cervello e la scrittura, 
Sofista pregno d' infeconda asprezza : 

Fecondità del mulo, a cui Natura^ (7) 
Die forte il calcio e più l'ostinatezza, 
Ed i cog . . . . i per cog . . . atura (8). . 



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430 Poesie del Giusti illustrate 



ANNOTAZIONI 



(Il papato di prete pero). 

(1) Fu detto che i poeti sono profeti e che i profeti non furono che poeti più o meno inspirati. 
Quell'estro divino che invade la mente e ricolma il cuore di quelle anime elette che tramandano il 
profumo delle poetiche armonie, potrebbe invero chiamarsi l'intuito dell'avvenire, la prescienza 
delle cose e una nebulosa pregustazione del futuro. 

In ogni modo Giuseppe Giusti in questa poesia fu profeta, e tale lo diciamo, avvegnaché nel 
1845 nulla faceva presentire che 1' Italia si sarebbe svegliata dal lungo sonno, e che sulla cattedra 
di San Pietro sarebbe asceso un pontefice di stampo antico, se non della energia di Alessandro III 
e Giulio II, di buona volontà e di liberi e patriottici intendimenti. 

Allora regnava sul soglio pontificio Gregorio XVI, sul trono di Napoli sedeva Ferdinando II 
il carnefice dei Bandiera, e su quello di Pietro Leopoldo, il nipote di Leopoldo II, che esiliava dalla* 
Toscana Massimo d'Azeglio per il suo libro Sui casi delle Ro magne e consegnava il De Renzi alla 
polizia pontificia. 

_ Chi avrebbe mai in quel tempo potuto immaginare e profetizzare che il successore di Gre- 
gorio sarebbe stato un ottimo prelato, già addetto alla corte pontificia come guardia nobile, poi 
addetto alle missioni del Chili, quindi vescovo di Spoleto e infine di Imola ! 

Ma lasciamo alla storia di giudicare gli atti politici di Pio IX nella prima epoca e nell'epoca 
successiva del suo pontificato, e di quando era fallibile, come dappoiché tu dichiarato infallibile. 

(2) Prima virtù del sacerdote deve essere quella della tolleranza : ed ecco che il valente poeta 
lo dice là alla buona, alla casalinga, nella prima strofa. La seconda virtù deve essere quella della 
vita sobria e parca, dietro la gran legge di Cristo che il paradiso appartiene ai poveri e che con- 
viene ai sacerdoti, quod superest dare pauperibus, ed ecco che il poeta nella seconda strofa allude 
all'orticello e a poco più. 

(3) L'attuale poesia, sotto la veste semplice e lo stile faceto, è per me una delle più sagge e 
profonde che abbia scritto il celebratissimo Giusti. Eccone la prova : che fa il Poeta ? Egli sogna 
che questo modesto ed ottimo sacerdote, contro tutte le consuetudini e la probabilità, sia eletto 
papa. È un sogno egli dice, e veramente non poteva essere nel 1845 che un sogno e dei più strani. 
Giovanni Maria Mastai fu eletto per caso, ed avanti che con deliberato proposito si elevi alla cat- 
tedra di San Pietro un prete pari per la bontà e la semplicità a Gesù Cristo, converrà che passino 
molti secoli, cioè questo non avverrà che dopo la riforma della Chiesa, la quale oggi se si prepara, 
chi sa quando sarà attuata. 

(4) Tutto qui è in coerenza. Il papa prende ad abitare un modesto quartiere del Vaticano e 
lascia il resto al servizio pubblico. Prete veramente cattolico ed imitatore di Cristo non si compiace 
di mondane pompe. 

(5) Il vicario di Cristo non deve avere altre armi cbe la preghiera e la pietà ; ed ecco la ra- 
gione di trasformare in osteria il Castel S. Angelo. Non deve piamente speculare sulle Bolle con balzelli 
fiscali, sulle dispense, sui brevi, sulle indulgenze, ecc., sempre gratis, benché sempre pagate. Di qui 
l'abolizione della Dateria. 

(6) Vedete sapienza ! mentre oggi si mena tanto rumore per il preso possesso del Quirinale, 
da preti e frati tuttora immersi fino ai capelli nella mondana pegola : ecco che il Giusti dopo aver 
visto destinato il Vaticano alle belle arti, scorge il Quirinale fatto asilo pio e ricovero d' infermi, 
e fra questi pone i preti idrofobi, cioè i preti dissenzienti dalle pratiche sanamente religiose del pon- 
tefice e con ciò dichiara essi pure ammalati. 

(7) Benissimo. Qui si parla di decimazione e non di abolizione dei frati, e della licenza assoluta 
data ai legali, ai birri, ai gabellieri e alle milizie svizzere e quel vile servitorame che è cancro e letame 
di tutte le Corti. 



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Poesie del Giusti illustrate 431 



(8) Sul popolo, col consenso dui popolo, per elezione popolare fosse la signoria dei papi, ed è 
ben giusto che sia ricaduta in potestà del popolo italiane, non per magnanima virtù del papa, ma 
per destino di civiltà e potenza di cannone. 

(9) I cardinali ritornati alla cura delle anime e alla carica di parrocchie un'altra delle riforme 
che dovranno avvenire. Le sinecure la società presente male le tollera e molto meno le tollererà la 
società di coloro che verranno. 

(io) Qui è indicata la libertà del pensiero e della coscienza, senza menomare la fede e la reli- 
gione, che sono bisogno del cuore e un assioma dell' intelletto. 

(11) Né angioli, né diavoli, savia sentenza è questa. L'uomo non può essere che uomo, e la sua 
perfezione sta nell'essere onesto e non di andare incontro agli istinti e ai sentimenti della natura ; 
quindi i bacchettoni e i libertini sono dispregevoli alla pari. 

Metteva poi i miscredenti tra gli invalidi (che tali sono al certo nella mente) come poneva nel 
ghetto i bacchettoni, gli effeminati, i libertini e i mascalzoni, tutta roba da segregarsi dalla società. 

(12) Spariva il principe del sogno e tornava il sacerdote. Ma nello stesso tempo scorgeva un con- 
ciliabolo di corone che dichiaravano quel papa spiritato, perchè voleva far l'apostolo. Questo è un 
papa in buona fede, diamogli l'arsenico. 

Ciò che Giuseppe Giusti profetizzava nel 1845 ebbe un principio di esecuzione nel 1848, pria 
che Pio IX si rivolgesse all'Austria ed ai gesuiti, smettendo di esser guelfo per diventare ghibellino 
e sanfedista. Vi fu infatti in quel torno di tempo un tentativo di avvelenamento sulla sua sacra 
persona e si sa che il cardinale Micara non lo abbandonava un istante. 

Ma ben presto il papa nuovo, buono ad esser papa vecchio, un papa come gli altri, avverso alla 
civiltà, alla libertà ed alla nazionalità, chiamò in Italia armi straniere, invocò il fanatismo religioso 
e se 1' Italia si unificò, non fu certo per opera sua, ma per quel volere supremo che guida tutte le 
cose e il quale volgarmente si chiama : il dito d' Iddio. 



(il poeta e gli eroi da poltrona). 

(1) È questo un vero giojello poetico satirico che fece il giro dell' Italia. Vi era Va propos e la 
opportunità. Questo scherzo è una graziosissima tirata di orecchie ai falsi medici, ai ciarlatani politici 
che tutti avevano una panacea per curare, fortificare e liberare 1' Italia dalla straniera servitù. 

(2) U abbiamo a balia. Ben detto: si pretendeva rifare di nuovo 1' Italia, e chi voleva affidarne 
la cura alla potestà religiosa (Gioberti e Balbo), chi ai liberali puri increduli al clero (Niccolini e 
Giusti), altri alla confederazione coll'Austria (Alberi, Ranalli e Cantù). 

(3) VatteVa pesca — cioè, chi lo può sapere ? 



(sant'ambrogio). 

(1) Gabella, mi tiene in concetto, mi crede, ecc. 

(2) Capito, mi trovo, arrivo, quasi a caso. 

(3) Fare il ne sci, vuol dire mostrare di non sapere. 

(4) Capecchio, stoppa non ripulita, né pettinata. 

(5) Visibilio, dolcezza senza pari. 

(6) E ripreso benissimo lo stato miserando delle soldatesche dell'Austria di quel tempo, senza 
patria e senza speranza di gloria. Costretti a fare da pioli, quando non facevano la parte di carnefici 
di una gente diversa per lingua, costumi ed intendimenti, forse aborrivano eglino stessi colui che 
qua li inviava e di qua li richiamava senza biasmo e senza lode. 

Il tedesco non è muto e silenzioso per natura. Egli è anzi vivace, gioviale, buontempone ed anche 
onesto e in gran parte colto. Vi ha tuttora fra noi il pregiudizio che gli abitanti della Boemia e Croazia 
siano ignoranti, duri, grulli e peggio ; ma è bene che si sappia che questo concetto è falsissimo e 
che in quei paesi si studia più seriamente che da noi, si viaggia per istruirsi, si fa tesoro di tutti i 



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43 2 Poesie del Giusti illustrate 



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portati della civiltà, non si conosce né il furto, né il pitocchismo. Ognuno ama lavorare e trova lavoro, 
ama istruirsi e si istruisce, ama conoscere gli altri popoli e viaggia per raggiungere la sua meta. 

Noi abbiamo dovuto arrossire molte volte al cospetto degli Alemanni nel vedere la crassa igno- 
ranza delle nostre plebi rurali, la loro accidia, i vizi precoci, la profonda ignavia e il mal costume. 

Questo però nulla toglie alla spiacevole impressione provata dal nostro Poeta nel 1846, quando 
senti maritarsi ad un inno patriottico musicato dal Verdi un canto teutonico di oppressione alla 
conculcata sua patria. 

Ma ecco, che nella dolcezza dell'immenso dolore, il vate fattosi profeta per poco stette che non 
abbracciò un caporale. Egli presentiva che sarebbe venuto il tempo in cui noi italiani non avremmo 
avuti più fidi amici dei tedeschi, né eglino più fidi alleati di noi. 



(i PIÙ TIRANO I MENO). 

(1) Questo sonetto fu una delle ultime poesie del Giusti : lo pubblicò nei primi mesi del 1849 
e benché non abbia un gran valore né politico, né poetico, pure se ne compiaceva. Gli costò molta 
fatica ed 10 mi rammento di aver veduto, allorché sedevamo assieme nel Parlamento Toscano, il 
manoscritto mille e mille volte ritoccato e corretto. Ne prese il concetto dalle intemperanze dema- 
gogiche di quel tempo che un dì si trovò a dover frenare alla Camera, dichiarandole liberticide. 
Ci furono dei mesi nel 1848-49 in cui seralmente in Firenze l'ordine pubblico era turbato da masnade 
e turbe di sfaccendati tumultuanti. Tutti deploravano queste orgie della libertà o meglio dell'anarchia, 
ma nessuno si faceva avanti per porvi un fine. 

Di ciò il Giusti ne era sdegnatissimo e riversò parte della generosa sua bile in questo sonetto, 
che però non fece né caldo né freddo e lasciò il tempo che trovò. Erano tempi grossi quelli, più 
che mai sconvolti dalla disfatta di Novara. Il piemonte piegò, tutta Italia giacque. Se non che a 
Tonno restò il Labaro e ovunque il seme di politica libertà che nel 1859 e l86 ° fruttificò e fece piazza 
pulita. 



(l'arruffa popoli). 

(1) Questo sonetto, che fu scritto in occasione delle improntitudini demagogiche dell' inverno 
del 1848-49, rivela nel poeta un animo asacerbato. Fu molto commentato nel partito dei conservatori 
e preso a sillabo. È una anticipazione del famoso Rabagas di Sardou che fece il giro di tutti i nostri 
teatri, e si può dire di tutti i teatri d' Europa. P* -» 

(2) Salmista non starebbe con ateo se non si prendesse nel concetto di piagnone moderno e 
declamatore iperbolico. 

(3) Palpa. Qui sta per strisciarsi attorno a te. 

(4) Monco al ferro : cioè eroe da piazza e non da campo : centimano ossia Briarèo. 

(5) Nel no ; cioè nella menzogna. 

(6) Larva ài liberalismo, non liberale ma liberale apocrifo. 

(7) Cioè del tutto infecondo. 

(8) Atura, nasconde. 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 



I DISCORSI CHE CORRONO 



1847. 



Onesto dialogo è tolto^ da una commedia intitolata 

I DISCORSI CHE CORRONO 

Vazione è in un paese a scelta della platea, perchè i discorsi che corrono adesso corrono mezzo 
mondo. 1 personaggi sono : 

' Granchio, giubbilato e pensionato ; 

Sbadiglio, possidente ; 
Archetto, emissionario ; 
Ventola, scroccone ; 

e altri che non parlano o che non vogliono parlare (i). 

Questi soprannomi l'Autore non gli ha stillati per lepidezza stenterellesca, ma per la paura dì 
dare in qualche scoglio ponendo i nomi usuali. 

La commedia è in versi, perchè V Autore, sentendosi della scuola che corre, e sapendo per conse- 
guenza di dover battere il capo o in una prosa poetica o in una poesia prosaica, ha scelto quest'ultima, 
sicuro di non essere uscito di chiave. , 

Siccome il tempo va di carriera, e il mettere in 'scena una commedia che non sia del tempo e lo 
stesso che uscire in piazza a fare il bello con una giubba tagliata, per esempio, nel millottocentoquat- 
tordici, potrebbe darsi che l'Autore ritardato dalla fantasia non potesse finire il lavoro a tempo, e che 
il pubblico non ne vedesse altro che questo brano. 

ATTO SECONDO 

SCENA quinta. 
Salotto. 




Da un lato una Tavola mezza sparecchiata. Granchio e Ventola in poltrona al caminetto. Gran- 
chio pipa; Ventola si stuzziepi denti. Dopo un minuto di silenzio, Ventola s'alza e va a guar- 
dare il barometro. 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 28. 



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434 



Poesie del Giusti illustrate 



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GRANCHIO. 

Che ci dice il barometro ? 

ventola (tentennando il barometro colla nocca). 

Par che annunzi burrasca. 

granchio (per attaccar discorso). 

Meglio ! 

ventola (capisce e lo seconda). 

Scusi, a proposito, 
Se vo di palo in frasca : 

L'ha veduta la Civica? (2). 

granchio (sostenuto). 

L' ho veduta. 

VENTOLA. 

Le piace ? 

granchio (noncurante) 

Non me n' intendo. 

ventola (per dargli nel genio). 
È un ridere. 




Che guerrieri di pace ! 

granchio (tastandolo). 

Che la pigliano in celia ? 

ventola {con ammirazione burlesca). 

In celia ? e non fo chiasso ! 
La pigliano sul serio ! 
Per questo mi ci spasso. 

granchio. 

Fate male. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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435 



VENTOLA. 



M'arrestino ! 

O la scusi : che quella 
Le par gente da battersi ? 

granchio {ironico). 

O to', sarebbe bella ! 




Una volta che il principe 
Le arrischia anni e bandiere, 
Che gliele dà per dargliele ? 

ventola (mostrando di leggergli in viso). 

La mi faccia il piacere ! 

Già la lo sa.... Diciamola 
Qui, che nessun ci sente : 
Ci crede lei ? 

granchio {con affettazione). 

Moltissimo ! 

ventola. 
Io non ci credo niente. 

Per me queste commedie 
Di feste e di soldati, 
Son perditempi, bubbole, 
Ouattrini arrandellati. 

granchio {facendo V indifferente'). 
Può essere. 

ventola. 
Può essere ? 
È senza dubbio.... In fondo, 
Con quattro motuproprii 
Che si rimpasta il mondo ? 



426 Poesie del Giusti illustrate 



granchio (agrodolce). 

Di con di sì. 

VENTOLA. 

Lo dicano : 
Altro è dire, altro è fare, 

granchio (come sopra). 

Eh, crederei ! 

VENTOLA. 

Le chiacchiere 
Non fan farina. 

granchio (come sopra). 

Pare! 

ventola (rintosta). 

E poi, quelli che mestano 
Presentemente, scusi, 
Con me la può discorrere, 
O che le paion musi ? 

granchio (asciutto). 

Non so. 

ventola (con sommissione adulatoria). 

Non vada in collera ; 
Badi, sarò una bestia, 
Ma lei, sia per incomodi, 
Sia per troppa modestia, 

Sia per disgusti, eccetera, 
Da non rinfrancescarsi, 
Ci servì nelle regole !... 

granchio {facendo V indiano). 

Cioè dire ? 

ventola. 
A ritirarsi. 

granchio (con modestia velenosa). 

Oh, per codesto, a perdermi 
Ci si guadagna un tanto : 
Lo volevano ? l'ebbero : 
La cosa sta d' incanto ! 

Or armeggiano, cantano, 
Proteggono i sovrani, 
Hanno la ciarla libera, 
Lo Stato è in buone mani ; 

Va tutto a vele gonfie ! 
Il paese è felice : 
Si vedranno miracoli ! 

VENTOLA. 

La dice lei, la dice. 



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Poesie del Giusti illustrate 



437 



Badi, se la mi stuzzica, 
È un pezzo che la bolle ! (3). 

granchio {.per attizzarlo). 

Miracoli ! 

ventola {ci dà dentro). 

Spropositi 
Da prender colle molle ! 

granchio (contento'). 

Oh, là là. 

VENTOLA. 

Senza dubbio ! 
E il male è nelle cime. 

granchio {come sopra). 

Po ver 'a voi ! chetatevi ! 
Quella gente sublime ? 

ventola {mettendosi una mano al 

Cteda.... 




cranchio. {gode e non vuol parere). 

Zitto, linguaccia : 
Facciamola finita. 

ventola (serio serio). 

Creda sul mio carattere, 
Non ne voglion la vita. 

granchio {gongolando). 

Oh, non ci posso credere : 
Se mai, me ne dispiace. 



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438 



Poesie del Giusti illustrate 



VENTOLA. 

Dunque, siccome è storia, 
Metta l'animo in pace. 

(cranchio rimali lì in tronco). 
ventola (non lascia cadere il discorso). 

Vuol Ella aver la noia 
Di sentire a che siamo ? 
Per me fo presto a dirglielo. 

granchio (se ne strugge). 
Animo via ! sentiamo. 

ventola (atteggiandosi). 

In primis et ante omnia, 
Sappia che gì' impiegati, 
Con codesti Sustrissimi (4), 
Son tutti disperati, 

A quell'ora, lì, al tribolo : 




E, o piova o tiri vento, 
Non e' è cristi : Dio liberi (5), 
A '"sgarrare un momento ! 
Nulla nulla, l'antifona : 

(caricando la voce) 

« Signore, ella è pagato 

« Non per fare il suo comodo 

« Ma per servir lo Stato. 

« La m' intenda, e sia l'ultima ». 

granchio (sgusciando gli occhi). 

Alla larga ! (6) . 



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Poesie del Giusti illustrate 439 



ventola (trionfante). 

O la veda 
Se a tempo suo.... 

granchio (dandogli sulla voce tutto contento). 

Chetiamoci ! 

VENTOLA. 

Adunque la mi creda. 

granchio (ride e pipa). 

La ride ? Aspetti al meglio ! 
Quand'uno è lì, bisogna 
Per se' ore continue, 
Peggio d'una carogna, 

Assassinarsi il fegato, 
Logorarsi le schiene : 
E e' è anco di peggio, 
Che bisogna far bene. - 

Se no, con quella mutria (7) : 

(caricando la voce). 

« Noi, non siamo contenti : 
« Noi, vogliami degli uomini 
« Capaci, onesti, attenti ; 

« Degli uomini che intendano 
« Quale è il loro dovere ». 
Ma eh ? 

granchio (con un allaccio). 

' Pare impossibile ! 

VENTOLA. 

Son quelle le maniere ? 

(granchio gode e pipa). 
ventola (continuando). 

Di se' ore di gabbia, 
Con lei, sia benedetto, 
E' ne potevan rodere. 
Non è vero ? un paietto. 

Mezz'ora, a dondolarsela 
Prima di andare al s^zio ; 
Un'altra mezza, a chiacchiera 
Girando per l'uffìzio ; 

Un'altra, sciorinandosi 
Fuori con un pretesto ; 
E un'altra, sullo stendere, 
Andando via più presto. 

Poi la fede del medico 
Ogni quindici giorni ; 
I bagni ; un mese d'aria 
Qui per questi dintorni ; 



Sin: 



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440 



Poesie del Giusti illustrate 



Via, tra ninnoli e nannoli, 
E' si potea campare, 
Ora ? bisogna striderci 
O volere o volare. 




Eccoli là che sgobbano 
Piantati a tavolino ; 
E lì coll'orologio, 
E diciotto di vino (8). 

Che le pare ? 

granchio (disprezza tue). 

Seccaggini ! 



VENTOLA. 



Ma mi burla ! E' si lascia 
Rifiatare anco un bufalo ! 
Quelli ? o dente o ganascia. 

(granchio ride e pipa). 
ventola (rincarando). 

Senta ! un povero diavolo 
Che sia nato un po' tondo, 
Senza un modo di vivere, 
Senza un mestiere al mondo, 

Che noiato di starsene 
Lì bruco e derelitto 
Cerchi di sgabellarsela (9) 
All'ombra d'un Rescritto ; 

Non e' è misericordia : 



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Toesie del Giusti illustrate 



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441 



(contraffacendo) . 

« Scusi, le vengo schietto : 
« Il posto che desidera, 
« Veda, è difficiletto : 

« Ella, non per offenderla, 
« Ma non è per la quale » (io). 
È carità del prossimo ? 



Carità liberale ! 



GRANCHIO. 



VENTOLA. 



E vo'f potete battere, 
Vo'lpotete annaspare ! 
Moltiplicar le suppliche, 
Farsi raccomandare, 




Impegnarci la moglie, 
Le figliole.... è tutt'una ! 
Con questi galantuomini, 
Chi sa poco, digiuna. 

Guardi, non voglion asini ! 



cranchio (in cagnesco). 



Cari 



VENTOLA. 



Gesusmaria ! 
S' è vista mai, di grazia, 
Questa pedanteria ? 



granchio (gongola). 



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442 



Poesie del Giusti illustrate 



ventola (con tono derisorio). 

Del resto poi, son umili, 
Son discreti, son savi, 
Fanno il casto, millantano 
Di non volere schiavi !... 

granchio (scuotendo la pipa sul fuoco, e facendo 
d'alzarsi per andare a posarla). 

Filantropi, filantropi, 
Filantropi, amor mio ! 



Tatto 




VENTOLA. 

(rizzandosi di slancio e togliendogli di mano la pipa). 

Dia qua, la non s' incomodi, 
Gliela poserò io. 

granchio (piglia le molle e attizza il fuoco). 

Giacché ci siete, o Ventola.... 

ventola (si volta in fretta). 

Comandi. 

GRANCHIO. 

Il fuoco è spento : 
Pigliate un pezzo. 

ventola (posa la pipa, e trotta alla paniera della legna). 4 

Subito. 
La servo nel momento. 

(mette su il pezzo e si sdraia daccapo). 

Del resto, per concludere, 
Io, con tutta la stima 
Di tutti.... ho a dirla ? 

» GRANCHIO. 

Ditela. 



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Toesie del Giusti illustrate 



443 



ventola (in musica). 
Si stava meglio prima. 

granchio (modesto). 

Non saprei. 

VENTOLA. 

Per esempio, 
Dica, secondo lei, 
Questa baracca, all'ultimo, 
Come andrà ? 

GRANCHIO. 

Non saprei. 

VENTOLA. 

Oh male ! Tutti scrivono, 
Tutti stampano, tutti 
Dicon la sua. 

granchio (ironico). 

Bravissimi ! 

VENTOLA. 

Senta, son tempi brutti ! 

granchio (come sopra). 

Perchè ? 

VENTOLA. 

Quando un sartucolo, 
Un oste, un vetturale, 




La se lo vede in faccia 
Compitare un giornale ; 

Quando il più miserabile 
Le parla di diritti ; 
E' non e' è più rimedio. 
I governi son fritti ! 



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444 



Bene ! 



Toesic del Giusti illustrale 



granchio (come sopra). 



VENTOLA. 



Quelli s' impancano 
A farci il maggiordomo ; 
Questi a trattare il principe, 
Come se fosse un altr'uomo : 



Benone ! 



granchio (come sopra). 



VENTOLA. 



Uno s' indiavola, 
Un altro s' indemonia.... 
Questa è la vita libera ? 
Questa è una Babilonia. 

granchio (con tono dottorili}. 

Che volete ? s'imbrogliano, 
E vanno compatiti. 




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VENTOLA. 



O quella di pigliarsela 
Sempre co' Gesuiti, 

Non si chiama uno scandalo ? 

granchio (serio). 

Codesta, a dire il vero, 
E una cosa insoffribile ! 

VENTOLA. 

La dica un vitupèrio ! 
O toccare il vespaio 
Di chi gli può ingollare, 
Non è un volerle ? 

granchio (allegro). 

O catterà (n), 
Lasciategliele dare. 



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Toesie del Giusti illustrate 



445 



VENTOLA. 

E che crede, che dormano ? 

GRANCHIO. 

Dove ? 

ventola (accennando lontano lontano). 

In Oga Magoga ? (*) 

granchio (allegro). 

Eh ! chi lo sa ? 

VENTOLA. 

Che durino ! 
Per adesso, si voga : 
Ma se l'aria rannuvola ? 

granchio (indifferente). 

Che annuvola per noi ? 

VENTOLA. 

Vero ! bene! bravissimo ! 
Li vedremo gli eroi ! 

(s'alza e cerca il cappello). 
granchio. 
Che, andate via ? 

VENTOLA. 

La lascio, 
Perchè sono aspettato. 

GRANCHIO. 

Se avete un'ora d'ozio.... 




VENTOLA. 

(fa una riverenza, s' incammina e ogni tanto si volta). 
Grazie, troppo garbato. 



*) Dall'Og Magog della Scrittura è nato l'idiotismo Oga Magoga per accennare un paese lontano da noi. 



(*) 



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446 



Poesie del Giusti illustrate 



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GRANCHIO. 

Una zuppa da poveri.... 

ventola (come sopra). 

Da poveri ? Gnorsie ! 
Anzi.... 

granchio (jacendo l'umiliato) . 

Non vedo un'anima ! 

ventola (come sopra). 

Guardi che porcherie ! 

granchio (come sopra). 
Eh gua' !... 

ventola (come sopra). 

Ma la non dubiti, 

granchio (come sopra). 
Siamo ben cucinati ! 
Questo, se mai, lasciatelo 
A noi sacrificati. 

ventola (come sopra). 

A loro ? a noi ! 

granchio (in tono mesto). 

Finiamola, 
Non tocchiamo una piaga !... 
Addio. 




ventola (fa una reverenza e nell'andersene dice fra se). 

Povera Vittima, 
Con quel tocco di paga ! 



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Toesie del Giusti illustrate 



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447 



LA FAMA DI SCRITTORE 



1845. 



La nomèa di poeta e letterato (i) 

Ti reca, amico mio, di gran bei frutti ; 

E il più soave è l'essere da tutti 

E lodato e cercato e importunato^)/ 

Il grullo, l'ebete, il porco beato, 
Lo spensierato, ed altri farabutti, 
Fanno in pace i loro fatti o belli o brutti, 
Ed hanno tempo di ripigliar fiato. 




Ma 1' ingegno che spopola e che sfalca (3) 
E l'asino d'un pubblico insolente 
Che mai lo pasce e sempre lo cavalca : 

E gli bisogna, o disperatamente 

Piegar la groppa a voglia della calca (4), 
O dare in bestia come l'altra gente. 



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44& Poesie del Giusti illustrale 



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ANNOTAZIONI 



(i DISCORSI CHE CORRNO). 

(i) L'allusione e la satira politica è ben chiara dal nome dei personaggi. £ una satira della 
vecchia società italiana avanti il Risorgimento. In Granchio si potrebbe ravvisare un ex-presidente 
del Buon Governo ben noto. 

(2) Civica — cioè la guardia civica concessa nel settembre del 1847 da Leopoldo IL 

(3) La bolle — dettato popolare che indica il malcontento pubblico e l'avvicinarsi di sommosse. 

(4) Sustrissimi per illustrissimi, a dileggio. 

(5) Non e' è cristi — dettato popolare che vuol dire : non e' è da uscirne. 

(6) Alla larga — state lontano. 

(7) Mutria — austerità, serietà, cupezza. 

(8) Diciotto di vino — non e' è transazione. 

C è molto del vero in questa critica dei burocratici. Essendo sempre stati come ora in maggior 
numero di quello che occorre, non hanno mai saputo come ammazzare il tempo. Gli stessi vizi an- 
tichi si perpetuano epidemici negli uffizi italiani, e chi per un lato, chi per l'altro, tenta bucare i 
rigidi regolamenti, coi quali in oggi sono retti gli impiegati. Brevemente, la fatica in generale dagli 
italiani non la si vuole. 

(9) Sgabellarsela — vivere un poco agiato. 

(io) Non è per la quale — indica non essere adatto. 

(li) catterà — esclamazione ; un correttivo di parola indecente. 

(12) Gnorsie — sì signore. 

In questo dialogo è assai bene rappresentato l' impiegato giubilato messo a riposo con una 
elevata paga — e in forza di questa, cauto, meticoloso e sempre in guardia contro tutti. Pure tra- 
sparisce chiaro l'odio alle innovazioni e l'amore al potere assoluto. Son tutti d'uno stampo e d'una 
vena questi impiegati riposati — nulla andava bene che ai loro tempi ; da strumenti più o meno 
devoti e zelanti di servitù diventano preda di chi sa adularli e trarli nella rete. In parola i pen- 
sionati sono i peggiori amici che si abbia il governo e la libertà — almeno fra noi. 



(la fama di scrittore). 

(r) Nomèa è sinonimo in Toscana di fama. L'introduzione di questa parola plateale è un poco 
ardita, se si tratta di una poesia di argomento serio, ma nel faceto e nel bernesco è più che tollerabile. 

(2) Questo dell' importunato è una grande verità e la fama di sapiente in Italia è un lucro ces- 
sante e un danno emergente. È un pozzo dove tutti si credono lecito di attingere ; è un colleticcio 
continuo. Manifesti di associazione, giudizi, domandati inviti per riunioni, oboli chiesti e compensi 
mai, sempre così. Quando appartenete al pubblico, il pubblico non vi risparmia e non pensa mai 
a pagarvi. In America, in Inghilterra ed in Francia gli scrittori arricchiscono ; questi da noi se 
hanno un poco di patrimonio se lo finiscono. Sempre così e bisogna finirla. 

(3) Sfalcare è U moto de! cavallo che si alza sulle gambe di dietro. Questa immagine non è felice, 
ma è molto significativa perchè riprende bene l' idea dell' ingegno non comune che è l'asino di un 
pubblico insolente. 

(4) Groppa : dorso — calca : f olla, moltitudine di popolo stretto insieme. 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 29. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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AVVISO 

per un VII Congresso ehe è di là da venire 



1841. 



Su' Altezza Serenissima (i), 
Veduta l' innocenza 
Di quelli che almanaccano 
D' intorno alla scienza ; 



Visto che tutti all'ultimo 
Son rimasti gli stessi, 
E pagan sempre l'èstimo 
Dopo tanti congressi ; 

Nelle paterne viscere 

Chiuso il primo sospetto, 
Spalanca uno spiraglio 
In prò dell' intelletto. 

Sia noto alla penisola 
Dall'Alpe a Lilibeo, 
Noto a tutto il chiarissimo 
Dottume europeo, 

Che ci farà la grazia 
D'aprire alla dottrina 
Gli Stati felicissimi 




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E la real cucina. 



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452 



Poesie del Giusti illustrate 



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Per questo, a tutti e singoli 
Chiamati nei domini 




(Nel caso che non trovino 

Oppilati i confini) 
Dice di lasciar correre, 

Per lo stile oramai, 

L'apostrofi all' Italia 

Non ascoltate mai. 
A.nzi, purché non tocchino 




Il pastorale e il soglio, 
Ai dotti cantastorie 
Rilascia il Campidoglio ; 



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Toesie del Giusti illustrate 45 3 



Che di lassù millantino, 
Scordando il tempo perso, 
D'avere in ilio tempore 
Spoppato l'universo. 

Questa, quando la trappola 
Muta i leoni in topi, 
È roba di rettorica ; 
L' insegnan gli Scolopi. 

E, tolta la statistica 
Che pubblica i segreti, 
La chimica e la fisica, 
Che impermalisce i preti ; 

Tolto il commercio libero, 
Tolta l'economia, 
Gli studi geologici 
E la frenologia ; 

Posto un sacro silenzio 

D'ogni e qualunque scuola ; 




Del resto a tutti libera 
Concede la parola. 

Ora che il suo buon animo 
È chiaro e manifesto, 
A scanso d'ogni equivoco 
Si ponga mente al resto. 

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454 



Poesie del Giusti illustrate 



Il progresso è una favola : 
E Su' Altezza è di quelli 
Rimasti tra gì' immobili, 




E crede ai ritornelli. 

Perciò, da savio principe 
Che in prò de' vecchi Stati 
Ritorce il veneficio 
Dei nuovi ritrovati, 

Ha con fino criterio 
Pensato e stabilito 
Di promettere un premio 
A chi sciolga un quesito : 




« Dato che torni un secolo 
« Agli arrosti propizio, 
« Se possa il carbon fossile 
« Servire al Sant'Uffizio ». 



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Poesie del Giusti illustrate 



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455 



STORIA CONTEMPORANEA' 



1847. 

Nel marzo andato, un asino di spia, 
Fissato il chiodo in certa paternale 
Buscata a conto di poltroneria, 
Fu rinchiuso per matto allo spedale. 
Dopo se' mesi e più di frenesia, 
Ripreso lume e svaporato il male, 
Tornò di schiena al solito mestiere 
Per questa noia di mangiare e bere. 

Si butta a girellar per la città, 




S' imbuca ne' caffè, nell'osterie ; 

E sente tutti di qua e di là, 

— Saette a' birri, saette alle spie, 

Popolo, Italia, Unione, Libertà, 

Morte a' Tedeschi, — ed altre porcherie, 

Porcherie per orecchi come i suoi 

Quasi puliti dal trentuno in poi. 

- Corpo di Giuda! Che faccenda è questa ? 
Dicea tra sé quel povero soffione ; 
O io vagello sempre colla testa (2), 
O qui vanno i dementi a processione. 
Basta, meglio così : così alla lesta, 
Senza ficcarmi o star qui di piantone, 



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To«^ afe/ Gws/i illustrate 



Vado, m'affaccio sulla via maestra, 
E sbrigo il fatto mio dalla finestra. 




Entra in casa, spalanca la vetrata 
Con lì pronta la carta e il calamaio ; 
E un'ora sana non era passata, 
Che già n'avea bollati un centinaio. 
Contento per quel dì della retata, 
Chiappa le scale, e trotta arzillo e gaio 
De' tanti commissari al più vicino ; 
E là, te gli spiattella il taccuino. 




Con una gran risata il commissario 
Lette tre righe, lo guardò nel muso, 
E disse : — Bravo il sor referendario ! 
La fa l'obbligo suo secondo l'uso : 



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Toesie del Giusti illustrate 



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457 



Si vede proprio che ha perso il lunario 

E che ne' pazzerelli è stato chiuso. 

La non sa, signor mio, che Su' Altezza 

Ora al buon senso ha sciolta la cavezza ? — 

- Su' Altezza ? Al buonsenso ? E non corbello ! 
Al buonsenso ? . . . O non era un crimenlese ? 
Ma qui e' è da riperdere il cervello ! 




O dunque adesso chi mi fa le spese ? - 
— So io di molto ? — gli rispose quello 
Che fo l'oste alle birbe del paese ? 
Animo ! venga qua, la si consoli : 




La metterò di guardia a' borsaioli — (3). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Agli spettri del 4 Settembre 1847 



1847. 



Quella notizia gli avea dato una disinvoltura, 
una parlantina, insolita da gran tempo. 

(Promessi Sposi, cap. XXXVIII.) 



Su, Don Abbondio, è morto Don Rodrigo (i), 
Sbuca dal guscio delle tue paure : 
È morto, è morto : non temer castigo, 
Destati pure. 




Scosso dal limbo degl' ignoti automi, 
Corri a gridare in mezzo al viavai 
Popolo e libertà, cogli altri nomi, 
Seppur li sai. 

Ma già corresti : ti vedemmo a sera 
Tra gente e gente entrato in comitiva, 
E seguendo alla coda una bandiera, 
Biasciare evviva. 

Cresciuta l'onda cittadina, e visto 
Popolo e re festante e rimpaciato, 
E la spia moribonda, e al birro tristo 
Mancare il fiato : 



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Poesie del Giusti illustrate 



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459 



Tu, - sciolto dall' ingenito tremore, 




Saltasti in capofila a far subbuglio, 
Matto tra i savi ; e ti facesti onore 
Del sol di luglio. 

Bravo ! coraggio ! Il tempo dà consiglio ; 
Consigliati col tempo all'occasione : 
Ma intanto che può fare anco il coniglio 
Cuor di leone, 

Ficcati, Abbondio : e al popolo, ammirato 
Di te che armeggi e fai tanto baccano, 
Urla che fosti, ancor da sotterrato, 
Repubblicano. 




Voi, liberali, che per anni ed anni 
Alimentaste il fitto degli orecchi, 
Largo a' molluschi ! e andate co' tiranni (2 X 
Tra i ferri vecchi ! 



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460 



Poesie del Giusti illustrate 



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A questo fungo di settembre, a questa 
Civica larva sfarfallata d'ora, 
Si schioda il labbro e gli ribolle in testa 
Libera gora. 

Già già con piglio d'orator baccante 
Sta d'un caffè, tiranno, alla tribuna ; 
Già la canèa dei botoli arrogante (3^ 
Scioglie e raguna. 




Briaco di gazzette improvvisate, 
Pazzi assiomi di governo sputa 
Sulle attonite zucche, erba d'estate 
Che il verno muta. 

« Diverse lingue, orribili favelle » 

Scoppiano intorno ; e altèra in baffi sconci 
Succhia la patriottica Babelle 
Sigari e ponci. 

Dall'un de' canti, un'ombra ignota e sola 
Tien l'occhio al conventicolo arruffato, 
E vagheggia il futuro e si consola 
Del pan scemato. 

Stolta ! Se v' ha talun che qui rinnova 
L'orgie scomposte di confusa Tebe, 
Popol non è che sorga a vita nuova; 
E poca plebe. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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461 



E poca plebe : e d'oro e di penuria 
Sorge, a guerra di cenci e di gallone ; 
Censo e Banca ne dà, Parnaso e Curia , 
Trivio e Blasone. 

È poca plebe : e prode di garrito, 

Prode di boria e d'ozio e d'ogni lezzo, 
Il maestoso italico convito 

Desta a ribrezzo. 

Se il fuoco tace, torpida s'avvalla 

Al fondo, e i giorni in vanità consuma ; 
Se ribollono i tempi, eccola a galla 
Sordida schiuma. 

Lieve all'amore e all'odio, oggi t' inalza 
De' primi onori sull'ara eminente, 
Doman t'aborre e nel fango ti sbalza, 
Sempre demente. 

Invano invano in lei pone speranza 
La sconsolata gelosia del Norde. 




Di veri prodi eletta figliolanza 
Sorge concorde ; 

E di virtù, d' imprese alte e leggiadre 
L' Italia affida : carità la sprona 
Di ricomporre alla dolente madre 
La sua corona. 



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462 



Poesie del Giusti illustrate 



O popol vero, o d'opre e di costume (4) 
Specchio a tutte le plebi in tutti i tempi, 
Levati in alto, e lascia al bastardume 
Gli stolti esempi. 




Tu modesto, tu pio, tu solo nato 
Libero, tra licenza e tirannia, 
Al volgo in furia e al volgo impastoiato 
Segna la via. 



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Poesie del Giusti illustrate 463 



ANNOTAZIONI 



(avviso per un vii congresso che è DI LÀ DA venire). 

(1) Nel 1839 si a P ri m Pisa ^ Primo Congresso degli scienziati, auspice Leopoldo II, allora 
granduca della Toscana. Negli anni successivi i Congressi furono tenuti a Torino, Firenze, Lucca, 
Milano, Padova, Napoli, Genova e Venezia. Quello di Venezia non ebbe fine e fu strozzato, perchè 
cominciavano i rivolgimenti sociali all'echeggiare della parola di Pio IX. Per poco anche Grego- 
rio XVI avrebbe permesso che il Congresso si tenesse in Roma. Egli era pontefice dotto e le scienze 
e le arti le amava, ma temeva il principe di Canino. 

«Voi nominerete, dicevami una cotal sera dell'ottobre del 184.5, presidente generale il Bona- 
parte, ed egli del Congresso dei dotti ne farà una congrega settaria. Io sono vecchio e lascio al 
mio successore riformare lo Stato, a cui non si può dare una martellata senza che caschi tutto quanto 

in frantumi ». . 

Leopoldo II era in allora molto onorato in Toscana e ci fu un tempo che si pensava dai liberali 
ad ingrandirgli lo Stato colle Legazioni. Alle scienze naturali Leopoldo II portava affetto senza 
dubbio e se avesse avuto più genio, e non fosse stato pupillo docile dell'Austria, avrebbe seguito 

la via di Casa Savoja. _ . 

Il Poeta in questo avviso scherza piacevolmente, non è pero a ritenersi sul seno che egli 
avesse in poca estimazione la scienza italiana. L'esperienza provò il contrario, perchè volere o non 
volere il sacro fuoco di Vesta e gli accordi politici nacquero nei Congressi scientifici. 



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(storia contemporanea). 

(1) Siamo sempre nel 1S47 due mesi avanti la concessione della libertà della stampa octrojata 
nel 15 di maggio. 

(2) Vagellare, delirare. ( ...... 

(3) Nel primi mesi del 1848 ci fu in Firenze un tumulto popolare ed una razzìa di birri alti e 
bassi, grossi e spiccioli e di spie più o meno note. Due di queste furono missacr ite nelle pubbliche vie. 

Il ministro Ridolfi abolì la vecchia polizia senza sostituitene una nuova. I registri dei Com- 
missa-i.tti furono rap't!, e figira-d> in essi la no-a d 11 : spi; d governo, .otostiro passarono 
tutte dei brutti quarti d'ora di Rabelais. Anzi il P.iolini e 1' Evangelisti fino 10 massacrati. Furono 
questi gravi errori del ministero Ridolfi, che fu il primo ministero liberale di Leopoldo II. 



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4 6 4 Poesie del Giusti illustrate 



(AGLI SPETTRI DEL 4 SETTEMBRE I847). 



n ( À?° ? ret c ro | radl «corsero in quell'epoca alla medicina dei contrari ed alla schiavina di 
Don Abbondio. Si finsero più liberali degli altri, più caldi d'amor di patria, perfino repubblicani 
e cosi illudendo alcuni salvarono le paghe e la pelle. Questa è la storia di tutte le rivoluzioni pas- 
sate e sarà quella delle future - delle giubbe rovesciate degli uomini a doppia bandiere e a più 
coccarde e dei mentitori ai giuramenti fatti, la razza non si estinguerà mai più. E tutta que- 

f, tl0ne ru manovra > d i evoluzioni e di funambolismo per farete e non essere e per conservare 
1 equilibrio. • • r 

(2) Veri molluschi i volta bandiera si propagano, si moltiplicano e presto diventano padroni 
dei campo e ritornano sotto altra veste agli affari. Non vi è paese che conti ioo repubblicani alla 
vigilia di una rivoluzione che, se riesce, il giorno dopo non ne conti 100.000 più arditi e radicali 
dei repubblicani antichi e per principi. Così si dica di uno Stato che da un reggimento libero passa 
alla monarchia assoluta, e se vuoisi anche alla tirannide. 

Questa misera razza di Adamo o dell' antico Gorilla è fatta così, e né per tempo né 'per 
luogo si muta. r r ' - F 

(3) Canèa, il rumore che fanno molti cani dietro una selvaggina. 

(4) E stupenda questa distinzione fra plebe balorda e razzamaglia da tutti i venti e gli eventi 
e il popolo vero. Popolo siamo tutti, quando la mente retta e la coscienza pura ci sorreggono 
La plebe, la feccia sordida e briaca non è popolo niente più che la melma e il fango non sono 
ne acqua, né terra. 

• GÌ xT e Fi Pe GÌUStÌ mÌrÒ dÌlkt °' ebbe fcde negli italiani e ne valutò i] nu mero con acume pro- 
m°'-a i? restaurazlone veggendo cotanti traditore cotante maschere e cotanta viltà si scorò 
Ma vide eh era un uragano che passerebbe e ne sentì erave duolo. Egli non vide la terra prò 
messa, forse perchè dubitò della potenza dell' idea e del dito d' Iddio che fino ad oggi vocino 
pure a loro possa e imprechino i sacerdoti liberticidi, ci fu propizio e ci guidò a salvamento 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 30. 



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Poesie del Giusti illustrate 



467 



LA RASSEGNAZIONE 

AL PADRE *** CONSERVATORE DELL'ORDINE DELLO « STATO QUO » 

1846. 



Dite un po', Padre mio ; sarebbe vero 
Che ci volete tanto rassegnati 




Da giulebbarci in casa il forestiero (1) 
Come un cilizio a sconto de' peccati, 
E a Dio lasciare la cura del poi, 
Come se il fatto non istesse a noi ? 



Eh via, Padre, parliamo da cristiani : 
Se vi saltasse un canchero a ridosso, 
Lascerete là là d'oggi in domani 
Che col comodo suo v'arrivi all'osso ? 
Aspetterete lì senza chirurgo 
Che vi levi da letto un taumaturgo ? 



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468 



Poesie del Giusti illustrate 



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Uno che nasce qui nel suo paese, 
Che di nessuno non invidia il covo ; 
Se non fa posto, se non fa le spese 




A eli gli entra nel nido e ci fa l'ovo, 
Se non gli fa per giunta anco buon viso ; 
Secondo voi, si gioca il paradiso ? 

Noi siam venuti su colla credenza 

Che il mondo è largo da bastare a tutti : 
E ci pare una bella impertinenza, 
Che una ladra genìa di farabutti (2) 




Venga a imbrogliar le parti di lontano 
Che fa Domine Dio di propria mano. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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469 



Questa dottrina di succhiarsi in pace 
" Uno che ci spelliccia allegramente, 
Padre, non è in natura, e non ci piace 




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Appunto perchè piace a certa gente : 
Caro Padrino mio, questa dottrina, 
Secondo noi, non è schietta farina. 

Vedete ? Ognuno di scansar molestia 
Si studia a più non posso e s'arrabatta 




E morsa e tafanata, anco una bestia (3) 
Vedo che si rivolta e che si gratta : 




E noi staremo qui come stivali 
Senza grattarci quest'altri animali ? 



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470 



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Poesie del Giusti illustrate 



<t Siamo fratelli, siam figli d'Adamo, 
Creati tutti a immagine d' Iddio ; 
Siam pellegrini sulla terra ; siamo, 
Senza distinzi'on di tuo né mio, 
Una famiglia di diverse genti.... >: 
Bravo, grazie, non fate complimenti 

E facciamo piuttosto, in carità, 
Tanti fratelli, altrettanti castelli ! 
Di quella razza di fraternità 




Anco Abele e Caino eran fratelli ! 
Finché ci fanno il pelo e il contrappelo, 
Che c'entra stiracchiare anco il Vangelo ? 

Questo vostro dolciume umanitario (4), 
Questa fraternità tanto esemplare, 
Che di santa che fu là sul Calvario 
L'anno ridotta ad un intercalare, 
Vo' l'usereste, ditemi, appuntino 



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Tanto al ladro diritto che al mancino ? 



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Toesie del Giusti illustrate 



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47 1 



Oh io, per ora, a dirvela sincera, 
Mi sento paesano paesano : 
E nel caso, sapete in qual maniera 
Sarei fratello del genere umano ? 
Come dice il proverbio : amici cari, 
Ma patti chiari e la borsa del pari. 




Prima, padron di casa in casa mia (5) ; 




Poi, cittadino nella mia città ; 



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472 



'Poesie del Giusti illustrate 



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Italiano in Italia ; e così via 
Discorrendo, uomo nell'umanità": 
Di questo passo do vita per vita, 




E abbraccio tutti e son cosmopolita. 

La carità Y è santa, e tra di noi 

Che siamo al sizio, venga e si trattenga 
Ma verso chi mi scortica, po' poi, 
Io non mi sento carità che tenga : 
Padrino, chi mi fa tabula rasa (6), 
Pochi discorsi, non lo voglio in casa. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Alò 



Questa marmaglia, di starci sul coPo 
Non si contenta : ma tira a dividere, 
Tira a castrare e a pelacchiare il pollo, 
Come suol dirsi, senza farlo stridere : 
E la pazienza in questo struggibuco (7) 
La mi doventa la virtù del ciuco. 



L' ira è peccato ! Sì, quando per 1' ira 
Se ne va la giustizia a gambe all'aria ; 
Ma se le cose giuste avrò di mira, 
L' ira non sento alla virtù contraria. 
Fossi papa, scusatemi, a momenti 
L' ira la metterei tra' sacramenti. 



Cristo, a questo proposito, ci ha dato, 
Dolce com'era, un bellissimo esempio 
(E lo lasciò perchè fosse imitato) ; 
Quando, come sapete, entrò nel tempio 




E sbarazzò le soglie profanate 
A furia di santissime funate. 



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474 



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Toesie del Giusti illustrate 




Fino a non far pasticci, e all'utopie 

Tenere aperto l'occhio e l'uscio chiuso (8) ; 
Fino a sfidare il carcere, le spie, 
L'esilio, il boia, e ridergli sul muso ; 
Fino a dar tempo al tempo ; oh, Padre mio, 
Fin qui ci sono, e mi ci firmo anch' io. 

Ma la prudenza non fu mai pigrizia. 
Vosignoria se canta o sesta o nona, 
Canta : Servite Domino in laetitia ; 
E non canta : servitelo in poltrona. 
Chi fa da santo colle mani in mano, 
Padre, non è cattolico, è pagano. 



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Toesie del Giusti illustrate 



475 



IL DELENDA CARTAGO 



1846. 



E perchè paga Vostra Signoria (i) 

Un grullo fìnto, un sordo di mestiere (2), 
Uno che a conto della Polizia 




Ci dorma accanto per dell'ore intere ? 
Questo danaro la lo butta via, 
Per saper cose che le può sapere, 
Nette di spesa, dalla fonte viva. 
Glielo voglio dir io : la senta, e scriva. 

In primis, la saprà che il mondo e l'uomo 
Vanno col tempo : e il tempo , sento dire, 
Birba per lei e per noi galantuomo, 




Verso la libertà prese l'aire. 

Se non lo crede, il campanil del duomo 

È là che parla a chi lo sa capire : 

A battesimo suoni o a funerale. 

Muore un brigante e nasce un liberale (3)-£j 



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476 



Poesie del Giusti illustrate 



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Dunque, senta, se vuol rompere i denti 
Al tarlo occulto che il mestier le rode (4) 
O scongiuri le tossi e gli accidenti 




Di risparmiar quest'avanzo di code : 

Se no, compri le bàlie, e d' innocenti 

Faccia una strage, come fece Erode ; 

Ma avverta, che il Messia si salva in fasce ; 

E poi, quando l'uccidono, rinasce. 




I sordi tramenii delle congiure, 

Il far da Gracco e da Robespierrino, 

È roba smessa, solite imposture 

Di birri, che ne fanno un botteghino (4). 

Questi romanzi, la mi creda pure, 

Furono in voga al tempo di Pipino : 

Oggi si tratta d'una certa razza 

Che vuole storia e che le dice in piazza. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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477 



Sicché non sogni d'averla da fare 
Col carbonaro, né col frammasone (7) 
O giacobino che voglia chiamare 




Chi vive al moccolm deìla'ragione : 

Si tratta di doversela strigare 

Con una gente che non vuol padrone ; 




Padrone, intendo, del solito conio, 




Che un po' tarpati e' non sono il demonio. 

Dunque, padrone no ! 1* ha scritto ? O bravo. 
Padrone no ! Sta bene e andiamo avanti. 
Repubblica, oramai, tiranno, schiavo (8), 
E altri nomi convulsi e stimolanti, 



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478 



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Poesie del Giusti illustrale 



Sì, lasciamoli là : giusto pensavo 
Che, senza tante storie e senza tanti 
Giri, si può benone in due parole 
Tirar la somma di ciò che si vuole. 

Scriva ^vogliam che ogni figlio d'Adamo 




Conti per uomo ; e non vogliam Tedeschi (9) 
Vogliamo i capi col capo ; vogliamo 
Leggi e Governi ; e non vogliam Tedeschi. 
Scriva : vogliamo, tutti, quanti siamo, 




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L' Italia, Italia : e non vogliam Tedeschi 
Vogliam pagar di borsa e di cervello, 
E non vogliam Tedeschi : arrivedello. 



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Poesie del Giusti illustrate 479 



ANNOTAZIÓNI 



(la rassegnazione). 

(i) Giulebbare non è nuovo, ma nell'azione morale è la prima volta che fu usato. Porro unum 
est necessarium ' Tant' è, il Giusti voleva lo straniero fuori d' Italia. Era il concetto di Giulio II 
meglio inteso, cioè con maggior sincerità. Su ciò il Giusti trovavasi concorde col d'Azeglio, col Sal- 
vatoli col Guerrazzi, col Berchet, col Rassetti, col Mmtanelli, Pieno, Mutuarli, ecc. 

(2)' Farabutto. È una parola venuta modernamente in credito. E qui esprime un soggetto senza 
coscienza, capace di ogni mala opra anche sotto apparenze cortesi e leccate. 

(3) Tafanata, voce nuova di zecca: sta per molestata dai tafani. 

(4.) Q<""° mostro dolciumi umanitario. Pur troppo i troni fossili e la religione ad usum Delphint, 
dopo la catastrofe napoleonica, avevano stretta una lega più infernale che celeste « Impicca, fai 
vista di credere», diceva il prete al principe, e questi a sua volta: «Semina quel che vuoi, ma 
predica la sottomissione assoluta e piena a noi», rispondeva al sacerdote. «Rigammo entrambi 
al disopra delle leggi, ognuno nella sua provincia e dividiamoci il mondo». Di qui 1 concordati 
con la Santa Side, strumenti magistrali di doppia servitù dei popoli al trono ed ali altare, cardini 
di inazione e di ipocrisia. Sotto un punto di vista il Vangelo propende per il comunismo e la più 
estesa e universale democrazia, ed i socialisti moderni ben a ragione dovrebbero dirsi eminente- 
mente cristiani. Però i preti e i frati pigliavano il Vangelo a spizzico, e gli facevano dire quello che 
a loro tornava comodo. Ojgi che sono nell'opposizione al governo proclamino la democrazia cristiana ; 
nei tempi passati, che erano puntelli e spalle ai troni, vi pacavano l'autocrazia e d rispetto alle auto- 
rità sovrane. Il soffio possente della rivoluzione mudò già a catafascio troni e predicatori, la- 
sciando intatti i veri altari e i principi civili nel re?g ; mìnto degli Stati. 

Il nostro Poeta presentiva i temoi e scalzava colla penna incisiva il vecchio e tarlato edihzio, 
e non era il solo. Nell'ottobre del 18+5 ebbi luogo di parlare a lungo con Gregorio XVI. Uomo dot- 
tissimo ed avvedutissimo come egli era, parlando di riforme nello Stato della Chiesa dicevanu : 
« Se a questo edifizio si dà una martellata esso se ne va tuuo <n rovina » Gregorio XVI fu profeta, 
solo che da quelle rovine nacque 1' Italia e risorgerà pura e divina la religione d. Gesù Cnsto_ 

(e) Magnifici versi sono quelli di questa sestina (non dico per il lato estetico, avvegnaché il Poeta 
abbia tirato giù tutta la sua composizione alla buona ed alla casalinga) nei quali è -hipramente spie- 
gato come si Dossa essere cosmopoliti, cittadini e patriotti ad un tempo. La famiglia, d comune, la 
società, la nazione ed in ultimo l'umanità. Prima conviene essere in sé e per sé, quindi per la sua na- 
zione ed infine per tutto il genere Limino. . 

(6) Padrino, chi mi fa tabula rasa, cioè chi utto mi ruba di casa, se posso, lo minio via ed no 

r?gione. 

(7) Lo struggibuco è un giocherello da bambini. 

(8) Tenere aperto l'occhio e l'uscio chiuso alle utopie, dar tempo al tempo, sfidare martiri e mar- 
tirizzatoti è prodezza che per il Preta vale ; ma la prudenza non deve degenerare in pigrizia, ne chi 
vuol essere e istiano deve starsi eternamente coiie mani in mano. 

Brevemente Giusti, senza peccare di socinismo, milinismo e luteranismo avrebbe voluto mari- 
tare il Vangelo ai codici, e i daterai della Chiesa ai portati della civiltà fondata nella civile rettitu- 
dine. Parevagli che dal cattolicismo si potesse cogliere qualche forza sociale eminentemente attiva 
ed operosa, e che la quiescenza, 1' ignavia, la cieca sottomissione e la rassegnazione vigliacca ad ogni 
sopruso e prevaricata soperchieria delle autorità civili e religioni non fosse da menarsi buona. Egli 
protestò contro l'avvilimento dell'uomo nella sua personalità intellettuale^ morale e 1 infeudamento 
di questa bella e intelligente opera di Dio nel mare magnum dei pregiudizi, degli assurdi^ delle super- 
stizioni e peggio. Il Giusti quindi altamente benemerito della civiltà e della patria ed e per cicche 
la sua fama, post obitum, crescit eunio. 

(il delenda cartago). 

(1) Il Poeta allude ad un commissario di polizia qialunqie od anche, se vuoisi, al presidente 
del Buon Governo, che fra noi era avanti il 18 1 8 una specie di prefetto di Polizia del granducato. 

(2) Mentre Leopoldo I, Mnternich e più tardi Napoleone III avevano organizzato uno spio- 
naggio che si filtrava in tutte le classi sociali e arruolavano sacerdoti alti e bassi, professori, nobili, 
impiegati in quiescenza, sicché giorno per giorno sapevano cosa si mulinava in tutte le caste 
della società e in tutti i luoghi dello Stato, il Governo di Leopoldo II si contentava dei cosi detti 
orecchianti. Erano cotestoro gente sudicia ed abbietta che si accovacciava nei teatri, nei biliardi, 
nei caffè nelle trattorie, ecc., e faceva le viste di dormire, riportando poi ad un birro qualsiasi U 
filato come dice il proverbio. Spie maschine, infide, paurose e con nessuna intelligenza, che travi- 



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480 Poesie del Giusti illustrate 



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savano 1 fatti non mai da essi ben conosciuti e se inventavano delle congiure o delle macchinazioni 
non le scoprivano mai. Novellieri del giorno da 56 centesimi di stipendio per ogni serata di finta 
dormiveglia. 

La Corte di Leopoldo II, e più di tutti la granduchessa Maria Antonietta, dilettavasi di . 
pettegolezzi e scandali. Il presidente del Buon Governo portava due o tre volte la settimana il „ 
contingente ricavato dai rapporti dei commissari e dei vicari regii, ma era roba avariata, poco diver- 
tente e non da romanzo. 

Quando il marchese Cosimo Ridolfi nel 1848 fu eletto ministro dell'interno abolì la vecchia 
Polizia senza crearne in antecedenza una nuova, i registri segreti della Polizia diventarono di pub- 
blica ragione. Tutti conobbero il ne me, il cognome e l'abbiettezza delle spie pagate e molte di esse, 
siccome molti agenti, passarono dei brutti quarti d'ora di Rabelais, e alcuni vi lasciarono la vita! 
_ (3) Altrove si trova scritto : muore un codino e nasce un liberale. Questa dizione mi piace 
più ed è più consona al vero, perchè né tutti i vecchi sono briganti, né tutti i giovani fior di virtù. 
Poi di fronte e per antitesi ai liberali stanno i codini, i retrogradi, i tardigradi, ma non i briganti. 
Certo è che il Giusti vedeva chiarsmente che il mondo morale e politico si moveva, che la libertà 
si incubava e che la rivoluzione non si poteva più arrestare o prevenire colle vecchie arti di governo. 
_ (4) Bellissimo quel tarlo che rode i ferri del mestiere dei poliziotti, indicando che pei nuovi 
nati non vale neppure il rimedio eroico del re Erode. Il Salvatore si salva sempre e se esso muore, 
rinasce, cioè subentra un altro. Qui, oltre posia, vi è una profonda filosofia e conoscenza dell'an- 
damento poli tico di tutte le rivoluzioni radicali. 

(5) Il botteghino dei birri durò molto e ne usò ad alta dose lo stesso Napoleone III. Si sa, 
complotti orditi, Robespierri in erba, Gracchi iracondi, furenti e impetuosi che si preparano, armi 
viste e non viste, liste false o vere di congiurati, erano le miniere dei birri grandi e piccoli, e 
qualcosa di questa anticaglia ci è rimasta anche ai dì che corrono. Il processo di Rimini e quello 
degli internazionali di Firenze, Roma, Salerno, ed ultimamente quello intentato ai capi del Partito 
operaio italiano, informino. 

(6) Il ghiaccio fin dal 1845 erasi rotto. Pio IX nel 1856 lo mandò in tritoli e lo fuse del tutto. 
I congressi scientifici diedero le mosse, i giornali letterari (dei politici indipendenti non ve ne erano) 
entrarono per quella breccia. La Gazzetta Italiana, che si pubblicava appunto nel 1845 a Parigi, 
iniziava la crociata e la causa liberale progrediva. Scrivevano in quella Gazzetta, Montanelli, Guerrazzi, 
Capponi, Libri, C. Bonaparte, Amari ed anche infine fra tutti io stesso. Proibita quella in tutta 
Italia, venne eletto pontefice Pio IX e d'allora in poi ogni segretume cessò, e cessò pure la Giovane 
Italia tenuta segreta, cerne molte opere pubblicate a Londra e a Lugano. Un giorno la storia toc- 
cherà, come conviensi, di tutto questo. 

(7) Nel 1845 il, carbonarismo aveva fatto il sua tempo. Dal 1821 al 1835 si era quasi estinto 
come il calderarismo di Canosa. Invece sorgevano numerosi i mazziniani affigliati alla Giovane Italia 
che fu manna per quei tempi e per 1' Italia, che la ridestò dal sonno trisecolare, e per qualche mese 
pullulò anche il s ansi monismo. I massoni ci furono e ci sono, anzi formano una corporazione colta, 
intelligente, numerosa e influente : ma anche per i frammassoni, come si chiamavano, i bei tempi 
erano passati e il segretume se si era conservato non aveva più quegli spaventevoli riti di pugnali, 
tazze, compassi,_ triangoli, liquori avvelenati, scene del Tribunale di Weimar, obbligo di pugnalare 
il fedifrago e mille altre cose già dette e credute vere anche nei tempi antichi. 

Oggi il massonismo non è più che una società di filantropia cristiana, che ama fare il bene 
senza ostentazione, che ama la libertà, la costituzione e la monarchia e che non dà noia neppure 
alle mosche. 

(8) Tutti sanno che il Giusti non era repubblicano, ma liberale costituzionale. Egli conosceva 
il suo tempo e il suo paese, e siccome agli operati di cateratta si amministra la luce a centellini, 
così pensava doversi fare della libertà politica ai popoli da più secoli oppressi. Lasciando le tirate 
rettoriche e le declamazioni tribunizie ai tragici, si contentava di avere un principe tarpato cioè 
costituzional e. ' 

(9). E g Ji curava sopratutto l' indipendenza della, patria e voleva che pria si ottenesse questa 
eppoi si pensasse alle libertà politiche. Quindi il -porro unum est necessarium. Quindi i Delenda Car- 
tago. Quindi l'ultima strofa della presente poesia ; meschina se vuoisi come poesia, ma eloquen- 
tissima come concetto politico. Vogliamo l' Italia, Italia, cioè l' Italia degli Italiani, grido di guerra 
che corse più tardi e che io credo la prima volta si udisse dal colloquio di Plombiers e fu quindi 
ripetuto dall'Alpi al Lilibeo per ventitré anni. In tutte le sue poesie, e nello Stivale come in questa, 
Giuseppe Giusti aspirò a quella resurrezione dell' Italia (non pagana, non religiosa, non domma- 
tica ma qualunque si fosse e alla machiavellica) che dettava immortali pagine a Dante, Petrarca 
Filicaia, Alamanni, Afieri, Niccolini, Guerrazzi, Montanelli, Amari, Capponi, Berchet, 'Giannone,' 
Ugo Foscolo, Tommaseo e cento e cento altri. Egli voleva 1' Italia una, libera e sopratutto indi- 
pendente. Adoperò la incisiva sua penna e la castigata parola a tal fine, e ciò che desiderava e va- 
gheggiava, auspice Iddio e 70.000 martiri, alfine si ottenne. 

Pensi la gioventù che ora è sulla breccia a non guastare cotanta opera ! 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 




Tra i re del paese | Qualcuno 1" intese. 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 31, 



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Poesie del Giusti illustrate 



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483 



Consiglio a un consigliere 



1847. 



Signor consigliere (1), 
Ci faccia il piacere 
Di dire al padrone (2) 
Che il mondo ha ragione 
D'andar come va. 

Dirà : ■■ — Padron mio, 
La mano di Dio 
Gli ha dato l'andare ; 
Di farlo fermare 
Maniera non v' ha. 

Se il volo si tarpa 
Calando la scarpa (3) 
A ruota nostrale, 
Che ratta sull'ale 
Precipita in giù, 

La ruota del mondo 
Andrà fino in fondo : 
Né un moto s'arresta 
(Stiam lì colla testa) 
Che vien di lassù. 



E mentre cammina, 
Con sorda rapina 
I gretti, i poltroni, 
I servi, i padroni, 
Travolge con sé. 

Tra i re del paese 
Qualcuno 1' intese : 
E a dirla tal quale, 
Più bene che male 
N'ottenne fin qui. 

Slentando la briglia, 
Tornò di famiglia ; 
Temeva in quel passo 
Di scendere in basso, 
E invece salì. 

Giudizio, messere ! 
Facendo il cocchiere 
In urto alla ruota, 
Si va nella mota ; 
Credetelo a me. 



Per tutto si vede 
Che il carro procede 
Con dietro una calca 
Che seco travalca 
Con libero pie : 



Pensando un ripiego, 
Io salvo l' impiego : 
E voi (dando retta), 
Rivista e corretta, 
La paga di re. — 



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484 



Poesie del Giusti illustrate 



Istruzioni ad un emissario 



1847. 




Anderete in Italia : ecco qui pronte (1) 
Le lettere di cambio e il passaporto. 
Viaggerete chiamandovi conte, 
E come andato per vostro diporto. 
Là, fate il pazzo, fate il Rodomonte, 
L'ozioso, il giocatore, il cascamorto ; 
E godete e scialate allegramente : 
Che son cose che fermano la gente (2). 

Quando vedrete (ed accaderà di certo) 
Calare i filunguelli al paretaio, 
Fate razza ; parlate a cuore aperto : " 
Mostratevi con tutti ardito e gaio ; ,J 
Dite che il Norde è un carcere, un deserto, 
Un vero domicilio del gennaio, 
Paragonato al giardino del mondo, 
Bello, ubertoso, libero e giocondo. 

Questa parola Ubero, buttata 

Là nel discorso come per ripieno, 
Guardate qua e là nella brigata 
Se vi dà ansa di pigliar terreno. 



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Poesie del Giusti illustrate 



485 



Se casca, e voi battete in ritirata, 
Seguitando a parlar del più e del meno ; 
Se, viceversa, v' è chi la raccatta, 
Andate franco., che la strada è fatta. 

Franco, ma destro. A primo non è bene 
Buttarsi a nuoto come fa taluno ; 
Che, quando ha dato il tuffo, e' non si tiene 
E tanto annaspa che lo scopre ognuno. 
Prender la lepre col carro conviene, 
Girar largo, non essere importuno, 
Tastare e lavorar di reticenza, 
Con quel giudizio che pare imprudenza. 

Far la vittima, no, non vi consiglio (3), 
Perchè il ripiego è noto alla giornata: 
Da sedici anni in qua, codesto appiglio 
Tanta gente in quei luoghi ha bindolata, 
Che si conosce di lontano un miglio 
La piaga vera e la falsificata. 
Anzi vantate, e fatevene bello, 
Che nessuno v' ha mai torto un capello. 

Fatto che vi sarete un bravo letto 
Nell'animo di molti, e decantato 
Vi sentirete per un uomo schietto, 
E dei fatti di qua bene informato ; 
Dite corna di me, ve lo permetto ; 




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Dite che^dormo, che sono invecchiato^ 
Inventatene pur, se ve ne manca, 
Che, come dico, vi do carta bianca. 



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Del ministro di là dite lo stesso 
Ne' caffè, ne' teatri, in ogni crocchio : 
Anzi, a questo proposito, v' ho messo 
Sul passaporto un certo scarabocchio, 
Che vuol dire, Inter nos, ordine espresso 
Di lasciar fare e di chiudere un occhio. 
Andiamo : ora che siete in alto mare, 
Ecco la strada che vi resta a fare. 

Fatevi centro della parte calda 

Che campa di sussurri e di gazzette ; 
E sia roba in giacchetta o roba in falda, 
Delira sempre e mai capisce un ette. 
Agevolmente a questa si riscalda 
Con nulla il capo ; e quando uno la mette 
Nel caso di raspare in tempi torbi, 
Arruffa tutto e fa cose da orbi (4). 

Compiangete il paese ; screditate 

Quell'andamento, quel mondo uniforme ; 

Deridete le zucche moderate, 

Come gente che ciondola e che dorme ; 

Censurate, il Governo ; predicate 

Che la pace, le leggi, le riforme 

Son bagattelle per chetar gli sciocchi 

E per dar della polvere negli occhi. 

Sopratutto attizzate i malcontenti 
Sul ministrarne della nuova scuola, 
Che sopprime i vocaboli stridenti 
E vuol la cosa senza la parola. 
Quello è un boccone che m'allega i denti 
E che mi pianta un osso per la gola, 
Mentre per me sarebbe appetitosa 
Colla parola intorbidar la cosa. 

Spargete delle idee repubblicane ; 

Dite che i ricchi e tutti i ben provvisti 

Fan tutt'uno del popolo e del cane, 

E son tutti briganti e sanfedisti ; 

Che la questione significa pane, 

Che chi 1' intende sono i comunisti ; 

E che il nemico della legge agraria 

Condanna i quattro quinti a campar d'aria (5). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Quando vedrete a tiro la burrasca, 
""' E che, il vento voltandosi alla peggio, 
La repubblica santa della tasca 
Cominci a brontolare e a far mareggio, 
Dategli fune, e fatemi che nasca 
Una sommossa, un tumulto, un saccheggio 
Tanto che i re di là, messi alle strette, 




Ch leggano qua congressi o baionette. 

Se v'occorre di spendere, spendete ; 
Che i quattrini non guastano : vi sono 
Birri in riposo, spie se ne volete, 
Sfaccendati, spiantati.... è tutto buono. 
Se vi dà di chiapparmeli alla rete, 
Di far tantino traballare un trono ; 
Spendetemi tesori e son contento, 
Che gli avrò messi al secento per cento. 

Ohe, nel dubbio che qualcun vi scopra, 
Avvisatene me : tutto ad un tratto 
Vi scoppia addosso un fulmine di sopra, 
E do ventate martire nell'atto : 



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488 



Toesie del Giusti Uhi strale 



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Ecco il ministro a fare un sottosopra, 
Ecco il Governo che vi dà lo sfratto : 
E così la frittata si rivolta, 
E siete buono per un'altra volta. 

Per non dar luogo all'uffizio postale 
Di sospettar tra noi, quest'armeggìo, 
Corrispondete qua col tal di tale ; 
E siate certo pur che l'avrò io. 
Egli, come sapete, è liberale, 
E ribella il paese a conto mio. 




Ci siamo intesi : lavorate ; e poi 

Se e' incastra una guerra, buon per voi. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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489 



LA GUERRA 



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1846. 

Eh no, la guerra, in fondo, 
Non è cosa civile (2) : 
D' incivilire il mondo 
Il genio mercantile 
S' è addossata la bega : 




Marte ha messo bottega. 
Le nobili utopie 




Del secolo d'Artù (3), 
Son vecchie poesie 
Da novellarci sii : 



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Poesie del Giusti illustrate 



Oggi a pronti contanti 
I cavalieri erranti 

Con tattica profonda 




Nell'arena dell'oro 




A tavola rotonda 
Combattono tra loro, 
Strappandosi co' denti 
Il pane delle genti (4). 



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Toesie del Giusti illustrate 



491 



Sì, sì, pensiamo al cuoio, 




E la gotta a' soldati. 
Cannone e filatoio 
Si sono affratellati ; 
È frutto di stagione 
Polvere di cotone. 



Di guerresco utensile 
Gli arsenali e le ròcche 
Ridondano : il fucile 
Sbadiglia a dieci bocche 
De' soldati alle spalle, 
Affamato di palle. 



Né mai tanto apparato 
D'armi crebbe congiunto 
A umor sì moderato 
Di non provarle punto. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Dormi Europa, sicura : 
Più armi e più paura (5). 

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E gli eroi macellari 
Cedano alle stoccate 
Degli eroi milionari : 
La spada è un'arme stanca, 
Scanna meglio la banca (6). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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493 



Bollatevi tra voi, 
Re, ministri e tribune ; 
Gridate all'armi ; e poi 




Desinando in comune, 
Gran proteste di stima, 
E amici più di prima. 

La pace del quattrino 
Ci valga onore e gloria 
Guerra di tavolino 
Facilita la storia. 
Oh che nobili annali, 
Protocolli e cambiali ! 

Hanno tanto gridato 
Sulla tratta de' Negri ! 
Eppure era mercato ! 
Tedeschi, state allegri : 
Finché la guerra tace, 
Ci succhierete in pace. 



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494 



Toesie del Giusti illustrate 




Ma che è questo scoppio 
Che introna la marina ? 
Nulla : un carico d'oppio 
Da vendersi alla China ; 
È una fregata inglese 
Che l'annunzia al paese (7). 

Qui, l'oppio capovolta 
Dritti e filantropie ! 
Ma i barbari una volta, 
Oggi le mercanzie 
Migran da luogo a luogo, 
Bisognose di sfogo. 

Strumento di conquista 
Fu già la guerra ; adesso 
È affar da computista : 
Vedete che progresso ! 
Pace a tutta la terra : 
A chi non compra, guerra ! 



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Toesie del Giusti illustrate 495 



ANNOTAZIONI 



(consiglio ad un consigliere). 
(i) Vi erano nel granducato più specie di consiglieri, ma i più eminenti erano i consiglieri di Stato, 
o ministri, e quelli della Consulta. Qui si vede chiaro che il Poeta parla ad un consigliere di Stato. 

(2) Gli impiegati, generalmente, volendo nominare il granduca, lo designavano col nome di Padrone. 

(3) Scarpa, è il freno che si usa pei veicoli quando si percorrono le discese. 

(4) Qui l'autore ammette il progresso fatale o provvidenziale che sia di ogni cosa, di_ ogni 
umana istituzione e filosoficamente fa conoscere che chi segue l'andazzo ragionevole dei tempi dol- 
cemente ne è condotto e chi vi si oppone ne è travolto. Volentem ducunt, trahunt nolentem, phata. 



È una massima del resto antichissima. 



Tra i re del paese 
Qualcuno 1" intese. 



Con quall'acume profetico che la natura dà a quei sublimi e privilegiati ingegni che si alzano a 
volo nelle somme regioni poetiche, il Giusti vaticinò la somma gloria di Vittorio Emanuele che co- 
nobbe i suoi tempi, e consultato il cuore ottimo e 1' intelletto positivo e castigato, si diede in braccio 
al progresso e al suo popolo. Ei fu profeta e grande divinatore degli umani eventi molti anni avanti 
del 1857, quando Napoleone III, fidando nelle sue arti politiche, convitava a lauto banchetto m 
Parigi quasi tutti i sovrani di Europa : Vittorio Emanuele siede sopra il trono di una grande na- 
zione, Napoleone III fu balzato dal trono e morì in terra straniera ! Qaal lezione ! 

(istruzioni ad un emissario). 

(1) Probabilmente l'emissario si doveva partire da Vienna. In quei tempi dalla Francia ci 
veniva la libertà o almeno le fanj 'aronate liberalesche e la Prussia e la Russia per noi non esisterono. 
L' Inghilterra ci dava le lettere di Gladstone, vere mitragliatrici del Borbone di Napoli, e dopo 
il 1808 reazionaria quella nazione e infesta all' Italia non fu mai. Oggi tutto è mutato. L' Inghilterra 
come la Francia ci invia vescovi faziosi e sillabimi, pellegrini e pellegrine a josa e decurioni e 
centurioni deh' infallibilità papale. Nei tempi nei quali visse il Giusti questa porcheria^ medievale 
non scendeva le Alpi. Oggi, le scende, beve e mangia, tripudia, si fa vedere per le vie e per le 
piazze e ci porta acqua di Lourdes e santi nuovi, cuori di scarlatto e immagini della beata Alacoque. 
Però il diavolo non è brutto come si dipinge, avvegnaché i pellegrini lasciano molto denaro in 
Italia, vi comprano molti oggetti sacri e profani di prezzo elevato, si trattano bene maschi e fem- 
mine ; a serque, se la scarrozzano da mattina a sera, vedono Roma e il prigioniero con un pò di 
paglia, e lieti, contenti, rubicondi se ne tornano ai loro remoti paesi. Sono crociate all'uso moderno, 
a prezzi ridotti e a sacrifizi microscopici. . . 

(2) La pittura dell'emissario è presa al naturale. L' Italia conta nella sua recente stona molti 
di questi bipedi infami venuti qua ad accalappiare i gonzi ed anche i sinceri amatori della patria 
e della libertà. Avulso uno, alter non deficit. Appena qualcuno se ne scopriva, altri ne apparivano, 
e ad ogni apparizione di un emissario, che la trinciava da principe, conte o marchese, le carceri 
di Lombardia, di Modena e del Napoletano si riempivano di inquisiti per delitti di Stato, o la forca, 
la ghigliottina, le palle funzionavano iniquamente. Mi rammento che trovandomi studente in 
Parma nel 1832, venne colà un sedicente liberalone ed alto personaggio da Modena, speditovi segre- 
tamente da Francesco IV, e convocò tutti i patriotti della città ad un pranzo. Erano giovani prodi, 
ma incauti ed entusiasti già compromessi nei modi del 183 1. Pochi giorni dopo l'emissario spari 
e quegli ingenui patriotti furono tutti quanti carcerati. È vero altresì che dopo due mesi anche il 
goriziano commissario Sartorius, fautore della trappola, fu stilettato come avvenre di Besim a 
Modena e nel 1848 dell' Anviti nelT istessa città di Parma. 

Vuoisi che nelT istesso anno noi toscani avessimo pure un emissario austriaco, il quale sfug- 
gendo all'occhio linceo del Guerrazzi, fu da questi nominato comandante delle guardie municipali. 
Io pure conobbi per debito di ufficio, come questore della Costituente, il Solerà, ma tanto mi parve 
liberale, modesto e onesto gentiluomo, che rimasi di sasso al saperlo ritornato in Firenze con la 
truppa austriaca in divisa di ufficiale. . 

(3) Accortissimo il consiglio di non far la vittima e il fargli dire che non gli si torse un capello. 

(4) Spronate, aizzate la plebe che fa cose da orbi. Infame, ma utile consiglio per chi vuol pe- 
scare nel torbido e iniziare una nuova notte. Buffo di vento è la plebe che ti eleva o ti abbassa 
a suo beneplacito. Dall'Osanna al Crucifigge breve fu mai sempre il cammino, e male accorto e chi 
su di essa si fida e se ne fa piedistallo. 

(5) Anche l'evocare il fantasma del comunismo è moUa potente per chi specula onde ritrarre 
a servitù i popoli e distruggere gl'istinti di libertà. " 

Brevemente tutte le inique arti della vecchia Polizia dei Napoleomdi, come della Casa d Austria 
e dei Borboni in questa satira sono finamente delineate e coll'aculeo della più fina ironia stigma- 
tizzate C è verità in tutto. C'era opportunità quando venne alla luce e vi era santo amore dei- 



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l'umanità e scudo per i giovani troppo modesti e troppo creduli. Questa dell' immortale Giusti 
non fu soltanto una bella poesia, ma un'utile e generosa azione. 

(la guerra). 

(i) Questo scherzo punge i predicatori della pace a ogni costo, anche a prezzo delle più ver- 
gognose bassezze ; i quah poi, se capita il destro di guadagnare, danno un calcio ai loro sistemi 
e rovesciano il mondo. 

(2) Non vi ha dubbio che la guerra, presa in un senso ben diverso dallo scherzo del nostro 
autore e tal flagello che ripugna alla coscienza, come alla fredda ragione dell'uomo, e ai dettami 
della religione di Cristo Ma pur troppo la guerra è nell'universa natura, ove non vi ha creazione 
senza una precedente distruzione e dove vita e morte hanno un identico significato e un mede- 
simo scopo, la conservazione rinnovellata del tutto, e la cooperazione di ogni atomo all'universa 
armonia dei mondi infiniti. 

Come l'atmosfera ha i suoi organi e i suoi venti, il mare le sue tempeste, la terra i suoi ter- 
remoti, cosi 1 umanità va sottoposta alle sempre devastatrici, ma spesso anche appuratici guerre 
JNon si edifica il nuovo senza la distruzione del vetusto e gli uomini son troppo schiavi dei pre- 
giudizi, conservatori e servi delle inveterate abitudini, per rinnovarsi senza la guerra 

Pure la matura civiltà dei tempi deve, se non estinguerla, toglierne in gran parte le cause 
e la lega pacifica degli inglesi capitanati da Britgt e Smith, il congresso degli internazionali che 
vogliono distruggere oggi per ricrear domani, un perenne ordine di pacifica convivenza sociale 
non sono_ che i. preludi di un'era più o meno vicina. Se non che più che alle vacue parole e alle 
sante aspirazioni dei filantropi, più che alle buone intenzioni e ai fatti malvagi degli incendiari, potrebbe 
aversi tede neh arbitrato internazionale, di cui si gettarono le basi nel trattato di Parigi del 181; 6 e cui 
ricorsero le due più forti potenze marittime del mondo, 1' Inghilterra e gli Stati Uniti dell'America. 

Più ancora che dal supremo consiglio d'arbitrato internazionale è a sperarsi dai progressi della 
potenza assoqatrice e assimi'atrice delle industrie, delle scienze e dei commerci. 

Questo sarà il gran miracolo, ma per ora ne siamo ancora molto lontani. Il nuovo proble- 
ma sociale e posto, ma chi sa per quante guerre dovrà passare l'umanità pria di risolverlo. 

(3) Ann, 1 eroe della tavola rotonda, dei paladini e dei Reali di Francia : insomma il rappre- 
sentante mitico dell'antica cavalleria. 

(4) Quando Giusti scriveva questa poesia che sferza acremente i falsi umanitari, la viltà del 
secolo eia bieca rapina dei banchieri e dei giocatori di Borsa, le grandi guerre europee non si erano 
ancora iniziate. r 

Delle eroiche battaglie di Napoleone I non esisteva che una ricordanza viva e sublime se volete 
ma tale da_ impressionare più la mente che il cuore. 

Erasi in vero la Grecia già costituita in dipendenza limitata e avevano tentato la Polonia 
e 1 Italia di sottrarsi al dominio straniero, ma invano. Più fortunate, la Francia, la Spagna e il 
Portogallo avevano dato il Governo ad una più simpatica dinastia e 1' Europa aveva dovuto rico- 
noscere il distacco del Belgio dal regno d'Olanda e la sua costituzione in Stato autonomo. 

Allora correva il tempo delle aspirazioni al governo costituzionale e si iniziavano queUe deUa 
restaurazione delle nazioni civili, la Grecia, 1' Italia e la Polonia. Ma in questo campo si faceva 
ben poco cammino : 1 martiri erano molti, ma gli acquisti pochi. 

Le grandi guerre ricomparvero con Napoleone III dopo che fu eletto imperatore e queste Giu- 
seppe Giusti non le vide. Egli che tanto stigmatizzò la corruzione borghese sotto Luisi Filippo chi 
sa cosa avrebbe detto vedendo la universale corruzione del secondo impero. 

(5) Dormi, Europa, sicura : 

Più armi e più paura. 

È vero : ci sono stati molti anni in cui il lusso delle armate non aveva ragione di essere che 
nel! antica massima : si vis pacem, -para bellum. 

Tutti si armavano perchè vedevano armare gli altri. Non ostante che le bocche di fucili, ripeterò 
la eloquente parabola del Poeta, fossero affamate di palle. 

(6) Scanna meglio la Banca. 

È vero : cominciaronsi a fare le guerre coll'oro, coi capitali, colle industri e chi più ne ebbe 
ottenne più potente risultato. Fu allora che 1' Inghilterra e la Francia poggiarono a quella grandezza 
ed a quell apogeo dal quale dovettero scendere non appena l'oro cede il posto alla spada ed al can- 
none ; e fu appunto l'oro corruttore che prostrò la virilità della Francia e dell' Inghilterra. Chi era 
più povero fu più valente e vinse. 

i' -a i 7 ^ ! 16 immoralità ! avvelenare una nazione per trarne oro e merci ! — tutto sacrificando al- 
I idolo del secolo. — Dalla China dovevano venire proteste di civiltà e sensi di umanità e 1' Inghil- 
terra non doveva vergognarsene. Nazione perduta ! a forza di cannonate volle portare il veleno 
neli impero^ dei Mandarini. Ma per questa via non si va, e Giuseppe Giusti fu profeta, come lo 
turano tutti 1 grandi ispirati poeti di tutte le nazioni, da Geremia a Isaia, a Omero e a Dante 



fin: 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 



IL CONGRESSO DEI BIRRI (,) 




Solamente dirò che l'adunanza 

In tre schiume di birri era distinta. 
Delle Camere d'oggi a somiglianza. 



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Foesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 32. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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499 



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1847 



A scanso di rettorica, ho pensato 

Di non fermarmi a descriver la stanza 
Che in grembo accolse il nobile Senato. 

Solamente dirò che l'adunanza 

In tre schiume di birri era distinta, 
Delle Camere d'oggi a somiglianza. 

A dritta, i birri a cui balena in grinta 

Il sangue puro ; a manca, gli arrabbiati (2); 
Nel centro, i birri di nessuna tinta ; 

Birrùcoli cioè dinoccolati, 

Birri che fanno il birro pur che sia ; 
Bracchi no, ma locuste degli Stati. 

Tagliere corto anco alla dicerìa 
Che fece con un tono da compieta 




Il gran capoccia della sbirreria (3) ; 

Che deplorò giù giù dall'« alla zeta 

E le glorie birresche e i guasti orrendi 
Che porta il tempo come l'acqua cheta 



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500 



Poesie del Giusti illustrate 



E parlò di pericoli tremendi, 

E d'averli chiamati a parlamento (4) 
Per consultarli sul modo ienendi 

Di riparare in tempo al fallimento. 

Dalla manca, oratore 
Di que' birri bestiali, 
Sbucò pien di furore 
Un mangialiberali ; 
E, sgretolando i denti, 
Proruppe in questi accenti : 




Pare impossibile 
Che in un paese, 
Nel quale ammorbano 
Di crimenlese 

Anco gì' ipocriti 
Del nostro Uffìzio, 
Si perda in chiacchiere 
Tempo e giudizio ! 

Quando col mietere 
Di poche teste 
Si può d'un soffio 
Stirpar la peste ; 



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Poesie del Giusti illustrate 



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Perchè, cullandosi, 
Lasciar che cresca 
Questa fungaia 
Liberalesca (5), 

E manomettere, 
Stato e monarca, 
E a suon di ninnoli 
Mandar la barca ? 

Stolto chi reggere 
Pensa un Governo 
Colle buaggini 




D'un far paterno ! 

Riforme, grazie, 
Leggi, perdono, 
Son vanaglorie, 
Pazzie, sul trono. 

Lisciare un popolo 
Che fa il padrone ? 
Supporre in bestie 
Dritto e ragione ? 



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502 



Toesie del Giusti illustrate 



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Lodare un regio 
Senno, corrotto 
Di questa logica 
Da sanculotto ? 

No : nel carnefice 
Vive lo .Stato : 
Ogni politica 
Sa d' impiccato ; 

E un re che a cintola 
Le man si tiene, 
Se casca, al diavolo ! 
Caschi, sta bene. 

Che c'entra il prossimo ? 
Io co' ribelli 




Sono antropofago, 
Non ho fratelli. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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503 



Non dico al principe : 
— Allenta il freno, 
Tentenna, scaldati 
La serpe in seno ; 

E quando il pelago 
Sale in burrasca, 
Affoga e ficcati 
Le leggi in tasca. — 

Io vecchio, io vergine 
D' idee sì torte, 
Colla canaglia 
Vo per le corte. 

Tenerli d'occhio 
(Sia che si sia) 
Impadronirsene, 
Colpirli, e via. 

Ecco la massima 
Spedita e vera : 




Galera e boia, 
Boia e galera. 



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504 



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Poesie del Giusti illustrate 



Disse : e al tenero discorso 

Di quell'orso, — a mino manca 
Ogni panca — si commesse : 
Non si scosse, — non fé' segno 
O di sdegno — o d' ironia 
L'albagia — seduta a dritta ; 
E ste' zitta — la platea. 
Si movea — ■ lenta in quel men tre, 
Giù dal ventre — - della stanza, 
La sembianza — rubiconda 
E bistonda — d'un vicario (6) 
Del salario — • innamorato : 




Che, sbozzato — uno sbadiglio, 
Con un piglio — di maiale 
Sciorinò questa morale : 

Non dico : la mannaia, 

Purché la voglia il tempo, 
Rimette a nuovo un popolo; 
E il resto è un perditempo. 

Ma- quando de' filantropi 
Crebbe la piena, e crebbe 
Questa flemma di codici 
Tuffati nel giulebbe ; 

Quando alla moltitudine, 
Bestia presuntuosa, 
Il caso ha fatto intendere 
Che la testa è qualcosa ; 



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Toesie del Giusti illustrate 



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Darete un fermo al secolo, 




Lì, col boia alla mano ? 
Collega, riformatevi : 
Siete antidiluviano. 

Voi vi pensate d'essere 
A quel tempo beato, 
Quando gridava Italia 
Soltanto il letterato. 

Amico, ora le bàlie 

L' insegnano a' bambini ; 
E quel nome dagli Arcadi 
Passò ne' contadini. 

Sì, le spie s'arrabattano, 
E lo so come voi : 
Ma in fondo, che conclusero 
Dal quattordici in poi ? 

Se allora le degnavano 
Perfino i cavalieri : 
Ora, non ce le vogliono 
Nemmanco i caffettieri. 

I processi, le carceri 
Fan più male che bene : 



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506 



Poesie del Giusti illustrate 



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Un liberale, in carcere, 
C ingrassa, e se ne tiene ; 

E quando esce di gabbia 
Trattato a pasticcini, 
È preso per un martire, 
E noi per assassini (7). 

Gua', spero anch' io che i popoli 
Vadano in perdizione : 
Ma se toccasse ai principi 
A dare il traballone ? 

Colleghi, il tempo brontola : 
E ovunque mi rivolto, 
Vi dico che per aria 
C è del buio, e di molto ! 

Il mondo d'oggi è un diavolo 
Di mondo sì viziato, 
Che mi pare il quissimile 
D'un cavallo sboccato : 

Se lo mandate libero, 
O si ferma o va piano ; 




Più tirate la briglia, 
E più leva la mano. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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507 



Io queste cose, al pubblico, 
Certo non le direi : 
In piazza fo il cannibale ; 
Ma qui, signori miei, 

Qui. dove è presumibile 
Che non sian liberali, 
Un galantuomo è in obbligo 
Di dirle tali e quali. 

Sentite : io per la meglio 
Mi terrei sull' intese ; 
Vedrei che piega pigliano 
Le cose del paese ; 

E poi, senza confondermi 
Né a sinistra né a destra, 
O principe o repubblica, 






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Terrei dalla minestra. 

Il centro acclamò, 
La manca sbuffò ; 



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5° 8 'Poesie del Giusti illustrate 



Un terzo Demostene 
In piede salì, 
Al quale agitandosi 
La dritta annuì. 
Silenzio, silenzio ! 
Udite la parte, 
La parte che sfodera 
Il verbo dell'arte. 



Gli onorandi colleghi, a cui fu dato 
Prima di me d'emettere un parere, 
Non hanno, a senso mio, bene incarnato 
Lo scopo dell'ufficio e l'arti vere, 
Qui non si tratta di salvar lo Stato, 
Di cattivarsi il popolo, o messere, 
D'assicurarsi nella paga un poi ; 
Si tratta d'aver braccio e d'esser noi. 

Io non ho per articoli di fede 

E non rifiuto il sangue e la vendetta : 
Dico, che il forte è di tenersi in piede ; 
Rispetto al come, è il caso che lo detta. 
Senza sistemi, il saggio opera e crede 
Sempre ciò che gli torna e gli diletta : 
Mirare al fine è regola costante ; 
E chi soffre di scrupoli è pedante. 

Ciò che preme impedire è che tra loro 
S' intendano governi e governati : 
Se s' intendono, addio : l'età dell'oro, 
Per noi, tanto, finisce ; e siamo andati. 
Dunque convien raddoppiare il lavoro 
D' intenebrarli tutti, e d'ambo i lati 
Dare alle cose una certa apparenza 
Da tenerli in sospetto e in diffidenza. 

Noi non siam qui per prevenire il male : 
Giusto ! va' là, sarebbe un bel mestiere ! 
La così detta pubblica morale 
Anzi è l' inciampo che ci dà pensiere. 
Il vegliare alla quiete universale 
E un reggere a' poltroni il candeliere ; 
Quando uno Stato è sano e in armonia, 
Che figura ci fa la Polizia ? (8) 



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Toesie del Giusti illustrate 



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509 



Se cesseranno i moti rivoltosi, 

Se scemeranno i tremiti al Governo, 

Nel pubblico ristagno inoperosi 

Dormirete nel fango un sonno eterno. 

Popoli in furia e principi gelosi 

Son del nostro edilìzio il doppio perno. 

Perchè giri la ruota e giri bene, 

Che la mandi il disordine conviene. 

Tempo già fu, lo dico a malincuore, 
Che di Giustizia noi bassi strumenti, 
Addosso al ladro, addosso al malfattore, 
Miseri cani, esercitammo i denti : 
Ma poi che i re ci presero in favore 
E ci fecer ministri e confidenti, 
Noi, di servi de' servi, in tre bocconi" 




Eccoci qui padroni de' padroni. 

Dividete e regnate.... — A questo punto 
Suonò d'evviva la piazza vicina 
Al principe col popol ricongiunto, 
All' Italia e alla Guardia cittadina. 
Fecero a un tratto un muso di defunto 
Tutti, nel centro, a dritta ed a mancina 
E morì sulle labbra accidentato 
Il genio di quel birro illuminato. 



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Poesie del Giusti illustrale 



Coatro un letterato pettegolo e copista 



1845. 



O chiarissimo ciuco, 
O cranio parassito (1) 
All'erudita greppia incarognito, 
Tu del cervello eunuco 
All'anime bennate 
Palesi la virtù colle pedate. 




Somigli uno scattai e, 

Di libri un tempo idropico e digiuno, 
Grave di tutti, inteso di nessuno ; 
O meglio, un arsenale, 

Ove il sapere, in preda alle tignole, 
Non serba altro di sé che le parole. 

Poiché sfacciatamente 
Copri de' panni altrui l'anima nuda, 
Scimmia di forti ingegni e Zoilo e Giuda ; 
Smetti, o zucca impotente, 
Di prenderti altra briga ; 
Strascica l'estro sulla falsariga. 



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Toesie' del Giusti illustrate 



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Una levata di cappello involontaria 



1845. 



Rise Emilio (i), perchè nella funesta 
Casa dei folli un dì con esso entrando, 
Confusolo spettacol miserando, 

Scoprii la testa. 




Oh ! s'ei dovesse a chi non ha cervello 
Passar dinanzi dei villani al modo, 
Tener potrebbe in capo con un chiodo 
Fisso il cappello. 

Onorar la sventura è mio costume, 
E senza farisaica vernice 
Nei casi meditar dell' infelice 

La man di un nume. 

Accanto a illustre mentecatto, avvezzo 
Al salutar d'un popolo di schiavi, 
Accanto ai pazzi che la fan da savi 

Passo e disprezzo (2). 



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512 Poesie del Giusti illustrate 

ANNOTAZIONI 

(il congresso de' birri). 

(1) Quando nel 1847 l'autore scrisse questa meravigliosa creazione del suo genio possente, i 
tempi ingrossavano. Da un anno Pio IX sedeva sulla cattedra di S. Pietro con a lato i cardinali Gizzi 
e Micara libéralissimi ; Carlo Alberto si disponeva ad abbandonare i gesuiti, e il reame di Napoli 
bolliva per impeti generosi. Leopoldo II, tentennando fra il sì e il no, aveva veduto che non potendosi 
incarcerare tutti i liberali del granducato, di cui fu portata la lunga nota nel Consiglio dei ministri 
e dal figlio del consiglier Cempini copiata e resa nota a Pisa al prof. Montanelli (nella qual nota eravi 
pure il mio nome), pensò fare di necessità virtù e concesse prima la Consulta di Stato, poi la libertà 
della stampa e quindi la Guardia civica. Ignorasi se Leopoldo in allora fosse di buona fede, si sa 
soltanto che due anni dopo dal Governo austriaco fu solennemente redarguito e punito e che di 
molti dei suoi beni di Boemia fu da quello spogliato. L'apostasia avvenne a Gaeta, siccome quella 
di Pio IX, spintivi dall' ipocrita Tiberio di Napoli. Nel 1847 il Congresso dei birri se non ebbe luogo, 
come io ritengo, aveva ragione di essere. Sono oggimai morti molti di coloro che potevano prendervi 
parte attiva. Però ragion vuole che si dica che né i ministri Paver, Hamburg, Cempini, né Baldasseroni 
e Bologna, erano di tal tempra. Ciantelli in quel tempo da molti anni era stato remosso dalla presi- 
denza del Buon Governo. Il Landucci con pochi commissari di Governo e vicari regii vi avrebbe figurato. 

Il birro spicciolo coi suoi pantaloni e casacca di velluto, gli orecchini a cerchio, il grosso e nodoso 
bastone, erano esseri, quanto abbietti, innocui. Lo stesso celebre bargello Paolini ed il Bandelloni 
non avevano l'anima prava e feroce. Il marcio stava nei vicari, commissari e auditori di Governo, 
la magistratura avendola rupulita dai rococò, dai Maniscalco e Pacifico, il valentissimo presidente 
Puccini. Il Nervini, esimio poeta latino, il Bicchierai se erano di idee retrivamente avventate, non usci- 
rono mai dalla legge, né incrudelirono mai. Ma già, questa nostra dolce Etruria non è terreno da 
Pasqualoni, Canosa, Merenda, Salvotti, Bolza ed altri carnefici di Confalonieri e Silvio Pellico. Qui 
la terra molle e dilettosa, simili a sé gli abitatori, produsse una piccola effervescenza popolare nel 
1848, quando il ministro Ridolfi abolì la vecchia Polizia senza sostituirvi la nuova e ci fu anche 
qualche vittima. Anche nel 1849 si ripeterono le scene poco edificanti del '48 contro gli agenti poli- 
zieschi ; ma fu un uragano di poche ore che investì più dei poliziotti le spie arreggimentate di 
cui si trovarono le note. 

(2) Grinta, viso arcigno, duro e poco prevenente. 

(3) Il gran capoccia dei birri, ossia il presidente del Buon Governo. 

(4) Chiamati a parlamento, bellissima e pura locuzione ; oggi si direbbe con linguaggio improprio 
chiamati a consiglio. 

(5) Fungaia liberalesca. £ nel carattere dei birri Torquemada e Maniscalco di denigrare la gio- 
ventù pensante. Fungaia per sopravegetazione venefica è espressione che corre bene : così l'altra : 
ogni politica sa d' impiccato, e l'altra infine di galera e boia, boia e galera. 

(6) Erano avanti il 1848 i vicari regii ciò che ora sono i pretori, gente amica delle carceri e 
delle gravi pane, ma non del boia, nemica a libertà politiche, ma non al tripudio multigenere e 
alla bonne e bére. Quindi odiava i codici tuffati nel giulebbe. 

(7) E inutile, l'opinione pubblica va valutata, e il bravo vicario non la trascurava veggendo 
che non era più tempo da spie alte e basse, né da esilii e carceri che facevano i martiri anche se trat- 
tati a pasticcini. Quindi logico per eccellenza barcamenandosi propone di tenerla dalla minestra, 
cioè da chi vince. 

(8) Che figura ci fa la Polizia ? L'allocuzione di questo birro è tale che svela l'intimo magistero 
di ogni Polizia, non intenta che ad impedire ogni fiducia e legame fra sovrano e popolo. Ed invero 
il regno dei birri non può coesistere con quello dell'armonia regia e popolare e del regno della libertà. 
La pittura è al naturale, fotografata direi tutta alla La Bruyère. Al birro abbisognano popoli in 
furia e principi gelosi. 

(contro un letterato pettegolo e copista). 

(i) O cranio parassito 

All'erudita greppia incarognito. 
Tu del cervello eunuco. 

Questi versi, per la c^rar^satirica, valgono tant'oro. Non una parola di più, non una di meno — 
concisi, stringenti, incisivi — così dicasi di quell'altro verso : 

Di libri a un tempo idropico e digiuno. 
E le scultorie frasi di zucca impotente che si strascica l'estro sulla falsariga sono improntate di genio 
poetico e di classica satira, che si riporta a Orazio, M-irziale e Manzini. 

(una levata di cappello involontaria). 

(1) Emilio, si aggiunga Frullani. 

(2) Qui ritrovo una specie di calembour che non mi appaga pienamente e non mi pare chiara- 
mente spiegato il concetto di quest'epigramma. Chi ben cerca però vi trova lo sdegno per quelle 
boriose e grulle nullità che la predicano da savi e vogliono sembrar persone, non che una pietà gentile 
per gl'infelici che perdettero il senno. Ma, ripeto, il concetto è oscuro e la satira non è delle più felici. 

Sitt , — mi 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 




Misero ! a diciott'anni 
Si sdraia nel dolore 
D'aerei disinganni, 
E atteggia al malumore 
Il labbro adolescente 
Che pipa eternamente. 



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Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 33. 



4)11 : 



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Poesie del Giusti illustrate 



IL GIOVINETTO 



1845. 



Misero ! a diciott'anni (i) 
Si sdraia nel dolore 
D'aerei disinganni, 
E atteggia al mal umore 
Il labbro adolescente 
Che pipa eternamente. 

Beccando un po' di tutto 
Ossia nulla di nulla, 
Col capolino asciutto 
Si sventola e si culla 
In un presuntuoso 
Ozio, senza riposo. 

Pallida capelluta 
Parodia d'Assalonne, 



515 




Circuendo alla muta 
Geroglifiche donne, 
Almanacca sul serio 
Un pudico adulterio. 



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516 



Toesie del Giusti illustrate 



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E mentre avido bee 
L' insipido veleno 
Delle Penelopèe, 




Che si smezzano in seno 

Il pudore, l'amore, 

Il ganzo e il confessore ; 

Petrarca da commedia, 
Eunuco insatirito (2), 
Frignando per inedia 
Elegiaco vagito, 
Rimeggia il tu per tu 
Tra il Vizio e la Virtù. 

Convulso, semivivo, 
Sfiaccolato, cascante ; 
Amico putativo, 
E putativo amante ; 
Annebbiando il cipiglio 
Tra 1' inno e lo sbadiglio ; 

In asmatiche scede 

Di Dio cincischia il nome : 
Ma il lume della fede 
In lui scoppietta, come 
Lucignolo bagnato, 
Cristianello annacquato. 



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"Poesie del Giusti illustrate 



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517 



Canta 1' Italia, i lumi, 
Il popolo, il progresso, 
Già già rettoricumi 
Per gli Arcadi d'adesso : 
Tuffato in cene e in balli, 




Martire in guanti gialli. 

Per abbuiar la monca 
Vanità della mente, 
Geme dell'ala tronca 
A W ingegno crescente ; 
Di dottarelli in erba 
Querimonia superba. 

Si paragona al fiore 

Che innanzi tempo cade, 
A cui manca il tepore 
E le molli rugiade ; 
E non ha cuor né senno 
Di dir : mi sento menno. 



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Poesie del Giusti illustrate 



Ricco dell'avvenire, 
Casca sull'orme prime ; 
Balbetta di morire.... 
E di che ? di lattime ? 
O anima leggera 
Sfiorita in primavera, 

Spossate ambizioni, 
Scomposti desidèri, 
Mole, aborti, embrioni 
Di stuprati pensieri, 
E un correre alla matta 
Col cervello a ciabatta, 

In torbida anarchia 
Ti tengono impedita. 
Per troppa bramosìa 
D'affollarti alla vita, 




T'arrabatti nel limbo, 
Paralitico bimbo. 



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Toesie del Giusti illustrate 



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5*9 



A LEOPOLDO SECONDO 



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1847. 



Signor, sospeso il pungolo severo, 
A te parla la Musa alta e sicura, 
La Musa onde ti venne in prò del vero 
Acre puntura (2). 




Libero prence, a gloriosa mèta 

Vòlto col popol suo dal cammin vecchio (3), 
Con nuovo esempio a libero poeta 
Porga l'orecchio. 

Taccian l'accuse e l'ombre del passato, 
Di scambievoli orgogli acerbi frutti : 
Tutti un duro letargo ha travagliato, 
Errammo tutti (4). 

Oggi in più degna gara a tutti giova 
Cessar miseri dubbi e detti amari, 
Al fiero incarco della vita nuova 
Nuovi del pari. 



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520 



Toesie del Giusti illustrate 



Se al popolo non rechi impedimento 
L'abito molle, la dormita pace, 
La facil sapienza, il braccio lento, 

La lingua audace (5) ; 

Se non turbino il re larve bugiarde, 
Vuote superbie, ambizioni oscure, 
Frodi, minacce, ambagi, ire codarde, 
Stolte paure ; 

Piega popolo e re le mansuete 

Voglie a concordia con aperto riso ; 
E il lungo ordir della medicea rete 
Ecco è reciso (6). 




Che se dell'avo industrioso istinto, 
Strigato il laccio che vita ci spense, 
Nostra virtù da cieco laberinto 

Parte rendense (7), 

Tardi d'astuta signoria lasciva 
La radice mortifera si schianta : 
Serpe a guisa di rovo, e usanza avviva 
La mala pianta (8). 



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Poesie del Giusti illustrate 



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521 



Ma vedi come nella mente eterna 
Tempo corregge ogni cosa mortale : 
Nasce dal male il ben con vece alterna, 
Dal bene il male : 

» 

Né questo è cerchio come il volgo crede, 
Che salga e scenda e sé in sé rigire ; 
È turbine che al ver sempre procede 
Con alte spire. 

Nocque licenza a libertà ; si franse 
Per troppa tesa l'arco a tirannia ; 
E l'una e l'altra fu percossa, e pianse 
L'errata via (9). 

Dalla nordica illuvie Italia emerse 

Ricca e discorde di possanza e darte : 
Calò di nuovo il nembo, e la sommerse 
Di parte in parte. 

Or, come volge calamita al polo, 




Volta alla luce che per lei raggiorna, 
Compresa d'un amor, d'un voler solo, 
Una ritorna (io). 

Scosso e ravvisto del comune inganno 
Che avvolse Europa in tenebroso arcano, 
Lei risaluta il Franco e l'Alemanno, 

L'Anglo e 1' Ispano (11) ; 



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522 Poesie del Giusti illustrate 



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E un agitarsi, un franger di ritorte, 
Una voce dal ciel per tutto udita 
Che riscuote i sepolcri e dalla morte 
Desta la vita. 

E in te speranza alla toscana gente 
Del quinto Carlo dagli eredi uscio : 
Rinasce il giglio che stirpò Clemente, 
Diletto a Pio (12). 

Al culto antico di quel santo stelo (13) 
Della libera Italia ultimo seme, 
Di re dovere e cittadino zelo 

Muovano insieme. 

Già da Firenze il fior desiderato 
Andò, simbol di pace e di riscatto, 
Di terra in terra accolto e ricambiato 
Nel di del patto (14). 

Che ogni altro patto vincerà d'assai 
Mille volte giurato e mille infranto. 
Signor, pensa quel dì ! versasti mai 
Più dolce pianto ? 

E noi piangemmo, e lacrime d'amore 
Padre si ricambiar, figli e fratelli : 
Quel pianto che finì tanto dolore 
Nessun cancelli 

Ed or che a noi per nuovo atto immortale 
La tua benignità si disasconde, 
E n'avesti dal Serchio al crin regale 
Debita fronde, 

La gioia austera de' cresciuti onori 
Cresca conforto a te nell'ardua via ; 
Tra gente e gente di novelli amori 
Cresca armonia. 

Al secolo miglior, de' tuoi figlioli 
Sorga e de' nostri nobile primizie, 
E di gemma più cara orni e consoli 
La tua canizie. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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523 



AL MEDICO 



CARLO GHINOZZI 

contro l'abuso dell'etere solforico 



(0 



1847. 




Ghinozzi, or che la gente 
Si sciupa umanamente, 
E alla morbida razza 
Solletica il groppone 
Filantropica mazza 
Fasciata di cotone (2) ; 

Lodi tu che il dolore, 
Severo educatore, 
C impaurisca tanto ? 
Che l'uom, già sonnolento, 
Dorma perfin del pianto 
All'alto insegnamento ? 



-Siu- 



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5 2 4 Poesie del Giusti illustrate 



Gioia e salute scende 

Dal pianto, a chi 1' intende 
Né solo il bambinello 
Per le lacrime fuori 
Riversa dal cervello 
I mal concetti umori (3). 



A chi se stesso apprezza 
Chiedi, se in vile ebbrezza 
Cercò rifugio a' guai, 
Se sofisma di scuola 
Gli valse il dolce mai 
D'una lacrima sola ! 



Liberamente il forte 
Apre al dolor le porte 
Del cor, come all'amico ; 
E a consultar s'avvezza 
Il consigliero antico 
D'ogni umana grandezza. 



Ma a gente incarognita (4) 
I mali della vita 
Sentono di barbarie : 
È bel trovato d'ora 
Accarezzar la carie 
Che l'osso ci divora. 



Se dal vietato pomo 

Venne la morte all'uomo 
Oggi è medicinale 
All'umana semenza, 
Cotto dallo speziale, 
L'albero della scienza (5). 



Su, la fronte solleva, 
Povera figlia d' Eva : 
Lo sdegno del Signore 
Il fisico ti placa, 
E tu senza dolore 
Partorirai briaca (6). 



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m. 



Toesie del Giusti illustrate 525 



Chiudi, chiudi le ciglia, 
E sogna una quadriglia ; 
Che importa saper come 
Del partorir le doglie 
Ti fan più caro il nome 
E di madre e di moglie ? 



Bello, in prò del soffrente 
Corpo annebbiar la mente 
E quasi inutil cosa, 
Nella mortale argilla 
Sopire inoperosa 
La divina scintilla ! (7). 



Ma, dall'atto vitale. 
La parte spiritale 
Rimarrà, senza danno 
Nello spasimo, assente . 
Forse i chimici sanno 
Dell'esser la sorgente ? 



Sanno come si volve 
Nell'animata polve 
La sostanza dell' Io ? 
E la vita e la morte, 
Segreti alti d' Iddio (8), 
Soggiacciono alle storte ? 



Amico, io non m' impenno (9), 
Poeta inquisitore, 
Se benefico senno, 
Guidato dall'amore, 
Rimuove utili veri 
Dall'ombra de' misteri ; 



Sol dell'Arte ho paura, 
Quando orgogliosa in toga 
La sapiente Natura 
D'addottorar s'arroga, 
E l'animo divelle 
Per adular la pelle. 



iti; 



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526 



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Poesie del Giusti illustrate 



I GRILLI 



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1845. 

Del nostro Stivale 
Ai poveri nani 
Quel solito male 
Dei grilli romani 
In oggi daccapo 
Fa perdere il capo. 

È vario il rumore, 
Chi predica l' ira, 
Chi raglia d'amore ; 
Ma, gira e rigira, 
Rivogliono in fondo 
L' impero del mondo. 

Nel nobile guitto, 

Che senza un quattrino 
Ostenta il diritto 
D'andar al Casino, 
Vi trovo in idea, 
Bastardi d' Enea. 




Non tanta grandezza, 
O seme d'eroi 
Tenuto a cavezza : 
Ritorna, se puoi, 
Padrone di te, 
O Popolo-Re. 



Ib: 



-iiis 



Poesie del Giusti illustrate 5 2 7 



ANNOTAZIONI 



(il giovinetto). 



(i) Misero ! Viva Dio, va dismettendosi un cotal poco in Italia quella imbecillita di mente e 
asinità di cuore e quella muffa e leccatura romantica (specie di nuova Arcadia belante e sospirante) 
che faceva empio strazio dei nostri giovinetti imberbi. A quattordici anni ognuno che avesse letto 
Bvron Foscolo, Goethe, credeva essere un Jacopo Ortis, un Werther ed un Corsaro Pirata o Arnold 
e non vagheggiava che il suicidio, affettando affanni aerei e tedio della vita che non avevano ancora 
assaggiata e disgusto di tutte le cose amate e divine. Eia una putrida ignavia, una pigrizia travestita, 
ignobile vigliacca e indecorosa, un pinzocolismo di nuovo genere da fare pendant a quello delle ter- 
ziarie di san Francesco. Si amava di non far nulla e quel che è peggio si tentava di giustificare 1 inazione. 

I nuovi tempi e il bisognino oggi hanno guarito molti giovinetti da una simile vesania, o mono- 
mania ed oggi di siffatti grulli resta poco più che il seme. _ _ 

(2) Magnifica è la fotografia morale, intellettuale e fisica di questi eunuchi insatinti, che vanno 
frignando, cioè piagnucolando, elegiaco vagito. Sono qui fotografati a colpo e con mano maestra 1 
così detti Lyons, Dandy, Vagheggini, Paini, Florindi, Damerini e simili. Fra il pudore e 1 amore il 
vizio e il confessore si smezzano e si squartano, se vi si aggiunge il mezzano, il grullo, il convulso, 
semivivo, l'arfasato e l'amico putativo e il putativo amante. Queste frasi di amante sfiaccolato e pu- 
tativo sono superbe per un'allegoria facile a comprendersi. Le donne amano la forza anche morale 
od intellettuale, ma non le larve mucillaginose dei Don Giovanni in disponibilità, mole, abor.i, embrioni 
uccisi dal lattime, di stuprati pensieri col cervello a ciabatta (ricalcagmto), paralitici bimbi che si 
arrabattano, cioè si volgono e rivolgono nel Limbo. Questi sono ritratti veri e reali dei nostri palliai 
romantici e sfiniti sentimentali nati al parassitismo domestico e sociale. ..,.., 1 

Questa veemente ed inspirata satira concisa, quanto incisiva, è inimitabile, e ci manifesta quale 
era la tristezza e lo sdegno del Poeta per questi aborti e deturpatori dell'unum genere. Un protondo 
sdegno la dettò, colse nel segno e ne sia lode all'autore. 

(A LEOPOLDO II). 

(1) Anche questa non satira, ma giaculatoria, fu scritta verso la fine del 1847 ugualmente che 
il Congresso dei birri. Nel 12 settembre di detto anno Leopoldo II fu siffattamente festeggiato nella 
capitale per la concessione della Guardia Civica che mai Firenze vide festa popolare e tripudio uni- 
versale cotanto splendido. Furono 64 le bande musicali che si raccolsero m Firenze giuntevi con turbe 
di popolani da tutte le città e le terre della Toscana. Livorno nell' 8 di detto mese aveva esternata 
la sua gioia in modo solenne, inusitato, splendidamente entusiasta ; ma Firenze di gran lunga la 
vinse. Erano quei tempi di un giovane e bollente entusiasmo che una popolazione non sente due volte. 
Era il risveglio dal sonno di tanti secoli dell'Italia, alma Parens. _ 

La concordia compiuta, assoluta, universale, e l'amore avevano etenzzato tutu gì Italiani. L odio 
i rancori, le gelosie, le diffidenze, le gare municipali, tutto tacque se non si estinse. 

Da quellWa Giuseppe Giusti vedendo prossimi a compirsi i tempi da lui vaticinati e veggendo 
starsi amorosi nello stesso nido le colombe e le serpi ; e pensando si fossero 1 preti, auspice Pio IX, 
riconciliati colla civiltà e colla libertà della patria, e i sovrani spinti dalla pohtica bufera, riconciliati 
coi loro popoli, fu esso pure compreso di fede e di ammirazione, credette al miracolo della conversione 
del papa e di Leopoldo IL Ed ecco l'origine ed il movente dei versi che andiamo commentando. 

(2) Non vi ha dubbio che sebbene col morso di pecora fosse più volte punto e morso dalle satire 
dell'Autore, il granduca Leopoldo fino al 1849 non fu né crudele, né pravo né nemico del suo popolo. 
Alzatosi il sipario ed incominciando l'epopèe della risurrezione italiana, il Giusti mtuona al principe 

l' inno di pace e 1' Esodo. , 

(3) A libero poeta porga V orecchio libero prence. Ma ecco qua il guaio Giusti era Ubero poeta, ma 
Leopoldo II non era libero prence. Allora però lo si credette, e più quando nell'aprile il Parlamento 
Leopoldo disse esser nato a Pisa ed esser esso pure italiano._ % 

(4) Errammo tutti. Eh, ammesso il letargo, l'errore era giustificabile, perche nelktargo non s 
hanno che sconnessi sogni. Qu : il Poeta assolve a nome dell' Italia 1 peccati del principe^ quelli del 
popol suo. Osanna e pace agli uomini di buona volontà e si faccia nuovo cammino insieme. 

(5) Meno chiacchiere e più fatti. 



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5 2 8 Tocsie del Giusti illustrate 



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(6) Ruiso l'ordine della medicea rete assonnatrice e splendidamente corruttrice. 

(7) Allude alle riforme civili, industriali e commerciali ultroneamente operate da Leopoldo I 
d' imperitura memoria, vero precursore di novelli tempi, sino al punto di voler largire lo Statuto ai 
suoi popoli. 

(8) Si volge al principe onde cooperi a togliere il marciume, lasciato nel paese dalla medicea si- 
gnoria astuta e lasciva, e chiama in soccorso l'opera efficace del tempo. 

(9) L'alternazione dei popoli leggieri è dalla dittatura all'anarchia, l'una e l'altra a lor volta svelte 
dagli errori e dai falsi passi, divorate cioè dai loro stessi tccessi. 

(io) Qui esprime il concetto antico dell'unità della patria e dell'aglomeramento delle civerse 
Provincie italiane, ciò che appunto non poteva piacere ad un granduca di razza austriaca, benché 
ci sia stato un momento che i fuorusciti romagnoli avessero pensato di farne un re d' Italia, qual 
come tanti altri lo sperarono, e lo sperò Francesco IV duca di Modena. 

(11) In questa strofa vi è cacofonia nella rima, mail concetto, se non è chiaramente espresso 
però si comprende. 

(12) Qui la mia mente non arriva. Comprendo che Carlo V distrusse la repubblica, il giglio di 
Firenze ; ma non comprendo come Clemente sia diletto a Pio se non fosse per la guerra bandita agli 
imperiali, e non comprendo che si parli ad un principe assoluto delle ripristmazione della Repub- 
blica fiorentina 

(13) Ribatte col culto antico di quel santo stelo. 

(14) 77 dì del patto. Pare alluda alle feste cittadine che ebbero luogo in tutta Toscana e alla festa 
etrusca del 12 settembre di cui già dicemmo, e alle feste fatte al granduca in Lucca,, quando ne prese 
possesso. 

(AL MEDICO CARLO GHINOZZl) 

(1) Il prof. Ghinozzi era quel valente clinico dell'Istituto di perfezionamento di Firenze che 
tutti sanno ed altamente stimarono. 

(2) Con alto filosofico concetto qui il Poeta stigmatizza la moderna scuola umanitaria in ciò 
che ha di più ricercato sibaritismo, bene avvisando che il dolore fisico è fattore di avvertimenti igie- 
nici e il morale sprone a virtù ed incitamento a grandi opere. 

(3) Certamente le lacrime sono una crisi in molte affezioni nervose e così intendesi pei dissesti 
irritativi del mobilissimo sistema nervoso dei bambini. Il pianto in essi, in tutti noi è restauratore 
dell'equilibrio ètereo-nervoso, o elettn>magnetico animale. 

(+) 

Ma a gente incarognita 
I mali della vita 
Sentono di barbarie : 
è verissimo ; però non vuoisi dire che i dolori fisici e le sofferenze e ambascie morali (che logorano 
e spesso spengono la vita) debbono andarsi a cercare. Tale però non fu il concetto del Monsumma- 
nese, che alluse più che altro al bisogno di una meno molle, vellutata e voluttuosa educazione per la 
gioventù italiana, da ritemprarsi colla fatica degli esercizi e delle privazioni, a modo dell'antichità 
greca e romana. 

(5) Qui si commenta il dettato volgare che il medico pietoso fa la piaga puzzolente. 

(6) È infatti coll'uterizzazione che la donna anestasiata, che il Giusti dice briaca, può sgravarsi 
senza dolore, almeno avvertito. Resta a vedere se ciò sia un bene per il rego'are andamento del puer- 
perio, e su questo ho gravi dubbi. 

(7) Veramente non è l' intelletto, ma la coscienza che dirò fisica che risente il dolore, siccome 
la coscienza morale sente il rimorso. 

(8) No, i segreti della vita e della morte non soggiacciono alle storte. Ben detto. 

Magnifica e sublime è la finale di questa satira, alludendo alla boriosa scienza che pretende addot- 
torare la natura e disvellendo l'anima, adulare la pelle : metafora e realtà ad un tempo se si pensa 
all'uso endermico dell'etere e del cloroformio. 

(9) Le due ultime strofe, il poeta si scusa di averle capovolte. 

(1 grilli). , 

(1) Qui il Poeta non fu Profeta. Egli credette al risorgimento d' Italia e con uno stile incisivo 

alla Tacito, e colla forza della satira rese gli Italiani, per quanto è dato alla parola ornata e virile, 

sdegnosi di servitù e pronti all'opra del gran riscatto. 

Non pensò per altro che i tempi fossero vicini. Ammalatosi dopo la catastrofe di Novara, visto 

da vicino la reazione irruente e la tollerata occupazione austriaca, egli dubitò dei destini della patria. 
Sotto un punto di vista, sotto quello dell' iniziativa delle sètte, egli mirò giusto. Con esse non 

si sarebbe mai vinta Roma e abbattuto il potere temporale dei papi. ; ma in oggi i drammi politici 

precipitano allo scioglimento e noi andammo a Roma e vivaddio ci resteremo. 



5in: 



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POESIE DEL GIUSTI ILLUSTRATE 



i*v^ftfe~ ^ -> -'-^ i, i <• ■ ' , ; , >i i i ' i . i ' ' I ,i. ' ,i 'h i ' iì;I . I 1 




Fu finito il benestare : 
Il saltare, il vegerare, 

Lo scherzare, il crescere. 



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Poesie^del Giusti illustrate. — edizione nerbini 



Fascicolo 34. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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531 



GL' IMMOBILI E I SEMOVENTI 



(1) 



1841. 



Che buon prò facesse il verbo 
Imbeccato a suon di nerbo 

Nelle scuole pubbliche ; 




Come insegnino i latini, 
E che bravi cittadini 

Crescano in collegio ; 

E che razza di cristiani 
Si doventa tra le mani 

D'un frate collerico ; 

Tutti noi, che grazie al cielo 
Non siam più di primo pelo, 
Lo diremo ai posteri. 

Messo il muso nel capestro 
Del messer Padre Maestro 

(Padre nella tonaca), 

Fu finito il benestare : 
Il saltare, il vegetare. 

Lo scherzare, il crescere (2), 



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SS: 



532 



Toesie del Giusti illustrate 



Davan ombra ai cari frati : 
E potati, anzi domati, 

Messi tra gì' immobili, 




Ci rendevano ai parenti 
Mogi, grulli ed innocenti 

Come tanti pecoii. 

Il moderno educatore, 
Oramai visto l'errore 

De' Reverendissimi, 

E che l'uomo tra i viventi 
Messo qui co' semoventi 

Par che debba muoversi 

Ha pescato nel gran vuoto 
La teorica del moto 

Applicata agli uomini. 

Il fanciullo deve andare, 
Deve ridere e pensare, 

Appoggiato al calcolo. 



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Poesie del Giusti illustrate 



533 



D'ora innanzi, mi consolo ! 
Questo bipede oriolo 




Anderà col pendolo. 

O futura adolescenza, 
Che, filata alla scienza 

Nelle scuole a macchina, 

Beverai nuova dottrina 
E virtù di gelatina 

Che non corre e tremola 

In te sì che farà spicco 
Depurato per lampicco 

Gas enciclopedico ! (3) 

Quando il tenero cervello, 
Preso l'albero a modello 

(Per esempio il sughero), 

Succhierà fede e morale 
Come un'acqua senza sale 

Dal maestro agronomo : 



*= 



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sn- 



534 



Toesie del Giusti illustrate 



mi^ 



Spunteranno foglie e fiori 
Senza puzzi e senza odori. 
Come le camelie. 

Misurati gì' intelletti 
E le fasi degli affetti 

Con certezza fisica ; 

E sopite nel pensiero 
Le sublimi ombre del vero, 
Avventate ipotesi ; 

Troverem nel positivo 
Uno stato negativo 

Buono per lo stomaco. 




Il pacifico marito, 
Proponendo per quesito 

La pace domestica, 

Colla tepida compagna 
Sommerà sulla lavagna 

Gli obblighi del vincolo 



SUI: 



nifi? 



ajie 



Poesie del Giusti illustrate 



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535 



E Imeneo, fatto architetto, 
Darà figli al quieto letto 

D'ordine composito. 

Biasceranno unti di teglia 
I fedeli in dormiveglia 

Salmi geometrici. 

Ci daranno i magistrati 
Certi codici stillati 

Che parranno spirito ; 

E vangato e rivangato 
Sarà immagine lo Stato 

Del giardin dei semplici. 

Chi piantò l'ordin civile 
Sulla base puerile 

Dell'amore unanime ? 

Chi ci fece quest'oltraggio 
Di premettere il coraggio 

Alla poltronaggine ? (4). 

Ah ! l'amore è un parossismo ! 




In un lento quietismo 

Va cullato il popolo. 



5111: 



g» — 

536 Poesie del Giusti illustrate 



Perchè il mondo esca di pene, 
Tanto il male quanto il bene 

Deve star nei gangheri : 

E tu, scatto generoso, 
Abbi titolo e riposo 

Nell'Arte Poetica. 

Lo vedete ? non e' e cristi : 
Siamo nati computisti 

Per campar di numeri. 

Certi verbi, come amare, 
Tollerare, illuminare, 

Gli ha composti l'algebra. 

Dunque crescano le teste 
Ritondate colle seste ; 

Regni la meccanica. 



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Poesie del Giusti illustrate 



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537 



A UN AMI CO 

1841. 

lomo (i) s' è dato al serio ; 

E di lingua malèdica, 

Oggi gratta il salterio 

O, se corregge, prèdica. 
Cede il riso al dolore 

Lo scherzo al piagnisteo ; 

Doventa il malumore 

Legge di galateo. 
Pasciuto Geremia, 

Malinconicamente 

Sbadiglia in elegia 

Gli affanni che non sente : 
Anelano al martirio 

Milla caricature, 

Vendendone il delirio 

In bibliche freddure. 
Le sante ipocrisie, 

GÌ' inni falsificati, 

Eran cabale pie 

Di monache e di frati : 
Il frate ora è tarpato, 

Ma dall'Alpi a Palermo 







Apollo tonsurato 
Insegna il cantofermo (2). 



a*. 



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ÉJn: 



538 



Poesie del Giusti illustrate 



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Velati tutti quanti 
Di falsa superfice ; 
Vedrai diavoli e santi 
Che appestan di vernice. 
Ognun del pari ostenta 
Bestemmie e miserere : 
Tutto, tutto do venta 
Arte di non parere (3). 

Secolo anfibio, inetto 
Al vizio e alla virtù, 
Dal viva Maometto 
Torna al viva Gesù : 

Ma, sempre puzzolente 
di baro e d'assassino, 
Fuma all'Onnipotente 
L'avanzo di Caino (4). 

Vedi che laida guerra, 
Che matassa d' inganni ! 




ARINGHI INC;! 



Si campa sulla terra 
Col baratto dei panni : 

L'asino butta via 
Il basto per la sella, 
Si vende pei Messia 
Chi nacque Pulcinella (5). 



Si: 



.mi? 



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Toesie del Giusti illustrate 



539 



Prèdica in frase umana 
La fede, la speranza, 
La carità cristiana, 
Ma non la tolleranza. 

Difatto, a tempo e luogo, 
Questo fior dei credenti, 
Se non t'accende il rogo, 
Ti bacerà co' denti (6). 

Amico, il mio pianeta 
Mi vuol caratterista : 
Sebbene oggi il poeta 
Si mascheri a salmista, 
Io la mia paite buffa 
Recito, né do ietta 
A chi la penna tuffa 
Nell'acqua benedetta. 

E ruminando (7) spesso 
De' tempi miei la storia, 
Fo dentro di me stesso 
Questa giaculatoria : 




Degnatevi, o Signore, 
D' illuminar la gente 
Sui bindoli di cuore 
Teologi di mente. 



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540 Poesie del Giusti illustrale 



ANNOTAZIONI 



(cl' immobili e i semoventi) 

(1) Questa poesia è una satira piccante e pungente e sopratutto verace dell'antico metodo 
d' istruire ed educare la gioventù a forza di legnate, digiuni ed infiniti altri castighi corporali. Si 
voleva preparare gli eunuchi, ma troppo volendone, si prepararono invece gli emancipatori del- 
l' Italia. Pochi furfanti, molti eroi, come a suo tempo dirà la storia. 

(2) Pur troppo è vero, alla natura corporea nulla concedevano il prete e il frate insegnanti, 
armati di ferula, nerbo e capestro. A nessuna esigenza della tenera età si faceva grazia, non gin- 
nastica, non canto, non suono, non svago, non correre e ricorrere pei campi e pei prati : al telonio 
e sempre al telonio : se no nerbate a josa. 

Dai vecchi reverendissimi passa ai moderni spigliati docenti, i quali hanno ammessa la teoria 
dei semoventi abbandonando quella degli immobili. Ma ecco il male, il vizio e la brutta pagina dei 
nuovi metodi. Eccolo il piccolo discepolo diventato V oriolo a pendolo ed ecco le scuole a macchina. 
Savissima riflessione è questa e vizio esiziale e funesto. Si vuole che neh" istessa ora si insegnino 
agli alunni dei Licei e dei Ginnasi, in tutto il regno, le stesse cose. Lo studente intelligente o soro 
si ritiene, fra noi, come un vaso della stessa capacità determinata. Non si fanno concessioni al genio 
che vola, come all'oca che ha bisogno di essere guidata e guidata poi, o meglio rimorchiata.. 

Il criterio per la misura della capacità intellettuale dei giovinetti è poi tale, che ci si è voluto 
includere tutto lo scibile letterario e scientifico, uno zibaldone e un pastone da non poter essere di- 
gerito neppure dallo stomaco dello struzzo. Per un'antitesi, si è preteso di avere prima dei fiori 
i frutti ; si è voluto invertire le fasi dell'età umana e dare ai bimbi dosi di istruzione soltanto con- 
venienti per i giganti. Dal che ne è venuto o per mancanza di studio negli alunni, o per poca cura 
nei maestri, o meglio per la soverchia esigenza negli esami e la indigesta mole e la irrazionale far- 
raggine dei programmi, che tre quarti della g : oventù ascritta ai collegi, licei, ginnasi e scuole tecni- 
che annualmente sono lasciati sul terreno con quanto prò della cosa pubblica, dica chi ha fior di senno. 

(3) Questa dottrina distillata per lambicco e questo gas enciclopedico che cosa è mai ? Nulla, 
meno che nulla, una parvenza di sapere, non scienza, non istruzione vera e reale. I vecchi precettori 
insegnavano poche cose per bene, i nuovi abbeverano all' Enciclopedia la gioventù studiosa, poi la 
rendono idropica, eunuca, ammalando la ragione e la fantasia, e corrompono il buon senso e la co- 
scienza. Si è materializzato tutto e tutto sottoposto a calcolo e si sono ottenuti fiori senza odore e 
frutti senza sapore, né poteva essere altrimenti. Pur troppo da un eccesso siamo .passati all'opposto 
e v' è del marcio ovunque. L' idealità, l'autonomia mentale, i frutti spontanei dell' intelletto, l' ini- 
ziativa dei concetti pullulanti nella mente sovrana, si tengono in conto di men che nulla e sbandeg- 
giati, e del sublime organismo cerebrale se ne è fatto un macinino da caffè. Eureka ! 17 ministri del- 
l' illustruzione pubblica, 3000 professori d'elite, 24.000 maestri hanno veduto buio ove era chiaro 
e viceversa, e in cento congressi ed in altrettante conferenze non si è carpita la sigla del pubblico 
insegnamento, né si è saputo formulare la legge morale e intellettuale parallela a quella graduale 
e progressiva dello sviluppo fisico, non che degli uomini, di tutti gli esseri senzienti e vegetanti. Non 
si è compreso che quattro e quattro fanno otto, che non si deve lottare contro le leggi eterne della 
natura e che anche fra le gente dotta il senso comune ci deve trovare un posto onorato. 

(4) Benissimo, ridotta la parte morale siccome l' intellettuale a calcolo, ad equazioni, a loga- 
ritmi, l'amore, il coraggio, la coscienza l'abnegazione, la pietà, ecc., tutto sfuma, e ciò che vera- 
mente nobilita la specie umana si getta nella spazzatura. Al diavolo tali educatori ! 

(a un amico). 

(1) Momo, come ognuno sa, è il Dio della maldicenza. Qui non è perciò preso nel senso di indivi- 
dualità mitologica, ma in senso analogico, alludendo a certi isterismi sentimentali venuti in moda 
in quei tempi. Oggi anche questo mal vezzo letterario è reietto e si è presa la via della bestemmia, 
dell'imprecazione, dell'insolenza letteraria, insomma la via di Capanèo. 

(2) Allude alla dottrina neo-cattolica e ai sacri piagnistei belati da qualche poeta di vaglia (Man- 
zoni, Borghi, Mauri, ecc.) e da una masnada di letteratucoli. 

(■3") Qui rincara l'argomento colle coscienze a doppio fondo, colle vernici obbligatorie, insomma 
con il sordido vizio dell' ipocrisia elevato a virtù sociale e a moneta spendibile nell'umano consorzio. 

(4) Fuma all'Onnipotente — L'avanzo di Caino. Non si poteva dir meglio e meglio stigmatizzare 
questi rugiadosi profanatori delle cose sacre e prestidigitatori della virtù. 

(5) Pittura forbita e incisiva del ciarlatane simo dominante tutte le cose e in tutti i luoghi. 

(6) li bacerà co' denti, cioè ti azzannerà. 

(7) Ruminando, parola presa dall'atto digestivo più volte rimandato e mandato nello stomaco 
dalle bestie vaccine. 



£'» ~ — 

Poesie del Giusti illustrate 54 1 



ANNOTAZIONI DI RICORDI STORICI 



DEL 



Prof. GIULIO CÀPPI 



ALLE 



POESIE PI GIUSEPPE GIUSTI 



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542 Poesie del Giusti illustrate 



AVVERTENZA 



Queste annotazioni di ricordi storici, che fanno seguito ai commenti stampati con la prima edi- 
zione delie poesie del Giusti, pubblicate nel 1862, furono fatte con intendimento : i° Di meglio spiegare, 
occorrendo, ed interpretare certe frasi e certi pensieri emessi dal Poeta e forse pochissimo alla 
portata di chi non nacque, o non soggiornò lungamente in Toscana. — 2 Di richiamare alla mente 
dei lettori delle poesie tutti indistintamente i governi e gli uomini che nella penisola nostra si segna- 
larono e si distinsero per le persecuzioni e le crudeltà d'ogni maniera dal 1815 sino ai giorni nei quali 
cessò di scrivere il Grande Satirico, acciò la storia del nostro paese sia schiettamente narrata e si 
perpetui la memoria di chi in giornata va dimenticato, oppure creduto patriota, mentre fu prodigo 
di crudelissimi fatti pei quali non rifinirà di piangere l'umanità inorridita. — 3° Di modificare in 
parte alcuni giudizi i quali, colpa i tempi procellosi, furono emessi dall'Autore e che egli medesimo 
riconobbe più tardi meno giusti, ovvero un poco troppo spinti ; e per di più a far noto a chiunque 
ama sinceramente il vero, che le continue punture inflitte al granduca Leopoldo non eran poi tutte 
meritate, giacché, a passioni calmate, è giustizia confessare che fra i principi d'allora primeggiò per 
vera bontà di animo comechè non perseguì giammai i liberali, accordando ospitalità, onori e distinzioni 
ai cospiratori d'ogni provincia e di fuori, compreso Mazzini, che altri governi d' Italia condannarono 
più volte a morte, ed egli coartato dalla santa alleanza ad arrestarlo, gli procurava i mezzi di salvarsi 
altrove. — Giustizia per tutti ! E se il Giusti col vezzo di scherzare sempre berteggiò Leopoldo, con 
questo non si peritò di dare ad intendere che inclinasse a crudeltà e non essendosi mai. inquinato di 
sangue, avendo abolita la pena di morte, e non potendosi neanco dire che fosse prepotente ed in- 
giusto, buono anzi di troppo e tale, che meritò di vedersi sollecitato dai barbassori d'allora, Ri- 
casoli, Ginori, Peruzzi e Martelli a riprendere il trono (1) come lo riprese infatti, la qual cosa, per 
i tempi che correvano non era poca gloria, e che tutti i regnanti d'allora non ebbero la fortuna di 
meritare. — 4 a Finalmente che nell'annotare di ricordi storici le poesie del Giusti, è naturale che 
si dovessero scegliere quelle soltanto che informate a sentimenti politici, lasciavano qualche lacuna 
nei casi che in allora succedevano, oppure non determinavano nettamente, come si sarebbe dovuto, 
gli uomini che vi ebbero la massima parte. 

Sotto questo aspètto adunque ; ognuno potrà farsi ragione del perchè si dovettero tralasciare 
le poesie intitolate : AlV amica lontana — Brindisi — A f etti di una madre — Per un reuma di un 
cantante — h sospiro dell' 'anima — A Gerolamo Tommasi — Per il ritratto di Dante — Ad una giovinetta 
— A Gino Capponi — A un letterato pettegolo e copista — I grilli — argomenti tutti che non si presta- 
vano punto per essere illustrati da ricordi storici di qualche rilievo. 

Milano, giugno 1887. 

G. C. 



(1) Il granduca era fuggito di Toscana l'8 febbraio 1849 e s'era rifugiato a Gaeta con Pio IX, ed i citati 
signori portaronsi colà invitandolo a ritornare, ed entrarono con esso festante la Toscana più che altra 
volta mai. 



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Toesie del Giusti illustrate 543 



Cenni bibliografici di Gii seppe Giusti 



Aggiungendo alcuni ricordi storici ai commenti pubblicati con la prima edizione, noi segui- 
remo passo passo l'autore dei medesimi a rendere più chiara e ccmpleta la interr. retazione delle poesie. 

Principiamo pertanto dai cenni sulla vita dell'autore, che trovammo preposti alla raccolta 
delle citate poesie. 

La famiglia del Giusti, patrizio pesciatino, e ascritta all'ordine cavalleresco di Santo Stefano, ecc. (i). 

Lo scrittore dei cenni storici, incoerentemente allo spirito del poeta ed ai tempi in cui scriveva, 
fa rilevare il patriziato e la nobiltà della famiglia del Giusti nativo di Pescia, piccola città della 
Toscana di poche migliaia di anime, ed ascrive a merito dello stesso l'essere stata fregiata dell'ordine 
cavalleresco di Santo Stefano, ed in questo particolare non sapremo rimbeccarlo, comechè quel- 
l'ordine fosse tenuto in gran conto anche all'estero, non venendovi ascritti se non uomini di vero 
merito. Ricasoli, governatore della Toscana, l'abolì nel 1859, tanto P er f are qualche cosa di nuovo ; 
e più tardi si creò un altro ordine, quello della Corona d' Italia, del quale i ministri che lo proposero 
fregiarono sé medesimi delle maggiori insegne, e poscia servì ad insignirne uomini d'ogni professione 
o mestiere (2), più ancoia, serve tuttodì a guadagnare quella serqua di uomini che fanno traboc- 
care la bilancia dello Stato nella votazione di certe leggi non sempie gradite al paese ; esempio 

Classico i CINQUANTA COMMENDATORI DELLO ZUCCHERO, e l'altro delle CONVENZIONI FERROVIARIE, 

creazioni entrambe del gran Depretis, che in piena Camera ebbe a dire : così piace a me, e basta ; 
ed i cinquecento legislatori costituzionali non zittirono ! I commendatori dello zucchero furono decorati 
col patto che votassero la legge con la quale si aumentava del doppio il dazio sui coloniali. La vota- 
rono, ed ebbero la commenda ! 

Nel 1848 ;/ nostro poeta che avea tenuto dietro a quei congressi di naturalisti, ecc. Per poco che 
uno sia iniziato nella storia contemporanea, saprà che i congressi di cui si parla, erano composti di 
scienziati in ogni branca dello scibile e di ogni parte d' Italia e non mica di soli naturalisti (3). Gli 
scienziati d'allora sotto colore di far progredire le scienze, ed in parte miravano realmente a ciò, 
si radunavano, ora in una città, ed ora in un'altra, preparando la rivoluzione che doveva avere 
per conseguenza il risorgimento della patria e poscia l'unità italiana. Nel Congresso di Genova (1846) 
vi figurava pure Luigi Bonaparte, più tardi Napoleone III. 

In questo modo quegli eminenti personaggi seppero trovare il mezzo di cospirare allo aperto, 
malgrado i sospetti di quella polizia brutale, che in Lombardia, in Piemonte, a Parma, a Modena, 
Roma ed a Napoli perseguitava ferocemente i Carbonari che cospiravano al buio. 

Scrissi ferocemente, ma debbo aggiungere esecratamente, poiché i Carbonari hanno sempre la- 
vorato pel bene d' Italia, e lo stesso papa Pio VII (che è tutto dire !) visitato dal conte Luigi 
Porro che l'abbracciò prima ch'ei facesse mostra d' inginocchiarsi, e dimandatogli delle cose di Napoli 
e delle mene di Murat, Porro lo informò di tutto. Pio VII ìispose : « Non sono avverso a Murai, né ai 



(1) Le parole dell'autore dei commenti saranno sempre stampate in corsivo. 

(2) Nel mese di gennaio 1887 fu creato cavaliere della Corona d' Italia il sig. C... esercente in caffè 
e ristorante in Milano. È naturale che 1' Italia vantaggiò molto con la fabbrica dei panettoni e con i deli- 
cati intingoli di lui !... 

(3) Realmente le adunanze di quei dotti si chiamano congressi dei naturalisti. Il primo congresso 
fu tenuto in Parigi nel 1839 composto di 360 scienziati. 



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544 Poesie del Giusti illustrate 



mezzi secreti pei quali si conduce ; i Carbonari hanno senso italiano, ed ella è italiano, conte Porro, 

E LO SONO ANCH' IO ». 

Era allora in voga il famoso detto : V Italia farà da sé, ecc. Era in voga presso quei credenzoni 
i quali giuravano che gli austriaci si sarebbero cacciati a furia di pomi cotti, nello stesso modo che 
i francesi nel 1870 pretendevano di gettare i prusriani nella loro gerla come si fa della spazzatura !... 

Del resto il paese ha ben pagato e largamente il detto : /' Italia farà da sé — come pagò caris- 
simo quell'altro : ■ — j'attend mon astre — che mai non compari, malgrado si fosse allargato l'orizzonte 
con l' incendio dei sobborghi di Milano dal quale dicevasi doveva spuntare ! 

Finalmente nel 31 marzo 1850 dopo lunga e penosa malattia.... spirò lasciando in servitù degli 
austriaci V Italia, ec>.. — Non 1' Italia tutta, bensì la Toscana e parte degli Stati pontifici, che invasero 
la prima, dopo i movimenti di Livorno, conseguenza della disfatta di Novara e dei poco esattamente 
giudicati fatti di Genova, che lombardi e piemontesi strombazzarono compiuti in senso repubbli- 
cano, mentre una commissione parlamentare presieduta dal deputato Reta, si portò a Genova per 
concertare con le autorità citadine e la nobiltà la resistenza al tirannico armistizio, facendo di quella 
città il baluardo della indipendenza italiana e trasportandovi l'archivio dello Stato, minacciata come 
trovavasi la capitale. 

Che in seguito poi a tremende minacce di Radetzki, abbia dovuto smettere il Comitato di sal- 
vezza, e quindi il popolo si credesse tradito e per conseguenza si sollevasse e venisse bombardato 
per più giorni, malgrado che il ministro Pinelli stampasse sulla Gazzetta Ufficiale — nulla essere di 
più falso — ciò non significa che Genova aspirasse a proclamare la repubblica, siccome con generoso 
slancio stampò il signor dottor Bottero nella Gazzetta del Popolo di Torino, il quale fu l'unico a ret- 
tificare asserzioni lontanisime dal vero. 

Negli Stati pontifici poscia, calarono gli austriaci a rintuzzare quegli arruffapopolo che poco 
prima avean fatto mira delle loro armi Pio IX sulla loggia di San Pietro, ed aveano assassinato 
quel gigantesco ingegno che si era il ministro Pellegrino Rossi. 

Che i tedeschi occupassero parte dello Stato papale, mentre i francesi s' impossessarono di 
Roma spegnendo la repubblica, chiamati o no dal papa poco importa, mentre si sa che non pochi 
furono i pontefici che impestarono di soldatesche straniere 1' Italia, compreso Giulio II, il quale mon- 
tato a cavallo gridava a squarciagola — fuori i barbari — ma poscia lesto lesto li chiamò a puntel- 
lailo, quando temeva dovesse crollare il proprio Stato ! ! 

Una delle vie da costruirsi s' intitolerà del suo nome, ecc. Figararsi se in Firenze si avrebbe voluto 
onorare il Giusti a questo modo, quando anche in giornata non si trovò una strada da intitolarla 
a Dante Alighieri ! Il che è tutto dire ! 



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POESIE DEL GIUSTI LLUSTRATE 



LA GHIGLIOTTINA A VAPORE 

Annotazioni. I e 2. — Fu scritta nel 1833 quando là^ reazione infieriva a Parma, a Modena, a Bolo- 
gna, e più meno in tutta Italia non escluso il Piemonte, ecc. 

Ma l'autore di quelle annotazioni, oltreché ingiustamente tace che unica la Toscana dava ri- 
fugio ai liberali d'ogni regione e i più degni onorava d' impieghi e di cattedre, non dice in quali ma- 
niere infuriasse la reazione sino al 1830; eppure non avrebbe almeno dovuto dimenticare due fatti, 
che da soli basterebbero a caratterizzarla e che furono preludio di una infinità d' altri orrendissimi. 

Primo, quello riguardante Ciro Menotti, il quale in un momento di generosa aberrazione volle 
salvare il duca di Modena in un tumulto popolare, e che poscia per gratitudine lo fece incatenare tra- 
scinandolo seco a Mantova, e di ritorno a Modena lo consegnò al carnefice ! ! ! 

Secondo, la carcerazione generale di tutti quei congiurati che aveano fatto adesione al principe 
di Carignano promotore della costituzione, i quali, secondo quanto ci narrava il prode colonnello di 
stato maggiore Pianavia, nativo di Taggia, portatisi a rendere omaggio al re da pochi giorni salito 
al trono, scendendo le scale del palazzo trovarono ferme dinanzi al portone molte vetture nelle quali 
chiusi incatenati furono trasportati nel forte di Fenestrelle. Come ognuno potrà constatare, la santa 
alleanza che alcuni anni prima avea intimato a Carlo Alberto di abbandonare il partito liberale, di- 
versamente lo si proclamerebbe decaduto dal trono, pervenuto a cingere la corona, gli fu imposto 
di conformarsi alle idee dei potentati se non voleva rimanere isolato od anche vedere occupato lo Stato 
da truppe straniere. 

Naturale conseguenza di tante e così feroci compressioni, si furono le numerose fucilazioni in 
Alessandria, a Torino, a Genova, e le torture d'ogni maniera ed inaudite che sacrificarono nobilissime 
esistenze, fra le quali emerse uno dei fratelli Ruffini svenatosi nelle segrete della torre del palazzo du- 
cale di Genova. 

La celerità con la quale le commissioni statarie in Piemonte, in Lombardia, nelle Romagne, a 
Modena ed a Napoli, condannavano a morte i più specchiati liberali, ispirò al Giusti la poesia della 
guigliottina a vapore. La guigliottina, macchina terribile inventata da G. I. Gu'llotin, medico francese, 
che da lui prese il nome, fu uno dei tanti benefici apportati all' unanimità dalla famosa rivoluzione 
del 1789, poiché fu inventata appunto in Francia e subito adottata da quei fieri ciarlatani dell'uma- 
nitarismo (1). 

3. — L'alta polizia in Toscana fu affidata al presidente del Buon Governo, specie di prefetto, ecc. 
Ma in Toscana tutto si restringeva a qualche breve confine, cioè, a relegare per poco tempo in altri 
paesi i più segnalati liberali, il quale confine (intend'amoci bene) non era l'attuale domicilio coatto, 
poiché i precettati erano liberi di fare ciò che volevano come a casa propria, e sebbene chiamati so- 
vente ad ascoltare delle paternali e dei rabbuffi più o meno irosi, ma tutto stava lì ; mentre in Pie- 
monte la polizia la teneva il ministro dell' interno e per esso i comandanti di provincia, vecchi gra- 
duati militari, che la facevano da veri pretoriani, andando a gara a chi poteva perseguitare di più. 
La bassa polizia poi era affidata ai sargenti, veri birri levati da quella schiuma di birbe sorvegliante 



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(1) A questo proposito, non sarà privo d' interesse per i nostri lettori L cenno storico che presentiamo 
a riguardo del ferale astrumento. 

Il dottore Guillotin, deputato all'assemblea generale di Francia, aveva tuonato dalla tribuna parole 
di fuoco contro la ineguaglianza delle pene applicate secondo il grado e la nobiltà e, più ancora, contro, 
la barbarie dei supplizi, e perciò studiava il mezzo di punire il reo con la minore sofferenza possibile, e senza 
1' intervento diretto della mano del carnefice. 

Le sue lunghe ricerche l'avevano persuaso che la decollazione si avvicinava al suo ideale ; ma pur 
troppo erano innumerevoli gli esempi del macello che ne risultava, quando il boia decapitava con le sue mani. 

La difficoltà adunque per Guillotin consisteva unicamente nel trovare una macchina adatta allo scopo, 
tanto più che l'assemblea, dopo la famosa di lui arringa nel 1791 stabiliva che ogni condannato avrebbe 
recisa la testa. 

Consultatosi più volte con il carnefice Carlo Enrico Sanson, passò in rivista parecchi modelli d'altre 
nazioni, ma li trovò tutti difettosi, poiché si trattava di collocare il paziente in posizione orizzontale, acciò 
non dovesse sostenere sé stesso e perciò l'operazione fosse più sicura. 

Fu un meccanico tedesco per nome Schmidt, fabbricatore di pianoforti ed amico di Sanson, suonatore 
di violoncello, il quale pensando all' imbarazzo in cui trovavasi Guillotin, un giorno scattò mentre suonava 
un'aria di Orfeo unitamente a Sanson, esclamando : Aspettate ! Io credo di avere il vostro istrumento ; e 
così dicendo prese la matita e tracciò la macchina terribile. 

Era proprio la ghigliottina che ancora si usa con la sua lama di acciaio tagliente che scorre fra due 
pali e messa in movimento da una semplice corda. Il paziente è collocato orizzontalmente sopra un asse 
ad altalena, in modo che la testa si trova precisamente al posto dove deve battere il ferro. La difficoltà 
era vinta e risolto il problema meditato dal dottor Guillotin, però con l' intervento di Luigi XVI, il quale 
da sommo artefice (ferraio, come tutti sanno) aveva fatto modificare la mannaia in modo che dovesse essere 
in isbieco dalla parte tagliente. 

Chi l'avrebbe detto a quel!' infelice re, ch'egli doveva provarla ?... 



Poesie del Giusti illustrate. — edizione nerbini Fascicolo 35. 



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546 'Poesie del Giusti illustrate 

i galeotti, corrotti e corrompitori oltre ogni credere, assistiti da un nugolo di spie del basso e dell'alto 
ceto, che vigilavano perfino se gli impiegati sentivano la messa, e se bazzicavano con persone guar- 
date biecamente dall'autorità. 

In Genova, poi, l'alta polizia stava nelle mani del governatore Paolucci, un modenese plasmato 
superbamente a cosacco fin nell'anima, chiamato espressamente dalla reazione a provocatore, a ti- 
ranno, aiutato dal commissario Luciani, famigerato per prepotenze e soprusi, che inspirato dai gesuiti, 
allora potentissimi in Genova, facea spesso d'ogni libito e disonesto lecito e legale, avente in mira 
soltanto di perseguire i repubblicani genovesi sempre guardati in cagnesco, malgrado che con le ric- 
chezze del loro commercio impinguassero i padroni e la caterva dei pezzenti blasonati ; ed in questo 
particolare erano compagni di angherie con i Sardi in mano dei viceré piemontesi. 

8. — / sanfedisti formavano una setta politico-religiosa, conservativa, ecc. Siccome in Toscana, a 
Modena, a Bologna, ed in Napoli, così nel piccolo regno di Sardegna, i sanfedisti, lame spezzate dello 
esoso connubio fra la spada e la stola, sanzionavano un dispotismo tanto più fiero, quanto più se- 
creto. Nessuno era più sicuro di dormire tranquillo in seno alla propra famiglia, che con infernali 
blandizie aveano fatto delle mogli altrettante spie in ossequio alla religione ; delle serventi vitupe- 
revoli emissarie contro a chi loro dava il pane, seminando sospetti ovunque e su tutti che non fossero 
ascritti a qualche devota congrega, e non facessero di schiena ai magnati del clero, o non avessero 
affidati i propri figli alle scuole dei gesuiti ovvero delle monache Dorotee e del Sacro Cuore. Su di 
tali esosità modellaronsi più tardi i paolotti, che taciti imperano anche sul clero e dispongono perfino 
delle cattedre vescovili, perchè consultati secretamente dagli uomini del Governo prima di accordare 
cariche, onor, impieghi e giù giù discendendo sino agli atti di pubblica e privata beneficenza, ed infine 
ad un misero pane che la madre affamata non può ottenere se non esibisce la fede del parroco come 
frequentatrice della chiesa, o vantare la protezione di un figlio di San Vincenzo de' Paoli. 

PROPONIMENTO DI CAMBIAR VITA 

Se il titolo di questa bellissima poesia dice abbastanza, è naturale per altro che non possa accen- 
nare i particolari di tale proponimento, vale a dire, che cosa farà per dimostrarsi diverso da quello 
che era per lo innanzi ; ond' è che sulla scorta del Fanfani e del Frizzi andiamo spiegando i propo- 
nimenti del Giusti col duplice intento di rendere più chiara la poesia ed insieme di pennelleggiare i 
tempi d'allora. 

Nel 1833 un commissario di polizia fatto chiamare il Giusti allora studente a Pisa, lo redarguiva 
forte assai per avere fischiato in teatro, mentre i birri, che al solito vedevano in tutto lo spirito rivo- 
luzionario, volevano comprimere eziandio le manifestazioni teatrali, mettendo sull'avviso il nostro 
poeta di comportarsi altramente a scanso di provvedimenti spiacevoli. 

Ma non pure gli applausi ed i fischi nel teatro provocavano serie misure alla reazione in Toscana 
ed in altre regioni ; sibbene eccedevano ogni limite in Piemonte ; ed in Genova arrivavano eziandio 
allo stato di ridicolaggine brutale per opera del cosacco Paolucci, il quale s' interessava perfino di 
chi frequentava le conversazioni serali delle primarie famiglie, vietandone l'accesso a certuni sotto 
la minaccia di farli marcire nella fortezza di S. Giorgio, od imperando di andarvi, se non volevano 
essere chiusi nella medesima fortezza, siccome accadde al figlio del ricco negoziante signor 0.... e ad 
altri dei quali si potrebbe formare una estesa litania. 

Il Giusti pertanto accortosi che a quindici anni, privo di esperienza, un birro commissario gb 
faceva acerbo rimprovero sotto colore di ammonizione paterna, sentissi aprire 1' intelletto e conobbe 
le angherie, le ingiustizie, le prepotenze che si facevano in onore del Buon Governo. Fu allora che 
berteggiando gli ipocriti da lui chiamati colli torti, proponeva di comperare una maschera di san- 
fedista, puntellando 1' Italia quale paladino del trono e dell'altare, mettendo d'accordo il vizio con 
la virtù ; santo in apparenza e birba di sottecchi. — Lascerò in un cantone V innamorata — disse 
— rispetterò i falsi preti ed i venduti magistrati ; andrò puntualmente alla messa ed alla predica, ed in 
tal maniera sarò anch' io la stella polare del mondo credulo ed ignorante ; potrò bazzicare con i barbas- 
sori del Governo, che mi faranno l'elogio : sarà cavaliere anch' io ed anche sindaco ; e mangiando nelle 
amministrazioni la roba del pubblico e gli averi dei citrulli, ingrasserò a più non posso, salvo a barattar 
mestiere secondo i tempi, lasciando la pagnotta della Toscana per il fieno del Piemonte, vero camaleonte 
politico (1). 

Naturalmente qui si accenna al numero non piccolo di quei furbi d'ogni regione, che affamati 
di onori e di bezzi, mascherati da liberali si atteggiarono a martiri del rispettivo Governo e volarono 
in Piemonte a sciorinare teorie patriottiche, usufruite accortamente dagli uomini politici di quel regno 
e specialmente dal gran Cavour, che gli sguinzagliava qua e colà a ringhiare contro i tirannetti ; e 



(1) Pare che i propositi del Giusti sieno studiati e messi in pratica anco in giornata, giacché di questi 
camaleonti se ne vedono sorgere ad ogni pie sospinto e son quelli che per audacia strillan più forte : guai 
a chi tocca la libertà ! 

Si , m 



Poesie del Giusti illustrate 547 



frattanto che dessi impinguavano, egli logorava adagio adagio il suo patrimonio ! Chi negherà che 
tanti di quei pati ioti cui in giornata si erigono statue, non abbiano saputo ben fare V Italia servendo 
d'esempio a qualcun altro, che già prevede d'essere instatuato ? 

IL DIES IR^E 

2. — Colle sue armi poderose puntellò mai sempre il trono dei pontefici.... Fu poi desso che 
estinse la fiaccola della libertà nel 1820-21 nel Napoletano ed in Piemonte emancipatisi per virtù 
propria, ecc. 

Nel Napoletano i tedeschi furono chiamati dal re, il quale ritornato dp.l Congresso di Laibac 
dov'era ito, diceva, pel bene dei suoi popoli, invece portò alcuni orsi di bella razza per migliorare 
quella dei propri boschi ! Ed in Piemonte si volle far credere entrassero per soffocare la rivoluzione 
suscitata dal manifesto di Carlo Alberto che proclamava la Costituzione ; ma in realtà furono chia- 
mati da Carlo Felice succeduto a Vittorio Emanuele I che abdicò. 

Il giorno 4 febbraio 1821 l'armata tedesca entrava in Italia con proclama del generale Frimont 
datato da Padova, e così fin d'allora si costituì la santa alleanza che più tardi dovea essere dei 
tre imperatori, come da un pezzo noi vediamo, ora consolidarsi, ora intiepidirsi, poscia cementandosi 
si raffredda ancora e sempre a giuoco e zimbello delle popolazioni. — L'armata austriaca calata in 
Italia era di 70.000 uomini ; 50.000 fuorno inviati a Napoli a conquidere i liberali, e gli altri 20.000, 
tenuti a disposizione degli eventi. — La Russia dichiarava di mandare un poderoso esercito in aiuto 
degli austriaci, se questi non bastassero, e la Russia avea preparate numerose schiere pronte al 
primo cenno. 

Francesco I imperatore, del quale si annunzia il decesso in questa poesia, morto il 2 marzo 1835, 
fu quello che iniz'ò il così detto regno Lombardo- Veneto con l'eccidio del Prina e con le ciudeltà 
a danno di Confalonieri, Pellico, Borsieri, Maroncelli e molti altri. — Questo brano di sanguinosa 
storia forse è conosciuto da tutti ; ma vi è qualche cosa in esso, che quasi mistero è ancora celato 
alla generalità, cioè, che tanto nel delitto del Prina, quanto nella condanna dei liberali di cui sopra, 
come in quella di Gasparinuti, Rasori ed altri molti, fu primo e possentemente scellerato strumento 
un italiano, il famigerato Ghislieri, che dopo tante nequizie, la stessa Casa d'Austria lo disgraziò. 
Abbandonato da chi credeva avere servito ed essere in diritto di riceverne premio, vedutosi coperto 
d' infamia come da satanico mantello, si squarciò le vesti, vestì l'assisa monastica, ma tra quelle 
sacre mura lo spettro di Prina, le ombre dei cento logorati nelle caverne dello Spielberg gli stavano 
ognora presenti a tormentarlo e quindi fra tanti e sì deliranti rimorsi dopo alcuni mesi morì. 

7. — Allude a ciò che ne scrisse questo famoso reazionario, ecc. Era costui il Samminiatelli, 
lurido arnese di Toscana, che vendutosi anima e corpo al Duca di Modena pubblicava lo svergognato 
giornale : La voce della verità, nella quale naturalmente faceva la propaganda a Casa d'Austria ed 
a tutti quelli della Lega. 

Il poeta dice : il bali S ammutiate Ili bela il panegirico, vale a dire, fa l'elogio del morto impera- 
tore, ma lo bela, perchè avendo la fisionomia di un montone, doveva belare e non parlare. Costui 
era bali nell'ordine cavalleresco di Santo Stefano, titolo che equivale ad un grado superiore al 
semplice cavaliere. Tre erano i gradi in quest'ordine, cioè cavaliere, bali e priore, i quali vestivano 
una gran cappa bianca con lo strascico retto da un paggio e portava il primo, appesa al collo, 
una specie di croce di Malta ; il secondo una medaglia d'oro ; ed il terzo un medaglione più grosso 
pure d'oro. Il granduca era il gran maestro dell'ordine. 

Come si disse antecedentemente, quest'ordine fu soppresso dal Ricasoli nel 1859. 

io. — Godi, povero Polacco. Intende dire, che se da poco fu spenta nel sangue la rivolu- 
zione polacca, con questa morte si scontano, benché poco, le lagrime versate da quel popolo ge- 
neroso, che insensato liberò Vienna dal tremendo assedio dei turchi, pel quale dovea scomparire la 
Casa Absburgo ! 

12. — Veglia il Prusso, ecc. In que! tempo la Prussia era governo dispotico e facevi il 
gendarme e la spia ai re ed imperatori più dispotici di essa, perchè le provincie tedesche trama- 
vano di liberarsi dalla servitù. 

13. — Rompe il Tago con Pirene, ecc. Il poeta intende illudere ai Portoghesi che si solleva- 
rono contro Don Pedro, ed agli Spagnoli contro Don Carlos che contrastava il trono ad Isabella II. 
E siccome il clero prendeva parte grandissima in quella guerra civile, così furono fatti saltare per 
mezzo di barili di polvere alcuni conventi di Barcellona. 

14. — Il Chiappini si dispera, e grattandosi la pera, pensa Carlo Decimo. 
È noto come il padre di Luigi Filippo re dei Francesi, fuggendo dalla Francia nel 1791 con 

la moglie in istato interessante, fosse questa sorpresa dai dolori in un paesello della Toscana e par- 
torisse una bambina, mentre si voleva un maschio erede della Casa Orleans ; perciò a prezzo d'oro 
fu fatto il baratto della bambina col bambino di un certo Chiappini birro, e non se ne parlò che 
assai più tardi, quando la bambina venuta grande mosse lite contro In famiglia degli Orleans. 



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548 Po^sfe ck/ Giusti illustrate 

Grattandosi la pera, cioè, il figlio del birro Chiappini divenuto re, si gratta la testa, pensando 
e temendo gli potesse accadere come a Carlo X, che nel 1830 fu balzato dal trono dall'Orléans 
e andò in esilio. Infatti Luigi Filippo nel 1848 dovette lasciare il trono ed emigrare in Inghilterra. 

La cronaca intorno al baratto della figliuola del padre di Luigi Filippo con il figliuolo del birro 
Chiappini ha il riscontro con altre mistificazioni regali di simil genere ; per esempio, del supposto 
figlio di Napo'eone III che si disse figlio di un mugnaio e di un altro, che un grande rivelò e da noi 
ignorato, ma che nello insieme palesa come, volere o volare, la democrazia di sottecchi ha invaso 
qualche volta i troni. 

Se in tuttociò che si scrisse vogliasi conoscere una favola, noi non potremo far altro per dimo- 
strare quanto siano grandi e ripetute le mistificazioni dei monarchi, che narrare ciò che segue, e 
fatto palese da tutto il giornalismo di Francia. Napoleone ebbe un figlio dalla celebre Bolanger ; 
ma nell'interesse della successione legittima l'Imperatore rinunciò a quella figliuolanza ed ordinò 
a Devienne presidente del tribunale di fare in modo che la Bolanger dichiarasse formalmente che quel 
figlio non era di Napoleone. Il Devienne ottenne la dichiarazione che fu pagata con un milione, ed 
egli ebbe il grado di primo presidente di Cassazione ! Così vanno le cose a questo mondo ! Quanto 
è vera la sentenza di un grande statista, cioè, essere più certa la legittimità di un cavallo inglese che 
quella di un uomo qualunque ! 

LEGGE PENALE PER GLI IMPIEGATI 

Ben ci apponemmo fin dalla prima pagina di questi ricordi, cercando di raddrizzare alcuni giu- 
dizi men retti, che pare naturalmente nascano a riguardo del granduca leggendo le poesie del Giusti, 
nelle quali sovente lo berteggia, magrado che il Governo della Toscana fosse il migliore in quei tempi 
di quanti ne esistevano in Italia. 

Infatti, i commentatori tutti, principiando da quello che scrisse nella edizione fiorentina del 1868, 
sino a Fanfani, al Montazio, a Frizzi, per tacere di molti altri, tutti si accordano nel dire che quello 
Stato era modellato così, che nessun altro di quelli che vennero dopo ed esistono attualmente potrebbe 
competergli. La Magistratura annoverava i migliori ingegni e gli uomini più dotti per cura del bene- 
merito Puccini, e le Università risuonarono della potente ed autorevole voce degli uomini più chiari 
di tutta Italia per opera del Giorgini. In quanto agli altri impiegati, è giustizia il dirlo, si attirarono 
la considerazione ed il rispetto a motivo della loro irreprensibile condotta e della loro proverbiale 
gentilezza, e molto più ancora per la loro fedeltà, mentre radissime si annoveravano le prevaricazioni 
ed i peculati. 

Il Giusti, che aveva bisogno di metter fuori quello ardore e quel genio che tumultuavagli nello 
interno ; in una parola : che bisognava celiasse su tutto e su tutti, accenna a delle agevolezze, a dei 
favori elargiti ad alcuni impiegati prevaricatori, che in realtà non si fecero mai (1) e la cronaca ri- 
corda appena quel triste buffone di vicario (pretore), il quale avendo sciupato nel giuoco del lotto 
gran parte dello incasso, e rimproverato e minacciato di processo, rispose : Altezza, i denari di questa 
cassa, li ho messi in quest'altra ; buffonata che lo salvò e riebbe l' impego. 

Parliamoci schietto ! Ci sarebbe da esser preso per un ribelle all'ordine presente, desiderando 
ardentemente che venissero quei tempi ai quali pure aspirava il grande Alfieri con il seguente verso : 

« Perchè non è Toscana il mondo tutto ? » 

Avrà la croce del merito. In questo modo termina la poesia su della quale scrivemmo le poche 
righe ; ma a questo proposito devesi ripetere quanto altri commentatori notarono, che la croce del 
merito di S. Giuseppe, non fu mai sprecata ed anzi fu mantenuta, sempre in credito e non poteva essere 
accordata che ad un numero ristrettissimo di persone veramente degne. Non si dovette mai radiare 
dal catalogo dei cavalieri dei nomi, siccome vedemmo fra noi ! 

Non vorremmo aggiungere di soverchio, ma nessuno griderà al calunniatore se diremo, che gli 
attuali ordini cavallereschi sono amministrati ben diversamente, e troppo spesso il favore, l' interesse 
ed altri motivi tengono luogo del merito. 

LO STIVALE 

Questa poesia fu scritta nel 1836, quando la Toscana era giustamente considerata come il Para- 
diso terrestre d' Europa, e principalmente d' Italia le cui provincie, o meglio regioni, dominate co- 
m'erano da ferrei governi, nutrivano in seno dei robusti germi che più tardi avrebbero potuto arre- 
care copiosi frutti di libertà. 

Questa poesia, scrive lo stesso Giusti, servì a dare una scossa energica nell'anima dei più ardenti 
italiani, che di cuore principiarono a pensare intorno alla dignità della patria. 



(1) Ciò è tanto vero che scrivendo all'amico Franconi, dice che di questa satira ne avrebbe acceso 
il caminetto. 



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Poesie del Giusti illustrate 549 



29. — Vorrebbe risorgere, ma per propria virtù e co' propri mezzi, ecc. Ma a quei giorni, salvo la 
propaganda indefessa di Mazzini, e per conseguenza della maggior parte che aveano aderito alla 
Giovine Italia, non v'era alcuno che si peritasse di farsi vivo, di troppo essendo i rigori della santa al- 
leanza e di troppo le carneficine ovunque eseguite, e di troppo ancora le carceri e le galere stipate 
per meri sospetti o per mere futilità, quando non si doveano quelle torture a' meri capricci della 
tirannide. Speravasi quindi sorgesse un uomo il quale calzando lo Stivale, gli togliesse le grinze, cioè 
mandasse a spasso i diversi tirannelli, e ne facesse 1' unità. Ma quest'uomo dovea tardare ancora un 
pezzo, che l'unico dovea essere il gran Garibaldi e senza del quale non si sarebbe riusciti a nulla. 

30. — Napoleone I, che cadde in conseguenza della mala riuscita della campagna di Russia, ecc. 
Apparentemente ciò potrà esser vero, ma la catastrofe di Russia non fu la causa, bensì l'effetto di 
essersi alienato l'amore delle molte nazionalità, che dopo averle invitate a sorgere in nome della in- 
dipendenza, le usufruì, le decimò immensamente colle improvvide guerre, ne espillò le ricchezze 
pubbliche e private, e poscia le aggiogò al proprio carro e le dette in balìa dei loro più fieri nemici !... 
Oh sì.... Napoleone, alleato con tutte le nazionalità, non avea bisogno d'intraprendere la guerra in 
Russia in quell'orrida stagione : egli avrebbe potuto sfidare il mondo intero e se ne sarebbe fatto 
padrone ! 

31. — I trattati del 1815 ridussero V Italia al più misero stato, ecc. Spieghiamo meglio questo con- 
cetto. Malgrado lo infuriare della reazione, in Toscana il popolo all'ombra di un placido Governo, si 
faceva cultore di ogni gentil disciplina e le idee liberali, se non vi aveano uno splendido sviluppo, 
tuttavia non erano spente, e colà si poteva ancora parlare ed anche congiurare, benché prudente- 
mente. Modena, Parma, Napoli, lo Stato della Chiesa in preda tutti quanti alla sbirraglia, atterriti 
dalle confische, dai processi, dalle torture efferate così che a petto di esse potevansi dire carezze quelle 
degli antichi tiranni Busiri e Fallaride, nel Piemonte proseguivano sevizie contro i carbonari e tutti 
coloro che aveano parteggiato pel Governo francese. Si cassavano le sentenze proferite dai tribunali 
di quei tempi ; si facevano giudicare di nuovo le cause definite dalla Corte di appello d'Aix e dalla 
cassazione di Parigi ; si rendevano retroattivi molti editti, s' infrangevano transazioni e si faceva 
facoltà persino a diversi della povera aristocrazia di non pagare i debiti, e fu d'allora che si creavano 
viceré di Sardegna i nobili decaduti, e quando si erano riavuti e rimpinzati, se ne creavano di nuovi 
e la Sardegna pagava, come presentemente paga Pantalone. 

Nei giudizi criminali s' introdusse la pena della ruota, barbarie tolta dai Romani e dai re fran- 
cesi, con cui al paziente, prima di venire appeso per la gola, gli si spezzavano le gambe e le braccia ; 
gli si schiacciava il petto con una piccola ruota da vetture.... cui teneva dietro la gogna, le confische 
ed ogni altro barbaro trattamento, le quali mentre facevano inorridire la natura umana, tenevano 
le popolazioni in continua ansietà, e venivano taglieggiate con ogni manieia di contribuzioni, impo- 
verendo la nazione per impinguare il regio erario (Cronaca Italiana, Firenze, Dini. E. Turotti, 
Storia d' Italia, libro IX). 

LORENZO BARTOLINI 

1. — Lorenzo Bartolini amico e discepolo di Canova, si può dire che fosse il complemento di quello. 
Egli era già maturo e valente scultore, quando cadde il primo Impero, e mi torna a mente quel dì ch'egli 
additandomi nel suo studio una statua colossale di Napoleone 1 ordinatagli dal Municipio di Aiaccio, 
dicevami : — quei tempi devono tornare, e questa statua uscire dal lungo suo carcere. 

Il pensiero vagheggiato dal grande Bartolini fu completamente incarnato per opera appunto 
dei tempi, i quali elevando al trono di.Francia Napoleone III, potè la città di Aiaccio, patria del grande 
Napoleone, innalzare la bella statua del Bartolini, che forse sarà una di quelle che non verranno mai 
più atterrate. 

Questo brano di storia moderna, ha un piccolo riscontro con la storia contemporanea a riguardo 
del monumento di Napoleone III in bronzo del Barzaghi che trovasi nel cortile del palazzo del Se- 
nato in Milano, e ch'esso pure sembra aspettare i suoi tempi. 

Il Municipio di Milano nei primi giorni del 1887 desideroso di vederli arrivare, deliberò, sulla 
proposta del sindaco senatore Negri, con 68 voti sopra 74, di accettare il detto monumento, dando 
facoltà alla Giunta di provvedere al collocamento del medesimo nella località a questo scopo designata. 

Ed il ministro Depretis, nella tornata del 14 gennaio anno stesso, si esprimeva nei seguenti ter- 
mini a riguardo del senatore Negri: «Nella relazione Negri si constatava il bene fatto all'Italia 
« dalla nazione francese, e si esprimeva un nobile sentimento di riconoscenza verso il liberatore di 
« Milano ». (Applausi). 

« Nessuno può cancellare la storia, e la discesa di Napoleone in Italia per liberare la Lombardia, 
«è storia gloriosa che il rammentare onora 1' Italia e la Francia >■ [Applausi]. 

È ben vero che a prima giunta sembrerebbe che con l'elevazione del monumento a Napoleone III 
si perpetuerebbe una poco lusinghiera ; ntitesi con l'altro ■ — ai martiri di Mentana — ma è vero 

gin . . ufi? 



5 5° Poesie del Giusti illustrate 



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altres, che quei giovani ero! pagarono il fio della tristissima ed antinazionale Convenzione stipulata 
da Minghetti con 1 imperatore, con la quale - si rinunciava per sempre al possesso di Roma 
dando per garanzia il trasporto della capitale da Torino a F.renze ; - ed in riconoscenza 
del servizio reso dal Minghetti al sire di Francia, questi regala vagli un ricco cofanetto con entrovi 
preziose carte, che Min ghetti stesso legò, vuoto, morendo, al conte Borromeo 
_ I due fatti disgustosissimi di Aspromonte e di Mentana, e prima di questi, l'eccidio di -oo e più 
cittadini torinesi ; i 50 milioni spesi pel trasporto della capitale a Firenze, e gli altri 70 milioni circa 
spesi pel trasporto da Firenze a Roma, senza far menzione di una serqua d' inconvenienti difficile 
a qualificarsi, furono tutte conseguenze lagrimevoli della Convenzione Minghetti. che stipulata con 
il ca P o di una nazione amica e più forte della nostra, dovette avere la piena osservanza, qualunque 
tosse 1 ostacolo che minacciasse di renderla lettera morta. 

Il primo fatto che, diplomaticamente parlando, attentò alla Convenzione, fu quello di Aspro- 
monte, e le nostre truppe lo conquisero e distrussero. Il secondo, fu quello pur gloriosissimo di Men- 
tana, e lo impedì Napoleone III, ma sempre in forza della Convenzione Minghetti, la quale anco in 
giornata ci terrebbe esiliati e vedovi in Firenze se non cadeva Napoleone. 

La infelicissima Convenzione accasciò di dolore tutta V Italia, e Minghetti vi perdette siffatta- 
mente la popolarità che Bologna, patria di lui, noi volle più suo rappresentante, e le he legittime della 
dotta e patriottica Bologna andarono a spegnersi a Legnago. 

A S. GIOVANNI 

Questa poesia, che secondo lo stesso Giusti è una delle meno felici che siano state messe fuori 
dal di lui ingegno, racchiude tuttavia un numero così grande di verità, le quali, ben lungi dall'essere 
svelate pel tempo in cui furono scritte, leggendola attentamente si vede pur troppo che hanno un 
potente e numerosissimo riscontro con i nostri tempi, malgrado che il cambiar di casacca in fatto 
di politica non le rende facili cotanto nell'applicazione. 

A quei giorni era facilissimo atteggiarsi a martire non importa se dell'Austria, di Modena, del 
Piemonte, di Napoli, allo stesso modo che in giornata si vantano i resi servigi alla patria, che in realtà 
bene esaminati risultano sovente resi alla propria borsa, siccome in diverse circostanze vedemmo 
in coloro d» oia vogliono strombazzare essere morti poveri, dopo che spadroneggiarono in palazzi 
ed in ville, vivendo alla sibarita ed accrescendo la non corta litania di quelli che il Giusti chiamò 
bellamente armeggioni e che guidano a loro posta il mondo in barba a quei pochi, dolci di sale, che 
fanno dei lunari, cioè sperano sempre in altro ordine di cose, che non verrà mai ! 

e v 'j- ~ QUÌ ll P ° eta aDude aI re Luigi Fili PP ' U 1 uale dovizioso al pari di Mida e ritenuto per 
figlio di un Chiappini birro toscano, tuttavia tiene la Francia come fosse avvolta in una rete di malizie 
ed inganni. 

13. — In furor di cannibali, ecc. È la guerra civile di Spagna che esecra il Giusti della quale pochi 
assai ne videro le lagrimevoli scene, che ridussero quel fiorentissimo regno una landa, spogliato di 
uomini e di ricchezze, e che non risorgerà più mai alla grandezza che suscitava l' invidia d'ogni altra 
nazione prima del 1^34. 

Cagione di un tanto disastro fu la regina Maria Cristina, che in sugli ultimi momenti della vita 
di re Ferdmando seppe tanto adoperarsi, che lo costrinse a nominare erede del trono la propria figlia 
Isabella, invece del fratello D. Carlos, che aveva diritto a succedergli in mancanza di figli maschi. 
Nessuno potrà mai imaginarsi, e pochi assai crederanno alla immensità dei truci fatti che accom- 
pagnarono quella rivoluzione, alla efferratezza con cui si dilaniavano le due parti, ed alle sconce, e 
luride scene di religioso fanatismo delle quali si fecero autori e spettatori insieme i membri tutti del 
clero, che sugli altari ardirono sollevare l' imagine perfino d' Isabella, adorandola come una divinità ! 

Si disse, e ripetutamente fu scritto, che in quelle sanguinose discordie soffiasse gagliardamente 
V Inghilterra a vantaggio de' suoi propri mercati ; quello però che evvi di positivo, è questo, che 
l'unico il quale ne trasse reali vantaggi si fu il duca della Vittoria, Espartero, ma che in faccia alla 
stona avrà sempre una grande responsabilità per ciò che fece. 

14. — Sognar à' Italia i popoli, ecc. Questo verbo sognare lo adoperò il Giusti forse per dinotare 
che rade volte riescono i popoli nello intento di emanciparsi dai re, che per natura ed arte non inten- 
dono discendere dall'altezza in cui l'hanno sublimati i loro ascendenti. 

Nel tempo in cui scrive il poeta, cioè nel i8u, sanguinose sventure incolsero principalmente 
il Piemonte e molti furono condannati a morte, moltissimi al carcere ed esilio. Però fallito il mo- 
vimento insurrezionale premeditato, Mazzini volle tentarne un altro in Savoia con intelligenza dei 
repubblicani di Francia. Fu ordinata la spedizione e nominato comandante della medesima il ge- 
nerale Ramorino, antico soldato dell'esercito napoleonico e salito in grande fama per avere com- 
battuto valorosamente a vantaggio della Polonia. I cospiratori polacchi ed italiani si radunarono 
a Ginevra ed a Caronge, confine della Savoia, per entrare in quella terra promulgando la rivolta 
e la repubblica. 



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Poesie del Giusti illustrate 551 



A tale scopo era andato Rantolino a Lione, ma vedute molte difficoltà a riuscire, si portò a 
Parigi onde farne consapevole Mazzini, consigliandolo ad attendere sino a quando si fosse radunato 
un nucleo di seguaci molto più numeroso da potere far fronte alle truppe regie. Ed infatti, il 
tentativo di Savoia andò a male, scoraggiando molti ascritti alla Giovine Italia, nel seno della quale 
vi erano i finti liberali seminatori di zizzanie, e che apertamente dicevano : ogni tentativo dei fuo- 
rusciti tornare sempre vano, siccome si rileva da Dante con le battaglie di Campaldino, di Monte 
Aperti e degli emigrati toscani sotto Cosimo IL 

15. — Qui fa chiaramente conoscere, che se i moti popolari abortiscono, malgrando si abbia 
avuto l' idea ed il proposito di farli approdare a buon termine, la causa non è soltanto l'oppres- 
sione delle truppe regolari solite a soffocare nel sangue qualunque movimento tendente a libertà ; ma 
bensì delle popolazioni, le quali vantano di possedere un coraggio da leoni capaci di sfidare i pericoli e 
sostenere qualunque urto per far trionfare la propria idea, il più delle volte si mostrano pecore o co- 
nigli sopra dei quali fanno strage orrenda i loro nemici, che sovente sono connazionali e così detti 
fratelli ! 

APOLOGIA DEL LOTTO 

I. — Resulta dalle statistiche che un anno per V altro, il lotto rende allo Stato 65 milioni, ecc. 

All'epoca in cui furono scritte le annotazioni, tale sarà stata la rendita del lotto ; ma dalle me- 
desime statistiche governative si apprese due anni or sono, che il lotto rendeva ben 78 milioni ! 
Questo aumento, in parte, si deve alla corrruzione dei costumi, la quale fa sì che la maggior parte della 
popolazione rotta alla ignavia aneli di poter vivere ed arricchire poltrendo ; e nella massima parte, 
all'astuzia governativa, la quale per meglio prendere in questa sozza rete la gente, ha stabilito la 
tariffa delle giocate più o meno alta secondo la condizione più o meno comoda dei giuocatori delle 
diverse provincie. Quindi mentre nelle provincie meridionali si può giuocare tutti i giorni della setti 
mana con una tariffa di pochi centesimi, nelle antiche provincie trovasi molto elevata e quindi a 
seconda della agiatezza delle provincie. 

// Giusti, a ragione sdegnato di tanta iattura, ecc. Se il nostro Governo non pensa neanco ad 
abolire l' immoralissimo giuoco del lotto, la popolazione vi pensa ancora meno e stimerebbe quasi 
\ina sventura pubblica se venisse realmente abolito. E così incarnata la passione del giuoco nella nostra 
Italia, che alle persone dell'ultima classe sociale non basta neppure il lotto pubblico, mentre fa di 
tutto per alimentare il giuoco clandestino. E prescindendo da questa tassa immoralissima mantenuta 
dal Governo, non veggiamo tutto giorno moltiplicarsi le case da giuoco e perfino la roulette ? A 
qual prò dunque strillare continuamente contro il Casino di Montecarlo, se ad ogni pie sospinto tro- 
viamo una casa da giuoco e se ornai si moltiplicarono cotanto le lotterie pubbliche le quali sono 
una vera mistificazione pel pubblico, mentre impunemente si trasgrediscono le condizioni stabilite 
nel programma ? 

Analizzata ben bene la cosa, il Casino di Montecarlo mantiene il meno immorale di tutti i 
giuochi permessi e clandestini che rodono la nostra società. Infatti : colà non si può giuocare sulla 
parola : è il denaro che vale, e perciò non si avventurano né palazzi, né ville, né poderi, come si co- 
stuma nei clubs e ne circoli privati. Colà non vi sono i bari che truffano, né ingannatori che fuggono 
siccome veggiamo spessissimo nelle borse ,- ma le vincite, fossero pure di mezzo milione, sono pagate 
subito in oro. È forse colà che il giuocatore è truffato da chi è preposto alla bisca, come succede 
giuocando al lotto ; poiché, sia che innocentemente faccia un errore, ovvero, come più spesso accade, 
non si segni a registro che una minima parte del denaro giuocato, ecco che il Governo non gua- 
rentisce neanco contro ai ladri ed il giuocatore ne va sempre di mezzo. 

E delle lotterie così frequentemente emesse e sempre annunziate al pubblico a scopo di bene- 
ficenza che cosa dovremo dire ? Ci limiteremo a scrivere qualche parola su quelle della Croce Rossa, 
delle Scuole italiane di Alessandria, e di Santa Margherita, lasciando da parte l'ultima venuta fuori, 
quella della Stampa, della quale occorrerà intrattenerci più tardi. 

In quanto alla prima, cioè, a quella della Croce Rossa, è chiaro pur troppo che alcuni milioni 
furono accordati a vantaggio degli iniziatori della lotteria, dei principali banchieri che sottoscrissero 
e di non pochi sensali e mediatori di borsa che vi concorsero. Per tutti costoro, lo scopo benefico ed 
umanitario della Croce Rossa non esiste, ed una tale opera santa, per essi, vale quanto un'altra ope- 
razione di borsa ! Ma questo non è soltanto il male che deploriamo, vi è altresì l'altro, che menomato 
il capitale dei 15 milioni, non si hanno più tanti premi quanti se ne sarebbero potuti dare a capitale 
intero, e quindi scemata la fiducia. 

La lotteria delle Scuole italiane d'Alessandria, non rifinì di lusingare colla stampa, che i tre colori 
dei biglietti si conservassero gelosamente, perchè anche estratto un colore, concorrevano sempre gli 
altri due ai premi, ciò che fu riconosciuto falso a danno degli uomini di buona fede rimorchiati lungo 
tempo dietro le assicurazioni ripetute che l'estrazione si farà il tale giorno ! Che cosa si dirà poi di molti 
numeri premiati con delle oleografie da pochi centesimi ? 



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55 2 Toesie del Giusti illustrate 



Ora in quella di S. Margherita, si misero in opera mezzi immensi per la vendita dei biglietti, 
con regali di busti marmorei, di oleografie, e di biglietti gratuiti, ritrovati tutti, il cui importo natural- 
mente viene prelevato dal ricavo devoluto all'opera pia S. Margherita di Cortona 

Uopo questi semplici cenni ei ci pare che il Ministero prima di far coprire certe mercanzie con 
la bandtera dei reali, e: dovrebbe pensar meglio ! mercanzie con 

PRETERITO PIÙ CHE PERFETTO DEL VERBO PENSARE 

I. — Fino dal tempo di Orazio i vecchi sono sempre stati lodatori temporis acti, non perchè il 
mondo cangi di sovente e molto ; ma perchè siamo noi che cangiamo ecc 

Non possiamo essere per nulla d'accordo con lo scrittore delle' annotazioni, quando si forza a 
persuadere coloro che giustamente lamentano l'attuale andazzo delle cose, essere ingiuste le loro gere- 
miadi poiché il mondo non già bensì gli uomini sono cagione dei mali che deploriamo 

dnvrebb™ Z* ^l™™ d ' ìntT /^ d in 1 uest ° P°™ gradito argomento, essendoché non si 
dovrebbe contraddire la massima dello scrittore con dei fatti disgustosi di troppo dipendenti dagli 
STI -, S1 su, : ce ^ ttero . nell'amministrazione della cosa pubblica, e non già dalla natura stessa 
dell uomo, il quale invecchiando si fa brontolone. 

Ha un bel farsi forte lo scrittore con le massime espresse da Orazio, che perfettamente consonano 
con le proprie ; e noi alla nostra volta porteremo l'autorità del Tasso, il quale nell'ornate lasciò scritti 
1 due seguenti versi : 

« Il mondo intristisce 

« E peggiorando invecchia. » 

E a non andare di troppo per le lunghe su di questo argomento che si fa ogni giorno più dolo- 
roso, soggiungeremo : - che cotanto si è il disinganno che provasi nel procedimento e nello sviluppo 
di questa nostra vita politico-amministrativa, che tutti, almeno coloro che non hanno interesse a 
mantenere questo stato di equivoci, d'incoerenze, di arbitrii e peggio, lamentano il progressivo ro- 
vimo della cosa pubblica esclamando : — „" stava meglio quando si stava pegola ' 

Infatti : per lo innanzi non vi erano le delizie dei contratti con i banchieri, i quali per ben due 
volte gavazzarono largamente sulle strade ferrate, e specularono ingordamente sulla regìa cointeres- 
S Tu~ a-V 1 V ? deVano m , mstri ' che P er tenersi s^ldi in seggio, giocassero quarantine di milioni 
alla borsa di Parigi insciente il nostro Parlamento. _ Non si votava la imposta sulla fame, il macinato 
opera esosa di Sella che peggio di Vespasiano seppe confiscare perfino le lagrime e che boriando sui 
propri paradossi m piena Camera gridava : economie sino all'osso, e poi sprecava otto e più milioni 
in quel palazzo detto delle Finanze, ma che in realtà è un labirinto, nel quale si sa dove si entra ma 
non ci si raccapezza nulla dentro, spendendo mezzo milione annuo d'interessi per questo bello arnese 
Ai tempi andati non vi erano i Minghetti ed i Peruzzi, che per compiacere il sire di Francia, firmavano 
la perpetua rinuncia a Roma, dando in pegno il trasporto della capitale a Firenze, gli eccidi di 200 
e più cittadini a Tonno, e 50 milioni di spese pel trasporto : fatti dolorosi, che Minghetti scrivendo 
ali onor Branca nel 1885 ebbe il coraggio di chiamarli necessari per ottenere il ravvicinamento alla Ger- 
mania ! _ Avvicinarsi a Berlino vendendo Roma al Papa ed a Napoleone, fu dove spiccò il di lui vero 
patriottismo ! Allora non vi erano gli inqualificabili aumenti dei tabacchi, degli zuccheri del caffè 
della carta bollata, né molto meno il grande affarone di Assab e Massaua pel ouale piangono molte fa- 
miglie S1 snervano le finanze e se ne ha una gloria che sarebbe bella se non si fosse mai cercata I 
Altro che Orazio ! Altro che vecchi brontoloni !... 

8. — Allude alla uguaglianza civile che va instaurandosi in tutta Europa meridionale ecc Vi sarà 
stato il principio, l'embrione in allora di questa eguaglianza, ma sventuratamente si vede, che il prin- 
cipio e 1 embrione hanno abortito ; e per conto nostro siamo costretti a vederla questa uguaglianza 
espressa unicamente nelle sale delle Corti di Assise, ove fu scritto : La legge è uguale per tutti 
io. — Fino agli ultimi tempi si credeva, ecc. Se per lo innanzi i doviziosi legavano alle chiese 
1 beni appartenenti alla famiglia, privandone i parenti, in giornata per una boria insensata si legano 
ingenti somme agli spedali, che impinguano un nugolo d' impiegati e pochissimo giovano agli infermi. 

V INCORONAZIONE 

• L j ^? CSÌa intom0 ^ °l uale siamo P er iscrivere alcune righe è una delle più salienti che siano 
uscite dalla mente del grande autore, in quantochè trattandosi di gravissime cose, sa condirle bella- 
mente con la satira burlesca in modo affatto nuovo, anzi unico fra tutti i satirici italiani. 

I. — Scritta nella infaustissima epoca nella quale la tirannica oppressione austriaca veniva 
maggiormente assodata nel 1838, quando l'imperatore Ferdinando volle farsi incoronare in Milano 
e pressoché tutti 1 cattadini di questa capitale morale impazzarono per gara di spendere somme enormi, 
sciupandole a festeggiare il proprio dominatore, arrivando perfino un tale ad esporre una grandissima 



fip- 



^Poesie del Giusti illustrate 553 



scritta congegnata di puri diamanti di eccessiva grossezza, dicente : W. Ferdinando I, dimostra- 
zione che fece trasecolare tutti i rappresentanti delle case estere, ed annichili tutti i maggiori Creso 
dei due emisferi venuti espressamente per tale solennità in Milano. 

3. — // re Carlo Alberto in quel tempo non si era ancora riabilitato, ecc. Antecedentemente 
abbiamo fatto cenno di questo disgustosissimo fatto storico, ed ora a completarlo soggiungeremo : 
che nel 1842 mentre assentiva alle proposte dei più grandi personaggi del Piemonte, quali il marchese 
di Provana di Collegno, il conte di S. Marzano, gl'illustri signori Regis, Lisio, Santarosa ed altri che 
coraggiosi faceano segreta ed estesissima propaganda e logoravano i loro patrimoni a riuscire nello 
intento, egli consentiva alle proposte diluii alto personaggio inviatogli ripetutamente dal re Vittorio 
Emanuele I, con le quali doveva lusingare sempre i liberali ; ma di nascosto, non solo non dare loro 
veruno appoggio, ma bensì combattendoli a tutta oltranza, minacciandolo diversamente di privarlo 
del regno nel caso fosse per succedergli. Carlo Alberto non istette in forse e posto nell'alternativa di 
mancare al giuramento fatto in presenza dei più illustri Carbonari d'allora, o di pregiudicare ai propri 
interessi dispiacendo al re, dette la seguente risposta allo inviato del re di Sardegna : Dite a sua Maestà 
che ho inteso tutto e la sua volontà sarà eseguita. (Turotti, Storia d' Italia, lib. IX). 

Riappacificatosi con il re, dovette piegarsi alle esigenze del medesimo, che in fine non erano 
altro che quelle della santa alleanza ; e la circostanza richiedendo di soffocare la rivoluzione in Ispagna 
e disperderne i liberali esegui la spedizione del duca d'Angoulème ed al forte del Trocadero pugnò 
come un leone in favore della reazione, imprimendo sulla propria fronte quel marrchio di che ancora 
oggi favella la storia, e proseguì poscia a mantenere il carattere e la persona di uomo dell'ordine eziandio 
quando salì al trono il 18 ottobre preceduto da imprigionamenti, da ergastoli e da patiboli, mentre 
ricevuto da feste e passando sotto gli archi di trionfo aggiungevasi il tripudio allo scherno ed allo 
squallore generale. (Turotti, voi I, pag. 825). 

6. — Qui si parla delle ingenti spese fatte dal governo di Leopoldo II nelle Maremme Toscane 
per ridurle in buono stato di coltivazione, ecc. 

Il Giusti, mirando unicamente a menare la frusta, percoteva ingiustamente il granduca Leopoldo 
addebitandogli anco di aver seguito i piani di quei grandi uomini che erano il Fossombroni, il Manetti 
ed il Giorgini. 

Se il poeta, in iscambio di berteggiare continuamente Leopoldo, avesse conosciuto che cosa si 
faceva nelle altre corti d'Italia, certo, mentre avrebbe risparmiato l'oggetto delle inconsiderate sue 
satire, avrebbe avuto da dire largamente sopra di altri sovrani, che regnanti assoluti come Leopoldo, 
mirarono sempre ad intascare le rendite dello Stato per le proprie famiglie, non facendo quasi nulla 
pel bene pubblico. 

7. — A lode del vero, fu risparmiata dalla satira Maria Luigia duchessa di Parma, vedova 
di Napoleone il Grande, e sposata in seconde nozze al generale conte di Neiperg, atto che alcuni scri- 
bacchiatori hanno voluto qualificare quasi come un delitto, mentre se tale si è, la storia ribocca di 
atti consimili contemporanei, e la madre stessa di Carlo Alberto passò a seconde nozze non reali, e noi 
ne vedemmo dei ripetuti di cotali matrimoni nella stessa Casa, e ancora più numerosi nelle Case di 
regnanti esteri. 

Del resto, Maria Luigia quale sovrana di Parma, fece moltissimo di più per il proprio ducato, 
di quello che tutti insieme uniti non operarono gli altri sovrani : e i portentosi monumenti che ancora 
oggi formano la meraviglia dei periti e la comodità immensa dei sudditi, quali sono i famosi ponti sui 
diversi fiumi e la grande strada della Cisa, opera veramente romana e più che romana eminentemente 
filantropica con la quale s' innalzavano lungo la strada medesima ripetute case cantonk re per entro 
alle quali trovavano ogni maniera di conforto i viandanti che guadagnavano quel monte inospitale 
nella cruda stagione, sono testimonianze tali che appena trovano un riscontro nelle magnifiche costru- 
zioni dell'ex regno delle Due Sicilie. 

E poi : mi si citino ad uno ad uno tutti indistintamente i sovrani dell' Italia d'allora e mi si dica 
chi avrà la fronte di mostrare le mani monde di sangue del proprio popolo specialmente per motivi 
politici, come impollute le seppe conservare Maria Luigia ? Chi seppe governare senza angherie di 
sorta e cattivarsi il sincero amor di tutti, che piansero a larghe lagrime la morte della medesima ? 
Oh per Iddio ! Nel decesso dei principi si possono bene ordinare sfarzosi lutti, comporre a mestizia 
ufficiale i volti dei parassiti e degli adulatori, ma piangere, come suol dirsi, di cuore e piangere lungamente 
non si vide mai per nessunissimo monarca, e soltanto i parmigiani piansero amaremente la loro du- 
chessa (1). 

8. — Don Lodovico duca di Lucca, ecc. Non è veramente questo il nome, bensi quello di Carlo 
Lodovico che devesi sostituire e del quale il Giusti non potendo scrivere altro, pure volle ferirlo 



(1) Maria Luigia morì avvelenata per la sua squisita gentilezza. ■ — Ci spieghiamo : nella Corte esisteva 
una vera congiura contro il confessore di lei, che dopo studiati i modi più spicci a liberarsene, avvelena- 
rono la tazza di cioccolata che ogni mattina beveva con la duchessa, terminata la celebrazione della messa. 
Narrasi a questo riguardo, che dessa, porgendo graziosamente al prete la tazza che'nel vassoio le era più 
vicina, bevesse in quella destinata pel confessore e quindi morisse del veleno preparato al medesimo. 

1» — J Z 



-m 



554 Toesie del Giusti illustrate 



appellandolo protestante, attributo che un poeta per nulla affatto cattolico com'era lui non avrebbe 
dovuto appropriargli come insulto, ben sapendo che a quei tempi se non si professava così apertamente 
il protestantesimo come in giornata da moltissimi, pure le credenze cattoliche erano di molto affievolite. 
Del resto, il duca Carlo Lodovico fu un monarca singolare, perchè senza il consiglio di tanti ministri 
dei quali si presidiano i coronati, seppe governare assai bene il suo piccolo Stato, meritandosi la gene- 
rale benevolenza, cosa molto rara nei principi della giornata ; ed il Giusti, che nelle sue poesie non 
trovò quasi mai da pungere coloro che regnavano fuori di Toscana e punzecchiò poco giustamente i 
duchi di questa, non può fare a meno di encomiare Carlo Lodovico, scrivendo : — non essere né carne 
ne pesce fra i tiranni ! 

Chiamò da tutte le parti gli artisti più celebri in ogni arte, facendo della piccola città di Lucca 
il convegno delle persone più illuminate, mentre conversava con i sudditi d'ogni grado così famigliar- 
mente da meritarsi la generale ammirazione. Chi scrive, può asseverarlo più d'ogni altro, che ricevuto 
in varie occasioni cortesemente nella di lui villa Le pianore vicino a Pietrasanta ed anche nella reggia 
di Lucca, potè giudicare del di lui spirito colto ed erudito più di quello di qualunque altro regnante, 
e, per sopramercato, gentile così da poter servire di modello ai freddi sembianti dei monarchi dei 
nostri giorni. Sposato ad una figliuola del re di Sardegna, non potè averla sempre compagna e vicina, 
comechè datasi a pratiche divote per istigazione di un fiate domenicano figlio di un muganio dei 
ducali possedimenti, sdegnava convivere con lo sposo, contenta dei rugiadosi discorsi del monaco, 
che mentre la involgeva entro alle spire dello asceticismo più spinto, sapeva trarre V acqua al proprio 
molino eccellentemente ! 

Carlo Lodovico fu il sovrano che ebbe maggioi buon senso e tatto di quanti esistevano, ed a tutta 
ragione può dirsi che fosse il vero gentiluomo in tutta l'estensione del termine, e S'ccome buono per 
natura, cosa molto rara in chi nasce col diritto di comandare, abborrendo dal fare il tiranno a quei 
tempi procellosi, così preferì abdicare in favore del figlio e vivere privatamente. Oh non l'avesse mai 
fatto ! Che Parma non si sarebbe macchiata di due esecrandi delitti, e dei quali non potrassi giammai 
purgare, la pugnalazione cioè, di Carlo III e l'eccidio del colonnello Anviti ! 

9. — Culagna è un ■meschino villaggio, ecc. Bellamente il Giusti buffoneggia il duca di Modena, 
che signoreggiando una terra grande quanto un guscio di noce vuol farla da gradasso accomunandosi 
con i regnanti di grandi Stati. Che se in questo particolare gli fallisce la prova, vince però ad oltranza 
tutti quanti, sia per la ferocia e le sataniche trame, come per le estorsioni d'ogni fatta operate a danno 
degli sventurati sudditi. 

Infatti, a tacere delle ripetute esecuzioni, delle molte condanne alla galera, delle proscrizioni d'ogni 
genere con cui dilaniava onesti patrioti di null'altro rei tranne di amare la patria e respirare qualche 
aura di libertà : tramava secretamente e senza posa a danno del Piemonte, insinuando al proprio 
ospite Carlo Felice le massime più liberticide e congiurando contro Carlo Alberto, che avrebbe voluto 
spodestarlo, facendosi riconoscere da Vittorio Emanuele e da Carlo Felice successore al trono di 
Sardegna. 

In quanto alle estorsioni ed alle usure con le quali opprimendo dissanguava gli sventurati sudditi, 
basterà di dire, che Francesco IV estese il monopolio più esoso e svergognato sopra tutto, cosicché 
dalle cave dei marmi, sino ai molini di grano e di olio, alla panificazione, ai generi di vestiario, non 
vi fu impresa, non si aprì negozio, non si esercitò industria che non fosse di proprietà ducale, spacciando 
i generi di primissima necessità a prezzi favolosi ed affamando letteralmente la popolazione. 

11. — Qui si accenna alla rigenerazione del papato, ecc. Fu tentata e pressoché compiuta da 
Gregorio XVI, il quale appena eletto trovando gli Stati della Chiesa in sollevazione, chiamò gli austriaci 
in aiuto sguinzagliandoli contro i liberali delle Legazioni e delle Romagne, non così felicemente però 
come avrebbe desiderato il papa, unitamente ai cardinali Bernetti segretario di Stato ed Albani com- 
missario questi delle Legazioni, poiché l'occupazione austriaca destando grandi gelosie nella Francia, 
questa a sua volta, pretestando le turbolenze della penisola, inviò un corpo di spedizione negli Stati 
pontifici, occupando Ancona sotto il comando del generale Cubières che malgrado le proteste papali, 
disarmò i soldati pontifici e prese di fatto il comando di tutto lo Stato, oppressione straniera in Italia 
che non doveva cotanto presto finire, e prodromo dei connubi che ancora oggi minacciando, afflig- 
gono la nostra patria. 

IL MEMENTO HOMO 

La briosissima satira di cui s'informa la presente poesia, che si può giustamente qualificare come 
una delle più riuscite del Giusti, non richiederebbe nessuna nota, comecché assai chiaro metta in 
ridicolo i menzogneri elogi di cui si glorificano in giornata tutte le mediocrità che scompariscono 
dalla terra. 

Che cosa però non iscriverebbe il nostro poeta, veggendo in qual modo la manìa del glorificare 
chi non fece poco o nulla per la patria e per l'umanità, sia spinta al punto da formare una società di 
mutuo incensamento, promovendo ed innalzando statue ai consorti con la certa speranza di essere 



Poesie del Giusti illustrate 555 



ricambiati di altrettanto appena cesseranno di vivere f Oh sì ! Il Depretis non si sarebbe cotanto 
affrettato a presentare il progetto di legge per un monumento a Minghetti la cui salma era ancora 
tiepida, e facendo pesare sulle già troppo gravate spalle del popolo cento mila lire, se non perchè i soci 
superstiti avrebbero fatto altrettanto con lui una volta spento !... 

Che cosa non direbbe il Giusti visitando la città di Torino, irta di statue e monumenti a tante 
volgarità, che se possono avere un lato perdonabile, sarà quello dell'amicizia che li promosse non mai 
l'ammirazione dei posteri, né l' immortalità della storia, e che pare vogliano rendersi imitatrici Milano 
ed altre città, le quali lasciano nell'oblio i nomi di personaggi illustri non pure italiani, bensì mondiali, 
per immortalare uomini che fecero tutto per se e ben poco per gli altri ? Che se le sottoscrizioni dei 
privati hanno il potere talvolta di far dire alla storia ciò che non è ; temano che i popoli in certi mo- 
menti, che pure brillano per grandi giustizie, e per riparazioni di grandi torti, temano, ripigliamo, che 
non abbiano a fare di tante statue innalzate oggigiorno, ciò che di quella di Andrea Doria ne fece la 
rivoluzione e che forse non s' innalzerà mai più. 

LA TERRA DEI MORTI 

I. — Se noi italiani siamo destinati, ecc. Chi oserebbe mai aggiungere un sentimento soltanto 
per chiosare la presente poesia, nella quale il Giusti si mostrò grande ed inimitabile al pari di Dante ? 

Avendo egli pertanto detto bastevolmente per ricacciare in gola a Lamartine la sprezzante sen- 
tenza, ed anco in giornata avendo fatto vedere agli uomini della stessa tempra di lui che fummo vivi 
malgrado il rabbioso jamais d'un altro arrogante ; pure non possiamo che vivere trepidando sulle 
sorti che aspetta la nostra patria, giacché conveniamo a puntino con il commentatore delle attuali 
poesie, — che il nostro splendido avvenire, ovvero la nostra morte inonorata sta sulla bilancia, — che 
faccia senno la rappresentanza nazionale — che soccorra il buon senso della popolazione — che il Go- 
verno conosca i tempi e l'altezza della propria missione ! 

Non andremo esaminando se siamo giunti, ovvero no a questo termine da nutrire una speranza 
assai debole pel nostro vivere glorioso ; ma certo egli è che, veggendo come è trattata la faccenda 
pubblica, e come a forza di mali ripieghi e di meno corrette misure siamo giunti a vedere massacrati 
i nostri soldati dalle orde africane, e come un, ministero caduto e ricaduto più volte sotto la generale 
disapprovazione, non rifinisca d' imporsi, perchè non si saprebbe a quali altre mani affidare la gestione 
della cosa pubblica ; — veggendo come fuori di Depretis non si trovi nessuno che regga il timone, ci si 
lasci una volta interrogare : — dunque, se morisse lui, morirebbe anco 1' Italia ? — Eh per Iddio ! 
Non morì con la dipartita del grande Cavour, e dovrebbe morire per la perdita di questo politico che 
alla misurata abilità aggiunse l' insulto, esclamando dittatorialmente in faccia alla Camera : Piace 
a me e basta ? Ci sarebbe da ridere, quando non si trattasse di cose seriissime ! 

IL PAPATO DI PRETE PERO 

Nessuno avrebbe mai imaginato, ed il Giusti non lo avrebbe creduto, che scrivendo questa poesia 
nel 1845, dovesse avere appena un anno dopo quasi un pienissimo compimento per l'elezione a pon- 
tefice del cardinale Mastai. 

Diciamo — quasi pienissimo compimento — dacché questo gran papa salito al trono con le più 
benevole ed umanitarie intenzioni del mondo e con un'anima dotata di slancio bastevole per metterle 
in esecuzione, dovette suo malgrado arrestarsi nello intrapreso cammino non solo, ma spinto e pro- 
vocato da svariatissime trame e da casi ancor più funesti a valersi del potere che gli fu conferito per 
rintuzzare gli attacchi feroci ed i ripetuti assassinii che insanguinavano la capitale e non poche delle 
Provincie dello Stato. 

E quali furono le cause che indussero un uomo di carattere così dolce, di sentimenti così umani 
e nato fatto per il bene dei popoli a cambiare totalmente, sino ad essere giudice severo, mentre si era 
annunciato e fatto conoscere il padre di tutti ? 

Lo diremo in poche parole, acciò rimanga a memoria infausta di coloro che ne furono gli autori 
principali. 

E fra questi è dolorosissimo constatare il cardinale Lambruschini, per vendetta di non essere 
riuscito nel conclave, in cui aveva di già ottenuti ben diciassette voti, ma che poscia in altro scrutinio 
furono tolti a lui e dati al Mastai, cosicché venne proclamato pontefice. 

Da quel momento il Lambì uschini usò di tutta la propria influenza per contrariare le opere di 
Pio IX ; sobillò le persone più alte del clero, corruppe i più grandi funzionari dello Stato e congiurò 
con essi perchè tutto andasse a rovescio delle pie intenzioni del papa, e vi sarebbe perfettamente 
riuscito, se scoperte le mene, svelate le congiure non si fosse dovuto allontanare Lambruschini, deporre 
Grasselini governatore di Roma, e tanti altri che aveano aderito alla perfida congiura intessuta dal 
porporato ligure. 



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55 6 Toesie del Giusti illustrale 



A questo si aggiunga, che quasi tutti gli uomini chiamati a formare un governo laico e che poscia 
li vedemmo a rimestare nelle faccende d' Italia con grande loro prò, tutti si mostrarono impari allo 
scopo, incapaci anche di conoscere intimamente i vasti concetti del gran papa riformatore cosicché 
guastarono ogni cosa per la pretesa di migliorare la società, distruggendo l'antico senza capacità di 
sapere edificare qualche cosa di nuovo, siccome fecero poscia ; quindi meglio veri arruffa-popoli che 
veri amministratori si sarebbero dovuti qualificare. 

Da un cotale sgraziatissimo stato di cose, ne nacque un peggioramento così funesto che tale non 
si vide per lo innanzi e non si vedrà più mai, l'assasinio cioè del grande ministro Pellegrino Rossi 
e le fucilate dirette alla tribuna di S. Piatro sulla quale stava il papa circondato dalla propria corte 
nel! atto che mostravasi al popolo plaudente ! ! I 

Forse non tutti sanno che d'allora in poi la nera congiura si estese a tutta 1' Italia e se ne fecero 
sostenitori ferocissimi gli uomini del clero di ogni diocesi, che dai pulpiti, dai confessionali, nel seno 
delle famiglie ingeneravano disprezzo per il papa divenuto eretico, arrivando persino a fare pubbliche 
preci per la di lui conversione ! 

. } G °^' erni tutt i dei piccoli Stati italiani, a loro volta inimicavano di sottecchi ed allo aperto i fautori 
di Pio IX, facevano il possibile per cancellare le orme che aveano impresse dietro lo splendido esempio 
di lui nella via del progresso, e quei principotti che non si azzardarono di ritirare la costituzione 
data, ne rendevano quasi impossibili i benefici con i ripetuti ristrettivi decreti, con i rigori di una 
polizia sospettosa di_ tutto e nel fatto nemica acerrima delle istituzioni liberali. 

Cotanto crebbe il male, che gli avvenimenti politici incalzarono vieppiù e la rivoluzione guada- 
gnando terreno, soperchiò ogni cosa, fuggi il papa e la repubblica fu proclamata in Roma, il venerato 
nome di Pio .IX fu fatto segno ancora più generalmente ad oltraggi sanguinosi, innomibabili, e soltanto 
ne può far fede chi vide esposte al pubblico le litografie, le incisioni rappresentanti le cose più letcie 
e sozze che mente corrotta possa cieare. 

_ Quello che avvenne poscia, tutti lo sanno. La Francia rimette in trono Pio IX ; le repressioni san- 
guinose in varie provincie degli Stati papali e specialmente in Bologna ed in Perugia. . per finirla l'odio 
acceso ed alimentato contro di lui, al punto che anco dopo morto perdura animatissimo ' 

Oh umani eventi ! Chi l'avrebbe mai detto, che un papa, il quale seppe destare l'entusiasmo nelle 

potenze più infedeli ; che i re medesimi ambivano di dare ai loro figliuoli il nome di lui ; che ogni 

ceto della società, dagli istrioni sul teatro fino ai monarchi sul trono, gloriavasi di avere al collo in 

dito, m portafoglio il ritratto di Pio IX chi avrebbe mai imaginato che sarebbe caduto così in basso ?... 

C è da far molto assegno sull'aura popolare non meno che sulla protezione dei grandi ! 



LA RASSEGNAZIONE 



Non appena fu eletto pontefice Pio IX, e fatto sbalordire meglio che meravigliare il mondo in- 
tero colla generale amnistia, che in un subito i grandi patrioti, i quali dal fondo delle carceri avean 
sempre studiati i mezzi per fare libera V Italia, si misero all'opra da senno, cogliendo l'occasione non 
mai per lo avanti presentatasi così propizia come quella di vedere un papa alla testa del movimento 
per cacciare dal suolo italiano i nemici che tanto sozzamente lo avevano sino allora calpestato. 

eppure, eh! lo crederebbe, che in mezzo a questi generosi slanci che- si levarono da ogni terra 
italiana, la reazione capitanata dall'Austria trovasse ancora del terreno propizio allo sviluppo dei 
tenebrosi propositi, e lo trovasse principalmente in Toscana, dove il germe della libertà erasi rigoglio- 
samente sviluppato mercè il numero grande degli uomini più accesi di amor patrio che vi aveano 
trovato ospitalità, onori ed impieghi ! 

Questo stato di cose, contrario affatto allo intendimento generale, andava guadagnando terreno 
tutti i giorni mercè all'attiva propaganda che facevano gli affigliati dei Sanfedisti, ed il clero secolare 
e regolare, insinuando neUe famiglie ed anche inculcando dai confessionali la pazienza, la tolleranza e 
l attaccamento ali ordine attuale delle cose, ed ai satanici consigli unendo lo scherno, finivano con insinuare 
di raccomandarsi a Dio, che tempererà i loro dolori e, se conoscerà essere del loro bene, li libererà! 

La sedgnosa mente del Giusti, insofferente del giogo straniero quanto altri e più degli altri, si 
scosse e die mano a scrivere la presente poesia o a meglio dire, la rifece quasi totalmente, improntan- 
dola di tutto l odio di cui era capace per flagellare i padroni d' Italia che tenevano i popoli oppressi, 
avviliti, monchi ridotti automi o giù di lì ; ma che in ultima analisi, erano assai più disposti all'odio 
ed alla stizza che all'amore. 

// quieto vivere inculcato dagli amici dell'Austria, si era l'argomento trattato dal Giusti ; quieto 
vivere che equivaleva a perpetuare il servaggio della patria nel momento stesso che per l'onnipossente 



-ile 



Toesie del Giusti illustrate 5 57 



impulso dato da Pio IX, doveansi rompere le catene secolari onde l'avean stretta le potenze nordiche 

""*?« stoltezza somma predicare la rassegnazione, quando l'amore della terra natia si faceva sentire 
più vivo e gagliardo nel petto di ogni italiano, e quando tutte le provincie, da Palermo a lorino si 
sollevavano chiedendo libertà ai propri sovrani ed insieme le armi per scacciare lo stremerò ! 

Che se alcuni di questi reggitori del popolo, per evitare mali maggiori, si conformavano agli esempi 
dati dal papa, e tali il granduca e Carlo Alberto, gli altri, per non ismentire il carattere di veri tiranni, 
siccome u re di Napoli, il duca di Modena e l'Austria per le provincie italiane, rintuzzavano con ogni 
maniera di barbari mezzi, lo slancio delle popolazioni. 

Primo fra tutti il re di Napoli, il quale, non sapendo come giustificare le tanniche misure prese 
contro le dimostrazioni di gioia del popolo di Palermo, decretava non si potesse ripetere il grido di 
Viva il re, a patto di essere puniti severamente. ... , , „ A „ 

Nuovi, per verità, negli annali del dispotismo fu cotale ingiunzione, la quale, emanata dopo 
che le popolazioni della Sicilia si mostravano grate al re per aver dimesso il ministro ddlmttrjo 
Sant'Angelo, portò conseguenze tali che non si crederebbero quando la stona non le andasse eternando 
ron i dìù incontestati documenti. . ,. . . 

Prese adunque a pretesto le dimostrazioni popolari, Ferdinando II sguinzaglio la polizia in cerca 
degli autori delie medesime, togliendo a sospetto persino due ufficiali di artigliere, Longo ed Orsini 
chi come rei di lesa maestà furono sottoposti al giudizio. Un tal procedere irrito viemaggiormente 
le popolazioni e quindi Messina e sobborghi si agitarono in modo che dovettero ^ en «% san f U n d°o 
lotte con la truppa e quasi ciò fosse poco, détte pieni poteri al generale Landi, il quale, cacciando i 
liberali, come tante belve e non potendoli raggiungere perchè occultati dal contadiname nel 30 ago- 
sto del 1847 pubblicò un editto col quale prometteva trecento ducati a chi uccidesse e ducati mille 
a chi facesse arrestare Antonio Capranico, Antonio Caglia, Paolo Restuccia Antonio Micero Andrea 
Negri, Gerolamo e Vincenzo Mari, Luigi Micali, Salvatore Santantomo e Francesco Sacca, natural- 
mente destinati ad essere appesi per la gola se venissero consegnati nelle mani del fiero Landi. 

Non potendo infierire con i citati, la rabbia poliziesca cercò uno sfogo imprigionando una quantità 
di cittadini, tra i quali parecchi sacerdoti, sospetti di avere occultati i compromessi ; e quindi contro 
medesimi istituito un procedimento, la cui conseguenza fu la prigionia perpetua per molti e la fucila- 
zione per diversi, tra i quali quella del prete Giuseppe Sciva. 

La repressione, se tale poteva dirsi, di Palermo e Messina, ebbe un contracco pò in Reggio per 
opera di Giandomenico Romeo, contro della quale fu spedito il conte d'Aquila, fratello del re con due 
piroscafi carichi di truppa, ed il generale Nunziante, altro paladino del borbone, infierì contro ai solle- 
vattne catturò gran numero, li fece giudicare da Corti marziali, e molti per conseguenza vennero 
condannati alla fucilazione, ed altri all'ergastolo. . 

Eppure a fronte di quanto si operava in danno delle popolazioni, non mancavano 1 partigiani 
della tirannide coronata a predicare le rassegnazione, sperando di potere cosi ribadire le catene che 
principiavano a strapparsi dai polsi le provincie oppresse Mnrlpna in 

E se la predicavano questa rassegnazione in Toscana, facevano lo stesso gli adepti a Modena in 
Piemonte, che pure era entrato nella via delle riforme per opera di Carlo Alberto, nor 1 risoluto cotanto 
di percorrerla questa strada sino al compimento dei destini voluti dalla nazione poiché gì. cuoceva 
disbrigarsi dai consigli dei gesuiti, i quali unitamente al generale Galaten erano il più saldo sostegno 
del trono, in modo che mentre per le concesse riforme era divenuto l' idolc , del Piemonte e della 
Liguria, ed in Genova veniva ricevuto con dimostrazioni tali che si crederebbero favolose, quando 1 
contemporanei non le avessero presenziate, egli, con una debolezza imperdonabile, si recava alla 
chiesa dei gesuiti ad ascoltare la messa, obliando che nel Duomo, per consuetudine 1 reali di Sar- 
degna aveano eretto un palco nella chiesa. Carlo Alberto volle gettare un guanto alla popolazione, 
e k popolazione lo raccolse in un subito, cosicché al ritorno dalla chiesa dei gesuiti non -de più nes- 
suna contrada pavesata, nessuna anima festante per la via che conduceva al palazzo e soltanto udiva 
urli tremendi coi quali si vociava : Via i gesuiti — Abbasso 1 gesuiti! 

Oh > se il popolo avesse intesa la rassegnazione nel modo in cui la predicavano 1 di_ lui nemici 
le cose sarebbero andate ben altrimenti. In colui scambio, la lezione data dai Genovesi giovo più 
di quello che si possa imaginare, ed il re, lentamente sì, ma costante, prosegui a migliorare le leggi 
l'amministrazione e l'esercito, preparandosi a combattere le grandi giornate dopo la sollevazione 
lombarda e che poscia, grazie a ripetuti tradimenti ed alla insipienza, ebbero a terminare nel modo 
tragico che tutti sanno. 



I 



nre 



£111 

5 .5 8 Poesie del Giusti illustrate 



atè 



ISTRUZIONI AD UN EMISSARIO 

Il ritratto che fa il Giusti nell' Emissario è proprio giusto e le istruzioni che -li si davano al mo 
mento di lanciarlo in seno alle città più indicate di albergare uomini politicante e pereto medio capaci 

S li S c h 8 eTr Preda f t P ° tÌSm °',rr tU "° qUelI ° ChC SÌ P UÒ deSÌde — di PerndL'mtte Te 
o a med o d re di P nn°,r ^ *f* ^^ ^^ ^ P™ 1 anni del -orgimento italiano ; 

o, a meglio dire, di quelli anni in cui d al veri patrioti si lavorava ardentemente per l'unità d' Italia 

che a s C t olta S r t0 c n ° n ^^ Òl Tf COtaH ? e - S0 "° fl mant ° ddla e -^a Z ione comparivano a Genova,' 
Livorno e FwTZT* u ' * ^^ <** ™ ^^ akrettanti frumenti di riscossa; à 

o da loro l TZ C3lde ^7 an ° COn essi > mentre di sottecchi il potere li faceva imprigionare, 

o dar loro lo sfratto siccome vedemmo ai tempi di Guerrazzi, e se ne potrebbero anche desinare 

3£S£fSr C ? gÌOmata ' \ f0r2a d i USarC P" ÌSCanSare ^ avi malÌ -nobligaTs! a co- 
nerò et un 1 orno P f 6 Una P ar ^ hanno dl g ià P^to il tributo alla morte. Ma non si tema 
Ldet ero oif volte Pa ' a "T * °^° COn °scerà il vero merito di tanti barbassori che 

ealtà cheCr, 1 r ? Y '-° furon ° lnsl ? mtl dei P rimi &*& e dei primi onori, e non furono in 
^^rÀ*™^*™*™***^ S g u T a ? hatÌnel Pa ^igiano, nel Modenese, nelle Romagne, 
mf cif n^^otl P e P cne t ,' " ™ ^'t ^ ^^^ è gÌUStÌ2Ìa U dirl °' di costitui re una ^Sia 
^lc addo VZtZ ì "T"" ^ faCeSSer ° Un Ìgn ° bile mestiere ' che nessuna onesta persona 

S Loner ed t h' , 3 P ,° StUtt0 " P ° SSa anC ° Cntrare PCr g ÌUnta aIIa derrata qu«Uo di far, 

venuto U " n0 COra P romettere chi & cotanto citrullo da prestar fede al primo 

Come Dio vuole, pare che di questa pessima genìa non ne abbia più bisogno 1' Italia ■ ma per 

orimi Tne « n ^ P<H tant °' ^ ^ emÌSS3rÌ * Un aItr ° g ene - e -nmeno pericolosi del 
primi, ve ne sono e crescono ogni giorno di numero, giacché mirano a tradire l' intehigenza delle 

meno 6 se laTeT IT "T ^^ f ° rSe BOn maÌ Veduta ' ma caldamente desiderata da eli 
meno se la crederebbe, perchè spinto dal proprio interesse 

Del resto, nessuna meraviglia che l'ignobile società degli emissari si propaghi ed aumenti di nu- 
mero eziandio sotto ai governi che sono in fama di maggior liberalismo, mentre vedemmo lo stesso 
eleZ, P r r h eVaIerSene ln coltissime occasioni e specialmente per certi colpi di scena in tempo delle 
1W ' epoca e la faranno sempre, almeno in coloro che conoscono la storia intima del 

££ ™, ? !£ anC ° ra ' i n C ° l0r ° 1 C , he 1 hann ° la coscienza per deplorarli. E che cosa ci poteva essere d' ille- 
Z \T1 ( -!T ' d ° P0che Ù grande ministro aveva Proclamato in piena Camera, che la politica 

Liti Un, ~puTtttO i 

Ed a questo proposito ci piace raccontare brevemente il fatto seguente • 
de11W°IT S ì T e aU ' assenabIea legislativa piemontese un progetto di iegge sull'ampliamento 
dell esercito, legge chetava molto a cuore di Cavour, il quale da un pezzo covava l'idea di fare ri- 
nazionì 6 * ^^^ ? Piemonte, spingendolo adagio adagio a sedere nel congresso delle grandi 

E siccome non tutti i deputati del regno aveano le viste del grande ministro ed un nucleo auto- 
levohssmio dei medesim! tenevano fermo a non aumentare il debito pubblico con delle spese che 
non credevano necessarie, così la legge proposta correva pericolo di naufragare, lo che centra- 
nava fortemente ì progetti di lui. 

Che cosa fa Cavour ? incarica il celebre oratore Brofferio a combattere con uno di quei discorsi 
con cui sapeva egli soltanto conquistare chi lo ascoltava, tanta era l'eloquenza che sprigionava nella 
toga del suo dire castigato e corretto, che non se ne udì mai uno consimile anche all'assemblea italiana 
di cinquecento e più deputati, ben sapendo che gli onorevoli più avversi alla legge l'avrebbero ap- 
provata pel solo motivo che se Brofferio conosciuto per repubblicano la combatteva, segno egli 
era che una cotal legge dovea essere della massima necessità e perciò avrebbero votato in favore 
delia stessa. , 

Accettò 1» incarico Brofferio, legando però la promessa ad una condizione vagheggiata dal ce- 
lebre oratore giustamente sospettando non sarebbe stata rispettata dopo, siccome in realtà avrebbe 
tatto il grande ministro. 

Era una lotta come suol dirsi, da galeotto a marinaro ; motivo per cui Brofferio presentendo 
che sarebbe stato burlato, non si dette pensiero di parlare alla Camera, cosicché al momento della 
discussione, Cavour stacco una vettura, recossi a casa Brofferio per sollecitarlo ; ma egli non si tenne 
per sicuro, se al momento medesimo non gli si presentava il decreto con cui otteneva quanto erasi 
convenuto. n 



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Toesie del Giusti illustrate 559 

Parlò adunque Brofferio all'assemblea a sprigionò un fiume tale di eloquenza combattendo la 
proposta legge, che tale non si udì per lo innanzi, né si ascolterà più mai il consimile, e la legge 
passò a grandissima maggioranza. 

Cavour era uomo tale da non cedere il campo, ne molto meno di darsi a discrezione ; motivo 
per cui giurò che Brofferio, alla prima occasione, non sarebbe più stato eletto, malgrado che il de- 
putato di Caraglio fosse sempre stato onorato in sei o sette collegi. Ed a cotal fine sguinzagliò come 
emissario il La Farina, presidente della Società costituzionale, il quale scorrendo a diritto ed a traverso 
1' Italia, cotanto fece, spese e disse, che realmente l'avvocato Brofferio non sortì deputato, ed il grande 
ministro ebbe una di quelle rivincite che sono assai rare anche negli annali dei prepotenti e da quel 
giorno venne impiantato il libro in cui Pantalone pagava le bizzarrie dei ministri, e che di giorno in 
giorno si fa più voluminoso. 

Ci siamo un poco di troppo dilungati nella narrazione di un fatto che molti avranno dimenti- 
cato e molti ancora non crederanno, ma noi lo. pubblichiamo nello intendimento di far conoscere 
con quali armi tenebrose e sataniche girano per l' Italia gli emissari della reazione a servizio di un 
partito, che si propone di soverchiare eziandio la pubblica opinione, con ogni mezzo possibile, non 
vale se poco morale ed onesto. 

Il tempo degli emissari adunque, ben lungi dall'essere trascorso, trovasi anzi nella pienezza 
dello sviluppo ; e noi italiani, mentre giusti, fidenti e tranquilli attendiamo alle proprie faccende 
e lasciamo che il Governo signoreggi la barca nello interesse della popolazione, non ci accorgiamo 
che gironzolano cheti cheti emissari di ogni sesso e colore, che sotto il manto di educare le nostre 
figliuole, d' istruire i nostri figli, di coprire le piaghe sociali col manto della carità, aprono collegi, 
dischiudono istituti e formano società, che altro scopo non hanno se non quello di fare proseliti alla 
causa del così detto ordine, al sanledismo, al paolottismo, alla reazione, in '.ma parola, che di sottomano 
è collegata al pastorale e con la spada, sostenendosi reciprocamente nello intendimento di asservire 
moralmente le popolazioni dopoché tutto spesero per emanciparsi dallo straniero, che cacciato per 
la porta, adagio adagio con i trattati e le alleanze entra per le finestre e non se ne andrà più, a meno 
di una catastrofe europea che tutto distruggendo, chiami uomini veramente probi a ridonare novella 
vita al Paese. 

Gli emissari adunque li abbiamo in casa, vestiti in ogni foggia e sotto qualunque assisa ; uomini 
e donne d'ogni età, di ogni regola, d'ogni casta e categoria, senza eccezione di sotto in su e viceversa ! 
Studiamoli nel nostro interesse ed in quello della patria, e tantosto potremo giovarci della lezione 
dataci da Cristo : Li conoscerete dalle loro opere col fine di combatterli senza posa. 



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SIC 



560 



Poesie del Giusti illustrate 



INDICE 



Cenni biografici di Giuseppe Giusti .... v 

La guigliottina a vapore 11 

Rassegnazione e proponimento di cambiar vita. 19 

Il Dies ira 35 

Legge penale per gì' impiegati 49 

All'amica lontana 57 

Lo Stivale 67 

La fiducia in Dio 95 

Brindisi 9g 

A San Giovanni 103 

Apologia del lotto 115 

Affetti di una madre 125 

Le vestizione 131 

Per un reuma d'un cantante 147 

Preterito più che perfetto del verbo pensare 151 
Per il primo Congresso dei dotti tenuto in 

Pisa l'anno 1839 163 

Il brindisi di Girella, dedicato al signor di 

Talleyrand buon'anima sua 167 

Gli umanitari 175 

Il sospiro dell'anima 187 

L' incoronazione 195 

L'uomo di setta 205 

All'amico, nella primavera del 1841 .... 211 

A Girolamo Tommasi 213 

Il ballo 227 

Nell'occasione che fu scoperto a Firenze il vero 

ritratto di Dante fatto da Giotto .... 251 

Il mementomo 259 

La terra dei morti 265 

L'amor pacifico 275 

La scritta 291 

Ad una giovinetta 3™ 

Il re Travicello 323 

Le memorie di Pisa p a g, 327 



Gingillino - ad Alessandro Poorio .... 337 

La chiocciola 365 

11 sortilegio 369 

A Gino Capponi 383 

I trentacinque anni 391 

I brindisi 403 

II papato di prete Pero 417 

Il poeta e gli eroi da poltrona 422 

Sant'Ambrogio 423 

I più tirano i meno 428 

L'arruffa-popoli 429 

I discorsi che corrono 433 

i La fama di scrittore 447 

I Avviso per un VII Congresso che è di là da 

venire 451 

Storia contemporanea 455 

Agli spettri del 4 settembre 1847 45S 

I.a rassegnazione - al Padre *** conservatore 

dell'ordine dello staht quo 467 

II Delenda Cartago 475 

Consiglio ad un consigliere 483 

Istruzione ad un emissario 484 

La guerra 489 

Il congresso dei birri 499 

Contro un letterato pettegolo e copista . . . 502 

Una levata di cappello involontaria .... 511 

Il giovinetto 515 

A Leopoldo II 519 

Al medico Carlo Ghinozzi, contro l'abuso del- 
l'etere solforico 523 

I grilli 5 2 7 

Gl'immobili e i semoventi ....... 531 

A un amico 537 

Annotazioni di ricordi storici 541 , 



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