Full text of "Poesie"
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POESIE.
EMILIO PRAGA
POESIE
TAVOLOZZA — PENOMBRE
FIABE E LEGGENDE
TRASPARENZE
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MILANO
-Fratelli Treves, Editori
1922
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PEOPBIETA LETTERARIA.
J diritti di riproduzione e di traduzione aono riservati per
tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che
non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.
Milano, Tip. Treves.
TAVOLOZZA.
E. Praga. Poesie.
I.
PER COMINCIARE.
Spesso una voce incognita
Mi dice: — giovinetto,
Perchè dolente hai l'anima
E pallido l'aspetto?
Di desiderii inutili,
Oh, non ascolta il grido;
L'aura che vien dagli uomini,
Amico, è un vento infido 1
L'aura che vien dagli uomini,
Dice l'amica voce,
Ti segnerà benevola
Di canizie precoce;
Tienti i tuoi canti, o giovine.
Vivi nel lieto oblìo;
Non valgon templi olimpici
Un tugurio natio.
TAVOLOZZA
A te divine musiche
Cantano i tuoi vent'anni;
Rose educar le lagrime
Dei primi disinganni;
Del bisogno la maglia
Non ti comprime 11 cuore,
Che etema, puro e vergine,
L'inno del primo amore.
Ahi chiudi le domestiche
Pareti, o giovinetto;
Sul nido tuo non aliti
L'aura del mondo infetto,
Bevi in pace e in silenzio
Al tuo nappo dorato;
LÃ fuor de' tuoi carnefici
Echeggia l'ululato I
Bevi al tuo nappo e i cantici
Svolgi che il ciel ti spira.
Ma eia sommesso ed umile
Il suon della tua lira,
Nessun s'arresti a coglierne
Le note alle tue soglie;
Presto si muor la mammola
Se al margin suo si toglie.
Guarda la folla, o giovine 1
È una stoltezza o un fallo
LÃ , fra i curvi ohe incensano
L'ara del dio metallo.
Per cominciare
Ogni altro culto; e oopresi
Di sogghigni immortali
Chi, col fango battendosi,
Tenta di metter l'ali.
Come il selvaggio, indocile
Del prete alle parole.
Del suo Cristo befFavasi
E gli additava il sole,
Cosi, se canti i palpiti
Di un'alma ardente o stanca,
Costor dinanzi spieganti
Un biglietto di banca!
Bevi al tuo nappo, e i cantici
Svolgi che il oiel ti spira,
Ma sia sommesso ed umile
Il Buon della tua lira;
Nessun s'arresti a coglierne
Le note alle tue soglie;
Presto si rauor la mammola
Se al margin suo si toglie. —
Queste son ciarle arcadiche,
Larve di capo astratto,
E il libro mio testifichi
Ch'io non ci credo affatto:
Schiusi la porta; e agli* uomini.
Girovago cantore,
Vengo a tentar di scuotere
L'eco assopita in cuore.
«
TAVOLOZZA
Porse i vent'anni ingannano,
E la voce ha ragione;
Ma, infin, pensare e scrivere
È una cattiva azione?
Nemico all'ozio ignobile,
Dell'arte innamorato,
Perchè, campione inutile,
Lascerò lo steccato?
Della prima battaglia
È il giorno 1 io mi ci affido....
Ma i versi miei svolazzano
Deboli ancor dal nido;
Incensi e allòr non vogliono.
Sol temono le spine....
Dateci un fiore, è lauro
Che ben s'acconcia al crine!
.\1 solitario e povero
Pancini della Savoia,
Che nei cafi'è le veglie
Dei cittadini annoia.
Se alcun, pietoso, un'arida
Lode gli versa in core,
Che avvivi il ritmo flebile
Di una stilla d'amore;
Scintillar vedi i timidi
Occhi del poverino,
E dimenar più rapido
L'arco del violino;
Il Corso all'alba
La fame allor dimentica,
Oblia la lontananza,
E nel petto gli cantano
La fede e la speranza!
II.
IL CORSO ALL'ALBA.
Oh bello è pure, al soffio
Dell'aura mattutina,
Il Corso, ove s'esercita
La boria cittadina,
Quando sui tetti e 1 platani
Da lunge il sol si specchia,
E lieto si apparecchia
Alla discesa in mari
Or che son muti i cembali
Nell'aule dei palazzi,
E in larghe pieghe immobili
Riposano gli arazzi,
Né sui balcon sorridono
Le matrone galanti,
E i giovani eleganti
Stan pallidi a russar;
TAVOLOZZA
È questa l'ora; o amabili
Compagni, è questa l'ora:
Coll'arte nostra lepida
Qui poesia s'infiora;
Lungo lo sporco lastrico
Seguitemi cantando,
Il campo è nostro e in bando
È l'alta società !
Tornano a coppie i poveri
Lattai dalle cascine,
Che la sera amoreggiano
Le fulve contadine.
Mentre ai bifolchi narrano,
Raccolti nelle stalle,
L'ardor delle cavalle
Che trottano in città .
Dal dazio, ove scroccarono.
Tremando, la dogana.
Poi che i vietati viveri
Levar dalla sottana.
Le scaltre serve corrono
Al ganzo servitore,
Mentre sognan d'amore
Le padroncine ancor.
Udite: ove tra splendidi
Cocchi e noti destrieri
Le frasi sospirarono
Di dame e cavalieri,
Il Corso all'alba
4k
I buoni, inconsci villici
Parlan di gelsi e viti,
E degli armenti aviti
E dei pruneti in fiori
E intorno a lor, corteggio
Quasi di antichi amici,
Belan le capre, garrule
Del monte abitatrici,
E i mandriani intuonano
A bassa voce i canti
Che le greggie vaganti
Chiamavano all'ovil;
Ed ecco, ecco le vittime
Dell'afa cittadina,
La vecohierella tremola,
La pallida bambina.
Che sofferenti e misere
Uscir non ponno ai colli
A respirar le molli
Aurette dell'aprii;
Da quel latte, che tiepido
Gli aromi ne ha portati,
Speran Buggere il balsamo
Dei szeffiri vietati
E delle pure mammole
E dell'alpestre timo
Lungi dal nostro limo
Cresciuto in libertà .
10 TAVOLOZZA
Ma le campane vigili
Già suonano a distesa,
E par che i santi gridino
Dall'una all'altra chiesa,
Come comando bellico
Ohe va di schiera in schiera:
— Su, tutti alla preghiera,
Genti della città 1 —
Pochi infelici accorrono
Ai freddi aitar davanti;
Son le canute vittime
Dei nostri avi galanti,
I gonzi, le pinzocohere,
E le stanche creature
Cui le umane sciagure
Posto han sull'alma un veli
Ma, dai sobborghi, al popolo
Comanda un'altra squilla;
Nelle officine stridule
Un'altra fé scintilla;
Comincia l'olocausto
Del nobile lavoro!...
No, dei chierici il coro
Non lo raggiunge in ciel.
Amici! orsù, lasciamoci:
Tutti al lavor, perdio!
Un nome abbiara, togliamolo,
Togliamolo all'oblio;
I pescatori notturni 11
Questi sudanti apostoli
Negli opifici oscuri
Non sian di noi più puri
In faccia al Creatori
Ma al suon dell'aspre incudini
Si sposi il suon dei carmi,
S'unisca al lieto artefice,
Che tempra a Italia l'armi,
L'artista che sul soglio
La riporrà sovrana:
Questa è la legge umana.
Questo è di Dio l'amori
III.
I PESCATORI NOTTURNI.
Vengono al mar quando la luna accende
Per gli spazi tranquilli il mesto vel;
Vengono al mar quando la nebbia stende
Le bianche braccia e lo congiunge al ciel;
Quando il vecchio Oceano i vecchi amori
Lento alterna alla spiaggia e stanco par;
Quasi amante assopito ai primi albori,
E a cui men bella la compagna appari
12 TAVOLOZZA
Portan la vela lacerata ai venti)
Ciome stendardo ohe in battaglia errò;
Portano remi e canapi stridenti,
Che il nerbo delle braccia affaticò;
E sulla tolda silenziosa e bruna
Restan le lunghe notti ad aspettar,
Ad aspettar sotto la fredda luna
Che il pan dell'indomani apporti il mari
Che flebile armonia
Tra la spuma del mar fosforescente:
Che amor, che leggiadria.
Nel pelago al lunar raggio lucente 1
La vòlta è pur serena,
La luna senza vel, l'onde festanti 1
Se sia la rete piena,
Chi potrà dirlo ai pesoator vaganti?
Che forse alcun fra i miseri,
Un pensoso vecchietto.
Passando innanzi a una chiesetta bianca
Il povero berretto
Scordò levarsi dalla testa bianca....
Porse, mettendo il ruvido
Piò gocciolante a bordo,
Scordò l'un dessi il segno della croce;
Porse un nocohier balordo,
Mentre un prete parlava, alzò la voce;
i pescatori notturni 18
Forse hanno i mozzi striduli
Deriso il sagrestano
Pel suo cencioso ferraiuol turchino,
urtato in fallo il nano
Che canta i salmi al muro del cammino;
E Dio, travolto in collera,
Porse soffiò sul mare
E avvisò i pesci di fuggir le retil
Le fitte reti care.
Ohe doman gronderanno alle pareti.
Assisi alla sponda
Del fragil barchette,
Cullati dall'onda.
Si battono il petto,
Se possa aver grazia
L'incerto peccar!
— E intorno rispondono
Le note del mar. —
Se a mille i prigioni
Le reti daranno,
Se eletti, se buoni
Gli avvinti saranno,
Copiose promettono
Candele all'altari
— E intorno rispondono
Le note del mar. —
Ma spira già il vento,
S'appressa l'albore,
14 TAVOLOZZA
Dell'astro d'argento
Già il raggio si muore,
E i mozzi, a quel pallido
Riflesso lunar
Le membra stirandosi,
Si specchiano in mar.
La nebbia nasconde
La casa adorata,
Nascondono l'onde
La preda aspettata;
Sperando vegliarono,
Sperando pregar:
Il sole già librasi
Sui solchi del mar!
E lungo il mar che palpita
Si aggruppano le spose e i fanoiulletti;
Già spuntano i barchetti,
E già le note gonne,
Le oufiBe delle nonne,
Come le ali di ronzanti insetti,
Appaion lunge ai veleggianti cari.
Alla mesta famiglia,
Che al lido stè in attesa lungamente
Della diletta gente,
Oh come dolce è il giorno,
• E il vento del ritorno 1
Del raccoglier le vele è sorto il grido;
Canta la ghiaia sotto ai remi impari.
I pescatori notturni 16
E non lungi, fra i portici
Del cimitero, un salmodiar bì sente;
È il cantico stridente,
Il rantolo del nano,
Che a buon momento, piano,
Stuzzica alla pietà la lieta gente,
E i pescator nella sua rete adduce 1
I reduci distendono
L'umide reti; e i pesci entro la maglia,
Che fra i sassi s'incaglia,
Muoiono saltellando —
E squame seminando.
La dolce vista i pescatori abbaglia
Più del lucro promesso.... e che non lucei
D lucro è rame, povere
Monete, che dei pesci hanno l'odore.
Vegliarono tant'ore
Per pochi soldi appena,
Ed una scarsa cena!
Pur son felici, e al mendico cantore
Regalano, passando, un pesciolino.
Poi, quando il sole è fervido,
Seduti sulla spiaggia a riposare
Colle famiglie care.
Raccontano alle spose
Contente e vergognose
Che Satana tentolli in riva al mare
E che ad esse han pensato in sul mattino.
JI«4iterrantìo. - Giugno 1860,
l6 TAVOLOZZA
IV.
ALLA RIVA.
Quando scendo alla riva del mare
Lungo il lido di sabbia minuta,
Ove tragge la barca sparuta
Il nocchiero che all'alba tornò;
fanciulla, vien meco, è salubre
Questa brezza che Fonda c'invia,
Che arrivando per libera via
Le miserie dell'uom non sfiorò.
Vieni meco. I fanciulli del lido
Sono belli, son semplici ancora,
Che del mondo non vider finora
Ohe quest'acque e le stelle del cieli
E se fermo a un timon neghittoso
Troverem qualche vecchio nocchiero,
Ti dirà se di pioggia è foriero
Quel vapore che al sole fa vel.
Vieni meco. Io ti voglio alla riva
Per mostrarti l'immenso oceano,
E poi dirti ohe al lido lontano
Volerei per poterti fuggir.
All'osteria 17
Vieni meco. Io ti voglio alla spiaggia
Perchè, innanzi a quest'orridi abissi,
I desir, da cui siam crocefissi
Potran forse umiliati svanir;
Per mostrarti in la sabbia minuta
L'orme nostre, che in giri ritorti,
Come fosser di piccoli morti,
Già dall'aura si colmano ancor.,..
E poi chiederti, o indegna, se il vento
Sorgerà , come sorge su d'esse,
A distrugger le tracce ohe impresse
M'ha un tuo sguardo, un tuo detto nel cori
Mediterraneo. - Giugno 1860.
V
ALL'OSTERIA.
Son solo. Il portico
Dell'osteria
Mi manda i cantici
Dell'allegria,
Qui dove mesto
Fra stranie mura,
Penso all'incerta e fosca età ventura
E. Praga. Poesie, 2
18 TAVOLOZZA
Quei che gavazzano
Giù, fra i bicchieri,
Quelle son anime
Senza pensieri;
Esse non sognano
Nell'avvenire
Che egual vicenda di volgar gioirò.
Sempre essi fiano
Servi, facchini,
pizzicagnoli.
Fabbri, arrotini;
Arti tranquille,
In cui perito
È l'uom che mai non si è tagliato un dito.
Ed io? Nel fervido
Volo degli anni
Sconfitte immagino
E disinganni
Dopo il divino
Premio, promesso
Quel di che all'Arte ho dato il primo amplesso 1
Oh, come parvemi
Piana la via!
Come la gloria
Poco restia!
E fida ancella
Del mio pensiero
La man che tenia riprodurre il vero!
All'osteria 'J<j
Ma dair immagine
Ohe in me si cela,
Airartifioio
Che la rivela,
Perchè un abisso
Frapponsi, o Dio,
E enigma è ancor per tutti il pensier mio?
Perchè, se l'anima
Nuota nel bello.
Perchè non transita
Nel mio pennello?
Il fiume pieno
Straripa, vola,
E avrà saldo confin l'anima sola? —
— Ma chel cominciano
A bestemmiare?...
Senti i propositi
Dell'uom volgare.
Senti l'ingiurie
Che, rimbalzando.
Già cedono al baston l'aspro comando!
Addio, tripudio
Delle canzoni....
Si pensi a tergere
Le contusioni!
Povere spose.
Voi che aspettate,
Per questa sera, via, v'addormentate!
Normandia. - Àj^osto 1858.
^0 TAVOI.OZZÀ
VI.
BALLATA ALLA LUNA
notturno splendore,
vergine divinai
Tu che commuovi, sorridendo, il core
Dell'uomo e dell'oceano, '
Solitaria dei cieli,
Adoro la tua luce, amo i tuoi velil
Te fra le viti e i gelsi
Del mio suolo natio.
Fanciullo io vidi e ad astro mio ti scelsi;
Fosse felice o in lagrime,
Da quel giorno, o mia Dea,
Quest'anima, sperando, a te volgeal
Come sei bella, o luna.
Quando il viso ti specchii
Nel mite tremolìo della laguna;
Come bella, fra i pallidi
Scogli della montagna,
Quando sul ghiaccio il tuo raggio si bagna 1
Ma chi dirà , divina.
Di che fulgor ti -vesti
Ballata alla luna 21
Se tu sorgi infocata alla marina:
Il pelago scatenasi,
E placido e giocondo
Il tuo disco s'innalza e irradia il mondo 1
Ed io ti amai sul piano,
Ti amai, luna, sui monti,
E nel cupo fragor dell'oceano....
Ma non mi tocchi l'anima
Quando, dimessa e stanca.
Seguiti il sole in oamiciuola bianca 1
vergine d'amore.
Se tua beltà lo vince,
Non indugia a pregar nostro Signore,
Che, quando il sol ci illumina,
Ti tenga in paradiso.
Perch'io solo di notte amo il tuo visol
Interlaken. - Luglio 1857.
VII.
LA MORTA DEL VILLAGGIO.
Vi conterò la storia della morta
Per cui suonano adesso la campana.
Era una tosa piocolina e smorta
Che abitava vicino alla fontana.
22 TAVOLOZZA
Toccava appena appena i quindici anni
Quando suo padre fu portato via
Da una piena di stenti e di malanni....
La restò sola colla vecchia zia.
Amor di madre non avea la mesta,
Né amor d'amiche la povera tosa;
Ella era brutta e in cenci avea la vesta....
Qual giovin mai l'avria menata sposa?
Vedea le forosette in sul sagrato
Occhieggiare or con questo ed or con quello.
— Povero cuor deserto e sconsolato! —
Oggi un vecchio l'ha chiusa nell'avello!
Brianza. - Aprile 1859.
Vili.
UN FRATE.
Che fantasima d'abate
Ho scontrato stamattina
Sul sentier della collina!
Pover'uom, per esser frate,
Era magro e curvo e smorto;
Certo il pranzo troppo corto
Il convento non gli dava,...
Di che fame dimagrava?
Un frate 23
Sotto il saio pien di tarlo,
Che animai ci ha posto il dente?
Mal di corpo o mal di mente?
10 non seppi indovinarlo.
Ma, scommetto un principato,
Qualche dia voi v'è incarnato.
Quella testa aveva il conio
Dell'alcova di un demonio.
Tra una pelle liscia, gialla,
Scintillavan come faci
Occhi ceruli e rapaci.
Segno questo che non falla;
Ed il naso uscìa schiacciato,
Monco, nero, raggrinzato.
Come il naso di un chinese,
Strano pur nel suo paese.
Con tai passi venia avanti
Da raggiungere uno struzzo.
Seminando un certo puzzo
Di tabacco e unguenti santi
Che pareva un letamaio;
E, battendo dentro il saio,
11 suo corpo roso e cotto
Dava il Buon di un vaso rotto.
«
Si fermò.... prese a guatarmi
Colla faccia arcigna e dura;
Guardò poi la mia pittura
E parti senza parlariiji.
24 TAVOLOZZA
Al risvolto di una via
Sghimbiò lesto, fuggi via....
Io ne vidi il cupo aspetto
Tutta notte, accanto al letto 1
Avignone. - Maggio 1858.
IX.
SERATE IN MARE.
Su, la vostra canzone intonate,
Bruni figli del lido ridente,
E nell'alto la barca guidate.
Che già brilla la luna nascente.
Già la luna nascente galleggia
Sui marosi del chiaro orizzonte,
E, coi raggi scherzando, passeggia
Sulla cresta bizzarra del monte.
capanne, fra i larghi oliveti
Ocohieggianti le vele fugaci,
dirupi di pascoli lieti
E voi lidi cospersi di faci,
Non sapete lo scopo sublime
Di cui Dio v'affidò la magia.
Quando disse alle spiagge, alle cime,
State, figgile dell'anima mia.
Serate in mare 25
State belle di golfi e foreste,
Di villaggi, di scogli e di palme;
Belle in mezzo alle cupe tempeste,
Belle al mite sospir delle calme. —
— Sacerdoti! alle turbe infelici
Predicate i miracoli vieti,
E di ceri e dorate cornici
Fate addobbo alle sacre pareti:
Altro culto agli spiriti, oppressi
Dal desìo della vita migliore,
Altre preci, altri incensi ha concessi
La insultata pietà del Signore. —
Su, le vostre canzoni intonate,
Brimi figli del lido ridente,
E nell'alto la barca guidate.
Che già - brilla la luna nascente.
Non mi giungan di salmo melodi.
Né di stola m'appaia il candore....
Di lassù qui mi canta le lodi
Della luna e del mar lo splendore.
E qui, meco, sull'umile prora.
Qui sta Iddio, che m'accende l'ingegno.
Qui, nel core che il bello innamorai...
Del Signor questo è il tempio più degno l
Bordighera. - Giugno 1801.
2() TAVOLOZZA
X.
SUI MONTI DI NOLI.
Oh ohi dirà la gioia
Che sentii stamattina
Volar dal labbro di una contadina 1 — -
Scendea dalla montagna
In sottanetta bianca,
Cantando a tutta gola
Una gaia parola,
E ripetendola
In ritornelli
Scuciti e belli.
Era una canzonetta
Che parlava d'amore
Chiesto e richiesto ai petali d'un fiore ;
E un fior pareva anch'ella,
L'allegra oantatrioe;
Robusti quindici anni,
Sfidatori d'affanni,
Trecce nerissime,
E occhietti fini
Ed assassini.
Ma eparve dietro un tremulo
Bosco di antichi olivi,
E la cadenza dei suoni giulivi
Sui monti di Noli 27
Anch'essa, a poco a poco,
Fra i rami si perdette....
Oh dolce cherubino,
Risali il tuo cammino,
Oh torna, e seguita
La canzonetta,
forosetta!
Ma là , sul lido candido,
Ahi forse, o bricconcella,
Ti aspetta nella nota navicella
Ansioso un giovinetto;
E tu corri a portargli
Due begli occhi d'amore....
Begli occhi e buon umore;
Oh a lui propizia
Sia l'onda amara,
Se gli sei cara!
Ma, se pur sogna i placidi
Beni di quiete porte,
Ch'io vo' cangiar la mia colla sua sorte
Digli, fanciulla bella;
Egli sarà pittore
Ed io sarò nocchiero.
Ma ti amerò davvero,
E sull'oceano
Ci culleremo.
Con vela e remo.
Noli. - Aprile 1858,
28 TAVOLOZZA
XI.
IL TEMPIO ROMANO.
Eooo una landa solitaria, e bella
Come la speme di un morente. — II cielo
È di un vivido azzurro e senza velo;
Contadina che spigoli sul prato,
Né carro appar nel piano interminato;
Solo un tempio romano, ove facella
Più di vestal da secoli non splende,
E ai sacrifici l'augure non scende.
Innalza torvo su un letto d'ortiche
Le sue colonne antiche.
Le falangi dei Cimbri incatenati
Qui passar, dalle invitte alme imprecando
Ai ferri e alla fatai legge del brando;
Qui pregar forse gli ultimi tribuni
Dalla vendetta dei barbari immuni.
Tra l'arso insegne e i figli insanguinati,
I dolci lari — quando fiori al crine
Degli amanti ponean donne latine,
E barcollava in mezzo all'or gie doma
La vetustà di Roma.
Or sulle basi e i capitelli immani
E fra i deserti portici e le ogive
L'edera stese le braccia, lascive
ti professore di greco 29
Come le spose di Nerone; Tali
Del tempo e deiroblìo nei penetrali
Infranser l'are dei possenti Mani,
E troveresti in mezzo ai sassi, a caso
Frugando, forse di un olimpio il naso,
Che greco artista sculse e dei circensi
Fiutò votivi incensi....
Ma al tempio il danno e il nostro oblio che importa ?
Gli idoli infranti, e fu Toro rapito;
Pur non svanì la santità del sito.
La beltà che dà n gli anni alle rovine,
Come raggio di un martire sul crine,
Siede grande e severa alla sua porta,
E par che gridi fuor dagli archi neri,
Se ne destano l'eco i passeggeri:
" Lunge, lunge dai ruderi romani,
progenie di nani 1 „
Nìmes. - Maggio 1858.
XII.
IL PROFESSORE DI GRECO.
Il lungo e magro professor di greco,
Che quasi odiar mi fece il divo Omero,
Fu stamane a vedermi al mio studietto.
La tavolozza mia si tinse a nero,
E, lasciando i pennelli con dispetto.
Il guatai torvo e bieco.
So TAVOLOZZA
Che all'entrar suo mi rientrò nel core
Tutta la noia dei passati inciampi,
Quando fanciullo pallido e sparuto
Alle dolci anelavo aure dei campì,
E avrei pei gioghi del Sempion venduto
E Troia e il suo cantore.
Ma, poi ch'io vidi l'uom già in uggia tanto
Incanutito e sofferente e stanco,
L'antica bile mi fuggì dal petto,
E fissai mestamente il suo crin bianco;
Egli abbracciommi ooll'usato affetto
E mi sedette accanto.
Poi mi narrò de* suoi lunghi malanni
E delle pene della famiglinola;
Sentirsi affranto e avvelenato ormai
Dall'afa sempre uguale della scuola
Che fin gli toglie il ricrearsi ai rai
Del sole agli ultimi anni.
Indi, guardando con occhio d'amore
La stanza piena di festa e di luce,
E le sparse mie tele e gli abbozzetti
Da cui la lieta fantasia traluce,
Parea che, desto ai primi ardenti affetti,
Chiusi non morti in core.
Volesse dirmi : " Oh quanti nuovi lidi.
Quanta stesa di cieli e di marine
Tu vedesti, e pur giovane sei tanto!
Suicidio 31
Ed io?... dei grami di già presso al fine,
Che mai conosco di si vago incanto?
Nulla, mai nulla io vidi!,,
" Talor fra l'aure aperte e la verzura
La mia stanca vecchiezza si riposa,
Quand'esco coi figliuoli alla campagna;
Ma quell'ora di pace, ahi, come vola!
Qaal tristezza maggior non m'accompagna
Poi fra le chiuse mura ! „
Povero vecchio! Ed io fui crudo tanto
Da attristargli la già misera vita?...
Su, versi miei, seguitelo per via,
Ditegli voi che col greco è svanita
Ogni rancura, e che quand'egli usci a
Dalla mia stanza, ho pianto!
xrii.
SUICIDIO.
Oh tesor negli scrigni giacenti,
Oh dovizie all'azzardo diffuse,
E cui spesso sbadata profuse
Una man ohe ignorava il dolor!
Oh metallo alle belle indolenti
Tramutato in tessuti e in gioielli.
Mentre intorno mieteva fratelli
La miseria suffusa d'onor! —
32 TAVOLOZZA
Ecco un cadavere
D'adolescente;
Guardate, è un pallido
Volto soffrente;
Vi brillò un'anima
Fervida, pura....
La spense il turbine
Della sciagura.
Artista e povero,
Lottò sperando.
Fiofia già il lauro
Sognato, quando.
Svaniti i fascini
Ad uno ad uno,
Alla sua soglia
Picchiò il digiuno....
Si spense.... — martire,
Riposa in pace;
Presso il tuo feretro
Non splende face.
Ricusa il tempio
Questa tua salma....
Che importa? al carcere
Sfuggita è l'alma 1 —
Addio pennelli, tavolozza addio,
Sacra all'oblio 1
È morto il giovinetto
Che al vostro fido aspetto
Mistero di stelle 33
Gloria sognò, sognò giorni felici!
Addio corse alle selve, alle pendici
Ispiratrici,
Addio dell'arte amori
Coronati di fiori;
Siete larve abbaglianti e ingannatrici!
fuggito alle infamie del mondo,
Vola, vola, ti bea nel sereno.
Coraggioso che il calice pieno
Hai gettato alle spine del suoli
Or dal cielo, tu, artista giocondo,
Alle tele incompiute sorridi,
E dell'arte, degli uomini ridi,
Dipingendo coi raggi del soli —
xiy.
MISTERO DI STELLE.
Oh ditemi il segreto, erranti stelle,
Dei vostri eterni palpiti 1
Qual desio vi commuove il petto ardente,
Quale amor nella bruna aura tranquilla
Vi consiglia a oscillar sì dolcemente?
Porse è ver che di voi guida ciascuna
Quaggiù nel mondo vedovo
E. PRA.aA. Poesie. 3
34 TAVOLOZZA
Un'anima alla meta in compagnia?
A noi l'antica età divinatrice
Questa speranza del poeta invia.
Se fallace non è, deh stella amica
Del mio pensoso spirito,
Che fai lassù, dacché lasciai la culla?
Brilla, brilla, infedele, e cerca intorno
Una fiammella di gentil fanciulla!
E poi con lacci che ti presti il cielo
A te per sempre annodala;
Sciogli le nubi dalle sue sembianze;
Guidala mollemente ove, al sereno,
Le stelle dei felici intreocian danze.
Ma, neghittosa se tu resti ancora
Nella tua danza eterea,
Oh a te, dall'alto, cui di notte agogno,
Una ultrioe tempesta urli sul viso
E spenga col tuo raggio ogni mio sogno!
XV.
UN FIORE A SUO TEMPO.
Un giovinetto
Di vago aspetto
Un di fra i calici
Mi raccontò
Un fiore a suo tempo 35
Che di uua bella,
Gentil donzella,
Come un maniaco
S' innamorò.
Ma un dì la bella,
Gentil donzella.
Un fior donavagli,
Pegno di fé;
Il padre antico
Di queir amico
Gli vide il simbolo
Dentro il gilet;
La madre fella
Della donzella
Il vaso vedovo
Vide di un fior;
Scandalezzata,
L' innamorata
Condusse subito
Dal confessor.
E, minacciato
Dal padre irato,
Il cor del giovane
S' ingelidì.
Oh giorno, oh fiore I
Povero amore.
Si puro e fervido.
Come fini! —
36 TAVOLOZZA
— Qual era il nome,
Quale il cognome
Di quel fior perfido,
D'oblio forier?...
Egli era un nero
Fior del pensiero....
Noi, Lena, amiamoci
Senza pensier.
E finché sento
Questo tormento,
Detto dagli uomini
Male d'amor.
Fiore non voglio
Che porti imbroglio,
Ma voglio stringerti.
Strozzarti al cori
Quando poi stanco
Sarò del bianco
Tuo sen, del morbido
Tuo folto crin;
Quando al tormento
Del sentimento
Colla materia
Dio porrà fin....
La stanza, o Lena,
Di fiori piena
Sarà l'emporio
D'ogni color,
Donne e poesia 37
E allor nell'abito
nel soprabito,
Lena, mi sdrucciola
Quel noto fior.
Aprile 1858.
XVI.
DONNE E POESIA
0±XZOSE DI UN HISANTROrO.
E beata è colei che non H sarÃ
scandolezzata di me.
Evang. S. Matteo
0. XI, V. 6.
Come un raggio di sol su un vecchio muro,
Monumento futuro,
In cui di verde l'edera ha vestito
I fior che adora il profuraier perito,
E amor dei vati e amor dei ciabattini,
I pampini divini,
E i merli ai fiori e ai pampini frammisti
Sogno dei paesisti;
Cosi della tua luce, o Musa, un raggio,
Rapito al paesaggio.
Scenda sul viso alle fanciulle amanti,
Alle meste fedeli, alle incostanti,
88 TAVOLOZZA
Alle errabonde femmine infelici
Di sposi oaooiatrici,
A quelle ohe trovato uno ne hanno
E a cuocere lo stanno!
Mostrami a nudo sotto i rai tepenti
Le vedove languenti,
Poveri fior ohe inaffiano l'infranto
Stel ohe rinasce coll'umor del pianto:
Mostrami la signora in frange e in seta,
E la serva indiscreta,
E la meroiaia, e la modista, altiera
Rondine della sera.
Spoglia i cuor, togli i crinolini audaci,
E tra i cerchi capaci
E tra le foglie dell'amor cadute,
Indaga il sentimento e la salute!
Povero amico, aceto e cor prepara....
Ahi! bieca scena amara;
Oh illusion perdute, oh telescopio
Mutato in microscopio!
Vedrai che nebbia ci copria la vista
In quell'età sprovvista.
Povera età , del santo raziocinio;
Oh, il re Petrarca avea solo il dominio
Quando insiem sognavamo alcove e seni.
Del nostro amor sol pieni.
E un sorriso di donna il cor ci empiea
Come fa la marea!
Donne e poesia 39
Una fanciulla quindicenne, bianca
Larva pensosa e stanca,
Ci faceva tremar fibra per fibra,
Né vedevam lo spettro che si libra
A tergo di ogni donna,
. Che al fruscio delle perle e della gonna
Nascoso entro la chioma
E il solo amante, e arabizion si noma.
Il solo amante, il prediletto amante
Della fanciulla errante
Mesta per via col cappellin sdruscito.
Della compagna che al fatai marito
Quasi a baston si appoggia;
Della superba ohe dall'alta loggia
Degna guardar la plebe,
E della fante nata sulle glebe.
Sì, la fante che arriva in sul mercato
Col viso imporporato,
E in cui tu dentro al sen brunetto e tondo
Sognavi l'innocenza e il far giocondo.
Ma anch'essa un orinolino
Spera, il mantel di seta e l'ombrellino,
E compra il cacio e il pollo.
Con quattro perle false intorno al collo!
La crestaia?... misura al tuo pagare
Se degno sei d'amare.
Della tua borsa al nobile spessore
Che particella ti può dar del core.
40 TAVOIiOZZA
Pino a ohe punto il viso
Farsi gentil, per schiuderti un sorriso,
E ti misura i comi
Dal numero dei nastri onde l'adorni.
Fra le eleganti, che alla fantasia
Schiudono tanta via,
Metà coi dolci della faccia incanti,
E metà colle vesti auree, striscianti,
E il volar dei cavalli,
E dita bianche strette in guanti gialli,
Potrà forse l'amore.
Dopo tanto bussar, trovarsi un core?
pallido poeta, ecco, mia musa,
Già di pallor soffusa.
Getta la luce sua fra queste sete.
Fra tante gemme in tanto oro sì liete;
Spingi l'occhio sagace,
E tenta i cori, e cercavi una face....
Ahil lucignoli solo
Rischiarano del tuo l'ardente volo.
Se tu in mezzo alle dame, o sventurato.
Giammai ti se' inoltrato,
Obliando le tue rime balzane
In tasca, come briciole di pane....
Oh le ascondi pudico,
piuttosto le dona ad un mendico.
Ohò il pan della tua fama
Sale non ha che stuzziclii una dama!
Donne e poesia 4J
In ohi, dimmi, versar l'onda infinita,
In que' bei dì nudrita?
L'onda di un core che una volta appena
Sia stato dalle muse a pranzo o a cena?
Secol decimonono,
Noi dividemmo i fulmini dal tuono,
Ma tu, orudel, rapisti
Le scintille dai cuori, e ci punisti 1 —
Ecco! ogni anno che scende a noi trafuga,
Nella veloce fuga.
Qualche sacra dei nostri avoli usanza l
Finir le serenate, e della coda
L'ondeggiar venerando.
L'epica è morta, e del teatro Fiando
Già si minaccia il fato,
E cadrà dei Figini il porticato....
Piangete, alme gentili, anche l'amore
Si è fatto viaggiatore;
Per qualche più felice astro, infedele
Ci abbandonava e spiegò al ciel le velel
Qui, Poesia soltanto
Restò sparuta a pochi mesti accanto,
A ricordar gli ardori
Onde una volta arse i patemi cuori.
— Amico 1 Al Dio defunto onor di eletti
Carmi donai, perdetti
Assai tempo languendo, ora ci vedo,
E no, perdio! non voglio essere Alfredo
42 TAVOLOZZA
S'esser non posso Arturol
Amor, riposa in pace, astro maturo;
Amico, ai campi, ai campi;
E addio di cuore, o femminili inciampi!
Oh SI, amerem della natura i santi,
I benedetti incanti:
La montagna lucente in faccia a noi,
I salici curvati ai lavatoi,
II lago, specchio delle stelle, e i n^plli
Clivi dei nostri colli,
E i fior del prato, e i ruminanti bovi
Giacenti in mezzo ai rovi.
Il noce, l'olmo, i platani romiti
Ci appariran vestiti
Della scorza che Iddio, sarto giocondo.
Destinò lor quando cuciva il mondo,
E cogliendo tra l'erbe i gelsomini,
Nudi di crinolini,
Al profumo, al candor li sceglieremo,
E ghirlande faremo!
E l'aura che verrà dalla foresta.
Sia risonante o mesta.
Non sarà , come i femminili accenti,
Il mobil velo, no, dei sentimenti;
Sarà un seraplijje suon di ramo in ramo,
Un susurro, un richiamo
Da nido a nido, che darà frescura
A tutta la natura.
Tìitti in maschera 43
Sì, amico, lascia correr l'acqua al mare.
Lascia i bimbi sognare,
Giungeranno piangendo alla ragione;
Lascia ohe dolci e candide persone
Schiudan sorrisi da strappar le stelle...
Noi conosciam le belle;
E colle muse al fianco, accorti eroi,
Ci adorerem fra noi!
Giugno 1858.
XVII.
TUTTI IN MASCHERA.
Uom, tu ohe nasci in maschera,
E mascherato muori.
Osi insultar, se incognito
È anch'esso il Dio che adori?
Vorresti tu conoscerlo
Ed affissarlo ignudo,
Come una compra femmina,
il conio d'uno scudo?
Ma tu, da culla a feretro.
Lasci un sol di il mantello?
Ardisci mostrar l'indole
Del cuore e del cervello?
44 TAVOLOZZA
Dio ohe a ragione, o tanghero,
Di te più furbo è assai,
T'acqueta, la sua maschera
Non lasoierà giammai.
E tu in ginocchio pregalo
Ohe ci lasci la nostra,
Perchè sarebbe orribile
L'anima messa in mostra!
xviir.
— Amor ci suscita,
Ma come, e donde?
Le razze intrecciansi.
Nessun risponde.
Inconscie reclute
Travolte in guerra,
Piovono l'anime
Su questa terra;
Le stelle brillano
Sui nostri amori,
Il suol ci germina
Serti di fiori,
Senz'ali 45
Ma tutt» è tenebre
Pria della culla,
E dopo il feretro
Vediam più nulla!
XIX.
SENZ'ALI.
— del mio mesto aprii rondine cara,
Vieni a volar nella stanzetta mia,
Quando l'arte di amplessi, ahi 1 troppo avara,
Del disinganno vittima mi oblia!
Vieni e vedrai, specchio di un tuo sorriso,
La tavolozza mia tutta splendore,
E sentirai, commosse al dolce viso,
Le fosche tele susurrar d'amore.... —
Ma, ahi lasso! la gentil mia rondinella
E una debole, trepida fanciulla.
Che, sebben come un angelo sia bella.
Fu senz'ali posata entro la culla;
E quando esce di casa a far mazzetti
Della viola sui margini odorosa,
E a sospirar nei placidi boschetti
li di ohe intrecci ghirlanda di sposa,
46 TAVOLOZZA
Non vola, no, libera in mezzo al cielo,
Ma preme il suolo, e, a colmo dì sventura,
La madre ha accanto che le abbassa il velo,
E la dilunga ognor dalle mie mura.
XX.
LARVE ELEGANTI.
Come fra nebbia nei boschi caduta.
Io dell'età vissuta
Rammento i giorni sacri al primo amore;
Quelli in cui sboccia il core
Come dai chiusi petali al mattino
Un puro gelsomino;
Quando coll'alba discendean, sull'ali
Dei sogni, a' miei guanciali,
Palpiti strani e idoleggiate torme
Di seducenti forme!
Nella memoria mi riposa ancora
La vita di quell'ora,
E veggo omeri bianchi e bianchi denti,
E labbra sorridenti,
E occhi mesti e pupille accese e nere
Passar davanti a schiere,
Lasso! e non una ne sortì, gentile
Tesor primaverile,
Larve eleganti 4'?
A offrirmi i baci, a offrirmi il santo affetto
Sognato al loro aspetto!...
Eran tutte fanciulle inebriate
Di danze avvicendate,
Eran fanciulle che leggean romanzi
Di fantasimi e ganzi,
Eran fanciulle ohe poneansi al orine
Fra i vezzi, fra le trine
E gemme e perle e corone immortali
Di fiori artificiali....
Ed io già in petto avea l'onda dei versi,
E gli occhi al ciel conversi,
E già pensoso mi smarrivo a sera.
Tra i fior della riviera.
Ascoltando il sospir che mollemente
Muove dal sol morente!
XXI.
Spesso i sogni che all'anima son belli
Ti aleggiano d'intorno al primo albore,
Quando fuor del verone i mesti augelli
Sospirano del cielo il tenebrore.
La tua vergine allora, in abbandono,
Ti stringe il core che di gioia piange,
E inebriato ti risvegli al suono
Della pioggia che a' tuoi vetri si frange.
48 TAVOLOZZA
XXII.
IL POETA UBRIACO.
Datemi un nappo, datemi dei versi;
Le imposte aprite, entrino i venti e il sole;
Quanti fantasmi nel cervel dispersi 1
Che musica di forme e di parole 1
Sento un odor di grandine e di rose,
E il vo' scrivere in versi alessandrini;
Come fanciulle flebili e amorose
Cantin le cetre dai sonori crini;
E dando il braccio a sedicenni amanti,
Pallide di languore e di piacere,
Orsù, apparite, o ciclopi, o giganti,
E danzatemi intorno al tavoliere!
Sento il raggio del sol scendermi in petto,
E scaldar fibre sconosciute ancora;
— Giganti, il vostro mistico balletto
Ama la nota flebile o sonora?
Volete le cadenze imbalsamate
Di fragranze di rosa e gelsomino,
le rime dal turbine accozzate.
Come foglie cadute in sul cammino?
Il poeta ubriaco 49
la canzon della notturna pesca
Ohe naufraga piangendo fra i marosi,
lo stridor con cui la tigre adesca
L'arabo in caccia fra i palmeti ombrosi?
Volete il canto che intuonò Maomette,
il salmodiar che il Nazareno onora?
Giganti, il vostro mistico balletto,
Ama la nota flebile o sonora? —
Sento un odor di grandine e di rose,
E il vo' scrivere in versi alessandrini:
Come fanciulle flebili, amorose,
Cantin le cetre dai sonori crini!
— Ma, o sedicenni danzatrici bionde.
Volete i nostri balli o i balli antichi?
Dell'India amate le danze feconde,
il rustico ballar nei piani aprichi?
Volete in giro tornear sul prato,
Le mani unendo e accelerando il piede,
amate saltellar lungo il selciato,
Come le donne sue Napoli vede?
come anella musiche, alle dita
1 legnicciuoli della catalana,
Affascinar volete alla partita
I giovinetti colla danza ispana?
Volete il ballo dal francese amato,
Da cui l'uom pio scandalezzato riede,
E. PRA.aA. Poesie, \
50 TAVOLOZZA
amate saltellar lungo il selciato,
Come le donne sue Napoli vede?
Datemi un nappo, datemi dei versi!
Le imposte aprite, entrino i venti e il sole]
Quanti fantasmi nel cervel dispersi,
Che musica di forme e di parole!
— Oh sorridete, sedicenni amanti.
Pallide di languore e di piacere;
eroi di fiamma, o ciclopi, o giganti.
Dite, entrar posso nelle vostre schiere?
L'anima è un mar di note onnipossenti,
E sotto i baci del licor di Ohio,
Porti ho le braccia, e Tali al cor potenti!
— Dite, entrar posso nella ridda anch'io?
Roteamo, oan tiara, bimbe, giganti!
E d'amore e di vin qui scorra un fiume;
Versi, aria, luce, fior nei crini erranti.
Io brucio, e sento che divengo un Nume!
XXIII.
RITRATTI ANTIOHI.
Tele antiche, io vi saluto.
Ohe dall'arte profumate.
Qui vivete come mummie
Delle razze trapassate! —
Ritratti antichi 51
Ecco appeso alle pareti
Lungo stuol di cavalieri:
Una truppa di guerrieri
Che la morte insiem colpì!
Elcoo vergini e matrone
Dalla nobile sembianza,
Che di sguardi malinconici
Intersecano la stanza;
Ecco frati, e suore, e preti,
Cui nel volto ancor si legge
La nequizia ohe fu legge
Per le plebi di altri dìl —
bruna fanciulla
Che sempre sorridi,
Ti dieder la culla
Gli iberici lidi?
Quegli occhi più fulgidi
Dell'aurea cornice.
Oh dimmi se resero
Un uomo felice!
Di nacchere e ghitarre
Oh ardor di serenate!...
Dimmi, quanti morirono
Sotto tue lunghe occhiate?
Ringraziane il pittore!
La tua sembianza suscita
Faville ancor d'amore,
La tua potenza magica
52 TAVOLOZZA
Tutta spenta non è:
Se vengo a farti visita
Sogno la notte a tei —
fiero soldato
Ohe impugni la spada,
È orgoglio sprecato,
Nessuno a te bada;
A cento ti passano
Davanti i codardi,
E impavidi aJEfrontano
L'orror de' tuoi sguardi !
E un dì quel brando in fuga
Porse ponea le armate....
Dimmi quanti morirono
Sotto le tue pedate?
Ringraziane il pittore 1
Se più non fugge il pubblico
Compreso di terrore,
La tua sembianza suscita
Un desiderio in me:
Vorrei veder sul Mincio
La rotta intorno a te. —
pingue matrona,
Che appoggi alla sponda
Dell'ampia poltrona
La faccia rotonda,
Per certo fiorivano
I pranzi al tuo tetto;
Ritratti antichi 53
Oh dimmi, lo stomaco
Ti fece difetto?
Odor di tue cucine
Dopo le pingui cacce!...
Dimmi, quanti morirono
Sotto le tue focacce?
Ringraziane il pittore!
La tua sembianza suscita
11 chilo e il buon umore;
La tua potenza magica
Tutta spenta non è;
Se l'appetito langue
Vengo fidente a te! —
— Ma tu cardinale
Dal viso pajEfuto,
Dall'occhio bestiale.
Tu pur se' vissuto?
Su dimmi, al tuo secolo
Fioria la bottega?
Con quanti carnefici
Stringesti tu lega?
Temevano gli armenti
Levar su voi le facce?
Dimmi, quanti morirono
Sotto le tue minacce?
Maledici al pittore!
La tua sembianza suscita
E lo schifo e l'orrore I
54 TAVOLOZZA
Se in petto avessi un pallido
Baglior della tua fé,
Si spegnerebbe, o lurida
Figura, innanzi a tei
Gennaio 1862.
XXIV.
AMOR DI CRESTATA.
No, mia diletta, non ho più quattrini
Per mutarteli in nastri e in cappellini;
Siamo a Natale, e le mie due sorelle
Aspettano im mio dono a farsi belle,
E le sorelle, e la mamma, e la nonna,
Già da un anno sdruciscono una gonna;
Nina, se m'ami, non cercar denaro,
Son povero, lo sai, non sono avaro. —
Mi parli già da mesi, o giovinetto,
E sai se al mondo ebbi più caldo affetto;
Sai che di baci mi bruciasti il viso.
Sai che m'addenta il cuore un tuo sorriso.
Sai ohe son tutta tua dal capo a' piedi....
Ma, santo Dio, non ho il coraggio, credi,
Se alcun mi chiede ohi mi portò via,
Di dirgli il nome della fiamma mia!
Assoluzione 55
Darei la vita per la tua famiglia,
Ma, ve', il tessuto tutto s'assottiglia;
Puoi tu vedermi uscir così sdrusoita?
Per le sorelle tue darei la vita,
Perchè son buone e son cortesi e belle,
• E perchè infine son le tue sorelle;
Ma, Dio santo, non ho, non ho un'amica
Più innamorata, e di me più mendicai —
Il giovinetto comprerà la vesta.
Perchè la sorte degli amanti è questa;
Oblierà vedendola giuliva
Il focolar ch'ei di conforti priva....
Finché, un bel dì, la fervida crestaia
La gonna sdegnerà dell'operaia,
E spariran, di un ricco al nuovo affetto,
I regali e l'amor del poveretto I
XXV.
A S S L U Z I N B.
La mia ganza, una bimba assai devota,
E, credo, a molti parroci ben nota.
Venne a narrarmi, tutta addolorata,
I/ira del prete ohe l'ha confessata.
— Eh via, le dissi, vien, vieni a e^.nare,
lo stesso poi ti voglio confessare,
56 TAVOLOZZA
E se vedrò che mi vuoi bene assai,
Assoluzione e baci in copia avrai;
Che Dio promise, in questo oh grande e buono I
A chi avrà molto amato, il suo perdono 1
xxvr.
ORGIA.
Versate, amici, il nettare divino 1
Bruna è la notte, e la face scintilla;
Spumeggi in cor coll'inspirato vino
La musa brillai
Splende la face e s'avvicina il giorno;
Nei colmi nappi un'anima s'asconde;
Versate, amici, e danzatemi intorno
E brune e bionde I
Buia è la notte, e miagolan sui tetti
Come biAbi sgozzati i gatti amanti;
Cantiam, cantiam gli sprigionati petti,
Le trecce erranti,
Le tese braccia delle danzatrici!
Splende la face, amiamoci e beviamo;
E dolce susurrar fra nappi e amici:
Fanciulla, io t'amo 1
Orgia 57
Fra gli spruzzi del vin, come, a vederla,
La schiera delle amanti è più gentile I
Son come i fior ohe la rugiada imperla
Ai dì d'aprile.
Versate, amici, il nettare divino 1
Bruna è la notte, e la face scintilla;
Spumeggi in cor coli' inspirato vino
La musa brillai
Poggiam le tazze, ed aooozziam canzoni.
L'anima e il corpo insiem pèrdono il perno,
E a conto nostro danzino i demóni
Nel loro inferno l
Brindisi ad essi, e agli angeli dei cieli.
Brindisi al sole, e agli astri pellegrini.
Brindisi al mare, al fulmine, e agli steli
Dei fiorellini!
Splende la face, e s'avvicina il giorno;
Nei colmi nappi un'anima s'asconde!
Versate, amici, e danzatemi intorno
E brune e bionde!
Tutti, tutte, aJbil corrà l'eterna notte
Dopo queste d'amor fulgide notti;
Morrem noi pur, frammisti alle bigotte
Ed ai bigotti;
58 TAVOLOZZA
Ma di oostor la vivida natura
Ritemprar non potrà , col oener molle,
Che ortiche e rovi e squallida verdura
D'aglio e cipolle.
Dalle ceneri nostre, ancor frementi
Del vasto incendio ohe abitò le salme,
Evviva, amici 1 nasceranno ai venti
Platani e palme ! —
XXVIL
Quella ciarliera, Angelica,
Fante di casa mia,
Mi narrava di un Tizio
Morto di apoplessia,
E raccontar credevasi
Un'alta verità .
Dicendo — quel buon diavolo
Andò al mondo di là ! —
— Al mondo? — io chiesi — spiegati:
Dì là ? di là di ohe? —
Ma credereste? Angelica
Non ne sa più di me,
E non potè rispondermi
Né il come, né il perchè 1
Verità 59
xxvm.
VERITÀ.
Ho il canto dell'upupa,
Ho il viso di un prete,
Le penne di un passero
Sfuggito alla rete,
Fanciulla, per essermi
Sì cruda e severa?
Se' tu inespugnabile,
Mia bella trincera?
Che filtri, ohe spasimi
Fan d'uopo al tuo cuore,
Perchè mi rimuneri
D'un raggio d'amore?
Vuoi dunque ch'io lagrimi,
Ritrosa romana,
Al par delle statue
Di piazza Fontana?
60 TAVOLOZZA
Ch'io vada pescandoti,
Per darti la cena,
Nel nostro naviglio
Delfino o murena?
Ch'io danzi coi trampoli
Su un filo di seta,
Che un ago ti fabbrichi
Di carta o di creta?
Ch'io strozzi un canonico
Coir irte, tue chiome,
Ch'io fermi l'elettrico
Gridando il tuo nome?
Ch'io rubi nell'etere
Di stelle un collare,
fili il tuo strascico
Col raggio lunare?...
E s\ che le bubbole
Potrei qui finire,
Se avessi la voglia
Di farti arrossire.
Fanciulla, dicendoti
La prosa del vero:
— Ho d'oro penuria,
Soj> errullo se spero. —
Nella tomba 61
XXIX.
NELLA TOMBA.
Preda dei vermi languidi,
Sarà vendetta mia,
Per entro alle ossa putride
Studiando anatomia,
Nuda veder l'origine
D'ogni mia pena, il cori
E la ragion richiedergli
Di tanto e tanto amor....
Poi, bardo estinto, un ultimo
Sospiro accoglierò.
Per ringraziar l'artefice
Ohe la cassa iuchiodò,
E alla chiesa cattolica
Perdonar, nella quiete,
Il puzzo delle esequie,
E il brontolio del prete 1
62 TAVOLOZZA
XXX.
VECCHIERELLI AL SOLE.
•— Sulla porta dell'ospizio,
Dove usciste in lenta schiera,
Che vi dice, o miei vecchietti.
Questo sol di primavera?
Oh narrate di ohe palpiti,
Tramontati i caldi affetti,
Trema ancor l'età senile
All'arrivo dell'aprile;
Della speme tornan gli angeli,
vi afferra il disinganno?
Dice il cor: siam vivi, ancora,
vi dice: è l'ultira'anno?
Quest'auretta carezzevole.
Vecchierelli, vi innamora,
vi strazia col pensiero
Ch'ella è muta in cimitero?
Oh il gennaio malinconico
Rammentate, quando il cielo
Era bigio, e al letticciuolo
Vi assalìa la nebbia e il gelei
I superstiti fi 3
Rammentatevi le lagrime
Ohe spargeste in questo suolo;
E gli stenti e gli sconforti,
E gli amici ohe son morti 1
E direte — Auretta tiepida,
Il Signor t'ha benedetta:
Son pur belli in primavera
Il giardin, la cameretta!
E direte — Auretta tiepida,
Del Signor sei messaggera;
Spunti, auretta, il giorno estremo,
Noi lassù ci incontreremo! —
XXXT,
I SUPERSTITI.
Una mesta mi additarono
Giovinetta a brun vestita,
E mi dissero — è la Rita
Che ha perduto il genitori
Pochi mesi sorvolarono,
La rividi in una festa;
Avea candida la vesta
E danzava in mezzo ai fior!
64 TAVOLOZZA
Vidi al corso un cocchio splendido;
Son gli eredi di un marchese,
Che di qui, non corse un mese,
Dentro il feretro passò!
Una sposa mi mostrarono
Più di ogni altra seducente,
E allo sposo sorridente
Qua! chi molto e a lungo amò....
Cosi bella, così, giovane,
Chiusi gli occhi a un altro avea;
Or le fila ritessoa
Dell'amor che seppellì! —
Si, fra i canti dell'esequie,
Scorron lagrime dirotte,
Ma, asciugate in una notte,
Son sorrisi al nuovo dì!
Su, coraggio, o musa pallida.
Vieni meco al cimitero;
Ve' di croci il campo è nero,
E Siam soli in mezzo a lori
Ma non vai sospiro o lagrima
Quest'oblio dei visitanti;
Siamo tutti commedianti.
Commediante è il tuo cantori —
1 superstiti 66
Spesso i giorni dei superstiti
Son da un feretro abbelliti,
Dei nepoti agli appetiti
Desco è spesso un freddo avel;
Se qui pria giunge la figlia
Presto il padre si consola,
Che davanti a un'altra stola
Potrà dare un altro anel;
Più il riccone invecchia e al parroco
Sospirar fa i bruni arredi
Più la rabbia degli eredi,
Gli conforta i vecchi dì.
Se.... ma tremi, o musa? debolo
Tanto in ver non ti credeva;
Ohe? tu pur se' figlia d'Eva,
E tu lagrimi cosi?
Oh all'inferno e pianti e tumuli!
Ritorniamo a porta Renza,
Là è l'aitar dell'apparenza,
Tutto è festa e buon umori
E stasera, o mesta vergine,
Noi stasera danzeremo,
E nel vino affogheremo
Le mie ciance e il tuo dolor!
E. Pbaga.. Poesie. b
66 TAVOLOZZA
XXXII.
LA LIBRERIA.
Spesso io contemplo in estasi
La vecchia libreria,
La fida amica, l'anima
Della stanzetta mia,
E, quando mesto io veglio,
Farmi udirla cantare
Le note indefinibili
Che han le campagne e il mare.
Io, come un uomo celibe
Che per passar la festa
Esce all'aperto, e in ozio
Vagando alla foresta
Coglie sbadato ai margini
Un mazzolin di fiori,
E fa un pazzo miscuglio
Di forme e di colori;
Qui, fuggendo i papaveri
Dei greci e dei latini,
Raccolsi dal mio cranio
I pochi fiorellini;
La libreria 6?
Qui, di per dì, pasoevasi
La giovinezza mia;
Dell'alma è il calendario
La vecchia libreria.
D'antichi e nuovi scheletri
Vi giace un cimitero:
Messer Francesco spasima
Presso il gagliardo Omero,
Rousseau e Plutarco fiutansi,
E i santi Evangelisti
Placidi sonni dormono
In braccio agli antecristi 1
Giusti, compagno incomodo,
DÃ nel fianco a Marini,
Manzoni inconsapevole
Sostiene Niccolini;
Sotto quei vetri sparvero
Gelosie di mestiere,
E vivono in famiglia
Codice e canzoniere.
Vi son volumi fracidi
Dei secoli passati,
Dal tabacco degli avoli
Dipinti e consacrati,
Vi son moderni in-folio
Legati a ghirigori,
Che sembran dir: guardateci.
Non Siam belli — di fuori?
68 TAVOLOZZA
Vi posa, oh pia memoria l
Tolto al Buo tavoliere,
Dell'ava mia carissima
Un libro di preghiere.
Dal mio giovine orgoglio
Ahimè 1 troppo obliato
Fra i sogni dell'infanzia,
Che 1 preti mi han turbato.
Ella alle eterne pagine
Bimbo mi innamorava,
E vi ponea per indice
I fior ch'io le donava;
Ma l'ava santa è in polvere,
I fior sono avvizziti,
E della fede gli angeli
Con lei, con lei spariti!
Cade la pioggia a torrenti, e risuonano
Come tasti di cembalo le tegole;
Un gatto nel cortil miagola ed urla,
Quasi di spento vate anima errante 1
Crepita il focolar, bizzarramente
Illuminando la mia fredda stanza;
Ve', il letto mi sorride in un cantuccio,...
Se' tu l'amante che all'amplesso inviti?
Ma invano al gelo della strada io penso,
E a chi corre affannato la campagna
Per farmi dolci colla penna altrui
La quiete e il sonno.... i miei scaffali vegliano
Ed io qui resto ad ascoltarli intento I
La libreria
Come fauci di cantanti
Che si muovono su e giù,
Or si schiudono, or si serrano
I volumi palpitanti,
Quasi albergo all'alme fossero
Degli autor ohe non eon piùl
Udite, udite il cantico
Ohe accompagna la pioggia;
Or chi mi parla è un logoro
Libro d'antica foggia:
— Giovinetto, che guardi e sospiri,
Qual speranza ti ride nel cor?
Tarpa l'ali de' lunghi desiri,
Oltre il mondo non cerca l'amori
Liba, liba alla vita, infelice.
Che a galoppo s'involano i dì;
La speranza è una dea traditrice,
Tutto fu quando il corpo morii
Ve' che notti, ohe vento, che gelo,
Ve' che cenere al tuo focolari
Oh non pensa ai misteri del cielo.
Corri invece una donna a cercar;
I tesori degli omeri nudi,
Delle chiome cosparse di fiori
Oh divini di Venere ludi
Quando Bacco le avviva i colori
70 TAVOLOZZA
Ama e bevi, gentil giovinetto 1
Conta Tore coi baci e i bicchier;
La bottiglia ed un candido petto,
Ecco il nume, ecco il culto, ecco il Veri
•— Ahimè 1 ho libato al calice
Dei godimenti umani 1
Dei baci amai la musica,
E anch'io cacciai le mani
Tra profumate chiome,
E di più d'una il nome
Mi si stampò nel cori
Io pur cercai nei pampini
Di Bacco, un dì, la gioia;
Ma fra l'ebbrezza e l'estasi,
Quando sparve la noia?
Succhiato ho disinganni,
Veleno di malanni,
Col vino e coU'amorl
maledetta, inutile
Se tutta è qui la vital
Questa mia bella imagine
Fu dunque partorita
Di donne a trionfare,
E le viti a sfruttare,
E tutto, e tutto è qui?
No, libro infame, l'anima
Sento fremermi in petto,
La libreria 71
E confidente il termine
Del mio galoppo aspetto 1
Ma ohi mi dice dove,
E di ohe tempre nuove
Pia de' risorti il di?
Satto i vetri i libri altercano
E di pagine è un fruscio,
Qual di foglie ohe al natio
Tronco strappa l'uragani
— Bimbo I — un altro volume mi dice,
Vivi e alterna i tuoi canti felice 1
H tuo spirto dal corpo spiccato,
Poi che i liberi cieli ha adorato,
Un volante augelletto sarà ;
Un augello di cento colori
Ohe da un nido contesto di fiori,
Modulando divini concenti,
E cullato dall'ali dei venti,
Pino al sole il suo voi spingerà ! —
— No: grida un fascicolo.
All'ultimo di,
Nel cielo ti aspettano
Le fervide Uri....
Ma qui, cercando un'altra rima in i.
M'accorgo ohe la musica
Di più chiare cadenze si vestii...
Son sorci, sorci, ahi misero,
7y TAVOLOZZA
Ohe fan la vecchia libreria vibrar.
E già da un mese io lascio
Col vago suon la fantasia volar 1
Poi, se vi garba, ditemi
Che i poeti non sono da legar 1
Altro non è la musica
Che una cena di topi viaggiator....
Io che sperava scrivere
Su questo tema tanti versi ancor,
Darò al fuoco la cantica,
E nelle coltri metterò il cantori
Ohi ma prima al pericolo
Il ricordo togliamo
Della mia nonna ; o povero
Libro, fra tutti io t'amo!...
Ecco i salmi di Davide,
Ed ecco, ecco il Vangelo....
Come era bello il cielo
Ch'io vi leggeva un dì!
E adesso?... oh torna all'anima
Sempre l'antica fede;
Cinto di pie memorie.
Il Dio dei padri riede;
Riede possente, e il bacio
Che al libro or ora io dava
Dal tumulo dell'ava
Securo a Lui sali!
L'Inno di Fio Nono 73
xxxiir.
L'INNO DI PIO NONO.
Quando in marzo fuggirono
Le insegne giallonere,
E alle nostre bandiere
Risero i tre color;
Noi cantavamo, pargoli,
L'Inno di Pio Nono,
Che dei tiranni al trono
Malediceva allor.
Ma un dì la madre dissemi.
Tutta piangente e smorta:
— Questa canzone è morta,
Non la cantar mai piùl —
Quel di, le madri italiche
Tutte ammonir la prole.
Perchè di Roma il sole
Un lampo, un lampo fui
Quei bimbi che inneggiavano
Or più non siam, perdio!
Siam la legione, o Pio,
Che il Campidoglio avrà ;
74 TAVOLOZZA
Siam gli implaoati vindici
Del pianto delle madri,
Siam l'egida dei padri
Risorti a libertà 1
XXXIV.
AI COLLEGHI NAPOLBTAI^[I. *)
Olii partia dalla bella laguna
Verso il golfo ohe pari non ha,
E dell'arte l'intatta fortuna
Ricercava alle cento città ;
Chi movea dall'avello di Dante,
Di Virgilio cercando l'avel,
Ben trovava uno sempre il sembiante
Dei fratelli, e il sorriso del cieli
Sol cambiava divisa lo sgherro
Ohe spiava il suo sacro cammin,
E scorgeva barriere di ferro
Dal Oenisio all'estremo Apennin!
— Dite or voi, giunti pur da lontano,
Il confin dell'Italia dov'èl
*) Artisti di passaggio a Milano col battaglione mobile
della guardia nazionale di Napoli.
Ai colleghi napoletani 75
Voi venuti a far lieta Milano
Messagger di concordia e di fé 1
Ah si Btringan le destre, ohe eterna
Questa pagina al mondo starà ;
E si ingemmi coll'arte fraterna
Che gigante qual fu, tornerai
E or salpando alla bella contrada
Vi eian facili i venti del mar;
Noi sappiam ohe a far breve la strada
Vi fia dolce di noi ricordar!
E se Napoli, giunti, vi chiede
Che novella Milano le dà .
Voi, cui mesce l'italica fede
Alla gioia un'immensa pietà ,
Dite a lei ohe la suora diletta
Le rimanda un amplesso d'amor....
Ma ohe Roma confida ed aspetta,
E Venezia è una martire ancori
XXXV.
Oh non passate mai, plebi frementi,
Femmine folleggianti in carnevale^
Cori festosi e musiche plaudenti,
Non passate dinanzi all'ospitale I
76 TAVOLOZZA
Lasciate ohe sul mìsero guanciale
Rassegnati riposino i morenti,
Assopiti aspettando il funerale,
Corona alle sciagure e ai patimenti
Lasciateli coll'angelo ohe canta
La divina melode all'infelice:
Col cherubino della fede santa. —
Ahi se i fantasmi del gioir superno
Turba la vostra voce insultatrice,
Sparisce il cielo, e schiudesi l' inferno 1
XXXVI.
CONSIGLIO.
Donne, voi somigliate alla natura
Che, se sorride, gli uomini innamora,
E desta la mestizia e la paura
Quando minaccia e quando si scolora.
Ma rammentate che l'aprii, se infiora
Tutto nei campi, lascia fredda e scura
L'alma che gli alti suoi misteri ignora
E del bello alla fiamma non si appura.
Commissione
Oh dell'aprile candide sorelle I
Somigliategli in tutto, disprezzate
Ohi non adora ohe la vostra pelle,
E soltanto le fide anime amate
Che, sotto il velo delle forme belle,
Sanno i tesori ohe nel cor celate 1
XXXVII.
COMMISSIONE.
Metti im gaio color sul tuo pennello,
E dipingimi un cielo al primo albore;
Poi fra le piante e i fior di un praticello,
Un somarello — che canti d'amore.
Metti, se non puoi l'oro, almen l'orpello
Sul tuo pennello — amico dipintore.
Perchè quel cielo rilucente e bello
L'occhio abbarbagli dello spettatore.
Il somaro che innalza i caldi lai
Spiri dagli occhi un'aria sofiFerente
Qual di chi spera e lieto non fia mai;
Poi quando la tua tela mi darai,
10 ti dirò se ben ritratto avrai
11 volto di madonna e il committente!
78 TAVOLOZZA
XXX vm.
STAGIONE PROPIZIA.
Quando muoiono i fiori ai davanzali,
E quando i vetri la nebbia accarezza,
E le rondini in mar battono l'ali,
E del negro fanoiul di vai Vegezza
D grido, ohe dai vertici natali
Chiamando il freddo e la malinconia,
Par, della via fra i suoni incerti e uguali,
Un la stonato in ima sinfonia;
È quello il tempo di trovar marito,
Fanciulle; allora l'uom che sta soletto,
Come le membra, ha il core intirizzito;
E nella pace del deserto tetto
Di un angelo ohe seco a un muto invito
S'assida al focolar, dolce è l'aspetto 1 —
XXXIX.
PICCOLE MISERIE.
Primi rancori, puerili pianti.
Capitomboli miei sul pavimento,
Rabbuffi delle serve intolleranti
E fiabe delle mie notti sgomento;
Amici alla porta 79
Giocattoli calpesti e vetri infranti,
Alfabeto del mio labro tormento,
Schiaffi delle maestre e pensi erranti
Sui scartafaooi, ancora io vi rammento.
Fiuto ancor della cattedra l'odore,
Risento il gelo delle vaste scuole,
E riveggo il bidello e il professore....
Oh memoria crudel, spina del cuore 1
E dove sono il volto e le parole
Dei primi amici, e del mio primo amore ?
XL.
AMICI ALLA PORTA.
Coppie eleganti della vaga festa,
C'è alla porta una folla di signori
Di vario sesso, di diversa vesta.
Amici che vi aspettano di fuori.
Son tanti i tipi, son tanti i colori.
Che di farli inoltrar mi venne in testa;
Ma una donna fra lor, cinta di fiori.
Mi dissuase, e la ragione è questa:
BO TAVOLOZZA
Mi disse il nome dei compagni suoi;
Scusatemi, dei vizii è la brigata,
Che per danzar dimenticaste a casa;
È la virtù di gigli incoronata,
Quella ohe entrar non volle, persuasa
Di trovar pochi amici in mezzo a voi.
XLI.
FANCIULLA IN DELIRIO.
— Levatemi le coltri.... è maggiorana
Che bisogna piantar nel mio giardino....
Ascolta.... a festa suona la campana....
Ma che fa qui in im angolo il becchino?
Deh, profumami, madre, il moccichino
Coll'olezzo dei colli, e la sottana
Dammi ch'io vi ricami un fiorellino:
Ma il vecchierello ov'è che mi risana?
Oh non più, madre, medicine amare!
Stanotte io feci un sogno fortunato....
E al dottore lo voglio raccontare;
Un bel sogno.... era un giovane soldato.
Poi venne un prete.... poi vidi un altare....
Madre, madre, il becchin l'hai congedato?
Vettura notturna 81
XLII.
OLANDA.
Un cielo grigio, una mesta campagna
Che uniforme svanisce all'orizzonte,
Un placido canal che l'accompagna,
E qualche donna che scende alla fonte;
Lungi, nei prati che la nebbia bagna.
La città sulla gotica sua fronte
Alza l'antica cattedral grifagna,
Sparuta come il vertice di un monte....
— Non hai teco un rimario, viaggiatore?...
Ove fuggisti, o mio lepido umore.
In che borgo ho smarrite le parole?
Si, al focolar del primo albergatore
Sento che canterai, povero core.
L'amor d'Italia e dell'Italia il solel
XIIU.
VETTURA NOTTURNA.
Per la deserta strada, o viaggiatore,
Dove t'affretti ai raggi della luna?
Una madre lasciasti, il genitore,
E sposa e bimbi per cercar fortuna?
£. PBA.OA.. Poesie.
82 *AVOLOZZA
La notte in breve si farà più bruna;
Forse al yaroo ti attende un traditore,
E cadran tue speranze ad una ad una,
Come le foglie d'appassito fiore.
Se soltanto lasciasti una stanzetta,
Un davanzal fiorito, un lettiooiuolo.
La portinaia, o un cane ohe ti aspetta,
Cedi al mesto pensiero, e torna a volo;
Quanti pianser, ma tardi, la negletta
Povertà lieta del paterno suolo I
PITTORI SUL VERO.
XLIV.
Schiudesti appena il tuo logoro ombrello,
E già d'urti e di inchieste ti circonda
Di pescatori un garrulo drappello,
E dura legge è pur che si risponda.
— Eh, ohe mai fa? — Dipingo. — • Oh bello, oh bello !
Ma come? — Come posso. — E cosa? — L'onda. -
L'onda del mar?... ci metta anche un battello. -
Il tuo, no, il mio che aguzzi ha remi e sponda.
Pittori sul vero SS
— Ma del quadro ohe fa, lassù a Milano? —
— Al prossimo di buona volontÃ
Lo vendo come l'ostriche e il merlano. —
La gente crolla il capo e se ne va,
Dicendo — è un pazzo — ed io soggiungo piano;
— V'ha chi tali ci crede anche in città . —
XLV.
Ma bello è quando parlano, seguendo
Del pennello la corsa affaccendata,
E fra loro in famiglia discorrendo
Di tutti i casolar della borgata.
— Tò, la casa di Gilda è già segnata I
— Ve' la finestra qui del Reverendo!
Or che la fante gli cadde malata,
Anch'egli il pover uom va impallidendo.
— Guarda la barca di compar Clemente
Che s'è annegato pescando corallo 1 —
— Ve', ve' il giardino qui dell'Intendente! -
— Oh ma non scriva, no, quel muro giallo;
Vi sta un ricco che mai messa non sente,
E il curato lo danna senza fallo I —
84 TAVOLÃ’ZZA
XLVI.
Ma ohi di voi parlerà degnamente,
Osterie ohe i pittor ricoverate?
Delle vostre cucine è nume un niente
Frammisto di cipolle e di patate I
Sognate vino e ostiera seducente?
Un vecchio marinar vi ritrovate,
Che vi schiude una stanza puzzolente....
Della cantina ohimè non ne parlate!
Ma quando tappezzata è la stanzetta
Di tele, e qualche amabile pilota
Narra gli eventi della sua barchetta
E un letticciuol le stanche membra aspetta.
L'itinerario del diman si nota,
E sulle labbra vien la canzonetta!
XLVII.
Pensate a un uom, prigione alla locanda,
Con una pioggia che a torrenti cade!
Se costui Cristo al diavolo non manda
È paura d'entrambi ohe lo invade.
Pittori sul vero
Uscir?... Di fango sono un mar le strade,
E le mie scarpe han l'aria miseranda;
Che cesserà , Toste mi persuade,
E ch'io pazienti ancor mi raccomanda.
Si comincia a educare il gatto o il cane
Con cento sohiafiB ed un soldo di pane.
Poi si contano travi e casseruole.
Poi sospinta la serva alle carole,
E affumicate dei sorci le tane,
Sbadigliando si scrive un inno al solel
XLVm.
Ma ritornato dalla lunga gita
Alla casa paterna, a' tuoi diletti,
D'alme memorie l'anima arricchita,
E la valigia piena di abbozzetti;
Come lieto rivedi i cavalietti
Che abbellano la tua stanza romita,
E come lieto ai muri prediletti
Appendi la tua preda, al mar rapita I
Sai come è dolce raccontar gli eventi
Agli amici del tuo viaggio lontano,
E innamorarli dei lidi ridenti!
E quando, solo al tuo lavor, la mano
Trascorre e vola il cuore, ancor tu senti
Fuor dai vetri il fragor dell'oceano I
86 TAVOLOZZA
XLIX.
CRITICA D'ARTE.
L'ho visto il quadro.... è bello, è sorprendente I
Che gagliardo color, ohe forma pural...
Però nel fondo non capisco niente,
E l'argomento mi mette paura.
La barba del pontefice Clemente
Ditelo voi, non vi par troppo oscura?...
E quella faccia di donna languente
È tipo superiore alla naturai
Poi c'è quel dito, ahimè I del cardinale,
Che pecca assai nella sinistra parte;
Sono inezie, lo so, ma piano piano
Si sdrucciola nel falso e nel balzano I
Ah, in questa Italia benedetta, l'arte
Ahimè va male, ahimè va mal, va malel
L.
ADORAZIONE.
- A messa mi volete alle sett'ore?
No, guardate lassù ohe amena vetta 1
Domani io sarò là sul primo albore,
A cogliere per voi timo e violetta.
Adorazione 87
E se non mi vedete alla chiesetta,
Non paventate l'ira del Signore;
Non è incenso o latin ohe lo diletta,
Ma il profumo, ma l'estasi del corei
E il mio cor, ohe quaggiù pensa a voi sola,
Se lo porto sui monti a respirare,
Miracolo! adorando al ciel sen vola,
E del bello commosso alla parola
Che susurrano intorno i campi e il mare,
Egli diventa il mio unico altare 1
PENOMBRE.
PRELUDIO.
Noi siamo i figli dei padri ammalati;
Aquile al tempo di mutar le piume,
Svolazziam muti, attoniti, affamati,
Sull'agonia di un nume.
Nebbia remota è lo splendor dell'arca,
E già dall'idolo d'or torna l'umano,
E dal vertice sacro il patriarca
S'attende invano;
S'attende invano dalla musa bianca
Che abitò venti secoli il Calvario,
E invan l'esausta vergine s'abbranca
Ai lembi del Sudario....
Casto poeta ohe l'Italia adora.
Vegliardo in sante visioni assorto,
Tu puoi morir 1... degli antecristi è l'orai
Cristo è rimorto l —
92 KENOMBRB
nemico lettor, canto la Noja,
L'eredità del dubbio e dell'ignoto,
Il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boja,
n tuo cielo e il tuo lotol
Canto litane di martire e d'empio;
Canto gli amori dei sette peccati
Che mi stanno nel cor, come in im tempio
Inginocchiati.
Canto le ebbrezze dei bagni d'azzurro,
E l'Ideale che annega nel fango....
Non irrider, fratello, al mio susurro
Se qualche volta piango.
Giacché più del mio pallido demone
Odio il minio e la maschera al pensiero.
Giacché canto una misera canzone,
Ma canto il verol
Novembre 1864.
MERIGGI.
I.
BRIANZA.
Come è bella la sera in mezzo ai monti I
Te ne ricordi?... ti ricordi quando
Si vagheggiava i rapidi tramonti,
E tornavamo a braccio, e Busurrando:
Com'è bella la sera in mezzo ai monti?
pace, o solitudine, o dolcezze!
Tu appoggiavi i piedini al focolare,
Ed io la testa fra le tue carezze;
E il lieto grillo era il nostro compare:
pace, o solitudine, o dolcezze!
Chi, chi di noi più puri e più beati
In quei giorni d'affetto e di mistero?
Ti ricordi i progetti inargentati
Dal vago argento che maschera il vero?
Ohi, chi di noi più puri e più ben ti?
d4 fENOMBRE
Tu prevedevi un serto alle mie chiome,
Io per te meditavo un paradiso;
Tu inghirlandavi d'alloro il mio nome,
Io d'amor sempiterno il tuo sorriso....
Tu prevedevi un serto alle mie chiome 1
sante gioie, o speranze diviuel
Ohe ce ne resta, o mia donna, a quest'ora?
Ma non è tutto, non è tutto spine
L'oggi, se, uniti, susurriamo ancora:
sante gioie, o speranze divine I
Rifioriran, mia mesta giovinetta.
Rifioriranno quei tempi d'amore;
E tu lo sai, dagli angeli protetta,
Tu che sei buona, e ohe preghi il Signore;
Rifioriran, mia mesta giovinetta!
Nessun ci toglie un angolo di terra
Dove, esperti del cuore e della vita.
Dimenticar degli uomini la guerra,
E prepararci insieme alla partita!
Nessun ci toglie un angolo di terra.
pace, o solitudine, o dolcezze!
Ti rivedrò seduta al focolare,
Sognerò ancora fra le tue carezze;
E il lieto grillo ci sarà compare:
pace, solitudine, o dolcezze!
Ègloga 35
n.
EGLOGA.
A. BEBNÃ BJDINO ZBNDBI17I.
Qui a bu boira.
Come, come restar fra queste mura
Quando sapete
Che son fioriti il monte e la pianura,
E conoscete,
Conoscete le valli e le pendici
E le placide sponde
Delle profonde — gioie alberga trici?
Come restare? Abbacchiano le noci
Sulle montagne;
Già dei fanciulli le garrule voci,
Fra le castagne,
Empiono i rami a cui cascan le fronde,
E i nidi abbandonati
Son circondati — di testine bionde.
La oasicciuola e la castalderia
Coiman la botte;
DÃ il giovin vino alla malinconia
La buona notte;
E lune e falchi e santi e chiavi d'oro
Già , sulle insegne oscure.
Di ripinture — parlano fra loro.
96 PENOHBKÉ
Come, come restar fra questi avelli
Che ohiaman stanze?
Empion d'evviva i lirici ttaelli
Le lontananze:
miei curati nelle vigne erranti
Col tondo viso in foco
E il parlar roco — delle dee baccanti I
Oh le donne, oh le chiacchiere del prato l
Ohe laconismo I
Nessun ti chiede, là , se sei soldato
Del realismo,
E nessuno s'impenna e fa gli occhioni
Se vengono a sapere
Ohe odii il mestiere — d'imitar ManzonL
E vi son certe strade in Valtellina
Cui far l'amore
Meglio che al muso e alla carta velina
Di im editore:
Conoscete il Legnone, o miei messeri?
LÃ vivi i fiori stanno
Che qui vi danno — in polvere i droghieri.
Oh tre ne voglio de' miei vecchi amici
Dal pazzo umore 1
Di quelli che son lieti od infelici
Secondo l'ore,
Che non parlan di moda e di cambiale,
Ma in nuovi cieli immersi
Fischiano i versi — in cattedra e in piviale I
Sospiri all'inverno 97
Tre di oostor ohe fanno il gaio viso
Alla baldoria,
E a cui l'arte congiunge in un sorriso
Golgota e gloria;
Tre di costoro per salir sui monti
Ove l'Eterno addita
Oh' è infinita — la via degli orizzonti 1
E beverem, col capo all'ombra fresca
Di qualche faggio,
All'avvenir che i giovinetti adesca.
Anch'esso in viaggio:
Quando il ranume udrà queste parole,
Riderem, se si adombra,
Col capo all'ombra — e colle gambe al solel
ni.
SOSPIRI ALL'INVERNO.
Stanco son io di splendidi
Cieli e fronzute piante;
Mi annoia lo spettacolo
Di ima beltà costante;
Venga il dicembre, ed operi
Un cambiamento a vista:
Un grazie al macchinista
Dal petto esalerò,
E. FUAOA.. Poesie.
ÙQ
° PENOMBRE
Venga il gennaio, il placido
Mese di pioggie e nevi,
Venga, ed io chiuda il guscio;
Oh giorni inerti e brevi,
Vetri appannati, e amabili
Grilli del focolare 1
Voglio l'uscio inchiodare,
Cantar l'inverno io vo'l
Come cadenze tremule
Di cori in lontananza,
Belle, ridenti, tiepide.
Nella tranquilla stanza
Tornano le memorie
Del luglio e dell'aprile
A colorir lo stile
Del pallido pittor.
E accosciata in un angolo
Al muro crepitante.
Sospirosa e pettegola
Come una vecchia amante,
La stufa mi consiglia
A non varcar la soglia,
E alle dolcezze invoglia
Del solingo lavor.
Quando la nebbia intorbida
L'ampia campagna rasa,
È pur dolce l'immagine
Delle donne di casa:
Sospiri all'inverno 99
Le muse son, son gli angeli
Del domestico cielo
Cui della pioggia il yelo
Imperla la beltà 1
Le gonne allor bisbigliano
Come selvette in maggio,
E se il capo ti aggravano
Nuvole di passaggio,
Ascolta.... era uno strascico
Nella vicina stanza?
Ascolta, e la speranza.
La fede tornerà .
Venga il febbraio: ho un piccolo
Vaso di sempre-vivi
Che i vezzi non invidiano
Dei fiorellini estivi;
Ho un uccellino in gabbia,
Un canerin gentile....
Febbraio, marzo, aprile....
Ecco l'estate ancori
L'estate ancori... Fantastico
Mio cor di pellegrino.
Né avran cessato i cantici
Il bardo e il canerino:
Giacché siam quattro in gabbia,
Ed all'amor si beve.
Il mandorlo è una neve,
La stalattite un fiori
100 PENOMBRE
IV.
NEVICATA.
Domus et placens uxor.
La bella neve! scendete, scendete,
Leggiadri fiocchi danzanti nei cieli;
Come perluoce coprite, pingete
I tetti, i tronchi, la mota e gli steli.
Dacché l'ottobre, soffiando, spruzzando,
Ingialli tutta la vasta campagna,
Fuor da' miei vetri, ove, fievole urtando,
La farfalluccia del freddo si lagna.
Mi morir cinque di rosa arboscelli,
E spirò l'anima a Dio la violetta;
Senza l'ammanto di viti i cancelli
Sembran soldati disposti in vedetta.
Pur questa notte una mano furtiva
L'inaffiatoio rubommi in giardino 1
(Se fu per fame che alcun lo rapiva.
Iddio noi vegga l'agreste bottino.)
Intirizzisco se schiudono l'uscio.
Ma qui la stufa borbotta tepente:
Oh benedetto il mio piccolo guscio.
Per me, nevata, sei tutta innocente l
101
Fa il tuo mestiere: scendete, scendete,
Leggiadri fiocchi danzanti nei cieli;
Come perlucce coprite, pingete
I tetti, i tronchi, la mota e gli steli-
Delia mia donna nel fervido cuore
Aleggia sempre una brezza gentile,
E quando ricco il poeta è d'amore,
Anche il gennaio somiglia all'aprile.
V.
E teco errando, pallida Sofia,
Come una chiesa, era piena di squilli
L'anima mia;
Come una selva era piena di trilli
L'anima sacra alla malinconia!
Errando teco, pallida Sofia.
Vi cantava la messa un cherubino,
E vi nascean colombe ed usignoli;
Oh il bel cammino
Fra le intatte bianchezze e i dolci volil
Oh effluvii, oh grazie del pane e del vino
Quando canta la messa un cherubino l
102 PENOMBRE
VI.
ANCORA UN CANTO ALLA LUNA.
Gobba a ponente
Luna crescente 1
Fuori lucertole
12 mosoherini,
Bruchi, larvucoe
E farfalluoce.
Lumache e rane,
Fuor dalle tane;
Il segno è certo,
Tutti all'apertol
Presto, rotonda — e rubiconda
Nella bonaccia
La bella faccia
Risplenderà , /
Gobba a ponente,
Luna crescente 1
Betulla e salice.
Olmo ed ulivo,
Querciol, cipresso,
Il tempo è adesso
Di dondolare
Ancora un canto alla luna 103
E di cantare:
Il segno è certo,
Fuori al concerto 1
Cadenze e inchini — e dei più fini
â–º Al dolce viso
Che in paradiso
Tondeggerà l
Gobba a ponente,
Luna crescente!
E come è limpida
La collinetta,
E l'aria pura
Sulla pianura;
Oh senti i cori
Nei sicomori,
Giù per le chine
Che cavatine!
Di re venuta — no, non saluta
Musica tale!
Ve' ! r immortale
Comparsa è già !
Gobba a ponente.
Luna crescente!
E anch'io, crisalide ^
Forse di un astro,
Da un sassolino ••
A te m'inchino:
Luna cornuta
104 rENOJTBKE
Ohe mostri muta
L'anel reciso
Nel paradiso,
Di cui lo sposo — già frettoloso
Per consolarti, ..
Giunge a portarti
L'altra metà .
Gobba a ponente.
Luna crescente 1
Addio, mia vergine,
Felici amplessi I
Io vado a letto,
Ohe, a parlar schietto,
L' infreddatura
Mi fa paura!
Ma il raggio blando
Di quando in quando
Alla finestra — tu mi balestra:
Mi udrai sognare
E ricantaro
La tua beltà 1
Gobba a ponente,
Luna crescente I
Libertas 105
VII.
LIBERTAS.
Sciagura a te, sciagura a te, vegliardo
Che non amasti mai,
E a me t'affacci, aruspice infingardo.
Gridando: — Guai! —
Quando rugge la pugna, e si agonizza
Sul campo di battaglia:
Quando pei valli dell'orrenda lizza
La morte raglia.
Ohi nei sentieri ove palla non giunge
Sta in guardia dei giumenti.
Giumento è anch'esso se desio lo punge
Di far commenti 1
E lo danni alle forche il capitano
Se, a pergamo salito.
Contro i fratelli che mordono il piano
Appunta il dito:
Ritorna all'ombra del tuo pergolato,
Ritorna alla tua chiesa,
E là mostra, spauracchio all'uom curvato,
La croce appesa:
106 PENOMBEE
Me libero, me forte e me guerriero
Crebbe il genio materno,
B i passaporti sdegno, ospite altiero,
Del padre eterno 1
Vili.
MUSICA DI CHIESA.
Amo la voce chioccia e poverina
Dell'errante bambina;
Amo il canto del cieco, e il ritornello
Del vecchierello;
Amo tutta la musica ohe ho intesa,
Ma non amo la musica di chiesa.
Ah per l'uom sventurato appeso ai chiodi,
Quel rimbombo di lodi
Al barbaro, che in ciel tranquillamente
Dalla sua gente
Si faceva adorar mentr'ei morìa.
L'onta rinnova e il mal dell'agonia 1
Amo la voce chioccia e poverina
Dell'errante bambina;
Amo il canto del cieco, e il ritornello
Del vecchierello;
Amo tutta la musica che ho intesa,
Ma non amo la musica di chiesa.
Memorie del presbitero 107
IX.
MEMORIE DEL PRESBITERO.
Vivis rosa grata et grata scpulcris.
I bei giorni trascorsi al presbitero l
mio santo curato,
Ohe al giovinetto amico
Schiudesti il dolce asilo intemerato
E l'animo pudico,
Benché or lungi da me tu sia sepolto,
Ti parlo ancora, e ti riveggo in volto.
Ecco il canuto orine, e il mite sguardo 1
Oh, l'orto ecco, e la oscura
Stanzetta della sera.
Ove lasciai partendo una pittura ;
Ecco la croce nera
E i santi scarni appesi alla parete,
Taciti amici del solingo prete.
settantenne fante — zoppicante
Nella queta dimora,
Certo, tanto l'amavi,
Sei morta seco per servirlo ancora:
Senti, io scordai soavi
Paccie di giovinette innamorate.
Ma le tue rughe, no, non le ho scordate!
108
Quand'io tornava a sera, e il vecchierello
Parlava al suo breviario,
Tu, per darmi la cena.
Riponevi in un angolo il rosario;
Egli, finito appena.
Tutto ridente mi sedeva accanto
E mi diceva: — t'ho aspettato tanto! —
I poverelli che venivan spesso
M'amavano anche loro
Perchè il pastor m'amava,
E, nei dintorni, il mio mesto lavoro
Agli astri si portava.
Perchè un giorno avean visto in sul sagrato
Chino a osservarlo il tremulo curato.
Io che non amo i preti, io piango ancora,
A quel vecchio pensando
Ohe viveva il vangelo;
D'un volo il benedetto animo blando
Andò a posarsi in cielo,
E il vescovo narrò ch'egli è perduto
Perchè cantava il di dello Statuto.
Se cantava 1 lo vidi affaccendato
I vessilli a intrecciare
Mentre, insieme alla fante,
Io l'aiutava ad allestir l'altare;
Come officiò esultante.
Come pura la voce al oiel s'ergea
E più bella del solito pareal
Noli 109
- Povero amico, addio.... quel mazzolino
Ho ancor che mi donasti
Quando da te part'ia.,..
Di questi fior ohe tanto in terra amasti
La tua borgata pia
Ti orni la fossa, e nel tempo lontano
Mesto ancor li coltivi il terrazzano! —
Aprile 1863.
X.
NOLI.
"\ A Bartolomeo Tiasoni.
armoniosa quiete del villaggio,
Balsamo sospirato un anno intiero,
pace della mia anima, e raggio
Del mio pensiero!
Come sei tutta buona e tutta bella,
ammaliatrice, o santa, o cortigiana!
La tristezza, tua pallida sorella,
È la mezzana;
E io ti stringo, ti mordo, amante offeso
Da cento mali, e tu m'intendi e taci:
Le tue carezze sono unguento steso.
Nettare i baci.
Ilo PENOMBRA
Con te la vita è placida fiumana '
Che i burroni scordò donde discese:
Una farfalla è qui la settimana,
Un bimbo il mese.
Era ben mesto, o miei poveri amori,
Che sulla strada, quando son venuto,
Mi seguiva un convoglio di dolori
Rapido e muto.
Or li ho messi a dormire ad uno ad uno.
Distesi, freddi, pallidi, stecchiti:
In verità , non ditelo a nessuno,
Li ho seppelliti
Nell'orticello pien di aranci e d'ali,
Dove un bel pozzo invita ad aver sete,
E dove spesso brillano gli occhiali
Di qualche prete
Sotto il sagrato, e placidi vi stanno
Fra le campane e i cantici latini:
Berretti rossi e mèzzari vi fanno
Da fiorelliuL
Dormono lì, né, mutin lune e soli,
A rizapparne andrò la sepoltura;
Però, a smarrirli, partirò da Noli
A notte oscura.
Koli Uì
Poiché sepolti son, ma non son morti;
Quando la coltre non sorride al sonno,
Tornano ancora, tanto sono accorti,
E tanto ponno.
Bussano ancora alla finestra mia,
E — Apri, gridano, apri ai vecchi amici ;
Abbiam pescato nella tenebria
Rime felici.
Apri, ingrato, ai dolor; siam noi la musa,
L'eterna musa che pel mondo corre;
Non è poeta Tuom che ci ricusa,
L'uom che ci aborre. —
Ed io rispondo: Sirene, Sirene,
Tornate a sonnecchiar sotto il sagrato:
Siete il vin ohe mi ha róso e le cancrene
Ohe m'han bruciato 1
Oh se il soffrir fosse il retaggio, il motto
Dei guerrier della lira e del pensiero.
Vi inchioderei sul cori... ma gli è lo scotto
Del mondo intiero!
Andatene, per dio ! — ... Li sento, appesi
Alla parete polverosa e scialba,
Urtar le imposte, come ospiti offesi....
Ma spunta l'alba
112 PENOMBEE
E canta il gallo (il gallo campagnuolo
Conserva ancor la leggendaria possa);
I miei dolori tornano al lenzuolo,
Dentro la fossa,
E allor comincia la dolce giornata.
Prima son vaghi suoni in lontananza,
Qualche oanzon furbetta e spensierata.
il mar ohe danza;
Poi parolucce tutte vispe e fresche
Della cara fanciulla allegra e bella:
Torna dall'orto carica di pesche
Grembo e scarsella.
Ed io contemplo e scrivo e suggo il buono
Santo licor che il mio pensiero inolia,
E mi muoia il pensier se anch'io non sono
Un'arpa eolia 1
È rima, è strofa qui tutto ohe giunga:
Fin dai bimbi che all'aria mattutina
Portano a passeggiar l'acuta e lunga
Tosse ferina.
Noli, o solitaria pescatrice.
Tutta cinta di torri e di madonne.
Dio protegga il tuo mar, la tua pendice,
E le tue donnei
strimpellata 113
Le negre donne tue ohe ritte stanno,
Le donne per l'Italia affaccendate,
Che prolifioan liete un mozzo all'anno
Per le fregate 1
Noli, settembre 1864.
XI.
STRIMPELLATA.
GioTÃŒnettina bruna
Come una bruna notte, e malinoonìoa
Come la lunal
Io mi chiamo l'amore.
L'amor mi chiamo, e sono il raggio e il gaudio
Del primo albore 1
Oh schiudimi la porta,
E schi^idimi le braccia.... — ecco il crepuscolo
La luce è sorta I
Giovinettina lieta
Come una lieta mattinata, e candida
Come un poetai
£. FaxQÀ.. Focate.
114
XII.
INCONTRO NEL BOSOO.
Staraan nel bosco stava tutto solo
I gorgheggi a tradur di -un usignuolo,
Quando un falco calò sul piociol nido
E riparti con un superbo grido:
La voce armoniosa
Più non udii fra i tremuli arbosoelli,
E la selva restò muta e pietosa
Su un nido di orfanelli.
Quand'ecco di fanciulli una brigata
Ohe arriva saltellando, all'impensata,
Brucando i rami della via romita,
Pestando l'erba dove è più fiorita....
— Di ohe paese siete?
Dove andate così tutto uccidendo? — •
II più fiero rispose: — eh, no, vedete,
Vivi, vivi li prendo 1 —
Guardi. — E tirò di sotto a un cencio nero
Tre colombi, due tordi e. un capinero.
— Non Siam che a mezzo aprile, e sente, sente
Quanti nidii la selva par vivente;
Ilo
Ne abbiam per tutto giugno
Di correre la valle e le pendici! —
E lietamente si stringeva in pugno
I poveri infelici.
Pugno di rosa, e begli occhi lucenti,
E chiome d'oro, e labbra sorridenti.
Pugno di paggio uscito a coglier gigli
Di una regina per i biondi figli 1...
II falco sghignazzava
Nell'azzurro del ciel come un buffone,
E il mesto animo mio gli perdonava
La fame e l'uccisione.
XIIL
Amo il buio e il fragor della fucina,
E mi piace l'artier che tempra il ferro;
La polverosa sua faccia ferina,
Gli occhi di foco e le braccia di cerro.
È il sacerdote del problema oscuro,
È il nuovo ingegno del redento Giobbe;
B^orse è per lui che al secolo maturo
L'uora brandirà la scala di Giacobbe.
116
Giacché, pensando alla cruenta via
Per cui fé' vela l'angelo Pensiero,
Mi persuade la tristezza mia
Ohe non la tema il demone Mistero.
E più d'Icaro assai, passero greco,
Più del vate che al fulmine attentava,
Le speranze mi avviva il sacro speco
Ove il deforme Ciclope vegliava.
Porse che fra l'incudine e il martello
Egli gemere udìa sillabe arcane.
Il motto ignoto dell'immenso Bello,
La cifra oscura della Sfinge immane 1
Amo il buio e il fragor della fucina,
E mi piace l'artier che tempra il ferro:
La polverosa sua faccia ferina.
Gli occhi di foco e le braccia di cerro.
Possi fanciulla bianca e delicata.
Vorrei sporcarmi al suo nobile petto;
L'arte soave sulla lena innata,
E sulla forza verserei l'affetto.
Polifemo! Il gaio mondo antico
Ossa e Pelia inforcati ancor vedea,
Se fosse giunto all'isola un amico
A condurti per man la Galateal
Due conoscenze 117
XTV.
DUE CONOSCENZE.
Bequieseant in pace.
Io conosoea due vispe veoohierelle
Che vicino abitavano di casa:
Le due cuffie eran sempre alla finestra
E per l'aria venia
Un confuso cianciar pien di allegria.
Parevan le due candide ouffiette,
Fra quei vasi di fior, due tortorelle,
E or rivolti alla strada, or alla gronda
Quattro occhietti brillanti
Studiavan gli uccelletti e i viandanti.
Io passava di là quasi ogni sera,
B m'avean le due donne in simpatia,
Ohe, fra tanti a ragazze accompagnati,
Mi vedevan soletto
E mi oredean dabbene e poveretto.
Anch'io le amava, e un dì, come deserti
Vidi i balconi del convegno antico.
Chiesi novelle: — moribonda l'una,
L'altra al letto davanti
A pregar la madonna e tutti i santi.
118 PENOMBRE
L'ammalata morì; fu un epitaflSo
Breye alla porta della chiesa e un requie
Di più. L'altra tornò nella sua casa
Stretta, oscura, pudica
Come la bara della estinta amica,
E più di quella restò forse chiusa.
Quando al sol si riaperse, oh cosa triste!
Intisichian non innaffiati i fiori,
E la vecchia languente
Guardava intorno e non vedea più niente.
Dimenticato anch' io, son mesi e mesi
Ohe ho mutato cammin, come gli uccelli
Ohe sul miglio infedel piansero molto,
Poi decretar lo sfratto.
I fiorellini erano morti affatto.
XV.
Pallida, mesta e collo sguardo chino,
A che pensi, seguendo, o giovinetta,
Il mio cammino? .
Forge sospiri ohe lungi è la retta,
Ohe seguirmi in eterno è tuo destino
Pallida, mesta e collo eguardo chino?
Io leggo il cielo attraverso l'amore I
Tu sei la lente delle mie pupille;
Canzoniere del bimbo 119
Povero fiore,
Tolto alle aiuole vergini e tranquille,
Oh non languir sul petto al viaggiatore!.^
Io leggo il cielo attravers© l'amore.
XVI.
CANZONIERE DEL BIIVIBO.
I.
Albo signanda lapillo.
Egli aperse quel dì le sue finestre,
Guardò nel cielo e ringraziò l'azzurro;
Sorrise ai fiori e ringraziò i profumi,
E disse all'aura: oh dolce il tuo susurrol
E alle rondini: addio 1
E ai passeggier: vi benedica Iddio I
E, alla paròla Iddio, lo assalse un'alta
Riverenza, e dall'anima stupita
Esclamò: — Nume, Jehova, Signore!
Fortunati i viventi in questa vita:
Oh crea l'imperituro,
Regalalo al passato ed al futuro 1 —
E poi disse a sé stesso: — Anima mia,
Bevi l'ambrosia dei polmoni ansanti ;
Centuplica le tue fibre d'amore,
420 PENOMBRE
Ti stempra, anima mia, ti stempra in canti 1
È nato il bambinello,
Candido, vispo, vigoroso e bello.
È nato il bambinello, il sospirato,
Il Messia della placida casetta:
Egli è là ; nella culla è già raccolto,
E gli han vestita già la camicetta;
La camicetta bianca,
Con due vaghi ricami a destra e a manca.
Egli è là : sul suo pallido visino
Tutti i sogni del cielo ho già sognati;
Credo agli angeli adesso, agli angioletti
Di vaghe aureole bionde incoronati....
Volumi, io vi saluto,
Imparai l'universo in un minuto.
L'universo imparai! Non domandate
Al levita e al filosofo gli arcani;
Un vagito di bimbo, ecco la fede.
Ecco il segreto dei destini umani!
dubbii, o sogni, addio!
Io vedo e sento e benedico Iddìo.
II.
Ed ora pulisciti.
Mia povera creta!
Sian puri, sian limpidi
Gli amor del poeta;
Canzoniere del bimbo 121
Sul dolce miracolo
La musa non dica
Che note di spica,
Che effluvii di fior.
Un serto facciamogli
Del nostro pensiero,
Ma casto, ma placido,
Ma bello e leggero;
Ci basti il suo baci»
Per leggere i fati,
Per viver beati
Ci basti il suo cori
Ai fischi del pubblico,
Del volgo al sorriso
Ci asconda quel piccolo
Suo vergine viso;
Se un ramo di lauro
Ci aspetta nel mondo,
Serbiamolo al biondo
Suo lucido crini
B tu che ti nomini
L'immenso avvenire,
Tu, culla dei gaudii,
Dei pianti e dell'ire,
Lo guarda, e inargentati.
Lo guarda, e t'indora;
Gli inonda d'aurora
L'astruso oararain.
122
Se il peso del genio,
Se il marchio del vate
Son Tonta e la gloria
Ohe Iddio gli ha serbato,
Oh intatte ritornino
Le età , che son morte.
Del dolce, del forte.
Del santo cantari
Ma meglio, assai meglio
Se invece lo aspetta
La pace, il silenzio
DMgnota casetta!...
Sia piena di rondini,
Dal mondo difesa.
Sia bianca e sospesa
Fra il cielo ed il mari
ni.
Perchè sei pallido,
mio bambino?
Perchè il tuo lucido
Occhio azzurrmo,
Su cui di un dubbio
Non scese il velo.
Infaticabile
S'affisa in cielo?
Canzoniere del bimbo 123
Non invaghirtene,
Bambino mio,
Di quella splendida
Tenda d'Iddio,
Non invaghirtene,
Non mi sfuggire....
Ahimè, raggiungerla
Vuol dir morirei
Non guardar l'etere.
Vuoto miraggio,
Ma parla, e cantami
Nel tuo linguaggio;
Anch'io, mio bambolo,
Anch'io, vedrai
Or fra le nuvole
Non guardo mai.
Volin le nuvole,
Brilli il sereno!
Dacché, cullandoti,
Su questo seno,
Vi scende il gaudio
Dal paradiso.
Più non interrogo
Ohe il tuo bel viso!
Quel viso candido
Coi capei d'oro,
Che non v'ha bibbia
Miglior di loro
124
Se l'ira assaltimi,
E ch'io vi inetta
La man che adimoasi
Per la vendetta.
Quel viso candido
Con quel nasino
Che sembra un petalo
Di gelsomino:
Con quelle piccole
Guance di rosa,
Parenti prossime
Della mimosa.
Oh quando, in braccio
Della nutrice.
Il tuo ti coglie
Sonno felice,
E il capo dondoli
Come un vecchietto
Che sogni il ciondolo
Del suo berretto;
Quando, le deboli
Braccia incrociate
E le finissime
Mani allargate,
Al par di un monaco
Fuor dal cappuccio,
Mi osservi attonito
Dal tuo lettuooio;
V
Canzoniere del bimbo 126
Senti: io risuscito
Le ricordanze,
E per le cerule
Mie lontananze
Ricerco l'esule
Che fu me stesso,
11 bimbo, il giovane
Ohe un padre è adesso;
Lo trovo, memore
Della campagna,
Bever le tenebre
Della lavagna;
In chiesa, a vesper©
Colla sorella,
Girare i bricioli
Della scarsella
Come un rosario;
Lo trovo in villa,
Dal ciel, dal gemito
Di qualche squilla.
Della famiglia
Nei plausi immerso.
Pescar l'orribile
Suo primo versoi...
E giuro agli uomini,
E giuro a Dio
Che i mille triboU
Del viaggio mio
126
Io li ringrazio,
Li benedico,
Come le prediche
Di un vecchio amico 1
bimbo, o vergine
Mia creatura.
Cresci discepolo
Della natura;
Cresci alle semplici
Gioie ignorate.
Alle dovizie
Nel cuor celate:
Andrem per garruli
Boschetti a scuola
E udrai ripetere
La mia parola:
Corolle e foglie.
Petali e steli,
B piani e vertici,
E rivi e cieli.
LÃ , coll'orgogUo
Di due poeti,
Diremo ai Mèntori,
Diremo ai preti:
Andate al diavolo,
Non vi cerchiamo;
Siam soli e liberi.
Crediamo e amiamo!...
Canzoniere del bimbo 127
IV.
TERZA RIMA.
Quando il sol cade e taociono le squille,
La quiete e l'amor cantano un coro
Alla tribù dell'anirae tranquille.
L'uomo è stanco di passi e di lavoro,
La donna ha l'occhio languido e profondo,
Il focolare è una chiesetta d'oro.
Mentre il suo raggio acuto e rubicondo
Cresce e svanisce, lottando col C;ero
E colla luna che accarezza il mondo;
Mentre il musino del gattuccio nero,
Immobile ed intento al limitare,
Sogna il suo lungo sogno di mistero;
Come un mesto palombaro nel mare.
Io discendo nel cor ohe Iddio m'ha dato,
E mi guida le perle a rintracciare
Il respiro del bimbo addormentato.
128 PENOMBEB
V.
II E 51 E N T 0.
Oh se l'ava non fosse seppellita,
L'ava, l'antico amor della mìa vita,
S'ella vivesse ancor....
Pensate il gaudio di appenderle al sene
Della mìa vita il giovinetto amor;
Pensate il gaudio, pensate l'inoanto!
La sua canizie a questi ricci accanto,
Questi tuoi ricci d'or,
bambinello mio vispo e sereno.
Se la bisnonna tua vivesse ancor!
Sta cheto e attento, o pallido bambino,
E mi contempli fiso il tuo visino.
Ti voglio innamorar:
La sua tomba alla tua culla sospira;
Povera tomba, andiamola a trovar.
Vi riposa la buona vecohierella
Che mi seguiva, silenziosa e bella,
Nei sogni a veleggiar,
Coi freschi venti ohe l'infanzia spira,
Spiagge d'oro e di perle a immaginar.
Canzoniere del bimbo 129
£ in lontananza sul vago oceano
Del mio viaggio tortuoso e strano,
Più ohe le perle e l'or,
Porse già quella santa indovinava,
bambinello, il tuo futuro albori
E non nato ti amò, povera donna,
E pensò di attaccarti alla sua gonna
Come si attacca un fior,
E della sua celeste anima d'ava
Farne rugiada benedetta ancori
Ella è discesa nella fredda terra,
E dal buio fatai che la rinserra
Non sorgerà mai più:
Prole di ignoti profanò la casa
Che fu sua casa e nostro tempio fu.
Ma non tutto esulò nel cataletto
L'idolo mio; non vi inchiodar l'affetto
Dei bimbi e la virtù!
È la ricchezza, dalla creta evasa,
Che renderemo all'anima lassù 1
La ereditai per te, mio bambinello,
Per farti buono, fortunato, e bello
Di angelica beltà :
Quella che vive dove l'uom non rode
E l'ugna d'Eva a graflì'ar non va.
E. ruAGA. Poesie.
130 PEKOMBEE
Senti: io morrò di versi e di etisia,
E quel giorno tu pur saprai che sia
Un amor che sen va:
Bardo futuro, a lei mi sposi un'ode,
E nell'azzurro Iddio mi accoglierà .
Giugno 1862.
VESPRI.
XVI.
ALL'AMICO.
Quando era colma l'anima
Di affetti e di armonie,
Ho prodigato al lastrico
Le esuberanze mie;
E tracannai, beffandoli,
Vini di insulse ebbrezze,
E dispersi carezze
Che ricordar non so.
Ma non mi infanghi il plauso
Dell'ebete orgoglioso
Che urtai, fra gonne e calici,
Nel suo cammin famoso;
Se nei caffè sbadiglia
D'arte, per noia e moda.
Che il nome mio non s'oda,
oh'ei lo insulti io vo'l
132 PENOMBEE
L'insulto e la calunnia,
Sposati in un sorriso,
Non turberan, scontrandola,
L'ironia del mio viso:
Nell'orgia e nella nebbia
Fui di un mio sogno in traccia,
Né ho mai guardato in faccia
I corpi intorno a me.
Tu, biondo e malinconico
Compagno di visioni,
Cui palpitando mormoro
Le torbide canzoni,
Tu sai le mie battaglie,
Le mie superbie sai,
E presto mi vedrai
Venir ridendo a te,
B dirti: il ciuco e il ninnolo.
Il masso e la beghina
Son scesi a conciliabolo,
Una bella mattina,
E han giurata impossibile,
In nome del buon senso.
La cara arte ch'io penso,
Quella ohe' pensi tu,
Arrigo, e alla materia
E all'azzurro inneggiando,
Le sordità del prossimo
La festa e V alcova 133
Ritenterem, cantando,
Forse profeti inutili,
Ma lieti, in santa guerra,
Gli aromi della terra.
Gli effluvii di lassù 1
xvn.
LA PESTA E L'ALCOVA.
Ella era nuda come un fior d'Iddio
Liberamente nei campi sbocciato;
Però pel ballo si adornava, ed io
Le stava allato.
Creature del Cielo, angeli belli,
Io credo che, se mai lassù piangete.
Gli è quando nei tessuti e nei gioielli
Eva scorgete.
Pensate il mio dolore: eran profili
Patti per suscitare estasi e incubi;
Pini, soavi, candidi, gentili,
Parevan nubi.
Vaghe nubi sbocciate a oiel sereno!...
Vidi arrivar la bianca camioiuola,
E si adagiò sul profumato seno
Come una stola.
134 PENOMBRE
Io sospirava: — tu porrai sovr'essa
Molte maschere ancor, ma è tempo perso;
La malizia dell'uomo è profetessa,
Passa attraverso 1 —
B il fruscio delle morbide sottane
Volea beffarmi, cingendole il fianco;
E le corna mi fean con pieghe strane
Sul lato manco,
Da quella parte ov'è annicohiato il corei...
Poi le perle arrivar, tremule faci,
A lambir mollemente il suo candore
Come i miei baci.
Ed io gridai: — figlie del buio immenso.
Scordatevi i mister dell'oceano;
Oiò che davanti alla bellezza io penso
È assai più aroano 1 —
Del lungo orin nel labirinto negro.
Che come spugna la luce riceve.
Comparve allora un improvviso e allegro
Spruzzo di neve.
Ed io le dissi un mio vecchio pensiero:
— Questa bianca camelia artificiale,
Prima d'essere un fior forse fu un cero
Di funerale. —
La festa e Valcova 135
fantasie dell'ammalato ingegno 1
Penso, guardando il tuo largo mantello,
A quel dei morti gonnellin di legno,
Patto a pennello.
Gonnellino di moda eternamente!...
Vanne, fanciulla, e oblia nella tempesta
Delle note e dei salti il mar fremente
Nella mia testa;
L'amor, l'orgoglio oblia del tuo poeta.
Le sue lotte, i suoi sogni, e le sue pene,
LÃ nelle braccia della prima creta
Ohe danzi benel —
Ella era uscita. La lucerna mia
Mi mandava una luce sepolcrale.
Patta di sete e di malinconia.
Sul capezzale.
Ella era uscita. Pari a lungo e blando
Solco d'argento in coda a una barchetta,
L'effluvio suo mi addormentava, errando
Nella stanzetta.
Ella era uscita. Mi parca sentire
Gemere mestamente i contrabbassi,
Quasi vecchioni affannati a seguire
Giovar''
136 PENOMBRE
E gli immensi sognai lussi di pelle,
In cui la faccia scioccamente prava
Ch'hanno gli amici delle donne belle
Si specchiava.
Gli scandagli sognai dagli occhi abbietti
Fra le celate invan magnificenze;
I contatti sognai, gli sconci detti,
Le trasparenze!
E una testa di satiro sbucava
Fuor dalle pieghe della mia cortina,
E dondolando e ghignando cantava
Questa quartina:
— All'inferno, marito; al limbo, amante!
Vieni, fratello, a stringermi la mano:
II pubblico è il padron di tutte quante,
È il gran Sultano! —
Ed io credetti ohe spuntasse il giorno;
E il suo fiato sentivo e la sua faccia,
E, come desto, cercandola intorno
Stendea le braccia....
Ma non stringea ohe un abito stupendo.
Lacero e vuoto sulla coltre mia,
Come il nimbo ohe un angelo, cadendo,
Perde per via.
Tentazioni 137
xvrii.
TENTAZIONI.
Vorrei, fanciulla, esser nel tuo corsetto,
E, come un serpe ai dì di luglio, in giri
Voluttuosi errarti intorno al petto:
Errarti intorno al petto, o bella amica.
Ma con gioia pudica;
E non baciarti, e tener gli occhi chiusi,
Sol 'nei profumi assorto,
Per le tue membra candide diffusi.
Che nebbia fra i comignoli e il selciato.
Che freddo per le strade, e quanti ombrelli I.
Ho il corpo affranto, e un sigaro appestato:
Fumo, fumo, il tuo stato
Somiglia a quello dell'anima mia....
Dall'aria greve oppresso
Tenta invan sollevarsi e fuggir vial
Povera amicai di me ohe ne dici?
Pazzo non sono, e non sono cattivo;
Ti amai nel dì del pianto e nei felici,
E ti amerò ancor tanto
Di un amor puro e santo....
Ma vi son giorni che il mio cor vien meno
^ E il fango mi conquista....
I Prega, prega che torni il oiei sereno 1
138 PEN05IBRE
Tu non lo sai ohe l'uomo è anch'esso un bruto?
Fuggi, fuggi da me; su questo petto
Ti avvinghierei sprezzando il tuo rifiuto,
E se il preludio dei baci incomincia.
Ove finisca ignori?... Oh abbassa il velo,
Fuggi, e prega il Signore
Ohe ti sorrida e rassereni il cielo l
XIX.
RONDINI
Tacca da quattro aprili il nidicciuolo
Dove, fanciullo, il volo
Delle garrule rondini mia madre
Insegnommi ad amare —
Nel sessantuno ritornò dal mare
Solo l'alato padre;
Si accovacciava nel nido ogni sera
B tal sciogliea nell'aria
La canzon solitaria
Ohe davver somigliava una preghiera.
Egli piangeva l'amica diletta
Sepolta sulla vetta
Dì una qualche piramide d'Egitto:
E certo, nel tragitto
Di quell'ottobre, gli mancò la lena.
Al pensier di trovarla disseccata
Nox 139
Sulla cocente arenai
Uno stormo però dì rondinelle
Vispe, piccine e belle,
Quest'anno ancora alla gronda ospitale
Venne a raccoglier l'ale,
Seminando un pispiglio interminato;
Del povero annegato
Credo saranno i bamboli innocenti
E i prossimi parenti
Che ritornano, orando, al patrio nido
Per celebrare come meglio ponno
Gli antichi amor del nonno.
XX.
NOX.
Qui scrutator est majestatis
opprimetur a gloria.
San Paolo.
La luna tonda o placida
In mezzo al ciel veleggia,
Sol qualche muro squallido
Di campanil biancheggia,
Non batton fronda i platani
Per le deserte vie.
Sparse di strane ombrie.
140 PENOMBRE
Qui il tarlo, occulto e vigile
Come le noje umane,
Solo negli alti stipiti
Morde il suo vecchio pane;
Solo nelle mie tenebre
Cerco il mio pane anch'io,
Cerco la fede in Diol
E il mesto cuore interrogo
Di tante larve amante,
Su tante care imagini
Nei di perduti errante:
IL cuore, il puro oceano.
Donde a inneggiar sorgea
La giovinetta idea.
E penso i dolci studi
Di quando in mezzo a fiori
Credea la mente avvolgersi
E preparar colori.
Di quando ancor sull'anima
Sorridendo volava
L'avemaria dell'ava.
Allora ai belli esametri.
Irti di sacre fole,
La verità cantavano
Le bibliche parole;
AUor la bieca Bumenide
Salutava, tremante,
La vergine di Dante.
Nox 141
Oh il padre eterno I il giudice
Calmo, augusto, barbuto I
Il Dio della famiglia
Da bambinel veduto!...
Porse perchè era vecchio
E coperto di rai,
So che davver l'amai l
Ma le trombe di Gerico
Tacquero una mattina;
Sparve dal ciel degli angeli
La tinta porporina,
E innanzi a un muro orribile
Torvo piantossi e altiero
Il dubbio, in manto nero.
E da quel di mi seguita,
Mi seguita indefesso:
Da lungi or or guatavami,
Mi sta sul collo adesso;
Paziente come un monaco,
Furbo Come una strega,
Discute, afferma, nega;
E un'acre, ineluttabile
Voluttà di dolore,
E una superbia indomita,
E un fremito d'orrore,
Come note di cembalo
Che canta o stride o geme.
Coir ugna rea mi spreme.
142 PENOMBRE
fedeli 1 o cattolici 1
Alme beate e pure,
Nel dogma e nel raisterio
Dell'avvenir securel
Turba ohe ancor, attonito,
Mi arresti per le vie
A udir le litanie,
Se, nei tranquilli veeperi,
Da una socchiusa porta
Odor d'incenso l'aria
E cantici mi apporta....
Deh, come sposi, o prossimo,
La fede all'ignoranza,
L'ignoto alla speranza?
Poiché il dilemma, immobile.
Posa sull'uom dal giorno
Che ad un primo cadavere
Si pose il fango intorno;
Poiché non altro è il mistico
Sole dell'emisfero
Che un luminoso zerol
Dove, dove migrarono
I popoli pastori,
Dove volar gli spiriti
Dei sofi e dei cantori?
Che disse Giove olimpio?
Osiride che disse?
Che fan le stelle fisse?
Nox 143
Dorè svanir le vergini,
E le pietose donne?
Ove son iti i bamboli
E le povere nonne?
Mentì il profeta o l'augure,
L'apostolo o il bramino?
Chi giunse al Dio divino?
fedeli, o cattolici,
Pura e beata greggia I
Mentre la luna candida
In mezzo al ciel veleggia,
Ti accarezza l'arcangelo
Che veglia, accorto e bello,
Le tende d'Israello.
Dormi nei letti tiepidi,
progenie d'Abele,
E al capezzal ti piovano
Sogni di rose e miele.
Né la beata moglie
Ti risvegli russando.
Nò il queto bimbo urlando.
Dormi: la notte è fertile
Di sante apparizioni,
E nuota in lei più rapido
L'estro delle canzoni;
Io, Beniamini, io veglio
Col mio negro compagno.
Io veglio, e non mi lagno.
144 tENOMBEE
Poiché il silenzio è un angelo
E un sacerdote anch'esso,
E contemplar le tenebre
È contemplar sé stesso;
Né Bon parole inutili
I sibili e i susurri
Che van pei campi azzurri.
Oh seguitarli in estasi,
Fra stelle e nebulose;
Dalla region dei fulmini
Incenerir le cose;
Dimenticar le fìsime
Delle superbe scuole,
E i pulpiti e le stole 1...
Poi quando stanca è l'anima,
Povera spia del cielo
Che fruga, e attende, e immobile
Ha sempre agli occhi il velo,
E quando si precipita
Dal carro di Boote
Piangendo e a mani vuote..^
fortunate lagrime,
povertà felice 1
Ti sta dell'uomo libero
II serto alla cervice!
Baci un'antica, indomita
Fede, e un immenso Iddio
Ti canta in cuor: Son iol —
I Re Magi 145
XXI.
I RE MAGI.
A mia Madre.
I bei vegliardi dallo scettro d'oro
Ohe per la neve, sotto il oiel sereno,
Sostar sommessi alla mia porta udia
La notte della Santa Epifania,
son morti di freddo o son malati
Nei paesi del sole,
1 bei vegliardi dallo scettro d'oro 1
Quando la mia scarpetta in sul verone
Tutta avvizzita facea la rugiada,
E tu, madre, domestica regina,
La colmavi di doni alla mattina,
Io ricciuto avea il orin, candida l'alma,
E ogni alba ohe venia
Di giornate regali il don mi offria.
Un giovin Sire senza scettro d'oro,
Ma cui nutrian d'aromi e terra e cielo,
E una corte di sogni e di speranze
Complimentavo fra beate stanze.
Era in quei giorni io stesso:
Io che il perduto imper sospiro adesso!
I bei vegliardi dallo scettro d'oro
Ohe per la neve, sotto il oiel sereno,
R. Praga. Poesie. 10
146
Sostar sommessi alla mia porta udia
La notte della Santa Epifania,
son morti di freddo o son malati
Nei paesi del Sole,
1 bei vegliardi dallo scettro d'oro I
XXII.
L'ANIMA DEL VINO.
Cara progenie
Del mio bicchiere,
Pumi e baldorie,
Nebbie e preghiere;
Urne fantastiche
Piene di fiori,
Piene di musiche,
Piene d'amori:
Cara progenie.
Donde il volo dolcissimo innalzate?
Urne fantastiche,
Ov'è l'orto gentil che vi ha colmate?
Quando gorgogli
Nel teschio mio,
santa origine
Del santo oblio.
L'anima del vino 147
Come un intingolo
Della massaja
Quando i fittabili
Tornan dall'aja;
Quando gorgogli
È tutto tuo l'ingegno o, a poco a poco,
Ooine un intingolo,
Ti fai bollente del mio cranio al foco?
Ah, solitario
Se tu lavori,
Se non t'aiutano
I miei dolori;
Se cacci l'anima
Dal suo canile,
Come dal rischio
Si caccia un vile;*
Se, ubriacandomi
Come un idiota.
Conquisto i meriti
Di un'arma vuota,
E posso credermi
Una locanda
Dove un incognito
Vive e comanda;
Ah, solitario
Ospite mio color di giglio e rosa,
148 PENOMBRK
Se cacci l'anima,
L'anima cieca e abbietta e dolorosa;
Se, ubriacandomi,
Mi ribello al destin che me la diede,
E posso credermi
Senza marchio alla fronte e ceppi al piede.
Venga l'obbrobrio
Dell'uomo sobrio,
Venga il disprezzo del genere umano 1
Venga l'inferno
Del padre eterno.
Vi scenderò col mio bicchiere in manol
XXIII.
VEGLIANDO.
Ho un Virgilio sul mio bruno scrittoio
Legato in vecchio cuoio,
Ohe comperai per memoria di viaggio
Da un prete di villaggio;
Costui l'avea trovato
Frugando in un convento abbandonato.
Tutto pieno di note è il volumetto:
Qua e là qualche versetto
Della Chiesa all'esametro latino
Sposa Sant'Agostino,
E le date monotone del chiostro
Vi serba il giallo inchiostro.
Monasterium 149
Oiid'è ohe a notte, leggendo il poeta
Nella mia stanza queta,
Balzo repente, e, attonito, perplesso,
Farmi di aver lì appresso
Il volto aguzzo e smunto
E l'alito di un monaco defunto
Ohe, scappato dal freddo monumento,
Sfiorandomi col mento,
Evoca da quei fogli impolverati
I suoi studi passati,
E vi rannoda, palpitando, i fili
Degli anni giovanili.
XXIV.
MONASTERIUM.
Io ho cercato nel mìo letto, nelle
notti, colui che l'anima mia ama,
io l'ho cercato e non l'ho trovato.
~ Ora mi leverò e andrò attorno
per la città , per le strade e lepiazze :
io cercherò colui che l'anima mia
ama. — Io l'ho cercato e non l'ho
trovato.
Cantico dei Cantici.
Quando il mesto tramonto
Empie di lunghe strisele d'oro il cielo
E la campagna di confusi suoni;
Quando la danza del leggiadro stelo
Sommessamente
150 rKNOMBKE
Dice di aprirsi al fìorellin notturno,
E la lucciola sente,
Al brulichio dell' in vido insettuine,
Ohe la notte fedel le acoese il lume;
Quando buccio e bulbilli,
Intemerato popolo di ebrei,
Stan la manna a aspettar della rugiada
Sotto le branche degli scarabei,
Sbadigliando ;
Quando gracchian le rane i paludosi
Epitalamii, e quando
Sembra, se volto in su l'irta mascella,
La punta del mio sigaro una stella;
Quando gli archi lombardi
Del monastero, con un'aria pia
Par che guatin l'azzurro, occhiaie smorte,
E della luna la fisionomia;
Quando alle soglie,
Ohe il voto sigillò come una bara,
Del sagrestan la moglie
Più non viene, cantando, a porre al sole
Delle bambine sue le oamioiuole;
Io, reprobo poeta,
Di messale sdegnoso e d'ostensorio.
Vagando nelle flebili campagne,
. Passo talor vicino al parlatorio
Della clausura:
— Salve, se vieni in nome del Signore! -
Dice una pietra oscura.
Monasterium 161
E lambe un liimioin, dietro la grata,
Quella gran croce ohe vi sta piantata.
Una croce di legno
Con un pallido, magro e lungo Cristo
Finto ad olio da un monaco spagnuolo
Di cui l'ossame nel mortorio ho visto:
Il Redentore
Pianger di venti secoli ti sembra
La stanchezza e il dolore,
E insanguinar sul fianco macilento
Le ragnatele che vi scuote il vento.
Ed io siedo a un gradino
Ove devoti innumeri han pregato,
Ove ginocchia ohe or son fango o fiori
Una traccia comune hanno lasciato;
Siedo, e veggo sfilarmi
Davanti ad uno ad uno i pellegrini
Che sembrano additarmi
Fra loro e dirsi : oh vedi un giovinetto
Che guarda il Cristo e non si batte il petto.
Poi ripigliano il volo
Colle rigide braccia al cielo alzate,
E i teschi aguzzi ohe nell'aria scura
Fingono un bosco di piante sfrondate;
Essi volano via.
Ma dai profondi tumuli del chiostro,
Cui più nessun non spia.
Escono, forse a bever raggi e venti.
Le melodie dei postumi lamenti.
152
A bever venti e raggi,
ad inseguir nel nebuloso corso
Quei fantasmi nemici al giovinetto
Perchè non piega a un monastero il dorso;
Inseguirli e cantare:
— Quando voi venivate a quel gradino,
In ginocchio, a pregare
Pei vostri figli e per le vostre spose.
Noi morivam dietro le grato esose.
Oh frescura nottiirna!
A respirarla uscitene, fanciulle.
Le morte son sepolte e uscir non ponno;
Per le alcove nascoste e per le culle,
Giovinettine uscite.
Che lo Sposo del ciel non giunge mai!...
Le son fiabe ordite
Dalle badesse perchè mai nessuna
Si rompa il capo, alla muraglia bruna I —
Cos\ parla il silenzio
Al mio pensiero. E colle scarno mani
Scuoto la sbarra, e invoco il Cristo, e vedt)
Ch'egli si allunga in torcimenti immani
Sul legno che l'abbranca,
E sbuffa e geme per toccar la terra....
Ma l'orizzonte imbianca,
E mi caccia pel gelido cammino
La campana ohe suona a mattutino.
Imbiancatura 153
XXV.
IMBIANCATURA.
Per l'ampia volta querula,
Nel coro intarsiato,
L'orme di cinque secoli
Un giorno ha cancellato:
Or tutto è liscio e candido,
E a quei toni abbaglianti
Ammiocan gli occhi i santi
E parlano fra lor.
— Ahimè!, — susurra il martire
Ohe da una nicchia brilla:
Uno spruzzo acidissimo
Mi entrò nelle pupilla! —
— Ohe freddo ! — esclama un vescovo
Al muro appiccicato;
— È il giorno del bucato! —
Risponde un confessor.
— Ehi, San Tommaso! — brontola
Dalla base San Luca:
Son ritornati i barbari?
Povera Italia eunuca!
A chi scrisse la bibbia
Guastar l'appartamento....
164 PENOMBRE
artisti del trecento,
Piangetene con mei —
Perchè vi fate, o fossili,
Scimmie di Geremia?
E vero, adesso il tempio
Sembra una trattoria;
Ma eguali ognor non furono
1 preti ai tempi andati?
Che a profanar sian nati
Strano per noi non è.
Santi, quando cantano •
Le litanie pagate,
Santi, vendicatevi,
E addosso a lor cascate:
Giù colle vostre clamidi,
Giù cogli scettri d'oro.
Gridando in mezzo al coro:
Piliste, Iddio lo vuol!
E tu, tu cogli il parroco.
Calvo domenicano,
Solo sulla tua mensola
Con Gesù Cristo in mano;
Porse il beato Angelico
Fu un tuo vicin di cella.
Porse la tua facella
Lambendo a notte il suol,
Di sotto all'uscio immobile
Filtrando un po' d'argento.
Imbiancatura 155
Ne illuminò le tavole
Piene di firmamento;
Porse il tuo canto fievole
Sui sonni suoi volava,
E il veoohierel sognava
Madonne in campo d'or.
E nel devoto secolo
Vivere ancor credevi:
Qui, venerata effigie,
Antiche aure bevevi;
Qui de' tuoi vecchi monaci
Sulla muraglia bruna
Col raggio della luna
Leggevi i nomi ancor.
Care beltà del tempio!...
Sfumando in lontananza,
Si univan tinte e linee.
Quasi fanciulle in danza;
In fondo in fondo aprivasi
Un arco a sesto acuto,
E, come un detto arguto,
Traea le menti a sé.
E vi parean riflettere
Le pallide figure
Finte da ignoti artefici
Tra i fregi e le sculture;
Dell'arte primogenite
Vive di un soffio appena,
15H PENOMBKE
Ma colla faccia piena
D'inenarrabil fé.
Erano i buoni e memori
Testimonii dei morti;
Occhi celesti, estatici,
In cima a eccelsi porti,
Avean veduti i secoli,
Travolti a cavalloni,
Cadere in ginocchioni,
Pentirsi e dileguar.
Te non vedran, mio secolo,
Te ohe empiamente pio
Pai spose allo sbadiglio
Le insulse preci a Dio;
Te senza l'ire intrepide
Dei saggi Iconoclasti,
Senza un amor che basti
A darti un altro aitar!
Ma il non lontano postero.
Ripercorrendo il sito
Da tuoi pittori ipocriti
Già di bugie vestito,
Ripenserà la gloria
Dei poveri defunti,
E i bei profili smunti
A liberar verrà .
E l'armonia degli organi,
E il fumo degli incensi
Dama elegante 157
Non alzerà quel libero
Sotto i sereni immensi;
Del bello eterno apostolo,
Prete della natura,
Egli la fede impura
Tinta di bianco avrà !
XXVI.
DAMA ELEGANTE.
Quella superba sua faccia serena
Passar la vidi tra la folla osc^ena,
E vidi gli occhi della folla ardenti
Sprofondarsi ne' suoi,
Come attoniti e opachi occhi di buoi.
Mordea la folla collo sguardo muto
Le nudità di latte e di velluto,
E correa, dietro i vaghi ondeggiamenti
Del morbido corsetto,
I profili del largo, augusto petto.
E allor pensai ohe poiché brilla il sole
Sulle paludi e sulle verdi aiuole,
Irradiar poteva in una festa
La pura faccia di una donna onesta!
Ma, seguendo il suo strascico di seta,
II mio cor sospirava: — bella ci-eta,
158 PENOMBRE
Va, domanda alla Venere di Milo
La lista dei cretini
Che vide immoti a* suoi piedi divini 1...
E sentirai dalla vetusta dea
Come la forma strangoli l'idea,
Come al vergin aitar della bellezza
Sorga stolto e profano
Il basso incenso dell'ossequio umano!
bella creta, passa nella festa.
Poiché sei tanto bella e tanto mesta.
In mezzo all'orgia delle voglie, illesa;
Passa candida e altera e non compresa 1
Adorino il tuo riso incantatore.
Agognino al tuo fiato e al tuo pallore,
Bevan l'abisso delle tue pupille,
E l'aurora che vola
Dalle tue labbra colla tua parola....
Sarà l'inno del verme all'infinito.
Sarà il ringhio che simula il ruggito,
Non sarà la bestemmia e la canzone
Che merita la donna
Quando è l'angelo, il santo e la madonna I
E tu non sei del mondo, o bella creta.
No, del mondo non sei, nò del poeta;
Nò del poeta, o stella passeggiera.
Nò del marito che ti abbranca a seral —
Febbraio 1864.
Dama elegante 159
XXVII.
DAMA ELEGANTE.
La caravana dei desiri miei
Verso di voi salia, donna divina,
Come una fila di camelli ebrei
Al limitar di mistica piscina.
Oh, se giungeva ad attaccar la briglia
Alle fossette delle vostre spalle,
La noia, il condottier della famiglia.
Si dipingea di ciel le guanoie gialle!
Giacché, marchesa, voi siete im inganno,
Siete una larva dei secoli vieti,
E certo ancor nell'anima vi stanno
Le carezze dei numi e dei poeti.
Siete risorta da una tomba argiva
Per rinnegar coi vergini splendori
Le belle inferme dell'età lasciva
E le viltà dei nostri flosci amorii
Deh, spargete la spiga e la verbena
Nel folto orine ohe vi bacia il viso;
Deh, non negate alla mutata scena
1 firmamenti del vostro sorriso!
IfiO PENOMBRE
Che saran santi sorriso e corona,
Fosse del volgo sterminato in mezzo,
S'anco una sola anima mesta e buona
Divinizza l'amore al vostro olezzo!
XXVI li.
DAMA ELEGANTE.
bella donna di latte e di rosa,
Donna sdegnosa,
M'han raccontato ohe nessun ti agguaglia
Nella battaglia;
Che hai di ferro le braccia, e ohe il tuo petto
È un corsaletto
Dei vecchi di colla malia nascosa;
bella donna di latte e di rosa.
bella donna che sembri uno stelo
Mietuto in cielo,
M'han raccontato che di molti amanti
Nei camposanti,
Tu puoi legger la lapide forbita,
Ohe uscir di vita
Sotto lo spiro del tuo corpo anelo;
bella donna che sembri uno stelo.
Dama elegante 161
donna piena di gioie e di luci,
Se tu conduci
Al cimitero, il cimitero è bello
Come un gioiello;
Se per te rode, il verme è un usignuolo,
Ed il lenzuolo
È porpora regal se tu lo cuci,
donna piena di gioie e di luci!
donna piena di delicatezze,
Le tue bellezze
Fan sognare a migliaia i giovinetti
Su cui proietti.
Passando, un occhio d'angelo e di sfinge;
Occhio che pinge
E monti e mari d'inaudite ebbrezze 1
donna piena di delicatezze,
donna fortunata ed infelice,
E a me non dice,
A me quell'occhio non dice l'amore,
Dice il dolore;
Il dolore dell'angelo esiliato
E condannato
A subir la materia peccatrice ; -
donna fortunata ed infelice 1
Se v'ha nume che ascolta, e se tu preghi.
Egli non nieghi
Questa dolcezza alla mia musa altera:
R. Praga. Poesie. 11
162 PENOJIBEE
Deh, la preghiera
Aspettata per schiudermi il sorriso
Del paradiso
Dal tuo mistico labbro il voi dispieghi,
Se v' ha nume che ascolta, e se tu preghi !
XXIX,
DAMA ELEGANTE.
Costei, la bionda dagli occhi procaci.
Costei, la bella
Che ha fralezze di fior, raggi di stella.
Io la vorrei
Compagna e schiava dei dolori miei.
Vorrei darle la mia sete di baci
Non noti al mondo;
Come un aratro sul suo sen giocondo
Vorrei passare
E nell'ansia vederla agonizzare.
E poi narrarle la immensa amarezza
Dei disinganni;
Dirle la noia che precede gli anni;
Dirle che Iddio
Ci ha fatti al sogno, all'estasi e all'oblio!
Seraphina 163
Questo vorrei, perchè la sua bellezza
Troppo divina
Sentisse un po' la mota e la pruina;
Questo vorrei
Per far men gaia e pallida costei.
XXX.
SERAPHINA.
Vous ne la plaignez pas, vous, mères de familles
Qui poussez les verroua aux portes de vos fllles,
Et cacliez un amant sous le Ut de l'époux!
Vos amours soni dorés, vivants et poètiques :
Vous enparlez, du moins, — vous n'étespas publiques !
A. Db Musskt, Rolla.
È morta — affascinati adolescenti
Ohe in agguato io vedeva sulla sua porta
Filar la tela delle voglie ardenti,
Piangete meco: Serafina è morta.
Morte: l'amante dell'ultima notte
N'ebbe gli amplessi coll'odor del tifo,
E, uscendo all'alba, avea coll'ossa rotte
Gli occhi di voluttà pieni e di schifo.
164 PENOMBRE
Voi non credete che possan morire
Le belle donne, o poveri fanciulli?
Ma gli è dono degli angeli svanire,
E l'infrangersi appunto è dei trastulli.
Non credete che il suo corpo divino
Sia chiuso adesso fra quattro assiociuole ?
I preti gli parlarono in latino
Girando intorno colle negre stole.
Come due remi a un naufrago legati,
Le stan distese e immobili le braccia;
Errano i vermi ciechi e spensierati
Sul bianco seno e sulla bianca faccia.
E le cascan le palpebre in frantumi
Come imposte di casa inabitata;
Quella chioma di raggi e di profumi
L' hanno gli eredi a un oreditor lasciata.
Oerchiam nei balli, e la vedremo ancora
La lunga chioma dalla negra tinta:
Porse vi intreccia mammole a quest'ora
Qualche beltà nel gineceo discinta.
Ed io che le avea fatto una canzone
Alla povera morta, appena, appena!
Era la lista delle cose buone
Ch'ella offria nella sua stanza serena.
Seraphina 165
E — inchiodala sull' uscio — io le avea detto,
Un sigaro fumando in santa pace;
Inchiodala sull'uscio, è il tuo brevetto,
Il miglior dei blasoni e il più verace.
E la oanzon dioea: "Libero ingresso!
Si dà n lezioni di teologia;
Qui dalla bocca di un maestro istesso
Parlan del cielo amore e poesia.
Lasciate la memoria e la speranza.
Lasciatele qui fuori ad aspettare;
Si gridi al mondo, entrando in questa stanza,
Dolce pianeta seguita a rotare:
Seguita pure, o docile pianeta;
Quando nell'aria a faccia a faccia sono
I secoli di noia e l'ora lieta.
Volando si ricambiano il perdono.
Seguita, va! Pigli d'Adamo, avanti.
Ohe già la noia è al limitar rimasa;
(Non badate alle imagini dei Santi,
Son della vecchia ohe affittò la casa)
No, il paradiso una stupida cosa
Non è qui dentro, né di talpe un sogno;
È un'alcova pulita e silenziosa,
È il delirio, è l'oblìo d'ogni bisogno;
16H PENOMBBE
D'ogni bisogno, d'ogni legge umana,
Di tutti i gioghi alla carne inossati:
E la palma ove bee la carovana
Dei desiderii oscuri e sterminati;
È il sacro Ver per cui l'idea s'inciela,
B la Materia, la divina antica,
L'eterna maga che beando svela
I segreti del mare e della spica.
E la piscina, e non è suggellata,
È il nettare ohe i numi han preferit<j,
E la fò d'ogni razza e d'ogni data,
È la vita, è la morte, è l' Infinito 1 ,,
Così dicea la mia canzon verace;
E mi sovvien che mi fornian le rime
Un sigaro fumato in santa pace
E il bel profilo di due spalle opime.
Due spalle opime due spalle di sasso,
Fatte per camminarvi a suon di tube;
E avean tutti i sapor dell'ananasso.
Tutti i sorrisi di una guancia impube!
Domandate a quest'ugne, a questi denti
Come si vinca Minerva guerriera.
Domandate alle mie viscere ardenti
Come baoin la tigre e la pantera!
Seraphina 167
E come è dolce rarmonìa d'un fiato
Che perde la misura e non la trova,
Mentre il pensier, tra sveglio e addormentato,
Vaghe fila oongiunge e il oiel rinnova;
Mentre in un mar di scompigliate chiome,
Soavemente ondeggia e senza sosta,
Come un visir sul suo camello, o come
Un baronetto che viaggia in posta!
Voi non credete che possan morire
Le belle donne, o poveri fanciulli?
Ma gli è dono degli angeli" svanire,
E l'infrangersi appunto è dei trastulli.
Non credete che il suo corpo divino
Sia chiuso adesso fra quattro assicciuole?
I preti gli parlarono in latino
Girando intorno colle negre stole.
E stanotte sognai ch'io la vedea
Come aspettata entrar nel paradiso,
E Cristo in mezzo alla tribù giudea,
Di arcana voluttà rorido il viso,
Le apria le braccia e sospirava : — È giunta
Un'altra bella! vieni, o fortunata,
giovinetta nell'amor defunta,
È tua la volta immensa e costellata;
168
Vieni, fanciulla, di pallor soffusa.
Vieni all'amplesso dell'eterna ebbrezza! —
Ed ella rispondea tutta confusa:
— Vuoi eh' io ti doni un bacio o una carezza?
Gennaio 186.,
XXXT.
A UN 1^^ET0.
Respondit Jesus : Ncque hic pecavi â–
ncque parentes ejus; sed ut via-
nifestentur opera Dei in ille.
S. IOAN, IX, 3.
LÃ nel Museo, fra i poveri
Avanzi imbalsamati
Che, all'ospedal dal medico
A lungo corteggiati
E agli abbietti cadaveri
Rapiti ed alla croce,
La scienza feroce
Ai posteri serbò;
Fra il torso di un ginnastico
E una mesta vetrina.
Dove la mano infusero
Di un'etica bambina,
A un feto 169
Vidi una cosa orribile,
Vidi di un uomo il feto:
Quella tomba d'aceto
Un canto mi cercò.
Era un bel di di luglio;
Dagli ampi finestroni
Piovean cadenze e balsami
Di fiori e di canzoni;
Brillavano le mummie
Nelle oorteccie frolle,
E dalle vecchie ampolle
Prangea scintille il sol.
Il sol, ohe le miriadi
Dei vermi e degli insetti,
Giù, nell'orto botanico.
Scalda ai fecondi affetti
E in un bacio aflfamiglia
Il ciel, lo stagno, il sasso
E il giovin granchio al passo
Aiuta e il nibbio al voi.
Il sol, ohe vide al placido
Balcone una fanciulla
Ohe, curva fra i garofani.
Preparava una culla;
E il più gentil battesimo
Avea cercato ai santi
E quattro labbra amanti
Le sussurravan già l...
170 PENOMBBE
Oh dell'alcova fascini,
Dove un bimbo è aspettato!
Oh pregustati palpiti
Dell'istante affrettato!...
Nacque?... morì?... vergarono
Una scritta latina,
Chiusero una vetrina....
Il resto Iddio lo sai
Egli ohe accozza i mistici
Metri degli universi,
Egli che fa degli uomini
I suoi superbi versi,
Egli vi mesce sillabe
Mute e sdegna la lima?
Incespica a una rima
Ohi il mondo improvvisò?
Eccoti, o laido sgorbio
Del poeta celeste!
Dalla tua fiala il dubbio
SbufiFa le sue tempeste;
Gramo corpuccio viscido,
Tappato in sempiterno.
Tu miagoli lo scherno
Ohe il caso all'uom creò!
— Vieni, o lettor dei codici.
Su, la sentenza grida,
Inchioda a' tuoi paragrafi
La mano infanticida!
A un feto 171
Tu accusi chi un cadavere
Fuor de] recinto pose:
Che tuoni a ohi l'ascose
Di una fanciulla in sen?
Areopagista miope,
Svesti la toga nera,
DÃ il braccio a questa povera
Mia Musa passeggiera,
E, tu canuto e burbero,
Noi mesti e giovinetti,
Oltrepassiamo i tetti.
Chiediamone al seren!
Ei ti dirà che brillano
Gli astri, ohe l'aura è pura,
Che raggi il sol diluvia,
Che immensa è la natura.
Che è scintille la polvere
Scossa dal nostro piede,
E ohe taJor si vede
Qualche fiammella errar;
E ti dirà ohe l'ebete
Mondo gli appar giulivo,
Che ha sulla faccia immobile
Un punto ammirativo,
Che i nostri mar son lucidi,
Le nostre case bianche,
E che dell'ali stanche
Eterno è il sibilar I
172
E allor udrai la pallida
Compagna a singhiozzare,
E sentirai sull'anima
Le tenebre piombare;
E noi dei versi apostoli,
Tu della scienza duce.
Nella beata luce
Barcolleremo insiemi
E ohiederem l'Ippocrate
Ohe insanguinò le mani.
Palpando nelle viscere
I patimenti umani,
E asoolterem vocaboli
Di desinenza achea,
E la superba Idea
Al fango aggiogherem.
Saprai ohe da quest'orrido
Burle della natura
Tutto un sistema eressero,
Tutta una legge oscura;
Ohe multiformi eserciti
Di mostri in lunghe serie
Espongono miserie
Al prossimo che vien.
E ha già segnato il numero
II povero bambino,
E un bel nome scientifico,
E il cippo cristallino.
A un feto 173
Prima ancor ohe sul lugubre
Letto la madre frema,
E ohe nell'ansia estrema
Se ne insudioi il sen.
Ed ecco un incolpevole
Bimbo ohe il capo ha tronco,
E inonorati Scevoia
Dall'esil braccio monco.
Ed orbi cranii, e faccie
Cui sul lercio tessuto
Del pianto di un minuto
L'orme nessun lavò.
Questo, ironia satanica.
Due cuori ha chiusi in petto,
E accanto a lui, crisalide
Di non terreno affetto.
Un oorpicin di femmina.
Stipato di mammelle,
Perde la lunga pelle
Ohe l'acido succhiò.
Guarda: son due putredini.
Ed eran due gemelli.
Concetti insieme al gaudio
Di chiamarsi fratelli;
Guarda: un orrendo bacio
Nell'almo sen li strinse
E colla morte avvinse
Gli sventurati amor.... —
174 PENOMtìEE
Madri, ohe avete un pargolo
Gaio, ricciuto e bello,
Gli anatèmi frenatemi
Del cuore e del cervello;
Per chi ha pianto d'angoscia,
Per chi di gioia ha pianto,
L'orribile mio canto
Posso mutare ancor.... •
Era un bel dì di luglio;
Dagli ampi finestroni
Piovean cadenze e balsami
Di fiori e di canzoni;
Brillavano le mummie
Nelle corteooie frolle,
B dalle vecchie ampolle
Prangea scintille il sol.
Come una freccia argentea.
Dalla mesta vetrina
La man sottile e candida
Dell'etica bambina
Parca segnar nell'aria
Qualche invisibil cosa:
Spirti color di rosa.
Ali spiegate al voli
Alla poverella della chiesa 176
XXXII.
ALLA POVERELLA DELLA CHIESA.
Elemosina a lei, la poverella,
Che un dì fu bionda, giovinetta e bella.
Fulgida, allor, le garrule barriere
Correvi in caccia di pupille nere,
Questuando il sorriso e la carezza,
Benedicendo i cenci e l'allegrezza... .
E forse ancora qualche vecchio amico.
Dalla febbre e l'età fatto pudico,
Ti getta il soldo fra le vecchie cosce
Ed entra in chiesa, e non ti riconosce!
Elemosina a lei che, a mane e a sera,
Vaga in sogni di fame e di preghiera.
Come gli affreschi rosi e scolorati,
Come i fior che i devoti han condannati
A intisichir di noia e di fetore
Fra le candele dell'aitar maggiore;
176 PENOMBRE
Come tuttx3 ohe langue, o manca, o fugge,
Tutto che il tempo invola e Tuom distrugge,
vecchia cieca, tu sei sacra e buona,
E ben giri quaggiù la tua corona.
Elemosina a lei che, a mane e a sera,
Vaga in sogni di fame e di preghiera.
Ohi, contemplando ì mistici destini,
Ama gli astri del ciel nei fiorellini,
Ohi sente, al mar dei secoli curvato.
L'avvenir ricongiungersi al passato,
Ohi abbandona, oltre il mondo, il crocefisso.
Non entra in chiesa, ma ti guarda fisso,
E l'ignoto Signor nel tuo lo vede
Occhio pieno di morte e pien di fede.
Elemosina a lei, la poverella
Ohe un dì fu bionda, giovinetta e bella.
A Vittor Hugo 177
XXXIII.
A VITTOR HUGO.
Lorsqu'elle me disait : " Mon pére „,
Tout mon coeur s'écriait : " Mon Dieu !
Per le fuggenti voluttà dell'anima,
Per questa lotta acerba,
Per l'Ideai che inseguo, e per le lagrime
Che Iddio mi serba;
giovinezza che già muti nome,
Una pura armonia spirami ancora,
Un inno alato 1
Pria ohe il verno dal cor salga alle chiome.
Prima che tutta la mia bionda aurora
M'abbia lasciato 1
Dammi per poco ancor la vaga aureola
Ohe han presa i disinganni ;
Il coraggio, la fede, e le vertigini
De' miei vent'anni!
Fammi ancor bello, fammi ancora buono
Come nei lieti di che il cor sbocciava
Dai primi versi;
Toglili al buio, ove sepolti sono,
E un inno sol redimerà la ignava
Vita che persi 1
E. Praga. Poesie. 12
178 PENOMBRE
Inno, inno santo, e varcherai l'Oceano!
L'amor che ti conduce
Guida dritti gli augelli alle piramidi,
E amor di luce!
Vola allo scoglio ove l'Eterno inonda
Di tempeste, di azzurri e di visioni
L'uom dell'esilio,
E nel nimbo fatai che lo circonda
L'affetto immenso e la pietà deponi
Di un altro figlio!
Sarà il canto di un cieco, e sarà l'obolo
Di un mesto poverello;
D'un che, assetato, vuol lasciare all'oasi
Il suo fardello;
Ma, come al cenno di un amante antioo,-
L'uom dell'esilio, il chèrubo, il profeta,
11 patriarca.
Si farà incontro al pellegrino amico;
A lui ohe ignoto e trepido poeta
Orando sbarca.
Poi gli direm: Siam nati ove trescavano
I despoti stranieri,
E ci sentimmo intemerati e liberi
Ne' tuoi pensieri !
Noi gli diremo: abbiam sognato tanto.
Cittadini del mondo, e al dubbio infitti
Dell'avvenire ;
A Vittor Hugo 179
Abbiam veduto agli alleluia accanto
Gli infiniti sospir dei derelitti
A Dio salire,
E una canzone di speranze impavide
Ci ha volti al firmamento;
E ohi ci guida ancora in mezzo ai triboli
E il tuo concento 1
Noi gli diremo: additaci la pietra
Ove la bella tua defunta giace
Presso lo sposo;
Cui nell'insonnia, sulla casta cetra
Delirando, il tuo sacro invoca pace
Genio pensoso!
Deh quella pietra, quella pietra additaci,
Padre di tutti noi!...
Per le croci comuni e la memoria
Dei baci suoil
Noi vi porremo un fior ohe non ha nome
Fra quanti il cimitero ha vagheggiato:
Candido fiore
Tolto all'allòr delle tue bianche chiome.
Del nostro pianto asperso, e profumato
Sul nostro cuore!
Inno, inno mio, vola per l'alto oceano!
L'amor che ti conduce
Guida dritti gli augelli alle piramidi;
E amor di lucei
180
XXXIV.
DOMUS-MUNDUS.
Tentanda via est.
La bella mano gli posò sul orine
E disse: io vedo il tuo serto di spine
E sento l'onda ohe hai qui dentro ascosa,
mio dolce poeta, e son gelosa!
Son gelosa de' tuoi vaghi dolori.
Delle tue belle vendemmie di fiori,
Sono gelosa della fantasia
Ohe ti dilunga dalla soglia mia....
Oh, dimmi i fantasimi
Ohe sogni nei cieli
Se posso, cingendomi
Di candidi veli,
Se posso evocarli.
Se posso imitarli 1
Qual fu stanotte, quando tu vegliavi.
La dea che del tuo canto incoronavi?
Domus-Mundus 181
Ah dimmi ohe fu larva antica e bruna,
mammola di monte o fìl di luna,
vecchio frate, o bambolo ricciuto,
cadavere o uccello in mar veduto.
Ah dimmi, dimmi che nel ciel dimora
E che tu ten' dimentichi all'aurora 1
Non vedi? son pallida,
Son tacita anch'io;
Perchè, quando a vespero
Favello con Dio,
Mi guardi nel viso
Col mesto sorriso?
Io m'affiso lassù, tu in basso guati;
Io mi faccio gentil, tu ti fai strano....
Oh dove, dove sono i di volati,
1 dì ohe insieme viaggiavam lontano?
Era in riva del mar, nel paesetto,
In mezzo ai boschi.... mi ricordo ancora!
Quanta speranza ti cantava in petto,
Come ridendo correvamo allora 1
Davanti alle placide
Chiesette del monte.
Allora, rammentati,
Chinavi la fronte;
Quei buoni curati
Li hai tutti scordati?
182 PENOMBRE
Pensa ai bimbi del lido, ai ritornelli
Che col vento venian dai navicelli;
B mi dicevi, seduti all'ombria,
L'universo è giocondo, e tu sei miai
Io sospirava: amo, confido e credo;
Il futuro lo sento, il dio lo vedol
puri affetti, o rime pensierose
Di farfallucoe, di baci e di rose!
Il nido facciamolo,
Dicevi, o ben mio,
Coi fili di paglia
Ohe piacciono a Dio;
Coi raggi, coi fiori.
Coi versi e gli amorii
Oblia gli amici ohe han lo scherno in viso;
Non è un mar di amicizia il mio sorriso?
Oblia, poeta, il mondo, e il cielo oblia;
La cattedrale è la stanzuccia miai
Qui la pace, la fede e l'esultanza,
E qui l'asilo d'ogni tua speranza!
Porgi a' miei baci questo cuor che geme,
Chiudiam le imposte, e addormentiamci insieme I
Domu^-Mundus 183
II.
Calava il sole e la notte salìa.
Piovevano con quelle
Parole e colle stelle
Qoc<5ÃŒe d'amore e di malinconia;
Calava il sole e la notte sali a.
Egli guardava attonito,
Triste, cogli occhi immoti,
L'universale accendersi
Di continenti ignoti;
Egli sognava, o limpido
Raggio o profondo velo!
La vastità del cielo,
E della donna il cor.
Perchè, cretino e splendido
Mondo dei Filistei,
Sotto l'arcano incendio
Premevi, e intorno a lei?
Perchè prigione è l'anima.
Prigione eternamente,
Dell'orror tuo ridente.
Del tuo feroce amor?
184 PENOMBEE
Cantate, o antiche vittime,
Cantate, o giovinetti,
Arche di lunghe lagrime.
Nidi di brevi affetti;
Cantate ai buoni spiriti
Qualche preghiera nuova
Che il vecchio giogo smova
E che redima il voli
Guardate : è l'uom che sanguina
Da una terribil piaga;
È l'uom cui l'astro suscita
E cui la mota indraga;
È l'uom cui l'irco secolo
Disse: per me lavora.
Per me contempla, esplora
Il vuoto, il buio, il soli
Cercami il Dio; risuscita
Qualche gagliarda fede
Per ohi empiamente dubita,
Per ohi vilmente crede;
Abbatti, uccidi, interroga
I morti e le rovine,
Cingimi, bardo, al crine
L'irrevooato allori
Egli lasciò le facili
Gioie, le soglie care;
E lo venian dal placido
Suo tempio a scongiurare
Domus-Munchis 186
Le dee della famiglia,
Le sue dilette glorie,
Cinte di pie memorie,
Belle di noti fior....
Tacque, partì. Fu l'angelo,
Fu il demone, fu il bruto?
Fu il precursor, l'apostolo,
L'uomo dall'uom voluto?
Per la profonda tenebra
Che disse al torvo Urano?
Che tolse al foco aroano
Ohe strepita lassù?
Cantate, o antiche vittime,
Cantate, o giovinetti,
Arche di lunghe lagrime,
Nidi di brevi affetti;
Cantate ai buoni spiriti
Qualche preghiera nuova
Che il vecchio giogo smova
Che ceppo al bardo fu....
Pregate — il bardo sanguina:
Ma, se nell'alto sale,
Dalla cruenta pioggia
Che gli cadrà dall'ale
Germoglieranno i mistici
Orti dell'avvenire!
Pregate — ei dee soffrire.
Sciogliere il volo ancori
186
Egli guardava attonito,
Triste, cogli occhi immoti.
L'universale accendersi
Di continenti ignoti.
Egli sognava, o limpido
Raggio o profondo velo!
La vastità del cielo,
E della donna il cor.
Calava il sole e la notte salia.
Piovevano con quelle
Parole e colle stelle
Goccie d'amore e di malinconia;
Calava il sole e la notte salia.
ni.
Ed ella a lui: fuggiam da queste bolge
Alla nostra pendice;
Sotto il verde e l'azzurro il tempo volge
Lento e felice.
Avrai l'aperto della tua pianura
Benedetta da Dio,
Avrai le rime e i fior della natura
E l'amor mio.
Domus-Mundus 187
Io SO trovarli i mesti sentieruoli
Pieni di caprifoglio,
E in un bosco ben noto agli usignuoli
Oondur ti voglio.
Ti inonderò di mammole il lettuocio
Ai dì di primavera,
E leverò, se vuoi, dal suo cantuccio
La croce nera.
Quella ohe, mi sovvien, spesso hai guardato
Come si guarda un morto.
Non già ooH'occhio di ohi pensa al fato
Di un Dio risorto 1
Povera croce!... e ne torrò, se vuoi,
I lunghi affetti e i voti
Appesi assieme un di da tutti noi,
Bimbi devoti I
E verrò teco, in mezzo alla campagna,
A semplice orazione
Sull'ara ove sacrifica e si lagna
La creazione.
Crederò, se tu credi, a questo Iddio
Senz'occhi e senza trono,
Se ti piace, e ti serba al tetto mio,
Anch'esso è buono 1
Ma lascia al fango e all'odio il mondo triste
E gli uomini perversi;
188 PENOMBRE
E se sospiri ancor sante^ conquiste
Di santi versi,
Deh, ripulisci all'amore il gioiello
Della tua dolce vita,
Deh, mesci il genio del poeta a quello
Dell'eremita !
IV.
L'hai tu veduto, pensierosa luna.
L'hai tu veduto il suo bacio all'amica?...
Sorgevi appunto allor, per l'aura bruna.
In un manto di fosforo e di mica.
Qualche nube raminga attraversava
L'immenso buio e, zanzara celeste,
Entro l'orbita tua si avvoltolava
Per arder l'ali luminose e leste.
Caldo era il vento e fulgida la sera;
Volghi e campane avean finito il coro,
E nei vasi di fior della ringhiera
S'udian le foglie bisbigliar tra loro.
Sacra natura, nella tua dolcezza
Ohi mai le sventurate anime arresta?...
Il poeta langu\a per l'amarezza.
Come un uom che morisse in una festa.
Domus-Mundus 189
Pel ragno sospeso
Tra fila d'argento
I baci del zefiro
Son sbuffi di vento.
Al vernie indifeso
Togliete la fede
Che il fango non l'odia,
ohe l'astro lo vede,
E il verme s'arresta,
Ripensa il cammino,
Le scarpe degli uomini,
La neve, lo spino....
L'allegra foresta,
L'aiuola s'infosca,
E il verme le semina
Di bava che attosca.
Pel ragno sospeso
Tra fila d'argento
I baci del zefiro
Son sbuffi di vento.
190 PENOMBHE
VI.
Quella notte davanti agli specchi
Della casa un fantasma passò,
E ai ritratti dai poveri vecchi
Alzò il pugno e gemendo parlò:
— Siete teschi, laggiù in cimitero,
Genitori del mio genitor;
Dadi orrendi del giuoco Mistero,
Da Dio colmi di sterpi e di orror.
Siete teschi, e nessun più vi dice:
"Fingi, ridi, pensoso buffoni
" La moneta dell'uomo infelice
" Non ha corso né luce né suoni „
Gote mìe, cui non seppero i baci
Mascherar del sol velo sincer,
Quando a braccio di donne fugaci
Correvamo i perduti sentieri...
Poiché porvi non vale alla mostra,
Come due palinsesti d'amor,
E può leggervi il volgo la giostra
Combattuta dai mille dolor;
9
Dormis-Mundus 191
Poiché al volgo narrarle non lice
Le vittorie dell'aspra tenzon,
E il quattrino dell'uomo infelice
Non ha corso né luce nò suon....
Oh cadete, mie pallide gote,
E sull'ossa lasciate impietrir
L'onestà delle sfingi, le immote
Che al deserto non ponno mentir.
VII.
Come un mortale anelava il fuggente
Globo di Venere,
E le montagne sotto il dì nascente
Parean di cenere.
Era l'ora del sonno e del dolore
E dei patiboli;
L'ora che il frate le celle, e l'amore
Lascia i postriboli.
L'ora che, errando per la fredda chiesa,
Sbadiglia il chierico;
E la matrona si dibatte, appesa
A un sogno isterico.
192 PENOMBBE
Dalle cantine stridevano i galli
Col canto rauco
E le lanterne erano sgorbii gialli
Sul cielo glauco.
Qualche tempio qua e là si dipingeva
Di negre spoglie,
E il pispiglio dei passeri sorgeva
Fuor dalle foglie.
Ed era un altro dì fra i di già sorti
E scesi al tumulo,
Un altro giorno che dai giorni morti
Correva al cumulo.
Vili.
Vidi schifose diventar belle,
E vidi i buoni diventar cattivi;
Vidi col minio, all'anima e alla pelle,
I casti santi e gli angeli lascivi.
E maledissi gli angeli
Per me, per tutti gli infelici, a cui
Avvelenò la giovinetta vita
II contemplarli, e la manìa precoce
Delle parole dette a bassa voce.
Domus-Mundus 193
E in mezzo ai santi, candido
Di fedi e di speranze, il giglio fui;
Foglia a foglia mi han l'anima spartita..
Ma una perla trovar fra le mie spoglie,
Quella è la perla ohe nessun mi toglie.
Perla ove splende un'iride celeste:
Un sorriso di donna amante e bella,
Il orin di un bimbo, e le pupille meste
Della mia madre e della mia sorella.
IX.
Un dì due chèrubi
In un essere sol vestir la creta;
Quel dì fra gli uomini
Giunse a esultare e a piangere il poeta.
Uno era lamia,
Conscia dei mali ohe l'Adamo indura;
E l'altro silfide.
Educata ai pudor della natura.
Son mille secoli
Che i due chèrubi insiem oorron la terra
Fra rose e triboli.
In amistà perenne e eterna guerra.
E. Pkaoa. Poesie. 13
194 PENOMBRE
Son mille secoli
Che si innalzai! le braccia al Nume ignoto,
Né mai si svincola
L'amor del cielo dall'amor del loto.
- Qual fu stanotte, quando tu vegliavi,
La dea che del tuo canto incoronavi?
Ah, dimmi, dimmi ohe nel oiel dimora
E che t,u ten' dimentichi all'aurora I —
XI.
Di tutte le notti fu il lungo lavoro,
La dea che mi segue da sera a mattin;
Amica, due chèrubi parlaron fra loro
Per fosco, per duro, por dolce cammin.
Amica, vo' dirti la nenia segreta,
Vo' dirti il colloquio che agli astri volò;
Pur molte, fur vaghe le idee del poeta,
Ma questa, o mia bella, sol questa ne so.
Domus-Mundus l95
XII.
— Galoppa, farnetica,
Bestemmia, sospira.
Gol sogno, coll'orgia,
Gol dubbio, coli' ira;
Nel fango, nell'aria,
Sui letti del mondo,
Sul capo profondo
Del Bello e del Veri...
Avviva i fantasimi
Che vivono un'ora.
Le amiche dell'anima
Ohe un soffio scolora;
Ti gonfia di orgoglio.
Vigliacco diventa.
Tormenta — addormenta
L'illuso pensieri...
Fratello, sul tumulo
Sei dunque arrivato;
Adesso raccontami
L'immenso passato:
Ricordi il tuo viaggio?
Le rive dilette,
Le vette — le strette
Battute dal cor?
196 PENOMBEE
Lo spettro noyissimo
Spalanca la bocca;
Fratello, raccontami
Se il vaso trabocca:
La tomba è una pallida
Cui l'oro non monta;
Fratello, racconta,
L'affronta senz'ori —
— Son muto, son gelido.
Scordai la mia vita;
È nebbia, è caligine
La landa infinita;
Fratello, inginocchiati,
Degli angeli è l'ora;
Le guance mi sfiora
L'aurora — del ciel....
Son tre che mi accostano,
Son tre che rammento;
Son dessi ohe riedono
Nel sacro momento...,
Son dessi: un bel pargolo,
La madre pensosa,
La povera sposa
Che bacia l'anel 1 —
MEZZENOTTI.
XXXIV.
DOLOR DI DENTI.
Nelle eterne solitudini
Ride il sole come un pazzo,
E le fervide risate
Son di raggi immense ondate ;
Per le selve e i precipizi,
Lungo i solchi e nelle ville,
Tutto è fremiti e scintille.
Tutto è palpiti e splendor.
Musa mia, tu se' una mummia.
Nel mio cranio, orsù, ti sdraia;
Tavolozza, si sbadiglia?
Come un feretro sei gaia!...
In un dente che somiglia
A una torre rovinata
Ho una danza forsennata
Di stranissimi dolor.
198 PENOMBRE
Queste spiaggie solitarie
Ti rammenti, o giovinetto,
Quando in mezzo a donne care,
In quel di del primo afiFetto,
Le venimmo a visitare?
Qui la pioggia allor ne colse
E al villaggio ci travolse
Colla nostra ilarità .
E le madri rampognarono
I ragazzi scapestrati!...
Ma un bel fuoco i picoioletti
Piedi e gli abiti asciugati,
In attesa dei confetti
Ci ponemmo a desinare;
Era il giorno del compare,
Un bel giorno in verità .
Diol d'argento son le nuvole....
Io non l'ho sul mio pennello;
Come brilla la campagna,
Come è buio il mio cervello 1
Questo dente che si lagna
II mio fango mi rammenta,
Par ohe gridi: t'addormenta,
Verme putrido d'amor!
Nelle eterne solitudini
Ride il sole come un pazzo,
E le fervide risate
Son di raggi immense ondate ;
Vendetta postuma 199
Per le selve e i precipizi,
Lungo i solchi e nelle ville,
Tutto è fremiti e scintille.
Tutto è palpiti e splendor.
XXXV.
VENDETTA POSTUMA,
Quando sarai nel freddo monumento
Immobile e stecchita,
Se ti resta nel cranio un sentimento
Di questa vita.
Ripenserai l'alcova e il lettiooiuolo
Dei nostri lunghi amori,
Quand' io portava al tuo dolce lenzuolo
Carezze e fiori.
Ripenserai la fiammella turchina
Che ci brillava accanto,
E quella fiala ohe alla tua bocchina
Piaceva tanto!
Ripenserai la tua foga omicida
E gli immensi abbandoni;
Ripenserai le forsennate grida
E le canzoni:
200
Ripenserai le lagrime delire,
E i giuramenti a Dio,
bugiarda, di vivere e morire
Pel genio miol
E allora sentirai Tonda dei vermi
Salir nel tenebrore,
E colla gioia di affamati inferrai
Morderti il cuore.
XXXVI.
SPES UNICA.
Tandis que, la téle inclinée,
Nous nous perdons en tristes vceux,
Le soufflé de la destinée
Frissonne à traverà nos cheveux.
V. Hugo.
Vorrei farmi carnefice,
Vorrei farmi becchino
Per lacerarti, o secolo,
Quel manto d'arlecchino,
E sul tuo muto Golgota
Cacciarti col tuo Dio
E imprecarti l'oblìo
Dei posteri e del sol.
Spes unica 201
Tu che inceppasti il fulmine,
Prosa lanciando in cielo,
Sicché alle stelle vergini
Hai lacerato il velo;
Tu che, buffon, le numeri
E batti la misura,
Mentre per l'aria pura
Movono a danza il voi,
Ov'è il tuo cielo? il Satana
Ov'è per cui bestemmi?
Qual raggio il folto illumina
Bosco de' tuoi dilemmi?
E le tue muse?... attendono
Porse per ricantare
Ohe poggi il mobiliare
A una cima immortai?
Tuo forse è il Dio cui volano
Il paternostro e l'ave.
Culle derise e sucide
Di coscienze ignave?
Tra i fili del telegrafo.
Col fischio del vapore,
Ti sparvero dal cuore
L'ostia e il confessionali
Bella commedia!... e trassero
In clinica Maria.
202
E alle genti bandirono,
Dogmatica utopsia:
— Olà , madama è vergine! —
Essi l'avean violata,
E la folla beata
Osanna al oiel mugghiò.
Tu, tu, fatai pontefic5e,
Vecchio dal cor di bronzo,
Tu, mitrata putredine,
Sognante un orbe gonzo,
Tu i vivi agghiacci e i posteri
Travolgi a ignoto abisso:
Brandisti il crocefisso
E la fede crollò.
— Musa! a questo pallido
Tuo giovane poeta,
eterna dea, tu mormori
Il nome della meta;
Tu di Corani e Bibbie
Sdegni la inutil scola,
Tu parli la parola
Del bello e dell'amor.
Ma vedi? è solitaria,
Vana la nostra gioia,
Il nostro salmo il secolo
Delle macchino annoia;
Cantiamo in ritmo algebrico
Spes unica 203
Del Oenisio le porte,
Oautìamo: o Roma o morte,
Tribuni o senator....
Forse, se ha senso pratico
di attualità ,
Porse, se posto in musica.
Al volgo piacerà .
Le vecchie note, o vergine.
Le troveranno ammodo
E ci diran sul sodo:
Bene, bene davverl
Al di là dei comignoli
Se tentiam batter l'ali,
Potrem fra noi benissimo
Dichiararci immortali.
Ma, ricontando cedole
B buoni del Tesoro,
Brontoleran fra loro:
E linguaggio stranieri
Musai le notti volano
Quando vieni in famiglia;
Già la lucerna è pallida
E la città sbadiglia....
Io stanco sono.... oh il fulgido
Sole che spunta adesso.
Quello è sempre lo stesso
Da quando in cielo entrò!
204 PENOMBEE
E a noi mutar coi secoli
E legge e forma e ingegno;
Or giganti magnanimi,
Or fantocci di legno;
Poc'anzi io stesso un angelo,
Presto un verme dormente,
Una preda del niente.
Un uom ohe vaneggiò 1
Bando al livor.... crisalide
Porse è la nostra etade;
Già crolla il seggio ai despoti,
E la maschera cade;
Già all'orizzonte tremola
Porse la grande aurora....
Dalla profonda gora
La farfalla uscirà !
Musa, quel di la lapide
Peserà sul poeta,
Ma tu, prona al mio tumulo,
Di serti e incensi lieta,
— ^Nei mesti giorni un tenero
Amante ei fui — dirai,
E l'orgoglio ir'mio scheletro
A ritentar verrai
Strimpellata 205
XXXVII.
STRIMPELLATjA.
Quando vent'anni avea,
E spensierato il suo viaggio correa,
Egli avea detto alla gaia Isabella:
— Tu sei gaia, sei giovane, e sei bella....
Vuoi tu adorarmi? —
Egli avea detto: — Vuoi? —
Quando vent'anni avea,
E spensierata il suo viaggio correa,
Ella avea detto al mesto Sigismondo:
— Tu sei mesto, sei giovane, e sei biondo.
Puoi tu sposarmi? —
Ella avea detto: — Puoi? —
Quando trent'anni avea,
E pensieroso il suo viaggio correa.
Egli avea detto alla gaia Isabella:
— Tu sei gaia, sei giovane, sei bella.
Credi all'amore? —
Egli avea detto: — Credi?
206 PENOMBRE
Quando trent'anni avea,
E pensierosa il suo viaggio correa,
Ella avea detto al mesto Sigismondo:
— Tu sei mesto, sei giovane, sei biondo,
Vedi se muore? —
Ella avea detto: — Vedi? —
XXXVIII.
PROFANAZIONI.
Sunt lacrymae rerum.
Rideva la lampada, dai candidi ceri
Specchiando l'orpello nei lunghi bicchieri;
La tavola piena di trilli argentini
Ridea col profumo dei fiori e dei vini;
Le gonne di seta, nell'ombra compresse.
Con lunghi bisbigli ridevano anch'esse.
E Lisa, una pallida dall'occhio di foco.
Parlava del molto concesso nel poco;
Ed Emma, una bruna dall'occhio profondo.
Parlava dei bimbi che vengono al mondo;
E Nina, una fragile dal senno maturo.
Parlava dei baffi di un capo-tamburo.
Profanazioni 207
Ma, l'ultimo bacio, col l'ultima tazza,
Versato sul orine di un'ebra ragazza,
Io stavo cogli occhi rivolti a uno stuolo
Di larve leggiere che andavano a volo;
Sorgeano, svanivano, cantandomi allato,
Cantandomi i canti del tempo passato.
— Rammenti? Rammenti? — dicevano insieme,
Poi tutte mutavano le sillabe estreme:
— Io sono la coltrice del letto infantile.... —
— E noi siam le gioie dei giorni d'aprile.... —
— Son io la locanda dei queti villaggi.... —
— Io son la valigia dei garruli viaggi.... —
Rammenti?... la cattedra son io della scuola.... —
— Io son del giardino la memore aiuola.... —
— Noi siamo le cabale dell'alta lavagna.... —
— Noi slam le domeniche passate in campagna. ..
— E noi dell'inverno le notti vegliate.... —
— E noi, noi le vergini dal cielo invocate I —
— Rammenti?... Rammenti?... la seggiola io sono.
La seggiola bella, più bella di un trono.
In cui dietro l'umile cortina distesa,
Fra i vaghi riflessi che veggonsi in chiesa,
La candida infanzia capì la madonna,
La buona, la santa, la povera nonna! —
Oh angosce, oh trasporti dell'anima miai
E i sogni sfumavano, la nenia svania....
208
La tavola piena di trilli argentini
Ridea col profumo dei fiori e dei vini;
E Nina, una fragile dal senno maturo,
Parlava dei baffi di un capo-tamburo I
XXXIX.
A un|muriooiuol ohe scalda il sol d'aprile
Ecco il vecchio girovago appoggiato;
Agitato da un tremito febbrile,
Spende in avemarie l'esile fiato.
La^rondinella dal vicin fenile
Gli risponde col trillo spensierato;
Di teste bionde e di canto infantile
Echeggia e splende il lucido selciato.
Passano di operai vispe brigate,
Passan carrozze ed abiti eleganti,
Passan'cani satolli e gatti amanti....
Vecchio, le tante fosse spalancate,
Ohe stan mute aspettando ai camposanti,
Non ti mandan sorrisi inebrianti?
Notte di carnevale 209
XL.
NOTTE DI CARNEVALE.
15 notte; azzurro il oiel, tonda la luna,
Ohe disegna sui lastrico i ritratti
Dei comignoli; dormono i tranquilli
Umani, e i gatti per le note gronde
Sospirano d'amor come i poeti
Dell'Arcadia; le orchestre nei teatri
Fremono melodie, travolgon balli,
E delle donne, come cigni bianche,
Dai palchetti la mostra è generosa.
Qui, sulle piazze, il carneval sonnecchia,
E, tranne il rombo di qualche carretto
Ohe si perde nei vicoli lontani.
Tutto è quiete....
.... Un canto ecco s'hmalza,
E un uomo, al muro brancicando, arriva.
Chi è, chi non è?
Oh povero me!...
Il prete lo giura.
Ma nulla io ne so:
Chi dice di sì, chi dice di no....
Gli è il coro dei matti che Adamo intonò I
E. Praga. Poesie. 14
210 PENOMBBE
Eppure costì
Finiscono i di;
Andrem nella luna,
Negli astri o nel sol?
Non so, ma però mi esercito al voi,
Olle il vino le alucoie prestarmi può sol.
Ma vedi lassù.... ^
Ohe avvenne, ohe fu?
Oh domine!... un gatto
Ohe coda non hai
È un vecchio; io lo so; la gelida etÃ
Oon furti siffatti burlando ci va.
Oh gatto gentil....
Ti sono simili
Ohe mai non perdetti
Da quando fioccò?
I figli morir, la moglie spirò....
Ma, bastai... io non dico, non dico di noi
Povero vecchierello 1 bevi, bevi,
Ohe il vin ti accende im lumicin di fedel.
Se il confessor così ti sente e vede,
D'ora in poi dall'altar ti caccia via,
E ti manda a buscarti i sacramenti
All'osteria.
Ma or rincasa; gelato è il primo albore;
Torna, torna ubriaco al mesto tetto
Ohe orbò la morte d'ogni tuo diletto;
Notte di carnevale 211
Alzerà il vino un lembo al velo bruno,
Rivedrai, brancolando, i tuoi parenti
Ad uno, ad uno.
Ohi sei tu? — non ricordo.... — E il domicilio?... -
— Sulla terrai — Ma dove! — È il mio segreto!
E di seguirmi vi faccio divieto.
Or sulla terra, e presto sotto terra,
E presto in cielo.... me lo ha detto il vino,
E il vin non errai —
Vattene a casa.... arrivano i monelli,
La tua canizie burlata non sia;
Dimmi, tua moglie la era saggia e pia?
Quante volte avrà pianto al tuo ritorno I
Per la memoria sua la brutta scena
Non vegga il giorno.
Si terse una lagrima — poi disse: o signore,
Di tenero cuore — la mamma vi fe'I
Ebben, tante grazie — lasciatemi andare,
Io voglio ammazzare — la fame con me.
Quei soldi eran gli ultimi — ed or son bevuti;
Accetti i saluti — lasciatemi andar.
Quel bruto d'orefice.... — sei lire.... un anello 1...
Sì grosso, sì bello.... — mi volle rubar.
L'anel della moglie — mio dolce signore,
Un dono del core — che più non vedrò I...
Venduti son gli abiti — del povero Tonio....
La larva di un conio — più in tasca non ho.
212
Sa lei ohi era Tonio? — mio figlio! un bel bruno!
Lavoro e digiuno — l'han fatto morir.
Gli ostieri, sa domine? — son tutti testardi....
" Eh vecchio ! gli è tardi — bisogna partir „.
Partire! ma.... e l'anima? — su, lei.... che ne dice?
Di un vecchio infelice — la morte cos'è?
Ha fatto i suoi studi? — ebben, che ha imparato?
Se Cristo ha burlato — oh povero me! —
Partì brancolando. Nel ciel porporino
Le pallide stelle svanivano giÃ
E desta al sussurro di un gaio mattino
Dal sonno sorgeva la iinraensa città .
Le mani affilate, la faccia barbuta
Del povero vecchio biancheggiano al sol....
Ma il vecchio la luce del di non saluta,
E brontola: — Intanto mi esercito al voi!
XLI.
PAROLE PER VIA.
- Ecco un battesimo
Nella città ;
Mio saggio demone,
Ohe mai sarà ? —
Convento ideale 213
Rispose: — all'ombra di quel velo bianco,
In mezzo al cor di un tuo fratello inerme,
Della sventura ohe ti rode il fianco
È nato un germe! -
— Ecco un'esequie
Nella città ;
Mio saggio demone,
Ohe mai sarà ? —
Rispose: — All'ombra di quel drappo oscuro,
In mezzo al cor di un tuo fratello inerme,
E nato un avo del tuo re futuro,
È nato un verme! -
XLII.
CONVENTO IDEALE.
Io voglio farmi un piccolo convento,
Lontano, solitario, in riva al mar;
Colà , pieno di sole, in mezzo al vento,
Starò lieto e tranquillo ad invecchiar.
Sarò il padre prior dei miei pec<;at.i,
E una regola nuova inventerò;
I miei pensosi e pallidi affiliati
Senza scoi tu di sesso omiicchicrò.
214
Primo l'Orgoglio; — sarà un frate austero,
Sarà padre guardiano e consiglier;
Da raolt'anni è abilissimo al mestiero,
Prender la gente a calci nel seder.
Poi l'Accidia, l'Accidia, anima pia,
Soave primogenita del ciel;
E verrà spesso nella stanza mia
Perchè le aggiusti sulla faccia il vel.
Poi la Lussuria; — le darò un altare
Tutto per lei, tutto profumi ed or!
Sera e mattina, senza mai posare,
Dovrà cantarmi ['Angelus nel cor.
Porrò l'Invidia accanto al cimitero,
E in refettorio la Gola porrò;
Schiavo del corpo e schiavo del pensiero.
Perennemente le visiterò.
Tu, Avarizia, starai sul campanile
Giorno e nott«, o pudica, a mormorar:
Qui abbiam l'azzurro, la manna e l'aprilo,
Son rimo e strofe e non le voglio darl
Condurrò l'Ira anch'essa al mio convento.
Ma per poco, la scarna, vi vivrà ;
Le innalzeranno in chiesa un monumento
Ove il Priore a ridere verrà .
215
Immemore cosi del calendario,
Starò in riva del mare, in mezzo ai fior,
Nel convento lontano e solitario,
E sulla porta sarà scritto* Amor.
XLIII.
Se tu fossi seduta al fianco mio
Quando pesa su me l'irrevocabile
Odio d'Iddio;
Se vedessi i tuoi cari occhi profondi
Quando, al vuoto del cor, mi sento un esule
Di tutti i mondi ;
Se la fanfara delle tue parole
Mi profumasse di geranii e viole
Questo povero petto
Ohe sospira all'odor del cataletto....
donna buona, o fonte d'allegrezza,
virtù, mansuetudine e dolcezza,
Giuro al demone mio che, per morire,
Non mi vorrei pentire,
Non cercherei l'estremo sacramento.
Non farei testamento.
Per morir colla mia sulla tua faccia,
E all'inferno volar dalle tue braccia!
Noli 186....
216
XLIV.
MISS VH.... TER.
Pallido fior del nordico paese,
Vaga beltà della colonia inglese,
Ben mi dicea quel tuo sguardo profondo
Ohe ti chiamava a sé l'occulto mondo!
Quando, alla luce dell'allegra festa,
Vidi brillar quella tua bionda testa,
E sui tesori del tuo petto ardente
Piovean collane di perle d'Oriente,
E in una nebbia di candido velo
Passavi come una figura in cielo,
Presago cuori sulle mie guanoie smorte
Sentir mi parve il soffio della morte I...
Oggi un amico mi venne a narrare:
— La giovinetta si ò gettata in iniuv!
giovinetta, la tua salma bianca
Non cerchi il pescator di Villafranca,
N^ il canuto niinislro in ginocchioni
Insulti a Dio con II(^bili orazioni
In morte di un bimbo 217
Per te che uccise l'infelice amore 1
Oh già l'anima tua fatta è splendore,
E mentre chiede, in crocchio di sorelle,
Le prime nuove alle vicine stelle,
Levigato dall'onda cristallina
Il tuo scheletro lento in mar declina
Per diventare in qualche algoso vallo
Una nicchia di perle e di corallo.
Nizza, maggio 186....
XLV.
IN MORTE DI UN BIMBO.
Ancor vederti sembrami
Le braccia dimenare
Come una giovin rondine
Ohe tenti di volare....
Povero bimbo, piccoli^
Cadaverin sepolto!
Quel tuo vergine voi lo,
Dimmi, a f-hi ride adesso?
Sul tuo recente tumulo
Poc'anzi ancor sostai;
Inutilmente i pallidi
Giacinti interrogai....
218 PENOMBRE
Seppellivano un vecchio,
bimbo, a te vicino:
Un grido del becchino
Mi rapi le visioni.
Perchè nascesti?... dissero
Alla povera madre
Ohe a sé chiamato avevati
Dei cherubini il padre;
Ma le materne lagrime
Non prevedeva Iddio?
Oh lo spietato oblìo
Ohe domina nel cielo!
Nel cielo?... Arpìa, silenzio l
Oi può la madre udire:
La fede eli' ha, diciamole
Ohe lo vedrà redire
Pura animuccia, silfide
Oolor di paradiso,
A baciarla sul viso,
A baciarla sul («rei...
Oh gli orrendi S[)ottacoli
Del nostro cimitisrfjj
Un rauricoiuolo squallid(j.
Un campo grasso e nero,
Ed una danza assidua
Di tibie innominate,
E smorfie e ghigni e ocx*,hiat«
Di teschi al sol risorti!...
In morte di wn bimbo 219
Le croci, pinte ad olio,
sculte in marmo e in oro,
Son là , delle famiglie
Miserrimo decoro,
Alla neve, alla pioggia.
Meste, tarlate, mute....
Dell'eterna salute
Ove, ove trovi un segno?
Bambino, l'ineffabile
Tuo visino d'amore
Giace fra questi ruderi
Circondato d'orrore;
E forse il vecchio scheletro
Ohe ieri han seppellito
Già rotolò stecchito
Sul tuo piccolo capo.
Deh, quel giorno ohe, fracida
La tua crocetta nera.
Si sraarriran cercandoti
Il pianto e la preghiera.
Bimbo, se tu se' un angelo,
Scandi alla madre accanto
E lo spirito affranto
Come una spiga invola.
220
XLVI.
ARMONIE DELLA SERA.
La notte piombava dai campi celesti,
E gli uomini onesti — russavano già .
Il cielo era un buio germoglio di stelle,
S'empia dì fiammelle — la negra città .
Le serve ridevano di sotto alle porte.
Furtiva la Morte — salia l'ospitai.
Curvavansi in chiesa devoti e oapoccie
Sull'ultime gocoie — dell'acqua lustrai.
Oantavan nell'ampie caserme i tamburi.
Nei vicoli oscuri — coll'ansia nel cor,
I giovani imberbi battevan le traode
Di pallide facxde — di squallidi amor.
L'astronomo, insetto dell'atomo errante,
Giungeva anelante — sull'ermo manier,
E i bracchi annebbiavano davanti ai camini.
Gli sguardi indovini — di un sonno legger.
II giuoco accendevasi nei turpi ridotti;
E maghi o sedotti — con strana virtù,
Elevazione '221
Già ungean nella bile dell'anima immota
La rapida ruota — del meno e del più.
TjC madri frattanto cadean ginooohioni,
E in lunghe orazioni — ohiedevan pietà ,.
La notte piombava dai campi celesti^
E gli uomini onesti — russavano già .
XLVII.
ELEVAZIONE.
Quando ti parlo, ciome uno sparviero
Sono leggero;
Come l'augel che bee l'aure remote,
In cui le note
Vibran forse degli angioli d'Iddio!
Sul cranio mio,
Tomba ove giace estinto un giovinetto,
Tu fai l'effetto
Di un bell'inno pensato in paradiso;
E il tuo sorriso
È l'aura pura, fulgida, felice
Che me lo dice.
222
PENOMBRE
XLVlil.
R G I A.
Oolma il mio nappo, giovinetta bruna!...
Vedi, la bianca e spensierata luna
Vi infilza un raggio....
Viva lo specchio, l'incubo e il miraggio
Questi rubini della vigna e queste
Argentee gemme del globo celeste
In un bicchiere
Sono un poema, ed io lo voglio berel
Non discutiamo di filosofia,
Ve ne scongiuro, per la madre miai
Ohi è là che stappa?...
Dio lo salvi dal Limbo e dalla Trappa!
Giù come fiume per allegra valle,
Giù come treccie per dìsciolte spalle.
Vino d'Italia....
La ninna nanna non la fa la balia!
Dite, amici, giochiamo a orusoherella?...
Nasconderemo ognun la nostra bella,
E, ad una ad una.
Le pescheremo per cercar fortuna.
Orgia 223
Pietà per l'uom ohe pescherà la mia!...
È una scarna che chiamano poesia;
La è bella e buona,
Ma la vi schianta senza dir: perdona.
Vino d'Italia, itale donne, e cielo
Tutto bufere, tutto nebbia e gelo!
Pure è italiano....
Dunque gridiam ohe è di un azzurro strano !
Affediddio.... battiamoci a quartine,
nella botte entriamo a teste chine,
diam di fiato
A qualche tromba ohe assordi il creato!
Andatemi a cercare un coadiutore;
Lo vorrei nominar mio confessore
Per due minuti:
Ho due peccati che non san star muti.
Uno è il desìo di avvinazzare un prete
Tanto da fargli dir che le comete
Son ostie accese
E ohe il mangiare a messa è un orimenlese;
L'altro la sete stupida del bello,
L'invidia per la nuvola e l'augello.
Mentre gli amici
Qui fra i bicchieri se ne stan felici!
Misererò di me che me ne pento,
Miserere nel fulgido momento
224
Che non so nulla,
Ohe ho intero il genio di un bambino in culla.
Giù, giù, giù vino, giù sonno ed oblìo!
E al primo albor su questo cranio mio.
Fanciulla, incidi:
" Fu un poeta — viator, l'arresta e ridi „.
XLIX.
lU VOLTA.
Stamane io avea gridato al mio cervello:
Si chiudano le porte a chiavistello,
li padrone è ammalato e doloroso;
Si chiuda la baracca, e vi si scriva:
Oggi riposo!
E avrei voluto aver sul mio scrittoio
Qualche ranocchio fetido e squarquoio
Per contemplarlo e stabilir confronti,
E saper come la natura imprima
Gli ultimi affronti.
E con esso un volume avrei voluto,
Un volume di qualche autor chierouto.
Per accertarmi colla musa mia
Ohe a qualche cosa può servire ancora
La poesia.
Rivolta 225
L'uno gracchiando alia melma natia,
L'altro ai santi e alla vergine Maria,
Potean soli ridarmi un'ora lieta;
Tanta vergogna mi mordeva il cuore
D'esser poeta.
Uscii: piovendo gocciole sottili,
Le cime nasoondea dei campanili
Il nebbione, e la cupola del duomo.
Senza il manico d'or, parca la canna
Di un pover'uomo.
Mi zoppicava accanto un vecchierello
Tutto avvolto in un lurido mantello;
Era canuto, giallo e macilento....
Lo urtai; la stoffa ohe lo mascherava
Si aperse al vento,
E, come un filo ohe trovò la cruna.
Un raggio uscì dalla sua falda bruna.
Io gridai come un pazzo : — È lui ch'io scemo,
Non v'è più dubbio, l'ho trovato, è lui,
È il padre Eterno!
Ah paradiso, purgatorio, inferno,
Alba, sera, meriggio, estate e inverno I
No, non mi sfuggi, despota adorato,
Non mi sfuggi, e arrossir devi e pentirti
Del tuo Creato 1 —
E. Pra.G\. Poesie. 15
226 PENOMBEE
Sorrise il vegliardo di un grande sorriso,
E parve, se squarcia le nuvole il sol,
L'arcana dolcezza del raggio improvviso
Ohe balza e si adagia sull'umido suol.
Poi disse: — poeta dall'occhio sdegnoso.
Allenta la foga dell'agile pie;
E a qualche vicino cantuccio nascoso,
Se vuoi eh' io ti ascolti, cammina con me. —
Passava un canonaco; sentendo il compagno
Celeste di rabbia repente tremar,
Gli dissi all'orecchio: — cacciamolo a bagno?
Qui presso è un canale.... tu stammi a guardar. —
E già mi avventavo.... ma il nume rispose:
— Un solo fra tanti, fra tutti.... a che prò?
Pei versi e l'oceano, pel turbo e le rose.
Poeta, il castigo dal oiel tuonerò! —
Giungemmo a un boschetto : qui il vecchio s'assise,
Tergendo affannato la polve e il sudor;
Mi stese la mano, di nuovo sorrise,
E — sfoga, mi disse, l'immenso furori —
Ma quel sorriso mi avea fatto muto,
E stava li sospeso, a bocca aperta
Come quando si aspetta uno starnuto.
Esequie 227
E a poco a poco mi sentia nell'anima
La leggerezza d'un ch'esce di guerra;
La meraviglia
Che invade, al punto di lasciar la terra,
L'areonauta.
— ÌPadre, Padre.... del mio fato mi accertai...
Ho qui sul cranio come un serto acuto.... —
Egli die un guizzo e dileguò per l'erta.
Orribilmente del letto la coltrice
Mi pesa, e intorno bisbigliando vanno
Voci domestiche:
— Bevine un po', ti calmerà l'affanno,
È lauro cérà so.
L.
ESEQUIE.
Suonano a esequie, un feretro s'avvia,
Un prete è in allegria.
mio canestro di olezzanti fiori.
Tavolozza di forme e di colori,
stelle ohe dal oiel mi sogguardate
Collo splendor delle tremanti occhiate.
Ditelo voi, vergini cose, è vero
Ch'io tutto finirò nel cimitero?
228
Suonano a esequie, un feretro s'avvia,
Un prete è in allegria.
Voi ohe vivete, o fior, nell'ozio blando,
L'aria che in mezzo a voi vien spigolando
Non vi raooontan mai se battan l'ali
Dopo l'ultimo giorno alme immortali?
Stelle, quando la morte un'alma miete
Nulla salir per l'etere vedete?
•
Suonano a esequie, un feretro s'avvia,
Un prete è in allegria.
Stelle, mai non vedeste a notte oscura
Spirti in fiamma esalar la mia pianura?
Gelsomini, se il suol che vi ha concetto
Nel fango si educò di un cataletto.
Nulla udiste venir lungo lo stelo,
Verso i petali schiusi, e verso il cielo?
fior, centuplicatemi l'olezzo....
Ch'io non senta il mio lezzo!
Stelle, scendete nell'anima mia
Di me stesso a ingannar la tenebria!
Rinnegate il Signore, o fiori, o stelle,
Ohe vi fé COSI puri e o/)si belle.
Mi creò si superbo e buono e lieto,
E intascò sogghignando il suo segreto!
Desolazioni 229
LI.
DESOLAZIONI.
Il marchio aspetto delle bianche chiome,
A cinque lustri errando nella vita,
Vecchio come una quercia e affranto come
Un sibarita,
E lo sa Iddio se la mia perla fina.
Questa infelice giovinezza mia.
Profanò la sua luce adamantina
Per bieca vial
Lo sa Iddio se ho vegliato al mio gùjiello,
Se mai vii senso l'anima mi punse;
Vissi aspettando un mio fantasma bell(j
Che mai non giunse ;
Vissi a fior d'acqua, fra i giunchi materni,
E il sudiciume non cercai del mondo;
Ma l'empia ressa dei calci fraterni
Turbava il fondo,
230
E, poiché il fango sai come la nube,
Come l'incenso e la prece devota,
Sul bianco viso del natante impube
Giunse la mota!
E la beata castità del core.
La pura fede e la placida speme
E della mente il vergine fervore
Sparvero insieme.
L'idea, la casta idea, nei penetrali
Dell'anima crescente all'avvenire,
Per arcano pudor raccolse l'ali,
E per morire.
Quando, un sorso del calice libata.
Ti assai la pigra voluttà del tosco;
Quando a tutte le maschere hai gridato:
Io ti conosco!
Amico, i sogni allor sono svaniti,
E tu ti accorgi che diventi serio....
Oh invoca, allora, invoca i santi attriti
Del desiderio!
11 ciel le sue benigne aure non spira
A giovinetto capo ohe si lagna,
Ma la terra nel suo seno l'attira
Per le calcagna ;
Desolazioni "231
E un'anima di cento anni che ingora
Un odiato involucro yentenne
Geme dietro le rose e canta: è l'ora
Di alzar le penne!
Oh baci, oh soli prodigati al bimbo,
Ironie degli aprili e delle madri!...
Meglio una bara di due palmi, e il limbo
Dei santi padri!
FIABE E LEGGENDE.
OLIMPIO.
Un giorno ohe piovea dirottamente,
(Era il pallido ottobre), e i valligiani
Del mondo si perdean dentro la mota,
Un giovinetto, amico mio, bizzarro
Gobbo, dagli occhi stranamente neri,
Questi versi cantò sotto l'ombrello:
— padre eterno, se hai tempo da perdere
K se non dormi nei placidi cieli.
Tu che ogni giorno alla turba ti sveli.
Padre, una volta, una sola, a me svelati 1
Deh mi esaudisci e mi dona, o Signore,
Un po' di lusso, di calma e di amore 1
Voglio un giardino ove i cedri coi salici
Fingan le valli dell'Etna e del Rosa;
Dove il colibrì, tra i fior di mimosa.
Canti in famiglia col gufo e la rondine;
Dove, coperto di un'ellera eterna.
Mi sembri un chiosco la casa materna.
236 FIABE E LEGGENDE
Voglio una donna cui tutte somiglino
Le cento donne a vent'anni sognate;
Voglio una donna di tempre infocate,
Ohe sia la santa, ohe sia la Proserpina,
E vinca in arte di teneri ludi
Quante hai lassù schiere d'angioli nudi!
Dammi la calma, la calma degli angeli
Quando han cenato e ohe in cerchio fumando.
Dentro le piume dell'ali soffiando
Globi di ambrosia da pipe di zucchero,
Dioon fra lor: siamo un capolavoro! —
Deh fa ohe tale io mi creda con loro!
Oh schiudi, schiudi il celeste deposito
Dei puri olezzi, dei raggi serbati
Ai fiori e agli astri che ancor non son nati!
Sol io non valgo una viola, una lucciola?
Via! mi esaudisci e mi dona, o Signore,
Un po' di lusso, di calma e di amore ! —
Cosi cantava Olimpio, il gobbo strano.
E la pioggia cadea, (5olla beata
Quiete degli immortali, in un monotono
Metro rimando sulle fronde e i ciottoli
L'Iliade delle gocciole.
L'ombrello
Di Olimpio segna sulle bianche nubi
Un semicerchio ohe sembra la porta
Olimpio 237
Di una lontana galleria nel cielo,
Buja come un mister. Sono allagate
Le vecchie casse dei poveri morti,
Sono allagati i giovinetti nidi
Degli usignuoli; un passeggier non scorgi,
Per quanto è vasta la pianura,
I carri
Dei contadini sotto i porticati
Se ne stan colle braccia in su rivolte
Come turchi preganti; i focolari
Prestano un lume intermittente e pallido
Alle finestre, e il genio oampagnuolo
Sembra da quelle osservar tristamente
La rovina dei fiori.
E Olimpio canta:
— I miei giorni in un sogno dileguano;
Son già lungi, ben lungi i più belli!
Come un volo — dì uccelli — ohe emigrano
E ohe solo — precipita in mar.
Li ricorda? sa forse l'Oceano
Se le piume avea d'oro lucenti,
Se eran belli — i concenti — di lagrime
Degli uccelli — che ha visti annegar?
I miei giorni in un sogno dileguano!...
Presto un gobbo di meno avrà il mondo;
E in un buco — profondo — ma piccolo
Qualche bruco — la terra di più!
238 FIABE E liEGGENDE
natura, se nascono i salici
Dalle salme dei gobbi, ah perdio!
Cosi tOTGÌ — tu il mio — che mi veggano
Rane e sorci — guardando all'insù....
Mi ameranno: il tranquillo rigagnolo
Spargerò d'ombre tremule e fresche;
Degli amici — alle tresche — di foglie
Oantatrici — un idillio farò.
Ohi sa! forse l'amore oltre il tumulo
Ai mutati viventi non falla:
Qualche errante — farfalla — può nascere
Qualche amante — ohe il gobbo sognò! —
Cosi cantava Olimpio il gobbo strano:
E intanto i cernii
Monti lontani
Scotean la nebbia
Dai dorsi immani,
E un rezzo tiepido
Giunto — in quel punto
Sapendo niente — dall'Oriente,
Dalle piramidi,
Dai templi eccelsi,
Scotea fra i gelsi,
Modestamente,
L'ultime gocciole
Che, lente lente,
Cadeau sui prati,
Olimpio 239
Simili a lagrime
D'occhi — malati.
Fiocchi — di laua
Parean le nuvole,
E una campana
Lontana — al dubbio
Del viatore
Dioea: tre ore.
"Veh, un gobbette! Oh il bel gobbettol,,
Dal più folto di im boschetto
Questo grido a un tratto usci.
E il gobbette, il bel gobbette.
Gessò il canto e impallidì.
"Oh per Baexjol dentro il sac^o
Porti un putto, porti un pacco,
una tromba da suonar?
Oh per Bacco! giù quel §acco,
Lo vogliamo esaminar! †ž
Ed ecco dal folto compare un bel volto,
E un altro lo segue, da un'iride avvolto
Di lunghi capelli che sembrano d'or:
Son due giovinette ohe usciron dal folto.
Soffuse le guancie di vago rossor.
Han fior sulla vesta, han fior sulla testa,
Li han forse cosparsi per irne a una festa?
Van forse a un altare per farsi adorar?
Han fior sulla testa, han fior sulla vesta,
E il povero Olimpio sta muto a guardar.
240 FIABE E LEGGENDE
— Belle dame — dice poi —
I tesor del sacco mio
Se volete esaminar,
Le padrone siete voi ;
Ma lasciate ch'io v'osservi
Ohe son ossa e ohe son nervi
Ohe vi occorre di slacciar.
"Con quegli occhi celestiali,
Con quel labbro, con quel crine,
Con quel seno ammaliator,
So ohe molti e molti mali
Si pon fare, e esperte siete,
Ohe già punto entrambi avete
Questo povero mio cor.
" Ma però se occulte piaghe.
Se dolor senza lamenti
Non vi basta di crear;
Né il pensier vi rende paghe
Ohe ridendo assassinate,
E che sempre, ove passate,
Resta un'anima a pregar;
" Ohe, di notte, a voi pensando.
Ohi vi ha viste alla mattina
Ha l'inferno al capezzal;
E, alla coltrice parlando.
Può giocarsi il posto in cielo,
E infelice e bieco e anelo,
Come l'angelo del mal,
Oliin])io 241
"Risvegliarsi il giorno dopo
Pien di affanno e di memorie
Qual chi riede da lontan ;
Se non bastano allo scopo
Per cui Dio vi ha poste in terra
Queste vittime di guerra
Già cadute o che cadran;
" Se il piacer già in voi ne langue,
E vi punge il desiderio
Di più pratici martir;
Ecco il cuore ed ecco il sangue
Di un gobbetto innamorato....
Il mio sacco è preparato,
Non vi resta che a ferir 1 „
Le giovinette risero,
E dissero fra lor:
Questo gobbetto ò lepido
In parola d'onori
E volte a lui: ■— Sei piccolo,
Però ne sai di belle;
A raccontar storielle
Dinne, chi t'insegnò? —
Nessun, mie donne amabili;
Ho imparato da me;
Oh il sacco delle bubbole
Por ve lo posso ai pie. —
E. Praga. Poesie. 16
24^ PUBE E LEGGENDE
Deh, se ne sai, raccontane I —
Come vi garberà . —
Vieni in giardin: la vecchia
Addormentata è già . —
Splendea la luna e al raggio
Umido di rugiada,
Per la fiorita strada
La comitiva entrò.
Ombrie bizzarre Olimpio
Spargea col suo gobbetto,
E le due donne stretto
Se lo tenean fra lor.
Al vago lume un timido
Gnomo il poeta par....
— Delle storielle il titolo
Prima di cominciar? —
E il gobbetto inchinandosi:
— Corbellerie stupende 1
Saran Fiabe e Leggende
Di spiriti e d'amori —
t due poeti 243
I DUE POETI.
Per un sentiero a margini
Di gigli e di roveti,
Un lungo stuol precedono
Due giovani poeti;
Non hanno al crin l'olimpico
Raggio del greco Apollo,
Non Tarpa ad armacollo;
Perchè lo stuol li seguita.
Fra i gigli e fra i roveti?
Lo stuol lo ignora e mormora:
Quei due, son due poeti 1
E meste donne, e vergini
Dagli occhi innamorati,
E giovinetti pallidi
Di larve inebriati,
E vecchi malinconici
Pieni di antiche storie,
Belli di antiche glorie.
Risa mescendo e lagrime.
Fra i gigli e fra i roveti.
Col plauso e la bestemmia
Seguono i due poeti.
244 FIABE E LEGGENDE
L'un canta: — I di declinano,
La creazione è stanca;
Un immenso sbadiglio
Il vecchio Adamo abbranca;
La vetustà dei secoli
Piange nell'universo,
E, in alta noia immerso.
Fra i dormienti arcangeli,
Dio nell'azzurro io scerno
Che raccapriccia all'orrida
Idea d'essere eterno.
Desolazione e tenebra.
Ecco il nuovo retaggio l
Si fan di gelo i crateri,
Muor sulle fronti il raggio;
Onta all'amplesso, o vergini I
Maledetti i neonati!
Perano i fior sui prati,
E, coperta di cenere.
L'umanità languente
Si dissolva nei torbidi
Vapor dell'occidente 1 —
E l'altro canta: — Vivere
È uno scoppio di riso;
Il mondo è un manicomio
Che inneggia al paradiso 1
Vedete i fior? Son lagrime
Della occulta allegrezza,
E la terra si spezza
I due poeti 245
Perchè ci dioan gli alberi
Ohe giù nel tenebrore
Non si cessa di ridere,
E si fa ancor l'amore!
Vecchi pensosi, e vecchie
Dimesse, usciamo al sole;
Scordiamo i di che furono
Per intrecciar carole;
E intorno a voi si accoppiino
Le giovinette razze;
Proli beate e pazze
Escan dai fianchi indomiti
Dei forti e delle belle;
E presto andrem nell'aria
A dischiodar le stelle 1
E il primo ancora* — l'Eliade, •
La Venere di MiloI
Splendor, melodi, effluvii
Dall'Ellesponto al Nilol...
Memfi, Babilonia!
Gioite ancor dal nulla;
Giganti della culla,
Ecco i pigmei del feretro!
Questa che si dissolve
Ripiomberà caligine,
Sopra la vostra polve!
E l'altro ancora: — Un brindisi,
Fanciulli, all'avvenire!
246 FIABE E LEGGENDE
E prepariamo un tumulo
Ai dubbi, ai pianti, all'irei
Siam gli eredi dei secoli
Ohe han fatto economia;
A noi la legge pia.
La libertà dell'anima.
Il lavoro ferace,
A noi l'amore, il genio,
L'innocenza e la pace! —
Tal pel sentiero a margini
Di gigli e di roveti
Un lungo stuol precedono
I giovani poeti.
Però la folla attonita
Va ripetendo intorno:
Se l'un sorride al giorno,
Se l'altro è nelle tenebre.
Fra i gigli e fra i roveti.
Perchè la terra viaggiano
Insieme i due poeti? —
E meste donne, e vergini
Dagli occhi innamorati,
E giovinetti pallidi
Di larve inebriati,
E vecchi malinconici
Pieni di antiche storie,
Belli di antiche glorie,
Dicou: son risa o lagrime,
Son gigli son roveti
I due poeti 247
Che ooglierem sul mistico
Sentier dei due poeti? —
Allora un vecchio incognito
Apparve d'improvviso;
Pareva un dell'Iliade,
Tanto era grande in viso;
Certo avea viste l'epoche
Dei palesati arcani.
Stette, ed alzò le mani ;
I due si inginocchiarono,
E quell'immenso stuolo
Fu tutto muto e immobile
In un momento solo.
— Dalle regioni eteree.
Dai sempiterni campi
Dove i Ver sono ocèani.
Dove le Idee son lampi.
Piova su te, miserrima,
Cieca turba, la luce:
È Amor che ti conducei
È il divino carnefice
Che han questi due nel core!
È Amor che guida al tumulo,
Sia gioia o sia dolore! —
Disse : e, il manto sciogliendone,
Scoperse a lor due piaghe,
Che nell'ombra grondavano
Su quelle forme vaghe;
248 FIABE E LEGGENDE
Lo stuol seguita avevala,
La bella coppia esangue,
Fra due rivi di sangue;
E quei due rivi uscivano
A flutti, e niun li vide,
Uno dal cor ohe lagrima.
L'altro dal cor che ride.
I TRE AMANTI DI BELLA.
La stanzucoia di Steno stava accosciata in alto
Di un palazzo affittato da un ebreo di Rialto;
Palazzo in cui da secoli i topi son signori,
E che allora un patrizio, roso dai creditori,
Avea, dopo molto esitare, esitato.
Dicendo: va la casa, ma mi resta il casato.
Però il di della vendita l'aule antiche degli avi
Cigolando gemettero dalle tarlate travi;
Gemettero d'angoscia, giacché una legge arcana
Afi'ratella le cose alla famiglia umana.
Si ricordano, e serbano l'orror della mitraglia,
Nel desolato aspetto, i campi di battaglia;
Certi monti han profili befi'ardi e minaccianti
I tre amanti di Bella 249
Perchè memori ancora del passo dei giganti;
Sospira al re lontano il velluto dei troni,
E alle nonne defunte pensano i seggioloni;
Sicché il vecchio palazzo di cui vi parlo adesso
Sul torbido canale pianse il passato anch'esso.
E le quattro cariatidi curve sotto il balcone,
E i putti che coll'ali sostengono il blasone,
Bassorilievi e fregi lombardi e bisantini,
D'antiche gesta memori e di antichi quattrini,
Presero l'aria cupa di un popolo di sasso
Che più. non sappia illudersi su questo mondo basso;
E il Dio delle leggende, nella facciata nera,
Profeta malinconico, piantò la sua bandiera.
Oh le feste di un tempo! Conviti e serenate
E variopinte gondole alla soglia affollate 1
Quando dame e patrizi, fanciulle e cavalieri,
Giungevano al palazzo con paggi e trombettieri,
A esilararsi l'animo delle cure di Stato
Tra mantellini serici e gonne di broccato;
A sfoggiar la ginnastica delle battaglie mute.
Degli sguardi fatali, delle parole argute;
Ad affrettar l'arrivo della gioconda bara.
Tra una botte di Cipro e una sembianza caral
Dove, più di una volta, il vecchio senatore,
Per il giurato premio di una notte d'amore,
Vendette alla bellezza il suo voto in Consiglio;
Dove il capro e la volpe, la tigre ed il coniglio,
Piume al cappello e spada al fianco, in giubba o in manto,
In toga o in armatura, riso celando o pianto.
Le labbra tormentavansi e si rompean le mani
250 FIABE E LEGGENDE
In proteste di affatto svanito all'indomani;
Dove, bersaglio agli occhi, ai motti ed agli inchini.
Era passato, bello di gloria, il Morosini;
Dove intorno al damasco dei tavoli seduti
Delle nuove d'allora cianciavano i canuti;
Narravano Cromvello pensoso e turbolento,
E il papa Rospigliosi pacifico e contento;
Come, amando una patria, cadeva il re Sobieschi,
E amando una regina, periva il Monaldesohi;
Questo ed altro narravano, mentre in crocchi geniali
Le matrone alla moda leggean le Provinciali.
ir.
Era il buon tempo. Il Fauno, guardia del porticato.
Fu la più mesta vittima dello splendor passato;
Egli che nel marmoreo malinconico cuore
Una notte ricorda di gioia e di dolore.
In cui, fra il lieto stuolo per la soglia accorrente.
Una vaga fanciulla, pallida, sorridente.
Dal padre inosservata staccossi, che volgea
Parlando a un Mocenigo, su per l'ampia scalea,
E accanto al piedestallo fermossi, curiosa
E tranquilla, a osservare la sua faccia rugosa.
I begli occhi profondi, le nudità seguendo.
Di uno souitor di Rodi artifizio stupendo,
Avean finito a spingere una mano affilata
A palpargli le vertebre della schiena curvata....
I tre amanti di Bella 251
Mai, dopo i colpi arcani del divino scalpello,
Gli avea concesso il mondo un istante più bello....
L'angelo sparve. All'alba ripassò, ma un piumato
Cinquantenne patrizio le camminava allato,
E, assorta nel colloquio, dimenticò la schiena
Tutta per lei di elettriche scintille ancor ripiena.
Povero Fauno I e in estasi, già da due lustri, aspetta
Ohe ripassi per l'atrio la bella giovinetta;
Ed ogni notte, quando batte a San Marco l'ora
Che la conobbe, ei freme sull'ampia base ancora,
Dalle piante caprine fino all'irsuto mento,
Come uno stel di mammola ohe si dimena al vento ;
E intanto donna Bella, la fanciulla curiosa.
Di messor Diego Alvaro già da due lustri è sposa.
IH.
Quando entrò nel palazzo l'Ebreo conquistatore
Tutto mutò sembianza, tutto mutò colore,
E all'amante di sasso crebber le noie e il danno.
Tra le colonne, intorno al piedestallo, or stanno
Casse di sego, mucchi di corde e chiodi usati,
Arazzi e vecchi mobili ghermiti o sequestrati.
Bottiglie senza tappo, vecchi stocchi sguarniti.
Pelli e corna di buffalo e ermellini ammufiSti,
Libri venduti all'alba da un notaio balzano,
E la sera mutati in vetri di Murano;
Qui, ammonticchiati al prezzo di un bacio o di un ducato,
252 FIABE E LEGGENDE
La gonna della vedova, l'assisa del soldato;
Qui un po' di tutto e un tutto di niente, a sbalzi, a caso
Arraffato dall'ugna della miseria, e al naso
Della beffarda Usura, fior della fame, offerto 1
Quanto agli appartamenti, per molti giorni incerto
Fu il novello padrone circa modum tenendi;
Eran tappezzerie, candelabri stupendi,
Tele piene del genio di seppelliti artisti,
Dei poveri antenati ambiziosi acquisti....
Rividero il sereno venduti al forastiero;
E quel giorno gli scheletri piansero in cimitero,
Gli scheletri obliati dei divini pittori.
Cui certo un dì non s'erano pagati che i colori,
Mentre l'Ebreo, felice dell'oro conquistato.
D'esserne debitore ai morti avea scordato,
Nò un pensier, né una lagrima, nò un fiorellin soltanto
Avea, passando a caso, gettato in camposanto.
Fatto il vuoto, divise l'aule immense e i saloni
Come se li allestisse per nidi di piccioni,
In camerette anguste, in stanzuocie pigmee;
Lamentandosi molto che Bacchi e Oiteree
E Silfidi ed Amori, sulle volte dipinti.
Non si potesser vendere perchè alla calce avvinti.
Si vendicò, tagliandoli coi muri a centellini,
E dandone una parte a tutti gli inquilini.
E qui vedi ima Venere ohe ha la bella sembianza.
Le braccia e il seno eburneo nella vicina stanza;
Qui il piò di una baccante e là sbuca una cetra,
Poi del fanciul terribile un piede e la faretra,
Poi Giunone che al laccio della parete appresa
I tre amanti di Bella 253
Ha l'ala azzurra e piangere ti sembra dell'offesa.
Un tal del primo piano cui toccò in sorte parte
Di un'imagino nuda che non vo' porre in carte,
Lagnossi al proprietario e voleva andar via;
L'Ebreo gli rispondeva: questa è un'allegoria,
L'ha pinta il Tintoretto, è un egregio disegno, —
E l'altro a replicargli: fu un pittoraccio indegno 1 —
Più di una vecchia cabale astruse avea cavate
Numerando le membra sul capo suo librate,
E quando un mendicante ohe stava al quinto piano
Vi fu trovato morto col suo rosario in mano,
"Io bene, io ben sapevalo, ronzava una donnetta.
Quella nicchia portava la cifra maledetta.
Tra braccia e gambe e piedi e dita bianche e scure,
Le ho ben contate un giorno, son tredici pitture I„ —
E più il povero Ebreo non l'avrebbe affittata
Se Steno, il giovinetto dall'aria sventurata,
Dal crin lungo le spalle cadente in brune anella,
Non l'avesse, bizzarro caso, trovata bella,
Quando seppe ohe dentro v'era stato il becchino.
Steno vi prese alloggio quello stesso mattino.
IV.
Puri amor ohe crescete nell'ombra e nel silenzio,
Terrene ambrosie fatte di cicuta e di assenzio,
Genuflessioni d'anime dall'idolo ignorate,
Voti, carezze, amplessi, lagrime prodigate
èo4 FIABE E LEGGENDE
All'idea d'una donna, amor senza speranze,
Eppure amor capaci di profonde esultanze;
Clie non chiedete l'obolo a Lei pur di un sorriso,
Di uno sguardo che certo sarebbe il paradiso,
E taciti, rodendo il cor ohe vi contiene
Valicate con esso alle spiagge serene;
Puri amor ohe in silenzio e nell'ombra vive (e,
Oh non cosa mondana, amor d'angeli siete 1
E certo in ciel si compie una giustizia: Iddio
Premia le spente vittime del lutto e dell'oblio,
E ripara e punisce le cecità mortali,
E i rossor non veduti e i disprezzi fatali,
Accoppiando le belle ignare ispiratrici
Agli amanti che in terra fur timidi e infelici!
I castighi, là in cielo, son castighi d'amore.
V.
Bella dama che uscite dal tempio del Signore,
Cui sta ancor forse un'avo sulle labbra vagante.
Bella dama, col viso pallido e l'occhio errante.
Senza saperlo, adesso l'elemosina fate:
Quell'occhio vagabondo due pupille ha scontrate.
Quel pallor senza nome le inondava di cielo.
Oh non troppo correte, non abbassate il velol
L'uomo ignoto che segue, come un povero cane,
I passi onde intrecciate le vostre corse strane.
Che per baciar la terra dove l'orme ponete
I tre amanti di Bella 25!)
Salirebbe una croce e vi morria di sete,
Che toglierebbe il sertxD di fronte alla doghessa
Per deporvelo ai piedi quando siete alla messa,
È un timido poeta, nò vuol né chiede nulla.
La Musa e la Sventura che l'han raccolto in culla
Gli fur madri operose: giovane ancor, vent'annil
Gli eran compagni i dubbii, le noie e i disinganni....
Oh i suoi canti 1 Caligini cosparse di faville.
Raggi erranti nel buio come fatue scintille....
Se voi li conosceste!...
Bella, pura, felice
Gli appariste una sera, inconscia ammaliatrice,
E rinnegò dolori e disinganni e noie,
E la vita gli apparve tutta piena di gioie I
Oh come attese il sole quella notte, vegliando I
Come accolse il suo primo raggio soave e blando I
soli punta spietata fitta alle nostre reni.
Se chi è stanco di passi a risospinger vieni,
A gridargli: sei vivo, su la croce, camminai...
Quando porti a un felice la candida mattina,
Apparenza di Dio verissima! Da un anno,
Bella dama, i pensieri del giovinetto stanno
Intorno a voi, dì e notte: la sua delizia è questa.
Possedervi sarebbe, lo so, più allegra festa;
A lui basta vedervi qualche poco: la sposa
Siete di un vecchio illustre e l'amica pietosa,
Tale vi crede il mondo, e tal, nell'ombra, ei v'ama. —
Ma lontana dal tempio è già la bella dama.
256 FIABE E LEGGENDE
VI.
— Di chi è quella casa? Dimmelo, vecchio —
Quella? -
— Dove è entrata una donna....
— AfiFè, la è una storiella
Che mi chiedete, o Steno, pericolosa alquanto;
Ma se voi mi giurate....
— Parla per il tuo santo I
— Vi si è allogato un ricco cavalier di Ferrara,
B vi tien da più giorni gran tripudio e bambara,
Fuorché nell'ore in cui quella dama....
— Signore!
— Lo viene a visitare.... è una storia d'amore. —
VII.
Lettor, che bella notte I La luna ò argento fino,
Le nuvolette invece son zaffiro e rubino;
Come tiepida ò l'aura, come tutto riposa!
Oh l'antica Repubblica come dorme! La sposa
Dell'Oceano stanotte si rifiuta all'amplesso,
I tre amanti di Bella 257
E il mar, senza rampogne, s'è addormentato anch'esso.
Però veglìan gli amanti; odi la serenata?
Già sospirato ha il flauto, la ghitarra è intonata,
E la gondola, nido d'afifetto e di armonia,
Lungo il buio canale lentamente s'avvia.
Senti il dolce motivo e le dolci parole:
"Io son come la zanzera
Intorno al candelabro:
Mi struggo a un vago raggio
Di neve e di cinabro 1„
"Sporgi al veron la candida
Faccia che m'innamora.
Quelle due labbra rosee
Fa eh' io le vegga ancora 1 „
"Io son come la nuvola
Ohe assorbe il sol d'estate:
Dileguerò guardandoti,
E morirò di occhiate....,,
Luna, vedi due lagrime cader silenti e sole?
Tu le illumini in cima di quel palazzo tetro,
E forse le supponi il scintillar di un vetro....
"Sporgi al veron le piccole
Mani, una sola almeno,
E sembrerà un miracolo
Di più nel oiel sereno.,,
E. Praga. Poesie. 17
258 FIABE E LEGGENDE
"E vincerà , bell'idolo,
Le stelle del Signoro,
Se mi farai, schiudendola,
^ La carità di un fiore ! „
"Jo son come il famelico
Ohe muor sotto la reggia....,,
Luna, mentre la musica, sull'acqua che nereggia
Lenta lenta svanisce, il tuo raggio balzano
Ha illuminato un fauno di sasso in modo strano;
Forse è il vento che move dall'azzurro ove siedi...
Si diria che la statua trema dal capo ai piedi.
Vili.
— Chi scelse a battezzarti questo nome divino.
Mia piccola Contessa, fu un vate o un indovino? -
— Il mio nome di Bella!... furon due tristi cose,
Il tempo e l'abitudine....
— viole, o gigli, rose,
piume dì colibrì, raggi di sole e noto
Che i serafini cantano sul carro di Boote,
Voi ohe, il dì delle Palme o il dì della Madonna,
Vi congiungeste in oiel per crear questa donna,
Perchè stillar lasciaste sulle sue guancie altere
Tanto pianto di notti, tanto rossor di sere?...
I tre amanti di Bella 259
Oh sorridimi.... e serba questo volto allibito
Per le incresciose veglie del tuo vecchio marito:
Ridi, canta, folleggia, perdio! l'amante io sono,
E voglio il lieto amore, la celia e l'abbandono l
— L'abbandono!... dicesti un'orrenda parola!
— Orrenda?
— Dopo i nostri deliri, quando sola
Resto, Lionello, e ancora t'ho col pensiero accanto,
Né ancor giunto è il rimorso, né ho ancor pregato e pianto
Lo sai tu che mi avvenga?... A lungo in queste braccia
Bacio e ribacio e ammiro la tua superba faccia....
— Angeli del Signore I
— Ma è breve il dolce inganno :
Le tue forme sciogliendo lentamente si vanno....
Pensa, questo palazzo* é cosi buio e tetro!...
Tu Lionello allora, tu diventi uno spetro.
Uno spetro che fugge, che mi fugge lontano,
Ed io tento seguirti e ti richiamo.... invano;
Lo spetro è innamorato di un'altra donna!
— Effetto
Di queste cupe stanze: da spetro a cataletto
Il passo é breve! Il conte che qui ti ha seppellita
Di questi vani incolpa terror della tua vita;
Oh foss'egli uno spetro davver!
— Taci!
— Sul mare
Conosco un' isoletta, e te la vo' narrare;
260 FIABE E LEGGENDE
È un giardino, vi cresco il banano e la palma,
La vita vi è delizia, lusso, sorriso e calma,
E non vi son mariti né consiglio dei Dieci;
L'amor libero e santo, e Iddio ne fan le veci....
Spira vento propizio, fidato ho il gondoliere.
Qui le notti son buie, ed io son cavaliere....
Bella I —
E tacque. La dama guardava il giovinetto
Fissamente, e dai fregi del serico corsetto
La sua candida mano da un tremito agitata,
Traeva una medaglia di gemme tempestata.
V'era pinta una veneta faccia, seria, canuta,
Che due grandi occhi apriva fra una carne sparuta,
E, in quel piccolo avello fatto d'oro e d'argento,
Pareva dir: son morta, ma veggo ancora e sento.
— È mia madre.... —
E la voce somigliava un sospiro,
E una lagrima cadde.
Oh anch' io piango, e vi ammiro,
Povere creature, olocausti d'amore 1
lotte del pensiero, e vittorie del cuore I
Misteriosi lutti nell'anima celati.
Mentre carezze e baci son dati e ricambiati,
Mentre il delirio canta le magiche canzoni.
Mentre il corpo tripudia nelle immense oblivioni 1
Donna Bella a che pensa?... Oh le forme divine 1
E le è degna cornice quel suo profondo crine 1
L'occhio è azzurro di cielo, il labbro è rosa viva....
Oh come in un baleno tutto il volto si avvivai...
— Lionello, Lionello!... —
I tre amanti di Bella 261
E allor fu un'epopea.
Come se fosse d'angeli quella coppia splendea;
E Dio certo, vedendola dall'alto, perdonava....
Ma in terra era caduto il ritratto dell'ava.
IX.
L'uscio tarlato e nero chiuse a doppia chiave,
E al chiodo ohe pendeva da una sconnessa trave
Sorrise come al volto di una donna amorosa,
alle socchiuse foglie di un bottoncin di rosa.
Poi da un angolo trasse una corda sottile,
Milionesima parte d'una che in campanile
Dimagrò stiracchiata da un monaco scortese^
Ora saran tre secoli morto di mal francese.
L'attortigliò, la strinse, montò, l'avvinse al chiodo,
E poi la smunta faccia, muto, cacciò nel nodo....
Ma in quell'istante il sole ruppe una nube in alto,
E un raggio immenso il mondo scese a baciar d'un salto.
Fu il cader di una maschera, cieca, stonata, abbietta,
Ohe discopra una pura faccia di giovinetta;
Tale il mondo sorrise e le faccio mortali,
Ohine al libri o alla mota, confitte ai capezzali.
Dal pianto affaticate, o róse dalla noia,
Guardaron tutte in cielo e risero di gioia.
L'uomo che si appiccava gettò la corda e, come
Chi, mentre altrove è assorto, sente chiamarsi a nome»
262 FIABE E LEGGENDE
Alla finestra corse, cacciò la testa fuori,
Tra due piccoli vasi di sitibondi fiori,
E immobile restovvi.
Di nubi accavallate
Soorrean cime e voragini, a trotto, a volo, a ondate,
E un passero, tranquillo sotto l'orrenda scena,
Lieto osservava i piccoli figli seduti a cena
Nel niduccio ravvolto alla vicina gronda;
E, se avesse cantato il caso di Ildegonda,
Di più soavi trilli non avrebbe guaito.
Tra i fumanti comignoli, la molle eco del sito.
X.
Il ciel rasserenavasi : bella, superba e sola
La faccia del pianeta splendea da Chioggia a Fola;
Una striscia d'argento che dal canale uscia
E dritta, aguzza, immobile, in alto mar svania,
Pareva una gran spada brandita da Cagliostro
Contro l'ascoso ventre di qualche immenso mostro;
San Marco circondavano i voli dei colombi.
Qualche gufo, fiutando, roteava sui Piombi,
E in aria si incontravano comandi di nocchieri.
Urli di ciurme e strofe di allegri gondolieri,
Canzoni della pesca e nenie del bucato:
Tuttociò, lungamente rifuso e trasformato
A furia di sbadigli e di malinconie
I tre amanti di Bella 263
Dai poveri impiegati delle Proouratie,
Arrivava sull'alta finestra al giovinetto
Da quel sole improvviso rapito al cataletto.
Egli era sempre immobile fra i diie vasi languenti,
Non so se contemplando l'aspetto dei viventi,
Come re Carlo Quinto dalla socchiusa bara,
bevendo il viatico di una memoria cara.
Certo aveva la febbre, ohe non udì la porta
Cader sotto un gran calcio, e la sembianza smorta
Non rivolse che all'urto di un cavalier piumato
Che, chiamandolo a nome, gli sorrideva allato.
XI.
— Tu, Lionello?
— Steno I
— Venezia, Lionello?
— Abbracciami, collega....
— Dammi un bacio, fratello !
-- Ma chi ti disse....
— Il tetto dove attaccasti il nido ?
Me l'ha insegnato un vecchio ohe tien bottega al lido •
Fu caso; fra i suoi libri presi un Catullo in mano,
Tu sai quant'io l'adoro quel pecoator romano!
Lo tengo sempre meco; ma un ultimo esemplare
Che avea comprato a Siena, lo diedi al mio comparo ;
Or contrattando questo, perchè oltremodo usato,
(Il libro è come il fiasco, mi piace impolverato)
264 FIABE E LEGGENDE
Ve' che vi leggo un nome....
— Il mio....
— Siam sempre al verde ?
— La vita....
— È un giocherello I
— Chi guadagna e chi perde !
— Via, ma vendere un libro che non costa un ducato....
— Erano quattro giorni ch'io non avea prahzatól
— Eppur — Catullo in ghetto per desinar non vale;
che gli hai dato a braccio Virgilio o Giovenale?
— Erano usciti prima, usciti in processione.
Un dopo l'altro, tutti....
— Il tuo bel Cicerone?...
— Eccolo —
E si toccava la giubba di velluto.
— Davver non lo ravviso, e gli nego il saluto.
E le sante Pandette?
— Eccole. —
E gli mostrava
Due guanti in un cantuccio. E l'altro sghignazzava:
— Così calzano meglio....
— E quel tuo Quintiliano.
Legato a ghirigori?
— E adesso il mio pastrano....
— Tu hai tutta quanta l'aurea latinità sul dosso!...
Ma, dimmi, è anch'esso un classico questo bel nastro rosso?
— Ahi l'avevo scordato 1... —
E, toltolo dal collo,
Dall'aperta finestra mestamente lanciollo.
— Povero mio, m'accorgo che tu sei sempre quello 1...
— Ti mutasti tu forse? —
I tre amanti di Bella 265
XU.
Era un gaio cervello
Già di togate zucche nella dotta Bologna,
E di dottori in fieri la gioia e la vergogna ;
Gran rompitor di ciotole, gran maestro d'imbrogli,
Satana dei mariti e Messia delle mogli.
Gettando nell'azzurro degli inconsci trent'anni
La fortuna di Rolla e il cor di Don Giovanni,
Vivea la vita come può viverla un uccello.
In aria, a caso, a voli dal fiore all'arboscello,
Immemore del prima, del dopo indifferente.
Pigro, annoiato, strano, volubile e innocente.
Solca dir d'esser nato alla vita mondana
Dall'abbraccio di un diavolo con una Dea pagana;
Però a far certo il prossimo d'essere un grande infame.
Lo credereste? a volte patito avea la fame
Per dar l'ultimo scudo a un cieco o a un saltimbanco....
Vivaddio 1 colle piume in testa e il ferro al fianco.
In quel tempo di balde e facili avventure,
Di follie malinconiche e di allegre paure.
Vi giuro, mie fanciulle, ohe, con vostro permesso.
Diverso come or sono, stato sarei lo stesso!
Ora tutto è svanito 1 e (perchè noi direi?)
I nostri di son tetri senz'essere men rei;
Nel lenzuolo del Solito sepolta è l'avventura;
II bardo e il oavaliero davanti alla Questura
266 FIABE E UEGGENDE
In ginocchio han deposto il brando e il colascione;
Il motto erra sul lastrico del popolo padrone;
Tolto è all'oro il tripudio delle superbo offese,
Tolta al vulgo la gloria delle balzane imprese;
Della Corte d' Assiale Baiardo è un latitante.
E FanfuUa è un evaso dal medico curante;
Si è sicuri e difesi, si è posati e dabbene,
Parliam di colti allori e d'infrante catene.
Ma interrogate il cuore di tutti, ad uno ad uno,
E troverete un viscere d'aria e d'amor digiuno!
XIII.
1 due colleghi a braccio camminavano; Steno
Come un uom strascinato, l'altro franco e sereno.
— Dunque c'entra un rivale? diceva il Ferrarese,
Firmagli il passaporto per un altro paese,
Ammazzalo 1 la bella, s'anco diggià non t'ama.
Ti adorerà pel colpo della tua nota lama.
Le son fatte cosi; vesti un abito strano.
Accoppa un galantuomo e, se sei bello e sano,
Gli è più che basta, tutte ti apriran cuore e alcova!
Credi a me...
— Il tuo consiglio al caso mio non giova.
Posse domani sola^ libera e innamorata.
Più non saprei svelarle la mia fiamma ignorata.
— Ti conoscea poeta, non ti credeva un pazzo....
1 tre amanti di Bella 267
— Io la donna sognai non creta e non sollazzo!
Quella, il cui nome al labbro non mi verrà giammai,
Era il simbolo puro dell'idea che sognai;
Tu dubiti che m'ami?... forse ch'io mai le dissi
Uno solo dei cieli, uno sol degli abissi
In cui per lei travolta è la mia vita?
— E come
Se di te non conosce che la faccia ed il nome...
— Veder la sua da lungi e lei nomar da solo,
Perchè i santi entusiasmi desse a' miei versi e il volo,
Ciò mi bastava! Adesso.... i miei versi morranno!
— No, perdio ! finché io vivo vivranno e ben vivranno 1
Senti, Steno, ho molto oro ; noi siam vecchi all'usanza
Di mettere in comune penuria ed abbondanza;
Ci rifarem la cara gioventù di Bologna...
Tu ti sei rovinato, non averne vergogna.
Sì, rovinato fino all'inedia, o poeta.
Per seguir di cotesta tua fatua cometa
Il corso fra le stelle ohe le girano intorno;
La cometa si è scelto un astro in Capricorno....
Disperarci per questo? Eh son tante le stelle.
Che per una è da ciuco il perderci la pelle....
Ma, a proposito, diavolo! una or io ne scordava.... —
Steno senza far motto l'amico seguitava.
— Volgiamo a manca.
— Dove mi conduci?
— A un negozio
Cui ti potrai rivolgere ne' tuoi momenti d'ozio. —
268 FIABE E LEGGENDE
XIV.
L'occidente era in fiamme e Venezia imbruniva.
Qua e là per le finestre qualche face appariva,
Errante, come in mezzo a una carta abbruciata.
Dai pargoli ridenti sul focolar gettata.
Quelle ultime, vaghe, fantastiche scintille
Ohe sembrano una ridda di monachine brille.
L'acque oscure parevano assetate di foco,
E fiaccole e lanterne, accese a poco a poco,
Vi prende van la forma delle cose succhiate.
Le galere di Cipro e di Morea, poggiate
Sull'ancore, dormivano sonno cupo e solenne;
E pei fitti cordami delle vetuste antenne,
Qual per entro ai capelli di sognanti titani.
Certo correan fantasmi di naufraghi ottomani.
Col petto ancor squarciato dalla punta dei rostri.
Era l'ora che i bimbi han paura dei mostri,
E, a non vederli, il capo caccian sotto le coltri.
XV.
— Che orrendo androne è questo per cui vuoi ohe
— Seguimi. — [m'inoltri?
Proseguirono per l'aer pesante e fuio.
Steno sentìa qualcosa d'arcano intorno; il buio
I tre amanti di Bella 269
Gli irapedia di vedere. Ma cogli occhi dell'alma
Vedeva. In quella tragica, misteriosa calma,
Giacean creature umane al suolo; o addormentate
speranti nel sonno; certo stanche e affamate
Si udivano respiri ajBFannosi; talvolta
Lo scoccare di un bacio (qualche donna travolta
Dalla miseria in mezzo a quello stuol di oppressi.
Per mercarne le brame, o per morir con essi);
E forse fra le immonde capigliature, oh cosa
Triste 1 stavano avvolte pur le guancie di rosa
Di qualche bambinello, nato a far dolce il nido
Della povera madre, e che doman sul lido
Stenderà le manine alla folla ciarliera,
E comporrà le labbra alla prima preghiera
Per cercar l'elemosinai
— È ben cotesto l'uscio;
Ma, a quel ohe sembra, l'ostrica s'è già chiusa nel guscio.
Berenice 1 eh, la vecchia I È il cavalier Lionello
Che vi chiede l'onore di entrar nel vostro ostello I
Vedrai, Steno, una reggia.... ehi la grama vecchiaccia 1
Non son uso ad attendere per veder la tua faccia;
Apri, getto la portai —
Pur nessuna risposta.
Come al vento d'autunno una tarlata imposta,
Sbadatamente chiusa da un mandriano in viaggio.
Tal quella porta offerse a un urto sol passaggio.
Entrar, ma tosto colti da ribrezzo improvviso.
Retrocessero. E Steno: — Santi del paradiso!
E una tomba cotesta ohe scoperchiasti!...
270 FIABE E LEGGENDE
— Taci;
Questa lanterna cieca vai candelabri e faci,
Ma non qui fuor. Rientriamo e chiudi ben la porta...
— Impossibile.... questo è odor di cosa morta....
— Avanti, avanti.... —
L'altro lo segui nello scuro.
— Una mano alle nari, tienti coll'altra al muro,
E non temere; è morto certo il gatto di casa. —
XVI.
Ed apre la lanterna. La luce che n'è evasa
Saltellando sì posa su quattro basse mura,
Dove leggonsi cifre di magica scrittura,
E pendon croci e teschi e cappelli di preti;
Pur nessun che respiri fra le strane pareti.
Ma Lionello ha in un angolo scoperto un seggiolone:
— È là che dorme ; andiamola a svegliar colle buone ;
Tien tu il lume. —
E accostatisi, la man del cavaliere
Piano piano la testa scosse che, in bende nere
Stretta, e china su un mazzo sparpagliato di carte,
Parca sognar. Toccata, cadde dall'altra parte,
Lugubramente. E un soffio esalò dalla salma.
La carogna turbata par che riacquisti un'alma;
11 fetore che l'abita vuol la quiete profonda:
I tre amanti di Bella 271
Se lo tocchi, s'ingrossa, come il verme, e t'inonda.
— Deponi la lanterna e aiutami; la vesta
Mi convien perquisirle....
— Ma chi è dessa?....
— Cotesta
Fu già un'allegra e vaga cortigiana spagnuola
Esperta all'ars amandi più di Ovidio; ora, sola
E vecchia, gironzava per le strade e le piazze
E stendeva la mano alle belle ragazze.
Queste per elemosina vi lasciavan cadere
Un foglietto di carta.... pel damo o il cavaliere,
E talor pel sicario. Questa vecchia, mio caro.
Rinchiude più segreti che messer Diego Alvaro
Consigliere dei Dieci, te lo dice Lionello,
E fé' più matrimonii ohe il Patriarca, quello
Ohe li fa là in San Marco. Tienle un po' il braccio alzato....
Ecco già un bigliettino.... senti s'è profumatol —
Un mite odor di viola si diffuse.
— Leggiamo. —
"Se tu lo vedi gli dirai che l'amo,
Che l'amo ancora come ai primi dì;
Che nei languidi sogni ancor lo chiamo,
Lo chiamo ancor come se fosse qui.
"E gli dirai che colla fé tradita
Tutto il gaudio d'allor non mi rapì;
Te gli dirai che basta alla mia vita
L'ultimo bacio che l'addio finii
272 FIABT? E LEGGENDE
"Nessun lo toglie dalla bocca mia
L'ultimo bacio che l'addio fini!...
Ma se vuol dargli un altro in compagnia
Digli ohe l'amo e che l'aspetto qui.,, —
— Questa donna ti giuro che per me non farebbe;
La dev'essere un ninnolo di miele e di giulebbe;
Amo le forti, e tu? Ecco un altro messaggio:
"Doman, Lenuccia mia, gli è di di festa,
E il mio padrone è ammalato a palazzo.
Nella sua gondola
Vuoi che usciam bellamente in Oanalazzo?
"Mi adatterò la sua parrucca in testa,
Ne porterò la spada e il giustacuore,
Le piume, i ciondoli,
E l'amante parrai di un senatore 1
"L'anima ho piena di versi rimati,
E porterò con me la mia mandòla:
Parole e musica
Ti alletteran come una cosa solai
Leggiam quest'altro. —
"Il bimbo
Viaggia in fondo al mare,
E l'alma sua nel limbo.... „
— Infamia!
1 tre amanti di Bella 273
— Oh, Lionello, usoiara da questo orrore!
Ho la testa ohe bolle, e mi si spezza il cuore;
Certo un malor oi aspetta....
— Un malore 1 t'inganni.
Qui un viglietto mi attende per cui darei vent'anni
Di sonno e di bagordi.... eccolo 1... affediddio.
Viva la Berenice! è ben cotesto il mio!
Grazie, povera morta; ohe il ciel vi ricompensi,
Né ai vostri peccatucci il buono Iddio ripensi....
— Bada, un'ombra è passata sul muro.... alcim ci spia-
— Oh fosse un si che scrive la contessina mia!
— Bada, l'ombra si appressa. —
E la lanterna cieca
Drizzò alla porta. Videro come una forma bieca
Di cui gli occhi soltanto apparivan. Lionello
Ha sguainata la spada.
— Spegni il lume, fratello. —
Ma la strana figura s'era già dileguata.
Allor dall'altra stanza, di fogli seminata.
Chetamente sortirono; ripassar per l'androne
In cui parca vagasse come un'alta visione
Di mister, di delitti, di stanchezza e d'amore,
E rividero il cielo tutto calma e splendore.
E. Praga. Poesie. 18
274 FIABE E I^GGENDE
XVII.
Genti pie ohe pregate prima di porvi a letto,
Non pregate pei morti che stan nel cataletto,
Non pregate per gli ospiti del tenebrore eterno,
Che dal mondo partendo sono usciti d'inferno.
Stesi placidamente e colle braccia in croce,
Della sacra Natura ascoltano la voce:
Senton la vita immensa ohe si prepara al sole,
Han nei capegli l'umide radici delle viole,
Han nei pugni gli steli che diverranno abeti;
I morti nella terra sono tranquilli e lieti.
Genti pie che pregate quando la notte cade,
Non pregate pei morti ohe bevon le rugiade,
Ohe si mutano in foglie, che si mutano in fiori;
Non pregate pei giunti, pregate pei viatori.
Per i vivi pregate quando cade la notte.
È allor che i Mali intorno scaraventansi a frotte,
E par che Iddio dimentichi le misere creature.
Come s'Ei pur dormisse nelle sue reggie oscure.
Pregate per le madri che aspettano; pregate
Per le livide teste nel gioco ottenebrate;
Per la donna ohe stende le braccia all'uomo ignoto,
Pel povero poeta, altro prigion del loto.
Ohe assalta il ciel coU'anima ohe lagrima e fa sangue-
Pregate per la turba negli ospitali esangue.
J tì'e amanti di Bella
Sovra cui, col crepuscolo, peggior dell'agonia,
La memoria s'abbatte e la malinconia;
Per gli amanti pregate, scongiurate il Signore,
Ohe creò la Sventura quando creò l'Amore I
XVIJT.
Benché adorna di pelo molto canuto e raro
Era bella la testa di messer Diego Alvaro;
Quando uscìa dal Oonsiglio nell'ampia toga bruna,
Pareva in lui vivente la veneta fortuna.
Camminava securo, parlava ad alta voce.
Era come il leone benevolo .e feroce ;
L'amor della repubblica, l'amor della sua Bella,
Non aveva altre gioie, non aveva altra stella.
Or s'è mutato: attoniti se ne accorsero i servi;
Un tremito convulso, cupo, gli agita i nervi;
Non parla più, ma sembra interrogar cogli occhi
Ohi gli sta intorno ; a volte, come se un serpe il tocchi,
Balza repente, e corre per le stanze, e si affaccia
Agli specchi, e si scruta nella pallida faccia,
ler prendendo commiato dalla sposa, la mano
Cosi torvo le strinse, e un mormorio sì strano
Lasciò uscir dalle labbra che donna Bella pianse.
Staman, quasi ruggendo, l'anel di nozze infranse.
276 FIABE E LEGGENDE
XIX.
— È un sì / — gridò Lionello, e fu un grido sì forte
Ohe rintronò per tutte le taciturne porte
Del palazzo affittato dall'ebreo di Rialto.
Certo il Fauno guardava il oavalier dall'alto:
L'eoo di quella voce, fra le sue forme desto,
Errò nel peristilio, a lungo, oscuro e mesto.
Ma il oavalier, beato come un ohierco in vacanza,
Gli saltava d'intorno in forsennata danza.
— Stanotte 1 Ella acconsente.... mi seguirà stanotte I
Ah messer Diego Alvaro I le Fondamenta Rotte
Vedran sciogliere un legno a insaputa dei Dieci!
Ben n'era certo 1 e tutto a predispor ben feci:
A quest'ora Consalvo già appresta; donna Beila
Finge di coricarsi e rimanda l'ancella....
Grazie! cortese lampada che a legger m'aiutasti.
Scriveremo un poema per narrare i tuoi fasti!
Insiem lo scriveremo, mio dolce Steno, insieme 1
Perchè a te pur l'amore, perchè a te pur la speme
Dee ricantar la bella canzon dei dì passati:
Va, raccogli i tuoi versi, saluta i tuoi penati,
E qui mi attendi; un fischio ti avviserà ; d'un salto
Ntilla gondola sei, e domattina in alto
Mar, sulla mia galera che fugge in Oriente,
Al suon della mandòla, in faccia al dì nascente.
Alla più vaga donna ti inchinerai del mondo! .
I tre- amanti di Bella 211
Solo il vederne gli occhi ti rifarà giocondo;
E poi giunti al paese là delle eterne rose,
Ti sceglierai fra quelle giovanetto amorose,
Per viaggiar nei piaceri, qualche pietosa stella....
La mia, sappilo, è il sole.... è la contessa Bella! —
Tutto ciò in un minuto fu detto, e senza pure
Guardar l'altro nel viso, via per le strade oscure
Il cavai ier disparve.
XX.
Tutti abbiam nella vita
L'ora fatai che resta, come un negro stilita,
Sul nostro capo, immobile, finché andiara sottoterra;
L'ora in cui l'uom s'accorge ohe la pugnata guerra.
Le lagrime versate, le sciagure sofiFerte,
L'ostie fatte coi lembi del cuor, sull'are offerte
Del suo triste cammino per questa scabra valle,
Eran peso leggero alle sue scarne spalle,
Eran foglie di rosa. Da quell'ora (dehl amici
Di me non vi burlate perchè siete felici!
Essa vi attende al varco, è il fato universale,
Il lotto irrevocabile del sempiterno Male),
Da quell'ora il suo sguardo è confitto alla mota,
E la tomba è vicina.
Dimmi, pupilla immota,
Qual fu per te?... Fu l'ora che conoscesti l'Eva,
E ti impietrì una vipera che un angelo pareva.
278 FIABE E LEGGENDE
E qual per te, fanciulla languente come un'ava?
Fu l'ora in cui la povera tua madre agonizzava.
Qual per te, vecchio curvo come un tronco abbattuto?
L'ora che solo, attonito, coi mendichi caduto.
Come in sogno fra i passi dei cittadini errante,
Il primo oboi sentisti nella mano tremante.
E per te, è questa, o Steno I
XXI.
Egli è là steso al suolo.
Il manto ha già le pieghe del funebre lenzuolo,
La faccia ha già composta, quasi, alla pace eterna;
E negli occhi che immobili affisan la lucerna,
Palpitante di fievoli raggi e morente anch'essa
Sembra la arcana calma dell'infinito impressa.
Oh quel raggio di sole, perchè giunse in quel punto?
A quest'ora ei sarebbe un pallido defunto,
Obliante e obliato; sarebbe all'ombre sceso
Da men feroce strale in mezzo all'alma offeso!
Veder l'astro cadere dal suo cielo pudico,
Perder l'idolo, e perderlo per la man di un amico
Che lo strappa all'altare per gettarlo all'alcova!
Oh fu ignobile il gioco, fu d'inferno la prova.
Raggio dal ciel caduto quand'ei, forse presago,
Già avea l'impronte al collo dell'imprecato spago!
E or l'orribile morte pur gli ò presso, e noi vuole.
Come ad ebro sospinto in rapide carole.
I tre amanti di Bella 279
Tutto ohe ingombra il sordido peristilio traballa
Intorno a Steno, orribile famiglia macra e gialla.
Son gli stocchi ohe guizzano come in mano a ribelli,
Son gli arazzi ohe sembrano ali di pipistrelli;
Son le gonne vendute dalle Circi del ghetto
Ohe gli danzano in giro e gli sfiorano il petto;
Son le coltri, lasciate dalle tremule vecchie,
Ohe passano, gettandogli vaghe preci all'orecchie;
E in la cupa vertigine, fra le larve e il fetore
Delle casse di sego, allo scoccar dell'ore.
Oh meraviglia 1 è il marmo che si muove, è il macigno
Da cui sembra svanito il cinico sogghigno,
È il Fauno che si abbassa sulla testa di Steno,
E par dica: — per piangere, ora ho un compagno almeno I
XXII.
Dio ohe misura il vento all'agnello tosato
Perchè all'uom non misura, quando il verno è arrivato
De' suoi di tempestosi, le bufere del cuore?
Perchè, se su lo sterpo inaridisce il fiore,
L'amor non appassisce sotto i capelli bianchi?
Ah, piuttosto una serpe mi si configga ai fianchi
Che alloggiarvi il bell'angelo dei celestiali affanni.
Quando dal mio battesimo conterò sessant'annil
Cavalier di ventura cerca castol fatato;
Ed è triste ospitare in tugurio gelato
Chi fu avvezzo alle fiamme dell'ampio focolare.
280 FIABE E LEGGENDE
Sei vecchio, e chiedi amore, e ti ostini ad amare?
Sei vecchio, e dentro il pugno pur stringi il frutto sacro?
Vuoi che il prete ti trovi, all'ultimo lavacro,
Dell'odor della donna tutto olezzante ancora?
Più misero del gufo quando spunta l'aurora!
E il crin biondo del' giovane ohe te al buio rincaccia,
È la sua balda gioia che ti offusca la faccia.
Tu sprezzalo, dimentica, chiudi gli occhi, ti abbranca
Alla maga Illusione!... vestal sommessa e stanca.
Vegli una figlia d'Eva l'imbiancata ara tua....
E doman, dietro quella, tu scoprirai la sua!
XXIII.
Povero conte Alvaro!... ecco ei pensa la sera
(Era già ben lontana da lui la primavera
E la volubil ridda delle ore serene)
In cui scoprì la blanda fanciulla, e nelle vene
Gli rifluì l'antico nobil sangue, e gli parve
Rivedersi d'intorno dell'infanzia le larve,
E che fosse il baleno di un attimo passato
Dai lontani, beati dì che già aveva amato....
Ei passò fra i garzoni della fanciulla al fianco.
Poscia sentì il profumo del suo bel seno bianco.
Poscia baciò la cara paradisiaca faccia,
Poi l'ideai creatura si sentì nelle braccia;
Ma sempre, e nelle feste quando un altro venia
A invitarla alla danza e insieme a lei sparia;
I tre amanti di Bella 281
alla messa, se alzava dal sacro libro il volto,
E nell'aurata alcova quando, tra il crin disoiolto,
Vedea nel sonno immèrgersi la sua pupilla bruna,
Al ohiaror di una lampada mite come la luna;
Sempre, ovunque, all'orgoglio, alla dolcezza vaga
Del possesso invidiato e della voglia paga.
Nell'anima del vecchio mescevansi i pensieri
Surti come fantasimi, il primo dì, fra i ceri
Dellak chiesa auspicante alle sue nozze, quando,
Dopo i motti latini, il prete venerando
Avea detto al bell'angelo: "Voi beata tre volte,
fanciulla, cui Dio, in un sol uomo accolte
Le virtù riserbava di un padre e di uno sposo!...,,
Padre!... Padre!... il più augusto dei nomi al vanitoso
Vecchio suonò bestemmia e vituperio, e in core
Gli scoppiò, nodo orribile, lo spavento all'amore!...
Or quel prete è sepolto sotto le zolle mute,
E il conte Alvaro, a prezzo dell'eterna salute.
Vede, ancor più beffarda, la sua disciolta creta,
E vorrebbe coll'ossa dell'infausto profeta
Parsi una clava e correre per il mondo con quella.
Inzuppata nel sangue della contessa Bella!
XXIV.
Dimmi, santa memoria del mio più dolce amore,
Dirami come a Lionello battea frattanto il core!
Solo colla sua gondola, tacito, palpitante.
Attendeva nell'ombra la sospirata amante....
282 FIABE E LEGGENDE
minuti divini di speranza e dubbiezza,
Non vi valgono quelli della seoura ebbrezza,
Come non vince il sole nel meriggio possente
Il mite oro onde l'alba inghirlanda l'oriente!
Attendeva nell'ombra, presso la riva, a pochi
Passi dal gran palazzo di Don Diego. I fochi
N'erano spenti; solo da una rossa cortina
Un barlume che andava e venia, peregrina
Paoella, certamente in mano alla contessa.
S'apre una porticina.... alcun ne scende, è dessa.
Un baleno, ed ei l'ebbe nelle braccia.
— Se t'amo!
— Angiol mio!... come fredda....
— Non è nulla, fuggiamo !
— Perchè tremi?...
— Scoperti.... ah! è già tardi! —
E svenuta
Rotolò dentro il felze.
Or Lionello, t'aiuta!
Tre gondolier stemmati guidano alla vendetta
L'uom tradito.... t'ingolfa dove l'acqua è più stretta,
Vola, devia, ti perdi nei laberinti oscuri,
Cerca aiuto alle mille convessità dei muri.
Alle volte dei ponti, ai trabaccoli vuoti:
Ohe il nemico non senta ove il remo percoti,
B, ora a destra, ora a manca, come guizzo di lampo,
Lo abbarbaglia!...
Sventura!... non più speme di scampo!
I tre amanti di Bella 283
XXV.
Un grido acuto, lungo, angoscioso, la oscura
Squarciò calma notturna. Di livida paura
Ansimante, l'Ebreo, signor di quel palazzo
Da cui la mia leggenda prese il suo folle andazzo,
Si gettò dalle coltri e lanoiossi al verone.
In quel punto una gondola costeggiava il portone.
E il grido non finiva: — Steno 1 Steno!... fratello 1 —
Ritti in fronte i oapegli, allor l'Ebreo, zimbello
Spesso dei sogni, vide uscir sulla scalea
Uno spetro.
La luna sul suo viso splendea
E splendea sulla gondola.
Il remator gli porse
La man; la sua lo spetro atterrito ritorse.
(— Se lo spetro ha paura, gli è che l'altro è Satà no.
Pensò l'Ebreo.)
Quand'eoco sull'acqua e non lontano
Una face, e un sommesso vociar di gondolieri.
I due sotto il verone, fantasmi cupi e neri,
S'eran stretti a colloquio.
A un tratto, quello uscito
Dal palazzo, come abbia terribil cosa udito,
Si slancia nella immobile gondola, afferra il remo
E, col ringhio di un veltro cui tocchi il colpo estremo,
Lo sospinge....
È sparita.
284 FIABE E LEGGENDE
XXVI.
Lionello è solo. Il conte
L'ode, rivolta all'atrio del palazzo la fronte,
Dir con voce secura e gentil : — Donna Bella,
Volger piacciavi a manca; salite, e la mia cella
Troverete dischiusa. Io vi raggiungo tosto. —
Non fini; che Don Diego, con uno sbalzo, accosto
Gli si era piantato. L'altro ha snudato il ferro,
E sta innanzi alla porta come un tronco di cerro.
Orribile minuto!
Quel vecchio dalle braccia
Conserte al petto, immobile e taciturno, in faccia
Non ha pinta la rabbia, non ha pinto il terrore,
Ma un alto, inenarrabile, sterminato dolore.
Non trema, ma i suoi labri dalla febbre riarsi
Somigliano a due belve che anelino a sbranarsi.
Ha stretti i pugni e stillano sangue. Oh pietà ! Gli spunta
Dalle ciglia una lagrima, e sul giovin le appunta.
— Dio del ciel 1 Come bello, come è giovane e bello 1 —
Ciò non disse, pensò; poi proruppe:
— Lionello,
Per la tua madre morta, per l'orror dell'inferno,
Per l'angelo custode che ti amica l'Eterno,
Giurami che fu un filtro che te la die in balia.
Che un maleficio ha vinto la creatura mia.
Ch'ella è innocente....
7 tre amanti di Bella 285
— Conte, rispose il giovinetto,
Non conobbi mia madre, l'inferno ho in gran dispetto.
Né posseggo, ch'io sappia, amici in paradiso.
Da onesto cavaliere la contessa ho conquiso,
E or vi prego osservare che m'ho un ferro snudato,
Ohe il mio custode è questo, e che al rezzo gelato
Potrebbe irrugginire. Ciò mi dorrìa da senno. —
I gondolier stemmati partono a un muto cenno,
E già nell'aria tacita sfavilla un altro brando.
XXVII.
Or tutto da quei petti, fuorché il furore, è in bando,
— Ferro e inferno I cotesta, e quest'altra ripara!
— Dalla man di un vegliardo tu a darle meglio impara 1 -
E non son più due spade, son due lampi ohe guizzano ;
Or volano, or s'abbassano, or rotano, or si drizzano,
Or si arrestan di im tratto....
Allor potevi udire
I fiati ansanti, e credere che a sceglier chi colpire
L'invisibile Fato fosse in mezzo, indeciso.
— Tu fai sangue....
— Tu mentii
— Già la morte hai sul viso 1
— Vecchio, son gioia e amore, e a te sembran la morte? -
Non avesse proferta l'ingiuriai
Come sorte
II boato che annuncia la rabbia del vulcano,
286 FIABE E LEGGENDE
Dalle fauci del conte un urlo usci....
Di mano
Sfugge il ferro a Lionello ohe china il capo e cade
Pur, mentre il sonno eterno freddamente lo invade,
Non lo lascia la balda fierezza indifferente.
— Fu un bellissimo colpo, messer, dice il morente;
Se non fossi obbligato a partir, giuro a Dio 1
Ohe darei mille scudi per impararlo anch'io. —
Poi con voce più fioca, riprese:
— Alla malora I
Facciamo un po' di bene, almen nell'ultima ora....
Don Diego.... non cercate madonna in questa casa....
Quando mi raggiungeste.... ella era già evasa....
Buona notte.... alcun soffia davver sull'alma mia....
Non temete per Bella.... è in buona compagnia. —
Così morì Lionello, cavalier ferrarese.
XXVIII.
Quelle estreme parole non le ha don Diego intese?
credere non vuole che Dio possa far tanto
Per strappar dalle viscere di un uom l'ultimo pianto ?
Perchè nell'atrio oscuro s'inoltra, e brancicando
Per l'ingombro cammino colla punta del brando,
Al livido barlume dell'imminente aurora,
Attonito, atterrito, l'aula squallida esplora?
Un'arcana potenza lo strascina; il suo passo
I tre amanti di Bella 287
L'eoo fievole sembra invitar; fra l'ammasso
Lutulento s'innalzano, come in sogno, figure
Ohe gli fan cenno, e sfumano. Egli vacilla, eppure
Retroceder non vuole; non può, forse!
Repente
Gli appare il Fauno.
Orrore !
Gli si schiara la mente,
Riconosce il palazzo dove Bella ha incontrato
E chiesta al padre.
E questo il portico incantato
Per cui passò, premendo il suo braccio di neve.
Braccio di fata, ahi lasso ! di una piuma men greve....
Scorser due lustri appena, ed era l'ora istessal
Come splendean le facii Con che fronte dimessa
Qual per pudore inconscio, accanto alla sfacciata
Nudità di quel Fauno era colei passata 1...
Quel Fauno 1...
Ah ! fuggi, fuggi, misero conte Alvaro I
A sollevar le nubi del tuo passato amaro
Non sei solo qui dentro.... fuggi.... un mister qui regna..,.
Di tremuli vapori l'aria fosca si impregna....
Par profumi l'ambrosia 1
Miracolo I
Ohe avvenne?
La leggenda s'arresta a un segreto solenne:
Oome cadder dall'alto di San Marco sei ore,
Il palazzo fu scosso da un immenso fragore.
288 FIABE E LEGGENDE
XX [X.
La marina rifulge simile a terso argento;
Non un fiocco di nube, non un filo di vento;
L'alcion che coll'ali sferza l'acque tranquille
Le increspa e, alzando il volo, vi fa cader scintille.
Libellule e farfalle i fiori hanno lasciati
E, attratte dalla calma, i deboli meati
Gimentan per vedere negli azzurri cammini
Rotear gaiamente la danza dei delfini....
Empie un alto riposo l'Universo ferace,
Tutto il ciel dice: Amore! tutto il mar dice: Pace!
XXX.
Poiché il lido è scomparso, poiché nulla ne appare,
Steno lascia alla forcola il remo.
Il cielo e il mare
E il fatale amor suol
Tutto il resto è caduto.
Bella è là dentro, ignara dello scambio avvenuto;
Tanto terror la prese che ancor non mosse accento.
Il giovinetto trema come una foglia al vento,
E, ofi'rendo in olocausto l'anima al suo buon santo,
Ratteneudo il respiro e rattenendo il pianto,
1 tre amanti di Bella 289
Quasi aprisse la porta di una chiesa, la porta
Del felze schiude.
Immobile, bianca come una morta,
Bella a lungo lo fisa, poi guarda intorno.... solai
Indietreggia, fa un cenno, ma al labro la parola
Le si gela, e qual vinta da un affanno deliro,
Si scopre il viso e cade.
Non han pure un sospiro
I malor sterminati.
In ginocchio, con voce
Che sembra uscir da un tumulo, e colle mani in croce,
Cosi favella il misero:
— Madonna.... non temete
Se a voi davanti un povero sconosciuto vedete....
Fu Lionel, per salvarvi, che m'affidò quel remo....
0, forse. Iddio! —
La dama, con uno sforzo estremo,
Solleva il capo e volge gli occhi sullo straniero
Che segue:
— Perdonatemi.... fui troppo ardito, è vero.
Ma era grande il pericolo.... e poi.... benché la morte
Già mi fosse vicina, sentìa che il braccio forte
Abbastanza per trarvi in salvamento avrei....
I più felici istanti vissi dei giorni miei;
Or Lionello certo non tarderà a venire
Col legno.... e partirete.... ora posso morire.... —
No, non è inganno: a Steno già già sfugge la vita,
E la contessa Bella, trepida, impietosita,
Come attratta da un fascino dolce e misterioso
Gli solleva il bel crine che quasi ha il volto ascoso,
E. Praga. Poesie. 19
290 FIABE E LEGGENDE
E,
— Vi conosco! esclama; giovinetto, quel nastro
Ch'io perdetti alla messa, l'anno scorso.... —
Se un astrc
Posse disceso sotto le pupille di Steno
Dippiù non brillerebbero; ma l'ansia del suo seno
Or si è fatta terribile.
— Fu raccolto da voi,
E da lontano sempre mi seguiste dippoi....
Perchè? —
Due grosse lagrime fur la risposta.
XXXI.
Ignorc
Ciò che farebbe quella eh' io senza speme adoro.
Ove per l'amor sao me trapassar vedesse.
Non avrei meraviglia s'ella fra sé ridesse 1
Molte ridere ho viste, mentre, in fondo all'oblio,
V'eran anime umane maledicenti Iddio,
E pugni che cercavano la pistola o il pugnale....
Ma digredisco ancora, e in questo punto è male.
XXXII.
Che vide allor l'ascoso occhio dell'Infinito?
Piansero i cherubini, su in ciel, mostrando a dito
Quella barca perduta sul lontano emisfero,
Piooiola tanto eppure contenente un mistero
I tre amanti di Bilia 291
Più di una culla dolce, più buio di un avQllo?...
ISolo forse nell'aria qualche migrante augello
Tentò un trillo di gioia, quando quelle due teste,
In così immensa calma gravide di tempeste,
Mirò l'una ver l'altra chinarsi, e l'occhio ardente
Cercar l'occhio di aJBfanno e di languor fulgente;
E già stese le braccia, ed avida una bocca
Del contatto supremo da cui l'amor trabocca.
Pender da un'altra attratta dallo stesso desio I...
Misererei...- al poeta non concesso è l'oblio....
Come offusca lo specchio di un bambolo il respiro,
Come sfoglia la rosa un placido zeffiro,
Così l'ora, il minuto, l'attimo sciagurato
Può nel cor che pel Bello e per il Giusto ò nato
Avvelenar la santa semenza del futuro 1...
Quanti corron baleni dalla luce allo scuro?
Povero Steno 1... è dessa, la blanda incantatrice.
Quella che seguì estatico da un anno, ed è infelice
Come lo fosti, e è tua!...
Vedi se la Sventura,
Questa provvida Erinne ohe per il ciel ci appura.
Non affratella; vedi se non è premio il fine
Di chi lieto sul cranio si conficcò le spine;
Vedi, sol due parole, sol due lagrime, e tutto
Che di smanie ti pesa sull'anima e di lutto
Si svelò nel fatidico animo femminile!...
È ben dessa, la donna sopra tutte gentile^
È ben dessa, o poeta....
Ma quel vecchio ti disse
Come occulta ai convegni di uno stranier venisse;
292 FIABE E LEGGENtìS
È la contessa Alvaro, ma sotto al suo balcone,
Hai sentito alitare la tenera canzone;
È ridol tuo, ma ruggono ancor nel tuo cervello
Le sonore risate del povero Lionello!...
XXXIII.
Oh sì beati i morti che bevon le rugiade....
Chi saprà dir se in mare ei si getta o vi cade?
XXXIV.
Il mare è generoso come ogni cosa grande:
Ama tanto la terra che gonfio in lei si espande;
Della rondin che porta dall'uno all'altro lido
Le querule speranze e la pietà del nido
L'ali cogli infallibili aliti suoi distende;
Ciò che cade disprezza il mar che all'alto tende:
Quando l'albero è infranto e sommersa è la stiva,
Li rifiuta e, sdegnoso, li rimanda alla riva;
E vi getta le perle e le conchiglie, e, chino
Come sul formidabile specchio del suo destino,
L' uom su quel glauco abisso, non sa, triste ed anelo.
S'esso mai non racchiuda più misteri ohe il cielo.
E il mar conosce l'uomo più che l'uom noi conosca
Ond'è ohe dal profondo della sua valle fosca
È risospinto il naufrago alla luce del sole.
J tre amanti di Bella 293
XXXV.
— Troppo tardi! —
Di Steno fur l'ultime parole.
E sparì.
Mie signore dalla cera stravolta
Perchè, mai non avendo che un amante alla volta,
Già m'aspettate al varco per gridar: "l'eroina
Pino a qui perdonabile or del tutto rovina,
Ghè fra Steno e Lionello si appiglia all'uno e all'altro „
V'ingannate, signore; la Dio mercè son scaltro,
Né saprete che avvenne nel cor di Bella Alvaro.
Sol vi dirò ohe quando il freddo corpo ignaro
A fior d'acqua riapparve, sulla faccia spetrale
Del morente poeta cadde un bacio....
XXXVI.
Fatale
Notte! notte di incanti e meraviglie!
Un grido
Sommesso, dai canali più spopolati al lido,
Corre di bocca in bocca nella folla atterrita.
Fu trovato Don Diego disteso e senza vita
Sotto un Fauno di marmo dalla base travolto!
I pescator di Ghioggia, collo stupor sul volto,
Han portato im cadavere che gettò la marea.
294 FIABE E LEGGENDE
E mirabile a dirsi 1 quel morto sorrideal
E sulla spiaggia è un premersi di mozzi e di nocchieri,
Dai berretti turchini e dai oapuoci neri,
Che non san per qual strana avventura di mare
Una gondola errante sull'orizzonte appare.
E cosi ben si aggruppano le sussurranti torme
E v'è tanta dovizia di colori e di forme,
Da inebriar di gioja l'anima di un artista.
A mezzodì la gondola si perdette di vista.
PAESAGGI.
A Carlo Mancini.
Era un parco antico e squallido
Da molt'anni abbandonato;
Desolato
Come un campo di battaglia,
Pien di nidi, e rami e zolle.
Come un colle — orientai.
Querce ed olmi e abeti e frassini,
In ferace abbracciamento,
Sotto il vento,
Paesaggi 295
Si movean come un sol albero;
E alle nubi, augusta e folta,
L'ampia volta — era guancial.
E, disotto, eran rigagnoli
Zampillanti in vaghi suoni
Pei burroni;
E, con gesti da cadaveri,
Tronchi fraoidi riversi,
E cospersi — d'alghe e fior.
Eran templi d'erba e d'ellera,
Gallerie di clematiti,
Foschi siti;
Trasparenze glauche ed umide,
D'ombre tremule rabeschi,
Toni freschi — e toni d'or.
Compagnie di strani Fauni,
Su marmorei piedestalli,
Scabri e gialli,
I sentier ne sorvegliavano,
E specchiavansi agli stagni;
Mentre i ragni — erranti ordir,
Fra quei menti aguzzi e lepidi.
Si vedean le argentee reti;
E, faceti.
Gli augelletti si posavano
Su quei pugni irsuti ed alti,
A far salti — ed a garrir.
296 FIAiJE E LEGGENDE
Ai meriggi, alto silenzio
Incumbea sulla riviera;
Se non era
Il cader di un frutto fraoido
Che facea, nell'acqua immota,
Una nota — e nulla più.
I tramonti vi eran tragici;
Ombre orrende, inoendii immani!
Draghi o nani
Somigliavano gli arbuscoli,
E i grandi alberi giganti
Inneggianti — a Belzebù.
II viator ohe, a notte, rapido
Presso il parco transitava.
Palpitava;
Si sentia sul viso battere
Come scosse l'aure dense
Da ali immense — di sparvier.
Né fanciul di nidi in caccia,
Né pastor, nò mendicante,
Né brigante.
Né giamiùai di amanti coppia
(Tanti spetri vi eran corsi 1)
Osò porsi — in quei sentier
Paesaggi 297
IL
L'uom se ne va senza indagar l'arcano;
Giunto alla meta, al termine ^bborrito,
Al dì ohe tutto strugge,
Si accorge di aver stretto nella mano
Un po' d'aria che sfugge.
Egli, o s'illuda alle apparenze incerte,
preghi, ignaro del Nume, o allibito
Sghignazzi in faccia al cielo,
del Real dorma sul seno inerte.
Vive e muore in un velo.
I suoi piacer sanno di tosco, i mali
Gli aizzan l'alma ai giubili vietati
Ohe presente e non trova:
E dalla culla all'avel (due guanciali!)
Ciò che sempre s'innova.
Carlo, ne san più assai gli immensi boschi
Sovra cui sono i secoli passati;
Dove, immobile e chino,
Al suon dei rami palpitanti e foschi.
Meditava il bramino.
Di certezze più ricca è la brughiera
Che, a dispetto dei geli, eterna il fiore
Del luppolo e del timo;
298 FIABE E LEGGENDE
Sa dove porta la regal riviera
Le sue pietre e il suo limo.
Pane immortale, fra le biade, irride,
Coi suoi cori di Fauni, al mietitore ;
Lo stagno, a cento a cento.
Cader dal fiero campani! rivide
Le crocette d'argento.
E la montagna ohe si specchia al lago
Vince in gloria la Venere di Milo;
Prima che il greco artista
Sfidasse il sol colla divina imago.
Di quel masso alla vista.
Ohe stendea lungo il limpido orizzonte,
Sotto il raggio lunar, l'ermo profilo.
Qualche pastor poeta
Fermò la greggia e, colla gioia in fronte,
Disse: — È costì la meta! —
Sì, ciò che l'uom calpesta e per cui passa
Senza tender l'orecchio e alzar le ciglia,
Ciò con cui io favello
Pel tramite dei versi, e in tre trapassa
Pel veggente pennello,
Carlo, è un tesoro ohe ci ha dato Iddio
Come ci die gli amici e la famigliai...
Oh! dimmi, quante volte
Ha le tue fedi un blando nuvolio
Nelle sue spire avvolte!
Paesaggi 299
Dimmi ohe cosa sa narrar la terra
Dissepellita dall'aratro appena,
Quanti avvisi divini
La primavera dal suo sen disserra....
Dimmi i cenni marini I
Spesso io mi curvo al tripode profondo,
Atomo qual mi sono; e l'alma scena
M'agita e mi sublima;
E mi inabisso nei mister del mondo
Per risalirne in cimai
Un dì (lontano come i di felici)
Per ima landa erravo ove tu avresti
Una tela eternata;
E pensavo a mia madre ed agli amici,
E alla patria lasciata.
Trovai quel parco. In mezzo era un castello ;
Di fulgori splendean biechi e funesti.
Pel tramonto, i suoi vetri.
Là stetti e appresi ciò che fosse quello
Ch'altri chiamava: spetri.
III.
Lungo il viale,
Per i viottoli,
Nelle sale,
In mezzo ai portici,
Dalla freccia
SOO FIABE E LEGGENDE
Delle aguglie
Pino all'ultima
Corteccia,
Dove intreccia
La sua feccia
Il ramingo
Scarafaggio,
Perchè un raggio
Dell'albor
Vi dipinga
Perle ed or;
Nelle ogive
Ohe si abbracciano
Più lascive
Delle Najadi;
Nelle grotte
Che somigliano,
Quando è squallida
La notte,
A una botte
Dove, a frotte,
Istrioni
Con megere
Vanno a bere;
Sul manier.
Nel vallone
Torvo e ner;
Per le vaghe
Latitudini,
i^aesaggi 801
Per le plaghe
Che si incurvano,
Trasparenti,
Sulle oerule
Zone roride
Fuggenti,
Dove i venti,
Caldi e lenti,
Van dicendo
Alla rugiada
(Che non cada
Pria del dì).
La leggenda
Delle Uri;
Dappertutto,
In terra e in aria,
L'alto lutto
Ed il silenzio, *
Le movenze
Spaventevoli
E le magiche
Apparenze,
Son parvenze,
Son coscienze,
Son memorie
Palpitanti,
Favellanti
In amistÃ
Della storia
D'altre età l
302 FIABE E LEGGENDE
IV.
Vedi la selva delle querele estatiche
Drizzar nel buio le braccia ritorte,
Funebre asilo di civette e d'upupe
In vago sonno assorte?
Le diresti Titani, a cui l'olimpica
Ira inchiodava i pie possenti al suolo,
Da mill'anni seguenti delle nuvole
E invidianti il volo.
Sai perchè si lontano i rami allungano
Dal poderoso tronco?... Un dì, la plebe
Ohe le giovani piante errar vedevano
Per le feraci glebe,
Intéìita ai riti della bionda Cerere,
Balzò alla picca, alla corazza, al brando,
E si accalcò dinanzi a un frate pallido
Ohe proclamava un bando.
Poi, fu un urlo terribile; e partirono.
Le alte cime mirar nel polverìo
Quei mille e mUle all'oriente perdersi,
Cantando preci a Dio.
Non più brillar di falci in mezzo all'alighe
Né vociar di bifolchi, e comitive
Tornanti a sera con a spalle i pargoli;
Non più donne giulive,
Paesaggi 303
Inghirlandate di spiohe e di mammole!...
Sol qualche vecchio errante, all'imbrunire,
Sovra cui la tristezza, colle tenebre,
Lenta, parea salire.
Muto il castello, deserto il tugurio I
Si sentìa che la vita in altra terra
Battea, che tutte avea rapite l'anime
Quella lontana guerra.
E fu allor ohe alle querele malinconica
Si fé la balda gioventù ferace:
Però pensar ohe, dopo qualche secolo,
Dovea tornar la pace;
Ohe popolata rivedrian di mandrie
La valle, e ohe il meriggio alla frescura
Ricondurrebbe delle ombrie balsamiche
Una gente futura.
Ed assorte in pensier di spaventevoli
Golpi di scimitarre e catapulte.
In mezzo all'alta noia ed al misterio
Delle campagne inculte,
Intrecciarono i rami, e avvilupparono
Fronde a fronde, in feroci atteggiamenti;
E, contesti di vòlte e d'archi, eressero
Mistici monumenti;
Onde il venturo mandrian, destandosi
Là sotto, — " Ecco, dicesse alle sue donne.
Ohe fér le querele mentre i miei bisavoli
Pugnavano a Sionne „. —
304 FIABE E LEGGENDE
I salici piangenti hanno attitudini
Di prèfiche commosse:
Sembran sudarii per raccoglier lagrime
Le sottoposte fosse.
E, come vive, le cime si cullano
Sotto il molle zeffiro;
Né sai se il suono ohe nell'aria espandono
Sia rantolo o sospiro.
Ondeggiamenti di blande Nereidi,
Gesti da cortigiane,
Inchini di Elfi, o di chi al suol prosternasi
Per un tozzo di pane.
Neghi a quei rami un sentimento, un'anima,
Ohi non nacque poeta!
Quegli non oda il sovrumano eloquio
Della natura queta;
Sia sordo alla eloquenza inenarrabile
Del grande Essere ignoto;
Non scorga il filo arcano, incomprensibile,
Ohe lega l'aria al loto!
Quegli, al tramonto, quando il cielo è incendio,
E van le avemarie.
Da campanile a campanil, dicendosi:
"Siam dell'alme le spie!,,.
Paesaggi 305
Quando la valle si ingombra di nebbia
E di vaghi colori
Ed una mesta voluttà ineffabile
Assalta i nostri cuori;
E ti senti immortai, pensando al celere
Riapparire del sole;
E, se pur fosti ooll'amica, inutili
Ti sarian le parole;
Quando dall'Universo assorto è l'atomo,
Quegli sbadigli, o vada
Davanti a sé, segugio inconsapevole,
Per una ignota stradai
Ohi pel ciel che splendea colle miriadi
Delle vaganti stelle;
Pei campi a cui davan bagliori e screzii
Luexìiole e coccinelle;
Giuro che a me quei desolati salici
Dipinsero l'istoriai...
Cosi potessi la vision terribile
Gassar dalla memoria 1
Erano, in mezzo al tenebror diafano,
Spalle in catene attorte,
E lunghe braccia ohe parean difendersi
BVa la vita e la morte.
Contorcimenti di dannati, impavide
Pose da gladiatore;...
Quei tozzi tronchi di rabbia fremevano,
E fremevan d'amore.
E. Praga. Poesie. 20
306 FIABE E LEGGENDE
Nodosità , curve, punte, sembravano
Cercar vendetta a Dio;
Mentre, al raggio lunar, le bianche fòglie
Bisbigliavano : oblìo !...
La Musa mi fé' mago. Allor dai salici
Usci questa parola,
Ch'era lamento e ohe parca bestemmia:
" Ci ha piantati Loyolal „.
VI.
Più in su della nebbia.
Più in su della torre.
Nei campi che l'aquila
Superba trascorre,
Ergeva il fantastico
Suo ciuffo un abete,
Possibile pania
Di incerte comete.
Immobile, olimpico.
Nell'aria gelata.
Diceva agli arbuscoli
Dell'ima vallata.
Specchiando il pinocchio
Nel placido stagno:
"Per questi viottoli
Passò Carlo Magno,,.
Paesaggi 307
VII.
Il castello, immobil macchia,
Cosa informe e minacciosa,
Trafiggea co' suoi pinaooli
L'ampia bruma nebulosa;
Dalle gotiche — compagini
Piante esotiche — a cui garba
Por sui muri un po' di barba,
Scomponean lo stil corretto
Di un pregievole architetto.
E lontan, lontano, all'ultimo
Pil di cielo, un guizzo strano
Segnalava, incerto e rapido.
Qualche nomade uragano.
Le finestre illuminayansi,
Argentavansi — le mura;
Poi, nell'aria opaca e oscura.
Riappariva ancor più tetro
Il Castel, come uno spetro.
Da sospir, da supplichevoli
Gridi invasi erano i campi;
Porse arcane metamòrfosi
Accadean sotto quei lampi....
Larve pallide — sfuggevoli
Per le squallide — vallèe
308 FIABE E LEGGENDE
Parean Strigi, o parean Dee;
Al mio pie, filando bava;
Una biscia etrisciava.
Le ninfèe si arrovesciavano
Come vergini tentate;
Un ronzio d'ali invisibili
Le avea certo ridestate.
Di languore, di bisbiglio.
Di scompiglio — ebro, pagano,
Si copria l'immenso piano....
Era un coro a voci uguali,
E cantavano "Sponsali,,.
Vili.
I fior che nascon tardi e a cui par che la luna
L'acre olezzo regali, già per l'aiuola bruna
Cominciano a brillare, come un altro corteggio
Di stelle. E, in mezzo ad essi, venirsene a passeggio
Ecco la castellana col suo vago paggetto.
Tutto è d'oro lo strascico, è d'argento il corsetto;
È neve il dolce viso che il fanciul signoreggia.
Certo è un sogno d'amore ch'ella fra sé vagheggia,
Carezzando, lasciva, que' suoi capelli biondi!
Egli, con un ceruleo sguardo, par che la inondi
Di dolcezza infinita....
Cosi, mentre il barone
Paesaggi 309
Russa, pensando ai fasti di qualche vecchio arcione,
L'ideai coppia passa.
L'allodola la mira,
E, dal ramo ospitale, di voluttà sospira.
IX.
L'aurora! E già i frassini,
Comari verbose,
L'albor commentavano
Con stridule chiose;
Poi, punto d'invidia.
Scrosciava il querciuolo....
Già tutta, in un solo
Superbo monologo,
La selva stormi!
Gli augelli si destano
Cantando alleluia,
Le vette si indorano.
La valle è men buia;
Lontani comignoli
La nebbia disvela,
Comincia a far vela,
Nel tremulo spazio,
La nave del dì!
310 FIABE E LEGGENDE
Carlo, e mentre si aprian tarlate imposte
Di cascinali, ed apparian d'un tratto
Camicie bianche alle finestre nere,
B, nella brina, per sentieri ignoti,
Già cigolava qualche vigil carro
Da cui, forse dicendo una preghiera.
Guardava il parco leggendario un pio
Beneditor di solchi, uscì da un cespo
Di tuberosi, interprete io suppongo
Di quel verde mister che mi invaghiva.
Questo motto gentil:
"Tu ci hai compresi!,,.
TRASPARENZE.
ALLA MUSA.
Era l'eBtate e l'alba — un'alba pura
Di amaranto, di viola e di carmino —
Parean soli olezzar nella natura
La viola e il gelsomino.
Dissi alla Musa: — Usciamo, andiam nei prati!
Di illusioni abbellirà la strada
II ronzio degli insetti spensierati
Che imperla la rugiada.
La abbellirà la placida melode
Ohe è il benvenuto della terra al sole,
Fruscio di selve, mormorio di prode.
Mirifiche parole 1
314 TRASPARENZE
Ma tu più bella d'ogni Bello, o Diva,
La abbellirai cantando 1 — Andiara nei prati. —
E intorno a noi si susurri: "....giuliva
Coppia di innamorati!,,
Dehl resta, resta, o santa Musa, il mio
Immacolato amori l'ultimo.... eterno,
Se un inganno non è l'occhio di Dio
Ohe nelle tombe io scerno.
Siam da tempo compagni! e fu la bella
Allegria dei fanciulli il nostro invito:
Fu certo un cenno della mia sorella
Ohe di me ti ha invaghito,
un sospir di mia madre! — Ero un intruso
Di cui dioean "morrà presto,,, ero un bimbo
Pallido e biondo e tutto in so racchiuso,
Quasi agognante al limbo;
Un'arpa eolia a cui l'aura mancava!...
Musa, a mia madre tu ti festi ancella,
Mi apparisti nei dolci occhi dell'ava
E della mia sorella....
E fui poeta. — Un povero poeta
Di te indegno, o divina: un sognatore
Oui mancar l'ali alla celeste meta.
Ma non mancò l'amore!
Alla Musa 316
*«
Quanti sogni, quante favole,
Che follie, ohe visioni,
Non scandemmo, o Musa, al facile
Rimeggiar delle canzoni!
Si cantò la luna, il pallido
Astro immerso nel mistero,
Si cantò d'amor, di gloria,
E l'aprile e il cimitero.
Color bruni e color ceruli.
Pianti, inganni e dubbio e speme-
Quanti sogni, quant(3 favole
Non cantammo, o Musa, insieme!
Mi credetti il santo apostolo.
Il Veggente, a quindici anni.
Delirando nel tripudio,
Delirando negli affanni.
Ohi quei d\l... quand'era un subito
Apparir di giovinetta.
Nel mio cor — tempesta candida -
Il baleno e la saettai
Quando inconscio, ardente, fulgido
Come i cherubi felici.
Tutto il cielo eran le vergini.
Tutto il mondo eran gli amici 1
316 TKASPARENZE
Corse ai monti e sull'Ocèano,
Fantasie di pellegrino,
Abbandoni, ebbrezze, incurie
Della vita e del destino 1
memorie I... beatitudini
Oome nuvole svanite 1
miei fiori in preda al turbine,
mie ninfe incanutite I
Tu lo sai, Musa, nell'estasi
Quanto visse il mio pensiero,
Delirando in mezzo ai pampini,
Delirando in cimitero l
Ma orescea nell'ombra, il demone.
Il gemello inesorato....
Innocenza, fede.... — un tumulo
E un'epigrafe: — Passatoi —
Disperammo, oh cosa orribile!
Giovinetti ancora e buoni.
L'empietà sposando al facile
Rimeggiar delle canzoni.
Assai più ohe nella crapula
Non sian tristi i baci e il riso,
1 miei versi al fango attinsero
Ciò che niega il paradiso.
Pur fra i rovi, in mezzo ai triboli,
Oggi Satana, domani
Alla Musa 317
In ginocchio nella polvere
Implorando a giunte mani;
Or frenetico di orgoglio,
Or gemente e vergognoso,
Come un uom ohe in una reggia
Porti un abito cencioso;
Né in quei dì ohe al voi fantastico
Del novissimo poeta,
Che apparìa nel oiel d'Italia
Come pallida cometa.
La rugiada dell'encomio
Pu profusa al mio passaggio,
E stupii, povera lampada.
D'esser vista e d'esser raggio;
Né quel di che un primo fischio
Mi trafisse a parte a parte,
Per scoprirmi all'occhio attonito
Le voragini dell'Arte;
Musa altera — oh! dillo all'anima
Ansie ancor del mio destino,
E susurralo all'orecchio
Del mio pallido bambino —
Non un verso a Bruto o a Cesare,
Non un sol gettato ai venti
In cui freme e rugge e turbina
La bufera degli eventi 1
318 TRASPARENZE
Non un solo all'empia Satira,
Alla livida Ironia....
Diedi il braccio alla mia patria,
Le negai la poesia.
Beli ragli altri 1 — Io, mia Vergine,
Io ti amai ben d'altri amorii
Dappertutto dove nuvole
Van pel cielo o spuntan fiori.
Dappertutto dove un atomo
L'universo mi palesa,
Dove un astro od una lucciola
Mi rivelano la chiesa.
Dappertutto, o bionda Vergine,
mia santa, o Musa mia.
Fosti il culto e la vertìgine.
Gaudio, amor, malinconia,
Di cui fatto ho il reliquario
Che ognun dee comporsi in terra. —
Poche perle vi sfavillano,
Molte lagrime rinserra.... —
L'uom noi curi o lo ripudiì;
Non mi cale.... — è l'umil fiore
Che, borsel dell'elemosina,
Porrò a' pie del Creatore.
Alla Musa 319
E or già comincia ad esser bianco il crine,
E più spessa sul core
Cade la neve.... — Svaniron le larve,
Il sogno sparve.
Quante stoltezze in questa vita grama,
Quanto, quanto dolorel
E come tutto è fumo, e la mestizia
E la letiziai
Candida, tu, consolatrice e il biondo
Crin d'un fanciullo al mondo
Restate a me; la sorella e la madre
Son lungi — e lungi è il padre 1
Pur versi il soffio creatore a questo
Ingegno infermo.
Angelo tutelar di e notte chino
Sul mio destino 1
Tu ancor mi adduci, solitario e mesto.
Alla chiesetta, all'ermo
Del colle, alle fontane, ai boschi queti.
Sacri ai poeti.
Mi affacci ancora ai burroni sognanti
Elfi, gnomi e giganti;
320 TEASPAEENZE
Mi insegni il blando linguaggio dei fiori
E i miti dei colori.
Leghi il mio spirto al carro di Boote
Con sottil filo d'oro;
Mi fai pensoso davanti allo stagno,
Immobil lagno!
Tutto ohe in terra fulge o soffre od ama,
Nell'onta o nel decoro,
Tu mi assimili, o Musa, e me ne fai
E ditirambi e lai!
Amo, per Te, la bellezza gentile
Del sesso femminile:
Amo, per Te, la pulce insidiosa,
E il mosoherin ohe su un verso si posa.
Amo la casa mia, penso al deserto, —
All'oasi ed ai ghiacciai.... —
Oh! come fumo è tutte, e la letizia,
E la mestizia II...
Candida, tu, consolatrice, e il biondo
Crin d'un fanciullo, al mondo
Restate a me.... — La sorella e la madre
Son lungi — e lungi è il padre I
Dicembre 1873.
Il bruco 321
II.
IL BRUCO
(Versi scritti in giardino.)
Alla contessa Ermellina Dandolo.
Mi parve una farfalla, ed era un bruco. —
Movea sul tavolo
Coli* incesso di un bimbo o di un bisavolo;
Zoppicava, aleggiava,
Certo in cerca di un buco.
Sul foglio sparso di versi neonati. —
Rideano i giorni in cui sboccia il sambuco,
E vanno i grilli a spasso.
La sempiterna Venere
Rigonfiava d'amor le foglie tenere,
E il giardino olezzava,
E le mandre belavano nei prati. —
— Che avventura fatai, dimmi, animuocia, —
Dal tuo pertugio
Qui ti ha sospinta ad implorar rifugio?
Porse un ciottol franato,
una caduta buccia,
il piò dell'uom che inconsciamente cruccia
E. PRA.GA. Poesie. 21
322 TRASPARENZE
uccide ad ogni passo?.... —
Il giorno ride ed il sambuco sboccia....
Perchè lasciasti gli onici,
Gli intenti fiori, i ruscelletti fonici,
La bruna tanicciuola,
Per errar tutta sola?
Ira ti spinge nelle vie d'esilio,
Noia, vaghezza, amore?
Perchè lasciasti gli acidi
Succhi delle radici e perchè i placidi
Sospir dell'erbe che ti fean ventaglio? —
Va saltellando il grillo:
La sempiterna Venere
Già rigonfia d'amor le foglie tenere....
Perchè affrontar lo spillo
E la fiala, il droghiere e l'entomologo? —
Ma, sordo al mio monologo,
Il nomade doglioso,
Coir incesso di un bimbo o di un bisavolo,
Tutto ha percorso il tavolo,
E allo spigolo arrestasi
Come chi apprestasi
Ad un periglio, volente e restio,
E s'accomanda a Dio....
Ha fatto il salto, è sul terren sabbioso:
Ogni gleba è montagna,
Ogni zolla è voragine 1
Lo strisciante di martire è iraagine,
È imagine di eroe:
La scossa foglia il bagna.
Il bruco 323
Lo punge il rovo.... ei va, sosta, si arrampica,
Scende, incespica, cade.... e non si lagna.
E va, lento, ma va. Dove? alla pergola
Che ombreggia il pozzo
Buio, profondo e tozzo.
Desìo lo assai dell'alto.... — ecco già in tralice
Lungo il nodoso salice
Si inerpica e più aderge e più leggiero
Diventa e meno zoppicante e nero.
Lo attrae lo screzio dei molli frondami,
Frasche, virgulti, rami,
Voluttuoso amplesso I... —
Di estasiarsi egli desia con esso.
Ecco, ecco quasi ha raggiunta la festa....
Ormai più non gli resta,
Bruco felice, che avvinghiarsi a un'ultima
Pensil feluca.,.. — 'Esita ancor.... vacilla
La debile fibrilla.... —
Dov'è.... dov'è?... — Die in uno spin di cozzo
Precipitò nel pozzo 1 —
Quanti uomini non vidi, al bruco simili,
Non so perchè comparsi....
Non so perchè scomparsi....
Dall'Ignoto — nel Vuoto 1
Adro, ottobre 1873.
324 TRASPARENZE
III.
COLLOQUIO.
Il Focolare.
Eccomi lampeggiante 1
Colla mia fiamma, errante
Come la tua speranza,
Sciogliti dalla creta,
Fantastico poetai
Il Poeta.
Piove — dalla mia stanza
Sento il rombo del volgo...
Dal fango non mi sciolgo
Se qualche nuovo Iddio
Non scende al fianco mio!
Il Focolare.
Avrò sconfitta invano
La salamandra? e il vano
Grillo ti avrà chiamato
Inutilmente? e a mille
Sprecate avrò scintille?
Colloquio 325
Il Poeta.
Ho il cranio assiderato,
Ho la neve nel cuore....
Son solo e senza amore....
Povero focolare,
Per chi deggio cantare?
Ili Focolare.
Colle molle mi aiuta!
Vedi, un tizzo rifiuta
Di far arco a una grotta
Dove ti avrei create
Danze di gnomi e fatel
Il Poeta.
La gente mi rimbrotta
Perchè teoo favello,
Perchè — o lieto fratello —
Col tuo raggio tepente
Lascio andar la mia mente.
Il Focolare.
Dalla cappa anch'io sento
Passar fischiando il vento....
Grullo luil — suo malgrado
La mia caligin bruta
In nuvole tramuta.
326 TRASPARENZE
Il Poeta.
E già leggendo io vado
Nei tuoi vaghi rabeschi
Miniature ed affreschi....
Ma a chi, mio focolare,
A chi posso cantare?
Il Focolare.
E per ohi dunque abbrucio e per chi mi consumo?
Pel genio tuo, poeta, per la tua dolce Musai
Ohi il canto tuo non ricusa,
Non rifiutar le tue sante scintille
Ohe scalderan l'anime a mille a mille 1
Il Poeta.
E sia delle mie strofe come avvien del tuo fumol
Dicembre 1873.
IV.
DE PROFUNDIS CLAMAVI.
È l'ora in cui gli augelli accovacciati
La testolina ascondon sotto l'ala;
\je lucciolette ricamano i prati,
E canta a vespro la fulva cicala.
De profundis clamavi 327
Traversa il cielo un vento accidioso,
Della sua meta incerto e senza lena;
Al suo passaggio il bosco pensieroso
Saluta sì, ma rispettoso appena.
Già nel fosco lontan di quando in quando
Guizza un baleno debole e perplesso;
D'amor regna sull'orbe un senso blando,
E un vago accento di pietà con esso.
Raccogliti, cor mio, l'ora è solenne 1
Le rondini più e più stringon le spire
Dei vispi voli in cui bear le penne,
E le assai delle gronde il sovvenire.
Cosi dell'uomo; la flebile calma
Sull'agonia dell'universa luce
Alle parvenze del mister lo impalma,
E a un aitar malinconico lo adduce.
Raccogliti, cor mio, povero corei
Raccogliti, e preghiam; la prece è bella
Qui dove un vale, un s\ del creatore
Giunge col raggio di ciascuna stella.
Onnipotente! — ohi fa che non si ammali
La mia pallida musa, illusione
Ultima e santa dei miei dì fatali 1...
' Il mio pan quotidiano è la canzone.
328 TEASPAEENZB
Manda sul mio cammino il mendicante
Ohe guarda in viso e che non sa cercare,
E allontanami il giorno in cui, tremante,
Non trovi il soldo da potergli dare.
Fa che ai coloni del mesto villaggio,
Non turbi i sonni il perjBdo uragano,
B sorridan, non curvi, al mio passaggio,
E i più vecchi mi stringano la mano.
Ch'io possa sempre adorarti, o Signore,
Negli astri in cielo, e nei fiori in giardino ;
Dammi la calma e dammi un po' d'amore,
E permetti che viva il mio bambino 1
Agosto 1874.
V.
IN PACE.
Amo sedermi, quando spunta il sole.
Tra queste blande aiuole;
Nel silenzio infinito.
Nella pace profonda
Ohe il buio orbe circonda.
In pace 329
Le perle di rugiada in grembo ai fiori,
Al par dei nostri amori,
Dileguano piangendo;
E ogni calice olezza
Al par di una carezza.
Amo la calma ascension di luce
Sulla montagna truce;
Il primo alito lieve
Che vien dalla vallea,
Bacio, sospir di Dea.
Amo laggiù fra le tremule foglie
La nebbia che si scioglie,
Candida illusione;
Amo il bruco che primo
Fa capolin dal limo.
Amo i rabeschi delle lumachelle
Cha van sotto le stelle
Geografi notturni....
Spesso in quei solchi tersi
Trovo le rime ai versi;
Trovo le rime e le idee peregrine
Che peli bianchi al crine
Acorescon di taluni....
Mercede unica e pia
Che la musa mi dial
Adro, settembre 1874.
330 TRASPARENZE
VI.
ALLA SULTANA
(Dopo una lettura triste).
Aiutami a vivere,
Mia bella sultana,
La vita dei reprobi
Volubile e vana.
Sia sole, sia nebbia,
M'innonda di baci!
Se inneggio o bestemmio
Tu ascoltami e taci.
Deh!... Taci ed ascx)ltami;
Mi adora e noti parla!
L'amore ineffabile
Detesta la ciarla!
Di sguardi satanici,
Di eterei sorrisi,
I nostri s'infiammino
Due pallidi visi!
Paociam delle coltrici
Gli Elisi e l'Inferno!...
Si ingoii l'assenzio
Se manca il Falerno!
Alla sultana 331
Te nuda assomiglio,
Mia carne ideale,
Al legno d'un feretro
Che avesse le ale.
Ohi... I mistici effluvii
Ohe hai tu nella gonna!...
Talvolta fantastico
Ohe il Nume è la donna,
Ohe l'Arte è la femmina,
Ohe il cielo è l'amore,
Ohe il lezzo è profluvio,
Ohe il fango è splendore!
Oh!... Oandida, candida
La nostra cortina
Da cui, stanchi e lividi
01 assai la mattina!
Tu dici: " amatissimo,
"Sei Giove, e io son Frinel... „
Scotendo sugli òmeri
Le chiome corvine... —
Rispondo: "— Silenzio....
"Non parlo e tu taci!...
"Ritorna qui al tiepido....
"M'innonda di baci!...,,
Milano, Marzo 1874.
332 TEASPAEENZE
VII.
DA UNA CAMERA AMMOBIGLIATA.
Quanti vivon cjeroando un po' d'oblio,
Quanti sono in esilio e quanti in fuga!
Come si paga d'esser nati il fio,
Come ogni dì novello è nuova ruga!
Si canta dagli aitar: "Lagrima e spera!,,
Ma ohi celebra, mai pianto conobbe,
Né mai di Nesso la camicia nera,
Né il letamaio del povero Giobbe.
Non credo più ohe gioia franca esista,
Che resti una fé pura in questa terra!..
Possi Cassandra eternamente trista!
Fossi Diomede eternamente in guerra!..
Oh! vi potrei strappar, maschere oscene!
Vi spezzerei, scudi e freocie da nolo!...
E sapreste che sian quaggiù le pene
Che all'onestà fan la perfidia e il dolo!
Da una camera amniohigliata 333
Ma i miei due passerini han già l'aurora
Indovinata e la gabbia bisbiglia;
E il dolce avviso e la pace dell'ora
A più lieta canzon mi riconsiglia.
Scendi, nuova canzon, vieni e diventa
La carezza materna al capezzale 1
Allontana la sfinge ohe spaventa,
Patti color di cielo e metti l'ale!
Rassomiglia a quei poveri augelletti
Che giammai non mi han fatto un male al mondo.
Ohe si appagan di miglio e di confetti,
E ch'ebbi in dono da un artier giocondo.
E canti il prete: "Soffri!,, e canti: "Sperai,,.
Se mi dai sol quattro quartine buone.
Le leggerò a un poeta doman sera,
giuntami all'albor nuova canzone!
II.
CANZONE.
Nella mia stanza squallida,
Nell'asil mio negletto,
Ohi quante volte ho detto:
Sono tranquilli i dì!
Son solitario e povero,
Non ho sorrisi intorno....
334 TRASPARENZE
Ma mi sorride il giorno,
Ma la mia musa è qui!
È ver; son solitario,
Vivo una vita grama....
Ma so che al mondo m'ama
Qualche buon'alma ancor.
Dal mio pensier le imagini
Funeste ho cancellate;
Sono larve obliate,
Sogni ed ubbie d'allori
"A Bacco e all'amicizia 1„
Dicea l'augusto prete.
Quando le gambe viete
Non lo reggevan più.
Per me Bacco è a Esculapio
Nemico, e il congedai;
E l'amicizia è ormai
Cosa ohe un tempo fu.
Però nessun mi toglie
Le dolci ore dell'estro.
Le rime in cui son destro
Patte d'argento e d'or,
Fatte di lapislazzuli.
Di gemme e perle fine
Che saran serto al orine
Del bimbo mio d'amor;
Versi scritti in un giorno buio 336
Del bimbo mio ohe medita
Già sulle sorti umane,
E sta spezzando il pane
Del sapere fatai;
Della mia madre vedova
Ohe al par di me lo adora,
E in lui vede un'aurora
Su un deserto guanoial.
Mio vecchio Metastasio,
So incrociar le quartine?...
Il bimbo ha biondo il crine,
E la mia Musa è quii
Nella mia stanza squallida,
Nell'asil mio negletto,
Ohi quante volte ho detto :
Sono tranquilli i dìl
Milano, Gennaio 1875.
Vili.
VERSI SORITTI IN UN GIORNO BUIO.
Ad Arrigo Boito.
S'anco accoglier dovesse indifferente
Un sorriso o una celia il verso mio,
(Giacché sta tra il passato ed il presente
il disdegno o l'oblio)
336 TRASPARENZE
Voli il mio verso, Arrigo, ai versi tuoil
S'arain tra loro almen, se più non m'ami;
Se m'ami ancor, parlino insiem di noi
Come tu meglio brami.
Qui vendemmian. Bei giorni, allegre notti.
Tripudiano le valli e le pendici;
Si arrotondan nel gaudio, al par di botti,
Mille pancie felici.
Son più i villici assai che i gelsi e i rovi,
Curvi dell'uva al glorioso acquisto;
Sicché pei colli un angolo non trovi
Dove sognar non visto.
E sotto a tanto azzurro e a tanto verde
Diol come i canti miei rammento mesto!
Guardo alla vita grama che si perde,
Agli altri e a me molesto!
Veggo tutto attraverso un velo bruno,
E scote appena la mia mente lassa
La forosetta dall'anche di Giuno
Ohe mi sorride e passa.
La sua lieta oanzon va via con lei,
E un lamento ne fan le lontananze....
Quante, oh! quante cosi gioie io perdei
Di sogni e di speranze!
Unico, Arrigo, a me resti conforto
Un cor d'amico, una pietosa fronte
Versi scritti in un giorno buio 337
Ohe mi sorrida!,., e crederò che morto
Non m'ebbe ancor Caronte.
Te già non colse la terribil fronda
Ohe uccide il canto, il riso e le carole;
E splende ancor sulla tua testa bionda
Un bel raggio di sole,
E mentre io cerco a quest'etica Musa,
Ohe m'apparve matrona ed era ganza,
Ohe il poema promise ed or ricusa
Perfino una romanza,
Alcun nobile accento, un'armonia
Ohe rimi a qaelle che ti piaoquer tanto;
Mentre mi sdraio nell'inedia mia
Senz'irà e senza pianto;
Tu vivi e pensi e lotti e ardisci e speri,
E, gagliardo, rammenti altri gagliardi
Ohe non disser al Dio: "Mancasti ieri,
Quest'oggi è troppo tardi 1„ —
Ohi te lo invoco, o fratello, o poeta.
Onnipotente te lo invoco il Diol
Ohe ai di felici, per guidarti a mèta,
Ben ti avrei dato il miol
Mi è fuggito e a te giimge. — Io, da lontano,
Nella crescente mia ombra perduto,
Quando, plaudendo, ti diran sovrano
Del tuo duplice liuto,
K. Praga, Poesie. 22
338 TBASPABENZK
Esulterò come un elett», e ai lieti
Di ripensando nella nostra speme,
Griderò: benedetti i due poeti
S'anoo non giunti insieme 1
Cereda, 5 Ottobre 1871.
IX.
LA STRADA FERRATA.
A Cleto Arrighi.
Addio, bosco di frassini ombrosi,
Ondeggianti campagne di biade!
Del villaggio tranquille contrade
Dove giuooano i bimbi al mattin.
Addio, pace de' campi pensosi,
Solitarie abitudini, addio;
L'operaio sul verde pendìo
Già distende il ferrato cammin.
Passerà nell'antico convento,
Sulle fosse dei monaci estinti;
Se all'inferno non giacciono avvinti
Lo sa Iddio ohe stupor li corrà !
La strada ferrata 389
Dove il cantico, inutile, lento,
Si perdea per la pinta navata,
Volerà , dal suo genio portata,
Via, fischiando, la scettica età .
Ohe terrori nel nido latente
Degli ignari augelletti quel giorno!
Da tugurio a capanna d'intorno
Che susiirro, che ciancie quel di!
Ohe dirà questa povera gente,
Cui repente — il miracolo appare?
Vecchierelli, aspettate a spirare
Quando giunta la strada sìa qui.
Ohe diran gli infelici cui preme
La tremenda miseria del pane?
E cui nulla concede il dimane,
Nella vita, ohe affanni e sudor?
Quando accanto all'aratro, che geme
Lentamente nei solchi girando,
Scorrerà , quasi ai pigri insultando,
L'uragano del nostro vapor?
Ahi l'aratro, il congegno diletto.
Ohe diventa al confronto fatale?
Veh! Ooll'oro si fabbrican l'ale!
Veh, se i ricchi le sanno pensar!
E, tornando al miserrimo tett<j,
Scorderai! per quel di la canzone,
340 TRASPARENZE
B nei sogni la strana visione
Tornerà nuovi enigmi a fischiar.
Ma le vispe fanciulle dei campi,
Ohe cullato ancor bimbi non hanno
E ancor tutti gli stenti non sanno
Ohe si sposano ai cenci quaggiù;
Ma i garzoni che guardano i lampi
Quando tuona, con ciglia inarcate,
Ma le donne, filando invecchiate
Ointo il cuore di arcigne virtù,
Ohe clamori faran sulla via,
Quando giunge il convoglio solenne ;
Ohi dirà di vedervi le penne,
Chi Satana a tirarlo con sé;
E del fumo, ohe lento si svia
Mentre lungi già il treno è trascorso,
Seguiran quasi estatici il corso
Brontolando: "No, fumo non è!„
Ma i più furbi bisbigliano invece:
" Sì, che ò fumo, e ai vigneti fatale :
La campagna di un soffio letale
Può colpir tutta vasta quant'è.
Ah il Signor queste cose non fece.
No, per me; non ci vado in vapore.
Ehi compari L'asinelio è migliore;
Questo almeno il Signor ce lo die,,.
La strada ferrata 341
Razza mesta, alle celie bersaglio
Della plebe, cui sopra tu stai.
Sul mio volto quel dì non vedrai
Insolente il sorriso a spuntar.
Ma deposto il mio caro bagaglio
10 verrò ne' tuoi crocchi festivi,
Non più in traccia di baci furtivi,
Ma coi maschi da senno a parlar.
E dirò: — Questo fischio fugace
Gira il mondo e affratella le genti,
Rispondetegli intorno plaudenti,
Cospargete il gran carro di fior.
Esso è l'arca novella di pace,
Ohe i futuri destini rinserra.
Non più stragi di popoli in guerra,
Non più schiavi di avaro lavori
Voleran da villaggio a cittade
Nuovi patti: cultore e artigiano
Stesa ai ricchi la nobile mano
Insiem l'almo edificio alzeran.
E tesoro di nuove rugiade
L'umil scienza anche ai cenci concessa,
Vi dirà , benché in veste dimessa,
Sante cose, che i preti non san.
Vi dirà che gli è sacro al paese
11 sudore dei volti onorati,
342 TRASPARENZE
Come sacro è il valor dei soldati,
Come sacra è la mente del Re.
Ohe non siete più mandre indifese,
Voi famiglie dei solchi dilette.
Ma dal vostro vessillo protette.
Ma da legge che ingiusta non è.
Musa mia, perdonami
Se ti ho costretta a far da moralista 1
Ma sai quanto mi strazii
Dei miseri la vistai
E poiché sì cattolico e stecchito
Promette poco il parroco del sitcj,
Musa, a quel primo fischio
Bravi sarera, se andremo in compagnia
Nella turba dei poveri,
Sparsi lungo la via,
A seminar qualche parola onesta:
La mission sacrosanta, o Musa, è questa!
Ma poi pagato l'obolo.
Ohi niegherà , mia cara, al tuo pittore
Di spiegar l'ali a sciogliere
L'inno del suo dolore?
La strada ferrata 848
Deh guarda ohe monotona pianural
Veh in ohe forma han conciata la natura !
Il mio convento gotico
Sparve, e die passo a im rauriooiuolo bianco
Ohe dritto e ugual due miglia
Va della selva al fianco.
Un ridotto di terra alzò la fronte,
E questo è il nostro fulgido orizzonte.
Dimmi, in ohe selve vergini
Anderemo a studiar, Musa, dal vero?
Di pali il mondo oopresi
Che pare un cimitero;
Si abbatton torri e querele e campanili,
11 cielo è tutto un rabestio di fili.
Costumi e tipi perdonai,
Presto la moda viaggerà in vapore;
Ammireranno i ciondoli
Villico e pescatore.
Musai E noi pingerem carta bollata
E.... oanterem.... la fisica applicata!
In casa di Cleto Arrighi,
il 9 settembre 1860.
344 TRASPARENZE
X.
SOLE ASSENTE.
All'amico Righetti.
Sole, non io ti accuserò di assenza;
Gli uomini, infin, che mostranti di bello ?
Ohe non osan costoro in tua presenza?
Vieni, vai.... non si levano il cappello.
Splendi agognando al di della partenza;
E ristucco di farci il zolfanello,
Di tanto in tanto perdi Ja pazienza I
Sole, il mondo è un rachitico fratello,
Di cui ti stanca la elegante posa;
E tu cali il telone, schiudi i tubi.
Lasci la folla vana e vanitosa
Agli ombrelli, alla noia ed agli incubi;
E il tuo sguardo frattanto si riposa
Sopra un abisso di deserte nubi.
In casa di Cleto Arrighi,
il 21 dicembre 1862.
A mia madre 346
XI.
A MIA MADRE.
Ttbi aolae.
Madre, narrartela
Vorrei la storia,
Ma è fumo, è nebbia
Nella memoria.
Storia di grandini
E di vendemmie.
Storia di lagrime
E di bestemmie;
Frutto vermiglio,
Succo letale.
Cloaca, empireo
Di branche e d'ale;
È piena d'angeli,
Piena di streghe,
Di geroglifici,
D'alfe e di omeghe.
Vi stride il rantolo,
Vi scroscia il riso ;
346 TRASPARENZE
Tutte le aureole
Del^paradiso,
Tutte le furie
Del folle inferno
Vi oantan l'epica
Del Padre Eterno!
Madre, narrartela
Vorrei la storia,
Ma è fumo, è nebbia
Nella memoria!...
Però rit;es8Ìmi
Qualche armonia,
Che mi risusciti
L'infanzia mia;
Qualche episodio,
Qualche nonnulla..
Un capitombolo
Dalla mia culla.
Un mal di stomaaj,
La fanticella,
1 Magi, i bricioli
Della scarsella;
Le panche gelide.
Le passeggiate,
A mia madre 347
L'aitar, le prediche
Assaporate
Cogli occhi timidi
Pisi sui Santi
Ohe mi guardavano
Da tutti i canti,
Mentre dal piccolo
Libro di prece
I tuoi sfuggivano
Cercando invece,
— Materna imagine
Di paradiso I —
Del bimbo pallido
L'intento viso.
Ohi sì — ri tessimi
Qualche armonia
Ohe mi risusciti
L'infanzia mia,
Che mi risusciti
L'albe svanite!...
Gioie ed angoscici
Se voi le dite
Labbra che il bacio
Comprime orando,
Tornerò vergine,
Robusto e blando!...
348 TBASPARENZB
M' udrai ripetere
Ohe la mia storia
È fumo, è nebbia
Nella memoria,
Ma ohe l'aureola
Del tuo sorriso
La muta in estasi,
Ne fa un Eliso!
Milano, Aprile 1875.
XII.
IL BIMBO MALATO.
Il bambin ohe cantai nelle canzoni
Che son piaciute ai buoni,
È malato, e, tuttor, nel contemplarlo,
Nell'indagar sulle sue guanoie smorte
Se al suicidio mi ha dannato Iddio,
Errarmi intorno mi parea sentire
L'alito della morte.
mia ricchezza unica, o bimbo mio,
Lo sai tu ohi son io?
Sono il povero armadio e sono il tarlo,
Sono il raartf^l spietato e il debil muro,
Il bimbo malato 349
E in questa yita da cui vuoi sfuggire,
È da gran tempo che a sarcasmi immani,
Esterrefatto, induro.
Eppur se il sole che verrà domani
Dalle bianche cortine
Sul letticoiuolo, troverà un sorriso
Men scolorito sotto il biondo orine,
E per gli eifluvii del tuo dolce viso
Io potrò ancora credere e sperare
Di valer qualche cosa ;
mio bambino, unica mia dolcezza,
mio giglio, o mimosa.
Qui chiamato da un attimo di ebrezza
Per esser schiavo a un secolo di noia.
Mi farò ancor cattolico, e all'altare
Ricercherò di quando ero io pur bimbo
Lo sgomento e la gioia.
Mi inchinerò dei serafini al nimbo
Sulla madonna chino,
E ginocchioni, e con giunte le manil...
E dalle pinte finestre i bei santi
Mi ridiranno ancor le avemarie,
E svaniran l'ombre del tuo destino
Nelle fulgenze miei
Bimbo, non tossir piùl Son tanti e tanti
Gli error di questa vital...
Perchè farmi tremar come un pusillo? —
350 TKASPAEENZE
Dormi, guarisci, la coltre è pulita,
Tepida è l'aura e tutto è pace intorno....
— Sai ohe per te vo' comperar domani
Un famoso gingillo?
Non so se oggi lo vidi, o un altro giorno:
Rappresenta un pastore
Ohe accarezza una pecora, e dagli occhi
Par che la gioia di averla trabocchi...,
— Non lo infrangere sai, quel dono mio!
Del pastor che avverrebbe, o santo Iddio,
Se la pecora muore?
Gennaio 1872.
xin.
IL FANCIULLO LONTANO.
Quando mi sei lontano
Il cuor mìo non sa più perchè sia vivo,
Fanciullo mio giulivo,
E mi sento infelice in modo strano.
Quando mi sei lontano.
Fanciullo mio giulivo.
Cerco l'oro dei tuoi ricci all'intorno,
E mi par notte il giorno
Perchè noi vedo, o viaggiatore estivo,
Fanciullo mio giulivo 1
Al mio erede 361
E mi par notte il giorno
E l'aer più greve e più cattivo il mondo,
Bambino mio giocondo
Perchè sei lungi; e col pensier ti att-orno,
E mi par notte il giorno!
Bambino mio giocondo,
Canta, ridi tra il verde, all'aura fresca;
Ma poi non ti rincresca
Pensare ch'io non veggo il tuo orin biondo,
Bambino mio giocondo!
Ma poi non ti rincresca
Pensar che questi tuoi giorni beati
Son giorni a me rubati!
Fa che un sospiro al tuo gioir si mesca.
Ma poi non ti rincresca.
20 Aprile 1887.
XIV.
AL MIO EREDE.
Io son povero al par di un fraticello ;
Ma tu sei vispo, rubicondo e bello.
L'avvenire tu sei.
L'ultima legge ormai dei giorni miei.
352 TBA8PAEENZK
Ti lascio, amico mio, molte sciagure
Di cui farai tesoro;
Esse valgono ~ sai? — nell'ore oscure
Ohi molto più dell'oro!
Ti lascio i sogni miei, le illusioni,
Mille imagini gaie, e le canzoni
Ohe leggerai pensando
Di chi visse di te, mio venerando.
Mio bel vecchietto dalle chiome bionde,
Ohe già osservi e già pensi,
Cui non giunsero ancor lemuri immonde
Dall'anima nei sensi!
Ti lascio il meglio che mi resta ancora:
Il pio desir di una celeste aurora.
Dei pedanti il disprezzo,
E la mania di cercar perle al lezzo.
Ti lascio — forse — alcune avite botti,
Il vecchio Dante onde al cielo si arripa,
E, ausiliatrice di non vacue notti,
Una eccellente pipa!
Luglio 1874.
La basterna di Messalina 353
XV.
LA BASTERNA DI MESSALINA.
Era in legno di cedro all'Asia tolto,
E in porpora di Tiro,
E in vaghe piume di colibri avvolto.
Le gemme, a mille a mille,
Quelle dei glauchi oceani,
Quelle cui veglian, nelle grotte buie,
Gli Incubi, iddii dalle pupille fuie,
La oospergean di innumeri scintille.
Rosseggiava il rubino,
Come attraverso il sole opimio vino;
Parea ruscello immobile il zaffiro,
E lo smeraldo egizian splendea
Del color che, a oiel fosco, ha la marea.
Ma il topazio, l'elettrica
Gemma all'oro rivale,
Quella ohe svia dai cori
La tristezza fatale.
L'altre tutte vincea co' suoi splendori.
E sola era bandita
Dalla basterna d'ogni onor vestita
L'amatista pudica.
Dei folli sogni e dell'oblio nemica.
E. Peaqa. Poesie. 23
354 TRASPARENZE
Non olezzò di ambrosia
Delle Pimplee la chioma
Sul fonte di Ippoorene,
Come, con mossa or vorticosa or lene,
Quel cocchio, in mezzo ai propilei di Roma,
E notte e di vagante.
Era mirra? era nardo'?... Al suo passaggio,
Ai giovinetti dalla toga bianca
Salìa pei nervi un fremito,
E pensavano ai bagni dove Buliade
E Lidia e Mirra altra non portan tunica
Che il crin disciolto sulle bianche spalle.
Quattro chiomati Etiopi
La sorreggono, e par, tanto han negli occhi
Splendor misterioso,
Che di là dentro, il sol voluttuoso.
Li irraggi della lor terra natia.
Però, scenda dal Tevere alla valle,
salga al Campidoglio,
dai quadrivii del suburbio sbocchi.
La folla, senator, consoli, schiavi.
Liberti e sacerdoti.
Si fanno immoti.
E fosse anche il pontefice di Giove,
Errante nella sua sedia di avorio.
Umilmente si inchina — e si prosterna....
È il cocchio imperatorio — è la basterna
Di Messalina!
Ballata 356
XVI.
BALLATA.
— Giovinettina pallida,
Deh mostrami, se il sai,
Mostrami il mio sentieri
— Come potrei mostrartelo.
Se ignoro ove ten vai,
Leggiadro oavalier?
— Il tuo labbruzzo è roseo,
B la tua chioma è d'oro,
Ove men vada ignoro.
Ove tu vai men voi
— Allor tu vieni al placido
Tetto ove veglia Iddio
Su un povero pastor:
Corro à portargli l'umide
Rose del labbro mio
E la mia chioma d'ori
— Se basta amarti, o pallida
Bimba, per esser tuo.
Vale il mio cuore il suo,
E un regno io ti darò.
366 TRASPARENZE
Su, monta in groppa! è splendida
Col oavalier la vita,
Fuggi, amor mio, con me!
— La tua corazza è fulgida,
La spada tua forbita,
Bella sarei con te,...
Ma il mio pastor giuravami
Ohe la Bua vita io sono;
Pensa, se l'abbandono,
Ch'egli potria morir!
— In groppa, in groppa! o pallida
Bimba, avrai perle e fiori
Sull'abito nuzial;
Avrai collana e strascico.
Avrai profmni e allori
Sul morbido guanciali
— Egli morrà , giuravalo....
E poi, mio bel Sultano,
Se non mi dai la mano
Come potrei salir?
^
Vorrei vederla nuda!... o Anaoreonte,
, Teocrito, o mio fulgido Orazio,
Per veder le beltà dell' Ellespon te,
Dell'Egitto e del Lazio!
Serenaifa ;j57
È Frine, il guardo, se lo fa parlare,
Oom'ella sa per infortunio mio,
Non l'Areopago può al perdon chinare
Ma la Corte d'Iddio!
«
E se LI tien muto, e se, immobile, finge
Di non udir ciò che di dirle ardisco,
Ti dà il vago stupor che dà la sfinge
Davanti all'Obelisco.
Se folleggia, se canta, e se m'insidia
Concedendomi un po' della sua mano
Pel Dio Termine 1 È Clori, è Pilli, è Lidia
Ed io sono un romano!
Nudai... del nonno mio rinnegherei
La fede, e con qualunque apostasia
Fuorché nel caso in cui potessi a lei
Spiegar l'Eucaristia.
XVII.
SERENATA.
Coli' ultima cadenza
L'aurora in ciei spuntò.
Coir ultima cadenza
La bella si svegliò!
358 TBÀ8Pà BENZ£
Al davanzal la povera
Fanciulla accorsa è già ,
Ed occhieggiando mormora:
— Ohi mai, ohi mai sarà ?
Orsù, guitarra e liuto,
Una sir venta ancor:
Orsù, guitarra e liuto!
Parlatele d'amor!
D'amor ohe raggi e musiche
Pan lieto al novo di,
E ohe si spesso il vespero
Non sa bear così....
Coir ultima cadenza
lyafiFetto sì destò,
Coli' ultima cadenza
La gioia tramontò!
XVIII.
ATiLA DUCHESSA E. L.
TtrtoT «t pietas.
Duchessa, l'epigrafe
Del vostro blasone
Par scritta da un angelo
Mutato in leone....
Alla duchessa E. L. 369
II motto al mio genio
Dio forse avea dato,
Ma l'uom l'ha graffiato,
Non leggesi piùl
E ho già la vertigine,
E ho già la canizie,
E sent<3 l'esercito
Dell'ore propizie,
Ohe lungi perdendosi.
Velati i tamburi,
Nei tramiti oscuri
Mi lascia quaggiù.
Ma Voi, la fantastica,
Ohe amate il mio canto,
Ohe avete nell'anima
Di tergergli il pianto.
Di alzarlo sui vertici.
Di dirgli: OoraggioI
Di accenderlo al raggio
Dei nobili amor.,..
Voi piena di fascini,
Voi piena d'azzurro,
Voi fate i miracoli
Col vostro susurro....
Mi sento ancor giovane
Per dirvi gentile.
Per dirvi l'aprile
Ritorno oantoi'.
360 TRASPARENZE
Parlate e, progenie ,
Di giorni dispersi,
Al vostro ginocchio
Cadranno i miei versi;
Parlate, e le imagini
Verran dalle stelle
Per farsi più belle
Tra i vostri doppieri
Volete la cantica
Del bruno castello,
Del paggio, del monaco.
Del pio menestrello?...
Le facili istorie
Del vec<ihio Turpin(.>
Mi fan cittadino
Del tempo ohe fu.
Volete travolgervi
Tra gli elfi, tra i gnomi?
Di tutte le silfidi
So i piccoli nomi;
Alla duchessa E. L. 361
Da pari mi trattano
Le streghe e le fate;
Mi accordano occhiate,
Mi danno del tu.
â– Vi piaocion le musiche
Dei chioschi orientali?
Le ho chiuse nell'anima
Le note fatali;
Son rose, son mammole
Ohe voi preferite,
Son perle rapite
Nei oeruli mar?...
Conosco i bei margini.
Conosco le spiaggie,
Le grotte, delizia
Dell'erbe selvaggie,
Le cime diafane.
Le glauche scogliere....
All'albe e alle sere
Lh hit viste brillar!
Volete la nenia
Dei fulvi ragazzi
Ohe a Noli riposano
Sui bianchi terrazzi?
Si spande per l'aria,
Dal cedro alla palma
Si mesta, si calma
Ohe sembra un Ro<pir.
362 TBASPABENZE
La sente e soffermasi
La donna che reca
Le olive al suo burchio
Nell'anfora greca;
B a notte, dal tacito
Pendìo che le ascose,
Le coppie amorose
Si veggon rediri
Parlate, sia gemito,
Sia riso, sia pianto,
Se è vostra elemosina,
Se è vostro il mio canto.
Duchessa, avrà l'iridi,
L'ebbrezze e i tesori
Di tutti gli amori.
Di tutte le fé.
E quando, dai fulgidi
Sentier ricaduto,
Riavranmi le tenebre
Attonito e muto,
Né in mezzo al tripudio,
Che Iddio vi mantenga,
Più voce non venga
Ohe parli di me;
Quel dì sarà il premio.
Sarà la mia gloria,
Se i mesti fantasimi
Tornando a memoria
Satana e la bottiglia 363
Ohe in voi si animarono,
Serafica creta,
Trovato il poeta
Del tempo ohe fu.
Direte: l'epigrafe
Ohe m'orna il blasone
. Par scritta da un angelo
Mutato in leone....
n motto al suo genio
Dio certo avea dato,
Ma l'uom l'ha graffiato,
Non leggesi piùl
Febbraio 1866.
XIX.
SATANA E LA BOTTIGLIA.
Sono colla bottiglia 1
La mia pugna somiglia
A quella di Gesù,
Quando, dal monte, Satana
Lo fé' guardare in giù,
— Pensa — il diavol mi dice
Alla ridda felice
Ohe ti farò danzar.
Sarai del oiel più fulgido,
Più profondo del mar !
364 TRASPARENZE
Ti sentirai poeta,
Ti sentirai profeta,
Re, satrapo, pascià ....
L' illusion baciandoti
Per man ti prenderà .
Vedrai l'Iside austera,
Patta mite e ciarliera,
Inchinarsi al tuo pie,
E dirti: "ogni mio simbolo
Vo' rivelar per te,,.
Andrai con essa ai lidi
Dove si fanno i nidi
Dal tramonto all'albor:
Dove oompendian gli attimi
Un secolo d'amor.
Vedrai colline e valli
Di perle e di coralli
h] cieli di zaffir;
B sarà tanto il gaudio
Che ti parrà morir!
Udrai la greca Diana
E l'ondina Ossì'ana
Gridarti: -- "Eudimì'onl,, —
Le abbraccierai, d'eolie
Cetre <^ di tube al suon.
Le veglie 365
Risorgeranno i giorni
Dell'innocenza adorni;
Farai ritorno al dì
Ohe il primo endecasillabo
Dalla tua penna uscì.
Ritornerai bambino,
Vedrai la mamma al vino
Per te l'acqua sposar,
Mentre gii altri, bevendolo
Schietto, parean burlar!... -
Fu con questo lontano
Ricordo che Satancj
li nappo in man mi die.
Or posso dir ohe il diavolo
Un mentitor non è!
1873.
XX.
LE VEGLIE.
A Luigi Chialiva.
Ohe sarebbe se più non discendesse
Sulla terra la sera?
Se più dalle convesse
Plaghe dell'orizzonte,
366 TBASP.iKENZE
Dalla boscaglia nera
dal ceruleo monte,
dalla siepe ohe cinge le aiuole
Più non sparisse il sole?
II vignaiuol più non verrìa cantando
La sua dolce canzone,
La canzon che esulando —
Dice all'alme perverse
Quanto all'anime buone
Fur nelle sorti avverse
Dona a chi segue la sua legge Iddio
D'esultanza o d'oblio 1
Né più il pastore, dalle prime stelle
Accorto e dalla bruma,
Giovenche e pecorelle
Drizzerebbe alla volta
Del tugurio che fuma;
E la greggia raccolta
Più non udria sposarsi alle campane
Le sommesse litane.
La madre di famiglia, alma creatura
Ne' suoi figli vivente.
Più dall'acre frescura
Colla voce aspettata
Al letticciuol tepente
Trarrla la sua covata;
Né brillerebbe più la luoernétta
Della mia cameretta.
Le veglie 367
Voi non verreste più, coppie amorose,
Di ombrie silenti in traccia;
Nò sull'onde obliose
Il nocohier, fantasiat<j
Dalla infida bonaccia,
Presso poppa sdraiato,
Cercherebbe il tepor del focolaro
Ai riflessi del faro.
Che avverrebbe, o pittore? Addio le tinte
Delle nubi, procaci
Come donne discinte 1...
Quando l'astro già evaso
Par che di amplessi e baci
Cosperga il caldo occaso,
E par che inviti colle fiamme estreme
Le razze a unirsi insieme!
Addio susurro di cui Dio soltanto
Ha la profonda chiave;
Addio bene compianto
Degli steli alla luce,
E il rintocco dell'ave
Che a meditar ti adduce,
E l'apparir dei fatui fochi, e il rezzo
Di cui lo spiro è olezzo!
Addio lugubri ammanti onde ricopre
L'ombra i taciti piani.
Porse in dubbio che l'opre,
Viste dal sole inerte
368 TRASPARENZE
Compiersi dagli umani,
Posson ferir le aperte
Unicamente per le cose belle
Palpebre delle stelle!
IL
Mi chiaman pazzo le vicine, e infatti
Ii'ra tanti matti
Posso esser matto anch'io.
Ma, affé d'Iddio,
Io le sento russar le donniociuole;
Oppur, da sole a sole,
Ingiuriar la tepida stagione
E il sol che va in scorpione....
Se pur qualche burlevole c(3mpare
Dalla bettola giunto
A giusto punto.
Non le fa col bastone addormentare.
Pazzo r e sia. Gelo il verno; nell'estate
Dalle inferriate
Mi piove olio bollente....
Ma nella mente,.
Sia verno o estate, io m'ho tante vaghezze,
Tante nel cor dolcezze,
E so si bene errar da me lontano.
Per entro al mondo arcano.
Che, dican tutti ciò che voglion dire,
Le veglie 369
Brilli piena la luna,
Sia notte bruna,
Non c'è mai caso ch'io possa dormire.
Piove? fa vento?... o m'ho un magro tizzone,
E allor le buone
Veglie! ancor io sfavillo
Udendo il grillo.
Non r ho ? penso a ohi è desto oppur sognante
In un letto elegante;
E dico: forse e i bambini e la sposa
Non ti sanno di rosa
dome sa a me di ambrosia l'esser solo
Sotto un povero tetto,
Ma non soggetto
Tranne che al mio soffitto e al mio lenzuolo.
Brilla limpido e puro il firmamento?
Io mi sto attento
AU'usignuol che geme:
Cantiamo insieme
Agli olezzi, alla pace, alla frescura
Della molle natura;
E mille udiarh risposte intorno intorno
Pino al nascer del giorno!...
E, dioan tutti ciò che voglion dire,
Brilli piena la luna,
Sia notte bruna.
Non c'è mai caso ch'io possa dormire.
E. Praga. Poesie. 24
370 TRASPARENZE
XXI.
IN MORTE DI MASSIMO D'AZEGLIO.
Quando muore un poeta il ciel sorride;
Quel sorriso lo sente il volgo umano,
E si guardano in faocia, e li conquide
Uno sgomento arcano.
Veggono il genio allor nell'interezza,
Veggon Dio che all'azzurro il riconduce,
Lasciando ai vivi un po' più di tristezza,
E un po' meno di luce.
Volgo io non son; né attenderò giammai
Ohe il cimiter si schiuda alle canzoni
Per amarle e sposare a' vacui lai
Le balde ammirazioni.
Però nel giorno ohe un tonfo di bara
Scote il torpore del mio suol natio,
Fra i tardi inchini della folla avara
Posso prostrarmi anch' io 1
Eravam giovinetti, eravam belli;
n frutto della vita era ancor fiore
Che si schiudea fra l'oro dei capelli
E le perle del core:
In morte di Massimo d'Azeglio 871
Non si sapea di patria, eppur s'amava
Qual della Miisa asilo e della gloria,
Ch'ora, ironie dell'esistenza schiava,
Piangon nella memoria.
Albe, concenti, aureole svanite.
In Olii fu il mio bambino assorto.
Voi siete un'altra volta oggi partite
Col poeta oh'è morto I
Tu l'avevi abbracciato, Arte divina.
Col più fecondo de' tuoi casti amplessi;
Tutti i tesori della tua dottrina
Li avevi a lui concessi.
Il desiderio delle ignote vie,
I connubii dei versi e dei colori,
L'alte superbie, e le malinconie,
E i prepotenti amori!
Ed Ei brillava come un bardo antico
Dei mercatanti fra l'ignobil gregge,
Ohe stupito il vedea, del plettro amico,
A passeggiar le regge.
Mia madre intanto, imagin benedetta,
Nella sua sala profumata e fosca.
Mi dicea di Fiorenza e di Barletta,
Panfulla e Pieramosoa....
Né per mutar d'affetti e d'ideale,
Né per lotte indurate ad altro intento.
372 TBASPAEENZB
Oblierò quel fascino geniale
Ohe mi fé allora attento 1
Voi l'obliaste, per viltà grifagna,
Vecchi poeti in legulei mutati;
Ed oh! come il mordeste alle calcagna.
Coi ceffi imparruccati,
Quando un pensier ohe non è vostro il tenne,
E alla fucina delle vostre chiose
La sua fronte magnanima e solenne
Arditamente espose 1
E vivo ancora fu chiamato estinto....
Or per la terra da cui van fuggendo
Le caste Muse che la Prosa ha vinto,
Risuscitò morendo.
Monti, verzure del suo dolce lago,
Limpidezze, bisbigli, alta quiete
Ohe un desio di sparir trepido e vago
Sull'anime piovete.
Oh già da tempo al vecchio avventuroso
Detto avevate che di tutte al mondo
Le vicende che il fan gaio o doglioso
La migliore sta in fondo:
Infranti i ceppi delle forme prave,
Oome una goccia cader nel tuo seno,
Morte, tranquillo oceano, soave
Plenilunio sereno!
Oonaaio 1866.
In morte di Abbondio Ghialiva 373
XXII.
IN MORTE DI ABBONDIO GHIALIVA.
Era canuto e amava il orine biondo,
La gioventù d'Arte e d'Onor vestita;
Avea lottato come pochi al mondo,
Senza odiar mai la vita.
Era il pugilatore e il patriarca;
Rassomigliava a Spartaco e ad Abramo,
All'uom che pugna e il campo orribil varca
Dicendo intorno : " v'amo „. -
D'alte vicende altamente cercate,
Di prepotenti affetti e di visioni
Neir invocato Avvenir divinate
in le sante illusioni.
La bella fronte rifulgea. Non disse
Parola mai blandissima o feroce;....
Vedeano il Ver le sue pupille fisse
Nel tenebror precoce 1 —
Ohi il focolar dove accogliea gli amici,
Dove erravan su noi, poveri illusi,
Come in un tempio l'onde ammaliatrici
Dei profumi diffusi,
374 TRASPAKENZB
Le care istorie degli anni passati!...
Ai pie dell'Alpi, oltre il mare, avventure
Fortunose, poesie.... oasi ignorati
Di sogni e di congiure,
Epopea di cui rapsode avvilita
È l'età ohe noi giovani viviaraol...
Ma panni udir, da questa tomba uscita
Una parola: "Io v'amo!,,
Amor sia dunque il motto. Amor di tutto
Ohe fu culto di lui ch'oggi si plora!...
Certo egli or geme di vederci in lutto,
Ma ci sorride ancora.
31 Dicembre 1870.
xxm.
SULLA TOMBA DI L U. TAROHBTTL
Nato pel cielo, e tutto in quello assorto.
Spirto in esilio sulla nostra mota —
Spirto creato per fulgere — e morto
Come un ilota 1
Anima invasa da beati inganni,
Milite sacro ad una santa guerra —
Sulla tomba di I. U. Tarchetti 375
Milite già vincente — ed a trentanni
Posto sotterra!
Gtentile e casto e intemerato ingegno,
Amico nostro.... se dal Fato assolto,
Tu ci potessi dal career di legno
Sporgere il volto!...
Se questa terra diventasse vetro,
E il tuo tramonto diventasse aurora,
Porse ameresti tu, povero spetro,
La vita ancora!
Oh l'ameresti ancor! Ti sovverresti
Unicamente degli amici buoni;
Dei nostri viaggi pe' sentieri agresti,
Delle canzoni:
Del focolar con cui spesso, col verno,
Si viveva del prossimo in disparte
Rimescolando fra di noi l'eterno
Tema dell'arte.
Rammenteresti il di, quando s'andava
Passeggiando e sognando in compagnia!...
E in tutto e in tutti il tuo pensier trovava
La poesia.
Riameresti la vita, Ugo! — la vita
Che per te fu battaglia e fu vittoria!
Veh! — la tua fronte austera oggi è colpita
Da un po' di gloria! —
876 TRASPAKEKZB
Né il triste e dolce cammino interrotto
Rimpiangeresti.... e la precoce meta,
Se tu leggessi come noi — "qui sotto
Dorme un poeta „.{*)
Settembre 1871.
XXIV.
MANZONI.
I.
O Musa bionda, o giovinetta mia.
Bella, dolce, soave,
Ohe mi dici al mattin la Poesia
Ed alla sera l'Ave....
Tu che, in mezzo alla torbida procella
Di questo improbo viaggio
Ohe si chiama la vita, una sorella
E una madre miraggio
(*) Queste parole si leggono sulla colonnetta che gli amici
posero sulla fossa del giovine scrittore alessandrino I. U. Tar-
chetti.
Manzoni 377
Dei miei pensieri facesti, o mia Musa,
Soccorrimi un bel canto
Ispirami! — ... È una tomba, è muta, è chiusa.
Ed illumina tanto!
Ispirami!... La chioma orna di viole,
Di rose e di verbene,
E adergi, o Dea, nel sempiterno sole
Le pupille serene!
E allor non mi dirai che senti cose
Da gran tempo obliate;
E le rime, castissime mimose,
Non ci saranno ingrate;
E i bianchi crini del bel veglio, pari
Ad aureola di santo,
O'inviteran, come raggi lunari.
Alla mestizia e al pianto!
E noi riparlerera di quando ancora
L'Arte era un sogno vago;
Era la Notte che aspetta l'Aurora,
La Ubbia ohe attende il Mago.
Blanda infanzia! Mia seria adolescenza!...
Io vi chiamo Manzoni!...
Dalla sua cetra ebbero forse essenza
Le mie poche canzoni!
Sospeso al labbro della madre pia
Che mi leggea gli Sposi
878
TRA.8PABENZB
Le prime perle dell'Arte oh'è or mia
In fondo al cor deposi!
Oggi piangendo vi rammento insieme,
mia madre, o Poeta!...
Ella ohe vive di fede e di speme,
Te arrivato alla metal
II.
Volge la nostra età per via funesta;
Cristo è di nuovo in croce;
E la vestal nella sua bianca vesta
Trema e non ha più voce!
La libertà ohe idoleggiasti l'hanno
I tribuni e i liberti;
E i liberi davver mutoli stanno
D'infingardia coperti.
Così nell'Arte!... Oh! eran belli i tuoi tempi,
Goethe, Foscolo... Porta! —
Una falange di sublimi esempi,
Una olimpica scorta!
Noi vaghiam nell'Ignoto. I figli siamo
Del Dubbio (oh i grandi estinti!),
Siamo i reietti, i fuggiti da Adamo,
Dal ciel, dal fango vinti!
Calendario 379
E cantiamo una squallida canzone,
Ohe al tuo sereno irride,
Una oanzon che muove a compassione,
Ohe ride e non sorride!...
Eppur nel fondo vergine del core
Una fede ci resta,
Ohe si rivela in preghiera d'amore;...
E la preghiera è questa:
Casto Poeta del Buono e del Bello,
Guardaci ancor dal cielo;
E sia la croce del tuo sacro avello
Luce immensa.... non velol
22 Maggio 1873.
XXV.
CALENDARIO.
PROLOGO.
Or vi dirò la cronaca dei mesi
Come narrar la intesi
Da un certo vecchierello
Così pulito e bello,
Cosi dolce e giulivo
Nei modi e nell'aspetto.
TRASFABEMZE
Ohe si sarebbe detto
Posse per lui la vita un di festivo.
Amo i vecchietti allegri,
I bei sorrisi fra i capelli bianchi,
Gli entusiasmi ohe son giunti integri
Fino alla porta dell'eterno buiol
Né ch'io giammai mi stanchi
Di riporli nel core ad uno, ad uno,
Di volta in volta che il fatai becchino
Lì mena via sotto il tappeto bruno:
Ohe, di sera, al camino,
Li vo evocando e me li schiero intorno.
Presiede la mia nonna,
Con una bianca gonna,
II colloquio fantastico, ed in mezzo
A celestiale olezzo
B a qualche po' di odor di sepultura.
Medito e scrivo sotto dettatura.
GENNAIO.
Gennaio 1 È il mese in cui la Dea Speranza,
La Dea ohe accanto a me più non ritrovo.
Fanciulle mie, bussa alla vostra stanza.
Vestita a nuovo.
— Oerto quest'anno giungerà uno sposo 1
— Della miseria romperò l'artiglio!
— Ritornerai guarito all'aer gioioso I
— Avremo un figlio!
Calendario 381
Fanciulle mie, dalle cantine ai tetti
Al nascere d'ogni anno è un coro uguale;
Oantan l'atre galèe, cantano i letti
Dell'ospedale;
Il mondo intier canta alla Dea loquace I
E, prima ancor che un altro mese scocchi,
Il mondo intiero si ricrede, e tace
Col pianto agli occhil
E che perciò? gemendo accanto al fuoco
Spesso io mi ammiro assai più che nel riso;
Quell'esser triste e sol mi sembra un poco
Di paradiso.
I miei morti mi narrano segreti
Di radici di fior nei cataletti,
Di zampilli che fan nei sepolcreti
I ruscelletti.
La neye intanto, come ohi dispone
Una sorpresa, silenziosa e lenta
Si va aggrappando intorno al mio balcone,
E mi addormenta.
Sogno allor le scarpette esposte al vento,
I magi in viaggio ancor sui dromedari,
E il gioir delle madri, e lo sgomento
Dei nonni avari;
E te sogno, gentil mia creatura,
Ti sogno addormentata in un
in un giardino,
382 TEASPAEENZB
Più soave, più candida, più pura
Di un gelsomino!
E le farfalle colle aluooie d'oro
Dicon d'aprirsi al bottoncin di rosa,
E i fior già desti mormoran fra loro:
"Ohe bella cosa,
Ohe dolce vista un angioletto blando !...„
Tu schiudi gli occhi alle dolci parole,
E quello sguardo tuo somiglia un brando
Snudato al solel
Mi desto anch'io. Penso ai monti agghiacciati.
Ai pini incanutiti in modi strani,
Ai mesti casolari abbandonati
Dai mandriani.
B mi avvinghio alla stufa: ohi abbracciamenti
Oh' io prodigo alla bianca ospite caral
Essa è cortese senza far commenti,
E mi prepara
L'intelletto al lavor meglio, assai meglio
Ohe mi faccia l'amor vivo dell' Ève,
Dalle braccia di cui spesso mi sveglio
Gol capo greve.
Ma cotesto è affar mio; poco v'importa,
E scusatemi assai se vado a sbalzi,
Se fo com'un che viaggia senza scorta
E a piedi scalzi.
Calendario 888
Fra un sì ed un no tutto quaggiù tentenna:
La nube, il Tento, il cuor dell' uomo e il mare.
Io mi son un ohe quando va la penna
La lascio andare....
Amate i fior? di paglia circondate
La gracile viola ed il giacinto:
Alla camelia, alla azalea donate,
E al variopinto
Tulipano, ed all'ellera ed al lilla
L'aure negate alle deserte aiuole:
Certo anche ai fior pensò chi la scintilla
Rapiva al solel
Gennaio 1872.
FEBBRAIO.
Coronato di rovi e di pruina
Ecco il Febbraio. —
Buone madri, cui desta alla mattina
La pioggia che vien giù rapida e fina.
E il canto del rovaio,
Badate al fanoiullin di quando in quando,
Se mai la coltre allontanò sognando.
Triste si fa la vita al cantoniere
Ed al soldato
Per gli spalti perduto e le brughiere.
384 TKA8PAPENZE
Incertamente le sembianze nere
Sotto il ciel sconsolato
Osserva il viaggiator dallo sportello,
E si chiude più e più nel suo mantello.
Bimbi, dei frutti dell'autunno amato
Memori ancora,
E dell'ultimo grappolo dorato,
Sapete? è adesso che ai campi curvato
Il contadino esplora
La vite, il gelso, ed il pruneto e il pero
Su cui cova la neve il gran mistero.
È questo il mese in cui più molce i cori
L'idea fatale I
L'augello ai nidi e l'uom pensa agli amori.
È così dolce un orin che il orin ti sfiori
Sullo stesso guanciale....
E per le gronde il micio esulta e grida,
E par ohe ai freddi lettiociuoli irrida.
Esser due nel tepor, due giovinezze —
Fantastichiamo! —
Due, l'un per l'altra, due conscie bellezze,
Ohe più cogli occhi che colle carezze
Si van dicendo io t'amo.
Oullati dalla calma e dall'oblio.... —
Ohi non m'intende non intende Iddio I
Quanti veglian solinghìi e, mentre i balli
Del carnevale
Calendario 385
Sdrusoisoono fanciulle e guanti gialli,
Cercan la fonte degli eterni falli
Di quest'età mortale
E rugiada di mistici conforti
In voi, poemi dei poveri morti!
Beato l'uom che in queste si ricetta
Sante demenze!
Esausta all'alba la sua luoernetta
Tremola e impallidisce, la stanzetta
S'empie di trasparenze,
Di visioni e di memorie pie
Al suon delle lontane avemarie.
Altri di bianche nudità , di note,
Di profumi briaco.
Pallido il core e pallide le gote
Il selciato di ratte orme percote
Nel crepuscolo opaco.
Mentre le belle si tolgon di testa
Gli estinti fiori dell'estinta festa.
Misere gioie! oh datemi un giardino,
Picciol, ferace.
Per piantar maggiorana e rosmarino,
E viole del pensiero; e che al mattino.
Risvegliandomi in pace.
Io possa dire senz'ombra d'affanno:
È questo il mese più corto dell'anno.
E. PBA.GA. Poesie. 25
386 TRASPARENZE
MARZO.
De mémoire de rose on n'a jamaia.
vu mourir de jardinier.
Stendhal.
Sull'infanzia dei germi e delle fronde
Il marzo sbuffa; alle ospitali gronde,
Alle tiepide tane
Fa ogni sbuffo assassino
Delle speranze dell'aprii bottino;
E alle rive lontane
Caccia un popol di morii e di feriti.
Son sibili e garriti
E fischiate fesse....
Fin le tegole, anch'esse,
Forse per l'abitudine dei nidi,
Si oredon rondinelle e volan via.
Fra le spighe, gli steli e gli arboretti
È un lottar di equilibrio e di scambietti.
Per non schiantarsi, agli schiaffi potenti
Opponendo gli inchini e i complimenti.
E una lepida quercia a una rugosa,
Sua vicina dicea: "Monna Ghiandosa,
Rammentate il seicento?
Fu in maggio — se non erro —
Di quell'annata, la maggior tempesta.
Un mio ganzo, un bel cerro,
Calendario 387
Asfissiato mori nel turbinio.
E noi — bontà di Dio!
Siam vive e sane, e brille:
Toccheremo il duemillel,,
E che pensava il fiorellin divelto,
Udendo il cicalio della vegliarda?
Egli, ohe all'alba ancor non era nato,
Morir canuto a sera avea sperato....
Nel fango invece a mezzodì giacea,
B dolorando l'anima rendea.
Marzo è nipote di Vulcano e d'Eolo
Sopra Tonde sbuffanti e sui metalli.
Oh 1 ben vengano i venti
A narrarci di cime e di con vai li
Misteriosi accenti 1
Parlateci, o loquaci aure azzurrine,
Zefflri palpitanti!
Date novella a chi spera, a ohi lagrima,
Ai delusi, agli amanti!
Che il vecchio senta, sfiorandogli il orine.
La primavera in voi!
Ohe il giovin senta nei novelli effluvii
Più baldi i nervi suoi.
Marzo, ohe spargi le siepi di candidi
Spruzzi e di macchie vermiglie i giardini.
388 TBASPAEENZE
Col mà ndorlo e il sambuco;
Marzo, ohe chiami da' suoi bui cammini
Il redivivo bruco;
Bel forier dell'aprile!... ohi invia nei cori
Le verdi ilIusYoniI
Fa sbocciar, come dal sambuco e il mandorlo,
Fa sbocciar le canzoni.
E sian canzoni d'avveniri gli amorii
Gli odii, i dolori... ma nuove 1
Sian della neve al par, che dalle vecchie
Tettoie si dismuove I
Marzo è la Gioia in culla. È il soavissimo
Primo vagito dell'atteso bimbo I
E un vero, è una parvenza:
È la tua bella di cui scorgi il nimbo
E attendi la presenza!
Giovinettina dai begli ocx)hi fisi.
Pallidi adolescenti,
Andate, andate a cogliere le mammole,
E ad ascoltare i venti I
Io, povero poeta, ai vostri visi
Unir non posso il raiol...
Cercar non posso al mondo che risuscita
Nulla, fuorché l'oblio!
Marzo 1875.
Calendario 389
APRILE.
O primavera, gioventù dell'anno !
Gioventù, primavera della vita!
Creso pagò con lucciole,
Ed Elena ha sorriso:
La terra e il paradiso
Favellano d'amor.
La timida lucertola,
Ohe lambe i muri infranti,
Si arresta a udir dei canti
E a contemplar i fior.
Le nuvole sorvolano
Tutte color di rosa,
E la gleba pietosa
Ci«me di voluttà !
Ecco dagli olmi e i frassini
La vetustà sparita;
La selva ha nuova vita.
Le foglie.... eccole là !
E colle foglie i nidi. — fanciulletti.
L'albero rispettate e le sue culle!
S'oggi rapite i poveri augelletti,
390 TRASPARENZE
Doman potrete rapir le fanciulle.
Dehl serbatele al voi le molli ale....
Il volo è l'ideale!
Credo che i morti stesi nella fossa
Sentano anch'essi il risveglio d'amore,
Ohe nude, infrante, gelide quell'ossa,
L'aprii vi innesti un ignorato fiore.
— Povero padre! il sole ò cosi bello
E tu sei nell'avello!
Laghi, cime diafane,
Gerule lontananze,
Dove arcadiche stanze
Sogna il poeta ancor I»...
Dove dell'arpa eolia
Vibra tuttor la corda,
Dove sospira il giovine
E il vecchio si ricorda;
Del sempiterno artefice
Note, poemi e tele!...
Come il vento alle veln
Obi date il volo ai cor!
Aprii ! dal verno pallido
L'uomo esce mesto e stanco!....
Pongli all'occhiello il giglio,
Dagli una donna al fianco!
Aprile 1875. -
Monaci e cavalieri 391
OTTOBRE.
Un lenzuolo di nebbia avvolge il cielo,
E la pioggia minuta e lenta cade;
Le colline lontane han messo il velo,
E di fango si coprono le strade.
Piangono come vedove le biade
E l'elegia, battendo stelo a stelo,
Addormenta le selve e i nidi invade,
I nidi pieni di piume e di gelo.
Ohe narrano le goccie ai bruchi erranti?
Alle b uccie che dice il vento fioco?
Oh nelle tombe scheletri grondanti,
Oh beltà , robustezze, a poco a poco
Scioglientisi coU'acqua, e vegetanti!... -
E la gente sonnecchia intorno al foco.
xxvr.
MONACI E CAVALIERI.
Ad Arrigo Botto.
PROLOGO. •
Se fosse nostro, Arrigo, il secol bello
Della fervida fede e dell'amore,
Pensa che tu saresti un menestrello
i")i nordici liuti animatore,
392 TBASPAEENZE
Un giovin paggio
Tutto pallido e biondo e triste e altero.
Però sul tuo passaggio
Castellane, baroni e giovinetti
Sorridendo dirian: "Dolce straniero
Cui fan guerra gli affetti,
E il lungo peplo del poeta ammanta.
Fermati, e cantal,,.
Se fosse nostro, Arrigo, il seool bello
Della fervida fede e dell'amore.
Pensa ch'io sarei forse un fraticello
Di tavole e di dogmi indagatore,
E ohe vivrei contento
Scordando l'ora e contemplando il poi.
Però del mio convento
Tu verresti a fermar spesso alle grate
Il più tranquillo dei morelli tuoi,
E, per le vaghe arcate,
Mediteremmo insiem messale ed arpa.
Cilicio e ciarpa.
Ingarmammo i) destino! Una quieta
Stanzuccia di villaggio — ecco la cella,
Cella di solitario e di poeta!
— Da qui, fra l'oro delle bionde anella,
Rivedo chino le tue gote smorte
Sul pianoforte. —
Monaci e cavalieri 393
Leggi ancora Marcello ogni mattino?
Io vo a spasso col vescovo Turpino:
È un vecchio strano e pazzo
Che mi parla in latino.
Gli fan codazzo
Torri di foco e sibilanti draghi
E fantasimi e maghi,
E paladini e fate
Innamorate. —
Sulla sua mitra poi, spesso, pian piano,
Compare un nano.
E il bel mar degli azzurri e delle calme
Si popola di chiostri e di romiti,
Ed ecco Abido e il suo serto di palme,
E il tempio di Memnone, e i monoliti,
E lontan, per le sabbie e fra gli abissi,
I crocefissi!
Ohi pallidezze, aureole, visioni.
Amicizie ooU'aquile e i leoni,
colloquii con Dio,
lott«, o tentazioni,
visi smimti in mezzo a per gamete
E cantilene:
intenti, al suon dei bronzi e dei flagelli.
Penne e pennelli!...
Per gli occhi tristi della donna mia,
Per l'amicizia degli amici buoni.
394 TRASPARENZE
Per l'allegrezza e la malinoonia,
E per l'affetto delle mie canzoni
10 dico e giuro
Ohe nel mondo ho vissuto un'altra volta!
E fu in quel tempo oscuro,
E credetti e pregai — forse in delirio —
Come i bimbi e le vergini ohe han colta
La palma del martirio!...
Un soffio, ahimè! dell'anima d'allora
M'agita ancora....
M'agita ancora una pietà profonda,
E, dal cinico ingegno al cor devoto,
11 desiderio dell'Iddio m'innondai...
Ma r Iddio del mio tempo è il Nume ignoto,
Ma sull'altare
Ride l'augure ancora e il sofo piange!
Arrigo — odo cantare
L'organo della chiesa.... — è dì di festa —
L'armonia che al mio tavolo si frange
Mi conturba la testa.... —
Non ti dissi che vivo in ima cella?... —
— Musa, favella!
Noli (Riviera di Ponente), 1864.
Monaci e cavalieri 395
LA MUSA.
La Musa.
Fuggi; fuggi, o poeta, all'armonia
Dell'organo ululante I
Oiò che sposa al tuo cor la fantasia
È la presenza mia,
È il mio vergine amore, è il mio sorriso.
Fuggi; l'incenso dall'altar si svia
E già per l'aria giungono
Canti di preti e odor di sagrestia.
Seguimi, amico, sulla gaia spiaggia
Dove vola l'alcione
E dove nuota l'anitra selvaggia:
Da qui l'anima viaggia,
Da qui si libra alla bella regione
Ov'oggi il canto è volto,
Senza la prosa del rossor sul volto.
La prima chiesa fu il deserto immenso!
Ili PoKTA.
E il sacro mare ove beveva il mìe,
E i fiumi sacri dove
Bevea la luna!...
La Musa.
Il mio peplo di viole
Trema alle tue parole
896 TRASPARENZE
Come a pensier di patria abbandonata.
poeta, son lungi incenso e stole;
Qui le vetuste imagini
Dorraon serene, immacolate e sole!
Il Poeta.
B i fiumi sacri ove bevea la luna!
Spesso il pastor caldeo
Richiedendo le stelle ad una ad una
Della errante fortuna,
Stupito udia cantar canto giudeo
Le palme montanine;
E delle greggie le bianclie indovine,
Alzando il muso, socchiudean le ciglia.
La Musa.
Era il suo canto!
Ili Poeta.
l^er le sacre grotte
Tu erravi allora, o vergine, baciando
Egizie labbra; ed eri tu che a notte
Squarciavi il velo vaporoso e blando,
E squandavi la creta e l'uom vedeva
Il paradiso!
Tu dei baci del Cristo umida ancora,
più gentil delle sue cento amanti,
Tu inebriata della grande aurora,
Tu che portavi Bull'ali vaganti
Monaci e cavalieri 397
Alle figlie d'Adamo e ai figli d'Eva
Il nuovo avviso!
Ma le corde del tuo plettro di Tebe,
Del tuo plettro glorioso ancor vibrante
D'Ustica lieta sulle verdi globe
L'ultime lodi a Creta e ad Alicante,
Musa, il giorno ohe mutasti fede,
Di', non piangesti?
Dal buio Olimpo volando al Calvario
Piena di raggi, non pensavi, o amica,
Lo smisurato, pallido sudario
Ohe discendeva sulla corte antica
Dei vecchi numi, fra le spente tede,
E i fior calpesti?
La Musa.
Piansi l'uom che tessuto l'avea
Per vicende di noie immortali,
Piansi l'uomo che gli idoli crea.
Poi, deluso, ne sfronda l'allor.
Oh I la fé che guidavami l'ali
Sul cammino del mio Nazzareno,
Quando, alzando il bel volto sereno,
Predicava fra i pargoli e i fiori
Quando il Sofo dei greci papiri.
Quando il mago dei miti di Belo,
Anelante di arcani deliri,
Vanitoso di occulte virtù.
f
398 TRASPARENZE
Come stelo ohe aggiungasi a stelo,
Fra i vegliardi e le donne invaghite,
Prosternava le tempie abbronzite
Sulle vie della vaga tribù I...
Ohi l'amor che guidavarai allora
Non vedea questo orrendo avvenire,
Non temeva di piangere ancora
^ul tramonto di un ultimo dU
Non temea di vederlo morire
Più oltraggiato, più mesto che in croce,
Non vedeva la sfinge feroce
Ohe sull'ara lo spense oosll
Il Poeta.
Musa, per le tue guancie di rosa
Scorre una lagrima 1...
Lagrima ardente, lagrima sdegnosa.
Io ti conosco:
Tu sei quella dell'ira e dell'orgoglio
E sai di tosco!...
Tergila, o Musa, il tuo sorriso io voglio,
Ascolta il cantico 1
Ad un campanile gotico 399
XXVU.
AD UN CAMPANILE GOTICO.
Posti eretto da uomini orgogliosi
In un'età di ferro 1
Nelle viscere tue stan marmo e oerro,
Bel campanile!
I tuoi merli son gloria e apoteosi!
L'ellera vagabonda,
Agli ermi amica, tutto ti circonda
Con vago stile!
I tuoi merli li fé' la durindana
Tramutata in martello,
Ond'ò ohe appari simile a un castello,
mole strana!
Ti contemplo quaggiù dalla vallata
Dell'erbe in sullo smalto,
mio bel campanile, o chiesa, o spalto,
Ohe il sole indorai
L'ellera, amica agli ermi, ha incoronata
La tua vetusta fronte,
400 tbaspAkenze
E tu rammenti, o campanile, un monte
E una calma dimora!
Come t'aman le rondini fedeli 1
Al tramonto è una festa
Di voli e trilli intorno alla tua testa
Ohe guarda i cieli!
La tua campana è una nenia soave
E riverente io l'odo:
E ripenso ai misteri e a Quasimodo,
Bel campanile!
Ohe l'Angelus tu pianga o canti ì'Ave,
Oanti e piangi d'amore:
E fai pensare ai poveri e al Signore
Superbo e umile.
mole strana! e alle rondini accanto
L'upupa tu ricetti:
Da secoli raccogli anche i reietti,
Oampanil santo!
Lascierò questa valle; assai lontano
Forse il destin mi attende:
Ma per mutar di luoghi e di vicende,
Muro feudale,
A Enrico Junk 401
Ricorderò ohe non t'ho visto invano,
Perchè in te mi specchiai 1
Nel tuo destino il destin mio guardai,
pieno d'ale:
pieno d'ale, o pieno di mistero,
Di memorie e d'oblìo.
Muro triste e leal, mi hai mostro intero
Il genio mio.
XXVIII.
A ENRICO JUNK.
Della città , madre di inganni e toschi.
Sei stanco, amico, e aneli ai verdi boschi
E a un po' d'acqua corrente ;
A un po' d'acqua corrente in cui si specchia
La ricciuta fanciulla, oppur la vecchia
Che ti guarda ridente.
Aneli alla mestizia solitaria
Per cui l'arte respiri insiem coU'aria,
Coll'aria imbalsamata 1
Vuoi della vita frivola l'oblio,
da lontan già senti il brulichio
Di una allegra borgata!
E. Praga, Poesie. 2
402 TRASPARENZE
Di una borgata allegra e faooendiera
Dove si ciarla da mattina a sera
Di cento mila cose;
Dove a ogni angol di muro il sol rischiara
ombreggia qualche imaginetta cara:
bimbi, o cenci, o rose.
Dove il paffuto ostier ti accoglie umano,
E la cuoca, stringendoti la mano.
Par che un bacio ti scocchi.
Dove ti sveglia all'alba il bue ohe mugge
la giovenca che il figlio ohe sugge
Contempla coi grandi occhi.
Ti sveglia, e allor per l'umido sentiero
Ti affacci all'alma nudità del vero,
Di cui Siam casti amanti.
Penna e pennello, un Dio v'agita allora 1...
Su, facciam le valigie, Enrico, è l'ora
Di diventare erranti.
Agosto 1875.
FINE.
INDICE,
TAVOLOZZA.
I. Per iucomiuciare Pag. 3
II. Il corso all'alba 7
III. I pescatori notturni 11
IV. Alla riva 1«
V. All'osteria 17
VI. Ballata alla luna 20
VII. La morta del villaggio 21
VIII. Un frate 22
TX. Serate in mare 24
X. Sui monti di Noli 26
XI. Il tempio romano 28
XII. Il professore di greco 29
XIII. Suicidio 31
XIV. Mistero di steUe 33
XV. Un fiore a suo tempo 34
XVI. Donne e poesia 37
XVII. Tutti in maschera 43
XVIII. Amor ci suscita 44
XIX. Senz'ali 45
XX. Larve eleganti . 46
XXI. Spesso i sogni che all'anima son belli. 47
XXII. Il poeta ubriaco 48
XXIII. Ritratti antichi 50
XXIV. Amor di crestaia 54
XXV. Assoluzione 55
XXVI. Orgia 56
XXVII. Quella ciarliera, Angelica 58
XXVIII. Verità 59
XXIX. Nella tomba 61
XXX. Vecchierelli al sole 62
XXXI. I superstiti 63
404
XXXII. La libreria Pag. 66
XXXIII. L'inno di Pio IX 73
XXXIV. Ai colleghi napoletani 74
XXXV. Oh non passate mai, jìlebi frementi 75
XXXVI. Consiglio 76
XXXVII. Commissione 77
XXXVIII. Stagione propizia 78
XXXIX. Piccole miserie ivi
XL, Amici alla porta 79
XLI. Fanciulla in delirio 80
XLII. Olanda 81
XLIII. Vettura notturna ivi
XLIV. Pittori sul vero 82
XLV. Ma hello è quando parlano, seguendo 83
XLVI. Ma chi di voi parlerà degnamente . 84
XLVII. Pensate a un uom, prigione alla lo-
canda ivi
XLVIII, Ma ritornato dalla lunga gita . . 85
XLIX. Critica d'arte 86
L. Adorazione ivi
PENOMBRE.
Preludio 91
, Meriggi.
I. Brianza 93
II. Egloga 95
III. Sospiri all'inverno 97
IV. Nevicata 100
V. E teco errando, pallida Sofia. . . 101
VI. Ancora un canto alla luna .... 102
VII. Libertas 106
Vili. Musica di chiesa 106
IX. Memorie del presbitero 107
X. Noli 109
XI. Strimpellata 113
XII. Incontro nel bosco 114
XIII. Amo il buio e il fragor della fucina. 115
XIV. Due conoscenze 117
XV. Pallida, mesta e collo sguardo chino. 118
Canzoniere del bimbo 119
405
Vespri.
XVI. All'amico Pag. 131
XVII. La festa e l'alcova 183
XVIII. Tentazioni 137
XIX. Eondini 138
XX. Nox 139
XXI. I re magi 145
XXII. L'anima del vino 146
XXIII. Vegliando 148
XXIV. Monasterium 149
XXV. Imbiancatura 153
XXVI. Dama elegante 157
XXVII. Dama elegante 159
XXVIII. Dama elegante 160
XXIX. Dama elegante 162
XXX. Seraphina 163
XXXI. A nn feto 168
XXXII. Alla poverella della chiesa .... 175
XXXIII. A Vittor Hugo 177
domxts-mundtjs 180
Mezzenotti.
XXXIV. Dolor di denti 197
XXXV. Vendetta postuma 199
XXXVI. Spes unica 200
XXXVII. Strimpellata 205
XXXVIII. Profanazioni 206
XXXIX. A un muricciuol che scalda il sol
d'aprile 208
XL. Notte di carnevale 209
XLI. Parole per via 212
XLII. Convento ideale 213
XLIII. Se tu fossi seduta al fianco mio . 215
XLIV. Miss Vh.... ter 216
XLV. In morte di un bimbo 217
XLVI. Armonie della sera 220
XLVU. Elevazione 221
XLVin. Orgia 222
XLIX. Rivolta 224
L. Esequie 227
LI, Desolazioni , 229
406 INDICE
FIABE E LEGGENDE.
Olimpio Pag. 236
l due poeti 248
I tre amanti di Bella 248
ri 294
TRASPARENZE.
I. Alla Musa 31.3
II. Il bruco 821
III. Colloquio 324
IV. De profundis clamavi . . . . . . 326
V. In pace 328
VI. Alla sultana 330
VII. Da una camera ammobigliata . . . 332
VIII. Versi scritti in un giorno buio. . . 335
IX. La strada ferrata 388
X. Sole assente 344
XI. A mia madre .345
XII. Il bimbo malato 348
XIII. Il fanciullo lontano 350
XIV. Al mio erede . 351
XV. La basterna di Messalina 353
XVI. Ballata .355
XVIL Serenata 357
XVIII. Alla duchessa E. L 368
XIX. Satana e la bottiglia 363
XX. Le veglie 365
XXI. In morte di Massimo d'Azeglio . . . 370
XXU. In morte di Abbondio Chialiva ... 378
XXIII. Sulla tomba di I. U. Tarchetti . . , 374
XXIV. Manzoni 376
XXV. Calendario 379
XXVI. Monaci e cavalieri 391
XXVII. Ad un campanile gotico 399
XXVIII. A Enrico Junk 401
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