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Full text of "Poesie"



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POESIE. 



EMILIO PRAGA 



POESIE 



TAVOLOZZA — PENOMBRE 

FIABE E LEGGENDE 

TRASPARENZE 



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• •* 



MILANO 

-Fratelli Treves, Editori 

1922 



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7 




PEOPBIETA LETTERARIA. 

J diritti di riproduzione e di traduzione aono riservati per 
tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda. 

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che 
non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori. 



Milano, Tip. Treves. 



TAVOLOZZA. 



E. Praga. Poesie. 



I. 

PER COMINCIARE. 



Spesso una voce incognita 
Mi dice: — giovinetto, 
Perchè dolente hai l'anima 
E pallido l'aspetto? 
Di desiderii inutili, 
Oh, non ascolta il grido; 
L'aura che vien dagli uomini, 
Amico, è un vento infido 1 

L'aura che vien dagli uomini, 
Dice l'amica voce, 
Ti segnerà benevola 
Di canizie precoce; 
Tienti i tuoi canti, o giovine. 
Vivi nel lieto oblìo; 
Non valgon templi olimpici 
Un tugurio natio. 



TAVOLOZZA 



A te divine musiche 

Cantano i tuoi vent'anni; 
Rose educar le lagrime 
Dei primi disinganni; 
Del bisogno la maglia 
Non ti comprime 11 cuore, 
Che etema, puro e vergine, 
L'inno del primo amore. 

Ahi chiudi le domestiche 
Pareti, o giovinetto; 
Sul nido tuo non aliti 
L'aura del mondo infetto, 
Bevi in pace e in silenzio 
Al tuo nappo dorato; 
Là fuor de' tuoi carnefici 
Echeggia l'ululato I 

Bevi al tuo nappo e i cantici 
Svolgi che il ciel ti spira. 
Ma eia sommesso ed umile 
Il suon della tua lira, 
Nessun s'arresti a coglierne 
Le note alle tue soglie; 
Presto si muor la mammola 
Se al margin suo si toglie. 

Guarda la folla, o giovine 1 
È una stoltezza o un fallo 
Là, fra i curvi ohe incensano 
L'ara del dio metallo. 



Per cominciare 



Ogni altro culto; e oopresi 
Di sogghigni immortali 
Chi, col fango battendosi, 
Tenta di metter l'ali. 

Come il selvaggio, indocile 
Del prete alle parole. 
Del suo Cristo befFavasi 
E gli additava il sole, 
Cosi, se canti i palpiti 
Di un'alma ardente o stanca, 
Costor dinanzi spieganti 
Un biglietto di banca! 

Bevi al tuo nappo, e i cantici 
Svolgi che il oiel ti spira, 
Ma sia sommesso ed umile 
Il Buon della tua lira; 
Nessun s'arresti a coglierne 
Le note alle tue soglie; 
Presto si rauor la mammola 
Se al margin suo si toglie. — 

Queste son ciarle arcadiche, 
Larve di capo astratto, 
E il libro mio testifichi 
Ch'io non ci credo affatto: 
Schiusi la porta; e agli* uomini. 
Girovago cantore, 
Vengo a tentar di scuotere 
L'eco assopita in cuore. 



« 

TAVOLOZZA 



Porse i vent'anni ingannano, 
E la voce ha ragione; 
Ma, infin, pensare e scrivere 
È una cattiva azione? 
Nemico all'ozio ignobile, 
Dell'arte innamorato, 
Perchè, campione inutile, 
Lascerò lo steccato? 

Della prima battaglia 
È il giorno 1 io mi ci affido.... 
Ma i versi miei svolazzano 
Deboli ancor dal nido; 
Incensi e allòr non vogliono. 
Sol temono le spine.... 
Dateci un fiore, è lauro 
Che ben s'acconcia al crine! 

.\1 solitario e povero 
Pancini della Savoia, 
Che nei cafi'è le veglie 
Dei cittadini annoia. 
Se alcun, pietoso, un'arida 
Lode gli versa in core, 
Che avvivi il ritmo flebile 
Di una stilla d'amore; 

Scintillar vedi i timidi 
Occhi del poverino, 
E dimenar più rapido 
L'arco del violino; 



Il Corso all'alba 



La fame allor dimentica, 
Oblia la lontananza, 
E nel petto gli cantano 
La fede e la speranza! 



II. 

IL CORSO ALL'ALBA. 



Oh bello è pure, al soffio 
Dell'aura mattutina, 
Il Corso, ove s'esercita 
La boria cittadina, 
Quando sui tetti e 1 platani 
Da lunge il sol si specchia, 
E lieto si apparecchia 
Alla discesa in mari 

Or che son muti i cembali 
Nell'aule dei palazzi, 
E in larghe pieghe immobili 
Riposano gli arazzi, 
Né sui balcon sorridono 
Le matrone galanti, 
E i giovani eleganti 
Stan pallidi a russar; 



TAVOLOZZA 



È questa l'ora; o amabili 
Compagni, è questa l'ora: 
Coll'arte nostra lepida 
Qui poesia s'infiora; 
Lungo lo sporco lastrico 
Seguitemi cantando, 
Il campo è nostro e in bando 
È l'alta società! 

Tornano a coppie i poveri 
Lattai dalle cascine, 
Che la sera amoreggiano 
Le fulve contadine. 
Mentre ai bifolchi narrano, 
Raccolti nelle stalle, 
L'ardor delle cavalle 
Che trottano in città. 

Dal dazio, ove scroccarono. 
Tremando, la dogana. 
Poi che i vietati viveri 
Levar dalla sottana. 
Le scaltre serve corrono 
Al ganzo servitore, 
Mentre sognan d'amore 
Le padroncine ancor. 

Udite: ove tra splendidi 
Cocchi e noti destrieri 
Le frasi sospirarono 
Di dame e cavalieri, 



Il Corso all'alba 



4k 

I buoni, inconsci villici 
Parlan di gelsi e viti, 
E degli armenti aviti 
E dei pruneti in fiori 

E intorno a lor, corteggio 
Quasi di antichi amici, 
Belan le capre, garrule 
Del monte abitatrici, 
E i mandriani intuonano 
A bassa voce i canti 
Che le greggie vaganti 
Chiamavano all'ovil; 

Ed ecco, ecco le vittime 
Dell'afa cittadina, 
La vecohierella tremola, 
La pallida bambina. 
Che sofferenti e misere 
Uscir non ponno ai colli 
A respirar le molli 
Aurette dell'aprii; 

Da quel latte, che tiepido 
Gli aromi ne ha portati, 
Speran Buggere il balsamo 
Dei szeffiri vietati 
E delle pure mammole 
E dell'alpestre timo 
Lungi dal nostro limo 
Cresciuto in libertà. 



10 TAVOLOZZA 



Ma le campane vigili 
Già suonano a distesa, 
E par che i santi gridino 
Dall'una all'altra chiesa, 
Come comando bellico 
Ohe va di schiera in schiera: 
— Su, tutti alla preghiera, 
Genti della città 1 — 

Pochi infelici accorrono 
Ai freddi aitar davanti; 
Son le canute vittime 
Dei nostri avi galanti, 
I gonzi, le pinzocohere, 
E le stanche creature 
Cui le umane sciagure 
Posto han sull'alma un veli 

Ma, dai sobborghi, al popolo 
Comanda un'altra squilla; 
Nelle officine stridule 
Un'altra fé scintilla; 
Comincia l'olocausto 
Del nobile lavoro!... 
No, dei chierici il coro 
Non lo raggiunge in ciel. 

Amici! orsù, lasciamoci: 
Tutti al lavor, perdio! 
Un nome abbiara, togliamolo, 
Togliamolo all'oblio; 



I pescatori notturni 11 

Questi sudanti apostoli 
Negli opifici oscuri 
Non sian di noi più puri 
In faccia al Creatori 

Ma al suon dell'aspre incudini 
Si sposi il suon dei carmi, 
S'unisca al lieto artefice, 
Che tempra a Italia l'armi, 
L'artista che sul soglio 
La riporrà sovrana: 
Questa è la legge umana. 
Questo è di Dio l'amori 



III. 
I PESCATORI NOTTURNI. 



Vengono al mar quando la luna accende 
Per gli spazi tranquilli il mesto vel; 
Vengono al mar quando la nebbia stende 
Le bianche braccia e lo congiunge al ciel; 

Quando il vecchio Oceano i vecchi amori 
Lento alterna alla spiaggia e stanco par; 
Quasi amante assopito ai primi albori, 
E a cui men bella la compagna appari 



12 TAVOLOZZA 



Portan la vela lacerata ai venti) 
Ciome stendardo ohe in battaglia errò; 
Portano remi e canapi stridenti, 
Che il nerbo delle braccia affaticò; 

E sulla tolda silenziosa e bruna 
Restan le lunghe notti ad aspettar, 
Ad aspettar sotto la fredda luna 
Che il pan dell'indomani apporti il mari 

Che flebile armonia 
Tra la spuma del mar fosforescente: 
Che amor, che leggiadria. 
Nel pelago al lunar raggio lucente 1 

La vòlta è pur serena, 
La luna senza vel, l'onde festanti 1 
Se sia la rete piena, 
Chi potrà dirlo ai pesoator vaganti? 

Che forse alcun fra i miseri, 
Un pensoso vecchietto. 
Passando innanzi a una chiesetta bianca 
Il povero berretto 
Scordò levarsi dalla testa bianca.... 

Porse, mettendo il ruvido 
Piò gocciolante a bordo, 
Scordò l'un dessi il segno della croce; 
Porse un nocohier balordo, 
Mentre un prete parlava, alzò la voce; 



i pescatori notturni 18 



Forse hanno i mozzi striduli 
Deriso il sagrestano 
Pel suo cencioso ferraiuol turchino, 
urtato in fallo il nano 
Che canta i salmi al muro del cammino; 

E Dio, travolto in collera, 
Porse soffiò sul mare 
E avvisò i pesci di fuggir le retil 
Le fitte reti care. 
Ohe doman gronderanno alle pareti. 

Assisi alla sponda 
Del fragil barchette, 
Cullati dall'onda. 
Si battono il petto, 
Se possa aver grazia 
L'incerto peccar! 

— E intorno rispondono 
Le note del mar. — 

Se a mille i prigioni 
Le reti daranno, 
Se eletti, se buoni 
Gli avvinti saranno, 
Copiose promettono 
Candele all'altari 

— E intorno rispondono 
Le note del mar. — 

Ma spira già il vento, 
S'appressa l'albore, 



14 TAVOLOZZA 



Dell'astro d'argento 
Già il raggio si muore, 
E i mozzi, a quel pallido 
Riflesso lunar 

Le membra stirandosi, 
Si specchiano in mar. 

La nebbia nasconde 

La casa adorata, 

Nascondono l'onde 

La preda aspettata; 

Sperando vegliarono, 

Sperando pregar: 
Il sole già librasi 
Sui solchi del mar! 

E lungo il mar che palpita 
Si aggruppano le spose e i fanoiulletti; 
Già spuntano i barchetti, 
E già le note gonne, 
Le oufiBe delle nonne, 
Come le ali di ronzanti insetti, 
Appaion lunge ai veleggianti cari. 

Alla mesta famiglia, 

Che al lido stè in attesa lungamente 

Della diletta gente, 

Oh come dolce è il giorno, 
• E il vento del ritorno 1 

Del raccoglier le vele è sorto il grido; 

Canta la ghiaia sotto ai remi impari. 



I pescatori notturni 16 

E non lungi, fra i portici 
Del cimitero, un salmodiar bì sente; 
È il cantico stridente, 
Il rantolo del nano, 
Che a buon momento, piano, 
Stuzzica alla pietà la lieta gente, 
E i pescator nella sua rete adduce 1 

I reduci distendono 
L'umide reti; e i pesci entro la maglia, 
Che fra i sassi s'incaglia, 
Muoiono saltellando — 
E squame seminando. 
La dolce vista i pescatori abbaglia 
Più del lucro promesso.... e che non lucei 

D lucro è rame, povere 
Monete, che dei pesci hanno l'odore. 
Vegliarono tant'ore 
Per pochi soldi appena, 
Ed una scarsa cena! 
Pur son felici, e al mendico cantore 
Regalano, passando, un pesciolino. 

Poi, quando il sole è fervido, 
Seduti sulla spiaggia a riposare 
Colle famiglie care. 
Raccontano alle spose 
Contente e vergognose 
Che Satana tentolli in riva al mare 
E che ad esse han pensato in sul mattino. 

JI«4iterrantìo. - Giugno 1860, 



l6 TAVOLOZZA 



IV. 

ALLA RIVA. 



Quando scendo alla riva del mare 
Lungo il lido di sabbia minuta, 
Ove tragge la barca sparuta 
Il nocchiero che all'alba tornò; 
fanciulla, vien meco, è salubre 
Questa brezza che Fonda c'invia, 
Che arrivando per libera via 
Le miserie dell'uom non sfiorò. 

Vieni meco. I fanciulli del lido 
Sono belli, son semplici ancora, 
Che del mondo non vider finora 
Ohe quest'acque e le stelle del cieli 
E se fermo a un timon neghittoso 
Troverem qualche vecchio nocchiero, 
Ti dirà se di pioggia è foriero 
Quel vapore che al sole fa vel. 

Vieni meco. Io ti voglio alla riva 
Per mostrarti l'immenso oceano, 
E poi dirti ohe al lido lontano 
Volerei per poterti fuggir. 



All'osteria 17 

Vieni meco. Io ti voglio alla spiaggia 
Perchè, innanzi a quest'orridi abissi, 
I desir, da cui siam crocefissi 
Potran forse umiliati svanir; 

Per mostrarti in la sabbia minuta 
L'orme nostre, che in giri ritorti, 
Come fosser di piccoli morti, 
Già dall'aura si colmano ancor.,.. 
E poi chiederti, o indegna, se il vento 
Sorgerà, come sorge su d'esse, 
A distrugger le tracce ohe impresse 
M'ha un tuo sguardo, un tuo detto nel cori 

Mediterraneo. - Giugno 1860. 



V 

ALL'OSTERIA. 



Son solo. Il portico 
Dell'osteria 
Mi manda i cantici 
Dell'allegria, 
Qui dove mesto 
Fra stranie mura, 
Penso all'incerta e fosca età ventura 

E. Praga. Poesie, 2 



18 TAVOLOZZA 



Quei che gavazzano 
Giù, fra i bicchieri, 
Quelle son anime 
Senza pensieri; 
Esse non sognano 
Nell'avvenire 
Che egual vicenda di volgar gioirò. 

Sempre essi fiano 
Servi, facchini, 
pizzicagnoli. 
Fabbri, arrotini; 
Arti tranquille, 
In cui perito 
È l'uom che mai non si è tagliato un dito. 

Ed io? Nel fervido 
Volo degli anni 
Sconfitte immagino 
E disinganni 
Dopo il divino 
Premio, promesso 
Quel di che all'Arte ho dato il primo amplesso 1 

Oh, come parvemi 
Piana la via! 
Come la gloria 
Poco restia! 
E fida ancella 
Del mio pensiero 
La man che tenia riprodurre il vero! 



All'osteria 'J<j 

Ma dair immagine 
Ohe in me si cela, 
Airartifioio 
Che la rivela, 
Perchè un abisso 
Frapponsi, o Dio, 
E enigma è ancor per tutti il pensier mio? 

Perchè, se l'anima 
Nuota nel bello. 
Perchè non transita 
Nel mio pennello? 
Il fiume pieno 
Straripa, vola, 
E avrà saldo confin l'anima sola? — 

— Ma chel cominciano 
A bestemmiare?... 
Senti i propositi 
Dell'uom volgare. 
Senti l'ingiurie 
Che, rimbalzando. 
Già cedono al baston l'aspro comando! 

Addio, tripudio 
Delle canzoni.... 
Si pensi a tergere 
Le contusioni! 
Povere spose. 
Voi che aspettate, 
Per questa sera, via, v'addormentate! 

Normandia. - Àj^osto 1858. 



^0 TAVOI.OZZÀ 



VI. 
BALLATA ALLA LUNA 



notturno splendore, 
vergine divinai 

Tu che commuovi, sorridendo, il core 
Dell'uomo e dell'oceano, ' 
Solitaria dei cieli, 
Adoro la tua luce, amo i tuoi velil 

Te fra le viti e i gelsi 
Del mio suolo natio. 

Fanciullo io vidi e ad astro mio ti scelsi; 
Fosse felice o in lagrime, 
Da quel giorno, o mia Dea, 
Quest'anima, sperando, a te volgeal 

Come sei bella, o luna. 
Quando il viso ti specchii 
Nel mite tremolìo della laguna; 
Come bella, fra i pallidi 
Scogli della montagna, 
Quando sul ghiaccio il tuo raggio si bagna 1 

Ma chi dirà, divina. 
Di che fulgor ti -vesti 



Ballata alla luna 21 



Se tu sorgi infocata alla marina: 

Il pelago scatenasi, 

E placido e giocondo 

Il tuo disco s'innalza e irradia il mondo 1 

Ed io ti amai sul piano, 
Ti amai, luna, sui monti, 
E nel cupo fragor dell'oceano.... 
Ma non mi tocchi l'anima 
Quando, dimessa e stanca. 
Seguiti il sole in oamiciuola bianca 1 

vergine d'amore. 
Se tua beltà lo vince, 
Non indugia a pregar nostro Signore, 
Che, quando il sol ci illumina, 
Ti tenga in paradiso. 
Perch'io solo di notte amo il tuo visol 

Interlaken. - Luglio 1857. 



VII. 

LA MORTA DEL VILLAGGIO. 

Vi conterò la storia della morta 
Per cui suonano adesso la campana. 
Era una tosa piocolina e smorta 
Che abitava vicino alla fontana. 



22 TAVOLOZZA 



Toccava appena appena i quindici anni 
Quando suo padre fu portato via 
Da una piena di stenti e di malanni.... 
La restò sola colla vecchia zia. 

Amor di madre non avea la mesta, 
Né amor d'amiche la povera tosa; 
Ella era brutta e in cenci avea la vesta.... 
Qual giovin mai l'avria menata sposa? 

Vedea le forosette in sul sagrato 

Occhieggiare or con questo ed or con quello. 
— Povero cuor deserto e sconsolato! — 
Oggi un vecchio l'ha chiusa nell'avello! 

Brianza. - Aprile 1859. 



Vili. 

UN FRATE. 

Che fantasima d'abate 
Ho scontrato stamattina 
Sul sentier della collina! 
Pover'uom, per esser frate, 
Era magro e curvo e smorto; 
Certo il pranzo troppo corto 
Il convento non gli dava,... 
Di che fame dimagrava? 



Un frate 23 

Sotto il saio pien di tarlo, 
Che animai ci ha posto il dente? 
Mal di corpo o mal di mente? 

10 non seppi indovinarlo. 
Ma, scommetto un principato, 
Qualche dia voi v'è incarnato. 
Quella testa aveva il conio 
Dell'alcova di un demonio. 

Tra una pelle liscia, gialla, 
Scintillavan come faci 
Occhi ceruli e rapaci. 
Segno questo che non falla; 
Ed il naso uscìa schiacciato, 
Monco, nero, raggrinzato. 
Come il naso di un chinese, 
Strano pur nel suo paese. 

Con tai passi venia avanti 
Da raggiungere uno struzzo. 
Seminando un certo puzzo 
Di tabacco e unguenti santi 
Che pareva un letamaio; 
E, battendo dentro il saio, 

11 suo corpo roso e cotto 
Dava il Buon di un vaso rotto. 

« 

Si fermò.... prese a guatarmi 
Colla faccia arcigna e dura; 
Guardò poi la mia pittura 
E parti senza parlariiji. 



24 TAVOLOZZA 



Al risvolto di una via 
Sghimbiò lesto, fuggi via.... 
Io ne vidi il cupo aspetto 
Tutta notte, accanto al letto 1 

Avignone. - Maggio 1858. 



IX. 

SERATE IN MARE. 

Su, la vostra canzone intonate, 
Bruni figli del lido ridente, 
E nell'alto la barca guidate. 
Che già brilla la luna nascente. 

Già la luna nascente galleggia 
Sui marosi del chiaro orizzonte, 
E, coi raggi scherzando, passeggia 
Sulla cresta bizzarra del monte. 

capanne, fra i larghi oliveti 
Ocohieggianti le vele fugaci, 
dirupi di pascoli lieti 
E voi lidi cospersi di faci, 

Non sapete lo scopo sublime 
Di cui Dio v'affidò la magia. 
Quando disse alle spiagge, alle cime, 
State, figgile dell'anima mia. 



Serate in mare 25 



State belle di golfi e foreste, 
Di villaggi, di scogli e di palme; 
Belle in mezzo alle cupe tempeste, 
Belle al mite sospir delle calme. — 

— Sacerdoti! alle turbe infelici 
Predicate i miracoli vieti, 
E di ceri e dorate cornici 
Fate addobbo alle sacre pareti: 

Altro culto agli spiriti, oppressi 
Dal desìo della vita migliore, 
Altre preci, altri incensi ha concessi 
La insultata pietà del Signore. — 

Su, le vostre canzoni intonate, 
Brimi figli del lido ridente, 
E nell'alto la barca guidate. 
Che già- brilla la luna nascente. 

Non mi giungan di salmo melodi. 
Né di stola m'appaia il candore.... 
Di lassù qui mi canta le lodi 
Della luna e del mar lo splendore. 

E qui, meco, sull'umile prora. 
Qui sta Iddio, che m'accende l'ingegno. 
Qui, nel core che il bello innamorai... 
Del Signor questo è il tempio più degno l 

Bordighera. - Giugno 1801. 



2() TAVOLOZZA 



X. 

SUI MONTI DI NOLI. 

Oh ohi dirà la gioia 
Che sentii stamattina 
Volar dal labbro di una contadina 1 — - 
Scendea dalla montagna 
In sottanetta bianca, 
Cantando a tutta gola 
Una gaia parola, 

E ripetendola 

In ritornelli 

Scuciti e belli. 

Era una canzonetta 
Che parlava d'amore 
Chiesto e richiesto ai petali d'un fiore ; 
E un fior pareva anch'ella, 
L'allegra oantatrioe; 
Robusti quindici anni, 
Sfidatori d'affanni, 

Trecce nerissime, 

E occhietti fini 

Ed assassini. 

Ma eparve dietro un tremulo 
Bosco di antichi olivi, 
E la cadenza dei suoni giulivi 



Sui monti di Noli 27 



Anch'essa, a poco a poco, 
Fra i rami si perdette.... 
Oh dolce cherubino, 
Risali il tuo cammino, 

Oh torna, e seguita 

La canzonetta, 

forosetta! 

Ma là, sul lido candido, 
Ahi forse, o bricconcella, 
Ti aspetta nella nota navicella 
Ansioso un giovinetto; 
E tu corri a portargli 
Due begli occhi d'amore.... 
Begli occhi e buon umore; 

Oh a lui propizia 

Sia l'onda amara, 

Se gli sei cara! 

Ma, se pur sogna i placidi 
Beni di quiete porte, 
Ch'io vo' cangiar la mia colla sua sorte 
Digli, fanciulla bella; 
Egli sarà pittore 
Ed io sarò nocchiero. 
Ma ti amerò davvero, 

E sull'oceano 

Ci culleremo. 

Con vela e remo. 

Noli. - Aprile 1858, 



28 TAVOLOZZA 



XI. 
IL TEMPIO ROMANO. 

Eooo una landa solitaria, e bella 
Come la speme di un morente. — II cielo 
È di un vivido azzurro e senza velo; 
Contadina che spigoli sul prato, 
Né carro appar nel piano interminato; 
Solo un tempio romano, ove facella 
Più di vestal da secoli non splende, 
E ai sacrifici l'augure non scende. 
Innalza torvo su un letto d'ortiche 
Le sue colonne antiche. 

Le falangi dei Cimbri incatenati 

Qui passar, dalle invitte alme imprecando 
Ai ferri e alla fatai legge del brando; 
Qui pregar forse gli ultimi tribuni 
Dalla vendetta dei barbari immuni. 
Tra l'arso insegne e i figli insanguinati, 
I dolci lari — quando fiori al crine 
Degli amanti ponean donne latine, 
E barcollava in mezzo all'or gie doma 
La vetustà di Roma. 

Or sulle basi e i capitelli immani 
E fra i deserti portici e le ogive 
L'edera stese le braccia, lascive 



ti professore di greco 29 



Come le spose di Nerone; Tali 
Del tempo e deiroblìo nei penetrali 
Infranser l'are dei possenti Mani, 
E troveresti in mezzo ai sassi, a caso 
Frugando, forse di un olimpio il naso, 
Che greco artista sculse e dei circensi 
Fiutò votivi incensi.... 

Ma al tempio il danno e il nostro oblio che importa ? 
Gli idoli infranti, e fu Toro rapito; 
Pur non svanì la santità del sito. 
La beltà che dàn gli anni alle rovine, 
Come raggio di un martire sul crine, 
Siede grande e severa alla sua porta, 
E par che gridi fuor dagli archi neri, 
Se ne destano l'eco i passeggeri: 
" Lunge, lunge dai ruderi romani, 
progenie di nani 1 „ 

Nìmes. - Maggio 1858. 



XII. 

IL PROFESSORE DI GRECO. 

Il lungo e magro professor di greco, 
Che quasi odiar mi fece il divo Omero, 
Fu stamane a vedermi al mio studietto. 
La tavolozza mia si tinse a nero, 
E, lasciando i pennelli con dispetto. 
Il guatai torvo e bieco. 



So TAVOLOZZA 



Che all'entrar suo mi rientrò nel core 
Tutta la noia dei passati inciampi, 
Quando fanciullo pallido e sparuto 
Alle dolci anelavo aure dei campì, 
E avrei pei gioghi del Sempion venduto 
E Troia e il suo cantore. 

Ma, poi ch'io vidi l'uom già in uggia tanto 
Incanutito e sofferente e stanco, 
L'antica bile mi fuggì dal petto, 
E fissai mestamente il suo crin bianco; 
Egli abbracciommi ooll'usato affetto 
E mi sedette accanto. 

Poi mi narrò de* suoi lunghi malanni 
E delle pene della famiglinola; 
Sentirsi affranto e avvelenato ormai 
Dall'afa sempre uguale della scuola 
Che fin gli toglie il ricrearsi ai rai 
Del sole agli ultimi anni. 

Indi, guardando con occhio d'amore 
La stanza piena di festa e di luce, 
E le sparse mie tele e gli abbozzetti 
Da cui la lieta fantasia traluce, 
Parea che, desto ai primi ardenti affetti, 
Chiusi non morti in core. 

Volesse dirmi : " Oh quanti nuovi lidi. 
Quanta stesa di cieli e di marine 
Tu vedesti, e pur giovane sei tanto! 



Suicidio 31 

Ed io?... dei grami di già presso al fine, 
Che mai conosco di si vago incanto? 
Nulla, mai nulla io vidi!,, 

" Talor fra l'aure aperte e la verzura 
La mia stanca vecchiezza si riposa, 
Quand'esco coi figliuoli alla campagna; 
Ma quell'ora di pace, ahi, come vola! 
Qaal tristezza maggior non m'accompagna 
Poi fra le chiuse mura ! „ 

Povero vecchio! Ed io fui crudo tanto 
Da attristargli la già misera vita?... 
Su, versi miei, seguitelo per via, 
Ditegli voi che col greco è svanita 
Ogni rancura, e che quand'egli usci a 

Dalla mia stanza, ho pianto! 



xrii. 
SUICIDIO. 

Oh tesor negli scrigni giacenti, 
Oh dovizie all'azzardo diffuse, 
E cui spesso sbadata profuse 
Una man ohe ignorava il dolor! 

Oh metallo alle belle indolenti 
Tramutato in tessuti e in gioielli. 
Mentre intorno mieteva fratelli 
La miseria suffusa d'onor! — 



32 TAVOLOZZA 

Ecco un cadavere 
D'adolescente; 
Guardate, è un pallido 
Volto soffrente; 
Vi brillò un'anima 
Fervida, pura.... 
La spense il turbine 
Della sciagura. 

Artista e povero, 
Lottò sperando. 
Fiofia già il lauro 
Sognato, quando. 
Svaniti i fascini 
Ad uno ad uno, 
Alla sua soglia 
Picchiò il digiuno.... 

Si spense.... — martire, 
Riposa in pace; 
Presso il tuo feretro 
Non splende face. 
Ricusa il tempio 
Questa tua salma.... 
Che importa? al carcere 
Sfuggita è l'alma 1 — 

Addio pennelli, tavolozza addio, 
Sacra all'oblio 1 
È morto il giovinetto 
Che al vostro fido aspetto 



Mistero di stelle 33 



Gloria sognò, sognò giorni felici! 

Addio corse alle selve, alle pendici 

Ispiratrici, 

Addio dell'arte amori 

Coronati di fiori; 

Siete larve abbaglianti e ingannatrici! 

fuggito alle infamie del mondo, 
Vola, vola, ti bea nel sereno. 
Coraggioso che il calice pieno 
Hai gettato alle spine del suoli 

Or dal cielo, tu, artista giocondo, 
Alle tele incompiute sorridi, 
E dell'arte, degli uomini ridi, 
Dipingendo coi raggi del soli — 



xiy. 

MISTERO DI STELLE. 

Oh ditemi il segreto, erranti stelle, 
Dei vostri eterni palpiti 1 
Qual desio vi commuove il petto ardente, 
Quale amor nella bruna aura tranquilla 
Vi consiglia a oscillar sì dolcemente? 

Porse è ver che di voi guida ciascuna 
Quaggiù nel mondo vedovo 

E. PRA.aA. Poesie. 3 



34 TAVOLOZZA 



Un'anima alla meta in compagnia? 
A noi l'antica età divinatrice 
Questa speranza del poeta invia. 

Se fallace non è, deh stella amica 
Del mio pensoso spirito, 
Che fai lassù, dacché lasciai la culla? 
Brilla, brilla, infedele, e cerca intorno 
Una fiammella di gentil fanciulla! 

E poi con lacci che ti presti il cielo 
A te per sempre annodala; 
Sciogli le nubi dalle sue sembianze; 
Guidala mollemente ove, al sereno, 
Le stelle dei felici intreocian danze. 

Ma, neghittosa se tu resti ancora 
Nella tua danza eterea, 
Oh a te, dall'alto, cui di notte agogno, 
Una ultrioe tempesta urli sul viso 
E spenga col tuo raggio ogni mio sogno! 



XV. 

UN FIORE A SUO TEMPO. 

Un giovinetto 
Di vago aspetto 
Un di fra i calici 
Mi raccontò 



Un fiore a suo tempo 35 



Che di uua bella, 
Gentil donzella, 
Come un maniaco 
S' innamorò. 

Ma un dì la bella, 
Gentil donzella. 
Un fior donavagli, 
Pegno di fé; 
Il padre antico 
Di queir amico 
Gli vide il simbolo 
Dentro il gilet; 

La madre fella 
Della donzella 
Il vaso vedovo 
Vide di un fior; 
Scandalezzata, 
L' innamorata 
Condusse subito 
Dal confessor. 

E, minacciato 
Dal padre irato, 
Il cor del giovane 
S' ingelidì. 

Oh giorno, oh fiore I 
Povero amore. 
Si puro e fervido. 
Come fini! — 



36 TAVOLOZZA 



— Qual era il nome, 
Quale il cognome 
Di quel fior perfido, 
D'oblio forier?... 
Egli era un nero 
Fior del pensiero.... 
Noi, Lena, amiamoci 
Senza pensier. 

E finché sento 
Questo tormento, 
Detto dagli uomini 
Male d'amor. 
Fiore non voglio 
Che porti imbroglio, 
Ma voglio stringerti. 
Strozzarti al cori 

Quando poi stanco 
Sarò del bianco 
Tuo sen, del morbido 
Tuo folto crin; 
Quando al tormento 
Del sentimento 
Colla materia 
Dio porrà fin.... 

La stanza, o Lena, 
Di fiori piena 
Sarà l'emporio 
D'ogni color, 



Donne e poesia 37 



E allor nell'abito 
nel soprabito, 
Lena, mi sdrucciola 
Quel noto fior. 



Aprile 1858. 



XVI. 
DONNE E POESIA 

0±XZOSE DI UN HISANTROrO. 

E beata è colei che non H sarà 
scandolezzata di me. 

Evang. S. Matteo 
0. XI, V. 6. 

Come un raggio di sol su un vecchio muro, 
Monumento futuro, 
In cui di verde l'edera ha vestito 
I fior che adora il profuraier perito, 
E amor dei vati e amor dei ciabattini, 
I pampini divini, 

E i merli ai fiori e ai pampini frammisti 
Sogno dei paesisti; 

Cosi della tua luce, o Musa, un raggio, 
Rapito al paesaggio. 
Scenda sul viso alle fanciulle amanti, 
Alle meste fedeli, alle incostanti, 



88 TAVOLOZZA 



Alle errabonde femmine infelici 
Di sposi oaooiatrici, 
A quelle ohe trovato uno ne hanno 
E a cuocere lo stanno! 

Mostrami a nudo sotto i rai tepenti 
Le vedove languenti, 
Poveri fior ohe inaffiano l'infranto 
Stel ohe rinasce coll'umor del pianto: 
Mostrami la signora in frange e in seta, 
E la serva indiscreta, 
E la meroiaia, e la modista, altiera 
Rondine della sera. 

Spoglia i cuor, togli i crinolini audaci, 
E tra i cerchi capaci 
E tra le foglie dell'amor cadute, 
Indaga il sentimento e la salute! 
Povero amico, aceto e cor prepara.... 
Ahi! bieca scena amara; 
Oh illusion perdute, oh telescopio 
Mutato in microscopio! 

Vedrai che nebbia ci copria la vista 
In quell'età sprovvista. 
Povera età, del santo raziocinio; 
Oh, il re Petrarca avea solo il dominio 
Quando insiem sognavamo alcove e seni. 
Del nostro amor sol pieni. 
E un sorriso di donna il cor ci empiea 
Come fa la marea! 



Donne e poesia 39 



Una fanciulla quindicenne, bianca 
Larva pensosa e stanca, 
Ci faceva tremar fibra per fibra, 
Né vedevam lo spettro che si libra 
A tergo di ogni donna, 

. Che al fruscio delle perle e della gonna 
Nascoso entro la chioma 
E il solo amante, e arabizion si noma. 

Il solo amante, il prediletto amante 
Della fanciulla errante 
Mesta per via col cappellin sdruscito. 
Della compagna che al fatai marito 
Quasi a baston si appoggia; 
Della superba ohe dall'alta loggia 
Degna guardar la plebe, 
E della fante nata sulle glebe. 

Sì, la fante che arriva in sul mercato 
Col viso imporporato, 

E in cui tu dentro al sen brunetto e tondo 
Sognavi l'innocenza e il far giocondo. 
Ma anch'essa un orinolino 
Spera, il mantel di seta e l'ombrellino, 
E compra il cacio e il pollo. 
Con quattro perle false intorno al collo! 

La crestaia?... misura al tuo pagare 
Se degno sei d'amare. 
Della tua borsa al nobile spessore 
Che particella ti può dar del core. 



40 TAVOIiOZZA 



Pino a ohe punto il viso 

Farsi gentil, per schiuderti un sorriso, 

E ti misura i comi 

Dal numero dei nastri onde l'adorni. 

Fra le eleganti, che alla fantasia 
Schiudono tanta via, 
Metà coi dolci della faccia incanti, 
E metà colle vesti auree, striscianti, 
E il volar dei cavalli, 
E dita bianche strette in guanti gialli, 
Potrà forse l'amore. 
Dopo tanto bussar, trovarsi un core? 

pallido poeta, ecco, mia musa, 
Già di pallor soffusa. 
Getta la luce sua fra queste sete. 
Fra tante gemme in tanto oro sì liete; 
Spingi l'occhio sagace, 
E tenta i cori, e cercavi una face.... 
Ahil lucignoli solo 
Rischiarano del tuo l'ardente volo. 

Se tu in mezzo alle dame, o sventurato. 
Giammai ti se' inoltrato, 
Obliando le tue rime balzane 
In tasca, come briciole di pane.... 
Oh le ascondi pudico, 
piuttosto le dona ad un mendico. 
Ohò il pan della tua fama 
Sale non ha che stuzziclii una dama! 



Donne e poesia 4J 

In ohi, dimmi, versar l'onda infinita, 
In que' bei dì nudrita? 
L'onda di un core che una volta appena 
Sia stato dalle muse a pranzo o a cena? 
Secol decimonono, 

Noi dividemmo i fulmini dal tuono, 
Ma tu, orudel, rapisti 
Le scintille dai cuori, e ci punisti 1 — 

Ecco! ogni anno che scende a noi trafuga, 
Nella veloce fuga. 

Qualche sacra dei nostri avoli usanza l 
Finir le serenate, e della coda 
L'ondeggiar venerando. 
L'epica è morta, e del teatro Fiando 
Già si minaccia il fato, 
E cadrà dei Figini il porticato.... 

Piangete, alme gentili, anche l'amore 
Si è fatto viaggiatore; 
Per qualche più felice astro, infedele 
Ci abbandonava e spiegò al ciel le velel 
Qui, Poesia soltanto 
Restò sparuta a pochi mesti accanto, 
A ricordar gli ardori 
Onde una volta arse i patemi cuori. 

— Amico 1 Al Dio defunto onor di eletti 
Carmi donai, perdetti 
Assai tempo languendo, ora ci vedo, 
E no, perdio! non voglio essere Alfredo 



42 TAVOLOZZA 



S'esser non posso Arturol 

Amor, riposa in pace, astro maturo; 

Amico, ai campi, ai campi; 

E addio di cuore, o femminili inciampi! 

Oh SI, amerem della natura i santi, 
I benedetti incanti: 
La montagna lucente in faccia a noi, 

I salici curvati ai lavatoi, 

II lago, specchio delle stelle, e i n^plli 
Clivi dei nostri colli, 

E i fior del prato, e i ruminanti bovi 
Giacenti in mezzo ai rovi. 

Il noce, l'olmo, i platani romiti 
Ci appariran vestiti 
Della scorza che Iddio, sarto giocondo. 
Destinò lor quando cuciva il mondo, 
E cogliendo tra l'erbe i gelsomini, 
Nudi di crinolini, 

Al profumo, al candor li sceglieremo, 
E ghirlande faremo! 

E l'aura che verrà dalla foresta. 
Sia risonante o mesta. 
Non sarà, come i femminili accenti, 
Il mobil velo, no, dei sentimenti; 
Sarà un seraplijje suon di ramo in ramo, 
Un susurro, un richiamo 
Da nido a nido, che darà frescura 
A tutta la natura. 



Tìitti in maschera 43 



Sì, amico, lascia correr l'acqua al mare. 
Lascia i bimbi sognare, 
Giungeranno piangendo alla ragione; 
Lascia ohe dolci e candide persone 
Schiudan sorrisi da strappar le stelle... 
Noi conosciam le belle; 
E colle muse al fianco, accorti eroi, 
Ci adorerem fra noi! 



Giugno 1858. 



XVII. 
TUTTI IN MASCHERA. 



Uom, tu ohe nasci in maschera, 
E mascherato muori. 
Osi insultar, se incognito 
È anch'esso il Dio che adori? 

Vorresti tu conoscerlo 
Ed affissarlo ignudo, 
Come una compra femmina, 
il conio d'uno scudo? 

Ma tu, da culla a feretro. 
Lasci un sol di il mantello? 
Ardisci mostrar l'indole 
Del cuore e del cervello? 



44 TAVOLOZZA 



Dio ohe a ragione, o tanghero, 
Di te più furbo è assai, 
T'acqueta, la sua maschera 
Non lasoierà giammai. 

E tu in ginocchio pregalo 
Ohe ci lasci la nostra, 
Perchè sarebbe orribile 
L'anima messa in mostra! 



xviir. 



— Amor ci suscita, 
Ma come, e donde? 
Le razze intrecciansi. 
Nessun risponde. 

Inconscie reclute 
Travolte in guerra, 
Piovono l'anime 
Su questa terra; 

Le stelle brillano 
Sui nostri amori, 
Il suol ci germina 
Serti di fiori, 



Senz'ali 45 



Ma tutt» è tenebre 
Pria della culla, 
E dopo il feretro 
Vediam più nulla! 



XIX. 
SENZ'ALI. 



— del mio mesto aprii rondine cara, 
Vieni a volar nella stanzetta mia, 
Quando l'arte di amplessi, ahi 1 troppo avara, 
Del disinganno vittima mi oblia! 

Vieni e vedrai, specchio di un tuo sorriso, 
La tavolozza mia tutta splendore, 
E sentirai, commosse al dolce viso, 
Le fosche tele susurrar d'amore.... — 

Ma, ahi lasso! la gentil mia rondinella 
E una debole, trepida fanciulla. 
Che, sebben come un angelo sia bella. 
Fu senz'ali posata entro la culla; 

E quando esce di casa a far mazzetti 
Della viola sui margini odorosa, 
E a sospirar nei placidi boschetti 
li di ohe intrecci ghirlanda di sposa, 



46 TAVOLOZZA 



Non vola, no, libera in mezzo al cielo, 
Ma preme il suolo, e, a colmo dì sventura, 
La madre ha accanto che le abbassa il velo, 
E la dilunga ognor dalle mie mura. 



XX. 
LARVE ELEGANTI. 



Come fra nebbia nei boschi caduta. 

Io dell'età vissuta 
Rammento i giorni sacri al primo amore; 

Quelli in cui sboccia il core 
Come dai chiusi petali al mattino 

Un puro gelsomino; 
Quando coll'alba discendean, sull'ali 

Dei sogni, a' miei guanciali, 
Palpiti strani e idoleggiate torme 

Di seducenti forme! 
Nella memoria mi riposa ancora 

La vita di quell'ora, 
E veggo omeri bianchi e bianchi denti, 

E labbra sorridenti, 
E occhi mesti e pupille accese e nere 

Passar davanti a schiere, 
Lasso! e non una ne sortì, gentile 

Tesor primaverile, 



Larve eleganti 4'? 



A offrirmi i baci, a offrirmi il santo affetto 

Sognato al loro aspetto!... 
Eran tutte fanciulle inebriate 

Di danze avvicendate, 
Eran fanciulle che leggean romanzi 

Di fantasimi e ganzi, 
Eran fanciulle ohe poneansi al orine 

Fra i vezzi, fra le trine 
E gemme e perle e corone immortali 

Di fiori artificiali.... 
Ed io già in petto avea l'onda dei versi, 

E gli occhi al ciel conversi, 
E già pensoso mi smarrivo a sera. 

Tra i fior della riviera. 
Ascoltando il sospir che mollemente 

Muove dal sol morente! 



XXI. 

Spesso i sogni che all'anima son belli 
Ti aleggiano d'intorno al primo albore, 
Quando fuor del verone i mesti augelli 
Sospirano del cielo il tenebrore. 

La tua vergine allora, in abbandono, 
Ti stringe il core che di gioia piange, 
E inebriato ti risvegli al suono 
Della pioggia che a' tuoi vetri si frange. 



48 TAVOLOZZA 



XXII. 
IL POETA UBRIACO. 



Datemi un nappo, datemi dei versi; 
Le imposte aprite, entrino i venti e il sole; 
Quanti fantasmi nel cervel dispersi 1 
Che musica di forme e di parole 1 

Sento un odor di grandine e di rose, 
E il vo' scrivere in versi alessandrini; 
Come fanciulle flebili e amorose 
Cantin le cetre dai sonori crini; 

E dando il braccio a sedicenni amanti, 
Pallide di languore e di piacere, 
Orsù, apparite, o ciclopi, o giganti, 
E danzatemi intorno al tavoliere! 

Sento il raggio del sol scendermi in petto, 
E scaldar fibre sconosciute ancora; 
— Giganti, il vostro mistico balletto 
Ama la nota flebile o sonora? 

Volete le cadenze imbalsamate 
Di fragranze di rosa e gelsomino, 
le rime dal turbine accozzate. 
Come foglie cadute in sul cammino? 



Il poeta ubriaco 49 



la canzon della notturna pesca 
Ohe naufraga piangendo fra i marosi, 
lo stridor con cui la tigre adesca 
L'arabo in caccia fra i palmeti ombrosi? 

Volete il canto che intuonò Maomette, 
il salmodiar che il Nazareno onora? 
Giganti, il vostro mistico balletto, 
Ama la nota flebile o sonora? — 

Sento un odor di grandine e di rose, 
E il vo' scrivere in versi alessandrini: 
Come fanciulle flebili, amorose, 
Cantin le cetre dai sonori crini! 

— Ma, o sedicenni danzatrici bionde. 
Volete i nostri balli o i balli antichi? 
Dell'India amate le danze feconde, 
il rustico ballar nei piani aprichi? 

Volete in giro tornear sul prato, 
Le mani unendo e accelerando il piede, 

amate saltellar lungo il selciato, 
Come le donne sue Napoli vede? 

come anella musiche, alle dita 

1 legnicciuoli della catalana, 
Affascinar volete alla partita 

I giovinetti colla danza ispana? 

Volete il ballo dal francese amato, 

Da cui l'uom pio scandalezzato riede, 
E. PRA.aA. Poesie, \ 



50 TAVOLOZZA 



amate saltellar lungo il selciato, 
Come le donne sue Napoli vede? 

Datemi un nappo, datemi dei versi! 
Le imposte aprite, entrino i venti e il sole] 
Quanti fantasmi nel cervel dispersi, 
Che musica di forme e di parole! 

— Oh sorridete, sedicenni amanti. 
Pallide di languore e di piacere; 
eroi di fiamma, o ciclopi, o giganti. 
Dite, entrar posso nelle vostre schiere? 

L'anima è un mar di note onnipossenti, 
E sotto i baci del licor di Ohio, 
Porti ho le braccia, e Tali al cor potenti! 
— Dite, entrar posso nella ridda anch'io? 

Roteamo, oan tiara, bimbe, giganti! 
E d'amore e di vin qui scorra un fiume; 
Versi, aria, luce, fior nei crini erranti. 
Io brucio, e sento che divengo un Nume! 



XXIII. 
RITRATTI ANTIOHI. 

Tele antiche, io vi saluto. 
Ohe dall'arte profumate. 
Qui vivete come mummie 
Delle razze trapassate! — 



Ritratti antichi 51 



Ecco appeso alle pareti 
Lungo stuol di cavalieri: 
Una truppa di guerrieri 
Che la morte insiem colpì! 

Elcoo vergini e matrone 
Dalla nobile sembianza, 
Che di sguardi malinconici 
Intersecano la stanza; 
Ecco frati, e suore, e preti, 
Cui nel volto ancor si legge 
La nequizia ohe fu legge 
Per le plebi di altri dìl — 

bruna fanciulla 
Che sempre sorridi, 
Ti dieder la culla 
Gli iberici lidi? 
Quegli occhi più fulgidi 
Dell'aurea cornice. 
Oh dimmi se resero 
Un uomo felice! 

Di nacchere e ghitarre 
Oh ardor di serenate!... 
Dimmi, quanti morirono 
Sotto tue lunghe occhiate? 
Ringraziane il pittore! 
La tua sembianza suscita 
Faville ancor d'amore, 
La tua potenza magica 



52 TAVOLOZZA 



Tutta spenta non è: 
Se vengo a farti visita 
Sogno la notte a tei — 

fiero soldato 

Ohe impugni la spada, 
È orgoglio sprecato, 
Nessuno a te bada; 
A cento ti passano 
Davanti i codardi, 
E impavidi aJEfrontano 
L'orror de' tuoi sguardi ! 

E un dì quel brando in fuga 
Porse ponea le armate.... 
Dimmi quanti morirono 
Sotto le tue pedate? 
Ringraziane il pittore 1 
Se più non fugge il pubblico 
Compreso di terrore, 
La tua sembianza suscita 
Un desiderio in me: 
Vorrei veder sul Mincio 
La rotta intorno a te. — 

pingue matrona, 
Che appoggi alla sponda 
Dell'ampia poltrona 
La faccia rotonda, 
Per certo fiorivano 
I pranzi al tuo tetto; 



Ritratti antichi 53 



Oh dimmi, lo stomaco 
Ti fece difetto? 

Odor di tue cucine 
Dopo le pingui cacce!... 
Dimmi, quanti morirono 
Sotto le tue focacce? 
Ringraziane il pittore! 
La tua sembianza suscita 
11 chilo e il buon umore; 
La tua potenza magica 
Tutta spenta non è; 
Se l'appetito langue 
Vengo fidente a te! — 

— Ma tu cardinale 
Dal viso pajEfuto, 
Dall'occhio bestiale. 
Tu pur se' vissuto? 
Su dimmi, al tuo secolo 
Fioria la bottega? 
Con quanti carnefici 
Stringesti tu lega? 

Temevano gli armenti 
Levar su voi le facce? 
Dimmi, quanti morirono 
Sotto le tue minacce? 
Maledici al pittore! 
La tua sembianza suscita 
E lo schifo e l'orrore I 



54 TAVOLOZZA 



Se in petto avessi un pallido 
Baglior della tua fé, 
Si spegnerebbe, o lurida 
Figura, innanzi a tei 



Gennaio 1862. 



XXIV. 

AMOR DI CRESTATA. 



No, mia diletta, non ho più quattrini 
Per mutarteli in nastri e in cappellini; 
Siamo a Natale, e le mie due sorelle 
Aspettano im mio dono a farsi belle, 
E le sorelle, e la mamma, e la nonna, 
Già da un anno sdruciscono una gonna; 
Nina, se m'ami, non cercar denaro, 
Son povero, lo sai, non sono avaro. — 

Mi parli già da mesi, o giovinetto, 
E sai se al mondo ebbi più caldo affetto; 
Sai che di baci mi bruciasti il viso. 
Sai che m'addenta il cuore un tuo sorriso. 
Sai ohe son tutta tua dal capo a' piedi.... 
Ma, santo Dio, non ho il coraggio, credi, 
Se alcun mi chiede ohi mi portò via, 
Di dirgli il nome della fiamma mia! 



Assoluzione 55 



Darei la vita per la tua famiglia, 
Ma, ve', il tessuto tutto s'assottiglia; 
Puoi tu vedermi uscir così sdrusoita? 
Per le sorelle tue darei la vita, 
Perchè son buone e son cortesi e belle, 

• E perchè infine son le tue sorelle; 
Ma, Dio santo, non ho, non ho un'amica 
Più innamorata, e di me più mendicai — 

Il giovinetto comprerà la vesta. 

Perchè la sorte degli amanti è questa; 

Oblierà vedendola giuliva 

Il focolar ch'ei di conforti priva.... 

Finché, un bel dì, la fervida crestaia 

La gonna sdegnerà dell'operaia, 

E spariran, di un ricco al nuovo affetto, 

I regali e l'amor del poveretto I 



XXV. 

A S S L U Z I N B. 

La mia ganza, una bimba assai devota, 
E, credo, a molti parroci ben nota. 
Venne a narrarmi, tutta addolorata, 
I/ira del prete ohe l'ha confessata. 
— Eh via, le dissi, vien, vieni a e^.nare, 
lo stesso poi ti voglio confessare, 



56 TAVOLOZZA 



E se vedrò che mi vuoi bene assai, 
Assoluzione e baci in copia avrai; 
Che Dio promise, in questo oh grande e buono I 
A chi avrà molto amato, il suo perdono 1 



xxvr. 
ORGIA. 

Versate, amici, il nettare divino 1 
Bruna è la notte, e la face scintilla; 
Spumeggi in cor coll'inspirato vino 
La musa brillai 

Splende la face e s'avvicina il giorno; 
Nei colmi nappi un'anima s'asconde; 
Versate, amici, e danzatemi intorno 
E brune e bionde I 

Buia è la notte, e miagolan sui tetti 
Come biAbi sgozzati i gatti amanti; 
Cantiam, cantiam gli sprigionati petti, 
Le trecce erranti, 

Le tese braccia delle danzatrici! 

Splende la face, amiamoci e beviamo; 
E dolce susurrar fra nappi e amici: 
Fanciulla, io t'amo 1 



Orgia 57 

Fra gli spruzzi del vin, come, a vederla, 
La schiera delle amanti è più gentile I 
Son come i fior ohe la rugiada imperla 
Ai dì d'aprile. 

Versate, amici, il nettare divino 1 
Bruna è la notte, e la face scintilla; 
Spumeggi in cor coli' inspirato vino 
La musa brillai 

Poggiam le tazze, ed aooozziam canzoni. 
L'anima e il corpo insiem pèrdono il perno, 
E a conto nostro danzino i demóni 
Nel loro inferno l 

Brindisi ad essi, e agli angeli dei cieli. 
Brindisi al sole, e agli astri pellegrini. 
Brindisi al mare, al fulmine, e agli steli 
Dei fiorellini! 

Splende la face, e s'avvicina il giorno; 
Nei colmi nappi un'anima s'asconde! 
Versate, amici, e danzatemi intorno 
E brune e bionde! 

Tutti, tutte, aJbil corrà l'eterna notte 
Dopo queste d'amor fulgide notti; 
Morrem noi pur, frammisti alle bigotte 
Ed ai bigotti; 



58 TAVOLOZZA 



Ma di oostor la vivida natura 
Ritemprar non potrà, col oener molle, 
Che ortiche e rovi e squallida verdura 
D'aglio e cipolle. 

Dalle ceneri nostre, ancor frementi 
Del vasto incendio ohe abitò le salme, 
Evviva, amici 1 nasceranno ai venti 
Platani e palme ! — 



XXVIL 



Quella ciarliera, Angelica, 
Fante di casa mia, 
Mi narrava di un Tizio 
Morto di apoplessia, 
E raccontar credevasi 
Un'alta verità. 

Dicendo — quel buon diavolo 
Andò al mondo di là! — 

— Al mondo? — io chiesi — spiegati: 
Dì là? di là di ohe? — 
Ma credereste? Angelica 
Non ne sa più di me, 
E non potè rispondermi 
Né il come, né il perchè 1 



Verità 59 



xxvm. 

VERITÀ. 



Ho il canto dell'upupa, 
Ho il viso di un prete, 
Le penne di un passero 
Sfuggito alla rete, 

Fanciulla, per essermi 
Sì cruda e severa? 
Se' tu inespugnabile, 
Mia bella trincera? 

Che filtri, ohe spasimi 
Fan d'uopo al tuo cuore, 
Perchè mi rimuneri 
D'un raggio d'amore? 

Vuoi dunque ch'io lagrimi, 
Ritrosa romana, 
Al par delle statue 
Di piazza Fontana? 



60 TAVOLOZZA 



Ch'io vada pescandoti, 
Per darti la cena, 
Nel nostro naviglio 
Delfino o murena? 

Ch'io danzi coi trampoli 
Su un filo di seta, 
Che un ago ti fabbrichi 
Di carta o di creta? 

Ch'io strozzi un canonico 
Coir irte, tue chiome, 
Ch'io fermi l'elettrico 
Gridando il tuo nome? 

Ch'io rubi nell'etere 
Di stelle un collare, 
fili il tuo strascico 
Col raggio lunare?... 

E s\ che le bubbole 
Potrei qui finire, 
Se avessi la voglia 
Di farti arrossire. 

Fanciulla, dicendoti 
La prosa del vero: 
— Ho d'oro penuria, 
Soj> errullo se spero. — 



Nella tomba 61 



XXIX. 
NELLA TOMBA. 



Preda dei vermi languidi, 
Sarà vendetta mia, 
Per entro alle ossa putride 
Studiando anatomia, 

Nuda veder l'origine 
D'ogni mia pena, il cori 
E la ragion richiedergli 
Di tanto e tanto amor.... 

Poi, bardo estinto, un ultimo 
Sospiro accoglierò. 
Per ringraziar l'artefice 
Ohe la cassa iuchiodò, 

E alla chiesa cattolica 
Perdonar, nella quiete, 
Il puzzo delle esequie, 
E il brontolio del prete 1 



62 TAVOLOZZA 



XXX. 

VECCHIERELLI AL SOLE. 

•— Sulla porta dell'ospizio, 
Dove usciste in lenta schiera, 
Che vi dice, o miei vecchietti. 
Questo sol di primavera? 

Oh narrate di ohe palpiti, 
Tramontati i caldi affetti, 
Trema ancor l'età senile 
All'arrivo dell'aprile; 

Della speme tornan gli angeli, 
vi afferra il disinganno? 
Dice il cor: siam vivi, ancora, 
vi dice: è l'ultira'anno? 

Quest'auretta carezzevole. 
Vecchierelli, vi innamora, 
vi strazia col pensiero 
Ch'ella è muta in cimitero? 

Oh il gennaio malinconico 
Rammentate, quando il cielo 
Era bigio, e al letticciuolo 
Vi assalìa la nebbia e il gelei 



I superstiti fi 3 

Rammentatevi le lagrime 
Ohe spargeste in questo suolo; 
E gli stenti e gli sconforti, 
E gli amici ohe son morti 1 

E direte — Auretta tiepida, 
Il Signor t'ha benedetta: 
Son pur belli in primavera 
Il giardin, la cameretta! 

E direte — Auretta tiepida, 
Del Signor sei messaggera; 
Spunti, auretta, il giorno estremo, 
Noi lassù ci incontreremo! — 



XXXT, 
I SUPERSTITI. 



Una mesta mi additarono 
Giovinetta a brun vestita, 
E mi dissero — è la Rita 
Che ha perduto il genitori 

Pochi mesi sorvolarono, 
La rividi in una festa; 
Avea candida la vesta 
E danzava in mezzo ai fior! 



64 TAVOLOZZA 



Vidi al corso un cocchio splendido; 
Son gli eredi di un marchese, 
Che di qui, non corse un mese, 
Dentro il feretro passò! 

Una sposa mi mostrarono 
Più di ogni altra seducente, 
E allo sposo sorridente 
Qua! chi molto e a lungo amò.... 

Cosi bella, così, giovane, 
Chiusi gli occhi a un altro avea; 
Or le fila ritessoa 
Dell'amor che seppellì! — 

Si, fra i canti dell'esequie, 
Scorron lagrime dirotte, 
Ma, asciugate in una notte, 
Son sorrisi al nuovo dì! 

Su, coraggio, o musa pallida. 
Vieni meco al cimitero; 
Ve' di croci il campo è nero, 
E Siam soli in mezzo a lori 

Ma non vai sospiro o lagrima 
Quest'oblio dei visitanti; 
Siamo tutti commedianti. 
Commediante è il tuo cantori — 



1 superstiti 66 

Spesso i giorni dei superstiti 
Son da un feretro abbelliti, 
Dei nepoti agli appetiti 
Desco è spesso un freddo avel; 

Se qui pria giunge la figlia 
Presto il padre si consola, 
Che davanti a un'altra stola 
Potrà dare un altro anel; 

Più il riccone invecchia e al parroco 
Sospirar fa i bruni arredi 
Più la rabbia degli eredi, 
Gli conforta i vecchi dì. 

Se.... ma tremi, o musa? debolo 
Tanto in ver non ti credeva; 
Ohe? tu pur se' figlia d'Eva, 
E tu lagrimi cosi? 

Oh all'inferno e pianti e tumuli! 
Ritorniamo a porta Renza, 
Là è l'aitar dell'apparenza, 
Tutto è festa e buon umori 

E stasera, o mesta vergine, 
Noi stasera danzeremo, 
E nel vino affogheremo 
Le mie ciance e il tuo dolor! 

E. Pbaga.. Poesie. b 



66 TAVOLOZZA 



XXXII. 
LA LIBRERIA. 

Spesso io contemplo in estasi 
La vecchia libreria, 
La fida amica, l'anima 
Della stanzetta mia, 
E, quando mesto io veglio, 
Farmi udirla cantare 
Le note indefinibili 
Che han le campagne e il mare. 

Io, come un uomo celibe 
Che per passar la festa 
Esce all'aperto, e in ozio 
Vagando alla foresta 
Coglie sbadato ai margini 
Un mazzolin di fiori, 
E fa un pazzo miscuglio 
Di forme e di colori; 

Qui, fuggendo i papaveri 
Dei greci e dei latini, 
Raccolsi dal mio cranio 
I pochi fiorellini; 



La libreria 6? 



Qui, di per dì, pasoevasi 
La giovinezza mia; 
Dell'alma è il calendario 
La vecchia libreria. 

D'antichi e nuovi scheletri 
Vi giace un cimitero: 
Messer Francesco spasima 
Presso il gagliardo Omero, 
Rousseau e Plutarco fiutansi, 
E i santi Evangelisti 
Placidi sonni dormono 
In braccio agli antecristi 1 

Giusti, compagno incomodo, 
Dà nel fianco a Marini, 
Manzoni inconsapevole 
Sostiene Niccolini; 
Sotto quei vetri sparvero 
Gelosie di mestiere, 
E vivono in famiglia 
Codice e canzoniere. 

Vi son volumi fracidi 
Dei secoli passati, 
Dal tabacco degli avoli 
Dipinti e consacrati, 
Vi son moderni in-folio 
Legati a ghirigori, 
Che sembran dir: guardateci. 
Non Siam belli — di fuori? 



68 TAVOLOZZA 



Vi posa, oh pia memoria l 
Tolto al Buo tavoliere, 
Dell'ava mia carissima 
Un libro di preghiere. 
Dal mio giovine orgoglio 
Ahimè 1 troppo obliato 
Fra i sogni dell'infanzia, 
Che 1 preti mi han turbato. 

Ella alle eterne pagine 
Bimbo mi innamorava, 
E vi ponea per indice 
I fior ch'io le donava; 
Ma l'ava santa è in polvere, 
I fior sono avvizziti, 
E della fede gli angeli 
Con lei, con lei spariti! 

Cade la pioggia a torrenti, e risuonano 
Come tasti di cembalo le tegole; 
Un gatto nel cortil miagola ed urla, 
Quasi di spento vate anima errante 1 
Crepita il focolar, bizzarramente 
Illuminando la mia fredda stanza; 
Ve', il letto mi sorride in un cantuccio,... 
Se' tu l'amante che all'amplesso inviti? 
Ma invano al gelo della strada io penso, 
E a chi corre affannato la campagna 
Per farmi dolci colla penna altrui 
La quiete e il sonno.... i miei scaffali vegliano 
Ed io qui resto ad ascoltarli intento I 



La libreria 



Come fauci di cantanti 
Che si muovono su e giù, 
Or si schiudono, or si serrano 
I volumi palpitanti, 
Quasi albergo all'alme fossero 
Degli autor ohe non eon piùl 

Udite, udite il cantico 
Ohe accompagna la pioggia; 
Or chi mi parla è un logoro 
Libro d'antica foggia: 

— Giovinetto, che guardi e sospiri, 
Qual speranza ti ride nel cor? 
Tarpa l'ali de' lunghi desiri, 
Oltre il mondo non cerca l'amori 

Liba, liba alla vita, infelice. 
Che a galoppo s'involano i dì; 
La speranza è una dea traditrice, 
Tutto fu quando il corpo morii 

Ve' che notti, ohe vento, che gelo, 
Ve' che cenere al tuo focolari 
Oh non pensa ai misteri del cielo. 
Corri invece una donna a cercar; 

I tesori degli omeri nudi, 
Delle chiome cosparse di fiori 
Oh divini di Venere ludi 
Quando Bacco le avviva i colori 



70 TAVOLOZZA 



Ama e bevi, gentil giovinetto 1 
Conta Tore coi baci e i bicchier; 
La bottiglia ed un candido petto, 
Ecco il nume, ecco il culto, ecco il Veri 

•— Ahimè 1 ho libato al calice 
Dei godimenti umani 1 
Dei baci amai la musica, 
E anch'io cacciai le mani 
Tra profumate chiome, 
E di più d'una il nome 
Mi si stampò nel cori 

Io pur cercai nei pampini 
Di Bacco, un dì, la gioia; 
Ma fra l'ebbrezza e l'estasi, 
Quando sparve la noia? 
Succhiato ho disinganni, 
Veleno di malanni, 
Col vino e coU'amorl 

maledetta, inutile 
Se tutta è qui la vital 
Questa mia bella imagine 
Fu dunque partorita 
Di donne a trionfare, 
E le viti a sfruttare, 
E tutto, e tutto è qui? 

No, libro infame, l'anima 
Sento fremermi in petto, 



La libreria 71 



E confidente il termine 
Del mio galoppo aspetto 1 
Ma ohi mi dice dove, 
E di ohe tempre nuove 
Pia de' risorti il di? 

Satto i vetri i libri altercano 
E di pagine è un fruscio, 
Qual di foglie ohe al natio 
Tronco strappa l'uragani 

— Bimbo I — un altro volume mi dice, 
Vivi e alterna i tuoi canti felice 1 
H tuo spirto dal corpo spiccato, 
Poi che i liberi cieli ha adorato, 
Un volante augelletto sarà; 
Un augello di cento colori 
Ohe da un nido contesto di fiori, 
Modulando divini concenti, 
E cullato dall'ali dei venti, 
Pino al sole il suo voi spingerà! — 

— No: grida un fascicolo. 
All'ultimo di, 
Nel cielo ti aspettano 
Le fervide Uri.... 

Ma qui, cercando un'altra rima in i. 
M'accorgo ohe la musica 
Di più chiare cadenze si vestii... 
Son sorci, sorci, ahi misero, 



7y TAVOLOZZA 



Ohe fan la vecchia libreria vibrar. 

E già da un mese io lascio 

Col vago suon la fantasia volar 1 

Poi, se vi garba, ditemi 

Che i poeti non sono da legar 1 

Altro non è la musica 

Che una cena di topi viaggiator.... 

Io che sperava scrivere 

Su questo tema tanti versi ancor, 

Darò al fuoco la cantica, 

E nelle coltri metterò il cantori 

Ohi ma prima al pericolo 
Il ricordo togliamo 
Della mia nonna ; o povero 
Libro, fra tutti io t'amo!... 
Ecco i salmi di Davide, 
Ed ecco, ecco il Vangelo.... 
Come era bello il cielo 
Ch'io vi leggeva un dì! 

E adesso?... oh torna all'anima 
Sempre l'antica fede; 
Cinto di pie memorie. 
Il Dio dei padri riede; 
Riede possente, e il bacio 
Che al libro or ora io dava 
Dal tumulo dell'ava 
Securo a Lui sali! 



L'Inno di Fio Nono 73 



xxxiir. 
L'INNO DI PIO NONO. 

Quando in marzo fuggirono 
Le insegne giallonere, 
E alle nostre bandiere 
Risero i tre color; 

Noi cantavamo, pargoli, 
L'Inno di Pio Nono, 
Che dei tiranni al trono 
Malediceva allor. 

Ma un dì la madre dissemi. 
Tutta piangente e smorta: 
— Questa canzone è morta, 
Non la cantar mai piùl — 

Quel di, le madri italiche 
Tutte ammonir la prole. 
Perchè di Roma il sole 
Un lampo, un lampo fui 

Quei bimbi che inneggiavano 
Or più non siam, perdio! 
Siam la legione, o Pio, 
Che il Campidoglio avrà; 



74 TAVOLOZZA 



Siam gli implaoati vindici 
Del pianto delle madri, 
Siam l'egida dei padri 
Risorti a libertà 1 



XXXIV. 

AI COLLEGHI NAPOLBTAI^[I. *) 



Olii partia dalla bella laguna 
Verso il golfo ohe pari non ha, 
E dell'arte l'intatta fortuna 
Ricercava alle cento città; 

Chi movea dall'avello di Dante, 
Di Virgilio cercando l'avel, 
Ben trovava uno sempre il sembiante 
Dei fratelli, e il sorriso del cieli 

Sol cambiava divisa lo sgherro 
Ohe spiava il suo sacro cammin, 
E scorgeva barriere di ferro 
Dal Oenisio all'estremo Apennin! 

— Dite or voi, giunti pur da lontano, 
Il confin dell'Italia dov'èl 

*) Artisti di passaggio a Milano col battaglione mobile 
della guardia nazionale di Napoli. 



Ai colleghi napoletani 75 

Voi venuti a far lieta Milano 
Messagger di concordia e di fé 1 

Ah si Btringan le destre, ohe eterna 
Questa pagina al mondo starà; 
E si ingemmi coll'arte fraterna 
Che gigante qual fu, tornerai 

E or salpando alla bella contrada 
Vi eian facili i venti del mar; 
Noi sappiam ohe a far breve la strada 
Vi fia dolce di noi ricordar! 

E se Napoli, giunti, vi chiede 
Che novella Milano le dà. 
Voi, cui mesce l'italica fede 
Alla gioia un'immensa pietà, 

Dite a lei ohe la suora diletta 
Le rimanda un amplesso d'amor.... 
Ma ohe Roma confida ed aspetta, 
E Venezia è una martire ancori 



XXXV. 

Oh non passate mai, plebi frementi, 
Femmine folleggianti in carnevale^ 
Cori festosi e musiche plaudenti, 
Non passate dinanzi all'ospitale I 



76 TAVOLOZZA 



Lasciate ohe sul mìsero guanciale 
Rassegnati riposino i morenti, 
Assopiti aspettando il funerale, 
Corona alle sciagure e ai patimenti 

Lasciateli coll'angelo ohe canta 
La divina melode all'infelice: 
Col cherubino della fede santa. — 

Ahi se i fantasmi del gioir superno 
Turba la vostra voce insultatrice, 
Sparisce il cielo, e schiudesi l' inferno 1 



XXXVI. 
CONSIGLIO. 



Donne, voi somigliate alla natura 
Che, se sorride, gli uomini innamora, 
E desta la mestizia e la paura 
Quando minaccia e quando si scolora. 

Ma rammentate che l'aprii, se infiora 
Tutto nei campi, lascia fredda e scura 
L'alma che gli alti suoi misteri ignora 
E del bello alla fiamma non si appura. 



Commissione 



Oh dell'aprile candide sorelle I 
Somigliategli in tutto, disprezzate 
Ohi non adora ohe la vostra pelle, 

E soltanto le fide anime amate 
Che, sotto il velo delle forme belle, 
Sanno i tesori ohe nel cor celate 1 



XXXVII. 

COMMISSIONE. 

Metti im gaio color sul tuo pennello, 
E dipingimi un cielo al primo albore; 
Poi fra le piante e i fior di un praticello, 
Un somarello — che canti d'amore. 

Metti, se non puoi l'oro, almen l'orpello 
Sul tuo pennello — amico dipintore. 
Perchè quel cielo rilucente e bello 
L'occhio abbarbagli dello spettatore. 

Il somaro che innalza i caldi lai 
Spiri dagli occhi un'aria sofiFerente 
Qual di chi spera e lieto non fia mai; 

Poi quando la tua tela mi darai, 

10 ti dirò se ben ritratto avrai 

11 volto di madonna e il committente! 



78 TAVOLOZZA 



XXX vm. 

STAGIONE PROPIZIA. 

Quando muoiono i fiori ai davanzali, 
E quando i vetri la nebbia accarezza, 
E le rondini in mar battono l'ali, 
E del negro fanoiul di vai Vegezza 

D grido, ohe dai vertici natali 

Chiamando il freddo e la malinconia, 
Par, della via fra i suoni incerti e uguali, 
Un la stonato in ima sinfonia; 

È quello il tempo di trovar marito, 
Fanciulle; allora l'uom che sta soletto, 
Come le membra, ha il core intirizzito; 

E nella pace del deserto tetto 
Di un angelo ohe seco a un muto invito 
S'assida al focolar, dolce è l'aspetto 1 — 



XXXIX. 
PICCOLE MISERIE. 

Primi rancori, puerili pianti. 
Capitomboli miei sul pavimento, 
Rabbuffi delle serve intolleranti 
E fiabe delle mie notti sgomento; 



Amici alla porta 79 



Giocattoli calpesti e vetri infranti, 
Alfabeto del mio labro tormento, 
Schiaffi delle maestre e pensi erranti 
Sui scartafaooi, ancora io vi rammento. 

Fiuto ancor della cattedra l'odore, 
Risento il gelo delle vaste scuole, 
E riveggo il bidello e il professore.... 

Oh memoria crudel, spina del cuore 1 
E dove sono il volto e le parole 
Dei primi amici, e del mio primo amore ? 



XL. 
AMICI ALLA PORTA. 



Coppie eleganti della vaga festa, 
C'è alla porta una folla di signori 
Di vario sesso, di diversa vesta. 
Amici che vi aspettano di fuori. 

Son tanti i tipi, son tanti i colori. 
Che di farli inoltrar mi venne in testa; 
Ma una donna fra lor, cinta di fiori. 
Mi dissuase, e la ragione è questa: 



BO TAVOLOZZA 



Mi disse il nome dei compagni suoi; 
Scusatemi, dei vizii è la brigata, 
Che per danzar dimenticaste a casa; 

È la virtù di gigli incoronata, 
Quella ohe entrar non volle, persuasa 
Di trovar pochi amici in mezzo a voi. 



XLI. 
FANCIULLA IN DELIRIO. 

— Levatemi le coltri.... è maggiorana 
Che bisogna piantar nel mio giardino.... 
Ascolta.... a festa suona la campana.... 
Ma che fa qui in im angolo il becchino? 

Deh, profumami, madre, il moccichino 
Coll'olezzo dei colli, e la sottana 
Dammi ch'io vi ricami un fiorellino: 
Ma il vecchierello ov'è che mi risana? 

Oh non più, madre, medicine amare! 
Stanotte io feci un sogno fortunato.... 
E al dottore lo voglio raccontare; 

Un bel sogno.... era un giovane soldato. 
Poi venne un prete.... poi vidi un altare.... 
Madre, madre, il becchin l'hai congedato? 



Vettura notturna 81 



XLII. 
OLANDA. 

Un cielo grigio, una mesta campagna 
Che uniforme svanisce all'orizzonte, 
Un placido canal che l'accompagna, 
E qualche donna che scende alla fonte; 

Lungi, nei prati che la nebbia bagna. 
La città sulla gotica sua fronte 
Alza l'antica cattedral grifagna, 
Sparuta come il vertice di un monte.... 

— Non hai teco un rimario, viaggiatore?... 
Ove fuggisti, o mio lepido umore. 
In che borgo ho smarrite le parole? 

Si, al focolar del primo albergatore 
Sento che canterai, povero core. 
L'amor d'Italia e dell'Italia il solel 



XIIU. 
VETTURA NOTTURNA. 

Per la deserta strada, o viaggiatore, 
Dove t'affretti ai raggi della luna? 
Una madre lasciasti, il genitore, 
E sposa e bimbi per cercar fortuna? 

£. PBA.OA.. Poesie. 



82 *AVOLOZZA 



La notte in breve si farà più bruna; 
Forse al yaroo ti attende un traditore, 
E cadran tue speranze ad una ad una, 
Come le foglie d'appassito fiore. 

Se soltanto lasciasti una stanzetta, 
Un davanzal fiorito, un lettiooiuolo. 
La portinaia, o un cane ohe ti aspetta, 

Cedi al mesto pensiero, e torna a volo; 
Quanti pianser, ma tardi, la negletta 
Povertà lieta del paterno suolo I 



PITTORI SUL VERO. 



XLIV. 



Schiudesti appena il tuo logoro ombrello, 
E già d'urti e di inchieste ti circonda 
Di pescatori un garrulo drappello, 
E dura legge è pur che si risponda. 

— Eh, ohe mai fa? — Dipingo. — • Oh bello, oh bello ! 
Ma come? — Come posso. — E cosa? — L'onda. - 
L'onda del mar?... ci metta anche un battello. - 
Il tuo, no, il mio che aguzzi ha remi e sponda. 



Pittori sul vero SS 



— Ma del quadro ohe fa, lassù a Milano? — 

— Al prossimo di buona volontà 

Lo vendo come l'ostriche e il merlano. — 

La gente crolla il capo e se ne va, 
Dicendo — è un pazzo — ed io soggiungo piano; 

— V'ha chi tali ci crede anche in città. — 



XLV. 



Ma bello è quando parlano, seguendo 
Del pennello la corsa affaccendata, 
E fra loro in famiglia discorrendo 
Di tutti i casolar della borgata. 

— Tò, la casa di Gilda è già segnata I 

— Ve' la finestra qui del Reverendo! 
Or che la fante gli cadde malata, 
Anch'egli il pover uom va impallidendo. 

— Guarda la barca di compar Clemente 
Che s'è annegato pescando corallo 1 — 

— Ve', ve' il giardino qui dell'Intendente! - 

— Oh ma non scriva, no, quel muro giallo; 
Vi sta un ricco che mai messa non sente, 
E il curato lo danna senza fallo I — 



84 TAVOLÃ’ZZA 



XLVI. 

Ma ohi di voi parlerà degnamente, 
Osterie ohe i pittor ricoverate? 
Delle vostre cucine è nume un niente 
Frammisto di cipolle e di patate I 

Sognate vino e ostiera seducente? 
Un vecchio marinar vi ritrovate, 
Che vi schiude una stanza puzzolente.... 
Della cantina ohimè non ne parlate! 

Ma quando tappezzata è la stanzetta 
Di tele, e qualche amabile pilota 
Narra gli eventi della sua barchetta 

E un letticciuol le stanche membra aspetta. 
L'itinerario del diman si nota, 
E sulle labbra vien la canzonetta! 



XLVII. 

Pensate a un uom, prigione alla locanda, 
Con una pioggia che a torrenti cade! 
Se costui Cristo al diavolo non manda 
È paura d'entrambi ohe lo invade. 



Pittori sul vero 



Uscir?... Di fango sono un mar le strade, 
E le mie scarpe han l'aria miseranda; 
Che cesserà, Toste mi persuade, 
E ch'io pazienti ancor mi raccomanda. 

Si comincia a educare il gatto o il cane 
Con cento sohiafiB ed un soldo di pane. 
Poi si contano travi e casseruole. 

Poi sospinta la serva alle carole, 
E affumicate dei sorci le tane, 
Sbadigliando si scrive un inno al solel 



XLVm. 

Ma ritornato dalla lunga gita 
Alla casa paterna, a' tuoi diletti, 
D'alme memorie l'anima arricchita, 
E la valigia piena di abbozzetti; 

Come lieto rivedi i cavalietti 

Che abbellano la tua stanza romita, 
E come lieto ai muri prediletti 
Appendi la tua preda, al mar rapita I 

Sai come è dolce raccontar gli eventi 
Agli amici del tuo viaggio lontano, 
E innamorarli dei lidi ridenti! 

E quando, solo al tuo lavor, la mano 
Trascorre e vola il cuore, ancor tu senti 
Fuor dai vetri il fragor dell'oceano I 



86 TAVOLOZZA 



XLIX. 
CRITICA D'ARTE. 

L'ho visto il quadro.... è bello, è sorprendente I 
Che gagliardo color, ohe forma pural... 
Però nel fondo non capisco niente, 
E l'argomento mi mette paura. 

La barba del pontefice Clemente 

Ditelo voi, non vi par troppo oscura?... 
E quella faccia di donna languente 
È tipo superiore alla naturai 

Poi c'è quel dito, ahimè I del cardinale, 
Che pecca assai nella sinistra parte; 
Sono inezie, lo so, ma piano piano 

Si sdrucciola nel falso e nel balzano I 
Ah, in questa Italia benedetta, l'arte 
Ahimè va male, ahimè va mal, va malel 



L. 
ADORAZIONE. 

- A messa mi volete alle sett'ore? 
No, guardate lassù ohe amena vetta 1 
Domani io sarò là sul primo albore, 
A cogliere per voi timo e violetta. 



Adorazione 87 



E se non mi vedete alla chiesetta, 
Non paventate l'ira del Signore; 
Non è incenso o latin ohe lo diletta, 
Ma il profumo, ma l'estasi del corei 

E il mio cor, ohe quaggiù pensa a voi sola, 
Se lo porto sui monti a respirare, 
Miracolo! adorando al ciel sen vola, 

E del bello commosso alla parola 
Che susurrano intorno i campi e il mare, 
Egli diventa il mio unico altare 1 



PENOMBRE. 



PRELUDIO. 



Noi siamo i figli dei padri ammalati; 
Aquile al tempo di mutar le piume, 
Svolazziam muti, attoniti, affamati, 

Sull'agonia di un nume. 

Nebbia remota è lo splendor dell'arca, 
E già dall'idolo d'or torna l'umano, 
E dal vertice sacro il patriarca 
S'attende invano; 

S'attende invano dalla musa bianca 
Che abitò venti secoli il Calvario, 
E invan l'esausta vergine s'abbranca 
Ai lembi del Sudario.... 

Casto poeta ohe l'Italia adora. 
Vegliardo in sante visioni assorto, 
Tu puoi morir 1... degli antecristi è l'orai 
Cristo è rimorto l — 



92 KENOMBRB 



nemico lettor, canto la Noja, 
L'eredità del dubbio e dell'ignoto, 
Il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boja, 
n tuo cielo e il tuo lotol 

Canto litane di martire e d'empio; 
Canto gli amori dei sette peccati 
Che mi stanno nel cor, come in im tempio 
Inginocchiati. 

Canto le ebbrezze dei bagni d'azzurro, 
E l'Ideale che annega nel fango.... 
Non irrider, fratello, al mio susurro 

Se qualche volta piango. 

Giacché più del mio pallido demone 
Odio il minio e la maschera al pensiero. 
Giacché canto una misera canzone, 
Ma canto il verol 

Novembre 1864. 



MERIGGI. 

I. 

BRIANZA. 



Come è bella la sera in mezzo ai monti I 
Te ne ricordi?... ti ricordi quando 
Si vagheggiava i rapidi tramonti, 
E tornavamo a braccio, e Busurrando: 
Com'è bella la sera in mezzo ai monti? 

pace, o solitudine, o dolcezze! 
Tu appoggiavi i piedini al focolare, 
Ed io la testa fra le tue carezze; 
E il lieto grillo era il nostro compare: 
pace, o solitudine, o dolcezze! 

Chi, chi di noi più puri e più beati 
In quei giorni d'affetto e di mistero? 
Ti ricordi i progetti inargentati 
Dal vago argento che maschera il vero? 
Ohi, chi di noi più puri e più ben ti? 



d4 fENOMBRE 



Tu prevedevi un serto alle mie chiome, 
Io per te meditavo un paradiso; 
Tu inghirlandavi d'alloro il mio nome, 
Io d'amor sempiterno il tuo sorriso.... 
Tu prevedevi un serto alle mie chiome 1 

sante gioie, o speranze diviuel 
Ohe ce ne resta, o mia donna, a quest'ora? 
Ma non è tutto, non è tutto spine 
L'oggi, se, uniti, susurriamo ancora: 
sante gioie, o speranze divine I 

Rifioriran, mia mesta giovinetta. 
Rifioriranno quei tempi d'amore; 
E tu lo sai, dagli angeli protetta, 
Tu che sei buona, e ohe preghi il Signore; 
Rifioriran, mia mesta giovinetta! 

Nessun ci toglie un angolo di terra 
Dove, esperti del cuore e della vita. 
Dimenticar degli uomini la guerra, 
E prepararci insieme alla partita! 
Nessun ci toglie un angolo di terra. 

pace, o solitudine, o dolcezze! 
Ti rivedrò seduta al focolare, 
Sognerò ancora fra le tue carezze; 
E il lieto grillo ci sarà compare: 
pace, solitudine, o dolcezze! 



Ègloga 35 



n. 

EGLOGA. 

A. BEBNàBJDINO ZBNDBI17I. 

Qui a bu boira. 

Come, come restar fra queste mura 
Quando sapete 

Che son fioriti il monte e la pianura, 
E conoscete, 

Conoscete le valli e le pendici 
E le placide sponde 
Delle profonde — gioie alberga trici? 

Come restare? Abbacchiano le noci 
Sulle montagne; 
Già dei fanciulli le garrule voci, 
Fra le castagne, 

Empiono i rami a cui cascan le fronde, 
E i nidi abbandonati 
Son circondati — di testine bionde. 

La oasicciuola e la castalderia 
Coiman la botte; 
Dà il giovin vino alla malinconia 
La buona notte; 

E lune e falchi e santi e chiavi d'oro 
Già, sulle insegne oscure. 
Di ripinture — parlano fra loro. 



96 PENOHBKÉ 

Come, come restar fra questi avelli 
Che ohiaman stanze? 
Empion d'evviva i lirici ttaelli 
Le lontananze: 

miei curati nelle vigne erranti 
Col tondo viso in foco 
E il parlar roco — delle dee baccanti I 

Oh le donne, oh le chiacchiere del prato l 
Ohe laconismo I 

Nessun ti chiede, là, se sei soldato 
Del realismo, 

E nessuno s'impenna e fa gli occhioni 
Se vengono a sapere 
Ohe odii il mestiere — d'imitar ManzonL 

E vi son certe strade in Valtellina 
Cui far l'amore 

Meglio che al muso e alla carta velina 
Di im editore: 

Conoscete il Legnone, o miei messeri? 
Là vivi i fiori stanno 
Che qui vi danno — in polvere i droghieri. 

Oh tre ne voglio de' miei vecchi amici 
Dal pazzo umore 1 
Di quelli che son lieti od infelici 
Secondo l'ore, 

Che non parlan di moda e di cambiale, 
Ma in nuovi cieli immersi 
Fischiano i versi — in cattedra e in piviale I 



Sospiri all'inverno 97 



Tre di oostor ohe fanno il gaio viso 
Alla baldoria, 

E a cui l'arte congiunge in un sorriso 
Golgota e gloria; 

Tre di costoro per salir sui monti 
Ove l'Eterno addita 
Oh' è infinita — la via degli orizzonti 1 

E beverem, col capo all'ombra fresca 
Di qualche faggio, 
All'avvenir che i giovinetti adesca. 
Anch'esso in viaggio: 
Quando il ranume udrà queste parole, 
Riderem, se si adombra, 
Col capo all'ombra — e colle gambe al solel 



ni. 

SOSPIRI ALL'INVERNO. 



Stanco son io di splendidi 
Cieli e fronzute piante; 
Mi annoia lo spettacolo 
Di ima beltà costante; 
Venga il dicembre, ed operi 
Un cambiamento a vista: 
Un grazie al macchinista 
Dal petto esalerò, 

E. FUAOA.. Poesie. 



ÙQ 
° PENOMBRE 



Venga il gennaio, il placido 
Mese di pioggie e nevi, 
Venga, ed io chiuda il guscio; 
Oh giorni inerti e brevi, 
Vetri appannati, e amabili 
Grilli del focolare 1 
Voglio l'uscio inchiodare, 
Cantar l'inverno io vo'l 

Come cadenze tremule 
Di cori in lontananza, 
Belle, ridenti, tiepide. 
Nella tranquilla stanza 
Tornano le memorie 
Del luglio e dell'aprile 
A colorir lo stile 
Del pallido pittor. 

E accosciata in un angolo 
Al muro crepitante. 
Sospirosa e pettegola 
Come una vecchia amante, 
La stufa mi consiglia 
A non varcar la soglia, 
E alle dolcezze invoglia 
Del solingo lavor. 

Quando la nebbia intorbida 
L'ampia campagna rasa, 
È pur dolce l'immagine 
Delle donne di casa: 



Sospiri all'inverno 99 



Le muse son, son gli angeli 
Del domestico cielo 
Cui della pioggia il yelo 
Imperla la beltà 1 

Le gonne allor bisbigliano 
Come selvette in maggio, 
E se il capo ti aggravano 
Nuvole di passaggio, 
Ascolta.... era uno strascico 
Nella vicina stanza? 
Ascolta, e la speranza. 
La fede tornerà. 

Venga il febbraio: ho un piccolo 
Vaso di sempre-vivi 
Che i vezzi non invidiano 
Dei fiorellini estivi; 
Ho un uccellino in gabbia, 
Un canerin gentile.... 
Febbraio, marzo, aprile.... 
Ecco l'estate ancori 

L'estate ancori... Fantastico 
Mio cor di pellegrino. 
Né avran cessato i cantici 
Il bardo e il canerino: 
Giacché siam quattro in gabbia, 
Ed all'amor si beve. 
Il mandorlo è una neve, 
La stalattite un fiori 



100 PENOMBRE 



IV. 
NEVICATA. 

Domus et placens uxor. 

La bella neve! scendete, scendete, 
Leggiadri fiocchi danzanti nei cieli; 
Come perluoce coprite, pingete 
I tetti, i tronchi, la mota e gli steli. 

Dacché l'ottobre, soffiando, spruzzando, 
Ingialli tutta la vasta campagna, 
Fuor da' miei vetri, ove, fievole urtando, 
La farfalluccia del freddo si lagna. 

Mi morir cinque di rosa arboscelli, 
E spirò l'anima a Dio la violetta; 
Senza l'ammanto di viti i cancelli 
Sembran soldati disposti in vedetta. 

Pur questa notte una mano furtiva 
L'inaffiatoio rubommi in giardino 1 
(Se fu per fame che alcun lo rapiva. 
Iddio noi vegga l'agreste bottino.) 

Intirizzisco se schiudono l'uscio. 
Ma qui la stufa borbotta tepente: 
Oh benedetto il mio piccolo guscio. 
Per me, nevata, sei tutta innocente l 



101 



Fa il tuo mestiere: scendete, scendete, 
Leggiadri fiocchi danzanti nei cieli; 
Come perlucce coprite, pingete 
I tetti, i tronchi, la mota e gli steli- 
Delia mia donna nel fervido cuore 
Aleggia sempre una brezza gentile, 
E quando ricco il poeta è d'amore, 
Anche il gennaio somiglia all'aprile. 



V. 



E teco errando, pallida Sofia, 
Come una chiesa, era piena di squilli 
L'anima mia; 

Come una selva era piena di trilli 
L'anima sacra alla malinconia! 
Errando teco, pallida Sofia. 

Vi cantava la messa un cherubino, 
E vi nascean colombe ed usignoli; 
Oh il bel cammino 

Fra le intatte bianchezze e i dolci volil 
Oh effluvii, oh grazie del pane e del vino 
Quando canta la messa un cherubino l 



102 PENOMBRE 



VI. 
ANCORA UN CANTO ALLA LUNA. 



Gobba a ponente 
Luna crescente 1 

Fuori lucertole 

12 mosoherini, 

Bruchi, larvucoe 

E farfalluoce. 

Lumache e rane, 

Fuor dalle tane; 

Il segno è certo, 

Tutti all'apertol 

Presto, rotonda — e rubiconda 

Nella bonaccia 

La bella faccia 

Risplenderà, / 

Gobba a ponente, 
Luna crescente 1 



Betulla e salice. 
Olmo ed ulivo, 
Querciol, cipresso, 
Il tempo è adesso 
Di dondolare 



Ancora un canto alla luna 103 

E di cantare: 
Il segno è certo, 
Fuori al concerto 1 
Cadenze e inchini — e dei più fini 
â–º Al dolce viso 
Che in paradiso 
Tondeggeràl 

Gobba a ponente, 
Luna crescente! 

E come è limpida 

La collinetta, 

E l'aria pura 

Sulla pianura; 

Oh senti i cori 

Nei sicomori, 

Giù per le chine 

Che cavatine! 

Di re venuta — no, non saluta 

Musica tale! 

Ve' ! r immortale 

Comparsa è già! 

Gobba a ponente. 
Luna crescente! 

E anch'io, crisalide ^ 

Forse di un astro, 

Da un sassolino •• 

A te m'inchino: 

Luna cornuta 



104 rENOJTBKE 



Ohe mostri muta 

L'anel reciso 

Nel paradiso, 

Di cui lo sposo — già frettoloso 

Per consolarti, .. 

Giunge a portarti 

L'altra metà. 

Gobba a ponente. 
Luna crescente 1 

Addio, mia vergine, 

Felici amplessi I 

Io vado a letto, 

Ohe, a parlar schietto, 

L' infreddatura 

Mi fa paura! 

Ma il raggio blando 

Di quando in quando 

Alla finestra — tu mi balestra: 

Mi udrai sognare 

E ricantaro 

La tua beltà 1 

Gobba a ponente, 
Luna crescente I 



Libertas 105 



VII. 
LIBERTAS. 



Sciagura a te, sciagura a te, vegliardo 
Che non amasti mai, 
E a me t'affacci, aruspice infingardo. 
Gridando: — Guai! — 

Quando rugge la pugna, e si agonizza 
Sul campo di battaglia: 
Quando pei valli dell'orrenda lizza 
La morte raglia. 

Ohi nei sentieri ove palla non giunge 
Sta in guardia dei giumenti. 
Giumento è anch'esso se desio lo punge 
Di far commenti 1 

E lo danni alle forche il capitano 
Se, a pergamo salito. 
Contro i fratelli che mordono il piano 
Appunta il dito: 

Ritorna all'ombra del tuo pergolato, 
Ritorna alla tua chiesa, 
E là mostra, spauracchio all'uom curvato, 
La croce appesa: 



106 PENOMBEE 



Me libero, me forte e me guerriero 
Crebbe il genio materno, 
B i passaporti sdegno, ospite altiero, 
Del padre eterno 1 



Vili. 
MUSICA DI CHIESA. 

Amo la voce chioccia e poverina 
Dell'errante bambina; 
Amo il canto del cieco, e il ritornello 
Del vecchierello; 

Amo tutta la musica ohe ho intesa, 
Ma non amo la musica di chiesa. 

Ah per l'uom sventurato appeso ai chiodi, 
Quel rimbombo di lodi 
Al barbaro, che in ciel tranquillamente 
Dalla sua gente 

Si faceva adorar mentr'ei morìa. 
L'onta rinnova e il mal dell'agonia 1 

Amo la voce chioccia e poverina 
Dell'errante bambina; 
Amo il canto del cieco, e il ritornello 
Del vecchierello; 

Amo tutta la musica che ho intesa, 
Ma non amo la musica di chiesa. 



Memorie del presbitero 107 

IX. 
MEMORIE DEL PRESBITERO. 

Vivis rosa grata et grata scpulcris. 

I bei giorni trascorsi al presbitero l 
mio santo curato, 
Ohe al giovinetto amico 
Schiudesti il dolce asilo intemerato 
E l'animo pudico, 

Benché or lungi da me tu sia sepolto, 
Ti parlo ancora, e ti riveggo in volto. 

Ecco il canuto orine, e il mite sguardo 1 
Oh, l'orto ecco, e la oscura 
Stanzetta della sera. 
Ove lasciai partendo una pittura ; 
Ecco la croce nera 
E i santi scarni appesi alla parete, 
Taciti amici del solingo prete. 

settantenne fante — zoppicante 
Nella queta dimora, 
Certo, tanto l'amavi, 
Sei morta seco per servirlo ancora: 
Senti, io scordai soavi 
Paccie di giovinette innamorate. 
Ma le tue rughe, no, non le ho scordate! 



108 



Quand'io tornava a sera, e il vecchierello 
Parlava al suo breviario, 
Tu, per darmi la cena. 
Riponevi in un angolo il rosario; 
Egli, finito appena. 
Tutto ridente mi sedeva accanto 
E mi diceva: — t'ho aspettato tanto! — 

I poverelli che venivan spesso 
M'amavano anche loro 
Perchè il pastor m'amava, 
E, nei dintorni, il mio mesto lavoro 
Agli astri si portava. 

Perchè un giorno avean visto in sul sagrato 
Chino a osservarlo il tremulo curato. 

Io che non amo i preti, io piango ancora, 
A quel vecchio pensando 
Ohe viveva il vangelo; 
D'un volo il benedetto animo blando 
Andò a posarsi in cielo, 
E il vescovo narrò ch'egli è perduto 
Perchè cantava il di dello Statuto. 

Se cantava 1 lo vidi affaccendato 
I vessilli a intrecciare 
Mentre, insieme alla fante, 
Io l'aiutava ad allestir l'altare; 
Come officiò esultante. 
Come pura la voce al oiel s'ergea 
E più bella del solito pareal 



Noli 109 

- Povero amico, addio.... quel mazzolino 
Ho ancor che mi donasti 
Quando da te part'ia.,.. 
Di questi fior ohe tanto in terra amasti 
La tua borgata pia 
Ti orni la fossa, e nel tempo lontano 
Mesto ancor li coltivi il terrazzano! — 

Aprile 1863. 



X. 

NOLI. 
"\ A Bartolomeo Tiasoni. 

armoniosa quiete del villaggio, 
Balsamo sospirato un anno intiero, 
pace della mia anima, e raggio 
Del mio pensiero! 

Come sei tutta buona e tutta bella, 
ammaliatrice, o santa, o cortigiana! 
La tristezza, tua pallida sorella, 
È la mezzana; 

E io ti stringo, ti mordo, amante offeso 
Da cento mali, e tu m'intendi e taci: 
Le tue carezze sono unguento steso. 
Nettare i baci. 



Ilo PENOMBRA 



Con te la vita è placida fiumana ' 

Che i burroni scordò donde discese: 
Una farfalla è qui la settimana, 

Un bimbo il mese. 

Era ben mesto, o miei poveri amori, 
Che sulla strada, quando son venuto, 
Mi seguiva un convoglio di dolori 
Rapido e muto. 

Or li ho messi a dormire ad uno ad uno. 
Distesi, freddi, pallidi, stecchiti: 
In verità, non ditelo a nessuno, 
Li ho seppelliti 

Nell'orticello pien di aranci e d'ali, 
Dove un bel pozzo invita ad aver sete, 
E dove spesso brillano gli occhiali 
Di qualche prete 

Sotto il sagrato, e placidi vi stanno 
Fra le campane e i cantici latini: 
Berretti rossi e mèzzari vi fanno 
Da fiorelliuL 

Dormono lì, né, mutin lune e soli, 
A rizapparne andrò la sepoltura; 
Però, a smarrirli, partirò da Noli 
A notte oscura. 



Koli Uì 

Poiché sepolti son, ma non son morti; 
Quando la coltre non sorride al sonno, 
Tornano ancora, tanto sono accorti, 
E tanto ponno. 

Bussano ancora alla finestra mia, 
E — Apri, gridano, apri ai vecchi amici ; 
Abbiam pescato nella tenebria 
Rime felici. 

Apri, ingrato, ai dolor; siam noi la musa, 
L'eterna musa che pel mondo corre; 
Non è poeta Tuom che ci ricusa, 

L'uom che ci aborre. — 

Ed io rispondo: Sirene, Sirene, 
Tornate a sonnecchiar sotto il sagrato: 
Siete il vin ohe mi ha róso e le cancrene 
Ohe m'han bruciato 1 

Oh se il soffrir fosse il retaggio, il motto 
Dei guerrier della lira e del pensiero. 
Vi inchioderei sul cori... ma gli è lo scotto 
Del mondo intiero! 

Andatene, per dio ! — ... Li sento, appesi 
Alla parete polverosa e scialba, 
Urtar le imposte, come ospiti offesi.... 
Ma spunta l'alba 



112 PENOMBEE 



E canta il gallo (il gallo campagnuolo 
Conserva ancor la leggendaria possa); 
I miei dolori tornano al lenzuolo, 
Dentro la fossa, 

E allor comincia la dolce giornata. 
Prima son vaghi suoni in lontananza, 
Qualche oanzon furbetta e spensierata. 
il mar ohe danza; 

Poi parolucce tutte vispe e fresche 
Della cara fanciulla allegra e bella: 
Torna dall'orto carica di pesche 

Grembo e scarsella. 

Ed io contemplo e scrivo e suggo il buono 
Santo licor che il mio pensiero inolia, 
E mi muoia il pensier se anch'io non sono 
Un'arpa eolia 1 

È rima, è strofa qui tutto ohe giunga: 
Fin dai bimbi che all'aria mattutina 
Portano a passeggiar l'acuta e lunga 
Tosse ferina. 

Noli, o solitaria pescatrice. 

Tutta cinta di torri e di madonne. 
Dio protegga il tuo mar, la tua pendice, 
E le tue donnei 



strimpellata 113 



Le negre donne tue ohe ritte stanno, 
Le donne per l'Italia affaccendate, 
Che prolifioan liete un mozzo all'anno 
Per le fregate 1 



Noli, settembre 1864. 



XI. 

STRIMPELLATA. 



GioTÃŒnettina bruna 
Come una bruna notte, e malinoonìoa 
Come la lunal 
Io mi chiamo l'amore. 

L'amor mi chiamo, e sono il raggio e il gaudio 
Del primo albore 1 
Oh schiudimi la porta, 

E schi^idimi le braccia.... — ecco il crepuscolo 
La luce è sorta I 
Giovinettina lieta 

Come una lieta mattinata, e candida 
Come un poetai 



£. FaxQÀ.. Focate. 



114 



XII. 
INCONTRO NEL BOSOO. 



Staraan nel bosco stava tutto solo 

I gorgheggi a tradur di -un usignuolo, 
Quando un falco calò sul piociol nido 
E riparti con un superbo grido: 

La voce armoniosa 
Più non udii fra i tremuli arbosoelli, 
E la selva restò muta e pietosa 
Su un nido di orfanelli. 

Quand'ecco di fanciulli una brigata 
Ohe arriva saltellando, all'impensata, 
Brucando i rami della via romita, 
Pestando l'erba dove è più fiorita.... 

— Di ohe paese siete? 

Dove andate così tutto uccidendo? — • 

II più fiero rispose: — eh, no, vedete, 
Vivi, vivi li prendo 1 — 

Guardi. — E tirò di sotto a un cencio nero 
Tre colombi, due tordi e. un capinero. 

— Non Siam che a mezzo aprile, e sente, sente 
Quanti nidii la selva par vivente; 



Ilo 



Ne abbiam per tutto giugno 

Di correre la valle e le pendici! — 

E lietamente si stringeva in pugno 

I poveri infelici. 

Pugno di rosa, e begli occhi lucenti, 
E chiome d'oro, e labbra sorridenti. 
Pugno di paggio uscito a coglier gigli 
Di una regina per i biondi figli 1... 

II falco sghignazzava 
Nell'azzurro del ciel come un buffone, 
E il mesto animo mio gli perdonava 
La fame e l'uccisione. 



XIIL 



Amo il buio e il fragor della fucina, 
E mi piace l'artier che tempra il ferro; 
La polverosa sua faccia ferina, 
Gli occhi di foco e le braccia di cerro. 

È il sacerdote del problema oscuro, 
È il nuovo ingegno del redento Giobbe; 
B^orse è per lui che al secolo maturo 
L'uora brandirà la scala di Giacobbe. 



116 



Giacché, pensando alla cruenta via 
Per cui fé' vela l'angelo Pensiero, 
Mi persuade la tristezza mia 
Ohe non la tema il demone Mistero. 

E più d'Icaro assai, passero greco, 
Più del vate che al fulmine attentava, 
Le speranze mi avviva il sacro speco 
Ove il deforme Ciclope vegliava. 

Porse che fra l'incudine e il martello 
Egli gemere udìa sillabe arcane. 
Il motto ignoto dell'immenso Bello, 
La cifra oscura della Sfinge immane 1 

Amo il buio e il fragor della fucina, 
E mi piace l'artier che tempra il ferro: 
La polverosa sua faccia ferina. 
Gli occhi di foco e le braccia di cerro. 

Possi fanciulla bianca e delicata. 
Vorrei sporcarmi al suo nobile petto; 
L'arte soave sulla lena innata, 
E sulla forza verserei l'affetto. 

Polifemo! Il gaio mondo antico 
Ossa e Pelia inforcati ancor vedea, 
Se fosse giunto all'isola un amico 
A condurti per man la Galateal 



Due conoscenze 117 



XTV. 
DUE CONOSCENZE. 

Bequieseant in pace. 

Io conosoea due vispe veoohierelle 
Che vicino abitavano di casa: 
Le due cuffie eran sempre alla finestra 
E per l'aria venia 
Un confuso cianciar pien di allegria. 

Parevan le due candide ouffiette, 
Fra quei vasi di fior, due tortorelle, 
E or rivolti alla strada, or alla gronda 
Quattro occhietti brillanti 
Studiavan gli uccelletti e i viandanti. 

Io passava di là quasi ogni sera, 

B m'avean le due donne in simpatia, 
Ohe, fra tanti a ragazze accompagnati, 
Mi vedevan soletto 
E mi oredean dabbene e poveretto. 

Anch'io le amava, e un dì, come deserti 
Vidi i balconi del convegno antico. 
Chiesi novelle: — moribonda l'una, 
L'altra al letto davanti 
A pregar la madonna e tutti i santi. 



118 PENOMBRE 



L'ammalata morì; fu un epitaflSo 
Breye alla porta della chiesa e un requie 
Di più. L'altra tornò nella sua casa 
Stretta, oscura, pudica 
Come la bara della estinta amica, 

E più di quella restò forse chiusa. 
Quando al sol si riaperse, oh cosa triste! 
Intisichian non innaffiati i fiori, 
E la vecchia languente 
Guardava intorno e non vedea più niente. 

Dimenticato anch' io, son mesi e mesi 
Ohe ho mutato cammin, come gli uccelli 
Ohe sul miglio infedel piansero molto, 
Poi decretar lo sfratto. 
I fiorellini erano morti affatto. 



XV. 

Pallida, mesta e collo sguardo chino, 
A che pensi, seguendo, o giovinetta, 
Il mio cammino? . 
Forge sospiri ohe lungi è la retta, 
Ohe seguirmi in eterno è tuo destino 
Pallida, mesta e collo eguardo chino? 

Io leggo il cielo attraverso l'amore I 
Tu sei la lente delle mie pupille; 



Canzoniere del bimbo 119 

Povero fiore, 

Tolto alle aiuole vergini e tranquille, 

Oh non languir sul petto al viaggiatore!.^ 

Io leggo il cielo attravers© l'amore. 



XVI. 
CANZONIERE DEL BIIVIBO. 

I. 

Albo signanda lapillo. 

Egli aperse quel dì le sue finestre, 
Guardò nel cielo e ringraziò l'azzurro; 
Sorrise ai fiori e ringraziò i profumi, 
E disse all'aura: oh dolce il tuo susurrol 
E alle rondini: addio 1 
E ai passeggier: vi benedica Iddio I 

E, alla paròla Iddio, lo assalse un'alta 
Riverenza, e dall'anima stupita 
Esclamò: — Nume, Jehova, Signore! 
Fortunati i viventi in questa vita: 
Oh crea l'imperituro, 
Regalalo al passato ed al futuro 1 — 

E poi disse a sé stesso: — Anima mia, 
Bevi l'ambrosia dei polmoni ansanti ; 
Centuplica le tue fibre d'amore, 



420 PENOMBRE 



Ti stempra, anima mia, ti stempra in canti 1 

È nato il bambinello, 

Candido, vispo, vigoroso e bello. 

È nato il bambinello, il sospirato, 
Il Messia della placida casetta: 
Egli è là; nella culla è già raccolto, 
E gli han vestita già la camicetta; 
La camicetta bianca, 
Con due vaghi ricami a destra e a manca. 

Egli è là: sul suo pallido visino 
Tutti i sogni del cielo ho già sognati; 
Credo agli angeli adesso, agli angioletti 
Di vaghe aureole bionde incoronati.... 
Volumi, io vi saluto, 
Imparai l'universo in un minuto. 

L'universo imparai! Non domandate 
Al levita e al filosofo gli arcani; 
Un vagito di bimbo, ecco la fede. 
Ecco il segreto dei destini umani! 
dubbii, o sogni, addio! 
Io vedo e sento e benedico Iddìo. 



II. 

Ed ora pulisciti. 
Mia povera creta! 
Sian puri, sian limpidi 
Gli amor del poeta; 



Canzoniere del bimbo 121 

Sul dolce miracolo 
La musa non dica 
Che note di spica, 
Che effluvii di fior. 

Un serto facciamogli 
Del nostro pensiero, 
Ma casto, ma placido, 
Ma bello e leggero; 
Ci basti il suo baci» 
Per leggere i fati, 
Per viver beati 
Ci basti il suo cori 

Ai fischi del pubblico, 
Del volgo al sorriso 
Ci asconda quel piccolo 
Suo vergine viso; 
Se un ramo di lauro 
Ci aspetta nel mondo, 
Serbiamolo al biondo 
Suo lucido crini 

B tu che ti nomini 
L'immenso avvenire, 
Tu, culla dei gaudii, 
Dei pianti e dell'ire, 
Lo guarda, e inargentati. 
Lo guarda, e t'indora; 
Gli inonda d'aurora 
L'astruso oararain. 



122 



Se il peso del genio, 
Se il marchio del vate 
Son Tonta e la gloria 
Ohe Iddio gli ha serbato, 
Oh intatte ritornino 
Le età, che son morte. 
Del dolce, del forte. 
Del santo cantari 

Ma meglio, assai meglio 
Se invece lo aspetta 
La pace, il silenzio 
DMgnota casetta!... 
Sia piena di rondini, 
Dal mondo difesa. 
Sia bianca e sospesa 
Fra il cielo ed il mari 



ni. 

Perchè sei pallido, 
mio bambino? 
Perchè il tuo lucido 
Occhio azzurrmo, 
Su cui di un dubbio 
Non scese il velo. 
Infaticabile 
S'affisa in cielo? 



Canzoniere del bimbo 123 

Non invaghirtene, 
Bambino mio, 
Di quella splendida 
Tenda d'Iddio, 
Non invaghirtene, 
Non mi sfuggire.... 
Ahimè, raggiungerla 
Vuol dir morirei 

Non guardar l'etere. 
Vuoto miraggio, 
Ma parla, e cantami 
Nel tuo linguaggio; 
Anch'io, mio bambolo, 
Anch'io, vedrai 
Or fra le nuvole 
Non guardo mai. 

Volin le nuvole, 
Brilli il sereno! 
Dacché, cullandoti, 
Su questo seno, 
Vi scende il gaudio 
Dal paradiso. 
Più non interrogo 
Ohe il tuo bel viso! 

Quel viso candido 
Coi capei d'oro, 
Che non v'ha bibbia 
Miglior di loro 



124 



Se l'ira assaltimi, 
E ch'io vi inetta 
La man che adimoasi 
Per la vendetta. 

Quel viso candido 
Con quel nasino 
Che sembra un petalo 
Di gelsomino: 
Con quelle piccole 
Guance di rosa, 
Parenti prossime 
Della mimosa. 

Oh quando, in braccio 
Della nutrice. 
Il tuo ti coglie 
Sonno felice, 
E il capo dondoli 
Come un vecchietto 
Che sogni il ciondolo 
Del suo berretto; 

Quando, le deboli 
Braccia incrociate 
E le finissime 
Mani allargate, 
Al par di un monaco 
Fuor dal cappuccio, 
Mi osservi attonito 
Dal tuo lettuooio; 



V 

Canzoniere del bimbo 126 

Senti: io risuscito 
Le ricordanze, 
E per le cerule 
Mie lontananze 
Ricerco l'esule 
Che fu me stesso, 
11 bimbo, il giovane 
Ohe un padre è adesso; 

Lo trovo, memore 
Della campagna, 
Bever le tenebre 
Della lavagna; 
In chiesa, a vesper© 
Colla sorella, 
Girare i bricioli 
Della scarsella 

Come un rosario; 
Lo trovo in villa, 
Dal ciel, dal gemito 
Di qualche squilla. 
Della famiglia 
Nei plausi immerso. 
Pescar l'orribile 
Suo primo versoi... 

E giuro agli uomini, 
E giuro a Dio 
Che i mille triboU 
Del viaggio mio 



126 



Io li ringrazio, 

Li benedico, 

Come le prediche 

Di un vecchio amico 1 

bimbo, o vergine 
Mia creatura. 
Cresci discepolo 
Della natura; 
Cresci alle semplici 
Gioie ignorate. 
Alle dovizie 
Nel cuor celate: 

Andrem per garruli 
Boschetti a scuola 
E udrai ripetere 
La mia parola: 
Corolle e foglie. 
Petali e steli, 
B piani e vertici, 
E rivi e cieli. 

Là, coll'orgogUo 
Di due poeti, 
Diremo ai Mèntori, 
Diremo ai preti: 
Andate al diavolo, 
Non vi cerchiamo; 
Siam soli e liberi. 
Crediamo e amiamo!... 



Canzoniere del bimbo 127 



IV. 
TERZA RIMA. 



Quando il sol cade e taociono le squille, 
La quiete e l'amor cantano un coro 
Alla tribù dell'anirae tranquille. 

L'uomo è stanco di passi e di lavoro, 
La donna ha l'occhio languido e profondo, 
Il focolare è una chiesetta d'oro. 

Mentre il suo raggio acuto e rubicondo 
Cresce e svanisce, lottando col C;ero 
E colla luna che accarezza il mondo; 

Mentre il musino del gattuccio nero, 
Immobile ed intento al limitare, 
Sogna il suo lungo sogno di mistero; 

Come un mesto palombaro nel mare. 
Io discendo nel cor ohe Iddio m'ha dato, 
E mi guida le perle a rintracciare 

Il respiro del bimbo addormentato. 



128 PENOMBEB 



V. 

II E 51 E N T 0. 



Oh se l'ava non fosse seppellita, 
L'ava, l'antico amor della mìa vita, 
S'ella vivesse ancor.... 
Pensate il gaudio di appenderle al sene 
Della mìa vita il giovinetto amor; 

Pensate il gaudio, pensate l'inoanto! 
La sua canizie a questi ricci accanto, 
Questi tuoi ricci d'or, 
bambinello mio vispo e sereno. 
Se la bisnonna tua vivesse ancor! 

Sta cheto e attento, o pallido bambino, 
E mi contempli fiso il tuo visino. 
Ti voglio innamorar: 
La sua tomba alla tua culla sospira; 
Povera tomba, andiamola a trovar. 

Vi riposa la buona vecohierella 
Che mi seguiva, silenziosa e bella, 
Nei sogni a veleggiar, 
Coi freschi venti ohe l'infanzia spira, 
Spiagge d'oro e di perle a immaginar. 



Canzoniere del bimbo 129 



£ in lontananza sul vago oceano 
Del mio viaggio tortuoso e strano, 
Più ohe le perle e l'or, 
Porse già quella santa indovinava, 
bambinello, il tuo futuro albori 

E non nato ti amò, povera donna, 
E pensò di attaccarti alla sua gonna 
Come si attacca un fior, 
E della sua celeste anima d'ava 
Farne rugiada benedetta ancori 

Ella è discesa nella fredda terra, 
E dal buio fatai che la rinserra 
Non sorgerà mai più: 
Prole di ignoti profanò la casa 
Che fu sua casa e nostro tempio fu. 

Ma non tutto esulò nel cataletto 
L'idolo mio; non vi inchiodar l'affetto 
Dei bimbi e la virtù! 
È la ricchezza, dalla creta evasa, 
Che renderemo all'anima lassù 1 

La ereditai per te, mio bambinello, 
Per farti buono, fortunato, e bello 
Di angelica beltà: 

Quella che vive dove l'uom non rode 
E l'ugna d'Eva a graflì'ar non va. 

E. ruAGA. Poesie. 



130 PEKOMBEE 



Senti: io morrò di versi e di etisia, 
E quel giorno tu pur saprai che sia 
Un amor che sen va: 
Bardo futuro, a lei mi sposi un'ode, 
E nell'azzurro Iddio mi accoglierà. 

Giugno 1862. 



VESPRI. 

XVI. 
ALL'AMICO. 



Quando era colma l'anima 
Di affetti e di armonie, 
Ho prodigato al lastrico 
Le esuberanze mie; 
E tracannai, beffandoli, 
Vini di insulse ebbrezze, 
E dispersi carezze 
Che ricordar non so. 

Ma non mi infanghi il plauso 
Dell'ebete orgoglioso 
Che urtai, fra gonne e calici, 
Nel suo cammin famoso; 
Se nei caffè sbadiglia 
D'arte, per noia e moda. 
Che il nome mio non s'oda, 
oh'ei lo insulti io vo'l 



132 PENOMBEE 



L'insulto e la calunnia, 
Sposati in un sorriso, 
Non turberan, scontrandola, 
L'ironia del mio viso: 
Nell'orgia e nella nebbia 
Fui di un mio sogno in traccia, 
Né ho mai guardato in faccia 
I corpi intorno a me. 



Tu, biondo e malinconico 
Compagno di visioni, 
Cui palpitando mormoro 
Le torbide canzoni, 
Tu sai le mie battaglie, 
Le mie superbie sai, 
E presto mi vedrai 
Venir ridendo a te, 

B dirti: il ciuco e il ninnolo. 
Il masso e la beghina 
Son scesi a conciliabolo, 
Una bella mattina, 
E han giurata impossibile, 
In nome del buon senso. 
La cara arte ch'io penso, 
Quella ohe' pensi tu, 

Arrigo, e alla materia 
E all'azzurro inneggiando, 
Le sordità del prossimo 



La festa e V alcova 133 

Ritenterem, cantando, 
Forse profeti inutili, 
Ma lieti, in santa guerra, 
Gli aromi della terra. 
Gli effluvii di lassù 1 



xvn. 
LA PESTA E L'ALCOVA. 



Ella era nuda come un fior d'Iddio 
Liberamente nei campi sbocciato; 
Però pel ballo si adornava, ed io 
Le stava allato. 

Creature del Cielo, angeli belli, 
Io credo che, se mai lassù piangete. 
Gli è quando nei tessuti e nei gioielli 
Eva scorgete. 

Pensate il mio dolore: eran profili 
Patti per suscitare estasi e incubi; 
Pini, soavi, candidi, gentili, 

Parevan nubi. 

Vaghe nubi sbocciate a oiel sereno!... 
Vidi arrivar la bianca camioiuola, 
E si adagiò sul profumato seno 
Come una stola. 



134 PENOMBRE 



Io sospirava: — tu porrai sovr'essa 

Molte maschere ancor, ma è tempo perso; 
La malizia dell'uomo è profetessa, 

Passa attraverso 1 — 

B il fruscio delle morbide sottane 
Volea beffarmi, cingendole il fianco; 
E le corna mi fean con pieghe strane 
Sul lato manco, 

Da quella parte ov'è annicohiato il corei... 
Poi le perle arrivar, tremule faci, 
A lambir mollemente il suo candore 
Come i miei baci. 

Ed io gridai: — figlie del buio immenso. 
Scordatevi i mister dell'oceano; 
Oiò che davanti alla bellezza io penso 
È assai più aroano 1 — 

Del lungo orin nel labirinto negro. 
Che come spugna la luce riceve. 
Comparve allora un improvviso e allegro 
Spruzzo di neve. 

Ed io le dissi un mio vecchio pensiero: 
— Questa bianca camelia artificiale, 
Prima d'essere un fior forse fu un cero 
Di funerale. — 



La festa e Valcova 135 



fantasie dell'ammalato ingegno 1 

Penso, guardando il tuo largo mantello, 
A quel dei morti gonnellin di legno, 
Patto a pennello. 

Gonnellino di moda eternamente!... 
Vanne, fanciulla, e oblia nella tempesta 
Delle note e dei salti il mar fremente 
Nella mia testa; 

L'amor, l'orgoglio oblia del tuo poeta. 
Le sue lotte, i suoi sogni, e le sue pene, 
Là nelle braccia della prima creta 
Ohe danzi benel — 

Ella era uscita. La lucerna mia 
Mi mandava una luce sepolcrale. 
Patta di sete e di malinconia. 
Sul capezzale. 

Ella era uscita. Pari a lungo e blando 
Solco d'argento in coda a una barchetta, 
L'effluvio suo mi addormentava, errando 
Nella stanzetta. 

Ella era uscita. Mi parca sentire 
Gemere mestamente i contrabbassi, 
Quasi vecchioni affannati a seguire 
Giovar'' 



136 PENOMBRE 



E gli immensi sognai lussi di pelle, 
In cui la faccia scioccamente prava 
Ch'hanno gli amici delle donne belle 
Si specchiava. 

Gli scandagli sognai dagli occhi abbietti 
Fra le celate invan magnificenze; 

I contatti sognai, gli sconci detti, 

Le trasparenze! 

E una testa di satiro sbucava 
Fuor dalle pieghe della mia cortina, 
E dondolando e ghignando cantava 
Questa quartina: 

— All'inferno, marito; al limbo, amante! 
Vieni, fratello, a stringermi la mano: 

II pubblico è il padron di tutte quante, 

È il gran Sultano! — 

Ed io credetti ohe spuntasse il giorno; 
E il suo fiato sentivo e la sua faccia, 
E, come desto, cercandola intorno 

Stendea le braccia.... 

Ma non stringea ohe un abito stupendo. 
Lacero e vuoto sulla coltre mia, 
Come il nimbo ohe un angelo, cadendo, 
Perde per via. 



Tentazioni 137 



xvrii. 
TENTAZIONI. 



Vorrei, fanciulla, esser nel tuo corsetto, 
E, come un serpe ai dì di luglio, in giri 
Voluttuosi errarti intorno al petto: 
Errarti intorno al petto, o bella amica. 
Ma con gioia pudica; 
E non baciarti, e tener gli occhi chiusi, 
Sol 'nei profumi assorto, 
Per le tue membra candide diffusi. 

Che nebbia fra i comignoli e il selciato. 
Che freddo per le strade, e quanti ombrelli I. 
Ho il corpo affranto, e un sigaro appestato: 
Fumo, fumo, il tuo stato 
Somiglia a quello dell'anima mia.... 
Dall'aria greve oppresso 
Tenta invan sollevarsi e fuggir vial 

Povera amicai di me ohe ne dici? 

Pazzo non sono, e non sono cattivo; 

Ti amai nel dì del pianto e nei felici, 

E ti amerò ancor tanto 

Di un amor puro e santo.... 

Ma vi son giorni che il mio cor vien meno 
^ E il fango mi conquista.... 
I Prega, prega che torni il oiei sereno 1 



138 PEN05IBRE 



Tu non lo sai ohe l'uomo è anch'esso un bruto? 
Fuggi, fuggi da me; su questo petto 
Ti avvinghierei sprezzando il tuo rifiuto, 
E se il preludio dei baci incomincia. 
Ove finisca ignori?... Oh abbassa il velo, 
Fuggi, e prega il Signore 
Ohe ti sorrida e rassereni il cielo l 



XIX. 
RONDINI 



Tacca da quattro aprili il nidicciuolo 
Dove, fanciullo, il volo 
Delle garrule rondini mia madre 
Insegnommi ad amare — 
Nel sessantuno ritornò dal mare 
Solo l'alato padre; 
Si accovacciava nel nido ogni sera 
B tal sciogliea nell'aria 
La canzon solitaria 
Ohe davver somigliava una preghiera. 
Egli piangeva l'amica diletta 
Sepolta sulla vetta 
Dì una qualche piramide d'Egitto: 
E certo, nel tragitto 
Di quell'ottobre, gli mancò la lena. 
Al pensier di trovarla disseccata 



Nox 139 

Sulla cocente arenai 

Uno stormo però dì rondinelle 

Vispe, piccine e belle, 

Quest'anno ancora alla gronda ospitale 

Venne a raccoglier l'ale, 

Seminando un pispiglio interminato; 

Del povero annegato 

Credo saranno i bamboli innocenti 

E i prossimi parenti 

Che ritornano, orando, al patrio nido 

Per celebrare come meglio ponno 

Gli antichi amor del nonno. 



XX. 
NOX. 



Qui scrutator est majestatis 
opprimetur a gloria. 

San Paolo. 



La luna tonda o placida 
In mezzo al ciel veleggia, 
Sol qualche muro squallido 
Di campanil biancheggia, 
Non batton fronda i platani 
Per le deserte vie. 
Sparse di strane ombrie. 



140 PENOMBRE 



Qui il tarlo, occulto e vigile 
Come le noje umane, 
Solo negli alti stipiti 
Morde il suo vecchio pane; 
Solo nelle mie tenebre 
Cerco il mio pane anch'io, 
Cerco la fede in Diol 

E il mesto cuore interrogo 
Di tante larve amante, 
Su tante care imagini 
Nei di perduti errante: 
IL cuore, il puro oceano. 
Donde a inneggiar sorgea 
La giovinetta idea. 

E penso i dolci studi 
Di quando in mezzo a fiori 
Credea la mente avvolgersi 
E preparar colori. 
Di quando ancor sull'anima 
Sorridendo volava 
L'avemaria dell'ava. 

Allora ai belli esametri. 
Irti di sacre fole, 
La verità cantavano 
Le bibliche parole; 
AUor la bieca Bumenide 
Salutava, tremante, 
La vergine di Dante. 



Nox 141 



Oh il padre eterno I il giudice 
Calmo, augusto, barbuto I 
Il Dio della famiglia 
Da bambinel veduto!... 
Porse perchè era vecchio 
E coperto di rai, 
So che davver l'amai l 

Ma le trombe di Gerico 
Tacquero una mattina; 
Sparve dal ciel degli angeli 
La tinta porporina, 
E innanzi a un muro orribile 
Torvo piantossi e altiero 
Il dubbio, in manto nero. 

E da quel di mi seguita, 
Mi seguita indefesso: 
Da lungi or or guatavami, 
Mi sta sul collo adesso; 
Paziente come un monaco, 
Furbo Come una strega, 
Discute, afferma, nega; 

E un'acre, ineluttabile 
Voluttà di dolore, 
E una superbia indomita, 
E un fremito d'orrore, 
Come note di cembalo 
Che canta o stride o geme. 
Coir ugna rea mi spreme. 



142 PENOMBRE 



fedeli 1 o cattolici 1 
Alme beate e pure, 
Nel dogma e nel raisterio 
Dell'avvenir securel 
Turba ohe ancor, attonito, 
Mi arresti per le vie 
A udir le litanie, 

Se, nei tranquilli veeperi, 
Da una socchiusa porta 
Odor d'incenso l'aria 
E cantici mi apporta.... 
Deh, come sposi, o prossimo, 
La fede all'ignoranza, 
L'ignoto alla speranza? 

Poiché il dilemma, immobile. 
Posa sull'uom dal giorno 
Che ad un primo cadavere 
Si pose il fango intorno; 
Poiché non altro è il mistico 
Sole dell'emisfero 
Che un luminoso zerol 

Dove, dove migrarono 
I popoli pastori, 
Dove volar gli spiriti 
Dei sofi e dei cantori? 
Che disse Giove olimpio? 
Osiride che disse? 
Che fan le stelle fisse? 



Nox 143 



Dorè svanir le vergini, 
E le pietose donne? 
Ove son iti i bamboli 
E le povere nonne? 
Mentì il profeta o l'augure, 
L'apostolo o il bramino? 
Chi giunse al Dio divino? 

fedeli, o cattolici, 
Pura e beata greggia I 
Mentre la luna candida 
In mezzo al ciel veleggia, 
Ti accarezza l'arcangelo 
Che veglia, accorto e bello, 
Le tende d'Israello. 

Dormi nei letti tiepidi, 
progenie d'Abele, 
E al capezzal ti piovano 
Sogni di rose e miele. 
Né la beata moglie 
Ti risvegli russando. 
Nò il queto bimbo urlando. 

Dormi: la notte è fertile 
Di sante apparizioni, 
E nuota in lei più rapido 
L'estro delle canzoni; 
Io, Beniamini, io veglio 
Col mio negro compagno. 
Io veglio, e non mi lagno. 



144 tENOMBEE 



Poiché il silenzio è un angelo 
E un sacerdote anch'esso, 
E contemplar le tenebre 
È contemplar sé stesso; 
Né Bon parole inutili 

I sibili e i susurri 

Che van pei campi azzurri. 

Oh seguitarli in estasi, 
Fra stelle e nebulose; 
Dalla region dei fulmini 
Incenerir le cose; 
Dimenticar le fìsime 
Delle superbe scuole, 
E i pulpiti e le stole 1... 

Poi quando stanca è l'anima, 
Povera spia del cielo 
Che fruga, e attende, e immobile 
Ha sempre agli occhi il velo, 
E quando si precipita 
Dal carro di Boote 
Piangendo e a mani vuote..^ 

fortunate lagrime, 
povertà felice 1 
Ti sta dell'uomo libero 

II serto alla cervice! 
Baci un'antica, indomita 
Fede, e un immenso Iddio 
Ti canta in cuor: Son iol — 



I Re Magi 145 

XXI. 

I RE MAGI. 

A mia Madre. 

I bei vegliardi dallo scettro d'oro 
Ohe per la neve, sotto il oiel sereno, 
Sostar sommessi alla mia porta udia 
La notte della Santa Epifania, 

son morti di freddo o son malati 
Nei paesi del sole, 

1 bei vegliardi dallo scettro d'oro 1 

Quando la mia scarpetta in sul verone 
Tutta avvizzita facea la rugiada, 
E tu, madre, domestica regina, 
La colmavi di doni alla mattina, 
Io ricciuto avea il orin, candida l'alma, 
E ogni alba ohe venia 
Di giornate regali il don mi offria. 

Un giovin Sire senza scettro d'oro, 
Ma cui nutrian d'aromi e terra e cielo, 
E una corte di sogni e di speranze 
Complimentavo fra beate stanze. 
Era in quei giorni io stesso: 
Io che il perduto imper sospiro adesso! 

I bei vegliardi dallo scettro d'oro 
Ohe per la neve, sotto il oiel sereno, 

R. Praga. Poesie. 10 



146 



Sostar sommessi alla mia porta udia 
La notte della Santa Epifania, 

son morti di freddo o son malati 
Nei paesi del Sole, 

1 bei vegliardi dallo scettro d'oro I 



XXII. 
L'ANIMA DEL VINO. 

Cara progenie 
Del mio bicchiere, 
Pumi e baldorie, 
Nebbie e preghiere; 

Urne fantastiche 
Piene di fiori, 
Piene di musiche, 
Piene d'amori: 

Cara progenie. 

Donde il volo dolcissimo innalzate? 

Urne fantastiche, 

Ov'è l'orto gentil che vi ha colmate? 

Quando gorgogli 
Nel teschio mio, 
santa origine 
Del santo oblio. 



L'anima del vino 147 



Come un intingolo 
Della massaja 
Quando i fittabili 
Tornan dall'aja; 

Quando gorgogli 

È tutto tuo l'ingegno o, a poco a poco, 

Ooine un intingolo, 

Ti fai bollente del mio cranio al foco? 

Ah, solitario 
Se tu lavori, 
Se non t'aiutano 
I miei dolori; 

Se cacci l'anima 
Dal suo canile, 
Come dal rischio 
Si caccia un vile;* 

Se, ubriacandomi 
Come un idiota. 
Conquisto i meriti 
Di un'arma vuota, 

E posso credermi 
Una locanda 
Dove un incognito 
Vive e comanda; 

Ah, solitario 

Ospite mio color di giglio e rosa, 



148 PENOMBRK 



Se cacci l'anima, 

L'anima cieca e abbietta e dolorosa; 

Se, ubriacandomi, 

Mi ribello al destin che me la diede, 

E posso credermi 

Senza marchio alla fronte e ceppi al piede. 

Venga l'obbrobrio 
Dell'uomo sobrio, 
Venga il disprezzo del genere umano 1 

Venga l'inferno 

Del padre eterno. 

Vi scenderò col mio bicchiere in manol 



XXIII. 
VEGLIANDO. 

Ho un Virgilio sul mio bruno scrittoio 
Legato in vecchio cuoio, 
Ohe comperai per memoria di viaggio 
Da un prete di villaggio; 
Costui l'avea trovato 
Frugando in un convento abbandonato. 
Tutto pieno di note è il volumetto: 
Qua e là qualche versetto 
Della Chiesa all'esametro latino 
Sposa Sant'Agostino, 
E le date monotone del chiostro 
Vi serba il giallo inchiostro. 



Monasterium 149 



Oiid'è ohe a notte, leggendo il poeta 
Nella mia stanza queta, 
Balzo repente, e, attonito, perplesso, 
Farmi di aver lì appresso 
Il volto aguzzo e smunto 
E l'alito di un monaco defunto 
Ohe, scappato dal freddo monumento, 
Sfiorandomi col mento, 
Evoca da quei fogli impolverati 
I suoi studi passati, 
E vi rannoda, palpitando, i fili 
Degli anni giovanili. 



XXIV. 
MONASTERIUM. 

Io ho cercato nel mìo letto, nelle 
notti, colui che l'anima mia ama, 
io l'ho cercato e non l'ho trovato. 
~ Ora mi leverò e andrò attorno 
per la città, per le strade e lepiazze : 
io cercherò colui che l'anima mia 
ama. — Io l'ho cercato e non l'ho 
trovato. 

Cantico dei Cantici. 

Quando il mesto tramonto 
Empie di lunghe strisele d'oro il cielo 
E la campagna di confusi suoni; 
Quando la danza del leggiadro stelo 
Sommessamente 



150 rKNOMBKE 



Dice di aprirsi al fìorellin notturno, 
E la lucciola sente, 
Al brulichio dell' in vido insettuine, 
Ohe la notte fedel le acoese il lume; 

Quando buccio e bulbilli, 
Intemerato popolo di ebrei, 
Stan la manna a aspettar della rugiada 
Sotto le branche degli scarabei, 
Sbadigliando ; 

Quando gracchian le rane i paludosi 
Epitalamii, e quando 
Sembra, se volto in su l'irta mascella, 
La punta del mio sigaro una stella; 

Quando gli archi lombardi 
Del monastero, con un'aria pia 
Par che guatin l'azzurro, occhiaie smorte, 
E della luna la fisionomia; 
Quando alle soglie, 
Ohe il voto sigillò come una bara, 
Del sagrestan la moglie 
Più non viene, cantando, a porre al sole 
Delle bambine sue le oamioiuole; 

Io, reprobo poeta, 

Di messale sdegnoso e d'ostensorio. 

Vagando nelle flebili campagne, 
. Passo talor vicino al parlatorio 

Della clausura: 

— Salve, se vieni in nome del Signore! - 

Dice una pietra oscura. 



Monasterium 161 



E lambe un liimioin, dietro la grata, 
Quella gran croce ohe vi sta piantata. 

Una croce di legno 

Con un pallido, magro e lungo Cristo 

Finto ad olio da un monaco spagnuolo 

Di cui l'ossame nel mortorio ho visto: 

Il Redentore 

Pianger di venti secoli ti sembra 

La stanchezza e il dolore, 

E insanguinar sul fianco macilento 

Le ragnatele che vi scuote il vento. 

Ed io siedo a un gradino 

Ove devoti innumeri han pregato, 

Ove ginocchia ohe or son fango o fiori 

Una traccia comune hanno lasciato; 

Siedo, e veggo sfilarmi 

Davanti ad uno ad uno i pellegrini 

Che sembrano additarmi 

Fra loro e dirsi : oh vedi un giovinetto 

Che guarda il Cristo e non si batte il petto. 

Poi ripigliano il volo 
Colle rigide braccia al cielo alzate, 
E i teschi aguzzi ohe nell'aria scura 
Fingono un bosco di piante sfrondate; 
Essi volano via. 

Ma dai profondi tumuli del chiostro, 
Cui più nessun non spia. 
Escono, forse a bever raggi e venti. 
Le melodie dei postumi lamenti. 



152 



A bever venti e raggi, 
ad inseguir nel nebuloso corso 
Quei fantasmi nemici al giovinetto 
Perchè non piega a un monastero il dorso; 
Inseguirli e cantare: 
— Quando voi venivate a quel gradino, 
In ginocchio, a pregare 
Pei vostri figli e per le vostre spose. 
Noi morivam dietro le grato esose. 

Oh frescura nottiirna! 

A respirarla uscitene, fanciulle. 

Le morte son sepolte e uscir non ponno; 

Per le alcove nascoste e per le culle, 

Giovinettine uscite. 

Che lo Sposo del ciel non giunge mai!... 

Le son fiabe ordite 

Dalle badesse perchè mai nessuna 

Si rompa il capo, alla muraglia bruna I — 

Cos\ parla il silenzio 
Al mio pensiero. E colle scarno mani 
Scuoto la sbarra, e invoco il Cristo, e vedt) 
Ch'egli si allunga in torcimenti immani 
Sul legno che l'abbranca, 
E sbuffa e geme per toccar la terra.... 
Ma l'orizzonte imbianca, 
E mi caccia pel gelido cammino 
La campana ohe suona a mattutino. 



Imbiancatura 153 



XXV. 
IMBIANCATURA. 



Per l'ampia volta querula, 
Nel coro intarsiato, 
L'orme di cinque secoli 
Un giorno ha cancellato: 
Or tutto è liscio e candido, 
E a quei toni abbaglianti 
Ammiocan gli occhi i santi 
E parlano fra lor. 

— Ahimè!, — susurra il martire 
Ohe da una nicchia brilla: 
Uno spruzzo acidissimo 

Mi entrò nelle pupilla! — 

— Ohe freddo ! — esclama un vescovo 
Al muro appiccicato; 

— È il giorno del bucato! — 
Risponde un confessor. 

— Ehi, San Tommaso! — brontola 
Dalla base San Luca: 

Son ritornati i barbari? 
Povera Italia eunuca! 
A chi scrisse la bibbia 
Guastar l'appartamento.... 



164 PENOMBRE 



artisti del trecento, 
Piangetene con mei — 

Perchè vi fate, o fossili, 
Scimmie di Geremia? 
E vero, adesso il tempio 
Sembra una trattoria; 
Ma eguali ognor non furono 

1 preti ai tempi andati? 
Che a profanar sian nati 
Strano per noi non è. 

Santi, quando cantano • 
Le litanie pagate, 
Santi, vendicatevi, 
E addosso a lor cascate: 
Giù colle vostre clamidi, 
Giù cogli scettri d'oro. 
Gridando in mezzo al coro: 
Piliste, Iddio lo vuol! 

E tu, tu cogli il parroco. 
Calvo domenicano, 
Solo sulla tua mensola 
Con Gesù Cristo in mano; 
Porse il beato Angelico 
Fu un tuo vicin di cella. 
Porse la tua facella 
Lambendo a notte il suol, 

Di sotto all'uscio immobile 
Filtrando un po' d'argento. 



Imbiancatura 155 



Ne illuminò le tavole 
Piene di firmamento; 
Porse il tuo canto fievole 
Sui sonni suoi volava, 
E il veoohierel sognava 
Madonne in campo d'or. 

E nel devoto secolo 
Vivere ancor credevi: 
Qui, venerata effigie, 
Antiche aure bevevi; 
Qui de' tuoi vecchi monaci 
Sulla muraglia bruna 
Col raggio della luna 
Leggevi i nomi ancor. 

Care beltà del tempio!... 
Sfumando in lontananza, 
Si univan tinte e linee. 
Quasi fanciulle in danza; 
In fondo in fondo aprivasi 
Un arco a sesto acuto, 
E, come un detto arguto, 
Traea le menti a sé. 

E vi parean riflettere 
Le pallide figure 
Finte da ignoti artefici 
Tra i fregi e le sculture; 
Dell'arte primogenite 
Vive di un soffio appena, 



15H PENOMBKE 



Ma colla faccia piena 
D'inenarrabil fé. 

Erano i buoni e memori 
Testimonii dei morti; 
Occhi celesti, estatici, 
In cima a eccelsi porti, 
Avean veduti i secoli, 
Travolti a cavalloni, 
Cadere in ginocchioni, 
Pentirsi e dileguar. 

Te non vedran, mio secolo, 
Te ohe empiamente pio 
Pai spose allo sbadiglio 
Le insulse preci a Dio; 
Te senza l'ire intrepide 
Dei saggi Iconoclasti, 
Senza un amor che basti 
A darti un altro aitar! 

Ma il non lontano postero. 
Ripercorrendo il sito 
Da tuoi pittori ipocriti 
Già di bugie vestito, 
Ripenserà la gloria 
Dei poveri defunti, 
E i bei profili smunti 
A liberar verrà. 

E l'armonia degli organi, 
E il fumo degli incensi 



Dama elegante 157 



Non alzerà quel libero 
Sotto i sereni immensi; 
Del bello eterno apostolo, 
Prete della natura, 
Egli la fede impura 
Tinta di bianco avrà! 



XXVI. 
DAMA ELEGANTE. 

Quella superba sua faccia serena 
Passar la vidi tra la folla osc^ena, 
E vidi gli occhi della folla ardenti 
Sprofondarsi ne' suoi, 
Come attoniti e opachi occhi di buoi. 

Mordea la folla collo sguardo muto 
Le nudità di latte e di velluto, 
E correa, dietro i vaghi ondeggiamenti 
Del morbido corsetto, 

I profili del largo, augusto petto. 

E allor pensai ohe poiché brilla il sole 
Sulle paludi e sulle verdi aiuole, 
Irradiar poteva in una festa 
La pura faccia di una donna onesta! 

Ma, seguendo il suo strascico di seta, 

II mio cor sospirava: — bella ci-eta, 



158 PENOMBRE 



Va, domanda alla Venere di Milo 

La lista dei cretini 

Che vide immoti a* suoi piedi divini 1... 

E sentirai dalla vetusta dea 
Come la forma strangoli l'idea, 
Come al vergin aitar della bellezza 
Sorga stolto e profano 
Il basso incenso dell'ossequio umano! 

bella creta, passa nella festa. 
Poiché sei tanto bella e tanto mesta. 
In mezzo all'orgia delle voglie, illesa; 
Passa candida e altera e non compresa 1 

Adorino il tuo riso incantatore. 

Agognino al tuo fiato e al tuo pallore, 

Bevan l'abisso delle tue pupille, 

E l'aurora che vola 

Dalle tue labbra colla tua parola.... 

Sarà l'inno del verme all'infinito. 
Sarà il ringhio che simula il ruggito, 
Non sarà la bestemmia e la canzone 
Che merita la donna 
Quando è l'angelo, il santo e la madonna I 

E tu non sei del mondo, o bella creta. 
No, del mondo non sei, nò del poeta; 
Nò del poeta, o stella passeggiera. 
Nò del marito che ti abbranca a seral — 

Febbraio 1864. 



Dama elegante 159 



XXVII. 
DAMA ELEGANTE. 

La caravana dei desiri miei 
Verso di voi salia, donna divina, 
Come una fila di camelli ebrei 
Al limitar di mistica piscina. 

Oh, se giungeva ad attaccar la briglia 
Alle fossette delle vostre spalle, 
La noia, il condottier della famiglia. 
Si dipingea di ciel le guanoie gialle! 

Giacché, marchesa, voi siete im inganno, 
Siete una larva dei secoli vieti, 
E certo ancor nell'anima vi stanno 
Le carezze dei numi e dei poeti. 

Siete risorta da una tomba argiva 
Per rinnegar coi vergini splendori 
Le belle inferme dell'età lasciva 
E le viltà dei nostri flosci amorii 

Deh, spargete la spiga e la verbena 
Nel folto orine ohe vi bacia il viso; 
Deh, non negate alla mutata scena 
1 firmamenti del vostro sorriso! 



IfiO PENOMBRE 



Che saran santi sorriso e corona, 
Fosse del volgo sterminato in mezzo, 
S'anco una sola anima mesta e buona 
Divinizza l'amore al vostro olezzo! 



XXVI li. 
DAMA ELEGANTE. 



bella donna di latte e di rosa, 
Donna sdegnosa, 

M'han raccontato ohe nessun ti agguaglia 
Nella battaglia; 

Che hai di ferro le braccia, e ohe il tuo petto 
È un corsaletto 

Dei vecchi di colla malia nascosa; 
bella donna di latte e di rosa. 

bella donna che sembri uno stelo 
Mietuto in cielo, 

M'han raccontato che di molti amanti 
Nei camposanti, 

Tu puoi legger la lapide forbita, 
Ohe uscir di vita 

Sotto lo spiro del tuo corpo anelo; 
bella donna che sembri uno stelo. 



Dama elegante 161 



donna piena di gioie e di luci, 
Se tu conduci 

Al cimitero, il cimitero è bello 
Come un gioiello; 

Se per te rode, il verme è un usignuolo, 
Ed il lenzuolo 

È porpora regal se tu lo cuci, 
donna piena di gioie e di luci! 

donna piena di delicatezze, 
Le tue bellezze 

Fan sognare a migliaia i giovinetti 
Su cui proietti. 

Passando, un occhio d'angelo e di sfinge; 
Occhio che pinge 

E monti e mari d'inaudite ebbrezze 1 
donna piena di delicatezze, 

donna fortunata ed infelice, 
E a me non dice, 

A me quell'occhio non dice l'amore, 
Dice il dolore; 
Il dolore dell'angelo esiliato 
E condannato 

A subir la materia peccatrice ; - 
donna fortunata ed infelice 1 

Se v'ha nume che ascolta, e se tu preghi. 
Egli non nieghi 
Questa dolcezza alla mia musa altera: 

R. Praga. Poesie. 11 



162 PENOJIBEE 



Deh, la preghiera 

Aspettata per schiudermi il sorriso 

Del paradiso 

Dal tuo mistico labbro il voi dispieghi, 

Se v' ha nume che ascolta, e se tu preghi ! 



XXIX, 
DAMA ELEGANTE. 



Costei, la bionda dagli occhi procaci. 
Costei, la bella 

Che ha fralezze di fior, raggi di stella. 
Io la vorrei 
Compagna e schiava dei dolori miei. 

Vorrei darle la mia sete di baci 
Non noti al mondo; 
Come un aratro sul suo sen giocondo 
Vorrei passare 
E nell'ansia vederla agonizzare. 

E poi narrarle la immensa amarezza 
Dei disinganni; 

Dirle la noia che precede gli anni; 
Dirle che Iddio 
Ci ha fatti al sogno, all'estasi e all'oblio! 



Seraphina 163 

Questo vorrei, perchè la sua bellezza 
Troppo divina 

Sentisse un po' la mota e la pruina; 
Questo vorrei 
Per far men gaia e pallida costei. 



XXX. 



SERAPHINA. 



Vous ne la plaignez pas, vous, mères de familles 
Qui poussez les verroua aux portes de vos fllles, 
Et cacliez un amant sous le Ut de l'époux! 
Vos amours soni dorés, vivants et poètiques : 
Vous enparlez, du moins, — vous n'étespas publiques ! 

A. Db Musskt, Rolla. 



È morta — affascinati adolescenti 
Ohe in agguato io vedeva sulla sua porta 
Filar la tela delle voglie ardenti, 
Piangete meco: Serafina è morta. 

Morte: l'amante dell'ultima notte 
N'ebbe gli amplessi coll'odor del tifo, 
E, uscendo all'alba, avea coll'ossa rotte 
Gli occhi di voluttà pieni e di schifo. 



164 PENOMBRE 



Voi non credete che possan morire 
Le belle donne, o poveri fanciulli? 
Ma gli è dono degli angeli svanire, 
E l'infrangersi appunto è dei trastulli. 

Non credete che il suo corpo divino 
Sia chiuso adesso fra quattro assiociuole ? 
I preti gli parlarono in latino 
Girando intorno colle negre stole. 

Come due remi a un naufrago legati, 
Le stan distese e immobili le braccia; 
Errano i vermi ciechi e spensierati 
Sul bianco seno e sulla bianca faccia. 

E le cascan le palpebre in frantumi 
Come imposte di casa inabitata; 
Quella chioma di raggi e di profumi 
L' hanno gli eredi a un oreditor lasciata. 

Oerchiam nei balli, e la vedremo ancora 
La lunga chioma dalla negra tinta: 
Porse vi intreccia mammole a quest'ora 
Qualche beltà nel gineceo discinta. 

Ed io che le avea fatto una canzone 
Alla povera morta, appena, appena! 
Era la lista delle cose buone 
Ch'ella offria nella sua stanza serena. 



Seraphina 165 



E — inchiodala sull' uscio — io le avea detto, 
Un sigaro fumando in santa pace; 
Inchiodala sull'uscio, è il tuo brevetto, 
Il miglior dei blasoni e il più verace. 

E la oanzon dioea: "Libero ingresso! 
Si dàn lezioni di teologia; 
Qui dalla bocca di un maestro istesso 
Parlan del cielo amore e poesia. 

Lasciate la memoria e la speranza. 
Lasciatele qui fuori ad aspettare; 
Si gridi al mondo, entrando in questa stanza, 
Dolce pianeta seguita a rotare: 

Seguita pure, o docile pianeta; 
Quando nell'aria a faccia a faccia sono 
I secoli di noia e l'ora lieta. 
Volando si ricambiano il perdono. 

Seguita, va! Pigli d'Adamo, avanti. 
Ohe già la noia è al limitar rimasa; 
(Non badate alle imagini dei Santi, 
Son della vecchia ohe affittò la casa) 

No, il paradiso una stupida cosa 
Non è qui dentro, né di talpe un sogno; 
È un'alcova pulita e silenziosa, 
È il delirio, è l'oblìo d'ogni bisogno; 



16H PENOMBBE 



D'ogni bisogno, d'ogni legge umana, 
Di tutti i gioghi alla carne inossati: 
E la palma ove bee la carovana 
Dei desiderii oscuri e sterminati; 

È il sacro Ver per cui l'idea s'inciela, 
B la Materia, la divina antica, 
L'eterna maga che beando svela 
I segreti del mare e della spica. 

E la piscina, e non è suggellata, 

È il nettare ohe i numi han preferit<j, 
E la fò d'ogni razza e d'ogni data, 
È la vita, è la morte, è l' Infinito 1 ,, 

Così dicea la mia canzon verace; 
E mi sovvien che mi fornian le rime 
Un sigaro fumato in santa pace 
E il bel profilo di due spalle opime. 

Due spalle opime due spalle di sasso, 
Fatte per camminarvi a suon di tube; 
E avean tutti i sapor dell'ananasso. 
Tutti i sorrisi di una guancia impube! 

Domandate a quest'ugne, a questi denti 
Come si vinca Minerva guerriera. 
Domandate alle mie viscere ardenti 
Come baoin la tigre e la pantera! 



Seraphina 167 

E come è dolce rarmonìa d'un fiato 
Che perde la misura e non la trova, 
Mentre il pensier, tra sveglio e addormentato, 
Vaghe fila oongiunge e il oiel rinnova; 

Mentre in un mar di scompigliate chiome, 
Soavemente ondeggia e senza sosta, 
Come un visir sul suo camello, o come 
Un baronetto che viaggia in posta! 

Voi non credete che possan morire 
Le belle donne, o poveri fanciulli? 
Ma gli è dono degli angeli" svanire, 
E l'infrangersi appunto è dei trastulli. 

Non credete che il suo corpo divino 

Sia chiuso adesso fra quattro assicciuole? 
I preti gli parlarono in latino 
Girando intorno colle negre stole. 

E stanotte sognai ch'io la vedea 
Come aspettata entrar nel paradiso, 
E Cristo in mezzo alla tribù giudea, 
Di arcana voluttà rorido il viso, 

Le apria le braccia e sospirava : — È giunta 
Un'altra bella! vieni, o fortunata, 
giovinetta nell'amor defunta, 
È tua la volta immensa e costellata; 



168 



Vieni, fanciulla, di pallor soffusa. 
Vieni all'amplesso dell'eterna ebbrezza! — 
Ed ella rispondea tutta confusa: 
— Vuoi eh' io ti doni un bacio o una carezza? 



Gennaio 186., 



XXXT. 
A UN 1^^ET0. 



Respondit Jesus : Ncque hic pecavi â–  
ncque parentes ejus; sed ut via- 
nifestentur opera Dei in ille. 

S. IOAN, IX, 3. 



Là nel Museo, fra i poveri 
Avanzi imbalsamati 
Che, all'ospedal dal medico 
A lungo corteggiati 
E agli abbietti cadaveri 
Rapiti ed alla croce, 
La scienza feroce 
Ai posteri serbò; 

Fra il torso di un ginnastico 
E una mesta vetrina. 
Dove la mano infusero 
Di un'etica bambina, 



A un feto 169 



Vidi una cosa orribile, 
Vidi di un uomo il feto: 
Quella tomba d'aceto 
Un canto mi cercò. 

Era un bel di di luglio; 
Dagli ampi finestroni 
Piovean cadenze e balsami 
Di fiori e di canzoni; 
Brillavano le mummie 
Nelle oorteccie frolle, 
E dalle vecchie ampolle 
Prangea scintille il sol. 

Il sol, ohe le miriadi 

Dei vermi e degli insetti, 
Giù, nell'orto botanico. 
Scalda ai fecondi affetti 
E in un bacio aflfamiglia 
Il ciel, lo stagno, il sasso 
E il giovin granchio al passo 
Aiuta e il nibbio al voi. 

Il sol, ohe vide al placido 
Balcone una fanciulla 
Ohe, curva fra i garofani. 
Preparava una culla; 
E il più gentil battesimo 
Avea cercato ai santi 
E quattro labbra amanti 
Le sussurravan giàl... 



170 PENOMBBE 



Oh dell'alcova fascini, 
Dove un bimbo è aspettato! 
Oh pregustati palpiti 
Dell'istante affrettato!... 
Nacque?... morì?... vergarono 
Una scritta latina, 
Chiusero una vetrina.... 
Il resto Iddio lo sai 

Egli ohe accozza i mistici 
Metri degli universi, 
Egli che fa degli uomini 
I suoi superbi versi, 
Egli vi mesce sillabe 
Mute e sdegna la lima? 
Incespica a una rima 
Ohi il mondo improvvisò? 

Eccoti, o laido sgorbio 
Del poeta celeste! 
Dalla tua fiala il dubbio 
SbufiFa le sue tempeste; 
Gramo corpuccio viscido, 
Tappato in sempiterno. 
Tu miagoli lo scherno 
Ohe il caso all'uom creò! 

— Vieni, o lettor dei codici. 
Su, la sentenza grida, 
Inchioda a' tuoi paragrafi 
La mano infanticida! 



A un feto 171 

Tu accusi chi un cadavere 
Fuor de] recinto pose: 
Che tuoni a ohi l'ascose 
Di una fanciulla in sen? 

Areopagista miope, 
Svesti la toga nera, 
Dà il braccio a questa povera 
Mia Musa passeggiera, 
E, tu canuto e burbero, 
Noi mesti e giovinetti, 
Oltrepassiamo i tetti. 
Chiediamone al seren! 

Ei ti dirà che brillano 

Gli astri, ohe l'aura è pura, 
Che raggi il sol diluvia, 
Che immensa è la natura. 
Che è scintille la polvere 
Scossa dal nostro piede, 
E ohe taJor si vede 
Qualche fiammella errar; 

E ti dirà ohe l'ebete 
Mondo gli appar giulivo, 
Che ha sulla faccia immobile 
Un punto ammirativo, 
Che i nostri mar son lucidi, 
Le nostre case bianche, 
E che dell'ali stanche 
Eterno è il sibilar I 



172 



E allor udrai la pallida 
Compagna a singhiozzare, 
E sentirai sull'anima 
Le tenebre piombare; 
E noi dei versi apostoli, 
Tu della scienza duce. 
Nella beata luce 
Barcolleremo insiemi 

E ohiederem l'Ippocrate 
Ohe insanguinò le mani. 
Palpando nelle viscere 

I patimenti umani, 

E asoolterem vocaboli 
Di desinenza achea, 
E la superba Idea 
Al fango aggiogherem. 

Saprai ohe da quest'orrido 
Burle della natura 
Tutto un sistema eressero, 
Tutta una legge oscura; 
Ohe multiformi eserciti 
Di mostri in lunghe serie 
Espongono miserie 
Al prossimo che vien. 

E ha già segnato il numero 

II povero bambino, 

E un bel nome scientifico, 
E il cippo cristallino. 



A un feto 173 

Prima ancor ohe sul lugubre 
Letto la madre frema, 
E ohe nell'ansia estrema 
Se ne insudioi il sen. 

Ed ecco un incolpevole 
Bimbo ohe il capo ha tronco, 
E inonorati Scevoia 
Dall'esil braccio monco. 
Ed orbi cranii, e faccie 
Cui sul lercio tessuto 
Del pianto di un minuto 
L'orme nessun lavò. 

Questo, ironia satanica. 

Due cuori ha chiusi in petto, 
E accanto a lui, crisalide 
Di non terreno affetto. 
Un oorpicin di femmina. 
Stipato di mammelle, 
Perde la lunga pelle 
Ohe l'acido succhiò. 

Guarda: son due putredini. 
Ed eran due gemelli. 
Concetti insieme al gaudio 
Di chiamarsi fratelli; 
Guarda: un orrendo bacio 
Nell'almo sen li strinse 
E colla morte avvinse 
Gli sventurati amor.... — 



174 PENOMtìEE 



Madri, ohe avete un pargolo 
Gaio, ricciuto e bello, 
Gli anatèmi frenatemi 
Del cuore e del cervello; 
Per chi ha pianto d'angoscia, 
Per chi di gioia ha pianto, 
L'orribile mio canto 
Posso mutare ancor.... • 

Era un bel dì di luglio; 
Dagli ampi finestroni 
Piovean cadenze e balsami 
Di fiori e di canzoni; 
Brillavano le mummie 
Nelle corteooie frolle, 
B dalle vecchie ampolle 
Prangea scintille il sol. 

Come una freccia argentea. 
Dalla mesta vetrina 
La man sottile e candida 
Dell'etica bambina 
Parca segnar nell'aria 
Qualche invisibil cosa: 
Spirti color di rosa. 
Ali spiegate al voli 



Alla poverella della chiesa 176 

XXXII. 
ALLA POVERELLA DELLA CHIESA. 



Elemosina a lei, la poverella, 
Che un dì fu bionda, giovinetta e bella. 

Fulgida, allor, le garrule barriere 
Correvi in caccia di pupille nere, 

Questuando il sorriso e la carezza, 
Benedicendo i cenci e l'allegrezza... . 

E forse ancora qualche vecchio amico. 
Dalla febbre e l'età fatto pudico, 

Ti getta il soldo fra le vecchie cosce 
Ed entra in chiesa, e non ti riconosce! 

Elemosina a lei che, a mane e a sera, 
Vaga in sogni di fame e di preghiera. 

Come gli affreschi rosi e scolorati, 
Come i fior che i devoti han condannati 

A intisichir di noia e di fetore 

Fra le candele dell'aitar maggiore; 



176 PENOMBRE 



Come tuttx3 ohe langue, o manca, o fugge, 
Tutto che il tempo invola e Tuom distrugge, 

vecchia cieca, tu sei sacra e buona, 
E ben giri quaggiù la tua corona. 

Elemosina a lei che, a mane e a sera, 
Vaga in sogni di fame e di preghiera. 

Ohi, contemplando ì mistici destini, 
Ama gli astri del ciel nei fiorellini, 

Ohi sente, al mar dei secoli curvato. 
L'avvenir ricongiungersi al passato, 

Ohi abbandona, oltre il mondo, il crocefisso. 
Non entra in chiesa, ma ti guarda fisso, 

E l'ignoto Signor nel tuo lo vede 
Occhio pieno di morte e pien di fede. 

Elemosina a lei, la poverella 
Ohe un dì fu bionda, giovinetta e bella. 



A Vittor Hugo 177 

XXXIII. 
A VITTOR HUGO. 



Lorsqu'elle me disait : " Mon pére „, 
Tout mon coeur s'écriait : " Mon Dieu ! 



Per le fuggenti voluttà dell'anima, 
Per questa lotta acerba, 
Per l'Ideai che inseguo, e per le lagrime 
Che Iddio mi serba; 

giovinezza che già muti nome, 
Una pura armonia spirami ancora, 
Un inno alato 1 

Pria ohe il verno dal cor salga alle chiome. 
Prima che tutta la mia bionda aurora 
M'abbia lasciato 1 

Dammi per poco ancor la vaga aureola 
Ohe han presa i disinganni ; 
Il coraggio, la fede, e le vertigini 
De' miei vent'anni! 

Fammi ancor bello, fammi ancora buono 
Come nei lieti di che il cor sbocciava 
Dai primi versi; 
Toglili al buio, ove sepolti sono, 
E un inno sol redimerà la ignava 
Vita che persi 1 

E. Praga. Poesie. 12 



178 PENOMBRE 



Inno, inno santo, e varcherai l'Oceano! 
L'amor che ti conduce 
Guida dritti gli augelli alle piramidi, 
E amor di luce! 

Vola allo scoglio ove l'Eterno inonda 
Di tempeste, di azzurri e di visioni 
L'uom dell'esilio, 

E nel nimbo fatai che lo circonda 
L'affetto immenso e la pietà deponi 
Di un altro figlio! 

Sarà il canto di un cieco, e sarà l'obolo 
Di un mesto poverello; 
D'un che, assetato, vuol lasciare all'oasi 
Il suo fardello; 

Ma, come al cenno di un amante antioo,- 
L'uom dell'esilio, il chèrubo, il profeta, 
11 patriarca. 

Si farà incontro al pellegrino amico; 
A lui ohe ignoto e trepido poeta 
Orando sbarca. 

Poi gli direm: Siam nati ove trescavano 
I despoti stranieri, 
E ci sentimmo intemerati e liberi 
Ne' tuoi pensieri ! 

Noi gli diremo: abbiam sognato tanto. 
Cittadini del mondo, e al dubbio infitti 
Dell'avvenire ; 



A Vittor Hugo 179 



Abbiam veduto agli alleluia accanto 
Gli infiniti sospir dei derelitti 
A Dio salire, 

E una canzone di speranze impavide 
Ci ha volti al firmamento; 
E ohi ci guida ancora in mezzo ai triboli 
E il tuo concento 1 

Noi gli diremo: additaci la pietra 
Ove la bella tua defunta giace 
Presso lo sposo; 

Cui nell'insonnia, sulla casta cetra 
Delirando, il tuo sacro invoca pace 
Genio pensoso! 

Deh quella pietra, quella pietra additaci, 
Padre di tutti noi!... 
Per le croci comuni e la memoria 
Dei baci suoil 

Noi vi porremo un fior ohe non ha nome 
Fra quanti il cimitero ha vagheggiato: 
Candido fiore 

Tolto all'allòr delle tue bianche chiome. 
Del nostro pianto asperso, e profumato 
Sul nostro cuore! 

Inno, inno mio, vola per l'alto oceano! 
L'amor che ti conduce 
Guida dritti gli augelli alle piramidi; 
E amor di lucei 



180 



XXXIV. 
DOMUS-MUNDUS. 



Tentanda via est. 

La bella mano gli posò sul orine 
E disse: io vedo il tuo serto di spine 
E sento l'onda ohe hai qui dentro ascosa, 
mio dolce poeta, e son gelosa! 

Son gelosa de' tuoi vaghi dolori. 
Delle tue belle vendemmie di fiori, 
Sono gelosa della fantasia 
Ohe ti dilunga dalla soglia mia.... 

Oh, dimmi i fantasimi 
Ohe sogni nei cieli 
Se posso, cingendomi 
Di candidi veli, 
Se posso evocarli. 
Se posso imitarli 1 

Qual fu stanotte, quando tu vegliavi. 
La dea che del tuo canto incoronavi? 



Domus-Mundus 181 



Ah dimmi ohe fu larva antica e bruna, 
mammola di monte o fìl di luna, 

vecchio frate, o bambolo ricciuto, 

cadavere o uccello in mar veduto. 
Ah dimmi, dimmi che nel ciel dimora 
E che tu ten' dimentichi all'aurora 1 

Non vedi? son pallida, 
Son tacita anch'io; 
Perchè, quando a vespero 
Favello con Dio, 
Mi guardi nel viso 
Col mesto sorriso? 

Io m'affiso lassù, tu in basso guati; 
Io mi faccio gentil, tu ti fai strano.... 
Oh dove, dove sono i di volati, 

1 dì ohe insieme viaggiavam lontano? 

Era in riva del mar, nel paesetto, 
In mezzo ai boschi.... mi ricordo ancora! 
Quanta speranza ti cantava in petto, 
Come ridendo correvamo allora 1 

Davanti alle placide 
Chiesette del monte. 
Allora, rammentati, 
Chinavi la fronte; 
Quei buoni curati 
Li hai tutti scordati? 



182 PENOMBRE 



Pensa ai bimbi del lido, ai ritornelli 
Che col vento venian dai navicelli; 
B mi dicevi, seduti all'ombria, 
L'universo è giocondo, e tu sei miai 

Io sospirava: amo, confido e credo; 
Il futuro lo sento, il dio lo vedol 
puri affetti, o rime pensierose 
Di farfallucoe, di baci e di rose! 

Il nido facciamolo, 
Dicevi, o ben mio, 
Coi fili di paglia 
Ohe piacciono a Dio; 
Coi raggi, coi fiori. 
Coi versi e gli amorii 

Oblia gli amici ohe han lo scherno in viso; 
Non è un mar di amicizia il mio sorriso? 
Oblia, poeta, il mondo, e il cielo oblia; 
La cattedrale è la stanzuccia miai 

Qui la pace, la fede e l'esultanza, 
E qui l'asilo d'ogni tua speranza! 
Porgi a' miei baci questo cuor che geme, 
Chiudiam le imposte, e addormentiamci insieme I 



Domu^-Mundus 183 



II. 



Calava il sole e la notte salìa. 
Piovevano con quelle 
Parole e colle stelle 
Qoc<5ÃŒe d'amore e di malinconia; 
Calava il sole e la notte sali a. 

Egli guardava attonito, 
Triste, cogli occhi immoti, 
L'universale accendersi 
Di continenti ignoti; 
Egli sognava, o limpido 
Raggio o profondo velo! 
La vastità del cielo, 
E della donna il cor. 



Perchè, cretino e splendido 
Mondo dei Filistei, 
Sotto l'arcano incendio 
Premevi, e intorno a lei? 
Perchè prigione è l'anima. 
Prigione eternamente, 
Dell'orror tuo ridente. 
Del tuo feroce amor? 



184 PENOMBEE 



Cantate, o antiche vittime, 
Cantate, o giovinetti, 
Arche di lunghe lagrime. 
Nidi di brevi affetti; 
Cantate ai buoni spiriti 
Qualche preghiera nuova 
Che il vecchio giogo smova 
E che redima il voli 

Guardate : è l'uom che sanguina 
Da una terribil piaga; 
È l'uom cui l'astro suscita 
E cui la mota indraga; 
È l'uom cui l'irco secolo 
Disse: per me lavora. 
Per me contempla, esplora 
Il vuoto, il buio, il soli 

Cercami il Dio; risuscita 
Qualche gagliarda fede 
Per ohi empiamente dubita, 
Per ohi vilmente crede; 
Abbatti, uccidi, interroga 
I morti e le rovine, 
Cingimi, bardo, al crine 
L'irrevooato allori 

Egli lasciò le facili 
Gioie, le soglie care; 
E lo venian dal placido 
Suo tempio a scongiurare 



Domus-Munchis 186 



Le dee della famiglia, 
Le sue dilette glorie, 
Cinte di pie memorie, 
Belle di noti fior.... 

Tacque, partì. Fu l'angelo, 
Fu il demone, fu il bruto? 
Fu il precursor, l'apostolo, 
L'uomo dall'uom voluto? 
Per la profonda tenebra 
Che disse al torvo Urano? 
Che tolse al foco aroano 
Ohe strepita lassù? 

Cantate, o antiche vittime, 
Cantate, o giovinetti, 
Arche di lunghe lagrime, 
Nidi di brevi affetti; 
Cantate ai buoni spiriti 
Qualche preghiera nuova 
Che il vecchio giogo smova 
Che ceppo al bardo fu.... 

Pregate — il bardo sanguina: 
Ma, se nell'alto sale, 
Dalla cruenta pioggia 
Che gli cadrà dall'ale 
Germoglieranno i mistici 
Orti dell'avvenire! 
Pregate — ei dee soffrire. 
Sciogliere il volo ancori 



186 



Egli guardava attonito, 
Triste, cogli occhi immoti. 
L'universale accendersi 
Di continenti ignoti. 
Egli sognava, o limpido 
Raggio o profondo velo! 
La vastità del cielo, 
E della donna il cor. 

Calava il sole e la notte salia. 
Piovevano con quelle 
Parole e colle stelle 

Goccie d'amore e di malinconia; 

Calava il sole e la notte salia. 



ni. 



Ed ella a lui: fuggiam da queste bolge 
Alla nostra pendice; 
Sotto il verde e l'azzurro il tempo volge 
Lento e felice. 

Avrai l'aperto della tua pianura 
Benedetta da Dio, 
Avrai le rime e i fior della natura 
E l'amor mio. 



Domus-Mundus 187 



Io SO trovarli i mesti sentieruoli 
Pieni di caprifoglio, 
E in un bosco ben noto agli usignuoli 
Oondur ti voglio. 

Ti inonderò di mammole il lettuocio 
Ai dì di primavera, 
E leverò, se vuoi, dal suo cantuccio 
La croce nera. 

Quella ohe, mi sovvien, spesso hai guardato 
Come si guarda un morto. 
Non già ooH'occhio di ohi pensa al fato 
Di un Dio risorto 1 

Povera croce!... e ne torrò, se vuoi, 
I lunghi affetti e i voti 
Appesi assieme un di da tutti noi, 
Bimbi devoti I 

E verrò teco, in mezzo alla campagna, 
A semplice orazione 
Sull'ara ove sacrifica e si lagna 
La creazione. 

Crederò, se tu credi, a questo Iddio 
Senz'occhi e senza trono, 
Se ti piace, e ti serba al tetto mio, 
Anch'esso è buono 1 

Ma lascia al fango e all'odio il mondo triste 
E gli uomini perversi; 



188 PENOMBRE 



E se sospiri ancor sante^ conquiste 
Di santi versi, 

Deh, ripulisci all'amore il gioiello 
Della tua dolce vita, 
Deh, mesci il genio del poeta a quello 
Dell'eremita ! 



IV. 



L'hai tu veduto, pensierosa luna. 
L'hai tu veduto il suo bacio all'amica?... 
Sorgevi appunto allor, per l'aura bruna. 
In un manto di fosforo e di mica. 

Qualche nube raminga attraversava 
L'immenso buio e, zanzara celeste, 
Entro l'orbita tua si avvoltolava 
Per arder l'ali luminose e leste. 

Caldo era il vento e fulgida la sera; 
Volghi e campane avean finito il coro, 
E nei vasi di fior della ringhiera 
S'udian le foglie bisbigliar tra loro. 

Sacra natura, nella tua dolcezza 
Ohi mai le sventurate anime arresta?... 
Il poeta langu\a per l'amarezza. 
Come un uom che morisse in una festa. 



Domus-Mundus 189 



Pel ragno sospeso 
Tra fila d'argento 
I baci del zefiro 
Son sbuffi di vento. 

Al vernie indifeso 
Togliete la fede 
Che il fango non l'odia, 
ohe l'astro lo vede, 

E il verme s'arresta, 
Ripensa il cammino, 
Le scarpe degli uomini, 
La neve, lo spino.... 

L'allegra foresta, 
L'aiuola s'infosca, 
E il verme le semina 
Di bava che attosca. 

Pel ragno sospeso 
Tra fila d'argento 
I baci del zefiro 
Son sbuffi di vento. 



190 PENOMBHE 



VI. 



Quella notte davanti agli specchi 
Della casa un fantasma passò, 
E ai ritratti dai poveri vecchi 
Alzò il pugno e gemendo parlò: 

— Siete teschi, laggiù in cimitero, 
Genitori del mio genitor; 
Dadi orrendi del giuoco Mistero, 
Da Dio colmi di sterpi e di orror. 

Siete teschi, e nessun più vi dice: 
"Fingi, ridi, pensoso buffoni 
" La moneta dell'uomo infelice 
" Non ha corso né luce né suoni „ 

Gote mìe, cui non seppero i baci 
Mascherar del sol velo sincer, 
Quando a braccio di donne fugaci 
Correvamo i perduti sentieri... 

Poiché porvi non vale alla mostra, 
Come due palinsesti d'amor, 
E può leggervi il volgo la giostra 
Combattuta dai mille dolor; 



9 



Dormis-Mundus 191 



Poiché al volgo narrarle non lice 
Le vittorie dell'aspra tenzon, 
E il quattrino dell'uomo infelice 
Non ha corso né luce nò suon.... 

Oh cadete, mie pallide gote, 
E sull'ossa lasciate impietrir 
L'onestà delle sfingi, le immote 
Che al deserto non ponno mentir. 



VII. 



Come un mortale anelava il fuggente 

Globo di Venere, 
E le montagne sotto il dì nascente 

Parean di cenere. 

Era l'ora del sonno e del dolore 

E dei patiboli; 
L'ora che il frate le celle, e l'amore 

Lascia i postriboli. 

L'ora che, errando per la fredda chiesa, 

Sbadiglia il chierico; 
E la matrona si dibatte, appesa 

A un sogno isterico. 



192 PENOMBBE 



Dalle cantine stridevano i galli 

Col canto rauco 
E le lanterne erano sgorbii gialli 

Sul cielo glauco. 

Qualche tempio qua e là si dipingeva 

Di negre spoglie, 
E il pispiglio dei passeri sorgeva 

Fuor dalle foglie. 

Ed era un altro dì fra i di già sorti 

E scesi al tumulo, 
Un altro giorno che dai giorni morti 

Correva al cumulo. 



Vili. 



Vidi schifose diventar belle, 
E vidi i buoni diventar cattivi; 
Vidi col minio, all'anima e alla pelle, 

I casti santi e gli angeli lascivi. 

E maledissi gli angeli 

Per me, per tutti gli infelici, a cui 
Avvelenò la giovinetta vita 

II contemplarli, e la manìa precoce 
Delle parole dette a bassa voce. 



Domus-Mundus 193 



E in mezzo ai santi, candido 
Di fedi e di speranze, il giglio fui; 
Foglia a foglia mi han l'anima spartita.. 
Ma una perla trovar fra le mie spoglie, 
Quella è la perla ohe nessun mi toglie. 

Perla ove splende un'iride celeste: 
Un sorriso di donna amante e bella, 
Il orin di un bimbo, e le pupille meste 
Della mia madre e della mia sorella. 



IX. 



Un dì due chèrubi 
In un essere sol vestir la creta; 
Quel dì fra gli uomini 
Giunse a esultare e a piangere il poeta. 

Uno era lamia, 

Conscia dei mali ohe l'Adamo indura; 

E l'altro silfide. 

Educata ai pudor della natura. 

Son mille secoli 
Che i due chèrubi insiem oorron la terra 
Fra rose e triboli. 
In amistà perenne e eterna guerra. 

E. Pkaoa. Poesie. 13 



194 PENOMBRE 



Son mille secoli 
Che si innalzai! le braccia al Nume ignoto, 
Né mai si svincola 
L'amor del cielo dall'amor del loto. 



- Qual fu stanotte, quando tu vegliavi, 
La dea che del tuo canto incoronavi? 
Ah, dimmi, dimmi ohe nel oiel dimora 
E che t,u ten' dimentichi all'aurora I — 



XI. 



Di tutte le notti fu il lungo lavoro, 
La dea che mi segue da sera a mattin; 
Amica, due chèrubi parlaron fra loro 
Per fosco, per duro, por dolce cammin. 

Amica, vo' dirti la nenia segreta, 
Vo' dirti il colloquio che agli astri volò; 
Pur molte, fur vaghe le idee del poeta, 
Ma questa, o mia bella, sol questa ne so. 



Domus-Mundus l95 



XII. 



— Galoppa, farnetica, 
Bestemmia, sospira. 
Gol sogno, coll'orgia, 
Gol dubbio, coli' ira; 
Nel fango, nell'aria, 
Sui letti del mondo, 
Sul capo profondo 
Del Bello e del Veri... 

Avviva i fantasimi 
Che vivono un'ora. 
Le amiche dell'anima 
Ohe un soffio scolora; 
Ti gonfia di orgoglio. 
Vigliacco diventa. 
Tormenta — addormenta 
L'illuso pensieri... 

Fratello, sul tumulo 
Sei dunque arrivato; 
Adesso raccontami 
L'immenso passato: 
Ricordi il tuo viaggio? 
Le rive dilette, 
Le vette — le strette 
Battute dal cor? 



196 PENOMBEE 



Lo spettro noyissimo 
Spalanca la bocca; 
Fratello, raccontami 
Se il vaso trabocca: 
La tomba è una pallida 
Cui l'oro non monta; 
Fratello, racconta, 
L'affronta senz'ori — 

— Son muto, son gelido. 
Scordai la mia vita; 
È nebbia, è caligine 
La landa infinita; 
Fratello, inginocchiati, 
Degli angeli è l'ora; 
Le guance mi sfiora 
L'aurora — del ciel.... 

Son tre che mi accostano, 
Son tre che rammento; 
Son dessi ohe riedono 
Nel sacro momento..., 
Son dessi: un bel pargolo, 
La madre pensosa, 
La povera sposa 
Che bacia l'anel 1 — 



MEZZENOTTI. 

XXXIV. 
DOLOR DI DENTI. 



Nelle eterne solitudini 

Ride il sole come un pazzo, 
E le fervide risate 
Son di raggi immense ondate ; 
Per le selve e i precipizi, 
Lungo i solchi e nelle ville, 
Tutto è fremiti e scintille. 
Tutto è palpiti e splendor. 

Musa mia, tu se' una mummia. 
Nel mio cranio, orsù, ti sdraia; 
Tavolozza, si sbadiglia? 
Come un feretro sei gaia!... 
In un dente che somiglia 
A una torre rovinata 
Ho una danza forsennata 
Di stranissimi dolor. 



198 PENOMBRE 



Queste spiaggie solitarie 
Ti rammenti, o giovinetto, 
Quando in mezzo a donne care, 
In quel di del primo afiFetto, 
Le venimmo a visitare? 
Qui la pioggia allor ne colse 
E al villaggio ci travolse 
Colla nostra ilarità. 

E le madri rampognarono 

I ragazzi scapestrati!... 

Ma un bel fuoco i picoioletti 
Piedi e gli abiti asciugati, 
In attesa dei confetti 
Ci ponemmo a desinare; 
Era il giorno del compare, 
Un bel giorno in verità. 

Diol d'argento son le nuvole.... 
Io non l'ho sul mio pennello; 
Come brilla la campagna, 
Come è buio il mio cervello 1 
Questo dente che si lagna 

II mio fango mi rammenta, 
Par ohe gridi: t'addormenta, 
Verme putrido d'amor! 

Nelle eterne solitudini 
Ride il sole come un pazzo, 
E le fervide risate 
Son di raggi immense ondate ; 



Vendetta postuma 199 



Per le selve e i precipizi, 
Lungo i solchi e nelle ville, 
Tutto è fremiti e scintille. 
Tutto è palpiti e splendor. 



XXXV. 

VENDETTA POSTUMA, 



Quando sarai nel freddo monumento 
Immobile e stecchita, 
Se ti resta nel cranio un sentimento 
Di questa vita. 

Ripenserai l'alcova e il lettiooiuolo 
Dei nostri lunghi amori, 
Quand' io portava al tuo dolce lenzuolo 
Carezze e fiori. 

Ripenserai la fiammella turchina 
Che ci brillava accanto, 
E quella fiala ohe alla tua bocchina 
Piaceva tanto! 

Ripenserai la tua foga omicida 
E gli immensi abbandoni; 
Ripenserai le forsennate grida 
E le canzoni: 



200 



Ripenserai le lagrime delire, 
E i giuramenti a Dio, 
bugiarda, di vivere e morire 
Pel genio miol 

E allora sentirai Tonda dei vermi 
Salir nel tenebrore, 
E colla gioia di affamati inferrai 
Morderti il cuore. 



XXXVI. 
SPES UNICA. 



Tandis que, la téle inclinée, 
Nous nous perdons en tristes vceux, 
Le soufflé de la destinée 
Frissonne à traverà nos cheveux. 
V. Hugo. 



Vorrei farmi carnefice, 
Vorrei farmi becchino 
Per lacerarti, o secolo, 
Quel manto d'arlecchino, 
E sul tuo muto Golgota 
Cacciarti col tuo Dio 
E imprecarti l'oblìo 
Dei posteri e del sol. 



Spes unica 201 



Tu che inceppasti il fulmine, 
Prosa lanciando in cielo, 
Sicché alle stelle vergini 
Hai lacerato il velo; 
Tu che, buffon, le numeri 
E batti la misura, 
Mentre per l'aria pura 
Movono a danza il voi, 

Ov'è il tuo cielo? il Satana 
Ov'è per cui bestemmi? 
Qual raggio il folto illumina 
Bosco de' tuoi dilemmi? 
E le tue muse?... attendono 
Porse per ricantare 
Ohe poggi il mobiliare 
A una cima immortai? 

Tuo forse è il Dio cui volano 
Il paternostro e l'ave. 
Culle derise e sucide 
Di coscienze ignave? 
Tra i fili del telegrafo. 
Col fischio del vapore, 
Ti sparvero dal cuore 
L'ostia e il confessionali 

Bella commedia!... e trassero 
In clinica Maria. 



202 



E alle genti bandirono, 

Dogmatica utopsia: 

— Olà, madama è vergine! — 

Essi l'avean violata, 

E la folla beata 

Osanna al oiel mugghiò. 

Tu, tu, fatai pontefic5e, 
Vecchio dal cor di bronzo, 
Tu, mitrata putredine, 
Sognante un orbe gonzo, 
Tu i vivi agghiacci e i posteri 
Travolgi a ignoto abisso: 
Brandisti il crocefisso 
E la fede crollò. 

— Musa! a questo pallido 
Tuo giovane poeta, 
eterna dea, tu mormori 
Il nome della meta; 
Tu di Corani e Bibbie 
Sdegni la inutil scola, 
Tu parli la parola 
Del bello e dell'amor. 

Ma vedi? è solitaria, 
Vana la nostra gioia, 
Il nostro salmo il secolo 
Delle macchino annoia; 
Cantiamo in ritmo algebrico 



Spes unica 203 

Del Oenisio le porte, 
Oautìamo: o Roma o morte, 
Tribuni o senator.... 

Forse, se ha senso pratico 
di attualità, 
Porse, se posto in musica. 
Al volgo piacerà. 
Le vecchie note, o vergine. 
Le troveranno ammodo 
E ci diran sul sodo: 
Bene, bene davverl 

Al di là dei comignoli 
Se tentiam batter l'ali, 
Potrem fra noi benissimo 
Dichiararci immortali. 
Ma, ricontando cedole 
B buoni del Tesoro, 
Brontoleran fra loro: 
E linguaggio stranieri 

Musai le notti volano 
Quando vieni in famiglia; 
Già la lucerna è pallida 
E la città sbadiglia.... 
Io stanco sono.... oh il fulgido 
Sole che spunta adesso. 
Quello è sempre lo stesso 
Da quando in cielo entrò! 



204 PENOMBEE 



E a noi mutar coi secoli 
E legge e forma e ingegno; 
Or giganti magnanimi, 
Or fantocci di legno; 
Poc'anzi io stesso un angelo, 
Presto un verme dormente, 
Una preda del niente. 
Un uom ohe vaneggiò 1 

Bando al livor.... crisalide 
Porse è la nostra etade; 
Già crolla il seggio ai despoti, 
E la maschera cade; 
Già all'orizzonte tremola 
Porse la grande aurora.... 
Dalla profonda gora 
La farfalla uscirà! 

Musa, quel di la lapide 
Peserà sul poeta, 
Ma tu, prona al mio tumulo, 
Di serti e incensi lieta, 
— ^Nei mesti giorni un tenero 
Amante ei fui — dirai, 
E l'orgoglio ir'mio scheletro 
A ritentar verrai 



Strimpellata 205 



XXXVII. 
STRIMPELLATjA. 



Quando vent'anni avea, 

E spensierato il suo viaggio correa, 

Egli avea detto alla gaia Isabella: 

— Tu sei gaia, sei giovane, e sei bella.... 
Vuoi tu adorarmi? — 

Egli avea detto: — Vuoi? — 

Quando vent'anni avea, 

E spensierata il suo viaggio correa, 

Ella avea detto al mesto Sigismondo: 

— Tu sei mesto, sei giovane, e sei biondo. 
Puoi tu sposarmi? — 

Ella avea detto: — Puoi? — 

Quando trent'anni avea, 

E pensieroso il suo viaggio correa. 

Egli avea detto alla gaia Isabella: 

— Tu sei gaia, sei giovane, sei bella. 
Credi all'amore? — 

Egli avea detto: — Credi? 



206 PENOMBRE 



Quando trent'anni avea, 

E pensierosa il suo viaggio correa, 

Ella avea detto al mesto Sigismondo: 
— Tu sei mesto, sei giovane, sei biondo, 
Vedi se muore? — 
Ella avea detto: — Vedi? — 



XXXVIII. 
PROFANAZIONI. 

Sunt lacrymae rerum. 

Rideva la lampada, dai candidi ceri 
Specchiando l'orpello nei lunghi bicchieri; 
La tavola piena di trilli argentini 
Ridea col profumo dei fiori e dei vini; 
Le gonne di seta, nell'ombra compresse. 
Con lunghi bisbigli ridevano anch'esse. 

E Lisa, una pallida dall'occhio di foco. 
Parlava del molto concesso nel poco; 
Ed Emma, una bruna dall'occhio profondo. 
Parlava dei bimbi che vengono al mondo; 
E Nina, una fragile dal senno maturo. 
Parlava dei baffi di un capo-tamburo. 



Profanazioni 207 



Ma, l'ultimo bacio, col l'ultima tazza, 
Versato sul orine di un'ebra ragazza, 
Io stavo cogli occhi rivolti a uno stuolo 
Di larve leggiere che andavano a volo; 
Sorgeano, svanivano, cantandomi allato, 
Cantandomi i canti del tempo passato. 

— Rammenti? Rammenti? — dicevano insieme, 
Poi tutte mutavano le sillabe estreme: 

— Io sono la coltrice del letto infantile.... — 

— E noi siam le gioie dei giorni d'aprile.... — 

— Son io la locanda dei queti villaggi.... — 

— Io son la valigia dei garruli viaggi.... — 

Rammenti?... la cattedra son io della scuola.... — 

— Io son del giardino la memore aiuola.... — 

— Noi siamo le cabale dell'alta lavagna.... — 

— Noi slam le domeniche passate in campagna. .. 

— E noi dell'inverno le notti vegliate.... — 

— E noi, noi le vergini dal cielo invocate I — 

— Rammenti?... Rammenti?... la seggiola io sono. 
La seggiola bella, più bella di un trono. 

In cui dietro l'umile cortina distesa, 
Fra i vaghi riflessi che veggonsi in chiesa, 
La candida infanzia capì la madonna, 
La buona, la santa, la povera nonna! — 

Oh angosce, oh trasporti dell'anima miai 
E i sogni sfumavano, la nenia svania.... 



208 



La tavola piena di trilli argentini 
Ridea col profumo dei fiori e dei vini; 
E Nina, una fragile dal senno maturo, 
Parlava dei baffi di un capo-tamburo I 



XXXIX. 



A un|muriooiuol ohe scalda il sol d'aprile 
Ecco il vecchio girovago appoggiato; 
Agitato da un tremito febbrile, 
Spende in avemarie l'esile fiato. 

La^rondinella dal vicin fenile 

Gli risponde col trillo spensierato; 
Di teste bionde e di canto infantile 
Echeggia e splende il lucido selciato. 

Passano di operai vispe brigate, 
Passan carrozze ed abiti eleganti, 
Passan'cani satolli e gatti amanti.... 

Vecchio, le tante fosse spalancate, 
Ohe stan mute aspettando ai camposanti, 
Non ti mandan sorrisi inebrianti? 



Notte di carnevale 209 



XL. 
NOTTE DI CARNEVALE. 



15 notte; azzurro il oiel, tonda la luna, 
Ohe disegna sui lastrico i ritratti 
Dei comignoli; dormono i tranquilli 
Umani, e i gatti per le note gronde 
Sospirano d'amor come i poeti 
Dell'Arcadia; le orchestre nei teatri 
Fremono melodie, travolgon balli, 
E delle donne, come cigni bianche, 
Dai palchetti la mostra è generosa. 
Qui, sulle piazze, il carneval sonnecchia, 
E, tranne il rombo di qualche carretto 
Ohe si perde nei vicoli lontani. 
Tutto è quiete.... 

.... Un canto ecco s'hmalza, 
E un uomo, al muro brancicando, arriva. 

Chi è, chi non è? 
Oh povero me!... 
Il prete lo giura. 
Ma nulla io ne so: 
Chi dice di sì, chi dice di no.... 
Gli è il coro dei matti che Adamo intonò I 

E. Praga. Poesie. 14 



210 PENOMBBE 



Eppure costì 
Finiscono i di; 
Andrem nella luna, 
Negli astri o nel sol? 
Non so, ma però mi esercito al voi, 
Olle il vino le alucoie prestarmi può sol. 

Ma vedi lassù.... ^ 
Ohe avvenne, ohe fu? 
Oh domine!... un gatto 
Ohe coda non hai 

È un vecchio; io lo so; la gelida età 
Oon furti siffatti burlando ci va. 

Oh gatto gentil.... 
Ti sono simili 
Ohe mai non perdetti 
Da quando fioccò? 
I figli morir, la moglie spirò.... 
Ma, bastai... io non dico, non dico di noi 

Povero vecchierello 1 bevi, bevi, 

Ohe il vin ti accende im lumicin di fedel. 
Se il confessor così ti sente e vede, 
D'ora in poi dall'altar ti caccia via, 
E ti manda a buscarti i sacramenti 

All'osteria. 

Ma or rincasa; gelato è il primo albore; 
Torna, torna ubriaco al mesto tetto 
Ohe orbò la morte d'ogni tuo diletto; 



Notte di carnevale 211 



Alzerà il vino un lembo al velo bruno, 
Rivedrai, brancolando, i tuoi parenti 

Ad uno, ad uno. 

Ohi sei tu? — non ricordo.... — E il domicilio?... - 
— Sulla terrai — Ma dove! — È il mio segreto! 
E di seguirmi vi faccio divieto. 
Or sulla terra, e presto sotto terra, 
E presto in cielo.... me lo ha detto il vino, 
E il vin non errai — 

Vattene a casa.... arrivano i monelli, 
La tua canizie burlata non sia; 
Dimmi, tua moglie la era saggia e pia? 
Quante volte avrà pianto al tuo ritorno I 
Per la memoria sua la brutta scena 

Non vegga il giorno. 

Si terse una lagrima — poi disse: o signore, 
Di tenero cuore — la mamma vi fe'I 
Ebben, tante grazie — lasciatemi andare, 
Io voglio ammazzare — la fame con me. 

Quei soldi eran gli ultimi — ed or son bevuti; 
Accetti i saluti — lasciatemi andar. 
Quel bruto d'orefice.... — sei lire.... un anello 1... 
Sì grosso, sì bello.... — mi volle rubar. 

L'anel della moglie — mio dolce signore, 
Un dono del core — che più non vedrò I... 
Venduti son gli abiti — del povero Tonio.... 
La larva di un conio — più in tasca non ho. 



212 



Sa lei ohi era Tonio? — mio figlio! un bel bruno! 
Lavoro e digiuno — l'han fatto morir. 
Gli ostieri, sa domine? — son tutti testardi.... 
" Eh vecchio ! gli è tardi — bisogna partir „. 

Partire! ma.... e l'anima? — su, lei.... che ne dice? 
Di un vecchio infelice — la morte cos'è? 
Ha fatto i suoi studi? — ebben, che ha imparato? 
Se Cristo ha burlato — oh povero me! — 

Partì brancolando. Nel ciel porporino 
Le pallide stelle svanivano già 
E desta al sussurro di un gaio mattino 
Dal sonno sorgeva la iinraensa città. 

Le mani affilate, la faccia barbuta 

Del povero vecchio biancheggiano al sol.... 
Ma il vecchio la luce del di non saluta, 
E brontola: — Intanto mi esercito al voi! 



XLI. 
PAROLE PER VIA. 



- Ecco un battesimo 
Nella città; 
Mio saggio demone, 
Ohe mai sarà? — 



Convento ideale 213 



Rispose: — all'ombra di quel velo bianco, 
In mezzo al cor di un tuo fratello inerme, 
Della sventura ohe ti rode il fianco 

È nato un germe! - 

— Ecco un'esequie 
Nella città; 
Mio saggio demone, 
Ohe mai sarà? — 

Rispose: — All'ombra di quel drappo oscuro, 
In mezzo al cor di un tuo fratello inerme, 
E nato un avo del tuo re futuro, 

È nato un verme! - 



XLII. 
CONVENTO IDEALE. 



Io voglio farmi un piccolo convento, 
Lontano, solitario, in riva al mar; 

Colà, pieno di sole, in mezzo al vento, 
Starò lieto e tranquillo ad invecchiar. 

Sarò il padre prior dei miei pec<;at.i, 
E una regola nuova inventerò; 

I miei pensosi e pallidi affiliati 
Senza scoi tu di sesso omiicchicrò. 



214 



Primo l'Orgoglio; — sarà un frate austero, 
Sarà padre guardiano e consiglier; 

Da raolt'anni è abilissimo al mestiero, 
Prender la gente a calci nel seder. 

Poi l'Accidia, l'Accidia, anima pia, 

Soave primogenita del ciel; 
E verrà spesso nella stanza mia 

Perchè le aggiusti sulla faccia il vel. 

Poi la Lussuria; — le darò un altare 
Tutto per lei, tutto profumi ed or! 

Sera e mattina, senza mai posare, 
Dovrà cantarmi ['Angelus nel cor. 

Porrò l'Invidia accanto al cimitero, 

E in refettorio la Gola porrò; 
Schiavo del corpo e schiavo del pensiero. 

Perennemente le visiterò. 

Tu, Avarizia, starai sul campanile 

Giorno e nott«, o pudica, a mormorar: 

Qui abbiam l'azzurro, la manna e l'aprilo, 
Son rimo e strofe e non le voglio darl 

Condurrò l'Ira anch'essa al mio convento. 
Ma per poco, la scarna, vi vivrà; 

Le innalzeranno in chiesa un monumento 
Ove il Priore a ridere verrà. 



215 



Immemore cosi del calendario, 

Starò in riva del mare, in mezzo ai fior, 
Nel convento lontano e solitario, 

E sulla porta sarà scritto* Amor. 



XLIII. 



Se tu fossi seduta al fianco mio 
Quando pesa su me l'irrevocabile 
Odio d'Iddio; 

Se vedessi i tuoi cari occhi profondi 
Quando, al vuoto del cor, mi sento un esule 
Di tutti i mondi ; 
Se la fanfara delle tue parole 
Mi profumasse di geranii e viole 
Questo povero petto 
Ohe sospira all'odor del cataletto.... 
donna buona, o fonte d'allegrezza, 
virtù, mansuetudine e dolcezza, 
Giuro al demone mio che, per morire, 
Non mi vorrei pentire, 
Non cercherei l'estremo sacramento. 
Non farei testamento. 
Per morir colla mia sulla tua faccia, 
E all'inferno volar dalle tue braccia! 

Noli 186.... 



216 



XLIV. 
MISS VH.... TER. 



Pallido fior del nordico paese, 
Vaga beltà della colonia inglese, 

Ben mi dicea quel tuo sguardo profondo 
Ohe ti chiamava a sé l'occulto mondo! 

Quando, alla luce dell'allegra festa, 
Vidi brillar quella tua bionda testa, 

E sui tesori del tuo petto ardente 
Piovean collane di perle d'Oriente, 

E in una nebbia di candido velo 
Passavi come una figura in cielo, 

Presago cuori sulle mie guanoie smorte 
Sentir mi parve il soffio della morte I... 

Oggi un amico mi venne a narrare: 
— La giovinetta si ò gettata in iniuv! 

giovinetta, la tua salma bianca 
Non cerchi il pescator di Villafranca, 

N^ il canuto niinislro in ginocchioni 
Insulti a Dio con II(^bili orazioni 



In morte di un bimbo 217 

Per te che uccise l'infelice amore 1 
Oh già l'anima tua fatta è splendore, 

E mentre chiede, in crocchio di sorelle, 
Le prime nuove alle vicine stelle, 

Levigato dall'onda cristallina 
Il tuo scheletro lento in mar declina 

Per diventare in qualche algoso vallo 
Una nicchia di perle e di corallo. 

Nizza, maggio 186.... 



XLV. 

IN MORTE DI UN BIMBO. 



Ancor vederti sembrami 
Le braccia dimenare 
Come una giovin rondine 
Ohe tenti di volare.... 
Povero bimbo, piccoli^ 
Cadaverin sepolto! 
Quel tuo vergine voi lo, 
Dimmi, a f-hi ride adesso? 

Sul tuo recente tumulo 
Poc'anzi ancor sostai; 
Inutilmente i pallidi 
Giacinti interrogai.... 



218 PENOMBRE 



Seppellivano un vecchio, 
bimbo, a te vicino: 
Un grido del becchino 
Mi rapi le visioni. 

Perchè nascesti?... dissero 
Alla povera madre 
Ohe a sé chiamato avevati 
Dei cherubini il padre; 
Ma le materne lagrime 
Non prevedeva Iddio? 
Oh lo spietato oblìo 
Ohe domina nel cielo! 

Nel cielo?... Arpìa, silenzio l 
Oi può la madre udire: 
La fede eli' ha, diciamole 
Ohe lo vedrà redire 
Pura animuccia, silfide 
Oolor di paradiso, 
A baciarla sul viso, 
A baciarla sul («rei... 

Oh gli orrendi S[)ottacoli 
Del nostro cimitisrfjj 
Un rauricoiuolo squallid(j. 
Un campo grasso e nero, 
Ed una danza assidua 
Di tibie innominate, 
E smorfie e ghigni e ocx*,hiat« 
Di teschi al sol risorti!... 



In morte di wn bimbo 219 

Le croci, pinte ad olio, 

sculte in marmo e in oro, 

Son là, delle famiglie 

Miserrimo decoro, 

Alla neve, alla pioggia. 

Meste, tarlate, mute.... 

Dell'eterna salute 

Ove, ove trovi un segno? 

Bambino, l'ineffabile 
Tuo visino d'amore 
Giace fra questi ruderi 
Circondato d'orrore; 
E forse il vecchio scheletro 
Ohe ieri han seppellito 
Già rotolò stecchito 
Sul tuo piccolo capo. 

Deh, quel giorno ohe, fracida 
La tua crocetta nera. 
Si sraarriran cercandoti 
Il pianto e la preghiera. 
Bimbo, se tu se' un angelo, 
Scandi alla madre accanto 
E lo spirito affranto 
Come una spiga invola. 



220 



XLVI. 
ARMONIE DELLA SERA. 



La notte piombava dai campi celesti, 
E gli uomini onesti — russavano già. 

Il cielo era un buio germoglio di stelle, 
S'empia dì fiammelle — la negra città. 

Le serve ridevano di sotto alle porte. 
Furtiva la Morte — salia l'ospitai. 

Curvavansi in chiesa devoti e oapoccie 
Sull'ultime gocoie — dell'acqua lustrai. 

Oantavan nell'ampie caserme i tamburi. 
Nei vicoli oscuri — coll'ansia nel cor, 

I giovani imberbi battevan le traode 
Di pallide facxde — di squallidi amor. 

L'astronomo, insetto dell'atomo errante, 
Giungeva anelante — sull'ermo manier, 

E i bracchi annebbiavano davanti ai camini. 
Gli sguardi indovini — di un sonno legger. 

II giuoco accendevasi nei turpi ridotti; 

E maghi o sedotti — con strana virtù, 



Elevazione '221 



Già ungean nella bile dell'anima immota 
La rapida ruota — del meno e del più. 

TjC madri frattanto cadean ginooohioni, 
E in lunghe orazioni — ohiedevan pietà,. 

La notte piombava dai campi celesti^ 
E gli uomini onesti — russavano già. 



XLVII. 
ELEVAZIONE. 



Quando ti parlo, ciome uno sparviero 
Sono leggero; 

Come l'augel che bee l'aure remote, 
In cui le note 

Vibran forse degli angioli d'Iddio! 
Sul cranio mio, 

Tomba ove giace estinto un giovinetto, 
Tu fai l'effetto 

Di un bell'inno pensato in paradiso; 
E il tuo sorriso 

È l'aura pura, fulgida, felice 
Che me lo dice. 



222 



PENOMBRE 



XLVlil. 

R G I A. 



Oolma il mio nappo, giovinetta bruna!... 
Vedi, la bianca e spensierata luna 
Vi infilza un raggio.... 
Viva lo specchio, l'incubo e il miraggio 

Questi rubini della vigna e queste 
Argentee gemme del globo celeste 
In un bicchiere 
Sono un poema, ed io lo voglio berel 

Non discutiamo di filosofia, 

Ve ne scongiuro, per la madre miai 

Ohi è là che stappa?... 

Dio lo salvi dal Limbo e dalla Trappa! 

Giù come fiume per allegra valle, 
Giù come treccie per dìsciolte spalle. 
Vino d'Italia.... 
La ninna nanna non la fa la balia! 

Dite, amici, giochiamo a orusoherella?... 
Nasconderemo ognun la nostra bella, 
E, ad una ad una. 
Le pescheremo per cercar fortuna. 



Orgia 223 

Pietà per l'uom ohe pescherà la mia!... 
È una scarna che chiamano poesia; 
La è bella e buona, 
Ma la vi schianta senza dir: perdona. 

Vino d'Italia, itale donne, e cielo 
Tutto bufere, tutto nebbia e gelo! 
Pure è italiano.... 
Dunque gridiam ohe è di un azzurro strano ! 

Affediddio.... battiamoci a quartine, 
nella botte entriamo a teste chine, 
diam di fiato 
A qualche tromba ohe assordi il creato! 

Andatemi a cercare un coadiutore; 
Lo vorrei nominar mio confessore 
Per due minuti: 
Ho due peccati che non san star muti. 

Uno è il desìo di avvinazzare un prete 
Tanto da fargli dir che le comete 
Son ostie accese 
E ohe il mangiare a messa è un orimenlese; 

L'altro la sete stupida del bello, 
L'invidia per la nuvola e l'augello. 
Mentre gli amici 
Qui fra i bicchieri se ne stan felici! 

Misererò di me che me ne pento, 
Miserere nel fulgido momento 



224 



Che non so nulla, 

Ohe ho intero il genio di un bambino in culla. 

Giù, giù, giù vino, giù sonno ed oblìo! 
E al primo albor su questo cranio mio. 
Fanciulla, incidi: 
" Fu un poeta — viator, l'arresta e ridi „. 



XLIX. 
lU VOLTA. 



Stamane io avea gridato al mio cervello: 
Si chiudano le porte a chiavistello, 
li padrone è ammalato e doloroso; 
Si chiuda la baracca, e vi si scriva: 
Oggi riposo! 

E avrei voluto aver sul mio scrittoio 
Qualche ranocchio fetido e squarquoio 
Per contemplarlo e stabilir confronti, 
E saper come la natura imprima 
Gli ultimi affronti. 

E con esso un volume avrei voluto, 
Un volume di qualche autor chierouto. 
Per accertarmi colla musa mia 
Ohe a qualche cosa può servire ancora 
La poesia. 



Rivolta 225 



L'uno gracchiando alia melma natia, 
L'altro ai santi e alla vergine Maria, 
Potean soli ridarmi un'ora lieta; 
Tanta vergogna mi mordeva il cuore 
D'esser poeta. 

Uscii: piovendo gocciole sottili, 
Le cime nasoondea dei campanili 
Il nebbione, e la cupola del duomo. 
Senza il manico d'or, parca la canna 
Di un pover'uomo. 

Mi zoppicava accanto un vecchierello 
Tutto avvolto in un lurido mantello; 
Era canuto, giallo e macilento.... 
Lo urtai; la stoffa ohe lo mascherava 
Si aperse al vento, 

E, come un filo ohe trovò la cruna. 
Un raggio uscì dalla sua falda bruna. 
Io gridai come un pazzo : — È lui ch'io scemo, 
Non v'è più dubbio, l'ho trovato, è lui, 
È il padre Eterno! 

Ah paradiso, purgatorio, inferno, 
Alba, sera, meriggio, estate e inverno I 
No, non mi sfuggi, despota adorato, 
Non mi sfuggi, e arrossir devi e pentirti 
Del tuo Creato 1 — 

E. Pra.G\. Poesie. 15 



226 PENOMBEE 



Sorrise il vegliardo di un grande sorriso, 
E parve, se squarcia le nuvole il sol, 
L'arcana dolcezza del raggio improvviso 
Ohe balza e si adagia sull'umido suol. 

Poi disse: — poeta dall'occhio sdegnoso. 
Allenta la foga dell'agile pie; 
E a qualche vicino cantuccio nascoso, 
Se vuoi eh' io ti ascolti, cammina con me. — 

Passava un canonaco; sentendo il compagno 
Celeste di rabbia repente tremar, 
Gli dissi all'orecchio: — cacciamolo a bagno? 
Qui presso è un canale.... tu stammi a guardar. — 

E già mi avventavo.... ma il nume rispose: 
— Un solo fra tanti, fra tutti.... a che prò? 
Pei versi e l'oceano, pel turbo e le rose. 
Poeta, il castigo dal oiel tuonerò! — 

Giungemmo a un boschetto : qui il vecchio s'assise, 
Tergendo affannato la polve e il sudor; 
Mi stese la mano, di nuovo sorrise, 
E — sfoga, mi disse, l'immenso furori — 



Ma quel sorriso mi avea fatto muto, 
E stava li sospeso, a bocca aperta 
Come quando si aspetta uno starnuto. 



Esequie 227 

E a poco a poco mi sentia nell'anima 
La leggerezza d'un ch'esce di guerra; 
La meraviglia 

Che invade, al punto di lasciar la terra, 
L'areonauta. 

— ÌPadre, Padre.... del mio fato mi accertai... 
Ho qui sul cranio come un serto acuto.... — 
Egli die un guizzo e dileguò per l'erta. 

Orribilmente del letto la coltrice 
Mi pesa, e intorno bisbigliando vanno 
Voci domestiche: 

— Bevine un po', ti calmerà l'affanno, 
È lauro céràso. 



L. 
ESEQUIE. 



Suonano a esequie, un feretro s'avvia, 
Un prete è in allegria. 

mio canestro di olezzanti fiori. 
Tavolozza di forme e di colori, 
stelle ohe dal oiel mi sogguardate 
Collo splendor delle tremanti occhiate. 
Ditelo voi, vergini cose, è vero 
Ch'io tutto finirò nel cimitero? 



228 



Suonano a esequie, un feretro s'avvia, 
Un prete è in allegria. 

Voi ohe vivete, o fior, nell'ozio blando, 
L'aria che in mezzo a voi vien spigolando 
Non vi raooontan mai se battan l'ali 
Dopo l'ultimo giorno alme immortali? 
Stelle, quando la morte un'alma miete 
Nulla salir per l'etere vedete? 

• 

Suonano a esequie, un feretro s'avvia, 
Un prete è in allegria. 

Stelle, mai non vedeste a notte oscura 
Spirti in fiamma esalar la mia pianura? 
Gelsomini, se il suol che vi ha concetto 
Nel fango si educò di un cataletto. 
Nulla udiste venir lungo lo stelo, 
Verso i petali schiusi, e verso il cielo? 

fior, centuplicatemi l'olezzo.... 
Ch'io non senta il mio lezzo! 

Stelle, scendete nell'anima mia 
Di me stesso a ingannar la tenebria! 
Rinnegate il Signore, o fiori, o stelle, 
Ohe vi fé COSI puri e o/)si belle. 
Mi creò si superbo e buono e lieto, 
E intascò sogghignando il suo segreto! 



Desolazioni 229 



LI. 
DESOLAZIONI. 



Il marchio aspetto delle bianche chiome, 
A cinque lustri errando nella vita, 
Vecchio come una quercia e affranto come 
Un sibarita, 

E lo sa Iddio se la mia perla fina. 
Questa infelice giovinezza mia. 
Profanò la sua luce adamantina 

Per bieca vial 

Lo sa Iddio se ho vegliato al mio gùjiello, 
Se mai vii senso l'anima mi punse; 
Vissi aspettando un mio fantasma bell(j 

Che mai non giunse ; 

Vissi a fior d'acqua, fra i giunchi materni, 
E il sudiciume non cercai del mondo; 
Ma l'empia ressa dei calci fraterni 

Turbava il fondo, 



230 



E, poiché il fango sai come la nube, 
Come l'incenso e la prece devota, 
Sul bianco viso del natante impube 

Giunse la mota! 

E la beata castità del core. 

La pura fede e la placida speme 
E della mente il vergine fervore 

Sparvero insieme. 

L'idea, la casta idea, nei penetrali 
Dell'anima crescente all'avvenire, 
Per arcano pudor raccolse l'ali, 

E per morire. 

Quando, un sorso del calice libata. 
Ti assai la pigra voluttà del tosco; 
Quando a tutte le maschere hai gridato: 
Io ti conosco! 

Amico, i sogni allor sono svaniti, 
E tu ti accorgi che diventi serio.... 
Oh invoca, allora, invoca i santi attriti 
Del desiderio! 

11 ciel le sue benigne aure non spira 
A giovinetto capo ohe si lagna, 
Ma la terra nel suo seno l'attira 

Per le calcagna ; 



Desolazioni "231 



E un'anima di cento anni che ingora 
Un odiato involucro yentenne 
Geme dietro le rose e canta: è l'ora 

Di alzar le penne! 

Oh baci, oh soli prodigati al bimbo, 
Ironie degli aprili e delle madri!... 
Meglio una bara di due palmi, e il limbo 
Dei santi padri! 



FIABE E LEGGENDE. 



OLIMPIO. 



Un giorno ohe piovea dirottamente, 
(Era il pallido ottobre), e i valligiani 
Del mondo si perdean dentro la mota, 
Un giovinetto, amico mio, bizzarro 
Gobbo, dagli occhi stranamente neri, 
Questi versi cantò sotto l'ombrello: 

— padre eterno, se hai tempo da perdere 
K se non dormi nei placidi cieli. 
Tu che ogni giorno alla turba ti sveli. 
Padre, una volta, una sola, a me svelati 1 
Deh mi esaudisci e mi dona, o Signore, 
Un po' di lusso, di calma e di amore 1 

Voglio un giardino ove i cedri coi salici 
Fingan le valli dell'Etna e del Rosa; 
Dove il colibrì, tra i fior di mimosa. 
Canti in famiglia col gufo e la rondine; 
Dove, coperto di un'ellera eterna. 
Mi sembri un chiosco la casa materna. 



236 FIABE E LEGGENDE 



Voglio una donna cui tutte somiglino 
Le cento donne a vent'anni sognate; 
Voglio una donna di tempre infocate, 
Ohe sia la santa, ohe sia la Proserpina, 
E vinca in arte di teneri ludi 
Quante hai lassù schiere d'angioli nudi! 

Dammi la calma, la calma degli angeli 
Quando han cenato e ohe in cerchio fumando. 
Dentro le piume dell'ali soffiando 
Globi di ambrosia da pipe di zucchero, 
Dioon fra lor: siamo un capolavoro! — 
Deh fa ohe tale io mi creda con loro! 

Oh schiudi, schiudi il celeste deposito 
Dei puri olezzi, dei raggi serbati 
Ai fiori e agli astri che ancor non son nati! 
Sol io non valgo una viola, una lucciola? 
Via! mi esaudisci e mi dona, o Signore, 
Un po' di lusso, di calma e di amore ! — 

Cosi cantava Olimpio, il gobbo strano. 
E la pioggia cadea, (5olla beata 
Quiete degli immortali, in un monotono 
Metro rimando sulle fronde e i ciottoli 
L'Iliade delle gocciole. 

L'ombrello 
Di Olimpio segna sulle bianche nubi 
Un semicerchio ohe sembra la porta 



Olimpio 237 

Di una lontana galleria nel cielo, 

Buja come un mister. Sono allagate 

Le vecchie casse dei poveri morti, 

Sono allagati i giovinetti nidi 

Degli usignuoli; un passeggier non scorgi, 

Per quanto è vasta la pianura, 

I carri 
Dei contadini sotto i porticati 
Se ne stan colle braccia in su rivolte 
Come turchi preganti; i focolari 
Prestano un lume intermittente e pallido 
Alle finestre, e il genio oampagnuolo 
Sembra da quelle osservar tristamente 
La rovina dei fiori. 

E Olimpio canta: 
— I miei giorni in un sogno dileguano; 
Son già lungi, ben lungi i più belli! 
Come un volo — dì uccelli — ohe emigrano 
E ohe solo — precipita in mar. 

Li ricorda? sa forse l'Oceano 
Se le piume avea d'oro lucenti, 
Se eran belli — i concenti — di lagrime 
Degli uccelli — che ha visti annegar? 

I miei giorni in un sogno dileguano!... 
Presto un gobbo di meno avrà il mondo; 
E in un buco — profondo — ma piccolo 
Qualche bruco — la terra di più! 



238 FIABE E liEGGENDE 



natura, se nascono i salici 
Dalle salme dei gobbi, ah perdio! 
Cosi tOTGÌ — tu il mio — che mi veggano 
Rane e sorci — guardando all'insù.... 

Mi ameranno: il tranquillo rigagnolo 
Spargerò d'ombre tremule e fresche; 
Degli amici — alle tresche — di foglie 
Oantatrici — un idillio farò. 

Ohi sa! forse l'amore oltre il tumulo 
Ai mutati viventi non falla: 
Qualche errante — farfalla — può nascere 
Qualche amante — ohe il gobbo sognò! — 

Cosi cantava Olimpio il gobbo strano: 

E intanto i cernii 
Monti lontani 
Scotean la nebbia 
Dai dorsi immani, 
E un rezzo tiepido 
Giunto — in quel punto 
Sapendo niente — dall'Oriente, 
Dalle piramidi, 
Dai templi eccelsi, 
Scotea fra i gelsi, 
Modestamente, 
L'ultime gocciole 
Che, lente lente, 
Cadeau sui prati, 



Olimpio 239 

Simili a lagrime 
D'occhi — malati. 
Fiocchi — di laua 
Parean le nuvole, 
E una campana 
Lontana — al dubbio 
Del viatore 
Dioea: tre ore. 

"Veh, un gobbette! Oh il bel gobbettol,, 
Dal più folto di im boschetto 
Questo grido a un tratto usci. 
E il gobbette, il bel gobbette. 
Gessò il canto e impallidì. 

"Oh per Baexjol dentro il sac^o 
Porti un putto, porti un pacco, 
una tromba da suonar? 
Oh per Bacco! giù quel §acco, 
Lo vogliamo esaminar! „ 

Ed ecco dal folto compare un bel volto, 
E un altro lo segue, da un'iride avvolto 
Di lunghi capelli che sembrano d'or: 
Son due giovinette ohe usciron dal folto. 
Soffuse le guancie di vago rossor. 

Han fior sulla vesta, han fior sulla testa, 
Li han forse cosparsi per irne a una festa? 
Van forse a un altare per farsi adorar? 
Han fior sulla testa, han fior sulla vesta, 
E il povero Olimpio sta muto a guardar. 



240 FIABE E LEGGENDE 



— Belle dame — dice poi — 
I tesor del sacco mio 
Se volete esaminar, 
Le padrone siete voi ; 
Ma lasciate ch'io v'osservi 
Ohe son ossa e ohe son nervi 
Ohe vi occorre di slacciar. 

"Con quegli occhi celestiali, 
Con quel labbro, con quel crine, 
Con quel seno ammaliator, 
So ohe molti e molti mali 
Si pon fare, e esperte siete, 
Ohe già punto entrambi avete 
Questo povero mio cor. 

" Ma però se occulte piaghe. 
Se dolor senza lamenti 
Non vi basta di crear; 
Né il pensier vi rende paghe 
Ohe ridendo assassinate, 
E che sempre, ove passate, 
Resta un'anima a pregar; 

" Ohe, di notte, a voi pensando. 
Ohi vi ha viste alla mattina 
Ha l'inferno al capezzal; 
E, alla coltrice parlando. 
Può giocarsi il posto in cielo, 
E infelice e bieco e anelo, 
Come l'angelo del mal, 



Oliin])io 241 

"Risvegliarsi il giorno dopo 
Pien di affanno e di memorie 
Qual chi riede da lontan ; 
Se non bastano allo scopo 
Per cui Dio vi ha poste in terra 
Queste vittime di guerra 
Già cadute o che cadran; 

" Se il piacer già in voi ne langue, 
E vi punge il desiderio 
Di più pratici martir; 
Ecco il cuore ed ecco il sangue 
Di un gobbetto innamorato.... 
Il mio sacco è preparato, 
Non vi resta che a ferir 1 „ 

Le giovinette risero, 
E dissero fra lor: 
Questo gobbetto ò lepido 
In parola d'onori 

E volte a lui: ■— Sei piccolo, 
Però ne sai di belle; 
A raccontar storielle 
Dinne, chi t'insegnò? — 

Nessun, mie donne amabili; 
Ho imparato da me; 
Oh il sacco delle bubbole 
Por ve lo posso ai pie. — 
E. Praga. Poesie. 16 



24^ PUBE E LEGGENDE 



Deh, se ne sai, raccontane I — 
Come vi garberà. — 
Vieni in giardin: la vecchia 
Addormentata è già. — 

Splendea la luna e al raggio 
Umido di rugiada, 
Per la fiorita strada 
La comitiva entrò. 

Ombrie bizzarre Olimpio 
Spargea col suo gobbetto, 
E le due donne stretto 
Se lo tenean fra lor. 

Al vago lume un timido 
Gnomo il poeta par.... 

— Delle storielle il titolo 
Prima di cominciar? — 

E il gobbetto inchinandosi: 

— Corbellerie stupende 1 
Saran Fiabe e Leggende 
Di spiriti e d'amori — 



t due poeti 243 



I DUE POETI. 



Per un sentiero a margini 
Di gigli e di roveti, 
Un lungo stuol precedono 
Due giovani poeti; 
Non hanno al crin l'olimpico 
Raggio del greco Apollo, 
Non Tarpa ad armacollo; 
Perchè lo stuol li seguita. 
Fra i gigli e fra i roveti? 
Lo stuol lo ignora e mormora: 
Quei due, son due poeti 1 

E meste donne, e vergini 
Dagli occhi innamorati, 
E giovinetti pallidi 
Di larve inebriati, 
E vecchi malinconici 
Pieni di antiche storie, 
Belli di antiche glorie. 
Risa mescendo e lagrime. 
Fra i gigli e fra i roveti. 
Col plauso e la bestemmia 
Seguono i due poeti. 



244 FIABE E LEGGENDE 



L'un canta: — I di declinano, 
La creazione è stanca; 
Un immenso sbadiglio 
Il vecchio Adamo abbranca; 
La vetustà dei secoli 
Piange nell'universo, 
E, in alta noia immerso. 
Fra i dormienti arcangeli, 
Dio nell'azzurro io scerno 
Che raccapriccia all'orrida 
Idea d'essere eterno. 

Desolazione e tenebra. 
Ecco il nuovo retaggio l 
Si fan di gelo i crateri, 
Muor sulle fronti il raggio; 
Onta all'amplesso, o vergini I 
Maledetti i neonati! 
Perano i fior sui prati, 
E, coperta di cenere. 
L'umanità languente 
Si dissolva nei torbidi 
Vapor dell'occidente 1 — 

E l'altro canta: — Vivere 
È uno scoppio di riso; 
Il mondo è un manicomio 
Che inneggia al paradiso 1 
Vedete i fior? Son lagrime 
Della occulta allegrezza, 
E la terra si spezza 



I due poeti 245 

Perchè ci dioan gli alberi 
Ohe giù nel tenebrore 
Non si cessa di ridere, 
E si fa ancor l'amore! 

Vecchi pensosi, e vecchie 
Dimesse, usciamo al sole; 
Scordiamo i di che furono 
Per intrecciar carole; 
E intorno a voi si accoppiino 
Le giovinette razze; 
Proli beate e pazze 
Escan dai fianchi indomiti 
Dei forti e delle belle; 
E presto andrem nell'aria 
A dischiodar le stelle 1 

E il primo ancora* — l'Eliade, • 
La Venere di MiloI 
Splendor, melodi, effluvii 
Dall'Ellesponto al Nilol... 
Memfi, Babilonia! 
Gioite ancor dal nulla; 
Giganti della culla, 
Ecco i pigmei del feretro! 
Questa che si dissolve 
Ripiomberà caligine, 
Sopra la vostra polve! 

E l'altro ancora: — Un brindisi, 
Fanciulli, all'avvenire! 



246 FIABE E LEGGENDE 



E prepariamo un tumulo 
Ai dubbi, ai pianti, all'irei 
Siam gli eredi dei secoli 
Ohe han fatto economia; 
A noi la legge pia. 
La libertà dell'anima. 
Il lavoro ferace, 
A noi l'amore, il genio, 
L'innocenza e la pace! — 

Tal pel sentiero a margini 
Di gigli e di roveti 
Un lungo stuol precedono 
I giovani poeti. 
Però la folla attonita 
Va ripetendo intorno: 
Se l'un sorride al giorno, 
Se l'altro è nelle tenebre. 
Fra i gigli e fra i roveti. 
Perchè la terra viaggiano 
Insieme i due poeti? — 

E meste donne, e vergini 
Dagli occhi innamorati, 
E giovinetti pallidi 
Di larve inebriati, 
E vecchi malinconici 
Pieni di antiche storie, 
Belli di antiche glorie, 
Dicou: son risa o lagrime, 
Son gigli son roveti 



I due poeti 247 

Che ooglierem sul mistico 
Sentier dei due poeti? — 

Allora un vecchio incognito 
Apparve d'improvviso; 
Pareva un dell'Iliade, 
Tanto era grande in viso; 
Certo avea viste l'epoche 
Dei palesati arcani. 
Stette, ed alzò le mani ; 
I due si inginocchiarono, 
E quell'immenso stuolo 
Fu tutto muto e immobile 
In un momento solo. 

— Dalle regioni eteree. 
Dai sempiterni campi 
Dove i Ver sono ocèani. 
Dove le Idee son lampi. 
Piova su te, miserrima, 
Cieca turba, la luce: 
È Amor che ti conducei 
È il divino carnefice 
Che han questi due nel core! 
È Amor che guida al tumulo, 
Sia gioia o sia dolore! — 

Disse : e, il manto sciogliendone, 
Scoperse a lor due piaghe, 
Che nell'ombra grondavano 
Su quelle forme vaghe; 



248 FIABE E LEGGENDE 



Lo stuol seguita avevala, 
La bella coppia esangue, 
Fra due rivi di sangue; 
E quei due rivi uscivano 
A flutti, e niun li vide, 
Uno dal cor ohe lagrima. 
L'altro dal cor che ride. 



I TRE AMANTI DI BELLA. 



La stanzucoia di Steno stava accosciata in alto 
Di un palazzo affittato da un ebreo di Rialto; 
Palazzo in cui da secoli i topi son signori, 
E che allora un patrizio, roso dai creditori, 
Avea, dopo molto esitare, esitato. 
Dicendo: va la casa, ma mi resta il casato. 

Però il di della vendita l'aule antiche degli avi 
Cigolando gemettero dalle tarlate travi; 
Gemettero d'angoscia, giacché una legge arcana 
Afi'ratella le cose alla famiglia umana. 
Si ricordano, e serbano l'orror della mitraglia, 
Nel desolato aspetto, i campi di battaglia; 
Certi monti han profili befi'ardi e minaccianti 



I tre amanti di Bella 249 

Perchè memori ancora del passo dei giganti; 
Sospira al re lontano il velluto dei troni, 
E alle nonne defunte pensano i seggioloni; 
Sicché il vecchio palazzo di cui vi parlo adesso 
Sul torbido canale pianse il passato anch'esso. 
E le quattro cariatidi curve sotto il balcone, 
E i putti che coll'ali sostengono il blasone, 
Bassorilievi e fregi lombardi e bisantini, 
D'antiche gesta memori e di antichi quattrini, 
Presero l'aria cupa di un popolo di sasso 
Che più. non sappia illudersi su questo mondo basso; 
E il Dio delle leggende, nella facciata nera, 
Profeta malinconico, piantò la sua bandiera. 

Oh le feste di un tempo! Conviti e serenate 
E variopinte gondole alla soglia affollate 1 
Quando dame e patrizi, fanciulle e cavalieri, 
Giungevano al palazzo con paggi e trombettieri, 
A esilararsi l'animo delle cure di Stato 
Tra mantellini serici e gonne di broccato; 
A sfoggiar la ginnastica delle battaglie mute. 
Degli sguardi fatali, delle parole argute; 
Ad affrettar l'arrivo della gioconda bara. 
Tra una botte di Cipro e una sembianza caral 
Dove, più di una volta, il vecchio senatore, 
Per il giurato premio di una notte d'amore, 
Vendette alla bellezza il suo voto in Consiglio; 
Dove il capro e la volpe, la tigre ed il coniglio, 
Piume al cappello e spada al fianco, in giubba o in manto, 
In toga o in armatura, riso celando o pianto. 
Le labbra tormentavansi e si rompean le mani 



250 FIABE E LEGGENDE 



In proteste di affatto svanito all'indomani; 

Dove, bersaglio agli occhi, ai motti ed agli inchini. 

Era passato, bello di gloria, il Morosini; 

Dove intorno al damasco dei tavoli seduti 

Delle nuove d'allora cianciavano i canuti; 

Narravano Cromvello pensoso e turbolento, 

E il papa Rospigliosi pacifico e contento; 

Come, amando una patria, cadeva il re Sobieschi, 

E amando una regina, periva il Monaldesohi; 

Questo ed altro narravano, mentre in crocchi geniali 

Le matrone alla moda leggean le Provinciali. 



ir. 



Era il buon tempo. Il Fauno, guardia del porticato. 
Fu la più mesta vittima dello splendor passato; 
Egli che nel marmoreo malinconico cuore 
Una notte ricorda di gioia e di dolore. 
In cui, fra il lieto stuolo per la soglia accorrente. 
Una vaga fanciulla, pallida, sorridente. 
Dal padre inosservata staccossi, che volgea 
Parlando a un Mocenigo, su per l'ampia scalea, 
E accanto al piedestallo fermossi, curiosa 
E tranquilla, a osservare la sua faccia rugosa. 
I begli occhi profondi, le nudità seguendo. 
Di uno souitor di Rodi artifizio stupendo, 
Avean finito a spingere una mano affilata 
A palpargli le vertebre della schiena curvata.... 



I tre amanti di Bella 251 

Mai, dopo i colpi arcani del divino scalpello, 

Gli avea concesso il mondo un istante più bello.... 

L'angelo sparve. All'alba ripassò, ma un piumato 

Cinquantenne patrizio le camminava allato, 

E, assorta nel colloquio, dimenticò la schiena 

Tutta per lei di elettriche scintille ancor ripiena. 

Povero Fauno I e in estasi, già da due lustri, aspetta 

Ohe ripassi per l'atrio la bella giovinetta; 

Ed ogni notte, quando batte a San Marco l'ora 

Che la conobbe, ei freme sull'ampia base ancora, 

Dalle piante caprine fino all'irsuto mento, 

Come uno stel di mammola ohe si dimena al vento ; 

E intanto donna Bella, la fanciulla curiosa. 

Di messor Diego Alvaro già da due lustri è sposa. 



IH. 



Quando entrò nel palazzo l'Ebreo conquistatore 
Tutto mutò sembianza, tutto mutò colore, 
E all'amante di sasso crebber le noie e il danno. 
Tra le colonne, intorno al piedestallo, or stanno 
Casse di sego, mucchi di corde e chiodi usati, 
Arazzi e vecchi mobili ghermiti o sequestrati. 
Bottiglie senza tappo, vecchi stocchi sguarniti. 
Pelli e corna di buffalo e ermellini ammufiSti, 
Libri venduti all'alba da un notaio balzano, 
E la sera mutati in vetri di Murano; 
Qui, ammonticchiati al prezzo di un bacio o di un ducato, 



252 FIABE E LEGGENDE 



La gonna della vedova, l'assisa del soldato; 

Qui un po' di tutto e un tutto di niente, a sbalzi, a caso 

Arraffato dall'ugna della miseria, e al naso 

Della beffarda Usura, fior della fame, offerto 1 

Quanto agli appartamenti, per molti giorni incerto 
Fu il novello padrone circa modum tenendi; 
Eran tappezzerie, candelabri stupendi, 
Tele piene del genio di seppelliti artisti, 
Dei poveri antenati ambiziosi acquisti.... 
Rividero il sereno venduti al forastiero; 
E quel giorno gli scheletri piansero in cimitero, 
Gli scheletri obliati dei divini pittori. 
Cui certo un dì non s'erano pagati che i colori, 
Mentre l'Ebreo, felice dell'oro conquistato. 
D'esserne debitore ai morti avea scordato, 
Nò un pensier, né una lagrima, nò un fiorellin soltanto 
Avea, passando a caso, gettato in camposanto. 
Fatto il vuoto, divise l'aule immense e i saloni 
Come se li allestisse per nidi di piccioni, 
In camerette anguste, in stanzuocie pigmee; 
Lamentandosi molto che Bacchi e Oiteree 
E Silfidi ed Amori, sulle volte dipinti. 
Non si potesser vendere perchè alla calce avvinti. 
Si vendicò, tagliandoli coi muri a centellini, 
E dandone una parte a tutti gli inquilini. 
E qui vedi ima Venere ohe ha la bella sembianza. 
Le braccia e il seno eburneo nella vicina stanza; 
Qui il piò di una baccante e là sbuca una cetra, 
Poi del fanciul terribile un piede e la faretra, 
Poi Giunone che al laccio della parete appresa 



I tre amanti di Bella 253 

Ha l'ala azzurra e piangere ti sembra dell'offesa. 
Un tal del primo piano cui toccò in sorte parte 
Di un'imagino nuda che non vo' porre in carte, 
Lagnossi al proprietario e voleva andar via; 
L'Ebreo gli rispondeva: questa è un'allegoria, 
L'ha pinta il Tintoretto, è un egregio disegno, — 
E l'altro a replicargli: fu un pittoraccio indegno 1 — 
Più di una vecchia cabale astruse avea cavate 
Numerando le membra sul capo suo librate, 
E quando un mendicante ohe stava al quinto piano 
Vi fu trovato morto col suo rosario in mano, 
"Io bene, io ben sapevalo, ronzava una donnetta. 
Quella nicchia portava la cifra maledetta. 
Tra braccia e gambe e piedi e dita bianche e scure, 
Le ho ben contate un giorno, son tredici pitture I„ — 
E più il povero Ebreo non l'avrebbe affittata 
Se Steno, il giovinetto dall'aria sventurata, 
Dal crin lungo le spalle cadente in brune anella, 
Non l'avesse, bizzarro caso, trovata bella, 
Quando seppe ohe dentro v'era stato il becchino. 

Steno vi prese alloggio quello stesso mattino. 



IV. 



Puri amor ohe crescete nell'ombra e nel silenzio, 
Terrene ambrosie fatte di cicuta e di assenzio, 
Genuflessioni d'anime dall'idolo ignorate, 
Voti, carezze, amplessi, lagrime prodigate 



èo4 FIABE E LEGGENDE 



All'idea d'una donna, amor senza speranze, 

Eppure amor capaci di profonde esultanze; 

Clie non chiedete l'obolo a Lei pur di un sorriso, 

Di uno sguardo che certo sarebbe il paradiso, 

E taciti, rodendo il cor ohe vi contiene 

Valicate con esso alle spiagge serene; 

Puri amor ohe in silenzio e nell'ombra vive (e, 

Oh non cosa mondana, amor d'angeli siete 1 

E certo in ciel si compie una giustizia: Iddio 

Premia le spente vittime del lutto e dell'oblio, 

E ripara e punisce le cecità mortali, 

E i rossor non veduti e i disprezzi fatali, 

Accoppiando le belle ignare ispiratrici 

Agli amanti che in terra fur timidi e infelici! 

I castighi, là in cielo, son castighi d'amore. 



V. 



Bella dama che uscite dal tempio del Signore, 
Cui sta ancor forse un'avo sulle labbra vagante. 
Bella dama, col viso pallido e l'occhio errante. 
Senza saperlo, adesso l'elemosina fate: 
Quell'occhio vagabondo due pupille ha scontrate. 
Quel pallor senza nome le inondava di cielo. 
Oh non troppo correte, non abbassate il velol 
L'uomo ignoto che segue, come un povero cane, 
I passi onde intrecciate le vostre corse strane. 
Che per baciar la terra dove l'orme ponete 



I tre amanti di Bella 25!) 

Salirebbe una croce e vi morria di sete, 

Che toglierebbe il sertxD di fronte alla doghessa 

Per deporvelo ai piedi quando siete alla messa, 

È un timido poeta, nò vuol né chiede nulla. 

La Musa e la Sventura che l'han raccolto in culla 

Gli fur madri operose: giovane ancor, vent'annil 

Gli eran compagni i dubbii, le noie e i disinganni.... 

Oh i suoi canti 1 Caligini cosparse di faville. 

Raggi erranti nel buio come fatue scintille.... 

Se voi li conosceste!... 

Bella, pura, felice 
Gli appariste una sera, inconscia ammaliatrice, 
E rinnegò dolori e disinganni e noie, 
E la vita gli apparve tutta piena di gioie I 
Oh come attese il sole quella notte, vegliando I 
Come accolse il suo primo raggio soave e blando I 
soli punta spietata fitta alle nostre reni. 
Se chi è stanco di passi a risospinger vieni, 
A gridargli: sei vivo, su la croce, camminai... 
Quando porti a un felice la candida mattina, 
Apparenza di Dio verissima! Da un anno, 
Bella dama, i pensieri del giovinetto stanno 
Intorno a voi, dì e notte: la sua delizia è questa. 
Possedervi sarebbe, lo so, più allegra festa; 
A lui basta vedervi qualche poco: la sposa 
Siete di un vecchio illustre e l'amica pietosa, 
Tale vi crede il mondo, e tal, nell'ombra, ei v'ama. — 
Ma lontana dal tempio è già la bella dama. 



256 FIABE E LEGGENDE 



VI. 



— Di chi è quella casa? Dimmelo, vecchio — 

Quella? - 

— Dove è entrata una donna.... 

— AfiFè, la è una storiella 
Che mi chiedete, o Steno, pericolosa alquanto; 
Ma se voi mi giurate.... 

— Parla per il tuo santo I 

— Vi si è allogato un ricco cavalier di Ferrara, 
B vi tien da più giorni gran tripudio e bambara, 
Fuorché nell'ore in cui quella dama.... 

— Signore! 

— Lo viene a visitare.... è una storia d'amore. — 



VII. 



Lettor, che bella notte I La luna ò argento fino, 
Le nuvolette invece son zaffiro e rubino; 
Come tiepida ò l'aura, come tutto riposa! 
Oh l'antica Repubblica come dorme! La sposa 
Dell'Oceano stanotte si rifiuta all'amplesso, 



I tre amanti di Bella 257 

E il mar, senza rampogne, s'è addormentato anch'esso. 

Però veglìan gli amanti; odi la serenata? 

Già sospirato ha il flauto, la ghitarra è intonata, 

E la gondola, nido d'afifetto e di armonia, 

Lungo il buio canale lentamente s'avvia. 

Senti il dolce motivo e le dolci parole: 

"Io son come la zanzera 
Intorno al candelabro: 
Mi struggo a un vago raggio 
Di neve e di cinabro 1„ 

"Sporgi al veron la candida 
Faccia che m'innamora. 
Quelle due labbra rosee 
Fa eh' io le vegga ancora 1 „ 

"Io son come la nuvola 
Ohe assorbe il sol d'estate: 
Dileguerò guardandoti, 
E morirò di occhiate....,, 

Luna, vedi due lagrime cader silenti e sole? 
Tu le illumini in cima di quel palazzo tetro, 
E forse le supponi il scintillar di un vetro.... 

"Sporgi al veron le piccole 
Mani, una sola almeno, 
E sembrerà un miracolo 
Di più nel oiel sereno.,, 

E. Praga. Poesie. 17 



258 FIABE E LEGGENDE 



"E vincerà, bell'idolo, 
Le stelle del Signoro, 
Se mi farai, schiudendola, 
^ La carità di un fiore ! „ 

"Jo son come il famelico 
Ohe muor sotto la reggia....,, 

Luna, mentre la musica, sull'acqua che nereggia 
Lenta lenta svanisce, il tuo raggio balzano 
Ha illuminato un fauno di sasso in modo strano; 
Forse è il vento che move dall'azzurro ove siedi... 
Si diria che la statua trema dal capo ai piedi. 



Vili. 



— Chi scelse a battezzarti questo nome divino. 
Mia piccola Contessa, fu un vate o un indovino? - 
— Il mio nome di Bella!... furon due tristi cose, 
Il tempo e l'abitudine.... 

— viole, o gigli, rose, 
piume dì colibrì, raggi di sole e noto 
Che i serafini cantano sul carro di Boote, 
Voi ohe, il dì delle Palme o il dì della Madonna, 
Vi congiungeste in oiel per crear questa donna, 
Perchè stillar lasciaste sulle sue guancie altere 
Tanto pianto di notti, tanto rossor di sere?... 



I tre amanti di Bella 259 

Oh sorridimi.... e serba questo volto allibito 
Per le incresciose veglie del tuo vecchio marito: 
Ridi, canta, folleggia, perdio! l'amante io sono, 
E voglio il lieto amore, la celia e l'abbandono l 

— L'abbandono!... dicesti un'orrenda parola! 

— Orrenda? 

— Dopo i nostri deliri, quando sola 
Resto, Lionello, e ancora t'ho col pensiero accanto, 
Né ancor giunto è il rimorso, né ho ancor pregato e pianto 
Lo sai tu che mi avvenga?... A lungo in queste braccia 
Bacio e ribacio e ammiro la tua superba faccia.... 

— Angeli del Signore I 

— Ma è breve il dolce inganno : 
Le tue forme sciogliendo lentamente si vanno.... 
Pensa, questo palazzo* é cosi buio e tetro!... 
Tu Lionello allora, tu diventi uno spetro. 
Uno spetro che fugge, che mi fugge lontano, 
Ed io tento seguirti e ti richiamo.... invano; 
Lo spetro è innamorato di un'altra donna! 

— Effetto 
Di queste cupe stanze: da spetro a cataletto 
Il passo é breve! Il conte che qui ti ha seppellita 
Di questi vani incolpa terror della tua vita; 
Oh foss'egli uno spetro davver! 

— Taci! 

— Sul mare 
Conosco un' isoletta, e te la vo' narrare; 



260 FIABE E LEGGENDE 



È un giardino, vi cresco il banano e la palma, 
La vita vi è delizia, lusso, sorriso e calma, 
E non vi son mariti né consiglio dei Dieci; 
L'amor libero e santo, e Iddio ne fan le veci.... 
Spira vento propizio, fidato ho il gondoliere. 
Qui le notti son buie, ed io son cavaliere.... 
Bella I — 

E tacque. La dama guardava il giovinetto 
Fissamente, e dai fregi del serico corsetto 
La sua candida mano da un tremito agitata, 
Traeva una medaglia di gemme tempestata. 
V'era pinta una veneta faccia, seria, canuta, 
Che due grandi occhi apriva fra una carne sparuta, 
E, in quel piccolo avello fatto d'oro e d'argento, 
Pareva dir: son morta, ma veggo ancora e sento. 

— È mia madre.... — 

E la voce somigliava un sospiro, 
E una lagrima cadde. 

Oh anch' io piango, e vi ammiro, 
Povere creature, olocausti d'amore 1 
lotte del pensiero, e vittorie del cuore I 
Misteriosi lutti nell'anima celati. 
Mentre carezze e baci son dati e ricambiati, 
Mentre il delirio canta le magiche canzoni. 
Mentre il corpo tripudia nelle immense oblivioni 1 
Donna Bella a che pensa?... Oh le forme divine 1 
E le è degna cornice quel suo profondo crine 1 
L'occhio è azzurro di cielo, il labbro è rosa viva.... 
Oh come in un baleno tutto il volto si avvivai... 

— Lionello, Lionello!... — 



I tre amanti di Bella 261 



E allor fu un'epopea. 
Come se fosse d'angeli quella coppia splendea; 
E Dio certo, vedendola dall'alto, perdonava.... 
Ma in terra era caduto il ritratto dell'ava. 



IX. 



L'uscio tarlato e nero chiuse a doppia chiave, 
E al chiodo ohe pendeva da una sconnessa trave 
Sorrise come al volto di una donna amorosa, 
alle socchiuse foglie di un bottoncin di rosa. 
Poi da un angolo trasse una corda sottile, 
Milionesima parte d'una che in campanile 
Dimagrò stiracchiata da un monaco scortese^ 
Ora saran tre secoli morto di mal francese. 
L'attortigliò, la strinse, montò, l'avvinse al chiodo, 
E poi la smunta faccia, muto, cacciò nel nodo.... 
Ma in quell'istante il sole ruppe una nube in alto, 
E un raggio immenso il mondo scese a baciar d'un salto. 
Fu il cader di una maschera, cieca, stonata, abbietta, 
Ohe discopra una pura faccia di giovinetta; 
Tale il mondo sorrise e le faccio mortali, 
Ohine al libri o alla mota, confitte ai capezzali. 
Dal pianto affaticate, o róse dalla noia, 
Guardaron tutte in cielo e risero di gioia. 
L'uomo che si appiccava gettò la corda e, come 
Chi, mentre altrove è assorto, sente chiamarsi a nome» 



262 FIABE E LEGGENDE 



Alla finestra corse, cacciò la testa fuori, 
Tra due piccoli vasi di sitibondi fiori, 
E immobile restovvi. 

Di nubi accavallate 
Soorrean cime e voragini, a trotto, a volo, a ondate, 
E un passero, tranquillo sotto l'orrenda scena, 
Lieto osservava i piccoli figli seduti a cena 
Nel niduccio ravvolto alla vicina gronda; 
E, se avesse cantato il caso di Ildegonda, 
Di più soavi trilli non avrebbe guaito. 
Tra i fumanti comignoli, la molle eco del sito. 



X. 



Il ciel rasserenavasi : bella, superba e sola 
La faccia del pianeta splendea da Chioggia a Fola; 
Una striscia d'argento che dal canale uscia 
E dritta, aguzza, immobile, in alto mar svania, 
Pareva una gran spada brandita da Cagliostro 
Contro l'ascoso ventre di qualche immenso mostro; 
San Marco circondavano i voli dei colombi. 
Qualche gufo, fiutando, roteava sui Piombi, 
E in aria si incontravano comandi di nocchieri. 
Urli di ciurme e strofe di allegri gondolieri, 
Canzoni della pesca e nenie del bucato: 
Tuttociò, lungamente rifuso e trasformato 
A furia di sbadigli e di malinconie 



I tre amanti di Bella 263 

Dai poveri impiegati delle Proouratie, 
Arrivava sull'alta finestra al giovinetto 
Da quel sole improvviso rapito al cataletto. 
Egli era sempre immobile fra i diie vasi languenti, 
Non so se contemplando l'aspetto dei viventi, 
Come re Carlo Quinto dalla socchiusa bara, 
bevendo il viatico di una memoria cara. 
Certo aveva la febbre, ohe non udì la porta 
Cader sotto un gran calcio, e la sembianza smorta 
Non rivolse che all'urto di un cavalier piumato 
Che, chiamandolo a nome, gli sorrideva allato. 



XI. 



— Tu, Lionello? 

— Steno I 

— Venezia, Lionello? 
— Abbracciami, collega.... 

— Dammi un bacio, fratello ! 
-- Ma chi ti disse.... 

— Il tetto dove attaccasti il nido ? 
Me l'ha insegnato un vecchio ohe tien bottega al lido • 
Fu caso; fra i suoi libri presi un Catullo in mano, 
Tu sai quant'io l'adoro quel pecoator romano! 

Lo tengo sempre meco; ma un ultimo esemplare 
Che avea comprato a Siena, lo diedi al mio comparo ; 
Or contrattando questo, perchè oltremodo usato, 
(Il libro è come il fiasco, mi piace impolverato) 



264 FIABE E LEGGENDE 



Ve' che vi leggo un nome.... 

— Il mio.... 

— Siam sempre al verde ? 

— La vita.... 

— È un giocherello I 

— Chi guadagna e chi perde ! 

— Via, ma vendere un libro che non costa un ducato.... 

— Erano quattro giorni ch'io non avea prahzatól 

— Eppur — Catullo in ghetto per desinar non vale; 
che gli hai dato a braccio Virgilio o Giovenale? 

— Erano usciti prima, usciti in processione. 
Un dopo l'altro, tutti.... 

— Il tuo bel Cicerone?... 

— Eccolo — 

E si toccava la giubba di velluto. 

— Davver non lo ravviso, e gli nego il saluto. 
E le sante Pandette? 

— Eccole. — 

E gli mostrava 
Due guanti in un cantuccio. E l'altro sghignazzava: 

— Così calzano meglio.... 

— E quel tuo Quintiliano. 
Legato a ghirigori? 

— E adesso il mio pastrano.... 

— Tu hai tutta quanta l'aurea latinità sul dosso!... 
Ma, dimmi, è anch'esso un classico questo bel nastro rosso? 

— Ahi l'avevo scordato 1... — 

E, toltolo dal collo, 
Dall'aperta finestra mestamente lanciollo. 

— Povero mio, m'accorgo che tu sei sempre quello 1... 

— Ti mutasti tu forse? — 



I tre amanti di Bella 265 



XU. 



Era un gaio cervello 
Già di togate zucche nella dotta Bologna, 
E di dottori in fieri la gioia e la vergogna ; 
Gran rompitor di ciotole, gran maestro d'imbrogli, 
Satana dei mariti e Messia delle mogli. 
Gettando nell'azzurro degli inconsci trent'anni 
La fortuna di Rolla e il cor di Don Giovanni, 
Vivea la vita come può viverla un uccello. 
In aria, a caso, a voli dal fiore all'arboscello, 
Immemore del prima, del dopo indifferente. 
Pigro, annoiato, strano, volubile e innocente. 
Solca dir d'esser nato alla vita mondana 
Dall'abbraccio di un diavolo con una Dea pagana; 
Però a far certo il prossimo d'essere un grande infame. 
Lo credereste? a volte patito avea la fame 
Per dar l'ultimo scudo a un cieco o a un saltimbanco.... 
Vivaddio 1 colle piume in testa e il ferro al fianco. 
In quel tempo di balde e facili avventure, 
Di follie malinconiche e di allegre paure. 
Vi giuro, mie fanciulle, ohe, con vostro permesso. 
Diverso come or sono, stato sarei lo stesso! 
Ora tutto è svanito 1 e (perchè noi direi?) 

I nostri di son tetri senz'essere men rei; 
Nel lenzuolo del Solito sepolta è l'avventura; 

II bardo e il oavaliero davanti alla Questura 



266 FIABE E UEGGENDE 



In ginocchio han deposto il brando e il colascione; 
Il motto erra sul lastrico del popolo padrone; 
Tolto è all'oro il tripudio delle superbo offese, 
Tolta al vulgo la gloria delle balzane imprese; 
Della Corte d' Assiale Baiardo è un latitante. 
E FanfuUa è un evaso dal medico curante; 
Si è sicuri e difesi, si è posati e dabbene, 
Parliam di colti allori e d'infrante catene. 
Ma interrogate il cuore di tutti, ad uno ad uno, 
E troverete un viscere d'aria e d'amor digiuno! 



XIII. 

1 due colleghi a braccio camminavano; Steno 
Come un uom strascinato, l'altro franco e sereno. 

— Dunque c'entra un rivale? diceva il Ferrarese, 
Firmagli il passaporto per un altro paese, 
Ammazzalo 1 la bella, s'anco diggià non t'ama. 

Ti adorerà pel colpo della tua nota lama. 
Le son fatte cosi; vesti un abito strano. 
Accoppa un galantuomo e, se sei bello e sano, 
Gli è più che basta, tutte ti apriran cuore e alcova! 
Credi a me... 

— Il tuo consiglio al caso mio non giova. 
Posse domani sola^ libera e innamorata. 
Più non saprei svelarle la mia fiamma ignorata. 

— Ti conoscea poeta, non ti credeva un pazzo.... 



1 tre amanti di Bella 267 

— Io la donna sognai non creta e non sollazzo! 
Quella, il cui nome al labbro non mi verrà giammai, 
Era il simbolo puro dell'idea che sognai; 

Tu dubiti che m'ami?... forse ch'io mai le dissi 
Uno solo dei cieli, uno sol degli abissi 
In cui per lei travolta è la mia vita? 

— E come 
Se di te non conosce che la faccia ed il nome... 

— Veder la sua da lungi e lei nomar da solo, 
Perchè i santi entusiasmi desse a' miei versi e il volo, 
Ciò mi bastava! Adesso.... i miei versi morranno! 

— No, perdio ! finché io vivo vivranno e ben vivranno 1 
Senti, Steno, ho molto oro ; noi siam vecchi all'usanza 
Di mettere in comune penuria ed abbondanza; 

Ci rifarem la cara gioventù di Bologna... 

Tu ti sei rovinato, non averne vergogna. 

Sì, rovinato fino all'inedia, o poeta. 

Per seguir di cotesta tua fatua cometa 

Il corso fra le stelle ohe le girano intorno; 

La cometa si è scelto un astro in Capricorno.... 

Disperarci per questo? Eh son tante le stelle. 

Che per una è da ciuco il perderci la pelle.... 

Ma, a proposito, diavolo! una or io ne scordava.... — 

Steno senza far motto l'amico seguitava. 

— Volgiamo a manca. 

— Dove mi conduci? 

— A un negozio 
Cui ti potrai rivolgere ne' tuoi momenti d'ozio. — 



268 FIABE E LEGGENDE 



XIV. 

L'occidente era in fiamme e Venezia imbruniva. 
Qua e là per le finestre qualche face appariva, 
Errante, come in mezzo a una carta abbruciata. 
Dai pargoli ridenti sul focolar gettata. 
Quelle ultime, vaghe, fantastiche scintille 
Ohe sembrano una ridda di monachine brille. 
L'acque oscure parevano assetate di foco, 
E fiaccole e lanterne, accese a poco a poco, 
Vi prende van la forma delle cose succhiate. 
Le galere di Cipro e di Morea, poggiate 
Sull'ancore, dormivano sonno cupo e solenne; 
E pei fitti cordami delle vetuste antenne, 
Qual per entro ai capelli di sognanti titani. 
Certo correan fantasmi di naufraghi ottomani. 
Col petto ancor squarciato dalla punta dei rostri. 
Era l'ora che i bimbi han paura dei mostri, 
E, a non vederli, il capo caccian sotto le coltri. 



XV. 



— Che orrendo androne è questo per cui vuoi ohe 
— Seguimi. — [m'inoltri? 

Proseguirono per l'aer pesante e fuio. 
Steno sentìa qualcosa d'arcano intorno; il buio 



I tre amanti di Bella 269 

Gli irapedia di vedere. Ma cogli occhi dell'alma 
Vedeva. In quella tragica, misteriosa calma, 
Giacean creature umane al suolo; o addormentate 
speranti nel sonno; certo stanche e affamate 
Si udivano respiri ajBFannosi; talvolta 
Lo scoccare di un bacio (qualche donna travolta 
Dalla miseria in mezzo a quello stuol di oppressi. 
Per mercarne le brame, o per morir con essi); 
E forse fra le immonde capigliature, oh cosa 
Triste 1 stavano avvolte pur le guancie di rosa 
Di qualche bambinello, nato a far dolce il nido 
Della povera madre, e che doman sul lido 
Stenderà le manine alla folla ciarliera, 
E comporrà le labbra alla prima preghiera 
Per cercar l'elemosinai 

— È ben cotesto l'uscio; 
Ma, a quel ohe sembra, l'ostrica s'è già chiusa nel guscio. 
Berenice 1 eh, la vecchia I È il cavalier Lionello 
Che vi chiede l'onore di entrar nel vostro ostello I 
Vedrai, Steno, una reggia.... ehi la grama vecchiaccia 1 
Non son uso ad attendere per veder la tua faccia; 
Apri, getto la portai — 

Pur nessuna risposta. 
Come al vento d'autunno una tarlata imposta, 
Sbadatamente chiusa da un mandriano in viaggio. 
Tal quella porta offerse a un urto sol passaggio. 
Entrar, ma tosto colti da ribrezzo improvviso. 
Retrocessero. E Steno: — Santi del paradiso! 
E una tomba cotesta ohe scoperchiasti!... 



270 FIABE E LEGGENDE 



— Taci; 
Questa lanterna cieca vai candelabri e faci, 
Ma non qui fuor. Rientriamo e chiudi ben la porta... 

— Impossibile.... questo è odor di cosa morta.... 

— Avanti, avanti.... — 

L'altro lo segui nello scuro. 

— Una mano alle nari, tienti coll'altra al muro, 
E non temere; è morto certo il gatto di casa. — 



XVI. 



Ed apre la lanterna. La luce che n'è evasa 
Saltellando sì posa su quattro basse mura, 
Dove leggonsi cifre di magica scrittura, 
E pendon croci e teschi e cappelli di preti; 
Pur nessun che respiri fra le strane pareti. 
Ma Lionello ha in un angolo scoperto un seggiolone: 
— È là che dorme ; andiamola a svegliar colle buone ; 
Tien tu il lume. — 

E accostatisi, la man del cavaliere 
Piano piano la testa scosse che, in bende nere 
Stretta, e china su un mazzo sparpagliato di carte, 
Parca sognar. Toccata, cadde dall'altra parte, 
Lugubramente. E un soffio esalò dalla salma. 
La carogna turbata par che riacquisti un'alma; 
11 fetore che l'abita vuol la quiete profonda: 



I tre amanti di Bella 271 

Se lo tocchi, s'ingrossa, come il verme, e t'inonda. 
— Deponi la lanterna e aiutami; la vesta 
Mi convien perquisirle.... 

— Ma chi è dessa?.... 

— Cotesta 
Fu già un'allegra e vaga cortigiana spagnuola 
Esperta all'ars amandi più di Ovidio; ora, sola 
E vecchia, gironzava per le strade e le piazze 
E stendeva la mano alle belle ragazze. 
Queste per elemosina vi lasciavan cadere 
Un foglietto di carta.... pel damo o il cavaliere, 
E talor pel sicario. Questa vecchia, mio caro. 
Rinchiude più segreti che messer Diego Alvaro 
Consigliere dei Dieci, te lo dice Lionello, 
E fé' più matrimonii ohe il Patriarca, quello 
Ohe li fa là in San Marco. Tienle un po' il braccio alzato.... 
Ecco già un bigliettino.... senti s'è profumatol — 

Un mite odor di viola si diffuse. 

— Leggiamo. — 

"Se tu lo vedi gli dirai che l'amo, 
Che l'amo ancora come ai primi dì; 
Che nei languidi sogni ancor lo chiamo, 
Lo chiamo ancor come se fosse qui. 

"E gli dirai che colla fé tradita 
Tutto il gaudio d'allor non mi rapì; 
Te gli dirai che basta alla mia vita 
L'ultimo bacio che l'addio finii 



272 FIABT? E LEGGENDE 



"Nessun lo toglie dalla bocca mia 
L'ultimo bacio che l'addio fini!... 
Ma se vuol dargli un altro in compagnia 
Digli ohe l'amo e che l'aspetto qui.,, — 

— Questa donna ti giuro che per me non farebbe; 
La dev'essere un ninnolo di miele e di giulebbe; 
Amo le forti, e tu? Ecco un altro messaggio: 

"Doman, Lenuccia mia, gli è di di festa, 
E il mio padrone è ammalato a palazzo. 
Nella sua gondola 

Vuoi che usciam bellamente in Oanalazzo? 

"Mi adatterò la sua parrucca in testa, 
Ne porterò la spada e il giustacuore, 
Le piume, i ciondoli, 

E l'amante parrai di un senatore 1 

"L'anima ho piena di versi rimati, 
E porterò con me la mia mandòla: 
Parole e musica 

Ti alletteran come una cosa solai 



Leggiam quest'altro. — 



"Il bimbo 
Viaggia in fondo al mare, 
E l'alma sua nel limbo.... „ 



— Infamia! 



1 tre amanti di Bella 273 

— Oh, Lionello, usoiara da questo orrore! 
Ho la testa ohe bolle, e mi si spezza il cuore; 
Certo un malor oi aspetta.... 

— Un malore 1 t'inganni. 
Qui un viglietto mi attende per cui darei vent'anni 
Di sonno e di bagordi.... eccolo 1... affediddio. 
Viva la Berenice! è ben cotesto il mio! 
Grazie, povera morta; ohe il ciel vi ricompensi, 
Né ai vostri peccatucci il buono Iddio ripensi.... 

— Bada, un'ombra è passata sul muro.... alcim ci spia- 

— Oh fosse un si che scrive la contessina mia! 

— Bada, l'ombra si appressa. — 

E la lanterna cieca 
Drizzò alla porta. Videro come una forma bieca 
Di cui gli occhi soltanto apparivan. Lionello 
Ha sguainata la spada. 

— Spegni il lume, fratello. — 

Ma la strana figura s'era già dileguata. 
Allor dall'altra stanza, di fogli seminata. 
Chetamente sortirono; ripassar per l'androne 
In cui parca vagasse come un'alta visione 
Di mister, di delitti, di stanchezza e d'amore, 
E rividero il cielo tutto calma e splendore. 



E. Praga. Poesie. 18 



274 FIABE E I^GGENDE 



XVII. 



Genti pie ohe pregate prima di porvi a letto, 
Non pregate pei morti che stan nel cataletto, 
Non pregate per gli ospiti del tenebrore eterno, 
Che dal mondo partendo sono usciti d'inferno. 
Stesi placidamente e colle braccia in croce, 
Della sacra Natura ascoltano la voce: 
Senton la vita immensa ohe si prepara al sole, 
Han nei capegli l'umide radici delle viole, 
Han nei pugni gli steli che diverranno abeti; 
I morti nella terra sono tranquilli e lieti. 
Genti pie che pregate quando la notte cade, 
Non pregate pei morti ohe bevon le rugiade, 
Ohe si mutano in foglie, che si mutano in fiori; 
Non pregate pei giunti, pregate pei viatori. 
Per i vivi pregate quando cade la notte. 
È allor che i Mali intorno scaraventansi a frotte, 
E par che Iddio dimentichi le misere creature. 
Come s'Ei pur dormisse nelle sue reggie oscure. 
Pregate per le madri che aspettano; pregate 
Per le livide teste nel gioco ottenebrate; 
Per la donna ohe stende le braccia all'uomo ignoto, 
Pel povero poeta, altro prigion del loto. 
Ohe assalta il ciel coU'anima ohe lagrima e fa sangue- 
Pregate per la turba negli ospitali esangue. 



J tì'e amanti di Bella 



Sovra cui, col crepuscolo, peggior dell'agonia, 
La memoria s'abbatte e la malinconia; 
Per gli amanti pregate, scongiurate il Signore, 
Ohe creò la Sventura quando creò l'Amore I 



XVIJT. 



Benché adorna di pelo molto canuto e raro 
Era bella la testa di messer Diego Alvaro; 
Quando uscìa dal Oonsiglio nell'ampia toga bruna, 
Pareva in lui vivente la veneta fortuna. 
Camminava securo, parlava ad alta voce. 
Era come il leone benevolo .e feroce ; 
L'amor della repubblica, l'amor della sua Bella, 
Non aveva altre gioie, non aveva altra stella. 
Or s'è mutato: attoniti se ne accorsero i servi; 
Un tremito convulso, cupo, gli agita i nervi; 
Non parla più, ma sembra interrogar cogli occhi 
Ohi gli sta intorno ; a volte, come se un serpe il tocchi, 
Balza repente, e corre per le stanze, e si affaccia 
Agli specchi, e si scruta nella pallida faccia, 
ler prendendo commiato dalla sposa, la mano 
Cosi torvo le strinse, e un mormorio sì strano 
Lasciò uscir dalle labbra che donna Bella pianse. 
Staman, quasi ruggendo, l'anel di nozze infranse. 



276 FIABE E LEGGENDE 



XIX. 



— È un sì / — gridò Lionello, e fu un grido sì forte 
Ohe rintronò per tutte le taciturne porte 
Del palazzo affittato dall'ebreo di Rialto. 
Certo il Fauno guardava il oavalier dall'alto: 
L'eoo di quella voce, fra le sue forme desto, 
Errò nel peristilio, a lungo, oscuro e mesto. 
Ma il oavalier, beato come un ohierco in vacanza, 
Gli saltava d'intorno in forsennata danza. 
— Stanotte 1 Ella acconsente.... mi seguirà stanotte I 
Ah messer Diego Alvaro I le Fondamenta Rotte 
Vedran sciogliere un legno a insaputa dei Dieci! 
Ben n'era certo 1 e tutto a predispor ben feci: 
A quest'ora Consalvo già appresta; donna Beila 
Finge di coricarsi e rimanda l'ancella.... 
Grazie! cortese lampada che a legger m'aiutasti. 
Scriveremo un poema per narrare i tuoi fasti! 
Insiem lo scriveremo, mio dolce Steno, insieme 1 
Perchè a te pur l'amore, perchè a te pur la speme 
Dee ricantar la bella canzon dei dì passati: 
Va, raccogli i tuoi versi, saluta i tuoi penati, 
E qui mi attendi; un fischio ti avviserà; d'un salto 
Ntilla gondola sei, e domattina in alto 
Mar, sulla mia galera che fugge in Oriente, 
Al suon della mandòla, in faccia al dì nascente. 
Alla più vaga donna ti inchinerai del mondo! . 



I tre- amanti di Bella 211 

Solo il vederne gli occhi ti rifarà giocondo; 
E poi giunti al paese là delle eterne rose, 
Ti sceglierai fra quelle giovanetto amorose, 
Per viaggiar nei piaceri, qualche pietosa stella.... 
La mia, sappilo, è il sole.... è la contessa Bella! — 
Tutto ciò in un minuto fu detto, e senza pure 
Guardar l'altro nel viso, via per le strade oscure 
Il cavai ier disparve. 



XX. 



Tutti abbiam nella vita 
L'ora fatai che resta, come un negro stilita, 
Sul nostro capo, immobile, finché andiara sottoterra; 
L'ora in cui l'uom s'accorge ohe la pugnata guerra. 
Le lagrime versate, le sciagure sofiFerte, 
L'ostie fatte coi lembi del cuor, sull'are offerte 
Del suo triste cammino per questa scabra valle, 
Eran peso leggero alle sue scarne spalle, 
Eran foglie di rosa. Da quell'ora (dehl amici 
Di me non vi burlate perchè siete felici! 
Essa vi attende al varco, è il fato universale, 
Il lotto irrevocabile del sempiterno Male), 
Da quell'ora il suo sguardo è confitto alla mota, 
E la tomba è vicina. 

Dimmi, pupilla immota, 
Qual fu per te?... Fu l'ora che conoscesti l'Eva, 
E ti impietrì una vipera che un angelo pareva. 



278 FIABE E LEGGENDE 



E qual per te, fanciulla languente come un'ava? 
Fu l'ora in cui la povera tua madre agonizzava. 
Qual per te, vecchio curvo come un tronco abbattuto? 
L'ora che solo, attonito, coi mendichi caduto. 
Come in sogno fra i passi dei cittadini errante, 
Il primo oboi sentisti nella mano tremante. 
E per te, è questa, o Steno I 



XXI. 



Egli è là steso al suolo. 
Il manto ha già le pieghe del funebre lenzuolo, 
La faccia ha già composta, quasi, alla pace eterna; 
E negli occhi che immobili affisan la lucerna, 
Palpitante di fievoli raggi e morente anch'essa 
Sembra la arcana calma dell'infinito impressa. 
Oh quel raggio di sole, perchè giunse in quel punto? 
A quest'ora ei sarebbe un pallido defunto, 
Obliante e obliato; sarebbe all'ombre sceso 
Da men feroce strale in mezzo all'alma offeso! 
Veder l'astro cadere dal suo cielo pudico, 
Perder l'idolo, e perderlo per la man di un amico 
Che lo strappa all'altare per gettarlo all'alcova! 
Oh fu ignobile il gioco, fu d'inferno la prova. 
Raggio dal ciel caduto quand'ei, forse presago, 
Già avea l'impronte al collo dell'imprecato spago! 
E or l'orribile morte pur gli ò presso, e noi vuole. 
Come ad ebro sospinto in rapide carole. 



I tre amanti di Bella 279 

Tutto ohe ingombra il sordido peristilio traballa 

Intorno a Steno, orribile famiglia macra e gialla. 

Son gli stocchi ohe guizzano come in mano a ribelli, 

Son gli arazzi ohe sembrano ali di pipistrelli; 

Son le gonne vendute dalle Circi del ghetto 

Ohe gli danzano in giro e gli sfiorano il petto; 

Son le coltri, lasciate dalle tremule vecchie, 

Ohe passano, gettandogli vaghe preci all'orecchie; 

E in la cupa vertigine, fra le larve e il fetore 

Delle casse di sego, allo scoccar dell'ore. 

Oh meraviglia 1 è il marmo che si muove, è il macigno 

Da cui sembra svanito il cinico sogghigno, 

È il Fauno che si abbassa sulla testa di Steno, 

E par dica: — per piangere, ora ho un compagno almeno I 



XXII. 



Dio ohe misura il vento all'agnello tosato 

Perchè all'uom non misura, quando il verno è arrivato 

De' suoi di tempestosi, le bufere del cuore? 

Perchè, se su lo sterpo inaridisce il fiore, 

L'amor non appassisce sotto i capelli bianchi? 

Ah, piuttosto una serpe mi si configga ai fianchi 

Che alloggiarvi il bell'angelo dei celestiali affanni. 

Quando dal mio battesimo conterò sessant'annil 

Cavalier di ventura cerca castol fatato; 

Ed è triste ospitare in tugurio gelato 

Chi fu avvezzo alle fiamme dell'ampio focolare. 



280 FIABE E LEGGENDE 



Sei vecchio, e chiedi amore, e ti ostini ad amare? 

Sei vecchio, e dentro il pugno pur stringi il frutto sacro? 

Vuoi che il prete ti trovi, all'ultimo lavacro, 

Dell'odor della donna tutto olezzante ancora? 

Più misero del gufo quando spunta l'aurora! 

E il crin biondo del' giovane ohe te al buio rincaccia, 

È la sua balda gioia che ti offusca la faccia. 

Tu sprezzalo, dimentica, chiudi gli occhi, ti abbranca 

Alla maga Illusione!... vestal sommessa e stanca. 

Vegli una figlia d'Eva l'imbiancata ara tua.... 

E doman, dietro quella, tu scoprirai la sua! 



XXIII. 

Povero conte Alvaro!... ecco ei pensa la sera 
(Era già ben lontana da lui la primavera 
E la volubil ridda delle ore serene) 
In cui scoprì la blanda fanciulla, e nelle vene 
Gli rifluì l'antico nobil sangue, e gli parve 
Rivedersi d'intorno dell'infanzia le larve, 
E che fosse il baleno di un attimo passato 
Dai lontani, beati dì che già aveva amato.... 
Ei passò fra i garzoni della fanciulla al fianco. 
Poscia sentì il profumo del suo bel seno bianco. 
Poscia baciò la cara paradisiaca faccia, 
Poi l'ideai creatura si sentì nelle braccia; 
Ma sempre, e nelle feste quando un altro venia 
A invitarla alla danza e insieme a lei sparia; 



I tre amanti di Bella 281 

alla messa, se alzava dal sacro libro il volto, 
E nell'aurata alcova quando, tra il crin disoiolto, 
Vedea nel sonno immèrgersi la sua pupilla bruna, 
Al ohiaror di una lampada mite come la luna; 
Sempre, ovunque, all'orgoglio, alla dolcezza vaga 
Del possesso invidiato e della voglia paga. 
Nell'anima del vecchio mescevansi i pensieri 
Surti come fantasimi, il primo dì, fra i ceri 
Dellak chiesa auspicante alle sue nozze, quando, 
Dopo i motti latini, il prete venerando 
Avea detto al bell'angelo: "Voi beata tre volte, 
fanciulla, cui Dio, in un sol uomo accolte 
Le virtù riserbava di un padre e di uno sposo!...,, 
Padre!... Padre!... il più augusto dei nomi al vanitoso 
Vecchio suonò bestemmia e vituperio, e in core 
Gli scoppiò, nodo orribile, lo spavento all'amore!... 
Or quel prete è sepolto sotto le zolle mute, 
E il conte Alvaro, a prezzo dell'eterna salute. 
Vede, ancor più beffarda, la sua disciolta creta, 
E vorrebbe coll'ossa dell'infausto profeta 
Parsi una clava e correre per il mondo con quella. 
Inzuppata nel sangue della contessa Bella! 



XXIV. 

Dimmi, santa memoria del mio più dolce amore, 
Dirami come a Lionello battea frattanto il core! 
Solo colla sua gondola, tacito, palpitante. 
Attendeva nell'ombra la sospirata amante.... 



282 FIABE E LEGGENDE 



minuti divini di speranza e dubbiezza, 
Non vi valgono quelli della seoura ebbrezza, 
Come non vince il sole nel meriggio possente 
Il mite oro onde l'alba inghirlanda l'oriente! 
Attendeva nell'ombra, presso la riva, a pochi 
Passi dal gran palazzo di Don Diego. I fochi 
N'erano spenti; solo da una rossa cortina 
Un barlume che andava e venia, peregrina 
Paoella, certamente in mano alla contessa. 
S'apre una porticina.... alcun ne scende, è dessa. 
Un baleno, ed ei l'ebbe nelle braccia. 

— Se t'amo! 

— Angiol mio!... come fredda.... 

— Non è nulla, fuggiamo ! 

— Perchè tremi?... 

— Scoperti.... ah! è già tardi! — 

E svenuta 
Rotolò dentro il felze. 

Or Lionello, t'aiuta! 
Tre gondolier stemmati guidano alla vendetta 
L'uom tradito.... t'ingolfa dove l'acqua è più stretta, 
Vola, devia, ti perdi nei laberinti oscuri, 
Cerca aiuto alle mille convessità dei muri. 
Alle volte dei ponti, ai trabaccoli vuoti: 
Ohe il nemico non senta ove il remo percoti, 
B, ora a destra, ora a manca, come guizzo di lampo, 
Lo abbarbaglia!... 

Sventura!... non più speme di scampo! 



I tre amanti di Bella 283 



XXV. 



Un grido acuto, lungo, angoscioso, la oscura 
Squarciò calma notturna. Di livida paura 
Ansimante, l'Ebreo, signor di quel palazzo 
Da cui la mia leggenda prese il suo folle andazzo, 
Si gettò dalle coltri e lanoiossi al verone. 
In quel punto una gondola costeggiava il portone. 
E il grido non finiva: — Steno 1 Steno!... fratello 1 — 
Ritti in fronte i oapegli, allor l'Ebreo, zimbello 
Spesso dei sogni, vide uscir sulla scalea 
Uno spetro. 

La luna sul suo viso splendea 
E splendea sulla gondola. 

Il remator gli porse 
La man; la sua lo spetro atterrito ritorse. 
(— Se lo spetro ha paura, gli è che l'altro è Satàno. 
Pensò l'Ebreo.) 

Quand'eoco sull'acqua e non lontano 
Una face, e un sommesso vociar di gondolieri. 
I due sotto il verone, fantasmi cupi e neri, 
S'eran stretti a colloquio. 

A un tratto, quello uscito 
Dal palazzo, come abbia terribil cosa udito, 
Si slancia nella immobile gondola, afferra il remo 
E, col ringhio di un veltro cui tocchi il colpo estremo, 
Lo sospinge.... 

È sparita. 



284 FIABE E LEGGENDE 



XXVI. 



Lionello è solo. Il conte 
L'ode, rivolta all'atrio del palazzo la fronte, 
Dir con voce secura e gentil : — Donna Bella, 
Volger piacciavi a manca; salite, e la mia cella 
Troverete dischiusa. Io vi raggiungo tosto. — 
Non fini; che Don Diego, con uno sbalzo, accosto 
Gli si era piantato. L'altro ha snudato il ferro, 
E sta innanzi alla porta come un tronco di cerro. 
Orribile minuto! 

Quel vecchio dalle braccia 
Conserte al petto, immobile e taciturno, in faccia 
Non ha pinta la rabbia, non ha pinto il terrore, 
Ma un alto, inenarrabile, sterminato dolore. 
Non trema, ma i suoi labri dalla febbre riarsi 
Somigliano a due belve che anelino a sbranarsi. 
Ha stretti i pugni e stillano sangue. Oh pietà! Gli spunta 
Dalle ciglia una lagrima, e sul giovin le appunta. 
— Dio del ciel 1 Come bello, come è giovane e bello 1 — 
Ciò non disse, pensò; poi proruppe: 

— Lionello, 
Per la tua madre morta, per l'orror dell'inferno, 
Per l'angelo custode che ti amica l'Eterno, 
Giurami che fu un filtro che te la die in balia. 
Che un maleficio ha vinto la creatura mia. 
Ch'ella è innocente.... 



7 tre amanti di Bella 285 

— Conte, rispose il giovinetto, 
Non conobbi mia madre, l'inferno ho in gran dispetto. 
Né posseggo, ch'io sappia, amici in paradiso. 
Da onesto cavaliere la contessa ho conquiso, 
E or vi prego osservare che m'ho un ferro snudato, 
Ohe il mio custode è questo, e che al rezzo gelato 
Potrebbe irrugginire. Ciò mi dorrìa da senno. — 
I gondolier stemmati partono a un muto cenno, 
E già nell'aria tacita sfavilla un altro brando. 



XXVII. 

Or tutto da quei petti, fuorché il furore, è in bando, 

— Ferro e inferno I cotesta, e quest'altra ripara! 

— Dalla man di un vegliardo tu a darle meglio impara 1 - 
E non son più due spade, son due lampi ohe guizzano ; 
Or volano, or s'abbassano, or rotano, or si drizzano, 
Or si arrestan di im tratto.... 

Allor potevi udire 

I fiati ansanti, e credere che a sceglier chi colpire 
L'invisibile Fato fosse in mezzo, indeciso. 

— Tu fai sangue.... 

— Tu mentii 

— Già la morte hai sul viso 1 

— Vecchio, son gioia e amore, e a te sembran la morte? - 
Non avesse proferta l'ingiuriai 

Come sorte 

II boato che annuncia la rabbia del vulcano, 



286 FIABE E LEGGENDE 



Dalle fauci del conte un urlo usci.... 

Di mano 
Sfugge il ferro a Lionello ohe china il capo e cade 
Pur, mentre il sonno eterno freddamente lo invade, 
Non lo lascia la balda fierezza indifferente. 
— Fu un bellissimo colpo, messer, dice il morente; 
Se non fossi obbligato a partir, giuro a Dio 1 
Ohe darei mille scudi per impararlo anch'io. — 
Poi con voce più fioca, riprese: 

— Alla malora I 
Facciamo un po' di bene, almen nell'ultima ora.... 
Don Diego.... non cercate madonna in questa casa.... 
Quando mi raggiungeste.... ella era già evasa.... 
Buona notte.... alcun soffia davver sull'alma mia.... 

Non temete per Bella.... è in buona compagnia. — 
Così morì Lionello, cavalier ferrarese. 



XXVIII. 

Quelle estreme parole non le ha don Diego intese? 
credere non vuole che Dio possa far tanto 
Per strappar dalle viscere di un uom l'ultimo pianto ? 
Perchè nell'atrio oscuro s'inoltra, e brancicando 
Per l'ingombro cammino colla punta del brando, 
Al livido barlume dell'imminente aurora, 
Attonito, atterrito, l'aula squallida esplora? 
Un'arcana potenza lo strascina; il suo passo 



I tre amanti di Bella 287 

L'eoo fievole sembra invitar; fra l'ammasso 
Lutulento s'innalzano, come in sogno, figure 
Ohe gli fan cenno, e sfumano. Egli vacilla, eppure 
Retroceder non vuole; non può, forse! 

Repente 
Gli appare il Fauno. 

Orrore ! 

Gli si schiara la mente, 
Riconosce il palazzo dove Bella ha incontrato 
E chiesta al padre. 

E questo il portico incantato 
Per cui passò, premendo il suo braccio di neve. 
Braccio di fata, ahi lasso ! di una piuma men greve.... 
Scorser due lustri appena, ed era l'ora istessal 
Come splendean le facii Con che fronte dimessa 
Qual per pudore inconscio, accanto alla sfacciata 
Nudità di quel Fauno era colei passata 1... 
Quel Fauno 1... 

Ah ! fuggi, fuggi, misero conte Alvaro I 
A sollevar le nubi del tuo passato amaro 
Non sei solo qui dentro.... fuggi.... un mister qui regna..,. 
Di tremuli vapori l'aria fosca si impregna.... 
Par profumi l'ambrosia 1 

Miracolo I 

Ohe avvenne? 



La leggenda s'arresta a un segreto solenne: 
Oome cadder dall'alto di San Marco sei ore, 
Il palazzo fu scosso da un immenso fragore. 



288 FIABE E LEGGENDE 



XX [X. 



La marina rifulge simile a terso argento; 
Non un fiocco di nube, non un filo di vento; 
L'alcion che coll'ali sferza l'acque tranquille 
Le increspa e, alzando il volo, vi fa cader scintille. 
Libellule e farfalle i fiori hanno lasciati 
E, attratte dalla calma, i deboli meati 
Gimentan per vedere negli azzurri cammini 
Rotear gaiamente la danza dei delfini.... 
Empie un alto riposo l'Universo ferace, 
Tutto il ciel dice: Amore! tutto il mar dice: Pace! 



XXX. 



Poiché il lido è scomparso, poiché nulla ne appare, 
Steno lascia alla forcola il remo. 

Il cielo e il mare 
E il fatale amor suol 

Tutto il resto è caduto. 
Bella è là dentro, ignara dello scambio avvenuto; 
Tanto terror la prese che ancor non mosse accento. 
Il giovinetto trema come una foglia al vento, 
E, ofi'rendo in olocausto l'anima al suo buon santo, 
Ratteneudo il respiro e rattenendo il pianto, 



1 tre amanti di Bella 289 

Quasi aprisse la porta di una chiesa, la porta 
Del felze schiude. 

Immobile, bianca come una morta, 
Bella a lungo lo fisa, poi guarda intorno.... solai 
Indietreggia, fa un cenno, ma al labro la parola 
Le si gela, e qual vinta da un affanno deliro, 
Si scopre il viso e cade. 

Non han pure un sospiro 
I malor sterminati. 

In ginocchio, con voce 
Che sembra uscir da un tumulo, e colle mani in croce, 
Cosi favella il misero: 

— Madonna.... non temete 
Se a voi davanti un povero sconosciuto vedete.... 
Fu Lionel, per salvarvi, che m'affidò quel remo.... 
0, forse. Iddio! — 

La dama, con uno sforzo estremo, 
Solleva il capo e volge gli occhi sullo straniero 
Che segue: 

— Perdonatemi.... fui troppo ardito, è vero. 
Ma era grande il pericolo.... e poi.... benché la morte 
Già mi fosse vicina, sentìa che il braccio forte 
Abbastanza per trarvi in salvamento avrei.... 
I più felici istanti vissi dei giorni miei; 
Or Lionello certo non tarderà a venire 
Col legno.... e partirete.... ora posso morire.... — 

No, non è inganno: a Steno già già sfugge la vita, 
E la contessa Bella, trepida, impietosita, 
Come attratta da un fascino dolce e misterioso 
Gli solleva il bel crine che quasi ha il volto ascoso, 

E. Praga. Poesie. 19 



290 FIABE E LEGGENDE 

E, 

— Vi conosco! esclama; giovinetto, quel nastro 
Ch'io perdetti alla messa, l'anno scorso.... — 

Se un astrc 
Posse disceso sotto le pupille di Steno 
Dippiù non brillerebbero; ma l'ansia del suo seno 
Or si è fatta terribile. 

— Fu raccolto da voi, 
E da lontano sempre mi seguiste dippoi.... 
Perchè? — 

Due grosse lagrime fur la risposta. 



XXXI. 

Ignorc 
Ciò che farebbe quella eh' io senza speme adoro. 
Ove per l'amor sao me trapassar vedesse. 
Non avrei meraviglia s'ella fra sé ridesse 1 
Molte ridere ho viste, mentre, in fondo all'oblio, 
V'eran anime umane maledicenti Iddio, 
E pugni che cercavano la pistola o il pugnale.... 
Ma digredisco ancora, e in questo punto è male. 



XXXII. 

Che vide allor l'ascoso occhio dell'Infinito? 
Piansero i cherubini, su in ciel, mostrando a dito 
Quella barca perduta sul lontano emisfero, 
Piooiola tanto eppure contenente un mistero 



I tre amanti di Bilia 291 

Più di una culla dolce, più buio di un avQllo?... 
ISolo forse nell'aria qualche migrante augello 
Tentò un trillo di gioia, quando quelle due teste, 
In così immensa calma gravide di tempeste, 
Mirò l'una ver l'altra chinarsi, e l'occhio ardente 
Cercar l'occhio di aJBfanno e di languor fulgente; 
E già stese le braccia, ed avida una bocca 
Del contatto supremo da cui l'amor trabocca. 
Pender da un'altra attratta dallo stesso desio I... 

Misererei...- al poeta non concesso è l'oblio.... 
Come offusca lo specchio di un bambolo il respiro, 
Come sfoglia la rosa un placido zeffiro, 
Così l'ora, il minuto, l'attimo sciagurato 
Può nel cor che pel Bello e per il Giusto ò nato 
Avvelenar la santa semenza del futuro 1... 
Quanti corron baleni dalla luce allo scuro? 
Povero Steno 1... è dessa, la blanda incantatrice. 
Quella che seguì estatico da un anno, ed è infelice 
Come lo fosti, e è tua!... 

Vedi se la Sventura, 
Questa provvida Erinne ohe per il ciel ci appura. 
Non affratella; vedi se non è premio il fine 
Di chi lieto sul cranio si conficcò le spine; 
Vedi, sol due parole, sol due lagrime, e tutto 
Che di smanie ti pesa sull'anima e di lutto 
Si svelò nel fatidico animo femminile!... 
È ben dessa, la donna sopra tutte gentile^ 
È ben dessa, o poeta.... 

Ma quel vecchio ti disse 
Come occulta ai convegni di uno stranier venisse; 



292 FIABE E LEGGENtìS 



È la contessa Alvaro, ma sotto al suo balcone, 
Hai sentito alitare la tenera canzone; 
È ridol tuo, ma ruggono ancor nel tuo cervello 
Le sonore risate del povero Lionello!... 



XXXIII. 

Oh sì beati i morti che bevon le rugiade.... 
Chi saprà dir se in mare ei si getta o vi cade? 



XXXIV. 

Il mare è generoso come ogni cosa grande: 
Ama tanto la terra che gonfio in lei si espande; 
Della rondin che porta dall'uno all'altro lido 
Le querule speranze e la pietà del nido 
L'ali cogli infallibili aliti suoi distende; 
Ciò che cade disprezza il mar che all'alto tende: 
Quando l'albero è infranto e sommersa è la stiva, 
Li rifiuta e, sdegnoso, li rimanda alla riva; 
E vi getta le perle e le conchiglie, e, chino 
Come sul formidabile specchio del suo destino, 
L' uom su quel glauco abisso, non sa, triste ed anelo. 
S'esso mai non racchiuda più misteri ohe il cielo. 
E il mar conosce l'uomo più che l'uom noi conosca 
Ond'è ohe dal profondo della sua valle fosca 
È risospinto il naufrago alla luce del sole. 



J tre amanti di Bella 293 



XXXV. 

— Troppo tardi! — 

Di Steno fur l'ultime parole. 
E sparì. 

Mie signore dalla cera stravolta 
Perchè, mai non avendo che un amante alla volta, 
Già m'aspettate al varco per gridar: "l'eroina 
Pino a qui perdonabile or del tutto rovina, 
Ghè fra Steno e Lionello si appiglia all'uno e all'altro „ 
V'ingannate, signore; la Dio mercè son scaltro, 
Né saprete che avvenne nel cor di Bella Alvaro. 
Sol vi dirò ohe quando il freddo corpo ignaro 
A fior d'acqua riapparve, sulla faccia spetrale 
Del morente poeta cadde un bacio.... 



XXXVI. 



Fatale 



Notte! notte di incanti e meraviglie! 

Un grido 
Sommesso, dai canali più spopolati al lido, 
Corre di bocca in bocca nella folla atterrita. 
Fu trovato Don Diego disteso e senza vita 
Sotto un Fauno di marmo dalla base travolto! 
I pescator di Ghioggia, collo stupor sul volto, 
Han portato im cadavere che gettò la marea. 



294 FIABE E LEGGENDE 



E mirabile a dirsi 1 quel morto sorrideal 

E sulla spiaggia è un premersi di mozzi e di nocchieri, 

Dai berretti turchini e dai oapuoci neri, 

Che non san per qual strana avventura di mare 

Una gondola errante sull'orizzonte appare. 

E cosi ben si aggruppano le sussurranti torme 

E v'è tanta dovizia di colori e di forme, 

Da inebriar di gioja l'anima di un artista. 

A mezzodì la gondola si perdette di vista. 



PAESAGGI. 

A Carlo Mancini. 



Era un parco antico e squallido 
Da molt'anni abbandonato; 
Desolato 

Come un campo di battaglia, 
Pien di nidi, e rami e zolle. 
Come un colle — orientai. 

Querce ed olmi e abeti e frassini, 
In ferace abbracciamento, 
Sotto il vento, 



Paesaggi 295 



Si movean come un sol albero; 
E alle nubi, augusta e folta, 
L'ampia volta — era guancial. 

E, disotto, eran rigagnoli 
Zampillanti in vaghi suoni 
Pei burroni; 

E, con gesti da cadaveri, 
Tronchi fraoidi riversi, 
E cospersi — d'alghe e fior. 

Eran templi d'erba e d'ellera, 
Gallerie di clematiti, 
Foschi siti; 

Trasparenze glauche ed umide, 
D'ombre tremule rabeschi, 
Toni freschi — e toni d'or. 

Compagnie di strani Fauni, 
Su marmorei piedestalli, 
Scabri e gialli, 
I sentier ne sorvegliavano, 
E specchiavansi agli stagni; 
Mentre i ragni — erranti ordir, 

Fra quei menti aguzzi e lepidi. 
Si vedean le argentee reti; 
E, faceti. 

Gli augelletti si posavano 
Su quei pugni irsuti ed alti, 
A far salti — ed a garrir. 



296 FIAiJE E LEGGENDE 



Ai meriggi, alto silenzio 
Incumbea sulla riviera; 
Se non era 

Il cader di un frutto fraoido 
Che facea, nell'acqua immota, 
Una nota — e nulla più. 

I tramonti vi eran tragici; 
Ombre orrende, inoendii immani! 
Draghi o nani 
Somigliavano gli arbuscoli, 

E i grandi alberi giganti 
Inneggianti — a Belzebù. 

II viator ohe, a notte, rapido 
Presso il parco transitava. 
Palpitava; 

Si sentia sul viso battere 
Come scosse l'aure dense 
Da ali immense — di sparvier. 

Né fanciul di nidi in caccia, 
Né pastor, nò mendicante, 
Né brigante. 

Né giamiùai di amanti coppia 
(Tanti spetri vi eran corsi 1) 
Osò porsi — in quei sentier 



Paesaggi 297 



IL 



L'uom se ne va senza indagar l'arcano; 
Giunto alla meta, al termine ^bborrito, 
Al dì ohe tutto strugge, 
Si accorge di aver stretto nella mano 
Un po' d'aria che sfugge. 

Egli, o s'illuda alle apparenze incerte, 
preghi, ignaro del Nume, o allibito 
Sghignazzi in faccia al cielo, 
del Real dorma sul seno inerte. 
Vive e muore in un velo. 

I suoi piacer sanno di tosco, i mali 
Gli aizzan l'alma ai giubili vietati 
Ohe presente e non trova: 
E dalla culla all'avel (due guanciali!) 
Ciò che sempre s'innova. 

Carlo, ne san più assai gli immensi boschi 
Sovra cui sono i secoli passati; 
Dove, immobile e chino, 
Al suon dei rami palpitanti e foschi. 
Meditava il bramino. 

Di certezze più ricca è la brughiera 
Che, a dispetto dei geli, eterna il fiore 
Del luppolo e del timo; 



298 FIABE E LEGGENDE 

Sa dove porta la regal riviera 
Le sue pietre e il suo limo. 

Pane immortale, fra le biade, irride, 
Coi suoi cori di Fauni, al mietitore ; 
Lo stagno, a cento a cento. 
Cader dal fiero campani! rivide 
Le crocette d'argento. 

E la montagna ohe si specchia al lago 
Vince in gloria la Venere di Milo; 
Prima che il greco artista 
Sfidasse il sol colla divina imago. 
Di quel masso alla vista. 

Ohe stendea lungo il limpido orizzonte, 
Sotto il raggio lunar, l'ermo profilo. 
Qualche pastor poeta 
Fermò la greggia e, colla gioia in fronte, 
Disse: — È costì la meta! — 

Sì, ciò che l'uom calpesta e per cui passa 
Senza tender l'orecchio e alzar le ciglia, 
Ciò con cui io favello 
Pel tramite dei versi, e in tre trapassa 
Pel veggente pennello, 

Carlo, è un tesoro ohe ci ha dato Iddio 
Come ci die gli amici e la famigliai... 
Oh! dimmi, quante volte 
Ha le tue fedi un blando nuvolio 
Nelle sue spire avvolte! 



Paesaggi 299 

Dimmi ohe cosa sa narrar la terra 
Dissepellita dall'aratro appena, 
Quanti avvisi divini 
La primavera dal suo sen disserra.... 
Dimmi i cenni marini I 

Spesso io mi curvo al tripode profondo, 
Atomo qual mi sono; e l'alma scena 
M'agita e mi sublima; 
E mi inabisso nei mister del mondo 
Per risalirne in cimai 

Un dì (lontano come i di felici) 
Per ima landa erravo ove tu avresti 
Una tela eternata; 

E pensavo a mia madre ed agli amici, 
E alla patria lasciata. 

Trovai quel parco. In mezzo era un castello ; 
Di fulgori splendean biechi e funesti. 
Pel tramonto, i suoi vetri. 
Là stetti e appresi ciò che fosse quello 
Ch'altri chiamava: spetri. 



III. 

Lungo il viale, 
Per i viottoli, 
Nelle sale, 
In mezzo ai portici, 
Dalla freccia 



SOO FIABE E LEGGENDE 



Delle aguglie 
Pino all'ultima 
Corteccia, 
Dove intreccia 
La sua feccia 
Il ramingo 
Scarafaggio, 
Perchè un raggio 
Dell'albor 
Vi dipinga 
Perle ed or; 

Nelle ogive 
Ohe si abbracciano 
Più lascive 
Delle Najadi; 
Nelle grotte 
Che somigliano, 
Quando è squallida 
La notte, 
A una botte 
Dove, a frotte, 
Istrioni 
Con megere 
Vanno a bere; 
Sul manier. 
Nel vallone 
Torvo e ner; 

Per le vaghe 
Latitudini, 



i^aesaggi 801 

Per le plaghe 
Che si incurvano, 
Trasparenti, 
Sulle oerule 
Zone roride 
Fuggenti, 
Dove i venti, 
Caldi e lenti, 
Van dicendo 
Alla rugiada 
(Che non cada 
Pria del dì). 
La leggenda 
Delle Uri; 

Dappertutto, 
In terra e in aria, 
L'alto lutto 

Ed il silenzio, * 

Le movenze 
Spaventevoli 
E le magiche 
Apparenze, 
Son parvenze, 
Son coscienze, 
Son memorie 
Palpitanti, 
Favellanti 
In amistà 
Della storia 
D'altre etàl 



302 FIABE E LEGGENDE 



IV. 



Vedi la selva delle querele estatiche 
Drizzar nel buio le braccia ritorte, 
Funebre asilo di civette e d'upupe 

In vago sonno assorte? 

Le diresti Titani, a cui l'olimpica 
Ira inchiodava i pie possenti al suolo, 
Da mill'anni seguenti delle nuvole 

E invidianti il volo. 

Sai perchè si lontano i rami allungano 
Dal poderoso tronco?... Un dì, la plebe 
Ohe le giovani piante errar vedevano 
Per le feraci glebe, 

Intéìita ai riti della bionda Cerere, 
Balzò alla picca, alla corazza, al brando, 
E si accalcò dinanzi a un frate pallido 

Ohe proclamava un bando. 

Poi, fu un urlo terribile; e partirono. 
Le alte cime mirar nel polverìo 
Quei mille e mUle all'oriente perdersi, 
Cantando preci a Dio. 

Non più brillar di falci in mezzo all'alighe 
Né vociar di bifolchi, e comitive 
Tornanti a sera con a spalle i pargoli; 
Non più donne giulive, 



Paesaggi 303 

Inghirlandate di spiohe e di mammole!... 
Sol qualche vecchio errante, all'imbrunire, 
Sovra cui la tristezza, colle tenebre, 
Lenta, parea salire. 

Muto il castello, deserto il tugurio I 
Si sentìa che la vita in altra terra 
Battea, che tutte avea rapite l'anime 

Quella lontana guerra. 

E fu allor ohe alle querele malinconica 
Si fé la balda gioventù ferace: 
Però pensar ohe, dopo qualche secolo, 
Dovea tornar la pace; 

Ohe popolata rivedrian di mandrie 
La valle, e ohe il meriggio alla frescura 
Ricondurrebbe delle ombrie balsamiche 
Una gente futura. 

Ed assorte in pensier di spaventevoli 
Golpi di scimitarre e catapulte. 
In mezzo all'alta noia ed al misterio 

Delle campagne inculte, 

Intrecciarono i rami, e avvilupparono 
Fronde a fronde, in feroci atteggiamenti; 
E, contesti di vòlte e d'archi, eressero 
Mistici monumenti; 

Onde il venturo mandrian, destandosi 
Là sotto, — " Ecco, dicesse alle sue donne. 
Ohe fér le querele mentre i miei bisavoli 
Pugnavano a Sionne „. — 



304 FIABE E LEGGENDE 



I salici piangenti hanno attitudini 
Di prèfiche commosse: 
Sembran sudarii per raccoglier lagrime 
Le sottoposte fosse. 

E, come vive, le cime si cullano 
Sotto il molle zeffiro; 
Né sai se il suono ohe nell'aria espandono 
Sia rantolo o sospiro. 

Ondeggiamenti di blande Nereidi, 
Gesti da cortigiane, 

Inchini di Elfi, o di chi al suol prosternasi 
Per un tozzo di pane. 

Neghi a quei rami un sentimento, un'anima, 
Ohi non nacque poeta! 
Quegli non oda il sovrumano eloquio 
Della natura queta; 

Sia sordo alla eloquenza inenarrabile 
Del grande Essere ignoto; 
Non scorga il filo arcano, incomprensibile, 
Ohe lega l'aria al loto! 

Quegli, al tramonto, quando il cielo è incendio, 
E van le avemarie. 
Da campanile a campanil, dicendosi: 
"Siam dell'alme le spie!,,. 



Paesaggi 305 

Quando la valle si ingombra di nebbia 
E di vaghi colori 
Ed una mesta voluttà ineffabile 
Assalta i nostri cuori; 

E ti senti immortai, pensando al celere 
Riapparire del sole; 
E, se pur fosti ooll'amica, inutili 
Ti sarian le parole; 

Quando dall'Universo assorto è l'atomo, 
Quegli sbadigli, o vada 
Davanti a sé, segugio inconsapevole, 
Per una ignota stradai 

Ohi pel ciel che splendea colle miriadi 
Delle vaganti stelle; 

Pei campi a cui davan bagliori e screzii 
Luexìiole e coccinelle; 

Giuro che a me quei desolati salici 
Dipinsero l'istoriai... 
Cosi potessi la vision terribile 
Gassar dalla memoria 1 

Erano, in mezzo al tenebror diafano, 
Spalle in catene attorte, 
E lunghe braccia ohe parean difendersi 
BVa la vita e la morte. 

Contorcimenti di dannati, impavide 
Pose da gladiatore;... 
Quei tozzi tronchi di rabbia fremevano, 
E fremevan d'amore. 
E. Praga. Poesie. 20 



306 FIABE E LEGGENDE 



Nodosità, curve, punte, sembravano 
Cercar vendetta a Dio; 
Mentre, al raggio lunar, le bianche fòglie 
Bisbigliavano : oblìo !... 

La Musa mi fé' mago. Allor dai salici 
Usci questa parola, 

Ch'era lamento e ohe parca bestemmia: 
" Ci ha piantati Loyolal „. 



VI. 

Più in su della nebbia. 
Più in su della torre. 
Nei campi che l'aquila 
Superba trascorre, 
Ergeva il fantastico 
Suo ciuffo un abete, 
Possibile pania 
Di incerte comete. 

Immobile, olimpico. 
Nell'aria gelata. 
Diceva agli arbuscoli 
Dell'ima vallata. 
Specchiando il pinocchio 
Nel placido stagno: 
"Per questi viottoli 
Passò Carlo Magno,,. 



Paesaggi 307 



VII. 



Il castello, immobil macchia, 
Cosa informe e minacciosa, 
Trafiggea co' suoi pinaooli 
L'ampia bruma nebulosa; 
Dalle gotiche — compagini 
Piante esotiche — a cui garba 
Por sui muri un po' di barba, 
Scomponean lo stil corretto 
Di un pregievole architetto. 

E lontan, lontano, all'ultimo 
Pil di cielo, un guizzo strano 
Segnalava, incerto e rapido. 
Qualche nomade uragano. 
Le finestre illuminayansi, 
Argentavansi — le mura; 
Poi, nell'aria opaca e oscura. 
Riappariva ancor più tetro 
Il Castel, come uno spetro. 

Da sospir, da supplichevoli 
Gridi invasi erano i campi; 
Porse arcane metamòrfosi 
Accadean sotto quei lampi.... 
Larve pallide — sfuggevoli 
Per le squallide — vallèe 



308 FIABE E LEGGENDE 



Parean Strigi, o parean Dee; 
Al mio pie, filando bava; 
Una biscia etrisciava. 

Le ninfèe si arrovesciavano 
Come vergini tentate; 
Un ronzio d'ali invisibili 
Le avea certo ridestate. 
Di languore, di bisbiglio. 
Di scompiglio — ebro, pagano, 
Si copria l'immenso piano.... 
Era un coro a voci uguali, 
E cantavano "Sponsali,,. 



Vili. 



I fior che nascon tardi e a cui par che la luna 
L'acre olezzo regali, già per l'aiuola bruna 
Cominciano a brillare, come un altro corteggio 
Di stelle. E, in mezzo ad essi, venirsene a passeggio 
Ecco la castellana col suo vago paggetto. 
Tutto è d'oro lo strascico, è d'argento il corsetto; 
È neve il dolce viso che il fanciul signoreggia. 
Certo è un sogno d'amore ch'ella fra sé vagheggia, 
Carezzando, lasciva, que' suoi capelli biondi! 
Egli, con un ceruleo sguardo, par che la inondi 
Di dolcezza infinita.... 

Cosi, mentre il barone 



Paesaggi 309 

Russa, pensando ai fasti di qualche vecchio arcione, 
L'ideai coppia passa. 

L'allodola la mira, 
E, dal ramo ospitale, di voluttà sospira. 



IX. 



L'aurora! E già i frassini, 
Comari verbose, 
L'albor commentavano 
Con stridule chiose; 
Poi, punto d'invidia. 
Scrosciava il querciuolo.... 
Già tutta, in un solo 
Superbo monologo, 
La selva stormi! 

Gli augelli si destano 
Cantando alleluia, 
Le vette si indorano. 
La valle è men buia; 
Lontani comignoli 
La nebbia disvela, 
Comincia a far vela, 
Nel tremulo spazio, 
La nave del dì! 



310 FIABE E LEGGENDE 



Carlo, e mentre si aprian tarlate imposte 
Di cascinali, ed apparian d'un tratto 
Camicie bianche alle finestre nere, 
B, nella brina, per sentieri ignoti, 
Già cigolava qualche vigil carro 
Da cui, forse dicendo una preghiera. 
Guardava il parco leggendario un pio 
Beneditor di solchi, uscì da un cespo 
Di tuberosi, interprete io suppongo 
Di quel verde mister che mi invaghiva. 
Questo motto gentil: 

"Tu ci hai compresi!,,. 



TRASPARENZE. 



ALLA MUSA. 



Era l'eBtate e l'alba — un'alba pura 
Di amaranto, di viola e di carmino — 
Parean soli olezzar nella natura 
La viola e il gelsomino. 

Dissi alla Musa: — Usciamo, andiam nei prati! 
Di illusioni abbellirà la strada 
II ronzio degli insetti spensierati 
Che imperla la rugiada. 

La abbellirà la placida melode 

Ohe è il benvenuto della terra al sole, 
Fruscio di selve, mormorio di prode. 
Mirifiche parole 1 



314 TRASPARENZE 



Ma tu più bella d'ogni Bello, o Diva, 
La abbellirai cantando 1 — Andiara nei prati. — 
E intorno a noi si susurri: "....giuliva 
Coppia di innamorati!,, 

Dehl resta, resta, o santa Musa, il mio 
Immacolato amori l'ultimo.... eterno, 
Se un inganno non è l'occhio di Dio 
Ohe nelle tombe io scerno. 

Siam da tempo compagni! e fu la bella 
Allegria dei fanciulli il nostro invito: 
Fu certo un cenno della mia sorella 
Ohe di me ti ha invaghito, 

un sospir di mia madre! — Ero un intruso 
Di cui dioean "morrà presto,,, ero un bimbo 
Pallido e biondo e tutto in so racchiuso, 
Quasi agognante al limbo; 

Un'arpa eolia a cui l'aura mancava!... 
Musa, a mia madre tu ti festi ancella, 
Mi apparisti nei dolci occhi dell'ava 
E della mia sorella.... 

E fui poeta. — Un povero poeta 
Di te indegno, o divina: un sognatore 
Oui mancar l'ali alla celeste meta. 
Ma non mancò l'amore! 



Alla Musa 316 



*« 



Quanti sogni, quante favole, 
Che follie, ohe visioni, 
Non scandemmo, o Musa, al facile 
Rimeggiar delle canzoni! 

Si cantò la luna, il pallido 
Astro immerso nel mistero, 
Si cantò d'amor, di gloria, 
E l'aprile e il cimitero. 

Color bruni e color ceruli. 
Pianti, inganni e dubbio e speme- 
Quanti sogni, quant(3 favole 
Non cantammo, o Musa, insieme! 

Mi credetti il santo apostolo. 
Il Veggente, a quindici anni. 
Delirando nel tripudio, 
Delirando negli affanni. 

Ohi quei d\l... quand'era un subito 
Apparir di giovinetta. 
Nel mio cor — tempesta candida - 
Il baleno e la saettai 

Quando inconscio, ardente, fulgido 
Come i cherubi felici. 
Tutto il cielo eran le vergini. 
Tutto il mondo eran gli amici 1 



316 TKASPARENZE 



Corse ai monti e sull'Ocèano, 
Fantasie di pellegrino, 
Abbandoni, ebbrezze, incurie 
Della vita e del destino 1 

memorie I... beatitudini 
Oome nuvole svanite 1 
miei fiori in preda al turbine, 

mie ninfe incanutite I 

Tu lo sai, Musa, nell'estasi 
Quanto visse il mio pensiero, 
Delirando in mezzo ai pampini, 
Delirando in cimitero l 

Ma orescea nell'ombra, il demone. 
Il gemello inesorato.... 
Innocenza, fede.... — un tumulo 
E un'epigrafe: — Passatoi — 

Disperammo, oh cosa orribile! 
Giovinetti ancora e buoni. 
L'empietà sposando al facile 
Rimeggiar delle canzoni. 

Assai più ohe nella crapula 
Non sian tristi i baci e il riso, 

1 miei versi al fango attinsero 
Ciò che niega il paradiso. 

Pur fra i rovi, in mezzo ai triboli, 
Oggi Satana, domani 



Alla Musa 317 



In ginocchio nella polvere 
Implorando a giunte mani; 

Or frenetico di orgoglio, 
Or gemente e vergognoso, 
Come un uom ohe in una reggia 
Porti un abito cencioso; 

Né in quei dì ohe al voi fantastico 
Del novissimo poeta, 
Che apparìa nel oiel d'Italia 
Come pallida cometa. 

La rugiada dell'encomio 

Pu profusa al mio passaggio, 
E stupii, povera lampada. 
D'esser vista e d'esser raggio; 

Né quel di che un primo fischio 
Mi trafisse a parte a parte, 
Per scoprirmi all'occhio attonito 
Le voragini dell'Arte; 

Musa altera — oh! dillo all'anima 
Ansie ancor del mio destino, 
E susurralo all'orecchio 
Del mio pallido bambino — 

Non un verso a Bruto o a Cesare, 
Non un sol gettato ai venti 
In cui freme e rugge e turbina 
La bufera degli eventi 1 



318 TRASPARENZE 

Non un solo all'empia Satira, 
Alla livida Ironia.... 
Diedi il braccio alla mia patria, 
Le negai la poesia. 

Beli ragli altri 1 — Io, mia Vergine, 
Io ti amai ben d'altri amorii 
Dappertutto dove nuvole 
Van pel cielo o spuntan fiori. 

Dappertutto dove un atomo 
L'universo mi palesa, 
Dove un astro od una lucciola 
Mi rivelano la chiesa. 

Dappertutto, o bionda Vergine, 
mia santa, o Musa mia. 
Fosti il culto e la vertìgine. 
Gaudio, amor, malinconia, 

Di cui fatto ho il reliquario 

Che ognun dee comporsi in terra. — 
Poche perle vi sfavillano, 
Molte lagrime rinserra.... — 

L'uom noi curi o lo ripudiì; 
Non mi cale.... — è l'umil fiore 
Che, borsel dell'elemosina, 
Porrò a' pie del Creatore. 



Alla Musa 319 






E or già comincia ad esser bianco il crine, 
E più spessa sul core 
Cade la neve.... — Svaniron le larve, 
Il sogno sparve. 

Quante stoltezze in questa vita grama, 
Quanto, quanto dolorel 
E come tutto è fumo, e la mestizia 
E la letiziai 

Candida, tu, consolatrice e il biondo 
Crin d'un fanciullo al mondo 
Restate a me; la sorella e la madre 
Son lungi — e lungi è il padre 1 

Pur versi il soffio creatore a questo 
Ingegno infermo. 
Angelo tutelar di e notte chino 
Sul mio destino 1 

Tu ancor mi adduci, solitario e mesto. 
Alla chiesetta, all'ermo 
Del colle, alle fontane, ai boschi queti. 
Sacri ai poeti. 

Mi affacci ancora ai burroni sognanti 
Elfi, gnomi e giganti; 



320 TEASPAEENZE 



Mi insegni il blando linguaggio dei fiori 
E i miti dei colori. 

Leghi il mio spirto al carro di Boote 
Con sottil filo d'oro; 
Mi fai pensoso davanti allo stagno, 
Immobil lagno! 

Tutto ohe in terra fulge o soffre od ama, 
Nell'onta o nel decoro, 
Tu mi assimili, o Musa, e me ne fai 
E ditirambi e lai! 

Amo, per Te, la bellezza gentile 
Del sesso femminile: 
Amo, per Te, la pulce insidiosa, 
E il mosoherin ohe su un verso si posa. 

Amo la casa mia, penso al deserto, — 
All'oasi ed ai ghiacciai.... — 
Oh! come fumo è tutte, e la letizia, 
E la mestizia II... 

Candida, tu, consolatrice, e il biondo 
Crin d'un fanciullo, al mondo 
Restate a me.... — La sorella e la madre 
Son lungi — e lungi è il padre I 

Dicembre 1873. 



Il bruco 321 



II. 
IL BRUCO 

(Versi scritti in giardino.) 

Alla contessa Ermellina Dandolo. 

Mi parve una farfalla, ed era un bruco. — 

Movea sul tavolo 

Coli* incesso di un bimbo o di un bisavolo; 

Zoppicava, aleggiava, 

Certo in cerca di un buco. 

Sul foglio sparso di versi neonati. — 

Rideano i giorni in cui sboccia il sambuco, 

E vanno i grilli a spasso. 

La sempiterna Venere 

Rigonfiava d'amor le foglie tenere, 

E il giardino olezzava, 

E le mandre belavano nei prati. — 

— Che avventura fatai, dimmi, animuocia, — 

Dal tuo pertugio 

Qui ti ha sospinta ad implorar rifugio? 

Porse un ciottol franato, 

una caduta buccia, 

il piò dell'uom che inconsciamente cruccia 

E. PRA.GA. Poesie. 21 



322 TRASPARENZE 



uccide ad ogni passo?.... — 

Il giorno ride ed il sambuco sboccia.... 

Perchè lasciasti gli onici, 

Gli intenti fiori, i ruscelletti fonici, 

La bruna tanicciuola, 

Per errar tutta sola? 

Ira ti spinge nelle vie d'esilio, 

Noia, vaghezza, amore? 

Perchè lasciasti gli acidi 

Succhi delle radici e perchè i placidi 

Sospir dell'erbe che ti fean ventaglio? — 

Va saltellando il grillo: 

La sempiterna Venere 

Già rigonfia d'amor le foglie tenere.... 

Perchè affrontar lo spillo 

E la fiala, il droghiere e l'entomologo? — 

Ma, sordo al mio monologo, 

Il nomade doglioso, 

Coir incesso di un bimbo o di un bisavolo, 

Tutto ha percorso il tavolo, 

E allo spigolo arrestasi 

Come chi apprestasi 

Ad un periglio, volente e restio, 

E s'accomanda a Dio.... 

Ha fatto il salto, è sul terren sabbioso: 

Ogni gleba è montagna, 

Ogni zolla è voragine 1 

Lo strisciante di martire è iraagine, 

È imagine di eroe: 

La scossa foglia il bagna. 



Il bruco 323 

Lo punge il rovo.... ei va, sosta, si arrampica, 

Scende, incespica, cade.... e non si lagna. 

E va, lento, ma va. Dove? alla pergola 

Che ombreggia il pozzo 

Buio, profondo e tozzo. 

Desìo lo assai dell'alto.... — ecco già in tralice 

Lungo il nodoso salice 

Si inerpica e più aderge e più leggiero 

Diventa e meno zoppicante e nero. 

Lo attrae lo screzio dei molli frondami, 

Frasche, virgulti, rami, 

Voluttuoso amplesso I... — 

Di estasiarsi egli desia con esso. 

Ecco, ecco quasi ha raggiunta la festa.... 

Ormai più non gli resta, 

Bruco felice, che avvinghiarsi a un'ultima 

Pensil feluca.,.. — 'Esita ancor.... vacilla 

La debile fibrilla.... — 

Dov'è.... dov'è?... — Die in uno spin di cozzo 

Precipitò nel pozzo 1 — 



Quanti uomini non vidi, al bruco simili, 
Non so perchè comparsi.... 
Non so perchè scomparsi.... 
Dall'Ignoto — nel Vuoto 1 



Adro, ottobre 1873. 



324 TRASPARENZE 



III. 

COLLOQUIO. 

Il Focolare. 

Eccomi lampeggiante 1 

Colla mia fiamma, errante 
Come la tua speranza, 
Sciogliti dalla creta, 
Fantastico poetai 

Il Poeta. 

Piove — dalla mia stanza 
Sento il rombo del volgo... 
Dal fango non mi sciolgo 
Se qualche nuovo Iddio 
Non scende al fianco mio! 

Il Focolare. 

Avrò sconfitta invano 
La salamandra? e il vano 
Grillo ti avrà chiamato 
Inutilmente? e a mille 
Sprecate avrò scintille? 



Colloquio 325 



Il Poeta. 



Ho il cranio assiderato, 
Ho la neve nel cuore.... 
Son solo e senza amore.... 
Povero focolare, 
Per chi deggio cantare? 

Ili Focolare. 

Colle molle mi aiuta! 
Vedi, un tizzo rifiuta 
Di far arco a una grotta 
Dove ti avrei create 
Danze di gnomi e fatel 

Il Poeta. 

La gente mi rimbrotta 
Perchè teoo favello, 
Perchè — o lieto fratello — 
Col tuo raggio tepente 
Lascio andar la mia mente. 

Il Focolare. 

Dalla cappa anch'io sento 
Passar fischiando il vento.... 
Grullo luil — suo malgrado 
La mia caligin bruta 
In nuvole tramuta. 



326 TRASPARENZE 



Il Poeta. 

E già leggendo io vado 
Nei tuoi vaghi rabeschi 
Miniature ed affreschi.... 
Ma a chi, mio focolare, 
A chi posso cantare? 

Il Focolare. 

E per ohi dunque abbrucio e per chi mi consumo? 
Pel genio tuo, poeta, per la tua dolce Musai 
Ohi il canto tuo non ricusa, 
Non rifiutar le tue sante scintille 
Ohe scalderan l'anime a mille a mille 1 

Il Poeta. 
E sia delle mie strofe come avvien del tuo fumol 

Dicembre 1873. 



IV. 

DE PROFUNDIS CLAMAVI. 



È l'ora in cui gli augelli accovacciati 
La testolina ascondon sotto l'ala; 
\je lucciolette ricamano i prati, 
E canta a vespro la fulva cicala. 



De profundis clamavi 327 



Traversa il cielo un vento accidioso, 
Della sua meta incerto e senza lena; 
Al suo passaggio il bosco pensieroso 
Saluta sì, ma rispettoso appena. 

Già nel fosco lontan di quando in quando 
Guizza un baleno debole e perplesso; 
D'amor regna sull'orbe un senso blando, 
E un vago accento di pietà con esso. 

Raccogliti, cor mio, l'ora è solenne 1 
Le rondini più e più stringon le spire 
Dei vispi voli in cui bear le penne, 
E le assai delle gronde il sovvenire. 

Cosi dell'uomo; la flebile calma 
Sull'agonia dell'universa luce 
Alle parvenze del mister lo impalma, 
E a un aitar malinconico lo adduce. 

Raccogliti, cor mio, povero corei 
Raccogliti, e preghiam; la prece è bella 
Qui dove un vale, un s\ del creatore 
Giunge col raggio di ciascuna stella. 

Onnipotente! — ohi fa che non si ammali 
La mia pallida musa, illusione 
Ultima e santa dei miei dì fatali 1... 
' Il mio pan quotidiano è la canzone. 



328 TEASPAEENZB 

Manda sul mio cammino il mendicante 
Ohe guarda in viso e che non sa cercare, 
E allontanami il giorno in cui, tremante, 
Non trovi il soldo da potergli dare. 

Fa che ai coloni del mesto villaggio, 
Non turbi i sonni il perjBdo uragano, 
B sorridan, non curvi, al mio passaggio, 
E i più vecchi mi stringano la mano. 

Ch'io possa sempre adorarti, o Signore, 
Negli astri in cielo, e nei fiori in giardino ; 
Dammi la calma e dammi un po' d'amore, 
E permetti che viva il mio bambino 1 

Agosto 1874. 



V. 
IN PACE. 



Amo sedermi, quando spunta il sole. 
Tra queste blande aiuole; 
Nel silenzio infinito. 
Nella pace profonda 
Ohe il buio orbe circonda. 



In pace 329 

Le perle di rugiada in grembo ai fiori, 
Al par dei nostri amori, 
Dileguano piangendo; 
E ogni calice olezza 
Al par di una carezza. 

Amo la calma ascension di luce 
Sulla montagna truce; 
Il primo alito lieve 
Che vien dalla vallea, 
Bacio, sospir di Dea. 

Amo laggiù fra le tremule foglie 
La nebbia che si scioglie, 
Candida illusione; 
Amo il bruco che primo 
Fa capolin dal limo. 

Amo i rabeschi delle lumachelle 
Cha van sotto le stelle 
Geografi notturni.... 
Spesso in quei solchi tersi 
Trovo le rime ai versi; 

Trovo le rime e le idee peregrine 
Che peli bianchi al crine 
Acorescon di taluni.... 
Mercede unica e pia 
Che la musa mi dial 

Adro, settembre 1874. 



330 TRASPARENZE 



VI. 
ALLA SULTANA 

(Dopo una lettura triste). 

Aiutami a vivere, 
Mia bella sultana, 
La vita dei reprobi 
Volubile e vana. 

Sia sole, sia nebbia, 
M'innonda di baci! 
Se inneggio o bestemmio 
Tu ascoltami e taci. 

Deh!... Taci ed ascx)ltami; 
Mi adora e noti parla! 
L'amore ineffabile 
Detesta la ciarla! 

Di sguardi satanici, 
Di eterei sorrisi, 
I nostri s'infiammino 
Due pallidi visi! 

Paociam delle coltrici 
Gli Elisi e l'Inferno!... 
Si ingoii l'assenzio 
Se manca il Falerno! 



Alla sultana 331 



Te nuda assomiglio, 
Mia carne ideale, 
Al legno d'un feretro 
Che avesse le ale. 

Ohi... I mistici effluvii 
Ohe hai tu nella gonna!... 
Talvolta fantastico 
Ohe il Nume è la donna, 

Ohe l'Arte è la femmina, 
Ohe il cielo è l'amore, 
Ohe il lezzo è profluvio, 
Ohe il fango è splendore! 

Oh!... Oandida, candida 
La nostra cortina 
Da cui, stanchi e lividi 
01 assai la mattina! 

Tu dici: " amatissimo, 
"Sei Giove, e io son Frinel... „ 
Scotendo sugli òmeri 
Le chiome corvine... — 

Rispondo: "— Silenzio.... 
"Non parlo e tu taci!... 
"Ritorna qui al tiepido.... 
"M'innonda di baci!...,, 



Milano, Marzo 1874. 



332 TEASPAEENZE 



VII. 



DA UNA CAMERA AMMOBIGLIATA. 



Quanti vivon cjeroando un po' d'oblio, 
Quanti sono in esilio e quanti in fuga! 
Come si paga d'esser nati il fio, 
Come ogni dì novello è nuova ruga! 

Si canta dagli aitar: "Lagrima e spera!,, 
Ma ohi celebra, mai pianto conobbe, 
Né mai di Nesso la camicia nera, 
Né il letamaio del povero Giobbe. 

Non credo più ohe gioia franca esista, 
Che resti una fé pura in questa terra!.. 
Possi Cassandra eternamente trista! 
Fossi Diomede eternamente in guerra!.. 

Oh! vi potrei strappar, maschere oscene! 
Vi spezzerei, scudi e freocie da nolo!... 
E sapreste che sian quaggiù le pene 
Che all'onestà fan la perfidia e il dolo! 



Da una camera amniohigliata 333 

Ma i miei due passerini han già l'aurora 
Indovinata e la gabbia bisbiglia; 
E il dolce avviso e la pace dell'ora 
A più lieta canzon mi riconsiglia. 

Scendi, nuova canzon, vieni e diventa 
La carezza materna al capezzale 1 
Allontana la sfinge ohe spaventa, 
Patti color di cielo e metti l'ale! 

Rassomiglia a quei poveri augelletti 
Che giammai non mi han fatto un male al mondo. 
Ohe si appagan di miglio e di confetti, 
E ch'ebbi in dono da un artier giocondo. 

E canti il prete: "Soffri!,, e canti: "Sperai,,. 
Se mi dai sol quattro quartine buone. 
Le leggerò a un poeta doman sera, 
giuntami all'albor nuova canzone! 



II. 

CANZONE. 

Nella mia stanza squallida, 
Nell'asil mio negletto, 
Ohi quante volte ho detto: 
Sono tranquilli i dì! 

Son solitario e povero, 
Non ho sorrisi intorno.... 



334 TRASPARENZE 



Ma mi sorride il giorno, 
Ma la mia musa è qui! 

È ver; son solitario, 
Vivo una vita grama.... 
Ma so che al mondo m'ama 
Qualche buon'alma ancor. 

Dal mio pensier le imagini 
Funeste ho cancellate; 
Sono larve obliate, 
Sogni ed ubbie d'allori 

"A Bacco e all'amicizia 1„ 
Dicea l'augusto prete. 
Quando le gambe viete 
Non lo reggevan più. 

Per me Bacco è a Esculapio 
Nemico, e il congedai; 
E l'amicizia è ormai 
Cosa ohe un tempo fu. 

Però nessun mi toglie 
Le dolci ore dell'estro. 
Le rime in cui son destro 
Patte d'argento e d'or, 

Fatte di lapislazzuli. 
Di gemme e perle fine 
Che saran serto al orine 
Del bimbo mio d'amor; 



Versi scritti in un giorno buio 336 

Del bimbo mio ohe medita 
Già sulle sorti umane, 
E sta spezzando il pane 
Del sapere fatai; 

Della mia madre vedova 
Ohe al par di me lo adora, 
E in lui vede un'aurora 
Su un deserto guanoial. 

Mio vecchio Metastasio, 
So incrociar le quartine?... 
Il bimbo ha biondo il crine, 
E la mia Musa è quii 

Nella mia stanza squallida, 
Nell'asil mio negletto, 
Ohi quante volte ho detto : 
Sono tranquilli i dìl 

Milano, Gennaio 1875. 

Vili. 

VERSI SORITTI IN UN GIORNO BUIO. 

Ad Arrigo Boito. 

S'anco accoglier dovesse indifferente 
Un sorriso o una celia il verso mio, 
(Giacché sta tra il passato ed il presente 
il disdegno o l'oblio) 



336 TRASPARENZE 



Voli il mio verso, Arrigo, ai versi tuoil 
S'arain tra loro almen, se più non m'ami; 
Se m'ami ancor, parlino insiem di noi 
Come tu meglio brami. 

Qui vendemmian. Bei giorni, allegre notti. 
Tripudiano le valli e le pendici; 
Si arrotondan nel gaudio, al par di botti, 
Mille pancie felici. 

Son più i villici assai che i gelsi e i rovi, 
Curvi dell'uva al glorioso acquisto; 
Sicché pei colli un angolo non trovi 
Dove sognar non visto. 

E sotto a tanto azzurro e a tanto verde 
Diol come i canti miei rammento mesto! 
Guardo alla vita grama che si perde, 
Agli altri e a me molesto! 

Veggo tutto attraverso un velo bruno, 
E scote appena la mia mente lassa 
La forosetta dall'anche di Giuno 
Ohe mi sorride e passa. 

La sua lieta oanzon va via con lei, 
E un lamento ne fan le lontananze.... 
Quante, oh! quante cosi gioie io perdei 
Di sogni e di speranze! 

Unico, Arrigo, a me resti conforto 
Un cor d'amico, una pietosa fronte 



Versi scritti in un giorno buio 337 

Ohe mi sorrida!,., e crederò che morto 
Non m'ebbe ancor Caronte. 

Te già non colse la terribil fronda 
Ohe uccide il canto, il riso e le carole; 
E splende ancor sulla tua testa bionda 
Un bel raggio di sole, 

E mentre io cerco a quest'etica Musa, 
Ohe m'apparve matrona ed era ganza, 
Ohe il poema promise ed or ricusa 
Perfino una romanza, 

Alcun nobile accento, un'armonia 
Ohe rimi a qaelle che ti piaoquer tanto; 
Mentre mi sdraio nell'inedia mia 
Senz'irà e senza pianto; 

Tu vivi e pensi e lotti e ardisci e speri, 
E, gagliardo, rammenti altri gagliardi 
Ohe non disser al Dio: "Mancasti ieri, 
Quest'oggi è troppo tardi 1„ — 

Ohi te lo invoco, o fratello, o poeta. 
Onnipotente te lo invoco il Diol 
Ohe ai di felici, per guidarti a mèta, 
Ben ti avrei dato il miol 

Mi è fuggito e a te giimge. — Io, da lontano, 
Nella crescente mia ombra perduto, 
Quando, plaudendo, ti diran sovrano 
Del tuo duplice liuto, 

K. Praga, Poesie. 22 



338 TBASPABENZK 



Esulterò come un elett», e ai lieti 
Di ripensando nella nostra speme, 
Griderò: benedetti i due poeti 
S'anoo non giunti insieme 1 

Cereda, 5 Ottobre 1871. 



IX. 

LA STRADA FERRATA. 

A Cleto Arrighi. 

Addio, bosco di frassini ombrosi, 
Ondeggianti campagne di biade! 
Del villaggio tranquille contrade 
Dove giuooano i bimbi al mattin. 

Addio, pace de' campi pensosi, 
Solitarie abitudini, addio; 
L'operaio sul verde pendìo 
Già distende il ferrato cammin. 

Passerà nell'antico convento, 
Sulle fosse dei monaci estinti; 
Se all'inferno non giacciono avvinti 
Lo sa Iddio ohe stupor li corrà! 



La strada ferrata 389 



Dove il cantico, inutile, lento, 
Si perdea per la pinta navata, 
Volerà, dal suo genio portata, 
Via, fischiando, la scettica età. 

Ohe terrori nel nido latente 
Degli ignari augelletti quel giorno! 
Da tugurio a capanna d'intorno 
Che susiirro, che ciancie quel di! 

Ohe dirà questa povera gente, 
Cui repente — il miracolo appare? 
Vecchierelli, aspettate a spirare 
Quando giunta la strada sìa qui. 

Ohe diran gli infelici cui preme 
La tremenda miseria del pane? 
E cui nulla concede il dimane, 
Nella vita, ohe affanni e sudor? 

Quando accanto all'aratro, che geme 
Lentamente nei solchi girando, 
Scorrerà, quasi ai pigri insultando, 
L'uragano del nostro vapor? 

Ahi l'aratro, il congegno diletto. 
Ohe diventa al confronto fatale? 
Veh! Ooll'oro si fabbrican l'ale! 
Veh, se i ricchi le sanno pensar! 

E, tornando al miserrimo tett<j, 
Scorderai! per quel di la canzone, 



340 TRASPARENZE 



B nei sogni la strana visione 
Tornerà nuovi enigmi a fischiar. 

Ma le vispe fanciulle dei campi, 

Ohe cullato ancor bimbi non hanno 
E ancor tutti gli stenti non sanno 
Ohe si sposano ai cenci quaggiù; 

Ma i garzoni che guardano i lampi 
Quando tuona, con ciglia inarcate, 
Ma le donne, filando invecchiate 
Ointo il cuore di arcigne virtù, 

Ohe clamori faran sulla via, 

Quando giunge il convoglio solenne ; 
Ohi dirà di vedervi le penne, 
Chi Satana a tirarlo con sé; 

E del fumo, ohe lento si svia 

Mentre lungi già il treno è trascorso, 
Seguiran quasi estatici il corso 
Brontolando: "No, fumo non è!„ 

Ma i più furbi bisbigliano invece: 
" Sì, che ò fumo, e ai vigneti fatale : 
La campagna di un soffio letale 
Può colpir tutta vasta quant'è. 

Ah il Signor queste cose non fece. 
No, per me; non ci vado in vapore. 
Ehi compari L'asinelio è migliore; 
Questo almeno il Signor ce lo die,,. 



La strada ferrata 341 



Razza mesta, alle celie bersaglio 
Della plebe, cui sopra tu stai. 
Sul mio volto quel dì non vedrai 
Insolente il sorriso a spuntar. 

Ma deposto il mio caro bagaglio 

10 verrò ne' tuoi crocchi festivi, 
Non più in traccia di baci furtivi, 
Ma coi maschi da senno a parlar. 

E dirò: — Questo fischio fugace 
Gira il mondo e affratella le genti, 
Rispondetegli intorno plaudenti, 
Cospargete il gran carro di fior. 

Esso è l'arca novella di pace, 
Ohe i futuri destini rinserra. 
Non più stragi di popoli in guerra, 
Non più schiavi di avaro lavori 

Voleran da villaggio a cittade 
Nuovi patti: cultore e artigiano 
Stesa ai ricchi la nobile mano 
Insiem l'almo edificio alzeran. 

E tesoro di nuove rugiade 

L'umil scienza anche ai cenci concessa, 
Vi dirà, benché in veste dimessa, 
Sante cose, che i preti non san. 

Vi dirà che gli è sacro al paese 

11 sudore dei volti onorati, 



342 TRASPARENZE 



Come sacro è il valor dei soldati, 
Come sacra è la mente del Re. 

Ohe non siete più mandre indifese, 
Voi famiglie dei solchi dilette. 
Ma dal vostro vessillo protette. 
Ma da legge che ingiusta non è. 



Musa mia, perdonami 

Se ti ho costretta a far da moralista 1 

Ma sai quanto mi strazii 

Dei miseri la vistai 

E poiché sì cattolico e stecchito 

Promette poco il parroco del sitcj, 

Musa, a quel primo fischio 

Bravi sarera, se andremo in compagnia 

Nella turba dei poveri, 

Sparsi lungo la via, 

A seminar qualche parola onesta: 

La mission sacrosanta, o Musa, è questa! 

Ma poi pagato l'obolo. 

Ohi niegherà, mia cara, al tuo pittore 
Di spiegar l'ali a sciogliere 
L'inno del suo dolore? 



La strada ferrata 848 



Deh guarda ohe monotona pianural 
Veh in ohe forma han conciata la natura ! 

Il mio convento gotico 

Sparve, e die passo a im rauriooiuolo bianco 

Ohe dritto e ugual due miglia 

Va della selva al fianco. 

Un ridotto di terra alzò la fronte, 

E questo è il nostro fulgido orizzonte. 

Dimmi, in ohe selve vergini 
Anderemo a studiar, Musa, dal vero? 
Di pali il mondo oopresi 
Che pare un cimitero; 
Si abbatton torri e querele e campanili, 
11 cielo è tutto un rabestio di fili. 

Costumi e tipi perdonai, 
Presto la moda viaggerà in vapore; 
Ammireranno i ciondoli 
Villico e pescatore. 
Musai E noi pingerem carta bollata 
E.... oanterem.... la fisica applicata! 



In casa di Cleto Arrighi, 
il 9 settembre 1860. 



344 TRASPARENZE 



X. 

SOLE ASSENTE. 

All'amico Righetti. 

Sole, non io ti accuserò di assenza; 
Gli uomini, infin, che mostranti di bello ? 
Ohe non osan costoro in tua presenza? 
Vieni, vai.... non si levano il cappello. 

Splendi agognando al di della partenza; 
E ristucco di farci il zolfanello, 
Di tanto in tanto perdi Ja pazienza I 
Sole, il mondo è un rachitico fratello, 

Di cui ti stanca la elegante posa; 
E tu cali il telone, schiudi i tubi. 
Lasci la folla vana e vanitosa 

Agli ombrelli, alla noia ed agli incubi; 
E il tuo sguardo frattanto si riposa 
Sopra un abisso di deserte nubi. 

In casa di Cleto Arrighi, 
il 21 dicembre 1862. 



A mia madre 346 



XI. 
A MIA MADRE. 



Ttbi aolae. 



Madre, narrartela 
Vorrei la storia, 
Ma è fumo, è nebbia 
Nella memoria. 

Storia di grandini 
E di vendemmie. 
Storia di lagrime 
E di bestemmie; 

Frutto vermiglio, 
Succo letale. 
Cloaca, empireo 
Di branche e d'ale; 

È piena d'angeli, 
Piena di streghe, 
Di geroglifici, 
D'alfe e di omeghe. 

Vi stride il rantolo, 
Vi scroscia il riso ; 



346 TRASPARENZE 



Tutte le aureole 
Del^paradiso, 

Tutte le furie 
Del folle inferno 
Vi oantan l'epica 
Del Padre Eterno! 

Madre, narrartela 
Vorrei la storia, 
Ma è fumo, è nebbia 
Nella memoria!... 



Però rit;es8Ìmi 
Qualche armonia, 
Che mi risusciti 
L'infanzia mia; 

Qualche episodio, 
Qualche nonnulla.. 
Un capitombolo 
Dalla mia culla. 

Un mal di stomaaj, 
La fanticella, 
1 Magi, i bricioli 
Della scarsella; 

Le panche gelide. 
Le passeggiate, 



A mia madre 347 



L'aitar, le prediche 
Assaporate 

Cogli occhi timidi 
Pisi sui Santi 
Ohe mi guardavano 
Da tutti i canti, 

Mentre dal piccolo 
Libro di prece 
I tuoi sfuggivano 
Cercando invece, 

— Materna imagine 
Di paradiso I — 
Del bimbo pallido 
L'intento viso. 

Ohi sì — ri tessimi 
Qualche armonia 
Ohe mi risusciti 
L'infanzia mia, 

Che mi risusciti 
L'albe svanite!... 
Gioie ed angoscici 
Se voi le dite 

Labbra che il bacio 
Comprime orando, 
Tornerò vergine, 
Robusto e blando!... 



348 TBASPARENZB 

M' udrai ripetere 
Ohe la mia storia 
È fumo, è nebbia 
Nella memoria, 

Ma ohe l'aureola 
Del tuo sorriso 
La muta in estasi, 
Ne fa un Eliso! 

Milano, Aprile 1875. 



XII. 

IL BIMBO MALATO. 



Il bambin ohe cantai nelle canzoni 
Che son piaciute ai buoni, 
È malato, e, tuttor, nel contemplarlo, 
Nell'indagar sulle sue guanoie smorte 
Se al suicidio mi ha dannato Iddio, 
Errarmi intorno mi parea sentire 
L'alito della morte. 

mia ricchezza unica, o bimbo mio, 
Lo sai tu ohi son io? 
Sono il povero armadio e sono il tarlo, 
Sono il raartf^l spietato e il debil muro, 



Il bimbo malato 349 



E in questa yita da cui vuoi sfuggire, 
È da gran tempo che a sarcasmi immani, 
Esterrefatto, induro. 

Eppur se il sole che verrà domani 
Dalle bianche cortine 
Sul letticoiuolo, troverà un sorriso 
Men scolorito sotto il biondo orine, 
E per gli eifluvii del tuo dolce viso 
Io potrò ancora credere e sperare 
Di valer qualche cosa ; 

mio bambino, unica mia dolcezza, 
mio giglio, o mimosa. 
Qui chiamato da un attimo di ebrezza 
Per esser schiavo a un secolo di noia. 
Mi farò ancor cattolico, e all'altare 
Ricercherò di quando ero io pur bimbo 
Lo sgomento e la gioia. 

Mi inchinerò dei serafini al nimbo 
Sulla madonna chino, 
E ginocchioni, e con giunte le manil... 
E dalle pinte finestre i bei santi 
Mi ridiranno ancor le avemarie, 
E svaniran l'ombre del tuo destino 
Nelle fulgenze miei 

Bimbo, non tossir piùl Son tanti e tanti 
Gli error di questa vital... 
Perchè farmi tremar come un pusillo? — 



350 TKASPAEENZE 



Dormi, guarisci, la coltre è pulita, 
Tepida è l'aura e tutto è pace intorno.... 

— Sai ohe per te vo' comperar domani 
Un famoso gingillo? 

Non so se oggi lo vidi, o un altro giorno: 
Rappresenta un pastore 
Ohe accarezza una pecora, e dagli occhi 
Par che la gioia di averla trabocchi..., 

— Non lo infrangere sai, quel dono mio! 
Del pastor che avverrebbe, o santo Iddio, 
Se la pecora muore? 

Gennaio 1872. 



xin. 
IL FANCIULLO LONTANO. 

Quando mi sei lontano 
Il cuor mìo non sa più perchè sia vivo, 
Fanciullo mio giulivo, 
E mi sento infelice in modo strano. 
Quando mi sei lontano. 

Fanciullo mio giulivo. 
Cerco l'oro dei tuoi ricci all'intorno, 
E mi par notte il giorno 
Perchè noi vedo, o viaggiatore estivo, 
Fanciullo mio giulivo 1 



Al mio erede 361 



E mi par notte il giorno 
E l'aer più greve e più cattivo il mondo, 
Bambino mio giocondo 
Perchè sei lungi; e col pensier ti att-orno, 
E mi par notte il giorno! 

Bambino mio giocondo, 

Canta, ridi tra il verde, all'aura fresca; 
Ma poi non ti rincresca 
Pensare ch'io non veggo il tuo orin biondo, 
Bambino mio giocondo! 

Ma poi non ti rincresca 
Pensar che questi tuoi giorni beati 
Son giorni a me rubati! 
Fa che un sospiro al tuo gioir si mesca. 
Ma poi non ti rincresca. 

20 Aprile 1887. 



XIV. 
AL MIO EREDE. 



Io son povero al par di un fraticello ; 
Ma tu sei vispo, rubicondo e bello. 
L'avvenire tu sei. 
L'ultima legge ormai dei giorni miei. 



352 TBA8PAEENZK 



Ti lascio, amico mio, molte sciagure 
Di cui farai tesoro; 

Esse valgono ~ sai? — nell'ore oscure 
Ohi molto più dell'oro! 

Ti lascio i sogni miei, le illusioni, 
Mille imagini gaie, e le canzoni 
Ohe leggerai pensando 
Di chi visse di te, mio venerando. 

Mio bel vecchietto dalle chiome bionde, 
Ohe già osservi e già pensi, 
Cui non giunsero ancor lemuri immonde 
Dall'anima nei sensi! 

Ti lascio il meglio che mi resta ancora: 
Il pio desir di una celeste aurora. 
Dei pedanti il disprezzo, 
E la mania di cercar perle al lezzo. 

Ti lascio — forse — alcune avite botti, 
Il vecchio Dante onde al cielo si arripa, 
E, ausiliatrice di non vacue notti, 
Una eccellente pipa! 

Luglio 1874. 



La basterna di Messalina 353 



XV. 
LA BASTERNA DI MESSALINA. 



Era in legno di cedro all'Asia tolto, 
E in porpora di Tiro, 
E in vaghe piume di colibri avvolto. 
Le gemme, a mille a mille, 
Quelle dei glauchi oceani, 
Quelle cui veglian, nelle grotte buie, 
Gli Incubi, iddii dalle pupille fuie, 
La oospergean di innumeri scintille. 
Rosseggiava il rubino, 
Come attraverso il sole opimio vino; 
Parea ruscello immobile il zaffiro, 
E lo smeraldo egizian splendea 
Del color che, a oiel fosco, ha la marea. 
Ma il topazio, l'elettrica 
Gemma all'oro rivale, 
Quella ohe svia dai cori 
La tristezza fatale. 

L'altre tutte vincea co' suoi splendori. 
E sola era bandita 
Dalla basterna d'ogni onor vestita 
L'amatista pudica. 
Dei folli sogni e dell'oblio nemica. 

E. Peaqa. Poesie. 23 



354 TRASPARENZE 



Non olezzò di ambrosia 
Delle Pimplee la chioma 
Sul fonte di Ippoorene, 
Come, con mossa or vorticosa or lene, 
Quel cocchio, in mezzo ai propilei di Roma, 
E notte e di vagante. 

Era mirra? era nardo'?... Al suo passaggio, 
Ai giovinetti dalla toga bianca 
Salìa pei nervi un fremito, 
E pensavano ai bagni dove Buliade 
E Lidia e Mirra altra non portan tunica 
Che il crin disciolto sulle bianche spalle. 
Quattro chiomati Etiopi 
La sorreggono, e par, tanto han negli occhi 
Splendor misterioso, 
Che di là dentro, il sol voluttuoso. 
Li irraggi della lor terra natia. 

Però, scenda dal Tevere alla valle, 
salga al Campidoglio, 
dai quadrivii del suburbio sbocchi. 
La folla, senator, consoli, schiavi. 
Liberti e sacerdoti. 
Si fanno immoti. 

E fosse anche il pontefice di Giove, 
Errante nella sua sedia di avorio. 
Umilmente si inchina — e si prosterna.... 
È il cocchio imperatorio — è la basterna 
Di Messalina! 



Ballata 356 



XVI. 
BALLATA. 



— Giovinettina pallida, 
Deh mostrami, se il sai, 
Mostrami il mio sentieri 

— Come potrei mostrartelo. 
Se ignoro ove ten vai, 
Leggiadro oavalier? 

— Il tuo labbruzzo è roseo, 
B la tua chioma è d'oro, 
Ove men vada ignoro. 
Ove tu vai men voi 

— Allor tu vieni al placido 
Tetto ove veglia Iddio 
Su un povero pastor: 

Corro à portargli l'umide 
Rose del labbro mio 
E la mia chioma d'ori 

— Se basta amarti, o pallida 
Bimba, per esser tuo. 
Vale il mio cuore il suo, 

E un regno io ti darò. 



366 TRASPARENZE 



Su, monta in groppa! è splendida 
Col oavalier la vita, 
Fuggi, amor mio, con me! 

— La tua corazza è fulgida, 
La spada tua forbita, 
Bella sarei con te,... 

Ma il mio pastor giuravami 
Ohe la Bua vita io sono; 
Pensa, se l'abbandono, 
Ch'egli potria morir! 

— In groppa, in groppa! o pallida 
Bimba, avrai perle e fiori 
Sull'abito nuzial; 

Avrai collana e strascico. 
Avrai profmni e allori 
Sul morbido guanciali 

— Egli morrà, giuravalo.... 
E poi, mio bel Sultano, 
Se non mi dai la mano 
Come potrei salir? 



^ 



Vorrei vederla nuda!... o Anaoreonte, 
, Teocrito, o mio fulgido Orazio, 

Per veder le beltà dell' Ellespon te, 

Dell'Egitto e del Lazio! 



Serenaifa ;j57 

È Frine, il guardo, se lo fa parlare, 
Oom'ella sa per infortunio mio, 
Non l'Areopago può al perdon chinare 
Ma la Corte d'Iddio! 

« 

E se LI tien muto, e se, immobile, finge 
Di non udir ciò che di dirle ardisco, 
Ti dà il vago stupor che dà la sfinge 
Davanti all'Obelisco. 

Se folleggia, se canta, e se m'insidia 
Concedendomi un po' della sua mano 
Pel Dio Termine 1 È Clori, è Pilli, è Lidia 
Ed io sono un romano! 

Nudai... del nonno mio rinnegherei 
La fede, e con qualunque apostasia 
Fuorché nel caso in cui potessi a lei 
Spiegar l'Eucaristia. 



XVII. 
SERENATA. 



Coli' ultima cadenza 
L'aurora in ciei spuntò. 
Coir ultima cadenza 
La bella si svegliò! 



358 TBÀ8PàBENZ£ 

Al davanzal la povera 
Fanciulla accorsa è già, 
Ed occhieggiando mormora: 
— Ohi mai, ohi mai sarà? 

Orsù, guitarra e liuto, 
Una sir venta ancor: 
Orsù, guitarra e liuto! 
Parlatele d'amor! 

D'amor ohe raggi e musiche 
Pan lieto al novo di, 
E ohe si spesso il vespero 
Non sa bear così.... 

Coir ultima cadenza 
lyafiFetto sì destò, 
Coli' ultima cadenza 
La gioia tramontò! 



XVIII. 
ATiLA DUCHESSA E. L. 

TtrtoT «t pietas. 

Duchessa, l'epigrafe 
Del vostro blasone 
Par scritta da un angelo 
Mutato in leone.... 



Alla duchessa E. L. 369 

II motto al mio genio 
Dio forse avea dato, 
Ma l'uom l'ha graffiato, 
Non leggesi piùl 

E ho già la vertigine, 
E ho già la canizie, 
E sent<3 l'esercito 
Dell'ore propizie, 
Ohe lungi perdendosi. 
Velati i tamburi, 
Nei tramiti oscuri 
Mi lascia quaggiù. 

Ma Voi, la fantastica, 
Ohe amate il mio canto, 
Ohe avete nell'anima 
Di tergergli il pianto. 
Di alzarlo sui vertici. 
Di dirgli: OoraggioI 
Di accenderlo al raggio 
Dei nobili amor.,.. 

Voi piena di fascini, 
Voi piena d'azzurro, 
Voi fate i miracoli 
Col vostro susurro.... 
Mi sento ancor giovane 
Per dirvi gentile. 
Per dirvi l'aprile 
Ritorno oantoi'. 



360 TRASPARENZE 



Parlate e, progenie , 
Di giorni dispersi, 
Al vostro ginocchio 
Cadranno i miei versi; 
Parlate, e le imagini 
Verran dalle stelle 
Per farsi più belle 
Tra i vostri doppieri 



Volete la cantica 
Del bruno castello, 
Del paggio, del monaco. 
Del pio menestrello?... 
Le facili istorie 
Del vec<ihio Turpin(.> 
Mi fan cittadino 
Del tempo ohe fu. 

Volete travolgervi 
Tra gli elfi, tra i gnomi? 
Di tutte le silfidi 
So i piccoli nomi; 



Alla duchessa E. L. 361 

Da pari mi trattano 
Le streghe e le fate; 
Mi accordano occhiate, 
Mi danno del tu. 

â– Vi piaocion le musiche 
Dei chioschi orientali? 
Le ho chiuse nell'anima 
Le note fatali; 
Son rose, son mammole 
Ohe voi preferite, 
Son perle rapite 
Nei oeruli mar?... 

Conosco i bei margini. 
Conosco le spiaggie, 
Le grotte, delizia 
Dell'erbe selvaggie, 
Le cime diafane. 
Le glauche scogliere.... 
All'albe e alle sere 
Lh hit viste brillar! 

Volete la nenia 
Dei fulvi ragazzi 
Ohe a Noli riposano 
Sui bianchi terrazzi? 
Si spande per l'aria, 
Dal cedro alla palma 
Si mesta, si calma 
Ohe sembra un Ro<pir. 



362 TBASPABENZE 

La sente e soffermasi 
La donna che reca 
Le olive al suo burchio 
Nell'anfora greca; 
B a notte, dal tacito 
Pendìo che le ascose, 
Le coppie amorose 
Si veggon rediri 

Parlate, sia gemito, 
Sia riso, sia pianto, 
Se è vostra elemosina, 
Se è vostro il mio canto. 
Duchessa, avrà l'iridi, 
L'ebbrezze e i tesori 
Di tutti gli amori. 
Di tutte le fé. 

E quando, dai fulgidi 
Sentier ricaduto, 
Riavranmi le tenebre 
Attonito e muto, 
Né in mezzo al tripudio, 
Che Iddio vi mantenga, 
Più voce non venga 
Ohe parli di me; 

Quel dì sarà il premio. 
Sarà la mia gloria, 
Se i mesti fantasimi 
Tornando a memoria 



Satana e la bottiglia 363 

Ohe in voi si animarono, 
Serafica creta, 
Trovato il poeta 
Del tempo ohe fu. 

Direte: l'epigrafe 
Ohe m'orna il blasone 
. Par scritta da un angelo 
Mutato in leone.... 
n motto al suo genio 
Dio certo avea dato, 
Ma l'uom l'ha graffiato, 
Non leggesi piùl 

Febbraio 1866. 

XIX. 

SATANA E LA BOTTIGLIA. 



Sono colla bottiglia 1 
La mia pugna somiglia 
A quella di Gesù, 
Quando, dal monte, Satana 
Lo fé' guardare in giù, 

— Pensa — il diavol mi dice 
Alla ridda felice 
Ohe ti farò danzar. 
Sarai del oiel più fulgido, 
Più profondo del mar ! 



364 TRASPARENZE 



Ti sentirai poeta, 
Ti sentirai profeta, 
Re, satrapo, pascià.... 
L' illusion baciandoti 
Per man ti prenderà. 

Vedrai l'Iside austera, 
Patta mite e ciarliera, 
Inchinarsi al tuo pie, 
E dirti: "ogni mio simbolo 
Vo' rivelar per te,,. 

Andrai con essa ai lidi 
Dove si fanno i nidi 
Dal tramonto all'albor: 
Dove oompendian gli attimi 
Un secolo d'amor. 

Vedrai colline e valli 
Di perle e di coralli 
h] cieli di zaffir; 
B sarà tanto il gaudio 
Che ti parrà morir! 

Udrai la greca Diana 
E l'ondina Ossì'ana 
Gridarti: -- "Eudimì'onl,, — 
Le abbraccierai, d'eolie 
Cetre <^ di tube al suon. 



Le veglie 365 



Risorgeranno i giorni 
Dell'innocenza adorni; 
Farai ritorno al dì 
Ohe il primo endecasillabo 
Dalla tua penna uscì. 

Ritornerai bambino, 

Vedrai la mamma al vino 
Per te l'acqua sposar, 
Mentre gii altri, bevendolo 
Schietto, parean burlar!... - 

Fu con questo lontano 
Ricordo che Satancj 
li nappo in man mi die. 
Or posso dir ohe il diavolo 
Un mentitor non è! 



1873. 



XX. 

LE VEGLIE. 

A Luigi Chialiva. 



Ohe sarebbe se più non discendesse 
Sulla terra la sera? 
Se più dalle convesse 
Plaghe dell'orizzonte, 



366 TBASP.iKENZE 



Dalla boscaglia nera 

dal ceruleo monte, 

dalla siepe ohe cinge le aiuole 

Più non sparisse il sole? 

II vignaiuol più non verrìa cantando 
La sua dolce canzone, 
La canzon che esulando — 
Dice all'alme perverse 
Quanto all'anime buone 
Fur nelle sorti avverse 
Dona a chi segue la sua legge Iddio 
D'esultanza o d'oblio 1 

Né più il pastore, dalle prime stelle 
Accorto e dalla bruma, 
Giovenche e pecorelle 
Drizzerebbe alla volta 
Del tugurio che fuma; 
E la greggia raccolta 
Più non udria sposarsi alle campane 
Le sommesse litane. 

La madre di famiglia, alma creatura 
Ne' suoi figli vivente. 
Più dall'acre frescura 
Colla voce aspettata 
Al letticciuol tepente 
Trarrla la sua covata; 
Né brillerebbe più la luoernétta 
Della mia cameretta. 



Le veglie 367 

Voi non verreste più, coppie amorose, 
Di ombrie silenti in traccia; 
Nò sull'onde obliose 
Il nocohier, fantasiat<j 
Dalla infida bonaccia, 
Presso poppa sdraiato, 
Cercherebbe il tepor del focolaro 
Ai riflessi del faro. 

Che avverrebbe, o pittore? Addio le tinte 
Delle nubi, procaci 
Come donne discinte 1... 
Quando l'astro già evaso 
Par che di amplessi e baci 
Cosperga il caldo occaso, 
E par che inviti colle fiamme estreme 
Le razze a unirsi insieme! 

Addio susurro di cui Dio soltanto 
Ha la profonda chiave; 
Addio bene compianto 
Degli steli alla luce, 
E il rintocco dell'ave 
Che a meditar ti adduce, 
E l'apparir dei fatui fochi, e il rezzo 
Di cui lo spiro è olezzo! 

Addio lugubri ammanti onde ricopre 
L'ombra i taciti piani. 
Porse in dubbio che l'opre, 
Viste dal sole inerte 



368 TRASPARENZE 



Compiersi dagli umani, 
Posson ferir le aperte 
Unicamente per le cose belle 
Palpebre delle stelle! 



IL 



Mi chiaman pazzo le vicine, e infatti 
Ii'ra tanti matti 
Posso esser matto anch'io. 
Ma, affé d'Iddio, 

Io le sento russar le donniociuole; 
Oppur, da sole a sole, 
Ingiuriar la tepida stagione 
E il sol che va in scorpione.... 
Se pur qualche burlevole c(3mpare 
Dalla bettola giunto 
A giusto punto. 
Non le fa col bastone addormentare. 

Pazzo r e sia. Gelo il verno; nell'estate 
Dalle inferriate 
Mi piove olio bollente.... 
Ma nella mente,. 

Sia verno o estate, io m'ho tante vaghezze, 
Tante nel cor dolcezze, 
E so si bene errar da me lontano. 
Per entro al mondo arcano. 
Che, dican tutti ciò che voglion dire, 



Le veglie 369 

Brilli piena la luna, 

Sia notte bruna, 

Non c'è mai caso ch'io possa dormire. 

Piove? fa vento?... o m'ho un magro tizzone, 
E allor le buone 
Veglie! ancor io sfavillo 
Udendo il grillo. 

Non r ho ? penso a ohi è desto oppur sognante 
In un letto elegante; 
E dico: forse e i bambini e la sposa 
Non ti sanno di rosa 
dome sa a me di ambrosia l'esser solo 
Sotto un povero tetto, 
Ma non soggetto 
Tranne che al mio soffitto e al mio lenzuolo. 

Brilla limpido e puro il firmamento? 
Io mi sto attento 
AU'usignuol che geme: 
Cantiamo insieme 
Agli olezzi, alla pace, alla frescura 
Della molle natura; 

E mille udiarh risposte intorno intorno 
Pino al nascer del giorno!... 
E, dioan tutti ciò che voglion dire, 
Brilli piena la luna, 
Sia notte bruna. 
Non c'è mai caso ch'io possa dormire. 



E. Praga. Poesie. 24 



370 TRASPARENZE 



XXI. 
IN MORTE DI MASSIMO D'AZEGLIO. 



Quando muore un poeta il ciel sorride; 
Quel sorriso lo sente il volgo umano, 
E si guardano in faocia, e li conquide 
Uno sgomento arcano. 

Veggono il genio allor nell'interezza, 
Veggon Dio che all'azzurro il riconduce, 
Lasciando ai vivi un po' più di tristezza, 
E un po' meno di luce. 

Volgo io non son; né attenderò giammai 
Ohe il cimiter si schiuda alle canzoni 
Per amarle e sposare a' vacui lai 

Le balde ammirazioni. 

Però nel giorno ohe un tonfo di bara 
Scote il torpore del mio suol natio, 
Fra i tardi inchini della folla avara 

Posso prostrarmi anch' io 1 

Eravam giovinetti, eravam belli; 
n frutto della vita era ancor fiore 
Che si schiudea fra l'oro dei capelli 
E le perle del core: 



In morte di Massimo d'Azeglio 871 

Non si sapea di patria, eppur s'amava 
Qual della Miisa asilo e della gloria, 
Ch'ora, ironie dell'esistenza schiava, 

Piangon nella memoria. 

Albe, concenti, aureole svanite. 
In Olii fu il mio bambino assorto. 
Voi siete un'altra volta oggi partite 

Col poeta oh'è morto I 

Tu l'avevi abbracciato, Arte divina. 
Col più fecondo de' tuoi casti amplessi; 
Tutti i tesori della tua dottrina 

Li avevi a lui concessi. 

Il desiderio delle ignote vie, 
I connubii dei versi e dei colori, 
L'alte superbie, e le malinconie, 

E i prepotenti amori! 

Ed Ei brillava come un bardo antico 
Dei mercatanti fra l'ignobil gregge, 
Ohe stupito il vedea, del plettro amico, 
A passeggiar le regge. 

Mia madre intanto, imagin benedetta, 
Nella sua sala profumata e fosca. 
Mi dicea di Fiorenza e di Barletta, 

Panfulla e Pieramosoa.... 

Né per mutar d'affetti e d'ideale, 
Né per lotte indurate ad altro intento. 



372 TBASPAEENZB 



Oblierò quel fascino geniale 

Ohe mi fé allora attento 1 

Voi l'obliaste, per viltà grifagna, 
Vecchi poeti in legulei mutati; 
Ed oh! come il mordeste alle calcagna. 
Coi ceffi imparruccati, 

Quando un pensier ohe non è vostro il tenne, 
E alla fucina delle vostre chiose 
La sua fronte magnanima e solenne 
Arditamente espose 1 

E vivo ancora fu chiamato estinto.... 
Or per la terra da cui van fuggendo 
Le caste Muse che la Prosa ha vinto, 
Risuscitò morendo. 

Monti, verzure del suo dolce lago, 
Limpidezze, bisbigli, alta quiete 
Ohe un desio di sparir trepido e vago 
Sull'anime piovete. 

Oh già da tempo al vecchio avventuroso 
Detto avevate che di tutte al mondo 
Le vicende che il fan gaio o doglioso 

La migliore sta in fondo: 

Infranti i ceppi delle forme prave, 
Oome una goccia cader nel tuo seno, 
Morte, tranquillo oceano, soave 

Plenilunio sereno! 

Oonaaio 1866. 



In morte di Abbondio Ghialiva 373 

XXII. 
IN MORTE DI ABBONDIO GHIALIVA. 



Era canuto e amava il orine biondo, 
La gioventù d'Arte e d'Onor vestita; 
Avea lottato come pochi al mondo, 

Senza odiar mai la vita. 

Era il pugilatore e il patriarca; 

Rassomigliava a Spartaco e ad Abramo, 
All'uom che pugna e il campo orribil varca 
Dicendo intorno : " v'amo „. - 

D'alte vicende altamente cercate, 
Di prepotenti affetti e di visioni 
Neir invocato Avvenir divinate 

in le sante illusioni. 

La bella fronte rifulgea. Non disse 
Parola mai blandissima o feroce;.... 
Vedeano il Ver le sue pupille fisse 

Nel tenebror precoce 1 — 

Ohi il focolar dove accogliea gli amici, 
Dove erravan su noi, poveri illusi, 
Come in un tempio l'onde ammaliatrici 
Dei profumi diffusi, 



374 TRASPAKENZB 

Le care istorie degli anni passati!... 
Ai pie dell'Alpi, oltre il mare, avventure 
Fortunose, poesie.... oasi ignorati 

Di sogni e di congiure, 

Epopea di cui rapsode avvilita 
È l'età ohe noi giovani viviaraol... 
Ma panni udir, da questa tomba uscita 

Una parola: "Io v'amo!,, 

Amor sia dunque il motto. Amor di tutto 
Ohe fu culto di lui ch'oggi si plora!... 
Certo egli or geme di vederci in lutto, 
Ma ci sorride ancora. 

31 Dicembre 1870. 



xxm. 

SULLA TOMBA DI L U. TAROHBTTL 



Nato pel cielo, e tutto in quello assorto. 
Spirto in esilio sulla nostra mota — 
Spirto creato per fulgere — e morto 
Come un ilota 1 

Anima invasa da beati inganni, 
Milite sacro ad una santa guerra — 



Sulla tomba di I. U. Tarchetti 375 

Milite già vincente — ed a trentanni 
Posto sotterra! 

Gtentile e casto e intemerato ingegno, 
Amico nostro.... se dal Fato assolto, 
Tu ci potessi dal career di legno 

Sporgere il volto!... 

Se questa terra diventasse vetro, 
E il tuo tramonto diventasse aurora, 
Porse ameresti tu, povero spetro, 
La vita ancora! 

Oh l'ameresti ancor! Ti sovverresti 
Unicamente degli amici buoni; 
Dei nostri viaggi pe' sentieri agresti, 
Delle canzoni: 

Del focolar con cui spesso, col verno, 
Si viveva del prossimo in disparte 
Rimescolando fra di noi l'eterno 
Tema dell'arte. 

Rammenteresti il di, quando s'andava 
Passeggiando e sognando in compagnia!... 
E in tutto e in tutti il tuo pensier trovava 
La poesia. 

Riameresti la vita, Ugo! — la vita 
Che per te fu battaglia e fu vittoria! 
Veh! — la tua fronte austera oggi è colpita 
Da un po' di gloria! — 



876 TRASPAKEKZB 



Né il triste e dolce cammino interrotto 
Rimpiangeresti.... e la precoce meta, 
Se tu leggessi come noi — "qui sotto 
Dorme un poeta „.{*) 

Settembre 1871. 



XXIV. 
MANZONI. 

I. 

O Musa bionda, o giovinetta mia. 
Bella, dolce, soave, 
Ohe mi dici al mattin la Poesia 
Ed alla sera l'Ave.... 

Tu che, in mezzo alla torbida procella 
Di questo improbo viaggio 
Ohe si chiama la vita, una sorella 
E una madre miraggio 

(*) Queste parole si leggono sulla colonnetta che gli amici 
posero sulla fossa del giovine scrittore alessandrino I. U. Tar- 
chetti. 



Manzoni 377 

Dei miei pensieri facesti, o mia Musa, 
Soccorrimi un bel canto 

Ispirami! — ... È una tomba, è muta, è chiusa. 
Ed illumina tanto! 

Ispirami!... La chioma orna di viole, 
Di rose e di verbene, 
E adergi, o Dea, nel sempiterno sole 
Le pupille serene! 

E allor non mi dirai che senti cose 
Da gran tempo obliate; 
E le rime, castissime mimose, 
Non ci saranno ingrate; 

E i bianchi crini del bel veglio, pari 
Ad aureola di santo, 
O'inviteran, come raggi lunari. 
Alla mestizia e al pianto! 

E noi riparlerera di quando ancora 
L'Arte era un sogno vago; 
Era la Notte che aspetta l'Aurora, 
La Ubbia ohe attende il Mago. 

Blanda infanzia! Mia seria adolescenza!... 
Io vi chiamo Manzoni!... 
Dalla sua cetra ebbero forse essenza 
Le mie poche canzoni! 

Sospeso al labbro della madre pia 
Che mi leggea gli Sposi 



878 



TRA.8PABENZB 



Le prime perle dell'Arte oh'è or mia 
In fondo al cor deposi! 

Oggi piangendo vi rammento insieme, 
mia madre, o Poeta!... 
Ella ohe vive di fede e di speme, 
Te arrivato alla metal 



II. 



Volge la nostra età per via funesta; 
Cristo è di nuovo in croce; 
E la vestal nella sua bianca vesta 
Trema e non ha più voce! 

La libertà ohe idoleggiasti l'hanno 
I tribuni e i liberti; 
E i liberi davver mutoli stanno 
D'infingardia coperti. 

Così nell'Arte!... Oh! eran belli i tuoi tempi, 
Goethe, Foscolo... Porta! — 
Una falange di sublimi esempi, 
Una olimpica scorta! 

Noi vaghiam nell'Ignoto. I figli siamo 
Del Dubbio (oh i grandi estinti!), 
Siamo i reietti, i fuggiti da Adamo, 
Dal ciel, dal fango vinti! 



Calendario 379 



E cantiamo una squallida canzone, 
Ohe al tuo sereno irride, 
Una oanzon che muove a compassione, 
Ohe ride e non sorride!... 

Eppur nel fondo vergine del core 
Una fede ci resta, 

Ohe si rivela in preghiera d'amore;... 
E la preghiera è questa: 

Casto Poeta del Buono e del Bello, 
Guardaci ancor dal cielo; 
E sia la croce del tuo sacro avello 
Luce immensa.... non velol 

22 Maggio 1873. 



XXV. 

CALENDARIO. 



PROLOGO. 

Or vi dirò la cronaca dei mesi 
Come narrar la intesi 
Da un certo vecchierello 
Così pulito e bello, 
Cosi dolce e giulivo 
Nei modi e nell'aspetto. 



TRASFABEMZE 



Ohe si sarebbe detto 

Posse per lui la vita un di festivo. 

Amo i vecchietti allegri, 

I bei sorrisi fra i capelli bianchi, 

Gli entusiasmi ohe son giunti integri 

Fino alla porta dell'eterno buiol 

Né ch'io giammai mi stanchi 

Di riporli nel core ad uno, ad uno, 

Di volta in volta che il fatai becchino 

Lì mena via sotto il tappeto bruno: 

Ohe, di sera, al camino, 

Li vo evocando e me li schiero intorno. 

Presiede la mia nonna, 

Con una bianca gonna, 

II colloquio fantastico, ed in mezzo 
A celestiale olezzo 

B a qualche po' di odor di sepultura. 
Medito e scrivo sotto dettatura. 



GENNAIO. 

Gennaio 1 È il mese in cui la Dea Speranza, 
La Dea ohe accanto a me più non ritrovo. 
Fanciulle mie, bussa alla vostra stanza. 
Vestita a nuovo. 

— Oerto quest'anno giungerà uno sposo 1 

— Della miseria romperò l'artiglio! 

— Ritornerai guarito all'aer gioioso I 

— Avremo un figlio! 



Calendario 381 



Fanciulle mie, dalle cantine ai tetti 
Al nascere d'ogni anno è un coro uguale; 
Oantan l'atre galèe, cantano i letti 
Dell'ospedale; 

Il mondo intier canta alla Dea loquace I 
E, prima ancor che un altro mese scocchi, 
Il mondo intiero si ricrede, e tace 

Col pianto agli occhil 

E che perciò? gemendo accanto al fuoco 
Spesso io mi ammiro assai più che nel riso; 
Quell'esser triste e sol mi sembra un poco 
Di paradiso. 

I miei morti mi narrano segreti 
Di radici di fior nei cataletti, 
Di zampilli che fan nei sepolcreti 
I ruscelletti. 

La neye intanto, come ohi dispone 
Una sorpresa, silenziosa e lenta 
Si va aggrappando intorno al mio balcone, 
E mi addormenta. 

Sogno allor le scarpette esposte al vento, 
I magi in viaggio ancor sui dromedari, 
E il gioir delle madri, e lo sgomento 
Dei nonni avari; 



E te sogno, gentil mia creatura, 
Ti sogno addormentata in un 



in un giardino, 



382 TEASPAEENZB 



Più soave, più candida, più pura 
Di un gelsomino! 

E le farfalle colle aluooie d'oro 
Dicon d'aprirsi al bottoncin di rosa, 
E i fior già desti mormoran fra loro: 
"Ohe bella cosa, 

Ohe dolce vista un angioletto blando !...„ 
Tu schiudi gli occhi alle dolci parole, 
E quello sguardo tuo somiglia un brando 
Snudato al solel 

Mi desto anch'io. Penso ai monti agghiacciati. 
Ai pini incanutiti in modi strani, 
Ai mesti casolari abbandonati 
Dai mandriani. 

B mi avvinghio alla stufa: ohi abbracciamenti 
Oh' io prodigo alla bianca ospite caral 
Essa è cortese senza far commenti, 
E mi prepara 

L'intelletto al lavor meglio, assai meglio 
Ohe mi faccia l'amor vivo dell' Ève, 
Dalle braccia di cui spesso mi sveglio 
Gol capo greve. 

Ma cotesto è affar mio; poco v'importa, 
E scusatemi assai se vado a sbalzi, 
Se fo com'un che viaggia senza scorta 
E a piedi scalzi. 



Calendario 888 



Fra un sì ed un no tutto quaggiù tentenna: 
La nube, il Tento, il cuor dell' uomo e il mare. 
Io mi son un ohe quando va la penna 
La lascio andare.... 

Amate i fior? di paglia circondate 
La gracile viola ed il giacinto: 
Alla camelia, alla azalea donate, 
E al variopinto 

Tulipano, ed all'ellera ed al lilla 
L'aure negate alle deserte aiuole: 
Certo anche ai fior pensò chi la scintilla 
Rapiva al solel 

Gennaio 1872. 



FEBBRAIO. 

Coronato di rovi e di pruina 
Ecco il Febbraio. — 
Buone madri, cui desta alla mattina 
La pioggia che vien giù rapida e fina. 
E il canto del rovaio, 
Badate al fanoiullin di quando in quando, 
Se mai la coltre allontanò sognando. 

Triste si fa la vita al cantoniere 
Ed al soldato 
Per gli spalti perduto e le brughiere. 



384 TKA8PAPENZE 



Incertamente le sembianze nere 
Sotto il ciel sconsolato 
Osserva il viaggiator dallo sportello, 
E si chiude più e più nel suo mantello. 

Bimbi, dei frutti dell'autunno amato 
Memori ancora, 

E dell'ultimo grappolo dorato, 
Sapete? è adesso che ai campi curvato 
Il contadino esplora 

La vite, il gelso, ed il pruneto e il pero 
Su cui cova la neve il gran mistero. 

È questo il mese in cui più molce i cori 
L'idea fatale I 

L'augello ai nidi e l'uom pensa agli amori. 
È così dolce un orin che il orin ti sfiori 
Sullo stesso guanciale.... 
E per le gronde il micio esulta e grida, 
E par ohe ai freddi lettiociuoli irrida. 

Esser due nel tepor, due giovinezze — 
Fantastichiamo! — 

Due, l'un per l'altra, due conscie bellezze, 
Ohe più cogli occhi che colle carezze 
Si van dicendo io t'amo. 
Oullati dalla calma e dall'oblio.... — 
Ohi non m'intende non intende Iddio I 

Quanti veglian solinghìi e, mentre i balli 
Del carnevale 



Calendario 385 



Sdrusoisoono fanciulle e guanti gialli, 

Cercan la fonte degli eterni falli 

Di quest'età mortale 

E rugiada di mistici conforti 

In voi, poemi dei poveri morti! 

Beato l'uom che in queste si ricetta 
Sante demenze! 

Esausta all'alba la sua luoernetta 
Tremola e impallidisce, la stanzetta 
S'empie di trasparenze, 
Di visioni e di memorie pie 
Al suon delle lontane avemarie. 

Altri di bianche nudità, di note, 
Di profumi briaco. 
Pallido il core e pallide le gote 
Il selciato di ratte orme percote 
Nel crepuscolo opaco. 
Mentre le belle si tolgon di testa 
Gli estinti fiori dell'estinta festa. 

Misere gioie! oh datemi un giardino, 
Picciol, ferace. 

Per piantar maggiorana e rosmarino, 
E viole del pensiero; e che al mattino. 
Risvegliandomi in pace. 
Io possa dire senz'ombra d'affanno: 
È questo il mese più corto dell'anno. 



E. PBA.GA. Poesie. 25 



386 TRASPARENZE 



MARZO. 

De mémoire de rose on n'a jamaia. 
vu mourir de jardinier. 

Stendhal. 

Sull'infanzia dei germi e delle fronde 
Il marzo sbuffa; alle ospitali gronde, 
Alle tiepide tane 
Fa ogni sbuffo assassino 
Delle speranze dell'aprii bottino; 
E alle rive lontane 
Caccia un popol di morii e di feriti. 
Son sibili e garriti 
E fischiate fesse.... 
Fin le tegole, anch'esse, 
Forse per l'abitudine dei nidi, 
Si oredon rondinelle e volan via. 
Fra le spighe, gli steli e gli arboretti 
È un lottar di equilibrio e di scambietti. 
Per non schiantarsi, agli schiaffi potenti 
Opponendo gli inchini e i complimenti. 

E una lepida quercia a una rugosa, 
Sua vicina dicea: "Monna Ghiandosa, 
Rammentate il seicento? 
Fu in maggio — se non erro — 
Di quell'annata, la maggior tempesta. 
Un mio ganzo, un bel cerro, 



Calendario 387 



Asfissiato mori nel turbinio. 
E noi — bontà di Dio! 
Siam vive e sane, e brille: 
Toccheremo il duemillel,, 
E che pensava il fiorellin divelto, 
Udendo il cicalio della vegliarda? 
Egli, ohe all'alba ancor non era nato, 
Morir canuto a sera avea sperato.... 
Nel fango invece a mezzodì giacea, 
B dolorando l'anima rendea. 



Marzo è nipote di Vulcano e d'Eolo 
Sopra Tonde sbuffanti e sui metalli. 
Oh 1 ben vengano i venti 
A narrarci di cime e di con vai li 
Misteriosi accenti 1 

Parlateci, o loquaci aure azzurrine, 
Zefflri palpitanti! 

Date novella a chi spera, a ohi lagrima, 
Ai delusi, agli amanti! 

Che il vecchio senta, sfiorandogli il orine. 
La primavera in voi! 
Ohe il giovin senta nei novelli effluvii 
Più baldi i nervi suoi. 

Marzo, ohe spargi le siepi di candidi 
Spruzzi e di macchie vermiglie i giardini. 



388 TBASPAEENZE 



Col màndorlo e il sambuco; 

Marzo, ohe chiami da' suoi bui cammini 

Il redivivo bruco; 

Bel forier dell'aprile!... ohi invia nei cori 
Le verdi ilIusYoniI 

Fa sbocciar, come dal sambuco e il mandorlo, 
Fa sbocciar le canzoni. 

E sian canzoni d'avveniri gli amorii 
Gli odii, i dolori... ma nuove 1 
Sian della neve al par, che dalle vecchie 
Tettoie si dismuove I 

Marzo è la Gioia in culla. È il soavissimo 
Primo vagito dell'atteso bimbo I 
E un vero, è una parvenza: 
È la tua bella di cui scorgi il nimbo 
E attendi la presenza! 

Giovinettina dai begli ocx)hi fisi. 
Pallidi adolescenti, 

Andate, andate a cogliere le mammole, 
E ad ascoltare i venti I 

Io, povero poeta, ai vostri visi 
Unir non posso il raiol... 
Cercar non posso al mondo che risuscita 
Nulla, fuorché l'oblio! 

Marzo 1875. 



Calendario 389 



APRILE. 

O primavera, gioventù dell'anno ! 
Gioventù, primavera della vita! 

Creso pagò con lucciole, 
Ed Elena ha sorriso: 
La terra e il paradiso 
Favellano d'amor. 

La timida lucertola, 
Ohe lambe i muri infranti, 
Si arresta a udir dei canti 
E a contemplar i fior. 

Le nuvole sorvolano 
Tutte color di rosa, 
E la gleba pietosa 
Ci«me di voluttà! 

Ecco dagli olmi e i frassini 
La vetustà sparita; 
La selva ha nuova vita. 
Le foglie.... eccole là! 

E colle foglie i nidi. — fanciulletti. 
L'albero rispettate e le sue culle! 
S'oggi rapite i poveri augelletti, 



390 TRASPARENZE 



Doman potrete rapir le fanciulle. 
Dehl serbatele al voi le molli ale.... 
Il volo è l'ideale! 

Credo che i morti stesi nella fossa 
Sentano anch'essi il risveglio d'amore, 
Ohe nude, infrante, gelide quell'ossa, 
L'aprii vi innesti un ignorato fiore. 
— Povero padre! il sole ò cosi bello 
E tu sei nell'avello! 

Laghi, cime diafane, 
Gerule lontananze, 
Dove arcadiche stanze 
Sogna il poeta ancor I»... 

Dove dell'arpa eolia 
Vibra tuttor la corda, 
Dove sospira il giovine 
E il vecchio si ricorda; 

Del sempiterno artefice 
Note, poemi e tele!... 
Come il vento alle veln 
Obi date il volo ai cor! 

Aprii ! dal verno pallido 
L'uomo esce mesto e stanco!.... 
Pongli all'occhiello il giglio, 
Dagli una donna al fianco! 

Aprile 1875. - 



Monaci e cavalieri 391 



OTTOBRE. 

Un lenzuolo di nebbia avvolge il cielo, 
E la pioggia minuta e lenta cade; 
Le colline lontane han messo il velo, 
E di fango si coprono le strade. 

Piangono come vedove le biade 
E l'elegia, battendo stelo a stelo, 
Addormenta le selve e i nidi invade, 
I nidi pieni di piume e di gelo. 

Ohe narrano le goccie ai bruchi erranti? 
Alle b uccie che dice il vento fioco? 
Oh nelle tombe scheletri grondanti, 

Oh beltà, robustezze, a poco a poco 
Scioglientisi coU'acqua, e vegetanti!... - 
E la gente sonnecchia intorno al foco. 



xxvr. 

MONACI E CAVALIERI. 

Ad Arrigo Botto. 

PROLOGO. • 

Se fosse nostro, Arrigo, il secol bello 
Della fervida fede e dell'amore, 
Pensa che tu saresti un menestrello 
i")i nordici liuti animatore, 



392 TBASPAEENZE 



Un giovin paggio 

Tutto pallido e biondo e triste e altero. 

Però sul tuo passaggio 
Castellane, baroni e giovinetti 
Sorridendo dirian: "Dolce straniero 
Cui fan guerra gli affetti, 
E il lungo peplo del poeta ammanta. 
Fermati, e cantal,,. 

Se fosse nostro, Arrigo, il seool bello 
Della fervida fede e dell'amore. 
Pensa ch'io sarei forse un fraticello 
Di tavole e di dogmi indagatore, 
E ohe vivrei contento 
Scordando l'ora e contemplando il poi. 
Però del mio convento 
Tu verresti a fermar spesso alle grate 
Il più tranquillo dei morelli tuoi, 
E, per le vaghe arcate, 
Mediteremmo insiem messale ed arpa. 
Cilicio e ciarpa. 

Ingarmammo i) destino! Una quieta 
Stanzuccia di villaggio — ecco la cella, 
Cella di solitario e di poeta! 
— Da qui, fra l'oro delle bionde anella, 
Rivedo chino le tue gote smorte 
Sul pianoforte. — 



Monaci e cavalieri 393 



Leggi ancora Marcello ogni mattino? 
Io vo a spasso col vescovo Turpino: 
È un vecchio strano e pazzo 
Che mi parla in latino. 
Gli fan codazzo 

Torri di foco e sibilanti draghi 
E fantasimi e maghi, 
E paladini e fate 
Innamorate. — 

Sulla sua mitra poi, spesso, pian piano, 
Compare un nano. 

E il bel mar degli azzurri e delle calme 
Si popola di chiostri e di romiti, 
Ed ecco Abido e il suo serto di palme, 
E il tempio di Memnone, e i monoliti, 
E lontan, per le sabbie e fra gli abissi, 
I crocefissi! 

Ohi pallidezze, aureole, visioni. 
Amicizie ooU'aquile e i leoni, 
colloquii con Dio, 
lott«, o tentazioni, 
visi smimti in mezzo a per gamete 
E cantilene: 

intenti, al suon dei bronzi e dei flagelli. 
Penne e pennelli!... 

Per gli occhi tristi della donna mia, 
Per l'amicizia degli amici buoni. 



394 TRASPARENZE 



Per l'allegrezza e la malinoonia, 
E per l'affetto delle mie canzoni 

10 dico e giuro 

Ohe nel mondo ho vissuto un'altra volta! 

E fu in quel tempo oscuro, 
E credetti e pregai — forse in delirio — 
Come i bimbi e le vergini ohe han colta 
La palma del martirio!... 
Un soffio, ahimè! dell'anima d'allora 
M'agita ancora.... 

M'agita ancora una pietà profonda, 
E, dal cinico ingegno al cor devoto, 

11 desiderio dell'Iddio m'innondai... 

Ma r Iddio del mio tempo è il Nume ignoto, 

Ma sull'altare 

Ride l'augure ancora e il sofo piange! 

Arrigo — odo cantare 

L'organo della chiesa.... — è dì di festa — 
L'armonia che al mio tavolo si frange 
Mi conturba la testa.... — 
Non ti dissi che vivo in ima cella?... — 
— Musa, favella! 

Noli (Riviera di Ponente), 1864. 



Monaci e cavalieri 395 



LA MUSA. 



La Musa. 



Fuggi; fuggi, o poeta, all'armonia 
Dell'organo ululante I 
Oiò che sposa al tuo cor la fantasia 
È la presenza mia, 

È il mio vergine amore, è il mio sorriso. 
Fuggi; l'incenso dall'altar si svia 
E già per l'aria giungono 
Canti di preti e odor di sagrestia. 
Seguimi, amico, sulla gaia spiaggia 
Dove vola l'alcione 
E dove nuota l'anitra selvaggia: 
Da qui l'anima viaggia, 
Da qui si libra alla bella regione 
Ov'oggi il canto è volto, 
Senza la prosa del rossor sul volto. 

La prima chiesa fu il deserto immenso! 

Ili PoKTA. 

E il sacro mare ove beveva il mìe, 
E i fiumi sacri dove 
Bevea la luna!... 

La Musa. 

Il mio peplo di viole 
Trema alle tue parole 



896 TRASPARENZE 



Come a pensier di patria abbandonata. 
poeta, son lungi incenso e stole; 
Qui le vetuste imagini 
Dorraon serene, immacolate e sole! 

Il Poeta. 

B i fiumi sacri ove bevea la luna! 
Spesso il pastor caldeo 
Richiedendo le stelle ad una ad una 
Della errante fortuna, 
Stupito udia cantar canto giudeo 
Le palme montanine; 
E delle greggie le bianclie indovine, 
Alzando il muso, socchiudean le ciglia. 

La Musa. 
Era il suo canto! 

Ili Poeta. 

l^er le sacre grotte 
Tu erravi allora, o vergine, baciando 
Egizie labbra; ed eri tu che a notte 
Squarciavi il velo vaporoso e blando, 
E squandavi la creta e l'uom vedeva 

Il paradiso! 

Tu dei baci del Cristo umida ancora, 
più gentil delle sue cento amanti, 
Tu inebriata della grande aurora, 
Tu che portavi Bull'ali vaganti 



Monaci e cavalieri 397 



Alle figlie d'Adamo e ai figli d'Eva 
Il nuovo avviso! 

Ma le corde del tuo plettro di Tebe, 
Del tuo plettro glorioso ancor vibrante 
D'Ustica lieta sulle verdi globe 
L'ultime lodi a Creta e ad Alicante, 
Musa, il giorno ohe mutasti fede, 
Di', non piangesti? 

Dal buio Olimpo volando al Calvario 
Piena di raggi, non pensavi, o amica, 
Lo smisurato, pallido sudario 
Ohe discendeva sulla corte antica 
Dei vecchi numi, fra le spente tede, 
E i fior calpesti? 

La Musa. 

Piansi l'uom che tessuto l'avea 
Per vicende di noie immortali, 
Piansi l'uomo che gli idoli crea. 
Poi, deluso, ne sfronda l'allor. 

Oh I la fé che guidavami l'ali 
Sul cammino del mio Nazzareno, 
Quando, alzando il bel volto sereno, 
Predicava fra i pargoli e i fiori 

Quando il Sofo dei greci papiri. 
Quando il mago dei miti di Belo, 
Anelante di arcani deliri, 
Vanitoso di occulte virtù. 



f 
398 TRASPARENZE 



Come stelo ohe aggiungasi a stelo, 
Fra i vegliardi e le donne invaghite, 
Prosternava le tempie abbronzite 
Sulle vie della vaga tribù I... 

Ohi l'amor che guidavarai allora 
Non vedea questo orrendo avvenire, 
Non temeva di piangere ancora 
^ul tramonto di un ultimo dU 

Non temea di vederlo morire 
Più oltraggiato, più mesto che in croce, 
Non vedeva la sfinge feroce 
Ohe sull'ara lo spense oosll 

Il Poeta. 

Musa, per le tue guancie di rosa 
Scorre una lagrima 1... 
Lagrima ardente, lagrima sdegnosa. 
Io ti conosco: 

Tu sei quella dell'ira e dell'orgoglio 
E sai di tosco!... 

Tergila, o Musa, il tuo sorriso io voglio, 
Ascolta il cantico 1 



Ad un campanile gotico 399 

XXVU. 
AD UN CAMPANILE GOTICO. 



Posti eretto da uomini orgogliosi 
In un'età di ferro 1 

Nelle viscere tue stan marmo e oerro, 
Bel campanile! 

I tuoi merli son gloria e apoteosi! 
L'ellera vagabonda, 
Agli ermi amica, tutto ti circonda 
Con vago stile! 

I tuoi merli li fé' la durindana 
Tramutata in martello, 
Ond'ò ohe appari simile a un castello, 
mole strana! 



Ti contemplo quaggiù dalla vallata 
Dell'erbe in sullo smalto, 
mio bel campanile, o chiesa, o spalto, 
Ohe il sole indorai 

L'ellera, amica agli ermi, ha incoronata 
La tua vetusta fronte, 



400 tbaspAkenze 



E tu rammenti, o campanile, un monte 
E una calma dimora! 

Come t'aman le rondini fedeli 1 
Al tramonto è una festa 
Di voli e trilli intorno alla tua testa 
Ohe guarda i cieli! 



La tua campana è una nenia soave 
E riverente io l'odo: 
E ripenso ai misteri e a Quasimodo, 
Bel campanile! 

Ohe l'Angelus tu pianga o canti ì'Ave, 
Oanti e piangi d'amore: 
E fai pensare ai poveri e al Signore 
Superbo e umile. 

mole strana! e alle rondini accanto 
L'upupa tu ricetti: 
Da secoli raccogli anche i reietti, 
Oampanil santo! 



Lascierò questa valle; assai lontano 
Forse il destin mi attende: 
Ma per mutar di luoghi e di vicende, 
Muro feudale, 



A Enrico Junk 401 



Ricorderò ohe non t'ho visto invano, 
Perchè in te mi specchiai 1 
Nel tuo destino il destin mio guardai, 
pieno d'ale: 

pieno d'ale, o pieno di mistero, 
Di memorie e d'oblìo. 
Muro triste e leal, mi hai mostro intero 
Il genio mio. 



XXVIII. 
A ENRICO JUNK. 



Della città, madre di inganni e toschi. 
Sei stanco, amico, e aneli ai verdi boschi 
E a un po' d'acqua corrente ; 

A un po' d'acqua corrente in cui si specchia 
La ricciuta fanciulla, oppur la vecchia 
Che ti guarda ridente. 

Aneli alla mestizia solitaria 

Per cui l'arte respiri insiem coU'aria, 

Coll'aria imbalsamata 1 
Vuoi della vita frivola l'oblio, 

da lontan già senti il brulichio 

Di una allegra borgata! 
E. Praga, Poesie. 2 



402 TRASPARENZE 



Di una borgata allegra e faooendiera 
Dove si ciarla da mattina a sera 
Di cento mila cose; 

Dove a ogni angol di muro il sol rischiara 
ombreggia qualche imaginetta cara: 
bimbi, o cenci, o rose. 

Dove il paffuto ostier ti accoglie umano, 
E la cuoca, stringendoti la mano. 
Par che un bacio ti scocchi. 

Dove ti sveglia all'alba il bue ohe mugge 
la giovenca che il figlio ohe sugge 
Contempla coi grandi occhi. 

Ti sveglia, e allor per l'umido sentiero 
Ti affacci all'alma nudità del vero, 
Di cui Siam casti amanti. 

Penna e pennello, un Dio v'agita allora 1... 
Su, facciam le valigie, Enrico, è l'ora 
Di diventare erranti. 

Agosto 1875. 



FINE. 



INDICE, 



TAVOLOZZA. 

I. Per iucomiuciare Pag. 3 

II. Il corso all'alba 7 

III. I pescatori notturni 11 

IV. Alla riva 1« 

V. All'osteria 17 

VI. Ballata alla luna 20 

VII. La morta del villaggio 21 

VIII. Un frate 22 

TX. Serate in mare 24 

X. Sui monti di Noli 26 

XI. Il tempio romano 28 

XII. Il professore di greco 29 

XIII. Suicidio 31 

XIV. Mistero di steUe 33 

XV. Un fiore a suo tempo 34 

XVI. Donne e poesia 37 

XVII. Tutti in maschera 43 

XVIII. Amor ci suscita 44 

XIX. Senz'ali 45 

XX. Larve eleganti . 46 

XXI. Spesso i sogni che all'anima son belli. 47 

XXII. Il poeta ubriaco 48 

XXIII. Ritratti antichi 50 

XXIV. Amor di crestaia 54 

XXV. Assoluzione 55 

XXVI. Orgia 56 

XXVII. Quella ciarliera, Angelica 58 

XXVIII. Verità 59 

XXIX. Nella tomba 61 

XXX. Vecchierelli al sole 62 

XXXI. I superstiti 63 



404 



XXXII. La libreria Pag. 66 

XXXIII. L'inno di Pio IX 73 

XXXIV. Ai colleghi napoletani 74 

XXXV. Oh non passate mai, jìlebi frementi 75 

XXXVI. Consiglio 76 

XXXVII. Commissione 77 

XXXVIII. Stagione propizia 78 

XXXIX. Piccole miserie ivi 

XL, Amici alla porta 79 

XLI. Fanciulla in delirio 80 

XLII. Olanda 81 

XLIII. Vettura notturna ivi 

XLIV. Pittori sul vero 82 

XLV. Ma hello è quando parlano, seguendo 83 
XLVI. Ma chi di voi parlerà degnamente . 84 
XLVII. Pensate a un uom, prigione alla lo- 
canda ivi 

XLVIII, Ma ritornato dalla lunga gita . . 85 

XLIX. Critica d'arte 86 

L. Adorazione ivi 

PENOMBRE. 

Preludio 91 

, Meriggi. 

I. Brianza 93 

II. Egloga 95 

III. Sospiri all'inverno 97 

IV. Nevicata 100 

V. E teco errando, pallida Sofia. . . 101 

VI. Ancora un canto alla luna .... 102 

VII. Libertas 106 

Vili. Musica di chiesa 106 

IX. Memorie del presbitero 107 

X. Noli 109 

XI. Strimpellata 113 

XII. Incontro nel bosco 114 

XIII. Amo il buio e il fragor della fucina. 115 

XIV. Due conoscenze 117 

XV. Pallida, mesta e collo sguardo chino. 118 

Canzoniere del bimbo 119 



405 



Vespri. 

XVI. All'amico Pag. 131 

XVII. La festa e l'alcova 183 

XVIII. Tentazioni 137 

XIX. Eondini 138 

XX. Nox 139 

XXI. I re magi 145 

XXII. L'anima del vino 146 

XXIII. Vegliando 148 

XXIV. Monasterium 149 

XXV. Imbiancatura 153 

XXVI. Dama elegante 157 

XXVII. Dama elegante 159 

XXVIII. Dama elegante 160 

XXIX. Dama elegante 162 

XXX. Seraphina 163 

XXXI. A nn feto 168 

XXXII. Alla poverella della chiesa .... 175 

XXXIII. A Vittor Hugo 177 

domxts-mundtjs 180 

Mezzenotti. 

XXXIV. Dolor di denti 197 

XXXV. Vendetta postuma 199 

XXXVI. Spes unica 200 

XXXVII. Strimpellata 205 

XXXVIII. Profanazioni 206 

XXXIX. A un muricciuol che scalda il sol 

d'aprile 208 

XL. Notte di carnevale 209 

XLI. Parole per via 212 

XLII. Convento ideale 213 

XLIII. Se tu fossi seduta al fianco mio . 215 

XLIV. Miss Vh.... ter 216 

XLV. In morte di un bimbo 217 

XLVI. Armonie della sera 220 

XLVU. Elevazione 221 

XLVin. Orgia 222 

XLIX. Rivolta 224 

L. Esequie 227 

LI, Desolazioni , 229 



406 INDICE 



FIABE E LEGGENDE. 

Olimpio Pag. 236 

l due poeti 248 

I tre amanti di Bella 248 

ri 294 



TRASPARENZE. 

I. Alla Musa 31.3 

II. Il bruco 821 

III. Colloquio 324 

IV. De profundis clamavi . . . . . . 326 

V. In pace 328 

VI. Alla sultana 330 

VII. Da una camera ammobigliata . . . 332 

VIII. Versi scritti in un giorno buio. . . 335 

IX. La strada ferrata 388 

X. Sole assente 344 

XI. A mia madre .345 

XII. Il bimbo malato 348 

XIII. Il fanciullo lontano 350 

XIV. Al mio erede . 351 

XV. La basterna di Messalina 353 

XVI. Ballata .355 

XVIL Serenata 357 

XVIII. Alla duchessa E. L 368 

XIX. Satana e la bottiglia 363 

XX. Le veglie 365 

XXI. In morte di Massimo d'Azeglio . . . 370 

XXU. In morte di Abbondio Chialiva ... 378 

XXIII. Sulla tomba di I. U. Tarchetti . . , 374 

XXIV. Manzoni 376 

XXV. Calendario 379 

XXVI. Monaci e cavalieri 391 

XXVII. Ad un campanile gotico 399 

XXVIII. A Enrico Junk 401 



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