Skip to main content

Full text of "Poesie milanesi. Edizione fatta sotto gli auspicî della "Societa del Giardino" per commemorare nel centenario della morte il poeta, che ne fu socio"

See other formats


3 



jo-^ 



POESIE MILANESI 

DI 

CARLO PORTA. 




/><^Yj,^^jÀ^j/^ ^2, 



/ />/#■ 



CARLO PORTA 



<77a<o a Qllilano nel 1776. Studiò dai §esuiti ói Qllonza e nei Seminario ài 
<JIlilano. ^Destinato agli impieghi, fa mandato nel 1 796 a Q)enezia, ove ebbe oc- 
casione ói scrivere versi in dialetto veneziano, "tornato in patria, la lettura so- 
pratutto óel balestrieri lo indusse a scrivere nel dialetto proprio. Ee critiche 
scurrili rivoltegli in un almanacco milanese da un parrucchiere, per poco non lo 
distolsero dal poetare. Sposò QJincenza ^prevosti, vedova branco. Ba sua discen- 
denza vive ancora in QRilano. Illibato funzionario, fu negli ultimi anni cassiere 
generale del QTZonte dello Stalo. 

QUorì il 5 gennaio 1821. 



POESIE MILANESI 



DI 



CARLO PORTA 



Edizione falla sollo gli auspici della "Società del 

Giardino " per commemorare nel cenlenario della 

morie il *Poeta, che ne fu Socio. 




ROMA - MILANO 

Edizioni a. Mondadori 

1921 



M-1 30 
P7A17 

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA 



I diritti di riproduzione e traduzione sono 

riservati per tutti i paesi, compresi 

la Svezia, la Norvegia e 

l'Olanda 



Copyright by Casa Ed. A. Mondadori 
1921 




775978. 



/•Wk /«wk J^k >»'«k /•»•-/•*•>. -•'^•k ^•'•^ -^•^ '•''»>>•" «^ '•"•^ >•"» -^^ 



'PROEMIO 



La Socieià del Giardino {1 783-1921) con giusto orgoglio 
annovera fra i suoi antichi piit illustri soci Carlo Porta, che vi 
appartenne dal 1808 al 1821. Volendo l' ultrasecolare soda- 
lizio, com'era doveroso, commemorare degnamente il grande 
poeta milanese nell'anno centenario della sua morte, prescelse, 
fra le Varie forme di onoranze, la pubblicazione delle sue opere. 

Le poesie di Carlo Porta, dopo un secolo, non hanno per- 
duto il fascino primitivo della bonaria arguzia paesana, tanto 
cara ai nostri avi. Una nuova loro pubblicazione se, come forma 
d'omaggio, parve la manifestazione piit elevata e dignitosa, po- 
steriori avvenimenti mostrarono che fu anche la pili opportuna. 

Per il centenario portiano il nostro mondo letterario era 
nella più viva attesa dell'edizione critica e storica delle opere 
complete del Porta, promossa da Carlo Salvioni, il valente pro- 
fessore di storia comparata delle lingue classiche e neolatine, 
condotta con intenti sistematici e scientifici, e con metodi inno- 
vatori. Una morte prematura troncò il poderoso lavoro. Ora 
si attende chi possa raccogliere la preziosa eredità, e colla do- 
vuta preparazione, assolvere l'arduo compito. 

Per questa inattesa perdita, il centenario ci sorprese colle 
edizioni delle opere portiane intieramente esaurite. Di fronte 



a questa grave lacuna, la Società del Giardino vieppiù inco- 
raggiata dalle circostanze, e sorretta anche dal Voto di egregi 
e benemeriti cittadini, si accinse a pubblicare questa nuova edi- 
zione, la quale se non pretende di avere gli intenti scientifici 
della desiderata edizione Salvioni, può tuttavia rispondere alle 
giuste esigenze degli ammiratori del poeta. 

Esclusa l'idea di compilare un'Antologia, prevalse il con- 
cetto di ristampare integralmente quelle poesie, che l'autore 
stesso vìvente riconobbe migliori, affidandone la pubblicazione 
al Cherubini {Milano, Pirotta, 1817), e le altre postume, che 
Tommaso Grossi, amico, collaboratore ed erede spirituale del 
Porta, divulgò nell'edizione del 1821 . La specifica competenza 
filologica di Francesco Cherubini, e il gusto squisito del Grossi, 
giustificano la preferenza data al testo da loro adottato. 

Siccome però la riproduzione fedele delle due prime edizioni 
avrebbe privato i lettori della conoscenza di altre composizioni, 
indubbiamente autentiche, ed in parte già note attraverso le 
postume edizioni, nelle quali la censura austriaca era stata 
meno severa, così fu ritenuta opportuna anche la loro ristampa, 
comprendendovi alcuni lavori d'occasione, che il Porta scrisse per 
la ristretta cerchia dei suoi amici della Società del Giardino, la- 
vori che necessariamente non dovevano mancare in questo volume. 

Nella presente edizione per la prima volta è indicata la 
data cronologica di ciascuna poesia, dedotta dallo studio postumo 
del Salvioni, edito l'anno 1920 ne//*Archivio storico lombardo, 
sul quale richiamiamo l'attenzione di quanti volessero maggiori 
schiarimenti in proposito. 

L'illustrazione del testo Venne con illimitata fiducia affidata 
alle intelligenti cure di persone competenti, quali il Prof. Carlo 
Reale e r/ Dott. Ettore Verga, direttore dell'Archivio storico 
civico, esimii interpreti del pensiero portiano, coadiuvati dalfamico 
Dott. Marco Magistretti, già storiografo della Società del Giar- 
dino, quale altro studioso e diligente indagatore di memorie 
cittadine. • 



- 7 - 

La sobrietà delle loro noie, serìza scapilo della chiarezza, 
come melte ogni lellore in condizioni di afferrare i sali e il 
senso delle voci usale dal poeta vernacolo, così illustra date, 
Jatti e indicazioni topografiche, senza le quali sarebbe impos- 
sibile penetrare lo spirito delle allusioni, note ai contemporanei, 
ma inesplicabili dopo un secolo. 

Non ultimo pregio della nuova edizione è il glossario posto 
in fine del volume; questo, che può rappresentare un'appendice 
ai vocabolari del dialetto milanese, indicando le note ove le 
singole voci furono spiegale, offre il vantaggio di facilitare al 
lettore l'intelligenza del testo, senza moltiplicare inutilmente le 
note illustrative, e aumentare la mole del volume. 

Al testo facciamo precedere uno speciale studio storico, nel 
quale un nostro socio, l'avvocalo Pietro Modini, senza pretese 
letterarie, illustra i rapporti del poeta colla Società del giar- 
dino, e, interprete dell'animo del Sodalizio, reca nella tratta- 
zione dell'interessante argomento tutta la devozione di lardi 
amici e di convinti ammiratori. 

Segue il magistrale lavoro "Milano ai tempi di Carlo Porta" 
dovuto alla facile penna di E. Verga, che ci offre una pitto- 
resca visione dell'ambiente, in cui visse il poeta, e dove la sua 
ardente fantasia spaziò, per creare i suoi capolavori immortali. 

E poi il testo. Questa edizione quindi non avrà l'usata 
prefazione, e cioè quel compendio biografico, analitico, didattico, 
oggi tanto pili importante, quanto più si sono diffusi coU'amorc 
agli studi, la ricerca e l'esame diretto dei documenti, lo spirilo 
polemico degli scrittori, e lo spirito critico dei lettori. 

A chi ci chiedesse la ragione di questa voluta ammissione ri- 
spondiamo che, in causa certo della difficile ora presente, non 
può essere sfuggito all'attenzione del pubblico che nelF attuale 
ricorrenza la memoria di Carlo Porta è stala onorala piti cogli 
scritti, che coi fatti e con l'opere. 

Ci fu, è vero, il coro delle buone laudi, ma non tacquero 
voci autorevoli, che pur non negando al Porla di aver toccalo 



nella poesia dialettale il fastigio, vollero sommessamente riac- 
cendere antiche accuse al poeta ed all'uomo, non perdonandogli 
in un suo genere d'arte in cui eccelse, la satira, il suo male- 
volo scetticismo, la grossolana indifferenza, l'ostile irreligiosità, 
che lo mettono al livello di un enciclopedista di seconda mano. 
E di deduzione in deduzione si arrivò al dubbio che la religiosa 
pietà del suo fedele amico, con benevola menzogna, gli abbia 
attribuito, dopo la sua morte, versi non suoi per coreggerne la 
figura morale, e rabberciarne la fama ! 

In tema di Verismo e pornografìa, si riprese a discutere se 
il turpe e l'osceno, quando siano scritti a scopo satirico e con 
intento correttivo, possano o no essere accolti in arte. Né man- 
carono polemiche sulla figura politica del poeta, sulla sua sin- 
cerità e coerenza. 

Esaminare e discutere questi gravi problemi, sarebbe un'ardua 
impresa per i compilatori di un libro, che non ha carattere 
scientifico o polemico, e intende rimanere spassionato e obbiettivo. 
Alcuni argomenti d'altronde, che potrebbero costituire la prefa- 
zione, entrano già occasionalmente nel primo dei ricordati studi 
dei nostri collaboratori. Nulla quindi si toglie al pregio intrìn- 
seco dell'opera, se non aumentiamo la mole delle dissertazioni 
su questioni abusate, che riteniamo in gran parte giudicate e 
risolte. 

Carlo Porta non è del resto di quelle figure terribili e com- 
plesse, di cui la storia ci offre a grandi intervalli l'esempio. Se 
c'è un uomo, la cui figura morale e politica e la cui opera let- 
teraria possono essere accettate così come sono, questi è Carlo 
Porta. 

Come uomo, s'egli fu buon amico, buon padre dì famiglia, 
buon cittadino, buon amministratore del pubblico denaro, poco 
ci dobbiamo curare se non fu anche un eroe. Un altro grande 
scrittore non fu più eroico dì lui, e a questi nulla fu tolto o 
menomato della sua fama. E mentre la severa censura costrìn- 
geva e dosava all'epìgrafe del Porta lodi e dizione, all'epigrafe 



— 9 - 

dell'altro concedeva di fregiarsi del morxHo darìiesco " Onorate 
le ceneri deU'altissimo poeta' '). 

Più che dioersilà di valori, dioersità di fortuna, che il tempo, 
buon giustiziere, viene a poco a poco mitigando e correggendo. 

Come poeta, certo è che il Porta, quale irriducibile nemico 
delle irrealtà del classicismo, fu un tipico personifìcatore di 
un'arte, eminentemente realistica e rappresentativa. Come tale, 
ebbe tutti i difetti delle sue qualità, difetti però ch'egli mai non 
si curò ne di moderare né di nascondere. Modesto com'era, e 
vivendo in un'epoca, in cui il verseggiare in vernacolo milanese 
era comunissimo a buoni letterati ed artisti, quanto a poetastri, 
almanacchisti o barbieri, non è a meravigliare se il Porta non 
avesse creduto mai seriamente alla grandezza e all'immortalità 
della sua fama. E i fatti, a cominciare dalla dispersione delle 
sue ossa, nella città che fu sua, parvero fino a un certo punto 
dargli ragione. 

Incurante cosi degli obblighi che derivano dalla gloria, egli 
forse nulla fece per imporsi freni, pose, atteggiamenti. Egli scri- 
veva dictante Deo, per creare, e pel bisogno di esprimere il 
Vero. E siccome il vero ha confini più vasti del lecito, si può 
facilmente comprendere come nel raggiungerlo, egli abbia po- 
tuto Varcare talora i mal certi corrfini, segnati dagli usi e dalla 
morale. 

Se talune di queste divagazioni, che non erano fine a sé 
stesse, com'egli confessa nell'umile sua lettera al figlio, possono 
essere riprovate ed escluse, in compenso però quanti tesori di 
verità, di sincerità, di efficacia, quanta Jorza creativa egli seppe 
trarre dallo studio diretto e immediato del Vero, e anche, aggiurr- 
geremo, quanta Jorza morale ! Il Porta nella pittura dei vizi e 
difetti di certe classi fu un grande, un eccezionale castigatore 



I) La Upide che copriva la tomba di V. Monti è ora collocata vicino 
a quella del Porta nella cripta della rinnovata chiesa di S. Gregorio, dove 
sono raccolti i re«ti dell'antico cimitero, dello stesso nome, all'epoca della cui 
soppressione le ceneri del Porta andarono disperse. 



— 10 — 

di costumi, perchè il giudizio e la condanna scaturivano natu- 
ralmente dalla stessa potenza rappresentativa della realtà. 

Nello smisurato campo dell'arte possono entrare tutte le ten- 
denze, le più diverse, le piti opposte. Ed è perciò che noi, ri- 
nunciando a discussioni e confronti, accettiamo l'opera di Carlo 
Porta così com'è, allo stesso modo che in pittura si può ammi- 
rare l'arte grandiosa e composta di Antonio Van T)yck, nelle 
sue composizioni storiche e religiose, senza ripudiare il mirabile 
verismo di T)avid Teniers, coi suoi angiporti, stamberghe, fiere, 
taverne, botteghe, baccanali e mercati. 

Liberi tutti di preferire un genere d'arte ad un altro. Ma 
quando la Fama ha consacrato i capolavori, noi, entrando in 
quei santuari dell'arte, che sono chiese o musei, dobbiamo chi- 
narci collo stesso rispetto davanti al Cristo schernito o ai ritratti 
Spinola di Van Dpc^, come davanti alle Kermesses di Teniers, 
anche se in taluna di queste sorprendiamo figure nelle schiette 
attitudini di chi faccia ^d'ogni libito licito^. 

Per la grande gioia degli spiriti umani la natura ha varia- 
mente distribuito i suoi doni. Il nostro patrimonio intellettuale 
si arricchisce per questa provvidenziale diversità di attitudini. 
È necessario che i grandi ingegni seguano e si abbandonino 
alle loro naturali inclinazioni. Quai se Carlo Porta si fosse 
proposto di scrivere inni sacri e Alessandro Manzoni poesie 
giocose ! 

Per il Consiglio direttivo della Società del Giardino 
IL PRESIDENTE 
GIUSEPPE DE CAPITANI D'ARZAGO 

Deputato al Parlamento. 
Milano. 15 Aprile 1921. 



ifcSfeiSHJSt**** 



CARLO PORTA 
E LA SOCIETÀ DEL GIARDINO 



All'epoca di Carlo Porta fioriva in Milano la Società del 
Giardino, che contava allora già molti anni di vita, essendo stata 
fondata nel 1783. Un ragionier Francesco Bolchini aveva riunito 
un piccolo gruppo di buoni ambrosiani, apf>artenenti alla minuta 
borghesia ed al commercio, per esercitare lo sport semplice ed 
igienico del giuoco delle boccie, allora molto diffuso non solo fra 
le classi popolari (come è tuttora in Lombardia) ma anche fra 
le agiate e benestanti. Era l'aureo periodo della patriarcale sem- 
plicità dei costumi e delle abitudini. 

Le origini e le prime forme di vita della Società furono 
assai umili e modeste, di una semplicità quasi francescana. Il cori- 
tributo annuo era di uno scudo ai Milano. Le prime sedi veni- 
vano scelte presso osterie eccentriche o suburbane. La primissima 
sede fu all'osteria della Stadera, a Porta Orientale, vicino al fami- 
gerato teatro dello stesso nome. Ai soci bastava un rustico giardino ; 
anzi in origine il solo giardino, senz'altro ricovero, era l'elemento 
indispensabile per le loro riunioni. Di qui la ragione del nome 
un po' arcadico. La Società del Giardino, che ebbe sempre a 
conservare. 

Fino al 1791 la sede della Società non era fissa: era l'epoca 
delle sedi vaganti. Un giardino veniva affittato nella primavera. Il 
giuoco delle boccie e un mazzo di tarocchi era tutto il patri- 
monio sociale. Solo in via della Cavalchina la Società, oltre a 
questo possedette " numero 12 sedili liscati e un tavolino eguale ". 
Come si vede, un vero lusso! 



— 12 — 



Al giungere dell'inverno la Società, formata da circa una 
trentina di membri, disdiceva il contratto d'affitto ; ma non si scio- 
glieva, e si riuniva al noto caffè Cambiasi, di fronte al teatro 
Grande (la Scala), dove teneva la propria braserà (cosi detta, 
dallo stare riuniti intorno al braciere) fino alla buona stagione, in 
cui sì decideva la scelta della nuova sede. 

Nel 1791 la Società ebbe finalmente, per quanto semplice, 
una sede fissa a Porta Nuova, nello scomparso vicolo dei Ponzi, 
ove prese in affitto un giardino e una camera, ed ove un ineso- 
rabile sgrammaticato locatore, che si firmava " Remiggio Impera- 
tori " non mancava di dichiarare nelle ricevute d'affitto che il 
mobiglio di detta stanza era di " sua esclusiva raggione e che 
solo gli assami sono di raggione della Società ", documenti che 
illustrano ancora l'insigne modestia di quella Società, che avrebbe 
un giorno occupato il magnifico palazzo Spinola. E pare anche 
che la Società dividesse il giardino con una fabbrica di candele 
di sego! 

Eppure v'era in compenso la gioia degli spiriti semplici, 1 aria 
libera, e il " silenzio verde " degli orti suburbani, e quei lunghi 
e calmi pomeriggi estivi, e quei dolci tramonti lombardi, che 
Stendhal (il futuro ospite ed amico della Società del Giardino) 
chiamò i " suoi riposi spirituali ". 

Essendo il numero dei soci andato aumentando, nel 1794 si 
pensò di trasportare la sede nel cuore della città, in via Due Muri, 
presso il Coperto dei Figini. 

Da allora si inizia quella forma completa e dignitosa di vita, 
che preludia al prossimo incremento, che si raggiunge col trasporto 
della sede in via Clerici, nella casa allora Sangiuliani (ove ora 
esiste il Banco Ambrosiano), dove si trascorre un periodo breve, 
ma meraviglioso di prosperità e di crescente fortuna dal 1 802 fino 
all'acquisto e al definitivo installamento nello storico palazzo Spi- 
nola di via San Paolo (1819). 

Ciò fu dovuto all'aumentato numero dei soci, ai maggiori pro- 
venti, alla migliorata organizzazione, all'affluire di soci influenti e 
facoltosi. Si aggiunga che colla cessazione della " Nobile società " 
il Giardino rimase per parecchi anni l'unico circolo milanese, che 
meritasse questo nome, fino alla ricostituzione, avvenuta più tardi, 
del " Circolo dei nobili ". 

Ma più che tutto ebbe un'eccezionale influenza il periodo fa- 
stoso e febbrile dell'epoca napoleonica, nella quale Milano rimase 
per alcuni anni la metropoli di un vasto conglomerato di territori, 
dove, malgrado le continue spogliazioni, si viveva, fra il turbinare 



13 - 



dei forestieri, riella più spensierata gaiezza, vera Bahylo minima, 
come fu allora definita. 

Un grande testimonio di quel periodo fortunoso fu Carlo Porla, 
il tenace odiatore " di foresiee ". Egli chiese di far jmrte della 
Società del Giardino nel 1 808, e vi fu ammesso il giorno 8 Maggio, 
su proposta del socio Cucchi. 

Certamente il Porta contava dei vecchi amici in Società, come 

3uel Bolchini, che ne fu il fondatore e per quindici anni presi- 
ente; e siccome egli amava spesso visitare le osterie suburbane 
e vi dedicava dei brindisi (alcuni rimasero famosi), dovette certo 
aver conosciuto le eccentricne e rustiche sedi primitive di quel- 
l'accolta di autentici ambrosiani, in mezzo ai quali ritrovava il suo 
buon ambiente nostrano, a lui tanto caro, e da lui tanto difeso 
contro l'invadenza straniera. 

Nella nuova sede di via Clerici, all'epoca della sua ammis- 
sione, il Porta trovava però la Società radicalmente trasformata. 
All'elemento originario un jx»* democratico, era venuto a mescolarsi 
e forse a sovrapporsi, per le ragioni ora ricordate, un elemento 
più scelto e aristocratico. Troviamo fra i soci d'allora un prin- 
cipe Falcò, un Visconti, un Gallarati. Cogliati. Venino. Monti- 
celli, Albrisi, Barni, Lechi, Manzi, Sormani, Tomielli, Silva-Ghir- 
landa, e molti altri nomi dell'aristocrazia lombarda, misti ad altri 
dell'alta borghesia, del commercio, dell'arte. 

Come doveva trovarsi il Porta in questo ambiente? Da alcuni 
fu asserito che egli fosse un feroce odiatore dei nobili, come di 
preti e frati. Ciò non è esalto. Egli era uno spietato flagellatore 
dei vizi e delle debolezze di una casta, ma non un demolitore della 
casta stessa. Che se nelle sue poesie usava volontieri il più fiero 
sarcasmo contro indegni ministri della Chiesa, noi vediamo, per 
esempio nel Miserere, che mentre egli fustiga il poco edificante 
contegno de " duu slrafusari de prel vicciurinait " nello stesso 
tempo si professa credente e osservante; e che quando gli si 
offriva l'occasione, sapeva lodare i sacerdoti onesti con espres- 
sioni inusitate di rispetto e di dolcezza, come nella pittura che 
fa nella " guerra di pret " del buon " curat de San Sist. don 
Fiiittuos ". 

Lo stesso possiamo dire dei suoi rapporti colla nobiltà. Al- 
l'epoca di cui parliamo, la rivoluzione francese aveva scosso nelle 
sue solide basi alcune vecchie istituzioni, e molte idee erano con- 
siderate rancide e travolte, di fronte al soffio novatore che spi- 
rava d'oltralpe. Alcuni rappresentanti della casta nobiliare mal 
sopportavano di dover rinunciare a privilegi indiscussi, e ad abi- 



- 14 



tudini inveterate, che accompagnavano spesso, insieme coll'alterigia 
atavica, la più crassa ignoranza. 

" Era da questa ridicola sopravivenza del passato che il Porta 
traeva le sue più felici ispirazioni, per colpire a sangue in mira- 
bili capolavori quei boriosi rappresentanti di una incorreggibile va- 
nità di casta. Ma egli non era un demagogo sistematico. Anzi 
non si mostrò mai molto tenero per mode o tendenze che venis- 
sero di Francia. Pur sapendo non essere strisciante e servile, 
conservò sempre ottime relazioni con famiglie aristocratiche. In 
Monte Napoleone alloggiava nel palazzo Taverna, ed era intimo 
della nobile casa, come era amico dei Verri. Alcune sue poesie 
sono dedicate a nobili famiglie milanesi. Ma nel medesimo tempo 
quando voleva colpire persone, abitudini, costumi, era inesorabile. 
Nelle invettive fu flerissimo, quasi brutale (vedere i versi contro 
Don Carlo Verri in difesa del Bossi; il sonetto ^ sissignor, sur 
marches, lu l'è marches ") e nella pittura del mondo " di damazz " 
e dei ^ damm de condizione fu inarrivabile. 

Il Porta deve aver quindi conservato buoni rapporti con tutti 
i soci. Lo prova il fatto che quando egli, dopo molti anni, ma- 
lato e ipocondriaco, si appartò dalla Società, e scrisse quella stu- 
penda satira " El casin di andeghée " (che, come vedremo, era 
la Società del Giardino) colpì in lungo e in largo i più diversi 
tipi di soci, ma non fece nessuna allusione a speciali difetti o 
mende nobilesche. 

Si deve dedurre che il Porta abbia trascorso lietamente gli 
ultimi anni di sua vita nell'intima cerchia dei suoi nuovi amici, e 
che in mezzo a loro avrà profuso i minuti tesori delle sue osser- 
vazioni, del suo umorismo, delle sue arguzie, dell'inesauribile sua 
vena poetica. Si è sempre scritto che il Porta, mentre coi suoi 
versi faceva ridere gli altri, era di umore triste e melanconico. 
Anche questo deve essere in parte inesatto. Carlo Porta morì 
di ancor giovane età per una malattia ereditaria, la podagra. Era 
naturale che di mano in mano che il male faceva progressi, il suo 
umore si andasse esacerbando. E quando scriveva quella " lettera 
a on amìs " 

Sont staa in lece des dì infilaa 
Cont la gotta in tutt duu i pee, 

e, descrivendo i suoi poveri arti ammalati, concludeva che era 
arrivato 

a fa compassion 

Fina a on pret che viv d'esequi. 



15 — 



non poteva certamente essere allegro. Ma il fondo del suo ca- 
rattere doveva essere gioviale. Anche quando era a Venezia, man- 
datovi dal padre nel 1 798, per fare gli " emarginati " all'imiicrialc 
archivio di finanza, se la .spassava allegramente; anzi si era fatto 
il promotore di una società di buontemponi, detta della " ganasso " 
(il nome è tutto un programma) che ebbe poi una degna sorella 
nella " Corte busonica " nella quale primeggiava Rossini, il prin- 
cipe dei gaudenti. 

Risulta qua e là dagli stessi suoi scrìtti che egli era amante 
della buona compagnia, della buona mensa e del buon vino. 

Un uomo che scrive questi versi: 

El mangia e bev in santa lìbertaa. 

In mezz ai galantomen, ai amis 

In temp d'inverno al cold, al frese d'estoa, 

Diga cni voeur l'è un guit cont i barbi*. 

non , può essere un misantropo. 

E lecito dunque credere, che almeno nei primi anni dopo la sua 
ammissione, egli sia slato il buon amico, il ricercato compagno, l'in- 
telligcnle animatore dei ritrovi sociali. Lo prova il fatto che egli dedicò 
alla nostra Società una serie di poesie, che verremo ora esaminando. 

Anche alla Società del Giardino si risentiva l'influenza fe- 
staiuola della vita agitata e febbrile dell'epoca, e si stava allegri. 

I divertimenti principali erano allora i balli e i pranzi sociali. 
Mi trattengo su quest'ultimo argomento, che diventa importante 
per chi si interessa di studi portiani, da che l'esame del nostro 
archivio ebbe a fare in proposito delle vere inattese rivelazioni, 
permettendomi di sciogliere l'enigma su quel grottesco e apparen- 
temente misterioso personaggio, che il Porta chiamò col pomposo 
nome orientale di Àkmett, e che gli ispirò ben cinque fra le più 
comiche delle sue poesie minori. 

1 soci del Giardino fino dalle origini avevano stabilito la ge- 
niale abitudine di indire periodicamente qualche modesta riunione 
a pranzi o cene sociali, seguaci in questo dello Johnson, lo sto- 
rico dei Clubs inglesi, che lasciò scritto nelle sue Leggi convi- 
viali che " il mangiare e il bere sono le due cose sulle quali la 
maggioranza degli uomini sono d'accordo ". 

i primitivi giocatori di boccie si riunivano nella buona stagione 
a ciel sereno, sotto i pergolati dei loro orti suburbani, intorno alle 
rustiche tavole, rallegrate dal buon vino, dal buon umore, e dal 
jwderoso appetito. 

In via Clerici questa abitudine fu conservata e perfezionata, 



- 16 - 

e i pranzi sociali, in armonia anche alle mutate condizioni finan- 
ziarie, vennero assumendo una vera importanza. 

I Milanesi ebbero sempre fama di essere amanti della buona 
tavola. Il tempo di cui parliamo era poi l'epoca del vivere largo 
e grasso, conseguenza del lungo precedente periodo austriaco di 
comoda pace, di prosperità e floridezza, che fece paragonare il 
Milanese a un topo prigioniero in una forma di cacio. 

Fra i pranzi e le cene che si tenevano lungo l'annata, aveva 
un'eccezionale solennità il pranzo di capo d'anno. Il nostro ar- 
chivio conserva un buon numero di conti saldati, dal 1802 al 18, 
per le provviste delle "cibarie" fatte in queste occasioni. Sono 
liste degne di un trattato di Brillat-Savarin, e danno una pallida 
idea dei pantagruelici pasti di quei giocondi nostri avoli. Passano 
sotto gli occhi le cose più ghiotte e appetitose, e il tutto a prezzi 
che oggi fanno sbalordire per la loro modicità. 

Qui entra in scena la dramatis persona. 

Era risaputo da tutti i lettori del Porta, perchè ripetuto dai 
commentatori, che Akmett era il capo-cameriere della Società 
del Giardino. E non si sapeva nulla di più. Solo nel commento 
a un sonetto si aggiungeva che, oltre essere addetto al Casino, 
esercitava il mestiere di fabbricante di spazzole. 

Ora ci è permesso di identificare questo incerto e strano per- 
sonaggio. Tutti i conti sopra ricordati erano firmati dal capo-ca- 
meriere, incaricato delle provviste, e delle spese di cui rilasciava 
il saldo. Il suo nome è Francesco Configliachì, e la sua firma 
compare fino al 1816, nel qual anno venne licenziato. Le note 
d'archivio ci spiegano anche come costui potesse accumulare le 
due mansioni di capo- cameriere e di spazzolaio. In quell'epoca il 
Circolo si apriva solo nel pomeriggio: nelle ore libere il Confi- 
gliachi accudiva al suo modesto negozio. 

Questo pover'uomo deve avere ispirata la fantasia e la pietà 
insieme del Porta. Quando questi entrò a far parte della Società, 
il Configliachi confidò forse subito sulla sua protezione, conside- 
randolo un po' come '^so procurador^. 

II Porta, che era uomo di buon cuore, prese a ben volere 
quel disgraziato, che, trascinava magra la vita, non tanto per lo 
scarso stipendio che percepiva, quanto per le sue tristi condizioni 
famigliari. Anzi lo prese a proteggere, perchè trovava una certa 
affinità fra la "bolletta" di lui, e quella d'un poeta. 

Il Configliachi ebbe subito a constatare che fortuna fosse 
Quella de daa el nas in d'on poetta 
Che spantega i sceu fatt colla trombetta. 



— 17 — 



E il Porta compose per lui quei notissimi sonetti baloccaci de 
AktneH* che valevano ad ottenergli dai soci più abbondanti le 
mancie per Natale e Ferragosto, e a far noti i "soeu fatt" che 
erano i temi obbligati, la sua miseria, l'affitto caro, l'esosità del 
padrone di casa, le spazzole che non fruttavano, la moglie pro- 
lifica, la casa piena di figli come una conigliera, i debiti, i suoi 
abiti logori, l'avvilimento, la fame. 



AkmeU in tocch come la porcellana. 
Magher come el ritratt de nost Signor, 
Strasciaa come i ttrìvaj d'on sfrosador, 
Pestaa come el lofà d'ona puttana. 



Si può descrivere con un'evidenza più scultoria la miseria 
d'un uomo ? 

Il Porta non si stancava dall'assecondare le richieste di Akmett. 
Probabilmente non tulli i sonetti scritti per lui vennero a cono- 
scenza del pubblico. Una volta ne compose due, a disianza di 
pochi giorni. Dopo aver scritto la sloccada per il Natale del 1813, 
essendo andata male l'operazione natalizia, ne scrisse, forse im- 
provvisando, un'altra, nella tradizionale cena di capo d'anno del * 1 4, 
nella qual occasione, per guarire Akmelt del "maa de borsa" 
lo ripresenlava alla Circoncisione. 

In un'altra sloccada di Ferragosto, Akmett parla in nome 
anche dei suoi due aiutanti in sottordine, per dare maggior espres- 
sione allo sciorinamento delle miserie. 

Il costante interessamento del Porta per queste umili creature 
mostra la bontà dell'animo suo, e la viva simpatia che gli aveva 
destata la caratteristica figura del Configliachi. 

11 Porta usava frequentare il Verziere, che egli chiamava 
la ^tìera scaura de Icngua" e dove egli cercava i motivi per la 
creazione delle sue macchiette immortali. 

Chi sa quante volte vi avrà incontrato il suo Akmett, intento 
a bisticciarsi colle rubiconde e petulanti ortolane, e quante volte 
forse saranno ritornati insieme, questi col suo carico di verdure, 
e il poeta colla sua 



tcorbetta 

Caregada de tucc i erudizion 

Che i terv e i recatlon 

Dan de solet a gratis ai poetta. 



— 18 - 

Perchè il Configliachi fu chiamato Akmett ? Il primo a me- 
ravigliarsene è lui stesso nelle magnifiche quartine ^La dicìarazìon 
d' Akmett^ dove si domanda 

perchè per cotnm 

Han voruu nominamm come on can bracch. 

Certamente fu un estro del poeta. 

Allora erano di moda i nomi orientali nella vita e nell'arte. 
Alla Scala dominavano opere e balli di soggetto orientale, come 
erano in uso le foggie orientali, fez e turbanti, negli abbigliamenti. 
Anche questa era importazione francese originata sopratutto dalla 
campagna napoleonica d'Egitto. 

Akmett poteva essere il nome di un capo o personaggio egi- 
ziano, o di qualche Mammelucco, condotto da Napoleone a Mi- 
lano, nel fantastico suo seguito, per le feste dell'incoronazione, 
o fors'anche l'eroe di qualche dramma popolare, che allora fu- 
roreggiasse. 

In un'altra nota poesia il Porta accenna a questa voga domi- 
nante, quando ricorda un inno arabo " Barak- Aba" allora tanto 
diffuso, che il celebre Paganini lo prese poi a tema di variazioni. 

Del resto nella "Diciarazion d' Akmett" sono elencate le ra- 
gioni di quello strano nomignolo, che potevano essere quelle di 
avere ^on ideja del gust orientaP o di avere l'abitudine "f/e 
bev come on Turc^ o di possedere 

on mostacc de pippa 

De quij pipp che se fabrega in Turchia, 

e infine de ^andà in gippa^. 

Ma è probabile che a suggerire la bizzarra idea al poeta 
fosse in modo particolare la gippa, quella specie di stiffelius nero 
(la stambulina) che usano ancor oggidì i turchi della borghesia. 

Qualcuno avrà fórse regalato al Configliachi una palandrana, 
che con un fez, o una vecchia papalina rossa, avrà finito per 
dargli quel ridicolo aspetto di turco da strapazzo, e per farlo di- 
ventare un po' lo zimbello, lo "sgognàa" di tutti, fors'anco dei 
monelli della strada. 

Akmett mal si rassegna a portare quel nomignolo, e alla leg- 
genda fatta correre che la sua famiglia sia scappata dalla Mecca, 
perchè fallita e in miseria. Sulla miseria non insiste. Ma turco 
no! Si professa ^catolegb, apostolegh, e roman^ e conchiude: 
Poss prova a lutt el mond coi cart in man 
Che sont nassuu e battezaa a Milan 
Coli acqua del Fossaa che gira in Zecca. 



- 19 - 



Quest'ultima quartina ci dà un po' di biografìa del Confìgliachi. 

Questi doveva probabiinìente il posto che occupava al Giar- 
dino a un Giuseppe Fossati (uno dei più vecchi soci, anzi uno 
dei fondatori) che gli era stato padrino al fonte battesimale a 
San Bartolomeo. 

Per provare di essere cristiano, il Confìgliachi accenna al suo 
padrino, e scherza sul doppio senso della parola *Fossaa* (fos- 
sato. Fossati). E mentre dice letteralmente che egli fu benedetto 
da vera acqua milanese, dal ^jossaa che gira in zecca''* (la roggia 
Balossa scorreva vicino a San Bartolomeo e azionava le rodigini 
della Zecca) allude anche al signor ^ Fossaa* che "gira" che è 
impiegato in Zecca. Il Fossati era infatti assaggiatore di metalli 
ali imperiale regia Zecca di Milano. 

Il Confìgliachi aveva dunque oltre il Porta, un altro buon 
protettore alla Società del Giardino. Questo spiega in parte il 
perchè, malgrado la sua sgraziata fìgura, e la sua sciatteria, possa 
aver durato tanti anni in servizio. 

Ma la stella di Akmett, che l'umorismo del Porta ha para- 
gonato a quella di Napoleone, sta per tramontare. Cogli anni 
crescono i suoi bisogni e la sua miseria. 

Nella ^ stocca Ja^ del 1814 egli si presenta ancora coi suoi 
due aiutanti, 

A la testa de tutt el battajon 
Di tata bisogn 

In questo sonetto si nasconde una malinconica ironia. 

Akmett ha qui l'aria del capo di una Commissione interna, 
che jìarli in termini scherzosi e confìdenziali, ma anche un po' 
pretensiosi. Era l'anno del Congresso di Vienna, che si trascinava 
in lungo fra feste, chiacchere e banchetti. 

Akmett vuol fare come i congressisti. 

E chi el protetta a tucc che i so intenzion 
Hin qui) de tucc i Roi belligerant 
Cioè de paccià e bev e sta d'incant 
Ai spali (con soa licenza) dì mincion, 

e concludendo consiglia ai soci di arrendersi e di dargli colle 
buone e all'amichevole quello che chiede. 

Povero Akmett I Malgrado tutte queste proteste, e queste 
buone intenzioni, il suo desiderio di star d'incanto era ancora ben 
lontano dall'essere appagato. Il sonetto in cui egli è descritto 



20 



"in toccli come la porcellana" è precisamente dell'agosto 1815. 
E fu il suo canto del cigno. 

Pare che del programma enunciato mettesse in esecuzione una 
parte, non nuova, limitandosi al bere. Era un suo vizio, e lo con- 
fessa nella " Diciarazion ". Forse trovava nel bere quell'oblio dei 
dolori, che da che mondo è mondo l'uomo chiede al vino. Il 
male fu che il vino era dei soci, i quali si accorsero che, a 
conto del congresso di Vienna, andavano scomparendo bottiglie 
di "Nibbiolo" e siccome non intendevano di passare per min- 
chioni, fecero capire al Confìgliachi che egli non godeva più la 
loro fiducia. 

La crisi scoppia il 31 Maggio 1816. La Direzione, visto che 
il Confìgliachi doveva rispondere di piccole disonestà, ma con- 
statate, si raduna per "regolare il suo caso" e decidere il suo 
licenziamento. 

Dall'arido verbale di seduta, dai conti fatti dal Ragioniere 
(che era il Bolchini, che dal 1 783 seguita ad essere il buon genio 
della Società) il Confìgliachi risulta debitore di una certa somma, 
e si accenna anche ad altre piccole mancanze, che pare consi- 
stessero, oltre alla scomparsa di quelle bottiglie a lui affidate, in 
qualche incasso di tasse di giuoco non versate, e persino in bot- 
tiglie vuote mancanti! 

Il Confìgliachi firma la sua dichiarazione di debito, e il bene- 
stare. Ma il verbale chiude precisamente così : " Sopra questi ri- 
sultati, la Direzione rispetto al debito del Confìgliachi ha con- 
venuto attesa la sua povertà di condonarli il debito, quantunque 
li sia stato abbonato tutto il mese corrente di salario, nonostante 
l'aver dimesso il servizio dal giorno 9 stesso mese ". 

Malgrado la probabile intercessione dei suoi due protettori, 
Akmett abbandona il servizio, e si ritira nella sua povera casa, 
per ricominciare a fabbricare debiti, spazzole e figli. 

Così scompare nell'ombra questa modesta figura d'uomo, su 
cui il genio di un poeta ha gettato uno sprazzo di luce, che la 
rende ancora viva e immortale vicino ai suoi maggiori fratelli, 
Bongee e Marchionn. 

Anzi si può affermare che questa di Akmett è fra le crea- 
zioni portiane una delle più modeste, ma certo fra le più umane. 
Il Bongee e il Marchionn sono frutto puramente della fervida fan- 
tasia del poeta. Invece la figura di Akmett è stata scolpita nel 
tronco vivo della realtà. Contiene quindi una profonda espressione 
di verità e di sentimento umano. Sotto il povero abito logoro noi 
vediamo oggi, come videro gli uomini della Direzione d'allora, il 



- 21 — 



gramo corpo macilento, e dietro i lazzi e sotto la maschera del 
turco intravediamo la smorfia del dolore e della sofferenza, che 
induce al perdono della colpa. 

Si direbbe che colla scomparsa di Akmett comincino gli anni 
più tormentati del poeta. La sua salute declina. Le fitte della 
gotta lo vanno attanadiando. Si accentuano le sue preoccupazioni 
private e finanziarie. Tutto ciò deve aver influito sul suo carat- 
tere, facendogli schivare gli umici, e rendendolo misantropo, ner- 
voso, disuguale, insofferente. Questo spiega forse il perchè non 
abbia mai avuto cariche sociali al Giardino, dove pure doveva 
contare numerosi estimatori ed amici. Ma anche i suoi rapporti 
coi soci si andavano allentando, e senza che ci risulti che abbia 
dato, le sue dimissioni, egli andava app>artandosi sempre più. 

E del 1818 la stupenda satira " £/ casin di Andeghée'. Se 
guardiamo le edizioni portiane finora pubblicate con commenti, 
dobbiamo constatare che tutti i commentatori si sono tramandati 
la peregrina notizia che questo era un Circolo che esisteva in 
via Andegari, e, a scanso d'equivoci, alcuni danno la precisa ubi- 
cazione della via, e t>cr poco non vi aggiungono una carta to- 
pografica. 

Si potrebbe credere che nessuno di quei commentatori fosse 
milanese, se nessuno pensò di dare alla parola " andeghée ' il suo 
vero significato, anziché imaginare un ipotetico casino di via An- 
degari, non mai esistilo. 

Andeghée nel dialetto milanese vuol dire un uomo antiquato, 
pedante, oarbogiot retrogrado, parruccone, codino, forse jierchè 
uno della scomparsa famiglia Andegari, che diede il nome alla 
via, lasciò nel popolo memoria di abitudini antiche, tenacemente 
conservate. 

Al Porla parve che i suoi consoci stessero diventante "an- 
deghée ". E in parte era vero. Anzi lo furono un po' sempre. La 
loro caratteristica fu la " saggia moderazione ". Per dare un esempio, 
quando l'invasione francese fece dilagare la sfrenata mania del 
giuoco nelle case, nei caffé, nei ridotti, tantoché dovette interve- 
nire il Commissarialo di polizia francese, i soci del Giardino, come 
risulta dall'archivio, invece di seguire la corrente, s'inalberarono 
contro la facile ammissione di nuovi soci, per paura che potes- 
sero portare " un turbamento nelle abitudini sociali, specialmente 
per quanto riguardava i giuochi *. Cosi si permettono solo i giochi 
più innocenti del mondo, e i soci sono " Tutt professor d'om- 
bretto e de tarocch ". Cessata la gazzarra francese, e ripresa la 
dominazione austriaca, anche alla Società del Giardino si ritoma 



22 — 



a una maggior severità di abitudini, che risponde del resto al ras- 
segnato raccoglimento di tutti gli animi. 

Prima conseguenza è il languire della geniale abitudine dei 
pranzi sociali. Col 1818 cessano i conti delle "cibarie". I balli 
diventano meno frequenti. Si inizia il sistema settecentesco delle 
" conversazioni " serali, dei settimanali concerti, delle accademie 
d'improvvisazione, allora tanto di moda, che persino alla Scala 
si producevano i celebri improvvisatori Sgricci, Pistrucci e Fi- 
danza. Il Corriere delle Dame non mancava mai di render conto 
di questi ritrovi, a cui prendevano parte soci, dilettanti, artisti, ed 
anche vere celebrità. La famosa Giuseppina Grassini, l'amica di 
Napoleone, l'idolo dell'Europa, ritiratasi a vita privata a Milano, 
dopo il tramonto dell'epopea imperiale, è ospite abituale del Giar- 
dino, prendendo larga parte, col Galli, il Banderali, l'Ambrosi, 
la Trivulzi, ai suoi concerti. 

Questo parziale ritorno alle forme delle vecchie accademie, 
e al manierismo della vita metodica, chiusa e uniforme doveva 
spiacere al Porta, spirito irrequieto e bizzarro, odiatore sistematico 
del classicismo, delle pedanterie, dell'accademismo, insomma del- 
l'" andegheìsmo ". 

E dobbiamo a questo suo sentimento il " Casìn di Andeghée ", 
Se a taluni la satira pare un po' vibrata, ciò è dovuto a uno spe- 
ciale stato d'animo e di salute del poeta, che da una parte l'avrà 
indotto a rendergli intollerabili certi difetti e inconvenienti clje 
prima gli passavano inosservati; le leggi della satira, dall'altra, l'ob- 
bligavano a esagerare le cose che voleva colpire, per la neces- 
saria efficacia. 

E una pittura magistrale quella che il Porta fa dei soci, e 
dell'ambiente in cui vivono. 

La descrizione di quelle due stanze 

mobiliaa alia carlona 

che spuzzen de vesc'ios, de nisciorìn, 

quei " quatter gali che no spetta i settant'ann " che si bistic- 
ciano, s'insolentiscono, che fanno baccano da svegliare Elia e 
Enoch, che russano d'estate sulle poltrone, che assediano il fuoco 
d'inverno, che discutono di politica, che sputano, tossiscono, si 
accapigliano, parteggiano per tedeschi o per francesi, sono veri 
capolavori di verità e di evidenza. Tutti quei tipi sono ancora 
oggi vivi e parlanti, tantoché nell'analogo svolgersi della vita so- 
ciale, ritornano talora al pensiero i mirabili versi della satira. 



- 23 - 

Che ' el casin dì andeghéc ' fosse la Società del Giardino 
non può più esservi ombra di duhbio, da che la Società nel 1919, 
a festeggiare il centenario dell'acquisto dei palazzo Spinola curò 
la pubblicazione di un libro, che raccogliesse la storia del palazzo 
e della Società '). 

In quell'occasione si dovette consultare minutamente il vecchio 
archivio. Orbene il contratto d'investitura d'affìtto nella casa San- 
giuliani in via Clerici, dove allora risiedeva la Società, ci offre 
la descrizione esatta dei locali, proprio come sono accennati nella 
satira. 

I " do slam mohiliaa a la carlona, la scala orba, ona lobbia, 
on cortin " corrispondono appuntino ai locali enumerati e descritti 
nell'investitura. Gli ultimi due versi poi provano all'evidenza la 
verità della nostra asserzione. 

Ma a San Michee se spazza e se fa pradega 
De trovi ci da on maetter de grainadega. 

Qui il poeta allude al trasloco del San Michele 1618, in cui la 
Società doveva installarsi nella casa di via San Paolo, IO, dove 
da tempo esisteva la scuola Patru-Fumagalli, allora assai nota in 
Milano, coll'imponente titolo classico di " Accademia d'istruzione ". 
Questo paragonare un'Accademia a " on maester de grammadega " 
presso cui i soci del Giardino cercavano alloggio è di un umo- 
rismo inarrivabile. 

Anche il successore di Akmelt ha il suo accenno nella sa- 
tira. Ma il capo-cameriere allora in carica, scello chi sa di che età 
veneranda, per averlo sobrio e fedele, è degno di quei " quatler 
gatt " ed è chiamato " on vece de camerer ch'el par Simonna ". 

Questi versi chiudono il ciclo delle poesie che il Porta scrisse 
per la Società del Giardino. E qui cade opportuno occuparci bre- 
vemente di un articolo postumo di Carlo Salvioni dal titolo " Le 
date delle poesie milanesi di Carlo Porta " pubblicato nel fasci- 
colo 15 Marzo u. s. dcW Archivio storico lombardo. In quello 
studio critico il Salvioni elenca alcune poesie falsamente attribuite 
al Porta, e cita i nomi dei presunti autori ( Tommaso Grossi, il 
poeta Corio, Giuseppe Bernardoni) e mette fra queste il " Casin 
di Andeghée ". 

Questo suo convincimento è basato sul fatto che questa poesìa 
(che non è un sonetto, come egli la chiama) non è compresa 



1) // Palazzo spinola e la Società del Giardino in Milano. A. BRU- 
SCHETTI, P. MaDINI, M. MAGISTRETTI. - Arti Grafiche BertarelU, 1919. 



24 - 



nella raccolta degli autografi originali, nell'edizione del Cherubini, 
in quella del Grossi, e nemmeno nel volume delle poesie Inedite. 

Il non figurare il " Casin de Andeghée " in nessuna di queste 
edizioni non ha nessuna importanza, anzi trova una logica spie- 
gazione. 

Le primitive edizioni curavano, ed era naturale, la pubblica- 
zione delle poesie maggiori, e delle più note. Le poesie minori, 
dedicate ad amici, improvvisate, scritte per spasso, forse rilasciate 
senza tenerne copia, è probabile che fossero rimaste per qualche 
tempo ignorate o trascurate. Solo più tardi, riorganizzandosi le 
pubblicazioni portiane, e crescendo la fama del poeta, si sarà 
pensato di rintracciare e raccogliere anche queste, facendone ri- 
cerche presso i possessori. Erano le piccole gemme, che comple- 
tavano la grande collana. 

Così deve essere avvenuto del " Casin di andeghée " che 
era dedicata a un amico, che si rivolgeva al poeta per esser pro- 
posto socio. Cosi deve essere avvenuto della prima " stoccada de 
Akmett " del primo gennaio 1814, ^ Sdori, che scusen se el pover 
Akmett " che non figura negH autografi poriiani, e nelle prime 
edizioni, e che quindi il Salvioni avrebbe dovuto a rigore togliere 
al Porta, ciò che nessun ipercritico avrebbe osato fare. 

Il dubbio sull'autenticità di alcune poesie citate dal Salvioni, 
sorge per lui dalla fiacchezza del componimento. Il " Casin di an- 
deghée " non può per questo tradire una dubbia paternità, essendo 
anzi una delle satire più vibrate e salaci. 

Del resto, ammettendo per un istante l'inammissibile ipotesi 
che non sia il Porta l'autore del " Casin di andeghée " saremmo 
curiosi di scorrere l'elenco dei soci del "nost Casin" del 1818, 
per trovarvi un poeta capace di scrivere un simile capolavoro, 
all'infuori del Grossi, del Corio e del Bernardoni, che non erano 
soci. 

Il Porta non fu, come credettero alcuni, sdegnoso e sprez- 
zante di natura: anzi, per una strana antitesi, il poeta satirico era 
di animo mitissimo, modesto, servizievole, facile lodatore delle 
opere altrui. Così, quando gli si offriva l'occasione, non mancava 
di fare accenno in sue poesie a persone che egli avvicinava in 
Società (cà Roma, la Grassina). Alcune sue poesiole, inviti, rin- 
graziamenti, sono certe dedicate a suoi amici del Giardino, com- 
presa forse la citata " lettera a on amis ". 

Il Porta fu invece un fiero odiatore dei " forestee ". I Francesi 
sopratutto raccolsero la sua aperta antipatia, per la loro prepo- 
tenza, e per la loro blague (e daj con sto chez nousl). 



- 25 



Di questa sua avversione abbiamo una prova indiretta ma 
curiosa, leggendo i diarii che Stendhal scrisse nel suo lungo sog- 
giorno a Milano, dove lo richiamavano ragioni sentimentali. Sten- 
dh.al comincia il suo diario milanese nel 1816. Tutti i forestieri 
residenti o di passaggio a Milano, ambivano di visitare le sale del 
Giardino. Si dovettero stabilire norme speciali per regolarne l'am- 
missione. Il poeta francese, di natura insinuante e sentimentale, 
non poteva mancare di penetrare nell'ambiente di moda, e si re- 
cava per la prima volta ad ammirare il salone da ballo (la sala 
Arganini, che precedette l'attuale sala d'oro) corromp>endo il por- 
tiere, più che colla mancia, colle sue buone maniere di francese, 
e parlando un milanais serre (sic). Vi fu introdotto a mezzo di 
una madame Marini, che egli cita poi fra le bellezze femminili 
milanesi. 

Nei suoi diarii dedica delle intere pagine alla Società del 
Giardino, descrivendone con entusiasmo lo splendore delle sale, 
e la magnificenza delle feste. S'indugia spesso a elogiare le signore 
" sorprendenti " e tra le dodici proclamate le più belle (la Litta. 
la Mainoni, la Ruga, la Ghirlanda, ecc.) è colpito dalla gr£izia e 
dallo spirito " à la Narbonne " della signora 'Bibin Catena. Cita 
tuiti gli intrighi amorosi veri o supposti che si svolgono durante 
le feste, coll'esattezza di una persona di casa. Fa i nomi delle 
varie personalità che ha occasione d'incontrarvi (Romagnosi. Tom- 
maso Grossi, Vincenzo Monti, lo scenografo Perego e altri). Sperò 
d'incontrarvi Alessandro Manzoni, che (secondo lui) era tenuto 
lontano dalle feste mondane dal suo bigottismo. Ma non dice 
mai di avervi trovato il Porta, la cui fama egli conosce, come 
pure le opere ("/e poète Carline Porta'') (sic). 

Certamente il Porta deve aver schivato ogni possibile incontro 
col poeta francese. Eppure se avesse potuto leggere quei diarii, 
pubblicati integralmente molti anni dopo, avrebbe trovato in Sten- 
dhal invertita la mania del chez-rìous. Egli a Milano vede tutto 
bello, tutto originale, tutto interessante, compresi i colonnati di 
cui la città avrebbe dovuto abbondare, e il parlare nel naso delle 
signore dell'alta società. Della Società del Giardino poi è deci- 
samente entusiasta. Paragona il palazzo Spinola, recentemente 
acquistato, al palazzo della Camera dei Pari, di Parigi; va in estasi 
per la facciata, e trova che non è " un mur piat " come le fac- 
ciate dei palazzi parigini; arriva a dire che la nuova sala da ballo 
del Giardino è " più vasta che la prima sala del museo del Louvre *. 
Loda i soci perchè, avendo speso " somme folli " per ornare le 
loro sale, seppero conservare la vecchia patina al loro vecchio 



— 26 - 



palazzo, con grande gioia dei bottegai di via S. Paolo, tutti, se- 
condo lui, artisti nell'anima, mentre a Parigi infuria la mania di 
modernizzare l'antico. 

Questi " ricchi negozianti " che sapevano circondarsi di tante 
cose belle, rammentano a Stendhal i munifici e fastosi negozianti 
olandesi del buon tempo antico. 

E vefro che certi stati d'animo predispongono all'ottimismo e 
alla benevolenza. Fatto si è che Stendhal si mostra innamorato 
di Milano, dei milanesi, e sopratutto delle milanesi. Qyando si 
pensa che la sua celebre frase, diventata popolare " La beauté 
n'est jamais qu'une promesse du honheur " fu da lui scritta in 
questi suoi diarii parlando delle signore ch'egli incontrava alla So- 
cietà del Giardino, è facile capire la simpatia che gli destava 
questo ritrovo, che gli riuniva promesse di jelidtà a dozzine. 

Se quindi solo col Porta tradisce una certa severità, quando 
scrive, colla sua solita esagerazione, che i suoi sonetti " ne peuvent 
pas étre cités devant les femmes " lo dobbiamo ascrivere forse 
a un suo intimo risentimento, per vedersi sfuggito dal nostro poeta, 
di cui in fine era ospite, mentre tutti lo adulavano e lo ricercavano, 
e mentre egli si riteneva così milanese, da illudersi di parlare lo 
schietto vernacolo, fino ad inserire frasi dialettali, e di bassa lega, 
nei suoi diarii. 

Tanto al Porta quanto alla Società del Giardino fu mosso un 
appunto, di cui è utile occuparci ora, anche di sfuggita. Il Porta 
fu tacciato d'incoerenza e d'insincerità, perchè mentre nutriva per- 
sonalmente questo sentimento di avversione agli stranieri, avesse, 
non eroico in questo, incensato in alcuni suoi versi, uno dopo 
l'altro, i nuovi dominatori ed oppressori. 

A sua discolpa bisogna ricordare che alcune poesie, special- 
mente ostili all'Austria, si facevano circolare come opera sua. Ora 
egli, che era carico di famiglia, che non era ricco, che aveva 
apertamente dichiarato " Giuri vess grato a chi me dà del pan " 
mirava, scrivendo in senso contrario, a scongiurare il pericolo che 
gli poteva venire da quelle pubblicazioni apocrife, e difendere 
cosi il suo pane. Non tutti hanno avuto la fierezza di Antonio 
Scarpa e di Barnaba Oriani, che si dimisero dai loro uffici, per 
non giurare odio al governo precedente. 

Ma bisogna anche aggiungere che quando si è ricchi, o soli, 
o indipendenti, il bel gesto, pur sempre nobile e lodevole, diventa 
anche più facile e spontaneo. 

E notorio del resto che il risveglio delle coscienze si iniziò 
intorno al 1821. Fino allora la secolare dominazione straniera 



27 - 



aveva creato quella rassegnata apatia degli animi, che era torpore 
delle coscienze. Nel vario succedersi di oppressori, crudele ironia, 
pareva già benigna sorte la speranza che la dominazione dell'ul- 
timo fosse la meno peggiore. Qyesto triste stato di letargo, in cui 
si era adagiato il paese, fu espresso dal Porta, coi rudi modi con- 
cessi alla forma dialettale, ma con dolorosi accenti di verità, nel 
famoso sonetto * Paracar che scappee de Lombardia^ 'che dice 
in pochi versi, e avuto riguardo al momento, quanto in prosieguo 
di tempo, e a coscienze risvegliate, potrà dire un inno eroico di 
un bardo del Risorgimento. 

Una mezza accusa fu mossa anche alla Società del Giardino 
di essere stata, durante la dominazione austriaca, troppo ossequiosa, 
e quasi ligia alle autorità, e alla Corte austriaca, che ospitava 
largamente. 

Le apparenze potrebbero giustificare questo appunto, se lo 
studio del nostro archivio non avesse rivelalo circostanze che sfa- 
tano quella leggenda. 

L'Austria che temeva, ed ha ragione, tutte le forme di asso- 
ciazioni e conventicole, conoscendo l'influenza di un circolo come 
il nostro, col pretesto di dargli protezione e privilegi, gli impose 
fra le cariche sociali un Delegato di polizia, scelto fra i soci, 
spesso nel ceto nobile, e questi doveva intervenire a ogni seduta, 
e porre il visto ai verbali. Era una forma ip>ocrita di ingerenza, 
a cui non si poteva rispondere che con un'aperta ribellione. Ob- 
bedire, o sciogliersi: sottomettersi o dimettersi. Il dilemma era 
duro, ma chiaro. Alla sola condizione che il Circolo si mante- 
nesse apolitico, l'Austria ne tollerava l'esistenza. 

Però malgrado la sorveglianza poliziesca, nel temp>o che in- 
tercede fra il Congresso di Vienna e i moli del *2 1 , troviamo me- 
moria che alla Società del Giardino, fra i cui membri troviamo 
già nomi cari al patriottismo italiano, era letto e conservato il 
Conciliatore. Questo giornale bisettimanale, sotto le apparenze di 
intenti letterari, aveva lo scopo di eccitare e di preparare il pros- 
simo risveglio nazionale. La lotta fra i romantici del Conciliatore 
e i classici della austriacante Biblioteca italiana, diretta da Luigi 
Zanoia, era qualche cosa di più di una lotta letteraria, e fu ap- 
punto in questo campo che il Porta poteva impunemente sfogare 
l'animo suo. 

E vero che la Società del Giardino accolse nelle sue splen- 
dide sale imperatori e imperatrici d'Austria, granduchi e grandu- 
chesse, ed ospitò abitualmente, a cominciare da Radetzky, tutta 
la gerarchia militare e civile austriaca, a cui certo non poteva 



- 28 - 



chiudere le porte. Ma sotto queste apparenze di deferenza e di 
ossequio, quale fosse il sentimento che aleggiava nell'ambiente 
del Giardino, lasciamolo giudicare ancora da quel fine e minu- 
zioso osservatore che fu Stendhal, e che poteva esser buon giu- 
dice, essendo stato per alcun tempo nostro famigliare. 

Egli ebbe l'impressione che ci fosse un distacco fra la società 
milanese e l'elemento austriaco, e notò che ai nostri grandi balli 
gli ufficiali austriaci, eleganti e decorativi, cercavano d'insinuarsi, 
e di rendersi utili ed amabili, ballando e sudando ^^comme des 
portefaix^. Ma le grandi dame dell'aristocrazia e della borghesia 
facevano circolo a parte, coi loro amici, nelle penembre discrete 
delle sale "à demi éclairées par des lampes d'albàtre^. Erano 
i preludi del Romanticismo. 

Questo distacco si andava accentuando, di mano in mano che 
ci si avvicinava al '48, arrivando fino all'episodio sconosciuto, per- 
chè tenuto gelosamente celato dalla Polizia, di una signorina Caimi, 
che in un ballo del Febbraio 1846 ripetutamente si rifiutò di 
danzare con un figlio del Viceré, Arciduca Raineri ! 

Aggiungeremo che dal 1847 si sospesero per alcuni anni le 
grandi feste ad inviti, per evitare i contatti coll'elemento austriaco ; 
e da recentissime ricerche ci risulta che nel '48 la Società ebbe 
a subire una perquisizione da parte della Polizia austriaca. 

Cosi possiamo conchiudere che se la Società del Giardino 
non avesse saputo attraversare con accorgimento quel triste e 
lungo periodo di servitù, non potrebbe oggi vantarsi della sua 
vita ultrasecolare, ne avrebbe potuto dopo il '59 aprire le sue 
sale, accogliendo tre volte il Re liberatore, con storiche indimen- 
ticabili feste, che sono una fulgida prova del più vero e schietto 
patriottismo. 

E cosi, per la leggendaria avvedutezza degli "andeghée" del 
Porta che seppero superare difficoltà politiche e finanziarie di ogni 
maniera, oggi si può affermare che la Società del Giardino è 
forse il più antico Club del mondo, fra gli esistenti. L'Inghilterra, 
che fu ab antiquo madre di queste forme di associazione, e che 
ne contava fino dal 1500, ha festeggiato teste il suo più 
antico Circolo esistente, il Guards Club, la cui fondazione data 
dal 1813. Il Giardino è del 1783! 

Questo antichissimo sodalizio ha tacitamente sentito gli ob- 
blighi morali che gli derivano da questa sua anzianità, in una 
grande città, come Milano. La sua vita si è talmente innestata 
nella vita cittadina, da essere ormai riconosciuto come una istitu- 
zione milanese. E come tale non rifuggì mai, nei limiti dei suoi 



- 29 - 



mezzi, di mettersi a capo di iniziative benefiche, patriottiche, ar- 
tistiche, che la cittadinanza accolse sempre con benevolenza e 
simpatia. 

Ben a ragione quindi la Società del Giardino, fiera dei suoi 
secolari ricordi, precipuo quello di aver ospitato per tanti anni il 
sovrano dei poeti dialettali, si propose nell'anno centenario della 
sua morte di celebrarne degnamente la memoria colla pubblica- 
zione delle sue opere. 

Ciò potrà in parte concorrere a tributare quel doveroso omag- 
gio, che i Milanesi devono al loro grande poeta. Bisogna confes- 
sarlo : se le poesie del Porta furono sempre più che mai popo- 
lari, divulgate, lette, studiate, commentate, ripetute, passate a me- 
moria, come la forma d'espressione più spontanea dell'animo e 
del sentimento del popolo, di tutte le classi, si può invece affer- 
mare che la sua fama, lungo tutto un secolo, non fu circondata 
da quel culto, quasi direi esteriore, che meritava il suo grande 
ingegno, e l'opera sua poderosa. 

PIETRO MADINI. 



A MILANO CON CARLO PORTA 



L'attività edilizia della nostra Milano nel secolo XVII, che 
ebbe un insigne interprete in G. D. Richini, e quella che nel 
secolo XVIII fu dominata dal Piermarini, avevano fatto sorgere 
qua e là edifici monumentali, alterate le linee armoniche e severe 
di quasi tutte le antiche chiese lombarde per ridurle con una stuc- 
chevole uniformità allo stile allora prediletto, ma non avevan 
mutato l'aspetto generale della città la quale all'aprirsi del se- 
colo XIX non si presentava nel suo complesso diversa da quella 
che era stata nei due secoli precedenti. Densa di fabbricati e 
intersecata da una miriade di strade strette e tortuose entro l'an- 
tica cerchia medioevale dei navigli, respirava a pieni polmoni l'aria 
libera tra questa cerchia e l'ampio anello dei bastioni: sei borghi, 
in prolungamento delle vie che dalla piazza del Duomo mettevano 
alle sei antiche porte principali, si protendevano fra l'uno e l'altro 
giro, ma limitati a due file di case fronteggianti la strada al di là 
delle quali si stendevano ortaglie e campi seminati. Oltre la cinta 
spagnuola campagna aperta, cosicché, stando sui bastioni un tempo 
deserti, ma sulla fine del secolo XVIII piantati d'alberi e ridotti 
a deliziosa passeggiata, si godeva un panorama superbo. Stendhal 
amava percorrerli in sediolo e non si stancava d'ammirare la sot- 
tostante pianura che offriva dovunque l'aspetto d'una foresta densa 
di fogliame sino a novembre, le magnifiche tinte di rosso e bistro 
onde coloravasi nei placidi tramonti autunnali, lo spettacolo su- 
blime delle Alpi che tra porta Nuova e porta Ticinese chiudevan 
l'orizzonte. Bella era pur la veduta verso l'interno sulla distesa d'or- 
taglie al di là delle quali si profilava la città e si ergevano cupole 



— 31 — 

e campanili. I punti più pittoreschi, come quello sul bastione di 
porta Tosa d'onde vedovasi la bella cupola di S. Maria della 
Passione, eran ritrovo d'artisti nostrani e stranieri, e li Iroviam ri- 
prodotti in incisioni del tempo uscite p>erBno da officine ingled. 
Milano era pittoresca anche all'interno, in particolar modo 
lungo il naviglio fiancheggiato in gran parte del suo percorso da vec- 
chie case con lunghe, fiorite balconate di legno, da tettoie, da magaZ' 
zini di legname e di pietre. Una bella litografia dell'Elena ci ha 
conservato il ricordo del ponte di S. Vittore, un agglomeramento 
di vecchie casupole di diversa altezza si che il tetto dell'una si 
appoggia alla fronte dell'altra, tutte raggruppate intomo alla torre 
dell'antica pusterla di S. Ambrogio; una stampa inglese ci ra{>- 
presenta il laghetto dell'ospedale dove, nei momenti di maggior 
concorso di barche in quel punto del naviglio, ne entravano alcune 

[)er lasciar il passo alle sopravvenienti, e dove, per antico privi- 
egio, la Fabbrica del Duomo scaricava i suoi marmi che dalla 
cava di Gandoglia, pel Lago Maggiore, pel Ticino e pel naviglio, 
venivano a Milano. Non men degna di pemiello e di bulino era 
la sfilata di case con doppie file di loggie pensili in legno lungo 
il naviglio giù dal ponte de' Fabbri: guardatele nella mirabile 
stampa del Galiiari. £ guardate in una delle magnifiche vedute 
di Milano di Domenico Aspàri le adiacenze del naviglio fuor di 
porta Ticinese col caratteristico monumento presso al ponte del 
canale di Pavia dedicato al Govenator di Milano Fuentes che 
una grande epigrafe, inquadrata, non senza gusto, fra due mar- 
moree sirene, vantava come autore del canale stesso, mentre 
sotto il suo governo fu appena iniziato e attese per più d'un 
secolo la prosecuzione e il compimento. Più indietro, al posto 
dove sorse nel 1815 il bel propileo del Gagnola a ricordo della 
pace conchiusa, l'Aspàri ha ritratto i due rozzi capannoni che 
servivano ai dazio, qui come in altre porte, prima che venissero 
sostituiti da archi o da edifici monumentali come a porta Nuova, 
a porta Comasina e a porta Orientale. 



Facciamo un giro per la città e cominciamo dalla piazza del 
Duomo. Non era essa grande ne bella come oggi, ma aveva pure 
il suo fascino; i milanesi autentici osservano con compiacenza i 
disegni e le stampe che la rappresentano. A nord il lungo fab- 
bricato dei Figini col sottostante portico dagli archi a sesto acuto. 



32 



situato molto più avanti dei portici attuali, sull'asse della prima 
porta laterale del Duomo. Costrutto nel 1474, per conto di Pietro 
Pigino, dal celebre Guiniforte Solari, non un secolo prima per 
festeggiar le nozze di Gian Galeazzo Visconti come scrittori an- 
tichi e moderni sono andati ripetendo ignari dei documenti che 
ne attestan l'origine, quel fabbricato era venuto col tempo defor- 
mandosi: all'infuori del portico che manteneva il carattere dell'arte 
gotica originaria, aveva l'aspetto d'una volgare casa a tre piani, 
pur pittoresca coi molti balconi in ferro adorni di fiori e le tende 
variopinte sporgenti sulle ringhiere. Gli rispondeva a sud l'isolato 
del Rebecchino anch'esso più avanzato dei portici meridionali che 
lo han sostituito nel 1873. Di fronte al Duomo case anche più 
modeste. In questo ambiente, tanto più raccolto che in oggi, era 
anche allora il centro della vita cittadina: negozi ben forniti, spe- 
cialmente di mode, di libri, di profumerie ; trattorie rinomate come 
la Fenice, caffè eleganti: il Reale e quello del Commercio dal 
lato del Rebecchino, quello celebre del Mazza in fondo al por- 
tico verso la corsia del Duomo. I negozi sotto il portico usavau 
tener appendici di banchi coperti di tende sotto le ventidue arcate 
tra una colonna e l'altra, che invadevano parte del suolo della 
piazza e davano all'insieme una nota di gaiezza. In mezzo alla 
piazza " la gran cà del Romanin " cioè la baracca dei burattini 
intorno alla quale si affollavano cittadini grandi e piccoli. E vi 
sostava da secoli nelle ore opportune: si racconta che Lodovico 
Antonio Muratori, uscito dalla biblioteca Ambrosiana dopo lunghe 
ore d'intenso studio, si soffermasse ogni sera in piazza del Duomo 
ad ascoltare i lazzi di Pulcinella e d'Arlecchino, l'unico svago 
forse che quel grand'uomo si concedesse. Il Duomo, tanto più 
imponente dacché lo si poteva osservare da una piazza non molto 
ampia, non protendeva ancora verso il cielo la selva delle sue 
guglie minori, e dal mezzo in su ostentava una fronte di rozzi 
mattoni: solo nel 1812, come tutti sanno, ebbe, per voler di Na- 
poleone, quel compimento che per secoli aveva invano atteso. 

Dietro al fabbricato dei Figini, in prolungamento della corsia 
del Duomo, correva la via- de' Borsinari detta, nell'ultimo tratto, 
di Pescheria, che, traversata la via delle Mosche, immetteva per 
un portone a sghembo nella piazza dei Mercanti: via piena di 
botteghe e di gente: v'era quel caffè dei Borsinari, nel sec. XVIII 
ritrovo di letterati insigni, dove si narra che il Beccaria avesse 
una volta trasceso a sevizie contro un pover'uomo nominato Pa- 
della; v'era il negozio del libraio Dumoulard, e, poco più giù, di 
fronte agli scalini del Duomo soppressi nel 1818, la celebre tipo- 



-- 33 



grafia Silvestri, e il negozio di Rosa Delfini modista di S. M. la 
Regina. Dalla via delle Mosche, a sinistra, si andava agli Orefici 
per la viuzza dell'Aquila dov'era il rinomato albergo omonimo, 
ma era anche.... quella tal casa che andava a cercare il " collaron 
del domm " della Alessa nauva dopo aver salutato la sura Pepp>a ; 
la tentazione gli era venuta proprio " tra i Borsinee e el Rebecchin. " 
Dai Borsinari dipartivansi due anguste, oscure e tortuose strade, 
S. Salvatore e i Due muri per le quali, attraverso l'area oggi oc- 
cupata dalla Galleria Vittorio Emanuele e dai fabbricati adiacenti, 
si andava a finire in S. Margherita. 



Andando verso porta Orientale dietro al Duomo si vedeva 

un gruppo di casupole e di baracche, riprodotte in una bella lito- 
grafia dell'Elena; un continuo picchiettar di martelli avvertiva il 
passante che là era il cantiere della Fabbrica dove abili marmorini 
scolpivan le statue che popolano le guglie e i fianchi della catte- 
drale e i marmorei merletti che ne incoronano i fastigi. Accanto 
alla chiesetta dell'Annunziata, poi ricostruita entro il nuovo pa- 
lazzo della Fabbrica, elevavasi una torre munita d'un infallibile 
orologio. Proseguendo per la corsia de' Servi, s'incontrava sul- 
l'angolo di S. Paolo la chiesa omonima, in Compito, ricordante 
due cose alquante diverse: il celebre Giovanni Boltraffio. scolaro 
di Leonardo, ivi sepolto, e.... il domicilio prescritto in quei din- 
torni dagli Statuti di Milano del secolo XV alle prostitute: 

In Compedo San Poi a le tosane 

Che hanno al ben far le voglie malsane, 

scriveva Betlin da Trezzo nel suo poemetto sulla peste del 1445. 
Soppressa come chiesa nel 1808. fu dopo pochi anni demolita 
per far posto al fabbricato ora esistente. Poco più avanti si pre- 
sentava un fianco della bella antica chiesa di S. Maria dei Servi, 
gotica in origine, riformata sul solito stampo nel secolo XVII, 
celebre per la musica eletta che vi si eseguiva: Stendhal vi an- 
dava a deliziarsi colle appassionate melodie di Mozart e di Rossini 
magistralmente suonate sull'organo. Fu demolita insieme coll'adia- 
cente ampio convento dei Serviti nel 1838: sull'area del convento 
sorse il tempio di S. Carlo, e quella della chiesa costituì il piazzale. 



34 



Tra la via Durinì e il naviglio la strada chiamata corso di 
porta Orientale fu ribattezzata nel 1 798 col nome di corso della 
Riconoscenza, riconoscenza s'intende verso la repubblica francese 
per la libertà conquistataci. Presso al naviglio si ergeva l'antica 
porta della cinta medioevale, due grandi e massicci archi sui quali 
la facile tolleranza delle autorità cittadine aveva lasciato alzare 
una casa a due piani. Era senza dubbio uno sconcio e meritava 
che l'opinione pubblica s'interessasse a farlo scomparire da un 
quartiere già a quel tempo destinato a diventare un dei più belli 
di Milano, ma l'autore della Lettera di un viaggiatore parigino 
sul bello e sul brutto, sul buono e sul cattivo della città di 
Milano, pubblicata nel 1819 dal Silvestri, il quale dell'opinione 
pubblica sembra essere su questo argomento il portavoce, con 
quell'ignorante spregio dei monumenti antichi che già verso la fine 
del secolo XVIII aveva cominciato a sentenziare, condannava 
anche i vetusti, venerandi archi; e non invano, che, proprio in 
quell'anno, furon demoliti, e fu allora costruito il ponte nuovo, 
opera senza dubbio commendevole dell'ingegner Ciancila. 

Tra il naviglio e i bastioni questa, che come tutte le princi- 
pali arterie della città, prendeva il nome di borgo, cominciò al 
tempo del Porta ad assumer l'aspetto che ha tuttora. Fino allo 
scorcio del secolo XVIII vi si entrava da una tettoia sorretta da 
due pilastri, il dazio: lo percorreva per intero, scoperto, il canale 
dell'acqualunga con ponticelli di legno ad intervalli; ai lati casuccie 
meschine, e chiese, tra le altre quella dei Cappuccini colla piaz- 
zetta alberata davanti, quale la descrive il Manzoni nei Promessi 
Sposi (soppressa nel 1812), e, dalla parte opposta, più vicino al 
dazio, la antica chiesa e il convento di S. Dionigi demoliti verso 
il 1 785 quando si piantò il giardino pubblico che ne invase l'area. 
Famiglie patrizie scelsero questo borgo per fabbricarvi sontuosi 
palazzi : soppresso nel 1 784 il Conservatorio di S. Maria del Ro- 
sario, i Bovara costrussero a quel posto (architetto Soave) il loro 
palazzo che nel periodo napoleonico divenne sede della Legazione 
francese; poi il focoso repubblicano duca Galeazzo Serbelloni 
cominciò la costruzione del suo (Casa Busca-Sola), inaugurato si 
può dire da Bonaparte che vi fu ospitato nel 1 796 : seguirono il 
palazzo Saporiti ed altri parecchi. Pochi anni dopo la morte del 
Porta, nel '28, venivano cominciati dall'architetto Vantini, i due 
eleganti edifici d'ingresso alla città. 



- 35 - 



Ai quartieri di porta Nuova si accedeva direttamente per la 
contrada di S. Margherita dove Giovannin Bongee incappò nella 
ronda. Dal portone di piazza Mercanti, adiacente al palazzo dei 
Giureronsuili, procedeva essa diritta fino al teatro della Scala lam- 
bendo nelfultimo tratto Pantico monastero di S. Margherita, che 
s'internava in buona parte dell'area occupata oggi dalla Galleria, 
adibito nel 1 7% a carcere de' rispettabili cittadini milanesi presi 
come ostaggi, trasformato quindi in caserma e divenuto da ultimo 
sede della Prefettura di Polizia con quelle tali carceri dove Silvio 
Pellico iniziò la sua triste odissea, l-a contrada di S. Margherita, 
dice Stendhal, potrebbe chiamarsi la via dei librai e degli stam- 
patori; egli amava il dopo pranzo f>ercorrerla soffermandosi di 
vetrina in vetrina ad ammirare le ultime novità dei famosi incisori 
Anderloni e Garovaglia; vi aveva il suo negozio anche Anton 
Fortunato Stella, il libraio editore che tanto impulso diede fra noi 
a quest'arte, l'amico ed ospite di Giacomo Leopardi, e già nei 
1815 vi risiedeva il negozio di musica dei Ricordi. 

Al di là della Polizia si apriva la stretta contrada del Marino, 
quindi le case continuavano sulla stessa linea davanti al teatro 
(la piazza fu aF>erta nel 1858) interrotte dalla via di S. Gio- 
vanni alle case rotte parallela alla prima. Il Teatro Grande, cosi 
lo chiamavano, dominava, come un gigante fiancheggiato da pi- 
gmei, su modeste basse-case al principio della corsia del Giar- 
dino (via Manzoni) e su poco più che rustiche capanne dall'altra 
parte verso il teatro dei filodrammatici. Un'altra magnifica in- 
cisione di Domenico Aspàri, del 1 790, ci presenta questa scena 
che rimase immutata fin verso il 1831 quando fu costrutto il ca- 
sino Ricordi. Nelle adiacenze del teatro eran diversi caffè degni 
di ricordo: quello dei virtuosi, di fronte all'atrio, rinomato pei 
rosoli, forse il medesimo " del Cambias " dove Marchionn condusse 
la Tetton il giorno infausto delle sue nozze ; il caffè dell'Acca- 
demia sull'angolo della contrada del Marino, frequentato da Sten- 
dhal nel 1816; il caffè Martini presso all'angolo delle Case rotte; 
l'Albanclli sull'angolo verso i Filodrammatici dove un giorno Car- 
lino Porla (lo chiamavan cosi, lo dice Stendhal) per liberarsi dalle 
noiose insistenze della padrona, scrisse un madrigale sulla cassetta 
del ferragosto esposta dai camerieri, ispirato a un doppio senso oltre- 
modo licenzioso, madrigale che non figura nelle eaizioni ma sin- 



— 36 



travvede in uno dei volumi manoscritti non ostanti le raschiature 
praticatevi dal casto temperino di Monsignor Tosi. 

Al di là del palazzo Marino, dov'ebbero sede durante l'Im- 
pero il Ministero delle finanze e dopo la restaurazione la Dogana 
centrale, la piazzetta di S, Fedele molto angusta allora perchè tra 
la contrada del Marino e la chiesa ergevasi la casa abitata dal 
Conte Prina, ministro delle finanze, demolita a furia di popolo 
nell'aprile del 1814 dopo il massacro dell'infelice ministro. L'esi- 
stenza di questa casa spiega come i costruttori del palazzo Marino 
ne abbian fatta la porta di fronte all'imbocco della via Agnello 
anziché nel centro. Il fianco della casa del Prina sulla contrada 
del Marino prospettava la casa Imbonati, che cedette poi il posto 
al teatro Manzoni, dove il Conte Giuseppe Maria aveva fondato 
ed aperto l'Accademia dei Trasformati. 

Procedendo dalla Scala per la corsia del Giardino, dopo non 
molti passi, vedevasi a sinistra, quasi di fronte alla via Morone, 
la chiesa di S. Maria del Giardino, una delle più vaste di Mi- 
lano, d'una sola nave con immense arcate, fabbricata nel 1456, 
sull'area degli antichi giardini dei Torriani, pei Padri minori ri- 
formati il cui convento estendevasi fin oltre l'area occupata ora 
dalla via Romagnosi. Dal lato opposto fino ai Portoni era un suc- 
cedersi di chiesiuole e di oratori che già sui primi del secolo XIX 
cominciavano a sparire per far posto ai nuovi palazzi; e di fronte 
alla via Spiga la chiesa e il monastero dell'Annunziata soppian- 
tati parecchi anni dopo la morte del Porta dai palazzi d'Adda. 
Appena oltrepassati i Portoni ecco la bella chiesa di S. Barto- 
lomeo, antica, ma riformata dal Richini nel 1624, colla facciata 
sulla strada lungo il naviglio e l'abside sull'imbocco della strada 
Cavalchina che metteva ai bastioni (via Manin). 



Chi dalla Scala dirigevasi per S. Giuseppe incontrava monu- 
menti che la furia demolitrice dei nostri tempi non ha risparmiato. 
La strada oggi chiamata del Monte di Pietà dicevasi allora dei 
tre monasteri, che tanti ve n'erano ab antiquo: le Cappuccine di 
S. Barbara, le Agostiniane, le Francescane di S. Chiara; tutti e tre 
soppressi servivano al tempo del Porta ad usi profani: nella bella 
chiesa delle Agostiniane, per esempio, funzionavano le scuole di 
mutuo insegnamento patrocinate da Federigo Gonfalonieri. Al mo- 
numentale palazzo Cusani, ora del Comando militare, seguiva l'an- 



37 - 



tica chiesetta, rivestita di belle forme secentesche, di S. Eusebio, 
quindi la ntìole del palazzo Medici eretto ne! secolo XVI dal fa- 
moso G. Giacomo Medici, fratello di Pio IV, con una severa 
facciata dalle colonne sporgenti, dalle monumentali lesene, dal- 
l'elegante cornicione, rimasta a mezzo, e un sui>crbo cortile interno 
con portico a colonne di marmo rosso. Allorché, dopo il *60, si 
riformarono le adiacenze di Brera non si poteva dar compimento 
a quella facciata ch'era pur opera egregia di un Vincenzo Seregni, 
anziché demolir lutto l'edificio per far posto a un casamento vol- 
gare come quello che gli fu sostituito? Ma c'è di peggio: proprio 
di fronte, adiacente al fianco del palazzo di Brera, era la chiesa 
di S. Maria di Brera, l'antica chiesa degli Umiliati, del secolo XIV, 
un gioiello d'arte : figuratevi, una facciata a liste di marmo bianche 
e nere, un ricco portale gotico a colonnette e arabeschi scolpiti 
sormontato da un elegante tabernacolo adorno di sculture di Bal- 
duccio da Pisa; nella lunetta del portale una Vergine col piccolo 
Gesù dipinta dal Bramantino; tre ordini di finestrelle bifore e tri- 
fore di delicatissimo lavoro!... S'era cominciato nel 1808 a scon- 
volgere la F>arte posteriore della chiesa per ampliare l'Accademia 
di belle Arti, ma ne rimaneva intatta una buona parte, e l'aver 
tutto demolito F>er aprir quell'insulsa piazzetta fu uno de' crimini 
più gravi contro i patrii monumenti perpetrati dai nostri per altri 
rispetti pur sempre adorabili concittadini. 

Pochi passi al di là delle due vie dei Fiori ci si trovava da- 
vanti alla puslerla della Brera del Guercio, un'altra delle antiche 
pusterle della cinta medioevale, che Lodovico il Moro aveva ri- 
battezzato col nome caro della sua consorte Beatrice: anche a 
quest'arco come a quelli della porta Orientale era stalo, in tempi 
più recenti, imposto il carico d'una casa. 



La piazza dei Mercanti conservava al tempo del Porta il suo 
aspetto antico, e lo conservò per una cinquantina d'anni dopo la 
morte di lui fino a quando il troppo attivo piccone ambrosiano 
s'adoperò a sventrarla. Chiusa dai quattro lati da edifici, vi si en- 
trava per cinque portoni, da Pescheria vecchia, da S. Margherita, 
dai Fustagnari, angusta strada che veniva dal Cordusio, dalla 
contrada de' Ratti e da quella de' Profumieri prolungamento del 
Rebecchino. Qui immediatamente a destra del portone, un rozzo 
andito metteva alla famosa, auitichissiraa osteria della Fopi>a, di 



38 — 



ragione un tempo del Comune che la appaltava coll'obbligo di 
custodire i carcerali delle carceri pretorie. Questa piazza era l'an- 
tico fòro milanese, la sede del Gran Consiglio del Comune e 
delle principali magistrature, concentrava ricordi di sei secoli della 
nostra storia e la si poteva ben rispettare. Tra il palazzo della 
Ragione e quel de* Giureconsulti (ora Camera di Commercio) era 
un bel pozzo del Cinquecento, e li d'attorno il rendez-vous dei 
preti vicciuritt, colleghi di fraa Condutt, sempre in attesa di 
clienti. La nicchia d'onde ora la statua di S. Ambrogio benedice 
i passanti era vuota ; perchè fino al 1 796 v'era stato un marmoreo 
Filippo II, ma i nostri giacobini lo avevan fatto rotolare e man- 
datolo in pezzi. Il santo patrono milanese vi fu collocato dopo 
la morte del Porta. La piazza dei Mercanti per più secoli dimora 
dei tribunali era sacra al Diritto: si capisce come al tempo del 
blocco continentale sia stata scelta per abbruciarvi le merci inglesi 
contrabbandate: il nostro Carlino, passandovi in un giorno di falò, 
colpito dalla non tragica, no, ma piuttosto comica scena, la im- 
mortalò in un saporito sonetto sciovinista e antibritannico. 

Dal portone de' Ratti si andava allora, volendo, come si va 
ora, alla biblioteca Ambrosiana, ma non si entrava come ora nella 
piazza dominata dalla fronte della famosa libreria ; quest'area era 
per intero occupata dalla grande chiesa di S. Maria della Rosa, 
costrutta dai domenicani tra il 1480 e il 1490 e riformata all'in- 
terno, nello stile romano, nel 1574; bella chiesa adorna di stucchi, 
e di pitture dei Fiammenghini. Chiusa nel 1 798, divenne la sede 
di uno dei più ardenti circoli repubblicani, tanto ardente e sfre- 
nato che gli stessi generali francesi furon costretti a sopprimerlo. 
Fu li che la figlia del chimico Semgiorgio, nella foga di una con- 
cione, offri la sua mano a chi le avesse portato la testa del Papa. 
E da quegli scalmanati parti la parola d'ordine per la distruzione, 
avvenuta in una sola notte, delle innumerevoli immagini sacre che 
si incontravano ad ogni passo sui muri delle case, venerate dal 
popolo e festeggiate con musiche, addobbi e luminarie. 

Di là proseguendo per le straduccie menanti a porta Vercel- 
lina, quindi per la via denominata dalla chiesa e dal convento 
delle Agostiniane di S. Agnese, si arrivava a S. Ambrogio. Chi 
sa con quale animo il Porta avrà assistito nel 1808 alla demoli- 
zione di una delle più belle e grandi chiese di Milano, di S. Fran- 
cesco, detto appunto grande perchè era il maggior nostro tempio 
dopo il Duomo. Chiesa a tre navate, costrutta dai Francescani nel 
secolo XIII, con un campanile a piramide, il più alto di Milano, 
una magnifica sacrestia gotica, ricca di monumenti sepolcrali di 



— 39 - 

famiglie patrizie, tra i auali quello dei Biraghi. un capolavoro della 
Rinascenza, opera del Bambaia. che andò disperso e solo in parte 
fu ridotto a salvamento dai Borromeo nella loro villa all'Isola 
bella; la chiesa per la quale Leonardo da Vinci aveva dipinto la 
sua Vergine delle rocce! E la si distrusse per erigere al suo posto 
quel capolavoro d'architettura che e la caserma di S. Francesco! 
Ai lato destro della basilica di S. Ambrogio si addensavano 
allora catapecchie frammezzate da muricciuoli. da orti dai quali 
sormontava qualche pesco e qualche fico, dimore e delizie dei 
venerandi canonici. 



Verso porta Ticinese, o Marengo come la chiamarono tra il 
1600 e il 1814, s'andava per una strada che, in seguito allargata, 
divenne l'odierna via Torino; denommata però con più nomi: si 
cominciava dai Mercanti d'oro, si passava nei Pennacchiari, quindi 
in contrada della lupa cosi detta da un antico ceffo di lupa, roz- 
zamente intagliato nel marmo, che sporgeva dalla parete ai lato 
sinistro della porta di S. Satiro; a sinistra il Malcantone, dove 
abitava la Tetton e sostava sospirando " el pover Marchionn ", l'in- 
gresso cioè della contrada dei Nobili, oggi via Unione, cosi cliia- 
mato dalla singoiar sua strettezj;a, ampliato, a tempo del Porta, 
da un ricco e zelante cittadino che sacrificò per amor civico una 
porzion della sua casa. Si proseguiva per la corsia della Palla, e 
all'angolo della via di questo nome si vedeva elevarsi un torrazzo, 
e un altro torrazzo traforato da molte finestre a mo' di colombaio 
all'angolo dei Piatti, avanzi delle antiche case dei Pusterla; e poi 
per S. Giorgio al Palazzo, al Carrobbio. 

Chi a* tempi del Porta si fosse trovato presso all'angolo della 
Palla il 29 gennaio avrebb>e veduto presso l'immagine della Ver- 
gine che ancor oggi vi si trova, sebbene non al posto preciso 
d'allora, un padiglione ornato di zendaline bianche e rosse, i co- 
lori civici, e giù giù tutto il corso fino a S. Lorenzo pavesato di 
zendaline: e verso le quattro pomeridiane una folla di popolo, 
accompagnata da bande musicali, raccogliersi intomo al padiglione, 
quindi formarsi un corteo preceduto da un numeroso gruppo di 
facchini un de' quali portava sulle spalle un otre ripieno d'olio. 
Giunti alla chiesa tutta risplendente di ceri, i facchini consegnavan 
l'otre al sacerdote mentre suH'altar maggiore si celebravan solen- 
nemente i vespri. Era la tradizionale festa dei facchini milanesi 
in onore del loro patrono S. Aquilino e a ricordo de' loro com- 



40 



pagni che un tempo pietosamente raccolsero il corpo del santo 
trucidato dagli eretici nei pressi di quell'antica basilica. 

Qui al Carrobbio, dopo aver dato un'occhiata al contorno pit- 
toresco di vecchie case e alla torre dei malsani sull'angolo di 
S. Sisto, così chiamata per esservi stato vicino un ospitai dei cro- 
nici, e all'insegna dei tre scanni pendente sulla porta dell'antica 
osteria, e dopo aver spinto lo sguardo oltre le colonne fino al- 
l'arco di porta Ticinese, altra delle antiche"porte medioeyali, gra- 
vata del solito carico d'una casa d'abitazione, possiam rievocare 
qualche ricordo portiano: ammirando, per esempio lo spirito di 
Giovannin Bongee che si prende giuoco della " ronda di crovatt " 
quando dichiara di star di casa al Carrobbio, al n. 808, numero 
inesistente giacché la prima numerazione delle case di Milano fatta 
nel 1 786 assegnava a' questa località i numeri dal 3455 al 3482 
e dal 3500 al 3519. Sicuro, fino allo scorcio del secolo XVIII 
le case di Milano non avevan numero e molte strade non avevan 
nome. E come si faceva ad orientarsi? Chi, per modo d'esempio, 
nel 1782 avesse voluto recarsi dal marchese Busca ignorandone 
l'indirizzo, avrebbe preso il Servitore di piazza, un precursore 
della Guida Savallo, uscito la prima volta, se non erro, in quel- 
l'anno, e vi avrebbe letto: "Busca marchese Lodovico, giù dal 
ponte di porta Vercellina, la prima porta nobile alla sinistra, pas- 
sata la strada che mette a San Vittore ". 

Dal Carrobbio piegando per S. Vito, possiamo andar sul ponte 
delle Pioppette ad assaggiare il vino dell' Antongina, il " rocca gri- 
malda de quatordes boritt ", nella sua celebrata bottega al nu- 
mero 3755, quindi alla Vetra de' Cittadini per osservare il brutto 
ma pittoresco spettacolo di quelle case con doppie file di loggie 
pensili in legno d'onde pendono ad asciugare le pelli dei concia- 
tori che in quel luogo hanno il loro quartiere, dare un'occhiata, 
non senza ribrezzo, al cancello di ferro presso la statua di S. Laz- 
zaro, delimitante lo spazio assegnato alle esecuzioni capitali, dopo di 
che, nauseati dall'odor delle pelli conciate, ci affretteremo a var- 
care il ponticello sul canale che, scoperto, percorre tutta la piazza ^ ) 



1) Questo, il canale Bergognone, e la Vettabbia dal ponte delle Piop- 
piette al bastione, sono a questo tempo i superstiti fra molti canali*e can- 
tarane che nei secoli precedenti scorrevano scoperti nell'interno della città. II 
corso odierno di Porta Vittoria non era al tempo del Porta che un canale, 
allacciato al Naviglio, con una via per parte, strada alla Costa, a sinistra, e 
strada di S. Prassede a destra, e un doppio filare di gelsi, convegno antico e 
prediletto di lavandaie. 



41 



per tornare sul corso di porta Marengo. Da qui, rinunciando 
a spingerci fino al " borg ai goss " (degli ortolani) dove, in piena 
libertà, si macellano all'aperto carni ovine e si tiene un gra- 
veolente mercato di vesciche e di gozzi, torniamo al Carrobbio 
dove " Meneghin biroeu di ex monegh " ci invita a far una vi- 
sita alle sue padrone: prendiamo con lui la stretta contrada di 
S. Simone; davanti alla chiesa dei Santi Simone e Giuda ricor- 
diamo il buon Ambrogio Taeggi che nella casa ad essa adiacente 
fondo nel 1 549 il suo collegio d'educazione pei giovani, passiam 
sotto alla pusterla dei Fabbri, ultima, delle antiche pusterle, demo- 
lita dagli " indotti e dagli immemori " come li chiamò il Romussi 
quando pochi anni or sono si compi lo scempio, entriamo nella 
strada di S. Vincenzo in prato e, passata la chiesa di * S. Caloss *, 
poco prima d'arrivare all'antichissimo ospedale di S. Vincenzo che 
fino al 1 780, quando furon trasportati alla Senavra, ospitò i pazzi, 
saliamo su dalle monache dove sentiremo leggere la lettera scritta 
da monsignor Nuzzi a don Tobia. 



Per andare dalla piazza del Duomo a porta Romana, non 
esistendo allora la via Carlo Alberto che in tempi a noi vicinis- 
simi sfondò un pieno di case, si percorrevano le strade, una in 
proseguimento dell'altra, dei Cappellari, del Cappello e del Falcone 
fino alla contrada chiamata dell'Uguaglianza al tempo repubbli- 
cano, poi dei Nobili (oggi Unione) d'onde si arrivava alla piaz- 
zetta di S. Giovanni in Conca. Piazzetta, non piazza perchè al- 
lora la chiesa omonima era un bel tratto più avanti che non sia 
ora la ricostrutta chiesetta Valdese alla quale, riparando in certo 
modo il danno della distruzione, si applicò la facciata primitiva 
della chiesa antica. Chiesa cara ai Visconti dove fu sejxjlto Ber- 
nabò nella bell'arca sormontata dalla statua equestre di lui. opera 
egregia di maestri campionesi, ora conservala nel museo archeo- 
logico in Castello. Le sorgeva accanto un'alta torre, la quale, dopo 
la soppressione della chiesa (1808) e la sua destinazione a ma- 
gazzini governativi, fu dal Governo ceduta al celebre dottor Pietro 
Moscati, possessore d'un cospicuo gabinetto di fisica, che vi in- 
stallò un osservatorio astronomico. 

Poco più avanti cominciava l'fmipio rettifilo del corso di porta 
Romana. Carlo Porta in sua gioventù potè vedere l'antica porta 
presso al canale, la meglio conservata di tutte, adorna dei basso- 



- 42 



rilievi rappresentanti il ritorno dei milanesi in patria dopo la di- 
struzione del Barbarossa e l'adiacente " torretta ", cioè il fortilizio 
munito di torre merlata che aveva costrutto, ad uso di carceri, 
Luchino Visconti, e ancora nel settecento aveva un aspetto tale 
che il francese Lalande si dichiarò sorpreso nel vedere un si bel 
monumento destinato a prigione. Tutto fu demolito nel 1 793, per 
ordine di Leopoldo II: questa voha i milanesi non hanno avuto 
colpa. Anche da queste parti si ridestano ricordi portiani: giù dal 
ponte, per la via di S. Calimero, Marchionn se n'andava col suo 
mandolino al ballo del Battista in Quadronno dove incontrò la 
fatale Tetton, e al di là del ponte medesimo, lungo il corso, pas- 
sato il monastero colla bella chiesa Richiniana di S, Lazzaro, con- 
duceva " la capa de tucc i bolgironn " al vantato albergo della 
Commenda dove intorno al fumante risotto furon combinate le 



fatali 



jssime nozze. 



II. 



Come vivevano i centotrentamila abitanti che popolavan Mi- 
lano al tempo di Carlo Porta? intendo di vita materiale, che, a 
voler parlare di quella intellettuale, politica, economica, ci vorrebbe 
altro che queste poche e frettolose pagine. 

Durante il periodo napoleonico Milano ebbe senza dubbio un 
grande sviluppo edilizio: i patrizi, i vecchi ricchi, e i nuovi, i pe- 
scicani venuti su fra gli intrighi della farraginosa e spregiudicata 
politica giacobina de' primi anni e i commerci più o meno scru- 
polosi in tempi di continue guerre, si diedero con insolita lena a 
restaurar vecchie dimore, a fabbricar case e palazzi in quasi tutte 
le principali strade; ne si arrestarono dopo la restaurazione con- 
tinuando il commercio ad essere attivo e rimuneratore : " on re- 
gorge de richesse ", scriveva Stendhal fra il 1816 e il 1818: "i 
banchieri Ciani hanno guadagnato un milione sulle loro sete in 
quindici giorni: tutti han guadagnato in proporzione avendo le sete 
in modo straordinario aumentato a Londra ". Avere una bella casa 
in città, continuava l'illustre amico dell'Italia, è per i milanesi aspi- 
razione più viva che l'aver milioni nel portafogli; far fabbricare 
una casa è la miglior patente di nobiltà: la segreta ambizione di 
tutti i cittadini di Milano è costrurre una casa o almeno rinnovare 
qualche facciata; i proprietari stessi passan gran parte del giorno 
sui palchi delle fabbriche, appassionati e fieri come generali in 



— 43 



procinto di dar battaglia. Tra gli altri esempi di tanta prodigalità 
edilizia Stendhal ricorda i soci del Giardino, negozianti che ave- 
vano appena finito di spender somme folli per ornare l'antico pa- 
lazzo Spinola di recente acquistato dove avevan costrutto una sala 
da ballo più bella che la prima sala del Louvre '). Ammettiam 
pure che un |X)' \h:t il suo costume deliziosamente ingenuo di trovar 
unico al mondo tutto quanto gli piaceva, un po' perchè innamo- 
rato di Milano, esageri alquanto. Un piccolo decreto di polizia 
ordinante di raccomodare i balconi e di mettere mensole e altri 
sostegni a quelli che avessero più di sci pollici di sporgenza era 
bastato a far ricostruire una metà delle facciate di Milano: con 
un altro pretesto si eran trasformate per due terzi le botteghe. 
Ma, se nelle case della nobiltà e della borghesia agiata si in- 
troducevano rapidi ed essenziali miglioramenti, la grande maggio- 
ranza non disponeva ancora di abitazioni comode, igieniche e con- 
fortevoli : basti citare le ritirate poste all'aperto in fondo alle loggie 
pensili per lo più di legno, e la mancanza dell'acqua nelle case : 
l'aver la ritirata e un pozzo in casa era una specie di privilegio; 



I) Stendhal (Rome, Napla ti Florence, Pari», Levy, 1887, p. 26 
e leg.) Knvendo nel 1816, dice esplicitamente esser gìA compiuti i lavori di 
adattamento del palazzo, non solo, ma dcKrive minutamente una grande festa 
datavi il 27 ottobre dello stesso 1816. Ma l'avv. Pietro Madini, in un suo 
studio pubblicato nel volume // palazzo Spinola e la Società del Giardino 
a Milano, Milano, Bertarelli, 1919, p. 1 19 e seg.), colla scorta dei docu- 
menti ufficiali conservati nell'archivio della Società, dimostra che l'acquisto del 
palazzo di via S. Paolo fu deciso nel giugno del 1818 e il trasloco dalla 
vecchia sede di via Clerici fu effettuato nel settembre di quest'anno. 

L'evidenza dei documenti fa subito pensare che Stendhal abbia sbagliato 
la data, come certamente l'ha sbagliata quando, sotto il 29 novembre del 1816, 
ricorda un ritrovo d'amici, presso l'oste Vieillard, al quale avrebbe preso parte 
* l'aimable et courageux docteur Rasori ', giacché il Rasori si trovava allora 
in carcere, fin dal 3 dicembre del 1 8 1 4, e fu liberato solo il 9 marzo del 181 8. 

Tutto si spiega considerando che la prima edizione del Rome, Naplea 
et Florence fu pubblicata nel 1817, e la seconda del 1826, alla quale si at- 
tiene quella del 1887 da noi consultata, é come un libro nuovo tanti sono 
i rimaneggiamenti e tante le aggiunte che hanno mutato non solo idee, giu- 
dizi e osservazioni ma linanco le date. I passi relativi alla festa del Giardino 
e al Rasori non si trovano nella edizione del 1817 come ha potuto verificare 
il sig. Huet, bibliotecario della Nazionale di Parigi, che qui ringrazio per la 
cortesia usatami. Stendhal li ha aggiunti nel '26, e, aggiungendoli, ha confuso 
le date. Elssi vanno riferiti o alla fine del 1618, o ad un'altra delle succes- 
sive dimore di lui in Milano. 



44 



quando il Porta vuol dar un'idea dell'agiatezza delle ex monache 
di Meneghino dice: 

Gh'han el so bon livell, gh'han la pension.... 
La soa gesa lì arent volta el canton, 
El so comed e el pozz denter de l'uss. 

Abbondavan le scale di legno; ricordiamo Marchionn che corre 
dalla Tetton "su per i scal de legn", e Gicvannin Bongee che sente 

In sui basi] de legn 

Come sarav on sciabol a soltà; 

persino un circolo come la Società del Giardino dovette per 
lunghi anni, finche non fu in grado di acquistare il lussuoso pa- 
lazzo di S. Paolo, adattarsi in via Clerici a 

do stanz mobiliaa a la carlona 
che spuzzen de ves'cios, de nisciorin, 
on gabinett capazz d'una persona, 
ona scala orba, ona lobbia, on cortin. 



La cura della igiene pubblica stentava ad imporsi, se pur qual- 
che progresso s'era fatto dai tempi del Parini: ricordiamo: 

Al pie dei gran palagi 
Là il fimo alto fermenta 
E di sali malvagi 
Ammorba l'aria lenta.... 

Quivi i lari plebei 
Da le spregiate crete 
D'umor fracidi e rei 
Versan fonti indiscrete.... 

Spenti animai, ridotti 
Per le frequenti vie. 
De gii aliti corrotti 
Empion l'estivo die.... 

" El boffacrusca de la cà Brentana " ci rammenta l'uso di dar sfogo 
alle immondizie delle case con canali d'immissione nelle vie: ad 
impedire fino a un certo punto che gli scoli imbrattassero i pas- 
santi, venivan posti davanti agli sbocchi degli schermi di ferro. 



- 45 - 

per lo più in forma di maschere, come auello del palazzo Bren- 
tani sulla corsia del Giardino, sui quali sboccando l'acqua delle 
scuderie a terreno, mista a crusca e a diverse porcherie, veniva 
ribattuta contro il muro, mentre un fetido odor di letame usciva 
da quelle aperture. 

I cittadini stessi eron riluttanti a prendere quelle abitudini di 

Pulizia che noi giudichiamo indispensabili. La libera stampa dopo 
invasione francese deplorava non lievi inconvenienti, l'uso, per 
esempio, di tener buche di letame ne* cortili e nei sotterranei, e 
quello specialmente di spander acqua dovunque senza riguardo: 
* Milano è inondata d orina " scriveva il Qiornale senza titolo 
del 21 luglio 1798; non si poteva fermarsi davanti ai negozi senza 
essere appestati dal fetore, i dintorni dei caffè ne erano allagati. 
Lo stesso Porta ingenuamente confessa questo malanno nel Fraa 
Diodatt: 

Ve sii mai imbattuu in quai oitarù 
A falli l'ius dopo vesi sta a pissi.... 

Solo verso il 1816 si cominciò a scavar canali sotterranei per lo 
sfogo delle acque piovane e a munir le case di condotti di ferro 
bianco che dai tetti ve le immettessero; Stendhal salutò questa 
novità come una delle poche benemerenze della Polizia " la quale 
non pensava che alla politica ". 

Ma c'era di peggio: la citata Le//era d'un viaggiatore parigino, 
deplorava il gran numero di beccherie sparse in ogni angolo della 
città, dove, in mancanza d'un pubblico macello, si scannavano alla 
presenza di crocchi di ragazzi, buoi, mucche e vitelli senza nep- 
pure aver cura di lavare dopo l'operazione il pavimento dal sangue 
e dallo sterco che vi si agglomeravano. E il parigino consigliava 
d'imitare altre città della stessa Italia, pur inferiori in tante altre 
cose a Milano, come Mantova, Modena, Parma, Ferrara, che 
tenevan tutte le beccherie riunite in un sol luogo, il più nascosto; 
oppur, se questo solo rimedio avesse potuto riuscir troppo disco- 
modo in una città grande come Milano, di stabilire in ogni cir- 
condario una o più botteghe dove non si facesse che vendere la 
carne macellata altrove. 

Se non all'igiene erano infesti alla quiete gli innumerevoli ma- 
niscalchi, sparsi anche nelle vie più frequentate, coH'abitudine di 
foggiare i ferri durante la notte: si pensi qual disturbo doveva 
recare il continuo martellar sulle incudini dalla mezzanotte all'alba ! 
E giacche parliamo di quiete, rileviamo anche qualche altra osserva- 



- 46 — 



zione del solerte parigino: il gridio continuo degli artigiani e dei 
venditori ambulanti fin dalle primissime ore del mattino; spacca- 
legna, cenciaiuoli, spazzacamini, calderai, lattivendoli, mungitori, 
di capre, panettieri, dei quali ciascuna categoria aveva uno special 
modo di chiamar gente, sempre strepitoso e molesto. La noia era 
tuttavia compensata dalla nota vivace che costoro portavano nella 
vita della strada co' loro costumi bizzarri e col carico delle attrez- 
zature o delle più svariate mercanzie. Ce ne ha tramandata l'im- 
magine non molti anni dopo la morte del Porta il Locamo colla 
sua bella serie di stampe popolari milanesi. 

Sempre a proposito di molestie, il parigino ci dà più oltre 
una notizia preziosa quando deplora il malvezzo di spinger cavalli 
e carrozze a tropjx) rapido corso : " per riparare a ciò " egli sog- 
giunge "venne nel dicembre del 1816 emanato un avviso della 
Polizia dove era ricordato che anche il nuovo codice dei delitti 
e delle gravi trasgressioni politiche punisce severamente coloro 
che si permettono di spingere i cavalli oltre il piccolo trotto e di 
correre rapidamente colle carrozze od a cavallo in luoghi aperti e 
frequentati, ma la legge non si osserva ". Qyesta notizia ci dà la 
chiave per intendere un'allusione del Porta rimasta fin qui oscura 
a tutti i commentatori, compreso il Barbiera che pur dichiara 
d'aver fatto molte ricerche per spiegarla. Nella favoletta Ai ca- 
roccee e fiaccaree il poeta mirabilmente versifica l'antico para- 
gone di Anacarsi fra la giustizia di questo mondo e le ragnatele 
dove i piccoli moscerini restan presi mentre i " galavron " bucano 
e passan oltre, quindi conclude: 

Fiaccarista e vicciuritt 
Che vee foeura de manera 
Inanz batt qui gambaritt 
Pensée ai mosch e a la ragnera. 

Ecco spiegato il mistero: gli umili conduttori di vetture private 
o pubbliche correndo " foeura de manera " incapperanno nei rigori 
del decreto, mentre i gran signori, anche correndo come fulmini, 
troveranno il modo di cavarsela. Probabilmente la poesia sarà stata 
inspirata da qualche contravvenzione.... signorile andata a vuoto. 
Da non molto tempo, quando il Porta scriveva, i fiaccherai 
avevano cominciato a esercitare la loro funzione pubblica; ai 
fiacres all'uso francese, a due cavalli, erano, verso il 1813, asse- 
gnate in città nove stazioni: piazza del Tagliamento (Fontana), 
S. Babila, piazze di S. Dalmazio e di S. Giovanni in Conca, 
Ponte Vetro, Nirone di S. Francesco (o " Liron ", come lo chiama 



47 - 



Marchionn), via Cusani. Corso di porta Nuova e Vctra. Il po- 
polo li chiamava la fiacca e se ne serviva nelle grandi occasioni' 
il giorno delle nozze di Marchionn: 

tutt era proni 
La Tetton per la prima in gran parada 
Gi^ fin la fiacca in strada 
Ona fiacca campagna e de tutt pont. 

Un'altra istituzione era giovanissima quando il Porta scriveva, 
rilluminazione pubblica. Prima del 1785 le vie di Milano non 
erano illuminate se non dalla luna, quando c'era, o dai lumicini 
che SUI tabernacoli sparsi in gran numero per la città accendeva 
la devozione dei popolani. Milano ebbe la luce con un Cesareo 
Reale dispaccio dell'ardito riformatore Giuseppe II, del 21 apri- 
le 1 784, in seguito al quale il Comune si die subito a fare espe- 
rimenti si che sul principio dell' '87 aveva messo in funzione 
quattrocentonovanta lampade ad olio da una o più fiamme, e verso 
la (ine di quest'anno organizzato il servizio con una gerarchia di 
funzionari tra i quali " el lampedee " vestito di bell'uniforme con 
bottoni metallici, munito di scala e della cassetta coll'olio, lo stop- 
pino e i " transilli ", pieno di baldanza per essere " regio impiegaa " 
si da credersi il " padron " di Milano autorizzato a dar impune- 
mente pizzicotti in parti delicate alle Barborine milanesi sul log- 
gione della Scala. 



Le convulsioni politiche e la presenza in Milano 
de quii prepotentoni de francea 

resero durante il periodo napoleonico assai precaria la sicurezza 
pubblica; stormi di prostitute invasero la città con tutto il loro 
seguito di mala vita; passeggiavan baldanzose nel centro osten- 
tando coccarde tricolori, il che fece scattar di sdegno Melchiorre 
Gioia già indispettito per la crescente corruzione. L'odio ffa i 
soldati dell'esercito cisalpino e i soldati francesi divampava sovente 
in sanguinose risse, le stesse guardie nazionali ne facevan d'ogni 
colore e si dovette disarmarle; bande di delinquenti, accresciute 
dai disertori, infestavano i dintorni immediati: spesso i viaggiatori 
capitavano a Milano coi soli abiti che avevano in dosso muniti 
di fogli di via così concepiti: " noi, assassini di strada, dichiariamo 



48 



a chi spetta che la presente carrozza è stata arrestata e deru- 
bata ", ecc., ecc. Ancora nel 1816 Stendhal osservava che ladri 
e grassatori si incontravano a un tiro di fucile dalle mura, e i 
fucili d'allora non tiravan lontano. Nei primi anni della restaura- 
zione la delinquenza aumentò come sempre avviene dopo un pe- 
riodo di guerre e di rivolgimenti civili, rimanendo 'un'agitazione 
nelle infime classi le quali si sfogano con violenza e disordine 
prima di adattarsi al nuovo assetto: Io sappiam noi per recente 
esperienza. 

Verso il 1820 si formò una vera organizzazione di delinquenti, 
la compagnia della Teppa, cosi chiamata dal luogo prescelto per 
le sue notturne conventicole su uno spalto del castello ricoperto 
di quell'erba muscosa che nel dialetto milanese dicesi " teppa ". 
Narra il Rovani che questa associazione di spavaldi turbatori 
della pubblica quiete si riabilitò negli ultimi anni mettendosi in 
certo modo a servizio delle sètte politiche: ma cosi non è: la 
polizia nel '21 ne fece una retata d'oltre un centinaio che mandò 
a popolar le prigioni d'Ungheria; e da allora l'attività della Teppa 
può dirsi spenta. 



La vita nella nostra Milano era facile e gaia non solo durante 
il periodo napoleonico, ma anche dopo la restaurazione per chi 
non avesse velleità politiche. Poco denaro bastava. Gli alloggi è 
vero, eran cari: 

Cont i ficc che g'han su quel pocc asée 

diceva Akmett, il cameriere del Giardino, nel dar la sua stoccata, 
Come se fa a tasè senza danée? 

Ciò era dovuto alla infesta istituzione dei subaffittuari; I proprie- 
tari, in generale per evitar fastidi, lasciavan la casa a un reficció, 
il quale angariava a sua posta gli inquilini. Giovannin Bongee, col- 
pito dal rumore del soldato che scende le scale di casa sua, crede 
sulle* prime d'aver vicino l'ombra del 

condam reficció de cà 
Ch'el compariss 11 insci a fa penitenza 
De quii pocc ch'el s'è lolt su la coscienza; 

e Akmett in altra stoccata si dice 

pelàa del reficció come ona rana. 



- 49 



Ma per compepso il vitto. p«r la grande abbondanza di tutti 
i generi alimentari che la grassa Lombardia faceva convergere a 
Milano, era a buon mercato. Stendhal, quand'era in fondi, andava 
ai primi alberghi: durante la sua sosta all'Hotel de la Ville, nel 
1802, pagava cinquanta soldi la camera, tre lire per il cavallo, 
una lira per la colazione, sei per il pranzo. Con una lira e mezza 
passava la sera alla Scala. S'intendono lire milanesi pari a set- 
tantasei centesimi di lira italiana. Con otto franchi al giorno, 
quanti, in complesso, era in grado di spendere, villeggiava signo- 
rilmente in Tremezzina- Qyelle sei lire per il pranzo del 1802 
dimostrano ch'ei ricercava allora cose prelibate f>erchè avrebbe 
forse potuto spenderne meno anche tenuto conto del forte rin- 
caro verificatosi nei primi due anni del secolo. Alla Bella Ve- 
nezia dove alloggiò nel 1816 e nel 1827, altro albergo di pri- 
m'ordine, aveva un eccellente pranzo per tre franchi, e sì che 
il 1816 fu l'anno della famosa carestia in cui i prezzi delle der- 
rate subirono un enorme rialzo. 

Ho sott'occhio una preziosa lista di tra il 1810 e il 1820, 
dell'Albergo del Marino, di prim'ordine, situato nella contrada 
omonima al numero 1 1 37 ; v'è un'abbondanza di piatti da sbalor- 
dire: nove qualità di lessi, sedici di fritture, ventiquattro eniréea 
di polleria, sei entrées di montone, ventuna di vitello, dieci di 
selvaggina e lepre, sette di pasticci, trentasette entremets di ver- 
dura, frutta, uova e tartufi, ventidue di pasticceria, tredici arrosti, 
dieci piatti di pesce. I prezzi vanno da un minimo di cinque a 
un massimo di dieci soldi per le minestre; i piatti di cucina in 
genere da dieci a quindici: pochi tra i quindici e la lira, e son 
piatii delicati come laccetti fritti, anitra con funghi, carciofi alla 
Périgaut, bodino con sabaione, a diciassette soldi; dalla lira in su: 
filetti di pollo alla minuta, I ; trififole bianche a piacere, 1,10; bec- 
caccine al salamino. 1,15; cappone al burro di gambero, 1,15; 
crème soufHée, 1.05; arrosto di quaglie, 1,10; sono a due lire gli 
arrosti di pollino (tacchino), di pernice e di pemicone; nessun 
piatto al di sopra di due lire eccettuato l'arrosto di beccaccie che 
è a quattro. Vini: da quattordici a sedici soldi il boccale, cona- 
preso il Nebbiolo d'Asti e il Gattinara; due lire il Nebbiolo vec- 
chio; lire I, 2 una zaina d'aleatico. Bordeaux alla bottiglia lire 7, 
Borgogna 8. Porto 6.10, Reno 9, Champagne 12. E siamo in 
periodi di guerra e di dop>oguerra in cui i prezzi ebbero forti 
oscillazioni e si mantennero bassi solo nei primi anni del regno 
italico; dopo il 1812, in causa specialmente delle speculazioni de- 
terminate dai grandi apparecchi i^r la campagna di Russia, co- 



50 — 



minciarono a salire e il rialzo si accelerò nel 1816-17: allora il fru- 
mento, disceso nel 1809 a 18 lire il quintale da 51 che era 
nel 1 80 1 , anno carissimo, risali a 48, il pane da 25 centesimi al 
chilo a 61, il vino da 25 lire all'ettolitro a 47; la carne bovina 
per altro oscillò assai meno: da 86 centesimi al chilo nel 1801 
non raggiunse che gli 89 nel 1816. 



Affluivano a Milano i forestieri non solo per ragioni di com- 
mercio ma anche perchè ci si stava bene e c'era da divertirsi. 
Ciò che aumenta la ricchezza dei milanesi, scriveva Stendhal 
nel 1818, è l'incredibile assurdità delle leggi che si succedono 
in Piemonte ; tutti i ricchi vengono a respirare a Milano : Milano 
infatti è una ricca repubblica data alle arti e alla voluttà. 

Grande era naturalmente la frequenza di stranieri durante il 
periodo napoleonico: un ottimo servizio diretto di diligenze era 
stabilito fra Parigi e Milano: dieci giorni di viaggio per Ginevra 
e il Sempione, per 1 70 lire. Era organizzato un buon servizio di 
diligenze da Milano per Venezia ed Udine, lire 50 e 70, per Pa- 
rigi-Calais-Londra, lire 281, per Marsiglia e Tolosa, lire 150 e 
195, per Strasburgo-Lilla-Bruxelles, lire 166, 213, 236, Fin dal 
secolo XVllI funzionava il corriere di Lindau per la Germania, 
Nella contrada del Monte Napoleone, in casa Melzi, al numero 
1299, era l'ufficio centrale delle diligenze. Le comunicazioni colla 
Lombardia erano facilitate anche da servizi giornalieri di barche, 
tirate da cavalli, lungo i canali, trasportanti persone e merci, per 
Turbigo, Buffalora, Abbiategrasso lungo il Naviglio grande, per 
Concesa, Vaprio, Gorgonzola, Cassano lungo quello della Mar- 
tesana, per Pavia lungo il nuovo Naviglio. 

Molti ed ottimi gli alberghi, numerosissime le osterie, come 
allora si chiamavano nelle Guide gli alberghi di second'ordine, e 
le trattorie. Nell'albergo della Città (Ville), sulla Corsia dei Servi 
al n. 607, rimesso a nuovo nel 1817, ogni camera aveva la sua 
retrocamera e doppia uscita ; ad ogni " stanza da padroni " ne era 
annessa una pel servitore ed una per la cameriera, nonché un 
camerino con due condotti d'acqua " a tromba " all'uso inglese. 
V'era servizio di carrozze di città e grande scuderia, bagni " na- 
turali, artificiali e medicati ", " officina da parrucchiere, da barbiere 
e da fabbro ", dispensa di liquori e di caffè. L'edificio fu poi 
riformato nel 1848 dall'architetto Rovaglia che lo ridusse allo stato 



- 51 - 



attuale. Altri alberghi principali: Angioli, Cappello, Commenda 
sul corso di porta Romana al n. 4591, frequentato nelle sere d'e- 
state anche dalla società elegante (Marchionn volle trattar la Tetton 
proprio come una signora). Corona a S. Raffaele, Croce di Malta 
a S, Sepolcro, Due torri in S. Radegonda, Falcone, Gambero 
in corsia dei Servi al 596, Imperiale nella contrada dell'albergo 
Imperiale (via del Fieno), il già ricordato Marino, il Pozzo dove 
facevano stazione i vetturali di lungo corso della Francia e della 
Germania, Reale e Tre Re nella contrada dei Tre alberghi, dei 
Servi sulla corsia omonima al 599, S. Marco in contrada del Pesce, 
infine il Reichmann prima sul corso di porta Romana, poi fusosi 
colla Gran Brettagna (via Torino), illustrato da Enrico Heine che 
vi alloggiò nel 1828 e lo esaltò nei suoi Reisebilder. Alcuni di 
questi alberghi erano antichissimi : il Falcone, il CapF>ello, il Pozzo, 
il Gambero, i Tre Re si trovano già ricordati in documenti mi- 
lanesi dei secoli XIV e XV. Tra quelli di second'ordine eran 
più accreditati l'Agnello, l'Angelo in via Pantano, il Biscione, la 
Croce Rossa nella contrada omonima, i Due muri, le Due Spade 
a porta Romana rimasto aperto fino a pochi anni or sono, la Fe- 
deltà nella contrada del Rebecchino, la già ricordata Poppa, i 
Tre scanni al Carrobbio, il Leone sulla corsia dei Servi, il Re- 
becchino, il Bettolino di pwrta Nuova alla Cavalchina, il S. Paolo, 
il S. Michele che esiste tuttora, la Torre di Londra in via Ro- 
vello. E fra le trattorie la Fenice sotto il coperto dei Figini, del 
Gran teatro sull'angolo di via Caserotte, dell'Annunciata al ter- 
raggio di porta Nuova, la Nòs fuori di porta Ticinese, lodata 
dai preti del Miserere, e il Monte Taboi* a ridosso della porta 
Romana di cui parleremo tra poco. 

Ma lo Stendhal nel 181 1 e alcuni anni dopo ne menziona una 
speciale, molto reputata, tenuta da un francese, M. Vieillard. Ma- 
dame Vieillard, una vecchietta " fort propre ", già cameriera di 
una dania francese venuta fra noi durante l'emigrazione, l'aveva 
fatta diventar di moda colla sua vivacità e coi sap>oriti epigrammi 
che rivolgeva ai suoi avventori. Stendhal narra d'un delizioso piqué 
nique fatto presso i Vieillard da una brigata di signore e signori 
tra i quali era anche " l'amabile e coraggioso " dottor Rasori. 

Numerosi i caffè: già ne abbiamo ricordati alcuni: il più ri- 
nomalo era quello dei Servi sull'angolo tra la corsia e la via Pa- 
squirolo: vi si serviva un caffè- panerà che ha avuto l'onore di 
essere immortalato in una delle migliori opere di Stendhal. Verso 
la mezzanotte, dopo il teatro, usavano recar\'isi i signori eleganti 
a prendere il gelato: vi convenivano anche artisti a recitar gustose 



— 52 - 



poesie fra crocchi d'avventori e di camerieri. Probabilmente fra 
questi crocchi correvan le poesie meneghine di Carlino Porta; 
Stendhal se le faceva leggere, godeva un mondo nell'ascoltare le 
invettive di Giovannin Bongee contro "quei prepotentoni de frances", 
egli che ad ogni passo compiacevasi di lanciar frecciate a' suoi 
compatrioti e di far risaltare la loro inferiorità in tutto quello, e 
non era poco, che ammirava in Italia. Egli lodava sopratutto l'arte 
portiana nel dipingere i nobili fatui e pretenziosi, proclamava il 
sonetto El di d'incceu ') la cosa più perfetta scritta in Italia 
da cinquant'anni solo eccettuando le poesie del Monti. Ricordando 
il sonetto In mori del pìttor Boss, chiama il Bossi " fat celebre 
qui passe icì pour un grand'homme ", e qui non siam d'accofdo col 
grande scrittore francese, anzi ci meravigliamo come abbia potuto 
pronunciare un simile giudizio. Se non un grand'uomo nel senso 
più ampio della parola, il Bossi fu uno spirito eletto, degno della 
sua fama. 

Un curioso genere di ritrovi che può essere classificalo fra i 
caffè erano il Vauxall e il Monte Tabor. Il Vauxall, d'origine 
inglese come dice il nome, fu importato a Milano dal veneziano 
Giuseppe Fossati nel 1778: consisteva in un passeggio di persone 
a piedi entro un recinto lungo la via Marina flancheggiante i bo- 
schetti, ben illuminato, disposto a padiglioni verdi e giardinetti con 
sedili, allietato da musiche, da balli e da fuochi artificiali, e prov- 
visto di spacci di bibite e tabacchi, di negozi di commestibili e 
minutaglie. Durò molto tempo e ancora nel 1824 la Gazzella dì 
Milano ne parlava come di ritrovo favorito dal pubblico milanese. 
Lo menziona il Porta adoperandolo come termine di paragone per 
dar un'idea dell'andirivieni in casa della Tetlon: 

soldaa, ruffian, pattér 
Can borian pussée che on pori de mar; 
La cà l'èva on faxall . . . . ^ 

Qualche cosa di simile è risorto ai giorni nostri presso l'albergo 
Diana. 



I) Di questo preteso sonetto lo Stendhal cita qualche verso: 
L'era una noce di pu indiaMolàa 

Scur come in bocca al lòff 

E el pò ver meret che l'è minga don 

con quel che segue: onde risulta evidente trattarsi della Prineide di T. Grossi, 
che allora si credeva opera del Porta. 



— 53 — 



All'osteria del Monte Tabor, adiacente alla porta Romana, un 
tale venuto dalla Russia verso il 1810, traendo profitto dagli ac- 
cidenti di giacitura in quella parte del bastione, impiantò le cosi 
dette montagne russe, col praticare una discesa precipitosa di cento- 
cinauanta passi pavimentata in legno liscio con solchi paralleli nei 
quali scorrevan rotelle in ferro portanti una seggiola in forma di 
slitta per una sola persona, o anche per due quando luna sedesse 
in grembo all'altra. Il nuovo divertimento fece, come suol dirsi, 
furore; non solo vi si affollava il popolo, ma vi accorreva anche 
l'aristocrazia e nelle giornate di giugno tale era il concorso che 
dal ponce alla porta le carrozze dovevano procedere lentissime e 
di tratto in tratto fermarsi. Con cinquanta centesimi si pagava l'in- 
gresso e tre corse, e l'impresario fece vistosi guadagni. Vi an- 
davan i)ersino il Viceré del Lombardo Veneto e la Viceregina, 
la quale deliziava il pubblico con le sue slittate mettendo in mo- 
stra ammiratissime gambe. 



Nei primi anni del periodo napoleonico i milanesi interruppero 
o modificarono molte delle loro abitudini di vita, e interrotto fu 
probabilmente quel corso di carrozze cosi famoso di cui parlano 
con calda ammirazione tutti i viaggiatori stranieri che sostarono 
in Milano nei secoli XVII e XVIII: quell'interminabile sfilata di 
lussuosi equipaggi perpetuante la tradizione di un costume impor- 
tato fra noi dagli spagnuoli, doveva muoversi a disagio tra le raf- 
fiche del vento repubblicano, ma stabilito l'impero, quando l'ari- 
stocrazia antica e nuova e la ricca borghesia gareggiaron nel far 
di Milano una capitale fastosa quale non era più stata da Lodo- 
vico il Moro in poi, il corso dovette riprender voga. Chiuso colla 
restaurazione un periodo cosi denso di emozioni, la vita cittadina 
si raccolse in manifestazioni forse meno chiassose, ma non rinunciò 
agli svaghi, che anzi se l'aristocrazia conservatrice riprendeva fin 
dov'era possibile le abitudini d'avanti il 1796 chiudendosi in ri- 
stretti circoli di famiglia fra le partite a tarocco e le pratiche più 
o men disinteressate di beneficenza delle dame del biscottino o 
delle Sussista come le marchesine ospiti di Don Pasqual, quella 
più liberale, non consentendole il nuovo regime di interessarsi ad 
alcuna questione sociale o politica, divenne anche più spensierata 
e gaudente. E il corso, dopo il teatro, fu tra gli svaghi preferiti. 



— 54 - 

Nel secolo XVII e sul primi del XVIII s'era fatto intorno 
al Castello, poi passò sul corso di Porta Romana fino alla Gam- 
boloita, quindi lungo la bella via Marina fiancheggiata di pioppi, 
da ultimo, dopo la costruzione dei giardini pubblici verso porta 
Orientale (1788), si svolse lungo i bastioni di questa porla d'onde 
si godeva verso l'esterno uno splendido panorama della boscosa 
pianura e verso l'interno si dominavan le belle praterie dei Kramer, 
fino alle macchie d'alberi della villa Belgioioso al di la dei quali 
si vedeva profilarsi sullo sfondo azzurro del cielo la maggior gu- 
glia del Duomo. In estate, narra Stendhal, dopo pranzo, all'y^ve 
Maria, e d'inverno prima di pranzo dalle due alle quattro, tutte 
le carrozze signorili della città, e i giovani eleganti a cavallo, si 
ritrovan sul corso. Dopo un po' di movimento le vetture si fer- 
mano per una mezz'ora (secondo l'uso antico che tanto stupì ma- 
dame de Boccage nel 1 763) ; son quattro file di vetture ferme ai 
due lati della larga allea, e frattanto nel mezzo due altre file con- 
tinuano il cammino. II tutto è regolato da dodici ussari austriaci. 
La sosta è una specie di rivista: le carrozze delle signore giovani 
son contornate da giovinotti eleganti : le signore attempate fanno 
una curiosa conversazione coi servitori che stanno alla portiera 
pronti ad aprirla quand'esse voglian fare qualche passo a piedi, 
il che awien di rado. La domenica tutto il popolo accorre a veder 
la sfilata de* suoi nobili ed è fiero dell'immenso numero di car- 
rozze che vi prendon parte. Dopo il corso, d'estate, è uso fer- 
marsi al caffè dei Servi a prendere il gelato poi, dopo una bre- 
vissima sosta in casa, si va alla Scala. Ai giardini, continua Sten- 
dhal nelle sue note del 1816, ottanta musicanti d'un reggimento 
tedesco suonano in modo perfetto i più bei pezzi di Mozart e 
d'" un giovane chiamato Rossini ". 



Occorrerebbe un volume per descrivere le feste pubbliche nel 
periodo napoleonico il più festaiuolo che la cronistoria milanese 
ricordi. Ogni occasione era buona nei primi anni repubblicani per 
affermazioni patriottiche, ben sovente clamorose e di cattivo gusto 
come il famoso ballo del Papa alla Scala, e negli anni dell'Im- 
pero per l'esaltazione del grande monarca: luminarie, fuochi d'ar- 
tificio, banchetti, corse di bighe all'Arena, balli e cantate allego- 
riche nei teatri, spesse volte con ingresso gratuito a tutto il po- 
polo e quindi con indescrivibile baraonda. Ricordiamo alcune delle 
feste più caratteristiche ; per l'elezione di Francesco Melzi a Vi- 



- 55 - 



cepresidente della repubblica italiana; nel febbraio del 1802 grande 
spettacolo alla Scala illuminata ' a giorno ', ricevimento in casa di 
madama Landi Somaglia dove Ugo Foscolo lesse il suo panegi' 
rico a Bonaparle; la sera del 3 marzo solenne ricevimento nell'ex 
palazzo ducale a più di tremila persone con le sale adorne di 
bassorilievi allegorici allusivi agli eventi contemporanei; grande festa 
popolare ai giardini pubblici dove, secondo il gusto dominante, 
eransi eretti edifici monumentali di cartapesta sovraccarichi di de- 
corazioni allegoriche. Chi vuol saperne di più scorra i giornali e 
le numerose incisioni del tempo. Festeggiamenti strepitosi per l'in- 
coronazione di Napoleone ; allegrezze indicibili per la nascita del 
Re di Roma accresciute dalla soddisfazione di veder finalmente 
compiuta la facciata del Duomo scoperta appunto in quel giorno : 
la cattedrale folgoreggiò di migliaia di fiaccole e di lampioncini, 
guizzò un'imponente composizione di fuochi artificiali rappresen- 
tante lo zodiaco e l'Olimpo. Nel carnevale del 1812, alla vigilia 
della partenza per la Russia, uno dei corsi più ricchi che fossero 
mai stati fatti nei pur famosi carnevaloni ambrosiani, organizzato 
dallo stesso Viceré; sedici carri tirali ciascuno da sedici cavalli 
rappresentavano le Quattro stagioni ed altre allegorie. 

Nei primi anni della restaurazione si continuò volonticri a di- 
vertirsi in tal modo; memorabili le feste alla Scala colle cantate 
di Vincenzo Monti, " il mistico omaggio ", per la venuta dell'ar- 
ciduca Giovanni, e " il ritorno d'Astrea " per quella dell'impera- 
tore (1816), le luminarie, i giuochi popolari, le corse e via di- 
cendo. Ma il Governo austriaco si diede a favorire in p>articolar 
modo, e si capisce, le feste religiose: lady Morgan che era fra 
noi nel 1820, ricorda la processione del Corpus Domini, orga- 
nizzata appunto e diretta dallo stesso Governo; vi parteciparono 
il Viceré con l'intera Corte e tutte le Autorità; l'interminabile 
corteo Fissava per le strade sfarzosamente pavesate e sotto archi 
di trionfo innalzati per ordine della Polizia: immensa folla, ma, 
soggiunge la geniale scrittrice, più disposta a motteggiare che a 
genuflettersi. 



All'inizio del nuovo secolo crebbe di gran lunga, a confronto 
del secolo XVIII, la passione pei teatri. Se ne fabbricaron di- 
versi in aggiunta ai Regi, della Scala e della Canobbiana, quasi 
tutti sul posto o nell'ambiente stesso di chiese e conventi sop- 
pressi: il sontuoso Corcano, eccellente opera di Luigi Canonica, 



- 56 



dov'era la chiesa delle monache di S. Lazzaro a porta Ro- 
mana (1805), quello dei Filodrammatici nella chiesa dei SS. Cosma 
e Damiano, quelli di S. Radegonda e del Lentasio, che trasfor- 
marono i monasteri omonimi, e il Re installato fin dal 1 797 nella 
chiesa di S, Salvatore, in contrada dei Due muri, poi dal Cano- 
nica ricostrutto nella contrada adiacente di S. Salvatore. In tutti 
si davano spettacoli drammatici, lirici e coreografici: al Re si fa- 
ceva applaudire nel ' 1 5 e dopo la compagnia di Elisabetta Mar- 
chionni colla brava Carlotta, fiamma di Silvio Pellico, nel ' 1 7 e 
nel '18 vi comparvero il Barbier di Siviglia e l'Otello di Ros- 
sini. Il Filodrammatico, costrutto fra il 1798 e il 1801, da una 
società per i dilettanti, cominciò col nome e colla funzione di 
Teatro patriottico destinato a produzioni esaltanti le idee, anche 
le più accese, dei tempi nuovi e per conseguenza il più delle volte 
estranee alla vera arte: non ostante questo passato, il governo 
austriaco lo rispettò purché cambiasse il nome; e, preso dopo il 
'14 quello attuale, fu un ottimo agone per dilettanti abili talora 
come veri artisti. Stendhal ne parla con ammirazione e ricorda 
d'avervi sentito recitare (1816) nell'^ m/of/emo di Monti la mo- 
glie del poeta " una delle più belle donne d'Italia ". 

Il teatro del Lentasio era brutto e popolare, ma vi si davano 
ottimi spettacoli sì che Stendhal dice d'aver nel 1811 sfidato il 
pericolo di prendersi qualche bestiolina parassita per ascoltarvi un'ec- 
cellente esecuzione del Melomane italiano di Mayer. Il Carcano 
gareggiava con la Scala e vi sfilavano le prime celebrità dell'arte 
lirica. La Canobbiana era specialmente frequentata da compagnie 
drammatiche francesi che, durante il periodo napoleonico, eran fra 
noi quasi in permanenza. 

Grande era fra la gioventù la passione per l'arte drammatica 
e molte chiese soppresse erano invase da teatri e teatrini di dilet- 
tanti. In alcuni sonetti di Carlo Porta è riflessa questa passione 
col seguito di gelosie e di litigi che ingenerava tra le diverse 
compagnie. Il più reputato, dopo il teatro dei Filodrammatici, era 
quello nell'osteria del Gamberino in contrada di S. Pietro all'orto, 
che il celebre attore Giuseppe Moncalvo fece costrurre dall'ar- 
chitetto Pestagalli per l'Accademia degli intraprendenti, i filogam- 
beri del Porta, sempre in lotta d'egemonia con quella dei filo- 
Justoni: 

Là piantela i me car filo-fuston 
Con quij voster sonitt de Orazi fiacch.... 

Vuiolter gamber poeu fee de cojon 
Aree drizz e de lungh... 



- 57 - 

Gli emulatori s'erano installati nella ex chiesa di S. Anna, i Ira- 
acenJenU in quella di S. Romano adiacente a S. Babila. i relorei 
melici in quella di S. Caterina presso al ponte dei Fabbri a porta 
Ticinese, e fecero parlar di se per una rappresentazione data in 
onore della coppia imperiale il 16 gennaio del 1816. 

Non è lecito omettere un cenno sui teatri di marionette quando 
a costrume uno accanto al palazzo di Giustizia (piazza Beccaria) 
credette di potersi disturbare un grande architetto come Luigi 
Canonica, il costruttore del Carcano e dell'Arena, e si com- 

Riacquero di frequentarlo persone serie e intelligenti come lady 
lorgan. la quale s'indugia a descrivere una rappresentazione e 
ci fa sapere che quel teatrino era p>opolare quanto la Scala e la 
gente di bon ton amava recarvisi almeno una volta durante l'in- 
verno come quella di Parigi andava all'Ambigu o alla Gaité. 
Il teatrino del Canonica, che aveva anche una bella facciata del- 
l'architetto l'azzini, adoma di statue di Pompeo Marchesi, fu 
demolito nel 1863 quando venne allargata la piazza e ricostrutto 
nell'interno della casa dove tuttora esiste e continua le vecchie 
tradizioni. 

La costruzione dell'Arena (1807) mise in voga le corse di 
bighe alla romana e le finte battaglie nautiche, spettacoli anacro- 
nistici e già fin d'allora poco apprezzati da persone di gusto fine : 
Stendhal si meravigliava che i milanesi ne andassero pazzi. 



La vita mondana si concentrava tutta nel teatro della Scala. 

Milano ebbe nel 1778 uno dei più belli e vasti teatri d'Eu- 
ropa, ma le abitudini del pubblico ambrosiano non erano, e per 
qualche tempo non furono, adeguate alla dignità del nuovo tempio 
dell'arte- Esse avevan sorpreso quasi tutti i viaggiatori stranieri 
venuti a Milano nel secolo XVIII: "la platea è pazza od ub- 
briaca", scriveva il De Brosses, "o l'uno e l'altro insieme; nem- 
meno sul mercato si fa altrettanto rumore: non basta che ciascuno 
vi faccia conversazione gridando a perdifiato e saluti con urli i 
cantanti quando si presentano o mentre cantano, no, i signori della 
platea esprimono la loro ammirazione col battere lunghi bastoni 
sui banchi: a questo segnale gli spettatori del loggione lanciano 
milioni di fogli stampati contenenti sonetti in lode del virtuoso o 
della virtuosa ". Talora fra nembi di sonetti si lanciavano al volo 
stormi di piccioni che finivan poi sullo spiedo degli artisti. 



58 — 



Non più riservato era il contegno del pubblico aristocratico 
nei palchi dove, tra le altre cose, si cenava in lieta brigata du- 
rante lo spettacolo. Tale condotta andò senza dubbio migliorando 
nei primi decenni del secolo XIX. II succedersi stesso degli spet- 
tacoli, un po' sconclusionato e tumultuario durante il periodo na- 
poleonico, quando la Scala rimaneva aperta tutto l'anno alternan- 
dovisi l'opera seria e buffa coi balli e le commedie, e nelle innu- 
merevoli feste patriottiche si davano spettacoli e balli pubblici 
gratuiti a folle immense, assunse negli ultimi anni del Regno ita- 
lico e dopo la restaurazione più ordinata disciplina e più alta 
dignità. Tuttavia il teatro massimo continuava ad essere conside- 
rato più che un tempio sacro all'arte, la sala, l'alloggio serale della 
città. " Non c'è società che in teatro, non c'è una casa aperta ", 
diceva Stendhal, esagerando un pochino. " Ci vedremo alla Scala " 
era la formola consueta nel congedarsi. 

Le signore, scriveva lady Morgan, vestite con toilettes da far 
invidia al genio inventivo di madame Victorine Bécard della rue 
Bourbon, arrivano sole nelle loro carrozze: entrando in palco si 
tolgono i grandi cappelli e li appendono alle pareti come si fa 
a Parigi ; gettano uno sguardo sulla sala, ricevono e danno il saluto 
italiano il cui gesto espressivo ha una certa civetteria infantile, 
poi voltan le spalle alla scena e per tutto il resto della serata 
non vedono e non ascoltano che la loro società, né sospendon la 
conversazione se non quando l'orchestra le avverte che una scena 
di ballo, un'aria, un duetto che è di moda ammirare sta per co- 
minciare. Allora si ascolta con attenzione e rapimento, poi si 
riprende il discorso per interromperlo solo all'entrare e all'uscire 
dei visitatori. A favorir la disattenzione contribuiva l'uso di ripe- 
tere per moltissime sere lo stesso spettacolo, e la divisione dello 
spettacolo stesso, il quale s'apriva ordinariamente col primo atto 
dell'opera, seguiva il gran ballo serio per un'ora e mezzo, quindi 
il second'atto dell'opera, da ultimo un piccolo ballo comico che 
mandava a casa allegri verso il tocco. Ogni palco, osserva ancora 
la Morgan, ha i suoi habitués vincolati da un obbligo fastidioso: 
l'arrivo dell'ultimo è il segnale della partenza del primo. L'appas- 
sionato e non mai interrotto concorso alla Scala aveva per la scrit- 
trice inglese un movente più recondito che non lo spirito mondano : 
là, nel palco sacro, dove solo gli intimi avevano accesso, era il più 
sicuro asilo contro lo spionaggio. Ricordiamo ch'ella scriveva nel 1 820. 

V'eran de' palchi frivoli per quanto amabili, dove si conti- 
nuava a giuocare a faraone, finito lo spettacolo, fimo alle ore 
piccole, e non si smetteva fiinchè il portiere non veniva ad av- 



— 59 — 



vertire che il tocco era suonato da un pezzo: e allora la lieta 
brigata passava da Battistino, il trattore della Scala, che sapeva 
trattenerla fino a giorno fatto. Ma v* era qualche palco dove l'en- 
trare poteva esser ritenuto un alto onore; quello per esempio 
del marchese Lodovico di Breme. Stendhal, ammiratore del gio- 
vane intelligentissimo capo dei romantici, figlio di uuel Breme che 
" aveva duecento mila franchi di rendita ", vi andava quasi ogni 
sera a portarvi novelle di Francia, e vi trovava Vincenzo Monti, 
i principali scrittori del Conciliatore, Silvio Pellico, Borsieri, Er- 
mes Visconti, Berchet, e, ospite ammirato. Lord Byron. 

Con tali ritrovi facevano il più vivo contrasto i crocchi del 
Joyer, quaitier generale degli sciocchi, dove si fabbricava l'opi- 
nione pubblica sugli artisti e sulle signore. Lo sconcio dei giuochi 
d'azzardo autorizzato nel periodo francese, che rendeva scicen- 
tomila franchi all'impresa, cessò col nuovo regime. 

Non ostanti i suoi difetti il teatro della Scala e per la maestà 
dell'ambiente, e per l'elegemza e la distinzione del pubblico, e 
p>er la magnificenza di molti spettacoli formava un insieme da 
entusiasmare quanti stranieri venissero a Milano. " Ce théatre ", 
dichiarava Stendhal nel 1811, 'a eu une grande influence sur 
mon caractère ", e nel '16: "la bellezza del teatro e dello spet- 
tacolo supera ogni immaginazione, è il primo teatro del mondo! " 
Tutto egli vi ammirava persin le comparse vestite come sui teatri 
di Francia le prime parti. Nella corrispondenza da Milano, spe- 
cialmente col suo amico prediletto M. de Mareste, tra il 1816 
e il 1 820, l'argomento principale è la Scala, e vi son notizie pia- 
cevoli ed utili anche per noi: vi parla dei prezzi d'abboneunento, 
mitissimi a suo parere, cinquanta franchi da S. Stefano al 1 4 marzo ; 
giudica con osservazioni piene di i^eri^e gli artisti: la Mariani, voce 
superba di contralto con sei note magnifiche, ma priva di calore ; 
la Pellegrini, bellissima, ma " bète et ennuyée " ; la Bonini, brutta 
e buonissima; la Tosi, figlia d'un avvocato di grido, voce incan- 
tevole ma arte nulla; il basso Remorini, uomo devotissimo e casto, 
cantante sommo per voce ma sulla scena " on salamm " (testuale); 
Galli, grande attore senza voce; — riferisce qualche pettegolezzo 
di corridoio, per esempio su certe precauzioni sessuali della Pasta 
per non guastarsi la voce, fa interessanti statistiche di compensi 
dati agli artisti per la stagione: Galli 35.500 franchi, Remorini 
30.000, Zucchelli 20.000, Ambrosi 15.000. E parla di Rossini 
" ce jeune homme à la mode ", le cui melodie incominciavano ad 
imporsi alla Scala. Venuto a Milano da Napoli nel '19: avaro, 
senza un soldo quattr'aimi prima, ora in grado di impiegare cea- 



60 — 



tornila franchi al sette e mezzo per cento presso Barbaglia, il 
famoso impresario. Ha mille franchi al mese come direttore despota 
del teatro S. Carlo; quattromila per ogni opera nuova, e Barbaglia 
non risparmia di chiedergliene, e lo mantiene dandogli gratis al- 
loggio, tavola, carrozza ed amica. 



^ 



Quand per vede I' Prometti trii mes fa 
El correva a la Scara tutt Milan, 
E vegneven giò a tropp de là e de scià 
I forestee de tante mia lontan, 

Salvator Vigano raggiungeva il colmo della sua gloria; incredibile 
gloria della quale noi non siamo oggi in grado di comprendere 
esattamente le ragioni non bastando a spiegarla la passione vera- 
mente straordinaria del pubblico di quel tempo per i balli. Qyando 
un pensatore e un artista come Stendhal arriva a dire che la più 
bella tragedia di Shakespeare non produce in lui l'impressione di 
un ballo di Vigano e giudica V Otello e la Vestale capolavori 
quali la Francia non ha avuto da Voltaire in poi, ed esclama: 
" Canova, Rossini e Vigano, ecco la gloria dell'Italia attuale ", 
bisogna proprio dire che siamo davanti a un mistero. Mentre 
gli altri compositori di balli eran pagati quattromila franchi l'anno, 
il Vigano, ricercato ed acclamato da per tutto, sì che letterati 
eminenti andavano a gara per scrivere i programmi de' suoi 
balli, ne guadagnava da quaranta a cinquantamila ; ed era si buono, 
sì generoso, sì caritatevole, che non aveva mai dieci zecchini; la 
sua generosità giungeva al punto da pensionare i fratelli delle sue 
amanti (è Stendhal reponsabile di questa notizia). 

A moltiplicare la popolarità del "grande poeta muto" contribuiva 
la figlia Nina, bellissima, ricca d'intelligenza e di spirito, briosa narra- 
trice di aneddoti, cantatrice squisita, allieva ed amica di Rossini; di 
costumi facili, molto facili, tanto facili che Stendhal, il quale senza 
dubbio ne ebbe i favori, la raccomandò, quand'ella si recò a Pa- 
rigi a darvi dei concerti, all'amico de Mareste come " il più bel 
fiore d'Italia ", aggiungendo nella scabrosa lettera di presentazione 
il consiglio di approfittarne: il che, sembra, non trascurò di fare. 
Affatto disinteressata per altro, e di questo Stendhal le faceva 
un gran merito. 



- 61 - 



Gli spettacoli coreograBci della nostra Scala erano, anche te* 
condo lady Morgan, superiori a tutto ciò che di questo genere 
si poteva vedere in Europa: la loro perfezione ella spiegava con 
cause non solo fisiche ma anche politiche. La mobilità dei muscoli 
degli italiani, diceva, l>en s'adatta al linguaggio del gesto che essi 
mescolano infatti anche alla loro conversazione ordinaria, ma la difli- 
denza provocata dallo spionaggio politico intensifica in loro questa 
tendenza e li induce a confidare a uno sguardo, a un atto, che 
nessuna spia potrebbe denunciare, l'espressione del loro pensiero 
piuttosto che a parole; un po' mimi per natura, lo diventano per 
abitudine. Da ciò deriva, a parer suo, il fascino dei loro balli, 
dove gli attori spiegano una sagacità di gesti, una proprietà di 
atteggiamenti, una potenza d'espressione nella fisionomia da ren- 
dere profondamente commoventi queste rappresentazioni come 
tragedie e prodigiosamente esilaranti come farse. Cosi i comf>o- 
sitori erano incoraggiati a trattare i più nobili soggetti del dramma 
legittimo, e Racine e Shakespeare venivano tradotti in una vera 
poesia d'azione. 

C'era per altro una parte del pubblico, l'antica nobiltà, che 
considerava questo delirio pei balli come un'eresia rivoluzionaria 
e chiudeva per protesta i suoi palchi. La contessa Castiglioni, 
richiesta dalla Morgan perchè non la si vedesse quasi mai a teatro, 
rispose : " perchè non ammiro la declamazione delle gambe ". Né 
mancavan proteste degli artisti: mademoiselle Hubert rifiutò le 
proposte fattele dai direttori della Scala dichiarando di non voler 
cantare per un pubblico che si appassionava solo per i balli. 

Non ostanti gli entusiasmi degli stranieri e del pubblico no- 
strano, tra le persone riflessive e di elevato ingegno si facevan 
riserve sull'andamento del grande teatro. Carlo Giuseppe Lon- 
donio, uomo distinto per senno e coltura, in un suo libretto inti- 
tolato Succinte osservazioni di un cittadino milanese sui pubblici 
spettacoli teatrali della sua patria, uscito a Milano, senza il nome 
dell'autore, nel 1804. denunziava con severa critica le cause della 
decadenza del teatro contemporaneo. Le meschine ricomp>ense, i 
capricci dei cantanti, le costumanze teatrali e la gelosa rivalità dei 
maestri scoraggiavano a parer suo i poeti dal com(x>rre drammi 
per musica, cosicché questo genere di poesia rimaneva abbando- 
nato ai mestieranti. L'interrompere bruscamente l'opera per dar 
luogo ad una rappresentazione di genere e di soggetto affatto di- 
verso, come i balli, faceva sì che le impressioni si indebolissero 
a vicenda. Più ancora nuoceva alla serietà e all'efficacia dello spet- 
tacolo l'accoppiare, come pur si costumava, in una sola rappre- 



— 62 - 



sentazione due atti di opere diverse. La musica non era più il 
commento del canto come al tempo classico dell'opera italiana: 
vi si introduceva una profusione di capricciosi e disordinati ac- 
cordi istrumentali : l'ouverture nulla aveva a che fare coll'opera, 
il maestro, libero dai legami del canto, vi si sbizzarriva : da tutto 
questo lavorìo uscivano aborti musicali. Opere nuove siffatte com- 
parivano ogni anno sulla scena, composte alla lesta per commis- 
sione degli impresari, e si ripetevano per mesi. Quale educazione 
poteva ritrarne il pubblico? Si alternino almeno con queste, am- 
moniva il Londonio, le opere dei classici, di Paisiello, di Cima- 
rosa, di Pergolesi, evitando però che i cantanti vi innestino quelle 
arie dette " di baule " per mettere in mostra i loro mezzi vocali, 
oppure alterino i pezzi come sogliono per far rabbia al pubblico 
quando lo ritengono troppo largo d'applausi ai loro rivali. E non 
si disprezzino, come si fa, le seconde parti, giacché, lasciate a 
persone prive d'ogni senso d'arte, esse finiscono per guastar tutto. 

Non mancò al Londonio il coraggio di censurare anche i balli, 
e ce ne voleva davvero del coraggio. Ei giudicava quelle azioni 
confuse ed oscure; deplorava il continuo ripetersi delle stesse 
idee trite e ritrite, le incongruenze dei ballabili privi d'ogni le- 
game coll'azione: per lui il ballabile doveva essere escluso dalla 
pantomima e svolgersi indipendente. Potevan le scene di Perego, 
di Landriani, di Fuéntes, di Sanquirico, veri pittori, come li chia- 
mava Stendhal, sembrare agli stranieri tali da non aver pari in 
nessun teatro d'Europa, ma non piacevano al Londonio che vi 
avrebbe voluto una maggior coerenza e un più illuminato e co- 
scienzioso rispetto della realtà storica. 

Il futuro presidente dell'Accademia di belle arti concludeva 
non potersi arrestare la decadenza del nostro teatro finché il Go- 
verno, escludendo la speculazione privata, non ne affidasse l'alta 
direzione ad un nucleo di persone disinteressate e competenti. 



^ 



Il teatro della Scala incatenava talmente la società milanese 
che poco tempo rimaneva per i piacevoli ritrovi famigliari. Di 
regola le case signorili non erano aperte agli ospiti che nelle sere 
di venerdì, quando la Scala era chiusa. 

Negli ultimi anni del periodo napoleonico era famoso in Mi- 
lano il salotto di Annetta Vadori, veneziana, divorziata dal buon 



- 63 — 



Butturini, professore di greco nell' universilà di Pavia, quindi moglie 
per poco, dal maggio del 1805 al giugno del 1806, al bollente 
dottor Kasori. Bellissima, colta e galante, una Aspasia perfetta, 
dopo diverse, e anche clamorose, avventure, si mise, nel 1809, 
a ricevere con " grand train " letterati e uomini politici e militari, 
ora innalzata alle stelle, ora depressa nel fango '). Tra i suoi 
detrattori era primo Ugo Foscolo che chiamò la sua casa " sina- 
goga in cui gli ipocriti, scribi e farisei, si congregavano p>er croci- 
figgersi, e madama era la pitonessa ', e giunse fino a scrivere un 
libello satirico-allegorico, in latino {V Hipercaly^psia), modellato 
sull'Apocalisse di San Giovanni, dove quella povera donna era 
adombrata nella figura d'una sozza cortigiana e poi nella " chiave ", 
quantunque le sia dato il nome di Arma Calamoboa, ben desi- 
gnata da una feroce definizione alludente ai due mariti e ad arti 
maligne colle quali si sarebbe liberata di entrambi facendosi tut- 
tavia assegnare una duplice pensione; e dove con la veste di per- 
sonaggi allegorici comparivano parecchi frequentatori della sua 
casa, apertamente poi nominati nella chiave fra una corona di 
insinuazioni e d'ingiurie: il Lampredi, l'abate Guillon, il vera- 
mente poco simpatico critico del Giornale italiano, il Vaccari, 
il professore del liceo di Brera Filippo del Rosso, il hbraio Bet- 
toni, Lodovico Lamberti, bibliotecario di Brera, il povero Giu- 
seppe Bossi, morto mentre il libello era sotto stamjja, il Monti 
stesso a cui viene in malo modo rinfacciata la sua instabilità 
politica 2), 

Carlo Porta frequentò quel salotto e difese la padrona di casa 
e i suoi ospiti: in una sua lettera a Luigi Bossi biasimando l'/per- 
calissc, scriveva : " mi è pur nota la satira di cui mi parli che ri- 
guarda tutta un'adunanza nostra letteraria che negli anni decorsi, 
praticava in casa di certa signora Vadori. Io la lessi due anni 
sono datami da lui medesimo e colla chiave necessaria per inter- 
pretarla. Non la stamperà ne son certo, perchè la naturai ven- 
detta delle persone offese avrebbe un campo più lauto nelle av- 
venture sue p>er rifarsi con di lui maggior danno e vergogna " ^). 

Alla schiera dei detrattori se ne contrapponeva una di ammi- 



1) BUSTICO C, // salotto milanese d' un'Aspasia veneziana del pe- 
riodo napoleonico, 'Nuovo Archivio Veneto", 1917. 

2) Foscolo U., Prose polìtiche. Firenze, Lemonnicr. 1850. 

3) OTTOLINI a., Lettere inedite di Ugo Foscolo a Giuseppe e Ga- 
spare Porta, "Rivi«ta d'Italia*, dccembre, 1916. 



64 - 



ratori ferventi, tra i quali Vincenzo Monti. Mario Pieri scriveva 
che la bella ospite rapiva gli animi e formava intorno a sé un in- 
cantesimo; e gli epistolari del tempo, Monti, Resini, Cesarotti, ecc., 
la ricordano con simpatia. Sfumate le risorse finanziarie, si ri- 
dusse a mal partito, nel 1817 era a Milano in misere condi- 
zioni in attesa di partir per Napoli dove andò come istitutrice 
presso la famiglia Pignatelli; e là morì poverissima. 

Più tardi, se diam retta a Stendhal, il primo salotto di Mi- 
lano era quello di Nina Vigano ; sarà stato si tra i più interessanti 
in prima sera dacché vi andavano cospicui personaggi e persino 
il Governatore di Milano, conte Saurau, che volentieri interloquiva 
nelle discussioni predominanti intorno ai balli paterni, ma poi, dal 
tocco in là, restavan pochi intimi, compreso l'autore della Char- 
treuse de Parme, sdraiati su canapé in voluttuose ascoltazioni delle 
canzonette cantate dalla padrona di casa, canzonette veneziane 
composte proprio per lei dal Perucchini e dal Carafa. 

V'erano invece altri salotti d'una intellettualità più seria e com- 
posta, che del resto lo stesso Stendhal frequentava; quello per 
esempio di Bianca Milesi, dell'adorabile Bianca figlia della " sura 
Lenin " di cui il Porta lodava 

quel tuttcoss 
che fa corr per la bocca la saliva 
de luce quii che la tratta e el le cognoss.... 

dove si poteva ascoltar Vincenzo Monti recitar canti della Divina 
Commedia; quello della signora Foscarini dove i migliori artisti 
convenivano a cantar Paisiello e Cimarosa, accompagnati al pia- 
noforte da Pacini; quello dei fratelli Balzar etti dove si eseguivano 
complesse azioni musicali come sarebbe l'oratorio di Rossini Ciro 
in Babilonia (1815). 

Chi avesse voluto stordirsi nel clamoroso fasto del gran mondo 
poteva recarsi a Cernobbio, alla villa d'Ester là, tra il 1815 e 
il 1820, una donna straordinaria. Carolina di Brunswik, Princi- 
pessa di Galles, teneva corte bandita: ce n'era per tutti i gusti, 
musica, declamazione, danza e conversazioni elette quand'eran 
presenti uomini come Alessandro Volta, il General Pino, il Con- 
figliacchi, il celebre avvocato Marocco, Giuseppe Bossi e altri 
insigni; se no, storielle allegre sulla padrona di casa, sposa ripu- 
diata del futuro Re d'Inghilterra, e sulle sue tenerezze " dégou- 
tantes " come le chiamava Stendhal, per Bartolomeo Pergami, ex 
servitore del General Pino, da lei innalzato alla dignità di barone 
e di ciambellano. 



- 65 - 

Al ritrovi privali faceva concorrenza la Società del Giardino, 
o Casino dei negozianti, che durante il periodo napoleonico era 
stata pure molto festaiuola. 



Di questa Milano chi negli scritti e nelle memorie del tempo 
l'ha conosciuta e, per cosi dire, ne ha respirata l'aria, sente la 
nostalgia. Non che disdegni, o non bene apprezzi, la metroi>oli 
odierna vasta e pulsante di tante energie che la situazione, l 'in- 
dipendenza politica, la virtù degli abitanti e la fortuna han qui 
ridotte e animate, ma la Milano d'allora nel periodo napoleonico 
e nel primo quinquennio della restaurazione prima che le morse 
austriache si serrassero a soffocarla, la Milano d'allora aveva un 
non so che per il quale uno straniero d'altissimo intelletto e d'a- 
nimo oltre il comune sensibile potè amarla forse più della sua 
patria finché gli fu dato risiedervi, serbarne per tutta la vita un 
caro ricordo e ordinare che sulla sua tomba, nel cimitero di Mont- 
martre, fosse scolpita accanto al suo nome la parola MILANESE. 

Sì è vero, Stendhal, nella sua ardente e commossa gioventù, 
provò a Milano passioni che, a legger talune sue pagine, si posson 
credere profonde; ma spetterà forse alle scaltrezze della bella 
bottegaia Pietragrua, alle facili condiscendenze d'una Ninetta Vi- 
gano, o, sia pure, alla studiata, e però sempre incoraggiante, resi- 
stenza d'una Matilde Dembovvski il merito d'aver avvinto a Milano 
l'anima di Henry Beyle? No, no, a Milano c'era un non so che.... 

Piccolo il corpo, ma grande il cuore, amplissimo il respiro; 
la vita piccina coi difetti della città di provincia, amabili difetti 
del resto per chi li sa prendere con filosofia, e un fermento di 
vita attiva e intellettuale da far invidia alle prime capitali d'Eu- 
ropa; Volta. Oriani, Scarpa, Appiani, Bossi, Gagnola, Canonica, 
Paletta, Moscati, Porati, Rasori, Romagnosi, Gioia, Paradisi, 
Monti, Porla, Grossi, Bellotli, son nomi che dicon qualche cosa, 
non è vero ? Gaia e spensierata e ad un tempo riflessiva e previdente, 
mondana e casalinga, ligia alle tradizioni e sognatrice di eventi 
rinnovatori, gelosa del campanile fino a imprecar l'ostracismo ai 
modenesi partecipanti al Governo, e larga aclla più cordiale ospi- 
talità ai forestieri; in poco spazio, tra poca gente, le forze tutte 
e i contrasti che danno e colorano la vita a un gran popolo. 

Tale era Milano al temi» di Carlo Porta. 

ETTORE VERGA. 
JIpTilt 1921. 



PREFAZIONE 

alla prima edizione delle Poesie di Carlo Porta, nel voi. XII 
della "Collezione delle migliori opere scritte in dialetto mi- 
lanese,, Milano, Pirotta, 1817, in- 18°, di pagg. XII- 174, 
pubblicata per cura di F. CHERUBINI 



JI LETTORI, 

Più e più volte abbiamo udito i nostri concittadini desi- 
derare che fossero rese di pubblica ragione le amenissime poesie 
dettale in linguaggio milanese dal signor Carlo Porta. Un 
tal desiderio però, qual che ne fosse la cagione, non fu mai 
prima d'ora compiuto; ed è quindi un gran piacere per noi 
il poter ora soddisfarlo primi per mezzo di questa Collezione. 
Dalla cortesia dell'elegantissimo scrittore abbiamo noi ottenuto, 
se non tutte la maggior parte almeno delle belle sue produzioni ; 
e a voi senza pili le offeriamo nel presente volume. Il par' 
larvi del merito di queste poesie non sarebbe che un ripetere 
ai più fra di voi, cui manoscritte pervennero, i vostri mede- 
simi giudizi, I quali già da gran tempo concordemente asse- 
gnarono a questo egregio poeta milanese il primato fra gli 
odierni scrittori vernacoli di questa nostra patria. Solo vi ac- 
cenneremo che, per quel che riguarda la versione </e//' Inferno 



- 68 - 

di Dante, intrapresa altrettanto ardua quanto nuova negli 
annali letterari d'Italia, non più che il primo Canto ci è dato 
di presentarvi, perchè questo solo ci concesse l'Autore, qual 
saggio dell'opera intiera in cui egli è a quest'ora di molto 
innoltrato '). Questo Canto però, ne siam certi, basterà per 
convincervi, che non v'ha difficoltà che valga a togliere una 
penna maestra dal condurre a suo talento le intraprese anche 
più malagevoli, e per destare in voi il desiderio di vedere 
quanto prima dato alla luce per intiero questo nuovo lavoro 
del signor Porta. 



1) Nella edizione postuma (anno 1821) delle poesie di Carlo Porta, 
curata da Tommaso Grossi, comparvero i cinque frammenti dei Canti II, III, 
V e VII, dell' /n/erno e altre rime, che noi pubblichiamo in aggiunta a quelle 
scelte dal Porta, contrasegnando le postume con un * premesso al titolo dei 
singoli componimenti. (Nola degli Editori). 



%M 



DELLA VERSIONE 

DELL'INFERNO DI DANTE 

IN DIALETTO MILANESE. 

(1805). 






CANTO PRIMO 



Nel mezzo del cammin di nostra vita 
Mi ritrovai per una selva oscura, 
Che la diritta via era smarrita. 

Ahi, quanto a dir qual era è cosa dura 
Questa selva selvaggia, ed aspra, e forte 
Che nel pensier rinnuova la paura. 

Tant'era amara, che poco è piti morte: 
Ma per trattar del ben ch'ivi trovai. 
Dirò dell'altre cose ch'io v'ho scorte. 

r non so ben ridir com' io v'entrai, 
Tant'era pien di sonno in su quel punto 
Che la verace via abbandonai. 

Ma po' ch'i' fui appiè d'un colle giunto, 
Là ove terminava quella valle 
Che m' avea di paura il cor compunto, 

Guardai in alto, e vidi le sue spalle 
Vestite già de' raggi del pianeta 
Che mena dritto altrui per ogni calle. 



^W». -•*•. JK^%, ^"«^ j»^^jìM»^ *" • ^MgK -•" «^ ^*#k mW^ >*Wft, ^W», «X»^ «•P'*«. é^y^fm. mÌ^^ ^"^m. . «m*. M^mk. 



CANT PRIMI) 



A mitaa strada de quell gran viacc 
Che femm a vun la voeulta al mond de là 
Me sont trovaa in d'on bosch scur scur aHacc, 
Senza on sentee de podè seguita: 
Doma a pensagli, me senti a vegni '1 scacc, 
Ne r è on bosch insci facil de retrà, 
Negher, vece, pien de spin, sass, ingarbij, 
Pesg che ne quell del barilott di stri). 

Quanto sia al cascia pussee spavent, 
In tra el bosch e la mort gh'è pocch de rid; 
Ma gh'era anca el so bon: vel cunti; attenti 
Com* abbia faa a trovamm in quell brutt sid, 
No savarev mò nanch tirali in ment: 
Soo che andava e dormiva, e i coss polid 
In sto stat no je fan in sui festin 
Squas nanca i sonador de viorin. 

Ma quand sont vegnuu a eoo de quella vali. 
Che la m'ha miss in coeur tanto spaghett. 
Me troeuvi al pè d'on mont che sora i spali 
El gh'eva on farioeu 2) d'or del pu s'cett 
Ch'el fava starnudà doma a vardall: 
Farioeu formaa di ragg de quell pianett 
Che s'ciariss tucc i strad e menna dritt 
Tucc i vivent, a rcccezion di orbitt. 



— 11 — 

Aliar fu la paura un poco queta, 
Che nel lago del cor m'era durata 
La notte ch'io passai con tanta pietà. 

E come quei che con lena affannata 
Uscito fuor del pelago alla riva, 
Si volge all'acqua perigliosa, e guata; 



Così l'animo mio, eh' ancor fuggiva. 
Si vols'a retro a rimirar lo passo 
Che non lasciò giammai persona viva. 

Poi ch'ebbi riposato 7 corpo lasso. 
Ripresi via per la piaggia diserta, 
Sì che 7 pie fermo sempre era 7 più basso; 



Ed ecco, quasi al cominciar dell'erta. 
Una lonza leggiera e presta molto, 
Che di pel maculato era coperta. 

E non mi si partia dinanzi al Volto, 
Anzi impediva tanto il mio cammino, 
Ch' i' fui per ritornar più volte volto. 



Tempo era dal principio del mattino, 
E 7 sol montava 'n su con quelle stelle 
Ch' eran con lui, quando l'amor divino 

Mosse da prima quelle cose belle; 
Sì eh' a bene sperar m'era cagione 
Di quella fera la gajetta pelle. 

L'ora del tempo e la dolce stagione: 



- 73 - 

Allora m'è daa a loeugh on poo el folon 3) 
Ch'el m'eva strasciaa el coeur in quella noce 
De spasem, de rottoeuri ^) e de magon; 
E istess come on bagaj che in del Fa locc 5) 
El tra in ciapp ona tazza o on quej peston, 
E el schiva tant e tant de toeìi su i strocc ^), 
Ch'el varda i ciapp e el pà cont ona ciera 
Ch'el resparml di strocc noi ghe par vera; 



Stremii anca mi Tistess, e fors pussee, 
Sbarloggiava quel! bosch, quella vallada 
Dove a la mort, che ghe fa de campec, 
Nissun prima de mi ghe l'ha friccada. 
Lì me setti on freguj, stracch de sta in pee, 
E poeù rampcghi, dopo ona fiadada, 
Sul mont desert, in moeud che me pertocca 
De tegnimm on genoeucc semper in bocca. 



Te' lì che appenna su di quatter bricch 
Incontri faccia a faccia ona pantera, 
Che con duu oggiatter ross come barlicch 7) 
De eoo a pee la me squadra, de manera 
Che soni staa per on scisger a fa el spiech 
De tra a mont el me pian voltand bandera, 
Che mi a quij besti ghe la doo de volt, 
Anca quand hin in piazza in d'on casott. 



Ma trattandes che l'era de mattina, 
Ch'el so el vegneva in su con tucc quij steli 
Tal e qual hin staa most de la divina 
Bontaa, el prim dì ch'el gh'è soltaa in cervell, 
E trattandes che gh'eva in la marsina 
On pistolott de fond; Sia peli per peli 
(Hoo ditt in tra de mi), l'è mej zolla gh ®); 
Se la va a peli, no poss che guadagnagh. 



- 74 — 

Ma non sì che paura non mi desse 
La vista che m'apparve d' un lione. 

Questi parca che contra me venesse 
Colla test' alta, e con rabbiosa fame, 
Sì che parca che l'aer ne temesse: 



Ed una lupa che di tutte brame 
Sembrava corca nella sua magrezza, 
E molte genti fé' già viver grame. 

Questa mi porse tanto di gravezza 
Con la paura ch'uscia di sua vista, 
Ch' i' perdei la speranza dell' altezza. 



E quale è quei che volentieri acquista, 
E giugne 7 tempo che perder lo face. 
Che 'n tutti i suoi pensier piange e s'attrista: 

Tal mi fece la bestia senza pace. 
Che venendomi 'n contro a poco a poco 
Mi ripingeva là dove 7 sol tace. 



Mentre ch'i' ruvinava in basso loco. 
Dinanzi agli occhi mi si fu offerto 
Chi per lungo silenzio parca fioco. 

Quando vidi costui nel gran diserto, 
Miserere di me, gridai a lui, 
Qual che tu se' , od ombra od uomo certo. 



- 75 - 

Solta foeura in sto menter d'ona tana 
Vun de quij lion che, inscambi de pati 
Com'i oller la fevera terzana, 
Patissen la mangina tutt i dì: 
Bona noce sur coraggi Quest noi tavana ^), 
E el par ch'el corra giust contra de mi: 
El ruggiss e el corr tant che l'aria anch lee 
Per el gran foff '0) la ghe sgariss adree. 



Vens ' I ) anch ona lovessa de maross 
Che l'ha faa viv sui gucc de la gran gent, 
Magra, strasida de cuntagh i oss. 
Ma che la gh'eva picciuraa sui dent 
El petitt de taccass propri a tuttcoss. 
Costee coi oeucc la m'ha miss tant spavent, 
Che hoo ditt tra de mi subet: N'occorr olter, 
I verz là in scima no ghi porti d'olter. 



Tal qual sospira, piang e se inmiagona 
On spiosser '2) che ha vaiuaa sossenn pescuzi '^), 
Quand glie va incontra la comaa Ranzona 
A fagh pientà li el frut de tucc i struzi; 
Reculaa anmi de st'ultema bestiona. 
Dava indree press a pocch con l'istess cruzi: 
E hoo daa indree tant, che sont andaa a forni 
In d'on loeugh che l'è noce anch de mezzdi. 



Quand 'ecco me compar on figurott 
Coni ona vos scarpada de bordoeu ^^), 
Che per vess on gran pezz ch'el dis nagott, 
Gh'eva fors vegnuu rusgen el pezzceu. 
Son restaa li de preja tutt a on bott, 
Ma denanz che l'andass a fa i fatt sceu, 
Fermet, ghe disi, siet mò on' ombra o on omm, 
Juttem, che te fee on tratt de galantomm. 



— 76 - 

Risposemi: Non uom, uomo già fui, 
Ed ì parenti miei furon Lombardi, 
E Mantovani per patria amendui. 

Nacqui sub Julio, ancor che fosse tardi, 
E vissi a Roma sotto 7 buono Augusto 
Al tempo degli dei falsi e bugiardi. 



Poeta fui, e cantai di quel giusto 
Figliuol d'Anchise che venne da Troja, 
Poi che 7 superbo Ilion fu combusto. 

Ma tu, perchè ritorni a tanta noja? 
Perchè non sali il dilettoso monte 
Ch'è principio e cagion di tutta gioja? 



Or se' tu quel Virgilio e quella fonte 
Che spande di parlar sì largo fiume? 
Rispos'io lui con vergognosa fronte. 

Oh degli altri poeti onore e lume. 
Vagliami 7 lungo studio e 7 grand' amore 
Che m'ha fatto cercar il tuo volume. 



Tu se' lo mio maestro e 7 mio autore: 
Tu se' solo colui da cui io tolsi 
Lo bello stile che m'ha fatto onore. 

Vedi la bestia per cui mi rivolsi: 
Ajutami da lei, famoso saggio, 
Ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi. 



- 77 — 

Sera anmì on omm grand, gross e scopazzuu, 
El respond, ma son mort che l'è li ajbella '5): 
Eren Lombard e Manlovan tutt duu 
Quii che m'han daa stnt, vita e parentella: 
Giuli ai mee dì el s'è francaa in man i cazzuu: 
Soli a August galanlomm, vera ponzella '6), 
Hoo vivuu a Roma al temp di dia '7) infamm... 
....Se no te me fee el nom, te see on saiamm. 



Voeutt de pu?... Te diroo ch'hoc faa el bosin, 
E che hoo scritt on poema, ma sul sciali, 
Sora Eneja e el (oeugh d'illi, in vers latin; 
E te diroo che voreva anch brusall '^) 
Per ghignon de no avell faa in meneghin. 
Ma ti et traa on buj '^) a torna indree in sta vali, 
Inscambi d'andà in scima a la montagna 
Dove gh'è el ver paes de la cuccagna? 



Oh santissima Vergin del Rosari! 
Chi m'avarav mai ditt (esclami fort) 
Che in d'on loeugh insci brutt e solitari 
Avess de fa on inconter de sta sorti 
Ti Vergili, scrittor che no gh'ha pari?... 
Ti di poetta onor, lum e confort? 
Ah de st 'inconter possa avenn profìtt, 
Almanca per l'amor che hoo avuu ai toeu scritt! 



Despoeìi cont el eoo bass come on novizi 
Che disi rispettos: Ti te set staa 
Quell che m'ha insegnaa a scriv con del giudizi, 
£ Tè tò se gh'hoo in zucca on sgrizz de saa; 
Sia tó anca el liberamm de sto stremizi, 
Ch'el m'obblega tremand a volta straa: 
Descascem quell bestion che me spaventa, 
E fa trentun de già che t'ee faa trenta. 



— 78 — 

A le coTìVien tener altro viaggio, 
Rispose, poi che lagrimar mi vide, 
Se vuoi campar d' esto luogo selvaggio: 

Che questa bestia per la qual tu gride. 
Non lascia altrui passar per la sua via. 
Ma tanto lo impedisce, che l'uccide: 



Ed ha natura sì malvagia e ria. 
Che mai non empie la bramosa voglia, 
E dopo 7 pasto ha pili fame che pria. 

Molti son gli animali a cui si ammoglia, 
E più saranno ancora, infin che 7 veltro 
Verrà che la farà morir con doglia. 



Costui non ciberà terra ne peltro, 
Ma sapienza e amore e virtute, 
E sua nazion sarà tra Feltro e Feltro. 



Di quella umile Italia fia salute. 
Per cui morì la vergine Camilla, 
Euralio e Turno e Niso di f erute. 

Questi la caccerà per ogni villa. 
Fin che l'avrà rimessa nello 'nferno. 
Là onde invidia prima dipartilla. 



- 79 — 

Diseva, e trava lacrem de sta posta, 
Quand Vergili ci respond: Sent el me Dant, 
Gh'è on'oltra straa de schiva la battosta, 
E scappa de sto sit che te noeus tant: 
Gh'è on'oltra straa che la par fada apposta 
Per andà in scima al mont anch tant e tant, 
E impippass de la bestia che la sbrana 
Tucc quij che passa arent a la soo tana. 



La gh'ha propri costee el maa de la lova, 
E paccia e paccia e paccia, no l'ha nanch 
El paccia in bocca, ch'el ghe va in la cova, 
E la ghe batt semper pussee in di Banch. 
Paricc besti se cobbien con sta scrova; 
Pussee sen cobbiarà se tarda almanch 
A vegnì on cert livree, che soo poeìi mi, 
E ch'el ven giusta per stringalla lì. 



Quest l'è on can de Verona 20), e no l'è on can 
De dagh on oss in bocca e manda a spass. 
Quand ghe sta del so onor, noi cura el pan, 
S'el fuss anca mojaa dent in del grass: 
Magara insci quej 21) nost Ambrosian 
A sto can de Verona el somejass. 
Che l'or noi gh'avarav tanto dessìi 
Su l'amor, la sapienza e la vertìi. 



Costìi d'Italia el salvarà quell tocch 
Ch'ha faa andà Nis e Eurial in partendel 22) 
A fa on salud al tredes de tarocch, 
Tant quant Turno e Camilla per defendei; 
E el farà tant sto can, che a pocch a pocch 
El casciarà el bestion, bojand, mordendel, 
In r inferno, de dove el de el sghimbiett 23) 
Quand l'invidia la gh'ha smollaa el collett. 



80 



Ond'io per lo tuo me' penso e discerno 
Che tu mi segui, ed io sarò tua guida, 
E trarrotti di qui per luogo eterno, 

Ove udirai le disperate sirida. 
Vedrai gli antichi spirti dolenti. 
Ch'alia seconda morte ciascun grida: 



E poi vedrai color che son contenti 
Nel fuoco, perchè speran di Venire, 
Quando che sia, alle beate genti: 

Alle qua' poi se tu vorrai salire. 
Anima fia a ciò più di me degna: 
Con lei ti lascerò nel mio partire. 



Che quello 'mperador che lassù regna, 
Perch' i' fui ribellante alla sua legge. 
Non vuol che in sua città per me si vegna. 

In tutte parti impera, e quivi regge: 
Quivi è la sua cittade e l'alto seggio: 
O felice colui cu' ivi elegge! 

Ed io a lui: Poeta, i' ti richieggio 
Per quello Iddio che tu non conoscesti, 
Acciocch' io fugga questo male e peggio. 

Che tu mi meni là dov'or dicesti. 
Sì eh' i' vegga la porta di san Pietro 
E color che tu fai cotanto mesti. 

Allor si mosse, ed io li tenni dietro. 



— 81 - 

Ma puttost che sta eh) come on lizzon 
A fa mi de per mi castij in aria, 
L'è manch maa che te faga el Ciceron, 
Che te compagna, e che intrattant me svaria. 
Ven, che te vuj mena a cà de Pluton 
A sentì ziffoi, vers che storniss l'aria, 
E a vede di anem trisl ona missoeuha 24), 
Che domandcn la mort on'oltra voeulta. 

E poeìi t'en vedaree paricc de quij 
Che gh'han i ciapp sul foeuch, e pur no sbrotten, 
Perchè spercn quij spasem de forni], 
E un pooo per voeulta inlant in ciel scamotten; 
Se mai poeti te soltass in eoo di grij 
D'andà lassù a vede come sgazzotten 25), 
Mi te lassaroo in man, col bon-pro-fazza 26) 
D'on pussee bravo servitor de piazza. 

Per mi d'andà lassù hoo scuccaa badia 27), 
Che el resgio de quel ioeugh el m'ha bandii: 
Perchè n'hoo mai savuu ch'el fudess Dia 
E Dia doma lu sol, unegh e trii: 
De Quell Ioeugh là lu el ten tuttcoss in bria, 
Là el comanda a bacchetta, e l'è ubbedii, 
E beat quell tantin de mond Cristian 
Che per rivagh el gh'ha la carta in man. 

Come l'è insci, glie disi, te scongiuri 
Per quell Dia che no t'ee mai cognossuu, 
Levem prest de sto Ioeugh de mal inguri, 
Menem giò tra quij trist pesg imbattuu, 
Che pensand che despoeù voo in ciel, te giuri 
Che la camisa no me tocca el cuu: 

Fa prest. El va Mi ghe tabacchi adree 

Cq) pass pu curt per no schisciagh i pee. 



— 82 



NOTE. 

1) Questa traduzione dal Porta fu dedicata all'amico pittore e letterato 
Giuseppe Bossi colla seguente strofa: 

AL PITTOR BOSS. 

De già che t'è vegnuu per i badee a) 
De vede coi tò oeucc el pover Dant 
In sta figura de ciccolatee, i) 
Soddisfet, che tei mandi col primm cani: 
Guardel e, dopo avell guardaa ben ben, 
Conclud ch'el par on scior e) vegnuu al men. 

a) t' è vegnuu, ecc. : frase che equivale a « t'è frullato pel capo >>. 
h) figura de ciccolatee: figura ridicola. 
e) scidr ecc. : ricco decaduto. 

2) farioeu: ferraiolo, tabarro. 

3) folon: paura. 

4) rottoeuri: crepacuori; v. in Frammento del canto III: " AI paes di rot- 
toeuri e di magon. " 

5) locc: scherzi; v. Lament del Marchionn, p. I, ott 3 "Seva.... — El 
cap, di locc, el pader di legrij. " 

6) strocc: busse. 

7) barlicch: demonio; Berlicch (v. CASTI, nel Re Teodoro). 

8) zoUagh : zolla, verbo alt. antiquato, per appoggiate; quindi appoggiare 
a lui. 

9) tavana: tavanà = corbellare. 

10) io6: paura, timore. 

11) Vens.... de raaross: venne (s fin. del passato remoto).... per giunta. 

12) tpiosser: avaro, pidocchioso. 

13) pescuzi: peculio. 

14) bordoeu: befana. — Ricordare lo scherzo fatto ai bambini, coprendosi 
e scoprendosi il volto al grido di "bordoeu.... setti" 

15) r è li ajbella ; come " l' è lì bella " : egli è già un pezzo. 

16) ponzella: Avemaria infilzada (CHERUBINI). 

1 7) dia : dei ; v. penultima ottava di questo canto. 



- 83 — 



18) Plinio (lib. VII, cap. 30) riferùce che 'il Divo Auguito non volle 
ti abbruciaucro i carmi di Virgilio quantunque il poeta l' aveue comandalo 
nel tuo tcttamento. ' 

19) él traa, ecc.: letteralmente 'hai gettato un bollore' cioè, ti dà volta 
il cervello. 

20) Porta senz'altro identifica il veltro danteico per Can della Scala, li- 
gnote di Verona. 

21) quej: per guai = qualche. 

22) in partendel: letteralmente = in pretenderlo, cioè in contendertelo. 

23) de el tghimbiett: diede lo tgambetto, tbucò fuori. 

24) ona missceulta: una miriade. 

25) tgazzotten : tgazzottì e tgarzottA (tcherzare), qui ha il tento di gaudio. 

26) col bon-pro-fazza : col ' buon prò ti faccia.* 

27) hoo icuccaa badia : ho fallito la badia, non tono ttato immatrì- 
colato. 



CANTO SECONDO 



Lo giorno se n andava, e V aer bruno 
Toglieva gli animai, che sono 'n terra 
Dalle fatiche loro; ed io sol uno 

M'apparecchiava a sostener la guerra 
Sì del cammino, e sì della pietate. 
Che ritrarrà la mente, che non erra. 



O Musa, o alto 'ngegno, or m'aiutate: 
O mente, che scrivesti ciò ch'io vidi. 
Qui si parrà la tua nobilitate. 



r cominciai: Poeta che mi guidi, 
Guarda la mia virtù s'ell'è possente, 
Prima^ch' all' alto passo tu mi fidi. 



(♦) FRAMMENT DEL CANT SEGOND 



Vegneva inanz la noce de meneman 
CK'el dì ci ghe renunziava el so posscss: 
Tucc dormiven, no gh'era in lutt Milan 
Fors nanclì cent lengu de donn che se movess; 
Doma mi seva in pee tra tane sognan 
Su ona strada mal conscia che fa s'cess '), 
Parcffgiaa a tutt quij guaj che sentirii 
FedeTment reportaa in cant trentatrii. 

Musa, che in grazia tova de Boeu 
Ho toh su del Majester de Gramatega 
On brovett 2) de sardell e de pignoeu ^), 
No me fa com'el solet la lunatega, 
Che el di de compensamm l'è quell d'incoeu: 
Cìinlem ti i pee di vers, che te see pratega, 
E ti memoria fa el tò spicch anch ti, 
Che con di oeuv fresch te juttaroo anca mi. 

Sul fa di donn, che inanz d'andà al teatter 
Consuiten specc, sart, serv e perucchee; 
Ne se moeuven de cà fin che sti quatter 
No han decis de concert ch'hin bei assee; 
Insci anca mi, per no ris'scià on scarpiatter ^), 
El preghi de squadramm de capp a pee. 
Per decid se de giung son assee franch 
Finna a la prima ventalina ^) almanch. 



— 86 — 

Tu dici che di Silvio lo parente, 
Corruttibile ancora, ad immortale 
Secolo andò, e fu sensibilmente. 

Però se l'avversario d'ogni male 
Cortese fu, pensando l'alto effetto 
Ch'uscir dovea di lui, e'I chi, e 7 quale. 

Non pare indegno ad uomo d'intelletto. 



Ch' ei fu dell'alma Roma e di suo 'mpero 
Nell'empireo del per padre eletto; 

La quale, e 7 quale (a voler dir lo vero) 
Pur stabiliti per lo loco santo 
U' siede il successor del maggior Piero. 



Per questa andata, onde li dai tu vanto. 
Intese cose, che furon cagione 
Di sua vittoria, e del papale manto. 

Andovvi poi lo vas d'elezione, 
Per recarne conforto a quella fede, 
Ch'è principio alla via di salvazione. 



E quale è quei, che disvuol ciò che volle, 
E per nuovi perìsier cangia proposta. 
Sì che del cominciar tutto si tolte; 

Tal mi fec' io in quella oscura costa; 
Perchè pensando consumai la 'mpresa 
Che fu nel cominciar cotanto tosta. 



- 87 - 

Pceìi seguiti: Te diset che a l'inferna 
Eneja l'è andaa giò vestii e colzaa 
Minga in sogn, ne per stagh nanca in eterna >- 
Mi el credi; ma sont cert che se 'I gh'è andaa 
Minga ai so meret l'ha concess l'Eterna 
Ma a qui) de la soa gran posteritaa: 
Insci anch nun femm la cort a ona rabbiosa 
Mamma veggia e insofribel per la tosa. 



De falt s'è vist col temp ciar come on spccc 
Che sto Eneja l'è minga vegnuu al mond 
Per destrugà di micch come parecc, 
Ma che dal sapientissem e profond 
Ingegn de quel! che sta de sora i tecc, 
L'è staa creaa per el so fm segond, 
Idest perchè de lìi nassa chi sappa 
Fonda Roma e on bon regn de god el Pappa. 

Per sto viacc che t'ee scritt con tant ingegn 
L ha savuu ch'el doveva ave vittoria; 
Per quest l'ha combattuu, l'ha quistaa on regn 
Prenzipi al Pappa e a lù de tanta gloria, 
E se d'andà al terz Ciel no l'è staa indegn 
Sant Paol anca là bonna memoria, 
L'è staa per porta indree de quij notizi 
Che ten lontan i ledei dal prezipizi. 



In sul fa di Franzes del temp present 
Che, dopo ave struppiaa paricc nazion 
Per rendij come lor indipendent, 
Cambien tre voeult a l'ann costituzion 
E distruggen tutt coss in d'on moment. 
Me sont cambiaa ancamì d'opinion; 
Prevals infin tra tane penser e intrigh 
Quell de salva la panscia per i Bgn. 



— 88 



Se io ho ben la tua parola intesa. 
Rispose del magnanimo quelV ombra. 
L'anima tua è da ciltaie offesa; 

La qual molte fiate l'uomo ingombra, 
Sì che d'ornata impresa lo rioolve. 
Come falso ceder bestia quand'ombra. 



Da questa tema acciò che tu ti solve, 
Dirotti perch' i' cenni, e quel, ch'io'ntesi 
Nel primo punto che di te mi dolve. 

Io era intra color, che son sospesi, 
E donna mi chiamò beata e bella; 
Tal che di comandar io la richiesi. 



J^ 



- 89 — 

El Gran Vergili el soitè su a sto pass: 
Me par, se no noo capii Roma per Tomma, 
Che la viltaa la se sia tolt el spass 
De toeìi a ficc el tò coeur per fagli la tomma: 
Che no gh'è che costee che pò vantass 
De cambia on omm in d'on asen de somma 
E destoeull dal fa ben, con quij spaurasc 
Che fann ai passer cert bambocc de strasc. 



Ma adess che sont chi mi, sta brutta stria 
L'ha propi d'ave grazia a ficca el veli 6). 
Stoo de cà al Limoo e hoo minga faa tane mia 
Per vegnì chi de lee a tocu su i sardell; 
De sto loeugh, giuradìi vui ruzzat via 
Se gavess anca de giontà la peli; 
L'hoo promiss a ona donna, e sta sicur, 
Quand prometti mi ai donn: Zorócch ti e mur^). 



NOTE. 

1) fa t'ccM = fa paura, nel leiuo di mettere concitamenlo. (v. CHE- 
RUBINI, alla V. icagg). 

2) brovett: da Broletto (mercato): cioè gran quantità. 

3) sardell e.... pignoeu: palmata sul dorso della mano e battitura sulle 
punte delle dita riunite. 

4) scarpiatter: scerpellone, strafalcione. 

5) ventalina: insegna. 

6) ficcit el veli: alzare la gran vela. 

7) Zorocch ti e mur: allusione alla leggendaria ingiunzione di un soldato 
croato al cittadino di rinculare insieme col muro; turucch: parola tedesca = 
indietro. 



CANTO TERZO 



Per me si va nella città dolente: 
Per me si va nell'eterno dolore: 
Per me si va tre la perduta gente. 

Giustizia mosse 7 mio alto fattore: 
Fecemi la divina potestate. 
La somma sapienza, e 7 primo amore: 



Dinanzi a me non fur cose create 
Se non eterne, ed io eterno duro: 
Lasciate ogni speranza voi, che 'ntrate. 

Queste parole di colore oscuro 
Vid'io scritte al sommo d'una porta: 



(♦) FRAMMENT DEL CANT TERZ 



Dessora a ona portascia, che someja 
A quella gran sgavasgia de dragon 
Che metten foeura al convitaa de preja '), 
Gh'eia scritt «ti paroll cont el carbon - 
Porla che mena all'eterna boreja^) 
Al paes di rotloeuri e di magon: 
Gent che passee, no lusinghev on corna 
De trovagh el calessi de ritorna. 



S'ciavo sur mascheri chi ghe va ghe resta: 
Son staa faa per castigh de la malizia 
Di angior che han creduu de alza la cresta, 
E de quii che con lor strengen missizia. * 
Dio el m ha faa per vess eterna, e questa 
L*è la sentenza de la soa giustizia, 
E a quij eh' è denter poeìi ghe la perdonna 
Se la ciamen giustizia bozzaronna. 

NOTE. 

1) In occasione della rappresentazione del popolarissimo dramma // con- 
vitato di pietra, derivato dal Don Giooanni, si esponeva un cartellone di ri- 
chiamo raffigurante la bocca spalancata (igavasgia) del Dragone infernale. 

2) borèja: sciagura, malanno. 



CANTO QUINTO 



Così discesi del cerchio primaio 
Giù nel secondo, che men luogo cinghia, 
E tanto più dolor, che pugne a guaio. 

Stavvi Minos orribilmente, e ringhia: 
Esamina le colpe nell'entrata: 
Giudica, e manda, secondo eh' avvinghia. 



Dico che quando Fanima mal nata 
Li vien dinanzi, tutta si confessa: 
E quel conoscitor delle peccata 

Vede qual luogo d'inferno è da essa: 
Cignesi con la coda tante volte. 
Quantunque gradi vuol che sia giù messa. 



Sempre davanti a lui ne stanno molte: 
Vanno a vicenda ciascuna al giudizio: 
Dicono, e odono, e poi son giù volte. 

O tu, che vieni al doloroso ospizio. 
Disse Minos a me, quando mi vide. 
Lasciando l'atto di cotanto ufìzio, 



(*) FRAMMENT DEL CANT QUINT 



Dal primm sere de sto gran pedrìceuron 
Son calaa giò adrittura in del segond 
Che l'è pu strenc del primm, ma, di mincion! 
La mamma de l'asee') l'è giust sul fond: 
Chi gh'è Minoss in toga e collaron 
Che sentenzia chi ven de l'olter mond, 
E ch'el manda ognidun per la part seva 
Segond ch'el se intortìa adoss la cova. 

Vui mò dì che Minoss con el so ingegn 
El ved tutt i peccaa de quij meschin, 
E dopo con la cova el ghe fa segn 
D'andà dove je porta el so destin, 
E la eoa la ghe serv come l'ordegn 
Ch'han piantaa, adess eh' è poech, sui Campanini); 
Cunten i voeult che lìi el se sercia sii, 
E tutt i voeult vann giò on basell de pìi. 

De sta povera gent d'ora e strasora 
El ghe n' ha denanz semper on basgioeu 3), 
De moeud che noi porav trova '1 quart d'ora, 
Sei ghe n'avess bisogn, de fa i fatt soeu; 
E lì botta e risposta, e fora fora 
Giò per la gran pignatta di fasoeu: 
Ma quand Minoss l'ha guardaa in motria a mi 
El pianta lì el mestee per dimm insci: 



94 



Guarda com' entri, e di cui tu ti fide; 
Non t'inganni l'ampiezza dell' entrare. 
E' l duca mio a lui: perchè pur gride? 

Non impedire 7 suo fatale andare: 
Vuoisi cosi colà dove si puote 
Ciò che si vuole: e più non dimandare. 



Ora incomincian le dolenti note 
A formisi sentire: or son Venuto 
Là dove molto pianto mi percuote. 

Io venni in luogo d'ogni luce muto. 
Che mugghia, come fa mar per tempesta, 
Se da contrari venti è combattuto. 



La bufèra infernal, che mai non resta, 
Mena gli spirti con la sua rapina. 
Voltando e percotendo gli molesta. 

Quando giungon davanti alla ruina, 
Quivi le strida, e'I compianto, e 7 lamento. 
Bestemmian quivi la virtù divina. 



- 95 - 

O ti, che te set toh sto magher spass 
De vcgnì in sti miseri a curiosa, 
Guarda el fatt tò che per el tropp (ìdass 
No te quistassct rogna de gratta; 
Ma Vergili el respond: Fa no el smargiassi 
L'uss l'è grand, e l'è avert, làssel passa; 
Chi le manda el pò tutt, e ti nagotta, 
Donch pièntela, e no cerca chi 1 ha rotta. 

Chi el comenza davera el bulardee^): 
Oh che piang, oh che sgaar che passa i oreccl 
No gh'è lumm de vedegn a pondà i pee. 
Se sent certi fraccass che metten frecc; 
ZiffòUa el vent, che par che sien adree 
A scaregà tempest con l'acqua a secc 



Sto dìanzen d'on turben noi desmett 
De rotolass adree i anem danaa 
Pestandij come carna de polpett 
Contra d'on prezipizi mal inguaa. 
Chi insci boeugna senti che Bell motett 
Che canten al Signor che j' ha creaa: 
Che disen robba contra lù e i so sant, 
Che on fìaccaree noi ne pò dì oltertant. 



NOTE. 

1) mamma de l'asee: la feccia, il fondigliuolo dell'aceto. 

2) Allude ai telegrafi aerei, a segnali, posti sui campanili (ra Parigi, Mi- 
lano e Venezia nel periodo dal 1803 al 1810. 

3) Iwtgioeu: stuolo, frotta. 

4) bulardec: chiasso, putiferio. 



CONTINUAZIONE 

DEL 

CANTO QUINTO 



Noi leggevamo un giorno per diletto 
Di Lancilotto, come amor lo strinse: 
Soli eravamo e senza alcun sospetto. 

Per più fiate gli occhi ci sospinse 
Quella lettura, e scolorocci 7 viso: 
Ma solo un punto fu quel che ci vìnse. 



Quando leggemmo il disiato riso 
Esser baciato da cotanto amante; 
Costui che mai da me non fia diviso, 

La bocca mi baciò tutto tremante: 
Galeotto fu il libro, e chi lo scrisse: 
Quel giorno pili non vi leggemo avante. 



(*) ALTER FRAMMENT 

DEL 

CANT QUINT 



Leggevem on beli dì per noster spass 
I aventur amoros de Lanzelott: 
No gh'eva terz incomod che seccass, 
Stoo per dì s'avarav poduu sta biott; 
E rivand in del leg a certi pass 
Ne vegneva la faccia de pancott, 
E i nost oeucc se incontraven, come a di: 
Perchè non pomm fa istess anca mi e ti? 

Ma quand semm vegnuu al pont, che '1 Paladin 
El sigilla a Zenevra el rid in bocca 
Col pu fogos e s'ciasser di basin, 
Tult tremant el me Pavol me ne imbrocca 
Vun compagn, eh' el ne fa de zoffreghin : 
Ah liber porch, fìceul d'ona baltrocca! 
Tira giò gahott, che te see bravo: — 
Per tutt quell di gh'emm miss el segn e s'ciavo! 

NOTA. 

I) s'ciasser: serrato, sonoro, che fa scoppio. 



CANTO SETTIMO 



Pape Satan, pape Satan aleppe. 
Cominciò Plato colla voce chioccia: 
E quel savio gentil, che tutto seppe. 

Disse per confortarmi : non ti noccia 
La tua paura, che poder ch'egli abbia. 
Non ti torrà lo scender questa roccia. 



Poi si rivolse a quella enfiata labbia, 
E disse: taci maladetlo lupo: 
Consuma dentro te colla tua rabbia. 

Non è senza cagion l'andare al cupo. 
Vuoisi così nell'alto, ove Michele 
Fé' la vendetta del superbo strupo. 



Quali dal vento le gonfiate vele 
Caggiono avvolte, poiché l'alber fiacca; 
Tai cadde a terra la fiera crudele. 

Così scendemmo nella quarta lacca, 
Prendendo più della dolente ripa, 
Che 7 mal dell' universo tutto 'nsacca. 



(*) FRAMMENT DEL CANT SETTIM 



Ara beli' Ara discesa Cornara ') 
El sciame, in ton de rafreddor, Pluton 
Ch'el fava on rabadan de trenta para; 
Ma Vergilli, sapient e cainon, 2) 
Per confortamm et dis: Lassa magara 
Ch'el te diga bus negher, gajaffon!^) 
Te sjjecci ai irii pessilt e ona mazzceura ^) 
A vede chi de nun restarà foeura. 

Pceù el se revolta a quel brutt muselott 
E el ghe dis: Alto là, 165 malarbett! 
Manget el Bdegh, crenna^) e di nagott; 
Sont chi d'orden de quell ch'el t'ha faa mett 
Foeura del paradis, ti e i toeu rabott^) 
Coi brasc de Sant Michee so mazzasett, 
Tant che '1 tò spazzament l'è fin staa assce 
Per digh anmò al spazza ^), fa Sant Michee. 

Tal e qual per on vent strasordenaii 
Se squinterna ona rogor strcmenada, 
Tonfata! là Pluton coi pitt a l'ari; 
E nun, giò prest in la quarta valada 
Del condutt che regceuj i tanci e vari 
Pecadasc de la gent malsabadada ^), 
Come regoeujen tutt i porcarij 
I cazzoeur e i posciander^) di ostarij. 



— 100 — 

Ahi giustizia di Dio, tante chi stipa. 
Nuove travaglie e pene, quante io viddi? 
E perchè nostra colpa sì ne scipa? 

Come fa l'onda là sovra Cariddi, 
Che si frange con quella in cui s'intoppa, 
Così convien che qui la gente riddi. 

Qui vid'io gente più ch'altrove troppa, 
E d'una parte e d'altra con grand' urli 
Voltando pesi per forza di poppa: 



Percotevansi incontro, e poscia pur li 
Si rivolgea ciascun Voltando a retro, 
Gridando: perchè tieni, e perchè burli? 

Così tornavan per lo cerchio tetro 
Da ogni mano all'opposito punto. 
Gridandosi anco loro ontoso metro. 



Poi si volgea ciascun, quand'era giunto. 
Per lo suo mezzo cerchio, all'altra giostra; 
Ed io ch'avea lo cuor quasi compunto. 

Dissi: Maestro mio, or mi dimostra 
Che gente è questa, e se tutti fur cherci 
Questi chercuti alla sinistra nostra. 



Ed egli a me: tutti quanti fur guerci 
Sì della mente in la vita primaia. 
Che con misura nullo spendio ferci. 

Assai la voce lor chiaro l'abbaia. 
Quando Vengono a' duo punti del cerchio. 
Dove colpa contraria gli dispaia. 



— 101 - 

Gh'è manch picch in Mllan per Santa Crós '0) 
De quell che no gh'è chi anem danaa, 
E se incontren fors manca furios 
1 nost carocc de sira per i straa 
De quell che, sbragaland a tutta vos, 
Se incontren lor mitaa centra mitaa, 
Voltand coi oss del stomegh certi prej 
Robba de spuà sangu doma a vedej. 



E lì dove se incontren: pattaton! 
Se dann cert toccabùs de resta in botta, 
Pceìi se volten vun l'olter el forlon 
Dandes del stralatlon, pensa-a-nagolla, 
Del strappa ca, del piaeucc, lesna, tegnon, 
E infìn tornen de capp con sta villotta ") 
Tutt quant i voeult che per l'istess sentee 
Passen inanz-indree-bartolamee. 



In del vedej su sta strada rodonda 
A fa semper sta vita malandrinna 
Tremava come avess ciappaa la bionda ^^), 
E sentendem in coeur come ona spinna 
Preghi el me brav guidò ch'el me responda 
S'hinn preet, o nò costor a man manzina. 

Che ghan sul eoo quel carsenzin de biott '^). 



E lu subet el dis, tutta sta gent 
L*è gent che ha vivuu al mona senza giudizi: 
Part han trasaa el fatt so spacciadament 
Lassandes mena a scceura di caprizi, 
Part han squas nane mangiaa per el spavent 
De baratta i danee col so servizi: 
Quaa de quist sien poeìi i prodegh, quaa i avar 
Quand se trucchen tra lor, sei canteo ciar. 



102 



Questi far cherci, che non han coperchio 
Filoso al capo, e Papi, e Cardinali 
In cui usa avarizia il suo soverchio. 

Ed io: Maestro, tra questi cotali 
Dovre' io ben riconoscere alcuni, 
Che furo immondi di codesti mali. 



Ed egli a me: Vano pensiero aduni: 
La sconoscente vita, che i fé' sozzi. 
Ad ogni conoscenza or gli fa bruni. 

In eterno verranno al li duo cozzi: 
Questi risurgeranno dal sepulcro 
Col pugno chiuso; e questi coi crin mozzi. 



Mal dare e mal tener lo mondo pulcro 
Ha tolto loro, e posto a questa zuffa, 
Qual ella sia, parole non ci appulcro. 

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa 
De' ben che son commessi alla fortuna. 
Perchè l'umana gente si rabbuffa. 



Che tutto l'oro, eh' è sotto la luna, 
O che fu già, di quest' anime stanche 
Non ne potrebbe far posar pur una. 

Maestro, dissi lui, or mi dì anche: 
Questa fortuna di che tu mi tocche, 
Che è, che i ben del mondo ha s) tra branche? 



- 103 - 

Quist poeìi che ghan sul eoo la carsenzetta 
Hin propi prel, e papa, e cardinal; 
Capazz de vend i sant a on tant la fetta 
Coinè se la fujs carna d'animai, 
Capazz, per el valor d'ona stachetta, 
De spetasciass el muio col messal, 
Capazz cont on pretest, senza fa goss, 
De brusatt viv in piazza, e toeutt tult coss. 



M'eva pars de cognossen quajghedun, 
Ma Vergini el me dis che no gh'è el piatt '^). 
Che saran cognossuu mai da nessun 
Perchè han sbregaa el so nomm col viv de matt, 
Che se truccaran semper, e che nun 
Emm da vedei in la vali de Giosafatt 
Quist coi pugn sirene, e quij con biott la gnucca 
hors perchè han destrugaa fin la perucca. 



Per eccess de bandoria '5) e de avarizia 
Han perduu on post in Ciel per quistall chi; 
Se in del fa sto baratt ghan vuu malizia, 
Senza fagh oltra franza, pènsel ti; 
Eppur gh'è tanta gent che se incaprizia 
Di ben de la fortuna tutt i dì. 
Che fann boja e scuriee '6) pegora e lóff, 
Vitt de can per quistaj, e non hin che on boff. 



E sì che se p>odessen anch portass 
Adree tant or, quant pesa tutt el mond, 
No poderaven nanch per quest settass, 
E tira el fìaa doma on minutt segond. — 
Ma sta fortuna, che fa avolt e bass 
Come la voeur, e la fa i part sul tond. 
Donna e patronna lee del bon, del beli, 
Chi l'è? Vergini, podarav sa veli? — 



— 104 — 

Ed egli a me: o creature sciocche, 
Quanta ignorarìza è quella che v'offende! 
Or vo' che tu mia sentenzia ne 'mbocche. 

Colui lo cui saVer tutto trascende. 
Fece li cieli e die lor chi conduce; 
Sì ch'ogni parte ad ogni parte splende. 

Distribuendo ugualmente la luce: 



Similemente agli splendor mondani 
Ordinò general ministra e duce, 

Che permutasse a tempo li ben vani 
Di gente in gente, e d'uno in altro sangue. 
Oltre la difension de' senni umani. 



- 105 - 

E lu subet el sclama: O creatur 
Negaa in del broeud di gnocch, sii pur coco, 
Ma scià a mi a morisnaU ^^) sto boccon dur: 
Dio el fé ciel e terra, e per resgio 
El g'ha daa el so per no fai resta al scur; 
E quest el dà on poo a tucc del so s ciaro: 
El mond idest girand, e el so al so post, 
Come sarav el Foeugh, e el menarost. 



A ristessa manera el g'ha mettuu 
Fortuna per resgiora ai ben mondan, 
E lee l'è quella che menna el cazzu 
E che je fa passa de meneman 
De gent in gent de nass e già nassuu 
(Sovent voeult malament, come in Milan) 



NOTE. 

1) Primi verai <li una cantilena dialettale, usata dai fanciulli per estrarre 
a sorte chi deve pel primo eseguire un tal giuoco. Evidentemente il Porta 
ignorava il senso di questa * filastrocca * della quale si hanno molte varianti, 
anche in alpestri paeselli: il signor Pellandini Vittore ne ha raccolte sette, del 
Canton Ticino, che mentano di essere segnalate a chi si interessa di poesia 
popolare e di canti fanciulleschi (cf. PELLANDINI, Tradizioni Popolari 77cf- 
rìesl, Lugano, Grassi e C, 1911; v. pag. 16 e seg.). 

La nostra Ara belara trovò un illustratore in Defendente Sacchi, il quale 
ne fece una Novella per un Almanacco del 1832; da cui Giovanni Ventura 
trasse soggetto per un dramma, che intitolò Ara, ecc., o»ia il RavoeJimenlo 
del conte. Tomaio Marino. Milano, Girlo Vermiglia, 1833 (CHERUBINI, Vo- 
cabolario Mil.-ltaì., voce: Ara). 

2) gainon: matricolalo. 

3) gajafion: galioffo. 

4) ini pesili e ona mazzoiura : penultimo verso della * filastrocca ' che 
i fanciulli milanesi terminano dicendo: 'quest' è dent e quest' è fceura. ' 



— 106 — 

5) crenna: róditi. 

6) rabott: bravi, scherrani, piazzaiuoli. 

7) spazza: sgombro, che a Milano per antica consuetudine tuttora si fa 
il giorno di S. Michele (29 sett.). 

6) malsabadada : mal foggiata, malassettata. 

9) cazzoeur e posciander : le cazzuole (piatto milanese popolare) e gli intingoli. 

10) per Santa Cros: per la fasta tradizionale del 3 maggio, alla quale 
accorre molta gente dal contado (p/cc/i). 

1 1 ) villotta ; canzone rusticana, villereccia a ritornelli. 

12) bionda: ubbriacatura. 

i3) carsensin de biott: chierica, rotondo come una focaccetta {caisensiri) 
di nudo {de bioti), 

14) ho gh'è el piatt = non vale la pena. 

1 5) bandoria = baldoria. 

16) scuriee: battuto, flagellato; membro della confraternita di coloro che 
si flagellavano, e accompagnavano al patibolo i condannati a morte. 

17) morisnatt: ammollirti. 



SESTINE 



DESGRAZI DE GIOVANNIN BONGEE 

(1812) 



De già, lustrissem, che semm sul descors 
De auij prepolentoni de Frances, 
Ch'el senta on poo mò adess cossa m'è occors 
Jer sira in tra i noeuv e mezza e i des, 
Giust in quell'ora che vegneva via, 
Sloffi ') e stracch come on asen, de bottia. 

Seva in contraa de Santa Margaritta 
E andava insci beli beli, come se fa, 
Ziffoland de per mi su la mia dritta, 
E quand sont lì al canton, dove che sta 
Quel pessee che gh'ha foeura i bej oliv. 
Me senti tutl a on bctt a dì: Chi viv? 

Vardi inanz, e hoo capii de l'infilerà 
Di cardon 2) e del strèpet di sciavalt 
Che sera daa in la rondena, e che l'era 
La rondena senz'olter di crovatt; 5) 
E mi, vedend la rondena che ven, 
Fermem lì senza moeuvem: vaia ben? 



- no - 

Quand m'hin adoss che asquas m'usmen el fiaa, 
El prim de tutt, che l'era el tamborin, 
Traccheta! sto asnon porch del Monferraa 
El me sbaratta in faccia el lanternin 
E el me fa vede a cn bott so, luna, steli, 
A ris'c de inorbimm lì come on franguell. 

Sera tanto dannaa de quell'azion 
Che diniriguarda s'el fudess staa on olter; 
Basta, on scior ch'era impari a sto birbon 
(Ch'el sarà staa el sur respettor senz'olter). 
Dopo avemm ben lumaa, el me dis: Chi siete? 
Che mester fate? in dove andee? dicete. 

Chi sont? respondi franco, in dove voo? 
Sont galantomm e voo per el falt me; 
Intuita 4) poeù del mestee che foo, 
Ghe yen quejcossa de vorell savè? 
Foo el cavalier, vivi d'entrada, e mò, 
Ghe giontaravel fors quejcoss del so? 

Me par d'avegh parlaa de fioeu polid; 
N'eel vera? E pur, fudessel ch'el gh'avess 
Ona gran volentaa de tacca lid, ' 
O che in quell dì gK'andass tusscoss in sbiess, 
El me fa sercià su de volt o des, 
E lì el me sona on bon felipp 5) de pes. 

Hoo faa mi do o tre voeult per rebeccamm 
Tant per respondegh anca mi quejcoss. 
Ma lu el torna de cap a interrogamm 
In nomo de la legge, e el solta el foss; 
E in nomo de la legge, già se sa, 
Sansessia, ^) vaia ben? boeugna parla. 

E lì botta e resposta, e via d'incant: 
Chi siete? - Giovannin - La parentella? - 
Bongé - Che mester fate? - El lavorant 
De frust 7) _ Presso de chi? - De Isepp Gabella - 
In dove? - In di Tegnon Q) - Vee a spass? - Voo al cobbi - 9) 
In cà de voi? - Sursì - Dove? - AI Carrobbi. 



Ili 



Al Carrobbi! In che porla? - Del piattee - 
Al numer? - Vottcent volt - Pian? - Terz; e in»cì 
Eel satisfaa mò adess; ghe n'iial assee?... 
Fussel mò la franchezza mia de mi, 
O ch'el gh'avess pu nient de domandamm, 
E! va, e el me pienta lì come on salamm. 

Ah, lustrissem, quest chi l'è anmò on sorbelt, 
Le on zuccher fìoretton resguard al resi; 
El sentirà mò adess el beli casett 
Che gh'era pareggiaa depos a quest; 
Propi vera, lustrissem, che i battost 
Hin pront come la tavola di ost. 

Dopo sto pocch viorin ^^), gris come on sciatt ")» 
Corri a cà che no vedi nanch la straa; 
Foo per dervì el porteli, e el troeuvi on tratt 

Nient olter che avei^ e sbarattaa 

Sta a vede, dighi subet, che anca chi 
Gh'è ona gabola anmò contra de mi. 

Magara insci el fudess staa on terna al lott. 
Che almanch sta vceulta ghe lassava el segni 

Voo dent ciappi la scara sto li on bolt, 

Doo a ment — e senti in sui basi] de legn, 
Dessora inscima, arent al spazzacà '2), 
Come sarav on sciabel a scita. 

Mi a bon cunt saldo li: fermem del pè 
De la scara — e, denanz de ris'cià on pien '3) 
Col hdamm a andà su, sbragi: Chi l'è? 
Coss'en disel, lustrissem, vaia ben? 
A cerca rogna insci per spassass via 
Al di d'incoeu s'è a temp anch quand se sia. 

Intant nissun respond; e sto tricch tracch 
El cress, anzi el va adree a vegni debass.... 
Ghe soni anmò on Chi l'è? pu masiacch '4); 
Ma oh dess ^^), l'è pesg che ne parla coi sass; 
InBn poeìi, a quante mai, sbragi: Se pò 
Savè chi r è ona voeulta, si o nò? 



— 112 — 

Cristo! quanti pensar hoo paraa via 
In quell atem che seva adree a sbragià! 
M*è fina vegnuu in ment, esussmaria! 
Ch'el fuss el condam reficcio 1^) de cà, 
Cli el compariss lì insci a fa penitenza 
De quij pocch ch'el s'è toh su la conscienza. 

El fatt l'è ch'el frecass el cress anmò, 
E senti ona pedana, oltra de quell, 
Propi d'ona persona che ven giò; 
Mi allora tirem lì attacch al porteli. 
Che, de reson, sei se le voeur cava 
L ha de passa de chi, l' ha de passa. 

Che semm nun chi al busilles: fìnalment 
Vedi al ciar de la lampeda de straa 
A vegnimm a la centra on accident 
D'on cavion '7) frances, de quij dannaa. 
Che insci ai curt el me dis: Ett vo el mari 
De quella famm che sta dessora li? 

Mi, muso duro tant e quant e lu, 
Respondi: Ovi, gè sui moà; perchè? - 
Perchè, el repia, voter famm, monsù, 
L'è tre gioii, sacher diceu, e me pie. - 
O gioii o non, ghe dighi, l'è la famm 
De moà de mi: coss'hal mò de cuntamm? 

Sé che moà gè vceu cocce cont elle. - 
Cocce? respondi, che cocce d'Egitt? 
Ch' el vaga a fa cocce in san Rafaell ' ^) ; 
Là l'è el loeugh de cocce, s'el gh'ha el petitt! 
Ch'el vaga foeura di cojon, che chi 
No gh'è cocce che legna: ave capi? 

Cossa dianzen ghe solta, el dis: Coman, 
A moà cojon?.., e el volza i man per damm. 
Ovej, ch'el staga requi cont i man, 
Ch'el varda el fatte so de nò toccamm, 
Se de nò, dia ne libra, son capazz.... 
E lu in quell menter mollem on scopazz. 



- 113 — 

E voeuna, e dòl Sangua de di de nott. 
Che noi se slonga d'olter, che ghe dool 
E lu zoilem '9) de capp on scopellott; 
Vedi ch'el tend a spettasciamm el eoo; 
E mi sott cont on anem de lion; 
E lu, tonfetal... on olter scopazzon. 

Ah sanguanon! A on colp de quella sort 
Me sont sentuu i cavi] a drizza in pee, 
E se noi (udess staa che i pover mort 
M'han juttaa per soa crazia a torna indree, 
Se no ciappi on poo d'aria, senza fall. 
Sta vacuità, foo on sparposet de cavalli 20) 



NOTE. 

1) slofii: floscio, snervato. 

2) cardon: traslato per fucili innastati. 

3) crovatt. Nomina vansi così per ischerzo le Guardie Nazionali del 1802 
innanzi, le quali erano composte di straccioni, storpi e veterani assoldati. {Nola 
dell' fiutare). 

4) voce latina =: riguardo a. 

5) felipp: propriamente ' testatico ' o tassa personale così detta perchè 
il 5 dicembre 1775 fu fissata a lire 7 milanesi, quanto valeva la moneta detta 
' filippo * : ' sona on bon lilippo de pes ' in senso traslato, dare una ramanzina 
solenne: forse al poeta arrise anche il ricordo delle filippiche di Demostene I 

6) sansessia: a ogni patto. 

7) lavorant de frust: rattoppalore di abiti usati, garzone di rigattiere. 

8) in di Tegnon : cioi nell'angiporto o * vicolo dei Tignoni * in via Ales- 
sandro Manzoni. Notisi il sale nell'avvicinamento delle voci * lavorant de frust ' 
e 'tegnon' sinonimo di avaro. 

9) cobbi: da cubile, letto, dormire. 
IO) viorìn: seccatura, impiccio. 

1 1 ) sciati : rospo. 
12) spazzaci: soffitta. 



— 114 — 

13) on pien: un guaio. 

14) masiacch: marchiano, massiccio; qui nel senso di sonoro. 

15) oh dess : oibò. 

16) reficcio: sublocatore della casa. 

17) cavion: soldato (francese) con elmo a criniera. 

18) in san Rafaell: nelle case poco pulite di via S. Raffaele, allora quar- 
tiere popolare del centro di Milano. 

19) zollem = pondera; accoccare.... uno scappellotto. 

20) La continuazione venne scritta in Oltave; v. pagine seguenti. 



ONA VISION 

(1612) 



On certo reverendo fra Pasqua), 
Omm de gran pés in qua! se sia manera, 
Tant a toeull de la part spiritual, 
Come a toeull de la part de la stadera, 
Vun de sti dì de podisnà ') al camin, 
Pien come un porch, el fava on visorin. 

L'èva in cà de dò damm bonn religios, 
Che, per no disturbagli quella quiett, 
Mormoraven intant a bassa vós, 
E pregaven de coeur Dio benedetl, 
Ch'el stermenass con la soa gran bontaa 
Tucc quij che secca i pret dopo disnaa. 

Da on'altra part don Dieg ex-zenturon 2) 
Teolegh, canonista e missionari, 
On poo el juttava la mormorazion, 
E on olter poo el sfojava el breviari, 
Per tirass intrattant focura di pee 
Quel Mattutin coiomber del dì adree. 

Ora mò, don Pasaual, l'è de notasi 
Ch'el s'eva quistaa ci nomm, coi soeu sudor. 
De sant e de paccion de prima class; 
Tant che paricc credeven ch'el Signor, 
Giusta in l'ora del chilo e del sognett, 
El le mettess a part di soeu segrett. 



— 116 - 

A bon cunl, col conzett ch'el se godeva, 
Soa reverenza l'èva dispensaa 
Da ogni att de creanza, anzi el podeva 
Ronfà 3) tutta la santa podisnaa, 
Senza pericol mai che i dò lustrissem 
Ghe dassen del villan porch solennissem: 

Ma, sta vceulta, dormend sto don Pasqual 
El fava cert versari e certi mocch 
Insci foeura de l'orden naturai. 
Che i damm s'hin spaventaa minga de pocch, 
Per paura che quai vision tremenda 
La ghe fass perd la famm per la marenda. 

Basta, quand piàs a Dio, fìnalment 
El se desseda '^j torber come on órs, 
E vedend i dò damm tutt in spavent, 
Curiós de sa ve cossa gh'è occors: 

— Che se consolen, Marchesinn, el dis, 
Che rivi 5) adess adess dal Paradis. 

— Caspita, che bej coss l'averà visti — 
Esclamen tutt dò i damm in compagnia. 

— Certament; hoo veduu, el dis. Gesù Crist, 
La soa Mader Santissima Maria, 

E de sant e beatt, no cunti baj, 
N'hoo vist assee de fann lece ai cavaj. 

— Dunque l'averà vist nostra cucina, 
La baronessa, a cui ci hann scritt la vita, 
Poi altre dame molte e qualch pedina ^) 
Scritt nel Suss 7) e dirett dai Barnabita? 
— . Cara lor, s'hoo de dilla tal e qual, 

N'hoo vist nanch voeuna — el respond don Pasqual. 

— Neanch'una! Come mai? In tanta gloria 
Ghe sarebber fors mai sfuggii de vista? 
Catto! i Pader Devecc, bonna memoria, 
Han semper ditt, ch'el Ciel l'è di Sussista; 
Dunque, repien ^), chi è che c'è là su, 

De nostra conoscenza o soa de lu? 



- 117 — 

— Per esempi, el respond, gh'c Mascaron.... 
Alfier.... Parin.... gh'è el so pessee de cà: 
Gh'c Metastasi.... gh'è l'ost del Falcon.... 

— Metastasi!... i damm sclamen; se poi dà! 
Quell pret che abbiamm sentitt coi nost orecc 
A biasimar lant volt dal bon Devecc? 

E d'alter chi hai veduu? ch'el dica un pò. 

— Hoo vist Bovara ^), hoo vist Battaja.... el dis, 
Mosca.... Pensa.... Vian. — Ohibò, ohibò, 
Anch de sta sort de roba in Paradis? 

No sai, che son de quej che l'ha daa in lista 
El Devecc per Massoni a noi Sussista > 

In Paradis i franchi-murator ? 
Se burlem? Ma sai minga, don Pasqual, 
Che solament a conversar con lor 
Se incorre in la scomunica papal? 
Ma, caro lei, car don Pasqual, ch'el taccia, 
Ch'el par che Dio el ci abbia voltaa faccia. — 

Intant, per toeulla curta e vegnì al sugh. 
Con sto sogn, cuntaa sii insci de salamm. 
L'ha ris'ciaa, don Pasaual, de fass dà el rugh 'O) 
Da la cà e da la tavola di damm. 
Se el canonista e teologh don Diegh 
Noi ghe trovava subet on ripiegh. 

Cestii el gh'ha faa vede, che don Pasqual, 
Per vess staa in del disnà on poo intemperant. 
L'ha squilibraa col fìsegh el moral ; 
Ch'hin i potenz ") in sogn predominane 
Che dislinguenJum est in casu tali 
Quod detur causa ph^sica aut morali; '2) 

E l'ha conclus infin, che l'ave vist 
El Paradis coi sant e coi beatt 
L'è efiett moral, che ven de Gesù Crist; 
Ma che, eàdem ratione '3), el ten per fatt 
Che l'avegh vist insemma i framasson 
L'è effett fìsegh, che ven d'indigestion. 



118 



NOTE. 

1) podisnà: dopopranzo. 

2) ex-zenturon : già dei frati eremitani scalzi, che portavano una cintura di 
cuoio; ma per la soppressione degli ordini religiosi passato nel clero secolare. 

3) ronfà: russare. 

4) desséda: si sveglia. 

5) rivi: arrivo. 

6) pedina: persona influente. 

7) Suss : abbreviazione di Jesus. Cosi s'intitolava, all'epoca del primo Regno 
d'Italia, una società dì dame milanesi, dirette dai Barnabiti della chiesa di 
S. Alessandro, i fratelli Padri De- Vecchi. Questa società oltre alcune pra- 
tiche religiose e caritatevoli, si faceva notare per lo zelo degli interessi della 
Corte Romana. 

8) repien: soggiungono, ripigliano. 

9) Bovara, ecc: qui il Poeta enumera persone allora ben note; Bovara 
Gio. Batt. ministro del Culto durante la Repubblica, il quale primo attuò le leggi 
eversive del patrimonio ecclesiastico e poi il concordato napoleonico; Battaglia 
Gaetano, comandante le guardie d'onore del Re d'Italia ; Mosca Barzio mar- 
chese Francesco, direttore generale di polizia; Pensa Giuseppe, che appartenne 
al Municipio di Milano durante la dominazione francese; e un Viani che si 
sa essere stato valoroso ufficiale di cavalleria. 

10) dà el rugh: dare lo sfratto. 

1 1 ) i potenz : termine filosofico, le facoltà umane. 

1 2) distinguendum est, ecc : si deve distinguere in tal caso, ciò che debba 
imputarsi a causa fisica ovvero a (causa) morale. 

1 3) eàdem ratione : per la stessa ragione, per la medesima causa. 



^ 



FRAA DIODATT 

(-1815) 



Fraa Diodatt de Tolosa, guardian, 
Anzi definitor di Zoccolott, 
Ammalastant ') ci pes del fabrian 
E de cinq brazza in rceuda ^) de trippot, 
El stava tutt i noce sospees in l'ari 
Paricc or, in sul fa d'on lampedari. 

Cioè, me doo d'intend ch'el stava su 
Minga taccaa a quaj asa ^), o a quaj rampon, 
Ma in estes, bandonaa, lu de per lu, 
Come sarav i gemm faa col savon: 
Miracol ch'el saiav cross in ca mia, 
Ma che in di fraa 1 è ona mincionaria. 

Ora ona bella sira d'on estaa, 
Cantand devotament fraa Diodatt 
El so vesper in cor coi olter fraa, 
El s'è vist a volzass tutt in don tratt 
E andà sii sii, beli beli, con on faccin 
Mostos ^), com'el scisciass on busecchin 5). 

E sii, e sii; quand l'è squas lì ch'el tocca 
El soffìtt cont i brasc, el sta li on bott, 
El fa ona girivoeulta, e pocu l'imbocca 
On bravo finestron con su nagott: 
Molla i brasc, sbassa el eoo, sterza on poo'l cuu, 
E fort 6) foeura di ball, chi ha avuu, n'ha avuu. 



— 120 — 

Foeura i fraa tucc in troppa, a la serenna, 
Per vede el voi de sova reverenza; 
Ma per quant corren, riven malapenna 
A vedel grand pocch pu d'ona carsenza; 
Deffatt quij di pee dolz, come son mi, 
E qui] cont el cuu grev han scusàa insci. 

Passa l'ora del copp 7) d'incoeu e doman, 
Passa ona settimana, passa un més, 
Meneman l'è chi l'ann, e el guardian 
El seguita anca mo a sta giò di spés. 
Resten i fraa ogni tratt coi ceucc per ari, 
Locch e mìncion pussee de l'ordinari; 

Perchè infin, per quant fussen persuas 
Ch'el so Diodatt el fudess sant de bon, 
Nonostant ghe pareva ch'el so cas 
Noi fudess minga quell d'on ascension 
Oh catti diseven, nanch ch'el fuss Enoch, 
Elia, o la Madonna, quell marzoch ^). 

Marcanagg! coss'hal faa de sorprendent 
De guadagnass la fin de sant Franzesch? 
Che utel ghe n'ha avuu de lu el convent? 
Se no gh'era i cercott ^) sì stavem freschi 
Si: l'ann passaa, che hin mort squas tucc i vid, 
Se stava a lìi vorevem bev polid. 

Basta, se vedarà. Quand poeu han veduu 
Che el specciall l'èva on opera de matl, 
Han faa on olter guardian pu bottoruu '0) 
E pussee grev al doppi de Diodatt; 
Han miss di bonn ferrad ai finestron, 
E s'el voeur sgorà '') anch lù, l'è bon patron. 

Però, a gloria del santo Fondator, 
El Pader general l'ha faa on decrett 
Che de sto voi no s'en dovess descor 
Sott penna de scomunega e interdetti 
E che l'èva assee a di quant a Diodatt, 
Che l'è passaa a la patria di beatt. 



- 121 - 

De il cent dodes ann (sentii sto cas 
E restee lì de stucch, se sii Cristian) 
Intani che i fraa scennand in santa pàs 
No pensaven che al mond ghe fuss on can, 
Senten invers la porta del convent 
On malarbetto scampanellament. 

Corr el fraa portinee, mezz a taston, 
Bestemmìand la pressa e quel che sonna, 
E dopo d'ave vist dai boeucc del spion 
Che Teva on fraa, o el pareva alla pattonna '2), 
Benedicite, el dis (razza de muj, 
Sc'ioppa i fasoRU de fa tant cattabuj?) 

Pax vobis, respond quell; e lì el se invia, 
Malapenna ch'el derv, al refettori. 
Pian, ferma, cossa fai?... l'oller el cria; 
Ma lu, senza fagh oltcr responsori, 
El slonga el pass, de moeud ch'el portinee 
Per sta voeulta el pò dagh el nàs dedree. 

Ve sii mai imbattuu in quai ostaria 
A falla l'uss dopo vess staa a pissà, 
E andà in mezz'a tutt'altra compagnia, 
Cantand cont i colzon mezz de lazza? 
Ben: fee cunt press a pocch che per adess 
El cas del refettori el sia l'istess. 

Resten i fraa de gess, come incantaa, 
A vedess lì denanz vun del so croeucc 
Tutt a filapper ^^), sporch e spaventaa 
Ch'el gira intorna mezza spanna d'oeucc; 
E re sten tant de gess, che pianten lì 
Fin de bev e mangia, che l'è tutt dì. 

El guardian, credendel el diavol 
Ch'el vorress fagh passa ona mala sira, 
Gattònes ''*) a la mej in pee del tavol, 
E lì, cont un coracg de milia lira. 
Come el fuss sant Dominegh in persona, 
Trinciegh giò on beli croson con la corona. 



122 



In nomm del Dio tremend di Cristian 
Parla, el dis; chi te set? fa minga el sord: 
Per quell lì, lu el respond, sont el guardian; 
Ma.... mi no soo.... me senti tant balord, 
Che, se noi fuss che seva chi insì arrent, 
Credarev squas d'ave fallaa el convent. 

Da], daj, sbraggen sii tucc, daj che l'è on matt; 
Ferméll, lighèll, denanz ch'el daga foeura. 
Alto là, lu el repia, son fraa Diodatt; 
No ve slonghee fraa becchi '5) bo-e-foeura '^), 
Perchè quel Dio che m'ha faa sgorà 
El ve darà del franch '^) noeuva de cà. 

Per fortuna el guardian, fraa Giann Maria, 
Di noranta-trii fraa de quell convent 
L'èva l'unegh che fuss staa in libreria, 
E, per fortuna, ghe vegnuu in la ment 
D'ave leggiuu, in non soo qual occasion, 
D'on vói de Fra Diodatt, scritt su on carton. 

E tirandesel mej in la memoria, 
El le interroga a taj del fatt leggiuu; 
E lu el ghe squitta '^) lì tutta l'istoria, 
Da la qual se capiss, che avend creduu 
D'ess staa in estes mezz'ora, a falla grassa, 
El gh'eva staa cent dodes ann e passa. 

Giò tucc i fraa in genceugg pese che ne impressa 
A domandagh perdon d'avegh faa on sfris: 
Lu el ghe perdonna, el scenna, el se confessa, 
El dorma, el mceur, el torna in paradis; 
E i fraa, in memoria, en fan l'anniversari 
Con dò pittanz de pù de l'ordinari. 

Se vorii mò savè el perchè percomm 
Cent dodes ann ghin pars ona mezz'ora, 
Ciappee el Prato Fiorito ^^), stampaa in Comm 
Del milla ses-cent-quindes da una tal Fiora, 
Là a fceuj dusent-settantacinqu se troeuva 
Sta cossa frusta, che par semper noeuva. 



~ 123 -. 



NOTE. 

1) unmaUuIant: nonoiUnte. 

2) in rocuda: in circonferenia. 

3) aia: gancio, anello. 

4) mottot: propriamente significa sugoso. 
3) busccchin: sanguinaccio. 

6) f òrt : via I ; dal tedesco : fori, va I 

7) l'ora del còpp: còpp, tegola; il segnale della mensa nei conventi fran- 
cescani è dato battendo una tegola di terracotta oppure anche di ferro, 

8) marzocch: allocco. 

9) cercott: i frati incaricati della cerca. 
IO) bottoruu: fatto a botte, panciuto. 

I I ) sgori : volate. 

12) pattonna: da patlon, tonaca talare dei religioti e monaci, cosi detta 
in senso avvilitivo. 

13) filapper: sbrendoli. 

14) gattones: arrampicarsi colie ginocchia, andar carpone. 
1 3) becchi : zucconi. 

16) bo-e-foeura: Io stesso che holgirón, sciagurati, disgraziati. 

1 7) del franch : per certo, del sicuro. 

18) squitta: spiattella, sciorina. 

19) Prato Fiorito: leggendario di vite di santi che ha questo titolo. 



EL VIAGG DE FRAA CONDUTT 

(1816) 



In sul defà ') de Sant Ambroeus andemm 2), 
Ch'el trottava, el trottava, e via via 
El se trovava saldo al post medemm, 
Lassand de part on bott la sacrestia 3), 
Ghe diroo coss'è occors, st'estaa passaa, 
Al noster fraa Condutt, fraa desfrataa. 

Fraa Condutt, come lor san mej de mi, 

Per quella gran golascia del dinar 

Come?... el cognossen minga? Oh questa chi 

La me reussiss propi singoiar! 

Corpo de bio bion, possibel mò 

Che sien lor soli che noi cognossen nò? 

Oh ben, come l'è insci, nagott de maa, 
In pocch paroll ghen daroo mi l'ideja; 
E se per sort Tincontraran in straa. 
Me savaran poeìi di s'el ghe someja; 
Che on cap rar de sta sort sora tuttcoss 
Var la fadiga de possell cognoss! 

Fraa Condutt l'è on magrozzer, on carcamm 
D'on pret, longh longh ch'el par on campanin, 
Cont on dianzen d'on pomon d'Adamm 
Ch'el ghe sbaggia 4) in là on mja el collarin; 
Lendenon 5), coi palper besinfi, inninz ^), 
E el volt a boeucc come el formaj de sbrinz. 



- 125 - 

Sott a duu zij de ru(! e scarpignaa 7) 
Che sbarlusca ^) duu boeucc de scoldalecc, 
E pocìi sott duu stupendi carimaa ^), 
E anmò sott on bocchin (ina ai orecc, 
E in su quell la segcella del moietta '^), 
Che gotta giò tabaccn su la basletta ")• 

A cressegK i bellezz el gh'ha anca i pagn 
Che, comenzand di scarp fina a la lum '^), 
Hin de cinqu o ses negher descompagn, 
Tanè, puies, bordocch, martora, fum 
Intersiaa a tassi], strattaj, listin, 
Pussee che ne on sciffon del Maggiolin '3). 

Ah, ^hnl quest l'è fraa Sist Sicché mò han vist 

S'el soo mi che l'aveven de cognoss? 
Sissignori, l'è lu, propri (raa Sist, 
Fradell de don Bernard del Borgh di goss l^), 
Che in Quant ghe dan el nom de fraa Condutt, 
L'è perchè l'è on porcon che bocca tutl. 

Lu defatt per on sold el canta, el balla; 
Lu el fa la roeuda in terra, el fa la toma; 
Lu el va magara con la cotta in spalla 
Dedre d'ona vicciura '5) fina a Roma; 
Lu el contratta la messa, i esèqui, i ofHzi 
Come i oeuv e i pollaster de pendizi. 

Adess che semm d'accord fina d'avanz 
Qumt al porch (salv però quell ch'el maneggia), 
Ciappi el fil de l'istoria e tiri inanz 
Drizz drizz, senza desperdem de careggia; 

Sicché, i mee sciori, come ghe diseva 

Adess, bellbell.... che pensa in dove seva. 

Donca fraa Sist, per quella gran golascia ~ 
Del dinar che el le rod e el le sassina, 
El s'è trovaa on beli dì in de la mojascia '^) 
Con trii impegn tutt al cuu in d'ona mattina. 
Messa con ciccolatt al Paradis, 
Corp '7) con candirà in Borgh, torcia a Bovis. 



— 126 - 

E siccome per tend de chi e de lì 
No gh'era minga terra de fa ball ^^), 
Ne a pè se ghe podeva reussì, 
L'ha resoli de cavassela a cavali, 
E, s'cioppa l'avarizia, l'ha faa el spicch. 
De già che l'era in Borgh, de toeù on boricch '^). 

Fornii el corp 20), faa el so noli, prontaa l' asnin, 
El se segna, el bettega on'orazion, 
Poeù el ghe solta de posta in sul sesin, 
Jae vallee! dò fìancad cont i tallon, 
On' impennada, quatter salt de cuu. 
Dò legnad, dò scorensg, e via tutt duu. 

L'èva un'ora o pocch pu de la mattina 
E el ciel luster e beli come on cristall; 
Tirava on'aria sana, remondina 21), 
Che ghe fava balla i lenden 22) sui spali; 
E el brucc, sbroccand i ramm che sporg in strada, 
El ghe strollava i toder 23) de rusada. 

Parascioeur e piccitt, de brocca in brocca, 
Ghe sgoraven denanz a fagh besbili, 
E fraa Sisl, con avert tanto de bocca, 
L'andava per el gust in vesibili, 
Ruminand i favor particolar 
Ch'el ciel el ghe compart a lu e al somar. 

Insci in estes, godend on paradis. 
L'aveva giamo faa ses o sett mja, 
E insci l'andava fors fina a Bovis, 
Se a dessedall 24) no ghe vegneva via 
Vun de qui] tai besogn, che fa andà a pè 
E desmontà del trono fina i re. 

L'ha avuu de grazia donch de scavalca. 
De ligà in straa a ona pianta el so compagn. 
De traversa la sces, de andà a cerca 
On quej tròs 25) giò de man per i campagn. 
In dove fa el so oeuv, foeura del cas 
Che i sinod possen reflignagh 26) el nas. 



— 127 — 

Intrattant che scrusciaa in d'on busegatter 2^) 
Fraa Sisl el provvedeva ai sceu interess 
E a quij de l' indelebil so caratter, 
L'asen el se ingegnava in drizz e in sbiest 
Se gheva on'erba de pippalla su, 
Segond el so caratter anca lu. 

E voltes e revolles col dedree, 
Per el lungh de la corda, de chi e lì, 
A vora che fraa Sist l'è tornaa indree. 
L'è vegnuu giusta in ponta a reussì 
Voltaa col magazzin di saresitt 28) 
Vers la regia zittaa di missoltitt 29). 

l'raa Sist, che l'era minga quell tal omm 
De sospetta del prossem malament. 
Savend d'avell lassaa voltaa vers Comm, 
L'ha creduu ch'el dovess stagh permanent. 
E senza olter cerca ne bianch ne negher, 
Le desliga, el le monta e el va là alegher. 

Doma che, repassand per certe sit 
Che ghe pareven e no ghe pareven, 
El ciamava a quej picch 30) j'd va polit; 
E quij, credendel smorbi 31), respondeven. 
Come s'usa respond a sti smorbion: 
Semper drizz (in di ciapp) ch'el va benon, 

Fraa Sist, assuefaa a fass cojonà, 
El tirava de longh e el fava el vece, 
Quand fìnalment el ved, va che te va, 
A spontà on campanin, poeìi dopo on tecc, 
E poeù duu, e poeù trii, poeù vott o des, 
E on freguj pu inanz tutt on paes. 

Alto, adess mò ghe semm! Daj, pesta, trotta, 
Spues sui dit, cavèzzes i cavij 32)^ 
Deslazza ci fagottell, destend la cotta, 
ScorHss la vesta, spieghegh i rescij 33)^ 
Nettes, freghes, pareggies a la via 34), 
Doma causa 35) <je corr in sacrestia. 



— 128 — 

Già l'è in riva ai primm cà, già el ved in straa 
Carr, navasc 36) e carrett in cattafìra, 
Ogne scur el le cred on pret o on fraa, 
Ogne bianch on torcion de quatter lira, 
Ogni botta de incusgen, de bronzin 37)^ 
El le toeù per el terz de mattutin ^8), 

Finalment el desmonta a l'ostaria, 
El va in cort, el se incontra in d' on amis .... 
Oh don Sist ! . . . oh er me car don Zaccaria, 
Anca lu chi a l' offizi de Bovis ? . . . 

Bovis?... offizi?... Zaccaria el respond 

E resten lì cojon prim e segond. 

Intani che se deciara la borlanda ^9)^ 
Compar foeura stallee, coeugh, camarer, 
El patron del boricch, de la locanda, 
El curat, el segrista, el cangeler: 
Fraa Sist el cava on sgar fina di pee, 
E, ponfeta! giò in terra col cuu indree. 

Acqua, asee! prest, corrii! tira, pessega 

Mettili chi, mettili li; gent de per tutt. 
L' equinozi in d' on bott el se spantega ; 
Tutt el Borgh rid ai spali de fraa Condutt; 
E intraitant ch'el sgambetta, on gatt monell 
El se serv de la cotta e del cappell. 

Fraa Sist a pocch la voeulta el torna in pee; 
El se troeuva ancamò al Borgh di ortolan 
Senza torcia, cappell, cotta e dance, 
Bolgiraa ^^) per Bovis e per Milan, 
Giacche, per fagh passa el maa pussee in pressa, 
Gh'han rott anca el degiun, noi pò di messa. 

In sta manera el noster fraa Condutt 
L'ha imparaa a spesa sova la moral 
Che r è impossibel podè tend a tutt. 
Che se romp l'oss del coli coi salt mortai, 
E che, con el vorè caregà tropp. 
Se perd la polver e se creppa el s'ciopp. 



- 129 - 



NOTE. 

1) In lul defì de....: a quel modo che... 

2) Sani Ambroeu» andemm : modo volgare invece di ' S. Ambrogio ad 
nemus * vecchia chieM medievale poco ditcoita dall' Arco della Pace, eretta 
nel luogo dove S. Ambrogio, fuggente da Milano per lotirarti all'episcopato 
al quale era ttato eletto a voce di popolo, dopo una notte di viaggio, come 
vuole la leggenda, ritrovoui al mattino tucccssivo. 

3) latnnd.... la sacrestia: lasciando.... ogni preambolo. 

4) sbaggia: sospinge. 

5) lendenon: lendinoso, ed anche spelacchiato. 

6) palper besinli, inninz: palpebre gonfie e inlaccate. 

7) scarpignaa : arruffati. 

6) sbarlusca: da sbarluscA, sbalestrare gli occhi (krucc de scoldalecc). 
9) carìmaa: occhiaie livide. 

10) segella del moietta: naso sgocciolante come il secchiello sulla mola 
dell ' arrotino {moietta). 

11) basletta: il mento sporgente. 

12) lum: tricorno, nicchio. 

1 3) sciffon del Maggiplin : scaffalino fatto da Maggiolini Giuseppe di Para- 
biago, celebre nell'arte dell'intarsio (n. 1738 nov. l3 f 16 nov. 1614). 

14) Borgh di goss: modo volgare antiquato per indicare i Corpi Santi o 
sobborghi della Porta Tenaglia (ora soppressa) costituenti l'antica parrocchia 
detta * della Trinitji ' ; dicevasi anche borgo degli Ortolani. 

15) dedree d'ona vicciura: seguendo (dcdree) un funerale {olcclura), 

16) mojascia: viluppo. 

17) corp: funerale, accompagnamento di mortorio. 

18) terra de fa ball: frase tolta dall'arte del vasaio; la palla (balla) è 
quella massa d'argilla bagnata che il vasaio pone sul desco del tornio per 
plasmarne a mano il vaso. 

19) boricch: dallo spagnolo boricco, bricco, somaro. 

20) fornii el corp: tennioalo il funerale presente cadavere 'el corp.' 

21) remondina: aria sottile che rimonda ciclo e polmoni. 

22) lendena: propriamente l'uovo del pidocchio; traslato per i capelli. 

23) leder: sinonimo di pidocchio, piceucc. 



— 130 - 

24) dessedall: svegliarlo. 

25) tròs: cespuglio. • 

26) refHgnagh: arricciare il naso. 

27) busegatter: bugigattolo. 

28) magazzin di saresitt: magazzeno dei razzi, deretano. 

29) regia zittaa di missollitt: regia città degli agoncini misaltati, conservati 
in sale, cioè Como. 

30) picch: villano. 

31) smorbi: burlone. 

32) cavèzzes i cavij: ravviasi ì capelli. 

33) rescij: aggrìnzature. 

34) a la via: in buon ordine. 

35) doma causa: non manca che. 

36) navasc: tinozza da vuotacessi. 

37) bronzin: mortaio di bronzo. 

38) el terz de mattutin: il terzo segno di campana previo alla salmodia 
corale detta Matutino. 

39) borlanda: propriamente acqua che servì a lavare le stoviglie; traslato 
per matassa arruffata. 

40) bolgiraa: rovinato. 



A LA SURA LENIN MILLESI ') 

(-1816) 

BRINDISI. 

Se (uss bon de fa vers a 1* improvvisa, 
Sì che vorev fa el mut in st'occasion! 
Ghe giuri che vorev dagh dent de frisa 2), 
E el giuri d'onorato buseccon. 
Sont galantomm, e quand ghe rivi a di 
Che sont on asen, ch'el le creda a mi. 

Che del rest, se godcss sto don del ciel, 
Nanch per insogn che la vorev pientà; 
Ma vorev propi propl stagh al pel 3) 
Ai tante cortesi] che la me fa, 
E inscambi de confondem e avvilimm, 
Vorev almanch respondegh per i rimm. 

E tanto mej poeìi adess che la me iruiga 
Con quell so ton cordial, con quell cerin, 
Con quell fa insci grazios, eh* par ch'el diga 
Fatt coragg, dì pur su, el me meneghin, 
Che infìn dopo disnaa per rid de coeur 
Hin giust quatter sproposet che ghe voeur. 

Sproposet? nò per brio! Adasi on poo; 

Gh'hoo la botta secretta ^) Scià el biccier: 

Viva, sura Millesia, el so beli eoo, 
El so beli anem, el so coeur sincer; 
Viva ci so spiret che se pò cercali 
Via de sti mur, ma stantà assee a trovali. 



132 



Viva, sura Millesl, quell tusscoss 
Che fa corr per la bocca la saliva 
De tucc quij che le tratta e el le cognoss; 
Evviva donca, milla voeult evviva. 
Hala mò vist adess se a sto proposet 
Gh'hoo arnnì la vergna 5) de sparmì i sproposet? 



NOTE. 

1) Milesi Elena di Milano, madre di Bianca Milesi (1790-1849), che dal 
1 823 fu moglie del medico Carlo Mojon a Genova, ardente patriotta, cospira- 
trice e letterata. 

2) dagh dent de frisa: mettermi con impegno. 

3) stagli al pel: corrispondere. 

4) botta secretta: ispirazione secreta. 

5) la vergna: il modo. 



(♦) EL ROMANTICISMO 

(1819) 



De già, madamm Bibin ')> ^^^ ^^ 8*^ ^1 rantegh ^) 
De mettes anca Ice à spuvà redond 3), 
E la dezid de Classech, de Romantegh, 
Come se se trattass de vej, de blond ; 
Che l'abbia flemma de sentimm anch mi, 
Che a sto proposit gho quajcoss de dì. 

In primis ante omnia, ghe diroo 
Che, per vorrò dezid de sti materi, 
L'è minga assee d'avegh in spalla el eoo, 
E squas nanca l'avegh fior de criteri, 
Ma fa besogn cognoss à mennadid 
In longh e in largh i càus de dezid. 

Che se, per moeud de dì, la se imbattess 
In duu che la fasessen à cazzott, 
E insci per azzident la ne vedess 
Vun più stizzos à mettes l'oiter sott; 
Voràvela mò di, cara signora. 
Che la reson ghe l'abbia quell dessora? 

Donca, perchè on Brighella e on Stentarell, 
E on Lapóff ^) che voeur falla de Platon 5) 
Vaan adoss ai Romantegh col cortell, 
E responden bestemmi per reson, 
Madamm Bibin, la vorarà anca lee 
Andà adoss ai Romantegh cont i pee? 



134 



Lee, tant bella, graziosa e delicada, 
La vorrav fass de stomegh insci fort 
De sta à botta ^) à sta pocca baronada? 
Ohibò, madamm, la se farav tropp tort! 
Se lor tratten de buli e de bardassa 
Quest l'è on so privileg, che la ghel lassa. 

Dorica, madamm, che la se rasserenna. 
Che la comoda in rid quell beli bocchoeu, 
Che i Romantegh infin no hin l'ienna, 
Hin minga el lofi che va à mangia i fioeu, 
Ma hin fior de Paladin tutt cortesia, 
E massim coi donn bej come usciuria ^). 

E l'è appunt dal linguagg che i Paladin 
Parlaven in del temp de Carlo Magn, 
Che i Todisch han creduu, madamm Bibin, 
De tira à voltra ^) on nomm squasi compagn 
Per battezza sti Paladin novej, 
Protettor del bon sens e di donn bej. 

Ora mò quant al nomm che no la vaga 
A cerca pìi de quell che gho ditt mi; 
O brutt, o beli el nomm, coss'el suffraga? 
Ai Todisch ghè piasuu de digh insci, 
E insci anch nun ghe diremm, à màrsc dlspett 
De sti ruga-in-la-cacca col legnett. 

Tornand mó adess à nun, l'ha de savè, 
Che el gran busilles de la poesia 
El consist in de l'arte de piasè, 
E st'arte la sta tutta in la magia 
De mceuv, de messedà ^), come se vceur 
Tutti i passion che ghemm sconduu in del coeur. 

E siccome i passion coll'andà innanz 
Varien, baratten fina a l'infinit, 
Segond i temp, i loeugh, i circostanz. 
Tal e qual i so mod di cappellitt. 
Cossi i poetta ghan de tend adree. 
Come coi cappellitt la fa anca lee. 



- 135 - 

E siccome anca lee ai so tosanett, 
Per moeuvcgh la passion de studia. 
No la ghe esibiss minga on coreghett '0), 
Ne i scuffion cont i al de cent ann fa, 
Ne i peland " ) à fioramm con sii i paes, 
Che se ved sui crespin ^^), sui cart chines; 

Insci anch con nun, se voeuren sti poetta 
Ciappottann '3) { passion, moeuven el coeur, 
Han de toccann i tast che ne diletta, 
Ciappann, come se dis, dove ne doeur, 
Senza andà sui baltresch ^^) à tira à man 
I coregh e i scufHon gregh e roman. 

Al temp di Gregh correven in l'arenna 
Perlina i rè per acquistass onor; 
Pindar, poetta pien de foeugh, de venna, 
El cantava el trioni del vincitor; 
On trattin '5) Fidia el le ritrava in sass, 
£ se trava giò i mur per dagh el pass. 

Al dì d'incoeu, madamm, la sa anca lee 
De che razza hin sti eroi che menna i bigh '6) 
Fior de rabott '7) che corr per pocch danee. 
Che de l'onor no ghe n'importa on figh; 
Tant che ai poetta, ai prenzep, ai sciiltor, 
Patt-e-pagaa '^), ghe importa on figh de lor. 

Che se on quai talenton strasordenari, 
Per canta sti trionf, l'incomodass 
Tutt i divinitaa del dizionari, 
E el componess on pezzo degn del Tass, 
Sto pezzo arcistupendo, arcidivin, 
El farav rìd anch lee, madamm Bibin. 

E quand la sent, madamm, à invoca Apoll, 
E a domanda in ajut i noeuv sorell ^'^), 
Per canta on abbaa-ghicc 20)^ che mett al coli 
La prima vceulta on collarin morell 21) 
Ghe par, madamm, che st'invenzion la sia 
El non plus ultra de la poesia? 



— 136 — 

E quand, madamm, in cas de sposalizzi, 
La se sent tutt el dì a sona ai orecc 
Che Amor, quell bardasson, l'ha faa giudizzi, 
Che l'ha ferii dun coeur coi medemm frecc. 
Ghe par che sii antigaj sien maravili 
De fa andà in broeuda, in gloria, in visibili? 

E quand in mort de quaj donnin pietos 
Gh'el fan vede sto Amor à sani Gregori 22) 
A piang, a desperass, tra i pret, i eros 
E i pittocch, che pelucca i gestatori 23)^ 
Se sentela, madamm, a sto spuell 24) 
A gerà el sangu, à rescià 25) la peli? 

E quand che la se imbatt in d'on poetta, 
Che per la mort de Barborin, de Ghitta, 
El se le scolda 26) con la foresetta 
De Atropp 27)^ che ghà mocciaa el fìl de la vitta, 
Ghe par, madamm, che sto poetta el senta 
El dolor, la passion ch'el rappresenta? 

E poeu: là, via! a mi e a lee, per dilla. 
Ne van mò proppi al coeur cert poesij 
Che paren i risposi de la Sibilla, 
La smorfia di santissim Littanij, 
De tant che hin pienn de Dei e de Dees 
Squittaa col servizial 28) in drizz e in sbiess? 

Sicché i Romantegh fina chi, la ved. 
Che n'hin minga sti eretegh, sti settari, 
Sti gent pericolos che ghe fan cred 
I Torquemada del partii contrari. 
Che tran in aria el cuu e s' innoreggissen 29)^ 
A bon cont, su tutt quell che no capissen. 

Ne l'ha nanca de cred ai strambarij. 
Che ghe dan à d'intend per spaventalla. 
Che i Romantegh no parlen che de stri]. 
De pagur, de carr matt ^0), Je mort che balla, 
Ohibò! coss che ghe creden, press' à pocch. 
Come la cred lee al papa di tarocch. 



137 



I Romantegh fan anzi profession 
De avegh, con soa licenza, in quell servizzi 
Tutt quell che tacca lil con la reson. 
Che somenna e che cova i pregiudizzi. 
Vegnend giò da Saturno a quel folett 3'), 
Che ha stremii l'han passaa tucc i sabett ^2. 

Ma deggià che dabass la ghà la fiacca ^^) 
Per andà a vede Romina de palpce ^^), 
E quistass el piasè de piang a macca ^^) 
Sora i sbuseccament ^6) di temp indree, 
Prest, che la vaga, allon, madamm Bibin, 
Denanz che daga foeura ^^) el vicciurin; 

Che sto baloss, che no l'è minga pratich 
Di prezett de Aristolel suj teatter. 
L'è fors capazz, contra i unitaa drammatich, 
De cred dò or pussee de vintiquatter, 
E in grazia d'ess on gnocch, on per, on fìgh, 
De dà foeura fors pese del Catlabrigh 38). 

Beata Ice, madamm, che l'è levada 
A boccon coi prezett di Classicista, 
Che in qui] tré or che la sta là incantada 
No la perd mai i dò unitaa 39) Je vista, 
E la sa fin che pont lassas andà 
Coll'illusion, denanz de torna a cà! 

Che qui] golf de Todisch, quij ciaj d'Ingles 
Se lassen monna attorna di poetta, 
E stan via con lor di dì, di mes, 
Senza accorges che passen la stacchetta, 
E riden, piangen come tant poppò 
Anch che Orazzi e Aristotel voeubbien nò. 

Fan tal e qual che fava quel bon omm. 
Che ghe criaven (che la scusa un pco) 
Perchè el fava i fatt sceu depós al domm: 
Se pò nò, se pò nò!... Ma mi la foo, 
El respondcva intant al busseree ^); 
S'el gh'avess tort, o nò, la diga lee. 



— 138 — 

Ma per lassa de banda T ironia 
Che no l'è piatt per lee, madamm Bibin, 
Ghe diroo che interess de poesia, 
Se no ghè del giudizzi in del coppin 41), 
I regol faran mai nagott de drizz, 
Che la forma no fa el bon del pastizz. 

Certe regol hin anzi come el bust, 
Coi stecch de fèrr, de tarlis 42) doppi in spiga, 
Che tante mamm, credendes de bon gust, 
Metten sii ai so tosann per fai sta in riga; 
Ghe fan dà in foeura el cuu, la panscia indenter, 
E ghe rescien tutt la peli del venter. 

Insci, madamm, col bust di so unitaa. 
Se rescìa i temma, se stringa l'azion, 
Deventa tutt coss suppa e pan bagnaa; 
Se streng, se imbruga 43) l' immaginazion, 
E el camp de la natura, insci spazios, 
El va tutt à fornì in d'on guss de nòs. 

Insci per strengegh sii in vintiquattror 44) 
On fatt, che noi pò stagh in quel pocch spazzi, 
O gh'el sciabelen giò de guastador 45), 
O gh'el fan canta su come el prefazzi 46), 
Con de quij soliloqui de repezz. 
Che fan poeìi pari on ora on mes e mezz. 

E si, madamm Bibin, che dal moment 
Che tre ór ghe somme] en vintiquatter, 
La podarav mo anch comodament 
Mett de part el penser d'ess in teatter, 
E figurass inscambi de passann 
Trenta, quaranta, on més, magara on ann. 

Perchè, se in d' ona fiasca d' on boccaa 47) 
L'è assee brava, madamm, de fagh sta dent 
Mezza zajna 48) de pù del mesuraa, 
La pò anca vess capazza istessament 
De faghen sta ona brenta e, s'el ghe par, 
Magara el lagh de Comra, magara el mar. 



— 139 - 

Ora i cosa essend quij proppi appuntin 
CHe dis on galantomm. che son mi quell, 
Che lassi giudica, madamm Bibin, 
Se el Brighella, el Lapóff e el Stenlarell 
E quell car Cattabrigh dolz e mostos ^^) 
Resonen col denanz, o col depós 50). 

Ma via, là. Che la vaga, che l'è vora, 
A sentì la Virginia. On olter dì 
Che vuj legg ci Macbelh, se la me onora, 
Franch e sicur che infin la m'ha de dì: 
Grazie, Bosin 51), capissi; n'occoralter, 
I smargiassad no me capponnen 52) d'alter. 



NOTE. 

1) La madamm Bihin, alla quale il Porta rivolge queste caustiche te- 
ttine di crìtica letteraria e di estetica, era donna Maria Londonnio Frapolli, 
(detta fin da bimba per vezzeggiativo Bia) classicista accanita: così garantisce 
un pronipote della nobile milanese. 

2) rantegh: rauce<{ine; traslato per smania. 

3) spuvà redond : sputar tondo, sentenziare. 

4) Lapóff: maschera vestita a un dipresso come il pulcinella con un 
certo suo cappellaccio (capello a laa-pouff) floscio più che uno straccio : sotto 
le tre maschere su indicate sono indicati il dott. Angelo Anelli, Francesco 
Pezzi, il noto appendicista della Qazzetta di Milano, e Camillo Picciarelli i 
più accaniti e volgari avversari del romanticismo in Milano. 

3) Platon: saccente. 

6) sta à botta: tener bordone. 

7) usciuria: corruzione di * vù tciurìa *, vossignoria. 

8) tira À voltra: metter fuori, introduae. 

9) metsedÀ: rìmetiare. 

IO) corcghett: diminutivo di coregh, guardinfante, faldiglia. 
1 1 ) peland : zimarre. 
12) crespin: ventaglio. 



— 140 — 

1 3) ciappotlann : frequentativo di ciappa ; eccitare. 

14) baltresch: altane. 

15) on trattili: perfino Fidia. 

16) che manna i bigh: allude alle corse delle bighe fatte nella allora 
nuova Arena di Milano, per pubblico divertimento. 

17) rabott: monelli, piazzaiuoli. 

18) patl-e-pagaa : pari e patta. 

19) noeuv sorell : le nove muse. 

20) abbaa-ghicc: abatuccolo; ghicc, spregiativo per chierico. 

21) collarin morell: collare pavonazzo, che è fra le onoroficenze ecclesia- 
stiche la più modesta ; a Roma lo chiamano " lo straccetto ". 

22) sani Gregori : cimitero posto nei pressi del Lazzaretto a porla Orientale. 

23) che pelucca i gestatori: che ghermiscono (ps'ucca), per poi rivenderle, 
le colature pendenti dai cerei portati (gestatorie) nei funerali. 

24) spuell: qui nel senso di sproloquio, chiasso. 

25) rescià: aggrinzare. 

26) el se le scolda: si riscalda. 

27) foresetta de Atropp : colla forbice di Atropo, la parca che secondo 
la favola, recide {moccia) il filo della vita. 

28) squittaa col servizial: schizzati. 

29) che tran, ecc. : che danno di groppa e rizzano le orecchie come i muli. 

30) carr matt : tregenda, brigata di spiriti malefici che vada di notte attorno 
con lumi accesi. 

31) Il Porta stesso stampando queste sestine (1819) diede la spiegazione 
di quanto ha qui ha scritto : " E nota la voce sparsasi nell'anno scorso di un 
folletto, che gettava sassi entro la casa di un lavandaio fuori di Porta Tici- 
nese al sito detto della Madonnina ". 

32) sabètta: donnicciuola pettegola. 

33) fiacca: carrozza pubblica, dal francese fiacre. 

34) Romma de palpee: riproduzione scenica di Roma nel teatro dove 
allora, in Milano, recita vasi la tragedia Virginia; v. ultima strofa. 

35) a macca: a uffo. 

36) sbuseccament : sbudellamento, scene di sangue. 

37) daga foeura: gridi per impazienza. 

38) Cailabrigh: allude al periodico Accattabrighe, settimanale dei classi- 
cisti, sorto per combattere il Conciliatore, giornale dei romantici. 

39) i dò unilaa: cioè le unità di tempo e di luogo, che erano di pram- 
matica nelle tragedie classiche. 



- MI - 

40) buueree: da buMcra, c«Mctia per lo etemotine; tcaccino. 

41) coppia: proprìamenle lignifica nuca, qui uiato per testa, cervello. 

42) tariit: traliccio. 

43) te imbruga: reciderli, tarparti 

44) viatiquattror : secondo le regole degli Arittotelici l'azione delie tragedie 
doveva restringersi ai fatti occorsi entro il periodo di ventiquattro ore. 

43) gh'el sciabeien, ecc.: glielo stroncano come farebbero i guastatori con 
sciabolate. 

46) prefazzi: il Porta paragona i Cori delle tragedie ai prefazl, cioè a 
quella parte della Messa, specialmente nel rito Ambrosiano, dove con mo* 
venza lirica si ricordano i fasti del Santo o il Mistero celebrato nella li- 
turgia del giorno. 

47) boccaa: fiasco della capaciti di un boccale: il boccale dividevaii in 
quattro zaine. 

48) zaina: quarta parte del boccale. 

49) dolz e mostos: ironico perchè b realti il giornale Accallahrigìie era 
villano e violento. 

50) col denonz, ecc.: colla testa oppure col deretano. 

31) Bosin: al poeta piace assumere il titolo di Botin, che era proprio 
degli uomini dell'alto milanese che andavano per la città cantando composizioni 
in versi vernacoli {boilnada). 

32) capponnen: capponnà: gabbare, cogliere. 



PER EL MATRIMONI 
DEL SUR CONT 

DON GABRIELL VERR 

CON LA SURA CONTESSINA 

DONNA GIUSTINA BORROMEA i) 

(Di Carlo Porta e Tommaso Grossi - 1819) 



Stracch de volta tanti pensar in ment, 
Che se follaven a donzenn per vòlta, 
Porsi per castigamm de Tardiment 
De vorè cascia el nàs in sta raccolta 2), 
Stracch, come ghe diseva, sur Contin, 
Bell beli sont crodaa ^) là in d'on visorio. 

E siccome el cervell l'èva incordaa 
Sul poetegh, conforma l'intenzion. 
Anca sibben che fuss indormentaa, 
El tirava là anmò de l'istess ton, 
Vuj mò dì, che hoo faa vun de quij taj sogn, 
Che hin Tajutt d'on poetta in d'on besogn. 

E lì m'è pars de vess sii ona collina 
Pienna de inscimma à fond de pegoree ^), 
Ma de quij pegoree de lanna fina, 
Netl, sbarbaa, peccennaa de perrucchee, 
Gh'aveven tucc on liri e on ghittarin 5) 
Ne se sentiva olter che frin-frìn! 



- 143 - 

Ch'era a duu pass de mi on abbaa secch secch, 
Ch'el se storg, ch'cl se svida, ch'el se menna 
A dagh a quell frin-frìn tanto de plecch 
Cont i pee, cont i man e con la schenna, 
Sclamand, cont on bocchin de pien de offell, 
n Oh cari! Oh bravi! Oh che delizia! Oh beli! i 

Me tiri arent a lìi....el vardi....el saiudi, 
Torni a fìssali.... insomma de la somma 
Sai mò chi l'era ?...EI me Prefett di studi ^), 
Quel medemm che m'ha faa spedì el diplomma 
D'Arcad in cartapegora, che I è 
Quell che adess droeuvi de bagna el rappè, 

Appenna che anca lù e'I m'ha cognossuu, 
No ghe dighi nagotta che allegria! 
In de l'istess moment el m'ha vorsuu 
Presenta a tutta auella cottaria; 
Arcad lor, Arcaa mi, el pò fìgurass, 
De magg ^), con tanti Arcad che frecass. 

Me sércen su tucc quant, come in coróna, 
Tucc me sbraggen adree: Sii sii, dèssora! 
M'accorgi intant de vess su l'Elicona; 
Vedi el tempi de Apoll, l'asen che sgora Q), 
Vedi el bosch di olubagh 9), e'I fontanin, 
E i ciócch d'acqua '0) che fan el ciocch de vin. 

La portinara del patron de cà 
Appenna che la ved l'abbaa sganzerla "). 
Paratatàgh! la ghe sbaratta là 
Contra el mur i dò ant e la pusterla 
Per lassa passa innanz soa Reverenza, 
E mi con lìi, e tutta la sequenza. 

Al primm entra se traeuva on gran salon 
Cont i mur tappezzaa tutt de librazz: 
Ch'è in mezz on vece, settaa sii on cardegon, 
Ch'el volta, e'I volta i foeuj d'on scartapazz 
Scritt per rubrica in ordin d'alfabett, 
In sul gust di stat d'anem del Brovetl '2). 



- 144 — 

El g'ha la peli che la ghe boria giò, 
L è senza dent, el gha el melon pelaa, 
Ma in mezz a quest el ghe traspar anmò 
Quajcossa de quell beli ch'el sarà staa, 
Come traspar el lumm in d'on lampion 
Anca a travers de l'onc, e di taccon '3). 

Chi l'è coluu? Domandi al camarada: 
Cognossel minga ApoU? el me respond. 
Apolli... con quella zucca insci pelada? 
Ma in collég noi m'ha ditt che 1 èva biond? 
Oh el beli biondin d'amor!... Con quella zucca! 
El sarà biond anch lù quand l'è in perucca. 

Ghe guardi ai pagn: el gha marsina e gippa ^^) 
Tanto largh che ghe ballen tult adoss; 
Fors quand j'ha faa, '1 gh'avarà avuu la trippa, 
Che l'era el temp ch'el negoziava in gross; 
Ma, poveretti despoeù che l'è falii ^^), 
L'è vegnuu magher che ghen sta dent trii. 

Vedi on mucc de sabétt, vuna pìi veggia 
De l'oltra, in d'on canton che fan giò i fùs; 
E'I Prefett el me dis in d'ona oreggia: 
Ch'el guarda quij popól, quij hin i Mùs. 
Popól? mi ghe rispondi: In confidenza, 
Ne sposaravel vuna. Reverenza? 

Hoo poeìi capii ch'even vegnuu insci brutt 
Per rabbia de quij birbi de romantegh, 
Che spanteghen intorna de per tutt 
Ch'hin vegiann, carampann, col goss, col rantegh, 
E meneman voraven, sti anima j, 
Desgustagh fin quij quatter coUegiaj. 

Vegneva dent de la finestra intani 
On ragg de so sii tucc quij ghittarista, 
E Apoll pessega a fa sarà sii i ant, 
Ch'el tropp s'ciaró el ghe fava maa la vista: 
A sto cólp ghe callaa on travers d'on did, 
Che no dass foeura in d'on s'cioppon de rid. 



- 145 — 

Basta, hoo morduu la lengua, e hoo domandaa 
A on curiòs, che hoo trovaa lì in sul pass, 
Come l'era, ch'el so el podess fa maa 
A quel! che tocca de menali à spass '6), 
E come el fass mò adess a vegni sii 
Senza el so carroccee, lù de per lìi. 

E quell el m'ha rispost: che antigament 
Apoll, defatt, el fava duu mestee, 
Vun de fa vèrs e de incorda strument, 
L'clter de vicciurin, de fiaccaree; 
Ma on cert Copernich el gha daa sui crost 
Tant, ch'el ghà traa per aria el segond post. 

E che adess no ghe resta che l'impiegh 
De sonnà, de canta, de fa bordell; 
Ma l'è già on poo che han tiraa à man di begh, 
E se tronna de toeughel anca quell, 
E già el ris'cia, se i coss van de sto pass, 
De fornì in del Trìulz, o a Bìagrass ''). 

Intrattant che scoltava, dava à ment 
Al patron ch'el gh 'aveva intorna al tavol 
On santa-cròs '^), on furugozz de gent. 
Che faseven on streppet del diavol; 
Se dan tucc à d'intend de vess poetta. 
Sicché el ved, che tappella '^) maladetta! 

Pover omm! m'el vorreven mett sui gucc: 
Chi voeur on Od, chi on Madrigal, chi on Dramma; 
E lu el respond con bona grazia a tucc. 
Che no farav tant d'oller ona mamma, 
E, conforma al soggett, je imballa via 20); 
— Stanza tal, numer tal, la tal scanzia; — 

E là ghè pareggiaa tutt quell che occor 
Senza fadiga de nessuna sort; 
Sonitt per pret, per monegh, per dottor, 
Per chi è nassuu, ch'ha toh miee, ch'è mort; 
Terzinn, sestinn, quartinn, eglogh, canzon, 
E dramma, e taccojn, e taccojon 21). 



146 



On comod de sta sort el me desseda 
Tutt à on bott la memoria del me impegn; 
Par proppi ch'el ciel veda, e che prò veda 
(Dighi tra mi) tè chi, che sont a segn; 
Se'l me contenta anch mi compagn de lór. 
Sta voeulta me la cavi come on sciòr. 

Ditt e fatt, con licenza del prefett 
Ch'el m'ha fina boffaa 22) el zerimonjal, 
Solti in mezz à la sala, derimpett 
Al cardegon del pader provincial, 
Ghe foo trii inchin de s 'ceppa in duu el firon, 
E pceù comenzi insci l'invocazion. 

— Oh pader Elicòni, oh Pittonee! 
Oh Sciree ! Pattaree ! oh Ciparin 23) i 
Che te fee vèrs de tutt i sort de pee. 
In tutt i lengu, e fina in meneghin, 
Juttem anch mi, gran pader Elicòni 24)^ 
A fann giò quatter per on matrimòni! — 

Appenna Apoll el sent a nomina 
Matrimoni, el sbattaggia on campanell, 
E senza alza su i oeucc da quell ch'el fa 
El me petta in consegna d'on bidell: 

— Alto, svint, a la gamba tutt duu insema. 
Stanza C, armari VI, lettera eMa. — 

Adess, beli beli;... già che l'è tant graziòs, 
Ch el me scolta, respondi, sur Sciree 25); 
No vorrev nanca per vestì i mee spos 
Recor, per moeud de dì, a on fond de vestee. 
Per certa sort de gent, ch'el me perdona, 
Ghe vorrav robba noeuva, e robba bòna. 

De matrimoni, al me debol parer, 
El ghe n'è tant de bon, come de gramm; 
Chi se tratta del fior di cavalier. 
Che se marida cont el fior di damm. 

— E insci, coss'ha a che fa? — el repia, — hoo intés; 
S'el fudess anca el Papa, armari sés. — 



- 147 - 

— E daj con sto so armari! andemm a pian, 
L'ha de savè che quest l'è on sposalizzi, 
Che fa andà in broeud de scisger tutt Milan, 
E diraven che ghoo ben pocch giudizzi 
Se andass a tira a man di coss de ea ^^) 
Per loda on Verr, che toeù ona Borromeal 

E quand se dis on Verr, l'ha de savè 
Che l'è el tos de don Peder 27)^ ©n trattin 
L'autor de tanti articol del Caffè, 
L'oeucc drizz del Beccaria e del Parin, 
L'istorich de Milan, quell, fjola mia! 
Che ha faa fa largo a la filosofìa; 

Se intend che l'è nevod de quell ommon 
De don Lissander 28)^ q}^^ u'J^g f^^ insci onor 
Coi so Noce ai sepolcher di Scipión; 
Se intend che l'è nevod del senator, 
De don Carlo 29)^ omm de penna e de consei; 
El ved che pocch tré pinol de f radei! 

Oltra de quest don Gabrieli, el spos, 
Che soo dì che noi sfalza la famiglia. 
L'è gioven sì, ma on gioven studios. 
Bravo, cortes che l'è ona maraviglia, 
Amoros de la mamma e di parent, 
On fior de gioven assolutament. 

L ha de savè che anch lec, donna Giustina 
La sposa, l'è ona bella baciocchoeu ^^), 
Levada sul model! de la mammina 
El non plus ultra per leva fioeu, 
Impastada poeu infìn de quella pasta 
De la cà Boromea, e tanto basta; 

De quella pasta, che l'ha daa à Milan 
El gran sant Carlo, e '1 cardinal Fedrigh, 
Che gh'han traa dent di carra de sovran 3') 
in scoeul, statov, disegn, liber antigh. 
In collegg, bibliotecch, gés, ospedaa, 
Accademmi, loeugh pij, dott, caritaa; 



— 148 — 

De la pasta.... — Ma el pacler Ciparln 32)^ 
Che, in tutt el temp che fava sta parlada, 
No l'ha faa che bjassà e mennà el sesln 33)^ 
El sbalza glò de la cardega armada 34), 
E infunato come el straac di pjatt, 
El me refHla sto pocch fój de gatt 35). — 

— Ah, strappa-cceur! gregori-maccaron ! 
T'hoo cognossu, gambetta! ficcanasi 

Te see on romantegh, beccamort, ciccion, 
Che no te voeu sta ai regol de Parnasi 
Arcad, a l'armai... Adoss a codeghin! — 
E i Arcad, giò fioj, frin frin, frin frin! 

— A l'arma, a l'arma! Ix, Ipsillon e Zetta! 
Sont mi, sont el vost barba, che ve ciamma; — 
Pattasgiaccheta, el s'giacca ona saetta! 

E lor adoss on Almanacch, on Dramma, 
On gran sbolgettament de madrigal. 
De opuscol e de articol de giornal 36). 

Per Dincio! a una borasca de sta sort. 
Con tane tempest che me batteva adoss, 
Proppi in conscienza, me son daa per morti 
Ma ecco lì, quand se dis, even tutt coss 
Tant leggier e tant sòrr 37), che, grazia al ciel. 
No m'han nanca fa on boli, nanch storgiuu on pel. 

Chi insci fmiss el sogn; me sont trovaa 
Vergin anmò cont el me impegn in meni. 
Già capissi che sont scomunicaa. 
Che, in quant a Apoll, no poss sperà nient; 
Romantegh come sont, quell pocch che foo 
Sont condannaa a toeuU foeura del me eoo. 

En attendant, sur Cont, con tutt el cceur 
Ghe foo on evviva ai soeu consolazion ; 
Gh'auguri di fìoeu, fin ch'el ne voeur, 
Onor, ricchez e sanitaa a monton, 
Longa vita a la Sposa, a Lù, a i Ered, 
E anca a mi, per vede cossa succed. 



- 149 - 



NOTE. 



1) Verri Gabriele figlio del Conte Pietro (n. 17 luglio 17% t 13 lu. 
glio 1666) marito a Giuilina Borromeo figlia del Conte Giberto e Maria Eli- 
labelta dei Marchesi Cutani (n. 2 luglio 1600 t 5 novembre 1660). Il ma- 
trimonio fu celebrato il 26 giugno 1619. Dall'edizione del 1621 risulta che 
nella composizione di questa poesia, come nella comi-tragedia Giovanni Maria 
Visconti duca di Milano, cooperò, non si sa in quale misura, anche il Grossi. 

2) Si allude alla Raccolta di poesie per questa occasione, fatta dall'Av- 
vocato Cesare Caporali e dedicata allo sposo (ediz. in-fi" di pag. 36. Mi- 
lano, Lamperti, 1619). 

3) son crodaa, eco: fui preso da un sonnellino. 

4) Allusione generica ai ' pastori ' o soci dell' ' Arcadia ' di cui a Milano 
vi era una Colonia o sessione. 

5) liri e ghittarin: cetra e chitarrino. 

6) Il Poeta a suo modo volle vendicarsi del cattivo indirizzo letterario, 
che gli era stato dato nel Collegio di Monza, (il Grossi erroneamente, nella 
vita di C. Porta, dice * Collegio dei Gesuiti '; infatti questi furono soppressi 
nel 1773 ed il nostro Poeta nacque tre anni dopo) in quel ' Regio imperiale 
Collegio de' Convittori ' detto di S. M. degli Angioli, dove gii almanacchi 
del tempo registrano fra gli insegnanti un ' Sig. Abbate Luigi Rovelli, Acca- 
demico Poetico ■. 

7) De magg: cioè nel mese in cui tutta la natura si ridesta; ma il Poeta 
con arguzia sottintende il detto del volgo, che il maggio * l'è el més di asen *. 

6) Il cavallo alato della Mitologia, Pegaso, che vagava sui monti Eli- 
cona e Parnaso, che serviva di cavalcatura per le Muse e per Apollo. 

9) olubagh: detto anche olihagh o rubagh, è la bacca dell'alloro; voce 
tuttavia usata nelle campagne lombarde, ma nei lessici non è registrata. 

10) gli enebbrìati alla fonte Castalia, che accende l'estro poetico. 

11) sganzerla: allampanato. 

1 2) come l'aniigrafe ' stat d'anim ' conservata negli uffici municipali allora 
in Broletto. 

13) Ai * lampion * per ripararne la fiamma dal vento, allora per economia, 
in luogo del vetro, si applicava la tela di stame la * ttamegna ' con dei rat- 
toppi {^taccon) quando si lacerava. 

14) gippa: giubba. 

15) allude alla decadenza del Classicismo. 



— 150 



16) Satira arguta per i classicisti, i quali facevano di Apollo il condot- 
tiero del carro del Sole. 

1 7) Gergo milanese per indicare le due principali case di ricovero dei po- 
veri. La prima, asilo dei vecchi, fondata in Milano dal principe Antonio To- 
lomeo Trivulzio (t 1 766) e inaugurata nel 1771, affidandone la direzione a 
Gaetana Agnesi. Dal 1910 l'ospizio dal palazzo del fondatore (ceduto al Mu- 
nicipio) venne traslato in nuova sede, a porta Magenta, nella località detta 
" la Baggina ". Il secondo è la " Pia Casa degli incurabili " in Abbiategrasso ; 
questo ospizio fu aperto in seguito al decreto 6 maggio 1 784 di Giuseppe II 
(il quale ordinò un generale concentramento di tutti gli antichi Istituti di be- 
neficenza milanese) adattando a ricovero il convento delle Francescane di 
S. Chiara. 

1 8) Santa-cros : concorso straordinario di gente, quale anticamente vedevasi 
a Milano, ogni anno al 3 maggio, festa di S. Croce, per assistere alla so- 
lenne processione " del S. Chiodo ' la reliquia della Passione conservata in 
Duomo in un tabernacolo, posto al sommo dell'abside del tempio. 

19) tappella: cicaleggio, parlata. 

20) sottintendi, ' indicandone gli opportuni ricapiti in biblioteca: Stanza 
tal, ecc. " 

21) taccojn: l'almanacco; il Poeta ne fece un superlativo, che prestavasi, 
col doppio senso, a mettere in ridicolo gli almanacchi antiromantici coi quali 
i classicisti sfogavano le loro bizze anche verso il Porta. 

22) boffaa: soffiato, suggerito all'orecchio. 

23) Eliconio, Pittoneo, Cereo, Pattareo, Ciparisso, erano i titoli coi quali i 
classici del paganesimo invocavano Apollo dai luoghi a lui sacri, o dai fasti a 
lui attribuiti; titoli che tradotti in dialetto sono eminentemente buffi. 

24) Apollo, il principale abitatore del monte Elicona. 

25) Cireo, da Cirra, presso cui secondo la favola era una caverna donde 
spiravano venti che eccitavano furori divini: il Porta lo tradusse Soiree, come 
da cera deriva il volgare scita, e soiree, per indicare chi vende i moccoli 
di cerai 

26) de ea : indicazione comune dei calendari latini ecclesiastici, quando in 
quella giornata le ufficiature sono le consuete feriali dette de ea {feria). 

27) Pietro Verri figlio di Gabriele seniore (n. 1 728 dicembre 1 2 f 1 797 
giugno 26) economista e storico di non comune valore e fama, più noto per 
la sua Storia di Milano. 

28) Alessandro Verri, (n. 1741 giugno 9t 1823 settembre 23) letterato 
e avvocato; scrisse le Notti Romane alle tombe dei Soipioni (1780). 

29) Carlo Verri (n. 1743 febbraio 21 f 1827 luglio 7) politico ed agro- 
nomo; fu Senatore del Regno d'Italia fino alla restaurazione austriaca. 

30) baciocchoeu: vezzeggiativo per giovinetta. 

31) sovran: moneta d'oro austriaca del valore di L. 48 milanesi. 



- 151 - 

32) Cipariuo dicevaii Apollo, per •ver amato il bcliiMÌmo gioimw di 
queito nome, cambialo in cipreMo. 

33) biaati, ecc.: biaKicare e dimenarM. 

34) cardega afouda: tedia con appoggio, poltrona, o eardegon (v. lopra 
teatina 9). 

35) refiila, ecc.: uguale al motto didleltale ' di> el (ój de gatt ' e al verbo 
attivo italiano ' zombare * cioè picchiarne delle buone. 

36) Tutta questa teatina allude alle polemiche letterarie del tempo; quando 
al Teatro Re ranliromanlico dott. Paganini, celalo tolto le ligie X. Y. Z., 
diede un dramma intitolato Mania, nel quale erano meaae in ridicolo le teorie 
dei romantici, e ti pubblicò VÀlmartacco Romantico, dove a dileggio dei ro- 
mantici ti leggono tutti i nomignoli, che il Poeta, nella ttrofa antecedente mette 
in bocca all'adirato Apollo, 

37) tòrr: vuote. 



(*) LA NOMINA DEL CAPPELLAN 

(1819) 



A la marchesa Paola Travasa, 
Vuna di primm damazz de Lombardia, 
Gh'era mort don Gliceri, el pret de casa, 
In grazia d'ona peripnèumonia, 
Che la gha faa quistà in del sforaggiass 
A menagh sul mezz-dì la Lilla a spass. 

L'èva la Lilla ona cagna maltesa, 
Tutta goss, tutta pel e tutta lard, 
E in cà Travasa, dopo la marchesa. 
L'èva la bestia de maggior riguard; 
De moeud che guaja al ciel falla sguagnì, 
Guaja sbeffalla, guaja a dagh del ti. 

El l'ha savuda el pover don Galdin 
Che, in della truscia de l'elevazion 
Avendegh insci in fall schisciaa el covin, 
Gh'è toccaa lì all'aitar del pret mincion 
E el so bon libi ') appenna in sacrestia. 
De mett giò la pianeda e tocca via 2). 

In mezz a quest, appenna don Gliceri 
IL'ha comenzaa a giugà a la mora el fiaa, 
E cors de tutt i part on diavoleri 
De reverendi di busecch schisciaa. 
Per cerca de ottegnì la bonna sort 
De slargai fceura in loeugh e stat del mort. 



- 153 - 

Che, in fin di fatt, se in cà de donna Paola 
No gh'era per i pret on gran rispctt, 
Almanca gh'era on fioretlon de tavola, 
De fa sarà su on oeucc su sto diffett 
Minga doma a un galupp d'on cappellan 
Ma a trii quart de Sorbonna meneman. 

Gh'eva de gionta la soa brava mesta 
A trenta bor ^), senza manutenzion ^), 
Allogg in cà, lavandaria, soppressa, 
Cioccolatt, acqua sporca ^) a colazion. 
Bona campagna, palpiroeu ^) a Nata!; 
Sicché se corren, catt, l'è naturai. 

Ma la marchesa, che no la voreva 
Scccass la scuffia con la furugada ^), 
L'ha faa savè a tucc quij, che concorreva, 
Che dovessen vegnì la tal giornada. 
Che dopo avei veduu e parlaa con tutt 
L'aorta poi fall ciò che le foss piaciuti. 

Ecco che riva intant la gran mattina, 
Ecco el palazz tutt quant in moviment; 
Pret in cort, pret sui scal, pret in cusina, 
Pienn i anticamer de l'appartament ; 
Gh'è i pret di fèud, el gh'è i còrs ^), gh'è i nost: 
Par on vói de scorbatt ^) che vaga al post. 

El gran rembomb di vòlt, el cattabui 
De la mormorazion che ghe fan sott, 
El strusament di pee, di ferr de mui 
Che g'han sott ai sciavatt quij sacerdott, 
Fan tutt insemma on ghett, on sbragalismo, 
Ch'el par che coppen el Romanticismo '0). 

Baja la Lilla, baja la marchesa, 
Tutt e dò dessedaa del gran baccan; 
I pret, che hin solet a sbraggià anca in gesa, 
Ghe la dan dent senza rispett uman; 
Quand on camerleccaj ") dolz come on órs 
El riva a strozzagh lì tutt i descors. 



— 154 — 

Semm in piazza, per dincio, o in dove semm? 
Sangua de dì, che discrezion l'è questa? 
Alto là, citto, qui] duu in fond, andemm! 
Che la marchesa la gha tant de testa; 
Hin mò anch grand e gross, e on poo de quella, 
Per Dio sacrato, el sarav temp d'avella. 

Dopo quell poo de citto naturai 
Che ven de seguit d'on'intemerada, 
Vedend sto ambassador del temporal 
Che no gh'è intorna on' anima che fiada, 
El muda vós, el morbidiss la cera 
E el seguita el discors in sta manera. 

Se pceù, anch de prima de parla con lee, 
Di voeult gh'avessen genni de sentì 
Quai hin i obbligazion del so mestee '2)^ 
Senza fa tanti ciaccer, eccoi chi; 
Insci chi voeur sta, sta, chi no voeur sta 
El ghe fa grazia a desmorbagh '3) la cà. 

Pont primm, in quant a l'obblegh de la messa, 

festa o nò, gh'e mai ór fiss de dilla; 
Chi è via a servì n'occor che l'abbia pressa, 

1 ór hin quij che lee la voeur sentilla; 
Se je fass sta paraa do, tre, quattr'ór. 
Amen, pazienza, offrighel al Signor. 

La messa poeu, s'intend, piuttost curtina, 
On quardoretta, vint minutt al pù; 
Dò vceult la settimana la dottrina 
Per i donzell e per la servitù; 
La sira semper la soa terza part ''*), 
Via che a taròcch non ghe mancass el quart. 

Chi mò, sentend che on pont insci essenzial 
L'èva quell de savè giugà a tarocch, 
Ghe n'è staa cinq o ses ch'han ciappaa i scal, 
E tra i olter (peccaa!) on certo don Rocch, 
Gran primerista >5) fina de bagaj. 
Che el giuga i esequi on mes prima de faj. 



155 



(E quell el tira innanz): Porta biliett. 
Fa imbassad, fa provvist, toeus anch adree 
Dì va:ult on quai fagott, on quai pacchett, 
Corr del sart, di madamm 1^), del perucchee, 
Mena a spass la cagnetta, e, se l'occor, 
Scriv on cunt, ona lettera al fattor. 

Anca chi el n'è sblusciaa 1^) de on sett o vott; 
Vun per auella reson de la cagnetta, 
On segona per reson de quij fagott, 
£ i olter cinqu o ses han faa spazzetta 1^) 
Per non infesciass coi penn, coi carimaa, 
E ris'ciass de sporca i dit consacraa. 

(E quell el tira innanz): Quant al disnà, 
De solit, el gh*è el post con la padronna. 
Via giust che no vegna a capita 
On aisnà de etichetta, o quai personna 
D'alto bordo e d'inipegn, che in sto cas chi 
Màngem tra nun, cont i donzell e mi. 

in campagna poeù el cas l'è different; 
Vegniss el papa, mangen tucc con lee. 
Là la se adatta anch con la bassa gent, 
Magara la va a brazz col cangelee: 
Tutt quell de pesg, che là ghe possa occor, 
L'è quell de lassass god da on sojador '9)^ 

Del rest, rid e fa el ciall 20)^ no contraddì, 
No passa la stacchetta in del respond; 
A tavola che s'è, lassass servì, 
No fa l'ingord, no slongà i man sul tond, 
No sbatt la bocca, non desgangheralla. 
No mettess a descorr denanz vojalla, 

Tegnì giò i gombet, no fa pan mojn 21), 
No rugass in di dent cont i cortij. 
No sugass el sudor cont el mantin; 
In fin nissuna affatt di porcarij 
Che hin tant fazil lor pret a lassa cor, 
Come se el mond el fuss tutt so de lòr. 



- 156 - 

Chi, vedend quel baloss d'on camerer 
Che qui] bon religios stan lì quacc, quacc 
Senza dà el minim segn de disparer, 
Foeura d'on quai reffign 22)^ d'on quai modacc. 
Don salt el passa al fin de l'orazion 
Cont el reciocch 23) de sta perorazion. 

Quell che ghe raccomandi pu che poss 
L'è quella polizìa benedetta; 
Che se regorden che, col tanf indoss 
De sudor, de sott-sella e de soletta 
E con quij ong con l'orlo de velù, 
Se quistaran del porch e nient de pù; 

Ceri lenden in sui spali, cert collarin 
Che paren faa de fceudra de salamm. 
Certi coli de camis, de gipponin, 
Hin minga coss de porta innanz ai damm: 
Omm visaa, se sol dì, l'è mezz difés. 
Ho parlaa ciar, e m'avaran intés. 

Stremii, sbattuu, inlocchii come tappon 
Quij pover pret, s'hin miss tra lor in croeucc, 
E infin, fussel mo effett de la session 24)^ 
O d'on specc che gh'avessen sott ai oeucc, 
Fatto sta, che de on trenta, a raalapenna 
El se n'è fermaa lì mezza donzenna. 

A sto pont, ona gran scampanellada 
La partezipa a tucc, che Soa Eccellenza 
Donna Paola alfin la s'è levada 
E che l'è sul prozint de dà udienza; 
El camerer allora el cor, el truscia 
E i pret fan toillette con la bauscia 25). 

La marchesa Travasa in gran scufHon 
Fada a la Pampadour cont i fìoritt, 
Coi so duu bravi ciccolattinon 
De taftà negher sora di polsitt, 
E duu gran barbison color tanè 26)^ 
L'èva in sala a specciaj sul canapè. 



- 157 - 

Ma la Lilla, che Teva arent a lee 
Quattada giò cont on sciali noeuv de Pranza, 
App)cnna che la sent quii dodes pee, 
La salta in terra, scovana giò per stanza 
El sciali noeuv, e bojand a pu non poss 
Con tutt e quant el fiaa di so trii goss. 

E boja, e boja, e rogna, e mostra i dent, 
Don Malacchìa, che l'era un poo fogos, 
Vedendes rott in bocca el compliment, 
El perd la flemma, e el ghe dà su la vos 
E menter el ghe dà de la scccada 
El fa l'att de mollagh ona pesciada. 

On'orsa (come disen i poetta) 
Che la se veda toeu da un cacciador, 
O ferì on orsettin sott alla tetta. 
No la va in tanta rabbia, in tant furor, 
Come la va Sustrissima a vede 
Don Malacchìa cont in aria el pè. 

Per fortuna del ciel, che la Lillin, 
Con quell intendiment che l'è tult so, 
L'ha savuu schiva el colp in del sesin 
Col tira arent la cova, e scrusciass giò; 
Del restant, se no gh'era sta risorsa, 
Vattel a pésca cossa fa quell'orsa. 

Schivaa el colp, descasciaa don Malacchìa, 
Even i coss asquasi quiettaa, 
Già la dondava la cappellanìa 
Sui ceregh de quij poch cinq candidaa, 
Quand on olter bordell, on olter càs 
El ne manda anmò on para in santa pas. 

E l'è che l'illustrissema padronna, 
Menter la va a cuu indree sul canapè 
Per mett in stala quoniam la personna, 
Stada in disordin per l'affar del pè, 
In del lassass andà.... cajn, cajnl... 
La soppressa col sedes la Lillin. 



158 



Don Telesfor e don Spiridion, 
Duu gingella che riden per nient, 
Dan foeura tutt a on bott in don s'cioppon 
De rid insci cilapp, insci indecent, 
Che la marchesa infin stuffa e seccada 
La dà foeura anca lee con sta filada. 

n Avria suppost ch'essendo sacerdoti 
n Avesser on pò più d'educazion, 
n O che i modi, al più pesg, le fosser nott 
n De trattar con i damm de condizioni 
n M'accorgo invece in questa circostanza 
n Che non han garbo, modi, ne creanza. 

n Però, da che l'Altissimm el ci ha post 
n In questo grado, e siamo ciò che siamm, 
n Certissisimament l'è dover nost 
n Di farci rispettar come dobbiamm: 
n Saria mancar a noi, poi al Signor, 
n Passarci sopra, e specialment con lor. 

n Quant a lor due, o malizios, o sempi 
n Che sia el lor fall, basta còsi, che vaden; 
n Quanto agli altri, me giova che l'esempi 
n Je faccia cauti, e me ne persuaden; 
Il Cossi è (serva loro). ...adesso poi.... 
n (Lillin, quietta!...) Veniamo a noi. n 

La cagnetta, che fina a quell pont là 
L'èva stada ona pesta indiavolada, 
L ha commenzaa a fa truscia e trepilà 
A fa intorno la frigna e l'inviziada, 
E a rampegà sui gamb de don Ventura, 
On pretoccol brutt, brutt, che fa pagura. 

Don Ventura, che l'èva in tra quij trii 
El pussee bisognos del benefìzi, 
El stava lì drizz drizz, stremii stremii, 
Per pagura de fass quai pregiudizi; 
El sentiva a slisas 27) quij pocch colzett 
E pur, pazienza, el stava li quiett. 



- 159 - 

Ma la marchesa, che con compiacenza 
La dava d'oeucc a quella simpatia, 
Con tutt che la gh'avess a la presenza 
Duu pret de maggior garbo e polizia. 
Vada todos, premura per premura, 
La decid el so vot per don Ventura. 

Appenna s'è savuu da la famiglia 
Che 1 èva deventaa lu el cappellan, 
Se sbattezzaven tucc de maraviglia, 
No podend concepì come on giavan, 
On bicciollan d'on pret, on goff, on ciall 
L'avess trovaa el secrett de deventall. 

Col temp poeù s'è savuu, che el gran secreti 
L'èva staa nient alter fmalment 
Che l'avegh avuu adoss tre o quatter fclt 
De salamm de basletta, involtiaa dent 
in la Risposta de Madamm Bibin 
De quell'olter salamm 28) d'on Ciciarin 29). 



NOTE. 

1) tihi: voce latina, usata per rabbuffo. 

2) toccA via: mettersi la via fra le gambe; andarsene. 

3) bòr: soldi. 

4) manutenzion : termine amministrativo delle Fabbricerie, per indicare una 
trattenuta di stipendio per le spese di cera, vino e consumo dei sacri arredi. 

3) acqua sporca : propr. sciacquatura ; traslato scherzevole per acqua dol- 
cificata. 

6) palpiroeu: cartoccio, traslato per mancia. 

7) seccass, ecc.: aver noie col serra serra dei concorrenti. 

8) In quel tempo nell'Italia superiore era avvenuta una specie d'immigra- 
zione di sacerdoti, che, spinti dal bisogno, venivano dalla Corsica. 

9) scorbatt: corvi. 



- 160 — 

1 0) Satira ai Classicisti del tempo che nulla perdonavano agli scrittori ap- 
partenenti, come il Porta, alla scuola romantica. 

1 1 ) camerleccaj : dal tedesco Kammerlaquaì, lacchè, servitore di camera 
(Cherubini). Notisi l'umorismo nella scelta di questo epiteto, per qualificare 
il domestico confidente della Marchesa. 

12) mestee: la scelta del vocabolo mette in evidenza lo sprezzo del do- 
mestico per il cappellano che la nobile padrona considerava alla stregua degli 
altri inservienti di casa. 

13) desmorbagh: ripulire. 

14) terza part: il rosario, che, essendo diviso in tre parti, non viene re- 
citato per intiero. 

15) primerista: che giuoca a primiera. 

16) madamm: modista. 

17) sblusciaa: ne sono scivolati. 

18) han fa spazzetta: se ne sono andati. 

19) sojador: motteggiatore, ed anche adulatore. 

20) ciall: buffone. 

21) no fa pan mojn: non ammollare il pane nel vino. 

22) reffign: torcere il naso. 

23) reciocch: ripicco. 

24) sessioni descrizione al vivo. 

25) bauscia: saliva. 

26) tanè: colore fra il rosso e il nero. 

27) slisass: logorare. 

28) salamm: traslato, per sciocco. 

29) Nelle edizioni posteriori a quella del 1 842 è sostituito Gherardin (sot- 
tintendi Carlo) il vero autore delle sestine milanesi dal titolo Risposta de Ma- 
damm Bibin edita nel 1819 contro la cantica del Porta El Romanticismo 
(v. pag. 1 33). A dimostrare il poco conto in cui fino dalla sua pubblicazione 
venne tenuta la Risposta, il Porta finge che l'edizione fosse già passata presso 
un pizzicagnolo che se ne servisse per incartocciare il salame di D. Ventura. 



^ 



(*) LA PREGHIERA 

(1620) 



Donna Fabia Fabron De-Fabrian 
L èva settada al foeugh sabet passaa 
Col pader Sigismond ejr-franzescan, 
Che intrattant el ghe usava la bontaa 
(Intrattanta, s'intend, che el ris coseva) 
De scolta sto discors che la faseva: 

R Ora-mai anche mi, don Sigismond, 
n Convengo appien nella di lei paura, 
n Che sia prossima assai la fin del mond; 
R Che vedo cose di una tal natura, 
n D'una natura tal, che non ponn dars 
n Che in un mondo assai prossim a disfars. 

R Congiur, stupri, rapinn, gent contro gent, 
R Fellonij, uccision de princip regg, 
R Violenz, avanij '), sovertiment 
R De troni e de costura, beffe e mottegg 
R Contro il cullo, e perfìn contro i natal 
R Del primm cardin de l'ordine social. 

R Questi, don Sigismond, se non son segni 
R Del complemento de la profezia 2), 
H Non lascian certament d'esser gli indegni 
R Frutti dell'attuai filosofia; 
R Frutti di cui, pur troppo, ebbi a ingojar 
R Tutto l'amaro, come or vò a narrar. 



— 162 — 

n Essendo jeri venerdì de marz 3), 
n Fui tratta da la mia divozion 
n A sant Cels, e v'andiedi con quell sfarz 
n Che si addice a la nostra condizion; 
n 11 mio copè, con l'armi e i lavorin ^) 
n Tanto al domestich, quanto al vetturin. 

n Tutte le porte, e i corridoi d'avanti 
n Al tempio, cren pien cepp d'ona faragin 
n De gent che va che vien, de mendicanti, 
n De mercadanti de librett, de immagin, 
I? In guisa che, con tanto furugozz 5), 
n Agio non v'era a scender dai carrozz. 

B L'imbarazzo era tal, che in quella appunt 
n Ch'ero già quasi con un piede abbass, 
II Me urtoron contro on pret sì sporch, sì unt, 
ti Ch' io, per schivarlo e ritirar el pass, 
n Diedi nel legno on sculaccion sì grand 
II Che mi stramazzò in terra di rimand. 

n Come mi rimanessi in un frangent 
Il Di questa fatta, è facil da supporr 
Il E donna e dama, in mezzo a tanta gent 
n Nel decòr compromessa e nel pudor. 
Il E più che cert che se non persi i sens 
n Fu don del ciel che mi guardò propens. 

n E tanto più, che appenna sorta in pie 
Il Sentij da tutt i band qui] mascalzoni 
n A ciufiolarmi dietro il va- via- v' -è! 
n Risa sconc, improperi, atti buffoni, 
n Quasi fuss donna a loro egual in rango, 
n Cittadina.... merciaja.... o simil fango. 

n Ma, come dissi, quell ciel stess che in cura 
n M'ebbe ognor sempre fino dalla culla, 
n Non lasciò pure in questa congiuntura 
n De proteggermi, ad onta del mio nulla, 
n E nel cuor m'inspirò tanta costanza, 
n Quant c'en voleva in simil circostanza. 



- 163 - 

• Fatta maggior de mi, subit impongo 
n Al mio Anselm ch'el tacess, c'I me seguiss; 
n Rompo la calca, passo in chiesa, giungo 
n A piedi dell' aitar del Crocifiss, 
n Me umilio, me raccolgo, pò a memoria 
n Fo al mio Signor questa giaculatoria. 

Mio caro e buon Qesu, che per decreto 
Dell' inf allibii Vostra colorito, 
M'avete fatta nascere nel ceto 
Distinto della prima nobiltà. 
Mentre poteva a un minim cenno vostro 
Nascer plebea, un verme vile, un mostro. 

Io vi ringrazio che d'un s) gran bene 
Abbiev ricolma l'umil mia persona, 
Tant più, che essend le gerarchie terrene 
Simbol di quelle che vi fan corona. 
Godo così d'un grad eh' è rijlession 
*De/ grad di Troni e di Dominazion 6). 

Questo favor lunge dall' esallarm. 
Come accadrebbe in un cervell legger. 
No serve in cambi che a ramemorarm 
La gratitudin mia, ed il dover 
Di seguirvi e imitarvi, speda Iment 
Nella clemenza con i delinquent. 

Quindi in vantaggio di costoro anch'io 
V offro quei preghi che adi faa Voi stesa 
Per i vostri nemici al Padre Iddio; 
Ah sì / abbiate pietà dei loro eccess. 
Imperciocché ritengh che mi offendesser 
Senza conoscer cosa si facesser. 

Possa st' umile mia rassegnazion, 
Congiuntament ai merit infiniti 
Della vostra acerbissima passion. 
Espiar le lor colpe e i lor delitt. 
Condurli al ben, salvar l'anima mia, 
Glorificarmi in ciclo, e così sia. 



164 



n Volendo poi accompagnar col fatt 
Il Le parole, onde avesser maggior pés, 
Il E combinare con un pò d* eclatt 
Il La mortifìcazion di chi m' ha offes, 
Il E l'esempio alle dame da seguir 
II Ne contingenti prossimi avvenir, 

n Sorto a on tratt dalla chiesa, e a quej pezzent 
Il Rivolgendem in ton de confidenza, 
n Quanti siete, domando, buona gent?... 
n Siamo vent'un, responden. Eccellenza!... 
Il Caspita! molti, replico.... Vent'un?... 
li Non serve, Anselm, degh on quattrin per un. 

Chi tàs la dama, e chi don Sigismond 
Piein come on oeuf de zel de religion, 
Scoldaa dal son di forzellinn, di tond. 
L'èva lì per sfodragh on'orazion. 
Che, se Anselm no interromp con la suppéra, 
Vattel a catta che borlanda ^) l'era!!.. 



NOTE. 

1) avanij: angherie, soprusi. 

2) profezia: allude alla profezia di Cristo sui segni precursori della fine 
del mondo. 

3) venerdì de marz: nei venerdì di marzo era pio costume dei milanesi 
di visitare l'effigie del Crocefisso nel tempio di S. Maria, detta dei Miracoli, 
presso S. Celso in Porta Ludovica, ora Corso Italia. 

4) l'armi e i lavorin: gli stemmi nobiliari alla carrozza e i galloni larghi, 
tessuti di lana e seta cogli emblemi del blasone, a guernizione delle livree 
dei domestici. 

5) furugozz: serra serra. 

6) La Marchesa nella sciocca sua vanità paragona il suo grado di nobiltà 
a quello che i Troni e le Dominazioni, tengono, secondo le indicazioni litur- 
giche, nella gerarchia degli Spiriti Angelici, 

7) borlanda: broda; in senso traslato qui, sproloquio. 



MENEGHIN BIRCEU ») DI EX MONEGH 

(1820) 



Bravo! bravo! l'ha faa propi polid 
A tceuss d'inlorna quij bacaj 2); insci 
Poss cuntagh ona scenna da fall rid, 
Che no la cuntarev se fussen chi: 
Che di voeult, nèe, già el sa.... se dis pQ e men, 
E ogni busca per lor l'è on car de fen. 

Quatter ex-monegasc, sor Benedetta, 
Sor Anna, sor Eusebia, e sor Martina, 
Viven insemma, e fan tra lor casetta 
In cà don collaron della dottrina, 
Fceura di pee del mond, là passaa el foss ^) 
Tra sant Vicenz di raatt '*) e sant Caloss. 

Paghcn el ficc a furia de rosari, 
Gh'han el so bon livell, gh'han la pension, 
Dò convers che je serv senza salari. 
La soa gesa li arent ^) voltaa el canton, 
El £Ò comed e el pozz denter de l'uss. 
La soa gatta e 'I stornell che dis: Esuss. 

De teolegh, de prel, de confessor. 
Tra quij che disnen -dal padron de cà 
E tra quij olter che van sii de lor 
A portagh cott e cames 6) de rizza, 
Ghe n'han in frega tutt'el di on brovetl. 
De podess consulta su tutt i pett. 



166 



Oltra el rest di vantagg, gh'han sora numer 
Quel de sta arent de cà a la mia personna, 
Che fan cor tutt el dì per trii cocumer 7), 
E quell'olter de vegh anch la mia donna 
Che fa la sarta, e la ghe dà i tassij ^) 
Per fa i abet 9), i agnuss '0) e i coverei). 

Hin quatter donn insomma de la somma 
Che podaraven, a vorrend, sta mej 
Milla voeult pussee lor ch'el papa a Romma, 
E andà in paradis grass come porscej; 
Eppur, sur sì, che ghe n'han semper vuna 
De cruzziass, de marsciss, de batt la luna. 

On poo ghe l'han, perchè in del sabet grass 
Ballen fina passaa la mezza nott; 
On poo per via di donn che van a spass 
Con la coppa '0» coi brasc, col stomegh biott; 
On poo coi vestinn sirene e tiraa-in-cull, 
Che mostren tutt la grazia del bauli. 

On dì ghe l'han, perchè Monscior Scirin '2) 
L'han traa in despart de ministra la cresma; 
On dì, perchè se stampa el Tamborin ^^), 
O perchè fan teater in Quaresma, 
O perchè a Monscia voeuren fa Arzipret 
On nan, de fa scurtà tutt i pianet. 

Lor se cascen, perchè de venerdì 
Van voltra i polliroeu a vend pollaster; 
Per i scoeul di tosann che han de dervì, 
Certi scoeul, soeuja mi, faa con l'incaster '4); 
Per i stamp scandalos, per i picciur. 
Per quij che pissa in straa lontan del mur. 

Ma el bordell, el bòesg '5), el diavoleri. 
Le staa jer e l'oltrer; streppet, deliqui, 
Girament, convulsion, on affar seri, 
Che ha traa sott sora asee, spiret, reliqui, 
Pret, cioccolati, ex fraa, chiffer ^^), devoti, 
E trasaa ^7) mezz la scorta di bescott. 



- 167 - 

E tutt sto ruzz, tutt sto spuell '^) per via 
D'on besasc d'on bcgliett '^) che hoo portaa a cà, 
Che ha rezevuu de Komma 20) don Tobia, 
E che m'han mandaa a tocìi fina giò là 
A San Vittor, in tra la voeuna e i dò, 
Dove el dis messa per mezz aucc de bò 21). 

Don Disma, don Rodolf, don Tranquillin, 
Don Lorenz, don Clement, don Mansueti, 
Don Pio, don Saveri, don Igin, 
Don Cels, don Samuel], don Anicett, 
Don Romuald, don Lazzer, don Fedel 
G'hin cors adree pesg che ne i mosch al mei. 

L'han leggiuu tante voeult e releggiuu, 
G'han faa su tant calmeri 22) e tant paroll, 
L'hoo sentuu tante voeult e strassentuu 
Che, sanguanon! ghe giughi l'oss del coli. 
Se no gh'el disi su ciaf, nett e s'cett. 
Senza toeugh via ne giontagh on ett. 

H Amico caro (el dis): Romma, li sedici 
H Aprilo milla e votto cento vinti. 
R Pur troppo (el dis), no hin lingui maledici, 
H Ne cosse (el dice), menzonieri o finti 
» Quelle che (el dis), se diceno de voi 23) 
B Circa al Governator nostro de noi. 

« Ma Dio (el dis), per nostro vilimento 
« L'ha talmente cecato, che de dopo 
« Trasato in donne e giogo el puntamento 24)^ 
H E prenduto gran debiti sul gropo, 
« No l'ha possuto, (el dice), condemeno 
R E dacchi e dacchi 25)^ Je sbottire on pieno. 

« Se dice, (el dis), che el Cardinal Decane 
R A furia de dà ment a la gran spesa, 
R Naccorcendose (el dis), che el dava mane, 
R Asca 26) al resto, al dinaro de la Gesa, 
H El sia corruto a squajar 27) tutto al pappa, 
R Che l'ha ordenato subet ch'el se ciappa. 



— 168 — 

n Ma lu, el puttasca (el dis), ch'el s'eva dato 
n Che se tendeva de cattarlo ladro, 
!i L'ha fatto el quonìa (el dice), e l'ha curato 
n El contrattempo (el dis), che el santo Padro 
n L'èva in estasi in l'aria in del dir messa, 
n E chi t'ha fallo.... l'è girato in pressa. 

n In circa al resto (el dis), la più segura 
n L'è ch'el sia navigato in del Levante, 
11 In dove a st'ora (el dice), addio tonsura, 
n L'è forse già quattata 28) col turbante; 
n E in dove a st'ora forse, addio prepuzzi.... 
n Con che sono di voi — Monsignor Nuzzi n. 

Sott poeìi gh'eva on poscritt, che in del sentili 
Sguagniven 29) tutt e quanti come scin 30); 
On poscritt malarbett, che per capili 
Boeugna vess religios, savè el latin, 
Ma mi ignorant, in quanto sia de mi, 
N'hoo capii olter ch'el diseva insci: 

Poscritto: n Monsignore Monticello 
n L'è stato jeri in pubblico cattato, 
n C'el fava, el dice, da Guglielmo Tello, 
!! E l'infilzava el pommo ad un soldato 
n Sguizzerò de la guardia pontifìzia, 
n E fu menato sopra alla giustizia n. 

Chi insci d'accord tutt quant in tra de lor, 
Che sti scandol no hin che i conseguenz 
Di nost peccaa, de l'ira del Signor, 
S'hin miss a intrequeri qui] reverenz 
De che razza fudessen sti boltrigh, 
Che ne tirava al ghicc sta sort d'ortigh 31). 

Don Romuald, don Lazzer e don Pio, 
Che hin in cura d'anem tutt e trii, 
Han ditt ch'el fuss el pocch timor di Dio 
De dà certi candir stremii stremii 
In di battesim e in di funeral, 
E de vorè tassa i list 32) parrocchial : 



- 169 - 

Che in di busser ^^) di ces e in quij de strada 
No ghe se troeuva d'olter cne quattritt; 
I mess scars, l'elemosina impiccada, 
1 parecchi infesciaa de poyeritt, 
La eros de legn in aria a tutt i vent ^^), 
E la becca ^^) frustada per nient. 

I francescan don Cels e don Clement 
Voreven che nassess tutt el bordell 
Dall'avegh tolt a lor i socù convent; 
E l'ex domenican don Samuell 
El giurava, che l'èva per reson 
D'ave abolii la Santa Inquisizion. 

Sòr Usebbia, anca a nomm di camarada, 
La pretendeva inscambi che st'istoria 
La prozedess da quella baronada 
De ayej descasciaa lor de la Vittoria ^^), 
Soggiungend tutt insemma a quatter vós: 
Che sevem quei che candidava i nós ^^). 

Don Fedel, don Igin, che hin pret de cà 
Dona Marchesa e d ona Baronessa, 
Daven la colpa a quella de faj sta 
Digiun (ina a mezz dì per digh la messa; 
E on poelta d'on pret, on cert don Disma, 
Le tra va tutt'adoss al Romantisma. 

Finalmenl on rangogn ^^) d'on pretascion, 
Ch'el m'era settaa ciò giusta per mira, 
Ch'el ciammen el Polpetta de rognon 
E el pesarà pès bruti cent trenta lira, 
El me infilza in del muso ona vistada 
De can cors, e via el va con st'infìlada: 

Mi ghe diroo, mi sì che ghe diroo 
I reson perchè Dio el ne svargella 
Seiua nanca dì: vnrda che te doo! 
Hin i aitar stravaccaa su la bradella 39)^ 
I ges in vituperi, e i sazerdott 
Sii per sii ^), mori de famm, magher e biott. 



170 



Hin el gran ciallonismo di mari 
De lassass mena a vóltra per el nas 
(E chi el vardava fiss in faccia a mi) 
Dai miee, e lassagh fa quel che ghe pias: 
Spés sora spés, senza vardass dintorna 
Se vegnen da la guggia, oppur dai corna. 

Hin la golascia, la leccardaria 
De sti operari, de sti mezz-camis: 
In cà miseria, raccol 41), calestria, 
La baldoria in di boeucc 42) in di bois 43); 
Ciocch sora ciocch, robba, danee, temp persi 
(E zonfeta on'oggiada per travers). 

Hin la birbada de lassa i fìoeu 
In strusa per i straa, per i pasquee, 
A fa l'ozios, el tóff, el borsiroeu, 
Senza dà a ment se biggen el mestee 44)^ 
Se van a messa in festa e a la dottrina.... 
(E li traffeta on'oltra lampadina) 45). 

Hin quell'oss in la s'cenna, qui] bosij, 
Qui] córs 46) in sui fattur, in su la spesa, 
Quel pettà i vizi a caregh di lo5Ugh pij, 
Quel godegh tutt a gratis a la gesa. 
Quel dì maa di patron tutt quant el dì.... 
(E li ^aj! quij duu oeucc adoss a mi). 

Hin l'ardiment de sti spantega-strasc 
De toeunn 47) nun pret per gent come se sia, 
De tira el nost tabacch con quij didasc, 
De settass giò a descor in compagnia.... 
Balossi.... porci.... malcreati.... infamm!... 
(Acqua! sta voeulta l'ha volsuu bisiamm) 48). 

Ah fiol d'ona negra! adess capissi 
(Dighi in del coeur) con chi el parla sto can: 
Me se s'ciara el cerve! ; me secudissi 49), 
Pesseghi a alza del scagn el fabrian, 
E polid si, ma franco, ma dannaa, 
Te ghe respondi in sta conformitaa: 



- 171 — 

Senza tant ch'el se scolda a descuttì, 
Col ris'c de deslenguass ona mezzenna ^), 
Anca mi ghi diroo, chi diroo anmì 
I rcson perchè Dio el ne pcccenna, 
I reson [>erchè el tas e el lassa cor 
De quij bej coss cossett di so Monscior. 

Hin l'avarizia porca malarbetta, 
Che in paricc de lor sciori Tè quell vizzi, 
Ch'el par taccaa a la vesta e a la goletta ^')> 
On obblegh meneman come l'ofBzzi: 
Quei! c'ha inventaa sacchilt, busser, bascir 52)^ 
Noli de cardegh, e dazzi de candir. 

Hin quell mercaa de inceri de cotta e stolla, 
De mess, de vós, de aria de polmon, 
De esequi, de micchitt de sant Nicolla 53), 
De catafalchi suffragg, benedizion, 
Quell traffegh d'angonij a on tant al bott 54), 
E quell fa mai nagotta per nagott 53), 

Hin quij corp 56)^ quij trasport de caritaa, 
Quij vesper, quij compiett, quij mattutin 
Pettaa là de nojaa, de desgarbaa, 
Intersiaa de flatti e cicciorin 57), 
De sbaggiad 58), de sbarlceugg de scià e de là 59), 
E de no vede l'ora de andà a cà. 

Hin quell dass a d'intend de vess dritt dritt 
Su la strada battuda da Gesù 
Cont el dà mai nagott ai poveritt, 
Col trattaj d'alt in bass e casciaj sii, 
E col vess de so pè 60) critegh eterna 
De tutt i novitaa che fa 'I governa. 

Hin quell predica semper el digiun, 
E cerca i mej boccon d'impì el tarlis; 
Quell de dann del golos, del porch a nun 
Per on poo de bojacca de bois 6'), 
E credes lor l'ottava maraviglia 
A spazza vott, des piatt anch in vigilia. 



— 172 — 

Hin quell de fa servi la religion 
E i obblegh de conscienza per roffian 
Di so vendett, di so persecuzion, 
O per fa dà on impiegh a on balandran ^2), 
A on storta-coli, a on furb, che gh'abbia el meret 
D'avegh basaa la tonega e 1 preteret. 

Quist chi, quist chi puttost hin i belee ^3), 
Che moeuv la pest, la famm, la calestria; 
Che fa vegnì de Romma quij palpee 
Che scriv monsignor Nuzzi a don Tobia: 
Hin quist, per brio, e no gh'è ball che ten, 
N'eel vera lù? ch'el diga, ho parlaa ben? 



NOTE. 

1) bìroeu: traslato in senso di uomo di fiducia. 

2) toeuss, ecc.: levarsi d'intorno quei ragazzi (bagaj). 

3) foss: il naviglio o canale intemo di navigazione ora, per quel tratto, 
coperto, 

4) Sant Vincenz di matt, ecc. : San Vincenzo, antico ospedale dei pazzi, 
ora distrutto, vicino alla chiesa di S. Vincenzo in prato; e S. Caloccro, 
tuttora esistente; entrambe nel quartiere oggidì detto di porta Genova. 

3) Sembra alluda alla chiesa di S. Maria della Vittoria, poco discosta 
dal corso di porta Ticinese, prima della soppressione degli ordini religiosi an- 
nessa al monastero donde provenivano le quattro suore, con le due religiose 
(conuers) serventi. 

6) cott e cames: cotte e camici da stirare con arricciatura. 

7) per tri cocumer: per un'inezia. 

8) tassi] : tasselli, ritagli. 

9) abet : gli scapolari. 

IO) agnuss: specie di immaginette sacre colla figura dell'agnello pasquale. 

1 1 ) coppa : nuca. 

1 2) Monscior Scirin : Monsignor Cerina Eugenio frate francescano, arcive- 
scovo titolare di Sergiopoli, che allora risiedeva in Milano e aiutava l'arci- 
vescovo, supplendolo nell'amministrazione delle Cresime. 



- 173 - 

13) Tamborin: il teologo gùuuenùu. professore a Pavia. Pietro Tambo* 
rini di Brescia autore di opere teologiche messe M'Indice (1737-1627) 

14) faa con l'incaster: scuole di mutuo insegnamento, giusta il sistema di 
Giuse]:>pe Lancaiter, promosse dai liberali. 

15) bordell.... bòesg: chiasso, tafieruglio. 

16) chiifer: panino foggiato a mezza luna. 

17) traiaa: sciupata. 

16) ipuell: vociferazione enfatica. 

19) besasc d'on begliett: biglietto bislacco {besasc). 

20) Per questa paeudo-corrispondenza il Porta attinse alla cronaca del 
tempo, che narrava la fuga (7 aprile 1819) del Governatore di Roma, il 
nipote ^ del Card. Pacca, accusato di manomissione del denaro pontificio (il 
quale andò a terminare i suoi giorni in America, non in Turchia come, per 
scopo di satira, qui suppone il poeta) ed il processo per uno di quelli eccessi, 
che sono veri fenomeni, pur troppo nonrari, ma sempre deplorevoli, della dege- 
nerazione umana. 

21) mezz oeucc de bò: il popolo milanese chiamava occhio di bue la mo- 
neta di L. 6. 

22) calmeri: commenti. 

23) de voi: presso di voi, da voi, 

24) puntamento: stipendio dell'impiego. 
23) dacchi, ecc: dalli, dalli. 

26) asca: oltre. 

27) squajar: spifferare. 

28) quattata: coperta. 

29) sguagniven: strillavano. 

30) Kin : gattini (abbreviazione de mi'scìn ?) 

31) tirava, ecc: Craeva dietro siffatti triboli. 

32) list: tariffe. 

33) busaer: cassette delle elemosine. 

34) la ero», ecc : sottintendi per i funerali gratuiti dei poveri. 

35) becca : l'antica insegna dei parroci milanesi, di stoffa nera, sinaile al- 
l'odierna mozzella, ma aperta sul petto, come si vede in qualche ritratto di 
benefattori dei nostri istituti di beneficenza. 

36) Convento di domenicane, annesso alla chiesa omonima tuttora esistente 
al ponte della vecchia porta Ticinese. 

37) candidava i nos: confettavano le noci. 

38) rangogn: brontolone. 



- 174 - 

39) bradella : gradino di legno sul quale sta il celebrante quando è all'altare. 

40) su per su: in condizioni precarie. 

41) raccol: contese. 

42) bceucc: propriamente buco; in gergo, bettole. 

43) boìs: rosticcerie dove si consumavano le vivande ivi apprestate. 

44) senza dà a ment, ecc. : senza osservare, vigilare, se marinano l'opificio. 
43) lampadina: in gergo, sbirciata. 

46) cors: falcidie sulle fatture riscosse, ecc. 

47) tceunn: tenerci. 

48) bisiamm: pungermi (come fa il tafano o la mosca). 

49) me secudissi: mi riprendo. 

50) mezzenna: lardone. 

51) goletta: collare da prete. 

52) bascir: bacili da questua. 

53) micchitt, ecc.: i panini di S. Nicola. 

54) angonij, ecc : il suono della campana che invita i fedeli a pregare 
per un agonizzante, mercanteggiato secondo il numero dei colpi di battente (Jboit). 

55) nagotta, ecc.: nulla per nulla. 

56) corp: funerali. 

57) cicciorin: chiaccheruzze. 

58) sbaggiad: sbadigli. 

59) sbarloeugg, ecc.: occhiate qua e là. 

60) de so pè: di sua natura. 

61) bojacca de bois: intingolo da trattoria. 

62) balandran : scioccone. 

63) belee : propriamente giocatoli, qui, per ironia " le belle cose ". 



FRAMMENTI. 






(♦) LA GUERRA DI PRET ') 
(1820) 



Canti la guerra santa e i breviari, 
I piatt, i micch, i péccher 2), i peston ^), 
I callott, i barett, ch'è sgoraa ^) in ari 
E han gibolaa 5) la cerega e *1 melon 6) 
A vintiquatter pret che in cappa e vesta 
Celebraven a tavola ona festa. 

O gran pader di vers e de la bissa ^), 
Promolór di baruff e di legrij, 
Ti, che a costor te gh'et scoldaa la pissa, 
Scoldem anch mi, te preghi, i scinivij 8), 
In manera che possa famm onor 
Con di limm, degn de mi, de ti e de lor. 

El dì de Sant Lorenz, a on sit de foeura 
Quatter pass de Milan, se fa on feston 
In onor del gran sant cott in brasoeura ^) 
1 fustusc '0) de la gesa hin, confession, 
Panegirich, campann, mess, sinfonia 
E decott de cacao in sacrestia. 

Ma on compadron del sìt, ch'el voeur moccass ") 
Tutt i indulgenz che se despensa in gesa 
Senza mettess al ris'c de confessass, 
El ghe regalla ai pret. a tutta spesa, 
On disnaron sui moli '2), che je tra lì 
Incojonii mezz més a digerì. 



178 



Memoria, ti che con la toa sapienza 
Ti fet cor tutt i ann a sta pacciada, 
S'ceremji '3) sott ai oeucc tutt in sequenza, 
Come denanz a on general d'armada, 
Dimm chi hin, chi no hin, che cossa yaren, 
Cossa fotten al mond, cossa bozzaren. 

Prima de tucc ghe ven Don Mansuett 
Fioeu del coeugh de monsignor Fabrizi; 
I entremé de so pader e i polpett 
Gh'han procuraa a bonn'ora on benefizi, 
Poeù on post in seminari, poeù ona cura 
E per ultem on fior de prevostura. 

Adess, che l'è beli lene ^^), la soa passion, 
Oltra quella, s'intend, de spassass via. 
L'è d'andà intorno a fa tutt i funzion. 
Per drovà '1 pastoral e la bosia ^^), 
E per fa adoss ai picch '6) la gibigianna 
Con quell topazz in did largh ona spanna. 

Quell'olter ch'el g'ha ai fianch, con quella trippa 
Che ghe sgiaffa i gallon '7), l'è Don Tadee, 
On ex-fraa zoccolott, ch'el se n'impippa 
De tutt i sgenadur ^^) del galatee; 
El mond l'è so de Iti, e'I lassarav cor '9) 
Anch in presenza de l'imperator. 

Quij trii insemma in d'on gropp. Don Beroald, 
Don Gian Paol Maria e Don Lucrezzi 
Hin trii pampossonon 20) né fregg né cald; 
Pur ch'el papa e *1 forment staghen in prezzi, 
No patissa i vidor 21), viva i moron 22), 
E creppa i sciori 23), |or hin contenton. 

Quel negron lósch, pelós come on demoni, 
De per lù soli, in vesta e capelinna, 
Le on can de Dio, on certo Don Carboni 
Resiàtt 24), cospetton 25) de man ladinna 26) ; 
L'ha cavaa pussee dent lù a man destesa 
Che né 'l Bonella 27) con la ciav inglesa. 



— 179 — 

El gha avert duu process; Tè staa tospés 
On cinqu vocult de la messa; in mezz a quest 
EI ghè a tutt i (unzion, per tutt i gés, 
A tutt i funeral, a tutt i fest; 
Nessun l'invida, ma el fa tant paura, 
Che in dove el va l'è padron lù adrittura. 

Quell bon veggett, che scond i man depos 
Che voraven basa 28) tutt i pajsan, 
L'è el curat de Sant Sist, Don Fruttuos, 
Che vegnen a vedell di mìa 29) lontan: 
L'è on angiol del Signor, pien de virtù; 
Se gh'è on sant a sto mond l'è propi lù, 

Sostegn di Bacch, confort di desgraziaa, 
Franch, tollerant, discrett, giojal, sincer, 
Caritatevoi senza vanitaa, 
Prodigh pù de danee che de parer: 
Tutt el rispetten, tutt ghe vceuren ben, 
Tutt ghe fann largo come a on car de fen. 

E perchè bon fa bon, quell eh* el g'ha areni 30) 
A man drizza, che l'è el so cappellan. 
De desgarbaa che l'era e sognorent ^1), 
Tel n'ha faa foeura on fior de Cristian 
Disinvolt, amorevoi, esemplar, 
Degn insomma de lù, degn de l'aitar. 

Magher magher, longh longh, color di lòfi ^2)^ 
Cont in eoo on boromee ^3) tutt pien de tegna, 
E ona vesta de quatter o cinq stoff. 
L'è chi Don March, quell martor ^^), ch'el se ingegna 
De solleva i miseri de la gent 
Imprestand cont el pegn al vint per cent. 

In tra quij duu, che paren duu fradij, 
Sbrodolaa tutt e duu d'onc de cusina, 
E '1 mostacc con su el tarter di vassij ^^), 
Ghe ven come on pagodo de la China, 
Dondand i ciapp e'I eoo, Don Giorg Braghetta 
Col colett e coi gamb color d'ughetta ^6): 



180 



L'è sia a Roma, l'ha faa de segretari 
A on cardinal, sebben noi savess scriv; 
Per licenziali l'han faa Protonotari 
Apostolici!, e quest l'è '1 gran motiv 
Che adess el bóffa ^7) pesg che né on boffett 
E ch'el va a voltra con quij bei colzett. 

Quell coi brasc in sui fìanch sul gust d'on olla 
L'è Don Prosper de razza ex-cappuscina : 
De novizzi el ciamaven fraa Biciolla; 
Ma, de che l'è tornaa de Palestina, 
El spara de quij sìt ball 38) senza fin 
E el passa per un Tuli 39) in collarin. 

Cacciador per la vita, ostariatt. 
Col don de Dio d'ave semper set. 
Ecco, ven Don Vittór del nas scarlatt; 
L'è staa pret, poeu soldaa, poeu ancamò pret, 
Comich, fraa, vicciurin ^0)^ l'è tornaa adess, 
Fin che noi g'ha de mei, a dì di mess. 

Quell pret che ven beli beli, palpaa palpaa "*') 
Coi oeucc bass, gonfi, pien, ross come foeugh, 
L*è el pover Abaa Ovina, desgraziaa, 
Ch'el cerca tapinand 42) de loeugh in loeugh. 
De fa sorà ^3) el dolor ch'el le bozzira, 
Ne'l pò trova solev per quant el gira: 

(*) • . . 



*) Qui doveva seguitare un episodio patetico, in cui si raccontavano le 
disgrazie, che al " pover Abaa Ovina " erano accadute : egli era stato calun- 
niato da un finto amico; la Curia l'aveva sospeso a dioinis e in ultimo fatto 
cacciare entro una prigione; conosciuta finalmente la sua innocenza, ri- 
messo in libertà, trova la madre moribonda. Di questo squarcio, che non 
fu compiuto, riferiamo le ultime quattro strofe, dalle quali si conosce qnanta 
potenza avesse il Poeta anche nel patetico: la scena è nelle vicinanze del 
Lago d'Orta. (Nola di T. GROSSI; ediz. 1821). 



- 161 — 

L'cva ona noce d'inverno di pu fó»ch 
La noce che l'è staa miss in libertaa: 
Per i gol de quij mont, dcnt per quij bosch, 
Ziffolaven i vent infuriaa 
E sbatteven travers, a rose ^4), a ondad, 
La nev e l'acqua giò per i vallad: 

Per i voeuj ^^) di caverna a la lontana, 
In trà'l ruggì di turbin, di torrent, 
Se sentiva ci dan!... dan!... d'ona campana, 
Che rebombava interpolatamenl, 
E in del coeur del bon pret el dessedava 
On fantasma ogni colp che'l le scaggiava ^6). 

Ah che pur tropp ci coeur l'è ona gran spia. 
Pur tropp gh'era on malann ch'el presentiva: 
Eren quij bott 47)^ i bott dell'angonia 
De la povera donna che moriva ; 
De la mader ^S, che, in pont de vessegh tolta. 
Leva scritt ch'el vedess l'ultema volta. 

Quella meschina, tutta rassegnada 
Al tremendo viacc de l'olter mond, 
La compagnava con la vos panada 
L'ultima orazion di moribond, 
Quand strabuffaa, moisc, convuls del frecc 
L'ha se vista el so Ovina ai pee del lece 49) 



NOTE. 

1) Questo componimento doveva eatere divùo in quattro canti. 

2) p^cher: bicchieroni, peccherò. 

3) pctton: bottiglioni. 



— 182 — 

4) è sgoraa: sono volati. 

5) gibolaa: ammaccato. 

6) melon: zucca, testa. 

7) bissa: propr. biscia, allude all'andare a zig zag degli ubbriachi. 

8) scinivij: le cervella. 

9) brasoeura: costeletta. 

10) fustusc: gli abborracciamenti, cioè gli uffici in chiesa (gesa) celebrati 
senza diligenza da quegli ecclesiastici, che qui il Poeta motteggia. 

1 1 ) moccass : piluccarsi, avere a uffo. 

12) sui moli: di lusso; allusione alle carrozze signorili con molle. 

13) s'ceremij: da s'cerà, schierameli. 

14) lene: grassoccio fino alla lucidezza. 

15) pastoral e.... bosia: cioè la ferula (bastone) e la palmatoria (bugia) 
insegne della dignità prepositurale nella chiesa milanese. 

16) picch: villano. 

17) sgiaffa i gallon: rimbalza sulle coscie. 

18) sgenadur: francesismo per noje. 

19) lassarav cor: farebbe venti. 

20) pampossonon: accrescitivo di pamposs, (pane raffermo), nel senso di 
poltrone. 

21) vidor: vigneti. 

22) moron: gelsi. 

23) creppa i sciori : augurio di morte per poterne fare, ben retribuiti, i funerali. 

24) resiàtt: litigioso. 

25) cospetton: bestemmiatore. 

26) de man ladinna: manesco. 

27) Bonella: dentista al quale il Porta dedicò anche un Sonetto: Ma 
sài, el me sur Leila. 

28) basa : baciare. 

29) mìa: miglia. 

30) arent: rasente, appresso. 

31) sognorent: sonnolento. 

32) color di lòfi: colore giallognolo, livido. 

33) borromee: cappello di panno. 

34) martor : propriamente minchione, grullo ; qui per ironia vuol significare 
malizioso. 



- 183 - 

35) Urter di vouij: ckpotito «ulle botti (oattij). 

36) color d'ughetta: colore violaceo. 

37) boffa, ecc.: (ofHa come un tofTietto. cioè li pavooeggia. 
36) spara.... ball; ipaccia.... frottole. 

39) Tulli in collarin: Cicerone in abito da prete. 

40) vicciurin: vetturale. 

41) palpaa: floicio, lento. 

42) tapinand : va come un tapino. 

43) lori : sollevare. 

44) a ro«c : a folate. 

45) voeuj : vuoto, cavità. 

46) tcaggiava: coagolava il sangue come avviene del latte. 

47) bolt: rintocchi. 

46) Nelle ediz. successive a ' mader ' è sostituito * Luisa ' il nome cioè 
clrlla donna innocente che il calunniatore aveva fatto credere fosse l'amante 
dell'Ovina. 

49) Questi furono gli ultimi versi scritti dal Porta: la morte Io sorprese 
nel mezzo del suo lavoro, (T. GROSSI; ediz. 1621). 



(*)LA COLAZION 



Oh don Peder! — Oh el me don Romuald! 
Come staal? — Stoo benissem mi; e lù? — 
Discreltament anch mi — Sèntel sto cald? 
Marcadetta se'I senti! no en poss pìi; 
Rivi adess de l'offizi a Sant Caloss, 
E son bagnaa che pari staa in d'on foss. 

— Là, donch: che'l vegna chi, se l'è sudaa; 
Chi, chi, lontan de l'aria, el me don Peder — 
Grazie tant! — Hai giamo cicolattaa? — ') 
Nò signor, hoo bevuu on agher de zeder 
Con dent on para de bescott delfgerlo — 2) 
Mo bravo lù! la colazion del merlo! 

Bottega!... el cicolatt! — El fa beli di, 
Don Romuald, a scoeudes 3) i caprizi: 
Lù el guadagna, lù el va de chi e de li; 
Ogni bott lù el pelucca 4) on quai offizi; 
Ma mi con quella messa di des or, 
Hoo pari a sbatt, no me capponi on bor 5). 



NOTE. 

1 ) cicolattaa : presa la cioccolatta. 

2) bescott del gerlo : scherzevole per dir pane che il fornaio portava colla gerla. 

3) scoeudes : soddisfare. 

4) pelucca : pilucca, cioè ha la fortuna di intervenire alle esequie retribuite- 

5) capponi on bor: prendo un soldo. 



(■*) FCEURA DE PORTA LUDIVIGA. 

|-'rammenti di un poema che doveva avere per titolo L'Jlpparlzhn del Tau. 

(1817) 



Foeura de porla Ludiviga on mìa, 
Su la sinistra, in tra duu fontanin ') 
E in tra dò fil de piant che ghe fa ombrìa, 
El gh'è on sentirolin, 
Solitari, patetech, deliziós, 
Che'l «e perd a zicch zacch dcnt per i praa 
E ch'el par giusta faa 
Per i malinconj d'on penseros. 

Là insci, via del piss piss 
D'on quai sbilz d'acqua che sboltiss di us'cioeu 2), 
Via d'on quai gorgheg d'on rosignoeu, 
O de quai vers lontan, lontan, lontan 
D'on manzett, o d'on can, 
No se ghe sent on etl, 
Che rompa la quiett. 

Tutt coss, là insci, la jutta la passion, 
Ne s'hà nanch fa duu pass 
Tra quij acqu, tra quij piant, tra quell'ombrìa, 
Che se sent a quattass d'on cert magon 3) 
Se sent a trasportass 
Dona certa estes de malinconia, 
Che sgonfia i oeucc senza savè el perchè, 
E sforza a piang, don piang che fa piasè. 



186 — 



Appunt in de sto stat de scoldament 
Seva jer soli solett, in sta stradella, 
Gh'aveva el Tass sott sella, 
E i soeu desgrazi in ment: .... 



NOTE. 

1) fontanili: canali d'acqua viva. 

2) us'cioeu: piccole chiuse di legno nel canale irriguo. 

3) magon: accoramento. 



OTTAVE. 



OLTER DESGRAZI DE GIOVANNIN BONGEE*) 

(1814) 



Quand se nass deslippaa Oi lustrissem scior, 
L*è inulel toeuss el coeur, che l'è tuttuna, 
No gh'è pu ne fadigli ne pont d'onor 
Che poda mett in cas de fa fortuna; 
Vegnen adoss i bolt de traditor; 
Ne s'ha nanca fornii de toeunn su vuna, 
Che in manch de quella ghe sen lacca adree 
Sett, vott, come ona salva de mortee. 



Mi, che pari nassuu in de quel moment 
Ch'el Signor l'ha creaa i pu gran travaj, 
Come sarav a dì el dolor de dent 
E quell caro sur Lelia per strappa], 
Hoo già provaa ai mee dì tanti azzident, 
Che ghe vorav on secol a cuntaj. 
De moeud che no me specci a fornì l'ascia 2) 
Che on quej copp 3) in sul eoo che me spettascia. 



') Questa poesia i una conlinuazioiie di quella riportala a pag. 109 del- 
l'attuale volume. 



— 190 — 

Vussustrissema el sa se mi sont vun 
De quij che van in volta a fa quarell. 
Che, grazia ai pover mort, no gh'è nissun 
Che pò cusamm d'avegh storgiuu on Cavell; 
Anzi quand gh'è di rogn tra quejghedun, 
Regola generala ficchi el veli "*), 
Che no vuj minga per on gust de ciall 
Andà in peltrera 5) o toeù su el-reff 6) in fall. 



E pur con tutt el me fa de cojon, 
Col me bon pè de pombi e l'ara drizz, 
Giust perchè sont nassuu in quell dì birbon, 
Ogni bott borii dent in quej pastizz: 
E poeìi, senza sta chi a fa tant reson, 
Se vussustrissema el gh'ha flemma on sgrizz, 
Ghen cunti vuna che m'è occors adess, 
Ch'el le farà resta propri de gess. 



Quand per vede el Prometti 7) trii mes fa 
El correva a la Scara tutt Milan 
E vegneven giò a tropp de là e de scià 
I forestee de tante mja lontan, 
Tant che per ciappà post boeugnava ess là 
Col disnà mezz in gora e mezz in man, . 
Vedend tutta sta truscia S) e sto spuell. 
Me sont ressolt anmì d'andà a vedell. 



Oltra el rest, me premeva, a dì el coeur ciar, 
De satisfa in quej moeud anca la donna, 
Che dopo quell scappusc 9) col paracar ^0) 
L'ha miss giò el eoo davvera, e la dragonna '0'» 
Poverascia! anca lee la gh'eva car 
D'andà a vede on vesin de la soa nonna. 
Che l'è quell che vestii come on pollin '2) 
L'andava a becca su el prim ballarin. 



- 191 — 

Intrettanta ei b«ll dì de Tutt i sant 
Dopo i dottrina invers l'ora di tre 
Ciappi la donna in aria de marciant 
E content tutt e duu come duu rè 
S'inviem a la Scara ben d'incant, 
E là se postem per i prirnm del pc 
De la porta sarada del lobbion 
Col noster bravo cuu pondaa a l'us'cion. 



Passa i tre, passa i quatter, i cinqu or, 
S'impieniss de person tutt el pasquee 1^), 
Chi mangia, chi gingina, chi descor. 
Chi ziffola, chi ria, chi fa el scocchee '^), 
Chi se scolda la pissa '5) e fa sussor 
A contra di impresari del soree '6) 
Che goden i soeu comed e fan grassa, 
E no gh'han nanca el pubblegh per la cassa '^). 



Ma a furia de speccià poeìi fìnalment 
Solten voltra anca lor sti lizonon 
Che in mezz ai urla e ai fìs'c plazidament 
Se derven la calcherà '6) coi button '9)^ 
E quand me riven lì ben ben d'arent 20)^ 
Quell denanz cont i ciav e col lampion 
Con tutta grazia el me sgombetta 21) el venter 
E el me dis: Allon, fort, s'emm d'andà denter. 



Mi però tant e tant tegneva dur; 
Ma in tra che Teva l'uss d'on'anta solla 
De derviss in canton attacch al mur, 
E in tra, che in del derviss la cress la folla, 
Zonfeta, tutt a on bott me tran là al scur 
A giucà 22) appos a l'anta al tiramolla, 
Tant che s'ciavo miee 23)^ s'ciavo prim post. 
L'è ona grazia del ciel a salva i cost. 



— 192 - 

Ma ch'el varda, lustrissem, s'el par vera 
Che m'abba de zuzzed tusscoss a mi! 
E pur questa l'è anmc la pu leggera, 
Come el sentirà adess, s'el voeur sentì: 
Appenna liberaa de caponera 24), 
Vardi intorna per tutl de chi e de lì 
Per cerca Barborin, ma dess, descor, 
L'è inutel: dove l'è, le sa el Signor. 



Barborin senza mi, senza dance, 
Senza on can che tampocch le cognossess. 
L'era su a mitaa scala de per lee, 
Senza sa ve in che mond la se fudess 25); 
No la podeva andà né inanz né indree, 
Perchè per andà inanz ghe va del pess 26), 
E per torna indree sola a quij or là 
Ghe va manch carna indoss che no la gh'ha. 



Basta, voo su anca mi a la fenitiva, 
S'incontrem, se demm part di nost desgrazi, 
Femm rid on poo ai nost spali la gent che riva, 
E poeù marcem inanz, paghem el dazi; 
E a vede, quand se dis, rivem a piva 27) 
De trova tant e tant assee de spazi 
De settass giò tutt duu in loeugh competent, 
On poo cusii 28) sigur, ma almanch arent. 



Li intrattant che la gent coi zitfolin, 
Col pesta, col sonee, se spassen via. 
Se comenza a smorbià 29), a tacca ballin 3^) 
Con quij ch'è pussee arent de cottaria; 
Oh chi lassa fa a lee la Barborin, 
Che, minga per dì a dì che la sia mia. 
Ma in tra che l'è bullona anca de sort. 
L'è inutel già, la farav rid i mort. 



— 193 - 

Besognava sentilla sta mattocca 
In temp de l'opra per crepa del rid; 
La n'ha ditt su pur anch de quella bocca: 
Tra i olter n'ha ditt vuna insci polid 
Contra de quell spettacol de qucll'occa 3') 
Che canta insci de sbergna ^2) e insci inivid ^^), 
Ch'anch che la fuss la prima cantarina, 
Per tutta sira se n'è faa tonina ^^). 



Se, tutta sira on corno, che per mi 
Fornissea tucc i spass, tucc a ona sort; 
Anzi quand rivi a god in pas on di, 
L'è el ver mijorament del pont de moit, 
Ch'el voeur di che l'è in brusa ^^) de sbotti 
On malann col segond de contraffort, 
E on terz de foeudra, e on quart de guarnizion, 
Come m'è giust suzzess in st occasion. 



Defatt dopo sto rid strasordenari, 
Quand sul pu bon del ball m'era duvis ^6) 
De vess annH coi nivol su per l'ari 
E de vede a andà a spass in paradis 
Tucc i sant ^^) in di soeu reliquiari. 
Coi lumitt pizz intorna a la cornis, 
Tutt a un tratt Barborin la tra su on sguagn 
Tant guzz e fort ch'hoo mai sentuu el compagn. 



Ch'eel, che no eel, l'è che on despresios 
El te gh'aveva reBlaa dedree 
Propri a cuu biott on pezzigon rabbios. 
Mi allora, sanguanon! me volti indree, 
E con duu oeucc de brasca e besios ^8) 
Vardi in motria a on pomper e a on lampedee, 
Disend: Per cristo, vorev anch cognoss 
Quell asen porch che fa sta sort de cossi 



194 



Paricc col lampedee fan d'Indian, 
Ma el soldaa se le scolda in sul moment, 
El me dà on pugn, e el dis: Tasi lì, can. 
Che te fotto in platea, sacramenti 
Mi, che sont pesg d'on azzalin bressan 39), 
Che tacchi foeugh appenna a strusamm dent, 
Volzi la vos de prepotent anmì, 
E ghe respondi: On can te saret ti! 



Vien de fora (el repia) marmotton, 
Che te la darò mi, mummia d'Egitto - 
Che vegni foeura (dighi), di cojon! 
T'insegnaroo anca chi a parla politto. 
Intrattant de per tutt in sul lobbion 
No se sent che sìlanse! abbasso! citto!. 
E lu el giudee, rebuttonandem su. 
Se pò trova? el sbragia citto! anch lu. 



Sera lì lì, vedel, lustrissem scior. 
Per fann vuna de quij d'andà in gazzetta; 
E se no gh'era i mee sant protettor 
A juttamm e portamm propri in spalletta, 
Vuj dì a famm boria adoss on respettor 
A l'improvvista come ona saetta, 
Ghe soo dì mi ch'en reussiva on scempi 
De cuntass de chi inanz per on esempi. 



Basta, la cossa l'è fornida lì, 
Almanch resguard ai ciaccer e ai quereli; 
Ma intuitù de quell che voeubbia dì 
Bona voeuja e indrittura de buell ^^), 
S'ciavo, quella l'è andada a fass rostì, 
De moeud ch'el ball, per quant el fudess beli 
(Ch'el faga el locch s'el ved el Vigano) ^0» 
Né a mi ne a Barborin l'è piasuu nò. 



- 195 - 

Già besogna poeti ancK dì che on gran motiv 
De vess critegh e brusch come lasec, 
L'era con pocch respcH quell lavativ 
Del soldaa semper lì inciodaa dedree, 
Che de giunta al sgognamnì ^2) e al mangiamm viv 
Cont i ceucc, doma on poo vardass indree, 
El seva aneli tiraa arent cert camarada 
Che dininguarda, Cristo, in su ona strada. 



Mi, che cognossi on poo el me naturai, 
Che 800 fina a che poni poda fidamm, 
Vedend propi in don specc che sto animai 
El me tirava a perd con l'inzigamm ^^), 
Lott lott a dondignand voo invers i scal.... 
Foo segn a Borborin de seguitamm, 
E al beli tra ^'*), giò ficeu, speccia ch'el ven.... 
Chi gh'ha prudenza, l'usa: vaia ben? 



Adess mò che gh'hoo daa in pegn on canton, 
Giontandegh tutt quell spass che gh'hoo giontaa, 
Lustrissem, el sarà de opinion 
Che i coss andassen soeuli come on daa ^^), 
Cioè che dopo on para de boccon, 
E ona bona scorada ^) de boccaa, 
El pover Giovannin, lontan di rogn, 
El mss in lece al cold in del prim sogn. 



Lustrissem sì: el sarav propi induvin 
Se se trattas de tutt oltra personna. 
Ma, trattandes del pover Giovannin, 
L'è ben dolz anca lu, ch'el me perdonna; 
Sì, adess el sentirà che bescottin; 
Olter che in lece al teved con la donna! 
Preson, cadenn, ballin 47)^ sbirr, rabbi, frecc 
Quist hin staa i mee bej sogn, quist el me lece. 



196 



Ah el me car lece! sì, te set dur, l'è vera, 
Te set tutt a carpotter 48)^ a montagn, 
Ma l'è franch el prim cas che in cà Bongera 
Te siet staa voeuj per un baratt compagni 
Disili vujolter, banch, pajon, testerà, 
Piumitt, covert, disili se in tresent agn 
Avii mai vist olter lugher 49) ^è sbirr ^0) 
Che qui] del scoldalecc e di candir. 



Ma de già che, lustrissem, l'è tant bon 
Che l'è despost a dà de scolt al rest, 
Per no desabusamm di soeu attenzion 
Faroo de tutt almanch per sbrigali prest; 
Donca appenna sghimbiaa 5') giò del lobbion. 
Per fa la straa pu curta, butti lest, 
E senza olter boltrigh 52) che me incoronna 
Rivi a cà in quatter salt con la mia donna. 

Pian pian dervi el porteli, pian pian voo su 
Di scal, che no s'accorgen i vesin, 
Dervi el me bravo uss beli beli anch lu, 
Rugatti el fogoraa col zoffreghin 53)^ 
Pizzi el lum. Barborina, ove sei tu? 
La vedi là col eoo sora i cossin 
Travers al lece, cont una man sul ghicc. 
Che la tirava su grev grev el lìce! ^4) 



Cossa gh'ét, Barborin?... — Me doeur.... — Dov'è? 
Chi insci.'. • — Sul cuu? — Cojonet!... — Propi chi... 
N'eel staa fors?... — Sì, quell porch.... — Lassa vede 
Mi nò. — Perchè mò nò? sont tò mari.... — 
Gh'hoo vergogna.... — Set matta? fa piasè.... 
Là sta savia.... — Fa pian.... — Lassa fa a mi... 
Basta, infln cont i dolz l'hoo missa a termen 
De lassasse! vardà biott come un vermen. 



- 197 - 

Cribbi, lustrissem! se l'avess vcduu, 
Minga cojonarlj, lant de svargell 55) 
Ross, scarlatl, ch'cl quattava on quart de cuu, 
Con de gionta duu gran barbis morell 56). 
Bona ch'el cicl el gn ha mò proweduu 
On fior de timpen con tiraa la peli: 
Che se l'era on poo froll, disi nient, 
Che boccon de zaffagna 57) ci ghe fa dcnt. 



Mi però, soeuja mi 56), qyij duu barbis 
M'hin pars come on poo tropp in simetria; 
Defalt ghe strusi dent, e ghe foo on sfris 59); 
Freghi, e vedi ch'el ncgher el ven via; 
Torni a frega, me resta i did tutt gris, 
Tacchent, e luster de besonciaria; 
Finalment usmi, e senti on odorusc 
Come d'oeuli ordenari e de moccusc ^). 



Ah canaja, ah baloss d'on lampedee! 
L'è chi el prozess, l'è chi el corp del delitt: 
Olter che fa la loeuggia 61) e el forestee 
E che fa mostra de cuntà i travitt.... 
Ma va pur là: se te me dee in di pee, 
No l'avaree d'andà a Roma a pentitt, 
Te l'hoo giurada mi, brutto desutel; 
E quad rivi a giura, varda, l'è inutel. 



Negher come on sciavatt tal e qual sera, 
Foo on spiret de no di a la Barborin; 
Ma infin, per cascia via la scighera 62), 
Rézzipe 63), dighi, on bon biccier de vin. 
Ti parcura inttattant in quej manera 
De tegnitt su bagnaa di piumazzin, 
Che adess tomaroo mi col tocca e salda, 
De quattordea boritt 64), Rocca Grimalda. 



198 



In quatter solt sont lì de l'Antonglna ^^), 
In d'on esuss ^^) me sbrighi, e torni indree 
Col me bravo peston de bombasina ^^); 
E quand sont lì a la porta del cartee, 
In dove mett giò banca la Rosina, 
Ch'el disa on poo chi catti in sul mestee? 
Roba minga de credi catti l'amis, 
Quell lampedee insci faa di duu barbis. 



Vedell, e sentì el sangu a surbuì, 
Sentimm a quatta i ceucc, perd la resòn. 
L'è staa tuttuna: no me poss tegnì; 
De slanz ghe sari adoss cont on button, 
E ghe disi: Toeù su, quest l'è per ti 
A cunt de quell tò credet del lobbion; 
Portel raò via, e impara, o porch fottuu, 
A tocca i donn e a pizzigagh el cuu. 



Vedend ch'el resta li come de sass 
Senza né repettà né tira el fiaa, 
L'hoo creduu per on martor 68) che purgass 
Con tutta la pa scienza el so peccaa: 
Me tiri allora indree per dagh el pass, 
E lu in ringraziament, sto renegaa, 
Lassem volta, e poeù zonfeta! sul eoo 
On pugn, senza dì varda che te doo. 



Acqua! coss'el deventa el Gioannin! 
I tigher, i lion gh'hin per nagott; 
Volzi in l'ari el me bon peston de vin, 
E zinf zonf dov'el va fin che l'è rott: 
Giò la cassa de l'oeuli e di stoppin, 
Giò i transilli ^9) tutt quant in barilott ^^) 
E giò anca nun coi ong in di cavi] 
A tomborlon per straa come vassij. 



- 199 - 

El me pu gran tracoll in sta tomada 7') 
L'è staa a restagh desott giust col mostacc, 
E col stomegh schisciaa contra la strada; 
Del rest, se noi gh'avcva sto vantacc. 
No ghe disi nagott che pecccnada! 72) 
Ghen dava propi fin che sera sacc; 
Ma el maa l'è staa, resguard al pesta giò, 
Che lu l'era de comed, e mi nò. 



L'unega macciavella iri sto moment 
L'era quella de mettem a sgarì, 
Per vede de juttamm col fa corr geni; 
E de fatt con sta tattega che chi 
Sera asquasi redutt a salvament, 
Se el dianzer noi fa capita lì, 
Senza besogn a cress la compagnia, 
Quatter o cinqu dannaa de polizia. 



Costor con quij so vacch de cappellon 
Che somejen on meder de barchett, 
Fan on ruzz, on sussor, che sanguanon 
Noi ne pò fa de pu el medemm parfett; 
Lì ne vegnen adoss cont i baston. 
Come fudesscm can senza collett, 
E ne sercen su streng cont on spuell, 
Pesg ch'avessen ayuu de toeìi el Castell. 



Con sta sort de tavan taccaa a la vitta, 
Spongiuu, casciaa per straa tucc i moment. 
Se va on trattin vers Santa Margaritta 
Con dedrevia on santa eros de gent 
Che paren poresitt tacca a la pitta ^^). 
In sto moeud, tutt dojos, tutt sporscellent, 
Se consegna in guardina on Giovannin, 
Pesg che noi fuss on Jacom Legorin ^^). 



- 200 - 

Eppur ch'el varda, a dì quell ch'è de dì, 
In mezz ai mee travaj, ai mee cuntee 75), 
Me restoiava tutt a vede lì 
In l'istessa mojascia el lampedee. 
Catto! in Milan, diseva in tra de mi, 
Gh'è giustizia, e ghe n'è tant che sia assee, 
E quand me sentiran, ghe giughi el eoo 
Che ona satisfazion ghe l'avaroo. 

Intani che padimava ^^) i mee dolor 
Con la giusta giustizia ch'han de fann, 
Che tirava su el cunt fin del valor 
Che podeva partend per spes e dann, 
Ecco lì che compar el respettor. 
Che adrittura el comenza a interrogann 
Chi semm e chi no semm, in dove stemm, 
Patria, porta, cà e tecc, che mestee femm. 



Sui prim respost el dava nanca a ment 
Com'el fuss ona statova de saa; 
Ma appenna el lampedee l'ha tiraa dent 
La gran reson de vess regio impiegaa, 
Dighi nagott, hin deventaa parent; 
Ma già l'è insci: tra lor utoritaa, 
Fuss sansessia ^^), già se dan de man : 
Propi vera che can no mangia can. 



Defatt tutt i attenzion, tutt i resguard 
Hin staa per Tillustrissem lampedee, 
E per mi on corno come fuss bastard. 
Anzi perchè on dò voeult sont soltaa in pee 
A dagh, com'era giusta, del bosard. 
Merda de gatt! com'el m'ha saraa adree: 
Citto là voi; non voglio, o temerari. 
Che se parla in la mane al lampedari! 



— 201 — 

Cont ona protezion tant spiattarada, 
Senza d'olter despcrdes in rcson, 
El pò doma capì come l'è andada: 
No 8*è parlaa ona sverza 7^) del lobbion, 
Del pizzegh in sul cuu ona sbolgirada ^9); 
De moeuu che el prepotent, el birbonon, 
El boja, can, sassin l'è staa el Bongee, 
E li allon speltasciell già che sii aaree. 



Vedend ona ingiustizia de sta sort 
No. hoo ditt in tra de mi, m'han de ligà, 
M'han de mett sott ai pee, de damm la mort, 
Ma vuj parla, l'è inutel, vuj parla; 
E lì per brio me sont miss al fort 
D'ona manera tal che, andà a cercai 
Sant March! l'ha avuu de grazia el respettor 
De mett giò i ari e de lassamm descor. 



Foeura i manegh ^0)^ e lì come on molin 
Voo via senza mett parola in fall; 
Ghe cunti de l'affront faa a Barborin 
In sul publegh lobbion, in tcmp del ball; 
Dighi e sostegni che le cinqu in vin 8') 
Ch el rejo l'è staa lu, che poss giurali; 
E che quell me prim impet del button 
L'è giusta staa on forma] sui maccaron. 



Ghen diseva insci anmò; ma quell baloss 
D'on lampedee, malign come on demoni, 
El me dà su la vos, negand tuttcoss, 
E domandand i proeuv e i testemoni; 
Allora el respettor el solta el foss, 
E el ohe fa el lecco 82) senza zerimonì, 
Disend: Sur sì, le prove, affar finito, 
Le prove, sur Gioanni riverito. 



202 



I prceuv (respondi),... i proeuv?... Cisto maria! 
Anca i prcEuv gh'hoo de dà? questa l'è bella! 
Con quij face de scappusc ^^) d'intorna via, 
Cribbi e boffitt, ghe calarav anch quella!... 
Gh'hoo daa ona bettegada longa on mja.... 
Me s'è geraa sul pizzegh ^^) la tappella, 
E quella proeuva tal de faj stordì, 
Quella del sett ^5)^ l'hoo soffegada in mi. 



Ma ch'el disa on poo lu, lustrissem scior, 
Coss'avaravel faa in del Gioannin? 
Avaravel ris'ciaa ch'el respettor 
El mandass a cà a tceìi la Barborin, 
E ch'óltra del stremizi, se l'occor, 
L'avess avuu de volta là el sesin 
A descrezion de quij carna de coli? 
Oh quest chi si ch'el sarav staa on beli noli. 

S'ciavo, pascienza per i pover mort; 
Infin, per maa che la me poda andà, 
Eel pu che senti el giudes a damm tort, 
E che toeù su on felipp da porta a cà! 
Intrattanta che foo on cunt de sta sort, 
Vedi che in santa pas el toeù su e el va, 
Ch'el fa on cert segn, e poeù el me dis a mi: 
Parlerete, el me omo, martedì. 



Grazia tant de la soa caritaa; 
Foo per corregh adree a basagh la man, 
E per senti a che ór l'è in libertaa. 
Per no vessegh de incomed posdoman; 
E in quella che sont lì che l'hoo rivaa, 
Me senti a tira indree per el gabban; 
Chi l'è? L'è on sbir che in aria de sgognamm 
El me prega a fagh grazia de fermamm. 



203 



Fermamm, ohe dighi, che fermamm d'Egitti 
O uucsta sì che la sarav mincionnal 
Se tuss Michee? ^) vuj andà a cà dritt drilt, 
Ch'hin tre or che l'è là a «pecciamtn la donna. 
Intant costù el va adree a famm i galitt ^^) 
E a sfognatamm ^) per tutta la pcrsonna, 
Tant che a la fin son poeù vegnuu in senior 
De quell segn insci faa del respeltor. 



A che segn l'è staa quell! che segn birbon, 
Tant come quell de Giuda Scariolt; 
L'è on segn che m'ha fottuu in d'ona preson 
A piang come on bagaj tutta la nott. 
Sissignor, no ga'è staa pu remission: 
Dopo d'avemm palpaa dna sul biott, 
M'han miss sott a tant ciav e cadenazz, 
Che no ghen va oltertant a fa on palazz. 



Ah Gioannin de la mala fortuna, 
Dov'ell ch'el t'ha redutt el tò destin? 
Varda, chi su on ballin, saraa in comuna ®^) 
Tra i miseri, la spuzza e i nialandrin; 
Ma quest l'è anmò nagott, l'è anmò tuttuna, 
E la povera mia Barborin? 
Cossa farala adess senza de mi? 
Ah destin fioron, dimmel mò ti! 



La Barborin, de quella brava donna 
Che l'è, come sustrissema già el sa, 
Intant che mi biassava sta coronna. 
L'èva intorna per tutt a sciavattà 
Per catta noeuva de la mia personna, 
E l'ha faa tant col spiret che la gh'ha 
Che inaiiz di la saveva el comm e el romm 
De podeghel cuntà al lanzian ^0) Jd Domm. 



204 



Sponta nanch l'alba che la torna a cor 
Senza requi, sta povera meschina, 
Di parent, di amis, di protettor, 
E infin la catta foeura ona pedina 
Insci fada a resguard del respettor 
Che in vers i des pocch pu de la mattina, 
Quand me la specci manch, me sont veduu 
A dervì l'uss, e chi n'ha avuu n'ha avuu. 

Voeurel mò adess, lustrissem, sentinn vuna 
De quij de fa resta de marzapan? 
Sont nanca foeura mezz de la comuna. 
Che m'incontri in del sbir, quell del gabban, 
Che, com'el fuss staa lì a ninamm in cuna, 
El partend on trattin la bona man.,.. 91) 
Anca la bona man?... Ma ghe n'è anmò, 
Car Signor, di angari] de manda giò! 



NOTE. 

1) deslippàa: sfortunato. 

2) fornì lascia: a finire la matassa (ascia) della vita. 

3) copp: tegola. 

4) ficchi el veli: spiego la vela, me ne vado. 

5) peltrera: propr. mobile a palchetti per esporre le stoviglie; qui nel 
senso di palco degli accusati. 

6) tceù su el reff: incappare in qualche danno. 

7) Prometti: Prometeo, ballo del celebre coreografo Salvatore Vigano, 
dato con grande successo al teatro della Scala per la prima volta il 22 mag- 
gio 1816. 

8) truscia: fanatismo 

9) scappusc: scappatella. 

10) paracar: nomignolo dato ai soldati francesi, per la loro rassomiglianza 
ai paracarri delle strade, quando in occasione di feste pubbliche stavano al- 
lineati sulle pubbliche vie per le quali transitava il corteo delle autorità. 

1 1 ) dragonna : lavora alacramente. 



— 205 - 

12) pollin: allude all'aquila che nella favola rode il cuore di Prometeo, 
qui icherzoMoiente chiamala pollin cioè lacchino. 

13) patquee: dalla voce della baua latinilà patquarium, pkzzaletto. 

14) Kocchee: motteggiatore. 

1 5) Kolda la piua : (i infiamma. 

16) toree: cioè loggione, perchè all'ultimo piano come un lolaio. 

17) caiu: voce del gergo milanese, come hauti, tiee e simili, per indicare 
la parte posteriore del corpo umano: v. luogo parallelo in pari. Il del ' Mar- 
chionn di gamb averi *, ottava 1 3*. 

16) calcherà: folla. 

19) button: spintoni, spallate. 

20) d'arent: vicino. 

21) sgombelta: urta coi gomiti. 

22) giugi.... al tira molla: spingere e respingere dietro l'uscio. 

23) miee: moglie. 

24) caponera: prigione, qui significa posizione critica. 
23) fudest: fosse. 

26) pets: forse dal francese pihces, monete, pezzi. 

27) a piva: in punto. 
26) cusii: cuciti, stretti. 

29) smorbiA: scherzare. 

30) tacca ballin: immagine presa dal giuoco delle pallottole, confabulare. 

31) "La «ignora Corese espertissima cantante, ma quanto abile nella sua 
professione altrettanto soggetta alle malattie dell'arte. In quell'anno stancò ve- 
ramente la xoiferenza del pubblico, al quale alcuna sera pareva cantasse per 
grazia, ed alcun'altra per fare dispetto '. (Nola Jell'A.). 

32) sbergna: sprezzante. 

"^ 33) inivid: dal latino invilut; di mala voglia. 
34) faa tonina: far scempio scherzando. 

33) in brusa: in procinto. 

36) duvis: d'avviso. 

37) Per Bongè tutte le diviniti pagane, figurate nel ballo, erano Santi in 
paradiso. * In questo ballo vedevansi rappresentati i segni dello Zodiaco e lo 
stesso carro del Sole con figure vive e naturali, le quali, giusta il loro ordine 
divise in tanti separati gruppi a guisa di quadri, si offrivano di passaggio alla 
vista dei spettatori ". (Nola dell' A.). 

38) besios: bieco. 

39) azzalin bressan: acciarino per accendere l'etca, fabbricato a Brescia. 

40) indrittura de buell : buon stomaco, buon umore. 

41) Vigano: v. nota 7 a pag. precedente. 



206 



42) sgognamm: da gogna, far visacci. 

43) inzigamm: istigarmi. 

44) al beli tra: al momento opportuno. 

45) soeuli, ecc. : liscio come un dado {daa). 

46) scorada: sgolata. 

47) ballin: giaciglio da prigione, 

48) carpotler: nodi. 

49) lugher: resti di bragia. 

50) sbirr: scintille; qui il Poeta giuoca sul doppio senso della voce, per 
scintille e birri. 

51) sghimbiaa: sgattaiolati. 

52) boltrigh = bolgira, imbroglio, insidia. 

53) zoffreghin: zolfino. 

54) tirava su..,, el ficc: è Tatto di chi, in procinto di piangere, aspira 
convulsivamente il fiato per le narici, 

55) svargell: flagellatura, impronta. 

56) morell: pavonazzo. 

57) zaffagna: strappo. 

58) sceuja mi: che so io. 

59) sfris: frego. 

60) moccusc: smoccolatura. 

61) loeuggia: allocco. 

62) scighera: letteralmente annebbiatura. 

63) rezzipe: recipe, formola delle ricette mediche, usata in quel tempo. 

64) col tocca, ecc. : col farmaco {toccasana) di una bottiglia di " Rocca 
Grimalda " che in quel tempo pagavasi " quattordes boritt ! " bòriit, diminutivo 
di bòr, soldo. 

65) Antongina: i famosi vinaj oriundi di Premeno. 

66) esuss: motto per Jesus, cioè attimo. 

67) bombasina: dolce conforto. 

68) martor: grullo. 

69) transilli: utensili. 

70) barilott: confusione, alla diavola. 

71) tomada: caduta, capitombolo. 

72) peccenada: pettinata, cioè strigliata. 

73) pitta: chioccia. 

74) Jacom Legorin: Giacomo Legorino famoso brigante. 

75) cuntee: crucci. 

76) padimava: mitigava. 



— 207 — 

77) fuM mdscuìa: foMe chicchcMu. 

76) sverza: propriam. cavolo; non li parlò punto. 

79) oaa ibolgirada ' qui val«, niente del tulio. 

80) (oeura i manegh: atto di chi per lottare rimbocca le maniche; qui 
lignifica prendo ardire. 

81) cinqu in vin: non c'è dubbio. 
62) fa el lecco: fa eco. 

83) scappuic: icaiieiliati. 

84) pizzegh: punta della lingua. 

85) quella del lett: la prova deciiiva del je//e. 

86) Michee: gonzo. 

87) galitt: lolletico. 

68) kfognatamm: frugarmi. 

89) romuna: camera di sicurezza. 

90) lanzian: anziano, ufficiale nelle parrocchie con funzioni informative. 

91) bonna man: mancia. 



FRA ZENEVER 

(1811-1815) 



NOVELLA. *) 

Bagaj, che sii amoros, che sii intendever, 
De già che gh'avii gust de damm a tra, 
Vuj contav on beli cas de fraa Zenever 
Ch'el ve farà resta de mascabà '); 
Vel cunti senza franz ne saa ne pever, 
Tal e qual l'hoo sentii anca mi a cuntà 
L'ann passaa de sti dì de quell panscion 
Che predicava al Carmen la mission. 

Avii donch de savè inanz a tusscoss 
Che fraa Zenever l'era on bon vivan, 
Tutt scisger e buell 2), tutt carna e oss 
Col medemm fondator di Franzescan; 
E ch'anzi quell beato requiepposs ^) 
Che adess goden in ciel sti duu Cristian, 
L'han quistaa insemma in l'istess loeugh tutt duu, 
Vun con l'offizi, e l'olter col cazzuu 4). 



*) Questa Novella è tratta dal libro intitolato Z,e Meraviglie di Dio 
ne' suoi Santi, opera del rev. P. Gregorio Rossignoli, della Compagnia di 
Gesù. Vedi l'edizione milanese fattane dal Malatesta nell'anno 1 708, parte II, 
meraviglia XXII, pag. 245. 



— 209 — 

Ma per quant tult e duu per santitaa 
Fudessen dò mosch bianch in religion, 
ImpunemancK però voeuren che i fraa 
Gh'avessen pussee amor per el ratton 5). 
Se seva fraa anca mi, già sarev staa, 
Dighi el cocur, de l'istessa opinion, 
Perchè in convent aimanca fraa Zenever 
Quejcossa el ghe portava per la fever. 



Defatt quand che lu el fava el cercador, 
A furia de panzanegh e tabacch. 
De coronn e majstaa coi pajelt d*or. 
Ogni esuss l'èva a cà a vo)à i bisacch: 
Sant Franzesch el podeva canta in cor 
Sira e mattina fin che l'èva stracch, 
Che fin che lu el batteva la cattolega ^) 
L'èva f ranch l'interess de la buccolega. 



Oltra de tult i sloffi 7) di cercott. 
L'èva anch famos per cent olter cosselt, 
Cioè per giusta zent ^) e braghee 9) rott, 
Solassà, strappa dent, mett i copett, 
Tajà caj, compwnn acqu, sugh e decott 
Per colegh, toss, bugnon, brusor de peti, 
De moeud che i medegh per desperazion 
£1 ciamaven Padrin Rompacojon. 



Ma i fraa che hin semper fraa, e come fraa 
No se diletten tant de cortesia, 
Giusi apponi per sta poca abilitaa, 
Póndegh anca sul goeubb l'infermeria; 
E lu content e stracontent, inguaa '0) 
Che se gh'avessen daa la libraria, 
El portava i duu pes con quell savor 
Che mi portarev quel de senalor. 



— 210 — 

Oh chi insci sì, el diseva el Missionari, 
Besognava vedell sto religios; 
Con pu gh'eya occasion de vess in l'ari, 
Pussee el pareva ch'el fudess a spos; 
Lu el vojava spuin "), vas, orinari, 
Com'el vojass di impoll d'oeuli de ros; 
Lu el nedrugava '2) piagh, marsciur e crost 
Come el nedrugass quàj '3) de coeus a rost. 



Quand se trattava poeìi de tend adree 
A on ammalaa d'on maa de conseguenza. 
L'era propi offellee fa el tò mestee; 
Fraa Zenever dov'eel? Con reverenza 
El gh'era saldo lì del pè di pee 
Tutta la santa noce, anca in sentenza 
De resta in del patton '4) ^l settimann 
Dritt dritt come el battacc in di campann. 



Ma el fa stringh de la peli '5) in di occasion 
L'èva anmò, direv squas, on bescottin, 
Ch'el n'ha faa fin de qui], giurabaccon. 
De fass cred sassinaa in di mezzanin '^); 
E per quest sant Bernard el gh'a reson 
Là in dove el tratta de l'amor divin, 
E che el dis ciar e nett, ve ziti el test, 
Che Amor quoedam sancia insania est '7). 



Adess mò, i mee bagaj, che cognossli 
Fraa Zenever con tutt i so virtù, 
Stee quiett, demm a tra che sentirii 
Quell fatt che v'hoo promiss de cuntav su. 
Col dà ascolt, chi sa fors che no podii 
Deventà tane Zenever come lu; 
Se de nò restarii tanci Gervas, 
Baciocch, Michee, Pasqual, quell ch'a Dio pias. 



— 211 - 

Ora sappiec che tra i tane ammalaa 
Ch'el gh'ha avuu fraa Zcnever per i man, 
Gh'è capitaa ona voculta on certo fraa, 
Ch'el ciamaven fra Sist de Fabrian. 
L'era Sist in sul fior de la soa etaa, 
£ se dis che un trattin quand l'era san 
L'avarav daa de fa a tendegh adrce 
A on para de bottegh de prestinee. 



Fra Sist, che a colezion, a disnà, a scenna 
E a tucc i marenditt, che insci ghen fuss! 
£1 ris'cìava là on stomegh de balenna. 
Che l'avarav sbertii '^) i ostrech col gust, 
Adess, senza appetiti e senza lenna, 
Desf '^) de stomegh, e magher come on uss, 
£1 deslenguava in man de fraa Zenever 
Senza on dolor de eoo ne on fil de fever. 



1 medegh e i zerusegh de la cura, 
Avend faa i soeu rifless che a no toccali 
El se inviava al babbi 20) per vittura, 
£ el marciava per posta a medegall, 
Han dezis de lassagh a la natura 
£1 scrupol de conscienza de coppali, 
£ se n'hin lavaa i man col streng i laver. 
Alza i oeucc, e scrusciass 21) el eoo in del baver. 



Ma Zenever, per quella cognizion 
Ch'el gh'aveva del stomegh de fraa Sist, 
El s'eva tolt l'impegn in religion 
De fagh vede ai dottor che gh'han stravisi; 
Tutt sta che l'aggradissa ci prim boccon, 
El diseva, e vuj css on becc fottrist 22) 
Se adree vun l'olter noi redusi in cas 
De mangiass i sciavatt in alabras 23), 



212 



E lì allon! fa su insemina in d'on fagott 
Polver, pinol, triacch e lettuari, 
Impeli, groppitt, tollitt, mestur, decott, 
E giò per al condutt del nezessari; 
E poeù mettegh al post de sti ciapott 24) 
Di bon peccher de vin vece ordenari, 
Propi de quell che scuffien tra de lor 
Quand fan capitol i deflnitor. 



E pceù a furia de brceud e geladinn, 
De ressumad legger e de ceuv fresch, 
De pantrid, de pappinn e de nozzinn 25) 
De zinivella 26) fritta e pan todesch, 
Te Tha redutt a segn de sbalordinn 
Perlina l'istess pader sant Franzesch 
Ch'el sclamava dì e noce Integram horum 
Opto silvam habere ìuniperorum 27). 



Ma fin chi gh'è nagott de stravagant, 
Me dirii, perchè hin coss che al dì d'incoeu, 
Senza dass a d'intendes de vess sant, 
1 fan a l'Ospedaa fina i pezzoeu 28), 
Sì, bona! bravi! me rallegher tant: 
Savii nanmò nagotta, i mee fioeu.... 
Ma basta.... Sentii questa, e sappiemm dì 
Se i pezzoeu en fan anch lor de quist che chi. 



Quand fraa Sist, grazia al ciel, l'è staa a la via 
De fa balla coi dent i duu polsitt, 
Zenever saldo arent come l'ombria. 
Noi fava che inzigagh tutt i petitt, 
E ghi je scodeva tucc fuss sansessia. 
Come fan i mamm grand coi biadeghitt, 
Savend che quell che pias noi fa descapit, 
E che el proverbi el dia: Nutrii quod sopii ^^). 



— 213 - 



Ma a forza de fresagh ci culiieo, 
Sur sì mò che on beli dì ghc solta in ment 
De vorè on pc de porch a scottadeo ^^); 
E Zenever dolz dolz e compiasent 
£1 ghe respond col solet Laus dco, 
E poeÌ! el corr come on matl per ci convcnl 
A cerca on porch de quij de quatter pc, 
Ma de quatter, sì adess! ciappa ch'el gh'è. 



El resta sui so duu come de strasc 
Come in att de dà a tra a on'ispirazion; 
Poeù va in cusina, ranca on cortellasc, 
Regolzes ^1) (ina al sedes el patton; 
Ciappa la straa pu curta a on cassinasc, 
Solta foss, scarpa sces, sforza on us'cion. 
Branca on beli porch per on pesciceu dedree. 
Zonfeta, tajel via, e scappa indree. 



I sguagn ^2) del pover porch, e quij d'on tot 
Ch'era staa testimoni de Tazion, 
Desseden on vespee de curios 
Che van inanz indree come in fonzion; 
Intant per el paes la corr la vos, 
E la riva a l'oreggia del patron 
Ch'el sent e el ved el cas, e el buj e el fuma 
Come la birra che va tutta in scuma. 



E insci cold cold de rabbia el va sul fatt 
A catta sant Franzesch propi in persona, 
E lì el comenza a scartagh giò bagatt ^3) 
Disendegh adree roba bolgirona; 
Che ghe vceur olter che porta i zapatt 34)^ 
El eoo pelaa, el cuu biott e la corona, 
Che predegà el degiun, scoeudend a off 
Tutt i pctitt con la reson del loff. 



214 



Ch'el vegniss, e el vedess che sort de spass 
El s'eya tolt con lu vun di soeu fraa; 
Ch'el vegniss, el vedess e el giudicass 
Se no even canaj, lader de straa,... 
De mceud che a no sfondagh tutt dò i gannass 
Gh'è vorsuu la pascienza e l'umiltaa 
D'on sant pacifegh come on sant Franzesch: 
Se Teva sant Ambroeus, el stava freschi 



Ma Franzesch, mansueti come on agnell, 
El ghe lassa con flemma svojà el goss, 
El compassiona el stat del so porscell, 
El conlessa anca lu ch'el fall l'è gross; 
Poeìi el le ruzza 35) a la porta insci beli, 
Promettendegh on mondo de bej coss; 
E el se le cava infin del brutt impacc 
Col saragh la pusterla in sul mostacc. 



A on pover cap de cà che gh'ha interess 
De conserva i provecc d'ona fameja 
Ghe lassi on poo pensa s'el ghe rincress 
A Franzesch el trovass in sta boreja! 
Intant, per medegà el maa ch'è suzzess 
Col pel de quell che ha avun sta bella ideja, 
L'ordenna subet de ciamà a rassegna 
Tucc i fraa, tant ratton 36)^ che de colmegna. 



Appenna sonaa el copp, fiocchen i fraa 
In di sai del capitol a balocch ^^), 
Che quand se tratta de curiositaa 
Corraraven descolz 38) sui articiocch 39): 
Se setten, stan lì zitt che no tran fìaa 
A vardà sant Franzesch che in ton patocch ^^) 
El ghe squaquara giò con pocch paroll 
Tutta la relazion de sto beli noli. 



215 — 



Paricc a sta borlanda comenzaven 
A ninà per la bila el tafanari ; 
Paricc inscambi manch fogos tremaven 
Su la cerca del vin che 1 era in Tari ; 
Paricc d'olter pu agher mormoraven. 
E faven di giudi^i temerari, 
Quand Zenever a on tratt el sbalza in mezz, 
E el rezita a assa-brutta 4') sto bel pezz. 



Se in don paes cattolegh e roman 
Se stima pussee on porch che ne on fradell, 
Se la var manch la vita d'on Cristian 
Che ona strascia de gamba don porscell, 
Gh'avii reson, son mi et razza de can, 
Sì, reverendi pader, sont mi quell; 
Tajee giò pur alegher la sentenza, 
Che s'hoo faa el maa, faroo la penitenza. 



Ma ve avvisi però ch'el falt che hoc faa, 
L'hoo faa per scoeud i butti ^2) de fraa Sist, 
Per dà la vita a on pover ammalaa, 
A on omm simiiitudena de Crist; 
L'hoo faa per via ch'el ciel me l'ha ispiraa, 
Perchè la mia pa^sion l'è a fann de quist, 
Che in fin me vanti, e che poss ben vantamen, 
Se quel che hoo faa, l'hoo faa ad Dei gloriam: Amen. 



Ah Zenever, Zenever! sti reson, 
El sclama sant Franzesch, hin bonn, hin bej, 
Varen di copp in su ^^) di milion, 
Ma chi in terra no paghen i porscej; 
Ora però che l'è staa faa el scarpon, ' 
Besogna giustall su a la bella mej, 
E perchè mò te pias de parla insci 
Fa on poo giust el piasc de giustall ti. 



216 



Fan l'ecco luce i fraa a la provvidenza 
E al mezz termen del pader general, 
E Zenever, che in poni d'ubbedienza 
El corr ladin pussee d'on servizial, 
Appenna l'ha sentii la soa sentenza, 
El va a cerca el patron de l'animai, 
E el le catta sui oeuv che l'era adree 
A dinn di Franzescan tant che sia assee. 



E lì allon vagh adoss saraa adrittura 
Con di argoment che tacchen a la peli, 
Con di pass de vangeli e de scrittura. 
Col paragon tra Sist e tra el porscell, 
E el sa trovagh tant ben l'infìlzadura, 
Che d'on torrion che l'èva del Castell, 
In manch d'on'ai;e e on gloria el me devenla 
Ona torr de lasagn e de polenta. 



E Zenever ch'el ved la mudazion 
Che suzzed in quell omm a oeucc battent, 
El tocca via de longh de l'istess ton 
Fin che tutt sbaguttii, 44)^ tutt maccarent 45) 
El ghe se butta in terra in genuggion 
E el le prega a aggradì e porta in convent, 
In segn de componzion vera e sincera, 
Quell porscell de tre gamb tal e qual l'era. 



Zenever trionfant e glorios 
L'entra in convent cont el porscell in spalla; 
Ghe fan cortegg intorna i religios, 
Che in st'occasion no ghe n'è vun che calla: 
Se canta on beli Te Deum a sett vos, 
E dopo in refettori la se scialla, 
E se sent fina i fraa pu scompiasever 
A sbragià a tutt sbragià, Viva Zenever. 



- 217 - 

Bagaj, ch'oltra a vess bravi e savi e bon, 
Sii timoraa de Dio e sii devott, 
No lassev vesnì in eoo la tentazion 
De imita al dì d'incoeu sto fraa cercott, 
Perche col codez de Napoleon 
A l'articol tresent e vottantott, 
Ve costarav st'ispirazion divina 
Cinqu o des ann de ferr e la berlina. 



NOTE. 



I ) nuKabii : propnam. zucchero roMo (dal francete moscovaJe) qui usato 
per annichilito. 

2) sciager e buell: etaere come ceci e trippa, cioè inaeparabili. 

3) requieppos: beata requie. 

4) cazzuu : mestolo del cuoco. 

3) ratton : frate laico converto. ' Voce caduta colla toppreuione degli or- 
dini religiosi ". (Nola Jell'A.). 

6) batteva la cattolega: questuava. 

7) sloffi: fanfaluche. 

8) zent: cinture. 

9) braghee: fasciatura per sostenere gli intestini, che escono fuori com«- 
chessia dalla cavità del basso ventre. 

10) inguaa: come. 

) I) spuin: sputacchiera. 

12) nedrugava: puliva accuratamente. 

1 3) quàj : quaglie. 

1 4) patton : sajo. 

1 5) fa strinali de la peli : propriam. ridurre la pelle a stringhe, cioè as- 
soggettarsi ai piò duri stenti. 

16) mezzanin: ammezzati, cioè cervello 

1 7) Amor. ecc. : amore è una specie di santa [pazzia. 
16) sbertii: smaltite. 

19) de»f: dUfatto. 

20) al babbi: all'altro mondo. 



218 



2 1 ) scrusciass, ecc. : stringersi nelle spalle. 

22) becch fottrist: gran monello. 

23) alabras: labras, stracotto. 

24) ciapott: ninnoli. 

25) nozzinn: bocconcelli. 

26) zinivella: cervello. 

27) Integram, ecc.: vorrei avere una selva intiera di questi Ginepri. 

28) pezzoeu: inservienti d'ospedale. 

29) Nutrii, ecc.: nutre quello che si gusta. 

30) scottadeo: bollente, 

31) regolzes: rimbocca, succinge. 

32) sguagn: guaiti. 

33) scartagli giò bagatt: imagine presa dal gioco del tarocco, spiattellare. 

34) zapatt: ciabatte, sandali. 

35) ruzza: sospinge. 

36) tant ratton, ecc. : tanto laici che di coro («/e colmegna). 

37) a balocch: a bizzeffe. 

38) descolz: scalzi. 

39) articiocch: carcioffi. 

40) patoch: patetico. 

41) assa-brutta: ex abrupto. 

42) scoeud i butti: soddisfare le esigenze di stomaco. 

43) di copp in su: dalle tegole in su. 

44) sbaguttii: sbigottito. 

45) maccarent: piagnucoloso. 



Jf- 



QUARTINE. 






EL TEMPORAL 

(-1817) 



Carolina, varda, varda 
Come sguizza la saetta, 
Che tronada malarbetta! 
Sent el turben che ingajarda. 

Se quell ciall de don Galdin 
Noi desmett con quij campann, 
El forniss cont el tirann 
On quej fulmen sul coppin. 

Carolina, Carolina, 
Minga in gesa per amor! 
Va a toeù i ciav, prest prest, cor cor, 
Ciò giò, andemm tutt duu in cantina. 

Ciò giò, andemm, no te dubitta 
Che quij bcj zifer morell ') 
Pitturaa sott al bocchell 
Del mezzin 2) salven la vitta. 

Che s'ciaró!... Santa Maria! 
Franch l'è on fulmen ch'è s cioppaa. 
Che?... Perchè mi hoo bestemmaa ? . . . 
Mi?... Set matta! va on poo via. 



— 222 — 

Varda i fìamm, vàrdej lassù; 
L'è s'cioppaa in del campanili.... 
E mò, quell bevevel vin? 
Bestemmavel anca lù? 

Giò, giò, andemm senza tant ciaccol, 
Che quij bej zifer morell 
Pitturaa sott al bocchell 
Del mezzin faran miracol. 



NOTE 



1) ziifer morell: le cifre o motti dipinti in tinta azzurra {morell) sul 
boccale. 

2) mezzin: vaso di majolica con beccuccio, che usano i contadini nelle 
cantine, della capacità di mezzo boccale. 



- 223 — 



LETTERA A LA BARBORIN 

(-1815) 



CANZON 



Barborin, speranza dora, 
Car amor, beli baciocchoeu, 
No vedeva la sant'ora 
D'avegh noeuva di fatt toeu. 

Finalment quella lumaga 
De quell Peder cavallant ') 
L'è rivaa: che Dio el ghe daga 
De pena anca lu oltertant. 

De quell dì che te see andada 
A Ni guarda 2) col patron, 
Sont pur anch staa di or in strada 
A speciali, sto lizonon 3). 

E ogni voeulta che vedeva 
Lontan via a comparì 
Quej carrell, soo che diseva, 
Franch l'è el Peder, là, l'è chi — 

El sta pocch — el gh'ha tant pass. 
Oh che cara, l'è vesin — 
Me ingurava ch'el scorass ^) 
Lu, la mula e el volantin 5). 



— 224 — 

Ma lallèla! inanz riva 
Ghe n'è staa de la gran luna, 
Hoo insci avuu de sospira 
Per godella sta fortuna. 

Basta adess, cara baciocch, 
El begliett l'è chi con mi, 
L'hoo leggiuu, e basaaa a di poch 
Milla voeult, stagliela li 6). 

Di begliett, varda, n'hoo vist, 
N'hoo portaa di milion, 
Ma pareli compagn de quist 
No sen scriv nanch di patron. 

Che paroll! quist si consolen; 
Quist chi si ch'hin naturai! 
Hin li li pròpi che scolen 
Giò d'on cceur s'cett e lejal; 

Fina là, dove per via 
De la Togna te moccolet 7), 
Barborin, te sèe ona strja, 
Te me sponget e consolet. 

Ma voi, varda, sta pur franca, 
La pò fann de tucc i stee ^), 
Ma la Togna la vuj nanca 
Caregada de dance. 

Si l'è vera, la me cura 
Sul repian 9) quand vegni a cà, 
E di voeult anch la procura 
De tegnimm li a ciociara. 

Ma l'è inutel, già stoo su, 
Che i vesin tei poden di ; 
S'ciavo, alegher, tutt al pu 
La saludi, e tendi a mi. 



- 225 - 

E, poeìi scolta: ci sani Michee '0) 
L'è chi arent, ma, se te vcku. 
Per mi spazzi anch sui duu pee; 
Toeuvi cà magara incccu ")• 

Che per mi, se noi fudess 
Per reson de quell socchè.... '2) 

El sarav lì bella adess 

Ma.... tei vedet n'è el perchè? 

Brusi anmì, per di el coeur giust, 
De vegnì a la conclusion, 
Che gh'hoo propi minga gust 
De vedett in l'occasion. 

Che vuj ben che sti toeu gent 
Sien tucc fior de galantomen, 

Ma hin patron Ti fìnalment 

Te set donna, e lor hin omen; 

E poeìi ti come bagaja '^) 
Quell dovej mett a dormì, 

Scoldà in lece, vede in pattaja ^^) 

Là, l'è mej picntalla lì. 

De maross '5) el gh'è anca el cceugh 
Ch'el 800 ben ch'el dorma nò, 
E ch'el cura el temp e el loeugh 
Per friccammela '6), s'el pò. 

Sto baloss me l'ha friccada 
Cont on'oltra, adess duu agn'^), 
Ma gh'hoo gust ch'el l'ha pienlada, 
E l'ha faa sto beli guadagn. 

Ma la Giulia l'è ona tosa 
Ch'ha a che fa nagott con ti; 
L'è ona matta capriziosa 
De stantà a trova mari. 



— 226 — 

L'han pientada pu de ses, 
Pu de sett e pu de volt, 
L'è ona vigna senza sces 
Ch'ha a che fa con ti nagott, 

Ti mò inscambi, el me baciocch, 
Te see bona come el pan, 
Come on fior spontaa ch'è pccch, 
Come on dolz de marzapan. 

Te set limpita de coeur 
Come on' acqua, come on veder; 

Ma, voi là coss'eel ch'el voeur? 

Cossa vegnel a fa el Peder? 

L'è già vora d'andà via. 
De torna a Niguarda anmò?... 
Ta saludi, anema mia, 
Voeubbiem beri, che già son tò. 



NOTE. 

1) cavallant: il corriere di campagna. 

2) Niguarda: paesello vicino a Milano. 

3) lizononL accrescitivo di lizon. 

4) sgorass: volasse. 

3) volantin: baroccio a due ruote alte. 

6) stàghela li: né più né meno. 

7) moccolet: ti lamenti. 

8) de tucc i stee: di tutte le staja = di tutti i generi. 

9) repian: pianerottolo. 

1 0) sant Michee : la data dello sgombro, che secondo l'uso milanese è fis- 
sata al 29 settembre. 

1 1 ) incceu : oggi, dal latino in hoc hodie. 

12) socchè: non so che. 

13) bagaja: ragazza. 

14) pattaja: mutande. 

13) de maross: di sopraosso; soprappiù. 

16) friccàmmela: appiopparmela. 

1 7) agn : voce rustica per anni. 



PORCINELLA 

(1815) 



FAVOLA J). 



M'han cuntaa che Porcinella 
On dì el fava el prepotent 
Menestrand con la cannella 
fìott a tucc allegrament.. 

El sur Lelli, el Dottorazz, 
El Tartaja, el Pantalon 2) 
N'han faa e ditt de tutt i razz 
Per redull a la reson. 

Ma con pu ghe la peltaven 3), 
Reussiven a nagott. 
E de gionta anca buscaven 
Quej razion doppia de bott. 

L'èva appont in sto travaj 
La gran cà del Romanin ^), 
Quand ghe riva propi a taj 
El famoso Truffaldin 5). 

Truffaldini che l'èva staa 
Al servizi d'ona stria, 
El gh' aveva giust grippaa 6) 
On bacchett con la magia. 



— 228 — 

E con quel l'è andaa a incontra 
Quell birbon de Porcinella, 
E spliff, splaff te le mett là 
Incantaa lu e la cannella ^). 

Malappenna che l'han vist 
Dur e immobel come on mort, 
Fceura tucc i baracchisi: ^) 
Ghe n'han faa de tutt i soit; 

Gh'han daa bott, gh'han spuaa in faccia, 
Gh'han ditt roba malarbetta, 
Ma i pu spert 9) a dagh la caccia, 
I pu brav hin staa i poetta. 

Quist che chi ghe s'hin taccaa 
Come can per i lustrissem '0), 
E gh'han scritt e gh'han stampaa 
Poesij propi bellisem. 

Ma coss'è?... Se romp l'incant, 
Porcinella el torna viv "); 
Alto a ^amb, mollen tucc quant 
Quij che baja e qui] che scriv. 

Ora mò cossa credii 
Che nassess de sta lezion?.,. 
Ch'abbien miss el eoo a partii?... 
Andee là che sii ben bon. 

Per fortuna Porcinella 
L è andaa ai quondam a fa cà ^^), 
Se de nò serem a quella 
De vede] anmò a $cappà. 

NOTE. 

I ) Allegoria politica : in Pulcinella è adombrata la figura di Napoleone I. 

2) Nelle note maschere italiane sono designate le potenze europee in con- 
flitto con Napoleone. 

3) pettaven: picchiavano. 



- 229 - 

4) la gran ca del Romanin : in quel tempo era celebre il burailinaio Maa- 
(imiliano Romanin, colla tua baracca di Magale!, nella quale faceva agire i 
fantocci rappretentanti le suddette maschere. 

5) IVuffaldin : colla maschera berganwtca il Poeta simboleggia Franceaco I 
d'Austria trionfaste di Napoleone. 

6) grippaa: carpito. 

7) Allegorìa al relegamento di Napoleone all'isola d'Elba. 
6) baracchist: i fantocci suddetti. 

9) spert: esperti. 

10) Come cani alle calcagna. 

11) Napoleone toma a tnonfare per cento giorni- 

12) Pulcinella è morto; cioè Napoleone relegalo a S. Elena, Kompare 
dalla vita politica. 



RESPOSTA A ONA LETTERA IN VERS 
D'ON AMIS AMMALA A CONT ON BUGNON 

(1817) 



Per l'abbondanza porca bolgirona 
Che somènen al mond i vers e i rimm, 
Compatissi el tò pret, mi per el primm, 
S'el te secca la pippa e s*el tontona 2). 

Magara insci quell'olter pret mincion 
Che m'ha insegnaa a zappa in del carimaa, 
L'avess faa onor al me prim vers che hoo faa 
Cont ona bona salva de coppon 3). 

Ch'el m'avarav almanch schivaa l'impicc 
De scusamm tutt i dì con certe goff 
Che voraven di rimm su tutt i loff, 
Ceme se i rimm se fassen cont el ghicc 4). 

Ma adess ch'el maa l'è faa, già l'è tuttuna; 
Sont vece, e quant a mi gh'è pu rimedi; 
E in quant a ti, pò dass, ma infin prevedi 
Ch'el tò sur barba el bajarà a la luna. 

Perchè quand no te rivet a desverges ^) 
De la smania di vers nanch coi bugnon, 
No cred ch'el possa indutt a la reson 
S'el drovass anch el manegh de l'asperges ^). 



— 231 - 

Intant per el bugnon la provvidenza 
La t'ha giamo lì beli e preparaa 
Quatter fraschett de malba, el pan grattaa, 
£1 lacc, i piumazzitt e la pascienza. 

Tant cKe speri in virtù de sta rizetta 
De vedett posdoman svelt e spedii 
A lassa la crosera di (crii 
Per ciappà post in quella di poetta 7). 



NOTE. 

1) L'amico era il Grotti, il quale annunciando al Porta il tuo incommodo, 
Mcolui li ifogava della immeritata rampogna di suo zio prete: 

* Che rabbiot e dannaa pesg che n'è un Kin, (f/allo) 
El me scriv che gii sont on fioeu pera. 

Perchè l'ha sentuu a dì che foo di vert, 
E veri, Jesui Maria, in meneghin. 

' E lì el me lara addo» infoliarmaa 
Con tutti i titol, come aveu faa el lader, 
Beitemmia Geiù, mazzaa me pader, 
E, le gh'è, on'oltra pesg infamilaa. 

* E per tegnimm de piang e ivariamm 
El primm penser, che in quella m'è loltaa. 
L'è mò ita quell de scrivel, com'ho faa 
Con Ili poch veri ... * 

Vedi in fine (pag. 120) lettera ol Sur Tommaa Cross a Trevlj. 

2) lontona: le brontola con insistenza. 

3) coppon: tcapitccioni. 

4) ghicc: deretano. 

5) deiverges: districarti. 

6) asperges: aiperiorio che usano i preti per benedire coli'* acqua santa*. 

7) Fra una piccola brigata di amici, e cultori delle mute, che ti aduna le 
domeniche in casa dell'Autore. 



AI carocCee e fiaccaree 

(1815-1816) 



FAVOLA. 



La giustizia de sto mond 
La someja a quij ragner 
Ordii in longh, tessuu in redond, 
Che se troeuva in di tiner. 

Dininguarda ai mosch, moschitt 
Che ghe barzega on poo arent, 
Purghen subet el delitt 
Malappenna ghe dan dent. 

A l'incontra i galavron 
Sbusen, passen senza dagn, 
E la gionta del scarpon 
La ghe tocca tutta al ragn. 

Fiaccarista e vicciuritt, 
Che vee foeura de manera, 
Inanz batt quij gambaritt ') 
Pensee ai mosch e a la ragnera. 



NOTA. 

I) gambaritt: cavalli magri, deboli, stentati, che appena si reggono in piedi. 



LETTERA A ON AMIS 

(1808) 



Sont staa in lece des dì inBlaa 
Con la gotta in tutt duu i pee, 
Ho traa scarr, ho bestemiaa 
Per dò mila caroccee. 

Gh'eva i did besinfì ') e gross 
Che pareven tane bojocch 2), 
E on dolor dent per i oss, 
On dolor, tei digh mi Rocchi ^) 

Gh'eva i ong di duu didon ^) 
Foeura affate de simetria, 
Destaccaa i cjuatter eanton, 
Asquas lì de boffas via. 

E la peli rossa, infocada 
Come i face di brentador, 
L'èva squas pussee tirada 
Che ne quella di tambor. 

Di eampann, de ehi je sonna 
O dà orden de sona, 
Ho ditt roba bolgironna: 
Bon ch'el eiel noi m'ha daa a tra 5). 



- 234 — 

Se de nò ceregh, segrista, 
Campanatt, e fraa novizi 
Creppen tucc a l' imprevista 
Senza on can de fagh l'offizi. 

A forzieri adess podii 
Figurav quanti torment, 
Quanti spasim ho soffrii 
Malapenna a strusagh 6) dent. 

Basta dì che ses dì e pu 
Son staa ferm a l'istess post 
Sfondaa in lece senza fall su, 
Che Dio guarda! me fuss most 7). 

I deliqui, i convulsion 
Me ciappaven senza requi, 
Sont rivaa a fa compassion 
Pinna a on pret che viv d' esequi. 



NOTE 

1) besinfi: rigonfi. 

2) bojocch: rape allessate. 

3) tei dighi, ecc.: te lo dico iol 

4) didon: i pollici. 

3) daa a tra: dato ascolto. 

6) strusagh: toccare accidentalmente. 

7) most: mosso. 



ODI E CANZONI. 



(^yy^l^^yv^j[y/^i^^^yv^yv^y''^[pv^i^v^y^^jPf^jy<^jpff^ 



A CERT FORESTEE CHE VIVEN IN MILAN 
E CHE SE DILETTEN DE DINN ROBA DE CIOD 

(-1814) 



OD. 



Merda ai vost ariezz, 
Maicanaggi pajasc de foiestee; 
Andee foeura di pce; 
Tornee pu per on pezz: 
Fénnela sta regina di iìnezz. 

1 avessem natica vist 
Col fagottell sott sella a entra in Milan 
Blotl, descalz, a pescian '), 
Magher, umel e trist, 
Sti gran bondanz, sti malarbetti cristi 

Hin staa chi, s'hin faa su 
Lene e petard 2) col noster cervellaa 5), 
Che abonora el gh'ha faa 
Slonsà el coli come i gru, 
E adess, porconi, el ghe fa ingossa anch lui 

Nun, pover buseccon ^), 
Se semm strengiuu in di cost per (agh el ioeugh 
De scoldass al nost foeugh; 
E lor cont el carbon 
Se spassen via a tengen el muson. 



238 



Merda, ve torni a dì, 
Marcanaggi pajasc de forestee! 
Andee foeura di pee; 
E inanz de torna chi, 
Speccee de prima che vel diga mi. 

E chi hin sti forestee 
Che se la scolden tant contra Milan? 
Hin Chines, hin Persian? 
Sur nò; hin tutt gent chi adree; 
Hin d'Italia anca lor Peh! la minee! 

Oh Italia desgraziada, 
Cossa serv andà a toeulla cont i mort, 
In temp che tutt el tort 
De vess insci strasciada 
L'è tutt de ti, nemisa toa giurada! 

Sur si, se te set senza 
Legg e lenguagg, se tutt hin forestee 
I tò usanz, i mestee, 
Se, a dilla in confidenza, 
Te tegnen i dandinn, l'è provvidenza. 

E fin ch'el naturai 
Noi te giusta on deluvi o on terremott, 
L'ess insci Tè nagott: 
Mej i Turch coi soeu pai. 
Che l'invidia e i descordi nazional. 

Ma stemm a la reson: 
Eel 5) sto porch d'on paes che ve despias? 
Lasséll in santa pas; 
Andemm, spazzetta, allon! 
V'emm forsi ligaa chi per i mincion? 

Alto, donca, tabacchi 6) 
Andee foeura di ball, sanguadedì! 
Già che podem guari 
La piaga del destacch 
Forsi mej col buttèr che coi triacch. 



- 239 



NOTE 



1) a pcician: a piedi. 

2) lene e peUrd: gruMCci e peltoniti. 

3) cervellaa: cervellato; (alticcia (ora ditutata) composta di gnucia, di 
porco e di manzo, imbudellata, con ipezie, lale e cacio, che serviva di con- 
dimento al risotto alla milanese: il budello era preparato eoa xafferano e 
perciò all'ettrmo la salsiccia era di color giallo. 

4) buseccon : nomignolo affibbiato ai milanesi per la loro pMaone alla zuppa 
di trippa {busecca). 

5) Eel: è egli. 

6) tabacch: imperativo del verbo tabacca =: per utdanene solleciti. 



LAMENT DEL MARCHIONN DI GAMB AVERT 

(1816) 



CANZON. 



PRIMA PART *). 

Moros dannaa, tradii de la morosa, 
Pien de loeuj '), de fastidi 2), e pien de corna, 
Serciémm chi tucc d' intorna; 
Stee chi a senti l'istoria dolorosa 
Del pover Marchionn, 
Del pover Marchionn, che sont mi quell, 
Striaa e tiraa a bordell 
De la capa de tucc i bolgironn. 

Godeva la mia vita, i mes indree, 
Propi 3) campagna, in pas e in libertaa; 
I varoeul i èva faa; 

Seva foeura di busch 4) quant al mestee; 
E, in grazia di desgrazi 
Che de bagaj m'han revoltaa i garett. 
Aveva anch passaa nett 
El pu malarbetton de tucc i dazi 5). 



*) La divisione in tre parti, che noi conserviamo, venne introdotta nella 
seconda edizione di questo componimento, nella edizione delle Poesie di Carlo 
Porta curata da Tommaso Grossi (Milano, Ferrario, 1821, due tomi): il 
testo è preso dalla edizione principe (1817) colle varianti volute dall'Autore, 



— 241 - 

Seva in somma la incia ^) de Milan, 
El cap dì locc 7), el pader di legrij; 
E in tucc i cottarij 
No se parlava d'olter che del nan. 
De gionta anca sonava 
Fior de sonad in su l'armandorin, 
E se andava a on festin, 
Gli'eva subet la gent che se portava ^). 

E apponi in su la sarà ^) del Battista, 
in dove fava el prim '0) sto carnevaa, 
Me sont trovaa imbrojaa 
Come on merla in di lazz, a l'improvvista. 
Mi, insci come se fa, 
Giubbianava ") per spass con la Tetton; 
E lee con quij oggion 
La me dava mej ansa a giubbianà. 

Che fìtt che foi ^2), mi la vardava lee, 
E lee de scrocca la vardava mi; 
I nosl oeucc even lì 

Saldo adoss vun de l'olirà inanz indree; 
Ma infin, daj e redaj, 

Dceuggia '3) sbarlceuggia '4) quij Juu oggion de foeugh, 
Sont rivaa, iii eoo del gioeugh, 
A brusattamm i àr come on parpaj. 



Ma el colp che m'ha traa là come on percoli, 
L'è slaa quand, ona sira, sta ballrocca 
La m'ha slrappaa de bocca 
La caraffa li lì in su l'ullem gott, 
E poslandela in mezz 
De quij duu làvor, ch'even de bornis ^^), 
Sur Marchionn, la dis, 
Bevi, con pocc respell, i soeu bellezzl 



i6 



242 



In quell pont ona vampa de calor 
La m'ha quattaa la faccia, el cceur, el coli; 
Soltaven i pareli, 

E i ceucc voreven soltà foeura aneli lor; 
E fin l'armandorin. 

Che ghe l'èva de car come on fradell, 
El m'è borlaa anca quell 
Debass del pè di pee de l'orchestin. 



A vedella, chi insci con che premura 
La s'è sbassada giò per toeummel sul 
Cisto! n'hoo possuu pu! 
Che bombe, che gambott, che inquartadura! 
La m'ha daa de maross 

Tra el manegh e i biroeu ^^) ona strengiudina 
De man, tant moresina, 
Che hoo senluu i sgrisor fina in mezz di oss. 



S'ciavo, sur prim: per tutta quella sira 
Hoo tira giò a campann, va là che vegn '^); 
E gh'eva el cocch 'S) a on segn 
Che fava anca, a fa insci, s'cioppon de lira ^^). 
Forniss el ball infin, 
E mi, inscambi de tend ai fatti mee, 
Sgori a cercalla lee 
E a storgem de per mi el me straforzin 20). 



Ghe foo millia finezz in del bordalla, 
E poeù ghe molli el loffi 21), al prim beli tra, 
De compagnalla a cà; 

E lee, svergnand 22) el eoo sora ona spalla, 
Ninandes de simona 23), 
Giust insci, la respond, incomodass.... 
E mi: Catt, fegurass! 
L'è on onor che me fa la soa persona! 



- 243 — 

Intant che femm i noster compliment, 
Solta voltra la mamma marcanaggia, 
Che, per fa gropp e maggia ^^), 
La comenza de cap el striament. 
M'han visi on gorgoran 25), 
Che pativa i galitt 26) in del lodamm, 
E lor giò a insavonamm 
Per drizz e per travers a quatter man. 



Me ciappi la mia stria sott al braso, 
Vemm in straa, nun denanz, la mamma indree 
Col 8Ò gimacch 27) anch lec; 
E li ghe cunti su i mee resona se, 
E, per dagh a capì 

Che l'èva propi el coeur che ghe parlava. 
De tant in tant che dava 
Di strengiudinn ae brasc col me de mi. 



Ghe parli de moros? Par che cojonna; 
D'amor?.,. No la sa nanca coss'el sia; 
E de sciguettaria?... 

Pesg che pesg, sitta squas 26), la par nanch donna. 
Lee, tutt el so defà 
L'è sguggià, soppressa; l'è fa giò fìr; 
E, per sparmì i candir 
Quand i noce hin tant long, l'è andà a balla. 



E i omen? Porta a mi 29), bej capital! 
Ma el coeur? El coeur, sant March, ch'el staga lì. 
Ma on tocchell de mari?... 
Oh quest poeìi.... se sa ben.... l'è naturai: 
Ma però, impunemanch, 
Se noi catti a me geni.... in sul so fa, 
Vuj puttost resta in cà 
A speccià i sepolto cont el pann bianch 30). 



- 244 — 

Donca mi ghe sont minga indefferent? 
Caspeta, fa besogn! Vorev savè 
A chi pò despiasè 

On omm del so mostacc 31), del so talenti 
E in quella la me imcioda 
On'oltra oggiadonona, ma de quij 
Che sbusa i scinivij: 
E andemm là, sur mincion, ch'el se le goda! 



Ona reson dree l'oltra, in su sto fa, 
Rivem, che m'en despias, al Malcanton ^2), 
E lì, la volponon, 
Infirand el porteli de la soa cà. 
Fora fora 33) a cuu indree, 
Denanz che Toltra 34) la ghe riva arent, 
La me dà el pontament 
De trovass del Battista anch el dì adree. 



Ghe stampi sul buttér de quij soeu man 
On basin s'ciasser 35), stagn, propi sul biott, 
Ghe doo la bona nott, 
Resti in quell per l'affare de doman; 
E dopo d'ave faa 

Con la mamma e el miscee 36) quatter dover, 
Regoeuii 37) i me penser, 
E voo drizz drizz a cà per la mia straa. 



Cribbi, che noce de can! povera mi! 
Che striament, fìoeul de settimana! 
Volta, revolta, danna, 
Sont mai staa muso de posse dormì. 
Doma che reussiss 

A carpiamm 38) doma on poo, doma on'ombria, 
Soltava subet via, 
Giust come quand se insogna de stremiss. 



- 245 - 

Quell babbi ^^), quìj paroll, qui) oggionon, 
Quij manitt moresinn, qui) bej brasciott, 
Qui] re lev sora e solt, 
Quij gamb de porta intorna anca on canon. 
No faven oltra vita 

Che ballamm la forlana in del cerveli, 
E cress Bamma al fornell, 
Come a stravaccagh su de l'acquavita. 



Finalment l'alba, tance voeult spionada, 
L'è comparsa anca Ice di fìlidur; 
E insci, tra el ciar e scur, 
Hoo pessegaa ^^) a vestimm e a corr in strada. 
Doveva andà a patron 
On trattin del Liron fina in di Fior 4')i 
E i pee, lor de per lor, 
Te m'han menaa de posta al Malcanton. 



E denanz che sti marter de sti pee 
In quell dì me ruzzassen ^^) a bottia, 
N'han pur anch fa di mja, 
Tra el Cappell e el Falcon.... ^^) inanz indree! 
Brusava de posse 

Speggiamm dent in quell vòlt; ma, perchè giust 
El m'eva allora on gust. 
L'è staa as^ee quest per no posseil godè! 



Sont staa a bottia, e hoo pongignaa ^) per scusa, 
Che a chi tocca quij pont, povera lor! 
Ne hoo possuu famm onor, 
Sangua de dì de noce ! nanch a la busa ^5). 
Amor, me se specciava, 
Ch'el possess ben rostimm in la legria ; 
Ma ch'el me brusass via 
La petitt e la sogn, mai pu el pensava. 



- 246 - 

Mi, che infirava i mee volt ór de sloffen 46)^ 
Soeuli ^^), seguent e senza nanch voltamm; 
Mi, mi che, articol lamm, 
Avarev mangiaa i pee de sant Cristoffen ^8) ; 
Mi adess, pover quajò 49), 
Pisorgni 50) e scumi 51) inscambi de dormì, 
E, intuiti! tra chi 52), 
Ses colp, ogni boccon, per mandali giò. 



Basta, anch sto dì, per quant el me pariss 
Vun di pu long che m'abba mai passaa, 
Infin l'è deslenguaa 53), 
E prima, prima on pezz, ch'el se scuriss, 
Seva giamo in Quadronn 54), 
Che no gh'eva anmò insegna de pizza 55), 
Ne gh'eva nanmò a cà 
Ne el Battista, ne i guardi, ne i stellonn! 56) 



Ah, quand che pensi, sangua de quel can, 

Che gh'eva in tra i stellonn la Firisella, 

On trattin la pu bella 

E la mej ballarina de Milan; 

E quand pensi che sera 

El patron mi de toeuUa quand se sia, 

Ah sanguanon de bia! 

Me senti a andà giò el fond propi davvera! 



Porco mi milla voeult, porcon, porcasc! 
A vede che posseva in tra mi e lee 
Guadagnamm tant assee 
De famm on scior e de tra via i strasc; 
E mi, porcasc, porcon, 
Con pussee la me fava la giangiana 57), 
Che andavi a la lontana 
E ghe giugava adree de repetton! 58) 



- 247 — 

E giust in quella sira, me sovven 
Che, essend rivada lee prima de tucc, 
Seva come in di gucc 
A savè minga come fa a fa ben; 
Che sarev puttost mort, 
Che no risela, di voeuit, che la Telton 
L'avess avuu occasion 
De cred che fuss capazz de fagh intort. 

Intani a liberamm de sto martiri 
Riva el Battista, i guardi, i sonador, 
E infin riva el me amor. 
La cara Tetlon d'or, el me deliri. 
La gh'eva su on corseti, 
De velli ross scarlatt, strengiuu sui fianch, 
Con sott on percall bianch 
Ch'el rivava doma al fior di colzett ^^). 



El sen bianch com'el lacc, comor 60), grassott, 
L'èva dent voltiaa in d'on panettin 
Insci suttil e fm, 

Ch'el diseva sì e nò tra el quattaa e el biolt; 
I cavij a la zceura 6'), 
Spartii in duu su la front, negher e folt, 
Ghe faven pari el volt 
On rosin lì per lì per derviss foeura. 



Quij duu popoeu 62) de foeuch, luster, strion, 
Che in dove varden lassen el soarbaj 63), 
Spionaven de duu taj 
Bislonch come la sferla 64) di maron; 
E di lavrilt rident 
Compariva ona fìra de dencitt, 
Bej, inguaj, piscinitt, 
Come ona lira de perlinn dargent, 



— 248 — 

Qui] gambot insci faa, redond, polpos, 
Che se vedeven sott ai socch a pend, 
Andaven via morend 
De suttir in suttir fina a la nos, 
E forniven in bocca 
D'on para de scarpett curt e streccinn 
E pussee piscininn 
Che no ponn vess duu coverei j de rocca ^5). 



Oltra pcEU de vess lì tutta de god, 
Viscora 66), drizza, avolta 67), traversada 68), 
E de vess prepontada 
De ciccia bianca e stagna come on ciod, 
La gh'eva anca in so ajutt 
La bellezza, regina di bellezz, 
Desdott annitt e mezz, 
Quell gran rof&an che dà mari anca ai brutt. 



L'èva insci pu ne manch, in quell moment 
Che l'ha alzaa' la pattona 69) de la sarà, 
E che tucc gh'han faa ara 
Per podè remiralla a vegni dent; 
Tucc quant ghe daven sott ^0) 
Cont ona quej reson, foeura de mi, 
Che seva restaa lì. 
Che a cavamm sangu no m'en vegneva on gott; 



Mi, al prim vedella, sont restaa adrittura 
Locch e geraa, coi did come indorm^nt 
Sui cord de l'istrument, 
E sont staa lì in sto stat de ingermadura 7') 
Fintant che coi soeu oggion 
L'è vegnuda a scernimm lee in l'orchestin 
E la m'ha faa on ghignin 
Come sarant a di: Teli là el cojon! 



— 249 - 

Allora m'è tornaa l'anema in sen, 
E hoo ditt e hoo faa tutt quell che fa on morot 
Quand l'è bujent e ansios 
De demostrà al so ben ch'cl ghe voeur ben; 
E Ice, anca Ice, con mi 
Umanament l'ha faa tult quell che fa 
Ona tosa che gh'fià 
On bru8 al coeur e el le vorur dà a capì. 



Insci, de amor e accord, pur tutta sira 
S'è ballaa, s'è sonaa, s'è boccalaa, 
S'è smorbiaa ^^), s'è scoccaa 73)^ 
S'è faa cinad ^^) e giubianad ^5) Je lira, 
Tant che inanz mezza nott 
(Per vegnì ai curi) sevem giamo mi, tee. 
La mamma e el so miscee 
A la Commenda ^^) a prozionà ^^) on risott. 



E lì, tra el cold del foeugh, tra quell del scabbi 78), 
Tra l'intrigh di genoeucc conlra genoeucc. 
Tra el tempesta di oeucc 

E el gioeugh de cert descors faa come i cabbi 79), 
Me sont a bagn maria 
Trovaa ciappaa, ligaa, beli e impromiss, 
Denanz che reussiss 
A porta foeura i verz ®0) Je l'ostaria. 



Dopo che m'han leggiuu dent in del coeur. 
Come a legg intramez/ d'on impollin, 
El compaa zoffreghin 81), 
Che l'era on prim sargent in di sapoeur. 
Noi s'è possuu tegnì 
De basamm, de famm millia sibizion 
(Sibben che in sul pu bon, 
El me pientass lì el cunt de paga mi). 



— 250 — 

Ma poeù, in dg l'andà a cà, dighi nient 
Che porch d'on scior el me voreva fa! 
El voreva famm dà 

L'appalt di scarp de tutt el regglment, 
El voreva famm ve 
On post in sui foragg, sui proviand, 
On post de gatt in grand, 
De fornì a mett bottia mi del me. 



E mi, tamberla, andava tutt in broeuda 
In tra i soeu loffi e qui] de la fìoeura, 
E me sgonfiava foeura 
Tal e qual on poUin che fa la roeuda, 
E cantava ^2) ogne pocch, 
In del respond ai coss che parponeven, 
Tutt quell che lor voreven. 
Come on dord sott ai smorfi del lorocch. 



Rivaa a cà che semm staa, tucc a ona vos 
Me s'hin miss a l'inlorna a fa on frecass 
De dessedà ^^) anca i sass: 
Reverissi, sur spos! grazie, sur spos! 
M'han vorsuu giboUà^^) 

Cont i cinqu e cinqu des^^)^ co^t i attenzion, 
E infin m nan faa patron 
(Come l'èva de giust) d'andagh in cà. 



Magara insci, in de quell fottuu moment 
Ch'hoo profittaa el dì adree di soeu favor, 
Me fuss vegnuu a mi o a lor 
On dianzen sui corna o on accidenti 
Che no sarev, in st'ora, 
Quell pover Marchionn desfortunaa, 
Tradii, desonoraa, 
Magher e biott, in l'ultema malora. 



- 251 - 

Ma s'ciavo, inutell chi l'ha dent ^), sei tegnal 
Per mi no gh'è resoti che me suffraga: 
Che l'è a quell pont la piaga, 
Che el remedi del maa l'è a Ziiavegna ^^). 
Per mi l'unegh confort 
L'è quell de svoja el goss, piang e sgarì, 
E de sentimm a di: 
Pover dianzer, el gh'ha minga lort. 

Se gh'avii visser, donch, se gh'avii flemma 
De scolta on desgraziaa che se lumenta, 
E se noi ve spaventa 
El trovass forsi in càs de piang insemma, 
Stee chi, no ve movii, 
Che sentirii di coss strasordenari. 
Di azion de scurì l'ari, 
Gabol e tradiment mai pu sentii. 



NOTE 



1) Iceuj: crucci. 

2) fastidì: contrarietà. 

3) Propi campagna: l'A. nell'e/ra/a corrige della I > ediz. soppresse \'in 
che precedeva campagna; quindi * campagna * è aggettivo di ' vita '. 

4) (ceura di busch : fuori noviziato. 

3) Allude alla leva militare, prescritta dal Governo Repubblicano, il 3 no- 
vembre 1801, successivamente riconfermata, che prescriveva la coscrizione mi- 
litare in tutta la Repubblica italiana, dei giovani dall'eti dei 20 ai 23 anni, 
affine di formare un armamento nazionale a difesa della repubblica istessa, co- 
scrizione allora considerata come la peggiore delle taglie poste dal Governo 
ai cittadini lombardi. 

6) incia : sinonimo di ' igna, ghigna ' (/à ghigna) dettare invidia. 

7) locc: brigate allegre. 

6) geni che se portava: ressa di gente. 

9) sarà: notisi, qui e altrove, la sostituzione della consonante - r • alla 
consonante - 1 -; sara-sala, scara per scala; ar, ali. 



— 252 — 

10) prìm: sottintendi nell'orchestra. 
1 1 ) giubbianava : civettava. 

1 2) Che fitt che f oi : che è che non è (forse dal latino quii fit, quid 

hit). 

13) Doeuggia: addocchia. 

14) sbarloeuggia : addocchia fissando. 

15) bornis: bragie. 

16) biroeu: chiavi. 

1 7) Hoo tiraa giò, ecc. : ho sonato alla diavola, in qualche modo. 

18) cocch: stordimento, allucinazione. 

19) s'cioppon de lira: stonature madornali. 

20) straforzin: capestro. 

21) loffi: proposta; lusinghiera. 

22) svergnand: piegando. 

23) de simona: aggettivo derivato dal verbo simorà far moine. 

24) gropp e maggia: groppo e maglia; irretire. 

25) gorgoran: minchione. 

26) galitt: solletico. 

27) gimacch: ganzo. 

28) sitta squas: zitta quasi. 

29) Porta a mi: che importa a me. 

30) Allude all'uso antichissimo milanese, che le bare delle nubili e dei 
celibi erano ricoperte d'una coltre (e/ strati) bianca, benché il banco o ca- 
tafalco fosse apparato in nero. 

31) mostacc: ciera. 

32) Malcanton: il primo tratto della odierna via Unione entrando da via 
Torino (così detto, per la mala situazione del luogo, angusto) allargato su la 
fine del sec. XVIII per iniziativa di un tal Marazzani, che fece dipingere su 
la sua casa (ora sostituita dal n. 2 di via Unione) due medaglie, una rap- 
presentante S. Ambrogio collo staffile, l'altra S. Giorgio, state cancellate nel 
1798. {Quadro storico di Milano, ecc. Milano, Pulini, 1802, pag. 208). 

33) fora fora: in fretta. 

34) l'oltra: cioè la madre. 

35) sciasser: massiccio. 

36) miscee: ganzo. 

37) regoeuii: raccolgo. 

38) carpiamm: da carpio; il primo velarsi dei liquidi che si rappigliano; 
al primo velarsi degli occhi. 

39) babbi: muso, volto. 



— 253 — 

40) peuegu: affrelUto. 

4i) Liron.... Fior: due vi« di Milano, l'uiu preaao U builica di S. Aro» 
brogio (via Niroiir). l'altra prcMo il palazzo di Brera (vie Fiori Chiari e 
Fiori Oicuri). 

42) ruzzassen: apingcMcro. 

43) Cappell.... Falcon: altre due vìe del centro di Milano. 

44) poncignaa: ho fatto punii alla carlona. 

45) a la buta: * alla bettola* come dal soggiungere che fa Marchionn 
' ma ch'cl me brutau via la petitt '. 

46) iloffen: dal tedesco schlafcn; dormire. 

47) soculi: IìkÌo. 

48) Il santo gigantesco, 

49) quajò: grullo. 

50) piaorgni: l'appisolarsi. 

51) scumi: sfioro il sonno invece (Inscamti) di dormire. 

52) intuito tra eh): in riguardo a metter qui; frase ora disusala che do- 
veva essere accompagnata dal gesto della mano destra portata verso la bocca 
per indicare la voracità di un mangiatore. 

53) deslenguaa: svanisse. 

54) Quadronn: via situata fra il corso Italia e via Porta Vigentina. 

55) Non ancora si vedeva l'affaccendarsi dell'incaricato della illuminaziooe 
della sala da ballo del Battista. 

56) stellonn: femminile di tlellon, uccello da allettare; cosi chiamavansi 
le fanciulle più addestrate nel ballo che avevano l'ufficio di avviarlo. 

57) giangiana: femminile, da gingin, vagheggino, civettone. 

58) repetton: ripicco. 

59) al fior di colzett : quell'ornamento delle calze, che è fatto da una line* 
retta, sopra il maleolo, e termina in un piccolo ornato simile a fiorellino. 

60) comor: colmo. 

61) zoeura: derivato da zcru; montanaro, forte voce sincopata da hrlati' 
zaeu, brianzama (brianzuola). 

62) popoeu: occhi. 

63) sbarba): abbarbaglio. 

64) sferla: spaccato. 

65) covercij de rocca: quella fasciatura di stoffa o cartapecora, simile ad 
imbuto molto stretto e capovolto, col quale si assicurava alla rocca il pen- 
necchio o quantità di roba da filare. 

66) Viscora: vispa. 

67) avolta : alta. 

68) traversada: ampia di spalle. 



- 254 - 

69) pattona: coltrone da portiera. 

70) daven sott: solleticavano. 

71) ingermadura: impacciatura. 

72) smorbiaa: scherzato. 

73) scoccaa: (figurato) burlato. 

74) cinad: scempiaggini. 

75) giubianad: giochi. 

76) Commenda: osteria situata nella casa n. 4591, del Borgo di Paria 
Romana, che aveva un transito interno alla strada e vicolo della Commenda, 
continuazione della via Guastalla ; a quella casa, secondo il Manuale di raf- 
fronto.... delle soppresse numerazioni delle case.... di Milano (Milano, Pi- 
rola, 1866), attualmente corrisponde quella che porta il n. 77 in corso di 
Porta Romana. 

77) prozionà: consumare porzioni. 

78) scabbi: vino generoso. 

79) cabbi: cappi, nodi scorsoi. 

80) porta foeura i verz: strapparsi. 

81) compaa zoffreghin: lenone. 

82) cantava: svelava i miei interessi. 

83) dessedà: svegliare. 

84) gibollà: ammaccare. 

85) cinqu e cinqu des: motto popolare pronunciato nell'atto di una con- 
fidenziale quanto cordiale stretta di mano. 

86) chi l'ha, ecc.: chi ha la sfortuna, se la tenga. 

87) Zilavegna : il paese di Cilavegna, secondo il molto popolare : " Come 
dis el Curaa de Zilavegna, chi ghe l'ha denter se le legna ". 



- 255 



SECONDA PART. 



Dopo ona noce in largh e in long goduda 
Tra la pisorgna ') e tra el dormì in ombria 2), 
Cont in cocur quella stria, 
Semper fissa, inciodada e rebattuda, 
Sont soltaa su al prim segn ^), 
E dopo ave sgrossaa in pee in pee ona Messa, 
Sont cors a gamb in pressa 
Al Malcanton, su per quij scar de legn. 



Ciamann cunt, vess a l'uss, l'è staa on moment, 
E, mesurand el so del me piasè, 
Tiri in pee Talzapè 4), 
E, traghi butti in là l'uss e voo de dent; 
E denter che sont staa, 
Cribbi e boffìtt, fuss puttost mort in strada! 
La bella improvvisada 
Min staa i dò donn in mezz a trii soldaa. 



Vun, negher e pelos come on cavron, 
El se fava la barba a on tocch de specc; 
E vun de fìanch del lece 
L'èva adree a lazza el bust a la Tclton; 
E el sur sargcnt in gippa 
El se seoldava i ciapp voltaa al cammin, 
Intant che la mammin 
L'èva scrusciada a nedrugagh la pippa. 



— 256 — 

A sto colp, tutt a on bott, hoo sentuu in sen 
On voltiament come s'cioppamm la fel, 
E gh'è staa calaa on pel 
(Tant seva irato) che nassess on pien; 
Ma on luzzid intravall 
El te m'ha daa on parer de Cristian: 
S'cioppee, razza de can! 
E, dittum fattum, vòltegh tant de spali. 

E giò a ses, sett, a vott basij per voeulta, 
Segond vegneven, per quij scar infamm, 
A risc'c de spettasciamm 
I scinivij in d'ona girivoeulta; 
E lor anch lor i donn 
Adree a la gamba a salt, come livree, 
Me tendeven adree 
Sbragiand: Sur Marchionn, sur Marchionn! 

Dess vegn! scarpèv el goss! Ma giust in quell 
Che seva lì per infirà la straa, 
Pondi i pee in su on bagnaa, 
E, ponf! in terra come on fass de squell 5). 
Inlora la Tetton 

La gh'ha vuu el contrattemp de possemm giong, 
De francamm in di ong, 
De tornamm a tra al coli el cavezzon^). 



La fu.... l'è staa.... l'è on sart.... l'è on me cusin. 
El staa l'è, che a vedella in sorioeura 7), 
Mezza sbarlada fceura ^), 
A piang, a sospira, a strusamm vesin, 
Tutt la bila e el spuell 
Hin fornii in quell freguj de fora fora 
E in del torna de sora 
Umel e mansueti come on agnell. 



- 257 - 



Fada la pai. tornada la legria, 
Andaa per i fatt soeu quij duu soldaa, 
Per on pczz no oh'è staa 
Olter suaj che, di voeult, quej poo d'ombria; 
Però oc quij nebbijtt 
Che se sa, ne se ponn de condemen 
Tra gent che se voeur ben, 
Salsettinn brusch che guzzen el petitt. 



Doma ch'anch sti nebbijtt e sta salsetta 
Han comenzaa anca lor, de lì on des dì, 
A spessiss e a vegnì 
Scighèr folt e senavra 9) malarbetta; 
Ch noo savuu del sicur 

Che Quell can d'on soldaa, quell porch d on sart 
El gh andava in la part 
De nascondon de mi, in tra el ciar e el scur. 



E con tutt che tant mader de (ìoeura. 
In quanto sia giura, nega e sconfond, 
Fussen prim e segond, 
Dò canoncgonn vece be bona scoeura, 
Impunemanch però, 

Sott a on Marchionn, gh'è staa nagott de Doeuv, 
1 hoo cattaa sui ceuv, 
E pussee d'una voeulta e pu de dò. 



Ma poeìi ona sira infin di face, che sera 
Negher, dannato malarbettament. 
Che l'hoo vist mi a corr dent 
In del comed, in fond de la linghera ^^), 
Me sont pientaa in del mezz 
(Dur come on ciod) de la linghera anmì, 
E hoo ditt: Se te set lì, 
Stagh almanca, birbon, per on beli pezzi 



— 258 — 

E lì, intrattant che i donn me rebuttaven 
De tutt i part per tiramm dent in cà, 
E che mi saldo là 
Me stinava de pu, con pu bajaven, 
Torna indree quell canaja, 
Ch'el me yen, col muson fin sul muson, 
A domandamm reson 
De quell rebuttament, de quella guaja. 

E pceù infin, desmostrand se l'èva lì 
De vessegh per parla al sargent maggior, 
E d'avenn nanch mi e lor 
Per el boeucc de la cassa del tarli "), 
El te me dà del mona ^^), 
Del can, del marmotton, de l'impiccaa. 
Del pilatt '3) inciodaa, 
E via el va, sbrofiand ch'el par che trona. 



I donn allora, ch'han capii el latin, 
Dighi nagott che plajt ^^), che trebuleri! 
M'han ditt giò vetuperi 
De fa corr in su l'uss tucc i vesin, 
E s'hin scoldaa talment 

Ch'hoo vuu paria, denanz cavann costruii '5), 
Che lor.... pascenza tutt. 
Ma in l'onor dininguarda a strusagh dent. 



Insci, con tutt el me sta de sguajton '6), 
E con tutt el defà de avej squajaa ^^), 
Sont restaa lì sgognaa, 
Pien de vergogna, e lócch come on tappon; 
E tutt quell me sussor 
L'è fornii anch lu compagn de l'olter guaj. 
Anzi cont el pregaj 
A dì nagotta al sur sargent maggior. 



- 259 — 

De l'ora inanz, allon, me sont miss dent 
Coi man, coi pee, per pesseoà a 8[)o&alla; 
Me sont vestii on poo in galla, 
Hoo giustaa su la cà passantament, 
E el resi di pocch ciovitt l^), 
Vanzaa on poo col sona, on poo col mestee, 
Ch'i hoo faa soltà dree a lee, 
Scceudendegh vun per un tucc i petitt '^). 

Ch'aveva giamo tolt i periti d'or 20)^ 
La guggia d'ora, el coli de granadinn, 
La eros de perla finn 
E quej barlafus 2i) d'olter de valor, 
Quand la m'ha daa occasion 
De capì, che pu mej che ne i periti, 
L'avarav vuu el petitt 
De avegh on quej beli para de anellon. 



E mi adrittura, catti corri in del Bin, 
(Quell che sta là schisciaa in del post di ant 
Del volton di Mercant) 22) 
E con quatter bej ses-des-e-on-quattrin! 23) 
Te me petti in saccoccia 24) 
Duu bravi anellonon d'or badial. 
Grand asquas, tal e qual, 
De duu sercion de roeuda de caroccia. 



E via a gambe, torni indree de troll, 
Voo a loeìi la mia Tetton, vemm del Battista, 
Tegni ben ben de pista 
In dove che la mett ciò el manicott, 
E quand la me ven rada, 
Bell beli, beli beli, che barzeghi d'areni 25) 
Per faohi sghimbià 26) Jenl, 
E dagh el giubel de l'improvvisada. 



260 



Mò sur sì, che intra'tant che foo el giughett 
E che ghi foo passa d'ona guadina, 
Marcia, passa, cammma! 
Squitta fceura de l'oltra on begUett; 
Mi prest, allon, su on pè, 

Ghe stoo on poo adoss, fasend el peder-sloffi 27)^ 
E poeù, ciaff, mei gajoffi 28)^ 
E torni in l'orchestrin per el fatt me. 



Soni, stoo alegher, la compagni a cà, 
Doo a ment se vedi moeuv el manicott. 
Se la se incorg nagott. 
Se di voeult mai la scolti a descartà 29); 
Ma, oh dessi ch'eel, che no eel. 
Che fors no la tovess quell me palpee ^^) 
Per l'olter so de lee, 
Ne l'ha avert bocca, ne l'ha most on peel. 



Se lassem donca tutt e duu, al porteli, 
Descognet 3') del regali che gh'emm indoss; 
Ma el pu grev, el pu gross, 
Mei seva andaa a toeù mi senza savell; 
Ch'el me l'èva on regali 
Pien, caregh, ras de pever e de spezzi, 
E che mai pu a quell prezzi 
No me sarev creduu de guadagnali. 



Ecco, fioeuj, dee a tra, scoltee, sentii, 
Coss'el diseva quell fottuu begliett; 
No ghe baratti on ett; 

Scoiteli, che ghe l'hoo in ment piccaa e scolpii: 
Caro mio dolcie core 
Ho receputo el tuo beglietto 
Del guaio te imprometto 
Che te sarò fidele in del me amore. 



- 261 — 

Domane so de guardia lutto el gomo: 
Poso 32) ce vedaremo. Sta segura; 
Ma ti però par cura 
De scasciare quelVaserìo de intorrìo. 
Basta ne vedo ^^) l'ora 
Ch'el li abbia tolto questro tuo accidento. 
Per fornire el tormento 
De far sta vita. Adio anema d'ora. 



Una fevera eulta 34), ©n maa de pelt, 
On azzident, on copp in sul tegnon 35) 
Saraven slaa on bonbon 
In pari a sto baloss d'on begliett. 
Hoo comenzaa a bui, 
A suda, a fuma come on caldar, 
E sont daa foeura a sgar, 
Matt, malt affacc, de no possemm tegnì. 

Amor, rabbia, vergogna e millia inferna 
Me strasciaven, me faven a freguj 36); 
Catto, che cattabujl 37) 
Che malarbetta noce, che noce eterna! 
Se sarava palperà, 

No vedeva che sangu, che beecaria 38), 
E, tracchi soltava via 
De la pagura ch'el podess vess vera. 



Seva eoi eoeur in mezz a sti cortij 39)^ 
Quand senti a sant Ambroeus a sona i ses, 
E poeìi per tutt i gies, 
De lì on poo, a scampana i avemarij. 
A! son de quij campann 
Me recordi in bon pont de quell lassù, 
E ch'olter che ne lu 
Pò juttamm e salvamm de sti malann. 



— 262 — 

. E insci cold cold de fed, voo giò di scar, 

E corri, via de voi, foeura de cà 

Per andamm a butta 

In di so brasc, del pè d'on quej aitar; 

Ma appenna faa duu pass, 

Doo mò giust dent in del sargent maggior 

Che, al frecc e de quij or, 

El me impastoccia ^) d'ess intorna a spass. 

El me tra i brasc al coli, el me strascina 
Per pagamm l'acquavita a tutt i stee 41); 
El me sta tant adree, 

El me frega, el me vergna, e el me mojna, 
Che infin, sto malarbett, 
El me cava del coeur la confession 
De quell me gran magon, 
E el me strappa di ong el begliett. 



E lì, cont ona longa filastrocca, 
El me fa comparì el negher per bianch, 
E el me prceuva, nient manch, 
Ch'el begliett Tha scritt lu per fa ona scocca ^^), 
E che l'è beli capì 

Che doma el termen d'asen, che gh'è su, 
L*è assee lu de per lu 
A desmostrà che noi pertocca a mi. 



Infin, per calcamm su mej la reson, 
El me ciappa sott brasc, che hoo pari a sbattem, 
E el me mena in su l'atem. 
De bon compagn, a cà de la Tetton, 
Che la m'ha faa ona festa 
E ona truscia 43) de sort, che i mee travaj 
M'hin calaa in di strivaj, 
E bravament hoo bevuu su anca questa. 



— 263 - 



NOTE 



1) puorgna: l'appÌMlarti. 

2) dormì in ombria: dormiveglia. 

3) al prim segn ; qui richiamando il primo tegno di campana, previo alla 
Metta, fa comprendere che la icena avvenne in domenica mattina. 

4) alzapè: saliscendi; sbarra di legno o di ferro, che imperniata dall'uno 
dei capi nell'imposta (anta) o nell'uscio (usa) ed accavalciando il monachetto 
{cafm<ru) serra l'uscio o la finestra. 

3) fass de squcll : fascio di scodelle. 

6) cavezzon: specie di museruola per domare i cavalli. ' 

7) in torioeura: in gonnellina. 

8) sbarlada foeura: discinta. 

9) tenavra : salsa di sènape. 

IO) comed, ecc.: ritirata in fondo al ringhiera (llnghero) come nelle vec- 
chie case milanesi, 

I I ) tarli : voce gergale per indicare il buco della corno Ja, dalla ciambella 
di traliccio che lo copre; per dire: tenere in nessun conto. 

12) mona: scimmia calva. 

13) pilatt: sudicione. 

14) plajt: piato. 

1 5) hoo vuu parìa, ecc. : ho avuto difiicoltà a UKire dal guaio. 

16) sguajlon: chi sta in agguato. 

17) tquajaa: sorpresi. 

18) ciovitt: propriam. chiodetti; qui, in senso figurato, per rìsparmi. 

19) petitt: voglie, caprìcci. 

20) peritt d'or: gli orecchini d'oro a forma di pera. 

21) barlafus: ninnoli. 

22) volton di Mercant: uno dei passaggi a volta nella piazza dei Mer- 
canti che era completamente chiusa da edifici. 

23) ses-des-e-on-quattrin: sinonimo di scudo napoleonico il quale corri- 
spondeva a lire sci, soldi dieci e un quattrino dell'antica valuta milanese. 

24) me petti in saccoccia: intasco. 

25) birzeghi d'arent: accosto (il manicotto). 

26) faghi sghimbii: ficcarli di nascosto. 

27) sloffi : lento, pigro ; quindi ' peder-sloffi * uomo che si attarda, quasi 
distratto, in una data posizione, qui, sinonimo di uomo che ' fa lo gnorrì *. 



— 264 — 

28) mei gajoffi: l'intasco. 

29) descartà: sciogliere l'involto. 

30) palpee: involto di carta. 

31) descognet: ignari. 

32) Poso : posdomani. 

33) ne vedo: non vedo. 

34) cutta: acuta. 

35) tegnon: cotticagna. 

36) freguj : briciole. 

37) cattabuj : ribollimento. 

38) beccarla: carneficina. 

39) cortij: coltelli. 

40) el me impastoccia: mi dà ad intendere. 

41) a tutt i stee: ad ogni costo. 

42) fa ona scocca: fare una burla. 

43) truscia: effusione di complimenti. 



- 265 - 



TERZA PART. 



Inlraltant in su Tassa del Brovèll ') 
Gh'eva giamo el me nom beli e impastaa; 
TuttcoEs èva prontaa, 
Finamai i cumò, la dota, el lett; 
Leva giamo fm stada 
intorna, lec la sposa, coi benis 2) 
A pertegà 3) ì amis 
E i posi ^) e i cavalier 5) de la contrada. 



Seva insomma già in brusa de sposalla, 
E Teva anca de gionta (ìssaa el dì, 
Quand el beli giovedì, 
Giust l'antegrass, voo al solet a tiovalla. 
L'èva on'ora de sira; 
Vedi la lum per terra, in d'on canton, 
E troeuvi la Tetton 
Sul lece che se lumenta e che sospira. 



La mamm, tutta modacc 6), col did sul nas 
La fa segn de tasè e de andà pian pian; 
Resti de marzapan 
De la pagura de sentì on quej cas; 
E quand ghe sont del pè 
Lee medemm la Tetton la solta su: 
— Ah, sur Marchionn! mai pu 
Credeva incoeu possell torna a vede! — 



— 266 — 

— Ah car mort benedltt! perchè sta cossa? - 
Me trema i gamb, voo tutt in d'on sudor, 
E in quali ch'el car amor 
L'èva adree a impastocciammen vuna grossa, 
Riva denter on tos 

Che, voltaa vers la mamma, el sbragia: Ej lee, 
L'ha ditt el mascaree.... 
E bott lì: ghe se suffega la vos. 

Sangua d'on can barbini me solta in testa 
Che quell maa noi fudess on cremesì 7) 
Per liberass de mi 

E andà a la Canobbiana a god la festa; 
E mi, de maladett 

Ghe molli el vada ^) a lee de parnonzià, 
S'hoo de andà o s'hoo de sta; 
E stoo spionand in dove la se mett.... 9) 



Ma lee, senza fa tante zerimoni, 
La gradiss el boccon, l'imbrocca el vada, 
E la me dà l'alzada '0) 
In moeud che, ditt e f att, me la capponi ' ' ) ; 
E quand sont su la scara 
Me senti tant a messedà el ghignon, 
Che foo la conclusion 
De riva a tutt ì cunt a l'acqua ciara. 



E sitta '2) bolgiraa l'intrigh e i gàbel! 
Voo a toeù on vestii de turch d'on mascaree, 
Longh e largh tant assee 

De possemm scond con la pelanda i sciabel ^^); 
E de trott e galopp, 
Pettegasciand ^^) per terra la balzana, 
Corri a la Canobbiana 
A cura el legoratt '5) con tant de s'ciopp. 



- 267 - 

E su e giò, inanz indree, gira, regira 
Per la platea e el palch, e intorna i scagn, 
Varda gent, varda pagn, 
Scolta vós, spiona anaann '^), tira, bestira, 
Finalment de lì on poo. 
Tra on grópp de gent che balla la monfrina 
Vedi ona mascarina 
Che le lee, tutta lee, giugagh el cool 



So tal e qual ci taj de la persona. 
La grazia in del fa el pass; so el perovètt '^); 
So el sporg inanz di tett, 

E el svergnà el cuu de fìanch a la s'ciancona 1^); 
So quij brasciott redond, 
So el color di cavi], so el poitament, 
So quij oggion sbirenl '9); 
Insomma, so tuttcoss de inscima in fond. 



— A sguanguana de tucc i sguanguanonn, 
L'è chi la bolgirona, l'hoo cattada, 
L'è chi col camarada 
A sbavazzass 20) ai spali de Marchionn! 
Sangue de fraa de legn, 
No manca pu che de squajatt la vós, 
E poeìi te pesti i nos, 
Che per on pezz t'ee de portann el scgn! — 



Seva foeura de mi d'ona manera 
Che no sont staa mai pu tanto dannaal 
Ghe voo adree infuriaa. 
De per tutt, foeura e dent per la calcherà; 
No scolti pu nagott, 

No doo a tra pu a reson; vedi lee e lu 
On bott a brasciass su, 
E mi giò ona firada de cazzott. 



— 268 - 

Alto lì, allon, l'è deciaraa la guerra! 
Daj, redaj, para, pia, messeda, tira, 
Pugn e pesciad de lira, 
Reussissem tucc trii col cuu per terra; 
Ne riva adoss infin 

De quatter o cinqu turch pesg che ne mi, 
Gendarma vestii insci. 
Che ne menen de slanz in camarin. 



Lì, on bravo respettor, grazios, compii, 
El scolta di dò part tutta la scenna, 
E poeti con pàs l'ordenna 
De tira via i mascher a tutt trii. 
Me drizzi allora in pee 
Per vardalla on poo mi la porconon 
A desquattà el faccion, 
E, disii mò, fioeuj?... l'è minga lee.... 



Ah providenza! Ajutt, coss'hoo mai faa! 
Ghe domandi perdon, confessi el fall, 
Ghe schisai 21) mendall 
Magara a tutt danee, s'han volentaa; 
Piangi e preghi, de sort 
Che se giusta tusscoss; fceura che mi 
Bceugna che staga lì 
Per la reson del manda su el ripport. 



Scoltee mò adess, fioeuj, cossa che nass, 
E vardee, quand se dis di coss del mondi 
Quell respettor, che in fond 
L'èva on bon pastorott, on persegh lass 22)^ 
Vedend che in de quell loeugh 
Sarev geraa del frecc, el me toeù su 
Sott brasc, lu come lu, 
Per menamm in quarter coi guardi, al foeugh. 



— 269 - 

E in quella ch'el derv Tuts, che voo de dent, 
Cribbi! chi trceuvi mil... Ah fioroni 
Lee, giust lee, la Tellon 
Con la mamma, col sart e col sargent; 
Gh'aveven a la bocca 
Tutt quatter la caraffa, e hin restaa li 
Cojoni a vardamm mi 
Senza ne batt on oeucc, ne fa una mocca 23). 



El prim a falla foeura, a romp Tincant - 
Sont staa mi, che hoo bajaa dona manera 
Che nanch on turch davvera 
No l'avarav possuu bajà oltertant: 
Per lee seva in cantégora 24)^ 
Per lee in preson, per lee seva a sto pass; 
Podii donch fegurass 
Che cagnazz seva mi dedree a sta lègora. 



Ma lee, franca francona, la spergiura 
EI ciel, la terra; la me fa pari 
Ch'el traditor sont mi. 

Che l'è on pezz ch'el le sa, che la me cura: 
La dis che la s'è trada 
Marada apposta per vegnì a cattamm; 
Che sont on porch infamm, 
E giò, a l'uso di donn, ona lucciadal 25) 



Mi che poss vede a piang nanca per rid, 
A pocch a pocch deventi moresin 26)^ 
Me se setti vesin, 

On poo betteghi 27), on poo ghe strengi i did. 
Lee on poo la me sgoratta 
Come on usell per no lassass ciappà, 
Ma infm poeìi la se dà: 
Caraffa in l'aria, e Paci'e cielebratta l 28) 



270 



No me calava adess che de podè 
Giusta su el prim pastizz col respettor; 
E el sur sargent maggior, 
Che l'è quell bravo mennapolt che l'è, 
Ditt e fatt el corr via 

E el truscia tant ch'el porta indree on croson. 
De quij che ai rogazion 29) 
Ogni vun ciappa sott ses o sett mja. 



A sta nceuva, alto, allori, sont mi che paga, 
Giò alegher fioj on'oltra boccarada! 
La mòtria l'è passada: 
Viva nun, porchi i sciori, e che la vaga! 
E adrittura cold cold 
Torni, smorbiand coi donn, in su la festa 
A god tutt quell che resta 
Fina a l'ultem quattrin del me vintsold ^0). 



De sto pont fìnamai al sabet grass, 
Cont tant che semm sta in vceulta de <jhì e lì, 
A dì quell eh' è da dì, 
No gh'hoo avuu el minem che de lumentass. 
Lee, se l'èva a on festin. 
La ballava con mi, con mi la stava, 
Con mi la cicciarava, 
E mi e lee, e lee e mi, saldo vesin. 



Tal e qual anca in cà: per quant ghe sia 
Andaa in vers, in quij dì, d'ora e strasora. 
No gh'hoo trovaa dessora 
Mai, mai, nissun che podess damm ombria. 
Lee saldo là, impesada 
Col cuu su la cardega, adree a sguggià, 
La ghe dava a tutt dà 
A god tucc i reta] de la giornada. 



- 271 - 

Che brava tosai che desgaggladonna, 
(Diseva in tra de mi) che tosa d'ori 
L'ha d'ess propri el restor, 
£1 dio-fece, de la cà Marchionna! 
E, matt adree st'ideja, 
Cuntava ansios e recuntava i dì 
Ch'aveva de patì 
Denanz menamm a cà sta maraveja. 



Finalment quell beli dì, quell di trii so, 
Saludaa al prim spenta don battajon 
D'occh, barbasgian, cappon, 
Quajott, gasgiott, lorócch, merla e cocó 31), 
Quell dì fissaa là su 
Per compagnamm con tutt sti razz d'usij 
E compì i mee legrij, 
L'è compars finalment, dighi, anca lu. 



L'èva el beli sabet grass. Tutt èva in pront: 
La Tetton, per la prima, in gran parada; 
Ciò, fin la fiacca in strada, 
Ona fiacca campagna ^2) e de tutt pont, 
De moeud che inanz mezzdì 
L'èva già adree in Brovètt el Bolognin ^^), 
In faccia ai duu padrin, 
E ai soeu scricciatt a bolognalla a mi. 



Fornii el face in Brovett, alto lì allon 
Se va, trott e galopp, anca a la cura, 
Poeù al pastegg 34) adrittura, 
Poeìi al cors, poeù a la rassegna di ballon ^^), 
Poeù al Carchen, al Lentas, 
Al Rè, a la Canobbiana 36), « p^eù al risott, 
Poeù a la messa ai Carott 37), 
Poeù ai tortij, poeù al rosoli in del Cambias 38). 



- 272 — 

Infìn, quand semm staa sagg de possenn pu, 
Che no possevem dagh ne lee ne mi, 
Semm andaa a cà a dormì 
Giust in l'ora che i olter leven su. 
Adess mo, lorocch, cappon, 
Merla, cocó, quajott, occh, barbasgian, 
Fis'cee, fee pur baccan, 
Degh dent a scarpagoss, che semm al bon. 



Tant'è, fioeuj: intramm dent lee in de Tuss, 
Vegnimm lee in cà, e vedemm a scappa via 
Quell pocch rest de legria 
E de pas di dì indree, l'è staa on esuss. 
De sto pont desgraziaa 
No gh'è staa pu che guerr, che cattabuj, 
Trappol, pastizz, garbuj, 
Gir e regir e corna stermenaa. 



Lee cagna 39)^ lee cioccherà 40)^ lee bosarda, 
Lenguasciona, leccarda, desgarbada; 
Lee imbrojona, sfacciada, 
Starlattona 41), lunatega, testarda; 
Lee zavaj ^^), lee slandrosa 43), 
Lee sguanguana, lee capa di baltrocch; 
Vardee, fioj, in pocch 
Che boccon de belee Teva sta sposa? 



Adrittura el prim dì, su e giò di scar, 
D'ora e strasora, gent come i correr; 
Soldaa, roffiann, pattèr 44), 
Can borian 45) pussee che on port de mar. 
La cà l'èva on faxalM^): 
Ogni bott gh'eva lì on seccamincion ; 
Seva nanch pu patron 
(Con licenza) on besogn de posse fall. 



- 273 - 

Se poeìi derviva bocca, a revedess; 
Ciò la cà ci teccl bestemmi a cattafira! 
Sbragiad, bajad de lira : 

Del porci) fottuu Tè el manch che me vegnets; 
E gh'eva, ogni moment, 
La conclusion per aria de cuiamm 
Denanz a quij bona lamm 
Del soldaa sart e del soldaa sargent. 



E sii duu galantomm, mej che ne mi, 
Comandaven i fest lor in cà mia: 
Lor la menaven via, 
Senza nanca dì catt, de noce, de di; 
E sont (in rivaa a quella 
Che, via de quij pocch or del pasteggia. 
Che allora l'èva in cà, 
L'èva grazia a dormì de posse avella. 

Podii doma pensa con che dolor 
La vedeva insci matta e desbrìada, 
Sibben giamo visada 
Millia voeult del curat, del cogitor ^7). 
Del piang, del desperass 
N'hoo faa pur anch, se n'hoo possuu mai fa; 
E adree a l'onor de cà 
Che deslenguava anmì de l'istess pass. 



Ma inBn pceù, a tajagh su sta vita stramba, 
E soltaa foeura a temp on sgonfìament 
Col so compagnament 

De gòmit ^), de rincress ^^), de mal in gamba ; 
De moeud che, balcaa i ari 50)^ 
Hoo quislaa on poo de requi per quej mes, 
Pagaa però bon pes 
Col spendegh in petitt 51) tutt el salari. 



— 274 - 

Ma se! pascienza spend; quant ai danee 
Van e vegnen, e insci fussen staa bon 
De fagh intra reson, 
Che sarav staa nagotta a traghi adree. 
Ma on corna.... Sentii questa, 
Che l'è i'uUema infin, la pu gajarda, 
E che el Signor ve guarda 
Quant e mai, fuss on can, de sta tempesta. 



L'èva ses mes che seva spos, pocch pu, 
E i coss andayen via con l'andana 
De la fever terzana, 

On dì ben, on dì maa, on poo giò, on poo su, 
Quand ona bella sira, 
In del torna a cà al solet de bottia, 
Me sont vist dree on'ombria 
Come de vun che me tujess de mira. 



Mi che sont omm che tendi ai fatte mee, 
Com'è de giust ch'abben de fa la gent, 
No gh'hoo squas nanch faa a ment, 
E andava ina, senza voltamm indree; 
Ma quand sont staa al Liron, 
Lì insci voltaa el caffè, costìi de slanz 
El me fa on solt inanz, 
E el me tra contra el mur cont on button. 



L'èva costù on demoni d'on cilan 52) 
Vestii in s' giacché, con su duu colzonasc 
De tira de pajasc 53)^ 
Col volt tutt a barbis come on magnan; 
El fava pceù sgarì, 

Inanz indree per l'aria, on nisciorin ^4), 
De fa streng el sesin 
A mezza ona Boemia, olter che a mi. 



- 275 - 

Denanz, e giust in mira al me porteli, 
Gh'eva in mezz a la strada on'oltra ombrìa 
Che, insci per famm legrìa, 
La pestava sui prej cont on tarèll ^^). 
£1 sarav staa el me cas 
De rebatt cont i gnocch 56) |a prepotenza, 
Ma inscambi hoo usaa prudenza, 
E hoo faa sto sagrifìzi per la pas. 



Tutt inutel però, che, in de quell menter 
Che ghe molli on sghimbiett per scappa in ca, 
Me sont sentuu a ciappà 
Sul porteli, mitaa focura e mitaa denter; 
E lì coi pee in del cuu. 
Tal e qual seva, insci a gatton sui sast. 
Me fan desgorgà el pass 
E vegnen dent in cort anca lor duu. 



— Oh pover mi! Signor! La vita in don, — 
Sbragiava a tutta vos del pè di scarr, 
E lor, adree ai mee sgarr, 
Ciò insci a l'orba pesciad, legnad, sgiafion: 
ln6n compar on lum; 
1 lobbi se impienissen de sabètt, 
E quij, senza dì on ett, 
Ciappen a gamb la porta, e van in fum. 



La Tctton, che me ved a compari 
Tutt sporch, tutt rabuffaa, tutt sanguanent. 
La va in tanto spavent. 
Che ghe ciappa i dolor del parturi, 
Ghe solta i conversion. 
Che la sguizza sul lece come on'inguilla, 
D'ave de fa a tegnilla, 
E de gionta, deliqui e strangojòn ^7). 



— 276 - 

Alto prest, el zerusegh, la comaa! 
Acqua, solass 58), foment, panncald, asce! 
Vesinn inanz indree, 
Tucc dottoren, tucc platen, fan mercaa; 
Intani ven mezza nott, 
Gajarda el maa, la donna la peggiora, 
E, in pont al bott de l'ora, 
Oèe, oèe! cossa l'è? l'è on beli mas'ciott. 



E in andaa i coss tant ben, grazia al Signor, 
L.è stada tanta la satisfazion 
Che hoo avuu in quella occasion 
Per sta proeuva insci granda del so amor, 
Che, s ciavo, hoo pensaa pu 
Né ai guaj del temp indree, né ai soeu caprizi, 
Né al priguer 59) Jgl stremizi. 
Né al brusor del buratt ^0) che hoo cattaa su. 



Ma, cold e matt d'amor, ghe stava adree, 
Ch'avarev fin vorsuu famm in freguj; 
E a furia d'oeuv, de puj, 
De formaj del mejor di cervellee, 
A furia de struziamm, 
De sta di noce intregh senza dormì, 
L'hoo missa in quindes dì 
A la portada de posse pagamm. 



El pagament l'è staa che ona mattina, 
Tornand de la bottia per disnà, 
Troeuvi netta la cà, 
De possegh balla denter la monfrina. 
Pu ona camisa, on strasc, 

Pu on lenzoeu, ona coverta, on piatt, on ramm, 
E lee, la ladra infamm, 
Scappada a fa la crappa ^')» ^^ soldarasc 62). 



— 277 - 

GesusI che infamltaal che tradimenti 
Trceuvi in terra ona motta de palpcc; 
Leggi i letter de lee, 
Vedi l'intrigh col sart, ciar e patent, 
E vegni irì cognizion 

Che 8Ò l'èva el begliett (quell del guantin) 
So el ladrament, so infin 
Anch quali biiba d'on fatt del buratton. 

In quell stat de passion, de prim bullor, 
Ma sarev fors scannaa mi come on can, 
Se a tertegnimm la man 
No me vegneva in ment quell car amor, 
Quell car angerottell, 
Quell pover innocent del me bambin, 
Che l'è nanch settemin, 
E el par squasi don amn, tant che l'è beli. 

Ficeuj, tender de coeur, che sii staa chi 
A scolta i mee lument con cortesia, 
Inanz de passa via, 

Compatimm, consolemm, piangii con mi; 
Piangii col Marchionn, 
Col pover Marchionn che sont mi quell, 
Striaa e tiraa a bordell 
De la capa de luce i bolgironn. 



NOTE. 



1) lu lana del Brovètt: il palazzo municipale, nella via omonima, fu ini- 
ziato da Filippo Maria Viiconti e ultimato dal Conte di Carmagnola, ora re- 
sidenza degli uffici demaniali o dell'Intendenza di Finanza. Quivi, fino al «et- 
tembre del 1860, erano gli uffici del Municipio di Milano. VSaaa del Brov'ctl 
era ì'all>o dove ti pubblicavano i matrimoni da contrarti civilmeate, secondo 
le prescrizioni della legislazione francese. 

2) benis : confetti. 



278 



3) pertegà: imagine tolta dall'abbacchiare le noci per farle cadere. 

4) i post: i clienti. 

5) i cavalier: i signori del vicinato. 

6) tutta modacc: tutta a mimica. 

7) un cremesi : motto volgare disusato, per indicare un * pretesto " o ti- 
tolo colorato; cremesi propriamente indica il colore ben noto con tal nome. 

8) el vada: termine italiano, di giuoco, che equivale a invilo. 

9) in dove la se mett: la lascio arbitra. 

10) alzada: la spinta a andar via. 

11) capponi: battersela, andarsene. 

12) sitta: antiquato per sia. 

13) sciabel: gambe storte. 

14) pettegasciand : trascinando e inzaccherando. 

15) legoratt: il lepre. 

16) spiona andann: spia portamenti, andatura. 

17) perovètt: il piroettare. 

1 8) a la s'ciancona : sinonimo di " stoccona " (f . di a 'ciancon, e sloccon) 
donna che veste alla moda. 

19) sbirent: sfavillanti. 

20) sbavazzass: gavazzare. 

21) sebissi: esibisco. 

22) persegh lass: pesca spiccia. 

23) mocca:' smorfia. 

24) cantégora: così detta la cantilena che si cantava dalle ragazze mila- 
nesi nelle processioni fatte specialmente per questuale a favore del Duomo; 
in senso figurato qui è detto per " essere sulla bocca di tutti ". 

23) lucciada: rovescio di lagrime. 

26) moresin: tenero. 

27) betteghi: balbetto. 

28) " Pace celebrata " era il motto latino che leggevasi su la moneta d'ar- 
gento del valore di L. 5', coniata nel 1801 in occasione della posa della 
prima pietra del Foro Bonaparte. 

29) croson, ecc.: il segno di croce che il Parroco, ai crocicchi delle vie 
di campagna traccia per benedire i campi durante le processioni (logazion) 
fatte in primavera innanzi Pentecoste : qui significa " non luogo a procedere ". 

30) vintsold : sinonimo di lira ; la lira milanese suddividevasi in venti soldi ; 
donde il proverbio " Ghe cala semper desnoeuv e mezz a fa vint sold ". 

3 1 ) battajon d'occh, ecc. : quel giorno salutato dal canto di uccelli nel lin- 
guaggio milanese concepito come ridicoli o di malaugurio. 
32) fiacca campagna : carrozza " in fiore, coi fiocchi ". 



279 - 



33) Che il Porta intenda qui identificare il uvio Gian Giacomo Botegnid 

come l'ufTiciale civile, il quale awitte al matrimonio celebrato alla proenza dei 
testimoni (padrln) coll'inlervento dei segretari comunali (icricdal) non è certo; 
notisi però il sale del poeta nel scegliere fra tutti i cognomi di famiglie illu- 
stri quello dei Bolognini, per mettere in rilievo la disgrazia del Marchionn, 
il quale qui deplora che quell'atto civile gli aveue appioppata una merce ava- 
riata quale la Tetton: bolognalla ha appunto il senso di imbrogliare. 

34) pastegg: il pranzo. 

3 3) La notte del sabato grasso era libero a tutti l'iagreato nei ritrovi pub- 
blici (veglioni e feste danzanti minori) illuminati con lampioncini a forma di 
palloni. 

36) Quattro teatri popolari : Carchrn in corso Porta Romana, e Canob- 
hiantì (oggidì Lirico) in via Larga, tuttora esistenti. Lrntàt, nella via omonima, 
e Rr, sull'area dell'attuale Galleria V. E., corrispondente alla parte centrale 
del fabbricato fra piazza del Duomo, via Silvio Pellico e Galleria propria- 
mente delta. 

37) Protraendoii le danze fino al mattino della Domenica I di Quaresima, 
i milanesi, prima di rincasare, per l'osservanza del precetto festivo, affollavano 
le chiese per assistervi alla Messa in aurora : Caroti, era la chiesa fra il teatro 
della Scala e S. Fedele (sull'area dell'attuale Banca Commerciale prospicente 
il palazzo Marino) detta S. Giovanni alle case rolle (Caroli). 

36) Cambia»: ca0À di storica memoria, nel largo presto il teatro della 
Scala, che allora comunemente dicevasi il Teatro Grande. 

39) cagna: mordace. 

40) cioccherà: ubbriacona. 
4 1 ) Starlattona : dissipatrice. 

42) zavaj : bighellona 

43) slandrosa: sfacciata. 

44) pattèr: rigattiere. 

45) can borian: gente sospetta. 

46) faxall: corruzione di fauxall, pubblico divertimento in luogo all'aperto 
(entro recinto ben illuminato, allietato da musiche, danze, fuochi artificiali, con 
spacci di bibite, tabacchi, ecc.) che nell'ultimo quarto del sec. XVllI più 
volte era stato autorizzato in Milano. 

47) cogilor: coadiutore del parroco. 

48) gòmit: vomito. 

49) rincress: male voglie. 

30) balcaa i ari: placate le baldanze 

51) petitt: qui significa voglie di gestanti. 

52) cilan : spilongone ; propriamente giovane di statura piò alta di quel che 
la sua età richieda. 

53) (>ajasc: saccone di paglia o foglie di grano. 



— 280 — 

54) nisciorìn: verghella di nocciuolo. 

55) tarèll: grosso e nodoso bastone. 

56) gnocch: pugni. 

57) strangojòn: nodi alla gola. 

58) tolass: salasso. 

59) priguer: pericolo (sottintendi, di aborto) in conseguenza dello spa- 
vento {streinizi) simulato d'accordo coi compari che avevano bastonato Mar- 
chionn, per giustificare presso il credulo marito le doglie di quel parto che 
avveni/a innanzi tempo. 

60) buratt: bastonatura. 

61) crappa: baltracca. 

62) soldarasc: far la vita da caserma. 



SONETTI. 






PER LA MORT DEL BRAVISSEM PITTOR E LETTERATO 
GIUSEPP BOSS I) 

(1815). 



L'è mort el pittor Boss! Jesuss per lu, 
Sclamen, e passen i fedcl Cristian: 
I pretocch vicciuritt (reghcn i man, 
E disen, roejl on candirott de pu. 

Quij del mestee, ch'el veden in di pu, 
Goden de vess tant manch intorna al pan; 
1 rìcci) ozios ghc dan del barbagian 
A vesses bolgiraa per la virtù. 

1 malign, che hin pu spess che i galantomm, 
O de rift o de raff, o indrizz o stort, 
Cerchen, se ponn, de spiscinigh el nomm. 

E mi, per consolamm del me magon, 
Ghe disi a sto grand'omm che se l'è mort. 
L'è pur anch foeura don gran mond cojon. 



— 284 — 

2. 

PER ONA SCENNA MAL ORGANIZZADA 

(-1815). 

Per buratta 2) se droeuva el buratton, 
Per pontellà se drceuva di ponti], 
Per lima e scopellà, limm e scoppij, 
Per stanga e bastona, stangh e baston; 

Se droeuva per stoppa di stopporon, 
Per martella se droeuva di marti j. 
Per imbrià di bruco se droeuva i brij, 
E per scopponà sii, di bon coppon; 

Per inredà i merlott se droeuva el red, 
Per sganassà a l'ingross di bonn ganass, 
Per inspedà polid se droeuva el sped; 

Ergo donca Ve cossa che la va 
Soeulia, soeulia, polid e del so pass 
Se droeuven i orghen per organizza. 

3. 
(-1815). 

Ma sai, el me sur Leila 3), che a dì pocch 
El meritta de vess casciaa in galera, 
Asen fottuu! ch'el vaga a strappa i sciocch "*), 
E minga a strappa i dent in sta manera! 

Per cavamm on dent guast tramm tutta in tocch 
La gengiva e on bon quart de restellera? 5) 
Ah, sur Leila! ona porca de tarocch 6) 
Pesg de lu no la gh'è propi davvera! 

So che parland di strappadent in massa 
Se diseva ona voeulta che costor 
O che strappen el dent o la ganassa; 

Ma lu, sur Leila, senza avegh la flemma 
De fa vuna di dò come fan lor, 
El strappa la ganassa e i dent insemma. 



- 285 - 

4. 
(1809). 

El sarà vera fors quel eh 'ci dis lu 7) 
Che Milan Ve on paes che mett ingessa ®)i 
Che l'aria l'è maliana, umeda, grossa, 
E che nun Milanes semm turlurù; 

Impunemanch però, el me sur Monsìi, 
Hin iredes ann che osservi d'ona cossa 
Che quand lor sciori pienten chi in sta fossa 
Quij benedetti verz 9), no i spienten pìi. 

Per resolv a la mej sta question, 
Monsìi, ch'el scusa, ma no poss de men 
Che pregali a adattass a on paragon. 

On asen manteguuu semper de stobbia '^), 
S'el riva a zaffa ' ') biava e fava e fen, 
El tira giò scalzad 1^) fina in la grobbia 1^). 

5 i^). 
(1811). 

Me cugnaa el Giromin, quell candiron 
Ch'el pareva on salam mal insaccaa, 
El te m'ha daa assabrutta on beli pienton '5) 
E Ve cors in Castell a fass soldaa. 

La piang la mamma, e la gh'ha ben reson. 
Che la mamma l'è quella ch'el l'ha faa; 
So pader anca lu el fa el maccaron ^^), 
Ma l'è semper so pà, sia bolgiraal 

Quel che me par a mi on poo strava(;;ant 
L'è a vede i soeu fradij tutl magonent '7) 
A piang, a sospira, a casciass '^) tant. 

Màssem che foeura de sto stat che chi 
No che n'è vun pu spicc al temp present 
Per fagh schiva l'incomed del spartì '9). 



- 286 — 

6 20). 
(-1816). 

Coss'evela la manna ch'el Signor 
El fava pioeuv del elei per i soeu Ebrej? 
L'èva on cerio compost d'ogni savor 
Faa a boccon press a pocch come i torte] . 

Sti savor se postàven de per lor 
In di bocch a mesura di so idej: 
Voreven figattej.... 21) puj.... 22) cavolfior?... 
Mangiaven cavolfior, puj, figattej. 

Pur gh'han avuu anmò faccia, sti canaj, 
De digh a nost Signor che n'even sacc 23); 
E lu, al de là de bon, màndegh di quaj! 24) 

Se seva mi el Signor, stampononazza! 
Ghe voreva fa pioeuv in sul mostacc 
Ona manna de stronz longh quatter brazza. 

7. 
(-1815). 

Subet che sevem sett a on tavolin, 
E che gh'eva de sott quattordes pee, 
Come fala mò a dì, sura Lenin, 
Che i pee che l'han toccada even i mee? 

Come fala poeù a damm tant del gingin 25) 
E del cisquitt 26) che ghe sussiss 27) adree, 
Quand podarev crepa in man de Ciocchin 28) 
Se m'è mai soltaa in eoo de pensa a lee! 

Sto strapazzamm giugand a induvinà, 
Cara sura Lenin, l'ha de capì 
Che ghel poss propi minga perdona. 

A men che l'abbia ditt che sont staa mi 
A toecalla coi pee, perchè la sa 
Che eoi man già gh'hoo on schivi de no dì. 



- 287 - 

8. 

r-ifli2). 

Quand vrdesscv on pubbleg fonzionan 
A scialalia coi fiocch senza vergogna, 
Disii pur che l'è segn ch'oltra el salari 
El ghe mett lu del so quell che besogna. 

Quand savessev del franch che a l'incontrari 
Noi gh'ha del so che i ball ch'el ne bologna 29), 
Allora, senza nanch vess temerari, 
Disii ch'el gratta ^^) senza avegh la rogna. 

Quand intrattant ch'el grattta allegrament 
Vedessev che i soeu capp riden e tasen, 
Disii pur che le segn che san nient. 

Ma quand poeìi ve sentissev quej ribrezz, 
Perchè a dì che san nient l'è on dagh de l'asen, 
Giustemmela, e disii che fan a mezz ^'). 

9. 

(1815). 

Remirava con tutta devozion 
Vuna de sti mattinn in l'Ospedaa 
El ritratt de Monteggia 32), e l'iscrizion ^^) 
Che dis con pocch pardi tane verìtaa. 

Quand on tricch e tritracch sott al porton 
El me presenta on asen mezz spelaa 
Ch'el fava on vòlt real con el firon 34) 
Per rampa 35) jora in cort on ammalaa. 

A sto pont tutt l'amor per la virtù, 
Ch'el me ispirava quell dottor de sass 36), 
L è andaa in fond di calcagn lu de per lu. 

E hoo vist infin che i sciori 37) no gh'han tort 
Quand se disen tra lor per confortass 
Che var pu on asen viv, che on dottor mort. 



— 288 - 

10. 

(1814). 

Marcanagg i polltegh seccaball 3®), 
Cossa serv tane descors, lance reson? 
Già on basi infin di face boeugna portai, 
E l'è inutel pensa de fa el patron. 

E quand sto bast ghe l'emm d'ave sui spali 
Eternament, e senza remission, 
Cossa ne importa a nun che! sia d'on gali ^^), 
D'cn'aquila, d'on* oca o d'on cappon? 

Per mi credi che el mej el possa vess 
El partii de fa el quoniam 40)^ e prega 
De no baratta tant el bast de spess. 

Se de nò col posta ^1) d'on sit a l'olter 
1 durezz di travers, reussirà 
On spelament puttasca e, nagott olter. 

n. 

(1815). 

Sissignor, sur marches, lu l'è marches, 
Marchesazz, marcheson, marchesonon, 
E mi sont el sur Carlo milanes, 
E bott lì senza nanch on strasc d'on don. 

Lu el ven luster e beli, e el cress de pes 
Grattandes con so comed i mincion, 
E mi, magher e biott, per famm sti spes 
Boeugna che menna tutt el dì el fetton 42). 

Lu, senza savè scriv ne savè legg 
E senza, direv squas, savè descor, 
El god salamelecch, carezz, cortegg; 

E mi (destinon porch) col me sta su 
Sui palpee tutt el dì, gh'hoo nanch l'onor 
D'on salud d'on asnon come l'è lu. 



- 289 — 

12. 

(1807-1617). 

Quand per i ttravaganz de la stagion 
La campagna la va a fass sbolgirà, 
Ogni fede! zeoco subet el va 
A tcEUssela con chi ghe fa passion. 

1 picch ghe l'han coi vizi di patron, 
1 scrupolos col tropp amoreggia, 
I «onaj ^^) col vorè filosofa, 
I quamquam ^^) con la strada del Sempion, 

I magatton ^5) col stomegh desquattaa ^), 
I beatt coi bottegh avert in festa, 
I pcssee 47) coi vegili ^^) trascuraa. 

E cert olter, stremii de la tem[)esta, 
Usand misericordia ai nost peccaa, 
Ghe l'han, savii con chi?... con quell che resta.... 

13. 

ON CONTIN BERGAMASCHIN CHE FA EL BRUSCHIN 
CONTRA DI MENEGHIN 49). 
(1816). 

Oh carin, beatin, mattin, smorbiin, 
Arcadin poetin, ciccin, contin, 
Puresin col tossin 50)^ che in Parnassio 
Pien d'estrin fa frin frin col ghitarrin, 

Pian pianin, beli bellin, ch'el tropp foghin 
Noi te scalda el pissin, contin ciccin. 
Te preghi per mammin, per papparin, 
Per tult i bortolin 51) bergamaschin. 

Te preghi per l'acquin del fontanin 
Che lava el mostaccin 52) Je Doridin 53) 
In sul poggin verdin, freschin, gingin; 

InBn te preghi per el cardeghin 
Dove te fee settina 54) a fa cacchin 
E a fa versin de tutt e duu i boggin 55). 



«9 



— 290 — 

14. 
(-1815). 

Scimes 56), pures, bordocch 57), centpee, tavan, 
Camol 58), mosch, pappatas, vesp, galavron, 
Formigh, zanzar, scigàd 59), vermen, scorpion, 
Consolèv che l'estaa l'è pocch lontan. 

Pover bestiolitt! pover badan! 60) 
Mordinn 61), sciscenn 62), secchenn 63) che sii patron; 
Caghenn in sui pitanz, in sul muson; 
Cribbienn 64) { pagn 65), i frutt, la carna, el gran. 

Fee pur quell che ve pias, car bestiolitt, 
Che el manch che possem fa per i vost meret 
L'è quell de lassav scoeud tutti i petitt. 

Insci magara ve vegniss a taj 66) 
D'andà a quarter d'inverna in del preterel 
De chi loda l'estaa coi soeu regaj. 

15. 
(-1812). 

I paroll d'on lenguagg, car sur Manell 67) 
Hin ona tavolozza de color 
Che ponn fa el quader brutt, e el ponn fa beli 
Segond la maestria del pittor. 

Senza idej, senza gust, senza on cervell 
Che regola i paroll in del discor, 
Tult i lenguagg del mond hin come quell 
Che parla on so umelissem servitor. 

E sti idej, sto bon gust già el sa vara 
Che no hin privativa di paes. 
Ma di eoo che gh'han flemma de studia. 

Tant l'è vera che in bocca de ussuria 
El bellissem lenguagg di Sienes 
L'è el lenguagg pu cojon che mai ghe sia. 



- 291 - 

16. 
(-1815). 

Capissi anmì, sur professor Ronchclt 68), 
Che in quant a fa strivaj lu le quell omm 
Che pò sta impari quand se sia al Domm, 
Che l'è tra i maravej quella di sett. 

Ma quell vizi fotluu de l'impromett 
E de vess tant de rari calantomm, 
Et fa tort minga poch al so bon nomm, 
E come dighi l'è on fottuu difett. 

Ma dianzer, coss'hin i mee danee? 
Hin merda, ch'el voeur propri ciappann pu? 
Feo el sbir, e! boja, el lader de mestee? 

Anzi quant a meatee semm cama e peli, 
Che lavorem in vers ^9) lant mi che lu, 
Mi i penser del me eoo, e lu el viteil. 

17. 

(1810-1814). 

Quand passi de la Piazza di Mercant, 
E che vedi a brusà di mercanzij 
In mezz a on sere de ozios, de toff ^0)^ Je spij, 
Ridi de coeur ch'hoo mai riduu oltertant. 

Ingles mincioni, dighi, arziignorant! 
Credevev fors che nun fussem de quij 
De inorbì coi vost strasc, coi speziarij? 
On cazzi vardee, vi brusem ben d'incant 7'). 

Ne ve credissev nanch che sii falò 
Se pizzassen doma per gust del re 
In pubblegh e sui piazz? Mai, mai, ohibò! 

1 femm anch nun tra nun per nost piasè: 
Anzi on disnà noi ne fa mai bon prò 
Se noi sa on poo de gremm del vost caffè. 



— 292 — 

18 72). 
(1810). 

E daj con sto chez-nous: ma sanguanon! 
Subet ch'el gh'ha sta gran cuccagna in Pranza, 
Ghe va tant a andà fceura di cojon 
E a torna a cà a godella sta bondanza? 

In quant a nun, s'el ne usa st'attenzion, 
In contrassegn de grata regordanza 
El scassem subet giò del tabellon 
Di baloss e di porch senza creanza. 

Anzi, ch'el varda, vuj ch'el preghem fina 
De no fa olter quand el riva a cà 
Che parla maa de nun sira e mattina. 

Insci almanch podatavem lusingass 
Che paricc finalment, dandegh a tra, 
Barattassen el sit d'andà a seccass. 



19. 

PER EL MATRIMONI DELLA SURA VIOLANTINA PORTA 

COL SUR ANTONI LANDRIAN 73). 

Sonett accompagnatori d'on servizi de deseri. 

(1814). 

Per no lassav andà foeura de cà 
Senza nanch dav adree quej testimoni 
De quell che gh'hoo intenzion de vorè fa 
Per trepudi del voster matrimoni, 

Ve mandi quatter piatt bon de drovà 
Per quand no vorii sta sui zerimoni: 
Hin giust per frutta, e serven a spiega 
Che l'è per frutta che ancamì vi doni. 



- 293 - 

Oltra quest, quand voressev dà de ment 
A l'uso che se fa de certi capp, 
Ponn serviv de auguri e compliment. 

A tuttamanch però perchè hin sgiandos ^^), 
Servirai! tutt i voeult che van in ciapp ^^) 
A fav dì per me cunt, Evviva i 8(>o»ll 

20. 

AL SUR CAV. VINCENZ MONTI. 

/n0/</ a on /ci/Ai 76). 

(-1815). 

Per incoeu guarna pur via 
I tò rimm, i toeu conzett. 
E ven chi a godè in cà mia 
Vun di solet Testinett. 

Te doo face de mett legria, 
Fior de gamb, de brasc, de lett, 
De imbrojà el eoo a chi se sia 
Che podess tra on fazzolett ^^), 

Sont sicur che te diree 
Che hin i Grazi e i Mus che balla 
Sui bej praa del Pegasee: 

Ma el diroo forsi mej mi 
A vede che no ghe calla 
El so Apoll, che te set ti. 

21. 

(-1815). 

A proposet, lustrissem, de vaccina, 
Ch'el senta s'el vceur rid questa che chi 
Ch'el sarà on mes che la m'è occorsa a mi 
In del fa vaccina la Barberina. 



— 294 — 

Gh'eva in cà del dottor ona mammina 
Che l'èva in d'on fastidi de no dì 
Per scernì foeura el sit de fa insedi 
I varoeul a ona sova piscinina. 

Minga chi, perchè chi el dà tropp in l'oeucc, 
Minga là, perchè la se vedarà; 
Chi nanch, perchè ghe resta el segn di boeucc. 

Tira, bestira, on mondo de reson, 
Fin ch'el medegh, per falla quieta, 
Femmegh Tinest *), el dis, in sui garon? 

Oh che tocch de mincion 
(La sclama sta sciorina a l'improvvista). 
Sui garon? giust insci: pussee anmò in vista! 

22. 

AL SUR AVVOCAI GIUSEPP' ANTONI MARTINELL. 

Scritt in la soa delizia de Senagh. 

(-1814). 

Alto scià penna, carta e carimaa, 
E giustemm el nost cunt, sur Martineli: 
Ch'el varda chi che hoo giusta preparaa 
Tiraa foeura anca mi el me cuntarell: 

A lu: tant per lenzoeu slisaa ^8) e sporcaa, 
Tant per pan, per pitanza e fìrisell ^9); 
A mi: tant per falzett ^0) e gipp, s'cioppaa 
A furia de paccià come on porscell; 

A lu: tant per carocc inanz indree; 
Tant per caffè, sorbitt, acqu e bombon; 
Tant per latt, ciccolatt, cruzi e cuntee; 

A mi: tant per la tolla del faccion ^1); 
Tant per cremor de tarter al speziee; 
Tant al dottor per l'indigestion. 

Vedi a la conclusion. 



*) Nelle prime edizioni si legge inset, ma sembra un errore tipografico. 



- 295 - 

Sur Martinell. che i cunt hin II p«r lì, 
Se fors'anch no me ven quejcois a mi, 
Come sarav a dì: 

Tant per la frustadura di ganass, 
Per i dent de nettass e de strappass, 
E per el vegnì grass 

Tant de pu, in di vestii, de tila e pann, 
Ch'cl capirà che l'è minga pocch dann, 
E màssem in sti ann 

Ch'el vestiari l'è montaa a quell segn ^^), 
Che mej che grass l'è asquas vess in di legn S^). 
Donca lu col so ingegn 

El vedarà che, a vorè sta a rigor, 
Restarèv mi a la longa creditor; 

Ma no stemm a descor 

De danee.... pover lu.... nò..,, el me fa tort.... 
Se incontraremm.... già no semm minga mort.... 
E poeù femm de sta soft, 

Ch'el tegna sald.... puttost tornaroo chi 
A sta con lu ancamò per quindes dì. 



23. 

I SETT DESGRAZI. 
(-1815). 

On pover cereghett schisciamicchin ®'*), 
Per toeuss sto carnevaa on divertiment. 
L'ha pientaa ona pastoccia ai soeu parent, 
E l'è sghimbiaa a la festa al Teatrin ®5). 

Però per no fa tort al collarin 
El s'è vestii de mascher bravament, 
Barattand contra on scud de pagament 
L'abet de pret in l'abet d'on pollin. 



296 



Ma el diavol, nemìs nassuu e giuraa 
De tucc i Cristian, ma anmò pussee 
De qui] ghe gh'han sul eoo quell o pelaa^^)^ 

Prevedend fors ch'el studi o la fortuna 
Podeven tirali foeura del vivee 87), 
L'ha resoli de strozza el prevost in cuna, 

E el te ghe n'ha faa vuna 

Propi maggenga, e pesg de la tempesta, 
Che in pocch pareli, senza tant franz, l'è questa: 
Appenna su la festa, 

El ghe spediss incontra on bel donnin 
Cont on cuu pu redond d'on pomm poppin. 
De moeud che l'abbadin. 

Che l'è de carna infin, che infìn l'è on omm, 
Noi pò de manch de pettà i ong sul pomm; 
E in quella on galantomm 

De quij tal de la gippa de Baltramm ^^) 
El ferma al voi sto beli sciampin d'Adamm. 
Ah traditor infamm 

D'on demoni! va là: corregh adree, 
Fagh pur fa de maross anch la minee 

Intant ch'el va a pollee! 

Va là: satisfet pur, fa i tò vendett: 
D'ona desgrazia faghen foeura setti 

Demoni marcadett! 

Sissignor, propi sett, nanch vuna men: 
Cuntéj, e vedarii se dighi ben. 

Vuna, l'arrest; dò, el pien 

Coi soeu de cà, che pronten la cannella; 
La terza, i guaj e el rugh de la soa bella; 
La quarta, la querella 

E el nichìl transit^^) de monscior vicari; 
La quinta, el benefizi che va a l'ari; 
La sesta, el vestiari 



- 297 - 



De paga al mascaree fin ch'el sta dent 
Cioè a tutt sabet grass comodament ; 
L'ultema fìnalment, 

Quella d'ave daa el nas in don poetta 
Che spante ga sto fatt con la trombetta. 



24. 

SONITT ALL'ABBAA GIAVAN 90) 
(1816). 

Questo nomignolo vela il nome del piacentino abate Pietro Giordani, ottimo 
letterato, ma acre e pedante. Al comparire del primo volume della Colle- 
zione delle migliori opere scritte irx dialetto milanese (Piroita, 1816. 
1 2 volumi in 1 6") stampò che esso non conteneva che Inezie e inutilità, 
atte a mantenere il popolo nella tua grossezza e trivialità, e che ad ogni 
modo dodici volumi erano troppi, e danneggiavano la gloria letteraria di 
Milano. Dei tredici sonetti polemici che il Porta, sdegnato, tcrÌMe contro 
il Giordani, pubblichiamo i cinque ritenuti migliori. 



Se on viaggiator el se fudèss propost 
De descriv on paes, puta Milan, 
E che appenna rivaa al Boroh di Ortolan 
El fermass la caroccia in del prim ost ; 

E che là, senza mai moeuves de post, 
El scrivess ciò triff tiaff roba de can 
Contra i faboregh 91), i donn, el ciel, el pian, 
I costumm e el savè del popol nost; 

Costù, domandi mi, saravel somm ^2), 
Fatov, malign, tambèrla, malcreaa, 
Birbon, canaja, bestia, oppur on omm? 

Ohibò! el sarav fradell de ìjuell'Abaa 
Che in grazia che noi pò capì on prim tomm, 
El ne strapazza vundes nanmò faa. 



— 298 - 

25. 

(-1816). 

Se i Milanes col scriv in milanes 
Pretendessen de tra in terra el toscan, 
Mi per el prim vorev che Don Giavan 
El te ghe sonass giò sardell de pes; 

Ma siccome l'è pubblegh e pales, 
Manifest e patent a tutt Milan, 
Ch'hin gent senza pretes, e bon vivan, 
Vorèv mò inscambi ch'el ghe fuss cortes. 

Tanto pu che stampand, stampen per lor, 
E in cà soa, e per so divertiment, 
E con licenza di superior; 

E che infin dodes tomm n'hin minga assee 
De porta el minem dann ai soeu talent 
In d'ona Italia pienna de pessee ^3). 

26. 

Catto! el me dis, che i soeu paroll toscano 
Hin tutta grazia, tutta ziviltaa, 
E poeu el ne sgogna dopo a brazz de pann, 
Senza che gh'abbiem faa ne ben ne maa? 

Ma catto! s'el voreva strapazzann, 
El doveva almanch fall in sbottasciaa ^4), 
Sbassass, come el dis lu, trattann, parlann 
Cont el lenguagg di goff e di rabbiaa! 

Insci mo, coss'hal faa con la sua piatta? 95) 
L'ha sassinaa de pianta i soeu argoment, 
E el se desfaa lìi de per lù la fatta: 

E col vorrò sta sii e fa el caga in l'olla 96)^ 
L'ha obblegaa a volzass nun per stagh arent, 
E a digh sii in bon toscan: »S/e//e che chiolla! 



- 299 - 

27. 

(1816). 

Natan profetta (e questa, sur Abaa, 
L'è moral de la bona e de la bella) 
L'è andaa de David dopo quell peccaa 
Ch'el sa poeù lu 97), a cuntagh st'istoriella : 

David, giustizia! On ricch picn ras sfondaa 
De bè, de boeu, de becchi, de scarsella 
L'ha traa in setton de pianta ^^) on desgraziaa 
Robandegh ona poca p>egorella. 

David, che l'èva on re puttost fogos. 4 

In dov'eei, el respond, sto becco etzettera, 
Ch'el poda fa inciodà sora ona eros? 

Bell beli, allora Natan el repìa, 
Manch foeugh, che a redù i coss propi a la lettera 
Ti te sec el ricch, e el desgraziaa l'è Uria. 
Istess cont uscioria 

Bajaroo on poo anca mi Natan nostran.... 
Cwne?... lu che l'è dent coi pee, coi man, 
Col eoo, col fabrian 

In di rimm de Toscana, e ch'el ghe n'ha 
De fa lece a cava], de impinn di cà, 

£1 gh'ha el coragg de fa 

La guerra a sti pocch nost dodes tomitt, 
A l'unega berina di BosittP 

Lu, dighi, el gh'ha el petitt 

De sgognann, strapazzann, rompen la pippa? 
Che azion de porch, sur David de la lippa! 



— 300 — 

28. 

(1816). 

Per fagh vede e tocca propi con man 
Che, anch senza vess nassuu in d'on'aria fina 
E ave tettaa de bajla firentina, 
Se pò fass foeura i busch 99) anca in Milan, 

Ch'el me sporgla on poo chi, sur Don Giavan, 
El fregaoeucc '00) <je quella soa manina, 
E ch'el tocca, ch'el studia e ch'el compina '0') 
Sti pocch donzenn de nomm italian. 

S'el leggiarà polit cont attenzion, 
E se de gionta el vorarà nota 
Sti nomm sul mennabò ^02) Ji citazion, 

Sur Don Giavanin d'or, ch'el lassa fa 
Che ghe meltaroo insemma on regalon 
Ch'el vorarà stantà a portali a cà. 

Prest donch ch'el vegna za, 

Leggemm: Letteratura: Muss ^^^), Gigee, 
Rivola, Castion, Magg, Balestree, 

Litta, Tanz, Borromee, 

Setalla, Ripamont, Gian MarHan, 
Carchen, Maggenta, Ajrold, Venust, Cardan, 
Ferrari Ottavian, 

Castion d'Alfons, Berchet, Scott, Purisell, 
Peregh, Manzon, Luin, Pozzobonell, 
Gianella, Gambarell, 

Torti, Panigaroeu, Bellott, Parin, 
Verr Lissander, Oltrocch, Rejna, Venin. 
Storia: Sass, Calch, Giulin, 

Verr, Simonetta, Coeuri Bernardin. 
Medesma: Majner, Lanfranch, Baldin, 
Cros, Concorezz, Tadin, 



- 301 — 

Salvadegh, Mennaben, Grì0, Lampugnan, 
Duu De Grad, duu Caimm, Manata Alban, 
Simonetta, Giussan, 

Rovida, Della Porta, Castion, 
Moscati, Pravesin, Casaa, Boldon, 

Boss, Assander, Siton. 

Anatomcga: Buzz, Gaspcr Asell, 
Carchen, Bianch, Bium, Monteggia, Magistrcll, 
Tron, Cuoi, Mazzucchell, 

E Riboli, e Palletta, e l'Ospedaa. 
Chimega: L'Alcman, Monguzz, Poraa. 
Scienza d'antightlaa : 

Trivulz, Ferrari Ottavi e Ottavian, 
Fumagall, Allegranza, Boss anzian 
E Gattani Gaitan. 

Fisega: Fris, Raccagn, De Regis, Pin. 
Meccanega: Isimbard, Elli, Sonzin, 
E Beccaria Ballin. 

Argentana: Cardan, Brambilla, Gross, 
Luccignoeu, Scorza, Arsagh, e quel pess gross 
Del Poppa Caradoss. 

Incishn: Giusepp Longh e la soa scceula. 
Archilellura: Bass, Mangon, Vignoeula, 
Solar, Meda, Cagnoeula. 

Pitlura: Cresp, Boltraffi, Bramantin, 
Melz, Lomazz, Poppa, Zeser Sest, Luin, 
Pamfil, Oggionn, Figin, 

Del Cajro, Michelin, Pepp Boss, Appian, 
Peregh, Gallear, Sanquiregh, Landrian, 
Ganna, Levaa, Vaccan, 

E in tra i donn la Milesi, la Legnana, 
La Belleria, la Corneo, la Vedana, 
L'Olivazza, l'Appiana. 



- 302 — 

Scultura: Porta, Biff, Fontana, Agraa, 
Solar, Bambaja. Giusprudenza : Alziaa 
Papà di dottoraa, 

Posteria, Ares, Taegg, Cajmm, Carpan, 
Manfred Setalla, Gian Luis Toscan, 
Piroven e Giussan. 

^olitega: Moron, Verr, Beccaria. 
Matematega, Calcai, Stronomia: 

Ceva, Agnesa Maria, 

Caravagg, Mazzucchell, Zeser, Carlin, 
Lece, Cavalier, e on Orian che in fin 

L'è on lum de vott stoppin. 

Milizia: EI gran Trivulz, Melz Luduvigh, 
Medes, Castald, e Belgiojos Albrigh, 
E i nost Viscont antigh. 

Musega: Cadenazz, Mess, Palladin, 
Mìnoja, la Grassina, Sant Martin, 
E Luvis Marchesin. 

Diplomazia: El cardinal Moron, 
Archint, Taverna, Cresp, Melz, Castion 
E el Boss de Provvision. 

Teologia: Moron, Branca, Bonscior, 
E in Domm on para l'ann dedree del cor '04), 
Artegian poeìi descor! 

Ona motta, on vivee, on muco, on brovètt; 
Perfett, arziperfett, plusquam perfett: 

Basta dì che on Ronchett 

L'instrivalla tutt l'ann re e imperator; 
E che a Londra e a Paris ne fan l'onor 
De dà la metta a l'or 

Coi noster bravi balanzitt nostran, 
Fabbricaa in st'aria grossa de Milan. 
Ora, sur Don Giavan, 



- 303 — 

Che l'ha leggiuu polit, e che l'ha vitt 
Che sto paes no l'è poeù tanto trist, 

Ne insci biott e sprovvitt 

De gent che vara tant e quant e lu, 

Se per modestia noi voeur dì de pu, 

Ch'ei te toeuva mò su 

Insci a la bona, e senza zerimoni, 
Quella motta de liber che ghe doni. 
Lì gh'è dent el Sigoni, 

El Silon, el Murator, gh'è l'Argellaa '05), 
Tucc in foeuj, stampaa ciar, e ben ligaa; 
E quist chi, sur Abaa, 

Ghe mostraran in tucc i or ch'el stinui 
Tane olter nomm de omenon de scima, 
Che in grazia de la rima 

E in virtù de la santa discrezion 
Hoc dovuu per desgrazia in s'toccasion 
Lassa] in d'on canton- 

Infin per la bonne bouche el gh'è on breviari '06) 
Pien ras e comor de indulgenz plenari. 
Toh foeura del Bollari, 

De Lissander Segond, Gregori, Urban, 
E de duu d'olter papa de Milan. 

E quest chi, Don Giavan, 

Speri ch'el ghe farà propi servizi 
E per l'obblegh ch'el gh'ha de dì l'ofiìzi, 
E per el benefìzi 

De qui) sant indulgenz ch'el pò quistass 
Insci col stecch in bocca andand a spass; 
Che l'è mej che struziass 

A dragona, studia, perzepità 

Per vegnì in culi a tucc, come ch'el fa. 



— 304 — 

29. 

SONETTIN COL COVON *) 

MENEGHIN CLASSEGH. 

(1817). 

Mi romantegh? soo ben ch'el me cojonna! 
Mi sont classegh fin dent el moli di oss; 
Mangi, bevi, foo el porch in Eliconna, 
E ai romantegh ghe guardi nanch adoss. 

Mi, quand canti i mee vers, Apoll el sonna: 
I Mus, se i ciammi, pienten lì '^7) tusscoss. 
Se vuj on temporal, Giove el me tronna; 
Se vuj fa el ciall. Amor me le fa in scoss. 

Vener e i Grazi, quatter sgarzorin, 
Che hin bej de tutt i part, stan lì per mi 
E me serven de tavola e molin. 

Minerva in di tra va] la me consoUa; 
Morfee el me ninna e poeu el me fa dormì; 
Bach el me scolda el eoo, e el me dà la tolla; 
Ghoo Pann '08) ch'el me pascoUa 

Quij quatter pegor che m'han faa el favor 
De damm a Romma quand m'han faa pastor '09); 
Ghoo Flora, che la corr 

A cattamm rceus, vioeur, gili, s'cioppon "0), 
Per tutt i sort de' loffi e paragon. 

Su tucc quij possession 



*) Il Poeta per dimostrare ai suoi avversari, i classici, che egli rifugge dai 
luoghi comuni della mitologia, allora in voga, non per ignoranza della mede- 
sima, ma per convinzione che il classicismo non risponde alle esigenze dello 
spirito pratico moderno, in questo sonetto passa in rassegna le divinità pagane, 
anche le più dimenticate, ricordandone con molto umorismo i loro più recon- 
diti poteri, sognati dai poeti dell'antichità pagana. 



- 305 - 

Gh'hoo a' ficc del Tass invera Gerusalemm 
Vertun, Cerer, Pornona, Tritolemm ^^^) 

Ghe stronzonen "2) insemm; 

La sta de mi, d'on me comandament, 
L'avegh quand vuj, o acqua, o succ, o vent. 
Che ghoo ami 8 on spavent 

De Ninf pissonn, capazz, se la ven fada, 
De fa on deluvi cont ona pissada; 
E sont tutt camerada 

D Eoi, re de cert vent razza de can 
Che boffen come el pròs "3) di (ranzescan. 
Se mai quai tolipan 

El me secca la bòzzera e el me sgenna, 
Ven vohra Momo "4), ch'el me le peccenna "5) 
Fina in fond de la s'cenna, 

E s'el scalza, s'el mord, e s'el repetta, 
Ciammi Nemesia • '6) e foo la mia vendetta. 
Se me noeus la bolletta, 

Plulo pietos, el rè di Tesoree, 
El dessotterra on olla de dance 

Sconduda i temp indree, 

E pliff, e plaff me je sgandolla lì 
Che le ona maraviglia de stordì. 
Se vuj intenerì 

El coeur de tigher d*ona quaj valdrappa "7), 

fa sta a post quaj vergine cillappa, 

De quij che iiuiga e s'cappa, 

Ghoo el dio Netun che me sbaratta el mar 
E me lassa toeù sii quell che me par, 
Perla bej, gross e rar, 

Coraj stupendi, de fa moeuv perfìn 

1 balzann impiombaa di sottannin 

Di damm del bescottin "®). 



— 306 — 

Se me ciappa la fevera, i dolor, 
Ghoo Esculappi, Chiron; ghoo Igea che cor '^9), 
E s'hin minga assee lor, 

Ghoo fin per on amis on Dio monell '20) 
Cont' al fina aj strivaj, fina al capell. 

Se mai vuj porta ai steli 

I prodezz sanguanent d'on qua] soldaa, 
Can de Dio, rabbios, desfogonaa, 

Ghoo li bujent, prontaa, 

Arrostì, caldi, sott'a la pattona '21) 
Pallad, Mart, Briaree '22), Ercol, Bellona, 
Con tutta la corona 

Di soeù berlicch, berlocch. Megera, Alett, 
E Tesifon '23)/ e Atropp di forbesett '24), 
E Vulcan del bofett '25), 

E i Ziclopp '26) regolzaa cont adree on mucc 
De spad, de lanz, de frecc, de picch, de gucc, 
E per ultem de tucc 

La Majstaa sova del gran re Platon 
Col ghicc sii un còffen de decorazion. 
Se mai ven l'occasion 

Che stanta à parturì quaj comarina, 
Ghe mandi Egeria '27) © la commaa Luzina '28) 
A dagh una manina, 

E col so ajutt, in manch che noi se dis, 
La fa lì on beli Adon, on beli Narzis '29) 
O on olter magnaris, 

Che col passa de vuna in l'oltra man 
De Canina, de Edusa e de Statan '30), 
El pò fass sii on magnan 

Capazz, chi sa? col temp, de deventà 
On fior de ciolla de strappa la cà. 
Se vun la stanta a fa, 



— 307 — 

Ghe foo fa on vòt a Cloazzina '3'), e tracch 
Besugna recorr subet al tabacch; 

Ghoo Bn, per chi fuss stracch 

De tegni indree quai fiaa che sforza i port, 
El Dio Crepcl 132) coni el passaport, 
E guaj a fagh intortl 

Quand che se tratta de pettà in castell l^^), 
Ghoo Com '34) cWe\ tira a vohra el bon el beli; 
E se infesci el buell 

Ghoo la Dea Corna ^^^), ona zerusegona, 
Ch'anch che la serva per Santa Corona '3^), 
No la fa la cojona. 

Se me tocca a la vita on indiscreti 
D'on creditor, che no me lassa quiett, 

Voo giò a cava al fium Leti '^7) 

Dell'acqua che fa el gioeuch de incojonì; 
E se noi voeur bev lù la bevi mi, 
E tiri inanz insci. 

Se vuj viv a la moda, e damm del spacc 
Col fa in commedia de paricc mostacc, 

Ghoo Gian de quatter face, 

Ghoo Proteo al me comand, e ghoo Diana 
Ch'el ne fa giusta selt la settimana '3®). 
Se me batt la mattana, 

La patturgna '39), la móttria '40)^ la scighcra '^l). 
La corr Lubenzia della bella cera ^^^) 
A mettem lì in spallerà, 

Gratis-amore-Dei, tanti piasè. 
Doma occasion de scernigh foeura el me. 
Se no poss andà a pè, 

O per reson di pee, o del calzolai, 

Ne andà in tirosa come tane somar, 

Ghoo lì con larg i àr 



— 308 - 

El Pegas 143) che me porta a sgoratton 
In terra, in ciel, senza slisà i colzon, 

E el gh'è anca quest de bon 

Ch'el scolda minga i ciapp al cavalier, 
Ch'el gha on trott comod, comod e leger '44)_ 
Se vegni del parer 

D'andà in barchett, magara a dì, a Cassan, 
O dininguarda anca pussee lontan, 

Ghoo subet lì ona man 

De Drìad, de Amadrìad, de Tr itoti '45) 
Adree ai cord, alla para '46)^ adree al forcon, 
E ghoo fin col sponton 

Polluz e Castor su la straa Lanzana '47) 
A cascia inanz la casa Gambarana '48), 
Se la giustizia umana 

La me pariss orj cert socchè in su l'oss '49), 
O prest o tard ghoo Cacch 150), ghoo Minoss, 
Che giusten lor tusscoss. 

Ghoo per i donzellett '51), per i sartinn. 
Per tutt i cantarinri, i ballarinn, 

I serv, i scuffierinn '52) 

La Dea Voluppia '53) che la pensa lee 
A tiraj giò di banch e dal pajee, 

E a portaj sui duu pee 

Su fior de soffaron, tutt a recamm. 
In pari al venter e al bauli '54) di damm; 
Infin, per no struzziamm 

A nominann a vun a vun di fass 
(Che no l'è cossa classega el struziass) 

El preghi a ingenoeuggiass, 

A dobbià ben la s'cenna e sbassa el eoo 
Per l'ultema che adess nominaroo; 

Questa, per quell che soo. 



- 309 — 

L'è la gran proteltrlz di sacerdott, 
Di damm, di cavalieri, di divott. 

Di comich, di cercott, 

Di macster normal, di sonador, 
Di scolar, di lettor, di confessor, 
Di serv, di scrvitor, 

Di impiegaa regg, di ricch, di postion, 
Di ciarlatan, di musech, di castron, 
E l'è senza eccezion 

La morosa, la mamma, Tamisonna 
De tutta quella razza bella e bonna 
Che viv in Eliconna, 

E che ghan certe nomm tucc in hattisla, 
Come sarav a dì mitologista, 

Classicista, elenista; 

L'è lee che manten tutta sta brigada 
A furia de piatton de pappa faaa 

E de robba passada '^5)^ 

L'è lee quella che spianna, e slarga e netta 
La strada del Parnass ai soeu poelta, 
E je porta in spalletta 

Al tempi de la Gloria come scior 
Dove, quand ghin, se freghen tant tra lor; 
Infin sta Dea d'amor 

Per digh chi l'è, l'è la Dea Marcia, ossia 
La gran metréss de la poltronaria. 

Cli'el varda mo, usciuria, 

Se me pò convegni de renunzià 
A tante comod, per andà a cerca 
Sta rogna de 'gratta ; 

Ch'el varda lìi se occor ris'ciagh la peli, 
Lassa i bej vialon per di stradell. 

Suda come on porscell 



310 - 



Per vess sicur, quand sont rivaa a bottega '^6)^ 
De trovagh nane on asen che me prega; 
Nò, nò, no vuj sta bega: 

Classegh sont e vuj stagh; saront fors anch 
On cojon, ma on cojon classegh almanch. 



30. 

UN AMANTE TRADITO DALLA SUA BELLA. 
(-1806). 

T'hoo visi, no me sconfond, adess n'ho assee; 
Soo per quant te poss spend, soo i to prodezz: 
Per mi te pienti subet su i duu pee 
E rinonzii a chi voauj i to bellezz. 

Speccia, cojonna, che te corra adree 
A corteggiati anmò; sì, speccia on pezz, 
E che creda a qui] smorfi che te fee. 
Ch'in luce simonn, trapolarii, doppiezz. 

Quist hin donca i protest che te m'ee faa? 
È mi, baccol '57)^ credend ai to bambann. 
S'era coti e stracott, s'era brusaa! 

Va, che le see la mader de l'ingann; 
Va, che te see la slessa infedellaa; 
Va, birba sbozzarada, al to malann. 
No soo pU cossa fann. 

Tend pur, bagascia, tend pur ai fall loeu; 
Tacchel pur, traditora, a chi te voeu. 
Che mi comenzi incoeu 

A scassai dal me coeur, quell coeur che on dì 
L'ava tuli foeugh e tutt amor per lì. 



- 311 - 

31. 

(-1606) 

Sura Peppina, n'hoo pien i cojon 
De sentimm tult'el dì a rosegà, 
E la m'ha sauasi rott la divozion 
Con quel maìadettissim borbotta. 

Per mi ghe parli ciar, senza (ìnzion, 
A sta manera no poss seguita. 
E vuj minga giontagh la complession 
Per fa rida i cojon e poeu creppà. 

Finalment già nun duu no semm sposaa, 
El divorzi pomm fall senza avvocatt, 
Che i division tra nun hin subet faa: 

Lee che la me trasmetta el me ritratt, 
E mi anca mi; e quell ch'è faa è faa 
E da stoo dì sien rott tutt i nost patt. 

32. 

A DON LISSANDER GARION. POETTA MENEGHIN 

TRADUTTOR DE LA "BATRACOMIOMACHIA* D'OMER 158). 

(-1808). 

Varron '59)^ Magg, Balestree, Tanz e Parin, 
Cinqu omenoni proppi de spallerà '^), 
Gloria del lenguagg noster meneghin, 
Jesus! hin mort e insci noi fudess vera. 

Ma s'hin mort sti torcionn de tant stoppin, 
Nane per quest se pò di ch'è fornii Brera '^')* 
Che gh'hemm pizz ancamò on bon lanternin 
Coi riverber e i veder de minora ^^^); 

Gh'hemm on fraa Garion domenican 
Viv vivent, ch'el Signor ne l'ha daa apposta 
Per conserva la gloria de Milan. 

Insci nun meneghilt, con sto brav omm 
Gh'hemm i sett maravej tucc in cà nosta; 
I primm cinq, quest ch'è ses, e sett el Domm. 



— 312 — 

33. 

(-1815). 

EI mangia e bev in santa libertaa 
In mezz ai galantommen, ai amis, 
In temp d'inverna al cold, al frecc d'estaa, 
Diga chi voeur, Ve on gust cont i barbis '6^); 

Ma se poeu se ghe gionta el vess trattaa 
A macca, come incceu dal nost Luvis ^^^), 
Et quldem con quell coeur larg insci faa, 
Cossa serva! l'è on gust de paradis. 

E el gh'è pceu anch quest de bon, che el Tordorò, 
Sto so beli paradis, el ne le dà 
Senza fann romp in prima i ci-o-cò; 

Che, a quistall, no ghe voeur macerazion, 
E per godell dadrizz basta doma 
Mortificass on poo in la colazion. 

34. 

(Aprile 1814). 

Paracar che scappee de Lombardia, 
Se ve dan quai moment de vardà indree. 
Dee on'oggiada e fee a ment con che legria 
Se festeggia sto voster sant-michee. 

E sì che tutt el mond sa che vee via 
Per lassa el post a di olter forestee. 
Che, per quant fussen pien de cortesia, 
Voraran anca lor robba e danee; 

Ma n'havii fa mo tant, violter baloss, 
Col ladrann e coppann gent sora gent, 
Col pelann, tribulann, cagann adoss. 

Che infìn n'havii redutt al pont puttana 
De podè nane vess indifferent 
Sulla scerna del boja che ne scanna. 



- 313 - 
35. 

(») NOTIZIE AUTOBIOGRAFICHE. 
(Frammenlo). 

Sont nassuu sott a sant Battoiamee 
In del mila settcent settanta ses. 
Al mezz-dl del dì quìndes de quel mes 
Ch'cl so e! riva a quell pont eh ci volta indrce '^5)^ 

Per auell che soo da Isepp el caioccce, 
Ch'el cn'avatà i 8Ò setlant'ann bon pcs, 
Fina ci Pà del Messee '66) Je me Messce 
L'èva anch'lù, come mi, bon milanes. 

*) 



36. 

(1815) 167). 

Cario Porta, poctta ambrosiàn, 
No vorrend vess creduu per on baloss. 
Prima perchè a sto mond el g'ha quajcoss, 
£ poeu perchè ci g'ha minga el eoo balzan, 

El protesta e el dicciara a tutt Milan, 
Che tucc quij vers che gira e ghe dà addoss 
A re, governa, prenzep e pèss gross. 
No hin farina fada col so gran. 

E però el prega quij cagazibett '^) 
Che ogni bott el battezzen per autor, 
A vess on freguin '6^) pussee discrett. 

Giacché de scriv stì bozzer de cavali 
No l'è né on vis-de-cazz, sul gust de lor, 
Né el g'ha come i lumagh la cà sui spali. 



*) II GroMÌ non trova che le due quartine di questo sonetto. Vedi altri 
sonetti dell'Autore nell'appendice * Rime per la Società del Giardino *. 



- 314 - 

37. 

(1816). 

Gh'oo miee, g'hoo fioeu, sont impiegaa, 
Et quìdem anch'a caregh del sovran; 
G'hoo al so qua] crost ^ '0), g'hoo el pader pensìonaa, 
Hoo già saraa l'anta '71) e sont malsan; 

E me voeuren mò cred tant desperaa, 
De pettamm de sti coss sul fabrlan '73) 
Per andà a toeulla contra soa Majstaa, 
Padron de la mia vita e del me pan? 

Che fan on bell'onor a sto me ingegn, 
Col supponel capazz de la virtù 
De vess baron fottuu fina a sto segn. 

E se mai g'hoo daa gust in quaj manera, 
Per me compens no me specciava pù 
Che me credessen degn de andà in galera. 

NOTE. 

1) Giuseppe Bossi (1777 f 1815) pittore e letterato insigne, specialmente 
celebre per la sua opera critica sul Cenacolo di Leonardo da Vinci e per la 
copia del capolavoro leonardesco eseguita per incarico del Vice Re Eugenio 
Beauharnais. 

2) buratta: abburattare, cernere la farina dalla crusca. 

3) Leila: il dentista Bonella allora in voga. 

4) sciocch: ceppo, radice di albero. 

5) restellera: rastrelliera, cioè la dentatura. 

6) porca de tarocch: porcacchione. 

7) Sfogo contro i francesi che parlan male di Milano (v. anche Sonetti 1 8 
e 31). 

8) ingossa: schifo. 

9) pianten.... i verz: metton.. . piede {oerz: cavoli). 

10) stobbia: stoppie. 

1 1) zaffa: toccare. 

12) scalzad: calci. 

13) grobbia: greppia. 



- 315 - 

14) Allusione alle leve militari indette per le guerre MpolaoaklM. 

1 5) El te m'ha daa, ecc : mi Ka piantalo in «MO. 

1 6) maccaron : piagnucolone. 

1 7) magonent : accorati. 
16) caiciaM: corucciani. 

19) tpartì: fare in parti, cioè dividere (sottinteso) l'eredità patema. 

20) Al Porta offre argomento per questa invettiva contro gli ebrei, quanto 
di loro leggesi nella Bibbia che lamentaronsi anche di Dio, ancorché avesse 
sovvenuto al loro sostentamento, mandando nugoli di quaglie e la manna, che 
durante i quarant'anni di vita nomade nel deserto, non cessò di piovere dal 
cielo per nutrirli: cibo che al dire del sacro scrittore era 'un pane bell'e 
(atto.... contenente in sé ogni delizia ed ogni soave sapore*. {Sap., XVI, 20). 

21) figatej: fegatelli. 

22) puj: polli. 

23) sacc: satolli, sazi. 

24) quaj: quaglie. Per la veritii storica osserveremo che, nella narrazione 
biblica le quaglie precedettero la pioggia della manna. {E$oJo, cap. XVI). 

25) gingin: vagheggino. 

26) cisquitt: civettone. 

27) sumÌm: spasima. 

26) Ciocchin ; nome di persona, che sulla fine del sec. XVllI tn incari- 
cata di sotterrare le carogne degli animali morti in Milano. 

29) ball, ecc. : le fanfaluche che ci racconta. 

30) gratta: qui e nel verso seguente giuoca sul doppio senso del verbo 
grattò = grattare, che in milanese vuol dire rubare. 

31) Questo sonetto è la eco dei grandi commenti fatti in Milano per una 
festa data in casa propria dal tesoriere Casiraghi (non avente che L. 3U00 di 
stipendio) festa del costo di circa L. 1 2000. con intervento del Ministro Prina. 
superiore del Casiraghi, vedi COMANDÌNI {L'Italia, ecc.) sotto la data 15 feb- 
braio 1612, ove i pubblicato il fac-simile di questo sonetto. 

32) Monteggia G. B. medico chirurgo (8 agosto 1 762- 1 7 gennaio 1815). 

33) L'iscrizione si legge tuttora sotto i portici del nostro Ospitale Maggiore. 

34) fava on volt, ecc.: che inarcava la schiena (firon) per la fatica nel superare 
il dislivello notevole che allora esisteva fra la strada e il cortile dell'ospedale. 

35) rampi: portare arrampicando. 

36) de sass: scolpito nel sasso. 

37) sciorì: ricchi. 

38) seccaball: seccatori. 

39) d'un gali, ecc.: della Francia (gali), dell'Austria (aquila). 

40) el qjoniam: lo gnorri. 

41) posta: appoggiare. 



- 316 - 

42) menna.... el fetton: faticare. 

43) sonaj: sciocchi. 

44) quamquam : retrogradi. Qui il Poeta allude alle critiche che si facevano 
alla grandiosa strada del Sempione, progettata da Napoleone I, che metteva 
capo all'" Arco della Pace ", 

45) magatton: bigotti. 

46) slomegh desquattaa: scollature dell'abito muliebre. 

47) pessee: pescivendoli. 

48) vegill: i giorni di magro e di digiuno. 

49) Satira contro il bergamasco Conte Bartolomeo Secco -Suardi, per verità 
non piccino ma di forme colossali, che in una sua poesia deplorò il clima 
umido di Milano. 

50) Puresin col tossin : allude al detto proverbiale " tutti i puress gh'an la 
toss " tutte le pulci hanno la tosse, col quale si mettono in ridicolo quanti 
hanno velleità di interloquire senza competenza; qui, particolarmente, di poetare. 

5 1 ) bortolin : diminutivo di Bortolo, nome fra i più comuni nel contado di 
Bergamo. 

52) mostaccini piccola faccia (mostacc), 

53) Dorindin: Dòride; personificazione mitologica, figlia dell'Oceano; una 
delle figure abusate nella poesia classica. 

54) te fee settina: ti siedi. 

55) fa versin, ecc.: scherza sul doppio senso della parola versi; piccoli 
versi poetici e piccoli rumori. 

56) Scimes: cimici. 

57) bordocch: scarafaggi. 

58) camol: tarme. 

59) scigad: cicale. 

60) badan: innocenti. 

61) Mordinn: morsicateci. 

62) sciscenn: succhiateci. 

63) secchenn: seccateci. 

64) Cribbienn: crivellateci, 

65) pagn: gli abiti. 

66) vegniss a taj: capitasse l'occasione propizia. 

67) " Questo sonetto si legge stampato nella prefazione al X tomo del teatro 
italiano antico, edito dalla società nostra de' classici nell'anno 1812. Tuttoché 
quei signori abbiano creduto di protestare che questo sonetto non si riferiva 
ad alcuno ed abbiano cangiato il nome di Gorelli in quel di Manelli, sappia 
che io lo feci appositarmnte per rintuzzare la baldanza di questo nominato 
Qorelli sienese, altre volte cameriere dell'ex Senatore Spannocchi ed ora Can- 
celliere del Tribunale nostro d'appello il quale in occasione che da un eroe- 



- 317 — 



chio d'amici leggevansi alcuni miei loneui, ebbe a prorompere in i* 

contro il vernacolo noctro e contro chi ti dilettava di UMme lenY fn doM*. 

(Nola del Porla). 

68) Antimo Ronchetti, cal/olaib di grande rinomanza in Milano non aolo 
per la tua grande aLilili e onettik, ma anche per la tua intelligenza, che lo 
rendeva gradito anche a persone di alta levatura che frequentavano la tua 
casa e si compiacevano della sua conversazione. 

69) lavorero In ven : bisticcio sul suono ' in ver* ' che significa in veni 
poetici e al rovescio (Invers). 

70) tèS: curiosoni. 

71) Dal 19 ottobre 1610 sotto il primo regno d'Italia, erano periodici i 
falò per la distruzione delle merci inglesi 

72) Vedi anche i Sonetti 4 e 32. 

73) Il matrimonio della nipote del Poeta ebbe luogo il I 3 ottobre 1814. 

74) tgiandos: fragili. 

75) in ciapp: in cocci. 

76) • Questo sonetto fu diretto al celebre cav. e poeta Vincenzo Monti, 
per commissione del sig. Carlo Casiraghi, che invitavalo ad intervenire ad uno 
dei suoi brillantisiimi festini '. {Nola del Porla). 

77) Allude all'uso orientale, per cui il Signore dell'l-larem gettando il faz- 
zoletto accennava alla prescelta fra le odalische. 

78) slisaa: logorato per lungo uso. 

79) iirisell: gergo, per vino chiaretto. 

80) falzett: cintura dei calzoni. 

81) tolla del faccion: audacia di presentarsi. 

82) Allusione al prezzo esorbitante degli abili, effetto del blocco napoleo- 
nico, che in Lombardia cessò definitivamente nel 1814. 

83) vess in legn: essere smagrito. 

84) schisciamicchin : gran mangiatore di michette, titolo che si dava per di- 
leggio ai seminaristi. 

83) Teatrìn : così detto il minore dei due teatri regi, la Canobbiana. ora 
teatro Lirico. 

86) o pelaa: la chierica. 

87) vivee: seminario. 

88) de quij, ecc.: poliziotti. 

89) nlchil Iramil: formola curialesca indicante impedimenti a promozione. 

90) Nelle prime edizioni veniva indicato come ahóa giavotì un anorìimo 
giornalisla invece del Giordani e ciò si crede per l'oppoaizione della Censura 
austriaca. 

91) fabbregh: case, palazzi. 

92) somm: scemo. 



— 318 — 

93) pessee: pescivendoli: intendi che le carte dei poeti dialettali non fanno con- 
correnza a quelle infinitamente più numerose dei saccenti, destinate ai pescivendoli. 

94) sbottasciaa: linguaggio triviale. 11 Giordani sosteneva che il dialetto 
serve solo a esprimere idee rozze, basse, volgari, idiote: e che le idee alte 
solo si possono esprimere col parlare italiano. 

95) piatta: saccenteria. 

96) E col vorrè sta su, ecc.: fare il superuomo, il cacasenno. 

97) Allude all'adulterio di Davide con Betsabea moglie di Uria, narrato 
nella Bibbia (lib. II dei Re, cap. XI-XII. 

98) traa, ecc.: dare un tracollo; {sellon = mezzo ritto sul Ietto). 

99) fass foeura, ecc.: cavarsela onoratamente. 

1 00) fregaoeucc : dito indice col quale i bambini, appena svegliati, si stro- 
piccisuio gli occhi. 

101) compina: compita. 

102) mennabò: guida, repertorio. 

103) Per i dati biografici di questi e di altri celebri milanesi si potranno 
consultare le note di CAMPAGNANI POLICARPO alle Poesie milanesi del 
Porta, (ediz. I, Milano, Bobecchi, 1887, ediz. II, Milano, Capriolo e Massi- 
mino, 1918) dove però manca qualche nome. 

1 04) E in Domm, ecc. : cioè, in Duomo un paio di teologi, ogni anno, nei 
confessionali dei penitenzieri allineati nel retro coro. 

1 05) Qui sono citati i quattro autori, che danno notizie biografiche di scrit- 
tori e scienziati milanesi. 

1 06) breviari : sommario delle indulgenze concesse da Papi milanesi cavate 
dalla raccolta delle bolle pontificie {Bollari'). 

107) pienten lì, ecc.: cessano ogni cosa. 

108) Pann: Pane, divinità delle campagne e dei pastori. 

109) Allude alla sua nomina nell'Accademia dell'Arcadia. 

1 1 0) s'cioppon : garofani. 

Ili) Vertunno, dio dei giardini ; Cerere, dea delle biade ; Pomona, divinità 
dei frutti; Tritolemo, al quale Cerere insegnò l'arte di coltivare la terra. 

1 1 2) stronzonen : sinonimo di struggionà, struggersi nelle fatiche. 

1 1 3) pròs =: podice. 

1 1 4) Momo, censore delle azioni degli dei e degli uomini. 

1 1 5) peccenna : pettina a dovere 

1 1 6) Nemesia dea della vendetta. 

1 1 7) valdrappa : gualdrappa, e in senso traslato donna ad arte recalcitrante. 

1 1 8) damm del bescottin : consorzio di pie Signore dedite alle opere di pietà 
e beneficenza, fondato presso la chiesa parrocchiale di S. Alessandro in Milano, 
dette così, dai biscottini che distribuivano nelle visite agli ospedali. 

1 1 9) Chirone, gran medico ; Igea (Minerva) che presiedeva all'arte di guarire. 



- 319 — 

120) Dio mondi: Mercurio. 

121) lott'a la pattoiui: allude all'uso milanne di manteoere pronti e cakJe 
lotto il toppone (fiallona) le cattagnc arrottite. 

122) Briareo, il gigante dalle cento braccia e cinquanta tette; Bellona, la 
dea della guerra. 

123) Megera, Aletto e litifone, le tre furie o diviniti infernali. 

124) Atropo, la Parca incaricata di recidere il filo della vita. 
123) bofètt: mantice. 

126) Ciclopi, i fabbri di Vulcano. 

127) Egeria, la ninfa invocata dalle donne pagane per i parti felici. 
126) Lucina la divinità dei parti. 

129) Adone e Narciso i due giovani di insuperata bellezza. 

1 30) Cunina presiedeva alle culle de' bambini ; Edusa al primo loro nutrimento 
tosto che lasciavano le poppe; Statano aveva cura dell'educazione de' ragazzi. 

131) Cloacina, la dea delle fogne. 

132) l 'pagani nelle loro abenazioni avevano fatto una diviniti anche del 
crepUus ventrh. 

133) petti in castell: mangiare, banchettare. 

134) Como, diviniti che presiedeva alle feste ed alle lotletla. 

133) Cama avea cura dell'interiora umane. I Romani le avevano eretto un 
tempio sul monte Celio. 

1 36) Santa Corona : l'opera Pia milanese per l'assistenza gratuita dei poveri. 

137) Lete: le acque di questo fiume d'inverno, avevano la virtù di far di- 
menticare il passato a quanti ne bevevano. 

138) Ch'el ne fa, ecc.: Diana (cioè la luna) che ogni giorno cambia faccia. 

139) patturgna: tristezza. 

140) mottria: broncio, malumore. 

141) tcighera : propriamente nebbia ; qui per nebbia dell'anima o tristezza 
indefinìbile. 

142) Lubezia, la diviniti che presiede ai piaceri. 

143) Pegaso: il cavallo alato. 

1 44) Ch'el gha, ecc. : verso sostituito nelle edizioni fatte durante la domina- 
zione austriaca; l'originale dice: 'Come quij che i todÌKh dan in quarter '. 

143) Le prime erano le ninfe dei boschi; Tritone la diviniti del mare. 

146) para: timone. 

1 47) straa Lanzana : la piccola strada Alzoja, percorsa dai cavalli che ti- 
rano le barche quando devono risalire la corrente. 

1 46) casa Cambarana : termine volgare per indicare la nave di tra^x>rto dei 
passeggeri sul naviglio pavese e della Martesana. 

149) secche, ecc.: un certo non so che caduto sull'otto del collo. 



— 320 - 

1 50) Caco, divinità data in aiuto a Minosse per giudicare i mortali nell'Averno. 

151) donzellètt : diminutivo di donzelle, cameriere. 

1 52) scuffierinn : che fa le cuffie, allora di moda anche per le signore giovani. 

1 53) Voluppia, divinità infame delle dissolutezze. 
1 54) bauli : podice. 

1 55) roba passada : roba passata allo staccio. 

1 56) rivaa a bottega : arrivato alla méta. 

157) baccol: minchione. 

1 58) Vedi anche il Madrigale " Al Pader Garion ", questi pubblicava 
nel 1808 anche la versione milanese del racconto biblico di Tobia; che non 
essendo qui ricordata nella dedica dimostra che il sonetto sia di data anteriore. 

1 59) Varron : non l'eruditissimo e fecondo scrittore latino, ma Giovanni Capis, 
il nostro scrittore dialettale più antico (sec. XVI) il quale compose il Varron 
milanes de la lengua de Milan (1" ediz. 1 606) per dimostrare in gran parte 
le voci del nostro dialetto derivano dal greco e dal latino. 

1 60) omenoni, ecc. : paragone tolto dagli alberi fruttiferi scelti che si pon- 
gono a spalliera contro i muri. 

161) fornii Brera: finite le celebri scuole di Brera. 

162) veder de minerà: cioè la mica o vetri di Moscovia, 

163) gust cont i barbis: gusto compito, coi baffi {haihis). 

164) Luvis: cioè Luigi Tordorò allora Consigliere di governo. 

165) Il mese d'agosto. 

166) Messee: Nonno, avolo. 

167) "Sonetto scritto nel giugno del 1815, per disinganno di coloro che mi 
credevano autore di sonetti in vernacolo nostro, scritti in offesa di nobili e di 
altre persone ragguardevoli ". (Nota del Porta). 

168) cagazibett: pettegoli. 

1 69) freguìn : diminutivo di freguj, briciolo. 

1 70) g'hoo al so, ecc. : ho beni immobili. 

171) saraa l'anta: compiti i quaranta (anni). 

1 72) " Ho scritto questo sonetto per difendermi dall'accusa che mi veniva 
generalmente fatta d'essere io autore di una celebre poesia di anonimo in odio 
del Governo, e per togliermi alle inevitabili conseguenze di questa fatale in- 
sinuazione. Pure ebbi lo sconforto di suscitarmi contro un malevolo, che di 
mano in mano che io tentava di emergere dal naufragio, egli invece mi som- 
mergeva di nuovo.... I tre (sonetti) che furono scritti contro di me non eb- 
bero fortunatamente assai spaccio.... " {Nota del Porta). 



DITIRAMBI. 



BRINDES DE MENEGHIN ALL'OSTARIA 

PER EL SPOSALIZI DE S. M. L'IMPERATOR 

NAPOLEON 

CON 

MARIA LUISA 

ARZIDUCHESSA D'AUSTRIA i) 
(Aprile 1610) 



Scià del vin — per Meneghin 
Che'l moment — de fass onor 
Finalment — l'è soltaa foeura 
Cattaloeural 2) — £1 nost resgiò '), 
El nost pà, rimperator, 
El se sposa! — Scià del vin, 
Che l'è temp de fa glo glo. 

Vuj trincamen on sidell 4) 
Del pù bon che ch'ha el Perell 5): 
Vuj che i rimm del me cervell 
Sbilzen foeura ^) come el most 
Dalla spinna 
D'ona tinna. 

Ch'el se beva el Pegasee 
Tutta l'acqua d'Eliconna: 
Sto miracol di so pee 7), 
Che sei goden rann e sciati ; 
Per mi 1 acqua, se l'è bonna, 
L'è doma per lava i piatt. 



324 



De sto liqued fatt e ciall ^), 
Doma on gott ch'en beva in fall, 
Me va el floss 9) 
Finna in di oss, 

Me va a stènderà el eoo '0), me donda i brasc, 
Ruzzi adree ") i ganib, che pari on omm de strasc. 

Quand mò inscambi ona caraffa 
Poss boffann de la ciayetta ^^), 
O del scabbi della sta^a '^), 
Passi subet la stacchetta ^^), 
E me sentì anch mi poetta, 
E voo via, via, via 
Col cervell, lontan di mia. 

Alto donca, portee chi 
Del bon vin — per Meneghin: 
Vojeen subet ona tazza: 
Glo glo glo glo gló, evvivazza! 

L'hoo trincada. Ah che guston 
Viva el gran Napoleon, 
Noster pà, resgió, patron, 
Cceur e amor di busecconi 

Viva semper la gran Tosa 
Ch'el se sposa! 
Che la possa, come i vid, 
Attaccass a lù polid. 
De fagh presi on beli basgioeu 
De fìoeu — tucc pari soeu. 

Giò, giò allegher 

Del vin negher: 

Sbegascemm ^^), 

Che poeu dopo parlaremm. 

Che granada! varda, varda! 
Sent che odor! 
Che beli color! 



- 325 — 

Viva Bu8t 16) 

E i 8Ò vidor! 

Quest chi sì l'è el ver bombas '7) 

Che consola, che dà gust, 

Alla bocca, ai oeucc, al nas; 

Che pìasè! la boccalina 

Cont el cuu la varda el so: 

Glo, glo, glo. 

Viva, viva el Patriarca, 
Che mennava la gran barca: 
Per lìi gh'emm tirìn e vassij, 
Ch'in faa anch quij — sul gust dell'arca, 
Grazie, grazie, o gran Noè, 
Pel piasc 

Te n'ee daa de god el sugh 
Che se spremm foeura di ugh: 
Grazie, grazie, o gran Noè. 

O gran vini ciuanci miracol 
Te spantéghet '^j sulla terra: 
Ti te dee la lengua ai bacol '^), 
Ai soldaa la forza in guerra. 
L'è per ti, cara vinaja, 
Ch'el soldaa in d'ona battaja, 
El se scolda, el se fa fort, 
El se impippa de la mort. 
L'è per ti, per la toa tetta, 
Che anca mi foo de poclta. 
Per ti infìn fastidi e cruzzi 
No deventen che minuzzi; 
Se pasenten 20) — se indormenten 
Finna quij senza pescuzzi. 

Quanti prenzep e monarca 
Al me santo Patriarca 
Dovaraan fors'i sostegn 
Del so imperi e del so regn? 



— 326 — 

Che on biccer del so liquor, 
S'el soppiss i penser seri, 
£1 dà intani temp airamor 
De tra insemma i suzzessor 
Per el regn e per l'imperi. 

Me despias però, o Noè, 
Che te resta in st'occasion 
De fa proppi pocch de che: 
Che l'è gioven el patron, 
E la menna adree con lee 
Tanti grazzi la miee, 
Che tutt quell che te pò fa 
Col tò balsem caloros, 
El sarà — de conforta. 
De giusta — el stomegh di spos. 

Presto, ovej 21), della cantinna! 
Portenn scià ona caraffinna 
De quell fin de Gattinara, 
Vera gloria de Novara. 
Quest l'è on vin; l'è on vin de scior 
Ch'el pò vcss bevuu magara 
Anch dal primm Imperator. 

Varda chi, varda sta scumma, 
Sanguanonl come la sfumma; 
La corr via dal biccer 
A saltand, come van via 
Dal palpee brusaa i lughèr 22). 
Quest l'è on vin, che mett legria: 
L'è on poo gross, ma fa nagott, 
L'è olter tant pussee gustos, 
Pù mostos, pù sostanzio»; 
L'è on bon pader de mas'ciott: 

Se volzass 23), Sacra Majstaa, 
De sto vin miracolos 
Presentaghen doma on fiaa 24), 
Sarèv franch che cont on tòs 25), 



— 327 - 

Cont on beli Napolconìn, 
Vegnaraven alla primma 
Gjmpii i vot de Meneghin. 

Ccrt pinciorla 26), cert pacciugh 27) 
Senza corp, senza color, 
Hln vergogna, hin disonor 
Di vidor, — di vid, di ugh. 
Stì ciorlinn 28) — sii impiastra-stomegh, 
Guasta-tinn — guasta-vassij. 
Doma on dì c^ie comandass 
Corponon! vorèv bandi), 
Podaràv allora dass 
Che quij birbi de brugnon 29). 
No vendessen mai pìi al taj ^0) 
El 8Ò vin come i limon. 
Che i mes'ciozz a Meneghin 
Fan fastidi, fan ingossa 31); 
Mi, puttost che on vin de vin, 
Bevarèv.... non so che cossa. 

Ma coss'eel car lampedin? 32) 
Cossa voeut?... 33) Perche tontonnet?... 34) 
Mi pientatt?... 35) mai pù! mincionnett> 
No son minga insci coco. 
Car amor, ven scià, glo glo. 

Oh che balseml Adess mò, 
El me ben, che te see giò, 
Che te see attacch al me coeur, 
Fagh coragg, digh che l'è vora 
De dì sii tutt quell ch'el vceur 
In onor della Resgiora. 

L'è la nostra patronscinna 
Ona bella todeschinna 
In sul primm fior delKetaa: . 
Viva, pronta, spiritosa, 
Come on vin noeuv doma faa; 



— 328 — 

El cerin Ve on moscatell 
Ch'el consola, ch'el rallegra; 
Lusen i oeucc come dò steli, 
Negher pìi de Tuga negra; 
La soa front Ve majestosa, 
I duu laver hin rubin. 
L'è la peli on lacc e vin: 
Bell el coli, el stomegh beli, 
Bei i brasc, bella statura; 
Per formila, l'è on modell 
D'ona scoeura de pittura. 

Quanto sia poeu ai vertu 
De sta bella Arziduchessa, 
Quand s'è ditt, Napoleon 
L'ha scernida foeura lù. 
La dev'ess la vertù istessa; 
No se pò cerca de pìi. 
Se ghe stass el paragon, 
Sarev squasi lì per dì 
Che la quista opinion 
Come on ronch, che comprass mi. 
Quest l'è franch, che in d'on me sid 
Ghe sarav di gran bonn vid. 

Ma come! on olter biccer? 
De chi eel mai sto beli penser? 
Montarobbi! 36) Se badinna? 37) 
Montarobbi! gh'è chi pò 
Avegh coeur de ditt de nò?... 
Ah ven scià, cara zajninna 38), 
Ven tra i brasc d'on tò devoti: 
Te vuj bev a gott per gott, 
Te vuj god a onza a onza, 
Savoritt — come i sorbiti, 
Stagh adree — del temp assee 
Come a beven ona bonza 39). 



- 329 - 

L'è peccaa che el Montarobbi 
Noi sia on mont largii milla mia, 
Che in d'on quaj cantonscelHn 
Che sarav forsi cà mia; 
Ma l'è on mont tant piscinin, 
Che lant voeult quell pocch pcnser 
De scuffiachen ^) on biccer, 
Boeugna 4') proppi guarnall via. 

Ma che serva? la natura, 
Per i C08S prezios e car 
L'ha tegnuu curt ia mesura, 
Giust per rendi pussee rar. 
Hin i perla, hin i diamant 
Piscinitt, e hin olter tant 
Cross i anguri, gross i zucch; 
Anca el gran Lissander Magn, 
Che l'ha ìaa lant badalucch ^2) 
Col so eoo, coi so compagn. 
L'èva piccol, eppur Dari 
L'è andaa là coi pitt aliarla 
E poeù ai curt; Napoleon, 
El pù grand de tucc i grand, 
No l'è minga on candiron. 

Catt incustra 43) all'Inghilterra, 
Ai so trappol, ai so intrighi 
S'hin i dagn della soa guerra 
L'ess al bruso 44) di jò spezzi. 
Me n'importa proppi on figh, 
Che per mi quist hin inczzii 
Mi per mi, quand gh'ho del scabbi, 
Del bon pan, del bon formaj, 
Sont allegher come on matl. 
No gh'hoo rabbi ~ no gh'hoo guaj; 
Stoo de Pappa - sto de Rè; 
Mandi a fass 45) ©1 cioccolati. 
Me n'impippi del caffè. 



— 330 — 

L'ann passaa, giust de sti dì 
Me regòrd — che qui] milord 
Me l'han missa in cinqu quattrin 46)^ 
Ch'han tentaa de casciann chi 
Di bonn lamm per spongà el vin 47). 

El san ben Buragh, Tradaa, 
Montaveggia, Oren, Magenta, 
Canegraa, Busser, Masaa, 
Pillastrell, — Siron, Groppell 48), 
Quanci lacrem, qua ne sospir, 
Quanci affann, quanci dolor 
M'hin costaa quij so bei fir 49)^ 
Quij so toppi 50), quij vidor. 

Adess mò hin fornii i pagur; 
Fiadem, godem, semm sicur: 
L'Inghilterra, per adess. 
La pò fa liga coi pess, 
Che tra nun — gh*è pìi nessun 
Che ghe loggia ai so bambann 51): 
L'ha beli pari lee a casciann, 
Ma denanz fanni rizev, 
Sì, coco, doman de sira! 
Per mennà l'Europa a bev 
Ghe voeur olter che la bira. 

Intrattant semm franch del dent 52) 
E i nost vin 
Cont i vesin 

Cont i amis, cont chi ne pias 
I emm de bev eternament 
Cont el coeur viscor 53), in pas. 

Ma sto stàt de quiett, de piasè, 
A chi l'è — ch'el se dev chi giò in terra? 
Alla forza, al coragg, al savè 
Dell'omm unegh in pas come in guerra. 



_ 331 - 

L'ann passaa, dalla brutta pagura 
EI n'ha tolt coi sceu solet miracol; 
Ma poeu adess ci ne franca e segura 
Di bej sccol de pas senza racol. 

Donch bevemm: e col fumm di biccer 
Vaga in aria di evviva sciaios, 
E di vòt i pìi cald e sinzer 
Per la vita contenta di spot. 

Che se beva e, a ogni gott. che se canta: 
Stì vassij, sti caraf!, st abbondanza 
Hin ci frùt della Liga pù santa, 
Di dò cà de Lorenna e de Pranza. 

Sbagascemm, scudelemm 54), femm bandoria; 
Che Ve qiiest el temp giust de scialalla, 
E onoremm tucc i agn la memoria 
De sto dì, col glo glo, colla balla 55). 



NOTE. 

1) * Questo ditirambo, che fu divulgato colle stampe di G. G. [)e Ste- 
fania (.<enza nome d'A. nel 1810) e gratuitamente distribuito a chiunque mo- 
strò brama d'averlo, non è stato da me composto per forza d'altrui comandi 
o suggerimenti, ni per desiderio di lucro o smania di entrare fra il numero 
immenso degli adulatori di Napoleone, ma per spontaneo tributo' di ammira- 
zione dovuto in (juel momento al Grand'Uomo. Io cantai tanto più voloo- 
tieri le sue nozze in quanto che esse parevano destinate a consolidare sulU 
terra quella pace che ciascuno implorava e che era in allora ancor dubbio se 
fosse tolta ai mortali dalle mire ambiziose di Napoleone ovvero dalla intol- 
leranza degli altri Principi. In oggi che egli è stato balzato dal trono, il mio 
ditirambo non ardirebbe ricomparire al pubblico per non rientrare fischiato: 
ebbe però ai suoi tempi il favore di qualche non voig.tre applauso, come a 
te (/a nota e scritta per il figlio del Poeta) lo diranno tuttora alcune lettere 
di dotti uomini a me scrìtte, le quali saran sempre dalla vanità mia con asni 
cura serbale*. (Nola del Porta). 

2) cattaloeura: caspita. 

3) resgiò: reggitore, capo di caia. 

4) sidell: secchio. 



— 332 — 

5) Perdi: rinomato vinajo. 

6) sbilzen foeura: spiccino, zampillino. 

7) Allude alla favola mitologica del cavallo alato, Pegaso, il quale in 
Elicona, dato un calcio contro una rupe ne fece sgorgare il fonte Ippocrene. 

8) fatt e ciall: insipido e sciocco. 

9) floss: floscio. 

10) va a stènderà el eoo: tentenna il capo. 
1 ! ) ruzzi adree : trascino. 

1 2) Poss boffann, ecc. : posso tracannare (il vino) custodito sotto chiave 
{Je la ciavetta). 

13) scabbi della staffa: vino dell'ultimo bicchiere (avanti la partenza). 

14) stacchetta: propriamente è chiodo; qui significa la misura, il limite 
della discrezione. 

15) sbegascemm: sbevazziamo. 

1 6) Bust : Busto Garolfo, terra lombarda allora famosa per vigneti (yidor). 

17) bombas: bambagia; in gergo, vino prelibato. 

1 8) spantéghet : diffondi. 

19) bacol : imbecilli. 

20) se pasenten: si danno pace. 

21) ovej: o là; ehi (cenno di chiamata). 

22) dal palpee brusaa, ecc.: dalla carta carbonizzata le faville (Jugher). 

23) volzass: osassi. 

24) doma on iìaa: soltanto un sorso. 

25) tos: neonato. 

26) pinciorla: vinelli. 

27) pacciugh: mal riusciti; qui, vini scemi. 

28) ciorlinn: (vini) chiaretti. 

29) brugnon : cantiniere in senso spregiativo. 

30) taj: allude alle miscele di due vini; questa operazione in dialetto si 
denomina tajà el vin; il poeta scherza sul doppio senso della voce laj che 
significa taglio. 

31) ingossa: nausea. 

32) lampedin: voce del gergo per bicchiere. 

33) voeut: vuoi. 

34) tontonnet : brontoli. 

35) pientatt: lasciarti. 

36) Montarobbi: vino di Monterobbio, colle della Brianza in comune di 
Rebbiate, celebre per eccellenti uve. 

37) se badinna?: si scherza > 



- 333 - 

38) ujainna: pìccola zaina, a forma di boccale, ma di niaorB capaciti. 

39) bonza: botte di (orma aMai allungata. 

40) KuffiagKen: berne. 

41) boeugna: occorre, biaogna. 

42) badalucch: chiauo. 

43) Catt incuitra : accidenti. 

44) al bruto: in carestia. 
43) a fau: a cattafaacio. 

46) me i'han, ecc.: mi hanno metto gran paura. 

47) * Ciò ti riferisce ai tedeschi, che godono fra noi fama di buoni be- 
vitori e che nell'anno 1 809 minacciavano colle loro armi il regno d'Italia *. 
(Nola del Poeta). 

48) Il Poeta enumera i vigneti allora piò rinomati dei pacai lombardi: 
Burago, Tradate, Montevécchia, Oreno. Magenta, Caoegrate, Buttero, Matate, 
Pilastrello Sirone, Groppello (pretto Cattano d'Adda). 

49) fir: filari. 

50) toppi: pergole. 

31) ghe loggia, ecc.: dia ascolto alle tue frottole. 

32) franch del dent: sicuri di mangiare; cioè ci tentiamo ben laldi. 

53) vitcor: allegro. 

54) tcudelemm : beviamo nelle ciottole. 

55) balla: ubbriacatura. 



BRINDES DE MENEGHIN A L'OSTARIA 

PER L'ENTRATA IN MILANO 
DI 

FRANCESCO I E Di MARIA LUISA*) 

(31 Dicembre 1815) 



Alto allon, trinche vain, trinche vain! 
Portee scià mezz e zain ') — e peston 2), 
Trinche vain, trinche vain, prest, allon! 

Mi denanz de mia trippa voUer 
D'ogni sort de caraff, de biccier, 
Mi voller metter surba ^) in vassell, 
E vodara cantina a Perell! ^) 

Ah che bev! Ah che bev che vuj fa, 
Vuj sgonfìamm, 
Vuj negamm — vuj s'cioppà, 
Vuj scarpamm 5), 
Sgarbellamm ^) — col canta, 



*) Sotto l'aUegorìa dei diversi vini, dei quali è fatta parola in questo di- 
tirambo, si adombravano i più distinti fra i concittadini, i cui poderi allora 
primeggiavano in quei luoghi ove raccoglievansi i vini medesimi. 

Il Poeta dacché la costituzione del Regno Lombardo-Veneto chiudeva de- 
finitivamente il periodo della dominazione francese, in questo brindisi inneg- 
giante alla pace ed alla coppia imperiale, dà libero sfogo alla sua letizia, giu- 
stificata dalle precedenti disillusioni per la prepotenza dei francesi, che fu tanta 
da meritare che il Porta, alla loro partenza (aprile 1814) scrivesse essere il 
popolo milanese ridotto al punto 

' De podè nane vess indifferent 
Sulla scerna del boja che ne scanna ". 



335 



Col (à evviva 

Al gran metter che riva, 

Al Patron, car carasc, bon patron, 

Ch'el ven scià con la brocca ^) d'oliva, 

Senza ruzz ^), ne sparaci 9), ne baccan, 

A proved ai besogn de Milan. 

Alto allon, trinche vain, trinche vain! 
Portee scià mezz e zain — e peston. 
Trinche vain, trinche vain, prest, allon I 

Se i speranz de la pas ses agn fa 
M'han faa bev a sto post tanto vin 
De (à corr di barchitt, di molin. 
Tanto mej l'è incoeu el dì de boffà '^), 
De spongà, 
De suga, 
De nega "), 

Che la pas no la manca — l'è franca, 
Che l'è chi, che la pò pu scappa. 

Alto donch, trinche vain, scià del vini 
Ch'el me stomegh l'è secch come on ciod; 
Scià on martin 

De Buscaa '2), ch'el vuj god 
Con savor 

In onor — del patroni 
Quest l'è bon! 
Cara, cara, che fior 

De bobo — che l'è quest! Oh che gusti 
G16, glo, glo — Benedetta la terra 
De Buscaa, di contorna de Bust '^), 
Che ve staga lontana la guerra, 
Che i tempest, i stravent, la scighèra 
Vaghen tucc a pestass in brughera. 

Viva semper quel patron 
Che manten — grass el terren, 
Ch'el sa spend in piantagion 
E in lepar quell che conven. 



— 336 - 

Che l'è giust cont i pajsan, 
Che in del spend el va corriv, 
Che ai fattor el liga i man, 
Ch'el sa viv e lassa viv! 

Viva semper quell patron 
Che va, ved e che proved, 
Che sa cred ai relazion 
Quell ch'el cred de podè cred! 

Ogni sces '4) a on patron su sto taj 
La deventa ona vigna pientada, 
Sgrazzononn '5) d'ugonona insci fada, 
De stantà col stanghett a porta] . 

A on patron de sta sort tucc i ugh 
Ghe fan vin, ghe van tucc in cantina: 
Nissan grippa '6), nissun fa pacciugh '7), 
Hin inutel i ciav su la spina. 

Donch glo, gió — Viva viva el resgió, 
Gloria e onor di Lombard, di Todesch, 
Donch gló, glo — Viva viva Franzesch! 

L'è Franzesch quell patron — tanto bon, 
Tucc el san, el san tucc che l'è lu 
Quell patron caregh ras de vertù, 
Ch'el ven scià senza ruzz ne baccan 
A proved ai besogn de Milani 

Ohe baroni, 
Brugnoni, 
Slandroni! J®) 
Pientamm chi 
Giuradi 
De par mi 
On trattin 
Col martin 



- 337 — 





Senza vin? 








On intort 








De sta «ori 
Al Bosin? 19) 








Prest, canaj, — 
Razzapaj 20), 
Mort o vin! 






Pas, pas, pas — che Ve chi lu e 
Ginegraa 21) — del Modron?... 22) 
Sanguanon I 


I bombai. 


Pas, pas, pas 
Hoo fallaa — 


- i mee brugnon. 







Che Tocca], che Alicant, che Sciampagn, 
Che pacciugh. che mes'ciozz foresler! 
Vin nostran, vin di noster campagn, 
Ma legittem, ma s'cett, ma sinzer. 
Per el stomegh d'on bon Milanes 
Ghe va roba del noster paes. 

Nun che pàccem del beli e del bon 
Fior de manz, de vedi] 23), de cappon, 
Fior de pan, de formaj, de buttér, 
No emm besogn de fa el cunt coi biccer, 
E per quest la gran mader natura 
La s'è tolta la santa premura 
De vojann ciò de bev col boccaa 
Fior de scabbi passant e salaa, 
Fior de scabbi mostos e suttir 
Di nost vign, di nost ronch, di nost fir. 

Vin nostran, vin nostran, tomi a dì, 
De trinca col coeur largh, e a memoria, 
Che di vin forestee la gran boria 
Per el pu la va tutta a fornì 
In d'on poff, fum e scuma, e bott lì. 



— 338 - 

Ma ovej là! giust mò lu/sur Perell, 
Scià on bon fiaa de vinett, ma de quell 
Savorii, limped, luster e s'cett 
Che se catta sui ronch del Gergnett 24). 

Con sto scabbi, che in poni de lejal 
L'è el retratt del nost coeur tal e qual, 
Gh'hoo intenzion — de intona ona canzon 
In onor de la nostra Patrona 
Che poeù infin se l'è bella, l'è bona, 
Se l'è dolza, graziosa — e giusosa 25), 
Foo el me cunt che l'è on rasoi 26) anch lee 
D'ona vit — ben scernida — e scialosa, 
Insedida 27) — e cressuda in sto sit. 
Grazia a l'aria e a l'influss del Verzee 28), 

Scià — manch ciaccer, vint, trenta carafi! 
Paghi mi — chi voeur bev vegna chi. 
Chi voeur bey, presto chi — paghi mi. 
Creppa, s'cioppa in sto di — l'avarizia, 
E che viva la pas, l'amicizia. 
Alto andemm — 
Su sbragemm — su cantemm, 
Che la sòlfa l'è questa che chi, 
Alto là! intòni mi — citto lì. 

Viva, viva la nostra Patrona, 
Buseccona 

Tant lee, come nun. 
Che intuitù 
De bellezza e virtù 
Per brio bacco le zed a nissun! 

St'anemina del ciel delicada, 
Destinada 

A sta ai fianch del patron, 
L'è el retratt 
De la Pas che l'è in att 
De fa a sciosc 29) con la giusta reson. 



— 339 - 

Dopo i tòrber, i guaj, la deslippa ^) 
Che la pippa 

N'han roti 3J) per tant ann, 
Lee la ven 
Come l'arco balcn 
A prometten la fin di malann. 

Viva, viva la nostra resgiora 
Proteltora 
Di bon Milanes, 
No gh'è ben 
Fin ch'el ciel le manten 
Che noi poda sperà el nost paes. 

Car vinitt del Monsciasch ^2) savorii, 
Che gh'avii 

Giustaa el stomegh de tosa, 
Tornee adess 
A giustaghel l'istess, 
Conservenn la soa vita preziosa! 

Trinche vain, trinche vain, presi, allonl 
Che l'è insci che forniss la canzon. 

Puntum 5^) chi: adess ghe voeur on crostin 
Tant per romp, per deslingu vin de vin.... 
Cribbi! cribbi! che pan piscinin! 
Hin pu grand i paroll de la metta ^4), 
Hin pu gross i botton del LapofI ^^), 
Se me catta ona fam de poetta, 
M'en sgandolli 36) yint, trenta in d'on boff. 

Ma andemm là — che la pas, ch'el patron 
El ven chi a sigillann in persona. 
La farà — scomparì sti botton. 

Manch aggravi, commerzi, dance, 
On bon prenzep che faga on quej spicch. 
El san tucc, fina el Miggla e el Simona 37), 
Ch hin el mantes che sgonfia su i micch. 



— 340 — 

Ora intani che l'abbondanza 
L*è in viagg coni el resgló, 
Vuj spassamm per la Brianza 
Anmò on bott a fa gló gló. 
Gh'hoo el petitt de impì el bottan 38) 
Cont on fior de firisell 39) 
Che se fa in d'on cantonscell 
Su la volta de Vedan 40). 
Ah che vin, pader abbaa, 
Limped, viv e savorii! 
De quest chi in del vin de trii 41) 
No ghe n'è propi mai staa. 

Se sto vin tal e qual l'è 
El podess deventà on omm, 
E mi aimiì deventà on rè, 
No vorèv de galantomm 
Che sto scior vin de Vedan 
El me stass on brazz lontan.... 

Ma, eel fors lu.... che denanz dagh el sagg 
El me cascia in del cceur el coragg 
De voltamm per brio bacco a descor 
Col medemm 
Noster re e imperator? 
A sì ben che l'è lu!.., saldo.... andemm.... 
Alto, spiret, sur Carla!... 42) politto.... 
Via ch'el parla — Moxtill!... 43) spiret.... citto! 

Cont el fum de sto vin, sacra majstaa, 
Come procurador de! popol bass, 
Ghe stampi in ciel pu mej che né sul sass 
El giurament de amor, de fedeltaa! 
Adess, majstaa, mò el leggiarà adrittura 
Sul volt de tucc la carta de procura. 

Anem tucc: Trinche vain, prest allon, 
Viva semper Franzesch nost patron! 



- 341 - ■ 

Chec?... Vin bianchi 
Quest poeìi nò, noi vuj nanch 
S'cl fudcss de Masaa "*"*) del pu a'cctl! 
Nò, noi vuj, malarbetta la pressai 
Vin de messa? — Sont pien de respett, 
Hin ben vin, tutt sostanza e savor. 
Ma però van bevuu de per lor. 
Che no lighen coi vin de color. 

Mi puttost vorev (ann ona toma 
Col vin ross de Masaa de cà Roma ^^), 
Cordial, nett e s'celt come on specc, 
Semper bon — stupcndon - quand l'è vece. 

L'è peccaa, sanguanon, ch'el me venter 
Noi sia largh come el fond d'ona tina; 
Podarèv insci melteghen denter 
De sti Bor de siropp de cantina, 
Che ghe n'emm propi a mucc, a balocch. 
Che a lassa] me va l'anema in tocch. 

Pagarèv no soo còssa.... on millionl 
Che in qui] dì - che sta chi el nost patron 
Possess mi — fagh in cà el cantinee. 
Ma con patt che i dottor de la cori 
Fort.... ^) s'intend, stassen foeura di pce. 

Vorev mettegh lì tucc in spallerà 
I nost scabbi, scialos e baffios ^7): 
Quell beli limped e sodo d'Angera ^), 
Quell de Casten brillant e giusos. 
Qui] grazios — de la Santa e d'Osnagh, 
Quell magnifegh de Omaa, de Buragh, 
Quell de Vaver posaa e sostanzios, 
Quell sinzer e piccant de Casal, 
Qui] cordial — de Canonega e Oren, 
Qui] mostos — nett e s'cett e salaa 
De Suigh, de Biassonn, de Casaa, 
De Bust piccol, Buscaa, Parabiagh, 



— 342 — 

De Mombell, de Cassan, Noeuva e Dea, 
De Maggenta, de Arlun, de Vares, 
E olter milla million — de vin bon, 
Che s'el riva a saggia] el patron, 
Noi ne bey mai pu on gott forestee; 
Fors el loda, chi sa, el cantinee, 
E fors'anca el le ciama, e el ghe ordenna 
De inviaghen quej bonza a Vienna. 

Scià de bev anca mò, che sont succi 49) 
Che no poss pu mena la tappella.... 50) 

Franco in gamba.... voj là.... ch'el se ponda. 
Vej! s'el donda — ch'el sbassa la velia, 
Si s'el voeur volta là la caraffa 
De quell tal insci faa de la staffa. 

Che caraffa! che velia d'Egitti 
Gaviraa?... 51) del sur duca?... del mej? 
Vuj sgonfìamm, 

Vuj negamm — L'hoo già ditti 
Foo on sequester su tucc i vassej, 
Che l'è quest el ver dì — de boffà, 
De spongà, 
De suga. 
De nega, 

Che la pas no la manca — l'è franca, 
Che l'è chi — che la pò pu scappa. 

Alto allonl Trinche vain, paghi mi: 
Chi gh'ha set, chi voeur bev, vegna chi! 
Foo poeìi cunt che la pas in d'on mes 
La ne paga la ciocca 52) coi spes. 

Cara pas, santa pas sospirada, 
Tant cercada — comprada e pagada, 
T'emm cattada — pur anch se Dio voeur! 
Ah sta chi! Pientet 53), sceppa 54), radisa 55), 
No destacchet mai pu dal nost coeur! 



- 343 - 

Te faran de ciel limped, de so 
I vertù de FranzescK, de Luvisa, 
Te faran de difesa e de scesa 
Gratitudena, e amor di resgio, 
Finalment te faran de rosada 
Sta granada 56), 
E sti gott de glo glo. 

Svint 57), 8u, alegher! coi tazz in di man 
Femm evviva al patron de Milan! 
Tucc unii in d'ona sola fameja 
Gent de toga, de spada, e livreja, 
Gent de cappa, de gippa e de penna, 
Venezian, Busecconi, Todesch, 
Bevemm tucc, su sbragemm — su cantemm 
Fin che cascia 58) |a spina e la lenna, 
Viva, viva la cà de Lorenna! 
Viva, viva, evvivazza Franzesch! 
Ch'el ne possa dura sto resgio 
Fin che al mond ghe sarà de glo glo. 

Trinche vain, trinche vain, femm baldoria, 
Che l'è quest el temp giust de scialalla, 
R E onoremm tucc i ann la memoria 
n De sto dì col glo glo, con la balla 59), 



NOTE. 

1) mezz e zain: mezzette e piccoli boccali. 

2) peston: bottiglioni. 

3) turba: sifone. 

4) Perdi: rinomato vinajo già ricordato nel brinditi precedente. 

5) Karpamm: stracciarmi. 

6) tgarbellamm: spellarmi la gola. 

7) brocca: ramo. 
6) nizz: chiasso. 

9) sparad: spacconate. 



— 344 — 

10) boifà: tracannare. 

1 1 ) nega : annegare. 

12) martin, ecc.: voce del gergo per fiasco (di vino) di Buscate. 

13) Bust: Busto Arsizio nei cui dintorni vi sono brughiere, cioè sodaglie 
a erica. 

14) sces: siepe. 

1 3) sgrazzononn, ecc. : grappoloni d'uva tanto fatta. 

16) grippa: ruba. 

17) pacciugh: intrugli. 

18) slandroni: poltroni. 

19) bosin: il poeta vernacolo. 

20) razza paj: ciurmaglia. 

21) Canegraa: terra di Canegrate. 

22) Modron: i Visconti di Modrone. 

23) vedij: vitelli. 

24) Gergnett: Gernetto, presso Monza, villa allora del Conte Mellerio. 
23) giusosa: succosa. 

26) rasoi: magliolo, sarmento da innestare {insedi). 

27) insedida: innestata (qui in senso metaforico). 

28) influss del Verzee : influsso milanese, perchè nata nel palazzo reale di 
Milano. 

29) fa a sciosc: fare a soccida. 

30) deslippa: sfortuna. 

31) * romp la pippa ", significa infastidire. 

32) Monsciasch: territorio di Monza. 

33) Punium: punto fermo, cioè, qui si faccia pausa nel bere. 

34) metta: il manifesto del calmiere. 
33) Lapoff: la maschera. 

36) sgandolli: mastico, mangio. 

37) el Miggia e el Simona : modo di dire equivalente all'altro : ogni min- 
chione. 

38) bottan: bottaccio, ventre. 

39) firisell: vino chiaro. 

40) Vedano al Lambro. 

41) de trii: di tre soldi. 

42) Carla: vecchio modo di pronunciare il nome Carlo, quello proprio 
del Poeta. 

43) moxtill: barbarismo, derivato dall'unione delle due voci mò (ora) e 
stili che in tedesco significa zitto, silenzio I 



~ 345 - 

44) MaMte, paeae fr« Trezzo e Gorgonzola. 

45) C«M Roma Orimi, famiglia nobile milanete proprieUria dd beai di 
Maule. 

46) Forti voce dal tedesco per (cacciare, via! 

47) baffioi: da leccarli i baffi. 

46) Si osservi la enumerazione molto interessante (vero documento sto- 
rico, dacché la filossera e le altre malattie hanno distrutti i nostri vigneti) delle 
qualilik dei vini fatti colle uve coltivate nei paesi lombardi di Angera, Ca- 
stano, Santa presso Monza, Osnago, Omate, Burago. Vaprio, Caiale. Cano- 
nica al Lambro, Oreno, Sovico, Biassonno, Casate, Busto Garolfo (plccol), 
Buscate, Parabiago, Mombelio, Caisano, Nova. Drsio, Magenta, Arluoo e 
Varese. 

49) succ: asciutto. 

50) tappella: voce del gergo, invece di lengua. 

5 1 ) Gavirate nel Varesotto, altro possesso del Duca Visconti di Modrone. 

52) ciocca: ubbriachezza. 

53) pientet: piantati. 

54) sceppa: fa cespite. 

55) radisa: metti radice. 

56) granada: il color granato del vino. 

57) Svint: barbarismo dal tedesco, gcschwind, avv. presto! voce ora di- 
susata. 

58) fin che cascia: fin che getta vino la spina. 

59) balla: ubbrìacatura. 



POESIE VARIE. 



mW^s *W». ^W»^ jmW^ Jè^^ >»*»k •^•^ ^*»- ^•^•^ «W» >«W%. ^W», .«^•^ .«•*• ,•*•. -•"•k -«Wi^ >«^f< .4^*^ «X» 



ON STRIOZZ 

(1616) 



Ona veggiana esosa, 
Spiossera '), avara, tegna ^), pedocciosa, 
Che per cava d'on pozz la eros d'on ghell ^) 
L'avaràv (aa la corda con la peli, 
L'andava d'on gran pezz fantastegand, 
Masnand e ruminand 
Come posse in don bott, 
Senza tanci cuntee, 

Deventà ricca e sgonfia su el bolgiott; 
E avend sentii a descorr come qualment. 
Gh'eva staa de la gent 
Che aveven ottegnuu sta sort de coss 
Con l'ajutt de quell angior di orecc d'oss, 
La s'è resolta anch lee 
De buttass a la sort e a la fortuna, 
E intani per scongiurali e fass juttà 
Dee a tra cossa la fa. 

(Ma ovej, fioeuj, che i coss staghen chi insci 
Tra violter e mi! 

Che in pont de striament e malefìzi 
Gh'è di oeucc intorna, e boeugna avegh giudizi). 



— 350 — 

Donca, vegnend a nun, la va ona nolt 
De luna pienna sora on baltreschin, 
E alzand el sottanin 

La le incensa sett voeult cont el cuu biott. 
Dopo la dà de man 
A on pugnattin de biella de tre tett ^), 
E denter la ghe mett, 
Descartandi e basandi a vuna a vuna, 
I sett origen de la gran fortuna, 
Cioè: Peli de roffian, 
Ugora de cantant, refi de socchett, 
Lengua de adulator, 
Gengiv de fornitor, 

Crani de becch content, e on soraoss 
De lader a l'ingross. 

Fa quest, la seccudiss 5) el pugnattin, 
Le ponda in terra, la ghe fa d'intorna 
Sett vosult on bicocchin 6), 
Sett voeult le segna cont el stamp di corna, 
E poeìi (con pocch respett) 
La ghe fa su sett pett. 

Dopo i pett, la barbotta ona lienda 7) 
In barlicch e barlocch ®), 
Mezza in lenguagg ebrej, mezza in latin, 
E intant la tira a voltra ona faccenda 
Sul gust d'on barettin. 
Le ciappa per el fiocch, 
Le mett con gravitaa sora el zignon 9), 
E la dis in genoeucc st'oltra orazion- 

Oh argen, ai, gol, oet '0), che te see stada 
Su la crappa pelada 
Del gran Rot, sop, mifraa 
Majester di dannaa, 
Cedem in st'occasion 
A gloria de Astarott 
Almanca tutt e vott 
I sett pecca mortai del tò patron! 



- 351 - 

E lì adrittura subet triff e traff 
La fa su on'insalata 
De pesa grega. zòffregh, trementina, 
Acuuarasa, resina, 
E dent in la pugnatta; 

E poeìi la ghe dà el foeugh sett spann lontan 
Cont on sonett de l'avvocat Stoppan "). 

Se volza on gran fumeri tutt on tratt 
Cont in mezz ona (ianìnia verdesina, 
Scappen tucc i tegnoeur, scappen i ralt, 
Corren i gatt a scondes in cantina. 
E aneli lee la luna la se tira appos 
(A sguaità '2) ci rest) d*on piantonon de nos, 

Mort el fceugh e fornii tutt el striozz, 
La veggia la regoeuj 
La sova brava scénderà in d*on foeuj ; 
La ne fa su on scartozz e el te le mett 
Colda colda in tra el bust e el post di tett, 
E finalment, die la ringrazi anmì. 
Notte felice, la va anch lee a dormì. 

Ora, a dispett de sti fìlosofon * 

Che in pont de striarij 
Riden de compassion 
E battezzen tuttcoss col nom d'arlij '5), 
Dee a tra, fioeuj, cossa che va a suzzed, 
E credili che vel doo quasi de fed: 

L era nanca sta veggia bolgirona 
Squas se pò dì indormenta. 
Che, tracchi ghe se presenta 
Vun di primm carbonee '^) propi in persona. 

Costù l'èva ona micchena de lard 
Luster, lene e petard come el Cccchett '5) 
Largh de fianch e de s'eenna, 
Con dò ganass come dò micch boffetl '^), 
E on vòlt de luna pienna; 



352 



Sott al barbozz, e fina a mezza gippa, 

Ghe pendeva on scalott '7) (Je grassa matta, 

E el comor ^^) de la trippa 

El ghe podeva asquas scusa de patta. 

L'èva costù in sostanza 

On ciappin tentador de refettori, 

De quij che fan consist tucc i soeù glori 

A fa pecca i prior de intemperanza, 

E che in certe occasion 

De vegilia e degiun, l'è el so spasson 

A mola via '9) petitt che fa stordì, 

E jutten per despresi a digerì. 

In mezz a quest però, 
Se noi fuss staa che sora del topè 
El gh'eva quij socchè che gh'han i bò, 
Ghe scommetti che al volt, 
A l'aria ambrosiana, a la marsina 
El podeva vess tolt 
Minga per quell che l'è, 
Ma per on collaron de la dottrina 20). 

E defatt, tutt grazios, cont on bocchin 
Giustaa come la mitria del poUin 21), 
El ghe se volta, e el dis: Car bacioccoeu. 
Parla, sont chi, dì su, 
Coss'eel mò che te voeu? 
Hin feHpp de quij quader de Milan? 
Hin dobel, hin sovran, 
Hin savoj, genovinn, spagn, portoghes? 
Hin òngher, de quij grand come tondin 
Che te pias, che te voeu? parla, ciccin. 

La veggia stria a sta proposizion 
La se rallegra tutta, 

E la respond che in quant a la valutta, 
Già che l'era tant bon. 
Le remetteva in lu, 

Olter no ghe premènd resguard al rest 
Che d'aveghen sossenn e mondaj prest. 



-■ 353 - 

Eh bien Jone, ci repìa, Madamoisell, 
Je vais en avanl, venez, suicez mea pas, 
Ne doutez rien, Vous en aurez on sfragell. 
Insci ditt, el va inanz, e in quella ancn Ice 
La va, o ghe par almanch de andagh adree; 
E va, va che te va, va che te va. 
Su de chi, giò de là, per drizz, per stort, 
Volta, revoha, corr, traversa, solta 
Per cors, contrad, pasquee, 

Transet, pont, piazz, streccioeu 22), zappej 23), sentee. 
Passa vign, camp, ortaj, risèr e praa, 
Finalment ecco] denter in d'on bosch 
Folt folt, antigh e fosch. 
De rògher e de scerr gross insci faa: 
E va anmò che te va, quand de lì on pezz 
Riven in del beli mezz; 
Compaa bargniff el se revolta indree, 
E fermandela ai pee 
De vun de quij miara de pianton, 
El ghe forlocca su st'oltra reson 
Che sott sett brazza e on quart, cara ciccin, 
Gh'è sotlerraa on seggiòn de semicuppi 
Pien de dobel de Spagna e de zecchin; 
Ven chi doman mattina. 
Zappa, la mia ciccina, 
E god per amor me tutt el marsuppil 

Grazie, grazie, sur dianzer benedett. 
La sclama, tirand salt come on cavrett; 
Ma inanz de volta velia. 
Caro lu, la repia, ch'el diga on poo 
Com'eel mò che faroo 
In mezz a tance piant, in tanto spazi, 
A catta giusta quella 
Che gha sott, sur dianzer, i soeu grazi? 
Speccia, el respond.... te gh'ee reson.... che striai... 
Sass no ghe n'è.... brocch de catta 24).... nemmen.... 
Oh appont.... scolta, el me ben: 



•ì 



— 354 — 

Te gh'avarisset mai per azzident 

Volontà de boschi? 25) 

Brava, donch, falla chi.... 

Insci tornand doman te trovaree 

A specciatt al post glust el tò campee! 26) 

Ditt e fatt l'alza i socch in d'on moment, 

La scruscia 27) giò i garon, la nina i quart 28), 

La calca el fiaa, la strucca la musella 29) 

Per dervi foeura el part, 

E sparlafeta là, la se fa sott 

(Dessedandes in quella) 

On tesor d'on l'evaa ^0) tant galiott 

Ch'el passa i matarazz, el passa i banch, 

Ona navascia 3'), i mee fioeuj, nient manchi 



NOTE. 

t) spiossera: tìrchia. 

2) tegna: taccagna. 

3) eros d'on ghell: il quattrino. 

4) biella de tre tett: tegame con tre piedini a mo' di capezzoli. 

5) seccudiss: scuote. 

6) bicocchin: piroetta. 

7) lienda: tiritera. 

8) In barlicch, ecc.: in suoni incomprensibili. 

9) zignon: dal francese chignon, cervice. 

IO) argen, ai....: leggi a rovescio, teo-Iog-ia negra; come più sotto iRo//, 
sop, ecc.; fraa (frate) im-pos-tor. 

1 1 ) Mette in ridicolo l'avv. Pietro Stoppani di Beroldingher classicista da 
strapazzo. 

12) sguaità: guatare di n2iscosto. 

13) arlij: superstizioni, ubbie. 

14) carbonee: diavoli. 

15) Cecchett: facchino di forme atletiche, allora popolare 

16) micch boffett: pan bonetto. 

1 7) scalott : pappagorgia. 



- 355 - 



16) comor: colmo, conveuiti. 
19) moli via: distribuire. 

20) colloron de la dottrina: dal collare ipagnuolo afTÌcciato, che ttMvaao 
i tignori, i quali ordinariaroenle erano a rapo delle icuole della doltrina cfi- 
itiana, co«ì chiamaronsi dal popolo le persone distinte per pietà. 

21) mitria del pollin: porta coda del tacchino. 

22) (treccioeu : vicolo angusto. Si ouervi l'arte con cui il Poeta, con ap- 
propriatc parole, descrive il graduale procedere dal cuore di Milano alla pe* 
riferia, quindi all'aperta campagna. 

23) zappe): piccoli argini in margine ai prati. 

24) brocch: fronde da staccare. 

25) boachì : evacuare all'aperto. 

26) campee: propriamente, guardiano dei campi. 

27) icruscia: accoscia. 

28) nina i quart: dondola i fiaiKhi. 

29) sirucca la musell»: strizza le labbra tporgendole. 

30) levaa: pasta lievitata. 

31) navascia: truogolo dei vuotacessi. 



AL SUR TOMMAS CROSS A TREVIJ 



Milan. 21 agost 1816. 

Ve scrivi quatter vers ambrosian 
Mezz longk, mezz curt insci come Dio voeur 
Talis qualis me sponten in del coeur 
E passen in la man. 
In sta manera vegni soeuli soeuli 
A div i mee reson come in scarliga '), 
Resparmi la fadiga, 
E me van i mee coss me] che ne on oeuli. 

E poeù sto sfros 2) che foo a l'Abaa Giavan 
El me va in sangu, e el me someja bon 
Pussee che a on tabaccon 
Ona presa de foeuja de Lugan ^). 

N'eel defatt on guston 
A faghela a sti fìoeuj de settimana, 
A sti prepotenton 

Che se creden la scuma di sapient 
Doma perchè hin parent 
Del boffacrusca de la cà Brentana? ^) 

Però intant, el me Cross, 
Che mi me scarpi el goss, lor coi soeu astuzzi 
Hin fors adree a catta el Luzzi Cambuzzi 5) 
Che ghe ong 6) la cusina, 
E ghe paga la crusca per farina. 
Donca vegnimm a nun: Chi è matt, so dagn; 
E cazzincula al sur Abaa e Compagn. 



- 357 — 

Oh che cara, oh che bella, oh che stupenda 
Vila scialosa che le fce, o Tommas! 
Se te vee inanz insci, 
T'ee de ciappà ona motria reverenda 
E dò ganass che t'han de seppellì 
Anch quella poca pinola d'on nasi 

Dormì, bev e mangia 
Mangia, bev e dormii 
Senza olter obblegh tra sto gran defà 
Che de incastragh qucj ciaccer e quej lap>p 7), 
E poeù doman de capp 
A dormì, mangia e bev.... 
Oh che gust, oh che spass, oh che sollevi 

Benedetto Trevij, borgh del Signori 
Che te staga lontan di tò mura) 
I malann, i travaj; 

Che on'aria semper fresca e remondina 
La possa gira semper sul mezzdì 
Interna a la dispensa e a la cantina, 
Che la te possa rescià su e inranghì ®) 
Quell moscon malarbett 
Che sassina ^) i poUaster e i polpclt; 
Che la possa a on besogn 
Trovass lì semper a desposizion 
De quij desgraziadon 
Che stanten '0) p^^ el cold a ciappà sogni 

Nò, nò, Tommas, no sta a legg pu (>er briol 
S'el te cria el sur zio "), 
El ch'ha reson; no sta a legg pu, Tommas; 
Godet in santa pas — sto ben de Dio. 

Pensa che on beli culazz 
E ona s'cenna e ona trippa relevada 
Che impissa '2) tutta ona cardega armada, 
Hin in sti temp de cazz 
Quell che ghe vceur per fass reputazioo. 



— 358 — 

Set grass? te dan del don; 

Set peli e oss? 

Te petten del baloss! 

E adree al don, già te see, 

Quanci onor ghe stravacchen i badee. 

Ora mò sti mezzènn tant nezessarj, 
Sti s'cenn, sti tafanari 
Se quisten fors col studi e col struziass? 
Ohibò, ohibò, el me Tommas, 
Se quisten con la pas 
E con la santa flemma di ganass! 

Insci possess anmì 
Dà on pè in la seggia ^^), e vegnì chi con lì 
A spartitt la fadiga del paccià, 
A juttatt per on mes a fa nient. 
Gesuss che gusti doma a tirali in ment 
Me senti a ciappottà. 

Vorev giura denanz al Crozefiss 
De Comm ^^), che l'è insci tant miracolos, 
De mori anca mi in eros; 
Vorev fina pregali ch'el me inorbiss 
S'el me catta ona sira 
A god on sgrizz ^5) de lum d'ona candirà, 
O el lum d'on stoppin pizz. 
Se no l'è per reson 
De invia giò polit quell pocch boccon. 
Tutt al pu, tutt al pu via de sto cas 
Me servirèv del lum d'on quej mocchett 
Per vedegh a andà in lett, 
E per fa ciar al me car sur Tommas, 
Quand lott lott '6) el se pienta 
In la streccioeura ^^), de la mia parenta '^). 
Ah el rid adess?... adess n'è el fa bocchin?... 
Bravo sur Tommasin! 



- 359 - 

Me ne raliegher tant de la cuccagna. 
Olter che mangia, bev, e che dormì! 
E quella cossa lì 
La se bev, la se dorma, o la se magna > 

Bravo, bravo, per brio, 
Bravo sur Tommasoeu! 
Ehi!... ch'el tenda ai fatt soeu.... Vh chi el sur zìo. 



NOTE. 

1) in Karliga: correntemente, da tcarllgò. KÌvolare. 

2) tfro*: contrabbando (di icnvere veni dialettali). 

3) foeuja de Lugan: tabacco di Lugano, cioè contrabbandato. 

4) boffacnuca, ecc. : nuKchera di ferro poeta all'esterno della caia Bren- 
tano tulio zoccolo della facciata in via del Giardino a ifogo dà rifiuti della 
cucina e delle scuderie. 

3) Luzzi-Gambuzzi: parole delle quali ci sfugge il significato: forse si* 
gnificavano ' persona irreperibile '. 

6) ong: ingrassa. 

7) lapp: lappola, panzana. 

8) inranght: irrigidire. 

9) sassina: guasta. 

IO) stanten : stentano. 

1 1 ) Come gii s'è visto nella ' Resposta a ona lettera in vert d'on amis, ecc. * 
(fra le quartine) questo era lo zio prete del Growi. 

12) impissa: riempia. 

13) Dà on pè.... : liberarmi dall'impaccio dell'impiego. 

14) Crozefiss de Comm: Crocefisso venerato nel Santuario omonimo in 
Como. 

1 5) sgrizz : giiizzo. 

16) lott lott: pian piano. 

17) strecciceura (sottintendi, del letto), spazio fra il letto e il muro. 

18) Il Groasi faceva compagnia ad una signora ammalata parente dell'autore. 



EL MISERERE. 

{On funeral) 
(1816) 



Vuna de sti mattinn tornane! indree 
De la scceura de lengua del Verzee ') 
Con sott la mia scorbetta 
Caregada de tucc i erudizion 
Che i serv e i recatton 2) 
Dan de solet a gratis ai poetta, 
Me troeuvi senza asquas vessem accori 
Denanz a San Fedel, che foeura e dent 
L'èva tutt quant e mai paraa de mort. 

Me fermi sui duu pee come on gadan 5), 
Leggi el gran cartellon 
Che l'èva tal e qual a on sorascritt 
D'ona cassa de scuffi e cappellitt, 
Con su in fond fina i P. P. del posa pian, 
E m'accorgi che tutta sta parada 
A rebesch e fioramm 
(Senza invidia però) l'èva pientada 
Per on gran personagg passaa ai quondamm. 
Esuss per lu, dighi in del coeur, fin chi 
Mej dò voeult lu che mi. 
Ma siccome de spess mi sont on tos 
On freguj curios, 

Mò sissignor che m'è soltaa el petitt 
D'andà in gesa a vede 
Che defferenza gh'è 
Tra el ben 4) di sciori e quell di poveritt. 



— 361 — 

Gh'eva in mezz a la gesa ona baracca 
Fada a guglia a trii pian, volta ^) come, 
Con settaa su per su 
Di bcj statov ae rivi e de bojacca ^) 
Rappresentant la motta di virtù 
Ch el mort el gh'eva, o el ghe doveva ave. 

Intrattant di canton 
Sbrodolaven giò scira ^) in sui relev 
Quatter candireron 

Pien de torc de Venezia a l'uso »cv ®). 
Intorna via del pè del cattafalch 
Cantaven come merli i sazerdott 
Col so beli candirott 
E el so liber in man, 
Segond ghe comandava l'abaa Alban '), 
Che svelt come on usell 
El tendeva per tutt spacciadament. 
No lassand nanch manca denter per dent 
I soeu bravi coppon 
Ai ceregh che patissen l'astrazion. 

Giust in quella che intravi even lì adree 
Per daghela a canta el Misereree; 
E mi ch'el soo anca mi, 
Póndem dedree di pret in genuggion 
Per ajutall a dì 

E profitta iiìtrattant de l'occasion 
De fa on quej poo de ben de mett ina '0) 
Per quand ghe sarà el cunt de comoda. 

Mò el credarissev, ficeuj, che hoo avuu beli pari 
A segnamm ") e a cerca de tend a mi, 
Che no gh'hoo possuu propi reussìi 
Ch'aveva de denanz duu strafusari '2) 
De pret vicciurinatt, ch'a ogni tocchell 
De salmo e de versett 
Te ghe incastraven denter on tassell 
De descors de politega e polpett. 



362 



De moeud che i mee intenzion de fa del ben 

Hin andaa a fass squarta, 

Ne hoo possuu condemén 

De guzzà tant de orecc per dagh a tra. 

Ecco chi come faven; 
Ma siccome v'hoo ditt che i pret cantaven, 
Besogna donca, se no ve rincress. 
Che me lassev anmì canta i'istess. 
Miserere mei Deus — E a disnà? 
Secundum magnam — dò cossett o tre — 
Misericordiam tuam et secundum 
Multitudinem — de quist '3). 
E el scabbi come Tè? — 
Et multum lava me 
Ah injustitìa mea, et a delieto — 
Eel car? '4) — Puttasca! — e subet munda me 
Oh mi poeù el vin! — Tibi soli peccavi — 
S'el var pocch, me la cavi, 
Et malam coram te feci.... in sermonibus 
Tuis, et vincas cum judicaris. 

Chi insci per intermezz scora '5) ©na gotta 
De scira colda de la gestatoria '^), 
Che la sbrodola e scotta 
Vun di duu sazerdott che l'èva in gloria. 
Soa reverenza el scrolla in pressa i did, 
Sclamand: Che porca d'ona scira, cisti! 
E i olter canten, podend pu del rid, 
Ecce enim veritatem dilexisti. 

In seguet fan el nomm 
A paricc ostarij 

In dove gh'è vin bon, ost galantomm, 
E mejor compagni j. 
Vun loda l'ostaria de la Nos '7), 
L'olter el Monte-Tabor 18), 
E poeù tracch a dò vos 
Domine.... asperges me.... 
H\)SSopo.... et super nivem dealbabor. 



— 363 - 

Finalment ven de dent on militar, 
Che a l'abct el pareva on paracar, 
E lì tornen de cap: Vcdel qucll mèus? '9) 
Libera me de sanguinibus Deus, 
Deus salulis mece, — 
Che te possa vegnì la diarrea, 
Porch fe-o-fo — et exultabil lingua meo.... 
Domine labia aperies, el os meum 
Annuntiabit — birboni! — laudem luam. — 
Oh per adess han pari a sbatt sti Quoniam 
Si Ooluisses sacrificium — L'èva vora, 
Gh'han ben la resca in gora 20) 
Cor conirilum — no serv — el humiliatum 
Deus non spernil — la ghe passarà 
Insemma con la spua — Benigne fac 
Domine in bona voluntale tua — 
Voeurel mò dì — • Ut adificentur muri 
Jerusalem — Gh'el giuri.... Vedarcmm 
Ghe gionti sto sciloster 21) 
Se rivi a liberammen. 
On olter anca mi.... — El clamor noster 
Ad te perveniat nunc et semper, amen. 

Me volzi allora in pee 
Stuff e sagg de sta scenna, e ciappi post 
Denanz l'aitar maggior, 
E preghi nost Signor 
Che in del me dì tremend del bulardee 
El daga a tra puttost 
Al dolor de chi paga i spes di esequi. 
Che a quij che canta de sta sort de requi. 



NOTE. 

1) V«me: il mercato degli erbaggi. 

2) recalton: rivenditori di frutti e verdure. 

3) gadan: persona rozza e sciocca. 



364 



4) ben: genericamente usato anche invece di pratiche religiose; qui signi- 
fica " suffragi per i morti ". 

5) volta com'è: alta assai. 

6) de rivi e de bojacca: di stoppa ricoperta con gesso modellato. 

7) scira: cera. 

8) sev: sego, 

9) abaa Alban : Don Vincenzo Albani il cerimoniere di quel tempo nella 
Collegiata di S. Fedele. 

1 0) mett ina : mandare innanzi. 

1 1) segnamm: fare il segno della croce. 

12) strafusari: inetti, sbadati. 

1 3) de quist : espressione sempre accompagnata dal gesto fatto dal pollice 
e dall'indice, come di chi sciorina moneta. 

14) Eel car?: E caro (il vino)? costa assai? 

15) scora: scòla. 

16) gestatoria: la torcia (candirott, come sopra è detto) che tenevano i 
sacerdoti allineati attorno al catafalco. 

17) Osteria esistente tuttora fuori di porta Ticinese. 

18) Osteria con giardino piantata sulla lunetta (oalleita) del bastione a 
fianco dell'arco di porta Romana; ove ora è la Steizione funeraria. 

19) mèus: baggeo. 

20) resca in gora: spina di pesce in gola, cioè dispetto per un danno 
sofferto. 

21) sciloster: candelotto di cera. 



J^ 



IN MORT DEL CONSEJER DE STAT 
CAVALIER STANISLAO BOVARA 

(1612) 



In d'on secol che asquas tutt i poetta 
Se la caven coi sogn e coi vision, 
Doma mi dovaroo sta a la stacchetta? I) 

Doma mi dovaroo ave suddizion 
De vestimm a la moda, perchè sont 
On poetta baloss e buseccon? 

Mai pu: resguard, rossor, vergogna a monti 
L*è me el vestii, nissun me l'ha imprestaa; 
Chi ha d'ave vegna a scoeud 2), ì pioldi 3) hin pront. 

Musa, che te m'ee vist indormentaa, 
A salta per el lece come on uscii, 
Juttem a cuntà su el brutt sogn che hoc faa. 

Comenza in prima a spacciugà ^) el pennell 
In la seggia del negher, e picciura 
La cà in dove sont staa cont el cervell. 

La cà la gh'ha ona porta scura scura 
Fada a bocca de dragh con tant de dent, 
E sui dent gh'è ona riga de scricciura 

Che la dis: Pover lu quell che va denti 
Su la porta on lecchee 5) cont i pee d'occa 
El fa lum ai paroll coi torc de vent. 



— 366 - 

Me senti i sgrisor 6) pesg de quand el fiocca 
A pensa come el dragh, tirand el fiaa 
El m'ha sorbii de pianta dent in bocca. 

Lì in d'ona crenna 7) d'on dentasc oggiaa Q) 
Me sont trovaa sbattuu e mes'ciaa su insemma 
A ona missoeulta 9) d'anem condannaa. 

Invers la gora, dove la fa on'emma 
L'ugula col canaa che va ai busecch, 
Gh'è settaa in trono soa majstaa supremma. 

Duu corna stort sul gust de qui] d'on becch 
Ghe formen pedestall a la corona 
Che l'è de ferr coi ragg guzz come stecch. 

Intorna via de la soa persona 
Coi forchiti in di sgriff '0) el gh'èon fregott '') 
De ciappitt che fa i mocch e che minciona, 

Belzebù l'è quell re; i olter rabott '2) 
Hin Asmodee, Uriell, Saroth, Boora, 
Ur, Moria, Cedon, Oreb, Astarhott '3), 

Tutta canaja istessa sott e sora. 
Che cascen i anem coi forchiti a mucc 
E i sfonden già a forcad per quella gora ^^). 

Mi tormentava come fuss sui gucc ^^), 
Specciand la mia infìlzada ogni moment, 
Quand el re el sbragia, e se quielten tucc. 

Chi eia mò costee che ven de dent 
Sonand i castegnoeur 16) e sgiaccand ^7) fort 
Tricch e tracch i pee biott sul paviment? 

Chi l'è?... l'è nient olter che la Mort, 
E la ven gloriosa e stracontenta 
A fagh a Belzebù sto beli rapport. 

Vedet, la dis, sta ranza sanguanenta? 
Quest l'è on colp ch'oo faa adess: rid, Belzebù; 
Thoo mazzaa on omm ch'el réffen minga in trenta 1®). 



— 367 - 

L'èva on omm pien de meret e veitù, 
E giust perchè el guastava el tò mestee, 
Zacclietal hoo stimaa ben de tajall sii. 

Allora re Bargni0 el solta in pee, 
El ghe tra i brasc al coli, e el dis: Oh cara, 
Viva ti, viva i medegh e i spezieei 

Ma sta gioja del mond, sta perla rara 
Se pò savè chi l'è? el repi'a el re: 
E Ice la ghe respond: Sì, l'è Bovara. 

A sto notn Belzebù el torna a tasè, 
El crolla dò o tre voeult el so raazzucch ^^), 
E poeù el dis, sospirand: Gh'hoo despiasè. 

La Mort la resta lì come de stucch, 
Ma poeù dopo con rabbia la ghe dis: 
Spiéghem on poo sto enimma, o re tarlucch ^^). 

N'evel forsi Bovara on tò nemis? 
N'evel forsi el papà di bisognos, 
Largh de coeur e de man, senza vernis? 

N'evel forsi el modell de tucc i spos. 
L'esempi di parent e di tutor, 
L'amis ver de l'amis, l'omm vertuos? 

No l'èva forsi el magistraa d'onor 
Ch'el se drovava senza fin segond 
Tant a prò del pitocch come del scior? 

Tutt va ben, Belzebù allora el respond. 
Ma per mi foo el me cunt per la mia vista 
Che l'èva mej ch'el fuss restaa anmò al mond; 

Che fin ch'el stava là, tane gabolista, 
Becch, avar, leccacuu, biassarosari 
Vegneven de galopp su la mia lista; 

Che, vedend di vertù strasordenari. 
Sta gent, invidiosa per natura, 
La crepava pu prest de l'ordenari: 



368 



Adess mò ridaràn senza mesura, 
E guariran f or s 'anca in stoccasion 
Quij ch'even giamo mezz in sepoltura. 

Sentend a dì la Mort de sti reson, 
Hoo vist, la sciama; per dà gust a ti, 
De chi inanz copparoo doma i mincion. 

E giust in quella la se volta a mi, 
Moland la ranza contra el dent oggiaa: 
Per fortuna che, a furia de sgari, 

Hoo sphivaa el colp col vessem dessedaa. 

NOTE. 

I ) stacchetta : piccolo chiodo ; ' sta a la stacchetta " : stare in contegno. 

2) scoeud: riscuotere. 

3) pioldi: quattrini. 

4) spacciugà: spiaccicare, diguazzare. 

5) lecchee: lacchè, servitore. 

6) sgrisor: brividi. 

7) crenna: crepa. 

8) dentasc oggiaa: dente cariato. 

9) missoeulta: miriade. 
10) sgriff: grinfie. 

1 1 ) fregott : stuolo, frotta. 

12) rabott: scapigliati. 

1 3) Hin Asmodee, ecc. : sono Asmodeo, ecc. 

14) gora: gola. 
13) gucc: aghi. 

16) castegnosur: propr. nacchere; qui rumore delle ossa scricchiolanti. 

17) sgiaccand: sbattendo. 

18) ch'el rèffen, ecc.: che in trenta non lo sostituiscono. 

19) mazzucch: zucca, testa. 

20) tarlucch: scempione. 



^ 



EPITAFFI 
PER ON CAN D'ONA SCIURA MARCHESA 

(I8I5) 



Chi gh'è on can che l'è mort negaa in la grassa 
A furia de paccià di bon boccon: 
Poverilt, che passee, tegniv de bon, 
Che de sto maa no vee mai pu su Tassa. 



AL PADER GARION 
(1808?) 



MADRIGAL. 



Ve mandi, el me car pader Garion, 
La vostra tabaccherà 
E on tocch del vost Tobia '), 
Che avii desmentegaa jer in cà mia. 
L'ho visitada poeù in tutt i canton. 
Per vede de trova 

Quaj coss d'olter del vosi, ma no ghe n'era: 
De mceud che se mai fussev rivaa a cà 
Senza eoo, credi ben de fav visaa 
Che l'hi perduu per straa. 

NOTA. 

I ) Il P. Alessandro Canoni pubblicò la versione milanese della narrazione 
biblica di Tobia, nell'anno 1808, quindi il madrigale potrebbe rifenni a 
quest'epoca. 



APPENDICE 



RIME SCRITTE PER LA SOCIETÀ DEL GIARDINO. 



jrmt^jttm^ »K», «M*^ /«W» .«M•^ « >*«. «W». «IT*,. «W*^ a~» >«W«l t^» aTfc Jh iwKk .aV». .aV» jjt». >*Vai. 



DICIARAZION D'AKMETT ')• 

(1813.1615) 



QUARTINN. 

Anca sì ben che gfj'abbia nom Akmett, 
Me declari però bon Cristian, 
Calolegh, apostolegh e roman, 
Fedel mincion, che no me calla on ett. 

Hoo domandaa a paricc, perchè per-comm 
Hann vorsuu nominanim come on can bracch; 
Tucc m'han daa di reson, ma hin reson fiacch, 
Che nissun sa el perchè gh'abbia sto nomm. 

Gh'è staa vun ch'el m'ha diti, che l'è perchè 
Gh'hoo on'ideja sul gusl orientai. 
Come se ved deffatti in sui ventai 
E in sui basgiann 2) antigh di canapè; 

On olter el m'ha ditt, che l'è per via 
Che bevi come on Turch e che voo in gippa; 
On olter, perchè gh'hoo on mostacc de pippa. 
De qui pipp che se fabbrega in Turchia; 

Finalment sont daa dent in d'on baccilla 
Ch'el sosten, ch'even Turch tucc i me cent, 
Ch'han traa insemma on besasc d'on falliment, 
Ch'hin scappaa da la Mecca senza pilla. 



— 374 — 



Mi però, che no en soo on cazz de la Mecca, 
Poss prova a tutt el mond, coi cart in man. 
Che sont nassuu e battezzaa a Milan 
Coli acqua del Fossaa 3), che gira in Zecca. 



NOTE. 



1) Dalle interessanti notizie raccolte e pubblicate dall'avv. Pietro Madini 
relative alla Società del Giardino (v. il volume-ricordo centenario, intitolato: 
// Palazzo Spinola e la Società del giardino in Milano - Milano, Berta- 
relli, 1919, cfr. pag. 90 e segg.) risulta che l'Akmett era un tal Francesco 
Configliacchi, fabbricante di spazzole e in pari tempo capo-cameriere della So- 
cietà, dal 1802 al maggio 1816 epoca del suo licenziamento. 

2) Pelle detta bazzana cioè di castrato assai morbida: basgianna e ha- 
gianna significa anche la fava, la quale quando è cotta prende il colore di 
detta pelle. 

3) Nell'edizione 1826 questo nome è colla minuscola; non fu avvertita 
l'allusione a! casato del padrino di battesimo del Configliacchi, il vecchio socio 
"del Giardino", Giuseppe Fossati, assaggiatore di metalli, il quale aveva il suo 
opificio nella attuale via Moscova, con macchinario mosso dalle acque della 
Roggia Balossa che si aggira anche nei vecchi locali della Zecca alla Caval- 
chino. L'osservazione, giustissima, è dell'avv. Madini; così risulterebbe che 
Akmett fu battezzato nella ora distrutta chiesa di S. Bartolomeo al ponte di 
Porta Nuova. 



^ 



- 375 - 



AKMETT Al SOCI DEL CASIN 

IN CONTRADA DI CLERIS. 
EL PRIMM DI DELL'ANN 1814 

(1814) 



Sciori, che scusen se el pover Akmett 
L'è de capp a «eccagh anmò i perdec; 
Ma in sto porch de sto tredes malarbett, 
Per tasè boeugnaràv vess on mortee. 

Coi pan tant car, con bon mercaa i spazzelt '), 
Cont i fìcc, che gh'han su quel pocch asee, 
Coi fioeu e la miee (con pocch respett) 
Come se fa a tasè senza dance? 

Come se fa a tasè, quand el Natal, 
Che l'è on'operazion de gran resorsa, 
In st'ann del tredes, l'è mò andada mal? 

Ah! s'el torna a secca j, l'è per reson 
Ch'el spera de guarì del maa de borsa 
Col presentass a la Circoncision 2). 

NOTE. 

1) Il cAineriere come l'è detto fabbricava spazzole per abiti e per acarpe. 
Alcuni commentatori vollero vedere nella frase ' con bon mercaa i ipazzett ' 
un'allusione all'inizialo esodo dei partigiani del governo francese (/a spazxttla, 
in gergo significa fuggire, sgattaiolare), essendo la Lombardia minacciata dalle 
armi tedesche gii austriaci entrarono in Milano il 26 aprile 1614. Noi cre- 
diamo che la frase va presa nel senso letterale, di un rinvilio delle spazzole, 
aggravato dal rincaro della vita. 

2) Letteralmente col presentarsi a loro in occasione del Capo d'anno (a ri- 
cevere laute mancie). 



— 376 



STOCCADA DE AKMETT 

(per Ferragosto 1814) 



Akmett cont i soeu duu '), no avend coracc, 
De fa ona bonna azion de Franzescan, 
M'han miss a l'impegn mi col me mostacc 
Per cercagh in sto Agost la bonna-man. 

In la mia qualitaa donch de messacc, 
Sciori, ve preghi de slarga la man; 
Deghen giò di danee fina ch'hin sacc; 
Che la sciallen anch lor, sangua d'on can. 

Cerchee de fa el vost cunt; che in quant a merel 
Ghe n'han, che gh'è nagotta de digh sii, 
E infin de l'ann el menna quell preteret^). 

In quant poeu al besogn, alla boletta, 
Cisto Maria! se pò cerca de pù, 
Quand per procurador gh'han on poetta? 

NOTE. 

1) Sottintendi "camerieri aiutanti" (v. Sonetto seguente). 

2) Menna el preteret, mennaa el fetton: in gergo significa sgobbare, 
logorarsi le cuoia dal lavoro. Qui vuol dire " In fin d'un anno se ne fa dello 
sgobbare.... ". 



^ 



— 377 — 



SOLITA STOCCADA DE AKMETT 

(1815) 



A la testa de tutt el battajon 
Di soeu bisogn, che hin fior de pettulant, 
EI se presenta Akmett, coi duu njutaDt, 
A cavali di chignceu di soeu calzon. 

E chi el protesta a tucc, che i so intenzion 
Hin quij de tucc i Roi beiligerant '): 
Cioè de paccià e bev e sta d'incant 
Ai spali (con soa licenza) di mincion. 

Donch, se vorii là a moeud d'on omm de pas, 
El mej de tutt l'è rendes addrittura 
E dagh de bon e bon quell che ghe piàs, 

Se de nò, col sta dur e repetà 
Contra on stoccadoron de sta bravura, 
Ve toccar^ poeù el colp de favv resta. 

NOTA. 

I) Evidente l'allutione al Congreuo di Vienna del 1814, che ti tratdnava 
in lungo tra fette e banchetti, e dove le grandi potenze ti ebbero la paile 
del leone; quindi il sonetto con ogni probabilità fu saitto per il capo d'aooo 
del '15. 



— 378 — 



ALTRA STOCCADA DE AKMETT 
AL FARAVOST DEL 1815 



Akmett, in tocch come la porcellana, 
Magher come el ritratt de nost Signor, 
Strasciaa come i strivaj d'on sfrosador, 
Pestaa come el sofìa ') d'ona puttana 2); 

Pelaa dal reficiò come ona rana, 
Pien ras de debet come on giugador, 
Pussee affamaa che ne on procurador, 
Sgognaa come el mari d'ona veggiana; 

Cusii in cà, come dent in d'ona scattola, 
Cont la donna sul fa d'on zofìreghett, 
Che tacca a fa fìoeu come ona piattola; 

Cribbi! se lor no senten compassion, 
Sta voeulta el va anca lu, el pover Akmett, 
A toeull in pròs come Napoleon, 

Giacche la Religion, 
O quella cossa che ghe disen squitta, 
L'inebiss anca a Akmett de toeuss la vitta. 

NOTE. 

I) soffà: mobile ampio, con spalliera e braccioli, per lo più imbottito, ad 
uso di sdrajarvisi, dove anche possono sedere più persone: sinonim. canape. 

2) guanganna: cdiz. 1826. 



379 - 



EL CASIN DI ANDEGHEE ') 

(1818) 



Prima che mi per sozi te proponna 
L'è giust che te descriva el nost Casin. 
Dò stanz mobiliaa a la carlonna, 
Che spuzzen de ves'cios ^), de nisciorin; 

On Qabinett capazz d'ona personna; 
On bigliard, on camer, on camin, 
On vece d'on camerer, ch'el par Simonna '), 
Ona scala orba, ona lobbia, on cortin. 

Quatter gatt, che no spetta i settant'ahn, 
Tutt professor d'ombretta ^) e de tarocch, 
Che fan sproposet a chi pìi pò fann. 

Che se roseghen, che se dan del gnocch 
E fan on ruzz, on baccan del maiann 
De dessedà, squas squas, Elia, Enocch. 

Ma quell che hoo ditt Te pocch. 

Se l'è d'estaa, chi ronfa, chi se mett 
Longh e distés sui scagn a fa on sognett 
E lassa corr di pett; 

Se l'è d'inverna, gh'è l'assedi al foeugh 
E, vegna pur chi voeur, no gh'è pìi loeugh. 
Gh'è chi parla sul gioeugh. 

Chi studia sui gazzett, chi rid a macca. 
Chi, fasend de savenn, no ne sa on'acca 
E toeu el bo per la vacca. 



— 380 - 

Vun spua, l'olter tossiss; vun l'è manesch, 
L'olter rabbiaa; chi è franzes, chi è todesch; 
A ritrai tucc stoo fresch; 

Ma a San Michee se spazza, e se fa pràtega 
De trova cà da on maester de grammatega 5). 

NOTE. 

1) La data di questo sonetto non può essere dubbia, dopo le ricerche 
d'archivio fatte dall'avv. Madini (v. // Palazzo Spinola, ecc., pag. 121) 
dalle quali risulta che il 2 1 giugno 1818 venne stabilito dai soci del Giardino 
l'acquisto di una Sede propria in Via S. Paolo, IO, dove si trasferirono al 
29 settembre successivo. Il Madini (I. e, pag. 97 seg.), ha identificato i lo- 
cali sociali (qui descritti dal Poeta) cioè quelli della Sede in via Clerici n. 2, 
già Casa Sangiuliani. 

2) ves'cios: di viscidurae. 

3) Simonna: né il Cherubini, né i commentatori danno una chiara spie- 
gazione di questo nome che ricorre parecchie volte. Forse più che a una " mac- 
chietta " milanese del tempo, si può pensare a un personaggio da fiabe infantili, 
o da teatro dei piccoli, allora di voga; mago, spauracchio, fantasma, stregone, 
che come la veggio Rampino, la motta Biraga, Raoetta, hanno lontane origini 
storiche, conservate, senza rammentarne la ragione, nelle tradizioni popolari, 
Simonnà, come verbo, significa appunto far moine, far malie, allettamenti. 
Da qualche vecchia ambrosiana, nel vezzeggiare una bambina, si può ancora 
oggi sentir dire: "te set ona gran Simonnà" per dire "una gran strega". 
Simonna compare una volta accoppiato col nome Miggia : quello il personaggio 
fantastico, questo forse il burlesco; e di questo nome, corrotto, rimane traccia 
nell'attuale gergo " Biggia el cappellee " per dire " qualunque minchione ". 

4) Ombretta: giuoco spagnuolo, che il Cherubini {Vocabol. Mil.-Ital., voce 
" giugà ") ai suoi tempi, 1814, diceva " conosciutissimo " e pel quale servivano 
le carte di tarocchi. 

5) Nella casa della nuova Sede Sociale, in via S. Paolo, già da tempo 
esisteva la scuola Patru Fumagalli. (Vedi MADINI, I. e, pag. 98). 



^ 



GLOSSARIO 

DI VOCJ MILANESI ANTIQUATE 

OPPURE DI SIGNIFICATO DUBBIO 

ILLUSTRATE NELLE NOTE AL TESTO. 



■^SK^SfeSBiàfcS^ 



GLOSSARIO 



Abbu-Ghkc. 140. 
Abet. 172. 
Acqua sporca. 159, 
Agn. 226. 
Agnuw, 172. 
Ajbella. 62. 
Alabras. 216. 
Alzada. 278. 
AìzMpè, 263. 



Ammaladant. 123. 
Aadum, 278. 
Angonia. 174. 
Anta (uri 1'). 320. 
Ara-beil'ara. 105. 
Areni. 162. 205. 
Arlij. 354. 
Armi. 164. 
Articiocch, 216. 



Aia. 123. 
Atea. 173. 
Ascia (fornì 1'). 204. 
Asperges. 231. 
Assabnitta. 218. 
Avanij, 164. 
Avolta. 253. 
Azzalia bressan. 205. 



Babbi (al). 217. 252. 
Baciocchoeu. I 50. 
Baccol. 320. 332. 
Badalucch, 333. 
Badan. 316. 
Badee. 62. 
Badin-à. 332. 
Baffios. 345. 
Bagaja. 226. 
Bagatt (scarta), 218. 
Balandran. I 74. 
Baici, 279. 
Ball. 163, 315. 
BalU. 333. 345. 
Ballin. 205. 206. 



B 

Balocch (a). 218. 
Baltresch. 140. 
Bandoria. 1 06. 
Barachist. 229. 
Barilott. 206. 
Barlafus. 263. 
Barlicch, 62. 354. 
Barzegi. 263. 
Basi. 162. 
Bascira, 174. 
Basgioeu, 95. 
Basletta. 129. 
Bauli, 320. 
Bauscia, 160. 
Becca. 173. 



Beccaria, 264. 

Becch (-i), (v. (otlrist). 

123. 
Belee, 174. 
Beni*. 277. 
Besasc. 174. 
Be«:olt del gerlo. 184. 
BesinE. 129, 234. 
Besios (v. bisii). 205. 
Bettegi. 278. 
Biassi. 151. 
Bicocchin. 354. 
BielU. 354. 
Biooda. 106. 
Biou. 106. 



— 384 



Biroeu. 172. 252- 
Biscottin (damm del), 

318. 
Bisià (-nn), 174. 
Bissa (a). 182. 
Boccaa, 141. 
Bo-e-foeura, 1 23, 
Boesg, 173. 
Boeucc, 174. 
Boeugna, 333. 
Boffà (-aa). 150, 183. 

332, 344. 
Boffacrusta, 359. 
Boffetl. 319. 
Bojacca, 174, 364. 
Bojocch, 234. 
Bois. 174. 
Bolgiraa, 130. 
Bolgiron, 123. 
Bologna, 279. 
Boltrigh. 206. 
Bombas. 332. 
Bombasina, 206. 
Bonna man, 207, 



Bon pro-fazza. 83. 
Bonza. 333. 
Ber. 159. 184. 
Bordell. 173. 
Bordocch. 316. 
Bordceu. 82. 
Borèja, 91. 
Borian (can). 279. 
Boricch. 129. 
Borlanda. 130. 164. 
Bornis, 252. 
Borromee, 1 82. 
Bortolin, 316. 
Boschi, 355. 
Bosin, 141. 344. 
Bott. 183. 
Botta (a). 139. 
Botta secretta. 132. 
Bottan, 344. 
Bottega (riva a), 320. 
Bottoruu. 123. 
Bradella, 174. 
Braghee, 217. 
Brasoeura, 1 82. 



Breviari. 318. 
Brocca. 343. 
Broch, 355. 
Bronzin, 130. 
Brovetl, 89. 277. 
Brugnon (i). 332. 
Brusa (in). 205. 
Bruso (al). 333. 
Buell, 205. 
Bulardee. 95. 
Buratt, 280. 
Buratta, 314. 
Busa (a la). 253. 
Busch (foeura di). 251. 
Busch (fa foeura i). 318. 
Busecchin. 1 23. 
Buseccon (-a). 239. 
Busegattcr, 130. 
Busser (a). 173. 
Busseree, 141. 
Butti, 218. 
Button. 205. 



Gabbi. 254. 
Cagazibett. 320. 
Cagna. 279. 
Calcherà. 205. 
Calmeri. 1 73. 
Camerleccaj. 1 60. 
Cames. 1 72. 
Camol, 316. 
Campagna (propri), 251. 
Candida (-ava), 1 73. 
Canta, 254. 
Cantégora. 278. 
Caponera, 205. 
Cappona (-nen), 141, 

184. 278. 
Carbonee, 354. 
Cardega armada, 151. 
Cardon. 113. 



Carimaa. 1 29. 
Carpià, 252. 
Carpotter. 206. 
Carr matt. 140. 
Carsensin. 1 06. 
Casa Gambarana, 319. 
Casci-à(-ass). 315.345. 
Cassa, 205 (v. anche 

tarli). 
Castegnoeur, 368. 
Castell (pettà in). 319. 
Catt incustra, 333. 
Cattabuj, 264. 
Cattaloeura. 331. 
Cattólega (batt la), 217. 
Causa (doma), 130. 
Cavallanti 226. 
Cavezza, 1 30. 



Cavezzon, 263. 
Cavion. 1 1 4. 
Cazzoeura, 106. 
Cazzuu. 217. 
Cercott. 123. 
Cervellaa. 239. 
Che fitt che foi, 252. 
Chiffer. 173. 
Ciall. 160. 332. 
Ciapott. 218. 
Ciapp, 317. 
Ciappottà. 140. 
Ciavetta (de la), 332. 
Cicciorin. 1 74. 
Ciccolattà, 184. 
Ciccolateè (figura de). 

82. 
Gian, 279. 



- 385 - 



CiMd, 234. 

Cinque cinqu de*, 234. 
Cinqu-in-vin, 207. 
Ciocca, 345. 
Cioccherà, 279. 
Ciorlin-a (-n), 332. 
Ciovitl, 263. 
CÌK)uiit, 313. 
Cobbi. 113. 
Cocch, 232. 
Cocumer (per Iri), 1 72. 
Cogitor, 279. 
Collarin, 140. 
Collaron, 335. 
Colmegna, 216. 
Colze», 233. 
Comed, 263. 



Cémor. 253, 355. 
Compaa zoffreghin, 234. 
Compiiui, 318. 
Comuna. 207. 
Conyén-é, 172. 
Cèpp. 132, 204. 

» (di e. in lù), 218. 

» (ora del), 123. 
Coppa, 172. 
Coppin, 141. 
Coppon, 231. 
Cor (laMi), 182. 
Coregh (ett). 139. 
Corp. 129, 174. 
Con, 159. 
Cèr». 174. 
Corti), 264. 



CcMpcttoa. 182. 
Colla. 172. 
Coverei) de rdcca, 253. 
aappa. 280. 
Cremeal. 278. 
Crenna, 368. 
Crenni, 106. 
Creapin, 139. 
Cribbi-i (en), 316. 
OodÀ, 149. 
Croi. 173. 
Croson, 276. 
Crovatt, 113. 
Cuntee, 206. 
Cusii. 205. 
Cutu. 264. 



Damm del beacoltin, 318. 
De. 63. 
Dedree, 129. 
DefÀ (in sul), 129. 
Denanz, 141. 
Dent (dagh). 132. 
Dentate oggiaa, 368. 
DepSs, 141. 
Deicartà, 264. 
Detcognet, 264. 



Detcolz, 218. 
Detf, 217. 
Detlengui, 253. 
Deslippa. 204. 344. 
D«slippaa, 204. 
IDcsmorbÀ (-gh). 160. 
Dess (oh). 114. 
Dessed-à (ali), 116,130. 

254. 
Desverge», 231. 



Dia. 62. 
Didon. 234. 
Doeuggia. 232. 
Domi. 130. 332. 
Donzella (ett). 320. 
Dormì in ombria, 263. 
DragonnÀ. 204. 
Duvis, 205. 



Eel. 239. 364. 



Eau». 206. 



Fabbr-ica (-egh). 317. 
Falzett, 317. 
Farioeu. 82. 
Faw (a), 333. 



Fastidi. 251. 
Fall. 332. 
Faxall. 279. 
Felipp, 113. 



Fetlon (meni) el), 316. 
Fiacca. 140. 

Fiacca campagna, 276. 

Fico (tiri (ù el). 206. 



«5 



— 386 - 



Ficca el veli, 204. 

Filapper, 123. 

Fir (-a). 333. 

Firisell. 317, 344. 

Firon, 315. 

Floss. 332. 

Foeuja, 359. 

Foeura (dà), 140, (fass) 

318. 
Foff, 82. 



■F6j de gatt, 151, 
Folon, 82. 
Fontanili, 1 86. 
Fora fora, 252. 
Foresetta, 140. 
FÓrt, 123, 345. 
Fos«, 1 72. 

Fottrist (becch), 218. 
Franch (del), 123 
Franch del dent, 333. 



Fregaoeucc, 318. 
Frego», 368. 
Freguj, 264, 320. 
Friccà, 226. 
Frisa (de), 132. 
Frust (lavorant de), 1 1 3. 
Fudess, 205. 
Furugozz, 164. 
Fuslusc, 1 82. 



Gadan, 363. 
Gainon, 105. 
Gajoffà, 264. 
Gajoffon, 105. 
Galiil. 207, 252. 
Galton (garon), 182. 
Gambarilt, 232. 
Gattona (es), 123. 
Gestatoria, 140, 364. 
Ghell (eros d'on), 354. 



Ghicc, 23 1 (r. Abbaa Gbicc). 
Ghittarin, 149. 
Giangiana, 253. 
Gibollà(-laa), 182,254. 
Gimacch, 252. 
Gingin, 315. 
Gippa, 149. 
Giubianad, 254. 
Giubiannà, 252. 
Giusosa, 344. 



Gnocch, 280. 
Golett (a), 174. 
Gomit, 279. 
Gora, 368. 
Gorgoran, 252, 
Gratta, 315. 
Gripp-à (-aa), 229, 344. 
Grobbia, 314. 
Gropp e maggia, 252. 
Gucc, 368. 



Imbrugà, 141. 
Impastoccià, 264. 
Impissa, 359. 
Ina (mett), 364. 
Incia, 251. 
Incoeu, 226. 



Indrittura, 205. 
Ingermadura, 254. 
Ingossa, 314, 332. 
Inguaa, 217. 
Inivid, 205. 
Inninz, 1 29. 



Inranghi, 359. 
Insedi, 344. 
Intuitù, 113, 253., 
Inzig-à (-amm), 206. 



Ladinna (man), 182. 
Lampadina, 174. 
Lampedin, 332. 
Lampion, 1 49. 
Lanzian, 207. 



Lapoff, 139, 344. 
Lapp, 359. 
Lassa cor, 182. 
Lavorin, 164. 
Lecco, 207. 



Legn (vess in di), 317. 
Legoratt, 278. 
Lene, 182. 239. 
Léndena, 129. 
Lendenon, 129. 



387 — 



Levaa. 355. 
Lienda, 354 
Linghera, 263. 
Lirl. 149. 

Utt (parorchiai). 173. 
Lùon (llzonon), 226. 



Locc. 82. 251. 
Loggia, (ghc), 333. 
Locug^ia, 206. 
Lu-uj. 251. 
ÌMU (color di). 182. 
LoHi. 252. 



Uh Io«. 359. 
LmccìmiÓ», 278. 
Lughcr. 206. 
Lurom. 129. 
Luiiriitem, 229. 



M 



Macca (a). 140. 
Maccarent, 218. 
Maccaron, 315. 
Madamm, 1 60. 
Magatton. 316. 
Magon, 1 86. 
Magonent, 315. 
Maitabadada. 106. 
Mamma de l'aiee, 95. 
Manegh (foeura i), 207. 
Manutrnzion, I 59. 
Maro» (de). 226. 
Marlin. 344. 
Martor. 182. 206. 
Maraocch. 123. 
MaicaU. 217. 
Maiiacch. 1 1 4. 
Mazzucch. 368. 
Melon. 182. 
Mennabò. 318. 
Ment (di a). 174. 



Meuedk. 139. 
Meuee. 320. 
Mettee. 160. 
Metta, 344. 
Meui. 364. 
Mezz. 343. 
Mezzanin. 217. 
Mezzenna, 1 74. 
Mezzin, 222. 
MU, 182. 
Micch boffelt, 354. 
Micchit, 174. 
Miche*. 207. 
Miee. 205. 
Miggia (el). 344. 
MiKce. 252. 
Miuoeulta. 83. 368. 
MÌMoliiit. 130. 
Mitria. 355. 
Mocca, 278. 
MfVcas». 1 82. 



Moccoli (et), 226. 
MOCCIMC, 206. 
Modacc. 278. 
Mojaicia, 1 29. 
Mojn, (v. pan). 
Moietta (tegelU del). 

129. 
Moli (tui), 182. 
MolU via, 355. 
Mona, 263. 
Mord'(-inn), 316 
Morell. 140.206,222. 
Moretin, 278. 
Moriani. 106. 
Moron, 182. 
Moal. 234. 
Mostacc. 252. 316. 
Motto*. 123. 141. 
Mòttria, 319. 
Moxtill. 344. 
Musella. 355. 



N 



Nagotla. 174. 
Navale. 130. 355, 
Nedrugi. 217. 



Negi. 344. 

Nini i quart. 355. 

Niactorin. 280. 



Noeuv. 140. 
Nozzinn, 218. 



O pelaa. 317. 
CEucc de hb. 173. 
Ohdeu, 114. 



Olubagh. 149. 
Ombretta. 380. 
Ombria (donni io). 263. 



On«. 359. 
Ove). 332. 



— 388 



Pacciugh, 332, 344. 
Padim-à (ava). 206. 
Pagn. 316. 
Pajasc, 279. 
Palpaa, 183. 
Palpce. 140,264,332. 
Palper, 129. 
Palpiroeu, 159. 
Pamposs, 1 82. 
Pan mójn, 160. 
Para. 319. 
Paracar, 2Ó4. 
Paria (hoo vuu), 263. 
Partend (-el), 83. 
Pasent-à (-en), 332. 
Pasquee, 205. 
Passada (roba), 320. 
Pastegg, 279. 
Pastoral, 182. 
Patocch, 218. 
Patl-e-pagaa, 140. 
Pattaja, 226. 
Pattee (-ter), 279. 
Patton, 217. 
Pattonna, 132.254,319. 
Patturgna. 319. 
Pè (de so), 174. 
Peccennà, 318. 
Peccenada, 206. 
Péccher, 181. 
Peder-sloffi, 263, 



Pedina, 118. 
Pel (sta al). 132. 
Peland, 139. 
Peltrcra, 204. 
Peluccà, 140, 184. 
Periti d'or, 263. 
Perovett, 278. 
Persegli lass, 278. 
Pertegà, 278. 
Pescian (a), 239. 
Pescuzi, 82. 
Pass. 205. 
Pessee. 316. 318. 
Pessegà. 253. 
Peston, 181. 343. 
Petard, 239. 
Petitt, 263, 279. 
Pet tà (-taven). 228. 
Pettà in Castel, 319. 
Pettà in saccoccia, 263. 
Pettegascià, 278. 
Pezzoeu, 218. 
Piatt (no gh'èel). 106. 
Picch, 130, 182. 
Pien (on). 114. 
Pient-à (att). 318, 332, 

345. 
Pienton. 315, 
Pignoeu. 89. 
Pilatt, 263. 
Pinciorla, 332. 



Pioldi, 368. 
Pippa (romp la p.),344. 
Pisorgna, 263. 
Pisorgni, 253. 
Pitta, 206. 
Piva (a), 205. 
Pizzegh, 207. 
Plaìt. 263. 
Platon, 139. 
Piatta, 318. 
Podisnà. 118. 
PoUin. 205. 
Poncignà, 253. 
Pond-à ( em). 1 1 4. 
Ponzella. 82. 
Popoeu. 253. 
Porca de tarocch, 314. 
Porta a mi. 252. 
Pós (poso), 264. 
Posciand-ra (-er), 106. 
Post (i). 278. 
Posta, 315. 
Potenz (a). 118. 
Prefazzi, 141. 
Priguer, 280. 
Pritnerista, 160. 
Pròs. 318. 
Prozionà. 254. 
Puj. 315. 
Pures (-in). 316. 



Quàj, 217, 315. 
Quajó, 253. 
Quamquam, 316. 



Quatta, 173. 
Quei, 83. 
Quist, 364. 



Quoniam, 315. 



Rabott, 106, 140, 368. 
Raccol, 1 74. 
Radis-à (-a), 345. 



Rampa, 315. 
Rangogn, 173. 
Ranlegh, 139. 



Rasoi, 344. 
Ratton, 217. 
Razzapaj (-a), 344. 



- 3Ò9 — 



Recatlon, 363. 
Reciocch. 160. 
ReJond spuvi. 139. 
ReS (toeu lù el), 204. 
Rèffcn. 368. 
Refiign, reffignÀ. 130. 

160. 
RefTiU. 151. 
Reficcio, 1 14. 
Regceui, 252. 
Regolili. 218. 
Remondinaa (aria), 1 29. 



I^cpetton. 253. 
Repìi (-en). 118. 
Repian, 226. 
Requicpou. 217. 
RcKa, 364. 
Retcii. 140. 
RcKij. 130. 
Retgi&. 331. 
Rewatt, 182. 
Retleliera. 314. 
Rézzipe. 206. 
RiocreM, 279. 



Riv4 (i). 118. 
Rivi, 364. 
Roeuda (io). 123. 
Ronfà. 118. 
Ree (a). 183. 
Rollceuri, 82. 
Rugh idÀ el). 1 1 8. 
Ruiz. 343. 



253-3 



(-aaaeii). 
32. 



Sabetta, 140. 

Sacc. 313. 

Sacrestia (lauà la). 1 29. 

Salamm, 1 60. 

San Gregorì, 140. 

Sanseuia, I 1 3. 207. 

Sant Ambroeus andemm. 

129. 
Santa Oò». 106. 150. 
Sant Michee, 226. 
Sara. 231. 
Sardell. 69. 
Saresitt (magazzin di), 

130. 
Saaiini. 339. 
SbaggiÀ. 129. 
Sbaggiad (a) 174. 
Sbaguttt. 218. 
Sbarbai. 253. 
SbarUda. 263. 
Sbarlceugg. 174. 
Sbarloeuggia. 252. 
Sbarluici. 129. 
Sbavazza. 278. 
Sbegaic-ià (-emm), 332. 
Sbergna, 205. 
Sbertii. 217. 
Sbilz-à (en). 332. 
Sbirent. 276. 
Sbirr. 206. 



Sbluicii. 160. 
Sbolgirada. 207. 
Sbottasciaa. 316. 
Sbuieccanient, 1 40. 
Scabbi. 254. 332. 
Scaggii. 183. 
Scalolt. 354. 
Scalzad. 314. 
Scappiuc. 204. 207. 
Scarliga. 359. 
Scarp i (-amm). 343. 
Scarpiatter. 89. 
Scarpignaa. 1 29. 
Scepp-à (-a). 345. 
S'ceri. 182. 
Sce». 344. 
SccM (fi). 89. 
Schisciamicchin. 317. 
Sciabel, 278. 
Sciabeli (-en). 141. 
S'cianconna (a la). 278. 
S'cia».er. 97, 252. 
Sciatt. 113. 
Sciffon. 129. 
Scigad (-a). 316. 
Scighera, 206. 319. 
Sciloater. 364. 
Scime*. 316. 
Scin. 173. 
Scinivii, 1 62. 



Sciocch. 314. 
S'cioppon. 252, 316. 
Scifir. 82. 182. 315. 
Sciotc (U a). 344. 
Scira. 364. 
Sciaci-i (-en). 316. 
Sciager e buell. 217. 
Scocca, 264. 
Scocci. 83. 254. 
Scocchee. 205. 
Scoeud (i butti). 184. 

218. 368. 
Scoldi. I40:k. lapiMa. 

205. 
Scori. 364. 
Scorada. 206. 
Scorbatt. 159. 
Scottadeo. 216. 
Scnucia. 355. 
Scnucìasa, 218. 
ScuccA badia. 83. 
Scudel-i (-emoi). 333. 
Scuffi-i (-aghcn). 333. 
Scuffierìnn. 320. 
Scumi. 253. 
Scuriee. 106. 
Seb-Ì (-ìmì). 278. 
Secci (-chen, -caas). 

159. 316. 
Secca-ball. 315. 



390 — 



Secud-i (-issi). 174.354. 
Segella del moietta. 1 29. 
Segnass, 364. 
Senavra. 263. 
Servizial, 140. 
Ses - des - e - on - quattrin, 

263. 
Setsion, 1 60. 
Selt (quella del) 207. 
Bettina (fa), 316. 
Setton, 318. 
Sev. 364. 
Sferla, 253. 
Sfognat-à (-amm), 207. 
Sfris. 206. 
Sfros. 359. 
Sgandoll-à (-i), 344. 
Sganzerla. 149. 
Sgarbell-à (-amm). 343. 
Sgavasgia, 91. 
Sgazzottà, 83, 
Sgenadura, 1 82, 
Sg'iaccà, 368. 
Sgiaffa, 1 82, 
Sgiandos, 34 7. 
Sghimbià, 263. 
Sghirabiaa, 206. 
Sghimbiett, 83. 
Sgogn-à (-amm), 206. 
Sgombettà, 205. 
Sgorà, 123, 182. 226. 
Sgrazz-a (-ononn), 344. 
Sgriff, 368. 
Sgrisor. 368. 
Sgrizz, 359. 
Sguagn, 218. 
Sguagn-i (-iven), 1 73. 
Sguaità, 354. 
Sguajton. 263. 



Sidell, 331. 
Simona (de), 252. 
Simonna. 380. 
Sitta, 252, 278. 
Slandron (-i), 344. 
Slandrosa, 279. 
Slisaa, 317. 
Slis-à (-ass). 160. 
Sioffen, 253. 
Sloffi, 113, 217, 263. 
Smorbi, 130. 
Smorbià, 205, 254. 
Socchè, 226, 319. 
Soeuja mi, 206. 
Soeuli. 206, 253, 
Sofà, 378. 
Sognorent, 182. 
Sojador, 160. 
Solass, 280. 
Soldarasc, 260. 
Somm, 3 1 7. 
Sonaj, 316. 
Sor-à, 183. 
Soree, 205. 
Soerioeura (in), 263. 
Sorr, 151. 
Sott (dà), 254. 
Sovran, 1 50. 
Spacciugà. 368. 
Spantegh-à (-et). 332. 
Spara, 1 83. 
Sparad, 343. 
Spartì, 315. 
Spazza. 1 06. 
Spazzacà. 1 1 3. 
Spazzetta (fa). 160. 
Spert. 229. 
Spiosser. 82, 354. 
Spuell. 140, 173. 



Spuln, 217. 
Spuvà, 1 39. 
Squajà, 1 73, 263. 
Squas, 252. 
Squell (fass de). 263. 
Squilt-a (aa), 123, 140. 
Sta su, 3 18. 
Stacchetta, 332, 368. 
Staffa, 332. 
Stàghela lì, 226. 
Stanten, 359. 
Stat d'anim, 149. 
Stee (de tutti i). 226, 

264. 
Stellonn, 253. 
Stobbia, 314. 
Stondéra (va a), 332. 
Straa lanzana, 319. 
Straforzin, 252. 
Strafusari, 364. 
Stralattona, 279. 
Strangojon, 280. 
Streccioeu, 355. 
Streccioeura, 359. 
Stringh (fa), 217. 
Strocc, 82. 

Stronzon-à (-en). 318. 
Struccà. 355. 
Strugionà, 318. 
Strusagh dent, 234. 
Su per su, 174. 
Succ, 345. 
Surba, 343. 
Suss (sussista). 1 1 8, 
Suss-ì (-iss), 3 1 5. 
Svargell, 206. 
Svergnà 252. 
Svei-za, 207. 
Svint! 345. 



Tabacch. 239. 
Tacca ballin, 205. 
Taccojn, 1 50. 



Taccon, 149. 

Taj (vegnì a), 316. 

Taj (al), 332. 



Tanè. 160. 
TappèUa, 150. 345. 
Tapina, 183. 



Tarell. 280. 
Tarli (cMM del). 263, 
Tarli». 141. 
Tarlucch, 368. 
Tarter de vasti], 183. 
TaMij. 172. 
Tavani, 82. 
Tegna. 354. 
Tegnon. 1 1 3. 264. 
Terra de ih ball. 129. 
Tea (el). 130. 
Tena part, I6U. 
Tibi. 159. 
Tiri, 139. 173. 252. 



Ughelia (color d'), 183. 



- 391 - 






Tira^molia (giugk 


•1). 


Tra chi (intu(lu). 253. 


205. 




l'raa (et). 83. 


Tocci via. 159. 




Fri. 140. 


Toder. 129. 




Tra (al beli). 206. 


Toeu(-nn.-M), 172, 


174, 


Tri (di a). 234. 


204. 




Traniilii. 206. 


Tòff. 317. 




Traiaa. 173. 


Tolla. 317. 




Traltin (on). 140. 


Tomada, 206. 




Traveriada. 253. 


Tonina (fi/ 203. 




Trii (de). 344. 


Tontonn-i (-«')• 


231. 


Iroi. 130. 


332. 




Trucia. 204. 264. 


Toppi (-a). 333. 






T6i. 332. 






u 






Ui'ciocu, 186. 




Uachirà. 139. 



Vada (el). 278. 
Valdrappa. 316. 
Vauij. 183. 
Vedi-I (-j). 344. 
Veder de minerà. 320. 
Vegilli. 316. 
Ve» (ficchi el). 204. 
Veni. 82. 
Veotalina. 89. 
Vergna, 132. 



Verz (pianti i). 314. 
Verz (porli foeura i). 

254. 
Ve» 'cios. 380. 
Via (a la). 1 30. 
Vicciura. 1 29. 
Vicciurin. 183. 
Vidór. 182. 
Villotta, 106. 
Viorin, 113. 



ViKor (-a). 233. 333 
Vivce. 317. 
Vceuj. 183. 
Voeut. 332. 
Volantin, 226. 
Vòh. 315. 
Vòlta. 364. 
Volton, 263. 
Vohra (a). 139. 
Volz-i (-a««). 332. 



Zaffi. 314. 
Zaffagna. 206. 
Zain (-a). 343. 141. 
Zaìnina. 333. 
Zapatt. 218. 
Zappej. 355. 
Zavaj. 279. 



Zent. 217. 
Zenturon (ex-), 1 1 8. 
Ziffer. 222. 
Zignon, 354. 
Zilavegna, 254. 
Zinivella, 218. 
Zittaa, 130. 



Zoffreghin. 206. 254. 

Zoeura. 253. 

Zolli (-agh. -em). 82. 

114. 
Zorocch il e mar, 89. 






X3SXX 



INDICE ALFABETICO 

DEl'CAPOVERSI DEI SINGOLI COMPONIMENTI 



(L'ahbrtoiatura S = Sonetto). 

Akmett con i tocu duu, no avend coracc - S. 376 

Akmett, in tocc come la porcellana • 5. 376 

A la marchesa Paola Travata (La nomina del Cappelian) .152 

A la teita de tutt el battajon - 5. . . . 377 

Alto, allon, trinche vain, trinche vainl {Brindai) 334 

Aito icià penna, carta e carimaa - 5. (Per l'Avv. Martinelli) 294 

A mitaa strada de quell gran viacc {Ver», di Dante, ci) .71 

Anca lì ben che gh'abbia nom Akmett ..... 373 

A proposet, lustrissem, de vaccina - S . 293 

Ara bell'Ara discesa Cornara {Framment del e. VII) ... 99 
Bagaj, che sii amoros, che sii intendever (Fraa Zaoever) . 208 

Barborin, speranza dora (Lettera a la Barborin) 223 

Bravo, bravo! l'ha faa proppi polid (Meneghin birocu di ex-monegh) 163 
Canti la guerra santa e i breviari (La guerra di prét) .177 

Capissi anmì, sur professor Ronchett • S. .291 

Carlo Porla, poelta Ambrosian • S. .313 

Carolina, varda, varda (El temporal) ... 221 

Catto I el me dis, che i soeu paroll toscann - 5. (Per l'Abbaa Giavan) 298 
Chi gh'è on can che l'è mori negaa in la grassa (F pitaffi) 369 

Coss'evela la manna del Signor • S, . 266 

Dal prìmm sere de sto gran pedrioeuron {Frammenl del e. V) 93 



— 394 



Deggìà che t'è vegnuu per i badee ...... 

De già, lustrissem, che semm sul descor (Desgrazi de Giovannin Bongee} 

De già, madamm Bibin, che la g'ha el rantegh (EI romanticismo) 

Dessora a ona portascia, che someja {Fratnment del e. Ili) 

Donna Fabia Fabron De-Fabrian (La preghiera) 

E daj con sto chez-nous: ma sanguanonl - S. 

El mangia e bev in santa libertaa - 5. . . , 

El sarà vera fors quell ch'el dis lù . . . 

Foeura de Porta Ludoviga on mia 

Fraa Diodatt de Tolosa, guardian (Fraa Diodatl) 

Ghoo miee, g'hoo fioeu, sont impiegaa - S. 

In d'on secol che asquas tutt i poetta (In mort del Cons. Bovara) 

In sul defà de Sani Ambroeus andemm (£1 viagg de fraa Condutt) 

I paroll d'on lenguagg, car sur Manell -5. 

La giustizia de sto mond (Ai caroccce e fiaccaree) , 

Leggevem on beli dì per noster spass {Framment del e, V) 

L'è mort el pittor Boss: Essus per lui - 5. . 

Marcanagg i politegh seccaball - S. 

Ma sai, el me sur Leila, che a dì pocch - 5. 

Me cugnaa el Giromin, quell candiron - 5. . 

Merda ai vost ariezz (A ceri forestee, ecc.) . 

M'han cuntaa che Porcinella ..... 

Mi romantegh ? Soo ben ch'el me cojonna I (Sonettin col covon o Me 
neghin classegh) ...... 

Moros dannaa, tradii de la morosa (Lament de Marchionn di gamb averi) 

Natan profetta, e questa, sur Abaa - 5. (Per l'Abbaa Giavan) 

Oh carin, beatin, mattin, smorbiin - S. . . 

Oh don Pederl - Oh el me don Romualdl (La colazion) 

Ona veggiana esosa (On striozz) .... 

On certo reverendo Fra Pasqual (Ona vision). 

On pover cereghett schisciamicchin - S, (I sett desgrazi) 

Paracar che scappee de Lombardia - S. 

Per buratta se droeuva el buratton - S. . . 

Per fagh vede e tocca propi con man - S. (Per l'Abbaa Giavan) 

Per incoeu guarna pur via - 5. (A Vincenzo Monti) 

Per l'abbondanza porca bolgironna (Resposta a ona lettera) 

Per no lassav andà foeura de cà - 5. (Per nozze Porta-Landriani) 

Prima che mi per sozi te proponna - 5. 



82 
109 
133 

91 
161 
292 
312 
285 
185 
119 
314 
365 
124 
290 
232 

97 
283 
288 
284 
285 
237 
227 

304 
240 
299 
289 
184 
349 
115 
295 
312 
284 
300 
293 
230 
292 
379 



- 395 - 

Quand paui de la piazza di Mercant - 5. 291 

Quand p«f i tlrnvaganz della liagion • S. 269 
Quand te na» detlippaa, liulriMcm KÌor (Oiter dograzi de Ctovaoinn 

Bongce) 189 

Quand vedeMcv on pubblegh foozionari - 5. 267 

Remirava eoa tutta devozion - 5. 267 

Scìk del vìn per Mencgliin (Drinde*) 323 

Scimei, pure*, bordocch, centpee, tavan - .S. 290 

Sciori, che Kuten »c el pover Akmctl • S. . 375 
Se fuu bon de ik yen all'improvvita (A EIcna Mileii) .131 

Se i milane* col icriv in milanes - 5. (Per l'Abbaa Giavan) 293 

Se on viaggiator ci le fudè* propott - 5. (Per l'Abbaa Giavan) 297 

SÌMÌgnor, sur marche*, lù l'è marches - 5. . 268 

Sont naMUU soti a lant Bartolamee - 5. (Notizie autobionrafichr) 313 

Soni ttaa in lece dea di infila* (Lettera a on unii) 233 

Slracch de volti tanti penaer in roent (Per nozze Veni-Borromeo) 142 

Subet che >evera »ett a on tavoiin - 5. ..... 286 

Sura Peppina, n'hoo pien i cojon • S. . .311 

T'hoo viit, no me sconfond; adess n'hoo auce -5. .310 

Varon, Magg, Balettree, Tanz, e Parin • 5. (Al P. AIcm. Garioni) . 311 

Vegneva inanz la noce de meneman {Framment del e. Il) 65 

Ve mandi, el me car pader Garion (Madrigale) ... 369 

Ve scrivi quatler vers ambrotian (Al sur Tommas GroM) 356 

Vuna de *ti maltin, tornand indree (El Miterere) .... 360 



!S8^ÌJ&»!$H***Ì^.«S^^ 



INDICE 



Carlo Porta e la Società del 



Proemio . 

Madini Aw. Pietro 

Giardino ........ 

Verga Dott. Ettore - A Milano con Carlo Porta 
Prefazione alla prima edizione ..... 

I . . . Della versione dell'Inferno di Dante. 
Sestine 
Ottave . 



II. 

Ili 

IV 

V 

VI 

VII 



Qyartine . 

Odi e Canzoni 

Sonetti 

Ditirambi 
Vili. Poesie varie 
IX. . Appendice — Rime 



II 
30 
67 

69 

107 
187 
219 
235 
281 
321 
347 
scritte per la Società del Giardino 371 



Glossario di voci milanesi antiquate oppure di significato 

dubbio, illustrate nelle note al testo .... 383 
Indice alfabetico dei capoversi dei singoli componimenti . 393 



PLEASE DO NOT REMOVE 
CARDS OR SlIPS FROM THIS POCKET 

UNIVERSITY OF TORONTO LIBRARY 



PQ Porta, Carlo Antonio 

A730 Melchiore Filippo 
P7A17 Poesie milanesi 

1921